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Full text of "Il Baretti - Anno 3 - 1926"

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* IL B A RETTI . 
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MENSILE Le edizioni del Barelli TORINO 

ABBONAMENTO per il 1926 L 10 Estero L. 15 Sostenitore L. 100 Un numero separalo L. 1 - CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno III - N. i - Gennaio 1926 


E. OtANTURCO 

Antologia della poesia tedesca 
contemporanea 

L. 14 

Si iptdlic* trinco di porto • cllmimU 
viaTU di L. 14 • U Edliionl d«! Biniti 
Torino 


SOMMARIO : S. ALFIERE : Il Unirò IUtt.no no» - Cotnraifooriilon* di S. Ei.ntn - Pillo!. - BARETTI ; Rllr.Ko rom.nllco dt Ibwi - MACOUF : O.tUrU degli I. p. T - 

D.IU11 - Inchini, .ull'ld.ill.mo- IV A- CRESPI, V MONDOLEO - S. BF.NCO : Noi. «u A. O, Cigni A. POLLEDRO : Rollio* - KOLTSOV • NolU - N.l boieo - 1) r.ecollo (lirlch*) 
MADARIOA : Un gludlilo io Un.muno - N.dl.r . Tro.lUcS ..condo Curtlu*. 


• : Il roccolo - R. M. KllKB : D.l So.HM .d Orf.o - 
— A, CAVALLI: N*o ra).1Icl«mo inlropoiorico — S. DE 


Il teatro italiano non esiste 


Quando lo diceva Ferdinando Martini le 
cricche interessile a linciarlo non ne avrobbero 
avuto IVmlr.cia, Oggi vi ìono in Italia dieci ri¬ 
visto di teatro, quindici rerittori che vivono 
sulle percentuali degli incassi, dodici stipendiati 
da Giordani, trecento che ojrerano di arrivarci, 
tremila disoccupati eho partecipano a tutti ì 
concorsi drammatici, duec uto critici e mille* 
dueeentovtìiiti jjortogheM che si propongono di 
collocare un articolo teatrale nel giornale de) 
caj)oluogo o in un rivista d'avanguardia. 

Per tutti costoro l'esistenza del teatro ita¬ 
liano è indiscutibile come il loro diritto agli 
alimenti: contro chi no dubitasse sono pronti a 
invocare P inter vento dello Stato. 

Si difenduno con quegli argomenti oggi sono 
rappresentate «novità» in numero dicci voRp 
maggiore, elio un venimmo addietro; Pirandel¬ 
lo ha fatto fortuna all'estero ; il teatro frati ceso 
non è più incontrastato signore delle nostre 
scoile. 

Proponiamo eho la risposta a questi argomon' 
ti pratici venga data da gente tecnica di tea¬ 
tro: attori, impresari, aoenogrnfi c perchè no, 
maschere di «aia. Vi diranno che senza Gan- 
diisio o la Galli il teatro rimano vuoto, ohe tuta 
•prima <b Chiarelli o di Bontempelli significa 
sempre una crisi storica per i nervi del direttore 
di teatro elio allo 9 di sera guarda l'elenco dei 
palchi invenduti, che Pirandello non ha tro 
commedie cho jiossano restare* in repertorio. 

Questi argomenti valgono i primi. Se i gio¬ 
vani imitano Shaw. Andreiov, Kaiser, invece 
di Ro.rnstoin o di Baiai Ile, proporremo un in¬ 
dirizzo di gratitudine, ai circoli filologici del 
Pegno, ma ahimè, i birboni leggono solo lo 
traduzioni franoosi. 

Discussioni artistiche a parte, un teatro © 
sempre il seguo s '«sibiliamo della Società, ma 
una società non si improvvisa, il gusto per lo 
spettacolo è cosi delicato «* difficile che tutti i 
■jHirvrNUS vi ri eompromoUono, e tanto peggio 
so cominciano a peccar© nello glandi intenzioni. 
Noi siamo pronti a scommettere che il nuovo 
teatro italiano non avrà una scenografia deco¬ 
rosa, conio la nostra plutocrazia, cho gli dà 
il tono non riesce ad avere una ca*it e non co¬ 
nosco le tradizioni della vera eleganza. 

Sotto i programmi di relativismo, di spre¬ 
giudicatezza, di audacia e di avventura, la so¬ 
cietà di oggi è quella di ieri : e sola nuova bor¬ 
ghesia è più ©ittica ama poi vedersi idealizzata 
dui poeti secondo Io regolo del vecchio sentimen¬ 
talismo. Il mondo di Niccodemi è generico come 
quello di Chiarelli. Praga rifiorisco vagamente 
in Pirandello, Bracco e Butti non sono meno 
ci usici niani di BontcmjK'lli e di Do Stefani. La 
grande tecnica pirandelliana di Ciascuno a suo 
moda ha ancora tutto da imparar© dai veri ma¬ 
ghi dolla meccanica teatrale. Surdoii è dicci 
volto più relitti uisttt dinamico o moderno di Pi- 
randello, fu tu ruta da accademia. 

Badato cho questi confronti non sono riven¬ 
dicazioni: noi siamo tra quelli 0110 ai tempi delle 
famose poh* mi dio mandavano congratulazioni a 
Tiighcr per !u stroncatura del vecchio teatro 
(i facevano brindisi a Lucio cPAmbra che si di¬ 
vertiva a dimostrare l'incnnsistoiua del nuovo 
Rivoluzionari contro le classi dominanti c con¬ 
servatori contro i sovversivi. 

Il primo poeta del commesso 
viaggiatore. 

L.ì letteratura italiana intorno al "JO fu ro¬ 
mantica o milanese. Con Ferrari s’era spenta 
Full ima vena goldoniana c garibaldina. Gol- 
doni a Garibaldi passarono nel teatro dialet¬ 
tali», nidi? scene provinciali c questa fu l'au¬ 
tentica letteratura popolare dell'-- [lalictta di 
Umberto I ». Milano invece aveva bisogno di unii 
« lettomi um nazionale», e con Rov< Ita ebbe, la 
poesia dell'imjtieg.iio seni ime mole. t * -.Muso nel¬ 
la grand© oillà Rovella non in dinamico e fu¬ 
turista perche no» era stalo ancora inventato 
lo sport. Ma, nonostante Panimi» buona del poe¬ 
ta, i suoi commi osi viaggiatori ribelli affamali 
sono capaci di qualunque avventura o di qua¬ 
lunque furor© e il jiovero Rivetta è un cattivo 
scrittore perchè costretto ,1 discutere con quegli 
scamiciati, a predicare loro onesti ideali, u giu¬ 
stificarli con indulgenza sentimeli Udii o con la 
teoria delia miseria sodalo. 


Praga, li romantico della “crisi,, 

Invece il mondo Hi Praga vuole f?scre il gran 
mondo. Nello sin- commedie la bergli cala urla* 
licite viva di reddito, frequenta i teatri, consi¬ 
dera l'adulterio con e legali tu filosofia parigina 
crede, dopo l'adulterio. di avere conquistalo 
qualche diritto di considerarsi europea. 

Ma no» c'c in Praga soltanto il cimwiiaio- 
nalismo borgluse. de) verismo o del semplicismo 
positivista. L’autore della Moglie ideale è un 
giovanotto dàiiuvolto, jiessFinista, cinico, amaro. 
Ila indovinato prima di Pirandello la sfre¬ 
nata volontà di |K>tenza di quella plutocrazia 
cho egli si trovava ad ©tyervare nei luoghi di di¬ 
vertimento e di ozio. So Pirandello forse capace 
di costruire un caraItero di donna .*e sapesse 
opprimerò una contraddizione femminile, le sue 
donno sarebbero Giulia della MoijHt ideale, Ni¬ 
coletta della Grifi, Lucia della M viale tirila In¬ 
vititi, La curiorità micologica di Praga ha subi¬ 
to uff errato questa anime, l'eleganza dei loro 
sofismi, fo squallore del loro relativismo morale. 
Qualche volta li ha voluti trattare da eroi, eroi 
della terza Italia, dimentico che hi plutocrazia 
offro soltanto' fantocci di Ipgno ed equivoci mo- 
rMi. Il teatro di Praga sarebbe stato felice a© 
egli si fow accontentato della sua vana di j>oz- 
ta della contraddizione o di umorista implaca¬ 
bile della crisi morale. Ma egli ha temuto di 
©ombrare lropj>o diabolico e negatore cd ha 
inseguito il fantasma di un intreccio roman¬ 
tico e di un contenuto drammatico. Scrittore 
nato della borghesia hu dovuto regalare ai suoi 
affaristi un'oncia d'ideale 0 una pasticca di u- 
inanità. 

Ibsenlsmo a dosi borboniche 

Bracco, spirito più indipendente, proferì de¬ 
dicarsi n Ihscn. No usci come Butti, stritolato. 

Ricordate la Corta al piacerei Brand, strap¬ 
pato dallo gelide allure Kantiano e venuto a 
transazione colla sensualità. Butti è infatti i? 
romantico che ha paura del pcunnirimo, © ci 
offre maschero colorito di salute artificiale, nello 
quali cerchiamo invano il fondo di amarezza eho 
l'autoro lì aveva annunciato come caratteristi¬ 
ca della sua rigorosa solitudine. 

Ma forso >in Butti c'è un sottile rimpianto 
jx>etico di dover venire a patti con le mistifi¬ 
cazioni di una civiltà di predatori. 

Invece Bracco era un comico nato. Chi sapreb¬ 
be scrivere oggi col suo garbo una commedia vi¬ 
vace con dialogo trascurato o leggero come l’/n- 
ft'thlr o il Perfetto Amorcf Sarebbe stato un 
buoniemjMute quasi lino, un piacevole cromotA 
mondano, capace nei momenti di malumore di 
trovare mia sua vena nascosta di tribuno gene¬ 
roso o di tuonare contro ì pravi tempi. Voli© 
dalla sua ma) ii.:o»i.i untuosa e morbida di na¬ 
poletano monotono ricavare problemi ibseninni 
e vi si applicò con la tecnica teatrale di Dumas 
elio s'adattava perfctlnmcnta a un manda en¬ 
fatico e oratorio di tipo borbonico. Quale pjf. 
oologia e quali toni rie siano derivati si può ve* 
dorè dall’isterismo d>>! Cìrcolo Santo c dal dan¬ 
ti uiizf a ultimo della Ctrin/t < Conte, K f verissimo 
elle questi (bum unirei «ritucurisli |K>s3ono offri¬ 
rà a un alloro corna Buggeri più materia di 
emozioni p q-okiri ohe gli arzigogoli del Utuoco 
tirile Cacti E n Bi acco noi non rimproveriamo 
di aver fatto dui leali’© vecchio, siano» desolati 
ohe abbia voluto faro del teatro nuovo. 

Tignola, cenclaiuolo di Prato 

Porcile questa società di banchieri e di av¬ 
venturieri si faceva sempre pivi esigente, © vo¬ 
leva la. crisi d'anima, e il dramma storico © il 
teatro ull'ap. ito e i costumi di Cara'mba, Re¬ 
mili deciso di cirindelli p^r c*?a il» biblioteca. 
Allenii progetti mistici, adulteri! quali rocciite- 
selti, ioghi di destini imperiali. In queste misti- 
fica zi imi l'astio^ estro <!>>! crepi, .scolare fallito 
ha ceraito di disegnare !.. «mi autobiografia, 
dando colori r:torici albi propria mediocre- pt?r- 
fuliti. Ma la critici definitiva dell’ero? Cimi- 
netto è stata delta da Timi di Lorenzo 
quando di morirò id-litica. con il suo tempera¬ 
mento femminile In mezza finitila di questo fio- 
reo Limicelo, becero ©fazioso. La storia di Sem è 
la storia di una scimmia di D'Annunzio « la sua 
maiinoonia lirica è disarmata, d.i una grani ma¬ 
lica rabbiosa © impotente. 


Il padre del grottesco 

\' è cu de mi è più un eclettico che un biion- 
gi-ataio. Così per quasi dicci aiuti è utato il 
pi.- ripico o fortunato scrittori» italiano di tea- 
tr> cd c mf/itti un drammaturgo di importa- 
zi uie. La casa produtlrie? si rhiama Bernstein- 
H' jaue. Senza la Réjnnc e il noviziato parigino 
gli italiani non avr.bbtru conosci uto qnc.lo cu¬ 
ri, so avventuriero del teatro, cinico dell'abilità 
gl; rnuhsU del palcoscenico i un vero prodotto 
di lusso Ma Niccodemi non Ini nel sangue la 
'brutale e meccanica mondanità drile bulle tra¬ 
dizioni parigine; il suo è un giuoco rude © (ite¬ 
rilo di coni binazioni ora troppo goffo, 0 ra jkxo 
agdi. Gli manca un pubblico ohe secondi a uot- 
totinei il manierismo della sua malizia, ed c 
costretto allora a farsi tribuno militante, a pren¬ 
der? sul-serio lo ten sociali del Titano e della 
I (fitta o il seti ti monta Ji : $mo balordo di Scampolo 
o della Macstrina. 

U suo cinrimo lo portcrebln» a restare osser¬ 
vatore dei suoi |K?rsomiggi a schernirli capric- 
eioainionte. Coiuk© udo i goffi artifici © le »fron‘ 
tate eri bilioni del teatro e degli sp?ttatorì, 
Niccodemi )j ha trattati conte materia ignobile 
di speculazione, ha fatto de} rancido sentimeli 
laburno con una b slem mia a fior di labbra, od 
è -iato galantuomo almeno nel profanar© i uo- 
gn d'arte ipocriti con una grottesca ironia. 

Un figlio di guerra 

Gli successo un ragazzo più svelto di lui : del 
grottesco © dell'ironia costui fece una nuova 
poetica, Al suo grottesco trovò un titolo da 
provinciale sentenzioso: l.u maschera r 1 1 volto 
»* cominciò a spacciamo la fonnula corno sjxxri- 
f.-3Vri Italiano ;r« rudimenti; nato Ls 

formula, j>er arricchiti di guerra © allievi di 
Ifenncquin c Wcb^r era questa: una situazio¬ 
ne Ixvrghese cJomenl alitai ma -f- battute rapidis¬ 
simo -. definizioni filosofiche bolsa j- cretini- 
snio mentimeli tale + ventidue o ventitré tradi¬ 
menti r Inaili musica+- allegria; previsto le 
scene vuote, le papero degli attori, l e bucce, di 
arancio del loggione, tutto al superlativo, tutto 
iti violenta esuberanza e ,n <*ì»Urizzànt« disor. 
dine. Pi r la prima volta le chiosi dirigenti ita¬ 
liane si vedovano diveniate centro del giuoco, 
potevano immaginarsi di interloquire nello spet¬ 
tacolo serale o di trasportare il pariginirino am¬ 
biguo dei loro salotti equivoci nello sfondo di 
una stima classica. Chiarelli erti lift perfetto 
professore di bell© maniere. Se si vuole il se¬ 
greto d Ila fortuna di questo ueri Ito re medio¬ 
ere, più noioso di Cavaceli]oli c di Antonelli, 
bisogna pensare che egli ebbe il genio dilla mo¬ 
da o il gusto del pettegoli zzo. corno un ban¬ 
chiere improvvisato in anni di inflazionismo 
monetario. 

Bertelli a Cuneo 

Nella vita italiana come tutti sanno ha im- 
poitanza. il regionalismo, amore del campanile ; 
ogni provincia vuole avere il suo D’Annunzio 
Cufico rhbo Nino Berrini, cho ,,0 n dedica 
più i suoi vtrsi a Giovanni Gioititi, Berrini 
ve i unici ito non copiò D’Annunzio: si acconten¬ 
tò di Banelli come modello mezzano, Noi abbia, 
mo conosciuto B>. rriui prima che fosse celebre, 
quando (li destreggiava tra le attrici, critico 
drnmmatiro e drammaturgo in nuca. Uria no¬ 
stra indiscrezione ora ci parrebbe quasi un tra¬ 
dimento jmrcliò lo abbiamo stimato un rude c 
resisi ulto lavoratore sin da quando preparava 
lo ano campagne Brinile e ci capeva dire e-.at- 
t annui te di quanto (©arnie dovesse comporsi un 
atto comico gradito al pubblico e quanti minuti 
convenisse durateerò le scene c in (lutvnii versi 
dovesse- sfare ima parlata d'amore. Berrini sa 
niolio'bonc che il teatro italiano è una mintifi- 
u azione, un campo ap-rto al primo Occupatile : 
gli busta pensare eh- per qualche anno toccò 
proprio a !»«• hi parte, del caposcuola. 

Llolà a Corte 

l’ira u de Ilo invece cominciò sdegnando gli c. 
nori. Faceva il rivoluzionario e voleva vedersi 
intorno soltanto dei giovani. Parevi» uno spirito 
bizzarro: un siculo nomade, non dj pan? t„ira- 
cena uomo Bovgese*. nm dei più antichi autoc¬ 
toni appena grecizzalo. Dovendo staro u Roma, 
s*i leniva guardingo e sospettoso hi aperta cnni- 
pngim e si divertiva in maldicenze contro i 
(«tenti. 

Questo professore, di maestre tra In corro zin¬ 
na di idi compito o un motto di spirito veniva 
scrivendo certe novelle arguto che tra i suoi con¬ 
tadini di 0riganti sono <puoi mi patrimonio u- 
vite: novelle iti creature derelitte; e m>| tona del 


racconta loro sapeva introdurre il patetico della 
sua n»ssrgmi2Ìon« languida di maestro, vittima 
negletta dell* società. Se si vuol dire il vero, da' 
questa prosa nata nella provincia più disgra¬ 
ziata d’Italia, la •letteratura nazionale» era 
ancor più lontana eli.* dalla robusta vena epica 
di Verga. 

F quando tentò il teatro, sempre tra un dove¬ 
re (I uffici© e lino svago letterario, come per 
mutarsi a vincerò senza impAzienzo il ouo gramo 
destino Pirandello hc 0 ancora del teatro dialet- 
tale. Quasi ni per aiuoro c fedeltà ad un suo con¬ 
terraneo, Angelo Musco. E infatti di Liolà, pri¬ 
ma comm dìu («ratldolliana- Angelo Musco, cho 
nuli era ancora un comico sciupato dal pubbli¬ 
co delle grandi metropoli, fece la su a creazione 
più b-. i lln, ira il melanconico, il tragico e l'an¬ 
tico. 

t lulà è un mito sol «ire, un festoso trionfo di 
jx*polo, uno schietto canto fiabefco Una Man - 
•Impali agreste, vissuta nella malizia del villag¬ 
gio. 11«sfumata in un canto epico alla fo- 
condita E’ probabile eli* Pirandello metta 
°f[gi Liolà Ira le opero rifiutato: non l'ha 
rintani]>at» e ’lilgher, su© interpreto autorizza¬ 
to, non no ha maj fatto cenno. 

Ormai P randello ò sicuro di essere diventato 
d porta di una nuova civiltà, il relativismo. 
Gli hanno fatto inventar© il teatro della doppia 
verità .più antico di Shakespeare. E' vero cho 
alla sua sveltezza di siciliano è riuscito talvolta 
specialmente nei Sri pfrsowipijì in cerca di au- 
torc t di trovare ioni moderni «imi di poeta dello, 
dialettica, m a questo è un giuoco troppo nrri- 
femàto © sottilo jx*rchò giovi ripeterlo. 

I est ire tjl( il,nudi, U rito eh, ti diedi , Cia¬ 
scuno a sin, modo c prima lì giuoco della parti, 
h nnco IV eco. musi nino un Pirandello aulico o 
pedante cho rovi sciando le formulo tradizionali 
crede di aver scoperto un filone di pocnift. Tolto 
«Ha sua malinconia incolta patetica e agrario, 
portato in mozzoni problemi contemporanei chó 
non intende, Pirandello si ò fatto futurista o 
profeta di dinamismo: il suo dialogo ò diventato 
polemico, giornalisti co, © spoglio di candore o 
il suo mondo sj è popolato di ^radicati © di gio¬ 
colieri. & 

Rosso di San Secondo, satiro 

Se Pirandello ò un passato, Rosso di San Se¬ 
condo non è più una promossa. La tragedia del 
mediterraneo, ci è divenuti stucchevole. Sap¬ 
piamo tropp© b:n© che tutto il suo teatro non 
gli è servito che a corteggiare attrici. Nel dis- 
ndio tra iVirrfor© dello n.lfo e l e brume dei 
i, lardi in i,ardiri ha espresso Iti- più frenetica et©. 
11a lii fi,ni personali. ff a -sognato villo lussurio- 
w. appagamenti voIiÙUkrì, folli avidità: ha 
cantato l’angòaeia di non poter sensualmente 

chiuder, l„ primavera in nn tnpor della bocca 
ut un fremito (li narici. 

Chi ricorda un Rosa© di San Secondo lìrico di 
fini sorrisi e di perplessità di vagabondaggio tro¬ 
va nel suo teatro soltanto l'impotenza di un Sa¬ 
tiro scatenato. 

Conclusione * 

Oi a $4* tali sono i capriciiohi diteci voi, lettori 
quali saranno i giovani, quali le promesso e il 
Ciimix tri! teatro italiano. 

SILVIO ALFIERE. 


1926 

Nel il Rii retti sarà una Rivista aglio, spre¬ 
giudicata. scruta tu Un da giovani, italiani e stra¬ 
nieri, che hanno qualcosa di nuovo du dire © non 
da difendere ima m ed riero fama professionale Per 
la in a tradizione II» BA RUTTI ó gli rlcono- 
»into conio ii giornale italiano più serlament© 
Informato di cose europee. 


GII uhlninàti *»| a (fretti no n rinnovar© l'abbo- 
immcuto. 

Chi ricovo )a Rivista a titolo iti -«aggio si ab¬ 
boni. 

Il prossimo numero sarà solo più spedito a chi 
ò In rogo la con l'nin turimi razione, 

GII umici ri mandino l'abbonamento sosteni¬ 
tore © < i trovino nuovi nblióimtl. 

Pubhliuliereiiin .nel prossimo mimerò l'plenco 
dei signori clic hanno ricevuto IL BaRKTTI per 
tutto il 1920 o non (tirano ancora pagato l'ubbc- 
iiumonlo scaduto. 

Spediremo volentieri numeri di eaggio a indi¬ 
rizzi di probabili abbonati. 


70 


IL BAKETTI 


Ritratto romantico di Ibsen 


REGIA QUESTURA DI TORINO 

Tori fio, 18 Novembre 1925. 

Di seguito alla nota I I corrente pan numero 
trascrivo per la sollecita esecuzione in l'rofol- 
tizia 1G correnti- ; 

In tot isùl erta imi f della niinjti nrttmnrnte an¬ 
tinazionale esplicata ilal tinti, t'ìrrn tubetti 
piegati diffidarlo a verbale u c'.uorr da qual- 
tiasi attività editoriale. 

Pregasi dai e assicura ti ono o trasmettere co¬ 
pia dol verbale. 

Il- Ql/ESTONE. 

L’anno mi ! lene vece» io vonli cinque addì ven¬ 
ticinque del mese di novembre in Torino, noi 
sottoscritto, Ufficiale di Po'izia Giudiziaria, ci 
siamo recati ncU'abitazioue del Dott Piero Go¬ 
betti di Giovai! Battista o di Angela Canuto, 
nato a Torino il 19 giugno 1901, qui abitante 
in Via Fabro numero G, essendo questi m letto 
malato, ed in ottemperanza prefettizia IG cor¬ 
rente, in considerazione della az.iono nettamen¬ 
to antinazionale dal medesimo esplicata, ò sta¬ 
to diffidato a cessare da qualsiasi attività, edi¬ 
toriale. 

(Seguono le. firme,). 

Lo eonscguenta di questa nuova diffida la 
tospe n*iont dell'ut ti vita editoriale d> J'iero Go¬ 
betti. 

La vita del Baretti è astiaurato dalla nuovo 
società anonima Le Edizioni del Baretti, cAc 
eontinuerd fa tolti oftivifd letteraria e artiitica 
dell'editore Gobetti . A questa società il Gobetti 
intende nmatiere cttruneo . 

Per tutto il 192G il Baretti tarò mentile e 
manterrei il tuo indirti io e i tuoi collaboratori. 

Con questo numero Piero Gobetti oessa di 
esserne il direttore. 

Commemorazione 
di S. Esenin 

Sergio Esenin è entrato nella letteratura 
giovanissimo c dalle site prime apparizioni egli 
incominciò a «cantare» i suoi versi. La sua 
gniina poetica si era formata non come pro¬ 
dotto della lettura dei poeti predecessori, ma 
indipendentemente — nel suo villaggio, nella 
sua casa di contadino. La rivoluzione sfrenò 
in questo giovane contadino l’amore delle ris¬ 
se e dogli scandali. Egli ama fare il rissi»nolo 
c nei versi u nella vita. Ma anche in questo 
Esenin ha del talento, egli si distingue evi- 
deutemente dai piccoli poeti, che si trascina¬ 
vano dietro di lui e le cui trovate erano sol¬ 
tanto noiose, Adesso per Esenin viene un pe~ 
riodo nuovo. Evidentemente egli è stanco di 
fare il rissaiuolo. E nei versi è comparsa an¬ 
che la riflessione e nello stesso tempo la loro 
forma è diventata più semplice. 

Non intendo affermare clic l’attuale disjx> 
sizione d'animo di Esenin sia stabile, ma in 
ogni caso essa esiste c rappresenta un iute 
ressante periodo nello sviluppo di questo ge¬ 
niale poeta. Eden in chiama se stesso « poeta 
scandalista russo». 

-Per noi non c’è nulla di nuovo in questa 
afferma/.ione. Nei Russi, c particolarmente in 
quelli che avevano ingegno, è stato sempre 
abbondante l’elemento scandalistieo. In Esc¬ 
imi questo elemento ha un carattere ncUamen- 
inodcrno: egli conduce vita licenziosa negli 
anni della fame in varie « stalle » di ìxxrii, cor¬ 
re di notte per Mosca con una sccclihia di co¬ 
lore e cambia i nomi delle vecchie vie dando 
loro i nomi di Esenin e di Marìenliof, ma Mo¬ 
sca non lo soddisfa : egli provoca ogni sorta 
di scandali insieme alla Dimenìi e in Europa 
e iu America, per i>oi ritornare al villaggio 
e sedersi, facendo un inchino, sulla panca di 
contadino. Sarà un bene, se anche la reazione 
olla fase del teppismo sarà russa, chi la sua 
Musa sarà più profonda e più penetrata di 
vita. Così, almeno, è avvenuto sempre nei 
Russi. 

dalla l'ofjo Rossi, di Praga 
{Tratl. di Ettori-: Lo Gatto). 

PILLOLE 

Ambiguità del letterato Italiano- 

• A noi non ripuR-nn d'udire il linguaggi© dei mer- 
curiti e dei giocolieri, nò di dividere» In nostra magra 
gloria coti il lottatore c voli il corridore (l'arcua » 

U. l'MCCllii, in Riera. 

Gii uomini di quarant’annl. 

Da rum generai;ione di gladiatori e di stroncatori, 
a poco n poco, jtnwtiht tVtA sbiadii lo. £ venuta funrì 
tutta min bclurr.v di facili o addomesticati elogia¬ 
tori dello cose più vili del mercato IcMenirio; <• da 
una gcinirncioiic di mietici ilei capolavoro, tutta una 
filtri schiera di compiacili li c rasserenati scrittori di 
m terze [vigilie di giornale ». 

Leonardo, dicembre. 

Vecchie definizioni di Soffici, 

O. A. Porokak i 11 pio pòi e centenario. 

l.'oo OjlTTI II commetto viaggiatori del urtila. 

Ojettl aspetta la terza edizione 
dei " Poeti d’oggi,, 

Delle primo qunttro note di Sirifo nella Piera duo 
»ono consacrati- ni In lode di Pallini o ili Soffici. 

Un accademico di domani. 

Ci auguriamo che *ia fatto posto piuttosto ai gio¬ 
vani (c per tali ■'intendono in India gli u« n) ilù dai 
qiinmnt'niini in mi) in pipna maturiti) e vigore di forse, 
capaci di duro n quest*Accademia nntìtu'.cruleiiiìca mi 
impulso veramente vitale. 

U. Futuri ha» in Riera. 


Dicono elio Ibsui non si legge più. Non è 
più vicino allo «spirito conuinpcraneo ». 1 
«imi « problemi » unii parlano più a 11'orecchio 
clic ha capitò la dialettica; e gji uomini seti- 
tulio le tragedie moderne ciascuno a suo modo. 

Parleremo dunque da romantici dicendo clic 
thscn chiede al suo lettore uii'aumtu eroica 
Nessun profeta fu più disarmato <li lui che 
dice la >ua parola ribelle ed austera a una ci¬ 
viltà decadente, a impedì fi olii, sprovvisti di 
minoranze capaci di grandi rogiti e di sacrifi¬ 
cio. Parla a pochi; la Mia aito è iniixqio- 
Inrc o sì dimentica che fu hi prima voce rivo- 
Iti/ionaria del teatro europeo. 

In Italia Ibsen trovò la più grande inter¬ 
prete, la Duse» c il critico più tormentato e 
più rimile alla sua solitudine, Slatnper, vitti¬ 
ma, come lui del dissidio tra arte c morale. 
Eppure ebbe In popolarità solo attraverso al 
fraintendimento e al volgari milieu to clic degli 
Spettri fece Zucconi. 

Chi ama Ibsen non si fa scuuwlo di sem¬ 
brine tendenzioso per disegnarne un ritratto 
completamente ripugnante alln famigliarità e 
alla leggerezza con cui lo si usa considerare 
dopo averlo piacevolmente imborghesito e 
raffinato dai troppi toni aspri e violenti. Biso¬ 
gna collocarlo nella sua vera atmosfera tragica 
eli democrazia guerriera, ricostruirne il tor 
mento metafìsico, la lotta contro il tropjK> li¬ 
mano, l’idea fìssa della divinità inesorabile, la 
ispirazione spoglia di carità e di indulgenza. 

Nell'croia» coerenza del poeta norvegese si 
può cogliere, durante il corso degli anni, una 
chiarezza sempre più impressionante di stile 
e di coscienza. L’iiincrario di Ibsen è quello 
dell'eroe che cerca il suo ambiente. Prima gri¬ 
lla la sua originalità e la sua passione: si di¬ 
rebbe un vendicatore scatenato; poi si chiude 
iu sO stesso, si fa discreti?, trova intorno a sè 
risonanze, può confinarsi, ragionare il suo tor¬ 
mento: l’eroe Ita raggiunto nel dramma la sua 
serenità e il suo equilibrio; la tragedia non è 
più l’eccezione, ma la vita di tutti i giorni 
Cìtiliua è divenuto Borkman, Alltncrs, Furia 
è diventata Hcdda. 

Nel dramma di CrtftKna il protagonista si 
accontenta ancora di programmi, esulta di to- 
manlicite fiducie; It>seii crede al suo Catiliua, 
soffre di doverlo riconoscere invalido al compi¬ 
to che gli ha assegnato. E* il momento della 
candida fede: Ibsen ha regalato ai suoi perso¬ 
naggi le sue preoccupazioni ed è trepido c 
curioso degli effetti che ne verranno. Nella 
rancura inacidita ili Furia c’è già la donna 
ibseniana, perversa c misteriosa um Aurelia, 
spirilo del bene, lo si contrappone troppo in¬ 
genuamente Il poeta ha dato a queste aspi¬ 
razione gonfie o imprigionate, un tragico sce¬ 
nario di fantasia storica : c la sua retorica è 
stata davvero provvidenziale ncll’attcrmùfb il 
verismo del suo Caldina troppo nordico c del- 
la sua Roma troppo borghese. Però ì viaggi 
storici di Ibsen giovane furono tutti infelici 
c inconcludenti. Anche nella .Signora higcr, 
egli fini per mettere nomi medioevali a pro¬ 
cedimenti di intrigo polizieschi. 

Il giovane ribelle soffocava tra le chiuse pa¬ 
reti domestiche c tra le mura della città fili¬ 
stea : eppure la storia sua e della sua gente 

10 allcttava |K-r epica seduzione. Il Pestino « 
Solitali* c i Pi.Wngi in Hélgotand, infatti, so¬ 
no le prime opere del suo più puro istinto 
Qui la verità etica ri|osa nei toni ben appro¬ 
priati di Sigimi c di Hjordis, è già sua matu¬ 
rata esperienza c tornerà nei Bork maini. 

Il rigorismo morale dello scrittore, che in 
Burnì rivelerà ancora tanta chiusa c soffe¬ 
rente aridezza, qui s'accorda col mito quasi 
cordialmente. 

Ma prima che diventi legge del quotidiano, 
anima di un mondo spontaneo c proprio, non 
più preso a prestito, occorre che la traged a 
di Ibsen, incompreso e protestante, eroe sa¬ 
crificalo, si prolunghi di altri trcnt'aillii, c il 
suo stile acquisti più piofondc confidenze con 
le magie delle imi me che si confessano. 

Poverissimo di intuizioni originali è il pen¬ 
siero c la cultura è quella comune dei tempi 
Difficilmente egli si interessa alle idee che non 
siano diventate tragedia di un uomo. Eppure 

11 suo stile chiede quasi psculiamiente la for¬ 
ma dclPaforismn : ogni sua osservazione vor¬ 
rebbe il rilievo deciso della marsimn; diresti 
che il suo sconsolato pessimismo riesca alme¬ 
no ad armare i suoi fantasmi di una certezza 
afKidittica. Cesi accade che anche nelle opere 
giovanili noi troviamo continue costellazioni 
di sorprendenti affennazionf, c si respiri l'at 
litosfera della scoperta, proprio (piando cre¬ 
devamo di essere soffocati dall'incertezza e 
dalla banalità. Nelle opere della maturità ib¬ 
seniana invece c’è una lucid'tà fantastica, 
rjitasi di sonnambulo clic può dire parole fa¬ 
tali con indifferente serenità e risolve i tor¬ 
menti personali impassibilmente come se s: 
lvattaA.se di problemi metafisici. 

Come questa chimificazione pia lenta c fa¬ 
ticosa potete vedere attraverso la Commedia 
deV’amore. Questa vorrebbe essere satira ed è 
il grido più disperato di Ibsen contro il sof¬ 
focamento delle abitudini t* la grettezza fili* 
sica. Uno sforzo di elevazione in cui già la 
catastrofe nasce |ÈVc»riiimrm»U((t* per il fatto 
stesso che è presente ima idealità. La me¬ 
schinità angusta ili cui si è costretti a vi¬ 
vere è descritta con penetrazione dolorosa; 
ma vorrebbe darsi ragione anche di ciò che 
odia sicché nello studio d'ambiente c'è qual 
clic simpatia ni meno per il fatto che sa »•? 
consta tri l'inclnttaln!tà. Eppure il primo grido 
di libertà è già un suicidio. La logica dell'i- 
derde ncT'i croi ibseniaui non si nuò accor- 
dara rou la realtà Decisamente : colloqui di 
l'alt; e di Swanihl annunciano l’Ib'cn dei ca¬ 
polavori, Sebbene nella loro comunicazione di 
suicidi si introduca l’angustia di un rimpianto. 


La seduzione primaverile il: quest’opera ri¬ 
mane il più candido sorriso della natura nj>cr- 
ta e inebriante in un mondo che rapidamente 
fu domato dalla sovrana aridità di un imi>c- 
rativo categorico E «ticora l’autore non riesce 
a vincere l’intima retorica di esulKrnnza n cui 
i suoi eroi si abbandonano nell'atto che comu¬ 
nicano col mondo. L’impassibilità ih Hcddn 
Calder non fu lina facile conquista, 1^:» reto- 
riea, la ropravnlutazinno di se stessi rimane 
il peccato originale di tutti gli croi ibscuianì. 
Essi devono jxn scontare iu silenzio. Peraltro 
nella Commedia dcLl’amorc viene accettato il 
coni proJivc-sso, I.a ribellione di Falk è orato 
ria come la sua nnmicia, la stia azione è più 
di scatti nervosi che di eroismi. Swanild è 
nn'appari/.ione precoce, un sogno d’innmno- 
rato. Così il drammaturgo si fermava per stan¬ 
chezza all’idillio. 

Bisogna lasciare clic la satira del mondo 
boighesc si raffini e che lo sdegno si faccia 
sereno; clic attraverso La lega della gioventù. 
I sostegni della società e il Nemico del popolo, 
Brand provi tutte le delusioni ed esj>crimenti 
l'iinporsibilltà di lottare. Ibsen si separerà dal 
inondo definitivamente quando constaterà tutto 
il ridicolo clic c'è nel l’entusiasmo di Stock- 
man Allora il suo dramma troverà architet¬ 
ture fantastiche sovranamente primitive e 
classiche, e cercherà francamente la purezza 
c la semplicità greca. 

Abolisce il mondo istruii co, ì personaggi 
inutili : iu vita di ognuno è nella sua storia, 
nel suo istinto. Gli croi sono eccezionali sol¬ 
tanto nella loro concentrazione, non nelle a- 
z.oni. La-grandezza degli avvenimenti è com¬ 
misurata alla logica intcriore. In Rosmcr- 
iholm limane solo più l’eco della i>olitica. A 
Sohicss, per il suo ideale Ixista una torre. Nel 
Pictplo lìyolf il tragico quotidiano è ancora 
più chiuso c non chiede nulla al mondo ester¬ 
no. Qui i fatti che verranno, i fatti esterni, 
sono, anticipati nel presentimento c nella con¬ 
fidenza. Perciò il dramma è tutto noi colloqui 
di Allnicrs e di Rita. Jbscti lui trovato nuove 
forme di tortura ragionata e non si serve più 
della catastrofe, nè delle ribellioni- là poesia 
dciriucluttnbilità non ha più bisogno di an¬ 
tecedi. nti, si svolge tutta sulla scena e nella 
crisi .di ;>oche ore si riassume il destino della 
umanità. 

Se noti ci fosse quest’atmosfera tragica e 
cosmica non potremmo spiegarci la prolun¬ 
gata ed csasjKrnta discussione di Rclxeca e di 
Rosmcr. Rosmersholm, uno dei drammi più 
ricchi di difetti della maturità ibseniana, ha 
la sua invincibile seduzione in questo, clic 
noi vediamo tutto il processo per cui una 
semplice donnetta si angelica e si transuma¬ 
na. Noioso si annuncia Pinti igo e il tormento 
di Rebc-cca che vuol diventare moglie di Ro- 
smer; scnoncliè ap]>ena ella può essere con¬ 
tenta, eccola jkt incanto assurta alla dignità 
dell’eroe isbeniano, cui ogni appagamento è 
negato; essa deve morire. Fato grigio di piog¬ 
gia greve e di cnvalli bianchi 

la linea del dramma classico è trovata in 
tledda Goblcr, il dramma dell'istinto di Ibsen, 
squallore oggettivo, suicidio idillico. Tutto 
ciò che ora pntologico vd eccezionale, qui è 
diventato jx>esin. Il [*Kta rinuncia ai fatti |>cr- 
Donnl", evita rigorosamente le confessioni. Ii 
infatti nella realizzazione fantastica si sentono 
i limiti di questo disjHfato studio oggettivo 
che talvolta è persino crudo. In comjjenso 
l’artista rivela la sua più acuta ironia, nel dia¬ 
logo tagliente, analitico, inesorabile che dà un 
rilievo a tutte le sottigliezze c a tutte le inter¬ 
ruzioni. 

Se confrontate l'ispirata freddezza di Hcdda 
con le calde tsortaz’oni di Furia, con i tiro- 
grammi selvaggi di Il'ordis, e anche con la 
melodica ingenuità ingiustamente famo«» di 
Nora ( Casa di bambole non è un inferno jxjc- 
tico), voi sentite (piali tormenti abbia dovuto 
soffrire Ibsen per mettere iu l>occn ai suoi pro¬ 
tagonisti un linguaggio pioprio. 

E i segreti (Iella grammatica e dello stile 
ibseninno nascondono veramente la condanno 
c la liberazione di un uomo mosso per rin¬ 
novare il mondo che ha trovato Dio nella so 
Illudine del suo pessimismo e nella rinuncia a 
tutte le speranze. 

Baretti. 


Le Edizioni del BARETTI 

TORINO 

F.' itsi-ito : 

ELIO Gl ANTURCO 

Antologia 

della lirica tedesca 
contemporanea 

L. IO 

l'rcc-Mlo unii Uori» della lirirn tr<loM-n. Sono tradot¬ 
ti per Ih primi* volta in verni itiilinui poesie di D«h- 
u«rl, Lifiuiicmn, llnrt, lùillo*, iiaùnu'7, George, M. 
Dillillu'inluy. flvfmnnnrtu llnhi, Ev*»rs, Himiti, Mor- 
KCiiah-rn. H<*tligc, Fli ii.se neon, Uillv. li. lluch, J. 
Kiirr-, llevn, Traili!, lt*,*»;lujr. Maini, Ulnss, K, l.ni»k«;r, 
bchiJkr, Mmiiiterl, Sfiliis, SeliicRek-, Sehlaf, Se.lmlt*, 
Stuiller, Stnili«rit> Wtrlli'ìriìrr, /t-cìi. lluttfi'ld, Uil- 
kr, Ditihli’r, ,1. Cmll, TmIIit. NVi-ì.hj, Pp. 

ridili, llciiifckc, Vi»gP, Kij-nrk, Adler. 

Ojveni (ir< , iir. , itihHÌriin di mulodo <• di gust». Hiotì- 
l)il>li»gr:dl« di ogni pochi. Mnmu-iilo ìmlispenunliilr di 
*-oiiowem,n ddl’r.iinipii nioilcrni. 


Galleria 

degli imbalsamati 

F. T. 

Cantiamo il precurvjre. Cantiamo «1 noatro 
uomo rapprc.v-iiifclivo. Rivendichiamolo contro 
tutti i plagi. Il puro genio della «tirjM? ; il di¬ 
fensore della latinità a Bolzano * a Tokio. 

Ix) procht ni ere ino in (?am}>idoglio macRtro 
autentico da» nuoi «miei Matti ni, fanatico e buon- 
temjKjim, filisteo e patrioti», improvvisatore c 
«vvénlurieto. mirivbile misti fica iore ititernazio- 
naln, Ponte Gerani ili casa di Corrado Brando. 

Propagami '-Du, pai riotta aH'cstero. Ha affer¬ 
mato noi mondo la nostra arte contemporanea 
con la bella violenza dei tenebrori storici cr«i 
della stirpo. Non per ironia, — per dinamienno 
è nato l’itahanìsaimo ncH'iiiijKiriale Alessandria 
(Africa romana) ed ha scritto in francese In 
prima dozzina di libri non ancora auperdina- 
mici. 

* * * 

Ma nell'allegiia di questa colcbraziono sorri¬ 
dente Marinetti diventerebbe ipocondriaco. Egli 
è mi uomo serio c non sa sforo all'ironia. La 
ami vita b volata a una mimione, la sua impas¬ 
sibilità ascetica di spirito pratico gli inijjone in 
lutti ì crai una condotta studiata o appropria¬ 
ti*. Ma dovuto uccidere la sj>oniau» ,l Là per es¬ 
sere l'uomo rappreo-.mtativo di una razza spon¬ 
tanea o irrifle.wva. 

In terra di condottieri c di eroi è stato pron¬ 
to a trasformare il diloUanUsino della selvag¬ 
gia avanguardia parigina in fogge c riti di 
combattimento severo. Ebbe a Milano il circo 
per la sua giostra: azienda commercialo, ufficio 
di collocamento, agenzia di chiaccherom scoc¬ 
ciatori e sfacciati, organizzazione» dì pubblicità 
r/clatnr, grancana. 11 movimento di corso Ve¬ 
nezia fu utm nuova disfida di Barlotta, moder¬ 
na, commerciale, romantica. Come Mafarka, 
creò dal nulla. Nacquero ogni giorno nuove co¬ 
vate. nuovo generazioni futurista o Marinetti 
trovava un posto por tutti. Instaurò la religione 
della velocità, la poesia dello sport; trovò tea¬ 
tri per lu forza fisica, il coraggio temerario, la 
vita, jx-rieolosa Con Ilmwolo iut/onarumori «}>or- 
tìvi o studenti milanesi fecero la loro prima 
rivoluzione. 

Ne) condottiero Una fantasia africana di im¬ 
magini fra torbide o luminoso, sotto la faccia 
topta piu imperturbabile; ini b : sogno «mediter¬ 
raneo» di espansione sotto il cipiglio severo e 
sotto l’aforisma arioso. Precursori dogli 

squallidi orai della nostra generazione, incapaci 
di confidenza e dì intimità, predicatori di ener¬ 
gia por paura della solitudine, )*r paura di 
dovnr fare i conti con so stessi. La maschera c 
il cipiglio dov refi Irto nascondere l’aridità. La 
compromettento e ineducata abitudine di pen¬ 
sare in pubblico vale come illusione e apparen¬ 
za del penriwo. 

Non si può immaginalo, svnn averla prova¬ 
ta, la tristezza di un tèt r d téle con Marinetti. 
Se riflette vi dà un'impressione di sforzo c di 
jx'tia; nulla ha da dirvi e i suoi silenzi ispirano 
disagio o pietà. La sua granile scoperta artistica 
è il tea Ito di varietà, In sua religione il tatti- 
liamo. Toglietelo agli artifici di luco del palco- 
scenico c avrete l’imprcaariò disarmato. Vive di 
rumori 0 di trovato. K’ un oratore smontato se 
non può riputar^ con lu folla un dialogo addo¬ 
mesticato. Ila bisogno della grancassa, degli 
itifonri-mmnrl, di un codazzo di adulatori jxac- 
chiani o dj oer\'i zelanti rhe gli facciano da cors 
eh* lo sollevino dalla mi;* malinconia da teatro 
di burattini, clift lo aiutino ad esaltarsi. L’oc- 
oorni'aguamento della sua banda gli da una ga¬ 
ranzia di continuità della «mi mistificazione, la 
9<T(;ra <» la bv,ta In proteggono conu* una schiora 
di pretoriani. 

1.'esame <1(4 suo stilo può confermar© la sua 
incompatibilità con lo idee., con la vivacità, con 
la fantasia. / mavì fitti hanno U vivacità po¬ 
lemica del più li-noce e pedante professore te¬ 
desco. Sono insistenti c noiosi, divisi in c-vpi- 
toli e in paragrafi «colastini nonni mi catechismo, 
scheinafici conio li| i trattato Quando s’abban¬ 
dona all’onda de) lirismo allora fi. parole in li¬ 
bertà o lu proibizioni AMiitattirile» ritrag¬ 
gono la sua anima vuota c leonne/wa, lo sue doti 
(fi ooservatoro smnjjHgiftta devoto :*1 più grosso¬ 
lano impri«sionismo, senza conUnuità lirica. 

Ci badato l’arte tipica del «onuncsso vìuggia- 
U>r-\ dello itudente. impaziento, del veloce im¬ 
becille. ccl falso titolo priinil'lvi.rmo c sana bar¬ 
barie! Noi ricordiamo ftocho pagine di Mariuetti 
in cui a*, hi amo »:-ntito il brullo del rlcBert.-». pa¬ 
ri»"» immagini d. irinsnalità orientalo, chiuso e 
Suffocnte tra una fioritura di eufas', di deeln- 
inazioni, di ii.fiictiua voluttà ini; io leu te. Arte 
rappresentativa . 

MA/JOUF. 

AVI -jìroseimi numeri-. 2. li saraceno Borges©. 
3. Bonfempelli 4 Soffici, 5. Fracchia eoe. 

“ L'ECO DELLA SrAMPA „ 

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T li BARATTI 


71 


IL ROCCOLO 


Nellii Ut miniteeme delta propri^ vita di l^o- 
tli>\irò Sauli (Figliano, il piemontese e sub«U 
purissimo diplomatico di Carlo Alberto, ai può 
leggero it piig. 263 del 1" volume, edizione. Al- 
brighi, un gentile aneddoto, relativo al lcmi>o 
in cui il Salili «ni impiegato alla Prefettura, 
— Prefettura allora napoleonica, —di Torino. 

Ecco l'aneddoto: 

«Ju <juei tempi capitò nella nostra camera il 

• signor Grassi, il (pialo lavorava in un'altra 

• divisione, e venivn eli ledendo come il verbo 

• filare #j potesse tradurre in latino. Gli altri 
«ammutolirono; ed io dissi, «neo, muq nrrr ». 

• Questo lo so, disse il Grassi; ma la voce arre 

• non è di buona latinità. « Puro è usata da 

• Ovidio, ripigliai, là dove nei Fanti dose ri ve 
« lairii zia elle driponsa il lavoro alle il urei le. 
«Ovidio, replicò il Grassi, Ovidio non fa auto- 
«vità. Era peraltro,, diss'io, scrittore del aecol 

• d'oro {l'Augusto, Ma se l’autorità di Ovidio 
«non vale valga quella di Tibullo Di (Mi 
tnlin tieni')*. Il Graaai finì col diri: « Albini- 

• tonta di Tibullo piego lo mio bandiere, o non 

• ho cosa alcuna da opporre, Pravo, soggiunse 
«si vede ebe Kilt» non ha gettato il tumpo riu 
inulto la prillili sua gioventù», 

Perche non ci siano dubbi, conviene rijxjtcro 
che questo dialogo si svolgeva fra due impie¬ 
gai Ucci di prefettura, a Torino, noli'Anno 1807 
e clic Tonno paasavA allora pt»r la Beozia ita¬ 
liana, c cho, effettivamente, nel 1807, essa era 
un po' intontita del continuo rullo di tamburi 
delle caserma imperiali. 

Per constatare il progresso delle uniaiie Iet¬ 
terò, desidererei sapere chi, oggi, potrebbo so¬ 
stenere sulla classicità della voce nrrr , mi dia- 
logo simile, a botta e risposta, come quello tra 
il Sauli 0 il Grassi. Non dico nelle prefetture: 
dico nello università, 

» * # 

Riletto qualche pagina del purissimo, anie- 
lùwiìmo c l'io Giambattista Giuliani Defili e 
tiri pattare to*c<i/io. 

Che precisione, che informazione, cho serietà, 
in questo tonilo Loiiioiiuier ! E gli stenti di que¬ 
sto povero prete-, andare qui 0 lì l>»r le cam¬ 
pagne o per le officili!*, u raccattarli termini 
propri c modi di diro efficaci 1 Tutta una vita. 
E la semplicità, la modestia con cui il risultato 
di tanto lavoro è presentato* «Sfioro di non in- 
«gamiarmi nella fiducia d’aver fatto un lavoro 

• utile o fora’anco durevole non per la parto mia 
« dimonticobilo faci limitilo, ina ai per la parte 
«che vi occupa il potente linguaggio, signore 
«delle gentilezze e naturalo maestro del parlare 
italiano». Non pretendeva di ottaere «n artista. 
Si contentava di esecro un lessicografo, un gra- 
matico, un chiosatore di qualche verso di Danto. 

Oggi ri sono d« toscAiii clic del loro parlare 
conoscono le delizie nicuo belio, assai meno bene 
di quanto non le conoscesse il Giuliani; e hanno 
uno stok di modi di diro o di riboboli fiorentini 
o pratesi infinitamente meno ricco o ablton- 
danto di quanto non lo avesso lui. EppYire, cre¬ 
dono clic questo basti ]>or scrivere dei romanzi: 
ohe riescono, ti capisoe, froddinj freddini, tutti 
jicizi di bravura, tirati appuntati cogli spilli : 
noiosi Si leggono, solo pcT seguire colla matita 
bleu i termini dialettali, messi lì in mostra, per 
far vedere come in Toscana si parla bene. 

Vedi caso Ci cogl) ani. 

» * # 

Tra gli scrittori italiani moderili, credo che 
co ne sia uno solo cho abbia lo Delizie del par¬ 
lare toscano sempre sul tavolo di lavoro, t por¬ 
tata di ninno. E* Ugo OjeUi. 

Iti questo, Ugo Ojctti è una persoug ammodo. 
» • * 

E piace tanto poi, nel Giuliani, quel suo 
grande amore, quella sua venerazione, no» solo 
per jl parlare toscano, ma per la gente che ha 
un così bel parlare, La rivendugliola di Pisa, 
il villancUo della montagna di Pistoia, il bar¬ 
rocciaio di CcrUildo, il fornaciaio di Pescia. 
ii legnaiolo del Casentino, futi* la gente che 
egli incontra su per valli e colline' di Toscana, 
o ch'egli sta ad udire iucantnto, vorrebbe met¬ 
terla sopra un altare. Non fa elm lodarsene. 
Alla fine di ogni lettera, leva le braccia al ciclo. 
«Oh 'beatissimo il popolo cho ha sortito di na¬ 
tura coeì ingegnosa e spedita favella f» (pag. |44) 
« Reato a rno, se mi si concedesse di scrivere come 
owi parlano!» (p.ig. 36). «Oh, s? i 0 avaisi sa¬ 
lute! Vorrei davvero studiare quest'attico lin¬ 
guaggio!» (pag. 33). «Nè mai potrà perdersi 
questa gentile progenie del po}>olo toscano, ma 
tengo anzi per certo, elio sia destinata d rifio¬ 
rire l'Italia, e co» essa tutta rumami civiltà» 
(jxig. 9ò). «Oh, copia presso questo |x>polo si 
mantiene squisito il senso della bontà 1 V'appur 
ingenita la cortesia, sinceri gli affetti c prospc- 
revoii lo virtù della religioner talora vi ammi¬ 
rai l’aspetto di una santità contenta nelle tri- 
bolazioni • (pag. 190). K lutto il libro è pieno, 
di questi ohi c di questi ahi ; oh, le gentilezze 
toscane, uh, l'animo squisiti* come la favellìi ! 

Oli, il buon padre Giuliani * Ali, il candi- 
ìissimo maestro di tutto le delizio del parlare 
escano [ 

* « « 

Upioti Sinclair, in un nrticolo pubblicato 
‘■inlla Frtmkf ut fhrr Z'ttunt/, riveln il |-<Mingerii e 
della vita famigliare di Matk Twain. 


Per venti unni Mark Twain fu lo scrittore 
più pagato, più acclamato e più trionfante dì 
America. 

Pativa r noi uno spirilo liberissimo, un can¬ 
zonatolo ‘corbellato dell'America c delle socie¬ 
tà americane: pareva che l'America pagalo con 
tivcentnniilu dollari cinaeuuo dei suoi libri, pre¬ 
viamente per sentirsi canzonata da lui, 

Kbfeiio, no. Mark Twain fu un mfirt-ire dello 
« riapri inbiliià ». Ora sappiamo che i suoi senti* 
melili più vivaci, il dii prezzo verso la pluu*- 
oiazì.i, l'odio contro il settarismo puritano, egli 
dovette semino leneiwli in oorpo. accennando 
■t pena, con qualche amico, al dolore della sua 
vita ini «Hot Inule ferreamente limitata e con¬ 
trollata. alla reticenza delle sue 0]>erc più adì:, 
brut!'. Non poteva combattere, come avrebbe 
voluto, le. cow: ch’egli più vivamente odiava. 
Non jtolcva jH-rchc la famiglia, lanibiento in 
cui viveva, la società della gente per bene e 
colia olla cui estimazione egli teneva, tutta 
l'America in fino, esigevano da lui ch'egli fosse 
il muriti & sì, ma insieme, in alto grado « rispet¬ 
tabile. « Itospeotuhility •. Chi deride e <*.anz;na 
hi civilizzazione capitalista e il sctlariaino puri¬ 
tano può essere grande artista finche vuolo. ina 
nuli « più « rispettabile ». L'America lo isola, 
lo bandisce, Mark Twain, il «coraggioso umo¬ 
rista» aveva paura del bando della gente per 
bene ! 

Tipico ciò che gli capitò con Gorki. lx> scrit¬ 
tore russo era andato j n America per racco¬ 
gliere fondi in favore dei rivoluzionari del mio 
paese. In un primo momento, fu progettato un 
grande banehotLo in suo onoro elio doveva es¬ 
sere presieduto da Mark Twain, Tutt'a un 
tratto, scoppia lo scandalo Gorki viveva con 
una donila, cho non era sua moglie! Orrore! 
Tutta lu gente per bene di America pensa <* 
dichiara che G*>rki non è «rispettabile», c . che 
tutti coloro che praticano con lui non sono 
« ris|>ottahili • Mark Twain docilità l'onoro di 
presiederò 11 banchetto. 

Qunlchf anno dopo, nel 190f*. il colonnello 
americano Giorgio ilarwny lo invitò a un ri¬ 
cevimento in onore- dei delegati russi c giappo¬ 
nesi, dopo la paco di Porthamouth. .Mark Twain 
di primo imjxdo, vergò un telegramma di 
sdegnoso rifiuto, in cui diceva di essere, lui, 
un umorista ben più debole di «quei signori 
«diplomatici, elio dalle tragedia di una grande 
«guerra erano riusciti a ricavarti la commedia 
«di un ricevimento in marsina». Ma il tele¬ 
gramma., non partì. Mark Twain ebbe* paura 
di offendere la «rispettabilità» del pubblico 
americano, il quale eru lusingalo di vedere la 
paco tra russi c ginpjKmesi conclusa sotto gli 
auspici di RootfCvolt.. Mark Twain, «lo spietato 
critico della società moderna», fece come f ft 
Miseiroli, in casi simili: lesse il telegramma 
agli ornici intimi, e |>oi ijp maudò un altro, 
elogiando io spirito di jxice dello Czar. 

La moglie o le due figlie lo «correggevano » 
o sol tOfjoncvAno a rigorosa oensura preventiva 
tutti i suoi scritti. Un giorno la moglie tornò 
a casa indignata contro di lui il predicalo™ 
della comunità aveva detto, che Mark Twain, 
in una novella, nvèvu usato delle parole scor¬ 
rette*. «Delle parole scorrette!» Mark Twain, 
nella seconda edizione, ripulì lo scritto, o lo rose 
presentabile al pubblico «come si devo». L'o¬ 
pera sua pili aincera o più bella, « Ihicklebcrrv 
Finn », Mùrk Tvnin la dovette scriverò nei 
ritagli di tempo, nelle ore bruciato: o tenerla 
a lungo mwcostu Oggi, appena in questo mio 
libro possiamo trovare qualche traccia, timida, 
del vero pensiero di Mark Twain, che spunta 
dietro i! mio «io ufficiale», ortodosso, confor- 
mistn, americano. Scorrete, nel Corriere dei 
Ficcoìi, lo avventure del marito di Petronilla, 
continuamente «corretto» dalla consorte: c 
presa'a jioco la storia di Mark Twain, in più 

10 busse. Le donne di casa dello scrittoro esi¬ 
gevano da lui questo: ch'egli non la ledesse, coi 
suoi scritti, nelle loro relazioni socio!j. Ridu- 
oovano tutto il mio umorismo allo «Standard» 
della borghesia di E1 111 ira, la città in cui ave¬ 
vano residenza. Ciò che jiotava offendere la bor¬ 
ghesia di Rimira, cancellato. Esse rappresenta¬ 
vano in questo, loro severa funzione censoria, 

11 gusto del gran pubblico americano, delle mas- 
se che compravano e j vagava no le opere di Mark 
Twain: lo scrittore lo capiva, o ei sottomettova. 
L’America una eoa» terribile 1 L’«inesorabile 
v spingiudicató scrittore » piegava. 

Per coni prendere tutta Li superiorità iti te] taf 
titale dell'antico regimi' sull» democrazia, e in 
genero, della vecchia cultura europea sulla nuo¬ 
va forma di civiltà che dall'America invade, n 
poco j>nr volta, anche l'Europa, bisogna ri- 
cordare che, mentre Mark Twain scriveva di 
nascosto • ifucklebcrry Finn», Aliatole Frfjtcs 
si recava, ogni giorno, a lavorare In una stanza, 
pi epuratagli mdl'app.nrt ameni ino della sua go- 
vcruuulc-amaiite: u che il marito legittimo di 
costei ora precisamente l'incarica tu di vegliare 
alla tranquillità del Maestro, e gli preparava 
il pennino nuovo infilato nell'usticcioln. l'in- 
chiu'tro uvl cukimnio U« nirfrile di nitida carta 
disposte, a quel tal modo sulla scrivania; echo 
lui!a l'Kiiiop,i elegante e coll» lOiiosievii per- 
fett amenti* queste cose, e le trovava di molto 
buon gnvtu ulta prova dell» vecchia jfepr.iv vi- 
votilo gentilezza frane*». 


«** 

tonando, qualche 1111*90 fa, fu conferito il 
premi» Nobel per la tati «rat m'à a Si. Rryniont 
parecchi italiani ai mcravigliiuono: e, naturai- 
mmlc. cominciarono a dire che i membri della 
Commissione Nobel iono della povera gente, 
oppine dej ei stCìna tiri die pregia tori della mo¬ 
derila letteratura italiana, o coso siiuili. Si a- 
frpeliavallo il premio )>er Tirandcllo: « chic- 
sei o: ma eh» è, quosto Stanislao Roymonlf 

Ohi vedo da un catalogo tedesco che l opèr» 
ni aggi ori del fteyinont, «/ crt«fw/i«; jxtfacchl* 
fu tradotta, integrai melile, in tedesco c pub¬ 
blicala presso il Dioderieh di .Tona, la bontà 
di quattordici anni fa. Nessuno di noi se n'ora 
accol to : ma la Commissiono Nobel, cho è più 
diligente di noi, se ne accorse. Vedo anelli» che 
/ ladini polacchi sono stati tradotti, «empi*, 
integralmente, in giapjwncse e in indiano: noi 
non ne abbinino tradotta neppure una riga, « 
il Lo Gatto ha già osato mollo, metteudo di¬ 
nanzi ni pubblico italiano, ebe non ne vuol sa¬ 
pere, un saggio del lUyiuoiii : «E* giusto!» 
Vedo infine che ora caco, in Germania, una 
riduzione dell'opera del Roymont adattata in 
modo tale da jioter exiero compresa in sole 680 
pagine: In Germania, dumi uè oltre al testo in¬ 
tegralo, ha ancho quello ridotto. Noi abbiamo 
quello ridotto o franco*). 

L* vernili Mite provvidenziale chi» >1 conferi¬ 
mento drl premio Nobel sia fatto da una com¬ 
missiona di norvegesi, orientati tutti, per affi¬ 
nità di cultura o di lingua, sulla produzione 
artistica tedesca, o sulle pubblicazioni tedesche. 

I membri dulia commissiono possono conoscer** 
in »iim lingua j»er essi correute, molti autori 
che non sono ancora arrivati alle- vetrino dello 
librerie parigino: |K>s*mo giudicalo prima o 
all'infuori del crisma santissimo della tradu¬ 
zione francese.. Ciò dà ad casi, jx»r prof ceso ri 
cu*, siano, un campo di osservazione molto più 
vasto di quello della produzione parigina: e 
ri motto la lotte rallini francese moderna al suo 
|K>sto, in mozzo a quello di tutti i paesi di Eu¬ 
ropi. lo loro scelto [kx^ojio parere, inspiegnbili. 
bizt4irre, matto, a noi, ai nostri oritici, ai nostri 
gioriiniisti, cho sono per lo più jwveri jmrassiti 
del ViOtt-dr-paraUìt ma in realtà, suno scelto 
i |hi {vossetigono molto più senso dolio pròjx>rrioni 
di quanto non paia 

Solo una commissiono giudicatrice composta di 
svedesi poteva inlhggere alla tirannia lettera¬ 
ria francese una • iniso-au-poiuV» oosì rude, co¬ 
me quella di asjK'tt-are. a proniiaro Aliatolo 
Frinire fino al 1921. 1 partigiani dell'impprin- 
lienio spirituale italiano, i quali, da veri ita¬ 
liani, ignorano completamento tutto la produ- 
ziouo ourojK*a ohe noli sia francese, so avessero 
dftrJUo giudicare, avrebbero daposto il premio 
ai piedi del Franco fino dal 1890. o prcss'u 
poco.,. 

# « # 

Un segno cornino vento de! nostro provincia¬ 
lismo letterario ù dato dal conto assiduo o dili¬ 
gentissimo cho le nostre riviste bibhografiche 
tengono, dì ciò che tu stampa all'estero su di 
imi IL tutto dò che ni stampa anello dei tra¬ 
filetti, audio dello «poche righe». Anche dei 
per finire. 

Così, noi siamo informati pini tuoi mento che 
il Zofintjer Tape hi a 11 o la AV«e Anry/tner %rt- 
tnni; hanno pubblicato, in dat-a tale, un arti¬ 
colo su D'Auiumsio; cho VEpoque h'oxtvrllc di 
Bruxelles si ò occupata dell’attività letteraria 
di ArdL'Ugo Soffici (come a dire, un articolo 
di memorie* sismologiche su un vulcano ormai 
spento); olio il Mgntor Vandoyor ampja- 
men'.o contò suII'A’c/jo de Farìs di alcune rc- 
oomi opero critiche francesi (udito, udite 1) sul¬ 
l'alto italiano; cho il nominato Senor Don Gu¬ 
stavo Abril « è occupato di Pirandello sul no¬ 
tissimo e militantissimo periodico Et A'otì- 
cirrn Sct'ìUoJto ; che il \V indont a*ci hit eroici f 
di una c'ttà qualunque, lassù in Polonia, ha 
pubblicato un profilo di Marino Moretti ; che 
VArlcvrrul di Bucarest parla -— filialmente! — 
de! teatro di Carlo Goldoni; clic un simpatico 
trafiletto è dedicato alla memoria di Giacomo 
Boni sulle II h ei/Uich - VP est fdl isch r. /ìntthip di 
Escen, in data (precisiamo ben lutto!) del 
2i luglio u s E così via: basta prendere tra 
mairi anche l'ultimo numero deWItalia che 
«cri ve. 

Ora, io non so se il veder lì, scritto, stam¬ 
pato, ancora mia volta, il proprio nome, con 
Paggi unta clic di questo nome si ò occupato il 
tal .signora a Varsavia oa’Sivigìia, faccia pia¬ 
cere a Soffici, a Moretti: e forse farà piacere. 
Ma noi, poveri lettori, ma jo, cho ahimè! non 
sono nominato mai da noesun giornale stra¬ 
niero o !>miò non vedo rimbalzato il mio nomo 
nello apposita rubriche dolle rivisto italiane, 
provo un senso di malinconia Prima di tutto, 
mi fa pena, ma si imperialisti spirituali lo 
siamo un |w tutti ! mi fa pena constatare o con¬ 
tare quanta |>oca gonio ci sia, fuori d’Italia, 
dio ritiene la letteratura moderna italiana de¬ 
gna di lettura e di studio: perchè, se quella 
lubrica vuota essere mi censimento, oh. che 
magro oensunenu) che ne vi un fuori! E poi, 
mi dà pena anche maggioro quel vedere della 
brava gente Mie raccoglie con (mito impegno 
tutte le voci, e fin tulli i fiati, elle i critici 
stranieri degnano ui emetterò sulle cose nostro; 
o quel distendere per benino «ncho i nomi di 
p'umali elio non hanno importanza nessunissi¬ 
ma e quelle, reclinile fatte grati# a chissà quuk» 


IrincinjMìrole di Siviglia o di Bucarest, nolo 
pei clic questi si è accorto che esisto Pirandello 
e che è esistito Goldoni, 0 ne dà parto ai eivi- 
glinni c ni levantini di Bucarest... 

Tutto ciò c molto goffo*, ripeto, molto pro¬ 
vinciale. Ilo un bel corcare: ma non trovo una 
sola rassegna francese che curi, con altrettanta 
pr danti ria, la raceo'ta di notino eu tutto ciò 
elio si stampa pel mondo, a proposito della let¬ 
teratura francese. Non ce n'è una, io credo. Co 
' avrebbero, il loro daffare! E j>oi, non vogliono 
neppur parere di occuparsene tanto. E hanno 
ragione. 

A projroMlo della Ilftcinùch-Wtitfùlìiche. Zrt - 
flint/, quella elio a tutti noi italiani oi ha fatto 
il così grande onore dì occupami, con un tra¬ 
ti etto, di Giacomo Poni, ricordo una visita ch-j 
foci alla sua redazione, nella primavera do) '23, 
ai tempi della Uulir. 

La II. IL. Z'iDint/ è un grosso giornale di 
provincia, ini] finn tato enormemente bene, corno 
tutti ì giornali di provincia tedeschi, in un odi- 
òcio proprio; tipografia modernissima, non so 
quanto linotype^, supplementi illuatratì splen¬ 
didi, inserzioni a non finire, lu compenao — 
naturali' e incessane compenso — povertà asso¬ 
luta d'idee, notiziario ridicolo, articoli pedante, 
sebi e solini ni, tutta la deaolnziono spirituale 
della stampa provinciale di Germania. E ogni 
giorno, il FtuilUton, il celebro Feuilleton di 
tutti i giornali di Germania ; quella parto infe. 
riore della prima o seconda pagina, quel pian 
terreno, riservato alla boUcHrislica locale: 
Thvaler nini ICunst, la novella domenicale, il 
resoconto del viaggio dell'ingeguero andato in 
Turchia n Uri commesso viaggiatore al Brasilo, 
tutta una rubrica stitica o cachettica, cho costi¬ 
tuisce il più grande disonore de! giornalismo te- 
dcsco : una specie di rubrica ■ Giornali o rivisto » 
nostrane, ma con molto più proteso, o molto 
più posante. 

Vado dunque alla fi. H\ Ztitunfh fior avere 
non so cho informazione. Ero capitato fuori 
d’ora; del eorjK> di redazione — llrthiktion* 
rialti — non c'era Hiicora nessuno. Solo un 
Miglioro mi fece ont raro nel suo studio, menno 
come non e’ò uguale credo, iu nessuna reda¬ 
zione italiana: corti calorìferi, ancora nel me-so 
rii Marzo! liilte Flati nehntrn, bi accomodi, 
si accomodi, inchini recìproci, licer Kollcgt di 
qua, lltrr Kolleye di li. Stette a sentire con 
grande attenzione la mia richiesta di informa¬ 
zioni. àia poi dovette dirmi cho lui non po¬ 
teva servirmi in niente. 

— .Ma scuri, non fa lei parto della redazioneì 

— Sì, sì, signor collega: ma vedo, io ho 
la responsabilità del solo Feuilleton, lo dirigo 
la parte letteraria della llhtinùchc und Veti- 
jalitche. Zciluny rispondo soltanto di quella; 
è In mia competenza. Io sono specializzato nel 
Feuilleton, o firmo soltanto por la gerenza del 
Feuilleton.,, 

Si metteva la mano aportA sul petto, come 
por attestare la sua fedeltà nibelungica alla 
causa delle belle* lettere ronano-westfaliobc. Io 
lo piantai. Per Bcoglior* i pezzi cho dovevano 
(vs»'*rc inseriti in quei quattro e quattro otto 
mezzanini dui suo giornale, quoti* specie di 
tonno so no andava in Jlcdaziono alle duo, o 
ci stava tutto il pomeriggio, o aveva uno studio 
conio quello! 

Ora, egli continuerà a curaro il suo Feuille¬ 
ton, o ad essere responsabile della parto lette¬ 
raria della !(. IP. Ze.itu.ng ; l'altro giorno ha 
stillato quattro righe per Boni, con lo solite 
quattro frasi ; o por questa sua aziono memo¬ 
randa, una rivista bibliografica italiana ha su¬ 
bito citato il suo nome, il nomo del suo gior¬ 
nale, lo dato esatte della sua bravura giorna¬ 
listica... 

No: tutto ciò è scemo. E' più scoino ancora 
del Feuilleton delle Uhninitche - Weufalitche 
Zvitnng. 

* * H» 

Sento parlare del « problema dello stilo». 

Io credo clic chi concepisco lo stile corno pTO. 
blema aia perduto. 

* « « 

I/amico Zanotti-Bianco nta curando — mi di. 
cono — mia nuova edizione dei discorsi polìtici 
<hd senatore Gìuatino Fortunato sul «Mezzo* 
giorno e lo State» Italiano » I due volumi, dati 
fuori nel 1911, sono ormai rari; o Canotti ha 
un grande merito: quello di aver indotto il 
nostro carissimo Don Giustino alla ristampa, o 
di aver «uj^rato tutto le difficoltà, tutte le o- 
hìezioni, tutti i viti improvvisi, che Io stevso d 0 n 
Giustino volle avanzare per le quublà delle car¬ 
te, per il tipo dei caratteri, per tutte le par¬ 
ticolarità Umiwcho circa lo quali egli ò purlico- 
lumunlo viziato. 

àia se la ristampa dei due volumi di discorsi 
politici sarà cosa buona, io vaghoggorei, per fa- 
ic avvicinare il pensiero o gli scritti del senatore 
h«ritmalo ad un pubblico più vasto, una cosa 
«lui non esito a cluiimnrc eccellente. 

Bisogna motlteru insieme una antologia delle 
cose scritte del Fortunato. Bisogna lasciar cade- 
r«. dei discorsi, le parti che riguardano tecni- 
ramento questioni di bilanci o di ferrovie; dagli 
«eriUi storici, la parte più etrcttainonto docu¬ 
mentanti, le discussioni esegetiche. Bisogna sce¬ 
glierò: e portare, in un paio di volumi, dinanzi 
«Ha giovane generazione — anche a quei gio¬ 
vani che si occupano del «problema dolio stila. 

la grandi pagine do! Fortunato, le pagine 
che hanno tutte lo qualità per vivere n lungo nel 
cuore degli uomini 0 per durare perchè iu esse 
la giambi passione u j] grande limono per le 




72 


BÀRETTI 


plebi meridionali sorreggono e danno sangue e 
muscoli o vita itilo stile politico e storico |>iù 
compiute» r forte della nostra letteratura mo¬ 
derna. Come di Vilfredo Pareto ciò dm vivrà 
*ono qua! suoi capitoletti sdegnosi in cui la sto¬ 
ria sempre uguale dell'uomo e lo aue peripezìe 
sono ‘descritte con labbia nppenu di sdii mie e 
con ironia maoluhvcliiea, così <li Poi lunato vi¬ 
vranno gli scritti e i discorsi in cui la pietà dello 
memorie o della piccolo patrin nel Vulture è 
meno nascosta dietro discussioni costringenti di 
dati o di cifre. 

Ah, chi dei giovani sa. per esempio, che In 
ltm{ui dj Afnnticchin — una ddlo monografie 
del Fo Mirato — r il più bello, il più — oltre 
d. lutto — léttorariamente — bello, saggio 
storico dell’flalia modernat Quanti di noi han¬ 
no potuto s» ntirc su quelle pagine che non jx*- 
rimino — sissignoie, caro e illustre senatore, 
che non j>eriranno — tutta la potenza e la forza 
• lì questa nostra lingua, creata apjxwta, foggiata 
apj>osta per rendere la solenne malinconia della 
storia umana; il travaglio senza tregua delle ge¬ 
nerazioni, i dolori <l<dlu moltitudini oscure, il 
baratro dei secoli donde a noi non univano dm 
poche (vergamene, )>oche mura diroccato, e qual¬ 
che grido? Là, nella Badia di M onticchio ci son 
dei tratti di bellezza superba come quando 
il Fortunato descriva il su.'nuiro che corro il Rea 
me alla prima notizia ddl'arrivo di Corradino 
e come quando, verno la chiusa, egli parla del 
silenzio del Bosco di Monticehio famoso per tut¬ 
to il Vulture questo silenzio finche non no usci¬ 
rono, dopo il *C1 Crocco, Caruso e Nmoo Nitrico 
come furie vendica trini di un passato di 
dolori ; tratti che, a chi sa cosa costi una pagi- 
netta di prosa, o quanto siu difficile l’arte, fan¬ 
no venire, ooeì senza parere, quella tal pelle 
d'oca delle grandi occasioni c delle grandi am¬ 
mirazioni.., 

Ora mentre i discorsi politici sono allontauati 
dal vasto pubblico per il corredo documentario 
di cui il Fortunato fu spmpro diligentissimo rac¬ 
coglitore, gli scritti storici, pratiemnonte, sono 
introvabili. L'autore li foco stampare a suo 
spese presso il tijx>giafo Vecchi, di Tram, molti 
anni fa: ebbe cura, già fin d'alloro, di mottcrli 
fuori commercio, e di farne tirare solo duecento 
cinquanta copie, riservato «gli amici: ed egli 
stesso non rio possiede ormai che una copia: di¬ 
cesi una. Di queste bravure. Giustino Fortu- 
nato ai vanta ancora adesso. Inoorreggibilo 1 

Ragione per cui cj ‘'uole l'antologia. Proprio 
oo<ì. cavo Sonatore. 


Dal SONETTI a ORFEO 

O maschera di fonte, o bocca, o molto 
loquace labro che munnnri d’ima 
istoria inesauribilmente pura, 
c li rifletti sovra il tremo! volto 

de Tacque... Si difiliui, presso, fughe 
d'acquidocci. Dai clivi d'Apcnnino 
iccan essi codesto favellìo 
tumulo clic li sfugge tra le rughe 

del muuo c che ricade entro lo specchio 
della coppa Iìssa simula un orecchio 
(loggiato a terra : mi tìmpano tranquillo 

in cui tu parli, o bocca di fontana, 
sola. S'altri v'attuffi un’idria, un prillo 
tuo bianco glie l’infrange tra le inani. 

R. M. Rij.ke. 
((Tradii*, di Jì. Giauturco). 

Delteil. 

1)o(hi nvrr succitato del iratissimi? di -cu spioni tra » 
Irltrmti o, anche |iiù, tra i cattolici Jeanne tl'Arc di 
Joseph Or Iteli lin avuto il prix Fornirli» - Vir I {«li¬ 
mine. lWil, Delteil è un francese dei Pirenei, oriundo 
spapnnolo : ha coniiiicinto j>octa lirico con Lo eocur 
jireo c Lo eggur Anrfntgt/nt. poi hn scritto tre ro¬ 
manzi : Sur le /ferirò Amnur, ChoWta, Cinq Sem. 

1 ji critica francese fili rimproveri» il tono ili esal¬ 
tarono dello stile e talvolta una specie di ostentato 
cattivo gusto. Il suo col tu li ritmo è ,q>es*o scntcnzioM) 
come ke/uplicbriico ; ituia le cr»c sensuali r lo teorie 
improvvisa tc. 

Delteil teorico di>imolto «li fruttava così l<» sua Jean¬ 
ne d’rtf< contro • (ritiri: « l.t min J cinsi. o'Arc non 
ha itrelcie (eahgtchr. K’ ini 'opera if'inld, mi 'opera ro- 
manze*». (Voi» fio neppure «grifo tfiorare la quattone 
tì! Grommai vinta. Ito note fiore £ fora Nini armimi. h> 
inni nega fa ma nniitilrf, me iic ijunnhi bene. .Va io 
«orni mi artista c «oro indegno </i n^r»>«[arc fa r/ue- 
f rione rflii/ifd Maritain In iliee con lm/ien funi muso. 
Per parlare di nullità occorre f'itilifu (/rifa frvifoyòi. 

/ii fondo mi rinqqnrenilir» r{A vite il foto limita ifi 
/forfeit rimprorcaara n OìproNNn, iti credere alle /«>• 
lume del cuore. Sono che md Ittil Jean Ulti- 

rnild della Sorbonne arrcbhe vomfaunalo fJrornnmi 
WAivo. 

(7incanna inrarna Itt niàt concezione della cita ri¬ 
mami. Dite grandi chiù : reofiium» e jp/i»#hjiic, ferru ti 
ijnr/fn, corpo r cuore, 

fi (ormimi (f'itrro msiri Klogio «Iella Fnillcin. (Inetta 
eiiionaria ? mio granito reo fi» fu. In .jiiesfu Medi n E ro 
terribilmente ragionatore, imprigionato Mn «istemi e 
nei tati 0ioran ria oppure come «n fiori rirnUniunnrin ; 
i la primo figaro moderna. 

K qual'itiitynamcntn che dio ramai «in una donnat 
Soffi min rfiiHua può eie rare l'idea nomo a co*} alti 
limiti. // 1 ( 0 Ilio joyioua troppo. /<* omo fri «forma. Tutti 
i miei crai mio «foiioe u. 


I L 

Inchiesta sull’idealismo 


IV. 

Io sono stato, ma non sotto più idealista, uè 
nel scuso tedesco, uè in quello anglo-ameri¬ 
cano, uè, tanto meno in quello crociano o 
gcntiliano, clic non ho mai condiviso. Il dite 
quindi quel che penso di qnest’ultinio «privar- 
rcMx' a esjionc la mia filosofi a, ciò elio spero 
fare presto o tardi, ma che certo non si può 
fare In Uti breve articolctto. Quel clic qui jx>sso 
faro può essere del tutto còni preti si In le solo a 
chi dn esso sia filosoficamente capace di assur¬ 
gere al mio punto di vasta, lo accetti o no. 
Coni incerò quindi coti Tósscrvare, che il suc¬ 
cesso editoriale e anche culturale temporanea¬ 
mente» conseguito da un dato sistema in un 
dato paese o momento storico, non è necessa¬ 
riamente indizio della sua verità e elio, ad cs., 
l’intero indirizzo idealistico, da Descartes a 
Gentile, potrebbe essere dovuto a cause sto¬ 
riche contingenti; e elle le verità permanenti 
da esso acquisite potrebbero 1 kmùssì ino essere, 
e con più coerenza v organicità, inquadrati in 
altro sistema, lì pur ammettendo che nè il neo 
realismo anglo-americano, uè il realismo cri# 
tieo anglo-americano e tedesco sono ancor 'ili- 
sciti a formulare una soddisfacente teoria della 
conoscenza e a rendere giustizia alTidcalismo 
osserverò in secondo luogo clic il neo-ideali¬ 
smo italiano trionfa nel mentre altrove, in 
variò grado e modo, il realismo è in piena 
rinascita c che, a imo parere, pure in Italia, 
esso non ha fin qui adeguatamente ris[>osto 
alle critiche formidabili di Varlsco, Aliotta e 
Mario Stur/.o. Può darsi che esso abbia una 
finizione storica utilissima senza che per ciò 
esso sia vero di verità proima. 

A mio modo di vedere l'Idealismo moderno 
costituisce una grande parentesi critica tra il 
realismo classico - cristiano - scolastico e un 
nuovo realismo iti via di formazione. Fìsso è, 
storicamente, il prodotto, in primo luogo della 
reazione del mondo moderno contro l'autocra¬ 
zia ecclesiastica e T irrigidimento culturale 
della Chiesa, dal secolo XV ili poi; della rea¬ 
zione contro (anzitutto nelTordìne pratico c 
poi nel culturale) l'incapacità della Chiesa, 
nonostante che nulla nella sua natura o d«>ì- 
trina intrìnsecamente vi ripugnasse o vi si op- 
(K>nesse, a risaltare le autonomie nazionali c 
le autonomie delle varie arti o scienze; in se- 
comlo luogo è il pr<xiotto del scuso di espan¬ 
sióne e potenza seguito dal costituirsi delle 
nuove scienze c da tante scoperte cd inven¬ 
zioni La Chiesa aveva peccato di eccessiva 
impazienza di umiliazione delle conoscenze c 
aveva incautamente dato significato filosofico 
e religioso a molti elementi puramente scien- 
lifici c caduchi delle antiche cosmologie. Il 
risultato della scoperta che la realtà sra più 
vasta e complessa che non la configurasse La 
sintesi aristotelìco-soolastica o di quella clic la 
Chiesa sapeva dominare fu a un tempo quello 
dL screditare con i’autontà di questa l'ispi¬ 
razione legittima che Taceva diretta e di ri 
vendicare la dignità degli elementi della na¬ 
tura e delTpomo da essa negletti o compressi. 
Anco una volta l’effetto d'ogaii abuso di [x>terc 
c di autorità fu di far disconoscere e obliare 
ciò che v'ern di legittimo nei motivi di chi ne 
fu responsabile. Successivamente il naturali¬ 
smo, l’iiiuaiiismo, l’ideai rimo immanentistico 
moderni sono i prodotti d’uiTautocrazia eccle¬ 
siastica, che troppo «[lesso dimenticò il Dio 
Padre di Gesù per non affermare che il de¬ 
spota c il giudice dell'Antico Testamento. 

Dal [imito di vista teoretico tutto,l'idealismo 
moderno è l'inevitabile corollario deH'impcr- 
fetto e grossolano realismo aristotclico-scola- 
stico: se l'intelletto non può che cogliere le 
essenze c se i sensi noti ci (lamio le cose parti¬ 
colari, ma solo ì loro accidenti, come cono¬ 
sciamo noi le còse [^articolari ? Una volta sco 
porta l’inanità della teoria delTillùminazione 
soggettiva delle essenze date nel « fantasma » 
da parte (lell'intelletto agente, il fatto della 
sensazione diventa qualcosa di iucom preusi- 
hile, diventa prima 'una conoscenza confusa, 
poi (pialeosa di cieco (Kant) e (juindi inutile; 
e la sola fonte di conoscenza è il «ous, la ra¬ 
gione. Anzi, siccome non c’è più neanche ra¬ 
gione di pensare che lo stesso principio di cau*. 
salità che spinge il fenomeno al noumeno non 
sia esso stesso un prodotto della mente, presto 
o tardi sarà inevitabile arrivare alla oonsc 
giteti*» che la mente umana sia la sola realtà, 
elle essa stessa sia la creatrice d’ogni suo con¬ 
tenuto concreto; e che il mondo non sia che il 
processo di questa mente, di cm noi siamo 
particolari momenti e individuazioni Scnon* 
chè i«ct questa via, fino a Spaventa, l’ideali- 
si no restava puramente, razionalistico c inetto 
a spiegare l'innegabile fatto che noi abbiamo 
o crediamo avere conoscenze di realtà parti¬ 
colari. Benedetto Croce lui creduto colmare 
questa lacuna dell'idealismo [>cr mezzo della 
sua teoria dulTintimiouc estetica come primo 
e basale momento della conoscenza teoretica 
la conoscenza delle cose particolari sarebbe 
la vita procedente elle acquista forma e clic 
appare conoscenza particolare c non solo fan 
tattica all’attività concettuale che essa suscita 
c che la fa oggetto di riflessione. Scnonchè, 
ancora, così facendo egli non lui fatto che ri¬ 
chiamare TaUdizione sul fatto che se TiitUii- 
z.ioue estetica e la conoscenza delle cose parti¬ 
colari hanno in comune la concretezza ii)(li¬ 
vidume, esse però differiscono anche essenzial¬ 
mente e Tintuizione estetica luuge dal prece¬ 
dere segue la conoscenza teoretica, la quale è 
sempre contemplativa di un dato che il soggetto 
sente non essere creazione pròpria come invece 
sente l'opera d’arte o il sognare. lì col richia¬ 
mare l'attenzione su questo fatto Benedetto 
Croce, senza volerlo, ha ricìiscojierto il punto 
di partenza del realismo e aperta la via a ima 
teoria della conoscenza che restituisce, anzi 
per la prima volta riconosce alla sensazione o 


meglio alla percezione il valore di conoscenza 
teoretica di realtà non create dal soggetto co¬ 
noscente. L'identità deH'imidzionc estetica e 
della conoscenza delle realtà individuate è una 
conseguenza del postulato idealistico; non è 
un pronunciamento di una descrizione fedele 
della realtà, lì con essa cade la teoria della 
circolarità delle forme dello spirito come realtà 
autonoma e chiusa in sè; come pur cade tutta 
la riduzione geni diami alTnnità del Tatto puro 
del pensare di dette forine. lì sopraintlo cade, 
la teoria sia crociana che gcntiliana della reli¬ 
gione. Se hi formula tsse csl ficrcifii alque in- 
icUigi non vale per la conoscenza degli oggetti 
naturali, clic pure sono relativamente passivi 
rispetto ni soggetto, essa è mani festina meli te 
falsa |Kr T esperidi za religiosa la cui irreduci¬ 
bile caratteristica, che le h« meritalo il nome 
di n'vc/asióuc si è appitnlo questa clic il sog¬ 
getto umano è conscio die egli conosce l’og- 
getto divino solo per Tiniziativa stessa dell'og¬ 
getto divino nel rivclarglisi. Se fosse vero clic 
l'uomo arriva al concetto di Dio come trascen¬ 
dente perché nega sè stesso egli non dovrebbe 
mai emergere da questa negazione; e se la 
negazione è solo metaforica, è solo un oblìo 
momentaneo di sè stesso, rispondiamo che ut 
tal caso avviene qualche cosa d’incompatti)ile 
con le premesse idealistiche che non hanno 
j)ost<> [)er l'inconscio: il soggetto, durante tale 
oblìo, esisterebbe senza sa(>cr d’esistere. Lun- 
ge hi religione dal Tessere solo la negazione 
die il soggetto fa di sè, essa è Taffermazione 
(Tuti Oggetto che da sè si rivela come assoluto 
all'uomo. La religione è l'esperienza più rea¬ 
listica e pili refrattaria a interpretazioni iden- 
listico-nnniancntistichc. Similmente dicasi del¬ 
la storia. L'ideahsmn ha indubbiamente il me¬ 
lilo di aver dimostrato che non solo la realtà 
umana non è semplicemente vita e nemmeno 
semplicemente fisiche, ma ancora clic essa è 
spìrito e che lo spirito limano è essenzialmente 
storico, in ciò coni Dieta lido e approfondendo 
l'idea bergsoniana della dii rata Ma dal fatto 
che ogni narrazione storica è fatta dal punto 
di vista del presente, non segue [muto che il 
passato, clic, certo, è dato nel presente, non 
sia die una creazione del mio presente atto 
di pensiero: il passato è solo un dalo inter¬ 
pretato alla luce del presente. Se io col mio 
attuale atto di pensiero crei» il tumulo o se il 
(lassato non è clic unti proiezione del pre¬ 
sente, perclìè ho io bisogno di gesti, di docu¬ 
menti, di monumenti? Come inai vi sono la¬ 
cune storielle e come mai vi sono progressi 
nelle conoscenze storiche? In altri termini la 
storia, come la scienza, presuppone Tatfivìtà 
conoscitiva delTuomo, sajwvamolo; un pre¬ 
suppone anche una realtà extra soggettiva co¬ 
me oggetto di tale attività; una realtà la cui 
esistenza è dimostrata dal fatto che essa (e 
non le nostre preoccupazioni ila sole) detta le 
conclusioni -nostre storiograficamente valide. 

Nella storia come nella scienza delia natura 
il soggetto procede facendo ipotesi «1 esperi¬ 
menti, scegliendo zone, delimitando campi di 
esplorazione t* proiettando su di essi fasci di 
luce della vita presente più viva, suggerito 
da questo o da quel plinto di vista : sono sue 
le ùiotesi, sono suoi gli esperimenti, i limiti 
delle zone, i fasci di luce, i punti di vista tolti 
dal presente con cui esplora ciò che nel pre¬ 
sente resiste al suo sforzo creativo c distrut¬ 
tivo; ma questo ciò, se è presente nel presente, 
non è identico con ciò clic io posso creare di 
questo presente, lì questo ci [>orta a un altro 
punto capitale di divergenza. La storia è certo 
la fonila più concreta della realtà, se confron¬ 
tata con la vita del biologo, con la durata dello 
psicologo; ma è dessa la forma più alta della 
realtà spirituale? è lo spirito necessariamente 
divi pira storicot E' la storia Tcquivalcnte di 
Dio e il solo Dio, il solo Assoluto? O «ou piut¬ 
tosto la stessa Intelligibilità del processo sto¬ 
rico, anzi dei processi storici, giacché non ve 
n’ò imo solo cd unilineare, ma molti elio inter¬ 
feriscono gli uni con gli altri, solleva questioni 
sulla realtà della ]>ersonalità umana singola, 
sulla sua dignità morale, nonché questioni 
sulle condizioni (rcrmaiicnti dei processi stessi, 
clic coifd U eoi io ad ammettere clic essi si svol¬ 
gono sostenuti e condizionati da una realtà 
assoluta e incondizionata donde il divenire pro¬ 
cede c a oit esso tende, da una realtà che essa 
sola è atto puro, che jiossiedc interamente sè' 
Stessa a) di sopra della successione c jxt ri 
spetto alla (piale lo sviluppo biologico, la rfn- 
ro/e psicologica, la storicità sono i modi iti cui 
esseri finiti sono partecipi dell’eterno? Si che 
lungo dall'essere la scienza fisico-matematica, 
la biologia, la psicologia, la storia che ci intro¬ 
ducono a Dio coi salire verso di Ini, esse non 
descrivono clic il movimento, la tendenza del 
finito verso Lui che solo è cd ha il possesso 
pieno della realtà e solo origina c spiega dal¬ 
l'alto i loro vari livelli di esistenza e di intel¬ 
ligibilità? 

Non poi rebl)’esse re Tiui/.iata elaborazione 
filosofica del concetto di storia solo il primo* 
passo a tuia riconquista del suprastorico c a 
una rivalutazione della esperienza religiosa e 
mistica? Non sono il solo a crederlo. Certo mi 
pure che quali si sieno i servigi resi dnll'idea- 
I•-.ino in genere ed dal neo-idealismo italiano m 
particolare alla causa della cultura, quesTul- 
liiuo in particolare, puf assurgendo al disopra 
ile: neutralismo positivistico, lascia, col non 
culminare in tuia concezione religiosa della 
vita, un vuoto nelle anime, che presto o tardi, 
iielTa/.iouc pratica non meno che nella teoria 
non ne fa che un j>ositivisiuo dialettico, una 
uixùeosi di ciò che si compie. Mi pare che la 
sua funzione storica sia più negativa clic j>osi- 
tiva e consista nel rivelare all'uomo il vuoto 
che è nella vita che non ha Dio nel proprio 
cuotc e nel riaprire la via a ima più profonda 
riscoperta della grande verità agostiniana : 


/ n nri.v ad le. feristi ci ear post rum inquietimi 
csl dtìu«c requiescal in Te. Mi pare che, con 
tutta La sua ricchezza quantitativa, il pensiero 
moderno reagendo al classico-cristiano, hn per¬ 
duto di vista molte essenziali distinzioni, molto 
esperienze, molte verità, che solo questa co¬ 
scienza di vuoto può aiutare a ri discopri fé, a 
reintegrare e n sviluppare. L’Encielici [«[vile 
instaurante la festa di Cristo Re mi senilità più 
ricca d'urgenti verità restauratrici e rinnova¬ 
trici di tutte le filosofie del divenire. 

Angelo Crespi. 

V. 

In Italia — come del resto ovinique altrove 
— non c'è un solo Idealismo : Croce c Gentile 
(che limi pure fra loro differenze c divergenze 
d: grande importanza) non possono mettersi in 
un fascio con Martinetti e Varisoo, [ier es. 
Ccito l'idealismo neohegeliano è riuscito nel¬ 
l'intento cui non sono pervenute in Itali» le 
altre forme di idealismo: di costituire una 
mutola c di improntare di sè largamente il 
* vuoto della cultura nazionale contemporanea, 

Mentre il battagliero e rumoroso iiuuuirolo 
dei pragmatisti, die pure, con Tirruenza dei 
suoi assalti, ha contribuitoli sgombrare il cam¬ 
mino c a preparare il terreno al n college li si no, 
fu (piavi unti meteora ìufocata clic presto si 
spense; e mentre la profonda attività specu¬ 
lativa di Fariseo e Martinetti è rimasta piut¬ 
tosto vigorosa affermazione di due personalità, 
che inizio e sviluppo di due scuole; invece Lo¬ 
zione di Croce si è ripercossa ampiamente su 
pian parte de! movimento spirituale dell'ulti ino 
venticinquennio, e quella di Gentile è (>crve- 
unta alla costituzione di una vera e propria 
scuola filosofica, numerosa di seguaci, fra cui 
non mancano ì vaiolili, Cosi accade che la pre¬ 
videnza dell'idealismo nco-hcgebano caratte¬ 
rizza i! movimento della cultura (s|xxialmente 
storica o letteraria) italiana de) primo quarto 
di questo secolo; i* talg fatto storico ha itine* 
gabilineate la sua importanza c il suo signifi¬ 
cato, mentre ha, d'altra (.urte, fondamento e 
ragione in tendenze e tradizioni che entro il 
pensiero filosofico italiano (sjxicic inemlioimle) 
sì rivelano nel rinascimento, in Vico c nel ri¬ 
sorgimento. 

Sìa, d’altra parte, la pretesa di ridurre ad 
una sola linea la molteplicità di correnti, che 
ha costituito il moto vivo c la tradizione com¬ 
plessa del pensiero italiano attraverso i se- 
coli e il travaglio intimo degli stessi pensatori 
singoli più eminenti, è rinnovazione d'un or¬ 
ini e analogo a (picilo in cui caddero altre 
volto Gioititi e iMaimani. Ci sono tradizioni 
lunlteplic. c varie c non c’è una tradizione sola; 
e solo [>ct questa molteplicità di correnti c di 
esigenze e tentativi contrastanti si mantiene 
la vita del pensiero. Nel corso dei secoli come 
nel l'età contemporanea : nella quale la pre¬ 
valenza dell'idealismo neohegeliano non ha 
spento affatto la vitalità degli nitri indi uzzi, 
elio osso ha combattuto. 

I*. ciò tanto più, in quanto nella posizione di 
questo idealismo è intrinseco, con la disgiim 
«ione netm della filosofia dalla scienza, uti at¬ 
teggiamento di svalutazione delia funzione df 
questa Ora l'esigenza di min rivalutazione 
della scienza può dare un formidabile impulso 
ni risorgere di quegli indirizzi di pensiero, che 
affermino di fronte al soggetto la necessità im¬ 
prescindibile di una realtà oggettiva. lìd è per 
questo cIte In reazione all'idealismo, che da 
più ]>ar’i si premimincia, va anche in Italia 
prendendo le linee e le forme di una riafferma¬ 
tone del realismo. La lotta si sposta dall'nn- 
t tesi posil ivfsiii(>-icicaliamo, che caratterizzava 
In fine del secolo XIX, alTantitesi idealismo- 
realismo, che segna il trapasso dal primo al 
secondo quarto del secolo XX; nel quale una 
crisi dcll’ideahsmo si prcannunciava col fatto 
stesso del.suo cristallizzarsi in formule dogma¬ 
tiche, opponenti l'orizzonte chiuso del sistema 
alte esigenze dello spirito, sempre bisognoso 
di vie aperte. R. Mondolfo- 

Nota su A. G. Cagna. 

liisojìtta collocare il Caspia nella gene. 
meioMc pttmontfis'ls che inalberava il De Avii- 
t'ii c il (rtacosa, ma che fioteva far manovrare 
nelle riserve tutto un gruppo di scrittori, tra 
i quali il più spigliato c vivace era certamente 
fidovanm 1-aìdella. Questi scrittori piemontesi 
avevano in comune certe qualità della loro 
razza che è lutto sommato min razza di gente 
seria, volitiva e laboriosa, poco amica del 
chiasso, fi.rano tulli diligenti osservatori, gran¬ 
di amici della natura, appassionati, alpinisti; 
v la lingua italiana se fiorano appropriata con 
quella forte tenacia della quale fiAlficri po¬ 
trebbe sembrare un esempio troppo feroce per 
essere ricordato con quelli più pacati del Bal¬ 
bo c del D Azeglio. Certo non si contentavano 
di scrivere in una lìngua qualunque; la vole¬ 
vano ricca di modi e di vocaboli pretti, pieghe¬ 
vole al movimento trasparente al colore . Qu*- 
do innesto .in la loro pacsanità non riusciva 
sempre molto morbido e naturale; ne risulta¬ 
vano però non di rado contrasti singolari di 
»'Ci«/i//lo e di adombramento, dì effervescenza 
c di pesantezza pedestre, che erano pure un 
carattere. Xon erano temperamenti di nova¬ 
tori; ma avevano {‘ambizione mentale di tenersi 
n giamo delle idee nuove, di non huciVirst pie¬ 
trificare in mia cultura fossile: e il generoso 
stimolo che è in ogni novità vinceva la loro 
indole conservatrice. E questo si può dire pure 
del Cagna, il quale, ancorché si presenti oggi 
nel suo tutto come un autore di ieri, hi i n 
verità im autore che non mancò di rnovimcnto, 
che non si contentò di un unico aspetto. Gli 
,,Alpinisti Ciabattoni", che egli mandava 
fuori nel 1887 , mostrano intuizioni rappre 
scusatine c stilìstiche abbastanza diverse da 
quelle che vi veggono dieci anni dopo, nel ro¬ 
manzo « f.n rivincila dell’amore »; <r l'autore 
appare ancora in qualche cosa mutato, quando 
nel loo.t licenzia i piacevoli quadretti di vita 
che intitola « f> roviiici*li ». Silvio Bknco. 

* Leggi moto\ clr. Moto c vuoto, infra, p 76 n.d.r. 



IL BARETT I 


73 


Aleksjej Vassiljevic Koltsov 

1809-1842 


/. 'up/tur dinne dt K olivi « r un un re ni mento 
tirila «tona letteraria tirila Rustia, li fili e il ji ri¬ 
unì nnròdnik: egli i flirt a quel vigoroso r schirt- 
ta movjnxcnto poetico, genuinamente t arujlnal- 
innute ru*tn t per etctilrnia nazionale e popolnre 
th runirnutn r, tu parte, di forvi*, eht va sotto 
il nume ili narodnìcustvo (dtt n&ròd popolo), 
che dalla Urrà e dalla vita dei con t ad ini tratte 
/'humus tuo più fecondo r i più vitali suerhi, 
che in Koltsòv, firkrùttov, j \ikìtin ridir i rap- 
presentanti più puri, man cui ^'accostarono con 
alcuni luti dell’arte loro anche l.rvinuntov (neh 
la mirabile «Cantone del prode mercante Ka- 
làxitìkov ») <v Alrk'jr j Toiletti) e Me) r Mùjkou, 
Me«snno più dì linlftiiv, prr le tue uligini e 
la \na ritti, rrn i Inumato ad aprirla serie dei 
poit, nuràdiliki. 

Sun porlii t/raiuti porti aerea avuti la llutsta 
pi inni di hn — da //fruivi» a Znkòrtktj, da Lo- 
tluutùuor a f’ùskìn — ma gttrtli tutti e gli astri 
minori ut turno mi ersi rotanti o anche solitari , 
•come hàtjuskar e llnruti/n*kìj f di citi già *i 
durarn, nnn stati parti letterati r raffinati e 
■•'alti. gannda avo aulici e re naie i , che tutti 
su'nato, subita un lungo e profonda processo dì 
far mai ione culturale., di arricchimento spiri • 
tuffi* riflesso. Tatti, infatti, avevano tu vario 
grado c modo assi vi dato t tesori della cultura 
tiiiunnale flava o, più aurora, giteli i delimititi - 
■chtiu classica e gufili del contemporaneo Oeeì- 
dente europeo, soggiacendo a molteplici influssi 
stranieri (francete, italiano, inglese, tedesco) ; 
tutti, più o meno, avrvan compitilo studi rego¬ 
lari e appreso a fondo suonate lingue, moderne 
e pù# d’ut io, magistralmente, il latino ed fi 
greco. 

ynlhi di tutto ciò nello sviluppo intcllettuole 
•di Koltsòv. 

Tiglio dt un prassòl, o negoziante di bestiame., 
di Yorontf, egli non trovò iti twa, fra \ a morire 
ignorante e il padre la cui istruitone non an¬ 
dava oltre l'abbaco e l'alfabeto, in u» ambiente 
di mercanti di buoi, di contadini e. di man¬ 
driani, nè est rupi, ni incitamenti, nè aiuti, t 
nemmeno soverchia indulgenza, a! suo nativo 
desiderio di apprendere. Dodicenne appena, d 
padre la levò dì scuola per farselo compagno 
ed assistente nei suoi giri d'incetta e di ven¬ 
dita ilei bestiame per camjvtgnt e borghi e mer. 
rati, giri che duravnn settimane r. mesi; tal¬ 
volta anche lo mandava solo coti qualche gar- 
ton c. 

Di guest a nomade vita, che lo forzava a va¬ 
pore eacciandoti innanzi gli armenti, sjifS-'o 
dormendo a cielo scoperto, sempre a contatto 
di boari r pecorai e contadini r d’ogm più fl¬ 
uide gente, xl giovane Koltsòv ti familiariad 
preeoeentrntr da uti Iato con lo libera natura 
della selva, dtila strpjia e del eamjto, dall'altro 
con la nule laboriosa umanità che la popola, c 
l’anima d r !le sue voci, e vi al (fu gè sperarne 
r gioir , timori, rd ogni ragionr della sua lieta 
n triste esistenza. E tutto ciò trovò un'eco nel 
suo spirito e riecheggerà più tardi, e mi vigore, 
freschi un r originalità sorprendenti, dalle tue 
canzoni, 

finsi guella tintura e quella umanità furon 
Ir penar edipea triti di Koltsòv, le sur prime 
maestre di verità, ili jtpjrit ^ di por sia. Presto 
*-*» .'‘aggiunsero, compagni assidui dei suoi pel¬ 
le gnu aggi mercantili, i libri , acquistati col te¬ 
am prnt V», n a liti prestati da amici, e Ietti 
a mia nini ti , prima fiabe ( leggende popolarti. 
<'ntr. rame «Il miccio Dova », t Er unititi. La¬ 
tori tue* o « Le indie f una notte*, poi i versi 
rh Dmttrifv, celebrato autore di fiabe. ( di fa¬ 
vole, buon traduttore di La Fon Ittine, allento 
ed emulo di ICaramzbi. L'influenza d,\ Dmìtriev 
fu decisiva per l'avvenire poetico di Koltsòv, 
perchè dalla lettura dei suoi versi e drdl’ap- 
fkissionato diletto che ne trasse gli renne Ir 
spinta a scrivere la prima poesia. 

Lo incoraggiarono su questa via un buon li¬ 
braio di lorotièz, che mise a sua disposizione 
fa propria Infiliti fera, r un gin ernie parta della 
*(trsa ritta, .1 udrò) tfcrr.brjàntki), autore (Iri¬ 
da impalare canzone « Ha pah come Donde san 
tutti i giorni della nostra vita* (l) che gli fu 
affettuoso ninfeo e severo crnsorr poetico, con¬ 
tribuendo non poro a migliorare la ma metrica. 
Con Serehrji'tnsii) K'dtsòv, che non riusciva 
>-a comprender* T» /Iride • n'ppure vdTottinui 
versioni del Ohnjidic, lesse invegr, enfuifa- 
stilandosi, le tragedie di Shakespeare, sebbene 
iti traduzioni Scadenti. 

/litote n quest-'dfioca lo sventurato amore, di 
Koltsòv ventenne per una fanciulla serva della 
gleba, O'-Ujà'i i-t, che viveva urliti rasa pn- 
tenui: avversi all’idea di va’unione così im¬ 
pari. i geni (ori del porta, approfittando di una 
sua assenza, vendettero lo ragazza a un. rivie¬ 
rasco d-f Don, presso H quale ella andana sposa 
ad un altro r poco dipoi moriva di «tenti, senza 
che Koltsòv avesse, potuto rivederla. Il giovane, 
che al ritorno dal viaggio, non ritrovando t’a¬ 
mala, aveva ceduto ri una crisi di disperazione 
e s’eru gravemente ammalato, sì da far temere 
per fa sua vita, fini per uscir temprato da quel 
bagno di dolore, cercando sfogo in nuove can¬ 
zoni d'umore r di rimpianto. 

(l) Anilifjev ile lm*sc il limi» ilei mkv dramma : . I 
giovimi itcllft nojun viia ». ove nc »itn minio nliq.te itrofc ». 


1 aerar a a una noLdc figum th volto meniate 
K I . Sfankjivic, figlio di imi ricco proprie- 
tana di Vnrnuè * r studente, tf quel tempo, del- 
l itm et rs>ta <h \{otr.a, il vanto di toglier Knl- 
tsòe i.'all'oscurità, (avendogli a propri^ \par 
sbnufuirr a Mosca, nel 1835, d pruno rolli- 
metta di punir Tu una rivelazione : Il pii n- 
■hif fere al i ini. ri, putta le pu) eordìtilì airo- 
g/teuzr, scrivendo fra Taltea : «La semplicità 
tldTrtprrxftiinc t tirile scene, la grinta di gue¬ 
st r r th gufila senio in lui inimitabili. Almeno, 
noi utili ave Vfima finora alca net idea di questo 
genere di piletta popolare, e stilo Koltsòv e e. l’ha 
latto reinnsrerr Ma no eh, rastitnhrà ,1 fiore 
e d serto della sua poetili sono » versi iti cui 
effonde la ma .sominesui e. sconsolata pena <Ta- 

hti fama dt Koltsiiv crebbe rapidamente. Lo 
stessa ,S tunkjeine fa aiutò indireiUttnente ei pe¬ 
ne! t/nr 1ie , ce netto! i letterari ,h Pietroburgo, 
dove egh conobbe i grandi scrittori dell'e poca: 
/uhoestrij, fu «kilt, d pi ilici pr \'jazènisk>j, 0- 
daj- vsì, >) e altri, t gatti fatti gli la rem larghi tit 
via'lesiei e di appoggio. Tare r.he /infanti;ij lo 
presentasse texntei (di'ini peratoer Mifajlei l'à l'Io vie 
guanto allei Usa re vie, il futuro Ale$teindro li 
f.'iucenttro con Tasi ni j poi, i arò tempre per Kol¬ 
tsòv il piò commosso momento della sua vi/< 2 , 
ed alla memoria del sommo poeta, nel 1837 ab- 
battuto dalla jnstola di Dantet, egli dedicherà 
nella stesso anno la tua meravigliosa poesia TI 
bosco, ove, senza sforzo alcuno tli allegoria, ne 
adombra la tragica fitir nella sorte del bosco, 

• nini do ni n Lo dai forti, met fatto a brani dal- 
I autunno nero» e pirogonato aU'eroe. inerme 
nel «ormo, a ci* fu spiccata la testa «non con 
unti gran montagna, ma con una pagliuzza ». 

In quell’ambiente. d x letterati e di amici il 
povero Koltsòv ri sentiva felice, come- chi veda 
compiersi tl più vagheggiato dei suoi sogni, ma 
questa stessa felicità non era che una delle due 
facce del dramma angoscioso che doveva in po¬ 
chi anni logorargli la fibra r. condurlo a morte 
]ier etisia nel 1842. l’altra era rappresentata 
dalla dura necessitò che lo legava, per quanto 
cercasse svincolarse.nc, al rustico ambiente e al 
prosaico mestiere piterno. Si può pensare con 
che atitmo, do]*) la fiaba vissuta nei soggiorni 
di Pietroburgo r di Mosca, egli tornasse nU’in- 
retta dei won/i>»j e ol commercio dei borii Ep- 
pure. In volontà del padre e i bisogni della fa¬ 
miglia lo tenevano incatenato ad un mondo che 
gli era ornai estraneo, a un lavoro per cui pro¬ 
vava solo più ripugnanza, eoa tutto Titigrnto 
(iccomjMignamrnto di burocratiche brighe e di 
hit, in cm consumava sterilmente forte ed m- 
gegno. fpaggiiinse.ro da ultimo a tutto ciò la ro¬ 
vina degli affati e i dissensi col padre. La salute 
dt Ao//xóv ne fu irreparabilmente «costa. }Vtl 
1841 egh lancia contro la torte * mala strega», 
la disperata imprecazione de I coni, cou la viU 

* Fi/»#/ a che mi lusinghi/ S f /„ rra iddio mi 
avesse data, 10 spassata ti avrei! » l/n anno più 
tetre lì soggiace a quello che sembra d Fato co¬ 
mune da porti russi umore nel fine drii’età 
n 33 anni. ]t padre reità persuaso che siano sta¬ 
ti 1 libri ad ucciderlo/ 

Con Koltsòv, già s’è avvertito, apj/are nella 
fsorsvi russa un nuovo elemento. Con lui per la 
prima volta >/ popolo, d più greggio e sano po¬ 
polo dei campi, esce fuor dall 'anonimo drlle 
vecchie e r»z: e pjàsiu e « fa innanzi, e canta le 
me cotidiane fatiche, miserie r vicende, Ir sue 
pene e le «ut gioir, in forme che sono ancor 
quelle della lirica popolare spontanea, ma ron 
brìi altra dovizia di motivi t di temi, con ben 
più sagace, penetrazione doli'ani ma del musik 
e. «opratititu eoa una fresca immediatezza di 
rapprese ut a zinne ar/».</ieu c con un sobrio ro¬ 
busto realismo, che hanno tl sapor delizioso di 
un frutto agreste f ieno di succo c di forza. 

La gloria di Koltsòv, da tutti i critici rico¬ 
nosciutogli, sta nefl’av: re come nessun altro 
■pnniei di lui, Tion esci uso Tmkìn, jnsseduio lo 
spirito e la forma della creazione popolare, che 
egh, però, avvivò di uri delicato sentititeli In per¬ 
sonale e improntò di una vigorosa originalità. 
Kran jmrte essenziale dt un animo di¬ 

sposto uU’ntt,nasino, ad onta d’ognì prova cru¬ 
dele. a cui 1 / (L'«fmo lo sottopose, e una ronce- 
zione quasi religiosa della tura e della fatica 
del contadino. 

Di qui m uanzi tutto la varietà dt m p prr sen¬ 
tili ioni e in ricchezza di accenti della sita poesia, 
che canta la vita digli unirti nella sita totalità 
di luci r. di ombre, di gioie r . di dolori, senza 
preconcetti, nc drinagogismi fendinztiisi, nè ar¬ 
cadiche siivi ci nature. Qui sta pure una 'tape no¬ 
nfu di Koltsòv mi grandissimo, ma monveorde 
Kckrn-sov, che d popola russo raffigurò unicei- 
nieiltr in vesti di sofferente, e di martire, svol¬ 
gendo variazioni infinite sul moti ivi che ■dove 
è popolo, è gemito* 

Dal scinta religioso, poi, del primo dei n.i- 
ròdniki discendono gli rispetti più spirituali » 
suggestivi drlla sua lirica l'apoteosi del lavoro 
del contadino, non buio caos dt fatiche , di pa¬ 
lmenti c dt lo gin, tua impresa snera, intima- 
anni, Ir gota olla fede tu /ho, c he, secondo d 
popolo, «fa untare d granom (0 «genera il /vi* 
tir*, una sola jvtrrdu d< sigivi in russo Turni e 
l 'dira COUt) ' iti t’ic ’ìtthi delle Occupa noni rum- 
peltri rappresentata quasi come la «trceeriione 


delle festose e «girtini funzioni ih un rito (r. 
Il canto dell 'aratore. Il raccolto, eoe.); 1 / con¬ 
tadino j *trma canee pi tu come imi eroe che lotta 
( •offre ini pondo, che i<i « davanti alla sven¬ 
tura rmtittrr, /.otto la min or ria fatale non dare 
indietro uà pasto » (/<>,*} Il falciatura, cAe, 

far guadagnar*/ hi ma tlnìtijurfai, figlia dello 
st «rosta, ai compra a un falce nuova e va nella 
'teppa, doiah turatili con una «manciata di 
oro », 

Stupendo >' la i(/igiin.fa •li strofe rame queste . 
• f, no sunna esso pi 1 gin >10, m orerò, seminerò: 
falli un rrtsenr Do,, il fruir, mài ncrhr;za/ » 

• tha audio a guantai- , ad ammirai r qui/ che 
mando il Signor r pii Ir fot irli, agli uomini» 

lì i astata tn(> peritò ostie lui Mnrzhóvski) et- 
'ire. « degno di nota chi, pur nrl/r prroecnjm- 
tinnì dii fumé rotitimn», del raccolta, delle ma¬ 
die. colme, d punta d, vista ih queWuomo pra¬ 
tico, che /Indiò la vi fi 1 di tutti i giorni, noti 
l off atto utilitario, rconoma-o, comr quello d< 
molti nitriiigiufi scrittori che «'affliggono per 
d {hi judo, mn è, ami, il più elevato, ideale e. 
prr fi 11 mistico..,» 

In questo misticismo r certo un motivo di 
poi drll'rnorme fortuna che D pjèsm di Knl- 
tsòv riditeti m Russia, ove or furon fatte infil¬ 
ali e cdti ùtili e molte di esse, muti co te da va¬ 
lenti compositori ancor tu venie l'autore e- dopo 
(fettoni ut a che ai ripeterà per X > krassov c Nad- 
*"»), furon presto nei cuori e sulle labbra di 
tutti Assai tinnor successo toccò alle sue «dù* 
my» (o < panieri »),. poesie con pretese filoso¬ 
fiche, iti cui Koltsòv vollr alzarsi, senza alcuna 
adeguata pi e parai ioti e, all’esame dei più ardui 
problemi e che sono senza dubbio la porte piò 
debole dell’opera sua. 

Le Mici, originalissime pjcsni, che valsero a 
Koltsòv il nome, più u meno appropriato, di 
lìunts russo, cruu già tradotte iti varie lingue 
europee. Xa) diamo oggi sul Ilarotti alcune dti¬ 
lt migliori di esse, in attesa d’una protsima oc¬ 
casione di presentare ai lettori italiani le altre, 
che gii 1 non possono trovar fiotto. ' 

Alfredo Poliedro. 


NOTTE 

Senza guardarmi in viso, 
olla mi cantava 
coma il goloso marito 
batteva la moglio sua. 

E nella fìncetra la luna 
in silenzio luco versava : 
di voluttuosi sogni 
era la notto piena ! 

Appena il vordo giardino 
sotto il monto nereggiava, 
cupa figura a noi 
da quello guardava. 

Sorridendo, egli 
dente contro dente batteva, 
di rovento scintilla 
il suo occhio brillava. 

Ecco, egli a noi viene, 
come quercia grande... 

E quel fantasma era 
di lei il marito tristo... 

Per lo oesa mio 
Scorso un gelo; 
io stesso non so corno 
al pavimento mi abbarbicai. 

Ma tosto cho egli 
la mnuo alla jjorta mise, 
io mi azzuffai con lui, 
ed egli morto cadde. 

• Che mai tu, cara, 
tuUa qua! foglia tremi) 
e con infantile orrore 
a lui guardi T 

Ormai non più egli 
ci farà la posta, 
non più verrà ornai 
di mezzanotte all'ora ' 

— Ah, non è già cho io., 
la mente s'intorba... 

Sempre» due mariti a me 
sono presenti: 

sul pavimento l’uno 
tutto nel saligno giace, 

0 l'altro — guarda — 
là nel giardino uta t 

Il bosco 

(Alla memoria di A. S. Puskin) 

Perchè, selvaggio bosco, 
ti sei fatto pensoso) 
di mestizia scura 
ti sei annebbiato) 

Perchè, atletico BovA (1), 
incantato, 
con discovcrla 
testa nella lotta, 

ristai a capo oliino, 
e non combatti 
con la pnsfoggrrn 
nuvolosa procella? 


Il foltofronzuto 
tuo verde casco 
l'impeiuoBo turbino strappi 
o sparpagliò nella polvere ; 

il manto cadde ai piedi 
c si disperse... 

Tu stai a capo chino 
e non combatti. 

Bovo nitri finì 
l’alta eloquenza, 
la forza orgogliosa, 
il valoro rogale I 

Tu avevi una volta 
nella notte taciturna 
un traboccante canto 
d'usignolo. 

Tu avevi una volta 
giorni di fasto, 
l'amico e i) nemico tuo 
riufrescavarisi. 

Tu usavi una vollp 
a tarda sera 

minaccioso con la tempesta 
conversare ; 

spalancava essa 
la nuvola nera, 
t'abbracciava 
col vento freddo, 

o tu dicovi a loi 
con fragorosa voce: 

«torna indietro 1 
sta lontana ! * 

Turbina essa, 
si sferra, 

vacilla il tuo petto, 
prendi a barcollaro. 

Riscoteudoli, 
mugghi a distesa, 
solo sibili intorno, 
voci o rombo... 

La bufera piangola 
c con voce Ijèscjì, di strega, (2) 
e jwrta le tuo 
nuvolo oltre il maro 
Ov'c mai ora la tua 
vigorìa verde) 

Anncrrito sei tutto, 
volato dì nebbia, 

insalvatichito, muto; 
solo, nel maltempo, 
urli uu lamento 
per la sventura... 

Così è, cupo bosco, 
eroe Bovà ! 

Tu pintera tua vita 
logorasti con le battaglie. 

Non ti domarono 
i forti, 

ti fece a brani 
l’autunno nero. 

Certo, nell’ora del sonno 
sul disarmato 
forzo ostili 
s'avventarono, 

dtilperoicho spalle 
staccarmi la testa : 
non con la spada,, (3) 
ma con mia pagliuzza... 

(1) Antico eroe popolare, dal quale s'intitola, 
oltre alla diffus'ssinia fiaba del «Rcuccio Bovà» 
uu frammento di poema del Pùskin sedicenne. 
La figura di Bovà, conio mostrò il Vosselòvskij, 
non è chi- la russificazione del noto Bovo 0 Buo- 
vo d’Antona dei nastri romanzi popolari di ca¬ 
valleria. 

(2) Il fjrscij, o spirito boschereccio, selvaggio 
0 malefico, che sghignazza nelle selve e trao il 
viandante» nel più folto di esso, ò una dello duo 
principali divinità naturali, dalla mitologia fin* 
niea trosniease agli antichi slavi, ancora ae- 
mi paga ili : l'altra è il vodjanò), o spirito delle 
acque. 

(3) Leti, «non con grande montagna», ma 
credo, in questo caso, di dover tradurre libera¬ 
mente, seguendo solo Io spirito doll’originulo. 

IL RACCOLTO 

Di rossa fiamma 
l'aurora avvampò; 
sul volto dotta terra 
la nebbia striscia. 

S’accesa il giorno 
del fuoco solare, 
radunò la nebbia 
sopra il vertice dei monti, 

Raddensò 
in nuvola nera, 
la nuvola nera 
s'aggrottò, 

s'aggrottò 
come impensierita, 
quasi ricordasse 
la ami patria... 





74 


Ih BÀRETTI 


Misticismo antroposofico 


Li recheranno 
i venti impetuosi 
in tutto 1® porti 
del mondo candido... 

Si orma 

dì tuono, di tempesta, 
di fuooo, di folgoro, 
di arcobaleno, 

S'è armata 
o a’è allargata, 
e ha colpito, 
o s’è rovesciata 

in lacrima gigante, 
in torromìal pioggia, 
della terra aul petto 
ampio. 

E dall'alto doi oidi 
occhieggia il solicello; 

■ ’ò abbeverata d’acqua 
la terra a sazietà. 

Ai campi, ai giardini 
verdi 

la gente del contado 
non cessa di guardare. 

La gente del contado 
la divina grazia 
attendeva con trepidanti 
e con preghiera. 

Ilimone con la primavera 
ai risvegliano 
i loro intimi 
pensieri pacifici. 

Pensiero primo : 
il grano dalla madia 
vorsaro nei socchi, 
apprestare i carri. 

Ed il secondo loro 
pen&ioruccio fu : 
dal villaggio coi carri 
per tempo partire. 

Il terzo pcnsioruccio 
corno pensarono, 
a Dio Signore 
dissero una preghiera. 

Appena giorno per ì campi 
tutti coi carri si sparsero, 

® si misero a passeggiare 
l’uno dietro l’altra, 

col cavo della mano pieno 
a sparpagliare il grano, 
e avanti ud arare 
la terra con gli aratri, 

poi con la curva tochà (1) 
a risolcaro, 
dell’erpice col dento 
a pettinare... 

Ora andrò a guardare, 
ad ammirare 

quel che mandò il Signore 
per le fatiche agli uomini. 

Più alta della cintola 
la segale granita 
sonnecchia con la spiga 
quasi fino a terra ; 

come un'ospito di Dio, 
da tutte le parti 
al giorno lieto 
sorride ; 

il venticello per essa 
fluttua c luccica, 
in aurea onda 
si eperde correndo... 

Gli uomini a famiglio 
ri soli mossi a mietere, 
a faloiaro alla radice 
la segale alta. 

In fastello frequenti 
i covoni aon composti; 
dei carri tutta notte 
cigola la musica. 

Sulle aie, dovunquo, 
come principesse, lo biche 
comodamente siedono, 
su lovato le teste. 

Vede il solicello 
che la mietitura è finita: 
più freddo esso 
cammina verno l’autunno; 

ma arde il cero 
del campagnolo 
avanti all'icona 
della Divina Madre. 

(1) Aratro primitivo dalla Grande Russia. 

Le Edizioni del BARETTl 

TORINO 


A. A munir ; jùmi l.iìr* (romnnxo) L. IO,— 

■ Viti» ili Uvi lini (ramnimi) » lo,— 

R. Fmsru» : /,» (romanzo) « 5,— 

!.. Puisaio ■ Finire » 5,— 

I’. Soi.*in ; /«i l'iceìnneinu » #,— 

C. Suo rat : liofili barboni » 7,— 


Per Rapinili omini nitrati ve t'indirizzo Lr Udizioni 
del fiarclli ro»u per tutto il mc»c di gennaio: 

Via XX Sol tc mitre, CO - TORINO 


L. CAfraUEl.t.! : l.'urtr uri IH militi 9 pi rituali 
Tre saggi oomp introduzione a mia ione licenza 
cosmica spirituale dril'arle. Faenza 1925. 

A. Okovhi Siluro riumcimratn r omt tir Ir 
dell'io, Bari Laterza 1925, 

Tntellettualisticanienti parlando, l'idealismo 
fi 1 050 fi co dell TI egei è ili pieno accettalo dal 
Caffarelli elio non ne fa misi ro. 

Solo, dichiara di non fermarsi ad esso, ma 
di trascenderlo, eoli una visione integralo c 
viva delia vita. 

La tesi, l’antitesi e il divenire non restano 
concetti astratti r meri, ma assumono la pan¬ 
teistica fisionomia di Enti viventi ed agenti 
nell'ambito della storia umana o cosmica, della 
qualo sono j plasmatori e i motori. 

Tali Enti sono chiamati dal CalTarclli Im¬ 
pulsi Fontali, c distinti con nomi presi dalla 
nomenclatura iniziuiico-gnostica: Anniano, Lu¬ 
cifero, Cristo. 

Dii^riormente affidandoci a 11 'an Miri intoUet- 
lottuastioA. potremmo aggiungerò che il Caffa- 
rolli dall'Hegel non accetta solamente la dia¬ 
lettica, ma anche la filosofia della storia, si- 
maio di casa quandi* gli rioice utile p r dram¬ 
matizzai® lo azioni umane con un sistema dio 
dell’e.voluzione ai valga 6 alla sintesi compren¬ 
siva c totale pervenga 

In quanto ovoluzionistn non disdegna nem¬ 
meno l’insegnamàuto dcirHacckel, dal quale 
però accetta solo l'idea, rigettando le conchiu- 
sioui a cui il celebro naturalista tedesco ò 
giunto. 

Parrebbe inoltro che il concetto informatore 
di questo aspetto del pensiero caff.atolliano fosse 
la «forinola ideale» del Gioberti, so non si sa¬ 
pesse che il Caffarelli è uno studioso non sol¬ 
tanto del Giob rii. del Bergson o di Plotino, 
nonché un seguace tlell’antropcaofo gcnnvmco 
recentemente morto, il dott. Rudolf Steiner, 
cho a Doniach (Svizzera) ha fondato mi’Uiii- 
versità di studi roligic/ii, denominata «Gocthea- 
uuni ». 

Guardato da questo lato il jxmaatore-filosofo 
ai confonde col mistico: conio p^r il uno Mae¬ 
stro, aneh® per Caffarelli Hegel è stalo l’itltro- 
duttoro agli studi iniziatici. 

Abbiamo già visto come il CafTarolli perso¬ 
nalizzi i tre as|>cttì della dialettica; è sollarto 
neccmario vedere in qual modo fa agiro questi 
Enti di natura Ccomica, prr ulteriormente 
chiarire l'uso cho della filosofìa della storia fa. 

Agli inizi la Terra non esisteva nome mondo 
a eè stante, ma consisteva conglobata a quegli 
altri mondi cho merce l’opera degli Spiriti della 
separazione, ai sono graduutamonto separati dal 
nostro, per assumere destini e forme distinte 
ed autonomo, 

Codesta separazione c'he fu guardata corno 
opera di cosmica collera c di diviua ribellione, 
fu data dallo varie religioni raffigurata in vari 
miti, che la scienza iniziatica indica o spiega. 

Non ò necessario aoflVrmarsi au di essi, oc¬ 
corre invece stare attenti a! moto involutivo 
che il Caffarelli dice di ravvisare nella cosmo- 
storia della Terra e nella storia dcll’umaii ge¬ 
nere, jjoiclic» tale concetto di moto ò uno dei 
cardini del uno ristorna di pcusiero. 

Secondo il quale la Terra attraverso tre fasi 
involutivo, è arrivata all'attuale solidità, che 
non è comunque definitiva, giacché ooll’avve- 
nimonto del Golgolha, vaio a dire coll’entrata 
in azione doU'impulso Cristo nella vita della 
Terra, quest'alt! ma, abbandonato il meridiano 
dell’epoca prc-cristiru, ha ripreso il cammino 
in Benso oiolutivo verso la riconquista del Ter¬ 
restre Paradiso che non ò più nel passato c in 
alto, ma nell’avvenire o in noi. 

Cristo sta così, quale separatore, quale di- 
namis e (piale giudice, in mezzo a due epoche 
cosmostorieho della Terra (cicli) che diverrà 
perciò Suo spsciale campo di lavoro e Suo cor¬ 
po. Identica e parallela a tale coomostoi ja svol¬ 
gasi la storia antropologica dell’umanità la 
qualo, dall'eterea innocenza indiana, mediante 
l'Iran e mediante rEgitto, involvc verso una 
sempre maggior solidificazione del oorpo fisico 
umano ; involuzione che va congiunta ad una 
sempre più amorosa attenzione dell’uomo alla 
Terra; fino a giungere all'apice di tale stato 
.di fatto e d'animo colla civiltà pagana, che 
nell'orologio della cosinosioria sogna il solare 
mezzogiorno. 

Formarsi a tal punto non era d'altronde 
dato, ma riprendere con rinnovato spirito il 
cammino evolutivo ora necessario dalla morto 
evocando le passate esperienza e civiltà, cho 
devono dall’uomo essere rivissute e rifatte, ma 
in senso evolutivo c mediante l’impulso de! 
Cristo 

Collo Steiner c cogli auiroposciì il Caffarelli 
vede in S. Francherò il nuovo fanciullo eristica 
che con nuovi occhi vede la Natura redenta 
dalla collera nritmitiica. come nell’ejMica della 
sua nascita pone l'inizio del nuovo ciclo evo¬ 
lutivo: la rei no(ir nazione, cioè, dell’epoca in¬ 
diana, pr munta però o trasformata dall'Im¬ 
pulso ('rùstico. 

Sotto tale aspetto guardando la storia, come 
agenti dell'Impulso Clàstico c quali dei sepa¬ 
ratori sono stimati Michelangelo o Lutero, il 
primo per avere separati dementi di natura 
inferiore (del passato, (datici e pagani), da 
elementi di natura vaporiere (dall'avvenire. 


mobili a di natura Oritiica), il secondo per 
avere separalo lo Spirito clic nella Nazione 
GcnnniricA s’è incarnato, dagli nrinianiei le¬ 
gami della Chiesa Hvimimi ; ritenendoli poi 
entrambi ess.-nzialmente preparatori di indivi¬ 
duali destini e forme, nr quali ri esprime 
l'anzidetto Impulso. 

Ili questo si-iti ma i fatti hanno esclusiva- 
in ?nt<* un valore indicativo-evocativo, non pro¬ 
priamente di simbolo, ma di geroglifico, qua¬ 
lora tale rap|>orto conservino. 

Qualcosa del genere aveva scritto >1 allarmò 
in fatto di |>oe.ria, ina non bisogna dimenticare 
clic il Mullnnnò era un Platonico; che b quan¬ 
to dire, un contemplatore di un mondo dal¬ 
l'eterno definitivo nella sua marmorea eatati- 
cità. 

Poiché all'infuori di queste sovrumana o tra¬ 
scendenti realtà, una seconda esterna realtà 
non può essere data, il mondo empirico, quello 
che co ; nostri occhi di carne guardiamo e coi 
nostri desideri «patiamo, non può esistere che 
conio illusione (Maja), e formare quelle che 
|a Bibbia d< nomina «tenebre esteriori», mentre 
la realtà vera è quella data dal pensiero non 
appetibile, disinteressato ed amoroso. 

Sopra questa <i ut dizione il Caffarelli giusta¬ 
mente insisto, identificando con questa seconda 
realtà il materiale ammiro sottile del lavoro 
artistico. 

Qui basii dire che il Caffarelli ritiene eh* 
le coso abbiano due faccio e perciò due Nomi . 
chiamando l’uno «il Nomo Economico » r l’al¬ 
tro «il Nomo Amoroso*. 

Gli nomini coni unti, i quali vivono nelle « te¬ 
nebra esteriori», conoscono solo il primo; gli 
altri uomini non comuni, cioè gli artisti, i 
pensatori, i santi o tutti quelli clic meritano 
il nome di «uomini vivi», conoscono princi¬ 
palmente d ^conilo, e di quello si valgono 

La loro aziona c pertanto improntata a sen¬ 
timenti di amorosa attenzione, sbocca in re¬ 
sultati di evoluzione c di redolir.ione, in quanto 

10 <os* innalzano alla piuma dell’Amore, cioè 
ui (‘risto; mentre l’azione degli uomini comuni 
che lo cor-e appetiscono con uri manici sentimenti 
dì cupidigia, le cose stxos? cristallizzano nella 
loro attuale forma-, anzi, conir die? Warner, dal 
quale il Caffarelli accetta il concetto e la pa¬ 
rola. lo «incantano». 

Tu questo carattere di dinanrn e d’amare 
ravvisa il Caffar-lli la lucifero-eristica reden¬ 
trice funzione dell’arto, che ridiventa inizia¬ 
tiva e gcrofantica cioè a é-rr. mistica c reli¬ 
gio-a 

Sotto tale aspetto sono guardate 1? grandi 
figuro d.TI h letteratura mondiale; ('hidalgo don 
Chisciotte e i:| Principi* Amleto, il Mosò di 
Michelangelo ed il goelliiano Faust, o i vari 
movìmouti, dal romantico al futurista, ohe 
vengono ragguagliati all’ora cosmtutqricft della 
qualo sono sintetica c.iprtftsiono e parte. 

La storia fucumo Botto il suo sguardo una 
pellicolare vibrazione, diventa armonica e mu¬ 
sicale. In ciò il Caffarelli è artista e rivela la 
aua vocazione. 

In confronto ai li coni'siici italiani (che rap¬ 
presentano un patologico stato d’animo di 
guerra c un conglomerato di pasoolismo, di 
ronsseauuianesinio, di tolstoismo e d'anarchismo 
contingente sentimentale Reazione ad una con 
tingente «Inazione storica di un gruppo di ani¬ 
me stanche o crepuscolari, il misticismo antropo- 
co fico del Caffarelli e dell’Onofri ha il van¬ 
taggio di essere una concezione integrale o sto¬ 
rica della vita, discutibile anche per ehi non 
Pacoe-lU. 

Armando Cavai.i.i 

Un giudizio 

su Unamuno 

Unamuno à oggi la prima figura letteraria 
della Spagna. Bnroin può forse superarlo per 
varietà di esperienza esteriore; A/.or in per de¬ 
licatezza d’arte, Ortcga y Carnet per sotti¬ 
gliezza filosofica, Ava la per eleganza intellet¬ 
tuale, Valle Indan per grazia ritmica; può 
anche darsi che per vitalità egli debba cedere 

11 primo posto a questo atleta delle lettere che 
si chiama Biasco Ibaiìcz Ma Unamuno si leva 
al disopra di tutti per Unitezza delle concezio¬ 
ni e per la serietà e* la lealtà con cui — come 
Don Chisciotte, ha durante tutta la vita ser¬ 
vito la pia Dulcinea per sempre irragiungibilc. 
Anche un’altra ragione spiega la sua posizio¬ 
ne preminente nelle lettere spaglinole; perchè 
egli, per la croce che ha scelto di portare, 
incarna lo spirito lìdia Spagna moderna. Il 
suo eterno conflitto tra la fede c la ragione, 
tra la vita e il pensiero, lo spirito c l'intelletto, 
il cielo e in civiltà, ò il conflitto della Spagna 
stessa. Paese di frontiera (come la Russia) do¬ 
ve l’Oriente e l'Occidente mescolano le loro 
onde spirituali, la Spagna oscilla senza tregua 
tra due filosofìe della vita. In Russia questo 
emulino emerge nella letteratura ibi XIX se¬ 
colo, in cui Dostoievsehi e Tolstoi rappreseli- 
inni» la tendenza orientale e Tmgheniev si fa 
avvocato dclFOccidente. In Ispagna, paese 
meno conscio di - è -t jsso e in cui d’altra parte 
!a fusione di Oriente e Occidente è awii più 
intima, data la connine Iwisc della civiltà lati¬ 
na, il conflitto è meno evidente, meno alla 
superficie. Oggi Ortcgn y Gasset ù il nostro 
Tnrgiiieniev non senza variazioni; Unamu¬ 
no ò il nostro Dostoievsehi, trm dolorosamente 


Impetrato dallo forza dell’ideale contrario. C’ìE 
un terzo paese d’Europa in cui FOricnte è 
compreso ed ha influenza quanto l’Occidente, 
un terzo paese di frontiera: l’Inghilterra. Que¬ 
sto ci spiega l’attrazione di Unamuno per la 
lingua c la letteratura inglese c hi sili atten¬ 
zione nel seguire gli svolgimenti del pensiero 
inglese. II suo travaglio per la fusione di ideali 
nemici lo spiega istintivamente verso gli spiriti 
e le nazioni — che si oppongono —■ pur oolla- 
iKirnmlovi — al progresso. Cosi Unamuno, il 
pii) jierfetto rappreseli tante, i«r le sue qualità 
c i suoi difetti artistici — della maschia va¬ 
rietà de! genio spagnolo, è inoltre — per la 
sua vita spirituale — il simbolo vivente della 
sua patria e del suo tempo. Questa ò la mi¬ 
sura più adeguata alla sua personalità. 

Sm.vadox ihì M,\dariag.v. 

Nadler e Troeltsch 

secondo Curtius 

Nadler c Troeltsch — scrive il nostro col- 
lubetalore Curtius — hanno cercato di deter¬ 
minare la ix>sizioiie della cultura tedesca in 
rapi'x>rto alla tradizione occidentale. Nadler 
hn dimostrato che la cultura tedesca non fr 
q li alt ora di omogeneo, ma clic nasce dalla 
campi ut trazione di due complessi storici coni- 
pleiucutnri quello del sud-ovest della Germa¬ 
nia elle sulla base dì una unità e continuità 
di t i.-i lenza ionia no-tedesca di iiiillcuui pro¬ 
dm'.;-;, seguendo uno sviluppo organico, l’tiina- 
ii -iuo c il classicismo, e quello Nord-orien¬ 
tale, in cui l'elemento slavo-tedesco fece sor¬ 
geri il misticismo e il romanlicitino. 

Troeltsch nel Diritte naturale c l'umanità 
nella guerra nioiuiiah' ha caratterizzato i due 
sistemi d’idee la cui opposizione condusse alla 
gii ci ra mondiale: da una parte l’ideologia dcl- 
FEuropa occidentale c deU'America che ha le 
su- indici nelle idee, due volte millenarie, sto¬ 
riche e cristiane, del diritto naturale, dell’u¬ 
manità e del progresso — da!l’altra la conce¬ 
zione storica e organica, unta dal classicismo 
e dal romanticismo tedeschi, che si oppone co¬ 
me conservatrice, aristocratica e autoritaria 
nlla concezione occidentale democratica dello 
Stato. Qui un ordine eterno, razionale, stabi¬ 
lito da Dio, fondamento della morale e del di¬ 
ritto, la una il («Umazione individuale sempre 
rinnovata c vivente dello spirito creatore della 
noria. Questa ò In suprema differenza- Chimi 
qiie creda fi diritto naturale eterno c divino, 
all’identità di tutti gli uomini, «al destino uno- 
del genere umano e vi scorga l’essenza della 
umanità, non trova nella dottrina tedesca che 
una strana mescolanza di misticismo e di 
brutalità. Chiunque d'altra parte veda nella 
storia una moltiplicità eternamente vivente dì 
individui che determinano rapporti individuaii 
fondati sn un diritto Sempre nuovo non rico¬ 
nosce nell’ideologia occidentale che un piatto 
lazicuah: ino, un atomismo cgalitario, uua me¬ 
scolanza di superficialità e di fariseismo. 

Le Edizioni del Baretti 

TORINO 

Vteiranno tn gennaio : 

0. Gl A CHINI 

Antologia 
dei poeti catalani 

1850-1925 

Storia e traduzioni ritmiche 

L. 14. 

M. MARCH ICS! NI 

OMERO 

L- 8 - 

0. G. PINI 

ADUA 

Prinm .vlorii» 

L. 5 . 

G. B PARAVIA & C. 

Ed Mori-Librai-Tipografi 
TORINO-MILANO - FIRENZE - ROfffl-NAPOLI-PALERMO 

DOMENICO BULEKRETTI 

Storia della letteratura italiana 
e della estetica. 

\ attinie I* - Gaffe Origini" nf lioccaceio I.. 10.— 

* IP - fiat ftorcarrid nir.'tt/icr» * K.— 

* 111° - DaW Alfieri ul W Annun:io 

(iti »:<ir,vi di ^itnmpn) 

.S. E. Brm urlio l'ttftn: cn»l «rttulit-n i primi due vo- 
litmi Icli’oiicra del Bulft-rpUi; 

« 1.5 l,o Riti in (inciti jsiorni e mi sono nllainrnt* 
rmnpinriiito clip un liliro ronir «im-to rio stato fritto, 
nel quntc In steri» l«tlc r «rin è t'sp«rstn in modo nuovo. 
M-nqiticc, npilc, cftn porMl* infonnar.ioiic «• con limilo 
liiuui gusto (l’urto o di |><’PMfi. Non è Iikohj dei soliti 
jiiii o mono «Itili romitiInlori, ni» di tilt uomo ohe hn 
por (uhi muto n lungo Mutilalo r «mulo la ktlumtiirn 
ilnliaii.i. Credo che il libro gioverà «11» sroolii c «11» 
(-tillttr.i ilnlinun, se, come nugiirn, uvrn In forlunu ‘ Ite 
inerita ». 

Le rioliipste vanno folto o pila Sede (Vnlrub- di 
TOH INO. Vio Gnrtlt.ihli, li. 2.1. u olio Filiali ili MI- 
l.ANO. ROM \ N.M'ni.i . FIKKN/.B - l’.M.KIlMO 

PIRRO GOBETTI - Direttore responsabile 
Tipografia Sociale - Pincrolo. 


IL BARETTI 


ELIO GIANTURCO 

litologia della llilta ledetti 

Lire IO 


MENSILE Le edizioni del Baretti Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per li 1926 L. 10 Ettaro L. 13 • Sostenitore L. 100 ■ Un numero separalo L. 1 * CONTO CORRENTE l'OSTALE 

Anno III * N. 2 - Febbraio 1926 


F. M. PUOLIESE 

POESIE 

Lire 10 


SOMMARIO : BARETTI : I " dlroll di Fiandra ■ D«c«d«nt# dal Panila) — S. ALFIERE: L'ulllmo Ojalll - I lampi di Barrili — O. dt ZENO: Il Uatro di O. Marcai — E. A. flARATINSCHI: Àuaptd — La fuga In Egitto — O. MIRÒ : U ilgnor Cuanca 
• Il aoo auccaaaora - M. DROMO ; P/opotlll d'accaitona - A. CAVALLI : Mlcbalalaadiar — P. SIMONESCHt : Taalro l«al:al». 


