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Full text of "I principii della filosofia"

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RENATO DESCARTES 


I PRINCIPII 
DELLA FILOSOFIA 

TRADUZIONE, PREFAZIONE E NOTE 

DI 

ADRIANO TILGHER 



1914 


PROPRIETÀ LETTERARIA 

della Società Tipografica EditriceìBarese 


Stab. della Società Tipografica Editrice Barese 
Bari - Via Arglro, 106 a 112. 


Storia esterna 

de « I Principe della filosofia » 
di Renato Descartes. 


I. 

La Parte I dei Principii della filosofia di Renato 
Descartes è un riassunto della sua gnoseologia e 
metafisica, già schizzate nei loro tratti principali 
nella Parte IV del Discorso sul Metodo del 1637, 
poi lungamente esposte nelle Meditationes de prima 
philosophia del 1642. Esse rimontano, nella loro 
prima elaborazione, al « trattatalo di Metafisica», 
composto da Descartes a Franecker, nella Frisia 
orientale, dal novembre o dicembre 1628 alla fine 
del settembre 1629. Nella Prefazione alla mia tradu- 
zione del Discorso sul Metodo e Meditazioni filo- 
sofiche di Renato Descartes (Bari, Laterza, 1912-13, 
2 voli., I, pp. V-XLV1), che d’ora innanzi indicherò 
con l’abbreviazione DM, e nelle note a ciascun 
gruppo di Obbiezioni alle Meditazioni e Risposte 
di Descartes, ho narrato minutamente la storia 
esterna del Discorso sul Metodo e delle Medita- 
zioni filosofiche, e quindi, indirettamente, anche 
della Parte I dei Principii della filosofia, che ne 
è, rispettivamente, uno sviluppo ed un riassunto. 
Pertanto, farò qui solo la storia esterna delle altre 


6 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


tre parti (II, III, IV) delle quattro, di cui consta 
l’opera, che offro tradotta al pubblico italiano. 


II. 

Il « trattatello di Metafisica », di cui sopra, 
era appena compiuto, che nell’estate del 1629 
Descartes, per mezzo di uno degli amici di Olanda, 
Reneri, venne a conoscenza del fenomeno dei pa- 
relii o falsi soli, osservato il 20 marzo di quel- 
l’anno dal gesuita Padre Scheiner a Frascati, 
presso Roma, e da lui comunicato a tutti i dotti 
di Europa {DM, II, 1 n). Fra gli altri, anche a 
Descartes fu chiesto che ne pensasse. Messo di 
fronte al problema, egli, abituato com’era a ge- 
neralizzare, pensò che, per rendersi conto di quel 
fenomeno, doveva esaminare per ordine tutte le 
Meteore ( Oeuvres de Descartes publiées par Char- 
les Adam et Paul Tannéry, che d’ora innanzi in- 
dicheremo con l’abbreviazione AT: I, 23), il che 
lo condusse allo studio di tutta la Fisica {ìb., I, 70). 

Risolse allora di pubblicare la sua Fisica prima 
della sua Metafisica, e di serbar questa per sè, 
fino a che la pubblicazione di quella non le avesse 
creato un ambiente favorevole. In meno di un 
mese, concepì il progetto di un trattato di Fisica, 
che contenesse la spiegazione di tutto il mondo. 
Ma per non confonderlo con gl’innumerevoli trat- 
tati di cosmologia, che allora si venivano pub- 
blicando da sedicenti novatori, volle presentarlo 
con il titolo più modesto di Trattato della Luce. E 


PREFAZIONE 


7 


poiché il Sole e le Stelle fisse producono la Luce, 
i Cieli la trasmettono, la Terra, le Comete e i 
Pianeti la ricevono, i Corpi terrestri la riflettono 
o rifrangono inegualmente, essendo o colorati o 
trasparenti o luminosi, e l'Uomo ne è lo spetta- 
tore, un trattato della luce doveva parlare di tutte 
queste cose insieme, ed essere così un vero e pro- 
prio trattato del Mondo (DM, I, 40). 

A questo Trattato della Luce Descartes lavorò 
dal 1629 al 1633. Noi non lo abbiamo per intero 
nella forma che Descartes allora gli diede: ma 
alla perdita possono supplire la Parte V del Di- 
scorso sul Metodo, che lo riassume; le Parti II, 
111 e IV dei Principii della fdosofìa, che lo conten- 
gono rifuso e sviluppato; i numerosi accenni ed 
estratti, che se ne trovano nella corrispondenza 
del filosofo dal 1629 al 1632; e, finalmente, un 
frammento dell’opera primitiva, in quindici capi- 
toli, in francese, dal titolo: Le Monde ou Traité 
de la Lumière. 

11 testo pubblicato con questo nome, dopo la 
morte di Descartes, non è tutta l’opera composta 
da Descartes con quel titolo, ma solo una parte, 
forse un abbozzo incompleto o una prima stesura, 
lasciata incompiuta, o della quale il resto è per- 
duto, ma della cui autenticità è impossibile du- 
bitare. È però da rimpiangere che non ci sia rima- 
sta tutta l’opera primitiva, l’importanza della quale 
per la storia del pensiero di Descartes è vera- 
mente grande, poiché in essa egli esponeva il suo 
pensiero senza gl’infingimenti teologici, i sotter- 
fugi e le ipocrisie, cui ricorse dopo la condanna 


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I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 



di Galileo Galilei. Confrontando il testo del Mondo 
con la corrispondenza del filosofo, possiamo se- 
guire quasi giorno per giorno la compilazione di 
quello, e, indirettamente, venire cosi a conoscere 
quando per la prima volta furono composti i pa- 
ragrafi dei Principii, che ripigliano, benché sotto 
forma diversa, la materia del Mondo. 

11 capitolo I insiste sulla differenza tra gli og- 
getti che tocchiamo vediamo sentiamo e le sen- 
sazioni che ne abbiamo: tra quelli e queste non 
v’ha nulla di comune; alle nostre sensazioni fuori 
di noi corrispondono solo varie forme di movi- 
mento. Questo capitolo rimonta al novembre 1629, 
come risulta da lettere scritte da Descartes in quel 
tempo ( AT , I, 76-82). 

Il capitolo II tratta del Fuoco, che brucia scalda 
illumina; il capitolo III, della durezza e fluidità 
dei corpi: tutte queste qualità sono spiegate con 
movimenti di particelle della materia; il capitolo IV 
nega il Vuoto; il V svolge la teoria dei tre Ele- 
menti: tutti questi capitoli sono, il II e III quasi 
certamente (AT, I, 109 e 119), il IV e V assai 
probabilmente, del gennaio e febbraio 1630 (AT, 
I, 25, 119-20, 205-8), e, in ogni caso, anteriori al 
giugno di quell’anno. 

11 capitolo VI parla della Materia e la riduce al- 
l’Estensione indefinita dei geometri; il capitolo VII, 
del Moto e sue leggi: entrambi sono dell’aprile 
e maggio 1630 (AT, I, 146, 149, 151, 154). 

I capitoli Vili, IX e X parlano successivamente 
delle Stelle fisse, fra cui il Sole, delle Comete, e 
dei Pianeti, fra cui la Terra e la Luna: Descartes 


PREFAZIONE 


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ne spiega la formazione in questo suo mondo, di 
cui egli traccia la genesi come una favola o un 
romanzo. Questi capitoli sono posteriori al dicem- 
bre 1630 ed anteriori al maggio 1632 ( AT , I, 194, 
250-1). 

Il capitolo XI tratta della Pesantezza; il XII, del 
Flusso e Riflusso: quello è dell’ottobre o novembre 

1631 (AT, I, 222, 228); questo, anteriore al novem- 
bre o dicembre 1632 (AT, I, 261, 304; III, 144-6). 

I capitoli XIII e XIV trattano l’uno della Luce, 
l’altro delle sue proprietà: Descartes non ne parla 
espressamente in niuna delle sue lettere; segno 
evidente che ci pensava sempre. 

1 capitoli XV, XVI e XVII avrebbero dovuto 
mostrare che il mondo immaginario così creato è 
affatto simile a quello dove viviamo: ma di essi 
non ci è rimasto che il capitolo XV, che parla 
delle Comete, e che è certo anteriore al maggio 

1632 (AT, 1, 248, 254). 

I capitoli XVI e XVII mancano: e non si sa se 
furono redatti. Descartes si proponeva di dedurvi 
a priori le forme ed essenze dei corpi terrestri 
dall’ordine delle stelle fisse nel cielo: e forse la 
difficoltà della cosa lo indusse a rinunciarvi (AT, 
I, 250-1). 

Prima del maggio 1632 la parte del Mondo ri- 
guardante la natura inorganica era quasi termi 2 
nata: cioè stesa in una prima redazione, che ci è 
giunta col titolo Le Monde ou Traité de la Lu- 
mière. Essa fu pubblicata la prima volta a Parigi 
nel 1664 col titolo Le Monde per cura del signor 
D. A. [D’Alibert?], amico del defunto Descartes, 


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1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


e ristampata, pure a Parigi, nel 1677 da Clerse- 
lier sopra un manoscritto di ' sua proprietà, che 
egli dice essere l’originale (Cfr. la ristampa di 
esso in AT, XI, 1-118). 

Dopo del giugno 1632 Descartes lavorò ad una 
trattazione delle principali funzioni dell’uomo, se- 
guito alla precedente (AT, I, 254, 263). Questa 
trattazione fu pubblicata a Leida col titolo De 
homine nel 1662 da Schuyl e ristampata da Cler- 
selier a Parigi nel 1664 e nel 1677 sul testo origi- 
nale (cfr. la ristampa di esso in AT, XI, 119-215). 
Ma di quest’opera nulla è passato nei Principii 
della fdosofia. 

Nel novembre del 1633 Descartes stava per 
inviare a Mersenne, a Parigi, il manoscritto del 
Mondo per la pubblicazione, quando la condanna 
di Galileo Galilei avvenuta nel giugno 1633, e da 
lui appresa cinque mesi dopo, gli fece mutar pa- 
rere, e rinunziare a pubblicare il suo libro 047', 
I, 270-3). 


III. 

Nel 1637 Descartes pubblicò il Discorso sul Me- 
todo, come prefazione a un volume di Saggi, 
comprendente le Meteore, la Diottrica e la Geo- 
metria. Nella Parte V del Discorso egli fece un 
completo riassunto del Mondo. Chi legga questo 
riassunto (cfr. DM, I, 40-2), confrontandolo col 
testo del Mondo, si accorgerà che esso ne segue 
quasi a passo a passo la disposizione dei capi- 


PREFAZIONE 


11 


toli, e propriamente in quest’ordine: I-VII, X, IX, 
Vili, XIII-V, XI-II. 

Dopo il riassunto del capitolo XII, Descartes 
prosegue, dicendo che egli nel Mondo trattava 
anche dei Venti tropicali, delle Montagne e dei 
Mari, delle Fontane e dei Fiumi, dei Metalli e 
delle Piante: a questi soggetti, dunque, erano 
consacrati i capitoli XVI-XVII oggi perduti. 

Dopo il capitolo XVII, viene il De homitie, che, 
quindi, non è un’opera a sè, ma, semplicemente, 
la continuazione del Tratte de la Lumière, e che 
comincia appunto come capitolo XVIII di questo. 

Dei soggetti trattati nei perduti capitoli XVI- 
XVII del Mondo (gravità, flusso e riflusso, mon- 
tagne e mari, fontane e fiumi, metalli e miniere, 
fuoco e suoi effetti, tra i quali specialmente il 
vetro), quali sono enumerati nella Parte V del 
Discorso sul Metodo {DM, I, 42), si occupa la 
Parte IV dei Principii della filosofìa, benché in 
ordine alquanto diverso, e con in più lunghe con- 
siderazioni sulla calamita. Anche qui, dunque, 
tranne che per la calamita, i Principii della filosofia 
ripigliano i soggetti già trattati nel Mondo. Della 
calamita Descartes ebbe per un momento l’inten- 
zione di parlare in quest’opera (A T, I, 176), ma vi 
rinunziò presto dopo il novembre 1630(A7', I, 180). 

Ma la corrispondenza tra il Mondo ed i Prin- 
cipii della filosofia non è meno vera per le altre 
Parti II e III. 

La Parte II tratta del vuoto (capitolo IV del 
Mondo), dell’estensione infinita o indefinita del 
mondo e della sua natura o essenza (VI), del 


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I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


moto e sue leggi e regole (VII), dei corpi duri e 
fluidi (III). A parte una trasposizione per i ca- 
pitoli III e IV, l’ordine, le idee, le parole sono 
quasi le stesse nel Mondo e nei Principii. Alle 
tre grandi leggi del moto Descartes ha aggiunto 
nei Principii sette regole, le quali però nel capi- 
tolo VII del Mondo erano già indicate in poche 
parole. 

La Parte III comprende, innanzi tutto, un’intro- 
duzione: cioè la rassegna dei fenomeni celesti, 
l’esposizione delle differenti ipotesi astronomiche 
(di Tolomeo, Copernico, Tycho e di Descartes 
stesso), lo stabilimento del punto di partenza delle 
deduzioni deH’autore. Seguono la teoria dei tre ele- 
menti (capitolo V del Mondo), del Sole e delle 
Stelle fisse (Vili), della Luce (XIII-IV), delle parti 
scandiate e delle macchie del Sole, delle Comete 
(IX), dei Pianeti, Terra e Luna (X). 

Riassumendo, i capitoli II1-1V, VI-VII del Mondo 
che possediamo formano la Parte II dei Principii; 
i capitoli V, VI1I-X, XIII-V, la III; i capitoli XI-XII, 
di nuovo XIII-XIV, e, senza dubbio, i due man- 
canti XVI-XVII, la IV. La differenza fondamentale 
fra le due opere è che il sistema copernicano, 
che nel Mondo è francamente adottato e seguito, 
nei Principii cede ad un compromesso, che cerca 
dissimularlo meglio che può. Ma la sostanza è 
perfettamente la stessa, e possiamo concludere 
che le Parti II-IV dei Principii sono un rimaneg- 
giamento del Mondo, come la I lo è delle Medi- 
tazioni e della Parte IV del Discorso sul Metodo 
(cfr., per tutto questo confronto del Mondo col 


I 


PREFAZIONE 13 


Discorso, i Principii e la Corrispondenza, AT, XI, 
698-706). 


IV. 

il Discorso sul Metodo e i Saggi erano stati già 
pubblicati nel 1637, il « trattatalo di metafisica » 
del 1629-30 era stato appena elaborato nell’in- 
verno del 1639-40 ed era divenuto le Mcditationes 
de prima philosophia ( DM , I, XXIII-1V), e già De- 
scartes pensava a pubblicare per intero la sua 
filosofia, come si diceva allora, la sua fisica, come 
diremmo oggi. E ve lo indussero, senza dubbio, 
gli attacchi del gesuita Padre Bourdin alla sua 
Diottrica, i quali diedero origine ad una lunga 
polemica tra colui e Descartes, della quale ho già 
fatto altrove assai minutamente la storia (DM, II, 
189-201 n). 

Attendendo le obbiezioni del Padre Bourdin 
alla Diottrica, Descartes scriveva a Mersenne da 
Leida il 30 settembre 1640: « ho voglia di rileg- 
gere un po’ la loro [dei Gesuiti] Filosofia [intendi: 
Fisica], il che non ho fatto da 20 anni, per vedere 
se mi sembrerà adesso migliore di quanto mi 
sembrava prima. E a questo scopo, vi prego di 
mandarmi i nomi degli autori che hanno scritto 
dei corsi di Filosofia e che sono i più seguiti da 
essi, e se ne hanno dei nuovi da 20 anni; io non 
mi ricordo più che dei Conimbri [Comrnentarii 
Collegii Conimbricensis, corso di filosofia peripa- 
tetica, dettato al Collegio dei Gesuiti di Coimbra 


14 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


nel Portogallo, pubblicato a partire dal 1592, e so- 
vente ristampato nel primo terzo del secolo XVII], 
Toletus [Francesco Toletus o Toledo, di Cordova, 
1532-96, autore di commenti alle opere di Ari- 
stotile] e Rubius [Rubius, Rubio o Ruvio, di Rueda, 
1548-1615, anch’egli filosofo peripatetico]. Io vor- 
rei anche sapere se v’ha qualcuno che ha fatto 
un compendio di tutta la Filosofia della Scuola, 
e che sia seguito; poiché questo mi risparmie- 
rebbe il tempo di leggere i loro volumoni. C’era, 
mi sembra, un Certosino o Feuillant che l’aveva 
fatto; ma non mi ricordo più del suo nome ». 
(AT, III, 185). Questo Certosino era Fra Eustachio 
di San Paolo detto il Feuillant, del suo vero nome 
Asseline, autore di una Stimma philosophica quadri- 
partita, de rebus Dialecticis, Moralibus, Physicis et 
Metaphysicis (Parigi, Chastellain, 1609, 2 volumi 
in 8°). 

Chiedendo a Mersenne queste indicazioni, De- 
scartes aveva lo scopo di mandare ad effetto il 
disegno che carezzava da tempo, di confutare tutta 
la filosofia insegnata dai Gesuiti: è vero che egli 
era stato loro alunno al collegio di La Fiòche, 
ma ora che essi si ponevano contro di lui, egli 
non aveva più ragione alcuna di serbare più a 
lungo il silenzio (Baillet, La Vie de Mons. De- 
scartes, II, 240). 

Mersenne gli dovette mandare le indicazioni 
richieste, poiché Descartes PII novembre 1640, 
inviandogli il manoscritto delle Meditazioni con 
le Prime Obbiezioni e Risposte, gli scriveva da 
Leida: « Quanto alla Filosofia della Scuola, io 


PREFAZIONE 


15 


non la ritengo punto difficile a confutare, a causa 
delle diversità delle loro opinioni; poiché si pos- 
sono facilmente rovesciare tutte le fondamenta 
sulle quali sono d’accordo tra loro; e ciò fatto, 
tutte le loro dispute particolari sembrano inette. 
Ho comprato la Filosofia di frate Eustachio a 
sancto P., che mi sembra il miglior libro che mai 
sia stato fatto in questa materia; sarei ben lieto 
di sapere se l’autore vive ancora » (AT, III, 231-2). 

Egli era risoluto a scrivere i principii della sua 
filosofia « prima di partire da questo paese [l’O- 
landa], e di pubblicarli forse prima che passi un 
anno. E il mio disegno è di scrivere per ordine 
tutto un Corso della mia Filosofia in forma di 
Tesi, dove, senza discorsi superflui, metterò solo 
tutte le mie conclusioni, con le vere ragioni donde 
le traggo, il che credo poter fare in pochissime 
parole; e nello stesso libro, di fare stampare un 
Corso della Filosofia ordinaria, come può esser 
quello di Frate Eustachio, con le mie Note alla 
fine di ogni questione, dove aggiungerò le diverse 
opinioni degli altri, e quello che si deve credere 
di tutte, e forse alla fine farò una comparazione 
di queste due Filosofie. Ma vi supplico di non 
dire ancora nulla a nessuno di questo disegno, 
sopra tutto prima che la mia Metafisica [le Me- 
ditationes de prima Philosophia ] sia stampata; poi- 
ché forse, se i Reggenti lo sapessero, farebbero 
il loro possibile per darmi altre occupazioni, men- 
tre che, quando la cosa sarà fatta, spero che essi 
ne saranno tutti ben lieti. Questo potrebbe forse 
anche impedire l’approvazione della Sorbona [alle 


16 


I PR1NC1PII DELLA FILOSOFIA 


Meditationes ] che io desidero [ma che non ottenne], 
e che mi sembra poter essere estremamente utile 
ai miei disegni: poiché vi dirò che quel po’ di 
Metafisica, che v’invio, contiene tutti i Principii 
della mia Fisica (4 T, 111, 232-3) » . E appresso: « Io 
vedrò anche il Corso di Filosofia del signor Dra- 
conis [Carlo Francesco d’Abra de Raconis, autore 
di una Totius Philosophiae, hoc est Logicae, Mo- 
ralis, Physicae, et Metaphysicae, brevis et accurata, 
facilique et clara methodo dtiposita tractatio, Pa- 
rigi, 1617; 1637 6 ], che, io credo, si troverà qui: 
poiché se fosse più corto dell’altro, e altrettanto 
accolto, lo preferirei. Ma non voglio nulla fare 
in questo sugli scritti di un uomo vivo, se non 
col suo permesso, che mi sembra dovrei facil- 
mente ottenere, quando si saprà la mia intenzione, 
che sarà di considerare quello che sceglierò come 
il migliore di tutti quelli che hanno scritto della 
Filosofia, e di non biasimarlo punto più di tutti 
gli altri. Ma non è affatto tempo di parlare di que- 
sto, prima che la mia Metafisica non sia pas- 
sata » (AT, 111, 234). 

Ma il 3 dicembre 1640 da Leida Descartes 
scriveva a Mersenne: « Ho visto la Filosofia del si- 
gnor de Raconis, ma essa è molto meno adatta 
al mio disegno di quella del Padre Eustachio; e 
per i Conimbri, essi sono troppo lunghi; ma de- 
sidererei proprio di buon cuore che avessero 
scritto cosi brevemente come l’altro [se. de Ra- 
conis, gesuita anch’egli] e preferirei di gran lunga 
aver da fare con la grande Società, anziché con 
un privato. Spero con l’aiuto di Dio che i miei 


PREFAZIONE 


17 


ragionamenti resisteranno tanto bene alla prova 
dei loro argomenti che di quelli degli altri » ( AT , 
111, 251). E terminava dicendo di credere che non 
partirebbe dall’Olanda prima che la sua Filosofia 
fosse fatta (AT, III, 251-2). La ragione non con- 
fessata, per la quale il de Raconis sembrava a De- 
scartes meno adatto di Frate Eustachio per il suo 
disegno, era l’essere quegli gesuita e dottore della 
Sorbona, della quale allora brigava per ottenere 
l’approvazione alle sue Meditationes. Frate Eusta- 
chio era, dunque, la vittima designata al sacri- 
ficio sull’ara della nuova filosofia, quando il 26 
dicembre 1640 il buon religioso pensò bene di 
lasciar questo mondo, nel quale, oramai, comin- 
ciava a spirare cattivo vento per lui. 

Quasi nello stesso tempo Descartes scriveva a 
Mersenne da Leida nel dicembre 1640 di non 
essere dolente che i pastori protestanti fulminas- 
sero contro il moto della terra, poiché questo 
indurrebbe forse i predicatori cattolici a fare il 
contrario. Finora nulla gli aveva impedito di pub- 
blicare la sua Filosofia, che la proibizione del 
moto della terra, donde quella dipendeva per in- 
tero; ma che sarebbe, forse, costretto a pubbli- 
carla subito, per tagliar corto alle calunnie di 
molti che, non comprendendo i suoi principii, 
insinuavano dubbii sulla sua ortodossia. Egli era 
zelantissimo della religione cattolica, e credeva 
fermamente all’ infallibilità della Chiesa, ma, non 
avendo nemmeno alcun dubbio sulla verità delle 
proprie teorie, non poteva temere che una verità 
fosse contraria all’altra. Egli già cominciava a 


R. Descartes - / Principii della Filosofia - 2. 


18 


PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


fare un riassunto della sua fisica, disponendone 
tutto il corso per ordine, per farlo stampare, poi, 
insieme con un riassunto della filosofia scolastica, 
come quello di frate Eustachio, sul quale, alla 
fine di ogni Questione, aggiungerebbe le sue note 
con le diverse opinioni degli autori e le sue cri- 
tiche. Quelli che ignorassero la filosofia della 
Scuola potrebbero, così, in pari tempo, conoscerla 
e disprezzarla. Ignorando la morte recentissima, 
o, forse, non ancora avvenuta di frate Eustachio, 
Descartes aveva disegno di chiedergli il permesso 
di ristampare la sua opera, ma, nel frattempo, 
soggiungeva che non era ancora il caso di par- 
lare di ciò, desiderando prima vedere come sa- 
rebbero accolte le Meditazioni filosofiche ( AT , III, 
258-60). Tuttavia qualcosa trapelò fuori di que- 
sto progetto, ed anche il nome dell’autore da cri- 
ticare: Heerebord scriveva a Colvius 1*8 aprile 
1642 che era frate Eustachio da San Paolo 04 7, 
Vili, 196). 

Frattanto, con astuzia volpina, il 31 dicembre 
1640 (?) Descartes scriveva da Leida al Padre 
Charlet (?), gesuita, una lettera, in cui gli di- 
ceva che un suo amico (evidentemente Descartes 
stesso), avendo appreso che i Gesuiti erano contro 
Descartes, si proponeva di pubblicare un confronto 
tra la loro filosofia e quella cartesiana, natural- 
mente tutto a vantaggio di quest’ultima, e ne aveva 
chiesto il permesso a lui. Egli, prima di acconsen- 
tire a questo progetto, avvertiva lui Padre Char- 
let, e gli chiedeva che dovesse fare. I Gesuiti 
erano stati suoi maestri; egli li amava e vene- 


PREFAZIONE 


19 


rava; e poi preferiva le vie dolci alle violente; 
tutte ragioni che l’ inducevano a pregare questo 
amico di non farne nulla. Ma poi pensava che il 
silenzio lo avrebbe danneggiato, e che, inoltre, 
era meglio aver da fare con nemici dichiarati anzi 
che coperti, tanto più in questa questione, tutta 
di onore, ove chi avesse ragione, quegli vince- 
rebbe. Quindi, lo pregava che gli dicesse che cosa 
doveva fare ( A T, III, 269-71). E il 31 dicembre 1640, 
scrivendo a Mersenne, da Leida, gli diceva di at- 
tendere alla redazione della prima parte del suo 
libro, che trattava la stessa materia delle Medi- 
tazioni: « se non che è del tutto di un altro stile, 
e ciò che nell’uno è messo lungamente, è più 
abbreviato nell’altro, et viceversa » ( AT , III, 276). 

11 21 gennaio 1641, scrivendo a Mersenne, da 
Leida, gli diceva di essere addolorato della morte 
di frate Eustachio, poiché, sebbene ciò lo lasciasse 
libero di fare le sue note sulla sua filosofia, pure 
avrebbe preferito farle col suo permesso e lui 
vivente 04 7', III, 286). Intanto, per attender me- 
glio alla redazione del libro ed alle esperienze 
necessarie, abbandonò Leida e andò a vivere in 
Endegeest, dove alloggiava in un piccolo castello, 
in bella situazione, in campagna, a due ore dal 
mare e a mezza lega da Leida, con un giardino, 
molti domestici, cavalli e carrozza (lettera a Mer- 
senne da Leida, 31 marzo 1641: AT, III, 350-3). 
Ma durante il 1641 i Principii della filosofia pro- 
gredirono di ben poco, poiché fino al luglio di 
quell’anno Descartes dovè rispondere alle obbie- 
zioni, che piovevano da ogni parte alle Medita- 


20 


I PR1NCIP1I DELLA FILOSOFIA 


zioni, e delle quali si trova un’eco nella Parte I 
dei Principii. 

Tuttavia, essendosi saputo che egli attendeva 
alla redazione di un trattato di fisica, composto 
secondo principii contrarii a quelli dei Gesuiti, 
avvenne che, dopo che le Meditazioni furono pub- 
blicate a Parigi alla fine dell’agosto 1641, il ge- 
suita Padre Bourdin vi fece delle obbiezioni, che 
mostrò a Mersenne, pregando di dire a Descartes 
che esse non sarebbero pubblicate, se egli rinun- 
ziasse ad attaccare i Gesuiti. La risposta di De- 
scartes, del 22 dicembre 1641, da Endegeest, di- 
retta a Mersenne, è vibratissima: e con essa in- 
comincia la polemica tra lui e il Padre Bourdin, 
che forma il gruppo delle Settime Obbiezioni e 
Risposte, e della quale ho fatto altrove la storia 
particolareggiata (DM, II, 196 « segg.) In questa 
lettera Descartes conferma di attendere alla reda- 
zione di un trattato di fisica, composto secondo 
principii diversi da quelli dei Gesuiti, il che non 
vuol dire che scriva apposta per contraddirli. 

Nel gennaio 1642 il Padre Bourdin mandò le 
sue Obbiezioni alle Meditazioni di Descartes, che 
furono le Settime Obbiezioni: Descartes passò il 
gennaio e febbraio 1642 a rispondervi. Il marzo 
e l’aprile di quello stesso anno gli furono portati 
via dalla compilazione della relazione delle sue 
polemiche col Padre Bourdin e con Gisberto Voòt 
in forma di Lettera al Padre Dinet, suo antico 
ripetitore di Filosofia a La Fiòche, divenuto Pro- 
vinciale di Francia. L’ultima pagina di questa Let- 
tera, pubblicata insieme con la seconda edizione 




PREFAZIONE 


21 


delle Meditazioni nel maggio 1642, contiene l’an- 
nunzio dei Principii (A T, VII, 599-603). Descartes 
domanda ai suoi antichi professori il permesso 
di pubblicare questo libro, e promette che, se 
vogliono, non pubblicherà nulla. II Padre Dinet 
rispose domandando un sommario dell’opera an- 
nunziata: la sua risposta non ci è giunta, ma sap- 
piamo che Descartes gl’ inviò i titoli dei capitoli 
nel 1643 (lettere a Mersenne da Endegeest il 4 
gennaio e il 23 marzo 1643, in AT, III, 609 e 639). 

Intanto, dalla lettera francese del 22 dicembre 
1641 a Mersenne da Endegeest risulta che De- 
scartes aveva abbandonato il progetto di con- 
futare il compendio di frate Eustachio, giudicando 
la filosofia scolastica completamente distrutta dal 
solo stabilimento della sua; ma non aveva vo- 
luto promettere nulla ai Gesuiti, poiché se questi 
non lo avessero lasciato in pace, era deciso ad 
esaminare e confutare uno dei loro corsi, e cosi 
colmarli di vergogna (AT, III, 470). La stessa mi- 
naccia ricorre in un’altra lettera a Mersenne del 19 
gennaio 1642, pure da Endegeest (AT, III, 480-1). 
Intanto queste guerre con i Gesuiti' e con i pa- 
stori protestanti di Olanda lo eccitavano a com- 
piere il suo libro; e il 31 gennaio 1642 scriveva 
da Endegeest ad Huyghens: « Forse queste guerre 
scolastiche saran causa che il mio Mondo si farà 
subito vedere al mondo, ed io credo che ciò sa- 
rebbe fin da ora, se non che voglio prima fargli 
imparare a parlar latino [il Mondo è infatti scritto in 
francese, mentre i Principii sono in latino]; e lo 
chiamerò Summa Philosophiae, affinchè s’introduca 


22 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


più agevolmente nella conversazione delle per- 
sone della scuola, che ora Io perseguitano e cer- 
cano soffocarlo prima che nasca, tanto i Mini- 
stri [protestanti] che i Gesuiti » (A T, 111, 523). 

Ma per le cause sopra dette il libro progre- 
diva lentamente. Descartes vi potè attendere un 
po’ nell’estate 1642, ma bentosto scoppiò la po- 
lemica con Gisberto Voet, e per più di sei mesi 
fu occupato a redigere giorno per giorno la rispo- 
sta ai due libelli di costui: Philosophia Carte- 
siana e Confraternita Mariana, dei quali riceveva 
i fogli appena erano stampati. Scrivendo a Mer- 
senne da Endegeest il 2 febbraio 1643, Descartes 
gli diceva che nell’estate di quell’anno avrebbe 
cominciato a fare stampare i suoi Principii; ma 
non poteva dire quando terminerebbe la stampa, 
perchè ciò dipendeva dai librai ( AT , III, 615). 
Gli stessi propositi esprimeva in una lettera dello 
stesso giorno all’abate Claudio Picot, futuro tra- 
duttore dei Principii ( AT , III, 615-16). Frattanto 
tutte quelle interruzioni Io irritavano: egli era già 
giunto alla descrizione del Cielo, e particolarmente 
dei pianeti (Parte III dei Principii, § 140 segg.), 
quand’ecco doveva lasciare il Cielo per difen- 
dersi dalle accuse, che in terra gli muoveva Voèt 
con il libello Philosophia cartesiana (a Colvius, 
da Endegeest, 23 aprile 1643 ( AT , III, 646-7). 

La stampa dei Principii cominciò negli ultimi 
mesi del 1643 presso Luigi Elzevir di Amsterdam, 
benché il libro non fosse ancor compiuto. Il 1° gen- 
naio 1644 Descartes scriveva a Pollot da Egmond 
du Hoef di essere giunto a trattar della calamita 


PREFAZIONE 


23 


nella Parte IV dei Principii (§ 144segg.): ma poiché 
il libraio non poteva terminare la stampa prima 
di due o tre mesi, egli non si affrettava a finire, e 
ci pensava quando non aveva altro da fare (AT, 
IV, 72-3). Il ritardo del libraio era dovuto alle 
numerose figure del testo, e la cura della loro 
revisione fu probabilmente affidata a Franz Schoe- 
ten junior, che aveva disegnato quelle della Diot- 
trica e delle Meteore (AT, 111,450). Il 1° maggio 
1644 Descartes lasciò Egmond du Hoef, e andò 
a Leida, di là all’Aia e poi passò in Francia, 
lasciando ai suoi amici la cura dell’edizione. I 
Principii furono terminati di stampare il 10 lu- 
glio 1644 (Baillet, II, 211-12 e 216). Come per le 
Meditazioni, il nome dell’autore è stampato in 
tutte lettere, nel frontespizio e nel privilegio, che 
è quello del 1637 pel Discorso del Metodo, ma 
che qui è pubblicato per intero. 

Le indicazioni bibliografiche sono: RENATI | 
Des-Cartes | Principia | Philosophiae | Am- 

STELODAMI | APUD | LUDOVICUM | ELZEVIRIUM | 
Anno 1644 \ Cam Privilcgiis: in 4°, 12 foglietti 
preliminari, 310 pp. L’opera è dedicata alla prin- 
cipessa palatina Elisabetta di Boemia. L’edizione 
latina ha le figure inserite nel testo in numero 
di 90, ma poiché molte sono ripetute parecchie 
volte, cosi le 90 si riducono a 45 soltanto. I Prin- 
cipii, dopo il 1644, furono ristampati altre cinque 
volte dagli Elzeviri: nel 1650, 1656, 1664, 1672, 
1677; poi dai Blaew d’Amsterdam. L’edizione 
del 1644 è ristampata in AT, Vili, 1-348. 

Dopo un lungo giro per la Francia, ritornato 


24 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


a Parigi, nel settembre 1644, Descartes vi trovò 
Mersenne e Picot, che avevano fatto la distribu- 
zione degli esemplari dei Principii venuti dall’O- 
landa agli amici della provincia, lasciando all’au- 
tore stesso la soddisfazione di distribuirli a quelli 
di Parigi (Baillet, II, 221). Agli amici di Olanda 
durante la sua assenza la distribuzione fu fatta 
da Van Zurck, signore di Bergen. Fu questi che 
fece recapitare alla principessa Elisabetta la copia 
a lei destinata. Elisabetta ne ringraziò l’autore 
con lettera dall’Aia del 1° agosto 1644 (AT, IV, 
131-3). Anche Huygens ebbe la sua copia, stando 
al campo davanti al Sass de Gant, per cura di 
Van Zurck (AT, IV, 133-4). Nell’ottobre del 1644, 
stando in Parigi, Descartes inviò al Padre Bourdin, 
con cui s’era riconciliato (DM, II, 200-1 n), una 
dozzina di esemplari dei Principia, con la pre- 
ghiera di tenerne uno per sè, e di distribuirne le 
altre copie ai PP. Charlet, Dinet, Vatier, Four- 
nier, Mesland, F. (Filleau? Francois?). Le lettere 
con cui Descartes accompagnò il dono del libro 
ai PP. Bourdin, Charlet e Dinet ci sono rimaste: 
in tutte egli si sforza di togliere ai Principia ogni 
parvenza di voluta opposizione alla filosofia sco- 
lastica ed a quella dei Gesuiti in ispecie (AT, 
IV, 139-144). 

I Principii furono quasi subito attaccati in Fran- 
cia dal gesuita Padre Onorato Fabri (AT, IV, 144), 
nè sembra che suscitassero grande interesse in 
Olanda (DM, II, 7-9 n). Furono però lodati dal Pa- 
dre Noel, antico ripetitore di filosofia di Descartes 
a La Fiòche (AT, IV, 584-6). 


PREFAZIONE 


25 


V. 

I Principii della filosofia, nell’intenzione di De- 
scartes, dovevano essere ammessi e studiati nelle 
scuole: perciò furono scritti in latino ed ebbero 
la forma di tesi per l’insegnamento. Ma era buono 
che il libro fosse tradotto in francese per diffon- 
dere tra le persone ignare di latino, o non troppo 
famigliari con esso, la conoscenza della nuova 
filosofia. E il traduttore francese del libro fu l’a- 
bate Claudio Picot, priore del Rouvre. 

Claudio Picot era figlio di un ricevitore generale 
delle finanze a Moulins, Giovanni Picot; e si di- 
lettava di filosofia, ma senza rinunziare ai piaceri 
della vita allegra e galante. Fu amico del celebre 
libertino (sul significato di questa parola, cfr. DM, 
I, 294 n) ed ateo Desbarreaux, e seppe morire 
come era vissuto: allegramente. Caduto malato in 
un villaggio e sentendo la morte vicina, chiamò a 
sè il curato e lo pregò che non lo si tormentasse, 
nè gli si urlasse alle orecchie, come si usa con 
gli agonizzanti. 11 curato, promise di star queto, 
e Picot gli lasciò per testamento 300 lire. A un 
certo punto, il curato, credendolo morto, cominciò 
a biascicare preghiere: allora Picot lo tirò per un 
braccio e lo minacciò, se non lo lasciasse in pace, 
d’impiegare il poco di vita che gli restava per di- 
seredarlo. Il curato, spaventato, stiè zitto, e Picot 
potè morire in pace il 6 novembre 1668 (AT, XII, 
Vie de Descartes, 360 n). Tale era lo strano uomo, 


26 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


del quale ho tradotto in italiano la traduzione 
francese dei Principii. 

Picot era stato dapprima un anticartesiano, ma 
la lettura delle Meditazioni nel 1641 lo converti 
e lo trasformò in un cartesiano fervente. Si allude 
a lui nell’epistolario cartesiano per la prima volta, 
senza nominarlo, in lina lettera di Descartes, del 
4 marzo 1641 da Leida a Mersenne. Col fervore 
di un neofita, Picot si proponeva a dirittura di 
venire in Olanda a visitare Descartes in compa- 
gnia di un Consigliere: probabilmente l’ateo e 
libertino Desbarreaux. La sua conversione al car- 
tesianismo fece molto piacere a Descartes, che il 
18 marzo 1641, scrivendo da Leida a Mersenne, 
diceva: « Sono ben lieto che il signor Picot abbia 
preso qualche piacere nella mia Metafisica [le Me- 
ditazioni, viste da Picot in manoscritto, non es- 
sendo ancora pubblicate in quell’epoca]; poiché 
voi sapete che v’è più gioia nel cielo per un 
peccatore che si converte, che per mille giusti 
che perseverano » ( AT , 111, 340). Nel giugno 1641 
Picot era già in Olanda presso il maestro. Infatti 
il 23 giugno di quell’anno Descartes scriveva a 
Mersenne da Endegeest: « 11 signor Picot è qui 
a Leida e sembra aver voglia di fermarvisi; noi 
siamo spessissimo assieme. Quanto ai suoi due 
compagni [Desbarreaux (?) e l’abate di Touche- 
laye junior, alunno del Padre Bourdin (Baillet, li, 
176)], essi vanno e vengono, e credo che tra poco 
ritorneranno in Francia » (AT, III, 388). Il 17 no- 
vembre 1641 Picot era ancora presso Descartes 
in Olanda (AT, III, 450 e 452): ma prima del 25 


PREFAZIONE 


27 


marzo 1642 (AT, 111, 555) era ritornato in Francia, 
riportando seco un ritratto del filosofo (Baillet, 
II, 500-1: AT, XII, p. XV-VI). 

Nella dimora che fece presso Descartes in En- 
degeest, Picot ne divenne intimo amico. Dopo di 
allora il suo nome ricorre spessissimo nell’epi- 
stolario cartesiano: Descartes si giova dei suoi 
indirizzi di Parigi (AT, III, 450), lo nomina suo 
procuratore in Francia (AT, III, 471), ne racco- 
manda l’amicizia a Dozem (AT, III, 555), gl’ invia 
degli oggetti (AT, III, 594), lo consiglia nella com- 
pera di terre in Turenna (AT, 111, 615-6), gl’ in- 
via, per mezzo di Mersenne, un esemplare della 
risposta a Voèt (AT, III, 675), gli narra delle 
varie vicende, non sempre liete, della sua dimora 
in Olanda (AT, IV, 36-7, 103-5), e quando, dopo 
quasi quindici anni di assenza, ritorna in Francia 
nel 1644, lo sceglie come ospite in Parigi (AT, 
IV, 108), e presso di lui, rue des Écouffes, allog- 
gia e riceve gli amici (AT, IV, 127).' Giunti in 
Francia gli esemplari dei Principia philosopliiae, 
fu Picot che, con Mersenne, si assunse l’incarico 
di distribuirli agli amici della provincia (A T, IV, 
130), e, in compenso di tante premure, Descartes 
Io teneva al corrente di tutti i viaggi, che nel corso 
di quell’anno 1644 fece in Francia (AT, IV, 129, 
135). 

Mentre Descartes viaggiava per la Francia nel- 
l’autunno 1644, Picot era rimasto a Parigi, e, per 
consolarsi dell’assenza dell’amico, aveva comin- 
ciato la traduzione francese sull’esemplare imper- 
fetto (cioè senza figure), che Descartes aveva por- 


28 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


tato dall’Olanda nella sua valigia. Ben presto le 
Parti I e li dei Principia furono tradotte, e Picot 
ne avverti Descartes, che gli rispose da Chavagne 
en Sucé PII settembre 1644 di non avere ancora 
trovato il tempo di leggere la traduzione delle 
Meditazioni fatta dal duca di Luynes ( AT , IV, 
138-9). La traduzione delle due prime parti dei 
Principia egli la portò seco nel viaggio di ritorno, 
e la lesse a Calais, dov’era andato per imbar- 
carsi per l’Olanda, e dove i venti contrarii lo fer- 
marono per 15 giorni. L’8 novembre 1644 egli 
scriveva da Calais a Picot che aveva letto la sua 
traduzione e la trovava eccellente, nè poteva de- 
siderarla migliore (AT, IV, 147). La traduzione 
della Parte III gli fu inviata da Picot nel gennaio 
o febbraio 1645 ad Egmond, ed egli non ne parve 
meno soddisfatto. Picot avendola accompagnata 
con difficoltà di cui domandava la spiegazione, 
Descartes, inviandogliela, lo complimentava per 
l’acutezza delle obbiezioni (lettera a Picot, da 
Egmond, del 9 o 17 febbraio 1645: ,4 7', IV, 175^ 
E poiché gli Elzeviri non sembravano proclivi 
a pubblicare le traduzioni francesi delle Medita- 
zioni e dei Principii, egli si accordò con Picot 
per farle stampare in Francia (,4 T, IV, 176-7, 180-3). 
La traduzione della Parte IV fu terminata prima 
del giugno 1645 (lettera di Descartes a Picot, da 
Egmond, del 1° giugno 1645: AT, IV, 222). II 
20 aprile 1646, scrivendo a Mersenne da Egmond, 
Descartes lo pregava di dire a Picot che non 
poteva inviargli ancora il seguito della sua ver- 
sione, non avendo ancora potuto trovare un 


PREFAZIONE 


29 


quarto d’ora per spiegare le sue leggi del movi- 
mento, da un anno che era a quell’articolo (dal- 
l’ottobre o novembre 1645). « lo sono così disgu- 
stato del mestiere di fare libri, che mi dà pena 
solo pensarci. Non mancherò tuttavia d’ inviargli 
fra quindici giorni quanto mi ha domandato » 
( AT , IV, 396). Attendendo, Picot ebbe con Cler- 
selier e Le Conte una lunga controversia a pro- 
posito dei Principii, in cui egli fece da difensore 
della dottrina di Descartes. II dibattito fu messo 
per iscritto, e da Clerselier inviato a Descartes il 
luglio del 1646 da Parigi {AT, IV, 452-72). De- 
scartes rispose a Clerselier per Le Conte il 29 
agosto 1646 047’, IV, 474-85). 

Nel giugno 1647 Descartes si recò di nuovo in 
Francia, e come nel 1644, stando in Parigi, allog- 
giò presso Picot, che abitava insieme con Ma- 
dama Scarron di Nandiné, in via Qeoffroy l’ànier 
{AT, V, 63-4). Nel frattempo veniva stampata la 
versione francese dei Principii, e di quell’occa- 
sione Descartes profittò per scrivere una prefa- 
zione in forma di lettera al traduttore del libro, 
importante e per la comparazione che vi fa della 
sua filosofia con l’antica, e per la pubblica scon- 
fessione del suo ex discepolo Enrico Regius o 
de Roy. A tal proposito, sembra che Picot avesse 
cominciato a scrivere un parallelo fra l’antica e la 
nuova filosofia, da servire come prefazione alla 
sua traduzione, ma che Descartes non essendone 
rimasto soddisfatto, volle prendere egli stesso la 
penna « non già per scrivere un ( lungo discorso, 
ma per mettere solo, per occasione, in una pre- 


30 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


fazione, le cose di cui gli sembrava che la sua 
coscienza l’obbligasse di avvertire il pubblico » 
(AT, IV, 587-8). Appena tirato l’ultimo foglio dei 
Principii, Descartes e Picot partirono per un viag- 
gio in Bretagna, in Poitou, in Turenna, e ritor- 
narono insieme a Parigi nel settembre 1647. Nel 
mese stesso entrambi partirono per l’Olanda, dove 
Picot tenne di nuovo compagnia a Descartes in 
Egmond fin verso la metà di gennaio 1648 (AT, 
V, 66-68). Fu durante questa dimora che Descartes 
ebbe potenza di convertire l’allegro priore del Rou- 
vre al regime vegetariano (AT, XII, 475 n). 

I due si rividero nel 1648, in occasione del terzo 
ed ultimo viaggio di Descartes in Francia, e Picot 
fu di nuovo l’ospite del filosofo, come nel 1644 
e 1647 (AT, V, 184). E fu lui che Descartes scelse 
come mandatario della successione di suo zio 
des Fontaines. Anche dopo il ritorno di Descartes 
in Olanda i due continuarono a carteggiare assi- 
duamente, e quando Descartes si accinse ad an- 
dare in Svezia alla corte della regina Cristina, si 
fece prestare un servo da Picot (A T, V, 358), e 
lo incaricò di regolare i suoi interessi (AT, V, 
406-9). In quest’occasione Descartes gli scrisse 
con sincera e profonda commozione: « Prego Dio 
che vi conservi a lungo in salute, e vi assicuro 
che ho ed avrò, finché la mia anima conserverà 
qualche memoria delle cose di questo mondo, un 
sincerissimo e perfettissimo affetto per voi » (A T, 
408-9). Dalla Svezia scrisse più volte al vecchio 
amico il 9 ottobre (AT, V, 432-3), il 4 (AT, V, 
453-5) e 25 dicembre 1649 (AT, V, 461-2) e il 15 


PREFAZIONE 


31 


gennaio 1650 (AT, V, 469), incaricandolo di distri- 
buire agli amici di Francia copie del Trattato 
delle Passioni pubblicato verso la fine del 1649 
(A T, V, 453-5). Sembra anzi che sia proprio Picot, 
e non Clerselier, l’autore delle due lettere, seguite 
da due risposte di Descartes, apposte come pre- 
fazione al Traité des Passions del 1649, di cui la 
prima è un’eloquente e magnifica esaltazione della 
filosofia cartesiana (AT, XI, 291-326). Picot fu 
anche di quelli ai quali Chanut, ambasciatore di 
Francia in Svezia, comunicò la notizia della morte 
del filosofo, avvenuta a Stoccolma l’il febbraio 
1650 (AT, V, 470 e 490). 

Il vecchio libertino mostrò di sentire altamente 
dell’amicizia. Egli fu tra quelli che sollecitarono 
il trasporto della salma di Descartes dalla Svezia 
a Parigi, nel 1666 (AT, XII, 598), e pel resto della 
vita serbò un culto devoto alla memoria del suo 
grande amico. Di tanta fedeltà è stato ben ricom- 
pensato, chè anche sul suo nome, come su quelli 
di Mersenne, di Clerselier, della principessa Eli- 
sabetta e di tanti altri, Descartes fece cadere un 
raggio della sua gloria immortale. 


VI. 

Le indicazioni bibliografiche della versione 
del 1647 sono: Les | PrincìPES DE LA | Philo- 
SOPHIE | Escrits en Latin | par René Des-Car- 
tes | Et Traduits | en Francois par un de \ ses 
Amis. | A Paris | Che 1 Henry Le Gras | au troi- 


32 


1 PRINCIPIl DELLA FILOSOFIA 


sièsme pilier de la | grande Sulle du Palais | a 
L. couronnée ! MDCXLVII | avec Privilège du ROY: 
in 4°, pp. 487 -j- 58 nn. per la dedica, la prefa- 
zione e la tavola delle materie, ed alla fine del 
volume 20 tavole, in cui sono aggruppate le 45 fi- 
gure, che servono all’illustrazione del testo. In 
margine di ogni articolo, ai luoghi necessarii, una 
indicazione rinvia il lettore alla tavola e figura 
relativa; e le tavole sono inserite in modo da 
essere comodamente consultate. Alla fine della 
tavola delle materie, l’editore spiega le ragioni 
di questa disposizione delle figure. L’edizione del 
1647 è ristampata in A T, IX, pp. 1-358. 

Riguardo alla traduzione di Claudio Picot, un 
problema s’impone al biografo di Descartes: di 
chi è propriamente la traduzione dei Principia 
philosop/iiae ? Questa questione è stata trattata 
esaurientemente da Carlo Adam nell’ Avertissement 
alla ristampa dei Principes del 1647 (A T, IX, 2 e par- 
tie, III-XX). Noi ne riassumeremo brevemente il 
ragionamento e le conclusioni. 

Dunque, il testo del 1647 di chi è? Di Picot? 
O, in certi luoghi, di Descartes? O del solo De- 
scartes? La prima frase della lettera di Descartes 
a Picot, che serve di prefazione alla traduzione, 
dice: « La traduzione che voi vi siete data la pena 
di fare dei miei Principii è cosi chiara e così com- 
piuta da farmi sperare che essi saranno letti da 
un maggior numero di persone in Francese che in 
Latino, e che saranno compresi meglio ». È chiaro 
che, con queste parole, il filosofo loda le qua- 
lità di stile della traduzione, che renderanno più 


PREFAZIONE 


33 


facile la lettura del libro, ma non si fa garante 
della fedeltà di essa. 

Ora, chi paragoni il testo francese col latino 
si accorgerà facilmente non solo che questo è 
più sobrio lucido vigoroso, mentre il francese è 
incerto approssimativo vago, ma che i periodi 
latini sono brevi staccati incisivi, mentre quelli 
francesi fondono in un sol giro di frase parec- 
chie proposizioni staccate, e ne fanno un periodo 
solo, ingombro d’incisi lungo pesante. Così che 
il latino di Descartes è più vicino al francese 
moderno che non il francese di Picot. Dal punto 
di vista letterario, dunque, il testo francese sembra 
indubbiamente di Picot e non di Descartes. Tal- 
volta, poi, la versione commette delle vere ine- 
sattezze. 1 termini tecnici sono quasi sempre evi- 
tati, cioè talora soppressi, talora resi con giri di 
frase o termini equivalenti. Modus, per esempio, 
è tradotto con fagon (maniera). 

Ma v’è di più. Moltissime frasi, passando dal 
latino al francese, sono state modificate, non solo 
nella forma, quasi sempre più diffusa e verbosa, 
ma a dirittura nel senso: questo è conservato 
solo approssimativamente, con numerose addizioni 
e soppressioni di piccoli particolari. Sorge, quindi, 
ben fondato il dubbio che autore di questa mo- 
dificazione sia Descartes stesso, e il dubbio di- 
venta certezza, quando si tratta, come accade 
spessissimo, di addizioni vere e proprie, di frasi 
intere aggiunte alla traduzione, di cui non v’è 
traccia nel latino. Queste addizioni divengono 
sempre più numerose lunghe importanti nelle 

R. Descartes - / Prìncipli della Filosofia - 3. 


34 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


Parti III e IV dell’opera, così che sembia sempre 
più problematico che l’autore sia Picot e non 
Descartes. 

Un vecchio esemplare dei Principes del 1647, 
ricco di note marginali di tre o quattro scritture 
differenti, fra cui una dell’abate Legrand, che si 
accingeva a ristampare le opere di Descartes, ma 
morì nel 1704 prima d’aver fatto nulla, porta 
a fronte del §41 della Parte III l’indicazione se- 
guente: « La versione è da qui in poi del si- 
gnor D. [sin qui la postilla non è di mano di 
Legrand: quella che segue si]: il che noi giudi- 
chiamo così a causa dell’originale che ne abbiamo 
tra le mani scritto di propria mano del signor Desc. 
E non è credibile che, se questa versione non 
fosse sua, egli si sarebbe dato la pena di tra- 
scriverla, egli che del resto era cosi oppresso di 
occupazioni ». Legrand ha l’originale tra le mani, 
dunque lo ha ricevuto da Clerselier, depositario 
delle carte di Descartes, che morì nel 1684: per- 
tanto la nota è posteriore al 1684, ed anteriore 
al 1704, anno nel quale Legrand morì. 

Ancora. Un altro vecchio esemplare dei Prin- 
cipes, della seconda edizione 1659, proprio nello 
stesso punto che il precedente, cioè di fronte al 
§ 41 della Parte III, porta una nota manoscritta 
del matematico Ozanam, cosi concepita: « La ver- 
sione è di qui in poi di Desc. li signor Clerselier 
ha il resto di questo libro nel manoscritto del si- 
gnor Descartes stesso. Egli me l’ha mostrato ». 
Clerselier essendo morto nel 1684, è prima di 
questa data che Ozanam ha visto presso di lui 




— 




PREFAZIONE 


35 


i! manoscritto, lo stesso che Legrand avrà più 
tardi nelle mani. 

