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Full text of "Gli armaroli Milanesi : i Missaglia e la loro casa"

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JACOPO CELLI 9 GAETANO MORETTI 





ISSAGL1A 


I 

E LA LORO Casa 



MILANO 9 VLRICO HOEPLI - EDITORE % MCMIII 












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Gli Armaroli Milanesi 


I MISSAGLI A 

E LA LORO CASA 


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EX LIBRIS. 


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j. Gelli » G. moretti 


GLI ARMAROLI MILANESI 

I MISSAGLIA 

E LA LORO CASA 

NOTIZIE ■ DOCUMENTI - RICORDI 

56 TAVOLE E 12 INCISIONI NEL TESTO 



Ulrico Hoepli 

EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA 
MILANO 


1903 



EDIZIONE DI 300 ESEMPLARI 


PRO FRI ETÀ LETTE R A RI A 


Milano, Tipografia Umberto Allegretti, via Larga 24- 


RICORDO AMICHEVOLE 


A 

LUCA BELTR AMI 


ARCHITETTO 



INDICE DEI CAPITOLI 


I. Fabbrica e commercio delle armi in Milano dal XV al XVII secolo pag. i 

IL. I Missaglia ....... » 31 

Alberetto della Famiglia Negroni detti Missaglia ..... » 71 

III. I Negrioli o Megrolì da Elio ....... » 75 

Alcune note alle tavole . . » 83 

IV, La Casa dei Negroni da Elio detti Missaglia ........ » 95 



INDICE DELLE TAVOLE 


Tav. I - Armatura incompleta deirArmeria Imperiale di Vienna attribuita- ad 

artefice milanese. 

» II - Marche di armaiuoli milanesi. 

» III - Marche di armaiuoli milanesi. 

» IV - Armatura di Massimiliano I. Ritenuta opera dell’artefice milanese Ber- 

nardino Cantoni. (Armeria Imperiale di Vienna). 

» V - Armatura completa di Massimiliano I. Ritenuta opera dell’artefice 

milanese Bernardino Cantoni. (Armeria Imperiale di Vienna). 

» VI - Armatura di Massimiliano I. Ritenuta opera del milanese Bernardino 

Cantoni. 

» VII - Armatura all’antica d’acciaio, bianca e oro, ritenuta appartenente ad 

Antonio Martinengo e perciò considerata lavoro bresciano. (Reale 
Armeria in Torino). 

» Vili .... - Corazza appartenuta ad una ricca armatura da torneo del XVI se- 


colo, lavorata ad acquafòrte. Opera di artefice milanese. (Reale 
Armeria- in Torino). — Goletta (parte anteriore) incisa a bulino e già 
dorata. Lavoro italiano (forse milanese) del XVI secolo. (Reale Ar- 
meria in Torino). 

» IX - Armatura equestre compiuta bianca e oro, da pompa e da correre la 

lancia. Lavoro lombardo (bresciano o milanese) della seconda metà 
del XVI secolo. Appartenne a un Martinengo. (Reale Armeria in 
Torino). 

» X - Armatura nera compiuta, della fine del secolo XVI, appartenuta ad 

un uomo d’arme di Carlo Emanuele I. Opera attribuita ad artefice 
milanese. (Reale Armeria in Torino). 

» XI - Armatura bianca, compiuta, della seconda metà del XVI secolo, di 

forma gotica, striata, di acciajo forbito, con scarpe alla poulaine, at- 
tribuita ad artefice milanese. (Reale Armeria in Torino). 

» XII - Armatura spigolata bianca, compiuta, da cavallo. Lavoro della seconda 

metà del XV secolo. (Probabilmente milanese, forse dei Fratelli da 
Merate). (Reale Armeria in Torino). 

» XIII .... - Armatura da giovinetto di Filippo III (1585). — Rotella di Filippo III 
(1590) (forse opera di Lucio Piccinino). (Reale Armeria di Madrid). 


XII 


Tav. XIV . * * » - Goletta dell’Arciduca Alberta d'Austria (1602), la quale vuoisi attribuire 
ad artefice milanese* 

» XV - Armatura completa di Ferdinanda conte del Tirolo. Opera dell’ arte- 

fice milanese G. B. Serrabaglio. (Armeria Imperiale di Vienna), 

» XVI , . . * - Pezze di armatura compiuta, equestre, incisa e dorata, segnata Pompeo 
(Della Chiesa), (Museo Poldi-Pezzoli, Milano), 

» XVII* . . . - Pezze di armatura compiuta equestre, incisa e dorata, simile alla pre- 
cedente nella forma e in molti dettagli e perciò da ritenersi opera 
di Pompeo Della Chiesa, (Museo Poldi-Fezzoli, Milano). 

» XVIII . * , ■ Corazza, goletta, spallacci e bracciale destro, parte di una ricca arma- 


tura incisa ad acquafòrte e ritoccata a bulino* Opera di Pompeo 
Della Chiesa. (Reale Armeria di Torino), — Celata in ferro a go- 
letta snodata incisa a figure, ornati e trofei portante l’anagramma 
e il lioncorno dei Borromeo, Attribuito a Pompeo Della Chiesa* 
(Museo Poldi-Pezzoli, Milano). 

» XIX. .... - Petto a lame li scie e decorate di intagli con dorature su fondo nero. 

Lavoro attribuito a Pompeo Della Chiesa. (Reale Armeria, Torino). 
— Petto con due lame della falda riccamente scolpito a schiacciato 
rilievo. Opera di Pompeo Delia Chiesa. (Reale Armeria, Torino). 

y> XX - Corazza, Celata, Goletta, Spallacci e Bracciali, Parti di ricca armatura 

della seconda metà del secolo XVI. Parrebbe opera di Pompeo 
Della Chiesa, (Reale Armeria, Torino), 

» XXI - Striscia appartenuta al Duca Emanuele Filiberto, adoperata nella 

funzione di creazione dei Cavalieri della SS. Annunziata* (Reale Ar- 
meria di Torino). — Spada italiana della seconda metà del XVI secolo. 
Opera di Antonio Piccinino, milanese* (Reale Armeria in Torino), 

» XXII . * * * - Armatura completa dì Alessandro Farnese, Attribuita all’artefice mi- 
lanese Lucio Piccinino* 

» XXII I* * . - Borgognotta e Rotella dell* Imperatore Carlo Quinto, Opera milanese 
da attribuirsi a Lucio Piccinino. (Reale Armeria di Madrid), 

» XXIV ... - Armatura completa dì Alessandro Farnese* Attribuita all* artefice mi- 
lanese Ludo Piccinino. 

» XXV * ... - Scudo appartenente all'armatura di Alessandro Farnese, attribuito a 
Lucio Piccinino, 

» XXVI ... - Picchiere, (De Gehn, 1608)* — Archibusiere con archibuso a miccia* 
(De Gehn, 1608). 

» XXVII * * - Archibusiere tedesco con archibusone a forcina, (De Gehn, 1608), 

» XXVII I* * - Moschettiere pronto al fuoco. (Giffart, 1696). — Picchiere che presenta 

la picca alla cavalleria. (Giffart, 1696). 

» XXIX * * * - Armatura di Federico Siegreichen, Opera dell'artefice milanese Tom- 
maso M issagli a, 

» XXX*,,, - Armatura equestre compiuta , spigolata, appartenuta al Cardinale 

Ascanio Maria Sforza Visconti* Opera di Antonio Mìssaglia. (Reale 
Armeria in Torino). 

» XXXI . , * - Affresco del Bramante (già in Casa Panìgaroli). 

» XXXII . * - Affresco del Bramante (già in Casa Panìgaroli). 

» XXXIII*. - Affresco del Bramante (già in Casa Panigai oli), 

» XXXIV , . - Armatura equestre compiuta, bianca. Lavoro milanese della fine del XV 

secolo. (Quasi certo opera di Antonio M issagli a). (Reale Armeria in 
Torino), 

» XXXV . , - Armatura di Roberto Sanse veri no. Opera dell’ artefice milanese An- 
tonio Mìssaglia. 

» XXXVI. * - Rotella dell’ Imperatore Carlo V (1541) detta « lo Scudo di Minerva », 
È tra le opere più perfette e belle dei Negrioli* 


XIII — 


Tav. XXXVII. - Borgognotta da pompa dell’Imperatore Carlo V. Opera dei Fratelli 
Negrioli nel 1545. 

» XXXVIII - Armatura da battaglia dell’ Imperatore Carlo V (1516) (forse di Daniele 
Hopfer). (Reale Armeria di Madrid). — Armatura da giostra del- 
l’Imperatore Carlo V (1520). (Reale Armeria di Madrid). 

» XXXIX. . - Armatura da giostrare a piedi dell’Imperatore Carlo V (1525). (Reale 
Armeria di Madrid). — Armature dell’ Imperatore Carlo V (1538) 
(i539)* (Reale Armeria di Madrid). 

» XL - Armatura equestre compiuta da giostra dell’Imperatore Carlo V (1517). 

(Reale Armeria di Madrid). — Armatura compiuta da giostra del- 
l’ Imperatore Carlo V (1520). (Reale Armeria di Madrid). 

» XLI .... - Armatura equestre compiuta da battaglia dell’Imperatore Carlo V (1520). 

(Reale Armeria di Madrid). — Armatura compiuta equestre del- 
l’ Imperatore Carlo V (1530). (Reale Armeria di Madrid). 

» XLII. ... - Brigantina e Celata del Duca Francesco Maria della Rovere. Opera 
di Filippo Negrioli. 

» XLIII ... - Scudo appartenente all’armatura di Francesco Maria della Rovere. 
Opera dell’artefice milanese Filippo Negrioli. 

» XLIV ... - Armatura equestre compiuta appartenuta al Duca Emanuele Filiberto, 
attribuita al milanese Gio. Paolo Negriolo. (Reale Armeria, Torino). 

» XLV .... - Armatura di Emanuele Filiberto, attribuita a Domenico Negrioli. 

» XLVI ...» Armatura di Carlo V, imperatore, attribuita ad artefice milanese del 

secolo XVI (Campi o Negrioli?). 

» XLVII . . - Armatura di Carlo V, imperatore, attribuita ad artefice milanese del 
secolo XVI. (Campi o Negrioli?). 

» XLVIII. . - Ferro da cialdoni del Roscetto, destinato al Cardinale Ascanio Maria 
Sforza. 

» XLIX ... - Casa Missaglia. Stato della fronte lungo la Via Spadari, coll’ indica- 
zione delle traccie ritrovate. 

» L - Casa Missaglia. Sezione trasversale del Cortile, rilevata nel corso delle 

demolizioni. 

» LI - Casa Missaglia. Sezione longitudinale della casa, rilevata nel corso 

delle demolizioni. 

» LII - Casa Missaglia. La fronte verso Via Spadari, ricostituita secondo le 

traccie ritrovate. 

» LUI - Casa Missaglia. Sezione trasversale del Cortile, ricostituita secondo le 

traccie ritrovate. 

» LIV - Casa Missaglia. Sezione longitudinale della Casa, ricostituita secondo 

le traccie ritrovate. 

» LV - Veduta d’assieme del cortile, al momento delle demolizioni. — Uno 

dei capitelli del porticato terreno, verso il cortile. 

» LVI - Traccia di una delle finestre del primo piano, verso il cortile. — Una 

delle finestre del secondo piano, verso il cortile. 
















































Questo lavoro racchiude le notizie stigli armaiuoli milanesi (pura 
gloria italiana'), da noi racimolate scartabellando le vecchie carte del- 
l'Archivio di Stato e di qtiello Storico Civico di Milano. 

L'opera nostra, adunque, deve essere considerata come l'inizio di 
tino studio intorno a quelli artefici sommi , il quale attende continua- 
zione e complemento da studiosi più di noi fortunati nelle loro indagini. 

Abbiamo voluto che il lavoro nostro si presentasse al pubblico sotto 

il patrocinio di Luca Beltrami, perchè il suo nome è caro ai milanesi, 

» 

e perchè Egli seppe riaccetidere nei suoi concittadini il cidto, momenta- 
neamente assopito, per le memorie del passato, raccolte nella capitale 
della Lombardia. 

* 

Non tutte le figure di armature riprodotte in questo lavoro sono 
di opere di artefici milanesi. Noi qui ne riproducemmo talune di altri, 
perchè fosse facile al lettore il confrotito tra le opere squisite degli ar- 
maiuoli nostri con quelle noti meno celebrate di famosi operatori stra- 
nieri. E così, l'armatura e la rotella di Filippo III ( tav. XIII) sono da 
ritenersi opere di artefice nostrano, forse di Lucio Piccinino, per l'af- 
finità del lavoro con l'armatura di Alessandro Farnese , anche di detto 
Lucio ( Tavola XXIV). La seconda figura della tavola XXXVIII 
rappresenta un' armatura di Carlo V, di artefice tedesco , forse di 


XVI 


Daniele Hopfer di Augsburgo; la figura di sinistra della tav. XXXIX 
è dincerto autore; quella di mezzo di Desiderio Colmami; quella di 
destra dei Negrioli di Milano . Le due figure della tavola XL sono da 
attribuirsi: la prima a Daniele Hopfer ; la seconda a Co Iman Helm- 
sckmied, al quale va assegnata pure la figura di sinistra di tav . XLI ; 
poiché quella di destra è opera di Hans Burgmair . 


90 90 90 


I. 


FABBRICHE E COMMERCIO DELLE ARMI 

IN MILANO 

D AL XV AL XVII SECO L O 


L’arte non facile di modellare a colpi di martello il ferro fuci- 
nato toccò le vette eccelse di una perfezione meravigliosa durante il 
periodo del Rinascimento. Il merito di tanta perfettibilità spetta alla 
razza latina e in modo particolare agli artefici milanesi, che in quel- 
l’arte riescirono eccèllenti. Questi modesti quanto intelligenti lavoratori 
del ferro seppero dare alle opere da loro fabbricate nobiltà di forme, 
raggiunta solo dalla perfezione del lavoro, che pur oggi sorprende e si 
fa ammirare da chi n’ha conoscenza. In quei capolavori di ferro battuto 
le linee del disegno, sempre geniale, sono purissime ; 1’ esecuzione 
del cesellato o dell’agemina è perfetta; poderosa la resistenza di quelle 
delicate armature. 

E così, mentre la Spagna per la tempera delle lame di Toledo 
assurgeva a fama mondiale; nome invidiato si acquistava l’Italia presso 
l’universale per l’eccellenza e la bellezza delle armi difensive, battute 
da artefici milanesi. 

E, non solo le pezze principali dell’uomo o del cavaliere armato 
di tutto punto ebbero in Italia, e a Milano particolarmente, esecu- 
tori ammirevoli ; ma anche gli arnesi più umili ed ausiliari di quelle 
armature, come le barde, i morsi, le staffe, le redini, ecc., furono la- 
vorati con gusto squisito e con arte degna del maggiore elogio. 


Tra gli armajuoli milanesi, dei quali giunsero a noi il nome e 
le opere, il posto principe viene condiviso da due famiglie originarie 
da Elio; la famiglia dei Negroni, detti Missaglia, e quella dei Ne- 
groli o Negrioli. 

Le opere sortite dalle officine di queste due famiglie oggi sono 
considerate come opere d’arte pregevolissime, e come veri capolavori 
del Rinascimento. 

Al dubbio sollevato da alcuni studiosi : se i Negroni e i Ne- 
groli da Elio potessero appartenere o rappresentare una sola ed 
unica famiglia di artefici, noi rispondiamo che, gli elementi storici 
rintracciati ci autorizzano a ritenere infondato il dubbio: senza esclu- 
dere però, che i Negroni potessero essere parenti dei Negroli. Le 
ragioni atte ad avvalorare la nostra supposizione le esponiamo in altra 
parte di questa modesta memoria, essendoci riservati di lumeggiare 
a larghi tratti nel capitolo presente l’importanza che avevano in Mi- 
lano la fabbricazione e il commercio delle armi e delle armature dal 
Quattrocento al Seicento , e quanto in quell’arte fossero eccellenti gli 
artefici milanesi, dei quali ci pervenne notizia. — E ciò faremo, ben in- 
teso, attenendoci alla cronologia dei documenti rintracciati nell’Archivio 
Storico Civico (S. Carpoforo) e nell’ Archivio di Stato di Milano, 
dove i direttori dott. Verga e Conte Malaguzzi ci furono generosi 
di ajuto. 


* 

Ai 15 di agosto del 1371 risale il documento più antico da 
noi rintracciato. E la concessione di immunità e di familiarità fatta 
da Galeazzo Visconti, signore di Milano, a Sirnone de Currentibus, 
fabbricatore di armature; privilegi che gli furono riconfermati il 19 
marzo del 1395 ( Lett . Due. Arch. Civ.). 

Ma, già prima di quell’epoca, i lavoratori del ferro in genere, 
e particolarmente gli armajuoli, dovevano godere nello Stato di Mi- 
lano di privilegi speciali e di molta considerazione da parte dei go- 
vernanti. Ciò si deduce dallo incremento, inusitato per quei tempi, 
delle officine di armi, le quali toccarono un numero considerevole 


Tavola I 



Armatura incompleta dell' Armeria Imperiale dì Vienna 
attribuita ad Artefice Milanese, 















— 3 


cento anni prima che Simone de Currentibus ottenesse le concessioni 
di immunità dal duca Galeazzo Visconti» E che noi siamo nel vero, 
lo attesta Y Umiliato Bonvesin della Riva : « Vi ha, esso afferma, 
« nella città nostra copia grande di fabbri, i quali fabbricano quoti- 
« dianamente armature di qualsivoglia maniera, che i mercatanti di- 
« stribuiscono poi in mirabile quantità per altre città così vicine come 
« lontane. » 

E in seguito : 

* Imperocché i fabbri di corazze vanno oltre i cento; ciascuno 
« dei quali tiene sotto di sé moltissimi operai, che attendono inde- 
« fessamente al meraviglioso artifizio delle macchie. Vi sono altresì 
a molti fabbricanti di scudi, ed infine altri che attendono ad eseguir 
«c armi d’ogni genere, ma del numero di costoro io non faccio punto 
« menzione. » ( r ) 

L' «c artifizio delle macchie » di cui parla il Bonvesin della Riva, 
si riferisce a quelle parti delle armi che, essendo destinate a rice- 
vere gli ornamenti e le figure per mezzo del bulino e della azzimina, 
non erano tirate a pulimento, come si soleva fare per il resto, ch'era 
ridotto terso e lucente a mo* di specchio. E le parti lasciate grezze si 
addimandarono « macchia, » anche nelle armature nere , le quali non 
venivano brunite, essendo la brunitura riservata alle armature bianche. 
Di questa brunitura Paolo Morigia nella //istoria deir antichità dì 
Milano (Venezia 1592) a pag. 289 ne attribuisce l’invenzione «a 
Ferrante Bellino stupendo maestro di lima et inventore di dar il 
lustro al ferro », 11 Morigia qui non è stato chiaro. La brunitura 
del ferro contava già parecchi secoli, quando venne al mondo V ot- 
timo Bellino, il quale nel dare il lustro al ferro avrà ideato un mezzo 
nuovo e forse più pratico e sollecito di quello sino allora in uso. 
Così, e non altrimenti, noi riteniamo che si devono interpretare le 
parole del Morigia. 

Una lettera ducale (ibidem) del 17 luglio 1391 concede immu- 
nità a Giovanni Meraviglia, € detto Animonns » (forse Ammosus), fab- 


( ] ) De magnalibus urbis Medio latti t Roma 1898, Cap, V. dist, xx e xxi, De Armis 
Medìolanensium , Nnnurns fahrorum lorìcarum , pag, 149. 


4 


bricatore delle armi del Signor di Milano (') ed altra missiva ducale 
(Ibid.) del 6 febbraio 1395 concede facoltà agli armaroli di poter 
tenere farina e crusca sulle armi lavorate, a fine di proteggerle dalla 
ruggine. 

Allorché questa lettera ducale concesse agli armajuoli ambro- 
siani il diritto di ricoprire di farina e di crusca le armature da loro 
fabbricate, onde non venissero intaccate dalla ruggine, il numero di 
quei maestri erasi grandemente accresciuto. E a ciò avevano contribuito 
X allargamento dato al suo ducato da Gian Galeazzo Visconti; 1’ au- 
mentato pericolo di guerra e, più che tutto, il mestiere delle armi, 
al quale le circostanze attiravano i fami 1 Ioni e coloro che non ave- 
vano nulla da perdere : e quelli che nel menar le mani avevano 
tutto da guadagnare: e coloro, infine, che, per difendersi dai soprusi 
e dalle violenze dei più forti, erano costretti a ricercare nella bontà 
delle armature, nella gagliardìa del braccio, nella fermezza deH’animo 
e nella indovinata direzione della punta di una spada, la salute del 
corpo e la difesa de’ propri diritti. 

Se tutte queste circostanze, adunque, avevano contribuito a svi- 
luppare ovunque l’ industria della fabbricazione delle armature e delle 
armi ; la eleganza, la bontà e il relativo buon mercato di quelle 
battute all’ ombra di S. Ambrogio avevano reso Milano 1’ emporio 
del commercio delle armi non solo di Lombardia; ma d’ Italia e 
d’Europa! Sicché, nella Capitale lombarda la produzione assunse mi- 
sure «mirabolanti ». Che così fosse, lo afferma il Verri, nella sua Storia 
di Milano (Mil. 1850, to. II. p. 152), dove narra che, avendo il 
Carmagnola rimandati « disarmati bensì, ma liberi » al duca di Mi- 
lano tutti i generali e i soldati dal Capitano veneto fatti prigionieri 
nella triste giornata di Maclodio (11 ottobre 1427), Filippo Maria 
potè in pochi giorni riarmare da capo a piedi tutti codesti militi e 
rimetterli in campo. — « Molto degno di osservazione — dice il 
Verri — è il fatto che due soli artefici di Milano in pochi giorni (*) 


(*) Jo. Marcus Mirabìlio (Meraviglia) discendente da questo celebrato maestro d 'ar- 
mature, è annotato tra i tenitori dì botteghe e fabbriche d^armi <& {Magìstrì ab hìpotecis 
armar um) » in un documento del 1492, del quale terremo parola in seguito. 


Tavola II. 


MARCHE DI ARMAIUOLI MILANESE 



Marche Marche 

dei b rancesco e Gabriel dt Vincenzo Figini 

(Fratelli) 
da Mera te. 



Marche 

di spadajo milanese 
del secolo XVI 


àAi 

A K 


DANIELO * ME - FECIT * IN * CASTELO * MEILANO « 1479 
Marca milanese del secolo XV. 


Marche di spadai milanesi LUDOVICO * FON TA N A 

del principio del sec, XVL Alla * luna - Milano 


Marca di spadaio milanese tolta da ima striscia del sec. XVI 
(dalla Raccolta Bagatti- Valseceli ì). 



Marca detta dello Scorpione 
di spadai milanesi 
del secolo XVI 


Marca 

di spadaio milanese 
del secolo XVL 


Marca 

attribuita a uno dei Piatti 
(Sec. XV e XVI). 



Marca 

attribuita a Carlo Porro 
(Secolo XV). 


PIETRO CAIM(o)AL S(egno) Dfel), LION (doro 

o 
Z 

< 


Marche di Pietro Caimo, celebre armajuolo milanese 
del Secolo XVI: 





























5 


gli diedero (al duca) le armature per quattromila cavalli e duemila 
fanti ! » 

Quando il pensiero dello studioso si posa su tutto il materiale di 
ferro battuto necessario per coprire quattromila cavalieri co’ rispettivi 
cavalli e duemila fanti, non può non rimanere più che meravigliato, 
attonito, della importanza e ricchezza straordinaria delle fabbriche 
d’armi milanesi. Nè si può ammettere che il Verri abbia esagerato; 
poiché egli non ha fatto che ripetere quanto affermarono il Biglia, 
il Muratori ed altri storici, sulla veridicità dei quali non è concesso 
sollevare dubbi di sorta. 


? 

Una grida del 9 ottobre 1448 proibisce di portar fuori dal ter- 
ritorio milanese qualsiasi sorta d’arme (Reg. L. D. 1441-50. B e C. 

fot. 47 P- « 163). 

Nel 1455, 12 ottobre, il duca Francesco Sforza con sua lettera 
ai « Regalatoli et Magisiri Intratarum » ordina : « a contemplatone 
de la Serenissima Maestà del Re de Franza (Carlo VII) siamo con- 
tenti et volimo che voy debiati dare facoltà et concedere licenzia a 
Balzarino da Trezo armorero de questa nostra cita, de conducere 
de questa nostra cita, in Franza due some, videlicet vinti baioni de 

azale per uso de la Serenissima Maestà del Re liberamente, ecc 

Volemo etiandio che voy debiati annullare et reuocare la segurtade 
quale dicto Balzarino havea data de non condure alcuni lavoratori 
de l’arte sua fuora della nostra jurisdictione, remanendo però sempre 
obligati li suoi in casu ch’el contrafacese in menare o condure li la- 
voratori contro 1 ’ ordini nostri. Mediolani xij aprilis 1455. sign. 
Jac(obus)». (Miss. due. n: 25 f. 139. Arcui. St. Mil.). 

Da questa licentia emergono due fatti degni di nota : i° Mi- 
lano nel 1455 forniva armi al Redi Francia; 2 0 la cura gelosa che 
il duca Francesco metteva nello impedire che gli artefici milanesi di 
armi emigrassero fuori dallo Stato suo. 

E non solo il Re di Francia, ma pure altri potenti principi si 
rivolsero al Duca e a Milano, per essere armati bene e bellamente. 


6 


La conferma di ciò si ha in una lettera di Ludovico IX, duca di Baviera, 
a Francesco Sforza, con la quale Ludovico raccomanda al duca di 
Milano il suo armajuolo Guglielmo Hochenberger, resosi nella ca- 
pitale lombarda per acquistare armature pel suo signore. La ripro- 
duciamo nella sua integrità, perchè ci pare che tale missiva rap- 
presenti un documento importante pel commercio milanese di quel- 
1’ epoca : 

« Nostro amicissimo ad ogni servicio principalmente Ill.mo Sig. re 
caro cusin. Nuy mandamo ad vostra amicitia el nostro Maistro d’arme 
et caro fidel servitore Gulielmo Hochenberger presentator de questa 
littera, et a luy haverne commisso ad nuy alcune armature apresso 
de voy per apostarle et farle. Pregamo nuy la vostra 111 . amor et 
carità voy voyati apresso li Magistri d’arme fare appostare et con 
loro parlare, che nostre arme siano facte senza dilacione alcuna, et 
quello nostro servitore sia expedito. Ancora pregamo la E. et Sig. 
V. et la vostra caritate a nuy mandare uno cavallo corsero che sia 
in perfetta età per dicto nostro servitore. Et per quelle se le S. V. 
de alcuna cosa havesse de bisogno in el nostro paise et in nostre 
forze seremo a vostro piacere et a vostro amore non diremo el con- 
trario. Dato Landshut venerdì poso S.'° Zorzo anno domini etc. lviiij 0 
(27 aprile 1459) >. 

« Ludovicus dei gratia Comes Falze apud Rhenum, Dux supe- 
rioris et inferioris Baverie » etc. 

A tergo : « Al Altonato Signore nostro caro cusin Signor Fran- 
cesco Duca de Milano » etc. 

(Arcii. Stato Mil. — Potenze estere. Baviera). 

Narrando dei Missaglia, noi proveremo co’ documenti come Mi- 
lano, anche prima del 1455 e del 1459 fornisse d’ogni sorta d’armi 
anche Stati non italiani. Per quanto concerne alla gelosa cura del 
Duca a che i suoi « magistri armorum » non abbandonassero il suo 
Stato, trova giustificazione nella scarsezza del ferro in Lombardia; 
nella necessità pel Duca di provvedersi di importanti munizioni d' armi 
in que’ tempi di rivalità e di lotte continue; nella diffidenza e nelle 
difficoltà sollevate sempre dalla Repubblica Veneta verso i duchi di 
Milano, ai quali perennemente lesinò ferro grezzo ed artefici di questo 
metallo, tanto prezioso nelle guerre di allora. 


Tavola III. 


MARCHE DI ARMAIUOLI MILANESI. 




S<ESBB+^ 


AL ■ SEGNO ■ DEL ■ GATO 


Marca attribuita 
a Daniele Serr ab aglio 
(Secolo XVI). 


Marca 

attribuita allo spadajo milau. 
Giovanni Sali m beno 
(Secolo XV). 


Marca milanese 
tolta da due brandistocchi 
dell* Armerìa liniero. 
(Secolo XVI) 



Cinque marche di Antonio Piccinino padre di Federico 
(Secolo XVI), 



Marche 

di Federico Piccinino 
(Secolo XVI). 






Marca 

di 


Marca attribuita 
a 


Tommaso Mi ss agli a Tommaso M issagli a 
(Secolo XV). 


Marche 

di Antonio Miss agli a figlio di Tommaso 
(Secolo XV). 



Marca di Filippo 
e Giacomo Negrioli 



Marca Marca 

dei Fratelli Negrioli di F,, ' ,ppo e G,ACOMO 

Negrioli 












7 


A questa proibizione draconiana — sebbene in via provvisoria 
— * il duca Galeazzo Maria deve aver derogato talvolta e forse per 
Luigi XI, come abbiamo potuto dedurre da una « supplìcaiio de 
Jacobìfd Ayroldì armorerus et Numi Serenissimi Regis Francorum » . 
Questa supplica non ha data ; ma dal contesto suo e dal confronto 
con altri documenti, abbiamo potuto convincerci eh’ essa fu scritta 
verso il 1470* 

L’ Ayroldo scrive all" « ///. mo et Jucimdo principe * » 

^ Intendendo el Serenissimo Re de Franzia fare fabricare al- 
cune gentile et belle armature per la persona sua et deli altri ba- 
roni, signori et scuderi stano ad la Corte sua, et non havendo Ma- 
gistri che li para debiano supplire ecc,*.., mandava da la celsitudine 
vostra Jacobino Ayroldo (milanese, già concesso in prestito dal Duca 
al Re di Francia) armorero suo con lettere sigillate et signate de 
propria mano del prefato Re, pregando affec tu osamente et caramente 
la prefata sig* V. et per summo piacere la si degnasse mandare con 

esso Jacomino duodeci compagni instrucU di fare armature con 

li loro instrumenti apri a tale lavorarlo offerendo molto ben meritarli 
et facta la opera remandarli ecc » 

Dalla supplica dell* Ayroldo chiaro appare che Luigi XI te- 
messe un rifiuto da parte del Duca ; tant’ è che, con altra lettera, 
invoca l'intervento a suo favore della duchessa Bona* 

Quale risultato abbia avuto la supplicatio dell' Ayroldo non c* è 
stato possibile appurarlo ; ma, sta di fatto che le cose non andarono troppo 
liscia; giacché, gli artefici armajuoli di Milano sollevaronsi contro 
F Ayroldo, sostenendo il principio protezionista che l'invio in Francia 
di « tanti artefici co loro strumenti » avrebbe rovinato il commercio e 
l’industria milanese e che, se il Re di Francia ambiva coprire sè e 
i suoi con armature di artefici lombardi, avrebbe potuto mandare a 
Milano le misure sue e quelle de* suoi baroni* (Arch. St, Milano: 
Militare acci). 

In altra missiva ducale (N. 108 foL 210) del 1472 (20 marzo) 
diretta al « Domino Lodovico Regi Francorum > si chiede la libe- 
razione di « Jacobi diati Bichignole Mediolanensis armorum /ab ri seu 
magistri » tenuto prigione sotto 1’ imputazione di avere introdotto 
armi nei domini dì quel re per 1 nemici di questo. Ed in altra mis- 


8 


siva ducale (Reg.° III, foL io) datata « in Navi in fumine Padì 
apud Cremonam die xvnj Julij 1472» firmata C (ichus Simonetta) e 
diretta a « Sfar He de tì e finis de Floreniia f 1 ) » si legge « Se recor- 
diamo questi di passati hauere ti scripto che per parte nostra recom- 
mandassi ad la Maestà de quello S/ e Re Cataneo di Catane! (*) 
nostro merchante milanese, per tenere luy botheche d’arme ad J u rs 
et altrove in quello reame ecc. Luy ne ha facto intendere..*., pre- 
detta Maestà hauere risposto che liberamente vadi et pratichi etc**** 
Ma perchè ha pur di là de lì emidi come nel mesterò suo accade 

et che questi tempi corno sai sono suspectosi de guerra. ne pa- 

rari a predetta Maestà li prevedesse de uno salvo conducto che 

doveva essere poi fatto avere al Cataneo elei Catane! a Lione, dove 
avrebbe dovuto trovarsi « passata la fiera d’agosto » di quell’ anno. 

Noi abbiamo riferito questi brani della missiva ducale a fine 
di segnalare Y amorosa cura con la quale il Duca milanese si oc- 
cupava delle faccende de suoi fabbricatori d’ armi, verso i quali, 
tanto lui, quanto i successori suoi furono larghi di benefici d’ ogni 
specie, meno per sentimento di giustizia o di liberalità, che per la 
opportunità ne* potenti di mostrarsi premurosi verso quei fedelissimi 
servitori i quali, oltre alle armi ed alle armature, mettevano alla di- 
sposizione del Principe, e lo vedremo in seguito, anche la borsa, nella 
speranza certa di ritrarne come che sia utilità* 

Il 26 agosto del 1492 viene vocatus il procedimento penale 
contro «Johannes Petrus de Bizozero Magister bulgiarum ( $ )y> impu- 


t 1 ) Questo Sforza de' Betlim da Firenze era T Oratore del duca di Milano presso 
il Re di Francia. Si. Lontb. II, 180 in nota, e XII, 21* si parla di lui ; e vi 

si leggono sue notizie da Tour e da Arbois, dove appunto andarono a stabilirsi il Cat- 
taneo e i Fratelli Francesco e Gabriel da Merate, 

(9 I Cananei di quest* epoca erano già detti dei Figìni. Quindi non sarebbe im- 
probabile che i famosi armaiuoli milanesi di tale nome fossero discendenti da questo o 
da altri Cattanei mercanti d’armi* - — (Si vegga in proposito Ardi, Stor. Civ* (S. Carpo - 
foro, Pe r so ne- Bigiù ì ) . 

0 Di un magister armar um dello stesso cognome — Mìe r animo Bizozero — ab- 
biamo trovato nota in una lista di nomi degli « Armar oli da Miliario », neWArcà. Civ. dì 


Tavola IV. 



Armatura di Massimiliano I. 

