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Full text of "La Rosa Dell Infanta"

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BIAGIO ALLIEVO 


LA 

Rosa dell’Infanta 




u&c.PA-I-t^o 

S4IAS 


TORINO 

Tip. Lit. CAMILLA e BERTOLERO di N. BERTOLERO 
Via Ospedale, N. 18 

1899. 

































LA ROSA DELL’INFANTA 


Victor Hugo — La Uggcnda dei secoli. 


EU’è una bimba ancora: ha l’aia al fianco, una rosa 
Ha fra le dita e guarda... Chi sa mai dir che cosa 
Contempli? Essa lo ignora. L’acqua, la vasca ombrata 
Di pini e di betulle, o l’ala immacolata 
Di un cigno che vogando dilegua tra i fogliami, 

E le onde che si cullano a la canzon dei rami, 

E il profondo giardino, pieno di raggi, in fiore. 
Quell’angioletto pare scolpito nel candore. 

Un gran palagio adergesi come di sotto a un arco 
Trionfale e, da lunge, via s’intravvede il parco, 

E i limpidi vivai, ove i raminghi e sparsi 
Cervi in pieno meriggio son usi a dissetarsi; 

Mentre sotto l’ombrìa de’ boschi ben chiomati 
Passeggiano i pavoni dai cento occhi stellati. 

È l’innocenza un novo miraeoi di candore 
In lei; ogni sua grazia ha un tremulo bagliore, 

Come un barbaglio vivo d’aureola solare; 

E intorno a quella bimba l’erba rifulge e pgre 
Spruzzata di diamanti, aspersa di rubini. 

Zampilla di zaffiri la bocca dei delfini. 

Essa è là, presso a l’acqua; intenta, assorta in quella 
Rosa; ha il corsetto in trine e su la sua gonnella 
Un arabesco incalza nel giro serpentino 
Fra le crespe del raso un fil d’oro fiorentino. 

La rosa ampia, dischiusa, sbocciata tutta quanta 
Fuori del fresco calice come da un’urna spanta, 
Accentua la finezza de la gentil manina. 

Quando le rosee nari vi appressa la bambina 
Per delibar l’effluvio che dolcemente sale, 

Il bel purpureo «fiore da la beltà regale 







Asconde quasi a mezzo quel delicato viso ; 

Si che l’occhio esitando, estatico, indeciso, 

Mal sa dal fior disijernere quella bimba festosa, 

E se mirar la guancia o contemplar la rosa. 

I suoi begli occhi azzurri sotto a le brune ciglia 
Dal puro arco sorridono in dolce meraviglia. 

Maria, che dolce nome! e che dolcezza impera 
Ne l’occhio azzurro: è un raggio e insieme una preghiera! 
Pur dinanzi a la vita e inanzi a la bellezza 
Del cielo ella ben sente l’inconscia sua grandezza. 

La gracile piccina, l’esile creatura 

Guarda la primavera, la luce, l’ombra oscura, 

E il sole che tramonta come corrusca sfera, 

E la pomposità fulgente de la sera; 

Ode l’occulto murmure dei ruscelletti ascosi, 
Contempla la distesa dei campi silenziosi, 

Contempla la infinita serenità divina 
Con una maestà di piccola regina. 

L’uomo ella vide ognora prostrarsi a lei dinante; 

Un giorno ella sarà duchessa di Brabante, 

Governerà le Fiandre, ovvero la Sardegna; 

Essa è l’Infanta, ha cinque anni, ma già disdegna. 

O i bimbi dei monarchi! Han circonfuso il fronte 
Da un’ombra, e i vacillanti piè segnano le impronte 
De l’esordiente regno. Aspira la fragranza 
Ella di un fiore e attende con vaga noncuranza 
Che le si colga un regno o le offrano un impero; 

E par che quello sguardo già regalmente altero 
Vi dica: « io nacqui al trono. » Un vago sentimento 
Aleggia intorno a lei di amore e di sgomento. 

Se taluno al vederla si esile e tremante 
Stendesse, anco a salvarla, la mano un solo istante; 
Prima di mover passo o balbettar parola 
Dovrebbe a la mannaia dannarsi per la gola. 