I “divoti,, di Fiandra 


Il viaggio fiammingo di Froinentin è ancora 
il testo più accreditato su cui possano fondarsi 
gli ammiratori di Canti e di Anversa. Il dise¬ 
gno psicologico della vita di Rubens come vita 
esemplare di pittore, il profilo sottile di Van 
Dyck sono stati pensati da uno storico di ge¬ 
niale sensibilità. L'ultimo scrittore che ha vo¬ 
luto tornare su questi argomenti 0 ), ha alli¬ 
neato una serie di conferme pressoché mono¬ 
tone al diario di Fromcnlm. Queste conferme 
quasi non erano richieste. 

Non volendo discorrere sulla base di sottin¬ 
tesi diremo subito che il nostro ideale di sto¬ 
ria dell'arte è un altro. Abbiamo in mente 
un disegno di storia della pittura che sia come 
una rivelazione! per iniziati, della storia del* 
romanità. Manualmente si tratta di ginocarc 
sui richiami psicologici più sottili perchè que¬ 
sto specchio dei popoli non riesca ingannevole 
come tino schema; e deve essere ben chiaro 
che, disegnando le vicende della civiltà, dare¬ 
mo In valutazione degli artisti fondandoci su 
un piano di schietti valori pittorici. 

Giudicando delle cose fiamminghe con que¬ 
ste premesse ci riescono inaccettabili alcune i- 
dec correnti. Questa pittura non nasce da una 
dominante ispirazione religiosa : tutte le idea¬ 
lizzazioni che si sono fatte de! misticismo di 
Vnn Dyck e di Memling fanno ridere: è vero 
!'opi>osto. La realtà è clic la pittura fiamminga 
anche dO|>o la prima violenta rivelazione pla¬ 
stica di Uberto Van Iìyck si libera lentamente 
dalle sue origini che sono nel mestiere del ini* 
iiiuturisla e dcH'illustintoie. I nostri etilici 
prendono por purezza ili sentimento religioso 
quello che è rigorosa osservanza di regole cal¬ 
ligrafiche e mestiere angusto anche se talvolta 
piacevole c delicatamente decorativo. La mi¬ 
niatura fiamminga col suo gusto del disegno 
grazioso di episodi, col suo istinto di restare 
alla superficie apre una via senza possibilità 
di salvezza pittorica. Se Memling non ci a- 
vesse lasciati anche alcuni ritratti ambigui di 
primitivo vizialo, sarebbe la prova più chiara 
c rappresentativa del nostro discorso. Dei suoi 
quadri religiosi, davanti ai quali vanno in c- 
stnsi i « jMXrti ti, si può ripetere il giudizio pre¬ 
potente di Michelangelo: «senza sostanza c 
senza ncrlx) » Memling è condannato entro i 
limiti della stilizzazione e della calligrafia. 
Questo ò il destino della razza che fallisce tutte 
le volte che cerca il [>octico fuori del natura¬ 
lismo: razza negata alta religione, se potè ri¬ 
manere fetide ai suoi tiranni e allo spagnoli¬ 
smo cattolico, mentre ai confini avvenivano le 
più formidabili rivoluzioni religiose Se Meni* 
ling fallisce nei suoi quadri religiosi, falliran¬ 
no nel secolo seguente Bri 11 e Brctighel Ve¬ 
lours quando sdegneranno gli angoli di umile 
sapore paesano per fare il paesaggio poetico. 

Breiighcl il Vecchio c Bosch sono rultimn 
parola del genio fiammingo nella pitlura Te- 
niers riprenderà, dopo die Tordaens Dia reso 
floscio, (presto stesso spìrito piovi una le senza 
confondersi con gli olandesi che pure restano 
i suoi soli credi. In questa a litosfera di Ker¬ 
messe, di paesaggio grottesco, di carne grassa 
e di paura dcM* In ferito i due Van Kvck c Ru¬ 
bens sembrano apparizioni paradossali e con¬ 
tradditorie. Sono tre spiriti più alti, ma biso¬ 
gnerà considerarli anche essi nella loro terra 
che lo stesso Vati Dyck non ha dimenticato 
nei tentativi di evasione del suo sottile eso¬ 
tismo. 

Sulla storia e sui caratteri di questa terra 
i giudizi dei critici non sono molto precisi. 
Per i più è sempre Bcntivoglio clic fa te¬ 
sto, quando il buon cardinale dice clic quei 
valenti cattolici u sono di grande statura, can¬ 
didi nclPaspctlo e quasi anche più ne* costu¬ 
mi i), Idealizzando l’innocenza di Bmges e di 
Gand si pensa di idealizzare Venezia e Fi¬ 
renze. Ma c’è una pagina onestamente puri¬ 
tana di Schiller, fondata sulla testimonianza 
oculare di Comincs viaggiatore della metà del 
’.joo clic inette ordinò in tale argomento. « La 
costosa foggia del vestirò dei grandi, che servi 
poi dì modello alla Spagna, c alla fine coi co¬ 
stumi borgognoni passò alla corte austriaca 
discese beni presto nel popolo, e il più minuto 
borghese vestiva di velluto e dì seta. Alla so- 

(l) G. Edoardo MorriN: : Pittori fiamminghi e ohm- 
deli — Mi'too, Uniti» 19?5 - L. 65 con uo tavole. 


vrabbondanza era sottuntrata l'alterigia. I,a 
magnificenza c vanità nel vestire giunse all'ec¬ 
cesso, si negli uomini che nelle donne; il dis¬ 
sipamento e lusso del mangiare, giunse a tanto 
die superò le stemperatezzc di tutti gli altri 
]>opoh. L* immorale comunanza d’ambi i sessi 
ai bagni c simigliatiti convegni che infiamma¬ 
vano a lussuria, aveva sbandito ogni pudore : 
uè si parla dell‘ordinarla lascivia dei grandi ». 

Ecco i clienti per i quali Memling, Van der 
VVeydon, Cristus dipingevano quadri religiosi. 

Il quattrocento e il cinquecento nelle Fian¬ 
dre sono già secoli di decadenza. Questo jk>- 
polo non aveva saputo vincere i pericoli delta 
civiltà : non aveva lo spirito di iniziativa c di 
resistenza individuale degli olandesi (Se ire-ri¬ 
sate alla sottile melanconia di Ruyschicl c di 
Re-mbrandt avete un esempio di pittura fon¬ 
data su valori, in certo senso, religiosi pit¬ 
tura di concentrazione, per la quale ti ovaie 
un'atmosfera è tutto, c i rapinarli luminosi pre¬ 
valgono sul soggetto). Nati per l’agiatezza di 
tuia vita mediocre si lasciarono corrompere dai 
commerci c dal lusso. 

Il loro catlolicismo non escludeva lo spirito 
de! gaudente : e così le loro donne conservano 
una grassa malizia, le loro case chiudono tuia 
voracità o una sensualità tanto domestica e 
nascosta quanto- intemperante. La loro reli¬ 
gione di |M.-ccatori non conosce il senso cri 
stiano del peccato: j>er cosloio il peccato è 
una necessità, una specie- di viatico quotidia¬ 
no, e se viene loro il pensiero di Dio, non si 
vergognano di restare nella taverna *1 di cor¬ 
rere negli angoli bui delle strade dietro alla 
ciccia di Loticijipidi j>ochissimo greche. Il qua¬ 
dro religioso di questi « dìvoti » timorosi del 
Diavolo è una consuetudine decorativa c i pit¬ 
tori vi si dedicano come a un mestiere lucroso 
cercando di far le cose con grazia, ma senza 
turbamenti che rechino danno alla simmetria 
e agli effetti calcolai: e freddi. Van dcr CoeS, 
il solo fiammingo che abbia gusti e tormenti 
spirituali di primitivo c clic sogni il ciclo, ar¬ 
tista dalle deformazioni vigorose cd originali, 
sofferente di iloversi accontentare della mima¬ 
timi, morì pazzo. 

Dunque in Van Kyck c nei barbari paesaggi 
di Bouts si deve già incontrare Teniers, un 
Tcniers, s'intende, meno generico e meno ap¬ 
prossimativo. 

Ci voleva la selvaggia originalità del miste¬ 
rioso Uberto j>cr spezzare tutti i legami profes¬ 
sionali con la miniatura e conquistare i primi 
valori plastici nel polittico di Gami, con il 
maestoso realismo della ligula delTE/criu) pa¬ 
dre c con i primi midi di Adamo c di Èva. 
Giovanni è suo degno crede. Talvolta, è vero, 
deve accontentare i donatori, deve rassegnarsi 
al quadio religioso, ma si prende la rivincita 
nei ritratti con una originalità strepitosa. La 
solidità del suo realismo è spesso addirittura 
pervetsa, Nel Ritratto degli A tnol/iui, nel - 
E fr’oino (fili ga tolti ni t nel Timoteo di Londra, 
nel Conti naie Albergati ci ha lasciato una spe¬ 
cie di epico del naturalismo, un’anatomia 
squallida, non volata di ipocrisie ideali, di un 
mondo malizioso e malato. Cuardatv le Madon¬ 
ne di Fan <ter Racle, o del canecWcrc Rollili : 
esse hanno un significato strettamente decora¬ 
tivo c la potenza dii seguo, fondameli tale in 
questo nordico è tutta concentrata nelle figure 
dei donatori, specialmente in Van dcr Bacie, 
il ritratto più solido che Van Kyck sia riuscito 
a realizzare in un ambiente proporzionato di 
toni e di architettura, anche se ridotto a mere 
pietose di schematica decorazione. (L’architct- 

I iim degli interni fiamminghi, su cui fi è fatta 
lauta retotica è sempre esclusivamente decora¬ 
tiva tilt'eccezione è Vnn Orlcy il solo gotico 
che non si sia fatto bastardo venendo In Italia). 

II Sn»i Frameico di Van Kyck può valere me¬ 
glio di tutte le nostre prove per sconfessare 
In leggenda che fa di questo smalizialo osser¬ 
vatore di psicologie un grande pittore mistico. 
Parlare di omo npctla nel 5*1» Fr aueesco sa¬ 
rebbe ironia malica l’nvvcnluro&a esplorazio¬ 
ne dell'ambiente, che primo tentò Thierry 
Bouts, c il plastico cede al professionista del 
quadretto religioso. Masse compensate nel 
modo più generico e convenzionale con !'ar¬ 
tificio dello specchio di acque a! centro: toni 
grigi, particolari senza arguzia e la grazia del 
paesaggio ottenuta col disseminare invisìbili 


puutolini chiari sul verde e puntolini neri sul 
bianco lontane delle case. A qireste artificiose 
delicatezze per commissione lasciateci prefe¬ 
rire la violenza del ritrattista. 

{Solo Brcughcl il Vecchio ha saputo trovare 
in questo mondo di peccatori dopo clic Boscli 
li aveva mandati tutti allTnferno, un'inno 
cerza (laotiana e buontempona. In Brcughcl 
parla mi Til Ulcnspiegel cattolico, clic si serve 
dell'Al di là come di un complice necessario, 
« beffatore della peggiore specie, il quale can¬ 
zonava senza tregua il prossimo suo, ma senza 
mai dir male di monsignore Iddio o della Si¬ 
gnora Santa Vergine o dei signori Santi >>. 
Brcughcl è il solo pittore fiammingo nel quale 
i valori episodici ed emotivi ojjerino con sug¬ 
gestione fatata. Anche quando egli tenta le 
più grottesche allegorie e le più complicate 
costruzioni sa trovare il paitìcolarc j>oetico, 
utilizzando la scenetta o persino il naturalismo 
fotografico. Ma sopratutto egli è il primo fiam¬ 
mingo che scopra il nuovo mondo dell’aria «- 
petti 1 v inventi rapj>orti svariatissimi, con toni 
miracolosi, tra gli uomini c il paesaggio. E' 
stiano che Fromcntin non se ne sia accorto. 

Frèmenti!! era tutto intento a capire Ru¬ 
bens e sul suo tenui c; ha lasciato |>oco da ag¬ 
giungere. Rubens trova tutte te vie aperte, 
tutte le preoccupazioni svanite, c la stessa de¬ 
cadenza ormai irrimediabile, ina incapace di 
turbare la sua vitn di uomo di corte. Spirito 
di dignità superiore, padrone non servo, si¬ 
curo di armonizzare la sua vita e di esercitare 
un prestigio etico goethiano, uomo libero c 
completo, Rubens può essere, rimanendo fiam¬ 
mingo, in anni di tramonto, un pittore di Ri¬ 
nascenza, può realizzare il- sogno che aveva 
resi goffi Mabuso c Floris. E' diventata una 
nio-.'a parlare dd «fcnìo di Rubens c^n molte 
limitazioni. non si vuol riconoscere che il suo 
stile non è mai mediocre. Ma chi fosse giusta¬ 
mente diffidente davanti alle carni gloriose di 
Elei)a Fourmciit cerchi il Rubens dei ritratti 
e degli studi c dei paesaggi, i toni delicata- 
mente dorati dei quadri fnrìligliari del Lou¬ 
vre c di Londra, i particolari sottili e ambi¬ 
gui. Soltanto alla superficie egli è il pittore 
rappresentativo di un mondo di gaudenti c di 
bevitori : raramente Din uno abbandonato il 
controllo poetico e la curiosità spirituale, 

Rubens annunciava una Rinascenza ingan¬ 
nevole che è finita con lui; Anversa è vinta 
da Haarlem, da Leida, da Amsterdam; il più 
grande allievo di Rubens corre mezza Europa 
e muore (piasi inglese. 

Certamente nò Btevens, nò Lcys, nò l)e 
Groux, nè nitri moderni hanno ritrovato il se¬ 
greto pittorico dei loro avi naturalisti e viziati. 

Ba » ETTI. 


Decadenza del Panzini 

/.«1 tlccailenza «fi fiocini rorm/icia curi #0 r/ucrrn, 
(•Min apin’iia ! libri iti Panzini hanno tra rato un jmi6- 
bticit, hai 1h93 ni 1911, in reo tifine nrnu Panzini Ai» 
xrrlt In rei libri ili poesia : Il Pimi (liti morti, ti li in¬ 
umili, l’imile storie ilei mondo gr.imle, I.c tinlic dello 
(irto, t-i )»ii terno di Dìcuont’, Santippe. Dal 1918 <d 
IW.> «e An ilom/M(j «/irei, 

/Vmmh </c*l 1914 Piviìini è'aemntcntaea di cticre un 
imi/rnorr di «elude medie, enrnro libri di lenlo, nulo- 
Unjie, /rapinimi». Km Panetto letterato moloc ciano, 
ijeìvro ilei mo piccala mondo lirico i wiUil</ico, ut tfitale 
re re. ini un 'i*n/iA‘r(«ine mitriti nei moine n li felici, nei 
munirti fi iti neeeuìtn poetica. Oro Ponzi ni i panalo 
ih c '/Vere* «i Mtanlailori, t (limitalo un prof et rioni t tu 
lini hi Irl lenti ani, mette »n i/iir libri all'anno e èrnie 
il tltirect ili ilire la cita mi principali arrenimeli li 
eh v eoi tono. 

/■p.tiene i i/indin d« l'iwiinf un /ri(ft (/ri «/forno noti 
ci etili rincollo : In f»uu fi lata fin non ci intercno. Puli¬ 
tini r«n mi lin/iiv teinpNee, un nomo flit j«or/«ir<i (/ 
ricorit'i ili nitri tcolpi p non ormi Intutji io ‘/i po/c- 
(ni:::ife e«i riri jicn-M ■< Innai-d frojipo tiene n n"ce*v 
Cai motti : la tua /im«*i ri po/Inni un rnjiorc «/« ò/ìt/io. 

(f tamia ha rumine iuta <i fui riare <b balteeeiimo, ih 
enti me itile, ih it erettiti) tifile f rndi:/oiii Pati tini non 
Art raglilo «/irci nltfu che, «rurale, reiocehene. K* 
uteito futili i/i Iiiiin. Perché Ponimi di tfUftlv coro 
non t'inlcntlc Ita attentato unii icrtUeiimo eAe il pob- 
hlic n prende pei superiorità ed è «o/fonlo ignoranza. 
Il aiio nomilo Ini jicnhtl< r tfUel itolce re/o ili /indurr 
«felle eoi e (inlieAr; In /iu«t«I;/iii è dtrenl/da e»il>i;io- 
iiimin e il iièlentazìnnc ; Intelaino un\trule:zn mntrhe- 
ntl.t e iriiiilnifa, uno njnfM manierata e tjvnfia. g 
Pan ziui ertole ih ore» t menta tu tlile poi emiro ed 
Hinoròfic»■* 1‘» filosofo innovinolo non »i |itu) aceef- 
Inre «e non eommemm/e. 

in ifiictte Dniiiigcllt- {Treret, 1929), r/ttamio i'ansiru 
e««d liirinire ni titolici antichi c Aehiftti (/«ve. «•«, V- 
nmre il’nllri tempi, Noretln, ree.) ti ente che la tua 
reno è in«rf«/ilrt. Troppe /M«n/r»i, tru/j/ie riflettimi! 
eri muro la lurtomo . e ‘intintiti n omuiireiebhe Pillili! o 
•'«neonfrano /inaine ili mi patetico zuccherato, tenero, 
>e«:'i /ee*e/ic::n. 

l’e/eiò «ni ni/iii lil>r« alloro elte ilamperil /'umidi 
facciamo pmponto di n«tii loran/v più rial libraio, ina 
(fi r/jircodere i/«rffo «n/ii/e Le finite della viri il. 


L’ultimo Ojetti 

Questa volta Ojetti giuoca sul tìtolo: Scrìi- 
fori che si confessavo. Da Tantalo, cronista 
mondano, il lettore si aspetta subito colloqui 
maliziosi, incontri eccezionali, interviste topi¬ 
che, rivelazioni, varietà. Trova tuia raccolto 
di articoli, ima raccolta di « recensioni », 
quali potrebbe scriverle Arnaldo Fratelli c 
raccoglierle Fausto Maria Martini. 

Un libro di critica frammentaria, psicologi¬ 
ca, ironica, alta Sarcey, lo saprebbe scrivere 
oggi, molto meglio di Ojetti, Marco Praga, 
che non è stato fatto senatore, o Sibilla Ale- 
ramo, clic non sarà accademica. Ojetti ini 
semina irop[>o libresco per discorrere di un li¬ 
bro col dovuto distacco : voglio dire che la sua 
mondanità è tutta letteraria c nella sua osten¬ 
tazione di buongustaio si indovina ancora la 
polvere della biblioteca. Le sue risorse di let¬ 
tole si riducono a cercare l’aneddoto e la bou¬ 
tade che per il conte Ottavio costituiscono una 
specie di dovere professionale: ma in questo 
tempo tccogli sfuggito ciò che delPopcra era 
essenziale La sua psicologia di cauto uomo 
libresco deve giuncar d'astuzia quando si chie¬ 
derebbe allo scrittore di mettere le carte in 
tavola; egli ci elude con una digressione quan¬ 
do si credeva che ci avrebbe lasciato misurare 
una buona volta le sue doti effettive: così le 
citazioni gli riescono sempre meglio dei giu¬ 
dizi e dei commenti c i suoi libri hanno il fa¬ 
scino delle antologie. 

Non metterebbe dunque t'olito parlare degli 
.Seri/fori che si confessano se non precedesse 
le recensioni una l.eltcra a Bericdcflo Croce 
clic fa applaudire Ojetti caiwscuola e capocri¬ 
tico dai gazzettieri suoi amia. 

In codesta lettera io ho trovata soltanto la 
gentilezza un poco untuosa di sacrestia con la 
quale Ojetti si studia, di farsi sopportare dai 
potenti, e che non sdegna poi concedere agli 
altri mortali se ap;>ena gli venga il sospetto di 
poterseli rendere famuli o clienti. 

scojKTta di Ojetti sarebbe la critica alla 
francese, la critica biografica* Ai « giovani ca¬ 
nonici del basso crocianismo » il conte Ottavio 
oppone la critica del cronista «che cerca l'uo¬ 
mo, per riflesso o per contrasto, nella poesia 
da lui cicala, e che più si commuove quando 
ve lo trova c riesce a misurare il ritmo del 
verso sul ritmo di un cuore ». 

I termini non sono («1 fetta mente precisi c 
appropriati, ma chi cerchi di indovinare e non 
voglia discutere di estetica col conte Ottavio 
può fingere di aver capito. Ferdinando Martini 
contro Vossler, Ojetti contro Luigi Russo. 

Siccome noi preferiremo sempre un ritratto 
psicologico, arguto e sottile a un ragionamento 
gcutiliauo, questa tesi potrebbe anche non 
dispiacerci. Ma c'è il libro di Ojetti che dà 
torto alla prefazione. 

II metodo — la critica psicologica — è an¬ 
tico come Plutarco c Ojetti, per la sua mode¬ 
rata cultura, l’ha appreso da Vasari. Se (pii 
il metodo non giuoca la colpa sarà del cervello 
che lo applica. 

Cercare l'nonio non si può senza compro¬ 
mettersi : chiusa la ricerca non si è trovato che 
Se stessi. Ijn crìtico si scopre, si smaschera 
prima di un romanziere. All 'Ojetti può riu¬ 
scire garh.itamenlc la barzelletta c l’ironia fa¬ 
cile : aiutandosi con molte note di taccuino e 
lavorando di vocabolario con l'impegno e lo 
spirito di savi-ilici» di un canonico ben pian¬ 
tato ci avrà comb nate alla line della settima¬ 
na tre colonne putite tra elzeviri tondi del 
CorticTc e corsivi della Fiera; persino ili una 
Esposizione d’arto Ojetti riuscirà il cronista 
più vario, più piacevole, più eclettico, più 
pronto a indovinare nell'aria l'aneddoto o la 
indiscrezione, se già non glieli hanno sussur¬ 
rali gli amici clic egli >a «cogliere con felice 
abbondanza da Sartorio a Cariò, da Carena a 
Soffici. 

Tolto al pettegolezzo del gazzettiere con- 
temporaneo Ojetti è spaesato: perde la sua 
leggerezza e la sua malizia; le pagine di bra¬ 
vina c il conforto dii vocabolario non nascon¬ 
dono l'imbarazzo del l'uomo di salotto traghet¬ 
tato, per un improvviso col;>o di testa di Ca- 
lontc, nei Co ni pi disi tra ombre esperte e un 
pochino sfrontate che gli leggono in cuore 
oltre il velo sottile delle paroline compli¬ 
mentose. 

Insemina l’Ojvtti è rimasto il Conte Otta¬ 
vio. Nei tentativi di critica psicologica ritrae 
se stesso e i suoi personaggi dunque sono tutti 
un poco fatui. 

Davanti a D’Annunzio, davanti a Tolstoi 
stesso il solito specchio che appena poteva va¬ 
lere per Ferdinando Martini, maestro, modello 
l ideale da cui Tantalo itoti può scostarsi nuli. 
Ma D'Annunzio e Tolstoi visti con occhi 
complimentosi c zuccherini ! Anche se Ojetti 
capisce di dover modellare statue eroiche sai- 





Png. 76 


GARETTI 


I I, 


Il teatro di Gabriel Marcel 


tano fuori croi latte e miele come i poemi pla¬ 
stici di Bistolfi. 

Come gazzettiere egli si £ abituato a vedere 
tutto su mio stesso piano, senza proporzioni 
di grandezza : le parole die gli servono per lo* 
dare Viani sono le medesime adoperate per 
Cecov, Allodoli diventa Mail passimi, Stan- 
ghellini una specie di Gorelli. La leale nel vo¬ 
cabolario di Ojelti è un’arma di malizia e di 
calcolo: in treut'aiini di giornalismo gli ò 
servita per smontare tutti gli ostacoli c tutte le 
opposizioni; l'ha rivolta a tutte lo fame rico¬ 
nosciute e non l’ha negata a nessuno che stes¬ 
se per affermarsi, cercando di addomesticare 
i giovani c di rabbonire i bisbetici, freddo e 
lungimirante come se preparasse mia campa¬ 
gna elettorale, o nn plebiscito. La lode di 
Ójetti valse a disarmare persino chi lo aveva 
ingiuriato atrocemente: Solfici, Prezzolini, 
Papini credettero goti erosi ti la stia faccia fran¬ 
ca di fronte alle offese. Perfetto nel tacere con 
aulico liserbo-, nel rendere ambigue le cose, 
morbide c gentili come in una Corte; nel ri¬ 
durre problemi c uomini all'accessibile piace¬ 
volezza di dna società femminile, Ojetti è il 
perfetto idolo dei contemporanei, il maestro 
raffinato delle belle maniere c dell'arte elei 
successo. Come critico d’arte Vittorio Pica lo 
vale, Zuccoli è più felice nairatore di lui e F. 
Socchi più giornalista ; ina Oictti resterà in- 
!\vi[>erabilc nella magra arte di arrivare. 

Se questo è Ojetti, si capisce perché non 
gli sia mai riuscito di prendere confidenza coi 
morti: nulla (xitrebbc ripromettersene la suo 
ciitica, c forse anche l'erudizione Rii i*>trebbe 
gìuocnre qualche tiro, come se trasparisse che 
il suo classicismo ò tutto affare di vocabolario 
o che le sue curiosità storiche e psicologiche 
sono strettameli te casalinghe e provinciali. 

Negli .Scrittori che confessano, in barba a 
tutte le calitele, si verifica proprio questa sor¬ 
presa, che il confessore s'avventuri imprudente 
in una paese sconosciuto. Gli £ che i viaggi, 
sia attraverso la storia sia attraverso il mondo, 
non sono mai stati un argomento allegro i>er 
Ugo Ojetti : pare che egli si trovi meglio a 
sua agio al Salviatino. Con la Russia ;>oì ò ima 
disdetta ! La scoperse vcijt’anni fa come l’a¬ 
vrebbe potuta scoprire Barzini, c i Russi lo 
i ingraziarono i>cr il suo spirito battezzandolo 
Fluiscili che nelle dm'me mente ò un vecchio 
avaro raccoglitore implacabile di tutte le 
bucce, di tutti i detriti, di tutte le cicche. 

Questa volta Ojetti parla del bolscevismo e 
della Russia d’oggi. Neanche gli uffici-stampa 
antibolscevichi dei banchieri parigini, neanche 

i rinnegati traditori delle bande di Deifichili 
hanno divulgato tante leggende e tante scioc¬ 
chezze. Ojetti giudica la rivoluzione russa co 
me sì giudicavano i giacobini nelle Corti legit- 
tiinistc; egli accetta come verità storica i ro¬ 
manzi delle principesse russe spodestate c dei 
piccoli-borghesi controrivoluzionari; sostiene 
per il diletto dei lettori dell # //fustz<fsio«e da 
liana che i russi sono cento milioni di inco¬ 
scienti senz’anima, individualmente più tassi 
dcH’uìtinio lazzarone di Napoli; scherza sullo 
« zar Lenin »; difende il (>overo Nicola II, che, 
come tutti sanno, non era un debole o un ti¬ 
ranno, era, per unanime giudizio dei medici, 
un idiota. Ma scrivendo della Russin, Ojetti 
scriveva per i salotti italiani' La fatuità diven¬ 
tava un segno di bello spìrito, un ornamento, 
come gli errori di ortografìa nella sua trascri¬ 
zione dei nomi russi. La critica alla Ojetti 
deve pur mostrare per certi segni la sua faci¬ 
lità e spigliatezza, Egli apparirà brillante e 
disinvolto anche quando non sarà informato e 
continuerà a veder in Gorchi lo spirilo più 
originale della Russia d’oggi •— come chi met¬ 
tesse Barbusse sopra Cide o Proust — igno¬ 
rando Sollogub, Balinoni e Bloch. 

Ma nella critica al Conte Ottavio l’ignoranza 
è un segno di aristocrazia intellettuale. 

Su.vio Ammerr. 

I tempi di Barrili. 

(’fci, fra t Iclforì ili Saleator (lotta e ili /Infoino 
/!*• Il /urne Ili, rumare i 60 romaici di Barrili'/ fìfifiure, 
non dico Gotta o BcHramsUi, ma nemmeno f‘amini sa¬ 
prebbe tCficcrc in» fifiro reme if Gnribohli harrilìnno . 

/ferrili fin ancora ì tuoi cerchi /elicli fra i jywtocwi, 
.Voi» ero Hit fct/rmfo, ero un nmt*»Inj, un eroe nel 
tuo mondo. Costumi e idre di un Guerrazzi. « fili 
aia tlctla rtmnrata hi rena romantica, un giacobino 
imliorghrailo, Sfile, a Imi fi, //icrbobco per rompere la 
monofonia. Il garibaldino iforera diventare moderalo 
per poloni tentirc, il primo ijrnorcre Balia no. La 
• provincia », fatta tostegno di un redime lontano, 
«mente, ea/iiea dì rimanere detronizzata e ditorien- 
tata. Burnii jiotrta credere di prenderti la rieineitn 
alimentando le tirature, conipùtlnudo un pià eolio 
pulì Miro, Ma non coi rimi eoniol/ulonr. 

In realtà il mondo di cui i romani/ di narrili con* 
fervano il ritratta e il documento morirà. F. F,r- 
no»lo Morando cerca di rifincitarlo in (jii etto ernioso 
libro tu (». Barriti r i mini tempi {Fenelta, editare). 
Morando ha trovato il tono eh c ri eo.it rime al ano (ir* 
poni rido : Ini il ricordo e IVippiinli». E' mi libro di prò- 
fili e la figura del protaijonitla domina fra finita uo¬ 
mini eh* ijli nono detenni intorno ; min il rio di «ned- 
doti e precintine di a rote ritte • l/ideale letterario 
di Morando è un .l/dm pii jwlmidu ed efoi/Herde : 
eijli *i ramci/na inumimi! con fueìlìhì n parlare utuiero- 
it il fico in ente di co*e niiaenni vi irhe e non remi m-p- 
ppre di »id tere inni gerarchia Ira gli iiiieddoti che 
rienc elencando corno litui rrunnra rniirn dì «/«fa» Ino* 
mini. fi* « 01 X 111101110 l'idf imi» ilei ha mi ìa ni a riafferma 

ii uro idealo iiiitliiiiianii, (|ijri(»<ifdiili>, di domi.ierruni 
folle nanfe, quieta, bonaria, pivrinciale, allegra ed olia¬ 
mi», con In mode*lìn tieura di ehi non può tacere 
«itfohc <c //li diranno che è un »o/inirrimilo. 

/n questa pagine pulite e toUautn troppo Miinidit 
ritire mi'if/fitilo rolla Barrili nella tua giusti! utmo- 
tfcm dì bonarietà piu If orlo /«interni che iiiHoródiVa. 
Im paria tu ii n oiipiro «•oihc ti forma**? d mito Barrili 
e ea/uc ì difetti della tua arie fredda, calcolata, di¬ 
ttati fu dn troppi intere**!, non dominalo do min yrande 
pa».'ione fntycro «plori Ir regole monili iieccrrorte di 
questo mondo di ooriori *edrntari. Il Morando din mini 
Barrili tanni riserre : imi quoti* preme**» acritica non 
nuoce «I rico mrcpnfri perchè il buon gusto e In md«, 
rnfo nt roani fniffonyoiii» il onnleilo erftnirfo dal pat¬ 
ii micio re troppo spesso giudizi estetici sproporzionati, 
fi il mio eiilH#irt»iii» pivndc per noi il -oporc deli’id- 
ttmn retmiiiemnrnìioiip e te»tiin»ntnu:n. 


Nel ioi.i «Marre/ si proponeva di costruire 
drames d’idées che si svolgessero dans la sphère 
<lc la pensée nielaphisiquc. // ilio doveva a- 
sere il teatro del seuil invisiblc. Se si tengano 
presenti le conseguenze che do De Curcl aveva 
svolte Marie Lenirti, Finitrice degli Affran¬ 
chi, l'assunto non doveva sembrare nuovo. La 
novità di Marcel era, il suo f*r»>icnlo di 
mistico dialettico jeniibitaiimo ai rimorsi dcl- 
l’auto-critiea. 

l’crciò non converrà dare Irò fi La importanza 
alla sua estetica che pretenderebbe di rogginn- 
gcrc il lyrisme de la pensée confuse, per pro¬ 
durre un'emozione analoga alla granile musi- 
que, diversa da Claudel, anch'egli psicologo 
dcWcmocione religiosa, perché non 5 i lascie- 
rebbe sedurre dai tnilienx inactuels ou imleter* 
iiiinés. E' evidente che se noi ci troviamo sen¬ 
sibili o una poesia dell'ineffabile, intendendo la 
definizione conte una metafora, itoti accetteremo 
un’estetica dell'ineffabile o dell'incsprcsso. 

l'or lu nata me nte Gabriel Marcel teme di civ- 
vtnlurarst dietro le leni azioni pericolose di 
ideali troppo indeterminati, si sforza di afloc- 
carsi a uomini c ad ambienti della vi/n reale : 
il suo n viziato di cavaliere di inguaribili illu¬ 
sioni è uh mn'icùi/p di soru/to/oso realismo e 
l’arbitrnirc e le vaglie giocano sopratullo come 
uno spauracchio per la .tua fantasìa. 

Nessun dubbio che la tara confidenza di 
Gabriel Marcel net valore c nella realtà sovra¬ 
na dello spirilo gli abbiano aperta la via che 
conduce alle sfumature di finezza di Un bolli¬ 
rne de Di eli; ma gli esordi del suo spiritismo 
erano troppo polemici perché le sue prime o- 
pcrc non dovessero iistillare esercizi di dialet¬ 
tica e le sue tesi non /tresen/asscro una vio¬ 
lenza c un’arroganza sommarie, pochissimo 
sostenute dal vigore, della psicologia. 

Ia i /> 0 JÌ 2 Ì 0 »ie storica dell'autore é infatti 
quella di un nemico delle idee dominanti di 
/>osi/ivÌ 5 )iio laico e di scetticismo scientifico. 
Egli ha il buon gusto di non seccarci con pre¬ 
diche o»i I id « ni o C ra / IC II C o con fulmini apoca¬ 
littici ma il suo giudizio sull’eclettismo pic¬ 
colo-borghese della scienza ufficiale non t me¬ 
no severo ; « l/agnoslicismc des nos ainés nous 
fait scurire ; nous n'>’ voyoiu guire que la pa¬ 
resse d’ intclligenccs casaniércs qu ’ effrayent 
Ics risquvs et le cahots dtt voyagc ». A questa 
sicurezza cieca egli not% opporrà un'altra fede, 
ma un bisogno di ricerca: per la sua stessa 
natura i suoi drammi corrispondono alta sua 
personalità quando rispecchiano tormenti cri¬ 
tici: sono drammi di dubbio, non di contrasto 
tra opposti spiriti. Quando i suoi personaggi 
affermano o s’impongono noi non possiamo 
credere; la sola risorsa che essi hanno per in- 
teressarci è la con/idoiiza in cui essi si annien¬ 
tano. Qui Marcel si trova ad aver bisogno di 
una tecnica, di un dialogo, di un’armonia di 
stile, che serbi il tono di queste (ilmos/ere psi¬ 
cologiche, di queste albe spirituali, di questo 
ambiguo divenire delle coscienze e noi vedia¬ 
mo come il dialogo sicuro e magniloquente dei 
/> rii iti drammi, si faccia chiuso, insidioso, spez¬ 
zalo, ambiguo, sotterraneo, sottile ne Le qun- 
tuor cu fa diése (Kdi/cur Flou, Faris, 1025 ) * 
in Un Homnic de dìeu (Editore Grasset 
Paiis, 1925 ). 

Il segreto di questi sviluppi artistici che po¬ 
chi avrebbero sospettato leggendo i suoi terri¬ 
bili drammi mistici del 1914 sta in ciò, clic h 
spiritualismo di (rabriel Marcel è mai riuscito 
n fissarsi m una fede, ad accettare dei dogmi, 
a crearsi della tradizioni riposanti. La sua pre¬ 
messa spiritualista é un’audacia che egli non 
cercherà mai di dimostrare e che gli apre dei 
problemi invece di risolverglieli, La verità 
ch’egli icrca non é mai uno convinzione, una 
proposizione: il suo lormenfo è la coerenza 
delle anime, la chiarezza delle coscienze. Le 
contraddizioni della società non trovano in lui 
un accusatore o u» demagogo : sono occasioni 
al suo dramma. 

Dada decadenza della famiglia, at disastri 
famigliati prendono argomento tutte le sue 0 - 
pcte : ma sarebbe slollo pensare che Marcel 
ne voglia attribuire In rospoii.tabifibi alla tri¬ 
stezza dei tempi. I a rendà per lui le mariage nc 
fait «pie revcler le forni des naturcs. Costringe 
gii spiriti alla crudc/M di confessioni infinite. 
E' la perfetta atmosfera di controllo arido e 
spietato in cui deve scoppiare la sita crisi. (?wc- 
>/o curioso ibstiiUmp é portalo a una tensione 
e Iin'arbìtraiictà allarmanti: la drammaticità 
di Marcel sembra mirate esclusivamente a 
superare lutti i limili della sopportazione c a 
toglierei anche la possibilità del respiro: ep¬ 
pure questa caparbietà é (a sua poesia. 

Anzi quando si propone sviluppi regolari 
di lesi e di mfrecci Marcel non si trova più 
a suo agio Ira gli indugi delia verisimigUama 
r della casualità: i suoi peisouaggi finiscono per 
ingannarlo. Cos) ne La Gr.ìcc si vorrebbe di¬ 
mostrate come dal peccato possa nascere la 
grazia e dalle tentazioni la gioia mistica, ma 
l'atmosfera mondana di un matrimonio mate 
assortilo ìa cui fautore fa discutere addirittura 
un dissidio fra scienza c fede ci sconcerta co¬ 
me lui le le pedani cric prese troppo alla lettera. 
In mio bella Algaeifi ventiquattrenne no n ci 
garbano troppi argomeufi di tesi dottorale, spe- 
cialmcnle quando ci accorgiamo che la parte 
é giocata sotto una maschera di maniera. 

Nel Ratoiji de Salile il problema é ancora 


più s/riiigcn/e e totale : a 52 anni il protago¬ 
nista, capo di un parlilo di azione cattolica, 
si accorge di non essere cattolico, c se nc ac¬ 
corge per l'appunto mentre la figlia sta per 
farsi monaca. E’ una coincidenza che pare un 
ricatlo c infatti sul filo di rasoio del ricatto 
resta tutta questa catastrofe famigliare di in- 
ifompresi ; IrvfiPo facilmente essi pronunciano 
parole definitive e impegnano l’eternità negli 
incidenti quotidiani. Soltanto la figlia Clarissa 
sa trovare qualche volta toni singolari di pro¬ 
tervia ascetica. 

In queste opere mistiche fautore non ha an¬ 
cora preso sttffieenlc confidenza con i suoi 
personaggi: egli non si è accorto della loro 
aridità, del loro egoismo, della loro mancanza 
di cuore; tenta uno svolgimento patetico men¬ 
tre a questi spiriti non si pud chiedere nulla 
più che il processo di una squallida crisi. 

Nell'ultimo teatro di’ àfarccl avremo invece 
un dialogo tra mondano e sentimentale, raffi¬ 
nato attraverso gli esempi di intimismo e le 
complicazioni psicologiche più sottili. Egli ha 
cercato di assimilare anche il tradizionale tea¬ 
tro (l'amore francese, che poteva sembrare in¬ 
compatibile con De Cnrel. E se a questa tra¬ 
dizione di virtuosità egli resta inferiore in agi¬ 
lità di stile lo sostiene per altro una preoccupa¬ 
zione di costruzioni psicologiche che non si 
può dire classica solo per finsnfficentc mae¬ 
stria delf intiigo c del carattere. 

Questa cautela tecnica si può vedere bene 
scomponendo nei suoi termini la stona di 
Chiara, protagonista de Le quatltor eu fa diésc. 

hi primo piano si ha una cronaca borghese. 
Chiara: afe ne suis peut-étre qu’une mau- 
vaisc /emme, qui n’a pas su se faire aimer». 
Perché non ha saputo farsi amare e perché suo 
marito la tradisce. Chiara divorzia da Slc/a- 
no, il rnislfco della musica. Ma non si può dire 
che ella affronti con mollo coraggio la solitu¬ 
dine, Ascolta volentieri le parole di pietà del 
fratello di Stefano, Ruggero. E quando la pietà 
diventa amore, quando Ruggero le propone le 
nozze si direbbe che Chiara accetti perchè si 
tratta dal /rale/lo di Stefano, perchè è in fondo 
la sua rivincita, àia. Ruggero è veramente la 
ombra di Nfc/uno; 5/e/ano creatore, Ruggero 
clartè de satellite. Senontbò il passato non si 
può distruggere: i due fratelli si amano c 
Chiara si riconosce vinta e delusa in Ruggero 
ombra del fratello. Ella deve confessare fi fal¬ 
limento c rimanere ad assistere i sogni medio¬ 
cri di Ruggero condannato alla sua debolezza- 
Sotto questo intreccio facile scorgiamo origi¬ 
nali clementi di tragicità, fi dramma di Chiara 
è visto con notevole precisione. Ella ha bisogno 
di rcstcr maitre de soì, li suo mollo è afe me 
méfie icrriblcmcnt de lotit ce qui nc se laissc 
pas nommer », Può sembrare line fonine céré* 
bralc.sans veritnblc scnsibilité, imbue de sa 
ircrsonne, satis le moiiidre tact. A/a non ha tatto 
pcrihè vuole rapporti precisi; ha timore della 
sensibilità perchè teme gli oscuri equivoci, i 
silenzi doppi. Stefano di fronte a lei è ime he- 
rcusc nature, pronto a nascondere gli ostacoli, 
le piccolezze, le contraddizioni sotto una poe¬ 
tica formula mistica, che esalti il suo dilettan¬ 
tismo di « grande artista n. Le vicende dei due 
matrimoni di Chiara, che costituiscono il dram¬ 
ma, ci rivelano, senza rigidità di formule la sua 
anima. Ella stessa non fa che raccogliere prove 
die la chiarezza desiderata non si raggiunge. 
Nel dialogo della sua ricerca c’è qualcosa di di¬ 
sincantato: certi rapporti hanno un giusto tono 
freddo e tagliente II suo amore successivo e 
poi complicato per t due fratelli la mette di 
fronte all'oscurità di rapporti (ra//cf/i troppo 
delicati c troppo sottintesi. Où comniencc une 
pcrsonhalité. Ecco un altro problema che le re¬ 
sta chiuso. Dcux destinées ne peuvent cllcs se 
ber Tunc à Tautre en (deine clarté? Al vec¬ 
chio sogno della sua vita ella deve ormai ri¬ 
spondere senza illusioni. 

[n questa descrizione di disinganno Gabriel 
Marcel ha saputo conservare un tono ibsc- 
niano. 

! .a stessa incomunicabilità tra vita reale e 
vita pratica è trasportala in Un homnic de 
Dicti nella famiglia di un pastore protestairte. 
Si /ralla di sapere se (Timide, che, tradito dalla 
moglie, le ha perdonalo cd lui dato lutto il suo 
ufi et lo alla figlia non suà, è un eroe o un egoi¬ 
sta, se Ita agito per spirilo di sacrificio, per 
amore, p per evitare uno scandalo. 

Dilemmi che potrebbero anche essere banali 
se l'autore non procedesse con .s‘fiigo/are deli¬ 
catezza, sforzandosi dì non lasciare il torlo a 
nessuno dei suoi personaggi, di illuminarli 
(otti di ima giusta luce. Soltanto con questa 
confidenza egli ci Può fine accettare un bigot¬ 
tismo fatto di fedeltà estrema alle posizioni 
prese; nel suo mondo insonne, dove la Poesia 
è soffocala dalle prove, ci deve bario re che sia 
sempre presente una corrdueenfr di in rezza. 

Togliete ad Ibscn il tono solenne del conio 
c l’epica del mito: resta la cmdeUà dell'ironia 
contemporanea. Giusto di Zeno. 

Il teatro di Gabriel Marcel è stato pubbli¬ 
cato dagli editori Grasset, Finn e Stock. 


Ver «vi/div due inondi due eir/lli», ,/»«* pupo// leggete ; 
K. (iiwrinio. .l»U»|(»pi(i dei lette*citi I. 10,— 

('. ( •i.iKpIXI : .luMldi/iii >tei porti eahftflHÌ * 14,— 
t'Iliciii'tfM rttitlro taglili a l,« ftihiioni del Barelli, 


AUSPICI 

l‘indicò l’uomo l’essere non iscritta va 
con ciogiolo, bilancia e misura, 
ma come fanciullo agli oracoli di natura 
|porgeva ascolto, 
cogli e va ti e i segni con fede, 
finché la natura egli amava, ella 
con amore a lui rispondeva : 
l>cr lui d'antica sollecitudine piena, 
linguaggio per lui ritrovava! 

Sentendo sventura sopra il suo capo, 
il corvo gracchi a vagli (>cr avvertirlo, 
c, nei disegni nell’ora, umiliandosi al destino, 
ei t atteneva ('audacia. 

Incontro concvagli dal bosco un lupo, 
movendosi in giro c col pelo irto, 
vittoria pronosticava, e con ardire la suo schiera 
lanciava egli sulla nemica milizia 
Coppia di colombi, ventando su lui, 
delizie d’anior predicava. 

Nel l'Or ino deserto egli non 9ra solo: 

vita a lui non straniera colà spirava. 

Ma, il senso sprezzato, ei s’affidò alla mcut e , 
s'immerse nella vanità delle indagini, 
e il cuor della natura si chiuse a lui, 
c «opra la terra non più profezie ! 

E. A. Barati Nife ut (tSoo- 1844 ) 
(Traduz. di A. Poliedro). 

La fuga in Egitto 

Letjijnuh) questo romanzo — e he ? tuMurai- 
mente grigio e monotono, ma ha un tono, una 
misura /meato — abbiamo pensato che due anni 
fa parer che il premio Nobel stesse per mere 
assegnato a Grazia Defedila. Questa è la più 
bella riprova delle solidr qualità di buon senso 
e di peti et razione morale., che diventano poi sì- 
eure-za c*trtic.n t di quel callepio giudicante ■ 
qualità chr sostituiscono vantaggiosamente il 
buon gusto blasé e t'ar,to"f per l'eccezionale e 
per ri \mradotso. Nessuna coni pugna di stampa 
nestuila allucinmionr collettiva vìncerà mai la 
mediocrità itnjxsrziafe r conservatrice di quet 
giti di vi : r*i\ sono difesi contro t /K/rvr/uu r \ 
CQnqujstutori, io ha impunito Fìnindello, dagl t 
stessi pregiudizi della loro educazione.. — 

Grazia Del ed da evideutt turate < la sola tra 
gli scrittori italiani che possa iwprettionnrh t 
convincerli. A** probabile che issi fomincino con 
l'uninururne In regolarità mtulrrfn e continua, 
fa lentezza progressiva con cui si è fatta fmdro. 
no del suo mondo, allargandolo r migliorandosi 
sempre, anche quando sembrava che si ripetesse 
la repugjianza per tutti r gesti, la lontananza 
ila tutte fé cricche, Fumile devozione alla tuo 
terra e alle proprie inanehevofezze, il disdegno 
per il politicantismo dei letterati. — — 

Forse Grazia Deledda è il solo scrittore ita¬ 
liano che sia stato min/crrflf/am*rt/e fedele al 
suo editare, il Trr.ves , anche negli anni iti e in 
tutti correvano a ritagliano, a fìctnpornd, a 
Mondadori : nello stesso mfido è rimasto fedele 
n lei il suo pubblico. Fèlla ha soltanto lettori 
devoti che una volta conquistati non perde più. 

Discutere t trenta libri che Grazia Deledda 
ha stampato da 17 a 50 aulii ci sembrerebbe, 
inutile quando tutti hanno in mente d profilo 
della scrittrice e i pregi e i vizi della sua arte. 
Nè fa Fuga in Egitto sì presta a tinnovare, il 
discorso. 

/insta fra tanto futurismo f propitgandixmn 
artistico, tra tanta fiera letteraria, indicare nn 
esempio morale. 

PILLOLE 

Ojetti giudicato da Carducci 

Ma lo mcucho, por altro, le mosche cocchiere 
sono pur le male bestie e noioso 1 Si fermano 
alla prima osteria e vari ronzando negli orecchi 
alta gente. Vedete là quella carrozzacela tutta 
stilila e sdrucita c sgangherata, co' sedili elio 
!>aiono schiene d'asini pelati, con una rota sola 
e mozzo timone ì Quella è la carrozza dal nostro 
pat-ie. Ma orti veniamo in questo paeso a ri¬ 
farla c ci abbiamo attaccato un Pegaso Pàcolot, 
e sono io clic guido Zu, 7,u. zu. A un viag¬ 
giatore scappa la pazienza e lira mia cenciata. 
Va via, 'brutta bejrfia. 

CL Cairn ucci, 1897. 

Moto c vuoto 

Nella mia risposta all ‘ha hlesta *n f f’idealismo 
dove io avevo scritto che l'idealismo neohe¬ 
geliano ò rir.ucitc, ad improntare di sfc larga¬ 
mente il moto della cultura italiana, il proto 
mi lia fatto dire il vuoto con <-’h« parrebbe 
che io nii associasr-i al giudizio negativo, che ii 
neohegelismo suol dare della cultura italiana 
procedente il sue avvento, o lo estendessi dal 
prima anche al do|>y, come sentenza su tutta 
la neutra cultura dell’ultimo cinquantennio. 
Ora iiccome uè Luna nò l’ultra cosa ò affatto 
nelle mie intenzioni, eoe»! desidero che neppure 
mi venga attribuita. 

U. ytondolfo. 

IMMINENTE: 

MARIO GROMO 

COSTAZZU RRA 

Al prenotatoli L. é 

L’Araldo della Stampa 

Ufficio dì ritagli da giornali e riviste 
DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE 
ROMA (20) - Piazza Campo Marzio, 3 


IL BARETTI 


Pag. 77 


Il signor Cuenca e il suo successore 

Racconto di GABRIELE MIRO' 


Ora il treno attraversava i campi coltivati 
della pianura d’Orihucla. Si vedevano Rii steli 
di canapa alti, densi, scuri, piegati dal vento; 

10 piante d’arancio folte; i sentieri fra i mar¬ 
gini verdi; lo capanne coi muri di calce e i 
tetti di stoppia issati su tronchi disuguali, an¬ 
cora scabri come alberi in vita; i viottoli stretti, 
e lontana la strado con la vomirà odorante; 
all’ombra di un olino due mucche macchiate 
di letame, sdraiate a terra ruminando i teneri 
steli del mais; le montagne spoglie con In loro 
armatura di roccia viva e nuda che penetra 
nell’umido molle dei campi di legumi; un 
tratto eli fiume con un vecchio mulino circon¬ 
dato dalle anitre; una macchia spessa di piop¬ 
pi neri e di roveti bianchi; un palmizio solita¬ 
rio; un tabernacolo con la sua croce votiva, 
grande e nera inchiodata sulla sommità; il va¬ 
pore turchino delle rive bruciate; un largo ca¬ 
nale; due contadini, nel costume de! posto, 
intenti a macerare la canapa; piante d’aran¬ 
cio; di nuovo il fiume; c in fondo, al sommo 
di una collina, il seminario lungo c bianco, 
coronato di giaggioli. In basso, lungo la costa, 
comincia la città, dalla quale s’ergono le torri 
c le cupole chiare, rosse, azzurre, cupe, delle 
chiese, della cattedrale, dei monasteri; c, a 
destra, in disparte, posato sulla montagna, 
oscuro, massiccio, enorme con il campanile 
quadrato come una torre, la cui cornice pesi 
sulle spalle di nani mostruosi, le grondaie, gli 
abbaini, gli occhi di bue, appare il Collegio 
di Santo Domingo dei Padri Gesuiti. 

Sulla campagna, sul fiume e sulla città 
stcndevasi una nebbia leggera c azzurrina. E 
veniva dal paesaggio l’odore pesante e caldo 
di concime e di stalla, l'odor»: fresco di irriga¬ 
zione, l’odore acre, fetido dei maceri della ca¬ 
napa, l’odore aspro della canapa secca nelle 
giarre coniche. 

Siguenza contemplava la sera con angoscia, 
malato di tristezza, di una tristezza così amara, 
cosi forte clic non sembrava soltanto un sen¬ 
timento provalo da lui, ma si manifestava con 
una realtà propria, estranea a lui, più viva 
della sua anima; questa tristezza si imjKjrso- 
nava in tutto ciò che egli vedeva, perchè la 
campagna, i suoi vapori, i suoi alberi, i monti 
e il ciclo, tutto era permeato e in tessuto di tri¬ 
stezza; la stessa tristezza che l'opprimeva fan¬ 
ciullo, quando indossava Punì,forme di colle¬ 
giale e usciva colla sua classe, quella dei pic¬ 
coli, lungo questi sentieri, attendendo il pas¬ 
saggio del treno; un treno che portandogli 
tanti ricordi di gioia, rendeva ancor più tri¬ 
ste il jiacsaggio e il ritorno al collegio di Santo 
Domingo. 

Allora Siguenza si volse verso un signore, 
compagno di viaggio, che accompagnava suo 
figlio per affidarlo; come <i interno» ai Gesuiti, 
c gli confidò alcuni suoi ricordi di collegio. 
Il signore l'inlcrruppc : 

— E voi non vorreste ritornare a quegli an¬ 
ni? Non credete che sia ricca di sapore la tri¬ 
stezza del fanciullo in collegio? No? Cornei 
Non vi ficondurrestc i vostri figli? 

Siguenza disse di no. Questa tristezza è forse 
piacevole i>cr i grandi; per i piccoli arida c 
diàccia, senza questo profumo di lontananza* 
Quando era stato a Santo Domingo, Siguen¬ 
za aveva invidiato la vita aperta c libera di un 
fabbro vicino che faceva giungere i suoi cauli 
c il suono dei martellò sull'incudine attraverso 
a tutte le finestre, invadendo il silenzio delle 
sale di studio; aveva invidiato un certo signor 
Rebollo, che fabbricava c commerciava il suo 
cioccolato, c passando innanzi al suo banco, 
tutti i collegiali si guardavano, assaporando 
con delizia Io strepito del rullo, e il tepido a- 
roma del cacao; aveva invidiato gli uomini se¬ 
duti sulla sponda del fiume a fumare e ad os- 
scrvare le acque correnti; aveva invidiato un 
cocchiere clic andava alla stazione facendo 
schioccare la frusta come liti petardo, lancian¬ 
do frizzi alle contadine, e quell’uomo per lui 
era formato come dalla santa emozione di tutti 
i focolari, perchè sulla sua vetusta vettura 
giungevano i parenti degli interni Ix> chia¬ 
mavano « Arrrnicapiuos » soprannome meravi¬ 
glioso. leggendario, dipinte sullo sportello in 
fiammanti lettere color cinabro, incorniciatiti 
una figura simile ad una scimmia clic sbuca 
dal fogliame. E la sera mentre traduceva i 
quindici versi deU’Kneide segnati con la trac¬ 
cia dell’unghia, « Arrnncapinos » lussava glo¬ 
riosamente come un Tìsplaudiaii sulle pagine 
del dizionario c del testo trasformate iu una 
foresta centenaria, profumata, incantata. 

— E con questo? diceva il signore. Che ha 
questo a vedere con In educazione dei fanciulli? 
Avete figli? Ah 1 Voi avete due figlie? ebbene, 
perdonate, tua io cicdo che voi le educhiate 
male. Le educate male? lo ammettete ! 

SI. Forse secondo alcuni Siguenza educava 
male le sue figliuole. Infatti quando si amma¬ 
lavano egli ricordava di aver parlato talvolta 
con durezza alle povere piccine per reprimere 
qualche loro capriccio: allora se rie pentiva e 

si riprometteva di non farlo più. 

— Questo non sarebbe avvenuto se voi le 
aveste messe come. interne in un collegio 
— Interne ! Mai 1 

11 padre del collegiale s’indignò a tal punto 
clic- tutta la sua vermiglia figura di proprie¬ 
tario della provincia di Alicaute si infiammò. 

Essi arrivarono a Orlimela c, nella vettura 
sino all'nlbergo, poi durante il pranzo, conti¬ 
nuarono a conversare. 

Siguenza gli disse: 

— Se voi aveste conosciuto il signor Cuenca ! 

— Chi è questo signore? 

— Nei collegi dei gesuiti si tratta con il 
Lei e si chiamano « signore >• tutti gli allievi, 
siano pure giovanissimi. Voi lo sapete Io en¬ 
trai a otto anni a Santo Domingo, ed ero stu¬ 
pito di udire tanti « Lei >i e tanti i< signore » 


dalle bocche di questi preti sapienti, mentre 
a casa mia i domestici mi davano del tu; ina 
ero ancor più mciavigliato che lo dicessero a 
un marmocchio che stava accanto a me; io por¬ 
tavo pantaloni lunghi e invece il inio vicino 
li aveva ancora corti, con le calze fin sopra 
il ginocchio. Era infatti molto più giovane di 
ine : esile, pallido, molto triste, distratto; le 
sue piccole mani sempre sporche d’inchiostro; 
le fcttuccie dei cajzoucini, i legacci delle scar¬ 
pe sempre slegati e cadenti, Si chiamava 
Cuenca, Ma naturalmente là si diceva signor 
Cuenca. «Signor Cuenca, signor Cuenca!» 
pronunciava con voce secca, imperativa il Fra¬ 
tello Ispettore. Io guardavo il mio camerata 
con hi sua piccola lesta nascosta fra le brac¬ 
cia, incrociate sul banco. E l’ispettore mormo¬ 
rava : « Signor Siguenza; scuota il Signor 

Cuenca clic dorme ». Io lo svegliava. Il signor 
Cuenca apriva ì suoi grandi occhi velati di 
tiistczza e di sonno; mi guardava stupito, si 
stirava e mi sorrìdeva perdonandomi- La voce 
del Fratello tuonava, E il signor Cuenca al¬ 
zava le spalle- e mi chiedeva : « Ma clic cosa 
dice il Fratello? » « Dice di metterti in ginoc¬ 
chio». « In ginocchio? E perchè?» 

Il Signor Cuenca s’inginocchiava. « Signor 
Cuenca, signor Cuenca, Ella avrà un cattivo 
punto in condotta; non si accorge che le sue 
calze cadono? » 

Quasi sempre bisognava che io gliele riac¬ 
comodassi erano calze di grossa lana bianca, 
fatto in casa dalle mani della madre del signor 
Cuenca; e bisognava che io gliele allacciassi, 
perchè il signor Cuenca non sapeva. Accanto 
al Signor Cuenca, mi pareva di essere un 
uomo grande, un protettore e gli sorridevo in¬ 
ternamente. 

Giunse la settimana degli esercizi spirituali. 
Bisognava passarla senza parlare, facendo il 
nostro esame di coscienza, ascoltando i ser¬ 
moni sul peccato, la morte, l'inferno, il pur¬ 
gatorio, la salute eterna..-. Le finestre della 
cappella erano, allora, quasi completamente 
chiuse; l'nltarc tutto parato di nero. Quando 
mutavamo « Perdono... o Signore!» gridava¬ 
mo disperatamente, non solo perchè implora¬ 
vamo la grazia con lin ardore impetuoso, ma 
per vendicarci del nostro silenzio. . Ili signor 
Cuenca non cantava; chiudeva gli occhi e chi¬ 
nava la sua piccola testa, appoggiandola sulla 
mia spalla sinistra. Io l’ammonivo: «Bada 
che saremo puniti entrambi !» E il signor 
Cuenca sorrideva guardandomi Era pallidissi¬ 
mo, con duo piccole pieghe accòlito alle lab¬ 
bra, come sv stesse i>cr singhiozzare, c mor¬ 
morava : « La fronte mi duole sempre più ! ». 

L'ultimo giorno degli esercizi, al jx>sto del 
Signor Cuenca un altro fanciullo grosso, rubi¬ 
condo, tranquillo e molto divoto si pose al mio 
fianco- Gli domandai u E Cuenca? Sai dov’è 
Cuenca? ». Non mi rispose. Alla ricreazione 
chiesi al Fratello il permesso di parlargli, ma 
egli non volle accordarmelo, E quando la set¬ 
timana di silenzio fu finita, e tutti i collegiali 
lanciarono il loro primo grido sixmtanco, e- 
spansivo, felice, io coi si dall'Ispettore c gli 
chiesi notizie del signor Cuefica. « Non avete 
ancora imparato che interrogare è una colpa 
gì ave? Non fatelo più », mi disse. 

Melanconico e umiliato, mi tornii in disparte 
pensando al signor Cuenca Perchè non era 
con noi qmsto fanciullo pallido, gracile, dol¬ 
ce c triste, che, sorridendo, mi dava più pena 
che se piangesse?... Dov'cra il mio camerata 
dai calzoncini color d'oliva e dalle calze bian¬ 
che, pendenti, rozze, che egli non sapeva te¬ 
nere allacciate e che imploravano le inani del¬ 
la madre o forse della nutrice del signor 
Cuenca ? 

Due giorni dopo, rientrando dalla prima ri¬ 
creazione del pomeriggio, non fummo condotti 
nella sala di studio ma nel dormitorio; od en¬ 
trando nelle camere, l'ispettore ordinò: « U- 
niforme di cerimonia, mantelli e berretti ». 

Ci vestimmo stupiti. « Dove ci eonducevano, 
cosi vestiti, di mercoledì? » 

Scendemmo nel chiostro. « Signore, che suc¬ 
cede? Che sia arrivato il R- Padre Provinciale? 
Sì, sì, deve essere il Padre Provinciale che 
forse ci accorderà in memoria della sua visita 
qualche divertimento, o merenda nei campi !.» 

E il signor Cuenca che non era con noi ! ora 
che ci saremmo tanto divertiti ! ma dov’cra il 
signor Cuenca? 

Entrammo nella chiesa. Trasalii per l'ango¬ 
scia. Un freddo sudore imperlava i miei capelli 
e le mie •tempia. 

C’cra nella navata una bara stretta, bianca, 
circondata di ceri; e, dentro, molto giallo e 
molto lungo vidi il povero signor Cuenca che 
sonideva a me, a me, lo giuro! c sorrideva 
coinè per mostrarmi i suoi piccoli pantaloni 
lunghi dell'uniforme di cerimonia che gli uve- 
vano messo. 

Il padre del collegiale accese un sigaro ; 
nascosto dal fumo, mormorò tossendo ; 

— Mancanza di ordine; questo — c spor¬ 
gendo il mento indicava suo figlio — non ha 
mai portato scarpe coi legacci, ma scarpe tutte 
d’mi pezzo, con gli clastici e le calzette e i 
calzoni con le bretelle. vero? 

Prima traduzione italiana. 

G. Mirò è uno dei più originali scrittori 
spaglinoli della generazione di .Venia c di Co¬ 
me/ de la Sema- E' mito ad Alicaute e la sua 
arte ha il sapore c la luce della stia terra di 
Valenza. Opere principali : Figure della Pas¬ 
siviti' del Signore, Il libri) di Siguenza, Xostro 
Padre S. Daniele. 


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OPERE E CLANCE 

Propositi d’eccezione 

Il $iha, giovane autore, miope c biondo, 
per Poco non stramazzò per il buio della sca¬ 
letta. Ma il Piacci lo guidò per quegli ultimi 
gradini e con Un sorriso: 

— Come vede, t*ingresso non è molto co¬ 
modo. 

— No» importa. Questo tono dclPambiente 
è quasi necessario. 

Nel buio freddo c umido sorse la luce ros - 
signa d'una lampadina velala da ragnatele. 
A poco a poco si rivelò l’ossatura del teatrino 
sotterraneo, dal boccascena biaccoso allo squal¬ 
lore delle panche c delle sedia impagliale. 

— Di qua si sale al palcoscenico, 
l'na fmestretta livida c sahiitrosa rischiarava 
a» conidoio dal quale cran stali ritagliati dei 
bugigattoli con un’ossatura di travicelli e dei 
cartoni inchiodati. 

— L’impianto della luce ci è costato otto¬ 
cento lire. Questo è il camerino della prima 
attrice. 

I ria sedia, uno specchietto su di un tavolino, 
qualche piolo di legno infisso su di uh tratto 
di parete, ricoperto da giornali incollati. Iti 
un canto una scopa tutelava un nastro dorato, 
dei mozziconi di sigarette e <jn<j/c/ir pallotto¬ 
lina di stagnola. 

Come giunsero sul palcoscenico un fondale 
ostentò loro rm giardino troppo primaverile 
sotto la corsa di due nubi sferiche rotolanti su 
di un ciclo al blcu di Prussia. Il Silva s’arretrò 
M» poco verso la ribalta, ma il Placet lo trat¬ 
tenne da un. salto in platea: con quattro passi 
aveva disceso tutta la scena, s’era sentila sulla 
urna Tumida cotonina del velario. Che appa- 
pariva coinè una di quelle tende rigonfie che 
nelle case povere ricoprono gli armadi. 

— Il Palcoscenico non mi pare troppo va¬ 
sto- — azzardò il Silva. Ma il Placet, 'che 
finallora s’era un po' indispettito a non scor¬ 
gere nel compagno quel cordiale entusiasmo 
che sarebbe stato denaroso, gli sfoderò quel 
suo viso corrucciato di quando, nel paterno 
emporio di mobili, accompagnava qualche 
cliente povero o restìo ! 

— Si sa. E’ un teatrino. Di filodramma¬ 
tici. (iliclo ho già detto ieri sera. Da noi, 
utente lusso niente comodi niente messinscena. 
Qui, in questa stamberga, abbiamo recitalo 
L’assalto, Cyrano, L’alba, il giorno e la notte 
e Amleto. Con successo. Ogni domenica son 
tnillequatiro, milleseicento d’incasso. E, de¬ 
tratte le spese, tre o quattrocento lire, ogni 
domenica, son date a un'opera benefica. Se lei 
vuoi proporci modificazioni o ampliamenti 
con le proposte ci deve procurare i mezzi ne¬ 
cessari per attuarle. Ma s'accomodi, citò que¬ 
sto è pulito. 

Gli Porse uno sgabello preso da un canto, 
di tra il cordame del velario: dove, nelle sere 
di recita, si rannicchiava, intento alle lampa¬ 
dine della ribalta, il fratellino della prima at¬ 
trice, segaligna contabile della ditta, che nel 
Diacci doveva riporre qualche sospirosa spe¬ 
ranza. 


posso proporle dei’ nuovi cànoni ferrei e più 
o meno innovatori. 

— D’accordo. 

— Mi limiterei a imporre una gran sobrietà 
di toni c d’atteggiamenti, in un’assoluta fu¬ 
sione d’clcmcnli. Intenderei di trasformare il 
loro teatrino in un teatro d’eccezione, sorretto 
dalla disciplina e dal sacrificio. 

— .Smino dispostissimi a provare tutte le 
sere. Tranne il sabato. 

— iVoi avremmo già raggiunto un grande 
risultato quando fossimo riusciti a eliminare 
ogni incrostazione di recitato, di tronfio, di 
retorico, di vaneggiamento. Dire, non recitare 
o li rio re. Studiare e soffrire , mai improvvisare. 

— Ma t’abbiamo sempre fallo. La prima 
attrice studia persino in ufficio, tra un proto¬ 
collo e l’altro. Pud sentirmi noi Cyrano _ 

/>>osenturione da radetti dì Guascogna? 

Ratto il piacci s’era sfilato il soprabito, se 
l'era ammantato su di un fianco a guisa di 
cappa, e, ben piantato sul piede sinistro, aveva 
teso il braccio destro con un minaccioso indice 
grassoccio. Da una tasca del soprabito rosea 
appariva La Gazzetta dello sport. 

Ma agli scongiuri del Silva: 

— 0 potrei dirle il Saluto italico — e, scru¬ 
tandolo, si rinfilava lentamente il soprabito. 

~ Noi curiamo molto la pronuncia. Pi che 
regione mi direbbe? 

Piemontese . 

— E invece son quasi lombardo. Vede?... 
— Ottimamente. Occorrerà imparare gli ar¬ 
tifici del respiro, delle pause: dare mi ritmo 
anche alla battuta più secondaria. L’arte dei 
silenzi, sopratutto. ÌJn buon attore deve saper 
adoperare la pausa come un imo» scrittore Fa 
capo. 

— Noi poniamo sempre una pausa prima 
e dopo un’invettiva, una tirata. Anzi, chi deve 
fare una tirata d’effetto si scosta sempre dagli 
altri t viene alla ribalta. 

Il Silva incominciava a sentirsi tremenda¬ 
mente stanco. 

—- h il nostro repertorio non le basta? 

’— insognerebbe un po’ tiasformarlo, guar¬ 
dandosi naturalmente da ogni snobismo. 

— Per esempio? 

— Claudel, Eildrac, Ibsen, Sarmeut, Strin¬ 
dberg, Pirandello... 

— Pirandello?... _ 

— .SI, tentare Sei personaggi, Cosi è. 

— Ma ci sono i diritti d'autore! 

— Si pagano, 

— Neanche da pensarci. 

il Silva si senti cliente dinanzi al Piacci mo¬ 
biliere che, reciso, stabiliva l'ultimo prezzo di 
uno stipo, e che poi tentava un accordo, 

— Piuttosto senta, lo terrei il nostro reper¬ 
torio così cotn’à - Surdou « Dumas, un po' 
di Baiai Ilo e di fìcrnstein — con in più qual¬ 
che lavoro inedito, di giovani. Lei non a- 
vfebbe... 

No no, per ora no — disse precipitosa- 
incute il Silva pensando ai suoi due drammi 
rinchiusi in un cassetto e al secondo atto del 
terzo, in gestazione, che non riusciva ad az¬ 
zeccare. 

lo ho un cugino che scrive. J-a delle co- 


-— I ede (— esordì il Silva ■— nelle mie pa¬ 
role di ieri sera, più che un concreto disegno 
c’cra il mio desiderio di incitarla a un'opera 
ardita c dignitosa. 

— Afa io desidererei un programma detta¬ 
gliato c preciso. 

Gli offrì una sigaretta c s'apprestò ad ascoL 
tarlo scrutandosi le scarpate di vernice. Nella 
sua leggera pinguedine, nella sua incipiente 
calvizie, nel suo naso volgare sotto l’opaca du- 
iczza dello sguardo e sopra una bocca ancóra 
infantile si scorgeva il figlio di commercianti 
arricchiti che s’era accontentato della licenza 
tecnica e che desiderava un'automobile tutta 
per sò. Il Silva si sentì un po’ scorato; evitò 
di guardarlo e riprese animo /issando una 
quinta corrosa che sbucava di tra due pilastri. 

I ede. Piacci, di quella che potrà essere 
la »os/ra opera comune, io ne faccio una que¬ 
stione di repertorio, d'attori e di messinscena. 
Loro, io, non li ho mai sentili a recitare; ma 
son convinto che bisognerà mutar stile. Lei 
mi ha dichiarato che ben volentieri si sollo- 
l>orrcbbe ai consigli di itti direttore di scena, 
ma, riguardo a ciò, io sarei costretto a preten¬ 
dere (lini disciplina assoluta da lei e da tutti 
i suoi compagni d'arte. 

— Dopo esserci prima messi ben d’accordo. 

— Naturalmente. F. le dirò che sul pro¬ 
blema dell'inlerptctazìone teatrale io non ho 
(incoia delle idee ben mìe. 

Afa allora, scusi... — e il Piacci ebbe un 
sogghigno beffardo. 

Mi lasci dite. E' Parecchio che ci penso. 
La conosce quella noia del Croce sull'interpre¬ 
tazione teatrale, suggeritagli . 

— Il Croce è un critico drammatico? 

Jt Silva aspirò a lungo una boccola di fumo, 

— E' anche un critico. Considera l'opera 
dell’interprete simile a quella del traduttore. 

— Non capisco. 

— Non importa, caro Piacci, son dottagli. 
Ma io non posso accettare (a soluzione del 
Croce. L'.ìppia fa dclt’tntcrpictasionc un pro¬ 
blema plastico. Mentre il Craig vorrebbe ri¬ 
mettere agli allori l'antica maschera scenica. 

— l’azzie. 

~~ No, son tentativi mollo seri, anche se 
non accettabili. E allora, non avendo ancora 
risolto il problema doti’ interpretazione, non 


sette comiche, molto graziose. Finora noti ce 
le ha volute dare. Ma, trattandosi d’un nuovo 
teatro d eccezione, lei potrebbe anctie conviti- 
cerio. Glielo presenterò, 

Il Silva s’era alzato, triste e avvilito. Pensò 
ad Antoinc Al suo secondo atto. Al Vieux 
Colombier E gli parve di scorgere un topo fi¬ 
lare in platea tra le sedie impagliate. 

- spiace di non poterla accompagnare. 
I eriga domenica sera : daremo La marcia nu¬ 
ziale. Spero di trascinarci anche quel mio cu¬ 
gino. h vedrà che si metteranno e ci mettere¬ 
mo d’accordo. Riusciremo di certo a creare un 
teatro d’eccezione, come dice lei. Tutti do¬ 
vranno parlare di noi, Naturalmente bisognerà 
che gli ideali c le teorie si adattino alla realtà. 
Creda a me, c/iò una certa praticacela ce l’ho. 
— l.ran giunti nell’androne. — Vuol venire 
in laboratorio a vedere imi salotto secondo im¬ 
pero? E’ quasi finito. 

fi Silva si schermì II Piacci gli diede due 
o tre manate su di un gomito per scuoterne 
un po’ di calcinaccio e poi, al vederlo cosi 
occhialuto c smilzo nel soprabito un po’ stinto, 
ebbe per lui un po’ di tenera pietà e gli parve 
d'avcrlo trattato un po’ male. 

— Silva: ci vogliamo dare del tuf 

Mario Cromo. 


G. B. PARAVIA & C. 

Editori- Librai -Tipoorafi 

TORIfiO-MUiRUO - FIRENZE -ROMA-NAPOLI-PALERMO 
LIBRETTI W VITA NUOVISSIMO 

CA N TI D E V A 

II cammino verso la luce 


Per la prima volta tradotto dal sanscritto iu 
italiano da fi'. Tacci, 

Prezzo Tare 7 


L questo uno doi moanmonti più significativi « 
più importanti dclPascctica indiana, elio il Bartli 
ha voluto paragonare»alla « hmtatio Chrlstl ». Costi¬ 
tuisce una dolio più ulto o geniali croaziom, rappre¬ 
senta uno dol più importanti fattori della rapida 
conquista dol Buddhismo dol mondo asiatico o dolla 
Innegabile opera di inoivilimooto elio osso ha eser¬ 
citato sui popoli dolPEstrenio Orionte. 


.-■..iv, .va, iuuiiii co, o nuo ri 
Fironzo, Roma, Napoli, Pai ormo. 








Pag. 78 


IL BARETTI 


MICHELSTAEDTER 

Dei casi e dol pensiero del Poeta © Filosofo 
goriziano Carlo Michclstaedter suicidatosi nel 
3911 a vontitrè anni «por ragioni metafisiche » 
appena scritta la parola fine nella Bua tesi dot¬ 
toralo sulla Perfuastone c la r rior ira che il Val¬ 
lecchi ha pubblicato postuma, dopo il Papini 
molti hanno parlato: chi per mettere in evi¬ 
denza la singolarità della violenta morte, o chi 
per accademicamente dissertare sul suo pensiero 
filosofo. 

Ma all'antlrettorico Micholataedtor non ci si 
può accostare con l’animo incline a curiosità 
clamorooa, o ad algidi ludi cerebrali, bisogna 
col cuore accostargli ci si. Per chi gli si accosta 
con tale interiore disposizione, vivo è ancora il 
suo messaggio. 

La meta della pereuasiono è in alto od è in 
basso; a seconda che si tratti dello spirito op¬ 
pure della materia. 

«Un peso pendo da un gancio, c per penderò 
«offro che non può scendorc: non può uscire 
dal gancio, poiché quant’ò pc«o pende, e quanto 
pendo dipende. Lo vogliamo soddisfare: lo li¬ 
beriamo dalla sua dipendenza, lo lasciamo an¬ 
dare, che sazi la sua fame del più basso, c scen¬ 
da indlpoudentomento finché sia contento di 
scendere. 

Ma in nctraun punto raggiunto fermarsi lo 
accontenta, e vuolo pur scenderò, chèli prossimo 
punto supera in bsssw.z* quello che esso ogni 
volta tenga, « Poiché • infinita gli resta pur 
Compre la volontà di scendere. Che oe in un 
punto gli fosse finita, e In un punto potesse 
possedere 1'infìuito scenderò dell'infinito futuro 
in quel punto coso non sarebbe più quello cho 
e; Un peto (Per* un rione, p. 13). 

«Chi vuolo aver la vita non deve credersi na¬ 
to, e vivo, soltanto perchè nato, nò sufficiente 
la sua vita, da esser cosi continuata e difesa 
dalla morte. Egli è solo nel deserto, e deve 
crear tutto da sé: Dio e Patria, o famiglia c 
l’acqua o ii pano. Poiché quelle cose che il bi¬ 
sogno gli addita, quelle sono U ouo stesso biso¬ 
gno; quelle che restano sempre lontano, quanto 
il suo bisogno di continuare la proietterà sem¬ 
pre avanti nel futuro, quelle non le potrà mai 
avere, ma quando vada a loro esse «'allontane¬ 
ranno, poiché egli rincorrerebbe la propria om¬ 
bra. ■ (Persuasione p. 10-41). Questo tendere 
verso un punto sempre futuro relativamente al 
presento del «oggetto senziente, è l’eterna ori¬ 
gino del dolore, che rilevandosi come dimostra¬ 
zione dalla nostra insufficienza, la nostra vitu 
fa apparirò quale una eterna deficienza, e qu&lo 
una vile acccttazione della morte. 

Cadaveri noi stessi, di cadaveri è formato il 
nostro spirituale c materiale nutrimento. Pa¬ 
rallela all’infinità della neutra fame, corre l'in¬ 
finità della nostra miseria della noetra dipen¬ 
denza, Uno sterminato cimitero è il mondo 
Nell'aroontentami di questa « in questa mor¬ 
to consisto U rettorica, La quale è 11 resultato 
della noetra sconfitta, un punto spaziale e pe¬ 
riferico del punto unico c totale nel quale con¬ 
sisto la mèta del nostro dolore, la persuasione. 

Ogni volto da noi assunto è una maschera, 
corno lo Istituzioni della rettorica originale sono 
violenza organizzata la violenza della tenebra 
contro la luce; del peno contro la leggerezza; 
del futuro contro il presente. 

Il nulla ci sta d’attorno, ma un nulla che 
c’itieatena e c'impaura: ombre sul muro che 
scambiamo |>cr uomini, brutti sogni cho ci fan 
di soprassalto svegliare. 

Ma come non può avere un volto, questo nul¬ 
la non può avero una otoria Così da questa ve¬ 
rità gli uomini saranno edotti che la storia è 
■un circolo chiuso di fatti che eternamente ai 
ripetono (Idea greca dell'eterno ritorno: Nietz¬ 
sche !) 

E 1 tutto ciò il Fato, contro il quale l'uomo 
deve ergersi, Lucifero, Prometeo, per disprei¬ 
zare e vincere la correlatività dei rapporti che 

10 abbassa cosa fra le eoo©, in un mondo cshe 
ha una sola voce ed un occhio solo, quello dcIU 
nostra fame o della nostra distensione noi fu¬ 
turo. (Qui si fa allusione all'istinto, ed al mi¬ 
to greco del Ciclope). Due mondi entrambi a 
sè stanti sono di fronte ,jn un parallelismo ©he 

11 Michclstaedter non riesco a filosoficamente 
superare. Invece uno solo dei duo mondi nega, 
quello «iella materia, cosi che 11 contwciuto mon¬ 
do degli spettri tutto gli si rivolta contro e gli 
si addossa nella disperata lotta per affermare 
creare sé stesso, od in so stesso la persuasione 
nella quale eternamente jwrmanerc. 

Dal nulla avviato al nulla perviene in questa 
sua lotta nella quale le istituzioni degli uomini 
cadono in frantumi, nel deserto che gradata¬ 
mente si fa attorno sempre più rarefatto e so¬ 
lenne per lanciare con magnificenza splendere 
la scia luminosa del persuaso che con tutta la 
sua vita resisto alla fame del futuro, alla bella 
morto immolandosi per far di bò stesso fiamma. 

In basso là in basso è stata relegata I* storia 
degli uomini; che non è veramente la «loro, 
storia, ma quella dei detriti che la «loro» debo' 
lezza ha generati. Per concoccre questa basta 
fermami, è sufficiente entrare in qualità di 
schiavi nelle relazioni sociali ed amorevolmen¬ 
te accettarle, sì da crederle una eosa viva v vi¬ 
tale. Piatone, nell’età stanca, ma specialmente 
Aristotile han tatto ciò, e dalle loro cogita¬ 
zioni son nato la amenza e la storia : vale a dire 
lo «elucubrazioni» attorno alla materia; e i 


codici delle mistificazioni dal Dìo della viltà 
compiuto. 

11 solo valore cho valga ò l’io per Michel - 
staodtor. L’appello towianskiano : «Soyez vous- 
meme sana regardo pour Ics lois du mondo ! • 
riouona come una tromba di Gerico, nella sua 
prosa elio è il vibrante corpo di un uomo; por 
svegliare lo morto anime degli uomini vegetan¬ 
ti nollo radura forse Bolo iti Weinìoger l'esi¬ 
genza etica della libertà morale ha raggiunto 
un tale nciimo drammatico od un’ogualo serie¬ 
tà : e H personale dramma di quooti due fi¬ 
glioli d'Isracl morti per aver voluto emore se 
■temi persuasi nell'imperdi bile possesso della 
verità, è un dramma brandiauo non indegno 
d’essere cantato dal «più grande poeta della 
vita morale». 

Si potrebbero riguardare queste diverafi iden- 
tiche espressioni, quali cropuscolari luci dol 
pensiero kantiano, sarebbo però un rimpiccio¬ 
lirlo assiemo al problema che enunciano. Il 
quale è in ciò ma è anche in alto. Non si può 
ignorare che si tratta di duo ebrei ; di du© uo¬ 
mini ci è che han dovuto per conto proprio 
rifare l’esperienza eroica individuante (negati¬ 
va) del Cristianesimo, qual© Cristo stesso l'ha 
insognata e visauta, nella forma eh© il moderno 
pensiero critico ha modellata. 

In quanto fedeli a questa forma, possono 
essere oonoidorati dogli epigoni del peusioro 
kantiano; ma in quanto alla «osiamo essi fan 
parto di diritto della schiera esigua dogli croi 
deJ pensiero; il maggioro dei quali ò Cristo, 
cho tutti li assomma e tutti li informa. 

La coscienza di questa loro appartenenza so¬ 
stanzialo alla Chiesa ctonia era del recto viva 
in. entrambi, anche se solo il Weininger ha de¬ 
siderato con un alto esteriore renderla palese. 

Ma lasciamo oramai Weininger al suo pro¬ 
blema od alla sua soluzione. Michclstaedter al¬ 
tamente vnlc; egli che non ha formalmente ac¬ 
cettato il Crieliancsimo, perchè di esso ha ac- 

Teatro 

Ancora noi '700 ci riconosceva Voltaire I 
privilegio di jierfctH scenografi. 

Fu la neutra Rinascenza a portar© le risorso 
della prospettiva lineare noi palcoscenico au¬ 
stero creato dai greci, coi nuovi doni di conge¬ 
gni o meccanismi scoperti dal Medio Evo. 

Poi Ilibblcna, Pi ramisi, Gonzaga, nel corno 
di tre secoli furono padroni doll’arte con la 
maestosa stabilità dì opere complete di pittura 
c di architettura. 

Lo spirito animatore di quest© ricerche sce¬ 
nografiche, por tutto il j>eriodo neo-classico 
(Gonzaga muore nel 1831) è rmosunto nelle pa¬ 
role di Voltaire: • La decorauont dei teatn 
consìste nell’arte di rendere col soccorso della 
prospettiva, della pittura r di una illumina’ 
sione artificiere tutti gli oggetti che a «oi offre 
la natura». 

Variano gli spettacoli dal gotico tenebroso 
alla falsa religiosità del barocco, ina le. scuole 
inyeguono tuttavia il sogno dell'imitazione del 
vero. Il senso delle favolettc riosce in questi casi 
più decisivo delle teorie, cd eccovi l’Algarolti 
raccontare piacevolmente: « A’fi teatro di Clau¬ 
dio Pillerò fu condotta una prospettiva con (al 
maestrìa che, al dir di Pittilo,' le cornacchie, 
animale non tanta goffo, credendo vere certe te¬ 
gole Ivi dipinte volavano per posarvtci sopra a 
quel modo che da certi gradini dipinti in min 
prospettiva dal Dentane (157(5-1631) fu ingan¬ 
nata nn rane che i udendo salirgli in piena 
corsa diede fieramente contro il mura e nobilitò 
della sua morte l’artificio di quell’upcrn ». 

Lo inganno degli occhi sarebbe la scenografìa 
per un dimenticato trattatista del ’600. L’in¬ 
ganno poi per concordo parere di lutti gli ar¬ 
tefici sta nel rifar© lo apparenze. 

Tramonto del teatro 

Che cosa fece il verismo nell'ultimo cinquan 
tennio se non portare aU'assurdo questo sche¬ 
ma e perdersi nella fotografia © nella decora¬ 
zione degli appartamenti quasi per attrarre allo 
opcr© bonari© di Gin -osa © di Ferrari i gusti 
di parvenu del pop-dino? Ma «e le scono non cj 
devono dar© clic il lusso parigino, le grandi 
o]>ere guadagneranno a eawre rappresentate con 
semplicità. Gli spirili più moderati auspicarono 
un teatro in cui Fattore fosse «olo dicitore. Sc- 
nonchè, giunti a questo punto se il teatro è 
soltanto l'opera teatrale, >1 migliar segno del 
gusto degli spettatori consisterà nella loro ca 
parità di dioertorlo per leggersi riposatamento, 
a tavolino, 8©nza ingombri, senza mediatori, 
l’opera d’arte. Oggi i critici drammatici ita 
Mani, che rimasero appunto inesperti di ogni 
segreto scenografico, anticipano questo cammi¬ 
no , sono critici letterati veri e propri e giu¬ 
dicano l’opera alla lettura paghi d> cercare 
nella rappresentazione una riconferma . 

Il pubblico fuggo la noia, disertando »! dram 
ma i>cr l'operetta Perchè l'operetta c rima-ita 
il vero spettacolo, che ha il suo senso in se stea. 
sa, magari nel cattivo gusto de! suo sfarzo, ma 
non in una mediocre loti datura d’accatto. 

Ci sono valori di fascilo di huprovvisaziono, 
c’è il meraviglioso, il solenne, il fantasmago¬ 
rico; H teatro vuole queste sorprese vive a patto 


cottalo soltanto ciò che è espressione di moralo 
eroismo (dato negativo), senz’arrivarc a| nuo 
vero nocciolo (dato positivo), il quale cotv,listo 
noi concepire la vita qual© una quotidiana re¬ 
surrezione dalla morto, por renderò la morto 
stessa, vita. 

Michelstaedtor «desiderava* invece prescin¬ 
dere da essa, volendo dal nulla creare la «uua» 
vita. 

Segretamente Zarathustra soffiava nella sua 
anima ■ e vecchi paurosi pensieri s’agitavano 
nella sua mente por parlargli di • dannazioni 
eterne», di «distacchi ocxtanziali », d’«incolma, 
bili abissi », fortemente impressionandolo sì da 
trasformare i termini dialettici di questt pcn- 
uiori, in passionali motivi di sofferenza morale. 

Michclstaedter drammatizza cosi il pensiero 
che non ò più una rote contesta di ooncolti a- 
atrattl della vita, ma la carne viva di un uomo. 
In questa drammatica passionalità conoiat© la 
originalità cd il limite del suo jwiisicro, quanto 
la tara della razza infittagli ; della quale non 
ha « potuto trionfarne liberarsi che colla morto*. 

Egli non ha saputo andar «oltre la dialetti- 
ca», ma in questa è rimnuto impigliato nel ino. 
mento stesso che «tutto in un punto vivendosi» 
lia credute di superarla. Egli non ha vissuto il 
Criuto, quale redentore: non ha potuto capirò 
e vivere il fatto del Golgota. In ciò la sua in¬ 
capacità a sorpassare il nucleo delia razza: og¬ 
getto inconscio-occulto del suo intcriore dram- 
ma; e motivo della sua filosofia individualiota. 

L’importanza del suo pensiero è però del tutto 
critica e nogativa : restano soli, luminosi o so¬ 
lenni, il ouo richiamo alla libertà morale c la 
sua eroica fine, che non ò una morte, ma una 
« combustione ». 

Di quel richiamo © di questa «combustione» 
o della serietà-coraggio nell'accettazione e ri¬ 
cerca della verità, è pregno il Messaggio cho 
dai regni dell’Ignoto c’invia il Michclstaedter. 

Armando Cavalli. 


Teatrale 

di realizzare questi divertimenti, o non per lo 
pcdonteric della cultura © del moralismo. 

I valori di stile non sono per tutti, i teatri 
d'arte devono rimanere piccoli teatri, dove l’il¬ 
lusione è abolita, e si può contar© sul sottin¬ 
teso; Jncquco Copeau aiuterà il rinnovamento 
della letteratura assai più ©ho del teatro fran¬ 
cese. Per ritornare al senso dello ■*pettaeolo, 
abbiamo bisogno di maghi c non di letterati. 
In questo senyo si può intendere la crociata 
del nostro selvaggio amico llragaglia. 

Per limitarci all’Europa occidentale Gordon 
Craig, Max Rciuhadt, Appla, possono consi¬ 
derarsi come tre maghi intenti a dare un si¬ 
gnificato moderne! al teatro, a farlo vivere per 
il pubblico a liberarlo dalla poesia e dalle 
altro arti. 

Craig 

Le attitudini di Gordon Craig a far naoccro 
la meraviglia si riconoscono subito in quella 
sua faccia di ingenuo cntusi&sla. di burlone 
apeito © rumoroso. Sembra un fanciullo ohe 
nasconda le astiai© nella franchezza Inglese 
del uno aspetto. Gordon Craig ha tre odi ine- 
sorabili: la fotografia, il lusso americano • lo 
lampadine di 300 candele nelle piccolo ca¬ 
mere del piccoli uomini. « Le candele — os¬ 
serva il mago uni modo di illuminare lo scoilo 
— cospirano m prò’ delle buone maniere, grotte 
ad esse non ci si trnvn in una perpetua buo* 
lenta meridiana. r\l calar della sera, calano 
anche le voci , la gente si muove meno, il lavoro 
della giornata l finito. E io capirei bene un 
allestitore, i{ quale per un dramma tranquillo 
dove \ movimenti siano pochi, un dramma *C’ 
mie di cose scmjdìci, tornasse ancora situi volta 
a usar le candele». 

Contro il simbolismo, lo luci psicologici»©, o 
l’insoppottabile immobilità del vernino, Gor¬ 
don Craig torna a una concezione classica dello 
opctIncoio, come sinfonico risultato dell’opera, 
della recitazione, dulia decorazione Ai suoi 
propositi si possono dare come motto 1© paro!© 
di Eleonora Duse: « Per salvar* d teatro biso¬ 
gna distruggerlo : gli attori e le attrici devono 
'morm tutti Iti pfStr. Essi a iunior Unno Paria, 
fanno impossibile l'arte ». 

La lotta «li Gordon Craig è contro il troppo 
umililo-, bisogna sopprimere l’attore smanioso 
di portare nel palcoscenico la vita, ossia i genti 
esuberanti, la commozione animale, la natura¬ 
lezza goffa; l’attore ritorni un ©lomento domi¬ 
nato da un gioco armonico di immaginazione. 
La vita del tentro è al di là della natura, Craig 
ottiene spettacoli miracolosi coi minimi mezzi. 
Le sue risorse scenografiche oi riducono ad aver 
adottato un apparecchio illuminante semplico, 
lontano dallo sfarzo c dei tramezzi bianchi elio 
si aprono o ripiegano, secondo ogni foggia o 
misura. Restiamo noi mondo dcll’nnprovvioa- 
zione. Abbiamo la gioia di continue sorpreso 
novità di divisoni e di aperture per l’entrare 
c per l’allontanarsi degli ultori. Tutto lo ri¬ 
sorse sono architettoniche, perché solo gli upazi 
riescono definiti dall'artificio dello scenario 
mentre ta complossività è recata dall'abile uso 
delle luci colorale Dobbiamo restalo in una 
otmwfera di favola. 


Reinhardt 

Invece Reinhardt, attore, decoratore «ocno- 
grufo, impresario perdo a essere considerato, 
come Gordon Craig, per lo stile o por le ritorse 
fantastiche del carattere. Egli ut è trovato a 
dover combattere la sua battaglia contro l'in¬ 
solente pompa del Meiningortum specializzato 
nei costumi storici o nel lusso filisteo. Por con¬ 
quistami il suo posto nella Germania modorna 
ha dovuto giocare di strategia., appoggiarsi all© 
teorie: soffocare gli ostacoli con la sua genia¬ 
lità di ‘ industriale. Nella sua opera troviamo 
un mescolanza curiosa di iupiraziono religiosa 
e morale o di calcolo pratico, cho ripugnerebbe 
se non fosso il segno di un uomo che dove tutto 
a so stesso. Il reinhardtitmo, tra i tedeschi, ha 
un significato dj battaglia in tutti i campi. 
Ila appoggiato © ha fatto prevalere tutte lo 
avanguardie, in Austria o in Germania, Hof- 
mannshtall è il suo poeta, KUmt il suo pittore 
Strauw il direttoro d’orchestra, Roller il suo- 
collaboratore per la scenografia. Sono i più boi 
nomi dell’arte contemporanea. 

Che cosa vuolo faro Reinhardt! Creare il tea¬ 
tro dalla collaborazione di spettatore attore o 
autore; raggiungere la grande forma, quoui ri¬ 
suscitar© la gloriosa arto barocca della Sassonia. 
Le sue esperienze hanno qualcosa da insegnarci 
aneli© per la scenografia: il valore dato all’ar- 
chRcttura, lo risorB© della scena stilizzata. Lo 
mosse in scena del Faust del Sogno di mio notte 
d i me.ua estate riuucirono esemplari.'Ma il loro- 
valore rimane decorativo: i risultati restano 
quelli ohe si potevano aspettare da un ispira¬ 
tore eccezionale ma eacluslvista come Klimt. 
Bisogna giudicar© Reinhardt in blocco, Ancbo 
i programmi, anche lo teorie hanno la loro im¬ 
portanza Egli ha capito cho ogni opera ha bi¬ 
sogno della sua atmosfera, del suo pubblico. 

Ibsen e l’artista delle ironie e dei sottintesi 
della confidenza raccolta c deU'inlimità oon$a- 
j>cvo!e: © Reinhardt ne ha fatto delle rappre¬ 
sentazioni da camera creando a Berlino il Tea¬ 
tro dei trecento, quasi per iniziati, dove poi 
fu possibile rendere tutte lo sfumature dell'arto 
di Goethe giovane in Clavigo t Stella. 

L'arto di Esohtlo invece devo viveru tra lo 
follo senza pedanti, senza intervento di filo¬ 
logia. Reinhardt ha portato ì'Orrstìade © VEdi¬ 
po Ile. nel circo popolare, abolendo il teatro a 
loggic per il suo eterno sogno della grande 
forma. Gli hanno rimproverato di non aver 
capito il mistero; di aver reuo quelle opero 
troppo contemporanee. Ma non basterebbe por 
la sua gloria la scoperta dei ritmi secondo cui 
si può far parlare i cori. © l’intuizione gemalo 
dei movimenti di popolo Bulla scena I 

Appia 

Appin è più innanzi di tutti, solo nella vo¬ 
lontà intransigente ed u&clusiva di preparare lo 
spettacolo moderno. Nella sua natura ambigua 
«li ginevrino si trovano elementi noti raffinali, 
incongnienze non risolte. Talvolta la sua ric¬ 
chezza sembrerebbe caratteristica di un gioco¬ 
liere. C'c dell’intemperanza, un'ebrezza nativa, 
felice. 

Appia è figlio dell'impressiomomo, e ne porla, 
sul teatro In rivoluzione. Abolisce la pittura 
|>er la luce; li* luci colorate sono i suoi viventi 
colon. Contro Craig afferma eh© l'attore ò 
lutto. Ma anche l’attore è limitato dall’um* 
bieiiie che lo circonda. Nessuno prima di Appia 
ha «cojrtLo con tanta precisione e fondatezza 
l'autonomia «lei teatro arte vivente, da tutto 
1© altre arti D'accordo con le nuove cutcticho 
egli proclama che il dramma sta nell'espressione 
nòti nel significato (nella forma, non ne conte¬ 
nuto). Tinti i vecchi uil ri rii apprese .1 suine 
nono capovolti si trutta di creare ciò clic non c’è. 
Perciò il teatro si fonda fui «lomenti mobili, ca¬ 
paci di fonderui e di trovare ogni volta uua 
nuova sintesi- musica, aorchitettura, corpo li¬ 
mano, luce-colore ambientale. Poesia e pittura 
restano invece soltanto occasioni, dati rigidi 
superati nelle nuove armoni©, chp nascono quasi 
improvvida!* al momento dell’effetlnazione sce¬ 
nica. Questo è modernismo intelligente: sono 
sfruttate: sul serio persino lo esperienze di di¬ 
namismo plastico, peroina la influenza che ebb© 
lo sport nel valorizzare l| corpo umano, A (piali 
effetti sappia giungere AppiA con queste pro¬ 
mosse si è potuto vedere nello scene di Wagner. 

Quando scrive: Toni effort tèrtrux putir re 
forum uotrr thèlitre, ir dirige tn st me fine me nt 
ver, i la mite «•// sertit , ©gli lavoro dump.© per 
la sua idea fissa, lo spettacolo, Pari vivant, 
Appin ci vuol dare il nuovo teatro jvopolarc, 
cho abbia por le grandi follo il faocino della 
©paratia senza ripeterne il goffo sfarzo e le mo¬ 
li otone ebbrezze. 

Paolo Simonksciii. 


/ niannxrriH; non si restituiscono. Chi vuole 
tu posta u n i seti d fruucnfidlo. 

PIERO ZANETTI - Direttore responsabile. 
Tipografia Sociale - Piuerolo. 

L’ECO DELLA STAMPA 

MILANO 

LEGGE PER VOI TUTTI I OIORNALI 
DEL MONDO 

Corso Porta Nuova, 24 - MILANO 





IL BARETTI 

MENSILE Le edizioni del Barelli Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per II 1926 L 10 Estero L. 15 • Sostenitore L 100 - Un numero separato L. I * CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno III • N. 3 - 16 Marzo 1926 

A PIERO GOBETTI 


COMMIATO 

Questa pagina non fu scrìtta per essere 
pubblicata. Fu trovata in un taccuino, che 
Gobetti portò con se a Parigi : è, si vede, unii 
confessione, affidata a rapidi appunti dello 
impressioni provate lasciando l'Italia. F.' per¬ 
ciò una delie ultime cose scritto da lui : e 
rivela queiriiitimiti dell'animo suo, che gli 
amici conoscevano o indovinavano, tua che 
egli amava celare sotto il serralo gioco della 
dialettica o sotto la polemica implacabile. 

t/ullima visione di Torino; attraverso la 
botte di vetro traballante che va nella neve: 
dominante l'enorme mantello del vetturino 
(clic è l'ultima Alio poesia). Saluto nordico al 
mio cuore di nordico. 

Ma sono io nordico/ e queste parole hanno 
imi senso/ Formio per la polemica queste an¬ 
titesi rio//rrixn/i. e anche di gusti, di coitami, 
di ideali. Mi sentiri) piti ricino a un francese 
intelligente che a imi italiano zolico — ma 
quando ini proporrò delle esperienze itllciUl- 
i imlì f quando li guarderò per la mia cultura. 
Ilo sentito in Saffrou Hill come io sia ancora 
attaccato alle cose uutili, nl/a vita della razza, 
lo sento che i miei avi /ninno avuto questo 
destino di sofferenza, di umiltà: sono stati in- 


Altri ha scritto parole di lini pianto, quelle 
paiole di rimpianto, che salgono spontanee 
alle labbia di lutti quando scom-pare, nel fer- 
vorv delle speranze e delle opere, un giovane, 
e lascia dietro di sì, con Ita luminista per 
quanto ha compiuto, il rammarico di quanto 
avrebbe potuto compiere e lo sdegno per le cir¬ 
costanze avverse che ci hanno privato di qual¬ 
cosa che nessuno mai potrà dare. Ma gli amici 
sentono che non si può piangere Piero Gobetti 
come Si piange un giovane, caduto affranto 
sotto il peso di tota troppo grande opera in¬ 
trapresa: cosi cadono molli, ma cosi egli non 
è caduto, e, per quanto sentiamo più degli 
altri lo strazio di questa giovinezza infranta, 
noi non possiamo parlare di ■■ morte ini ma- 
ima » o lodare questa o quella sua opera, que¬ 
sto a quell'aspetto del suo ingegno e del suo 
carattere c rammaricare quanto dalla morte gli 
fu precluso di fare. Non guardiamo a quet- 
Pavvcnire che non sarà mai, ma a quello che 
egli ì stato, a quello c/ic ci lascia: dobbiamo 
(ed ò compito arduo) custodire ['insegnamento 
che scaturisce dalla tua vita c dalla sua opera, 
legato infinitamente, prezioso ed unico, che 
nessun giovanti ha mai lasciato t che non la- 
sccrauno i grandi, che pur noi veneriamo. 

Quello che egli sarebbe stato a trenta, a qua¬ 
ranta anni, noi non riusciamo ad immaginarlo: 
oggi, riandando al passato, scopriamo di non 
averci pensato mai. l'erchi, al suo avvenire, 
non ci pensava egli stesso ; la sua ambizione 
era sempre tutta nell 'opera che stava com¬ 
piendo, nì soltanto in questi ultimi tempi, 
ma a diciassette anni, ai tempi di n Energie 
Noven, qtiando pure sarebbe stata naturale 
abbandonarsi ai sogni indefiniti doli'avvenire, 
ed egli invece non parlava che del giornale, 
che stava componendo, dello studio che si ac¬ 
cingeva a stendete, delta traduzione che ve¬ 
niva correggendo, del sistema filosofico, dì cttt 
cercava di impossessarsi, Pensate ad un avve¬ 
rtite più remoto, doveva sembrargli un affi¬ 
liarsi a forze estranee, un allendere da altri 
quello che egli credeva dover chiedere soltanto 
a sì stesso, e perciò una debolezza, una colpa: 
Perciò non si concedeva le pause di sogno che 
gli altri giovani sì concedono; v noi lo vede¬ 
vamo, di unno in anno, sempre al lavoro . sem¬ 
pre con la medesima fiducia in sì stesso, sem¬ 
pre egualmente pronto a far fronte a tutte le 
difficoltà, sempre sonidente: e ti pareva che 


calcitati a questa tara che nuiltdirono c che 
pure fu la loro ultima tenerezza e debolezza. 
Non si può essere spaesati. 

V. dice che ì meglio mi paese civile. Ossia 
pensa che potrà fare meglio i suoi articoli, 
lùgli ha fin un còito a ogni altra risonanza, lo 
ss rito che la mia azione altrove non avrà il sa¬ 
pore che ebbe qui; che le sfumatine «ori sa¬ 
ranno intese: e/»e non ritroverò gli stessi amici 
che mi capivano. 

H cinismo era una difesa contro il sentimen¬ 
talismo che ripugna al mio ideale virile. Ma io 
sarei desolato se la mia vita si riducesse a una 
rigorosa esecuzione di un piano c se itoti av¬ 
vertissi in me, difficile « dominare, nei mo¬ 
menti più diffìcili, il tumulto della vita e /'an¬ 
sia degli affetti. 

Il scuso del fato — non come punto di par¬ 
tenza, ma come indifferenza alle vicende — 
quando si ì sieri ri di sì Non mi importano i 
risultati perchè ti accetto come misura della 
mia azione, di me (untatila misti razione della 
volontà sarebbe complicata c impossibile ). Hi. 
sogna essere se stessi dappertutto. Natural¬ 
mente non si deve essere isterici c si può essere 
tranquilli solo se non si cercano delle confer¬ 
me . La concezione della vita conte serie di c- 
sani/ è stupida: tutto si riduce invece all'aver 
credito, al non aver bisogno di esami perché 
si è qualcosa (si intende sempre socialmente). 


sempre, negli anni avvenite, lo avremmo tro¬ 
vato cosi al lavoto, accanto a noi, un poco più 
in allo di noi. Taluno di noi, quando apprese 
la notizia della sua morte, non seppe trovare 
altre parole che queste: Non ì vero , non è pos¬ 
sibile — H ancora oggi, che sia morto, sembra 
a noi tutti cosa impossibile. 

’ l'auto la vita appariva strettamente con¬ 
giunta con la sua persona: tanto ci eravamo 
abituati da tempo a considerare H dubbio, l’in- 
ccrtczza e il do/ore come cosa nostra, non sua. 
La sua figura ci appariva tutta luminosa, priva 
dì ombre. Lo vedevamo sempre egiraJmante se¬ 
reno dopo le avversità, lo avevamo trovalo 
tanto ta/nio dopo i primi attacchi del male, 
che doveva condurlo a mode, che non pote¬ 
vamo pensare che quelle avversità avrebbero 
avuto ragione delta sita fibra c che il male fi¬ 
sico fosse di tanta gravità. Oggi al pensiero 
di quanto deve aver per anni sofferto, tacendo 
la propria angoscia, proviamo un amaro ri¬ 
morso di non aver indovinato sotto la sua se¬ 
renità il suo dolore c di non arci sofferto con 
lui e di non arci allevialo cosi il suo strazio: 
e sentiamo nel suo per pel uo. indimenticabile 
sorriso, in quella selenita, r/ir avevamo tal¬ 
volta invidialo come una dote nativa, il seguo 
di una straordinaria, di un'unica grandezza 
morale. 

Pi ima avevamo inlrawisto. ma oggi sol¬ 
tanto comprendiamo che egli ha negato a sì 
stesso coscientemente tutte quelle lusinghe, 
tutti quei premii, tutte quelle debolezze, che 
non giovani soltanto, ma uomini maturi so¬ 
gliono concedersi. E, come dei giovani si negò 
le illimitate a ni frizioni, cosi negò gli scorag¬ 
giamenti ini/’ravvisi, che per lui avevano pur 
troppo cause reali / e tutti gli atteggia nienti 
i omantici, che paiono propri di tutti i gio¬ 
vani, Ma come pochi uomini sanno, egli ap¬ 
prese giovanissimo a non fidare in altri che in 
sì stesso, a lavorare senza speranza di premio, 
ad accaglici e TavversHà come un fatto, cali¬ 
ffo cui non vale rUrtilarsi e ette può imitare 
tein/>ornncai;>ciifc la direzione tirila nostra ( jf- 
tività, non sminuirla o cangiarne la natura, a 
celare altrui la propria tristezza, a scegliere 
sempre, senza esitare, la via più difficile, come 
h sola nobile, anzi come la sola lecita. 

Non parliamo di quelle vie facili, che sono 
l'abbassamento di fronte alle opinioni domi¬ 
nanti, i compromessi tra la propria coscienza 


e il proprio interesse, il porre, palesemente o 
larvatamente l'ingegno a servizio di c/ii />tià 
ricmii/tensore, c nemmeno di una tranquilla, 
onesta e dignitosa camera, in cui senza diffi¬ 
coltà avrebbe raccolto onori e soddisfazioni: 
tanto sentiamo queste ipotesi più che ingiu¬ 
riose, inanitiliabili col sua carattere energico 
di lavoratore e di combattente. Ma anche nel 
cammina per cui si era messo, era /lossitn'le 
ima scelta fra il più fante c il più difficile., 
tra il compromesso tarvata e la totale, tragica 
dedizione di sì. lùgli seppe rinunziare anche a 
quelle soddisfazioni, che non si chiedono ad 
altri ma a se stessi, più care perché più se¬ 
greto. 

tapparsi a//tapinione dominante, scorgere la 
falsità c la menzogna dove i più vedono la 
grandezza, rivelarle a pochi iniziati c alla 
folla che non vuote credere c clic ride o im¬ 
preca, tutta questo non ì privo di fascino se¬ 
greto, c Può esser fonte di una intima soddi¬ 
sfazione, che si scorge ut travet so il gioco dia¬ 
lettico che capovolge l'opinione comune, o nel 
motto beffardo che la irride e gode della sua 
bestialità. Ma una tale opposizione resta cosa 
tutta intellettuale, ha in sì la propria soddi- 
* fazione, non aspira a mutar* la situazione 
che i’ ha suscitata, non impegna E indi¬ 
viduo: in ogni caso dipende da una situazione 
estcrioie, che domani pohà mutare, e che per¬ 
ciò disarmerà affatto l'individuo delle sue or¬ 
ni per non dire, che quando l'intclUgenza 
soltanto è impegnata, il compromesso, si sa, à 
sempre possibile. 

Ma anche nella lotta aperta, senza quar¬ 
tiere, vi sono soddisfazioni, consolazioni se¬ 
grete: hi speranza di un successo facile con 
'mezzi sproporzionati al fine, clic permette di 
non daisi tulio alla lotta impegnata, il com¬ 
piacimento di sentirsi vittima, di nascondere 
il proprio pensiero e le proprie azioni nel se¬ 
greto. Ma Gobetti non voleva essere ni un 
politicante, ni un Jacopo Ortis, Non voleva 
combattere degli uomini per averne, in un 
qualsiasi modo, vittoria , ma opporre ad opere 
altre opere diverse, costruire da sì solo con 
le proprie forze, qualche cosa di diverso, da 
quello che gli altri , i più andavano facendo. E 
Perciò non poteva sentirsi giustificata dagli 
affi degli avversari, e hiudersi nel silenzio 
come mi nomo politico vinto o ammantarsi 
dell'abito di ribello: e perciò, quando non poti 
più lavorare in Italia, pari) Per (a Francia, non 
per l’amaio gusto dell'esilio o per cospirare, 
ma semplieemeute per continuare l'opera di 
editore, che in Italia gli era stata vietata. 

Questa ì vera grandezza; e tutto questo, egli 
lo compiva, senza far sentile ad altri la gra¬ 
vezza del eòmpito intrapreso, c parlava di sì 
e dei suoi propositi come se credesse che ogni 
altro al suo posto avrebbe agito egualmente, 
come fosse cosa naturale, ragionevole agire in 
lai modo: c, anziché farsi bello delta sua sin- 
gofaie forza dì volontà e chiudersi in mi arci¬ 
gno silenzio e atteggiarsi a lottatore, si rivol¬ 
geva a tutti con imi bene volo sorriso di fan¬ 
ciullo, che /asciava tutti stupiti e che oggi sol¬ 
tanto ci appaio la più grande e pura manife¬ 
stazione della sua forza 

Fi sono alcune parole, dr un giovane morto 
ventenne, che oggi ci ritornano con insistenza 
lillà mente. Chi lesse (intorno al * 2 i o al 
'z 2 ) il diano, dì trito brami, il giovane tedesco 
morto in E lancia nella primavera del 191 fi, 
senti già allora in quelle pagine non l'imma¬ 
gini: di uno stwniY/o, ma un'immagine /umi¬ 
liale vicina, quella di tÌqb_titi, Motti idee co¬ 
muni, ma più l'ardente spirito etico, con cui 
l’uno c l'nltio sentivano e giudicavano tutte 
h‘ manifestazioni della cultura, il scuso austero 
della vita politica diversa e pur congiurila alla 
vita morale, la fiducia in sì stessi, scevra di 


ogni iattanza, la freschezza giovanile di ogni 
loro atto e di ogni loro espressione, ci facevano 
apparile sfrigolar mente vicini i due giovani, 
stranieri l'uno all'altro, ma appartenenti alla 
medesima generazione. Ma, più felice e meno 
grande, il giovane tedesco, morto a vcnTanni 
in guerra, non conobbe che l’eroismo c la disci¬ 
plina bellica e morì, fanciullo ancora, lascian¬ 
do soltanto pagine, in cui sono a//idafi i suoi 
proposili: ma Gobetti, morto a venticinque 
anni, conobbe le lotte quotidiane e più (Uffi¬ 
cili della pace, quando non ci si può abbando¬ 
nare al datino e nessuno compagno ci può 
sorreggere e non vi è speranza di tregua 0 di 
riposo, e lascia non propositi vani per quanto 
nobili, ma qualcosa che deve durare. E il de¬ 
stino, a cui il llrauu aspirava, Fiero Gobetti, 
senza forse averne coscienza, netto spazio di 
Pochi hanni lo ha raggiunto. 

— t'ua cosa mi si è fatta chiara, ì scritto 
nel Diario del Hraun; quel che di più allo 
un uomo può laggiungere nella vita non è la 
gloria, non £ la fortuna, c nemmeno la gran¬ 
dezza, no, c neanche quello che finora tu' era 
parsa l'altezza definitiva, l'opera; .ma è sol¬ 
tanto questa diventar tal modello che solo con 
la sua presenza determini il mondo t Fuma¬ 
nità.... In questa guerra io ho verifiuato e tor¬ 
nato a verificare che cosa significa essere capo, 
che cosa ciò imporli c come il capo sia in grado 
di far tutto, In che modo/ Forse con massime 
morali, con insegnamenti, con singole azioni? 
No, ma con quello che comunemente si chiama 
il buon esempio, vaie a dire col suo essere così , 
eoi suo essere presente.— 

li quale esempio ci lascia Piero Gobetti/ 
Quando era in vita, Ini, che fu giudicalo cri¬ 
tico aspro e implacabile di uomini e di cose , 
era in realtà verso chi gli era vicino di una 
indulgenza singolare: negava a iè ogni debo¬ 
lezza, ma intendeva le debolezze altrui: c la 
fiducia che egli aveva in sì, finiva eoi comu¬ 
nicarla ad altri, sicché da un colloquio con lui, 
ritornavamo con la coscienza più salda nelle 
nostre forze, con più fermi propositi di lavoro. 
Oggi sentiamo perciò più amaramente tutta la 
itosi ut 1 piccolezza: ma, nello stesso tempo, il 
dovere di superarla, di renderci quanto è pos¬ 
sibile simili a lui , non di continuare l’opera 
sua, che soltanto a lui‘era possibile, ma, in 
un campo più limitalo e modesto, conservare 
quella comunione di uomini e di lavoro che 
egli creò, t'/ie la sua compagna, la quale ne 
ha condiviso le ansie e ne custodisce gli ideali , 
e il suo piccolo figlio, che crescerà degno di 
lui, e in giorni più propizi, non abbiano un 
giorno a rimproverarci, non dico di averlo 
tradito, ma di aver commesso qualche atto, o 
/>r«?MHnonta qualche parola, di cui egli avrebbe 
dovuto dolersi! 


Lavoro porcili creilo all 1 immanenza 
«Iella vita e «Iella storia, perchè sento di rea¬ 
lizzare cosi in me la legge universale; perchè 
nedo éliv, solendo migliorarci e farci seria¬ 
mente generosi in questo nostro mondo dob¬ 
biamo rinunciare a tutto ciò che è troppo j>cr- 
sonnlnienie interessante, troppo empirico c 
limitato: dobbiamo sacrificarci non inutil¬ 
mente e rumorosamente, ma silenziosi, ogni 
giorno, all’opera nostra che, per quel che vale, 
diventa appena esce da noi, appena si estrin¬ 
seca, patrimonio «li lutti. 


.... Rinunciare per offrire tutto a chi di noi 
non 'i curerà e ci negherà persino nell.tatto in 
cui imparerà da noi quri che potevamo inse¬ 
gnar;., K tuttavia non [cimarsi nella rinuncia 
perchè il itosi io spirito non è nulla, è vilmente 
miserando se per un iiunnenio si astiene da 
cpull'nttività che è mi ri ove re, conservare il 
scuso della responsabilità per tutto, questo è 
l'eroismo tragico perchè silenzioso, perchè u- 
iidic c sconosciuto, dell'uomo moderno... 

(da una lettera, 1920 ). 


LA SUA GRANDEZZA 




Pag. 80 . 


I I, B A II E T T I 


PIERO GOBETTI 

nelle memorie e nelle impressioni 
dei suoi maestri 


Di Pikro CoRHTTJ voglio mettere oggi in 
carta alcuni ricordi personali. I,o conobbi 
quando non era ancora arrivato all'università 
c già il suo cervello era tuia fucina di idee, 
le quali fermavano Tattcìiz.iom; di chi l'ascol¬ 
tava, anche per il modo rotto od inspirato con 
cui egli le esponeva, accompagnando le pa¬ 
role col moto nervoso delle mani c del capo. 
AlTuuivcrsità, mi oigani%ò udranno in cui 
volle frequentare il mio corso di finanza, un 
piccolo pubblico di ascoltatori non obbligati; 
sicché io, che in qui D'anno avevo intrapreso 
un insegnamento esegetico su alcuni testi di 
legge tributaria italiana — e i periti possono 
beli comprenderli, l'aridità noiosa, sebbene vo¬ 
luta — dovetti fare sforzi erculei per trasfor¬ 
mare il commento ad articoli di legge in un 
esercizio di logica economica applicata; e del¬ 
lo sforzo compiuto flit sempre grato al Go¬ 
betti ik rollò ne usci un tentativo di mettere 
ordine nel disordine apparenti, di costruire 
un ordine logico deduttivo su materiali fram¬ 
mentari. 

Ma le conversazioni migliori die ebbi con 
lui toccavano quasi sempre il problema del 
lavoro; c Tessersi egli fatto editore di un mio 
volume su « Le lotte del lavoio n fu la conse¬ 
guenza di quelle conversazioni. Egli stesso ha 
sciitto e stampati, quel clic, intorno ai prò* 
blcnii del lavóro, petwò; e lo fece certamente 
meglio di quanto non possa ricostruire io, ri¬ 
cordando le sole cose che mi rimasero più 
fitte lidia memoria c ricordandole in quel 
modo approssimativo e vago che il tcuqxt tra¬ 
scorso consente. Tuttavia nuche il ricordo al¬ 
trui può giovare, se non altro, r. fermare le 
sembianze sotto le (piali l'ami co fu visto dal¬ 
l'amico e le idee elle il so prò vissuto potè illu¬ 
dersi di aver fatto conoscere a chi non è più. 

Vi fu un tempo, dunque, durante il (piale 
Goiuìtti visse a contatto con olierai torinesi, 
clementi scelti delle maestranze le quali popo¬ 
lano gli stabilimenti della « 1*int » c delle 
altre imprese nostre. Era un vero « Ordine 
nuovo n clic sembrava allora sorgere; in cui 
ni lavoro che agisce c pensa era serbato i! 
governo della società. A vantaggio ed istru¬ 
zione di questa scelta di operai egli teneva 
qualcosa elio non era una scuola od mia uni¬ 
versità popolare o proletaria; ma conversazioni 
c lezioni tra amici e conoscenti, ricordi e ripc- 
tiz.ioni di letture fatte, commenti ad articoli 
di giornali o su fatti del giorno. 

Egli vedeva nel mondo operaio, allora agi¬ 
tato dalle convulsioni del dopo guerra, for¬ 
marsi i germi di una società nuova, a cui i 
teorizzatori del tempo davano il nome di co¬ 
munistica o socialistica, ma clic in realtà era 
tutt'nltra cosa. No» si può dire che Gobetti 
si fosse fermato neppure sul sindacalismo co¬ 
me su una dottrina atta ad andare in fondo a 
ciò che. accadeva Al disopra cd al di là dei 
nomi, egli vedeva le forze nuove, vergini, ca¬ 
paci di creazioni sociali diverse dalle attuali. 
Ci sono negli operai manuali, nei tecnici degli 
stabilimenti industriali, nei rustici appena 
tolti alla vanga e gittati nel tormento dei 
forni c nel rombo assordante del macchinario 
di fabbrica, energie, forze, volontà le quali 
ancora non sono state sfruttate; ci sono uo¬ 
mini d'eccezione, capaci di cose notevoli, in¬ 
telligenze che l’ignoranza soltanto rende inca¬ 
paci di dare frutti insperati li sindacalismo, 
la conquista delle fabbrica, la vittoria del pro¬ 
letariato sono soltanto gli stiumcnti, le for¬ 
mule per mezzo di cui riescono ad imporsi 
gli uomini di valore esistenti nella massa pro¬ 
letaria, c Toro esce purificato dalla bruta 
ganga appena estratta dalla miniera. 

Perciò, egli che pure in sostanza repugnava 
alla statolatria, ed alla irreggimentazione co¬ 
munistica, fu antico di comunisti, ne apprezzò 
gli sforzi. Aveva connine con essi il scuso della 
rivoluzione, la quale, anche quando assunse 
per lui l’aggettivo liberale gli parve necessaria 
nei momenti delle grandi crisi, per scuotere 
l’ordine costituito c per lasciare venire a galla, 
al luogo delle vanità fatte persone, uomini 
energici tratti dalle classi sociali non ancora 
fruste dall'esercizio del potere politico ed eco¬ 
nomico. Sempre sì dolse-, allora e poi, che pur¬ 
troppo venissero a galla non gli eroi, che tutti 
vagheggiavamo, ma puri imitatori, mascherati 
col rimbombo di assai parole grosse, dei politi¬ 
canti corruttori venuti su dopo la caduta della 
destra storica. Il liberalismo concreto delle 
classi dirigenti italiane gl: sembrò perciò ogno¬ 
ra assai meschina cosa. Non negava quel che 
esso ebbe poi di eroico in taluni uomini, i 
quali videro nella difesa della legalità costitu¬ 
zionale la difesa dei diritti di tutti; ma gli pa¬ 
reva che il liberalismo fosse decaduto al livello 
di una formula priva di contenuto, usata per 
tener su gente vecchia, in decadenza, non 
capace di lottare per il raggiungimento di 
nuovi ideali. Perciò egli voleva che nella lotta 
intervenissero le classi operaie; che di dosso 
ad esse fossero tolti quei pesi morti di igno¬ 
ranza, di povertà che le tengono in basso cd 
impediscono alla società intiera di valersi util- 


imntc delle loro forze frasche. Perciò egli era 
rivoluzionario; eli è senza un qualche scrollo 
creativo di una nuova formula gli pareva im¬ 
possibile che le classi operate riuscissero a 
rompere la croata di posizioni acquisite, di pre¬ 
giudizi, di convenzionalismi, che davano il i>o 
U*re sociale ad tutti classe fossilizzata, Non mi 
parvi nini mi ammiratore dei ceti borghesi, 
che in Italia, dopo la caduta della destra, 
hit. tisi ristretti ad occupazioni materiali e, da¬ 
tisi ad arricchire, non sentivano i grandi 
ubiditi |x>litici c sociali. 

In tutto ciò v’era un fondo generoso di pas¬ 
cione umana, di (picilo spirito di « discesa nel 
popolo» clic è caratteristico dei momenti in 
cui si picparmio i gratuli rivolgimenti sociali. 

P: tuonai me» te, a me pareva, discorrendo con 
lui nel periodo in cui egli aspirava a portare 
tra gli operai il scuro vii ile del liberalismo 
concepito come sforzo per educare c migliorare 
tic stc-ri, per capite il mondo circostante, per 
ri-pittare negli altri la propria personalità, di 
ri l'or tiare un quarto di secolo addietro, (piando, 
poco prima del teoo, anch'io, frequentando 
operai ed agitatori avevo creduto nelTcleva- 
zione faticosa, meritata, conquistata degli uo¬ 
mini rozzi, che lavorane colie loto inaili, in cui 
è spesso tanta luce di fresca, verde, genuina 
intelligènza. Non ho mai rimpianto quelle vec¬ 
chie com citazioni ed ancor oggi ho taluno di 
quei primi agitatori come tra gli nomini mi- 
g!i< ri, per bontà d’animo e altezza di ideali, 
che ;o mi conosca. Ma dubito clic la via della 
elevazione debba essere assai più aspra di 
quel a chi ingenuamente avevamo intravista. 
Non già soltanto jforche il movimento operaio, 
cosi bello negli anni della lotta a della perse¬ 
cuzione innanzi al tooo, sia caduto \>o\ troppo 
spesso preda di profittatori, di politicanti c di 
chiacchieroni abili. Questi sono soltanto i sin¬ 
tomi di un male più profondo, di cui qualche 
\oltn discorrevo con Gobetti, c clic a me pu¬ 
liva consistesse probabilmente nella malvagità 
innata dell'uomo. Capitai una volta a fargli 
vedere certe mie non poche schedo di appunti 
presi leggendo le opino di Lo Play, clic gli eco¬ 
nomisti c gli statistici conoscono per i suoi 
bilanci di famiglie oik-iuìc: — o]>era monumen¬ 
tale per fermo, la quale raccomanderà per un 
gran pezzo agli studiosi il nome dell'autore, 
come «invilo del creatore di un metodo origi¬ 
nale c preciso di studiare le condizioni sociali 
dei popoli; — ma clic dovrebbe anche essere 
meglio ricordato conte aitostrdo di un verbo so¬ 
ciali. Cbè il Le Play si mutò da ingegnere di 
minierò iti compilatore di bilanci operai in se¬ 
guito ad una crisi di coscienza sofferta al ter¬ 
mine di mia lunga malattia; quando per una 
visione quasi religiosa egli si suiti spinto a 
proclamare la necessità della «riforma sociale»; 
la quale iti sostanza si viduceva poi a combat- 
tire la teoria di Rousseau della bontà origi¬ 
naria dell'uomo selvaggio, clic le istituzioni 
umani avrebbero corrotto e reso malvagio. Al¬ 
tri, notissimi, pensatori oppugnarono la teoria 
di Rousseau; ma dubito assai vi sta chi jx>ssn 
eguagliare il Le Plav per la ricchezza dei ri¬ 
ferimenti tratti dai grandi libri religiosi del- 
Tumnnità c delle osservazioni compiuto du¬ 
rame ciuqtia ut'aulii, setto i più diversi climi 
storici, in luoghi tra loro lontanissimi, dagli 
Urali alla Siria, dalla Scandinavia alla Spa¬ 
gna cd al Marocco. Ignoro se vi sia uno scrit¬ 
tore il quale più di lui dia il senso storico di 
età trascorse : della tribù nomade della Bibbia, 
del servo della gleba, del compagno della cor¬ 
porazione medievale d’arte e mestieri, del 
mezzadro italiano, dell' operaio di fabbrica 
contemporaneo. Questo singolare ingegnere, il 
quale sarà un giorno studiato come una fonte 
<H prim' ordine dello storico della Russia 
j , mn dell’ uk; :C di emancipazione c dallo 
studioso di forme economiche scomparse, 
non si stancò mai di ripetere clic Rous¬ 
seau aveva detto il falso c che T uomo 
era nato malvagio, crudele, mentitore, la¬ 
dro c che solo la forza delle istituzioni umane 
e della religione, solo i legament della tradi¬ 
zione, delle consuetudini c la virtù dei pastori 
di iJopoJi, dei notabili — altri poi 1: chiamò 
élitcs c per averli forniti del senso delle com¬ 
binazioni ossia delTimbroglio si procacciò gran 
fama — a poco a poco lo addomesticano, lo 
frenano, lo riducono a membro vantaggioso 
della società. Di qui l’utilità delle tradizioni 
religiosamente osservate, delle istituzioni an¬ 
tiche le quali si impongono ai popoli quasi 
avessero una virtù soprannaturale; di qui il 
pericolo sociale gravissimo di scuotere con 
fatti rivoluzionari quel senso di faòu clic man¬ 
tiene salda la compagine sociale. Se qualcuno, 
audace o incosciente, rompe l’incauto, si vede 
che il mondo sociale è lutto un tendone da 
palcoscenico; c dietro non c'è nulla. Il castello 
di carta stava in piedi perchè nessuno osava 
— tanta era la forza dell’incantesimo creata 
dai secoli —* soffiarvi dentro; ma intanto, al 
riparo dell'incantesimo, vissero per secoli so¬ 
cietà che il Le Play chiama «prospere» in con¬ 
trapposto alle società « instabili n, che lo spi¬ 


ne della critica riduce in polvere i lenta¬ 
mente dissolve. 

Io non dico che Gobetti sia stato persuaso 
dagli appunti le-playani che talvolta gli sfo¬ 
gliavo per pungere e frenare il suo animo forse 
troppo propenso a vedere il bene dei geniti di 
rivoluzione gittati nel crogiolo sociale. Troppo 
poteva in Fui lo spirito critico, l'insaziato 
deriderlo di sapete, il convincimento delia 
forza creativa dell*intelligenza per acquetarsi 
alla visione di un mondo governato dalla tra¬ 
dizione, dai notabili, daU’immagine dei casti¬ 
ghi nnminciati ai disonesti dai versetti della 
Bibbia e dii Corano. L’ingegno umano clic 
nclTimUistria moderna è stato capace di crea¬ 
zioni tanto utili alla prosperità materiale, per¬ 
chè non dovrebbe, affinato dagli stessi mira¬ 
bili ordigni da lui creati, p.ifcz/onafc altresì 
il meccanismo della vita politica c sociale? 
Piero Gobetti aveva fede nella potenza rivo¬ 
luzionai lice, nella virtù intima di innalza¬ 
mento, nella capacità creativa di coloro clic 
vivono quotidianamente accanto allo macchi¬ 
na, fattore per eccellenza rivoluzionario, il che 
vuol dire creativo di ferme nuove, del mondo 
economico. 

Tuttavia egli, clic era sempre ansioso di 
far rivivere tra le generazioni nuove il ricordo 
di qualsiasi corrente originale del pensiero 
umano, non cessò tutti di invitarmi a divulgare 
in urta qualche lettura cd a raccogliere in un 
volumetto il succo degli insegnamenti dell’in¬ 
gegnerò autodidatta francese. Amantissimo 
della i iccola famiglia che egli si era creato, 
idolatrato dai genitori, egli vedeva nettamento 
che il culto delle tradizioni, la continuità del 
focolare domestico, il rispetto al risparmio clic 
costruisce la casa, l'impresa, la terra sono 
idee forze, le quali hanno onci Tesse, insieme 
col pensiero critico e creativo, con la macchi¬ 
na rìvoluzionatrice dell' economia e coll'aspi- 
ntzioue profonda delle masse lavoratrici a sa¬ 
lire, rompendo Pequilibno sociale esistente, 
diritto di cittadinanza, in quella città ideale 
clic egli veniva costruendo nella sua mente, e 
clic è bella perchè non è rigidamente immota; 
ma contimipincute si trasforma sotto la pres¬ 
sione contrastante delle tante forze chi agi¬ 
scono su di essa. Se i tempi e le forze fisiche, 
ahimè !, troppo impari al compito assunto, 
glie lo avessero contentilo, ancliTgli avrebbe 
creato, nella sua casa diti ice, lina di quelle 
forze sociali, uno di quei ligamenti tra uomo e 
uomo, tra spirito c spirilo, i (piali impediscono 
che la nostra povera mwuutà si dissolva in 
un caos indistinto di atomi sperduti mi buio. 

Lvini Einaudi. 


Nulla è più doloroso per un vecchio mae- 
suo che dover commemorare un giovine sco¬ 
laro, e unu scolaro come quello che ora il de¬ 
stino ci ha tolto. K’ contro natura. E torna 
alla mente la quercia accorata del filosofo 
gì eco, che tutta l'atrocità della guerra com¬ 
pendiava nel elètto famoso : « E* questo il 
tempo che non i figli seppelliscono i padri, 
ma i padri i figli ». 

Non inni discepolo ha percorso innanzi ai 
miei occhi, ornai da lunga esperienza fatti 
acuti nel penetrare Tannila dei giovani, una 
parabola di formazione autonoma e di virile 
maturazione più sorprendentemente rapida c 
più promettente di quella del povero Godi-itti. 

A dire la verità — c innanzi a un uomo 
(piale egli fu la verità va detta sempre per 
intero — la linea dei nostri rapporti, da do¬ 
cente a discente, era partita, se così posso 
esprimermi, dallo zero Non lo avevo com¬ 
preso, quando dapprima — or fa poco più di 
un lustro — vidi comparire alla mia scuola 
quel giovinetto, il cui nome era già frammi¬ 
schiato a parecchie delle iniziative più etero¬ 
dosse, più indisciplinate e scapigliate, c a cui 
un scintillìo d'occhi davvero stellare e un sor¬ 
riso arguto di cpntimto errante dagli occhi 
alla bocca fresca ma dolorosa davano — al¬ 
meno visti alla distanza da una cattedra a un 
banco di scuola — l’aria di una presa in giro 
sistematica c un poco iconoclastica. Del resto, 
egli non mi dissimulò mai che in realtà alle 
mie lezioni non ci si divertiva affatto, e che 
nè materia nè maestro gli andavano gran che 
a genio. 

E' bisognato che i nostri cosi male impo¬ 
stati c impacciati rapporti accademici dop¬ 
piassero il capo delle tempeste dell'esame fi¬ 
nale — e fu davvero uija piccola burrasca — 
perchè vedessimo aprirsi innanzi a noi un 
mare, uno sconfinato mare di serena simpatia, 
di piata confidenza e di reciproca compren¬ 
sione. E fu allora ch’io compresi il vero Go¬ 
betti ed imparai a scorgere, in quel sorriso che 
pareva enigmatico e in (luci scintillìo d’ocelli 
che pareva canzonatorio, tesori di sincerità e 
di lealtà, di gentilezza e di finezza, e sopra¬ 
lutto della più pura idealità. E mi racconsolo, 
ora, pensando clic anch'egli mostrò di aver 
capito ch’io non ero poi quel parruccone pe¬ 
dante, che forse egli si era immaginato. 

D'altra parte, quella dello scolaro non era 
evidentemente la vocazione e la posizione clic 
convenisse a una natura come la sua. Egli as¬ 
surse difatti, e si può dire quasi di un balzo, 
a quella di maestro, E quel maestro, nel senso 
più umano e direi umanistico, e cioè più bello 
ed alto della parola, egli ci sorpassò immedia¬ 


tamente tutti. Intorno a lui si raccolsero su¬ 
bito, da ima cerchia che si veniva facendo sem¬ 
pre più ampia, molte più forze giovanili, che 
a noi non sia riuscito in molti otini. Tant'ò 
vero che vale più un solo limpido esempio clic 
mille sapientissimi insegnamenti ! Erano pa¬ 
recchie di quelle anime, pur della sua già più 
esperte della vita; ciano ingegni, pur del suo 
più nutriti di stufi; c anzi cultori ornai cele¬ 
brati delle arti più varie, che tuttavia avevano 
trovalo in (pivi sincero e coraggioso ragazzo, 
poco più che ventenne, il loro punto di comune 
riferimento e dì orientazione, la personifica¬ 
zione più schietta c completa di ipicll’ideale 
di vita dello spirito e insieme di vita civile, 
a cui essi anelavano ma che non erano riusciti 
da parte loro ad attuare che per frammenti 
Ma anche i vecchi maestri ebbero Inni presto 
In sensazione elle e'era qualcosa do imparare 
da quello scolaro la fedeltà irremovibile ai 
proprii principi!, e la incondizionata dedizione 
ni proprii ideali. Per questo la stia fu una vita 
brevissima, sì, ma bellissima. Fu, non un prin¬ 
cipio di vita stroncata, mn lina vita, pur nel 
suo fulmineo ciclo, perfetta c conclusa. Fu 
una vita esemplare per tutti. L'ardore incom¬ 
parabile di quella esistenza consumò rapida¬ 
mente il fragile involucro; ma fu quella una 
fiammat i magnifica, il cui fulgore vincerà il 
tempo. E torna pur sempre, irresistibile, alle 
labbrn la sublime sentenza ; « Mttor giovine 
colui che agli Dei è caro». 

Piero Gobetti è morto il» terra di Francia. 

E pensando a quel povero morto, clic itti fu e 
mi diventava ognora più caro, mi risovviene 
un episodio del temjio della gncria,, che mi 
fu narralo appunto in terra di Francia, t'n 
vecchio contadino era stato chiamato da tino 
dei villaggi vicini al fronte presso la salma di 
un figlio clic vi era caduto; c quando fu in 
cospetto del morto, lungi dall'abbandonarsi a 
manifestazioni di dolore c di amore, si profon¬ 
deva in segui del più profondo rispetto; c, in¬ 
fine, richiesto del perchè, rispose: «Perchè 
ini sembra che il padre ora sia lui ». 

E anche a me, pensando a (pici mio disce¬ 
polo, morto in condizióni così pletore, mentre 
cercava in paese straniero nuovo spazio alla 
vita del suo spirito, sembra che oramai il 
maestro tia lui. 

FK \NCKSeo RlUTINI. 

Napoli, 24 febbraio 1926 . 

Mi reputo ad onore potere aggiungere il 
litio ai nomi degli amici eri (.-Miniatori eh 
Pikro Goiuìtti, venticinquenne, che a me, vec¬ 
chio rii settantotto anni, è toccato piangere a- 
niaramcntc per !a sua crudele c improvvisa 
morte! Appena cessata la guerra, io volli te¬ 
ner dietro alle non poche pubblicazioni pe¬ 
riodiche giovanili, clic seguirmi immediata¬ 
mente all’ai mistizio; e più delle altre mi col¬ 
pire» quelle, per ('appunto del Gobetti, a me 
ignoto sino allora, ma con cui chiù subito oc¬ 
casione di scambiate, per lèttera, il saluto. Nel 
suo viaggio di nozze, io «pii lo conobbi in jitia 
casa, unitamente con la gentile sposa: c qui 

10 rividi Tanno dopo, al suo ritorno dalla Si¬ 
cilia, egli non nascondendo n me, nè io a lui, 

11 pensiero c- Taiiimo, se non ili tutto confoi- 

itii, pienamente di accordo in tutto quello che è 
virtù c devozione alla patria. Or anche vo¬ 
lendo, io non | tot rei nè saprei dire abbastanza 
come c (pianto, un anno più dell'altro., (gli 
mi apparve singolarissimo, sia per dirittura 
morale sia per energia di carattere. E assai 
addolorandomi della nemica sorte, clic vie 
più gTiucrudcliva contro, oh, ben io ero lungi 
le mille miglia dal sospettate, clic-, ria 1111 i- 
S tali le all’altro, mi sarebbe avvenuto rii leggere 
deila pietosa sua fine, tanto lontano da’ suoi 
cari c dalla sua Torino, in una cantera di tuta 
lontana clinica straniera ! Ho qui dinnanzi la 
ultima sua lettera, senza data — nò io ricordò 
se del 31 gennaio o del t e cotrcnlc — che mi 
dice: «Parto per Parigi, dove fatò l'editore 
« francese, ossia ii mio mestiere che in Italia 
« mi è Interdétto. A Parigi non intendo fare 
« del libcllisiuo, o della polemica spicciola come 
«i granduci» spodestati di Russia: vorrei fare 
« un'opera di cultura nel senso del liberalismo 
«europeo c della democrazia moderna». Po¬ 
vero amico ! Che la pura c cara tua memoria 
mi accompagni in quel tanto di solitario cani¬ 
ni ino, che ancora ini avanza. 

Giustino Fortunato. 

èssere ad ogni momento noi, realizzare tutta 
la nostra possibilità di azione Per noi e per 
gli altri in ogni istante, sentire il Palpito esul¬ 
tante cd incbbrianlc della vita, sempre, e non 
come mezzo a questa o quella pallida idealità 
cvanascentc, ma in sè e per sé come mezzo e 
fine alla idealità stessa che sprigiona dal suo 
infima. Attingere in tale fede la capacità e la 
forza di rintwvarsi ad ogni istante, vedete la 
vita come 11 ma ni là che sì svolge e .ti stiperà, 
debolezza che sì vìnce senza onestarsi mai, 
concretezza in cui ogni tintile atto acquista la 
sua santità, la sua consacrazione perché i atto 
nostro: ecco la gioia ed il significato dell'es¬ 
se re, la divhiità del tempo che è progresso m 
cui muore l’ostacolo! 

(da «Energie Nuove », 1919 ). 




IL GARETTI 


Pag. 81 


BRANI 

Dostoievsclii classico 

Dostoievschi artista non ha avuto fortuna 
in Italia. Pochissimi conoscono i suoi capo¬ 
lavori: IScterno marito — L'adolescente — 
tilt indemoniali . Degli Indemoniali non esi¬ 
ste una traduzione come non c’è una decorosa 
traduzione dei Fratelli Caramasov. 

lì' invece diffuso una specie di mito Dosto- 
ievschi volgarizzato dai francesi attraverso 
tuia frettolosa conoscenza di Mercscoschi. Di 
questo mito rappresenta una eco anche l’ul¬ 
timo libro dedicato a Dostoievschi da Otto 
Cuzzer. Un Dostoievschi romantico e pro¬ 
fetico, assetato di ventò, oppresso dai pro¬ 
blemi. Un uomo che sarchile vissuto per 
tutta la vita nella disperazione, nella mi¬ 
seria, costretto a scrivere in condizioni in¬ 
grate, senza sereniti!. Infine il vero russo, 
l'anima del ik>jk>1o russo al quale egli 
verrebbe ad annunciare il destino. Prctcn- 
•dono che il suo mondo non sia classico 
perchè non è di uomini normali. La sua arte 
non sai ebbe analitica, ma sintetico. Li ma¬ 
lattia sarebbe una delle cause determinanti lo 
stato di grazia di Dostoievschi. Il dramma di 
tutta la sua vita deriverebbe dal fatto clic 
mentre egli ha sentimento morale lo assilla il 
<luhbio sulla valiti Ufi oggettiva del mondo mo¬ 
rale : rimarrebbe dunque sempre nella posi¬ 
zione di un ateo alla ricerca di Dio. 

Noi non esitiamo a confessale che a questa 
esasperata descrizione (presa m porte da! noto 
libro del Gidc, ma senza conservare del Gide 
la sottile malizia) preferiamo la vecchia in¬ 
comprensione dcH'nriijtGcrattco De Vogiiè. De 
Voglie aveva almeno il gusto di offrirci un ri¬ 
tratto sconcertante; egli era stato sorpreso e 
sbalordito della Sensibilità di questo creatore 
di mondi eccezionali. 