Ritenuta opera dell’artefice milanese Bernardino Cantoni* 


(Armeria Imperiale di Vienna)* 




9 


tato di aver voluto « sublevare Stephaninum laboratorem ar morti m » . 
1C della pena stabilita nella « proclamatione » del fu duca Francesco 
(proibente l’emigrazione dei lavoratori d’armi fuori dallo Stato) venne 
pure minacciato (col Bìzozero) Marcolo de Lemrdì «magistro ab armis»; 
e nell’udienza successiva del 27 agosto il Magnifico Signore Barto- 
lomeo Chalco chiama a testimoni e diffida e ricorda 
a « Francisco de Morate Magister armorum » ; 
a Jacobo de Cantano (Cantoni) ; 
a Galeas de Vare derio ; 
a Ambrosio de l' Acqua ; 
a Magistro Francisco de Vimercate 
a Joanne Gariboldo; omnibus Magistris ex armis 
le pene stabilite dalla proibizione del quondam duca Francesco per 
quei capi fabbrica d’armi che inducessero qualche loro operajo a 
emigrare dallo Stato di Milano. 

Nel successivo 28 agosto la stessa chiamata e intimazione vien 

fatta agli « infrascripti et Magie tri ab hipoteds et laboratores armorum 

« Franciscus Bolitega 1 , .... 

, , , , „ > Magi stri ab hipotecis armorum 

Joannes Antonino de Albayrate 1 

Joannes Jacobus de Vicomercato 

Bel tram us de Stuch is 

Franciscus de Locate 

Franciscus Flatus (Piatto o Piatti) 

Franciscus Besana 

Mafiolus de Ravagnasco » . 

tutti: «: laboratores armorum » ; 

e Magister Antonius et Cristoforus fratres de Samaliis (cre- 
diamo Missaglia, poiché nomi ed epoca corrisponderebbero a loro). 


S. Carpo foro. (Armi e Armajtwlì ). Il documento non ha data ; però ci fu possibile stabi- 
lire in modo sicuro clPè anteriore all’agosto 1557, perchè nello stesso archivio trovammo 
questo documento : «fili. 0 S, mio. Da persone degne di fede sono accertato che magistro 
Sebastiano prina armarolo al segno del Montilo» bollattmato per scutti cento è persona 
pouora ecc. Questo documento ha la data surriferita (agosto 1557) ; mentre il nome di 
Sebastiano Prina si trova appunto tra quelli della lista citata e della quale avremo oc- 
casione dì riparlare, poiché contiene pure i nomi di Gian Paolo, Alessandro, Hieronimo 
e Battista, Negroìo (Negrtoli). 


IO 


Jo* Marcus Mirabilio, 

Domimene de Negrolo et ejus nepos 
Johannes Salinbeno 

tutti : « Magìetri ab hipoieeis armorum . » 

Il 29 agosto la medesima chiamata e ramanzina da parte del 
signor Chalco tocca a 

«Joannes de Faerno 
Joannes de Ambrosionibus 
Gabriel de Sedriano 
Michel de Pigino » , 

tutti, essi pure» « Magie tri ab hipoieeis ar mommi. » 

Questo documento» da noi rintracciato nell I * * * 5 Ardi* di St* MiL 
(MiL e Fabh. d' armi), nella semplicità sua è prezioso per i nomi 
degli artefici che ci tramanda, tra' quali si leggono, oltre a quello dei 
Missaglia, i nomi di non meno celebrati armajoli di quel tempo (1492) 
cioè: Cantoni, Negroli, Pigino, Piatti, Merate, ecc M dei quali avremo 
campo di narrare tra breve* 

* 

I documenti che ci ricordano Jacopo Cantoni non sono molti; 
anzi, sono troppo pochi per soddisfare la curiosità dello studioso 
intorno alla vita e alle opere di questo eccellente maestro* Malgrado 
le più accurate ricerche non abbiamo trovato che due missive du- 
cali nell* Arch. di Stato; una del 1478 « Porte Jovis Mediatemi, » 21 set- 
tembre, a firma «B* Chalcus >; 1 J altra» senza data (ma tra il 1477 e 

1480) è senza firma* Nella prima # Bona e Joannes Galeaz Maria 
Sfortia » ecc*, ci informano che « Proximis diebus de mandato nostro 

« magìster Jacobus de Cantone armorum faber suo exercitus nostri 

€ advérsus Germani missi tisu missit Serrau alleni ballas duas armorum 

€ diversi generis prò armandis teutonieis, que ibi reliquit, et alios 
« ballas duas armorum eiusdem sortis cum sexaginta coracinis, quas 
« Papiam duxisse exposuit » E, come la necessità di addurre a Genova 
quelle armature era venuta meno, così fu impartito bordine che fossero 
ricondotte a Milano. Nella seconda si comanda ai Podestà, Capitani, 


Tavola V. 



Armatura completa di Massimiliano I. 

Ritenuta opera dell’artefice milanese Bernardino Cantoni. 


(Armeria Imperiale di Vienna). 




1 1 


Commissari, Vicari, ecc., di assistere il detto Jacopo Cantoni pel ri- 
cupero di certi suoi crediti. Quando sia morto questo artefice non 
sappiamo ; però è certo ch’esso viveva ed esercitava 1’ arte sua il 
27 agosto 1492 ( Doc. citato). 

Di suo figlio Bernardino si sa che egli era quanto il padre ec- 
cellente nel fabbricare armi difensive; talché ebbe ordinazioni dall’im- 
peratore Massimiliano I, pel quale battè le armature qui riprodotte. 

La Brigantina (‘) completa di una di queste armature si conserva 
nell’ Arni. R. di Madrid, sotto il n.° 242 (Cat. Marchesi) ed è se- 
gnata « Bernardi . canto . mediolax . opus » . 


? 

Dei Fratelli di o da Merate le notizie sono quanto mai scarse. 
Di questi artefici più che buoni, eccellenti, si conosce la marca, ripro- 
dotta nella tavola apposita, e che si legge su armature di esecuzione 
squisita e degna del nome e della reputazione milanese. Francisco de 
Merate, è uno dei « magister armorum vocali ad audiendumverbum » 
dal « magnifico D. Bartolomeo Calcho » in data 27 agosto 1492, 
nel processo di subornazione di operaj, come risulta dal documento 
dell 'Arch. di Si. già citato. Si sa inoltre che, verso il 1495 i Me- 
rate, o taluni di essi, lasciarono Milano (’) (come e perchè non c’ è 
stato possibile appurarlo) per stabilirsi ad Arbois, in Borgogna, dove 
lavorarono con molto onore. (*) 


(*) La brigantina era un corsaletto di lamelle di ferro o di acciajo, sovrap- 
poste come i tegoli di un tetto, ribadite sopra un giubboncino di grossa tela o di pelle, 
ricoperta di velluto o di seta, sulla quale spiccavano le teste delle ribaditure dorate o ce- 
sellate. L’interno del corsaletto era di tela o di pelle e, come ho detto, lasciava scoperte 
le ribaditure inferiori martellate sopra dischetti di metallo. Questa tela o pelle era poi 
foderata di un tessuto o di una pelle di daino. Talora le lamelle non erano ribadite; ma 
cucite sulla fodera interna. ( Getti . Guida dell’amatore e del raccoglitore di armi, ecc.). 

( ? ) Però in un documento tolto dall’ Arch. di St. Mil. {Mil. e Fabb. d'armi — Fas. II. 
d.° 1 .) in una lettera di Philippinus Fliscus a Ludovico il Moro, è detto : « Magistro Jo- 
hanne Petro da Barnarigio dice fornirà la curacina fra octo giorni ; Magistro Ferrando 
dice di haver fornite dal canto suo, Et Magistro Francesco da Merate dice fornirà le arme 
in fra tre giorni... Da ciò si deduce: o che i Fratelli da Merate emigrarono ad Arbois 
dopo il 1495 ; o che lasciarono uno di loro famiglia : Francesco, a Milano. 


In una miscellanea nell’ Arch. di Stato di Milano (Ses. Milit. 
Armi e Fabb. d' Armi) abbiamo rinvenuto questa lettera di Massi- 
miliano I, a Ludovico il Moro, datata da Vonnes (Worms) il 25 
aprile 1495. 

« Alto e potente Principe car. n, ° et Amm.'“ Cosino. Noi hauemo 
ben saputo et inteso da Gabriel vro armorero lo bono volere et af- 
fectione quale hauesì continuami de compiacerne et medesmami 
de la Kcentia che hauesi dato à Francisco fratello de esso Gabriel 
de restare sotto noi et in nra obe dienti a. Del che vi ringrati amo 
molto : et ricercamo che perseuerando in vra bona affectione voi 
vogliati dare licentia al dito Francisco de leuare in uro paese et 
Sigi Seuitori et operai] del suo mesterò per aiutarsene in lo facto 
del dicto suo mesterò. Helche ne facesi piacere grat. mo militando Dio 
el quale pgamo alto et potente Principe carr.'™ et amm," Cosino 
che ’l ve labia in sua s. ta gratia. » 

Noi opiniamo che Francesco e Gabriello dei quali si parla in 
questa lettera sieno i fratelli Francesco e Gabriello da Merate. 

Infatti, nel documento del 1492, citato poc’anzi, si trova il nome 
di Francesco da Merate; inoltre, si sa che i fratelli Merate nel 1495 
emigrarono, almeno in parte, da Milano per fissare dimora in Arbois. 
Ma, è pur certo che, Francesco nel 1495 fu pure in Milano e presso 
Massimiliano ; e che il Gabriele nello stesso anno raggiunse il fratello 
e poi tornò aneli’ egli a Milano. Ciò proverebbe che la fabbrica di 
Milano non restò chiusa, e che i due fratelli andavano e venivano da 
Arbois, o dalla Corte di Massimiliano, a Milano e viceversa. E che 
male non ci apponiamo ce lo conferma la « Rubrìca dei SS. Reddituali 
abitanti nelle Parrocchie dì Milano » dove, in quella di S. Maria Bel- 
trade si trova notato — dal 1524 al 1529 — « Gabrielo da Merate, 
armarolo » tassato per 200 ducati annui. 

Ora, il Gabriel, fratello di Francesco, del quale parla la mis- 
siva dell’imperatore Massimiliano I, non può essere altri che Ga- 
brielo da Merate da noi ricordato. 


Tavola VI 



Armatura di Massimiliano L — Ritenuta opera del milanese Bernardino Cantoni. 

{vista davanti) 


{vista di dietro) 





13 


* 

Le notizie raccolte sul Mendrisio, che è il soprannome di uno 
dei più celebrati spadaj milanesi, soprannome a lui venuto senza 
dubbio dal paese d’origine, sono ancora più scarse di quelle racca- 
pezzate sui Cantoni e sui Merate. 

Dalla marca ch’egli apponeva ai lavori suoi, il più delle volte 
vere e proprie opere d’arte, si apprende eh’ egli teneva bottega in 
Via S. Cristoforo. E si ha motivo di credere ch’egli lavorasse quelle 
sue opere intorno al 1 500 o poco di poi. 


* 

Petro da Dexio, non era un vero e proprio fabbricatore d’armi ; 
sibbene « maystro da aste de veretoni che fu genero de Donixio da 
Viganore quale tra luy et suoy predecessori per spatio de anni LX 
hano seruito ala ducale munitione de ditta arte » ecc. 

(Supplicatio Petri de Dexio. Arcii. di St. Mil. Milit. e Fabb. 
d'armi. Il documento è senza data, ma della prima meta del XVI secolo). 


* 

In una Rubrica dei reddituari (fol. 31 a destra), nell’Arch. Civ. 
abbiamo trovato, in data del 1524, il nome di « Messer Euangelista 
de Sarono, alias Armorero, » tassata per ducati 2000 (circa 40.000 lire) 
di rendita annua. 

Messer Evangelista non si arricchì solamente con la fabbrica- 
zione delle armi ; ammassò pure e più specialmente danari nel com- 
mercio di quelle, eh’ era più rimunerativo; e ne ammassò tanto di 
danaro, da essere tassato per dtiemila ducati annuali ! Messer Evan- 
gelista abitava in Porta Orientale, nella Parrocchia di S. Paolo « in 


i4 


Compito * » Ma da un documento successivo si deduce che i Saremmo, 
malgrado la ricchezza, non abbandonarono l'arte di fabbricare le armi; 
poiché, in data 7 agosto 1539 troviamo una Lettera ducale (v. L. D * 
1537-1552 foL 1) per l’esenzione su i dodici figli di Bernardino Sa- 
rotino, fabbricatore di armi* 

Michel de Figino, è il primo armaiuolo di questo nome del quale 
si ha notizia, ed è il quarto dei vocali ad audiendum verbum da Barto- 
lomeo Calco nel giorno 29 agosto 1492* Nel documento, più volte ci- 
tato, Michele figura in qualità di maestro « ab hipotecis armorwn » . 

Di Giovai! Pietro Figino il Morigia, a p. 493, narra: «Dirò adesso 
come Gio. Pietro Figlilo, merita molte lodi, perchè egli è stato il 
primo inventore della nobilissima virtù dell’arte dell’ Azzini ina, et fu 
tenuto da’ Prencipi in molta stima, dove con V opere sue eccellenti 
ha immortalato il nome suo e dato gloria alla nostra patria in quella 
virtù (1540)* > 

II Morigia ci mette in grande imbarazzo, poiché non abbiamo 
trovato alcun documento nel quale si parli eli Giovati Pietro Figino 
armaiuolo;^) mentre ne abbiamo uno molto importante, ma in con- 
traddizione con quanto affermò il Morigia* Ed infatti in quel docu- 
mento (Arch. St. Mil; Sez . Famiglie) si legge in data ió marzo 1555 
« Maestro Vincenzo Figino, spadaro, desideroso di portar norie arti 
< nella città eli Milano, battendo per merito suo et soa quasi spi sa 
€ inir adulto altri volti Farti della 7 ansia et di fabricar balli d’ artl- 
« glieria, chiede di impiantare ecc. » una fabbrica come e di che ve- 
dremo appresso. 

Ora, ci domandiamo: chi introdusse per primo a Milano l’arte 


(■) (NeirAfch. Civ, dì Mtl.) Negli elenchi dei decurioni del Lualdj a pag. 220 ab- 
biamo letto il nome dì Giov, Pietro Figino, il quale nel 1513 era decurione di Milano 
per la Parrocchia di S. Protaso ad Monaco*, Nella solita Rubrica dei redditieri ecc, a 
tergo di pag. 125, troviamo il nome di Giov, Pietro; ma in nessun documento è accen- 
nato con la qualità di armaiuolo. Mentre questa annotazione la troviamo per Vincenzo, 
spadaro. del quale pure terremo parola. 


Tavola VII 



Armatura all’antica traccialo, bianca e oro, ritenuta appartenente ad Antonio Màrtinbngo 
e perciò considerata lavoro bresciano. 


(Reale Armena Torino C. ri) 



i5 


della tausia o azzi mina ? Fu Giovati Pietro (') (1540) o Vincenzo 
Pigino ( 1555 )? 

Il primo ed il secondo non potrebbero essere la stessa persona? 
Il Morigia non può averne sbagliato il nome? 

Se i documenti rintracciati a tutt’oggi non sono in grado di ri- 
spondere a questi interrogativi, ci permettono di ritenere come certo 
che, se Giovan Pietro non è Vincenzo Figino in persona, deve essere 
il padre o, più probabilmente, il fratello di questi. 

Abbiamo detto che il documento sopra citato porta la data del 
16 marzo 1555. Ebbene: si vegga com’era sollecita la Camera du- 
cale nel disbrigo degli affari. Il 6 aprile dello stesso anno viene con- 
cesso a Vincenzo Figino il privilegio per fabbricare archibugi in Mi- 
lano e perchè « aveva pensato d' ìntrodur in Milano l’arte di far 
Archibusi.,, se li concedesse Essendone per la casa soa, et per lì 
artefici di tale esercitio novo » (Arcii. Stato. Militare-Armi eco.). 

Noi non staremo qui a discutere se a Giov. Pietro, o a Vincenzo 
Figino che sia, tocchi o meno il merito di avere introdotto per primo 
a Milano l’arte dell’agemina ; ci basta di constatare che se tanto fa- 
cilmente ottenne il privilegio, di cui sopra, doveva godere di bella 
e ben meritata fama nell’arte sua. 

In una memoria manoscritta, che anche oggi si può leggere in 
fine del volume degli statuti di Milano 1 498-1 502, ( s ) in pergamena, 
abbiamo letto che Vincenzo Figino, spadaro, ha un livello «. di libbre 
cinque di Cera bianca lavorata » che annualmente nel dì 7 dicembre 
{S. Ambrogio) egli deve pagare alla Comunità di Milano per uno 
spazio di terra ed un luogo posto tra Porta Orientale e Porta Tosa 
sopra il « Redefosso » sul quale era edificato un mulino. ( 3 ) Questo 
mulino doveva senza dubbio servire al Figino quale maglio per battere 
il ferro con il quale fabbricava le sue spade e i suoi archibugi: e forse 
è Io stesso maglio già posseduto dai Missaglia quasi un secolo prima. 


(* *) Nei registri deila soppressa Parrocchia di S. Maria Beltrade, abbiamo trovato no- 
tizia di un Giov. Paolo Figino, armirolo , sposo a Caterina-,.,, la quale gli fece regalo 
di quattro figli, e cioè: Clara (31 $* 1570) Tomaso (20/12, 1571); Francesco <313, 1578) Giov. 
Andrea (17/3, 1583); e di un Francesco Figino, pure armajuolo e forse figlio di Vincenzo, 
che fa battezzare suo figlio Alessandro il 2S gennaio 1573, 

(*) MiL Arch* Stor. Civ. 

( 3 ) ibid. Cart. 659. Sez. Persone ♦ 


— 16 — 

Vincenzo Figino viveva ancora nel 1558, poiché troviamo il suo 
nome annotato tra i reddituari della Parrocchia di S, Maria Beltrade 
a pag. 67 del già citato Registro dei Reddituari, ed era tassato 
per ducati 400 annui. Da una annotazione, rintracciata nell 1 Archivio 
Stor, Civ. di Milano { Cari . dt), parrebbe che Vincenzo Figino fosse 
morto verso il 1581 e che possedeva terre in Cisliano. Ma la data 
è senza dubbio errata, a meno che si volesse ammettere esser egli 
morto più che centenne, ciò che non è provato, 

Vincenzo Figino ebbe un figlio dì nome Giov, Battista, del quale 
si ha notizia in un rapporto del de Pradilla a don Gabriel de la 
Cueva (Mil* Akcil St. Se, z. Mil. armi e fabb. (Carmi) in data 18 
giugno 1565, 

Ecco la parte che ci riguarda : € Visto Io que V, Ex a manda 
por la de 7 del presente con el memoria! que con ella venia de Juan 
Battista Pigino sobre la pretenslon del officio de la cura del mallo 
del Casti Ilo d’esta ciudad, haviendome ynformado, asi de la calidad 
del oficio corno de la manera que maestro Daniel de Serravai (Ser- 
rai:» agl io o Serrabaglia della famiglia Busti, forse padre di G, Bat- 
tista agemi nato re e fabbricante di armature, autore di quella magni- 
fica armatura completa (1560) di Ferdinando, Conte del Tirolo, oggi 
ammirata nell* Arni, di Vienna) a cuyo cargo stava lo governava y 
del solario que tenia y de la forma que en el proveerlo se su eie 
tener, digo que el dicho officio se ynstituyo donde il riempo del 
Marques del Casto, stendo governador en este stado, y conoijien- 
dose de la utilidad que hera, lo proveyo en persona de maestro 
Vin^en^io Figino, padre d este Juan Battista que lo pretende, y dé- 
spues en riempo del Senor Don Ferrando de Gonzaga (di Guastalla, 
governatore di Milano 1546), h avendosele suspendido al dicho Mae- 
stro Vincjentjio, lo provey Daniel de Sarravaloya muerto , con salario 
de 1 68 scutos al aiìo para su persona y dos Maestros sus ayutdan- 
tes, ecc. », 

Giovan Battista Figino nel 1578 aveva bottega sotto il Coperto 
dei Figlili (Arch. Civ, Mil. Cari. di). Suo figlio Girolamo fu no- 
taio ( Ibidem ) e V altro suo figlio, Camillo, fu riconosciuto giuridico e 
causidico collegiato nel 1614, (Paccinelli: Fede e Nobiltà del notaio: 
pag. 246). Abitava nella parrocchia di S, Maria Beltrade, dallo spoglio 


Tavola VILI* 



Corazza appartenuta ad una ricca armatura da Torneo 
del XVI secolo 

lavorata ad Acquafòrte — Opera di artefice milanese, 

(Reale Armeria in Torino C. 25.) 



Goletta (parte anteriore) 

incisa a bulino e già dorata, — Lavoro italiano (forse milanese) 
del XVI secolo. 


(Reale Armerìa in Torino C. 54). 





















I 











17 


dei registri dei battezzati della quale, abbiamo rilevato che ebbe due 
mogli. Dalla prima, Cornelia, ebbe non meno di quattro figli e cioè: 
Laura (i | io 1564), Girolamo (304 1566), Marta (16 1568), Marghe- 
rita (29)1 157°); dalla seconda, Costanza: Jacomo Filippo (2(5 1579). 

Da un altro documento, che segue il precedente e che, sembran- 
doci importante, riproduciamo nella sua integrità, si apprendono altri 
dati curiosi sulla produzione del Maglio , esistente nel Castello di 
Porta Giova. 

« Maestro Daniel Serravaio fu posto alla impresa del Maglio 
del Castello di Milano l’anno 1549 con salario de scuti 168 l’anno, 
et dui ayutanti, il quale ha servito anni quindeci (e cioè sino al 1565) 
tra quali ne sono anni quatro che ’l maglio non ha potuto lavorare 
per diffeto deli mantici et altri acconci che gli vano fatti et per l’im- 
pedimento ha portato la fabbrica del Castello all’ acqua. Nel tempo 
che ’l maglio ha lavorato detto maestro ha fatto libre 143 666'jj de 
ferramenta nova et libre 1 49 1 5 de ferramenta vechia, la quale dalla 
sua conven<;ione al precio si pagava di fora porta utile alla camera 
libre 8266 soldi io, denari 9 et in detto tempo ha ancora fatto rubbi 
4388 de balle a precio di soldi 24'^ il rubbo, che di fora l’a pa- 
gato la camera soldi 30, 33 et 40, pero al men precio la camera 
ne sente utile libre 1 207 soldi 9 den. > 

« Nel tempo chel maglio non poteva lavorare detto maestro si 
contenta lavorare per due quattrini meno la libra il ferro di quello 
facevano gli altri et fabricò libre 5 1 343 de ferro novo dove ne usito 
de utile ala Camera libre 1283 soldi 11 denari 6 che in prima sono 
libre 10757 soldi 11 den. 3 et la paga detuto el detto tempo im- 
porta libre 13860. » 

«Il tempo pero chel detto maglio lavorava si sono comprato tanta 
ferramenta da diversi che per non haverla lavorato al maglio la ca- 
mara ha perso libre 7683 soldi 13 denari 8, et più ha perso le balle 
libre 38928 soldi 18 denari 8. Però si ha de advertire che ordi- 
nandose el maglio, et dandoli el modo che possa lavorare di con- 
tinuo senza aspettare certe ocasione, che poi per mancamento di tempo 
non potesse supplire, come è successo delle guerre passate, sarà de 
assai magior utile, oltra che l’aver persona pratica et salariata si. ..resta 
meglio et più presto servito » . 


3 


— i8 — 

I documenti non ci dicono se il desiderio di G. B. Figino, di 
essere preposto all’esercizio del maglio in Castello, venisse esaudito. Nè 
su questo artefice siamo riesciti a rintracciare più ampie notizie. Sib- 
bene, abbiamo appreso da una Consulta che, il Maestro ordinario si di- 
chiarò nel 1582 favorevole ad Annibaie e Gerolamo fratelli Figini 
(certo figli di Giovan Battista e nipoti di Vincenzo) e di Antonio Ci- 
cinello Bresciano (Antonio Piccinino, padre di Federico e di Lucio, 
dei quali ci occuperemo in seguito) « per erigere (') un edificio nello 
« stato di Milano di fabricar Canne di Archibuggi, Moschetti, palle, 
« ed altro ». (Arch. di Stat. Mil. Milit. Armi e Fabb. d Armi). 

Per ultimo eccoci a Ludovico Figino, ricordatoci in una istanza 
del 19 Giugno 1584 {Ibidem). 

« Essendo stato concesso a Ludovico Figino Mercante di questa 
Città et fid. ser. di V. E. per servigio del sig. tesorier generale del 
Ser. mo Duca di Savoia (Carlo Emanuele I, il grande) di proveder de 
Morioni n.° 40, Rodelle n.° 7 et due Armature alla spagnola da pe- 
doni tutti di ferro et adorate {dorate) per mandare alla Città de tur- 
rino et benché il supp. te habbi ciò provisto nientedimeno dubita de 
Incorrere yn alcune penne fulminate per cride di V. E. mandando 
delle Arme adetta Città pertanto Supp. ca ecc. ». 

* 


Ma prima che ai Figini, l’idea di esercitare miniere di ferro nello 
Stato di Milano e di impiantare magli e di fabbricare canne da archibugi 
era venuta ad Agosto de Rigoli il quale, in data 18 aprile 1570, 
«c visto la grande difficultà che si ha in poter havere per servigio di 
S. M. a dalli mastri di Gardone (i Cominazzo) sudditi de’ S. r Vene- 

tiani arcabusi, si è trauagliato et affaticato in grand. ma maniera 

per ritrovare qualche minerà di ferro in questo stato .... » (Arch. 
St. Mil. Milit. Armi e Fabb. d Arni.) e il 15 di giugno insta per- 


( l ) La istanza di Annibaie ed Hieronimo fratelli Figini e Antonio Picinello, Bresciano, 
fu presentata verso il gennaio del 1581 e s’impegnavano « di fabbricare archibugi grossi e 
piccoli, buoni e belli al paragone e a prezzo conveniente»; palle da artiglieria e ogni altra 
« sorte d'arme e spade e pugnali » ecc. 


Tavola IX 



Armatura equestre compiuta bianca e oro, da pompa e da correre la lancia. 
Lavoro lombardo (bresciano o milanese) 
della seconda metà del XVI secolo. Appartenne a un Martinengo. 


(Reale Armeria. Torino B. 3). 









19 


chè gli venga concesso di esercitare una miniera di ferro da esso 
trovata in Valsassina (doc. precedente ; Ibidem ). 

Due anni dopo, e cioè nel 1570, Marc’ Antonio Valgrano, in 
data 1 3 agosto, fa domanda che gli venga concessa la privativa per 
fabbricare e vendere archibugi « da due fino a quattro foconi e una 
serpe » da lui inventati. (Arch. St. Mil. Sez. Militare — Armi ecc.). 

E tanto al Rigoli come al Valgrano, come a tutti gli altri ar- 
tefici e speculatori di armi di quel tempo, concessioni e privative 
vengono senza indugio concesse. Da questa larghezza di maniche 
nel concedere ne derivò quella concorrenza, la quale ben presto trasse 
a rovina l’industria fiorentissima delle armi nello Stato di Milano. 

Abbiamo accennato all’invenzione del Valgrano « di archibugi da 
due fino a quattro foconi , e una sola serpe , » perchè a nostro giudizio 
rappresenta uno dei primi tentativi delle armi da fuoco a ripetizione. 
A seconda del numero dei foconi si introducevano nella canna del- 
l’archibugio un egual numero di cariche, le quali venivano sparate suc- 
cessivamente di seguito o ad intervalli dall’ archibugere. Nè questo 
intelligente tentativo del Valgrano passò inosservato, poiché dal do- 
cumento riferito risulta che, all’esperimento di questa invenzione as- 
sistette il Capitan Generale, il quale concesse all’ inventore « ampio 
priuilegio per dieci anni»; ma non pare che il Valgrano ne traesse 
profitto, poiché ne’ dell’inventore, ne’ della sua invenzione più s’ in- 
tese a parlare. (') 

Nè il Valgrano è il solo artefice milanese di quell’epoca, che seppe 
ideare cose nuove. 

Il 2 dicembre del 1575 « Bianco Guazone.... «homo virtuoso in 
artifici j de far violini senza aqua et far del aurejfice arcabusi di rota 
et altre virtù » e stato in suspetto per invidia per essergli trouati delli 
ferri et forme de, medaglie che fosse preparatorie a far monete false 
ecc. (Arch. St. Mil. Arti ecc.); mentre « Patt. (?) Villen svizzaro di 


(‘) Facciamo notare che il merito dell’invenzione del Valgrano non consisteva sola- 
mente a sovrapporre nella camera dell’ archibugio tino a quattro cariche, corrispondenti 
ai quattro foconi ; ma particolarmente nella serpe che era una sola per tutti i foconi. A 
pag. 70 del Manuale del raccoglitore e dell’ amatore di Armi e di armature antiche del 
Gelli si dà l’ immagine di questi archibugi a carica sovrapposta, o a doppio acciarino, e 
a pag. 69 (ibid) si leggono le osservazioni in proposito. 


20 


Zurigo » viene a bella posta a Milano, condottovi del cavaliere Rollo, 
« per far intendere i segreti che ha offerto di scoprire, di far nuova ma- 
niera d'artiglieria la qual si potrà sparar sotto l'acqua, et di far una 
fabrica di stampar danari la quale andrà a molino. > E come il buon 
zurighese prevede una non favorevole accoglienza alle sue invenzioni, 
chiede — pel disturbo presosi di venire sino a Milano, da nessuno 
chiamatovi — un compenso di € una tratta di cento somme di grano 
per il suo paese , attesoché è venuto qui (a Milano) per il desiderio 
che ha di far servitio di sua Maestà. > 

E l'ottimo signor Villen se ne torna a casa € con licenza di trenta 
some di grano gratis eie * >/ (Ibidem). 

$ 

Biagio Piatto o Piatti . — Il Morigi (a pag. 493 della Nobiltà di 
Milano ) scrive che nel 1560 « nell’ arte dell’ Azzimina era singolare 
ancora Bartolomeo Piatti ; questo dopo il Figino fu primo in quella 
professione e trovò molte inventioni in quella virtù. » 

La notizia data dal Morigi a c' indusse a fare ricerche intorno 
agli artefici di questo nome. Ma non fummo troppo fortunati, giacché 
non riuscimmo a reperire che due soli documenti, riferentisi ad altri 
Piatti : a Biagio e ad Appolonio. 

Dalla lista dei nomi deli Arni arali da Milano , «, alla quale » più 
volte noi ci riferiamo in questo scritto, si apprende che, Biagio Piatto 
era in quell'anno passato già a vita migliore ; poiché il documento 
porta: « li eredi de m. Biasso piatto », il quale probabilmente fu 
padre di Bartolomeo di cui parla il Morigi a. 

Di Biagio, però, neH'Arch* di Stato di Milano {Sez. - Militare - 
Armi e Fabb , darmi) abbiamo trovato una supplica al Duca senza 
data, ma di certo anteriore al 1557) pel ricupero di un certo suo 
credito : € Già sono quattro anni passati che M fki ser. di V. E. 

« Biagio Piatto diede a Beghino Rouer Astegiano in credenza tante 
<k armature quante importava la somma di cento cinquanta scuti, i 
quali promise di pagar infra tre mesi alFhora prossimi a ragione 
« di cinquanta scuti al mese ; come di ciò ne appare una polize di 


Tavola X. 



Armatura nera compiuta, della fine del secolo XVI, 
appartenuta ad un uomo d’arme 
di Carlo Emanuele I. — Opera attribuita ad artefice milanese. 


(Reale Armeria Torino, B. 39). 


































« detto Reghino fatta e sottoscritta da duo tastimonij per lo qual 
« Reghino fa sicurtà Diego Ortijo pagadore del campo cesareo, ecc. » 
Ma, i quattrini il povero Piatti non li ebbe che in parte ; sicché ne 
venne « grandissimo danno al supp. te il quale, essendo armaruolo et 
dovendo far lauorare a’ beneficio de i soldati cesarei, non può la 
sua mercatantia fare mancandogli il modo», ecc. In quanto ad Ap- 
polonio piato abbiamo motivo di ritenerlo fratello di Biagio, anche 
perchè nella lista ricordata il suo nome segue quello de li eredi de 
m. Piasso Piatto. 

Ecco il documento con il nome di tutti gli armajuoli milanesi 
della metà del secolo XVI : 

« Il nome deli Akmaroli da Milano » 

Inprima II G. paolo negrolo 
ma.° Alexandro negrolo 
ma." hieronimo negrolo 
ma." Batista Negrolo 
ma.° Fran. co Sauiu 
ma. 0 Sebastiano de prina (’) 
ma.° Antonio Cismondo 
ma.° Baptista Cremosano 
ma.° Fran. co rasonella 
ma.° Fran. co da vedano 
ma.° hieronimo bizozero 
ma.° Thomaso bosso 
ma.° Melchiore de piro 
ma.° Antonio rome 
ma.° Gio. Antonio gambarella 
ma. 0 nicholo giampardino 
ma.° Jacobo philippo Cisaro 
ma.° Ambrosio Porro 
ma.° Alexandro nada 


(•) Il documento già citato e che riflette questo armaiuolo porta la data 15 agosto 
1557 ; nia questa nota deve essere anteriore di almeno sette o otto anni. 


22 


ma.° battista spegeito 
ma. 0 domenico dela torre 
ma.° battista paltò 

li eredi de m. Piasso piatto 
ma.° Appolonio piato, 

? 


Pompeo della Cesa (cioè delia Chiesa) figlio di Vincenzo, era 
artefice valentissimo, e benché il Morigia nella sua « Nobiltà di Mi- 
lano » abbia dimenticato di tramandarne 
a’ posteri il nome, a noi c’è giunto per 
mezzo delle opere sue e specialmente 
per le armature da lui operate pel duca 
Alessandro Farnese, pel duca Guglielmo 
Gonzaga e per altri principi italiani e 
stranieri, ì quali si onoravano di indos- 
sare armature uscite dalla bottega di 
Pompeo . L’armatura del conte Adolfo 
Schwarzenberg è di sua fattura, e per 
lo stile del disegno e per la finitezza 
del lavoro squisito può competere con le armature del Missaglia, 
con quelle dei Negrioli e con i lavori più celebrati dell'orafo fioren- 
tino Cellini. Pompeo fu armajuolo della Corte, come si rileva dai 
documenti rintracciati nell’Arch, di Stato di Milano (') ( Mil. Fabb. 



Soprapetto 

dell 3 arni attira di Adolfo Schwàrzenrkro 
di Pompeo della Cesa. 


(*) Ecco i documenti nella loro integrità : 
a). « IlLmo et Ecc. mo s. r 

Il fid, Ser, d, V. Ecc.a Gio : Antonio Perego mercante di questa Cita di Mdo ha 
fatto fabricar da D. Pompeo de la Cesa armarolo della Corte di V. Ecc« a duodeni Ro- 
telle co J soy morioni quali voria mandar nella Cita di Sbriglia d J Hispania ma perche 
intende clPobstano ordini che non si possine mandar fuori di questo ducato alcune armi 
senza licenza di V. Ecc, a Perciò Ricorre da quella. 

