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Full text of "Il Baretti - Anno 3 - N. 6 - Giugno 1926"

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IL BARETTI 

MENSILE Le edizioni del Baretti Casella Postale 472 TORINO 

ABBONAMENTO per II 1926 L- 10 • Estero L. 15 • Sostenitore L- 100 ■ Un numero separalo L. 1 * CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno III - N. 6 - Giugno 1926 

Fondatore : PIERO GOBETTI 

50 ORO HO,: * *“ 0 ’ “ m(< ‘ * U ‘ ,!bfI ' h * ‘* B9 * ~ 0RESTE : Ck * rll# CK.pU» • •• l« Ut.br* dtll'oto „ - • : L*IU«* .puri. • un >* «mi d« l'iull* .. - PIERO OOBKTT1 : U po*.U 41 O.ln.bo»ou 8 h - MARIO 


Lettere di Silvestro a’ suoi amici 
sui libri che legge 


I, 

/I Mario Fubini. 

Anzitutto non so se mi potrà» inai jxirdonare 
d'aver jwsto il ilio nome nell'indirizzo di quo. 
ala, prima d’ima serie di false lotterò destiuato, 
almeno nell'intenzione (del resto innocua) dello 
scrìvente, ad un più vasto corchio di pubblico 
e dissertanti intorno ad una materia, ahimè I 
così fioco intima e confidenziale. Se devesi ten- 
ture di mettere innanzi delle giustificazioni per 
avere assillilo un modo così antiquato insolito 
ed ambiguo di comunicazione letteraria con il 
mio prossimo, noti so davvero come riuscirei « 
cavarmolu. .Ma proprio dovrò accingermi ad in. 
dagarc se n ciò m’abbia indotto piuttosto un 
umor ni roso e salvatici! o non furso un gusto 
decadente prezioso ed arcaico? Come se tutte lo 
parole e le azioni che vengati fuori ogni giorno 
su questa nostra vecchissima terra volessero, o 
meritassero, una giustificazione: e massime gli 
viticoli di giornale ! 

A te }x?r altro, mio carissimo Mario, potrò 
confessare che, «inumando a raccolta voi tutti 
ntnici, « mettendo sotto la protezione de’ vostri 
nomi (e del tuo prima che d'ogni altro) questo 
mie solitarie divagazioni, ho obbedito per così 
dire ad un sogroto istinto, che mi spingeva a 
mantener viva intorno a queste pagino l’utnio. 
sfera d'intimità, donde scaturirono, conscia di 
interiniiiabili conversazioni j*-ripaioliY.In* u di 
tanto lunghe ed imitili discussioni, che han 
popolato la nostra adolescenza già così lontana. 

Ambiente raccolto o quasi famigliare, cho 
ogni ultra definizione, tranne que3t.a che ho 
scelto di Irt/rrr, avrebbe irrimediabilmente di. 
strutto. 

Cosi ch’io credo che a te pure, còrno a me, 
parrà sol lauto di riprendere un vecchio dia. 
logo interrotto, quand’io timidamente (come 
persona priva di lumi speciali in materia) verrò 
a riferirli nu dubbio, che già altre volto ci ha 
preso, ed ora ritorna a turbarmi, incalzante od 
ansioso di esprimersi : so cioè proprio lo lettere 
italiane d'oggidì siano in quel fiore o rigoglio 
che da molte parti si va dicendo e vantando. 