» Pìccolo, gracile, tutto nervi, consumato da 
sesamit'armi difficili, tuttavia piuttosto appas¬ 
sito che invecchiato, con la sua barba lunga 
e i cajxdli ancora biondi; e ancora dotato di 
una « vivacità di gatto n come egli (liceva. Il 
viso di mi contadino russo, di un vero mugich 
illuminato da un fuoco ora dolce ora pauroso; 
la fronte larga segnata do pieghe e da protu¬ 
beranze, le tempie come temprate al martello, 
e lutti questi tratti tirati, esasjierati, ricadenti 
su una bocca dolorosa. Io non ho mai visto su 
un viso umano una simile espressione di sof¬ 
ferenza moltiplicata; tutte le angoscio dcll'a- 
nima e* della carne vi avevano lasciato il loro 
seguo; vi si leggevano, meglio clic nel libro, i 
ricordi della casa dei morti le lunghe abitu¬ 
dini di spavento, di sfiducia, di martirio. Le 
palpebre, le labbra, tutte le fibre di questa 
faccia tremavano di tic nervosi, Quando si 
animava di collera per un'idea si poteva giu* 
rare di aver già visto questa testa sui banchi 
di una corte criminale o tra i vagabondi che 
vanno mendicando alle porte delle prigioni. 
In altri momenti aveva la mansuetudine tri¬ 
ste dei vecchi santi delle immagini slave. Tut¬ 
to era popolano in quest’uomo, con l'inespri¬ 
mibile mescolanza di banalità, di finezza e di 
dolcezza che hanno talvolta i contadini russi, 
e con qualche cosa di inquietante, forse la 
concentrazione del pensiero su questa masche¬ 
ra di proletario. In principio si rimaneva lon¬ 
tani da lui, prima che il suo magnetismo strano 
avesse agito. Abitualmente taciturno, se pren¬ 
deva la parola, cominciava con tono basso, 
lento e volontario, riscaldandosi a poco a poco 
difendendo le sue opinioni senza riguardo per 
nlcmio ». 

De Vogiié non aveva guardato abbastanza 
allentamenti! i piccoli occhi grigi molto inca¬ 
vati di Dostoievschi. Ma se non d lasciamo 
conunovcrc in modo troppo naturale dai bri¬ 
vidi del suo discorso possiamo ammettere che 
■egli abbia almeno capito la coni patte* za delle 
sensazioni e l’originalità del suo mondo. Egli 
lo capi, e se ne spaventò come di un'enorme 
macchina di osservazione, rivelatrice di abissi. 

La grandezza di Dostoievschi artista parte- 
di qui, dalla sua tragica solitudine, e dalla 
sua fantasia dominatrice di una materia piut¬ 
tosto in formazione che condotta a svolgimen¬ 
to completo. Discepolo di galeotti, come si 
compiacque di chiamarsi, era padrone di un’c* 
spcrienza eccezionale di confessioni di anime. 
Tutti i suoi peisonaggi sono lo specchio della 
sua generosa solitudine. Eppure nessun’arte 
si può pensare pil’i obbiettiva, meno autobio¬ 
grafica della sua. Se fosse stato meno disinte¬ 
ressato, meno preso da un'esclusiva necessità 
fantastica non avrebbe potuto cogliere, con 
tanta discrezione e con tanto sacrificio di tutte 
lo debolezze e di tutte le piccole curiosità, i 
destini più chiusi e piu eccezionali. 

Alla sua tenerezza di creatore nessun’anima 
si nega : egli è pronto a vedere tutte le albe 
spirituali, i moti più delicati delle anime in 
foi inazione. II suo gusto di psicologo è (pii : 
egli non crede ai caratteri, alle qualità, ni 
tipi : le sue psicologie sono secchi di contrad¬ 
dizione, complessità inesauribili; egli non po¬ 
trà mai fotografarle j>erclià le vede anime sem¬ 
pre nascenti, sempre vergini, sempre tese ver¬ 
so la chiarezza: In sua arte devo essere ine¬ 
sauribile, insonne, per non perderne il mistero. 


INEDITI 

E' uu’nrte portata ad un'altezza trngica che 
talvolta rivela la tensione. 

Nessuna filosofia in Dostoievschi : egli è 
incapace di interessarsi obbiettivamente a una 
teoria, incapace di individuare con spirito dia¬ 
lettico i termini dì un problema. I suoi perso¬ 
naggi non si sforzano mai di arrivare ad una 
verità; ma piuttosto di chiarire e capire se 
stessi. E Dostoievschi stesso era tormentato 
soltanto dai dubbi del creatore; elaborava pa¬ 
zientemente, cercava di vedere chiare le sue 
creature perchè non sajKva scrivere se non 
nveva strappato il segreto dei fantasmi che lo 
agitavano. La sua fantasia eia un vortice, ma 
egli sapeva dominarla e ordinarla. Tuttavia 
non osò mai scrivere senza rivelare un tre¬ 
more iniziate, l'indecisione sacra del creatore, 
la paura che l'espressione dovesse riuscire ìna- 
deguata, tanto urgeva dentro la materia fanta¬ 
stica. Era perfettamente padrone di tutti i pro¬ 
cedimenti e artifici letterari, ma ne era comple¬ 
tamente insoddisfatto. Per molto temilo non 
seppe abbandonare la forma delln confessione, 
come se questa gli permettesse una cura più 
trepida verso le anime dei personaggi II mo¬ 
nologo traduce tutta la mobilità delle sue e- 
mozioni ; quest'uomo che scolpiva, come i clas¬ 
sici i>orsoiKiggi complèti della loro solitudine, 
sajxiva anche l'arte delle timidezze più sottili, 
delle precocità più oscure. Nei primi romanzi 
si credette romanziere di ripiego: «Senza la 
base dei fatti non si riesce a descrivere senti¬ 
menti » Ma i fatti da soli, non precipitati ne¬ 
gli abissi delle coscienze, non gli offrivano un 
interesse sufficiente. 

Però si può notare nel corso degli anni un 
pi egrèsso, che io non so chiamare alti intenti 
che epico, nella maturazione di questo stile 
dostoieschiniio della confessione. Dal tono ti¬ 
mido e selvatico della stona di Nietocka .Vc- 
STHtuova, un caitalavoro molto più delicato di 
Povera Genie, dove la freschezza e il languore- 
ilei (Scordo è dato dalla fine jxx-sia dell'infan¬ 
tile narrazione, si giunge alla jxrtenza dram¬ 
matica dclDE/cnio marito in cui il grottesco e 
l’ironia sono imperturbabili, e l’umore bisbe¬ 
tico conferisce al racconto una solennità tre¬ 
menda. II romanzo contiene due scene di tra¬ 
gedia notturna clic, apparentemente ispirate 
dal Poe, si levano poi ad una fantasia rigoro¬ 
samente shakespeariana. La confessione è sta¬ 
ta poi tuta ad una tecnica puramente dram¬ 
matica ed obbiettiva. 

Qui sì può intendere la nostra opinione sul 
classicismo di Dosioieschi : opinione che farà 
scandalo tra i suoi isterici interpreti. Ma chi 
più impassibile di lui di fronte al tremendo? 
Ciri più sereno ed analitico e pronto osserva¬ 
tore di fronte al morboso? I.a lucida arte di 
Dostoievschi sdegna i lettori facili ai brividi, 
alle allucinazioni, alle sofferenze artificiali e 
letterarie; essa chiede prima di liuto il corag¬ 
gio del disinteresse e l’attitudine a guardare 
serenamente un inferno sterminato. I<a sua 
follia è più forte.della verità. Il suo eroismo 
poetico ha superato tutte le prove. 

Nella confidenza con cui Dostoievschi ha 
penetrato i suoi inafferrabili fantasmi bisogna 
riconoscere un dominio e una sicurezza esem¬ 
plari : e fu la sua solitaria devozione all’arte 
a dargli quest'iiicrcdibile lucidità. 

(da Paradosso dello spirito russo). 


Lineamenti di una 
storia dell'ottocento 

Mentre le unzioni europee si sono liberate 
con la pileria di religione da tutte le ideologie 
dogmatiche gli italiani non possono pensare 
ad ima rifornii! religiosa, impegnati come sono 
dalle contingenze a distruggere il dominio ter¬ 
ritoriale dei pontefici; volendo essere laici so- 
pratutlo nella sostanza essi si adattarono a pro¬ 
fessare un rispetto teorico alla chiesa, e la at¬ 
taccarono con armi politiche invece che sul 
terreno dogmatico. Cosi il Risorgimento resta 
cattolico, complici gli stessi eretici. 

I-n preparazione ideale alla lotta politica si 
esaurisce nel romanticismo, che oppone un cri¬ 
stianesimo spiritualistico al cattòlicismo rea¬ 
zionario della Santa Alleanza. 

Tuttavia questo opportuni sino è machia vel¬ 
lico. I,a Chiesa ha fatto causa comune cogli 
assolutismi Le monarchie e specialmente la 
sabauda, sorprese e compromesse dai primi 
movimenti del secolo hanno ceduto il loro po¬ 
sto di avanguardia e seguono l’equilibrio ge¬ 
nerale, retrive non più progressiste. Le plebi 
continuano a vivere intorno ai conventi e agli 
istituti di beneficenza, lutti cattolici; e restano 
cattoliche per istinto, per educazione, per in¬ 
teresse. L’iniziativa spetta alla nuova classe 
borghese, che attua con Cavour la politica nn- 
ti fenda le del liberalismo economico per potersi 
dedicare ni traffici, alle industrie, ai risparmi e 
formare la prima ricchezza e il primo capitale 
circolante in Daliu. Come potrebbe questa 
classe proclamare una politica anticlericale 
fuor clic nella'questione dello Stato Pontifi¬ 
cio? Essa si troverebbe assolutamente isolata 


mentre la vittoria è subordinata alla possibi¬ 
lità di trascinare con le astuzie diplomatiche le 
altre classi volenti o no, sulla sua via. Tutte 
le idee prevalenti nello penisola sono catto¬ 
liche o cristiane (Gioberti, Manzoni, Mazzini). 
Solo le minoranze politiche sicure del loro 
compito storico sentono più forte di tutti il 
dovere della fedeltà allo Sfiato e credono alle 
nuove esigenze economiche. 

Il ncog nel fi sino è lo strattagemma j>er cui 
le masse avverse al progresso nazionale bor¬ 
ghese sono indotte a seguire le minoranze. Il 
liberalismo laico moderato per evitare l’isola- 
inento e per non trovarsi nemiche nello stesso 
tempo le plebi e la reazione, mette avanti i* 
dee banali e programmi di compromesso. 

Così questa minoranza lxirghcsc riesce a 
conquistare la monarchia incerta, e a 
servirsi del suo prestigio. Vittorio Ema¬ 
nuele II crede di allargare i confini elei Pie¬ 
monte e serve al programma di Gavoni, clic 
gli trasforma le basi dello Stato facendo di 
un regno costituzionale un governo parlamen¬ 
tare. E gli storici si domai uh no ancora come 
Cavour potesse- fai si aiutare dalla borghesia 
francese ! 

E’ ovvio che- questo classe politica non può 
bandire troppo avitamente lé idee di libertà 
e di democrazia odiate dalle stesse plebi bor¬ 
bonicamente retrive. Essa conserva il suffra¬ 
gio ristretto, addomestica garibaldini e bor¬ 
bonici con gli impieghi di stato, esercita una 
generica propaganda patriottica, facendo gio¬ 
care l’equivoco del cattòlicismo liberale. Man¬ 
cavano forze e partiti ordinati : si supplì con 
volontari e avventurieri. Il nebuloso messia¬ 
nismo di Mazzini, l’entusiasmo di Garibaldi, 
l’enfasi dei tribuni furono le forze clic- favori¬ 
rono un equilibrio provvisorio. Tutta questa è 
materia incoilii>osta e vi affiorano i più pro¬ 
fondi vizi della razza : una direzione sì deve a 
Cavour. Egli è lo spii ito provvidenziale, l’o¬ 
riginalità del Risorgimento. 

La Rivoluzione Francese ha le proporzioni 
di un grande dramma ora nazionale, ora cu¬ 
ro |kx>, E’ la rivendicazione di masse po]>olarì 
nuove, rivolta di popolo condotto da scelte 
guide borghesi contro le classi in decadenza. 

Il Risorgimento italiano è invece la lotta di 
un uomo e di pochi isolati eontio la cattiva 
letteratura di un popolo dominato dalla mise¬ 
ria : la storia civile della fumisela pare talvolta 
il soliloquio di Cavour che da una materia an¬ 
cora informe in dicci anni di diplomazia cerca 
di trasformare e trarre gli elementi della vita 
economica moderna e i quadri dello stato laico. 
In realtà, specialmente quando è solo, Cavour 
ubbidisce a una segreta voce della storia e a 
un oscuro destino della razza, che sembra an¬ 
nunciarsi durante tutto il settecento in miste¬ 
riosi profeti disarmati, clic, sorpresi dalle te¬ 
nebre, appena indovinano la luce. 

{da Risorgi mento senza crei). 

Misticismo e marxismo 

Benché Dostoievschi abbia cercato di elabo¬ 
rare una dottrina che conciliasse slavofili e oc¬ 
cidentali, le sue idee si devono riportare allo 
sviluppo interno del suo mito slavofilo e ima 
analisi del suo pensiero può presentarci, nella 
e .pressione logica più completa, le idee di¬ 
rettive del movimento. 

Direttamente dalla mistica esaltazione di 
Chirieifcvschi e di Comiacev nasce questa di¬ 
chiarazione: «La classe intellettuale russa è 
la più elevata e la più seducente di tutte le 
èlitra che esistano. In tutto il mondo noti si 
trova nulla che le sia simile. E* una magni¬ 
ficenza di splendida bellezza che ancora non 
si stima abbastanza. Pròvati a predicare in 
Francia, iti Inghilterra, e dove vorrai che la 
proprietà è illegittima, che l’egoismo è cri¬ 
minale. Tutti si allontaneranno da te. Come 
potrebbe essere illegittima la proprietà indivi¬ 
duale? E che vi sarebbe allora di legittimo? 
Ma l'intellettuale russo ci saprà comprendere. 
Egli ha cominciato a filosofare appena la sua 
coscienza si è svegliata. Cosi se egli tocca un 
pezzo di pane bianco, subito si presenta agli 
occhi suoi un quadro tetro: «E’ il pane fab¬ 
bricalo da’ schiavi ». lì questo pane bianco gli 
sembra molto amaro. 

Egli ama, ma vede il fratello suo inferiore 
clic vive nella bassezza, che vende per qual¬ 
che soldo la sua dignità di uomo e allora La- 
more pcidc tutto il suo fascino per l’intellet¬ 
tuale. Il |>opolo è diventato la sua idea fissa : 
egli cerca il modo di avvicinarsi a questa folla 
taciturna, di confondersi con essa. Senza il 
pojiolo, clic da migliaia dì anni porta in sè 
tutta la storia russa, senza l’amore per il 
popolo, li» amore ingenuo, mistico, l’intellet¬ 
tuale russo non si potrebbe concepire. Per 
questo egli si mette con ansietà e scrupolo alla 
ricerca continua del vero, del vero popolare, 
contadinesco! Rinuncia a tutto ciò che costi¬ 
tuisce la fierezza, la felicità ordinaria del mor¬ 
tale: dai villaggi, dai campi, dalla terra nera, 
ricevono gli intellettuali le loro idee morali, 
fìssi si vergognerebbero di vivere dimenti¬ 
cando il piccolo contadino e hanno preso a 
prestito da lui la celebre formula : la vita se¬ 
condo verità non secondo diritto e scienza. 
E* vero che in occidente domina la scienza, 
la coscienza della necessità, giuridica e Sto¬ 
rica. Ma in Russia domina l'amore. Noi cre¬ 


diamo in esso come in una forza misteriosa 
che annienta d’uu tratto tutti gli ostacoli e in¬ 
staura subito una nuova vita. Questa imma¬ 
gine di una vita nuova, di una vita interiore, 
si trova sempre nel cuore e nella testa di ogni 
intellettuale russo e noi ci siamo sempre en¬ 
tusiasmati |>er questa vita vera basata sull’a- 
111 ore del prossimo e elio non si piega n nes¬ 
suna formula tranne che alla formula dettata 
dal cuore». 

Questo verbalismo populistico spiega me¬ 
glio di ogni critica nostra, come ogni forza di 
sistemazione del pensiero filosofico dovesse 
necessariamente esaurirsi in una povertà filo¬ 
sofica ingenua, in un sentimentalismo gonfio 
di lina visione sconfortata del dolore univer¬ 
sale. Gli sforzi esegetici dei letterati russi per 
ritiovare una filosofia di Dostoievschi àmio fis¬ 
sato in conclusione formule clic contraddico¬ 
no ad ogni serietà filosofica : rivelazione del¬ 
l'eterno fanciullesco, messianismo, ccc. 

Il lassismo autoctono i>er esempio clic gli 
attribuisce lina interprete slavofila è soltanto 
mi Segno della sua audacia fantastica. Infatti 
la spontanei hi del pensiero che non ha dietro 
di sè un Medioevo nonché costituire un ca¬ 
rattere di originalità determina esse n zi ni in ente 
il carattere antistorico del suo pensiero : e il 
suo sentmento di paura di fronte alla morte 
lo conduce ad affermare l'eternità della vita, 
ma in una forma poetica. 

In queste premesse anche se i Russi si osti¬ 
nano a scorgervi l'ardore di un'aiuma profe¬ 
tica, noi vediamo soltanto i limiti di un tor¬ 
mentato individualismo. Quando Dostoievschi 
vuole uscire da questo punto morto [>cr pene¬ 
trare la storia, riesce soltanto a porre un a- 
stratto dualismo ria divinità e umanità in cui 
l'umanità è ateìsmo, natura cieca, immoralità 
che non riesce a superarsi e che è santificata 
dalla pietà, daH'o$i>ctta/.ione messianica di 
una rivelazione storicamente assegnata alla 
Santa Russia — realizzatrice di infinità e di 
eternità. Ma anche l'infinito e l’eterno non 
sono teorizzati filosoficamente, ma sono pen¬ 
sati da Dostoievschi come qualche cosa di as¬ 
solutamente immenso, di fronte a cui si prova 
un’impressione di brivido. L’amore suo è per 
l’umaiulà in generale; di fronte a un indivi¬ 
duo il suo sentimento è talvolta di dispetto e 
talvolta di esclusiva contemplazione estetica; 
e l'amore universale stesso gli è dettato an¬ 
cora da un sentimento individualistico: la 
paura della solitudine. I tentativi filosofici si 
dissolvono lutti in psicologia empirica. 

L’azione politica clic scaturisce da questo 
atteggiamento è vaga e messianica. La mistica 
ispirazione all’infinito, all'eterno, diventa 
scuola diseducativa in cui è annegato ogni 
realismo in omaggio a nebbie spiritualistiche; 
e si incoraggiano le aspirazioni del popolo a 
un'anarchica organizzazione sociale in cui è 
smarrita ogni coscienza dei valori individuali 
ed ogni saldo spirito di coesistenza statale. 

La predicazione nazionalistica cade su un 
terreno propizio alle deformazioni che ali¬ 
menta l’esasperazione di pregiudizi! e malat¬ 
tie che già aspramente pesano come una co¬ 
strizione di immobilità sulla storia del ita- 
polo : l’impreparazione più completa a sentire 
l’importanza e i limiti de! problema econo¬ 
mico non consente uno svolgimento adeguato 
agli spunti di pensiero che potrebbero riuscire 
sani e fecondi. 

La posizione Spirituale dcH'iiitcllcttualismo 
populista clic rimane statica i>cr quasi qua- 
rant’anui e dalla qual^ nascono indiretta¬ 
mente nella vita sociale i due fallimenti rivo¬ 
luzionari del 1905 e del 1917 è il punto cul¬ 
minante della crisi mistica slava. 

L'intelligènza, staccatasi sempre più dal 
popolo, a man mano che in questo penetra¬ 
vano ì germi della modernità, si rivela impo¬ 
tente al suo compito. Le sue esperienze mera¬ 
mente intellettuali sotto soffocate in un circolo 
vizioso. 

Mentre questo processo di dissoluzione sì 
compie troviamo i primi documenti di una 
critica sociale realistica nei marxisti. 

Ma anche il marxismo in Russia segue un 
suo processo e deve sopportare dure crisi di 
sviluppo e di fraintendimenti. 

Sulle orme di Hert.cn gli slavofili, per pri¬ 
mi, si affrettano ad aderire al marxismo im¬ 
portato dalla Germania, e ne falsano comple¬ 
tamente Io spirito come avevano falsato l’he- 
gelismo. I Nichilisti sono il frutto di questa 
aberrazione: uomini di entusiasmo che parte¬ 
cipano all’azione con mentalità estetizzante 
per un astratto eroismo, per min astratta pu¬ 
rezza. 

L’adesione dell'intelligeitza al marxismo ri¬ 
sale agli anni 18 S 0 - 1 S 90 ed è la conseguenza 
più immediata del fallimento delle aspirazioni 
della Naredia Volta: stremati di forze,al pro¬ 
gressivo ascendere del movimento proletario, 
deciso ormai a scegliere vie autonome, si sal¬ 
vano con un equivoco e in realtà corrompono 
e indeboliscono quel sistema a cui portano la 
loro nebulosità, fi socialismo russo dopo il ’qo 
è ancora messianico e fonda il concetto di so¬ 
cializzazione sul mir preistorico. 

I germi vitali del marxismo ortodosso re¬ 
stano nascosti, quasi soffocati, ma vigili e pron¬ 
ti ad agire in questa disorganizzazione. Accet¬ 
tando rigidamente il riiaterialismo storico i 
bolscevici» distruggono gli ideali nebulosi che 


Pag. 82. 


IL BARETTI 


tengono il popolo fuori del mondo e del reale. 
Identificano realtà e forca, vita e individua¬ 
lità, pensiero ed attività economica, pongono 
l’esigenza ili fnr scaturire dal basso un'affer¬ 
mazione autonoma clic allo /.ausino si opi>onga 
e noti si limiti alle dichiarazioni di principio 
deirintclligcnza. Essi sanno clic le idee non 
jjossoiio nascere da cervelli isolati, che la fi¬ 
losofìa sorge dalla storia, che le grandi lotte 
polìtiche presuppongono coscienza di interes* 


La morte di 

Era giunto il giorno 3 . Venne da noi verso le 
sei del pomeriggio. Un poco stanco del viag¬ 
gio, un poco stordito dal ritmo di Parigi ma, 
come sempre, con una grande chiarità negli 
occhi cd un fresco sorriso. Non ci parve am¬ 
malato: un poco più esile forse c più fragile, 
ma nem ammalato. E poi, quando egli par¬ 
lava, una forza così serena e cosi salda era 
nelle sue parole, un'acutezza così precisa e cosi 
fiera reggeva le sue frasi che ogni impres¬ 
sione di debolezza c di caducità era bandita in 
ehi l’ascoltava. E parlò molto. Animandosi, 
dando vita ai suoi sogni cd ai suoi programmi 
dì avvenire, precisamente e senza eccitazione, 
come guidato in sicurezza dalla sua fiamma 
interiore. Voleva fondare in Francia una casa 
di edizioni : sopratutto libri politici clic por¬ 
tassero alla luce i problemi spirituali del no¬ 
stro tempo. Aveva una lista di nomi, un piano 
già tracciato di attività. 

In seguito qualche volume letterario, qual¬ 
che traduzione di libri italiani ignoti oltr’alpe : 
ne rammentammo qualcuno' egli aveva per 
tutti un motto arguto che ne riassumeva la 
essenza ed il valore. 

E poi {e qui gli occhi gli risero) voleva far 
risorgere « Rivoluzione Liberale n. 

f. V un segreto — mi disse — no» ne jbarfi 
ancora, ma confo su rft lei. E bisogna non 
perdere tempo. 

E mi spiegò a lungo il suo concetto. Era 
necessario portare nella lotta politica un ele¬ 
mento intellettuale c culturale che al diso¬ 
pra della polemica quotidiana e violenta, e- 
Icvasse le ragioni ideali del nostro dissenso. 
Quest’affermazione compiuta in purità d’in¬ 
tenzioni cd in nome di priucipii alti e sereni 
avrebbe giovato al trioni > delle nostre idee 
molto di più c sopratutto molto meglio di ogni 
attività astiosa c ^artigiana. 

Le difficoltà dell’impresa non lo spaventa¬ 
vano: Rivoluzione Liberale doveva vedere la 
luce in francese, allargarsi c migliorarsi, rap¬ 
presentare l’arma di difesa delle concezioni 
puramente liberali in Europa, additarne e 
combatterne tutti i traviamenti e tutte le stor¬ 
ture. 

.Sarà scritta in cattivo francese da principio 
mi aggiunse — ma questa sarà una grazia . 
Poi impareremo. 

Trascorse con noi tutta la serata c si di¬ 
scusse di tante cose. Di sé parlava poco sem¬ 
pre c quella sera non parlò affatto. Non ci 
disse della sua malattia recente, non accennò 
neppure a'l’infermità del suo cuore. 

Andò via poco dopo le undici prometten¬ 
doci di tornar presto. Per due giorni non Io 
vedemmo. Al terzo mi giunse un breve bi¬ 
glietto. Mi diceva di essere infermo e chie¬ 
deva a mio fratello studente in medicina di 
andarlo a vedere. 

Mio fratello andò subito: io [>oco dopo. Abi¬ 
tava in un modesto alberghetto eli rue des 
Ecoles. I.o trovai a letto che scherzava con 
mìo fratello c si lasciava pregare prima di 
prendere le medicine e le pozioni che ingom¬ 
bravano il tavolo. Una bronchite doppia, a- 
veva sentenziato il medico, complicata da un 
po’ di depressione cardiaca. 

Era stanco cd un poco stordito : sentiva 
come una sonnolenza greve. 

La conversazione lo affaticava : parlammo 
poco e soltanto della sua malattia. Era poco 
convinto dei rimedi c delle medicine: si la¬ 
mentava sorridendo dell'applicazione delle cop¬ 
pette che mio fratello già gli aveva fatta e dei 
brodini vegetali che gli aveva propinati, 

La mattina seguente fu visitato dal dottor 
Itaseli, il quale fu piuttosto preoccupato dello 
stato del cuore c* consigliò il trasj>orto in una 
clinica. 

Ma questo gli ripugnava : l’idea della cli¬ 
nica c sopratutto il doversi considerare gra¬ 
vemente infermo lo infastidiva e, senza tur¬ 
barlo, lo addolorava. 


sì, senso di responsabilità, individualismo eco¬ 
nomico. Essi non pensano di educare i] |k>- 
polo rivelandogli la verità : lavorano perché 
il i>opolo intenda le condizioni dello libertà, 
perché si senta prpletariato c responsabile dei 
suoi destini. Nella lotta contro lo czarisino c 
contro il capitalismo essi hanno data una ne¬ 
cessità e una linea alla rivoluzione. 

(da Paradosso dello Spirito russo). 

Piero Gobetti 

Piero Gobetti 

Non osammo insistere, egli pareva più sol¬ 
levato, diceva sempre di essere molto stanco, 
ma di non sentirsi male. Tossiva c la tosse 
lo sixjssava. Cera molta stanchezza sul suo 
volto, molla stanchezza c molto abbandono. 
Sofferenza non ne appariva c nemmeno ansia. 
Solo una spossatezza grande. 

Abitava una cameretta senz’aria, senza luce 
cd anche poco pulita : mostrò il desiderio di 
cambiare albergo. Il medico glie Io consenti 
ed alluna, <1 ojk> averlo ben coperto cd imhac- 
cueato, mio fratello lo condusse in una bella 
stanza di un piccolo hotel della vicina rue de 
Vaugirard. 

Si sentì meglio. Cominciò a sfogliare i libri 
che gli avevo portati. In quei giorni a me non 
apparve mai la gravità del suo male : mio fra¬ 
tello era meno tranquillo, cd i due medici con¬ 
sigliavano sempre prudenza grande c si mo¬ 
stravano assai preoccupati della sua insuffi¬ 
cienza cardiaca. 

Ma egli sembrava in molto migliori condi¬ 
zioni : parlammo di libri. 

Gli avevo dato a leggere la « Vita di San 
Francesco», di Chestcrton. Gli era piaciuta. 
Con voce piana me ne dettagliava i menti : 
E' un libro moderno diceva c forse C'è 
più comprensione in questo sforzo d'intendere 
Modernamente una figura lontana da noi nel 
tempo, che nel trasportare faticosamente la 
nostra mentalità verso uh passato mal noto . 

Molte cose mi disse e di molte questioni let¬ 
terarie discorremmo insieme. Ma, come avvie¬ 
ne sempre quando una dimestichezza lunga c 
molta comunione spirituale uniscono e legano 
due intelletti, quelle nostre conversazioni c- 
rano appena accennate, come basate sulla in¬ 
tuizione reciproca cd io non potrei né saprei 
riferirle. 

Aveva, a tratti, in quei giorni, momenti d’ab- 
battimcnto c ]xh momenti tVeccitazione E nei 
suoi discorsi quella sua alterna ineguaglianza 


appariva. Questo mi delie da pensare. Pa¬ 
reva clic egli facesse forza a sé stesso; che 
dominasse a stento la stanchezza grande che 

10 vinceva, per parlare, per dire. E diceva 
quasi febbrilmente come chi abbia fretta. Ed 
un poco inquetanumte, nuche. Principiava la 
frase come se fosse turbato da! desiderio di 
pronunziarla presto c poi taceva e socchiudeva 
gli cechi. Ripeto: se io dovessi dire com’egli 
mi sin apparso in quei giorni dirci soltanto; 
stanco, molto stanco. Altro di (iuta giorni non 
so elite. Mio fratello lo assisteva fraternamente 
c tentava di dare conforto ai suoi mali fisici. 

11 giorno 13 egli ebbe una leggera crisi c 
peggiorò: il cuore non gli reggeva. I medici 
insistettero per il trasporto in una clinica. Vin¬ 
cemmo facilmente la sun resistenza : non a- 
veva (piasi più volontà c si affidava a noi con 
mi sorriso rassegnato. 

Mio fratello lo accompagnò in autolettiga 
alla Cliuiquc de Pnris al Bosco di Boulogue, 
rue Piccini. E nel tragitto egli ebbe qualche 
istante di letizia : ima chiara giornata allie¬ 
tava Parigi cd egli pronunziò parole quasi gio¬ 
conde. Il suo dolce sonino riapparve sulle sue 
labbra per poco ed anche motteggiò, su questa 
sua gita così eccezionale lungo PAvcnuc des 
ChampsElysócs, mondana e rumorosa. 

L'atmosfera pacata della clinica, il candore 
dell’ambiente ed il silenzio lo quotarono, pro¬ 
strandolo. Trascorse molto pianamente la gior¬ 
nata del 14 . La mattina del 15 una lieve mi¬ 
glioria lo blandì : la sua volontà di vita era 
tale (sapemmo dopo) che due volte nella 
mattinata si alzò dal letto, si vestì alla meglio, 
si illuse di poter guarire subito, di essere gua¬ 
rito. 

Alle g dì sera il cuore principiò a mancar¬ 
gli. A poco valsero le iniezioni di caffeina. 

11 medico di guardia lo assistè amorevolmente. 
Alle undici gli fu dato l’ossigeno. Ebbe un’a¬ 
gonia dolce, inconscia : sì spense. Non pro¬ 
nunziò che parole vaghe, non soffri, non spa¬ 
simò. Alla mezzanotte < qualche minuto era 
morto. 

Io lo rividi il giorno seguente : non era 
mutato. Solo sul suo viso era diffusa utia pena 
che non posso non chiamare infantile: senza 
i suoi occhiali di sapiente sembrava un bam¬ 
bino addolorato, un fanciullo triste e scon¬ 
tento. 

Tale rimase nel gelo della morte finché dopo 
tuia lunga veglia lo componemmo nella bara 
c tale è rimasto nel ricordo di noi che l'ab¬ 
biamo amato Vincenzo Nitti. 

Parigi . àlarzo 1926. 


TESTIMONIANZE 


Amici di Piero Gobetti, dai quali egli fu 
lontano nei giorni ultimi, avete desiderato 
che gli amici di Parigi non serbassero gelo¬ 
samente per sé <piei ricordi clic soli hanno di 
lui, essi cui spettò il triste privilegio degli 
ultimi colloqui e della muta scotta attraverso 
le vie a lui note e care della capitale stra¬ 
niera, sino all'alberata isola di Pace de! Pére 
Lachai se. 

La venuta a Parigi fu ancora uno di quei 
suoi arrivi da piccione viaggiatore. Improv¬ 
visa, il 4 febbraio, trovai una cartolina con 
due tiglio a matita, lasciatami a casa mentre 
ero assente: « Caro Emery, quando possiamo 
vederci? Io sono qui per fare l’editore, se po¬ 
trò. IHcro Cubetti ». Aggiungeva i) suo indi¬ 
rizzo: d'mi piccolo albergo de! Quarticr La- 
tino, non lontano dal Collège de Franco. .Gli 
diedi fin appuntamento per il giorno dopo. Fu 
l’ultima volta che lo vidi in piedi, F'ro- pas¬ 
sato, senza vederlo alla prima, dinanzi alla 
terrazza di quel caffè del Faubourg St. Ger¬ 
mani (uno dei )x>chi — osservò - dove il 
caffè fosso buono), cd egli, a capo scoperto, 
mi rincorreva ridendo. Con la consueta rapida 
semplicità, mi mise al corrente delle sue in¬ 
tenzioni pratiche: stabilirsi editore a Parigi, 
pubblicando anzitutto libri d’interesse politico 
europeo, per ora soltanto in francese. Voleva 
assicurarsi qualche collaborazione di priin'or¬ 
dine per una buona affermazione iniziale. Mi 
chiese indicazioni pratiche sul modo di tro¬ 
vare rapidamente un locale. Mi disse — ciò 
che io ignorava — che il cardiopai rito gli vie¬ 
tava di muoversi troppo, di fare le scale; ma 
non se ne mostrava preoccupato v contava sbri¬ 
gare molte faccende per corrispondenza e per 
telefono. Cercava anche casa per sé e per la 
sua piccola famiglia. 


Per due giorni non ebbi più sue notizie. 
L' 8 , un suo biglietto mi annunciava una vi- 
s : ta probabile jkt la sera stessa. Aggiungeva, 
per indicarmi come aveva j>assati i giorni pre¬ 
cedenti : « In questi giorni non sono che un 
uomo alla ricerca di una casa ». Ma niente 
visita la sera, e il giorno dopo la spiegazione 
in mi altro breve biglietto: «... non sono ve¬ 
nuto perchè sono a letto con la fcbhre. Se tu 
venissi domani pomeriggio, martedì, dopo le 
le i 6 ( li vorrei chiedere alcune cose ». Lo tro¬ 
vai, il 9 , mentre un medico, condotto a lui da 
Federico Nitti, lo stava esaminando. Più che 
la febbre c una bronchite diffusa, ciò che im¬ 
pensieriva era la crisi affannosa del suo cuore 
malato. Il modico consigliava dapprima il tra¬ 
sporlo immediato in una clinica, ma, dinanzi 
alla riluttanza del malato, fini ]>er dire scher¬ 
zosamente: « Le do ventiquottr'ore di tempo». 
La pazienza serena con la quale Gobetti sop¬ 
portò le penose gioì nate che seguirono ci per¬ 
mise di parlare sempre con lui scherzosamente 
del suo male, anche quando le nostre appren¬ 
sioni erano più vive. Ed egli ricambiava lo 
scherzo affettuoso: « Adesso, che ti ho sotto 
mano — disse minacciando la mia ben nota 
pigrizia — ti farò lavorare per il Barelli/ 1 ». 

Lo vegliammo tutta la notte, una triste 
notte di pioggia, l'uno dopo l'altro : egli re¬ 
spirava affannosamente, tossiva, si lamentava 
in mi sopore intermittente. All’alba era assai 
più tranquillo, e i due medici che lo curavano 
permisero che rimanesse all’albergo, concordi 
anche nel ritenere che, superato in ima decina 
di giorni il periodo acuto, una cura a lunga 
scadenza, forse in un clima migliore, avrebbe 
potuto rimettere l'infermo in condizioni sodi¬ 
sfacenti, Egli pensavo sempre ad una ripresa 
prossima della sua attività Si occupava ancora 


dell'al leggio che cercava per sé e per i suoi. 
Ma ire giorni dopo il suo stato peggiorò nuo¬ 
vamente. Perchè avesse una stanza più co¬ 
moda e ampia, era stato trasportato i» un 
tinnquillo albergo di fronte al Senato: la cam¬ 
panella dell’orologio del Lussemburgo scan¬ 
diva le ore e i quarti. La compagnia degli o- 
mici, di giorno e di notte, eia per lo più si¬ 
lenziosa. Parlare affaticava il malato, spesso 
assopito, che deplorava di essere troppo stan¬ 
co per poter leggere a lungo. 

Tuttavia il giorno do]>o, domenica, egli era 
più sollevato, per quanto molto depresso dalla 
febbre, dall’affanno e dalla dieta, I medici 
curanti avevano ritenuto ad ogni modo miglior 
partito, prolungandosi la malattia, farlo en¬ 
trare in una clinica, c cosi era stato fatto la 
vigilia. Fu per noi tutti una maggiore tran¬ 
quillità vedergli assicurata l’assistenza rii me¬ 
dici c (l’iiifermieri in qualsiasi momento del 
giorno e della notte. Nel pomeriggio di dome¬ 
nica 14 gli portai il primo mimerò del lìa- 
relti no 11 più diretto da lui. Egli non lo aveva 
ancora veduto, lo sfogliò con piacere, osser¬ 
vandone l’iinpagma/.ionc. Fu l'ultimo atteg¬ 
giamento di lui vivo, che doveva rimanermi 
negli occhi. 

Lunedi sera, Prczzoliiii mi avvertiva che lo 
stato generale del nostro malato gli era ap¬ 
parso, nella giornata, allarmante. Appena li¬ 
bero del mio lavoro — poco prima delle 23 — 
corsi alla clinica. Non era più ora permessa 
ai visitatori, ma nri fu detto che lo stato dcl- 
l'infenrto a delta camera numero 30 » non ap¬ 
pariva allarmante. Mi ritirai, assicurato, per 
tornare il giorno dopo. Ceravamo dati conve¬ 
gno, nel iKimcriggio, varii amici, presso di lui. 
Un’ora do|x> ch’ero stato per Pulitina volta 
alla clinica, mm crisi precipitosa spezzava il 
cuore di Piero Gobetti, 

Si è detto clic egli era morto nell’abban¬ 
dono, senza elle nessuno se ne accorgesse. 
No. Mi duole insistere su penosi particolari, 
ma è necessario ristabilire le cose nella loro 
verità. La fine di Piero Gobetti non ha bi¬ 
sogno di alcuna frangia romanzesca che nc ac¬ 
ci esca la criteri Uà. Mancò -— è vero — più 
che a lui, il quale, spossato, probabilmente 
non avi ebbe nemmeno avvertita la presenza di 
alcuno, mancò a noi il triste conforto di es¬ 
sergli accanto nell’ora suprema. Non mancò 
l’assistenza medica, nè ogni tentativo per su¬ 
perare il momento culminante della crisi car¬ 
diaca. Accorrere in tempo, data la rapidità 
estrema della catastrofe, non ci sarebbe stato 
ad ogni modo possibile. Pintiuppo accadde 
clic non fossimo informati r<ulieto della fine, 
e per parecchie ore, dopo tante fraterne cure,, 
l’amico nostro fu solo sul suo letto di morte. 
Questa fu lina pena angosciosa aggiunta al 
nostro dolore. Ma Piero Gobetti non visse 
abbandonato i suoi ultimi giorni. Lo circondò 
la compagnia affettuosa di tutti gli amici di 
qui. Noi abbiamo veduti i suoi occhi vivi c 
chiari, che parlavano anche nei lunghi si¬ 
lenzi imposti dalla sua crescente stanchezza, 
e attcstiamo che essi, non mai smaniti, incon¬ 
trarono ogni giorno sguardi amici, pronti a 
rispondere co! muto incoraggiamento d’ima 
presenza fedele. 

Parigi - marzo 1926. 

Lutei Emrhv, 

. ìlisogna lottare con noi ad ogni istante 

per non perdere neppure un'occasione di agire, 
per martellare su tutto e su tutti, per costruire 
tu nostra vita. Mi accorgo che la mia conce¬ 
zione della vita è in contrasto con troppi, 
quoti con hit ti. E questo mi incoraggia anche 
più a 11 oh essere indulgente verso me stesso ... 

(da una lettera, 1919 ). 

liisogna che noi creiamo ogni giorno una 
conquista nuova c, poiché conquistare non A 
che allargare i propri limiti, Infogna che noi 
arriviamo a comprendere sempre più l’imma¬ 
nenza dello spirito, a vedere in ogni fatto, in 
ogni conseguenza una parie della nostra ani¬ 
ma stessa. 

Con questa passione profonda — che non 
diventa abitudine, e neppure azione incon¬ 
sulta, ma resta normalità intensa, conquista 
progressiva e non intermittente o frammenta¬ 
ria — non fi concilia la freddezza e la indif¬ 
ferenza che pervade c irrigidisce fa vita d'oggi. 
Tutta hi vita moderna è estenuata da questa 
spaventosa auernia. Ma noi ci ribelliamo. Ri¬ 
portiamo a questo punto la distinzione tra mo¬ 
ralità c immoralità . Non può essere morale chi 
è indifferente. L'onestà consiste nell'avere idee 
e credervi e fame centro e scopo di sè stesso. 

(da « Energie Nuove », 1919 ) 


PIERO ZANETTI - Direttore responsabile. 
Tipografia Sociale - Pinerolo. 







IL BARETTI 

MENSILE Le edizioni del Barelli Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per 11 1926 L- 10 • Estero L. 15 * Sostenitore L. 100 • Un numero separato L. i * CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno III • N. 3 • 16 Marzo 1926 

A PIERO GOBETTI 


COMMIATO 

Questa pagina non fu scritta per essere 
pubblicata. Fu trovata in un taccuino, che 
Gobetti portò con se a Parigi : é, si vede, una 
confessione, affidala a rapidi appunti delle 
impressioni provate lasciando l'Italia, E' |>er- 
ciò una delle ultime cose scritte da lui : e 
rivela quell'intimiti! dell'animo suo, che gli 
amici conoscevano o indovinavano, ma clic 
egli amava celare sotto il serrato gioco della 
dialettica o sotto la polemica implacabile. 

L'ultima visione di Torino: attraverso la 
botte di vetro traballante che va «cibi neve; 
dominante Tcnorme mantello del volturino 
(ehc è Tullima sua poesia). Saluto nordico al 
mio cuore di nordico. 

Ma sono io nordico? e queste parole ltanno 
mi senso? Fiilgoiie per la polemica queste an- 
illesi dottrinali, e anche di gusti, di costumi, 
di rdca.h'. A/i senfiré più vicino a un francese 
intelligente che a un il afta no zotico — ma 
quando mi proporrò delle esperienze intellet¬ 
tuali, quando li guarderò per la mia cultura. 
Ilo sentito m Saffron Hili come io sia ancora 
attaccato alle cose umili, alla vita della razza. 
Io sento che i mici avi hanno avuto questo 
destino di sofferenza, di umiltà: sono stati in- 


Altri ha scritto parole di firn pianto, quelle 
parole di rimpianto, che salgono spetilance 
alle labbra di tutti quando scompare, nel fer¬ 
vore delle speranze c delle opere, un giovane, 
e lascia dietro di sè, con l'ammirazione per 
quanto ha compililo, il rammarico di quanto 
avrebbe potuto compiere c lo sdegno per le cir¬ 
costanze avverse che ci hanno privato di qual¬ 
cosa che nessuno mai potrà dare. Ma gli amici 
sentono che non si può piangere Piero Gobrili 
come si piange un giovane, caduto affranto 
sotto il peso di iiiid troppo grande opera in* 
trapresa: così cadono molti, ma così egli non 
è cadalo, e, per quanto sentiamo più degli 
nitri lo strazio di questa giovinezza infranta, 
noi non possiamo parlare di « morir intima- 
lura» o lodare questa o quella sua opera, que¬ 
sto a qucH'aspctto del suo ingegno e del suo 
carattere e rammaricare quanto dalla morte gli 
fu precluso di fare. Non guardiamo a quel¬ 
l'avvenire che no» sarà mai, ma a quello che 
egli è stato, a quello che ci lascia: dobbiamo 
(ed è compilo arduo ) custodire Tinsegnamento 
che scaturisce dalla sua vita e dalla sua opera, 
legalo infinitamente prezioso cd unico, che 
nessun giovane ha mai lasciato e che non la- 
sceranno i grandi, che Pur noi veneriamo. 

Quello che egli sarebbe stato a trenta, a qua¬ 
ranta anni, noi non riusciamo ad immaginarlo.* 
oggi, riandando al passato, scopriamo di non 
averci pensato mai Perchè, al suo avvenire, 
non ci pensava tìgli stesso: la suo ambizione 
era sempre tutta nell'opera che stava com¬ 
piendo, nò soltanto in questi ultimi (empi, 
ma a diciassette anni, ai tèmpi di « Energie 
iVovoii, quando pura sarebbe sialo nnlunifc 
abbandonarsi ai sogni indefiniti dell f avvenir e, 
ed egli invece non />arfana clic: del giornale, 
che stava componendo, dello studio che si ac¬ 
cingerà a slcndeic, della traduzione che ve¬ 
niva correggendo, del sistema filosofil o, di cui 
cacava di impossessarsi Pensare ad un avve¬ 
nire piu remoto, doveva sembrargli un affi¬ 
darsi a forze estranee, un attendere da altri 
quello che egli credeva dover chiedere soltanto 
a sè stesso, e perciò una debolezza, una colpa: 
perciò non si concedeva le pause di sogno che 
gli altri giovani si concedono; e noi lo vede¬ 
vamo, di anno in anno, sempre al lavoro, sem¬ 
pre con la medesima fiducia in sè stesso, scm- 
pre egualmente pronto a far fronte a tut te le 
difficoltà, sempre sorridente: e ci pareva che 


catcnati a questa terra che maledirono e che 
Pure fu la loro ultima tenerezza e debolezza. 
Non si può essere spaesati. 

T. dice che è meglio un Paese civile. Ossia 
pensa che Potrà fare meglio i suoi articoli. 
Egli ha rinuncialo a ogni altra risonanza. Io 
sento che la mia azione altrove non avrà il sa¬ 
pore che ebbe qui ; che le sfumature no» sa¬ 
ranno intese: che non ritroverò gli stessi amici 
che mi capivano. 

Il cinismo era una difesa contro il sentimen¬ 
talismo che ripugna al mio ideale virile. Ma io 
sarei desolalo se la mia vita si riducesse a una 
rigorosa esecuzione di mi piano e se no» av¬ 
vertissi in me, difficile a dominare, nei mo¬ 
menti più difficili, il tumulto della vita e Tan- 
sia degli affetti. 

Il senso del fato — non come punto di par¬ 
tenza, ma come indifferenza alle vicende — 
quando si è sicuri di sè Non mi importano t 
risultati perchè li accetto come misura delia 
mia azione, di me (un'altra misurazione della 
volontà sarebbe complicata e impossibile). Di¬ 
segna essere se stessi dappertutto. Natural¬ 
mente non si deve essere isterici e si può essere 
tranquilli solo se non si cercano delle confer¬ 
me. La concezione della vita come serie di c- 
sami è stupida; tutto si riduce invece all’avcr 
credito, al non aver bisogno di esami /»cre/iò 
si è qualcosa {si intende sempre socialmente). 


sempre, negli anni avvenire, lo avremmo tro¬ 
vato così al lavoro, accanto a noi, mi poco più 
in alto di noi. Taluno di noi, quando apprese 
la notizia della sua morte, non seppe trovare 
altre parole rbc queste: Non è vero, non è pos¬ 
sibile — /■: ancora oggi, che sia morto, sembra 
a noi tutti cosa impossibile. 

Tanto la vita appariva strettamente con¬ 
giunta con la sua persona: tanto ci eravamo 
abituati da tempo a considerare il dubbio, Tiri- 
ecrtezza c il dolore come cosa nostra, non sua. 
La sua figura ci appariva tutta luminosa, priva 
di ombre. Lo vedevamo sempre egualmente se¬ 
reno dopo le avversità, lo avevamo trovato 
tanto lalmo dopo i primi attacchi del male, 
che doveva condurlo a morte, che non pote¬ 
vamo pensare che quelle avversità avrebbero 
avuto ragione della smt /ibra e che tf male fi¬ 
sico fosse di tanta gravità- Oggi al pensiero 
di quanto deve aver per anni sofferto, tacendo 
hi propria angoscia, proviamo ut i amaro ri¬ 
morso dì non aver indovinalo sotto la sua se¬ 
renili il suo dolore t di non aver sofferto con 
lui e di non aver alleviato così il suo strazio: 
e scaliamo nel suo perpetuo, indimenficabilc 
sorriso, in quella serenità, che avevamo tal¬ 
volta invidiato conte una dote nativa, il segno 
di una straordinaria, di un'unica grandezza 
morale 

Prima avevamo intravvisiO t ma oggi sol¬ 
tanto comprendiamo che egli ha negalo a sè 
stesso coscientemente tutte quelle lusinghe, 
tulli ifìici pteruii, tutte quelle debolezze, che 
non giovani soltanto, ma uomini maturi so¬ 
gliono concedersi, li, come dei giovani si negò 
le illimitate ambizioni, così negò gli scorag¬ 
giamenti improvvisi, che por lui avevano pur 
troppo Cause reali,- c tutti gli atteggiamenti 
romantici, che paiono propri di tutti i gio¬ 
vani. àfa come Pochi nomini sanno, egli ap¬ 
prese giovanissimo a non fidare in altri che in 
sè stesso, a lavora re senza speranza di premio, 
ad accogliere l'avversità come un fatto, con¬ 
tro cui non vale ribellarsi e che può imitare 
temporaneamente la direzione della nostra at¬ 
tività, non sminili ria o cangiante la natura, a 
celare altrui la propria tristezza, a scegliere 
sempre, senza esitare , la via più difficile, come 
la sola nobile, anzi come la sola lecita. 

Non parliamo di quelle vie facili, che sono 
Tabbassamento di fronte alle opinioni domi¬ 
nali ti, i compromessi tra la propria coscienza 


c il propiio interesse, il porre, palesemente o 
larvatamente l'ingegno a servizio di cht può 
ricompensare, e nemmeno di una tranquilla, 
onesta e dignitosa carriera, in cui senza diffi¬ 
coltà avrebbe raccolto onori e soddisfazioni: 
Inulo sentiamo queste ipotesi più che ingiu¬ 
riose, inconciliabili col so» carattere energico 
di lavoratore, e dì combattente. Ma anche nel 
cammino per cui si era messo, era possibile 
una scelta tra il più facile c il più difficile, 
tra il compromesso larvato e la lolalc , tragica 
dedizione di sè. Egli seppe rinunziare anche a 
quelle soddisfazioni, che non si chiedono ad 
altri ma a sè stessi, più care perchè più se¬ 
grete. 

Opporsi all'opinione dominante, scorgere la 
falsità e la menzogna dove i più %’cdono la 
grandezza, rivelarle a pochi iniziati e. alla 
folla che ri ori vuole credere e che ride o im¬ 
picca, tutto questo non è privo di fascino se¬ 
greto, c può esser fonte di una intima soddi¬ 
sfazione, che si scorge attraverso il gioco dia¬ 
lettico che capovolge Topi ir io no comune, o nel 
motto beffardo che la irride c gode delta sua 
bestialità. Ma una tale opposizione resta cosa 
tutta intellettuale, ha in sè la propria soddi¬ 
sfazione, non aspira a mutare la situazione 
che T ha suscitata, non impegna T indi¬ 
viduo: i» ogni caso dipende da una situazione 
esteriore, che domani potrà mutare, e che Per¬ 
ciò disarmerà affatto l'individuo deile sue ar¬ 
ai: per non dire, che quando l'intcUigcnza 
soltanto è impegnata, il compromesso, si sa, è 
sempre possibile. 

Ma anche nella lotta aperta, senza quar¬ 
tiere, vi sono soddisfazioni, consolazioni se¬ 
grete: la speranza di un successo facile con 
'mezzi sproporzionati al fine, che permette di 
non darsi tutto alla lolla impegnata, il com¬ 
piacimento di sentirsi vittima, di nascondere 
il proprio pensiero e te proprie azioni nel se¬ 
greto. Ma i.obetti non voleva essere ni un 
politicante, nè un Jacopo Ortis. Non voleva 
combattere degli uomini per averne, in un 
qualsiasi modo, l'iflorùl, ma opporre ad opere 
altre opere diverse, costruire da sè solo con 
le proprie forze, qualche cosa di diverso, da 
quello ette gli altri, i più andavano facendo. E 
perciò non poteva sentirsi giustificata dagli 
atti degli avversar :, e chiudersi nel silenzio 
come tiri uomo politico vinto o ammantarsi 
dclTabiló di ribelle: e Perciò, quando non potè 
più lavorare in Italia, partì perla Francia, non 
per l'amaro gusto deU'esilio o per cospirare, 
ina semplicemente per continuare l'opera di 
editore, che in Italia gli era stata vietala. 

Questa è vera grandezza: c tutto questo, egli 
lo compiva, senza far sentire ad altri la gra¬ 
vezza del còmpito intrapreso, e parlava di sè 
c dei suoi propositi conte se credesse che ogni 
altro al suo posto avrebbe agito egualmente, 
come fosse cosa naturale, ragionevole agire in 
tal modo; c, anziché farsi bello della sua sin¬ 
golare forza di volontà e chiudersi in un arci¬ 
gno silenzio c alleggiarsi a lottatore, si rivol¬ 
geva a tutti con un benevolo sorriso di fan¬ 
ciullo, che lasciava tutti sin piti e che oggi sol¬ 
tanto et appare la più grande c pura manife¬ 
stazione della sita forza. 

Vi sono alcune parole, di mi giovane morto 
ventenne, che oggi ci ritornano con insistenza 
alla mente. Chi lesse (intorno al '21 0 al 
'zzi il diano di Otto II rami, il giovane tedesco 
morto ili /*'ra»ic/rt uc/ta primavera del igiS, 
senti già allora in quelle pagi ne no n Timvta- 
gine dì uno stranìeio, ma ttiTininiaginc fami * 
fimr vicina, quella di Gobetti. Motti idee co¬ 
muni, ma più Tarde 11 te spirito etico, con cui 
Timo c Tnltro sentivano e giudicavano tutte 
te manifestazioni della cultura, il senso austero 
della vita politica diversa e pur congiunta alla 
vii a moiale, la fiducia in sè stessi, scevra di 


ogni iattanza, la freschezza giovanile di ogni 
loro atto e di ogni loro espressione, ci facevano 
appciiirc singolarmente vicini t due giovani, 
stranieri l'uno alTaltro, ma appartenenti alla 
medesima generazione. Ma, più felice e meno 
grande, il giovane tedesco, morto a vent’anni 
in guena, non conobbe che /'eroismo e la disci¬ 
plina bollita e mori, fanciullo ancora, lascian¬ 
do soltanto pagine, ili cui sono affidati i suoi 
propositi: ma Gobetti, morto a venticinque 
anni, conobbe le lotte quotidiane t più diffi¬ 
cili della pace, quando non ci si può abbando¬ 
nare al destino e nessuno compagno ci può 
sorreggere e non vi è speranza di fregna 0 di 
riposo, e lascia non propositi vani per quanto 
nobili, ma qualcosa che deve durare. il de¬ 
stino, a cui il Brami aspirava, Piero Gobetti, 
senza forse averne coscienza, nello spazio di 
pochi hanni lo ha raggiunto. 

— Erta cosa mi si è fatta chiara, è scrìtto 
nel Viario del Brami; quel cltc di più alto 
un uomo può raggiungere nella vita non è la 
gloria, non è la fortuna, e nemmeno la gran¬ 
dezza, no, e neanche quello che finora m'era 
parsa Tallczza definitiva, l'opera; .ma è sol¬ 
tanto questa diventar tal modello che solo con 
la sua presenza determini il mondo e l'uma¬ 
nità. In questa guerra io ho verificato e tor¬ 
nato a vciificare che cosa significa essere capo, 
che cosa ciò importi e come il capo sia in grado 
di far lutto. In che modo? Forse con massime 
morali, con insegnamenti , con singole azioni? 
No, ma con quello che comunemente si chiama 
il buon esempio, vale a dire col suo essere cosi, 
col suo essere presente. — 

/•’ quale esempio ci lascia Piero GobettiI 
Quando era in vita, lui, che fu giudicalo cri¬ 
tico aspro e implacabile di uomini e di cose, 
era in realtà verso chi gli era vicino di una 
indulgenza singolare.- negava a sè ogni debo¬ 
lezza, ma intendeva le debolezze al/rui: e la 
fiducia che egli aveva in sè, finiva col comu¬ 
nicarla ad altri, sicché da un colloquio con lui, 
ritornavamo con la coscienza più salda nelle 
nostre forze, con più fermi propositi di lavoro. 
Oggi sentiamo perciò più amaramente tutta la 
iiostnr piccolezza: ma, nello stesso tempo, il 
dovere di superarla, di renderci quanto è pos¬ 
sibile simili a lui, non di continuare l'opera 
sua. che soltanto a lui era possibile, ma, in 
mi campo più limitato e modesto, conservare 
quella comunione di uomini e di lavoro che 
egli creò. Che Ut sua compagna, la quale ne 
ha condiviso le ansie c ne custodisce gli ideali, 
e il suo piccolo figlio, che crescerà degno di 
lui, c f« giorni più propizi, non abbiano un 
giorno a rimproverarci, non dico di averlo 
tradito, ma di aver commesso qualche atto, 0 
pronunciata qualche parola, di cui egli avrebbe 
dovuto dolersi! 


... Lavoro perché credo all'immanenza 
della vini e della storia, perché sento di rea¬ 
lizzare* così in nu* la legge universale; perché 
credo che, Volendo migliorarci e farci seria¬ 
mente generosi in questo nostro inondo dob¬ 
biamo rimineiare a tutto ciò che é troppo per¬ 
sonalmente interessante, troppo empirico c 
limitato: dobbiamo sacri ri co rei non inutil¬ 
mente e rumorosamente, ma si lonzi osi, ogni 
giorno, all'opera nostra che, per quel che vale, 
diventa appena esce da noi, appena si estrin¬ 
seca, patrimonio di tutti_ 


.. .. Rinunciare per offrire tutto a chi di ttoi 
non si curerà c ci negherà persino nell'atto in 
cui imparerò da noi quel che potevamo inse¬ 
gnare. E tuttavia non fermarsi nella rinuncia 
perché il nostro spirito non ò nulla, é vilmente 
miserando se j>er un momento si astiene da 
quell’atti viti! che é un dovere, conservare il 
senso della responsabilità per tutto, questo è 
Tomismo tragico perché silenzioso, j>erchò u- 
mlic c sconosciuto, dell'uomo moderno... 

(da una lettera, 1920 ). 


LA SUA GRANDEZZA 









Pag. 80. 


IL BARETTI 


PIERO GOBETTI 

nelle memorie e nelle impressioni 
dei suoi maestri 


Di Piero Gobetti, voglio mettere oggi in 
caria alcuni ricordi personali. Lo conobbi 
quando non era ancora arrivato all’università 
c già il suo cervello era unii fucina di idee, 
le quali fermavano Lattandone di chi l’ascol¬ 
tava, anche per il modo rotto cd inspirato con 
cui egli le esponeva, accompagnando le pa* 
role col moto nervoso delle mani c del caj>o. 
AH’università, mi oigani/y.ò udranno in cui 
volle frequentare il mio corso di finanza, un 
piccolo pubblico di ascoltatori non obbligati; 
sicché io, clic in qiteU'nnno avevo intrapreso 
un insegnamento esegetico su alcuni testi di 
legge tributaria italiana — e i periti possono 
ben comprenderne l'aridità noiosa, sebbene vo¬ 
luta — dovetti fare sforzi erculei per trasfor¬ 
mare il commento ad articoli di legge in un 
esercizio di logica economica applicata; e del¬ 
lo sforzo compiuto fui sempre grato al Go¬ 
betti perchè ne usci un tentativo di mettere 
ordine nel disordine apparente, di costruire 
un ordine logico deduttivo su materiali fram¬ 
mentari. 

Ma le* conversazioni migliori clic ebbi con 
lui toccavano quasi sempre il problema del 
lavoro; c Tessersi egli fatto editore* di un mio 
volitino su ti Le lotte* del lavoro n fu la conse¬ 
guenza di quelle conversazioni, Egli stesso ha 
scritto c stampato (pici che, intorno ai pro¬ 
blemi del lavoro, pensò; e lo fece certamente 
meglio di quanto non possa ricostruire io, ri¬ 
cordando le sole cose che ini rimasero piò 
fitte nella memoria c ricordandole in (pici 
modo approssimativo e vago clic il tempo tra¬ 
scorso consente. Tuttavia anche il ricordo al¬ 
trui può giovare, se non altro, a fermare lo 
sembianze sotto le quali l’amico fu visto dal- 
Tamico e le idee che il sopra vissuto potè illu¬ 
dersi di aver fatto conoscere a ehi non è più. 

Vi fu un tenqio, dunque, durante il quale 
Collctti visse a contatto con operai torinesi, 
elementi scelti delle maestranze 1 le quali popo¬ 
lano gli stabilimenti della « Fiat » e delle 
altre imprese nostre. Era un vero « Ordine 
nuovo)* clu* sembrava allora sorgere; in cui 
al lavoro clic agisce e pensa era serbato il 
governo della società A vantaggio cd istru¬ 
zione di questa scelta di operai egli teneva 
qualcosa clic non era una scuola od una uni¬ 
versità |x>poIarc o proletaria; ma conversazioni 
e lezioni tra amici c conoscenti, ricordi c ripe¬ 
tizioni di letture fatte, commenti ad articoli 
di giornali o su fatti del giorno. 

Egli vedeva nel mondo operaio, allora agi¬ 
tato dalle convulsioni del dopo guerra, for¬ 
marsi i germi di una società nuova, a cui i 
teorizzatori del tcmj>o davano il nome di co¬ 
munistica o socialistica, ma clic in realtà era 
tult'altra cosa. Non si può dire che Gobetti 
si fosse fermato neppure sul sindacalismo co¬ 
me su una dottrina atta ad andare in fondo a 
ciò che accadeva. Al disopra ed al di là dei 
nomi, egli vedeva le forze nuove, vergini, ca¬ 
paci di creazioni sociali diverse dalle attuali. 
Ci sono negli operai manuali, nei tecnici degli 
stabilimenti industriali, nei rustici appena 
tolti alla vanga c gittati nel tormento dei 
forni e nel rombo assoiclantc del macchinario 
di fabbrica, eircrgic, forze, volontà lo quali 
ancora non sono state sfruttate; ci sono uo¬ 
mini (l’eccezione, capaci di cose notevoli, in¬ 
telligenze che l'ignoranza soltanto rende inca¬ 
paci di dare frutti insperati. Il sindacalismo, 
la conquista delle fabbrica, la vittoria del pro¬ 
letariato sono soltanto gli strumenti, le for¬ 
mule per mezzo di cui riescono ad ‘imporsi 
gli uomini di valore esistenti nella massa pro¬ 
letaria, c l’oro esce purificato dalla bruta 
ganga appena estratta dalla miniera. 

Perciò, egli clic pure in sostanza repugnava 
alla statolatria, ed alla irreggimcntazione co¬ 
munistica, fu amico di comunisti, ne apprezzò 
gli sforzi. Aveva comune con essi il senso della 
rivoluzione, la quale, anche quando assunse 
per lui l’aggettivo liberale gli parve necessaria 
nei momenti delle grandi crisi, per scuotere 
l’ordine costituito e per lasciare venire a galla, 
al luogo delle vanità fatte persone, uomini 
energici tratti dalle classi sociali non ancora 
fruste dall’esercizio del potere politico ed eco¬ 
nomico. Sempre si dolse, allora c poi, che pur¬ 
troppo venissero a galla non gli eroi, clic tutti 
vagheggiavamo, ma puri imitatori, mascherati 
col rimbombo di assai parole grosse, dei politi¬ 
canti corruttori venuti su dopo la caduta della 
destra storica. Il liberalismo concreto delle 
classi dirigenti italiane gli sembrò perciò ogno¬ 
ra assai meschina cosa. Non negava quel che 
esso ebbe poi (li eroico in taluni uomini, i 
quali videro nella difesa della legalità costitu¬ 
zionale la difesa dei diritti di tutti; ma gli pa¬ 
reva che il liberalismo fosse decaduto al livello 
di una formula priva di contenuto, usata per 
tener su gente vecchia, in decadenza, non 
capace di lottare per il raggiungimento di 
nuovi ideali. Perciò egli voleva che nella lotta 
intervenissero le classi operaie; che dì dosso 
ad esse fossero tolti quei pesi morti di igno¬ 
ranza, di povertà che le tengono in basso cd 
impediscono alla società intiera di valersi util¬ 


mente delle loro forze fresche. Perciò egli era 
rivoluzionario; che senza un qualche scrollo 
creativo di una nuova formula gli pareva im¬ 
possibile ehu le classi operaie riuscissero a 
rompere la crosta di jiosizioni acquisite, di pre¬ 
giudizi, di convenzionalismi, che davano il j>o- 
lere sociale ad una classe fossilizzata. Non mi 
parve mai un ammiratore dei ceti borghesi, 
clic in Italia, dopo In caduta della destra, 
cripta ristretti ad occupazioni materiali c, da¬ 
tisi ad arricchire, non sentivano ì grandi 
pioblcmi politici c sociali. 

In tutto ciò v'era un fondo generoso di pas¬ 
sione umana, di quello spirito di « discesa nel 
jjojioIo » che è cani ttfr isti co dei momenti in 
cui si preparano i grandi rivolgimenti sociali. 
Personalmente, a me pareva, disconciulo con 
lui nel periodo in cui egli aspirava a portare 
tra gli operai il senso virile del liberalismo 
concepito come sforzo j>er educare e migliorare 
sè stessi, per capire il mondo circostante, ]>cr 
rispettare negli altri la propria personalità, di 
ritornare un quarto di secolo addietro, quando, 
l>oco prima del 1900 , anch’io, frequentando 
operai cd agitatori avevo creduto nclTclcva- 
zionc faticosa, meritata, conquistata degli uo¬ 
mini rozzi, che lavorano colle loro mani, in cui 
è spesso tanta luce di fresca, verde, genuina 
intelligenza. Non ho mai rimpianto quelle vec¬ 
chie conversazioni ed ancor oggi ho taluno di 
(pici primi agitatori come tra gli nomini mi¬ 
gliori, jxr bontà (l’animo e altezza di ideali, 
che io mi conosca. Ma dubito che la via della 
elevazione debba essere assai più aspra di 
quella che ingenuamente avevamo intravista. 
Non già soltanto perchè il movimento o[>crnk>, 
così bollo negli anni della lotta c della jrer.se* 
dizione innanzi al 1900 , sia caduto poi troppo 
spesso jircda di j>rofittatorì, di politicanti c di 
chiacchieroni abili. Questi sono soltanto i sin¬ 
tomi di un male più profondo, di cui qualche 
volta discorrevo con Gobetti, e che a me pa¬ 
reva consistesse probabilmente nella malvagità 
innata dell’uomo. Capitai una volta a fargli 
vedere certe mie non [>oche schede di appunti 
presi leggendo le ojktc di Le Play, clic gli eco¬ 
nomisti e gli statistici conoscono j>c-r i suoi 
bilanci di famiglie operaie; — opera monumen¬ 
tale per fermo, la quale raccomanderà per un 
gran jrezzo agli studiosi il nome dell’autore,' 
come quello del creatore di un metodo origi¬ 
nale e jircciso di studiare le condizioni sociali 
dei jxqroli; — ma clic dovrebbe anche essere 
meglio ricordato come apostolo di un verbo so¬ 
ciale. Chè il Le Play si mutò da ingegnere di 
miniere in compilatore di bilanci operai in se¬ 
guito ad una crisi di coscienza sofferta al ter¬ 
mine di una lunga malattia; quando por una 
visione quasi religiosa egli si senti spinto a 
proclamare la necessità della «riforma sociale»; 
la quale in sostanza si riduceva poi a combat- 
tcre la teoria di Rousseau della bontà origi¬ 
naria dell’uomo selvaggio, che le istituzioni 
umane avrebbero corrotto c reso malvagio. Al¬ 
tri, notissimi, jrcnsntori oppugnarono la teoria 
di Rousseau; ma dubito assai vi sia chi [rossa 
eguagliare il I/C Play per la ricchezza dei ri¬ 
ferimenti tratti dai grandi libri religiosi del¬ 
l'umanità e delle osservazioni compiute du¬ 
rante cinquant’anni, sotto i più diversi climi 
storici, in luoghi tra loro lontanissimi, dagli 
Urali alla Siria, dalla Scandinavia alla Spa¬ 
gna cd al Marocco. Ignoro se vi sia uno scrit¬ 
tore il quale piò di lui dia il senso storico di 
età trascorse : della tribù nomade della Bibbia, 
del servo della gleba, del compagno della cor¬ 
porazione medievale d’arte c mestieri, del 
mezzadro italiano, dell’ operaio di fabbrica 
contemporaneo. Questo singolare ingegnere, il 
quale sarà un giorno studiato come una fonte 
di prilli’ ordine dello storico della Russia 
prima dell' ukase di emancipazione e dallo 
studioso di forme economiche scomparse, 
non sì stancò mai dì ripetere che Rous¬ 
seau aveva detto il falso e che T uomo 
era nato malvagio, crudele, mentitore, la- 
dio e che solo la forza delle istituzioni umane 
e della religione, solo i legamenti della tradi¬ 
zione, delle consuetudini c la virtù dei pastori 
di jropoli, dei notabili — altri poi li chiamò 
élite» e per averli forniti del senso dello com¬ 
binazioni ossia deirimhrogl’o si procacciò gran 
fama a i>oco a poco lo addomesticano, lo 
frenano, lo riducono a membro vantaggioso 
della società. Di qui l'utilità delle tradizioni 
religiosamente osservate, delle istituzioni an¬ 
tiche le quali si imixmgono ai jiopoli quasi 
avessero una virtù soprannaturale; di qui il 
pericolo sociale gravissimo eh scuotere con 
fatti rivoluzionari quel senso di Libò che man¬ 
tiene salda la compagine sociale. Se qualcuno, 
audace o incosciente, rompe l'incauto, si vede 
che il mondo sociale è lutto un tendone da 
palcoscenico; e dietro non c’è nulla. Il castello 
di carta stava in piedi perchè nessuno osava 
— tanta era la forza dcll’incantestino creala 
dai secoli — soffiarvi dentro; ma intanto, al 
riparo dell'incantesimo, vissero per secoli so¬ 
cietà che il Le Play chiama «prosjicrc» in eon- 
trapjioSlo alle società « instabili », elio lo spi¬ 


rito della critica riduce in polvere e lenta¬ 
mente dissolve. 

Io non dico che Gobetti sin stato persuaso 
dagli appunti le-play a ni che talvolta gli sfo¬ 
gliavo per pungere e frenare il suo animo forse 
troppo propenso a vedere il bene dei germi di 
rivoluzione giitati nel crogiolo sociale. Troppo 
poteva in lui lo spirito critico, T insaziato 
desiderio di sapore, il convincimento della 
forza creativa dell’intelligenza per acquetarsi 
alla visione di un mondo governato dalla tra¬ 
dizione, dai notabili, dall'immagine dei casti¬ 
ghi annunciali ai disonesti dai versetti della 
Bibbia e del Corano L'ingegno umano che 
nel!'industria moderna è stillo capace di crea¬ 
zioni tanto utili alla prosperità materiale, fr¬ 
olli non dovrebbe, affinato dagli stessi mira¬ 
bili ordigni da lui creati, perfezionare altresì 
il meccanismo della vita politica c sociale? 
Piero Colletti aveva fede nella potenza rivo- 
hizionntvicc, nella virtù intima di innalza¬ 
mento, nella capacità creativa di coloro che 
vivono quotidianamente accanto alla macchi¬ 
na, fattore per eccellenza rivoluzionario, il che 
vuol dire creativo di forme nuove, del mondo 
economico. 

Tuttavia egli, che era sempre ansioso di 
fat rivivere tra le generazioni nuove il ricordo 
di qualsiasi corrente originale del pensiero 
umano, non Cessò mai di invitarmi a divulgare 
in una qualche lettura ed a raccogliere in un 
volumetto il succo degli insegnamenti deU'in- 
gcguere autodidatta francese. Amantissimo 
della 1 ìccola famiglia che egli si era creato, 
idolatrato (lai genitori, egli vedeva nettamente 
che il culto delle tradizioni, la continuità del 
focolare domestico, il risjjctto al risparmio clic 
costruisce la casa, l'impresa, la terra sono 
idee forze, le (piali hanno a neh‘esse, insieme 
col pensiero critico e creativo, con la macchi¬ 
na rivoluzioimtricc dell' economia c coll’aspi- 
ra/.ione profonda delle masse lavoratrici a sa¬ 
lire, rompendo Tcquilibrio sociale esistente, 
diritto di cittadinanza, in quella città ideale 
che egli veniva costruendo nella sua mente, c 
che è bella perchè non è rigidamente immota; 
ma continuamente si trasforma sotto la pres¬ 
sione contrastante delle tante forze che agi¬ 
scono su di essa, Se i tempi e le forze fisiche, 
ahimè !, troppo impari al compito assunto, 
glie lo avessero consentito, atich’egli avrebbe 
crealo, nella sua casa editrice, mia di quelle 
forze sociali, uno di quei lignmodi tra nomo c 
uòmo, tra spirito c spìrito, i quali impediscono 
che la nostra jrovera umanità si dissolva in 
un caos indistinto di atomi sperduti nel buio, 
Luigi Einaudi. 


Nulla è più doloroso jier un vecchio mae¬ 
stro che dover commemorare un giovine sco¬ 
laro, e uno scolaro come quello clic ora il de¬ 
stino ci ha tolto. E’ contro natura. E torna 
alla mente la querela accorata del filosofo 
greco, che tutta l’atrocità della guerra com- 
jx: 11 dia va nel detto famoso : « E’ questo 11 
tciujx) che non i figli scpjxdliscono i padri, 
ma i padri i figli ». 

Non mai discepolo ha jrorcorso innanzi ai 
mici ocelli, ornai da lunga esperienza fatti 
acuti nel penetrate l'anima dei giovani, una 
parabola di formazione autonoma c di virile 
maturazione più sorprendentemente rapida è 
più i>rometteute di quella del povero Gobetti. 

A dire la verità — e innanzi a un uomo 
quale egli fu la verità va detta sempre jrcr 
intero — la linea dei nostri raj*porti, da do¬ 
cente a discente, era partita, se così posso 
esprimermi, dallo zero. Non lo avevo com¬ 
pì eso, quando dapprima - or fa poco più di 
un lustro — vidi comparire alla mia scuola 
quel giovinetto, il cui nome era già frammi¬ 
schiato a parecchie delle iniziative più etero¬ 
dosse, più indisciplinate e scapigliate, c a cui 
un scintillio d’occhi davvero stellare e un sor¬ 
riso aiguto di continuo errante dagli occhi 
nlla bocca fresca ma dolorosa davano — al¬ 
meno visti alla distanza da una cattedra a un 
banco di scuola — l’aria eli una irresa in giro 
sistematica c un j>ooo iconoclastica. Del resto, 
egli non mi dissimulò mai che in realtà alle 
mie lezioni non ci si divertiva affatto, e che 
nè materia nè maestro gli andavano gran che 
a genio. 

E' bisognato che i nostri cosi male impo¬ 
stati c impacciati rapporti accademici dop¬ 
piassero il cajro delle tempeste dell’esame fi¬ 
nale — c fu davvero min piccola burrasca — 
perchè vedessimo aprirsi innanzi a noi un 
mare, uno sconfinato mare di serena simpatia, 
( 1 ; piena confidenza e dì iceiproca compren¬ 
sione. E fu allora ch’io compresi il vero Go¬ 
betti ed imjiarai a scorgere, in quel sorriso che 
pareva enigmatico e in quel scintillìo d'occhi 
che pareva canzonatorio, tesori di sincerità c 
di lealtà, di gentilezza e di finezza, c sopra- 
tlitio della più pura idealità. E mi racconsolo, 
ora, pensando che anch'egli mostrò di aver 
capito ch'io non ero poi quel parruccone pe¬ 
dante, che forse egli si era immaginalo. 

D’altra parte, quella dello scolaro non era 
evidentemente la vocazione e la posizione clic 
convenisse a una natura come la suro Egli as¬ 
surse di fatti, e si può dire quasi di un balzo, 
a quella di maestro. E quel maestro, nel senso 
più umano e direi umanistico, e cioè più bello 
ed alto della parola, egli ci sorpassò immedia¬ 


tamente tutti. Intorno a lui si raccolsero su¬ 
bito, da una cerchia che si veniva facendo sem¬ 
pre più ampia, molte pi A forze giovanili, che 
a noi non sin riuscito in molli anni. Taut'è 
vero che vale più un solo limpido cscmjùo che 
mille sapientissimi insegnamenti 1 Erano pa¬ 
recchie di quelle anime, pur della sua già più 
esperte della vita; erano ingegni, pur del suo 
più nutriti di studi e anzi cultori ornai cele¬ 
brati delle arti più varie, che tuttavia avevano 
trovato in quel sincero e coraggioso ragazzo, 
poco più che ventenne, il loro punto di comune 
riferimento e di orientazione, la personifica¬ 
zione più schietta e completa di quel l’idealo 
di vita dello spirito e- insieme di vita civile, 
a cui essi anelavano ma che non erano riusciti 
da parte loro ad attuare che jrcr frammenti. 

Ma anche i vecchi maestri ebbero ben presto 
la sensazione che c’era qualcosa da imparare 
da quello scolaro : la fedeltà irremovibile ni 
propria priucijiii, e la incondizionata dedizione 
ai propri» ideali. Per questo la sua fu una vita 
brevissima, si, ma bellissima, lui, non un prin¬ 
cipio di vita stroncata, ma una vita, pur nel 
suo fulmineo ciclo, perfetta e conclusa. Fu 
ima vita esemplare per tutti. L'ardore incom¬ 
parabile (li quella esistenza consumò rapida¬ 
mente il fragile involucro; ma fu quella ima 
fiammata magnifica, il cui fulgore vincerà il 
tempo E torna pur sempre, Irresistibile, .alle 
labbra la sublime sentenza: « Muor giovine 
colui che agli Dei è caro». 

riero Gobetti è morto in terra <li Francia. 

E pensando a (pici povero morto, clic mi fu c 
ini diventava ognora più ano, mi risovviene 
un episodio del tem|>o della guerra,, che mi 
fu narrato appunto in terra di Francia. Un 
vecchio contadino era stato chiamato da uno 
dei villaggi vicini al fronte presso la salma di 
un figlio che vi era caduto; e quando fu in 
cospetto del morto, lungi dal!'abbandonarsi a 
manifestazioni di dolore e di amore, si profon¬ 
deva in segni del più jrrofondo rispetto; e, in¬ 
fine, richiesto del jwrchè, rispose: « Perchè 
mi sembra che il padre ora sia lui ». 

E anche a me, pensando a quel mio disce- 
j>olo, morto in condizioni cosi jiictose, mentre 
cercava in iraesc straniero nuovo spazio alla 
vita del suo spirito, sembra clic oramai il 
maestro sia lui. 

Francesco R citi ni . 

Napoli, 2*1 febbraio 1926 . 

Mi reputo ad onore potere aggiungere il 
mio ai nomi degli amici ed estimatori di 
Piero Gobetti, venticinquenne, clic a me, vec¬ 
chio di settantotto anni, è toccato piangere a- 
maramentc per la sua crudele e improvvisa 
morte! Appesii cessata la guerra, io volli te¬ 
ner dietro alle non jxrchc pubblicazioni pe¬ 
riodiche giovanili, clic seguìron iuunediata- 
mente aH'anmstizio; e più delle altre mi col- 
piron quelle, j>er ì'njijmnto de] Gobetti, a me 
ignoto sino allora, ma con cui ebbi subito oc¬ 
casione di scambiare, jkt lettera, il saluto. Nel 
suo viaggio di nozze, io qui lo conobbi in mia 
casa, unitamente con la gentile sposa : e qui 

10 rividi l’anno doj>o, al suo ritorno dalla Si¬ 
cilia, egli non nascondendo a me, nè io a lui, 

11 jxmsiero c l’animo, se non in tutto confor¬ 

mi, pienamente di accordo in tutto quello che è 
virtù c devozione alla patria. Or anche vo¬ 
lendo, io non potrei nè saprei dire abbastanza 
come 0 quanto, un anno più delTaltro, egli 
mi apparve singolarissimo, sia per dirittura 
morale sia per energia di carattere. E assai 
addolorandomi della nemica sorte, che vie 
più gTincrudcliva contro, oh, ben io ero lungi 
le milk* miglia dal sospettare, clic, da un i- 
stantc all'altro, mi sarebbe avvenuto di leggere 
della pietosa sua line, tanto lontano da' suoi 
cari e dalla sua Torino, in una camera di una 
lontana clinica straniera ! Ho qui dinnanzi lo 
ultima sua lettera, senza data — nè io ricordo 
se del 31 gennaio o del 1 * coircnte — clic mi 
dice: «Parto per Parigi, dove farò l’editore 
« francese, ossia il mio mestiere che in Italia 
« mi è interdetto. A Parigi non intendo fare 
« del li beli Limo, o della polemica spìcciola come 
« i grànduchi spodestali di Russia : vorrei fare 
« un’opera di cultura nel senso del liberalismo 
«europeo e della democrazia moderna». Po¬ 
vero amico ! Che la pura c cara tua memoria 
mi accompagni in quel tanto di solidario cam¬ 
mino, che ancora mi avanza. 

Giustino Fortunato. 

Essere ad ogni wiomcn/c noi, realizzare tulln 
la nostra possibilità di azione per noi c per 
xli altri in ogni istante, sentire il palpilo esul¬ 
tante cd inefiònonfe della vita, sempre, e no» 
come mezzo a questa o quella pallida idealità 
evanescente, ma in sè c per sè come mezzo t 
fine alla idealità stessa che sprigiona dai suo 
intimo, Attingere in tale fede la capacità e la 
forza di rinnovarsi ad ogni istante, vedere la 
vita come umanità che si svolge c si supera, 
debolezza che si vince senza arrestarsi mai, 
conereiezza in cui ogni umile atto acquista la 
sua santità, la sua consacrazione perché t atto 
nostro: ceco la gioia ed il significato dell'es¬ 
sere, la divinità del tempo che è progresso in 
cui muore l'ostacolo! 

(da « Energie Nuove», 1919 }. 



I 


IL IURETTI 


Pag, 81 


BRANI 

Dostoievschi classico 

Dostoicvschi artista non ha avuto fortuna 
in Italia. Pochissimi conoscono i suoi capo¬ 
lavori : L’eterno marito — L’adolescente — 
dii indemoniali. Degli Indemoniali non esi¬ 
ste una traduzione come non c’è una decorosa 
tradii/.ione dei /‘ratel/i C'aranm.vov. 

F.’ invece diffuso una specie di mito Doslo- 
iovschi volgarizzato dai francesi attraverso 
una frettolosa conoscenza di Mcrcscoschi. Dì 
questo mito rappresenta una eco anche l'ul¬ 
timo libro dedicato a Dostoicvschi da Otto 
Cuzzcr. Un Dostoicvschi romantico e pro¬ 
fetico, assetato di verità, oppresso dai pio* 
blcini. Un uomo che sarebbe vissuto per 
tutta hi vita nella disperazione, nella mi¬ 
seria, costretto a scrivere in condizioni in¬ 
grate, senza serenità. Infine il vero russo, 
P anima del ;>oi>olo russo al quale egli 
verrebbe ad annunciare il destino. Preten¬ 
dono che il suo mondo non sia classico 
perché non è di uomini normali. La sua arte 
non darebbe analitica, ma sintetica. La ma¬ 
lattia sarebbe una delle cause determinanti lo 
stato di grazia di Dostoicvschi. Il dramma di 
tutta la sua vita deriverebbe dal fatto che 
mentre egli lui sentimento inorale lo assilla il 
dubbio sulla validità oggettiva del mondo mo¬ 
rale: rimarrebbe dunque sempre nella posi¬ 
zione di mi ateo alla ricerca di Dio, 

Noi non esitiamo a confessare che a questa 
esasperata descrizione (presa in parte dal noto 
libro del Gide, ma senza conservare del Gidc 
la sottile malizia) preferiamo la vecchia in¬ 
comprensione deU'aristocratico De Vuguó. De 
Voglie- aveva almeno il gusto di offrirci un ri¬ 
tratto sconceliatile : egli era stato sorpreso e 
sbalordito della sensibilità di questo creatore 
di mondi eccezionali. 

« Piccolo, gracile, lutto nervi, continuato da 
sessuu Tanni difficili, tuttavia piuttosto appas¬ 
sito che invecchiato, con la sua Ixuba lunga 
e i capelli ancora biondi; e ancora dotato di 
un» «vivacità di gatto») come egli diceva. Il 
viso di un contadino russo, di un vero mugich 
illuminato da un fuoco ora dolce ora pauroso; 
la fronte larga segnata da pieghe e da protu¬ 
beranze, le temine come temprale al martello, 
e tutti questi tratti tirati, esasperati; ricadenti 
su min bocca dolorosa. Io non iio mai visto su 
un viso umano lina simile espressione di sof¬ 
ferenza moltiplicata; tutte le angoscìe dell'a¬ 
nima e della carne vi avevano lasciato il loro 
segno; vi si leggevano, meglio che nel libro, i 
ricordi della casa dei morti le lunghe abitu¬ 
dini di spavento, di sfiducia, di martirio. Le 
palpebre, le labbra, tutte le fibre di questa 
faccia tremavano di tic nervosi. Quando si 
animava di collera per un'idea si jx>tcva giu¬ 
rare di aver già visto questa testa sui banchi 
•di una corte criminale o tra i vagabondi che 
vanno mendicando alle porle delle prigioni. 
In altri momenti aveva la mansuetudine tri¬ 
ste dei vecchi santi delle immagini slave. Tut¬ 
to era ixjpolnno in quost'uomo, con Tinespri- 
nfibile mescolanza di banalità, di finezza e di 
dolcezza che hanno talvolta i contadini russi, 
e con qualche cosa di inquietante, forse la 
concentrazione del pensiero su questa masche¬ 
ra di proletario. In principio si rimaneva lon¬ 
tani da lui, prima che il suo magnetismo strano 
avesse agito. Abitualmente taciturno, se pren¬ 
deva la parola, cominciava con tono basso, 
lento e volontario, riscaldandosi a poco a poco 
difendendo le sue opinioni senza riguardo per 
alcuno »>, 

De Vogiió non aveva guardato abbastanza 
attentamente i piccoli occhi grigi molto inca¬ 
vati di Dostoicvschi. Ma se non ci lasciamo 
conuitovere in modo troppo naturale dai bri¬ 
vidi del suo discorso possiamo ammettere che 
egli abbia almeno capito la compattezza delle 
sensazioni e l'origiiialità del suo mondo. Egli 
lo capì, e se ne spaventò come di nn'enonne 
macchina di osservazione, rivelatrice di abissi. 

Li grandezza di Dostoicvschi artista parte- 
di qui, dalla sua tragica solitudine, e dalla 
sua fantasia dominatrice di una materia piut¬ 
tosto in formazione clic condotta a svolgimen¬ 
to completo. Discepolo di galeotti, come si 
compiacque di chiamarsi, era padrone di un'e¬ 
sperienza eccezionale di confessioni di anime. 
Tutti i suoi personaggi sono lo specchio della 
sua gelici oso solitudine. Eppure nessun’arte 
si può pensate più obbiettiva, meno autobio¬ 
grafica della sua. Se fosse stato meno disinte¬ 
ressalo, meno preso da un'esclusiva necessità 
fantastica non avrebbe potuto cogliere, con 
tanta discrezione e con tanto sacrificio di tutte 
le debolezze e di tutte le piccole curiosità, i 
destini più chiusi e più eccezionali. 

Alla sun tenerezza di creatore iiessun'anitna 
si nega : egli è pronto a vedere tutte le albe 
spirituali, i moti più delicati delle anime in 
formazione. Il suo gusto di psicologo è qui: 
egli non crede ai caratteri, alle* qualità, ai 
tipi : le sue psicologie sono specchi di contrad¬ 
dizione, complessità inesauribili; egli non po¬ 
trà mai fotografarle perché le vede anime sem¬ 
pre nascenti, sempre vergini, sempre tese ver¬ 
so la chiarezza: la sua arte deve essere ine¬ 
sauribile, insonne, por non perderne il mistero. 


INEDITI 

E' un'ai te portata ad un'al tozza tragica che 
talvolta rivela la tensione. 

Nessuna filosofia in Dostoicvschi : egli è 
incapace di interessarsi obbiettivamente » imo 
teorìa, incapace di individuare con spirito dia¬ 
lettico i termini di un problema. I suoi perso¬ 
naggi non si sforzano mai di arrivare ad uno 
verità; ma piuttosto di chiarire e capire se 
stessi. E Dostoicvschi stesso era tormentato 
soltanto dai dubbi del creatore; elaborava jxi- 
zientemente, cercava di vedere chiare le sue 
creature perchè non sapeva scrivere se non 
aveva strappato il segicto dei fantasmi che lo 
agitavano. La sua fantasia eia un vortice, ma 
egli sapeva dominarla e ordinarla. Tuttavia 
non osò mai scrivete senza rivelare* un tre¬ 
more iniziale, l'indecisione sacra del creatore, 
In paura che l'espressione dovesse riuscire ina¬ 
deguata, tanto urgeva dentro la materia fanta¬ 
stica. Era i>CifctUmentc padrone di tutti i pio- 
cedimenti e ai tifici letterari, ma ne era comple¬ 
tamente insoddisfatto. Per molto temi» non 
seppe abbandonare la forma della confessione, 
come se questa gli permettesse ima cura più 
trepida verso le anime dei personaggi. Il mo¬ 
nologo traduce tutta la mobilità delle sue e- 
mozioni ; quest’uomo che scolpiva, come i clas¬ 
sica, personaggi completi della loro solitudine, 
sapeva anche l'arte delle timidezze più sottili, 
delle precocità più oscure. Nei primi romanzi 
si credette romanziere di ripiego: «Senza la 
base dei fatti non si riesce a descrivere senti¬ 
menti ». Ma ì fatti da soli, non precipitati ne¬ 
gli abissi delle coscienze, non gli offrivano un 
interesse sufficiente. 

Però si può notare nel corso degli anni un 
progresso, che io non so chiamare altrimenti 
che epico, nella maturazione di questo stile 
dostoicschiano della confessione. Dal tono ti¬ 
mido c selvatico della storia di Nictocka Ne¬ 
ttati ova, un caj>olas*oro molto più delicato di 
Povera Gente, dove la freschezza e il languore 
del ricordo è dato dalla fine poesia dell’infan¬ 
tile narrazione, si giunge alla potenza dtam¬ 
niotica dell'Elenio marito in cui il grottesco c 
l'ironia sono imperturbabili, e l'umore bisbe¬ 
tico conferisce al racconto una solennità tre¬ 
menda. Il romanzo contiene due scene di tra¬ 
gedia notturna che, apparentemente ispirate 
dal Poe, si levano poi ad una fantasia rigoro¬ 
samente shakespeariana. La confessione è sta¬ 
ta jxirtata ad una tecnica puramente dram¬ 
matica cd obbiettiva. 

Qui si può intendere la nostra opinione sul 
classicismo di Dostoicschi : opinione clic farà 
scandalo tra i suoi isterici interpreti. Ma chi 
più impassibile di lui di fronte al tremendo? 
Chi più sereno cd analitico e pronto osserva¬ 
tore di fronte al morboso? La lucida arte di 
Dostoicvschi sdegna i lettori facili ai brividi. 
alle allucinazioni, alle sofferenze artificiali e 
letterarie; essa chiede prima di tutto il corag¬ 
gio del disinteresse e l'attitudine a guardale 
serenamente uu inferno sterminato. La sua 
follia è più forte.della verità. I] suo eroismo 
luetico )ia superato tutte le prove. 

Nella confidenza con cui Dostoicvschi ha 
penetrate? i suoi inafferrabili fantasmi bisogna 
riconoscere un dominio e una sicurezza esem¬ 
plari : e fu la sua solitaria devozione all'arte 
a dargli quest'incredibile lucidità. 

(da Paradosso dello spirito russo). 


Lineamenti di una 
storia dell'ottocento 

Mentre le nazioni europee si sono liberate 
con la guerra di religione da tutte le ideologie 
dogmatiche gli italiani non possono pensare 
ad una riforma religiosa, imi>egnati come sono 
dalle contingenze a distruggere il dominio ter¬ 
ritoriale dei (Mintelici; volendo essere laici so¬ 
pratilt to nella sostanza essi si adattarono a pro¬ 
fessare un rispetto teorico alla chiesa, e la at¬ 
taccarono con armi politiche invece che sul 
terreno dogmatico. Così il Risorgimento resta 
cattolico, complici gli stessi eretici. 

La preparazione ideale alla lotta politica si 
esaurisce nel romanticismo, clic oppone un cri¬ 
stianesimo spiritualistico al cattò! Teismo rea¬ 
zionario della Santa Alleanza. 

Tuttavia questo opportunismo è machiavel¬ 
lico. La Chiesa ha fatto causa comune cogli 
assolutismi. Le monarchie c specialmente la 
sabauda, sorprese c compromesse dai primi 
movimenti de! secolo hanno ceduto il loro po¬ 
sto di avanguardia c seguono l'equilibrio ge¬ 
nerale, retrive non più progressiste. Le plebi 
continuano a vivere* intorno ai conventi e agli 
istituti di beneficenza, tutti cattolici; e restano 
cattoliche per istinto, per educazione, per in¬ 
teresse. L'iniziativa spetta alla nuova classe 
borghese, che attua con Cavour la politica an- 
tifeudale del liberalismo economico per [roterai 
dedicare ai traffici, alle industrie, ai risparmi c 
formare la prima ricchezza o il primo capitale 
circolante in Italia. Come potrebbe questa 
classe proclamare una [>olitica anticlericale 
fuor che nella questione dello Stato Pontifi¬ 
cio? Essa si troverebbe assolutamente isolata 


mentre la vittoria è subordinato alla possibi¬ 
lità di trascinare con le astuzie diplomatiche le 
altre classi volenti o no, stilla suo via. Tutte 
le idee prevalenti nella penisola sono catto¬ 
liche o cristiane (Gioberti, Manzoni, Mazzini). 
Solo le minoranze politiche sicure del loro 
compito storico sentono più forte di tutti il 
dovere della fedeltà allo Stato c credono alle 
nuove esigenze economiche. 

Il iicogucllismo è lo strattagemma per cui 
le masse avvolse al progresso nazionale lx>r- 
ghese sono indotte a seguire le minoranze. 11 
lilK-raliMiio laico moderato per evitare l'isola¬ 
mento c per non trovarsi nemiche nello stesso 
tempo le plebi c la reazione, inette avanti i- 
dcc banali c programmi di compromesso. 

Così questa minoranza boighese riesce a 
conquistare la monarchia incerta, e a 
servirsi del silo prestigio. Vittorio Ema¬ 
nuele li crede di allargare i confini del Pie¬ 
monte e serve al programina di Cavour, clic 
gli trasfoima le basi dello Stato facendo di 
un regno costituzionale un governo parlamen¬ 
tare. E gli storici sì domandano ancora come 
Cnvonr pot<ssc far si aiutare dalla borghesia 
francese ! 

E’ ovvio che questa classe [xditica non può 
bandire troppo avitamente le idee di libertà 
e di democrazia odiate dalle stesse plebi bor¬ 
bonicamente retrive. Essa conserva il suffra¬ 
gio ristretto, addomestica garibaldini e bor¬ 
bonici con gli impieghi di stato, esercita una 
generica propaganda patriottica, facendo gio¬ 
care l'equivoco del cnttolicismo liberale. Man¬ 
cavano forze c parliti ordinati : si supplì con 
volontari e avventurieri. Il nebuloso messia¬ 
nismo di Mazzini, Tentusiasmo di Garibaldi, 
l’enfasi dei tribuni furono le forze che favori¬ 
rono un equilibrio provvisorio. Tutta questa è 
materia incomposta e vi affiorano ì più pro¬ 
fondi vizi della razza : una direzione si deve a 
Cavour. Egli è lo spirito provvidenziale, l'o¬ 
riginalità del Kisoiginnailo. 

La Rivoluzione Francese ha le proporzioni 
di un grande dramma oia nazionale, ora eu¬ 
ropeo. E' la rivendicazione di masse popolari 
nuove, rivolta -di pojxdo condotto da scelte 
guide borghesi contro le classi in decadenza. 

Il Risorgimento italiano è invece la lotta dì 
«n uomo c di [lochi isolati contro la cattiva 
letteratura di un vpolo dominalo dalla mise¬ 
ria : la storia civile della |>enisola pare talvolta 
il soliloquio di Cavour che da una materia an¬ 
cora informe in dieci anni di diplomazia cerca 
di trasformare e trarre gli clementi della vita 
economica moderna c i quadri dello stato laico. 
In realtà, specialmente quando è solo, Cavour 
ubbidisce a una segreta voce della storia e a 
un oscuro destino della razza, che sembra an¬ 
nunciarsi durante tutto -l settecento in miste¬ 
riosi profeti disarmati, che, sorpresi dalle te¬ 
nebre, appena indovinano la luce. 

(da Risorgi mento senza eroi). 

Misticismo e marxismo 

Benché Dostoicvschi abbia cercato di elabo¬ 
rare una dottrina che conciliasse slavofili e oc¬ 
cidentali, le sue idee si devono riportare allo 
sviluppo interno del suo mito slavofilo e una 
analisi del suo pensiero può presentarci, nella 
c pressione logica più completa, le idee di¬ 
rettive del movimento. 

Direttamente dalla mistica esaltazione di 
Chiricievschj c di Comiaccv nasce questa di¬ 
chiarazione: «La classe intellettuale russa è 
la più elevata c la pili seducente di tutte le 
élite* che esistano. In tutto il mondo non si 
trova nulla che le sia simile. E' una magni¬ 
ficenza di splendida bellezza che ancoro non 
si stima abbastanza. Pròvati a predicare in 
E"rancia, in Inghilterra, e dove vorrai che la 
proprietà è illegittima, che l’egoismo è cri¬ 
minale. Tutti si allontaneranno da tc. Come 
potrebbe essere illegittima la proprietà indivi¬ 
duale? E clic vi sarebbe allora di legittimo? 
Ma l'intellettuale russo ci saprà comprendere. 
Egli ha cominciato a filosofare appena la suo 
cosrìenza si è svegliata. Così se egli tocca un 
pezzo di jxane bianco, subito si presenta agli 
occhi suoi un quadro tetro: « E' il pane fab¬ 
bricato da’ schiavi ». E questo pane bianco gli 
sembra molto amaro. 

Egli ama, ma vede il fratello suo inferiore 
che vive nella bassezza, clic vende per qual¬ 
che soldo la sua dignità di uomo e allora Fa- 
more perde tutto il suo fascino per l'intellct- 
tuale. Il [>opolo è diventato la sua idea fissa: 
egli cerca il modo di avvicinarsi a questa folla 
taciturna, di confondersi con essa. Senza il 
l>opolo, che da migliaia di anni porta in sè 
tutta Ja storia russa, senza l’amore per il 
[>opo!o, un amore ingenuo, mistico, l’intcTfet- 
t no le russo non si potrebbe concepire. Per 
questo egli si mette con ansietà e scrupolo alla 
ricerca continua del vero, del vero popolare, 
contadinesco ! Rinuncia a tutto ciò clic costi¬ 
tuisce la fierezza, la felicità ordinària del mor¬ 
tale: dai villaggi, dai campi, dalla terra nera, 
ricevono gli intellettuali le loro idee morali. 
Essi si vergognerebbero di vivere dimenti¬ 
cando il piccolo contadino c hanno preso a 
prestito da lui la celebre formula ; la vita se¬ 
condo verità non secondo diritto e scienza. 

E' vero che in occidente domina la scienza, 
la coscienza della necessità, giuridica e sto¬ 
rica. àia in Russia domina l'amore. Noi cre¬ 


diamo in esso come in una forza misteriosa 
che annienta d’tm tratto tutti gli ostacoli c in¬ 
staura subito una nuova vita. Questa imma¬ 
gine di una vita nuova, di una vita interiore, 
si troi a sempre nel cuore c nella testa di ogni 
intellettuale russo e noi ci siamo sempre en¬ 
tusiasmati per questa vita vera basata sull'a¬ 
more del prossimo e elio non si piega a nes¬ 
suna fonmiln tranne che alla formula dettata 
dal cuore ». 

Questo verbalismo populistico spiega me¬ 
glio di ogni critica nostra, come ogni forza di 
sistemazione del pensiero filosofico dovesse 
necessariamente esaurirsi in una povertà filo¬ 
sofica ingenua, in un sentimentalismo gonfio 
di una visione sconfortata del dolore univer¬ 
sale. Gli sforzi esegetici dei letterati russi per 
ritrovare ima filosofia di Dostoicvschi àttuo fis¬ 
sato in conclusione formule clic contraddico¬ 
no ad ogni serietà filosofica : rivelazione del¬ 
l’eterno fanciullesco, messianismo, eco. 

11 riissismo autoctono per esempio che gli 
attribuisce una interprete slavofila è soltanto 
un segno della sua audacia fantastica. Infatti 
In spontaneità del peusìcio che non ha dietro 
di sè un Medioevo nonché costituire un ca¬ 
rattere di originalità determina essenzialmente 
il carattere antistorico del suo pensiero: e il 
suo sentimento di paura di fronte alla morte 
Io conduce ad affermare l'eternità della vita, 
ma in una forma poetica. 

In queste premesse anche se i Russi si osti¬ 
nano a scorgervi l’ardore di un'anima profe¬ 
tica, noi vediamo soltanto i limiti di un tor¬ 
mentato individualismo. Quando Dostoicvschi 
vuote uscire da questo [muto morto [>er jxmic- 
trarc la storia, riesce soltanto a porre un a- 
stratto dualismo tra divinità e umanità in cui 
l'umanità è ateismo, natura cieca, immoralità 
che non riesce a silurarsi e che è santificata 
dalla pietà, daM'asi>ettazione messianica di 
una rivelazione storicamente assegnata alla 
Santa Russia — realizzatrice di infinità e di 
eternità. Ma anche 1* in fi trito e l'eterno non 
sono teorizzati filosoficamente, ma sono pen¬ 
sati da Dostoicvschi come qualche cosa di as¬ 
solutamente immenso, di fronte a cui si prova 
im'imprcssiouc di brivido. L'amore suo è per 
l'umaiiità in generale; di fronte a un indivi¬ 
duo il suo sentimento è talvolta di dispetto c 
talvolta di esclusiva contemplazione* estetica; 
c Taiunte universale stesso gli è dettato an¬ 
cora da uu sentimento individualistico: la 
paura della solitudine. 1 tentativi filosofici si 
dissòlvono tutti in psicologia empirica. 

L’azione politica che scaturisce da questo 
atteggiamento è vaga c messianica. Ixi mistica 
ispirazione all' infinito, all' eterno, diventa 
scuola diseducativa in cui è annegato ogni 
realismo in omaggio a nebbie spiritualistiche; 
e si incoraggiano le aspirazioni del popolo a 
un'anarchica organizzazione sociale in cui è 
smarrita ogni coscienza dei valori individuali 
ed ogni saldo spìrito di coesistenza statale. 

Igi predicazione nazionalistica cade su un 
terreno propìzio alle deformazioni clic ali¬ 
menta l’esasperazione di pregitulizii c malat¬ 
tie che già aspramente pesano come una co¬ 
strizione di immobilità sulla storia del po¬ 
polo: Timprcparazioue più completa a sentire 
l'importanza e i limiti del problema econo¬ 
mico non consente imo svolgimento adeguato 
agli spunti di pensiero che potrebbero riuscire 
sani c fecondi. 

» * * 

La posizione spirituale dclTintellettualismo 
populista che rimane statica per quasi qua- 
raut'aimi c dalla qualp nascono indiretta¬ 
mente nella vita sociale i due fallimenti rivo¬ 
luzionari del 1905 c del 1917 è il punto cul¬ 
minante della crisi mistica slava. 

L'intelligenza, staccatasi sempre più dal 
popolo, a man mano che in questo penetra¬ 
vano i germi della modernità, si rivela impo¬ 
tente al suo compito. Le sue esperienze mera¬ 
mente intellettuali sono soffocate iti un circolo 
vizioso. 

Mentre questo processo di dissoluzione si 
compie troviamo i primi documenti di una 
critica sociale realìstica nei marxisti. 

Ma anche il marxismo in Russia segue uu 
scio processo c deve sopportare dure crisi di 
sviluppo e di fraintendimenti. 

Sulle orme di Ilerzen gli slavofili, per pri¬ 
mi, si affrettano ad aderire al marxismo im¬ 
portato dalla Germania, c ne falsano comple¬ 
tamente lo spirito come avevano falsato The- 
gclismo. I Nichilisti sono il frutto di questa 
aberrazione: uomini di entusiasmo che parte¬ 
cipano all'azione con mentalità estetizzante 
per un astratto eroismo, per una astratta pu¬ 
rezza. 

L'adesione deU*intelligenza al marxismo ri¬ 
sale agli anni iS 8 o*i 8 qo cd è la conseguenza 
più immediata del fallimento delle aspirazioni 
della Narulia Volin ; stremati dì forze,a| pro¬ 
gredivo ascendere dei movimento proletario, 
deciso ormai a scegliere vie autonome, si sal¬ 
vano con un equivoco e in realtà corrompono 
e indeboliscono quel sistema a cui portano la 
loro nebulosità. 11 socialismo russo dopo il '90 
è ancora messianico e fonda il concetto di so¬ 
cializzazione sul mir preistorico. 

I germi vitali del marxismo ortodosso re¬ 
stano nascosti, quasi soffocati, ma vigili e pron¬ 
ti ad agire in questa disorganizzazione. Accet¬ 
tando rigidamente il ihaterialismo storico i 
bolscevici!i distruggono gli ideali nebulosi che 


Pag. 82. 


IL GARETTI 


tengono il popolo fuori elei mondo e del rade. 
Identificano realt A e forza, vita e indivìdua- 
)itA, pensiero ed attiviti economica, i>oiigono 
l'esigenza di far Scaturire dal basso un'affcr- 
mazione autonoma clic allo /ansino si opixmga 
e non si limiti alle dichiarazioni di principio 
deirintelligcnza Essi sanno clic le idee non 
I>ossono nascere da cervelli isolati, che la fi¬ 
losofia sorge dalla storia, che le grandi lotte 
politiche presuppongono coscienza di interes¬ 
si, senso di responsabilitA, individualismo eco¬ 
nomico. Iissi non pensano di educare il po¬ 
polo rivelandogli la verità : lavorano perché 
il popolo intenda le condizioni della libertà, 
perchè si senta proletariato e responsabile dei 
suoi destini. Nella lotta contro Io czarismo e 
contro il capitalismo essi hanno data una ne¬ 
cessità e una linea alla rivoluzione. 

{da Paradosso detto Spirito rujio). 

Piero Gobetti 

Piero Gobetti 

ed il liberalismo 
integrale 

Per ragioni, che i lettori possono facilmente 
intuire, non mi è dato di esprimere che una 
piccola parte dei sentimenti, che riempiono e 
conturbano l'animo mio ancora sopraffatto 
dalla ferale ed inaspettata notizia che è spenta 
per sempre la giovanile, multiforme e mira¬ 
bile attività di Piero Gobetti. 

Se il passato ci jioteva essere promessa e 
pegno di quello che sarebbe stato l'avvenire, 
torna impossibile di valutare nella sua inte¬ 
rezza la perdita, clic la causa del liberalismo 
integrale ha sofferta i>or la scomparsa tanto 
prematura e tanto rattristante del nostro gio¬ 
vane ed indimenticabile Amico. 

Quanti siamo in Italia già avanti negli anni, 
che, come non abbiamo mai peccato d'indul¬ 
genza per le generazioni politiche plutocrati- 
che o demagogiche, non siamo disposti a ri¬ 
pudiare e a tradire la causa di tutte le libertà 
solidali, avevamo seguito con un senso di vera 
gioia e di ammirazione affettuosa il prodigioso 
assorgere intellettuale e politico di un giovane, 
che purtroppo ci è rapito dalla morte a soli 
25 anni, dopo avere compiuto, in mezzo a tri¬ 
boli e difficoltà di ogni genere, un’opera, della 
quale a ragione ]>otrehbero andare fieri uomini 
arrivati tranquillamente all'età più matura. 

Giustamente, Piero Gobetti aveva dato alla 
sua Rivjsta, seminatrice e diffonditricc di idee, 
il titolo di Rivoluzione Uberalc, appunto pc-r 
ben segnare un'antitesi inconciliabile a quel 
torpore quietista, nel quale si erano vergo¬ 
gnosamente adagiati da tanti anni i falsi li¬ 
berali italiani, preoccupati soltanto di fare 
colla politica i loro interessi personali e di 
classe. 

Fra cotesti degeneri e falsi liberali italiani, 
ebbero sempre un gran posto ed una incon¬ 
trastata prevalenza politica quelli che invo¬ 
cavano e sostenevano i sistemi doganali prote¬ 
zionisti, accettando la libertà economica, quan¬ 
do la reputavano giovevole ai loro interessi 
di industriali o di proprietari fondiari, ma re¬ 
spingendola ostinatamente, quando essa avreb¬ 
be importato il sacrificio dei loro ingiusti pri¬ 
vilegi di produttori. 

La crisi attuale del liberalismo ha avuto il 
grande merito di mettere fine ad un simile 
equivoco. Ed in questo senso, anche sparito 
Piero Gobetti, e resa silenziosa la sua Rivi¬ 
sta, la Rivoluzióne Uberai* da lui auspicata 
e servita con tanto fervore di intelletto e di 
azione, fa In sua strada. 

Il liberalismo come effettiva e riformatrice 
forza politica non ha nulla perduto, ma ha 
tutto guadagnalo dallo diserzioni dei falsi 
liberali. Non conta se siamo rimasti in [>ochi 
a sostenere la causa di tutte le libertà soli¬ 
dali : la vecchia e logica concezione politica 
del piemontese Conte di Cavour, che il gio¬ 
vane piemontese Piero Gobetti che aveva rin¬ 
novata, adeguandola ai bisogni ed alle idealità 
dei tempi moderni. 

E' profondamente doloroso e contrario allo 
svolgersi normale delle cose che il giovane, nel 
quale più potevamo confidare per il successo 
della nuova propaganda in favore del libera¬ 
lismo integrale, ci sia stato rapito da una 
morte inesorabile, lasciando a noi di tanto più 
anziani ili Ini il dovere di piamente racco¬ 
glierne e seguirne, come ci torna possibile, 
l'esempio di attività e di fede. 

Questo impegno uni assumiamo, per grande 
che s : a la tristezza inconsolabile dell’ora pre¬ 
sente. 

Ma sono sopratutto i giovani, che intorno a 
Piero Gobetti si erano radunati e che lo con¬ 
sideravano oramai come animatore e maestro, 
che ne devono continuare, senza sconforti e 


senza dubbiezze, l'opera di libertà e di verità. 

Non importa «l il successo debba tardare. 
Non importa neppure se pochi di noi lo ve* 
dromo. 

Oggi più clic mai, il liberalismo italiano 
deve tapu fare sua la virile divisa di Gu¬ 
glielmo d’Otnnge: Par n'csl besoi 11 d'espérer 
pouf entreprendrc, iti de réttssir pò ut per sé' 
vércr. 

Edoardo Giretti 


Gli ultimi giorni 

9*3* 1926. 

Cara Signora, 

Sarebbe stato mio dovere scrìverle, da molto 
tempo, ed anche mio desiderio; ma non era 
una lettera d’affari, che si possono scrivere ne¬ 
gli intervalli di tempo, e volevo un’ora lon¬ 
tana da tutte le faccende, per poter parlare in 
modo degno elei povero Piero. Oggi Emery mi 
richiama al dovere, e sebbene non sia ancora 
l'ora in cui mi sentirei di scrivere di lui, ade¬ 
risce ni desiderio degli amici, inviandovi alcuni 
ricordi degli ultimi giorni che il nostro caro 
passò a Parigi. Sarà poca cosa, perchè mi pare 
che quei giorni siano voluti via così rapidi, e 
ce l'.ibbiimo portato vìa di mano come un 
gorgo, senza che quasi ci siamo accorti della 
gravità del suo male e della minaccia che era 
su lui. 

Il povero Piero arrivò il 3, mi pare, e subito 
il 4 fu dai Nitti, e da me. Il 5 sera venne a 
pranzo a casa mia, ma la mattina già aveva 
passato tre ore nel mio ufficio, dove l’avevo 
trovato affannalo e colpito dal suo male, che 
ignoravo. Quando venne a vedermi, soltanto 
nell uscire mi avvertì che non poteva cammi¬ 
nare svelto, perchè era stata malato. Io lo 
misi in guardia subito contro il pericolo delle 
distanze di Parigi, che stancano anche i 
sani, e che avevano lasciato me, nei primi 
giorni, alta ricerca di casa, senza forze. L'op¬ 
pressione della gente nella ferrovia sotterra¬ 
nea, la necessità di correre ad ogni passaggio 
di via per evitare i veicoli rapidi e brutali, 
l’attenzione che bisogna avere sempre desta, 
concorsero certo a fiaccarlo rapidamente. I,a 
sera quando venne a pranzo si diceva rimesso, 
e in paragone della mattina stava meglio, ma 
ci si accorgeva che era sofferente. Era però 
sempre di umore tranquillo, e pieno di fiducia 
e di fermezza. Nessuna delle difficoltà che, per 
dovere di guida, gli presentavo, lo impensie¬ 
riva; ed ebbe dei graziosi pensieri in quella 
sua dolce ostinazione, come quando, parlando 
dell’arredamento del locale che voleva affit¬ 
tare per la casa editrice, disse che gli sarebbe 
bastato un tavolo, il telefono e i quadri di 
Casorati. Mia moglie scherzò con hit a questo 
riguardo, facendogli le sue obiezioni in nome 
della sua sposina e del piccino, ma egli con¬ 
tinuò a mantenere, sempre scherzando, il suo 
progetto di mobilio primitivo. Tutto rispon¬ 
deva in lui n questo franccscanismo non cu¬ 
rante degli agi e persino delle necessità, pur 
di raggiungere il suo scopo. E lo scopo era 
ciucilo (li continuare qui la sua attività editrice, 
come già mi aveva scritto, appena ricevuta la 
diffida. Questa era la sua idea più cara, che 
riempiva in epici giorni il suo pensiero. Non 
voleva perdere un minuto; e soltanto due gior¬ 
ni prima di morire, arrendendosi alla realtà del 
male, ammetteva di dover riposare un mesetto. 
Le sue domande pratiche vertevano quindi 
su questi due punti : se per avere il telefono 
ci voleva molto tempo, sui prezzi delle tipo¬ 
grafìe, sin mezzi di diffusione del libro, sugli 
organismi csisicnt*. in Francia a tale scoi>o. 
Era come divorato dalla febbre di realizzare 
subito qui il suo progetto, da quello stessa lob¬ 
bie con la quale lo avevo visto altre volte per 
la rivista, per un numero unico, per la casa 
editrice. K cr.do che il colpo più grave gli sia 
venuto dalle ricerche d'ima casa, che fosse nu¬ 
che ufficio editoriale, tici giorni del sabato e 
della domenica, nei quali io non lo vidi; nè 
lo potei cercare, perchè non mi aveva lasciato 
l'indirizzo del rito albergo di ruc des Ecolcs, 
clic Ella, ini dicono, conosce. La sera che lo 
ebbi a pranzo, e la imi Uni a nell’ufficio, sì di¬ 
scusse delle solite cose, che Ella sa, e dei mici 
ragazzi clic vanno ad una scuola francese; i! 
suo pensiero più vivo, (piasi la sua preoccu¬ 
pazione. che apparve più volte, era l'ilnlianità 
del suo piccino. Egli temeva clic* alla scuola 
francese, prendendolo (in da infante, lo avreb¬ 
bero allontanalo dalla lingua e dallo spirito i- 


tnliaut. I -noi, liti diceva, >.mm già fermati, e in 
voglio che il mio resti italiano Pensava che 
sarebbe tomaio in Italia, e che ci snrchlxt tor¬ 
nalo nuche ;u caso di una guerra fro Italia e 
Francia, della quale, in quel giorni, si ora bu¬ 
cinato. Quest» sua italianità si mestiò persino 
nel gusto del mangiare, cosa che ini sorprese, 
avendolo sempre conosciuto ostile ad ogni con* 
siderazione gastronòmica, come aliena dalln 
sua passione intellettuale. Lodò psrsinó il vino, 
clic gli promettevo avrei procurato per una 
s.ra in cui avremmo mangiato con Lei. Scher¬ 
zammo nuche su mio pessimismo politico, mi 
disse, come altre volte, che gli piacevo più 
prima, e i>oi lasciammo :1 discorso perchè non 
volevo ri riscaldasse. Quella sera era di ottimo 
umore, mangiò volentieri, si interessò ad una 
infinità di cose, e non paitì che verso le 11 per 
farsi ricondurre a casa dall’« autobus >1 che 
passa davanti al portone. 

Non dovevo rivederlo che il sabato, avver¬ 
tito da t>u biglietto di Emery, che mi dava 
notizia della ripresa del male e del trasporto 
affrettato in un nuovo albergo, migliore del¬ 
l'altro, ('hotel d’Aultambatullt, davanti al Se¬ 
nato, in rue de Vnngtrnrd. Corsi subito a tro¬ 
varlo, e lo vidi a letto, assistito dal figlio di 
Nitti, Federico, che ini disse che era stato 
provveduto alla cura, che il dottore aveva or¬ 
dinato del tiposo e dello medicine ccc. Tutto 
questo ella lo ,sa. Il Nitti ha fatto p;-r lui mol¬ 
tissimo. Non potei parlare con questo in di¬ 
sparte, per non mettere iti pensiero Piero; e 
perciò non mi feci un’idea del male. .Scherzam¬ 
mo tutti insieme, Piero sulla quantità di me¬ 
dicine che gli davano, noi sulle cure e sul ri¬ 
poso. Parve, anzi desiderò clic non si scrivesse 
a Lei, per non spaventarla, e io ebbi il torto 
di rispettare il suo desiderio, sempre convinto 
c)te il male di cuore sarebbe stato vinto col ri- 
)x>so a Parigi, come era stato vinto a Torino. 
Da allora si può dire che non abbia parlato 
molto, perchè nessuno, di quelli clic gli faceva 
compagnia voleva disturbarlo; e le poche cose 
che ha detto riguardavano generalmente il suo 
stato. 

Gli imitai una lettera, che avevo ricevuto 
per lui. La lesse subito, ma non fece com¬ 
menti, bensì si mostrò contento. Chiese se era 
giunto il Darei ti (clic ebbe due giorni dopo da 
Emery). Non si lamentava del male, piuttosto 
delle troppe cure clic avevano i medici, li non 
l>osso dire che mostrasse inni di soffrire. L'ul¬ 
timo giorno però il suo volto era segnato da 
lividi profondi, sotto gli occhi e sotto le gote, 
e la fronte era imperlata di sudore. Min moglie 
ne rimase molto impressionata, e me lo disse 
tornando a casa. Io vivevo sempre sulla sicu¬ 
rezza del dottore; ma telefonai a Emery, che 
mi disse sarebbe subito andato a vedere. Ebbe 
pere del quale pensava di fare un'esposizione 
quel giorno un pensiero |>er Casorati, delle o- 
a Parigi; e s’era combinato clic appena guarito 
saremmo andati insieme da certo mercante di 
quadri di mia conoscenza, per provare; cosic¬ 
ché può dirsi che uno dei suoi ultimi pensieri 
sia stato per un suo amico. Mostrò anello di 
desiderare la sua presenza. Fino ad allora non 
avevamo mai cercato di persuaderlo a chia¬ 
marla a Parigi; mia moglie in tono scherzoso 
gli disse : le farebbe bene avere qui la sua mo- 
glicttina? Al che rispose, con Un sorriso Eh, 
sì 1 Purtroppo era tardi. ITo detto che non ha 
sofferto e mi pare esatto, però disse che non 
si era mai sentito così male. Sopportò con pa¬ 
zienza tutte le medicazioni. Era meravigliato 
di un soffio che sentiva nel petto, ed uscì 
a dire: *< Mi fa paura sentire il mio corpo». 
Nei pomeriggio dell'ultimo gioì no era s|X>s- 
«ato, la testa gli ricadeva giù, preso da sonno¬ 
lenza; ma se la rialzava e ci vedeva, un sor¬ 
riso, il suo he) sorriso puro di cherubino, 
rianimava il suo volto Disse nuche parole- 
di gratitudine per tutti gli amici che Io 
avevano assistito. Nella clinica fu curato: 
non creda nemmeno mi attimo alle storie 
raccontate dalla « Stampa», Il povero Nitti 
da principio fu infermiere diligentissimo; ed 
ebbe sempre assistenza, Il corpo fu vegliato 
nella stanza e nella cappella da amici, a turno. 
Il suo volto, da vivo, e dopo, noti escila mai 
dalla min memoria. Somigliava, qua mio riposò 
con la coltro fino al mento, ni volto del Leo¬ 
pardi Non pensò mai alla s.na fine. La sua 
ferie lo sorresse sempre, lo si sentiva in ogni 
frase spezzata che cuciva dalla sua bocca, lo 
si leggeva nel suo volto, una fede senza esal¬ 
tazione, naturale e semplice. 

Ho unto rammarico dì non avere intuito la 


line ehi gli sovrastava. Mostrò in quei giorni 
dì volami molto bene, e seppi anche di certe 
piove che me ne aveva dato recentemente, 
senza che me ne avesse scritto. Il suo affetto 
i. la : un stima sono un dono caro e prezioso, 
ma non mi so dare pace di averlo perduto, così 
vicino com'era, clic mi pareva lo avrei sal¬ 
vato. E’ certo un'illusione, ma quando si è 
-tati accanto ad una (jcrsoim come era lui, 
cesi piena di fede, paro impossìbile clic una 
sagome cosi ricca abbia |>otuto cessare. 

Cara Signora, mi scusi ancora una volta, 
e retisi la povertà di questi cenili, dei quali 
può fine quello che vuole. Soltanto la prego, 
sì fanno il minierò de! fioretti, di non dimen¬ 
ticale il mio nome tra quelli di coloro che vo¬ 
gliono dare icstin 1011 nnza della purezza e no¬ 
biltà di Piero Gobetti. 

Mi creda su a IT. ino 

G. Prkzzoi.ini. 


. Disagila lottate con noi ad ogni istante 

per non pcidcre tieppttic un’occasione di agire, 
per tnariclla/e su tutto e su tutti, per costruire 
la nostra vita. Mi accolgo clic la tuia conce¬ 
zione detta vita ò in eoiRuirio con troppi, 
quasi con tutti. E questo mi incoraggia anche 
più a non essere indulgente verso me stesso ... 

(da una lettera, tyig), 

Misogini che noi creiamo ogni giorno miti 
conquista nuova e, poiché conquistate «o« è 
che allargare i ptopti limiti, bisogna che ttoi 
arriviamo a comprendere sempre più Mimma- 
ne>tza dello spirito, a vedere in ogni fatto, in 
ogni conseguenza una parte delta nostra ani¬ 
ma stessa. 

Con questa passione profonda — che non 
diventa abitudine,, e neppure azione incon¬ 
sulta, ma resta normalità intensa, conquista 
progressiva e non intermittente 0 frammenta¬ 
ria — no» ri cóìreifi'n la freddezza e ta indif¬ 
ferenza che pervade e irrigidisce la vita d’oggi, 
tutta la vita moderna ò estenuata da questa 
spaventosa anemia Ma noi ci ribelliamo. Ri¬ 
portiamo a questo punto fa distinzione fra mo- 
raìtfA e immoralità. No» può essere morale chi 
ò iitdif/erclite l/oneslà consiste nell’avere idee 
e credavi e fame centro e scopo di sò stesso. 

(da « Energie Nuove », 1919) 


G. B. PARAVIA 4 C. 

Editori-Librai - Tipografi 

TORINO-WILRNO . Firenze - ROMA-NAPOLI-PALERMO 
LI ERETTI DI VITA NUOVISSIMO 

CANTIOEVA 

Il cammino verso la luce 

Per la prima volta tradotto dal aanscritto jl» 
italiano da 0'. Tacci. 

Prezzo Tare 7 

fi quosto uno dei monumenti più significati vi 0 
più importanti dcll’ascotica indiana, che il Barth 
hu voluto paragonaro alla » Imitatio Chrlsti ». Costi¬ 
tuisco una dolio più alto e geniali creazione rappre¬ 
senta uno dol più importanti fattori della rapida 
conquista dol Buddhismo dol mondo asiatico 0 della 
innogabilo opera di incivilimento cho esso ha oaor- 
Citato sul popoli doU'Estroino Oriento. 

Lo richiesto vanno fatto 0 alla Sedo Centralo di 
Tonno, Via Garibaldi 23, o allo Filiali di Milano, 
Kironzo, Roma, Napoli, Palermo, 

IMMINENTE.- 

MARIO GROiMO 

COSTAZZU R R A 

Al prenotatoli L. 6 

L’Araldo della Stampa 

Ufficio di ritagli da giornali e riviste 
DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE 
ROMA (20) * Piazza Campo Marzio, 3 


l'or fniii re due tuonili due cirUtii, </u»- popoli : 

K. (Insilimi: Anlobujìn dei (meli tedeschi [,. IO,— 
(' (umilivi UtUdwjia dei poeti uufohin» * II,— 
('hit-ih-hdi contro tu#I la » Le Kdiziuni ilei Sforniti. 


PIERO ZANETTI - Direttore responsabile. 
Tipografìa Sociale - Piuerolo. 


IL BARETTI 

MENSILE Le edizioni del Baretti Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per li 1926 L. 10 Estero L, 15 Sostenitore !.. 100 • Un numero separato L, 1 • CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno III - N. 4 - 16 Aprile 1926 

Fondatore : PIERO GOBETTI 

SOMMARIO: S. CARAMELLA : Sortoti»™ - U. MORRA Dt LAVRIANO : Pitto tornante - * : Il ròccolo — A. CAVALLI: Ar'«: • Stori* - A, CECOV : L’orto - A. POLLEDRO : Lirica rutta con1»mj»r*n««. 


SURREALISMO 

Da due o tre anni il « surrealismo « ha ac¬ 
quistato diritto di citt»cliiinuv.a nella repubbli¬ 
ca parigina delle lettere: con passi modesti, 
perchè ormai non c ; . può essere più mólto in¬ 
teresse da spendere senza compenso per un ot¬ 
tavo o decimo movimento rivoluzionario, dopo 
lo sfruttamento che ne Inumo fatto i suoi pre¬ 
decessori, — ma con una certa vigoiin, jxrr 
merito delle valenti penne a cui sono affidate 
le sue sorti. Philipp? Soupault, Robert Des- 
mos, Joseph Delle 1 , Louis Aragou, André 
Hrétou bastano a formare una piccola Plèiade 
OS-jésus) ; c di altri adepti cc n'ò almeno una 
ventina I neo-l>erRsoniani, i freiulisti, i prou¬ 
stiani non hanno denegato le loro simpatie: 
c gli stessi fulmini di Tliibaiidct non hanno 
scosso l'edificio jicrcliè avevano un bagliore 
assai smorto. Con la sicurezza clic viene da 
una favorevole situazione di fatto, Iìrcton si -è 
accinto in un apposito Manifeste dii -S«irr< 5 u- 
Itsmc (éd. du Sagittale) a spiegare cd esem¬ 
plificare tipicamente il verbo surrealista : im¬ 
presa pericolosissima, a cui non ci si accinge 
se non si hanno le spade coperte, 

Il risultato clic si può cavare dal Multile sto 
è, perù, sostanziai mente questo : che il «sur¬ 
realismo » non è punto un movimento artisti¬ 
co, ma solo un ixjrfczionAto metodo di intro¬ 
spezione psico-analitica, clic rappresenta quasi 
rcsaspcrazionc della tendenza Bcrgson-Proust- 
Valéry-Joyce. L’espressione letteraria viene 
considerata solo come un mezzo di conoscen¬ 
za, come un organo di rivelazione della verità. 
M*i la verità stima lista non è la cosidetta ve¬ 
rità dclPesperìcnz.a normale, non è la semplice 
realtà della coscienza quotidianamente vigile 
nell'uomo comune: è una verità che sta sopra 
alla realtà ordinaria, e clic si può raggiungere 
soltanto a patto di snllarc sopra la propria 
testa o scendere sotto il proprio livello, cioè 
liberandosi dagli schemi e dai punti di vista 
deU'io di tutti i giorni e immergendosi nel li¬ 
quido flusso di un meraviglioso mondo spiri¬ 
tuale, il mondo delle pure immagini. Posi¬ 
zione schiettamente romantica : e l'esaltazione 
del meraviglioso, del fantastico, dcll'« irreale i* 
che invece è più reale della realtà stessa, co¬ 
stituisce difntti mio dei cànoni più appariscenti 
del surrealismo. Soltanto i dominatori di que¬ 
sto mondo superiore e misterioso sono capaci 
di creare: gli altri, artisti o letterati die dir 
si vogliano, compiono solo un pedestre lavoro 
di incarceramento o di intarsiatura del sunca¬ 
le nel reale, del fluido divenire nella crisial 
lizzata c inerte esteriorità della esperienza (c 
questi sarebbero, evidentemente, i « classici »). 
Brélon stesso ricorda a questo riguardo il « su- 
pernaturalismo « di Carlylc: possiamo ricor¬ 
dare, più genuino ancora, l’idealismo magico 
di Novalis. 

Ma, ripetiamo, il tono di questo surreali¬ 
smo romanticheggiarne è dato non dal roman¬ 
ticismo tradizionale, ina dal bergsonismo c dal 
psieo-atialismo letterario- Vedasi infatti come 
viene definita la «sopra-realtà». Si imita di 
quelle immagini assolutamente libere da ogni 
connessione logica c pratica, e quindi strane 
o assurde in confronto delle percezioni nor¬ 
mali, che vengono di solito ad affiorare nella 
coscienza quando In normalità della sua vita 
è perturbala o infranta da una qualsiasi ca¬ 
gione di squilibrio tìsico-psichico, — e clic i 
surrealisti si arrogano di poter evocare, segui¬ 
re, esprimere a loro piacimento, grazie a un 
costante esercizio e u |K-culiari qualità iutro- 
Sncttivc. Per esempio: tutti hanno provalo 
qualche volta la penosa apparizione nel cam¬ 
po delle immagini mentali di una serie di rap¬ 
presentazioni sconcertanti, mentre un dolore 
di stomaco assorbe, l'attenzione della coscien¬ 
za o una leggera febbre li assale intorpiditi nel 
dormiveglia. Sono le immagini « pure «, che 
si staccano dal fondo del subcosciente e sal¬ 
gono come farfalle alla luce; e sono queste la 
preziosa verità surrealista; tumulto incoerente 
ìli sensazioni qualitative, di rappresentazioni 
sfiorite c rinfrescate d'un subito, di desideri 
vaghi, che si fondono in una sarabanda infer¬ 
nale una volta che sia rallentato il freno im¬ 
perioso della pratica. Bergson aveva concepito 
proprio su tali termini il rapporto tra il mon¬ 
do dell‘esj>erienza c il mondo delle immagini • 
sciolte c slegate di per sò stesse o vaganti nel 
buio dell'oblio, queste vengono coordinate ri¬ 
gidamente dalle forze c dai bisogni del razio¬ 


ne, rievocate e ravvivate dalla memoria clic 
concorre a illuni mire l’azione siesta. Proust 
aveva mirabilmente descritto questo rtgno se¬ 
greto dello spirito nelle sue multiformi ma- 
infestazioni: mentre Krc-uil lo intei pi etava ge¬ 
neticamente e fisiologicamente. Dopo, ancora 
Paul Valéry ha ricollegato, secondo la conce¬ 
zione stessa di PeiRson, il turbinò dell, imma¬ 
gini con la tiasc.mlenza dell'intuizione che 
lancia i suoi colpi di sonda nel divomfe extra* 
temporario e sublima Patto umano nell'eter¬ 
nità : e James Joyce ci In dato la più sistc* 
matita illustrazione possibile della scienza da 
questi punti di vista. Ma i snmnlisli, con mal 
celato disprezzo per questi normalissimi ten¬ 
tativi dì approfondimento e di comprensione, 
si attaccano alle conseguenze più Stravaganti 
del nuovo mel«>do c proprio m quelle innal¬ 
zano la loto bandiera, « Le [tare, à cotte heurc, 
étcndait ses ma ina blomlcs ati-dessus de la 
fontàine magique Vii eli fi Wall snus riguifìca- 
timi roulait à la surface de la terre «; ceco, se¬ 
condo Brèton, mi esempio di sopraicalta. 

S. C.A RAM MI,t.A. 

FALSO ROMANZO 

Ics faux numnaycuTt associazioni* di ra¬ 
gazzi falsarli di monete, cresciuti da ge¬ 
nitori falsificatori dilla vita e della morale ca¬ 
salinga, educati in un collegio quasi quivoco 
sotto la guida d ! uu falso c retorico pintore pro¬ 
testante- I quali ragazzi, illusi d'esser ribelli, 
si fanno striniti siti iPuoinini dbsiuinbti e per¬ 
versi clic celano sotto tm'atiività ». ornitiie «.♦ 
innocua chissà quali occulte mire. Ma l'occhio 
dello scrittore che li vede muovere, (e pare che 
si muovano così nervosi ? implichi per il suo 
sollazzo), è aneli’efso vizialo e torbido; sicché 
rimugino raccolta nella sua retina è, più che 
cnixrvolta, tendenziosamente storpiala. 

Questo scrittore non è tuttavia li persona 
di André Ghie, ma un suo sdoppiamento o 
anzi un suo primo approssimato abbozzo. Ghie 
sorveglia c guida in Hdon.ml uno schema, una 
marionetta di sò. Forse gli piace d'aver ob* 
bicttivato quel che reputa essenziale nella sua 
vita, d’aver indicato il modo e l'incertezza tk*I- 
la sua arte; c forse, per farsi più leggiero, tenta 
burlarsene, mutando il suo eroe-sosia m uno 
scrittore balordo Rispetta l’analisi e l'indagi¬ 
ne psichica nelle pagine riferite da un giornale 
intimo. Gide ha cami>o nel resto ilei libro di 
considerare i suoi personaggi fuori dal limbo 
ilei motivi e di disegnarli a giuppi, all’aria ri¬ 
porta, sotto un taglio ih luce più fredda e più 
universale. Con la rapidità dei passaggi «li 
tono, con gl'incontri e gli scontri delle perso¬ 
ne, con l'incòugutenza del racconto c la com¬ 
plicità misteriosa per cui i varii protagonisti, 
senza mai averne cosciènza, s.- no passano il 
filo, Gide spera di far accettare hi sua merce 
sotto la specie di libro d'avvriiture; ottiene 
in vece di spenger*. la possibile commozione, 
che il leitorc anche più disporto sente man¬ 
cati.- quando s'accorgo «lei giuoco continuo u 
obbligatorio come il più monotono dei pensi. 

La prosa dt questo libro, a forza di voler pa¬ 
rere >taccati e disinvolta, dimo4tra l'impaccio 
del suo autore e la pesantezza che grava svi 
qeiti argomenti ora che li tratta, si direblrc, 
per programma e anche in liti .a teoretica. Le 
sue antiche pagine delicate, e Come ti imparenti, 
erano il sigilo e il finito del suo dilettantismo 
acuto; distillata nella scrittura, quuhuiqti-. pas¬ 
sione eia chiara. Ma questa chiarezza, che ò vi¬ 
cina alla purezza, pare che da un pezzo gli 
sia negata. La (reggicie delle su. avventuri 
fu la pubblicazione di « Corydmi »; poiché se 
quel trattato restava chiuso nel cassetto, Gide 
non si sarebbe assunto nessun impégno. Si 
potiebbc imaginnrc una specie di storia psico¬ 
logica, che narrerebbe come quell'opuscolo, 
scritto da aulii ma teso quasi inconfessabile per 
la sua segregazione venisse a gravare sulla co¬ 
scienza dell'autore come una continua inala 
azione, che non ci se uc libe-t i fin quando la 
confessione generale non ne cancelli nuche la 
memoria. Ma il tribunale eli penitenza d'uno 
scrittore è il pubblico, chi* non ha l'abito d'as¬ 
solvere c di dimenticare Dal giorno che gli 
capila sotto mano un bruito libro, d'un autore 
famoso per giunta, e che trotti d'un argomen¬ 
to per alcuni scottante, s'apre un conto fra lui 
e lo scrittore che è difficile questi possa saldare. 

A dissipare l'impressione di « Corydon », tanto 
acerba e penosa, Gide s’ò fitto in mente che 


gli ci velcri'? un gì .in romanzo, lutto vivezza 
cd azione. Ma, naturalmente, ci avevano a 
st. i di caca quelle tendenze sentimentali e qua¬ 
gli affetti cl e ormai gli paiono i soli mi cui si 
pesca appuntare la sua attenzione. 

Non si vuol indagare clic cosa ci s a sotto 
in co:! pov io risultato. Certo, dopo laute pa¬ 
gi ic e tanti andirivieni, noti si riesce a vedete 
uè Parigi, nè rimimela adolescenza, uè il ine¬ 
schino Kduardo, uè il cinico conti.- di Passa¬ 
vi nt. Una volta, Gide s’era fatto l’apostolo 
della bellezza c della purità dcll'« atto gia- 


luilo»; interessante, quando rolli]* la monoto¬ 
nia d’una consuetudine e tic libera i seguaci, 
illudendoli di 1 milzatsi in paradiso. Tutta una 
vita d'atti gratuiti sarebbe però una poco di¬ 
lettevole vita da manicomio. Qui son gratuiti 
tutti gli eventi, tutti i personaggi legati da vin¬ 
coli così occasionali ed occulti, e l'attnostera 
dello città in cui vivono; è gratuito c indisci¬ 
plinato il tono del romanziere. Falsa dimostra¬ 
zione d'uua falla vita; due etrori accumulati 
non si elidono e non fanno davvero ima verità. 

IJmhkkto Morra di Lavrivno. 


IL RÒCCOLO 


11 presidente della Repubblica francese, Dou- 
inergim, ha inaugurato solennemente l 7 * 7 //fif'» 
</• Huoperuiione Intellettuale, stabilito a Pa¬ 
rigi, alle dipendente della Società delle Na¬ 
soni. Sode in agi ii fica; ul l’alais Boy al W li¬ 
ti isti attua ha stampato delle fotografie dello 
cerimonie. Ci si vedono degli splendidi -«doni, 
il profilo da medaglia del Luchaire, che è il 
jj.eeidonte, c le faccio degli altri delegati ma 
questi devono essersi mossi duratile la posa, i 
loro iratti sono riusciti confusi. Confusi, al- 
meno almeno, come il programma dell 1 Istituto. 

Su questo piccolo avvenimento, l'uomo ragio- 
xf-volo osserva 

T.a Coo pera zi olio Intellettuale è sempre esi¬ 
stita, e si ò sempre svolta in modo soddisfa¬ 
cente. E’ assurdo sostenere, che essa possa 
essere promossa dai referendarii, dai segretari, 
e dalle dattilografe più o meno ninfomani; c 
sr gli interessali affermano questo, segno gli è 
eie non sanno cosa dire per spiegare la loro 
fuLT*.-nz.t nei salimi del l'*UiS 11oyal. Sarebbe 
mollo più semplice ammettere la verità: cioè 
che Vht'tutQ è mi pretesto pur «tare a Parigi, 
trarr» stipendii del bilancio delle Società delle 
Nazioni, e vivere cosi piacevolmente. 

Osservazioni d,i questo genere sono tropjxi fa¬ 
cili /orse perciò, per nobilitarle alquanto, sì 
dà ad psao, talvolta, un nome inglese, c si chia¬ 
mano osservazioni uf cantinoti teme. Esse sono 
poi dannose, (refchè equivalgono od insinuazioni 
contro l isiitnto, e ogni simile fondazione, u 
finiscono sempre in un biasimo contro j signori 
che ho tirano sostentamento c vantaggio. Ora, 
invece, a me preme far notare, come sia cosa 
bellissima che quest; vi ninno; che se nc creino 
d; nuove; clic siano conferite secondo scelte di 
favolo, uenza ohe gli dotti debbano uscirò dai 
|v»rchi-buoi dei concorsi. 

La vita Intellettuale ha bisogno di prebende. 
Oli antichi regimi avevano i benofiei ecclesia- 
zi ici, clic, Lutto sommato, funzionavano eccel¬ 
lentemente I regimi liberali cercavano di creare 
un surrogato nelle cattedre universitarie: che 
potevano essere prebende modeste, assegnate a 
nomini tagliati per pensare, e che parevano 
Assicurar,, una relativa libertà; nm fu ripiego 
insufficiente. Le democrazie sono ostili all'in¬ 
dagine scientifica, o non possono tollerare lo 
libertà universitarie. S? la Lega delle Nazioni 
ora, riuscisse almeno, con lutto le ramificaziory 
dei suoi uffici in ter nazionali, ad assicurare a 
qualche ccu Vinaio di cervelli quello libertà di 
ricerca e di linguaggio v insieme quegli ozi, 
eh» per esempio un Medico del Cinquecento as¬ 
sicurava a un suo suddito letterato o erudito, 
ebbene, la Società delle Nazioni farebbe già 
mollo. Naturalmente, i! con ferimento del bene, 
firio implica qualche obbligo di convenienze; 
bisogna du* Lucliaire c j suoi colleglli onorino 
formalmente U Lega delle Nazioni, e i suoi 
dirigenti burocratici di Ginevra ; sarebbe op¬ 
portuno che dedicassero ad csoj i loro sentii 
i loro lavori, lui quale facevano beneficiali 
degli antichi regimi verso t loro padroni. Nes¬ 
suna persona intelligente se ne scarni alizzerà. 
Anzi, tutte le jK-rsoiie intclligenri faranno finta 
di credere davvero alla Cooperazione intellet¬ 
tuale, e al Ir importanze, utilità e necessità del* 
1 'btMuto inauguralo al Palai* Bovili. 

• • • 

Libro da scgmilaro |wr lo studio della tera¬ 
tologia americana • tip ti traini » {* Contro cor¬ 
rente»), di Ludwig Lewisohn, Uscito due unni 
fa, in America, Tradotto sei muli fa [n Ger¬ 
mania tinnii/(irte r Soc ir tot* Jlrtìckerei. Dopo 
la solita sosta, a novera a Parigi ; erodo che di 
qui a altri due anni lo avremo in Italia come 
novità, 


Il Lewisohn racconta nel libro la storiti della 
sun vita. Lewsoh.. Lewichsoh... puzza di ebreo 
tedesco. Precisamente. Egli è cittadino ame¬ 
ricano, figlio ili un ebreo berlinese, emigrato 
a Charlestown, nella Carolina dui Sud, a otto 
anni. Cittadino americano; ma oh, conio la sua 
eit I adi nonza fu diversa di quella di cui godono 
tutti i milioni di auglosassoni della Concierà- 
zinne; rome l’America fu chiusa, come fu fe¬ 
roce, per il piccolo ebruuccio venuto d’Europa. 