H mil te suppJa resti semita conceder Licenza al supp. te di poter impunì mandar 
dette armi in Sbriglia d J Hispania per vìa dì Genova eco. Md* (Mediolani) vj Martij 1585, & 

òj. * Ill.mo et EcC* mo s.r 

Pompeo della Cesa> harmarolo de V. eec, a dize hauer fatto ona armatura con doìj 
corpi e tre celiate per il s, r antonio canalino supp.a la V* eec* a ha volerli conceder il 





Tavola XI. 



/ vista di j venie; 


(vista di fianco) 


Armatura bianca, compiuta, della seconda metà del XVI secolo, 
di forma gotica, striata, di acciajo forbito, 
con scarpe alla pàniaine , attribuita ad artefice milanese. 


(Reale Armeria, Torino, B. 14). 



23 


d' Armi ed armat. Sez. Star. Raccolta Speciale ) ed abitava in Castello, 
dove aveva la sua officina. (* *) 

♦ 

I ra gli ultimi armajuoli di fama imperitura, i quali illustrarono 
con le opere loro l’industria milanese delle armi, notiamo con vivo 
compiacimento il nome dei Piccinino. 

Antonio Piccinino (del quale abbiamo già accennato, narrando 
dei Figini, allorquando nel 1582 chiesero di metter su una fabbrica 
d armi in società con detto Antonio) era di origine bresciana e fu 
uno degli spadai milanesi più rinomati dell’ epoca sua. E tanta fu 
la fama a cui egli seppe assurgere con i suoi lavori, da indurre un 
critico dell’arte degli armajuoli a scrivere « essere il Piccinino un 
armajuolo di Toledo »/ (*) 

II nome di questo artefice storpiato in Piccinello, Pichino, Pi- 


saluo Conduto, ouere passaporto di poterle mandare et condure dette arme ageneua clic 
ne rezevera grazia da V. Ecc. a (a tergo) Ill.*no et Ecc. m< > s.r (Di Pompeo della Cesa) 
Armarolo de V. Ecc. a (Arch. St. Mil. eco.)* » 

c). « A Pompeo della Cesa Armarolo in Milano scudi 351, soldi 21. den.» 1 per 
resto di scudi 842. soldi 17 che importa il costo et guarnitione d’una armatura fatta per 
seruitio di S. Al. a (Alessandro Farnese, III duca) ». (Arch. St. Parma, Mastri Farne - 
siami, an, 1586. 28, 8bre, c. 338). 


♦ 

b). « Il sig. Pier Antonio Crasso deve hauere scudi 720 di moneta per valuta di 
Ducatoni 500 a soldi 114 per Ducatone di Milano, et in Parma a lire 7 soldi 4 P uno, 
pagati a Pompeo Cesa Armarolo della Corte per V Armatura bianca et oro, fatta per 
S. A. di G. a M. a (il duca Alessandro, morto il 3 di dicembre del 1592).» (Arch. St. 
Parma, an. 1593, 3 gennajo . c. 91). 


* 

(') A pag. 12 del Registro dei Battezzati della soppressa parrocchia di S. Michele al 
Gallo, che abbiamo potuto consultare per la cortesia di Don Luigi Odescalchi, parroco 
di S. Maria Segreta, presso P archivio della quale oggi il registro si trova, si apprende 
che il 3 di febbrajo 15S6, fu battezzato il figlio di G. B. Bossi armirolo, e che ne fu 
compare maestro Pompeo della Cesa , maestro d'armi, del fu Vincenzo , della parrocchia 
di S. Tecla e « che abita in Corte del Principe governatore di questo Stato. » 

( 2 ) Demmìn, Guide de /’ amateur d'armes et d* armures enciennes , ecc. 


24 


cimilo , Pianino , varcò i confini dello Stato di Milano, e quelli 
d'Italia, Ed a questo sommo artefice deve riferirsi il memoriale di 
Gio, Batta Roiiero, del 25 agosto 1584 ( 3 ), che suona: 

« Ritrovandosi in questa città uno agente dell* IlLmo s. 1 Gio, 
« Batta Rouero Capii 0 de IlLmo et ecc.mo S, r Duca di Sauoja (*), 
« havendo fatta fare un armatura per la persona desso IlLmo s. r Gio. 
€ Batta Dal Armarolo Di V* Ecc. a che prohibiscono il condor ar- 
« mature fuori del Stato, ecc. » 

domanda ed ottiene di poter condurre detta armatura a Torino. 

Antonio Piccinino morì nel 1589 nella invidiabile età di 80 

anni. Quindi, non si comprende l'altro errore commesso da un altro 
scrittore francese sulle armi e sulle armature antiche, il signor Main- 
dron, che gli fa rendere l'anima al Creatore nei 1560. 

Di Antonio Piccinino il Morigia asserisce e conferma che: « fu 
il primo uomo non solo nella nostra Italia, ma anche in Europa, 
per fare una lama di spada, o pugnale, o coltello, o qualunque 
arma da tagliare, che tagliava ogni sorta di ferro , senza lesione 
della sua lama ; e perciò era conosciuto e nominatissimo appresso 
dei maggiori Prencipi de' Christiani et alli professori d'arme », Ebbe 

due figliuoli, Federico e Lucio; il primo spadajo di nome non in- 

feriore a quello del padre; il secondo eccellentissimo nei lavori a 
cesello e all’agemina. 

E a Milano non solo si facevano spade, le quali tagliavano ogni 
sorta di ferro senza guastarsi ; ma anche spade vetrine le quali an- 
davano in frantumi nelle mani di coloro che, disconoscendone il se- 
greto, non sapevano convenientemente adoprarle. Noi lo abbiamo 
già detto e ripetuto : in questa breve memoria sugli armajuoli mi- 
lanesi noti vogliamo narrare bubbole; ma attenerci scrupolosamente 
alla verità storica sulla scorta dei documenti. Sicché, anche per questa 
notizia, del resto secondaria, sulle spade vetrine milanesi, ci riportiamo 
al documento, A pag. 60 dei suoi Discours sur les dnels ( 3 ) quello 
spirito scettico del bizzarro signore di Bourdeille, Brantòme, narra 


(*) Arch. di Stato Mil. Star, MU fas. /, Fabbr . d' Armi t*cc, 
(*} Carlo Emanuele I. 

( 8 ) Paris, Librairie des Ribliophiles m. dccc l xxx vii 


Tavola XII. 



Armatura spigolata bianca, compiuta, da cavallo. 
Lavoro della seconda metà del XV secolo, 
(Probabilmente milanese, forse dei Fratelli da Me rate). 


(Reale Armeria, Torino, B* 15). 









25 


che « un tale fece fabbricare a Milano, da un maestro assai squisito, 
due paia di armi, tanto spade che daghe, ma tutte vetrine, e cioè : che 
si spezzavano come il vetro, sebbene fossero di ferro o di acciajo, 
taglienti, puntute, forbite e lucenti come le spade e le daghe comuni; 
ma temperate di tal maniera da sbriciolarsi, come vetro all’urto, in 
mano di coloro che non sapessero usarle, ajutarsene, toccare e ferire 
in modo particolare, quale a tali armi si conveniva. Ma a chi ne cono- 
sceva l’uso e la maniera di assestare e con quelle convenientemente 
i colpi, difficilmente si spezzavano ». 

« Quel messere, adunque, che doveva, secondo le consuetudini 
cavalleresche di quel tempo, portare le armi pel combattimento, aveva 
imparato da lunga pezza e sì bene la maniera di adoperare le spade 
vetrine, che quando si trovò di fronte all’avversario, inconscio della 
malizia, con un tocco di ferro, o battuta, gli spezzò daga e spada e 
gli assestò con tanta destrezza una stoccata, da stenderlo morto a 
terra ». 

Nel 1595 Federico viveva ancora; Lucio pure, poiché in quel 
tempo « hà fatte armature di gran pregio al Serenissimo Duca di 
Parma Alessandro Farnese, et altri Prencipi che sono tenute per 
cose rare ». 

L’uno o l’altro dei fratelli Piccinino lasciò prole: perchè troviamo 
nel registro dei battesimi della parrocchia di S. Michele al Gallo, 
in data 20 novembre 1632, che Pietro Francesco Pichinino e Cecilia 
Violante Ingoli fanno battezzare una loro figlia, cui impongono i 
nomi di Elena Margherita essendo compare Martino Penino (Picci- 
nino o Piccino armajuolo (?) e Violante (?). 


* 

Bartolomeo Campi è un altro artefice in armature milanese del 
secolo XVI. Il suo nome non trova lustro nei documenti, sibbene 
nelle opere, squisitissimi capolavori dell’ arte sua, alle quali esso lo 
ha legato. Il Campi fiorì tra il 1550 e il 1571; e, per collocarlo tra 
i migliori operatori nel fabbricare armature meravigliose, basta quella 
equestre all’antica da lui eseguita per l’imperatore Carlo V, ed ora 


4 


2 6 


nell'Armeria Reale di Madrid* sotto il N* 2308 del Catalogo Mar- 
chesi* In quella armatura si legge : « Bariolomms Campi mtrifex quod 
anno integro indigebal principis sui mutui obtemperans geminato mense 
perfecit » . 

Il nome di questo valentissimo artefice non si trova nella lista dei 
nomi « deli armaroli da Milano » del 1 557, da noi già citata* Ciò lascia 
adito a supporre che il Campi, benché totius operis ariifex , non fosse 
armajuolo nel vero senso della parola; ma ageminatore delle arma- 
ture, che probabilmente a lui passavano i Negri oli ed altri armajuoli, 
affinchè su quelle eseguisse il lavoro delicato dell'agemina* 

Bartolomeo Campi lavorò anche per la Repubblica di Venezia, 
pel duca Guidobaldo II d* Urbino e per Enrico II di Francia* Ge- 
neralmente segnò le sue opere con B * C. F * 

¥ 

Contemporanei dei Figini e dei Piccinino furono: Antonio Gius- 
sano, il quale in data del 21 aprile 1584 sottoscriveva una supplica 
per poter mandare a Turino n* cinquanta morioni dorati per servitio 
< dìlaltezza del P. pe Duca di Savoia»; e Paulo Rovida e Giù, Jacobo 
Solar, come rilevasi dai documenti isocroni, rintracciati nell’ Archivio 
di Stato di Milano* 

Ma, di questi maestri, come di Giovanni Luca Vertua bresciano, 
e di Giov* Batta Busca, si hanno notizie assai scarse* 

Il Vertua in data 31 Maggio [585 ottiene il permesso di pian- 
tare due edifizì per fare ferro d'armi in territorio di Lecco, nel luogo 
detto alla Calandra; e il Rusca quello di portar armi d’ogni sorta 
e di andare a caccia* Beato lui L. 

# 

Sul finire del Cinquecento i fabbricatori d’armature cominciarono 
a diradarsi anche in Milano* Alla decadenza commerciale i pochi 
rimasti, tutti maestri di buon nome, tentarono invano di supplire 
con la valentia nell' arteficio squisito di un eccellente esecuzione* 


Tavola XIIL 



Armatura da giovinetto di Filippo III (1585). 



Rotella di Filippo HI (i59°) 

(Reale Armeria di Madrid). 















J 


27 


L’ aumentata potenzialità delle armi da fuoco e la migliorata pre- 
cisione del tiro resero quasi inutili, se non dannosi, quei pesanti 
ripari guerreschi. 11 cavaliere eliminò una ad una le pezze della 
barda prima; poi, quelle della sua armatura sino a ridursi, al prin- 
cipio del secolo XVII, all’elmo e alla corazza, (come si usa oggi 
pure), più per ornamento che per difesa. Dal canto suo il picchiere 
armato — nucleo principale delle fanterie di allora — sul finire del 
Cinquecento, imitò il cavaliere e il moschettiere; e depose prima i 
fiancali, poscia il corsaletto, per ultimo il morione, sicché divenne 
picca secca (Tav. XXVI e XXVIII). 

L’abbandono delle armature difensive della persona fu la conse- 
guenza di una più estesa applicazione delle armi da fuoco. Quindi, mi- 
nore uso delle armi bianche, da cui derivò il decadimento progressivo 
dell’industria milanese delle spade e di tutte le altre armi da asta ma- 
nesche. I più accorti, quali i Figino, i Piccinino, i Calmo, i Valgrana, ecc. 
cercarono a più riprese, è vero, di conservare a Milano la supre- 
mazia commerciale delle armi, sia coltivando miniere di ferro nello 
Stato milanese; sia impiantando forni e magli in varie regioni nel du- 
cato ; sia garantendosi privilegi d’ogni sorta; sia producendo merce 
eccellente per solidità e fattura. Ma, tutti gli sforzi loro rimasero 
vani, poiché la Valtrompia lavorava a miglior mercato ; mentre i 
Cominazzo con le canne del loro Lazzaro, (dette appunto: lazzarone) 
avevano conquistato la fiducia del mercato europeo ('). 

La rovina deH’industria milanese delle armi, del resto, era stata 
presentita dagli stessi artefici di quelle sino dal 1585, epoca nella 
quale riconobbero la necessità di difendere l’arte e il commercio loro 
dalle insidie..... degli uomini. E difatti, nel 1587, con lettera del 
1 6 marzo, l’eccellentissimo Senato approva gli Statuti ed Ordini, già 
approvati dal Tribunale di Provvis. 6 dell’ Università degli Armar oli, 
la quale sceglie per sua chiesa Santa Maria della Rosa (*), essa pure 

f 1 ) Non erano più i tempi nei quali gli altri Cornimi domandavano a Milano i suoi ar- 
maiuoli in prestito, come fece la Comunità di Vercelli nel 1232, allorché chiese Aramanno 
Rnbei (Rossi) osbergarÌns } perchè venisse a Vercelli co* suoi artefici per impiantarvi una 
fabbrica eli usberghi * 

C) Questa chiesa era situata presso S. Satiro, secondo F. VENOSTA : Vie di Milano r 
11 . 103; ma il Venosta qui non è esatto, poiché la chiesa di S. Maria la Rosa sorgeva 
là dove oggi esiste P ingresso della biblioteca Ambrosiana in Piazza della Rosa. 


28 


oggi scomparsa da Milano, come l'industria delle armi da quella 
Madonna protetta. 


Il 3 di aprile del 1 590 

€ Giovan Pietro Calmo 
Giov. Batta Sicuro 
Agusto de Rigonisi 
Alberto Saetta 

....avendo saputo che Santo Bertolio ed altri bresciani, hanno dato 
un memoriale per ottenere licenza di fare archibugi e moschetti grossi 
e piccoli nello Stato di Milano nel luogo di « Intra et Le/a » doman- 
dano di piantare un lavorerio simile nei luoghi predetti alle condi- 
zioni medesime contenute nel memoriale dei bresciani 3>. 

Il 25 di Maggio viene accettata X oblazione offerta dal Caymo 
(Caimo) per ottenere detta concessione; ma non abbiamo trovato prove 
atte a confermarci che la concessione venisse data* (') 

Pietro Caimo è lo spadaio milanese assai celebrato, che segnò 
i suoi prodotti con un P sormontato da un O in uno scudo coronato 
e, sulla corona, la croce. E forse fu lo stesso che marcò le lame di 
sua fabbricazione col nome Caino , ancor oggi tanto comuni. 

La tradizione vuole che i Calmi tenessero bottega in via della 
Lupetta, con l'effigie della quale gli spada] milanesi sembra che, tal- 
volta, marcassero le lame da loro fabbricate, come già praticavano i 
loro colleghi di Passati e di Solingen ; ma nessun documento fino 
ad oggi ha confermato la tradizione, 


(*) Il ferro dovevano cavarlo a Villa d’Ossola, dove anche oggi evvi la ferriera Ce- 
retti, che fonde il minerale ivi estratto. 


Tavola XIV. 



Goletta deir Arciduca Alberto d'Austria (1602) 
la quale 

vuoisi attribuire ad artefice milanese* 



29 


* 


L’armarolo Antonio Biancardo il 9 maggio 1601 presenta un 
memoriale: « perchè sieno esaminati (cioè: inquisiti) quelli i quali ven- 
dono armature ed altre cose spettanti all’Università degli Armaroli ». 

Giov. Paolo Vi mercato, detto Don Ìlio, resta deliberatario al pub- 
blico incanto dell’impresa d’introdurre nello stato di Milano — dentro 
sei mesi — X arte dì fabbricare archibugi e moschetti senza usar ferro 
f or astierò (cioè: veneto'). 

Nè pare che questa impresa gli fruttasse troppe gioie giacché, 
in una sua istanza del 20 giugno 1608 egli afferma che «.per haver 
« pigliato l'impresa ecc. primamente l’hanno voluto atosicare.... dopo 
« 1’ hanno voluto amazare et ancora l’ hanno voluto far anigare nel 
« Lago Maggiore ; et dopo gl’ hanno fatto fugire dal lavorerio una 
« notte da vinti mai stri operaj forasti eri et li portarono via per più 

« di trecento scuti che havevano in scorta per tal lavorerio e dopo 

«ancora li hanno robato un Edifficio di Intra con roture di ferrate ». 

L’autore di tutte queste bricconate fu certo Màlchior Salina, in- 
vidioso, forse, che il Vimercate avesse un’altra fabbrica di armi « allpi 
Barona qua a Milano ». 


* 


Ultimi: 

Romero (Antonio), del quale il Mori già, op. cit„ a pag. 494, scrive: 
«Vive ora (1619) un milanese nominato Antonio Romero, il quale 
per fabbricare una Armatura finita per armar’ un Principe è raris- 
simo in quella professione, e forse principale fra Milanesi, et ha se- 
creti bellissimi, et è inventore di nuove bizzarie, nell’armature tutte 
giovevoli a chi le porta: Et bora stessi al servigio del serenissimo 
Alfonso da Este duca di Ferrara secondo di questo nome. » ; 

e Martino detto il Ghi nello, di cui il Mori già (ibidem) afferma : 
«Ma sopra tutti quei ch’or vivono (1619), nell’arte dell’Azzimina il 


30 


primo luogo si deve dare a Martino detto il Ghinello, perchè egli vieti 
stimato dagli huomini giudiziosi di tal professione per eccellentissimo. 
E però merita molte lodi, benché ci siano altri milanesi valenti in 
tal professione, che vengono stimati in quella virtù. » 

Col Ghinello hanno fine le notizie che noi abbiamo potuto ra- 
cimolare sulla vita e sulle opere degli armajuoli milanesi. Come il let- 
tore avrà constatato, noi le abbiamo esposte aridamente , cioè : senza 
fronzoli ; affinchè hattenzione dello studioso non venisse distratta dalla 
notizia principale, o questa si prestsase ad interpretazione diversa. 

Nei due capitoli che seguono abbiamo raccolto tutto quanto ci 
fu possibile di rintracciare sui Missaglia e sui Negrioli, dei quali 
abbiamo con intenzione evitato di parlare in questo capitolo* 



Tavola XV 



Armatura completa di Ferdinando Conte del Tirolo, 
Opera dell’ Artefice Milanese G. B, 3err ab aglio* 


(Armeria Imperiale di Vienna), 








% 






















Veduta di Ello. 

Pautie d'orìgine dei Negront, detti Missaglia, c dei Negrioli, 


II. 

I MISSAGLIA 


La schiera numerosa degli eccellenti artefici di armi e di arma- 
ture di Milano ebbe lustro grandissimo da due famiglie che, nel 
Quattrocento e nel Cinquecento, in quell’arte si resero celebri. 

La prima, e la più antica, è quella dei Negroni da Ello, detta 
Missaglia, (dalla plebe cui apparteneva il paese di origine: Ello, 
in quel di Lecco, ora provincia di Como); l’altra fu quella dei 
Negrioli, pure da Ello, parente senza dubbio dei Missaglia. Taluno 
ha opinato che i Negrioli e i Negroni fossero una sola ed unica fa- 
miglia; noi non confermiamo l’asserto altrui, perchè ci difettano i 
documenti a riprova. Forse questi documenti avremmo potuto pro- 
curarceli, ricercandoli nell’Archivio notarile di Milano ; ma quando 
ci disponemmo a ciò, trovammo il campo dei Missaglia e dei Negrioli 
già occupato da altro studioso ; sicché, per quel doveroso riserbo 
impostoci dal rispetto alle fatiche altrui, ci accontentammo di rico- 
struire l'esistenza di queste due famiglie — Negroni e Negrioli da 
Elio — tanto illustri nell’arte delle armature, su i documenti che 
già avevamo avuto la fortuna di rintracciare altrove. 




32 


Abbiamo creduto nostro obbligo di informare di ciò gli studiosi, 
affinchè la critica non abbia a muoverci rimbrotto, se riscontrerà nel 
nostro modesto e paziente lavoro qualche lacuna, o taluni punti 
non sufficientemente chiariti. 

Ad altri, di noi più fortunati, la soddisfazione di rendere meno 
imperfetta l’opera da noi iniziata, che tanto da vicino interessa un’arte 
e un’ industria, le quali furono gloria milanese e gloria italiana. 

Il primo documento che noi riteniamo doversi attribuire ai Ne- 
groni da Elio, detti Missaglia, è una supplica di « Bernardo armo- 
rero », in data 9 novembre 1425, al duca Gian Galeazzo Visconti, 
per ottenere da Jacopo Ravizza e da altri il pagamento di alcune 
armature fornite per un totale di lb. 135, sol. 1 e den. 4. 

Ma, ripetiamo : questa è nostra congettura, la quale si fonda 
sopra talune osservazioni, che qui sarebbe lungo il riferirle ('). 

Il nome dei Negroni da Elio, detti Missaglia, si legge in tutta 
la sua integrità in un atto del 29 giugno 1430, dell’Archivio nota- 
rile di Milano: « atto di Società per la durata di un anno per la 
« vendita e il commercio delle armature fra Tommaso detto Missaglia 
« dei Negroni da Elio figlio del quondam Pietro, abitante in Porta 
« Romana, parrocchia di S. Maria Beltrade, e Bellino Corio figlio 
« del quondam Aloisio, abitante in Porta Vercellina, parrocchia dei 
« SS. Naborre e Felice ». 

Da questo documento è provato in modo irrefragabile che i 
Missaglia già nel 1430 abitavano la casa di via Spadari, recente- 
mente demolita. E che già in quell’epoca la loro fabbrica d’armature 
e di armi dovesse godere di invidiata reputazione, è confermato dal- 
l’atto del io ottobre 1436, pel quale Tommaso Missaglia, magister 
armorum, sceglieva a suo procuratore Gaspare de Zugnio di Milano, (*) 


(*) Il Flamona, nella sua Cronaca, narra che in nostro territorio inveniantur ar- 
morum fabricatores in mirabili copia; e forse questo Bernardo fu l’artefice delle armature 
del conte di Derby, (poi Enrico IV d’Inghilterra) il quale dovendo combattere il Duca 
di Norfolk si rivolse nel 1398 al Duca di Milano per avere le dette armature. E il Duca 
che sapeva farla da gran signore, mandò le armi e quattro dei migliori armajuoli di Lom- 
bardia, affinchè vegliassero sull’armatura e la adattassero alla persona del Conte. Così 
narra il Froissart nella sua Cronaca . 


Tavola XVI 



Pezze di armatura compiuta, equestre, incisa e dorata 
segnata Pompeo (Della Chiesa). 


(Museo Po Idi Pezzoli — Milano). 




33 


affinchè esigesse quanto a lui spettava nelle parti di Catalogna , Gai- 
Ima ed altre terre del Re di Aragona, Sicilia e Navarra (Alfonso V), 

Ai 27 di gennaio del 1438 Tommaso Missaglia rinnovò la So- 
cietà col Corio pel traffico delle armature in Milano e nelle parti 
del meridionale; però, il Corio vi fece partecipare, come risulta dal- 
Fatto, i suoi fratelli Gabriele, Amico e Donato 0 ). 

Di Tommaso Missaglia e della famiglia sua non abbiamo più 
alcuna notizia sino al 1450, del qual anno abbiamo questa impor- 
tantissima esenzione da tutti i carichi: 

« Franciscus Sfortia Viceco mes Dux Mediolani ecc, Videns quam 
« se perpetuini \_perpeluuni\ et feruentem prò vi ri bus exibebat [exi- 
hekat] ad omnes nostras opportuni tates, et quantum su am in nos 
« devotionem declarare studeat, quantum edam bone eonditionis et 
« fame sit di sere tur vir Thomas cognominatus Mi ss alia de Negrc- 
nìbus de Elio ci vis ac mercato r hujus celeberrime orbis [teróis] no- 
« stre, diligere movemur ipsum et comunicare seenni beneficentiam 
« atque li borali tate m nos tram qua sepen liniero edam in ignotos u tinnir. 
«: Ipsum igitur Tliomam, ultra immuti itatem et exeptionem \exempiwneni\ 
& quam hactenus habuisse videtur et h abere tatù quam oribundus nostri 
montis Brianzie, ejusque filios et descendentes, suo se et bonis suis 
& presentibus et futuris, ubicumque sint et jaceant, et ea esse et jacere 
« contingat, nec non massarios, fictabiles, mezadros, abratiantes, rno- 

< lendinarios, colonos, pensionantes, et reddituarios quoscumque suos, 
« respectu honorum, dum taxat ipsorum Thome ac filiorum et de- 

< scendenti uni ab omnibus taleis, taxis, presti ti s, mutuis, subsi dijs, 
« scolaribus, carrigijs, nauarolis, guastatoribus, angarijs, con tribù tio- 
« nibus et alijs omnibus extraordinarijs oneribus realibus et persona- 
« libus atque mixtis per nos et camerari! nos tram quam ali ter inde 
«e retro impositis, ecc. ecc. 

< Datimi Laude die 22 aprili s mcccgl», 

(Mil. A rcb, Stor* a Famiglie e a Leti \ Due . 1450-1455, fob 9)* 

E noi abbiamo qui riferito nella sua integrità la parte essenziale 
di questa esenzione ducale a Tommaso Missaglia, innanzi tutto per 


f 1 ) Questi tre documenti sono pure riferiti in una nota pubblicata nelFArchmo sto- 
rico milanese. 


5 


34 


stabilire come Tommaso Negroni da Elio, detto il Missaglia, nel 1450 
fosse ancora in vita; poi, per dare prova al lettore di quanto buon 
nome costui godesse in allora e di quanta protezione il Duca fosse 
verso di lui largo, concedendogli privilegi nqn comuni nè facili ad 
ottenersi nemmeno nel Quattrocento, Anzi, qui cade in acconcio ma- 
nifestare la nostra opinione sulla esenzione accordata dal Duca a 
Tommaso Missaglia. Noi riteniamo che al Missaglia fu accordato 
tale privilegio, come premio di fedeltà verso la Casa ducale, allorché 
egli si ritrasse dagli affari, affidando la cura della fabbrica al figlio 
Antonio. Che il Missaglia Tommaso, poi, siasi messo a riposo verso 
il 1450 (anno della concessione) lo si deduce da una missiva ducale 
del successivo anno 1451 (Arch. St. Mil. Miss. due. n. 6,fol. 200 i°), 
firmata Johannes, diretta ai Regolatori et Magistris inlratarum, dalla 
quale si rileva che « Antonio del Missaglia in nome del Missaglia 
<< suo padre et suo ne ha rechiesto vogliamo essere contenti de fargli 
« mettere ad suo credito in una partita sola certi dinari de quali è 
« nostro creditore che sono in diverse partite corno vedereti per la 
« cedula sua incluso, et che dobbiamo farvi commissione de acon- 
« zare et ordinare le scripture segondo se richiede ». 

E, segue la cedola o, per meglio dire: il conto di credito di 
Tommaso e di Antonio Missaglia, dal quale ci è caro trarre alcune 
deduzioni atte a lumeggiare uomini e costumi di quei tempi. 

I.a cedola è preceduta da una invocazione di Antonio Missaglia 
per far presente come « nelle assignatione facte per la S. V. a Pavia 
« si è stato tolto et retenuto una grande parte dell! denari della assi- 
« gnatione, che credo non sia vostra intentione, et se pur cossi è in- 
« tenzione della Sìg. V. volemo havere paciencia in fina alla morte 
« per vostro amore. » 

E siccome il Missaglia suppone il Duca al... verde, Io prega di 
fare inscrivere le sue partite di credito sui libri del Tesoro ducale ( ! ). 


(■) Ecco alcune di queste partite : 

— Primo. Per resto de tante arme date alla S. V. quando and asti vi ad acquistare 
la Marcha, che sono per resto, ducati 2003. 

— Item per resto de tante arme date per la S. V. ad Andrea da Forlì quando 
la S. V. menò a marito la 111. ma Madonna Biancha a Cremona, che resto ducati 4S5. 


Tavola XV IL 



Pezze di armatura compiuta equestre! incisa e dorata, simile alla precedente 
nella forma e in molti dettagli 
e perciò da ritenersi opera di Pompeo Della Chiesa* 


(Museo Poldì-Pcazoli — Milano)» 


35 


Dalle partite del conto rimesso al Duca da Antonio M issagli a 
— anche in nome del padre suo Tommaso — se ne deduce la cer- 
tezza, già accennata, che verso quelFepoca Tommaso erasi ritirato dal 
commercio, affidando F azienda al figlio Antonio; nonché lo stato poco 
florido delle finanze del duca Francesco Sforza e della Duchessa 
Bianca, i quali ai M issagli a avevano ricorso per prestiti di somme 
relativamente modeste. 

Nell’Arch. Storico Civico abbiamo trovato la notizia che Tom- 
maso aveva ottenuto la concessione dì un molino per le armi in Porla 
Romana , colF obbligo d’offrire ogni anno una celata al Duca; ma la 
casa e la officina di Tommaso M issagli a erano in contrada Spad ari al 
n.° 3241, (poi io, 12 e 14), detta Casa delP Inferno (ibidem), forse 
per lo spettacolo impressionante che sui passanti dovevano produrre 
i fuochi accesi delle fucine e V assordante rumore delle mazze e dei 
martelli, che modellavano il ferro rovente sulle incudini. 


Qui, una digressione. 

Che i Missaglia tenessero quivi la propria officina è fuor di 
dubbio. Nei magli che questi celebrati battitori del ferro possedevano 
alla Cava di Casale, a Sant'Angelo della Martesana, al Ponte Bea- 


— Item per tante arme date alla S. V. quando la S. V. ruppe li Veneciani a Ca- 
ravagio (14 settembre 1448) che montone ducati 597. 

— Item per cavalli iij del Reamo dati alla 5 . V. per ducati 125. 

Item per tanto ferro da cavallo dato a Magistro Antonio Maischalcho de man- 
dato de Mess. Matheo da Peserò, ducati 25. 

— Item imprestati alla S- V. per dare a certi pifferi e trombati quando lo Sig. Mar- 
chese de Man tua vene a Milano de mandato del Mess. Antonio Longo e Mess. Matheo 
da Peserò, ducati 47. 

— Item tolti della assignatione de Pavia per dare alla Illustriss. Madona Biancha, 
ducati 500. 

__ item roteanti dalla assignatione de Pavia per la itihibirìone di gualcii per lo 
mese de Junio Julio et augiisto due. \ Lacuna nel testa ]. 

] tem retenute per lo restoro da Voghera facto alli datieri della mercanta de 

Pavia libre 450 fano ducati 140, 


— oó — 

trice e a Porta Romana sul Redefossi, il metallo veniva preparato 
per la seconda lavorazione. Sbozzato dai magli in forme diverse, cor- 
rispondenti alle pezze di armature cui era destinato, il ferro veniva 
condotto in via Spadari, dove gli artefici armajuoli a forza di fuoco 
di carbone dolce su fucine a mantice e a forza di colpi di martello, 
gli davano forma compiuta, per quindi passarlo agli azzinimi, ai ce- 
sellatori, ai brunitori, a seconda dei casi e del bisogno. 

Contro questa nostra asserzione potrebbe sorgere taluno, affer- 
mando che nella demolizione della casa dei Missaglia non furono rin- 
venute nè reliquie di forni, nè reliquie di cappe o di gole fuligginose. 

Ma P argomentazione, per quanta esatta nel fatto, non può in 
alcun modo infirmare quanto noi abbiamo asserito; sia, perchè dal 
Quattrocento alla odierna demolizione le mura della casa Missaglia 
subirono l'ingiuria di continue e radicali trasformazioni ; sia, perchè 
ai tempi di Missaglia le fucine, come abbiamo detto, non ebbero nè 
cappe, nè gole, e tanto meno forni, riservati ai magli, dove II ferro 
colato veniva sottoposto alla vigorosa azione del mazzo d* acciajo, 
mosso dàir acqua* 

La ristrettezza relativa della casa dei Missaglia fa pure sorgere 
il dubbio se quella, piuttosto che officina di finitura delle armature, non 
fosse semplicemente una bottega per la vendita* Ma ciò è stato escluso 
dai rilievi fatti ; mentre 1 documenti citati in questo capitolo, se affer- 
mano che nella casa dei Missaglia eranvi sale piene di splendide arma- 
ture, non escludono che al piano terreno si battessero quelle armature, 
che in alcune sale dei piani superiori venivano esposte all 1 ammira- 
zione dei clienti o dei visitatori. 

E i visitatori, specialmente stranieri, a 1 tempi dei Missaglia do- 
vevano essere in buon numero e di qualità . Le prove di ciò le ab- 
biamo negli scrittori di quell 5 epoca, già riferiti, e in altri, a 5 quali ora 
ci riferiamo e che precedettero, o seguirono di poco, o furono con- 
temporanei di Tommaso Negroni da Elio, detto Missaglia. 

Un celebre poeta castigliano del secolo XV, Juan de Mena, nel suo 
€ El Labyrintho* (*), afferma che, il tumulto della mischia cruenta nella 
battaglia della Vega di Granata (1431), vinta da Giovanni li sopra 


C) Valladolid 1540* 


Tavola XVIII. 



Corazza, goletta, spallacci e bracciale destro, 
parte di una ricca armatura incisa ad acquafòrte e ritoccata a bulino. 
Opera di Pompeo Della Chiesa. 


(Reale Armeria di Torino, C. 21). 



Celata in ferro a goletta snodata incisa a figure, ornati e trofei 
portante l’anagramma e il lioncornodei Borromeo. — Attribuito a Pompeo Della Chiesa. 


(Museo Poldi-Pezzoli — Milano). 