Nell’ inventario delle carte di Descartes, fatto 
a Stoccolma dopo la morte del filosofo, il 13 feb- 
braio 1650, alla lettera X si trova detto: « Ses- 
santanove foglietti di cui il seguito è interrotto 
in molti luoghi, contenenti la dottrina dei suoi 
Principii in francese e non del tutto conformi alla 
stampa latina ». È questa la versione dei Prin- 
cipii fatta da Descartes stesso in francese, come 
vogliono Legrand e Ozanam? O non è più pro- 
babile che costoro, per ispiegarsi la presenza, 
nelle carte del filosofo, del manoscritto della ver- 
sione francese dei Principia, dal § 41 della Parte III 
in poi, supponessero che essa è di Descartes 
stesso? I sessantanove foglietti di cui parla l’in- 
ventario non sono stati ritrovati e sembrano irri- 
mediabilmente perduti; certo, il testo che conte- 
nevano non doveva essere differente da quello 
dei Principes del 1647. Legrand ed Ozanam vi- 
dero quel manoscritto, e non vi notarono niuna 
differenza dalla versione del 1647. Si aggiunga 
che nel 1681 fu pubblicata da Clerselier la quarta 
edizione della traduzione francese dei Principii. 
Ora egli, che era depositario del manoscritto ori- 
ginale, non avrebbe, certo, mancato d’inserire delle 
modificazioni nella sua edizione, se quella del 1647 
fosse stata diversa dal manoscritto. Ora, tra l’edi- 
zione del 1647 e quella del 1681 non vi sono 
che differenze insignificanti di stile e di ortografia. 

Chi è, dunque, l’autore della versione del 1647? 
Picot o Descartes? Sulla traccia dell’epistolario 


1 


36 I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


cartesiano noi abbiamo seguito a passo a passo 
la storia della traduzione francese, ma poiché le 
lettere scambiate a quel proposito fra Descartes 
e Picot sono perdute, e ci sono rimaste soltanto 
nello schematico riassunto di Baillet, chi ci ga- 
rantisce che la versione originale di Picot fosse 
identica a quella del 1647? Ce lo garantisce la 
Prefazione stessa di Descartes alla traduzione 
francese e diretta al traduttore del libro: del libro, 
si noti bene, e non solo di una parte di esso. 
Il titolo stesso della traduzione del 1647 parla 
chiaro: / Principii della filosofia scritti in latino 
da Renato Descartes, e tradotti in francese da uno 
dei suoi Amici. Netta distinzione, dunque, fra il 
testo latino e la traduzione francese: quello è di 
Descartes, questa di un suo amico. Finalmente, 
si è conservata tutta una lettera di Descartes a 
Picot (4 7", IV, 180-3), in cui il filosofo gli co- 
munica di aver ricevuto la Parte III della tradu- 
zione e gli scioglie alcune difficoltà sollevate da 
lui sui §§ 36, 74, 155. Ora l’ultimo § della 
Parte III è il § 157: dunque la traduzione di 
Picot comprendeva tutta la Parte III, e non solo 
i primi 41 §§, come vogliono Legrand ed Oza- 
nam. In questa stessa lettera Descartes si di- 
chiara soddisfatto della traduzione, e loda l’acume 
delle obbiezioni rivoltegli dal traduttore. His freli, 
possiamo concludere che la traduzione del 1647 
è proprio di Picot. 

E il manoscritto di 69 foglietti dell’inventario? 
La congettura di Adam e di Egger è che Descar- 
tes correggesse e rivedesse accuratamente la tra- 


yrr ■ | ■157 


PREFAZIONE 


37 


duzione di Picot, facendovi i tagli e le aggiunte 
che conosciamo: poi ricopiò di suo pugno la 
versione francese, con le modificazioni ch’egli 
stesso vi aveva introdotto. È una congettura assai 
plausibile, ma, insomma, non più di una conget- 
tura. Certo, alcune correzioni sono autentiche di 
Descartes, e dichiarate da lui stesso. In una let- 
tera a Clerselier del 17 febbraio 1645 da Egmond 
( AT , IV, 183), a proposito delle regole del mo- 
vimento, egli promette all’amico di spiegargliele 
meglio e più a lungo un’altra volta. Ora, le mo- 
dificazioni che su quel punto (Parte II, §§ 46-52) 
la versione francese presenta riguardo al testo 
latino sono assai più notevoli ed importanti che 
altrove. 

Più tardi, il 16 aprile 1648, alle difficoltà pro- 
postegli su quelle stesse regole dal giovane Bur- 
man, che conosceva il solo testo latino del 1647, 
Descartes risponde rimandandolo alla versione 
francese (AT, V, 168). Concludendo, il fondo 
della versione è di Picot, e di Picot sono pro- 
babilmente anche alcune addizioni modificazioni 
soppressioni, ma per la maggiore e più notevole 
parte queste spettano a Descartes. 

Conclusione di questo discorso è che non bi- 
sogna mai dissociare il testo francese dei Prin- 
cipii da quello latino. 11 latino solo non basta: 
vi mancano troppe cose aggiunte o modificate 
nella traduzione; nè il francese solo: poiché, se 
è superiore al latino per le modificazioni ed ag- 
giunte che presenta, gii è però inferiore per la 
precisione del pensiero e del linguaggio, e per 


38 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


le molte inesattezze. Così che, insomma, bisogna 
considerare i Principia philosophiae e i Principes 
de la philosophie come due libri autonomi, di cui 
ognuno fa parte per sè stesso. (Cfr., per tutta 
questa discussione, AT, IX, 2* partie, II1-XX). 


VII. 

Ciò posto, quando mi accinsi alla traduzione 
dei Principii mi toccò di risolvere il problema 
del testo da scegliere: se il latino o il francese. 
Meglio sarebbe stato, senza dubbio, tradurre tutti 
e due, ponendoli l’uno di contro all’altro o l’uno 
nel testo e l’altro a piè di pagina: ma ragioni 
tipografiche vi si opposero. Tradurre il latino ed 
apporre in nota le divergenze che, rispetto ad 
esso, presenta il francese? 0 viceversa? Queste 
divergenze sono così numerose e continue, che 
meglio valeva tradurre senz’altro a piè di pagina 
il francese o il latino. Posto, dunque, il dilemma 
della scelta incondizionata tra quello e questo, 
mi risolsi per il francese, che presenta sul latino 
il vantaggio di numerose aggiunte e modifica- 
zioni, e che, tutto sommato, può essere consi- 
derato come un’elaborazione posteriore, più ma- 
tura e più diffusa, se anche più popolare e meno 
rigorosamente scientifica, fatta da Descartes stesso 
del suo libro del 1644. Il libro, che offriamo al 
pubblico italiano, è, dunque, una traduzione della 
traduzione dei Principii di filosofia fatta da Clau- 
dio Picot nel 1647. 


PREFAZIONE 


39 


Il testo da noi seguito è quello originale del 
1647 (riprodotto in AT, IX, 2* partie). I criterii 
seguiti da me nella traduzione sono quelli della 
più scrupolosa fedeltà, non disgiunta, per altro, 
dalla cura della buona forma italiana e di una 
certa sobria eleganza. Il lettore dirà se io sia o 
no riuscito nell’intento. Le particolarità tipogra- 
fiche del testo del 1647 (capoversi, lettere maiu- 
scole, e via dicendo) furono scrupolosamente ri- 
spettate. Le note da me apposte sono indicate 
con un ( T ), e sono d’indole quasi esclusivamente 
filologica, storica, esegetica. Le figure sono state 
intercalate nel testo, ma ciascuna una volta sola: 
per le altre volte che occorresse confrontarla, si 
è provveduto con un rimando, in conformità della 
numerazione delle figure propria di questa' edi- 
zione. 

La mia traduzione non comprende tutti i Prin- 
cipii di filosofia, bensì una parte soltanto di essi. 
Le Parti 1 (gnoseologia e metafisica) e II (teoria 
della materia e del movimento) sono tradotte per 
intero; della Parte III sono tradotti i primi 56 §§, 
che danno un’idea generale del sistema del mondo 
secondo Descartes. Dal § 57 della Parte III in- 
comincia la parte propriamente fisica dei Principii, 
che, oltre ad essere di non facile lettura, oggi non 
ha più nessun valore scientifico, e inoltre riguarda 
esclusivamente la storia della scienza e non della 
filosofia. Tutta questa parte dei Principii, dal § 57 
della Parte III al § 186 della IV, è stata da me 
saltata quasi per intero, tranne qualche raro pa- 
ragrafo d’indole più generale, compreso nella tra- 


40 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


duzione. Dal § 187 della Parte IV, la parte filo- 
sofica ricomincia, e con essa la traduzione, che 
va sino alla fine, ininterrottamente. 

I Principii di filosofia furono già tradotti in ita- 
liano quasi due secoli fa dalla signora Giuseppa 
Eleonora Barbapiccola: 1 | Principi I della | Filo- 
sofia | di | Renato Des-Cartes. | Tradotti dal Fran- 
cese col confronto del | Latino in cui l’autore 
gli | scrisse | da | Giuseppa-Eleonora | Barbapic- 
cola | Tra gli Arcadi | Mirista. | In Torino | Per 
Giov. Francesco Mairesse 1722: in 8°, pp. XX nn 
(La Traduttrice ai Lettori) -f- XVI nn (Prefazione 
di Descartes) + 350 di testo + XVIII nn (tavola 
delle materie ed errata corrige). In testa al libro 
si trova il ritratto della traduttrice, signora Bar- 
bapiccola: una comunissima figura di donna 
fine secolo XVII o principio XVIII, in costume 
del tempo, in piedi, in una biblioteca, con un 
libro in mano: forse la sua traduzione dei Prin- 
cipii. La Prefazione della traduttrice è un’enume- 
razione delle donne illustri nelle arti e nelle scienze 
e una difesa dell’ortodossia cattolica di Descartes. 
Notiamo come curiosità che a p. XI di questa 
Prefazione si trova scritto: « si sa bene dagli 
Eruditi che altro si fu il fine degli Antichi di 
tener certe cose in segreto, e covrirle con carat- 
teri e forinole da pochi intese per non farle co- 
muni: del qual argomento il signor Giambattista 
di Vico con somma erudizione e dottrina ha trat- 
tato ». Si ricordi che siamo nel 1722: tre anni 
prima del 1725, data della prima Scienza Nuova. 
Per quel che ne ho visto, la traduzione della si- 


PREFAZIONE 


41 


\ 

gnora Barbapiccola mi sembra abbastanza fedele, 
ma pesantissima: nè mi pare che essa abbia fatto 
il confronto del francese col latino promesso nel 
frontespizio. La sua traduzione non è stata da 
me tenuta presente facendo la mia. 

Tutta la filosofia di Descartes e quella parte 
della sua fisica che rientra nella filosofia sono 
dunque quasi interamente comprese nel volumetto 
che offro al pubblico italiano, e che dev’essere 
considerato perciò come una piccola, ma com- 
pleta, stimma del pensiero cartesiano. Non vorrei 
però che esso svogliasse il lettore dallo studio 
delle altre maggiori opere del sommo filosofo, 
chè anzi mio vivo desiderio è appunto d’ invo- 
gliamelo e di facilitargliene Io studio. Per chi 
voglia profittare seriamente, Io studio dei Prin- 
cipii deve venire dopo e non prima di quello 
delle Meditazioni, di cui essi sono un riassunto, 
ma prima di quello del Discorso sul Metodo. Nella 
forma in cui li presentiamo, i Principii sarebbero 
assai adatti come libro di testo nelle scuole: e, 
certo, converrebbero agli alunni del Liceo meglio 
del Discorso sul Metodo, troppo difficile, nella 
sua apparente chiarezza e lucidità, per le gio- 
vani menti. 1 

Il pensiero cartesiano è oggi completamente 
sciolto e superato nella filosofia che s’inizia da 
Kant: ma non s’intende Kant, se non s’intendono 
i due momenti storici, dal superamento dialettico 
dei quali esso risulta, e che sono l’empirismo di 
Bacone, che, attraverso Hobbes, Locke e Berkeley, 
mette capo ad Hume, e l’intellettualismo di De- 


42 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


scartes, che, attraverso Malebranche, Spinoza e 
Leibnitz, termina in Wolff. Descartes è uno dei 
presupposti di Kant, e solo passando per quello 
si arriva a questo. Donde la necessità di cono- 
scerlo e studiarlo. 

Al lettore che, animato da buone intenzioni, 
si voglia accingere allo studio delle opere di De- 
scartes, noi consigliamo, oltre che di rispettare 
nella lettura e nello studio l’ordine qui indicato 
{Meditazioni, Principii, Discorso, Epistolario e Pas- 
sioni), anche di non perdersi nel caos della let- 
teratura che da tre secoli s’accumula su Descar- 
tes, ma di concentrare lo studio e la meditazione 
sui seguenti libri: 1° De philosophia cartesiana 
(Berolini, 1826), di E. G. Hotho, citato da Hegel 
nell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 64; 
2° Descartes, di L. Liard (Paris, 1903 2 ); 3° Le 
système de Descartes, di O. Hamelin (Paris, 1910). 

Roma, nell’agosto del 1913. 


Adriano Tilgher. 


. 


APPENDICI. 


I. 

\ 

La principessa Elisabetta di Boemia. 

La principessa Elisabetta nacque in Heidelberg, il 26 
dicembre 1618. Suo padre Federico V, elettore palatino, 
fu eletto re di Boemia il 5 settembre 1619, e coronato a 
Praga il 4 novembre seguente; ma perdette il regno l’anno 
dopo, alla battaglia della Montagna Bianca, presso Praga, 
r 8 novembre 1620, alla quale, forse, assistè Descartes. 
(Baillet, I, 73-6). Dopo d’allora, Federico e i suoi furono 
costretti a riparare in esilio. 

Elisabetta passò i primi anni presso una sorella di suo 
padre, Elisabetta Carlotta, maritata a Giorgio Guglielmo, 
elettore di Brandeburgo, ma bentosto raggiunse i suoi in 
Olanda, dove erano stati ospitati dagli Stati generali. 

Il 29 novembre 1632 Federico mori lasciando la moglie 
Elisabetta Stuart, figlia di Giacomo I e sorella di Carlo I 
d’Inghilterra, vedova con dieci bambini, di cui il mag- 
giore, Carlo Luigi, non aveva quindici anni. 

Elisabetta, ch’era la secondogenita e la maggiore delle 
femmine, fu donna' di alto ingegno e di vasta erudizione. 
Allevata alla francese (AT, V, 96-7), sapeva l’inglese, il 
tedesco, il fiammingo, l’italiano, il latino, il francese; e 
conosceva abbastanza di matematiche per risolvere un 
difficile problema propostole da Descartes; di astronomia 
per interessarsi alle grandi scoperte astronomiche di quel 
tempo; di fisica per fare delle obbiezioni ai §§ dei Prin- 
cipii che parlano della calamita; di filosofia per muovere 
a Descartes difficoltà sopra un punto di sostanziale ini- 


44 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


portanza della sua metafisica. Per giunta, il che non guasta, 
era anche una bella bruna, a cui tutta la sua filosofia non 
impediva di essere afflittissima, quando la circolazione 
del sangue le faceva arrossire il naso, nel qual momento 
essa si nascondeva dinanzi a! mondo ( AT , XII, 403 n). 

Elisabetta èra calvinista nell’anima, tanto che nel 1633-6 
rifiutò di sposare il re di Polonia, che la voleva in moglie, 
purché si facesse cattolica. E quando nel 1645 suo fra- 
tello Edoardo abbracciò il cattolicismo per sposare in 
Francia Anna di Gonzaga, essa se ne addolorò tanto da 
cader malata. Nondimeno, non era nè bigotta, nè super- 
stiziosa (AT, IV, 339-40; IV, 523-4, 531-2, 580). Nell’ultima 
parte della sua vita diè ascolto ai discorsi di un mistico, 
Giovanni Labadie, e poi d’un quacchero, Guglielmo Penn 
(AT, IV, 700-1), e in gioventù fu intima amica della cele- 
bre vergine Anna Maria di Schurman, alunna di Voet 
(AT, III, 231), del quale fu ammiratore c col quale si 
dolse che Descartes entrasse in lotta (AT, Vili, 2» pariie, 
197). Poi si guastò con Voèt, quando questi commise l’im- 
prudenza di tuonare dal pergamo contro la pettinatura 
delle donne (AT, XII, 406 n). Con tutto questo, la sua vita 
non aveva nulla di austero: essa viveva da principessa, 
tra i giochi e i passatempi della sua piccola corte, arri- 
schiandosi anche in passeggiate compromettenti (AT, IV, 
452) e prendendo parte alle avventure galanti dei suoi 
amici (AT, XII, 407-8), ma, sembra, le tout scns pècher. 
Così nel 1635 tenne mano al rapimento che un giovane 
gentiluomo fece di una damigella, che, del resto, fu su- 
bito sposata dal suo rapitore. 

11 nome di Elisabetta si legge per la prima volta nel- 
l’epistolario di Descartes in una lettera del 6 ottobre 1642 
a Pollot (AT, III, 577). Essa aveva letto le Meditazioni di 
recente pubblicazione, e Pollot le aveva certo parlato 
dell’autore, che egli conosceva almeno dal 1637 (AT, I, 
508). La corrispondenza fra Descartes ed Elisabetta è la 
più interessante dell’epistolario cartesiano: la principessa 
comunicava al filosofo non solo le sue difficoltà ed i suoi 
dubbii sulla sua filosofia e sulla sua fisica, ma anche i 


APPENDICI 


45 


suoi affari personali e famigliari, le sue indisposizioni e 
malattie, e gli chiedeva consiglio come ad un medico e ad 
un amico (AT, III, 662, 668; IV, 205-6, 208, 579; V, 226). 
In cambio, Descartes le rivelò su sè stesso, sulle sue idee 
ed abitudini e sulla sua vita cose da lui mai prima dette 
a nessuno (AT, III, 692-3; IV, 220-1, 282, 529-30, 589), e 
le dedicò i Principii nel 1644. Egli l’ammirava come uno 
dei pochi ingegni capaci di comprendere egualmente la 
matematica e la metafisica. 

Nell’ottobre 1643 Descartes le propose il problema dei 
tre circoli, ed Elisabetta lo risolse coi pochi mezzi che 
aveva a sua disposizione. Descartes riconobbe buona la 
soluzione e le scoprì il suo metodo, dandole cosi la chiave 
della sua algebra. Quanto alla metafisica, Elisabetta con- 
fessò a Descartes di non comprendere come l’anima im- 
materiale e inestesa possa agire sul corpo esteso e ma- 
teriale (AT, III, 660-1), ponendo cosi il dito sulla difficoltà 
che travagliò per molti anni la scuola cartesiana, e per 
scioglier la quale furono escogitate le ipotesi dell’occa- 
sionalismo e dell’armonia prestabilita. Descartes rispose 
ad Elisabetta dichiarando che, accanto alle nozioni chiare, 
distinte, primitive dell’anima e del corpo, v’è quella della 
loro unione, nozione chiara, distinta, primitiva anch’essa 
(AT, ili, 664-8, 684-5, 691-5). 

Nell’inverno 1644-5 Elisabetta essendo sofferente, De- 
scartes, per distrarla, le scrisse ogni quindici giorni delle 
lettere sulla morale, scegliendo come libro di testo il 
De Vita beata di Seneca. 

Noi abbiamo sette lettere di Descartes su questo argo- 
mento, importantissime per la conoscenza della sua mo- 
rale. Per rispondere a certe obbiezioni di Elisabetta, egli 
si mise a studiare le passioni, e da questo studio nacque 
il trattato delle Passioni dell'anima (AT, IV, 289, 309, 313) 
comunicato dall’autore ad Elisabetta, a mano a mano che 
lo veniva redigendo (AT, XII, 489-90). Un raffreddamento 
ci fu tra essi in occasione della conversione al cattoli- 
cismo del principe Edoardo: alle lamentazioni di Elisa- 
betta (AT, IV, 335-6), Descartes rispose prospettando sotto 


46 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


una luce più favorevole l’abiura ( AT , IV, 351-2). Elisabetta 
dovè certo dolersene, poiché la corrispondenza subi un 
arresto dal gennaio all’aprile 1646. 

Poco dopo, il 20 giugno 1646, il principe Filippo, fra- 
tello d’Elisabetta, assassinò in piena via dell’Aia e di 
pieno giorno un gentiluomo francese, l’Espinay, colpe- 
vole di aver goduto i favori di sua sorella, la princi- 
pessa Luisa Olandina {AT, IV, 449-52, 670-5). A questo 
assassinio sembra non fosse del tutto estranea Elisabetta, 
che, per ordine della madre, il 15 agosto seguente lasciò 
l’Aia, per recarsi a Berlino presso la zia, elettrice di Bran- 
deburgo, nè più ritornò in Olanda. Alla corte di Brande- 
burgo essa completò l’educazione della cugina germana 
Edvige Sofia {AT, XII, 423//). 

Dopo il sanguinoso dramma del 20 giugno 1646 Descartes 
venne almeno due volte all’Aia a trovar la principessa: 
che cosa si dicessero in quell’occasione, non sappiamo 
in alcun modo {AT, XII, 425). Nel loro ultimo convegno, 
essi decisero di prendere come soggetto di corrispondenza 
il Principe di Machiavelli. 

Nel 1647 Elisabetta progettò d’accompagnare in Svezia 
la regina madre, vedova di Gustavo Adolfo, per potere 
personalmente patrocinare gl’ interessi della sua casa 
presso la regina Cristina. Descartes consigliò vivamente 
questo viaggio, e ne scrisse anche a Chanut, ambasciatore 
di Francia a Stoccolma, ma il malvolere di Cristina Io 
fece fallire. Nel 1648 con la pace di Vestfalia la casa pa- 
latina ebbe restituiti i suoi beni e le sue dignità, ma non 
interamente: la regina di Boemia, il maggiore dei figli 
Carlo Luigi ed Elisabetta, allora a Berlino, esitavano ad 
accettare. Descartes, interrogato, consigliò energicamente 
l’accettazione {AT, V, 284-9). Per lui che conosceva il 
Palatinato, avendolo traversato nel 1619, la più piccola 
parte di esso valeva più di tutto l’impero tartaro o mo- 
scovita. Egli vagheggiava anzi di ritirarsi un giorno presso 
la principessa Elisabetta, della quale si considerava già 
come «domestico» {AT, V, 331). In occasione della de- 
capitazione di Carlo I d’Inghilterra, zio di Elisabetta, egli 


APPENDICI 


47 


le scrisse una lettera di consolazione ( AT , IV, 281-3). Nè 
in Svezia la dimenticò, chè, appena giunto, parlò di lei 
alla regina Cristina (>47", V, 429-30). Dopo la morte di 
Descartes nel 1650, Elisabetta, dopo di essere stata per 
qualche tempo alla Corte di suo fratello Carlo Luigi elet- 
tore palatino, nel 1667 divenne badessa di Herford, mo- 
nastero luterano in Vestfalia, ove mori 1*8 febbraio 1680. 
(Cfr. per tutto questo AT, XII, 401-31). 


II. 

Nota sul ritratto di Renato Descartes. 

Il ritratto di Renato Descartes (1596-1650), che è in testa 
al volume, è la riproduzione ridotta di un’acquafòrte di 
Achille Jacquet, con la quale si apre la Vie de Descartes 
di Charles Adam (Paris, Cerf, 1910), XII ed ultimo vo- 
lume delle Oeuvres de Descartes publiées par Charles Adam 
et Paul Tannèry sous les auspices du Ministère de l’Instru- 
ction publique (Paris, Cerf, 12 voli, in 4», 1897-1910). 

Jacquet (1846-1908) s’ispirò sopratutto al ritratto di De- 
scartes, che figura al Museo del Louvre, e che è attribuito 
(attribuzione sempre meno sicura, del resto) al celebre 
maestro di Harlem, Frans Mais. Durante il corso del la- 
voro, Jacquet, da artista coscienzioso e intelligente, rileg- 
geva il Discorso sul Metodo (AT, XII, p. XV). 

Che il ritratto conservato ai Louvre ed attribuito a Frans 
Mais sia proprio di Frans Hals, non è certo: che Descartes 
si sia fatto ritrarre dal celebre artista, è però cosa più 
che probabile. Quando, non sappiamo. Forse durante la 
dimora a Santpoort, presso Harlem, dall’estate 1637 al- 
l’aprile 1640 (AT, XII, 122/?), donde spesso faceva delle 
corse ad Harlem per visitarvi gli amici Bannius e Bloe- 
maert (AT, XII, 231-2; DM, I, 163-4 n). 

O forse quando Descartes lasciò l’Olanda per recarsi 
in Svezia, nella quale occasione Bloemaert ottenne che, 
prima di partire, egli si facesse fare un ritratto per la- 


48 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


sciarglielo come ricordo ( AT , V, 411, e Baillet, li, 386-7), 
nel qual caso è probabile che Bloemaert, che era curato 
di Harlem, si rivolgesse al più celebre maestro della città, 
che era Frans Hals (AT, XII, 546 n). 

Sui ritratti che furono fatti vivente Descartes, cfr. AT, 
XII, pp. XV-V1II, *75/1., 101, 109, 545-6//. 

Per le riproduzioni di alcuni di essi, cfr. AT, XII, 74-5, 
358-9, 546-7. 

Per una descrizione del fisico di Descartes, cfr. Baillet, 
II, 446. 


Adriano Tilgher. 


4 


ALLA SERENISSIMA 
PRINCIPESSA 


ELISABETTA 

PRIMA FIGLIA 

DI FEDERICO, RE DI BOEMIA, CONTE PALATINO, 
E PRINCIPE ELETTORE DELL’IMPERO. 


Signora, 

II principale frutto che ho ricevuto dagli scritti 
da me per lo innanzi pubblicati è stato che in 
occasione di essi ho avuto l’onore di essere co- 
nosciuto da Vostra Altezza, e di poterle talvolta 
parlare: il che m’ha dato mezzo di notare in lei 
qualità così pregevoli e così rare, che io credo sia 
render servizio al pubblico proporle alla posterità 
per esempio. Io riuscirei male nell’adulare, ovvero 
nello scrivere delle cose di cui non avessi punto 
conoscenza certa, principalmente nelle prime pa- 
gine di questo libro, nel quale cercherò di mettere 
i principii di tutte le verità che lo spirito umano 
può sapere. E la generosa modestia che risplende 
in tutte le azioni di vostra Altezza mi assicura 
che i discorsi semplici e franchi di un uomo che 
non scrive se non ciò che crede, vi saranno più 
grati di quanto non sarebbero lodi ornate di ter- 
mini pomposi e ricercati da quelli che hanno 
studiato l’arte dei complimenti. Ecco perchè non 

R. Descartes - / Principii della Filosofia - 4. 


50 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


metterò nulla in questa lettera, di cui l’esperienza 
e la ragione non m’abbia reso certo; e vi scriverò 
da Filosofo, come nel resto del libro. V’è molta 
differenza tra le vere virtù e quelle che non sono 
se non apparenti; e ce n’è anche molta tra le 
vere, che procedono da un’esatta conoscenza 
della verità, e quelle che sono accompagnate da 
ignoranza o da errore. Le virtù che io chiamo 
apparenti non sono, a parlar propriamente, che 
dei vizii, che, non essendo così frequenti come 
altri vizii che sono loro contrarii, sogliono essere 
più stimati che le virtù, le quali consistono nella 
mediocrità, di cui questi vizii opposti sono gli 
eccessi. Così, poiché vi sono assai più persone 
che temono troppo i pericoli, che persone che li 
temono troppo poco, si prende spesso la temerità 
per una virtù, ed essa splende molto di più nelle 
occasioni di quanto non faccia il vero coraggio; 
così i prodighi sogliono essere più lodati dei 
liberali; e quelli che sono veramente galantuomini 
non acquistano punto tanto la reputazione di es- 
sere devoti, quanto i superstiziosi e gl’ipocriti. 
Per quanto riguarda le vere virtù, esse non ven- 
gono tutte da una vera conoscenza, ma ve ne 
sono che nascono anche talvolta dal difetto o 
dall’errore: così spesso la semplicità è causa della 
bontà, la paura dà della devozione, e la dispera- 
zione, coraggio. Ora le virtù, che sono così accom- 
pagnate da qualche imperfezione, sono differenti 
fra loro, e si son dati loro anche varii nomi. Ma 
quelle che sono sì pure e sì perfette, da non pro- 
cedere che dalla sola conoscenza del bene, sono 


LETTERA DELL’A. ALLA PRINC. ELISABETTA 


51 


tutte della stessa natura, e possono essere com- 
prese sotto il solo nome di Saggezza. Poiché chiun- 
que ha una volontà ferma e costante di usare 
sempre della ragione il meglio che gli è possibile, 
e di fare in tutte le sue azioni quel ch’egli giu- 
dica sia il meglio, è veramente saggio, quanto 
la sua natura permette che lo sia; e per questo 
solo è giusto, coraggioso, moderato, ed ha tutte 
le altre virtù, ma talmente congiunte fra loro, che 
non ce n’è nessuna che appaia più delle altre; 
ecco perchè, sebbene esse sieno molto più perfette 
di quelle che la mescolanza di qualche difetto fa 
splendere, tuttavia, perchè il comune degli uomini 
le nota di meno, non si suole dar loro tante lodi. 
Oltre di questo, di due cose che sono richieste dalla 
Saggezza cosi descritta, cioè che l’intelletto co- 
nosca tutto quello che è bene, e che la volontà 
sia sempre disposta a seguirlo, non v’è che quella 
che consiste nella volontà che tutti gli uomini pos- 
sono egualmente avere, poiché l’intelletto di alcuni 
uomini non è tanto buono quanto quello degli 
altri. Ma, benché quelli che non hanno un grande 
ingegno possano essere cosi perfettamente saggi 
quanto lo permette la loro natura, e rendersi gra- 
tissimi a Dio per la loro virtù, purché soltanto 
abbiano sempre una ferma risoluzione di fare tutto 
il bene che sapranno, e di non omettere nulla per 
apprendere quello che ignorano; tuttavia quelli 
che, con una costante volontà di ben fare ed una 
cura particolarissima d’istruirsi, hanno anche un 
ottimo ingegno, giungono senza dubbio a un più 
alto grado di Saggezza che gli altri. Ed io veggo 


52 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


che queste tre cose si trovano perfettissimamente 
in Vostra Altezza. Poiché per la cura che ella ha 
avuto d’istruirsi, appare abbastanza dal fatto che 
nè gli svaghi della Corte, nè il modo con cui le 
Principesse sogliono essere allevate, che le allon- 
tanano del tutto dalla conoscenza delle lettere, 
hanno potuto impedire che voi non abbiate con 
somma diligenza studiato tutto quello che v’ha 
di meglio nelle scienze. E si conosce l’eccellenza 
del vostro ingegno nel fatto che voi le avete per- 
fettamente apprese in pochissimo tempo. Ma io 
ne ho ancora un’altra prova, che mi è particolare, 
nel fatto che non ho mai incontrato nessuno, che 
abbia si generalmente e si bene inteso tutto quello 
che è contenuto nei miei scritti: poiché ce ne sono 
molti che li trovano oscurissimi, anche tra i mi- 
gliori ingegni ed i più dotti; ed io noto quasi 
in tutti che quelli che concepiscono facilmente le 
cose che appartengono alle Matematiche non sono 
affatto buoni a intendere che quelle si riferiscono 
alla Metafisica, ed al contrario, che quelli cui que- 
ste sono agevoli, non possono comprendere le 
altre: di modo che posso dire con verità che non 
ho mai incontrato che il solo ingegno di Vostra 
Altezza, cui l’una e l’altra cosa fosse egualmente 
facile, e per conseguenza ho giusto motivo di 
stimarlo incomparabile. Ma quel che aumenta mag- 
giormente la mia ammirazione è che una si per- 
fetta e sì svariata conoscenza di tutte le scienze 
non è punto in qualche vecchio dottore, che ha 
impiegato molti anni ad istruirsi, ma in una Prin- 
cipessa ancora giovine, e il viso della quale rap- 


LETTERA DELL’A. ALLA PRINC. ELISABETTA 


53 


presenta meglio quello che i Poeti attribuiscono 
alle Grazie, che quello che attribuiscono alle Muse 
o alla dotta Minerva. Infine, io non noto soltanto 
in Vostra Altezza tutto quello che è richiesto da 
parte dell’ingegno alla più alta ed eccellente Sag- 
gezza, ma anche tutto quello che può essere ri- 
chiesto dalla parte della volontà o dei costumi, 
nei quali si vede la magnanimità e la dolcezza 
unite assieme con un tal temperamento che, seb- 
bene la fortuna, assalendovi con continue ingiu- 
rie, sembra abbia fatto tutti i suoi sforzi per farvi 
cambiar d’umore, non ha mai potuto, neppur di 
poco, nè irritarvi, nè abbassarvi. E questa sì per- 
fetta Saggezza m’obbliga a tanta venerazione, che 
non solo io credo doverle questo Libro, poiché 
tratta della Filosofia che ne è lo studio, ma anche 
io non ho maggior zelo a filosofare, cioè a cercare 
di acquistare della Saggezza, di quanto ne abbia 
ad essere, 

Signora, 

di Vostra Altezza 

L’umilissimo, obbedientissimo 
e devotissimo servitore 

Descartes. 



Lettera dell’autore 

A COLUI CHE HA TRADOTTO IL LIBRO (1) 
LA QUALE PUÒ QUI SERVIR DI PREFAZIONE. 


Signore, 

La traduzione che voi vi siete data la pena di 
fare dei miei Principii è così chiara e così com- 
piuta, da farmi sperare ch’essi saranno Ietti da 
un maggior numero di persone in Francese che 
in Latino, e che saranno compresi meglio. Temo 
solo che il titolo ne respinga molti, che non sono 
stati punto educati nelle lettere, ovvero che hanno 
una cattiva opinione della Filosofia, perchè quella 
che si è insegnata loro non li ha contentati; e ciò 
mi fa credere che sarebbe buono aggiungervi una 
Prefazione, che spiegasse loro qual’ è il soggetto 
del Libro, qual’ è stato il mio scopo scrivendolo, 
e quale utilità può trarsene. Ma benché spette- 
rebbe a me di fare questa Prefazione, perchè 
debbo sapere quelle cose meglio di qualunque 
altro, io non posso ottenere da me null’altro che 
di notare qui in compendio i punti principali, che 
mi sembrano dovervi essere trattati; e lascio alla 
vostra discrezione di comunicarne al pubblico 
quella parte che voi giudicherete conveniente. 


(1) L’abate Claudio Picot, Priore del Rouvre. (7\). 


56 


I PRINCtPII DELLA FILOSOFIA 


Io avrei voluto, innanzi tutto, spiegare in essa 
cos’è la Filosofia, cominciando dalle cose più vol- 
gari, come: che questa parola Filosofia significa 
lo studio della Saggezza, e che per Saggezza s’in- 
tende non solo la prudenza negli affari, ma una 
perfetta conoscenza di tutte le cose che l’uomo 
può sapere, tanto per la condotta della sua vita, 
quanto per la conservazione della sua salute e 
l’invenzione di tutte le arti; e che, affinchè questa 
conoscenza sia tale, è necessario che sia dedotta 
dalle prime cause, sì che, per cercar d’acquistarla, 
la qual cosa si chiama propriamente filosofare, 
bisogna cominciare dalla ricerca di queste prime 
cause, cioè dei Principii; e che questi Principii 
debbono avere due condizioni: l’una, che siano 
si chiari e sì evidenti che lo spirito umano non 
possa dubitare della loro verità, quando si ap- 
plichi a considerarli con attenzione; l’altra, che 
da essi dipenda la conoscenza delle altre cose, si 
che essi possano essere conosciuti senza di quelle, 
ma non, reciprocamente, quelle senza di essi; e 
che dopo di ciò bisogna cercare di dedurre in 
tal modo da questi principii la conoscenza delle 
cose che ne dipendono, che, in tutto il seguito 
delle deduzioni che se ne fanno, non ci sia nulla 
che non sia manifestissimo. Non c’è veramente 
che Dio solo che sia perfettamente Saggio, cioè 
che conosca interamente la verità di tutte le cose; 
ma si può dire che gli uomini hanno più o meno 
Saggezza, secondo che più o meno conoscono le 
verità più importanti. E credo che non vi sia 
nulla in ciò, in cui tutti i dotti non convengano. 


LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


57 


Io avrei in seguito fatto considerare l’utilità 
di questa Filosofia, e mostrato che, poiché essa 
si estende a tutto ciò che lo spirito umano può 
sapere, si deve credere che essa soltanto ci di- 
stingua dai più selvaggi e barbari, e che ogni 
nazione è tanto più civile e colta, quanto meglio gli 
uomini vi filosofano; e così che il maggior bene 
che possa esservi in uno Stato è di aver dei veri 
Filosofi. E inoltre, che, per ogni uomo in parti- 
colare, non è soltanto utile di vivere con quelli 
che si danno a questo studio, ma eh’ è incompa- 
rabilmente meglio di applicarvisi da sé; come, 
senza dubbio, è molto meglio servirsi dei pro- 
prii occhi per guidarsi, e godere per loro mezzo 
della beltà dei colori e della luce, che non tenerli 
chiusi e seguire la guida di un altro; ma que- 
sto vale anche meglio che tenerli chiusi e non 
avere che sé stessi per guida. Poiché davvero è 
tenere gli occhi chiusi, senza cercar mai d’aprirli, 
vivere senza filosofare; e il piacere di veder tutte 
le cose che la nostra vista scopre non è punto 
comparabile alla soddisfazione che dà la cono- 
scenza di quelle che si trovano per mezzo della 
Filosofia; e infine questo studio è più necessario 
per regolare i nostri costumi e condurci in que- 
sta vita, di quanto noi sia l’uso dei nostri occhi 
per guidare i nostri passi. I bruti, i quali non 
hanno che i loro corpi da conservare, si occupano 
continuamente a cercare di che nutrirli; ma gli 
uomini, di cui lo spirito è la parte principale, 
dovrebbero impiegare le loro maggiori cure a ri- 
cercare la Saggezza, che ne è il vero nutrimento; 



58 I PRINCIPI I DELLA FILOSOFIA 


ed io son sicuro anzi che ve ne son molti che 
non mancherebbero di farlo, se sperassero di riu- 
scirvi, e sapessero quanto ne sono capaci. Non 
v’è punto anima un poco nobile, che resti si for- 
temente attaccata agli obbietti dei sensi, che non 
se ne distolga talvolta per desiderare qualche 
altro maggior bene, nonostante che ignori spesso 
in che consiste. Quei che la fortuna più favorisce, 
che hanno abbondanza di salute, di onori, di ric- 
chezze, non sono esenti da questo desiderio più 
degli altri; al contrario, io son convinto che son 
essi quelli che sospirano con maggior ardore a 
un altro bene, più sovrano di tutti quelli ch’essi 
possiedono. Or questo bene sovrano, considerato 
dalla ragion naturale senza la luce della fede, non 
è altro che la conoscenza della verità per le sue 
prime cause, cioè la Saggezza, di cui la Filosofia 
è lo studio. E, poiché tutte queste cose sono in- 
teramente vere, non sarebbero di difficile persua- 
sione, se fossero ben dedotte. 

Ma poiché impedisce di crederle l’esperienza, 
che mostra che quelli i quali professano d’essere 
Filosofi sono spesso meno saggi e meno ragione- 
voli di altri, che non si sono mai dati a questo stu- 
dio, io avrei qui sommariamente spiegato in che 
consiste tutta la scienza che si ha attualmente, e 
quali sono i gradi di Saggezza cui si è pervenuti. 
11 primo non contiene che delle nozioni che son 
sì chiare di per sé stesse, che si può acquistarle 
senza meditazione. 11 secondo comprende tutto ciò 
che l’esperienza dei sensi fa conoscere. 11 terzo, 
ciò che la conversazione degli altri uomini c’in- 


LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


59 


segna. Al che si può aggiungere, come quarto, la 
lettura non di tutti i Libri, ma specie di quelli scritti 
da persone capaci di darci buoni insegnamenti, 
poiché è una specie di conversazione che noi ab- 
biamo coi loro autori. E mi sembra che tutta la 
Saggezza che si suole avere non è acquistata che 
con questi quattro mezzi; poiché io non metto 
punto qui nel numero la rivelazione divina, per- 
chè essa non ci conduce per gradi, ma ci eleva 
d’un colpo a una credenza infallibile. Ora ci sono 
stati in ogni tempo grandi uomini, che han cer- 
cato di trovare un quinto grado per pervenire 
alla Saggezza, incomparabilmente più alto e certo 
degli altri quattro: è di cercare le prime cause e 
i veri Principii, da cui si possano dedurre le ra- 
gioni di tutto quello che si è capaci di sapere; e 
si sono chiamati Filosofi specialmente quelli che 
han lavorato a ciò. Tuttavia, io non so punto che 
ve ne siano stati finora, a cui questo disegno sia 
riuscito. 1 primi e i principali di cui noi abbiamo 
gli scritti sono Platone e Aristotile, tra cui non 
c’è stata altra differenza, se non che il primo, se- 
guendo le tracce del suo maestro Socrate, ha in- 
genuamente confessato che egli non aveva ancora 
nulla potuto trovare di certo, e s’è contentato di 
scrivere le cose che gli sono sembrate verisimili, 
immaginando a questo scopo alcuni Principii, per 
mezzo dei quali egli cercava di rendere ragione 
delle altre cose; mentre Aristotile ha avuto meno 
sincerità, e benché fosse stato venti anni suo di- 
scepolo, e non avesse altri Principii che i suoi, 
egli ha del tutto cambiato il metodo di esporli, 


60 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


/ 


e li ha proposti come veri e certi, benché non 
sembri in alcun modo che egli li abbia mai cre- 
duti tali. Ora questi due uomini avevano molto 
ingegno e molto della Saggezza che si acquista 
coi quattro mezzi precedenti, ciò che dava loro 
molta autorità, sì che quelli che li seguirono si 
diedero più a seguire le loro opinioni, che a cer- 
care qualcosa di meglio. E la principal disputa 
che i loro discepoli ebbero fra loro fu di sapere 
se si dovesse dubitare di tutto, o se ci fossero 
alcune cose certe. Il che li portò dall’una parte e 
dall’altra a stravaganti errori: poiché alcuni di 
quelli che erano per il dubbio, l’estendevano an- 
che sino alle azioni della vita, sì che trascuravano 
ogni prudenza nel regolarsi; e quelli che mante- 
nevano la certezza, supponendo che dovesse di- 
pendere dai sensi, si affidavano interamente ad 
essi, giungendo al punto che si dice che Epicuro 
osasse sostenere, contro tutti i ragionamenti degli 
Astronomi, che il Sole non è maggiore di quel 
che pare. È un difetto che si può notare nella 
maggior parte delle dispute, che la verità, stando 
in mezzo fra le due opinioni che si sostengono, 
ciascuno se ne allontana tanto più, quanto più 
si compiace di contraddire. Ma l’errore di quelli 
che inchinavano troppo dal lato del dubbio non 
fu a lungo seguito, e quello degli altri fu un po’ 
corretto, poiché s’è riconosciuto che i sensi c’in- 
gannano in molte cose. Tuttavia io non so che 
esso sia stato interamente distrutto, facendo ve- 
dere che la certezza non è nel senso, ma nel solo 
intelletto, quando ha percezioni evidenti; e che, 


LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


61 


finché non si hanno che le conoscenze che si 
acquistano coi quattro primi gradi di Saggezza, 
non si deve dubitare delle cose che sembrano 
vere, per quel che riguarda la condotta della vita, 
ma che non si deve nemmeno stimarle così certe, 
che non si possa cambiar parere, quando vi si è 
obbligati dall’evidenza di qualche ragione. Per 
non aver conosciuto questa verità, ovvero, se fu 
conosciuta da qualcuno, per non essersene ser- 
viti, la maggior parte di quelli di questi ultimi 
secoli, che hanno voluto essere Filosofi, han se- 
guito ciecamente Aristotile, sì che spesso han cor- 
rotto il senso dei suoi scritti, attribuendogli di- 
verse opinioni che egli non riconoscerebbe come 
sue, se ritornasse in questo mondo; e quelli che 
non l’hanno seguito (tra i quali ci sono stati molti 
dei migliori ingegni) sono stati imbevuti anch’essi 
delle sue opinioni nella loro giovinezza (perchè 
sono le sole che s’insegnano nelle scuole), il che 
li ha talmente preoccupati, che non son potuti 
pervenire alla conoscenza dei veri Principii. E 
benché io li stimi tutti, e non voglia rendermi 
odioso biasimandoli, posso dare una prova del 
mio dire, che io non credo sarà sconfessata da 
nessuno di essi, la quale è che tutti essi han sup- 
posto come Principio qualcosa, che essi non han 
punto perfettamente conosciuto. Per esempio, io 
non ne so nessuno che non abbia presupposto la 
pesantezza nei corpi terrestri; ma benché l’espe- 
rienza ci mostri ben chiaramente che i corpi che 
si chiaman pesanti discendono verso il centro 
della terra, noi non conosciamo punto per que- 


» 


> 


62 1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


sto la natura di ciò che si chiama pesantezza, cioè 
della causa o del Principio che le fa così discen- 
dere, e lo dobbiamo apprendere altronde. Si 
può dire lo stesso del vuoto e degli atomi, e 
del caldo e del freddo, del secco, dell’umido, e 
del sale, dello zolfo, del mercurio e di tutte le 
cose simili, che alcuni han supposte come loro 
Principii. Ora tutte le conclusioni che si deducono 
da un Principio che non è evidente non possono 
nemmeno loro essere evidenti, benché ne fossero 
dedotte con evidenza: donde segue che tutti i 
ragionamenti da loro appoggiati su tali Principii 
non hanno potuto dar loro la conoscenza certa 
di nessuna cosa, nè quindi farli avanzare d’un 
passo nella ricerca della Saggezza. E se han tro- 
vato qualcosa di vero, è stato solo per mezzo di 
alcuni dei quattro mezzi sopra addotti. Tuttavia, 
io non voglio nulla diminuire dell’onore che cia- 
scuno di essi può pretendere; sono solo obbli- 
gato di dire, per consolare quelli che non hanno 
punto studiato, che, come viaggiando, finché si 
volga il dorso al luogo dove si vuole andare, ci 
se ne allontana tanto più quanto più e più presto 
si cammina, si che, benché si sia messi dopo nel 
retto cammino, non si può arrivare così presto 
come se non si fosse punto camminato prima; 
così, quando si hanno cattivi Principii, quanto 
più li coltiviamo e quanto più cura poniamo a 
trarne varie conseguenze, credendo che ciò sia 
filosofare bene, tanto più ci allontaniamo dalla 
conoscenza della verità e della Saggezza. Donde 
bisogna concludere che quelli che han meno ap- 


LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


63 


preso di tutto quello che è stato chiamato sinora 
Filosofia, sono i più capaci d’imparare la vera. 

Dopo aver fatto bene intendere queste cose, io 
avrei voluto mettere qui le ragioni che servono 
a provare che i veri Principii, per mezzo de’ quali 
si può giungere a quel più alto grado di Saggezza, 
in cui consiste il sovrano bene della vita umana, 
sono quelli da me messi in questo Libro: e due 
sole bastano a ciò, di cui la prima è che sono 
chiarissimi, e la seconda, che se ne possono de- 
durre tutte le altre cose: poiché non vi sono che 
queste due condizioni che siano richieste in essi. 
Ora io provo facilmente che essi sono chiaris- 
simi: innanzi tutto, pel modo come li ho trovati, 
cioè rigettando tutte le cose nelle quali potevo 
incontrar la più piccola occasione di dubbio; 
poiché è certo che quelle che non hanno potuto 
in questo modo essere rigettate, quando ci si è 
applicato a considerarle, sono le più evidenti e 
le più chiare che lo spirito umano possa cono- 
scere. Cosi, considerando che colui che vuol du- 
bitare di tutto non può tuttavia dubitare che non 
sia, mentre che dubita, e che quello che ragiona 
cosi, non potendo dubitare di sé stesso e dubi- 
tando, nondimeno, di tutto il resto, non è quello 
che diciamo essere il nostro corpo, ma ciò che 
chiamiamo la nostra anima o il nostro pensiero, 
io ho preso l’essere o resistenza di questo pen- 
siero per il primo Principio, dal quale ho dedotto 
con tutta chiarezza i seguenti: cioè che vi ha un 
Dio, che è autore di tutto quanto v’è al mondo, 
e che, essendo la fonte di ogni verità, non ha 


64 


! PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


punto creato il nostro intelletto di tal natura, che 
possa ingannarsi nel giudizio che fa delle cose, 
di cui ha una percezione chiarissima e distintis- 
sima. Sono questi tutti i Principii di cui mi servo 
riguardo alle cose immateriali o Metafisiche, dai 
quali deduco con tutta chiarezza quelli delle 
cose corporali o Fisiche, cioè che vi ha dei corpi 
estesi in lunghezza, larghezza e profondità, che 
hanno diverse figure e si muovono in diversi 
modi. Ecco, in somma, tutti i Principii, da cui de- 
duco la verità delle altre cose. L’altra ragione che 
prova la chiarezza dei Principii è che sono stati 
noti in ogni tempo, e anzi ammessi per veri e in- 
dubitabili da tutti gli uomini, eccetto solo resi- 
stenza di Dio, che è stata messa in dubbio da 
alcuni, perchè essi hanno troppo attribuito alle 
percezioni dei sensi, e Dio non può essere visto, 
nè toccato. Ma sebbene tutte le verità che io 
metto tra i miei Principii siano state note in ogni 
tempo a tutti, non c’è stato, tuttavia, nessuno fi- 
nora, per quanto sappia, che le abbia riconosciute 
per i Principii della Filosofia, cioè per tali che se 
ne può dedurre la conoscenza di tutte altre cose 
che sono al mondo: ecco perchè mi resta qui 
a provare ch’esse son tali; e mi sembra non po- 
terlo far meglio che facendolo vedere per espe- 
rienza, cioè invitando i Lettori a leggere questo 
Libro. Poiché, sebbene io non vi abbia trattato 
di tutto, e ciò sia impossibile, io credo di avere 
in tal modo spiegato tutte quelle cose, di cui ho 
avuto occasione di trattare, che quelli che le leg- 
geranno con attenzione avranno ragione di per- 


LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


65 


suadersi che non c’è nessun bisogno di cercare 
altri Principii che quelli da me dati, per giungere 
a tutte le più alte conoscenze, di cui lo spirito 
umano sia capace; principalmente se, dopo aver 
letto i miei scritti, si dan la pena di considerare 
quante diverse questioni vi sono spiegate, e, scor- 
rendo anche quelli degli altri, veggono quante 
poche ragioni verosimili si sian potute dare per 
ispiegare le stesse questioni per mezzo di Prin- 
cipii differenti dai miei. E affinchè essi si accin- 
gano a questo con maggior facilità, io avrei potuto 
dir loro che quelli che sono imbevuti delle mie 
opinioni fanno molto meno fatica a intendere gli 
scritti degli altri ed a conoscerne il giusto valore, 
che quelli i quali non ne sono punto imbevuti; 
tutt’al contrario di quello che ho testé detto di 
quelli che han cominciato dall’antica Filosofia, che 
quanto più essi vi hanno studiato, tanto meno so- 
gliono essere adatti a bene apprendere la vera. 

Io avrei anche aggiunto una parola di avviso 
sul modo di leggere questo Libro, cioè che io vorrei 
lo si percorresse in principio tutto quanto come 
un Romanzo, senza forzar molto l’attenzione, nè 
fermarsi alle difficoltà che vi si possono incontrare, 
allo scopo solamente di sapere all’ incirca quali 
sono le materie da me trattate in esso; e che, 
dopo di ciò, se si trova ch’esse meritano d’essere 
esaminate, e si sia curiosi di conoscerne le cause, 
si può leggerlo una seconda volta, per notare il 
seguito dei miei ragionamenti; ma che non bisogna 
da capo disgustarsi, se non si può conoscerlo 
sufficientemente dappertutto, o non le s’intende 

R. Descartes - / Principii della Filosofia - 5. 


66 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


tutte; bisogna solo segnare con un tratto di penna 
i luoghi ove si troverà difficoltà, e continuare a 
leggere senza interruzione sino alla fine; poi, se si 
ripiglia il Libro per la terza volta, oso credere che 
vi si troverà la soluzione della maggior parte delle 
difficoltà che si saranno osservate per lo innanzi; 
e, se ce ne restano ancora alcune, se ne troverà 
alfine la soluzione rileggendo. 

Io ho osservato, esaminando la natura di molti 
ingegni, che non ce ne sono quasi per nulla di 
così grossolani e tardivi, che non fossero capaci 
di entrare nei buoni sentimenti, e anche d’acqui- 
stare tutte le più alte scienze, se fossero guidati 
come si deve. E questo può anche essere provato 
per ragionamento: poiché, siccome i Principii sono 
chiari, e non se ne deve dedurre nulla se non per 
ragionamenti evidentissimi, si ha sempre abba- 
stanza ingegno per intendere le cose che ne di- 
pendono. Ma, oltre la fretta dei pregiudizii, da 
cui nessuno è del tutto esente, benché siano quelli 
che hanno più studiato le cattive scienze cui essi 
nuocciono di più, accade quasi sempre che quelli 
che han Io spirito moderato trascurano di studiare, 
perchè credono di non esserne capaci, e gli altri, 
che sono più ardenti, si affrettano troppo: donde 
deriva che essi ammettono spesso dei Principii 
che non sono evidenti, e ne traggono conseguenze 
incerte. Ecco perchè io vorrei assicurar quelli che 
diffidali troppo delle loro forze, che non v’ha nulla 
nei miei scritti ch’essi non possano interamente 
intendere, se si dànno la pena di esaminarli; e 
non di meno anche avvertire gli altri che anche 


LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


67 


i migliori ingegni avran d’uopo di molto tempo 
e attenzione per notare tutte le cose, che io ho 
voluto comprendervi. 

Dopo di che, per fare ben comprendere quale 
scopo io ho avuto pubblicandoli, vorrei qui spie- 
gare l’ordine che mi sembra si debba tenere per 
istruirsi. Innanzi tutto, un uomo che non ha ancora 
se non la conoscenza volgare ed imperfetta, che 
si può acquistare coi quattro mezzi sopra spiegati, 
deve innanzi tutto cercare di formarsi una Morale, 
•che possa bastare per regolare le azioni della sua 
vita, poiché ciò non ammette nessuna proroga, 
e noi dobbiamo sopra tutto cercare di viver bene. 
Dopo di ciò, egli deve anche studiare la Logica: 
non quella della scuola, poiché essa non è, a 
parlar propriamente, se non una Dialettica, che 
insegna i mezzi di fare intendere ad altri quello 
che si sa, o anche di dire senza discernimento 
molte parole intorno a quello che non si sa, e 
cosi corrompe il buon senso invece di aumentarlo; 
ma quella che insegna a ben condurre la propria 
ragione per scoprire le verità che s’ignorano; e 
perchè dipende molto dall’uso, è buono ch’egli si 
eserciti a lungo a praticarne le regole riguardo a 
questioni facili e semplici, come quelle delle Ma- 
tematiche. Poi, quand’egli s’è abituato alquanto 
a trovare la verità in queste questioni, deve co- 
minciare seriamente a consacrarsi alla vera Filo- 
sofia, di cui la prima parte è la Metafisica, che 
contiene i Principii della conoscenza, tra cui è la 
spiegazione dei principali attributi di Dio, dell’im- 
materialità delle nostre anime, e di tutte le no- 







68 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


zioni chiare e semplici che sono in noi. La se- 
conda è la Fisica, in cui, dopo aver trovato i veri 
Principii delle cose materiali, si esamina in ge- 
nerale come tutto l’universo è composto, poi in 
particolare qual’ è la natura di questa Terra e di 
tutti i corpi, che si trovano più comunemente 
attorno ad essa, come dell’aria, dell’acqua, del 
fuoco, della calamita e degli altri minerali. Dopo 
di che, si deve anche esaminare in particolare la 
natura delle piante, quella degli animali, e sopra 
tutto quella dell’uomo, affinchè dopo si sia in 
grado di trovare le altre scienze che gli sono 
utili. Cosi tutta la Filosofia è come un albero, di 
cui le radici sono la Metafisica, il tronco è la 
Fisica, e i rami che sortono da questo tronco sono 
tutte le altre scienze, che si riducono a tre prin- 
cipali, cioè la Medicina, la Meccanica e la Mo- 
rale, intendo la più alta e perfetta Morale, che, 
presupponendo un’intera conoscenza delle altre 
scienze, è l’ultimo grado della Saggezza. 