Bisogna leggere il Lowiuohn. Bisogna leggere 
del padre, aperso nella città di provincia ameri, 
caria, boicottato a morte dalla «Società» quale 
• Società» Dio mio,', di Charlestown, isolato 
senz’ultra ragione che quella d’essere uno «nuo¬ 
vo». mi piccolo borglu-su ebreo e tedesco ; il tri¬ 
ste intorpidimento di quel cervello di borghese 
europeo, «rito come si era ancora colti, a Ber¬ 
lino, quaranta ocinquanta anni fa ; con qualche 
lettura, con qualche sforzo di idee proprie, con 
qualche tentativo dj critica... Tutto cose proibi¬ 
te, a Charles town, li piccolo borghese ebreo o 
tedesco fu tagliato fuori ; ridotto al contatto dei 
soli negri, de* braccianti italiani, degli altri 
immigrati umleurnblcs ; confinalo dietro il bau. 
co di una bottega. Mori di crepacuore e di no¬ 
stalgia. 

Il figlio, portato in America, fece la cosa alla 
nuova vita. Letterato, non rinunciò al vecchio 
mondo doml’ora venuto, ma aiui, lottò ]>er se, 
o per conquistare ai poeti più inquieti e sottili 
del suo paese di origine, Pelimel e lìilkc o Geor¬ 
ge, un pubblico, anche fra tutti i milioni di 
uomini del continente americano. Si fece largo 
a gomitate, pur essendo marchiato con quella 
» Icitera rossa» che i puritani di oggi non ap¬ 
plicano più materialmente, col ferro rovento, 
sulla fronte, ma che però usano sempre per 
segnare convenzionalmente colui che non è dei 
loro. Il giornalismo, l'uuivorsità, tutte lo stra¬ 
de ebbero per Ini trabocchetti e siepi speciali 
appunto perchè era lui; un europeo, in fon¬ 
ilo, un uomo inquieto, con troppe idee, «un 
Goethe»; dunque era un sovvenivo. 

Ora Lewisohn è arrivato, i suoi saggi sulla 
Xnhua sono pagati lautamente, è proftesorc a 
Madison e a Columbus; ha vinto l'America 
ha vinto hi sua vita Ma è stanco. E si duolo 
di essere andato, tra gli Americani suoi rompa- 
inoti, contro corrente, tip Strenui. Non si può 
senza guai.. 

L «desso, la canzone delta scienza nelle uni¬ 
versità americane. Ukaufez-inni (a. 

« * » 

Amo il vecchio Esiodo, e i suoi mostri così 
dolci e miti, così affezionati alla famiglia, o 
pacifici, in confronto alle democrazie moderne, 
che portano scritto in fronte: «Noi siamo figlie 
did vero Din». La Traffiniti mi conforta del di¬ 
ritto «li autodecisione dei popoli: è meno san¬ 
guinaria. 

« La divina Ekidna dal ferino cuore, metà 

• ninfa dalle belle gote, metà serpente mostrilo. 

• so, nutrito dj carni crude, divenne incinta. 

• Ed (s*a partorì il mostruoso cd ineffabile Cor. 

• borri, cane di Adua dalla voce di bronzo, con 
« cinquanta teste, imprudente e vigoroso E jx>i 
» essa parto!Ì l'odiosa Idra di Lvrna, che fu 

• nutrita dalla divina Gru E |>oi essa partorì 

■ la Chimera, dal soffio terribile, enorme, cru- 
«dele, orrenda, robusta La Chimera aveva tre 

■ leste: l.i prima di leone vigoroso, la seconda 

■ di eupra, la terza di dragone. E poi essa p»r- 

■ lori In Sfinge. » 

La nursery di Ekidna mi fa sognare. Quali 
«cene intime* Cerbero, il primogenito, il più 
grandetto, doveva essere il braccio destro dulia 
matnnia, il faccendone di casa. L'Idra di Lerua, 
moli so j*>rehè, me la immagino da piccola un 


Pag. 84 


IL DARETTI 


|X>’ dclicalinu: la nignorinella della nidiata 
Già aveva cominciato col «offrir# nell allatta¬ 
mento ; poi, tirata su da una amica di molto 
ricca, molto mondana, prese subito dello abitu¬ 
dini pretensiose, mise dello arie: i frate i 81 
ingelosivano un po’ La Chimera, poveretta, 
tutto il contrario' una salute di ferro, ma, ma¬ 
lata, neppure dello malattie che toccano a tut i 
i bambini, come il morbillo o la tesse asinina 
impetuosa, maschietta, tutta per la sua mamma 
tutta per il fratello grande, un’allcgroim. La 
Sfinge, lei, era quella che dava più da pensare 
per il carattere, tranquilla fin troppo, anxi 
piuttosto malinconica © apatica , quante volte 
Ekìóna non la sorprese così, allungata per terra 
sul poggiolo, a guardare, lontano lontano, non 
saltava neanche lei cosai Quante volto Ekidna 
non lo diceva: «Ma smettila, ucuotitf, fa qurd- 
obccoaa, aiuta tua morella: non ti 1 >omo vedero 


stravaccata u quel modo'» 

Queste mie considerazioni sulla famiglia 
dì Kkidn* hanno maggior fondamento e mag¬ 
gior consistenza scientifica della dottrina, se¬ 
condo cui 1 popoli ai amano, le democrazie si 
affratellano, le mass* vogliono la pace, ccc. 


non rinunciare completamento alla letteratura. 
Primo, perche l’impresa vuole così, vuole cioè 
che le didascalie siano abbastanza diffuse, per 
tenerle dj piu sullo uchcrmo, c allungare la 
durian dolio spcttaeoìo. Secondo, perchè il pub¬ 
blico ha anche lui le sue esigenze, e ama un 
linguaggio rapido, ma non rinuncia alla mo¬ 
zione degli affetti. Ci vuole dunque uno «che 
sappia scrivere bene» cioè che sappia combi¬ 
nare o dosare sapidi tenitori© la piti assoluta 
chiarezza c una certa qual domenicale ele¬ 
ganza. La più gran parte dei neutri scrittori, 
messi al punto di dover scrivere queste dida¬ 
scalie, non saprebbero esprimersi ron la chia¬ 
rezza e concisione necessaria ; oltrepasserebbero 
le quattro o cinque righe disfzombili ; farebbero 
proiettare sul telone dello mezze papille. Qual¬ 
cheduno — Panatili, i>er esempio — riuscirebbe 
ad essere chiaro o conciso ma il pubblico dei 
cinematografi lo troverebbe troppo pedestre, di- 
uadorno; Fanzini «non scriverebbe bene.». La 
impresa Pittaluga licenzierebbe lui, come por 
l'opposta ragiono, quella della mancanza ili 
chiarezza o di concisione, licenzierebbe proba¬ 
bilmente tutti: « Rondisi!*, Hontempelli, Pi- 
randello, ccc. 


Sempre dedicato a coloro che si occupino del¬ 
lo «stile corno problema», 

Un interessante studio ni potrebbe fare sullo 
stilo ufficiale del regime borbonico. Sj è par¬ 
lato tanto del tuyliawtH, lo speciale gergo a- 
neggianle all’iuliano usato dalle 1. IL Ammi¬ 
nistrazione Austriaca nello province italiano. 
Ma lo stale della amministrazione borbonica © 
più saporoso: perchè più sussiegoso e ornato, e 
insieme più pregnante di immagini e metafore 
prose dalla vita. Propeudo a credere che »! 
Mezzogiorno abbia dato, sostantmlmento, alla 
letteratura italiana, tre cose; la «rosa fresca 
aulentissima» di Cirillo d'Alcamo, la parola 
«ftuso», e tl frasario dei documenti boi'bouici. 

Un intendente non diceva, per esompio, a un 
suo inferiore, «disponga per !u tal cosa», o 
«curi la tal cosa» ma diceva: « La Signoria »»o- 
ttra userò tutte Ir possi (> ili diligeit if , non di¬ 
ceva: « Tanto per sufi stortila », diceva invece : 

„ Sia rii, per fa ma alta in tei!igeavi, e a tlisca - 
rico ile/ imo ministero*. Più completo, più ro¬ 
tondo: una bella formula. K non si diceva: 

« Faccia arrestare il tale»; ma piuttosto: * Fac¬ 
cia (/Am-«lire il tale*. Maniscalco voleva far 
« i; /irmi ire • Francesco Crlupi, appena sbarcato 
in Sicilia. Che mure è molto bello rende 1 idea, 
corno dicono ì maestri di scherma quando fan¬ 
no la spiegatone. 

Amavano il parlare fiorilo. 11 tal liberale era 
,11; ,1, wdrfn ,;. circolare de Principe 
di Castelcicnlc. 11 tal’altro era » fabbro delle 
sciaj;urr di Sicilia * : rapporto dell’Attendente 
Panebianco al Generale Filangieri. 

E certe metafore potenti del gergo ammini¬ 
strativo dello galere! Ogni galera aveva il 
piazzale, dove i galeotti eran ricevuti al loro 
increto. dov tì erano esaminati e ferrati: lo 
tt chiamava .*»*/■»■- Le spie, i delatori, . capi 
massa, mazzieri, dicevano con ostentazione, 
nello loro suppliche, per attestare la fedeltà 
alla Casa Regnante « Io tono immacolato ». 
Borbonico vero «sine labe, conccptus- Piu di 
ccei perfetti sudditi, non è i>owibile essere. 
Quando il governo centrale voleva assoluta¬ 
mente far condannare un liberale eh era stato 
<<jhcnmt»*. e bisognasse accumulare sul suo 
capo accuse s-u accuse, nella speranza che qual¬ 
cuna sbocciasse nélla condanna, l’Autorità in¬ 
quirente riceveva ordine di «m/Nnj/iMire» d 
processo. *hnphi!;itt tre*: voi vedete U « P rA ' 
tica» di quel disgraziato che ingrossa sempre 
di nuo%v. fogli e di nuovi procedi verbali imi¬ 
ta copertine, sono segnati sempre nuovi numeri 
di protocollo; la cartella dolio pratiche ai gonfia 
di carte, fa pancia; lo scriba dove ormai le¬ 
garla con uno spago, so no, qualcho carta cade: 
il processo si impingua, l’accusato andrà in 
galera.. 

Tutto ciò è molto colorito e bello ed e un 
tenuissimo saggio d, quanto si trova nello map¬ 
pe degli archivi o — senza ocomodars! fin là — 
scorrendo le appendici documentario di tutti 
gli studti storici sul reame. Val davvero la 
spesa che qtialtìrt giovane dt talento ne faccia 
una ricerca compiuta. Chissà che la letteratura 
italiana non trovi in cosi latte indagini la aolu. 
zionc del «problema dello stiloT» Chiosa^che 
non ne venga fuori un nuovo purismo! Nello 
stile della letteratura, conviene risalire ormai 
lille origini*. 


Ilo la più viva ammirazione pvr gli ignoti 
scrittori, eh© redigono le «didascalie, delle 
filma cinematografiche : cioè quelle spiegazioni, 
descrizioni, quei ■ pezzi » patetici-senti menu li 
proiettati Ira un quadro c l’altro. Lo film* a- 
merieane, che la Anonima Pittaluga lancia con 
tanta fortuna per tutta Italia, sono per eeein- 
pio, corredato di «didascalie» esemplari, im¬ 
pressionanti por l’abilità o la conoscenza del 
pubblico con cui sono redatte. Ci clov essere 
dielro all'impresa Pittaluga, qualcho collega 
nel mestiere dello ocrivcre, cui saivvi onorato di 
prcNcnliire a viva voce i mici complimenti. 

Il compito, infatti, è difficile. Si tratta di 
redigere qualche periodo relativo agli avveni¬ 
menti filmali, tutto con parole chiaro, chiaris¬ 
sime, porche altrimenti il pubblico cinemato¬ 
grafico non comprende. D’altronde, imporla 


Durante la mia esperienza giornalistica, mi 
è toccato di dover decidere la scelta del ro¬ 
manzo di appendice. Por conto mio, mi sono 
sempre attenuto ai vecchi autori, ai cinesici : 
Montépin e Richfibourg. 

Non mancano, anello no| campo dei romanzi 
dj appendice, i fautori de! nuovo, e gli zela¬ 
tori dei nuovi autori. Ci sono delle « Agenzie 
letterario» a Parigi © in Italia, che propongono 
sempre nuovi lavori : e molti se ne valgono. 
Per lo più, 1 contemporanei lavorano sul mo¬ 
dello Faiitomas e nel genere avventure poli¬ 
ziesche, Abbondano anche gli autori cho met¬ 
tono a contributo aviazione, cocaina, auto-d- 
trocn, guerra mondiale, tutte lo cose più di 
Spesso tradotte su giornali italiani. Altri — 
come il Zévaco — hanno sfruttato largamente 
personaggi storici, dal Consiglio dei Dieci al 
mago Nostradnmiis La produzione del romanzo 
di appendice di quatti ultimi venti anni è ric¬ 
chissima ; e tutti i suoi prodotti abbondano di 
intrecci complicati, ammazzamenti crudeli, ven¬ 
dette, pugnalate, infanticida ; di tutte iitsoni- 
nia, le risorse clic, tradizionalmente sono racco¬ 
mandabili per il romanzo dì appendice. Ep¬ 
pure. ripeto, nonostante lutti j Foley, i Carro», 
i Zévaco ccc. io mi son sempre più j>ersuaso eli et 
il pubblico è fedele ni duo sommi: Montépin 
e llichcbourg, Uiehcbourg e Montépin. E’ dan¬ 
noso tentare del nuovo. T) pubblico vuole que¬ 
sti due. 

Perchè t 

Ci ho riflettjito a lungo, c credo di essere 
venuto a conclusioni abbastanza interessanti, 
uullo stato dei gusti lotterarii dell© folle. 

Prima di tutto, (il pubblico del romanzo di 
appendico vuole che gli si parli de) «gran mon¬ 
do». della «gran vita» Esso non è molto soddi¬ 
sfatto delle storie di j>oliziotti, di ladri gentil¬ 
uomini, delle rievocazioni storiche, ccc. Tutta 
queste cose possono andar bene per qualche 
tempo: ma sono ondato che passano. Il gusto 
conservatore del pubblico ritorna sempre all’og¬ 
getto preferito: f alta società, con intrigo amo¬ 
roso. Ricevimenti, balli, salotti, signori in ci¬ 
lindro, dame con strascico, nomi titolari. 

Ma non qualunque quadro delP«alta società» 
lo soddisfa ugualmente No. L’alta società di 
Londra, di Berlino, © di qualche città (italiana, 
non lo appaga. Non c ohic abbastanza. Efso 
ha un debole jK-’r l’alta società francese, nello 
ufondo, ci dovessero Parigi Parigi, è Pùnico 
teatro veramente degno del «gran mondo». Per 
te portinaie, por le serve, per le commesse, per 
tutto il pubblico del romanzo eli appendice, il 
« gran mondo» ha ancora un nome, un nome 
solo' Parigi. Tutto il resto c roba da pidocchi 
infarinati. 

Ma c’c di più. Non basta clic la scena sia 
nel «gran mondo», r a Parigi II.pubblico del 
romanzo di appendice ha dei gusti codini Non 
ama che i suoi personaggi vadano in aria, por¬ 
tino i capelli alla garsonne, e filino via in auto. 
Segretamente, trova che tutto ciò non è abba¬ 
stanza elegante Esso ha una segreta preferen- 
ìa per i personaggi che viaggiano ancora in 
diligenza e che alla mattina, per fare un pò 
di sport, fanno attaccare il «tdbury». Il pub¬ 
blico tlel romanzo di appendice non stima molto 
Dean vi Ile, Biavrilz, Cannes, le villeggiai un, di 
moda ora ; no, © rimasto fedele a Compiègnc, 
a Foiitrtinebìeu, alle grandi «Villcs d’eaux» 
dove si andava a diporto in un sontuoso tiro 
a quattro. Il» quell’epoca c in quel mondo cho 
soli di suo gusto, il pubblico del romanzo di 
appendice non vuole neppure eh© i suoi perso¬ 
naggi iirfno degli eh runa <► doi biglietti da 
milk*; no. l’unicu moneta avente corso legale 
nei romanzi d’appendice sotto gli zecchini, i 
luigi d'oro, c i napoleoni Come luogo di pena 
per i forzali, non c'è che la Guynua ; c non 
vuole affatto che sia abolita. Guerre, noi» pren¬ 
de in considerazione che le guerre Hi Algeria. 
La topografìa di Parigi ò calegoncu: ci sono 
ancora i bastioni, Neuilly ò ancora fuori porta, 
il Faubonrg Saint-Gofimiin è ancora sedo della 
più alta aristocrazia di Francia, e il Quartiere 
Lattilo 6 ancora ricco di hahrntìrn «, di grisette* 
o di attutanti. Tutti i nobili signori sono «vi- 
sconti», tutte ta nobili dame «duchesse»; il 


mondo della finanza gravita attorno a Ro* 
thschild. Non esìste crisi della servitù, guar- 
diaporioni, staffieri, maggiordomi, tutto fun¬ 
ziona perfettamente. Non ci 8dio scioperi; in 
compenso, qualche volta le barricate. E così via. 
Disonnila, il pubblico del romanzo di appendice 
richiedo lo spettacolo, non solo dell’»alta so¬ 
cietà» francese, ma dell’«alta oodietà * francese 
quale ora. o quale immagina cho fosse in una 
e|>oca solo approMimalivament? determinata, 
moderna si, ma abbastanza lontana da oggi; 
presa’a poco, viettant’anni fa. Questo è il suo 
ideale di società eleganto. 

Montépin « Uiehcbourg lo n©contentino nei 
suoi spisi i più perseveranti e tenaci : c gli pre¬ 
sentano do. romanzi mllo sfondo, mi jht giù, del 
secondo Impero. Qui è la ragione della loro co¬ 
stante fortuna. Oscuramente, confusamente, il 
piiblico del romanzo dì appendice considera Ita* 
poea del Secondo Impero come il non plus ultra 
della vita eleganto e della Società più o meno 
orientata alla Parigi delle Tuileriea, Lo impres¬ 
sioni di setta ni‘anni fa, i gusti, le mode, per- 
durano nella sensibilità artistica dei ceti e delle 
classi più difficilmente raggiungibili da tutte 
le correnti letterarie o artistiche sopravvenute. 
Non dico che il jm|>olino delle pori inaio o delle 
commosse si ricordi del Secondo Impero, o no 
abbia comunque nozione, neppure tradizionale, 
.Dico qir,:Sto : cho i! Secondo Impero, col suo 
splendor© mondano, con le sue mode, con lo 
sue feste, con la sua reclame fu l'ultima forte 
imprestane arrivata a intaccar© la Bcrvibilità 
artistica delle grandi mio».- di pubfico europeo: 
o che questo grandi masso, pur sotto la pres¬ 
sione di rapporti economici mutali, minatissi¬ 
mi, conservano ancora, di generazione in ge¬ 
nerazione, una traccia di quella impressione. 

Ah, dovette essere pure un gran rombo 
quello che scitant'anni fa si diffondeva della 
Fèti ir imjM'riale di Parigi o di Koutamébleu. 
Noi, forse abbiamo difficoltà a rappresentarcelo; 
noi siamo gente leggera, tante idee nuove, tan¬ 
te modo nuovo son venute dopo, per noi I Ma 
non cosi gli altri ; non così il povero pubblico 
del romanzo di appendice. Ampia diotcsa inerte, 
che ripercuote ancor oggi, senza accorgersene, 
quel rombo lontano, © ancora tutta, debol¬ 
mente ne echeggia E l’ultima eco, appunto, 
sono Montépin e Uiehcbourg. 

G. B PARAVIA & C. 

Editori - Librai - Tipografi 
TORiftO-WiliflfiO - FIRENZE - ROMA -NAPOLI- PALERMO 

BIBLIOTECA MAGISTRALE PARAVIA 

OLINDO GIACOBBE 

Letteratura infantile 

Prezzo lire 12 

Olindo Giacobbe, che è stato il solo scrit¬ 
tore In Italia a darci un saggio organico ed 
ordinato sulla letteratura infantile, ritorna 
con questo volume su II’argomento preferito, 
sviluppando ed ampliando le lineo del suo pri¬ 
mo lavoro in una visione crìtica nuova e sug¬ 
gestiva di tutta la più scelta produzione let¬ 
teraria, italiana e straniera, dedicata all’in¬ 
fanzia e alla giovinezza. L'opera del Giacobbe, 
per quanto vasta, non è perciò una corsa ra¬ 
pida attraverso i generi letterari educativi del¬ 
ta varie epoche, ma uno studio accurato, con¬ 
dotto coti finezza di intendimenti o con arte di 
maestro. Il volume, diviso ili undici capitoli, 
riproduce vari esempi di quelle opere che più 
hanno interessalo e interessano per il loro va¬ 
lore artistico il fanciullo, abbonda di giudizi 
'critici di autorevoli letterati e si chiudo con 
un'inchiesta sulla letteratura infantile e con 
ricchi esempi di biblìoterhiné tipo |>cr le scuole 
elementari e jKir il corso integrativo. 

1 .V TER ESSA N TE NO VI T. \ 

PIETRO ROMANO 

Storia dell’educazione fisica in rela¬ 
zione coH’cducazione generale 

Questa nostra «Storia dell'educazione fisica» 
tende a raggiungere un triplice scopo: illustrare 
tende a raggiungere nu triplicescopo: illustrare 
lo svolgersi, il decadere ed i! rinascere della 
educazione fisiologica, ponendone in rilievo 
l’importanza in ogni età: farne riconoscere la 
connessione coll educazione in generale; e infine 
far notare il parallelismo tra le condizioni pò- 
liriche-sociali e specialmente culturali c lo ma¬ 
nifestazioni dell 'educazione fìsica 

Volume l* ...... L. 12 

Volume IJ* .L .25 

L© richieste vanno fatte o alla Sede Centra¬ 
le di Torino, Via Garibaldi, 23 , o alle Filiali di 
Milano. Firenze, Roma, Napoli, Palermo. 


ARTE E STORIA 

Poiché gli antroposofi stcinerntit (e ci rife¬ 
riamo all'Onofri cd al Caffnrclli, da noi recen¬ 
siti nel ti. i del Burcffi) credono clic l'opera 
d’arte sia una evidente creatura avente desti¬ 
no c carattere individuali, s'nddimostrnno lon¬ 
tani dal Croce che doperà d’arte limita al¬ 
l’intuizione, vale a dire, al chiuso orto d'una 
particolare visione del mondo, che è sempre e- 
stcrioro perché tion può annullare la necessa¬ 
ria alterità esìstente fra l'occhio clic guarda 
e la cosa che si fa guardare. 

Effettivamente Croce noli annulla la dualità 
soggetto-oggetto, restando sempre nel suo con¬ 
cetto Pìmuizione, un'immagine dell'oggetto 
riprodotta dallo specchio del soggetto; mentre 
conferendo gli antiojwsofi vita e destino auto¬ 
nomi all’opera d’arte, la detta dualità oltre¬ 
passano nel terzo termine che dei due è il di¬ 
venire c la sintesi ; l’opera d’arte stessa la 
quale non lesta piò l’immagine o intuizione 
ohe abbiamo vista, ma si trasforma in sottile 
creatura dell’Increato Spirito Uno ed Univer¬ 
sale da cui emana. 

Si veda ila ciò quanto il Croce sia stato 
pi udente c come abbia saputo fermarsi in tem¬ 
po lungo la sdrucciolevole china dcll’liegcli- 
sino, che è stala invece percorsa tutta dagli 
annalisti ^emiliani, dai romantici j>ost-kan- 
tiani cd ora dagli oniroix>sofi, i quali sembra a 
noi clic incorrano negli stessi errori de’ loro 
predecessori, principale dt’ quali è la confu¬ 
sione della logica coll’estetica, la quale ogni 
altra conoscenza che non sia quella del sog¬ 
getto che esprimendosi conosce (ri-conosce) se 
stesso, rende impossibile, col negare che fa 
l’oggetto, e col conferire che fa alla sogget¬ 
tiva, parziale, arbitraria conoscenza clic da ciò 
risulta, i caratteri dell 'afferma /.ione dogmatica 
non controllata né controllabile, perchè pri¬ 
vata dell’alterrià necessaria ad ogni controllo. 

Ci sembra ancora che l'atto puro del Gen¬ 
tile, quanto l’opci'a d'arto-creatura degli au- 
troposotì sgoighino dalla stessa fonte mistica, 
entrambi esprimendosi nei modi e nelle forme 
del miracolo, che non dà conoscenza e non dà 
luce alPinfuort di quella che In in sé, perchè 
non può darne, intervenendo nei fatti umani 
come mi qualchè d'estraneo e quale lina solu¬ 
zione di storica (c perciò morale) comi unità 
Ammesso che la retta-v. rtjcalc sia la linea 
della storia c della monta (almeno per il Gen¬ 
tile clic la storia considera quale arricchi¬ 
mento della nostra conoscenza, cioè quale c- 
spct ienza), non seguendola straniandosi da es¬ 
sa, tanto l’atto puro che l'opera d'nrte-crea- 
ritra, si scoprono agnostiche ed amorali : si 
rivelano cioè contradditorie alla più cara esi¬ 
genza dei loro formuhitori; i*quali vengono in 
tal modo a negare moralità e scopo alta- opere 
degli uomini, clic a détta* del Mazzini, solo 
valgono se dirette ad nu fine c se inspirate da 
un trascendente valore. 

Priva di trascendenti finalità la storia diven¬ 
ta una multicolore ginndola d’azioni l’un dal- 
l'altra staccate: un gioco che non può cicero- 
inamente ammaestrare, ini soltanto palazze- 
schianamciitc divci tire. 

Ix> scetticismo diventa allora il solo possi¬ 
bile stato d’animo, nel contempo che l’este¬ 
tica con tempi azione del mondo fa cadere 
nell'eclettismo edonistico epicureo ed empio 
l’artista che abbandona, se già non l’ha per¬ 
duto, il senso icligioso dcH’art© e della vita. 

R’ questo il piimo dei due principali peri¬ 
coli in cui è incorso e incorre il neo-hegelismo; 
quando gli riesce di tener lontano lo schema¬ 
tismo degli «storici geniali» e dei sociologi 
(cd è questo il secondo principale pericolo), 
che la storia arbitrariamente sezionano in ère, 
cicli, epoche, idee, nazioni. 

Ricordiamo di sfuggita i puerili calcoli del 
Ferrari, In circolazione delle idee dello Spa¬ 
venta, Pituliccrralo italico dii Petruccolli c 
l’idea unitaria dcH’Oriani, per avere dei punti 
famigliali e moderni cui »*t feri rei, clic abbiano 
sufficiente virtù rappresentativa da risparmiar¬ 
ci esemplificazioni piò ampie cd antiche, mug¬ 
gini niente suscettibili di miniere palese e vera 
la sorcliana critica della democratica ideologi 
dell’evoluzione © delPindefinito progresso. 

Il dilemma clic si presenta a coloro clic si 
attardano in questi etroti sia nel dover scc 
glicrc tra la moderna pirotecnica idealista e 
la barocca ardii tòt tura dei fantastici sistemi, 
i costruttori dei quali hanno per di più Pal¬ 
lio torto dv non sempre accontcutftrtì dì detr.ir 
legge ai fatti già accaduti, ma a quelli ancora 
da vtuire; la loro melanconia di epifanie! tra- 
sfoimnndo nel » sacro ardore» dei profeti an¬ 
nunziami future palingenesi. 

Contro l'tino e l’altro errore, < contro il ri¬ 
nato spirito messianico degli ebraici profeti 
c teoreti del socialismo (Marx in testa a tutti), 
g à da tempo stasereita la critica di quegli sto¬ 
rici che iiirinikmo ‘li rcnlisilcamtiue guarda¬ 
le nella loro peculiarità i fatti, j quali come li 
trovano li lasciano, non desùttaiatido con tra¬ 
scendenti idee forzarli mi esprimere quel che 
non m sono mai immaginati di essere. 

I tre e piò anni di lotta sostenuta dagli scrit¬ 
tori di /ìividiirimic Liberata nel campo degli 
3tudi storici contro gli ideologi di tutte le spe¬ 
cie, hanno spianai* la strada al nuovo leali¬ 
smo; il quale reso consapevole sa evitare ailret- 
lauto bene le girandole- d-gli «storici geniali », 
clic i castelli campati in aria degli « storici sin¬ 
tetici ». 

li tempo ilei romantici languori, ncH'arti 
c nella storia, sulle « glorie dell* tiascorse 
età » è passalo, come passati sono i sogni di 
future palingenesi. Almeno per quelli che 
hanno profittato della lezione, i fatti sono rieli- 
vctitilli i fatti; la vita è ridiventata In vita. 

Armando Cavai.m. 




IL BARETTI 


Pag. 85 


L’ORSO 


PERSONAGGI 

Et-tNA Ivasovna poro va, una vedova borghe- 
so, fossetto alle guance. 

Gregorio Stefanovic Smijinov, borghese di 
mezza età. 

Luca, servitore di Popovn, piuttosto vecchio. 
(Stilane nel palano di Popova) 


SCENA PRIMA 

Popova (in lutti/ < 7 itWo. iVon toglie, gli occhi 
fin un ritratto) r Luca. 

Luca . Non è bene, padrona... Voi vi tormen¬ 
tate inutilmente... Ix: cameriere e le cuoche 
sono uscite a passeggio, ognuuo fa festa; 
persino il gatto si prende il sito spailo, corre 
in cortile, afferra gli uccellini, c voi tutto 
il giorno in camera, come in un monastero, 
senza un divertimento. Si ' E’ quasi un anno 
che non uscite di casa!.,. 

Poi*. - E non uscirò mai... A che acojx>l La 
vita mia è finita .. Egli giace nella tomba, 

10 mi sono seppellita tra quattro mura... 
Entrambi morti... 

Luca, - Ma bene' E devo ascoltarvi! Nicolai 
Mioailovic è morto; sia a lui, con la volontà 
di Dio, il regno celeste... Lo avete pianto. 1 
sta bene, era debito di decoro. Ma piangere 
o portare il lutto tutta la vita, . A suo tempo 
anche la mia vecchia mi morì... Ebbene 1 
La seppellii, 1 » piansi un mese intero, ecco 
tutto; ma trascorrere la vita a cantar rt- 
t/nicn i..- via, la vecchia non meritava tanto 
(«os pira). Avete difn emirato i vicini.. Non 
Andate a visi t ari ì, non volete ricevere. Vi¬ 
viamo, scusate, come ragni e non vediamo 
la Ilice del giorno... I topi hanno ròsa tutta 
la livrea... Se non cì fosse gente per bene... 
ma tutto il circondario è pieno di signori.. 

A Itiblov ha stanza il reggimento, con certi 
ufficiati... veri confetti, chcrolo a guardarli ! 
C'e al campo ogni venerdì un ballo e sapete 
che ogni giorno suona l'orchc-stra militare... 
Eh, mia cara padroncini * Siotr* giovane, 
bella, tutta sangue c latto, j>otcto vivere se¬ 
condo il vostro piacere.. 10 la bellezza non 
c data in eterno! Passeranno dicci anni e 
voi stessa vorrete tornare indietro e metter 
polvere negli occhi dei signori ufficiali, ma 
sarà tardi. 

Por. (risolutamente). - Ti prego di non par¬ 
larmi mai di questo’ Tu sai che da) giorno 
in cui mori Nicolai Micailovic, la vita per¬ 
dette por me ogni valore.. A le pare ch’io 
sia vivi, ma è apparenza... Gli giurai di non 
lasciare il lutto e di non vedere la luce del 
solo fino alla fine... Intendit Possa la mia 
ombra scorgere come io lo ami... So cho ]>cr 
te non è un segreto come ogli sovente fosse 
ingiusto, crudele,., infedele anche, ma io gli 
sarò fedele sino alla tomba e gli mostrerò 
come so limare... Dal sepolcro, egli mi vedrà 
tale quale fui priirm della sua morte... 

Luca - Meglio sarebbe passeggiar in giardino, 
o ordinare che si.attacchi Tobi o Velican e 
vini are i vicini... 

Pop. - Ah., (piange). 

Luca - Padrona’. . Padrcmcina!.. Che avete? 

11 Signore sia con voi J 

Pop. - Egli amava tanto Tobi' Sempre lo mon¬ 
tava per recarsi dai Gorgiaghin e dai Vloaov. 
Come mirabilmente guidava! Quanta grazia 
nella sua figura quando con tutte lo forze 
tirava lo redini ! Ricordi? Tobi, Tobi’ Or¬ 
dina ohe gli sia dato oggi un otuvo di avena 
in più. 

Luca. - Sarà tatto! (ì T n derno colpa ili cam¬ 
panello), 

Poi*, (roti un fremita). - Chi è? Di' che non 
ricevo nessuno I 

Luca. . Sarà fatto! (esce). 

Pop. (sola , guarii aiuta il rifrittiti). - Tu vedi, 
Nicola, come io sappia amare e jierdonarc... 
II mio amore sì segnerà con me, quando 
cesserà di batteri' il mio povero cuore (sor- 
rìde., tra le lagrime).' E tu non ricordi! lo 
amorosa e memore..., ini rinchiusi a chiave 
in castello o ti sarò fedele sino alla tomba, 
e tu... tu non ricordi, crudelaccio! Mi in- 
gamiavi, facevi le ocellato, mi lasciavi sola 
per intere settimane,.. 

Luca (entra spnomtata). - Signora, e’fc un 
tale che chiede di voi, Vuol vedervi... 

Pop. - Non gli hai detto che dalla morte di 
mio marito, non ricevo più alcuno ? 

Luca. - L’ho detto, ma egli non vuole ascol¬ 
tare, dico che è cosa molto importante. 

Pop - Io non r i c o v o ! 

Luca - Glie l’ho detto, ma... è un orso... urla 
e entra senz'altro in casa... è già in sala da 
pranzo. . 

Pop. - Oravi, digli... Che villano! (Aura esce). 
Come pesa questa gente! Che vogliono da 
me? Perchè turbano la min pace? (to f pmt) 
Certo, dovrò andare in convento... (resta 
pensierosa). Sì, iti convento... 

SCENA SECONDA 
Popova, Luca r Smmxoy. 

Smminov (entrando, a Luca). - Sciocco, ti pin¬ 
co ciancierò eh?... Asino! (vedendo Popa- 


Scherzo in un atto 

in, coti dignità) Signora, ho l'onore di pre¬ 
sentarmi : Gregorio Stefanovic Smirnov, 
possidente, luogotenente d’artiglieria a ri¬ 
poso! costretto a disturbarvi j>cr cosa della 
massima importanza... 

Popova (senta porgergli fa mano). - Che vi 
occorre t 

Sm in. - Il vostro defunto consorte, con cui eb¬ 
bi l'onore d’coscrc in relaziono, mi lasciò 
creditore di due cambiali di mille e due¬ 
cento rubli. Domain mi scade il pagamento 
degli interessi in lina 'bandi fondiaria o 
perciò vi pregherei, signora, di pagarmi 
oggi stesso. 

Pop. - Milk» duecento,.. E perche mio marito 
vi lasciò creditoret 

Ssnn. - Aveva comperato da me dell*avena. 

Pop. (sospirando t n Luca) - A projjosito. Luca 
non dimenticarti d‘ordÌnare ohe sia dato a 
Tobi un ottavo di avena in più. (d .Vmir- 
Mflp), Se Nicolai Micailovic lasciò tale de¬ 
bito, s'intendo che lo pagherò ma oggi 
scusatemi, non ho denari disponibili. Tra 
due giorni tornerà dalla città il mio ammi¬ 
nistratore r gli ordinerò di pagarvi quanto 
vi deve, ma prima non posso soddisfare il 
vostro desiderio... Proprio oggi ri compiono 
sei mesi dalla morte di mio marito c sono 
in tale disparizione di spirito, che non pos¬ 
so in alcun modo occuparmi di affari finan¬ 
ziari, 

Sm ni. - E io sono in tale disposizione di spi¬ 
rito che se domani non pacherò gli interessi, 
dovrò fuggire dal camino. Mi sequestre¬ 
ranno il podere !. 

Pop. - Tra due giorni riceverete i vostri denari. 

Sm ir. - 1 denari non m'occorrono tra due gior¬ 
ni, mn o g gì . 

Pop. - Scusate oggi non posso jxigarvi 

Sm ut. - Ed io non pos*o attendere. 

Pov. • Ma come fare, so qui non ne hol 

Sm in. - Non potete dunque pagarmi? 

Poi*. - Non posso... 

Smir. - Uhm E’ In vostra ultima parola? 

Pop. - Si, l'ultima 

Sm in - Ultima? Definitiva? 

Pop. - Definitiva 

Smir. - Umilmente vi ringrazio. Cosi si dice. 
(ti stringe nelle spalle). E poi vogliono che 
conservi il sangue freddo' Ho incontrato 
or ora per istrada un amico che mi chiose: 
perchè siete st-mprc adirato Gregorio Stc- 
fatiavic? Ma, di grazia, corno non dovrei 
adirarmi? Mi occorrono denari d’urgetiZH, 
dei denari... Sano uscito ieri mattina al¬ 
l'alba, ho visitato tutti i mìei debitori; al¬ 
meno uno mi avesse pagalo 1 Mi strapazzo 
come un cane, dormo Dìo «i dove, in una 
taverna di ebrei accanto ad un barilotto 
d’acquavite... Finalmente, giungo qui dono 
aver [percorso 70 verste di strada, sjkto di 
ricevere i miei denari, e mi offrono lina di¬ 
sposizione di spirito. Come non adirarmi? 

Por. - Ho parlato chiaro, mi pArc: tornerà 
dalla città l'amministratore, allora li rice¬ 
verete. 

Smir. - Io non sono venuto dall'aimninistra- 
torc, ma da voi 1 Me ne infischio, scusato 
l’espressione, de! vostro amministratore. 

Pop. - Perdonate, caro signore, non sono abi¬ 
tuata nè a tali strane espressioni, nò a un 
simile tono. Non vi posso più ascoltare (se 
Tte va rapidamente). 

Smi», (sola) - Ma benissimo' La mia disjxwi- 
zìone di spìrito... Sono oggi sei meri dalla 
morte di mio marito! Ma non debbo pagare 
io gh interessi? Ditemi non debbo io }>a- 
garc gli interessi! Ebbene, vostro manto 
è morto, lo .«tato d'animo e simili sciocchez¬ 
ze.. l'amministratore che arriverà die il 
diavolo lo jx>rti : ma a me che cosa ordi¬ 
nate di farei Di volar lontano dai miei cre¬ 
ditori sopra un pallone, forse? O fuggire 
via attraverso i muri! Grusdei non è in 
casa. laroscevic è scomparso, con Gnrizin 
litigo a morto o per poco non lo getto dalla 
finestra, Masutov ha il colera, c costei la 
disposizione di spirito! Neanche tuia di 
queste eanaglie paga ! Perchè li ho viziati 
troppo, perchè sono un debole, mi cencio, 
una vile femminuccia! Sono stato troppo 
delicato! Ma «spettate 1 Imparerete a co¬ 
noscermi ! Non permetto che si scherzi con 
me, il diavolo vi }>orti! Resterò qui finché 
ella non [xigliyrà 1 Bit... che nervi, oggi, 
che nervi ’ Sono tanto nervoso che mi tre 
ninno i polsi « mi manca il fiato... A Ili. 
mio Dio. mi sento inaici (grida) CameriereI 

Luca (entra). - Che vi occorre? 

Sm in. - Datemi del kvast o dell'acqua (Luca 
etc r ). Guarda un po’ che logica 1 Occorro/» 
denari ad un uomo, sotto pena d'imi»*. 
cagione, ed ella non paga perchè non ò di¬ 
sposta ad occuparsi di affari!... Proprio tum 
logica da donila! Fera? per questo non m'ò 
piaciuto mai e non mi piace discorrerò colle 
donne. Preferisco stare in lina botte di pol¬ 
vere da sparo che discorrere con iiim Hen¬ 
na. Brrt mi scorre il gelo sotto la pelle, 
mulo mi ha irritato quesro modo dì fare! 
Ch’io veda di lontano mia creatura poe¬ 


tica, subito mi sento fremere sino ai pol¬ 
pacci. Una cosa da gridare al soccer», 

Luca (entra r gli jtorgr l'acqua) - Ls signora 
è malata e non ricevo! 

Sai ih. - Non importa, non riceva... Io resterò 
qui, sino a che non mi darà i denari... Sarà 
malata una settimana, ed io starò qui una 
settimana. , Sarà malata un anno ed io un 
anno... Ti tengo, cara padrona! Non mi 
commuovi col lutto, colle fossette alle gunn- 
cie... Le conosciamo queste fossette! (grida 
dittili finestra) Simone, stacco i cavalli ’ Non 
partiamo' Rimango qui 1 Ti daranno l'ave¬ 
na alla scuderia per i cavalli! Animalo, lini 
di nuovo attorcigliato In briglia di. sinistra 
(ai irrita ) Nulla., non tì darò nulla 1 *i 
allontana dalla finestra). Si sta male,,, un 
caldo insopportabile ; nessuno paga; ho 
passata una cattiva notte, c qui ancora 
questo velo di lutto con la disposizione di 
spirito... Mi duole il capo... Chi sa che un 
bicchiere di vodca?.,, Proverò... (grida) Ca¬ 
meriere ! 

Luca (entra) - Che vi occorre? 

Smih. - Dammi un bicchiere di vodcA ! (laica 
rxrr) Uff' (siede e si esamina). Non c’è che 
dire, sono in una bella condizione! Tutto 
imjKilverato, gli stivali sudici, non lavato, 
non pettinato», persino questa paglia sul 
panciotto... La signora mi avrà creduto un 
assassino (shad iglia) . E’ abbastanza incivile 
presentarsi in un salone in questo stato, ma 
non importa... io qui non sono un ospite; 
sono un creditore, o per j creditori non c 
prescritto alcun abbigliamento.. 

Luca (entra e gli porge In vini e a). - Voi an¬ 
dato tropjxj oltre signore.,, 

Smir. ( irritato ) - Che cosa? 

Luca - Oh,, nulla... veramente... 

Smih. - Con chi parli? Taci' 

Luca (« jsirtc). C'è capitato quest’orso... 
Non c facile, (rsce.). 

Smir, - A che nervi 1 Sono così nervoso,., mi 
[lare che tutto il mondo sia avvolto dì pol¬ 
vere da sparo... òli sento male, (grida) 
Cameriere ! 

SCENA TERZA 
Smirnov r Poi»ova, 

Popova (entra, ahhastando gli occhi). » Mio 
cato signore, nella mia solitudine da gran 
tempo non sono più avvezza alla voce ma¬ 
schile o non sopporto le grida Vi prego 
vivamente, non turbata la mia pace ’ 

Smihnov. . Pagatemi e me ne andrò . 

Pop. - Vi ho detto in buona lingua rwsa: per 
ora non ho denari, attendete due giorni. 

Smir. - Anch'io ho l’onore dì dirvi in buona 
bugna russa- j dchari m'occorrono, ma og¬ 
gi Se oggi voi non mi pagate, domani sarò 
costretto ad impiccarmi... 

Pop - Ma oh4 debbo faxc se non ho denari? 
Siete ben strano. 

Smir - Così voi non mt legherete subito? no? 

I'op. - Non posso... 

Smir - In tal caso resterò qui c attenderò fin¬ 
che non riceverò i miei denari. (juWr) 

Posdomani mi pagherete? Perfettamente! 
Sino a posdomani sìederò qui in questo mo¬ 
do.,. Ecco, cosi... (scatta) Io vi chiedo; deb* 
bo pagare domani gli interessi, o no? Pen¬ 
iate forse che io scherzi f 

Pop, - Mio caro signore, vi prego di non "ri¬ 
dare 1 Non sinuio in una scuderia ! 

SiMin, - Non vi ho parlato di scuderia, vi ho 
chiesto se domani debbo pagare gli interessi 
o no? 

Pop Voi non sapete trattare con le donne! 

Smir - Ma che! troppo bene so trattare con 
le dorine! 

Pop. - No, non sapete 1 Siete un uomo inedu¬ 
cato, grossolano, lo persone per bene non 
parlano cosi con le donne. 

Sm ih - Ali, c meraviglioso! Come mi ordina¬ 
to di pillare con vojt J t i francese forse? 
(Ni irrita r sitala pillando). Madame, jo 
vous prie... come sono felice che voi non 
mi pagherete... Ah, pardon, di avervi di- 
turbata’ Che l>el Iciji[>o oggi* E, questo 
lutto come vi sta bene ! 

Pop. - Ignorante e grossolano' 

Smir. (ti Irrita), - Ignorante e grossolano 1 Non 
so trattare con le donne 1 Signora, nella 
mia vita ho visto molte più donne che voi 
non abbiate visto [usseri ' Tre volte per ra¬ 
gioni di donne mi non battuto in duello, 
dodici ne ho abbini donato, nove hanno ab¬ 
bandonato me e ora so perfettamente come 
trattare con loro 1 Sì! Vi fu un tempo in 
cui mi rompevo la test!», mi tormentavo, 
mi torturavo... Amavo, soffrivo, sospiravo 
alla luna, mi sdilinquivo, sudavo, gelavo.,. 
Amavo appassionatamente, furiosamente, 
che il diavolo ini porti, mi agitavo — di¬ 
scorrevo come un pappagallo per Pemanci- 
pazione, prodigavo m*i sentimenti teneri 
mezza la mia esistenza, ma ora — servo umi¬ 
lissimo ! Ora non nn ri prendete più ' Basta! 
Occhi neri, occhi appassionati, labbra ver¬ 
miglie, (orsetto alle gnancic, luna, sussurri» 
tenero sospirare, per tutto questo, signora, 
io non darei ora due eojH’chi di rame' Non 
parlo dei presenti, ma tutte le donne, dalla 
più pìccola alla più grande sono stolide, 
smorfiose, j>eUegoIe, invidiose, menzognere 
sino alle ossa del cervello, frivole, piccine, 
spietate, sragionevoli c [>er quanto riguarda 
quest'organo (si picchia alla fronté), scusate 


la franchezza, ma si possono darò dieci 
punti di più ad un passero che a un amabile 
filosofo in gonnella. Vedi una creatura poe¬ 
tica, mussola., etere, una scemidoa, grandi 
entusiasmi, ma guarda nell'anima, il più 
volgare coccodrillo! (afferra per la spal¬ 
liera una tedia , la sedia scricchiola e si rom¬ 
pe). Ma ciò che più rivolta si b che questo 
coccodrillo», non so perchè immagina cho 
suo capolavoro, suo privilegio o monopolio, 
aia la tenerezza dei sentimenti! Sì, mi porti 
pur il diavolo, impiccatemi a quel chiodo 
cop piedi in aria, ma la donna sa amare 
qualcuno oltre il suo cagnuolo?... Nell'a¬ 
more essa .*a soltanto piagnucolare ed esal¬ 
tarsi 1 Dove l’uomo soffre e si sacrifica, tutto 
il suo amore si esprime cori: volta lo stra¬ 
scico o cerca di prendere ancor più solida¬ 
mente per il naso, Voi avete la disgrazia 
di e.‘aero donna, forse conoscete in voi stessa 
la natura femminile, ditemi in coscienza: 
avete visto mai uha donna sincera, fedclo 
e costante? Non l’avete vista! Fedeli o co¬ 
stanti sono solo le vecchio e i mostri ! Tro- 
verote più facilmente mi gatto con lo corna 
o una moeca bianca che una donna fedele! 

Pop. - Di grazia, chi secondo voi ò fedele e 
costante nell'amore L’uomo forse? 

Smir. - àia sì, l’uomo! 

Pop. - L’uomo’ (rb7f nervosamente) L’uomo 
fedele e costante nell'amore! Dito una no¬ 
vità! (ardentemente). Ma che diritto avete 
di dir questo? Fedeli c costanti gli uomini! 
Per tuia esperienza vi dirò che di lutti gli 
uomini che io conobbi e conosco, il migliore 
era il mìo defunto marito.... Lo amai np. 
j>A?sìon a tornente, con tutto il inio essere, 
come può amare soltanto una giovane don¬ 
na pensosa, gli diedi la mia giovinezza, fe¬ 
licità, vita, fortuna, respirai per lui, come 
un’idolatra, l'adorai, e poi! Quell'uomo, 
il migliore tra lutti, m'ingannava nel modo 
più sfrontato ad ogni passo! Dopo la sua 
morte trovai nel »uo tavolo una cassetta 
piena di lettere amorose, o mentre era in 
vita — mi c terrìbile il ricordo! — egli 
mi lasciava sola per intere settimane, da¬ 
vanti ai mioì occhi faceva la corto ad altro 
donno e nu tradiva, sciupavi i miei denari, 
scherzava» sui miei sentimenti.. Tuttavia lo 
amavo t gli ero fedele.E questo non è 
nulla: egli mori, ed io gli sono ancora fe¬ 
dele c sono costante,.. Mi sou seppellita fra 
quattro mura e porterò amo alla tomba 
questo velo di lutto... 

Smir. (ride «prestante.). - Il lutto... Non com¬ 
prendo, per ehi mi prendete? Come se non 
sapessi perchè portate questa nera cappa e 
vi seppellite tra quattro mura 1 Alla luiona 
ora' Ciò è così misterioso, poetico 1 Passerà 
presso il palazzo un cavaliere o un poeta, 
guarderà nella finestra c jKftWT.à: «Qui vive 
una misteriosa Tamara, che per amore del 
manto ri sepjxdlt fra quattro mura*. Co¬ 
nosciamo bene queste sciocchezze! 

Poi*, («ruttando) - Che? Come osate dirmi tutto 
questo? 

Smir. Vi siete sop|>ollìta vivente, ma non 
Avete dimenticato di vestire ali'ultima fog¬ 
gia e dì incipriarvi} 

Pop. - Ma come osate parlarmi in questo modo? 

Smiii, - Non gridato, di grazia, non sono il 
vostro fattore f Permettetemi di chiamar le 
core col loro vero nome. Non sono una don¬ 
na e sono avvezzo a dire la mia opinione 
semplicemente 1 Fatemi il favore di non gri¬ 
dare ! 

Pop. • Io non grido, voi gridale’ Lasciatemi in 
pace * 

Smiii. - Pagatemi « me ne andrò! 

Pop. - Non vi darò j vostri denari’ 

Sititi. - No, no, me li darete. 

Pop. - Ecco, per !a vcctra malvagità non rice¬ 
verete neanche un copeco 1 Tra un anno li 
riceverete 1 Potete lasciarmi in pace 1 

Smiii. - Nojj ho il piacere di essere vostro ma¬ 
nto, nè vostro fidanzato, e perciò, per fa¬ 
vore, non fatemi delle scene (siede) Non 
le amo affatto. 

Pop. (sbuffando dulia rollerà). - Vi siete se¬ 
duto? 

Smir. - Mi sono seduto. 

Pop, * Vi prego di andarvene. 

Sm in Datomi ì mìei denari... (a parte) Ah, 
ohe nervi ! che nervi ! 

Pop. - Non amo parlare con gli sfrontati’ Fa¬ 
vorite andarvene subito' (pausa) Non ve 
ne Andate? No? 

Smiii - No. 

Pop No I 

Smir. - No'! 

Pop, Benissimo.’ (fintila entra Luta). Luca, 
fa uscire questo signore ! 

Luca (si arvinnn a Sminimi) - Signore, favo¬ 
rite uscire quando ve lo ordimmo! Qui non 
c’è nulla... 

Smiii. (fetifiondo), . Taci’ Con chi parlili 

Luca («ì stringe d cuore), - Padroucina... dì 
grazia... (cade su! seggiolone). Oh, che ma¬ 
le’ Mi manca i] fiato! 

Pop. • Dov’è Dnsciu ! Lascia 1 (suona) Lascia ! 
Pelagia! Lascia' (suona) 

Luca. - Ali! Sono, tutti a passeggio.., Non 
c’è alcuno in casa. Sto male! Un bicchier 
d’acqua! 

Pop. - Favorite andarvene subito! 

Smiii. - Non vi spiacercbbo forse essere più 
gentile? 





Png. HO 


IL GARETTI 


Pop. (stringendo t pupni e pestando i pi ali) - 
Siete un villano] Orso! Tanghero! Mostro' 
Smir. - Cornei Cho avete dettoI 
Pop. - Ho dotto che siete un orso, un mostro 1 
Satin. ( in tì i c t ceppino do ). - Di grazia, che di¬ 
ritto ftvet» di insultarmi 1 
Por. - Sì, vi insulto... E chef Credete torso 
che vi tomai 

Sm ir. - E voi credete, perchè siete una pootic* 
creatura, di avoro il diritto di insultarmi 
impunemente T Sì T Sul terreno I 
Luca - Padroncina... j>or pietà... un bicchier 
d J acqua ! 

Pop. ♦ K voi erodete... 

Sm in. - Battiamoci! 

Pop. - Perchè «veto dei solidi pugni ed un 
collo di toro, pensate che io vi tema? Eh! 
Mascalzone I 

SxiiR. - Sul terreno! Non permetto ad alcuno 
d'insultarmi »« non m'interessa cho voi sia¬ 
te una donna, una creatura debole. 

Pop. (sforzandoti iti ijridnrr.), - Orso 1 Orso ! 
Orso ! 

Smir. - E’ tempo di liberarsi dal pregiudizio 
che i soli uomini debbano dar soddisfa¬ 
zione dello offese! Uguaglianza di diritti, 
cho il diavolo vi porti! Sul terreno! 

Pop. Volete batterviT Favoritei 
Sm ir, ' In questo stesso momento! 

Pop. - Tu questo stesso 11100101110 ’ Mio marito 
lasciò le piatole... lo prenderò.,. (r<i/«rfa- ’ 
metile $'nvvin, poi ri volta). Con quale de» 
lizia pianterò tuia palla nella vostra fronte 
di rame’ Che il diavolo vi porti (esce) 1 
Sm m. * La colpirò corno un pulcino’ Non sono 
un ragazzo uè un cagnolino sentimentale. 
jKT me non eaìstono le creature deboli ! 
Luca. - Signore, padrone... (ti pone in pinoc¬ 
chio) Fammi questa grazia, abbi pietà della 
mìa vecchiezza, vattene 1 Mi hai spaven¬ 
tato a morte e ancora ti prepari a bat¬ 
terti ! 

Smiii. (sema ascoltarlo). - Battersi, ecco l’u¬ 
guaglianza di diritti, PciuancijMzionc 1 Qui 
entrambi uguali noi campo 1 La colpirò sin 
dall'inizio ! Ma quale donna! (Rinfuria) 
«Che il diavolo vi porti.., pianterò una pal¬ 
la nella vostra fronte di rame..,» Arrossiva, 
gli occhi scintillavano... Ila accettato la 
sfida! Parola d'onore, per In prima volta 
nella vita, vedo una tale... 

Luca. - Signore, vattene. Fa ch'io preghi per 
te Dio eternamente 1 

Smiii. * Questa è una donna! Capisco! Una 
vera donna! Non un frutto acido, non una 
polentina d'orzo, ma fuoco, polvere, razzi! 

E quuaì peccato ucciderla! 

Luca ( pùtttt/e ). - Signore.,, padrone, vattene’ 
Smiii - Veramente mi piace 1 Veramente! Mal¬ 
grado il modo di pensare, malgrado le los- 
sette alle guancie, mi piace’ Sarei pronto 
[jcrsiuo a perdonarlo il debito e... e la ma¬ 
lignità passata... Una donna meravigliosa’ 

SCENA QUARTA 
Smirnov, Luca 0 PopoyV. 

Pop. (c«/r<i roti le. pittale). - Ecco le piatolo., 
Ma prima che ci battiamo, favorite inse¬ 
gnarmi come pi spara... Non ho mai usato 
una pistola. 

Luca. * Ci salvi il Signore ed abbia pietà... 
Vado a cercare il giardiniere ed il cocchie¬ 
re,.. Pondo c’è caduta sulla testa questa 
disgrazia? (esce). 

Smir. ((ritortiti le pistole) - Vedete, vi sono 
diversi generi di pistole... Vi sono pistole 
sociali per i duo)li, le- Morfirncr a cap¬ 
sula. Le vostre sono di marca Smith f. Vistoti 
con carica tripla. Pistole bellissimo 1 Val¬ 
gono non meno di venti rubli Duna.,, Il re¬ 
volver ri devo tenere così. . (a porte) Che 
occhi, che occhi! E* una donna che infiam¬ 
ma 1 

Pop. - Cosi... 

Sm ih. - Si così... Orsù, alzate il cane.., ceco, 
così, mirate.. La testa un poco indietro! 
Tendete il bracòio, quanto ])otcte . Sì, 
così,. Poi con questo dito premete il gril¬ 
letto «1 ecco fatto... E’ injjiortante non 
irritarsi e mirare senza frotta ... Badate 
che noli vi tremi la mano. 

Pop. - Sta bene... Nelle stanze ò disagevole 
battersi, andiamo in giardino. 

Sm ih. • Andiamo. Solo vi prevengo che sparerò 
in aria. 

Pop, - E anche questo! Ma perchè 1 
Smiii, - Porche. . perchè., è affare mio perchè! 
Pop. - Avete paura! SU A-a-ah! No, signore, 
voi non fuggirete 1 Favorite venire con me! 
Io non avrò pace sinché non colpirò la 
vostra fronte, si, questa fronte che tanto 
odio! Avete paura? 

Smuu - Sì, ho paura. 

Por. - Mentite*} Perchè non volete battorvi ? 
Sm m. - Perchè... perchè voi... mi piacete. 
Pop. (ride malipnamcntc). - Oli piaccio’ Osa 
dire cho gli piaccio’ (ìndica la porto) Po¬ 
tete» ululare 1 (Smirnov, taccili!», tir pone il 
revolver , prende d cappello e ti muove per 
a aliar.se ne : pretto (a porta torretta. Ver 
metto minato, entrambi, tacendo, pnanhz- 
no l'va verta l'altro), 

Smir, (timidamente avvicinandosi a popova). 
- Ascoltate... Voi siete ancora irritata Io 
pure mi sono diabolicamente» irritato, ni» 
voi comprendete... come esprimermi... Il 
fatto è che, vedute, una storia di questo ge¬ 


nere, a dire it vero... (prldn) Ebbene sono 
forse colpevole perchè voi mi piacete t (af¬ 
ferra per la sfutUirra una tedia, la sedia 
tariceli iota e si rompe) U diavolo sa clic mo¬ 
bili fragili avete 1 Voi mi pifecotc’ Com¬ 
prendete? Io... io sono quasi innamorato! 

Por. - Allontanatovi da me, io vi odio! 

Smiii. - Dioche donna! Non ho mai visto nulla 
di simile ! Sono caduto! Mi sono perduto! 
Sqn caduto nella trappola come un topo! 

Pop. . Andatevene o io vi ucciderò! 

Smir. - Uccìdetemi ! Voi non potete compren¬ 
dere quale felicità sia morire sotto gli 
sguardi di questi meravigliosi occhi, esser 
uccisi dal revolver cho tiene quella piccola 
vellutata manina. Sono uscito di senno! 
Pensate e decidete subito, perchè se esco di 
qua, non ci rivedremo mai più" Decidete, 
sono un gentiluomo, un uomo per bene, 
ho diecimila rubli all'anno di rendita... ho 
degli eccellenti cavalli.,, volete essere mia 
moglie ? 

Pop. (( ut bota, iii/ita il revolver), - Battiamoci! 
Sul terreno ! 

Smir. - Sono uscito di senno!.. Non compren¬ 
do più nulla., (pridet) Cameriere, un bic¬ 
chier d'acqua ! 

Pop. (i/ndu) - Sul terreno ! 

Smiii. - Sono uscito di senno, mi sono innamo¬ 
rato come un ragazzino, come mi sciocco! 

(l'afferra pei atta ninno, essi 1 t/ridu per il dolore) 
lo vi amo! (cade in pinocchio) Vj amo, 
come mai non ho amato 1 Dodici donno ho 
abbandonate, nove hanno abbandonato me, 
ma non ne ho amato alcuna come amo voi. 
ho perduto le forze . sono qui in ginocchio, 
come uno sciocco o vi offro la mia mano... 
Vergogna, ignominia ‘ Ora mi trovo compro¬ 
messo come voi neanche potete immaginare ! 
Da cinque anni non m’ero innamorato, me 
n’ero fatto un giuramento, e adesso in un 
attimo sono ri infesto imprigionato, come 
mi» stanga in mi calesse estraneo 1 Vi of¬ 
fro la mi» mano’ Sì. o no? Non voletot Non 
occorre! (ti aha r rapidamente commina 
verso la porta). 

Pop, . Fermatevi.. 

Sm IR (tì ferma) - Ebbene? 

Por. - Nulla, andatevene. Anzi, fermatevi.. 
No, andate, andate ! To vi odio ’ Oh no 
Non andate’ Ah, se sapeste come sono ner¬ 
vosa, come sono nervosa * ( petto sulla fa¬ 
vola d revolver) Mi sono gonfiate lo dita 
per questo oggetto orribile (morde ner¬ 
voso-mente d faztolr(to) Che attendete? An¬ 
datevene ! 

Smiii. - Addio! 

Pop. - Sì. sì, audate (prìdn) Dove siete, for. 
inatcvi!.. attendete. Ali, clic nervi! Non 
avvicinatevi .non avvicinatovi ! 

Smir. (un innandoAÌ a lei) • Come sono irritato 
con me stesso’ Mi sono innamorato come 
un collegiale, mi son messo in ginocchio... 
Mi scoto rabbrividire.., (rudemente) To 
vi amo' Era necessario che mi innamorassi 
di voi 1 Domani, pagare gli interessi, co¬ 
minciare la fienagione e qni voi... (l'affer¬ 
ra alla vita) Mai vi permetterò questo. 

Por Allontanatavi! Indietro le mani! Io 
vi., odio' Sul tc-torreno ’ (bario prolimpala). 

(Oli stessi /.lira eoli'arem, il pia rd in ie re co! 

rastrello, il medi ir re rna Iti forca e operai ar¬ 
mati dì bastoni). 

Luca (vedendo la coppia che si bacia) Pa¬ 
drona t (inulta) 

Pop (uh basta mio pii orchi). - Luca, dirai giù 
in scuderia, che oggi non diano l’avena a 
Tobi. 

(Sipario). 

A CECOF. 

Prima traduzione diretta dal russo di Piero 

GOIIF.TTI. 


G. B. PARAVIA & C. 

Editor i-l-ibral-Tipografi 

TORINO - MILANO-FIRENZE - ROflfl • NAPOLI ■ PALERMO 
Il libro che deve interessare tutti 

A. DELLA CORTE & C. M. GATTI 

Dizionario di musica 

Gli amici della musica, 1 frequentatori dei 
concerti e (lei teatri, coloro che non hanno a 
loro disposizioni» una biblioteca di letteratura 
musicale, trovano in questo Dizionario di ca¬ 
rattere enciclojK'dico un libro prezioso [>er l'ab¬ 
bondanza della materia in esso riassunta. Ol¬ 
tre la precisioni! dei dati biografici e l’ampiez¬ 
za dulie biografie, desunte dai più recenti e do¬ 
cumentati studi d’ogni Nazione, il Dizionario 
reca elenchi completi delle opere dei maggiori 
autori del fissato e dui moderni, con Panno in 
cui l'opera fu scritta e per quale voce od [stru¬ 
mento, coti il numero progressivo dell’edizione. 
Ciò clic è prezioso poietiè il Dizionario fornisce 
il quadro completo della produzione sia dei clas¬ 
sici come dei moderni e dei contemporanei, ag¬ 
giornato fino al giorno della pubblicazione. Non 
mancano riferimenti ai lottarati ed ai filosofi 
che «'occuparono il eli a musica, notizie dei più 
importanti esecutori, sintesi della svolgimento 
delle forme, descrizioni di strumenti con chia¬ 
rissime illustrazioni. Il lavoro accuratissimo 
dei due musicologi Italiani c- condotto |>oì con 
sommo criterio di modernità scientifica e di 
italianità. 

Prezzo del volume elegantemente rilegato in 
tela c oro con XVI tavole di illustrazioni L. 32. 


Lirica russa 

contemporanea' 1 ’ 

Serghiej Essenin: 

Odi: vola la slitta, odi: la slitta vola 
E’ bello con l'amata perdersi in mozzo ai campi. 

Il venticello allegro è tìmido e impacciato 
per la pianura n uda il somiglino rotola. 

Ehi, tu, mia slitta, slitta! Cavai tu mio lionato! 
Laggiù su la radura l’acero ebro danza. 

A lui ci accosto ramo, Doni ah derèni : che c'ò? 

E danzeremo al suono del l'organetto in tre. 

Mìchail Golodnyj (Michele l’alfamato) 

Tra il mal freddo c caligine 
ni'appar sempre, m'appar sempre 
il Ioni alt fumoso sguardo 
tuo, sommerso nelle ciglia. 

11 silenzio negli spazi, 
nella morta lor quiete, 
dorme, e tu mi sorgi innanzi 
1111 abbraccio ancor per darmi. 

Da mi estremo all'altro nove r 
io vengo a te, diletta’ 

Nella bianca quote il mondo 
s'addormì: sovra il suo sfarro, 
j>er pianure irrigidite, 
verrò a te. senza rumore. 

J'anserò della bufera 
per Turilo, jm:I buio orrendo 
e il sol mite, per cantare 
te. mia amica, fino AlTultimo. 

Nove. E il cielo in alto è vuoto. 

A te vengo. Aspetta un |>oco!... 

V. Nassedkin : 

AUTUNNO 

D’un zingaresco scialle 
avvolto è il mio giardino, 
ed in tristezza gialla 
Hit |H‘ndouo i brandelli. 

K* come se dal Gange, 
dalla patria aulica, 
sorta fosse una zingara 
con l'ainala chitarra. 

Esili corde, i rami 
del mio giardino un canto, 
come loti Inni rivi, 
iiUoiinron nel vento. 

Non s'odon le parole, 
non son chiari i pcnriisri. 

Ma nel giardin le giallo 
chiazze non fnron vane. 

Himombrni senza fremito, 
con mestizia e conforto, 
che alTautnnno assomiglia 
del passato Taspetto. 

AlPìngiallilo autunno, 
alla purpurea riva, 
donde con noi portiamo 
la gioia e le ferite... 

O. Mocialova: 

DOLORE 

S'accalcarono spalla contro spalla, 
avidi dell’altrui disgrazia, 
a guardare il cavallo 
svitili rato «lai treno. 

Una piccola ragazziicciu 
stuj>cfatta sbirciava una pozza 
di rossa tinta. Una grossa ciana 
respirava affannosa in faccia al marito. 

Passò un giovane con una fanciulla, 
sostando appena al passaggio a livello 
Già per un altro treno 
aveva cigolato la barriera verde. 

Faceva usi indifferenti i volti. 

I cuori chiedevan di uscire dalla prigionia 
nei campi, dove, sulla freschezza dell'erba, 
tutto è mite e oblioso. 

A ognuno il suo. E’ d'ainlar noti c’è modo. 
La verde steliuccia del semaforo 
Vede che ni un a parola 
può scacciare il dolore del vetturale. 

Dal fiume spirò frescura c umidità. 

L'orizzonte s'imbevve dì saporoso azzurro. 

K si mise .1 parlare, sdegnandosi c lagnandosi, 
il naso contro ]x*r la manica turchina, 
dette in pianto per la pena crudele, 
reggendo lo allentale redini 
cujw, obeso, balbuziente 
Fokin il vetturale. 

(Versioni di Alfredo Poi. l. e uro). 

(I) Dalla Hi vista KfQuanta .Vov. di Mosca 
novembre I92;i. 


Le Edizioni del Baretti 

Casella Postale 472 - Torino 

(deposito esclusivo |>cr i librai presso A.L.I.) 

L’Edizioni del BAKETT] pubblicheranno nel 
corso del 1926 una edizione definitiva e com¬ 
piuta delle 

Opere edite ed inedite di Piero Gobetti 

con introduzioni, hi hi top enfi e C documenti 

L'edizione comprende i seguenti volumi: 

I. — Kisnruimtuto senza noi, 

II — /‘aradosso dello spìrito rutto. 

III. — /.a Frotta teatrale. 

IV. — Scritti fari d*arte letteratura , filo¬ 
sofia. 

V. — Dpiti ola rio. 

VI-VI I. — Scritti di crìtica ttohea. 

Vili. — llioprafin e documenti 

1 volumi J, 11, V, VII sono in gran parte 
inediti La serie delle Uprre offre un quadro 
completo della molteplice attività rinnovatrice 
esercitata dal pensiero di Piero Gobetti nella 
cultura italiana. 

Si ricevono prenotazioni n tutta la serie, al 
prezzo di L. italiane 100 (cento) presso TAmmi¬ 
nistrazione delle «Edizioni del Baretti», Ca¬ 
sella Postale ‘172, Torino. Per i prenotatorì il 
prezzo resterà invariato. 

A partii, 1 * fuori delle presenti prejiotazioni, 
sarà ristampato: 

PIERO GOBETTI 
FELICE CASORATI, PITTORE 

Collezioni del BARETTI 

POESIA STRANIERA 
Questa serie di antologie, accuratamente com¬ 
piute «011 traduzioni o commenti, ò indirizzata 
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menti politici delle letterature straniero. 

Sono uscit i : 

E. GtANTUHCO — -I utoìoout della lirica te¬ 
de sm, lire IO. 

C. Giardini — .4 nfutopìa dello lirica cata¬ 
lana, lire 14. 

Usciranno quanto prima le antologie della 
l’oetiti russa —- /‘or,un francese — Poesia 
rinflètè — Poeta 1 < jsn/n inda — poesia scandi- 
naca, eco. ere. 

PIU )-SATO HI STB A NIEIU 
Traduzioni in ter prelati ve e corrette dei più 
grandi scrittori, romanzieri e novellisti classici 
« contemporanei. La collana intende sopratutto 
divulgare opere c autori ]x>co noti in Italia. 

/ n pre jntrazioue : 

Joseph Coviìad — Frii/a delle Isole 
» » — Il piantatore di Malata; 

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ed t valori eentrali [lolla critica letteraria, filo¬ 
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riana ; un libro rii Benedetto Croce ; un libro- 
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Direttore UetfMTtsabilc Piero Zanetti 
Tij>ografia Sociale - Pinorolo 1926 


IL BARETTI 

MENSILE Le edizioni del Baretti Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per il 1926 L. 10 - Estero L. 15 - Sostenitore L. 100 - Un numero separato L. 1 - CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno II - N. 5 - Maggio 1926 

Fondatore : PIERO GOBETTI 

SOMMARIO i UNO DEI VERRI: Amandola flloaofo - PIERO OOBEÌTI : La pittura v«n«ta del ’400 - SCHILLER: L'artlata « Il tempo - BATJUSKOW: 1 miei penati. Trad. dt Allredo Poliedro - WAGNER IL PEDANTE: Note ed appunti - SERGIO 
SOLMI: Note d'arte moderna — ORESTE: Danze — PILLOLE: La scuola del aen. Raatlpnac — Solarla — L'Italiano — Rovella — Panali latrati. 


AMENDOLA FILOSOFO 


La parte presa da Giovanni Amendola nella 
filosofìa italiana del Novecento è strettamente 
connessa con il periodo formativo della nostra 
nuova cultura che va dal 1903 al 1913, è anzi 
rinchiusa cronologicamente in quel decennio. 
Accanto ai nomi di Calderoni e Vailati, il suo 
compie la triade dei pensatori che rappresen¬ 
tano il pragmatismo critico in Italia. 

Scarse le linee esteriori, scarsa la mole tipo¬ 
grafica di quest’opera. Amendola si laureò in 
filosofia nel 1904, e acquisì la Ubera docenza 
in filosofia teoretica presso la R. Università di 
Pisa nel 1912; pubblicò una serie di studi di 
carattere tecnico ( Filosofia e jmcologia nello 
studio dell'io; La càtegoria;') e acute rassegne 
critiche sulla filosofia italiana nella Revue de 
Métaphysique et- Morale , colla’borò attivamente 
al Leonardo , alla Voce, al Rinnovamento, e a 
varie riviste filosofiche, mantenendo sempre un 
atteggiamento personale, che si era cominciato 
a definire nell’opera sulla Volontà e il Bene 
(1909) con caratteri propri. 

Nel 1911 diresse anzi in collaborazione col 
Papini e in gran parte compose egli stesso, una 
rivista sua, L’Anima, dedicata essenzialmente 
a problemi di carattere etico e religioso. Come 
storico della filosofìa si occupò con molta se¬ 
rietà e perizia dei pensatori inglesi e francesi 
della corrente psicologica e associazionistica, da 
Berkeley di cui tradusse la Teoria della Visione 
(pubblicata sol dopo la guerra) a Maine de 
Biran, di cui espose nitidamente in un bel vo¬ 
lume le dottrine.Nè mancava in lui una forte 
e maschia vena di letterato e di critico di cui 
si trovano i segni più cospicui nel volume di 
prose da lui raccolto col titolo Etica e biografia 
(1914) e negli studi dedicati a Leonardo e a 
Michelangelo, di cui commentò le poesie. L’e¬ 
sercizio del giornalismo e della politica mili¬ 
tante sospese poi, ma solo materialmente, questa 
serena e raffinata attività: e ne filtrò i risultati 
in una nuova esperienza. Ma essa aveva già re¬ 
cato agli studi filosofici un. valido contributo: 
bg anche non uscì dalla cerchia degli iniziati e 
del gruppo vociano, vepne subito apprezzata e 
seguita con interesse da chi poteva intenderla. 
Il pubblico colto non ne doveva conoscere i 
frutti se non in via indiretta, e' più tardi ; un 
paio di volumi tuttavia La volontà e il bene, 
Etica e biografia, furono abbastanza letti. E 
del resto, non è il numero dei lettori nè la 
risonanza mondana che possa aver peso nella 
valutazione di un filosofo: poiché i filosofi pa¬ 
tiscono un poco, in misura più ristretta della 
fortuna delle loro idee, la cui penetrazione c 
spesso lenta e si svolge per vie nascoste all’oc¬ 
chio profano. 

Per capire la posizione di Amendola, si ri¬ 
cordi che il risveglio della filosofia italiana nei 
primi anni del secolo non fu rappresentato 
dalle grandi costruzioni sistematiche c dalle 
complesse rivalutazioni storiche del Croce pri¬ 
ma, e poi del Gentile, del Martinetti, del Va- 
risco; nò dall’andamento più rieco e vivace de¬ 
gli studi filosofici nelle varie «Scuole». Un 
merito non indifferente per quel risveglio, an¬ 
ello in senso speculativo, bisogna riconoscere 
al movimento pragmatistico, così nella sua for¬ 
ma culturale, a cui diedero opera gli scrittori del 
«Leonardo» e della «Voce», come nella sua 
forma critica e speculativa, al cui sviluppo 
l’Amendola contribuì potentemente. Che anzi 
il pragmatismo, nato nella cultura filosofica an¬ 
glosassone come reazione alla idolatria della 
scienza, di cui essa negava il valore assoluto 
e dimostrava la natura essenzialmente utilita¬ 
ria (e in questo senso lo svolse tra noi special- 
mente il Vailatì) assunse subito nell’opera del 
Calderoni e dell’Amendola quel più profondo 
aspetto lirico-religioso, di colorito spiccatamente 
romantico, ohe rappresentò la fase più alta del¬ 
la sua evoluzione e il suo titolo maggiore di 
fronte alla filosofia contemporanea. 

Amendola, fin dai suoi primi saggi) critica¬ 
va con limpido acume la concezione intellet¬ 
tualistica della vita, che vuol chiudere Fatti¬ 
vità dello spirito negli schemi predeterminati 
di «pallide, esangui» categorie. La psicologia 
tradizionale si rilevava, sotto le sue analisi, un 
giuoco di fantocci spirituali, che raggiunge lo 
scopo di presentare una veduta complessiva su¬ 
perficialmente chiara della vita dell’aio» solo 
a patto di sacrificare la fluida ricchezza degli 
stati d’animo e dei contenuti concreti di cui 


quest’«io» intesse la sua trama. Il filosofo cer¬ 
cava di riconquistare, attraverso la dissoluzio¬ 
ne degli schemi, questa intima e concreta real¬ 
tà dell’individuo, nella quale si radica la per¬ 
sona umana, in tutta la sua dignità e in tutto 
il suo valore : una realtà di squisita finezza, di 
delicatissima costituzione, risolubile senza resi¬ 
duo in toni puramente qualitativi: la vera 
realtà, lo spirito. In questo punto di vista di 
Amendola già affiorava invero una delle esi¬ 
genze più profonde della filosofia oontempora- 
nea, che oggi appunto si affatica per coniugare 
le più sottili trame della dialettica con l’infinita 
varietà degli atti e dei momenti in cui consiste 
il Teale. 

Ma la coscienza di questa molteplicità di na¬ 
tura qualitativa di cui si alimenta il fiume 
dell’aio» genera il problema della sua unità. 
Come si collegano in una cerchia saldamente 
organica i fuggevoli, evanescenti toni della vita? 
Come scaturisce dal loro instabile flusso l’indi¬ 
viduo, la persona? Ora Amendola, sviluppando 
il suo pragmatismo, trovò questo centro orga¬ 
nizzatore nella volontà: essa fa convergere in¬ 
sieme le multiple forze della vita, essa trasforma 
il vago indeciso pulsare della coscienza in ritmo 
creatore, essa è la generatrice della dignità u- 
manae dei valori spirituali, il vero «io». Perchè 
io Sono in quanto voglio; e si deve intendere 
questore voglio » nel senso più concreto ed effet¬ 
tivo della volontà vivente e operante nel mon¬ 
do. Posizione di cui c facile indicare le origini 
in momenti culminanti della filosofia moderna 
e contemporanea (la teoria Kantiana e fiolitiana 
del primato della ragion pratica, la filosofia 
dell'azione predominante nello spiritualismo 
francese) ; ma non scevra ancora di difficoltà 
(donde nasca questa volontà, in quale relaziono 

La pittura 

La pittura veneta. 

La Venezia del '400 è la città delle sagre 
e delle processioni : questo carattere si riper¬ 
cuote nella sua arte, arie dì lusso. La pittura 
veneziana non ha nn periodo mistico : dal 
bizantino passa subito alla decorazione c al 
gusto per la pittura narrativa. Il giottismo 
di Guaricnto c di Jacobel del Fiore non ha 
fortuna (il mosaico al posto dell’affresco). Il 
mosaico può eontimmrc insieme col formali¬ 
smo ecclesiastico sino al '400 perchè la vita 
veneziana occupata in attività pratica manca 
di libera critica, di poesia, di ambiente lette¬ 
rario; è dominata dallo spirito popolare, dal¬ 
l’acquiescenza alle idee fatte. Venezia, come 
Genova al tempo del suo massimo fiore com¬ 
merciale, non può avere una civiltà (tutt’al pili, 
oltre i commerci, un’architettura e un’arte- de¬ 
corativa). Questo sembra lapparcntcìiKiite pa¬ 
radossale, ma invece ben si comprende se si 
pensa clic i popoli orientali coi quali Venezia 
era in contatto erano ormai in decadenza. Gli 
Arabi avevano già data tutta la loro civiltà ai 
popoli mediterranei nell’alto medioevo. I Tur¬ 
chi non portano nulla di nuovo. Venezia dun¬ 
que nel '300 e in parte del '400 è il centro 
d’Europa solo come centro di passaggio. Una 
civiltà a Venezia può cominciare soltanto quan¬ 
do la Repubblica viene a partecipare alla vita 
della penisola c si incontra col Rinascimento 
in pieno fiore, (Reco la ragione politica del 
fatto clic i maestri dell’arte a Venezia siano 
Donatello, Gentile da Fabriano, e, per i Vene¬ 
ziani, Antonello da Messina c Giovanni di 
Colonia). 

L’occupazione di Padova creerà la coopcra¬ 
zione Mantegna-Belliui, uno dei fenomeni più 
gloriosi c più significativi della nostra storia. 

Jacopo Bellini. 

Benché tutte le sue più grandi opere siano 
andate perdute, Jacopo Bellini si può consi¬ 
derare come un potente pittore. Vivono in lui 
risorse precise di creazione, f.a sua pittura è 
nuova; ossia ha un’originalità bizantina, ma 
s’inquadra in un gusto e in una curiosità di 
perfetta rinascenza. Nei suoi disegni ci sono 
già le luci, la chiarezza della pittura vene¬ 
ziana. Le Madonne invece, le sole pitture clic 


essa stia col mondo, come possa dominare il cam¬ 
po della conoscenza) e di nascoste tendenze 
verso la religiosità e la trascendenza, che nel- 
l’Amendola anzi si resero tosto palesi. 

Pure, il valore etico di questa filosofia è in¬ 
calcolabile. La massima in cui essa viene a con¬ 
cretarsi, «la volontà è il bene», rappresenta 
veramente l’acme dello spirito moderno, della 
sua opposizione all’antico, della rivoluzione 
tante volte già iniziata (col Cristianesimo, con 
la Riforma e il Rinascimento, con Kant e il 
romanticìsmd). L’opera principale di Amendola 
in cui quella massima c vivacemente svolta, 
rappresenta veramente la chiave di volta della 
sua filosofia e della sua politica. Concepire la 
volontà come il bene, unico bene essenziale e 
positivo, significa infatti considerare le conse¬ 
guenze, le circostanze, le opportunità, le uti¬ 
lità come elementi affatto trascurabili e secon¬ 
dari di fronte alle esigenze della dignità perso¬ 
nale, dell’azione morale. Male ènon agire; male 
è cedere, piegarsi; la personalità umana vive 
in quanto si afferma, lotta, resisto contro la bu¬ 
fera anche a costo di spezzarsi. E’ questo il 
nuovo stoicismo del mondo moderno ; fu questa 
non solo l’idea, ma la legge della vita di Gio¬ 
vanni Amendola. Il filosofo si arresta cauto a 
]>onderare le incertezze che lascia ribollenti die¬ 
tro la sua scia questa superba dottrina, le di¬ 
stinzioni che essa trascura, le .esigenze critiche 
che le stanno contro; il politico si preoccupa 
delle perturbanti illazioni che se ne possono ri- 
f avare a confronto della coscienza normale e 
mediocre di un’immensa maggioranza. Ma quan¬ 
do noi la vediamo attuata, nella sua natura 
splendidamente aristocratica, come l’abbiamo 
vista attuare da Amendola stesso nella sua ope¬ 
rosità quotidiana, — le difficoltà si attenuano, 
i dubbi teorici svaniscono, l’interprete e il cri¬ 
tico si trasformano in ammiratori. 

Uno dei Verri. 

’400 

ci siano rimaste- di lui, benché siano molto 
più agili delle rigide calligrafie di Squarcione, 
hanno ancora elementi tradizionali in certe re¬ 
golarità di contorno, negli ori, nella disposi¬ 
zione degli angeli. Eppure già s’intravvede il 
tipo della Madonna di Giovanni Bellini (Lou¬ 
vre, Venezia). Nei disegni di Jacopo Bellini 
ciò che sorprende è la sua audacia di proget¬ 
tista, la sua curiosità di effetti e di composi¬ 
zione, la potenza del segno ridotta a una sin¬ 
golare grazie di rapporti. I suoi soggetti han¬ 
no dato idee ai pittori di tre generazioni. Egli 
ha creato un ambiente spirituale in cui si è 
potuta svolgere la Scuola veneziana. Se è dif¬ 
ficile dare'- i documenti della sua perfezione di 
pittore, infinite e inconfutabili sono le prove 
della rua genialità di creatore. Egli è uno di 
quei capo-stipiti leggendari come Uberto van 
Eyck. La storia della sua formazione è vera¬ 
mente min curiosa c verace leggenda che sta 
quasi a simboleggiare la fortuna della sua fa¬ 
miglia, come eli tutta la sua stirpe. Suo padre 
è l’artiere non ancora artista, ma Jacopo si 
trova proprio per un’eredità alla soglia del¬ 
l’arte. Egli ha la gioia dell’uomo padrone del 
mestiere; non- è clic le sue abilità tecniche siano 
formidabili, 'anzi gli ostacoli che egli è in 
grado di superare non sono grandi, ma 
ha la fortuna di non potersi proporre degli 
ostacoli che non sappia superare. Non fa prove 
di bravura, ma è sicuro di sè. C’è in questo 
proprio l’atteggiamento sano dell’operaio e- 
sente da raffinati problemi e da duri ideali, 
ma che ha saputo dare un ritmo c una conso¬ 
lazione spirituale alla sua opera. In questo 
creatore primitivo clic cerca mari non navi¬ 
gati, non c’è senso elei mistero nè tragedia 
d'impotenza. E anche questo sarà nn dono 
della razza, immune dalla malinconìa degli 
Umbri, come dal senso della morte precoce 
dei Fiorentini. 

Non si può dire che Jacopo Bellini sia un 
pittore colto, eppure egli è completamente co¬ 
sciente, c tutti gli elementi della cultura del 
suo tempo seno familiari, non diremo al suo 
cervello, ma alla sua mano, alla sua pratica eli 
pittore. E’ una forma di cultura innata che 
non si può dare se noti a Venezia per gli in¬ 
contri c i contatti, le esperienze che dà la città 
commerciale. Abbiamo in lui una prova lumi¬ 
nosa che la grande pittura è quasi sempre 


frutto di un'a atmosfera europea; che 1 le in¬ 
fluenze e i contrasti più disparati sono provvi¬ 
denziali per i geni chiamati a rinnovare. 

Jacopo Bellini reca innata in sè l’esperienza 
del mosaico bizantino e del segno gotico (che 
è il punto eli partenza dell’ispirazione dei Vi- 
varini), ma approfitta del duro contorno esa¬ 
gerato fino alla rigidità della Scuola di Squar- 
cionc, il suo primo rivale che egli assimila 
senza riceverne influenza. Vive a Venezia, a 
Ferrara, a Padova, a Verona. Gentile da Fa¬ 
briano lo inizia ai segreti di una pittura già 
secolare. Conosce Pisanello, E’ probabile che 
nelle 1 sue peregrinazioni abbia incontrato Van 
der Weyden e Paolo Ucello. Influenza Man- 
tegn'a, lo libera da Squarcione, ed è poi abba¬ 
stanza duttile da capire e tentare di assimilare 
i formidabili elementi eli genialità che scorge 
in Mantegua. Im tutto questo fuoco di espe¬ 
rienze, con la sua innata aspirazione alle gran¬ 
di costruzioni, rimane mirabilmente sobrio. E’ 
felice anche nella vita pratica; la sua fama 
occupa tutto il Veneto, tutti richiedono la sua 
opera. Nulla va disperso — i suoi due figli im¬ 
pareranno da lui a essere 1 grandi pittori — Gio¬ 
vanni, il figlio illegittimo che egli ha saputo 
rendere felice come non ne ha avuto che gioie, 
realizzerà pittoricamente gran parte elei suo 
programma. Dando in moglie a Mantegua una 
sua figlia, Nicolosia, egli sembrava intravve- 
dere 1111 vero destino di storia pittorica. I rap¬ 
porti tra Mantegua e Giovanni Bellini sono 
infatti importantissimi per il futuro. 

Jacopo Bellini non è dominato dai classici : 
si vota al realismo, studia il nudo, capisce l’ar¬ 
chitettura. 

Giovanni e Gentile Bellini. 

In Giovanni.c’è più sensibilità moderna, in 
Gentile prevale il senso dello stupore di' fronte 
allo spettacolo: Giovanni è un pittore eli psi¬ 
cologia, Gentile di decorazione. In Gentile le 
ricerche di colore sono sopratutto di atmosfera 
e di luce. Gentile è il primo pittore di Vene¬ 
zia, della città. Lo supererà Carpaccio. E’ 
immediato, osservatore ingenuo e sorpreso, 
non ha ancora le astuzie di Carpaccio. Il suo 
orientalismo è autentico. La sua capacità di 
segno e di psicologia è visibile nel ritratto eli 
Maometto in cui egli si è veramente superato 
•e nei donatori del miracolo della Croce. Ma 
l'a sua curiosità è di natura estetica. 

In- Giovanni ci sono più preoccupazioni, an¬ 
cora in una piano di primitivo, ma con com¬ 
mozione elaborata. Bellini è il primo pittore 
pensoso ed attento a tutte le emozioni. La sua 
arte 11011 è facile: non è il dramma di Manti¬ 
glia ma piuttosto una ricerca umana e me¬ 
lanconica di contemplare segno e colore. Gio¬ 
vanni è il solo elei tre in cui si noti un progresso 
continuo, in cui l'arte si ragioni anno per anno, 
mentre Carpaccio, Gentile, Giorgione si pos¬ 
sono studiare in blocco e la loro arte non ha 
date. Carpaccio e Gentile hamio una fantasia 
più agile e compiuta, Giovanni più laboriosa. 
Gli schemi eli Giovanni sono 4 o 5 : La Ma¬ 
donna, la Conversazione, Cristo', il quadro al¬ 
legorico. In questi schemi egli lavora per por¬ 
tarli a pei fezione. Nella Madonna, da Bisan¬ 
zio a Tiziano, ossia dalla decorazione alle car¬ 
ni c al colore. Nel Cristo sotto la influenza 
di Mantegua con la necessità di contempe¬ 
rai la ai suoi toni naturalmente più delicati. 
Il sommo di questa ascensione, di questa libe¬ 
razione dal decorativo per giungere a materie 
e colore autonomi è Giorgione. Bellini che si 
cimenta .vecchio con Giorgione c lo vince è 
un destino, non una bizzarria; l'aveva vinto 
prima clic Giorgione nascesse, nel Cristo di 
Brera e nel Cristo di Londra. 

Così illuminata intorno ad un dramma pit¬ 
torico l’arte di Giatnbcllino non* è più una poe¬ 
sia mancata o visione isterica : è una neces¬ 
sità lirica, compiuta pacatamente. Pacata in¬ 
fatti e non morbosa è la sua religiosità. Senza 
programmi, senza tormenti, l’arte di Venezia 
compie nei due- Bellini una lunga era. E’ or¬ 
mai l’arte matura c Giorgione e Tizia n*o hanno 
i loro problemi già risolti. 

La felicità di Tiziano si spiega così. Gior- 
gionc è più tormentato perchè l'annuncio che 
egli porta è quasi estremista e incendiario. 
Giorgione è un futurista del '500. In realtà 
però egli va connesso con Bellini. 


veneta del 





Pag. 88 


IL BARETTI 


Carpaccio. 

Il nucleo della pittura di Carpaccio non è 
diverso da quello di Gentile 1 Bellini. E’ costi¬ 
tuito di spettacoli esotici veneziani colti con 

10 stesso gusto di atmosfere e di architettura 
di Gentile Bellini, ma con un’originalità colo¬ 
ristica più vivace, con una sensibilità più acre 
e nervosa, con un senso decorativo più com¬ 
pleto e armonico, meno freddo, più agile, con 
astuzia e talvolta persino con finzione di mezzi. 
Dove potesse arrivare la complessità decora¬ 
tiva di Carpaccio si può vedere nella Vita di 
S. Orsola (Venezia) c in modo più attenuato 
in S. Giorgio, in S. Gerolamo, in S- Stefano. 

11 gusto e la raffinatezza dei particolari, la 
ricchezza dei contrasti, la capacità di trattare 
il soggetto come la natura morta si vede invece 
nelle Due Cortigiane. Carpaccio è un primi¬ 
tivo, istintivamente colorista, senza preoccu¬ 
pazioni, senzia drammi, senza progressi, ma i 
suoi gialli ambrati sono i primi risultati di co¬ 
lore originale nella pittura veneziana. Appunto 
perchè il suo sguardo è sempre alle atmosfere 
e alle architetture, in Carpaccio manca quella 
coscienza dei valori plastici che si trova in 
Giovanni Bellini e c’è soltanto episodicamente 
un certo gusto per la psicologia. 

Mantegna. 

Padova negli anni di Mantegna era ini cen¬ 
tro intellettuale importante quasi come Fi¬ 
renze. Mantegna è uno dei pittori più origi¬ 
nali del secolo. Un creatore come Masaccio. 
Nel quadro religioso gli è stato maestro Squar¬ 
cio ne, nel gusto delle forme Donatello. Jacopo 
Bellini ha suggerito la contemperanza di ele¬ 
menti decorativi alla febbre statuaria di Man¬ 
tegna. In Mantegna non c’è più soltanto il 
realismo poetico dei Bellini o la libertà deco¬ 
rativa di Carpaccio e non c’è ancora l’armonia 
del movimento, di Giorgionc : egli è un pla¬ 
stico primitivo. Si può parlare per lui, come 
più tardi per Tintoretto, di una eroica pazzia 
scenografica. La loro posizione nella pittura 
veneziana, è violenta, paradossale, assurda. 
Negli studi di pacifico realismo e di armonia 
coloristica, essi portano un elemento nuovo 
e travolgente di movimento. Mantegna porta 
Donatello, Tintoretto porta Michelangelo. In 
questo squilibrio tra l'ambiente che trova e 
quello che vuole imporre, c’è tutta la trage¬ 
dia di Mantegna : una tragedia tecnica, una 
passione unicamente artistica, perchè tutta la 
sua vita pnatica scorre tranquilla e felice. Egli 
è uno dei primi artisti che vivono isolati e 
tormentati in un loro sogno d’arte che li fa 
estranei a tutto, selvaggi, intolleranti, I tempi 
e le commissioni fecero di lui un pittore di 
opere decorative mentre egli respira un’atmo¬ 
sfera di ricerche eroiche e terribili, di sfida 
alle impossibilità del mestiere, di concentra¬ 
zione psicologica eccezionale. Benché l’edu¬ 
cazione di Mantegna sia classica e in lui si 
riscontrino addirittura i gusti dell’erudito, la 
sua aspirazione è di trattare come valori as- 
solidamente autonomi i valori della pittura- 
Egli è forse il più forte disegnatore dei suoi 
tempi. Non per nulla la leggenda gli attribui¬ 
sce l’invenzione dell’incisione. Ma la sua in¬ 
quietudine ha anche saputo trovare i toni mo¬ 
bìli, sensibilissimi, adatti alla sua d ira pas¬ 
sione. I toni del Cristo Morto e del Monte de¬ 
gli Olivetì ne siano una prova .La sua capar¬ 
bietà ora il solo rapporto che egli potesse pa¬ 
vere col suo secolo, secolo di dilettanti come 
Isabella d’Esfe. 

Tiziano. 

Tiziano non ha alcuna importanza come fe¬ 
nomeno storico : egli non è un rivelatore, non 
incomincia nessuna via nelle tradizioni vene¬ 
ziane. Dopo Giovanni Bellini e Giorgìone era 
naturale che i pittori veneziani si trovassero 
a far^ quelle opere di colore che erano ma¬ 
ture nell’esperienza. Se si guarda lo svolgi¬ 
mento storico, il fenomeno Tiziano è assai 
meno importante degli altri prima descritti. 
Naturalmente questo non è tutto : bisogna 
guardare le opere. Anche qui, ili fatto di ri¬ 
sultati, se noi prendiamo i Due Amanti di 
Paris Bordone o certi ritratti del Lotto, ci tro¬ 
veremo a una altezza non molto diversa* da 
quella dej più ammirati capolavori del Tizia¬ 
no. Anche nella vita pratica quest' uomo 
vanitoso, mescolato a personaggi sempre più 
grandi di lui, più adulatore che intelligente, 
bilioso contro Giovanni Bellini, geloso di Tin¬ 
toretto giovinetto, invidioso persino del Por¬ 
denone, avaro, non ci è molto simpatico. Pos¬ 
siamo ammirare la sua laboriosità, ma nella 
sua vita non riusciremo a trovare nè intelli¬ 
genza nè quell’acutezza di svolgimenti che fa 
disoernere le difficoltà e i programmi. Tiziano, 
come fenomeno europeo, è il primo prodotto 
del reclamismo, della camorra letteraria orga¬ 
nizzata. Metà della sua opera è bluff, riuscito 
per la complicità di un filibustiere come Are¬ 
tino. Nei rapporti tra Aretino c Tiziano, Are¬ 
tino ci fa la miglior figura, è rorganizzatore, 
l’impresario, l’uomo delle trovate. Spesso Ti¬ 
ziano è un'invenzione dell’Aretino. Nei qua¬ 
dri storici, nei quadri religiosi troviamo spesso 
giochi fittizi, raffinatezze nello sfruttare i trom- 
fie-l'oeil, non più impiegati con la minuziosa 
cura dell’artefice, che troviamo in Carpaccio 
e in Mantegna. Invece Tiziano è uno dei più 


grandi ritrattisti del mondo. Soltanto Rem- 
brandt e RafFacllo lo superano. I suoi sono i 
ritratti del grande colorista. Laura Dianti, 
Carlo V, L’uomo del guanto, Flora, sono ca¬ 
polavori. 

Tiziano è anche interessante nelle opere 
giovanili, quando non posa ancora a grande 
pittore, ed è ingenuamente giorgionesco (In¬ 
fatti queste opere si confondono con quelle di 
Giorgionc. Le altre non più perchè sono le¬ 
ziose, pretenziose). 

Tintoretto. 

Rois des violents chiama Gauthier Tinto- 
rctto : è odiato dai contemporanei. Invece gli 
impressionisti francesi dell’Soo lo proclamano 
loro padre, Manct lo copia. Vita e opere di 
Tintoretto, con la loro apparizione violenta 
e incendiaria indicano una mirabile sicurez¬ 
za. Tintoretto portava una idea nuova, la si¬ 
curezza che fosse vera, la volontà dì combat¬ 
tere per imporla : un realismo violento nel 
movimento e nel chiaroscuro. Siamo ben lon¬ 
tani dall’idillio tranquillo del Tiziano, dalla 
vita leziosa e felice con la ricerca di vaghez¬ 
za, ricchezza, plauso, ccc. Tintoretto va con¬ 
tro corrente, è un missionario, disprezza de¬ 
naro e onori, disprezza il quadro facile : con 
lui abbiamo di nuovo un plastico degno 'lei 
quattrocento. T suoi limiti sono i limiti d -1 
fanatico, austero e incendiario. E’ il maestro 
elei Greco. 

Tiziano si spiega con Giorgionc. Tintoretto 
si può giustificare con Michelangelo, ma non 
si spiega se non si guarda al futuro. È stato un 
problema per tutti, consolazione per nessuno. 
Nei momenti di crisi e eli rinnovamento ci si 
ricorda di Tintoretto: perchè le sue ricerche 
sono inesauribili. 

I suoi ritratti sono perfetti. Il fanatico 
prende la mano nella composizione. Tintoretto 
non convince, ma frusta e ispira. 

(da un taccuino di appunti per un saggio sulla 

pittura veneta). 

PIERO GOBETTI. 


L’artista e il tempo 

...Figlio del suo secolo è l’artista, ma mal 
per lui se ne è insieme l’alunno o, peggio, 
il favorito■ Un nume tutelare lo strappi pre¬ 
stissimo, infante, dal seno materno, lo nutra 
del latte di un’epoca migliore, lo cresca a ma¬ 
turità sotto il lontano cielo della Grecia. Fatto 
uomo ritorni poi, straniero, nel suo secolo, non- 
già per adornarlo della propria persona, per 
purificarlo bensì coll’ ira del figlio d’Agamen- 
none. La materia dovrà prenderla dal presente, 
la forma invece la deriverà da un più nobile 
tempo, anzi, al di là d’ogni tempo, dall'asso¬ 
luta unità inalterabile del proprio essere. Colà 
nel purissimo etere della sua natura, demoniaca' 
zampilla la fonte della bellezza immune dalla 
corruzione delle generazioni e delle età, che 
sotto di essa s’inabissano i torbidi gorghi . 

Ma come si preserva l’artista dai contagi del 
tempo, che lo insidiano da ogni parte? Spre¬ 
giando il giudizio del tempo. In alto egli deve 
guardare, alla propria dignità e alla legge, non 
in basso, alla fortuna e al contingente biso¬ 
gno. Parimenti scevro della vana operosità, 
smaniosa d’imprimere un segno personale so¬ 
pra ogni attimo caduco, e del fatuo entusia¬ 
smo, impaziente di misurare i meschini parti 
del tempo col gran metro dell’assoluto, lasci 
all’intelletto, che v’è di casa, la sfera del reale, 
e volga invece i suoi sforzi a produrre, dalla 
unione del possibile col necessario, l’ideale. E 
questo egli esprima nell’illusione e nella verità, 
l’imprima nei giuochi della propria fantasia 
e nella serietà delle proprie azioni, ne impronti 
tutte le forme, le materiali e le spirituali, e 
silenzioso lo lanci nel tempo infinito. 

Ma non ad ognuno, nella cui anima arde tal 
ideale, fu concessa la calma creatrice e il gran 
potere paziente di chiuderlo nella tacita pie¬ 
tra o d’ìnfonderlo nella sobria parola per affi¬ 
darlo alle mani fedeli del tempo. Troppo so¬ 
vente, il divino impulso creatore s’abbatte, 
spesso senza intermediari, sulla vita del pre¬ 
sente e dell’azione, prendendo a trasformare la 
materia amorfa del mondo morale . Imperiosa¬ 
mente parla all’uomo sensibile l’infelicità del 
genere umano, e più imperiosamente ancora 
l’abbiezione di esso; allora l’entusiasmo di¬ 
vampa, e l’acceso desiderio tende, nelle anime 
vigorose, con impazienza all’azione. Si è però 
egli chiesto, se tali disordini del mondo mo¬ 
rale abbiano offeso la sua. ragione, o se non 
piuttosto abbiano ferito il suo amor proprio ? 
Se non è ancora in chiaro, lo ammaestrerà lo 
zelo col quale tenderà ad effetti determinati 
e presto raggiunti. L’impulso morale puro è 
diretto all’assoluto; per esso il tempo non esi¬ 
ste, e l’avvenire diventa presente, ogni qual 
volta dal Presente si debba di necessità svi¬ 
luppare. Per una ragione illimitata direzione 
e compimento si equivalgono, cioè Iti strada, è 
già percorsa sino in fondo non appena la si sia 
scelta. 

Imprimi dunque, — risponderò al giovine 
amico della verità e della bellezza, che mi do¬ 
manda com’egli possa■ soddisfare, contro le re¬ 
sistenze del secolo, al nobile impulso del suo 
cuore, — imprimi al mondo, in cui puoi agire, 


la direzione al bene; e il ritmo tranquillo del 
tempo porterà esso l’ulteriore sviluppo. E que¬ 
sta direzione l’avrai impressa al tuo mondo se, 
■insegnando, tu sollevi i suoi pensieri al neces¬ 
sario c all’eterno, se, agendo o formando, fai 
del necessario e dell'eterno un oggetto dei suoi 
impulsi. Cadrà l’edificio dell’errore e dell’ar¬ 
bitrio; deve cadere; è già caduto, appena tu sia 
certo che piega; ma nell’interiore non solo nel¬ 
l'esteriore noi no esso deve piegare. Educa del 
verecondo silenzio del tuo cuore la vincitrice 
verità, obbiettirala nella bellezza, sì che non 
soltanto il pensiero le renda omaggio, ma ne ac¬ 
colga, amandolo, l’aspetto e anche il senso. E 
affinché non ii càpiti di ricevere dalla realtà 
il modello che tu alla realtà devi dare, guar¬ 
dati d'entrar in cosi sospetta compagnia prima 
d’esser nel tuo intimo sicuro d’un seguito i- 
deale. l 'ivi col tuo secolo, ma non esserne la 
creatura; fornisci ai tuoi contemporanei ciò 
di cui essi abbisognano, non ciò che lodano • 
Sema aver divìso le loro colpe, dividi con no¬ 
bile rassegnazione le loro pene, e liberamente 
curvati sotto il giogo ch'essi ugualmente male 
sanno e ricusare e sopportare. Col risoluto ar¬ 
dire col quale spregi la loro fortuna mostrerai 
loro, che non viltà t’assoggetta ai loro dolori. 
Raffigurateli come dovrebbero essère, quando 
hai da agire su di essi; non raffigurarteli co¬ 
me sono, quando sei tentato d'agire per essi. 
Cerca il loro applauso attraverso la loro di¬ 
gnità, ma attribuisci la loro fortuna a man¬ 
canza di valore, cosi da un canto la tua no¬ 
biltà ridesterà la loro, e dall’altro la loro in¬ 
degnità non distruggerà il ino scopo. La se¬ 
rietà dei tuoi princìpi lì allontanerà da te; ma 
nel giuoco li potranno ancora sopportare: il 
gusto è in essi piu casto del cuore; e qui tu 
devi ghermire gli scontrosi fuggitivi. Attac¬ 
cherai senza successo le loro massime; invano 
condannerai le loro azioni; addosso al loro ozio 
invece potrai avanzare con frutto la- tua mano 
formatrice. Scaccia dai loro divertimenti l’ar¬ 
bitrio, la frivolezza, la rozzezza, e senza ch’es- 
si se ne accorgano li allontanerai anche dal 
loro modo d’agire e, in ultimo, dal loro modo 
di pensare. Dovunque li incontri, circondali 
di nobili, di auguste, di geniali forme, chiudili 
in mezzo ai simboli dell’eccellenza, finché l’i¬ 
dea non abbia vinto la realtà e l'arte la natura. 

Schiller. 

(« Sull'educazione estetica dell’uomo)), 
Lettera IX; l. v. t.). 


Da “I miei penati,, 

di Batjuskov. 

Mentre corre dietro a noi 
il dio del tempo canuto 
e devasta il prato fiorito 
con la spietata falce 

amico mio, più ratti dietro alla felicità 
sul cammin della vita voliamo, 
inebriamoci ai voluttà 
e la morte precorriamo, 
st rappi am furtivi i fiori 
sotto il filo della falce 
e con l’accidia della vita breve 
allunghiamo, allunghiam l’ore ! 

Quando poi le Parche scarne 
il fil della vita avran filato, 
e noi nella dimora della notte 
ai proavi porteranno, 
compagni amabili, 
non doletevi per noi 1 

A che i singulti lacrimosi, 
di prezzolati cori la voce? 

A che questi incensi 
e della campana il pianto, 
e languide salmodie 
su la fredda asse 
A che?... Ma voi a schiere 
della luna ai raggi 
adunatevi e di fiori 
spargete il queto cenere 
o gettate su i se poi ^ 
degli iddìi domestici il simulacro, 
due nappi, due zufoli, 
un vilucchio con le foglie: 
e il viandante indovinerà 
senza epigrafi dorate 
che il cener qui ripe*-' 
di giovani felici ! 

(Alfredo Poliedro, trad.). 


PILLOLE 


La scuola del Sen. Rastignac 

« Avrei voluto dare — a questo libro — per sotto¬ 
titolo ; Saggio di critica dinamica cr l energetica . 

Ma io non saprei altrimenti significare il fine di que¬ 
sto libro, clic si propone non di fare una ricostruzione 
retrospettiva dell’opera d’arte, ma piuttosto di ac¬ 
compagnare l’opera d’arte nel suo « divenire » gareg¬ 
giando con la sua energia creativa, interpretandola e 
magari eontradiccndola, ma sempre tenendo conto di 
tutti gli elementi della sua possibile influenza sulla 
vita c avendo di mira sopra ogni coso l'avvenire. 

E’ un genere di critica non molto coltivato in 
Italia ad onta (sic) del vigoroso impulso che sem¬ 
brava averle dato, venti o venticinque anni fa, Vin¬ 
cenzo Morello col suo volume L’Energia letteraria ». 

F. Pasini, G. D’Annunzio, Roma, 1925. 


PIERO GOBETTI - Editore 

G. Amendola: Una battaglia Liberale » 11 ,- 


Gen. C. Assumi La prima difesa del 

Grappa » 10,50 

C. Avauna di Gualtif.iu: Il fascismo » 10,— 

E. Bartellini : La Rivoluzione inatto » 7, — 

B Brunello: Il pensiero di Cattaneo » 10, — 
A. Cappa: Vilfredo Pareto i 6,— 

A.'Di Staso: Il problema italiano » 1,50 

A. Di Staso: Pregiudizi economici i 6, 

G. Dorso: La Rivoluzione Meridionale » 10,— 

L, Einaudi: Le. lotte del lavoro » 10,50 

V. G. Galati: Religione e politica ■ 10,— 
G. Gangale: La Rivolta. Protestante » 6, — 

J. S. Mill : La libertà (con prefazio¬ 
ne di L. Einaudi) » 8,_ 

F. Nitti: La Pace , 9 ; _ 

F. Nitti: La Libertà » 5 y _ 

V. Nitti: I/opera di V. Nitti » 12,— 

N. Papafava : Fissazioni Liberali i 6, _ 

G. Prezzoli ni : Giovanni Papini ■ 6, — 

B. Rio uzzi - R. Porcari : La coope¬ 
razione operaia » 10,_ 

Francesco Ruffini: Diritti di Li¬ 
bertà D 10, _ 

L. Salvatorelli: Nazionaifascismo ■ 7,50 

G. Salvemini : Dal Putto dì Londra 

alla pace di Londra i 16,_ 

G. Stolfi : La Rasi!irata senza scuola > 5, —- 

L. Sturzo: Pensiero antifascista > 12, _ 

L. Sturzo: La libertà iti Italia » 5, _ 

G. Suckkht: Italia Barbara > 8,_ 

M. Vinciguerra: Un quarto di suolo 

(1900-1925) , 5 ) _ 


Si spediscono franchi di porto contro vaglia. 

Le Edizioni del Baretti 

C. Giardini: Antologia dei Poeti Ca¬ 
talani h. 14 _ 

hi. Marchesini: Omero ■ 8,_ 

E. Giantuhco: Antologia dei Poeti 

Tedeschi , 10,_ 

F. M. Pugliese: Poesie » 10 ,— 

C. G. Pini: Adua » 5 ( _ 

E‘ uscito; 

COSTAZZURRA 

di MARIO GROMO 

L. 0 

E’ una suggestiva descrizione di viaggio in¬ 
trecciata con una narrazione fine, originale, 
ricca di personaggi e di vicende, ora sentimen. 
tale, ora ironica, ora poetica. Una personalità 
compiuta di scrittore. 

Stanno per uscire: 

Amedeo e altri racconti 

di GIACOMO DEBENE DETTI 

L. 9 

Sono racconti che realizzano un tono musi¬ 
cale attraverso un'attenzione continua ed effi¬ 
cace ai colori psicologici, alle tinte ambientali. 
La narrazione è tutta sostenuta su ragioni li¬ 
riche. Si svolge per trapassi melodiosi e rap¬ 
presenta il primo tentativo italiano di una in¬ 
trospezione che raggiunga un’alta sostenutezza 
lìrica contemporaneamente con una aderente 
verità psicologica. 

Giacomo Debenetti si rivela in quest’opera 
finissimo artista e scrittore dei più interessanti 
d’Italia, 

FRATE JACOPONE 

di NATALINO SAPKGNO 
Xj. S 

Breve, esauriente monografìa sulla singolare 
figura del bealo tuderlino. Non e un’apologià, 
nù una demolizione: ma una ricostruzione, 
fondata su basi rigorosamente storiche, del¬ 
l’uomo c del poeta. La figura di Jacopone viene 
delimitata nello sfondo del suo tempo, con una 
precisione e compiutezza ignote ai critici che 
hanno preceduto il Sapegno, il quale anche per 
non comuni doti di scrittore si rivela critico di 
razza. Suggestivi sono gli accostamenti tra la 
lirica religiosa del frate, e la lirica amorosa con¬ 
temporanea: i lettori troveranno in questo vo¬ 
lume una nuova valutazione della letteratura 
nostra del duecento finora pascolo di eruditi 
e di esteti. 

Si spediscono franchi di porto contro vaglia. 


Archivio Bibliografico 

Libri antichi, esauriti e rari 

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Scrivere : ALFREDO GROSSI 

Via Cernaia, 38 — TORINO ( 3 ) 

Direttore Responsabile Piero Zanetti 
Tipografia Sociale - Pinerolo 1926 




IL BARETTI 


Pag. 89 


NOTE E APPUNTI 

ARTE E VITA MORALE 

Rileggendo le ** Confessions „ nostra solitudine, dei nostri ricordi, delle no- 


Una duplicità intima vizia non l’animo sol¬ 
tanto del Rousseau, ma l’opera sua e fa delle 
Confessions, in tante parti mirabili, un’opera 
ili troppe altre falsa cd arida. L’arte vuole 
sguardo limpido e sereno, amore alla realtà, 
quale essa sia, abbandono cd oblio di se me¬ 
desimi. Troppo sovente invece le Confes¬ 
sions vogliono essere autoapologia, difesa con¬ 
tro accuse immaginarie o reali : l’autore non 
può interessarsi alla realtà perchè soltanto lo 
interessa il suo proposito difensivo. Si rileg¬ 
gano le pagine sul soggiorno a Venezia : l’am- 
basciatoie Montaigu fin dal principio non è 
uomo con vizi e virtù, ma il nemico di Gian 
Giacomo. L’antico segretario non vede in lui 
se non quella persona che non riconobbe i suoi 
meriti : il lettore vede perciò in ([lidie pagine 
non l’ainbasi'iatorc, ma il nemico, anzi nem¬ 
meno il nemico perchè alla rappresentazione 
del «nemico» occorrerebbero altre qualità 
complementari, trascurate dal Rousseau nel suo 
astio, apprende soltanto i sentimenti di odio 
e di rancore del Rousseau per quell’individuo. 

Il Rousseau ignora la menzogna franca, 
schietta alla Celi ini, clic si impossessa della 
fantasia e prende forma e costringe chi l’ha 
finta a vìverla : c nemmeno si può dire pre¬ 
senti, come rAlfieri, quella figura ideale, che 
noi ci facciamo di noi stessi c clic* non è in 
tutto conforme alla realtà, cd è tuttavia vera, 
perchè in lei crediamo e per lei trascuriamo la 
realtà che ci circonda, meschina e insignifi¬ 
cante rispetto a queirideale vissuto. Il Rous¬ 
seau non dimentica quella che è realtà per gli 
altri, ma entra in polemica co: suoi avversari: 
se egli mente, la sua menzogna è ([lidia di¬ 
chi mira a giustificarsi, che non dice lutto 
quello che sa o che esagera coscientemente 
qualcosa c nasconde volontariamente qualche 
altra : per quanto egli paia persuaso, la sua 
persuasione non è mai assoluta c totale, non 
annulla in tutto una voce segreta, clic le si 
oppone c questa cattiva coscienza non soltanto 
è immorale, ma profondamente antiartistica. 

I sottintesi del Rousseau sono ripugnanti, ma, 
anche lasciando da parte i passi scabrosi e 
scorrendo i più insignificanti, ei troviamo di 
fronte a quella cattiva coscienza, che è- il vi¬ 
zio di origine delle Confessions. 

Diderot è in prigione a Vincennes. Rien ne 
peindra jamais les angoisses qite ma fìt sen¬ 
tir le malhcur de mon ami. Il Rousseau 
teme che debba restarvi per tutta la sua vita 
e scrive una lettera di supplica alla Ponipa- 
dour. J’écrivìs à M.me de Pompadour polir la 
confurer de le faire relàcber, d’obteuir qu’on 
in’ enfermàt avec lui. li Rousseau non vuole 
dare molta importanza al suo atto, la lettera 
était trop peu raisonnable ponr ètte efficace, 
ma aggiunge che dopo la sua lettera il Di¬ 
derot fu trattato meglio: je ne me flette qu'elh? 
ait contribué aux adoucissemcnts qu' on mit 
quelque temps après à la captività du pauvre 
Diderot. Sembra negare, e tuttavia vuole la¬ 
sciare il sospetto che quella lettera peu rais on- 
•nable abbia pur avuto qualche risultato, risul¬ 
tato tutt’altro che insignificante, perchè, ag¬ 
giunge lo scrittore, senza quegli adoitcisse- 
ments, il Diderot sarebbe morto. Il lettore cre¬ 
de che ormai il Rousseau passi ad altro c sol¬ 
tanto pensa che forse la vita del Diderot è 
dipesa da quella lettera dell’amico generoso: 
ma al Rousseau la sua azione sembra trop¬ 
po bella per non soffermarvisi ancora. - Au 
reste si ma lettre a produit peu d’effetl jc ne 
m’en stiis pas non plus beaucoup fall valoir, 
car je n’en parlai qu’à tres peu de gens (c qui 
il colpo finale, con cui si chiude l’episodio e 
il libro) et jamais à Diderot lui-mcme. -- Qui il 
lettore dovrebbe riflettere : — Povero Gian 
Giacomo così buono e così calunniato! Si a- 
depem per l’amico, e forse lo salva dalla di¬ 
sperazione e dalla morte c non se nc vanta nep¬ 
pure, anzi non ne fa parola con l’ainico sal¬ 
vato. E’, si vede, un dire c un non dire: le 
parole sono ispirate non dal desiderio di rap¬ 
presentare il vero, ma di suscitare ini sospetto, 
e col sospetto un sentimento di ammirazione è 
di compassione. Vi è sotto la narrazione un 
sottinteso clic .vizia il libro e lo rende arido 
e monotono. 

Ma sotto il Rousseau corrotto, vizioso, bu¬ 
giardo, vive un altro Rousseau : nel povero 
corpo inalato, vive un fanciullo, che ama e 
canta. A questo fanciullo dobbiamo le pagine 
più belle delle Confessions. Altro è l'Indivi¬ 
dualismo del maniaco che fa di sè stesso il cen¬ 
tro dell’universo e sospetta di tutti e teme di 
essere defraudato di una lode o ingannato, al¬ 
tro è quello del fanciullo, clic ignora l’uni¬ 
verso e gode di sè medesimo, dei propri pen¬ 
sieri e delle proprie fantasie, c ama lutto quel¬ 
lo che lo circonda, perchè in tutto ritrova il 
suo animo, perchè tutto fornisce alimento al¬ 
la sua fantasticheria che è tutta la sua vita. 
Riso c pianto, che non hanno una ragione de¬ 
terminata eppure allargano ineffabilmente l’a¬ 
nimo; fantasie illimitate e sublimi che ogni 
determinazione rende vane e meschine, que¬ 
sta è la vita del fanciullo, questa la grande 
scoperta del Rousseau. Appena egli ritorna in 
sè stesso e dimentica amici c nemici, ritrova 
quel fanciullo sempre vivo in lui e rivive i 
beati istanti di solitudine e le gioie e i dolori 
brevi cd infiniti, Qui egli è non .più costretto 
a mentire: la bellezza delle sue pagine sorge 


società di uomini maturi regolata da leggi c 
da convenzioni, in cui ognuno per essere sè 
stesso deve rinunciare e limitarsi e attendere 
a un determinato lavoro, cd ceco che tutta 
quella ricchezza di sentimenti diverrà inutile 
e p:iicolosa ed egli si sentirà smarrito e appa¬ 
rirà ridicolo o sciocco. Così gli intensi senti¬ 
menti del fanciullo roussoiano si rifiutano 
ad ogni determinazione: il Rousseau saprà 
dirvi della gioia del fantasticare, e scriverà la 
enfatica e retorica Noitvelle ilélo'ise, quando 
vorrà dar forma alle sue fantasie, dirà, come 
nessun altro ha saputo dire, rinnovando il 
mito del paradiso perduto, la sorpresa e la tri¬ 
stezza del fanciullo che, punito ingiustamente, 
scopre l’esistenza del male c non ritrova più 
nelle cose che gli erano care, l’antica gioia, o 
narrerà del pianto convulso nella camera della 
cortigiana veneziana, e diverrà, per lo più, fal¬ 
so e astratto quando voirà dar regole di mo¬ 
rale c di educazione : nè parliamo ora della 
politica, clic, per sua natura, sembra essere 
agli antipodi della personalità roussoiana. 

Chi ha parlato di panteismo a proposito 
dell’amcre del Rousseau per la natura? Nes¬ 
suna dottrina può costringere questo scuso 
primordiale della vita, tutta gioia o tutto do¬ 
lore, libera da ogni costrizione esteriore ed in¬ 
teriore. La natura è l’ambiente di questa li¬ 
bertà fanciullesca, che più non si trova ove sia 
necessaria la riflessione e il ritegno. - Jamais 
je n’ai tanl pensò, tanl cxislé, tant vécu, tant 
età moi, si je ose aiasi dire que dans ceux (i 
viaggi) que j’ai fail seni et à pied. La vite de 
la campagne, ia succession des aspecls agrea- 
bles, le grand air, le grand appctit , la botine 
sante que je gagne en marchattl, la libertà dii 
cabaret, l'eloignement de toni ce qui me fait 
sentir ma dépendence, de toul ce qui me rap- 
pelle à ma sihtalion, tout cela degagé moti 
dme, me donne une plus grande audace de pen- 
ser, me jclte en quelque sorte dans l'ìmmcn- 
sHc des ctres ponr les combincrs les choisir me 
les appropriar a inon gré sans gene et sans 
crainte. Je dispose en maitre de la nature cn- 
ticre-... I,a natura ha nel Rousseau una fre¬ 
schezza e una castità giovanile : i tratti più 
semplici e più comuni acquistano lo stupore 
di una prima apparizione. Quanti usignoli 
nella letteratura ! Quanti « pianti soavi » ! Le 
nòte degli usignoli del Rousseau non sono 
«soavi e scorte», eppure risuonano indimen¬ 
ticabili nell’animo nostro. - Je me concitai vo- 
luptuensement sur la tabletle d’ime espèce de 
nidi e ou de fansse porte enfoncée dans un 
mur de terrasse; le del de moti- Ut ctait forme 
par les téies des arbres; un rossìgnol clait bré- 
ciscmcnt au dessus de moi: je m'endonms à 
son chaiit; mori so mm e il fut donx, nion rcveil 
le fui davantage. - PI l’usignolo ritrovato nella 
seconda primavera delle Chartneltcs? - La joie 
uvee laquelle jc vis Ics premieri bourgeons est 
inexprimable. Revoir le priniemps àtail ponr 
moi ressusciter en paradis. A peine les neiges 
commenpaient à fondre que nous quiltàmes 
notte cachot, et nous fùmes assez tot aux 
Charmcttcs pou-r y avoir Ics prémiccs dii ros- 
sigitol. - E quello dcH’Ermitage? - Quoiqu 1 il 
flit jroid et qn’il y cut mente encore de la nci- 
gc, le terre comnienpait àvégcter: onvoyait des 
violettes et des primevères, Ics bourgeons des 
arbres commenpaicnt à poìndre, et la nuit 
méme de mon arrivò e fui marquee par le pre¬ 
mier ebani du rossignol qui se jil entendre 
presque à ma fenétre, dans un bois qui lou- 
chait la maison. Après un long som'meil, ou- 
bliant à mon rcveil ma trasplautation, jc me 
croyais encore dans la rue de Grenelle, quand 

toni à coup ce ramage me fit tressaillir . 

L’usignolo deU’Ermitage sembra cantare nel¬ 
l’alba gelida del primo fiorire di primavera, 
l’eterna fanciullezza, sempre viva e simile a 
sè stessa nonostante il succèdersi degli anni e 
degli eventi, c ad un tempo salutare l’avvento 
di un’età più giovanile, più schietta, più sa¬ 
na. Nel libro, viziato da tante menzogne, 
scritto da un povero inalato, è l’annuncio del 
prossimo sorgere di spiriti fraterni, se pur più 
vigorosi e più integri, di Goethe, di Tolstoi, 
di Leopardi. 

La “ Fonte „ di un episodio 
dei Promessi Sposi 

Nemmeno agli spiriti solitari è sempre dato 
tenersi immuni dal contatto della folla : vi 
sono giorni in cui aneli'essi debbono rinun¬ 
ciare al proprio ben scaltrito giudizio, che li 
distingue dai loro simili, c pensare come tutti 
pensano, vale a dire, con generosità talvolta, 
ma più spesso confusamente e male. Persino 
Alessandro Manzoni non potè sottrarsi al fa¬ 
scino pericoloso di quei giorni : o almeno dob¬ 
biamo congetturarlo se leggiamo la canzone 
«Aprile 1814 », scritta il 22 aprile 1 S 14 , due 
giorni dopo la morte del Prilla, quattro giorni 
prima che il commissario imperiale giungesse 
in Milano a prenderne possesso in nomo delle 
Pote nze vincitrici. La poesia del Manzoni tren¬ 
tenne è delle meno manzoniane : sulle labbra 
del Manzoni sorgono spontanei i concetti che 
sono sulle labbra di tutti i milanesi : — Fi¬ 
nalmente se ne sono andati ! Non più tasse 
esose, non più coscrizione ! —, e con la espres¬ 
sione della gioia per la fine della dominazio¬ 
ne francese, la fiducia indistinta nell’avvenire 


rato, si sente chiamato a tradurre in nobili 
forme il sentimento comune. Non medita, non 
critica uè fa suo il sentimento altrui, ina lo 
traduce in forme già consacrate dalla tradi¬ 
zione: la sua cura non è dedicata alle cose, 
ma alle parole, a questo esercizio di tradu¬ 
zione. Egli stesso sente quanto più importanti 
siano i fatti di tutte le sue parole- 
Ma qual parlar sì belle opre pareggia? 
Neppure il poeta crede nella poesia sua, la 
quale, per vero, non è veramente sua, ma 
traduce un pensiero comune, il pensiero comu¬ 
ne al popolo di Milano in quei giorni di aprile, 
in un linguaggio altrettanto comune, il lin- 
guaggio del letterato italiano, improntato a 
un generico petrarchismo, non senza qualche 
spunto di enfasi mondana. 

Fin che il ver fu delitto, e la Menzogna 
Corse gridando, minacciosa il ciglio : 

« Io son sola che parlo, io sono il vero », 
Tacque il mio verso, e non mi fu vergogna 
Non fu vergogna anzi gentil consiglio; 

Chè non è sola lede esser sincero, 

Nò rischio è bello senza nobil fine. 

Or che il superbo morso 
Ad onesta parola è tolto alfine, 

Ogni compresso affetto al labbro è corso; 
Or s'udrà ciò clic, sotto il giogo antico. 
Sommesso dapprima esser poeta discorso 
Al cauto orecchio di fidato amicò. 

Passano anni: il Manzoni nella sua solitu¬ 
dine medita sugli avvenimenti straordinari ai 
quali ha assistito. La lontananza c il distacco 
gli fanno intendere ben diversamente quegli 
eventi: non ne 1 ampie ima critica politica, co¬ 
me il Foscolo nei Discorsi stilla Servitù d’Ita¬ 
lia, chè la passione politica gli è estranea, ma 
una critica morale. I,a scomparsa di Napoleo¬ 
ne gli fa rivedere in 1111 punto tutta la gran¬ 
de epopea : e il suo silenzio durante la vita di 
lui gli appare ora dovuto a ben più profonde 
ragioni, clic quelle esposte nei versi citati. - Lui 
folgorante in soglio vide il mio genio e tac¬ 
que... — Soltanto ehi aveva serbato il silenzio 
davanti a Napoleone imperante c a Napoleo¬ 
ne caduto poteva essere eletto dalla Provvi¬ 
denza a esprimere il religioso sbigottimento eli 
fronte a quella grandezza, clic fa presentire la 
onnipotenza divina. E, anziché giudicare co¬ 
me nell’ ode inedita la grandezza caduta, il 
Manzoni sospende ogni giudizio, e, anziché 
farsi portavoce dei sensi di una folla di uo¬ 
mini, di una nazione 0 di un partito, si fa por¬ 
tavoce dell’umanità tutta. 

Ma se non giudica Napoleone, il Manzoni 
sente il dovere di' giudicare quegli altri uo¬ 
mini che, nei giorni passati esultarono, male- 
dirono, imprecarono e prima che altri sè stes¬ 
so che in quei giorni si unì al sentimento ge¬ 
nerale. La grandezza superiore di Napoleo¬ 
ne vuole il religioso silenzio che si conviene 
alla presenza di Dio: la 1 piccolezza, la debo¬ 
lezza degli, uomini comuni vuole essere giu¬ 
dicata : che sarebbe la nostra vita se noi giu¬ 
dicassimo di continuo negli altri noi medesi¬ 
mi? Accanto all'epopea, la commedia. Il Man¬ 
zoni rivede anche sè stesso e i milanesi del¬ 
l’aprile 1814 : si ricorda di quell'esultanza ge¬ 
nerale, di quel sottinteso che era nei discorsi 
di tutti : Finalmente si può parlare —, che era 
il sentimento più profondo, se pure quasi sem¬ 
pre i«espresso, di tutte le facili dissertazioni 
politiche del giorno. Allora tutto quello gli 
era sembrato un sentimento nobile e lo aveva 
rivestito di nobili accenti (Or che il superbo 
morso - Ad onesta parola è tolto alfine. - Ogni 
compresso effetto al labbro è corso) : ora non 
tutto in quella gioia gli sembra puro. E quella 
gioia egli rivede sul volto di don Abbondio 
alla notizia della morte di Don Rodrigo. La 
debolezza che prima sotto il nobile eloquio 
nascondeva la sua sostanziale comicità (« Or 
s’udrà ciò che sotto il giogo antico, - Som¬ 
messo appena esser potea discorso - Al cauto 
orecchio di fidato amico»), ora svela la su'a 
vera natura. Il silenzio di un giorno e la elo¬ 
quenza di oggi appaiono effetti della medesi¬ 
ma Colpevole debolezza. Certo Don Abbon¬ 
dio clic vicn meno ai doveri del suo ministe¬ 
ro, e permette al malvagio di compiere i suoi 
disegni, e si rallegra per la sua morte, è ben 
lontano dal Manzoni ohe per prudenza tace 
sotto Napoleone cd esulta di poter celebrare la 
fine dei mali dilla sua patria: ma il Manzoni 
ci insegna come siano semplici c in apparen¬ 
za insignificanti le origini delle colpe più gra¬ 
vi. E’ così facile il proso dalla debolezza alla 
colpa ! 

Col processo della critica morale si è svolto 
nel Manzoni un processa artistico : il senti¬ 
mento, che egli prima provava come i suoi con¬ 
cittadini senza meditarlo e che traduceva in 
parole comuni, ora clic egli lo ha compreso 
nella sua natura e nei suoi limiti, trova facil¬ 
mente un tono giusto e manzoniano. Allora 
il oltinteso di tutti i discorsi egli lo aveva 
collocato in bella mostra nell’esordio solenne 
dell’ode: ora invece esso rimane animatore 
del "eloquenza di Don Abbondio, ma si rifiuta 
di mostrarsi subito-nel suo vero essere. Si na¬ 
sconde sotto forme ipocrite, sotto l’abito pro¬ 
fessionale : — Vedete, figliuoli, se la Provvi¬ 
denza arriva alla fine certa gente. —; poi si 
espande più libero, ma non ancora formulato. 
Non sembra vero a Don Abbondio di dire ad 
alta voce in pubblico quei pensieri che fino 
allora aveva rimuginato in silenzio c che ave¬ 
va persili temuto pensare. Ma finalmente la 
gioia erompe con piena sincerità: e il sottin¬ 
teso del discorso si formula in parole precise: 

— Ci ha dato un gran fastidio a tutti, vedete, 
chè nde.sso lo possiamo dire . — 

Tanto oscure e recondite sono le fonti dello 
stile, che i letterati credono di conquistare con 
un arido ed estenuante esercizio ! Ma di ben 


DANZE 

Pigliando pretesto da recenti numeri dt 
danza di Alexandre Sakharoff al Teatro di 
Torino, il Prof. Lionello Venturi ha steso bre¬ 
vemente sul Secolo, tempo fa, una cronistoria 
della danza nell’ultimo ventennio. La danza, 
vanto italiano un tempo, e ai dì nostri così 
amorosamente studiata e rigorosamente colti¬ 
vata oltralpe e oltreoceano, non « richiama 
alla memoria » di un italiano odierno, dice il 
Venturi, « che un paio di gambe di donna ma¬ 
gnificamente tornite». Mi piace questa evoca¬ 
zione plastica di una ben determinata forma 
come indice di un gusto. Difatti il pubblico 
italiano avrà ammirato Kalsavina. ina non ha 
morso in quella ch’era la polpa del Balletto 
Russo, le rade volte che scese in Italia. Pas¬ 
sato proprio remoto e irrevocabilmente. 

Quello che fece non dico la fortuna, ma la 
vita stessa del Balletto Russo fu l’incontro 
davvero astrale di Diaghilew, Strawinsky e 
Njinsky. (E impazzito questo fu gran ventura 
trovare un Massi» da mettere al posto di quel- 
l’iiuparcggiabile). Tutti gli altri nomi, non c- 
sclusi quelli di Cccehetti maestro principe se 
non unico e di Fokìn, sono di astri attratti nel¬ 
l’orbita della gran costellazione, cometa mi¬ 
grante, anzi migrata ormai, disciolta ahimè! 
senza ritorno. 

« Poesia colle braccia e colle gambe », dice 
Baudelaire, quella del danzatore. Ma come 
ogni vera poesia solo se si subordina non dico 
alla legge del ritmo, ma a una necessità' supe¬ 
riore che la purifica e in un certo senso la 
trascende. 

Il segreto della perfezione di certe opere, Il 
Barbiere di Siviglia, poniamo, o La Sonnam¬ 
bula va ricercato, sta bene, nella invenzione 
poetica clic vi si esprime senza soluzione di 
continuità, ma si badi clic questa perfezione è 
raggiunta è mantenuta mediante rinquadra- 
meuto esteriore così programmaticamente chiu¬ 
so. C’è una gerarchia che deve rigorosamente 
mantenersi nella esecuzione. Sì che la fanta¬ 
sia ora idillica era comica è ordinata sempre, 
mai scapigliata o deliquescente. Si deve ancor 
ripetere che l’ordine è un buon conduttore del¬ 
la poesia? 

Il Balletto Russo giunse un momento a 
realizzare perfettamente questa che tra l'opere 
d’arte è la più complessa : lo spettacolo tea¬ 
trale. Raggiunse la rappresentazione del qua¬ 
dro vivente, dico nel senso più letterale: la 
visione del poeta ncu’atto di farsi, di pren¬ 
dere corpo c vivere. Fu la liberazione dal malo 
incantamento wagneriano. Idolatria per idola¬ 
tria, a questa i bei Corpi intrecciantisi c sno- 
dantisi in giochi fantastici e artisticamente e 
senza paragone più pura di qncU’altra che si 
reggeva su così faticosi miti giustificativi che 
dal filosofico dovevan finire nel religioso. 

Quanto di movimento sugyei iseouo ili una 
loro pittura un Botticelli, un Raffaello, un Tin- 
toretto, quanto di plastico suggerisce la mu¬ 
sica di un Bach, di un Bc-ethowen, di un Ros¬ 
sini, il Balletto Russo lo traspose in termini, 
in forme propri a sè sofo, in un mondo retto 
come il nostro quotidiano dalle tre dimen¬ 
sioni, sublimato, ma riconoscibile come il Pa¬ 
radiso Terrestre dai suoi primi abitatori; i 
quali uominaron subito gli animali c le piante e 
s’inchinarono adorando al Creatore. Mondo in 
cui legge e libertà s’identificano. Natura pri¬ 
migenia, gerarchica armonìa, perduta, e risco¬ 
perta ogni volta che il fiat si ripete attraverso 
la fatica divinatoria dell’artista. Subordina¬ 
zione di ogni individuo, di ogni elemento a 
un ordine che lo trascende e regola. 

A questo è giunto il Balletto Russo. Basti 
citare Pelrouchka, le Spcclre de la Rose, le 
Sacre du Priniemps. In questi balletti il dan¬ 
zatore dimenticava di chiamarsi Njinsky : non 
era clic materia plastica obbediente all’im¬ 
pulso di una particolare funzione, e in questo 
limite l’invenzione individuale aveva libero 
gioco. Le nicmbrà. del suo corpo concorrevano 
all’opera generale non altrimenti della massa 
del corpo di ballo. Ogni organo perfettamente 
addestrato a servire all’ intero organismo. Sì 
che poi Njinsky e Karsavina, soli sulla scena 
bastavano a popolarle e indimenticabilmente. 
Era veramente lo spettro corporeo di una rosa 
quello che il sogno della fanciulla evocava; 
polputo bolide carnicino elio terminava la sua 
traiettoria, spiccata chissà di dove, traversando 
di volo la impannata della finestra e posandosi 
ai piedi della dormiente. 

Al signor Alessandro Sakaroff non si può 
negare il dono del ritmo: si rammentano di 
lui certo irrigidirsi e allenarsi delle membra 
nel seguire la sua musica, la felina elasticità 
di certi abbandoni rotti a mezzo, certi passi 
così precisamente serrati controtempo in una 
misura come di chi si contraddica per gioco. 
Una certa eleganza preziosa gli tien luogo di 
prestanza fisica. Gli manca il dono della mi¬ 
mica, cioè il dono dell’invenzione, ch’è l’es¬ 
senziale specie per chi come lui per sè solo 
compone le sue figurazioni e le vuol espri¬ 
mere. Direi clic gli manca addirittura l'intel¬ 
ligenza, in (pianto utilizzazione dei suoi mezzi, 
e loro massimo rendimento. Più ancor che ai 
gusti del pubblico, è ai suoi stessi che indulge. 
Della musica non gl’importa : un ritmo sol¬ 
tanto gli ci vuole, ben scandito, sul quale sci¬ 
volare (il Capriccio di circo è una delle sue 
migliori trovate) e snodare, nel tempo più 
rigoroso, le membra in poche e appena variate 
mosse, facendo valere le vesti onde si adorna, 
sontuose e delicate e molli c pesanti c fles- 
-.’.iosc. Non si esce dall’ambito della illustra 


dalla loro veracità, chè quel fanciullo è la so¬ 
stanza profonda del suo essere, l’ispiratore 
delle sue concezioni morali, religiose, artisti¬ 
che, Vita fanciullesca è vita lìbera da ogni vili- 


di Milano c dell’Italia, negli alleati magna¬ 
nimi, che ascolteranno le preghiere dell’Italia 
« possenti cui par che piaccia ogni più nobil 
cosa » e nel governo provvisorio - " 's.i e 


più segreti contrasti che quelli di una sterile 
ambizione letteraria si alimenta l’arte vera: 
che sarebbe dello stile dei « Promessi Sposi » 
se non si alimentasse di un decennio la critica 


/ione da salotto mondano: non ricerca, ma 
ricercatezza; ci vediamo spiegato un virtuo- 
snio, non più nuovo, se pur squisito nella 
••reità dei colori. Rammento nella cosiddetta 


colo, gioiosa della propria libertà, e sembra guardingo». Non però il pensiero generale inorale esercitata dal Manzoni su sè medesimo? Visione del 400 il modo con cui sotto alla ricca 
rinnovarsi ogni qualvolta noi godiamo della egli lo esprime con le parole di tutti : lette- Wagner il pedante. veste di velluto verde a ricami d’oro, appare 


Pag. 90 


IL JBARETTI 


tratto tratto un piede stretto in una guaina pur 
d’or^:'palpita, si contrae, si distende, pare 
un pesce allevato per il banchetto di un gran 
Papa del Rinascimento, che ammicchi di tra 
le fitte alghe di una vasca. 

Più che altro c’è del pavoneggiamento nella 
grazia di Sakharoff : animale gemmato e mi- 


Boris Grigorief. 

L’arte del Grigorieff, pittore russo e inter¬ 
nazionale, ha le sue radici in un’aerea sensualità 
primitiva, che si riallaccia alle icone bizantine 
e all’antica pittura popolare russa. Questa ma¬ 
teria, non più istintiva e irriflessa, è stata da 
lui assunta negli schemi dell’arte contempora¬ 
nea, tra cui Sono riconoscìbili, oltre gli apporti 
cézanniani e cubisti, quelli del moderno espres¬ 
sionismo tedesco. Conoscevamo di questo cubista 
disegni e riproduzioni, dove, se ci attirava la 
febbrile scioltezza del segno e l’acuta attenzione 
psicologica portata sui soggetti, ci disturbava 
l'eccessiva smania di caratterizzare e di stilizza¬ 
re le forme, conducendo in tal modo l’espres¬ 
sione a significati troppo sostenuti e precisi. Del 
resto questa riserva toccherebbe, per quanto ne 
conosciamo, gran parte dell’arte moderna russa 
e tedesca, in cui sembra tuttora che l’interesse 
plastico venga sopraffatto spesso da preoccupa¬ 
zioni simboliche da un lato, e troppo realistiche 
e incisive dall’altro: atteggiamenti che, pur non 
mancando di tradizioni nei paesi nordici, si 
risolvono entrambi in forme di rettorica affret¬ 
tata e truculenta, quando non danno luogo, 
nella migliore ipotesi, a una pittura scorporata 
e puramente prosastica >e illustrativa. 

Ora assistiamo a un rassodarsi delle migliori 
qualità del Grigorieff, attraverso risultati più 
concreti e calmi, ottenuti palesemente con un 
ritorno alle fonti più schiette della sua ispira¬ 
zione plastica, e colla rinuncia a certe eccessive 
stilizzazioni che rappresentano sempre il mag¬ 
gior pericolo a cui vada esposto questo artista. 
Si notino - i toni zingoai del cuscino su cui sta 
accoccolata la piccola « Modella», dalle guancie 
accese da un rosso che par vernice brillante 
sopra legno. 0 le piatte tinte cineree dei Volti 
della Russia, che, compite entro contorni sem¬ 
plificati e geometrici, ricordano la materia pò¬ 
vera e gessosa di certe insegne di villaggio. Si 
vedrà come il Grigorieff insista sopra gli aspetti 
d’una realtà impoverita e brutale, dove gli 
squilli del colore e l’incisività del segno, in luo¬ 
go di tendere a qualche armoniosa composizione, 
od anche solo ad avventure decorative, come 
in tanta parte dell’arte contemporanea, sembra 
si limitino .alla semplice realizzazione d’un tono 
fondamentale fatto di sensualità triste e di, sco¬ 
perto interesse psicologico. Il Grigorieff ci ap¬ 
pare aver qui sottomessa la sua bravura un po' 
impetuosa e facile a un gusto di schemi pri¬ 
mitivi che ci ricordano la tanto discussa a pit¬ 
tura popolare». In realtà, la pittura popolare 
rappresenta, almeno idealmente, un primo gra¬ 
do oltre il polverio e l’effusione impressionista, 
un primo tentativo di stile e di limitazione for¬ 
male. Ciò spiega il fatto che, dopo l’impressio¬ 
nismo, tanti artisti si sentirono tratti a ricercare 
le fonti dell’ispirazione nelle forme più infantili 
e imprecise dell'espressione plastica. 

Nel «Vecchio Porto» e nelle tre Vedute di 
Pont-Aven notiamo questa forinola « popolare » 
nel suo stadio più semplice. Tinte violente, e- 
gualmente compite entro rozzi contorni senza 
trapassi e sfumature, compiono un’armonia di 
accostamenti semplici in cui la vivacità stessa 
delle zone del quadro di per se prese si attu¬ 
tisce nel povero sfoggio dell’insieme. Ma in que¬ 
ste opere non sono ravvisabili che risultati il¬ 
lustrativi, fin troppo evidenti. Più vicini alle 
intenzioni del pittore, se non immuni del tutto 
da elementi fiamminghi italiani quattrocente¬ 
schi sono il quadro « Miseria » e alcuni ritratti, 
dove si riscontra, come in quello della Marchesa, 
una costruzione di gusto semplice e barbaro, 
nudo scheletro a sostenere le zone del colore. 
E molti paesaggi di Bretagna, pianure verde¬ 
chiaro fermate sotto cieli pesi e turchini come 
nell'illuminazione d’un lampo improvviso, pian¬ 
tagioni di cavoli azzurrastri, case campestri dai 
comignoli alti accatastate fra le matasse frondo¬ 
se dei meli, tronchi di piante atrocemente nudi 
sotto un sole povero. 