37 


i Mori, era clamoroso come i boati dell’Etna, le ridde pazzesche delle 
Baccanti, o le Ferriere de Milanesi: 

« Como en Cecilia resuena Typheo 
« o las herrerias de los Milaneses » 

E, contemporaneamente a don Juan de Mena, un altro poeta Ca- 
stigliano, il genialissimo marchese di Santillana, volendo dare un 
concetto dello strepito d’armi nella battaglia di Ponza (5 agosto 1435), 
imita don Juan de Mena, richiamando alla memoria il frastuono di 
via Spadari: 


« Non son los martillos en Claveria 
« de Millan tan prestos é tant cuidados 
« conio la batalla alli se feria » (') 

Queste notizie, comunicateci da tempo da un amico, il dott. Diaz 
di Barcelona, le vedemmo con piacere riferite in un articolo dotto 
dell’ illustre professore Francesco Novati (’), dal quale togliamo in 
prestito quest’ altra. 

« In un poemetto popolare contemporaneo, che narra le vicende 
della guerra tra Filippo Maria Visconti e la Repubblica Fiorentina, 
terminata colla peggio di quest’ ultima (27 luglio 1424), si narra 
come i generali de’ Fiorentini, condotti prigionieri a Milano, rimessi 
in libertà dal Duca, vadano spassandosi a visitare le botteghe : 

E quando el duca li ave licenziati, 

A gran solazo vano per Milano; 

A brazo a brazo li condutier prisiati, 

Tuta la tera costor cerchando vano ; 

Meraveiati li gran fati g’ an trovati 
Per la tera da cadauna mano, 

Le gran richeze de le gran marcarie 
E le riche armadure eh* erari He. 

L’un dise all’altro: « Questo è magior fato 
Che se trovase in la Cristianitade. » 

E l’altro respondea d’altro lato: 

« Al mondo non è tal in veritade. 

Chi s’apia con Milano è un mato. » 

E così cerchano tutta la citade. 


(‘) Obras del Marques de Santillana, Madrid, 1853. 
( 2 ) Perseveranza , Milano 26 marzo 1902. 


33 


Uno dei coefficienti delio sviluppo meraviglioso delle fabbriche 
d'armi milanesi, fu la scherma, perchè attirava nella capitale lombarda 
i gentiluomini d ogni regione e paese* 

Ed infatti, nelle sue Memoires , Bràntome, signore di Boti rdei Ile, 
narra che a’ tempi suoi (principio del XVI secolo), e prima, la moda 
imponeva ai gentiluomini di qualità di recarsi in Italia, e specialmente 
a Milano, per apprendere l’arte della scherma dai maestri italiani di 
gran nome. 

Tra i maestri più celebrati di Milano lo scettico cronista fran- 
cese cita Tappe, che chiama il Grande , e Julle (Giulio) ( r ). Ed in 
ciò il Bràntone concorda con quanto narra Giov. Paolo Lomazzo a 
pag. 384 del suo « Tratta io dell' Arte della Pittura, Scultura , et Ar- 
chitettura » ( 2 ), dove si legge : 

€ Dì destrezza e di velocità furono celebri Ambrogio Vespolato 
et T Arcuato 1 quali perciò riescirono singolari nel giuoco della palla 
grossa » . 

«c Et nel maneggiar Y armi con destrezza et fortezza insieme sono 
stati principali Pietro Suola, il vecchio, Giorgio Moro da Ficino, et 
Beltramo che fu pure pittore; i quali tutti e tre furono alla presenza 
sua ritratti armati da Baroni da Bramante in Milano, in casa de i 

Panigaroli a Santo Bernardino ( s ) Ma ritornando ai professori delle 

Armi eccellente appresso a nominati fu Gentile dei Borri, al quale 


( J ) Daressy, Archives des maitres d’armes de Paris, pag. 134* 

Il Bràntome ricorda tra gli altri il Patenostrier dì Roma, maestro di spada sola e 
irés-excellent en tei art; Hyer omino (il Cavalcabó); Francisco (il Marcelli); le Flaman 
Bortolomeo da Urbino, maestro di scherma a Roma ; il sieur d* Aymard (di Bordeaux) 
che per dieci anni stette in Italia ad insegnare la scherma. 

Il colpo ai garetti fa insegnato a Jarnac da un milanese, certo Caize (lo dice Bràntome) 
capitano delle lande del Re. In una nota di uomini d’arme del 1493 dell* Ardì, di Stato 
dì Milano, Militare-Armi e Fabb. ecc.}, si legge più volte il nome della famiglia Cazia 
e cioè: Johamie Cam; Thomm, Cada; Nicolao Calia et li fratelli.» 

( ? ) Milano 1585. 

( 3 ) Oggi Via Panzone. 


Tavola XIX. 



Petto a lame liscie e decorate di intagli con dorature su fondo nero. 
Lavoro attribuito a Pompeo Della Chiesa. 

(Reale Armeria Torino C. 71). 



Petto con due lame della falda riccamente scolpito a schiacciato rilievo. 
Opera di Pompeo Della Chiesa. 

(Reale Armerìa Torino C. 70). 




39 


Leonardo da \ ilici disegnò tutti gl’ huoniini a cavallo, in qual modo 
potevano l’uno da l’altro difendersi con uno a piedi, et ancora quelli 
ch’erano a pie di come si potevano l’uno et l’altro difendere et of- 
fendere per cagione delle diverse armi. La qual opera è stato vera- 
mente grandissimo danno che non sia stata data in luce per orna- 
mento di questa stupendissima arte. Con costui vanno di pari Ottaviano 
suo fratello, Giacobbe Cavallo et Francesco Tappa tutti Milanesi ». 

Professori e scuole dell’armi di fama non inferiore a quelle dei 
maestri di Milano, si avevano a Bologna e a Firenze. Anzi, erano 
fiorentini la maggior parte, se non tutti, i maestri di quest’ arte che 
per molti lustri tennero il primato presso la Corte di Francia (*). 

Il fatto che Leonardo da Vinci si indusse a disegnare pel Gentile 
de’ Borri le figure degli atteggiamenti e delle azioni schermistiche ; 
il fatto che Marc’ Antonio, lo Stradano ed altri sommi artisti, fecero 
per altri celebrati schermitori, quanto Leonardo aveva compiuto pel 
Borri e, per ultimo, Tessersi indotto il Bramante a riprendere il pen- 
nello per ritrarre tre valenti schermitori dell’epoca sua, sono prove 
luminose della valentia di quei gagliardi maestri del Xarte dettarmi, 
e della considerazione estrema nella quale quest’arte èra tenuta da 
principi, da capitani e da gentiluomini ; ma sopratutto da artisti 
sommi. 


(’) I primi maestri italiani che andarono in Francia, secondo le notizie che abbiamo 
potuto rintracciare, sono: 

Tommaso, che nel 1292 insegnava scherma a Parigi, dove aveva la sua scuola in 
via della Calandra e pagava 30 soldi, come risulta dal ruolo de la faille di quell’anno; 

Niccolò, con sala in via Buscherie e pagava soldi 20; 

Filippo, con sala in via de la Serpente , e pagava soldi 12. 

Ma fu durante il dominio di Caterina dei Medici (1519-1589) che 1 maestri di scherma 
italiani, e specialmente fiorentini, ebbero onori, cariche, reputazione, ecc. alla Corte di 
Francia. 

La figlia di Lorenzo dei Medici a quella Corte non portò solamente la bellezza 
sua, e il suo spirito eletto, la sua cultura e l’alterezza medicea; ma anche abitudini raf- 
finate e... maestri di scherma eccellenti, come quelli che sapevano dare vigoria al braccio, 
sicurezza al pensiero ed eleganza di modi anche nella violenza di una lotta cruenta. 

Tra i maestri più cari a Caterina furono Pompeo e Silvio, ambedue da Firenze. 
Pompeo fu il maestro che svelò a Carlo IX e le squisite raffinatezze d’arte di una lama 
ben condotta, e i segreti del giuoco del biliardo, (che pure ebbe origini in Italia e per- 
fezionamento a Firenze); Silvio si occupò invece dell’educazione cavalleresca del duca 
d’Anjou. 


40 


Qui, noi abbiamo riprodotto i tre ritratti del Bramante, non perchè 
sono opera pittorica di quel sommo architetto; sibbene perchè inte- 
ressano il nostro modesto lavoro per i costumi e per la foggia delle 
pezze d’armi difensive e per quelle offensive, quali erano in liso o 
dovevano essere in uso a Milano nell’epoca dei Missaglia; anzi, proprio 
nel periodo di maggiore attività delle fabbriche di questi intelligen- 
tissimi ed intraprendenti artefici. 

Nè qui è luogo opportuno, e tanto meno è il caso di discutere 
quanto l’asserto del Lomazzo meriti fede. E, perciò, ci limitiamo ad 
accettare come vangelo l’opinione degli autorevoli critici, i quali in 
questi ultimi mesi confermarono, col loro giudizio, quanto il Lomazzo 
ha asserito. 

Solo la curiosità di ben determinare i personaggi rappresentati 
dagli affreschi del Bramante, ci spinse ad alcune indagini. E così 
potemmo ritenere che la mezza figura (Tav. XXNI) riproduce l’effigie 
di quel Pietro Suola, detto Strenuus, assolto e ripristinato nel 1503 
nei suoi gradi ed onori, di cui era stato privato, per avere seguito 
Lodovico il Moro, quando dalla Germania (1500) tentò ricuperare 
Milano ('). 

L’opinione nostra trova conferma nel Vallo di G. B. della Valle 
(Venezia 1524); dove appunto al principio del Libro quarto si qua- 
lificano con l’aggettivo di strenui gli schermitori valenti. 

II Bramante dipinse i ritratti in parola durante il suo soggiorno 
a Milano e cioè tra il 1476 e il 1499. Che a quell’epoca esistesse 
un Pietro Pigino, ce lo provano i documenti da noi esaminati nel- 
l’Archivio Storico Civico accennato. Quivi, nel fascicolo Famiglie, 
abbiamo infatti trovato che Pietro di Giovanni Pigino e Pietro di 
Antonio Figino sono tra quelli che nel 1470 giurano fedeltà al neo- 
nato primogenito del Duca di Milano. 

Ma, nè l’uno nè l’altro di questi due signori devono aver po- 
sato davanti al Bramante pe’ suoi affreschi in casa Panigarola; poiché 
il Lomazzo non lo dice Figino, ma da Ficino. Quegli che servì di mo- 
dello al grande architetto Urbinate, deve essere stato Pietro di Giu- 


f 1 ) Ciò si può rilevare dal registro delle LL. D, 1503-1512, fogli tt e 12 (nell/ Ar- 
chivio Storico Civico di Milano). 


Tavola XX 



Corazzi Celata, Goletta, Spallacele, Bracciali, 

Parti di ricca armatura della seconda meta del secolo X\T* 
Parrebbe opera di Pompeo Della Chiesa* 


(Reale Armeria Torino C. 13). 




4 J 


li ano da Ficìno, cioè da Figline (*), architetto fiorentino, distinto scher- 
mitore, che abitava a Milano nel 1472 e che ai 21 di maggio di 
quel Tanno cominciò il Coperto dei Ficini, 

Il suo viso arcigno, e schiacciato come quello di un mulatto, 
deve avergli procurato il soprannome di Moro; cosa assai comune 
presso gli artisti di quei tempi, conosciuti sovente e più col sopra- 
nome, che sotto i! nome proprio (Tav. XXXII). 

Per ultimo, la figura più giovane dei tre ritratti (Tav. XXXIII) 
deve rappresentare Beltramo, schermitore e pittore; il quale, secon- 
dando la moda de’ tempi, porta la lunga zazzera, come Leonardo da 
Vinci. Ma chi sia questo Beltramo non c’è stato possibile appurarlo; 
a meno che non si tratti di quel Beliramus de Stuchìs magie ter ar- 
monio?, del quale si legge il nome nel più volte citato documento 
del 1492. Ma, c'è T attributo di pittore, che non potrebbe essergli 
venuto se non dal fatto eh* egli disegnava gli ornamenti per le 
armi ; e ciò non ci pare probabile. 

Forse noi, come tutti gli studiosi costretti a giudicare su sem- 
plici congetture, possiamo essere caduti in errore ; ma ci sia lecito 
di perseverare nel nostro giudizio, fino a tanto che altri non~a po- 
tranno provare, con documenti irrefutabili, di aver noi errato. E al- 
lora ci ricrederemo. 




Torniamo all’ argomento, 

I documenti citati per ultimo a pag. 35, non sono sincroni con 
Tommaso Missaglia, del quale dopo il 1451 non si ha più notizia 
come mercaior armorum. Egli morì nel 1469 ( 2 )i lasciando cinque figli 
maschi, e cioè: Antonio, Cristoforo, Giovan Pietro, Gabriello e Fi- 
lippo, detto Filippino, forse perchè il più giovane dei fratelli Mis- 
saglia. 


(‘) Non altrimenti viene indicato nel documento riferito. 

(-) Vedi - Celli - Manuale dell* Armatore e del Raccoglitore di Armi e dì Armature 
antiche». In 8 ° di pag. 434, con 432 fig. e 22 tavole. Milano, Hoepli, 


6 


42 



W 


A partire dal 1451 Antonio Missaglia è il capo e ìl rappresen- 
tante della famiglia Negronì da Elio nel commercio delle armature 
e delle armi, nel quale traffico ha per collaboratori, non sempre pa- 
cifici e sottomessi, i fratelli. 

Del 1457 di lui abbiamo rintracciato una supplica (Reg. Due. 
XVII pag. 264 I.) a Francesco Sforza, accolta benevolmente, contro 
una procedura criminale per via di inquisizione fatta da messer Bal- 
desarro da Corte e messer Cedrion da Roma, in seguito alla quale 
l’ Antonio era stato condannato, per certe armi date o non date ad 
Albertino da Cividale, alla multa di 960 lire imperiali. E l’ anno 
successivo il duca perdona (14 Maggio) a Cristoforo Missaglia da 
Elio, cittadino Milanese, « a comtemplatìone de toi fratelli a quali 
« siamo affectionati per loro virtute, te havimo donata la vita, de la 
« quale havevi meritato essere privato per toi manchamenti corno 
« tu say » . — (Arch. St. Mil. Miss. Due. n. 25, fol. 149). 

Dal documento in parola risulta chiaro che Cristoforo non do- 
veva essere uno stinco di santo ; e che, per venire condannato nella 
pena della testa e nella confisca de’ beni, doveva averla fatta grossa. 

Peccato proprio che la lettera ducale non c’informi sul delitto 
da lui commesso. — Solo si apprende che la grazia fu commutata 
nell'esilio fuori del ducato e territorio dì Milano, con 1 ’ obbligo di 
trovarsi a Roma entro il 14 giugno dì quell’ anno. Ed a quanto pare 
Cristoforo se n’andò a Roma ed in quella città non se ne stette 
con le mani in mano ; ma si die’ attorno per procacciare lavoro e 
guadagni al fratello Antonio. 

Ed infatti, in data 1 1 luglio 1455 Cicco Simonetta scrive al « Do- 
mino Episcopo Novarie » , oratore de! Duca presso la S. Sede (Reg. 
Ducali K. n. 2 fol. 195 I.) « Vedereti per la copia inclusa quanto 
« ne scrive el Magnifico Domino Petroloyse de Boria (Borgia) ne- 
« potè della Santità de Nostro Signore (Calisto III) per alcune ar- 
« mature quale fa fare qui in Milano per Antonio del Missaglia, per 
« la quale cosa havemo havuto da nuy el dicto Antonio, et carica- 
« tello et comandato strectamente chel facia fab ricare diete armature 
« in tucta perfectione che sarano al numero de decesette. Esso An- 
« tonio s’è trovato haverne in casa dodece bellissime; quale manda 
«al presente al prefato domino Petroloyse; l’ altre cinque saranno 


Tavola XXI 



Opera di Antonio Piccinino, milanese. 



I 



43 


< facte al fine de questo mese (di luglio) (*) et le mandarà dreto a 
T altre subito, e così ne ha promisso liberamente de fare. Al facto 

« delle gabelle havemo ordenato et proveduto che per tucte le nostre 
« terre passino senza pagamento alcuno, che montaria ben circa 

< quaranta ducati ». 

E nello stesso giorno Cicco scriveva a Francisco Capre in ter- 
mini identici; e mandava una Missiva ducale (Arch. St, Mil. n. 25, 
pag. 194) ai <& Regolatori et Magistris Intratarum » ordinando che 
dette armature, spedite da Antonio Missaglia, escissero franche dallo 
Stato, 

Sei giorni dopo (il ió luglio 1455) in un’altra missiva ducale 
(Reg, 25, fol. 198), agli stessi Regulatori ecc., vien dato soddisfa- 
zione ad un reclamo di « Antonio del Missalia ^ che, più Volte ha 

< facto querela che’l debbe hauere da la Camera nostra circha libre 
« xvtij m ; et che ha molti creditori, quali li menazono de farlo deste- 
« nere (imprigionare) et farli darrino et vergogna ». 

Ma, siccome le casse della Camera sono alf asciutto, 1 Regu- 
latori sono invitati di pagarne almeno la metà, e cioè: nove mila 
lire imperiali. 

Al 12 di settembre del 1455, i Regulatori et Magistris intra- 
iarum ricevono da Cicco Simonetta un 1 altra missiva ducale (Reg. 1 5 
fog. 237) con la quale si ricorda loro che, in data 1 1 luglio pro- 
ti xìmi preteriti ordina vini us quod tunc Romani mitterentur ad Ma- 
« gni fidi ni D, Petrum Loysuni sanctmi D, nostri pape nepotem et 
^ armoni ni ductoreni duodecim armature fabricate per Antonium Mis- 
<£ salia de Elio armorerium nostrum libere et sine alicuius dati] solutione 
« ecc. Denuo etiatn scribi mus vobis et volumus ut provi deatis quod 
« aliae quinque armature fabricate ut supra » ecc. 

A quanto pare il nipote del Papa, Pier Luigi Borgia, deve es- 
sere rimasto assai soddisfatto delle armature a lui fornite da Antonio 
Missaglia; tante che, ai 14 di maggio del 1456, scrive al Duca in 
Asti : € perchè ahi amo bizogno di al duine armadure per pottere so- 
<c disfare alla volontà del A, S. P, et avendo facto cercare qui ì 


(■) Vedremo in séguito che furono finite il 12 settembre. 


44 


* Roma et no ab i amo trovato cosa che sodisfacia alla volontà nra et 
£ pchè Xpofano (Cristoforo) del M issagli a na offerto che di diete ar- 
« madure afar a prò vedere dal fratello suo m* *° Antonio del Missaglia 
« alla intenzione nra come esso da noi estato i formato et però Su- 
« pii chiamo V. S* S. che piazza di armadure vinti che per tutto lo 
« territorio di V. plaudata S. S* passmo franche ^ ece* ( r ). 

Verso il 1460 Antonio Missaglia e fratelli domandone ( 2 ) al Duca 
il pagamento dei loro crediti verso la Camera ducale « altramente 

* saria forza a elicti fratelli sarare (serrare) la botega e patire grande 
«vergogne e mollestie^* Il Duca fa loro pagare un*.', acconto* 

Ma già in quel tempo il Missaglia aveva saputo rendersi caro 
al Duca e caro tanto da ottenere facilmente favori pìccoli e grandi a 
vantaggio suo e de 1 suoi fratelli, o de suoi dipendenti* Così, con ima 
semplice supplica ottiene grazia per Cristoforo di Angleria (Angera) 
armi/ex , rifugiatosi a Brescia dopo aver ferito alla mammella certo 
Ira de Percis* ( 3 ) 


Nel 1462 Antonio Missaglia, che sempre piu godeva la protezione 
e 1 favori del Principe, riceve dal Duca Francesco Sforza (18 maggio) 
V approvazione ( 4 ) alla convenzione seguita tra esso Antonio e Filippino 
d'Erba con la Comunità di Canzio* In questo documento, nel quale 
r Antonio Missaglia da Elio è chiamato « nobili**. viro)», si fa men- 
zione di Gabriel Missaglia, fratello di Antonio, e vi si tratta dell’ im- 
pianto di forni e magli in luogo e plebe di Figino , per Y esercizio delle 
miniere di ferro di Val sassi na* 


(*) Arch* Stat* Mit. Se#. Mìlìl*, Armi e fabbriche d* Armi. 
(*) Ibidem , Famiglie, 

(*) Ibidem . Miscellanea* 

( 4 ) Ardi. St* MiL Reg\ V. fog. 333, 1462, iS maggio. 


Tavola XXII. 



Armatura completa di Alessandro Farnese — Attribuita all’artefice milanese 

Lucio Piccinino. 






45 


Pure nel 14Ó4 il Duca scrive ad Antonio Missaglia: 

« Dilecti nr per mettere le nre Gentìdarme che sonno state spo- 
«: liate in Zenovese ( nel Genovese) hauemo ordinato darli de le arma- 
te ture dela tira munitione, 53 armature integre (complete) ad quilli 
« ne sonno spogliati in tutto et ad quilli ne mancha qualche pezo et 
« remetterli quella parte gli mancasse, pertanto volemo che circa questi 
« xequisti prò p suoi buletini cometteranno li Conti Borella et I). Mi- 
« chele de Batalia così in dare le armature integre, come in far 
« conzare quelli pezzi gli mancassino, togliendo ogni cosa dela nra mu- 
« nitione et quando li pezi che mancarono non fussero nela nra mu- 
« nitione daragli de li tuoi et metteragli al nro cunto et nui te li paga- 
« remo segondo li prij (prezzi) consueti ». 

Questo documento, senza data, si riferisce all’anno 1 464 ; e cioè : 
a quando il re di Francia, nel febbraio di quell’ anno, ebbe a rinun- 
ciare ai diritti su Savona e su Genova in favore del Duca di Milano, 
il quale aveva spedito il fratello suo Corrado con truppe comandate 
da Donato da Milano, detto pure del Conte , celebre condottiero ap- 
partenente alla famiglia dei Burri. (') 

Se il lettore fosse bramoso di conoscere di più su questa spe- 
dizione, non ha che da consultare X Archivio Storico Lombardo (*) dove 
l’ottimo architetto Luca Beltrami sotto il titolo: « Le Bombarde mila- 
nesi a Genova nel 1464 », pubblicò documenti interessàntissimi sul- 
l’argomento. 


* 


Due anni dopo, e precisamente 1 ’ ultimo di maggio del 1466, 
Antonio Missaglia in una supplica al Duca, espone: «lo vostro fi- 
« delissimo servitore Antonio Missalia tamquam frater et coniuncta 
« persona de Johanne Petro Missalia absente da questa vostra in 


(‘) Corio, parte VI, an. 1477; Rosmini, Storia di Milano torri. Ili, pag. 52. 
( s ) Anno XIV, fas. IV, Die. 1887. 


4 6 


« olita città de Milano, che ’l diete Johanne Petro, già più anni pas- 
« sati, è creditore de Stefano di Cerati de la cità d’Alba, de ducati 

« zinquecento d’ oro e perchè dicto Johanne Petro usque nunc 

« per obstinatione del dicto Stefano mai non ha possuto conseguire 
« el debito suo, e che Georgio di Granari citadino de Alexandria 
« è debitore del dicto Stefano di Cerati d’ assai bona somma de 
« denari, > supplica, perchè per officio di Georgio de Annono, com- 
missario in Alessandria, venga sequestrata la somma dal Granari do- 
vuta al Cerati (') 

Noi non abbiamo potuto accertare se il Duca assecondasse o 
meno il desiderio del suo nobile annovero; ma abbiam ragione di ri- 
tenere che lo soddisfece pienamente, poiché in nessun altro docu- 
mento troviamo rinnovata la preghiera del Missaglia. 


* 


La curiosità dello studioso troverà soddisfacente pascolo nell’esame 
dei conti che in quell’anno (1466) Antonio Missaglia rimetteva al Duca. 

Dalla « Ratio Antonij Missalie » risulta che in detto anno il 
Duca doveva dare, come residuo delle armature fornitegli dal Missa- 
glia, 30568 lire 2 soldi e 1 1 denari. 

« Per arme date per ordine di Michele Battaglia e di ser Dome- 
nico Guiscardo ai famigli, camerieri, galuppi , ragazzi ducali , a fore- 
steri francesi et napolitani per l'andata a marito (1465) de la Illu- 
strissima Madona Ippolita (con Alfonso di Calabria) donate negli 
anni 1464, 1465, 1466, lire 22400. 

« Per armi fornite al Duca (Galeazzo Maria, prima della morte 
del Duca Francesco) per la sua andata in Francia (con una schiera 
di uomini d’arme in ajuto di quel Re) lire 3200. 

« Per le armature date per ordine della duchessa a un frate di 
S. Francesco per la crociata e per quelle fornite sempre per ordine (*) 


(*) Mil. Arch. St. Particolari « Missaglia ». 


Tavola XXIII. 




Borgognotta e Rotella deir Imperatore Carlo Quinto 
Opera milanese da attribuirsi a Lucio Piccinino. 


(Reale Armeria di Madrid D. 3 e D t 4). 

























47 


della Duchessa ai figli: Filippo Sforza, Ludovico e Ascanio (il car- 
dinale) e Ottaviano, lire 720 pari a 180 ducati. 

« Per Tannatura del figlio del Duca (Filippo 0 Ludovico ?) lire 
1472 e lire 600 per altre armi date al duchino Filippo. 

« Per le armi promesse e date al Re di Francia e a certi 
suoi cavalieri e ambasciatori, sul prezzo di ducati 2200 residuavano 
8800 lire ('). 

Il totale della « Ratio Antonij Mìssalie > si chiude con un cre- 
dito di oltre 100 mila lire di allora, che il Missaglia reclama, perchè 
a cagione di detta sovvenzione si trova sotto « grandi debiti » . 

Un decreto di Bona (di Savoia, reggente) e Galeazzo Maria 
del 1 466 ordina il pagamento di L. 20 mila al Missaglia per cento 
armature degli uomini d’arme ducali. 


» 


Tommaso Missaglia, abbiamo asserito, morì nel 1469. 

La conferma del nostro asserto si trova nella rinnovazione per 
parte di Galeazzo Maria Sforza a favore di Antonio Missaglia e fratelli 
suoi, delle lettere patenti di esenzione da tutti i carichi concessa, al 
quondam Tommaso e la riconferma dei privilegi in detta esenzione 
promessi. 


(') Questa partita si deve riferire a quanto sì trova registrato nelle cronache, e 
cioè al desiderio espresso nel 1466 dal re di Francia dì avere una armatura milanese- In 
allora Francesco Sforma spedì al re dì Francia uno dei Missaglia. Petrus PanicharoUo 
( Pietro Giuseppe Panìgaroli), che in quel tempo sì trovava presso la Corte Francese in 
qualità di Nunzio con V incarico di concludere il matrimonio tra Galeazzo Sforza con 
Bona di Savoia, scriveva al Duca Francesco (27 aprile 1466): « Zonze in queste parti del 
mese di marzo proximo passato Francesco dii Missaglia (doveva essere cugino di An- 
tonio) per armar questo signore Re; quanto piacere la Maestà soa ne havesse credo 
quella per mie lettere lo habia inteso : piu volte lo ha facto andare in camera soa di 
giorno et di nocte et quando andava a dormire ; ad ciò vedesse la persona soa et co- 
gnoscesse el volere suo et Paptitudine, bisognava de Parmatura che non gli facesse male 
in modo alchuno ; perchè ha una persona molto delicata », E, contìnua che il Missaglia 
aveva si bene compreso il desiderio di quel re, che: « la prelibata sua Maestà fino qui 
ne restò molto satisfala », 


4 S 


Da questa lettera ducale si rileva pure che Filippino da Erba 
altro non era che negotiorum suonivi (dei Missaglia) gestor, cioè: 
procuratore. 

Il documento, è vero, non porta la data; ma confrontato da noi 
con altri documenti sincroni, abbiamo potuto attribuirlo con sicurezza 
d’animo o all’anno 1469 (fine), o al principio del 1470. (‘) 

Nella Sezione storica - Famiglie , dell’Arch. di Stato milanese, si 
legge una supplica di Antonio Missaglia e di Bertolino da Canzio eius 
factoi'is, nella quale i supplicanti espongono che « non obstante che 
« V. Sig. habia concesso ad lo vostro fidelissimo servitore Antonio 
« del Missalia armorero de V. Sig. lettere patenti per anni cinque 
« de familiaritate per si et compagni quatro, et prout in le diete let- 
« tere se contene date Papié XXI I IJ° Jully MCCCCLXX signate 
« Cichus, et in questa estate proxime passata essendo Bertolino de 
« Cantio suo factore in sopra la piaza del domo de Millano, il quale 

« haveva cum si uno dirtelo longo in una guadina (guaina) il 

« cavalere del Capitaneo de justitia de Millano cum alcuni de li suoi 
« famigly pigliorono cheto Bertolino et lo conducetene ala Casa del 
« dicto Capitaneo et gli tolsero libre tre imperiali » 

Per l’intervento di Antonio Missaglia il povero Bertolino ricu- 
però la libertà; ma perchè ebbe forse a reclamare le sue tre lire im- 
periali, il capitano lo condannò a dieci fiorini d’ammenda per porto 
d’arme... proibita. 

Contro la condanna ricorse il Missaglia, e la sua preghiera valse 
ad annullare li sfoghi del signor capitano di giustizia ; e la sentenza 
fu annullata senza appello e cauzione . 

* 

Nel Registro Ducale (BB, fai. 188) si legge la « Donatio An- 
tonij Missaliae de Molandino super Mauigio Martexanae apud sancitivi 
Angelum ». 


( l ) Mil. Arch. Stat. Lett. Ducali. 


Tavola XXIV 



Armatura completa di Alessandro Farnese. — Attribuita all’artefice milanese 

Lucio Piccinino. 










49 


Il rogito di questa donazione fu compilato ad Abiate (Abbiate- 
grasso) il 6 di giugno del 1469, ed è firmato da Cichus (il Simonetta ). 
In questo atto il Missaglia è chiamato « nobilis vir Antonio 5 M issali a 
de Negronibus de Elio, cives Mercator et Armorerius noster et Ci- 
vi tatis nostrae Mediolani, unquam prò viribus suis operando fuit def- 
fessus in ijs omnibus, quae dignosceres iti exallatiouem , glorìumque 
noslram tendere; multaque nobis servi tio imprendisse » . E la donazione 
venne fatta nella forma più completa che la legge d’ allora prescri- 
vesse. Se nonché, il Missaglia, dopo avere con grande dispendio tra- 
sformato il molandino (molino) in maglio, e dopo aver fatto costrurre 
un arco sopra il Naviglio della Martesana, si accorge che gli manca 
l'acqua occorrente per l’esercizio del maglio ; sicché, si trova costretto 
a presentare una nuova supplica al Duca, affinchè l’acqua non faccia 
più difetto. ( 1 ) 

Da un’altra supplica del Missaglia al Duca del 1471 ( a ) pare che 
la donazione non fosse « donazione », come la intenderemmo noi oggi 
giorno; ma una semplice locazione ; poiché il Missaglia et consorti si 
qualificano per « Jz liabili del Manlio de Mar tisana » . Nè, per quante in- 
dagini abbiamo fatto, siamo riesciti a risolvere la contraddizione emer- 
gente tra Vallo di donazione e questa supplica. Ma ciò poco importa 
in effetto ; poiché allo studioso basta sapere che i Missaglia avevano 
costrutto un maglio al Molino di S. Angelo in Prato sul Naviglio 
della Martesana, in Porta Cu man a. 

La donazione di questo molino e la tìttanza della Martesana non 
pare che portassero fortuna al Missaglia; poiché, verso il 147 2 (il 
documénto non reca la data; ma s’ha ragione di assegnargli quella 
ora citata) Antonio Missaglia servitore fedelissimo e fictavìlo del vostro 
naviglio de Martesana de Milano » ( 3 ) (Mil. Arch, St. Pari , Missaglia) 
è costretto a reclamare al Principe contro i soprusi, i dispregi e i 
danni, che gli vengono fatti lungo II Naviglio, rompendo le ripe e gli 
argini, le serrature e i catenacci; asportando le porte de li incastri ecc.; 


(*) Ardi. St, Mil* Militare e Fabbr. d’Armi. 

( 3 ) Ibidem. 

( 3 ) A vero dire qui non si capisce bene se il Missaglia fosse fittavolo del Naviglio 
della Martesana, o del Molandino della Martesana ; dal contesto del documento si de- 
durrebbe che avesse tolto in affìtto il Naviglio nuovo della Martesana. 


7 


— 5 ° “ 

sicché, si decide ad abbandonare la fittanza [Ibidem] ^ ed invoca Y in- 
tervento dei Duca per non a litigare nauti al jttdìce » , per le prepotenze 
che vuole usargli Messer Johanrie Piola, giudice. 

In questo torno di tempo s ha notizie di un Zanino de Negroni, 
Massario del Messer Antonio di Porris ; ma riteniamo che questo 
Zanino nulla abbia a che vedere con i Negro ni da Elio detti Mis- 
saglia, come si arguisce dal contesto del documento (’), 

* 


Il periodo di tempo che dal 1464 va al 1475, è stato senza 
dubbio il periodo di maggiore intensità di vita e di opera per Antonio 
Missaglia e consorti. Gli affari dovevano andare a vele gonfie, tantoché, 
oltre alle ricchezze, essi acquistavansi onori e influenza presso la Corte 
ducale* Ed infatti : bastava una supplica o un reclamo di Antonio Mis- 
saglia o de’ suoi al Principe, acciò le deliberazioni e le sentenze di giu- 
stizia, contrarie ai Missaglia, restassero lettera morta. È pur vero, in 
oltre, che anche in allora la Giustizia non era serena e che quasi 
sempre si lasciava guidare dall’ invidia, dalla corruzione, o da quella 
innata avversione degli ignoranti 0 degli ambiziosi insoddisfatti contro 
coloro i quali, come il Missaglia, avevano saputo dal niente o dal 
poco assurgere comecchessia, poco o molto, al disopra dell’aurea me- 
diocrità del,**., nulla. 1 

E, verso il 1470, il Missaglia è costretto a scrivere al principe 
che: « Post multas moiestias variasque difficuìtates contra justiciam 
« factas vestro fedelissimo servitori Antonio Missaliae, » da Cristoforo 
da Bollate, segretario del Magnifico Consiglio, nella causa tra esso 
Missaglia e Antonio de Zappellis, non gli rimane che invocare l’in- 
tervento del Duca, affinchè cessino i soprusi e possa la Commissione 
a fasia de utriusque portis vohintate spectabili celeberrimoque doctori 
«dominio Ambrosis de Aliprandis esercitare la sua funzione »( 2 )* 


(*) Milano, Arch* di Stat. Sez. Stor. Neuroni da Elio. 

( 2 ) MiL Arch* Stat. Particolari Missaglia . 


Tavola XXV, 



Scudo appartenente all'armatura di Alessandro Farnese 
attribuito a Lucio Piccinino. 