Ora, come non è dalle radici, nè dal tronco 
degli alberi che si colgono i frutti, ma solo dalle 
estremità dei loro rami, così la principale utilità f 

della Filosofia dipende da quelle delle sue parti, 
che non si possono imparare che per ultime. 

Ma, benché io le ignori quasi tutte, lo zelo che 
ho sempre avuto per cercare di far cosa utile al 
pubblico è causa che io feci stampare, dieci o 
dodici anni fa (| ), alcuni saggi delle cose, che mi 


(1) Nel 1637, a Leida, presso il libraio Jan Maire. (7\). 





LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


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sembrava di avere imparato. La prima parte di 
questi saggi fu un Discorso sul Metodo per ben 
condurre la propria ragione e cercare la verità 
nelle scienze, ove io misi sommariamente le prin- 
cipali regole della Logica e d’una Morale imper- 
fetta, che si può seguire provvisoriamente finché 
non se ne sa punto ancora una migliore (1 >. Le 
altre parti furono tre trattati: l’uno della Diot- 
trica f l’altro delle Meteore, e l’ultimo della Geo- 
metria. Con la Diottrica, io volli far vedere che 
si poteva progredire assai nella Filosofia, per 
giungere per suo mezzo alla conoscenza delle 
arti che sono utili alla vita, perchè l’invenzione 
delle lenti d’ingrandimento, che io vi spiegavo, 
è una delle più difficili che siano state mai cer- 
cate. Con le Meteore, desiderai che si conoscesse 
la differenza che passa tra la Filosofia che io 
coltivo e quella che s’insegna nelle scuole, ove 
si suole trattare della stessa materia. Infine, con 
la Geometria, io volli dimostrare che avevo tro- 
vato molte cose che sono state per lo innanzi 
ignorate, e così dare occasione di credere che se 
ne possono scoprire ancora molte altre, allo scopo 
d’incitare con questo mezzo tutti gli uomini alla 
ricerca della verità. Dopo di allora, prevedendo 
la difficoltà che molti avrebbero a concepire i 
fondamenti della Metafisica, ho cercato di spie- 
garne i principali punti in un libro di Meditazioni, 
che non è molto grande, ma di cui è stata in- 


fo Cfr. Discorso sul Metodo, parti II e III. (T.). 


70 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


grandita la mole, e molto chiarificata la materia, 
dalle obbiezioni che molte persone dottissime 
m’hanno inviato a loro riguardo, e dalle risposte 
che io feci loro (1 >. Poi, infine, quando mi è sem- 
brato che questi trattati precedenti avessero pre- 
parato abbastanza lo spirito dei Lettori a rice- 
vere i Principii della Filosofia, io li ho anche 
pubblicati e ne ho diviso il Libro in quattro 
parti, di cui la prima contiene i Principii della 
conoscenza, cioè quello che si può chiamare la 
prima Filosofia ovvero la Metafisica: ecco per- 
chè, per bene intenderla, è a proposito di leg- 
gere prima le Meditazioni da me scritte sullo 
stesso soggetto. Le altre tre parti contengono 
tutto quello che v’ha di più generale nella Fi- 
sica, cioè la spiegazione delle prime leggi o dei 
Principii della Natura, e il modo come i Cieli, le 
Stelle fisse, i Pianeti, le Comete e in genere tutto 
l’universo è composto; poi, in particolare, la na- 
tura di questa terra, e dell’aria, dell’acqua, del 
fuoco, della calamita, che sono i corpi che si 
possono trovare più comunemente dappertutto at- 
torno ad essa, e di tutte le qualità che si no- 
tano in questi corpi, come sono la luce, il ca- 
lore, la pesantezza e simili: con il qual mezzo 
io credo di aver cominciato a spiegare tutta la 
Filosofia per ordine, senza avere omesso nessuna 
delle cose che debbono precedere le ultime di 
cui ho scritto. Ma, per condurre questo disegno 


(I) Meditationes de prima Philosophia, Parisiis, 1641. (T). 


LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


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sino alla sua fine, io dovrei in appresso spiegare 
nello stesso modo la natura di ciascuno degli 
altri corpi più particolari che sono sulla terra, 
cioè dei minerali, delle piante, degli animali, e 
principalmente deH’uomo; poi, infine, trattare esat- 
tamente della Medicina, della Morale, e delle 
Meccaniche. È quello che sarebbe d’uopo io fa- 
cessi per dare agli uomini un corpo di Filosofia 
tutto quanto; ed io non mi sento punto ancora 
si vecchio (| ), non diffido tanto delle mie forze, 
non mi trovo tanto lontano dalla conoscenza di 
quel che resta, da non osar d’intraprendere di 
condurre a termine questo disegno, se avessi 
l’agio di fare tutte le esperienze di cui avrei bi- 
sogno per appoggiare e giustificare i miei ragio- 
namenti. Ma vedendo che per questo ci vorreb- 
bero grandi spese, alle quali un privato come 
me non potrebbe bastare, se non fosse aiutato 
dal pubblico, e non vedendo che io mi debba 
attendere questo aiuto, io credo di dovere d’ora 
in poi contentarmi di studiare per mia partico- 
lare istruzione, e la posterità mi scuserà se ora- 
mai non lavorerò più per essa. 

Tuttavia, affinchè si possa vedere in che io 
credo di averle già servito, io dirò qui quali sono 
i frutti, che son convinto si possono trarre dai 
miei Principii. Il primo è la soddisfazione che 
si avrà di trovarvi molte verità per lo innanzi 
ignorate; poiché sebbene spesso la verità non 


(1) Descartes era nato nel 1593: nel 1647, eh’ è l’anno in cui scriveva 
questa prefazione, aveva 51 anni. Egli mori nel 1650, ( T .). 


72 


i PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


tocchi tanto la nostra immaginazione quanto le 
falsità e le finzioni, perchè sembra meno ammi- 
rabile e più semplice, tuttavia la gioia ch’essa 
dà è sempre più duratura e più solida. Il secondo 
frutto è che studiando questi Principii ci si abi- 
tuerà a poco alla volta a giudicar meglio di 
tutte le cose che s’incontrano, e cosi ad essere 
più Saggio: nel che essi avranno un effetto con- 
trario a quello della Filosofia comune; poiché 
si può facilmente notare nei così detti Pedanti 
ch’essa li rende meno capaci di ragione che se 
non l’avessero mai imparata. Il terzo è che le 
verità che contengono, essendo chiarissime e cer- 
tissime, toglieranno ogni motivo di disputa, e 
così disporranno gli spiriti alla dolcezza e alla 
concordia: tutt’al contrario delle controversie della 
scuola, che, rendendo insensibilmente quelli che 
le apprendono più cavillosi e più ostinati, sono 
forse la prima causa delle eresie e dei dissensi 
che ora travagliano il mondo. L’ultimo e Prin- 
cipal frutto di questi Principii è che si potrà, 
coltivandoli, scoprire molte verità che io non ho 
punto spiegato; e cosi, passando a poco a poco 
dalle une alle altre, acquistare col tempo una 
perfetta conoscenza di tutta la Filosofia e ascen- 
dere al più alto grado della Saggezza. Poiché, 
come si vede in tutte le arti che, sebbene sieno 
al principio rozze ed imperfette, tuttavia, poiché 
contengono qualcosa di vero e di cui l’esperienza 
mostra l’effetto, si perfezionano a poco a poco 
per l’uso: così, quando si hanno veri Principii 
in Filosofia, seguendoli non si può mancare d’in- 


LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


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contrare talvolta altre verità; e non si saprebbe 
provare meglio la falsità di quelli di Aristotile, 
che dicendo che non s’è saputo fare nessun pro- 
gresso per loro mezzo da molti secoli che sono 
seguiti. 

So bene che ci sono degl’ingegni che si affret- 
tano tanto, e usano si poca circospezione in quel 
che fanno, che, anche avendo dei fondamenti ben 
solidi, non saprebbero fabbricar nulla di certo; 
e perchè sono d’ordinario quelli che sono i più 
pronti a fare dei Libri, essi potrebbero in poco 
tempo guastare tutto quello che ho fatto, e in- 
trodurre l’incertezza e il dubbio nella mia ma- 
niera di filosofare, donde io ho con ogni cura 
cercato di cacciarli, se si accolgono i loro scritti 
come i miei o come pieni delle mie opinioni. Io 
ne ho fatto da poco l’esperienza in uno di quelli, 
che più si è creduto mi volesse seguire, e anzi 
del quale io avevo scritto in qualche luogo « che 
ero tanto sicuro del suo ingegno, da non cre- 
dere ch’egli avesse nessuna opinione, che io non 
volessi confessare per mia »: perchè egli pub- 
blicò l’anno passato un Libro, intitolato Funda- 
inenta Physicae, dove, benché sembri ch’egli non 
ci abbia messo niente, per quanto riguarda la 
Fisica e la Medicina, che non abbia preso dai 
miei scritti, tanto da quelli da me pubblicati quanto 
da un altro ancora incompiuto riguardo la natura 
degli animali, clic gli è caduto fra le mani, tut- 
tavia, poiché egli ha mal trascritto, e cambiato 
l’ordine, e negato alcune verità di Metafisica, su 
cui tutta la Fisica dev’essere appoggiata, io sono 


74 


I PRINCIPIl DELLA FILOSOFIA 


obbligato di sconfessarlo interamente, e di pre- 
gare qui i Lettori che non mi attribuiscano mai 
nessuna opinione se non la trovano espressa- 
mente nei miei scritti, e che non ne ammettano 
nessuna come vera, nè nei miei scritti, nè altrove, 
se non la vedono con ogni chiarezza dedotta dai 
veri Principii (,) . 


(I) Descartes allude qui alla sua polemica con Enrico Regius o de 
Roy (1598-1679), professore di medicina nell'università di Utrecht Regius 
lu presentato a Descartes da Reneri nell’agosto del 1638, e ne divenne 
subito discepolo ardente ed entusiasta. Nel dicembre 1641 egli fece so- 
stenere dai suoi scolari certe tesi, nelle quali, secondo i principii di 
Descartes, si criticavano le forme sostanziali, mostrando che in fisio- 
logia tutto poteva spiegarsi senza di loro. Gisberto VoSt, ministro pro- 
testante e professore di teologia nell'università di Utrecht, credette di 
vedere in questo una negazione implicita dell' immortalità dell anima, e 
attaccò vivacemente Descartes, che sostenne Regius, rivedendo le tesi di 
questo e redigendo egli stesso un modello di risposta a Vo6t. Ma tutto 
fu inutile, e nel marzo 1642 Voèt ottenne dal municipio e dall'università 
di Utrecht un giudizio di condanna della nuova filosofia. Cosi cominciò 
quella terribile polemica tra Descartes e Voet, che, con alterna vicenda, 
si trascinò per anni. È appunto nell’ Epistola Renati Des-Caries ad 
celeberrimum Virum D. GlSBERTIUM VOt'TIUM, 1643, che di Regius vien 
detto « acutissimo et perspicacissimo ingenio Regii tantum tribuo, ut 
vix quicquam ab ilio scriptum putem quod prò meo non libenter agno- 
scam » (p. 232 dell'edizione originale), che è il giudizio che, nel testo, 
Descartes disdice. Ben presto, infatti, l'amicizia fra Regius e Descartes 
subi prima un raffreddamento, e poi si volse in aperta inimicizia. Nel 
1645 Regius fece leggere a Descartes il manoscritto dei suoi Fundamenta 
Pliysices, in cui si esponevano ì Principia phitosophiae di Descartes con 
aggiunte sulle piante, gli animali e l'uomo. Descartes ne sconsigliò la 
pubblicazione, perchè Regius si era appropriata, storpiandola, la sua 
spiegazione del movimento dei muscoli e, per giunta, aveva frainteso 
alcune idee fondamentali della sua metafisica. Ma nei 1646 Regins pub- 
blicò. senz’altro, il libro. Descartes se ne lamentò vivamente in alcune 
lettere a Mersenne, ad Huygens e ad Elisabetta, poi lo flagellò nella 
Prefazione di cui sopra diamo la traduzione. Regius, stizzito, replicò a 
Descartes con un Programma, cui Descartes, a sua volta, controreplicò 
con le Notae in programma quoddam, del dicembre 1647. 1 termini delia 
loro polemica metafisica erano i seguenti. — Dall' irreducibilità reciproca 
dell'anima e del corpo affermata da Descartes, Regius, nel 1641, aveva 


LETTERA DELL’A. ALL’ABATE PICOT 


75 


Io so bene anche che potranno passare molti 
secoli prima che si siano così dedotte da questi 
Principii tutte le verità che se ne possono de- 
durre, perchè la maggior parte di quelle che re- 
stano a trovare dipendono da alcune esperienze 
particolari, che non si troveranno mai per caso, 
ma debbono essere cercate con cura e spesa da 
uomini intelligentissimi; e perchè accadrà diffi- 
cilmente che gli stessi che avranno l’abilità di 
servirsene abbiano la possibilità di farle; e anche 
perchè la maggior parte dei migliori ingegni ha 
concepito una sì cattiva opinione di tutta la Fi- 
losofia, a cagione dei difetti ch’essi han notato 
in quella che è stata in uso finora, che non po- 
tranno dedicarsi a cercarne una migliore. Ma se 
infine la differenza che essi vedranno tra questi 
Principii e tutti quelli degli altri, e la gran seiie 
di verità che se ne possono dedurre fa loro co- 
noscere quanto è importante di continuare nella 
ricerca di queste verità, e sino a che grado di 


concluso che. poiché dal semplice incontro accidentale c transitorio di 
due sostanze assolutamente indipendenti non può nascere una sostanza 
nuova nel pieno significato della parola, l'uomo, che é composto di 
anima e corpo, non é un ens substantiale, ma un ens per accldens. Des- 
cartes pur riconoscendo che è accidentale all'anima di essere unita al 
corpo,' c al corpo di essere unito all’anima, replicò affermando che dalla 
loro unione nasce un essere vero e reale. Regius cedette su questo punto 
nel 1641, ma nel 1046 tornò all'assalto, affermando che la logica e con- 
dannabile conseguenza della dottrina cartesiana é di fare dell’anima un 
semplice modus del corpo, e che solo la Sacra Scrittura ci garantisce 
della sua sostanzialità. Al che Descartes replicò che, accanto alle nozioni 
semplici deH'anima e del corpo come due sostanze distinte e separate, 
c’è quella della loro unione, eh’ è una nozione chiara, distinta, semplice, 
e irreducibile anch’cssa. Cfr. per tutto ciò A T, XI, 672-87, c XII, 327-53. (T). 


76 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


Saggezza, a qual perfezione di vita, a qual fe- 
licità esse possono condurre, oso credere che 
non ce ne sarà nessuno che non cerchi di ap- 
plicarsi a uno studio sì proficuo, o almeno che 
non favorisca e voglia aiutare per tutto quanto 
può quelli che ci si dedicheranno con frutto. Io 
desidero che i nostri nipoti ne veggano l’e- 
vento, ecc. 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


PARTE PRIMA. 

Dei Principii della conoscenza umana. 


1 . Che per esaminare la verità è d’uopo, una volta in vita, 

porre tutto in dubbio, quanto è possibile. 

Poiché noi siamo stati bambini prima d’essere 
uomini, e abbiamo giudicato ora bene ed ora male 
delle cose che si sono presentate ai nostri sensi, 
quando non ancora avevamo tutto l’uso della 
nostra ragione, molti giudizii cosi precipitati c’im- 
pediscono di giungere alla conoscenza della ve- 
rità, e ci prevengono in guisa che non è punto 
verosimile che possiamo liberarcene, se non ri- 
solviamo di porre in dubbio, una volta in nostra 
vita, tutto ciò dove troveremo il più piccolo so- 
spetto d’incertezza. 

2 . Che è utile anche di considerare come false tutte le cose 

di cui si può dubitare. 

Sarà anche utilissimo che rigettiamo come false 
tutte quelle cose ove potremo immaginare il più 
piccolo dubbio, affinchè, se ne scopriamo alcune, 
che, nonostante questa precauzione, ci sembrano 


78 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


manifestamente vere, facciamo conto che esse 
sono anche certissime, e le più facili che si pos- 
sano conoscere. 

3 . Che noi non dobbiam punto usare di questo dubbio per 

la guida delle nostre azioni. 

Tuttavia si deve notare che io non intendo 
punto che noi ci serviamo d’una maniera di du- 
bitare cosi generale, se non quando cominciamo 
ad applicarci alia contemplazione della verità. 
Poiché è certo che, in quel che riguarda la con- 
dotta della nostra vita, noi siamo obbligati a se- 
guire bene spesso delle opinioni che non son che 
verosimili, poiché le occasioni di agire nei nostri 
affari quasi sempre passerebbero, prima che noi 
potessimo liberarci di tutti i nostri dubbii. E 
quando su di uno stesso soggetto vi sono pa- 
recchie di queste opinioni, anche se noi non ve- 
diamo forse maggior verosimiglianza nelle une 
che nelle altre, se l’azione non permette alcuna 
proroga, la ragione vuole che ne scegliamo una, 
e che, dopo averla scelta, la seguiamo costante- 
mente, come se l’avessimo giudicata certissima. 

4 . Perchè si può dubitare della verità delle cose sensibili. 

Ma, poiché noi non abbiamo ora punto altro 
scopo che di attendere alla ricerca della verità, 
noi dubiteremo, innanzi tutto, se di tutte le cose 
che sono cadute sotto i nostri sensi, o che ab- 
biamo mai immaginato, ve n’ha di quelle che 
esistano veramente al mondo; sia perchè sap- 
piamo per esperienza che i nostri sensi ci hanno 


PARTE PRIMA 


79 


spesso ingannato in molte occasioni, e che sa- 
rebbe imprudente di fidarci eccessivamente di 
quelli che ci hanno ingannati, quand’anche ciò 
fosse stato per una sola volta; come anche per- 
chè noi sogniamo quasi sempre dormendo, e al- 
lora ci sembra che noi sentiamo vivamente e 
immaginiamo chiaramente un’infinità di cose che 
non esistono affatto altrove, e, quando si è così 
risoluti a dubitare di tutto, non resta più segno 
alcuno per cui si possa sapere se i pensieri che 
vengono in sogno sono falsi piuttosto che gli altri. 

5 . Perchè si può dubitare anche delle dimostrazioni di Ma- 
tematica. 

Noi dubiteremo anche di tutte le altre cose 
che ci son sembrate un tempo certissime, anche 
delle dimostrazioni di Matematica e dei suoi prin- 
cipii, benché di per sè stessi essi siano assai 
manifesti; perchè vi sono degli uomini che si 
sono ingannati ragionando su tali materie; ma 
principalmente perchè abbiamo sentito dire che 
Dio, che ci ha creati, può fare tutto quello che 
gli piace, e noi non sappiamo ancora s’egli ha 
voluto farci tali che siamo sempre ingannati, an- 
che nelle cose che crediamo di conoscere me- 
glio. Poiché, dato ch’egli ha ben permesso che 
noi ci siamo ingannati talvolta, com’è stato già os- 
servato <•>, perchè non potrebb’egli permettere che 
c’inganniamo sempre? E se noi vogliam fingere 
che un Dio onnipossente non è punto autore del 


(1) Cfr. § 4. (TX 


80 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


nostro essere, e che noi sussistiamo per noi stessi 
o con qualche altro mezzo, pel fatto di supporre 
questo autore meno potente, noi avremo sempre 
tanto più motivo di credere che non siamo così 
perfetti, da non poter essere continuamente in- 
gannati. 

6. Che noi abbiamo un libero arbitrio, pel quale possiamo 

astenerci dal credere le cose dubbie, e così evitare 
d’essere ingannati. 

Ma anche se chi ci ha creati fosse onnipotente, 
e quand’anche si divertisse a ingannarci, non 
perciò meno sperimentiamo in noi una libertà 
eh’ è tale, che, sempre che ci piace, noi possiamo 
astenerci daH’ammettere in nostra credenza le cose 
che non conosciamo bene, e così evitare d’essere 
mai ingannati. 

7. Che non sapremmo dubitare senza essere, e che questa 

è la prima conoscenza certa che si può acquistare. 

Mentre che rigettiamo in questo modo tutto ciò 
di cui possiamo dubitare, e fingiamo anzi che sia 
falso, facilmente supponiamo che non v’ha punto 
nè Dio, nè cielo, nè terra, e che noi non abbiamo 
corpo; ma non sapremmo supporre in egual modo 
che noi non esistiamo mentre che dubitiamo della 
verità di tutte queste cose: poiché noi abbiamo 
tanta repugnanza a concepire che quello che pensa 
non esiste veramente nel tempo stesso che pensa, 
che, nonostante tutte le più stravaganti supposi- 
zioni, non sapremmo evitar di credere che questa 
conclusione: Io PENSO, DUNQUE SONO, non sia 


PARTE PRIMA 


81 


vera, e, per conseguenza, la prima e la più certa 
che si presenti a chi conduce i suoi pensieri per 
ordine. 

8 . Che si conosce anche in seguito la distinzione che è fra 
l'anima e il corpo. 

Mi sembra anche che questo punto di vista 
sia assolutamente il migliore che possiamo sce- 
gliere per conoscere la natura dell’anima, e che 
essa è una sostanza affatto distinta dal corpo: 
poiché, esaminando quel che noi siamo, noi che 
adesso pensiamo non esservi nulla fuori del no- 
stro pensiero che sia veramente o che esista, co- 
nosciamo manifestamente che, per esistere, non 
abbiamo bisogno di estensione, di figura, di essere 
in qualche luogo e di nessun’altra cosa che si 
può attribuire al corpo, e che esistiamo per il 
fatto solo che pensiamo; e per conseguenza, che 
la nozione che abbiamo della nostra anima o del 
nostro pensiero precede quella che abbiamo del 
corpo, ed è più certa, visto che noi dubitiamo 
ancora che vi siano al mondo dei corpi, mentre 
sappiamo con certezza che pensiamo. 

9 . Che cosa è pensare. 

Con la parola pensiero, io intendo tutto quel 
che accade in noi in tal modo, che noi lo perce- 
piamo immediatamente per noi stessi; ecco perchè 
non solo intendere, volere, immaginare, ma anche 
sentire è qui lo stesso che pensare. Poiché se 
io dico di vedere o di camminare, e da questo 
arguisco di esistere, se intendo parlare dell’azione 

R. Descartes - 1 Principii della Filosofia - 6. 




82 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


che si ia con i miei occhi o con le mie gambe, 
questa conclusione non è così infallibile, che io 
non abbia qualche ragione di dubitarne, poiché 
può accadere che io pensi di vedere o di cam- 
minare, benché non apra affatto gli occhi e non 
mi muova dal mio posto; poiché ciò m accade 
talvolta dormendo, e lo stesso potrebbe forse 
accadere se non avessi punto corpo; nel mentre 
che se intendo parlare solo dell’azione del mio 
pensiero, o del sentimento, cioè della conoscenza 
che è in me, per la quale a me sembra d, vedere 
o di camminare, questa stessa conclusione e cosi 
assolutamente vera, che non ne posso dubitare 
poiché essa si riferisce aH’anima, che sola ha la 
facoltà di sentire, o di pensare, in qualunque 
altro modo ciò sia. 

10 Che vi sono delle nozioni di per sè stesse così chiare 
che le si oscura volendole definire alla marnerà della 
scuola, e che non s’acquistano punto con lo studio, m 
nascono con noi. 

lo non spiego qui molti altri termini di cui mi 
sono già servito, e di cui fo conto d. servirmi 
qui appresso; poiché non credo che, fra quelli 
che leggeranno i miei scritti, ve ne saranno di 
così stupidi, da non potere intendere da se stessi 
quel che questi termini significano. Oltre di che, 
ho notato che i Filosofi, cercando di spiegare, 
con le regole della loro Logica, cose che sono 
manifeste di per sè stesse, non hanno fatto nul- 
l’altro che oscurarle; e quando ho detto che que- 
sta proposizione: IO PENSO, DUNQUE SONO, e la 






PARTE PRIMA 83 


prima e la più certa che si presenti a chi con- 
duce i suoi pensieri per ordine, non per questo 
ho negato che si dovesse saper prima che cosa 
è pensiero, certezza, esistenza, e che per pensare 
bisogna essere, ed altre cose simili; ma, poiché 
quelle sono nozioni cosi semplici che per sé stesse 
non ci fanno avere la conoscenza di nessuna cosa 
che esista, io non ho giudicato che esse doves- 
sero qui essere tenute in conto. 

1 1 . Come noi possiamo conoscere più chiaramente la nostra 
anima che il nostro corpo. 

Ora, per sapere come la conoscenza che ab- 
biamo del nostro pensiero precede quella che ab- 
biamo del corpo, ed è incomparabilmente più evi- 
dente, e tale che, anche se il corpo non esistesse 
punto, avremmo ragione di concludere che essa 
continuerebbe ad essere tutto quello che essa 
è, noteremo che è manifesto, per una luce che è 
naturalmente nelle nostre anime, che il niente non 
ha qualità, nè proprietà che gli siano inerenti, e 
che, dove ne troviamo alcune, deve trovarsi ne- 
cessariamente una cosa o sostanza, da cui esse 
dipendono. Questa stessa luce ci mostra anche 
che noi conosciamo una cosa o sostanza tanto 
meglio, quanto più proprietà notiamo in essa. Ora 
è certo che noi ne notiamo molto di più nel no- 
stro pensiero che in niun’altra cosa, poiché non 
v’ha nulla che ci stimoli a conoscere checchessia, 
che non ci faccia con certezza ancor maggiore 
conoscere il nostro pensiero. Per esempio, se io 
mi convinco che v’ha una terra perchè la tocco 


84 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


o la vedo, per questo stesso, per una ragione an- 
cor più forte, devo essere persuaso che il mio 
pensiero è o esiste, poiché è possibile che io 
pensi di toccare la terra, benché non vi sia forse 
al mondo nessuna terra, ma non è possibile che 
io, cioè la mia anima, non sia nulla nel mentre 
che ha questo pensiero. Noi possiamo concludere 
lo stesso di tutte le altre cose che ci vengono 
nel pensiero, cioè che noi, che le pensiamo, esi- 
stiamo, benché esse siano forse false o non ab- 
biano nessuna esistenza. 

12 . Donde viene che non tutti la conoscono in questo modo. 

Quelli che non hanno filosofato per ordine 
hanno avuto altre opinioni su questo riguardo, 
perchè non hanno distinto con sufficiente cura la 
loro anima, o ciò che pensa, dal corpo, o da ciò 
che è esteso in lunghezza, larghezza e profondità. 
Poiché, sebbene non avessero difficoltà alcuna di 
credere che essi erano al mondo, e ne fossero 
certi più che di alcun’altra cosa, tuttavia, poiché 
essi non hanno badato che, quando si trattava 
di una certezza Metafisica, per sé stessi dovevano 
intendere solo il loro pensiero, ed al contrario han 
preferito credere che era il loro corpo, che vede- 
vano coi loro occhi, toccavano colle loro mani, 
ed al quale attribuivano male a proposito la fa- 
coltà di sentire, essi non han conosciuto distin- 
tamente la natura della loro anima. 


PARTE PRIMA 


85 


13 . In che senso si può dire che, se s’ignora Dio, non si 
può avere conoscenza certa di nessun’altra cosa. 

Ma quando il pensiero, che conosce sè stesso 
in questo modo, nonostante che continui ancora 
a dubitare delle altre cose, usa circospezione per 
cercare di estendere maggiormente la sua cono- 
scenza, esso trova in sè, in primo luogo, le idee 
di molte cose; e finché si limita semplicemente 
a contemplarle, e non asserisce che fuori di sè 
vi sia qualcosa che somigli a queste idee, e nem- 
meno lo nega, è fuori pericolo d’ingannarsi. Esso 
incontra anche alcune nozioni comuni, di cui com- 
pone delle dimostrazioni, che lo persuadono cosi 
assolutamente, che non saprebbe dubitare della 
loro verità nel tempo che vi si applica. Per esem- 
pio, esso ha in sè le idee dei numeri e delle 
figure; esso possiede anche, tra le sue comuni 
nozioni, « che, se si aggiungono quantità eguali ad 
altre quantità eguali, i totali saranno eguali », e 
molte altre così evidenti come questa, con le 
quali è facile dimostrare che i tre angoli di un 
triangolo sono eguali a due retti, ecc. Finché esso 
percepisce queste nozioni e l’ordine con cui (l) ha 
dedotto questa conclusione od altre simili, è cer- 
tissimo della loro verità; ma, poiché non potrebbe 
pensarvi sempre con tanta attenzione, quando 
accade ch’esso si ricordi di qualche conclusione 
senza badare all’ordine con cui può essere dimo- 
strata, e tuttavia pensa che l’Autore del suo essere 


(1) Latino: praemissas ex quìbus. (7".). 


86 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


avrebbe potuto crearlo di tal natura che s’ingan- 
nasse in tutto quello che gli sembra evidentis- 
simo, esso vede bene che ha una giusta ragione 
di diffidare della verità di tutto quello che non 
percepisce distintamente, e che non potrebbe avere 
nessuna scienza certa, finché non abbia cono- 
sciuto colui che l’ha creato. 

14 . Che si può dimostrare che vi è un Dio, pel fatto solo 
che la necessità di essere o di esistere ù compresa netta 
nozione che abbiamo di lui 0 ). 

Quando in appresso il pensiero passa in ras- 
segna le diverse idee o nozioni, che ha in sé, e 
vi trova quella di un essere onnisciente, onnipo- 
tente e perfettissimo, esso giudica facilmente, da 
ciò che percepisce in questa idea, che Dio, che 
è quest’essere perfettissimo, è o esiste: poiché, 
sebbene esso abbia idee distinte di molte altre 
cose, non nota nulla in esse che lo assicuri del- 
l’esistenza del loro oggetto; mentre percepisce in 
questa, non solo, come nelle altre, un’esistenza 
possibile, ma un’esistenza assolutamente neces- 
saria ed eterna. E come, pel fatto che esso vede 
essere necessariamente compreso nell’idea che ha 
del triangolo che i suoi tre angoli siano uguali 
a due retti, esso si convince assolutamente che 
il triangolo ha tre angoli uguali a due retti, egual- 
mente, pel fatto solo di vedere che resistenza 
necessaria ed eterna è compresa nell’idea ch’esso 


(1) §§ 14, 15 e 16: prima prova dell’esistenza di Dio dalla sua es- 
senza. (7\). 


PARTE PRIMA 


87 


ha di un Essere perfettissimo, deve concludere 
che quest’ Essere perfettissimo è o esiste. 

15 . Che la necessità di essere non è compresa in tal modo 
nella nozione che abbiamo delle altre cose, ma solo la 
possibilità di essere. 

Il pensiero potrà assicurarsi anche meglio della 
verità di questa conclusione, se osserva che esso 
non ha punto in sè l’idea o la nozione di nes- 
sun’altra cosa, ove possa riconoscere un’esistenza 
che sia così assolutamente necessaria. Poiché per 
questo solo esso saprà che l’idea di un Essere 
perfettissimo non è punto in esso per opera di 
una finzione, come quella che rappresenta una 
chimera, ma che, al contrario, vi è impressa da 
una natura immutabile e vera, e che deve ne- 
cessariamente esistere, perchè non può essere con- 
cepita che con un’esistenza necessaria. 

16 . Che i pregiudizii impediscono che molli conoscano chia- 
ramente quella necessità di essere che è in Dio. 

La nostra anima o il nostro pensiero non avreb- 
be nessuna pena a persuadersi di questa verità, 
se fosse libero dei suoi pregiudizii; ma, poiché 
noi siamo abituati a distinguere in tutte le altre 
cose l’essenza dall’esistenza, e possiamo foggiare 
ad arbitrio molte idee di cose, che forse non 
sono mai esistite e che non esisteranno forse 
giammai, quando non eleviamo come si deve il 
nostro spirito alla contemplazione di questo Es- 
sere perfettissimo, può essere che dubitiamo se 
l’idea che abbiamo di lui non è una di quelle 


88 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


che fingiamo quando ci pare e piace, o che sono 
possibili, benché l’esistenza non sia necessaria- 
mente compresa nella loro natura (1) 2 3 . 

17. Che quanto maggior perfezione concepiamo in una cosa, 
tanto più perfetta dobbiamo credere che debba essere 
anche la sua causa (2). 

Di più, quando riflettiamo sulle diverse idee 
che sono in noi, è facile vedere che non v’ha 
molta differenza fra loro, in quanto le conside- 
riamo semplicemente come le dipendenze* 3 * della 
nostra anima o del nostro pensiero, ma che ve 
n’ha molta, in quanto l’una rappresenta una cosa e 
l’altra un’altra; e anzi, che la loro causa dev’essere 
tanto più perfetta, quanto maggior perfezione ha 
quello che esse rappresentano del loro oggetto* 4 *. 
Poiché, proprio come quando ci si dice che qual- 
cuno ha l’idea di una macchina dov’è molto 
artificio, noi abbiamo ragione d’indagare come 
egli ha potuto avere questa idea: cioè, se ha vi- 
sto in qualche parte una tal macchina fatta da 
un altro, o se ha cosi bene imparato la scienza 
della meccanica, o se è provvisto di una tal vi- 
vacità di spirito, che da sé stesso abbia potuto 
inventarla senza aver visto mai nulla di simile 
altrove; poiché tutto l’artificio che è rappresen- 
tato nell’ idea che ha quest’uomo, come in un 


(1) Latino: ad quorum essenliam. (T). 

(2) §§ 17. 18 c 19: seconda prova dell'esistenza di Dio dalla presenza 
della sua idea nel nostro spirito. (T.). 

(3) Latino: modi. ( T .). 

(•1) Latino: plus pcrfectionis objectivac in se continent. (T.). 


PARTE PRIMA 


89 


quadro, dev’essere nella sua prima e principale 
causa, non solo per imitazione®, ma di fatto nella 
stessa maniera, o in un modo ancora più emi- 
nente® di come è rappresentato. 

18 . Che si può di bel nuovo dimostrare con questo che vi 
è un Dio. 

Egualmente, poiché troviamo in noi l’idea di 
un Dio o di un Essere perfettissimo, possiamo 
cercare la causa per la quale quest’idea è in noi; 
ma dopo aver considerato con attenzione quanto 
sono immense le perfezioni ch’essa ci rappresenta, 
siamo obbligati a confessare che noi non saprem- 
mo ripeterla che da un Essere perfettissimo, cioè 
da un Dio che è veramente o che esiste, poiché 
non solo è manifesto per la luce naturale che il 
nulla non può essere autore di niuna cosa, e che il 
più perfetto non potrebbe essere una derivazione 
e. una dipendenza del meno perfetto, ma anche 
perchè vediamo, per mezzo di questa stessa luce, 
essere impossibile che noi abbiamo l’idea o l’im- 
magine di checchessia, se non v’è in noi, o altrove, 
un originale che comprenda in effetti tutte le per- 
fezioni che ci sono così rappresentate. Ma poiché 
sappiamo di essere soggetti a molti difetti, e non 
possediamo quelle estreme perfezioni di cui ab- 
biamo l’idea, dobbiamo concludere che esse sono 
in qualche natura che è differente dalla nostra ed 
in effetti perfettissima, cioè che è Dio; o almeno 


(1) Latino: objcctive sive rcpraesentativc. (T.). 

(2) Latino: retpsa formaliter aut cmlnenter. (7\). 


90 


PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


che esse sono state altra volta in questa cosa; e 
dal fatto che erano infinite segue che vi sono 
ancora. 

19. Che sebbene non comprendiamo chiaramente tutto quello 
che è in Dio, non v’ha nulla, tuttavia, che noi cono- 
sciamo si chiaramente come le sue perfezioni. 

Io non vedo punto in ciò difficoltà, per quelli 
che hanno abituato il loro spirito alla contem- 
plazione della Divinità, e che han badato alle sue 
perfezioni infinite. Poiché, sebbene noi non le 
comprendiamo, poiché la natura dell’infinito è 
tale che dei pensieri finiti noi saprebbero com- 
prendere, noi le concepiamo, nondimeno, più chia- 
ramente e più distintamente delle cose materiali, 
poiché, essendo più semplici e non essendo punto 
limitate, ciò che noi ne concepiamo è molto meno 
confuso* 0 . Cosi non v’ha punto speculazione che 
possa più aiutare a perfezionare il nostro intel- 
letto e che sia più importante di questa, tanto 
più che la considerazione d’un oggetto che non 
ha limiti nelle sue perfezioni ci colma di soddi- 
sfazione e di sicurezza. 

20. Che noi non siamo la causa di noi stessi, ma è Dio, e 
che, per conseguenza, v’ha un Dioi 2). 

Ma non tutti vi badano come si deve; e poiché 
noi sappiamo abbastanza, quando abbiamo una 


(1) Latino: quia cogitationem nostram magis Imptent. (7\). 

(2) §§20 c 21 : terza prova dell'esistenza di Dio dall’esistenza del 
nostro spirito che ne ha l’idea. (7.). 


PARTE PRIMA 


91 


idea di qualche macchina dove c’è molto artificio, 
il modo come l’abbiamo avuta, mentre non sa- 
premmo egualmente ricordarci quando l’idea che 
abbiamo di un Dio ci è stata comunicata da Dio, 
perchè essa è sempre stata in noi, bisogna che noi 
facciamo ancora questa rassegna, e ricerchiamo 
qual’ è, dunque, l’autore della nostra anima o del 
nostro pensiero, che ha in sè l’idea delle perfezioni 
infinite che sono in Dio: poiché è evidente che ciò 
che conosce qualcosa di più perfetto di sè non si è 
punto dato l’essere, poiché con lo stesso mezzo 
si sarebbe date tutte le perfezioni di cui egli 
avrebbe avuto conoscenza; e quindi che non po- 
trebbe esistere per opera di nessun altro che di 
colui che possiede in effetti tutte queste - perfe- 
zioni, cioè che è Dio. 

21 . Che la sola durala della nostra vita basta per dimostrare 
che Dio è. 

Io non credo che si dubiti della verità di questa 
dimostrazione, purché si badi alla natura del tempo 
o della durata della nostra vita. Poiché, essendo 
tale che le sue parti non dipendono punto le une 
dalle altre e non esistono mai insieme, dal fatto 
che noi ora esistiamo, non segue necessariamente 
che esistiamo un momento dopo, se qualche causa, 
cioè la stessa che ci ha prodotti, non continua a 
produrci, cioè non ci conservi. E noi conosciamo 
facilmente che non v’ha punto forza in noi, per 
la quale possiamo sussistere o conservarci un 
sol momento, e che colui che ha tanto potere da 
farci sussistere fuori di sè e che ci conserva, deve 


92 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


conservare sè stesso, o piuttosto non ha bisogno 
di essere conservato da nessuno, e infine che esso 
è Dio. 

22 . Che conoscendo così che vi è un Dio, nel modo qui spie- 
gato, si conoscono anche tutti i suoi attributi, in quanto 
possono essere conosciuti per la sola luce naturale. 

Noi otteniamo ancora questo vantaggio, pro- 
vando in tal modo l’esistenza di Dio*'), che noi 
conosciamo per lo stesso mezzo ciò che egli è, 
quanto Io permette la debolezza della nostra na- 
tura. Poiché, riflettendo sull’idea che abbiamo 
naturalmente di lui (2 >, vediamo ch’egli è eterno, 
onnisciente, onnipotente, fonte di ogni bontà e 
verità, creatore di tutte le cose, e che infine egli 
ha in sè tutto ciò in cui possiamo riconoscere 
qualche perfezione infinita, ovvero che non è li- 
mitata da nessuna imperfezione. 

23 . Che Dio non è corporale, e non conosce punto con 
l’aiuto dei sensi come noi, e non è punto Autore del 
peccato. 

Poiché vi sono delle cose nel mondo che sono 
limitate e in qualche modo imperfette, benché noi 
notiamo in esse alcune perfezioni; ma noi con- 
cepiamo facilmente che non è possibile che quelle 
siano in Dio. Cosi, poiché l’estensione costituisce 
la natura del corpo, e che ciò che è esteso può 
essere diviso in più parti, e ciò indica difetto, noi 


(1) Latino: per ejus scilicet ideam. (T.). 

(2) Latino: nobis ingenitam. (T.). 


PARTE PRIMA 


93 


concludiamo che Dio non è punto un corpo. E 
benché sia un vantaggio per gli uomini avere dei 
sensi, nondimeno, poiché le sensazioni si produ- 
cono in noi per impressioni che vengono d’al- 
tronde, e ciò indica dipendenza, noi concludiamo 
anche che Dio non ne ha affatto; ma che intende 
e vuole, non già, come noi, per mezzo di opera- 
zioni in qualche modo differenti, ma che sempre, 
con una medesima e semplicissima azione, intende, 
,vuole e fa tutto, cioè tutte le cose che sono in 
effetti, poiché egli non vuole punto la malizia del 
peccato, perchè essa è niente. 

24 . Che dopo aver conosciuto che Dio è, per passare alla 
conoscenza delle creature, bisogna ricordarsi che il no- 
stro intelletto è finito, e la potenza di Dio infinita. 

Dopo aver così conosciuto che Dio esiste, e 
che è l’autore di tutto ciò che è o che può essere, 
noi seguiremo senza dubbio il miglior metodo di 
cui ci si possa servire per scoprire la verità, se, 
dalla conoscenza che abbiamo della sua natura, 
passiamo alla spiegazione delle cose che egli ha 
creato, e se cerchiamo di dedurla in tal modo 
dalle nozioni che sono naturalmente nella nostra 
anima, che abbiamo una scienza perfetta, cioè che 
conosciamo gli effetti dalle loro cause. Ma affinchè 
possiamo intraprenderla con maggiore sicurezza, 
noi ci ricorderemo, ogni qualvolta vorremo esa- 
minare la natura di qualcosa, che Dio, che ne è 
l’Autore, è infinito, e che noi siamo interamente 
finiti. 


94 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


25. E che bisogna credere tutto quel che Dio ha rivelato, 
benché sia al di sopra della portata del nostro spirito. 

Talmente che, s’egli ci fa la grazia di rivelare 
a noi od a qualche altro cose che sorpassano la 
portata ordinaria del nostro spirito, quali sono i 
misteri dellTncarnazione e della Trinità, noi non 
avremo punto difficoltà a crederle, benché non 
le comprendiamo forse molto chiaramente. Poiché 
non dobbiamo trovare punto strano che nella sua 
natura, che è immensa, ed in ciò ch’egli ha fatto, 
vi siano molte cose superiori alla capacità del 
nostro spirito. 

26. Che non bisogna punto cercare di comprendere l’infinito, 
ma solo pensare che tutto ciò in cui non troviamo nes- 
sun limite è indefinito. 

Così noi non ci avvolgeremo mai nelle dispute 
dell’infinito; tanto più che sarebbe ridicolo che 
noi, che siamo finiti, cercassimo di determinarne 
qualcosa, e con questo mezzo supporlo finito 
tentando di comprenderlo. Ecco perchè noi non 
ci cureremo di rispondere a quelli che doman- 
dano se la metà di una linea infinita è infinita, 
e se il numero infinito è pari o dispari, e altre 
cose simili, poiché solo quelli che s’immaginano 
che il loro spirito è infinito sembra debbano esa- 
minare queste difficoltà. E quanto a noi, vedendo 
cose nelle quali, secondo un certo senso, non osser- 
viamo affatto dei limiti, non asseriremo punto, per 
questo, ch’esse sono infinite, ma le crederemo 
solo indefinite. Così, poiché non sapremmo im- 


PARTE PRIMA 


95 


maginare un’estensione sì grande da non conce- 
pire in pari tempo che può essercene una più 
grande, diremo che l’estensione delle cose possi- 
bili è indefinita. E poiché non si potrebbe divi- 
dere un corpo in parti sì piccole, che ognuna di 
queste parti non possa essere divisa in altre mi- 
nori, noi penseremo che la quantità può essere 
divisa in parti, di cui il numero è indefinito. E 
poiché noi non sapremmo immaginare tante stelle 
che Dio non ne possa creare di più, noi suppor- 
remo che il loro numero è indefinito, e così via. 

27 . Che differenza v'è tra indefinito e infinito. 

E noi chiameremo queste cose indefinite piut- 
tosto che infinite, al fine di riservare a Dio solo 
il nome d’infinito; sia perchè non notiamo punto 
limiti nelle sue perfezioni, come anche perchè 
siamo sicurissimi che non ce ne possono essere. 
Per ciò che è delle altre cose, noi sappiamo che 
esse non sono così assolutamente perfette, poiché, 
sebbene vi notiamo qualche volta delle pro- 
prietà che ci sembrano non aver punto limiti, 
non perciò meno conosciamo che ciò procede dal 
difetto del nostro intelletto, e non già dalla loro 
natura. 

28 . Che non si deve punto esaminare per quale scopo Dio 
ha fatto ogni cosa, ma solo con quale mezzo egli ha 
voluto che essa fosse prodotta. 

Noi non ci fermeremo neppure ad esaminare i 
fini che Dio s’è proposto creando il mondo, e re- 
spingeremo del tutto dalla nostra Filosofia la ri- 


96 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


cerca delle cause finali, poiché non dobbiamo tanto 
presumere di noi stessi da credere che Dio ci abbia 
voluto far parte dei suoi consigli, ma, conside- 
randolo come l’Autore di tutte le cose, cercheremo 
solo di trovare, con la facoltà di ragionare ch’egli 
ha posto in noi, in che modo quelle che noi per- 
cepiamo per mezzo dei nostri sensi hanno potuto 
essere prodotte; e saremo fatti certi, da quelli 
dei suoi attributi di cui egli ha voluto che noi 
avessimo qualche conoscenza, che ciò che avremo 
una volta percepito chiaramente e distintamente 
come appartenente alla natura di queste cose, ha 
la perfezione di essere vero. 

29 . Che Dio non è punto causa dei nostri errori. 

E il primo dei suoi attributi che sembra do- 
vere essere qui considerato consiste in questo, 
ch’egli è verissimo ed è la fonte di ogni luce, sì 
che è impossibile che c’inganni, cioè che sia di- 
rettamente 0 * la causa degli errori cui siamo sog- 
getti e che sperimentiamo in noi stessi. Poiché, 
sebbene l’abilità di potere ingannare sembri es- 
sere un segno di sottigliezza di spirito fra gli 
uomini, nondimeno la volontà d’ingannare non 
procede mai che da malizia, o da timore e da 
debolezza, e quindi non può essere attribuita a 
Dio. 


(I) Latino: proprie oc positive. (T). 


PARTE PRIMA 


97 


30. E che quindi è vero tutto ciò che noi conosciamo chia- 
ramente esser vero, il che ci libera dai dubbii sopra 
proposti. 

Donde segue che la facoltà di conoscere ch’egli 
ci ha data, che noi chiamiamo luce naturale, non 
vede mai oggetto alcuno che non sia vero in 
quello che essa ne percepisce, cioè in quello che 
essa considera chiaramente e distintamente; poiché 
avremmo motivo di credere che Dio fosse ingan- 
natore, se ce l’avesse data tale da farci prendere 
il falso per il vero, quando ne usiamo bene. E 
questa sola considerazione ci deve liberare di 
quel dubbio iperbolico in cui siamo stati, finché 
non sapevamo ancora se chi ci ha creati avesse 
preso gusto a farci tali, che fossimo ingannati in 
tutte le cose che ci sembrano chiarissime. Essa 
deve anche servirci contro tutte le altre ragioni 
che noi avevamo di dubitare, da me allegate di 
sopra (l) 2 ; anche le verità di matematica non ci 
saranno più sospette, perchè sono evidentissime; 
e se scorgiamo qualcosa coi nostri sensi, sia ve- 
gliando sia dormendo, purché separiamo quanto 
vi sarà di chiaro e distinto, nella nozione che 
avremo di questa cosa, da ciò che sarà oscuro e 
confuso, potremo facilmente assicurarci di quello 
che sarà vero. Io non mi stendo qui più a lungo 
su questo punto, poiché ne ho ampiamente trat- 
tato nelle Meditazioni della mia Metafisica®, e 


(1) §§ 4 e 5. (T.). 

(2) Meditazioni filosofiche : Meditazione IV. (T). 
R. Descartes - / Principii della Filosofia - 7. 


98 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


ciò che seguirà ben tosto servirà ancora a spie- 
garlo meglio. 

31 . Che i nostri errori, riguardo a Dio, non sono che ne- 
gazioni, ma, riguardo a noi, sono privazioni o difetti. 

Ma poiché accade che noi c’inganniamo spesso, 
benché Dio non sia ingannatore, se desideriamo 
cercare la causa dei nostri errori e scoprirne la 
fonte, allo scopo di correggerli, bisogna che noi 
badiamo che essi non dipendono tanto dal nostro 
intelletto quanto dalla nostra Volontà, e che non 
sono cose o sostanze che abbiano bisogno del 
concorso attuale di Dio per essere prodotte, si 
che essi non sono, a suo riguardo, che negazioni, 
cioè che egli non ci ha dato tutto quanto poteva 
darci, e che vediamp con lo stesso mezzo ch’egli 
non era punto tenuto di darci, mentre, a nostro 
riguardo, essi sono difetti ed imperfezioni. 

32 . Che non vi sono in noi che due specie di pensieri, cioè 

la percezione deli intelletto e l’azione della volontà. 

Poiché tutti i modi di pensare che noi osser- 
viamo in noi possono essere riportati a due ge- 
nerali, di cui l’uno consiste a percepire per mezzo 
dell’intelletto, e l’altro a determinarsi per mezzo 
della volontà. Cosi sentire, immaginare, e anche 
concepire delle cose puramente intelligibili, non 
sono che modi differenti di appercepire, ma de- 
siderare, avere dell’avversione, affermare, negare, 
dubitare, sono modi differenti di volere. 


PARTE PRIMA 


99 


33. Che noi non c’inganniamo che quando giudichiamo di 
qualche cosa che non ci è nota abbastanza. 

Quando noi percepiamo qualcosa, non siamo 
punto a rischio d’ ingannarci, se non ne portiamo 
giudizio in nessun modo; e quand’anche ne giu- 
dicassimo, purché non dessimo il nostro consenso 
se non a ciò che conosciamo chiaramente e di- 
stintamente dover essere compreso in quello di 
cui giudichiamo, nemmeno potremmo sbagliare; 
ma ciò per cui noi c’inganniamo ordinariamente, 
è che giudichiamo bene spesso, sebbene non ab- 
biamo una conoscenza molto esatta di ciò di cui 
giudichiamo. 

34. Che la volontà, come l’intelletto, è richiesta per giu- 
dicare. 

Confesso che noi non sapremmo giudicare di 
nulla se il nostro intelletto non c’interviene, per- 
chè non sembra punto che la nostra volontà si 
determini su ciò che il nostro intelletto non per- 
cepisce in nessun modo; ma poiché la volontà è 
assolutamente necessaria, affinchè diamo il nostro 
consenso a ciò che abbiamo in qualche modo 
percepito, e non è necessario, per fare un giu- 
dizio qualsiasi, che abbiamo una conoscenza in- 
tera e perfetta, di qui viene che molto spesso 
noi diamo il nostro consenso a cose, di cui non 
abbiamo mai avuto che una conoscenza assai 
confusa. 




100 I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


35 . Ch’essa ha maggiore estensione di lui, e che di là ven- 
gono i nostri errori. 

Di più, l’intelletto non si estende che a quei 
pochi oggetti che si presentano a lui, e la sua 
conoscenza è sempre limitatissima: mentre la vo- 
lontà in qualche senso può sembrare infinita, 
poiché noi non percepiamo nulla che possa es- 
sere l’oggetto di qualche altra volontà, anche di 
quella immensa volontà che è in Dio, cui la no- 
stra non possa anche estendersi: ciò che è causa 
che noi la portiamo ordinariamente oltre quello 
che conosciamo chiaramente e distintamente. E 
quando ne abusiamo così, non è meraviglia se ci 
accade d’ ingannarci. 

36 . I quali non possono imputarsi a Dio. 

Ora, benché Dio non ci abbia dato un intel- 
letto onnisciente, noi non dobbiamo credere per 
ciò che egli sia l’Autore dei nostri errori, poiché 
ogni intelletto creato è finito, ed è della natura 
dell’intelletto finito di non essere onnisciente. 

37 . Che la maggior perfezione dell'uomo è d’avere un li- 
bero arbitrio, e che questo è ciò che lo rende degno di 
lode o di biasimo. 

Al contrario, la volontà essendo di sua natura 
estesissima, per noi è un vantaggio grandissimo 
di potere agire per suo mezzo, cioè liberamente: 
sì che noi siamo talmente i padroni delle nostre 
azioni, che siamo degni di lode quando le con- 
duciamo bene. Poiché, proprio come non si fanno 


PARTE PRIMA 


101 


punto alle macchine che si vedono muoversi in 
molti modi diversi, con tutta la giustezza che si 
potrebbe desiderare, delle Iodi che si riportino 
veramente ad esse, poiché queste macchine non 
presentano nessun’azione che esse non siano ob- 
bligate a fare per mezzo dei loro congegni, e che 
se ne fanno all’operaio che le ha fatte, poiché 
egli ha avuto il potere e la volontà di comporle 
con tanto artificio, cosi si deve attribuirci qualcosa 
di più, quando scegliamo ciò che è vero, distin- 
guendolo dal falso, per una determinazione della 
nostra volontà, che se vi fossimo determinati e 
costretti da un principio estraneo. 

38 . Che i nostri errori sono difetti della nostra maniera di 
agire, ma non già detta nostra natura; e che te colpe 
dei sudditi possono spesso essere attribuite agli altri 
padroni, ma non già a Dio. 