Nei- disegni, mancando il colore a collegare 
e a saldare la composizione, che negli stessi 
quadri ai 'basa quasi unicamente sull’intarsio 
delle tinte, senza trapassi chiaroscurali, la vi¬ 
sione si scorpora, e il gusto si rifugia nella pre¬ 
ziosità della linea,, che si sviluppa sul foglio 
bianco affrettata e capricciosa a conchiudere i 
labili contorni delle figure, disposte in modo 
che si direbbe illustrativo. Certi animali al pa¬ 
scolo, appena accennati da lievi tratti di matita 
ritrovano nella loro scarna essenzialità qual¬ 
cosa dello spirito schematico dei primitivi, ma 
dissolto da una nervosa e delicata mièvrerie. 

Contemplando alcune di queste tele, dove l’a¬ 
cre sensazione d’una realtà intristita giunge a 
comporsi in una nuda luce intellettuale, arri¬ 
viamo fino a dimenticare le formole conosciute e 
inevitàbili sulle quali il pittore ha costruito. Li¬ 
nee e colori ci conducono, seppure attraverso 
divaganti ambiguità, a un loro significato riposto 
di smarrita e barbara malinconia, dove le for¬ 
me semplificate non serbano più che una in¬ 
quieta e fuggevole grazia, i volti delle figure 


niato che si esibisce. Se seguitassi finirei col 
parlare del suo cattivo gusto. 

Ma ho da dichiarare di non aver cercato 
qui di menomamente abbozzare un parallelo? 
Soltanto, il titolo di danzatore non si rico¬ 
nosce che a un nato sotto il segno di Apollo. 

Oreste. 


si scompongono in piani aridi e violenti, una 
natura acerba è impedita di fiorire. 

Carlo Carrà. 

Attraverso i tre stadi sinora attraversati dalla 
pittura di Carrà è riconoscibile una intensa vo¬ 
lontà di crearsi un tono originale su di un ter¬ 
reno esausto.. La natura di questo piemontese 
tenace e romantico è altrettanto ingenua quanto 
disillusa. Come risultati concreti, nè il periodo 
prettamente futurista nò quello metafisico suc¬ 
cessivo rappresentano altro che accenni e indi¬ 
cazioni. Carrà ha incominciato con intenzioni 
palingenetiche, e i quadri del periodo futurista 
portano le tracce delle tumultuose e inconsi¬ 
stenti teoriche che sommossero a quei tempi, 
cicloni inoffensivi, l’aria stagnante dell’arte na¬ 
zionale. In Carrà più che in altri si manifesta¬ 
vano con schiettezza le inclinazioni realistiche 
ch’eran l’unico movente concreto delle espe¬ 
rienze che si chiamarono futurismo. L'anelito 
a distruggere il distruggibile e a confondere 
il confondibile, che perfino sulle tele si concre¬ 
tava materialmente in polverose catastrofi di 
forme e di colori, era veduto allora come ru¬ 
nico mezzo di aderire ad una realtà contempo¬ 
ranea, l’unico modo, per noi italiani, di sot¬ 
trarci per Sempre agli schemi e alle architet¬ 
ture del passato. Nella «Carrozza di notte» e 
nella « Donna al balcone » oggi non resta più 
che qualche delicatezza di chiaroscuro. 

Altrettanto può dirsi della successiva fase 
«metafisica» dell’opera di Carrà. Anche qui è 
opportuno distinguere l’apparato e la messa in 
scena dagli effettivi risultati di tono e colore 
smarriti entro forme polemiche ed eccessive. 
Ma qui aveva inizio quello che chiameremo il 
romanticismo di Carrà. A questi oggetti incre¬ 
dibili isolati iu un’aria sorda e riprodotti colla 
penosa e tentennante cura dei primitivi sotto 
cieli sfumanti dal violaceo cupo al verde, bi¬ 
sognava attribuire il valore di cifre ermetiche 
e suggestive, a cui le stesse volute incertezze 
del dipinto dovevano apportare come un sot¬ 
tile incauto, quasi di una delicata difficoltà, a 
quelle idee nostalgiche e favolose, di materia¬ 
lizzarsi sulla tela. Si trattava anche qui di sem¬ 
plici accenni, di forme intelligibili soltanto «in 
chiave», e vani erano i richiami giotteschi di 
certi toni calcinosi, e gl’ingenui accostamenti 
di alcuni colori semplici e preziosi sulla tela 
bianca a dare una quasiasi parvenza di verità 
plastica a queste geometriche astrazioni. 

Ma la stessa romantica inquietudine che eva¬ 
deva sempre verso forme simboliche, rappre¬ 
sentanti solo una individuazione provvisoria e 
ineffettuale del sentimento dell’artista, doveva 
a poco a poco raccogliersi e ritrovare un ter¬ 
reno solido, Questi paesi che costituiscono la 
terza maniera del nostro pittore hanno vera¬ 
mente il valore di una lenta a guardinga presa 
di possesso. Queste terre liscie e pesanti, su cui 
s’aprono densi cieli ove una luce perfettamente 
dissolta si fa morbida e sommessa, queste mas¬ 
se di verdi smorti ove il rosso di qualche tetto 
mette qua e là come un tocco di delicato tra¬ 
sognamelo, ci appaiono visti entro una nostal¬ 
gia intellettiva che ha finalmente trovato di che 
non smarrirsi. Una piccola casa sotto una col¬ 
lina brulla, presso un’acqua ferma, ha l’incanto 
suggestivo e raccolto di certe immagini di ri¬ 
cordo, incanto che pur non abbandona mai la 
materia plastica ove si è concretato. La lenta 
e faticosa aderenza dei toni, la costruzione sche¬ 
matica delle masse che ci riporta al più valido 
insegnamento di Cézanne, contribuiscono all’e¬ 
laborazione di una realtà limitata ma pensosa 
e priva di facili richiami caratteristici, solida¬ 
mente costruita eppur vivente solo in una me¬ 
lanconica atmosfera interiore. 

Giorgio De Chirico. 

Chiamano letterario questo pittore, ma è e- 
vidente che tale termine non deve prendersi nel¬ 
l'accezione con cni si chiamarou letterari pit¬ 
tori Moreau, Bòcklin, Puvis de Chavannes. In 
De Chirico la sparsit.à degli elementi ripresi 
dalla pittura antica si riorganizza solo in una 
ricerca di curiosi significati anacronistici, che 
restano forzatamente frammentari e illusivi. 
Mi sembra di dover aggiungere che questi ele¬ 
menti, raccolti dunque solo a scopo di ottenerne 
delicate e favolose suggestioni plastiche, piut¬ 
tosto che alle grandi opere della pittura pas¬ 
sata, si ricolleghino in relitti deteriori di que¬ 
sta. Quattrocento e seicento, vecchie stampe di¬ 
menticate e tele dell’ultimo ordine, litografie 
d’osteria, sfondi scenici ’bockìiniani eoe. ecc. 
Tutte queste cose han contribuito a formare 
una strana pittura, in cui, è impossibile ne¬ 
garlo, gli elementi predetti si trovano curiosa¬ 
mente rivissuti, se non fusi. 

In quanto alla cosiddetta pittura metafisica, 
ciò che non vi è di ciarlatanesco o rettorico si 
riduce a una sorta d'inconscia e confusa no¬ 
stalgia di certe forme e di certi echi del pas¬ 
sato. Tutti conosciamo la vaga suggestione del 


ricordo di letture e visioni infantili, il miste¬ 
rioso senso d’una statua corrosa in una pigra 
piazza estiva; Tinesprimibile tragicità proma¬ 
nante da pochi oggetti isolati in una slanza 
morta. A evocare d’un tratto il nome di Ettore 
o di Andromaca, di Achille o di Diomede, è 
facile che si ricada nel primitivo senso avutone 
da letture e da quadri conosciuti nell’infanzia, 
e che tali figure, nel subitaneo socchiudersi 
della memoria, ci riappaiano cariche dei favo¬ 
losi e incerti significati, con cui prima si pre¬ 
sentano alla nostra immaginazione fanciulla, in 
un’atmosfera insieme paurosa e familiare, al di 
là d'ogni storica o leggendaria evidenza. 

Il pericolo continuo di questa pittura, che 
pure ha prodotto, con qualcosa di Carrà e di 
questo De Chirico, alcune opere abbastanza si¬ 
gnificative, è quello di mancar d’adesione al 
proprio oggetto, e di non valere più perse stessa, 
ma solo in cifra, in funzione cioè di una mi¬ 
steriosa «idea» che lìnee e colori dovrebbero 
suggerire. Ora l’equivocità di quest’arte non 
consiste in questo suggerimento, poiché è chia¬ 
ro che un’opera di pittura è un fatto spirituale, 
e non si esaurisce nelle linee e nei colori fisi¬ 
camente intesi. Ma nella mancanza di necessità 
del suggerimento stesso. In altre parole, si 
tratta di un’arte puramente allusiva, la cui 
concretezza plastica non esiste che in ragione 
di ciò ch’essa vuole indicare senza esprimere. 
Linee e colori possono dirci altra cosa di quella 
che vogliono dirci. L’.iHea trascende sempre la 
materia, che tenta invano adeguarvisi organiz¬ 
zando spersi elementi di pittura classica, che 
dovrebbero unicamente trasportare sulla tela 
un indefinito senso dell’immortale nostalgia 
della loro origine . 

Per venire poi all’espressione effettiva di tali 
intellettualistiche composizioni, è opportuno no¬ 
tare la singolare forza del disegno, che invano 
tenta incorporarsi nei coloriti rudi e terrosi, 
quasi di materia dissecata e decomposta. Ma 
in alcune nature morte, ad esempio in quella 
rappresentante della pesqagione tratta a riva, 
3otto uno sfondo di marina fantastica, o in 
quella dell’anguilla, certi bianchi e neri rude¬ 
mente segnati, e certi verdi cupi ed ocre vele¬ 
nose non sono privi di significazioni. Notiamo 
pure l’astratta fissità degli autoritratti, fissiti 
che, in questa pittura disumana, tien luogo 
d’espressione psicologica. Sergio Solmi. 

Rovella 

Nel salotto di sua madre, la Rovettina, Gerolamo 
Rovetta non potè fare che gli studi di Telemaco. E 
Penelope era ordinariotta, rude, piuttosto vuota di vita 
interiore. 

La figura di questo Telemaco che aveva succhiato 
con la sete dell’età l'amore del lusso e del salotto 
aristocratico, che sentiva la segreta ambizione del- 
l’hiffh life di Milano; dominato dagli strozzini, tor¬ 
bido e malevolo seguace del credo plutocratico, miope, 
arido; diventato nemico irreconciliabile e cinico dì 
sua madre per la repugnante storia di ima eredità — 
è più viva negli aneddoti e nelle testimonianze di 
costumi che nei Disonesti o nel Tenente dei Lancieri. 
Un libro di appunti e ricordi come G. Rovetta e la 
sua famiglia{ materna di E. Bevilacqua (Firenze, L. 
Monnier, 1925) vale a ricostruire questo mondo me¬ 
glio di un saggio apologetico di Renato Simoni. 

Bevilacqua ci mostra Rovetta giovane che vive 
tra un « vario assortimento di leggerezze umane, di 
piccole borie, di maldicenze e ipocrisie, di infiniti 
egoismi, con qualche venatura diafana di hontà ». Si 
fa «: poeta » con la superficialità di un filodramma¬ 
tico e dì un corteggiatore d’attrici. Scrivendo per 
calcolo e per una « frolla borghesia arricchita, ambi¬ 
ziosa, politicante, sfruttatrice del patrimonio, avito, 
avida di piaceri » è più improvvisatore che artista, trito, 
facilone, senza sobrietà e senza stile, 

Rovetta fu un precursore. T,n « letteratura mila¬ 
nese » erotica, mondana, prosaica, cinica, industrializ¬ 
zata nacque con lui. Egli si arricchì coi libri, Vita- 
gliano e Mondadori sarebbero stati oggi i suoi felici 
impresari, Raffaele Calzini, Gino Rocca, Salvator 
Gotta infatti sono i minuscoli epigoni schiacciati dal 
confronto di un Rovetta più scaltrito e intemazionale 
qual’è Guido da Verona. 

Rovetta meritava di vivere in un’epoca più dina¬ 
mica. Sarebbe stato un conquistatore, il re della ro¬ 
ttame. Scrive De Amici* che « fu il Rovetta a ideare 
r.ucgli annunzi, chiamati striscioni, formati da enor¬ 
mi liste dì carta impressa di caratteri cubitali, che 
si attaccano per traverso ai muri e alle vetrine, come 
tracolle gigantesche, divenuti ora comunissimi ». Que¬ 
sta latina genialità imperiale fu sacrificata per la tri¬ 
stezza dei tempi democratici. 

Panait Istrati 

Per R. .Rotlnml Istrati c un Gorelli dei paesi bal¬ 
canici. Infatti è un narratore nato, un orientale vaga¬ 
bondo, un meridionale acceso. Dopo vent’nnni di vita 
errante, di avventure straordinarie Rollmid lo ha in¬ 
dotto a farsi scrittore. No. risulta un’arte incomposta, 
internazionale, esotica, che spiane agli stilisti, e vor¬ 
rebbe essere sopratutto un documento rivoluzionario, 
di un’umanità non imprigionata nelle tradizioni. 

L’apparizione di artisti suggestivi come Istrati è 
una battaglia necessaria in ogni secolo, come prote¬ 
sta romantica contro gli accademici del protezionismo 
provinciale c contro le corporazioni degli scrittori pro¬ 
fessionisti. Noi lo applaudiamo come combattente an¬ 
che quando non lo lodiamo per il suo gusto. 

Dei tre libri editi dal Ricdcr il Cecchini ha tra¬ 
dotto per La Voce (Firenze, 1925) il primo, Kyra 
Kijndìmi, che è il più semplice c pacato. « Adriano 
/.ograffi — il protagonista del ciclo — non è, per il 
momento, clic un giovane uomo che ama l’oriente. E’ 
un autodidatta che trova la Sorbona dove può. Egli 
vive, sogno, desidera motte case. Più tardi oserà dire 
che molte cose sono mal futtc dagli uomini e dal crea¬ 
tore. Egli si permetterà un’altra audacia, quella 

d’amare, c d’essere, sempre in tutti i paesi, l’amico 
di tutti gli uomini che hanno cuore ». 


PILLOLE 

Sofar/a. Raccolta cortese, tuttoché fiorentina, di pro¬ 
sette rondcschc. La fa « un gruppo ». « Senza un pro¬ 
gramma preciso». Dice l’annunzio: «Ci siamo avvi¬ 
stoti nei caffè ». « Per noi Dostoyewski è un gronde 
scrittore ». E scrivono così Dostoyewski come Ojetti, 
non sapendo di g aspirati e di g gutturali, scrive 
Sollohub. Si dice che a Firenze i diretti non passino : 
Solarla vi porta ora la Ronda. Proteste di Ferrieri : 
la Ronda sono io. E quei di Soiaria, duri : « La len¬ 
tezza con cui Vincenzo Cardarelli rivela a sè e agli 
altri le proprie opere ha qualcosa di necessario e di 
fatale ». Sotto Brngaglia ! Per altro in copertina c’è 
questo cartellonc-réelame : 

« Tutti gli studiosi, tutti coloro che sono • sottopo¬ 
sti ad un intenso lavoro intellettuale hanno la neces¬ 
sità di tenere il proprio organismo in condizioni di 
poter funzionare regolarmente. 

Una cura piacevole, la migliore fra tutte le me¬ 
dicine è rappresentata dal 

FERMENTO PURO DELL’UVA». 

L’Italiano. Una rivista fascista (Bolognese) che 
non ripete sciocchczzuolc alla Bottai. E’ vero che 
continua a giurare sul vulcano spento Soffici, ed ospita 
le insigni pacchianerie di Pellizzi e di Pavolini, ma 
si raccomanda per la spregiudicatezza di Maccari e 
per gli sfottetti di Longanesi. Per esempio : Ada 
Negri, la Enrica Ferri delia letteratura. Bisogna far 
in maniera che Nino Berrini si iscriva alle opposizioni 
per poterlo poi bastonare. Vi è anche detto Gobetti è 
disitagìianizzato (sic). 


G. B. PARAVIA & C. 

Editori-Librai-Tipografi 

TORINO -FIRENZE - ROMA - NAPOLI - PALERMO 

« BIBLIOTECA DI CLASSICI ITALIANI » 
GIACOMO LEOPARDI 

I canti 

1 ut r odmio ne e note di Valentino Piccoli 
Ecco come la stampa ha giudicato la nostra 
edizione del Leopardi : 

«Bene ha fatto il Paravia ad affidare la ri¬ 
stampa dei canti leopardiani a Valentino Pic¬ 
coli, che nella bella introduzione, nella intro¬ 
duzione ad ogni canto e nelle nòte ricchissime, 
dà una giusta misura della sua informatissima 
coscienza di critico e della sua raffinata sensi¬ 
bilità di poeta. Questa è una edizione vera¬ 
mente critica dei canti del grande Leopardi. Il 
Piccoli, senza cineserie filologiche, ma con so¬ 
brietà e profondità di giudizio, riesce ad illu¬ 
minare la poesia leopardiana nell’insieme e nei 
particolari, a penetrare l’anima del Poeta, a 
far comprendere e ad ammirare (anche a co¬ 
loro che ammirano senza sapere perchè) le bel¬ 
lezze sovrane di quei canti. Da notare che il 
Piccoli non sorvola sui passi più oscuri, com’è 
comoda consuetudine dei critici; ma vaglia le 
diverse interpretazioni, ne indica le migliori e 
quando non ne trovi di persuasive, anche tra 
le migliori, offre i suoi commenti e le sue in¬ 
terpretazioni che spesso vincono quelle di Mae¬ 
stri insigni. Un libro che onora altamente la 
Biblioteca di Classici Italiani dell'editore Pa¬ 
ravia, che sarà prezioso aiuto agli insegnanti e 
agli scolari, e farà molto bene, infine, a chiunque 
voglia accostarsi, con desiderio e volontà di 
«comprendere», alla poesia leopardiana». 

Dall’/r/m Sociale di Como. 

Prezzo del volume lire 9 

Le richieste vanno fatte o alla sede Centrale 
di Torino, Via Garibaldi N. 23, o alle Filiali 
di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo. 

Annunciamo la nuovissima nostra collana 

Miti storie e leggende 

diretta da Luisa Banal, nella quale collana sa¬ 
ranno narrate ai giovani, in forma piacevole, 
facile ed adatta, per quanto è possibile, ai loro 
gusti e alla loro età, le immaginose fole del- 
rOricnte, i miti della Grecia e di Roma, le 
epopee delle genti nordiche, le argute storie 
care al popolo nostro. I giovani lettori imi ;• 
reranno cosi a conoscere con piacere maggiore 
di quello che possa dare la lettura di avventure 
inverosimili, le gemme più brillanti racchiuse 
nel tesoro letterario dei popoli. 

Sono finora pubblicati: 

Ban-ai. Luisa - Gli ultimi Signori dell’Alham- 
bra — Con disegni ed illustrazioni di Carlo 
Nicco, lire 12. 

Lattes Laura - Il cavaliere di Roncisvalle. 
Storia di un cavaliere antico per i piccoli 
cavalieri d’oggi - Con disegni ed illustrazioni 
di Carlo Nicco, lire 9. 

Le richieste vanno fatte o alla Sede Cen¬ 
trale di Torino, Via Garibaldi, 23 o alle Fi¬ 
liali di Milano, Firenze,. Roma, Napoli, Pa¬ 
lermo. 


“ L’ECO DELLA STAMPA „ 

il ben noto ufficio di ritagli da giornali e rivisto 
fondato nel 1901, ha sede esclusivamente in 
Milano (12) Conso Porta Nuova, 24. 


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NOTE D’ARTE MODERNA 





MENSILE Le edizioni del Barelli Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per il 1926 L- 10 - Estero L. 15 * SoslenHorc L. 100 • Un numero separalo L. 1 * CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno III - N. 6 - Giugno 1926 

Fondatore : PIERO GOBETTI 

S °OROMoJ ÌaVts'bV^* Mup*** r ° ' ,Uo1 “ m ' Cl ,U ‘ * lbfl th * ‘* 09 * ~ ORBS7B : ch * rl1 » Ch.pUa • ** U r.bbr» dtlloro -• : L»IU« «p»rl* • un “ «mi d« Hi»»*.. - PIERO GOBETTI : U po«»U di O.ln.t»tou 8 h - MARIO 


Ledere di Silvesiro a’ suoi amici 
sui libri che legge 


I, 

A Mario Fuhini. 

Anzitutto non so se mi potrai mai jxrdonare 
d'aver jwsto il tuo nome nell'indirizzo di quo. 
sta, prima d’ima serie di false lettere destiuato, 
almeno nell'intenzione (del reato innocua) dello 
scrivente, ad un più vasto cerchio di pubblico 
e dissertanti intorno ad una materia, ahimè I 
cosi jxjco intima e confidenziale. Se devesi ten¬ 
tare di mettere innanzi delle giustificazioni per 
avere assunto un modo cosi antiquato insolito 
cd ambiguo di comunicazione letteraria con il 
mio prossimo, non so <1 avvero come riuscirei « 
cavarmela. Ma proprio dovrò accingermi ad in. 
dagare so a ciò ni ‘abbia indotto piuttosto un 
umor niro*o u salvatici» o non forso un gusto 
decadente prezioso ed arcaico? Come se tutte lo 
parole o le azioni che vengon fuori ogni gionio 
bu questa nostra vecchissima terra volessero, o 
meritassero, lina giustificazione: e massimo gli 
si t iroli di giornale ! 

A te fK?r altro, mio carissimo Mario, potrò 
confessare clic, chinina rido a raccolta voi tutti 
amici. « mcttomlo sodo la protezione de' vostri 
nomi (o del tuo prima che d'ogni altro) questo 
mie solitarie divagazioni, ho obbedito per così 
dire ad un sogroto istinto, che mi spingeva a 
mantener viva intorno a queste pagine l’utmo- 
sfera d'intimità, donde scaturirono, conscia dì 
interminabili conversazioni jx-ri palei min.* e di 
tanto lunghe ed inutili discussioni, che han 
popolalo la nostra adolescenza già così lontana. 

Ambiente raccolto o quasi famigliare, che 
ogni ultra definizione, tranne questa che ho 
scelto di lettere, avrebbe irri medi abilmente di¬ 
strutto. 

Così ch'io credo che a te pure, còme a me, 
parrà soltanto di riprendere un vecchio dia. 
logo interrotto, quand’io timidamente (come 
persona priva di lumi sjieriali in materia) verrò 
a riferirti nu dubbio, che già altre volle ci ha 
preso, ed ora ritorna n turbarmi, incalzante od 
ansioso di esprìmersi : so cioè proprio lo lettere 
italiane d'oggidì siano in quel fiore o rigoglio 
che da molte parti si va dicendo e vantando. 

Dopo il jxriodo delle battaglie c delle pole¬ 
miche, che ha preceduto e seguito per alcuni 
anni l'altra e più vera guerra, par che sia ginn, 
to il tempo della concordia: idillica ed arcadica 
jwice di IT u SA |>cr tutte le souole cd i cenacoli 
letterari della jxnifola, come per un improvviso 
incanto. Se ieri soltanto gli scrittori di Roma 
ehiamavan borghesi quelli di Milano, c i mila¬ 
nesi accusavano di freddezza i romani ; se an¬ 
cora non è del tutto sjH.'nta l’eco del Io gran 
bòtte o de' fendenti che si menavnn giù senza 
pietà ne’ tornei dei vocia ni o nelle quintane de’ 
neoclassici, oggi tuttavia |sire che sian tutti 
disposti ad abbracciarsi scambievolmente, tutti 
muti, lutti amici, tutti fratelli. Ora può darsi 
che l'Arcangelo Mi òlio lo preparasse davvero 
gravi danni all'esercito Saraceno, quando intro. 
dusso, ronijxudolc un manico di croce sulle 
spallo, la Discordia nel cani]» d'Agramanle: 
ma è certo invece che fra 1 letterati le discussioni 
anche aapre, son segno (filasi sempre di vita 
(am-he por chi non voglia dare soverchia im¬ 
portanza alla variopinta vicenda delle teorie e 
de' progetti), mentre i periodi di generale con¬ 
cordia cninddou por lo più con una decadenza 
difTuss e mortalo. 

La pace, che permeile a scrittori di divorai*, 
sitno valore Hi trovarsi insieme senza disgusto 
sullo pagine di uno stesso giornale, e induce 
i critici a misurare le loro parole con le regole 
d'uria generosa cortesia o della più ampia tol¬ 
leranza, crea a poco a poro un'atmosfera d'ac¬ 
quiescenza rilassata e molle, dove tutto finisce 
di sembrar buono a («loro che bari paura d'ap. 
parirc incontentabili. Che un Ambiente tropi» 
pacifico sia esiziale alle buone lettere lo prova 
anche il bisogno, più volte di fatto mostrato 
da quei letterati stessi che l’abbandonano agli 
ozi snervanti ohe abbiamo descritto, di creare 
discussioni o liti artificiose, ni posto di quello 
vero o spontanee, onde romper la monotonia 
d'un mondo privo di difficoltà e di pericoli. 
Cosi oggi, mentre crav.un commossi fino alle 
lacrimo dalla nuova bontà o fraternità degli 


scrittori italiani, non son pili mancati squilli di 
falso battaglie (tutti hanno ancora in mente 
certa affettuosa polemica sulla critica, della 
quale sarà bene riparlare un'ultra volta): liti 
garbate, non drisimili dA quolli che bui campì 
sjyortivi si chiamano mate he t amichevoli. Ma gli 
sport mon sanno bone come nulla sia più insi¬ 
pido. noioso ed insopportabile d’una gara ami- 
ciicvole, E così le polemiche, che Umberto 
Fracchi» cì imbandisce di tanto in tanto sulle 
tolleranti c pacifiche pagine della sua Fiera 
letteraria. 

Un'altra conseguenza dell’eccessiva concordia 
è che, spuntati i pungiglioni delle invìdie e rin. 
foderato le spade de' critici, i piu degli scrit¬ 
tori IÌ1ÌÌ3COU col rassegnarsi umanamente alla 
loro debolezza e con l'adattarci a poco 'n jkico 
ad un'attività sempre più convenzionale c com¬ 
merciale!, senza ritegno e senza pudore. Non 
par di sentirò UlU'intorno a noi non so che aria 
di decadenza e di bassezza, clic asseconda i gusti 
peggiori del pubblico, anziché moderarli o. cor. 
reggerli, e saluta a gran voce d’applausi ì libri 
più facili « vendibili, mentre lascia passare i. 
n 0830 r va ti i migliori? 

Vedi, per esempio, lo accogliente manierate 
e false onde fu accolto, ne' nostri ambienti let¬ 
terari, l'uh imo libro di Giovanili Papi ni, nelle 
quali affetto od amicizia |»r l'uomo han finito 
di prender il j>osto del rispetto, che si devo co¬ 
munque allo scrittore, anche a costo di dirgli 
venta dolorose e spiacenti. A projjosito di queste 
accoglienze, altri già ha osservalo ne' critici 
tm ritegno, una titubanza non molto lontani 
dalla paura, il che mi par tanto più grave, so 
si pensi che questo Fané , tritio h venuto quasi 
naturalmente, o forse contro la ajxratrza stessa 
dcH’autore, a porsi tra quei libri che abbiali) 
chiamalo alla moda «commerciabili Molte cose, 
e persino certa eleganza preziosa dell'edizione 
e della stampa 311 carta a mano con timbro a 
secco 0 motto del jioeta, niì fan pensare che il 
libro debba aver trovato facilmente il suo posto 
nei salotti delle signore, accHiito ad altri, com¬ 
pagni poco desiderabili 0 forse poco desiderati. 
E non voglio già dire che ciò sìa grati male: 
ma certo, da siffatti ambienti, il lupo di Gubbio 
deve uscire alquanto ammansato ed intinto di 
buona educazione. 

Forse per esser nati un |>o' tropi» tardi, noi 
non ahbiam conosciuto di fronte a Papilli quelle 
reazioni di simpatia 0 d'antipatia, iti ogni caso 
esagerate e violente, che altri bau provato c 
descritto, 1 quali debbono averlo visto uscire 
sul carro del trionfo, tutte le bandiere spiegate 
a! vento, tra squilli di trombe t* grida festose. 
Cotesto gran clamore era già da tempo sopito 
quando noi, evitando cautamente la noia che 
indovinavamo jxrsin no* titoli delle Strane#, 
ture, delle Un fonate, del C re/Mietilo <lrt filo- 
to f > eccci volgemmo n leggere, cui la curio, 
sita del dilettante, quegli altri libri dei quali 
alcuni valentuomini ci avevano detto gran bene. 

Non dimentichiamo il gusto che ahbiam pro¬ 
vato leggendo certe pagine tfoW'llntno finito , le 
passeggiate silenziose insieme con il babbo per 
strade deserte e fuori di mano incassale fra muri 
umidì 0 bigi; il tirile, volontario, dolcemente 
stilizzato sogno d'amore d uri fanciullo che va 
con una bimba umile fragile, ner strade ititi, 
minate dalla luna, tr« il patetico caul.ir« dei 
grilli ; le linee d'urna amicizia severa solitari a 
e sdegnosa. E potremmo citare miche altre <»so 
dallo Cento pnyint ,/i por età (1 miei amici, Un 
giorno soltanto); e dei (ìtariti ih f r *t,i ci tor. 
nano in numi ci freschi e chi tri ricordi di fluì, 
ciano: figure di contadini e donne dei «ampi, 
uti i ili aIì e cose disegnati con affati uosa preci¬ 
sione, doli burrascosi e sereni, terre lavorate 
e riarse. Senonchè, se ripentiamo a coteste Itrt. 
Diro, ci pare di non «ver )>otmo mai liberarci 
da mi certo senso di freddezza che dn quelle pa¬ 
gine scaturiva, come da liti esercizio volontario 
c artificioso, non mai diario)to, come si dice, 
in jxesia pura E non so se oggi li usciremmo a 
leggere quei libri fino in fondo temo che del. 

1 Uomo finto ci turberebbe, ancor più della 
prolissità autobiografie», la prosH anfanante e 
spesso crescenti) a vuoto su sè stessa, per meri 
richiami verbali; e in lutti gli scritti poj non 
sapremmo tollerare l'intrusione continua e vio- 


l'Mit a della jiersona pratica e polemica dcll’au- 
lore; il vezzo d'adojxraro le figure e lo cose 
descritte, non come fine a sè stesse, ma quasi 
mozzi all’artificiosa dimostrazione d’un concetto ; 
la volgarità e superficialità quasi iti ogni parto 
diffuso. Vero è che da molto temj>o, prima che 
venissero ad insognarcelo gli esegeti, abbiamo 
imparato a corcare in quei volumi solo i fram¬ 
menti descrittivi c paesistici ma d’altra parte 
la nostra esjxrienza pur breve ci ammonisco a 
diffidare di quegli autori, dei quali si lodino 
soltanto a doviziA e la perizia delle descrizioni 
indice di inni lontana e quasi sempre sicura 
noia. Ogni qualvolta, usciti appena dalla let¬ 
tura d’un libro di Rapini, mezzo assordali au¬ 
rora ed abbagliati dalla foga luminosa c tuo. 
multo di quei fuochi d’n. ificio, ci aìam provati 
a metterà insieme un abbozzo di giudizio cri- 
tic», abbiali! trovato nel noatro animo due un- 
pressioni parallele che potevano parerò contrad¬ 
ditorie. i! senso d'un lavoro conijioslo a freddo, 
senza il sostegno d’una costante ispirazione, 0 
d’altra parte il ricordo d’una facilità leggera 
n scorrevole, ma tutta esteriore, «enz’ombra di 
riflessione e di studiosa fatica. Invero, so la 
costruzione di questo pagine d'arte lascia troppo 
speso scorgere la fragile impalcatura di concetti 
che la sostiene senza disperdersi in essa animali, 
«loia, d'altronde i momenti più felici 0 più cari 
al nostro gusto non vari privi del sentimento 
rl'mia eccessiva semplicità, d'un troppo confi- 
dente abbandono, che s'appaga dì modi e fra6Ì 
convenzionali e si compiace del suo giuoco troppo 
abile 0 lieve. Anche noi crediamo che molto 
pagìno di Papini, polemiche od autobiografiche, 
letterario o teoriche, sian state scritte (come 
ali ri osservò) per una pura gioia di scrivere: 
•eirmicho vorremmo distinguere tra la vena ab 
hondante ed abbandonata del Ictterato-gioma. 
lista v il gusto vero del canto, ch'i* del j>octa, 
il quale risolve 111 esso e travolge ogni oggetto 
offerto alla sua riflessione. 

E se non ci fu dato mai di scorgure in Gio- 
vanni Papini la serietà 0 l'attenzione di un 
filosofo vero, nè la purezza c la misura d uu 
sìncero porta, molte volte invece da' suoi scritti 
— dai giochi delle parole e dal ruzzolare vano 
dei periodi, come dagli echi molteplici e troppo 
evidenti di musiche disparate d’ogni regione 0 
d'ogni età — * 7 ? presentata alla nostra mente 
la maschera, in Italia ben nota attinie! del let¬ 
terato Voglio dire «li quel tipo di lettorato be¬ 
cero parolaio e linguaiolo, che il Doni e l’Are¬ 
tino per esempio rappresentano: tipo che solo 
il mal gusto d’oggidì ha potuto esaltare sopra 
la vena sobria 0 signorile dei veri prosatori claa 
sieì del nostro cinquecento, dal Caro al Casti¬ 
glione, da! Firenzuola a Monsignor Della Casa 
Come in quegli scrittori, Anche nel Papini l'on¬ 
da dell 'ispirazione è breve e quasi sempre t ur¬ 
bata da preoccupazioni estraneo: si sfoga tutta 
in poche righe, talora in una parola sola ben 
trovata ed efficace, poi sì raggela in 1111 motto, 
in un frizzo in un commento. 

(Quando venne la con versione, 11011 ci stupì. 
P.attcsto ci lasciatoli perplessi i rumori ch’esaa 
suscitò nei nostri ambienti letterari, oche a noi 
parvero soverchi ed imitili, per non dire inge¬ 
nui e provinciali, A parer nostro non c'era nul¬ 
la da diro, so noti forse riconoscere ancora una 
volta, come qualcuno ha detto, che alla reli¬ 
gione cattolica han sempre recato danno coloro 
che vi aderiscono per ragioni meramente misti¬ 
che e solili intuitali. Quanto al valore letterario 
della Storia di Cristo, ci fu tra noi (te ne ri- 
cordi, Mario?) chi la giudico una perfettissima 
collezione di temi traiti, messi insieme con una 
sapienza decorativa astuta c superficiale e fri- 
gi dissi ma Nè questo ci parve solo uno scherzoso 
e facile paradosso La convinzione religiosa non 
ha costretto Papini, come altri poteva sperare, 
n ripiegarsi si» se stesso, non gli ha dato il bi¬ 
sogno d una più profonda 0 difficile interiorità, 
non ha mutato i suoi istinti centrifughi e va¬ 
gabondi. Anche i) silenzio recente abbastanza 
lungo dovremmo giudicarlo frutto d'una stanca 
Aridità piuttosto che non di pinosa ri flessione. 

Ora egli ci dà un nuovo libro di poesìe in 
rima, elle è 1) secondo del genere nel complesso 
dello suo opere. Così ini ha messo 111 animo la 
voglia d'andare a cercare l'altro che non avevo 
letto mai. E contro ogni possi bile previsione, 
ho tiuvato che imi confronto il più vecchio de’ 
due fratelli ri faceva miglior figura E’ vero 
che, a leggerle oggi, le strofe barcollanti dui- 
l'0)x?ra prima, con le loro preoccupazioni di 
solidità conquistata, han qunlcosa d'antiquato 


c d’infantile; e anche ci fa un po' rìderò l'au¬ 
tore, (piando, nelle sue ragioni in prosa, vieti 
fuori proclamandosi quasi precursore e rinno¬ 
vatore (al solito f) del classicismo poetico. Cosi 
pure leggendo come Papini creda «d’avor fatto 
poesia che non somiglia troppo a quella elio 
c'era», ci domandiamo meravigliati che cos’e¬ 
rario allora certe risonanze di motivi svariati 0 
discordanti che qua e là avevamo avvertito. 

Forscchc, arrivati « leggere la quindicesima 
poesia, non avevamo creduto d'intravvedcre la 
ombra del vecchio Pascoli, mi po' stinta 0 stem- 
{ktaU attraverso gli esercizi lirici del buon Ma¬ 
rino Moretti f Altra prova della materia fra¬ 
gile 0 un po' trita che si nascondo sotto le appo.- 
ronzo esteriori di questo false ricerche cerebrali. 

Tuttavia noir.Gpfrn prima, Tapini aveva sa¬ 
puto mostrarci una certa virtù non sempre sprc- 
gevole, e sopralutto aveva saputo limitare il 
suo vagabondaggio entro 1 confini d'un con¬ 
tenuto tutto personale cd astratto. In Pane e 
vino egli ha rinunciato ad ogni infingimento 0 
ad ogni difc 3 a, 0 ha voluto prender di pplto 
direttamente c coraggio 3 amonto una più «mpn 
varia e rie.c« materia umana C'è un gruppo 
di pocaio di tono j>er così dire maggioro c più 
solenne, che nessuno ha potuto lodare, e sullo 
quali mi parrebbe inutile formarsi a ragionare 
e discuterò In esse come nel Soliloquio intro¬ 
duttivo, rivive il polemista ed il retore, che 
tutti conoscono anche troppo: non mutato noi 
fondo, sebbene stia oggi ad esaltare e difendorj 
idee e coso che ìori soltanto insultava. Peri* a 
parer mio, non busta distinguerò (com-i h»*; 
fatto su per giù tutti i critici che hau voluto 
occuparsene) la parte fantastica pe,-sonale 1* 
sentita di questo libro da quella puramente pò- 
Ionica e retorica, Occorre vedere fino a che 
punto, nelle poesie che rimangono, la sincerità 
umana si trasformi in sincerità lirica. Ecco 
intanto un primo gruppo di componimenti àuto- 
biografici, nei quali compaiono, Mibbcne vaga¬ 
mento idealizzate, la sposa, Viola e Gioconda. 
Tinti ci rimo, dì queste poesie, strofe staccate, 
nelle quali un'agile e leggiadra grazia certa¬ 
mente risplende, senza ini ned irci tuttavia di 
sentire sotto sotto un modo di procedere iroppo 
lesto e facile perche ej possa persuadere appieno 
Se andiamo ad osservare le cose piu da vicino, la 
prima impressione si consolida. Dappertutto 
intanto ci si affacciano echi e ricordi d'altri 
poeti, in «pedo jxiscoliaiii. 

E poi l'ordito tenue di ciascuna costruzione si 
sfascia senza resistenza fra le nostre mani Siu- 
rc'bbe imitile mostrare ad imo ad mio ì vizi mu¬ 
sicali e poetici di fjoesic come ha spato lo pa 
role ripreso da un verso all'altro senza necessità, 

10 scorrer dei versi Iropjxi lìquido e cantabile, 
c persino certi modi lirici tra il femmineo ed 

11 puerile : 

nella mia caa« di pietra celeste 

aperta ni cielo color paradisa... 

E confronta, in Cioeomìa. 

tutta dì luce color primavera.., 

Anche i frammenti, che «i posso» scegliere, 
nasco» per così dire sul vuoto, e mancali di con¬ 
sistenza I.‘abbandono dei modi ingegnosi e vo¬ 
lontari dcll’Ojxra prima, il desiderio di sempli. 
Reazione si rivela dannosjssnio a! poeta. 

In un altro grupjxi di poesie lodate, quelle 
che prendono il loro motivo da descrizioni di 
P-aobì, stagioni, ore del tempo, spiacc il vezzo 
antico del Papini di istituire rapporti falsi ed 
artificiosi tra le cose descritte e li* vicende de' 
suoi {x’rsonali affetti Come ognuno può vedere 
da sè, osservando le poesie Plinto settembre c 
anche Lupi in, nella quale un'efficace sestina de¬ 
scrittiva si perde nella doppia falsità <1**11 'ispi¬ 
razione artificiosa e della manierata costruzione 
mi*, tròia. 

Meglio persuadono por la loro sincerità, e 
quasi piacciono per un senso di più consapevole 
e meditata tristezza che vi trapela, altre poesie 
che formano un terzo gruppo a sè: Solò, Feti- 
etti} irrìme.tlìaljilr, Offerta, l Prigioni Se puro 
anche in esse starem paghi a trovare nicnt’al- 
tro ohe un'onda d’eloquenza più calda c sincera, 
e force mi presagio di redenzione, noti In conqui¬ 
sta. d’un tono lirico perfettamente sereno u 
compatto. In tulio il libro d'altronde credo sa- 
rebbe impossibile scoprire augi te un solo gruppo 
di versi, nei quali riluca, espresso in perfetta 
purità, un sentimento od una immagine. L'im¬ 
pressione definitiva è. nel lettore, di desolato 
sconforto, che quasi non consento ulteriori spe¬ 
ranze. Ad ogni ritorno, ritroviamo il vecchio 
Papini, immutato. 



Png. 92 


I L 


GARETTI 


A quelli che vanno in giro predicando a vali, 
vera il ritorno alle tradizioni la lettura di Pane 
e vino potrà giovare, e j>ersuaderii forse che le 
schiavitù metriche ritmiche e sintattiche, se 
por sò stesse non recano danno alcuno ad una 
aincera ispirazione, non bastan |>crò da solo a 
costituirla, Non c’è che un criterio di distin¬ 
zione, quello che il Maestro illustre ci ha inse¬ 
gnato; j>ocsia e non poesia Nella difficoltà tut¬ 
tavìa della scolta farraginosa taluni minori in¬ 
dizi possono, non dico metterci sulla via buona, 
ma aiutarci a trovarla: o sopratutto, oggi che 
ognuno esce in lizza facendo se è j>os 3 Ìbile molto 
chiasso, un tono di signorile ritrosia o di schi¬ 
filtosa riservatezza. 

Ho qui*fra i molli un altro libro di |>oesic — 
gli Ossi di seppia di Eugenio Montale — che 
Piero Gobetti, il quale se h'era fatto editore, 
mi donò un giorno, raccomandandomelo con pa¬ 
role sue di lode. E a me piace assai por il tono 
di severa difficoltà e di consapevole rinuncia 
che l’autore ha saputo raggiungere quasi sem¬ 
pre. Non voglio già dire cho questo poesie siali 
tutte perfette: credo anzi cho assai poche arri¬ 
vino a toccnre quella serena armonia che è noi 
voti del lottorc c fors’anche del poeta. Ma sem¬ 
pre si ha Timpreaaione di trovarsi di fronte ad 
un lavoro attorno o tormentato, che non e'ap- 
paga mai dì facili ritrovati nè accetta modi 
accomodanti c frettolosi. 

Tanta è la consapevolezza critica che da ogui 
pagina di questo libretto trapela, cho le liricho 
(scritte tra il '916 e il '24 e date, come ci av¬ 
verto l’autore, in ordine non cronologico) a me 
paioli disposto secondo una legge ideale progres¬ 
sivo cd ascondente, quella che al critico appun¬ 
to sanerebbe con fatica ritrovare. Il quale 
invece si lascia prender volentieri per mano dal 
poeta, che sapientemente lo conduce. 

Come le forme metriche tradizionali possan 
essere adoperato dal Montalo, non dico con la 
aderenza facile o franco degli antichi, ma in¬ 
somma sonz’ombra di profanazione, lo si vede 
subito in un primo gruppo dì poesie, quello «tes¬ 
se che han dato il titolo a tutto il libro: sensa¬ 
zioni fuggevole di cose e di paesi, chiamato a 
rispecchiare la desolata cd immobile esperienza 
intima del poeta. Siam ben lontani qui dai pae¬ 
saggi di Papini estrinsecamente riaccostati ad 
uno interpretazione concettuale, che si sviluppa 
ad essi parallela senza potcrvisì mai adeguare: 
qui corto gli spunti naturali dcH'ispirazionc 
nascon già ricinti della sognante atmosfera cho 
in essi si riflette. Tuttavia paro cho spesso l'e- 
qnìlihrio |>octico si regga soltanto sullo perizia 
del verseggiatore, che abilmente attenua le di¬ 
scordanze e uascondc le lacune dei passaggi più 
rischiosi Così le liriche che incominciano « Me¬ 
riggiare pallido e assorto», «Gloria del disteso 
mezzogiorno», «Il canneto rispunta i suoi ci- 
melli», « Valmorbia », e cho pure contengono 
versi assai bolli, ci lasciano in parto delusi. E 
talora anche, come nelle lìriche «Spesso il male 
di vivere» é « Forso un mattino», o anche ncl- 
Tcpìgramma a Camillo Sbarbaro, l'abilita del 
poeta 6 troppo compiaciuta e leccata. Ma già 
nell'ultimo dì questi «ossi di seppia», che pur 
non c de' migliori, appare la tendenza del Mon- 
tale a rompere le forme nello quali s’era dap 
prima chiuso, iti corco d'uno più ampia e mu¬ 
sicale, aebben contenuta libertà: 

Sul muro grafito 
che adombra i sedili rari 
l'arco del cielo appare 
finito. 

Chi sì ricorda più del fuoco ch'prec 
impct uoso 

nelle vene del mondo; in un rijtoso 
freddo le fonne, opache, sono «parse. 

Rivedrò domani le banchine 
e la muraglia c l'usata strada. 

Nel futuro che s'apre le mattine 
sono ancorale come barche in rada. 

L'ansia d'uua musicalo libertà penetra un al¬ 
tro gruppo di queste poesie, fino a sgretolarle 
o qua9Ì a dissolvere ogni loro armonia. E qui 
piace considerare, per esempio. «Mediterraneo» 
o « L'agave su lo scoglio > quasi abbozzi o ten¬ 
tativi falliti sulla via d'una raramente toccata 
felicità. Non credo, come altri ha detto, che 
qui il lei toro sia disturbato dalla volontà che è 
nel poeta d'assumere la sua terra e il suo mare 
a specchio e simbolo della sua vivente esperien¬ 
za: mi pare che si tratti più scmplicemcnto 
dell'onduggiore incerto dello scrittore, fuor delle 
forme chiù ? dei poemi più brevi insufficienti 
a contenere la musica nuova, vereo un tono li¬ 
rico e metrico non ancora o Bolo a tratti rag¬ 
giunto. Tulora, in questi componimenti, la com¬ 
pagine metrica si sfalda c si sfascia u tal punto 
olia qua c là affiora, insostenibile, la prosa più 
piatta ed approssimativa («la monte che decide 
o si determina*, «si vestivano di nomi — le 
cose, il nostro mondo aveva un centro»). Senza 
dire che questo vizio ò troppo raro nel Mon¬ 
tale perche metta conto desistervi, d'altra 
parte in jxjesio, corno « Fino dell infanzia, «Cri¬ 
salide», ci arrestano già di tanto in tanto serio 
di verri quasi perfetti: 

Pure colline chiudevano d’intorno 
marina © caso, ulivi le vestivano 
qua o là disseminati come greggi, 
o tonin - onte un respiro 
della lena od il fumo di un casale 
che veleggi 

la faccia candente dal ciclo. 

E il flutto cho si scopro oltre le sbarre 


come ci parla a volte di salvezza; 

Cònio può sorgere «gilè 
l'illusione, e sciogliere i suoi fumi. 

Vanno a spire sul mare, ora sì fondono 
suirorizzonte ili foggia di golette. 

Spicca una d’esse un volo senza rombo, 
Tacque di piombo come alcione profugo 
rndp. Il sole s'immerge nello nubi, 

Toro ili febbre, trepida, si chiude... 

L'ansia del canto cho in queste lìriche urge 
o trema, sebbene appaia più spesso eloquenza 
elio jxsesia, ritrova la sur libertà musicale so¬ 
nora e finente sopratutto in due comjxmimciiti. 
«Riviere», che molti giustamente hanno lodato 
e «Caso sul mare», cho merita lodi fors'anchc 
più alle e sincero. Qui tra la natura descritta 


CHARLIE 


o i seni intenti del poeta non v’è salto o distacco 
alcuno, ma gli lini trapassano e si riversali nel¬ 
l'altra senza sforzo, disfacendola in una luce 
melanconica e trasognata. Imitilo sarebbe ci- 
tare, o d'altronde la scelta è difficile. Ma forse 
è altrettanto imitilo questo mio commento; 
Jiorchò 3U queste, e su tutto le poesie del Mon¬ 
tale, ha già fatto osservazioni troppo giusto od 
affettuose un nostro comune amico, Sergio Sol- 
mi, in una sua bella recensione nel Quituliei- 
un/e di Milano. Ed io ti consiglio, mio carissi¬ 
mo Mario, n ricercare quelle pagine, se non 
le hai viste ancora. Anche per ristorarti della 
noia che senza dubbio t'avrà procurato questa 
troppo lunga lettera del tuo 

SILVESTRO GALLICO. 


CHAPLIN 


e “ La Febbre dell’Oro 


La perfezione della Febbre dell'oro non inara. 
viglia, appar naturale che Chaplin liberato man 
mano il suo giuoco da corti impacci ci si offra 
in quella interezza di pure doti che gli si rico¬ 
nosceva assolutamente e che si attendeva, sicuri, 
di veder così svilupparsi e fiorire. Questo equi¬ 
varrebbe a dire che non ha mutato maniera, so 
maniera non comjjortasse correntemente il si¬ 
gnificato di ripetizione. Ma Chaplin da quel raro 
artista che è, ha istintivamente un troppo pre¬ 
ciso senso delle sue facoltà di espressione, del 
suo linguaggio, per non rinnovarsi non altri- 
menti che nei limiti di queste possibilità. Il 
progresso graduale della sua arte è in profon¬ 
dità ci vedo la sicurezza vegetale della radice 
che non tanto s’attaeca alla zolla buona quauto 
la penetra tu Uà coi suoi tentacoli, ne assorbe 
coi più delicati organi i succhi per trasfondersi 
m linfa e, alimentando, esprimersi in pianta fio¬ 
rente c fruttifera. Arte sommamente naturale 
c di coltura, a un teni]>o. if continuo compcnc¬ 
trarsi del reale e del fantastico, questa pesan¬ 
tezza e aderenza al suolo e quelle improvvise 
liberazioni e quei voli, questa miseria dell’uo¬ 
mo solo, che le animali necessità di sostenta¬ 
mento fan vile, bugiardo, ladro c quella vena 
d'amore cho rampollandogli dentro tratto tratto 
lo trasforma subitamente in paladino della giu¬ 
stizia ed eroe generoso, tutta questa figura del- 
Tuoni© Charlot la rappresenta nell'atto di 
farsi. Un essere ingenuo in cui costretti Ariele 
t Caltbuno lottano, o or cedo all’uno ora all'al¬ 
tro secondo l'impulso più o meno violento di un 
d'essi; in loro balia; e cho non conosce nè Ibro 
nè se stesso, ma soltanto un vagheggiamento 
di vivere il meglio thè sia posti bile, un meglio 
pratico, spicciolo, oosì, ad orecchio fuor d'ogni 
legge. 

Ogni capitolo della vita di Charlot cc lo di¬ 
mostra impigliato in un imbroglio che non ha 
saputo eludere o anzi è stato talvolta proprio 
lui più o meno inconsciamente a far nascere. C’è 
un formicaio in cui uno dei suoi ingombranti 
piedi incespica, o un vespaio contro cui va a 
finire un mulinello della stia cannuccia ma 
c'è anello spesso una pagnotta trop}» insisten¬ 
temente richiesta dal ano ventre affloscio per 
non allungar la mano — o, peggio, una certa 
arsura che solo un bicchierino di gin potrà cal¬ 
mare, se il barman, vigile mostro che soltanto 
un a moneta placa, si volgerà un momento di- 
strutto da una vezzosa cliente. 

Molto dcU’artc di Charlot sta nel gioco di 
cavarsela (Charlot galeotto s'intitola in Fran¬ 
cia Charlot j’fivw/s). Da un minimo avveni¬ 
mento trarre le più inattese conseguenze o che 
si dimostrano essere le sole possibili II giorno 
che si è irretito senza scampo, gli sembra, non 
sajxuulo a che santo votarsi, sì sdraia per terni 
c fa il morto Qualcuno di fatti lo raccoglie, lo 
riscalda, e sfama e disseta (Non bisognerà tut¬ 
tavia che lo sfrutti questo espediente, lui che, 
parrebbe, ci tiene di molto a vivere- potrebbe 
succedergli un giorno di star fresco). Si starà 
a vedere ora che il più recente capitolo della 
sua vita ai c concluso eoli'arricchimento favo¬ 
loso coronato dal sentimentale fidanzamento, 
ehe gli potrà capitare; se pollicele, sigari c 
champagne e tutto quel cho di superfluo l’oro 
gli ha acquisito — jMMisato. a lui, («vero dia¬ 
volo, c 1 *indipendenza o la considorazione 1 — 
con sopra ni in e reato il disinteressato cuore della 
fanciulla amala noi tempi di miseria — se 
tutto ciò, diro, non soffocherà quei certi moti 
in Ini di carità pura, quasiché fosse soltanto 
la miseria a suscitarli, se di tali soddisfazioni 
si satollerà da buon filisteo, o se n traverso la 
sazietìv non prenderanno u irritarlo ancora una 
fumo o una sete misteriose, e trascorrendo dac¬ 
capo come un bambino dal riso allo sgomento 
min ripiglierà a saltabeccare ingenuamente, at¬ 
tonito e incompreso ]>or < il gran deserto d’uo¬ 
mini «, come prima, come sempre, irrimedia¬ 
bilmente solo. 

Sia «tra le case aggiunte a ch 5 i> • o |>er «le 
strade che sboccano nello strade» delle gran città 
griiiu - sia per up sentiero fiorito nella gloria di 
maggio. Charlot lo troviamo sempre solo. Gli 
manca l'educazione famigliare di Robinson, nè 
ha il cajK> infardò© di romanzi come Don Chi¬ 
sciotte jier mettersi a vivere incarnando miti 
moralìstici e «h valle reseli i. 1 suoi miti, lo sap¬ 
piamo, nascono dalle più triviali necessità; la 


sua morale si fonda massimamente su di un sa¬ 
lutare terrore del poh ce ni e n ; i suoi costumi sì 
tapinano a quel cho i casuali incontri coi suoi 
simili gli hanno insegnato. E qui si appalesa 
un indubbio istinto dì signore in quoato Mi¬ 
chelaccio, o piuttosto di dandy. N'c prova il 
suo vestilo e la preoccupazione di galanteria 
nei gesti: come si cava i guanti, nou importa 
se a buchi, come apre il portasigarette — dico 
la scatola oi sardine che tiene alla seconda sac¬ 
coccia posteriore e donde con cura estrema estrae 
ima cicca. Questa raffinata esigenza di un modo 
di vivere civile, Charlot deve averla specialmen¬ 
te alimentala traendo esempio e insegnamenti a 
teatro © ai cinematografo le rade volte cho ci 
ha messo il naso, o noi restaurauts frequen¬ 
tati più o meno a seconda delle ‘disponibilità 
finanziario (Ricordate quella colazione che ten¬ 
ta di scroccare colla moneta scivolata di mono 
al vicino di tavola e che dopo un precipitar di 
peripezie ai rivela falsai) Noi suoi atteggia¬ 
menti ritrovale il pruno attor giovane e il te¬ 
nore: stilizzazione dì una correttezza iissoluia, 
di una freddezza caricata. Perché, non ha da 
piacere a nessuno; uuu eleganza gratuita, che 
ninno osserva, anche perche sono lo ano inten¬ 
zioni massimamente a sostenerla, anzi diciamo 
pure a fingerla, questo straccione passeggia per 
le vie rivestito della' pomposa nobiltà del so¬ 
litario. 

Per un pezzo fuor che jiadroni, complici, po- 
/iccrnrn non frequenta nè conosce; la sua parto 
& quella dell’inseguito. Tulli conoscono le suo 
fughe così indiavolate e pur cosi precise di toni, 
po. Ma un giorno avviene che un involto di 
panni gli capita tra i piedi. E’ tra le ammire¬ 
voli scene di Charlot. Ti© si vede avanzare per 
un budello di strada tra le case alte, dignitoso 
c padrone del mondo, piedi divaricati come dì 
consueto. jHisscttini a molla, una mano al fian¬ 
co, dall'altra la cannuccia maneggiala con di- 
sinvoltura. Si approssima fin in primo piano 
e colla cura che ho già detto, si «-ava dito per 
dito i guanti a brandelli e sta por metterai de¬ 
licatamente in bocca la cicca prescelta dui' 
scatola di sardelle... Paf! dall'alto gli precipita 
addosso un rovescio d'immondizie. Niente. Che 
può toccarlo nella sua impassibilità t Una scrol¬ 
lai ina di testa o di spalle, una spolveratimi 
addosso collu punta delle dita, uno sguardo dì 
sprezzo distante di sotto in su o starebbe per 
proseguire la passeggiata se da un involto ai 
suoi piedi non udisse uscire un gemito e un 
moto di bracci tic e gambuccio non apparisse fra 
le pieghe... Allora Charlot ha una mossa unica, 
indimenticabile; leva di nuova il ea/>o in alto. 
E’ un attimo questo stupore di Charlot elio 
si esprimo eoi lasciare solo indovinare con un 
moto del capo Tassimiìlà del suo pensiero ohe 
anche questo pujx> gli piovve addosso non al- 
trimonti delle immondizie, di lassù, da liti Ciclo 
anonimo, è dì una delicatezza ineomparabilo. 

Da questo momento incomincia la vita nuova 
ili Charlot. Prima, farà di tutto per liberarsi 
dalla creaturina che la Provvidenza gli ha messo 
tra i piedi Invano li )>oi — o com’é fatto un 
bimbo 1 

Si siede sull’orlo di un marciapiede, leva in 
alto il fantolino reggendolo sotto alle ascelle © 
quello ride. Ab 1 elio dolcezza di sorriso a]>erto 
di tulli ì denti su quanto viso di scroccone sver¬ 
gognato • due risa che ni rispondono, Charlot 
si scopre un more paterno, accoglie il piccino 
nella stamberga, lo mitre, lo alleva. Io cresco 
furilo c delicato ad un tempo. Ma qual più «leve 
nll'altro il K;d a lui, o lui al Kid che gli ha 
insegnato a dimenticarsi tulio tu un altro! Si 
rammenti il distacco lacerante, e quel mirabile 
sogno di Charlot affranto sui gradini dell’uncio; 
quella 1 rosfigurizione del reale in un Paradiso 
donde il Diavolo però non è bandito, sì che la 
felicità raggiunta s’inquinn. il dramma scoppia 
tra le ali degli angeli in blusa, o anche un colpo 
dì rivoltella parie che rompe n mezzo il volo 
di Ch il ri ot © lo atterra pesali! ^niente . 

Ma nel Kid era Timpac'do quel che tra il 
moraleggiante e il lacrimoso cotti poi'*'va la 
trama generale della vicenda e a cui Chaplin 
era estraneo. Nella Febbre deH'Orn Chaplin di 
nuovo ri cuore «svoluto, autore ed allorc, rea- 
])zza un'opera clic può dirsi perfetta. La più 
segreta psicologia volta in termini ri rettamente 
realistici, ma su di mi piano rii fantasìa pura. 


Charlot dove aver sempre, seppur vagnmonto, 
sognato l’Eldorado. Un giorno si lega quattro 
arnesi iti spilla, un sacco di jota gli fa da 
|M‘llogrmn ; cosi bardalo parte por T Alaska o 
subito lo vediamo perderò l'equilibrio o adrue- 
ciolarc per un pendio nevoso. In fondo, gli 
■‘apre dinanzi la pianura bianca sconfinata; ci 
«'incammina. Più solo di così... 

Questo toma inizialo della solitudine, il noto 
motivo saltabeccante, tome di oboe nello spazio 
alono, seguita continuamente a snodnrii, svi. 
luppaudosi via via in variazioni, attraverso tut¬ 
ta la Febbre dell'Or o, finché ai perde, o non 
lo si distinguo più, nel gran finale obbligato 
alla Rossini. E lo variazioni burlesche, anzi far¬ 
sesche, rivelano subito al buon intenditore que. 
sto segreto toma ora disperatamente socco e ner¬ 
voso, ora di ima dolcezza Incerante! Alludo spe¬ 
cialmente ai vari e aucesaivi incontri mancati, 
trucco vecchio quanto la farsa. In quei momenti 
vediamo braccia tenderai, annaspare a vuoto, o 
se stringono alcunché c’è sbaglio. Il giti prò 
guo da ridicolo si fa patetico. La commedia, 
secondo il dichiarato pro|X)iuto di Chaplin, non 
è qui che Timmagino negativa della tragedia. 

E’ poi proprio d’oro che Charlot è andato in 
cerca nell'Alaska! Lui almeno, ne ò convinto. 
S'immaginava, s’intende, come tutti del resto, 
che 'boriasse zappare o riempirsi In tasche. E 
invoco subito lo ghermisce il gelo collo tormenta, 
la forno lo tortura, c gTincombouo le alluci- 
nozioni di un altro affamato ohe invano tonta 
di calmare coU'offrirgli una delle su© prodi¬ 
giose ciabatte cucinale o servite a mò di pesco. 
Sicché tornato il sole a splendere sul mondo, 
Charlot pensa cho per far quattrini, pochi ma 
buoni, è più spìccio impegnare gli utensili al 
prossimo villaggio. E poi che vivere, a ufo è pur 
sempre una bellissima cosa; ci penso più a far 
fortuna ora che ha trovato chi gli affida in cu¬ 
stodia una casetta! Una stanza sola, ma como¬ 
da, lepida, provvista da tutto : ìnsomma un tetto 
un Ietto e di che sfamarsi. Ha mai avuto tanto 
Charlot! Che un domani stia maturando non cì 
penna neppure. Ma che qualcosa gli manchi lo 
prova confusamente In prima sera cho si avven¬ 
tura tra la folla del salanti Compare Georgia: 
e Charlot sente cho Georgia gli manca, che non 
ha bini cercato che Gdòrgia, — Giorgia, nau¬ 
fragata chissà di dovo tra i cercatori d'oro e 
che pur passando di braccia in braccia c non 
solo tra i giri di valzer, ri riconosce ogni giorno 
più infelice c cerca, perchè ci erode, Tamorc. 

Anche Charlot cì crede. Se fo«© capace dì 
riflettere — Dio lo guardi’ — scoprirebbe di 
essere sempre stato innamorato; poiché quella 
che adesso è lì accanto a lui, c l’ignora mentre 
egli la guarda in tralice e annusa come un fiore 
fragrante ma troppo prezioso por non essero 
intangibile, è la fanciulla della coj>crtìna dei 
magatine» illustrati, la eterna Gibson girl, non 
im[>orta se qui vesto il gonnellino da ballerina, 
la si immagina alla finestra di un cottage fiorito 
che sorride o prometto carezze e baci: la feli¬ 
cità. Tutto e nulla attendo dii questa donna il 
candido Charlot; siechè quando por un ripicco, 
di punto in bianco. Georgia quella prima sora 
lo invita lei a ballare, egli non dubita che il Biro 
amore sia corrisposto immediatamente. Con 
quanto [H>mposo rÌ 9 |)ctto, con quanta dignità 
dì cavaliere prescelto le cingp la vita ! Gli par¬ 
rebbe offesa stringerla a aè in pubblico. 

Di qui comincia il malinteso sontimentalc dì 
Charlot, che j>orsoguirà il suo ideali- fatto carne 
attraverso alternative dì s|>cranza o sconforto, 
senza mai rivoltarsi contro chi gli sorride c poi 
dimentica , ma senza mai capire bene quel che 
succede: mentre a Georgia non parrà mai pos- 
sibìle dj pigliar sul serio — a lei che cerca un 
uomo — un simile spasimante che ha l’appa¬ 
renza dì un fantoccio soltanto. E quel che più 
fa tristo Charlot c la dolcezza dei suoi sogni. 
Paria a farci immaginare come egli viva fami- 
eliarmcnt»* coi fantasmi del suo desiderio, il 
sogno della notte di Natale, quando sulla ta¬ 
vola apparecchiata in onore di Georgia e dolio 
sul* auliche che gli si sono invitate a cena cd 
ora mancano al convito, s’addornienta come un 
bimljo, o se le sogna attorno in corona non £ià 
allcttanti fanciulle-fiori, ma, fresche o dolce- 
mente innervate come arbusti, je » ti et filles en 
fi e ars. 

Georgia è il segreto polo magnetico di questa 
ultima o[Ktra di Chaplin , corno il Kid lo ora 
stato ma in un modo molto più segreto di quel 
chi? l'ovidonza del titolo jxuincttcsse a tutta 
prima d'intendere Tutto il Clownesco o. più 
precisameli tu, pur dirla cogl'in giuri : ilio clow- 
ning — serve a Chaplin, anzi gli fc necessario 
per ragioni di equilibrio, di economia. E' la 
precisione degli esercizi di superficie che gli |K*r- 
mcrio dì pescare così profondo coi suoi tuffi. 
Ogni perla che riporta a galla la «'opre vin¬ 
cendo una partila serrata col caso. Ha un bel- 
Tnssorire che tutto in Ini sì riduce a quel clic 
chiama istinto drnncmnt.ieo Così perfettamente 
lo é andato addestrando da giungere ad un'as- 
wiliita scioltezza e indipendenza nel suo doppio 
gioco fuori c sott’acqun. 

Chaplin può perciò lasciar creder© oh© la Feb¬ 
bre dell'ora sin mi titolo adeguato e abbando¬ 
narsi oUr conclusione nuziale del hnvpy *v«r 
after. Quel che conta e rimano insoluto, e anzi 
solo così può durare, è il gorgo di tenerezza ©he 
unisce Charlot a Geòrgia © «d un tompo no lo 
separa - il tema della solitudine «triieifonto che 
sì alimenta di sogno. Oreste. 






IL BARETT1 


Pag, 93 


LETTERA APERTA 

a un “ ami de l’Italie „ 


Ebbi, giorni fa, mi volume, intitolato l.t 
Lùtu A ile, nella consueta uniformo dei romanzi 
•editi da Pimi'Notimi. Siccome esso porta il vo. 
slro nomo nulla copertina, « aveva il vostro gru. 
TÌ 090 biglietto da visita tra le pagine del fron- 
tiBji.zù), suppongo clic me lo abbiale fatto man¬ 
dare voi, a fini recetisorii. « 11 niio libro — voi 
avete pensato — è ili ambiente italiano, cd in 
esso si parla dell'Italia dì oggi con simpatia 
Man diamone molto copie, per recensione, lag¬ 
giù. Ricevono così di rado libri iti omaggio da¬ 
gli editori franami 1 Resteranno lusingati, ed 
avrà gratis delle colonne di recensione sui gior¬ 
nali italiani, mentre sui giornali parigini mi 
tocca pagare gli fichon litemires un tanto la 
riga, come lo inserzioni matrimoniali ». 

Kd eccovi accontentato, signore. Questa co¬ 
lonna non vi costerà niente. Niente, in «punito 
a denari. 

Voi siete, dunque, un ammiratore deH’Italia, 
un inni de l'Italie, come si dice. Pretendete, 
poi, di amaro l'Italia vivente, l’Italia della a- 
-ziono, non quella morta, dei musei ; descrivete 
cortei è sagro, uomini politaci e ricevimenti uf¬ 
ficiali : e vi auguralo blic ben presto, anche nel 
vostro [>arae, cioè nel Belgio, *ì produca un rin¬ 
novamento nazionale sul modello di quello ita. 
Unno. Noi ci compiacciamo, signore, di questi 
vostri giudìzi c di questi voti ma vi provenia¬ 
mo clic non bastano a farci scompisciare di nm. 
nitrazione per il vostro romanzo, come forse voi 
vi siete lusingato. Non tutti gli italiani hanno 
•quella debolezza di vescica letteraria, su cui voi 
avete contato. 

In qualità di «nini ifr Pituite», avete deciso 
di serivero un libro sul nostro paese. Tutti gli 
«Hinit <ìc l'Italie» scrivono dei libri sul nostro 
paese. Un libro. Un romanzo. Questo romanzo; 
in cui avete messo a jvartiito tutti gli spunti di 
qualche vostro viaggio fra noi, e jKirfino le dici¬ 
ture delle cartolino olitisi rate : e poi, la terrazza 
-del Pincìo, donde si vedo «in ville ìnipenaie et 
minte » ; San Pietro, con la colonnata de) Ber¬ 
nini, ugni premi dati» *e» grandi brut i'huma- 
rnf r »-, il maturante del Castello dui Cesari, gli 
affreschi riscojHirti alla Chiesa di Santa Saba, 
lo isole dì Dalmazia, Zara «qui bri*r te* mu- 
«•tulle» (tour tnienx rapirer VItalie», la gondola 
•dall'Hotel Danieli, e infine il Leone Alato di 
Zara, con li* inscrizione dannunziana. Tante. VI- 
falir, la quale, per un romanzo, è sempre un 
bel terreno. j>er quanto un pò battuto, per quan 
to un pò troppo sfruttato, da Maurraa a Va¬ 
léry, de Barrò» n Pani Jean Jouvo, però sempre 
un gran bel terreno l>or un francese. 

E infine, nel vostro romanzo, avete messo una 
donna {tulliana, la signora Clara Ncrti. La pri¬ 
ma volta che l'avete incontrata, vi siete coni- 
jtorlnt© in questo modo: « Jc regardai* fon i rifa¬ 
lle, gin était piace tei (trottare , et san frani de 
Batticeli (sic), fi te» yeux A la flosci tifi (sic), so w 
menton ) ornai n, C’cst cria qur »c cherchais /iter. 
Kilt itait Vltnlie et Rome, de «ongeai» : Troit 
mille, an» de eivilitutionf Afille ans de piu» gite, 
vous , prut-ftre... » Ecco cosa guardate voialtri 
ami» de VItalie, nelle donne italiane Ecco cosa 
jjonsatc voi, quando una bolla donna italiana 
vi [Hissa di lianzri : agli anni di rivilizzazìone cho 
essa rappreseti tu. Mille dì più, o mille dti meno... 
(Et les cuisse»? Le» jolioa cuisscs, ne vous inte¬ 
resso pus, Monsieur? Oh, tene», nous avions tou- 
jour pensò qtie 9* vous interasse beaucoup; nous 
y attachons heaucoup d’imporlanro, c'est un 
tradition romaino, chez non*, do )x*nser .nix 
cuisses auisat, les troi» mille ans de iiòtro cìvi- 
liatìous ne nous alourdisscnl jwis en cela, ah 
noni Memo on parie do cu isso* dati» mie chan- 
sou guerrière assoz répandue, qu'on ehanlait au 
front, et seion laquellc Ics ellisse.» de la fntnme 
de chambre, d'ime femme de chambre symbo- 
liqui-, «videnirnent, on voudrait Ics faire servir 
cornine «ringhiere del mio calessino...» Remar- 
qu«7, l'iiurdies&e de cotte 'imago, monsiour, 9» 
jami rnit vous ètri* nlilu polir un antro livrc). 

Del resto )m)t, quando eravate con la signora 
Mesti, Clara Nestì, non pensavate sempre e ron- 
tin mummie a quei iremila amili di civilizzazione, 
di cui l'avevate falla, alla prima occhiata, rap. 
presentante c gerente Una volla, rilevo a pag. 
1 10 del vostro romanzo, vi siete accorto che «fon 
f/wit/c luisait, ti dance tali* le fntisrr «i pur dii 
del» , un’altra volta, voi dite a pag. 129 . » sout 
Vétaffe da lèpre manteau qu’rl/r portaif tou. 
faurs ea ville tur «et ìvhes, je t/imfni un instavi 
tu ronde tir dn lira* mi, un'altra volta, «a tra • 
ver» h* fi off e* mince* — eh, eh, sempre questi 
contatti illeciti! — «un eorj w tour/md Ir niisn ; 
un‘altra volta le avete detto: htìsse: tuoi re- 
parti e r t*o* yeux* ; c io erodo, signore che nuche 
nel vostro |>nesL- ( quando si avverte solenne¬ 
mente milk donna di lasciarsi guardare negli 
occhi, vuol diro che le si metto le mani sotto 
la gonnella. Ma px*r vedere, sentire, guardare, 
o fare queste cose cosi semplici, così ordinarie, 
cosi di ordinaria amili i twist razione amorosa, mio 
Dio, vi ce uc vuole a voi dello Hforzo, v dei pa¬ 
norami italiani, c dei ricordi romani I Non jkj- 
tevate guardarle le spalle Ineunti, so lo yacht del 


Illustre tignare Viene Xnthnmh, 

4 , line dn M e ridir n Bruxelles 

vostra ai uovo vagabondo non era in vista dello 
conte di Dalmazia ; non potevate tasteggiarle — 
mais cui, mais on., alluna, c’clait lumi cola! — 
non |K)t ovato tasteggiarlo il braccio io tondello, 
so non eravate circondali dell'oflluvio mìstico 
del Battistero di Spalato; non potevate sentire 
qiinnt'era sòda, se non eravate dinanzi agli an¬ 
geli u ai santi degli aflruschi di Santa Saba, 
unir A volitimi, e fin per guardarla negli ocelli, 
cioè — come si sjK-ra, per il vostro onore — 
per metterle le mani addosso, avevate bisogno 
|jer mobilitare tutti i ricordi ad natici, c eh 
dille che i suoi ocelli avevano «la rimirar tir 
/ Aarniiigiit » Miri, inai, da quando leggo ro¬ 
manzi, e romanzi francesi, assistetti a una cosi 
completa utilizzarcene dì tutto il mio paese — 
monti c mari, monumenti v uomini — come sce¬ 
nario jx?r le iniziative amorose dì uno scrittore 
franceso; nini, mai, vidi mettere così nielli linai 
mente a partito, come ‘ingredienti o cornice nc. 
cessarla ad una azione eroi da, da parte di uno 
straniero, i confessionali delle nostre chiese, lo 
fonti battesimali dei nostri duomi, la cronaca 
)K>>itieu dei nostri giornali, le canzoni della no. 
atra gioventù, le corazzate della nostra (lotta, 
*i l'ombra dei nostri monumenti Perfino quan¬ 
do raccontare come, l« m qua) modo, la signora 
Cluni Nesti vi fece capire che assolutamente 
non vi voleva in camera al Untiteli) voi avete 
bisogno del Leone Alato di San Marco, del Vax 
fUji Unire hAvun gel iste* inrn», v delle memorie 
di Venezia dominatrice dell'Adriatico! Doman. 
do e dico, ac o’ò bisogno di smuoverti tanta bell* 
o gloriosa roba italiana, jx)r dire clic- quella 
notte non vi sicto messo imdosso il vostro pigia, 
ma di seta più elegante; quello dello grandi 
occasioni , domando e dico «? si può essere più 
saturi, più infarciti, più marci di cattiva lette¬ 
ratura sull’Italia, di quanto voi siete, signore! 

Questo appunto, vedete, offende gli italiani 
di gusto non volgare-, nel vostro liibro, c in tutti 
i libm come il vostro, pur messi insieme con le 
migliori intenzioni di farci piaceri», di farei o- 
nore. Questo: che voialtri considerate l'Italia, 
un pò, come il migliore ambiente, il migliore 
d è cor, il miglior contorno, ]>er Un romanzo qua. 
luuque, |)or una qualunque storia d’amore, 
quasi sempre inventata a tavoliino; che, gir* e 
rigira, voialtri capitate qui da noi, in corj» o 
in ispirilo, sempre in viaggio di nozze, o con 
la moglie legittima, o con una signora Ncsti 
qualunque, c elle per giunta, (piando onorati- 
dei vostri sguardi una donna italiana, non con. 
tenti di guardare la donna, e di godervela, fin¬ 
ché lui ci sla, volete, c pretendete, c date ad 
iiiletiderc, che quella donna bimboleggi l'Italia 
c Roma- o l'Italia del Rinascimento, o l'Italia 
deti Borgia, o l'Italia dei Cesari, o l'Italia dei 
Comuni, o l’Italia del Settecento, o quella qua- 
lunqiiii Italia su cui Voialtri avete lotto più li¬ 
bri, e vi siete fatti una coltura socializzata. 
Ver, [>cr esempio, signore, avete letto qtmlcho 
giornale e qualche opuscolo di propaganda fiu 
inulta o dalmatica o nazionalista, e vi siete 
messo ìli eajx» di presali fa re la vostra Signora 
N'erti conio simliolo ddlTudia rinnovata de! 
dopo guerra : « elle rtnit VItalie rovinine, jentic, 
in it solfe, affante , /agente, pure et sa inir • ; «èlle 
armt V gè aie tir h’ouu > ; * ili e ( taif un* /enne 
Vietane rovinine ». Così, quando voi vi compia¬ 
ccio dilungarsi a descrivere come le sentivate 
tl braccio sotto hi veste o le ginocchia a tra. 
verso «fes ètoffrs ni ìlice* » ; volete presentarvi 
non solo come profittatore di tutta quella grn. 
zia di Dio in carne ed ossa, ma quasi come a- 
mantc dell’Italia romana, del genio di Roma, 
eccetera ; non vi contentate di (Eri ire con una 
donna di ciccia, no. vorreste flirtare anche con 
una giovane Vittoria Romana, accompagnale )e 
vostre velleità amorose con le diteli nioni in tel¬ 
ici tu ali; vorreste ingomma, descrivere come voi 
avete cercato dì fare all'amore con una bella 
signora d’Italia, «; come avote anche fornicato 
coli il sìmbolo deiritalia. Noi erudiamo, /-he se 
davvero foste diventato l'amante di Clara Nerti, 
non vi sareste appagato, no, ni una camera di 
albergo qualunque; ntn una volta avreste vo¬ 
ltila possederla ili un angolo solitario del tetto 
del Duomo dì Milano, un'altra volta sul t.-iraz- 
Zino dalla Torre pendente a Risa, un'nllia volta 
iti una delle «Conto Cammello» della Valle 
Adriana a Tivoli, iili'allnt voltn sotto la tettoia 
del Lapis iVifter nel Fòro, e eoa! via, avreste 
voluto consacrare eoi vostro amore lutti i più 
famosi asterischi del Uararlccr, o avreste messo 
405101110 , se non un figlio, un nuovo libro suj. 
l'Italia, il paese dogli amori decorai ivi e ino 
numentali 

F noialtri s'nileude, gente d'Italia, a far 
quel tale mestiere. Perchè questa, in fondo in 
fondo, è pur sempre !':dea che avete di noi ; e 
poveretto, avete bel farci dei coni pii iti Oli t i, 
proposito o a sproposito, tant'è ri ondate, c 
il chiodo, cho gli italiani siau co»tèutoni di 
servir da ruffiani, no» vi sì sconficca di capo. 
Oltre tutta l’aria del vostro libro, basta un cpi. 
godio jvcr provarlo Ecco come voi descriveto in 


che modo incontrate l'amato bene in una chiesa 
di Roma 

« La parte de hot* e.tmt fenilie Jr frappi forV 
Sa ut dante la e/eirdtr mie. dannnit , itati /ns. Un 
farge vantai! rotivrit nuisitnt. La virilir frul¬ 
lile distili : 

— tS 'it/netr, la Danna e*t la dcptiis lone/tempt. 

— mie in 'attendi lui du-)r en > inni. Foici 
cnig lire», fen*.iri-mai prier ». 

Ebbene: « diremo, signore, che degli appun. 
tani mi ti in (,'h iosa hl* abbiamo, modestamente, 
avuto qualcuno anche noi (c'c-Kt uno tradition 
de la civilisation romainc, fa fai! pcul-etrc 
troia mil ans qu’on fait l’mnonr dana Ics ògliso 
mil itila plus quo che* voua) ; ma donneile, che 
facessero da mezzano * que-sta maniera, e cosi 
allo svelta, e C-oni alla prima, non ne abbiamo 
incontrate mai, mai , mai. Soltanto voialtri 
francesi, anus eie VItalie, quando contate qung. 
giù, le trovate al fiuto, o forso le inventate, 
J>er quella vecchia idea che vi fate di noi, di 
cui più sopra si deceva Trovate Inule altro 
cose, che non esistono 1 Trovate, per esempio, 
(pag. - 17 ) dei vetturini romani ehe vi trattano 
di Eccellenza ; giuriamo che non è vero. Trovate 
(pag. 158 ) dei «oldnlii clic vanno attorno in li¬ 
bera uscita, e pausano, « fin», mamjrant det 
gelati», c anrbe questo, giuriamo clic non ò 
vero, |>er la doppia ragione, che non si può 
passare «fieri», mentre si mangia un gelato; e 
porche i soldati italiani hanno, se pormcttotc, 
mia elementare nozione della disciplina, ehe 
vieta ad ossi di passeggiare leccando sorbetti. 
No trovate tante, di queste cose agre, che se |>oì 
« diceste anche conto volte di più che siamo 
discendenti di Roma, j denti, a noi, restano alle¬ 
gati lo stesso. Come ci è Biiccesso col vostro ro¬ 
manzo. 

E abbiamo finito 

Al), ancora una cosa. In italiano, si scrive 
« piana • e non « piata*, come scrivete voi; 
«una ranoiia », e non «litui corone » ; « amari», 
«mia .! dì iatico », e non * amarissima A dr àttico » ; 
e i fascisti cantano « Ulavine: za, giovinma », 
e non « Giovenizza, giavenizia * ; chà per fargli 
trovar U rima, bisognerebbe dir poi «bellina», 
o non sta. Sono pìccolo mende; in un capolavoro 
passerebbero Ma il vostro romanzo, ohe non ò 
davvero una bellezza, e neppure, poverino, una 
hrdlma, ne resta schiacciato 

Abbiateci, signore, con molta gratitudine |>er 
il gentile dono, clic resterà fra i più cari ricordi 
della noatra attività di pubblicisti 

di Voi devotissimi. 


La Poesia di 

Gainsborough 

In un’epoca in cui il suo granile rivale, l’in¬ 
telligentissimo Reynolds, creava per gli in. 
gk’M lina scuola di pittura e di cultura arti¬ 
stica, il destino di Gainsborough fu dì lavo¬ 
rale contro corrente. Seppe trovare la sua 
strada qti'àri magicamente, nonostante la not¬ 
te Nel suo buon gusto c’è più l’indovino che 
l’uomo di cultura: tra i fiamminghi (Rubens 
c specialmente Voti Dyck) cercò i suoi maestri, 
ma l'idea (issa della sua nostalgia gli faceva 
sognare gli italiani clic avrebbe trovati in un 
viaggio in Italia, mai effettuato. L'amore per 
i toni più (teschi dell’anibigun giovinezza di 
Tiziano et soiprende appena si entri nella 
grande sala della National Gnllcry o a Wal¬ 
lace. 

Anche Mogani] lavorava contro corrente 
tra tentazioni letterarie, approssimazioni pit¬ 
toriche e trovale di polemista, ma Hogarth è 
un nonio antico, consolato da) suo umore bi¬ 
sbetico, dalle sue arrabbiature di moralista, 
dalle canzonature stesse clic giocano al suo 
buon sento. 

In Gain-borougb si sente ima inquietùdini 
di decadenza, una malattia sottile di inconten¬ 
tabilità Solo la pittura e la musica [H> c .sonc 
dargli un souiso pacato, non nutrito di tristi 
presagi e di commozione dolorosa 

b.’ Fart sta moderno sereno e inconsolabile, 
ingenuo e sottile, lavoratore assiduo e insa> 
riato K’ pittore nato (ma non pittore facile) 
Non scrive, non teorizza, non cede alla vita 
di miti i giorni L'istinto, messo dinanzi a una 
tela, sa dove vuole arrivare: L - no» vi arriva 
nini, per lo tenerezza ch'egli mitre ansiosa¬ 
mente per l'Infidabile. Così le sue ricerche, 
min mai tcorùhe e non mai organizzate, non 
li.nulo toccata la sua prasia, quella irocsia ehe 
lo teneva lontano dal pei folto mestiere ili 
Reynolds 

Non si riesce a {Tengale elu Gainsborongli 
potesse Lue ut un anno i cento ritratt- clic 
fece Reynolds. Pensoso e malh'enro anche ri- 
i tendo un «oggetto egli aveva bisogno che 
lo sedili vse il mistero di una nuova freschezza. 

Cercò dunque trepidamente i misteri dei 
suoi paesaggi idìllici come delle sue donne sot¬ 
tilmente enigmatiche: e nulla ò più enigma¬ 
tico della semplicità di quoM’iiomo di poche 
«lev, non raffinato, min intclleltnnle. 

Si pensa alla Mia f:mqÌnjK/za in ima mode* 
sta famiglia di provìncia. Una famiglia iute). 
ligeiitiVsima; padre c madre quasi artisti, due 
fratelli in veti lori (di mia macchina a vapore 
c di un aeroplano) Cosi da un* piccola borghe¬ 
sia a peri a, singolare, «mno vernili quasi lutti 
gli altri Hogarth, Reynolds, Tmner, Nessuna 
educazione letteraria pesi’) sulla loro ispirazio¬ 
ne. invece una ringoiare nolvlià l- ri¬ 

cevevano dalla loro classe, e nelle famiglie- non 
trovavano con Ira sto ma orgoglioso consenso. 
Sì sa clic il padre di Tmner si votò a conser¬ 
vare i quadri del tiglio. 


Nella felice giovinezza l’i spira /.ionie del Gnins- 
bormigh si annunciò* infallibile: )u leggenda 
dice che a quattordici anni aveva disegnato 
Ito » |,.»ese. Messo a guardia dell'orto pa- 
tcrn.., .o schizzo che egli fa in pochi secondi 
di un ignoto venuto a rubare servirà per farlo 
riconoscete ed arrestare. Per fuggire la scuola 
c ondare per i campi sa imitare impeccabil¬ 
mente la calligrafia paterna, l’oì, sposilo fe¬ 
licemente, rinnova a Londra questi prodigi, 
diventa l’idolo del l'or ùttocrazia. 

Ebbene, questa non è che un'immagine del¬ 
la sua biografia. In questa leggenda goethia- 
na ci riesce im|>osril)ile sapere clic cosa pen¬ 
sasse quest'uomo pei nulla goethjano. Ci pia¬ 
cerebbe immaginare im'nUra leggenda più in¬ 
telligente: In tristezza del suo esilio tra gli 
uomini, la sua indulgenza a fidili osa, la sua 
fedeltà all'arte c la sua sofferenza cosinole e 
sincera sotto Fa spot lo sereno e il gioco infan¬ 
tile «Ielle emozioni da cui si lasciava pren¬ 
dere. 

Questo disegno della sua sotterranea sensi¬ 
bilità trova' forse una conferma nelle parole 
che disse n Reynolds morendo : e Noi andre¬ 
mo lutti in ciclo c Vati Dyck sarà lassili » 

Non sapeva trovare nella vita di tutti i gior¬ 
ni. come Reynolds, una pace laboriosa. Lo in¬ 
seguiva a Londra il ricordo dei campi, l’idea 
del paesaggio. Era disgustato di ritratti. «Ahi¬ 
mè* queste beile dniue, con il loro ti the » i 
balli, hi caccia al marito, mi ruberanno i mici 
ultimi dieci anni, c forse senza neanche tro¬ 
vare marito «. 

Non poteva picgaisi al mestiere, quando 
tutta la sua arte era fatta di intuizione pitto¬ 
rica del non compiuto, del non chiarito, del 
non facile. Cosi le sue ricerche tecniche furo¬ 
no sempre umili e misteriose. Spesso dipin¬ 
geva di notte alla luce delle candele. Le que¬ 
stioni di sensibilità e di armonia avevano 
per lui più fascino che il problema «lei -sog¬ 
getto: e non cercò mai quadri storici o mi¬ 
tologici. 

Le donne dì Gainsborough non sono meno 
sensuali o mondane di «incile «li Reynolds. Di¬ 
stinguere cor.ì i due pittori per varietà sciiti- 
mvutali non sarebbe molto arguto. Invece le 
donne di Gainsborough sono piu limpidamente 
taglienti, più distinte c distaccate. Onde il loro 
aspetto di riserlxj, di finezza aristocratica, di 
sconcertante lontananza. Bisogna che questo 
pittore di paesaggi ambigui sia esultato dalla 
bellezza delle principesse clic dovrà ritrarre. 
Allora c’è il miracolo che dice Ruskin : la 
malto di Gainsborough leggera come lina 
nuvola, rapida colite la luce dì un raggio di 
sole. Perdita, Mrs. Siddons, la famiglia Baillic 
sono le opere di questo miracolo luminoso. La 
figura di Mrs Robinson, Perdita, in dettiI 
blanc, come dice itti critico francese, resta in¬ 
separabile dalla sottighe/.za sconcertante del 
suo pittore, un primitivo europeo, un caposti¬ 
pite senza passato eppure nostro contempo¬ 
raneo. 

Il segreto dei suoi toni d’argento c dei suoi 
colori freddi appare un poco nel suo metodo 
di osservazione di espressione Si affidava al 
proprio scrupolo per nucndcie il momento fe¬ 
lice e ispirato. Trasportava laidi lo studio sulla 
tela definitiva, da più studi preparatori ad 
olio; formava con temporanea monte tutte le 
parti del quadro, e le portava avanti, come «li- 
cono i pittori, insieme: nel ritratto lasciava 
incerta la testa, senza impaziènza, finché ve¬ 
nisse il momento giusto, il momento dell'inef¬ 
fabile coinè egli doveva erodere, timido cer¬ 
catore. 

Arte còsi trepida c ritrosa pare votata alla 
salvezza dclFaniinn c della nascosta poesia : 

« Noi andremo tutti in ciclo e Van Dyck sarà 
lassù ». 

PIERO GOBETTI. 

G. B PARAVIA & C. 

Edflori-Libroi-Tlpografl 

TORINO • tf ILflflO-FIRENZE - ROtf A - ftAPOU - PALERMO 

Biblioteca M Storia e Pensiero „ 

S»r«»no tompf*»l foluml eh» non ilrno d| plagol» mlnul» 
t«c»rfh» sopra particolari qurilll, ma che affrontino protrimi 
generali, c pr«i«nl<no In lulla la sdì complulcn», cd In forma 
di «Iute»!, us periodo ilorlco, un lenomano paltologlco » 
morale, un problema critico, usa figuri di duratura efficaci* 
mila vita • del pernierò • dell'aria. 

Sono finora pub'Jieati; 

Cahi.o Ra-.cai, - Le credente d'oltretomba 
nelle opere letterarie dell antichità 
Duo vilumi Vnsflpanifilli . » . L. 20 ,— 

OmsKfTK ZoNfA ■ /, anima dati’ottocento * 10,— 

Girò Loria Pagine di «invia eletta scienza * 9,— 

Pkiiici.k Ducati • Ktruria antica Du* vo¬ 
lli mi tnstìparati!li . » 24 ,— 

Enhico Pkokiuco Amjkl- Giornale intimo 

Frammenti scelti o tradotti «tu Meriti 
Oliiriiiglmlll. Situilo intro«!uUivo «li Carlo 
Pascal .»!{»,- 

Giuskim'R JJvcca.vtk - U itimi e Dottrine » 18,— 

Giunti’» k Mazzini Leu, re ad una fa¬ 
mìglia inglese, c«hlo c con iuirodurtono 
«il K. F tticlia«<ls - Tradntiom’ d« Fico 
Pareto Maglia no - Prefazione dt Fran¬ 
cesco Riiflini. Tro volumi insoparubili . dO, - 

tu imminente pubblica:ènne ; 

Zino Zini - Stoini lui) : //uomo e F»,«er<l 
Domenico Rui.FK'iKTri - I.a vita e la uoetia di 
Giovanni Pascoli 

Le ordina rioni vanno fall» o * Torino, Via Garibaldi Ti, o 
alla liliali di Milano, fiitnit, Roma, Napoli. Palermo, 


Preghiamo ciifilamento gli amici di renpin- 
gere il gfitrriHle «» <11 Inviitrri l'abbonamento o 
non conosciamo amici ver alFtofuori degli ab- 
bonntl, 


Pag. Oi 


IL GARETTI 


OPERE E C1ANCE 

Propesili d’eccezione 

Fallite le sue trattative eoi Fio tei, il Sitvn, 
giovane autore miope e biondo, non si scorag¬ 
giò; t st recò dal Lembo che, prostimo alla qua¬ 
rantina , era >1 primo cronista d’un quotidiano 
della sera. 

Il Lembo lo ascoltò con un formino pacato: 
scosse il capo: « poi, facendo ciondolare tra d 
pollice e l'indice gli occhiali: 

— Tu tei —gli ditte l'ineffabile prodotto 
«forteti del tempo nostro. T'u ©noi fondare un 
teatro d’ecctzìone, Venl'annì fa, invece, avrctti 
voluto fondare una nuova rivista letteraria . 
Forte tra vent’anui « giovani Silva vorranno no¬ 
bilitare la cinematografìa o la radiotelefonia 
con intenti d'arte trascendentale : e dopo altri 
venti la nuova generazione dei Silva tornerà 
forse all'idea d'una nuova rivista letteraria. 
Ab, questo teatro italiano, a detta di molti 
tanto vittorioso e fecondo, dì quanto nude è 
jHidre! Almeno, vent'anni fa, importunavale 
sol t un lo un tipografo e dei probabili abbniutti; 
ora v'occorrono un locale, degli attori, degli sce¬ 
nografi, e, quel eh'è più grave, un pubblico vero 
e proprio, in carne e ossa, che si presti ad ascol¬ 
tarvi, 

— Insomma, tu non vuoi saperne, 

— lo son disfiotto a ventre nel vostro tempio 
per farvi la compatta , il bìglie t tur io, il mac¬ 
chiniteli, la maschera, il cassiere, il tiovarùbc, 
il maldicente, lo scenografo ; sono dispostissimo 
a non venir mai alfe vostre rappresentaiioni e 
a dirne un gran bene: ma ti avverto ehe io la 
penso esattamente come il Fitteci. 

— Quell'imbecille !... 

-— Sissignore, sistiffnore. Dei nomi del vostro 
eventuale repertorio 1 1 Fiacri risorda va sol¬ 
tanto Ibtcn e Firandello. Non mi è stato diffì¬ 
cile di ripetergli gli altri: Sarment, Gromme- 
Ignek, \’il<lrac, Claudel, Strindberg, Maeter- 
hnele, Kaiser. K te ancora aggiungo Show e 
Levormand, e magari i/ malinconico autore di 
una &icrv 2 Rapprtsentazione, credo d’aver bell'e 
definito il tuo repertorio d’eccezione. 

—- Kh si, pr e ss’a fioco. 

—. L’ottimo Flacci, invece, dice ehe un tea¬ 
tro d‘eccezione o no. non può reggersi jettza 
Erribc e senza Sardou. Io dico ehe un teatro 
d’eerezione, veramente d’eccezione , deve rap¬ 
presentare soltanto i drammi dello Scnbe e del 
Sardou : e del Ifenislein e del Rustand. 

A 1 con ciò il l,embo , truce e severo, aveva 
insaccato le inani nelle tasche dei pantaloni, 
aggirandoti a gran (sassi. Tanta ferrea convin¬ 
zione emanavano i atioi atteggiamenti che il 
'Silva t’rra rannicchiato sulla sua sedia, un pò 
ivi pe nsìrrito : 

Carissimo Lembo, io (i ringrazio e spero... 

— E sta’ seduto, chi- non ho finito! -— e ri¬ 
cacciò sulla sedia il cAe iricomìncù) a farsi 
crocchiare le nocche delle dita, con un condi- 
scendente sorrisino. 

Il Lembo, ora, s’rra fermato come estatico, 

10 sguardo al soffitto, Ir braccia alzate sopra d 
capo : 

— 4 A, io sogno l’interpretazione di Dora o 
le Spie- con luci psicologiche, scenari sintetici 
e atteggiamenti ieratici/ Ma pensa a quello che 
dev’estere il cosidetto dramma borghese sman¬ 
tellato della scenografia tradizionale, dei gran 
gesti, degli urli, delle lacrime e dei sor ri fi trop¬ 
po eleganti/ llrcitarc ogni cosa coti friute e si¬ 
lenzi interminabilmente significativi : ^taccA^ 
tra una battuta e l'altra per lo piu avvengono 
tali rivolgimenti psicologici, tali ovvii tremendi 
trapassi che, a volerli veramente giustificare ir* 
una loro euritmia, bi toga ere.bit e, talvolta, frap¬ 
porre tra una battuta e l’altra almeno un ulto 
intero. E quali nuovi effetti si avrebbero, quali 
impensate meraviglie quando un direttore di 
teatro veramente degno di quel nome consa¬ 
crasse. ogni sua cura a battute come questa: 
t La carrozza del conte dovrebbe essere in giar¬ 
dino, dove Gastone giuoca al tennis con Ldia¬ 
na, da poco tornata dal collegio; forse perciò 
.1 farina non sé ancóra fatta vedere ». Ah, tutte 
queste Marine, Marte, Luise e A /umbelle, que¬ 
sti Gastoni e (fiancarli con tutti i loro cognomi 
morbidi, gtnerahnente al pluraleI Dir loro: 
questa è una fianca, quello è un fondale verde: 
quindi siamo in un giardino, co«J conte ha i»o- 
luto il vostro autore * pensate e parlate. E pen¬ 
sate prima di parlare. Riuscire a rappresentare 

11 vero angoscioso dramma di ogni personaggio 
costretto a pronunciare proprio quella ma tal 
battuta! 

A simili sfuriate il SìIva em avvezzo; e d 
Lembo continuò, accennando col dito a un’al¬ 
tra tottde possibilità del suo metodo: 

— E cont etn jxiranramen te non trascurerei le 
ultime primizie. Ambientare una buona volta 
i drammi de! Rosso dì S. $fecondo tra scenari 
realistici, con un tono di recitazione borghese, 
pacala e noncurante ; parlare delle zolfare e 
degli allucinati tormenti della carne come di 
cose risapute e ristucchi, far parlare gli tolfa- 
tari e le avventuriere come uno solfatara o una 
avventuriera qualunque. Smontare ogni cere¬ 
brale qui prò quo, svelare tutta l'aridità di 
molte farse metafisiche ; togliere la cornice al 
giovane, teatro per appenderlo in quella del so¬ 
lito boccascena : t mostrarlo qual’è. Queste sa¬ 
rebbero imprese sacrosante e stupendef 

— Con le. tue. ironie nè FAntoine nè il Co¬ 
prali non sarebbero riusciti a nulla. 


— Il rosidetto vecchio teatro con tutte le sue 
fronde storico-decorative — cAe io disprezzo, 
ma non eccessivamente — A a radici saldamente 
infisse, ne i gusti del pubblico che Fulimentano; 
e non crediate di poterli mutare offrendogli 
qualche mediocre spettacolo che talvolta lo de¬ 
lude, talvolta l 0 disorienta, ma ehe lo fa poi 
sempre tornare più fervido alle sue antiche 
flussioni, Perciò, non conosco teatri meno d’ec¬ 
cezione del Teatro Libero, del Teatro «l'Arte, 
del Vioux-Colombier e «/«//'Indipendente. 

-- Ma anche noi... 

— Fon è nero. Fr.r voi sarebbe un successo 
il. riuscire a decorare la vostra sala come quella 
(Fun tabarin o d’un bar americano : t il darci 
delle luci e delle scenografie, degne d'un bar a- 


» Lo Cho pi il della letteratura russa » lo d sfinì 
la /Coltonòvskaps . E Concetto Pettinato, nel suo 
hbro su • La Russia e i Russi nella vita ino - 
demo », gli attribuì come qualità domuumtt d 
lirismo delicato, la malinconia dolce, la musica¬ 
lità dello stile, la femminilità del temperameli, 
to, la tendenza alla rassegnazione e. alla rinun¬ 
cia: tutte qualità ehe lo renderebbero in grado 
notevole rappresentativo de! suo jmpolo Questi 
giudìzi, ehe sano del J914, non esauriscono l'ar¬ 
te di èWijftev — la cupa e selvaggia tragicità 
umana del racconto di lupi che pubblichiamo 
n’è forse il no prova — ma sono, in coni {desso, 
esatti, '/.àjtsev non è il poeta della lotta, della 
ribellione c dell'azione ; è. piuttosto quello della 
intimità dolorosa o gioconda, dell’idillio sereno 
e della nostalgia rontempiativa, del dolore chiu¬ 
sa e della gioia espansiva, della felicità a cui 
bastano un raggio di sole e una fiamma d'amore, 
tfiesso delle flussioni ehe ti placano in uria sfera 
più alta di ria » «era e. di conciliazione. 

Fori* Za fisti, ha 45 anni, essendo nato nel 
1881 (ad Orjòl ; uno dei cèntri, roti Mosca e 
Tuia, di quella regione ch'egli ttesso chiamò 
«fu Toscana russa *). Fubhlìcò d primo racconto 
n ve nt* anni. Un suo volumetto di novelle astai 
varie, dal quale son tolti «/ lupi », fi, stampato 
nel 1906 dalla rasa Scipòvnìk, editrice, poi, tiri 
dei famosi • Almanacchi Ictterario-artistici *, ai 
quali Za fisco collnborò assiduamente, anche con 
la versione di ■ Cocur simple» di Flaubert Pa¬ 
rtirai altri volumi di racconti, in jxirte di sog¬ 
getto italiano, un voluta e di ricordi d'Italia e 
un romanzo, « Terra lontana*, pubblicati so- 
pratili lo dall'editore (1 rzebin, ap/xirveiro tacce s- 
sivamrnte. Dal 1921 circa, Zàjtsev vive al!’est e. 
ro , collaborando alle riviste russe roti dette 

• dell’emigrazione * t specie alle monumentali 
1 ggyr cmènnyja Zapìski» (•Annali Con tempo¬ 
ranei*) di Fungi, da »//ft»to con una bella rie. 
laburazione della leggenda cristiana e romana di 
S. Alessio * ('omo di Dio», tanto impalare in 
Russia ancora oggidì quanto nella Francia del 
,1/ rdtoeva. -Ve/ 1925 lo troviamo in F r oveti:a 
Presentemente dev’essere a Riga, direttore let¬ 
terario della rivista • Perczvòny » (• Lo team {ta¬ 
llio • ). Di lui si hanno in italiano, oltrt a „ La 
morte*, già citata, « La sorella » r l cam/n ri¬ 
fui», infine uno studio <u « Ln letteratura russa 
contritiporunen », tutte traduzioni del Lo Gatto 
(rispettivamente in . Delta*, Fiume, 1923. n, 5; 

• Mezzogiorno*, fdapoh, novembre 1923; « Rus¬ 
sia», Roma, 1923, n. 3*4). Di Kòfisco pubbli¬ 
cherà un volume, di racconti scelti la nuova casa 
editrice •Sinvia» dì Torino. 

Durava già da una settimana Quasi ogni 
giorno li accerchiavano e prendevano a fucilate, 
Scarniti, coi fianchi pendoli, det quali sporge¬ 
vano irosamente le costole, con occhi intorbi¬ 
diti, simili a non so che fantasmi sui bianchi 
gelidi campi, essi s’insaccavano senza criterio 
dovunque capitasse, non appena venivano sta¬ 
nati, e si butlavano insensatamente qua là, ag¬ 
girandosi sempre nello stesso luogo E i caccia¬ 
tori sparavan loro addosso con sicurezza e pre¬ 
cisione, f)t giorno s’appiattavano pesantemente 
nei cespugli ebo avessero solo un po' di folto, 
singhiozzavano di fame c si lambivano le ferite, 
ma la sera si riunivano in branchi o vagavano 
l'un dietro l’altro per gli sconfinati campi de¬ 
serti Un cielo cupo imbronciato pendeva sulla 
lieve bianra, cd essi si strascicavano torvi verso 
questo ciclo, che fuggiva, però, senza posa da 
loro ed era sempre ugualmente lontano c fosco 

Nei campi era greve ed uggioso, 

E ì lupi «'arrestavano, s’accovacciavano e 
prendevano ad urlare, questo loro urlo, stanco 
fi malaticcio, strisciava sui rampi, moriva alla 
distanza di una versta o di una versta e mezza, 
e non aveva la forza di volare in alto verso il 
cielo e di gridare rii là la loro fame, le ferite 
cd il freddo. 

IT. 

Era sera. Soffiava un vento sgradito e faceva 
freddo La neve era rivestita d'tum crosterello 
secca e dura, clic appena scricchiava ogni qual¬ 
volta lina zampa di liqjo vi si posava sopra, e 
nn lieve nevischio gelido innalzava serpentelli 
di fumo Bti quella crosta, spruzzando ridevo!- 
niente i musi e le scapole dei lupi. Ma neve, non 
ne veniva giù, c non era troppo buio dietro le 
nuvolo sorgeva la luna 

Come sempre, i lupi si trascinavano l'un die¬ 
tro l'altro alla testa un bigio w cupo vecchio. 


niericano o d’un tabarin. Tropfio poco, caro 
Silvi l. A meno che non possiate rivelarci dei 
nuovi poeti, dei nuovi attori e dei nuovi sce¬ 
nografi, 

A'furivi aceom frignato fino alla porta. Il Sil¬ 
va scese, le scale un pò dubbioso e impensierito. 
Dal l.rinbo non aveva mai sperato gran ehe: 
ma In sua fide era scosta. In quella frivola •re¬ 
cezione* ora presentiva l'ostile coni patimento 
che la stia impresti avrebbe incontrato in quella 
•'ittà, in em Forte non aveva mai avuto grandi 
risonanze; e pensò che, iziveit d'un teatro <l'e cc«v* 
zio tir, sarebbe stato meglio accolto un teatro 
sperimentale. Tanto più che, per fortuna, in 
quella città ancóra non c’era, 

Mario Cromo. 


zoppicante por la mitraglia ricevuta ili una 
zampa, gli nitri, torvi o scorticati, cercavano 
con ogni cura di avanzare sulle orme dei pre¬ 
redenti, per non affaticare, le zampo sulla crosta 
sgradita c tagliente, 

St risciavano, come chiazze 3cttre, lungo i ce¬ 
spugli, lungo i vasti pallidi campi, sm quali il 
vento 3Ì sfogava in tutta libertà, e ogni arbu¬ 
sto solitario sembrava enorme e terribile: chissà 
•e non avrebbe spiccalo un balzo, se non si sa¬ 
rebbe messo a correre, c i lupi rinculavano rab¬ 
biosi. o ciascuno non aveva che un pensiero: 
«fuggire al più presto' ci lascino pur lutti In 
pollo, purché io la scampi 1 » 

E quando in punto, facendo irruzione in certi 
orti lontani, essi ti imbatterono ad un tratto 
in mi paletto che sporgeva dalla neve, con so¬ 
pra un cencio diaccio, disperatamente maciul¬ 
lato dal vento, tutti, come un lupo solo, sca¬ 
valcarono il vecchio zopj>o, sbandandosi in vario 
direzioni,e frammenti di crosta volarono via 
di sotto alle loro zampe, scivolando con frusoio 
sopra la neve 

Eoi, quando si fttron raccolti, il più alto e 
magro di tutti, con il muso allungato e gli occhi 
dilatati dal terrore, sì sedette iiu modo goffo o 
strano sulla neve. 

-—- Io non vado più avanti — dittava egli sin¬ 
ghiozzando c battendo i denti. 

— lo non vado più, intorno è bianco, in- 
torno è tutto htianco,. non altro ohe neve. Que¬ 
sta ò la morte. E' la morte questa! 

Ed eg)i accostò l'orccchin alla neve, come 
ascoltando : 

— Udite!.., — disse 

I più sani c più forti, che, del resto, trema¬ 
vano aneli'casi, gli gettarono una occhiata di 
sprezzo e si trascinarono oltre. Ma. egli conti¬ 
nuava a sedere sulla neve e ri|>otova: 

— E' bianco intorno... è tutto bianco intorno., 

Allorché si furono inerpicati su per una lunga 

erta senza fine, il ventò fischiò ancor più ta¬ 
gliente alle loro orecchie: i lupi si raggricciaro¬ 
no, fermandosi. 

Dietro le nuvole era Balita in cielo la luna, c, 
in un punto ili esso, s’infoscava una macchia 
gialla opaca, che strisciava incontro alle nubi-, 
il suo riflesso cadeva sulla neve e sui campi, u 
v’era ufi che di trasparente c di malaticcio in 
quella mezza luce liquida e lattea. 

In basso, in fondo al pendio, il villaggio ap¬ 
pariva come una chiazza ; qua e là scintillavano t 
lumi, e i lupi respiravano rabbiosi le esalazioni 
dei cavalli, delle mucche, dei maiali. 

— Andiamo là, andiamo 1 — dicevauo i gio¬ 
vani — fa tutto lo stesso., andiamo ! — E sgre¬ 
tolavano i denti, agitando voluttuosamente le 
narfìcf. 

Ma il vecchio zoppo non jx-rmìse. 

Ed essi si strascicarono lungo il colle, allonta¬ 
nandosi, e poi di sghembo per un valloncello, 
incontro al vento. 

1 due ultimi Inumarono ancora una lunga 
occhiata ai timidi lumicini c al villaggio, di¬ 
grignando i dontii : 

— Uh, uh, maledetti, — mugolarono — uh, 
uh, maledetti ! 

ITI. 

I lupi andavano al passo l-o nevi inanimato 
li guardavano coj loro pallidi occhi, qualcosa 
dall’alto mandava cupi njflpvij, in basso scro¬ 
sciava irosamente la sizza, scorrendo a zig rag 
sulla crosta della neve, e tutto ciò aveva un 
asj>ctlo come se là, nei cani pi, si sajx'ssc con 
certezza che non v'ora luogo dove alcuno po¬ 
tesse fuggire, e che non si poteva nemmeno cor. 
rere, nia bisognava star fermi, |in»rBi, ed ascol¬ 
tare, 

E ora parve iti lupi cho il compagno rimasto 
indietro avesse ragione, che il bianco deserto, 
in realtà, li odiasse; che li otiti asse perchè eran 
vivi, correvano, scalpicciavano, impedivano di 
dormire; sentivano che esso li avrebbe fatti pe¬ 
ltro. che ti; era disteso, interminabile, per *,gni 
davo o li avrebbe afferrali, seppelliti deutJo di 
se. Li invase la disperazione. 

— Uovo d cominci 1 — domandavano al vec¬ 
chio — Conosci In la stradai Ci portemi in 
qualche luogo? — !1 vecchio taceva. 

Ma quando il più giovane e sciocco dei lupatti 
si mise con particolare *ilutisicnza a muovergli 
quelle domande, egli si voltò, lo guardò cujx> 
e di ‘botto, con ima specie di collera concen¬ 
trata, gli diede, in risjxjBla, Un morso alla nuca. 


Il lujwitto guai o si scostò, offeso, d’un balzo, 
affondando sino al ventre nella neve, che sotto 
la erosi* era dùce in c friabile. Vi furono anche 
alcune rii30. crudeli, inutili e incresciose. 

Una volta i due ultimi rimasero indietro, e 
sembrò loro clic la miglior cosa fosse sdraiarsi 
e morir sùbito ; essi ai misero ad urlare dinanzi 
alla morto, che lor pareva illuni non te; ma, 
quando quelli che li precedevano, e che ora si 
orali messi al piccolo trotto in direzione late¬ 
rale, si furo» ridotti ad una specie dì filo nero 
elle appena osai 11 uva *> tratto tratto spariva 
nella neve lattiginosa, i due. solitari sentirono 
tale un orrore e uno sgomento, sotto a quel 

ciclo che cominciava, in mezzo agli spruzzi di 
neve, proprio al di sopra delle loro teste c si 
stendeva da ogni parto, fra i sibili del vento, 
elio entrambi raggiunsero al galoppo, in ini 
quarto d’ora, i compagni, benché i compagni 
fossero zannuti, famelici e furiosi. 

IV 

Mancava ancora un'ora c mezza all’alba. I 
lupi sfavino in branco intorno al vecchio. Da 
qualunque parte egli si voltasse, non vedeva 
che musi aguzze, occhi rotondi sfavillanti, o 
sentiva ehe jwndeva su di lini qualcosa di cupo 
e d'opprimente, qualcosa che, so ftpjxina avesso 
fatto mi movimento, sarebbe crollato, schiac¬ 
ciandolo. 

— Uovo siamo) — domandava qualcuno di 
dietro con voce bassa, soffocala dal furore. 

— Ebbene 1 Qunnd’c che arri ve turno in qual, 
che luogo) 

— Compagni, — c’cceva il vecchio lupo, —in¬ 
torno a noi stanno i campi: osai sono immutiti 
o non se no può uscire d’un tratto. Credete 
forse ch’io conduca voi i> me stesso alla rovina? 

10 non so con certezza, c vero, dove dobbiamo 
andare. Ma chi mai lo sa)— Egli tremava, noi 
parlare, o sì guardava inquieto ai lati, e questo- 
trmnito in un riajx-ttabilo vecchio canuto era 
jxjiioso o sgradevole. 

— Tu non sai, non sai, — guidò ancora quella 
stessa voce selvaggia ed immemore. — Tu devi 
sapere! — Ed il vecchio prima che avesse uvuto 

11 tempo d’aprir la bocca, sentì qualcòsa d’ar¬ 
dente e di aguzzo sotto la gola, a mezzo palmo 
dal viso gli lampeggiarono due occhi gialli, ac¬ 
cecati tlal furore, c Immediata mente comprese 
eh‘t ra perdalo. Diecine di consimili zanne a- 
guzze e ardenti si conficcarono 'in lui come una 
unico zanna, gli squarciarono e strapparono i 
visceri, gli laccarono brani di polle; tutti si 
confusero iin una sola palla che rotolava per 
terra, g lutti serravano le mascelle al punto cho 
i denti stridevano. La palla ruggiva, c a tratti 
vi luccicavano dentro dogli occhi, vi balenavano 
denti, musi insanguinato. L’odio c l'angoscia, 
ohe si esalavano da quei magri corpi lacerati, 
«'alzavano da quel luogo come una nube asfis¬ 
siante, ehe nemmeno il vento poteva diajxrdore. 
Ma il sinibbio cosparse ogni cosa d’un nevischio 
minuto, fischiò schernevolmente , e si portò più 
lontano, ammucchiando la neve in morbidi 
cumuli. 

Era buio. 

Dicci minuti più tardi tutto era finito'. 

Volteggiavano sulla nove ciuffi di peli strap¬ 
pati, chiazze di sangue fumicavano lievemente; 
ma ben presto la sizza spazzò ogni cosa, e dalla 
neve non spuntava più che mia testa coi denti 
digrignati u la lingua divorata, boccili© spento, 
opaco, si oongolava, diventando un ghiacciolo. 

I lupi stanchi si sbandavano in vari sensi ; sì 
allontanavano da quel posto, s’arrestavano, 
guardandosi in giro, e senza minoro prosegui¬ 
vano il loro vagabondaggio; essi andavano d’un 
passo lentissimo, e nessuno sapeva dove c [>erehò 
andasse. Ma qualcosa di orrendo, a cui non era 
dato accostami, aleggiava sui resti del loro con¬ 
dottiero « li spìngeva incessantemente lontano 
nella gelida oscurità; l’oscurità lì avviluppava e 
la neve ne cancellava le tracce. 

Due giovani s'erauo distesi sulla neve a una 
cinquantina di passi l’uno dall'altro u giacevano- 
inerti come ceppi: essi si succhiavano le ba¬ 
sette insanguinato e le gocciole rosso sui baffi 
a'indurivano, diventando ghiaccioli ; la neve li 
parcoteva sul muso, ma essi non si voltavano- 
dnlla parte dove non tirava il vento. Anche altri 
«'erano sdraiati sparpagli ala ni onta o giacevano. 
Ma presero jxii di nuovo ad urlare; ora, però, 
ciascuno urlava jxr proprio conto e, se uno di 
essi, vagando, inciampava nel compagno, ai vol¬ 
gevano entrambi in direzioni opposte. 

In diversi piintii sì levava ora dalla neve la 
loro canzone, ma il vento, ehe. s’era scatenato 
e gettava contro à loro fianchi interi banchi dì 
neve, con rabbia o scherno la sminuzzava, la 
lacerava, scaraventandola in tutti i si-nHi Nulla 
ai poteva scorgere nella tenebra, e pareva che 
i campi stessi gemessero. 

( Versione drd russo di Alfredo Follrdro). 

Honts Zajtsev. 


II Baratti vive con gli abbonamenti ed ha bi¬ 
sogno doH'aluto puntuale dei suol ornici, chi non 
ha apertamente respinto il giornale è pregato di 
rimetterne Hniporto subito. 


Direttore Respomabilc Piero Zanf.tti 
Tipografia Sociale - Pinorolo 1926 


“ I LUPI „ novella di Boris Zajtsev 



IL BARETTI 

MENSILE Le edizioni del Baretti Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per II 15>2ó L. 10 - Estero L. 13 - Sostenitore L. 100 - Un numero separalo L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno III - N. 7 - Luglio 1926 

Fondatore : PIERO OOBETTI 

SO^AR^O^M^WMBERTn PHlx^to^Unruh, poti» d«ll« «alcoli di p.c« - C. L. i Solfiti • Vincilo - SILVESTRO OALLICO: L»H»r* «oli notti cui libri eh* l. 0 s« - O- FORTUNATO. Olo»«i.»t Am.ndot» - R. ROfcDEL : Noi* Mi Uilro («mio 


FRITZ von UNRUH 

poeta della volontà di pace 


I. 

Vj sono ejKichc di transizione a dì matura¬ 
zione, in cui la più disparato tendenze e i più 
disparati sforzi vivono, ancora non chiari, nò 
coscienti di sò, sul medesimo terreno. La nostra 
è, letterariamente, tale. E queste epoche paiono 
destinate a produrre poeti che, se si impongonq 
a noi, questo ò più per quella volontà di rinno¬ 
vamento che ò indie loro opere — sparso di 
jioesia, ma ancora piene di troppi elementi in¬ 
trusi — clic no» perche esse ci appaiono, in clas¬ 
sica limpidezza, opero Ji sola ed ingenua poesia. 

Gli esempi oggi sono parecchi e la critica, 
quaud'ancho non j>ossm giudicare l'opera d'urte 
so non con puri intendimenti estetici, deve 
procedere cauta se non vuole soffocare quello 
che di vivo ft nella creazione poetica. 

Ma è jwi certo che, nello condizioni d'oggi 
-— se poeeiu ò vita — ben più troveremo poesia 
in queste opere convulse c romantiche che non 
in una moritura freddezza classica E ben più 
goti remo di aver sentiti e interpretati — anche 
so con torbida irruenza — i problemi del nostro 
tempo, i problemi della nostra anima, che non 
se ci saremo appagati di pura forma. 

Chi avrebbe oggi il coraggio dì inseguire, 
ancora, per lo chiare colline, • tra gli arciprcssi 
foschi », il fanciullo nlciouicot La vita ò di¬ 
ventata anche por noi, so Ilio vuole, una cosa 
molto scria. 

Questo dissidio ira forma e contenuto « que¬ 
st'ansia verso un approfondimento, incombono 
su tutta l'ultima poesia europea Ma jxt lo più 
pare che gli scrittori restino inferiori al loro 
compito. Dove troveremo un poeta che si avvi¬ 
cini a noi conto uomo, che senta il nostro doloro 
di uomini? Quali poeti hanno interpretato la 
guerra, che ancora oggi {tosa cosi terribilmente 
sul nostro animo, quali hanno sentito l'ango¬ 
scia del nostro depo guerra! Ed c per questo 
ohe so troviamo in un altro clima letterario 
qualcuno che, ecco, senti api© Ita interpretato — 
iti parto almeno — quello che ò il dolore, la 
Sfxtranza, la fedo di tutti, co ne sentiamo com¬ 
mossi. La critica si fa sforzo di affetto. 

E’ stato scritto su questa rivista , tespressio¬ 
nismo e poesia di guerra sono, in Germania, 
congiunti. L'espreaionismo ha veramente dato 
il meglio di sè a codesta lirica bellica. 

Conio realizzare più chiaro il vantaggio cnor- 
mo che la poesia di oggi hii su quella di apjicna 
un secolo fa, cho raffrontando, per esempio, le 
liriche di Alfredo Vagts con quelle di Teodoro 
Koruur ì Al contrario di quello che il lettore 
italiano potrebbe aspettarsi forse, le jjocsìo ger¬ 
maniche di guerra sono così poco sciovinistiche, 
così antiretoriche, così intimamente umane, cosi 
frementi di orrore e di pietà, di fratellanza 
e di mistero che noi siamo indotti a concedere 
loro la palma tra il vaniloquio della produzione 
consimile pullulata in altri paesi, su oui la 
guerra ò trascorsa suscitando pari strazio, ma 
impari potenza «li trasfigurarlo in arte. L'c- 
spressionìsmo è veramente la jioesia di questa 
guerra, . (K. Outnturco . ha lirica tedesca con- 
temporanea). Sono parole vero. Forse a spie¬ 
gare questo fatto ci pub servire la vecchia os¬ 
servazione di M. de Staci: «les nations de race 
germanique soni tonte* naturellcment rcli- 
gieuses». E quale stimolatriec di pensieri reli¬ 
giosi più forte che non la guerra I E una guerra 
che la Germania ha sentito, più di noi, in luttA 
la su» vuota terribilità. 

Il senso della inutilità della strage pesa sulla 
nuova poesia. 

Quale differenza infatti, nella flessa Germa¬ 
nia. tra la lirica di Arndt: « r A\\ don Waffen : 
Zìi d*n Waffen 1 — 7,\\t Ubile ni il don welchcu 
Affcnt» — a cui risponde dall'Italia: «Su nel¬ 
l'irto increscioso alemanno!»; « lo parole con 
cui il più rappresentativo poeta tedesco di oggi 
introduce i) suo libro di guerra in terra di 
Francia: «Poti.quoi donc te laissor quitter lo 
Bouil de la patrio natalo? — Parco qu'il est 
un choso qui, tous, nona lio: le sang,.. Parco 
qu’ontre le borreau et la tombe, nona no vivnns 
tous nu'uno soli Io vie, — voilà pourquoi j'ai 


confiamo un tu conte. Voilà pourquoi }*es|>òre 
quo fera compii» le message de lo» charit — le 
chimi do no» tou munita a tona — de memo quo, 
di; pari et d'autre, —au delà de U figure gri- 
mancante un pel tifici) de la buìne — il y avait. 
oncuro des liommes qui cherch&ient la veritó*. 

II. 

Fritz vou Unruh può essere consideralo come 
una delle più nobili figure della letteratura 
contemporanea europea. La critica jwtra mal¬ 
contenta rifiutare gran parte dei buoi drammi, 
jxjtrà distinguere molto di artificiale nelle sue 
opero di prosa Nuli per nulla si ò figli di un'e¬ 
poca cosi torbida o sì è stati catalogati tra i 
poeti espressionisti (viene quasi involontaria la 
definizione: espressionismo, ossia incoili piu tozza 
di espressione). Ma una cosa noi anche lettori 
stranieri sentiamo dì vivo c di grande ili Uliruh: 
la profonda umanità della sua anima, c la sua 
sincerità energica. 

Fondamentale, in tutta l’opera di Unruh, ò 
il bisogno di uscire fuori dai legami del passato 
e del presente — ad una nuova vita. Questo 
bisogno si può spesso mascherare in ideologio 
o chimere poetiche, ma lo sentiamo sempre, 
anche nei momenti più grovìgliosi, chiaro, im¬ 
pellente ed energico, motivo, più che di poe¬ 
sia esterna, di tormento intcriore Così il pa. 
cìfismo di que.su> j»i*tu — ecco, lo vediamo porsi 
con una linea tutta chiara o salda — così che 
/'energia, la vita, ecco sono dalla parte di 
ehj grida pace, non di chi invoca la torbida 
guerra. Noi sentiamo che questa non ò so. 
vrapposiziono politica ad uno stato d'animo 
interamente personale od idillico (così, ad es. 
il socialismo di Pascoli e ili altri ]>oeti), e non è 
un passatempo (il comuniSmo di Anatole Frali, 
ce), ma è il tormento stesso del poeta che trova 
in questa presa di [kjsìzìodc il suo approfondi¬ 
mento, la sua verità. 

Noi abbiamo del ‘J4 una poesia di tinnii», 
arruolatosi nel 5,o reggimento Ulani «Il mon¬ 
do ha bisogno di noi. Ulani.. — Il sacro do¬ 
vere, noi lo adempiremo.— Parigi èia nostra 
mèta» E di questo combattente non si può 
dire che è la stanchezza, che lo ha rivolto a nuovi 
ideali, fiacchi. 

D’altronde {'energia con cui oggi i! poeta si 
pone come «soldato della pace» egli l’ha posta 
in tutta la sua <>j>cra, che vibra, tutta appunto, 
di un immanente significato morale. Tnsomnia 
— conviene ripeterò quello che già da altri è 
stato qui accennato: —. egli ha riportato Vethos 
nella poesìa tedesca. E lo ha riportato come 
poeta e non come moralista, ossìa, non ha ra¬ 
gionato, ma ci ha portato i suoi problemi — 
drammaticamente senza soluzione preordi¬ 
nata. ma con quella soluzione implicita clic il 
tormento dell'uomo le imponeva. 

Sì può dire che sempre la poesia è autobio¬ 
grafia — almeno autobiografia interiore —, e 
■ quanti on parie do. soi. la meiUdire muse est 
la franchisti» Come di de Vigny si è potuto 
dire che il prohlcma centrale, il frequento 
dissidio tra dovere di soldato o cosciali za di 
uomo, ò — come dico Croce — «piuttosto smar¬ 
rimento v tormento dovuto a delirate sensibilità 
che non quesito teorico», iti Fritz von Unruh 
abbiamo questo dissidio: dovere di soldato — 
umanità, allo stato puro, ossìa, appunto non 
quesito teorico, ma tormento profondo e ì- 
branto del jxieta e, aggiungiamo, dei suoi con¬ 
temporanei. Questa immediatezza può muovere 
alla poesia, ma come conservare la scriniti dì 
Goethe che, sotto il cannono che sogna l> tappe 
della pigra campagna di Francia, ha occhi" 
per le indagini di scienza naturale — quando 
tutto il nostro animo è p.*>»o dalia tmc'iciià 
orrìbile di un macello senza < .* » l‘alla p.ir-*t s 
timida — gocciola sangue, g r, da sa- elle - 
dov’è Ir ninno — che vi por s uri l’n-?« 

E’ difficile parlare con la giusta misuri di 
poeti contemporanei. Sjicbso Fidenticità di pen¬ 
sieri, di propositi, fa velo alla chiaroveggenza 
del critico, Ma por intendere un poeta l'essen¬ 
ziale è porsi nel centro del suo mondo poetico 


« sentire di quanta verità questo sia permeato 
e con quanta sì licori Là sìa espresso. 

Il probi odi a militare ò stato posto a Unruh, 
corno u do Vigny, se c lecito paragonare un poeta 
d’oggi al più grande poeta francese de) secolo 
scorso, sin dalla nascita, dalla tradizione di fa. 
miglia « je vis (lans la Nubi osso un** grandi* 
famillu de saldata héreditaires, et jc ne {wnsai 
plus qu a rnVlcvoi à la tallio d’un soldat > — 
o quindi, [X)i, dalla carriera che ha seguito. Si 
può dire che la guerra non lo trovasse impre¬ 
parato ai suoi tormenti. 

t)ffiliere è il primo dramma. I] dissidio c tra 
la vita di caserma e la vita eroica che tiu gio- 
vine ufficiale sogna («a diciott'anni, mio padre 
era già decorato...*), c, nella vita dì campo 
stessa, tra Ho vare *; impulso libero Non a torto 
la situazione ò stata definita falsa; ! 'eroicità 
non sia ncj combattere, come il dissidio fra 
dovere dì uomo <• dovere di soldato non si ri¬ 
solve nella difficoltà di int<*rprctazione c di ap. 
plicaziotte di un ordino. Ma quello dia vibra 
in tulio il dramma è quel bisogno di uscire, di 
compiere la propria vita, ohe sarà uno dei tomi 
di Unruh. E la forza drammatica si Avvalora 
dal ressero lo. dar volontà, estenua — vita o 
roica, rappresentate con eguale intensità, quasi 
uscito da uno stesso bisogno di vita. « Io volevo 
combattere per un’idea' Aprire una strada agli 
altri 1 Por questo sogno, io ho vissuto, servito... 
O rimano questa giubba solamente una masche¬ 
rata. f Sentire io voglio . clic sono ufficiale... » 

- «Adempì il tuo dovere... Non far paragoni! 
Percorri la tua strada senza titubanza .. la 

strada diritta dd dovere_ Come tu la j>er- 

corri, in questo, mio figlio, sii eroe!» 

Verrà la guerra a porro con ben maggiore 
intensità, c L* rapprèseliU izìuju* del)'intinta in» 
iarà tanto più completa, il problenià del dove¬ 
re In Offziere e in Luis Ferdinand hi libera¬ 
zione era intesa come la indicava il comune sen¬ 
timento ; il dovere, sia dovere eroico o dovere 
quotidiano, entrava nelle vie della tradizione. 

La via non era cesi aspra come pareva. Lui¬ 
gi Ferdinando compie la sua liberazione t riaf¬ 
fermando la forza della legge morale, nella 
morte; ma egli ha per si* l’adcsiono della «uà 
c}K>oa e il compito del passato. Nella realtà, 
la morte dui prinoi]** caduto a Sdalfeldpn è 
stata glorificata dai contemporanei : Madame de 
Staci dirà che: « Pardont hóroiamo du maJTieu- 
roux prince Luis doit jetcr encoro quelquo 
gioire sur see compagnoni d’armes» — dell'in¬ 
felice guerra che condusse a Jcnn gli unici canti 
clic rimarranno tra il popolo sono quelli a gloria 
del principe Luigi. 

Anche l'ingenuo desiderio di gloria scom¬ 
parirà nella realtà delle trincee. Quello che era 
desiderio di profondità e dì verità, e che era 
schema lizzalo nel dissìdio tra dovere c libertà 
(il Hramina ,St firme cho pone questo dissidio, 
specialmente sotto la forma: tradizione — a- 
inore — liberi ispirazione cajiovolgitrice dei va. 
lori tradizionali, è stato iniziato prima della 
guerra), dovrà percorrere un ben aspro cam¬ 
mino attraverso U dura realtà — ma così #ì 
perderà quello che vi era di ideologia, ed 
avremo la diretta esj>cricma del poeta Alla 
nostra mente si può parlare di scopi guerre¬ 
schi e della necessità «lolle cause di una guerra 

— la nostra anima chiede un jierchè più pro¬ 
fondo. cerca, so pure invano, una vìa d’uscita: 
ichi mi può indicare la strada? — chi sa tro¬ 
vare un rimedio, se tacciono le labbra di Dio ?’» 

In t) pferga nei non abbiamo che mi* specie 
di diario : fiochi mesi di guerra, un piccolo set¬ 
tore (ma quale lì, semplici e pochi ì persoli aggi, 
Fazione quasi annullata da questa sempli¬ 
cità, — brevi periodi, brevi tocchi, quasi ncs. 
sulla descrizione, un fondere nel periodo violento 
quasi le opposizioni atesse della guerra — ci 
dà ancora di più d senso tragico delle battaglie. 
Dopo averlo letto, anche una sola volta, chi 
non sente che, ecco. Werner, Hillbrand. Kel- 
luo.r. il volontario sono diventati — per il mar¬ 
tirio silenzioso di milioni di uomini — legione? 
Già prima in Vor drr Kntu-hndunrj, poema 
drammatico (il dramma è quasi la forma natu¬ 
rale di Unruh) era «l’ulano» che. percorre tutti 
i gironi della dolorante umanità, di questa u- 
mariità alla quale la guerra pare abbia vera, 
niente «guardato troppo a fondo nel cuore». 
Quello che nel potimi* era canto: « Dobbiamo 
patire la fame — c la malattia, — starcene 
gettati oziosi p terra, — soffrire il freddo, rno- 
rire» in Opfergang è rivissuto nei particolari di 


ogni giorno, nu con uon meno vigorosa dram¬ 
maticità: arida o desolata. 

Smino ancora al problema centralo di Uu- 
nih: dovere, libertà, gh uomini, annullati da¬ 
gli avvenimenti che tutti lì dominano c li fnuno 
strumenti («come il vento solleva lo foglie o 
non permette che sostino, così sta, da oggi, 
dietro a voi una volontà che vi spinge»), si ri¬ 
conquistano nella loro vita interiore. E la ri¬ 
conquista di ue stessi, contro questo Sitimi cho 
ci domina, attraverso il dubbio e lo smarrì- 
mento («in me cresce il dubbio. Ripugnante 
come un fungo dì notte. Dicci volte al giorno 
io gli sfuggo. Cento volte egli ritorna»), quanto 
è più profonda e vigorosa ! La forza di questa 
ojiera di Unruh sta appunto nella mancanza di 
fede IVutusiaMuo guerriero è caduto (nia 
come ó rappresentato bene in tutta la sua in¬ 
genuità diciottenne!), ma non c neppure l'im¬ 
precazione inutile di un disincantato di j>oco 
coraggio —- ecco: è la rassegnazione, che non 
è pigra, non sì lamenta, ni a trova in se stesa» 
In forza [x*r l'azione. 

Si può comprendere così il perchè di tnnta 
j>oea decorazione, di una solennità contenuta 
in limiti esiguissimi. Ma come rendere in ita¬ 
liano la foga conrisa de) tedesco di Unruh — 
uscito, corno quello di tutti i moderni, dalla 
rivoluzione espressionista, e insieme così per» 
sonale ? 

* Werner camminava senza armi, serrando i 
pugni, davanti alla truppa d'assalto, muto. 
Volgendo la sua tesin, come quella di un'aquila 
indietro, ora a rhstra ora a sinistra, gettava 
ondare di raccolta energia sopra l'attacco o 
presso di lui il tamburino lo seguiva come sciolto 
da ogni legame 1 suoi pugni violacei s’abbassa- 
vmifi sulla pnlle del tamburo. Quello cho suo¬ 
nava non era una marcia. Era la crescente o- 
sprcssiouc dell’orrore della morte. Orribilmente, 
ritornava a costringere il cauto, spezzato e con. 
vulso, ad un joIo ritmo, quasi uscito dal battito 
stesso ardente o crescente della distruzione. La 
fiamma covava sotto il bosco, ma non divampavi 
ancora. — Un Rlockhnus dopo fnltro fu ri- 
dotto sii un silenzio di morte. Lo armi, grigie, 
d’acciaio, cannoni c mitragliatrici restavano 
abbandonate, senza direziono, immobili, dietro 
l’impetuoso movimento d'avanzata. — Como 
raggio di sole di maggio il volontario correva 
fra gli alberi, ora qui ora là, portando gli ordini 
ilei capitano. Il suo pugnalo riluceva come me¬ 
tallo fuso, Ed avvCmuì che, mentre usciva da un 
Bloekhuus, vedendo vicino a sé colpiti dei com¬ 
pagni, si precipitò in avanti, e la sua bianca 
baionetta trapassò tre petti di francesi. Sorri¬ 
dendo. come afferrato da una forza ignota, si 
appoggiava alla parete sanguinante, mentre 
Clementi gli gridava: «avanti, alla terza trin¬ 
cea'» «Li ho uccisi ♦* non li posso guardare?» 
Clcmona piegò i ginocchi, pesante, ma il cla¬ 
more della battaglia lo tolse corno un automa 
dalla sua vertigine. Afferrò per un braccio il 
fanciullo che fissava ancora quei volti irrigiditi, 
c lo ricacciò avanti nell'assalto». 

Abbiamo nell‘ultimo libro di Uuruli una vi¬ 
gorosa descrizione di quella elio ora l’energia 
interna che animava (ed anima noi ricordo) i 
capi tedeschi di guerra. Tutta la severità di una 
scuola militare tedesca che preparava gli uo¬ 
mini alla guerra: « Sparta era l’esempio» — la 
rievocazione di un'energia capace di far devota 
tutta la vita di un uomo, sacrificio di tutti ri 
segreti moti del cuore, ad un'idea, sia pure una 
idea di guerra. 11 poeta ohe ò ormai già un 
«combattente della pace» sa comprendere i suoi 
avversari. Noi ami remo più in là — quasi ve¬ 
dremo nella vigorosa saldezza, in quella chia¬ 
rezza senza illusioni, ma senza dubbi, con cui 
si {ione per una vi» non fucile, In continuazione 
di quell’ideale ascetico, e di un ascetismo ope¬ 
roso. di cui sono grande esempio i fondatori 
e i eon solida lori u*Mo stato prussiano. E a quo. 
ala energia sincera che, come tutte le saldo 
convinzioni, sa comprendere gli avversari e Io 
disparate situazioni dobbiamo un senso dram¬ 
matico pieno di nobiltà e, oserei dire, vera¬ 
mente creatore. 

ITI. 

1] libro di gite ria (Opfcrgang) e quello dì 
pace (Fliigol der N:ko) sono le duo opere più 
completo c ohe ci oUraggoiio di più; ma è forse 
noi tre drammi usciti dopo la guerra, che un 
crìtico dovrebbe ricercare il centro, caotico o 
convulso, del mondo poetico di Unruh. 




Pag. nn 


IL HA RETTI 


In Sfanne abbinino la lotta ha l'umori* 
t* |a legge — ma'. 0011 fusione solita, Famoio 
umano, j>er una ''«una, o confitto con l'Amore, 
anobio al divino -—e quindi tolto viene falsi* 
fu-alo iti qualcosa ohe si può anche chiamare 
retorica e in «ni preci pii t, anche, il dissidio 
tra padri r figli, libertà contro tradizione, nitro 
aspetto del dissidio Amore-legge. 1/atmosfera 
del dramma, che vorrebbe essere shakespeariana 
e cosmica, finisce per essere soffocata dalle trop. 
jx! parole, dalla troppa messa in scena, irreale, 
fatta di apparizioni e di spettri, Molte azioni, 
nessuna azione: il simbolo non si riunisco alla 
realtà. I personaggi finiscono per esaurirsi nel 
girare attorno ad allegorie. E* il difetto del 
dramma moderno (l'epoca dei fonìe sten Tatuile. 
secondo la definizione godili all a per la lettera¬ 
tura di un secolo fa, per certi riguardi simile 
alla nostra, e delle violente, arbitrarie espe¬ 
rienze). La rappresentazione drammatica non 
riesce a Ifberarsi dalla realtà, dal caos cho la 
preme da tutti i lati, c si appiglia a violente* 
riforme esteriori per illudersi di raggiungere 
una vita autonoma. Ma nel soggiacere stesso 
quanta forza e quanta poesìa qui abbiamo t 
Certe battaglie, anche perdute, nobilitano. 

Guardiamo i duo drammi : Fin Geschìecht - 
Plat:. Qui, sopratutto noi primo, l’azione vor¬ 
rebbe essere ridotta alla semplicità di una lotta 
tra principi elementari. Non uomini e neppure 
simboli, ma simboli fatti uomini. *La tra¬ 
gedia non è legata al cosi urne di ne&un tempo» 
Quindi: un capovolgimento di valori, un an¬ 
nullarsi di verosimiglianze < un esplodere asso¬ 
luto dì| affetti. Affetti, o qui è la forza del 
poetn, altrimenti si cadrebbe in un pasticcio sim¬ 
bolico, che riescono a prendere una veemente 
intensità drammatica. Anche qui la guerra, ia 
diretta esperienza del poeta, è al centro del 
dramma La guerra scatena negli nomini le 
forze profonde e oscure, nate con noi, indis¬ 
solubilmente legate, come la vita come la morte, 
alla nostra esistenza di decaduti, colpiti dalla 
maledizione del peccato Quelle forze che la ci¬ 
viltà pacifica nel ritmo solito può comprìmere, 
non illudersi di annullare — la guerra le fa 
esplodere con forza disordinata. Chi conduce 
al delitto è. la stessa energia che neH’uomo, 
posto in faccia al nemico, con un'arme in ma¬ 
no, l’aveva trascinato in avanti — e chi chiede 
ora, inesorabile, la punizione c quello stesso 
potere che prima aveva onorato come un eroe, 
quel medesimo uomo, ancora tutto coperto del 
sangue dei nomici. Perche, appunto, sopra que¬ 
sto scatenarsi di passioni 0 dì energie elemen¬ 
tari che la guerra risveglia, sta la legge, cho 
le adopera ai suoi scopi. «Qual'è quel potare 
che piega tutti gli esseri, finche perdono com¬ 
pletamente la loro propria volontà?»: la pa¬ 
tria, in questo momento L’ima passione ò glo¬ 
rificata: «si, più volentieri tu andresti oggi coi 
figli eroi, sorrìdendo in mezzo ai cittadini ingi¬ 
nocchiati » ; Laltra punita: «prima ci trasci¬ 
nano con violenza sulle vette vicino al sole, e 
quando Ì1 nostro petto si t< disabituato alle valli, 
cosi che non può più sopportare il suo gìogfc» 
da contadino, allora ci si colpisce il cuore con 
lo leggi». Ridotto a questi elementi si com¬ 
prende come il delitto ai possa rappresentare 
con una violenza che non è cinismo, giustifica- 
zìone assoluta (niente di più lontano da Corra¬ 
do Brando), ma dramma. La madre può com¬ 
prendere e, straziata, difendere — ma lu legge 
deve passare egualmente. La ribellione bruta a 
questa legge finisce nella demagogia, colpe¬ 
vole e vile, anche se vittoriosa — invano si era 
gridato alia libertà: «ed ora voi oscillate tra 
bestia 0 Dio, miserevolmente, invece di sentire 
che dovete essere Uomini, nati per il godimento 
del vasto mondo, che si apre nel vostro petto». 
Attraverso al simbolo dell’Amore, approfon¬ 
dimento nella natura, c’è l'ansia verso limi vita 
nuova che ei liberi ['avvenire, e c’è, sopratutto, 
l’oscuro sentimento di'll'inesorabilo tragicità del 
nostro destino. 

Come in tutti i drammi di questo genere — 
in cui non è stato ancora trovato un sicuro 
equilibrio di forze di rappreseti!azione — l’idea, 
dirò così, filosofica, su cui si costruisce il dram¬ 
ma, se è 1111 elemento, con tutte le sue esage¬ 
razioni ed oscurità, necessario, per l’incomple¬ 
tezza appunto dell’opera poetica — rimano 
sempre intrusa. Qui, Ad esempio, l’Amore, per 
la solita confusione Ira Amore e amore, altro 
cho crear una nuova umanità redenta dovrebbe 
condurre l'eroe — Dietrich —- al fallimento. 

■ Vcrraten um eiu MSdehen *. 