5i 


Che il Missaglìa possa contare in questa e in altre sue facencle 
della protezione del principe, lo si rileva da una sua lettera di quel 
tempo ch’egli scrive da pari a pari a Mess. Cecho (Simonetta) « Prego 
« la Magni fi centi a vostra se degna scrivere per parte del nostro II- 
« lustre Signore, ali Referendari) da Pavia me vogliano fare pagare 
« il mio resto de li danari me furono assegnati in su le imbotate de 
« Pavia, del quale si è passato il termino za longo tempo, aciò che 
« in questa andata voglio fare per lo Illustrissimo Signore Galeaz 
« posso conseguire il dicto resto, e non bavere casone (cagione) de 
« ritornare una altra volta per lo dicto resto. Ex domo xvn Martij 

Vester Anton ìus 

« Missalie de Elio cum recomandatione >. 

¥ 

Verso il 1471 Antonio Missaglia riceve lettere direttamente dal 
Duca e senza intermediari a lui risponde (4 giugno) « Stogi ho ri- 
« cevuto do lettere de la Sig. V. de di ni; del presente, de conti- 
« nentia l una in effecto che manda a Pauia uno bone Magistro de 
« li mei che toglia la mexura a la Sig. V. de una coraza e de uno 
« elmo, e l’altra che ve manda zobia chi è domane imiti coraze de 
« grande e picole fornite cum fiancali e uno magistro che sortiscila 
« diete armature, e conio V. Sig. me ha assignate libre X'" quale me 
« bavera affare exbursare Antonio Angui sfola vostro thesorero ge- 
« n e rate per li Crediti ho cum la prefata V. Sig, e la quale presto 
« me prouederà al resto in modo che restarò contento, e cum una 
« dirrectìva al prefato texorero... etc. In executione de le quale vostre 
« lettere, per adìmplire la voluntate eh’ essa vostra Signoria, hogi 
« cum ogni solici tudi ne e diligentia metaro in ordine diete armature, 
<1 esi provedarò de cavalli ali dicti magistri, e domane io le conse- 
« gnarò a Pavia insiema cum dicti magistri, ali quali bixognerà che 
« V. Sig. gli proveda de alogiamento, altramente dicti magistri non 
« se conduri ano. 

« Ala parte de quelle libre X m assignate ut supra, sono stato 
«c cum lo prefato texorero el quale me ha rispoxo luy de questo non 


5 2 


€ hauere denari ; ma che ritorna da luy e poi me dirà come se do- 
« aerano hauere* 

€ Non di meno scrive rassegnato il Missagiia, « fin che me 
« b a starà la vita, la roba e lo credito sempre me perforzarò libe- 
« ramente adimpire la voluntate d'essa Sig. V. ala quale devota- 
mente me raccomando » ecc 


4 

Del successivo anno 1472 (in data 15 giugno) si ha uno istru- 
mento di vendita, fatta dalla Camera ducale a Mj° Antonio Missagiia, 
di parte dei feudi di Ganzo e di altre terre della Corte di Casale, 
in cui si legge che « proseguendo (il Missagiia) di quella ferrareza 
(1 T aveva già presa nel 1462, 18 maggio) risulterà grande honore al 
Stato ed assai utilitate al entrate oltre la comoditate di subditi in 
quella parte » * 

Ma anche le suppliche non fanno difetto. Quelle di Antonio Mis- 
saglia al Duca s'incrociano con quelle che allo stesso principe invia 
Giovati Pietro, fratello di Antonio, per una serie di controversie sorte 
per ragioni d'interesse tra Giovan Pietro da una parte ed Antonio 
co' suoi fratelli dall'altra (*) e deferite ai giudici. 

In causa vengono chiamati testimoni di « Sibilla (Seviglia) de 
Spagna, di Valenza, de Catalonia, de Napoli* Gajeta, Florentia et 
Pisa, Jenna et Mon barn zzo de Monferrato* > 

Con una di queste suppliche (senza data) Y Antonio chiede al 
Duca lettera di raccomandazione a fine di mandare Filippo Missalia 
suo fratello a Napoli per fare esaminare certi testimoni in detta causa 
contro Giovan Pietro da Elio suo fratello, perchè dubita che questi 
« maligno cimi sue astuzie e malitie non fatia fare molestia per al- 
« cimi suoi asserti creditori o per altro sia in Napoli, o per impe- 
« dirlo a fare exami tiare elicti testi moni]* » 


O Mil. Ardi. Stor. Sez. Stor, Famiglie ; Ibidem Particolari, in tutto diciatto do- 
cumenti. 


Tavola XXVI, 



(De Gehn, ifjoS). 














53 


E mentre si dibatteva questa causa tT interessi tra Giovan Pietro, 
che, tra parentesi, non doveva essere uno stinco di Santo, da una 
parte e Antonio e i suoi fratelli dall' altra, il Duca G, Galeazzo 
Sforza con lettera ducale, del 15 dicembre 1473 da Vigevano, con- 
cede ad Antonio Negro ni da Elio, detto M issagli a figlio del quon- 
dam Tommaso, il Molino al Ponte Beatrice, donazione che viene poi 
confermata con atto del t maggio 1487. 

Detto Molino passò in seguito ai Brebbia, nei quali si estinse 
la discendenza dei Missaglia (MiL Ardi. Civico, Località; Molino di 
S. Marco — Mollili 1769)* 


? 

Nel 1469 Cristiano I di Danimarca si rivolge al Duca di Mi- 
lano per una bella e buona armatura e subito da Gallarate (23 no- 
vembre), Cicco (Simonetta) scrive a Johann! Chiapano (Miss, ducale 
n* 91, fol. 49) «La Maestà del serenissimo sig* Re de Datia ne ha 
« rechiesto una armatura per la persona in la forma et de la niesura 
« te dirà Anechino presente exhibitore. Perhò volimo che subito re- 
« cevuto questa mandi per Antonio del Missaglia et face faciere dieta 
« armatura secondo intenderà da dicto Anechino facendo la fare bona 
« et bella quanto sia possibile* Et fornita la farai) liberamente dare 
« a dicto Anechino, o ad chi luy te dirà de (dare)* Et nuiy la pa- 
« garimo ad esso Antonio. » 

Forse, coperto da questa armatura del Missaglia, Cristiano, reduce 
da Roma, entrò nel Castello di Milano, ospite del Duca Galeazzo 
Maria e poi a Bergamo e al Castello di Malpaga ospite di Barto- 
lomeo Colleoni* {1474)* 

Ed ecco un’altra lettera ducale del 26 ottobre 1473 a Antonio 
Missaglia — « Ri cernite queste, volemo ne ni and e le Armature de 
D. Alfonso (D'Aragona, duca di Calabria, nel 1494 re di Napoli, 
morto nel 1495), et similmte ne mandi una coraza fornita come saria 
per la persona de Marchino de Abiate (Abbìatqgrasso ) t un poco più 
agiata (comoda) per non fallire et insieme con la coraza manderai 
quattro elmetti, et altrettante Arnese, et schienere ad ciò se ne troua 


54 


conveniente ala n.ra volunta, et q.ste tutte cose fa che siano qui do- 
mane per n.ro piacere seza fallo, per executione del quale mandarai 

ancora doy ma.gri pratich de Arme perchè non glintervengha 

alcuno dubio te mandiamo un mullo per portarne le diete Armature. 
Ex viglo (Vigevano) xvij Nov. 1473. praeterea ne manderay una 
Armatura compijta ecc. Arnese schienere et eliti eti vt. s. che veri si- 
milmente siano boni per Al exino n.ro Reazo (Ragazzo). Dat. vt. s. » 


Del 1474 (15 gennaio), due anni prima che venisse ucciso Ga- 
leazzo Maria, s’ha una lettera di Antonio M issagli a al Duca, attorno 
a certi lavori da eseguirsi nella munizione del Castello di Pavia (‘); ma 
del successivo 1475 abbiamo rintracciato altri documenti ( a ) che meglio 
ci illuminano sui componenti questa famiglia di intelligenti e fortunati 
mercanti milanesi. 

II principale, sebbene senza data, è dell’agosto del 1475 ( 3 ) ed 
è una lunga supplica di « Franciscus d ictus ( 4 ) Salvinus et Queriscus 
« fratres de Negro ni bus de Elio habitantes in loco de Berzanore 
« (Barsanò) plebis Massalie » i quali invocano la protezione del Prin- 
cipe contro le accuse a loro mosse dal D. Caldino de Bebulcho ca- 
nonico della chiesa del S. Salvatore in Barzanò. ( 5 ) 


( J ) Mih Ardi. St, Milii. Armi , ecc , 

( 2 ) Eccone uno : 

« Gotardo P alligatole 

Ha verno commesso ad Antonio del M issagli a che faci a arnese schive re et fra li- 
di alt per li Ilh mi Conte de Pavia et Marchese Ermes nostri figlioli. Perù volemo che tu 
gli prò vedi del zettoncìno et altre cose, quali bisognano per fornimento d’esse arme, 
(Villenove die XII aprìlis 1475), 

Gabriel ». 


( a ) ibid. Sez* Storica Famig. Negro ni. 

( 4 ) Questo Francesco potrebbe essere lo stesso che fu mandato dal Duca dì Milano 
nel r4ó6 al Re dì Francia, per fornirlo di armature. Veggasi la nota 1 a pag. 47. 

( fi ) Pare che avessero preso a sassate e ferito il reverendo Canonico !.... 


Tavola XXVII 



Archi busi e re tedesco con archibusone a forcina» 


(De GehNj i6o8)< 



55 


* 


L'uccisione di Galeazzo Maria Sforza (25 dicembre 1476) per 
mano di Cola Montano, di Lampugnani, di Visconti e delFOlgiati, 
senza dubbio creò de' veri impicci anche al Missaglia, non foss' altro 
per i suoi crediti verso la Corte ducale; ma di quel tempo non c'è 
stato possibile rintracciare alcun documento. 

In buon punto, adunque, deve esser giunta al Missaglia la con- 
ferma ad armajuolo ducale da parte di Bona e di Giovan Galeazzo 
Maria Sforza. Il documento non ha data; ma è con certezza del 1477. 

Lo trascriviamo: ^ Dilecte nr. — Perche la fede, deuotiono et bontà 
« tua e stata cogn osci uta per axperientia verso il stato nro e saperne 
^ quanto diligentemte fino al pntehai facto. Per tenore de la pnte te deela- 
« remo dicemo: et corno nra Intentione e che tu semi nuy, et La Corte nra 
« de armature, si corno hai facto per lo passato, et con quelli ordeni, corno 
« soleui fare con la bona memoria del quon II!. 1110 Sig. re nro consorte 
« et patre et del quon exel."° sig/ e Duca Francespo nro socero et 
« Ano honoran. non dubitando che tu non mancami de la tua con- 
« sue tildi ne, et bontà, et nuy faremo che reman e r ai ben contento de 
« li toi pagamti et oltra hoc volerne che tu habij La tua consueta 
« prolusione ad computo de fiorini xij al mese per la toa honoran ti a 
« et cusì del tucto seni iremo alli Mais tri nri de Li n tra ti ordinarie et 
obediraì Li bullectini che contro commissione te seranno facte per 
« nra parte » Fuori: « NobiI Viro Antonio Missalie da Elio Mag/° 
Armor. nobis dilect. » 

E così il Missaglia, coi 144 fiorini all’anno, ricuperava la prote- 
zione del principe e tutte le utili influenze, che da quella protezione 
preziosa potevano derivare. 

Il primo beneficio che a lui ne viene, è la riconferma dei pri- 
vilegi e delle esenzioni accordate a Tommaso Missaglia da Francesco, 
e riconfermate ad Antonio e fratelli Missaglia da Galeazzo Maria 
Sforza (Mih Ardi. St. Sez, Stor. Famig.). 


56 


* 

Il 7 di gennaio del 1477 la duchessa Bona incarica Giovati- An- 
tonio de Lathuada di assumere le deposizioni di Giovati Pietro de 
Negroni da Elio, fratello di Antonio, del quale già tenemmo parola, 
e di Galiano de Galiani, in lite tra di loro; e il 19 marzo il liti- 
gioso Giovati Pietro presenta una nuova supplica alla Duchessa, perchè 
« si è za asay frustato et allieto da Galiano de li Galiani per molti 
« littigy li quali ha hauuto et anche ed presente ne ha tri con esso 
< Galiano »; chiede che il Lattuada sospenda ogni sentenza e non 
rimandi il giudizio definitivo al Consiglio segreto, attesoché: « tri se- 
« natori del cheto consilio de justitia l’uno è advocato et compatre 
« del dicto Galiano ( cioè: Jo. Andrea Cagnola); l’altro si è in stretta 
« affinitate con esso Galiano ( cioè : Alexandro da Ro) » e perchè, 
infine, il procuratore del Galiano è D. Ambrogio Cagnola barba 
(zio) del prefato Jo. Andrea. Ma, come le cose non si mettono a bene 
pel Giovati Pietro Missaglia, vien presentata una terza supplica, do- 
cumentata, dalla quale resulterebbe che la ragione non sarebbe del 
Galliano, ma del Missaglia, malgrado le sentenze dei giudici. Ciò 
che capita molto spesso anche a’ giorni nostri. 

L’anno successivo (1478) il povero Giovan Pietro è di bel nuovo 
in querela per due coperte da letto rubategli da Petro de balestrerijs, 
ed eccolo di nuovo a mendicare giustizia dalla Duchessa. E nello 
stesso anno il solito Giovan Pietro Missaglia, « cives et mer- 
cator Mediolani », torna a supplicare la Duchessa per ricuperare un 
suo credito verso Lorenzo da Reale, erede di Tommaso. 


? 

Un Bernardino del Missaglia, « famelio Danne » del Duca, aveva 
nel gennaio (11) del 1478 per suo saccomanno « Domenico deli Te- 
stori », il quale, venuto a contesa di parole per certo gioco, con 
Andrea de la bareta, suo compagno, dalle parole passò ai fatti. Allora, 


Tavola XXVIII* 





57 


Andrea evaginò una cor tela per colpire Domenico, che, a sua volta, 
con una sassata ferì alla testa l’aggressore. Il console di Olgina (01- 
giate) ne fece rapporto ai capitano di Vimercate, che procedette nei 
riguardi del saccomanno di Bernardino del Missaglia, il quale se ne 
appellò a Bona e al figlio di Lei Galeazzo, perchè avessero da cacciare 
le tentazioni punitive che avevano invaso lo spirito del Capitano di 
giustizia di Vimercate, 

Il nome di questo Bernardino del Missaglia lo troviamo consa- 
crato In altre due suppliche, da lui dirette alla reggente Bona (Mil. 
Arcil St, Particolari- Missaglia) , per certa questione sorta tra il sup- 
plicante e Turcheto Scarampo, famiglio da corazza prima, e Nicolao 
del Borgo poi, a cagione di un bellissimo cavallo donato a Bernar- 
dino dal Duca ( Galeazmaria olim consorte ), quando il postulante era 
^ carn er ero de lo prelibato quondam signor » e da Bernardino ven- 
duto per 30 ducati d’oro a Turcheto, e da Turcheto a Nicolao del 

Borgo ed a questo tolto dal duca e ridato a Bernardino che finisce 

per perdere i 30 ducati e il cavallo!,,,. 

Nulla ci conferma se questo sventurato Bernardino appartenesse 
alla famiglia dei celebrati armaruoli ; ma per varie considerazioni dob- 
biamo dedurre che di quelli eccellenti artefici fosse parente, forse 
figlio di un fratello di Tommaso e quindi cugino di Antonio; oppure 
figlio di un fratello di questi. Altrimenti non si sarebbe detto del Mis - 
saglia ; ma semplicemente Missaglia o da Missaglia qualora si avesse 
voluto indicare il paese d’origine. Quel del per noi esprime una pre- 
ghiera ed un avvertimento Insieme, come sarebbe: Il supplicante non 
è il primo venuto; ma è figlio del Missaglia f che tu ben conosci e 
sai, ecc. 

In una lettera (Missive ducali n, 135 — Diario di Cicco Si- 
monetta) alla duchessa Bona di Giovanni de Attendolis , datata da 
Pavia il 27 agosto 1478, si legge la nota « delle arme che si trovano 
nel Castello pavese. Tra le moltissime evvi quella della felice memoria 
del quondam Ill, mo Sig/ e Ducha Francesco», la quale come si sa, esci 
dalla fabbrica del Missaglia, 

Segue la nota delle « arme date fuora de la muniUone del su - 
prascrìfto Gas telo (di Pavia) dopo la morte de lo III ” 10 Sigi* Duca 
Galeaz Maria » , 


a 


5 « 


Da questa nota appare che ad Antonio del Missaglia vengono 
date « che’l conduca ad Milano » : 

« Corpi 40 di Coraze 
Para 40 di brazali 
Para 40 di spalazi 
Para 40 d’arnesi 
Para 40 de schi neri 
Elmetti 40 cum le sue bavere 
Para 58 de fianchali et falde 
Golgiarini 9 de magia. » 

Segue la nota, col nome delle persone, delle armature prestate ai 
« Camareri per la festa de San Giorgio proximo passato. » 

Per ultimo si legge la nota delle armature consegnate « ad 
Bernardino di Missaglia (del quale abbiamo or ora discorso) a dì 21 
di Augusto 1478 in executione de lettera ducale. » E cioè: 30 corazze; 
30 elmetti «cum le sue bavere»; 25 paia di fiancali e falde; 50 
paia di spallacci; 30 paia di bracciali; 30 paia arnesi; 30 paia di 
schinieri ; 50 paia di guanti. 

Messa a raffronto questa nota delle armature consegnate a Ber- 
nardino del Missaglia con quella delle armature consegnate ad An- 
tonio del Missaglia, se ne deduce che anche Bernardino, al pari di 
Antonio, doveva esercitare la fabbricazione delle armature e il com- 
mercio di quelle. Solo, non c’è stato possibile stabilire i rapporti di 
parentela tra Bernardino ed Antonio. 


* 


Del 1480 (21 gennaio) abbiamo una supplica del solito « Jo- 
hannepetro de Negronibus dicto Missaglia » che si trova nuovamente 
in litigio; ma questa volta con Lorenzo Grasso, dottore in legge; e, 
come sempre, il Missaglia si lagna delle perfidie del suo avversario 
e de’ giudici a quest’ultimo contro diritto e giustizia favorevoli ('). Ma 


( l ) Arch. St. Mil. Sez. Storica-Famiglie Negroni. 


Tavola XXIX. 



( Davanti) 



(Retro) 


Armatura di Federico Siegreichen — Opera dell’artefice milanese 


T OMM AS O M 1SS A GLI A, 









59 


più interessante per lo studioso della famiglia dei Missaglia è la let- 
tera che il 24 aprile di quell’anno (1480) Antonio Missaglia spediva 
alla Duchessa. 

« Intendo chel Conte petro del Verme cerca de bavere da le si- 
« gnorie Vre la mia corte de caxa ju risei ictione separata de la plebe 
« de I ozino (*) quale me venduta et data in feudo per la felice bona 
« memoria qdam duca Galeaz vro consorte et padre. In la quale 
« ultra el pagamento de quella per mandare ad effecto la Minerà del 
« ferro per la vena del ferro chio tronato in li monti de la dieta corte 
« de caxa, ho facto fare forno da corare dieta vena del ferro, Maglij, 
« et molti altri beneficij necessari; a quella et etiam comprate molte mo- 
« line, et lo chi per fare molti maglij et etiam terreni, et prati per 
« h avere motualia per uso de la stsa minerà del ferro che assendono 
« grandissima stimma de danari cimi lo valore de la ferrerà, come 
«tappar per una lista introèlusa (*) et questo per il bixogno del mio 
« exercitio de le arme ( 3 ) et banche perche teniamo del passato qdam 
« duca Galeaz, per cauarsi de subiectione de veneti ani, quali a ogni 
« suspicione de guerra, 0 per battere tratta de biade aloro modo da 
« questo stato, come e notorio vetano sempre de lassar condur ferro 
« de le loro parte a Milano, et ho condii cto lopera atale perfezione, 
« che may se po dubitare che gli Veneti ani possano assediare Milano 
« de ferro, et maxime ferro darme chie molto necessario a Milano 
« et mo che me to 11 esse lo dominio de li homi ni, de la pta corte de 
«caxa, me faria grandissima Jniura et iniustitia, et ogni cose me an- 
« deria no disperse » 

La supplica del Missaglia sortì effetto a lui favorevole; perchè, 
come vedremo in appresso, la Corte de caxa (di Casale) passò, alla 
sua morte, agli eredi suoi. 

Ma, più che per l’affetto del quale i signori di Milano onoravano 
il Missaglia, noi crediamo che il torto restasse al Dal Verme per 
quella costante preoccupazione che dominava i duchi milanesi prima, 


{') La Corie de Caxa fu venduta al Missaglia il 15 giugno 1472. 

( J ) Ma che è andata smarrita, non avendola noi rintracciata, 

( 3 ) Ciò prova che le armature milanesi si facevano con ferro paesano. 


6o 


i loro successori poi di restare sprovvisti di ferro, tanto necessario 
in allora nell’arte della guerra. 

Al desiderio di rendersi indipendenti dai Veneziani, in allora 
rivali potenti del ducato di Milano, attribuiamo la facilità con la quale 
i reggitori del ducato accoglievano le domande per l’esercizio di mi- 
niere di ferro, e la larghezza con la quale ajutavano e premiavano 
coloro che, all’ esercizio delle miniere dello stato dedicavano opera, 
intelletto e... danari. 

Nello stesso anno o nel successivo 1481, il Missaglia (Antonio) 
reclama per sè i beni immobili di un homicidiario de la corte de 
caxa, e fa istanza che vengano assegnati a lui Antonio e non alla 
Camera ducale ('). 

Nessun documento ci illumina sulle vicende della famiglia Mis- 
saglia dal 1481 fino al 1489, nel quale anno, a detta di A. Ven- 
turi, Jacopo Trotti, oratore estense a Milano, ottenne che Lodovico 
il Moro donasse a don Ferrando d’Este « una bellissima armatura 
« supra dorato et che fo facta per il Duca». E, soggiunge il Trotti, 
che se il Duca si fosse rifiutato a quella cortesia, egli ne avrebbe 
ordinata una al Missaglia, il quale aveva già fabbricato quella prima 
armatura « che la gli stava troppo bene » . 

Di Antonio Missaglia il Trotti dà questo giudizio lusinghiero: 
« lo è si piacevole e savio che quinque el tene in palma de mano». 

Per dare una idea abbastanza esatta della importanza e della 
ricchezza delle fabbriche d’armi milanesi del tempo in cui il Trotti 
era a Milano, ci piace di qui riferire quanto narra il Calvi a pag. 253 
dell ’ Archivio Storico Lombardo del 1886: 

« 22 Gennajo 1491. — Durante le feste apprestate da Lodo- 
vico il Moro per solennizzare le sue nozze con Beatrice d’ Este e 
quelle di Anna Sforza con Alfonso d’Este, gli armajoli milanesi pre- 
pararano per la entrata degli sposi un grandioso spettacolo. Espo- 
sero tutte le armi dei loro magazzeni davanti alle loro botteghe, le 
quali come si sa erano tutte raccolte nella via degli Armorari e le 
architettarono in modo pittoresco. E lungo i lati della via esposero (*) 


(*) Mil. Arch. St. Sez. Stor. Famiglie. 


Tavola XXX. 



Armatura equestre compiuta, spigolata, 
appartenuta al Cardinale Ascànio Maria Sforza Visconti. 
Opera di Antonio M issagli a. 


(Reale Armeria in Torino, R. r)* 






1 
















6i 


due ordini di guerrieri chiusi in armature colla buffa calata e infor- 
canti destrieri del pari vestiti di ferro. — Le armature vuote erano 
atteggiate con tale artificio da rendere l’illusione completa ». 

* 

Il Casati ricorda alcuni documenti (') dai quali risulta che i ma- 
gnifici ambasciatori veneti, spediti in Germania, (’) passando per Milano, 
nel diario che ricorda quel loro viaggio, notarono che nel 1492 
« vennero poi a veder la casa de uno armarolo che si chiama An- 
« tonio Messala homo, rico, el quale tiene continuo molti homini, che 
«1 fanno armature in casa sua con grandissima spesa. In la casa sua 
« è dapertutto armature de ogni sorta per molti migli ara di ducati, 
«t Costui fornisce ognuno quasi de tale arme » ( 3 ). 

Nello stesso anno (1492) Jòhannepetro Missaliam de Negronibus 
de Elio è nuovamente in querela con Antonio Missaglia « eius fra- 
trem » per la convenzione stipulata da quest'ultimo col già nominato 
Filippino de Herba e Cristoforo Oddone, loro affini. E perciò pre- 
senta una supplica al Duca Lodovico, perchè obblighi Antonio e gli 
altri parenti a consegnare a lui Giovanni Pietro copia di detta con- 
venzione ( 4 ). 

Nella incoazione di procedimento (fatta il 26 agosto 1492 contro 
Pietro Bizzozzero, magister bulgiariitm , per tentata subornazione di 
operaj, del quale documento abbiamo già parlato) si legge che il 
28 agosto furono citati tra gli altri «c Magister Antonius et Cristo- 
« forus fratres de Samalijs, Magistri ab hipotecis armorum » , nonché 
Domenico de Negroni « et ejus nepos». Di questi ultimi diremo a 
suo tempo. Qui ora ci piace di rilevare quei fratelli Samalijs, altri 


(') Casati Carlo. Le antiche fabriche d’armi milanesi, Indagini storiche. La Perse- 
ver ansa r e 3 novembre 1871. 

( 2 ) Giorgio Contarmi e messer Paolo Pisani. 

( a ) Da un manoscritto della Trlvulziana. 

(*) La supplica porta questa data «4 Junij 149.... »* * Noi le attribuiamo quella del 
1492 perchè tanto la grafìa come la carta somigliano a quelle di altri documenti di quel- 
Panno. Mil. Ardi, St. Sez* Stor. Famìglie. 


62 


non sono che Antonio e Cristoforo Missaglia, il cognome dei quali, 
non sappiamo spiegarci il perchè, sia stato storpiato dal cancelliere 
in Samalijs , forse per farne un anagramma? 

Se è così, l’amanuense c’è riescito ; ma non ci sappiamo spiegare 
il perchè di tanto.... spirito in un documento processuale. Comunque, 
sta di fatto che, in quell’anno, e Antonio e Cristoforo Missaglia vive- 
vano, e per di più tenevano bottega di armature in Milano. Quindi, 
non può sorgere dubbio sulla interpretazione della parola Samalijs. 


* 

Un documento della Ses. Stor. (Faniiglie-Missaglia) dell’Arch. di 
Stato (Milano) del 7 aprile 1495, c’informa di un Bartolomeo Mis- 
saglia cittadino milanese che, nel 1492, dà a mutuo cento lire impe- 
riali al « Reverendo Monsignor Leonardo Vesconte cum promissione 
de restituirli fra 15 giorni». A quanto pare anche allora, come in 
oggi, i debitori erano restii a pagare il dovuto ai loro creditori e così 
praticava Monsignor Leonardo Vesconte ne’ riguardi del Missaglia. 
E questi, essendo se non ricco, agiato, doveva appartenere alla fami- 
glia degli armajuoli, sebbene ci sia stato impossibile determinarne il 
grado di parentela. 

Ed eccoci all’ ultimo documento nel quale si parla di Antonio 
Missaglia «vivo». Il documento non ha data; però, non ci peri- 
tiamo ad attribuirlo agli anni 1494 o 1496. 

Il documento è una supplica scritta di pugno di Antonio Mis- 
saglia, la grafia somiglia a quella di altre precedenti sue lettere. E, 
poiché se anche non fu scritta materialmente da Antonio, lo fu dal 
suo incaricato solito, mentr’egli era ancora in vita. Eccolo: 

« il vostro fidelissimo servitore Cabrino da Elio annovero fi- 

gliuolo del vostro sempre fedelissimo servitore Missalia Maestro di arme 
cittadino de Milano che lui e Zohannepetro suo fratello (cioè fratello 
di Antonio) se obbligorno in Napoli in Dionisi et Ambroso fratelli di 
Coyri di certa quantità de dinari per li quali, benché ne vertisse que- 
stione in Napoli fra li ditti Cabrino e Zoannepetro per una parte et 
li dicti de Coyri per l’altra per le conventioni e pacti non adimpliti 


Tavola XXXI 



Affresco del Bramante (già in Casa Panigaroli) 





63 


per parte de li suprascripti di Coyri, altamen il dicto Cabrino dubi- 
tandosi esserni mollestato in Milano da li dicti di Coyri è stato ab- 
sente più mexi da la ditta cità de Milano, Nunc autem vollendo il 
ditto Cabrino usare del beneficio de le cride fatte per la Sig. V. che 
caduno lauorente absente da la ditto cità per debiti possa repatri are 
e ritornare liberamente ali suoy exercitij et auera salvacondutto per 
anni iiij et così etiam li maestri milanexi presentandone ali deputati 
per la S. V. sopra di ciò. » 

« Supplica hu mi! mente il ditto Cabrino se degna decla- 

rare il ditto Cabrino essere incluso in ditte cride »... ecc. 

Come abbiamo affermato, questo è l’ultimo documento, da noi rin- 
tracciato, nel quale si nomina Antonio Missaglia vivente ; poiché, l’altra 
supplica che segue, e che è della fine del 1496 o dei primi del 1497, ce lo 
dà morto. La supplica {*) è di « Johanne augello et Sebastiano fratelli 
foli del condam domino Antonio Missalia, per li crediti quali (essi) 
hano cum la ducale camera, non hano altra satisfatione che li da- 
nari del salle (sale) levano H comuni et homini della corte di Casali 
ad loro inpheudata titullo honeroso, quale ascende ad la suma de 
ducati trecento vel circa in anno quali dinari cum gran fatica li scho- 
dono (. riscuotano ) già alchuni anni fa, quale exatione fano parte da 
Angustino Pelizono ( s ) » . 


* 


Fino al 1514 non si hanno più notizie dei Missaglia ; i quali, 
a quanto pare, devono essersi ritirati dal commercio delle armature, 
o avere affidato la protezione dei loro interessi, a Cristoforo Caymo. 
Il nostro dubbio è confermato da una deliberazione del 2 1 luglio 
1514 « in curia Arenghi in camera audientìe, » dalla quale si rileva 
che, udito Francesco de la + (Croce) avvocato di Damiano Missaglia 


(*) Mil. Ardi. Stor. Famiglie, 

( 2 ) Qui sorge il dubbio, che Agostino Pellizzone, armajuolo, avesse rilevato da An- 
tonio Missaglia, o da 1 suoi eredi, i forni e i magli della Cava di Casale. 


6 4 


sulla controversia esistente tra lui e Giovan Angelo e Nipoti pariter 
Mi ss alias : inteso pure il signor Cristoforo Caymo procuratore di 
Giovan Angelo e Nipoti, si delibera, ecc. (') 

Nella Sez. Storica (Famiglie) dell’ Arch. di St. di Milano esiste 
una lettera diretta al Cardinale Anconitano, a firma « Jacobus e Jo. 
Franciscus », dalla quale si apprende che verte causa tra Tomaso 
Missaglia, già professo nell’ ordine dei Minori osservanti, e Gio- 
vanni Francesco e fratelli Missaglia nipoti di esso ex-frate. 

A partire da queU’anno (1515) per un periodo di quasi mezzo 
secolo, nessun documento ci ricorda più i Missaglia, nè le ricerche 
accurate da noi fatte non ci hanno portato ad alcun risultato. 

Questo fatto di nessuna importanza in sè stesso, ci conferma 
sempre più nell’ opinione che i Missaglia fino alla morte di Antonio 
abbiano abbandonato il commercio che dette lustro ed agiatezza alla 
loro famiglia. Unico ricordo di quel benessere è una lastra sepolcrale, 
la quale pur oggi si ammira nella chiesa di San Satiro, presso cui 
esisteva la chiesa di S. Maria della Rosa ( 2 ), sede della Università 
degli Armajuoli milanesi. Ecco cosa dice il chiarissimo Diego San- 
t’ Ambrogio di quella lastra: 

« Siamo nel periodo ascendente di quella stirpe giacche chi si 
faceva apprestare vivente quel marmo sepolcrale, non è più un sem- 
plice artista armaiuolo, ma giunse collo studio ad essere ascritto nel 
1498 in Milano al Collegio dei Nobili Giureconsulti di cui fece parte 
fino alla sua morte nel 1531. 

« Fu un bene l’aver egli lasciato la nativa officina per le agi- 
tazioni e gli onori del foro, come avviene ancor oggi in più d’un 
caso? Chi lo può dire, ma certo v’era ancora in lui qualche senso 
artistico, giacche, nel primo quarto del XVI secolo ed in tempi di- 
sastrosi di guerre e di pestilenze pel ducato milanese, volle egli pre- 
disporre la propria tomba in San Satiro, nello stile novo del Rina- 
scimento. 

« La lastra sepolcrale, delle dimensioni di circa cent. 60 di lun- 


(‘) Mil. Arch. St. Particolari- Mi s salia. 

( 2 ) Nò; S. Maria della Rosa èra là, un po’ a sinistra, dove oggi si trova l’ingresso 
del V Ambrosiana. 


Tavola XXXII 



Affresco del Bramante (già in Casa Panigaroli) 









I 























ghezza, per un’altezza di cent. 95, è di forma rettangolare ma sor- 
montata superiormente da un timpano con acroterii alle estremità, 
avente nel mezzo un’arpa accostata da due grifoni, per speciale amore 
che portasse forse il defunto all’arte dei suoni, illustrata allora fra 
di noi dal musicista Franchino Gaffurio. 

« Sussegue la cartella, con orecchiette ai Iati e nastri svolaz- 
zanti alla sommità, portante riscrizione funeraria, in bei caratteri ro- 
mani, colla scritta che « non ignaro chi doveva riposarvi un giorno 
dell'umana caducità e della futura risurrezione si preparava egli stesso 
per sè e pei suoi quel più decoroso deposito tombale. » 

Era il tumulando Giacomo Elio, ossia dei Negroni di Elio, 
detti anche Missaglia, e la data della sepoltura è quella del 1518, 
scolpita sul marmo stesso dopo l’iscrizione, riportata dal Forcella, e 
così espressa: 

Humana caducìtatis haud immemor nec futurae suae reformationis 
ignarus ut commodius surgat conditìorum hoc sibi sinsque vivens parami 
Jac. Aelius, mediolanensis Jurisconsultus. 

« È sotto questa cartella che a moderato bassorilievo pose l’ar- 
tista, secondo le predilezioni e colla valentìa stessa di Andrea Fusina 
in altre lastre tombali, il consueto tema di due angeli ritti in piedi 
ed ignudi che, volgendo le fiaccole a terra coll’ una mano sorreggono 
coll'altra simmetricamente lo scudo gentilizio. 