È ben vero che, ogni qualvolta erriamo, v’ha 
del difetto nel nostro modo di agire o nell’uso 
della nostra libertà; ma non v’ha punto per questo 
difetto nella nostra natura, poiché essa è sempre 
la stessa, benché i nostri giudizii siano veri o 
falsi. E quand’anche Dio avesse potuto darci una 
conoscenza così grande che non fossimo mai stati 
soggetti a errare, non abbiamo nessun dritto per 
questo di lamentarci di lui. Poiché, sebbene, fra 
noi, chi ha potuto impedire un male e non l’ha 
impedito, ne sia biasimato e giudicato come col- 
pevole, non è lo stesso a riguardo di Dio: tanto 
più che il potere che gli uomini hanno gli uni 
sugli altri è istituito affinchè essi impediscano a 


102 


I PRINCIPI! DELLA -FILOSOFIA 


quelli che sono loro inferiori di fare del male, 
mentre l’onnipotenza che Dio ha sull’universo è 
affatto assoluta e libera. Ecco perchè noi dob- 
biamo ringraziarlo dei beni ch’egli ci ha fatti, e 
non già lamentarci perchè non ci ha largito quelli 
che conosciamo mancarci, e ch’egli avrebbe forse 
potuto concederci. 

39 . Che la libertà del nostro volere si conosce senza prova, 
per la sola esperienza che ne abbiamo. 

Del resto, è così evidente che noi abbiamo una 
volontà libera, che può dare il suo consenso o 
negarlo, quando le piace, che questa può essere 
annoverata per una delle nostre più comuni no- 
zioni. Noi ne abbiamo avuto qui innanzi (l) una 
prova assai chiara; poiché, nello stesso tempo 
che dubitavamo di tutto, e che supponevamo an- 
che che chi ci ha creati impiegasse il poter suo 
ad ingannarci in tutti i modi, percepivamo in noi 
una libertà sì grande, che potevamo evitare di 
credere quello che non conoscevamo ancora per- 
fettamente bene. Ora, quel che noi percepivamo 
distintamente, e di cui non potevamo dubitare, 
durante una sospensione sì generale, è tanto certo, 
quanto ogni altra cosa che possiamo mai conoscere. 

40 . Che noi sappiamo anche con tutta certezza che Dio ha 
preordinato tutto. 

Ma, poiché quello che noi abbiamo in appresso 
conosciuto di Dio, ci assicura che la sua potenza 


(I) § 6. {TX 


PARTE PRIMA 


103 


è così grande, che faremmo un delitto pensando 
che noi fossimo mai stati capaci di fare nessuna 
cosa, ch’egli non avesse prima ordinata, noi po- 
tremmo facilmente avvolgerci in difficoltà gran- 
dissime, se ci accingessimo ad accordare la li- 
bertà della nostra volontà con i suoi ordinamenti, 
e se cercassimo di comprendere, cioè di abbrac- 
ciare e quasi limitare col nostro intelletto tutta 
l’estensione del nostro libero arbitrio e l’ordine 
della Provvidenza eterna. 

41 . Come si può accordare il nostro libero arbitrio con la 
preordinazione divina. 

Mentre noi non avremo affatto pena a liberar- 
cene, se osserviamo che il nostro pensiero è finito, 
e che l’onnipotenza di Dio, per la quale egli non 
solo ha conosciuto da ogni eternità ciò che è o 
che può essere, ma l’ha anche voluto, è infi- 
nita. Il che fa che noi abbiamo sufficiente in- 
telligenza per conoscere chiaramente e distinta- 
mente che questa potenza è in Dio, ma che non 
ne abbiamo bastante per comprendere in tal modo 
la sua estensione, da poter sapere in che modo 
essa lascia le azioni degli uomini affatto libere 
e indeterminate; e che, d’altro canto, siamo an- 
che talmente certi della libertà e dell’ indiffe- 
renza che è in noi, che non v’è nulla che cono- 
sciamo più chiaramente: sì che l’onnipotenza di 
Dio non ci deve punto impedire di credervi. Poi- 
ché noi avremmo torto di dubitare di ciò che 
percepiamo interiormente, e che sappiamo per 
esperienza essere in noi, per il fatto che non com- 


104 


I PRINCIPI I DELLA FILOSOFIA 


prendiamo un’altra cosa che sappiamo essere in- 
comprensibile di sua natura. 

42. In che modo, anche se noi non vogliamo mai errare, i 
nondimeno per volontà nostra che erriamo. 

Ma poiché sappiamo che l’errore dipende dalla 
nostra volontà, e che nessuno ha volontà d’in- 
gannarsi, ci si meraviglierà forse che vi sia del- 
l’errore nei nostri giudizii. Ma bisogna notare che 
v’è molta differenza tra voler essere ingannato e 
voler dare il proprio assenso ad opinioni che sono 
causa che noi c’inganniamo qualche volta. Poiché, 
sebbene non ci sia nessuno che voglia espressa- 
mente ingannarsi, non se ne trova quasi nessuno 
che non voglia dare il suo assenso a cose che 
non conosce distintamente. E anzi accade spesso 
che è il desiderio di conoscere la verità che fa 
che quelli i quali non sanno l’ordine che bisogna 
tenere per ricercarla, non la trovano e s’ingan- 
nano, poiché esso li stimola ad affrettare i loro 
giudizii, e a prendere come vere delle cose, delle 
quali non hanno sufficiente conoscenza. 

43. Che noi non sapremmo errare giudicando solo delle cose 
che percepiamo chiaramente e distintamente. 

Ma è certo che noi non prenderemo mai il 
falso per il vero, fino a che non giudicheremo 
se non di ciò che percepiamo chiaramente e di- 
stintamente; poiché Dio non essendo punto in- 
gannatore, la facoltà di conoscere che egli ci ha 
data non saprebbe errare, e nemmeno la facoltà 
di volere, quando non l’estendiamo punto oltre 


PARTE PRIMA 


105 


quel che conosciamo. E quand’anche questa ve- 
rità non fosse stata dimostrata, noi siamo natu- 
ralmente così proclivi a dare il nostro assenso 
alle cose che percepiamo manifestamente, da non 
saperne dubitare nei tempo che le percepiamo in 
tal modo. 

44. Che noi non sapremmo se non giudicar male di ciò che 
non percepiamo chiaramente, benché il nostro giudizio 
possa essere vero, e che spesso è la nostra memoria 
che c’inganna. 

È anche certissimo che, tutte le volte che noi 
approviamo qualche ragione di cui non abbiamo 
una conoscenza molto esatta, o c’inganniamo, o, 
se troviamo la verità, poiché è solo per caso, 
non sapremmo esser sicuri di averla trovata, nè 
sapremmo conoscere con esattezza che noi non 
c’inganniamo punto. Confesso che accade rara- 
mente che noi giudichiamo d’una cosa nello stesso 
momento in cui notiamo di non conoscerla con 
sufficiente distinzione: poiché la ragione natural- 
mente ci detta che non dobbiamo mai giudicare 
di nulla, che di quello che conosciamo distinta- 
mente prima di giudicare. Ma noi c’inganniamo 
spesso, poiché presumiamo di avere altravolta 
conosciuto molte cose, e, tosto che ce ne ricor- 
diamo, vi diamo il nostro assenso, proprio come 
se le avessimo sufficientemente esaminate, seb- 
bene in effetti non ne abbiamo avuto mai una 
conoscenza ben precisa. 


106 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


* 15 . Che cosa è una percezione chiara e distinta. 

Vi sono anche delle persone, che, in tutta la 
loro vita, non percepiscono nulla come è necessa- 
rio per bette giudicarne. Poiché la conoscenza sulla 
quale si vuole (1 > stabilire un giudizio indubbio 
dev’essere non solo chiara, ma anche distinta. Io 
chiamo chiara quella che è presente e manifesta 
ad uno spirito attento: come noi diciamo di ve- 
dere chiaramente gli oggetti, quando, essendo pre- 
senti, agiscono abbastanza fortemente, e i nostri 
occhi sono disposti a guardarli. E distinta, quella 
che è talmente precisa e differente da tutte le 
altre, da non comprendere in sé se non ciò che 
appare manifestamente a chi la considera come 
si deve. 

46 . Che essa può essere chiara senza essere distinta, ma 
non viceversa. 

Per esempio, quando qualcuno sente un dolore 
cocente, la conoscenza che egli ha di questo do- 
lore è chiara a suo riguardo, e non per questo è 
sempre distinta, poiché egli la confonde ordina- 
riamente col falso giudizio che fa sulla natura di 
quello che crede essere nella parte ferita, che 
egli crede simile all’idea o alla sensazione del do- 
lore che è nel suo pensiero, benché non perce- 
pisca chiaramente null’altro che la sensazione o 
il pensiero confuso che è in lui. Cosi la cono- 
scenza può essere chiara senza essere distinta, 


(I) Vuole (veut). errore per può ( peul ). Latino: possit. (7'.). 


PARTE PRIMA 


107 


e non può essere distinta senza essere chiara per 
lo stesso mezzo. 

47. Che, per allontanare i pregiudizii della nostra infanzia, 
bisogna considerare ciò che v’ha di chiaro in ciascuna 
delle nostre prime nozioni. 

Ora, durante i nostri primi anni, la nostra anima 
o il nostro pensiero era sì fortemente offuscato 
dal corpo, da non conoscere nulla distintamente, 
benché percepisse molte cose assai chiaramente; 
e poiché esso tuttavia continuava a riflettere bene 
o male sulle cose che si presentavano, noi ab- 
biamo riempito la nostra memoria di molti pre- 
giudizii, di cui non ci risolviamo quasi mai a li- 
berarci, benché sia certissimo che non sapremmo 
altrimenti bene esaminarli. Ma affinchè noi pos- 
siamo farlo ora senza molta fatica, farò qui una 
rassegna di tutte le nozioni semplici che com- 
pongono i nostri pensieri, e separerò quello che 
v’ha di chiaro in ciascuna di esse, e ciò che v’ha 
di oscuro o in cui possiamo errare. 

48. Che tutto ciò di cui noi abbiamo qualche nozione è con- 
siderato come una cosa o una verità: e la rassegna delle 
cose. 

Io distinguo tutto quello che cade sotto la no- 
stra conoscenza in due generi: il primo contiene 
tutte le cose che hanno qualche esistenza; e l’altro, 
tutte le verità che non sono nulla fuori del no- 
stro pensiero. Riguardo alle cose, noi abbiamo, in- 
nanzi tutto, certe nozioni generali che possono 
riferirsi a tutte: cioè quelle che noi abbiamo della 


108 


! PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


sostanza, della durata, dell’ordine e del numero, 
e forse anche alcune altre. Poi ne abbiamo anche 
di più particolari, che servono a distinguerle. E 
la principale distinzione che io noto fra tutte le 
cose create, è che le une sono intellettuali, cioè 
sono sostanze intelligenti, ovvero proprietà che 
appartengono a queste sostanze; e le altre sono 
corporali, cioè sono corpi, ovvero proprietà che 
appartengono al corpo. Così l’intelletto, la vo- 
lontà e tutti i modi di conoscere e di volere 
appartengono alla sostanza che pensa; la gran- 
dezza, o l’estensione in lunghezza, larghezza e 
profondità, la figura, il movimento, la situazione 
delle parti e la disposizione che esse hanno ad 
essere divise, e simili altre proprietà si riferiscono 
al corpo. Vi sono ancora, oltre di questo, certe 
cose che noi sperimentiamo in noi stessi, che 
non debbono essere punto attribuite alla sola anima, 
e nemmeno al solo corpo, ma alla stretta unione 
che è tra loro, come spiegherò in appresso* 1 ); tali 
sono gli appetiti di bere, di mangiare, e le emo- 
zioni e le passioni dell’anima, che non dipendono 
dal solo pensiero, come l’emozione alla collera, 
alla gioia, alla tristezza, all’amore, ecc., tali sono 
tutte le sensazioni, come la luce, i colori, i suoni, 
gli odori, il gusto, il calore, la durezza, e tutte 
le altre qualità che non cadono se non sotto il 
senso del tatto. 


(I) Parte IV, §§ 189-191. (7\). 


PARTE PRIMA 


109 


49 . Che le verità non possono essere cosi enumerate, e che 
non ce n' è bisogno. 

Finora ho enumerato tutto ciò che noi cono- 
sciamo come cose; resta a parlare di quello che 
conosciamo come delle verità. Per esempio, 
quando pensiamo che dal nulla non si potrebbe 
fare nulla, noi non crediamo punto che questa 
proposizione sia una cosa che esista, o la pro- 
prietà di qualche cosa, ma la prendiamo per una 
certa verità eterna che ha sua sede nel nostro 
pensiero, e che si chiama una nozione comune 
o una massima. Egualmente, quando si dice che 
è impossibile che una medesima cosa nello stesso 
tempo sia e non sia, che ciò che è stato fatto non 
può non essere fatto, che chi pensa non può non 
essere o non esistere nel mentre che pensa, e molte 
altre cose simili, queste sono soltanto delle ve- 
rità, e non delle cose che siano fuori del no- 
stro pensiero, e di esse ve n’ha un sì gran numero 
che sarebbe malagevole enumerarle. Ma anche 
non è necessario, pel fatto che non sapremmo 
ignorarle, quando l’occasione si presenta di pen- 
sare ad esse, e noi non abbiamo pregiudizii che 
ci acciechino. 

50 . Che tutte queste verità possono essere chiaramente per- 
cepite, ma non da tutti, a causa dei pregiudizii. 

Per quanto riguarda le verità che sono chia- 
mate nozioni comuni, è certo che esse possono 
essere conosciute da molti con tutta chiarezza e 
distinzione, poiché altrimenti non meriterebbero 


no 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


d’avere questo nome; ma è anche vero che ve 
n’ha di quelle che lo meritano riguardo ad alcune 
persone, che non lo meritano affatto riguardo alle 
altre, perchè esse non sono loro abbastanza evi- 
denti: non ch’io creda che la facoltà di conoscere 
che è in alcuni uomini si estenda di più di quella 
che è comunemente in tutti; ma piuttosto perchè 
v’ha di quelli che hanno impresso da lungo tempo 
delle opinioni in loro credenza, le quali, essendo 
contrarie ad alcune di queste verità, impediscono 
loro di percepirle, benché siano manifestissime a 
quelli che non sono punto cosi preoccupati. 


51 . Ciò che è la sostanza, e che è un nome che non si può 
attribuire a Dio ed alle creature nello stesso senso. 

Per quanto riguarda le cose che noi conside- 
riamo come dotate di qualche esistenza, è neces- 
sario che le esaminiamo qui l’una dopo l’altra, 
per distinguere quello eh’ è oscuro da quello che 
è evidente nella nozione che abbiamo di cia- 
scuna. Quando noi concepiamo la sostanza, con- 
cepiamo solamente una cosa che esiste in tal modo, 
da non aver bisogno che di sè medesima per 
esistere. Nel che può esserci dell’oscurità riguardo 
alla spiegazione di questa parola: Non aver biso- 
gno che di sè medesimo; poiché, a parlar propria- 
mente, non v’ha che Dio che sia tale, e non v’ha 
niuna cosa creata che possa esistere un sol mo- 
mento senza essere sostenuta e conservata dalla 
sua potenza. Ecco perchè si ha ragione nella 
Scuola di dire che il nome di sostanza non è « uni- 
voco » riguardo a Dio ed alle creature, cioè che 


PARTE PRIMA 


111 


non v’è nessun significato di questa parola, che 
noi concepiamo distintamente, che convenga a lui 
e a loro; ma poiché tra le cose create alcune son 
di tale natura da non potere esistere senza al- 
cune altre, noi le distinguiamo da quelle che non 
hanno bisogno che del concorso ordinario di Dio, 
chiamando queste, sostanze, e quelle, qualità o 
attributi di queste sostanze. 

52 . Che esso può essere attribuito all'anima e al corpo nello 
stesso senso, c come si conosce la sostanza. 

E la nozione che noi abbiamo così della so- 
stanza creata si riporta nello stesso modo a tutte, 
cioè a quelle che sono immateriali, come a quelle 
che sono materiali o corporali; poiché, per inten- 
dere che sono sostanze, bisogna soltanto che noi 
percepiamo che esse possono esistere senza l’aiuto 
di nessuna cosa creata. Ma quando si tratta 
di sapere se qualcuna di queste sostanze esiste 
veramente, cioè se essa è attualmente nel mondo, 
non basta che esista in questo modo perchè noi 
la percepiamo; poiché questo solo non ci scopre 
nulla che ecciti qualche conoscenza particolare 
nel nostro pensiero. Bisogna, oltre di questo, che 
essa abbia alcuni attributi che noi possiamo os- 
servare; e non ve n’è nessuno che non basti per 
questo scopo, poiché una delle nostre nozioni 
comuni è che il nulla non può avere nè attributi, 
nè proprietà o qualità: ecco perchè, quando se 
ne trova qualcuno, si ha ragione di concludere 
•che esso è l’attributo di qualche sostanza, e che 
questa sostanza esiste. 


112 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


53. Che ogni sostanza ha un attributo principale, e che 
quello dell’anima è il pensiero, come l’estensione è 
quello del corpo. 

Ma, benché ogni attributo sia sufficiente per 
fare conoscere la sostanza, ve n’ha tuttavia uno 
in ognuna, che costituisce la sua natura e la sua 
essenza, e dal quale tutti gli altri dipendono. Cioè 
l’estensione ,\n lunghezza, larghezza e profondità 
costituisce la natura della sostanza corporale; ed 
il pensiero costituisce la natura della sostanza 
pensante. Poiché tutto ciò che del resto si può 
attribuire al corpo presuppone estensione, e non 
è che una dipendenza di quello che è esteso; 
egualmente, tutte le proprietà che troviamo nella 
cosa che pensa, non sono che modi differenti di 
pensare. Così non sapremmo concepire, per esem- 
pio, nessuna figura se non in una cosa estesa, 
nè movimento che in uno spazio che sia esteso; 
così l’ immaginazione, il sentimento e la volontà 
dipendono in tal modo da una cosa che pensa, 
che non possiamo concepirli senza di essa. Ma, 
al contrario, noi possiamo concepire l’estensione 
senza figura o senza movimento, e la cosa che 
pensa senza immaginazione o sentimento, e così 
via. 

54. Come noi possiamo avere pensieri distinti della sostanza 
pensante, di quella corporea e di Dio. 

Noi possiamo dunque avere due nozioni o idee 
chiare e distinte, l’una d’una sostanza creata che 
pensa, e l’altra d’una sostanza estesa, purché 
separiamo accuratamente tutti gli attributi del 


PARTE PRIMA 


113 


pensiero dagli attributi dell’estensione. Noi pos- 
siamo avere anche un’idea chiara e distinta d’una 
sostanza increata che pensa e che è indipendente, 
cioè di un Dio, purché non pensiamo che questa 
idea ci rappresenti tutto quello che è in lui, e non 
vi mescoliamo nulla con una finzione del nostro 
intelletto; ma prestiamo attenzione solamente a 
quello che è compreso veramente nella nozione 
distinta che abbiamo di lui, e che sappiamo ap- 
partenere alla natura di un Essere perfettissimo. 
Poiché non v’è nessuno che possa negare che 
una tale idea di Dio sia in noi, se non vuol cre- 
dere senza ragione che l’intelletto umano non 
potrebbe avere niuna conoscenza della Divinità. 

55. Come noi possiamo anche averne della durata, dell’or- 
dine e del numero. 

Noi concepiamo anche con tutta distinzione che 
cosa è la durata, l’ordine e il numero, se, invece 
di mescolare nell’idea che ne abbiamo quello che 
appartiene propriamente all’idea della sostanza, 
pensiamo solo che la durata di ogni cosa è un 
modo o una maniera, con cui consideriamo questa 
cosa in quanto continua ad essere; e che pari- 
menti, l’ordine e il numero non differiscono in 
effetti dalle cose ordinate e numerate, ma sono 
solamente modi, sotto i quali noi consideriamo di- 
versamente queste cose. 

56. Che cosa è qualità, e attributo, e maniera o modo. 

Quando io dico qui maniera o modo, non in- 
tendo altro che quello che chiamo altrove attri- 

R. Descartes - / PrincipU della Filosofia - 8. 


114 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


buto o qualità. Ma quando considero che la so- 
stanza ne è altrimenti disposta o diversificata, ini 
servo particolarmente del nome di modo o di 
maniera; e quando, per questa disposizione o 
cambiamento, essa può essere chiamata tale, io 
chiamo qualità i diversi modi per i quali essa 
è cosi nominata; infine, quando penso più ge- 
neralmente c^ie questi modi o qualità sono nella 
sostanza, senza considerarli altrimenti che come 
le dipendenze di questa sostanza, li chiamo attri- 
buti. E poiché non debbo concepire in Dio nes- 
suna varietà, nè cambiamento, non dico che vi 
siano in lui modi o qualità, ma piuttosto attributi; 
e anche nelle cose create, ciò che si trova in esse 
sempre nella stessa maniera, come resistenza e 
la durata nella cosa che esiste e che dura, io lo 
chiamo attributo, e non modo o qualità. 

57 . Che vi sono degli attributi che appartengono alle cose 
cui sono attribuiti, e altri che dipendono dal nostro 
pensiero. 

Di queste qualità o attributi ve n’ha alcuni che 
sono nelle cose medesime, ed altri che non sono 
che nel nostro pensiero. Così il tempo, per esem- 
pio, che noi distinguiamo dalla durata presa in 
generale, e che diciamo essere il numero del mo- 
vimento, non è null’altro che un certo modo con 
cui pensiamo a questa durata, poiché non con- 
cepiamo punto che la durata delle cose che sono 
mosse sia diversa da quella delle cose che noi 
sono punto: come è evidente da questo che, se 
due corpi sono mossi durante un’ora, l’uno presto 


PARTE PRIMA 


115 


e l’altro lentamente, noi non contiamo maggior 
tempo nell’uno che nell’altro, benché supponiamo 
più movimento in uno di questi due corpi. Ma, 
per comprendere la durata di tutte le cose sotto 
una stessa misura, noi ci serviamo ordinariamente 
della durata di certi movimenti regolari, i quali 
fanno i giorni e gli anni, e la chiamiamo tempo, 
dopo averla così comparata; benché in effetti ciò 
che chiamiamo così non sia, fuori della vera du- 
rata delle cose, null’altro che un modo di pensare. 

58. Che i numeri e gli universali dipendono dal nostro pen- 
siero. 

Così il numero che consideriamo in generale, 
senza riflettere su niuna cosa creata, non esiste 
punto, fuori del nostro pensiero, non più di tutte 
quelle altre idee generali, che nella scuola si com- 
prendono sotto il nome di universali. 

59. Quali sono gli universali. 

I quali son fatti per questo solo, che noi ci ser- 
viamo d’una stessa idea per pensare a molte cose 
particolari che hanno fra loro un certo rapporto. 
E quando noi comprendiamo sotto uno stesso 
nome le cose che sono rappresentate da questa 
idea, anche questo nome è universale. Per esem- 
pio, quando vediamo due pietre, e, senza pen- 
sare altrimenti a quello che costituisce la loro 
natura, osserviamo soltanto che ve n’ha due, noi 
formiamo in noi l’idea d’un certo numero, che 
chiamiamo il numero due. Se, vedendo in se- 
guito due uccelli o due alberi, osserviamo, anche 


116 


I PRINC1PII DELLA FILOSOFIA 


qui senza pensare a quello che costituisce la loro 
natura, che ve n’è due, noi riprendiamo con questo 
mezzo la stessa idea che avevamo prima formata, 
e la rendiamo universale, e con essa anche il 
numero che chiamiamo con un nome universale, 
il numero due. Cosi, quando consideriamo una 
figura di tre lati, formiamo una certa idea, che 
chiamiamo l’idea del triangolo, e ce ne ser- 
viamo in seguito a rappresentarci generalmente 
tutte le figure che non hanno che tre lati. Ma 
quando osserviamo più particolarmente che, delle 
figure di tre lati, le une hanno un angolo retto, 
e le altre non ne hanno punto, noi formiamo in 
noi un’idea universale del triangolo rettangolo, 
che, essendo riferita alla precedente che è gene- 
rale e più universale, può essere chiamata spe- 
cie, e l’angolo retto, la differenza universale per 
cui' i triangoli rettangoli differiscono da tutti gli 
altri. Di più, se notiamo che il quadrato del lato 
che sottende l’angolo retto è uguale ai quadrati 
degli altri due lati, e questa proprietà conviene 
solamente a questa specie di triangoli, noi la 
potremo chiamare proprietà universale dei trian- 
goli rettangoli. Infine, se supponiamo che, di 
questi triangoli, gli uni si muovono e gli altri 
non si muovono punto, noi prenderemo questo 
per un accidente universale in questi triangoli. 
Ed è così che si contano ordinariamente cinque 
universali, cioè il genere, la specie, la differenza, 
la proprietà e l’accidente. 


PARTE PRIMA 


117 


60. Delle distinzioni, e innanzi tutto di quella che è reale. 

Per quanto riguarda il numero che noi osser- 
viamo nelle cose stesse, esso deriva dalla distin- 
zione che è fra loro: e vi sono distinzioni di tre 
specie, cioè reale, modale e di ragione, ovvero che 
si fa col pensiero. La reale si trova propriamente 
fra due o più sostanze. Poiché noi possiamo con- 
cludere che due sostanze sono realmente distinte 
1’una dall’altra, per questo solo che ne possiamo 
concepire una chiaramente e distintamente senza 
pensare all’altra; poiché, secondo quanto cono- 
sciamo di Dio, siamo sicuri ch’egli può fare tutto 
ciò di cui abbiamo un’idea chiara e distinta. Ecco 
perchè, dal fatto che abbiamo ora l’idea, per 
esempio, d’ima sostanza estesa o corporale, ben- 
ché non sappiamo ancora con certezza se una tal 
cosa esista attualmente nel mondo, nondimeno, 
dal fatto che ne abbiamo l’idea, possiamo conclu- 
dere ch’essa può esistere e, in caso che esista, 
qualunque parte possiamo determinarne col pen- 
siero, dev’essere distinta realmente dalle altre 
sue parti. Egualmente, poiché ciascuno di noi 
percepisce in sé ch’egli pensa, e che può, pen- 
sando, escludere da sé o dalla sua anima ogni 
altra sostanza o pensante o estesa, noi possiamo 
concludere anche che ciascuno di noi così con- 
siderato è realmente distinto da ogni altra so- 
stanza pensante e da ogni sostanza corporale. 
E quand’anche Dio stesso congiungesse così stret- 
tamente un corpo a un’anima, da essere impos- 
sibile di unirli di più, e facesse un composto di 


118 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


queste due sostanze così unite, noi concepiamo 
anche ch’esse resterebbero tutt’e due realmente 
distinte, nonostante questa unione; poiché, qua- 
lunque legame Dio abbia messo fra loro, egli non 
ha potuto privarsi della potenza che aveva di 
separarle, o di conservarle l’una senza dell’altra, 
e le cose che Dio può separare, o conservare 
separatamente le une dalle altre, sono realmente 
distinte. 

61. Della distinzione modale. 

V’ha due specie di distinzioni modali, cioè 
l’una tra il modo che abbiamo chiamato maniera, 
e la sostanza donde esso dipende e che diversi- 
fica, e l’altra tra due differenti modi d’una stessa 
sostanza. La prima è notevole in questo, che noi 
possiamo percepire chiaramente la sostanza senza 
il modo che differisce da essa in questa guisa; 
ma che, reciprocamente, non possiamo avere 
un’idea distinta di un tal modo, senza pensare 
ad una tale sostanza. V’ha, per esempio, una 
distinzione modale tra la figura o il movimento 
e la sostanza corporale, donde dipendono en- 
trambi; ve n’è anche tra asserire o ricordarsi 
e la cosa che pensa. Per l’altra sorta di distin- 
zione, che è fra due differenti modi di una stessa 
sostanza, essa è notevole in questo, che noi 
possiamo conoscere uno di questi modi senza 
l’altro, come la figura senza il movimento, e il 
movimento senza la figura; ma che non possiamo 
pensare distintamente nè all’uno, nè all’altro, senza 
sapere che dipendono tutt’e due da una stessa 


PARTE PRIMA 


119 


sostanza. Per esempio, se una pietra è mossa, e 
oltre di questo è quadrata, noi possiamo cono- 
scere la sua figura quadrata senza sapere ch’essa 
sia mossa; e reciprocamente, possiamo sapere 
ch’essa è mossa, senza sapere se è quadrata; ma 
non possiamo avere una conoscenza distinta di 
questo movimento e di questa figura, se non co- 
nosciamo che sono tutt’e due in una medesima 
cosa, cioè nella sostanza di questa pietra. Per 
quanto riguarda la distinzione, per la quale il 
modo di una sostanza è differente da un’altra so- 
stanza, ovvero dal modo di un’altra sostanza, 
come il moto d’un corpo è differente da un altro 
corpo o da una cosa che pensa, ovvero come il 
movimento è differente dalla durata (l) , mi sembra 
che debbasi chiamarla reale piuttosto che modale, 
poiché non sapremmo conoscere i modi senza le 
sostanze donde dipendono, e le sostanze sono 
realmente distinte le une dalle altre. 

62. Della distinzione che si fa col pensiero. 

Infine, la distinzione che si fa col pensiero 
consiste in questo, che noi distinguiamo qualche 
volta una sostanza da qualcuno dei suoi attri- 
buti, senza del quale, nondimeno, è impossibile 
che ne abbiamo una conoscenza distinta; ovvero 
in questo, che cerchiamo di separare da una 
stessa sostanza due di questi attributi, pensando 
all’uno senza pensare all’altro. Questa distinzione 


(I) La traduzione francese non tien conto dell’errata-corrige dell’edi- 
zione latina, ove dubitano (dubbio) è corretto in duratio (durata). (7\). 


120 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


è notevole per questo, che non sapremmo avere 
un’idea chiara e distinta d’una tal sostanza, se 
le togliamo un tale attributo; ovvero per questo, 
che non sapremmo avere un’idea chiara e distinta 
di uno fra due o fra molti tali attributi, se lo se- 
pariamo dagli altri. Per esempio, poiché non v’ha 
punto sostanza, che non cessi di esistere, quando 
cessa di durare, la dhrata non è distinta dalla so- 
stanza che col pensiero; e generalmente tutti gli 
attributi, a cagion dei quali noi abbiamo pensieri 
diversi di una medesima cosa, come sono, per 
esempio, l’estensione del corpo e la sua proprietà 
di essere diviso in molte parti, non differiscono 
dal corpo che ci serve d’oggetto, e reciproca- 
mente l’uno dall’altro, se non perchè pensiamo 
talvolta confusamente all’uno senza pensare al- 
l’altro. Mi ricordo di aver mescolato la distinzione 
che avviene per opera del pensiero con quella 
modale, sulla fine delle risposte da me fatte alle 
prime obbiezioni, che mi furono inviale sulle Me- 
ditazioni della mia Metafisica; ma ciò non ripu- 
gna punto a quanto ho scritto in questo luogo, 
poiché, non avendo in mente di trattare allora 
molto ampiamente di quella materia, mi bastava 
distinguerle tutt’e due dalla reale. 

63 . Come si possono avere nozioni distinte dell'estensione 
e del pensiero, in quanto luna costituisce la natura del 
corpo, e l'altro, quella dell’anima. 

Noi possiamo anche considerare il pensiero e 
l’estensione come le cose principali, che costi- 
tuiscono la natura della sostanza intelligente e 


PARTE PRIMA 


121 


corporale; e allora non dobbiamo punto conce- 
pirle altrimenti che come la sostanza stessa che 
pensa ed è estesa, cioè come l’anima e il corpo: 
poiché le conosciamo in questo modo con tutta 
chiarezza e distinzione. È anzi più facile cono- 
scere una sostanza che pensa o una sostanza 
estesa, che la sostanza sola, tralasciando di de- 
terminare se pensa o è estesa; poiché v’ha qual- 
che difficoltà a separare la nozione che abbiamo 
della sostanza da quelle che abbiamo del pensiero 
e dell’estensione: poiché esse non differiscono 
dalla sostanza che per questo solo, che noi con- 
sideriamo talvolta il pensiero o l’estensione, senza 
riflettere sulla cosa stessa che pensa o che è 
estesa. E la nostra concezione non è più distinta, 
perchè comprende poche cose, ma perchè distin- 
guiamo accuratamente ciò che comprende, e ba- 
diamo a non confonderlo con altre nozioni che la 
renderebbero più oscura. 

64 . Come si può anche concepirle distintamente, prenden- 
dole per modi o attributi di queste sostanze. 

Noi possiamo considerare anche il pensiero e 
l’estensione come i modi o le differenti maniere 
che si trovano nella sostanza: cioè che, quando 
consideriamo che una stessa anima può avere molti 
pensieri diversi, e che uno stesso corpo con la sua 
stessa grandezza può essere esteso in molti modi, 
ora più in lunghezza, e meno in larghezza o pro- 
fondità, e talvolta, al contrario, più in larghezza 
e meno in lunghezza; e non distinguiamo il pen- 
siero e l’estensione da ciò che pensa e da ciò che 


122 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


è esteso, se non come le dipendenze di una cosa 
dalla cosa stessa donde dipendono; noi li cono- 
sciamo cosi chiaramente e cosi distintamente 
quanto le loro sostanze, purché non pensiamo 
eh essi sussistano da loro stessi; ma che sono 
solamente i modi o dipendenze di alcune sostanze. 
Poiché, quando li consideriamo come le pro- 
prietà delle sostanze donde dipendono, li distin- 
guiamo facilmente da queste sostanze, e li pren- 
diamo per quello che veramente sono: mentre, 
se volessimo considerarli senza sostanza, questo 
potrebbe essere causa che li prendessimo per 
cose che sussistono da loro sole; si che confonde- 
remmo l’idea che dobbiamo avere della sostanza 
con quella che dobbiamo avere delle sue proprietà. 

65 . Come si concepiscono anche le loro diverse proprietà 
o attributi. 

Noi possiamo anche concepire con tutta distin- 
zione diversi modi di pensare, come intendere, 
immaginare, ricordare, volere, ecc., e diversi modi 
di estensione, o che appartengono all’estensione, 
come generalmente tutte le figure, la situazione 
delle parti e i loro movimenti, purché li consi- 
deriamo semplicemente come le dipendenze delle 
sostanze dov’essi sono; e quanto al movimento, 
purché pensiamo solo a quello che accade da 
un luogo in un altro senza ricercare la forza che 
lo produce, la quale, tuttavia, cercherò di far 
conoscere quando ne sarà tempo d). 


(1) Parte II, §§ 24-54. (T.). 


PARTE PRIMA 


123 


66 . Che noi abbiamo anche nozioni distinte delle nostre sen- 
sazioni, delle nostre affezioni e dei nostri appetiti, benché 
spesso c'inganniamo nei giudizii che ne facciamo. 

Non restano più che le sensazioni, le affezioni 
e gli appetiti, dei quali possiamo anche avere 
una conoscenza chiara e distinta, purché badiamo 
a non comprendere nei giudizii che ne faremo se 
non ciò che conosceremo precisamente per mezzo 
del nostro intelletto, e di cui saremo resi sicuri 
dalla ragione. Ma è difficile usare continuamente 
di una tale precauzione, almeno riguardo ai nostri 
sensi, poiché abbiamo creduto, fin dall’inizio della 
nostra vita, che tutte le cose che sentivamo aves- 
sero un’esistenza fuori del nostro pensiero, e che 
fossero del tutto simili alle sensazioni o alle idee 
che avevamo in loro occasione. Così, quando ab- 
biamo visto, per esempio, un certo colore, ab- 
biamo creduto vedere una cosa che sussisteva 
fuori di noi, e che era simile all’idea che ave- 
vamo. 

Ora noi abbiamo giudicato così in tante occa- 
sioni, e ci è sembrato di vedere ciò sì chiara- 
mente e si distintamente, perchè eravamo abituati 
a giudicare in quel modo, che non si deve tro- 
vare strano che alcuni restino in seguito talmente 
persuasi da quel falso pregiudizio, da non potere 
neppure risolversi a dubitarne. 

67 . Che spesso anzi noi c'inganniamo giudicando che sen- 
tiamo dolore in qualche parte del nostro corpo. 

La stessa prevenzione ha avuto luogo in tutte 
le altre nostre sensazioni, anche per quanto ri- 


124 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


✓ 


guarda il solletico ed il dolore. Poiché, sebbene 
non abbiamo creduto che fuori di noi vi fossero 
negli oggetti esteriori cose che fossero simili al 
solletico o al dolore che ci facevano sentire, non 
abbiamo pertanto considerato queste sensazioni 
come idee che erano solo nella nostra anima, ma 
abbiamo creduto che erano nelle nostre mani, nei 
nostri piedi, e nelle altre parti del nostro corpo; 
senza che, tuttavia, siavi alcuna ragione che ci 
obblighi a credere che il dolore che noi sentiamo, 
per esempio, al piede, sia qualcosa fuori del no- 
stro pensiero, la quale sia nel nostro piede, nè 
che la luce che crediamo vedere nel Sole sia nel 
Sole come è in noi. E se alcuni si lasciano an- 
cora convincere da una sì falsa opinione, questo 
accade solo perchè essi fanno sì gran caso dei 
giudizii che hanno fatto quand’erano fanciulli, da 
non sapere obliarli per farne altri più solidi, come 
apparirà anche più manifestamente da quello che 
segue. 

68 . Come si deve distinguere in tali cose ciò in cui ci si può 
ingannare da ciò che si concepisce chiaramente. 

Ma affinchè possiamo distinguere qui ciò che 
v’ha di chiaro nelle nostre sensazioni, da ciò che 
è oscuro, noteremo in primo luogo che noi co- 
nosciamo chiaramente e distintamente il dolore, 
il colore e le altre sensazioni, quando le consi- 
deriamo semplicemente come pensieri; ma che, 
quando vogliamo giudicare che il dolore, il co- 
lore, ecc., sono cose esistenti fuori del nostro 
pensiero, non concepiamo in nessun modo che 


PARTE PRIMA 


125 


cosa è questo colore, questo dolore, ecc. Ed è Io 
stesso, quando qualcuno ci dice che vede del co- 
lore in un corpo, o che sente dolore in qualcuna 
delle sue membra, come se ci dicesse che vede 
o sente qualcosa, ma che ignora completamente 
qual’è la natura di questa cosa, ovvero che non 
ha una conoscenza distinta di ciò che vede e di 
ciò che sente. Poiché, sebbene, quando non esa- 
mina i suoi pensieri con attenzione, egli sia con- 
vinto forse di averne qualche conoscenza, poiché 
suppone che il colore che crede di vedere nel- 
l’oggetto abbia rassomiglianza colla sensazione 
che prova in sé, nondimeno, se riflette su quello 
che gli è rappresentato dal colore o dal dolore, 
in quanto esistono in un corpo colorato o in una 
parte ferita* 1 ), troverà senza dubbio di non averne 
conoscenza. 

69 . Che si conoscono affatto diversamente le grandezze, le 
figure, ecc., che i colori, i dolori, ecc. 

Principalmente se considera ch’egli conosce in 
modo assai diverso che cosa è la grandezza nel 
corpo ch’egli percepisce, o la figura, o il movi- 
mento, almeno quello che avviene da un luogo 
in un altro (poiché i Filosofi, immaginando altri 
movimenti che questo, non hanno conosciuto si 
facilmente la sua vera natura), o la disposizione 
delle parti, o la durata, o il numero e le altre 


(1) Controsenso. Latino: si tamen examlnet quidnam sii, quod Isle 
sensus colorìs, vel doloris, tanquam In corpore coloralo, ve! In parte 
dolente existens repraesentel, ecc. (T). 


126 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


proprietà che percepiamo chiaramente in tutti i 
corpi, coni è stato già notato®, che non ciò che 
è il colore nello stesso corpo, o il dolore, l’odore, il 
gusto, il sapore, e tutto quanto ho detto® dovere 
essere attribuito al senso. Poiché, sebbene, ve- 
dendo un corpo, noi non siamo meno certi della 
sua esistenza, dal colore che percepiamo in oc- 
casione di esso, che dalla figura che lo termina, 
tuttavia è certo che conosciamo ben diversa- 
mente in esso quella proprietà, a cagion della 
quale diciamo che esso è figurato, che quella per 
la quale ci sembra colorato. 

70 . Che noi possiamo giudicare in due modi delle cose sensi- 
bili, per l’una delle quali cadiamo in errore, e per l’altra 
lo evitiamo. 

È dunque evidente che, quando diciamo a qual- 
cuno che noi percepiamo dei colori negli oggetti, 
è lo stesso che se gli dicessimo che noi perce- 
piamo in questi oggetti un non so che di cui igno- 
riamo la natura, ma che cagiona pertanto in noi 
una celta sensazione, chiarissima e manifestissima, 
che si chiama la sensazione dei colori. Ma v’ha 
molta differenza nei nostri giudizii; poiché, finché 
ci contentiamo di credere che v’ha un non so che 
negli oggetti (cioè nelle cose quali che siano), 
che cagiona in noi quei pensieri confusi che chia- 
matisi sensazioni, ben lungi dall’errare, al contra- 
rio evitiamo la sorpresa che potrebbe farci ingan- 


ni § 48. <r.i. 
( 2 ) Ibidem, (T.). 


PARTE PRIMA 


127 


nare, perchè non ci precipitiamo subito a giudicare 
temerariamente d’una cosa che notiamo di non 
conoscere bene. Ma quando crediamo di percepire 
un certo colore in un oggetto, benché non abbiamo 
nessuna conoscenza distinta di ciò che chiamiamo 
con un tal nome, e la nostra ragione non ci faccia 
percepire nessuna rassomiglianza tra il colore che 
noi supponiamo essere in quest’oggetto e quello 
che è nel nostro senso; nondimeno, poiché non 
facciamo attenzione a questo, e notiamo in que- 
sti medesimi oggetti molte proprietà, come la 
grandezza, la figura, il numero, ecc. che esistono 
in essi, nella stessa maniera con la quale i nostri 
sensi o piuttosto il nostro intelletto ce le fa per- 
cepire, ci lasciamo convincere facilmente che ciò 
che si chiama colore in un oggetto è qualcosa 
che esiste in quest’oggetto, che rassomiglia in- 
teramente al colore che è nel nostro pensiero, 
ed in seguito crediamo di percepire chiaramente 
in questa cosa ciò che non percepiamo in nessun 
modo come appartenente alla sua natura. 

71. Che la prima e principale causa dei nostri errori sono 
i pregiudizii della nostra infanzia. 

È così che abbiamo accolto la maggior parte 
dei nostri errori: cioè, durante i primi anni della 
nostra vita, quando la nostra anima era sì stret- 
tamente legata al corpo, da non applicarsi ad 
altro che a ciò che produceva in esso qualche 
impressione, essa non considerava ancora se que- 
ste impressioni fossero cagionate da cose che esi- 
stessero fuori di sé, ma solamente sentiva dolore, 


128 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


quando il corpo ne era offeso, o piacere, quando 
ne riceveva utile, ovvero, se erano così lievi che 
il corpo non ne ricevesse nè vantaggio, nè svan- 
taggio alcuno che importasse alla sua conserva- 
zione, aveva sensazioni come quelle che si chia- 
mano gusto, odore, suono, calore, freddo, luce, 
colore e altre simili, che veramente non ci rap- 
presentano nulla che esista fuori del nostro pen- 
siero, ma che son diverse secondo le diversità 
che si trovano nei movimenti che passano da 
tutti i punti del .nostro corpo sino al punto del 
cervello, cui essa è strettamente congiunta e unita. 
Essa percepiva anche grandezze, figure e movi- 
menti, che non prendeva per sensazioni, ma per 
cose, o per proprietà di certe cose, che le sem- 
bravano esistere, o almeno potere esistere, fuori 
di sè, benché non vi notasse ancora questa dif- 
ferenza. Ma, quando noi siamo stati un po’ più 
avanzati in età, e il nostro corpo, volgendosi a 
caso da questa e da quella parte, per la dispo- 
sizione dei suoi organi, ha incontrato cose utili o 
ne ha evitato di nocive, l’anima, che gli era stret- 
tamente unita, riflettendo sulle cose che esso tro- 
vava o evitava, ha notato, innanzi tutto, ch’esse 
esistevano al di fuori, e non ha loro attribuito 
solamente le grandezze, le figure, i movimenti, 
e le altre proprietà che appartengono veramente 
al corpo, e che essa concepiva benissimo, o come 
cose o come le dipendenze di alcune cose, ma 
anche i colori, gli odori, e tutte le altre idee di 
questo genere, che essa percepiva anche in loro 
occasione. E poiché essa era sì fortemente offu- 


PARTE PRIMA 


129 


scata dal corpo, da non considerare le altre cose 
se non in quanto servivano al suo uso, giudicava 
esservi più o meno realtà in ciascun oggetto, se- 
condo che le impressioni che questo le produceva 
le sembravano più o meno forti. Di qui viene che 
essa ha creduto esservi molto maggior sostanza 
o corpo nelle pietre e nei metalli che nell’aria o 
nell’acqua, perchè vi sentiva più durezza e pesan- 
tezza, e che ha considerato l’aria come un nulla, 
quando non era agitata da nessun vento e non 
le sembrava nè calda, nè fredda. E poiché le stelle 
non le facevano punto sentire maggior luce che 
delle candele accese, essa non immaginava che 
ogni stella fosse più grande della fiamma che ap- 
parisce alla cima d’una candela che brucia. E 
poiché non considerava ancora se la terra può 
girare sul suo asse, e se la sua superficie è curva 
come quella d’una palla, ha giudicato dapprima 
che essa è immobile, e che la sua superficie è 
piatta. E noi siamo stati per questo mezzo si for- 
temente prevenuti da mille altri pregiudizii, che, 
anche quando eravamo capaci di bene usare della 
nostra ragione, li abbiamo ammessi in nostra 
credenza; e invece di pensare che avevamo fatto 
questi giudizii in un tempo in cui non eravamo 
capaci di ben giudicare, e per conseguenza che 
potevano essere piuttosto falsi che veri, li abbiamo 
ammessi per tanto certi, che se ne avessimo avuto 
una conoscenza distinta per mezzo dei nostri sensi, 
e non ne abbiamo dubitato, più che se fossero 
stati nozioni comuni. 


R. DESCARTES - 1 Principii della Filosofia - 9. 


130 


! PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


72. Che la seconda è che noi non possiamo dimenticare 
questi pregiudizii. 

Infine, quando abbiamo raggiunto l’uso intero 
della nostra ragione, e la nostra anima, non es- 
sendo più così soggetta al corpo, cerca di ben 
giudicare delle cose e di conoscere la loro na- 
tura, benché notiamo che i giudizii da noi fatti 
quando eravamo bambini sono pieni d’errore, ab- 
biamo assai pena a liberarcene interamente; e 
nondimeno è certo che, se trascuriamo di ricor- 
darci ch’essi son dubbii, siamo sempre in pericolo 
di ricadere in qualche falsa prevenzione. Questo 
è talmente vero che, poiché, sin dalla nostra in- 
fanzia, abbiamo immaginato, per esempio, che le 
stelle erano piccolissime, non sapremmo disfarci 
ancora di quest’immaginazione, benché cono- 
sciamo dalle ragioni dell’Astronomia che sono 
grandissime, tanto potere ha su noi un’opinione 
già ammessa! 

73. La terza, che il nostro spirito si stanca, quando presta 

attenzione a tutte le cose di cui giudichiamo. 

Inoltie, poiché la nostra anima non potrebbe 
fermarsi a considerare a lungo una medesima cosa 
con attenzione senza penare e anche senza affa- 
ticarsi, e poiché non si applica a nulla con tanta 
fatica quanto alle cose puramente intelligibili, che 
non sono presenti nè al senso, nè all’ immagina- 
zione, sia che naturalmente essa sia stata fatta 
cosi, perchè è unita al corpo, sia perchè, durante 
i primi anni della nostra vita, ci siamo sì for- 


PARTE PRIMA 


131 


temente abituati a sentire e immaginare, da a- 
vere acquistato una maggiore facilità a pensare 
in quel modo, di là viene che molte persone non 
saprebbero credere che vi è sostanza, se essa 
non è immaginabile e corporale, e anche sensi- 
bile. Poiché non si riflette ordinariamente che so- 
lamente le cose, le quali consistono in estensione, 
in moto e in figura, sono immaginabili, e che ve 
n’ha una quantità di altre, diverse da quelle, che 
sono intelligibili. Di là viene anche che la mag- 
gior parte della gente è convinta che nulla v’ha 
che possa esistere senza corpo, e anche che non 
v’ha corpo che non sia sensibile. E poiché non 
sono punto i nostri sensi che ci fanno scoprir 
la natura di checchessia, ma solo la nostra ra- 
gione quando v’interviene, non si deve trovare 
strano che la maggior parte degli uomini non 
percepisca le cose che molto confusamente, visto 
che non ve ne sono che pochissimi che si sfor- 
zino di ben guidarla. 

74 . La quarta, che noi congiungiamo i nostri pensieri a 
parole che non li esprimono esattamente. 

Del resto, poiché noi leghiamo le nostre con- 
cezioni a certe parole, per esprimerle con la 
bocca, e ci ricordiamo piuttosto delle parole che 
delle cose, a mala pena sapremmo concepire cosi 
distintamente qualcosa, da separare interamente 
quello che concepiamo dalle parole che erano 
state scelte per esprimerlo. Cosi tutti gli uomini 
dànno la loro attenzione alle parole piuttosto che 
alle cose: il che è causa che essi diano molto 


132 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


spesso il loro consenso a termini che non capi- 
scono affatto, e che non si preoccupano molto di 
capire, o perchè credono di averli capiti altra 
volta, o perchè è sembrato loro che quelli che 
li hanno insegnati loro ne conoscevano il signi- 
ficato, e che lo hanno imparato con lo stesso 
mezzo. E benché non sia questo il luogo ove 
debba trattare di questa materia, perchè non ho 
insegnato qual’ è la natura del corpo umano, e 
non ho nemmeno ancora provato che vi siano 
dei corpi al mondo, mi sembra, nondimeno, che 
quello che ne ho detto (1) potrà servirci a discer- 
nere quelle delle nostre concezioni che sono chiare 
e distinte, da quelle dove c’è confusione e che 
ci sono ignote. 

75 . Riassunto di tutto quello che si deve osservare per ben 
filosofare. 

Ecco perchè, se desideriamo consacrarci seria- 
mente allo studio della Filosofia e alla ricerca di 
tutte le verità che siamo capaci di conoscere, ci 
libereremo, in primo luogo, dai nostri pregiudizii, 
e faremo conto di respingere tutte le opinioni da 
noi un tempo accolte in nostra credenza, finché 
non le abbiamo esaminate da capo. Faremo in 
seguito una rassegna delle nozioni che sono in 
noi, e non accoglieremo per vere se non quelle 
che si presenteranno chiaramente e distintamente 
a! nostro intelletto. Per questo mezzo conosce- 


(I) §§ 43-47. (7-.). 


PARTE PRIMA 


133 


remo, in primo luogo, che noi esistiamo, in quanto 
la nostra natura è di pensare; e che v’ha un 
Dio donde dipendiamo; dopo aver considerato i 
suoi attributi, potremo ricercare la verità di tutte 
le altre cose, poiché egli ne è la causa. Oltre le 
nozioni che abbiamo di Dio e del nostro pen- 
siero, troveremo anche in noi la conoscenza di 
molte proposizioni, che sono perpetuamente vere, 
come, per esempio, che il nulla non può essere 
l’autore di niuna cosa, ecc. Noi vi troveremo 
l’idea d’una natura corporea od estesa, che può 
essere mossa, divisa, ecc., e delle sensazioni che 
producono in noi certe disposizioni, come il do- 
lore, i colori, ecc. E paragonando ciò che abbiamo 
appreso esaminando queste cose per ordine, con 
quello che ne pensavamo prima d’averle così esa- 
minate, ci abitueremo a formare concezioni chiare 
e distinte su tutto quello che siamo capaci di co- 
noscere. È in questi pochi precetti ch’io credo di 
aver raccolto tutti i principii più generali ed im- 
portanti della conoscenza umana. 

76 . Che noi dobbiamo preferire l’autorità divina ai nostri 
ragionamenti, e nulla credere di ciò che non è rivelato 
senza conoscerlo con tutta chiarezza. 

Sopratutto noi terremo per regola infallibile che 
quello che Dio ha rivelato è incomparabilmente 
più certo del resto; affinchè, se qualche scintilla 
di ragione sembrava suggerirci qualcosa in con- 
trario, siamo sempre pronti a sottomettere il no- 
stro giudizio a quello che viene dalla sua parte. 
Ma per quanto riguarda le verità di cui la Teoio- 


134 


I PRINCIP1I DELLA FILOSOFIA 





già non s’impaccia punto, non sarebbe serio che 
un uomo che vuol essere Filosofo ammettesse 
come vero ciò ch’egli non ha punto conosciuto 
come tale, e che preferisse fidarsi dei suoi sensi, 
cioè dei giudizii inconsiderati della sua infanzia, 
anziché della sua ragione, quando è in grado di 
ben guidarla. 






PARTE SECONDA. 

Dei Principii delle cose materiali. 


1 Quali ragioni ci fanno sapere con certezza che vi sono 
dei corpi. 

Benché siamo sufficientemente persuasi che vi 
sono dei corpi che sono veramente nel mondo, 
nondimeno, poiché ne abbiamo dubitato per lo 
innanzi (,) , e abbiamo messo questo nel numero 
dei giudizii da noi fatti fin dal principio della no- 
stra vita, è d’uopo che ricerchiamo qui delle ra- 
gioni, che ce ne facciano avere una scienza certa. 
Innanzi tutto, noi sperimentiamo in noi stessi che 
tutto quanto sentiamo viene da qualche altra cosa 
che dal nostro pensiero; poiché non è in nostro 
potere di fare che abbiamo una sensazione piut- 
tosto che un’altra, e ciò dipende da questa cosa, 
secondo che tocca i nostri sensi. È vero che po- 
tremmo domandarci se Dio, o qualche altro che 
lui, non fosse lui questa cosa: ma, poiché noi 
sentiamo, o piuttosto i nostri sensi ci eccitano 
sovente a percepire chiaramente e distintamente 
una materia estesa in lunghezza, larghezza e pro- 
fondità, di cui le parti hanno figure e moti di- 


ci) Parte I, § 4. (7".). 