La forza la troveremo quando il dramma sa 
liberarsi dalle scorie c ritrovare la vena umana. 
Allora gli elementi fondamentali rivivono in 
parole sincerissime ed energiche: la profonda 
violenza dol peccalo d’origine (l'eterno uomo), 
la volontà di liberazione dalla legge, la lotta 
tra dovere e libertà Le due opero — che sono 
uscite da! tormento della guerra e del dopo, 
guerra — ron tutti i loro difetti e, sopratutto, 
l’incompiutezza, vivono come rappresentazione 
del dramma a cui la nostra umanità è stata 
sottoposta. La guerra ne ò stata apportatrice 
c rivelatrice, e così: non il dramma singolo di 
questo o di quell’individuo, di questuo di ornile 
passioni, ma — noi titolo stesso: ein geschìecht 
— rappresentazione del tormento di un’epoca. 
Tormento da cui quest'opera esco ed è espres¬ 
sione nella sua stessa incompiutezza , ma appun¬ 
to questo ci dico come profonda sia la soffe¬ 
renza umana. 

Già in Vor (ter Entfcheidunj era stata posta 


questa necessita di ribellarsi alla legge del jxib. 
salo e di ritrovare in noi — con la nostra più 
profonda umanità. In nuova legge. Ossia: è 
veramente eterna questa necessità ohe ci spinge 
«Ila guerra l ’A Kleist, il patriota — l’ulano ri. 
ponile: «il tuo furioso comando di odio non ci 
commuove più — la riconciliazione ci unisce, 
c LA more apre alle muse un nuovo orizzonte». 

La volontà di pace si pontiva, cioè, mentre 
intorno cadevano milioni di uomini, come tilt, 
l’uno co! ritrovamento di noi stessi; e la trilo¬ 
gia ria Uriehi e. eh t vuol essere il dramma di 
questa umanità che, brancolante, uscita dalla 
strage, ricerca se stessa. E il [muta sa talvolta 
elevarsi ad un aitozza da cui questo cadere c 
risorgere c visto in tutta la sua profonda ve¬ 
rità. Ed è vero: quello cho vale per l'umanità, 
vale [M-r noi, singoli uomini — uella nostra in- 
dividuale colpa, nel nostro individualo cercare 
un miglioramento —. La prudenza parla: «O- 
gnuno <1 1 noi ha nuotato, per provare le sue 
forze, sul mare, come te, l'occhio fiso a fanta¬ 
smi * Il sognatore affondò, il perdente tornò in¬ 
dietro. Perchè Ia nostra vita, senza meta, è 
chiusa da ogni parte in un cerchio immutabile. 
Torna indietro!» — « Ah 1 jkjsso io questo? Potè 
mai alcuno tornare indietro, dal sole alla luce 
fumosa dì una lanterna notturna?» — Troppo 
profonda è l'umiliazione della pigrizia: «noi 
non abbiamo mai vissuto. Un tempo abbiamo 
sognato, forse. Oh, una volta — , .ed un giorno 
otriscercmo fuori dai nostri letti — il corjjo 
vive, l'anima è morta da lungo tenq>o, ci tra¬ 
scineremo zoppicanti jx>r la strada, rosicchiando 
il nostro pane e la gente dirà: «guarda un jX)', 
già guarito e ben rimessot» 

Quello che nel dramma, od era naturale, è 
solo accennato — cd era forse ancora più pre¬ 
sagio e volontà che realizzazione j>oetica — ri¬ 
vive in un carni» P™ prilprìo, nei Discorri del 
poeta «• nell’ultimo libro Flagri <ìrr iVike, libro 
di un viaggio a Parigi e a Londra. Fritz von 
1’nruli si schiera così, decisamente, nel piccolo 
stuolo eurojx» dei |>oetì pacifisti. 

Non è qui il caso di parlare dei problemi 
politici della paco europea Quello che interessa 
& conio il pacifismo di Unruh si pone al centro 
stPsso della viia e del mondo poetico dello scrit¬ 
tore. La politica, l’idea della j>acc* sono tutt’uno 
con l'animo del poeta e con la interpretazione 
dello coso che gli stanno intorno. Il suo paci¬ 
fismo, il suo umanitarismo non sono semplice 
utopia o deboicz-za, ma ricerca di una volontà 
più profonda E la violenza stessa ddl’espres¬ 
sione pare voglia scoprire a forza i| segreto 
dell’anima, metterò l'uomo di fronte a se stesso. 
Ne nosco un’armonia vigorosa, in uno stile 
pieno di forza scarno 0 nervosa: combattiva; 
che lascia scorgere nel suo stesso ritmo severo 
larghi orizzonti. La politica di Unruh può es¬ 
sere discussa ; non ò vero che i partili non ab- 
biano una profonda funzione storica — ed il 
pacifismo, anche il piu energico c combattivo, 
rimane disarmato se non è sostenuto da orga- 
nizzazioni e da necessità politiche cd economi¬ 
che. Un pacifismo, pure cosi sentito 0 che sorge 
così commosso dalla terribilità della guerra e 
come sentimento del dovere, se è solo pacifi¬ 
smo, rimane essenzialmente intellettuale — in. 
caj>aciì di suscitare l'adesione che di intollet- 
tuali isolali. Ma quello che Unruh ha iuleso è 
cono* il iKu-ifismo corno tutti i problemi poli¬ 
tici, sìa un problema morale — che non ha 
forza sulle folle se prima non n elaborato e pro¬ 
fondamente vissuto nella coscienza dei singoli. 
«E’ la paoo una forza o una debolezza? — io 
credo la pace sia una forza» Alla pace deve 
essere dato lo stesso prestigio e la stessa forza 
che la guerra, attraverso il sacrificio, si c con¬ 
quistato: «noi dobbiamo essere soldati della 
pace, non sognatori della pace ! Combattenti, 
non letterati e pacifisti della pace 1 » 

Quello cho importa qui segnare è come que¬ 
sta energia di pacifista sia la logica strada del 
j>oeta o il termine integrale di una visione della 
vita, «forzo di apportare una energìa nuova 
nella letteratura di oggi, in quanto pone come 
unico (bene come unico tesoro da salvare i più 
profondi valori morali ,il più profondo noi 
stessi. Ossia non importa come noi pensiamo, 
ma con (pianta intensità con quanta sincerità 
noi perseguiamo questo pensiero. L’arte è vita 
e la vita è arto. Non basta aver trovato la via 
giusta, bisogna die questo ideale sia risolto 
ed avverato in noi stessi (quasi verbo divino 
fatto carne: communio»ismo è la parola del 
poeta) in ogni atto della nostra vita 

Si è fatta troppa « urte per arte», cosicché, 
por esagerato amore, si è finito per chiudere 
l’opera d'arto —- e l’artista stesso — in una 
torre d’avorio, in cui, fuori della vita, una 
creazione poetica vigorosa noti può trovare ali¬ 
mento. «Veri artisti sono combattenti all'avan¬ 
guardia e pionieri». 

F. quello che vorrei aver reso del pensiero 
di Unruh è appunto questo usciamo dalla Irt- 
te rat uro per ritornare nella vita. «Non permet¬ 
tiamo che parlino oggi uomini che mentre noi 
stavamo sotto il fuoco delle granate, erano for. 
mi alle loro postille cstctichn, 1 * menile noi ci 
volgevamo indietro alla patria gridando il no¬ 
stro tormento di fronte al pallido orrore della 
morte di milioni «li uomini essi ne facevano, 
calmi, commenti letterari». Perchè anche un 
loro possibile internazionalismo non ci com¬ 
muove: «cosa vuol dire questa mangerìa inter¬ 
nazionale, dove Firn l’altro ei si fanno inchini 
e si combinano articoli?* 


Le parole del poeta sono violente ed infinm- 
imito — ma a chi le guardi bene, sopra tu fio se 
ha seguito K> sfot 7 <i coni limo con cui Urinili ?• 
arrivalo a queste conclusioni, esse rinchiudono 
min verità e una chiave per interpretare 
buona parte dell’ultima letteratura europea. Se 
la guerra e il pacifismo sono stati il problema 
di Unruh, il suo sforzo rii liberazione e di ap¬ 
profondimento, vale per lutti i rampi. So Un¬ 
ruh sia riuscito a darei una grande jvoesia o lina 
grande [irosa, è ancora presto per giudicare, 
ma mi pare che [> 0 sdamo trovare in lui un 
indirizzo cd un esempio. E questo è molto. 

Maino Lammeiiti. 


SOFFICI A VENEZIA 

a Eppure è evidente, per chiunque sapida 
pensare con una certa profondità, clic, essen¬ 
do le manifestazioni dello spìrito umano tutte 
connesse fra toro c interdipendenti, ad ogni 
principio politico deve di necessità corris|x>n- 
dcrv tm principio estetico, come glie nc cor¬ 
risponde uno morale e logico, armoniosamen¬ 
te, come membro corrisponde a membro in 
un corpo vìvo; c che dunque ò cosa di mas¬ 
sima importanza rendersi e rendere altrui 
chiaro quale sia questo principio, affine d’ap- 
plicnrlo in luogo di qualunque altro meno con¬ 
facente, se non addirittura contrastante con 
l'insieme della dottrina, net l'applicazione c 
nel pratico concretarsi dì questa ». 

Così, saviamente, parlava su una qualche 
persa foglia di sicomoro, Ardcngo Soffici tra¬ 
mutato, su quell’altare clic ognun sa, in vati¬ 
cinante Sili Ha, E pensavamo a che cosa (sia 
per tener fole a questa bolla massima, sia 
per seguire l'esempio di quella sua collega 
francese clic mostrava, dopo avor dato il re- 
spoirao, un nutro assiti jxx'o elegante) ci a- 
vrebljè ancora potuto mostrare di bello Bof¬ 
fici, dopo aver cosi vaticinato In letteratura, 
è noto, il principio polìtico 

enipétra .ci bici 1 lei serra dii corbeau 
que le painvre animai ne pili fairc refrailc: 

nc nacquero solo dei filosofemi. Ma in pit¬ 
tura? L'ingenuo lettore poteva legittimamente 
attendersi il ritorno di maniere fnturistc o, se 
queste fossero apparse ormai tropi» ardite, di 
qualche loro equivalente più antico, estratto 
dai non mai ben chiusi arcadici serbatoi. 

Ma ecco, in una sala dello Esposizione di 
Venezia (dove egli aveva fatto giuro « mo¬ 
desto c irrevocabile *♦ di non porre più piede 
— iti eterno) venticinque suoi lavori, (piasi 
tutti recentissimi, pare vogliano cancellare 
queste prevenzioni. Abbiamo tutti conosciuto, 
o creduto conoscere, (o almeno immagi¬ 
nato dai suoi scritti) questo artista d’istinto, 
mai sommerso dalle esperienze più varie. 

Amavano trovare in lui un fatiariano 
di tenue vena, ma limpida; un tosca¬ 
no dell* ’&oo , di quelli che, vissuti piena¬ 
mente al loro tempo, alle [irose con tutti i 
moderni problemi dell'arte, furon pur sempre 
legati per tenaci e occulti legami alla antica 
tradizione pittorica del loro paese. Paren¬ 
tela di razza: egli aveva, come quelli, « le ca- 
ractèro natioiial, cxact et attentif atig dòtails, 
phitót que passionné»> e molta semplice chia¬ 
rezza d; visione, o la solida aridità, un po’ 
gretta, della sua terra, c, soprattutto, mia mi¬ 
rabile immediatezza di percezione. I.a « infer¬ 
nale sensibilità » dei tempi del Giornale di 
fiordo, che gli faceva vedere, in un tócco di 
giallo, tutti i cicli c tutti i soli, era. a nostro 
avviso, esagerazione; citò la sua natura pae¬ 
sana stava invece in un certo talento freddi¬ 
no e gustoso, c, ciò clic ò il più pregevole 
dono, nella non voluta nò mediata capacità 
di tradurre in termini pittorici i dati di una 
pur non eccessiva sensibilità Non altro dun¬ 
que che pittura : chiare ricerche di toni, non 
disgiunte da preoccupazioni formali : colore 
non inteso come valore decorativo, ma come 
luce; precisione di rapporti; incapacità di 
grandi costruzioni ma saporosa modestia : 
mancanza di tutto ciò clic nitri vorrà chia¬ 
mare letterario, o altrimenti, e clic è, in¬ 
semina, eterogeneo. 

Tale E abbi amo conosciuto in tanti paesag¬ 
gi e nature morte dipinte con la penna, ma 
pensate con pennelli c colori. Tale può appa¬ 
rire, a primo sguardo, la sala veneziana, un 
po’ monotona, per altro, per la dolce luce gial¬ 
lóni che smorza le differenze in una uniforme 
velatura di antico. Tali, se ci facciamo a un 
esame più particolare, ci sembrano, ad esem¬ 
pio, Hoccale c fi mene. Fagliai, Dalla mia fi¬ 
nestra, e, qua c là, particolari sparsi noi pic¬ 
coli quadri Lv vieti caso ili porsi allora il pro¬ 
blema col quale abbiamo cominciato; c argo¬ 
mentare che forse in pittura, per quel tanto 
<!• manuale, di tecnico, di alieno da concetti 
e formule elle caratterizza quest'arte, sia, mal¬ 
grado tutti i « principii », assai più difficili 
clic nell’esercizio dello scrivere sviarsi e per¬ 
itele ciò che orma: era acquisito; clic la mano 
stessa e il mestiere [tossono far dimenticare la 
cattive abitudini mentali, o essere almeno ef¬ 
ficaci mezzani di pensieri c di opere, c mag¬ 
giorinoli. quando, come in questo caso, sia 
di tanto aumentala la quotidiana applicazio¬ 
ne. E vieti soprntutt'j fatto di pensare che 
questo « innocente profeta » sia tale solo alla 
superficie, e che, P-r usare una frase di un 


suo autorevole nemico, Soffici sia assai più 
» lìlius loci» clic <i lilins tempori»»; c che, 
avendo fatto sacrificio di atlitud ni :i lui me¬ 
no essenziali, In sua natura locale c limitata 
si manifesti ancora nella forma più istintiva, 
m termini pittorici: 

... tmil le nature! a de force 
II se mix/ni* de Ioni, certain Age arcompli 
Le vose csl ìiiibibé, Fétoffe <1 prìs son pii. 

Argomenti, come ognun vede, non tutti per¬ 
suasivi e logici, ma accettabili, perché con¬ 
solanti. 

Pur tuttavìa, se il dubbio ci spinga a un 
più attento esame, avverrà, se noti ci ingan¬ 
niamo, si ritrovi un certo mutamento c quasi 
rovesciamento ncH’nniuio di Soffici pittore. 
Abbiamo mostrato (piali siano le doti native 
del pittore toscano, c come si realizzino, per 
quanto in grado diverso, in alcuni paesaggi 
b nature morte; ma le. cercheremmo invano, o 
le ritroveremmo offuscate e contraddette nei 
quadri di maggior mole. Qui abbiamo, al con¬ 
trario, qualcosa di precisamente opposto : in¬ 
vece di immediatezza, una,ricerca tutta voluta 
di monumcutalità, di armonia, di decorazio¬ 
ne. Questo in misura minore in « Ragazza 
portante una mezzina d’acqua », alquanto 
sconcila peraltro, e nella «Toilette ilei bam¬ 
bino », (dove abbiamo invano cercato le om¬ 
bre seicentesche care a Ugo Qjetti), in mi¬ 
sura maggiore in « Donne Toscane clic con¬ 
versano davanti all’uscio ». Qualcosa di pro¬ 
grammatico, di intenzionale si frappone fra 
la visione e la pittura : ma la perduta spon¬ 
taneità non si compensa La monuim-ntalità si 
riduce a facili simun.tr e, a immobilità di fi¬ 
gure impoverite di scuro particolare c di vita; 
l’abilità decorativa non va oltre qualche falsa 
trovata di colore, come il rosa della porta in 
quest’ultimo quadro. 

E* uso comune, oramai, « inserirsi » nella 
tradizione e cercare progenitori ideali. Soffici 
pare abbia seguito la corrente, e si sia scelto 
un modello. Anzi, ha trasformato in modelli 
esteriori quelli stessi da cui derivava in modo 
tutto nativo c interiore: i toscani, Masaccio. 
Borghese moderno, egli ha pur nel sangue un 
[io’ del sangue dell’avo clic fu alle Crociate, 
ma dell’avo egli vuole imitare anche il pas¬ 
so c il costumo, e indossar l’arme che più non 
s'usa. Egli créde ritrovar sò stesso attraverso 
ricerche difformi dalla sua natura. Se vorrà 
proseguire nel viaggio che dice di aver aj>- 
pena incominciato, gli converrà ripetere per 
sò le parole che egli stesso pronunciava per 
altri, c di Ix-n maggior volo- «l’istinto pit¬ 
torico ò talmente la dote fondamentale del no¬ 
stro artista, che non ò se non profondandovisi 
tutto ch'egli arriva talvolta a ricollegare il 
proprio col più antico ed elementare genio 
della razza ». 

Per ora i suoi lavori risentono della con¬ 
temporanea presenza e discordia del vecchio 
Soffici che si affida agli occhi, che gli Hanno 
già fatte e perfette le «sintesi realistiche », 
c del nuovo, clic si affida al « principio este¬ 
tico corrispondente»» e clic guasta l’opera del 
primo. Non sarebbe qui, forse, « le treni de 
la Sibylleii? 

C. L. 


G. B. PARAVIA & C. 

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fPcr tf Centenario ^Francescano : 


Le Regole e il Testamento 
di San Francesco 

Traduzione e Prefazione dt Angusto llermet 


Opportunissimo giungo questo aureo libretio, 
poiché porla veramente un no lo volò contributo 
alla celebrazione dei eontcnario francescano, che 
non si potrebbe meglio pcnolraro, rollo spirito 
del Poverello d'ARsisI cho attraverso lo regolo 
Ch’Egli dettò por i Suol fratelli', regolo vorameato 
sante 0 soffuso di canta cristiana. 

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IL BARETTI 


Pag. 97 


Lettera di Silvestro Gallico 

ai suoi amici sui libri che legge 


n. 

.1 Cario Levi. 

Come da tre mini il capriccio del caso ci 
lui tenuto lontani, te ufficiale medico a Fi* 
retile prima ed ora tra Rii alpini sul M 011 - 
ccmìmo, me confinato qua tra cure molto mol¬ 
lo meno guerriere ahimè ! e piu' dense di 
noia, ncll'tigRÌa ili questa antica nobile e si¬ 
lenziosissima ciltf’i dove mi tocca vivere: così 

10 non so se tu sia ancora quello d’un tempo: 
bene armato, ben provvisto e ben corazzato, 
come quando, seduti al rezzo sul pendio tr- 
boso delle nostre colline torinesi si trascor¬ 
reva i lenti e dolci pomeriggi primaverili de¬ 
clamando le odi di Orazio e giocando a chi 
piu' ne sapeva recitare a mente, o quando 
ad ingannare le lunghe immobili ore di posa, 
mentre tu insegnivi col pennello stilla tua 
tela le linee c gli atti di me clic ti sedevo 
innanzi con un’edizione settecentesca di Lu¬ 
crezio chiusa tra le mani, s’aprivau fra noi 
discussioni laboriose ed interminabili sul va¬ 
lore e la gloria di questo o quell'antico poeta 
(ima me ne ricordo, che mi piacerebbe ri¬ 
prendere, sui versi di Parini, oggi che è di 
moda sparlarne), ed io t'iniziavo alla lettura 
ilei classici francesi materni, descrivendoti i 
mici ardori i>er Montaigne o per Rossuet, c 
tu me a quella anche piu* veneranda ed augu¬ 
sta di Omero, commentandomi sul tosto greco 

11 discorso d’Ulisse a Nansìca. Non so se tu 
sia ancora quello d’un tempo: ma se le nuove 
fatiche non t’han mutato nemmeno in parte, 
non vorrei clic tu ti dovessi scandalizzare ve¬ 
dendomi, abbandonati quei solenni parchi e 
quei i>oggi ariosi e i|juello fiorenti vegeta¬ 
zioni, sceso ahimè! a scorazzarc nelle magre 
praterie della letteratura contemporanea A- 
vresti torlo, perch’io son rimasto, credimi, 
quello d’allora, Avendo letto Virgilio ed A- 
rìosto prima d'accostarmi a questi perdigiorno 
de’ nostri tempi, anche volessi, non me ne 
saprei dimenticare. Cosi avviene che persino 
tra i libri piu’ moderni c danzanti e salot¬ 
tieri mi accompagni un nobile [wssimismo c 
la ripugnanza di certa sparuta c facile medio¬ 
crità, che mi derivano da quei lontani gusti 
della mia adolescenza e mi condurran forse 
a salvamento attraverso terre pur cosi diffi¬ 
cili c piene d’ogni sorta di pericoli. Ti devo 
confessare che, leggendo in questi giorni un 
numero dell’ llaliano, ■ rivista settimanale 
della gente fascista», mi son sentita in corj>o 
una certa simpatia per cotesti beceri amman¬ 
tati di retorica, i quali si propongòno di dar 
fuoco alla Fiera lettera ria e a tutte le barac¬ 
che di Mondadori, c sanno allungare intanto 
di così buoni ciottoli nelle reni a Hontompelli, 
ad Ornilo e magari ad Ojclti Nelle ire c nella 
ferocia (un po’ a freddo, è vero) di questi 
«giovinastri» di Bologna e di Firenze la no¬ 
stra adolescenza appartata c misantropa -i 
riconosce almeno in parte. Non del tutto, 
perchè a noi non sarebbe piaciuto chiamarci 
giovinastri neppure per metafora, e come non 
amiamo i parassiti così neppure vogliamo sa¬ 
perne di beceri, peggio poi se Ignorati. Co¬ 
munque un senso di stanchezza c di nausea 
dell’aria stagnante e morbida che ci sta in¬ 
torno è anche in noi : c vorrei che desse il 
tono a queste mie cronache remote spaesate 
e ritardatane. 

Per dimostrarti meglio l’animo antico con 
il quale io vado parlando, a voi amie:, di 
queste cose recenti : a te, mio Carlo, voglio 
raccontare le esperienze e le scoperte che mi 
ovvie» talora di fare presso i librai antiquari 
di qui. Ti ritorneran forse alla mente certe 
nostre frequenti passeggiate tia i banchi di 
libri di piazza San Carlo c le visite che quasi 
ogni giorno facevamo ai negozi di Prcgliasco 
e di Bourlot, un po' timidi c combattuti fra 
l'avidità ili comperar molte cose c le possi¬ 
bilità ahimè ! iropjxj scarse della nostra bor¬ 
sa- Sebbene speri di non diventar mai un 
bibliofilo, tuttavia dall'ansia avida e cupida 
ili quei giorni* m’è rimasto il piacere che pro¬ 
vo ancora di tanto in tanto d’andar rovi¬ 
stando fra gli opuscoli sgualciti e la jrolvere 
che ricopre abbondante i dorsi di pelle slab¬ 
brali è tarlati,e ìl gusto di sfogliare i bei ca¬ 
taloghi, dove ogni numero quasi acquista un 
•doppio interesse e una mirabile individuali¬ 
tà, per merito del libraio che, mostrandocene 
nelle sue note la rarità e la preziosità, in¬ 
tessendo tra riferimenti bibliografici lo splen¬ 
dido elenco degli ex Ubris illustri, offrendoci 
magari qualche riproduzione in fac-simile 
delle incisioni piu* belle, ce ne ricrea come 
per miracolo la figura singola e la storia an¬ 
tica e gloriosa 

L’incontro dei libri di scrittori moderni tra 
una copia degli Annali del Rimonto e una 
del Muratori è sempre per varie ragioni i- 
struttivo. Perchè ora trovi dei volumi presso 
ehè intonsi, da pochi giorni usciti alle starn¬ 
ile, c subito pensi al candido borghese che 
non vi ha dedicalo neppur quel minimo d’at¬ 
tenzione a cui la tua manìa letteraria ti ha, 
selliteli ripugnante, costretto e, avendoli com¬ 
perati per ingannare la noia il'im viaggio in 
treno, vìnto ben presto da più grande noia, 


se n’è liberato appena e come meglio ha po¬ 
tuto Altre volte, Incontrando le rozze cil in¬ 
colte edizioni dei nostri giorni presso quelle 
linde ed accurate degli antichi, e le raccolte 
di prose liriche affiancate alle antologie de¬ 
gl: illustri poeti, e i nomi piccoli ed oscuri 
accanto a quelli grandi c famosi, ite trai ar¬ 
gomento a meditaru sulla decadenza degli 
umani costumi. K sempre poi ti è olferta oc¬ 
casione di constatare anche una volto, non 
so se con piu* letizia o tristezza, la caducità 
provvidenziale delle cose terrene. 

Qui in provincia, dove mi trovo, siffatte 
!*:operte librane tono rare e di (xieo rilievo. 
Non mancano però ilei tutto. Qunlchevolta il 
nome clic sta nell'alto ilei frontispizio è quello 
d’urt autore già caro e gradito, e allora la 
vicinanza e il contatto di tante cose vecchie 
gli aggiunge alcunché dì venerabile e di lon¬ 
tano nella nostra memoria. Non è questo <1 
caso certami.nte del primo libro del quale ti 
voglio oggi parlare Del quale è meglio dir 
subito anzi che l'ho comperato piuttosto per 
curiosità che non per gusto o diletto. Si tratta 
delle Poesie scritte col lapis di Marino Mo¬ 
retti. edite dal Ricc ardi di Napoli, con dedica 
autografa dell’autore: «A Corrado Covóni, 
— per la comune solitudine. — Cesenatico, 
ipso ». Che queste liriche siano |>cr noi oggi 
d’un interesse molto mediocre, è naturale, 
lìppure la musica cadenzat i e nostalgica delle 
loro strofe esce fuori da onesta già vecchia 
edizione non priva d’una suggestione, che 
non è estetica, bensì erudita c storica, come 
d’una stampa del 1700 che le tracce c le 
pieghe del temjx) ci fan cara, quand’anche 
essa sia per sè brutta od insignificante Nc 
vieti fuori con l'incanto delle coso vecchie 
c la tiistczza «Ielle cose motte tutto un pe¬ 
riodo «Ielle vita Muraria italiana, con i suoi 
modi e le sue mode, periodo che le date pre¬ 
messo al libro indicano in modo almeno som¬ 
mario: 1905 - 1909 . E‘ bene che osso ci venga 
incontro così come fantasma d’ una parente 
o d'un amico del quale s: preferisce dimen¬ 
ticare i difetti : perchè se ci aggredisse con 
la schietta c nuda immediatezza con che ci 
tocca l’ora presente che passa, non saprem¬ 
mo forse trattenere la nostra voglia polemi¬ 
ca ed ironica Queste musiche smorte invero 
non ci persuadono: il tono d’assonnata non- 
ealeuza, clic il ikMz prende a prestito da al¬ 
cuni modelli ben noti, è falso, Sentiamo trop¬ 
po facilmente clic, t quella realtà ch'egli vor¬ 
rebbe far mostra di rinnegare, non l’ha mai 
conosciuta uè riseduta : a quel modo stesso 
che la quotidiana mediocrità, ch'egli vorreb¬ 
be farci apparire risultato è somma di molte¬ 
plici rinunzie, fu accettata, noi lo sappiamo, 
fin «la principio con discreta rassegnazione. 
debolezza artificiosa di questo mondo crepu¬ 
scolare c provincinlesco, meglio mascherata 
nei Colloqui! di Cozzano, al quale ha ispi¬ 
rato radi accenti di poesia vera c commossa, 
:u queste poesie scritte col lapis invece si 
scopre tutta e palesa ogni suo vizio. Mondo 
povero c doppiamente decadente, perché gli 
mancano anche la perizia e l' astuzia musi¬ 
cale cite nascondono le lacune c le mende dei 
modelli stranieri, e soprniutto perchè invece 
d’esser nato o cresciuto come quelli nell’aria 
di Parigi, aria europea aperta 0 ’ quattro venti, 
riman chiuso nei limiti d’un'esperienza che 
non è neppure italiana, ma qunsi soltanto re¬ 
gionale, da Pascoli a Pan/.ini- Mondo non 
provmcìalcsco dunque, ma provinciale senza 
altro- 

E* «Ufficile prender tropi)» sul serio que¬ 
ste [>oesic e tesservi intorno un discorso che 
voglia parer critico. Talora ci s’abbandona con 
una coiai voluttà alla musica facile c con¬ 
tinua dei versi, come nei pomeriggi pigri ed 
tfosi dell’estate si rimane immobili ad assa¬ 
porare nella fiacchezza del dormiveglia il cau¬ 
to tenue c monotono «Luna fontana. Ma gli 
erróri c fi- stonature son poi tante clic basta¬ 
no a svegliarci troppo spesso c, clic è peg¬ 
gio, a ridestare in noi la coscienza del cri¬ 
tico. E allora ci s’accòrge clic il fluir tra¬ 
sandato «lei versi, il posto preminente che vi 
prendono le paiole più umili e meno signifi¬ 
cative, l'abbondanza vana e pur misera degli 
epiteti, certi aggettivi clic si npcton due c tre 
volte come nelle lettere delle donne, tutte le 
forme e gli atteggiamenti insomma «l'uno stile 
dimesso e prosaico non son voluti dal Pan ture 
in accordo a) tono della materia rappresen¬ 
tata, bensì son l’espressione spontanea d’nn 
attimo vuoto «li sensazioni c privo di stimoli 
Vien voglia di creder sulla parola al poeta 
quando ci confessa di non aver mente da 
dire-, e quasi si prenderebbero volentieri al¬ 
cuni suoi versi come la miglior descrizione 
t definizione «li tutto il libro: 

Non cV ; «è diudo, uè gioia, 
inni <*'è «è odio, tt) autore; — 
nullai Non r'è che un colore; 
il grigli), e un tarlo; la noia 

Semnichò venir oggi a dir male di queste 
poesie stampate sedici amu or sono e già di¬ 
menticate da' più (sebbene abbiali fatto al¬ 
lora, ei dicono, un certo 1 umore), sarebbe ri 


dtcolo. lì poi, quando si sia accettata l’an¬ 
gustia c la fragilità di questo piccolo mondo 
provinciale, non è privo d’un colai senso di 
riposo lo staio a guardare questi personaggi 
u uri li e scoloriti che vivono, nell'atmosfera 
casalinga e campagnola d'un «interno» di 
Romagna, In loio vita sempre uguale e senza 
r lievo. lì qualche volta anche essi hanno la¬ 
sciato per istrada con fortuna il tono idealiz¬ 
zato di maniera onde Pascoli aveva voluto 
m'ornarli, contiaffacendoli. Calo figure, tome 
ni esempio * signoria Lolla 1 la signorina 
della poesia « Figlia unica » sono nce.i vz/.»o 
dal poeta am unii simpatia clic non è s riva 
«h commozione. Potrebbe ad alcuno intei te¬ 
sare forse di veder come e fino a che punto 
da queste poesie derivino le opere success-ce 
ilei Moretti, in piosa novelle c romanzi. F.’ 
ciò che per l'appunto ha fatto, nel Cimncgiio, 
Eugenio Levi, il quale ha dedicato allo scrit¬ 
tore romagnolo mi sm* bel saggio clrnro cd 
aiguto, Per conto mio ne apprezzo soprauit- 
to, a «lire il vero, la parte critica e negativa : 
nè mi pare clic le prose del Moretti meritino 
l'interesse di questa mia cronaca «listratta, la 
quale vuol mantenersi fui che potrà al di fuori 
«Iella mìschia : nè le credo sni>oriori jkt feli¬ 
cità c compattezza alle sue poesie: e «ni pare 
insonniia che si tratti d'uno di quegli scrit¬ 
tori, i «piali non saprcbliero imporsi una volta 
per sempre al nostro gusto, aderendo profon¬ 
damente e schièttamente alla nostra umana 
realtà, um solo ci obbligano, se per caso ci 
accada una volta U'ìncoutrarli por via, ad un 
riconoscimento frettoloso c sommario. Talché 
neppur di qui deriva l’interesse che io ho pro¬ 
vato nella scoperta di questo vecchio libro. 

Ho già detto fin «la principio che, a com¬ 
perarlo, mi mosse sopra tutto mia curiosità 
erudita. Più precisamente il gusto di comple¬ 
tare con un numero nuovo la mia collezione 
de’ documenti per la storia ideale della no¬ 
stra moderna letteratura. Esprimere le ra¬ 
gioni per le «piali una siffatta storia, chi la 
scrivesse, dovrebbe riuscire (piasi |>er intiero 
negai va c polemica, equivarrebbe a ripetere 
cose già dette «la altri più volte, assai meglio 
eli'io non [>otrei ora, in questo scorcio di let¬ 
tera Fu appunto nostra perpetua vicenda, 
non so se più per colpa degli uomini o d’una 
condanna in qualche modo connaturata e fa¬ 
tale, che le nostre esperienze letterarie cre¬ 
scessero in un clima scompigliato tra mille 
divisioni regionali. F. spesso a<xudde clic gli 
atteggiamenti dei poeti d’oltr’alpe, introdotti 
fra noi privi d’ogni sostegno di tradizioni, 
pei dessero ogni lor sajxue travasati nelle for¬ 
me ristrette e immersi nell’aria stagnante c 
chiusa de’ nostri cenacoli di provincia. Come 
fu |>er l'appunto il caso anche dei « crepu¬ 
scolari », ai (piali il Moretti appartenne. Que¬ 
sta nostra smorta decadenza, riflesso fievole 
cd opaco del glorioso alessandrinismo euro¬ 
peo, e francese in ispecie, derivò, come or¬ 
mai molti sanno, da un grave c generai di¬ 
fetto di coltura Vogliam dire sia difetto «li 
coltura classica, clic induccva i più a trascu¬ 
rare le sorgenti della nostra miglioro tradi¬ 
zione, sia difetti di contatti con il pensiero, 
l’arte c la storia delle altre nazioni d'Europa. 
()h esempi c le epcre di alcuni grandi scrit¬ 
tori moderni c talora soltanto i nomi, ci ven¬ 
nero dalla Francia o dalla Russia o dnll'In- 
ghiltcrra, senza clic ci fosse qui una prepara¬ 
zione storica sufficiente a veramente com¬ 
prenderli, e così isolati c sradicali ci furou 
spesso di danno anziché di giovamento 'fal¬ 
che la nostra decadenza letteraria non fu se 
non uno dei molteplici aspetti d’una più ge¬ 
nerale c quasi totale ignoranza. 

Se molti ora proclamano «li sapere queste 
verità, lo stato delle cose può d ; rsi poi vera¬ 
mente mutato in meglio* Per mio conto, ne 
dubito assai. Quanto alla nostra tradizione 
letteraria, dal giorno in cui Ojettì ha chia¬ 
mato gli scrittori viventi a collaborarc alla 
raccolta delle più belli pagine dei grandi scrit¬ 
tori morti, tutti si cicdou diventati sapienti 
c conoscitori profondi d’una materia che ap¬ 
pare, a quelli clic veramente vi s'accostano, 
presso clic inesaurìbile E' vero che per \ più 
questa sapienza non va oltre la conoscenza ad 
orecchio di alcune opere più celebri : è vero 
che proprio quelle edizioni delle « più Indie 
pagine i* mostrali l’ignoranza c l’imperizia de¬ 
gli scrii tori giovani e vecchi posti a maneg¬ 
giare gli strumenti ignoti dì Quella critica 
storica filologica cd erudita, della quale pur 
è vezzo, conni ne fra loro, dir male, àia intanto 
sanno metter fuòri a tempo alcuni grandi no¬ 
mi c qualche citazione opportuna : e pu» 1 ) pa¬ 
rer a chi guardi all’inerosso che la coltura sia 
più profonda c varia : se pui ci si accontenti 
delle apparenze d'uno stile, che ormai non sa 
deporre la palandrana classicheggiante nep- 
pm (piando si tratti di recensire qualche in¬ 
felice- operetta «lei nostri giorni, Son abba¬ 
stanza recent: 1 casi d’un letterato italiano che 
per aver fatto sulle, prose «li Leopardi alcuno 
osservazioni, non abbondilo lì, nè peregrine 
tuli’ altro che impeccabili poi, ha ere- 
doto «li esserne diventato ad 1111 tratto let¬ 
terato, il «piale, avendo stampato certe in¬ 
felicissime riflessioni su Petrarca e una discre¬ 
ta antologìa di sentii «lei Magalotti, si è dato 
poi l'aria d'aver dissotterrato i nostri classici, 
(piasi mssnno li avesse fitti prima di lui. Que¬ 
sti casi sono assai istruttivi perchè mosti ano 


l’infezione dcH’ignoranza in quelli stessi clic 
vogliono parere tutti intenti a combatterla. 

Quanto alla collina corolla poi siamo al 
plinto di prima, lì non solo si continuano ad 
inlroduire (senza molla virtù «lì discernimento 
d’aitra parte) gli scritti «lugli autori più re¬ 
centi, a comprendere ì (putii veramente od in¬ 
teramente occorrerebbe una più larga cono¬ 
scenza delle tradizioni letterarie euroi>cc : ma 
già c’è poi chi, sconfortato o troppo audace, 
parla d’intcr'rompctc senz’altro anche i deboli 
vincoli che ancor ci legano, sebbene mala¬ 
mente, alla vita d’Europa. Perché, già si sa, 
gli Italiani non hanno bisogno d’imparar nulla 
da nessuno. La «piai constatazione è senza al¬ 
cun dubbio di grandissimo conforto, per tutti. 

Guarda un po’, amico mio, dove m'hau con¬ 
dotto, in quali difficili pantani, fra teorie c 
polemiche, le tuie vìsite ai librai antiquari e 
le poesìe di Marino Moretti ' Tanto lontano 
ni’lian trascinato, che ormai non mi rimati 
più tempo nè spazio per raccontarti le altre 
mie scoperte, ch’crau forse, o mi parevano, 
più varie cd intm'ssftntì. Ma sarà, se non ti 
dispiace, per un'altra volta. 

SILVESTRO GALLICO. 


Giovanni Amendola 

Riceviamo dal Senatore Giuntino Fortunato 
«pteste parole di commemorazione di Giovan¬ 
ni Amendola, c volentieri le pubblichiamo, 
)>erchè non solo possano portare nella patria 
dell’Estinto la testimonianza d'affetto (lei di 
lui illustre Amico, ma anche perchè la parola 
del Maestro esaltando nel Baretti la figura 
di Amendola suona mònito agli animi incerti 
e sconfortati e ancora una volta indica l'e¬ 
sempio c la mèta ai giovani che seriamente 
si preparano alle vicende future. 

Napoli, 7 luglio ' 026 . 

Entrò nella Camera de' deputali, insieme 
con Arturo Labriola — fufi’è due onore del 
Mezzogiorno continentale , — dopo che io n: 
ero uscito; rd egli, il diletto amico ‘f miri 
armi migliori, pMojameifit* moriva il 7 aprile, 
or sono tre mesi, a Cannes, in Francia, 

Noti altri piu' spiritualmente e cultura -- 
11101 ( 1 : di lui aveva, quaggiù', dato fa genera’ 
rione posteriore alta mia, «è afiri piu' sicuro 
promcttitotc di efficace e irti Sa opera avve¬ 
nire; un non so che di rcJigiC'a austerità ri 
accom/’rtgmrea col fervido adamantino suo 
carrt/fcre, c bette la democrazia liberale Po¬ 
teva gloriarsi di averio a capo. Scultorie le 
parole con cui Roberto Fracco ha compendia¬ 
to il suo animo : « egli non disse mai* e non 
pensò mai, io sono, io voglio essere, io sarò ». 
Net rileggere le lettere a me direfie lo scorso 
anno, in quella drt 25 novembri*. rientrato in 
Fonili /mi' tempo dopo il triste caso occor¬ 
sogli la notte del 15 luglio sti fa strada di Pi¬ 
stoia, mollo oii fiau colpito le sue espressioni 
fi 11 ali : u conosco ìl vostro sentimento», egli 
mi scriveva ; » e, purtroppo, esso è il mio sen¬ 
timento stesso, Solo, in piu', una fede ope¬ 
rosa ed ostinala , che prescinde completamen¬ 
te dal successo (ormai, definitivo insuccesso ) 
della mia vita politica, e dalla storia dei' pros¬ 
simi venti 0 IrenC anni. .Ma poiché In lede 
non si discute, quando ragioneremo, ci tro¬ 
veremo sempre d'accordo ». — E d' accordo 
ri /rt>?n»<mo fti/fimu rafia che fu qui, la sera 
del 27 dicembri-, mio commensale. Nel la¬ 
sciarci, nulla egli mi acccutiò del proposito 
e della necessità di muovere per Fungi, onde 
sottoporsi a grave operazione chirurgica; nè 
altro poi io seppi fin quando, casualmente 
ini giunse notizia del grave improvviso peri¬ 
colo di sua vita «■ dell 'affrettala <uu partenza 
per la cittadina delle Alpi Marittime. Ivi, 
immediatamente, io gli scrissi; ma la lettera 
non arrivò se non dopo che egli era spirato, 
poco prima dell'alba, le mani tu quefie del 
figlio e del fratello: nc il dolorosissimo an¬ 
nuario, che moiico e misterioso lardò tanto 
io mi ebbi se non a mezzo del fido suo di¬ 
scepolo Umilio Scaglione, cui mi è grato ri¬ 
volgere pubbliche grazie. 

Gii ;stino Fortunato. 


Con soddisfazione conatatlnmo che 11 nostro 
giornale è «(ignito con simpatia ; lo suo diffu¬ 
sione si mantiene inalterato e i nostri abbonati 
e destinatari non respingono copio alcuno. 

Siamo dt ciò lietissimi : ino non ci «tanche- 
remo mai di ripetere che se si fa un piacere 
trattenendo li giornale, ce ne fanno due respin¬ 
gendolo «e non si intonile di pagarne «ubilo l'ab¬ 
bonamento. 

Rimane quindi bene inteso clic tulli (Moro l 
quali non cl respirigeronm» Il presente numero, 
ce ne rimetteranno l'imporlo «I più presto, senza 
farci «pendere in richieste personali o in spedi¬ 
zioni «U tratte. 



Pag. 9B 


IL 


BARETTI 


Note sul teatro romeno 


La Romania, scolta avanzata della latitili A 
in Oriente, dopo secoli di incertezza, fedele 
ai suoi legnini intellettuali e morali, nel corso 
di un secolo ora si è posta in piena luce di 
civiltà. 

Le malie» delrOricntc non ebbero presa in 
terra romena e ai Romeni piace tuttora «li 
considerare 1 * ini paratore Traiano come il loro 
fondatore. 1 legami coti Roma potrebbero es¬ 
sere fatti risalire alleile più oltre, all’epoca in 
cui gli antichi re della Dacia avevano stipu¬ 
lato trattati che per loro significano prio¬ 
rità di civiltà sui vicini, Ma sarebbe difficile 
dire «piale poteva essere il destino della Da¬ 
cia se Traiano non fosse intervenuto nel 102 
d. C soffocando le pretese di chi si sforzava 
di neutralizzare l'influenza romana e «li stabi¬ 
lire i fondamenti di un impero dacico; impero 
che sarebbe divenuto una minaccia per le pro¬ 
vinole romane al sud del Danubio c ancor più 
per le tribù daeiche già cosc-enti che la più 
sicura possibilità di prosperare era posta nella 
protezione romana. 

La letteratura romena si sviluppò con ca¬ 
ratteri etnici particolari c «piando ricorse a 
modelli stranieri, più che hll’Oriento, ricordò 
l'antica parentela latina, 

Le vecchie praterie, ora bionde di spichc, 
i boschi di abeti, di ontani, di sicomori, in¬ 
gemmati di sorbi, furono agevole culla «li 
innuiucrabiH leggende a cui si rifecero i pri¬ 
mi letterati romeni: poesia pervasa di impeti 
eroici c di mnKncoiint, d’ineffabili sottili sen¬ 
sazioni di cui è prodiga la natura in tali in¬ 
cantevoli contrade : priva di preziosità, in 
contrasto con Parti orientali, limpida c sin¬ 
cera interprete di passioni c di impresaioni. 

Non sono molti anni che gli scrittori ro¬ 
meni s'indugiavano ancora a rimpiangere la 
antica vita patriarcale distrutta dalle esigen¬ 
ze dello stato moderno. Oggi la Romania let¬ 
teraria scende in lizza anch’cssa per le nuo¬ 
ve forme c i nuovi valori. 

Il teatro in Romeni* sorse tardi, circa cento 
anni fa I due principati di Moldavia c eli 
Valacchia erano ancora separali c le condi¬ 
zioni del paese incerte c disagevoli. Il teatro 
in quell’epoca non ebbe voce propria: si ap¬ 
poggiò alle traduzioni del repertorio classico, 
poi, per opera specialmente del Campineanu, 
a traduzioni e riduzioni del repertorio fran¬ 
cese cd anche, limitatamente, «li quello ita¬ 
liano, Tentativi poco aderenti allo spirito ro¬ 
meno, destinati a passare fra 1*indifferenza. 

Nel 1831 una compagnia d’opera italiana, 
giunta a Jassi, allora capitale del principato 
di Moldavia, recitò una produzione intitolata 
Stefano il grande a .V «falliteti ispirata alla sto¬ 
ria nazionale romena ; il successo fu pei ha 
prima volta schiettamente entusiastico, La 
opera, clic non aveva grandi pregi, fu prcs’o 
dimenticata, ma con la sua esaltazione dei va¬ 
lori nazionali, indicò la via per appassionare 
il pubblico, c per essa si misero i primi au¬ 
tori drammatici romeni, I nuovi tentativi fu¬ 
rono numerosi : uno fra i molti, la Matilde di 
Cesate Iìotiac rappresentata nel 1S36 ebbe 
particolare successo. 

Nel 1S40 Basilio Alcxandri, una delle fi¬ 
gure più rappresentative, non solo della let¬ 
teratura, ma anche della storia del Risorgi¬ 
mento Romeno, incaricato, col Kogaln>cear.u 
e col Negruzzi, ancor noto come nov.'HuTe, 
di dirigere il teatro di Jassi. vi fece rappre¬ 
sentare una sua produzione intitolata Re 
Giorgio di Sadagoura, dove gli insegnamenti 
della recita del 31 erano applicati c svilup¬ 
pati. In Re G ì orgio la situazione miserrima 
del popolo ngitantcsi fra boiardi c contadini, 
ebrei e cristiani, tiranni e tiranneggiati, si ri¬ 
flette in uno specchio fcrrxrc, Ognuno rico¬ 
nobbe gli avversari nei personaggi fustigati 
dall’Autore e applaudì la diatriba. 

Postosi sulla via della verità, l’Alcxandri 
la seguì non ostante gli ostacoli della cen¬ 
sura, Jassi in carnevale dove l’autore aveva 
tradotto, in scene piacevoli e grottesche, le 
ombrose ansietà della polizia allora sempre ti¬ 
moroso di cospirazioni, scatenò la collera del 
governo, ma la commedia potò essere rappre¬ 
sentata, La soglia della casa, Le nozze ville- 
rcccie ottennero altrettanto successo c scan¬ 
dalo. 

Mandato in esilio in seguito alla rivoluzio¬ 
ne di Jassi, PAlcxandri ritornò in patria nel 
1850 alla caduta di Michele Stounlza e riprese 
dalla capitale moldava la sua attività artisti- 
co-polìtiea. In tre produzioni consecutive creò 
un tipo di ridicola borghese arricchita, una 
specie «li iWc)diT»i* A njj«d moldo-vnlaooa, La 
signorina Chiritza, che rimase proverbiale in 
Romania. E del tipo dell’usuraio ebreo, allora 
tanto aspro in Romania come in Russia e in 
Polonia, si ebbe un quadro impressionante 
nelle Sangui«lei villaggio. L'avaro pro¬ 
digo narra di un padre avaro per amore pa¬ 
terno, di mi Aglio vizioso c ingrato, c del con¬ 
seguente tra]lasso del padre «lidi'avarizia alla 
prodigalità, sino a non risparmiare, giunto 
alla fine dei suoi giorni, l’uUimo ducato. Tea¬ 
tro di focile successo, scritto per il popolo, 
c sempre, tanto quando combatte la lotta po¬ 
litica, come quando si raccoglie a sostenere 
tesi morali, improntato a propositi educativi. 

Dopo la riunione delle due provìncte sotto 
il principe Conza, l’Alcxandri assurse alle più 
alte cariche politiche, ma non abbandonò d 
suo teatro e in genere la letteratura del suo 
paese. .. .. 

Sulle orme dcirAluxnndri si posero ri Millo, 
che fu pure attore e uno dei maggiori inter¬ 
preti dei lavori del maestro, l’Hasdeu col 
Rasvtm e l'idra, l’Urechia e molti altri, ma 
l’opera loro fu soltanto di ulteriore prepara¬ 
zione c troppo sfiesso soggetta unicamente ad 
intenti politici. Se all'Alexandri spetta l’o¬ 


nore di aver fondato un teatro nazionale in 
Romania, questo teatro raggiunse la sua pri¬ 
ma vera gloria soltanto con Giovanni Lina» 
Caragiale. 

Mentre il paese era in pieno tormento, Jou 
Luca Caragiale «Ini banco «li uno birreria del 
centro di Bucarest prestava orecchio alle dub¬ 
bie espansioni della gente che vi veniva a com¬ 
mentare le alterne vicende nazionali : la stes¬ 
sa gente che era sfilata per la Calca IV et orici 
- maggior corso di Bucarest - vociando contro 
il governo, non appena esso si era consoli- 
dato, si prosternava in adorazione. Spettacolo 
no>: nuovo, ma sempre buffo e pietoso. Il Ca¬ 
ngiale se ne interessava molto e il banco de! 
suo si>accio di birra diveniva la cattedra della 
sua ironia. 

Era nato nel 1853 da una famiglia di at¬ 
tori, c aveva passato i primi anni della gio¬ 
ventù fra le scene La vita nomade da un 
paese all’altro d«.lla sua terra gli aveva im¬ 
pedito di seguire un corso regolare di biudi, 
ma già «la bimbo una uatmnlc tendenza al¬ 
l’arte, lo aveva appassionato alla lettura c gli 
aveva foggiato l'anima generosa che lo resse 
durante tutta la vita, ni alternative di feli¬ 
cità e di sconforto, di agiatezza e di povertà. 

Negli anni in cui peregrinò al seguito dcllf 
compagine randagie, il giovane Caragiale si 
era assunto il compito del suggeritore. Rara¬ 
mente c senza entusiasmo affrontò le luci 
«Iella ribalta : proferiva rimancisenc nascosto 
c isolato a valutare da solo le commedie c t 
drammi che venivano recitati, presto mandò 
alle scene i suoi primi saggi e il buon esito 
non lo guastò: diede, sempre gioioso e bona¬ 
rio, numerose produzioni con la stessa super¬ 
ba prodigalità con la «piale disperdeva i prov¬ 
videnziali guadagni. Salito in fama ebbe la di¬ 
rezione di varie riviste letterarie e anche di 
alcuni teatri. Uomo di parte passò gli ultimi 
anni nella Transilvaiiia lottando con la pen¬ 
na e con la parola per i fratelli di sangue 
oppressi dal giogo straniero. Mori a Berlino 
nei toi 2, 

Ironista sottile, il Caragiale nelle sue com¬ 
medie tracciò lui quadro più brioso clic amaro 
della crisi sociale e psicologica del suo paese 
c con una gioiosa mordacità strinse tutto c 
tutti nelle sue reti: smascherò ipocrisie, scal¬ 
zò menzogne, sveto semplicionerie, ma senza 
piglio oratorio, con il tono dello scettico che 
crede poco al miglioramento soeialc. La let¬ 
tera perduta e Scene di carnevale sono capo¬ 
lavori del genere. Ma queste e altre mime- 
rose commedie del nostro autore hanno carat- 
tcrc del tutto regionale c non troverebbero 
comprensione in altri parsi. Il Caragiale le 
scriveva per polemizzare con i suoi conterra¬ 
nei c la polemica si frantumava in osserva¬ 
zioni minute, in particolari «la cronistoria, 
preziosi per un romeno, insignificanti per noi. 

Egli toccò più alte vette e varcò i confini 
della patria abbandonata, la polemica ch’era 
fine a sò stessa, diede vita alle creature della 
sua fantasia. Nelle commedie aveva introdotti 
«otto veri o falsi nomi, gli uomini del suo 
paese e del suo tempo : nelle novel'e e 110I 
dramma invece creò nuove figure con tanta in¬ 
sistente c vigorosa* penetrazione che l’opera 
non ci interessa soltanto per la veste caotica 
ma soprntutto per la sua profonda e spasi¬ 
mante umanità, per Tumvcrsalità raggiunta 
senza apparente fatica. 

Le novelle sono in gran parte di soggetto 
rusticano. I seguaci dell’Eminescu, imbevuto 
di, pessimismo, avevano dato alla letteratura 
un senso di soffocazione Quasi per reazione 
i novellieri erano corsi in piena natura, e sotto 
il sole della aperta campagna e le ombre dei 
boschi avevan fatto fiorire idilli c esplodere 
drammi rusticani. 11 contadino è un buon sog¬ 
getto per le passioni elementari e di elcmen- 
tarismo si aveva bisogno dopo le complica¬ 
zioni dei romantici e le involuzioni «lcH’Enii- 
ncscu. Ma la nuova corrente die credeva di 
aver trovato senz'altro hi buona vìa, fu facile 
a confondere la maniera con la semplicità, l’ac- 
cari e lirismo con la verità. Jon Luca Caragiale 
si salvò dai nuovi difetti. Scese a contatto con 
la vita del contadino c la descrisse con salu¬ 
tare realismo, interessandosi alla vita come 
essa è, e cogliendone i momenti più significa¬ 
tivi. Scrutatore acuto dell’anima umana, indi¬ 
rizzò tutte le note «li realtà a culminare e su¬ 
blimarsi in essa- Segnò un’orma incancellabile 
nella letteratura romena. Le sue novelle fu¬ 
rono tradotte in tutte le maggiori lingue eu¬ 
ropee, compresa la nostra 

Scrisse un solo dramma : Napasta, tradotto 
anche in itali,ano co) titolo Lo scempio. Il suo 
successo data dal 1890 e si mantiene vivo an¬ 
cor oggi, nel Teatro Nazionale di Bucarest do¬ 
ve è Compreso nel repertorio permanente, c in 
tutti gii altri della Romania. 

Fu paragonato alla Potenza delle tenebre 
Fra ('immane drammaticità dell'opera del Tol- 
stoi e la contenuta disperazione di Pia Pasta c’è 
qualche analogia, ma aneltc la differenza che 
passa fra lo spirito tormentato «li uno slavo 
c più particolarmente «li un russo, e lo spirito 
più pacato di un latino. Scapasi a non si af¬ 
ferra a quella suggestione deH'ignoto ch’ò tan¬ 
ta parte della Potenza delle Tenebre : tiene fede 
all'energia individuale dcll’iiomo e ai suoi 
sforzi per lottare contro il giogo delle avver¬ 
sità. 

Il torvo dramma rusticano del Caragiale è 
un dramma di coscienze che si sviluppa in 
tutta la sua terribilità, c corre al suo fine, 
in imo spasimo solo, con le sole figure essen¬ 
ziali. In esso vi sarebbero gli estremi del 
drammone da arena, ma la materia è domi¬ 
nata dalla vigilanza artistica dell’autore. Il Ca¬ 
ragiale usò i mezzi che giungono primi allo 
scolio, intonò l'opera in tono maggiore- c in 


tono maggiore la mantenne senza esitanze, 
senza soste, dandole un valore dì stabilità, 
in cui ogni elemento forte rientra c s'inqua- 
dra, Scure, coltello, sangue, cani pane, arnesi 
da far inorridire un autore moderno, vengono 
qui in piena luce c composti in tragica unità. 

Dramma di ben trcntnsci anni fa, vecchio 
nella sostanza e nella forma, ma ancora vivo 
e vigoroso- A differenza degli altri generi let¬ 
terari, il teatro in Romania, stenta a distri¬ 
carsi dagli schemi del passato. Gino Cori af¬ 
ferma clic « la Romania può aver avanzato in 
«juci generi letterari che si rivolgono sopra- 
tutto alle classi e alle persone colte; o se non 
altro, alla osservazione e alla pacata rifles¬ 
sione, ina è rimasta sostanzialmente statica 
nel campo teatrale», Soltanto un autore, ge¬ 
niale, come doi>o il Caragiale la Romania non 
ebbe, sarebbe forse riuscito u far apprezzare 
nuove fonne. 

Dopo il Caragiale imperò in modo quasi as¬ 
soluto il dramma psicologico borghese di stam¬ 
po francese : periodo di rifacimenti e imiti», 
/.ioni, poco ‘vgnificalivo. 

I rappt rii con la Francia sotto ancor oggi 
strettissimi anche perchè le maggiori attrici 
«lei Teatro Nazionale di Bucarest, come Ma¬ 
ria Ventili a, la Voieulcscu, Elvira Popcseu, 
appartengono pure alla Comedi è Frauvaìse e 
ad altri teatri parigini. 

La ploriti/ onc teatrale di questi ultimi an¬ 
tri, spesso ardimentosa, pur vantando qual¬ 
che saggio ili non comune interesse, rimane 
nel rampo delle ricerche c delle promesse. 
Scarlat Froda, Igcnn Fiorii, Adrian Manin, 
Camillo Pctroscu cercarono «li accostarsi con 
vari, ma non mollo significativi risultati a una 
Urite cor tento di poesia sintetica. Ossip Dy- 
inov si mise sulla stessa via, ma, pur volendo 
sorpassarli, il suo .Vyu, dove la mmiicr^ co¬ 
mune è ancor tutta viva, non s’clcva dalle 
mediocrità, Victor Eftimiu, più ardito che ori¬ 
ginale. ercò il dramma espressionista rome¬ 
no e fu efficace in Don Giovanni c special¬ 
mente in Prometeo e II Gallo \'cro. Il Popfl 
con la Cena rivelò un ingegno fervido ma 
non sempre realizzatore. Il Minulcscu più li¬ 
rico che commediografo, è mi simbolista di 
valore. 

Per concludere, al presento instabile, che 
pur seguiamo con simpatia, preferiamo per 
ora il passato, anche se remoto, perchè pog¬ 
giato su basì assai più salde. A nostro av¬ 
viso però, sarebbe inesatto o prematuro par¬ 
lare m senso assoluto di affermazioni del tea¬ 
tro romeno, ina altrettanto errato sarebbe tra¬ 
scurarne il valore nel novero delle forze dram¬ 
matiche europee. 

Rkto Rokdkl. 


Ritorno alla Cultura 

Del problema della cultura si è detto forse 
poco in Italia, o almeno incompletamente. 
Noti die non si sin dettò e scritto sulla man¬ 
canza doH’istruzionc nel popolo, vuoi analfa¬ 
betismo vuoi non-interessamento alle cose del¬ 
l’intelletto, ma si è riguardata la cosa da un 
punto «li vista troppo facile c, direi, «li poli¬ 
tica amministrativa, riferendosi all'c-levaniento 
delle classi basse o, ammettiamo pure, delle 
classi «li media cultura Ma la questione della 
istruzione o cultura degli studiosi non si è 
toccata ancora : cioè non si è parlato ancora 
di cultura vasta e profonda per gli specialisti 
della cultura medesima: non si è detto ancora 
che un matematico od un clinico sarebbero 
migliori se sapessero di Dante e di Leopardi, 
e che un cultore di scienze economiche <!o- 
vrebbe anche conoscer la tomistica o, purches¬ 
sia, Kant o Hegel. 

11 concetto andato sin ora per la maggiore 
è questo : allorché uno studioso di determinata 
disciplina la coltiva anche con risultati non 
gli si chieda nitro', se sa di geografia «li lettere 
di scienze insieme. S’intende che con l’oppo¬ 
sizione n questo principio non si vuole cancel¬ 
lare per lo studioso la specializzazione, cac¬ 
ciandogli a forza in capo una cultura «li tipo 
Iconanlcsco : ammesso anche che cosi fosse 
l’ideale, non a questo si pretende poiché |>o- 
trebbe il troppo di estraneo iar deviare l’atten¬ 
zione dalla disciplina abbracciata; dovrebbe 
bastare che lo stu« lioso si tenesse al cori ente 
«lei movimenti fuor di casa sua, compiacen¬ 
dosi degli estranei magari col segreto intento 
«lì assimilare tutto a maggiore edificazione 
della sita professione e dei suoi studi speciali. 

Certo clic se oggi ci si lamenta che il po¬ 
polo, anche degli agiati, si disinteressa delle 
pubblicazioni, degli avvenimenti della cultura, 
c solo pensa a sbarcare il lunario, a divertirsi 
o a far denari, c’è pure da rilevare il fatto che 
proprio codesti fabbricatori della cultura, clic 
trovano ghiaccio ne! pubblico, a loro volta 
hanno stille .spalle il fioccato di vivere tra di 
loro come in mondi disparati, mostrando cia¬ 
scuno ripugnanza del genere di cultura «Id¬ 
ra Uro, Uisinteressandosi sempre Io scienziato 
«lolla letteratura ed il letterato della scienza. 
Mentre in Francia, ad esempio, la grande cul¬ 
tura e la grande letteratura sono tutte conteste 
«li nessi sottilissimi tra le più varie attività, 
tra i più divergenti interessi dello spirito. 

La mancanza di queste relazioni è, in Ita¬ 
lia, proprio il difetto del nostro tempo che ci 
ha regalalo il frammentismo dalla poesìa alla 


cultura, dalla vita alle concezioni. Per cui si 
pensa con un pensiero lucido, striato, sj>ccia- 
li/iralo, puro, a schemi, n ruolo. E il caso più 
tìpico è forse quello di Baldini che ci dichiara 
apertamente d'iiìlHchinrsi di tutto ciò clic noti 
è letteratura. 

Eppure l'affermazione non è poi da risol¬ 
versi «o 1 alla lesta poi di è vera mente il lette¬ 
rato deve Ih ne, se non lavora sul vuoto, avere 
una materia; pi a ter ic le più disparate anzi sono 
traducibili in bella letteratura e di qualcosa 
s'ha da trattare ehè anche per l'interpretazione 
«Iella vita più piccola e quotidiana ci vuole 
sempre «pici fio’ di lume clic la ragione, le 
conoscenze, la volontà, in timi parola la cul¬ 
tura, ci pomon fornire. 

Io non vorrei però che da questo mio dire 
«puliamo giocasse ; tri filo di rasoio della cul¬ 
tura dei letterali e nc cavasse l’argomenta¬ 
zione clic, per essere, la letteratura debba con¬ 
tornarsi «li storia, «lì scienza e d'erudizione, 
che l'apprezzamento letterario debba tenere 
nel doveroso conto detti clementi, e clic in¬ 
sani ma si torni indietro nella storia del gusto- 
c: letico c si annulli quindi la lezione del Croce. 
Croce anzi ci dà il buon esempio, egli ch’ò un- 
uomo di grandissima cultura e di vaste cono¬ 
scenze nella minuta erudizione (e uc dà prova 
in quelle sue riesuinazioni del mondo napole¬ 
tano degli scorsi secoli, e si compiace della 
citazione rara c molto della notizia aneddo¬ 
tica). senza clic questo gRiinpcdisea di conser¬ 
vare integro lo spirito della sua critica lette¬ 
raria die va diritta alla scoperta del bello. 

L'ultima generazione letteraria non ha te¬ 
nuto c<mto di «fiiesto i risegli amento implicito 
del Maestro, illudendosi che la personalità de! 
Croce si dovesse comixMidiare in (fucile for¬ 
mule — rispettabilissime, e ne diamo pieno- 
ric«moscimeiito, — che non sono che una parte 
«li essa personalità : com’era fucile, si è potuto 
dimenticare Tuoiiio c ri suo metodo di studio 
facendo nascere da questa scappata da spen¬ 
sierati quella creatura che adesso dovendo farsi 
grande non può resistere a nuovi anni perchè 
costituzionalmente deficiente cd è per tirare le 
cuoia: parlo della letteratura pura. D'accordo 
che l'arte non è altro che arte, e clic essa crea 
le sue opere anche dal nulla: ma ì letterati, 
ahimè, non sono tutti artisti, bensì semplice- 
mente —- e in maggioranza — scrittori. 

Se i letterati penseranno di j>or mano al pro¬ 
blema v si vorranno giovare delle più varie 
esperienze che la vita suole in diverso iqodo- 
concedere, credo che ne potrà uscire una let¬ 
teratura più robusta, che potrà interessarsi 
nin da vicino delle cose del secolo c darà luo¬ 
go alla poesia, clic senza una vigorosa espan¬ 
sione dì vita non nasce, e incidentalmente sarà 
avvicinabile dalle classi che oggi vivono cosi 
lontane da noi. 

I.a cultura per lo scrittore, letterato che 
sìa, va considerata da un punto di vista pro¬ 
prio, creativo, non come fine a se stessa ma 
come lievito nel pane dell’esperienza indivi¬ 
duale. Oggi si richiamano i letterati ad una 
maggiore aderenza col mondo, clic è pur sem¬ 
pre popolato «li u cristiani n geneticamente ti¬ 
gnali, acciocché per cantare poesìa si sia pa¬ 
gato il proprio tributo d'umanità. Vogliamo- 
sentile «li nuovo i letterati che ci parlino rii 
che cosa giovi a fecondar le biade e dell'arte 
di costruire t ponti c delle cose «li Francia c 
di «fucile d'AUcmngna, non, si badi bene, per 
deporre la penna c innalzare la fiaccola della 
reienza tua per esser compiutamente uomini, 
Umanistica mente uomini, consapevoli e dotti, 

Sandro /Hrarojni 


Le Edizioni del Barelli 

E' uscito : 

FRATE JACOPONE 

di NATALINO SAPEGNO 
L IO 

Breve, esauriente monografia sulla singolare 
figura del beato taderlìno. Non ò un’apologià, 
nò un* demolizione: nm una ricostruzione, 
fomlata su basi rigorosamento storiche, del¬ 
l'uomo c del poeta. La figura dì Jacopcme viene 
delimitata nello sfondo del suo tempo, con una 
precisione c compiutezza ignoto ai critici che 
hanno precoibito il Sapegno, il quale anche por 
non vomuni doti di scrittore si rivela critico di 
razza. Suggestivi sono gli accostamenti tra la 
lirica religiosa «lol frate, e la lirica amorosa con- 
temporanea- i lettori troveranno in questo vo¬ 
lume uni» nuova valutazione della letteratura 
nostra del duecento finora pascolo di eruditi 
c di csteti, 

Si spediscono franchi di porto contro vafflia. 


Direttore Re.spomabde Piero Zanetti 
Tipografia Sociale - Pinerolo 1926 



MENSILE 

ABBONAMENTO 


SOMMARIO i B. CROCE: U ptrol» • Vari* — S. CARAMELLA 

Italo Svavo — S. SOLMI: Umbarlo Saba poeta. 

La parola e l’arte 

Nel leggere scritti come ciucili recenti dello 
Spitzer, su « l’arte della parola » e la « scien¬ 
za del linguaggio» (i), piovo (e voglio con¬ 
fessarla) roncsln gioia di dii, tanti anni fa, 
inserì nel terreno una pianticella e- la ve<le ora 
cresciuta in albero robusto e fi ondeggiante : 
Cresciuta per opera di agricoltori elle meglio 
di lui erario in grado di attendervi, e che han¬ 
no fatto e fanno «indio clu :l diverso specili'- 
carsi dell'attività a lui toglieva di fare, o di 
fare nella misura necessaria, e che perciò, sen¬ 
za quell’altrui intervento, sarebbe forse perito 
per mancanza di cure o sarebbe rimasto come 
una pianta selvatica e poco sviluppata. In¬ 
tendo della mia identificazione della filosofia 
del linguaggio coti la filosofia della poesia o 
dell'arte in genere, e della conseguente mìa 
identificazione della storia concreta del lin¬ 
guaggio con la storia «Iella poesia u della let¬ 
teratura. Ai recenti lavori del Vossler in que¬ 
sto proposito (.'Jn/.of/zc sut Sbrodi^ltilo\of>liH‘, 
Gcist «ut 1 Kulltn in do Spructie) si aggiun¬ 
gono i parecchi dello Spitzer e di altri in Ger¬ 
mania, e in Italia quelli de! lìcitimi, del Car¬ 
toli e delia loro scuola. Ormai ri è ben com¬ 
preso che studiare la lingua non si può se 
non come linguaggio e perciò in funzione del¬ 
lo spirito del parlante, e elio in «incito studio 
il linguaggio degli originali scrittori *c alme¬ 
no tanto importante quanta le anonime crea¬ 
zioni linguistiche che a ogni istante si ven¬ 
gono attuando e divulgando, e neilc quali uni¬ 
camente si faceva consistere un tempo lo stu¬ 
dio della lìngua, e che, anzi, quel volgere l’at- 
tenziono alle personalità degli scrittori vàie a 
dimostrare in grande Tuiiivcr&ale processo 
della creazione linguistica, li’ chiaro clic lo 
studio linguistico degli scrittori fa titubino- 
con lo studio integrale di essi, con quella che 
si chiama In critica o la storia letteraria che 
si prende a oggetto; e i critici letterari si sono 
sempre spinti dalla detenni nazione del motivo 
generale ispiratore di un'opera allo svolgi¬ 
mento dì esso in tutti i particolari, clic ì gram¬ 
matici e retori astraggono come cosi- dì lin¬ 
gua e di stile; e parimente i linguisti, nel 
prendere ad esame la lingua di uno scrittore, 
sono spinti, se vogliono muovere nella buona 
via del vero, a risalire al motivo ispiratore, 
come all’aniina del tutt«> che esaminano. Per¬ 
ciò mi piace molto che Io Spitzer accetti il mio 
.<0/1011 iridivniioim e//«T/ii/f (che si i-ontrapixme 
al detto scolastico e chiude ni sè tutta l’asser¬ 
zione della filosofia moderna contro l’antica <-- 
medievale); e piò ancora che egli metta in 
guardia contro il mcccanizznmento clic po¬ 
trebbe accadere dello studio linguistico degli 
scrittori, avvertendo che bisogna così studia¬ 
re solo gli scrittori pei quali si prova simpatia 
e interesse, e inculchi l'amorosa lettura di 
quegli scrittori conio il fondamento di ogni 
ulteriore lavoro e il punto dì riferimento di 
tutti ì sussulti clic via via si domandati^ alle 
più varie ricerche, Mi torna a mente il vec¬ 
chio nostro maestro I)e Sancìis, e il valore pri¬ 
mario clic egli dava alla lettura fatta con 
abbandono, a «niella che egli chiamava la 
b schietta impressione », condizione per lui «U 
ogni critica: quando quell'imprcwiooe non si 
è prodotta o si è lasciata raffreddare, nascono, 
egli diceva, tutte le fatue questioni e gli ar¬ 
bitrarli gimlizii intorno all'oliera d'arte. 

Ma che debba accadere, ora, che i critici e 
storici della poesia siano costretti a richiedere 
ai nuovi linguali il ricambio di quoU’aiiito 
che già a questi porsero per la considerazio¬ 
ne della poesia come individualità o come 
personalità clic si «bea? Una pagina dello Spit- 
y.er mi fu ripensare a tale evenienza. » T,e mie 
conversazioni col Worringer (scrive nel primo 
dei due articoli citati, p. 171) mi resero chiaro 
che la successione degli indirizzi nella scienza 
dcH’arte e della letteratura corre inversa a 
quella della scienza «lei linguaggio: mentre 
1)nelle due pr«)CCtlòno dapprima dal grande in¬ 
dividuo creatore, hanno coltivato la grafolo¬ 
gia o fisiognomica stilistica dalla loro orìgine 
fiomantìca) e ora progrediscono a una Storia 
detratte .««orzi? «irridi 'cfr. il suo riflesso lette¬ 
rario. la Storia letteraria senza letterati del 
Wicgaud); cioè a una sorta «li grammatica 
«Ielle attività nitistielle, la scienza del linguag¬ 
gio fauci Tesso romantica) muove dapprima dal 
popolare, «Ini sopraimhvicinale e approda «mio 
oggi al singolo e alla sua lingua. I.a scienza 
dell' arte grainmatichcggia, la scienza del fin- 
gu.iggio «'individualizza. Questa successione 
storica inversa dei periodi scientifici si spi g«* 
agevolmente- con la particolare conformazione 
degli oggetti considerati : la lingua è anzitutto 
comunicazione, Fai te anzitutto espressione, la 
lingua anzitutto sociale, l’arte individualìstica. 
Perciò, solo dopo un gran v.ifTinamcuto delle 
relative discipline, la lingua potò essere trat¬ 
tata anche come espressione e l'arte anche co¬ 
me comunicazione I.*individuo, dal quale un 


BARETTI 

Le edizioni del Baretti Casella Postale 472 TORINO 

per 11 1926 L. 10 - Estero L. 15 • Sostenitore L. 100 - Un numero separalo L. t - CONTO CORRENTE TOSTALE 

Anno III - N. 8 - Agosto 1926 

Fondatore : PIERO GOBETTI 

: La critica cb» non c‘A - UMBERTO FRACCHIA : U «Iov«r« «l*fll1 latalU«MU - V. O. OALATI : Croca allo aptcchlo - A. CAVALLI : Slmbollimo francavano - U. MORRA DI LAVRLANO 


\\ òiniin prescinde, è il punto di mira di un 
Vossler ». 

Per fortuna, questa inversa vicenda è un 
caso più-ricolme alla Germania, elio noti si ri¬ 
trova o assai debolmente in Italia; e a noi pa¬ 
re troppo lic ite vola la spiegazione, che. per 
ci«à che corn ei ne la storia della letteratura e 
cicll’artc, dà lo Spitzer. li» verità, il WolfUin 
e i suoi non rappresentano un raffinamento 
della storia Ittici aria e artistica individuali/.- 
/ante; inn, per contrario, appunto per non a- 
ver ben concepita questa consolidila di pen¬ 
siero storico-estetico, si trovano condotti a un 
deviamento, il «piale, sotto aspetto moderno, 
è un ritorno (stavo per diro, un ririjrno retrivo 
e ica/mimm) alla trattazione storica sul fon¬ 
damento rcttorico degli stili e dì altre simili 
astrazioni, già da lungo tempo oltrepassate 
almeno nella storia della poesia (2). Del rc- 


Umi «lolle crii ut {eristiche più salienti nella 
nostra cultura conteuipòranea è il dilagare di 
una vastissima letteratura critica, «lai giornale 
alla rivista, dall'opuscolo al liluo 1.'assimi¬ 
lazione dell'estetica croc : aua, la discussione 
dei prìncipi e dei metodi critici condotta fino 
ai termini est reni», In tostitu/ione della critica 
» estetica » alla «.r tica » storica » t filologica. 
Iranno dato a qnc in lettera (un un'iupmazioiic 
«li ihi«jv«j Wallialla, un Aspetto sgargiante, 
un atteggiamento rivoluzionario, fissa si po¬ 
ne, senza dubbio, nella proiu»rzi‘>ne «li dieci 
a uno cosi la letteratura originale U di.ino «le¬ 
gna «li qualche odierno confo, e la soffoca s«itto 
il peso della propria espansione. fi* quasi riu¬ 
scita 0 soppiantare la lettura diretta del libio 
con quella «IcITarticolo critico elio lo riguar¬ 
da, e a guidare praticamente — in alcune sue 
manifestazioni g.fuuaiistielle la sciita dei 
rari compratori. Ora possiede organi esclusi¬ 
vamente propri, sdi ,a i quali mette in mesti* 
tutte le me opulenze conte nlln fiera, e il 
controllo più o meno sicuro di tutta la stampa, 
di quasi tutti gli editori. [ tritici, che un 
teiniK) erano gli scapigliati, gli isolati, ì me¬ 
lanconici della cultura, «mi costituiscono mia 
potente organizzazione e alimentano meglio 
di tutti il lavoro dei torelli 

Di fronte a cori «-plcujlìde affa inazioni «li 
imperio l’uOino «Iella strada «'inchina reve¬ 
rente : e ceti rispettoso ossequio legge le re¬ 
censioni, legge gli articoli e i saggi rilegge* 
recensioni, articoli e saggi quando «li anno in 
anno si raccolgono fu volume. Ma «lue cose 
saltano subito agli occhi ahchc dell’uomo della 
tra «la : una, che i giudizi dei crìtici concor¬ 
dano generahucute per sentenze e argomenti, 
con greve uniformità (e anche quando discor 
dano. si sonnel lino sempre a perfezione); la 
seconda, clic lo desso metodo, lo sic*so svol¬ 
gimento di analisi e d'interi rotazione, è mec¬ 
canicamente a Pilli calò a tutte le o] ere e a tutti 
gli autori, si che fidiamo parlare con il me¬ 
desimo tono dei gratuli e dei piceni\ dei nuo¬ 
vi e degli antichi, e gì nati ficaie in genere sem¬ 
pre gl: stessi gusti e le stesse convinzioni. Per 
Io più questo meccanico processo si - volge* ai- 
traverso una incalzante e dialettica «lisquisn- 
zionc sulla forma e sul contenuto dell’opera 
in questione, alla «piale non si puè a meno di 
munire via via, ma neppure «li rimproverare, 
giunti alla line, una sostanziale inconcludenza 
e un’elegante e rnolrstica eliminazione di tutti 
i veri e concreti problemi <UI critico. 

Guai se un critico, per ferma volontà o pe- 
bugna ventura, si stacca in pratica da questo 
piano di lavoro e, — in luogo «lì mirre il suo 
ingegno a servigio del dominante, giuntili- 
caudo e Itnlniidp quel che «« tutti » approvano 
per il momento o i grandi «lirettori di scena 
mettono in voga, condannamlo ciò che noi» in¬ 
contra il favore nò «lì « tutti » uè dei potenti, 
— «picslo crìtico caprine un libero e personale 
giudizio, buono o cattivo noti importa, ma 
franco e leale. QuelFuoinn è finito; ri comin¬ 
cia a gridare ai (piatirò venti clic egli " non 
capisce» Tinto, clic «non capisce h niente: 
e con ritornisi mistica del «capirci» e «lei wuon 
capire» lo si addita al disprezzo universale- 
fi ^ventura se un giudizio spontaneo del pub 
blico 0 dei giovani più intelligenti e più ar¬ 
diti, imo di «pici segni di gusto naturale- che 
r.jKsso (làmio» la vera misura delle reali possi- 
bilità di sviluppo clic una cultura offre, indi 
cn e impone all’appiovnzigiie o al disprezzo 
«lei più mi nuovo libro avanti elio la critica 
se tic sia occupata: succede, «l’un tratto. In 
confusione delle lingue. 

Ter concludere, Tnomo della stratta si con¬ 
vince che oggi in Italia c’è la critica come or¬ 
ganizzazione pratica di correnti d’opimoue 
forni al incute elaborate, — ma la vera critica, 


sto, il carattere della preparazione culturale 
del Wdlfttin e degli altri, la loro inesperienza 
filosofica, danno chiaro indizio che non essi 
sono iti gradi» di oltrepassare e sostituir, ima 
forma di storia letteraria e artistica che si 
•«■jlse e si va svolgendo dal seno della filoso¬ 
fia moderna. 1 pochi, che in Italia avevano 
preso mi almanaccare con gli « schemi del 
Wfilft’in a, furono presto, dalle critiche che 
incontrarono, indotti a ravvedersi. 

H»; NI» DETTO CftOCif. 

(i) I.EO SfitzHk • K<fl >ihnnsl un/i Sfirar/i - ve 1 sterne haft 
[tu Ccr iKanisch-Rcnnaniuht Monninchcifi. Heidelberg, 
lieve. 5*6); Sfratavi ttfmèhaft unti Vortlunit f<« 
Fanti, cine Miniateseli lift fin Kunst, f.irtemuir und 
Mustk, Berlin, iqjj-p. f. ó). 

U) Si veiU quanto i;li ebbi ■ dune in Nuta» Saggi" 
/il /•lichen (f. ed., Bari, 10*6), pp, 251-5?: e cfr. 
Critica, XXI, qq-ioi 


quella che fa grande una cultura, salvo rari 
casi — non c‘è 

Vediamo tu clic cosa dovrebbe cons stero 
liner.tu critica che non c’è. 


Anzitutto, sarchbi necessario convincersi 
«he la natura della buona critica è di essere 
peisomilc quanto la creazione dell'artista, fi 
poiché la personalità d: un individuo in tanto 
comincia a distinguersi in (pianto è diverso 
dagli nitri, non ò il raso «li far maraviglie o 
sranda]) fc- un critico si permette di condan¬ 
nare o deprezzare quel che la magg onuiza de¬ 
gli altri critici esalta, e viceversa. L'unico re¬ 
tini:,ito esigibile è In pondi razione matura e 
riflessa d’ogni giudizio: quale il giudizio deb¬ 
ba essere per essere buono non si (piò mai se¬ 
riamente prestabilire. Anzi, citi si mostra te¬ 
pido ammiratore «li Dante o limita 1 valore 
punico «li Leopardi o vuole infrangere addi, 
littura qualche idolo portato iti trionfo, attira 
seni pi e Tattenzìonc «lolle persone ragionevoli 
come un avversario ideale con cu : è doverono 
discutere: semprechò, ben s’intende, la sua e- 
terodoasùi o ter eodasia non sia un artificioso 
e ostinato sistema di voluta originalità nò si 
copra di boniades e di colpi al vento, ma ri¬ 
niti ti caso per taso da intima « consapevole 
meditazione. 

Tutti i grandi critici hanno avuto e hanno 
sempre qualche opinione opposta n quella dei 
più, e usano tenacemente difenderla proprio 
conte il seguo delia loro personalità fi opi¬ 
nioni di «mesto genere possono presentarsi in 
loro, appunto jierchò essi non operano mec¬ 
canicamente sull’opera «l’arte come su mate¬ 
ria inerte, uè ascoltano i volubili vofli della 
pubblica opinione, ma sogliono criticare inter¬ 
rogando sè stessi e- dialogando interiormente 
con l’altra personalità, «|uella del creatore, di 
cui essi ri ergono a giudici. I.e sentenze di 
questi giudici sono pertanto elaborazione «li 
spontanei sensi «li favore o di sfavore; sono 
lo sviluppo concettuale di pur» n semplici atti 
di gusto. Ora, il giorno che anche i minori 
critici, e tutti coloro che di criticò fanno pro¬ 
fessione, ri abitueranno a considerare come 
proprio còtnpiló fondamentale quello di cotnu- 
ivcare i loro giudizi personali e «li giustifi¬ 
carli a sè stessi e agli altri, ri sarà fatto un 
gran passo verso quella critica «li grande stile, 
•lu. altrove costituisce uno dei filoni più im¬ 
portanti della letteratura e non un'istituzione 
parassitarla e utilitaria, e che da noi non «ul¬ 
ta se non pochi, por quanto grandi nomi- 

N’è con ciò i esclude la funzione uni versa- 
lizzali in* della critica uè la sua dignità -torio- 
grafica. Ma Tinta e l’altia possono estere evi¬ 
dentemente raggiunte non già attraverso rim¬ 
pianto ù forfait di schemi dialettici, bensì me 
diati te Tapprofomlimcnto che il critico fa di 
sè stesso, come persona giudicante, e la riso¬ 
luzione dei problemi che liberamente fi gens* 
rnno dalle sue meditazioni, fi in qm*ta ma 
nicra il critico, non preoccupandosi degli altri 
critici (nel qual novero sono, in varie grada¬ 
zioni, tutti coloro clic leggono con «umiche 
sonno e buon senso), farà tuttavia di guida 
agii altri meglio «die ora non sia : per la virtù 
«li quel vecchio motto clic solo gli esempi tra¬ 
scinano, e più 1 »«.r la 1 infoiala verità di quel 
princìpio romantico thè la strada maestra dcl- 
l’iiiii versa le è l'elevazione dell'individuale a 
personalità libera e autocosciente. 

Da «piesto punto «li vista si può anche risol¬ 
vere abbastanza facilmente l'interminabile di¬ 
battilo sulle varie forme di crìtica, che que¬ 
sta primavera ha tenuto ancora occupate per 
due meri le colonne «li mi giornale letterario 
offrendoci per lutto risultato la ripetizione più 
o meno brillante «li argomenti notissimi solle¬ 
vati intorno allo : tesso argomento fin da velili 


anni fa. I*’ chiaro clic parlare di critica este¬ 
tica in contrapposto alla critica storica, filolo¬ 
gica o (all’antica) « letteraria », può aver luo¬ 
go soltanto come designazione dcU'introdursi 
«lì nuovi principi e interessi nel campo della 
critica confortile a una nuova epoca del pen¬ 
siero e della cultura, della condanna infine di 
varie forme dì pseudo-critica. Ma di critica in 
scuro stretto non ce* ni può essere che una 
sola; « la critica», senza aggettivi, Giacché 
non v’ò altro modo di criticare che compren¬ 
dere e discutere e giudicare un'opera d’artt- 
/> ri hi a tenendo bene prudente clic sì tratta di 
opera d'arte, secondo procurando* di appun¬ 
tale nella sua interpretazione tutte le proprie 
energie spirituali. 

fi la critica così fatta è ad un tempo este¬ 
tica, :torica, iìlologiea e letteraria e via di¬ 
cendo, nel l'unica forma legittima e possibile: 
«.ile altro è infatti se non giudizio storico quel- 
lo per cui si determina il valore e il signi¬ 
ficato di un'opera (l'arte? e non è filologin, 
anzi l'unica seria filologia, Tesarne «IclTcspres- 
s : one e delle armonie poetiche e della tecnica? 
e non è letteraria l’esposizione garbato e ra¬ 
gionata di un giudizio di gusto? Analoga¬ 
mente hi critica è nuche lìlofolicti. dialettica, 
empìrica, ■ tutto; ma non iin mai bisogno se 
è schietta « genuina, di tutta In coorte de' 
suoi api «.'limivi per definirsi; si presenta, co¬ 
me gran rigirine, da sè, e lavora da sè. Il che 
non è male osservare oggi che sotto lo specioso 
pritesto della « critica estetica >* (che ì ragaz¬ 
zi delle scuole «cambiano senz’altro con l'am¬ 
plificazione retorica) i crìtici si snit dati all’i- 
guwtatiza della storia e delia filologi: e se 
non affettano d'ignorare la filosofia, il modo 
in rm uè usano fa desiderare clic l'ignorino, 
Mentre al critico non disdice la varietà della 
cultura nè la versatilità degli interessi spiri¬ 
tuali quando Tona e l’altra giovino a renderlo 
più agile e sicuro interprete, più limpido com¬ 
mentatore e* anche — se non vi dispiace — 
più fine e avvincente scrittore. 

Santino Garamelm- 


Il dovere degli intellettuali 

Non «*'•* «'omùlinirinitr possibile tra poMicn e «miI- 
twrn, m-irit.-itìa «Po^pi, 1» nello Stillo attuale, «'«ima 
«lìc-o Mninnarle, «tolli- co«e d'it.ilin, se non per In 
«‘iiHitni nulo 0 in «n« «li 11 livore da «pilota politica, 
rioc |>«-r liuti «*uHnm, dir, mondalo fui.il moti te «Pop ni 
(xMxnlo ili sopperirne si ratti era o «ii fabe mire uni- 
w-rSfl lisi lolle. |*«»^n «tirsi u sin, ilei modi, nello f«>r- 
««H-, m-l poltsirK», uri lo «pirito r nei «uni fini ideati, 
invitimi mito uar.iotuili-. I< olio rio Frirtro*. - D.ivanz.itl 
nrjra rum rliQ po^vt ed*toro*per pii italiani altra cul¬ 
tura «‘Ile queM 11 : o oìoè che unti sia lutilo .stcMo tempo 
«•'procione o \lrumi-uti) «iella politica italiana nel 
molli]»», blindi ibi) roiisidcraro come oniil«-IÌci i due 
tcriTiini «li |M>liticn e Olii (tira, cidi .tlTermn «'ho sono 
intriiutH'i Tinto tloll'altro : » lie non possono nudare 
o itoti ambirono mai «lirciimti. 

litsomtnn u<»tniiil «li cultura, |>ootì, letterati, arti¬ 
sti. »|uo-.tn » ili'prrdt r «ile famiglia «logli intellet¬ 
tuali «, emiri fi- «li non taro politica, «• invece, anche 
«(titillilo ri spacciava (x-r una fiimiKlia «li potivi tori. 
Uto»oti, uHisti puri, fece mitiprt» iuta sua politica o 
lidollctliialo ii culhirali» u artistica contro Pltnlia 
tmlii.i, «iv«li- «'«I «-roii'n, per un* F.uropn nunfi-mn, 
barbara e hurglmr. E poicbfr (|U«-sto è, prosvi limilo, 
«luti vi-rilà -tortili immii fu (ubile, io mi domando in 
ehi «uni «'«sa potrt'i trotare «Jìfestt q umido lo nuove 
peni-rar.ioui nsranno |u-«‘«'ttnto il piudirio «-he «>ppi 
«iene coiì chiaramente espresso da questi due scrit¬ 
tori. 

(’«»» i «piali non possono non «-oiUMrdsrc coloro 
clic n ((itesia famiglia » dispersa e vili' » non uppar- 
ti'ìipoim; dico come iwii>nt«iri, scrittori, poeti coi ar¬ 
tisti Kulipriulcntcmcnt»* (lolla politica militante. Poi - 
«•Iti. prima ili essere itti problema politico, quetto ette 
Roberto Fomes-Davau/ati e Curzio Malaparte pon- 
ironu su la «urta, e ut» (iroblema «ii oriciilniri<'iit/i «pi- 
rilutilo c«l artistico. 

t*mutuo F«ACtuiA, 

TrflCiirinmy di esercitare severa sipiliinxn e ^pie- 
tdla «rìlica su ipuuiti nel >miii|>o «lejrli «ludi iutro 
diuviiio tcndeoze puliti» he e (UKÌomilistielic; nti(rlio- 
riainu noi stessi e rii altri «'un |* osacrvanui della 
più slrcttn iraltìi, ncITiiitlnpini* «l«-l vrro; e n*riMiift 
lavorato u tener iti sita rimili della cult «tra e Tu¬ 
li itimi » ìi«im>umi ** Ttlituiliii (ralelbtii7.-i-, nsremn |irus- 
vcduto n e«jmcrvnrr u m| ampli uri: la Inditi ritiri, 
urlili (pmtr tulli possi, ittip ritrosarrì «ilLubnì, lu sera 
cintai hu inani /jvnrri». l’i-r min por te, io pure con 
In bnmm «obuil.ì «li tener r«nto «Ielle aedufioiii (bd 
«•alliu» «>-i*mpio ,• «|i dllrr «irciistaline .-dlciiMitiiti. deb¬ 
bo confc'Siiri» elio lino «ni suini nini iiitertormciita rì- 
coni-itinto con (ulti quei cultori di studi, clic, «lu- 
raiilc la giirrru, tu» listo pronti n slnrci-re tu s*-ì<-nr.n 
a scrtirio «Ielle lotte Jiralii-he, <- li guardo «eniprc 
culi diniilciirii. S«- limino Irridilo una Milla tn verità, 
percliù non la Irailinmno tuu-itrn) Forse perdo', al¬ 
lora. In Irai lìr* imo per limar di | Kit ria? Ma la verità 
orni si Irnifiscr per ninorv di nessuiui ««>s;i n jtersomi; 
«*, *<• si «-oucedc die -in lecito Irmi irla per In pa¬ 
tria, |»en li«"? mio dio retilo: «<sser trailo |K»i tradirla 
per il tirilo, o per l'umico, e, in liu delle tini, per 
nostro siyiiur se sp-wi, il quali-, iincli'esso, ronta 
|K*r quiile«wi? 

Hi.xhii.tto ('boti . 


La critica che non c’è 


pftg. 100 


IL HA R KT TI 


Croce allo specchio 


i. 

Il titolo può sembrare* nin non essetc irri¬ 
verente, poìcliò è risaputo che ogni aspetto 
frivolo della vita non interessa il filosofo a- 
bruzzesc, csteta e antirctorico per natura. 
Pure, una mattina, nel mite silenzio <lclln sua 
casa, sj levò con una ruga su la fronte p'.n- 
na «1 ampia, e gli occhi mobilissimi, clic con¬ 
trastano con Patteggiamento semplice e buo¬ 
no di tutta la persona, linciavano inquieti in 
cerca eli qualche cosa : lo specchio. 

E come in quella pace Ì rieoi <1* prendevano 
forma, la fronte del filosofo diventava scre¬ 
mi c sorridente, dissolvendo a poco a poco il 
velo d’ombra che l'offuscava, e rimirandosi 
nello specchio terso dello spirito: il poeta in 
potenza si ritrovava spontaneamente nel cri¬ 
tico in atto, E sempre cosi deve accattargli, 
non già soltanto in questo Contributo alla cri¬ 
tica di vie stesso (Bari, Laterza, 1026); giac¬ 
ché tutta l'opera sua più penosa di ricerca, 
nasconde un fondo emotivo, che, se non si è 
concretalo in poesia, non si è inai irrigidito 
in sterile analisi. « Io osservo di continuo in 
me — scrive nella Crt/rYa (1926, fase. II, pag 
115) — come le commozioni, che mi prendono 
Lamino e che, se io fossi poeta, si convertireb¬ 
bero e svilupperebbero in lirica, trapassano 
presto nel mio spirito in materia di riflessione, 
d’indagine e di analisi; cioè, si fanno pagine 
di prosa », Noti poteva dunque accattargli di¬ 
versamente neppure quella mattina di prima¬ 
vera del 1915 in cui si pose a scrivere queste 
pagine, le quali vennero pubblicate, nel 1918, 
soltanto iti cento esemplar: numerati, introva¬ 
bili fra noi, nonostante le traduzioni inglese, 
tedesca e francese; cita il Croce non aveva vo¬ 
luto saperne d'ima edizione italiana da met¬ 
tere in commercio, sicché si doveva ricorrere 
alle edizioni straniere se, conosciuto Fedì lieto 
crociano, prendeva vaghezza di sapere ciò che 
di esso ne pensava l'autore, Il quale ha do¬ 
vuto persuadere sé stesso prima di decidersi 
a dar forma al mònito di Goethe: « Perché 
ciò che lo storico ha fatto agli altri, non do¬ 
vrebbe fare a sé stesso? i> Ma, appunto per¬ 
chè critico, non ha fatto confessioni, cita, sti¬ 
mando utile confessarsi in ogni istante, altret¬ 
tanto inutile gli è parso « esercitare un giu¬ 
dizio universale sulla propria vita»; nè ha 
scritto ricordi, perchè non è poeta, e neppure 
memorie, le quali, essendo cronache della vita 
vissuta, pur esser le sue quasi tutte racchiuse 
nella cionologia dei suoi libri, noti presenta¬ 
vano nulla di riconta vota. Queste, almeno, le 
giustificazioni che il Croce adduce per aver pre¬ 
ferito di abbozzare la critica di sé stesso, anzi¬ 
ché rievocare liricamente Io svolgimento della 
propria vita. Ma è poi sempre riuscito a cam¬ 
minare sul tagliente filo di rasoio della critica 
pura, senza dar mai nel trabocchetto dei ri¬ 
cordi o memorie? 

Se si guarda all'insieme, questo contributo 
è essenzialmente critico; se* si amano le nota¬ 
zioni particolari, non manca del patito* delle 
confessioni; se poi, com’è più conveniente, si 
considera nella sua totalità, rientra perfetta¬ 
mente nel grande circolo degli scrìtti crociani, 
che sono espressione integrata della nmtiniM, 
se così posso dire, dello scrittore. 

Senza dubbio, la impostazione filosofica, che 
caratterizza tutta l’opera del Croce, e special¬ 
mente la Filosofia dello spirito, dove ha man¬ 
tenuto, almeno nei primi volumi, il rigore 
classico del trattalo, non gli ha impedito di 
trasfonderle la calda vita deila sua anima, che, 
se non prorompe impetuosamente, per il pre- 
domio del rigore logico, si esprime sempre con 
tutto lo slancio di cui è capace un'intenditore 
geniale del bello. Ma, nella grande mota delta 
produzione crociana, anche lo studioso, che, 
sotto l'impostazione dei probi timi più astrusi 
della filosofia, sa vedere c comprendere Lam¬ 
inazione appassionata, che lo scrittore sa darle, 
è indotto a preferire alcuni scritti fra gli al¬ 
tri, quelli, cioè, che lo accostano meglio al- 
1 ’aoino Croce, c glie lo rivelano nella sua ve¬ 
race passionalità. Giacché mi sembra tempo 
di rilevare clic l'immagine dura, quasi inacces¬ 
sibile, che si è fatta comune del filosofo abruz¬ 
zese, è quant'altra mai falsa c irreale na¬ 
tura stessa degli studi crociani, e Lambicnte 
in cui sono cresciuti e si sono imposti, hanno 
certo contribuito a far pensare — di lontano 
— a un Croce che non estate; ma, anche ai 
più restii ad accostarsi agli studi filosofici, ba¬ 
sta fermarsi mi le « postille » della Critica, 
su gl’intermezzi polemici raccolti in CuLura 
e vita morale, su le Pagine sparse, che for¬ 
mano alcuni volumi etilati dai Castellano, e 
su i frammenti o le note in genere {Moritene- 
rodomo, t > cscnsscroli, Un ringoio di Napoli, 
ccc.), per convincersi che il crìtico, vigile sem¬ 
pre nella difesa delle sue teorie, è un uomo 
di passione, che, nello sviluppo di quelle stes¬ 
so teorie, ha trovato lo sbocco alla sua vigo¬ 
rosa umanità. Sentite allora che il filosofo noti 
ha rinunziato a vedersi nella limitatezza del¬ 
l’uomo comune, e che, infine, tutta la sua o- 
peru non è che ima celebrazione incessante c 
crescente della validità dello spirito umano 
nella sua assolutezza: scoprite, insomma, co¬ 
stantemente il poeta che si nasconde nel boz¬ 
zolo del critico A mano a mano che, dal pri¬ 
mo annunziarsi — nel 1804 — della sua teoria 
estetica in quel « librtarinolo polemico sul me¬ 
todo della Critica letteraria c sulle condizioni 
di essa in Italia », è salito alta più recente con¬ 
quista della identità di storia e filosofia, che 
rappresenta il massimo sforzo del suo spirito 
nel raggiungere l’est reme conseguenze delle 
sue premesse, egli ha sentito farsi più umile 
la sua persona, non solo per quell'innato bi¬ 
sogno di starsene in solitudine, ma come con¬ 
templando non Poponi propria, bensì l'opera 


*t«sn del Limino, che tutti gli uomini posso» 
fare migliore, perché lo spirito umano non ha 
confili:, a H filosofo — cosi nella Filoso fin 
della pratica (p. 7) —, clic si ripiega su sé 
stesso, non cerca il sé stesso empirico : nò Pla¬ 
tone filosofo cercava il figliuolo ili Aitatone e 
di Pcrietionc, nè Itaruch Spinoza, il povero 
giudeo malatìccio; essi cercavano quel Plato¬ 
ne c quello Spinoza, che non è più Platone e 
Spinoza, sì bene l’uomo, lo spirito, riessere 
in universale ». K non ha egli forse insegnato 
— non certo in senso meno che alto — che 
in ogni uomo vi è un filosofo, dove appunto 
s’insegnava che ìl filosofo è un essere sui ge¬ 
neris, c che, parimenti, in ogni uomo vi è un 
eroe, dove Carlvle ed Emerson c i loro seguaci 
costruii0110 una teoria degli « uomini rappre¬ 
sentativi t>? lì cos'è mai questa reintegrazione 
e universalizza zinne dulLeròismo se non riu- 
imitarsi dell’uomo, che riconosce in tutta 
quanta la specie umana la potenza assegnata 
ai privilegiati? Il rivalorizzatore della filosofia 
11 mondana », si è compiaciuto di vedersi con 
la blusa della folta sul solco scavato dai suoi 
situili, iter contribuire all'opera connine. Do¬ 
ve s! esprimeva una potente personalità, egli 
ha sostituito spontaneamente e semplicemen¬ 
te una persona, quasi un nomo comune; c cosi 
s'è visto, senza guizzi di tragedia e spasimi 
mistici, in questo Contributo; in cui, vincendo 
la critica stessa, non ha jxrituto frenare la voce 
del sentimento, clic conte palpito di piccola 
fonte, ripalpita nella inevitabile contempla* 
ziom. della vita parlata : sia che rievochi pa¬ 
catamente la sua infanzia, o che ci parli di 
questa Napoli dì piccoli bibliotecari, dove ha 
vissuto v vive, c, insomma, quasi in tutto *1 
rapido sfondo clic gli serve a disegnare il for¬ 
mimi! della sua mente di filosofo. Una vita, 
che si rivede senza sbalzi furiosi, anzi come 
ulta placida corrente fluviale sul p ano erboso, 
anche Si non sempre ridente, perchè tutta la 
vita, per essere opera dell’uomo, è per lui nor¬ 
male c buona, àia, appena riflettete n questa 
critica con mente di critico, e, ad ogni ac; 
cenno del modo come sorsero tante opere vi¬ 
gorose e originali folle il Croce fa «piasi con 
un senso di serena umiltà), riferite le onere 
stesse nella pienezza della loro vitalità, vi ac¬ 
corgete che in questa esistenza, che vuol ap¬ 
parire serena — com’è in effetti esteriormente 
—, l’elemento drammatico è tutt'altro che 
assente, se lo stesso filosofo fa confessioni co¬ 
me questa: a Quegli anni (della prima giovi¬ 
nezza) furono 1 mici più dolorosi c cupi : i soli 
nei «piali assai volte la sera, posando la testa 
sul guanciale, abbia fortemente bramato di 
non svegliarini al mattino»; o come, quest'al¬ 
tra, che rientra più vivamente nel dramma del 
pensiero crociano, cd è un grido della volontà 
vittoriosa : » Appresi che il corso della storia 
ha diritto di trascinare c schiacciare gl'indi¬ 
vidui ». Giacché, in questo* appamite contra¬ 
sto «l’una serenità (piasi borghese, restia a par¬ 
tecipare al prorompere della vita che trava¬ 
glia il mondo, e la più fervida adesione a que¬ 
sta vita medesima in (piatito è pensiero, me¬ 
ditazione, e quindi dubbio, dramma interiore, 
ini pare clic si risolva e si affermi potente- 
inopie* la personalità del Croce. «. Ma que¬ 

sta esistenza — ci suggerisce ancóra nella 
Filos. della pratica (p. 4) —, quasi fisicamente 
delimitata, con la quale l’attività pratica si 
mostra nella vita, distaccata da quella teore¬ 
tica, non ha certezza alcuna; c non è neppur, 
come si crederebbe, un fatto che s'imponga da 
sé. I fatti non s'impongono mai «la sé, tranne 
che per metafora: soltanto ìl nostro pensiero 
se li ìinjxmc, quando nc ha fatta la critica c 
ne ha riconosciuta la realtà ». Orbene, la sua 
vita esterna è stata veramente tranquilla, sen¬ 
za scosse precipitose, tranne l'orniai lontano 
svegliarsi <1 sepolto sotto lo macerie e fracas¬ 
sato in più parti del corpo», con accanto la 
madre il padre c l’unica sorella morti, nella 
orrenda catastrofe clic distrusse Casaniieciola. 
Ma, da allora appunto, comincia il rodio del¬ 
l’uomo, che, per la prima volta, forse, si sente 
vivo, c s’interroga, si scruta, e domanda alta 
vita che cos’è la vita S’accorge, per la sua 
stessa natura meditativa, e sin d'allora inchi¬ 
nevole a cercare la sostanza «Ielle idee’ fra i 
rottami formalistici c gli sfarfalli! retorici di 
una filosofia dozzinale c impura, che la chia¬ 
rezza dei concetti si acquista con l’elabora¬ 
zione dei concetti die si hanno, anzi con una 
incessante, spietata inchiesta interiore; e, solo, 
senz'altra guida che il suo istinto critico, su- 
purando, «piasi prima di averlo ricevuto, l’iti- 
segnamento di Antonio Labriola, si pone a 
costruire in sè stesso la sua idea del mondo, 
abbattendo l’idea degli altri, eppure aderen¬ 
do con passione a certi modelli titanici della 
sua meditazione: Vico c De Sancita su tutti, 
ma da tutti sciolto nello stesso momento in cui 
li ha collocati nella miglior luce storica. E 
qui giova ripetere che la sua formazione mon¬ 
tale non si è fatta, come erroneamente si cre¬ 
de, su Hegel e gli hegeliani. Certamente il dis¬ 
sodamento c il volgarizzamento delta filoso¬ 
fia idealistica, già iniziato in Italia dai meri¬ 
dionali (Spaventa, De Sancita ete.), che ha 
formalo tanta parte dell’ opera rinnovatrice 
del Croce, il quale, oltre a tradurre LEnr/cln- 
pedia delle scinise filosofiche in compendio 
(1907) ha largamente contribuito alta pubbli¬ 
cazione dèi » classici della filosofia moderna » 
del Laterza, ha influito — nel paese delle eti¬ 
chette — alta sua classificazione di hegclia- 
no; ma nessun equivoco, per chi voglia inten¬ 
derlo, è più pericoloso di codesto. Già sin dal 
1904, in uno scritto della Critica, che poi ven¬ 
ne ristampato nelle due edizioni di Culla [a e 
vita morale (1914-1926) egli fissò, anche per 
il pubblico minuto, il suo atteggiamento di 


fioute alLHegel, concludendo, in sostanza, 
con questa domanda : — lì se hegeliano non 
era lo stei.su Hegel, come potrei esserlo io? — 
A (pici breve scritto, pieno di buon muore, è 
bene r ferirsi ogni volta che ricorre l'afferma¬ 
zione dell’hegelisino del Croce; ina meglio an¬ 
córa, trattandosi di gente preparala — a tutta 
riopern sua (e particolarmente al Saggio sullo 
Hegel (1907-101.1). chè, se mai, ha avuto, 
colile ho detto, dm- punti di orientamento, as* 
Spintamente italiani e meridionali per giun¬ 
ta: Vico e De Sancita; Vico, che gli ha nu¬ 
trito l’avida niente come fonte naturale. De 
Sancita, elle, nel fargli ritrovare la giustifi¬ 
cazione filosofica dcH'iirtc, gli li» cosparso di 
rose le asperità della ricerca, contribuendo a 
quella prodigiosa fiorita di saggi letterari, che 
sono tra le cose più belle della sua produzio¬ 
ne. Nella critica letteraria del Croce — clic ha 
seguito i gradi del l’evolversi della sua teoria, 
passando dagli scrittori italiani della seconda 
metà del sec XJX ad alcuni «lei più grandi 
ra“ presentanti della lei le rat lira europea : Dan¬ 
te, Ariosto, Shakespeare, C.oethc, CornciUe. 
ccc. —, lo studioso, che lo ha seguito, pen¬ 
siero per pensiero, nel suo cammino, sempre 
col cuore des-to accanto a un cuore più vivo, 
si solleva come su una ridente primavera — 
tuia primavera, però, clic non attutisce t sensi, 
bensì 1 : rianima dilla vera luce della poesia, 
che non è sogno, ombra impalpabile, tua vita 
del nostro spirito, prodotto della nostra uma¬ 
nità. 

Al Vico e al De Sancita, elementi vivi della 
formazione crociana, si suole aggiungere, co¬ 
me ho ditto, Antonio Labriola, anzi lo stesso 
Croce lo ricorda con insirten/a non solo per 
il libro à/af*tifi!tamo rioricft ed economia 
man; islica f 1000-1021), ch’egli scrisse Sotto la 
spinta dei problemi suscitatigli dal maestro 
(IcH’Alwhco romano, ma anche per un corto 
intimo calore del discepolo verso il maestro. 
F, senza dubbio, il Labriola ha partecipato 
al formarsi della ménte del Croce; ma va detto 
rubilo che vi ha partecipato in senso 
tivo, dove il Vico c il De Sancita bau contri¬ 
buito positivamente. La meditazione delta teo¬ 
ria marxtat ca ha certamente anticipato la fi¬ 
losofìa della pratica; ma, nò del Marx, nè del 
Labriola, è più nulla rimasto vivo nell’opera 
crociana, che si è, via via, ora por ora, accre¬ 
sciuta siinpre autonoma, in un lavoro di ol¬ 
tre ttcnf’auni, che non conosce soste, c cerca 
riposo lavorando. 

(Segue) V. G. Calati 


Simbolismo francescano 

S- Francesco non poteva prevedere le con¬ 
seguenze clic sarebbero derivate dal suo gesto 
allorquando spogliatosi degli abiti, li scagliò 
a’ piedi del proprio padre 

In quel momento il fondatore «Vini nuovo 
ordine monastico taceva; sola parlava un'ani¬ 
ma clic gli Evangeli avevano destata, e il sito 
linguaggio riusciva altrettanto incomprensi* 
bile al negoziante di panni, che al pastore d’a¬ 
nime davanti al «piale 1) gesto decisivo era 
avvenuto. Il gelo che fuori incrinava riaria, 
non era né meno ostile, né meno freddo di 
«picllo che era nelle anime dei ragguardevoli 
personaggi adunati nella casa del Vescovo. 

Solitudine e gelo era ciò che riattendeva 
nella strada; eppure S. Francesco era come 
estasiato 0 cantava al pari «Luna capinera 
ebbra di sole c di libertà, illorquaiulo un uo¬ 
mo semplice che ebbe di lui misericordia lo 
dotò dello sdì licito saio col (piale già aveva 
affagottato l’uomo di paglia posto a guardia 
del suo grano. 

Codesto episòdio, che è il primo col (piale 
il ^anto ha iniziato la sua prodigiosa » vita 
nova » è in un modo affatto particolare signi¬ 
ficativo Per poco clic l’attenzione vi si fermi, 
è il caso che l’episodio scompaia, per far 
luogo al sìmbolo che accanto sembra urgerlo 
nel des'dcrio di venire olla luce 

Ma l'episodio stesso è altrettanto vero nel 
piano della realtà fisica che su quello della 
realtà dello spirito; non esistendo niù, per 
delle anime rarefatte e sublimi quale quella 
del frate d'Assisi, nè l'uno uè l’altro pia¬ 
no; tutti c due trovandosi unificati — c ne¬ 
gati — in ciò che gli Evangeli chiamano « lo 
spirito glorioso del Cristo». Codesto » spirito 
glorioso » nel manifestarsi tramuta il corpo 
in anima c rianima in corpo, rendendo possì¬ 
bile ciò clic- un'imperfetta conoscenza chia¬ 
ma ìl » miracolo ». Forse non ad altra causa 
vanno ricondotte le fumose .«tigniate, le quali 
verosimilmente non altro forse sono che pen¬ 
siero plasticamente espressosi attraverso la 
carne. Poiché il suo corpo doveva essere pla¬ 
smabile c molle come la cera; meglio, conio 
la sottile materia che alle idee sci ve di so¬ 
stanziale corpo. 

Non è però in quel ohe or ora s’è detto la 
spiegazione tot - ile «lei simbolismo urgente ne¬ 
gli episodi della vita del Santo 4 'Assisi. Bi¬ 
sogna ricercarla nel fatto che i mézzi eoi quali 
S. Francesco s'è liberato Mai vincoli della so- 
c’ctà e delta famiglia sono cosi sentiti, sem¬ 
plici, e vicini all’Assoluto, clic diventano im¬ 
mediatamente tipici c distinti, come le idee e 
come appunto i simboli, i qtrilì hanno sign : fi¬ 
caio universale e vita eterna, perchè alieni 
dalla schiavitù dei sensi, c perché viventi in 
sereni mondi dove lo spazio c il tempo non 
sono più i furiosi Cerberi che latrando Lam¬ 
ina sospingono verso la Ixdgia c il fango delta 
quotidiana morte. 

Di gesti come quello della svestizione da¬ 
vanti al padre cd al Vescovo è piena la vita 
di S Francesco; clic tutta si consumò nel 
fuoco avvampante «l’ima diuturna rivolta al 
morto peso della sociale cnrrcla/.ionc, riguar¬ 
do alla (piale fu un iconoclasta, come sempre 
lo sono stati i grandi spiriti ed i fondatori 
di religione, compreso quegli che fu il co¬ 


statile esemplare del Santo, i! Cristo Gesù. 
So anche nei riflessi pratici di questa rivolta 
è potuto sembrare un uomo de* suoi tempi 
pure non lo era, pel fatto die In sua figura 
era troppo alta c lata per potere restare con¬ 
tenuta negli angusti limiti della storia. 

Anclie la sua santità non può venire cir¬ 
coscritta in tali limiti nò dal tempo prendere 
il proprio colore, poiché egli era veramente 
un santo, vale n dire un « separato», ciò che 
in termini moderni chinimeli un » uomo li¬ 
bero e disincantato», pel (piale il mondo crea¬ 
to dagli uomini non è che una parvenza vana, 
mentre il inondo creato da Dio è un libio n- 
perto in cui è dato leggere le intenzioni dcl- 
l'Altissimo. 

Pur questa sua inappetenza del mondo, le 
k cose » che con lui venivano a contatto era¬ 
no come rinverginate; se nonché un nuovo pu¬ 
dore era sorto nel suo animo e un nuovo gio¬ 
ioso senso della natura. 

Non turbandole colla passione, le « cose » 
diventano tutte libere c tutte belle;-non desi¬ 
derandole, m loro stesse le considerava «piali 
in«lipendenti creature di Dio, e come tali nc 
rispettava la singola vita, e le amava.. 

Era un modo di trasfigurarle, di redimerle 
e di innalzarle, nel contornilo ebe gli era dato 
d'istituire tra di esse e la sua anima «niella 
viva corrente di simpatia che forse ha resa 
possibile la comunicazione del Santo col mon¬ 
do vegetale ed animale, e in dolci accenti s’è 
espressa nel più apollineo canto (Iella nostra 
letteratura, ì] Cantico delle creature. 

lì verso le creature non doveva nutrire a- 
111 ore solo perchè avevano riavuta la vita da 
Dio, come riaveva ricevuta lui; ma perchè, c 
per lui c per gli altri uomini in grado di in¬ 
tenderle, erano dei simboli che vivevano, del¬ 
le volontà personificate: in.senso evangelico 
delle lampane atte a rendere palesi le inten¬ 
zioni dell' A bissi ino. Il mondo di S. France¬ 
sco somigliava un'orchestra in cui esseri peri¬ 
turi ed isseri di natura immortale agivano 
per cantare le lodi del Creatore, e «li fronte 
ad essi si suiti va così estasiato cd limile da 
prosternarsi in commossa adorazione. L'umil¬ 
tà di S. Francesco è tutta in questa estasiata 
adorazione del mondo, «11’Istesso modo che 
la poesia di cui il suo animo era capace è tutta 
nella su» vita, a putto della (piale anche ìl 
Cantico è morta Icltcralum. 

Armando Cavalli, 


G. B. PARAVIA & C. 

Editori-Librai-Tipografi 
TORINO - M HiANO • FIRENZE - ROJM-NAPOld-PAliERJIO 

Libretti di vita 

La collana LIBRETTI DI VITA mira * pòrgerò 
dementi di cducnziujie filosòfica o religiosa, contri¬ 
buendo con qualcosa di suo al vasto lavorio moderno 
intorno ni valori essenziali. Km» »i rivolge « tutti 
coloro i (piali, non potendo accostare i testi di alcune 
correnti spirituali, desiderano pure alimentarsene di- 
rettamente alle fonti: cosi, dove convenga, gli «ritti 
pubblicati risulteranno composti dì cernite tratte dn 
opere intere e condotte in modo da offrire Lessema 
di un dato movimento o di un dato mitoro — dai 
maggiori nì minori. 

J,« collana sì comporrà dì volumetti che racco¬ 
glieranno : 

1) Scritti ricavali dalla l radi rione spirituale italiano. 

sin individuando qualcuno dei risultati del suo 
progresso riimnvntore, tis recandone i gernii fe¬ 
condi o comunque indicatori dell'indirizzo ori¬ 
ginale del nostro |K*nsicro; 

2 ) Scritti ricavati drillo t rodi sione spirituale di nitri 

popoli, mettendo in luce quanto giovi scoprirò 
l'unità profonda delle diverse credenze amichi* 
ribadirne l'incomplinbilitf» delle tarme le quali 
tono il lato transitorio della ascesa umana vcrio 
vintesi superiori di vita affratellata. 

SONO l ; lNORA riJI.tBMC.ATI : 

Jl Talmud, scelta (li maxime, parabola, leggende, n 


cura di M. Ileilinson e D. Lutto !.. 7,— 

MOHAIR .1 : Sfridi dì religione, n cura di 

A. Banfi * 6. — 

t'HIMlNIXLI L : Scritti religiosi dei ri/or. 

uhi fu ri italiani del 1500 » 6 ,— 

00YAll O. M. Lo fede dclfor ceri ire. Po- 

girti» scelti» di A. Banfi * 6.— 

HKH.MKT A.: ha tlegolo di 8. Benedetto » 6.— 
SOL0VJOV V. lì bene della natura umano, 

a curii di E. b> Ontto * 6,— 

TOWMNKKI A.. t.» spirito e Lofio»*. Pagine 
edite cd inedite scelte dii Maria Bcr- 
sngno-Bcgcy * ®i— 

•Scritti per fa conferemo mondiale delta Chiese 
cristiane, tradotti dall'inglese dn Aurelio 
Palmieri * 6,— 

JACOPO N R DA TODI /tuiuuw frani enti 

mortili, contenuti in olcunc lande sacre, 

11 euri» ili Pietro RMmrit « fi,— 

l.AM BRUSCHINI B. : Arni urne detto cita 
notano. Pagine raccolte drillo Mie ojK*rc 
edite wl ined. dn A. Linachef * 6,— 

CANTIOKVA : /n Min mi ino ceno la luce, 
per la prima volta tradotto dal sanscrito 
in italiano da Ci. Tuccì » T,— 

PLOTINO: l>io. .Scelta e trnditwnnc dalle 

Enneadi ivm introducono di A. Banfi s 6,— 

Le rcijnlc ilei ferimmo»(» iti Sunto Lran- 

er*ro, a cura del prof, A, flermct * 6,50 

GIOBERTI V: L'Italia, lo Chiesa e la Ci- 
idilli umrertata, Pagina scelte a cura dì 
A. linieri ■ 6,50 


La renili li libererà. Pagine scotio «lidi*Imitazione di 
Citato, n cara dì Giovanni Somprini, 
SAGCEZ/.A CINESE, .Scelta dì munirne, parabol» 
e Irfiyeitde .1 cura del prof. G. lucei. 

I.c richieste villino fatte o /dia Sedo Centralo di 
Torino, vìn Garibaldi. 23 o allo Filiali di Milano - 
Firenze - Roma - Napoli ♦ Palermo. 




IL BARETTI 


Pag. 101 


ITALO 


Facciamo un discorso clic £ proprio il ro¬ 
vescio di quelli clic si som ripetuti da qualche 
mese a questa parte. I critici letterari errano 
o hnuno errato non porcili non usino rivol¬ 
gersi ai capolavori classici, alle opere dei se¬ 
coli passati', ma anzi per In disattenzione e 
per riticuria con la (piale considerano quello 
che succede nel tempo Inro. Lo starsene zitti 
riguardo alle somme opere vorrà dire o clic 
non le sanno gustare, o clic temono, per re¬ 
verenza, d’intrudersi fra gli spiriti magni; ? 
il danno sarà lutto loro. La noncuranza, inve¬ 
ce, che non di rado riflèttano per le opere nuo¬ 
ve si risolve in una specie d’ingiustizia, sia 
nei confronti del pubblico, sia in quelli degli 
autori. Quando il Servizio d'informazioni non 
funziona, si va incontro, alla cieca, alle peg¬ 
giori sorprese 

Alleile quella noncuranza, però, «i riesce a 
giustificare; e tanto meglio, se ò un vero fa¬ 
stidio, mia previsione del]‘inutilità delle pro¬ 
prie fatiche e mio sgomento a vedere che sotto 
le stesse etichette le stesse cose mediocri via 
via vanno ripetendosi, senza die ei sia mai un 
guizzo nuovo, o si palesi un nuovo aspetto di 
vita, una nuova tendenza d’arte. D’altra parte 
sarebbe- criterio assai fallace 1* andar ricer¬ 
cando come elemento artistico, nelle pro¬ 
duzioni letterarie, la «novità». Mi pare quin¬ 
di che questo punto, della « novità » che at¬ 
trae o respinge, secondo i tempera nienti, ehi 
le si accosta, sin il crocicchio, e un poco il 
tormento, di (pianti cercano di appagarsi in 
un’atle prodotta nel loro tempo; e abbagli co¬ 
me mi miraggio ì « contemporanei » e i « mo¬ 
derni », desiderosi di veder rispondere le loro 
aspiinzioni momentanee in un cielo dove tutti 
gli sguardi convergono e ogni tempo è con¬ 
tenuto; fra essi, anche quelli che meno si fi¬ 
dano dei nuovi tentativi e delle nuove per¬ 
sone artistiche. I/C vorrebbero escludere in 
fatti per amore a un'altra novità — un poco 
piò vecchia; alla quale parteciparono con im¬ 
pegno, clic salutarono nclU loro adolescenza 
e riconobbero nella propria formazione. Cosi 
d’altronde si fanno le tradizioni, clic- avvin¬ 
cono strettì a sè per un domani itti |>ocq se¬ 
gregato e guardingo quelli che ieri furono 
pieni di baldanza e confidarono senza timore* 

Parrà strano che si discorra tanto del «nuo¬ 
vo », prendendo a trattare d'uno scrittore il 
quale trova il suo luogo tra i vecchi, nato 
circa sessanta cinque anni or sono, edito per 
la prima volta nel 1893. Ma questo scrittore 
interessa prima dì tutto come fenomeno della 
■critica, in quanto cioè l'esempio delle sue cri¬ 
tiche vicende ha imj>ortanza, e dovrebbe aver 
riflessi, nel costume dei nostri critici o recen¬ 
sori. L© tappe cronologiche della sua attività 
-sono il novantatrè, il novantotto, il milleno¬ 
vecento ventitré. Ma i suoi due primi libri 
non ebbero risonanza, e il rumore riguardo 
aU’ultìmo s’è levato ncll'nutnnno del ‘25, a 
traverso interventi stranieri e per una via 
tutt’altro che diretta. Che il silenzio su que¬ 
sto scrittore sia stato ingiusto, parrà evidente 
per la stessa fama, per fortuna non postuma, 
che ora lo assiste. Ma l'ingiusto silenzio è 
cagione altresì (Luna forma di fama ingiusta. 
Calata di lontano, da climi letterari diffe¬ 
renti e* per contatti che sembrano assai occa¬ 
sionali, essa vuol rivelare aspetti e forme di 
questo scrittore che, in quella luce, oscure¬ 
rebbero altre sue qualità molto piò ingenue, 
per includerlo in una tendenza, nella quale 
non gli spetterebbe altro che un posto assai 
■secondario- 

Ragioni geografiche (e tipografiche) esclu¬ 
devano, in quegli anni, lo scrittore triestino 
da un’nssidmi vicinanza con la vita letteraria 
italiana. I suoi due romanzi (« Una vita » • 
1893; « Senilità » : iSgS) avrebbero pur dovuto 
esser letti al loro tempo, e non vi avrebbero 
sfigurato. Pare che di essi, o di uno di essi, 
Tendesse conto un critico solo : Domenico O- 
lìva; nome che ora non viene sjksso ricor¬ 
dato, e quasi punto fuori del campo, che fu 
suo più strettamente, della critica teatrale. 
Non so la ragione del suo così lungo riposo, 
che dura venticinque anni, il tempo d'una ge¬ 
nerazione intera; non so quali vicende abbia 
subite l'ultima pubblicazione, finita di stam¬ 
pare il '23, conosciuta e commentata sulla fi¬ 
ne del '25. Ma, a pensarci, dite anni non son 
tanti per far si clic questa conoscenza ei ar¬ 
rivasse, da Trieste, ormai tanto avvicinata, 
via Dublino-Parigi; accorderemo volentieri il 
perdono di questa mora ad uomini che dove¬ 
vano aver altro pel capo che non le fortune 
del signor Italo Svevo, scrittori e critici che 
vanno per la maggiore, e indaffarati in im¬ 
prese di tanta importanza. ?iamo anzi soddi¬ 
sfatti che essi ci abbina fatto conoscere que¬ 
st'uomo; con un apparato e una presentazio¬ 
ne in tutto degna della fama a cui lo voglio¬ 
no consacrare, hanno stimato di poterlo far 
■comparire come loro ignoto precursore, e gli 
bau fatto onore in scritti e su riviste dove po¬ 
che rinomanze moderne conseguono un rico¬ 
noscimento. 

Ma nulla, o quasi nulla di quello che in lui 
ci piace, a una lettura calma e coscienziosa, 
pare clic abbia assunto significato per loro, 
attenti solo n certe conformità esterne, a certe 
lentezze prolungate del racconto, a certi com¬ 
piacimenti d'osservazioni minute in cui han¬ 
no riconosciuto le virtù e i modi che lì fanno 
grandi. Ed ecco il giudizio sulla mirabile psi¬ 
cologia di Zeno Cosini e sulla novità impor¬ 
tantissima dell'analisi della psiche qui ten¬ 
tata, al quale altri nostri scrittori hanno con¬ 
trastato vanamente, magari scoprendo che 
Manzoni s'era già mostrato un finissimo psi¬ 
cologo; come se la disputa dovesse fissarsi 
su una preminenza dei generi, e ci fosse il 


SVEVO 


pericolo elle una nuova fama facesse crollare 
quelle già stallili e assise. 

llisognerà in tanto distogliere l'attenzione 
dal « fenomeno » di Zeno Cosini e della sua 
frammentaria autobiografia, lunga più di cin¬ 
quecento pagine. Le creature d’uno scrittole 
hanno da avere un 1 intima e coerente somi¬ 
glianza, come i diversi ritratti che un mede¬ 
simo pittore dipinge. Tra Alfonso Nini — 
così si chiama l’eroe del primo romanzo — e 
/Ceno Cosini c’è differenza, ma come ci può es¬ 
sere tra un uomo maturo eppure ricco di sen¬ 
sibilità e (l'indulgenza e il cupo, solitario, in¬ 
deciso adolescente ch'egli fu prima di venire 
a patti colla vita. O più tosto la differenza 
che v'ò tra lo sguardo d’ttn uomo clic non sa 
reagenti alla sua facoltà d’immedesimarsi e 
di commuoversi, e- uno sguardo che ha tratto 
dall’esperienza dcll’ironl» la capacità di ri¬ 
prendersi, di correggere ù coordinare le sue 
impressioni con rum compì elisione più adde¬ 
strata e più sottile dei motivi e un’ombra di 
cinismo. 

In mezzo a questo percorso, In senilità di 
Emilio Ilrcntani sarebbe un compromesso, una 
più vera miseria, di pirsoim clic rinuncia a 
credere al tragico nella vita quotidiana, ina 
ne prosegue la stanchezza, il senso di vuoto, 
la assidua opera demolitrice senza scopo e 
senza redenzione. Alfonso Nitri si uccide, e 
Emilio Brentani, spente tutte le velleità co¬ 
me si sjxmgono i lumi, s’accascia. 

Le altre cose, il mondo, ossia la Trieste di 
(lucati due uomini, si trasformano analoga¬ 
mente; se la vita di Nitri, tanto timida, coliceli 
Irata, colora di sè tutto quello che accade, cosi 
che ogni cosa iti certo modo concorre alla 
catastrofe con «pici moto (piasi fatale, e in 
quel tono generale di pessimismo che contras¬ 
segna i più degni tra i cosi detti naturalisti, in¬ 
torno a Brentani in vece tutte le persone spic¬ 
cano, si muovono indipendenti e tanto lìbere 
da essere un attivo rimprovero per la sua me¬ 
lensa e avara scontentezza. Nell’autobiogra¬ 
fia di Zeno son proprio le condizioni esterne, 
gli amori, la famiglia, gli affari, l'occasione 
e il contenuto della sua sensibilità; se non lo 
dominano, è perchè egli è ogni volta attento 
e abilissimo a prendersi la rivincila col pie¬ 
garli dal loro lato ridicolo. La tragedia, pur 
sempre latente e possibile, va svanendo, poi¬ 
ché c’é, nel costume di Zeno, un continuo 
sforzo di riadattamento, che lo mitiga e lo 
accosta ai suoi simili, e lo fa, sebbene voglia 
essere nevropalico e ansioso, nonostante le 
cure più stravaganti e il miraggio d'un'im- 
maginaria salute, uomo più normale di tanti 
maschi volontari e vittoriosi. 

Questo breve schizzo deU’andaincixto dei 
romanzi tende un poco all'elogio e indica una 
linea ideale piuttosto che il risultato positivo. 
I/O manchevolezze nello stile di Italo Svevo 
sono tanto evidenti, che il primo giudizio su 
questi libri sarà sempre una condanna: sono 
scritti male. Perciò gli stranieri che ammi- 
taiio l’autore, ribadiranno contro al gusto 
italiano una critica pregiudiziale di leggerez¬ 
za e di formalismo retorico. 

Ora non sì può dire propriamente che que¬ 
sti libri son scritti male; o si avrà da soggiun¬ 
gere clic si accetta ogni giorno roba scritta 
non meglio, e dove per giunta l’approssimata 
sicurezza della lingua è garantita da una reto¬ 
rica impersonale non punto astrusa 0 assai cor¬ 
rente Qui ci troviamo a fare i conti con una 
poco comune imperizia dello scrivere e una cu¬ 
riosa ostinatezza a non imparare, si direbbe 
a non volersi arrendere a un modo di scrit¬ 
tura più piano e un pochino più elegante, per 
paura clic diventi una maschera o una cosa 
leziosa. Il peggio si é che la razza di Ettore 
Schmitz (Italo Svevo), o il miscuglio delle 
razze, poiché, come avviene a Trieste, nella 
sua famiglia molti han da essere stati gl’in¬ 
croci, Io estrania da noi e dalla nostra lin¬ 
gua; il suo dialetto e la sua città sono, rispetto 
agli altri d’Italia, in una condizione, còme 
dire? di maggior povertà; di modo che l’espe¬ 
rienza più diretta, e la sola dalla (piale egli 
possa attingere, poiché di dimestichezza con 
altri scrittori italiani non si può proprio par¬ 
lare, non ha in questo caso valore d’ingenuità 
e d'immediatezza. 

I.o Scimiitz tenta giustificarsi della diffi¬ 
coltà in cui s’aggira senza neanche vedere il 
modo di spuntarla, e se ne fa una teoria iro¬ 
nica che lo dovrebbe salvare dai rimproveri : 

« Il dottore. ignora che cosa significhi scri¬ 

vere in italiano per noi che parliamo e non 
sappiamo scrivere il dialetto. Una confessio¬ 
ne in iscritto é sempre menzognera. Con ogni 
nostra parola toscana noi mentiamo ! Se egli 
sapesse come raccontiamo con predilezione 
tutte le cose per k* quali abbiamo pronta la 
frase e come evitiamo quelle che ei obblighe¬ 
rebbero di ricorrere al vocabolario ! E’ pro¬ 
prio cosi che scegliamo della nostra vita gli 
episodi da notarsi. Si capisce come la no¬ 
stra vita avrebbe tult'altro aspetto se fosse 
detta nel nostro dialetto». 

E non è vero. E* proprio il dialetto — quel 
dialetto che guasta l’nsjxtto della vita. Par¬ 
late a quel modo, tutte le relazioni diventano 
insulse, coiu’è insulsissima la « società » trie¬ 
stina che al nostro autore piace di ritrarre. 
Non e’ò larghezza d’argomenti da cui si i>os- 
sa ritagliare uu discorso, nè profondità o com¬ 
pattezza in cui si possa scavare un carattere 
Nato in un porto c dalla confluenza di genti 
diverse, è quasi solamente un gergo, come po¬ 
teva essere la lingua franca negli scali de! 
levante, o quale oggi il linguaggio america¬ 
no rispetto all'inglese; una riduzione all’assur¬ 
do a forza di toni brevi, pratici e di paurosa 
parsimonia nel vocabolario. 


Diciamo questo perché lo Sellimi/ avrebbe 
bisogno di superare il dialetto, di essere più 
che triestino. La facoltà d’intender gli animi, 
di crearli, gli si fa fncoltà ironica anche per 
la incompiutezza in cui rimangono, quando 
urlano alle porte chiuse della sua ignoranza 
e della sua incapacità d’imagitinre. Ailoia, 
sguscia per una via traversa « si mette a guar¬ 
darli in tralice. Per intendere a fondo e rap- 
presentare bisogna superare e dominare. Fin¬ 
ché si rèsta sullo stesso piano, non si può clic 
s \tostare l’angolo visuale e capire e vedere una 
linea pur volta Altri triestini, avendo in cuore 

10 scontento della vita clic li aveva formali, 
se ne sono astratti e le hanno risposto a toni 
rudi, con cupe e romantiche risonanze di pen¬ 
siero; hanno cercato in sé l’asprezza del Carso 
come simbolo e matrice della città loto, con¬ 
tro alle sue apparenze; e hanno raggiunto cos‘r 
l'Unità dello stile. 

Tull'altra mi pare la via percorsa da Itale 
Svevo 1 lari suoi momenti di liricità dicen¬ 
domi da stati di trasporto sensuale, non dr 
un dominio sulle impressioni e da un ordi.ic 
proficuo posto nelle emozioni e nella fanta¬ 
sia. Quando lo hanno accostato a scrittori fu¬ 
mosi per il modo onde sanno analizzare e far 
vivere la psiche dei loro personaggi si direb¬ 
be che hanno preso sul serio una finzione lei 
suo ultimo libro, di cui egli stesso nelle ul¬ 
time pagine si burla. Il nome di Proust e 
quello dì Joyce potrebbero essergli messi ac¬ 
canto solo per contrasto, per indicare la com¬ 
pleta divergenza e alcune delle sue deficienze 
più palesi, f.o Svevo non sa scrìvere lina frase 
dove sia un inciso, si perde nel nesso tempo¬ 
rale dei verbi, non conosce il segreto di nes¬ 
sun giuoco di profondità; il confronto con 
una pagina di Proust gli è addirittura mici¬ 
diale. Viceversa, Proust stesso j>otrcbbe impa¬ 
rare da lui a incidere più rapido, a atteggiar 
le figure con due segui, invece clic con mille 
parole; se imparare queste cose gli avesse po¬ 
tuto esser orile, e non fossero contrastanti col 
suo modo Joyce poi v’imparerebbe l’ordine, 
sia pure un ordine esterno, piatto e poco con¬ 
vincente; meglio però di quel suo mare in 
subbuglio dove sì vedo» perdersi alla deriva 
tanti informi rottami 

La necessaria povertà dell'espressione gli 
si è dunque rappresa in una brevità, che assai 
spesso è piena di senso e aiuta tanto meglio 
delle sue parole a intendere e a rappresen¬ 
tare- Il genio dell’osservatore (che è n sua vol¬ 
ta creatore, ma secondo aspetti minuti, im¬ 
provvisi e secondo sintesi di momenti che 
s’armonizzano) si rivela in lui in frasi stac¬ 
cale, semplici, dirii te, perdute in mezzo al 
racconto che ha in genere i difetti e le poche 
virtù del naturalismo, ch’egli ha ammirato e 
seguita ad ammirare. I ritratti fisici e le no¬ 
tazioni psicologiche si combinano e s’accoun 
pugnano; spesso, secondo quelle vecchie mode 
e credenze, si fanno paralleli. La nota carat¬ 
teristica degl'individui è talvolta presa da un 
loro atteggiamento, da una frase o da una pa¬ 
rola del loro discorso fermata o segnata a 
volo; come s’è detto, le sue creature se le 
guarda di sbieco. La visione fuggitiva d’un 
impiegato è In presentazione d’uti individuo e 
d' un carattere (« Entrò correndo Sanneo, il 
capo corrispondente. Era un uomo sulla tren¬ 
tina, alto e magro, i capelli d’una biondezza 
sbiadita. Aveva ogni parte del lungo corpo in 
continuo movimento; dietro agli occhiali si 
movevano irrequieti gli occhi pallidi »). Il 
capo deU'azienda ci è presentato con mi suo 
atto abituale; « Alfonso salutò e il signor 
Mailer rispose col medesimo cenno a lui e a 
Giacomo Faceva sempre dei saluti collettivi»; 
ne vedete sùbito la fretta e il sussiego. 

Alfonso Nitri, pur nell’evidente sua igno¬ 
ranza, sogna il inondo delle lettere e se ne 
fa un paradiso; il sogno si rifrange nella realtà 
meschina, aiuta a soppoitarla: «... Alfonso, 
per legare l’atto ir/, ione al lavoro, usava quando 
era solo di declamare ad alta voce la lettera, 
e quella si prestava alla declamazione essendo 
rimbombante dì paroioni e di cifre enormi, 
leggendo ad alta voce la frase e ripetendola 
nel trascriverla, scriveva con meno fatica per¬ 
chè bastava il ricordo del suono nell’orecchio 
per dirigere la penna ». Anzi, la rialza e la 
sublima : « usciva non appena deposto il li¬ 
bro, e dopo quell'ora passata con gl'idealisti 
tedeschi, gli sembrava sulla via che le cose lo 
salutassero ». 

Ecco qual è, per Alfonso, il rimedio dcl- 
J'anidre ; <1 Quando era dinanzi a Lucia ne 
vedeva gli zigomi sporgenti. Stava all’erta! 
Non sentiva desiderii 1». Quando l’amore vie¬ 
ne, l’animo timoroso e la sua segregata deli¬ 
catezza non ci regge : « I.e baciò le mani che 
ella gli abbandonava e quest'abbandono non 
gli dava altro piacere clic di sentirsi rassi¬ 
curato del tutto, ma anche la noia di dover 
simulare un grande entusiasmo » Nemmeno il 
possesso lo rassicura: «Se c'era, la felicità di 
Alfonso veniva dimiuirta da un timore. Quel¬ 
la donna che in una sola ora aveva mutato 
di sentimenti e d’opinioni era forse Impaz¬ 
zita? » « Egli salutò agitando alto il cappello. 

11 gesto era trovato, ma a lui mancava la 
sensazione corrispondente. Al vedere Annetta 
alla finestra, s’era ricordato che cosi s’usavn in 
amore » E trova una fiuta forza nell'abban¬ 
dono : « Egli ora era un uomo nuovo che sa¬ 
peva quello che valeva. I,'altro, colui che a- 
veva sedotto Annetta, era un ragazzo mala¬ 
ticcio con cui egli nulla aveva di comune. Non 
era la prima volta ch'egli credeva d’uscire dalla 
puerizia », 

Ecco un aforisma, tratto da un movimento 
dell’animo d'Alfonso; « S’cni adirato, perchè 
nulla è più irritante che non venir sùbito 
compreso (piando si finge » Ficco, espressa con 
un simile contrasto, la dolcezza del subitaneo 
ricordo del padre: « K ancora una volta ri¬ 
vide la fisionomia del padre, che pensava e 
parlava proprio così, nini tanto vicino a sorri¬ 


dere come quando il suo volto s’atteggiava 
a grande serietà e la sua parola risonava pa¬ 
teticamente commossa u, 

Gli esempi addotti vengono tutti dal primo 
romanzo, « Una vita »; già in quello, e più 
nei due seguenti, nella notazione psicologica 
subentra assai natili almonte l’arguzia e l’iro¬ 
nia, piega più conscia dello spirito che cono¬ 
sce le debolezze degli altri, le loro miserie; 
e le mitiga e le sostiene coU’aecostarle a casi 
e a motivi impensati clic implicano, appunto 
jwr la loro disianza, una solidarietà generale 
e mia scambievole remissione- La tragedia 
d'Alfonso è fatta più umana daU'occhio clic la 
vede un po' per volta maturare; sicché 1 
tono concitato e quasi augurale di certe pa¬ 
gine- non predomina, ed egli non assurge a 
simbolo di catastrofe nobile e programmatica, 
come il giovane Werther, Il tono minore, la 
luce crepuscolare proviene in parte dalla gc- 
neralc tendenza realistica del racconto; ma .'in¬ 
die la supera e se ne svolge, con l’atteggia¬ 
mento di timidezza sofferente elio è proposto, 
nella persona d'Alfonso. (piasi in antitesi e 
al!'ammirazione degli altri poco vivi perso¬ 
naggi; e, questo romanzo, si potrebbe ascri- 
vedo anche a qualche lontana parentela dosto- 
ieschiana. 

In. «Senilità » il campo esterno è allargato. 
La piccineria e la miseria d'Emilio Brentani 
spiccano nel contrasto con la salute e la gio¬ 
vinezza dei movimenti, linoni o cattivi, dcl- 
l'Angiò!ina e dello scultore Balli; si rivelano 
nella pietà stizzosa e risentita che gl’ispirn la 
sortila delirante. Trieste vi è mia cosa viva, 
con soffi di bora, raffi eli e di pioggia, luci e 
tramonti; il Balli, che sarebbe il pittore Ve- 
roda, agisce e parla per sè, all 1 infuòri degli 
ocelli d*Emilio, che non riescono a vedere mai 
con giustezza nell'animo (Idraulico. La di¬ 
sfatta de] Brentani è predetta fin dalle prime 
pagine; «Per In chiarissima coscienza ch’egli 
aveva della propria Oliera, egli non si gloriava 
del passato però, come nella vita cosi anche 
noU’artc, egli credeva di trovarsi ancora sem¬ 
pre nel periodo di preparazione. Viveva nel 
futuro sempre in aspettativa, non paziente, di 
qualche cosa che doveva venirgli dal dì fuori, 
la fortuna, il successo, come se l'età delle 
belle energie |>cr luì non fosse già tramon¬ 
tata ». L'ansia clic gh cova in cuore, non mai 
generosa, lo predestina al fallimento: «L’a¬ 
more delle donne era per luì qualche cosa 
più che non una soddisfazione di vanità, ad 
onta che, prima di tutto ambizioso, egli non 
salasse amare. Era il successo quello, o gli 
somigliava di molto ». Benché meno arrogante, 
il Brentani è qui disegnato, e con pochi toc- 
chi, non molto dissimile da quel che sarà |>oi 
Rullò. Ma la definizione della sua amicizia 
col Balli ce* lo presenta anche meglio: «La 
loro relazione ebbe l’impronta del Balli. Di¬ 
venne più intima di quanto Emilio per pru¬ 
denza avesse desiderato... (essi) andavano per¬ 
fettamente d'accordo. Accordo facile; il Balli 
insegnava, 1* altro non sapeva neppure ap¬ 
prendere. Fra di loro non si parlava mai delle 
teorie letterarie complesse d'Emilio, poiché il 
Balli detestava tutto ciò che ignorava. Uomo 
nel vero senso della parola, il Balli non ri¬ 
ceveva (vuol dire: non accettava opinioni, in¬ 
flussi altrui) e (piando si trovava accanto il 
Brentani, poteva avere il sentimento d’esser 
accompagnato da una delle tante femmine a 
lui soggette». Si tratta d’uu uomo che non 
sa vivere e che sarà stroncato. Le vicende della 
stroncatura non consentono clic s’incrudelisca 
contro di luì; di volta in volta viene lo spunto 
per il quale sì riesce a compiangerlo, ridendo. 