La bella bimba intanto sorride graziosa, 

Ella non sa che vivere e stringere una rosa 
Fra le dita, là in faccia al cielo, in mezzo ai fiori. 

Il giorno manca: i nidi bisbigliano canori: 

Sui rami la sua porpora ecco il tramonto stende; 

In fronte a le marmoree dèe un rossore ascende; 








- 7 — 

Par die ogni bianca statua palpiti a l’imminente 
Carezza de la notte: quanto aleggiò repente 
Giù cala, e tutto tace; il vespero raccoglie 
Il sole in grembo a Tacque, gli augèi sotto a le foglie 

Mentre la bimba ride col ròseo fiore in mano, 
Entro il vasto palagio cattolico romano 
Le cui ogive brillano al sole incendiate 
Taluno ahi ! formidabile sosta a le vetriate. 

Dal basso un’ombra scòrgesi, come una nebbia oscura 
Vagare a le finestre e incutere paura. 

Quell’ombra, al punto istesso, come in un cimitero, 
Immobilmente affacciasi a volte un giorno intero. 

È un essere terribile, par ch'ei non veda niente: 

Gira di stanza in stanza pallido e ognor silente, 

O preme in sogno il lùgubre fronte sui bianchi vetri 
Quell’ombra si profila lunga ne’ vespri tetri; 

Passa funèrea e lenta siccome un’agonia: 

Ed è la Morte, a meno però che il Re non sia. 

È desso: è l’uomo, in cui e vive e trema un regno 
Se mai sapesse alcuno scrutar ne gli occhi a segno 
QueU’immoto fantasma, ritto, addossato al muro; 

Ciò che discernerebbe entro l’abisso oscuro 
Non è l’umile bimba, il parco, e la increspata 
Vasca, dove rispecchiasi la volta costellata, 

E i boschi e i saltellanti augei di fronda in fronda; 
No: in fondo di quell’occhio, vitreo come Tonda, 
Sotto a l’accigliamento che a lo scandaglio pare 
Sottrarre la pupilla, profonda come il mare, 

E come il fato oscura; ciò che si scernerìa 
È un mobile miraggio, una fulgente scia 
Di volanti vascelli che fuggono coi venti; 

E framezzo a le spume, tra i vortici frementi, 

Sotto a l’aperto cielo e sovra il vasto mare 
Di una gran flotta in vela T immenso sussultare; 

E laggiù fra le brume una scogliera bianca 
Che i trasvolanti tuoni mai di ascoltar si stanca. 

Questa è la visione che ne la tarda sera 
Gonfia il cervello gelido di chi a gli umani impera; 
E a si: dintorno il Sire più non avverte nulla. 


— 8 — 


V 

L’armata formidabile che sovra il mar >i culla, 
Fulcro, col quale ei tenta dar leva a l’orbe intero, 
Solca in quel punto istesso l’ocèano severo; 

E il re contempla estatico il trionfai passaggio, 

E il tragico suo tedio non vede altro miraggio. 

Filippo secondo era un tremendo sovrano. 

Caino ne la bibbia ed Iblis nel Corano 
Non fur mai tetri come nel tetro Escuriale 
Quel regai spettro, figlio di spettro imperiale. 

Filippo secondo era il fantasma del Male 
Col brando in pugno: ei vivo, giammai occhio mortale 
Osò fissarlo in volto: da l’alto ei troneggiava 
Su l’universo intero come incubo che grava 
Le torbide pupille; lo spavento, il terrore 
Intorno al re mandavano un tragico bagliore. 
Tremavasi al passaggio de’ suoi mastri di casa, 
Tant’ei si confondeva per quella folla invasa 
Di pallido stupore e di servii sgomento 
Coll’abisso o cogli astri del cupo firmamento! 

Grande ei sì, che parca l’approssimar di un Dio ! 

Il suo voler fatale che non conosce oblio, 
Irremovibilmente fisso, ostinato e forte 
Parèa quasi un rampone scagliato su la sorte. 