136 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


versi, donde procedono le sensazioni che abbiamo 
dei colori, degli odori, del dolore, ecc., se Dio 
presentasse alla nostra anima immediatamente 
egli stesso l’idea di questa materia estesa, o sol- 
tanto se permettesse ch’essa fosse prodotta in noi 
da qualcosa che non avesse punto estensione, nè 
figura, nè movimento, noi non potremmo trovare 
alcuna ragione che c’impedisse di credere ch’egli 
si diverte ad ingannarci; poiché concepiamo que- 
sta materia come una cosa differente da Dio e 
dal nostro pensiero, e ci sembra che l’idea che 
ne abbiamo si forma in noi all’occasione dei corpi 
di fuori, cui essa è interamente simile. Ora, poi- 
ché Dio non c’inganna punto, poiché ciò ripugna 
alla sua natura, com’è stato già notato (l) , dob- 
biamo concludere che vi è una certa sostanza, 
estesa in lunghezza, larghezza e profondità, che 
esiste attualmente nel mondo con tutte le pro- 
prietà che conosciamo manifestamente apparte- 
nerle. E questa sostanza estesa è quello che si 
chiama propriamente il corpo, o la sostanza delle 
cose materiali. 

2 . In che modo noi sappiamo anche che la nostra anima è 
congiunta a un corpo. 

Noi dobbiamo concludere anche che un certo 
corpo è più strettamente unito alla nostra anima 
che tutti gli altri che sono al mondo, poiché per- 
cepiamo chiaramente che il dolore e molte altre 
sensazioni ci giungono senza che le abbiamo pre- 


(1) Parte I, §§ 29 c 36. ( T .). 


PARTE SECONDA 


137 


vedute, e la nostra anima, per una conoscenza 
che le è naturale, giudica che queste sensazioni 
non procedono punto da lei sola, in quanto essa 
è una cosa che pensa, ma in quanto è unita ad 
una cosa estesa che si muove per mezzo della 
disposizione dei suoi organi, che si chiama pro- 
priamente il corpo d’un uomo. Ma non è qui il 
luogo dove io pretenda di trattarne particolar- 
mente (1) . 

3. Clic i nostri sensi non c'insegnano la natura delle cose, 
ma solamente ciò in cui esse ci sono utili o nocive. 

Basterà che noi osserviamo soltanto che tutto 
quello che noi percepiamo per l’ intermediario dei 
nostri sensi si riporta alla stretta unione che l’a- 
nima ha con il corpo, e che conosciamo ordi- 
nariamente per loro mezzo quello in cui i corpi 
esterni ci possono giovare o nuocere, ma non 
qual’ è la loro natura, se non forse raramente e 
per caso. Poiché, dopo questa riflessione, abban- 
doneremo senza pena tutt’i pregiudizii, i quali 
non sono fondati che sopra i nostri sensi, e non 
ci serviremo che del nostro intelletto, poiché è 
in lui solo che le prime nozioni o idee, che sono 
come le semenze delle verità che siamo capaci 
di conoscere, si trovano naturalmente. 


(I) « Egli era sul punto di lavorare particolarmente su questa mate- 
ria, quando la morte ce l’ha rapito. Cfr. il I articolo del trattato del- 
l'uomo ». (Nota ms. di LEGRAND). 


138 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


4. Che non la pesantezza, nè la durezza, nè il colore, ecc. co- 
stituisce la natura del corpo, ma l’estensione sola. 

Ciò facendo, noi sapremo che la natura della 
materia, o del corpo preso in generale, non con- 
siste punto in questo, che esso è una cosa dura, 
o pesante, o colorata, o che tocca i nostri sensi 
in qualche altro modo, ma solo in questo, che 
esso è una sostanza estesa in lunghezza, larghezza 
e profondità. Per quanto riguarda la durezza, noi 
non ne conosciamo altro, per mezzo del contatto, 
se non che le parti dei corpi duri resistono al 
movimento delle nostre mani quand’esse li incon- 
trano; ma se, tutte le volte che portiamo le no- 
stre mani verso qualche parte, i corpi che sono 
in questo luogo si ritirassero tostochè esse se ne 
avvicinano, è certo che non sentiremmo mai du- 
rezza; e, nondimeno, non abbiamo alcuna ragione 
che ci possa far credere che i corpi che si riti- 
ravano in questo modo perdessero per questo 
quello che li fa corpi. Donde segue che la loro 
natura non consiste nella durezza, che sentiamo 
talvolta in loro occasione, e nemmeno nella pe- 
santezza, nel calore e altre qualità di questo ge- 
nere; poiché se esaminiamo qualunque corpo, noi 
possiamo pensare che esso non ha in sé nessuna 
di queste qualità, e tuttavia conosciamo chiara- 
mente e distintamente ch’esso ha tutto quello che 
lo fa corpo, purché abbia estensione in lunghezza, 
larghezza e profondità; donde segue anche che, 
per essere, non ha bisogno di esse in nessun 
modo, e che la sua natura consiste in questo 


PARTE SECONDA 


139 


soltanto: che esso è una sostanza che ha esten- 
sione. 

5 . Che questa verità è oscurata dalle opinioni di cui si è 
preoccupati riguardo alla rarefazione ed al vuoto. 

Per rendere questa verità interamente evidente, 
non restano qui se non due difficoltà da illumi- 
nare. La prima consiste in questo, che alcuni, 
vedendo vicino a noi dei corpi che sono talvolta 
più e talvolta meno rarefatti, hanno immaginato 
che uno stesso corpo ha più estensione, quand’è 
rarefatto, che quand’è condensato; ve n’ha anzi 
di quelli che han sottilizzato sino a voler distin- 
guere la sostanza di un corpo dalla sua propria 
grandezza, e la grandezza stessa dalla sua esten- 
sione. L’altra non è fondata che su di un modo 
di pensare, che è in uso, cioè che non s intende 
che siavi un corpo, ove si dice che non vi è se 
non un’estensione in lunghezza, larghezza e pro- 
fondità, ma soltanto uno spazio, e per di più uno 
spazio vuoto, di cui ci si convince facilmente che 
esso è niente. 

6 . Come accade la rarefazione. 

Per quanto riguarda la rarefazione e la con- 
densazione, chiunque vorrà esaminare i suoi pen- 
sieri, e nulla ammettere su questo soggetto che 
quello di cui avrà un’idea chiara e distinta, non 
crederà che esse avvengano in altro modo che 
per un cambiamento di figura che accade al corpo, 
il quale è rarefatto o condensato: cioè che tutte 
e quante volte vediamo che un corpo è rarefatto, 


140 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


dobbiamo pensare che vi sono molti intervalli 
fra le sue parti, i quali sono riempiti da qualche 
altro corpo, e che, quando esso è condensato, le 
sue stesse parti sono più vicine le une alle altre 
di quanto non erano, sia che si sian resi più 
piccoli gl’intervalli che erano fra le parti, sia che 
siano stati interamente tolti, nel qual caso non 
si potrebbe concepire che un corpo possa essere 
maggiormente condensato. E, tuttavia, continua 
ad esserci tanta estensione che quando queste 
stesse parti, essendo lontane le une dalle altre, 
e come sparse in più rami, abbracciavano un più 
grande spazio. Poiché noi non dobbiamo punto 
attribuire a lui l’estensione che è nei pori o ne- 
gli intervalli che le sue parti non occupano punto 
quando è rarefatto, ma agii altri corpi che riem- 
piono questi intervalli; proprio come quando, ve- 
dendo una spugna piena d’acqua o di qualche 
altro liquido, non intendiamo punto che ogni parte 
di questa spugna abbia per questo maggiore esten- 
sione, ma solo che vi sono dei pori o intervalli 
tra le sue parti, che sono più grandi, che quando 
essa è secca e più contratta. 

7 . Che essa non può essere intelligibilmente spiegata che 
nel modo qui proposto. 

lo non so perchè, quando si è voluto spiegare 
come un corpo è rarefatto, si è preferito dire che 
era per 1 aumento della sua quantità, anziché ser- 
virsi dell’esempio di quella spugna. Poiché seb- 
bene non vediamo punto, quando l’aria o l’ac- 
qua sono rarefatte, i pori che sono fra le parti di 


PARTE SECONDA 


141 


questi corpi, nè come sono divenuti più grandi, 
è tuttavia molto meno ragionevole di fingere un 
non so che, che non è intelligibile, per ispiegare 
solamente in apparenza, e con termini che non 
hanno nessun significato, il modo come un corpo 
è rarefatto, che concludere, dal fatto che esso è 
rarefatto, che ci sono dei pori o intervalti fra le 
sue parti, che son divenuti maggiori, e che son 
pieni di qualche altro corpo. E non dobbiamo 
far difficoltà di credere che la rarefazione non si 
faccia proprio come dico io, benché non perce- 
piamo con nessuno dei nostri sensi il corpo che 
li riempie, poiché non c’è nessuna ragione che 
ci obblighi a credere che dobbiamo percepire coi 
nostri sensi tutti i corpi che sono attorno a noi, 
e vediamo essere facilissimo spiegarla in questo 
modo, ed impossibile concepirla altrimenti. Poi- 
ché, infine, ci sarebbe, mi sembra, una contrad- 
dizione manifesta che una cosa fosse aumentata 
di una grandezza o di una estensione che non 
aveva punto, e che non fosse accresciuta con lo 
stesso mezzo di una nuova sostanza estesa, ov- 
vero di un nuovo corpo, essendo impossibile 
concepire che si possa aggiungere grandezza o 
estensione ad una cosa con alcun altro mezzo 
che aggiungendovi una cosa grande ed estesa, 
come apparirà anche più chiaramente da quel 
che segue. 


142 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


8 . Che la grandezza non differisce da quello che è grande, 
nè il numero dalle cose numerate, se non per opera del 
nostro pensiero. 

Della qual cosa la ragione è che la grandezza 
non differisce da quello che è grande, e il numero 
da quello che è enumerato se non per opera del 
nostro pensiero: cioè che, sebbene possiamo pen- 
sare a ciò che costituisce la natura di una cosa 
estesa compresa in uno spazio di dieci piedi, 
senza badare a questa misura di dieci piedi, poi- 
ché questa cosa è della stessa natura in ciascuna 
delle sue parti come nel tutto; e possiamo pen- 
sare a un numero di dieci, ovvero ad una gran- 
dezza continua di dieci piedi, senza pensare ad 
una tale cosa, poiché l’idea che abbiamo del nu- 
mero dieci è la stessa, sia che consideriamo un 
numero di dieci piedi o qualche altra decina; e 
possiamo anche concepire una grandezza conti- 
nua di dieci piedi senza fare riflessione su que- 
sta o quella cosa, benché non la possiamo con- 
cepire senza qualcosa di esteso: tuttavia è evi- 
dente che non si potrebbe togliere nessuna parte 
da una tale grandezza, o da una tale estensione,, 
senza togliere con lo stesso mezzo la stessa quan- 
tità dalla cosa; e reciprocamente, non si saprebbe 
togliere dalla cosa, senza togliere con lo stesso 
mezzo la stessa quantità dalla grandezza o dal- 
l’estensione. 


PARTE SECONDA 


143 


9 . Che la sostanza corporale non può essere chiaramente 

concepita senza la sua estensione. 

Se alcuni si spiegano altrimenti su questo sog- 
getto, io non credo ch’essi concepiscano altro che 
quello che testé ho detto. Poiché quando distin- 
guono la sostanza dall’estensione e dalla gran- 
dezza, o non intendono nulla con la parola di so- 
stanza, o formano soltanto nel loro spirito un’idea 
confusa della sostanza immateriale, che attribui- 
scono falsamente alla sostanza materiale, e la- 
sciano all’estensione la vera idea di questa so- 
stanza materiale, che chiamano accidente, con 
tanta improprietà che è facile di conoscere che 
le loro parole non hanno alcun rapporto con i 
loro pensieri. 

10 . Che cosa è lo spazio o il luogo interno. 

Lo spazio, o il luogo interno, e il corpo che 
è compreso in questo spazio non differiscono 
nemmeno essi che per opera del nostro pensiero. 
Poiché, in effetti, la stessa estensione in lunghezza, 
larghezza e profondità, che costituisce lo spazio, 
costituisce il corpo; e la differenza che è fra essi 
non consiste se non in questo, che noi attribuiamo 
al corpo un’estensione particolare, che conce- 
piamo cambiare di luogo con lui tutte e quante 
volte esso è trasportato, e ne attribuiamo allo 
spazio una si generale e sì vaga, che dopo aver 
tolto da un certo spazio il corpo che l’occupava, 
non pensiamo di avere anche trasportato l’esten- 
sione di questo spazio, poiché ci sembra che la 


144 


t 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


i 

stessa estensione vi rimanga sempre, finché esso 
è della stessa grandezza, della stessa figura, e 
non ha punto cambiato situazione riguardo ai 
corpi esterni con i quali lo determiniamo. 

11 . In che senso si può dire che esso non differisce punto 
dal corpo che contiene. 

Ma sarà facile conoscere che la stessa esten- 
sione che costituisce la natura del corpo, costi- 
tuisce anche la natura dello spazio, sì che essi 
non differiscono fra loro che come la natura del 
genere o della specie differisce dalla natura del- 
l’individuo, se, per meglio discernere qual’è la 
vera idea che abbiamo del corpo, prendiamo, per 
esempio, una pietra e ne togliamo tutto quanto 
sapremo non appartenere punto alla natura del 
corpo. Togliamone, dunque, in primo luogo la 
durezza, poiché se si riducesse questa pietra in 
polvere, essa non avrebbe più durezza, e non 
cesserebbe per questo di essere un corpo; toglia- 
mone anche il colore, poiché abbiamo potuto ve- 
dere talvolta delle pietre così trasparenti, che non 
avevano punto colore; togliamone anche la pe- 
santezza, poiché vediamo che il fuoco, sebbene 
sia leggerissimo, non cessa di essere un corpo; 
togliamone il freddo, il caldo e tutte le altre qua- 
lità di questo genere, poiché non crediamo punto 
che esse siano nella pietra, ovvero che questa 
pietra cambi di natura, poiché ci sembra ora 
calda ed ora fredda. Dopo avere cosi esaminato 
questa pietra, troveremo che la vera idea che ne 
abbiamo consiste solamente in questo, che noi 


PARTE SECONDA 


145 


percepiamo distintamente che essa è una sostanza 
estesa in lunghezza, larghezza e profondità: ora 
questo stesso è compreso nell’idea che abbiamo 
dello spazio, non solo di quello che è pieno di- 
corpo, ma anche di quello che si chiama vuoto. 

12 . Ed in qual senso esso è differente. 

È vero che vi ha differenza nel nostro modo 
di pensare; poiché se si è tolta una pietra dallo 
spazio o dal luogo dov’essa era, noi intendiamo 
che se ne è tolta l’estensione di questa pietra, 
poiché le giudichiamo inseparabili l’una dall’al- 
tra; e tuttavia pensiamo che la stessa estensione 
de! luogo dov’era questa pietra è restata, nono- 
stante che il luogo ch’essa occupava prima sia 
stato riempito di legno o di acqua o di aria o 
di qualche altro corpo, o che magari sembri vuoto 
poiché noi prendiamo l’estensione in generale, e 
ci sembra che la stessa può essere comune alle 
pietre, al legno, all’acqua, all’aria e a tutti gli 
a *ri cor P'. e anche al vuoto, se ce ne è, purché 
essa sia della stessa grandezza, della stessa figura 
di prima e conservi una stessa situazione riguardo 
ai corpi del di fuori che determinano questo spazio. 

13 . Che cosa è il luogo esteriore. 

La ragione della qual cosa è che le parole luogo 
e spazio non significano nulla che differisca vera- 
mente dal corpo, che noi diciamo essere in qual- 
ie uogo, e c’indicano solamente la sua gran- 
dezza, la sua figura, e com’è situato fra gli altri 
Pi- Poiche bi sogna, per determinare questa 

R. Descartes - / PrincipU delta Filosofia - io. 


146 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


situazione, notarne alcuni altri, che noi conside- 
riamo come immobili, ma secondo che quelli 
che noi consideriamo così sono diversi, possiamo 
dire che una medesima cosa nello stesso tempo 
cambia di luogo e non ne cambia affatto. Per 
esempio, se consideriamo un uomo seduto alla 
poppa di un vascello che il vento porta fuori 
dal porto, e non badiamo che a questo vascello, 
ci sembrerà che quest’uomo non cambia affatto 
di luogo; poiché vediamo che esso resta sem- 
pre in una stessa situazione riguardo alle parti 
del vascello sul quale esso è; e se osserviamo 
le terre vicine, ci sembrerà anche che quest’uomo 
cambia incessantemente di luogo, poiché si al- 
lontana da queste e si avvicina ad alcune altre; 
se, oltre di questo, supponiamo che la terra gira 
sul suo asse, e che fa precisamente tanto cam- 
mino dall’occidente all’oriente quanto questo va- 
scello ne fa dall’oriente all’occidente, ci sembrerà 
da capo che colui che è seduto alla poppa non 
cambia affatto di luogo, poiché noi determiniamo 
questo luogo con alcuni punti immobili che im- 
magineremo essere nel Cielo. Ma se pensiamo 
che non si saprebbe trovare in tutto l’Universo 
nessun punto che sia veramente immobile (poiché 
si conoscerà (1 > da quello che segue che questo 
può essere dimostrato), concluderemo che non vi 


(I) Nota manoscritta di Leqrand: « tanto da ciò che io debbo dire 
della natura del moto in questa II parte, che dal sistema del mondo 
che io debbo stabilire nella III ». L’« io » che si trova due volte in questa 
nota fa credere che essa sia di Descartes stesso, e che Legrand si sia 
limitato a copiarla in margine al suo esemplare. (T.). 


PARTE SECONDA 


147 


è punto luogo di nessuna cosa al mondo che sia 
fermo e immobile, se non in quanto lo fermiamo 
nel nostro pensiero. 

14 . Che differenza v’ha tra il luogo e lo spazio. 

Tuttavia il luogo e lo spazio sono differenti 
nei loro nomi, poiché il luogo ci segna più espli- 
citamente la situazione che la grandezza o la fi- 
gura; e, al contrario, noi pensiamo piuttosto a 
queste, quando ci si parla dello spazio. Poiché 
diciamo che una cosa è entrata nel posto di 
un’altra, benché non ne abbia esattamente nè la 
grandezza, nè la figura, e non intendiamo punto 
che essa occupi per questo lo stesso spazio che 
occupava quest’altra cosa; e quando la situazione 
è cambiata, diciamo che il luogo è anch’esso 
cambiato, benché sia della stessa grandezza e 
della stessa figura di prima. Si che, se noi di- 
ciamo che una cosa è in questo luogo, inten- 
diamo solamente che essa è situata in tal modo 
riguardo ad alcune altre cose; ma se aggiungiamo 
ch’essa occupa un tale spazio o un tale luogo, 
intendiamo, oltre di questo, che essa è di tal 
grandezza e di tal figura da poterlo riempire 
proprio esattamente. 

15 . In che modo la superficie che circonda un corpo può 
essere presa per il suo luogo esteriore. 

Così noi non distinguiamo mai Io spazio dal- 
I estensione in lunghezza, larghezza e profondità; 
ma consideriamo talvolta il luogo come se fosse 
nella cosa che è collocata, e qualche volta anche 


148 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


come se ne fosse al di fuori. L’interno non dif- 
ferisce in nessun modo dallo spazio; ma noi 
prendiamo qualche volta l’esterno, o per la su- 
perficie che circonda immediatamente la cosa che 
è posta (e bisogna notare che per superficie non 
si deve intendere nessuna parte del corpo che 
circonda, ma solamente l’estremità che è fra il 
corpo che circonda e quello che è circondato, 
che non è null’altro che un modo o una maniera), 
ovvero per la superficie in generale, che non 
è punto parte di un corpo piuttosto che di un 
altro e che sembra sempre la stessa, finché è 
della stessa grandezza e della stessa figura. Poi- 
ché, sebbene vediamo che il corpo che circonda 
un altro corpo passi altrove con la sua super- 
ficie, non siamo abituati a dire che quello che 
ne era circondato abbia per questo cambiato di 
posto, quando resta nella stessa situazione ri- 
guardo agli altri corpi che consideriamo come 
immobili. Così noi diciamo che un battello che 
é ti asportato dal corso di un fiume, ma che è 
respinto dal vento con una forza cosi eguale, che 
esso non cambia affatto di situazione riguardo 
alle rive, resta nello stesso luogo, benché vediamo 
che tutta la superficie che lo circonda cambi in- 
cessantemente. 

16 . Che non può esserci nessun vuoto nel senso in cui i Fi- 
losofi prendono questa parola. 

Per quanto riguarda il vuoto, nel senso in cui 
i Filosofi prendono questa parola, cioè per uno 
spazio dove non c’è punto sostanza, è evidente 






■ 


PARTE SECONDA 149 


che non c’è punto spazio nell’universo che sia 
tale, poiché l’estensione dello spazio o del luogo 
interiore non è punto differente dall’estensione 
del corpo. E come, dal fatto solo che un corpo 
è esteso in lunghezza, larghezza e profondità, 
abbiamo ragione di concludere che esso è una 
sostanza, poiché concepiamo che non è possi- 
bile che quello che non è nulla abbia dell’esten- 
sione, dobbiamo concludere lo stesso dello spazio 
che si suppone vuoto: cioè che, poiché c’è in 
esso estensione, c’è necessariamente anche della 
sostanza. 

17. Che la parola di vuoto presa secondo l’uso ordinario 
non esclude punto ogni sorta di corpo. 

Ma quando prendiamo questa parola secondo 
l’uso ordinario, e diciamo che un luogo è vuoto, 
è costante che noi non vogliamo dire che non 
c è nulla affatto in quel luogo o in quello spazio, 
ma solo che non c’è niente di ciò che presu- 
miamo dovervi essere. Così, poiché ima brocca è 
fatta per tenere dell’acqua, noi diciamo ch’essa è 
vuota, quando non contiene che dell’aria; e se 
non ci sono pesci in un vivaio, diciamo che non 
c’è nulla dentro, benché sia pieno d’acqua; così 
diciamo che un vascello è vuoto, quando invece 
delle mercanzie di cui lo si carica d’ordinario non 
lo si è caricato che di sabbia, affinchè potesse 
resistere all impetuosità del vento: ed è in questo 
stesso senso che diciamo che uno spazio è vuoto, 
quando non contiene nulla che ci sia sensibile, 
benché contenga una materia creata ed una so- 


150 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


stanza estesa. Poiché noi non consideriamo ordi- 
nariamente i corpi che sono vicini a noi, che in 
quanto essi producono negli organi dei nostri sensi 
delle impressioni così forti, che possiamo sentirle. 
E se, invece di ricordarci di quello che dobbiamo 
intendere con queste parole di vuoto o di nulla, 
noi pensassimo dopo che un tale spazio, ove i 
nostri sensi non ci fanno nulla percepire, non 
contiene nessuna cosa creata, cadremmo in un 
errore sì grossolano che se, perchè si dice ordi- 
nariamente che una brocca, nella quale non ci è 
che dell’aria, è vuota, noi giudicassimo che l’aria 
che essa contiene non è una cosa o una sostanza. 

18. Come si può correggere la falsa opinione di cui si è 
preoccupati riguardo al vuoto. 

Noi siamo quasi tutti stati preoccupati da questo 
errore fin dal principio di nostra vita, poiché, 
vedendo che non c’è punto legame necessario 
fra il vaso ed il corpo che contiene, ci è sem- 
brato che Dio potrebbe togliere tutto il corpo che 
è contenuto in un vaso, e conservare questo vaso 
nel suo medesimo stato, senza che vi fosse bi- 
sogno che alcun altro corpo succedesse nel posto 
di quello che avesse tolto. Ma affinchè pos- 
siamo adesso correggere una sì falsa opinione, 
osserveremo che non c’è punto legame neces- 
sario tra il vaso ed un tal corpo, che lo riempie, 
ma che esso è tanto assolutamente necessario tra 
la figura concava che ha questo vaso e l’esten- 
sione che dev’essere compresa in questa conca- 
vità, che non v’ha maggior repugnanza a con- 


PARTE SECONDA 


151 


cepire una montagna senza vallata, che una tal 
concavità senza l’estensione che essa contiene, 
e questa estensione senza qualcosa di esteso,' 
poiché il nulla, com’è stato già notato più volte! 
non può avere estensione. Ecco perchè, se ci si 
domanda ciò che accadrebbe in caso che Dio 
togliesse tutto il corpo che è in un vaso, senza 
che permettesse che ce ne entrasse un altro, noi 
risponderemo che i lati di questo vaso si trove- 
rebbero sì vicini da toccarsi immediatamente. 
Poiché è necessario che due corpi si tocchino 
fra loro, quando non c’è nulla fra loro due, poiché 
sarebbe contraddittorio che questi due corpi fos- 
sero lontani, cioè che vi fosse distanza dall’uno 
all’altro, e che, nondimeno, questa distanza non 
fosse nulla: poiché la distanza è una proprietà 
dell’estensione, che non potrebbe sussistere senza 
qualcosa di esteso. 

19. Che ciò conferma quanto è stato detto della rarefazione. 

Dopo che si è notato che la natura della so- 
stanza materiale o del corpo non consiste che in 
questo, che esso è qualcosa di esteso, e che la 
sua estensione non differisce punto da quella che 
si attribuisce allo spazio vuoto, è facile conoscere 
che non è possibile che, in qualunque maniera 
ciò sia, nessuna delle sue parti occupi più spazio 
una volta che l’altra, e possa essere rarefatta 
altrimenti che nella maniera che è stata esposta 
di sopra (l) ; ovvero che vi sia più materia o corpo 


(1) Parte II, § 6. (T.). 


152 


I PRINCIPil DELLA FILOSOFIA 


in un vaso, quando è pieno di oro, o di piombo, 
o di qualche altro corpo pesante e duro, che 
quando esso non contiene che dell’aria e sembra 
vuoto: poiché la grandezza delle parti di cui un 
corpo è composto non dipende punto dalla pesan- 
tezza o dalla durezza che sentiamo in occasione 
di esso, com’è anche stato osservato (1) , ma sola- 
mente dall’estensione, che è sempre eguale in un 
medesimo vaso. 

20 . Che non possono esservi atomi o piccoli corpi indivi- 
sibili. 

È anche facilissimo conoscere che non pos- 
sono esservi atomi o parti di corpo che siano 
indivisibili, come alcuni Filosofi hanno immagi- 
nato. Tanto più che, per quanto piccole si sup- 
pongano queste parti, nondimeno, poiché è ne- 
cessario ch’esse siano estese, concepiamo che non 
ce n’è nemmeno una fra esse, che non possa 
essere ancora divisa in due o in un maggior nu- 
mero di altre più piccole, donde segue che essa 
è divisibile. Poiché, dal conoscere noi chiaramente 
e distintamente che una cosa può essere divisa, 
dobbiamo giudicare ch’essa è divisibile, poiché, 
se ne giudicassimo altrimenti, il giudizio che fa- 
remmo di questa cosa sarebbe contrario alla co- 
noscenza che ne abbiamo. E quand’anche suppo- 
nessimo che Dio avesse ridotto qualche parte 
della materia ad una piccolezza sì estrema, da 
non potere essere divisa in altre più piccole, non 


(I) Parte II. §§ 4 e II. (T.). 


PARTE SECONDA 


153 




potremmo concludere per questo che essa sa- 
rebbe indivisibile, poiché, quando Dio avesse reso 
questa parte sì piccola da non essere in potere 
di nessuna creatura di dividerla, egli non ha po- 
tuto privare sé stesso del potere che aveva di 
dividerla, poiché non è possibile che egli dimi- 
nuisca la sua onnipotenza, com’è stato già osser- 
vato (1) . Ecco perchè noi diremo che la più pic- 
cola parte estesa che possa essere al mondo può 
sempre essere divisa, poiché essa è tale di sua 
natura. 

21 . Che l’estensione del mondo è indefinita. 

Noi sapremo anche che questo mondo, o la 
materia estesa che compone l’universo, non ha 
limiti, poiché, in qualunque luogo vogliamo fin- 
gerne, possiamo ancora immaginare al di là de- 
gli spazii indefinitamente estesi, che non imma- 
giniamo solamente, ma che concepiamo essere 
tali in effetto, quali li immaginiamo; sì che essi 
contengono un corpo indefinitamente esteso, poi- 
ché l’idea dell’estensione che noi concepiamo in 
qualsiasi spazio, è la vera idea che dobbiamo 
avere del corpo. 

22 . Che la terra e i Cieli non sono fatti che di una stessa 
materia, e che non possono esserci più mondi. 

Infine non è difficile d’inferire da tutto questo 
che la terra ed i cieli sono fatti di una stessa 
materia, e che, quand’anche vi fossero un’infinità 


(1) Parie I, § 60. (7\). 



154 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


di mondi, essi non sarebbero fatti che di questa 
materia; donde segue che non possono esservene 
molti, a causa che noi concepiamo manifestamente 
che la materia, di cui la natura consiste in questo 
solo, che essa è una cosa estesa, occupa adesso 
tutti gli spazii immaginabili ove quegli altri mondi 
potrebbero essere, e noi non sapremmo scoprire 
in noi l’idea di nessun’altra materia. 

23 . Che tutte le varietà che sono nella materia dipendono 
dal moto delle sue parti. 

t Non c ’ è dunque che una stessa materia in tutto 
I universo, e noi la conosciamo per questo solo, 
che essa è estesa; poiché tutte le proprietà che 
percepiamo distintamente in essa, si riportano 
a questa: che essa può essere divisa e mossa se- 
condo le sue parti, e può ricevere tutte le diverse 
disposizioni, che noi osserviamo potere accadere 
per mezzo del movimento delle sue parti. Poiché 
sebbene possiamo fingere, col pensiero, divisioni 
in Questa materia, nondimeno è certo che il nostro 
pensiero non ha il potere di nulla cambiarvi, e 
che tutta la diversità delle forme che vi si trovano 
dipende dal movimento locale. Ciò che i Filosofi 
hanno senza dubbio osservato, tanto più che 
hanno detto, in molti luoghi, che la natura è il 
principio del movimento e del riposo, e che in- 
tendevano per natura ciò che fa sì che i corpi si 
dispongano come noi vediamo per esperienza. 




PARTE SECONDA 


155 


24. Che cosa è il movimento preso secondo l’uso comune. 

Ora il movimento (cioè quello che si fa da un 
luogo in un altro, poiché non concepisco che 
quello, e non penso nemmeno che si debba sup- 
porne altro nella natura*»), il movimento dunque, 
secondo lo si prende d’ordinario, non e altra cosa 
che Fazione per la quale un corpo pass 
da un luogo IN un ALTRO, e proprio come ab- 
biamo notato di sopra® che una stessa cosa in 
pari tempo cambia di luogo e non ne cambia punto, 

egualmente possiamo dire che o in P an , tem n P p ° r 
essa si muove e non si muove. Poiché colui, per 
esempio, che è seduto alla poppa d un vascello 
che il vento fa andare, crede muoversi, quando 
non bada che alla riva dalla quale è partito, e 
la considera come immobile, e non crede muo- 
versi, quando non bada che al vascello sul quale 
egli è, poiché non cambia di situazione riguardo 
alle sue parti. Tuttavia, poiché noi siamo abituati 
a pensare che non v’ha punto movimento senza 
azione, diremo che colui che è cosi seduto, è >n 
riposo, poiché non sente punto azione in se, e 
questo è in uso. 

25. Che cosa è il movimento propriamente detto. 

Ma se, invece di fermarci a quello che non 
ha altro fondamento che l’uso ordinario, deside- 


ro Per Descartes non c’è altro movimento che quello locate -. ; se 
condo fui, a torto nella Scuola si chiama movimento ogn. specie di 


blamente. ( T .). 

(2) Parte II, § 13. (7.). 


156 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


riamo sapere che cosa è il movimento secondo 

Lli d e 7 dir T°- PCr al,ribuir gli una natura 

nLTnt ™ U ‘' Che eSS0 è IL TRASPORTO 
duna PARTE DELLA MATERIA, 0 D’UN CORPO 

dalla vicinanza di quelli che lo toccano im- 

IN P^Pnt MENTE ’ E CHE N0 ' CONS,d ERIAMO COME 
p RIPOSO, NELLA VICINANZA DI ALCUNI ALTRI 

Per un CORPO, ovvero per una parte della 
materia, intendo tutto quello che è trasportato 
assieme, sebbene sia forse composto di molte parti 
che impiegano nel frattempo la loro agitazione a’ 
fare altri movimenti. Ed io dico che esso è il 
TRASPORTO, e. non già la forza e l’azione che tra- 
sporta per mostrare che il movimento è sempre 
nel mobile, e non in ciò che muove; poiché mi 
sembra che non si è abituati a distinguere queste 
cose con sufficiente cura. Di più intendo che esso 

come a | Pr r Pnetà - del mobi,e ’ enon ^a sostanza; 
come la figura è una proprietà della cosa che è 

figurata, e .1 riposo della cosa che è in riposo. 

26 ‘ pel riposi rÌMeSta maggÌ ° re aZÌ ° nC PBl movimen ‘° che 

E poiché c’inganniamo ordinariamente, poiché 
pensiamo che è necessaria maggiore azione pel 
movimento che pel riposo, osserveremo qui che 
siamo caduti in questo errore fin dall’inizio della 
nostra vita, poiché muoviamo ordinariamente il 
nostro corpo secondo la nostra volontà, di cui 
abbiamo una conoscenza interiore; ed esso è in 
riposo, per questo solo che è attaccato alla terra 
pei la pesantezza, di cui non sentiamo punto la 


PARTE SECONDA 


157 


forza. E come questa pesantezza, e molte altre 
cause che non siamo abituati a percepire, resistono 
al movimento delle nostre membra, e fanno sì che 
ci stanchiamo, ci è sembrato che ci voleva una 
forza più grande e più azione per produrre un 
movimento, che per fermarlo, poiché abbiamo 
preso l’azione per lo sforzo che è necessario che 
facciamo, allo scopo di muovere le nostre mem- 
bra e gli altri corpi per loro mezzo. Ma non 
avremo punto pena a liberarci di questo falso 
pregiudizio, se osserviamo che noi non facciamo 
solo qualche sforzo per muovere i corpi che 
sono vicini a noi, ma che ne facciamo anche 
per fermare i loro movimenti, quando non sono 
punto ammortiti da qualche altra causa. Così che 
noi non impieghiamo più azione per fare andare, 
per esempio, un battello che è in riposo in un’ac- 
qua calma e che non ha corso, che per fermarlo 
tutto di un tratto mentre che si muove. E se l’espe- 
rienza ci fa vedere che ce ne vuole un po’ meno 
per fermarlo che per farlo andare, gli è perchè 
la pesantezza dell’acqua che esso solleva quando 
si muove e la sua lentezza 10 (poiché io la sup- 
pongo calma e come dormiente) diminuiscono a 
poco a poco il suo movimento. 

27 . Che il movimento e il riposo non sono nuli altro che 
due diversi modi nel corpo ove si trovano. 

Ma poiché non si tratta qui dell’azione che è 
in colui che muove o che ferma il movimento, e 


(1) Lentor 


del testo latino significa non lentezza, ma vischiosità. (7".). 


158 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


noi consideriamo principalmente il trasporto e la 
cessazione del trasporto, o il riposo, è evidente 
che questo trasporto non è nulla fuori del corpo 
che è mosso, ma che solamente un corpo è altri- 
menti disposto quando è trasportato, che quando 
non Io è; sì che il movimento e il riposo non 
sono in lui che due diversi modi. 

28. Che il movimento in senso proprio non si riferisce che 

ai corpi, che toccano quello, del quale si dice che esso 

si muove. 

Io ho anche aggiunto che il TRASPORTO DEL 
CORPO SI FA DALLA VICINANZA DI QUELLI CHE 
ESSO TOCCA (l > NELLA VICINANZA DI ALCUNI ALTRI, 
e non già da un luogo in un altro, poiché il luogo 
può essere preso in più maniere, che dipendono 
dal nostro pensiero, come è stato notato qui so- 
pra* * 2 ). Ma quando noi prendiamo il movimento per 
il trasporto di un corpo che lascia la vicinanza di 
quelli che esso tocca, è certo che non sapremmo 
attribuire ad uno stesso mobile più di un mo- 
vimento, poiché non c’è che una certa quantità 
di corpi che lo possano toccare in pari tempo. 

29. E anche, che esso non si riferisce se non a quelli di 

quei corpi, che noi consideriamo come in riposo. 

Infine, io ho detto che il trasporto non si fa 
dalla vicinanza di ogni sorta di corpi, ma solo di 


(D Qu ii touche, Irad. del latino contiguorum. La traduzione esatta 
è. qui le touchent (che lo toccano). Cfr § 25 (T) 

(2) Parte II, §§ 1016. (7\). ' ® ‘ 


PARTE SECONDA 


159 


anelli CHE NOI CONSIDERIAMO COME IN RIPOSO. 
Poiché esso è reciproco; e noi non sapremmo 
concepire che il corpo AB sia trasportato dalla vi- 
cinanza del corpo CD, senza sapere anche che .1 
corpo CD è trasportato dalla vicinanza del corpo 
AB e che ci vuole tanta azione per 1 una, come 
per’ l’altra cosa (figura 1). 

Talmente che, se noi vo- 
gliamo attribuire al moto 
una natura che possa es- 
sere considerata tutta so- 
la, e senza che ci sia bi- 
sogno di riferirla* 0 a qual- 
che altra cosa, quando 
vedremo che due corpi 
che si toccano immedia- 
tamente saranno trasportati, l’uno da un lato e 
l’altro dall’altro, e saranno reciprocamente sepa- 
rati, non faremo punto difficoltà a dire che v è 
tanto movimento nell’uno come nell’altro, lo con- 
fesso che in questo ci allontaneremo molto dal 
modo di parlare che è nell’uso: poiché, come noi 
siamo sulla terra, e pensiamo che essa è in riposo, 
sebbene vediamo che alcune delle sue parti, che 
toccano altri corpi più piccoli, sono trasportate 
dalla vicinanza di questi corpi, non intendiamo 
per questo che essa sia mossa. 



Fig. i. 


(I) Trad. francese: le raporter-, errore per la raporter. IT.). 


160 


I PR1NCIP1I DELLA FILOSOFIA 


30 . Donde viene che il movimento che separa due corpi che 
si toccano è piuttosto attribuito all’uno che all'altro. 

Poiché noi pensiamo che un corpo non si muove 
punto, se non si muove tutto intero, e non sa- 
premmo persuaderci che la terra si muove tutta 
quanta, per ciò solo che alcune delle sue parti 
sono trasportate dalla vicinanza di alcuni altri 
corpi più piccoli che le toccano; della qual cosa 
la ragione è che noi osserviamo sovente presso 
a noi molti tali trasporti che sono contrarii gli 
uni agli altri; poiché se supponiamo, per esempio, 
che il corpo EFGH sia la terra, e che, in pari 
tempo che il corpo AB è trasportato da E verso 
F, il corpo CD sia trasportato da H verso G, seb- 
bene sappiamo che le parti della terra che toccano 
il corpo AB sono trasportate da B verso A, e che 
l’azione che serve a questo trasporto non è punto 
di altra natura, nè minore nelle parti della terra, 
che in quelle del corpo AB, noi non diremo che 
la terra si muove da B verso A, o dall’occidente 
verso l’oriente, poiché, quelle delie sue parti che 
toccano il corpo CD essendo trasportate in pari 
tempo da C verso D, dovrebbesi dire anche che 
essa si muove verso il lato opposto, cioè dal le- 
vante al ponente, e ci sarebbe in questo troppo 
imbarazzo. Ecco perchè ci contenteremo di dire 
che sono i corpi AB e CD e altri simili che si 
muovono, e non la terra (cfr. la fig. I). Ma, non- 
dimeno, ci ricorderemo che tutto quanto v’ha di 
reale nei corpi che si muovono, in virtù di che 
noi diciamo che si muovono, si trova parimente 


PARTE SECONDA 


161 


in quelli che li toccano, benché li consideriamo 
come in riposo. 

31 . Come possono esserci molti diversi movimenti in uno 
stesso corpo. 

Ma, benché ogni corpo in particolare non abbia 
che un sol movimento che gli è proprio, poiché 
non vi è che una certa quantità di corpi che lo 
toccano e che siano in riposo a suo riguardo, 
tuttavia esso può partecipare ad un’infinità di altri 
movimenti, in quanto fa parte di alcuni altri corpi 
che si muovono diversamente. Per esempio, se un 
marinaio, passeggiando nel suo vascello, porta 
su sé un orologio, benché le ruote del suo oro- 
logio non abbiano che un movimento unico che 
loro è proprio, è certo che esse partecipano an- 
che a quello del marinaio che passeggia, poiché 
esse compongono con lui un corpo che è traspor- 
tato tutto insieme; è certo che partecipano anche 
a quello del vascello, e anche a quello del mare, 
poiché esse seguono il suo corso; e a quello 
della terra, se si suppone che la terra gira sul 
suo asse, poiché esse compongono un corpo con 
essa. E sebbene sia vero che tutti questi movi- 
menti sono nelle ruote di questo orologio, non- 
dimeno, poiché non ne concepiamo ordinaria- 
mente un si gran numero in una volta sola, e 
anzi non è nemmeno in nostro potere di cono- 
scere tutti quelli cui esse partecipano, basterà che 
consideriamo in ogni corpo quello che è unico, 
e del quale possiamo avere una conoscenza certa. 


R Descartes - / Principii della Filosofia - il. 




• rr-r-T' - t 


162 1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


32. Come il movimento unico propriamente detto, che è unico 
in ogni corpo, può anche essere preso per molti. 

Noi possiamo anche considerare quel movimento 
unico, che è propriamente attribuito ad ogni corpo, 
come se fosse composto di molti altri movimenti: 
come ne distinguiamo due nelle ruote di una 
carrozza, cioè l’uno circolare, che si fa attorno al 
loro asse, e l’altro diritto, che lascia una traccia 
lungo il cammino che esse percorrono. Tuttavia 
è evidente che questi due movimenti non differi- 
scono, in effetti, l’uno dall’altro, poiché ogni punto 
di queste ruote, e di ogni altro corpo che si 
muove, non descrive mai più di una sola linea. 
E non importa che questa linea sia sovente curva, 
si che sembri essere stata prodotta da molti mo- 
vimenti diversi: poiché si può immaginare che 
qualunque linea, anche la retta, che è la più 
semplice di tutte, sia stata descritta da un’infinità 
di tali movimenti. Per esempio, se, in pari tempo 
che la linea AB cade su CD, si fa avanzare il 
suo punto A verso B, la linea AD che sarà de- 
scritta dal punto A non dipenderà meno dai due 
movimenti di A verso B e di AB su CD, che 
sono retti, di quanto la linea 
® curva, che è descritta da ogni 
punto della ruota, dipende dal 
moto retto e dal circolare (cfr. la 
fig. 11). E sebbene sia utile distin- 
guere talvolta un movimento in 
£ più parti, per averne una cono- 
scenza più distinta, nondimeno, 



PARTE SECONDA 


163 


assolutamente parlando, non dobbiamo mai con- 
tarne più d’uno in ogni corpo. 

33 . Come, in ogni movimento, ci dev’essere un circolo, o 
anello, di corpi che si muovono insieme. 

Dopo quanto è stato dimostrato di sopra (1) , cioè 
che tutti i luoghi sono pieni di corpi, e che ogni 
parte della materia è talmente proporzionata alla 
grandezza del luogo che occupa, da essere im- 
possibile che ne riempia uno maggiore, nè che 
si rinserri in uno più piccolo, nè che nessun altro 
corpo vi trovi posto nel mentre che essa vi è, 
noi dobbiamo concludere che è necessario che 
vi sia sempre tutto un circolo di materia o anello 
di corpi che si muovano insieme in pari tempo; 
cosi che, quando un corpo lascia il suo posto 
a qualche altro che lo caccia, entra in quello 
di un altro, e quest’altro in quello d’un altro, 
e così di seguito fino all’ultimo, che occupa nel 
medesimo istante il luogo lasciato dal primo. 
Noi concepiamo questo senza pena in un circolo 
perfetto, poiché, senza ricorrere al vuoto ed alla 
rarefazione o condensazione, vediamo che la parte 
A di questo circolo può muoversi verso B, pur- 
ché la sua parte B si muova in pari tempo verso 
C, e C verso D, e D verso A (cfr. la fig. 111). Ma 
non si avrà maggior pena a concepire questo an- 
che in un circolo imperfetto, e il più irregolare 
che si potrebbe immaginare, se si bada alla ma- 
niera con cui tutte le ineguaglianze dei luoghi pos- 


(I) Parie II, §§ 18-19. (T.). 



164 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


sono essere compensale da altre ineguaglianze 
che si trovano nel movimento delle parti. Sì che 



Flg. IH. 

tutta la materia che è compresa nello .(«ale <EFGH 
nuò muoversi circolarmente, e la sua parte 
è verso £ passare verso G, e quella che è verso G 
passare Tn pari tempo verso E, senza che s, debba 
supporre condensazione o vuoto, purché, come si 
suppone lo spazio 0 quattro volte piu grande 
dello spazio E, e due volte ptu grande degl 
spazi! F ed H, si supponga anche che il suo mo- 
vimento è quattro volte più rapido *'™> ^ 
verso G (1) , e due volte piu che verso F o verso 
e che in tutti i luoghi di questo circolo la ve ocità 
del movimento compensi la piccolezza de uogo 
(efr la fig. IV). Poiché è facile conoscere in questo 

modi che, in ogni spazio di tempo che vorrà de- 


Fri nrinciDe: «verso 0 che verso E ■ 






nnrralln ( T V 


PARTE SECONDA 


165 


terminarsi, passerà tanta materia in questo circolo 
per un luogo che per l’altro. 



Fig. iv. 


34. Che segue di là che la materia si divide in parti indefi- 
nite ed innumerevoli. 

Tuttavia bisogna confessare che v’ha qualcosa 
in questo movimento che la nostra anima con- 
cepisce essere vero, ina che, nondimeno, non sa- 
prebbe comprendere: cioè una divisione di alcune 
parti della materia all’infinito, ovvero una divi- 
sione indefinita, e che si fa in tante parti, che noi 
non ne sapremmo determinare col pensiero nes- 
suna sì piccola, senza concepire che essa è di- 
visa in effetti in altre più piccole. Poiché non è 
possibile che la materia che riempie adesso lo 
spazio G riempia successivamente tutti gli spazii 
che sono tra G ed E, più piccoli gli uni che gli 
altri per gradi che sono innumerevoli, se qualcuna 
delle sue parti non cambia la sua figura, e non 


166 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


si divide corti’ è necessario per riempire precisa- 
mente le grandezze di questi spazii che sono dif- 
ferenti gli uni dagli altri ed innumerevoli (fig. IV). 
Ma affinchè questo sia, è d’uopo che tutte le pic- 
cole particelle, nelle quali si può immaginare che 
una tal parte è divisa, le quali veramente sono in- 
numerevoli, si allontanino un qualche poco le une 
dalle altre; poiché, per quanto piccolo sia questo 
allontanamento, esso non cessa di essere una 
vera divisione. 

35 . Che noi non dobbiamo punto dubitare che questa divi- 
sione non si faccia, benché non la possiamo compren- 
dere. 

Bisogna notare che io non parlo di tutta la ma- 
teria, ma solamente di qualcuna delle sue parti. 
Poiché, sebbene supponiamo che vi sono due 
o tre parti nello spazio G, della grandezza dello 
spazio E, e che ce ne sono altre più piccole in 
maggior numero, che restano indivise, noi conce- 
piamo, nondimeno, che esse possono muoversi tutte 
circolarmente verso E (fig. IV), purché ce ne siano 
altre mescolate per mezzo, che cambiano le loro 
figure in tante maniere, che essendo unite a quelle 
che non possono cambiare le loro cosi facilmente, 
ma che vanno più o meno presto in ragione del 
luogo che debbono occupare, possano riempire 
tutti gli angoli e tutti i piccoli cantucci, dove 
queste altre, per essere troppo grandi, non sa- 
prebbero entrare. E benché non intendiamo come 
accada questa divisione indefinita, non dobbiamo 
dubitare punto che essa non si faccia, poiché 


PARTE SECONDA 


167 


percepiamo che essa segue necessariamente dalla 
natura della materia, di cui abbiamo già una cono- 
scenza distintissima, e percepiamo anche che que- 
sta verità è del numero di quelle che non sapremmo 
comprendere, poiché il nostro pensiero è finito. 

36. Che Dio è la causa prima del movimento, e che ne con- 
serva sempre una eguale quantità nell'universo. 

Dopo avere esaminato la natura del movimento, 
bisogna che ne consideriamo la causa, e poiché 
essa può essere presa in due maniere, comin- 
ceremo dalla prima e più universale, che pro- 
duce generalmente tutti i movimenti che sono 
al mondo; noi considereremo in appresso l’altra, 
la quale fa sì che ogni parte della materia ne 
acquista, che essa non aveva prima. Per quanto 
riguarda la prima, mi sembra evidente che non 
ce n’è altri che Dio, che dalla sua Onnipotenza 
ha creato la materia con il movimento ed il ri- 
poso, e che conserva adesso nell’universo, col 
suo concorso ordinario, tanto movimento e riposo 
quanto ce ne ha messo creandolo. Poiché, seb- 
bene il movimento non sia che un modo nella 
materia che è mossa, essa ne ha pertanto una 
certa quantità, che non aumenta e non diminuisce 
mai, benché ce ne sia ora più ed ora meno in 
alcune delle sue parti. Ecco perchè, quando una 
parte della materia si muove due volte più pre- 
sto di un’altra, e quest’altra è due volte maggiore 
della prima, noi dobbiamo pensare che ci è tanto 
movimento nella più piccola che nella maggiore, 
e che tutte e quante volte il movimento di una 


168 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


parte diminuisce, quello di qualche altra parte 
aumenta in proporzione. Noi conosciamo anche 
che è una perfezione in Dio non solamente di 
essere immutabile nella sua natura, ma anche di 
agire in un modo che egli non cambia mai: tal- 
mente che, oltre i cambiamenti che vediamo nel 
mondo, e quelli cui crediamo, perchè Dio li ha 
rivelati, e che sappiamo accadere od essere ac- 
caduti nella natura senza alcun cambiamento da 
parte del Creatore, non ne dobbiamo punto sup- 
porre altri nelle sue opere, per paura di attri- 
buirgli incostanza. Donde segue che, poiché egli 
ha mosso in molte maniere differenti le parti della 
materia, quando le ha create, e le mantiene tutte 
nella stessa maniera e con le stesse leggi ch’egli 
ha fatto osservar loro nella loro creazione, con- 
serva incessantemente in questa materia una 
uguale quantità di movimento (1 \ 

37 . La prima legge della natura: che ogni cosa resta nello 
stato in cui è, fino a che nulla la cambia. 

Da questo anche che Dio non è punto soggetto 
a cambiare, e che agisce sempre nello stesso modo, 
noi possiamo pervenire alla conoscenza di certe 
regole, che io chiamo le leggi della natura, e che 
sono le cause seconde dei diversi movimenti che 


(1) È questo il principio capitale della meccanica cartesiana: che in 
un sistema di corpi sottratto ad ogni azione esteriore la quantità di 
moto resta costante. Per Leibnitz, invece (seguito in ciò dalla fisica mo- 
derna), in un sistema materiale sottratto ad ogni azione esteriore non 
è già la quantità di moto che resta costante, ma la quantità di azione 
motrice (oggi energia) c la quantità di progresso (oggi proiezione della 
quantità di moto). IT.). 


PARTE SECONDA 


169 


osserviamo in tutti i corpi, ciò che le rende qui 
molto considerabili. La prima è che ogni cosa in 
particolare continua ad essere nello stesso stato 
per quanto può, e che mai lo cambia se non per 
rincontro delle altre. Cosi noi vediamo tutti i 
giorni, quando qualche parte di questa materia è 
quadrata, che resta sempre quadrata, se non ac- 
cade nulla d’altronde che cambi la sua figura; e 
che, se essa è in riposo, essa non comincia punto 
a muoversi da sè stessa. Ma quando ha comin- 
ciato una volta a muoversi da sè, non abbiamo 
nemmeno nessuna ragione di pensare che debba 
mai cessare di muoversi con la stessa forza, du- 
rante il tempo che non incontra nulla che ritardi 
o arresti il suo movimento. Così che se un corpo 
ha cominciato una volta a muoversi, dobbiamo 
concludere che continua in appresso a muoversi, 
e che mai si ferma da sè stesso. Ma poiché abi- 
tiamo una terra, la costituzione della quale è tale, 
che tutti i movimenti che si fanno vicino a noi 
cessano in poco tempo, e sovente per ragioni che 
sono nascoste ai nostri sensi, noi abbiamo giudi- 
cato fin dal principio della nostra vita che i mo- 
vimenti che cessano così, per ragioni che ci sono 
sconosciute, si fermano da loro stessi, e abbiamo 
ancora adesso molta inclinazione a credere lo 
stesso di tutti gli altri che sono al mondo, cioè 
che naturalmente cessano da loro stessi, e che 
tendono al riposo, poiché ci sembra che ne ab- 
biamo fatto l’esperienza in molte occasioni (l) . E tut- 


(1) Secondo la Scuola, ogni moto non lia altro scopo clic il riposo, 
il quale è la sua fine naturale. (T.), 


170 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


tavia non è che un falso pregiudizio, che repugna 
manifestamente alle leggi della natura, poiché il 
riposo è contrario al movimento, e nulla si porta 
per istinto della sua natura al suo contrario, o alla 
distruzione di sè medesimo. 

38 . Perchè i corpi spinti con la mano continuano a muo- 
versi dopo che essa li ha lasciati. 

Noi vediamo tutti i giorni la prova di questa 
prima regola nelle cose che si sono gettate lon- 
tano. Poiché non v’ha punto altra ragione per cui 
esse continuano a muoversi, quando sono fuori 
della mano di colui che le ha gettate, se non che, 
secondo le leggi della natura, tutti i corpi che si 
muovono continuano a muoversi, fino a che il loro 
movimento sia fermato da alcuni altri corpi. Ed è 
evidente che l’aria e gli altri corpi liquidi, fra i 
quali vediamo queste cose muoversi, diminuiscono 
a poco a poco la velocità del loro movimento, 
poiché noi possiamo anche sentire con la mano 
la resistenza dell’aria, se scuotiamo con sufficiente 
velocità un ventaglio che sia esteso, e non c’è 
punto corpo fluido sulla terra, che non resista 
anche più manifestamente dell’aria ai moti degli 
altri corpi. 

39 . La seconda legge della natura: che ogni corpo che si 
muove tende a continuare il suo movimento in linea retta. 