« Quest’ultimo foggiato a testa di cavallo è sgraziatamente scal- 
pellato in basso là dove sarebbersi vedute le lettere M Y in carat- 
tere gotico, cimate da corona ducale, ma vi persiste in alto il crisma 
a raggiante incluso parimente nello stemma dei Missaglia. » (*) 

Morto Antonio Missaglia nel 1497, 0 l’anno prima, i fratelli 
Missaglia si ritirassero da quel commercio che alla famiglia dei Ne- 
groni da Elio aveva apportato onori e ricchezze ed all’arte dell’epoca 
del Risorgimento capolavori quasi diremmo immortali. 


( J ) Lega Lombarda, 30-3 [ gennaio 1902 n. 29, Anno XVII. 


66 



Da una supplica senza data, ma della seconda metà del secolo 
XVI, si apprende che Jacobina de li Missaglia fu per circa venti 
anni concubina di Donato Caramella.... Da quella unione nacquero 
cinque figli, di cui due premorirono; ma gli anni e la figliolanza 
fecero diminuire in Donato Caramella l' amore per la povera Jaco- 
bina ; la quale, nella lusinga di poter conservare ai figli sopravvissuti 
una specie di padre , rallenta i cordoni della borsa e presta al vecchio 
amico venticinque ducati. Onesta somma servì a Donato per fare la 
dote alla figlia, nata dalla illegittima unione con Jacobina. 

Maritata la figlia, il signor Caramella pensò di torre una nuova 
moglie nelle forme e nei modi voluti dalle leggi divine e da quelle 
umane di allora; sicché, alla povera discendente dei Missaglia (se 
pure lo era) non restò altra consolazione eccetto quella di ricorrere 
alla Giustizia per la restituzione dei 2 5 ducati e per la condanna deh 
l’infedele agli alimenti pei figli illegittimi. 11 procedimento sommario 
fu accordato; ma non sappiamo se lo furono la restituzione dei 25 
ducati e... gli alimenti richiesti. 

Del 1565 abbiamo invece una supplica di Gio. Antonio de Mis- 
saglia, detto dei Carcassoli, della Parrocchia di S. Mabile , Porta Orien- 
tale, condannato per omicidio avvenuto, in persona di Cesare di Bagno 
fiorentino, nell’aprile del 1464. 

Da questa supplica si rileva anche che il predetto Gio. Antonio 
Missaglia era stato graziato per identico delitto nel 1548 da Don Fer- 
rante Gonzaga, in allora governatore di Milano. Il Missaglia, malgrado 
la recidività, ebbe commutata la pena in una ammenda di 50 scudi ; 
oppure a tre tratti di corda a piacimento dell’ inquisito. 

Il Missaglia cercò di cavarsela a buon mercato e propose il pa- 
gamento di 1 2 scudi a transazione ; 0 un tratto solo di corda. 

In suo favore intervennero i parrocchiani e il parroco ; ma pare 
senza frutto, perchè il Missaglia per sottrarsi alla corda dovette pa- 
gare i 50 scudi per.... la grazia. 


Tavola XXXIII 



Affresco del Bramante (già in Casa Panigaroli). 




6? 


Questo documento, che abbiamo letto nell’ Arch. di St. di Mi- 
lano (nella Sez. Storica-Famiglie) si compone di molte pagine di scrit- 
tura e dipinge a meraviglia quei tempi tristi per Milano, confermando 
quanto ne dice il Brantóme nei suoi Dìscours sur les duels, dove narra 
come a Milano i cavalieri e i non cavalieri se ne andassero a gtia- 
drigiìe in giro per le vie della città in cerca di gente da ammazzare. 
E quando le quadriglie si incontravano, venivano tratte le spade e 
s’incominciava a combattere a due, a quattro, a sei, a dieci e a più 
per parte. Alle grida dei feriti uscivano dalle loro botteghe gli uo- 
mini armati di spiedi, di picche o di spuntoni per mettere in fuga i 
combattenti; ma più spesso per essere sopraffatti, feriti ed uccisi da 
questi, che immediatamente si rappacificavano per combattere i pa- 
ce ri nuovi arrivati. 

* 

Da un documento del 1570 si ha notizia che, nel 1568, un Ago- 
stino Nigrone viene condannato a 300 scudi per aver partecipato 
a una rissa cruenta ; ma il documento non ci dice se questo Ni- 
grone appartenesse o meno alla famiglia dei Negroni da Elio, detti 
Missaglia. 

Finalmente di questi ultimi dà notizia certa una carta del 1571, 
della quale riportiamo la parte essenziale nella sua integrità. 

«L’anno 1557 passato, a supp." e di Benedetto et Ant.° frli, et 
« di Giov. Francesco, et Ant.° barba (zio) et Nepote tutti di Negroni 
« da Elio detti di Missalia la R. c. M. ta dii Re nro signore fu ser- 
« vito confermar’ Ì privilegi et donationi d’Jmmunita, e feudi dati nino, 
« e, carne, et imbottature delli luochi et terre de Canzo Castellino, 
« castello martire (?) Corte de Casal et altre communità descritti di 
« detti privilegi fatti e concessi da i sereniss.* Duci passati, e i pces- 
« sori delli detti de Negroni, come più ampli amente si contiene nel 
« detto pvìlegio di confirmatione » (Arch. St. Partieoi, - Missaglia). 

Ed il Senato il 17 aprile del successivo 1572 conferma le con- 
cessioni. 

In questo stesso anno Gio. Stefano Negrono viene condannato 


68 


alla galera per aver preso parte alla ruberia commessa in Milano 
a danno di certa Luisa (?) battiloro. 

Ma, questo Negrono non deve aver avuto alcun rapporto con i 
nostri Negroni, detti MissagHa. 


Dell'anno seguente, 1573, s’ha notizia del Conte Marco Antonio 
Miss agita y < potente in questa città », in un reclamo posto al Gover- 
natore contro le prepotenze dei servi del Conte, i quali fecero insulto 
a un putto , fratello minore del reclame n te Gio* Francesco Valle, po- 
vero gentiluomo ; « et per esser stato tal insulto nefando , detto Valle 
è stato costretto a intender causa », E la causa fu intentata anche 
perchè detto conte con dieci suoi servi aggredì il Valle e per poco non 

10 spedì al Creatore, 

Il capitano di giustizia fece incarcerare il conte Missaglia e i 
suoi servi. Ma perchè il Valle è povero e il conte ricco e potente, 

11 gentiluomo povero teme per la sua pelle, allorquando il conte e 
i suoi saranno rimessi in libertà ; e non potendo mantener gente 
d'arme (leggi: bravi) per la difesa della sua persona chiede, ma non 
ottiene (dietro la supplica c’è tanto di: “Nichil,,) di portare arme 
da offesa o da difesa. 

Sicché, temiamo forte che il povero Valle deve essere stato in- 
viato all'altro mondo innanzi sera , per volontà del signor Conte Mis- 
saglia. (Arch. St. Mih fòid). 

Un altro ^ Nihil » ottiene la supplica di Ludovico de Negroni 
da Elio che voleva esso pure portar armi difensive ed offensive {1575), 

Il 5 luglio 1576 Gio, Paolo Missaglia sporge querela contro 
Ti baldo Massara che, assieme a altri sette compagni, lo ha assaltato 
con r animo di « volerlo mazare » . 

Più tardi, nel 1586 (14 agosto) s'ha notizia di Luca Galeaz e 


O Questo conte fu pure letterato e stampò : (Missaglia M. A.) Vita di Jacomo Me- 
dici marchese di Marignano, Capitan Generale, con le vittorie contro il duca dì Milano 
e contro i Grigioni ecc. Milano, 1605 in-4. 


Tavola XXXIV. 



Armatura equestre compiuta, bianca. 

Lavoro milanese della fine del XV secolo. (Quasi certo opera di Antonio Missaglia). 


(Reale Armeria di Torino B. i). 


✓ 


69 


Antonio fratelli Missaglij da Cotogna, querelati per aggressione eoe. 
ai danni di Apollonio et Alessandro Sirturi da Balzago. 

L'ultimo documento che ci ricorda i Negroni da Elio , detti Mis- 
s agita, è quello or ora citato, dell’anno 1 575, giacché non abbia trovato 
elementi sufficienti per attribuire una data, almeno approssimativa, ad 
un altro foglio nel quale si fa menzione di un Sanciìno de li Negroni 
da Elio , debitore « de ducati man elio de cento de Johanne da Oxnago 
per casone de certa compagnia facta per essi Sanctino e Johanne ». 

* 

E così, a traverso dibattiti per collisione di interessi; in mezzo 
a condanne per ferimenti ed uccisioni e a confessioni di concubinaggio, 
abbiam perduto le traccie della famiglia Missaglia, la quale per un se- 
colo fu onore di un’arte, quella delle armi e delle armature, e di una 
città, Milano, ed ha lasciato alla nostra ammirazione capolavori im- 
mortali di gusto e di bellezza del periodo aureo del Rinascimento delle 
arti in Italia. 






























Tavola XXXV 



Armatura di Rghekto Sanse verino. 
Opera dell'artefice milanese Antonio Miss agli a 






Alberetto 


DELLA FAMIGLIA NeGRONI 


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Alberetto della famiglia de’ Negroni da Ello, detti Missaglia ( ^ 




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Giov. Batt. Pietro Paolo C. te Marco Antonio ( 1B ) Hieronimo ( i8 ) (tutti fratelli) 
de Negroni ( l0 ) am. Costanza Codiglia 

da Ello (1574) 


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St. CìVp Personale t Cari. 1064) * Batt. de Nava e mori il 13/4 1560. (K. J,J). 1553 -- d* Cantu terre eia uanieie Jviei/o. 

( fl ) Era cegitio di Giovali Angelo, quindi figlio di 1560- I- foK 200.9, Areh. di Si.). ( n ) Abitavano in parrocchia di Sp Michele al Gallo, 

un fratello di Antonio, Di quale? Molto probabìl- ( i$ ) Nel 1573 viene arrestato per avere tentato di 
mente di Cristoforo- uccidere, co* suoi sgherri, certo Valle, gentiluomo 




III. 


I NEGRIOLI O NEGROLI DA ELEO 


Più illustri dei Missaglia nell’arte di fabbricare armature di fat- 
tura squisita, e più dei Negroni meritevoli di memoria, secondo il 
nostro modesto parere, sono i Negroli o Negrioli da Elio. Essi ten- 
nero il primato nell’arte loro dalla fine del Quattrocento a quasi tutto 
il Cinquecento. 

La somiglianza del cognome e l’origine comune (da Elio) coi 
Missaglia, indussero parecchi studiosi a ritenere che i Negroni da 
Elio e i Negroli da Elio fossero una famiglia sola. 

Noi ci siamo dedicati con ardore a ricercare documenti capaci 
di illuminarci in modo definitivo e irrefutabile su questo punto con- 
troverso; ma, dobbiamo confessare che, le nostre ricerche approdarono 
a nulla o a ben poco. Però, qualche cosa abbiamo rintracciato; e 
quel poco ci autorizza a ritenere in modo certo, se non assoluto, 
che la famiglia dei Negrioli da Elio, era una famiglia di armajuoli 
distinta da quella dei Missaglia, pur non escludendo che di questa 
potesse essere parente o affine. 

La nostra convinzione ha un primo fondamento sul processo 
incoato nel 1492 a carico dell’armajuolo Bizozero, imputato di su- 
bornazione di operai. 

Il nome dei Negrioli si trova ricordato per la prima volta in 
questo documento, riferito a pag. 8, dal quale risulta che il 28 agosto, 


— 76 


Bartolomeo Calco chiama a deporre in quel processo e in qualità di 
testimoni : 

1. ° Antonio e Cristoforo Missaglia; 

2. ° Jo. Marco Mirabilia; 

3. 0 Domenico de Negrolo et ejus nepos ; 
tutti: « magistri ab hìpotecis armorum ». ('). 

Da questa circostanza irrefragabile senza sforzo d'immaginazione 
si deduce : 

a) che i Negrolì o Negrioli tenevano in Milano nel 1492 
bottega ed officina di armature contemporaneamente ai Missaglia; 

b) che la officina o bottega dei Negrioli era una cosa sepa- 
rata, a parte, e ben distinta da quella di Antonio e di Cristoforo Mis- 
saglia, ancora viventi ; 

c) che, se Antonio e Cristoforo Missaglia e Domenico Ne- 
grioli avessero fatto parte della medesima famiglia, il documento non 
li avrebbe citati separatamente e con nomi diversi, 

Ma, c’è di più. Dai numerosi documenti rinvenuti, e che dal 
1338 risalgono al 1698, non siamo stati capaci di rintracciare un 
Negroni da Elio, il quale portasse il nome di Domenico. Un dubbio 
rimane ancora: Domenico de Negrioli da Elio, sarebbe fratello di 
Tommaso dei Negroni da Elio, o figlio di un fratello di questi ? E 
se lo fu, perchè fu detto Negrioli invece di Negroni ? Ad altri, più 
fortunati di noi nelle ricerche, il responso. 

Un altro punto oscuro della questione è il nome del nipote di 
Domenico Negrioli. Era Luigi? Era Niccolò? 

11 compianto Angelo Angelucci, di memoria non abbastanza 
onorata, ricostrusse un alberetto dei Negroli da Elio, sulla scorta 
dei documenti sin allora rintracciati. 

Noi qui lo riproduciamo, sebbene riteniamo che sia necessario 
apportarvi un qualche ritocco, in seguito al rinvenimento di altri do- 
cumenti, ì quali hanno gettato un nuovo raggio di luce sulla costitu- 
zione della famiglia di quelli artefici eccellenti. 


( l ) Mil. Ardi, Stj luogo citato. 


Tavola XXXVI 



Rotella deir Imperatore Carlo V, (1541) detta « lo Scudo dì Minerva » 
È tra le opere più perfette e belle dei Negrioli. 
























77 


Alberetto dei NEGRIOLI DA ELLO (*). 


Domenico, armaiuolo 
1510 (anzi: 1492) 


Luigi, m. Orsina Niccolò, armaiuolo. 

Della Croce, viv. serviva la Corte 

*537 1527 

_J 1 

.1 I I I | Gian Paolo 

Battista (ar- Alessandro Francesco, mere. Gian Ambrogio, Filippo viv. armaiuolo, m. Cor- 
niamolo?) (armaiuolo?) di lana, descritt. m. Camilla Cri- 1561 (*) nelia Maresini,viv. 

1557 viveva nel nel 1541, dopo velli 1562 

1557 notaio, viv. 1561 

Figliuoli ? Figliuoli ? 

Hieronimo Ncgrolo (paternità ignota), armaiuolo contemporaneo 
di Paolo, Alessandro e Battista. 

1557 

Questo alberetto dei Negrioli da Elio, fa sospettare che, con- 
temporaneamente, abbiano esistito in Milano due famiglie distinte di 
tal cognome, tra le quali vi sarà stata parentela, perchè discendenti 
da uno stipite comune. In fatto: nell’anno 1513, Bernardino et fra- 
telli Negroli Armaroli Milanesi assegnano nella Dogana quattordici 
balle de armature bianche , e ne pagano il dazio di uscita. Ma nel- 
l’alberetto non si legge il nome di questo Bernardino nè di alcuno 
dei fratelli, che sono detti proprio milanesi e non da Elio. — Filippo , 
figliuolo di Luigi nominato in questo alberetto, non può essere l’ar- 
tefice che lavorò le armature per l’imperatore Carlo V, perchè quegli, 
oltre al non essere armaiuolo, nei suoi lavori scrisse chiaro : phi- 
uppus iacobi, e non aloisii, come parrebbe dall’ alberetto. Di più, 
ci fa noto che suo padre aveva due nomi, cioè: jacobus philippus, 
e non pensiamo ne pure che sieno due persone distinte in questo 
nome doppio, supponendo che l’artefice abbia dimenticato un et tra 
i due nomi, perchè tutto il resto della iscrizione è al numero sin- 
golare ; laddove, ammettendo la dimenticanza della congiunzione, 
appresso vi sarebbero tre errori grammaticali di seguito. 


(M Comune nel circondario di Lecco, provincia di Como. 

( 2 ) Era fratello di Francesco, del quale non si tiene parola in questo alberetto. 


io 


?8 


Ma per togliere ogni dubbio su questo argomento rammentasi 
opportunamente la scritta di una celata aperta conservata nella col- 
lezione del Belvedere in Vienna (sala III, n. 212), che dice: philippi 
negroli. jac. f: mediolanensis. opus. MDXXXiii. Il Negroli dell’ albe- 
retto, che s’ignora se fosse armaiuolo, viveva ancora nel 1561, il 
Negroli armaiuolo invece, fa l’ultimo lavoro insieme al fratello, o con 
i suoi fratelli, nel 1541, e dopo quell’anno non se ne ha più notizia al- 
cuna. La Borgognotta cesellata (n. 2323, dell’Armeria reale di Madrid), 
appartenuta all' imperatore Carlo V, non può essere opera di Filippo, 
e perchè lavoro di minor pregio e perchè la scritta, che ricorda i 
nomi degli artefici, è diversa da tutte le altre, come è stato provato 
dai documenti dell’Archivio generale di Simancas, riportati a pag. i io 
e seguenti del Catalogo dell' Armerìa reale dì Torino dall’ANGELUcci ( J ). 


9 

Tornando ai documenti, diamo conto di una supplica di un 
Jo. Francesco Negroli, ciré in questione con Jo. Jacopo di Garba- 
gnate. Malauguratamente il documento del 26 settembre ( 2 ) è privo 
dell’anno in cui fu scritto; ma appartiene al primo quarto del se- 
colo XVI, poiché dal Registro dei Reddituari ( 3 ) risulta che, nella par- 
rocchia di S. Maria Segreta, tra il 1524 e il 1528, esistevano: 
Jo. Jacopo et eredi per V di Jo. Francesco Negrolo, tassati per 2000 
ducati annui, e: Marta di Negroli, erede del suddetto Francesco per 
altri 2000 ducati annui. Da un precedente documento (del 1513), 
invece, risulta che, Bernardino Negroli e i suoi fratelli al principio 
del secolo XVI erano armaiuoli di molto merito, poiché la loro fab- 
brica era accreditata fuori dello Stato di Milano. 

« Fasi fede per Noi Dohanìeri de Ripa chome Berardino et 
« Fratelli de Negroli armaroli Milanesi hanno consegnato in Dohana (*) 


(*) Celli; Manuale pel Raccoglitore c Amatore di armi antiche. Milano, Hoepli, 
( 3 ) Mi!. Àrdi. St. Famiglie, 

( a ) Mil. Ardi. St Cìv. 


Tavola XXX VII. 



Borgognotta da pompa dell’Imperatore Carlo V. 
Opera dei Fratelli Negrioli nel 1545. 



79 


« Balle quattordici de Armature bianche cioè pecti docento et de 
« tucto ne ha pagato la Dohana chome appare li nostri libri. Ripa 
« 24 nov. is 1513 — quali Balle sono state condocte a Ripa sopra 
« la Barcha di Johj francesco di porto venere — Pandolfo della casa 
« e comp. 0 Doanieri di ripa e ripetta » . (Archivio di Stato di Milano. 
Militare, Fabbriche d' armi ed armature , Sezione storica, Raccolta 
speciale). 


♦ 


Jo. Francesco Negrolo non può essere l’autore della bellissima 
borgognotta dell’Armeria reale di Madrid, perchè la borgognotta è 
del 1545, e cioè: posteriore di almeno venti anni a Jo. Francesco Ne- 
groli. Ma, come è segnata F. et. fra. de. negrolis, dobbiamo ritenere 
che i celebrati artefici Filippo e Francesco fossero fratelli o figli, o 
nipoti di questo Jo. Francesco Negrolo. 

Che un Francesco Negrioli vivesse contemporaneamente al Fi- 
lippo e con lui lavorasse, ce lo provano i documenti che qui rias- 
sumiamo: 

« Don Filippo, figliuolo di Carlo V e di Isabella di Portogallo, 
poi re di Spagna, nato nel maggio del 1527, morto all’Escuriale 
nel 1598, fa pagare a Francesco Negrioli, residente a Milano, ar- 
majuolo deH’imperatore, 400 scudi d’oro in acconto di 1 500 scudi 
d’oro che il Negrioli deve avere per il lavoro e l’oro che doveva 
entrare in una armatura, che il Negrioli operava all’agemina per detto 
principe ». 

( Arch . generai, de Simancas. S.ria de Eslado. Ley.° n. e 1 565 
f.° 33, c. 75). Augusta io novembre 1550. 

« Lo stesso principe fa pagare a Francesco Negrioli « dorador 
de su Mayestad » 362 scudi d’oro in oro, oltre i 400 (di cui sopra) ecc., 
in acconto di 1 500 scudi d’oro che il predetto Francesco deve aver 
per l’oro e la mano d’opera per una armatura nera, che lavora 
all’agemina per il principe nominato. » 

(Milano, 25 giugno 1551. Arch. e loc. cit., c. 14). 


8o 


? 

Filippo Negroli, figlio di Giacomo e fratello o padre di Gio- 
vali Paulo, è ricordato dal Morigia (La Nobiltà di Milano , 1595) 
con queste parole: « Filippo Negroli merita lodi immortali perchè è 
stato il principale intagliatore nel ferro di rilievo e di basso rilievo, 
il che seguitarono duoi suoi fratelli* Questo virtuoso spirito ha fatto 
stupire il re di Francia, et Carlo Quinto imperatore pe* suoi vera- 
mente meravigliosi lavori in armature, celate e rotelle miracolose y> t 
Dal che si deduce che il Morigia ignorava V esistenza di Bernardino 
et fratelli de Negroli che, nel 1513, mandavan fuori di Milano pedi 
docente, 

Filippo, il celebre armaiuolo del re di Francia e di Carlo V, 
era figliuolo di Giacomo, secondo si apprende dalle scritte sulle ar- 
mature del 1539, nel quale anno questi era già morto; laddove nel 
1533, Giacomo era il capo della fabbrica. Questo Giacomo doveva 
essere fratello di Bernardino e il fabbricatore dell'armatura equestre 
di Emanuele Filiberto (Armeria reale di Torino, classe li, serie B, n. 4). 
(Tav. XLIV). 


Le opere più antiche, note, eli Filippo Negroli sono la celata e la bri- 
gantina (Tav. XLII) di Francesco Maria I, duca d’Urbino (1508-1538), 
conservate in Vienna nella sala III, del Belvedere, m 212. La celata, 
a ino' di testa umana, è simile a quella di n. 2316, dell' Armeria reale 
di Madrid, ed è segnata: Piiilippi - Nigroli - Jac - F - Mediqlamensis 
opus - MDXXXIL 

Nell' Armeria reale eli Madrid sono le seguenti pezze e arma- 
ture fabbricate dai Negrioli: 

N. 990. Rotella dell’ imperatore Carlo V con la scritta : Jacobus 
Philippus Negrolus Mediolanensts fàciebat mdxxxiii. 


Tavola XXXVIII. 



Armatura da battaglia 
deU ? Imperatore Carlo V (1516)* 


Armatura da giostra 
deir Imperatore Carlo V (1520), 



(Reale Armeria di Madrid*, 


{Reale Armeria di Madrid*. 


8i 


N. 2316. Armatura dell’imperatore Carlo V. Nella parte supe- 
riore della gola è l’iscrizione: jac. philippus. negrolus. mediolan. 

FACIEBAT MDXXXIII. 

N. 2507. Armatura dell’imperatore Carlo V. Sulla parte supe- 
riore della visiera fissa della borgognotta è la scritta: Fhilippus. Ia- 
cobi. et Frat. Negroli. Faciebant md.xxxix. 

N. 1666. Scudo , detto di Minerva. Interiormente ha la scritta: Phi- 
lippus Jacobi et F(frater?) Negroli faciebant mdxxxxi (Tav. XXXVI). 

N. 2323. Celata alla borgognona dell’imperatore Carlo V. Nella 
parte superiore della vista è la seguente scritta: F. et Fra. de Ne- 
GROI.IS. FACI. A. MDXXXXV (Tav. XXVII). 

Ai Negroli noi attribuiamo pure la famosa targa a mandorla 
dell’Armeria reale di Torino, per tanti anni ritenuta opera del Cellini, 
e l’altra targa, simile nel lavoro, benché diversa nella forma, dell’Ar- 
meria imperiale di Vienna (Belvedere) ('). 


* 


Di Giacomo Negrolo, padre di Filippo, si sa solo che fu eccel- 
lente nell’arte sua, e tanto eccellente da essere prescelto a proprio ar- 
majuolo dal Re di Francia e da Carlo V ( J ). 

Giovan Paulo, uno dei fratelli di Filippo (già morto nel 1561), 
successe a questi come capo e rappresentante della fabbrica; mentre 
Luigi Negrolo, che si suppone figlio di Domenico, viveva nel 1537 


(‘) Il Celli nella Rassegna d* Arte di Milano, del giugno 1902, ha pubblicato un 
lungo articolo illustrato per dimostrare appunto erronea la tradizione che attribuisce al- 
l’orafo fiorentino questa targa. 

( ? ) Il signor E. Joule di Parigi (4 rue de Magdebourg) è il fortunato possessore di 
una importante raccolta di armi e di armature antiche. Ma, oltre essere fortunato pos- 
sessore di cose belle, il signor Joule è anche cortese ; appena conobbe il nostro desi- 
derio c’ inviò la fotografia di una splendida spadancia (< badelaire ) dei Negrioli, da esso 
posseduta e che noi non abbiamo potuto qui riprodurre, perchè giuntaci in ritardo. Se, 
però, qualche lettore desiderasse ammirare anche tale lavoro dei sommi artefici milanesi, 
lo cerchi nel n. 4 (maggio 1902) del periodico francese Les Arts , pubblicato a Parigi 
dal Goupil. 


82 


ed aveva sposato Orsina della Croce ed abitava in Porta Vercelìina 
nella parrocchia di S. Maria Segreta, 1 suoi figli (Hieronimo et fra- 
telli di Negroli) nel 1551, presentavano una supplica, esponendo come 
<< h avendo alcuni de Negroli suoi parenti d'essere accomodati da 
parte de la casa sua, allegando non poter stare sicuri, eec, > chie- 
dono r intervento del magistrato. 

Le notizie sui Negroli da Elio si fanno più frequenti sul finire 
del decimosesto secolo; matrimoni, nascite, morti, denunzie di pos- 
sessione, s’incrociano con una confusione tale da impensierire collii 
che pretendesse dipanare Y intricata matassa. 

Nè, noi abbiamo creduto opportuno assumerci tanto carico, anche 
perchè ci avrebbe portato lontano dal nostro compito, che era quello 
di raccogliere notizie sui Negroli da Elio, armajuoli milanesi, e non 
attorno ai loro discendenti, che nessuna opera fecero per meritare 
di passare ai posteri. 



Tavola XXXIX. 




Armatura da giostrare a piedi Armature dell* imperatore Carlo \. 

dell’ imperatore Carlo V (1525). (153S) fi 539) 

(Reale Armeria di Madrid). (Reale Armeria di Madrid). 





























ALCUNE NOTE ALLE TAVOLE 


Alla Tavola VII. 

Armatura all’antica di acciajo, bianco e oro con incisioni, com- 
posta di celata alla Borgognotta, corazza, spallacci con pendagli e 
scarselloni. Secondo la tradizione questa armatura appartenne ad An- 
tonio I Martinengo, ed è appunto quella di che è armata la statua 
di questo celebre personaggio, che si vede tuttora nel ripiano della 
scala principale del palazzo Martinengo della Fabbrica, nella galleria 
del quale si conservava con le altre armature, che ora adornano questa 
armeria (Reale di Torino), 

È uno stupendo lavoro del XVI secolo, eseguito da qualcuno dei 
migliori armajuoli bresciani di quel tempo. (Angelucci, Cai. Arm. Tor. 
pag. i 20). 

Però, l’ Angelucci ritenne questa attribuzione errata, come si può 
rilevare dalla opportuna annotazione. 

Noi la riteniamo opera milanese, perchè erano artefici emigrati 
da Milano, quelli che lavoravano simili armature a Brescia in quel- 
1’ epoca. 


Alla Tavola Vili. 

(Fig. i). 

L’ Angelucci (nell’opera citata a pag. 125) dice: « È di acciajo, 
a bande, alcune lìscie e forbite, altre incise ad acquafòrte, con fo- 
gliami indorati su fondo nero granito, lungo le quali ultime corrono 


s 4 


archetti indorati a mo* di merletto,.,. È lavoro di armajuoìi italiani 
e forse milanesi >. E di quest' ultima opinione siamo anche noi» da 
che abbiamo potuto confrontare questa corazza con altri lavori mi- 
lanesi (e specialmente con quelli di Pompeo della Cesa) della me- 
desima epoca., che a quella somigliano. 


Alla Tavola IX, 


Quest'armatura è assai pregevole in ogni singola parte sua, 
tanto per la forma e l'esattezza cori la quale tutte le varie pezze 
sono tirate a martello, quanto per la ricchezza e la bellezza della de- 
corazione. 

Il lavoro è bresciano ; ma bresciano di artefici dell’arte milanese. 
La tradizione vuole che appartenesse a un Antonio Marti nengo ; ma 
rAngelucci, che in questi giudizi non errò mai, opinò che apparte- 
nesse invece a Gerolamo Martinengo, morto nel 1570, nel condurre 
ajuti a Cipro. E ben s'apponeva l' illustre vegliardo, poiché Tanna- 
tura ha tutti i caratteri della seconda metà del secolo XVI ; mentre 
l'Antonio Martinengo visse circa un secolo prima. 


Alla Tavola X. 


NelT arsenale di Ginevra si conservano alcune celate di questa 
forma, detta savoiarda , raccolte sotto le mura di Ginevra nel 1602, 
quando le truppe di Brunalieu e Chaffardon, per incarico di Carlo Ema- 
nuele b e al comando del marchese di Pianezza, ebbero incarico di 
impadronirsi di quella città. Il tentativo fallì pel pronto accorrere di 
tutti i cittadini armati alle mura. Dei primi assalitori, cinquantaquattro 
perirono combattendo: e alcuni altri, fatti prigionieri, furono impiccati 
nella mattina successiva. Modo assai spiccio per sopprimere i nemici 
e liberarsi da incomodi prigionieri di guerra. 


Tavola XL. 



Armatura equestre compiuta da giostra Armatura compiuta da giostra 

dell’imperatore Carlo V f 15 17). delF imperatore Carlo V (1520), 

(Reale Armeria di Madrid). (Reale Armeria di Madrid). 



85 


In tutte le pezze dell’armatura, rappresentata dalla tavola X, è 
inciso ripetutamente il manogramma di Carlo Em. I. Che sia opera 
milanese è, se non fuori di dubbio, quasi certo ; attesoché gli ar- 
majuoli di Milano fornirono la maggior parte delle armature a questo 
Duca. 


Alla Tavola XII. 

Quest’armatura, dalla forma più brutta che siasi mai usata, po- 
trebbe essere di fabbrica tedesca : ma non la è. Anzi, noi, riferendoci 
alla lettera di Massimiliano — Re dei Romani — al Duca di Milano, 
del 1 5 aprile 1495, da Vomese riprodotta a pag. 1 2, la riteniamo ferma- 
mente opera di artefice milanese e propriamente dei Fratelli da Merate. 


Alla Tavola XVII. 

Sulle pezze di questa armatura è ripetuta la corona marchionale 
attraversata da rami di palma, quali si vedono ripetutamente dise- 
gnati sull’armatura dell’Armeria Reale di Torino (B. 44) appartenuta 
a don Diego Filippo Gusmann, i° marchese di Leganes (m. 1655). 

Il significato di quella corona e di quelle palme riprodotte su 
armature di un secolo diverso, non c’è stato possibile di indovinarlo. 


Alla Tavola XVIII. 

(Fio. 1). 

L’ornamentazione di questa pezza è simile a quella della Corazza 
con goletta e celata nel Museo Poldi-Pezzoli di Milano (Tav. XVI), 
che pure, sul petto, porta il nome di Pompeo . 


Il 


86 


Anche nella forma e nelle dimensioni poco, se non punto, diffe- 
riscono le due corazze tra di loro; sicché riteniamo che tutte e due 
le armature, ora incomplete, hanno appartenuto allo stesso perso- 
naggio. 


Alla Tavola XXIII. 

(Fio. i). 

Borgognotta battuta di un sol pezzo di acciajo brunito in nero, 
a rilievi, con ornamenti in agemina d’oro. Atteggia nel profilo il casco 
beota, formando con la visiera e col coprinuca meravigliose volute 
accartocciate. 

La cresta è superiormente ornata dì fiori e foglie; e sulle due 
faccie vi sono rappresentati, con stupenda esecuzione, gruppi di Cen- 
tuari e di Tritoni i quali si disputano il possesso di una ninfa; mentre 
alcuni Satiri cercano di mettere ad effetto il proverbio: «tra i due 
litiganti il terzo gode»! 

Sulle pareti esterne del coppo f artefice ha rappresentato com- 
battimenti tra guerrieri dell’ antichità, e probabilmente Romani e Car- 
taginesi, poiché nell’ insieme le figure della borgognotta armonizzano 
con notevole perfezione con il soggetto rappresentato sulla Rotella , 
alla quale va unita. E perciò, anche questa borgognotta, riconosciuta 
per opera milanese, la riteniamo di fattura dei Negrioli. 


Alla Tavola XXIII. 

(Fig. 2). 

Questa Rotella del diametro di 60 centimentri si conserva nella 
Reale Armeria di Madrid. (D. 4). E di ferro tirato a nero ; cesel- 
lata magistralmente ed ornata con lavori in agemina d’oro. La sua 
conservazione è cosi perfetta, da credere che sia uscita da pochi giorni 
dalle mani dell’eccellente artefice. 


Tavola XLI. 




Armatura equestre compiuta eia battaglia Armatura compiuta equestre 

dell’imperatore Carlo V (15201. dell’imperatore Carlo V (1530), 

(Reale Armerìa di Madrid), iRcale Armeria di Madrid). 



8 7 


Il soggetto rappresentato dalla rotella ha dato campo agli stu- 
diosi dì sbizzarrirsi in dotte polemiche. 

In un nastro, che si vede in alto al di sopra della città, si legge 
la parola Cartilagine , Il panorama che si presenta all’osservatore con- 
corda con la descrizione della famosa città fatta da Tito Livio. Vi si 
scorge il monte con la cittadella di Byrsa in fondo ; a sinistra il tempio 
di Esculapio, nel quale l’artefice milanese della rotella ha riprodotto 
una cupola poligonale di una chiesa della sua patria (S. Maria delle 
Grazie); quindi, le torri tedesche erigentesi verso occidente; per ul- 
timo, a destra, le galee alle quali forse l’artefice fa solcare le acque 
del lago di Tunisi. 