Ei dominava l’India, l’America; a lui schiava 
Era l’Africa, e sovra l’Europa egli regnava. 

La fosca Anglia sola turbava il suo pensiero. 

La bocca era silenzio, lo spirto era mistero. 

Il trono suo foggiato di astuzia e di tranello 
Avèa la tenebrosa notte per suo puntello. 

Di sua equestre statua n’era l’ombra il corsiero, 

E quell’onnipossente sempre abbigliato ’a nero 
Parèa vestisse il lutto d’ogni mortale cosa. 

— È la sfinge che rumina immota e silenziosa. — 
Dappoi ch’egli era tutto, piti nulla aveva a dire. 
Nissun vide sorridere mai l’impassibil Sire! 

A quelle labbra ferree ostile è il riso ognora, 

Come in bocca a l'averno il raggio de l’aurora. 

Ei per scòtere il gelido torpore del serpente 
A l’opra del carnefice amava esser presente; 

Ed era forse l’unico lampo di sua pupilla 




— 9 — 

Il riflesso di un rogo che al soffio suo sfavilla. 
Terribilmente avverso ai voli del pensiero, 

A l’uomo ed a la vita, al giusto come al vero, 

Al progresso, devoto a Roma sola: era il tristo 
Satana che regnava sotto il nome di Cristo! 

Di quel notturno spirto l’insidia e il tradimento 
Parea d’occulte vipere un aggrovigliamento. 

Nè Bùrgos nè Aranjùez, nè mai l’Escuriale 
Di faci irradiarono le lividastre sale, 

Non gaudio di conviti, non fulgidi cortèi 
Di paggi e di buffoni, nè pompa di tornèi ; 

Ma il tradimento è un giòco, l 'auìo-da-fè una festa. 
Sentiano i re, ne l’ombra, su l’atterrita testa 
Pesare ogni suo occulto disegno, e sovra il mondo 
Gravitarne l’incubo come un immane pondo. 

Vincere e sterminare è il suo fatai volere. 

Un crepitio di folgore hanno le sue preghiere; 

Vasti lampi rimbalzano dai sogni suoi profondi; 
Coloro a cui pensava diceano tremebondi 
« Noi soffochiamo! » i popoli sentivano sgomenti 
Sovra di sè rifulgere quegli occhi fissi, ardenti. 

Carlo fu l’avvoltoio, Filippo il barbagianni. 

Col toson d’oro al collo, cupo nei negri panni, 

Pareva del destino la fredda sentinella, 

Fermo come il comando: la sua pupilla in quella 
Fonda occhiaia pareva spiraeoi di caverne. 

Sbozzando un cenno oscuro che l'occhio mal discerng, 
Dava il suo dito a l’ombra un ordine improvviso, 
Cosa inaudita! Il labbro atteggiasi al sorriso. 

Sorriso imperscrutabile da le dolcezze amare! 

Ed è la visione de la sua flotta in mare 

Che sterminata, innumere gli giganteggia in mente. 

Vogar la vede ei spinta dal cenno onnipossente, 

Quasi la contemplasse da lo Zenit: seconda 
b la fortuna, e spianasi a lei propizia l’onda; 

E come dal diluvio l’arca fu rispettata, 

In ordine di marcia va quella grande armata: 
Serbando misurata la debita distanza 
Quel tavolier di tolde, di ponti e antenne avanza 
Come un immenso traino che cullasi su Fonde. 

Son sacri quei vascelli: ne baciano le sponde 




I flutti vorticosi, le indocili correnti 

Come al prefisso compito piegano obbedienti ; . 

Di tante navi attonita precipita a vederle 

L’acqua : ogni scoglio è un porto, piove la spuma in perle. 

Ogni galèa ha in poppa l’abile pionere, 

Di Adour e de la Schelda son navi battagliere, 

Cento mastri di campo e due conestabili, 

Ha la Germania i suoi vascelli formidabili, 

Napoli i brigantini, Cadice i galeóni. 

Lisbona i marinai che pugnan da leoni. 

E curvasi Filippo: lo spazio ornai che vale? 