La « Coscienza di Zeno » è più che nitro 
una mastodontica burla; o meglio un falli¬ 
mento annullato, la rivincita su alcune scon¬ 
fitte, imagi micie ma sofferte, ottenuta con lo 
sforzo di ristabilire fra tutto le proporzioni ne¬ 
cessario e dì comprendere e « smontare » i vari 
momenti quasi tragici. Zeno Cosini, che si 
finge e poi si erede ammalato, canzona, quan¬ 
do è giunto alla fine, il metodo di cura che 
s’è prescelto. Cosi gli dice il medico, fanatico 
della ps ; contialisi: «Scriva ! scriva I Vedrà come 
arriverà a vedersi intero». Così poi egli con¬ 
clude, quando si sottrae all'ostinatezza del me¬ 
dico, e ne ride : « Io proposi al dottore dì 
prendere delle in formazioni (riguardo ai fatti 
raccontati e sottoposti alla sua scienza inter¬ 
pretativa). A mio sapere egli non s’indirizzò 
a nessuno di costoro, e devo credere che se 
ne astenne per la paura di veder precipitare 
per quelle informazioni tutto il suo edificio di 
accuse e di sospetti. Chissà perchè sì sìa proso 
di tale odio per me? Anche lui dev'essere un 
istcìieone che per aver desiderata invano sua 
madre, se ne vendica su olii non c’entra af¬ 
fatto ». 

Il libro è in fin dei conti l’autobiografia 
d'ini buon Triestino, ricco e inetto, che porta 
il destino del suo agio inerte in tutte le sue 
relazioni, ho tempo da perdere e è assai nor¬ 
male. Appunto perchè è normale, non è un 
uomo sano e, come tutti i perdigiorno, è fis¬ 
sato sulle proprie malattìe. Si può ammettere 
che lo Sciimitz abbia sentito l'influsso delle 
recenti teorie freudiane, e abbia avuto Fin- 
temo di far ancora un romanzo naturnlisrico- 
sperimentale su i casi delle nuove nevropatìe; 
ma, di fatto, a ogni pagina fa capolino il buon 
senso; e il malato si dimostra assai accorto 
quando prende in giro i suoi medici e il male. 

L’ironia ò dunque meno sostenuta e di¬ 
stante, a volte semplice voglia di ridere, spi¬ 
rito buffonesco del racconto. Se si potesse, 
varrebbe la pena di riportare tutta la scena 
spiritica della dichiarazione d'amore, e quel¬ 
la successiva del fidanzamento con la più brut¬ 
ta fra tre sorelle dopo due prove fallite. Della 
seduta spiritica, cctoue un tratto: «Guido (è 
il rivale in umore) coprendo con la sua la voce 
di tutti impose (pici silenzio che io, tanto vo¬ 
lentieri avrei imposto a lui. Poi con voce mu- 



Pag. 102 


IL B A RE T TI 


Umberto Saba poeta 


tata, supplice (imbecille 1) parlò con lo spìrito 
ch'egli credeva presente: 

« Te ne prego, di’ il tuo nome designan¬ 
done le lettere in base all'alfabeto nostro!». 

Egli prevedeva tutto : aveva paura ebe So 
spirito ricordasse l'alfabeto greco». 

Se non ci fosse una simile reazione perso, 
naie, che si palesa nelle varie vicende 
del racconto e ne illumina le pagine piò 
smorte, quest'ultima — e lunghissima — o- 
pcra sarebbe un tentativo fallito. Che e’ im¬ 
porterebbe di sapere, a traverso trentatre pa¬ 
gine, come fa un uomo a non smettere il vi¬ 
zio del fumo? Gli assiomi e le fissazioni da 
salutista, che son quasi il filo conduttore e 
i punti articolati del romanzo, non c’interes¬ 
sano se non in quanto sono speciali manife¬ 
stazioni del carattere di Zeno: imagimirìo ma¬ 
lato che crea la sua malattia per il bizzarro 
gusto di dare nnn risonanza fisica ai parados¬ 
si. Ma altrove la malattia, a cui sempre l’at- 
tdizione dello Schinitz si volge con straordi¬ 
naria cura, è rappresentata con vigore e rie¬ 
sce ad impressionare. Le fasi della pazzia, che 
complica una polmonite a cui la sorella di 
Emilio Brentani soggiace, raggiungono più 
che qualunque altra sua pagina una dramma¬ 
tica chiarezza; in una circostanza cosi estre¬ 
ma quando i fantasmi hanno superato le de¬ 
boli resistenze dell’organismo e non c’è rime¬ 
dio fuor che nella morte, non sarebbe dav¬ 
vero opportuno limitarsi e andar cauti- 

Che il lato programmatico, l’intenzione, 
non riuscita ad esprimersi, la tesi, sia la natte 
caduca e inutile di questi romanzi, è giusto e 
evidente. Si potrebbe però fare una distin¬ 
zione: «Una Vita u e «Senilità» — i due 
romanzi scritti nel secolo scorso — ripetono 
l’eco di quel tempo, gl’influssi naturalistici 
ch’erano allora in voga; non avendo essi una 
loro precisa individualità non hanno nemme¬ 
no importanza d’arte. Pure, e anche per ehi 
non abbia ragione di appassionarsi allo Sve- 
vo e di andarvi a cercare le minute cose ori¬ 
ginali che sembrano degne di nota, son libri 
<l‘interessante lettura 

La « Coscienza di Zeno >* invece è un libro 
indigcslo, che pochi, fuorché si tratti d: qual* 
che fallace caso d’entusiasmo per il « gene¬ 
re » riusciranno a sopportare. C’è forse in que¬ 
sto libro, il meglio dello Schinitz; ma c’è an¬ 
che un peggio, che gli viene* d’altronde, un 
ibrido modo che sa dì psicologia sperimen¬ 
tale e di cura freudiana, innestata o combi¬ 
nata con un ideale letterario uso * Iiouvard 
et Pècuchot »; adoperato per giunta da chi 
non sa crearsi un linguaggio pedante e quasi 
tecnico a forza di precisione. Se sì hanno da 
fare i romanzi secondo le ricette, va) più in¬ 
gomma un’autentica ricetta maupassaiitiann, 
per quanto arida e breve, che questi ricchi 
pasticci dove c’entra un po’ di tutto e che 
vogliono essere conditi cori un forte sapore 
di « modernità ». 

S'ò detto che lo Svevo lui una certa predi¬ 
lezione per. i malati. Sarebbe, questo, un 
brutto segno di malattia; ma ci sono in Ini 
anche indizi di salute, e il più ricuro di tutti 
è il suo modo di guardare le donne, clic pare 
le riempia di forza e di colore proprio per la 
gioia dell’uomo. 1 suoi uomini sono o timidi 
o scettici o senili; ma le dotine che gli pas¬ 
sano accanto e si fermano un poco, sono ani¬ 
mali fiorenti. Perciò toccano a loro certi atti 
d’energia, certi scatti di fierezza, come accade 
sempre con Dostoieschi. Ma là son donne, an¬ 
che ingenuamente, fatali, un poco maliarde e 
maghe, angeli e demoni commisti. Qui no, 
son belle donne soltanto — se pure non a 
tutti piacevoli; la loro semplice anima è la 
carne. Hanno il volto largo e roseo, come la 
signorina Annetta; oppure, sebbene meno de¬ 
finito, come Angiolina. (« Le corse incontro, e 
dinanzi al colore sorprendente di quella fac¬ 
cia, strano colore, intenso, eguale, senza mac¬ 
chia, senti salirsi al petto un inno di gioia »). 

Ecco una effimera Carmen: «Io vidi che la 
sua, faccia non era tinta, ma i colori ne erano 
tanto precisi, tanto azzurro il candore e tanto 
simile a quello delle fruita mature il rossore, 
che l’artificio vi era simulato «Da perfezione. 
I suoi grandi occhi bruni rifrangevano una 
tale quantità di luce che ogni loro movimento 
aveva una grande importanza. Guido l'aveva 
fatta sedere ed essa modestamente guardava 
la punta del proprio ombrellino o più pro¬ 
babilmente il proprio stivaletto verniciato. 
Quand’egli le parlò, essa levò rapidamente 
gli occhi e glieli rivolse sulla faccia così lu¬ 
minosi, che il mio povero principale ne fu 
proprio abbattuto. Era vestita modestamente, 
ma ciò non le giovava perchè ogni modestia 
sul suo corpo s’annullava. Solo gli stivaletti 
erano di lusso, e ricordavano un po' la carta 
bianchissima che Velasquez metteva sotto ai 
piedi dei suoi modelli. Anche Vclnsquez, per 
staccare Carmen dall'ambiente, l’avrebbe pog¬ 
giata sul nero dt lacca ». Perdoniamogli, me¬ 
glio che il « candore azzurro.» (forse esiste), 
alcune altre espressioni stonate che vengono 
a intorbidare questo bel quadro. 

Come conclusione, c’è poco da aggiungere. 
Simpatia per questo scrittore, tanto estraneo 
al mestiere e al successo, è facile provarla; è 
necessario riconoscere la dignità della sua fa¬ 
tica. Se potesse ricominciare, con maggior si¬ 
curezza e indipendente- dalle mode d’un gior¬ 
no, troverebbe o ; ù favore presso quei pochi 
che hanno voglia di leggere senz’aver paura 
delle nuove letture. In tal modo non riag- 
guantcrebbc la fama; ma, meglio tir uri pos¬ 
sesso cosi precario, è da augurargli la co¬ 
scienza del lavoro compiuto e quel retrospet¬ 
tivo compiaci inerì lo che annulla i necessàri 
dubbi e le nobili stanchezze; quando l’autore 
riesce a vedere l’opera prepria staccata e fissa 
nella luce della storia. 

Umhkrto Morra nt Lwkuno. 


Altri ha già espresso opportune considera- 
zioni sul fatto clic la poesia del Saba solo oggi 
ci appaia nella sua vera luce, liberata dai fa¬ 
cili schemi in cui ('indifferenza dei primi ap¬ 
procci del pubblico e della critica sembrò con¬ 
finarla. Ancora una volta si è manifestato il 
caso di un poeta, che, ‘per riiinanzi perfetta¬ 
mente misconosciuto, è giunto ad ottenere un 
riconoscimento che si palesa non fugace, e 
senza dubbio accortamente motivato. Il tem¬ 
po, a cui nulla l’artista volle concedere, è ve¬ 
nuto stavolta all'artista. 

Oggi ci sembra, ad esempio, assolutamente 
ingiustificata l’impressione del Serra che que- 
stn poesia «non uscisse dal generico». E 
completamente « fuori fuoco » ci si rivelano 
le considerazioni contenute ucll’artieolo che 
gli consacrò, aH’apparire del primo libro, il 
suo concittadino Slatapér, a lui del resto così 
lontano. Oggi, dopo gli studi del Pebenedetti, 
del Montale, del Cocchi e del Pancrazi, non 
ei riesce più possibile pensare al Saba come 
ad un «crepuscolare», nè concepire come si 
jvotesse scambiare la sua vena idillica t- pen¬ 
sosa, con sfumature di pessimistica sensualità, 
colla lirica incerta e sfibrata che venne di mo¬ 
ria in Italia ni tramonto dannunziano. E la 
apparenza facile di questa poesia non certo 
facile induce oggi in simile equìvoco quei crì¬ 
tici che vogliono semplicemente fate riti Saba 
un ostinato assertore della « forma chiusa » e 
elei «bel canto » iu tempi (l'eresia formale e 
di liricità discorsiva. I.a fedeltà di questo arti- 
sta ai metri tradizionali non deve certo ricer¬ 
carsi in una inattuale « resistenza ai tempi », 
e tanto meno in una forma di consapevole neo¬ 
classicismo, ina nella natura intimamente oc* 
cantonale e autobiografica della sua ispirazio¬ 
ne, e in una sorta di primitiva nostalgia dei 
classici, tutta di primo acchito, e, diremmo, 
scolastica. 

Tanto equivale a dire che il Sa ha non si è 
nini posto alcuno dei cosidetti « problemi for¬ 
mali » in cui sembra clic la nostra poesia con¬ 
temporanea sia costretta a dibattersi, a secon¬ 
da che aspiri all’estatico platonismo di una 
'.n per io re armonia stilistica. In di cui esigenza 
è insita in tutta la nostra maggior tradizio 
ne, o che preferisca insistere suH’clcmento 
sensuale e coloristico che inevitabilmente ri¬ 
nascerai disgregamento delle forme tradizio¬ 
nali e dal Ravvicinarsi dell’ispirazione al pri¬ 
mo p ancora incerto palpito della vita, Egual¬ 
mente lontano da questi estremi, il Saba sem¬ 
bra aver accolto le forme chiuse (piasi passi¬ 
vamente, pago di una materia verbale e rit¬ 
mica appena appresa, nella raccolta adolescen¬ 
za, dalla ‘.inflessa frequentazione dei nostri 
classici. Ai modi del sonetto e della canzone 
egli più clic altro adegua, senza soverchie vi¬ 
brazioni o reazioni musicali, una vena delica¬ 
tamente meditativa e figurativa, e, se a ta¬ 
luno sembrò di respirare, nei primi « Verni 
dell’nd(flettenza » e nelle « Canzonette » con¬ 
tenute mi presente volume, un’aura quasi 
metastasiana bisogna osservare quanto i mo¬ 
di melici del Saba ci Tj-uaionn meno Iil cri e 
sonori, e trattenuti sul significato fresco e a- 
ccrbo degl'incisi particolari piuttosto clic sfug¬ 
genti dictto la sfogata levità del verso 

Ad intendere la verace natura di questa 
aspirazione meglio giova riflettere circa l’o¬ 
rigine triestina del Snha, che si trovò di 
buon’ora a dover risolvere entro unti r fossi- 
e Uà tutta di maniera e di superficie le du¬ 
rezze del dialetto e le contraddizioni di una 
cultura in margine e non certo scevra di 
qualche influsso germanico. Non so come, 
leggendo anni fa le ultime liriche* del » Can¬ 
zoniere » mi venne di pensare a certe canzo¬ 
nette del Goethe maturo, e mi sembrò di 
sorprendere, nella dolcezza pacata di quelle 
forme del canto dalla vita elementare della 
giornata, come un riflesso corroso e turbato 
dello respirante saggezza di certe ballate e 
favole <U1 « Hi vati ». Nè a questi rilievi, clic 
sembreranno paradossali, si vuol dare un qual¬ 
siasi valore* di giudizio, a 11'infuori dell'an¬ 
golo visuale da cui si circolah ■ no i nostri 
accostamenti. 

Come molte volto avviene, la particolare 
ispirazione del poeta si è trovala inconsape¬ 
volmente avvantnggmu dalle stesse difficoltà 
che agli inizi In travagliarono. K furono an¬ 
cora tali difficoltà, che tutt’oggi ritroviamo, 
nel Saba maturo, vinte eflpur presenti, che 
contiilmirono a formare il tono profondamen¬ 
te individuale che fluisce compatto dai primi 
sonetti del Conzonicre fino alL ultime compo¬ 
sizioni di Figure e cauli Certo a torto si no¬ 
minarono, a proposito del Saba, Petrarca e 
Leopardi. E non perchè hi stia Musa sin, co¬ 
me egli s’esprime, </ì poveri /ninni, ma perchè 
>:e rieclieggiamcnti vi persistono di quei gran¬ 
di, essi non esorbitano, come abbiamo detto, 
da quel l'i mieter mi nata atmosfera di nostalgia 
scolastica, che apprese i primi modi del verso 
e della composizione dalla giovanile constte* 
nuli ne coi grandi testi della nostra poesia. 

Ispirazione tutta in tono minore quella del 
Saba, che, unicamente nascendo come musi¬ 
cale meditazione e dominano alla vita, assai 
di rado sembra tendere alle platoniche trasfi¬ 
gurazioni di cui la glande lirica classica ci 
dà esempio, Mai come per il Alba sarà efficace 
il detto goclhiano che ogni vera poesia sia 
poesia d’occasione. Le sue migliori raccolte 
{Trieste e timi donmi, la .Scremi Pópcriu/oiu*), 
trovano i loro motivi nella vita direttamente 
rispecchiata nella paiola poetica, schiva da 
ogni amplificazione rettone.*! ed ornamentale, 
e senz'altro presupposto che min generica e- 
spencuza umana. E’ stalo pure osservato, dal 
Debeneduti, come questa i»ocs : a, in fondo 
schivi» dal (Inumila e dalla narrazione, fiori¬ 
sca naturalmente nei punti riposati dell'alito 
biografia, dove il dissidio appare, se non com¬ 


posto, quietato e rattenuto, e dove solo può 
sorgere l’atteggiamento idillico e meditativo, 
liisomma, la poesia del Saba è la scrn del po¬ 
veruomo, quando decade l'assillante preoccu¬ 
pazione delle cure della giornata, e i senti¬ 
menti e i pensieri, perduta l’asprezza e la ten¬ 
sione colle quali nacquero, si risolvono in utm 
labile effusione nostalgica. 

Il nuovo volumetto lFigure e canti. Ed. 
Treves, 1026) clic raccoglie tutta l'ultima pro¬ 
duzione del Saba, se è lontano dairavere l’im¬ 
portanza del libro precedente, rappresenta un 
ulteriore sviluppo della maniera jioetica del 
nostro, quale già le ultime composizioni del 
Canzoniere lasciavano presentire. Sviluppo 
che si presenta ben fatale e necessario, spc* 
einlmcnte nelle « Canzonette » e nelle poesie 
del ciclo Cuor morituro, e che solo nella serie 
dei « Prigioni » cì appare insistito e sforzalo, 
rappresi mando questi, in qualche modo, un 
rispecchiamento critico ed esemplare di quella 
sorta di Inconsapevole neoclassicismo clic fl 
ftiha è venuto raggiungendo ultimamente, e 
clic è insieme il risultato di una maggior sor- 
vegliatczza formale, e. nei riguardi interiori, 
dì una tranquilla stasi contemplali.";! dopo il 
turbamento patetico di Trieste, e ima donna e 
delle alti e liriche di quel periodo. 

Nelle Canzonette il poeta, stanco di rive¬ 
lale in parole di dolente poesìa le tormentate* 
cecità del cuore, non aspira che a far fiorire 
il proprio sentimento in delicate invenzioni e 
favole, (piasi consolato inganno alle rassegnato 
pene- della vita, e naturale fluire della riposala 
compiutezza umana della maturità. Il dato 
passionale, che, altra volta passivamente su¬ 
bito, non lasciava attorno a sò esile mia lieve 
e diffusa vibrazione lirica, (pii appare dissolto 
e come dimenticato nelle armoniose figurazioni 
e riflessioni. Il tranquillo ideale del poeta 
sembra orinai quello deH'onesto incisore, che 
giunge a obliare, nella faticosa gentilezza del 
ìavoro, il dolente motivo che ne lo ha ispi¬ 
rato ; 

Mi sogno io qualche volta 
ili fare mitiche stampe, 
li* la feliciti. 

In queste canzonette, più che il melodista, 
e! piace appunto ritrovare il savio artefice dì 
vecchie stampe, che. fatto ormai sospettoso 
degl'incarnii e delle perdizioni della Natura, 
ne d^ma e ne rende familiari le linee nell'at¬ 
tenta grazia dei suoi segni : 

Il ruscelletto che tra IVrlw lesto 
trascorre è dolco per il solitario 
ma no» per esso vedere fnrel 
troppo lune» rninndrtft. //amerei 
wcifìiu dipinto, e che il cuore (MPunino 
ri »i re tinte . 

E non intendiamo (pii opporci all’accorto 
richiamo che ha fatto il Cocchi ai madrigali 
tasseschi e alle sospirose canzonette del Meta* 
stasìo Ma, come sopra si accennava, ci sem¬ 
bra che solo per qualche lato secondario la 
vena del .Saba possa avvicinarsi alla sciolta e 
imitici minata felicità melica di quella poesia. 
Si guardi a come nel Saba l'inciso particolare 
appaia sempre attentamente trattenuto e de¬ 
lincalo, e »i come il suo verso, in senso di fi 
gura musicale, sembri spesso incontrare una 
sorta di lieve difficoltà a incorporarsi nella 
materia verbale, anche nelle composizioni più 
sfogate. Il ritmo sembra sostenere e guidare 
la paiola più che risolverla in sé* E si noti 
come riesce diffiede ricantarsi queste « canzo¬ 
nette » nel tono abitualmente voluto dal me¬ 
tro e dallo schema esteriore, e come il canto 
ne risulti più lento e «affaticato. Certe clausole 
finali vi serbano tutta la statica ed elabo¬ 
rata incisività di un cid-dc-lnmpe. Nè inganni 
quanto di musicalmente indefinito e generico 
presentano certe espressioni locali su cui il 
l>octn sembra insistere ; 

PiMIMJ ht<fcf«‘***fl 
dire d‘timore 
ed il rossore 
(l'un caro viso 
dolci proni e*.*«, 
bei peli li tu e» li 
e nuli accenti 
di paradiso. 

Di questi apporti, clic- rivelano a chiare- 
note la loro provenienza, è da ricercare l’ef¬ 
fettualità nel sentimento del poeta non in 
quanto vi è in essi di esaurito e di approssi¬ 
mativo, bensì nella particolarissima inflessio¬ 
ne con cui vengono pronunciati, e nella fre¬ 
schezza dei significati che sogliono adombrare. 
Nello stesso modo bisogna guardare all’uso di 
certe ardite inversioni e forzature sintattiche, 
clic portano aU’cstremo il concetto classico 
della » licenza poetica » e che nel nostro vo¬ 
gliono esser considerate come ud’altro degli 
aspetti della schiva e complessa intimità della 
sua ispirazione. Queste risoluzioni, clic direm¬ 
mo borghcifi, dei modi aulici della poesia an¬ 
tica in una materia tutta autobiografica e per¬ 
sonale non sono, come potrebbero parere a 
prima vista, segni d'insufficienza e di cattivo 
gusto, bensì spesso delicati suggelli di cui solo 
chi |ia bastevole familiarità colla poeshi «lei 
Saba può cogliere Pamlugua e sottile grazia. 

Mentre Fanciulle ci riportano, con maggior 
delimitazione degli elementi figurativi, al cli¬ 
ma dclk Oiiiconri/r, i quindici sonetti del- 
ì’« Autobiografia « seguano il passaggio alle 
ultime liriche del volume, che sì ricollegano 
alle migliori ilei t'a «amimi*. Nell* /fillobio- 
grafia è evidente il tentativo, che ritroviamo 
d'altronde presente in tutta l’opera del Salsa, 
di giungere all’altezza semplificala del canto 
attraverso una specie di mortificazione della 
forma metrica, e l'uso di formule popolareg¬ 
gianti, che tendono a ridurre la materia di 
questa poesia a iuta sorta d’umiliaia conven¬ 


zione, sulla quale meglio i>ossa innalzarsi In 
patetica sostenutezza del tono: 

l.« mia infami* fu povera e beata 

di pochi amici, di qualche animale; 

con una rii» benefica ed omnia 

come la tundre 1 e ili cielo Melili immortale. 

lai duplice intenzione clic |>crniane in que¬ 
sti componimenti, e non riesce che in qualche- 
tratto a fondersi con la poesia, induce tuttavia 
il lettore a un senso di insoddisfazione. In¬ 
fatti il tono di tratti ccnne il seguente risulta 
evidentemente solo presupposto, e lascia a sec¬ 
co ima materia mortificata e spoglia, clic non 
riesce mi elevarsi a) canto: 

Galtrirlr DWnmimio «Ha Versigli* 
vidi e conobbi : ifll'nqàtr fu assai 
egli cortese: nitro per me non fece; 

Liriche come «La Brama », «Primavera, 
d'antiquario», «Il Borgo», «La casa della 
murice » meriterebbero da sole un ampio e 
particolare commento, che tuttavia non forze* 
rebbe di molto le linee tratteggiate in questo- 
breve scritto. Alcune, come «Il Borgo», so* 
110 fra le più alte clic il Saba ci abbia dato. 
Pure è in esse da notarsi un nuovo e più at¬ 
tento ‘‘eliso dei valori della parola, una stu¬ 
diosa lentezza ili procedimenti che ingiganti¬ 
sco le prospettive e crea all* dolenti immagini 
come l'eco di una Seconda incantata profon¬ 
dità Qui davvero l’atteggiamento dimesso» 
del poeta sì eleva, in virtù della sua stessa 
imi Uà. nH'pItczxn del gesto classico. 

K sarà inutile intrattenersi ,-incora una vol¬ 
ta sul valore complessivo dcll’opeia del Saba, 
la quale,‘d’iiidisciitibìle concretezza, non farà 
che situarsi sempre meglio nello sviluppo della 
nostra recente lirica, in attesa del più vasto 
riconoscimento che indubbiamente seguirà da 
parte del pubblico. Più opportune sarebbero 
niellile considerazioni sulla personalità morale- 
dei poeta, i cui eleménti verrebbero ad integra¬ 
re le osservazioni necessariamente manche¬ 
voli fatte di sopra Ma questo è mi altro pun¬ 
to dì vista clic egualmente cì riconduce alla 
miti*criosa unità e totalità dell’opera d'arie: 
e che tuttavia è sempre* saggio risolvere iti 
ben delimitati rilievi formali, sotto la perni di 
cader nel generico cui induce quasi sempre 
lu èri t ieri razionai fata o contenutista. Sull'ori¬ 
gine ebraica dj Saba, sulla natura inconscia- 
mente biblica del suo pessimismo, sulla sua 
« sensualità » già i suoi maggiori critici ci 
hanno del resto egregiamente intrattenuti. K 
cosi sull’affettuosa passività colla quale il Unto 
sentimentale vici» sùbito dall 'artista, occupan¬ 
do in tal modo senza residui la gelosa intimità 
del ‘tio mondo. 

Giungiamo cosi a toccare della segreta sug¬ 
gestione dell^ poesia del Saba, clic è dovuta, 
oltre che alle complessità e difficoltà della sua 
formazione stilìstica, a (piche delja sua for¬ 
mazione etilica e monile. La carnalità di tanti 
significati di questa ispirazione, la delicata 
impudicizia di certe figure ha qualcosa di sot¬ 
tilmente esaurito e fatale, di disperatamente- 
sopportato, in cui le distinzioni morali si dis¬ 
solvono, e le stesse riflessioni etiche ;• gnomi¬ 
che acquistano un sapore di ambiguo e dolce 
sveltir inno. Al di là della fivola breve e co¬ 
lorita *n cui il Saba ha racchiuso i vaghi fan¬ 
tasmi della suo creazione non è che stanchez¬ 
za, disfacimento e morte. E la -tessa saggez¬ 
za e maturità inIima che il poeta sembra oggi 
aver conseguito non ci deve ingannare, per¬ 
chè ha sapore di cenere Certo dietro le flo¬ 
ride sembianze delle sue fanciulle non ci n- 
spcttiamo di veder apparire il romantico te¬ 
schio dalle orbite vuote; ma l'acerbità del de¬ 
siderio appare spesso acuita come da uno 
stanco presentimento, da un senso estenuato- 
di totalità cosmica : 

O ndl'niilii'a 

carne drU’uomu dall'inizio infitta 
«litica brama! 

Cosi, dietro gli aspetti di questa j>oesia, che 
per tanti lati si ricollega alla nostra tradizio¬ 
ne, e il cui tono si presenta subito così intimo 
e familiare, ci si svela spesso un volto di tri¬ 
stezza straniera od immemorabile, clic ci tocc«a 
appunto* in ragione della sua misteriosa lon¬ 
tananza, e ei richiama al pensiero di una razza 
errante da tanti secoli sopra la terra, e alla 
sua nostalgia disperata di potersi mi giorno 
fermare. 

Skkc.iq Soi.mi. 


G. B. PARAVIA & C. 

Editori-Llbral-Tipograft 

TORINO-MIMNO-FIRENZE - ROMA - NAPOLI • PALERMO 

Biblioteca 44 Storia e Pensiero „ 

niiClvNTISSIMO ; 

GIUSEPPE CUCCANTE 

Uomini e dottrine 

I» qtuMo volume sono raccolti a b oni mirri su In 
• It(‘tinnii» ideali dico sul finire dui «colo XX * 0 
Mille « l)ultri»c fi[(jSnfirlnj v correnti l(*Uernrii) » ; 
•.lodi irilici mi SehoiM'bmior, Spencer, A lettami r<> Man¬ 
zoni, Con**-.;»* N»*fcri, 'i in»opp(-* Pio!», \ ìgiHo Imniin, 
Giu'ciipc Dalle Ore. Giovanni Celnrm. 

l’rrrTo del titillate 1 t. IH.— 

1-0 richieste vanno fatte o «Ila sede centralo di 
Turino vin Garibaldi, 31, o alle filiali di .Milano 
Fi reme - llamn - Napoli - Pale rii io. 


iJivettorc Itesiìousabitc Piero Zanetti 
Tipografia Socìalo - Pinerolo 192 S 




IL BARETTI 

MENSILE Le edizioni dei Barelli Casejla Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per il 1926 L, 10 ■ Estero L. 13 - Sostenitore L. 100 ■ Un numero separalo L- 1 - CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno III - N. 9 - Settembre 1926 

Fondatore : PIERO GOBETTI 

SOMMARIO : A. MONTI i O. Por(un*lo, lr*dutlor* di Orlilo — R1LKE i Orf*o - OAIAT1 : Cioc* «ilo *p#echlo - P. OOBETTI RI»oralm»*to IIMI »rol - M. OROMO : Il Uitro n U erlllci — Noi*. 


Giustino Fortunato 

traduttore di Orazio 


Giustino Fortunato rilegge Orazio 

Sicuro: Giuntino Fortunato traduce Orario. 
0, piu precisamente, Giustino Fortunato, nel¬ 
l'estate uel ‘23, tradusse di Orazio in prosa ita¬ 
liana tTentatine odi t.rascolto lai quattro libri, 
otto del primo, sette dui secondo, quattordici 
del terzo, tre del quarto, più il Carme secolare; 
propose alla I induzione, a ino 1 di prefazione, 
una lettera al nipote Alberto Vigliarli; pub¬ 
blicò già la lettera sulla Nuova Antologia del 
IG Agosto 1924; ha pubblicato ora, od ha la¬ 
sciato pubblicare, pei tipi del Cuggium di Ro¬ 
ma, ni una a ristoc ratte issima edizione, la lettera- 
prefazione e la versione, col titolo complessivo 
« Rileggendo Orazio» (1). 

E come andò eho Giustino Fortunato, pro¬ 
prio al compiere del suo settantacinquesimo ari¬ 
no d’età, si poso a rileggere Orazio, o d'Orazio 
tradusse quol clic s’c letto, e intorno ad Orazio 
scrìsse quelle quaranta così bello pagineI 

Andò cosi. 

Appunto in quell'ostato del '23 ora capitato 
in maqo a Giustino Fortunato, donatogli dal¬ 
l’autore, suo antico o sconosciuto ammiratore, 
un libro in cui, fra l'idi ro, si parlava del molo 
di leggere e dì far gustare Orazio in una mo¬ 
derna scuola classica italiana. Come succede 
talvolta ohe piccola favilla gran fiamma secon¬ 
di, e elio da un fuggitivo accenno in una di¬ 
stiate lettura nitri sìa tratto a ricercare, di im¬ 
pelo, impazientemente, un altro autoro dome¬ 
stico già e frequentato tm‘ tempi andati e poi 
riposto e lasciato quasi in dimenticanza, c che 
a quell'improvviso ritrovamento dallo pagino 
disperse di quel libro si levino a sciamo avanti 
al lettore tanti cari ricordi dei tempi in cui pri¬ 
mamente quel libro si lesso 6 si trattò, così ap¬ 
punto avvenne a Giustino Fortunato il giorno 
che un capitolo del libretto giuntogli in omag¬ 
gio gli ridestò nel cuore la nostalgia di Orazio, 
di cui da tanti mai anni più non aveva riletta 
una sola pagina, o con quella nostalgia, il de¬ 
siderio, vivo pungente impaziente, di ripren¬ 
dersi fra mano il Poeta, c di rileggere, di ri¬ 
leggere. 

E rileggendo, ecco In prime odi lette da lui: 
le odi, tradotto, in una col fratello Ernesto 
quanU'cian fanciulli, compilando e costruendo 
sotto la non acerba fenda dolio zio • nell'anno 
:li felice interregno, tra due collegi napoletani 
de 1 gesuiti o degli scolopi.. dal ’60 al ’6l » ; 
le odi mandato a memoria so pur non inteso 
appieno; e l’improba fatica ricompensata con 
una «mezza piastra borbonica d’argento» per 
ciascuna ode ben recitata, elargita dall'affct- 
tuosa munificenza dello zio carissimo, che t por- 
Uva il nome d'un suo prozio vescovo, si van¬ 
tava cJassiro nel pensiero, illuminista o razio¬ 
nalista nella pratica... recitava, parola por pa¬ 
rola, Orazio o Tacito... aveva assai spesso 
su le labbra i nomi del Locke o del Bayle... o 
in permanenza, su lo asvittoio, uno o l’altro vo¬ 
litino del Giaunone». E il bcU'Orazio dol Bio¬ 
di, libro di test/) al Convitto di San Carlo allo 
Mortelle in Naj*)?i, ove si scendeva dopo esser 
venuti da Rionnro a E boli «con propria carroz¬ 
za e lo sonagliere a’ tre cavalli e una equestre 
scorta d'armati», c dove i giovinetti * naj>olo- 
tani* scontravano, dopo quel ’60 — l'anno dei 
miracoli — altri giovinetti venuti più di lon¬ 
tano, i «siciliani », più numerosi i continentali, 
più «pronti o maneschi» gl'isolani, e le duo 
schiere non urau, nò potevan esser, amiche fra 
di loro, conio non cmi nò gli uni nè gli altri a- 
mici .lei nuovo ordino di cose, ma In convi¬ 
venza, i comuni studi, fi nivali con rabbonirli 
fra loro, come la lettura —non più vietata — 
delle Mie prigioni c della Hat lag Ha /li Hme- 
vailo conciliava gli uni e gli altri con la «causa 
liberalo» o li iudiiccva ad abbracciarla con novo 
fervore. E Venosa, dov'ora la casa dell» mam¬ 
ma di Giustino Fortunato e dovVgli veniva 
fanciullo in vacante accarezzato coi fratelli dalla 
nonna c dagli zìi. K i monti di Puglia equo* 
torret Atnbulus», disseccati dall’Aitino, noti e 
cari anche a Giustino Fortunato; e il Vulture 
dallo setto cime, per lo cui selve si smarrì infanto 
Orazio, o la cui storia amorosissimnmeuto ri¬ 
costruì il Fortunato, vallo por vallo, castello 
per castello, età por età. Puglia o Basilicata 


«le duo amiche regioni continenti a' piedi del 
\ ultore », in cui più a lungo durò, fra la gente 
colta, il culto d'Orazio, già così largo e vivo 
fra i meridionali dello ultimo generazioni del 
’700 o dello primo dell'800, come no fecero fede 
por un |>ezzo citazioni e iscrizioni sparse do- 
vunquo per lo villo di quei luoghi da Rioncro 
a! Castello di Baia, daH’Irpinia alla marina di 
Taranto, ma venuto scadendo ma» mano no' 
tempi più recenti, in cui la barbarie della gento 
nuova s’è accanita contro que* marmi e quello 
scritto non più inteso o neglette, e buttato co¬ 
me inutili ingombri. K la «giovanile impresa» 
di Giustino Fortunato, deputato del Collegio 
di Orazio, ohe, j>ostosÌ in mento di far sorgere 
un monumento al Poeta nella natia Venosa, 
fra traversie o difficoltà (Fogni sorta, jiersistè 
nel proposito, eroicamente, per bone un decen¬ 
nio, dall’89 al ’08, finché non la spuntò, e Ve¬ 
nosa vi<Jc, raffigurato dal D Orsì, le sembianze 
del suo poeta, o il fautore pertinaco ed instan¬ 
cato delt'ìmpre3a magari si senti dire nella cir¬ 
costanza da qualcuno: «eho la statua non so¬ 
migliava o cho un sì gran poeta mica poteva 
«essere tanto piccoletto». E i colloqui! oraziani 
a Roma in casa di Don Ignazio Roncumpagni 
Ludovisi principe dt Venosa, presomi lo Ilclbig 
e il Momrnsen, sir Reunel Uodd o monsignor 
Duchesne, quundo ad ogni momento ricorreva!! 
nel discorso citazioni di Orazio fatto con pro¬ 
nunzia più o jncnp perfetta, più o meno intel¬ 
ligibile dai tedeschi, dalTniglese, dal francese, 
o, preso l’avvio, il discorso si snodava, dagli 
errori d’T.'lisso in vista delle coste italiche allo 
guerre san Mitiche o magnogrcehe, dall'tt/r òrun * 
ditmum a Federico II «che tanto più di Orazio 
predilesse o favorì il Vulture», dal IX volumo 
del Cor/itit inseriptionum al vino dclli Castelli, 
dall'antico al nuovo, dal Romano al Roma¬ 
nesco, con mutuo diletto e beneficio d'ognuno. 

Questi ed altri ricordi risuscitavano nella 
mento di Giustino Fortunato in quei giorni di 
canicola'napolctanft in cui il gran vecchio, solo 
nella «uà casa di via Vittoria Colonna, si rileg¬ 
geva, dopo tanto, il suo Orazio. Orazio al con¬ 
tro c all'iiiizio do’ suoi pensieri, Orazio e le li¬ 
riche suo ; ma ri pensioro va da Orazio a Venosa, 
da Venosa alla Puglia o alla Lucania, dal Mez¬ 
zodì all'Italia; all'Italia tnnto veracemente a- 
mat» da con Giustino perche da lui tanto real¬ 
mente conosciuta quell’Italia che coincile an¬ 
cora geograficamente con l'Italia Auguste», ma 
che è purtroppo una cosa ben diversa da quella, 
quel vecchio c martoriato paese, povero econo¬ 
micamente c ancor più povero moralmente, su 
cui domina e grava ognora prepotentemente 
«il peso della eredità — la vera, che è tutt’uno 
co’ dcltct/i majonttii, non la falsa, che si am- 
mannfsce nelle scuole — quella che risale alla 
pervicace indole sia de’ Comuni sia Ielle Si¬ 
gnorie. le uniche produzioni spontanee del no¬ 
atro spinto,per cui non mai comprendemmo quel 
che fossero, per davvero, c libertà c democra¬ 
zia ». 

Queste riflessioni e questi ricordi Giustino 
Fortunato consegna allo carte mentre rileggo 
e ri tra luce Orazio, e se ne apre col giovine ni¬ 
pote, scrivendogli la lettera clic formerà la pre¬ 
fazione del nuovo lavoro: non predica di «bron¬ 
tolone ed inerte», mainò, ma vivacissimo e in¬ 
teressantissimo capitolo di storia d’Ttalia, 
corno tutte le mirabili monografit del Fortu¬ 
nato, in cui la ricerca su IP argomento minuto 
— pure perfetta in sò di rigore e di documen¬ 
tazione — ò sempre cssenzialmento un pretesto 
per in tessere attorno al tenue nucleo un capitolo 
di storia del Mezzo!» e dell’Italia, e per dare ai 
lettori una indimenticabile lesiono di serietà di 
austerità e li italianità. 

Genesi e preffl d'unn traduzione 
letterale 

Seguono alla prefazione le trentaduc odi tra¬ 
dotte e jj Carme. Proprio quelle trentaduc già 
dotte o non altre, porche esse appunto forma¬ 
rono l'antologia dello zio classicista e razio¬ 
nalista, preferite allora ila lui o per la «'breve 
perfeziono loro» o per gli accenni che conten¬ 
gono «del commi luogo natio»; il Cavino Se- 
colare in memoria di quel pomeriggio di di¬ 


cembre del '90 in cui a Roma in una barne- 
cbetta di là da jx>nto Sant’Angelo il Barn&bei 
mostrò al Fortunato, chiamato apposta in fretta 
da Montecitorio, il lungo frammento descri¬ 
zione allora allora scojxorto, su cui cran visibili 
e testuali parole: Carmen compostili f>. //ora¬ 
ti us Flit ceti». 

La traduzione, come insista a dire anche il 
mmli&pmo, ò «letterale», o pare che il tradut¬ 
tore par titola mi oli te ci tenga a questa partico- 
’arità dolPopera sua. Discorrendo nella narrata 
occasione col nipote circa il modo di tradurre 
Orazio, aveva sostenuto il Fortunato » possibile 
l faro una traduzione letterale di Orazio, non 
del tutto inadrguata ulla efficacia ritmica del 
testo, a condizione di serbarle, noi miglior mo¬ 
do, la costruzione latina » : il nipote pensava 
altrimenti: dal dibattito ecco nata nello zio l'i¬ 
dea di tentar praticamente la prova secondo 
l’idea stia: la discussioneclla avveniva alla vigi¬ 
lia della partenza del nipote per la villeggia- 
'ura; i] (piatirò di settembre, compleanno dello 
'io, le trcutadno odi col Carme ermi tradotte, 

partiva da Napoli, con la versione, la bcllis- 
l ima lettera che dianzi ho malamente sunteg¬ 
giata. Fare di raccontar la genesi di certe fa¬ 
mose versioni cinquecentesche da Virgilio o da 
Tacito. 

E io ritengo che Giustino Fortunato abbia e- 
grogiamcntc superato Ih prova non facile. 

Ricordate della 13,a del li. quella dell'albero, 
il Lo periodo, da «///r et nefasto te posuit dìe » 
imo a ttu dotti» ni rapai ìtn in erettiti I » Ora ecco 
quel periodo nella versione di G. F. «Quegli, 
e sia chiunqno, che in un di nefasto te piantò 
per il primo, o con sacrilega mano ti crebbe, o 
-i/hero, a* danni de’ nipoti e ad obbrobrio del 
..'Maggio, di suo padre io inclinerei a credere 
cho abbia rotto la cervice, o di notturno sangue 
dc'l'ospito cosparse lo segrete stanze; quegli i 
veloni Còlchici maneggiò, od ogni misfatto (com¬ 
mise) cho dovunque concepir sia dato, il quale 
tc, o pianta malefica, poso nel mio podere, lo 
eho stavi per cader sul capo del padrone, imme¬ 
ritevole I ». Anche nell’italiano il periodo serba il 
respiro suo ampio, dal primo «quegli* (Hit tl 
nefasto) alla pausa dopo l’orrore dell'ospitalità 
violata «e di notturno sangue doll'ospito co*- 
sparse le segreto stanze » (et penetratiti, sparsine 
iiorturno cruore /(Ospiti*) ; dalla ripresa del se¬ 
condo « quegli » (i//r venetut Colcha) fino al¬ 
l'arresto enfatico sul pensiero del pericolo ap¬ 
pena sfuggito «te, che stavi per cader sul capo 
del padrone, (respiro) immerit evole I » (te .endu- 
cum — in domini caput (cesura) imtnerentis). 
Il segreto pregio di questo perìodo nel tc3to ò, 
se non erro, nell’enfasi alquanto esagerata con 
cui il poeta dà sfogo al suo corruccio, un poco 
vero o un poco fiuto, contro l'albero e contro 
chi lo piantò a suo gratuito eccidio orbene si 
guardi la versione, la si confronti col testo, e 
sì vedrà che quest’enfasi è non solamente man¬ 
tenuta nella sonorità delle parole e nell'ampiez¬ 
za delle volute sintattiche, ma anche è stata — 
JOme si conviene in una versione, che bada es¬ 
sere insieme dichiarazione e commento — un 
pochino accresciuta e calcata, con quel lega¬ 
mento por subordinazione ohe nella versione, 
più latina qui de! latino, fa Ulti’mi periodo, 
da «quegli» a istanze», delle due prime strofe 
latine da •die* ad « ftospilis », le (inali nel testo 
son tra loro connesse solamente per coordina¬ 
zione asindetica. 

E il famoso inizio del noto poemetto lirico 
sull'Augusto, chi non l’ha in mento f « 0<(ì pro¬ 
fanata volgiti et arerò - Farete lìnguit*: non 
esordio d’un carino, ma piuttosto ititi oibo J’una 
messa, tanta irligiosa austerità vi spira; e come 
bene l’ha inteso e. reso lo straordinario tradut¬ 
tore: «Odio il profano volgo ,e da me via lo 
scaccio. Silenzio voi fate, sacerdote delle Muse, 
versi non mai prima uditi io canto, per le ver¬ 
gini o pei fanciulli». E più oltre, in quella 
stessa aleaica, ricordate descritta la persecuzione 
implacabile disperate del Timor, delle Minar 
della Cara .accanito contro i grandi «Sed Ti¬ 
mor et Mutue — scaadunl cottetn qno //o//u- 
nus* I Ed ecco la versione: « Ma Finirà o Minac¬ 
ce (pur) montano al posto stesso dov'ò il pa- 
drone, (lacchè ueancho dalla trireme rivestita di 
bronzo si parte mai, o sempre siede, in groppa 
al cavaliere, il nero A/Tanno l » 

Traduzione letterale, va benissimo, ma di una 
«lelteralitn • che c tnlo sol perchè trascende, pur 
comprendendola, la lettera, C‘ giunge, sempre, 
allo spìrito del tosto; traduzione letterale anche, 
io direi specialmente, là dove talora si stacca 
dalla lettera. 


...«Serbare (alla traduzione), noi miglior mo¬ 
do, la costruzione latina», questa la norma che 
s'ò proposte il traduttore: scnonchò gli succedo 
talora di essere, nel tradurre, magari più Utino 
del latino stesso, o di dar naturalmente al suo 
italiano una piega ed un sapore tale da far diro 
i chi legge che si tratta di un classico cho tra¬ 
duco un altro classico. Duo esempi: Sed ornties 
una ina net nox - et calcando semel via teli { uni¬ 
versalità (otnncs uw«) o irrevocabilità (scmeff) 
del destino di morte (nox, via feti, con noi testo, 
come sigillo, in fin del periodo ritmico e sintat¬ 
tico non un verbo ma un sostantivo); e G- F. tra 
duce: « Ma tutti una medesima notte attende, e 
una sola volta ni dee la vìa della morte rateare » : 
con alla clausola,-non l'idea della notte e della 
morto, ina. l'azione dell’insidiare o del fatale 
camminare, o quindi i verbi, latinamente, in fin 
dì proposizione: « fioro autecedcntem seelestum 
— i/eternit pale Poma cimalo*: anello qui l’in- 
oomberc d’uua giustizi» punitrico fatale e certa, 

* raro..* deseruìt » lo paiolo essenziali ; di cui una 
difatto Orazio |>one al principio, o la seconda, il 
verbo, a metà del jHiriodo anziché alla chiusa; 
ed ecco il classico italiano, a correggere il lati¬ 
no: • Unte volte la Fona, (pur) zoppicante col 
piede, sì lasciò l’empio, che la precedeva, sfug¬ 
gire*'. trasgredita è, un poco, la norma della 
conservazione della costruzione originale, ma 
non timi traduzione fu più felicemente fedele al 
testo di questa. 

Io non ho qui, per far raffronti, altre tradu¬ 
zioni recenti dì Orazio che siau opera di dotti 
o di filologi «specialisti», ma credo di poter dir 
senz’altro, per la pratica che ho 'di questa ma¬ 
teria, cho pochi dei nostri » professionisti » del- 
l’interpretazione dei latini han saputo con tan¬ 
ta elegante sicurezza risolvere i problemi cho 
ha risolto, nel buo saggio, il novissimo «dilet¬ 
tante» traduttore di Orazio. Como puro è am¬ 
mirevole In sicura facilità con cui il profano dì 
Studi filologici, districa, al lume del rigore lo¬ 
gico, dell'in formazione — o del buon senso —- 
alcuni dei minuti problemi di biografia ora¬ 
ziana che «han dato la stura allo più ameno 
stramberie do’ posteri indovini»: «Orazio fu 
lucano o pugliese»! e quel « Vulture in Apulo... 
extra Unica /l pittine ■ ! c la «ubicazione della 
misteriosa vena d’acqua do’ banliui balzi»! Bi¬ 
sogna vedere come il Fortunato ai diverto ripen¬ 
sando agli « stil|Mjfacenti arzigogoli,., dì non me¬ 
no stupefacenti chiosatori», e con che sicurezza 
si orienta verso la vera solnzion del quesito, at¬ 
tìngendo i dati non da arzigogoli o stramberie, 
ma, come si devo, dalla sicura conoscenza del 
mondo in cui visse il poeta, del mondo topo¬ 
grafico, il nodo dol Vulture dalle sette cime al 
limite delle dite ten-o, e> del mondo sentimentale 
di Orazio «l'accorata tristezza, pur nell'appa¬ 
rente sorriso dello labbra» così intonata alla 
«povertà di coloro c al silenzio pesante» dello 
terre lucane solitarie o malinconiche. 

Quando s’incontrano in una partita d'armi 
un militare ed un borghese ho già fatto tanto 
volte l'ossorvaziono che chi rimano soccombente 
è :li regola proprio quello cho di trattar le armi 
fa professione: quando, su questo più tran¬ 
quillo campo dvll’ìnterpretaro un autore o del 
porlo nella sua vera luce, si provano due stu¬ 
diosi, di cui uno sia accademico professionista 
e l’altro sia mcnt’altro che un signore il quale 
ama quegli studi, sempre chi ci fa la peggior 
figura è il professore, e chi indovina o risolvo 
è quoll'altro, il signore extra-accademico. 

Il vero Orazio. 

Chi sappia come Giiistino Fortunato scriva 
no' »uoì libri u nelle sue lettere, quasi eofbend 0 
nella forma composta, nella parola egregia, 
nella frase un ]>o' togata l’inesausto tumulto 
degli affetti clic gli fervo» dentro, troverà del 
tutto naturalo che sia riuscito così facile a Lui 
il trasferire nel suo italiano agile inaiemo o so¬ 
lenne l’itnpcccnbilo latino delle liriche di Ora¬ 
zio. Ma non bastali lo formali coincidenze del 
dettato a spiegare l'adesione dcllA versione al 
testo ; bisogna, per ciò, andar un poco più in 
fondo. 

Clic note essenziali doli'urte oraziana, siano 
l’equilibrio, 1» composta dignità, la misura, 
l’ordinata intelligenza e indulgenza dello pas¬ 
sioni umano, il contegno sereno fra le cose av¬ 
verse, ò cosa questa assai risaputa: corno pure 
ù nolo conio l’ideal di vita cantato da Orazio 
sia quello dol e fruì pnrgtis > del « vivere /Mimo 
bene* del «desiderare t/uod satis est « della 
esegeti* certo fidts*, cioè del tendere sì alla si¬ 
cura stabilità d’un » vita mediocre, ma di te¬ 
nero ben presento intanto che unico modo di 



Pag. 104 


IL BAH ETTI 


toccare o Ji serbare questa mota ò quello di ac¬ 
contentarsi di quanto si ha, e di conchiudero 
che, dopo tutto, la vita migliora j>or ciascun di 
noi fe proprio quella qualunque vita che ciascun 
di noi ha avuto in dono dalla sorto. 

Meno sfosso, se non erro, gii studiosi di 0- 
razio si sono indugiati a considerare) cho l'in¬ 
timo sogreto della poesia di Orano non 6 nella 
sccura perspicuità con cui questo ideale di vita 
posseduto dal jweta è narrato ed esaltato da lui, 
ma ò invoco nella reminiscenza dello lotte o 
delle pene attraverso cui il poeta ò giunto a ri¬ 
conoscere ed a possedere codesto idealo. Quella 
tranquilla impassibilità ò fatta più di rassegna¬ 
zione che di soddisfazione ; o alla rassegnazione, 
alla «/ri eiitia in jirufimu • il poet a sì c adat¬ 
tato ni c piegalo non senza renitenza e dibat¬ 
timenti lunghi e dolorosi Orazio è nativamente 
un irrequieto, un ribello, un violcns, o solo con 
l’attrito dell'esperienza, con la macerazione del 
pensiero, con la constatazione dell'inutilità do¬ 
gli sforzi dell’uno ixmlro l'inerzia e la malizia 
dei molti, solo col raffronto dol mal maggioro 
col male minore, c giunto, per l'erta della vo¬ 
lontà non per il declivio dell'istinto, allo pa¬ 
cata visione de) mondo, che possa |x*r esser ca¬ 
ratteristica Stia: 

Durum : ned Irvi ut fi t p:i< lentia, 

Qnicqititi corni/n t est tufi*. 

«Dura cosa fc ; ma più lieve si rende, con la 
rassegnazione, tutto ciò che non (ci) è dato 
cambiare ». 

àia sotto tanta calma bene s’avvcrt-o ancora 
il residuo trepidare della passione antecedente : 
c questo non solo nella commossa vivacità di 
certi iqxidi o di certe satire o liriche dello più 
antiche, c questo non solo nella irruenza con 
cui si butta talora il poeta nella polemica let¬ 
teraria, ma anche nel concitato ardore con cui 
«ma tratteggiare la figura dol combattente, o 
sia esso il • rubintus ttcn ni flit in puert o sia la 
« ruxtìcorum imitatiti in Hit tua proics *> o sia il 
ttmiior y rromim,.. ini pii/*' bottinili vrxtirr 
turmn.1 », ma anche nella premura con cui O* 
razio coglie ogni occasiono per proclamar chiaro, 
a chi devo intendere, la sua pronta disposizione 
a tutelar ad ogni costo la sua indipendenza, a 
renderli ciò che la fortuna gli ha dato, ad av¬ 
volgersi nella sua virtù, a soffrir, pur di non 
degradarsi, la dura povertà e la morte, ma an¬ 
che c sopratutto in quel tetro c disperato pessi¬ 
mismo, che di tanto in tanto dà fuori nelle odi 
uno, o por cui egli non teme di far riudire pro¬ 
prio alla chiusa del poemetto dettato in esalta^ 
ziono delle riformo di Augusto il disidrato va¬ 
ticinio della fata) decadenza del popolo roma¬ 
no: «la generazione dui padri, peggioro degli 
avi, ha prodotto noi, più di essi al male inclini: 
noi, cho presto alla luce daremo progemo ancor 
più corrotta!» 

Ma ciò che sempre ridà ad Orazio la sua 
quiete, ciò che «lo restituisce a se medesimo» 
ò la campagna, Taqelftts. Razza di proprietari 
terrieri — l’ultimo, pare, di sua stirpo — il vc- 
nosino ha bene il senso, il rispetto, il culto del¬ 
la terra; ì «campi ereditati», i «buoi propri! », 
la « roba raccolta sul suo», un podere anche pic¬ 
colo, ma che sia un mondo chiuso b completo, 
questo ù il necessario e senza di questo non è 
vita; il campicello paterno ha fatto il miracolo 
dell'edncazjono d'Orario; il più triste periodo 
della vita sua ò quello in cui Filippi lo rende a 
Roma amnistiato «umile con l’ali mozze, orbo 
del campo paterno»; e, quando l’amicizia dì 
Mecenate — cioè, veramente, il riconoscimento 
de’ suoi meriti — lo rifa «proprietario», allora 
rinasce Orazio, o gli sgorga dall'animo il suo 
più bel canto, il canto cli’ò ingomma tutta ima 
preghiora e una lauda religiosa, di luì Orazio, 
cho pure ò « Dronnn cultori così « pnreus et 
infrequenti-, allora solo è ricco e re, sebbene 
come tutti i contadini, egli sèguiti a dichia¬ 
rarsi, o a sentirsi, un {novero diavolo rispetto 
al cittadino, ni signoro. Como pure l’altro mo¬ 
mento in cui Orazio ò più che mai lui mede¬ 
simo è quello in cui si fa a contemplare, indul¬ 
gendo, lo spettacolo della commedia umana, la 
farsa delle piccole debolezze umane, fra cui, 
ben inteso, comprese le sue. 

Non però egli è incapace di levarsi più in 
alto, chù anzi da ogni minuta visione di piccole 
coso egli assurge allo considerazioni più gene¬ 
rali, cd è impaziente di lasciar ogni altro studio 
per la filosofia, e s'ò composto, nella maturità, 
un suo sistema, porcili dall'epicureismo attinge 
un suo robusto razionalismo c una certa reni¬ 
tenza ad ammetter Ringcren/.a di forze non li¬ 
mane nella vicenda dei casi suoi, c il culto del¬ 
l'amicizia e il sano criterio per la determina¬ 
zione dei veri beni o delle vere virtù: mentre 
dallo stoicismo, di cui pur non accetta i grot¬ 
teschi estremi e l'inumano rigore, ricava pure 
la norma del viver acconcio natura, o l’impassi¬ 
bilità di Fronte allo possibilità dì sciagura e dì 
morto, o un certo tono solenne ch'egli sa sfog¬ 
giare, poetando, nello grandi occasioni. Ed ò 
con queste redini c questi sproni, esperienza di 
vita, consigli di amici, insegnamenti di libri, 
clic egli reggo o corregge instancàbilmente se 
medesimo, cd è con questa assidua disciplina 
cho egli s’ù domato o s’ò fatto quell'abito com¬ 
posto ’^nitoso che ò l’«abito oraziano» 

Ma il vertice, la somma, la liberazione com¬ 
pleta ò, veramente, iioll’arte, nella j>oesia, nel- 
Y illudere cluirtis. «Vostro, o Camene, io sono», 
ululino dello àiuse sempre, o lirico 

furore egli abbia viBto veramente Dioniso fra 
remoto rupi insegnar carmi allo r.iiifo o ai sa¬ 


tiri dalle aguzzo orecchiarla libertà del j>oeta) ; 

0 che, scrivendo n qualche novìzio delle corti, 
detti le epistole famose clic formano, capola¬ 
voro iusnjH'rato di urbanità e di dignità, il suo 
Corteginno, (la libertà del saggio!) ; o elio al 
termine della sua carriera, indù comi osi final¬ 
mente a scriverò un’epistola direitamenlc al¬ 
l'Augusto, ft'ùijugi, non a caso, sul neutrale 
terreno della critica letteraria (la libertà del 
letterato). 

Uomini e tempi oraziani. 

Questo, secondo me, l'Orario completo. Ma 
dal complesso di questi suoi att ributi i posteri no 
hanno ricavato alcuni, i più evidenti e i piu pro¬ 
babili, l'Indulgente umorismo, l'amore dell’o¬ 
zio con dignità, d noti idilliaco umor dei ram¬ 
ili, il disdegno del volgo non disgiunto daU’in- 
torcsse per gli umili, il gusto per la letteratu¬ 
ra, la religiono della patria, il dignitoso osse¬ 
quio pei potenti, l'orrore dol disordine, l’ur¬ 
banità, la moderazione, l'equilibrio e ne bau 
formato un tipo di uninnìtà. «l'uomo oraziano». 
E come abbiamo l'uomo oraziano così abbiamo 
le «età oraziane», uomini cd età che non man¬ 
cano anche nella storia della nostra cultura, 
uomini di cui non sì può dir certo cho non 
■imi fra i più degni dogi*Italiani, età di cui 
non sì può dire che uon siali fra le più felici 
della nostra storia. 

l-a più «iota di questo età oraziano è, per 
noi il 700 , il secondo 700 , che idolatrò il suo 
Orazio e in esso si specchiò: quella beata età 
in cui l’Italia ebbe la sua prima vera unità 
sotto una pacifica federazione di principi sag¬ 
gi indettati dai loro più saggi ministri, illu¬ 
minati a loro volta dalla più saggia delle filo¬ 
sofie. Dappertutto era pace o ricchezza c, re¬ 
gnando ovunque felicemente la ragione e In 
scienza, ogni domanda aveva la sua risjxista, i 
grandi problemi si risolveva» co» placida fa¬ 
cilità, c le coscienze cran tranquille, gli animi 
sorelli, la gente manierosa e bene educata. L'I¬ 
talia non più riceveva dall'Europa di quanto 
le dava: ogni Italiano colto si sentiva u caia 
sua a Parigi e a Londra, ogni Inglese e Fran¬ 
cese non si sentiva straniero a Milano ed a Na- 
|>o!i, o dapjx?rtutto ai parlava c s'ascoltava Io 
stesso linguaggio. Età «oraziana» veramente, 
noi pieno senso della parola, età in cui pullu¬ 
lano da noi, nella vita pubblica e nella vita let¬ 
teraria, maggiori e minori — occorre far nomi? 
— gli «uomini oraziani» d'Italia. 

Ora anche la nostra terza Dalia ebbe, in 
tempo neanche lontanissimo da noi, con una 
sua p&lingonesi di 700 , ,il suo « periodo orazia¬ 
no*. Un periodo in cui sì tornò a giurare per la 
ragione e per la scienza, a credere nel progres¬ 
so e noll’umanìtà, e in cui da questa fedo e W 
questo cullo ridondò per lutti una gran per 
spicuità c semplicità di ideo un gran senso di 
quieto o di stabilità, un naturale istinto di com¬ 
prensione o lì tolleranza Un perìodo iti cui 
l'Italia fu pacìfica in un’Euroj>a pacifica, o si 
avviò ad arricchirsi in un’Europa già ricca, e 
fra Italia ed Europa il dare e l'avere si pareg¬ 
giavano, non tanto in danaro, merci, braccia, 
quanto — ciò che più conta — in pensiero u 
in coltura. 1 nostri uomini .li studio intratte¬ 
nevano care © feconde amicizie con i colossi del¬ 
la dottrina oltremontana, che magari calavano 
in Italia con la presunzione di trovarvi o sco¬ 
lari o vassalli, ma poi succedeva che v’incon- 
travun dogli uguali o degli amia. L’università 
italiana s'onorava di nomi europei Carducci c 
Verga cran noi fiore; funzionari doli’Ammini¬ 
strazione della Rubidio» Istruzione ctaii, j>er 
esempio. Gabelli © Fucini. Ognuno badava al- 
l'nffnr slip: i poeti {lodavano, i professori stu¬ 
diavano cd insegnavano, i « produttori » produ* 
covano; e la politica la facevano i politici- e 
classo dirigente ben sufficiente ai tempi era una 
nostra borghesìa terriera, assai colla e prepa¬ 
rata al suo compito, il fiore dell’Italia ante¬ 
riore al 'SI, siciliani, najxdetanì, toscani, pie¬ 
montesi, lombardi, nati ed educati nell'Italia 
divisa, ma allucinati dal mito dell'unità,' che 
recavano mdl’csccuziono della loro bisogna uni¬ 
ficatrice tutto il tesoro della loro, sebbene in¬ 
confessata e rinnegata, educazione regionale, 
e inarcò di essa specialmente venivan manco- 
male a capo della loro impresa unitaria. Voglio 
diro, ognuno l’ha inteso, quel periodo della 
storia l'Italia che comprendi? all’incire», il ven¬ 
tennio 1870 - 1 SÙ 0 : voglio dive » Rita! ietta» di 
allora, laica, neoclassica, positivista, postri- 
voluzionaria o perciò, conservatrice e perciò ri- 
formatrice, moderata, misurata prudente cd as¬ 
sonnata, studiosa o quindi toRc—»•- »»n)riot¬ 

tica o quindi umanitaria: un'Italia ohe ben si 
può, dopo quanto s ì? premesso, chiamare an- 
chVssa «oraziana» 

Ora, Giustino Fortunato — è pur di Lui che 
parliamo qui oggi — Giustino Fortunato, de¬ 
putato d'mi collegio del mezzodì, fin dal 1880 , 
conoscitore pur fri to dei congegni aintnimst.ra- 
tivi, instauratoro ilei metodo storico e scienti¬ 
fico nello studio del problema meri Donale ita¬ 
liano, amante fervidissimo della su» regione o 
del suo municipio ma incrollabile nella stia de¬ 
vozione all idea unitaria, liberale, conservatoro, 
moderato nel più degno significato di queste 
parole, ò bene una delle più esemplari e 'bello 
figure di quell'Italia che abbiam detto or ora 
Giustino Fortunato, figlio Jl madre venosina, 
nato su) Vulturi), perfetto gentiluomo uscito 
da una famiglia di borghesi terrieri, ultimo di 
sua slirj», basilicatese o italiano, avvezzo a scru¬ 
tare con spieiata perspicuità ogni problema mo¬ 


rale sociale c politico, devoto apprrtzntoro dello 
virtù e d«>i bolli classici (l'tdes et Tax, ti llonot 
Tudórque priteut tt Votut r( beota pieno Co. 
pm ciirnu) squisito cultore dì umane lettere, 
arguto motteggiatore e pessimistico conlempla¬ 
tore della vita umana e nazionale, il nostro Gin- 
stillo Fortunato ò bene, nel più eletto senso 
della frase, un «uomo Oraziano». 

E allora nessuna mura vigila so il suo ten¬ 
tativo di interpretat one JelRauimo e della poe¬ 
sìa oraziana sìa riuscito così felicemente, nes¬ 
suna maraviglia se Giustino Fortunato abbia )>o- 
luto esser così « letterale » traduttore di Ora¬ 
zio, ne abbia potuto cosi facilmente, nerbando il 
suo stilo e restando se medesimo, adeguare la sua 
forma all» forum della lirica oraziana, la sua 
mento alla mento di Orazio, 

L’Insegnamento di Piero. 

E non voglio conchiudere senza tm'avverten 
za. Le giovani generazioni, quelle a cui appar¬ 
tengono, jwr età, tutti, tranne pochi, gli amici 
del iìiiretti, hanno verso le «età oraziane» della 
storia d’Italia dei grandi torti. Non no hanno 
ancora riconosciuto il merito: poco apprezzano 
il 700 , nulla, nuli‘affatto il periodo dal ’70 al 
’ 90 . Con questo poi sono state finora partico¬ 
larmente. ingiuste. Ttalictta d’Umberto, l’Ita- 


J'im gentildonna stranicm, In principessa 
Maria Thurn unti TtUXÌs, ha tradotto in ita¬ 
liano alcune liriche, edile c inedite, del poeta 
tedesco Rainer Maria Rilkc. I.'antorc della 
nostra lingua, ch'ella parlò fin dalla funciul- 
lezza, l’intelligenza perfetta del tato, {'ami¬ 
chevole dimestichezza colTautorc dìinno un 
singolare pregio a queste versioni, che uon 
furono inai /inora pubblicale. A Duìno, nel 
castello ch'ella ereditò dalia madre, contessa 
Delia Tom Valsòssina, ultima discendente dei 
Tarrùini signori di Milano, d podi} Rilkc 
compose quella ch’egli ritiene l'opera ina 
maggiore: "Die Vuincscr HUgien,,; e queste 
versioni via VÌA che furono scritte egli le ha 
conosciute e di alcune Ita tessuto il più alto 
elogio , dicendo clic non sono una traduzione, 
Min la sua stessa poesìa com'egli l'avrebbe pen¬ 
sata in ifiilftino. 

Siamo grati alla gentile scrittrice epe ri 
permeile d'avvicinare un grande c solitario 
poeta. 

ORFEO, EURIDICE, HERMES 

(Da « Die neucn Gedichto *), 

Quest'ora delibatone la strana miniera; 
quali muts argenteo vene rigavano 

10 tenebro «no. Tra lo radici balzava 

11 sangue die ascende ai mortali 

e cho porfido greve ndl ombra pare». 

Ivi nuil’altro rosseggia. 

Rocce v'oran puro 

e parvenze di selve. Ponti sul vacuo, 

© quel grande lago grìgio o cieco, 
eospcso sul letto suo lontano 
qual sovra pianura eid di pioggia. 

È tra miti prati, colmi di quiete, scorgeaai 
quclRuna strada, pallida striscia 
nel lungo suo squallor distesa. 

Por quella strada venivano essi. 

Prima l’uomo, snello, in ceruleo manto, 
ohe muto ed impaziento davanti a si guardava 
col passo divorando la via, insaziabile, 
senza jxjsar. Lo mani gli pendevano, 

{«santi e chiuse dalle pieghe cadenti, 
e più non sapevano della bevo cetra 
radicata alla destra sua — talo 
ghirlanda di roso in ramo d'ulivo. 

E divisi sembravano i sensi suoi, cho mentre 

10 sguardo, qual veltro, correvagli innanzi, 
tornava, venia, © sempre di nuovo aspettando, 
sostava lontano al prossimo girar della via, 
tardava l’udito come profumo sparto, 

Hen gli parca talvolta cho giungesse 
sino al camminar di qucgl[ altri due 
che seguirlo dovean per la salita intera, 

E non era che il rombo dell'asconder suo 
che Rincalzava, e il vento del suo mantello. 

Ma egli si diceva che pur venivano, 

ato ’l dicca, ascoltando il suon disperdersi. 

Si, voniun certo; solo cran due 

cho andavan con passo, ahi, tanto lieve... potosso 

volgersi solo una volta (non fosso 

un solo sguardo distrnzion per l’opra 

or quasi compieta) di certo vederli dovrebbe 

tjnc* duo, cheti c lenti, elio taccmlp gli vengon 

[dietro. 

11 ninne del cammino o del lontan messaggio, 
L’elmo le’ suoi voli sugli occhi chiari, 

la verga sottile in fronte a sò portando, 
e con Pali battendo da’ piedi snellì, 
cd alla sua destra affidata: Lei 

la tanto amata, per cui da una cetra 
più pianto voltilo ohe mai da funebri lai, 
per cui un mondo di pianto sorse, nel quale 
era lutto una volta ancora pianure o selve 
e strade e paesi, cani pi o fiori o fero, 
e intorno :i questo mondo di pianto 
come intorno ull'uitra tetra un sol girava, 
ed un delizioso stelinto ciclo, 
un ciel dì pianto o di sfigurato stello 
por (punta tanto amata! 


lia che «è vile», RItalia dallo «mani netto», o 
basta. OoIjki, anche, dell'idealismo attualo, 
elio fu verso quest'Italia troppo ingiu¬ 
nto e sconoscente. Ma non obli© questi torti 
verso quelle Italie il fondatore di questo foglio, 
Riero Gobetti, il quale, figlio doli'Risaliamo ma 
iniziatore di quel moto di reaziono all'ideali¬ 
smo, che già ora si designa chiaramente in I- 
(alia c che non mancherà ili dar© suoi frutti, 
ben presto riconobbe quanto «lì importante c 
di ingiustamente negletto vi fosso in quel pc- 
riodo, o aniorosaniento ricercò le pagine doi mi¬ 
gliori uomini, economisti « sforici, della scuola 
{«attivista italiana; © di là risakuido nelle suo 
ricerche sull’origine, dell’Italia contemporanea, 
olir© il romanticismo, oltre il protoromantici- 
sino, si fermò; prima di morire, al ’ 700 , al «Ri¬ 
sorgimento senza eroi». 

Non dìmonrichiamo l’esempio e l’insogna- 
mento di Piero. Studiamo con animo rovercnto 
e grato la vita e ro|u>ra di quegli uomini, di 
quolli che io chiamo gli «Italiani oraziani». 

/.a Salii ili (fMinino, IO agosto 1926 . 

AUGUSTO MONTI. 


(1) Giustino Fortunato - Mlegoendo Or-axio 

- Traduzione lottando di 32 odi a del Carme Secolare 

- Rotili, Tipografi» Cuggiani, 1820. 


Andava ella di quel dio a mano, 
il p;mo frenato da lunghi funerei lacci, 
incerta, mito, dod impaziento più. 

Era in se raccolto, come donna incinta 
o non jK-nsava aìl’uom che andava innanzi, 
non al cammino clic alla vita saliva. 

Era tutta in sò, c In morto 
ja cotonava come mia bevanda. 

Siccome un frutto di dolcezza o d’ombra 
ella era colma del suo gran morire 
recente sì, ohe milRaU-ro afferrar jvotoa. 

Nuova verginità la ricopriva, 
era intangibile, in se racchiuda 
come giovili fioro verro sera. 

E lo mani sue già disusato sì 
d’ogni connubio, che fin il tocco, lieve 
in fin dame ufo, del Dìo leggero 
che la guidava, penoso risentia 
qual troppo ardire. 

Più non era quella sposa bionda 
nei carmi dol }*>cta sj>©«o lodata, 
non più dol largo letto olezzo o gioia 
© il bone di quali’iioni non era più. 

Fra già sciolta come lunga chinami, 
già distribuita qual centuplicato cibo, 
qual caduta pioggia era già diffusa. 

Era germe. E quando, d’improvviso, 
ratto il <1 io la fermò, c con accento mesto 
il detto profferì: «Egli si volse—» 
nulla comprese e disse piano: «ChìT» 

Ma lungi, oscuro sulla porta chiara 

uno sen stava — © più non si conoscca 

il suo sembiante. Slava, e vedeva 

sulla striscia d’un se.nlier ned prato 

il nume de) messaggio, lo sguardo pien di doglia, 

volgersi tacendo per seguir© un’ombra 

che già tornava indietro su quella strada istessa, 

il passo frenato da lunghi funerei lacci, 

ìn<*rta, mite, non impaziente più, 

RAINER M. RI LICE. 


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Un poema di Rilke: “ ORPHEUS,, 






IL BÀRETTI 


Png. 105 


Croce allo specchio 


II. 

Uno <lci grandi meriti del Croce consiste 
J.cll’ovcr evitato con costanza i sistemi chiusi, 
lasciando adito, ol contrario del Gentile, a 
revisioni e sistemazioni feconde, e ani mettendo 
la possibilità di un nuovo dualismo. Il filosofo 
lo nega, e, certo, dice il vero se si guardo 
l'opera sua nell'insieme, dove scrive nel Con- 
tributo fincèrte parole, che vanno meditate : 
«— quando, terminato clic ebbi di pubblicare 
la Filosofia dello spirito, molti m'invitarono al 
riposo, porcili 1 (dicevano) avevo ormai com- 
piuto il mio « sistèma », io sajievo che in 
realtà non avevo compiuto nò chiuso nul¬ 
la, ma solamente scritto alcuni volumi in¬ 
torno ai problemi a cenimi lo tisi nel mio spirito 
via via sin dagli anni della giovinezza». E la 
verità di questa rinunzia alla filosofia in senso 
ti strato o scolastico » per il continuo filoso¬ 
fare, la vede appunto nell'unità di filosofia e 
di storia per cui « si filosofa sempre che si 
pensa, e qualsiasi cosa e in qualsiasi fonila 
si pensi. Anzi — condì inde —, In perfezione 
di un filosofare sta (per quel che mi vuol pa¬ 
rere) nel l'avcr superato la forma provvisoria 
dell'astratta u teoria », nel pensare la filosofia 
rici fatti particolari, narrando la storia, la st ri- 
ria pensa fa». 

Comunque sia, qui importa affermare la ne¬ 
cessità di ripensare in sé stessi le teorie cro¬ 
ciane, ripensarle non solo per accettarle o re¬ 
spingerle o ricostruire su quelle, ma nuche per 
obbedire al valido insegnamento clic da esse 
emana : di fare da sé e in sé il mondo del pro¬ 
prio pensiero- 

Queste le basi di un’opera, che non si esau¬ 
risce nella conquista dei punti cardinali d’una 
teorìa filosofica generale, ma si svolge e cerca 
la sua convalida nelle molteplici manifesta¬ 
zioni della vita dello spirito, c più social¬ 
mente* ucll'arte. Iv, per poco clic si guardi, 
ognuno avverte clic un cosi accanito distrut¬ 
tore d’idoli in ogni campo del pensiero, non 
può essere uno spirito sereno e quasi glaciale 
come potrebbe c forse vorrebbe apparire, ma, 
se critico, necessariamente drammatico. Inso¬ 
gna tener presente clic il .Croce non ò partito, 
come in genere i filosofi, dalla speculazione 
per la speculazione, ula le manifestazioni della 
vita (arte, economia, etc.) lo han portato alla 
filosofia come centro risolutivo d'ogui attività 
umana. Nessuna meraviglia, quindi, se oggi, 
nel proclamare l'identità di storia e filosofia, 
egli, quasi per confermare la validità e l'unità 
del suo cammino, si ritrovò al punto di par¬ 
tenza ; la storia, sicché tutta la sua filosofia 
ben si definisce come metodologia della storia 
Ma è ovvio che non si percorre tanta strada, 
■senza lasciare brani della propria anima, sen¬ 
za dolorare. Certo, parlare delle proprie bat¬ 
taglie interiori senza che la mano tremi c l'oc¬ 
chio s’imperli (li lacrime, quasi consideran¬ 
dole come materia di storia, è veramente un 
esempio di fermezza d’animo qunnt'altro mai 
«espressivo, da cui sorge, conio scolpito nel du¬ 
ro sasso dei caratteri, l’insegnamento che la 
vita ò ini terribile dovere, che non si esaurisce 
mai, di fronte agli altri c di fronte a sé stessi. 
Ma il critico deve rendere evidente questo sa¬ 
liente aspetto della coscienza del filosofo, rile¬ 
vando clic la serenità dello scrittore del Con- 
tjibuto, clic è più severo con sé stesso che 
còti gli altri, é frutto d’ima volontà che com¬ 
pone i contrasti più aspri e violenti, c, anzi¬ 
ché risaltarli con l’interesse dell'artista, in cui 
prevale il sentimento, preferisce darne le solu¬ 
zioni; sicché, traendo dal ripostiglio della lim¬ 
pida memoria l’immagine della vita vissuta, e 
proiettandola su lo schermo ideale del critico 
per scoprirne le incrinature, non ha esitazioni, 
e se la rimira con la consapevole tranquillità 
i chi cosi e non altrimenti ha voluto che fos¬ 
se. Direi clic la prevalenza di quel veder filo- 
•sofico, che ha tratto specialmente dal Vico, 
può produne una ingannevole illusiono nel 
lettore di queste pagine, ini ponendogli un me¬ 
todo d’inflessibile misura, che, trattandosi di 
autocritica, nasconde al profano l ‘uomo nella 
sua complessa unità, c si sforza di mettergli 
sotto gli ocelli, più clic l'opera nel suo tor¬ 
mentoso formarsi, quasi il freddo elenco delle 
tappe, che pure sono state raggiunte da quel- 
Vnonio. Ecco perché questa «critica» può 
essere intesa esattamente soltanto da chi co¬ 
nosce tutta l'opera crociana, e Dia valutata 
per suo conto, non solo nei momenti cardi¬ 
nali, ma nei complessi, drammatici contrasti 
dei problemi particolari di cui si compone c 
variamente s'illumina. Soltanto cosi, investen¬ 
done, cioè, tutta l'opera c scoprendone le parti 
complesse, é possibile vedere i) filosofo al suo 
giusto posto nella vita nazionale di questo pri¬ 
mo quarto di secolo, clic, senza di lui, non 
ai comprende, o se n'ha l'immagine di Un 
quadro su cui la luce più abbondante addensa 
le ombre in foschia, perché viene da punti 
contrnrii al risalto delle linee e dei colori. E 
allora, certe censure su la incapacità del Croce 
a partecipare alla vita del suo c nostro tempo, 
sorte durante la giu-ira e accentuatesi in que¬ 
sti ultimi anni, ripetute con aria di sufficienza 
anche a proposito di questo Contributo (efr. 
Le Opere e i giorni, 1026, p. 66), per poco che 
sì esca dal fumo della propaganda politica 
per entrare nel campo più adatto, anzi il solo 
adatto, della crìtica storica, più che erronee, 
appaiono balorde, e rientrano, a voler esser 
molto caritatevoli, nel circolo massimo delle 
incomprensioni. Il tentativo, affatto meccani¬ 
co, di certi grammofoni di mettere fuori della 
storia d’Italia — come un caso tutto partico¬ 
lare, che sta a sé — l’opera crociana, é sempli¬ 
cemente insensato c ridicolo. Anche il fasci¬ 
smo, se considerato come espressione di nuovi 
orientamenti spirituali del nostro paese, non 


può prescindere dai movimenti ideali, clic il 
rinnovamento filosofico poi tato dal Croce lm 
eccitato e prodotto in tutti i campi dell'atti¬ 
vità nazionale, ed ni quali, in un certo senso, 
si riallaccia. La pubblicazione della Critica 
(1903) segna in Italia il principio d’un profon¬ 
do rivolgimento elei valori spirituali nella na¬ 
zione. Quando il Croce dà risalto anche in 
queste pagine, che abbiamo prese a guida, alla 
sUa ripugnanza |>er la vita pubblica, o poli¬ 
tica in senso lato, non bisogna fraintenderlo, 
ritenendolo estraneo ni problemi che affanna¬ 
no la nazione. La sua posizione storica é ben 
altra. Con la Critica, come afferma egli stesso, 
Ira inteso c ha fatto politica vera « propria, 
partecipando ai problemi dirci quotidiani del¬ 
la vita conlempor anca. La sua ripugnanza al 
tumulto d’ogui ora va intesa come tendenza 
a dedicarsi a opere di pensiero anziché a or¬ 
ganizzazioni imlitichc, non già perché disprez¬ 
zi queste, o le creda inutili, ma perché quelle 
sono il terreno verso cui tende con slanciò il 
suo animo, sono, insemina, la sua vocazione. 
Ma l'opera del pensatore, che si pone a chia¬ 
rire i problemi fondamentali dello spìrito, co¬ 
ni 'è quella del Croce, non solo é azione, ma 
é l’azione senza la quale non si costruisce, 
ma si vive nel caos Per poco che si rifletta 
a qucst’ultinii venticinque anni di vita italia¬ 
na, i quali, per abbracciare un periodo di for¬ 
mazione, sono fondamentali n ogni costruzione 
presente e del prossimo futuro» risalta in mo¬ 
do assolutamente viva gagliarda e indispensa¬ 
bile — dominatrice, in una parola — l’opera 
dei Croce nel nuovo formarsi della nostra sto¬ 
ria. Senza la su» metodica distruzione d’idoli 
pseudo-filosofici, la nostra generazione conti¬ 
nuerebbe a logorarsi nelle rimasticature dozzi¬ 
nali del più sciocco e mortale materialismo 
positivistico, c il risveglio di energie spiri¬ 
tuali — inquieto risveglio, che assume forme 
strane, a volto violente, ma sempre interes¬ 
santi per i germi nuovi che da scòli dono o fan¬ 
no germogliare — non sarebbe stato possibile. 
Non basta dire che una nazione giovine e an¬ 
siosa di nuova storia sa trovare in sé stessa le 
voci della sua rinascita : sta il fatto clic la voce 
più alta, levatasi nel nostro paese, accanto ad 
altre clic si sono via via affievolite, tenendo 
un ruolo sempre minore, é indubbiamente 
quella del Croce, che ha ridestato coscienze 
c volontà sopite, prodnccndo spesso movi¬ 
menti anticrociani, che sono la migliore prova 
della sua buona scuola dell’energia. 

Io parlo, naturalmente, di pensieri nuovi, 
che creano nuovi orientamenti, i quali, poi, da 
isolati c individuali o locali, si fatino nazio¬ 
nali, c influiscono per molteplici vie, o spesso 
indirettamente, su l'orientamento caratteri¬ 
stico d’ima o più generazioni. I.a stessa scuoi 1 
cattolica ha tratto nuovi impulsi dall'opera 
crociana, che, insieme al modernismo, l'ha 
richiamata a min funzione e attività quasi 
abbandonate per la sterile ripetizione d’un in¬ 
segnamento non ripensato, ma appunto, rijic* 
tufo. Ma se non si é disposti a dare il giusto 
peso all'azione rinnovatrice dei movimenti 
(crociani o anticrocinni non importa sapere, 
perché vengono dalla stessa sorgente) partiti 
dai gruppi intellettuali, che si chiamarono 
della Voce, del Leonardo t eco., si guardi con 
occhio di storici alla rivoluzione che l'Esic- 
tica ha portato, c più porterà, nell'arte e nella 
critica, le teorie economiche, distinte dall'e¬ 
tica, nel campo del Diritto c nella valutazione 
dei problemi politici, e si comprenderà ap¬ 
pieno quanta parte il Croce abbia nella for¬ 
mazione delle nuove generazioni. Quando, in 
cerca di punti di riferimento nel confuso agi¬ 
tarsi di questi ultimi decenni, si afferma che 
queste generazioni sono state plasmate dal¬ 
l'opera del D'Annunzio* se si dice cosa non c- 
stranea, si guarda però superficialmente la 
vita italiana. Al di fuori della coreografia c- 
roica dannunziana, clic Ita trovato un am¬ 
biente adatto durante e dopo la guerra, c che 
era molto in disuso negli anni precedenti, il 
Poeta di Pescara non ha influito su gli altri 
che in modo negativo come artista, provocan¬ 
do quel dannunzianesimo, che é certamente 
tra i fenomeni più scadenti del nostro secolo: 
il suo é rimasto, artisticamente, un caso isolato 
e certamente il più cospicuo dopo il tramon¬ 
tato crepuscolo tramonto del Carducci c il 
non tramontato crepuscolo pascoli ano I,n sua 
adesione alla filosofia nietzschiana, più clic 
convinzione, ragionamento, filosofìa, in som¬ 
ma, é stata una occasionale c comoda giustifi¬ 
cazione del barocchismo c dell'assenza di nio- 
inlità, clic viziano l'arte sua. Ma Nietzsche ne 
esce contraffatto, c quello che, nel macerato 
scrittore di Zarathustra, é scoppio di pensieri 
ed insegnamento, si diluisce in vaniloquio 
nell’autore del Fuoco, Si sbaglia dunque 
(piando certe emergenti forme politico-cultu¬ 
rali del nostro tempo si derivano dal D’An¬ 
nunzio : e, comunque, quelle clic da Ini pos¬ 
sono derivarsi, non sono certo le più impor¬ 
tanti, né sono state le più durature, almeno 
nel campo dell'arte, escludendo come estra¬ 
neo, e in modo assoluto, quello delle dottri¬ 
ne filosofiche E non si riesce davvero a com¬ 
prendere il tentativo di qualcuno di accostare 
il Croce al D'Annunzio, i quali, come nota il 
filosofo, di comune non hanno che la regione 
dove son nati; ma io non comprendo neppure 
ravvicinamento, che il Croce inchinerebbe ad 
ammettere, col Carducci. Per me, i due poeti 
gli sono estranei, perché la sua formazione 
non ne risenti affatto gl'influssi, e nella sua 
attività sono entrati come clementi della sua 
autonoma indagine critica, come dimostrano, 
del resto, non solo i saggi e le polemiche su 
le loro opere, ma l'insieme dell’opera crocia¬ 


na. Escluso nel modo più categorico il D’An¬ 
nunzio, non si riesce n comprendere in quale 
orientamento filosofico, eh è il Marcmnnno non 
ebbe indirizzo veramente filosofico; non nella 
crit-.cn letteraria, che VEstetica crociana ha 
disperso gli ultimi residui di quella critica sto¬ 
rica che si era ridotta a esercizio di erudizione 
presso che meccanica; non nel furore politico, 
più tosto letterario, dell'ex-repubblica no, ché 
democrazia massonica, socialismo, messiani¬ 
smo, e tutti gli nitri intrugli della simbologia 
rivoluzionaria sono stati derisi e schiacciati 
dalla critica del filosofo: e nemmeno si può 
paragonare quella specie di alterigia del poeta 
toscano con la linea severa c dignitosa del cri¬ 
tico meridionale. D’altronde, quando il Croce 
spuntò nH’orizzojitc. l’insegnamento de! Car¬ 
ducci si era venuto affievolendo; e quelle 
stesse gene;azioni, che avevano guardato ai 
Maestro dell'Ateneo bolognese come ni mime 
della nuova Italin, inconsapevolmente se n’c- 
rnini staccate, perché il suo era un linguaggio 
d'nn'epoca conchiusa. In questo il Thovcz 
forse vide chiaro, e alcune delle pagine dedi¬ 
cate al Carducci nel libro // pastore ri gregge 
e la zampogna, mi sembrano, non solo fra'le 
sue più belle, ma documento vivo d'nn uomo 
che reca In voce del suo tempo. 

Ognuno di noi, che, nati sul finire del se¬ 
colo scorso, fummo educati nei primi lustri 
del nuovo, trova nella memoria ricordi vivi, 
che spiegano la lontananza della generazione 
nostra jton solo dal Carducci, ma dal D'An¬ 
nunzio e dal Pascoli. D’Annunzio, dopo i pri¬ 
mi delirii dell’adolescenza sconcertata, eì re¬ 
spinse. l’artificio ci oppresse, l'esaltazione 
della colpa ci umiliò; c. a ognuna delle mi¬ 
gliaia di pagine splendenti — ina tutte eguali, 
su una nota, sino al parossismo — ci sentim¬ 
mo sempre più lontano da lui, che, piegandosi 
nell'eloquenza tribunizia, perdeva via via le 
corde autentiche delta poesia : c il poeta — 
nel senso immortale della parola — non lo 
trovammo neppure quando lo adorammo. Pa¬ 
scoli pregava, timido, umile, innocente come 
un bimbo che va alla prima Comunione, e so¬ 
litario, riscaldato da un tenue raggio di sole 

— il sole del villaggio e della casa paterna, 
ma in aprile, quando le rondini tornano d'o¬ 
riente — che non guasti la soavità delle om¬ 
bre mistiche, lievi, vaganti come i sogni del 
jKjcta. Quelli che sostarono iti ascoltazione, 
si stancarono presto del preludio pascoliano, 
che faceva perdere il senso della concretezza, 
della linea, che servono allo scoltura come alla 
poesia. I** intanto i filosofi cianciavano di ga¬ 
binetti e di selezioni naturali . Ora, quando 
i poeti mancano, e i filosofi si sbizzarriscono 
in costruzioni meccaniche, sì aprono le epo¬ 
che della critica o della decadenza Bene¬ 
detto Croce, (piasi senza saperlo, si levò dalla 
modesta ombra delle biblioteche napoletane, 
dove tutto é discreto e accurato, in questo am¬ 
biente c in questo momento clic, guardati al¬ 
l'esterno posso» sembrare ricchi di voci e di 
colori, t* invece sono pieni di frastuono e di 
poltiglia. Egli non era dio uno dei molti, clic 
cercavano di comprendere, di chiarirsi il mon¬ 
do e sé stessi Non ebbe maestri, c non ne 
trovò, fra quelli che si dicevano tali : e, sod¬ 
disfacendo le ansie del suo spirito inquieto, 
soddisfece 1 le ansie dei contemporanci. Ai 
quali, in mancanza di poesia, insegnò che 
cos’é la i>ocsia; poiché si scambiava il parti¬ 
colare per l’universale, insegnò che cos’é l’u¬ 
niversale, cioè la filosofìa, la scienza; c, in 
difetto (li un metodo sicuro di ricerca, mostrò 
con l'esempio come si fanno le bello opere si¬ 
cure delle fonti. Sicché, da vcnt’àniii almeno, 
ci riferiamo a lui, cd egli, invece di mostrare 
stanchezza, dà continua prova della validità 
del suo metodo, ed ogni teoria che sostiene, 
la convalida con opere particolari : ieri, quan¬ 
do si trattava dcD'Este/ira, ci diede i saggi 
letterari, pubblicati nella Critica, che poi for¬ 
marono La letteratura della nuova /taira; og¬ 
gi, impegnato nella tc teoria della storiogra¬ 
fia », pubblica La storia del Regno di Napoli 
e gli studi (nella Critica) sul Seicento. E la 
lotta continua. Iv mentre i fuochi fatui di pic¬ 
cole fame usurpatrici Passano più rapidi della 
pellicola cinematografica, la sua opera, con¬ 
solidatasi subito dopo la pubblicazione del- 
TEr/elrVa, s'ingigantisce, c in Europa e fuori 
si moltiplicano le traduzioni dei suoi libri 

Se un siffatto uomo é fuori del suo tempo, 
e non luce clic guida neU’affamio, io doman¬ 
do che cos’è un uomo vivo, per iscrivermi 
d’ufficio fra gli uomini morti. 

Vero è che, se si vuole trovare il fuoco clic 
alimenta mille passioni e pensieri del nostro 
tempo, bisogna fermarsi al movimento ideali¬ 
stico crociano, il quale, essendo profondato in 
una teoria elaborata non fuori del tempo, ma 

— nello stesso momento in cui risente tutte le 
necessità della ricerca autonoma del vero — 
come problema vitale dc-1 presente, non solo ha 
influito energicamente a creare nuove forma¬ 
zioni, ma resta ancóra i] punto di orienta¬ 
mento più sicuro, che ci è dato avere per pro¬ 
cedere nel nostro cammino. 

Vito G. Cacati. 

RICONOSCI MENTO- 

Ma tra noi, o si fa del positivismo e non si 
fa che esjxirro la realtà corno cosa data, senza 
parteciparvi (ma allora perchè si scrive 1) la real¬ 
tà la conoscono tutti), oppure deH'ideaHsnio, 
in 1111 senso non filosofico, ma spicciolo, clic mi 
ricorda la famosa canzonetta del Tosti, cd al¬ 
lora, liberatisi a priori da qualunque coscienza 
della realtà, si vola pei reami diti sogno e si 
infilza la più sciolta retorica che sìa mai atata 
iisnla iti questo bello c retorico papsc. 

Camiu. 0 Pni.Lizzi, 

(Lo Stato - 11 ivista di cultura fascista - Na- 

poh)' 


Risorgimento 

senza eroi 

Mon Ungage n'éUil pai» 
colui d’un «sciavo. 

Il Risorgimento italiano è ricordato nei suoi 
eroi. In questo libro mi propongo di guardare 
il Risorgimento contro luce, nelle più oscure 
aspirazioni, nei più insolubili problemi, nelle 
più disperate speranze; Risorgimento senza 
croi. 

Il dramma del Risorgimento è nei tormenti 
della sua preparazione e della sua mancata pre¬ 
parazione. F.’ materia per quelli che si sono 
scelta la palle dei precursori, dei disperati lu¬ 
cidi, dei vinti che non avranno mai torto per¬ 
ché nel mondo dette idee sanno far rispettare 
le distanze anche ai vincitori delle sagre dì 
ottimismo. La storia è infallìbile nel vendicare 
gli esuli, i profeti disarmati, le vittime delle 
allucinazioni collettive. Anzi prima della sto¬ 
ria, questi fanatici della verità, paghi della 
solitudine, sanno vendicarsi da si. 

Ho scelto per la mia storia «>t centro d‘os¬ 
servazione che mi permettesse di vedere lon¬ 
tano t• senza che fosse per ciò troppo frequen¬ 
tato: il Pie filoni a. Così ho potuto offrire delle 
indagini personali, logicamente connesse in 
modo che il quadro fosse completo senza che 
io dovessi riassumere risultati'già noti e giu¬ 
dizi correnti. Dei personaggi e degli episodi 
più discussi ho preferito parlare soltanto per 
cenni. 

1 esposizione non piacerà ai fa natici delta 
storia fatta: essi mi attribuiranno rimare 
bisbetico per rimproverarmi lacune arbitrarie 
Ma io non volevo parlare del Risorgimento 
che essi volgarizzano dalle loro cattedre di 
apologia stipendiata del mito ufficiale , il mio 
è il Risorgimento degli eretici, non dei profes¬ 
sionisti. 

Piero Godetti. 

(Prefazione a Risorgimento senza eroi). 

DICHIARAZIONE. 

I niicì corrispondenti non vogliono ancora 
lasciar la pecca di biasimare l'onesta fran¬ 
chezza, con cui io dico il mio pensiero (fogni 
libro che io leggo, e troppi d'essi continua¬ 
no ancora a chiamarla imprudenza, traco¬ 
tanza, e mordacità. Ma come diavolo fanno 
queste anime di lumaca a ritenere la flemma 
loro quando vedono un autore appena pa¬ 
drone di quattro 0 cinque mila vocaboli, e 
appena infarinato di sapere, ficcarsi baldan¬ 
zosamente in una stamperia, e non uscir di 
quella senza molte copie dì un suo tema in 
mano, fatto quivi multiplicare da' tipografici 
torchi? Come dravolo fa la più parie de’ leg¬ 
gitori a non istizzirsi contro uno stupidaccio, 
che ha l’insensata audacia di supporle il ma» 
do bisognoso d'nn suo maledetto libro per 
ammaestrarsi nelle faccende umani», 0 per ac¬ 
quistare idee giuste ed ampie d’arti c di 
scienze? 

Chiunque scrive un libro dev’essere con¬ 
siderato, diceva il mio vecchio maèstro i'io, 
gene Masigofro, come un soldato, che si al¬ 
lontana dal suo campo, e che s’avanza a sfidare 
braveggiando l’oste nemico. Se un individuo di 
quell’oste s’inanimisce a quegli sfidi e a quelle 
braverie., e schiene addosso a colui con la lan¬ 
cia in resta, e lo scavalca, egli opera cosa de¬ 
gna d’applauso da entrambi gli eserciti, per¬ 
chè insegna a chi milita in uno ad esser giusto 
estimatore delle proprie forze; e imegna a chi 
milita ncll’allro a non soffrir in paco per ogni 
Mariano che si spacci temerariamente per un 
Grifone 0 per un Aquilanta. 

Sappiano dunque una volta per tutte ì miei 
(ignoti corrispondenti, che mi esorteranno 
sempre invano; ogni qualvolta mi esorteran¬ 
no ad adottare la loro prudente cautela, 0 Per 
dirla alla mia moda, la loro codarda pusilla¬ 
nimità. Io mi sono irremovibilmente risoluto 
di voler essere una specie di campione «91- 
versalc, e voglio pigliar su ogni guanto che 
vedrò e coraggiosamente e temerariamente 
gittata nello sferralo da qualsiasi guerriero 
letterario, a giostrare con esso fin che mi du¬ 
rerà la lena; e tanto peggio per me se qual¬ 
che asta fatale, come quella dcll’Atgalia. mi 
butterà per un tratto colle gambe all’aria - 

“ PIETRE 11 : Rivista mensile - Genova, 

Vi dove pur essere qualcuno a continuare lo 
tradizioni e la vita dell'italica letteratura, per 
il giorno in cui D'Annunzio avrà finita la ri¬ 
stampa delle opero giovanili 0 tutti i Fanzini 
Calzini od Oictti avranno chiuso i loro inesau¬ 
ribili spacci di parole vuoto; quando l'Uomo 
finito per definizioni» non farà più neppure poe¬ 
sia c Luigi Pirandello si sarà stancato di cu¬ 
cinare in commedie cd in Teatri di Stato la 
geniale trovata dell'Io uno e molteplice. 

...Ma noi abbiamo concetto diverso della let¬ 
teratura, La letteratura che sii mi anno ha an- 
•Odessa un compito sociale; 0 «Pietre» e, o 
l'orrebbe essere .un cantiere in cui si lavora 
al)'edificio. La fiere, anche letterario, si fanno 
nei giorni di riposo o di ozio. 



Pag. 106 


IL BARETTI 


Il teatro e 

Or non è molto abbiamo notato conio il tea¬ 
tro italiano avesso un periodico crisma da mia 
rivista cho no era divenuta l'« orbano ufficialo»; 
ma purtroppo — por chi pretendo a ogni oosto 
gualche con sol aziono — la rivista è ormai supe¬ 
riore al suo assunto ; per uno suo abile sforzo 
di superare aridità e provincialismi con la con¬ 
quista di un « tono » quasi europeo e un |>o’ me¬ 
neghino, por unn sua spregiudicata ricchezza di 
informazioni, per una certa cordialità, fiduciosa 
che, per mezz’ora, può indurre a facili ottimi¬ 
smi il distratto lottoro. 

Siamo anche stati facili profeti nel prevedere 
che ben presto « Comocdia * si sarebbe forso tro¬ 
vata ncll'imposribilità di darci ogni quindici 
giorni una passabile commedia italiana o stra¬ 
niera che potesse protenderla a «novità». I,a 
bella rivista di Mondadori col suo ottavo anno 
di vita, s’c trasformala in mensile ; e so lo ru¬ 
briche son diventato più vario o consajjcvoli del 
nuovo stile di quasi lussuoso magali ne, so tra 
questo rubriche puoi persino trovarne di quelle 
dedicato alla cinematografia o all'abbigliameli* 
to delle attrici, in compenso i «tre atti» quasi 
sempre inediti, che prima erano magna par* del 
fascicolo, oru si son ridotti a uno striminzito 
quinterno, appiccicato per un lembo alla terza 
pagina della copertina. 

Non sarebbe (lì/licite, per chi se no appagasse, 
il trovare dori non arcani sottintesi in questa nuo¬ 
va economia tipografica della rivista. Ma in 
realtà l'ora che/volgo por il teatro ò grigia sen¬ 
za essere disfiorata. L'attesa è stanca ma non 
sfiduciata: c fatalmente dovrà pur risolversi nel¬ 
l’opera dell’artista o degli artisti che finalmen¬ 
te avranno saputo dare dei nomi o dei volti ai 
nomi e ai volti del tciuj» nostro. 

Ma jwr ora si assisto a indifferenti epiloghi 
o a non gioiosi preludi. Noi giovani, che abbinili 
tanto sperato nel Pirandello dei «Sei perso¬ 
naggi», non possiamo avere }n>r Ini neanche l'a¬ 
marezza di sofferte delusioni; cordialmente ab¬ 
biamo accolto «Là donna dì nessuno», cordial¬ 
mente possiamo accogliere «Nostra dea»: o se 
Lragaglia non ci fa sorridere, Appi a o Mcyer- 
Jiold non son mai stati per noi apocalittici nunzi 
di un’era nuovissima e fatale. Ma per tornare 
a qualche scena che ci faccia dimenticare jl li¬ 
bro o i] traduttore o la sala o Pallore, dobbia¬ 
mo tornare nella soffitta dell’anatra selvatica o 
nella povera casa dal giardino dei ciliegi. Ci 
protendiamo a ogni nuovo albore cho s’annun¬ 
ci ; ma troppe volte, ormai, abbiamo dovuto 
persuaderci che, quelle, eraii luci lontane o ri¬ 
flesso di altre luci opposte e lontane: e por il 
fuoco centrale ancóra non vediamo apprestato 
neanche il primo mannello. 

Ma so non è l’ora d’anticipare qui Pesame di 
coscienza della nostra generazione di fronte al 
teatro, non possiamo purtroppo non sentire la 
stanchezza sorda o grigia che emana dai nuovi 
«copioni» cho dovrebbero essere suscitatori di 
nuovo battaglie ; oggi l’interpretazione non co¬ 
stituisce un necessario problema d'urte: o gli 
interpreti sono assillati dal bisogno di giungere 
al più presto a una formula che li possa defi¬ 
nire alla bel Po meglio, a una silhouette non 
facilmente riealcabilo da chi anteponga le c- 
sigenze dell'abilità a quelle dello stile. 

E’ di ieri la riguardosa schermaglia della pò- 
lomica sulla critica bandita da «La fiera lette¬ 
raria»; ora il Cantini, direttore di «Comocdia», 
riprende quel toma in tono minore proponendo 
un’inchiesta sulla critica teatrale e sull’inter- 
prelazione, ponendo ai suoi lottori domande 
incalzanti o precise: tAnto cho, quelle, sembran 
norme di rogo!amento per un innocente «con¬ 
corso -referendum * al quale non manchino cho 
i promi in volumi, a scelta dei vincitori. 

Molto probabilmente avremo un bis un po’ 
ridotto della polemica ospitata dalla «Fiera»; 
e non ci sarà speranzoso generico delle nostro 
compagnie drammatiche) che non sentirà l’ob¬ 
bligo di dirci la sua, Tuttavia sono stati cosi 
rispolverati alcuni vecchi problemi che, data la 
magra della «stagione», possono essero riaccolti ; 
e, in ogni modo, possiamo esser grati al Can¬ 
tini che li ha voluti risuscitare. 


Se la critica teatrale sia «utile o opportuna». 

Sarà lecito di faro seriamente simili domande 
fin quando in molti casi — e non soltanto in 
Italia — la oritica teatrale sarà «esercitata» 
da critici improvvisati, sorti generalmente dalla 
fungaia del giornalismo. 

Per un Pozza o ]>cr un Sinioni quanti auto- 
rucoli strozzali in sul nascere dalla «cronaca» 
o dallo «stelloncino», e quanti nitri che dallo 
«stelloncino» e dalla «cronaca» pensano alla 
commediola come a una felice possibilità di 
«carriera» in redazione e di proventi collaterali 
a quelli della dura disciplina dell'edizione se¬ 
rale o del mattino' Por quanti giovani giorna¬ 
listi anche d’ingegno — che quell'ingegno quo¬ 
tidianamente disperdono nel «pezzo» che esigo 
qui c là l'aggettivo azzeccato o il verbo tra¬ 
slato — per quanti di questi giovani un Frac- 
caroli rappresenta l'ideale facilità e disinvol¬ 
tura nel saper passare dalle duo colonne di corpo 
nove ogni tanto a un «tre atti brillanti» ogni 
inverno 1 E quante acerete speranze cho il loro 


la critica 

Fraccaroli abbia |>oi u trasformarsi in un A- 
dami, meno sfacciato o più lacrimogeno, meno 
efficace e più abile, meno « giornalista » o più 
« autore t * 

Se li caccintc a farla da «inviati», se la. ca¬ 
vano ; so li cacciate tra le recensioni, se la ca¬ 
vano; se fate «far* loro un circuito automo¬ 
bilistico o un intero Giro d'Italia, so la cavano; 
•c li cacciate alla «cronaca», mordono il frono 
ma so la cavano; se in un periodo di magra o 
d’improvvisi malanni li cacciate sulla jxdtrona 
del critico, uu gioiscono, n se la cavano. Chi ha 
saputo affrontare lo stilo di un routier, il falli¬ 
mento di uno sciopero generalo, magari 1 ’fiali di 
una conferenza internazionale, dovrebbe forse 
tremare scrutando i gesti di un Carminati o lo 
battuto di un Sorretta? Infatti, leggendo la loro 
mezza colonnina, dovete ammettere cho, per 
quei gesti o )>cr quello battute, veramente se la 
cavano. Lento quel direttore clic, senza infa¬ 
mia, può un bel giorno affidare la critica dram¬ 
matica a un redat tore ordinario t 

Il Cantini ha Appéna accomiato a questa che 
è una dello debolezze più gravi dcll’altuals cri¬ 
tica teatrale, il cui compito, porcili ben lo con- 
nidori, è già improbo e assurdo. Non mormo¬ 
riamo la solita querimonia da impiegalo sfrut¬ 
tato : cho una critica debba essere generai incuto 
ponzata tra mezzanotte o le due, che della « no¬ 
vità» sì possa assistere a una sola rappresenta¬ 
zione, che lo sparlo, infine, sia limitato al mil¬ 
limetro. Se in tal senso verranno facilitazioni 
anche ai critici teatrali, tanto maglio: altri¬ 
menti dovrai! pur sa)>erlo a priori di essere un 
po’ gli «inviati spcciuli * della oritica e che dai 
liloglii dolla catastrofe devono immediatamente» 
imbastire un «resoconto» e un giudizio. 

L’Ìmprobo assurdo dell’attuale ''ritte* tea¬ 
trale è che il critico sì debba occupare di tutte 
le « novità * che vengono alla ribalta. Da quando 
critica esisto, da quando giornali c rivisto la o- 
spitano, a quale altro critico che non fosse quel¬ 
lo (cabrale a’è rimi avuto il coraggio d‘imporro 
di recarsi a tutte le esposizioni per giudicarne 
tutti i quadri o tutte le statue, di leggersi, in¬ 
fine, tutti i libri, fogli e libelli per darne, di 
ognuno, un giudizio dettagliato e sicuro t Se cosi 
fosse, gran parte di quotidiani o di rivisto sa¬ 
rebbe da toni]» trasformata in ragionati ca¬ 
taloghi di mostre o in motivati bollettini biblio¬ 
grafici. 

Dal modo con cui si sbrigano, talvolta, Si- 
moni e Baccbelli, Tdglior o D'Amico, Lanza e 
Fraga, di certo sciocchczzuole dialogate, ap¬ 
pare evidente che sarebbero essi i primi a com¬ 
piacersi clic di certo «novità», di parecchio «no¬ 
vità», sul loro giornale apparisse l'annuncio 
dolla replica soltanto dal bollettino degli spet¬ 
tacoli. 

Qualche pavido redatlorc-cnpo obbiotterà che 
la rappresoli (aziono di una «novità» costituisce 
di |>cr so stessa un avvenimento cho «esige» un 
tanto di cronaca ; e allora, oronaca ]«r cro¬ 
naca, di fronte a certe commedie, il cronista 
jion avrà forse «esauritoil suo compito» quando, 
non disturbando il critico, avrà dedicato la sua 
prosa agli abiti degli attori, all‘intensità dei 
fischi o degli applausi, alla mediocrità o all’ele¬ 
gante imponenza del pubblicot 

Ohe la rappresentazione di unn «novità* sia 
audio avvenimento, celebrazione, protesto passi 
Ma almeno si conco.da che la critica teatrale 
debba esser critica esercitata da critici: ft cho 
questi dubban dare il loro giudizio soltanto 
quando no valga la pena. 


Coeì come nella letteratura narrativa si va 
profilando una reazione all’ultimo imperversare 
psicologistico, così da qualche tempo si va buc¬ 
cinando di un teatro teatrale. Craig vuol cac¬ 
ciare dai teatri i letterati, Moyerhold c Tairoff 
considerano il copione come un pretesto o una 
serio di pretesti per l'inscenatore, il nostro in¬ 
faticabile Fragaglia — cho non sarà malo pren¬ 
dere un po’ più sul serio — segue le orine dì 
Craig nelle sue esclusioni, con un ardore degno 
di uu buon quirite che ricordi di aver avuto an¬ 
che Meo Patacca ira i suoi eroi più recenti. 

Se ai vari teatri de! silenzio, se alle vario pre¬ 
tese puramente crepuscolari o coloristiche si 
vorrà dare un temporaneo ostracismo dalle ri¬ 
balte, potremo esserne spiacenti ma non acco¬ 
glieremo meno cordialmente le nuove esperienze 
o i nuovi ritorni ; e allora il critico teatrale do¬ 
vrà forse prevalentemente occuparsi di masse o 
di toni, d‘elementi praticabili o di fasci colo¬ 
rati, di cori, di pause e di proludi coreografici: 
dovrà, insamma, faro i buoi conti anche con 
l’inscenatore cho, se non avrà soppiantato Fau¬ 
tore, sarà riuscito a fiorsi sullo stesso suo piano. 

Ma la oritica sarà sempre critica c — venga 
o non venga il UjAtro teatrale — la critica dram¬ 
matica, pur non avendo nesslinissima sua logge 
particolare, sarà sempre critica ispirnta da ma¬ 
nifestazioni d’arte che saran pur sempre apparso 
sulle tavole di mi palcoscenico. Qualunque nuo¬ 
va tendenza dovesse profilarsi nel teatro, qua¬ 
lunque nuova conquista o aberrazione dovessero 
annoverarci suoi annali, la critica teatrale sarà 
sempre, più elio «utile e opportuna», necessa¬ 
ria o inevitabile fin quando, esattamente, ac¬ 


canto a quelle artistiche esisteranno manifesta¬ 
zioni critiche, 

Queste son lapalissiane scoperte. Ma ad esse 
ci comi noe la prima inchiesta del Cantini: il 
quale chiodi; anche so i fattori interpretativi do¬ 
vrebbero essero maggiormente considerati dalla 
critica «Mirale. 

Ora, quei cauti accenni, quei vaghi eufemi¬ 
smi, quel sorvolare talvolta con tatto e buon 
gusto: quella frequente misericordia clic si ri- 
solve in un sorriso per non rivelarsi indigna¬ 
zione o (lieta: quei segui non dubbi <l'incredi¬ 
bile generosità e di più che longanime arren¬ 
devolezza, clic quotidianamente si mostrano con 
bel garbo j>or dieci o dodici righe intere* : come 
si può protenderò cho abbiano ad affrontare la 
disperata impresa della mezza colonna? 

Conio pretendere che il critico cho una volta 
tanto ha quasi scritto quello che pulsa sul 
dramma storico di quel fortunato mestieranti) 
o su] boUo avanguardismo di questo vecchio- 
giovano o di quel giovane-vecchio, come preten¬ 
dere che quello stesso critico dica o dimostri a 
quest'attrice clic lo noto fondnmoutali della sua 
arto sono le sue spallo c le ano caviglio, insinui 
a quest,'altra che le sue interpretazioni migliori 
son quello di manichini, dichiari all’attore quasi 
illustro che senza coltura non si giungerà inai 
n essere mi illustre attore sul serio? 

Forse il Cantini lui scopato la ragione di tut¬ 
to ciò dicendo che, di fronte agli interpreti, 
molti critici hanno abdicalo a ogni indijuiiiden- 
za di giudizio. Por giungere ai capicomici molti 
autori in positure sì son travestiti da critici. E 
allora il critico pensa al «no diletto pupillo, 
Fautore e per facilitare a questi l’arduo de¬ 
butto quali lodi o quali indulgenza sarau per 
essere occcssive? 

Questo sarebbe allora un grave problema di 
moralità artistica, E se anche lo volessimo non 
sapremmo accennalo a sajKirosi esempi in tal 
senso. Ma il Cantini pare.sicuro del fatto suo; 
e noi, se pur con tristezza, non abbiamo suffi¬ 
cienti motivi pT non prestargli fede. Se la sua 
terza domanda — se l'autore jvossa essere cri¬ 
tico o viceversa dovesse nelle suo intenzioni 
portarci nel ca»qx> della moralità e fosse intesa 
a proporre rimedi o a intontirò invettive, 
noi non |>otremino che umilmente seguirlo con 
tutti i nostri plausi più convinti e pivi ingenui: 
che la lotta degli onesti contro i procaccianti 
e i malvagi è sempre stato bello e santo spet¬ 
tacolo, unissimo nella repubblica delle lettere. 
E riuerboromo anche una piccola parte Ilei no¬ 
stri plausi a chi, finalmente, eroderà clic per 
debellare le schiere dei procaccianti — orifici 
ti artisti, o anche critici-artisti — ci si debba 
sforzare di lavorare, ognuno cou tutte le forzo 
che obbo in dono dalla sua sorte, per faro del¬ 
l’onesta oritica o do!l'arto che, conio quella cri¬ 
tica, sia dovuta a una irrecusabile necessità spi¬ 
rituale. 

I» stesso problema — se Fautore possa essero 
critico o viceversa — inteso senza preoccupa¬ 
zioni utilitarie o moralistiche, non ci paro cho 
possa esser limitato nell’ambito dell’attività 
teatrale; e ci pare iuvcce uno dei problemi più 
formidabili cho oggi, nell’età dilli* critica, una 
coscienza artistica, individualmente, si possa 
propone. Non dimentichiamo le ultime rivela, 
rioni dei Cahier* di Sainlc-Beuvo ; o non di 
montichiamo che ancóra non abbiamo avuto una 
personalità di sommo critico e di sommo poeta. 
Se questo non fosse, potremmo almeno averne 
non trascurabili esempi c non mediocri indizi. 

Che il critico senta la necessità di essere au¬ 
tore o che Fautore sì senta votato a una missio¬ 
ne critica può anche avvenire ogni giorno: ma 
di quella necessità © di quella missione c’in¬ 
teressano soltanto ì risultati. E poiché s’c par¬ 
lato di critico teatrale, verremo considerando i 
profili dei nostri migliori critici drammatici; o 
poiché il critico lo giudicheremo dalla sua cri¬ 
tica, pretenderti di più sarebbe fari- da indi¬ 
screti MARIO CROMO. 


Edizioni del Baretti 


Mario Gromo • C0STAZZURRÀ . L. 6 

PRIMI GIUDIZI DELLA STAMPA; 

*,,, un forte narratore di piu». 

Adolfo lialluina. 

«Si tratta ingomma dell’educazione sentimen¬ 
tale, ofTori-aci in un'edizione letteraria liti ]>o’ si¬ 
mile a questa del Soffici, nel Diario napoletano 
o clic Mario G-ronio, in Cottauurra, riaffida fc- 
1 icomento a più delicata interpretazione ». 

it affatilo Franchi. 

«La nota più interessali te... c la maniera di 
scrivere, che è spigliata, breve di tocco, pun¬ 
gente con rapidi sottintesi d’intelligenza.,, nel 
far scintillare lo fibre di colore con una sen¬ 
sualità istantanea, frammentando la vita in un 
giuoco di rappresentazione spedito c leggero», 
Silvio Jfrnco. 

«Ce petit essai analytique promnl un nouvel 
fieri va in à F Dulie. C”est le carnet intime d’uu 
boni me qui riconto soli avenlun* seuamdlo cl 
sentimentale avec uue filli* de cinema, et do 
moours libre». Itimi d’iniportant en toni cela; 
mais Fautcur a un eiyle, uno adì esse reniarqua- 
blu a auisir rapidcmonl Ics atti Mitica et Ics pen¬ 
sò», uue lugère teinle d’ironie, tino cu riosi tc 
moderne d’aniateur d’àmea. En somme, uno pro¬ 
messo ». Giuteppc Prestolini. 


G. B. PARAVIA & C. 

Editori-Librai-Tipografi 
T ORINO - MILANO - FIRENZE - ROMA -NRPOIiI- PRliERfdO 

Libretti di vita 

la collima LI INIBITI DI VITA mira a porgere 
elementi di cdiirnttone filosofici* o religiosi», contri¬ 
buendo eoo qualcosa di suo al vasto lavorio moderno 
intorno ni valori essenziali. Essa si rivolgo n tutti 
coloro l qnnlt, non potendo accostare i tenti di alcuno 
correnti spi ri turili, desiderano puro alimenta rn.cn o di- 
rettamente «Ile fonti: cosi, dovo convenga, gli scritti 
pubblicati risili termina composti di cernito tratte dn 
opere intere c condotto ili modo dn offrire l’essenza 
dì un dati* movimento o di un dato autore — dai 
maggiori ni minori. 

La coltrimi *i comporrà di volumetti ebo r«cco- 
glirrnmio : 

I) Serilti ricavati doli» tradizione spi ritmile itnlinnn, 
sia individuando qualcuno dei risultati del suo 
progresso rmunvrttiirc, sia recandone i germi fe¬ 
condi o cmnunquo indicatori dell'indirizzo ori¬ 
ginale del nostro pensiero; 

* 2 ) Scritti ricattiti dalla tradizione spirituale di «Uri 
popoli, mettendo ili luco quanto giovi scoprire 
l'unità profumili delle di «erse credenze anzicliò 
ribadirne l'inconciliabilità delle forme le quali 
♦oliti it loto transitorio della ascesa umana verso 
sintesi superiori di vita affratellata. 

sono finora runnuCATU 

tl Tatui tu/, scelta di nmvùnie. parabole, leggende, a 
cura di M. Roilmvm e I). taittcs L. 7,— 

ROHM E J.; .‘tariffi tji religione, a cura di 
A. Unii fi » 

CUIMlNTtI.1,1 I’.: Scuffi religiosi dei rifor¬ 
matori it Alluni ilei 1MX) » 6,— 

GUYAU (*. M. : Ln fede tUH’nvrenin. Fa¬ 
glile scolte d' A. Itanli » 6,— 

11 KRMKT A. : f.ti Regola di S. finirJctfo » 0,— 
•SOI.OV.lOV V, : tl bene detta natura umana, 

n cura di E. 1» Gatto » 6,— 

TOWIANSKl A.; La spirito e Vazione, Pagine 
edite cd inedite scelto dii Moria Ber- 
saguo-Bcgey • 6,_ 

Se fluì per ài fon f e rema mondiale delle Chiese 
crii tòt ne, tradotti dall'inglese da Aurelio 

Filini ieri > g,_ 

J.SCOPONE DA TODI . .Imnigcilranirnli 
inondi, contenuti in alenile laude «acre, 
a cura di Pietro HMiora » 6,— 

LAMMKl.StTIINI It. Armonie della mia 
nimica. Pagina rinvolti» ■dalle me opere 
edite cd ined. dn A. Liunchcr • 6,— 

CANT 1 DKVA : in cammino terso ta luce, 
per la prima volta tradotto dal sanscrito 

in italiano dn G. Tucci * 7,_ 

PLOTINO: Dio, Scelta c traduzione dallo 

Enneadi con introduzione di A. Banfi » .ì,— 

Le regoli' del f catartica to <fì Santo Frttn. 

ee»ro, « cura del prof. A. Mcrmet » 0 , 50 - 

GIOBERTI V: L'Italia, la China o fa C'i- 
oiltd Vniecrrare. Lupino «ccltc a cura di 
A Rruer* » 5,50 

I,a verità ti libererà, Engine scelte dnll'Iniitnxione d» 
Cristo, a cura di Giovanni. Somprini. 

3 AQfJEZZA CINESE. Serita di mataime, parabola 
* leggende n cura del prof, G. Tucci. 

Biblioteca “ Storia e Pensiero „ 

RECENTISSIMO: 

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Uomini e doftrine 

III Ijucato Volume sono raccolti alcuni wggi »u Im 
« Rcnziono ìilanliitiea sul finire de! secolo XX » o 
sullo « Dottrine filosofiche c correnti letterarie *; 
«ludi critici su Schopenhauer, Spencer, Alessandro- 
Manzoni, ('metano Negri, Giuseppe Pinta, Vigilio, 
litania, Giuseppe Dallo ore, Giovanni Colorin. 

Prezzo del rolume: L. 18 ,-— 

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Firenze - Roma - Napoli . Palermo. 


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Giacomo Dobonedetti: Amedeo e altrt 

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Risorgimento senza eroi • L. 18 


Si ricevono prenotazioni alla Colleziono dello 
opere complete L, 100 . 

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PIERO GOBETTI 

Paradosso dello spirito russo 


Direttore lUsponaalile Pi eiio Zanetti 
Tipografia Sociale - Piucrolo 1926 





IL BARETTI 

MENSILE Le edizioni del Baretti Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per 11 1926 L. 10 • Baierò L. 15 • Soafenlfore L. 100 ■ Un numero aeparalo L. 1 - CONTO CORRENTE TOSTALE 

Anno III - N. 10 - Ottobre 1926 

Fondatore : PIERO GOBETTI 


Stefan George e la guerra 


Ihr batit vurbreohendc ai» ninna and gveliic : 


Del maggior lìrico dclli Germania coiitcui* 
poranea qual conoscenza liu l'Italia'/ Su queste 
colonne E. R. Curtius ue fece mosi or sono una 
l'<<Avnlniu\n< breve ma efficace. Con quale ef¬ 
fetto? aìlimò, scarso se si dovesse argomentare 
da posteriori valutazioni del ]>octa come rappre¬ 
sentante dell'estetismo e cieli'intellettualismo di 
iimrca ebraica e decadenti 1 . Il vero sarà clic, 
essendo George difficile a leggersi, si preferisce 
dargli un’occhiata diffidente attraverso gli e- 
eempi ammaniti dalle storie della letteratura 
contemporanea » rincalzo di giudizi sommari « 
convenzionali. Io non pretendo ora approfondi¬ 
re esauricnt-emenle la presentazione generalo dei 
Curtius. Sarebbe cosa nemmeno jxissibilc, fin¬ 
ché si parla ad un pubblico quasi affatto digiu¬ 
no (MTargomvuto ; conviene andare adagio, uè 
c'è fretta poiché non si tratta d'uua stella effi¬ 
mera. Voglio prendere un punto solo, un mo¬ 
mento di storia, che tolse le maschere o gli or¬ 
pelli a tanta brava gente, e li fece apparire 
quali erano o conoscere a fondo, anche se s af¬ 
frettarono |>oi a buttarsi addosso altro masche¬ 
re ed alt ri orpelli 

Il punto della guerra. Conte si coni)torto noi- 
l’occasione della gueira d preteso gelido csteta, 
l'intellettuale decedente? Tutti sanilo dui la 
{«caia tedesca si mise, non meno doU'industria, 
al servizio della patria; giovani e vecchi i.n*ti 
scesero, 'brandendo la spada o la lira o entram¬ 
be, in campo, salvo a ritornarne delusi, amari, 
maturi per il pacifismo e la rivoluzione. Molto 
dovettero aggiungere corde nuovo al loro olru- 
imiiitu p«i c.iiitiiiu Id furi uni*, delia patria. 

Stefan George non ebba binomio di cambia¬ 
re. Benché si fosse aneli'-gli nutrito della mo¬ 
rale eroica nietzschiana, benché avesse speso gli 
anni migliori della giovinezza a suscitare mia 
generazione eroica, egli non invocò la guerra 
come unica igiene del mondo, non la colebrò co¬ 
nio ebbrezza rinnovatrice, Sjwoifico del suo si- 
teggi amento fu anzi, che lo scoppio della guerra 
non lo trascinò agli entusiasmi c alle commo¬ 
zioni collettive. Egli aveva già visto, coll’occhio 
del udii fallace vate, quel che doveva avvenire, 
e vedova, al di là lutto le asjwttazioni, quel 
che sarebbe ancora avvenuto. 

Nel 19 H. alla vigilia della con flagrar, ione, 
l'ultimo suo volume di liriche *Drr Stero t/tt 
Jlnnde* » predisse li» catastrofe. La predisse 
eolia sicurezza de! veggente che è non fuori, ina 
sopra la società o deriva In sua dolorosa sapien¬ 
za dalTnver conservato tip! generale ottenebra, 
mento l’infallibile intuito rcbgioso, Chi seppe 
comprenderlo, vide avviate il preteso artefice 
dalla formula « I arte per l'arte* sulla gruudu 
strada della lirica germanica, che mette capo 
sempre * Dio. Chi aveva occhi, del resto, ave¬ 
va indovinato da un pezzo che cosa ci fosse 
uri traduttore di Boaudclnire, Vertaino, Mal- 
larnxt, D Annunzio e ricli’autore di Algabai A 
chiare noto aveva egli medesimo dotto clic cosa 
volesse anni innanzi il 191 : nel .terfimo Audio. 
Poteva il volumo riuscire a taluno qnà c là au- 
eora oscuro. Lo Stiri, ite* fi rende*, tolse ogni 
incertezza. Comprendeva, come ] 0 altre opere, 
la raccolta di alcuni anni di meditazione e di 
lavoro, degli anni iti cui nessuno credeva alla 
tempesta imminente, o, se qunleuno la presen¬ 
tiva, era tropjio figlio del suo tempo per non 
pensare ad altro elio ni conto dei profitti r. del¬ 
le perdite materiali. 

Se tutte li* quattro parti del volume sono per¬ 
meate della sn-vji ansia teli «iosa 

l>a laudisi dii Goti, vor mir a tu land 

Das* idi von dir ergiiffcn diali nur sellane.,, 

/' tu rvirnji Dìo ,li,uiuit t , tur *,///„ ter/■„ (Sì 
•'h’ut t/ì (c preso te solo miro), 

il primo libro socialmente contiene i pre¬ 
sagi dui necessario cataclisma Necessario, jxjr- 
diè l'umanità c in colpa. Tutta Tumanìlii, sen¬ 
za distinzioni di razze c di jk>j>o1ì . non valendo 
1 »* distinzioni terrene di fronte Hll'unieti Padre. 

K la colpa ò la medesima elle già in antico at¬ 
tirava la sua collera ; aver voluto, invece di lui, 
gli idoli. La semplificazione c il simbolismo hi- 
filici si presentano naturalissimi iti qiiesli canti 
profetici. Lontano da Dio l’uomo amtnspa ne) 
vuoto. Lo slancio ch’egli ha in «è o die lo spinge 
n costruire sempre più alto, deve sboccare nella 
pazzia. 


• Vas hoch ist kann aucli hSliur 1 » dodi 
«U*ni fumi 

Reiit stiri z nini tlick mehr dient,.. cs wanht 
dtz bau... 

« l ‘ni rjtutnutr eri tumuli tonilo hi in mira r. 
il limiti- : — Ciò dt V ulto può salire ancora pi il 
alto! — Ma unin fondamento — .Ymi/i rostri;no 
r, ruppe Un pm tfitrvtt... vacillo la fui, Irrita. .» 

E‘ la condanna dello sforzo i nei usi riale c con¬ 
quistatore, della volontà di potenza, che son 
mere soddisfazioni di appetiti materiali, è la 
condanna di tutta la civiltà economica e poli¬ 
tica moderila in quanto tesa al successo. Che 
inij»oria che si lavori, si costruisca, si accu¬ 
muli, se i beni cosi guadagnati acctecoito e non 
satollano I 

Alle» habend alles wissftnd senfzen sic: 
Kargea lebeu ! Drang nnd huugor uberai! !.. 
Tutto aventi,, tutto ut palilo *o*pu ano . — 
l»l«i pruina! .-I uf/untia e fame dappertutto !... 

Ogni casa ha sotto il tetto granai ricolmi, ha 
lo cantine piene di'botti del più nobile vino: 
nessuno vi attinge ; mucchi d'oro purissimo si 
rovesciano nella sabbia sotto i piedi (Tutta plebe 
cenciosa : nessuno lo scorge 11 vero patio; il 
vero vino, il vero oro so» disprezzati da tutti. 
E se qualcuno leva la voce ad ammonire, nes¬ 
suno gli bada; 

Dir hatidclt wdler. sprechi und lacht und 
heckt. 

■ Vn, coutin nate a tra/finire r a nitrirne e a 
ndere t a propri ture ». 

Perciò deve venire In tempesta a punire e a 
ridestare. Senz abbandonare l'errore qualcuno 
prega; Dio ride alle vana preghiere. In suo 
nome il vate, elit già ode lo scalpitio dei ca¬ 
valli e lo squillo delle tromlw predatrici, mi¬ 
naccia : 

Kchutauscud musa dov heiligo wahnsiun 
soli lagon 

/ehntauscml musa die heilige souche raffen 
Zelmlnuicndc dar heiiige kriog. 

« Diecimila i/rvr la sacra imitai colpire — Die¬ 
ci tu il/, 'leve la sana peste rapire — Decine di 
vntjìiuin la surra ffiir.m i ■. 

La sacra guerra. Tal frase divenne |>oi co¬ 
munissima, unita ad aggettivi però: tedesca, 
francese, inglese, italiana, eoe che modifica¬ 
vano radicalmente i, significato di quel primi¬ 
tivo terribile mero. 

Mentre, scoppiato davvero l'uragano, i poeti 
delle varie nazioni (e i tedeschi avanti lutti) 
si diedero a stemperare in molti cauti jxjemi il 
loro sacro fuoco nazionale Stefan George tac¬ 
que. 

Non riaprì 'bocca che nel 1917 . quando la 
speranza della vittoria colle armi era ancora 
in Germania generale. Diede fuori allora un 
fascicolelto di jx»c|u; pagine dal titolo « Dee 
Uriti/* (/.a Un e ira), 

.'•line motto le parole colle quali Caconi guida 
esorta il nipote Dante a rondar noto in terra 
v fi» fi-i v “ luto c udito in Paradiso, senza 
timore che il *vital sentimento ■ possa parer 
agro ai prelati umani. Pure sono anche le pa> 
rolc del vale moderno. Un solo momento egli 
ha visto il suo popolo levarsi grande verso il 
ciclo quando ni grido .ila guerra!» mi fre¬ 
mito di solidarietà serpeggiò por tutti i cuori, 
toccali dalla misteriosa angoscia delle prove 
Li fu re. 

. .Ftir «inoli angoliblick 
Ergriffeu von de*u welthnft holieti sclnnior 
Vorgnss dor feigt*n jaliro wust mici land 
Das volk nnd sali si eli gross in senior noi. 

* i’ rr un ìdutifr De crosso di counirn alto 
tenutili - Srnnln il ni n la so ciitr punir de>fh nmu 
vili . fi popolo t *> vale tjninilt tirila tua un- 
{/listai a. 

Ma iniziata li» iragie* odissea, il vale non ha 
più potuto partecipare uè alle speranze nò ni 
consiglio colmino : lo sue lucrimi* le ha già 
piante tutte, quando gli altri scherzavano col 
fuoco. La cecità perdura anche ora che la 
tempesta Ò scoppiata; la si vuol ridui re a una 
lite per una supremazia, •• dunque: 

Am streit wic ìlir ihn fiililt neliii) ich nicht 
teil : 

(* Alla lite qual voi fu sentite io non premio 
JHd'tr •) ; * 


un verso tutto di monosillabi smozzicali dallo 
sdegno. 

forno già questa ripulsa annunzia, Tintoro 
canne c una rampogna amara. Si fa carico a) 
vate d’essere insensibile alla morte atroce di 
cent mata di miglinia. Senza ipocrite scuse egli 
selvaggiamente prorompe: che oos’è l'assassinio 
di celti ornila di fronte nlTaasaasinio della Vita 
stessa? E con mi colpo brusco fa giustizia di 
ogni parzialità sciovinista risalendo ai veri re- 
sixmsabili della strage. 

.Er kann nicht schwarmcn 

Von heimischor Tiigend und von wiilschcr 

tiìcke. 

llìur hat das wi*ib das klagt, der Batte biirger. 
Per grane bart chr schnld *ls sticli und scliu» 
Dea wiiU*rj»rta, tl 

(...A*//// una tu la volare - Di virtù patria e 
<h perfidia latina, - Din ha la tltnina eh -iòta 
{}?, d hot phe se pose tu t<>, Il bnrhttyru/ia pai 
• m nlfui che taglio e fuoco - DelDavvcnario...» 

Scopetta, In vera fonte della colpa, — che è 
eua colpa morale, non politica, e di tutti, non 
d'nti partito nò d un jxipolo solo, - il poeta 
non sa condividere nessun giubilo jx*r i successi 
contingenti. Tutti s’inebbriano sognando vit¬ 
torie? Egli grida: 

'Au jubeiti ziemt nicht: kvin triunìf wird sein 
Nur viele untergànge oline wiirdc. 

» JJi i/ìnhiletr non conviene , non ri sarà fnotr 
)o t ♦ Solo molti tramonti uuleeoroti.* 

li vecchio Dio delie battaglio è assente; mon¬ 
di malati si consumano iti una febbre delirante*. 
Tutta la complessa storia della guerra b ridotta 
a |>oche battute spietato: ridicoli gesti di re da 
«peretta, arrai’fio di mercanti, di profittatori, 
di scribacchini, tumulto anche ncITordino più 
tradizionalmente fermo, angoscioso pericolo, — 
c mi vecchio appoggiato al suo bastone esce 
dall'incolore sobborgo della più incolore città 
(Hindenburg Hannover), c salva ciò che gli 
altri han portato a rovina, Timpero territo¬ 
riale. «Ma al nemico J>cggiore non può sal¬ 
vare». Non può salvare, jK*rchè non sono lo 
strumento della vera salvezza le armi. Nem¬ 
meno il sacrificio dei singoli, nemmeno lo sforzo 
di tutti c il mozzo adeguato, A chi ostenta gli 
civismi dei guerrieri e dei cittadini il j>oeta 
bruscamente rammenta 

« ... Dieso sitici auch driiben». 

•Quest I soliti tinche dall'ultra jxtrfcs. 

Molti s'illudono che sia cominciato il nuovo 
tempo solo ciarlando di riscatto, d'esperienze, 
di rinnovamento. In realtà tutti, da una parte 
e dall altra cercano unicamente i) profitto gher¬ 
mito colla sopraffazione delTavveraario. e cosi 
non ci può essere uè salvezza nè avvenire. Il 
davvero nuovo avvenire sarà frutto di giovani, 
che immacolati delle coljx? dei padri avrai) re¬ 
staurato Dio «La giovinezza chiama gli Dei*. 
La ver* vittoria, indipendentemente dalla sorte 
delle armi, premierà il risanamento morale dei 
più 'legni. 

Tale la trama di questo eloquentissimo carme 
martellato nel bronzo, invettiva insieme o giu¬ 
dizio ed appótlo, ch'ebbe la ventura di «piacerò 
i destra e a sinistra, ma che imuiiu nondi¬ 
meno la più alla espressione poetica della Ger¬ 
mania in guerra. 

tonasi per risponderò alle accuse (l'iliseusibi- 
lità e d egoismo rivoltegli un po' d’ogni parto 
Stefan George pubblicò ne! ?991 un altro breve 
fascicolo, il più lungo dei « Tre. canti» nel quale 
ritornava sul teina del |K»etn nei tempi diffi¬ 
coltosi. I,a fine «Iella guerra e il fallimento 
ri volli zinna rio avcvfth confermata la sua pre¬ 
ventiva condanna, giustificata la sua amara 
previsione d’esser riconosciuto e schernito pri¬ 
ma dei lutti annunziati, maledetto poi. Qualo 
la missione del vate 1 Non accompagnare con 
melodie lusinghiere la fortuna materiale della 
patria, non suscitare J'o'bbrczz;* della potenza ; 
nvehm; bensì lo dure verità sgradite aH'orgo- 
g/io della massa, tener desta la fiamma aaera 
dello spirilo Acciottolìi* passi a formare sempre 
nuovi corpi, incitare i giovani, vasi del divino, 
alla vera perfezione. Uestntiratore della vera 
disciplina, fondatore del vero ordine, egli pro¬ 
pone il non fallace simbolo della giusta strada; 

Er fiihrt durch sturili uud gransige sigimle 
Dcs friihrots sciner treiicu schar zinn werk 
Des »vn eh e n tng» und p fi anzi da* Nello Tleich. 
«/w {/aitia tra tempeste r i ferri lidi icijiù - 
DrWalba la schiera de’ suoi fidi all’opera - 
Del pionio dato e fonda il .Vkoco /?<*^no ». 


A una schiera di fidi si rivolgo il poeta j>er 
Topora restauratrice, non alla massa. Poiché 
non erede allo virtù taumaturgiche dei pro¬ 
grammi, diffida altresì della massa, di sempre 
mobile anima. Pensa che il modo più degno 
d’influire sulla società, senza asservirsi ai suoi 
istinti, sia di educare «n'eletta schiera di por¬ 
sene, giovani a preferenza, all ascesi. Nell’ora 
del bisogno della patria egli ha spinto i suoi 
giovani a conip-cre il loro dovere di cittadini; 
ma essi sapevano di compiere un sacrificio ne¬ 
cessario, per dovere verso sò stessi. Alcuni ri¬ 
masero sul campo, altri ritornarono sfiduciati; 
e il loro ispiratore a riniomorarli o a confortarli. 

L’ultimo volume dei llhitUr fìir thè I{unst 
(J 91 ÌV/ e il fascicolo del >921 comprendono lo 
affettuose celebrazioni. I morti ritornano di¬ 
nanzi al Maestro negli atteggiamenti cari Alla 
loro giovinezza, salutano, dicono talvolta, come 
Victor e Adnlhert Tungoscia che li ha spinti 
via dalla vita, dileguano, Il Maestro offre il 
loro sacrificio aU'ftvvonire. Ai sopravvissuti che 
vorrebbero disperare egli rmniiteuta la baldan¬ 
za di prima, il dovere (T proseguire ad aver 
fede. Nulla.è perduto ; le conquiste personali 
rimangono, viatico per il futuro. 

Mentre le vittorie sognate dai guerra fondai 
son riuscite veramente «tramonti indecorosi», 
sul eajK» dei cavalieri dello spirito il martirio 
im|Hmc una corona. Gli unici ai quali la tra¬ 
gedia ha recato profitto sono essi i sacrificati 
volontari, l'unico die possa parlare nel nomo 
dei morti è il loro duce. Ed ecco come di tutti 
i poeti tedeschi Stefan George a maggior di¬ 
ritto d ogni ali ro potè intonare il peana dei 
morti. E' un inno d’una grandiosità e d'un 
impeto, nclTappftrentc lentezza, mirabili. 

»ÒY un. di questa stirpe • piti ifica La dell’onta 
- (Iettato, tlaì rollo - il taccio del vero * Solo 
sentita mi petto - la fame d'onore. : * Allora 
sul campo - di tombe infinite - fiale aerò il ite¬ 
rino del taui/ue.., allora T inseguiranno sulle 
uithi * fi'serriti tuonanti . edlora infurierà sui 
colti ■ Il più f«*/riA» 7 e terrore, - la lena delle 
tempeste: • Dei morti il ritornai 

• Se mai questo popolo dal rno mie torpore • 
Di *r ti rum,nenia * dtll'elezinnt e della mit - 
siane sua • ifiì si .tchiudnn - il senso divino . 
D indicibili orrori... allora ti levano mani * 
hnrefir risile.,mno a celebrare la deynità - Al¬ 
lora ondeyifia nel vento inoliutina con sìmbolo 
fc/virr - Il re pio vessillo e adula inchinandoti - 
J Puri, pii LVoil » 

Chi cercasse vi ferimenti politici non com¬ 
prenderebbe nulla dell inno. Il poeta pensa in 
primo luogo a] suo popolo cd augura ad esso 
la missione di restauratore del divino. Ma o- 
gnuno. di qualunque nazione, potrebbe augu¬ 
rare altrettanto alla propria genti:. E’ gara fé- 
ronda questa. L'unica gara di cui i morti d’ogni 
parte, se davvero ritornassero, non ci chiede¬ 
rebbero conto severo. 

Lf.onku.o Vincenti. 

Bellezza e attualità 

...L’Onelc Tom tue fiorati un livre ilroil, il 
est fait ù mi /»«>iil/ de vite morii/ et rcligicux, 
il fallai! le /dire <1 un fioit,t de \’„c hlimain. Jc 
u'm fias hciotii, poni m'«f/(*»drir .mr mi excla¬ 
ve ijnr Don torture, que cel csclavc soil un 
biave hornine, bo ri fiUre, boa Sfiottx cl chanle 
dcs li ytnncs cl fise P lavati gilè cl pardo nn c j 
a«*.v boiirmiu.v, cc qui deviati da sublime, de 
t'excefitioi, cl dès lors tute chosc speciale, 
fauste, l.cs qualità* de set tintali, et il y en a 
de grande* don* cc livre cussi,il àU inicux 
Cu,[dovàri ti U but cól àlà nwttts restreint, 
Qiutnd il n'y ijmu [dux d'csclovcs cn Amcriquc 
cc ioniau ».? seta fu?s plus vrai que toutes le i 
<i»u*ic »na histflires oh l’on làfircienteiit inva * 
ri'ib.'riin'ii/ Ics inafiomàtans commi' des mon- 
siici; fias de baine! fias de baine! cl c'ext là dtt 
rede cc qui fait le sucels de ce livre, il est ac¬ 
uivi; /» vailà scale, l'étcrnd, le /lenii pur ne 
Passionile /Ma ics massa A ce degrà-la. Le finiti 
firis de donner aitx noirs le boa colà inorai ar¬ 
rivo il Pabsnide dans le />erso»ui<ig# //c Georges 
pa, ex empie, lequel pause son tnettrlricr tan- 
dis qu'il dovrait fiiàtiuvr dessus, de., et qui 
ràve mie civìlisatio» nògrc, un empire african, 
eie., la mort de la fame Niii«K 7 f i/r<* est celli 
d'un auge, pttrqnoi cela? jc fihuretais plus sì 
c etnit unc enfant ordinaire. /,c catacièrc de 
sa mere est fon-à, nuilgrj ['apparente demi- 
tende i[ite I antour y a mise: ai, moment de 
la mori de tn fille, elle ne doit plus ficnser 
a scs migminc.s. Mais il fallati fairc tire le par - 
terre, cornine dii Rousseau. 

Fi.At.rnERT. 

(dalla Corrcsponddnce, t, II, p. 154). 