Sul davanti è rappresentata una battaglia tra i Romani e i Car- 
taginesi. Sulle bandiere si scorgono le iniziali S. P. Q. R. 

Tutto all’ ingiro la rotella è ornata da una ghirlanda di fiori e 
putti ni in bellissimo e perfetto rilievo su fondo dorato, ed è interrotta 
da otto cartelle accartocciate con una maestria piuttosto unica che 
rara. Di queste quattro sono liscie e quattro adorne ; dal busto di 
Numa Pompilio quella in alto; di Camilla e di Artemia quelle dei 
lati; e di Furio Camillo, quello in basso. 

Questa rotella arieggia per lo stile, per la finitezza del disegno e 
per la vigoria delle figure la cartella centrale della targa a mandorla 
dell’Armeria Reale di Torino, erroneamente attribuita a Benvenuto 
Cellini, poiché tutti i caratteri di quell' opera stupenda, come di 
questa rotella, appartengono all’ arte milanese e particolarmente a 
quella dei Negrioli, dei quali i Piccinino furono coetanei. 


Alla Tavola XXX. 

L’armatura equestre, che si ammira nell’Armeria Reale di To- 
rino (nella Galleria Beaumont e Rotonda) appartenne, al Cardinale 
Ascanio Mario Sforza Visconti, ed è opera di Antonio Missaglia. 

Questa armatura spigolata dell’uomo e del cavallo è una delle 
più importanti armature conservate nell'Armeria Reale. La bellezza 
della forma e la finitezza del lavoro sono superiori ad ogni elogio. 


88 


L'armatura è spigolata e fu detta alla Massimiliano , perchè al 
tempo di questo imperatore venne in uso; ma fu anche detta alla 
Milanese o Milanese , perchè a Milano prima che altrove venne fabbri- 
cata. Gli artefici italiani dell’ epoca la addimandarono invece spigolata , 
perchè foggiata a scanalature e spìgoli. La forma, a vero dire, non 
è delle più simpatiche; anzi, è da ritenersi la più sgraziata fra quante 
ne usarono i cavalieri dal XV al XVII secolo. 

L’armatura appartenuta al cardinale Ascanlo si compone di Ce- 
lata da incastro; Goletta; Corazza a petto rigonfio (i frahscesi Paddi- 
mandano bombe) con Resta; Panzìera e Falda a lame articolate. Gli 
Spallacci non sono eguali, sebbene simmetrici, ed hanno la Guarda- 
g aletta. I Bracciali sono a lame nel braccio ed a piastra intera nel V an- 
tibraccio, ed hanno la Cubitiera assai grande. I Fiancali sono for- 
mati da quattro lame; i Cascìali di due piastre. Sonvi poi i Ginoc- 
duetti , quindi le Se Aimere , o Gambali , intere; le Scarpe sono a piè 
d’ orso ; li Sproni hanno il collo molto lungo e la Spremila ha sei 
punte; le Manopole sono a m irtene; e per ultimo havvi il Giaco . 

L'Armatura del cavallo è ima Barda , compiuta di tutto punto, 
ed ha la forma a Tonello . La Barda si compone di Testiera a vista 
con guanciali; di Collo a lame articolate; di Pettìera; di Fiancali; di 
Groppa e di Guardacoda. 

I guarnì menti eli quest'armatura sono poi rappresentati dalla Sella 
et Arme y arcionata e ferrata, con le Staffe; la Briglia col Morso di 
ferro dorato; Testiera e false redini di cuoio; ricoperte di velluto verde, 
mentre le Redini sono composte di tre lame maschiettate e compiute 
da coregge dì cuoio. 

La spada è quella propria dell’armatura ; non così la lancia da 
torneo che il cavaliere tiene nella destra. Però, nemmeno la spada è 
opera di Tommaso Missaglìa; di artefice milanese si, ma del Missa- 
glia no; sia, perchè non risulta che questi fabbricasse spade f 1 ); sia, 
perchè la marca (un’aquila sormontata da corona ducale) non appar- 
tenne ai Missaglia, Di questi saranno invece i fornimenti. 

Quest’armatura, ritenuta fino a pochi anni or sono opera di ar- 


P) Veramente qui non siamo esatti. Missaglia (Tommaso) fabbricò, quando era socio 
col Corio, ogni sorta d'arme; ma più special mente, anzi quasi esclusivamente armature. 


Tavola XLIL 



Brigantina e Celata del Duca Francesco Maria della Rovere 
O pera di Filippo Negrioli. 






8g 


tefice straniero, è probabilmente quella che il Cardinale Ascanio in- 
dossava allorquando, assieme a suo fratello Lodovico, condusse milizie 
svizzere in Italia per riconquistare il ducato. Senonchè, gli svizzeri 
lo tradirono a Novara nell’aprile del 1500. 

Comunque, che l’armatura appartenne al cardinale armigero, lo 
provano le imprese lavorate su di essa dall’ artefice sommo, che ve 
le riprodusse in oro con minuto ornamento di fogliami. E mentre 
sull’armatura è ripetuta l’ Iride, in un’ altra fascia della barda sono 
ripetuti i 'crescenti montanti e rovesciati, imprese particolari del Car- 
dinale. 

« Usò il detto Monsignore (Ascanio) innanzi il tempo delle sue 
rovine certe mui ole illuminate dal sole, quasi in forma di far l'arco 
baleno, come si vede sopra la porta di Santa Maria della Consola- 
tone in Roma, ma perchè ella è senza anima ( senza motto j, ogni 
uno la interpreta a suo modo, e per diritto, et per rovescio. » (Paolo 
Giovo, Ragionavi.), ecc. ( 1556 ) p. 82. L’uso dell’ Iride, riservato al 
solo Duca, fu concesso al Cardinale Ascanio dal nipote Gio, Galeazzo 
Maria con decreto del io settembre 1484. E il Cardinale ne usò 
sempre assieme ai crescenti ad onde , come è provato dal 
quartiere del suo arme qui riprodotto. Non sono, quindi, 
corone di spine , come taluni hanno ritenuto ; sibbene 
iridi , chè il Cardinale Ascanio, più gagliardo e fiero 
che pio, nato più per battagliare e menar le mani, che 
per snocciolare rosari, non avrebbe tollerato d’inquartare 
nell’arme sua un simbolo di... tanta cristiana rassegnazione e umiltà. 

Se le ragioni finora addotte per ritenere che questa armatura, 
preziosa per la parte artistica e per quella storica, non sembrassero 
sufficienti ; il lettore benigno legga quest’ ultima, che a noi pare 
esauriente. Ecco un ferro da cialdoni (Tavola XLVIII) (Museo di 
Perugia) nella parte centrale del quale è riprodotto 1’ arme del Car- 
dinale Ascanio con le imprese ageminate dal Missaglia sull’armatura 
conservata nell’ Armeria Reale di Torino. 

Nel centro si vede, da una parte lo stemma viscontéo-sforzesco, 
e dall’altra quello del Cardinale Ascanio inquartato con la biscia. Sul 
manico evvi la leggenda » : kossiectus aurifex mefecit imperli sia 

AD. M.DCCCCLXXXXV. 



90 


Dalla leggenda si rileva che, l’artefice del ferro da cialdoni fu 
Francesco di Valeriano, detto Roscetto, orafo da Foligno, trasporta- 
tosi a Perugia nel 1474 per esercitarvi l’arte sua, che fu quella di zec- 
chiere del Comune perugino, e vi morì il 15 dicembre del 1509. 
Il Roscetto fece questo ferro da cialdoni per commissione di Giovanni 
Della Cassandra appartenente a buona famiglia perugina, amica del 
Cardinale, e deve essergli stato ordinato quando appunto nel 1495 
(31 gennaio) Ascanio Maria, restituito nella dignità cardinalizia, fece 
sorgere nell’animo dell’ amico la speranza che la porpora avrebbe 
reso al Cardinale la libertà. 

Queste notizie sul quartiere dell’arme del Cardinale Ascanio, noi 
abbiamo creduto opportuno di riassumerle qui, per dimostrare appunto 
essere i frammenti di pitture, scoperti durante le demolizioni sulla 
facciata della casa dei Missaglia dalla parte di via Spadari, qualche 
cosa di più che semplici rappresentazioni di una puerile astronomia. 
Essi sono i resti delle imprese sforzesche e specialmente di quelle 
del Cardinale Ascanio e di altri principi e capitani dell’ epoca ('). 
Nè ciò può destar meraviglia alcuna, qualora si ricordi che nel 
Quattrocento, e dopo gli artefici d’ogni specie avevano l’abitudine 
di ornare le loro botteghe e le case loro con le imprese dei clienti 
principeschi; e i Missaglia è risaputo, furono amnoreri di Corte 
tanto del duca Francesco (morto nel 1466), quanto dei successori, 
sino alla fine del Quattrocento. (*) 


(*) Ad esempio: le stelle seminate, il sole, lo zodiaco, le iridi illuminate e raggianti, 
si trovano riprodotte su monete dei duchi di Mantova e specialmente sul mezzo scudo 
di Carlo I (1629) duca di Mantova e Monferrato. E il sole e le nubi (iridi) illuminate e 
raggianti, sulla moneta da 12 scudi d’oro (1649) di Carlo II, duca di Mantova, ecc. Il 
sole fu pure tra le imprese dei duchi di Milano ; nonché lo stemma dei Missaglia ; la 
luna, rappresentò presso gli spagnuoli le vittorie riportate di notte contro i Mori ; e 
così via. 


Tavola XLIIL 



Scudo appartenente all’ armatura di Francesco Maria della Rovere 
Opera dell’artefice milanese Filippo Negri oli. 




9i 


Peso dell’Armatura equestre 
del Cardinale Ascanio Maria Sforza. 


L’armatura, in puro sdie italiano del Risorgimento dell’arte, pesa, con la barda, chi- 
logrammi 75 ,340. 

Il peso totale risulta composto così : 


Celata 

Cg. 





Gorgiera 

& 

L14 




Corazza 

£ 

4.66 




Fiancali 

£ 

G.ÓQ 




Cosciali 

) 


, Totale deir armatura 



Gambiere 

Scarpe 

> 

) 

6.24 

) 

del cavaliere : 

Cg. 

21.68 

Spallacci 

Bracciali 

► 5 > 

54S 




Manopole 


I 



Frontale 

Cg. 

3*06 




Collo 

» 

8.10 1 

1 

Totale della barda 



Pettiera 

» 

6.20 

) 

Cg. 

36.5* 

Fiancali 

> 

2.66 | 


Groppa 

£ 

16.50 

1 



Sella j 

\ 

\ 




Staffe « 

; Cg - 

13*“ 




Briglie 

Redini di piastra 

1 Cg. 


t Totale 

I 

Cg. 

15.36 

di acciaio 


1 

1 



Spada 

Cg. 

1.7S 


Cg. 

I.7S 




Totale generale 

Cg.' 

75-34 


Alla Tavola XXXVII. 


Questa borgognotta da pompa lavorata per l’imperatore Carlo 
Quinto dai Fratelli Negrioli nel 1455 è di tale bellezza da destare 
l’ammirazione e la meraviglia nel crìtico più difficile e pedante. 


92 


Non c'è vocabolo, a nostro parere, che possa convenientemente 
indicare la squisita fattura e la perfezione di questo capolavoro tanto 
armonioso in tutte le parti sue* La cartella che occupa la sporgenza 
del frontale (gronda) è operata superbamente in tausia d' oro e porta 
la leggenda sic* tva, invicte cesar* 

La borgognotta è fucinata di un pezzo solo, all’antica, dal con- 
torno perfetto e gradito ; è arricchita di splendidi rabeschi d’ oro 
sopra nero pavone — cioè: violetto cupo* Sul frontale è rilevato 
un meraviglioso gruppo, composto della Fama e della Vittoria, le 
quali tengono per i baffi un guerriero ammanettato e addossato con 
le spalle alla cresta, con in testa il turbante e col corpo racchiuso 
in una lorica romana, quasi a rappresentare Y impero turco soggio- 
gato dal titolare della borgognotta* 

La parte inferiore del corpo scende in modo originale e biz- 
zarro, ma con una purezza di stile senza pari, a formare il cordone 
o tortiglione della cresta, e va a perdersi in un fogliame di acanto 
e in volute che s’appoggiano sopra un mascherone, superbamente 
lavorato, e che forma il copri nuca o gronda * 

Nell’interno della vista in lettere d’oro è ricordata la mano degli 
artefici perfetti : f* et. fra* de negro lis faci* a* mdxxxv* 


Alla Tavola XLIV. 

Che quest'armatura sia opera di artefice milanese non può es- 
sere messa in dubbio che da ignoranti in questo genere di lavori* 
Ma, siccome non basta affermare, sibbene provare, ecco i documenti 
i quali confortano il nostro asserto* Nell’ archivio di Stato di Torino 
(Sez. Cam* Conte del 7 es> ges * Negron di Negro > ann* 1558-1561) si 
leggono le partite che seguono : 

€ 167* Piu per scudi vinti d’oro d’Italia pagati a Baldassar 
d’Aro et Ludovico Biancardo agente di Ms. Gio* Paulo Negrol, 
armarolo di Milano, quali sua Altezza gli ha donati per haver apor- 
tato ire arnesi per ordine di Sua Altezza, come appare per il Suo 
mandato dato in Rivoli a li xxvij di sett* M* D* I* xj* 


jr 'i ■ 


Tavola XLIV. 



Armatura equestre compiuta appartenuta al Duca Emanuele Filiberto, 
attribuita al milanese Gio. Paolo Negriolo. 


(Armeria Reale, Torino B. 4). 






93 


— 1 8 1 . Più per senti doi di oro d’Italia pagati a Antonio ser.r 
(servitore) di Gio. Paulo Negrolo mercante milanese, per haver por- 
tato due Rodelie per compimento dell’armi che Sua Altezza ha fatto 
far per il Re di Franza et per il Duca d’Orleans, — ( Mandato Due. 
da Rivoli; 23 di nov.bre i $6j ). 

— Alli xxvij. dii detto (settembre 1561) Il prefato n.ro sig.r 
ha ordinato al detto Tesarero gn, al dover pagar in contanti a Bal- 
desar de aro e Ludovico Biancardo, agenti deH’almuriero Gio. Paulo 
Negrollo la somma di scudi vinti d’oro d’Italia. Quali Su’ Altezza 
gli dona et gl’ ha ordinati per ch’hanno portato da Milano li Arnesi 
che Su’ Altezza gli aveva dimandati per donarne uno a sua may.ta 
Xp. ma et uno per mons.r II Duca di d’Orleans, per ritornarsi in- 
d retto. ( Controllo 1561, 2. e Ardi . di Stato, Torino). 

Da questi tre documenti chiaro appare che i Negrioli erano i 
fornitori abituali di armature del Duca Emanuele Filiberto, cui ap- 
partenne quella riprodotta a tav. XL 1 V. Questa armatura è a bande 
brunite alternate da altre adorne con nodi quali si vedono riprodotti 
nel ritratto di Lucio Foppo di Ambrogio Figini nella Pinacoteca di 
Milano. 


Alla Tavola XLVIII. 

La tavola rappresenta, ridotto alla metà, un ferro da cialdoni, 
comunicatoci gentilmente dalla Direzione del Museo Civico di Pe- 
rugia, presso il quale si trova. Nel centro di una parte evvi lo 
stemma viscon teo-sforzesco e nell’ altra quello del cardinale Ascanio 
Maria, inquartato con la biscia. Sul manico, il ferro, parla per dar 
la notizia che : 

ROSSECTUS AURIFEX MEFECIT 1MFERUSIA AD M.CCCCLXXXXV. 

Questo artefice Roscetto è Francesco di Valeriano, detto Ro- 
se etto, orafo da Foligno, donde andò a Perugia nel 1474 per 
esercitarvi l’arte sua e quella di zecchiere del Comune. Nel 149* 
è segnato nella matricola dell’Arte degli Orefici, per Porta S. Su- 


12 


94 


sanna : nella quale si ha Tanno della morte cosi : « Franciscus Va- 
re ri ani : Dieta Rosciecto : i$°9 dìe decembrìs decessi L » 

L'iscrizione che circonda lo stemma, ci istruisce sul come questo 
ferro da cialdoni del Cardinale Ascanio fosse inciso dal Rosee! to di 
Perugia. Quella iscrizione, ridotta a buona lezione, dice : d’Iddio è 

l'alma : IL CORE E LA SOSTANZA ] DELLA CASSANDRA GIOVANNI BATTISTA 

per voi (cioè per il Cardinale) conserva tratto di speranza. 

La famiglia della Cassandra era tra le buone di Perugia e 
G, Fìatti sta qui nominato forse conobbe il Cardinale Ascanio e tenne 
con lui servitù sino dal 1477, quando perditore, insieme col fratello 
Ludovico nella lotta contro la vedova di Galeazzo, ebbe per confine 
Perugia* 11 gentiluomo perugino non si mutò, mutandosi di triste in 
lieta e di lieta in tristissima, per opera dello sconoscente Ales- 
sandro IV, la fortuna dello Sforza; ed alTannuncio che Ascanio Maria 
era restituito nella dignità cardinalizia (31 gennaio 1495), l amico sperò 
non lontano il termine della prigionia e pensò di offrirgli al ritorno 
una durevole testimonianza di animo devoto e benevolo. Ma la 

liberazione del Cardinale tardò ancora ( Gior . di erud . ardisi. 

Perugia, 1873, Voi, II, p, 97) sicché il ferro non fu consegnato e il 
Cardinale non assaggiò mai 1 cialdoni fatti con quello. 



Tavola XLV. 





IV. 


LA CASA DEI NEGRONI DA ELLO 
DETTI MISSAGLIA 


Per quanto modesti siano i limiti di questa breve rassegna, 
non ci è possibile tralasciare dall’aggiungere, ai ricordi dell’ industria 
milanese delle armi, il cenno ad un avvenimento che si lega intima- 
mente al nostro tema, e che in questi ultimi tempi ha destato il più 
vivo interesse in Milano, fra quei cittadini i quali, malgrado l’inva- 
dente scetticismo, subiscono ancora il fascino delle memorie storiche 
ed artistiche: vale a dire il riconoscimento della casa dei Missaglia, in 
via Spadari. Al cadere delle luride costruzioni, che da secoli celavano 
l’antico edificio, sono riapparse le tracce dei vari elementi orna- 
mentali che ne decoravano i prospetti esteriori: e allora, la poetica vi- 
sione della casa dei Missaglia, completata dalla esuberante fantasia, 
suggestionò a buon diritto i nostri ambrosiani, sempre e giustamente 
alteri delle glorie cittadine. 

Come trascurare il ricordo di un fatto simile ? E come in tal 
caso dire degnamente della casa Missaglia, senza rievocare per un 
momento l’ambiente nel quale trascorse il suo periodo più glorioso? 

Troppo ingrato, però, riescirebbe a noi tale compito, qualora do- 
vessimo con la fantasia supplire alla scarsità di dati precisi intorno 
alla Milano del quattrocento ; ma, dalle poche memorie, dai limi- 
tati e scarsi avanzi di costruzioni che ancora ci restano, considerati come 


g6 


capisaldi ed opportunamente riannodati fra di loro, non è del tutto 
impossibile di far rivivere in una forma non troppo incerta la fiso- 
nomia di Milano nel secolo XV, allorquando vi fioriva Y industria 
delle armi, ed a tanta fama salivano coloro, che in questo modesto 
lavoro abbiamo impreso a ricordare. 

Anche Elio e Missaglia — i due villaggi lombardi, il cui nome 
torna così frequente in questi appunti — meriterebbero di essere 
singolarmente descritti, come le località da cui trassero origine coloro 
che tanto si distinsero nell’ industria e nel commercio delle armature, 
e dalle quali una numerosa schiera di modesti, ma non meno abili 
artieri, attratti dalla fama dei fortunati loro compaesani, convenne 
a Milano per esercitarvi il mestiere delfarmajuolo. 

E fra le più belle posizioni dell'alta Brianza, a ridosso di uno 
dei colli che dividono questa dalla vallata dell 1 Adda, che sorge il 
ridente villaggio di Elio. Le favorevoli condizioni naturali, che al 
giorno d'oggi fanno di quelle località la sede di numerose villeg- 
giature, erano certo apprezzate anche nei passati tempi, mentre gli 
indizi di remota civiltà sono forniti dagli stessi avanzi monumentali, 
sparsi nei villaggi di quella regione. 

Il battistero lombardo, che pur oggi si ammira presso la parrocchiale 
di Oggiono, prova l’importanza che fin dagli antichi tempi aveva 
quella borgata, resa celebre più tardi da un fortunato allievo di Leo- 
nardo. — A Givate, sul versante opposto della vallata, si ammirano 
ancora gli avanzi dall* antica chiesa che fu l’ultimo ricetto al corpo 
di S. Calocero: al disopra di Givate, sull’altipiano del monte Pedale, 
i Benedettini avevano stabilita la loro residenza presso i due impor- 
tanti monumenti che tutt’ora esistono: la chiesa di S. Pietro, e l’ora- 
torio di S. Benedetto. 

E per tutto il territorio dell’alta Brianza, in ogni villaggio, a 
monte, a valle, ai laghi, numerose memorie di epoche remote, 
elette affermazioni d'arte, splendide visioni di natura, dovevano effi- 
cacemente preparare l’ animo di quegli operai, cui la vivacità del- 
l’intelletto acuiva la percezione del bello, rafforzandone l'espres- 
sione nelle opere affidate alla genialità della mente e all’abilità della 
mano. 

Per il passato, non meno di oggi, Milano era la meta di questi 


Tavola XLVI 



(Davanti) ♦ 

Armatura di Carlo V, imperatore 
attribuita ad artefice milanese del secolo XVI (Campi o Negrioli?}, 



97 


laboriosi e intelligenti artefici, ai quali il miraggio di un maggiore 
benessere rendeva più facile ìl sacrificio delle abitudini di vita libera, 
che la città loro imponeva. 

Nella prima metà del secolo XV, la fisonomia di Milano non 
doveva esser di molto mutata rispetto quella dei secoli precedenti, 
e il gusto artistico, allora prevalente in ogni manifestazione della vita 
sociale, era indubbiamente quello stesso che si era affermato durante 
il periodo che vide svolgersi le arti medievali. 

Un’idea dell’aspetto di Milano a quel tempo potrebbe esserci 
concessa dalla simultanea visione degli edifici di quell’epoca, o eretti 
in epoca anteriore. Il carattere severo di quei monumenti, che in 
parte sono giunti sino a noi, o dei quali rimangono sufficienti me- 
morie, compendia in sè stesso l'espressione della vita sociale di quel 
tempo. 

Se si pensa come la nota più gaja che abbia potuto manifestarsi 
durante il dominio di Filippo Maria Visconti, fosse quella offerta dagli 
artisti che lavoravano al Duomo, e come prima di questa, tutto 
dovesse portare l'impronta di una opprimente austerità, come non 
comprendere l’influenza che sull’animo e sulle abitudini della popo- 
lazione dovevano esercitare le tetre costruzioni guerresche e le severe 
moli degli edifici religiosi, mentre le stesse fabbriche civili tradivano 
la natura sospettosa e diffidente dei più eminenti cittadini ? 

Ma, quando alle mura di Azzone Visconti, alle pusterle d’ac- 
cesso alla città, al Castello di porta Giovia, alla rocca di Bernabò Vi- 
sconti, al palazzo della Ragione, al palazzo dell’ Arengo, alle chiese 
di S. Ambrogio, di S. Vincenzo in Prato, di S. Nazaro, di S. Sepolcro, 
di S. Maria in Auro n a, e agli altri templi ora scomparsi, quando alla 
austera, od anche tetra maestà di tutti questi imponenti edifici venne 
man mano a sostituirsi la nota gaja del rinnovato indirizzo d' arte, 
che si disse Rinascimento, quale e quanta non sarà stata l’influenza 
che quel rinnovamento del senso estetico dovette esercitare sulla stessa 
vita sociale ! 

ì precetti dell’arte classica, ripudiati da tanti secoli, ricompa- 
rendo verso la metà del XV secolo sotto inusitato aspetto — sapien- 
temente adattati alle esigenze e ai rinnovati gusti della società — si 
ribellavano, alla loro volta, a quelle formole dell’arte medievale, che 


9 8 


prima si erano loro tenacemente imposte. E, con le arti maggiori, 
anche le più umili manifestazioni artistiche ebbero a risentire ovunque 
una trasformazione veramente radicale: tanto più che quel rivolgi- 
mento, il quale in altre epoche si sarebbe forse verificato mediante 
una lenta evoluzione, fu dalle vicende politiche singolarmente accele- 
rato nel suo affermarsi in Milano. 

La nuova signoria degli Sforza, succeduta a quella dei Visconti, 
ed interessata a rendere meno avvertita ai cittadini la perdita della 
libertà assaporata nel breve periodo dell’aurea repubblica di S. Am- 
brogio, si trovò portata ad affermare il nuovo dominio colle maggiori 
esteriorità di fasto, — Cosi, dal 1450 in avanti, fu incessante il 
richiamo di artisti insigni alla corte di Francesco Sforza e dei suoi 
successori. Il Castello di porta Giovia fu la palestra nella quale si 
misurarono i migliori campioni, milanesi e di fuori, mentre l’an- 
tico palazzo di Corte già si prestava allo sviluppo di quelle nuove 
forme d’arte, che sull’area già occupata dalla rocca eli Bernabò, dove- 
vano trovare una solenne affermazione col sorgere del nuovo Ospedale 
maggiore : intanto a S. Ambrogio, a S. Satiro, a S. Eustorgio, nelle 
chiese come nei chiostri, i vecchi edifici chiedevano di esser rinnovati 
o trasformati, e nuove parti si andavano aggiungendo alle vecchie, 
e sorgevano di pianta la chiesa delle Grazie, quella della Pace, di 
S. Pietro in Gessate, dell’ Incoronata, di S. Maurizio, — I più pre- 
giati pennelli, le più elette manifestazioni dell’ arte scultoria, i più cele- 
brati artisti della sesta profondevano in quelle opere l’ innato senti- 
mento del bello che, occorrendo, non sdegnavano di dedicare con 
pari entusiasmo anche a quelle arti minori, che per merito loro di- 
vennero sempre più geniali e pregiate. E nel cuore della città, 
accanto alla nota severa del palazzo della Ragione e della Loggia 
degli Osii, le nuove tendenze si palesavano nel palazzo dei Notai: 
e come già nelle chiese, nei chiostri, nei palazzi pubblici, così si 
manifestavano le nuove forme, con maggior libertà, anche nelle fab- 
briche private. Erano parziali adattamenti di vecchi edifici, nei 
quali con pittoresco disordine si intrecciavano gli elementi della rina- 
scenza con quelli dell’architettura medievale, oppure rifacimenti più 
radicali che, nella stessa suggestiva irregolarità della struttura, tradi- 
vano l’età più remota della loro ossatura. Erano, infine, nuovi edi- 


Tavola XLVIJ 



(Retro). 


Armatura di Carlo V, imperatore 
Attribuita ad artefice milanese del Secolo XVI. (Campi o Negrioli ?) 






99 


fici, costruiti di getto, nei quali si affermavano con tutta la ge- 
nialità, le rinnovate tendenze dell’arte. 

Quale interessante spettacolo, quale pittorica scena, doveva pre- 
sentare Milano a quei tempi nei quali, anche là dove le ristrettezze 
della vita precludevano la via al manifestarsi dell’arte, la natura com- 
pletava col suo fascino irresistibile l’opera geniale dell'uomo! Le 
case basse, le vie anguste, gli edifici isolati, alternati con orti e giar- 
dini, la frequente nota suggestiva di chiese, oratori e monasteri; i 
liberi corsi d’acqua, i pozzi pubblici, i palazzi, le case, gli umili abi- 
turi ; e dovunque, belle porte, eleganti finestre, loggette graziose e 
baltresche, camini dagli artistici fumajuoli, e pittoreschi ballatoi o bal- 
conate, svariate decorazioni murali, muraglie dalla severa tonalità del 
laterizio, e pareti gajamente graffite, o decorate con dipinti votivi. 

Chi non lo immagina l’incanto di simile spettacolo allietato da 
una bella giornata di primavera sfolgorante di luce, colla fresca to- 
nalità delle verdure rinnovate, spiccanti sull’azzurro del cielo, o sui 
toni cupi degli edifici, coi fiori smaglianti, coll’aria satura di profumi, 
collo sfondo meraviglioso delle Alpi ? Chi può rimanere insensibile 
alla seduzione di un quadro cosi affascinante, rievocato come am- 
biente di qualcuna delle caratteristiche feste del tempo : — quella 
di S. Giorgio, che era la festa del Castello, oppure la festa popolare 
« del majo » che con tanta pompa si celebrava il primo giorno di 
maggio — chi non rievoca la nota gaja di tanti pittoreschi costumi 
— chi non li rivede quegli allegri crocchi di bellezze femminili, nelle 
quali davvero « brillava il sangue lombardo »? 


♦ 


Fu a quel tempo che in Milano assunsero uno straordinario 
sviluppo le industrie artistiche che le hanno dato tanto nome. Ai 
milanesi di nascita, si aggiungevano Ì milanesi di elezione ; artisti e 
artefici valentissimi, che dal contado o dalle città più prossime, qui 
convenivano e sì fissavano stabilmente; oppure, a seconda dell’arte 
esercitata, risiedevano una sola parte dell’ annata. £ 1 - 


IOO 


a b 



Erano gli scalpellini richiamati in Milano dai lavori del Duomo 
e dalle numerose costruzioni del tempo; erano i muratori, ultimi rap- 
presentanti della gloriosa schiera dei ^maestri comacini»; erano pit- 
tori in tutte le gradazioni della loro abilità, dal più umile ajutante, 
al valoroso collaboratore del sommo maestro; erano gli artefici di 
tutte le più elette industrie, i quali portavano in Milano le remini- 
scenze dell' opera prestata in terra straniera, al tempo della nomade 
attività delle corporazioni. E T come gli artisti sommi non sdegnavano 
di dedicare il loro ingegno anche in opere secondarie, così gli umili 
esecutori dei concetti di quei maestri riuscivano ad infondere nelle 
modeste parti loro assegnate, tanta intensità di studio e di abilità, da 
diventare alla lor volta, non solo interpreti intelligenti, ma, nel mo- 
desto loro ambito, veri e propri artisti. 

Onesti artefici sperimentati erano incorporati e soggetti a regole 
comuni : V opera loro, la loro attività, il prodotto delle loro fatiche, 
tutto era subordinato a norme speciali, disciplinato a seconda della 
corporazione che tutelava l’arte che professavano. Le principali arti 
od industrie avevano il loro quartiere, o la loro via speciale, ed erano 
rette da particolari statuti, la cui osservanza era scrupolosamente e 
con severità mantenuta. 

Non si conoscono gli statuti che regolavano in Milano le di- 
verse arti nei XV secolo : sono però noti quelli dei secoli successivi, 
e sapendosi come questi fossero meno liberali dei precedenti, sì 
può ritenere che i primi di poco differissero eia quelli antichi, e 
conosciuti di Bologna e di Firenze, i quali non precludevano il campo 
ai forestieri, e rispettavano la libertà di lavoro, senza proibire che 
gli estranei avessero ad esercitare Parte. Anzi, gli stessi principi e la 
legislazione del tempo, in pieno accordo coi criteri delle corporazioni, 
allettavano con privilegi ed esenzioni gli stranieri, affinchè impor- 
tassero nella città le loro industrie d’arte. 

Tale era la vita pubblica in Milano nella seconda metà del 
XV secolo ; tale era P ambi ente nel quale ebbe a svolgersi Y attività 
di quei geniali artefici, all' opera dei quali sono rivolte le presenti 
memorie. 

Parecchie erano le strade destinate agli armajoli : le principali, 
costituenti tutt* insieme una sola e tortuosa arteria, erano quelle, ancora 


Tavola XLVIII. 




Ferro da cialdoni del Roscetto destinato al Cardinale Ascanio Maria Sforma. 






IOI 


sussistenti, degli Antiorari, degli Spada ri e degli Speronar! : in queste 
specialmente sorgevano le botteghe ed i magazzini delle armature. 

Molti di tali artefici lavoravano però fuori dalle loro botteghe. 
SÌ trovano fra i documenti del XV secolo, delle lettere ducali con- 
cedenti agli spadari di tenere banchi e morse, davanti od in pros- 
simità delle loro botteghe, e prescriventi solo di ritirarsi in tempo 
di pioggia, neve, nebbie ecc. Ordini ducali proibivano agli spadari 
di vendere spade in altro luogo che nelle loro botteghe, eccetto nei 
giorni di fiera nella piazza del Verzaro (ora Fontana), all’ Arengo, e 
in qualche altra località. 

Tale proibizione, frequente nei regolamenti commerciali del me- 
dioevo, era intesa a moderare la concorrenza, assicurando l’equa ri- 
partizione del guadagno fra tutti gli esercenti la medesima arte. Era 
questo, anzi, il concetto fondamentale della legislazione del lavoro 
nel medioevo, concetto al quale era pure ispirato uno degli ordini 
del Paratico stesso nel 1395, per cui, chi comperasse all’estero spade 
per rivenderle, doveva, prima di metterle in magazzeno, notificarle 
alle autorità (abbati) della corporazione. Il Paratico degli spadari 
figura già negli elenchi del 1385 fra quelli obbligati a partecipare 
alle oblazioni che il Comune faceva alle chiese. 

Per dare un’idea dell’importanza varia delle armi, basti dire 
che per una sola di esse, quella degli spadari, gli operai si divi- 
devano, secondo i loro statuti, nelle classi seguenti: Fodratori, lima- 
tori, scalpellatori, manichieri, imbor nitori, lustratori, doratori. 

Riferisce lo Schulte (') come agli enormi bisogni dell’industria 
armoraria di Milano provvedesse il distretto minerario lombardo, spe- 
cialmente il territorio Lariano e la Valsassina. 

Nel medioevo la produzione mineraria nell’Italia settentrionale 
era considerevole: tutto il territorio montuoso fra i laghi di Como e 
di Garda: i dintorni del lago d’Orta: la Valsesia: la valle dell’Os- 
sola e quella di Maccagno sul Verbano, erano largamente sfruttate: 
le fucine di Como, Lecco, Sondrio, Bormio, Bergamo, Brescia ne 
lavoravano i materiali. 


( ! ) Fr. Schulte; Geschichte des mille killer lichen Handels und Ver kefir s zwiscken 
Wesldeuischland und Ila lieti. — (Leipzig 1900). 


13 


102 


Le tariffe doganali di tutta la Germania erano piene di accenni 
alle nostre armi. Il Registro di Chillon (') ricorda come interi carichi 
di armature passassero frequentemente le Alpi. I Duchi stessi favo- 
rivano in ogni modo lo sfruttamento delle miniere : molti cospicui cit- 
tadini milanesi, e persino dei tedeschi, investivano i loro capitali in 
queste industrie. 