Ei vede, ascolta e passa : di su, di giù si sale, 

Si scende e corre e va: gridano i porta-voce, 

La ciurma sul pavese trasvola via veloce, 

E i mozzi, e l’ammiraglio che ha al fianco il giovin paggio; 
E coi tamburi il fischio dei mastri d’equipaggio; 
Segnali in alto marei appelli ai combattenti! 

E un sepolcral fragore che spèrdesi coi venti. 

Son dessi alati smerghi? son dunque cittadelle? 

Le vele hanno un remeggio e d’ali e di procelle; 
Mugghia l’onda e quel gruppo enorme voga e fugge 
E fragorosamente si attorce e gonfia e rugge. 

Sorride il re lugùbre: la gioia il cor gli invade: 

Son quattrocento navi, son centomila spade! 

O il ceffo del vampiro che sfogasi a la preda 1 
È sua quest’Anglia alfine: converrà pur che ceda. 

Già il fuoco è ne le polveri. Chi tenterebbe invano 
Di farla salva ancora ? Stringe Filippo in mano 

II fascio de le folgori. Chi fia cotanto audace 
Da strappar quelle folgori al pugno suo tenace? 

Non egli forse è il Sire che mai soffrì disdetta? 

Ei, l’erede di Cesare, che l’ombra sua proietta 

Dal Gange a l’Adriatico? Quand’egli disse: « io voglio ». 
Chi de Tirato Sire cimenterà l’orgoglio? 

Non forse la vittoria ei per le chiome afferra? 

Non è desso che lancia la grande armata in guerra? 
Della tremenda flotta non è il fatai nocchiero? 

Non si sonimene il mare al cenno del suo impero? 
Non ei sospinge adunque col picciolo suo dito 
Questi dragoni alati ne lo spazio infinito? 

Non egli è dunque il re; non dunque l’uomo truce 




Che il mostruoso turbine via dietro se conduce? 
Quando Bey-Cifrèsil ebbe scavato un di 
Al Cairo l’ampio pozzo de la moschea, scolpi 
Sul pozzo: « Il cielo a Dio, la terra a me! ». Siccome 
Tutto quaggiù confondesi fino a smarrirsi il nome; 

La schiatta dei tiranni non sogna in fondo in fondo 
Che sempre un solo despota dominator del mondo. 
Ciò che il Sultano disse, il re lo ha fitto in mente. 


Ora, accanto a la vasca, silenziosamente 
L’infanta stringe ognora la bella rosa in fiore 
Coprendone di baci il vivido rossore; 

Ingenui baci d’angiolo, cui ridono gli azzurri 
Occhi: ma un repentino soffio, un di quei susurri 
Che aleggia via pei campi del vespro a l’ultima ora, 
Tumultuante zèffiro che l’orizzonte sfiora, 

Turba Tacque, fa fremere i giunchi in su lo stelo, 

E trasvolando ai cespi di mirto e d’asfodèlo, 

Si approssima alla bimba sì bella e sì tranquilla ; 

E con un brusco colpo d’ala, a cui trema e oscilla 
Un albero percosso di subito stupore 
Sparpaglia ne la vasca i pètali del fiore. 

E in mano de l’Infanta non resta che una spina. 

Si curva ella su l'acqua e su la gran ruina, 

E non comprende nulla. La invade uno sgomento: 

E collo sguardo scruta il cupo firmamento. 

Non paventa la brezza che il soffio suo le spiaccia? 
La vasca pria sì limpida corruga ora la faccia: 

E l’acqua è negra e torbida e pare che la investa 
Una improvvisa collera di mare in gran tempesta. 
Quella povera rosa galleggia sovra Tonde, 

Ma le sue cento foglie giù ne Tacque profonde 
Rotando in seno ai vortici, di qua di là sen vanno, 
Disperse via pei flutti, come in un lungo affanno; 

E sembrano una flotta che naufragar minaccia. 

— Altezza ! disse l’aia sempre abbuiata in faccia, 

A quella bimba assorta nel suo sbigottimento: 
Quaggiù tutto è in dominio dei re, fuori che il vento. — 

- 






! 







V