La seconda legge che io noto nella natura è 
che ogni parte della materia, nel suo particolare, 
non tende mai a continuare a muoversi secondo 
linee curve, ma secondo linee rette, benché molte 


PARTE SECONDA 


171 


di queste parti siano spesso costrette a spostarsi, 
poiché ne incontrano altre nel loro cammino, e 
quando un corpo si muove si fa sempre un cir- 
colo o anello di tutta la materia che è mossa in- 
sieme. Questa regola, come la precedente, dipende 
dall’essere Dio immutabile e dal conservare egli il 
movimento nella materia con una operazione sem- 
plicissima; poiché non lo conserva come ha po- 
tuto essere qualche tempo prima, ma come esso è 
precisamente nello stesso istante che lo conserva. 
E benché sia vero che il movimento non si fa in 
un istante, nondimeno è evidente che ogni corpo 
che si muove è determinato a muoversi secondo 
una linea retta, e non già secondo una circolare; 
poiché, quando la pietra A gira nella fionda EA 
secondo il circolo ABF, nell’istante che essa è nel 
punto A, è determinata a muoversi verso qualche 
lato, cioè verso C, secondo la linea retta AC, se si 
suppone che è quella che tocca il circolo (cfr. la 
fig. V). Ma non si saprebbe fingere che essa sia 
determinata a muoversi circolarmente* 0 , poiché, 
sebbene essa sia venuta da L verso A seguendo 
una linea curva, noi non concepiamo punto che 
vi sia nessuna parte di questa curvatura in questa 
pietra, quand’essa è nel punto A\ e ne siamo ac- 
certati dall’esperienza, poiché questa pietra avanza 
dritto verso C, quand’essa esce dalla fionda, e non 
tende in nessun modo a muoversi verso B. Ciò 
che ci fa vedere manifestamente che ogni corpo 


(I) La Scuola, seguendo Aristotile, sosteneva che il moto circolare 
t il moto perfetto, e che 1 corpi celesti si muovono circolarmente. ( T .). 


172 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 



che è mosso in tondo tende senza cessa ad allon- 
tanarsi dai circolo che esso descrive. E noi lo 
possiamo anche sentire con la mano, nel mentre 


Fig. v. 

che facciamo girare questa pietra in questa fionda; 
poiché essa tira e fa tendere la corda per allon- 
tanarsi direttamente dalla nostra mano. Questa 
considerazione è di tanta importanza, e servirà 
in tanti luoghi qui appresso, che noi dobbiamo 
osservarla accuratamente qui; ed io la spiegherò 
ancora più lungamente quando ne sarà tempo 0 '. 


(I) Parte III, §§ 57-8. (7\). 


PARTE SECONDA 


173 


40. La terza: che, se un corpo che si muove ne incontra un 
altro più forte di sè, non perde nulla del suo movi- 
mento, e se ne incontra un altro più debole che egli 
possa muovere, ne perde tanto quanto gliene dà. 

La terza legge che io noto nella natura è che, 
se un corpo che si muove e che ne incontra un 
altro ha minor forza, per continuare a muoversi 
in linea retta, che quest’altro per resistergli, egli 
perde la sua determinazione senza nulla perdere 
del suo movimento; e che, se ha maggior forza, 
muove con sè questo altro corpo e perde tanto del 
suo movimento quanto gliene dà. Cosi noi vedia- 
mo che un corpo duro, che abbiamo spinto contro 
un altro più grande che è duro e fermo, rimbalza 
verso il lato donde è venuto, e non perde nulla 
del suo movimento; ma che, se il corpo che esso 
incontra è molle, si ferma subito, poiché gli tra- 
sferisce il suo movimento. Le cause particolari dei 
cambiamenti che accadono ai corpi sono tutte 
comprese in questa regola, almeno quelle che sono 
corporali; poiché non mi curo ora se gli Angeli 
e i pensieri degli uomini abbiano la forza di muo- 
vere i corpi: è una questione che riserbo al trat- 
tato che spero di fare sull’uomo (1) . 

41. La prova della prima parte di questa regola. 

Si conoscerà anche meglio la verità della prima 
parte di questa regola se si bada alla differenza 


(1) Mentre le due prime leggi sono oggi considerate come verità scien- 
tificamente acquisite, la terza fu distrutta sin dal secolo XVII dai lavori 
di Huygens sull’urto dei corpi. (T.). 


174 


1 PRINCIPIl DELLA FILOSOFIA 


che è tra il movimento di una cosa e la sua de- 
terminazione verso un Iato piuttosto che verso 
un altro; la quale differenza è causa che questa 
determinazione può essere cambiata, senza che vi 
sia nulla di cambiato nel movimento. Poiché dal 
fatto che ogni cosa, qual’ è il movimento, continua 
sempre ad essere come essa è in sé semplice- 
mente, e non già come è riguardo alle altre, 
fino a che sia costretta a cambiare per rin- 
contro di qualche altra, segue necessariamente 
che un corpo che, muovendosi, ne incontra un 
altro nel suo cammino, così duro e fermo che esso 
non saprebbe spingerlo in nessun modo, perde 
completamente la determinazione che aveva a 
muoversi verso quel lato; tanto più che la causa 
che gliela fa perdere è manifesta, cioè la resi- 
stenza del corpo che gl’ impedisce di passare oltre; 
ma non è necessario per questo che perda nulla 
del suo movimento, tanto più che esso non gli è 
punto tolto da quel corpo, nè da nessun’altra causa, 
e il movimento non è punto contrario al movi- 
mento. 

42 . La prova della seconda parte. 

Si conoscerà meglio anche la verità dell’altra 
parte di questa regola se si osserva che Dio non 
cambia mai la sua maniera di agire, e che con- 
serva il mondo con la stessa azione con cui l’ha 
creato. Poiché, tutto essendo pieno di corpi, e 
nondimeno ogni parte della materia tendendo a 
muoversi in linea retta, è evidente che fin da! 
principio che Dio ha creato la materia, non sola- 


PARTE SECONDA 


175 


mente ha mosso diversamente le sue parti, ma 
anche che le ha fatte di tale natura, che le une 
hanno da allora cominciato a spingere le altre ed 
a comunicare loro una parte del loro movimento. 
E poiché le mantiene ancora con la stessa azione 
e le stesse leggi che ha fatto osservar loro nella 
loro creazione, è necessario che conservi adesso 
in esse tutte il movimento che vi ha messo allora 
con la proprietà che egli ha dato a questo mo- 
vimento di non restare sempre aderente alle stesse 
parti della materia, e di passare dalle une alle altre 
secondo i loro diversi incontri. Sì che questo con- 
tinuo cambiamento che è nelle creature non ri- 
pugna in alcun modo all’ immutabilità che è in 
Dio, e sembra anzi servire di argomento per pro- 
varla. 

43 . In che consiste la forza di ogni corpo per agire o per 
resistere. 

Oltre di ciò, bisogna notare che la forza con 
cui un corpo agisce contro un altro corpo o re- 
siste alla sua azione consiste in questo solamente, 
che ogni cosa persiste per quanto può a restare 
nello stesso stato in cui si trova, conformemente 
alla prima legge che è stata esposta qua sopra ò). 
Cosi che un corpo che è congiunto ad un altro 
corpo ha qualche forza per impedire che ne sia 
separato; e che quando ne è separato, ha qualche 
forza per impedire che gli sia unito; e anche che, 
quand’è in riposo, ha della forza per restare in 


0) Parte II, § 37. (T.). 


176 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


questo riposo e per resistere a tutto quello che 
potrebbe farlo cambiare. Così come, quando si 
muove, esso ha della forza per continuare a muo- 
versi con la stessa velocità e verso lo stesso lato. 
Ma devesi giudicare della quantità di questa forza 
dalla grandezza del corpo dov’essa è e dalla su- 
perficie, secondo la quale questo corpo è separato 
da un altro, e anche dalla velocità del movimento 
e dai diversi modi contrarii con cui molti diversi 
corpi s’incontrano. 

44. Che il movimento non è contrario ad un altro movi- 
mento, ma al riposo; e la determinazione d’un movi- 
mento verso un lato, alla sua determinazione verso un 
altro. 

Di più, bisogna notare che un movimento non 
è contrario ad un altro movimento più veloce di 
sè, e che non vi è contrarietà che in due modi 
solamente. Cioè tra il movimento ed il riposo, 
ovvero tra la velocità e la lentezza del movi- 
mento, in quanto questa lentezza partecipa della 
natura del riposo; e tra la determinazione che ha 
un corpo a muoversi verso qualche lato e la re- 
sistenza degli altri corpi che esso incontra nel 
suo cammino, sia che questi altri corpi si ripo- 
sino, sia che si muovano diversamente da lui, o 
che quello che si muove incontri diversamente le 
loro parti; poiché, secondo che questi corpi si 
trovano disposti, questa contrarietà è maggiore 
o minore. 


PARTE SECONDA 


177 


45 Come si può determinare quanto i corpi che s’incon- 
trano cambiano i movimenti gli uni degli altri per mezzo 
delle regole che seguono. 

Ora, affinchè noi possiamo dedurre da questi 
principii in che modo ogni corpo in particolare 
aumenti o diminuisca i suoi movimenti, o cambi 
la loro determinazione a causa dell’incontro di altri 
corpi, bisogna solamente calcolare quanta forza c’è 
in ognuno di questi corpi per muovere o per resi- 
stere al movimento, essendo evidente che quello 
che ne ha di più deve sempre produrre il suo 
effetto ed impedire quello dell’altro; e questo cal- 
colo sarebbe facile a fare in corpi perfettamente 
duri, se potesse accadere che non ce ne fossero 
punto più di due che s’incontrassero, nè che si 
toccassero l’un l’altro in pari tempo, e che fossero 
talmente separati da tutti gli altri, tanto duri che 
liquidi, che non ce ne fosse nessuno che aiutasse, 
nè che impedisse in nessun modo i loro movi- 
menti, chè allora osserverebbero le regole se- 
guenti. 


46. La prima. 

La prima è che, se questi due corpi, per esem- 
pio B e C, fossero esattamente uguali e si mo- 
vessero con eguale velocità 
in linea retta l’uno verso 
l’altro, quando venissero ad 
incontrarsi essi rimbalzereb- 
bero tutti e due ugualmente, 
e ritornerebbero ognuno verso il lato donde fosse 
venuto, senza perdere nulla della loro velocità 


Fig. vi. 


R. Descartes - I Principii della Filosofia - 12. 



178 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


(cfr. la ig VI). Poiché in questo non v’ha punto 
causa che la possa loro togliere, ma ce n’è una 

zare 3 ' deVe C0stri "g ere a rimbal- 

zare e poiché essa sarebbe eguale nell’uno e 

nell altro, essi rimbalzerebbero tutti e due nello 
stesso modo. 

47 . La seconda. 

La seconda è che se B fosse, sia pure di poco 
piu grande di C, e s’incontrassero con una stessa 
velocita, non c. sarebbe che C che rimbalzerebbe 
verso .1 lato donde fosse venuto, ed essi dopo 
continuerebbero il loro movimento tutti e due in- 
sieme verso quello stesso Iato. Poiché B avendo 

piu forza di C, non potrebbe essere costretto da 
lui a rimbalzare. 

48 . La terza. 

La terza è che, se questi due corpi fossero 
del a stessa grandezza, ma B avesse sia pure sol- 
tanto un poco più di velocità di C, non solo, dopo 
i essersi incontrati, C solo rimbalzerebbe, e an- 

il'lato'doTr? 6 ÌnSÌeme ’ C ° me prima ’ verso 
il lato donde C fosse venuto, ma anche sarebbe 

necessario che B gli trasferisse la metà di quel 

che egli avesse in più di velocità, poiché, aven- 

dolo davanti a sé, egli non potrebbe andare più 

presto di lui. Di modo che, se B avesse avuto 

per esempio, sei gradi di velocità prima del loro 

incontro, e C ne avesse avuto solamente quattro 

egli gli trasferirebbe uno dei suoi due gradi che 

avesse avuto in più, e cosi andrebbero dopo 


PARTE SECONDA 


179 


ognuno con cinque gradi di velocità, poiché gii 
c molto piu facile di comunicare uno dei suoi 
gradi di velocità a C, che non a C di cambiare 
il corso di tutto il movimento che è in B. 

49. La quarta. 

La quarta è che, se il corpo C fosse, sia pure 
di poco, più grande di B, e fosse interamente in 
riposo, cioè non solo non avesse punto movi- 
mento’ apparente, ma anche non fosse per nulla 
circondato di aria, nè di altri corpi liquidi, i quali, 
come dirò in appresso <», dispongono i corpi 
duri, che essi circondano, a potere essere mossi 
molto facilmente, con qualunque velocità B po- 
tesse venire verso di lui, mai avrebbe la forza 
di muoverlo, ma sarebbe costretto a rimbalzare 
verso lo stesso lato donde fosse venuto. Poiché, 
in quanto B non saprebbe spingere C senza farlo 
andare tanto presto, quanto egli stesso andrebbe 
dopo, è certo che Cdeve tanto più resistere quanto 
più presto B viene verso di lui; e che la sua resi- 
stenza deve prevalere all’azione di B 1 (2) , poiché 
esso è più grande di lui. Cosi, per esempio, se C 
è doppio di B, e B ha tre gradi di movimento, 
esso non può spingere C che è in riposo se non 
gliene trasferisce due gradi, cioè uno per ognuna 
delle sue metà, e ritiene solo il terzo per sé, poi- 
ché esso non è maggiore di ognuna delle metà di 


(1) § 59. (r.). 

(2) Tutto ciò che segue, sino alla fine del paragrafo, manca nel testo 
latino, ed è un'aggiunta della traduzione francese, dovuta certo allo 
stesso Descartes. (T.). 


180 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


C e non può dopo andare più veloce di esse. Egual- 
mente, se B ha trenta gradi di velocità, bisognerà 
che ne comunichi venti a C; se ne ha trecento, 
che comunichi duecento; e così sempre il doppio 
di quanto riterrà per sè. Ma poiché C è in ri- 
poso, esso resiste dieci volte di più a ricevere 
venti gradi che a riceverne due, e cento volte di 
più a riceverne duecento; cosi che, quanto più 
velocità ha B, tanto più resistenza trova in C. 
E poiché ognuna delle metà di C ha tanta forza 
per restare nel suo riposo, quanta B ne ha per 
spingerla, ed esse gli resistono tutt’e due in pari 
tempo, è evidente che debbono prevalere nel 
costringerlo a rimbalzare. Così che, con qualun- 
que velocità B vada verso C, cosi in riposo e 
maggiore di lui, esso non può mai avere la forza 
di muoverlo. 

50. La quinta. 

La quinta è che se, al contrario, il corpo C fosse 
sia pure un poco minore di B, questo non po- 
trebbe andare così lentamente verso l’altro, che 
io suppongo ancora perfettamente in riposo, senza 
avere la forza di spingerlo e trasferirgli la parte 
del suo movimento che fosse richiesta per fare 
in modo che andassero in appresso con la stessa 
velocità: cioè se B fosse doppio di C, esso non 
gli trasferirebbe che il terzo del suo movimento, 
poiché questo terzo farebbe muovere C tanto 
presto, quanto gli altri due terzi farebbero muo- 
vere B, poiché esso è supposto due volte così 
grande; e così, dopo che B avesse incontrato C, 


PARTE SECONDA 


181 


andrebbe di un terzo più lentamente che prima, 
cioè nel tempo in cui prima avrebbe potuto per- 
correre tre spazii, non ne potrebbe più percorrere 
che due. Egualmente, se fi fosse tre volte più 
grande che C, esso non gli trasferirebbe che la 
quarta parte del suo movimento, e cosi delle 
altre (1) ; e B non saprebbe aver sì poca forza 
che non gli basti sempre per muovere C; poiché 
è certo che i più deboli movimenti debbono se- 
guire le stesse leggi, e avere in proporzione gli 
stessi effetti che i più forti, benché spesso si pensi 
notare il contrario su questa terra, a causa del- 
l’aria e degli altri fluidi che circondano sempre i 
corpi duri che si muovono, e che possono molto 
aumentare o ritardare la loro velocità, come ap- 
parirà da quel che segue (2) 3 . 

51 . La sesta. 

La sesta, che se il corpo C fosse in riposo, e per- 
fettamente eguale in grandezza al corpo B che 
muovesi verso di lui, bisognerebbe necessaria- 
mente che esso fosse in parte spinto da fi e che 
in parte lo facesse rimbalzare; così che, se fi fosse 
venuto verso C con quattro gradi di velocità, biso- 
gnerebbe che gliene trasferisse uno, e con gli altri 
tre ritornasse verso il lato donde fosse venuto < 3) . 
Poiché essendo necessario, o che fi spinga C senza 
rimbalzare, e così che gli trasferisca due gradi 


(1) Idem. (7.). 

(2) §§ 56-50 sgg. (7). 

(3) Di qui. sino alla fine del §. aggiunta della trad. francese. (7). 


182 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


del suo movimento; o che rimbalzi senza spin- 
gerlo, e che, per conseguenza, ritenga questi due 
gradi di velocità con gli altri due che non gli 
possono esser tolti; ovvero, infine, che rimbalzi 
ritenendo una parte di questi due gradi e che lo 
spinga trasferendogli l’altra parte: è evidente che 
poiché sono eguali, e cosi che non v’ha maggior 
ragione perchè debba rimbalzare anziché spin- 
gere C, questi due effetti debbono essere egual- 
mente divisi: cioè che B deve trasferire a C uno 
di questi due gradi di velocità, e rimbalzare con 
l’altro. 

52. La settima. 

La settima ed ultima regola è che se B e C 
vanno verso uno stesso lato, e C precede, ma va 
più lentamente di B, in modo che sia raggiunto 
infine da lui, può accadere che B trasferirà una 
parte della sua velocità a C, per spingerlo da- 
vanti a sé, e può accadere anche che non gliene 
trasferirà nulla affatto, ma rimbalzerà, con tutto 
il suo movimento, dal lato donde sarà venuto. 
Cioè non solamente quando C è minore di B, 
ma anche quando esso è maggiore, purché ciò 
in cui la grandezza di C sorpassi quella di B sia 
minore di quello, in cui la velocità di B sorpassi 
quella di C, mai B non deve rimbalzare, ma spin- 
gere C, trasferendogli una parte della sua velo- 
cità. Ed al contrario, quando quello in cui la 
grandezza di C sorpassa quella di B, è maggiore 
di quello in cui la velocità di B sorpassa quella 
di C, bisogna che B rimbalzi, senza nulla comu- 


PARTE SECONDA 


183 


nicare a C del suo movimento; ed infine, che 
quando l’eccesso di grandezza che è in C è per- 
fettamente eguale all’eccesso di velocità che è in 
fi, questo deve trasferire una parte del suo mo- 
vimento all’altro e rimbalzare col resto. Il che può 
essere computato in questo modo: se C è pre- 
cisamente due volte maggiore di B, e B non si 
muove due volte tanto velocemente quanto C, ma 
ne manca qualcosa, B deve rimbalzare senza 
aumentare il movimento di C; e se B si muove 
con una velocità più di due volte maggiore di C, 
esso non deve punto rimbalzare, ma trasferire tanto 
del suo movimento a C, quanto è richiesto per 
fare che si muovano tutti e due in appresso con 
la stessa velocità. Per esempio, se C non ha che 
due gradi di velocità e fi ne ha cinque, che è 
più del doppio, esso gliene deve comunicare due 
dei suoi cinque, i quali due essendo in C, non 
ne faranno che uno, poiché C è due volte più 
grande di fi, e cosi andranno tutti e due in ap- 
presso con tre gradi di velocità. E le dimostra- 
zioni di tutto questo sono così certe, che anche 
se l’esperienza sembrasse farci vedere il contrario, 
noi dovremmo, nondimeno, prestare maggior fede 
alla nostra ragione che ai nostri sensi (1 >. 


(1) Nessuna delle sette regole precedenti si trova nel trattato del 
Mondo. I Principia del 1644 le enunciano brevemente. Ma poiché esse 
furono poco comprese, Descartes le rimaneggiò correggendo la tradu- 
zione francese di Picot. (Cfr. la Storia esterna de « I Prtnctpii della 
filosofia » di Renalo Descartes, cap. VI). Ma anche cosi corrette, esse 
furono giudicate false da alcuni, come il padre Fabri, e perfettamente 
inutili da altri, come Giovanni Raey e Cristiano Huygens il giovane. 
Descartes stesso le giudicava non necessarie all' intelligenza del resto, c, 
come Schooten scrisse più tardi ad Huygens, esitò ad inserirle nei Prin- 
cipi!. Cfr. A T, XII, 374-6. (T.). 


184 


I PR1NCIPII DELLA FILOSOFIA 


53. Che la spiegazione (D di queste regole è difficile, poi- 
ché ogni corpo è toccalo da più altri in pari tempo. 

In effetti, accade sovente che l’esperienza può 
sembrare dapprima repugnante alle regole che 
ho spiegato testé, ma la ragione ne è evidente. 
Poiché esse presuppongono che i due corpi B e 
C sono perfettamente duri e talmente separati da 
tutti gli altri, che non ce n’è alcuno attorno ad 
essi che possa aiutare o impedire il loro movi- 
mento; e noi non ne vediamo punto di tali in 
questo mondo. Ecco perchè, prima che si possa 
giudicare se esse vi si osservano o no, non basta 
sapere come due corpi, quali B e C, possono 
agire l’uno contro l’altro, quando s’incontrano: 
ma è d’uopo, inoltre, di considerare come tutti 
gli altri corpi che li circondano possano aumentare 
o diminuire la loro azione. E poiché non c'è nulla 
che faccia loro in questo avere effetti differenti, 
se non la differenza che è fra loro, gli uni es- 
sendo liquidi o molli, e gli altri duri, è d’uopo 
che esaminiamo, in questo luogo, in che con- 
sistono queste due qualità di essere duro o di 
essere liquido. 

54. In che consiste la natura dei corpi duri e dei liquidi. 

Nel che noi dobbiamo, in primo luogo, rice- 
vere la testimonianza dei nostri sensi, poiché 
queste qualità si riportano ad essi; ed essi non 


(I) Trad. francese: explication: leggere application (applicazione)? 
Latino: harum regularum usura. (7\). 


PARTE SECONDA 


185 


c’insegnano in questo altra cosa, se non che le 
parti dei corpi liquidi cedono si facilmente i loro 
posti, che non fanno nessuna resistenza alle no- 
stre mani quand’esse le incontrano; e che, al con- 
trario, le parti dei corpi duri sono talmente unite 
le une alle altre, da non potere essere separate 
senza una forza che rompa quel legame che è 
fra loro. In conseguenza di che, se esaminiamo 
quale può essere la causa per cui certi corpi 
cedono il loro posto senza fare resistenza, e 
perchè gli altri non lo cedono egualmente, non 
ne troviamo altra, se non che i corpi che sono 
già in azione per muoversi non impediscono punto 
che i luoghi, ch’essi sono disposti a lasciare spon- 
taneamente, siano occupati da altri corpi; ma 
quelli che sono in riposo non possono essere cac- 
ciati dal loro posto senza qualche forza che venga 
d’altrove, allo scopo di cagionare in essi quel 
cambiamento. Donde segue che un corpo è li- 
quido, quando è diviso in molte piccole parti che 
muovonsi separatamente le une dalle altre in 
molti modi differenti, e che è duro, quando tutte 
le sue parti si toccano, senza essere in azione per 
allontanarsi l’una dall’altra. 

55 . Che non v'è nulla che congiunga le parti dei corpi duri, 
se non che esse sono in riposo l’una riguardo all'altra. 

Ed io non credo che si possa immaginare alcun 
cemento più proprio a congiungere insieme le parti 
dei corpi duri che il loro proprio riposo. Poiché, 
di qual natura esso potrebb’essere? Esso non 
sarà già una cosa che sussista da sè stessa: 


186 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


poiché tutte queste particelle essendo delle so- 
stanze, per quale ragione esse sarebbero piuttosto 
unite da altre sostanze che da sé stesse? Non 
sarà nemmeno una qualità differente dal riposo, 
poiché non c’è nessuna qualità più contraria al 
movimento che potrebbe separare queste parti, 
che il riposo che è in esse. Ma oltre le sostanze 
e le loro qualità noi non conosciamo affatto che 
ci siano altri generi di cose. 

56 . Che le parti dei corpi fluidi hanno movimenti che ten- 
dono egualmente da tutti i lati, e che la più piccola forza 
basta per muovere i corpi duri che esse circondano. 

Per quanto riguarda i corpi fluidi, benché noi 
non vediamo punto che le loro parti si muovano, 
poiché sono troppo piccole, possiamo nondimeno 
conoscerlo da molti effetti; e principalmente per- 
chè l’aria e l’acqua corrompono molti altri corpi, 
e le parti di cui questi fluidi sono composti non 
potrebbero produrre un’azione corporale, com’è 
questa corruzione, se non si muovessero attual- 
mente. Io mostrerò appresso (l) quali sono le cause 
che fanno muovere queste parti. Ma la difficoltà 
che dobbiamo esaminare qui è che le particelle 
che compongono questi corpi fluidi non potreb- 
bero muoversi tutte in pari tempo da tutti i lati, 
e nondimeno questo sembra essere richiesto, af- 
finchè esse non impediscano il movimento dei 
corpi che possono venire verso di esse da tutti i 
lati, come in effetti vediamo che non lo impe- 


dì Parte III, §§ 49-51. (7".). 


PARTE SECONDA 


187 


discono affatto. Poiché se supponiamo, per esem- 
pio, che il corpo duro B si muove verso C, e che 
alcune parti del fluido che è fra loro due si 
muovono da C verso B, ben lungi dal facilitare 
il movimento di B, al contrario esse Io impedi- 
scono molto più che se fossero del tutto prive di 
movimento (cfr. la fig. VII). Per risolvere questa 



Fig. VII. 


difficoltà noi ci ricorderemo, in questo luogo, che 
il movimento è contrario al riposo, e non al movi- 
mento; e che la determinazione di un movimento 
verso un lato è contraria alla determinazione 
verso il lato opposto, come è stato osservato di 
sopra O; e anche che tutto quello che si muove 
tende sempre a continuare a muoversi in linea 
retta * (2) . In seguito di che è evidente che quando 
il corpo B è in riposo, esso è più opposto pel 
suo riposo ai movimenti delle piccole parti del 
corpo liquido D, prese tutte insieme, di quanto 
non sarebbe opposto ad esse col suo movimento, 
se si muovesse. E per quanto riguarda la loro de- 


ci) Parte II. § 44. (T.). 

(2) Parte II, § 30. (T.). 


188 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


terminazione, è evidente anche che ce ne sono 
precisamente tante che muovonsi da C verso B 
quante ce ne sono che si muovono in senso con- 
trario; tanto più che sono le stesse che, venendo 
da C, urtano contro la superficie del corpo B, e 
dopo ritornano verso C. E benché alcune di queste 
parti, prese in particolare, spingano B verso F, a 
misura ch’esse lo incontrano, e gl’ impediscano 
con questo mezzo di muoversi verso C più che 
se fossero senza moto: nondimeno, poiché ce ne 
sono altrettante, le quali, tepdendo da F verso B, 
lo spingono verso C, esso non è spinto da esse 
tutte da un lato più che dall’altro, e non deve 
punto muoversi, se non gli accade nulla da al- 
tre parti; poiché, qualunque figura si supponga 
in questo corpo B, ci saranno proprio tante di 
queste parti che Io spingeranno verso un lato, 
quante altre ce ne sono che lo spingeranno in 
senso contrario, purché il fluido che lo circonda 
non abbia corso simile a quello dei fiumi, che lo 
faccia scorrere tutto quanto verso qualche parte. 
Ed io suppongo che B è circondato da tutti i 
lati dal fluido FD, e non proprio in mezzo ad 
esso. Poiché sebbene ce ne sia più fra B e C 
che fra B ed F, esso non ha per questo mag- 
gior forza a spingerlo verso F che verso C, poiché 
non agisce tutto quanto contro di lui, ma sola- 
mente con quelle delle sue parti che toccano la 
sua superficie. Noi abbiamo considerato finora il 
corpo B come in riposo; ma se supponiamo ora 
che esso sia spinto verso C da qualche forza 
che gli venga dal di fuori, per quanto piccola 


PARTE SECONDA 


189 






possa essere, essa basterà, non veramente a muo- 
verlo da sola, ma ad unirsi con le parti del 
corpo fluido FD, determinandole a spingerlo an- 
che verso C, ed a comunicargli una parte del 
loro movimento. 

57 . La prova dell’articolo precedente. 

Per conoscere questo più distintamente, consi- 
deriamo che quando non c’è corpo duro nel 
corpo fluido FD, le sue particelle aeioa sono di- 
sposte come un anello, e che muovonsi circolar- 
mente secondo l’ordine dei segni aei, e che le 
altre, segnate ouyao, si muovono anche secondo 
l’ordine dei segni ouy. Poiché, affinchè un corpo 
sia fluido, le particelle che lo compongono deb- 
bono muoversi in molti modi differenti, come è 
stato già notato (1) . Ma supponendo che il corpo 
duro B fluttui nel fluido FD tra le sue parti a 
e o, senza muoversi, consideriamo quello che ne 
avviene. In primo luogo, esso impedisce che le 
particelle aeio passino da o verso a e compiano 
il circolo del loro movimento; impedisce anche 
che quelle che sono segnate ouya passino da a 
verso o ; di più, quelle che vengono da i verso 
o spingono B verso C, e quelle che vengono pa- 
rimente da y verso a lo spingono verso F, con 
una forza cosi eguale che, se non accade nulla 
d’altronde, esse non possono farlo muovere, ma 
le une ritornano da o verso u e le altre da a 


(1) Parte II, § 54. (T.). 


190 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


verso e; e invece delle due circolazioni che esse 
facevano prima, non ne fanno più che una, se- 
condo l’ordine dei segni aeiouya. È dunque ma- 
nifesto che esse non perdono nulla del loro mo- 
vimento per rincontro del corpo B, e che cam- 
biano solamente la loro determinazione, e non 
continuano più a muoversi secondo linee si rette, 
nè cosi avvicinantisi alla retta, come se non lo 
incontrassero punto nel loro cammino. Infine, se 
supponiamo che B sia spinto da qualche forza 
che prima non era in lui, io dico che questa forza, 
essendo unita a quella, con cui le parti del corpo 
fluido che vengono da i verso o lo spingono verso 
C, non potrebbe essere cosi piccola, da non sor- 
montare quella che fa che le altre che vengono 
da y verso a lo respingono al contrario, e basta 
per cambiare la loro determinazione, e fare che 
esse si muovano secondo l’ordine dei segni ayuo, 
quanto è richiesto per non impedire punto il mo- 
vimento del corpo poiché quando due corpi 
sono determinati a muoversi verso due luoghi di- 
rettamente opposti l’uno all’altro, e s’incontrano, 
quello che ha più forza deve cambiare la deter- 
minazione dell’altro. E quello che io ho notato, 
riguardo alle particelle aeiouy, deve anche inten- 
dersi di tutte le altre parti del corpo fluido FD 
che urtano contro il corpo B: cioè che quelle che 
lo spingono verso C, sono opposte ad un nu- 
mero eguale di altre che lo spingono all’opposto, 


(1) Parte II, § 60. (T.). 


PARTE SECONDA 


191 


e che per poca forza che sopravvenga alle une 
più che alle altre, questa poca forza basta per 
cambiare la determinazione di quelle che ne 
hanno di meno. E quand’anche esse non descri- 
vessero dei cerchi come quelli che sono qui rap- 
presentati (fig. VII), impiegano senza dubbio la 
loro agitazione a muoversi circolarmente, ovvero 
in alcuni altri modi equivalenti. 

58. Che un corpo non dev’essere stimato interamente fluido, 
riguardo a un corpo duro che circonda, quando alcune 
delle sue parti si muovono con minor velocità di questo 
corpo duro. 

Ora, la determinazione delle piccole parti del 
corpo fluido che impedivano al corpo B di muo- 
versi verso C essendo così cambiata (fig. VII), 
questo corpo comincerà a muoversi, e avrà tanta 
velocità**), quanta ne ha la forza che dev’essere 
aggiunta a quella delle particelle di questo fluido 
per determinarlo a questo movimento; purché, 
tuttavia, non ce ne sia nessuna fra loro che non 
si muova più presto, o almeno cosi presto, come 
questa forza; poiché, se ce ne sono alcune che 
si muovono più lentamente, non si deve conside- 
rare quel corpo come fluido, in quanto ne è com- 
posto; ed in questo caso anche la minima forza 
non potrebbe muovere il corpo duro che fosse 
dentro, tanto più che bisognerebbe che essa fosse 
cosi grande, da poter sormontare la resistenza di 


) 


(I) Ibidem. (7".). 


192 


I PR1NCIPII DELLA FILOSOFIA 


quelle che non si muovessero abbastanza presto. 
Così noi vediamo che l’aria, l’acqua e gli altri 
corpi fluidi resistono abbastanza sensibilmente ai 
corpi che si muovono fra loro con non ordinaria 
velocità, e che questi stessi fluidi cedono loro assai 
agevolmente, quando si muovono più lentamente. 

59. Che un corpo duro essendo spinto da un altro non riceve 
da lui solo tutto il movimento che acquista, ma ne prende 
anche una parte dal corpo fluido che lo circonda. 

Tuttavia noi dobbiamo pensare che (fig. VII) 
quando il corpo B è mosso da una forza esteriore, 
esso non riceve il suo movimento dalla sola forza 
che l’ha spinto, ma ne riceve anche molto dalle 
piccole parti del corpo fluido che lo circonda; e 
che quelle che compongono i circoli aeio ed ayuo 
perdono tanto del loro movimento, quanto ne co- 
municano alle parti del corpo B che sono tra o 
ed a, poiché esse partecipano ai movimenti circo- 
lari aeioa ed ayuoa, nonostante si congiungano 
senza cessa ad altre parti di questo fluido nel 
mentre che avanzano verso C; il che è causa an- 
che che esse non ricevano che pochissimo movi- 
mento da ciascuna. 

60. Che non può, tuttavia, aver maggiore velocità di quanto 
questo (i) corpo duro non gliene dia. 

Ma è d’uopo che renda ragione perchè non ho 
detto di sopra 1 (2) che la determinazione delle parti 


(1) Ce: leggere le (II). (T.). 

(2) Parte II, § 57. IT.). 


PARTE SECONDA 


193 


ayuo (fig. VII) doveva essere interamente cambiata, 
e che solamente essa doveva esserlo tanto quanto 
era richiesto per non impedire il movimento del 
corpo B : cioè per questa ragione, che questo 
corpo B non può muoversi più presto di quanto 
sia spinto dalla forza esteriore, benché le parti 
del corpo fluido FD abbiano spesso molto mag- 
giore agitazione. Ed è quello che devesi osservare 
accuratamente filosofando, di non attribuire mai 
ad una causa nessun effetto che sorpassi il suo 
potere. Poiché se supponiamo che il corpo B, 
che era circondato da tutti i lati dal fluido FD 
senza muoversi, è adesso spinto assai lentamente 
da qualche forza esteriore, cioè da quella della 
mia mano, noi non dobbiamo credere che esso 
si muova con maggior velocità di quanta ne ha 
ricevuto dalla mia mano, poiché non v’ha che il 
solo impulso che ha ricevuto dalla mia mano 
che sia causa che esso si muova. E sebbene le 
parti del corpo fluido si muovano forse molto 
più rapidamente, noi non dobbiamo credere che 
esse siano determinate a dei movimenti circo- 
lari, come aeioa e ciyuoa, o altri simili, che ab- 
biano maggiore velocità della forza che spinge il 
corpo B, ma solamente che impiegano l’agitazione 
che hanno di resto a muoversi in molti altri modi. 

61 . Che un corpo fluido, che muovesi tutto intero verso gual- 
che Iato, porta necessariamente con sè tutti i corpi duri 
che contiene o circonda. 

Ora è facile a conoscersi, da quello che or ora 
è stato dimostrato, che un corpo duro, il quale è in 

R. DESCARTES - 1 Principii della Filosofia - 13. 


194 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


riposo tra le piccole parti di un corpo fluido che 

10 circonda da tutti i lati, è egualmente equilibrato: 
si che la menoma piccola forza può spingerlo da 
un lato e dall’altro, nonostante che lo si supponga 
grandissimo; sia che questa forza gli venga da 
qualche causa esteriore o che consista in questo, 
che tutto il corpo fluido che lo circonda prende 

11 suo corso verso un certo lato: come i fiumi 
colano verso il mare e l’aria verso l’occidente, 
quando soffiano i venti orientali, poiché in questo 
caso è d’uopo che il corpo duro, che è circondato 
da tutti i lati da questo fluido, sia trasportato con 
esso. E la quarta regola, secondo la quale è stato 
detto di sopra (l) 2 che un corpo, il quale è in ri- 
poso, non può essere mosso da uno più piccolo, 
sebbene questo più piccolo si muova straordina- 
riamente presto, non contraddice in nessun modo 
a questo. 

62. Clic non si può dire propriamente che un corpo duro si 
muova, quando è cosi trasportato da un corpo fluido (2). 

Ed anzi, se osserviamo la vera natura del mo- 
vimento, il quale non è propriamente che il tra- 
sporto del corpo che si muove dalla vicinanza di 
alcuni altri corpi che lo toccano, e che questo 
trasporto è reciproco nei corpi che si toccano 
vicendevolmente, sebbene non siamo soliti di 


(1) Parte II, § 49. (7".). 

(2) Su questo principio 6 fondata tutta la dottrina cartesiana del 
moto — che è riposo — delia Terra, e per giustificare questa dottrina 
Descartes escogitò quel principio. (T.). 


PARTE SECONDA 


195 




dire che si muovono tutti e due, noi sapremo, 
nondimeno, che non è tanto vero dire che un 
corpo duro si muove, quando, essendo circondato 
da tutti i lati da un fluido, obbedisce al suo corso, 
che se avesse tanta forza per resistergli da potere 
evitare di essere trascinato da esso; poiché esso 
s’allontana molto meno dalle particelle che lo cir- 
condano quando segue il corso di questo fluido, 
che quando non lo segue. 

63 . Donde viene che ci sono corpi cosi duri da non potere 
essere divisi dalle nostre mani, benché siano più piccoli 
di esse. 

Dopo aver mostrato che la facilità con la quale 
noi qualche volta muoviamo dei grandissimi corpi, 
quando fluttuano o sono sospesi in qualche fluido, 
non repugna punto alla quarta regola qui sopra 
spiegata (l) , bisogna anche che io mostri come la 
difficoltà che proviamo a romperne altri che sono 
piccolissimi può accordarsi con la quinta (2) 3 . Poi- 
ché, se è vero che le parti dei corpi duri non 
sono unite insieme da nessun cemento, e che 
non v’ha nulla affatto che impedisce la loro se- 
parazione, se non che sono in riposo le une con- 
tro le altre, come è stato testé detto < 3) , e sia 
vero anche che un corpo che si muove, sebbene 
lentamente, ha sempre abbastanza forza per muo- 
verne un altro più piccolo che è in riposo, come 


(1) Parte II, § 49. (7*.). 

(2) Parte II, § 50. ( T.). 

(3) Parte II, § 55. (7'.). 


196 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


insegna quella quinta regola: si può domandare 
perchè non possiamo, con la sola forza delle no- 
stre mani, rompere un chiodo o un altro pezzo 
di ferro che è più piccolo di esse, tanto più che 
ognuna delle metà di questo chiodo può essere 
presa per un corpo che è in riposo contro la sua 
altra metà, e che deve, sembra, poterne essere 
separato dalla forza delle nostre mani, poiché 
esso non è sì grande come queste, e la natura 
del movimento consiste in questo, che il corpo 
che si dice muoversi è separato dagli altri corpi 
che lo toccano. Ma bisogna notare che le nostre 
mani sono assai molli, cioè partecipano più della 
natura dei corpi fluidi che dei corpi duri, il che 
è causa che tutte le parti, di cui esse sono com- 
poste, non agiscono insieme contro il corpo che 
noi vogliamo separare, e che non vi sono che 
quelle che, toccandolo, s’appoggiano unitamente 
su lui. Poiché come la metà di un chiodo può es- 
sere presa per un corpo, poiché si può separarla 
dall’altra sua metà, egualmente la parte della 
nostra mano che tocca questa metà di chiodo e 
che è molto più piccola della mano intera, può 
essere presa per un altro corpo, poiché essa può 
essere separata dalle altre parti che compongono 
questa mano; e perchè può essere separata più 
facilmente dal resto della mano che un’altra parte 
di chiodo dal resto del chiodo, e noi sentiamo 
dolore quando una tal separazione accade alle 
parti del nostro corpo, noi non sapremmo rom- 
pere un chiodo con le nostre mani; ma se pren- 
diamo un martello o una lima o delle forbici o 


PARTE SECONDA 


197 


qualche altro simile strumento, e ce ne serviamo 
in tal modo da applicare la forza della nostra 
mano contro la parte del corpo che vogliamo 
dividere, la quale dev’essere più piccola che la 
parte dello strumento che applichiamo contro di 
essa, noi potremo venire a capo della durezza di 
quel corpo, benché sia grandissima. 

64. Che io non ammetto principii in Fisica che non siano an- 
che ammessi in Matematica, allo scopo di poter provare 
per dimostrazione tutto quanto ne dedurrò, e questi 
principii bastano, poiché tutti i Fenomeni della natura 
possono essere spiegati per loro mezzo. 

Io non aggiungo nulla qui riguardo alle figure, 
nè come dalle loro diversità infinite derivano, nei 
movimenti, diversità innumerevoli, tanto più che 
queste cose potranno essere abbastanza intese 
da loro stesse, quando sarà tempo di parlarne, 
ed io suppongo che quelli che leggeranno i miei 
scritti sanno gli elementi della Geometria, o, al- 
meno, che hanno lo spirito proprio a compren- 
dere le dimostrazioni di Matematica. Poiché con- 
fesso francamente qui che non conosco punto altra 
materia delle cose corporali che quella che può 
essere divisa, figurata e mossa in ogni sorta di 
modi, cioè quella che i Geometri chiamano la 
quantità, e che prendono per oggetto delle loro 
dimostrazioni: e che non considero in questa 
materia che le sue divisioni, le sue figure e i 
suoi movimenti; ed infine che, riguardo a questi, 
io non voglio nulla ricevere per vero, se non 
quello che ne sarà dedotto con tanta evidenza, 


198 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


da potere tener luogo d’una dimostrazione Mate- 
matica. E poiché può rendersi ragione, in questo 
modo, di tutti i Fenomeni della natura, come potrà 
giudicarsi da quel che segue, io non credo che 
si debbano ammettere altri principii nella Fisica, 
e nemmeno che si abbia ragione di desiderarne 
altri diversi da quelli che sono qui spiegati. 


PARTE TERZA. 


Del mondo visibile. 


1 . Che non si potrebbe pensare troppo altamente delle opere 
di Dio. 

Dopo avere respinto quanto avevamo un tempo 
ammesso in nostra credenza, prima di averlo suf- 
ficientemente esaminato, poiché la ragione tutta 
pura ci ha fornito luce abbastanza per farci sco- 
prire alcuni principii delle cose materiali, e ce li 
ha presentati con tanta evidenza che non po- 
tremmo più dubitare della loro verità, bisogna 
adesso tentare se potremo dedurre da questi soli 
principii la spiegazione di tutti i Fenomeni, cioè 
degli effetti che sono nella natura e che noi 
percepiamo per l’intermediario dei nostri sensi. 
Noi cominceremo da quelli che sono i più gene- 
rali e da cui tutti gli altri dipendono: cioè dal- 
l’ammirabile struttura di questo mondo visibile. 
Ma affinchè possiamo evitare d’ ingannarci esa- 
minandoli, mi sembra che noi dobbiamo accura- 
tamente esaminare due cose: la prima è che noi 
ci rimettiamo sempre davanti agli occhi che la 
potenza e la bontà di Dio sono infinite, affinchè 
questo ci faccia conoscere che non dobbiamo 
punto temere d’ ingannarci, immaginando le sue 
opere troppo grandi, troppo belle o troppo per- 


200 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


fette; ma che possiamo bene mancare, al con- 
trario, se supponiamo in esse limiti o restrizioni, 
di cui non abbiamo niuna conoscenza certa. 

2 . Che si presumerebbe troppo di sé, se s’ intraprendesse 

di conoscere lo scopo che Dio si è proposto creando 
il mondo. 

La seconda è che noi ci rimettiamo anche sempre 
davanti agli occhi che la capacità del nostro spi- 
rito è assai mediocre, e che non dobbiamo pre- 
sumer troppo di noi stessi, come sembra che fa- 
remmo se supponessimo che l’universo avesse 
dei limiti, senza che ciò ci fosse affermato da 
rivelazione divina, o almeno da ragioni naturali 
evidentissime; poiché sarebbe volere che il nostro 
pensiero potesse immaginare qualcosa oltre di 
quello a cui la potenza di Dio si è estesa creando 
il mondo, ma anche ancora di più, se fossimo 
persuasi che è solo per nostro uso che Dio ha 
creato tutte le cose, ovvero soltanto se preten- 
dessimo di poter conoscere con la forza del nostro 
spirito quali sono gli scopi, per i quali egli le 
ha create. 

3 . In che senso si può dire che Dio ha creato tutto per 

l’uomo. 

Poiché sebbene sia un pensiero pio e buono, 
per quanto riguarda i costumi, di credere che 
Dio ha fatto tutto per noi, affinchè questo ci ec- 
citi sempre più ad amarlo e ringraziarlo di tanti 
beneficii, benché esso sia vero in qualche senso, 
poiché non v’ha nulla di creato donde non pos- 


PARTE TERZA 


201 


siamo trarre qualche uso, non foss’altro quello 
di esercitare il nostro spirito considerandolo e 
d’essere incitati a lodare Dio per suo mezzo, non 
è, tuttavia, in alcun modo verosimile che tutte le 
cose siano state fatte per noi in modo tale, che Dio 
non abbia avuto niun altro scopo creandole. E 
sarebbe, mi sembra, poco conveniente volersi 
servire di questa opinione per appoggiare dei 
ragionamenti di Fisica, poiché non sapremmo 
dubitare che non vi sia un’infinità di cose che 
sono ora nel mondo, ovvero che ci sono state 
un tempo, e hanno già interamente cessato di es- 
sere, senza che niun uomo le abbia mai vedute 
o conosciute, e senza che gli abbiano mai ser- 
vito a nessun uso. 

4 . Dei Fenomeni o esperienze, ed a che esse possono ser- 
vire qui. 

Ora i principii da me di sopra spiegati sono 
cosi ampii, che se ne possono dedurre molto più 
cose che non ne vediamo nel mondo, e anche 
molto più che non ne sapremmo percorrere col 
pensiero in tutto il tempo di nostra vita. Ecco 
perchè farò qui una breve descrizione dei prin- 
cipali Fenomeni di cui pretendo indagare le cause, 
non già per trarne delle ragioni che servano a 
provare quanto ho a dire in seguito: poiché ho 
disegno di spiegare gli effetti dalle loro cause, e 
non le cause dai loro effetti; ma perchè possiamo 
scegliere, tra un’infinità d’effetti che possono es- 
sere dedotti dalle stesse cause, quelli che dob- 
biamo principalmente cercare di dedurne. 


202 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


5 . Che proporzione v’ha tra il Soie, la Terra e la Luna , 

in ragione delle loro distanze e delle loro grandezze. 

Ci sembra, innanzi tutto, che la Terra è molto 
maggiore di tutti gli altri corpi che sono al 
mondo, e che la Luna e il Sole sono più grandi 
che le Stelle; ma se noi correggiamo il difetto 
della nostra vista con ragionamenti che sono in- 
fallibili, conosceremo, in primo luogo, che la 
Luna è lontana da noi circa 30 diametri della 
Terra, e il Sole sei o settecento; e paragonando 
in seguito queste distanze col diametro apparente 
dei Sole e della Luna, troveremo che la Luna è 
più piccola che la Terra, e che il Sole è molto 
più grande. 

6 . Che distanza v’ha tra gli altri Pianeti e il Sole. 

Noi conosceremo anche, per mezzo dei nostri 
occhi, quando saranno aiutati dalla ragione, che 
Mercurio dista dal Sole più di duecento diametri 
della Terra; Venere, più di quattrocento; Marte, 
novecento o mille; Giove, tremila e più; e Sa- 
turno, cinque o seimila. 

7 . Che si possono supporre le Stelle fìsse tanto lontane 

quanto si vuole. 

Per quanto riguarda le Stelle fisse, secondo le 
loro apparenze, noi non dobbiamo punto credere 
che siano più vicine alla Terra o al Sole che 
Saturno; ma anche non vi notiamo nulla che c’im- 
pedisca di poterle supporre più lontane sino ad 
una distanza indefinita. E potremo concludere. 


PARTE TERZA 


203 


da quanto dirò in appresso W, riguardo ai movi- 
menti dei Cieli, ch’esse sono si lontane dalla 
Terra, che Saturno, a paragone loro, ne è estre- 
mamente vicino. 

8 . Che la Terra, vista dal Cielo, non apparirebbe che come 

un Pianeta minore di Giove o Saturno. 

In seguito di che è facile conoscere che la Luna 
e la Terra apparirebbero molto più piccole a chi 
le guardasse da Giove o da Saturno, di quanto 
appaia Giove o Saturno allo stesso spettatore 
che li guarda dalla Terra, e che, se si guar- 
dasse il Sole di sopra da qualche Stella fissa, 
esso non apparirebbe forse maggiore di quanto 
appaiano le Stelle a quelli che le guardano dal 
luogo dove siamo: di modo che, se vogliamo com- 
parare le parti del mondo visibile le une alle 
altre, e giudicare delle loro grandezze senza pre- 
venzione, non dobbiamo mica credere che la Luna 
o la Terra o il Sole sieno più grandi delle Stelle. 

9 . Che la luce del Sole e delle Stelle fisse è propria ad essi. 

Ma, oltre che le Stelle non sono eguali in 
grandezza, vi si nota anche questa differenza, che 
le une brillano della loro propria luce, e che le 
altre riflettono solamente quella che esse hanno 
ricevuto d’altronde. Innanzi tutto, non sapremmo 
dubitare che il Sole non abbia in sè quella 
luce che ci abbaglia, quando lo guardiamo troppo 
fissamente; poiché essa è si grande, che tutte 


(1) §§ 20 e 41. (7\). 


204 


I PRINCIPIl DELLA FILOSOFIA 


le Stelle insieme non gliene potrebbero comu- 
nicare tanto, poiché quella ch’esse c’inviano è 
incomparabilmente più debole della sua, benché 
non siano tanto lontane da noi quanto da lui; e 
se ci fosse al mondo qualche altro corpo più bril- 
lante, dal quale esso togliesse la sua luce, biso- 
gnerebbe che noi lo vedessimo. Ma se conside- 
riamo anche quanto sono vivi e scintillanti i raggi 
delle Stelle fisse, nonostante sieno estremamente 
lontane da noi e dal Sole, non faremo difficoltà 
a credere ch’esse gli rassomigliano, di modo che, 
se fossimo sì vicini a qualcuna di esse come 
siamo a lui, quella ci parrebbe grande e lumi- 
nosa come un Sole. 

10. Che quella della Luna e degli altri Pianeti è tolta al 
Sole. 

Al contrario, poiché vediamo che la Luna non 
illumina che dal lato che è opposto al Sole, 
dobbiamo credere che essa non ha luce che le 
sia propria, e che rinvia solamente verso i nostri 
occhi i raggi che ha ricevuti dal Sole. Questo 
è stato osservato da poco su Venere, con lenti 
di lunga vista; e possiamo giudicare il simile 
di Mercurio, Marte, Giove e Saturno, poiché la 
loro luce ci sembra molto più debole e meno 
splendida di quella delle Stelle fisse, e questi 
Pianeti non sono sì lontani dal Sole, che non ne 
possano essere illuminati. 


I 


PARTE TERZA 


205 


1 1 . Che, per quanto riguarda ta luce, la Terra è simile ai 
Pianeti. 

Infine, dal vedere che i corpi di cui la Terra 
è composta sono opachi, e che rimandano i raggi 
che ricevono dal Sole, per Io meno tanto forte- 
mente quanto la Luna: poiché le nubi che la cir- 
condano (1) , benché non siano composte che di 
quelle delle sue parti che sono le meno opache 
e le meno adatte a riflettere la luce, ci sembrano 
bianche come la Luna, quando sono illuminate 
dal Sole; dobbiamo concludere che la Terra, in 
quanto riguarda la luce, non è punto differente 
dalla Luna, da Venere, da Mercurio, e dagli altri 
Pianeti. 

12 . Che la Luna, quando è nuova, è illuminata dalla Terra. 

Noi ne saremo ancora più certi, se osserviamo 
una certa luce debole che appare sulla parte della 
Luna, che non è punto illuminata dal Sole, quando 
essa è nuova, che senza dubbio le è inviata dalla 
Terra per riflessione, poiché diminuisce a poco 
a poco a misura che la parte della Terra che è 
illuminata dal Sole si scosta dalla Luna. 

13 . Che il Sole può essere messo nel numero delle Stelle 
fisse e la Terra nel numero dei Pianeti. 

Talmente che, se supponessimo che qualcuno di 
noi fosse sopra Giove, e considerasse la nostra 
Terra, è evidente che essa gli apparirebbe più 


(1) Cioè «la Terra», (7\). 


206 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


piccola, ma forse tanto luminosa quanto ci ap- 
pare Giove; e che apparirebbe più grande allo 
stesso spettatore, se fosse su qualche altro Pia- 
neta più vicino; ma che non la vedrebbe niente 
affatto, se fosse su qualcuna delle Stelle fisse, a 
cagione della eccessiva distanza. Cosi la Terra 
potrà essere messa nel numero dei Pianeti, e il 
Sole nel numero, delle Stelle fisse. 

14. Che le Stelle fisse restano sempre nella stessa situazione 
l’una riguardo all'altra, e che non è lo stesso dei Pia- 
neti. 

C’è ancora un’altra differenza tra le Stelle, che 
consiste in questo, che le une serbano uno stesso 
ordine fra loro, e trovansi sempre egualmente 
distanti, il che è causa che son chiamate fisse, 
e che le altre cambiano continuamente di situa- 
zione, il che è causa che son chiamate Pianeti 
o Stelle erranti. 

15. Che si può usare di varie ipotesi per spiegare i Feno- 
meni dei Pianeti. 

E come chi, essendo in mare durante un tempo 
calmo, guarda alcuni altri vascelli lontanissimi, 
che gli sembrano cambiare di situazione, non sa- 
prebbe dire bene spesso se è il vascello sul quale 
egli è o gli altri che, movendosi, cagionano un 
tal cambiamento; cosi quando noi guardiamo, dal 
luogo dove siamo, il corso dei Pianeti e le loro dif- 
ferenti situazioni, dopo averle ben considerate, non 
ne sapremmo trarre niuno schiarimento che sia 
tale da farci determinare, da quello che ci appa- 


PARTE TERZA 


207 


risce, qual’ è quello di questi corpi cui dobbiamo 
propriamente attribuire la causa di questi cam- 
biamenti; e poiché sono ineguali e imbrogliatis- 
simi, non è facile venirne a capo, se, di tutti i 
modi con cui si può intenderli, non ne scegliamo 
uno, secondo il quale supponiamo che essi ac- 
cadano. A questo scopo, gli Astronomi hanno in- 
ventato tre differenti ipotesi o supposizioni, che 
hanno solo cercato di render proprie a spiegare 
tutti i fenomeni, senza fermarsi particolarmente a 
esaminare se erano con ciò conformi alla verità. 