Dopo il periodo delle battaglie e delle pole¬ 
miche, che ha preceduto e seguito per alcuni 
anni l'altra c più vera guerra, par elicsi» ginn, 
to il tempo della concordia: idillica ed arcadica 
jwice diffusa jwr tutte le souole cd i cenacoli 
letterari della jicnifola, come per un improvviso 
incauto. Se ieri soltanto gli scrittori di Roma 
chiamavan borghesi quelli di Milano, c i mila¬ 
nesi accusavano di freddezza i romani ; se an¬ 
cora non è del tutto spenta l’eco delle gran 
bòtte o de’ fendenti che si ntcnavau gin senza 
pietà ne’ tornei dei no rio ni o nelle (puntane de' 
neoclassici : oggi tuttavia jiari; che sian tutti 
disposti ad abbracciarsi scamhievolmcnte, tutti 
uniti, lutti amici, tutti fratelli. Ora può darsi 
che l’Area rigelo Michele preparasse davvero 
gravi danni all’esercito «Saraceno, quando intro. 
dusso, romjieudole un manico di croce sulle 
spalle, la Discordia nel campo d'Agranianle: 
ma ò certo invece che fra’ letterati le discussioni 
anche aspre, son segno (piasi sempre di vita 
(anche por chi non voglia dare soverchia im¬ 
portanza alla variopinta vicenda delle teorie e 
de' progetti), mentre i periodi di generale con¬ 
cordi» coincidati per lo più con una decadenza 
diffusa p mortale. 

l.n pace, che permeilo a scrittori di diversi*, 
si ino valore di trovarsi insieme senza disgusto 
sullo pagine di uno stesso giornale, e induce 
i critici a misurare le loro parole con le regole 
d'ima generosa cortesia o della più ampia tol¬ 
leranza, crea a j>oco a poro un'atmosfera d'ac¬ 
quiescenza rilassata e molle, dove tutto finisce 
di sembrar buono a coloro che han paura d'ap. 
parirc incontentabili. Che mi ambiente tropi» 
pacifico sia esiziale alle buone lettere lo prova 
anche il bisogno, più volle di fatto mostrato 
da quei letterati stessi che » 'abbandonano agli 
ozi snervanti che abbiamo descritto, di creare 
discussioni o liti artificiose, al posto di quello 
vere o spontanee, onde romper la monotonia 
d'uu mondo privo di difficoltà e di pericoli. 
Cosi oggi, mentri- oravani commossi fino alle 
lacrimo dalla nuova bontà o fraternità degli 


scrittori italiani, non son pm mancati squilli di 
false battaglie (tutti hanno ancor» in mente 
certa affettuosa polemica sulla critica, dulia 
quale sarà bene riparlare un’altra volta): liti 
garbate, non d-ssimili da quolli che sui campi 
Bj/ortiv» ai chiamano timichet amichevoli. Ma gli 
x por tinnì sanno bone come nulla sia più insi¬ 
pido. noioso ed insopportabile d’uiia gara ami- 
clievole, K così le polemiche, che Umberto 
Fracchi» ci imbandisce di tanto in tanto sulle 
tolleranti c pacifiche pagine della sua Fiera 
Ielleiurta, 

Un’altra conseguenza del l'eccessiva concordia 
òche, spuntali i pungiglioni delle invidie e rin. 
foderate le spade de’ critici, i piu dogli scrit¬ 
tori finÌ3Con col rassegnarsi umanamente alla 
loro debolezza e con l'adattarsi a poco ; n poco 
ad uu‘attività sempre più convenzionalo e com¬ 
merciale, senza ritegno e senza pudore. Non 
par di sentire luti'intorno a noi non so clic aria 
di decadenza e di bassezza, cho asseconda i gusti 
peggiori del pubblico, anziché moderarli n cor- 
reggerli, o saluta a gran voce d'applausi i libri 
più facili c vendibili, mentre lascia passare i. 
«osservati i migliori f 

Vedi, per esempio, le accoglienze manierate 
»• false onde fu accolto, ne' nostri ambienti let¬ 
terari, l'ultimo libro di Giovanili Rapini, nelle 
quali affetto od amicizia |xt l’uomo Inni finito 
di prender i) posto del rispetto, ohe si devo co¬ 
munque allo scrittore, anche a costo di dirgli 
venta dolorose e spiacenti. A projjosito di queste 
occoglienze, altri già ha osservato ne' critici 
tm ritegno, una titubanza non molto lontani 
dallA paura, il che mi par tanto più grave, se 
si pensi elio questo Fané t ino è venuto quasi 
naturalmente, o forse contro la Bjwrauza stossa 
dell’autore, a porsi tra quei libri che abbinili 
chiamalo alla moda e commerciabili Molto cose, 
e persino corta eleganza preziosa dell’edizione 
e della stampa 911 carta a mano con timbro a 
socco o motto del poeta, mi fan pensare che il 
libro debba aver trovato facilmente i) suo posto 
nei salotti delle signore, accanto ad altri, com¬ 
pagni poco desiderabili e forse poco desiderati. 
E non voglio già dire che ciò sia gran male: 
ma cerio, da siffatti ambienti, il lupo di Gubbio 
deve uscire alquanto ammansato cd intinto di 
buona educazione. 