Pag. 108 


IL BARE T T1 


L’umanità di un santo 


Jean de PUjrrefou, richiedendo a gran voce, 
duo anni or «omo. Ini canonizzazione di Piuìar¬ 
co, non faceva che sim’bologginro la nuova ma¬ 
nia biografica impadronitasi de! pubblico e do¬ 
gli scrittori. Il culto degli eroi, l'hcro-worship 
carlytauio trionfa. Colle*!uni do|>o collezioni ro¬ 
vesciano sul mercato medaglioni, profili, figuro 
{fogni tomi» o d’ogui colore. Non si assisto 
Senza. raccapriccio a questa divulgazione som¬ 
maria, pretenziosa, tendenziosa, 9proj>ositata 
dello immagini del passato. E quando come 
noi caso del settimo centenario francescano, il 
ciclone biografico pori a seco le pili nauseabon¬ 
de abborracciature, un gran sospiro di sollie¬ 
vo esco dui | ietto di chi si trova dinanzi un Vi¬ 
pera seria, meditata, severa : la «Vita di Sun 
Francesco d'Assisi», di Luigi Salvatorelli (Ba¬ 
ri, Laterza ed..). 

L’attività propriamente politica di Luigi 
Salvatorelli, ha fatto dimenticare, od ha nasco¬ 
sto ai più, il reale temperamento dell'uomo o 
dello scrittore. Anzitutto, Salvatorelli è mio 
studioso di storia delle religioni, abituato alle 
ricerche scientifiche, scrupoloso nel documentar, 
si, con quell'amore per i libri gravi e i soggior¬ 
ni in biblioteca cho ò il segno ineonfondi'bilo di 
una vocazione. Il curioso d’arte i- di buona 
letteratura ha aopravissuto nell’erudito e nel 
politico.. Bicordo che, nel pieno delle polemi¬ 
che, quando L editoriale giornaliero più pesava c 
portava, Salvatorelli, tracciata con la sua cal¬ 
ligrafia contorta le ultime cartelle, prendeva 
sottobraccio un classico fresco di stampa della 
Guillaume Bude, e s'inoltrava per qualche via¬ 
le silenzioso, con Lucrezio o Virgilio. Come 
l'abito dello studioso giovava al polemista, così 
oggi l'esperienza politica vissuta ha smorzato 
in Salvatorelli il gusto tropi*) vivo por gii sche¬ 
mi, le teorie, lo ha spinto a riguardar gli uo¬ 
mini. Umbro di nascita egli ha potuto sin. 
diaro San Francesco in rapjxirto alla aita terra, 
corno voleva Renan, e considerarlo con la lu¬ 
cidità c l’imparzialità dello storico degno di 
questo nome, che si riterrebbe colpevolo ove sì 
permettesse un’allusione o una deforinaziono 
partigiana. Cosicché, tra i salti di gomitolo del¬ 
lo Chesterton — trop]» nfifacendato a scriverò 
por aver tempo c modo di leggere — lo effu¬ 
sioni di uno Schneùìor, ]>er cui San Francesco 
b una Duse del duecento, le scioccherie lingua- 
iole di Giovanni Tapini, il convertito di Vai- 
lecchi, e — che so io le stanche grazie di 
Maria Luisa Fiumi, fra tutta questa gente in 
fregola di francescani*mo e di spiritualità da 
Grand IJótel, c’è stato qualcuno che ha compo¬ 
sto un libro in cui mancano misticismo ed ef¬ 
fusioni, singhiozzi ed esclamazioni languide. 
Quale miracolo! 

Il grande merito del biografo è stato quello 
di ricollocare Francesco noi suo ambiento, di 
farne una creatura umana, un mercanto del 
Duecento, clic si converte, gradualmente ha- 
coscienza della propria missione, c stupenda¬ 
mente la compie Cessano gli aloni irreali della 
leggenda, e subentra la gran luce serena delta 
storia ■ orbene, la figura ilei Santo s’ingiganti¬ 
sce. Nei balbettìi dei veri e falsi ispirati, in¬ 
tenti a parafrasar motti e ai rievocar figurazio¬ 
ni più o meno simboliche finiva j>er svanire il 
vero carattere del santo. A colpi di turibolo, 
ai nascondeva il volto di Francesco. Col pre¬ 
testo di ripetere il suo insegnamento, si crea¬ 
vano delle dottrine di maniera che jjotevano 
porsi no subire l'infiltrazione c la contaminazio¬ 
ne dannunziana. L’iiltinio Ottocento aveva in¬ 
nestato Io psendo misticismo nell'amore i! pri* 
mo Novecento (Rolland riecheggiando Tolxtoi) 
lo cacciò nella politica, e — con Giovanni Pa¬ 
scoli — tentò di immetterlo nello sorgenti an¬ 
tiche. Bisognava far giustizia dei commentato- 
ri, degli epigoni, dei restauratori, ritornare 
alla nuda eloquenza dei fatti comprovati, di¬ 
struggendo le incrostazioni letterario. La leb¬ 
bra imaginifica c caduta, alfine. 

Il San Francesco di Salvatorelli non è il San 
Francesco dei «Fioretti*: ecco l'audace no¬ 
vità, E 1 uh uomo che ha tentato di vivere nel 
proprio tein|x>, secondo il Vangelo e che vi c 
mirabilmente riuscito, senza atteggiarsi ad imi' 
tatoro di Cristo. Il giorno in cui ha compreso 
la necessità ,per la comunità intorno a lui rac¬ 
coltasi, di entrari» nella Chiesa regolare, si c 
tratto in disparte. Non era una rinuncia, e 
nemmeno un abdicazione, bensì il riconoscimen¬ 
to che la grande lezione morale è costituita 
dall'esempio, dal sacrificio personale : tener fe¬ 
do allo spirito, o lasciare cho Roma e la vita 
terrena si organizzino conio meglio jxissono. Pre¬ 
dicazione, non fanatismo. 

La leggenda e l’agiografia non ci facciano 
velo: il fenomeno francescano fu puramente in¬ 
dividualo, tanto c vero che Lordine dei minori 
finì per confondurri, in pratica, con gli altri, 
e cho i più vicini alla mentalità di Francesco, 
privi del suo fascino personale c della sua ori¬ 
ginalità, divennero romiti. Scrive mngnifiea- 
mcnto Salvatorelli-. «Nessuno prima di Fran¬ 
cesco aveva portato gli uomini di questa terra 
così vicini a Dio; e nessuno ce lì avrebbe ri¬ 
portati dopo di lui. Eppure, nessuno era stato 


pivi vicino a loro, più simile n loro, Con lui, es¬ 
si avevano visto passare Gesù nello campagne, 
intrattenersi con loro, divìdere la loro esisten¬ 
za. Egli aveva innalzato i loro occhi al cielo e 
santificando la terra, promesso il paradiso, u in¬ 
tanto rib<Micde{.U e consacrata la vita*. Ter 
un singolare equivoco di letterati o di mistici si 
contiliuu a parlare di spirito francescano, di 
dotirina Francescana, corno so questi esistes¬ 
sero realmente, o derivassero dui «Fioretti» o 
dal «Cantico del Sole *, codici di una nuova for¬ 
ma di vita. In realtà il francescanesimo non è 
che la predicazione dei precotti del Vangelo, 
c chi corca simboli o insegnamenti nei « Fioret¬ 
ti » è un ozioso dilettante, pauroso di ricorrerà 
alle fonti. Certo, Ò assai più comodo e poetico 
imbandire del lattemiele mistico allo bolle si¬ 
gnore che non presentare loro le mule pagina 
dei Vangeli: rievocavo «il più italiano dei San¬ 
ti • è più elegante clic non dissertare del mercan¬ 
te umbro ispirato da Cristo o indottosi a vive¬ 
re di elemosina e a cibarsi di rifiuti o di vec¬ 
chi tozzi di pane. Anche rincontro con Ghiaia, 
tanto sfruttato dai disonesti esegeti, non do¬ 
vette essere che un episodio, in una vita tutta 
presa dall ansia del divino, c giustamente Lui¬ 
gi Salvatorelli nc riduce le proporzioni. 

Nella società comunale del Duecento, fra una 
civiltà in formazione, nella reto dei conflitti 
politici ed economici, in mi mondo ancor roz¬ 
zo, tumultuante fra la Chiesa e l’Impero, men¬ 
tre il clero era distante dal jxipolo, l’esempio 
di Francesco doveva colpire gli animi, pene? 
trnre le coscienze. Quanto di romanzesco v’era 
neU’abbaudono dell'agiatezza, in una conver¬ 
sione contrastata, aiutò Tiiimmginazioiie }»- 
polare ; e la predicazione dei principi del Van¬ 
gelo — i meglio adatti al sentimento dei più — 
fece il resto. Francesco non raccontava nuli* 
di nuovo o di straordinario, divulgava con U 
vita •* la parola il cristianesimo nella sua for¬ 
ma più pura, semplico, uni vernale. Vicino agli 
umili come nessuno de suoi contemporanei, era 
un'incarnazione vivente di Cristo Per questo 
lo compresero, ramarono, lo venerarono. Poi, 
vennero i seguaci a fondar le basiliche, gli scri¬ 
bi a metter in carta la leggenda, i farisei nd 
interpretarla secondo i gusti dell'ora. Nessuno 
volle ricordarsi che la grandezza del santo crà 
nella sua umanità, la vora sua gloria il oli’aver 
ricondotto il senso del divino fra gli uomini. 

ARRIGO CAJUMI. 

Rileggendo Bruno 

Fra tutti » grandi italiani, forse Giordano 
Bruno potvebbe rappresentare con maggioro c- 
videnza le. lineo fondamentali — prominenze, 
bernoccoli o rientranze — di una maschera che 
ha subito scarse mutazioni sostanziali, cd è ri¬ 
comparsa e ha rifatta la sua tragica parte |>cr 
molte volte uegli scenari niulevoli della storia. 

Il suo è, prima di tutto, un grido di volontà 
esasperala al parossismo, un «eroico furore» che 
non ha tregua, perchè un dio gli parla nell’a¬ 
nima e lo fa assurgere alla santità: «/Ai top- 
f/rtto più vii i/tvcijno un dio » Audio a Socrate 
parlava nell’anima un certo misterioso «daimon 
ti» come con pacato orgoglio e fino misura dis¬ 
se ai suoi giudici ateniesi- ma la sua natura di 
jxipolano c la sua acutezza ironica di greco gli 
vietarono di insistere su quo! privilegio. 

Bruno invece si esalta della sua interna voce, 
seir/.il nessuna accortezza « Latriate l'ombre ed 
abbracciate il vero, noti eoa piata il indente, eoi 
futuro») egli esorta gli uomini risolutamente. 

Ma Tnmoro eroico, che solo rende possibile 
la conquista del vero, è privilegio delle natu¬ 
ro superiori, instine, perchè hanno più intellet¬ 
to e più luce del volgo vile, al quale non resta 
nitro da fare che ascoltare n bocca aperta il 
dire dell invasato : *aditnejitr, volpo vile, al 
r ero attendi, — poryi l’or t echio ni mio dir non 
fidine e — apri, re puoi, pii orchi insano c bie¬ 
co». Se questo volgo anche con lo spalancare gli 
occhi non vede niente, badi almeno di non sec¬ 
care e di lasciar fare a ehi ec* ne intende: «ne 
nnr reseti», ine pii; non vos, *ed doctos (am 
prave punir opus*. E' un disprezzo deciso, qua¬ 
si di nervi, intollerante, furibondo: «Ptinintr- 
ti fiale che Vìi dispiace, \! volpo ch'odio... j/071 
essendo tnnp nani indù chi: fi (felibri ti, non loti- 
t/a /limitò rhe li inulta, rum sjdrndar che li il. 
lustra, non sdenta (he li avvivo. 

Dionisiaco impeto profetico, che riapparirà 
nella nostra storia: oltre che nell'immaginoso 
Gioberti, ricostruttore di un nuovo mondo, e 
in Mazzini, primo papa di una religione inven¬ 
tata da lui, perfino m 1/Annunzio col congiunto 
orgoglio di aristocratico spirilo, e nei nuovi fi¬ 
losofi celebranti la vita che si fa per opera 
tutta di volontà umana, iniziatrice di un secolo 
dì splendore, inculcairicc violenta e appassio¬ 
nata, nelle teste più re fratta rie o nella materia 
più sorda, di assoluta spiritualità, clic lutto 
trasforma c sublima in una nuova primavera 
umana. 

Atteggiamoli lo battagliero c violento, parla¬ 
re |X?r bocca mortali» a nome di Dio stesso, im¬ 


peri nno rAieessn riamimi e assenza di chiaroscuro, 
di gru dazione, e di garbo. Il subì ime è fuori 
d’ogtii proporzione e simmetria. Una maschera 
così tragica non spinmv inni la snn smorfia dolo¬ 
rosa; può soltanto ghignavo tra il pianto. Aveva 
ragione il Gentile a dire,-clic i nostri profeti 
non ridono mai. Wesprit appari iene solo «1 tipo 
francese eh» ha il senso continuo e vigile del 
relativo, e misera la realtà lutln col metro ra¬ 
zionale della rii in rezza 0 distinzione. Tale è il 
carattere saliente di un genio, he non si lascia 
mai invasare e jxisscderc totalmente dalla vio¬ 
lenza ragionevole e sgarbata di un demone. G’on 
la stoffa di Bruno si filli no i santi della scienza 
o della patria, non inai opera di equilibrio e 
di buon gusto. Nè hi sua filosofia, nè la sua 
produzione di scrittore e di |>octu serbano 
quella limpidezza di forme e di pensiero, 
quella chiarezza di sviluppi c di contenuto, 
quella trasfigurazione drilli realtà bruta na¬ 
so ri a ti serenità e a purezza, elle c curattero 
proprio delle ojwro classiche. C’è iti Bruno il 
presenti mento confuso di Spinoza, ma non la 
sua superiore, sicuro visiono, hi sua lenta, pa¬ 
ziento e geniale progressione di pensiero. Il 
vecchio frasario |>ct rarefi vaco, iV luogo comune, 
inceppano ad ogni momento Io svolgimento di 
nim sjxrculttzionc, nuova « vigorosa. Anche nei 
dialoghi più puramente filosofici, dove non ar¬ 
riva jx?r via <lì analisi egli salta di volo Con 
Fimmaginazione, 0 continua a ragionare attin¬ 
gendo motivi dall'intrinseco del suo pensiero, 
come da fantastiche citazioni e interpretazioni 
bibliche, da oscure allegorie, da racconti mitici 
bizzarri. 

Così le ispirazioni tormentate c profetiche di 
Mazzini e Gioberti risentono rii simili difetti, 
di apro|K>rziomì e di oscurità fmiuaginazioui 
pesanti « fastidióse iiit*rròm|»oiiO le loro batta¬ 
glie jxditiclie c speculative: lo fantasie di un 
Frimaio, perfino geografico, o di’ una Uni¬ 
versità futura delle unzioni si accompagnano 
ad un pensiero vivo e storicamente concreto, 
che ebbe una inijjorUuza decisiva nel progresso 
italinuo del secolo XIX Retorico vecchiume c 
lampi di originalità, ricordi egualitari e devo¬ 
zioni bigotte si alternano, si accavalcano lenza 
fondersi nla- «% unità di visione ed a chiarezza 
di ponsù'rc. 

Un simile discorso si potrebbe attaglia re ai 
modernissimi pur eoi loro «infallibile gusto» 
nel tentativo di risolvere il problema con la di¬ 
struzione totale del passalo. 

Il vecchio difetto di stile è ricomparso, ag¬ 
gravato cd osasjxcato da un vago presentimento 
di impotenza c dalla necessità di ricoprire 
sempre più eoi vecchio ciarpame il nucleo di una 
originalità dubbia od equivoca. Ne è uscita una 
incerta miscela di prediche 0 di linguaggio spor. 
tivo, con un profumo curioso di sacrestia 0 di 
sudori» olìnipionico, insieme. Il passato è l’im¬ 
maginosa fioritura teologata e profetica, e il nu¬ 
cleo avvenire ò il scuso sortivo e l’audacia %o- 
lontaristica della nuova generazione. E’ un mal¬ 
gusto, quindi, che ha una lunghissima storia 

nìhd de nihifn fif. 

Ma, per vosero « fastidito» dalle ciarle del vol¬ 
go, Bruno non è un astratto contemplativo che 
viva fuori del mondo, nel vago sogno di strin¬ 
gere un inutile Uno tra logiche tenaglie, Quel¬ 
la sua natura impastata di violenza c di amoro 
di Dio, «pioI suo mirare diritto a una mela clic 
tutto lo infiammavi, senza concessioni e galan¬ 
terie per nessuno, quel suo non posare mai di 
anima inquieta cd affannata, non sono espres¬ 
sione di un sopramoudano spirito, intento a una 
occupazione lontana ed estranea alla storia vi¬ 
vente. La serietà del suo spirito affannato non 
si concilia col dilettantismo inconcludente di 
chi volesse Bollirsi dal reale per oj»erarc in una 
sfera riservala e distinta, senza echi nella vita 
In verità, la sua intransigenza quasi seti aria fu 
pure il mozzo per uscire dall'equivoco beffardo 
della doppia coscienza, che aveva sanzionata 
la nascita ulfioialc dall'Ipocrisia 0 dell'oratoria 
italiana. Al Tribunale veneziano egli si inchinò 
perchè era ancora irretito nella teoria della dop¬ 
pia verità, clic aveva ereditala da! secolo: la 
verità perì! volgo 0 quella per il filosofo; Luna 
ohe ha lo scojw pratico di guidare i «rozzi po¬ 
poli » c ai esprime negli istituti storici mutevo- 
li, leggi, consuetudini, religioni positive, l’al¬ 
tra cui i filosofi *i sollevano razionalmente « nel 
soljm delia cogitativa fucut(ade ». 

A questa doppiezza Bruno non potò reggere ; 

10 svolgimento del suo pensiero e della sua vita 
tendono a superare la contraddizióne. Quando 
la missione, cui egli si sente chiamato, si può 
compiere c sublimare cui sacrificio della vita, al¬ 
lora non piega più, eoi martirio risolve r|cm. 
sci amen le l’antinomia, 

Col martirio egli volle appunto significare 
che una sola c la verità, sia por ì «rozzi popoli » 
conio per gli «insani», e una sola la religione, 
<osl per i contemplativi, una la coscienza, senza 
divario fra teoria n pratica, fra intelligenza e 
fede. 

Le sue oscurità, la sua superba solitudine non 
furono dunque imitile trastullo di uno spirito 
strano, ma accompagnarono lo sviluppo di un 
concreto pensiero, clic fu il germe di una vita 
nuova, di una lenta ricostituziono della co¬ 
scienza italiana. Il suo odio por il volgo celava 

11 suo amore profondo per una verità univer¬ 
salmente umana, il 3110 dispettoso isolamento 
dagli uomini non era clic l'espressione di uu 


drammatico dissidio interiore, sanato con la so- 
limone più eroica: « eh ’ t' eddrò morto a terra 
hrn in'uve or pò - ma qual tòta /ut/ t ppia al viver 
mini ». Co! suo rogo egli si'conquista conscia* 
mente l'immortalità. 

Anche nella predicazione di Mazzini u di Gio¬ 
berti si riaffaccia la teoria della doppia verità 
che i secoli di servaggio odi dominio della Chic- 
sa, avevano perpetuato. Mazzini predica la ri- 
votazione universale per scuotere, in realtà, 
soltaiil»» gli italiani, fabbrica unii meravigliosa 
rocietà /mura por raggiungere il programma 
minimo, unità {fidia patria, predicala Repub¬ 
blica mondiale per non lasciar naufragare Ir 
rivoluzione italiana iti una affermazione regio¬ 
nale e sabauda. Gioberti fabbrica castelli 0 sogni 
impossibili, in uu linguaggio ispirato e cornino-, 
venti». |x»r creare itti partito moderato a base 
larga e seria. Ter il volgo ri costruivano Io 
belle immagini splendenti, perchè il volgo ha 
bisogno di esser*» spinto ton meravigliose prò- 
messe e incitalo cuti messi*, nici, per decidersi a 
mnovwe un passo. 

K' una j>oai/iono affine a quella di Bruno cho 
si rinnova con essi, pur dopo lVsjx»rienr.a de¬ 
mocratica della rivoluzione francese e le aspi¬ 
razioni umanitarie rifatte c risentite in tomi ini 
mintici 0 religiósi. Come il Bruno, così Mazzini 
0 Gioberti risolvono e sujx’rano la equivoca 0- 
redità con la serietà del temperamento, con una 
passione profonda che dà vita, realtà o con¬ 
cretezza alle assurde grandezze sognate. Le bel¬ 
lo idee non restavano soltanto nei libri e nelle 
prediche, ma vivevano nell’azione 0 noi sacri- 
tìzio, purificate dulie scorie magniloquenti c* dai 
ricordi di insincerità o di doppiezza. 

Àudio oggi, gli insani, perdio soprasanno, 
li sforzano di creare il indo, come si dico, per i 
trotti po/vdi che tini mi essere pn verna ti • e si 
rinnova Tnntico equivoco che il rogo di Bru¬ 
no pareva avesse abbattuto <• In predicazione 
di Mazzini e dj Oiobciti risoluto in una rinno¬ 
vata cultura e iti uu originale pensiero. 

In più c’è una freddezza nuova, che è forse 
indizio di maggior consajxvolezzn e di più ac¬ 
corto senso del reale. Credo clic sia il durioa- 
lismo vittorioso; come mi nuovo ritorno. Ma 
ò motivo di cousolnzicmo forse, t! sapere che il 
nostro etile di oggi c prodotto di villa linea di 
svilupjx» tipicamente c inconfondibilmente ita¬ 
liana. GIULIO &ORZI. 

Edizioni del Baretti 

MAmo Guomo- Cottareiirret L. fi.— 

Giacomo Diriiusuuz.TTt Ampie*» t offri 

racconti L. 9.— 

Nàtau.vo -SackC.vo: l't'nt« Jtinf/unu L. IO,— 

Opere edite ed Inedite di PIERO 
GOBETTI 

SoliO l/*CÌ/( : 

I RISORGI MENTO SENZA EROI, 

Lira 18 . 

II - TARA DOSSO DELLO SPIRITO RLSSo 

Lire !C. 

Sta /nr uscire: 

11 ! — SCRÌTTI VARI D ARTE. LETTERA¬ 
TURA K FILOSOFIA 

« * * 

/I bhomttsi al /faretti è un tepno di distintili, 
ue e di inttllipcnta. 

Per tutti pii amici i un doveri , 

11 Clapin Società Editrice di Autori straniar! 

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IL. GENIO RUSSO 

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SLAV1A • Corte d'Appello, G - Torino 



IL BARETTI 


Pag. 109 


L’attualità 

Ln resistenza di uno scrittoro ni le offeso o 
ngli assalti del tempo «imi eiserc, volgarmente» 
uno dei primi segni della sua grandezza: o sen¬ 
za dubbio è un forte incentivo a meditarmi le 
ragioni e a domandarsi come e perchè ciò che 
fu grande un secolo fa ò grande ancor oggi. 
Quelle date lontane a quest’oggi non hanno 
niente che faro con 1 '«senza della poesia ma 
la eon tempi azione del loro corso e dei suoi c* 
venti è uno dei gradi jxtr cui la critica si dova 
via via sino a tale sua mira, 

Il caso Dickens si presta ottimamente a c- 
Bei n pii fica re questa osservazione. Abbiamo in¬ 
fatti in Dickens uno scrittore cho si presenta le¬ 
gato in tutto c por tutto alla sua ejwca, un 
«vittoriano» puro sangue fot ma e materia, 
motivi a tccuica, spirito e lettera dei suoi r» 
manzi sono strettamente connessi, quasi anno 
per anno, con la serie dei «first priulcd*: perfi- 
no gli aspetti della sua fortuna e I* prolissità 
della sua prolifica vena sono propri di un «uo¬ 
mo dd suo tempo», col suo tempo destinato a 
morire. Eppure. Dickens a. leggo tutt'ora, anzi 
più che mai; si continua ad annoverare tra gli 
autori in voga, da cui prende lo mosse la con¬ 
versazione c ohe è vergogna non conoscere ; ai 
ristampa e si traduce c si vende; infine si fa 
leggero con piena attenzione e passione da uno 
scaltrito lettore del 1926 , nò più nc meno che 
dai romantici abbonati dei «Novds and Ta¬ 
lea» in cui uscirono a puntate tanti dei suoi 
raaotiti. No» teniamo pure conto della idola¬ 
tria dei compaesani, clic intitolano le strado 
ai personaggi di «Chnrley» c studiano la tojxJ- 
grafia delle loro avventure; ma b evidente che 
in mezzo alla generale rifioritura delle sorti 
letterario del romanzo inglese di quel periodo 
il fiore della sorte di Dickens è il più alto o 
il più hello. 

Di campo cosi noto, copra materia tanto va¬ 
gliata, breve spazio c bastante a discutere la 
questione. Che la buona sorto non sia dovuta 
alle più appariscenti e percepibili qualità dol- 
Pautorc del Qopperfifhl, o che in esse non pos¬ 
sa consistere il valore doll'artc sua, da cui 
quella buona sorte ha nascimento, ai dimostra 
senza fatica. Tutte le qualità in parola possono 
renderci Dickens simpatico, «omo sono aim[>a- 
tici taluni vecchi quadri un }x>' goffi in mezzo 
alle nostre sale tutte moderne: e darci la misura 
-della sua jjotonza di azione sopru i contempora¬ 
nei, non sopra di noi. Guardate quei, romanzi, 
venti o trenta, allineati nelle serie della «Tau- 
chintz» c della «Oxford Editto»»: y cominciato 
dall'intelaiatura, In tutti lo stesso giuoco, la lot¬ 
ta della virtù contro il vizio, del bene contro il 
inala: condotta fino a tal punto che lo spirito 
delle tenebre sembra prossimo a trionfare ma 
poi resta miracolosannnffo sconfitto, o se anche 
irionfa, non è vincitore se non di nome: avven¬ 
ture ,insomma, sempre a lieto fine, non perchè 
sempre liete, ma perchè, lincile quando luttuo¬ 
se e tristi, hanno sempre una certa logica in¬ 
toni» molto semplice e molto scorrevole, che 
precisamente metto l'animo in pace al connine 
lettore. Allo stesso modo la mistura degli eie? 
menti tragici, comici, satirici, lirici è fatta in 
modo elementare e primitivo: basti ricordare 
le novelle intercalate nella prima parte de) Pi¬ 
ck wick. 

Le due grandi categorie dei jKirsonaggi di- 
ckonsìimi sono del pari caratterizzate da una 
■semplicità, unijincarc. La prima, quella dei j>er- 
souaggi di sfondo ci dà quasi una jKipolaziotie di 
bei fantocci olandesi disseminati nell'Inghilter¬ 
ra di Giorgio IV, come appariva ngli occhi dei 
vittoriani industrializzati e imperialisti: grossi 
visi bonari e imbambolati di mezzadri o di ar- 
tigieni, vecchietti e vecchiette imparuccaU e 
benefici, vis[>e comari maestre nell'arte del gos~ 
tifi, stinte figure di piccoli profittatori e rosso 
faccio di avvinazzati: tutti d’uno stampo o di 
un tipo, e contenuti in caseun libro su per giù 
nella stessa proibizione, come le bam'bolinc nel¬ 
le scatole per l'albero di Natale. E l'altra ca¬ 
tegoria, quella «lei protagonisti 0 degli attori 
veri n propri, a neh'essa è dominata dalla stessa 
logge: caratteri che si muovono tutti d’un j>ez- 
zo, che agiscono sopra una traiettoria netta, 
mento determinata o conformo alla tecnica tra¬ 
dizionale dei «tipi» comici o romanzeschi: tutti 
terribilmente ostinati così md vizio come nella 
virtù, o soggetti a un sistema di sanzioni de¬ 
gno di essere applicato india valle di Giosafat.to. 

E lo spirito dickensinm», come si manifesta 
al lettore di comune intelligenza, non è di jkt 
sò stesso dotato di particolari capacità. Per ci¬ 
tare un efficacissimo giudizio di Aliatole Fran¬ 
ca, possiamo additare iti Dickens l'uomo che 
per conscio che sia della realtà «Iella vita e do¬ 
tato anzi di penetranti occhi per sviscerarla 
tutta, continua a vedere sopra le città fumose 
fc misere, piene di corrotta umanità, innal¬ 
zarsi le spire lente ma distinte di mia sicura 
fedo nel bene e nel trionfo della giustizia. Da 
questo inguaribile ottimismo in urto con la fred¬ 
da cognizione della realtà quaPc nasce I7ui- 
tnour diekensiano: i cui costitutivi sono dun- 
quo molto semplici od elementari. L’ironia, la 
satiiA, la critica dei costumi, la «macchietta- 
tura» de] romanziere non fanno cho allargare 
il campo visuale di questa posiziono soggettiva 
dalla quale egli contempla l’universo. 


di Dickens 

t T ua cosa poro si avverte, altrettanto chiara 
quanto Pinsuflìcicnza dei sopra dotti curattori 
a spiegare la grandezza dello scrittore; <ìd b 
elio quei ««arai teli, stessi non stanno insieme pa¬ 
cificamente, non si comjxmgoMo in un intarsio 
affatto liscio, ma si urtano « cozzano sposso tra 
loro: sotto a tanta maestrevole strategìa di «mez¬ 
zi» letterari s'inlravvedo uno certa drammati¬ 
cità. Questo dramma appunto dell'arto di Char- 
Ics Dickens è la prima ragiono del suo fascino 
nascosto; da un mondo di clomenti imperso¬ 
nali esce il soffio della persona cho s'affatica ad 
assimilarli c fonderli in m: sistema più organi¬ 
co o vivo. E lo sforzo c palese sopralutto nello 
suturo tra le parti comiche e le tragicho, nei 
fili che legano soliilmente le figurazioni umori¬ 
stiche con i votali al dolore u con gli agenti 
del male, nella costante tendenza a sintetizzaro 
anzi tutti gli aspetti della vita in ciascun per¬ 
sonaggio. Sicché il muoversi quasi sotterraneo 
dì un tormentoso lavoro di elaborazione tra le 
pieghe del variopinto tessuto dickoiiaiauo susci¬ 
ta anche in noi un segreto interesse critico, 
una curiosità di secondo grado, e il vero por- 

aggio u cui miriamo finisce j>er essere l'au- 
ton* 

Ma c’è di più: Dickens precorre continua¬ 
mente, in modo frammentario ma con grande 
frequenza, le forme e gl'indirizzi più vivaci 
delParte di fine secolo e del secolo presento: 
dulie pesanti moli delle sue costruzioni di ali¬ 
le vittoriano accennano n slanciarsi Je guglie 
del Novecento. La tesi non ha bisogno di di¬ 
mostrazione, ma neppure interessa il nostro as¬ 
sunto, j>er ciò che riguarda naturalismo, reali¬ 
smo, verismo, psicologismo c in genere tutte 
le scuole de) romanzo, di cui il Dick<*is arrivò 
ancora in leni)*) ad essere partecipe, dopo a- 
vorle precorse. Quel elio si vuol dimostrare è 
la prossimità del suo genio ai nostri valori ar¬ 
tistici più nuovi c alla nostra preoccupazione 
di cogliere stati sempre più sottili, sfumature 
.-tempre più evanescenti della vita spirituale, 

Ora della vita spirituale nella sua intimità 
o delle sue risonanze segrete il Dickens fu cono¬ 
scitore e interprete molto più profondo che di 
solito non si jKinsi, Ebbe anzi una predilezione 
spiccala, sebbene non sistematica, per le iinma* 
gini simboliche c lo intuizioni e analisi espres¬ 
sionistiche. Tra lo commessure dei suoi mecca¬ 
nismi, solidi c grossi, si avanzano fini molle 
di acciaio, che danno loro un’agilità e lina vi¬ 
vacità eccezionale. Si può dire che tutto le mo¬ 
venze dell'arte modernissima vengano così a 
spuntare dalle pagine del Dickens questo gran¬ 
de romantico già le aveva fatto scaturire, in 
rostanzft, dal fondo vivo del romanticismo, «li 
cui sono appunto .lo ultimo filiazioni. 

I simboli dominano invero tutta la produzio¬ 
ne del nostro: natura c mondo umano sono per 
Ini quel tempio di viventi significazioni del mi¬ 
stero, che primo cantò Laudelairc. Tempio gri¬ 
gio e spettrale, por Dickens, come i fumosi sob¬ 
borghi di Jxntdra, dei quali egli fu tenace de¬ 
scrittore: fasci di mite luce inondano il tempio 
solo quando lo sguardo si volge alle rare isolo 
di bontà o, di pace emergenti dalla nebbia del 
mondo. La {«r/usione nello coso morte di de¬ 
licati sensi, la lettura del mistero nel volto c- 
nigmatico della materia sono qui l>eu più in¬ 
tense clic non nella consueta tecnica romantica. 
Guardi l'erba grossa dei pascoli dove scorraz¬ 
zano gli stalloni normanni o gli alti alberi che 
ombreggiano le fattorie delle colline, il campa¬ 
nile del villaggio o la lercia facciata di una ta¬ 
verna londinese, Dickens interpreta sempre spi- 
: dualmente ogni cosu. Per questo non si acute 
mai il [icso del suo verismo, del suo naturali- 
«mio: gli hitfne<ii* dickcnsiani si avvivano di 
segreti accordi fra la realtà delle cose e In vita 
clic tra esse si svolgo, anzi I aziono stessa clic 
vi avrà luogo: i suoi studi di ambiente non 
hanno mai il peso delle analisi zollane, ma la 
scorrevolezza die viene dall'interno movimen¬ 
to Egli riesce a far convergere sempre una lar¬ 
ga onda di interessi affettivi sopra le sue figure 
e intuizioni, anche se incise con particolare a- 
niorc del brutto c del ripugnante, c i suoi mo¬ 
stri riescono simpatici, i suoi delinquenti ci 
preoccupano: dote più retorica che artistica, 
senza dubbio, ma oggi in gran conto e elio ha 
le sue basi nella 8j>ontanea simbolificazìone. 

l.a jwicologia di Dickens, dentro i corpulenti 
aspetti dei «noi personaggi lavora ricami di fi- 
nezza proustiana, insinua problemi di inaspet¬ 
tata profondità. Se vogliamo, ad esempio, co¬ 
noscere i misteri di uno spinto ronza luco e ten¬ 
tare la comprensione del]'anima di un idiota, 
volgiamoci a considerare lo sviluppo della fi¬ 
gura del protagonista in litinuiby Htuìtjt, e stu¬ 
diamo anche noi con Dickens questo «poor 
Uarnaby » che, scemo o passivo, l isce ad esso 
ro 11 » personaggio centrale dì primissimo ordi¬ 
ne. Se amiamo penetrare indie fluide e incerte 
emozioni, nei fuggevoli ?tati d’animo, svaniti 
quasi prima di nascere, di una coscienza in¬ 
fantile, fermiamoci sul piccolo Paolo, In cui 
morte precoce inizia la molteplice catastrofe 
della tragedia di /toni bri/ i Soli , Quando Paolo 
muore, il {«età giunge, con splendido ardimen¬ 
to, a seguire fi» gli ultimi palpiti ilei suo pic¬ 
colo cuore, gli ultimi sguardi «lei suoi ocelli 
spenti, davanti « cui le pareti danzano in una 


ridda dorata. Allo stesso modo in alcuni roman¬ 
zi, p. es. in Ji/nrt m CA iti tìnti tt, l’espressione 
dei rumori; dei ritmi, dello cadenze ci dà a 
volte la sensazione di essere di fronte alle vir¬ 
tuose manifestazioni tecniche di un modernis¬ 
simo. 

Coll questi cenni io ho neniamato in vista 
caratteri che possono essero anche difetti, oltrg 
che pregi delParte di Dickens : ma il mio «cojjo 
era di spiegare la corrente dì simpatia che ci 
spinge ancora ad amarlo c che ha senza dubbio 
il suo principale fondamento nel tono di spirito 
» con lem |>oranco » che sentiamo dominare attra¬ 
emmo le sin» pagine anche quando non perce¬ 
piamo netta la sua efficienza. Certo che il cen- 
tro organico di tanta mole «l’architettura non 
è dove noi più vorremmo trovarlo, e che per 
tal modo si crea un notevole squilibrio fra la 
nostra attenzione critica e l'intuizione princi¬ 
pi! dell’untole: ma la soluzione del quesito prò- 
[>osto mi pare, ragionevolmente, quella r.hn ho 
data. 

SANTINO CARAMELLA. 

Una lettera 
di Olimpia Morata 

OLIMPIA MORATA A Oli Bit URINA ORSINI. 

Cnri*»Mnm madonna ( ticrnliiiin, 
vi devote rallegrare con noi die Dio per la «un granile 
miseròurdin ci abbili liberati da infiniti pericoli, nclli 
XlIIf movi di continuo team stati. In carusi ia 
grande d Signore ci ho nutriti, che nvemo avuto da 
«loro «mora olii nitri : fin liberato il mio consorte ili 
/ebbro prstilenziule, In qunlc fu in tutto la città, e 
cv»o alquante settimane stette cosi mole, clic w io non 
avesse avuto li occhi della fede, i quali riguardano 
in quelle coso elle non appnrcno, inni nvcrio potuto 
erodere eh'ci fosse guarito, purché i seguì mortati 
erano manifesti; nm il Signore al quale niente è im¬ 
possibile, e il <(uale 3 |>cmo opera «lontra natura, lo 
sanò, ancora senza medicina, non ri trovando per la 
guerra più rimedio «Irono nella «pccii-rin. Iddio ha 
avuto misericordia di me. che mi era un dolore «piavi 
ùitolcrahilc, Io ho pur provato lassissime volte «pici 
che dice il salmo, che il Signore fn la volontà di 
quelli che ‘I temano, et cssnutlisce i loro prieghi. 
SnjM-tr, In mia «-ara madonna Cherubini!, che nell» 
Scrinar*, per il fuoco si intende le grandi afflizioni, 
nome ancora mostra chiaramente «juol loco in Ugnili, 
cosi dicendo il Signore : * Che Israel non tema eh'el 
«irà con esso, «(umido egli passerà per il fuoco » ; come 
è stabi con imi, che siamo passali per il fuoco vera, 
mente, non j>er similitudine alcuna, ma siamo strili 
in mezzo al fuoco, Jtiijterò che I vescovi ed altri 
mioì simili, che hanno fatto guerra con Suìnforto, 
hmmn gettato giorno e notte il fuoco «lenirò nella 
città «la lutto le blinde, e con tanto furore c ìni|>cto 
hanno tirato le ortolloric, thè 1 soldati, i quali erano 
d«.muo nella nostra ritta, dicevano che inni si era 
u«l«to nelle altre guerre, elle in un giorno si aveste 
tirati tanti tratti di nrtdUnria : e Iddio nella prima 
obsìdionc invitando con In sua bontà c con il suo aiuto 
il [Kqiolo a peni lentia, cosi defesc il suo popolo, che 
pur uno della città fu ammazzato. In somma Iddio 
hn ministrato la sua potomin in dcfejidere quella 
città, e liberarla da tanti mali, Alla fine per trn<l|. 
mento crttrnrono nll'ìntprovwso, quando ri era stalo 
promesso che onderebbero via por comandamento del¬ 
l'Imperatore ed altri principi, e avendo tolto ogni 
covi che era nella città, l’nhhruMrinrono. Il Signoro ci 
liberò dalle fiamme, c per consiglio di uno ilei ne¬ 
mici u«ristorno fuor* del fuoco. Il mio ctmsortc pm 
fu pigliato due volti: da’ nemici, elio vi prometto se 
mai io ebbe dolore, che allora ho avuto, o m- mai 
pregai ardentemente, allora premi. Io nel mio rum e 
angustiato gridava <'on gemiti Micoarrohili : — Ai »* 
fami, aiutami, Signore, per Cristo! - »> mai ctVK- 

perfin ch'rl mi niutò, c la liberò. Vorrei clic nveile 
visto come io era scapigliata, coj>crtn di stracci, oliò 
ci tolseno le veste d’attoriw, e fuggendo io perdetti 
!u scarpe, nè aveva calze ili piede, si clic mi bisognava 
fuggire sopra te pietre <* sassi, che io non so come 
arrivasse, Sposso io di con a : — Adesso io cascar'» qui 
morta, clic non posso più. — «• jmjì «liceva a Dio-. — 
Signore, se tu mi nini viva, comanda olii tuoi angeli 
che mi tirino, che corba io non posso, — Mi marn. 
viglio ancora «piando io penso, come il primo giorno 

10 facesse «jnelbr «licei* miglia, che io mi mentova tutta 
mancare, estendo io magrissima o malaticcia, che 
era stata «malata ancora il giorno davanti, c per 
quella rimer bezzi» mi veniva In febbre ternana, c per 

11 viaggio sempre son stato ammalata. Il Signore non 
ri Ini abbambinati, ancora che ci fosse tolto ogni cosa 
per sjn la veste «la circa il cor)*), nm ci minutò men¬ 
tre che rrnmo per via quinderi scudi d'oro «la un 
signore non conosciuto da noi ; poi ei menò ad altri 
signori, i «piali ei vestirono onorevolmente ; ni fine 
►«•nm venuti a «tare in questa città «li I laidellurrga, 
nella «piai il mio consorte è Mulo fallo lettore pub¬ 
blico nella medie ina, o avremo allesso «piasi tanta 
mattarla di casa come avanti. 

Qur»tw 'I scrini uveiwvliè ringraziale «I Signore, 
r considerate clic mai egli non abbandona i situi indie 
angustie, noci ocelli vi eonfirmnte in fc«lc «die non vi 
la-setarà, aurora ehi? bisognasse che fmtìste qualche 
cosa per la verità, come bisogna «die siamo, come dice 
I’a«>lo, conformi alla mingine «h tlirìsto, che pilliamo 
coti esso, tire itavi l«N regnemo con hù. Non vi «la In 
corona se non a rubli che rondini te, «- m* vi stallile 
inferma, la mia cani madonna Cherubini!, come an¬ 
coro io Mino (ma il Signore mi fa forte «piando io 
l'invoco e priego) orniate a (,'hrìsto il «piale, «‘«mie 
ilice lisaiil, egli non spessirà la canna agitata, cioè 
la coscienza inferma e spaventata; egli non la spa¬ 
venterà a in'ora più ma In comnlnrà. come esso chiama 
n sè tutti che sono aggradati «Il pocivttì, e a IT.-] tirati ; 
nè nmmnrftnrù il lino che fuma, cioè «picllo clip è in¬ 
fermo in fede, e non lo regellcrà «In sè, mn lo farà 
fòrte. Non «aprie clip Esala lo chiama forle c gi¬ 
gante. non solo pendìi- rsso lui vinto il «linvoto, il 
precido, l'inferito e la morte, ma perchè ili continuo 
vìnce nulli suoi membri tutti I suoi nemici, o li fa 
forti. Perchè tanto spesso La Scrittura ci insita a 


pregare, e ci prometti* che vircmo cssuiliti, so non 
n«.-eiooehè in tuffi i nostri nudi e infirmiti, andiamo 
dal medico nostro? Perchè lo rliiam» David, I«l«li> 
«Iella *un fortezza, se min [girelli egli lo fnccvA forbii» 
Cori sarà ancora voi, ma ci volo essere pregato, c 
clic si studi la sita jmroln, In quale è il cibo drll'aninia. 
E sci corpo nostro perde le sue forze ([umido non ha 
il cibo, come farà l'anima forte che non lì sostenta 
con la parola «li Dio? Si che, la ini* madonna Clic- 
rubino, stato di continuo in orazione, e leggete In 
Scrii biro «In per voi, c insieme con U signora Lavinia, 
e «-oh la Vittoria, esortatela alla pietà : pregate insie¬ 
me, r vedere lo che Dìo ti «larà tanta fortezza, clic 
vincerete il mondo, e per [mura noli farete cosa al¬ 
cun» contro [«.vostra conudcuria. Pensate ch'egli sìa 
bugiardo? quando ei dice: < In verità in verità vi 
«Imo, clic se domami*rete cosa /ìlcunn ni Padre nel 
nonu* mio, «die ve le darà? K se saranno due o tro 
congregnti sopra la terra, c pregammo di qualche 
cosa, io In furò ». Ei nimica «la voi, se senio infermi, 
perchè non lo preghiamo; voi vedende, purché non 
vi si nicchiate «li pregare, dui Dio vi farà forte. Pre¬ 
gale micom per noi come io faccio per tutti i Cristiani 
«die Mino in Itnlin, eh Vi Signore ci faccia costanti, 
•accio che possiamo coiifesvirlo in mezzo «lolla gene¬ 
razione persersa. Qui è un gran dispregio della [virola 
di Din, e iioidiisrinii se nc curano, Abbinino ancora 
«pn la idolatrili, c la parola di Dio insieme conip Sa¬ 
maria. lo iole in ai ere la min cara intuire nitro, ma 
ogni roso è piena di guerra, ini bisogno esjK“ltnrc 
questa consolazione di vederla nell’atlra vita. Non 
ninne» «pii la croco ahi pii, il Signore ci diu a tutti 
fede e roslan/iu, che vinciamo il mondo, 

A luudc «li Dio si voglio acrivere corno ho visto 
un grande miracolo in questa nostra [imcciirione : 
che senio stati in corte di alcuni signori di Alemngiin, 

« quali [>cr l'evangelio hanno posto la sito e la roba 
ili pericolo; che tanto vivono sanctomcntc, che mi 
soli ^ stupita Quel vguore ha pre«li«'ntori nella sua 
città, e sempre lui è il primo ad andare allo predicai 
dipoi ogni mattina avanti ni desinare, lui chiama bitta 
|a sua famiglin, non bisogna clic ne resti pur uno, e 
in sua presenzia si legge un'evangelio, e una epi¬ 
stola «li Son Paolo, e esso postosi in gemx< binili con 
tutta la sua «'«irle pregano il Signore, Bisogna poi 
che a casa per caso einsemhino dei suoi sudditi gli 
renda ragione della Min fede, eoo le massaro c ogni 
uno, acciocché ei veda come fanno profitto nella re¬ 
ligione : [wrcliè cori dice, clic fn bene se nnn fa«'esM* 
cori, «-he rsv> sarebbe obbligato a render ragione di 
tutte Ir anime dei suoi sudditi, lo sorria clic tutti l 
signori e pririi'ipi fuvseno tali, Il -Signore vi dia fede, 
e vi ai’crescu nella sua cognizione, perchè di continuo 
dovomo pregare di accrescere in fede : per questo 
si chiamano lo sic «lei Signore, perchè non sì «lovrmo 
fermare come fusscmo perfi-tti, ma eaninimare sem¬ 
pre e crescere in perfezione. Studiate dii igeo temei «te 
la Scrittura. Emilio per grnzia di Dio è saio c valso 
e spero «'he temerà I)i«>: molto volentieri ode lo pre¬ 
diche, e stintici In Scrittura, lo prego di continuo per 
lui c por tutta la casa nostra, che trinino it Signore, 

Il mio consorte o io, et Kmilio con tutto il cuore vi 
salutiamo. 

Di Hnktalbcrgn, a 8 di Agosto. 

Se la signori» Lavinia mi vorrà scrivere. S. S. [Mitrò 
ben irò Vare via e modo. Questa cillà è molto cèlebre 
per la corte, r ]>cr PAcndcmin. 

La vostra Oiuim, 


Dalle lettere iti Olimpia Morata, compiT»e nel nuora 
ro/i<me iti opn»eoii e carteggi Riformatori <!<‘l Cin«(iie- 
ccnto curate da (7ili téppe Paladino per gli * .Scrittori 
«P/fàb'a » «lei /.iiferrn. La lettera è òieddo. 


Cronache londinesi 

Un dramma di C. K. Munro 

Oggi, generalmente, «In no» in Inghilterra ti porta 
jioriiissimo interesse ni euri movimenti artistici che 
«li tanto in tanto mettono n rumore i «nreoli intellet¬ 
tuali «I* Europa. Cosi non vi accorgemmo, quasi, 
«!rires[>r«*ssionismo se non < pi lindo era giunto ni tra¬ 
monto, e se ito» fosse stato della Stage Society — 
min MM-ietà prisntn che «là rappresentazioni del teatro 
(ivniigiinrilistn inglese e straniero — non avremmo vi. 
sto a Londra un dramma c* pressi onèsta tedesco. Cosi 
non >i |Mirla ancora «li « surrealismi- », i> i nostri cri¬ 
tici d’arte continuano n lunuifcsturc una vera nsver 
rione per tutti i movimenti «lotti d'nvnogunrdin, futu¬ 
risti e innovatori. 

Ciò clic però non toglie che di tiinto in tanto <[u«|. 
clic artista affiori sulla metliocrità i Ini l'ambiente e 
cerchi in un «incoro tentativo di esprimere i problemi 
«* li* spirito del tempo con modernità di nnuii c con 
sufficiente spregiudicatezza «Ielle vecchie forme. 

K «inerii «'nsi sono appunto gli in«IÌ0Ì rivelatori 
conio litiche da noi, nonostante it .acutimelilo «li in. 
sulnrità forte pure negli artisti, vi siano «Irgli um¬ 
identi favorrwdmcutc orientati c disjMwti n<ui solo 
verso le piìi moderne tendenze del jwnsicro europeo, 
mi anche versi) quelle forme artistiche che vorreb¬ 
bero ndc^unrsi alla modernità ilello spirito d'arte. 

SVI cnnijMi del tento C. K. Munro è uno di «picsti 
innovatori. Le sue «qx-re sono quasi sconosciute al¬ 
l'estero e poco note anche proavo di noi. IVrcliè la 
loro rappreseli la rione riuscirebbe mtdbi difficile o per- 
«■hi* [tossono rssrre int«*>c .solo «la imi pubblico d'oc. 
iT/ioiie. K anche n Londra non si è aurora trovato 
l'impresario ili mi grande teatro «lisjsvsto a fan* dei 
meritici finanziari |ier l'affo mia rione di un giovane 
veri t ture. 

1 drammi migliori di ('. K. Munro vennero però 
messi in scena alla Stage Soiriety, cd olt<-tinero it 
più lusinghiero micccmo. 

■ M Mrs. llcaiii'i, » è una itclixiosa satira della 
vita «li [K-nsinno ; ma i drammi clic confermarono il 
suo siui-esso sono n The Humour», «Progress», in 
cui è in modo «ornggiovo trattato ironicamente il tenni 
«Iella gu«>rrn, o spcrifthncnlc « Tln* Mountain », 

Mentre i primi larori avevano un carattere «ti rea¬ 
lismo qualche itdtn c<vessivo, l'ultimo tcmle piutto¬ 
sto a «m’espresrioiic rimbolidien. Ma la sua concezione 
simbolica non è sempre troppo chiara, oscillando il 
lavoro fra mi realismo mi poco crudo o un simboli- 
«nm alquanto Confuso, c «picsfo è il mio difetto. Il 
tenia, come i» altre opere miHlernc ispirate dal pa¬ 
cifismo, è «piello dcll'inutifilò <h*lla forza o delta*»e. 
ressità di trovare un nuovo alloggiamento della vita 



Pag. no 


IL B A H E '1' T I 


conforme nl|i* esigenze spiritimi!, sociali e politiche 
dcJJYpocn nostra. 

Yc.tnii, dopo C&scre stato degradato «In ufficiale 
ilrll’pAririto por «sere picchiato un prete. diviene |>ol 
min dei copi drilli rivoluzione «die Hvippin ned suo 
[vu-se e, finalmente, il dittatore di un nuovo regime 
dì voiidelta libertà, Ma avendo egli costituito un’A«. 
semhlcn libera del Popolo, s’neeorge che tutti gl» 
uomini che «vevano lavorato frdrlmente con lui ipuin- 
do erfl un dittatore, lo ramili iddinndounndo proprio 
adesso clic si ò messo n div|Mt*iiint)c ilei Popolo e cito 
a lui ha trasmesso direttamente 11 potere. 

Lo spirito del hene tn Ini fc simboleggiato da un 
« wamlcring Killer » (un vecchio pellegrino!, il quale 
gli appare sempre nei momenti di crisi. K quando 
Ycvnn, conseguito i! potere, si avvede che tutto è 
falso, che occupando il posto del tiranno deposto ò 
anch’egli |x>rtnto, per ristfihiliro l'ordine, a usare 
metodi tirannici, l'EIdcr gli spiega come tutto ciò 
era inevitabile, perchè essendosi proposto ili smuo¬ 
vere lina montagna Pavesi» soltanto salita c ti era 
mantenuto sulla cima, a () ri titaniamo, quindi, sulla 
cima, dimenticando che abbiamo tradito il nostro pri¬ 
mo proposito, o torniamo a quel proposito, sìa pure 
per morire con gli «Uri nel tentativo di vederlo at. 
tunto * 

Quando Ycvnn vedo crollare il suo sogno e ritor¬ 
nare ni potere i! (irnnduca cacciato, dì nuovo gli «i 
presenta i) vecchio, e « lui die tristemente parla ili 
fine dice : « no, è soltanto il principio.... Non può 
finire in nulla il vostro imucccMo, Questo per gli al¬ 
tri. Voi, poi. avete ottenuto la piu lidia vittoria clic 
un uomo posso conseguire. QuoHu su voi stesso. Per¬ 
ciò siete preparalo per il lavoro per cui vengo ora a 
chiuninrvi ». « Quale lavoro? a « Educare i! popolo a non 
avere bisogno di un tiranno, {'io?' insegnargli fonie 
può divenire degno della libertà, din ciascuno dove 
cercare per nè c solo in se stessa <•. E sostenendo Yc- 
vnfi che questo varò impossibile l’Rider risponde Hio 
sarà inijtossibilo finché il popolo rimanga ■ inumano * 
cioè • non umano come Dio lo lir» voluto *, e clic 
sarà compiuto non da un volo untilo, ma daH'opcni ts 
<|nlln fedo di intere generazioni di uomini. 

Jjt figura di Ycvnn è delineata con scorci |>ossenti 
r colla forza e con In sicurezza di un grande artista : 
sia quando ì ancora un giovane impulsivo c brutale, 
sìa quando è divenuto un uomo serio u spiritualmente 
maturo, R accanto n lui sono sempre vivamente ri. 
trottali gli altri personaggi dd d rulli utili il soldato 
visionario, il comico leader socialista, Postulo t'nnecl- 
licrc (che i il genin cattivo di Ycvnn), il granduca astro¬ 
nomo. reo. 

Il lavoro ricorda per analoghi « Massemenvcli » del 
tedesco Krnst Tolle.r, se pure quest'ultimo, rivela un* 
maggioro maturità de) suo autore: ha sollevalo ili- 
(iiuviuni vi voci vai mi» nei circuii intellettuali di Lo*, 
dm, [irosa questa del mio interesse e della sua vitalità. 

/cantra . Agosto 1926. 

I. M. KSTIIOVRN. 


Buchi nell’acqua 

Noi) é facile intendere cosa sin la prudenza* 
questa virtù tanto esaltata dagli antichi t- che. 
a dire il vero, non è tenuta in gran conto 
dai moderni. A me pare un seguo della ma¬ 
turazione intcriore di im nomo c consista in 
un attivo controllo della coscienza sull’azio- 
ne. In c>sn g per essa la mente esercita una 
penetrante analisi nel mistero delle circo¬ 
stanze empiriche e di la magica misura al- 
l’azione. In essa e per cs^a l'uomo stabilisce 
a proprio vantaggio una regolata armonia iu 
quel caotico fluire che é la sua vita. In essa 
e per essa cooperano le più opposte facoltà 
psichiche; come la meditazione o la divina¬ 
zione, 

« * 4 

Tutti sanno che i medesimi abiti esteriori 
possono essere sostanzialmente divèrsi per la 
diversa colorazione psicjuca che ricevono dal- 
l'animo che li compie: si consideri ad esem¬ 
pio l'educazione intesa come cerimoniale del 
buon costume- Essa viene tramandata come 
una scienza sacra dai genitori ai figli : essa 
viene insegnata perchè così «si usa », viene 
imposta colla violenza ctl accettata dal fan¬ 
ciullo per timore della immediata sanzione; 
col tempo, per lenta assimilazione, nel fan¬ 
ciullo divenuto adolescente c [xti nomo, essa 
diventa un abito meccanico, una seconda na 
tura, una cosa « del tutto spontanea n. Al¬ 
lora l'uomo fa così perché si deve fare così, 
ma non sa perché deve fare così, figli si trova 
in una condizione di equilibrio. 

Questo equilibrio si spezza proprio quan¬ 
do si affaccia il problema del perchè; allora 
l'uomo si chiede se non potrebbe fare all ri¬ 
menti. I/i prammatica del protocollo sociale 
gli appare uno cosa ridicola perché noti nc 
intende la finalità. Come uno spirito libero 
clic si affranchi da viète superstizioni, egli in¬ 
siste nel seguire vie diverse dalle comuni, 
sentendo in ciò una affermazione della pro¬ 
pria personalità. Così cg! : compie la sua espe¬ 
rienza. necessariamente’ squilibrata. 

Così egli giunge alla terza posizione che é 
quella dell'uomo n consumalo »• ; sa die il pro¬ 
tocollo del buon costume è tuia specie di ma¬ 
gia per incantare i serpenti od altrimenti una 
arte suggestiva verso gli altri c repressiva 
verso se- medesimi mediante la qutile si rie¬ 
sco, per lo meno, :ul evitare di aizzare con¬ 
tro se stessi le volontà altrui Così l’tiomo 
educalo non provoca l'ira dell'altro uomo e, 
soddisfacendo c servendo /altrui volontà nel¬ 
le piccole cose, riesce a far trionfare la pro¬ 
pria in quelle di qualche importanza. 

In quatto terzo stadio la facoltà viene c- 
sercitula in piena coscienza ed in ossa si ri¬ 
flette la mente del singolo. Poiché in tutte le 
cose vi è una misura : l'uomo può essere ec¬ 
cessivamente ligio alle altrui volontà nelle 
cose piccine per poi con un raggiro piegarle 
alle proprie direttive. In questo caso l’educa¬ 
zione diviene una inala arte, una specie di 
sporca stregoneria, ed il popolo ha ragione 


bollando di quelita chi è « educato »> in tal 
scuso, perché costui oltrepassa il segno 

Oppure l'individuo può offrire una nido- 
drammatica resistenza verbale, urlare le pro¬ 
prie ragioni, riuscendo ad irritare chi lo n- 
scolta, per poi abdicate in concreto. 

Allora egli lm operato il propr o danno, è 
rimasto al di qua del seguo, cd il volgo ride 
di Ini. 

Ma st può anche fare un limitato sacri¬ 
fìcio nelle piccole cose alle altrui esigenze, 
per conservare la propria pace, si può lasciar 
vivere per vivere e questa é saggezza. Tale 
saggezza finisce quindi ]>er essere un senso del 
limite, un’approssimazione ni giusto rapporto, 
che in ogni circostanza vi deve essere tra la 
propria volontà c quella alimi, 1 ) limite giace 
tra i due estremi della remissività e della pre¬ 
potenza c chi riuscisse ad attenersi costante- 
mente ad esso vivrebbe una vita sommamente 
armonica. 

Ilo distinto tre sbadii . è evidente che essi 
non sono necessariamente realizzati tutti e 
tre nella vita di ogni uomo: la maggioranza' 
si arresta anzi al primo. E’ pure evidente che 
essi non possono dirsi assolutamenle e geo¬ 
metricamente distinti, ma botisi innestati 
l'tinri nell’altro cosicché min medesima azio- 


IL TEATRO E 

RENATO SIMONI 

Muti*i (/ramo si prò putte «h cvumiunrè iti ‘/ur¬ 
ti stilili hi tritìi* teatrale, italiana altearr.rstt i 
tuo* scrittori più ni p prete a tot i vi. li cani in eia ila 
Untato Si motti. 

Sui i/li limino rat/hinr; ma ptr altri motivi, 
vhr. om Mfà verso il nostro rallaImratorr r la re- 
KjHtntabilitù vite »cui tatua j>n' • nastri lettori'- 
et inipont/ono «li precisare. 

limato St mo/n è vernati /it f , tran tifa noi, i( 
rappresentante pai tipico il ella ni tira teatrale, 
italiana. (tnt iva <'ltr ti est/urite e quasi s« uiprt 
tu un /torero voatmenta «Itila novità, nelle af¬ 
fertiliti: nnfr rampaste i/aantlo il «/tornale sta 
per ululare in macelli na, nelle, otscrmtionì, ta¬ 
luni avute, iteli ‘opera ila t/i mi icore. fai eri tira, 
insamma, fatta appasta pir il Iman /nibbi h-o i- 
(altana, tenni pretese, sema alee, no che se suf- 
fir.icnteiueiite mito e inttlliijcnti, quasi nin/ire 
beai evalo r infiali/ente, versa l'autore, 

(• tustamente *li questo /nibbiira è l'ahAo Ile- 
nata Siinani, 

i\fa nelle sue evitiche ma non abbiamo tro¬ 
vili a mai neppure il tenta!ira ih intfintAl are la 
personalità ih un untare. 

lì critica tentiate Ari Corriere (lolla Sera f 
pur, si. ut per f'uniui, rln fa vita ha presa il al sua 
lato piu fante r. più annoilo, t che per ronsrr- 
vtu r lu sua buatta pvsi:ioaU si è pi (pai a a tutte, 
le traumi ioni r a tutti i coni promessi. 

finitile Aìre che ne! nastra jnssiiuisfivo r/ili¬ 
ticai sui critici italiani tlt teatro eteluAiumn .-I- 
ttrintio Tihjhtr, N. d. [) 

Nel duiniuio dell'estetica si è accettato lo 
stesso diritto di cittadinanza ohe vi hanno cri¬ 
tica e arte: per quell 'innegabile originò di a* 
£in travaglio critico che è data dal tormento di 
una personalità che vuol rivelarsi a so stessa. 
Scelte e accostameli ti tra maggiori e minori so¬ 
no, per il critico, quello che per Palliata sono 
necessità d episodi e di figure, insistenze di 
noie e di colori, significati di sfondi e d» chia¬ 
roscuri. Pur tuttavia, m parecchi critici, non 
è diffìcile di poter scorgere un iucoufeesato rim¬ 
pianto pei’ il beato legno cui 81 *vp]>e o si do¬ 
vette rinunciare ; e molto volte la critica d 'un 
poema è la confessione del poemu che ai sa¬ 
rebbe voluto scrìvevo. 

ila nel Simoiti non vi sono e non vi sono 
«tati rimpianti o rimi neo. C/è la gioia di sen¬ 
tirsi ric(t> o di poter ancora, volendo, esser pro¬ 
digo. Non r'ì- mai stalo, nel suo temperamento 
d'artista, il calcolo avaro che si misura e non 
osa. Perciò, nel suo temperamento di critico 
la dote precipua è quella di ima serena im¬ 
mutabile cordialità, 

Questa sua calda simpatia lumina seni prò vi¬ 
va i*-r l'uomo e per Burlisi a che deve giudi- 
rari’, questa sua cordiali» aderenza a ogni ten¬ 
tativo teatrale, che, in mi dramma sbagliato, 
povero, assurdo, non-dramma. se vi è una sola 
scena o tini» sola bali ili a che palpiti d’ini pal¬ 
pito «li vita, quella scena o quella ballota, sa 
additare con un* compiacenza che, (piasi, vor- 
rohhc farsi perdonare di non aver proprio sa¬ 
puto scorgere imll'ftltro che in quel dramma 
avesse min qualunque parentela coli l'arte; 
questo suo i. tomi* cordiale v sereno cont.riì>ui- 
fico non jjoco a jx»rro il Simoni a capo dolio 
critica drainm.it ira milanese. 

Qinjslu, «lai Bozza al Simoni. lia sempre c- 
viiato di livore un «sistema* protellòr»? e ti 
ranmuo, o di adottare un * problema >, prodi, 
letto pupillo. B‘ semine stata d un Ijonario im¬ 
pressioni sino, riguardosa dell •emoziono* della 
• commozione* del **01111111011(0», tanto che tal¬ 
volta paro «‘he unii 1 Pallidi irsi n un semplicistico, 
ambrosiano buon senso, elio quasi vorrebbe con¬ 
fondere l'arte, il teatro, con la vita rBogni gior¬ 
no anche se vissuta nelle sue più pnn-griuo 
vicende, ricche d'impensate possibilità. Non h 
mai andata all’affanuosa ricerca del «nuovo» 
pur sapendo sbadigliare con tollerante vignar¬ 


ne può e>scr fatta n uno stato d'animo che 
ite abbracci più d'uno: si possono trovare per 
esèmpio assai hene sposali /abitudine ed il 
calcolo. 

Mi pince fnre qualche osservazione per 
«intinto riguarda il primo stadio ossia quello 
abitudinario, bruto o meccanico dell’educa¬ 
zione. 

E' ovvio quanto sin ridicola la cosidettn 
spontaneità di tali atti. Ma é ridicola da uu 
punto di visto teorico oss ! a ili studio mentre 
é serissima dal punto ili vista pratico : poiché 
anzi vi può essere a volte una certa superio¬ 
rità di tratto nella persona educata per co¬ 
stante abitudine su quclh educata per medi¬ 
tata e un po' teorizzata convinzione. 

Cosi s{ finisce por intendere che i geni¬ 
tori mediante la violenza imjxmgouo ai tìgli 
un’arte utilissima, se non alla loro mente, cer¬ 
iamoli e al loro benessere; clic i tìgli godono 
ampiamente dei benefìci di quest'ai te di cui 
non affermilo la portata prescrvatricc. E le 
cose hanno luogo come per le preghiere di 
certe religioni positive clic, si dice, benefi¬ 
cano il fedele anche se egli non comprende 
una parola del loro .sig ni beato. 

Aiiaìvkko 


LA CRITICA 

do di fronte al « vecchio * clic altri avrebbe vo¬ 
luto iguoiniiiiosamente sopjM’llire.; «a riconosce¬ 
re con calore un successo, non infierisce su di 
un'cvidonto sconfitta ; ma è dillìede che sappia 
o voglia, (piando occorra, in firmari» uu succès¬ 
so o riabilitare mia sconfitta nuche se il 
Uacchelh stia ora recandovi la sua scaltrita mi* 
Slira di rundista, il Unmpcrti la sua ironia, e 
il Romagnoli non dimentichi di essere il geniale 
traduttore d*Aristofane. 

Confortato da mia solida coltura raramente 
'intanfitala (ricordare certi suoi scoivi sul teatro 
indiano o la prerazione al Hcll'A /W/o), pronto 
11 ogni entusiasmo con una vigile e8}x*riuiwn di 
artista, oggi il Simun» «i appare coinè il critico 
di una generazione passata — venuta dojK> III 
Mm, culminata in Hataillc — tua «he acuzi» 
sforzo sa bordeggiare di conserva con lo pre¬ 
senti. Nel jxiriodo della massima infatuazione 
pirandelliana jtoteva dar. v questo equilibralo 
giudizio della fara.-t, metafisica ('nummi a sua 
minio : 

■ Allora il pubblico ha tirato le sommo : ha 
«concluso rho lutto ([indio che gli èra .«tato dato 
«era nniiuato e«utioeù, ina non stijnTava la tlui- 

• dilà di illl intreccio di discorsi; che. rem tu e* 

• sjvjsizione concitata di ideo generali, il Biran- 
« dolio non era riuscito a formare >111 caso parti- 
« colare che avesso min jioti’uz* di rapprcsonta- 
«zinne verainciile eoniuuicKliva S‘accorse clip la 
«commedia gli sfuggiva; che il piacerechd'èveva 
» provato era stato prodotto dai sapienti stimoli 

• con 1 (junli la sua curiosità era stata eccitata: 

• ma che tutte quelle clic gli erano sembrato 

• soltanto ardite, taglienti, beffarda premésse, 

■ orano invero la commedia stessa.. Questa 
«commedia è ancora Così r (se tu / tare ). Mn 

• alBoriginalita sostanzialo di Cosi «'• (se vi /vt- 
» re) è sostituita, qui, In bizzarria dalla «;oiuj>o- 
« sizioue. Questa bizzarria soverchia In eoinnie- 

• dia. In fondo gli intermezzi — Iranno Bulti- 

• ma parte del secondo — sono invenzioni spi- 

• ritose, ma noti aggiungono al tema uè lu« 
«nuove nè elcim-mi significativi Mutano gp- 
«nere allo sjH'ttavolo, introducendovi una va- 
» rietà chiassosa, ebo non medio* la monotonia 

• ■ dell'opera ,ma In fa dinnmticarc:,.. 

E. nello stesso tcuqio. l'autore d« lai rrtlovn, 
riovoeamln alcuni suoi ricordi gin]>]H)iiesi. [X>* 
leva scrivere questo frammento ; 

«... c'era u )>och distanza Kumakura, vig.la- 
*la dal Dalhntsu, l'ènorim» statua di bronzo 
«•cesellato del Umida. Chi vide quel simulacro 
«noi» io jxilrà ocórduro mai più Non il sorriso, 

■ ma lo spirito del sorriso su quel volto senza 

■ passioni:; o la calma divina di chi ha su [levalo 

■ nuche il jiensicro. Un silenzio inrllabib: #ra 

■ nell*ombri» dello sue palpebre calale. Egli ri 
«affascinava a poco a poco. 1 .'anima tremava 
«ansiosa c incapace di quella pacg pura». 


11 dimoili c mito 0 Ita Lvaswurw» Ih biih prima 
giovinezza in quella Verona clic bianchiccia «b 
p ilvere [>er jhjco clic la sferzi il solleone, subi¬ 
tamente lavata dalla pioggia, ni bagliori del 
tramonto rivela la rosea dolcezza de' suoi veo- 
clu marini <• del suo granito, si che. ogni Ione 
t* ogni frontone s’offre <>»me in limi scenografia 
roseo-dor.il a. Dal Intuii a Piazza delli Erbe, 
d.ill'Arvim a Piazza dei Signori, l’animo s'ap¬ 
paga nelle v'monde di tre iqiochc che in ogni 
pietra «t »»i «gui woroio gli offrono mi motivo 
d'arto «• di vita 11 veioncfic ebu s'imirlm n«lln 
luci r(»|H»l i non c lo spaesato i e)» ( « tenterà 1111 suo 
schema, aneli ' 1 astratto, di putrii» spirituale. S 
Zeno lo accompagnerà dovunque con Pittima» 
gine di Madonna Verona, tanto compiuti e 
perfetti ne sono i limiti * i toni, p tanta Parto 
vi è tenuta in gran conto, (piasi quanto mia 
callotta incoronati» di pescanti or 0 inaflìata di 
Val poi ieelin. Piazzi delle Erba xr unica al 
mondo, la loggia di Fra* Giocondo è In mera¬ 
vìglia del quattrocènto, in mezz’ora si va sul 


Garda, il lago più fffluwh d Italia, e Siinoni, 
fili, ,rc a Milano, ni Contro: * 7 - fato una splen¬ 
dida /tosi t itili, 

E* forse la paiiiion elio ha vietato ni Simoni 
di darci quello che da lui si era atteso. Occhi 
arguti di veneto, guance e labbra d'ambrosiano, 
il giovane che a venlisci anni scriveva La ve .• 
ilota 0 che poi doveva darci il primo atto del 
finiti e Cnni/nla, in questi ultimi tempi, con 
un perenne troppo facile entusiasmo. — quasi 
|>or lui fosse sempre la scapigliata vigilia con 
lìnrbaraui e Pali Oca filanda — può collabo- 
rare al Oneri» Mrichinn c a libretti di melo¬ 
dramma, dirigere La lettura, rivedere Barione 
coreografica del famigerato Excehior, scrivere 
col Vraccaroli Sltaeeinaria: può acconciarsi a 
essere il puntualissimo Turno della I)(*ncnita 
Ari f'artiere e del Corriere dei Piceoli , accettar 
re l'eredità di Ianni p.r il trafiletto della terza 
pagina del Carriere, continuando così a di¬ 
sperdere il suo ingegno con una prodigalità che 
sovente «'inibisco la scolta, con una passione per 
il giornalismo elio, so gli ha valso la poiuzton, 
gli ha impedito di scrivere lo commedie rho ci 
aveva promesso. Perciò, con malinconia pen¬ 
siamo a Simoni. incontrandoci talvolta con 
Tnma , dal parrucchiere : ma cerchiamo la co¬ 
lonnina di r. il giorno dopo /ultima «no¬ 
vità», MARIO GHOMO. 

G. B. PARAVIA A C. 

Editori - Librai • Tipografi 

TORINO-MIliflNO • FIRENZE - ROMA• NAPOLI-PALERMO 

Libretti di vita 

I* collima Limimi DI VITA mirn n porRcrc 
clementi ili edncn/mnv ti limi fica 1* rolljriowi, contrì- 
|>u,.min t-mi i|imleii'-i <H sito «il vasti» lavorìo moderno 
intorno m udori ev>en*inli. Kftin m zIvoIro a tutti 
coloro » ([indi, non [tolondo nowiirc 1 lesti di alcune 
cmmilt sjiìrilnnlt. dosHtvr.nio puro idinicntarseiic di- 
rcMimicnte idlc fonti i dove i-onvcii^a, gli icritti 

ptdiltlicalì rìodlonnmo rnm[i(«ti dì cernite tratte da 
op,«iv interi! 1* eondollr in modo dn offrire l'essenz« 
di in) dal» Inoviment*.) o di uu dnt# .nitore — dui 
miiuuiorl id minori. 

La col lana m coiiijwrpti di voltimeli i clic racco- 
glicninno : 

I) Si-ritti ridi 'idi didln trmììrionr siùritunlc italinnn, 
sin individuando qttidcunv dei risultati del SUO 
[irogrcMo rinnovatore,, sin rccniulniio i germi fc- 
cimili 11 coinuiumo mdicuturi dcll'iiuliruio ori- 
gintdc del nostro pensiero ; 

;>) S.-rilll rouwili dnllti traili zinna s|ilrituide di nitri 
pojioli. mettendo in luce quanto gioii scoprire 
l'imitò profondi» ilelle (User’»** ercdciw.C auzjchò 
ribadirne l"mi’onrilild»Ìtità delle forine le qual» 
\on<* il transitorio della 11 scesa umana 'orso 
sintesi sujxrioti di vita it(Tratvllnta. 

SONO rtN'ORA T'BrtlM.H ATI 
il TnhnvA, «celta dì inimìiui-, jinndinlc, leggende, q 


cura di M. UcilùiMin e D. Luitea L, 7,— 

lirillME J. Vendi «ti reliijiime, n curn di 

A. Itanlì • 6,— 

CIUM LVKl.J.I B . Scritti relh/haì Ari rifar- 

iniitori ifiilinni del 15l)0 » 6, — 

t»UYi\l? (* [VI , /,* fcilc iltU'arventre. Pu. 

gmc -s'i-ltt 1 di A, limiti • 6,— 

tlKK'lRT A. /.'i Ai V. //.-«effetto » 

SQI.ÒV.IOV : fi bene <fWf« iinfuoi uinmiii, 

n rum ili E. I-n (*ntti> t fi,— 


TOWJ \ SSk | : Lo tpiriio c [’nn'one. Pagine 

cititi* etl inedite scelti* ila Maria tlcr. 
vignn-llcgcy » B,— 

Scritti per In <-<m/cren;a mondiate «fette l'Iòne 
rriftiniir, tradotti d;ilJ'inglc»c <Li \orelio 
Pidniicrì » 0,—- 

JACtlRON'R I) \ IODI: .|»»»uic»lrnincnrj 
nioruli, (OittcunTi m nlfimc lumie «sere, 
a rum di 11 etra RMiorti » 6,— 

I \M Hit I S(’IH N I t<. .Irmomu Arila- vita 
«mona. Pagine meridie (Inite sue opere 
«■dii'.* cd Tocd dii A. Linaehcr * *i,— 

C WTIDRVA /« rum hi ini» remo fu lur#. 

|xt In prillili volta tnidollo dal snuserit» 
in itnlisiu) dn (ì. Tmrci » 7,— 

l‘(. (•’TIXO. Dio, S<(*ltii e traduzione dulie 

Rimondi con iitlrniliirìonc di A- Umili • G,— 

Le rCifAe Avi tetUunv.ntn «li Sunto l'rnu- 

ee»cn, 11 cura diri prof- A. Ilcntiel • 6,50' 

C.lOHKÌiYI V L'Italia, òr Of.ieiu .* fu Ci- 
riftn i(Hii-|-rmfc. l’nginc *e«-!tc n curn di 
A. Urncr* ■ tì.òC ' 1 

Lt1 l'cr'M li lìbeveril. Pagine scelte dnM’Iiiutazmitc ri» 
CiUU,. a .-ii-n di Cìuvauui Scmiiriid, 

SAritiRZZA ('INRfsR, Scritti >li noi«*iiue, pomfiole 
e feiiyi'»oi> a c»,r\ del pr«»L (., liux’i. 

È uscito nella collaziono d'urto moderna ert 
6 In vendita presso la li Inorili llncpll ili .Milnno- 
a Idre dieci : 

FELICE CASORATI 

■Il -MPKAKI.LO (ilUl.l.l 


Ci sana /uà A< 1000 - mille - presone « he ri¬ 
cevano il llu/'flti , la t fri (truffa no e non ne han¬ 
no aurar«t /uaptln /’abbona»!mio. 

Soli reit in in * Ai nuova 1 rìturilatar} a fare, il 
laro ihiveir,, aneliti per evi farei la forte tptta 
ili ftir dnrthte tratte, postali. 


Daettorc Hes/naisahAe Pikko Zanbtt» 
Tipografìa Sociale - Piiterolo 102 G 



IL BARETTI 

MENSILE Le edizioni del Baretii Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO por il 1926 L. 10 - Ettaro L. 15 - Sostenitore L.^100 • Un numero ««paralo L. 1 - CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno III * N. il - Novembre 1926 

Fondatore : PIERO OOBETT1 

SOMMARIO ■ N. 3ÀPBONO: In» od «lo** «eli Mudi fr«n<;«*c*nl — O. A. PERITOSE : U jk>*» 1* di DUgo Vatail — 5. CARAMELLA : L'Mtlao Sh*?* — B. SHAW i L**«o1uilo 0 |ti*o a«l t«*lro — UNO DEI VERRI: L* gioii»* d«l pugni — A.CAVALLII 
Antodi! la li uno — P. VALÉRY : P Untoti* • pò* il* (Uoanilca. 


Introduzione agli studi 
francescani 


Non vorrei eho il lettore s’attondesao di veder 
qui, dispiegati nel brovo spazio d'un articolo 
di giornale, il significato singolare c l'immensa 
importanza storica di San Francesco o dell’©- 
pera sua. Altri si stimerà capace di assumere, 
con cupr leggero o penna disinvolta, siffatto 
imprese; noi continuiamo a crederle tali da non 
potersi prendere a gabbo. E non abbiamo altra 
presunzione, se non di metter innanzi, con quel¬ 
la maggior chiarezza che ci sarà jKasibilo, al¬ 
cuni principi! fondamentali di metodo, scguem 
do i quali occorrerebbe, a parer noatro, proce¬ 
dere ncH'esame di questi studi intricatissimi e 
pioni di pericoli. 

So la bibliografia francescana u, corno sa o- 
gmmo elio vi ai aia anche soltanto avvicinato, im¬ 
ponente o cospicua jwr numero ed imjx>rtauza 
di opere: è pur vero d'altronde che molta parte 
di essa non merita dallo studioso considerazione 
di sorta. Non ò molto tompo che uno dei co¬ 
noscitori più profondi cd acuti 'di questa ma¬ 
teria ebbe a scriverà a questo proposito parole 
sdegnoso, ma giusto: «Ogni perdigiorno che 
abbia letto due libri di' storia francescana ai 
crede in diritto di scriverne un terzo sull’Argo, 
mento. E si scusa il nuovo libro dicendo che è 
per i fanciulli o per il popolo, come se lo acri- 
vero per i fanciulli o per il popolo esiga minor 
conoaeeuza dei fatti di che si scrive o importi 
più lieve responsabilità di fronte a coloro per i 
quali ai scrive». Di questa meschina zavorra, 
che appesantisce la nostra come ogni altra o 
forse più dogni altra letteratura critica spe¬ 
ciale, non ci occuperemo, lasciandola al guato c 
all’ammirazione dei gazzettieri c de 1 lettori su¬ 
perficiali. E’ naturale in chi a'ò affaticato j>cr 
lunghi anni intorno ad un argomento di stu¬ 
dio, o ne conosce quindi tutta la difficoltà v gra¬ 
vità, un senso d’irritaziono o di sdegno di fronto 
alle sùbite o larghe fortune d’opere frettolose 
p volgari : ma questi casi della cronaca, non pos¬ 
ami turbare la serena operosità dello storico; 
come non la toccano, così neppur la danneggia¬ 
no, uè l’impediscono. 

Senonchc tanta gramigna retorica festaiola e 
parolaia è venuta nel corso degli anni crt-scoudo 
intorno alla buona pianta della leggenda sera¬ 
fica, che un po' del malanno si fc naturalmento 
cd insonaibilmento attaccato anche agli inter¬ 
preti più sen e più degni. In verità questi stu¬ 
di, come allettano e quasi trascinano ai facili 
voli del sentimento, tanto maggior cautela ri¬ 
chiedono in chi vi si dedica, e quasi vorrei dire 
freddezza, Non mi stupirei se questa parola fa- 
oesse rizzare inorriditi i capelli di parecchie teste 
perchè so che a molti anzi por questo proprio il 
caso di chiederò al critico mia più vivaoo e calda 
sensibilità, una parola più alata, vibrante e pa¬ 
tetica. E a intendi! che anch’io, quando dico 
fraìtìettn, non penso già che lo storico, acco¬ 
standosi all’epopea francescana, debba spogliarsi 
di quel tanto di simpatia, cli’è per Ini primo 
fondamento ad Intenderla: bensì solo ch’egli 
debba mantener 1’abito d una coscienza vigile 
ed obbiettiva, aliena da ogni divagazione © ri- 
cob inizio no ipotetica e fantastica, quell'attitu¬ 
dine critica insomma, f eho è così Tacilo in certi 
casi dimenticare, e perciò appunto forse tanto 
più grave. Quanto al pathos e alla maggior sen¬ 
sibilità che da molti si richiedono: per conto 
mio non credo che l’atteggiamento dallo stu¬ 
dioso debba, mutare secondo la diversa ma¬ 
teria che gli si propone: e 1 sopratutto penso che, 
salvo in casi estremi o rarissimi e |>er cosi dire 
extra storici, mai .egli possa ridursi a rinun¬ 
ciare agli occhi della ragiono, i più sicuri sempre 
infine, per abbandonarsi allo vie estrose del sen¬ 
timento o della fantasia. 

Veramente molti si son gettati in questo 
campo con animo più di poèti che non di sto¬ 
rici; e a legger certe vite di San Francesco, 
pur per molli aspetti lodc\oli (faremo un e- 
sompio solo, il più cospicuo, quello dello Joer- 
genscn) vien fatto di ripensare, conio so in que- 
sto caso fossero particolarmente vero, a certe 
parole del Manzoni,lo quali tono, da un punto 
di vista generalo, errate come tutti «anno: vo¬ 
glio dir quelle sul romanzo storico, dinanzi a 
cui *16 spirito s’inquieta, perchè nella materia 
cho gli ò presentata vede la possibilità d'un 


atto ulteriore, del quale gli ù nello stesso tcjnpo 
creato il desiderio, o trafugato il mozzo» 

Molti hau finito con il considerare quello che 
è un insieme, tome un altro, di fatti storici, qua¬ 
si fosso una miniera di facili ispirazioni poetiche 
o pseudo poetiche: e non è questa certo l’ultima 
cagiono della moltitudine di sfaccendati ed i- 
gnorauti che han voluto cacciarvi&i dentro con 
quel risultato di ordino c di utilità, ohe ciascuno 
si può immaginare. 

Il nostro intento è quello appunto di iricon- 
durre questo periodo storico in un ambiente di 
luco tranquilla e equanime, attraverso la critica 
degli orrori, che l’amniirozione o l’antipatia, il 
gusto fantastico o il vezzo jioleniico, han provo¬ 
cato insinuandosi, per vie logrcte c trasverse, 
nei giudizi di coloro che ci han preceduto. 


Abbiamo anzitutto una questione delle fonti 
francescane. Questiono tecnica intricatissima o 
dutt alino che definita, della quulo non ò questo 
certo il luogo più opportuno per discutere. 

Tutti sanno suppergiù cho, tolte le non nu¬ 
merose testimonianze dì cronisti contemporanei, 
lo regolo e gli scritti di San Francesco, u le tar¬ 
de compilazioni del XIV, XV e XVI secolo, que¬ 
sto fonti si riducono a tre gruppi fondamswAali 
e distinti: le leggendo di Tommaso da Celar» 
gli scritti degli ambienti «turitelo/, ^anonimo di 
Perugia, Leggenda doi Tre Compagni, Specchio 
di Perfezione), c le leggende della pace (San 
Bonaventura e Bernardo da Possa), 

E tutti sanno anche qual’è lo schema che, 
press a poco identico, ritorna presso i diversi 
storici in queste ricerche si assume una delle 
fonti, con la presunzione- naturalmente d’avor 
dimostrato la neoessità di questa scelta, come 
fondamentale, e poi si vagliano lo altre leg¬ 
gendo alla luco di questa, per scoprirne gli er¬ 
rori o le «Iterazioni più o mono gravi. Così, por 
es., quelli che insistono a voler dare ad ogni 
costo agli inizi del l’apostolato francescano un 
colore di ribellione e d'eresia, s’appoggeranno 
quasi esclusivamente agli scruti spirituali : chi 
invece ha in animo di mostrar l'ortodossia di S. 
Francesco, prenderà «me fondamento essen¬ 
ziale lo vito del Celanese e di Snu Bonaventura. 
Non c questo il luogo por mostrar più parti¬ 
colarmente chi, a parer nostro, proponga ra- 
gioiti più serio c più persuasivo. B’ utile invece 
osservare elio, a parte i preconcetti che tur¬ 
bano fin dairinizio l'indagine di molti studiosi, 
è errato il punto stewo di ]>art(-nza d'un me¬ 
todo, il quale perpetua, fuori delle naturali con¬ 
dizioni di tempo o nell’am'biente sereno dello cri¬ 
tica storica, le discussioni e le lotte torbido od 
appaasionnto dei primordi del)‘ordino franco- 
ecano. Invece dì studiare questo movimento nel 
suo organico sviluppo, logicamente preparato 
nelle sue premesse, logicamente svolto nelle sue 
tendenze, lo si .rappresenta come una progressiva 
degradazione da un punto di perfezione ini¬ 
ziale, con modi simili a quelli usati da altri, e 
già criticali, por la Moria del cristianesimo pri¬ 
mitivo e delle origini dell* Chiesa. 

E’ chiaro, o dovrebbe essere chiaro, da queste 
considerazioni cho il maggior torto sjx-tta cor¬ 
tamente a quelli che ripetono oggi l’errore, sìa 
pur generoso, degli spirituali. Ed è muntalo 
che di fatto questi si mostrino più gravemente 
turbati da passione polemica. Anche questa vol¬ 
to, corno sempre, la maggior prudenza o cautela 
non è stata dei laici, ma dei chierici, 

I quali, o si son contentati di prepararli pa¬ 
zientemente, in opere ben di spesso monumen¬ 
tali, i materiali per la ricostruzione futura, o 
quando hanno discusso, han ragionato a fil di 
logica, senza divagazioni sentimentali, sulla ba¬ 
se dei fatti. A pensarci bene, i più benemeriti 
studiosi in questo canq» sono ancora a tutto 
oggi i Bollandoli, fino n) padre Vnn 0:tmy, c 
i Francescani, del Wadding ai frati del Collegio 
di San Bonaventura. In quanto ai laici, tolti 
quelli clic* si son mossi sulle orme degli uomini 
di Chiesa, hall fatto dello bollissi»! ed degan- 
tìssinio costruzioni, con situazioni e . rotieri vi. 
venti o drammatici, ma sullo quali pesa quasi 
sempre il sostilo d’un'idea prestabilita o d'una 
troppo scarsa riverenza ai dati materiali e po¬ 


sitivi. Se certa inconscia volontà d’alteraro e 
jriunmatixaare il proprio soggetto non avesau 
troppo a lungo turbato cd offuscato lo menti 
di alcuni studiosi, si sarebbe giuuti assai più 
presto all'atteggiamento cho oggi par così na¬ 
turale ai più, o se non altro ai migliori : quello, 
voglio dire, d’un prudentissimo eclctt ismo -'he, 
considerando le leggende non solo oome fonti 
storiche alla biografia di San Francesco, ma più 
generalmente come espressioni delle varie ten¬ 
denze e dei diversi stati d’animo che si vennero 
in processo di tempo sviluppando in seno alla 
grande famiglia in formazione, assuma le vito 
di Tonuuaso da Celano corno fondamentali, gli 
scritti degli spirituali come elemento integrativo 
da usarsi con grandissima cautela quando si 
stacchi notevolmente dal dettato del Celanese, o 
infiuc le leggende della pace come i racconti più 
di tutti vaghi dcfoimati c lontani dal vero. Non 
occorre dichiarar qui più particolarmente i mo¬ 
tivi della questione, .nò della soluzione ora prò. 
posta. 

Fa ridere bensì, c non senza amarezza so fi 
pensa alle vie tortuose ondo l’errore c la debo¬ 
lezza s’insinuano nello monti umane pur de’ 
migliori, il dover riconoscer»- che tante discus¬ 
sioni e polemiche ton nato quasi esclusivamente 
dall’ovcr voluto considerare questo fatto storico 
ad una stregua diversa da tutti gli altri. Si par. 
tiva dal preconcetto cho ut-Ua vita di Francesco 
dovoaso nascondersi un dramma, e si volle fab¬ 
bricare il dramma ad op ti costo. Si vide all’fn- 
£ro»o Jn somiglianza ira corte ideo c pratiche 
'doliti nuova fraternità religiosa o gli spirici di 
alcuni gruppi eretici, e si volle far del Santo un 
firebico jior forza: non bastaron lo molto volto 
ripetuta e ben chiare dichiarazioni leggibili ue- 
$.‘i xvsf** tVostcesco stesso ad attestare la ino 
pertinace volontà di esser cattolico: eYctico do¬ 
veva esaero, c fu. Così i FiortUi avevano dato 
dell opera sua un’immagine un po’ leccata ed 
arcadica non sempre conforme al vero: si volle 
porciò ripudiare tutto ciò che nei biografi pa¬ 
reva allontanarsi troppo da quella ideal grazia 
e semplicità. Così Tommaso da Celano divenne 
per il Sabutier, per esempio, un rctoro chiac¬ 
chierone, se non proprio un cosciente mistifica¬ 
tore, e la leggenda dei Compagni & lo Specchio 
di perfezione modelli di stilo semplice ed aureo 
Giudizi tutt’altro che persuasivi, anello da un 
punto di vista letterario: perchè ac lo retorica 
del Celanese è tutt’altro che grossolana e pe¬ 
sante, quale quella che s'incontra in altri docu¬ 
menti del tempo, ed è piuttosto l’ornata espres¬ 
sione d'un'affeziono Bincera, onde raggiunge, at¬ 
traverso un opere d’analisi minuziosa u sottile, 
risultati di finezza e di sensibilità veramente 
efficaci; la pretesa aurea semplicità di quegli 
altri è troppo spesso meschinità illetterata, cho 
nasconde sotto «otto intenzioni polemiche sem¬ 
pre presenti. 

Come oggi dai più si sa, la semplicità vera, 
tua una semplicità assai diversa, più austera ed 
eroica, va cercata piuttosto nelle primo crona¬ 
che dei frati dell’ordine: come in fra Giordano 
da Giano o in fra Tommaso da EcclcBton. 

Dunque gli orrori più aperti o gravi furon 
senza dubbio dalla parte degli scrittori che ]>o* 
Iremmo chiamare, per intenderci, protestanti, 
i quali dipendo» tutti più o meno dal Babaiicr. 
àia anche dall'altra parto non mancarono at¬ 
teggiamenti falsi ed esagerati. Ad un recente 
critico per es., il Bcaufreton, c stato rimprove¬ 
rato dì aver riposto tutfn la sua fede soltanto 
in Tommaso da Celano, escludendo ogni altra 
fonte. Senza diminuire il valore di questa o- 
biczione si potrebbe, a parer nostro, aggiun¬ 
gervi l’altra d’aver nvutò nel Celanese una fi¬ 
ducia eccessiva. Invero quando egli per esempio 
fa pronunciare seriamente a San Francesco quel¬ 
le paiole che Tommaso gli ha ni esso in bocca 
nelle sue leggende, ci fa ridere come ohi facesse 
parlare Romolo a quel modo stesso clic egli parla 
nel libro primo dì Livio. 

Il difetto è negli uni e negli altri il medesi¬ 
mo: l'origine polemica, e perciò non scientifica 
o almeno non soltanto scientifica, delle loro sto- 
rie. 

E in verità quel doppio atteggiamento di fi¬ 
ducia eccessiva o di assoluto sospetto cho ciascu¬ 
no degli studiosi ripartisce, sebbene in direzioni 
opjioste, tra le diverse fonti, parte da un mede¬ 
simo falso concetto. Perchè queste fonti, come 
tutte quelle che si presentano a qualunque sto¬ 
rico dì qualunque età, sono egualmente credi¬ 
bili ed incredibili e debbono esser tutto va¬ 
gliato cd esaminate, poiché qualche cosa di vero 
dicono tutte: l'aun/tus, se non altro, di chi lo 


ha scritto. Quanto alla cosidetta verità oggetti¬ 
va ò probabilmente un idealo irraggiungibile: 
la leggenda taumaturgica e il torbido scontro 
dello opposte passioni sono cominciati, vivent» 
ancora il santo. 


L’errore, che abbiamo indicato, di descrivere 
la storia del francescanesimo oome una progres¬ 
siva decadenza, lo si intendo meglio qualora lo 
si comprenda nell’altro più antico o più gene¬ 
rale, d'aver poste ud eccessivo distacco tra la 
figura di Sali Francesco e lo sfondo della terra o 
dei tempi o degli uomini nei quali l’aziono di lui 
si svolse. Questo rilievo d’una fiugura isolata 
perpetuò ai nostri tempi un modo comune o na¬ 
turalissimo agli Agiografi mcdiovali, ma tutt'al- 
tro cho Adatto ad uua rappresentazione che vo¬ 
lesse essere veramente storica. Quello clic avrob- 
bo dovuto diventare il quadro d'un movimento 
cho, partendo da una ispirazione originale del 
latito, «i attuò per l'opera discordo e multifor¬ 
me di migliaia di uomini, in relazione con la vo¬ 
lontà o gli scopi di istituzioni antichissimo * 
sempre attive, si ridusse ad ceserò quasi esclusi¬ 
vamente la vita di Francesco, nella quale gli 
altri personaggi essenziali diventavano nioutq 
pii) che i mezzi o i bersagli o gli ostacoli dell’a* 
zione combattiva di lui Ci si chiedo se non 
sia giunta l’ora infine di non aggiunger più 
nuove leggende di San Francesco alle moltissi¬ 
mo elio già esistono, o di accingersi u scrivere 
una buona volta la storia vera ed intiera del 
moto francescano. In realtà non si tratta lauto 
della scelta d’un compito, e tanto meno d'un 
titolo, quanto piuttosto della falsità d’un me¬ 
todo. L’abitudine di non veder aU r o cho la fi- 
pura do' Santo rt’A«vi«i a Hi vnlnr «ulte ricon¬ 
durre a lui, come ad unico centro, ha indotto 
gli studiosi a trasformare quello elio fu il con¬ 
trasto esterno dello diverso mentalità riunite 
nell'ordìno, attraverso l’affluire o questo d’uo¬ 
mini di varie tendenze da ogni gruppo o ceto 
sociale, in un dramma intimo cho avrebbe trava¬ 
gliato per tutta la vita lo spirito di Francesco, 
Il Subaticr, più c meglio d’ogni altro, ripren¬ 
dendo motivi o spuliti Affioranti già nella bio¬ 
grafìa di Carlo voti Uose c nelle pagine di Re¬ 
nan, apjxiggiandosi su un’interpretazione al¬ 
quanto sforzata daleunj passaggi delle fonti 
«piiftuuii, c molto aggiungendovi di suo, descris¬ 
se il santo d'Assisi come mi eretico in lotta cou 
la Chiesa, della quale per un certo tempo a- 
vrebbe tentato di spezzare lo catene, riconoscen¬ 
dosi vinto solo alla fine dalla diplomazia astuta 
di coloro stessi che avevano alterato e quasi di¬ 
strutto il suo primitivo ideale. Non abbiam fat¬ 
to alla leggeva il nome di Paul Sabatici": nes¬ 
suno ò più di noi pronto a riconoscerò i suoi 
meriti grandissimi di scopritoro e classificatore 
di materiali documentari ed anche di chiarifi¬ 
catore d'alcuni aspetti e momenti della vita di 
l’ranoesco. Ma non potevain neppure esimerci 
dall'iUiribmro fondamentalmente a lui quello 
che è parso a’ suoi ammiratori grande merito 
d’originalità, e a noi pare il più grave errore 
cho abbia turbato nei nostri tempi gli studi di 
cose francescane. Questa concezione drammatica 
della vita dell’Assisiatc ritorna più o meno mu¬ 
tata od attenuata in moltissimi scritti di altri, 
fino a quelli, del resto assai interessanti, di Vla- 
stimil Kybal o anche in quelli di cattolici, conio 
lo Joergcusen: di recente è ricomparsa, yiolen- 
! omento esagerata fino all‘assurdo, in un pro¬ 
filo de! Buonaiuti. Contro al SabaUer e a que¬ 
gli altri non fu difficili) a scrittori cattolici, p, 
es. il Fclder, o anche non cattolici, conio il 
Goetz e il Tilomann, insistere sulla costante o 
decisa volontà cattolica di San Francesco. In¬ 
vero questa risulta chiara e netta da tutti gli 
scritti di lui c da tutte lo fonti. E solo l’iapiru. 
ziono polemica può render ragione del modo on¬ 
do quegli altri alterano i fatti, credendo di spie¬ 
garli, o ci presentano per es. tm Cardinal Ugo- 
lino avversario tenace delle ideo francescano, 
quando tutte le leggende, comprese le i/nri- 
! utili, son d'accordo a parlarne oome d’un amico 
e d’un padre ili tutti i frati minori. Piuttosto 
ancho quelli olle hanno visto giustamente il ca¬ 
ratici fin dal principio cattolico del movimento 
francescano, jwichè auch’cssi distaccano arbi¬ 
trariamente e violentemente la figura del Santo 
dalla storia do’ suoi tempi, sono indotti a con¬ 
siderare con troppa rigidezza la sua costanza, 
come se si trattasse della persistenza immutata 
d’un ristretto nucleo d’idee. Contro di loro han 
buon gioco gli nitri a dimostrare i profondi mu¬ 
tamenti cho distinguono i momenti essenziali 


Pag. 112 


IL LARE TTI 


della storia doll'ordino. Si* 1 esumo dei falli fos¬ 
so alato guidato da una più largii concezione, 
questi sviluppi pratici e ideali, che nitri hn in- 
Icroasc a dipingere come lo tupjx? successive di 
una rapida decadenza, sarebbero apparsi come 
il risultalo d'un'aUività comune e molteplice, 
della qualo il Santo c parte soliamo, sebben 
notevolissima. Nè v'cru alcuna necessità d’in- 
ventar liti fi discordie dove non ce tic furono, 
quando a spiegare i progressi d un’idea soji suf¬ 
ficienti le condizioni naturali o storiche tra le 
quali casa dove vivere. 

La più recente biografia, che è anche la più 
vera c bella fino ad oggi, voglio dir quella di 
Luigi Salvatorelli, può offrirei un'immagino 
netta c rilevata di quello ehe è lo stalo presente 
degli studi francescani. Sebbene anche la sua 
sia, o voglia essere, soltanto una vita di San 
Francesco, e non una storia del movimento com¬ 
plesso che dal Santo prese origine, tuttavia il 
Salvatorelli ha immerso profondamente il rac¬ 
conto dei casi particolari del suo soggetto nel 
quadro dell’Italia Comunalo, o non ò a dire 
quanto la figura del protagonista acquisti di 
nuova luce, così riavvicinala alla realtà, alla 
ma realtà. Le figure dei papi c dei cardinali 
eho si muovono intorno b quella dell’Assisialc 
non son disegnato con spirito d’antipatia, ma 
in modo giusto ed umano, conte persone vivo. 
Basta leggero lo pagine dedicate a Innocenzo 
111 dal Salvatorelli, e confrontarle con quelle 
corrispondenti del Buon aiuti per esempio, per 
vedere quale differenza profonda ed essenziale 
corra fra un libro d'indole storica e un altro 
d'indole polemica. Il Salvatorelli riafferma an¬ 
cora lo spirito recisamente e sicuramente catto¬ 
lico di Francesco, e tocca il punto giusto, o il 
principale, quando osserva elisegli aveva biso¬ 
gno assoluto del sacerdote. . Non era prete, nè 
intendeva diventarlo (il compito suo era altro) 
e solo ì preti, egli credeva cattolicamente, ave¬ 
vano i poteri sacramentali Perciò la sua co¬ 
munità e il suo genere di vita presupponevano 

clero cattolico e il pieno accordo Con esso». 

Anche la narrazione dell’ultimo periodo della 
rito del Santo ò nel complesso persuasiva ed ab. 
aieiljva. Senonehè quello che, do un punto di 
rista strettamente biografico può parere* rinuncia 
esclusiva c forzata di Francesco di fronte ad 
ostilità insormontabili, visto in un quadro più 
ampio, apparirebbe probabilmente come il ri¬ 
sultato dell'attività parziale e della parziale ri¬ 
nuncia di ciascuno degli attori ; c, come del 
Santo, cosi della curia papale, o dei frati delle 
vario tendenze. Come sempre, dell'opera di tutti 
si fece anche questa volta la realtà. Clic fu poi 
una realtà sul serio, o grande, non^ già, come 
altri voyebbe, il residuo d’uu’eroica sconfitta 


Quale dunque b l'immagino del Santo c del- 
l'opera sua ohe gli ultimi e più degni studi ci 
additano c ci fanno desideraret Un’immagine 
più lineare c sincera, più ricca anche se meno 
drammatica di quella clic ci hanno offerta gli 
epigoni dol'vonmnUeìamo. Bieca di tutta la vita 
storica complicata c multiforme che le pullula 
intorno, Togliendo l’artificio degli atteggia 
menti battaglieri e l’orpello delle immaginario 
lotte intime, si priva certamente di ogni sfogo 
la passione di quelli che non amerebbero San 
Francesco, so non a patto di non distinguerlo 
da Pietro Valdo o da Arnaldo dfl Brescia. Ma 
la storia vera ' guadagna da questa come da 
ogni altra distinzione, Ed è chiaro ormai che 
uno de’ compili essenziali del francescanesimo 
fu proprio quello di tradurrò quel tanto che 
v'ora d'ortodosso nel rinascente spirito di ri¬ 
forma evangelica entro le linee sicure ed eterne 
della Chiesa: dal ehe guadagnò certo la Chiesa 
stessa, che tornava ad abbeverarsi alle pure sor¬ 
genti originarie, ma guadagnarono anche quelle 
idee stesse conquistandosi, pur attraverso de¬ 
formazioni o moderazioni, un campo d’attività 
immensamente più vasto e più umano di quello 
offerto a qualsiasi setta di eretici. Così pure 
un’altra romantica immaginazione scompare, 
quando bì rifiuti la descrizione a colori cupi cd 
ostili che ì vecchi biografi ci offrivano delle lotte 
sotterranee dei papi contro l’ideale francescano. 
Ala noi abbiamo imparato a temi» a diffidare 
di certe rappresentazioni troppo schematiche e 
semplici: o la nostra umanità rimane più sod¬ 
disfatta e si placa meglio nella verità d’un at¬ 
teggiamento da parte dei pontefici misto di com¬ 
mossa aspettazione c di qualche diffidenza, at- 
teggiamento naturale c illuminato di quella alta 
saggezza di fronte alla quale San Francesco ap 
punto volle filmare il rapo. 

La rappresentazione ideale del Santo scatu¬ 
rirà, anche meglio integrata, (piando le figure, 
che ora stanno neH’ombra intorno a lui, sali- 
ranno al primo piano, e avremo una valuta¬ 
zione piena e sicura degli spìriti d'Ktìa e di 
Leone, d’innoceuzo, d’Onorio e di Gregorio, e 
una chiara distinzione dei divorai gruppi clic 
ni formarono sin dai prima tempi noU'orcHne: 
valutnz'onc e distinzione, s’intende, dalle quali 
sia escluso ogni spìrito ostile e polemico. 

Certamente l’ordine francescano fu ben altra 
cosa da quello che il Santo aveva pensalo ul- 
l'inizio. Afa neppure perciò b necessario im¬ 
maginarsi Francesco costretto a rinunciare di 
giorno in giorno a un frammento del suo ideale: 
se pur non si voglia alludere a quella rinuncia 
che ogni uomo fa a tutte le ore dei suoi sogni 


in faccia alla realtà maestra cd arbitra. E sa¬ 
prai ulto bisogna abituarci a considerale* che, 
por qunnto grnudi c privilegiati siano stati il 
merito e rintcìligenzii de! Santo, il risultato 
finale delFordiuo, risultalo grandioso od effet¬ 
tivo, lo trascende e non fu tutto opera sua. Vi 
cooperarono, accanto a lui, gli uomini accolsi 
nll'nrd'irc primo della sua chiamata o, sopra 
ogni altro artefice, 1 a Chiesa. 

Tra un concorso di così varie persone c vi¬ 
cende, con il crescer d una sempre più ricca cd 


La poesia di 

Nella poesia di Diego Valevi confluiscono, pu¬ 
rificati, molti clementi spirituali che caratteri*" 
tu io Ilo l’arte d'avanguardia fiorita in questi ul¬ 
timi anni (l’eresia La parte eh egli assunse fra 
i giovani fu :li risjK-tioso riserbo per la nuova 
eoscieuzft che «i andava formando nu non *m«- 
Bcoiidcva una cotta simpatia ohe s’in lobo!iva. 
qua o là, in nu timido proposito di fedeltà alla 
tradizione. 

Il ano temperamento si sviluppa attraverso 
quest» loppio esigenza: donde la sua indecisio¬ 
ne e la sua aria di scontentezza, che si acqueta 
solo nell'incantata melodia del ritmo. Le sue 
intenzioni di rinato classicismo si dissolvono 
nella fragilità del verso e nella maniera tutta 
romantica di crear l'immagine e di atteggiarla 
noi jjeriodo musicate. Egli non possiede la solare* 
chiarezza dei classici, verso i quali si sento at¬ 
tratto per In nobiltà degii studi anziché jkt 
una naturale dispostone a risòlverò le esigen¬ 
ze dell’anima entro linee armoniose e decise in 
cui Fispirazione: «'inserisca placidamente e trovi 
la sua giusta misura. La sua pagina serba tre¬ 
mori e inquietudini non completamente risolti, 
cd è sostenuta da una intenzione verbale più 
che da una necessità ini ima e laboriosa Ila, 
però, una sua pariicolare bellezza che la inette 
accanto alla più gentile poesia dui nostri giorni, 
sebbene con />oca originalità fra tanto bisogno 
•Ji aprire vie nuove alla nostra coscienza. Da 
U mona ( 1915 ) a (J rietini e ( 1919 ) ad Arieft, 
( 1921 ), la jwesia del Valeri insiste di più su 
motivi tenaci e delicati, non troppo ricchi c 
complessi, ma pieni di grazia e, qua c là, resi 
profondi dalla tendenza a cercare nella vita le 
tracce dal dolore e del mistero. Dolore c mistero 
senza dramma e, direi, ingentiliti risolti in 
lieve melanconia. Bel dolori: l’un Leopardi o 
del mistero ch’ò nella />oesift del Pascoli, il Va¬ 
leri accoglie e intende la parte piò semplice-, 
tanto c vero ch’ogli gode di sentirsi triste, ed 
è più dis|K>*to a fingersi che a crearsi un suo 
dramma, per la cara illusione di vedersi tq>ec- 
chiato nelle, piccolo amarezze cot«dinne o di an¬ 
ticipare gli abbandoni della vecchiaia. 

La sua melanconia è la melanconia dei tra¬ 
monti o delle acque lungo i filari ombrosi e del¬ 
le avventure amoroso: melanconia Ji brevi mo¬ 
menti che si scioglie in tenerezza e ignora la 
profondità d'una lacrima. E lo stupore o Pu* 
unità di ehi si sente sulla terra a cospetto delle 
meraviglie del molilo e avverlo il pulsare del 
cuore mentre attorno è In grande armonia del- 
J'universo. E la «gaia tristezza* (s’intitola così 
il primo libro del nostro autore 1913 ) di ohi si 
sente amato e comincia n conoscere il turbamento 
dell’amore con la tropi riazione d’uii fanciullo 
elio si affacci perda prima volta sul mondo. Che 
altro può nascere da una realtà così semplice e 
domesticat Non certo l'acerbo dolore. Solo, a 
tratti, l’accoralo rimpianto /rei giorni che non 
sono più e l'amarezza per la «rete di piccolo 
rughe» eh'è intorno «gli occhi 

Un accenno di maggiore sviluppo di questo 
motivo doloroso inseritosi nella realtà idillica e 
fiabesca in cui di preferenza ama vivere il no¬ 
stro scrittore, si ha, quà e là, in tutto l’d riftt (in 
Umana e in Crisalide c’ò ancora odore di favola 
c d’infanzia) e culmina nelle liriche Un giorno, 
Penluto umore, Saia d’ut petto e nelle incantate 
Confutici te. per .V ttvnladoro, così notevoli per 
chi voglia studiare questo poeta fuori della sua 
consueta sede di quadretti familiari e schizzi di 
paesi, e, ad ogni modo, in un’occasione oppor¬ 
tuna per comprendere come la sua arte vada 
conquistando una ragione più umana e profon¬ 
da che non è da scambiarsi con certe equivoche 
complessità cho sembrano lusingarla a proposito 
di liriche nelle quali è tentata, senza fortuna, 
In descrizione di paese particolareggiata L - mossa 
(ai vedrà, accennando a /’«) disdegnosa delle sot¬ 
tili pennellate di quattro e sei versi. 

Jl passaggio dall umile episodio della strada e 
della casa, della campagna e dei luoghi amati 
alla tristezza doll’nnion» è reso sciita inc-om- 
posli rivolgimenti e senza quegli eccessivi alv 
batldoni alla nuova conquista che sogliono tur¬ 
bare i sogni di poeti ambiziosi o sfrenati 

Tranne, /verrò, che questo piccolo dramma unti 
si adoni ani alle ita* origini (non ai dimentichi 
che per noi l’ispirazione fondamentale del Va¬ 
leri è chi ricercarsi nei componimenti in cui fio¬ 
riscono soavi prò fi ili di donne c occhi sgranati di 
bimbi e in cui cielo e nuvole si specchiano. Da 
qui nasce Ditta la sua jioesia, miche quando 
sembri allontanarsi dalle sue naturali disposi¬ 
zioni) c non diventi «cosmico» jKrrchè, allora, 
sì isterilisce, malgrado la vivezza del motivo li¬ 
rico. il Valeri è poeta di troppo semplice cuoio 
c di troppo modesto virtù per /Ritorsi adden¬ 
trare nel mistero dell'universo e imitare una 


alla esperienza, è naturala cho l'animo di Fran¬ 
cesco mutasse, e con l’animo lo idee di lui. Ad 
alcuni parrà che sin in tuie concezione sminuita 
l'entità e la grandezza del profeta d’Assisi (pialo 
essi se Cerano immaginato, ma noi invece vor¬ 
remmo sapere in qnnle modo e fino a qual puri* 
tn l'esuli ino coloro clic In dipingono come un 
fanatico ostinato a perseguire mi sogno, che 
essi stessi poi son costrutti a d idi in rare irreali/.- 
znbile, 

R.YTÀI.IKO Saprano. 


Diego Valeri 

realtà In cui la sua anima, è vero, trova un 
vago tremore .l'ingenuità (tremori di bimbo di¬ 
nanzi all’Eterno) ma che, certo p 09 a su lui col 
formidabile significato storico assunto m esempi 
colossali di poesia (Leopardi u, in una sfera 
assai minore, Pascoli) e per Fruitile sforzo di 
trovare un'adegua tu espressione nelle sue pa¬ 
gine (cs Trini invernale). 

L’eterno si dispiega, in lui, in una vaga forma 
di stu/>orc : 

« nel cito» fanciullo nasce improvviso un 
«enfio (l'universo e d'eterno... ». 

Non è, eroe, una nota da cui può prender le 
mosse una lìrica; ma c la finale ansietà d'un in¬ 
consapevole cuore di fanciullo. Nella [>ocsia dì 
Diego Valeri lutto ciò oh'è nel mondo c nella 
vita passa attraverso quelito cuore di bimbo me¬ 
raviglialo. 

I momenti di dolore e di ansia sono una pa¬ 
rentesi non destinata ad avere imo sviliipj>o mag¬ 
giore di quello che anno già avuto con le liriche 
citate di /’cit/nlo umore, eco. anche se torne¬ 
ranno nell’opera futura. Segno ehe l’ispirazione 
più costante di questo poeta è di preferenza ri¬ 
volta, si diceva, ad argomenti tenui c delicati 
e si attarda di nido in regioni psicologiche com¬ 
plicate allo quali />oior chiedere quel tono di 
maggior vigore ch e l'uri ala ambizione dì ehi 
ignora se stesso. 

In via generalo, il Valori non esce dai limiti 
e dalla grazia solitaria d'ima poesia per «album» 
in cui lo notazioni siano tutte essenziali anche 
se scarne e povere o la cui bellezza è affidata 
quasi esclusivamente alla semplicità della pa¬ 
rola troscella con gentile gusto o collocata in 
modo da orca re una dolce e ingenua armonia 
come di vecchi cantari 

Jl suo verso non regge* al confronto con quello 
di altri poeti minori non à inai la sua bella e 
intatta purezza stilistica che rende necessario 
ogni voce e ogni movenza, e‘non à neppure la 
vigorosa concisione propria del verso italiano. 
Ed è senza pause interiori in cui la materia />oe' 
tica trovi la sua riposata mclodin e in cui cir¬ 
coli sangue giovine. 

In compenso, la sua visiono è sempre nitida 
e s’inquadra su uno sfondo di natura cordiale 
e pensosa, in cui ablnnidano l’azzurro e il viola¬ 
ceo c Foro stinto l’un sole malato, senza, però, 
che la /Ruinclidta sia vivace e netta, jx-relu- il 
Valeri preferisco le trasparenze, di crepuscolo e 
di aurora e le ombro della sera, le quali hanno, 
nelle sue pagine, una funzione S|x*cìfica in qimn' 
to servono a meglio determinare la sua fantasia 

Nelle sur tre rncolte ci sono, /*?r questo ri¬ 
guardo, gruppi di corti jxminicnti assai vicini fra 
loro, sebbene scritti in anni diversi. Questo po- 
treb'be far pensare al poco sviluppo che ha avuto 
il suo temperamento dai primi es}x.*rinn*iiti allu 
ultime prove E in realtà, la sua arte non si ò 
mai approfondita e si è lasciata cullare dalla 
dolcezza monotona delie sue rime, facili o co¬ 
ni uni. 

Si sente che questa poesia nasco per creare 
una runa canora e ignora l'eterno. Non ha pie- 
na coscienza della vita c del mistero ch’ò at¬ 
torno: e quando si sforza d: rappresentare qual¬ 
cosa nello svolgimento della civiltà poetica con¬ 
temporanea per gettare sulla nostra esistenza 
una sua parola umana e solitaria com ò stato 
per tutta la nostra grande />orsia, rimano im¬ 
prigionata nell’angustia della sua jjovcrtà emo¬ 
tiva e si isterilisce. 

Cosi è in certi «Momenti beethoveninni • o in 
certi «Preludi» fin Ariele come in (J r'nuditi r e 
Cintiti//) coi (piali il poeta tenta di penetrare 
nel mistero del sogno attraverso l'eco di grandi 
voci musicali, mentre questo bisogno di supe¬ 
rare «la siepe che tfi tama pnrtc dell’ultimo o- 
rizzontc il guardo esclude» per naufragare nel¬ 
l'infinito, ero reso meglio in talune poesie de- 
eciittivc, ove il colore e il ritmo fanno ini ravve¬ 
dere non so che pace sovrumana, perchè creano 
una realtà musicale, e le cose circostanti si ve¬ 
lano di trasparenze leggere ut mi tutto «odora 
di mistero » 

E, allora si rimpiangono i momenti nei quali 
il Valeri si accontenta di poco e canta in sor¬ 
dina, suscilondo quella incantata melodia dì 
canzoni notturne, t.hc si confonde con lo sciac¬ 
quìo del mare oh’è propria dui suoi quadretti ve¬ 
neziani e di certe strofi scritte con ano di nulla 
ina in cui è fermata, con delicatezza, la grazia 
d'unu nuvola che s’indora al Damonto (Pini) o 
il fascino di due occhi ■ più innari degli occhi 
della »-ra » (Uì»vsntUtì). 

Gli nsjxjtti d uri paese (vasto ed intenso di 
colori: non più schizzalo in sottili e arioso tinte 
e in brevi tratteggi di pernia) gli *i sfaccettano, 
frantumandosi: sfumano, perdono la loro for¬ 
ma: come in /’«, lirica mutevole e sensibile alla 


curiosa volontà del poeta, miynolla (piale il pao* 
saggio v soffocalo « senza prospettiva. 

I particolari sono tutti a un medesimo piano, 
sommersi in un’unica tonalità che rende inerte 
o. uniforme In pagina, malgrado l'ambizione di 
abbracciare la vastità del piano lombardo e di 
rendere, con misteriosa «co, la voce amica del 
Po. 

I! verso è senza immagini che gli diano un 
ritmo, u Ih topografia dei luoghi scivola in una 
realtà pigia cd opaca, rosi lontana, del resto, 
dalla particolare altitudine di questo j>octa di 
fronte «Ile cose Forchi il suo difetto-essenziale 
non c nella freschezza delle sensazioni, ma nella 
maniera Ji dare concretezza fantastica al mondo 
cho gli tumultua nel cuore. 

Dall'incerta vita interiore nlFeternifà del¬ 
l’arte, il cammino, pel Valeri, è impervio, e la 
pagina è piena dì cose inosprcsae: più viva c 
cordiale nel sentimento elio vuol cantare anzi¬ 
ché nel risultato aitisliro. 

Abbiamo dinanzi nu taccuino di /vittore con 
abbozzi svelti e leggeri ma senza la potenza del 
.definitivo. Ecco perchè In sua arte nasce o si 
forum in una sfera d'umiltà « arieggia, con 
successo, modi u ritmi jvopnlaresrhi che lo aiu¬ 
tano u narrare vicende di amori leggendari (si 
legga Snrrt/inn-. nulla «Bivista d'Italia» del 15 
maggio 1225 ) o a rifarsi un’anima primitiva at¬ 
traverso ingenue c candido pagine di anonimi 
scrittosi j. I lctt<‘-inn r Airi,letto truii. «L'eroica» 
1921 '). 

Tutto,ciò testimonia un'educazione stilistica 
poco laboriosa, ina semplice e nativa c può ma¬ 
nifestare, nel Valori, una consuetudine lunga e 
cordiale con alcuni poeti d’oltr' AIjmb, Janunes e 
Siunain. 

Nel quadro della noatrn poesia novecentesca 
la sua figura s inserisco senza eccessivo rilievo 
e in una luce discreta c tranquilla ; ma «on si¬ 
curo che parecchi di quei «Poeti d’oggi» cho 
si videro nffirtalmente laureati da Tapini o Pru- 
cimi, incontrandosi con lui o con le co?c fresche 
<. immediati* ch’egli ci ha date, sentirebbero il 
disagio della sua presenza. 

G A. Pkiiitohe. 


Mrnmi, Libreria loMiflali 

18 Via Convertite - Roma 


Ramon Gomez de la Sema 

Hi veduto Panno scorso da Valéry barbami 
all’Europa, Ramùn i oggi uno dogli scrittori 
più bizzarri che si possano leggere fra i ino* 
derni. Con le sue trenta penne stilografiche 
rancate a inchiostro rosso Kauuìm aveva 
scritto, quando a 35 anni è arrivato olla cele¬ 
brità, una biblioteca 

Scrivere i* il suo modo di respirare. Diffi¬ 
cile ora la scelta tra la catasta dei suoi libri, 
da cui escono fuori chiassate, strilli, fulmini, 
lampi e tuoni come da una batteria di effetti 
lealtà li dietro le quinte. A mettervi l'occhio 
si scorge il panorama colorito delle strade di 
Spagna, e su di esse acrobati che si dondo¬ 
lano all’altezza del quinto piano, su un filo, 
pagliacci che fanno lazzi sui marciapiedi, uo¬ 
mini mosca che si arrampicano pei cornicio¬ 
ni, sorprendendo il sonno dellv pigre donne 
di Spagna, i gabinetti dei dentisti e dei me¬ 
dici, le stanze che si affittano a ora, tutto 
lo spaccato d’-una città piena di vita lirica, 


OJ’KItK PHINFILALI 
DI 

ItAMON DOMI*./. DE LA SI LUNA 
KL ItASTRO J«. 

BOMBO (Storia del «-iiffC- letterario mmlri- 
Iciio - 2 voi) 

Sii N OS 

GltKGUF.lt IAS 
tilt EO UKK1A Sii LECCA 
EL ALBA Y DTKA UOSA 
VAHJAUIONES 

rODA I.A DISTOCIA DB t’IjKKTA 
DEI. SOL 

Kl. DOCTOK INVEltOSIMIL 
M>S MUKHTOS V LA Mb'KJtTAS 
El. NOVBUSTA 
CINELANDIA 
LA QUINTA DlC PALM Ut A 

Tr/uliirioni in frinii Ajjc 
LA VEtJVK BI ANCHE ET NOIItB 

lk duutei;r invuaisiìmblahlk 
SUNOS 

KOH A NTtLl.ON'N (IvJnttli il Vaùaetouvt) onorilo 
F A NT A N M A GOBI KK (Edrntti dullv tingi»* 

ria*) nella rivi»lu « 5W0 • mimi Lo, p. I ■ IO,— 
|,« hililiogrsUia completa dello opere di Riunòn 
Gai ncx do Lh Sicilia è fornito gratis a rie li «asta , 
l |iri»x.*i qui vqim eqn*ti ewndn «oggetti olle 
\urtn rioni dei ramili non «no impegnativi. 


Ti.— 

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IH, — 
IH,- 

2Ò, - 


L. 16.- 
* tfi,— 
» IO,-- 


Per il 1927 

il Moniti svolgerà più ampio e completo il pro¬ 
gramma che sarà esposin In un lungo articolo 
del prossimo numero 

Contiamo sull'aiuto <h tutti gli amici. 

A quanti rinnoveranno l'abbona mento entro 
il 30 dicembre- 192 G. sarà inviato in dono, die¬ 
tro richiesta, uno dei seguenti volumi. 

F. M. Bo.ng io vanni : /-« ruyuziu <L (aleuto 


- La fa litigi io ut amore, commedia L. 10 

F IJkuukj. • . I i/ne»e Hernttucr • G 

O PltfNAfi : il volto t h Suturiti » 8 

T. Fion e: Creoli » 10 

A. Bau.iaNo: Vtle iti Foiintni • 5 

F. M. Focmi'-se* Co ani- » 10 

G. Se io irriso Urti funi » 5 

— C/te cot ’è l’hif/fultcn'ti • G 




IL BARETT1 


Pag. 113 


L’ultimo Shaw 


Porvcnuto all’apogeo <jte11n fama e, insieme, 
della sua perfezione artistica: riuscito a im¬ 
porre* in un ambiente di quadrnte abitudini una 
nuova logica paradossale : soddisfatto in molte 
delle sue esigenze, un tempo rivoluzionarie, da 
mi'opoca vertiginosamente progressiva; — Ber¬ 
nard Shaw pareva, uticora (piatirò unni fa, 
eliiuso in un circolo ormai compiuto, in una 
figura prossima ad assumere In rigidità del mo¬ 
numento. 

A breve distanza, liner tu Mrthusefah e 
Suini Juan limino convinto i critici e il pub¬ 
blico di errore. Un nuovo Slmw si e vigorosa- 
luonte manifestalo; Ih sua arte e il suo fieli- 
Biero hanno assunto una veste in gran parto di¬ 
versa, si sono slanciati per vie fin qui non ten¬ 
tato, Non diciamo clic la personalità dello scrit- 
t-orc sin passata per una totale metamorfosi: 
nelle suo rinnovate linee traspare tutta la strili* 
tura antica. Ma il rinnovamento ì* cosi cospicuo 
e importante, che mette conto di studiarne i 
punti fondamentali. Duo documenti in gran 
parte autocritici permettono all'analisi di pe¬ 
netrare abbastanza facilmente in profondità: e 
sono'lo dm» prefazioni amplissime ai due dram 
mi che rapprese ulano questa nuova fase. 

La religione del darvinismo 

La lunga jwt/tfirulinn del /{/forno a ,l/«ri»- 
'tuilmime vuol essere una piccola storia api ri¬ 
tuale dell Inghilterra in genere o di Shaw in 
ìspccic nell’ultimo cinquantennio, sotto l’angolo 
visuale della diffusione delle teorie evoluzioni¬ 
stiche. 

Veramente e così, clic il darvinismo e il neo- 
darvinismo hanno avuto nel loro paese d'ori¬ 
gine un significato intimo non avvertito ile as¬ 
similato altrove. L’antitesi fra evoluzionismo e 
tradizione biblica, clic per noi ebbe la fugge¬ 
vole importanza di un nuovo scontro dopo mille 
tm scienza e teologia, ha assunto j>cr gli in¬ 
glesi il valore dì Un profondo dibattito religio¬ 
so. Pare, del rpsto, che lu categoria della re¬ 
ligiosità si sia assicurata nel loro spinto una 
prevalenza assoluta. 11 darvinismo, pertanto, 
con le sue filiazioni e i suoi derivati, è stalo in 
Albione uon »n‘apertura di breccia per uscire 
dal chiuso recinto della Scrittura in campagna 
aperta, ma l’edificazione di un altro fortilizio 
di opinioni e di argomenti di fronte a quello del 
} Vriy firn'» I : *ot/rcsi e della Itrxeicr/i Vet'S/<*n. 
Lo spirilo anglicano ha impresso alla sua nuo¬ 
va creatura lo stesso suggello che diede già al 
protestantismo e allimperialisnio sotto il regno 
della regina Betsy, ai parlamentarismo sotto il 
regno di Giorgio IV. 

Si comprendono i tormenti di Shaw in questo 
letto di Procuste della scienza ortodossa, e la 
sua pronta comparazione dell'uno con l’altro 
letto (quello della teologia!) Show è un neo- 
darviniano in tutta regola e si è fatta e fog¬ 
giata la sua coscienza evoluzionistica con medi¬ 
tata elalwrnziono • non sfuggono però alla, sua 
critica o alia sua ironia le contraddizioni che 
la nuova religione implica non meno dell'an¬ 
tica. Sopratulto lo affligge l’inevitabile con¬ 
statazione che l’evoluzione progressiva della 
specie umana, per quanto lassiamo prospettar¬ 
cene la traiettoria, rappresenterà una regres¬ 
siva eliminazione di tutti quei valori che per 
ora fanno l'umanità' infelice a un tempo e gran* 
de. Tuttavia egli è convinto che il darvinismo 
rappresenti una grande idea, la cui affermazio¬ 
ne concreta noi più vari campi della vita ò de¬ 
stinata a rinnovare romanità. 

Sente, Ber nord Shaw, la sofferenza di chi 
contempla uno spumeggiante rivo c insieme in- 
travvedo Timmobile attesa dello roccie nel 
fondo: perchè così appunto attende per lui lo 
spirito mentre il divenire si svolge. Ma il con¬ 
trasto non lo abbatte, poiché alimenta di ricca 
vena la sua ironia; e così egli può, con ferma 
fede, proclamare elio la dottrina evoluzionistica 
muterà faccia anche all'arte e la risolleverà 
alle altezze del teatro greco. 

Tormenti di un poeta 
senza poesia 

1 veri tormenti di Shaw sono nel senso della 
sua incapacità di Immutare l’ironia in lirica, 
ranalisi delle contraddizioni e l'affermazione 
della fedo in poetico impelo: dolorosa inquie¬ 
tudine di cui pati già mi altro grande scrittore 
inglese, pnr qualche verso suo precursore e mae¬ 
stro, Gioitala Swift. 

La grandezza de) disegno epico di Hack lo 
A/et A n saia A o U squisita coscienza dei vai tri 
drammatici affioranti in ogni momento dell’e¬ 
voluzione umana non tolgono cho vi manchi 
di frequente il respiro là dove la commedia si fn 
tragedia, é lo «pirite dulie nuove dottrine do¬ 
vrebbe, secondo l'aspirazione del |X>eta, eievaro 
lu scena shnwiana a sublimila sofoclèe. Il de¬ 
siderio delia poesia è mia delle caratteristiche 
più salienti delle ultime opere di Show: nu» in 
pari tempo è l'incrinatura più forte nella loro 
solidissima costruzione, appunto perchè è un 
desiderio e noti min realtà 

In tutto il teatro del nostro ora già latente 


un siffatto conato: l'impostazione drammatica 
delle tesi tendeva a smussare i loro angoli con 
più delicati contorni. Scnonchw il cervello di 
Slmw, essenzialmente intellettualistico, trasfor¬ 
mava ogni cosa, senza residuo, in problemi dia¬ 
lettici. La stessa Utopia socialistica si raffred¬ 
dava e ii logici zza vu sotto j] geit ito contìnuo 
dell'ironia. Ma ora invece i duo elementi, il 
jioetico c sentimentale, il logico e ironico, sono 
di font- più uguali ; c U profonde idealità dello 
scrittore, lu sua sensibilità concreta, il suo in¬ 
teriore fuoco romantico si affacciano dallo 
quinto più largamente. Pur®, l’usata, forma an¬ 
cora imprigiona, sia pure soltanto in parte, 
queste energie ; v il sorriso di MefistoMu conti¬ 
nua a «punture fra le profezie di Faust. 

Tanto nella satirica finzione dei «Fratelli di 
Barnnbn », cho occupa si gran parte déll’insco- 
natura del Mot usuimi ine, quanto uell'aporalissi 
finale culminante con le stupende parole di Li¬ 
bili sopra i destini della vita non è difficile rav¬ 
visare 1 ’istessa inquietudine, l'identica oscilla¬ 
zione tra due poli contrari Dovrebbe ora vin¬ 
cerò la forza del segreto mistico, del seti sui 
inospresso: ina resta tuttavia equilibrata dalla 
chiarezza della ragione, e cioè vinta ancora una 
v«oltu nel Sito sforzo di dominare il dramma c dj 
farne un poema I personaggi simbolici dell'ti). 
lima parte riescono, al, a sollevarsi da terra so¬ 
pra un piano di immateriale lucidità, di «va¬ 
nescenti sfumature: ma le loro parole hanno 
ancora il poso terrestre e le dirii te scanalature 
scolpile dal dubbio v dalla critica. 

Egualmente l'epilogo della Sunto (rint'onna, 
in cui dovrebbe oprarsi una consimile trasfigu 
itone tragico-linea, conserva in pieno tutto il 
tòno del grottesco di Shaw, che suole tanto ir¬ 
ritare i suoi avversari. 

Astaroth e la Santa 

K vedete Shaw alle prese con il problema 
di Giovanna d'Arco. Nessun dubbio che il suo 
punto di vista sia il più equilibrato e corretto 
di quanti mai no sono stati scelti c difesi jn:r 
considerare la Duledi la ; nessun dubbio che 
protagonista, ambiente storico e ambiente u- 
niaitò siano stati ben colti, individuati, sinte¬ 
tizzali — per ciò che {joteva valere in teatro 
(parliamo, si capisce, di un teatro molto lette¬ 
rario) e da parte di un artista. 

Il Shaw della prima maniera ci avrebbe la¬ 
vorato sopra un boi jxisticiir , « il suo amaro 
riso si sarebbe perfettamente adagiato nello pie- 
gin* di un pi/uj di saj>ore elisabettiano. Adesso 
«gli ha sentito invece in Giovanna un problema 
complicatissimo, tutto intrecciato attorno a una 
semplice c unitaria figura, — e insieme si è 
innamorato di questa semplicità e unità cen¬ 
trale. La poesia (nel doppio significato, realistico 
e soggettivo, di questo termine) della fanciulla 
eroina ha tòcco il cuore del vecchio ironista, 
anzi nc c scaturita come una rivelazione 

Ma egli non è, di fronte a lei, nè il fiero de¬ 
molitore di «n tempo, devoto delle acerbe ve¬ 
rità e dello sgradevoli constatazioni, nè un nuo¬ 
vo cantore rieco di ingenuA vena: compreso 
di gentile venerazione e di affettuosa simpatia 
per la verginità senza macchia, per la puerile 
audacia della fanciulla orloanese, c proteso nd 
afferrare il palpito di questo cuore ingenuo, — 
non dimentica tuttavia gli usati accorgimenti 
e le vecchie malizia. 

Si pone, infatti. Shaw a interpretare Giovan¬ 
na con un arsenale di dilemmi, di dubitazioni, 
di teologiche sottigliezze, che lo mettono senz'ai, 
tro nella posizione di Astaroth, il diavolo buono 
e sapiente ma ribello a Dio. E la paterna be¬ 
nevolenza con cui egli si prende a cuore le sorti 
della liberatrice della Francia non basta a na¬ 
scondere la piega pungente della l>ocea che pur 
dice le parole della pia esaltazione. Marnando 
cosi il cemento della sintesi poetica, appaiono 
ngli occhi di tutti le saldature del faticoso edi¬ 
ficio: come, per esempio, un forte movente del- 
rinteresse di Shaw per la santa sia il fatto che 
da lei furono battuti proprio gl’inglesi ; c come 
egli traguardi, attraverso una prospettiva ab¬ 
bastanza esatta del Quattrocento, a un Medioe¬ 
vo ingenuamente romantico che si sovrappone 
a quella prospettiva u le dà quel colore di jw 
radosso che ha sconcertato quasi tutti j critici, 
— e come la sua preoccupazione di scostarsi 
nettamento tanto da Franco quanto da Mark 
Twain nasconda in realtà il disagio che nasce 
da ima contaminazione .Sopratulto, di pagina 
in pagina noi assistiamo a un soffocato diverbio 
fra Astarotte volterriano impenitente e Asta- 
rotte pentito: donde quell’impasto di sublime 
e di buffonesco, tra scenari spettacolosi u pic¬ 
coli giuochi di scena, rlu* noti a torto c stalo 
imputato «Ila Soniti/ ohm. 

Drammatico spirituale 

l'ino, noi persistiamo a credere elle i due ul¬ 
timi drammi di Shaw rappresentino qualche co¬ 
sa di positivo nella Moria della sua attività; 
e uon materialmente soltanto. Occorre, per in¬ 
tendere questo loro valore, rendei si conto che 
siamo di trouto a una tradizióne letterari» **, in 


particolare, a un atteggiamento individuale che 
molto si staccano da quella forma ideale del¬ 
l'arte che noi siamo arrivati a sviscerare e clic 
offrili vilmente oggi domina le letterature del 
con'incute. Gli inglesi non hanno nini operato 
alcuna distinzione (se si eccettui il mondo ar¬ 
tistico di Shaw, clic è fuori classe, e la fredda 
e insapore classicità di Drydcn e seguaci) fra 
la poesia e i problemi morali e religiosi anche 
i maggiori bardi e trovieri del suolo d’Albione, 
anche Shelley cuore rh-i cuori e il melodioso 
Thomas Moore, sono stali sempre ad un tempo 
motalisti e poeti. La profonda coscienza reli¬ 
giosa (lolla stirpe miglo-sassouc- imprime inolili, 
labilmente un «armiere riflesso ni la sua lette¬ 
ratura: il senso della prosa c della jmesia non 
vi può fiali re senza un terzo senso, clic è quello 
d'-l contenuto intellettivo. Lettori o autori sono 
in Albione ad uno stesso grado malati di «pre¬ 
sta fortifica lite r prcs|>ci‘osa infusione del borni 
m*l bello, della verità nella grazia. Era, su al- 
>re basi, anche la malattia dei Greci e del Me¬ 
dioevo cattolico, di Bachilo e di Dante 
Ma lasciamo per ora insoluto il problema clic* 
nasce da questa considerazione (c che si può /orso 
risolvere senza scuotere i nostri più fermi con¬ 
cetti, ma solo raffinandoti « ritoccandoli): accon¬ 
tentiamoci di far notare elle essa illumina ab¬ 
bastanza la recente fase di Shaw. Questo fiero 
critico del suo tempo, spietato Giovenale del 
nuovo secolo e ostinato assertore dì un liberta¬ 
ria sistema di idee, si c rimesso iti sostanza, seb¬ 
bene* n suo modo, sulla linea della grande let¬ 
teratura. di cui era superbo ribelle e vi ha ri¬ 
versato tutti* le forze acquisite nella diuturna 
e solitaria secessione. Cliu i termini in cui si è 
convertito costituiscano ancora uno scandalo 
per i farisei del suo paese, non imporla la 
conversioni* è avvenuta. K tutu* le deficienze 
che 8Ìnm vomiti additando nelle opero prese in 


“L evoluzionismo nel teatro „ 

Sulla scena — la commedia, come arto di¬ 
struttiva, derisoria, critica, negativa, tonno il 
teatro aperto mentre la tragedia sublime pe¬ 
riva, Da Molière a Oscar Wilde abbiamo avuto 
una serio di autori comici cho, se non avovano 
da dire nulla di fondamentalmente positivo, 
erano almeno avversi alla falsità e all'impo¬ 
stura, c non solo, secondo le loro proteste, ca- 
thpubunt ridati/io vìotis, ma, per usare le pa¬ 
role di Johnson, andava» purgando le nostre 
monti dalla rozzezza nativa e così mostrando in 
presenza dell’errore, una inquietudine che è il 
più sicuro sintomo della vitalità spirituale. 
Frattanto il titolo di tragedia era assunto per 
drammi hi cui tutti venivano ammazzati all'ul¬ 
timo atto, proprio copie, a dispetto di Molière, 
si chiamavano commedie azioni sceniche in cui 
lutti all'ultimo atto si sposavano. Ora, nè tra¬ 
gedie ile commedie si possono comporre in ob¬ 
bedienza a un precetto clic fissa soltanto gli ul¬ 
timi momento dell’ultimo atto: Shakesj>caro 
non trasse Amleto dal suo eccidio finale, nò la 
Dodicesima «offe dal matrimonio coti cui si 
chiude. E neppure poteva farsi consapevole i- 
fonografo di una religione, perchè non aveva 
religione Perciò doveva esercitare i suoi straor¬ 
dinari talenti nella difettosissima arte dell’imi¬ 
tazione scenica, dandoci la famosa «delinea¬ 
zione di caratteri », che rendo i suoi drammi, 
come i romanzi di Soott, Dumas, Dickens, così 
deliziosi Ancora, egli sviluppò quella curiosa 
e discutibile foggia di costruirei un rifugio dal¬ 
la disperazione mascherando dn scherzi io cru¬ 
deltà della natura. Ma con tutte le sue doti, 
resta il fatto che egli non trovò mai 1 ispira^ 
zionc per scrivere un dramma originale, ma solo 
ripulì vecchie scene, e adattò al teafro leggende 
popolari e capitoli di storia tratti dalla Cro¬ 
naca di Holiushcd e dalle Vite di Plutarco 
Tutto ciò egli fece (o non fece poiché vi sono 
quantità negative nell'algebra dell’arte) con 
una audacia clic dimostrò quanta distanza fosse 
tra il suo mestiere c la sua coscienza. E’ vero 
che egli non prende mai i suoi personaggi dalla 
leggenda che ha tolto in prestito, perchè fa- 
ceva meno fatica e più vanto a crearli nuovi 
dì zecca ma nondimeno egli accumula gli »s- 
sassinii « le malvagità della leggenda sulle sue 
proprie creature sostanziate di nobiltà senza al- 
cuit scrupolo né cura alcuna delle incongruità 
che ne possono venir fuori, E continuamente 
il suo bisogno vitale di mia filosofia lo spinge 
a cercarsene una coi metodo strettamente pro¬ 
fessionale di introdurre filosofi quali personaggi 
nei suoi drammi o di render filosofi i suoi eroi, 
ma quando vengono sulla scemi essi non hanno 
alcuna filosofia da esporre, sono soltanto dei 
pessimisti e degli schermitori, e i loro pretesi 
discorsi filosofici occasionali, come quello sulle 
sette età dell’uomo c il soliloquio sul suicidio, 
lascimi vedere in quali tenebre profondi* restas¬ 
se Shakespeare rispetto al vero significato della 
filosofia. Egli si cacciò per forza in mezzo ai più 
grandi d rum ili ai urghi senza aver messo piede 
una sol voi la nella regione in cui son grandi 
Michelangelo, Beethoven, Goethe u gli antichi 
poeti tingici ateniesi, lì non sarebbe grande per 
nulla se non fosse che aveva abbastanza reli¬ 
gione [H*r avvertire «he 1« sua posizione «reli- 


esainc sono semplicemente la documentazione 
di questa crisi di indirizzo artistico. Si capisco 
che trasferendosi in pieno sopra lo fondamenta 
della tradizione l'arte del vecchio satirico non 
poteva a meno di scuotere sò stessa e le fonda- 
iiniuta. 

Ciò cho è nato da questo movimento «i po¬ 
trebbe dunque definire come una nuova dramma¬ 
tica, di carattere strettamente * spirituale », nel 
senso eln; (làmio « questo termine i compatrioti 
di Shaw, usandolo per designare alcunché di 
più interno alla vita dell’uomo che non sin 
colto dalle consuete de tarmi n azioni religiose, 
morali, ^litiche della nostra coscienza. Distrut¬ 
ti- i» dissolte queste determinazioni nell» sua 
passata opera di demolito!*, Slmw si c affac¬ 
ciato a quel mondo intimo o ha capito cho qui 
la demolizione cessava c doveva cominciare la 
costruzione c la rivelazione* /link ri» M/t/mse- 
ình v Suini-}unn hanno invero mi andamento 
di libri esoterici sopra i valori nascosti del¬ 
irio» H signoi Barnaba che in un anno pres- 
s'a poco della nostra era pensa di poter pro¬ 
lungare a piacimento la vita umana o di dosar¬ 
ne la durata secondo leggi matematiche, o lu 
sognante guerriera ohe passa senza fatica dal 
pascolo alla soglia rogale, dal mantello di bri- 
/jèrc benestante all'armatura di cavaliere: lutti 
e due sono manifestazioni di un infinito e in- 
definito mistero, clic t'incarna in mille forme 
o in nessuna si maurisce anzi ueppiir si con¬ 
creta. 

Questo mistero è l'ambiente dello nuova 
drammatica shawiana, che tento, ardita c te¬ 
meraria, di dominarlo con i suoi rnffiunti arti¬ 
fici, ma anche è penetrata dalla coscienza che 
questi artifici sou vani ». elio per noni prende re 
bisogna venerare 

Questo mistero è il nuovo mondo di Shaw. 

Santino G’miameu.a. 


giosa era disperata. La sua più grande opera, 
il ìtr Lear, sarebbe soltanto un melodramma so 
non fosse ]>cr il suo espresso riconoscimento che, 
se nulla più vi è a dire dolPunivcrso dì quan