16. Che non si può spiegarli tutti con quella di Tolomeo. 

Tolomeo inventò la prima; ma, poiché essa è' or- 
dinariamente riprovata da tutti i Filosofi, essendo 
contraria a molte osservazioni che sono state 
fatte da poco, e particolarmente ai cambiamenti 
di luce notati su Venere, simili a quelli che av- 
vengono sulla Luna, non ne parlerò più oltre qui. 

17. Che quelle di Copernico e di Tycho non differiscono punto, 
se non le si considera che come ipotesi. 

La seconda è di Copernico, e la terza di Tycho 
Brahe (1 >: le quali due, in quanto sono prese sola- 
mente come ipotesi, spiegano egualmente bene i 
fenomeni, e non v’è molta differenza fra loro. 


(1) Tycho Brahc, celebre astronomo danese (1546-IGOI), uno dei fon- 
datori della moderna astronomia, non volle ammettere il moto della 
terra attorno al sole, e immaginò un sistema medio fra quelli di Tolomeo 
e di Copernico: attorno alla terra immobile girano la luna e il sole, e 
attorno a questo I pianeti e le comete. Egli è citato anche nei §§ 18, 
J9, 38, 39. 41. (7\). 


208 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


Nondimeno, quella di Copernico mi sembra un 
po’ più semplice e più chiara; così che Tycho 
non ha avuto ragione di cambiarla, se non perchè 
tentava di spiegare come la cosa era in effetti, 
e non solo per ipotesi. 

18 . Che con quella di Tycho si attribuisce in fatti più mo- 
vimento alla Terra che con quella di Copernico, benché 
le se ne attribuisca meno a parole. 

Poiché, mentre Copernico non aveva fatto dif- 
ficoltà di accordare che la Terra era mossa, Tycho, 
cui quest’opinione sembrava assurda e affatto lon- 
tana dal senso comune, ha cercato correggerla; 
ma poiché non ha considerato abbastanza qual’ è 
la vera natura del movimento, benché abbia detto 
che la Terra era immobile, non ha mancato di 
attribuirle più movimento che l’altro. 

19 . Che io nego il movimento della Terra con più cura di 
Copernico e più verità di Tycho. 

Ecco perchè, senza differire in nulla da questi 
due, eccetto in questo solo, che avrò più cura 
di Copernico di non attribuire punto movimento 
alla Terra, e cercherò di fare che le mie ragioni, 
su questo soggetto, sieno più vere di quelle di 
Tycho: proporrò qui l’ipotesi che mi sembra es- 
sere la più semplice di tutte e la più comoda, 
tanto per conoscere i Fenomeni, che per ricer- 
carne le cause naturali. E nondimeno avverto che 
non pretendo affatto che essa sia ammessa come 
interamente conforme alla verità, ma solo come 
una ipotesi, o supposizione che può essere falsa. 


PARTE TERZA 


209 


20. Che bisogna supporre le Stelle fisse estremamente lon- 
tane da Saturno. 

Innanzi tutto, poiché non sappiamo ancora con 
certezza che distanza c’è tra la Terra e le Stelle 
fisse, e non sapremmo immaginarle tanto lontane 
che ciò ripugni all’esperienza, non ci contentiamo 
punto di metterle al di sopra di Saturno, ove 
tutti gli Astronomi confessano che esse sono, ma 
prendiamoci la libertà di supporle tanto lontane 
al di sopra di esso, quanto ciò potrà essere utile 
al nostro scopo. Poiché se volessimo giudicare 
della loro altezza dalla comparazione delle di- 
stanze che sono tra i corpi che vediamo sulla 
Terra, quella che loro si attribuisce di già sa- 
rebbe si poco credibile quanto la più grande che 
potessimo immaginare; mentre che, se conside- 
riamo l’onnipotenza di Dio che le ha create, la 
maggior distanza che possiamo concepire non è 
meno credibile di una più piccola. E farò ve- 
dere qui appresso che non si potrebbe bene 
spiegare ciò che ci appare, tanto dei Pianeti che 
delle Comete, se non si suppone un grandissimo 
spazio fra le Stelle fisse e la sfera di Saturno. 

21. Che la materia del Sole, come quella della fiamma, è 
mobilissima; ma che non c’è bisogno per questo che 
esso passi tutto quanto da un luogo in un altro. 

In secondo luogo, poiché il Sole ha questo di 
conforme con la fiamma e con le Stelle fisse, che 


(1) § 41. (T.). 


R. Descartes - / Prlncipli della Filosofia - 14. 


210 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


da esso esce della luce, la quale egli non toglie 
da niun altro luogo, immaginiamo che è simile 
anche alla fiamma, per quanto riguarda il suo 
movimento, e alle Stelle fisse, per quanto con- 
cerne la sua situazione. E poiché non vedia- 
mo nulla sulla Terra che sia più agitato della 
fiamma, si che, se i corpi ch’essa tocca non sono 
grandemente duri e solidi, scuote tutte le loro 
particelle, e porta con sé quelle che non le fanno 
troppa resistenza; tuttavia il suo movimento non 
consiste che in questo, che ognuna delle sue par- 
ticelle muovesi separatamente, poiché tutta la 
fiamma non passa punto per questo da un luogo 
in un altro, se non è trasportata da qualche corpo 
cui sia attaccata. Così noi possiamo credere che 
il Sole è composto d’una materia assai fluida, e 
di cui le parti sono si estremamente agitate, da 
portare con loro le parti del Cielo, che loro sono 
vicine e che le circondano; ma che ha questo di 
comune con le Stelle fisse, che non passa punto 
per questo da un luogo del Cielo in un altro. 

22 . Che il Sole non ha bisogno di alimento come la fiamma. 

E non si ha motivo di pensare che la com- 
parazione che faccio del Sole con la fiamma 
non sia buona, poiché tutta la fiamma che ve- 
diamo sulla Terra ha bisogno d’essere unita a 
qualche altro corpo che le serva di nutrimento, 
mentre non osserviamo punto lo stesso del Sole. 
Poiché, seguendo le leggi della natura, la fiam- 
ma, come tutti gli altri corpi, continuerebbe ad 
essere, dopo che essa è una volta formata, e 


PARTE TERZA 


211 


non avrebbe punto bisogno di nessun alimento a 
questo scopo, se le sue parti, che sono estrema- 
mente fluide e mobili, non si mescolassero con- 
tinuamente con l’aria, che è attorno ad essa, e 
che, togliendo loro la loro agitazione, fa sì che 
esse cessino di comporla. E cosi non è propria- 
mente per essere conservata che essa ha bi- 
sogno di alimento, ma perchè rinasca continua- 
mente altra fiamma che le succeda, a misura 
che l’aria la dissipa. Ora, noi non vediamo che 
il Sole sia cosi dissipato dalla materia del Cielo 
che lo circonda; ecco perchè non abbiamo ra- 
gione di giudicare che esso abbia bisogno di 
alimento come la fiamma, benché le rassomigli 
in altra cosa. E tuttavia spero di far vedere in 
appresso (1) che esso le è anche simile in questo: 
che in esso entra senza cessa qualche materia, 
e che ne esce dell’altra. 

23 . Che tutte le Stelle non sono punto in una superfìcie sfe- 
rica, e che sono lontanissime l’una dall’altra. 

Del resto, bisogna qui notare che, se il Sole 
e le Stelle fisse si rassomigliano per quanto ri- 
guarda la loro situazione, non dobbiamo giu- 
dicare che esse siano tutte nella superficie d’una 
stessa sfera, come molti suppongono che sono, 
poiché il Sole non può essere con esse nella su- 
perficie di questa sfera; ma che, come esso è cir- 
condato da un vasto spazio, dove non ci sono punto 
Stelle fisse, così ogni Stella fissa è lontanissima 


(1) § 69. (T.). 


212 


1 PRINCIPll DELLA FILOSOFIA 


da tutte le altre, e alcune di queste Stelle sono più 
lontane da noi e dal Sole che alcune altre. In 
modo che, se S, per esempio, è il Sole, Ff sa- 
ranno delle Stelle fisse, e ne potremo concepire 
altre senza numero, al disopra, al disotto, e oltre 
il piano di questa figura, sparse per tutte le di- 
mensioni dello spazio (cfr. la fig. Vili). 

24 . Che i Cieli sono fluidi. 

In terzo luogo, pensiamo che la materia del 
Cielo è fluida, come quella che compone il Sole 
e le Stelle fisse. È un’opinione che ora è comu- 
nemente ammessa dagli Astronomi, poiché vedono 
essere quasi impossibile, senza di questo, spie- 
gar bene i fenomeni (1 >. 

25 . Ch’essi trasportano seco tutti i corpi che contengono. 

Ma mi sembra che molti s’ingannino in que- 
sto, che, volendo attribuire al Cielo la proprietà 
d’essere fluido, l’ immaginano come uno spazio 
interamente vuoto, che non solo non resiste punto 
al movimento degli altri corpi, ma anche non ha 
nessuna forza per muoverli e portarli con sè 
poiché, oltre che non potrebbe esserci tale vuoto 
nella natura, v’è questo di comune in tutti i fluidi, 
che la ragione per cui essi non resistono punto 
ai movimenti degli altri corpi non è che ab- 
biano meno materia di questi, ma che hanno tanta 


(I) La Scuola ammetteva l’esistenza, negli spazi! celesti, di sfere cri- 
stalline dure e trasparenti, cui erano attaccate le stelle. Tra gli Astro- 
nomi che primi sostennero la fluidità dei cieli, fu anche il Padre Scheiner 
(citato più oltre a § 35) nella sua Rosa Ursina. (.TX 





Fig. Vili. 





214 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


0 più agitazione, e che le loro particelle possono 
facilmente essere determinate a muoversi da tutti 

1 lati, e quando accade che sono determinate a 
muoversi tutte insieme verso uno stesso lato, 
questo fa sì che esse debbano necessariamente 
portar seco tutti i corpi ch’esse abbracciano e 
circondano da tutti i lati, e che non sono punto 
impediti di seguirle da nessuna causa esteriore, 
benché questi corpi sieno interamente in riposo 
e duri e solidi, come segue evidentemente da 
quanto è stato detto disopra (1) della natura dei 
corpi fluidi. 

26 . Che la Terra si riposa nel suo Ciclo, ma non cessa 
* d’essere trasportata da lui. 

In quarto luogo, poiché vediamo che la Terra 
non é punto sostenuta da colonne, nè sospesa 
nell’aria da cavi, ma è circondata da tutti i lati 
da un Cielo fluidissimo, pensiamo che essa è in 
riposo, e che non ha punto propensione al mo- 
vimento, visto che non ne notiamo punto in essa; 
ma non crediamo nemmeno che questo possa 
impedire che essa sia portata dal corso del Cielo, 
e che segua il suo movimento, senza, pertanto, 
muoversi: come un vascello, che non è punto 
trasportato dal vento, nè da remi, e che non è 
nemmeno trattenuto da ancore, resta fermo nel 
mezzo del mare, benché forse il flusso o riflusso 
di quella gran massa d’acqua lo porti insensibil- 
mente con sé. 


(I) Parte II, § 61. (T.). 


PARTE TERZA 


215 


27. Che è lo stesso di tutti i Pianeti. 

E come gli altri Pianeti rassomigliano alla 
Terra, poiché sono opachi e rimandano i raggi 
del Sole, abbiamo motivo di credere che essi 
le rassomiglino anche in questo, che restano 
com’essa in riposo, nella parte del Cielo dove 
ciascuno si trova, e che tutto il cambiamento che 
si osserva nella loro situazione procede soltanto 
dal fatto che obbediscono al movimento della 
materia del Cielo che li contiene. 

28. Che non si può propriamente dire che la Terra o i Pia- 
neti si muovano, benché siano così trasportati. 

Noi ci ricorderemo anche, in questo luogo, di 
quanto è stato detto sopra (1) , riguardo alla natura 
del movimento, cioè che, a parlar propriamente, 
esso non è che il trasporto di un corpo, dalla vi- 
cinanza di quelli che lo toccano immediatamente 
e che noi consideriamo come in riposo, nella vi- 
cinanza di alcuni altri; ma che, secondo l’uso 
comune, si chiama spesso col nome di movimento 
ogni azione che fa che un corpo passi da un 
luogo ad un altro; e che in questo senso può 
dirsi che una cosa medesima è nel medesimo 
tempo mossa e non lo è, secondo che si deter- 
mini diversamente il suo luogo. Ora, non si po- 
trebbe trovare nella Terra, nè negli altri Pianeti, 
nessun movimento secondo il significato proprio 
di questa parola, poiché essi non sono punto 


(1) Parte II, § 25. (T.). 


216 


! PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


trasportati dalla vicinanza delle parti del Cielo 
che li toccano, in quanto consideriamo queste 
parti come in riposo; poiché per essere così 
trasportati, bisognerebbe che s’allontanassero in 
pari tempo da tutte le parti di questo Cielo prese 
insieme, il che non accade. Ma la materia del 
Cielo essendo fluida, e le parti che la compon- 
gono agitatissime, ora le une di queste parti si 
allontanano dal Pianeta che toccano, e ora le altre, 
e queste con un movimento che è loro proprio, 
e che devesi attribuire a loro piuttosto che al Pia- 
neta ch’esse lasciano: come si attribuiscono i par- 
ticolari trasporti dell’aria o dell’acqua che han 
luogo sulla superficie della Terra all’aria o al- 
l’acqua, e non già alla Terra. 

29 . Che anche parlando impropriamente e secondo l’uso, non 
si deve punto attribuire movimento alla Terra, ma solo 
agli altri Pianeti. 

E se si prende il movimento secondo il modo 
volgare, si può ben dire che tutti gli altri Pia- 
neti si muovano, anche il Sole e le Stelle fisse, 
ma non potrebbesi parlare così della Terra che 
assai impropriamente. Poiché il volgo determina 
i luoghi delle Stelle da certi luoghi della Terra 
che considera come immobili, e crede che esse si 
muovano, quando s’allontanano dai luoghi che 
esso ha così determinato; il che è utile all’uso della 
vita, e non è immaginato senza ragione, poiché, 
avendo noi tutti giudicato sin dalla nostra infan- 
zia che la Terra era piatta e non rotonda, e che 
il basso e l’alto, e le sue parti principali, cioè il 




PARTE TERZA 217 


levante, l’occidente, il mezzodì e il settentrione, 
erano sempre e dappertutto le stesse, abbiamo 
segnato con queste cose, che non sono fissate 
che nel nostro pensiero, i luoghi degli altri corpi. 
Ma se un Filosofo, che professa di ricercare la 
verità, avendo osservato che la Terra è un globo 
che fluttua in un Cielo fluido, di cui le parti 
sono agitatissime, e che le Stelle fisse serbano 
sempre fra loro una medesima situazione, si vo- 
lesse servire di queste Stelle e considerarle come 
stabili, per determinare il luogo della Terra ed 
in seguito a ciò voler concludere ch’essa si muove, 
egli s’ingannerebbe, e il suo discorso non sarebbe 
appoggiato da alcuna ragione. Poiché se si prende 
il luogo nel suo vero senso, e come tutti i Filo- 
sofi che ne conoscono la natura lo debbono pren- 
dere, bisogna determinarlo per mezzo dei corpi 
che toccano immediatamente quello di cui si dice 
che è mosso, e non per mezzo di quelli che sono 
estremamente lontani, come sono le Stelle fisse 
riguardo alla Terra; e se lo si prende secondo 
l’uso, non si ha ragione di persuadersi che le 
Stelle sieno stabili piuttosto che la Terra, se non 
forse perchè ci s’immagina che non ci sono punto 
altri corpi al di là delle Stelle che esse possano la- 
sciare, e a riguardo dei quali si possa dire che 
esse si muovano e che la Terra resti in riposo, 
nello stesso senso in cui si pretende di poter 
dire che la Terra si muove riguardo alle Stelle 
fisse. Ma quest’immaginazione sarebbe senza fon- 
damento, poiché il nostro pensiero essendo di tal 
natura, che non percepisce punto limiti che limi- 



218 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


tino l’universo, chiunque osserverà la grandezza 
di Dio e la debolezza dei nostri sensi, giudicherà 
che è molto più a proposito di credere che forse, 
al di là di tutte le Stelle che noi vediamo, ci sono 
altri corpi, in riguardo ai quali dovrebbesi dire che 
la Terra è in riposo e che le Stelle si muovono, 
che di supporre che la potenza del Creatore è sì 
poco perfetta, che non potrebbero esservene di 
tali, come debbono supporre quelli che affermano 
in questo modo che la Terra si muove. Che se, 
nondimeno, dopo, per acconciarci all’uso, sembra 
che noi attribuiamo qualche movimento alla Terra, 
bisognerà pensare che è parlando impropriamente 
e nello stesso senso in cui si può dire talvolta, 
di quelli che dormono e sono coricati in un va- 
scello, che essi passano nel frattempo da Calais a 
Douvre, perchè il vascello ve li porta. 

30 . Che tutti i Pianeti sono portati attorno al Sole dal Cielo 
che li contiene. 

Dopo aver tolto con questi ragionamenti tutti 
gli scrupoli, che si possono avere riguardo al 
moto della Terra, pensiamo che la materia del 
Cielo, dove sono i Pianeti, gira senza cessa in 
tondo, come un vortice che avesse il Sole nel 
suo centro, e che le sue parti che sono vicine 
al Sole si muovono più presto di quelle che sono 
lontane fino ad una certa distanza, e che tutti i 
Pianeti (nel numero dei quali metteremo oramai 
la Terra) restano sempre sospesi tra le stesse 
parti di questa materia del Cielo. Poiché, per 
questo solo, e senza impiegarvi altri artificii, noi 


PARTE TERZA 


219 


faremo facilmente intendere tutte le cose che si 
notano in essi. Tanto più che, come nei mean- 
dri dei fiumi, ove l’acqua si ripiega in sè stessa, 
e girando così fa dei circoli, se alcune festuche, 
o altri corpi leggerissimi, fluttuano fra quell’acqua, 
si può vedere che essa li porta e li fa muovere 
in circolo con sè; e anche, tra queste festuche, 
si può notare che ce ne sono spesso alcune che 
girano anche attorno al loro proprio centro; e che 
quelle che sono più vicine al centro del vortice 
che le contiene terminano il loro giro prima di 
quelle che ne sono più lontane; e infine che, seb- 
bene questi vortici d’acqua si sforzino sempre di 
girare in tondo, non descrivono quasi mai circoli 
interamente perfetti, e si estendono talvolta più 
in lungo, e talvolta più in largo, di modo che 
tutte le parti della circonferenza che descrivono 
non sono egualmente distanti dal centro. Cosi si 
può facilmente immaginare che tutte le stesse cose 
accadono ai Pianeti; e non bisogna che questo 
solo per ispiegare tutti i loro fenomeni. 

31 . In che modo essi sono così trasportati. 

Pensiamo dunque (cfr. la fig. IX) che S è il 
Sole, e che tutta la materia del Cielo che Io cir- 
conda gira dallo stesso lato che lui, cioè dall’oc- 
cidente pel mezzodì verso l’oriente, o da A per B 
verso C, supponendo che il Polo Settentrionale 
sia elevato al di sopra del piano di questa figura. 
Pensiamo anche che la materia che è attorno a 
Saturno impiega quasi trenta anni a fargli per- 
correre tutto il circolo segnato lì., e che quella che 


220 


I PRINCIPI I DELLA FILOSOFIA 


B 



circonda Giove lo porta in dodici anni, con gli 
altri piccoli Pianeti che lo accompagnano, per 
tutto il circolo %; che Marte compie con lo stesso 
mezzo in due anni, la Terra con la Luna in un 
anno, Venere in otto mesi, Mercurio in tre, i loro 
giri che ci sono rappresentati dai circoli segnati 

cf, t , 6, 5. 

32 . Come si formano anche le macchie che si vedono sulla 
superfìcie del Sole. 

Pensiamo anche che quei corpi opachi che si 
veggono con lenti di lunga vista sul Sole, e che 
si chiamano le sue macchie, muovonsi sulla sua 


PARTE TERZA 


221 


superficie ed impiegano ventisei giorni a farvi il 
loro giro. 

33. Che la Terra è anche portata in giro attorno al suo 
centro e la Luna attorno alla Terra. 

Pensiamo, oltre di questo, che in quel gran 
vortice che compone un Cielo, di cui il Sole è il 
centro, ce ne sono altri minori, che si possono 
paragonare a quelli che veggonsi talvolta nel 
gorgo dei fiumi, dov’essi seguono tutti insieme 
il corso del maggiore che li contiene, e si muo- 
vono dallo stesso lato dov’esso si muove; e che 
uno di questi vortici ha Giove nel suo centro, e 
fa muovere con lui gli altri quattro Pianeti che 
circolano attorno a quest’Astro, con una velocità 
talmente proporzionata, che il più lontano dei 
quattro termina il suo giro presso a poco in sedici 
giorni, quello che lo segue in sette, il terzo in 
ottantacinque ore, e il più vicino al centro in qua- 
rantadue; e che essi girano così molte volte at- 
torno ad esso, nel mentre ch’esso descrive un gran 
circolo attorno al Sole; come uno dei vortici di 
cui la Terra è il centro fa muovere la Luna at- 
torno alla Terra nello spazio d’un mese, e la Terra 
stessa sul suo asse nello spazio di ventiquattr’ore, 
e, nel tempo in cui la Luna e la Terra percor- 
rono quel gran circolo che loro è comune e che 
fa l’anno, la Terra gira circa 365 volte sul suo 
asse, e la Luna circa dodici volte attorno alla 
Terra. 


222 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


34 . Che i movimenti dei Cieli non sono perfettamente cir- 
colari. 

Infine dobbiamo pensare che i centri dei Pia- 
neti non sono punto tutti esattamente in uno 
stesso piano, e che i circoli che essi descrivono 
non sono punto perfettamente rotondi, ma che ci 
vuol sempre un poco perchè questo sia esatto, e 
anche che il tempo vi porta senza cessa del cam- 
biamento, come vediamo accadere in tutti gli altri 
effetti della natura. 

35 . Che tutti i Pianeti non sono sempre in uno stesso piano. 

Di modo che, se questa figura (figura IX) ci rap- 
presenta il piano nel quale è il circolo, che il centro 
della Terra descrive in ogni anno, che si chiama il 
piano dell’Eclittica, si deve pensare che ognuno 
degli altri Pianeti fa il suo corso in un altro piano 
un poco inclinato su questo, e che lo taglia con una 
linea che non passa lungi dal centro del Sole, e che 
le diverse inclinazioni di questi piani sono deter- 
minate per mezzo delle Stelle fisse. Per esempio, 
il piano nel quale è ora la via di Saturno taglia 
l’Eclittica a fronte dei Segni del Cancro e del 
Capricorno, ed è inclinato verso il Nord a fronte 
della Bilancia e verso il Sud a fronte dell’Ariete, 
e l’angolo che fa con il piano dell’Eclittica incli- 
nandosi così è all’ incirca di due gradi e mezzo. 
Egualmente, gli altri Pianeti fanno i loro corsi in 
piani che tagliano quello dell’Eclittica in altri 
luoghi; ma l’inclinazione è minore in quelli di 
Giove e di Marte, che in quello di Saturno; essa è 


PARTE TERZA 


223 


circa d’un grado maggiore in quello di Venere, ed 
è molto maggiore in quello di Mercurio, dov’è quasi 
di sette gradi. Di più, le macchie che appaiono sulla 
superficie del Sole, vi fanno anche il loro corso 
in piani inclinati a quello dell’Eclittica, di sette 
gradi o più (almeno se le osservazioni del Padre 
Scheinerd) sono vere, ed egli le ha fatte con tanta 
cura, che non sembra se ne debbano desiderare 
altre che le sue su questa materia) 1 (2) . La Luna an- 
che fa il suo corso attorno alla Terra in un piano 
inclinato di cinque gradi su quello dell’Eclittica; 
ed infine la Terra stessa è portata attorno al suo 
centro secondo il piano deH’Equatore, che essa 
trasferisce dovunque con sè, ed esso è spostato 
di 23 gradi e mezzo da quello dell’Eclittica. E si 
chiama la latitudine dei Pianeti la quantità dei 
gradi che si contano così tra l’Eclittica e i luoghi 
dei loro piani ov’essi si trovano. 

36. E che ciascuno non è sempre egualmente lontano da uno 
stesso centro. 

Ma il circuito che essi fanno attorno al Sole, 
si chiama la loro longitudine : nella quale c’è an- 
che dell’irregolarità, perchè non essendo sempre 
alla stessa distanza dal Sole, essi non sembrano 
muoversi sempre a suo riguardo con la stessa 
velocità. Poiché nel secolo in cui noi siamo Saturno 


(1) Cristoforo Schclner (1573-1650), gesuita, celebre astronomo tedesco : 
scrisse eccellenti opere di matematica, ottica e astronomia, inventò nu- 
merosi strumenti e nel 1611 scopri le macchie del Sole. (T). 

(2) Nell'edizione principe la parentesi £ chiusa tre linee più su, dopo 
vere. ( T ). 


224 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


è più lontano dal Sole circa della ventesima parte 
della distanza che è fra loro, quando è nel segno 
del Sagittario che quand’è nel segno dei Gemelli; 
e quando Giove è nella Libra, esso ne è più lon- 
tano che quando è in Ariete; e cosi gli altri Pia- 
neti si trovano in luoghi differenti, e non sono a 
fronte dei medesimi segni, quando sono nei luo- 
ghi dove si avvicinano o si allontanano di più 
dal Sole. Ma dopo alcuni secoli, tutte queste cose 
saranno altrimenti disposte di come sono ora, e 
quelli che vivranno allora potranno notare che i 
Pianeti e anche la Terra taglieranno il piano dove 
è ora l’Eclittica, in luoghi differenti da quelli 
dove lo tagliano adesso; e che se ne sposteranno 
un po’ più o meno, e non saranno a fronte dei 
medesimi segni dove si trovano adesso, quando 
sono più o meno lontani dal Sole. 

37 . Che tutti i Fenomeni possono essere spiegati dall’ipotesi 
qui proposta. 

In seguito di che non c’è bisogno che spieghi 
come si può intendere, con questa ipotesi, in che 
modo han luogo i giorni e le notti, le estati e 
gl’inverni, la luna piena e la luna calante, le ecclis- 
si, le stazioni e retrogradazioni dei Pianeti, l’avan- 
zamento degli equinozii, la variazione che si nota 
nell’obliquità dell’Eclittica, e cose simili: poiché 
non c’è nulla in questo che non sia facile a quelli 
che sono un poco versati nell’Astronomia. 


PARTE TERZA 


225 


38 . Che, secondo l'ipotesi di Tycho, si deve dire che la Terra 
si muove attorno al suo centro. 

Ma io dirò ancora qui in poche parole come 
con l’ipotesi di Brahè, che è ammessa comune- 
mente da quelli che respingono quella di Coper- 
nico, si attribuisce più movimento alla Terra che 
con l’altra. Innanzi tutto, è d’uopo, mentre la Terra, 
secondo l’opinione di Tycho, resta immobile, che 
il Cielo con le Stelle giri attorno ad essa ogni 
giorno, ciò che non si potrebbe intendere senza 
concepire anche che tutte le parti della Terra sono 
separate da tutte le parti del Cielo che esse toc- 
cavano un poco prima, e che vengono a toccarne 
delle altre; e poiché questa separazione è reci- 
proca, com’è stato detto di sopra (1 >, ed è neces- 
sario siavi tanta forza o azione nella Terra come 
nel Cielo, io non veggo nulla che ci obblighi a 
credere che il Cielo sia mosso piuttosto che la 
Terra; al contrario, abbiamo molto più ragione 
d’attribuire questo movimento alla Terra, poiché 
la separazione si fa in tutta la sua superficie, e 
non egualmente in tutta la superficie del Cielo, 
ma solamente nella concava che tocca la Terra, 
e che è estremamente piccola a paragone della 
convessa. E non importa che dicano che, secondo 
la loro opinione, la superficie convessa del Cielo 
stellato è tanto ben separata dal Cielo che la cir- 
conda, cioè dal cristallino o dall’empireo, come 
la superficie concava dello stesso Cielo lo è dalla 


(1) Parte II, § 29. (T.). 


R. Descartes - / Principi i della Filosofia - 15. 


226 


I PRINCIPI I DELLA FILOSOFIA 


Terra, e che, per questo, attribuiscono il movi- 
mento al Cielo piuttosto che alla Terra. Poiché 
essi non hanno alcuna prova che faccia apparire 
questa separazione di tutta la superficie convessa 
del Cielo stellato dall’altro Cielo che lo circonda; 
ma la inventano a piacere. E così, per la loro ipo- 
tesi, la ragione per cui devesi attribuire il mo- 
vimento al Cielo ed il riposo alla Terra è imma- 
ginaria, e non dipende che dalla loro fantasia; nel 
mentre che la ragione per cui potrebbero dire 
che la Terra si muove è evidente e certa. 

39 . Ed anche che essa muovesi attorno al Sole. 

Di più, secondo l’ipotesi di Tyclio, il Sole, fa- 
cendo un giro tutti gli anni attorno alla Terra, 
porta seco non solo Mercurio e Venere, ma anche 
Marte, Giove e Saturno, che sono più lontani da 
lui che non la Terra; il che non potrebbe inten- 
dersi in un Cielo fluido come lo suppongono, 
se la materia del Cielo che è tra il Sole e questi 
Astri non è portata tutta insieme con essi, e non- 
dimeno la Terra, per una forza particolare e dif- 
ferente da quella che trasporta cosi il Cielo, si 
separa dalle parti di questa materia che la toc- 
cano immediatamente, e descrive un circolo in 
mezzo ad esse. Ma questa separazione che avviene 
così di tutta la Terra dovrà essere chiamata il 
suo movimento. 


PARTE TERZA 


227 


40 . Benché la Terra cambi di situazione riguardo agli altri 
Pianeti, questo non è sensibile riguardo alle Stelle fisse, 
a cagione della loro estrema distanza. 

Si può qui proporre una difficoltà contro la 
mia ipotesi, cioè che, poiché il Sole mantiene sem- 
pre una medesima situazione riguardo alle Stelle 
fisse, è dunque necessario che la Terra che gira 
attorno a lui s’avvicini a queste Stelle, e se ne 
allontani, anche, di tutto l’intervallo che è com- 
preso in quel gran circolo ch’essa descrive fa- 
cendo la sua via di un anno, e, nondimeno, non 
se ne è nulla saputo ancora scoprire con le os- 
servazioni che si son fatte. Ma è facile rispon- 
dere che la gran distanza che è tra la Terra e le 
Stelle ne è cagione; poiché la suppongo cosi im- 
mensa, che tutto il circolo che la Terra descrive 
attorno al Sole, in comparazione di essa, non de- 
v’essere contato che per un punto. Il che sem- 
brerà forse incredibile a quelli che non hanno 
abituato il loro spirito a considerare le meraviglie 
di Dio, e che pensano che la Terra è la parte 
principale dell’universo, poiché è la dimora del- 
l’uomo, in favore del quale essi son convinti 
senza ragione alcuna che tutte le cose sono fatte; 
ma sono sicuro che gli Astronomi, che sanno 
già che la Terra, comparata al Cielo, non è che 
un punto, non Io troveranno così strano. 


228 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


41 . Che questa distanza delle Stelle fisse è necessaria per 
spiegare i moti delle Comete ( 0 . 

E questa opinione della distanza delle Stelle 
fisse può essere confermata dai moti delle Co- 
mete, che si sa ora abbastanza non essere affatto 
Meteore che si generano nell’aria vicino a noi, 
come s’è volgarmente creduto nella Scuola, prima 
che gli Astronomi avessero esaminato le loro 
parallassi; poiché io spero fare vedere in ap- 
presso® che queste Comete sono Astri, che fanno 
sì grandi escursioni da tutti i lati nei cieli e così 
differenti, tanto dalla stabilità delle Stelle fisse, 
che dal giro regolare che fanno i Pianeti at- 
torno al Sole, che sarebbe impossibile spiegarle 
conformemente alle leggi naturali, se non si vo- 
lesse supporre uno spazio estremamente vasto tra 
il Sole e le Stelle fisse, nel quale queste escursioni 
si possan fare. E non dobbiamo punto preoccu- 
parci del fatto che Tycho e gli altri Astronomi che 
hanno ricercato ingegnosamente le loro parallassi 
hanno detto ch’esse erano solo al disopra della 
Luna, verso la sfera di Venere o di Mercurio: 
poiché essi avrebbero ancora meglio potuto de- 
durre dalle loro osservazioni che erano al disopra 
di Saturno; ma poiché disputavano contro gli an- 
tichi, che han compreso le Comete tra le meteore 
che si formano nell’aria sotto la Luna, si sono 


(1) Su questo paragrafo, cfr. innanzi ia Storia esterna de « I Prin 
cipii della Filosofìa » di Renato Descartes, cap. VI. ( T .). 

(2) §§ 119, 126-7. ( T .). 


PARTE TERZA 


229 


contentati di mostrare che esse sono nel Cielo, 
e non hanno osato attribuir loro tutta l’altezza 
che scoprivano coi loro calcolo, per paura di ren- 
dere meno credibile la loro proposizione. 

42 . Che si possono mettere nel numero dei Fenomeni tutte le 
cose che veggonsi sulla terra, ma che non c’è bisogno 
qui di considerarle tutte. 

Oltre queste cose più generali, potrei compren- 
dere ancora qui, tra i Fenomeni, non solo molte 
altre cose particolari riguardo al Sole, ai Pianeti, 
alle Comete e alle Stelle fisse, ma anche tutte 
quelle che vediamo attorno alia Terra, o che 
accadono sulla sua superficie. Tanto più che, per 
conoscere la vera natura di questo mondo visi- 
bile, non basta trovare alcune cause, per le quali 
si possa rendere ragione di ciò che appare nel 
Cielo molto lungi da noi, e bisogna anche po- 
terne dedurre ciò che vediamo vicino a noi e 
che ci tocca più sensibilmente. Ma io credo che 
non c’è bisogno per questo che le consideriamo 
tutte fin dal principio, e che sarà meglio che cer- 
chiamo di trovare le cause di quelle più generali 
da me qui proposte, per vedere in seguito se dalle 
medesime cause potremo anche dedurre tutte le 
altre più particolari, alle quali non avremo punto 
badato cercando queste cause. Poiché, se troviamo 
che ciò sia, sarà un fortissimo argomento per as- 
sicurarci che siamo nella vera via. 


230 


1 PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


43 . Che non è verosimile che le cause dalle quali si possono 
dedurre tutti i Fenomeni siano false. 

E certo, se i principii di cui mi servo sono 
evidentissimi, se le conseguenze che ne traggo 
sono fondate sull’evidenza delle Matematiche, e se 
ciò che ne deduco in tal modo s’accorda esatta- 
mente con tutte le esperienze, mi sembra che sa- 
rebbe fare ingiuria a Dio credere che le cause 
degli effetti che sono nella natura e che noi ab- 
biamo così trovate siano false: poiché sarebbe 
volerlo rendere colpevole di averci creati così 
imperfette che fossimo soggetti ad ingannarci, an- 
che quando usiamo bene della ragione che egli ci 
ha data. 

44 . Che non voglio punto, tuttavia, asserire che quelle ch’io 
propongo sono vere. 

Ma poiché le cose di cui tratto qui non sono di 
poca importanza, e mi si crederebbe forse troppo 
ardito se asserissi di aver trovato verità che non 
sono state scoperte da altri, amo meglio non de- 
ciderne nulla, e affinchè ciascuno sia libero di 
pensarne quanto gli piacerà, desidero che quello 
che scriverò sia solamente preso per un’ipotesi, 
che forse è lontanissima dalla verità: ma anche 
se questo fosse, crederò di aver fatto molto, se 
tutte le cose che ne saranno dedotte sono inte- 
ramente conformi alle esperienze, poiché se que- 
sto si trova, essa non sarà meno utile alla vita 
che se fosse vera, poiché potrà essere utilizzata 
nello stesso modo per disporre le cause naturali 
a produrre gli effetti che si desidereranno. 


PARTE TERZA 


231 


45 . Che anzi ne supporrò qui alcune che credo false. 

E ben lungi dal volere che si creda a tutte le 
cose che scriverò, pretendo, anzi, proporne qui 
alcune, che credo assolutamente essere false. Cioè, 
io non dubito punto che il mondo non sia stato 
creato al principio con tanta perfezione, quanta 
ne ha, di modo che il Sole, la Terra, la Luna, 
le Stelle sono state sin d’allora, e che la terra 
non ha avuto solamente in sè i semi delle piante, 
ma le piante stesse ne han coperto una parte; e 
che Adamo ed Èva non sono stati creati bambini, 
ma in età di uomini perfetti. La Religione Cri- 
stiana vuole che noi crediamo così, e la ragione 
naturale ci persuade assolutamente di questa ve- 
rità, poiché, considerando l’onnipotenza di Dio, 
dobbiamo giudicare che tutto quanto ha fatto ha 
avuto fin dal principio tutta la perfezione che do- 
veva avere; ma, nondimeno, poiché si saprebbe 
molto meglio qual’ è stata la natura di Adamo e 
quella degli alberi del Paradiso, se si fosse esa- 
minato in che modo i fanciulli si formano a poco 
a poco nel ventre delle madri, e come le piante 
escono dai loro semi, che se si fosse solo con- 
siderato quali essi sono stati quando Dio li ha 
creati: egualmente, noi faremo comprendere me- 
glio qual’ è generalmente la natura di tutte le cose 
che sono al mondo, se possiamo immaginare dei 
principii che siano intelligibilissimi e semplicis- 
simi, dai quali facciamo vedere chiaramente che 
gli astri e la terra ed infine tutto il mondo visi- 
bile avrebbe potuto essere prodotto come da alcuni 


232 


1 PRINCIPII DEI-LA FILOSOFIA 


semi, benché sappiamo che esso non è stato pro- 
dotto in questo modo, che se lo descriviamo sol- 
tanto com’esso è, o come crediamo che è stato 
creato. E poiché credo aver trovato dei principii 
che sono tali, cercherò qui di spiegarli. 

46 . Quali sono queste supposizioni ( 0 . 

Noi abbiamo notato di sopra 1 (2) che tutti i corpi 
che compongono l’universo sono fatti d’una stessa 
materia, che è divisibile in ogni sorta di parti, e 
già divisa in molte che sono diversamente mosse, 
e di cui i movimenti sono in qualche modo cii- 
colari; e che v’ha sempre un’eguale quantità di 
questi movimenti nel mondo: ma non abbiamo 
potuto determinare nello stesso modo quanto sono 
grandi le particelle in cui questa materia è di- 
visa, nè qual’è la velocità con cui esse si muo- 
vono, nè quali circoli descrivono. Poiché queste 
cose avendo potuto essere ordinate da Dio in 
un’infinità di modi diversi, è per la sola espe- 
rienza, e non per la forza del ragionamento, che 
si può sapere quale di tutti questi modi egli ha 
scelto. Ecco perchè ci è ora libero di supporre 
quello che vorremo, purché tutte le cose che 
ne saranno dedotte s’accordino interamente con 
l’esperienza. Supponiamo dunque, se vi piace, che 
Dio ha diviso in principio tutta la materia, di cui 
ha composto questo mondo visibile, in parti così 


(1) L’importanza di questo paragrafo è segnalata dallo stesso De- 
scartes, nella parte IV, § 206. (7.). 

(2) Parte 11, §§ 4, 20, 22-3, 33, 36. 40. (7.). 


PARTE TERZA 


eguali tra loro quanto han potuto esserlo, e di 
cui la grandezza era mediocre, cioè media fra 
tutte le diverse grandezze di quelle che compon- 
gono ora i Cieli e gli Astri; ed infine, che ha 
fatto in modo che esse han tutte cominciato a 
muoversi con egual forza in due diversi modi, 
cioè ognuna a parte attorno al suo proprio cen- 
tro, pel quale mezzo esse han composto un corpo 
fluido, come giudico sia il Cielo; e con questo, 
molte insieme attorno ad alcuni centri disposti 
nello stesso modo nell’universo, come vediamo 
che sono ora i centri delle Stelle fisse, ma il nu- 
mero dei quali è stato maggiore, così che esso 
ha eguagliato il loro unito a quello dei Pianeti e 
delle Comete; e che la velocità con cui le ha cosi 
mosse era mediocre, cioè che ha messo in esse 
tutte tanto movimento, quanto ce n’è ancora adesso 
nel mondo. Cosi, per esempio, si può pensare che 
Dio ha diviso tutta la materia, la quale è nello 
spazio AEI (fig. Vili), in un grandissimo numero 
di particelle ch’egli ha mosso, non solo ognuna 
attorno al suo centro, ma anche tutte insieme at- 
torno al centro S; ed ugualmente, che ha mosso 
tutte le parti della materia che è nello spazio 
AEV attorno al centro F, e cosi delle altre; in 
modo che esse han composto tanti differenti vor- 
tici (io mi servirò oramai di questa parola per 
significare tutta la materia che gira cosi a tondo, 
attorno ad ognuno di questi centri), quanti Astii 
ci sono ora nel mondo. 


234 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


47. Che la loro falsità non impedisce punto che quello che 
ne sarà dedotto non sia vero. 

Queste poche supposizioni mi sembra che ba- 
stino per servirmene come cause o principii, da 
cui dedurrò tutti gli effetti che appaiono nella 
natura, per via delle, sole leggi sopra spiegate <'). 
Ed io non credo che si possano immaginare prin- 
cipii più semplici, nè più intelligibili, e nemmeno 
più verosimili di questi. Poiché, sebbene queste 
leggi della natura siano tali, che anche se suppo- 
nessimo il Caos dei Poeti, cioè un’intera confu- 
sione di tutte le parti dell’universo, si potrebbe 
sempre dimostrare che, per loro mezzo, questa 
confusione deve a poco a poco ritornare all’or- 
dine che esiste attualmente nel mondo, ed io ho 
altravolta intrapreso di spiegare in che modo 
questo avrebbe potuto essere * (2) : tuttavia, poiché 
non conviene sì bene alla sovrana perfezione che 
è in Dio di farlo autore della confusione quanto 
dell’ordine, e anche perchè la nozione che ne ab- 
biamo è meno distinta, ho creduto dover qui pre- 
ferire la proporzione e l’ordine alla confusione del 
Caos. E poiché non v’è proporzione alcuna, nè 
alcun ordine, che sia più semplice e più facile a 
comprendere che quello che consiste in una per- 
fetta eguaglianza, ho supposto qui che tutte le 
parti della materia al principio sono state eguali 
fra loro, tanto in grandezza che in movimento, e 


(0 Parte II, §§ 37, 39-40. (7-.). 

(2) Cfr. Discorso sul Metodo, Parte V. (7\). 


PARTE TERZA 


235 


non ho voluto concepire nessun’altra ineguaglianza 
nell’universo che quella che è nella situazione 
delle Stelle fisse, che appare sì chiaramente a 
quelli che guardano il cielo durante la notte, che 
non è possibile di metterla in dubbio. Del resto, 
importa pochissimo in qual modo suppongo qui 
che la materia sia stata disposta al principio, poi- 
ché la sua disposizione deve in appresso essere 
cambiata secondo le leggi della natura, e appena 
se ne potrebbe immaginare alcuna, della quale 
non possa provarsi che, con queste leggi, essa 
deve continuamente cambiarsi, fino a che alla 
fine componga un mondo interamente simile a 
questo (benché forse questo sarebbe più lungo a 
dedursi da un’ipotesi che da un’altra); poiché 
queste leggi essendo causa che la materia deve 
prendere successivamente tutte le forme di cui 
essa è capace, se si considerano per ordine tutte 
queste forme si potrà infine giungere a quella che 
esiste attualmente in questo mondo. Il che metto 
qui espressamente, perchè si noti che, benché io 
parli di ipotesi, nondimeno non ne faccio nessuna, 
di cui la falsità, benché nota, possa dare occa- 
sione di dubitare della verità delle conclusioni 
che ne saranno tratte. 

48 . Come tutte le parti del Cielo sono divenute rotonde. 

Ora queste cose essendo così poste, affinchè 
cominciamo a vedere che effetto può esserne de- 
dotto per mezzo delle leggi della natura, consi- 
deriamo che tutta la materia di cui il mondo è 
composto essendo stata al principio divisa in 


236 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


molte parti uguali, queste parti non han potuto 
da principio essere tutte rotonde, poiché molte 
palle unite insieme non compongono un corpo 
interamente solido e continuo, com’è quest’uni- 
verso, nel quale ho dimostrato di sopra che non 
può esserci vuoto *'). Ma qualunque figura queste 
parti abbiano avuto allora, esse han dovuto per 
successione di tempo divenire rotonde, tanto più 
che hanno avuto diversi moti circolari. E poi- 
ché la forza con cui esse sono state mosse al prin- 
cipio era grande abbastanza per separarle le une 
dalle altre, questa stessa forza continuando an- 
cora in esse dopo, è stata anche, senza dubbio, 
abbastanza grande per smussare tutti i loro an- 
goli a misura ch’esse s’incontravano, poiché non 
ce ne voleva tanta per questo scopo, quanta ce 
n’era voluta per l’altro; e da questo solo, che tutti 
gli angoli d’un corpo sono così smussati, è fa- 
cile conoscere che esso è rotondo, poiché tutto 
quello che avanza in questo corpo oltre la sua 
figura sferica è qui compreso sotto il nome di 
angolo. 

49. Che tra queste parti rotonde ce ne debbono essere altre 
minori per riempire tutto lo spazio dov’esse sono. 

Ma poiché non potrebbe esserci spazio vuoto 
in nessun luogo dell’universo, e le parti della ma- 
teria essendo rotonde non potrebbero congiun- 
gersi così strettamente insieme, da non lasciare 
molti piccoli intervalli o cantucci fra loro: bisogna 


(1) Parte II. § 16. (T.). 


PARTE TERZA 


237 


che questi cantucci sieno riempiti di alcune altre 
parti di questa materia, che debbono essere estre- 
mamente minute, per cambiare di figura ad ogni 
momento, per adattarsi a quelle dei luoghi dove 
esse entrano. Ecco perchè dobbiamo pensare che 
quello che esce dagli angoli delle parti della ma- 
teria, a misura che esse s’arrotondiscono strofi- 
nandosi le une contro le altre, è cosi minuto ed 
acquista una velocità così grande, che l’ impetuo- 
sità del suo movimento può dividerlo in parti 
innumerevoli, che, non avendo alcuna grossezza, 
nè figura determinata, riempiono facilmente tutti 
i piccoli angoli o cantucci, per cui le altre parti 
della materia non possono passare. 

50 . Che queste parti più piccole sono facili a dividere. 

Poiché bisogna notare che., quanto più minuto 
è quello che esce dalla raschiatura delle parti 
della materia, a misura ch’esse s’arrotondiscono, 
tanto più facilmente esso può essere mosso, e da 
capo sminuzzato e diviso in parti ancora minori 
di quelle che già esso ha, poiché, più un corpo è 
piccolo, più ha superficie, in ragione della quan- 
tità della sua materia, e la grandezza di questa su- 
perficie fa si che esso incontri tanto più corpi che 
fanno sforzo per muoverlo o dividerlo, mentre la 
sua poca materia fa sì che esso può tanto meno 
resistere alla loro forza. 

51 . £ ch’esse si muovono con grandissima velocità. 

Bisogna anche notare che, sebbene quello che 
esce cosi dalla raschiatura delle parti che s’arro- 


238 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


tondiscono non abbia alcun movimento che non 
venga da esse, deve, tuttavia, muoversi molto più 
presto, a causa che, mentr’esse vanno per cam- 
mini dritti e aperti, esse costringono questa ra- 
schiatura o polvere che è fra loro a passare per 
altri cammini più stretti e più obliqui: così come 
si vede chiudendo un soffietto assai lentamente, 
che se ne fa sortire l’aria assai presto, perchè il 
buco per cui quest’aria esce è stretto. Ed io ho 
già provato di sopra (1) che dev’esserci necessaria- 
mente qualche parte della materia che si muove 
estremamente presto, e si divide in un’infinità di 
particelle, affinchè tutti i movimenti circolari ed 
ineguali che accadono nel mondo vi possano es- 
sere senza niuna rarefazione e niun vuoto; ma 
non credo che se ne possa immaginare nessuna 
più adatta a quest’effetto di quella che testé ho 
descritto. 

52 . Clic vi sono ire principali elementi del mondo visibile. 

Così possiamo fare conto di avere già trovato 
due diverse forme nella materia, che possono 
essere prese per le forme dei due primi elementi 
del mondo visibile. La prima è quella di quella 
raschiatura, che ha dovuto essere separata dalle 
altre parti della materia, quando esse si sono ar- 
rotondile, e che è mossa con tanta velocità che 
la sola forza della sua agitazione è sufficiente 
per far sì che, incontrando altri corpi, essa sia 
infranta e divisa da essi in un’infinità di parti- 


to Parte II, §§ 33-34. (T.). 


PARTE TERZA 


239 


celle, che si formano di tali figure da riempire sem- 
pre esattamente tutti gli angoli che trovano at- 
torno a questi corpi. L’altra è quella di tutto il 
resto della materia, le cui parti sono rotonde e 
piccolissime, in comparazione ai corpi che vediamo 
sulla terra; ma, nondimeno, hanno qualche quan- 
tità determinata, in modo che possono essere di- 
vise in altre molto più piccole. E noi troveremo 
ancora qui appresso una terza forma in alcune 
parti della materia: cioè in quelle che, a causa 
della loro grossezza e delle loro figure, non po- 
tranno essere mosse cosi facilmente come le pre- 
cedenti. Ed io cercherò di far vedere che tutti i 
corpi di questo mondo visibile sono composti di 
queste tre forme che si trovano nella materia, 
come di tre diversi elementi: cioè che il Sole e 
le Stelle fisse hanno la forma del primo di questi 
elementi; i Cieli, quella del secondo; e la Terra 
con i Pianeti e le Comete, quella del terzo. Poiché 
vedendo che il Sole e le Stelle fisse inviano verso 
di noi luce, che i Cieli le dànno passaggio, e che 
la Terra, i Pianeti e le Comete la respingono e la 
fanno riflettere, mi sembra di avere qualche ra- 
gione di servirmi di queste tre differenze, essere 
luminoso, essere trasparente ed essere opaco ed 
oscuro, che sono le principali che si possano ri- 
ferire al senso della vista, per distinguere i tre 
elementi di questo mondo visibile. 

53. Che si può distinguere l'universo in tre diversi Cieli. 

Non sarà forse anche senza ragione che io pren- 
derò da ora innanzi tutta la materia compresa 


240 


1 PRINCIPIl DELLA FILOSOFIA 


nello spazio AEI (fig. Vili), che compone un vor- 
tice attorno al centro S, per il primo Cielo, e 
tutta quella che compone un grandissimo numero 
di altri vortici attorno ai centri F, /, e simili, per 
il secondo; ed infine tutta quella che è oltre quei 
due Cieli, per il terzo. Ed io sono convinto che 
il terzo è immenso riguardo al secondo, come 
anche il secondo è estremamente grande riguardo 
al primo. Ma non avrò punto qui occasione di 
parlare di questo terzo, poiché non notiamo in 
esso nulla che possa esser visto da noi in questa 
vita, ed io ho soltanto intrapreso a trattare del 
mondo visibile. Come anche non prendo tutti i 
vortici, che sono attorno ai centri F, /, che per 
un Cielo, poiché essi non ci appaiono punto dif- 
ferenti, e debbono essere tutti considerati da noi 
in una stessa maniera. Ma quanto al vortice, di 
cui il centro è segnato S, benché non sia punto 
rappresentato differente dagli altri in questa fi- 
gura, lo prendo tuttavia per un Cielo a parte, ed 
anzi per il primo o principale, poiché è in esso 
che troveremo in appresso* 1 ) la Terra che è no- 
stra dimora, e per questa ragione avremo molto 
più da osservare in esso solo che negli altri due. 
Poiché non avendo bisogno d’imporre i nomi 
alle cose che per ispiegare i pensieri che ne ab- 
biamo, noi dobbiamo ordinariamente avere più 
riguardo a ciò per cui esse ci toccano, che a ciò 
che esse sono in effetti. 


(I) Parte III, § 146. ( T .). 


PARTE TERZA 


241 


54 . Come il Sole e le Stelle fisse hanno potuto formarsi. 

Ora, poiché le parti del secondo elemento si 
sono strofinate, fin da principio, le une contro le 
altre, la materia del primo, che ha dovuto for- 
marsi dalla raschiatura dei loro angoli, si è au- 
mentata a poco a poco, e quando se ne è trovata 
nell’universo più di quanto ce ne voleva per em- 
pire gii angoli, che le parti del secondo, essendo 
rotonde, lasciano necessariamente fra loro, il resto 
essendo fluito fra i centri S, F, /, vi ha composto 
dei corpi sottilissimi e fluidissimi, cioè il Sole 
nel centro S e le stelle negli altri centri (fig. Vili). 
Poiché dopo che tutti gli angoli delle parti che 
compongono il secondo elemento sono stati smus- 
sati, ed esse sono state arrotondite, esse hanno 
occupato meno spazio di prima, e non si sono 
più estese fino ai centri; ma, allontanandosene 
egualmente da tutti i lati, v’hanno lasciato spazii 
rotondi, che sono stati subito riempiti dalla ma- 
teria del primo che vi affluiva da tutti i punti 
d’intorno, poiché (| ) le leggi della natura 12 * sono 
tali, che tutti i corpi che si muovono in giro deb- 
bono continuamente fare qualche sforzo per allon- 
tanarsi dai centri, attorno ai quali si muovono. 

55 . Che cosa è la luce. 

Io cercherò ora di spiegare, più esattamente 
che potrò, qual’ è lo sforzo che fanno così, non 

(1) Tutta questa frase, da poiché sino alla fine del paragrafo, nel 
testo latino è la prima frase del seguente § 55. (T.ì. 

(2) Parte 11, § 39. < 7'.). 


R. Descartes - I Principil della Filosofia - 16. 


242 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


solo le piccole palle che compongono il secondo 
elemento, ma anche tutta la materia del primo, 
per allontanarsi dai centri 5, F, /e simili, attorno 
ai quali esse girano (fig. Vili); poiché pretendo 
far vedere qui appresso che è in questo sforzo 
solo che consiste la natura della luce, e la cono- 
scenza di questa verità potrà servire a farci ca- 
pire molte altre cose. 

56 . Come si può dire di una cosa inanimata che essa tende 
a produrre qualche sforzo. 