Quanto ai rapporti fra capitale e lavoro non sempre si rassomi- 
gliavano nei diversi rami. Confrontando l’ industria delle armi con 
un’altra fra le più importanti, quella della tessitura, si rilevano proce- 
dimenti economici affatto diversi. Nelle arti tessili la produzione era 
affidata a due distinte classi di persone : i mercanti della materia 
prima , ed i maestri. I mercanti davano la materia a filare ai maestri 
filatori, poi la passavano a tingere ai maestri tintori, poi a tessere 
ai maestri tessitori, i quali artefici lavoravano per proprio conto in 
casa loro, ajutati da due altre classi di persone: i lavoratori (detti 
anche compagni, o fattori) ed i garzoni. Nel medioevo, ed anche molto 
molto tempo dopo, non si conobbe altro sistema di produzione ; Ì 
mercanti non potevano tenere per proprio conto telai, o stipendiare 
maestri o lavoranti ; i maestri non potevano, di regola, comperare 

0 vendere materia greggia. 

Al contrario, l’industria delle armi si conservò tutta in mano 
della maestranza. Non si trovano notizie di mercanti di materia prima, 

1 quali avessero dato a lavorare; sembra quindi che i maestri, o pa- 
droni di bottega, disponessero contemporaneamente di capitale e di 
lavoro. Nel resto, la gerarchia fu sempre conforme a quella delle 
altre arti ; i garzoni dopo un certo numero di anni, e in seguito ad 
esame, diventavano lavoranti, e da lavoranti diventavano poi maestri. 

Come tutte le corporazioni, anche quella degli armajoh aveva 
il proprio Santo protettore. Gli spadari festeggiavano San Paolo, 
e nel giorno della festa patronale tutti gli inscritti nel Fanatico 
di Milano si recavano in solenne processione alla Chiesa di Santa 
Maria Beltrade. Chi mancava, era passibile di pena pecuniaria se- 
condo gli Statuti. 


f 1 ) Fr. Sckulte: Opera citata. 


Tavola XLIX 



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M issagli A. — Stato della fronte lungo la Via Spadari, coll’indicazione delle traccie ritrovate. 


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103 


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Nella via degli Spadari, una delle più centrali della città, e pre- 
cisamente a metà del suo sviluppo, la lurida casa che fino ai nostri 
giorni venne denominata « la porta dell' inferno » , fu la casa dei Mis- 
saglia. Ma, dell’aspetto originario di quello stabile, vecchio di quattro 
secoli, nessun indizio rimaneva visibile, all’ infuori dei monogrammi 
scolpiti in qualcuno dei rozzi capitelli del cortile e nelle serraglie di 
volta del portico. 

Nulla tradiva l’antico splendore. Vasti ambienti suddivisi in mi- 
serabili stanzette: porticati rinchiusi, ridotti ad officine : squarci enormi 
nel fabbricato per adattarvi scale d’accesso ai piani superiori: sconci 
ballatoi in legno tra camera e camera: finestre otturate e deformate: 
nuovi vani aperti in breccia nel massiccio dei muri: sopraelevazioni 
di due, o tre piani sul fabbricato originario. Solo qualche soffitto a 
cassettoni poteva rammentare ancora, in taluni locali del primo e del 
secondo piano, l’originaria e meno indegna destinazione. 

Nessuno, fra quanti si occuparono delle memorie cittadine, sup- 
pose la esistenza di altre traccie dell’antico edifizio ; chi mai avrebbe 
potuto pensare che, al disotto di tante superfetazioni, esistesse an- 
cora l’edifizio che fu dei Missaglia ? 

Eppure, la sorte volle riservarci tale gradita sorpresa. 



Il centro di Milano 

prima della sua trasformazione, iniziata nel 1860. 


Planimetria del centro attuale, 
comprendente le vie dei lavoratori delle armi. 


SPXDSRI 


— 104 

Come gran parte del centro di Milano, anche il vasto isolato che 
trovavasi nel cuore della città ed era determinato dalle vie Orefici, 
Ratti, Spadari e Torino, venne a sua volta sacrificato al rinnova- 
mento edilizio. Normale alle vie degli Orefici e degli Spadari, destinate 
ad essere spostate ed ampliate, viene oggi ad aggiungersi il tracciato 
di una nuova strada, (che noi vorremo fosse dedicata al nome dei 
Missaglia, o meglio ancora dei Negrioli, che più dei Missaglia 
furono eccellenti nell’arte loro); ma il tracciato di questa strada, uni- 
tamente all’ allargamento adottato per la via Spadari, portò alla ne- 
cessità della demolizione completa del vecchio isolato, e quindi anche 
del vecchio stabile già dei Missaglia. 

Davanti ad una simile sorte, non mancarono coloro i quali si 
proposero di rilevare almeno le condizioni più interessanti di quel- 
l’immenso gruppo di edifici, e di seguire l’opera di demolizione, pren- 
dendo appunti. — Tale proposito ha dato luogo a constatazioni in 



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•P13NTS DEL PIANO TERRENO- 


teressanti, per quanto troppo fugaci fossero le osservazioni concesse 
dal non interrotto e fatale procedere della distruzione. 

Quanto si riteneva come unico isolato, si rivelò invece come un 


T A VOI -A L 



Casa M issagli a 


Sezione trasversale del Cortile, rilevata nel corso delle demolizioni 

















105 


agglomerameli to di edifici svariatissimi, intersecati da viuzze tortuose, 
le quali dovevano addurre alle piccole officine ed alle abitazioni 
interne; tutte le epoche avevano lasciato le loro traccie in quelle 
vecchie costruzioni; dai frammenti di muraglie dei bassi tempi, coi 
corsi dì mattone disposti a spina di pesce, dalle salde e accura- 
tissime strutture medioevali, dalle tracce di gaje costruzioni del ri- 
nascimento, fino alle esuberanti impronte del XVII e XVIII secolo 
ed alle vergognose alterazioni del secolo XIX. 

I primi lavori di demolizione, se rispettarono il nucleo principale 
della casa che si chiamava « la porta dell’inferno >, ebbero a col- 
pire inesorabilmente un complesso di edifici, a questa evidentemente 

lato A B 



lei 2 ? * J METRI 

1 1 — | . 1 


Corti! etto posteriore — Ritrovamenti sulle pareti esterne* 

collegati, i quali formavano il naturale complemento degli stabili che 
furono sede dell’azienda industriale e commerciale dei Missaglia. 
E purtroppo, non tutto fu possibile di riconoscere durante l’inesora- 
bile procedere di quella demolizione ; ma i pochi scandagli che si 
poterono compiere, hanno offerto l’ opportunità di constatazioni in- 
teressanti. Prima, e la più importante, quella che i Missaglia occupa- 
vano, o in proprio, o in semplice uso, una superficie assai più estesa 
di quella che corrisponde allo stabile che a loro tradizionalmente si 
attribuiva. 





io6 


Al di là del cortile della « porta dell’inferno » appariva un se- 
condo e più piccolo cortile di forma irregolare il quale, scandagliato 
in molte parti, offrì indizi interessanti della originaria sua decorazione. 

L’ accurata costruzione di quella parte interna, non soggetta 
alla vista del pubblico, e il cui accesso dovette esser stato riservato 
solo ai famigliari ed ai clienti, dava un’idea dell’importanza che 
doveva avere a suo tempo l’emporio dei Missaglia, e rivelava al 
tempo stesso lo spirito intraprendente di quegli industriali, i quali 
nell’affidare all’arte il compito di richiamare l’attenzione pubblica sulle 
loro aziende, ebbero a precorrerci nell’adozione della reclame , che 
tanto affligge l’epoca attuale. 



Cortiletto posteriore — Ritrovamenti sulle pareti esterne. 


Alla lenta, ma continua distruzione di tutti gli edifici interni del 
grande isolato, ebbe a seguire, sullo scorcio del 1901, il rapido 
abbattimento dei fabbricati perimetrali lungo le vie degli Orefici, dei 
Ratti e degli Spadari, eccettuata la « porta dell’inferno », al cui ri- 
guardo fu possibile ottenere condizioni speciali che concedessero 
di compiere almeno indagini e studi, per riconoscere le eventuali 
tracce della casa Missaglia. 

L’avvenuto sgombro dell’edificio per parte dei numerosi e sva- 
riati suoi abitatori, permise agli studiosi di praticare intorno ad esso 


Tavola LI 



Casa Missaglia* “ Sezione longitudinale della casa, rilevata nel corso delle demolizioni 





io 7 


la serie di scandagli necessaria a rintracciare gli elementi artistici 
della fabbrica originaria; e tale impresa portò a risultati insperati. 

Rimossi gli ingombri delle molte aggiunte che intralciavano 
l’esatta ricognizione della antica casa, fu possibile identificarne in 
ogni particolare la disposizione pianimetrica generale, quella del cor- 
tile e la sua continuità col retrostante cortile minore, di cui già si 
tenne parola. Ma fu appunto in questi primi scandagli, che si pre- 
sentò una inattesa condizione di cose. — La casa che si stava per 
identificare, e della quale apparivano man mano le decorazioni del 
XV secolo, non era costruzione di tale epoca, bensì risultava l’adat- 
tamento di un edificio di epoca più remota; il che non toglie però 
che lo stabile potesse essere, anche in antecedenza, proprietà dei 
Missaglia. — Che questi armajoli fossero già saliti in gran fama, 
durante il dominio di Filippo Maria Visconti, è cosa nota; ma è 
noto del pari come, durante la prima metà del secolo XV, l’archi- 
tettura non abbia risentito grande influenza dai tentativi del rinasci- 
mento, che era ancora ai primi suoi albori. Niente di più probabile 
dunque che la casa, pure appartenendo già ai Missaglia, sia stata 
molto più tardi dai medesimi ampliata e decorata. Ciò dovette lo- 
gicamente avvenire allorquando la maggiore fortuna della loro 
azienda, gli onori che accompagnarono il rapido aumento delle ric- 
chezze, e l’avvedutezza loro, indussero a spiegare tanto sfarzo nella 
avita dimora. 

Dall’esame dei disegni dell’edificio si può facilmente rilevare 
come le parti della casa, risalenti ad una più remota origine, siano : 
il doppio corpo di fabbrica verso la via, ed i muri divisori che de- 
terminano il perimetro della proprietà. 

Tale constatazione ha contribuito a spiegare la strana singola- 
rità dei porticati terreni, i quali si svolgono in modo affatto anor- 
male, poiché non conservano una uniforme profondità. Nel rinnovare 
il loro edificio, i Missaglia hanno seguito il concetto di attenuare 
gli effetti della originaria irregolarità pianimetrica, e perciò hanno 
costruito tre semplici corpi di fabbrica su tre lati del cortile, sacri- 
ficando l’ampiezza e la praticità dei nuovi locali, pur di mitigare lo 
sgradevole effetto della irregolarità, assegnando invece al nuovo 
cortile un simpatico compito decorativo. 


Traccie interessanti dell’antica casa si sono rinvenute in diverse 
parti della costruzione: frammenti di porte e di finestre, lavorate 
colla caratteristica esattezza, che contraddistinse i maestri da muro 
del XIII e XIV secolo, — Non bastavano però quegli elementi 
a dare un’idea concreta di quello che doveva essere la casa origi- 
naria, ed è da lamentarsi che sia mancato il mezzo di compiere tale 
constatazione, perchè sarebbe stato interessante Y esempio di una sede 
di casa industriale e commerciale del tempo dei Visconti, 

I rimaneggiamenti, le aggiunte è le opere di abbellimento in- 
trodotti nella casa durante la seconda metà del secolo XV, già risen- 
tono del modo meno accurato con cui in quel tempo si lavorava, 
al confronto delle epoche precedenti. Sopratutto negli squarci, e nelle 
breccie — temerarie, più che ardite — introdotte nella vecchia fabbrica, 
si tradisce Y esecuzione affrettata, imposta dalla febbrile impazienza 
dei proprietari, interessati a soddisfare rapidamente la loro ambizione 
di primeggiare fra i concorrenti e di non turbare, coi disagi di una 
lenta riforma, gli interessi della loro fortunata azienda. 

L’aspetto esterno dell 5 edificio, e cioè la fronte verso la via degli 
Spadari, non presentava di certo le caratteristiche di una straor- 
dinaria composizione architettonica. Otturate le aperture antiche, non 
si adottò altro concetto all’ infuori di quello di aprire in breccia, nel 
vecchio muro frontale, una serie di finestre, distribuite in due ordini 
sovrapposti. 

Tanto le finestre del primo piano, quanto quelle del secondo, 
ampie assai, sono foggiate ad arco acuto e sono contornate eia sa- 
gonfiature in laterizio, senza alcun elemento ornamentale, all* infuori di 
un „ semplicissimo motivo a dentelli, che adornale finestre del primo 
piano. — La disposizione di queste finestre presenta però una carat- 
teristica, rara nelle costruzioni coeve, più rara ancora in un lavoro di 
rifacimento, nel quale si tende ad approfittare in parte delle precedenti 
disposizioni, vale a dire la caratteristica della esatta corrispondenza 
degli assi, di modo che a ciascuna finestra di uno dei piani corri- 
spondano esattamente quelle del piano superiore. La facciata, come 
la maggior parte della casa, comprendeva due soli piani: all’altezza 
del secondo piano si trovarono le traccie delle travi che reggevano 
l’originaria gronda del tetto: prova non dubbia che gli altri piani su- 
periori erano aggiunte posteriori all’epoca dei M issagli a. 


Tavola LII 



Casa Missagi.ia. l a Fronte verso via Spadai i, ricosLkuita secondo le traccie ritrovate. 












109 


La parte inferiore della fronte è quella che ha lasciato molte 
incertezze fin dalle prime ricognizioni, ed anche le opere di demoli- 
zione, da cui si sperava avessero a scaturire dati esaurienti per 
questa parte, non hanno purtroppo offerto alcun indìzio positivo. È 
assai probabile, che fin dal l’origine vi fossero delle aperture di bot- 
tega, quante erano all’epoca della demolizione ; ma la forma loro non 
doveva però essere la medesima che si presentava fino ai nostri 
giorni. Dovettero essere delle aperture ben diverse per contorno e 
per dimensione, non prive di qualche decorazione; e senza dubbio, 
il partito della rispondenza assoluta degli assi, già riscontrata nei 
due ordini superiori di finestre, dovette verificarsi anche nei vani di 
questo piano terreno. Non è però da escludere che le aperture di 
bottega siano state in un numero minore, e che ad alcuni di quei vani 
abbiano corrisposto in origine altrettante finestre: neppure è da esclu- 
dere che, anche le aperture del piano terreno verso la strada, siano 
state semplici finestre, destinate ad illuminare i magazzini interni. I 
dubbi sono molti, e noi non possiamo che approvare il criterio se- 
guito da chi ebbe a compiere Ì rilievi qui pubblicati, coll’ evitare 
ogni intervento di induzione personale, offrendo, in quanto riguarda 
questa parte tanto dubbia, un semplice accenno dello stato in cui 
fu rinvenuta, lasciando aperto il campo a qualsiasi ipotesi intorno 
alia disposizione originaria di questa parte della fronte. 

Solo della porta dì accesso si è trovato qualche lieve indizio 
— un indizio sufficiente, però, ad affermarne la ubicazione ed a dare 
un’idea della sua primitiva forma. — ■■ Si tratta dell’avanzo della sua 
spalla di destra e della impostatura dei primi mattoni che formavano 
un arco — indizio di una forma di apertura ad arco acuto, con forti 
piedritti, forma abbastanza usata in Milano nel XV secolo, e che è 
sommariamente resa nel disegno qui pubblicato. 

Qualunque sia stata la disposizione della zona inferiore, è certo 
che, nel suo complesso, la composizione d’assieme di questa fronte 
non attesta un eccezionale concetto d’arte. — Anzi, in confronto della 
pittoresca irregolarità degli edifici coevi, si potrebbe giudicare come 
banale il concetto che ne ha guidato la composizione, se non fosse 
invece da supporre che tale deficienza sia stata voluta da una mente 
superiore che, avendo di mira di far trionfare il concetto or nani en- 

14 


no 


tale, basato essenzialmente sull’intervento della policromia, abbia de- 
liberato di sacrificare ogni ricercatezza architettonica. 

Infatti, la necessità di nascondere le molte rabberciature praticate 
nei muri della vecchia casa e le numerose breccie aperte con poca 
cura nei muri stessi per procurare nuove finestre, come pure il lavoro 
poco accurato delle nuove opere murarie, ebbero a creare il bisogno 
di rivestire con uno strato di intonaco la parete frontale, ad eccezione 
delle sagomature di contorno delle finestre. — Tale particolarità 
costruttiva dovette necessariamente suggerire il desiderio di una spe- 
ciale decorazione : e qui appunto, soverchiando la caratteristica orna- 
mentazione dei semplici, ma pur tanto interessanti graffiti che gli stessi 
Sforza non sdegnarono di usare come elemento decorativo della loro 
Corte ducale, i Missaglia vollero sulla fronte della loro casa una biz- 
zarra composizione pittorica, la quale rappresentasse al tempo stesso 
i privilegi largiti dai sovrani alla loro ditta commerciale, soddisfa- 
cendo la loro ambizione col far pubbliche le onorificenze e i titoli 
conseguiti. 

Si tratta precisamente di quanto è in uso ai tempi nostri, con 
la sola differenza che, a quel tempo, le manifestazioni dettate dal- 
l’interesse e dalla vanità personale, seppero trarre largo partito da 
elevate espressioni d’arte. 

Intorno agli archi di ciascuna finestra si svolge, alla maniera 
gotica, una fiora dipinta in color verde su di un fondo a lobi di color 
rosso cupo, simile a quello che, secondo il costume dell’epoca, rico- 
priva tutto il laterizio. — Nel fondo degli archetti trilobati, reggenti 
il davanzale delle finestre, tornarono in luce bizzarre pitture di fiori 
e di frutti, ed alcune figure, che vorrebbero essere ritratti. 

Nel piano superiore, la nube iridescente (impresa sforzesca, di 
cui Galeazzo M. aveva concesso l’uso al fratello Cardinale Ascanio), 
disposta ad arco, collega l’una finestra all’altra, all’altezza dei pie- 
dritti, e rappresenta nel complesso delle decorazioni l’unico elemento 
regolarmente distribuito. — Il fondo bianco al disopra di questa 
impresa è seminato di stelle e di monogrammi dei Missaglia; MY 
da una parte, sormontato da una corona — A -$- x — dall’altra 
senz’altro segno che quello dell’abbreviazione. 

Gli spazi che intercedono fra l una e l’altra finestra sono riser- 


Tavola LUI. 



Casa Mi ss a gli a. — Sezioni trasversale del cortile, ricostituita secondo le traccie ritrovate. 




Ili 


vati alle maggiori composizioni. In essi vediamo con bizzarra libertà 
riprodotti i più caratteristici emblemi degli Sforza : la scopetta, favo- 
rita impresa di Lodovico — il nodo d’ amore — la colombina di 
Bona di Savoja, e quindi, corone ducali, e corone di lauro, e scudi, 
e motti, e curiosissime rappresentazioni astronomiche ed astrologiche, 
aventi rapporto con le imprese della clientela, vedute di paesaggi e 
infine, a guisa di demarcazione tra la casa Missaglia e la proprietà 
confinante, una gran striscia verticale con la riproduzione di altri 
pittoreschi emblemi — gli scarlioni rossi e bianchi e gli scacchi alter- 
nati a quadri rossi ed a quadri bianco-azzurri. 

Un’ altra particolarità della facciata, sta in ciò che il suo svi- 
luppo comprendente otto finestre, non risultò eseguito in una me- 
desima epoca. — L’estremità di fabbricato verso la via Torino, per 
un tratto corrispondente a quattro finestre, si presentò come costru- 
zione aggiunta dai Missaglia, alla loro casa originaria. È stato fa- 
cile di riconoscere ciò, oltre che per altre particolarità, per la la- 
vorazione assai meno accurata dei contorni delle finestre, e per il 
fatto che l’intonaco originario, di cui andava rivestita la parete 
della casa non recava traccia alcuna di decorazione pittorica. Evi- 
dentemente, nel compiere questi ampliamenti, resi necessari dal cre- 
scente sviluppo della loro industria, i Missaglia vollero limitarsi 
alla ricorrenza degli elementi architettonici, senza curarsi di estendere 
a questo tratto della casa la decorazione pittorica che già ador- 
nava la parte preesistente. — Tale constatazione, la quale può de- 
stare un assai limitato interesse, diventa qualche cosa più di una sem- 
plice curiosità, quando la si consideri come prova dell’importanza 
che sempre più andava prendendo, a quell’epoca, l’azienda dei Mis- 
saglia. 

Per l’andito di porta — che era il medesimo anche prima degli 
adattamenti dei secoli successivi — si giungeva al cortile, del quale al- 
cuni interessanti elementi già erano noti, perchè rimasti alla diretta 
vista del pubblico, e perchè in altre circostanze illustrati : due ca- 
pitelli e qualche serraglia nelle volte del portico. Il graduale sopra- 
elevarsi del piano stradale aveva modificato anche il piano del cor- 
tile, il cui livello originario, ritrovato alla profondità di circa 60 cen- 
timetri, ha conferito una proporzione più snella alle arcate terrene. 


1 1 2 


I sostegni di queste, sono in sarizzo, a sezione ettagona, terminati 
con capitello dalla consueta semplicissima foglia dell’epoca, maggior 
finezza di lavoro non essendo concessa da quel rozzo materiale. 

II dado d’imposta del sovrastante arco acuto, recante scolpiti 
i noti monogrammi dei Missaglia, è in calcare della rocca di Ali- 
gera; del medesimo materiale sono le serraglie di volta del portico. — 

I sostegni dei risvolti del porticato erano variamente disposti, a seconda 
delle esigenze dei loro collegamenti col resto della fabbrica. 

Le luci del primo piano erano costituite da finestre ad arco acuto, 
due per ogni lato, dal contorno in terracotta sagomato, adorno di 
ricche e finissime ornamentazioni, — La cornice, distrutta, che for- 
mava davanzale a queste finestre, si svolgeva senza soluzione di con- 
tinuità lungo i quattro lati del cortile. Al disopra di questo primo 
piano si innalzava il secondo, di minori proporzioni, al quale davano 
luce ed aria altre finestre ad arco acuto, più piccole delle sottostanti 
ma più numerose, così da assumere apparenza di loggiato. Anche 
queste finestre si ritrovarono ornate da ricchi contorni in terracotta, 
nei quali si svolgeva un grazioso motivo di putti con fogliami e nastri 
recanti l’iscrizione Ave Deo. 

Con questo piano terminavano le fronti della casa verso il cortile: 
gli altri piani superiori, due e anche tre, erano aggiunte posteriori, 
non aventi rapporto alcuno col fabbricato originario. Anche questo 
ambiente interno, per sè stesso più interessante del prospetto esteriore 
come composizione architettonica, era riccamente decorato a colori, 
tracce importantissime vennero rinvenute al secondo ordine, negli 
spazi tra finestra e finestra. — Questa zona della casa, considerata 
nel concetto decorativo come un grande fregio, recava dipinti, su 
fondo bianco, ricchi vasi, da cui si svolgevano fiori e rami di lauro. 

II resto del fondo era cosparso di rappresentazioni simboliche, in- 
segne araldiche sforzesche, stelle, fiammanti e sigle dei Missaglia, 

Senza dubbio, una simile decorazione dovette svolgersi, e chissà 
con quale ricchezza, anche nelle due zone inferiori della casa. — Il 
modo eh esecuzione della muratura nei tre lati di cortile eretti dai 
Missaglia, allorquando ampliarono ed arricchirono la loro casa, e le 
numerose rabberciature rinvenute nel muro del quarto lato, provano 
in modo sicuro che anche tutte le pareti del cortile dovettero a epici- 


•Ari V'IOAVJ, 



Casa Missaglia. — Sezione longitudinale della Casa, ricostituita secondo le traccie ritrovate. 




l’epoca trovarsi intonacate: l’esistenza del fregio superiore dipinto 
escluderebbe che la parte sottostante potesse essere decorata a graf- 
fito. Per questo, e per il fatto di essersi rinvenuto qualche piccolo 
tratto di intonaco recante traccia di colore, si può concludere che 
anche le pareti inferiori del cortile fossero adorne di decorazioni poli- 
crome. Ma in quale modo? Solo il ricordo dei numerosi esempi di 
decorazioni dell'epoca, combinate colla genialissima e libera bizzarria 
delle decorazioni della facciata di questa casa, potrebbero offrire una 
visione degna dell’ ambiente, quale la fantasia nostra vorrebbe rie- 
vocare. 

A parte la vaghezza degli ornati, il cortile della casa dei Mis- 
saglia, considerato come semplice struttura, era un vano di ragione- 
vole proporzioni, al quale non potevano fare difetto aria e luce, un 
vano quale certo non si sarebbe potuto immaginare, visitando la co- 
sidetta € porta dell'inferno ». 

Se dall’esame della disposizione interna di questa casa, vogliamo 
ritrarre considerazioni sulla originaria utilizzazione dell’edificio, non 
possiamo tralasciare di cercare in quale modo fosse organizzata a 
suo tempo l’industria dei Missaglia. 

È noto che i Missaglia avevano i loro magli a Porta Romana al 
Ponte Beatrice , a 5. Angelo , ed altrove: il materiale doveva loro arrivare 
già ad un certo grado di lavorazione, e in quelle stesse officine esterne 
dovevano essere senz’altro battute e condotte ad un avanzato grado di 
lavorazione tutte quelle armature di secondaria importanza che ve- 
nivano richieste ai Missaglia in grosse partite, e che costituivano la 
maggior fonte di guadagno per l’industriale. Solo i pezzi di più gran 
pregio, richiedenti l'opera degli artefici più valenti, dopo esser stati 
disgrossati altrove, dovettero trovare il compimento nelle officine di 
via Spadari ; ad ogni modo, tutto il lavoro più sommario di fucina 
non deve esser stato eseguito nel centro della città. 

Ciò non toglie che qualche fucina fosse impiantata per l’esecu- 
zione dei lavori minori ; e, se si pensa alla importanza commerciale 
della ditta, alla enorme sua produzione, si deve ammettere che anche 
quel lavoro di finimento dovette assumere grande sviluppo, cosicché 
saranno sempre stati accesi quei fornelli, e numerosa dovette essere 
la schiera degli operai intenti alle opere di finimento, alle chiodature 


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alle saldature, alle geni mature ecc., riunendo quelle pezze che, in 
parte già lavorate, venivano dalle officine di fuori, 

Non è certo, però, che in queiredificio, da noi riconosciuto per 
la casa dei Missaglia, tanto adorno, come si vide, di decorazioni, siasi 
compiuta la parte più grave e rumorosa dell’ industria delle armi, 
bensì nei fabbricati posteriori, in quegli edifìci che si addentravano 
nel cuore del grande isolato e che, per mezzo del cortiletto annesso 
alla casa Missaglia — del quale già abbiamo tenuto parola — 
comunicavano colla casa, e forse ne costituivano parte della stessa 
proprietà. E, che tali officine fossero più internate nella proprietà, e 
non in vista dalla parte nobile della casa, Io conferma il fatto che, 
la denominazione di inferno — la cui origine è logico far risalire al 
tempo degli arma] oli ed ai bagliori delle fucine — - non andava già unita 
al nome di casa o di cortile, ma invece, secondo Y espressione po- 
polare, corrispose sempre al nome « la porta dell’ inferno » ossia la 
porta per la quale si arrivava a quelle officine, che per il loro aspetto 
giustificavano tale denominazione. 

Grandi e bene illuminati ambienti, si riscontrarono pure, all’atto 
della demolizione, nelle altre delle case che, con irregolare disposi- 
zione, si estendevano dietro quella che noi chiamiamo Missaglia, 
e della quale evidentemente facevano parte* — Dovevano essere 
i locali destinati ai lavori più ricercati e meno rumorosi, mentre 
la parte più distinta dell* edificio, nella quale avranno avuto anche 
alloggio i proprietari, sarà stata per intero destinata a deposito ed 
esposizione dei prodotti^ e tutt’al più avrà potuto contenere i locali 
dove risiedevano i cesellatori, gli agem filatori, i disegnatori e tutti 
coloro che attendevano alla parte più distinta della produzione dei 
Missaglia. 

Abbiamo detto: «tutt’al più#; ma forse avremmo potuto esclu- 
dere anche questa ipotesi, ritenendo senz’ altro confinati nelle parti 
interne anche questi più insigni collaboratori dei Missaglia, se si 
pensa che il corpo di fabbrica frontale, e quello di contorno del 
cortile, contenevano locali di assai limitate proporzioni, ed in quantità 
appena sufficiente per gli alloggi di una famiglia certo numerosa, ri- 
tenuto altresì che il resto degli ambienti e vani terreni, (fossero 
botteghe aperte sulla strada, o fossero magazzeni accessibili solo dal- 


Tavola LV. 




Veduta d’assieme del cortile, al momento delle demolizioni. Uno dei capitelli del porticato 






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l’interno), non potessero per sè stessi offrire una grande superficie 
per un emporio, il quale doveva contenere, foss’anche come semplice 
campionario, la produzione dei Missaglia e quella assai più copiosa dei 
molti industriali minori, che i Missaglia, prevenendo il costume del 
nostro tempo, incettavano per farne commercio. 

Tale era la casa dei Missaglia: una decorazione genialissima 
all’esterno, (la quale con squisito senso d’arte, corrisponde ai concetti 
dell’odierna reclame ) ed una non meno geniale composizione decora- 
tiva nel cortile interno, allietavano quel grande bazar di armi, che 
i più elevati personaggi non disdegnavano * di visitare. 

Mutamenti politici, progressi industriali, vicende domestiche 
avranno dapprima intralciato tanta prosperità, riservando poi al rapido 
sostituirsi delle armi da fuoco, alle continuate requisizioni e tasse dei 
governi stranieri, che si succedettero in Milano, fors’anche alla di- 
spersione della famìglia, la scomparsa di un’azienda già tanto pro- 
spera e tanto benemerita, per avere diffuso gloriosamente per tutta 
Europa il nome di Milano. 

Come sia stato ridotto l'interessante edificio, dall’abbandono 
dapprima, più tardi da tre secoli di deturpamenti, potrebbe esser 
descritto soltanto da chi ebbe ad avventurarvisi negli ultimi anni. 
Però, in quella vera bolgia infernale, in quel focolare di ogni più 
ributtante esalazione, in quell'addensamento di immondi tuguri, dì 
officine e di traffici più o meno onesti, fra l’avvicendarsi incessante 
di passioni, di amori e di odii, di vendette e di generosi slanci, 
fra i meschini ed aridi pettegolezzi delle donnicciuole, e le nobili abne- 
gazioni che hanno fruttato all’ opera del riscatto nazionale il con- 
tributo di tanti eroici popolani, il senso della poesia non è man- 
cato mai. L’immagine della Madonna, dipinta su di una parete 
del cortile, mantenne sempre una nota di sentimento gentile in quella 
varia ed ibrida popolazione. 

Non si trattava di un’opera d’arte, la quale si imponesse per 
il suo pregio, non era un cimelio storico, poiché nessun fatto par- 
ticolare vi si collegava, e nemmeno era a supporle il pregio di aver 
fatto parte della casa dei Missaglia. 

Eppure, quel simulacro, per quanto spoglio di sentimento d’arte, 
fu sempre sinceramente venerato da quella popolazione multiforme, 


e fu ima festa commovente nella sua ingenua semplicità quella che 
gli inquilini esulanti fecero alla Madonna, il 15 Settembre del 1901, 
giorno dedicato al Nome di Maria, quando con pio e spontaneo 
pensiero vollero tributare un ultimo omaggio a quella effigie, che 
fu sempre da loro considerata quale il genio tutelare frammezzo a 
tante miserie e tante sofferenze. 

Alla festa gentile succedette subito lo sgombro dell 5 edificio, allo 
sgombro seguì la distruzione, che invano un gruppo di cittadini be- 
nemeriti tentò di scongiurare* 

Una porzione dell’area occupata dalla casa che attraverso tante 
e così disparate vicende, fu in breve occupata dalle fondazioni di un 
nuovo edificio : una nuova strada è destinata ad assorbire il resto 
di queir area. 

Così, come è sparita la famiglia dei gloriosi e fortunati artefici, 
è scomparso dopo il fugace bagliore delle rinnovate sue forme, l'edi- 
fìcio nel quale i Missaglia vissero e prosperarono. 


La casa dei Missaglia è stata però assai più fortunata di 
molti altri edifici del suo tempo I quali, resi del pari irriconoscibili, 
vennero fatalmente distrutti, senza attirare l’attenzione degli studiosi, 
e senza che la loro storia, od il ricordo delle loro forme, fossero 
in qualche modo tramandate ai posteri. 

Mentre cadevano gli edifici del grande Isolato nel quale si com- 
penetravano le proprietà dei Missaglia, mentre spariva la Malastalìa, 
che tanta parte ebbe nella storia di Milano, mentre venivano rase 
al suolo le botteghe, nelle quali per tanti secoli hanno esercitato 
l’arte loro e I loro traffici gli orefici e gli armatoli, la casa dei Mis- 
saglia poteva essere esplorata in ogni sua parte, e le migliori ca- 
ratteristiche che man mano si appalesavano, suscitando i giusti en- 
tusiasmi degli intelligenti, vennero scrupolosamente documentate da 
opportuni rilievi. 

Ai voti di importanti istituti e di cittadini benemeriti, ai mezzi 
offerti dalla Consulta del Museo Archeologico, e all’opera assidua 


Tavola LVI. 




Traccia di una delle finestre del primo piano, verso il cortile. Una delle finestre del secondo piano, verso il cortile. 






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dell’ Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti, è dovuto 
il copioso ed esatto lavoro di riproduzione grafica dell’edificio, che 
in parte ha valso ad illustrare le presenti memorie. Svanita la spe- 
ranza, per un momento accarezzata, di salvare e rimettere in prìstino 
l'edificio, un' altra iniziativa si è manifestata a vantaggio di questa 
memoria milanese. Un gruppo di cittadini va caldeggiando il pro- 
posito di ricostruire la casa in altra località, per farne la sede di un 
museo dell’arte del ferro e specialmente delle armature. Non è feti- 
cismo archeologico, non è solo il desiderio di far rivivere in Milano un 
esempio di architettura civile, che nella sua ingenuità può competere 
vittoriosamente con la vuota e pretenziosa appariscenza di tante fab- 
briche moderne: ma è il proposito di procurare ai preziosi ricordi di 
un’arte, che fu gloria di Milano, la più degna ed opportuna custodia, 
che ci muove ad accompagnare questa idea coi più fervidi voti di 
felice successo. 


FINE. 





























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