Quando dico che queste piccole palle fanno 
qualche sforzo, ovvero che hanno inclinazione ad 
allontanarsi dai centri attorno a cui girano, non 
intendo che si attribuisca loro nessun pensiero, 
donde proceda questa inclinazione, ma solo che 
esse sono talmente situate e disposte a muoversi, 
che se ne allontanerebbero di fatto, se non fos- 
sero trattenute da nessun’altra causa 1 (2) . 

146 . In che modo tutti i Pianeti possono essere stati formati. 

Ora, se si considerano bene tutte queste cose, 
se ne potranno trarre le ragioni di tutto quanto 
ha potuto essere osservato fin qui riguardo ai 


(1) Parte IV, § 28. (T.). 

(2) Nei paragrafi seguenti Descartes tratta di questi argomenti : il 
moto centrifugo della materia celeste e la formazione della luce (para- 
grafi 57-64); il moto dei vortici celesti (§§ 65-71); il Sole, i suoi moti c 
la sua luce (§§ 72-81); i moti delle parti del primo e secondo elemento 
(§§82-89); la formazione delle parti striate (§§ 90-93); la formazione, la 
distruzione, i moti e le proprietà delle macchie del Sole e delle Stelle 
(§§ 94-118); la solidità dei corpi Celesti e le Comete (§§ 119-139); il 
moto dei Pianeti (§§ 140-145). ( T .). 


PARTE TERZA 


243 


Pianeti, e vedere che non v’ha nulla in questo 
che non s’accordi perfettamente con le leggi della 
natura sopra spiegate (1) . Poiché nulla impedisce 
che noi pensiamo che quel grande spazio che 
chiamiamo il primo Cielo è stato altra volta di- 
viso in quattordici vortici, o in più, e che questi 
vortici sono stati talmente disposti, che gli astri 
che avevano nei loro centri si sono a poco a 
poco coperti di molte macchie, in seguito di che 
i minori sono stati distrutti dai maggiori nel modo 
che è stato descritto (2) 3 . Cioè si può pensare che 
i due vortici che avevano nei loro centri gli astri 
che ora chiamiamo Giove e Saturno erano i mag- 
giori, e che ce n’erano quattro minori attorno 
a quello di Giove, gli astri dei quali sono discesi 
verso di lui, e sono i quattro Pianetini che noi 
ci vediamo; poi, che ve ne erano anche altri due 
attorno a quello di Saturno, gli astri dei quali 
sono discesi verso di lui in egual modo (almeno 
se è vero che Saturno abbia vicino a sé due altri 
minori Pianeti, come sembra apparire®); e che la 
Luna è anch’essa scesa verso la Terra, quando 
il vortice che la conteneva è stato distrutto; e 
infine, che i sei vortici che avevano Mercurio, 
Venere, la Terra, Marte, Giove e Saturno nei loro 
centri essendo distrutti da un altro maggiore, nel 
mezzo del quale era il Sole, tutti questi astri sono 
discesi verso di lui, e vi si sono disposti nel modo 
in cui vi appaiono adesso; ma che se vi sono 


(1) Parte II, §§ 37, 39, 40. (T.). 

(2) §§ 115-7. (T.). 

(3) Si trattava, invece, non di due satelliti, ma dell'anello di Sa- 
turno. ( T .). 


244 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


stati ancora alcuni altri vortici nello spazio che 
comprende adesso il primo Cielo, gli astri che 
avevano nei loro centri, essendo divenuti più so- 
lidi di Saturno, si sono convertiti in Comete (l) . 

157 . La causa generale di tutte te varietà che si notano nei 
movimenti degli astri. 

Infine, tutti i diversi erramenti dei Pianeti, i quali 
si allontanano sempre più o meno, in ogni senso, 
dal moto circolare, a cui sono principalmente de- 
terminati, non daranno motivo alcuno di mera- 
viglia, se si considera che tutti i corpi che sono 
nel mondo si toccano fra loro, senza che possa 
esserci nulla di vuoto, in modo che anche i più 
lontani agiscono sempre un po’ gli uni sugli altri, 
per mezzo di quelli che sono fra loro, benché il 
loro effetto sia meno grande e meno sensibile, in 
ragione della loro maggiore lontananza; e così, 
che il moto particolare di ogni corpo può essere 
continuamente turbato, sia pure di poco, in tanti 
varii modi, quanti altri diversi corpi ci sono che 
muovonsi nell’universo. Io non aggiungo nulla di 
più qui, poiché mi sembra avervi reso ragione di 
tutto quanto si osserva nei Cieli, e che noi non 
possiamo vedere che di lontano; ma cercherò qui 
appresso di spiegare in egual modo tutto quel che 
appare sulla Terra, nella quale vi sono molto più 
cose da notare, poiché la vediamo più da vicino (2) . 


(1) Nei §§ 147-156 Descartes tratta del moto dei Pianeti, della Terra 
e della Luna. ( T .). 

(2) Con questo paragrafo ha termine la Parte III. (T). 





PARTE QUARTA. 

Della Terra. 


1 . Che per trovare le vere cause di ciò che è sulla Terra 
bisogna mantenere l’ipotesi già ammessa, nonostante 
che sia falsa. 

Benché io non voglia punto convincere che i 
corpi che compongono questo mondo visibile 
siano mai stati prodotti nella maniera da me de- 
scritta, come di sopra (1 > ho avvertito abbastanza, 
io sono, nondimeno, obbligato a mantenere ancora 
qui la medesima ipotesi, per spiegare ciò che è 
sulla Terra, affinchè, se mostro all’evidenza, come 
spero di fare, che si possono, con questo mezzo, 
dare delle ragioni comprensibilissime e certe di 
tutte le cose che vi si osservano, e che non si 
può fare il simile per mezzo di nessun’altra in- 
venzione, noi abbiam ragione di concludere che, 
benché il mondo non sia stato fatto al principio 
in questo modo, e sia stato immediatamente creato 
da Dio, tutte le cose che contiene non perciò meno 
sono ora della stessa natura, che se fossero state 
così prodotte. 


(1) Parte III, § 45. ( T .). 


246 


I PRINCIPIl DELLA FILOSOFIA 


2 . Qual’ è stata la generazione della Terra, secondo questa 
ipotesi. 

Fingiamo, dunque, che questa Terra, dove noi 
siamo, sia stata un tempo un astro composto 
della materia del primo elemento tutta pura, che 
occupava il centrò di uno di quei quattordici 
vortici che erano contenuti nello spazio, che noi 
chiamiamo il primo Cielo, di modo che essa non 
differiva in nulla dal Sole, se non per essere più 
piccola; ma che le meno sottili parti della sua 
materia, attaccandosi a poco a poco le une alle 
altre, si sono riunite sulla sua superficie, e vi 
hanno composto delle nubi o altri corpi più spessi 
e oscuri, simili alle macchie che si veggono con- 
tinuamente prodotte e poco dopo dissipate sulla 
superficie del Sole; e che questi corpi oscuri 
essendo anche dissipati poco tempo dopo che 
erano stati prodotti, le parti che ne restavano e 
che, essendo più grosse di quelle dei due primi 
elementi, avevano la forma del terzo, si sono con- 
fusamente ammucchiate attorno a questa Terra, 
e, circondandola da tutte le parti, hanno composto 
un corpo quasi simile all’aria che respiriamo. Poi, 
infine, che quest’aria essendo divenuta grandis- 
sima e spessa, i corpi oscuri che continuavano 
a formarsi sulla superficie della Terra non hanno 
potuto con la stessa facilità di prima esservi di- 
strutti, di modo che l’hanno a poco a poco co- 
perta e offuscata; e anzi che forse molti strati di 
tali corpi vi si sono ammassati l’uno sull’altro, il 
che ha talmente diminuito la forza del vortice 


PARTE QUARTA 


247 


che la conteneva, che esso è stato interamente 
distrutto, e che la Terra, con l’aria e i corpi oscuri 
che la circondano, è discesa verso il Sole, fino al 
punto dov’è ora (0 . 

187. Che sull’esempio delle cose che sono stale spiegale, 
si può dar ragione di tutti i più ammirabili fatti che 
sono sulla terra. 

Del resto, io desidero qui che si presti atten- 
zione al fatto che queste piccole fasce o altre par- 
ticelle lunghe e mobili, che si formano cosi dalla 
materia del primo elemento negl’intervalli dei 
corpi terrestri, vi possono essere la causa, non 
solo delle diverse attrazioni, come son quelle della 
calamita e dell’ambra, ma anche di una infinità 
di altri effetti ammirabilissimi. Poiché quelle che 
si formano in ogni corpo hanno qualcosa di par- 
ticolare nella loro figura, che le rende differenti 
da tutte quelle che si formano negli altri corpi. 
E poiché esse si muovono senza cessa con gran- 


ii) Nei paragrafi seguenti Descartes tratta di questi argomenti: le 
tre regioni della terra (§§ 3-5); la terza regione (§§ 6-15); la traspa- 
renza, la purificazione dei liquidi c l’arrotondamento delle loro parti- 
celle (§§ 16-9); la pesantezza e la leggerezza (§§ 20-7); la luce (§ 28); 
il calore (§§ 29-31); la formazione della terra, del fuoco, dell'acqua e 
dell'aria (§§ 32-44) ; l’aria (§§ 45-7); l’acqua: flusso e riflusso del mare 
(§§ 43-56); la terra: il mercurio, il calore interno della terra, la genesi 
degli acidi e degli olii, le fontane, i fiumi, l’acqua salsa, Il sale, i vapori, 
le miniere, i metalli, i tremuoti, i vulcani (§§ 57-79); il fuoco: la sua 
produzione c conservazione, i fulmini e i lampi, le stelle cadenti, i fuochi 
che illuminano c non bruciano, i fuochi che bruciano e non illuminano, 
la calce viva, il fuoco interno della terra, le fiaccole, la fiamma dell'ac- 
quavite, gli effetti dell’acqua sul fuoco, il carbone, la polvere da sparo, 
la fusione, l'ebollizione, la distillazione, la calcinazione, il vetro (§§ 80- 
132); la calamita (§§ 133-83): le altre attrazioni (§§ 184-6). Dal § 187 
in poi, la traduzione ripiglia, e va ininterrotta sino alla fine. (T.). 


248 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


dissima velocità, secondo la natura del primo ele- 
mento, del quale sono parti, può accadere che 
circostanze pochissimo notevoli le determinino 
qualche volta a girare qua e là nel corpo dove 
sono, senza allontanarsene; e qualche volta, al 
contrario, a passare in pochissimo tempo fino a 
luoghi lontanissimi, senza che niun corpo, che esse 
incontrino sul loro cammino, le possa fermare e 
distogliere, e che, incontrando là una materia di- 
sposta a ricevere la loro azione, vi producano 
effetti del tutto rari e meravigliosi: come quelli 
di far sanguinare le piaghe del morto, quando 
l’assassino vi si avvicina; di commuovere l’ im- 
maginazione di quelli che dormono, o anche di 
quelli che sono svegli, e dar loro dei pensieri 
che li avvertono delle cose che succedono lungi 
da loro, facendo loro risentire le grandi afflizioni 
o le grandi gioie d’un intimo amico, i mali di- 
segni d’un assassino, e cose simili. Ed infine, 
chiunque vorrà considerare quanto le proprietà 
della calamita e del fuoco sono ammirabili e dif- 
ferenti da tutte quelle che si osservano comune- 
mente negli altri corpi; quanto è grande la fiamma 
che può eccitare in pochissimo tempo una sola 
scintilla di fuoco, quando cade in una grande 
quantità di polvere, e quanta forza può avere; 
fino a quale estrema distanza le stelle fisse esten- 
dono la loro luce in un istante; e quali sono 
tutti gli altri effetti, di cui credo di avere qui 
dato delle ragioni chiarissime, senza dedurle da 
altri principii che da quelli che sono general- 
mente ammessi e noti a tutti, cioè dalla gran- 


PARTE QUARTA 


249 


dezza, figura, situazione e movimento delle di- 
verse parti della materia: mi sembra che avrà 
motivo di persuadersi che non si osservano qua- 
lità che siano così occulte, nè effetti di Simpatia 
o Antipatia si meravigliosi e strani, nè, infine, nes- 
sun’altra cosa sì rara nella natura (purché non pro- 
ceda che dalle cause puramente materiali e prive 
di pensiero o di libero arbitrio), che la ragione 
non possa esserne data per mezzo di questi stessi 
principii. 11 che mi fa qui concludere che tutti 
gli altri principii, che sono mai stati aggiunti a 
quelli, senza che si sia avuta alcun’altra ragione 
per aggiungerli, se non l’aver creduto che, senza 
di essi, alcuni effetti naturali non potessero essere 
spiegati, sono del tutto superflui. 

188 . Quali cose debbono ancora essere spiegate, affinchè que- 
sto trattato sia completo. 

Io finirei qui questa quarta parte dei Principii 
della Filosofìa, se l’accompagnassi di altre due, 
l’una sulla natura degli animali e delle piante, 
l’altra sulla natura dell’uomo, come m’ero pro- 
posto quando ho cominciato questo trattato. Ma, 
poiché non ho ancora una sufficiente conoscenza 
di molte cose che avevo desiderio di mettere 
nelle due ultime parti, e, per mancanza di espe- 
rienze o di tempo, non avrò forse mai il mezzo 
di condurle a termine; affinchè queste non sieno 
per ciò meno complete, e non vi manchi nulla 
di quello che avrei creduto dovervi mettere, se 
non mi fossi riserbato di spiegarlo nelle seguenti, 
aggiungerò qui qualcosa sugli oggetti dei nostri 


250 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


sensi. Poiché finora ho descritto questa Terra, e 
generalmente tutto il mondo visibile, come se 
fosse solo una macchina, nella quale non ci fosse 
nulla affatto da considerare, se non le figure e i 
movimenti delle sue parti; e tuttavia è certo che 
i nostri sensi vi ci fanno apparire molte altre 
cose, cioè dei colori, degli odori, dei suoni, e tutte 
le altre qualità sensibili, delle quali se non par- 
lassi punto, si potrebbe pensare che avessi omesso 
la spiegazione della maggior parte delle cose che 
sono nella natura. 

189 . Che cosa à il senso, e in che modo noi sentiamo. 

Ecco perchè noi qui dobbiamo osservare che, 
sebbene la nostra anima sia unita a tutto il corpo, 
essa esercita, nondimeno, le sue principali fun- 
zioni nel cervello, e che è là che non soltanto essa 
intende ed immagina, ma anche sente; e questo 
per mezzo dei nervi che sono estesi, come piccoli 
fili delicatissimi, dal cervello a tutte le parti delle 
altre membra, cui essi sono talmente attaccati, che 
non se ne potrebbe quasi toccare nessuna, senza 
far muovere le estremità di qualche nervo e senza 
che questo movimento non passi, per mezzo di 
quel nervo, fino al cervello, dov’è la sede del 
senso comune, come ho abbastanza ampiamente 
spiegato nel quarto discorso delia Diottrica-, e che 
i movimenti che passano così, per mezzo dei nervi, 
fino al luogo del cervello, al quale la nostra anima 
è strettamente congiunta e unita, le fanno avere 
diversi pensieri, in ragione delle diversità che 
sono in essi; ed infine che sono questi diversi 


PARTE QUARTA 


251 


pensieri della nostra anima, che vengono imme- 
diatamente dai movimenti, che sono eccitati per 
l’intermezzo dei nervi nel cervello, che noi chia- 
miamo propriamente le nostre sensazioni, o le 
percezioni dei nostri sensi. 

190. Quanti sensi diversi ci sono, e quali sono gl’interni, 
cioè gli appetiti naturali e le passioni. 

Si deve anche considerare che tutte le varietà 
di queste sensazioni dipendono, in primo luogo, 
dal fatto che abbiamo molti nervi, poi anche dal 
fatto che ci sono diversi movimenti in ogni nervo; 
ma che, nondimeno, non abbiamo tanti sensi dif- 
ferenti quanti nervi. Ed io non ne distinguo prin- 
cipalmente che sette, due dei quali possono es- 
sere chiamati interni, e i cinque altri esterni II 
primo senso, che chiamo interno, comprende la 
fame, la sete e tutti gli altri appetiti naturali, ed 
è eccitato nell’anima dai moti dei nervi dello sto- 
maco, della gola, e di tutte le altre parti che ser- 
vono alle funzioni naturali, per le quali si hanno 
tali appetiti. Il secondo comprende la gioia, la 
tristezza, l’amore, la collera, e tutte le altre pas- 
sioni; e dipende principalmente da un piccolo 
nervo, che va verso il cuore, poi anche da quelli 
del diaframma e delle altre parti interne. Poiché, 
per esempio, quando accade che il nostro sangue 
è purissimo e ben temperato, di modo che si 
dilata nel nostro cuore più facilmente e più forte- 
mente del solito, questo fa tendere i piccoli nervi 
che sono alle entrate delle sue concavità, e li 
muove in una certa maniera che risponde fino al 


252 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


cervello, e vi eccita la nostra anima a sentire na- 
turalmente della gioia. E ogni e quante volte questi 
medesimi nervi sono mossi nella stessa maniera, 
benché sia per altre cause, essi eccitano nella no- 
stra anima quel medesimo sentimento di gioia. 
Così, quando noi pensiamo godere di qualche bene, 
l’immaginazione di questo godimento non contiene 
in sè il sentimento della gioia, ma fa in modo 
che gli spiriti animali passino dal cervello nei 
muscoli, ai quali questi nervi sono inseriti; e con 
questo mezzo facendo in modo che le entrate del 
cuore si dilatino, essa fa anche sì che questi nervi 
si muovano nel modo che è istituito dalla natura 
per dare il sentimento della gioia. Cosi quando ci 
si dice qualche notizia, l’anima giudica innanzi 
tutto se essa è buona o cattiva; e trovandola 
buona, se ne rallegra in sè stessa, di una gioia 
che è puramente intellettuale, e talmente indipen- 
dente dalle emozioni del corpo, che gli Stoici non 
hanno potuto negarla al loro Saggio, sebbene ab- 
biano voluto che fosse esente da ogni passione. 
Ma tostochè questa gioia spirituale viene dall’ in- 
telletto nell’ immaginazione, essa fa in modo che 
gli spiriti colano dal cervello verso i muscoli che 
sono attorno al cuore, e là eccitano U movimento 
dei nervi, dal quale è eccitato un altro movimento 
nel cervello, che dà all’anima il sentimento o la 
passione della gioia. Egualmente, quando il san- 
gue è così grossolano che solo a pena cola e si 
dilata nel cuore, esso eccita negli stessi nervi un 
movimento tutto diverso dal precedente, e che è 
istituito dalla natura per dare all’anima il senti- 


PARTE QUARTA 


253 









mento della tristezza, benché spesso non sappia 
neppure lei per quale ragione s’attrista; e tutte le 
altre cause che muovono questi nervi nello stesso 
modo, dànno anche all’anima lo stesso sentimento. 
Ma gli altri movimenti degli stessi nervi le fanno 
sentire altre passioni, cioè quelle dell’amore, del- 
l’odio, del timore, della collera, ecc., in quanto 
sono sentimenti o passioni dell’anima; cioè in 
quanto sono pensieri confusi che l’anima non ha 
di per sè sola, ma pel fatto che, essendo stretta- 
mente unita al corpo, riceve l’impressione dei 
movimenti che hanno luogo in lui: poiché v’ha 
una gran differenza tra queste passioni e le co- 
noscenze o pensieri distinti, che noi abbiamo di 
quello che deve essere amato o odiato o temuto, 
ecc., benché sovente esse si trovino insieme. Gli 
appetiti naturali, come la fame, la sete, e tutti 
gli altri, sono anche sensazioni eccitate nell’anima 
per mezzo dei nervi dello stomaco, della gola e 
delle altre parti, e sono del tutto differenti dal- 
l’appetito o dalla volontà che si ha di mangiare, 
di bere, e di avere tutto ciò che pensiamo essere 
adatto alla conservazione del nostro corpo; ma 
perchè questo appetito o volontà li accompagna 
quasi sempre, sono stati chiamati appetiti. 

191. Dei sensi esteriori; e in primo luogo del tatto. 

Per quanto riguarda i sensi esteriori, tutti quanti 
sogliono contarne cinque, poiché ci sono tanti di- 
versi generi di oggetti che muovono i nervi, e le 
impressioni che vengono da questi oggetti ecci- 
tano nell’anima cinque diversi generi di pensieri 




254 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


confusi. II primo è il tatto, che ha per oggetto 
tutti i corpi che possono muovere qualche parte 
della carne o della pelle del nostro corpo, e per 
organo tutti i nervi, che, trovandosi in questa parte 
del nostro corpo, partecipano al suo movimento. 
Così i diversi corpi che toccano la nostra pelle 
muovono i nervi che terminano in essa, in un 
modo con la loro durezza, in un altro con la loro 
pesantezza, in un modo col loro calore ed in un 
altro con la loro umidità, ecc., e questi nervi ecci- 
tano tante diverse sensazioni nell’anima, in quante 
diverse maniere essi sono mossi, o con cui ii loro 
movimento ordinario è impedito; in causa di che 
si sono anche attribuite tante diverse qualità a 
questi corpi, e si è dato a queste qualità i nomi di 
durezza, pesantezza, calore, umidità, e simili, che 
non significano niente altro, se non che v’ha in 
questi corpi ciò che è richiesto per fare che i 
nostri nervi eccitino nella nostra anima le sen- 
sazioni della durezza, pesantezza, calore, ecc. Oltre 
di ciò, quando questi nervi sono mossi un po’ più 
forte del solito, e, nondimeno, in tal modo che 
il nostro corpo non sia in niun modo danneggiato, 
questo fa si che l’anima senta il solletico, che 
anch’esso è in lei un pensiero confuso, e questo 
pensiero le è naturalmente piacevole, poiché le 
rende testimonianza della forza del corpo col quale 
essa è unita, poiché può soffrire l’azione che causa 
questo solletico senza esserne offeso. Ma se que- 
sta medesima azione ha soltanto un poco più di 
forza, di modo che offenda il nostro corpo in qual- 
che modo, ciò dà alla nostra anima il sentimento 


PARTE QUARTA 


255 


del dolore. E così si vede perchè la voluttà del 
corpo e il dolore sono nell’anima sentimenti af- 
fatto contrarii, nonostante che sovente l’uno se- 
gua l’altro, e le loro cause sieno quasi simili. 

192. Del gusto. 

11 senso che è più grossolano, dopo il tatto, è 
il gusto, che ha per organo i nervi della lingua 
e delle altre parti che le sono vicine, e per og- 
getto le particelle dei corpi terrestri, quando, 
essendo separate le une dalle altre, nuotano nella 
saliva che umetta il di dentro della bocca: poiché, 
secondo che esse sono differenti in figura, in gran- 
dezza, o in movimento, esse agitano diversamente 
le estremità di quei nervi, e per loro mezzo fanno 
sentire all’anima ogni sorta di gusti differenti. 

193. Dell’ odorato. 

Il terzo è l’odorato, che ha per organo due 
nervi, che non sembrano essere se non parti del 
cervello, le quali si avanzano verso il naso, poiché 
essi non escono punto dal cranio; ed ha per og- 
getto le particelle dei corpi terrestri che, essendo 
separate le une dalle altre, volteggiano per l’aria, 
non già tutte indifferentemente, ma solo quelle 
che sono abbastanza sottili e penetranti per en- 
trare pei pori dell’osso che si chiama spugnoso, 
quando sono attirate con l’aria della respirazione, 
ed andare a muovere le estremità di quei nervi, 
il che esse fanno in tante differenti maniere, quanti 
differenti odori sentiamo. 


256 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


194. Dell'udito. 

Il quarto è l’udito, che non ha per oggetto se 
non i diversi scuotimenti dell’aria; poiché vi sono 
dei nervi dentro le orecchie, in tal modo attaccati 
a tre ossicini che si sostengono l’un con l’altro, 
e di cui il primo è appoggiato contro la pellicola, 
la quale copre la cavità che si chiama il tamburo 
dell’orecchio, che tutti i diversi scotimenti che 
l’aria esterna comunica a questa pelle sono ri- 
portati all’anima da questi nervi, e le fanno udire 
tanti diversi suoni. 

195. Della vista. 

Infine, il più sottile di tutti i sensi è quello della 
vista; poiché i nervi ottici che ne sono gli organi 
non sono punto mossi dall’aria, nè dagli altri corpi 
terrestri, ma solo dalle parti del secondo elemento 
che, passando pei pori di tutti gli umori e pelli 
trasparenti degli occhi, pervengono fino a questi 
nervi, e secondo i diversi modi in cui si muo- 
vono fanno sentire all’anima tutte le diversità dei 
colori e della luce, come ho già spiegato assai 
lungamente nella Diottrica <*> e nelle Meteore®. 

196. Come si prova che l’anima non sente che in quanto è nel 
cervello. 

E si può facilmente provare che l’anima non 
sente in quanto è in ogni membro del corpo, ma 


(1) Diottrica, Discorso VI. (T ). 

(2) Meteore, Discorsi VII1-1X. (T.). 


PARTE QUARTA 


257 


solo in quanto è nel cervello, dove i nervi, coi 
loro movimenti, le riportano le diverse azioni degli 
oggetti esteriori, che toccano le parti del corpo 
nelle quali essi sono inseriti. Poiché, in primo 
luogo, vi sono molte malattie, che, benché non 
offendano che il cervello soltanto, tolgono, non- 
dimeno, l’uso di tutti i sensi, come fa anche il 
sonno, come sperimentiamo tutti i giorni, e, tut- 
tavia, esso non cambia nulla che nel cervello. Di 
più, benché non vi sia nulla di mal disposto nè 
nel cervello, nè nelle membra dove sono gli or- 
gani dei sensi esteriori, se solo il moto di uno 
dei nervi, che si estendono dal cervello fino a 
queste membra, è impedito in qualche luogo dello 
spazio eh’ è fra loro due, questo basta per to- 
gliere la sensazione alla parte del corpo dove sono 
le estremità di questo nervo. E oltre di ciò, sen- 
tiamo qualche volta del dolore, come se esso fosse 
in qualcuna delle nostre membra, di cui la causa 
non è in quelle membra dove esso si sente, ma in 
qualche luogo più vicino al cervello, per cui pas- 
sano i nervi che ne dànno all’anima la sensazione. 
Il che potrei qui provare per mezzo di molte espe- 
rienze, ma mi contenterò qui di metterne una ma- 
nifestissima. Si era soliti bendare gli occhi ad una 
giovinetta, quando il Chirurgo veniva a curarla 
di un male ch’essa aveva alla mano, poiché essa 
non ne poteva sopportare la vista, e la cancrena 
avendo attaccato il suo male, si fu costretti di 
tagliarle fino alla metà del braccio, ciò che si fece 
senza avvertimela, poiché non la si voleva attri- 
stare; e le si attaccarono molte bende legate l’una 


R. Descartes - / Prìncipii della Filosofia - 17. 


258 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


sull’altra nel posto di quello che si era tagliato, 
di modo che essa restò molto tempo dopo senza 
saperlo. E quello eh’ è notevole in questo è che 
essa non cessava intanto di avere molti dolori, 
che pensava fossero nella mano che non aveva 
più, e di lamentarsi di ciò che sentiva ora nel- 
l’una delle sue dita e ora nell’altra. Del che non 
si potrebbe dare altra ragione, se non che i nervi 
della sua mano, che finivano allora verso il cubito, 
vi erano mossi nello stesso modo in cui avreb- 
bero dovuto esserlo prima nelle estremità delle 
sue dita per fare avere all’anima nel cervello la 
sensazione di simili dolori. E ciò mostra eviden- 
temente che il dolore della mano non è sentito 
dall’anima in quanto essa è nella mano, ma in 
quanto è nel cervello. 

197. Come si prova che essa è di tale natura, che il solo mo- 
vimento di qualche corpo basta per darle ogni sorta di 
sensazioni. 

Si può anche provare assai facilmente che la 
nostra anima è di tale natura, che i soli movi- 
menti che han luogo nel corpo sono sufficienti 
per farle avere tutte sorta di pensieri, senza bi- 
sogno che vi sia in essi nulla che rassomigli a 
quello ch’essi le fanno concepire; e particolar- 
mente che possono eccitare in essa quei pensieri 
confusi, che si chiamano sensazioni. Poiché, in 
primo luogo, noi vediamo che le parole, sia pro- 
ferite con la voce, sia scritte sopra della carta, 
le fanno concepire tutte le cose che esse signi- 
ficano, e le dànno in seguito diverse passioni. 


PARTE QUARTA 


259 


Sopra una stessa carta, con la stessa penna e lo 
stesso inchiostro, movendo solo un poco l’estre- 
mità della penna in un certo modo, voi tracciate 
lettere che fanno immaginare combattimenti, tem- 
peste, o furie, a quelli che le leggono, e che li 
rendono collerici o tristi; nel mentre che, se mo- 
vete la penna in un altro modo quasi simile, la 
sola differenza che sarà in quel piccolo movi- 
mento può dar loro pensieri tutti contrarii, di pace, 
di riposo, di dolcezza, ed eccitare in essi delle 
passioni di amore e di gioia. Qualcuno rispon- 
derà forse che la scrittura e le parole non rap- 
presentano immediatamente all’anima che la fi- 
gura delle lettere ed i loro suoni, in seguito di 
che essa, che intende il significato di queste pa- 
role, eccita in sè stessa le immaginazioni e pas- 
sioni che vi si riferiscono. Ma che si dirà del 
solletico e del dolore? Il solo movimento, con 
cui una spada taglia qualche parte della nostra 
pelle, ci fa sentire dolore, senza farci sapere per 
questo qual’ è il movimento o la figura di questa 
spada. Ed è certo che l’idea che abbiamo di 
questo dolore non è meno differente dal movi- 
mento che la cagiona, o da quello della parte del 
nostro corpo che la spada taglia, di quanto siano 
le idee che abbiamo dei colori, dei suoni, degli 
odori o dei gusti. Ecco perchè si può concludere 
che la nostra anima è di tale natura, che i soli 
movimenti di alcuni corpi possono tanto bene 
eccitare in essa tutte queste diverse sensazioni, 
come quello di una spada vi eccita dolore. 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


198. Che non c’è nulla nei corpi che possa eccitare in noi 
qualche sensazione, eccetto il movimento, la figura o 
situazione e la grandezza delle loro parti. 

Oltre di questo, noi non sapremmo notare nes- 
suna differenza tra i nervi, che ci faccia giudicare 
che gli uni possano portare al cervello qualche 
cosa diversa dagli altri, benché producano nel- 
l’anima altre sensazioni, e nemmeno che vi por- 
tino niuna altra cosa che i diversi modi con cui 
sono mossi. E l’esperienza ci mostra qualche volta 
con tutta chiarezza che i soli movimenti eccitano 
in noi non solamente solletico e dolore, ma anche 
suoni e luce. Poiché se riceviamo nell’occhio un 
colpo assai forte, in modo che il nervo ottico ne 
sia scosso, questo ci fa vedere mille scintille di 
fuoco, che non sono punto, tuttavia, fuori del 
nostro occhio; e quando mettiamo il dito un po’ 
avanti nel nostro orecchio, udiamo un ronzio, di 
cui la causa non può essere attribuita che al- 
l’agitazione dell’aria, che vi teniamo chiusa. Noi 
possiamo spesso anche notare che il calore, la 
durezza, la pesantezza e le altre qualità sensibili, 
in quanto sono nei corpi che chiamiamo caldi, 
duri, pesanti, ecc., e anche le forme di questi 
corpi che sono puramente materiali, come la 
forma del fuoco, e simili, vi sono prodotte dal 
movimento di alcuni altri corpi, e anche produ- 
cono dopo altri movimenti in altri corpi. E pos- 
siamo benissimo concepire come il movimento 
d’un corpo può esser cagionato da quello di un 
altro, e diversificato dalla grandezza, dalla figura e 
dalla situazione delle sue parti, ma non sapremmo 


PARTE QUARTA 


261 


intendere in nessun modo come queste mede- 
sime cose, cioè la grandezza, la figura e il movi- 
mento, possano produrre delle nature affatto dif- 
ferenti dalle loro, come sono quelle delle qualità 
reali e delle forme sostanziali, che la maggior 
parte dei Filosofi hanno supposto essere nei corpi; 
e nemmeno come queste forme o qualità, essendo 
in un corpo, possano avere la forza di muoverne 
altri. Ora, poiché noi sappiamo che la nostra anima 
è di tale natura, che i diversi movimenti di qual- 
che corpo bastano per farle avere tutte le diverse 
sensazioni che ha, e vediamo bene per esperienza 
che molte delle sue sensazioni sono veramente 
causate da tali movimenti, ma che non perce- 
piamo mai che dagli organi dei sensi fino al cer- 
vello passi mai altra cosa che questi movimenti, 
abbiamo ragione di concludere che noi non per- 
cepiamo nemmeno affatto in nessun modo che 
tutto ciò che è negli oggetti, che chiamiamo la 
loro luce, i loro colori, i loro odori, i loro gusti, 
i loro suoni, il loro calore o freddo, e le loro 
altre qualità che si sentono col tatto, e anche 
ciò che noi chiamiamo le loro forme sostanziali, 
sia in essi altra cosa che le diverse figure, situa- 
zioni, grandezze e movimenti delle loro parti, che 
sono talmente disposte, da poter muovere i no- 
stri nervi in tutte le diverse maniere, che son ri- 
chieste per eccitare nella nostra anima tutte le 
diverse sensazioni ch’essi vi eccitano. 


262 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


199. Che non c’è nessun fenomeno nella natura, che non sia 
compreso in quello che è stato spiegato in questo trattato. 

Ed infine io posso dimostrare, con una rassegna 
facilissima, che non c’è nessun fenomeno nella 
natura, di cui la spiegazione sia stata omessa in 
questo trattato. Poiché non v’ha nulla che possa 
mettersi nel numero di questi fenomeni, se non 
ciò che possiamo percepire per mezzo dei sensi; 
ma, eccetto il movimento, la grandezza, la figura 
o situazione delle parti di ogni corpo, che sono 
cose che ho qui spiegate il più esattamente che 
mi è stato possibile, noi non percepiamo nulla 
fuori di noi, per mezzo dei nostri sensi, se non 
la luce, i colori, gli odori, i gusti, i suoni, e le 
qualità del tatto, di tutte le quali ho provato te- 
sté che noi non percepiamo punto nemmeno che 
esse sieno fuori del nostro pensiero altra cosa 
che i movimenti, le grandezze o le figure di al- 
cuni corpi. Cosi che io ho provato che non c’è 
nulla in tutto questo mondo visibile, in quanto 
esso è solamente visibile o sensibile, se non le 
cose che vi ho spiegate. 

200. Che questo trattato non contiene nemmeno principii che 
non sieno stati ammessi in ogni tempo da tutti, di modo 
che questa filosofia non è nuova, ma la più antica e la 
più comune che possa essere. 

Ma desidero anche che si noti che, sebbene 
io abbia qui cercato di render ragione di tutte le 
cose materiali, non mi ci sono, nondimeno, ser- 
vito di nessun principio, che non sia stato am- 


PARTE QUARTA 


263 


messo ed approvato da Aristotile e da tutti gli 
altri Filosofi che sono mai stati al mondo; di modo 
che questa Filosofia non è punto nuova, ma la 
più antica e la più volgare che possa esserci. Poi- 
ché io non ho null’altro affatto considerato che 
la figura, il movimento e la grandezza di ogni 
corpo, nè esaminato niun’altra cosa, se non quello 
che le leggi delle meccaniche, di cui la verità 
può essere provata da un’infinità di esperienze, 
insegnano dover seguire dal fatto che corpi, i quali 
hanno diverse grandezze, o figure, o movimenti, si 
incontrano insieme. Ma nessuno ha mai dubitato 
che non ci fossero corpi al mondo, che hanno di- 
verse grandezze e figure, e muovonsi diversamente, 
secondo i diversi modi in cui s’incontrano, e an- 
che che talvolta si dividono, per mezzo di che 
cambiano di figura e di grandezza. Noi sperimen- 
tiamo la verità di questo tutti i giorni, non per 
mezzo di un sol senso, ma per mezzo di molti, 
cioè del tatto, della vista e dell’udito; la nostra 
immaginazione ne riceve idee distintissime, e il 
nostro intelletto lo concepisce con tutta chiarezza. 
Il che non può dirsi di nessuna delle altre cose 
che cadono sotto i nostri sensi, come sono i co- 
lori, gli odori, i suoni e simili: poiché ognuna 
di queste cose non tocca che uno solo dei nostri 
sensi, e non imprime nella nostra immaginazione 
che un’idea di sè, la quale è assai confusa, ed 
infine non fa conoscere affatto al nostro intelletto 
quello che essa è. 


264 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


201. Che è certo che i corpi sensibili sono composti diparti 
insensibili. 

Si dirà forse che io considero molte parti in 
ogni corpo, che sono sì piccole da non poter es- 
sere sentite; ed io so bene che questo non sarà 
ammesso da quelli, che prendono i loro sensi per 
la misura delle cose che si possono conoscere. Ma 
mi sembra che sia fare gran torto al ragionamento 
umano di non volere che vada più lontano degli 
occhi; e non c’è nessuno che possa dubitare che 
vi siano dei corpi, i quali sono si piccoli da non 
potere essere percepiti da nessuno dei nostri sensi, 
purché solamente egli consideri quali sono i corpi 
che sono aggiunti ogni volta alle cose che aumen- 
tano continuamente a poco a poco, e quali son 
quelli che son tolti dalle cose che diminuiscono 
in pari modo. Si vedono tutti i giorni crescere 
le piante, ed è impossibile concepire come esse 
diventino maggiori di quanto sono state, se non 
si concepisce che qualche corpo è aggiunto al 
loro: ma chi è che ha mai potuto notare per 
mezzo dei sensi quali sono i piccoli corpi, che 
sono aggiunti in ogni momento ad ogni parte di 
una pianta che cresce? Per lo meno, tra i Filo- 
sofi, quelli che confessano che le parti della quan- 
tità sono divisibili all’infinito, debbono confessare 
che, dividendosi, esse possono divenire sì piccole 
da non essere in niun modo sensibili. E la ragione 
che c’impedisce di poter sentire i corpi che sono 
piccolissimi è evidente: poiché consiste in questo, 
che tutti gli oggetti che sentiamo debbono muo- 


PARTE QUARTA 


265 


vere alcune delle parti del nostro corpo, che ser- 
vono di organi ai sensi, cioè alcuni piccoli fili dei 
nostri nervi, e che ognuno di questi piccoli fili 
avendo una qualche grossezza, i corpi che sono 
molto più piccoli di essi non hanno punto la 
forza di muoverli. Così, essendo certi che ognuno 
dei corpi che sentiamo è composto di molti al- 
tri corpi sì piccoli che non sapremmo percepirli, 
non v’è, mi sembra, nessuno che, purché voglia 
usar della ragione, non debba confessare essere 
un filosofare molto migliore il giudicare di ciò 
che accade in quei piccoli corpi, che la loro sola 
piccolezza c’impedisce di poter sentire, dall’esem- 
pio di quello che vediamo accadere in quelli che 
sentiamo, e rendere ragione, con questo mezzo, 
di tutto quello che è nella natura, come ho cercato 
di fare in questo trattato, che, per rendere ragione 
delle stesse cose, inventarne non so quali altre, 
che non hanno alcun rapporto con quelle che 
sentiamo, come sono la materia prima, le forme 
sostanziali e tutto quel grande apparato di qua- 
lità, che molti sogliono supporre, ciascuna delle 
quali può essere conosciuta più difficilmente di 
tutte le cose che si pretende spiegare per loro 
mezzo. 

202. Che questi principii non s’accordano meglio con quelli 
di Democrito che con quelli di Aristotile e degli altri. 

Forse anche qualcuno dirà che Democrito ha già 
in passato immaginato piccoli corpi, che avevano 
diverse figure, grandezze e movimenti, con la di- 
versa mescolanza dei quali tutti i corpi sensibili 


266 


I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA 


erano composti, e che, nondimeno, la sua Filosofia 
è comunemente respinta. Al che io rispondo che 
essa non è mai stata respinta da nessuno, perchè 
egli faceva considerare dei corpi più piccoli di 
quelli che sono percepiti dai nostri sensi, ed attri- 
buiva loro diverse grandezze, figure e movimenti; 
poiché non c’è nessuno che possa dubitare che 
non ce ne siano veramente di tali, come già è 
stato provato. Ma essa è stata respinta, innanzi 
tutto, perchè supponeva che quei piccoli corpi 
erano indivisibili, il che anche io rigetto intera- 
mente. Poi perchè egli immaginava del vuoto fra 
essi, ed io dimostro essere impossibile che ce ne 
sia; poi, anche, perchè egli attribuiva loro pesan- 
tezza, ed io nego che ce ne sia in nessun corpo, 
in quanto esso è considerato solo, poiché è una 
qualità che dipende dal mutuo rapporto, che molti 
corpi hanno gli uni con gli altri; poi, infine, si 
è avuto ragione di respingerla, perchè egli non 
spiegava punto in particolare come tutte le cose 
erano state formate per mezzo del solo incontro 
di quei piccoli corpi, ovvero, se lo spiegava di 
alcune, le ragioni che ne dava non dipendevano 
le une dalle altre in modo tale da far vedere che 
tutta la natura poteva essere spiegata in pari 
modo (almeno non si può conoscerlo da quello 
che ci è stato lasciato per iscritto delle sue opi- 
nioni). Ma lascio ai lettori giudicare se le ragioni 
che ho messo in questo trattato si connettono 
abbastanza, e se se ne possono dedurre molte cose. 
E poiché la considerazione delle figure, delle gran- 
dezze e dei movimenti è stata ammessa da Ari- 


PARTE QUARTA 


267 


stotile e da tutti gli altri quanto da Democrito, 
ed io respingo tutto quello che quest’ultimo ha 
supposto oltre di questo, come respingo general- 
mente tutto quello che è stato supposto dagli altri, 
è evidente che questo modo di filosofare non ha 
maggiore affinità con quello dì Democrito, che 
con tutte le altre sette particolari. 

203 . Come si può pervenire alia conoscenza delle figure, gran- 
dezze e moti dei corpi insensibili. 

Qualcuno, da capo, potrà domandare donde ho 
appreso quali sono le figure, grandezze e movi- 
menti delle particelle di ogni corpo, molte delle 
quali ho qui determinate proprio come se le avessi 
viste, benché sia certo che non ho potuto per- 
cepirle con l’aiuto dei sensi, poiché confesso che 
esse non sono sensibili. Al che io rispondo che 
ho, innanzi tutto, considerato in generale tutte le 
nozioni chiare e distinte che possono essere nel 
nostro intelletto riguardo alle cose materiali, e 
che, non avendone punto trovato altre, se non 
quelle che abbiamo delle figure, delle grandezze 
e dei movimenti, e delle regole, secondo le quali 
queste tre cose possono essere diversificate l’una 
dall’altra, le quali regole sono i principii della 
Geometria e delle Meccaniche, ho giudicato che 
necessariamente bisognava che tutta la cono- 
scenza che gli uomini possono avere della natura 
fosse tratta solo da quello; poiché tutte le altre 
nozioni che abbiamo delle cose sensibili, essendo 
confuse ed oscure, non possono servire a darci 
la conoscenza di nessuna cosa fuori di noi, ma 


268 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


piuttosto possono impedirla. In seguito di che, 
ho esaminato tutte le principali differenze, che 
possono trovarsi tra le figure, grandezze e mo- 
vimenti dei diversi corpi, che la loro sola picco- 
lezza rende insensibili, e quali effetti sensibili 
possono essere prodotti dalle diverse maniere 
con cui essi si mescolano insieme. E in appresso, 
quando ho trovato simili effetti nei corpi che i 
nostri sensi percepiscono, ho pensato che essi 
avevano potuto essere cosi prodotti. Poi ho cre- 
duto che lo erano stati infallibilmente, quando 
mi è sembrato essere impossibile trovare in tutta 
l’estensione della natura niun’altra causa capace 
di produrli. Al che l’esempio di molti corpi com- 
posti dall’artificio degli uomini mi ha molto ser- 
vito: poiché non riconosco ninna differenza tra 
le macchine che fanno gli artigiani e i diversi 
corpi che la natura sola compone, se non che 
gli effetti delle macchine non dipendono che dal- 
l’azione di certi tubi o molle o altri strumenti, 
che, dovendo avere qualche proporzione con le 
mani di quelli che li fanno, sono sempre si grandi 
che le loro figure e movimenti si possono ve- 
dere, mentre che i tubi o molle che cagionano 
gli effetti dei corpi naturali sono ordinariamente 
troppo piccoli per essere percepiti dai nostri 
sensi. Ed è certo che tutte le regole delle Mec- 
caniche appartengono alla Fisica, in modo che 
tutte le cose che sono artificiali sono con questo 
naturali. Poiché, per esempio, quando un oro- 
logio segna le ore per mezzo delle ruote di cui 
è fatto, questo non gli è meno naturale che ad 


PARTE QUARTA 


269 


un albero di produrre i suoi frutti. Ecco perchè, 
nello stesso modo che un orologiaio, vedendo un 
orologio che egli non ha punto fatto, può ordi- 
nariamente giudicare, da alcune delle sue parti 
che egli vede, quali sono tutte le altre che non 
vede, così, considerando gli effetti e le parti sen- 
sibili dei corpi naturali, ho cercato di conoscere 
quali debbono essere quelle delle loro parti che 
non sono sensibili. 

204 . Che, riguardo alle cose che i nostri sensi non percepi- 
scono affatto, basta spiegare come esse possono essere; 
e che è tutto quello che Aristotile ha cercato di fare. 

Si replicherà ancora a questo che, sebbene io 
abbia forse immaginato delle cause che potreb- 
bero produrre degli effetti simili a quelli che 
vediamo, non dobbiamo per questo concludere 
che quelli che noi vediamo sono prodotti da 
esse. Poiché come un orologiaio ingegnoso può 
fare due orologi che segnano le ore in egual 
modo, e tra i quali non siavi alcuna differenza in 
quello che appare all’esterno, e che, nondimeno, 
non abbiano nulla di simile nella composizione 
delle loro ruote: così è certo che Dio ha un’in- 
finità di diversi mezzi, per opera di ciascuno dei 
quali può aver fatto che tutte le cose di questo 
mondo appaiano tali quali ora appaiono, senza 
che sia possibile allo spirito umano di conoscere 
quale di tutti questi mezzi egli ha voluto impie- 
gare a farle. 11 che non ho nessuna difficoltà ad 
accordare. Ed io crederò avere fatto assai, se le 
cause che ho spiegato sono tali, che tutti gli ef- 


270 


I PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


tetti che esse possono produrre si trovano simili 
a quelli che vediamo nel mondo, senza preoc- 
cuparmi se è per mezzo di esse o per mezzo di 
altre che essi sono prodotti. Anzi, credo essere 
tanto utile per la vita di conoscere cause cosi 
immaginate, che se si avesse la conoscenza delle 
vere: poiché la Medicina, le Meccaniche, e gene- 
ralmente tutte le arti, cui la conoscenza della 
Fisica può servire, non hanno per fine che di ap- 
plicare talmente alcuni corpi sensibili gli uni agli 
altri, che, per opera della serie delle cause natu- 
rali, alcuni effetti sensibili siano prodotti; il che 
noi faremo egualmente bene considerando la serie 
di alcune cause cosi immaginate, benché false, che 
se esse fossero le vere, poiché questa serie è 
supposta simile, in ciò che riguarda gli effetti 
sensibili. Ed affinchè non si pensi che Aristotile 
abbia mai preteso di fare qualcosa più di questo, 
dice egli stesso al principio del 7° capitolo del 
primo libro delle sue Meteore che, « per quanto 
riguarda le cose che non sono manifeste al senso, 
egli crede dimostrarle sufficientemente, e quanto 
si può ragionevolmente desiderare, se fa sola- 
mente vedere che esse possono essere quali egli 
le spiega ». 

205 . Che, nondimeno, si ha una certezza morale che tutte le 
cose di questo mondo sono tali, quali è stato qui dimo- 
strato che possono essere. 

Ma, nondimeno, affinchè io non faccia punto 
torto alla verità, supponendola meno certa di 
quanto è, distinguerò qui due specie di certezze. 


PARTE QUARTA 


271 


La prima è chiamata morale, cioè sufficiente per 
regolare i nostri costumi, o tanto grande quanto 
quella delle cose, di cui non siamo soliti di du- 
bitare riguardo alla condotta della vita, benché 
sappiamo che può accadere, assolutamente par- 
lando, che esse siano false. Così quelli che non 
sono mai stati a Roma non dubitano punto che essa 
sia una città in Italia, benché potrebbe essere 
che tutti quelli, dai quali l’hanno imparato, li ab- 
biano ingannati. E se qualcuno, per indovinare 
uno scritto cifrato scritto con le lettere ordinarie, 
si avvisa di leggere un B dovunque ci sarà un 
A, e di leggere un C dovunque ci sarà un B, e 
così di sostituire al posto di ogni lettera quella 
che la segue nell’ordine dell’alfabeto, e, leggendo 
in questo modo, vi trova parole che abbiano 
senso, non dubiterà affatto che quello che avrà 
così trovato non sia il vero senso di quello 
scritto cifrato, benché potrebbe essere che quello 
che l’ha scritto ve ne abbia messo un altro tutto 
differente, dando un altro significato ad ogni let- 
tera: poiché questo può sì difficilmente accadere, 
principalmente quando la cifra contiene molte pa- 
role, che non è moralmente credibile. Ora, se si 
considera quante diverse proprietà della calamita, 
del fuoco e di tutte le altre cose che sono al mondo 
sono state evidentissimamente dedotte da un pic- 
colissimo numero di cause, da me proposte al 
principio di questo trattato, anche se s’immagi- 
nasse che le ho supposte per caso, e senza che 
la ragione me ne abbia persuaso, non per questo 
si avrà meno tanta ragione di giudicare che esse 


272 


I PRINCIPIl DELLA FILOSOFIA 


sono le vere cause di tutto quello che ne ho de- 
dotto, quanta se ne ha di credere che si è trovato 
il vero senso d’uno scritto cifrato, quando lo si 
vede scaturire dal significato che si è dato per 
congettura ad ogni lettera. Poiché il numero delle 
lettere dell’alfabeto è molto maggiore di quello 
delle cause prime da me supposte, e non si so- 
gliono mettere tante parole, e nemmeno tante let- 
tere, in una cifra, quanti sono gli effetti diversi 
che ho dedotti da queste cause. 

206 . Ed anche, che se ne ha una certezza più che morale. 

L’altra sorta di certezza è quando noi pensiamo 
che non è in niun modo possibile che la cosa 
sia diversa da come la giudichiamo. Ed essa è fon- 
data sopra un principio di Metafisica certissimo, 
il quale è che Dio, essendo sovranamente buono 
e la fonte di ogni verità, poiché è lui che ci ha 
creati, è certo che la potenza o facoltà che egli 
ci ha dato per distinguere il vero dal falso non 
s’inganna punto, quando ne facciamo buon uso, 
e ci mostra evidentemente che una cosa è vera. 
Così questa certezza si estende a tutto quanto 
è dimostrato nella Matematica; poiché noi ve- 
diamo chiaramente essere impossibile che due e 
tre uniti insieme facciano più o meno di cinque, 
o che un quadrato non abbia che tre Iati, e cose 
simili. Essa si estende anche alla conoscenza che 
noi abbiamo che ci sono dei corpi nel mondo, 
per le ragioni sopra spiegate al principio della 
seconda parte. Poi, in seguito, essa si estende a 
tutte le cose che possono essere dimostrate, ri- 


PARTE QUARTA 


273 


guardo a questi corpi, con i principii della Mate- 
matica, o con altri egualmente evidenti e certi; 
nel numero delle quali mi sembra che quelle da 
me scritte in questo trattato debbano essere am- 
messe, almeno le principali e più generali. Ed io 
spero che esse lo saranno in effetti da quelli che 
le avranno esaminate in tal modo, da vedere chia- 
ramente tutta la serie delle deduzioni da me fatte, 
e quanto sono evidenti tutti i principii, dei quali 
mi sono servito; principalmente se comprendono 
bene che è non possibile che noi sentiamo nessun 
oggetto, se non per mezzo di qualche moto locale 
che quest’oggetto eccita in noi, e che le stelle fisse 
non possono eccitare cosi nessun moto nei nostri 
occhi, senza muovere anche, in qualche modo, 
tutta la materia che è fra esse e noi, donde segue 
con ogni evidenza che i cieli debbono essere 
fluidi, cioè composti di piccole parti che si muo- 
vono separatamente le une dalle altre, o almeno 
che debbono esservi in essi tali parti. Poiché 
tutto quello che si può dire che io abbia supposto, 
e che trovasi nell’articolo 46 della terza parte, 
può essere ridotto solo a questo: che i cieli sono 
fluidi. Di modo che questo solo punto essendo 
riconosciuto per sufficientemente dimostrato da 
tutti gli effetti della luce e dal seguito di tutte 
le altre cose da me spiegate, credo che si debba 
anche riconoscere che ho provato con dimostra- 
zione Matematica tutte le cose da me scritte, al- 
meno le più generali che concernono la fabbrica 
del cielo e della terra, e nel modo come le ho 
scritte: poiché ho avuto cura di proporre come 


R. Descartes - / Principii della Filosofia - 18. 






274 


1 PRINCIPI! DELLA FILOSOFIA 


dubbie tutte quelle di cui ho pensato che fos- 
sero tali. 

207. Ma che sottometto tutte le mie opinioni al giudizio dei 
più saggi e all'autorità della Chiesa. 

Tuttavia, poiché non voglio fidarmi troppo di 
me stesso, io non asserisco nulla qui, e sotto- 
metto tutte le mie opinioni al giudizio dei più 
saggi ed all’autorità della Chiesa. Anzi prego i 
Lettori di non prestare niuna fede a tutto quanto 
troveranno qui scritto, ma solo di esaminarlo, e 
non ammetterne che quanto la forza e 1 evidenza 
della ragione li potrà forzare a credere. 


FINE. 



INDICE 


Storia esterna de « I Principi! della Filosofia » 

di Renato Descartes pag. 5 

Appendici. 

I. La principessa Elisabetta di Boemia . . » 43 

II. Nota sul ritratto di Renato Descartes . » 47 

Alla Serenissima principessa Elisabetta, prima 

figlia di Federico, re di Boemia, conte pa- 
latino e principe elettore dell’Impero . . » 49 

Lettera dell’Autore a colui che ha tradotto il li- 
bro, la quale può qui servir di prefazione » 55 

1 Principii della Filosofia. 

Parte Prima — Dei Principii delta conoscenza 

umana » 77 

Parte Seconda — Dei Principii delle cose 

materiali » 135 

Parte Terza — Del Mondo visibile ... » 199 

Parte Quarta — Della Terra » 245 

Indice.