Forse per esser nati un |>o‘ troppo tardi, noi 
non abbiain conosciuto di fronte a Rapini quelle 
reazioni di simpatia o d'antipatia, iti ogni caso 
esagerate e violente, che altri han provato c 
descritto, 1 quali debbono averlo visto uscire 
sul carro del trionfo, lutto le bandiere spiegato 
a! vento, tra squilli di trombe e grida festose. 
Cotesto gran clamore era già da tcni|x> sopito 
quando noi, evitando cnuiameiile la noia che 
indovinavamo jx*r8in no' titoli delle Stronca, 
ture, delle Un fiottai e, del Cre/nigrofo <ìn filo, 
tufi, occ., ci volgemmo n leggere, cui la curio¬ 
sità del dilettante, quegli altri libri dei quali 
alcuni valentuomini ci avevano detto gran bene. 

Non dimentichiamo il gusto clic «ibbiam pro¬ 
vato leggendo certe pagine e\v\V lanino finito : le 
passeggiate silenziose insieme con il babbo per 
strade deserte e fuori di mano incassai e fra muri 
umidi 0 bigi; il triste, volontario, dolcemente 
stilizzato sogno d'amore d’uri fanciullo che va 
coti min bimliu limilo fragile, ner strade illu¬ 
minate dalla luna, tra il patetico cani aro dei 
grilli ; le linee d’ima amicizia severa solitaria 
e sdegnosa. E potremmo citare miche altro coso 
dalle Cento \nujint ili porr tei (1 miei amici, Un 
giorno soltanto); e dei (Homi ih Irti,/ c i tor¬ 
nano in menic i freschi e chiari ricordi di Fluì- 
ciano: figure di contadini e donne dei campi, 
animali e cose* disegnati con affettuosa preci¬ 
sione, cieli burrascosi e sereni, terre lavorate 
e riarse. Scnonchc, se ripentiamo u coleste Jet. 
Diro, ci pare di non aver potuto inai liberarci 
da mi certo senso di freddezza che dn quelle pa¬ 
gine scaturiva, come da un esercizio volontario 
c artificioso, non mai disciolto, come si dice, 
in jxjesia pura E non *0 se oggi riusciremmo a 
leggere quei libri fino in fondo- temo che del- 
l homo finito ci turberebbe, ancor più della 
prolissità autobiografica, la [irosa anfanante e 
spesso crescente a vuoto su sè stessa, per inerì 
richiami vegliali; e in tutti gli scritti poi non 
sapremmo tollerare l'intrusiono continua e vio¬ 


lenta della persona prulica e polemica dcll'au- 
lore; il vezzo d’adoj>eraro le figure e lo coso 
descritte, non come fine * se steese, ma quasi 
mozza all'artificiosa dimostrazione d'uu concetto; 
la volgarità e superficialità quasi in ogni parto 
diffuso. Vero è che da molto tenijio, prima che 
venissero ad insegnarcelo gli esegeti, abbiamo 
imparalo a cercare in quei volumi solo i fram¬ 
menti descrittivi c paesistici: ma d’ali ra parte 
la nostra esjjcrienza pur breve ci ammonisco a 
diffidare di quegli autori, dei quali si lodino 
soltanto a dovizia e la perizia delle descrizioni. 
indice di non lontana e qiiAsì sempre sicura 
noia. Ogni qualvolta, usciti appena dalla let- 
tura d’un libro di Rapini, mezzo assordati au¬ 
rora ed abbagliati dalla foga luminosa c tuo. 
unite di quei fuochi d’n. .ficio, cì sìam provati 
a mettere insieme un abbozzo di giudizio cri¬ 
tico, abbinili trovato nel nostro animo due im¬ 
pressioni parallele che [«levano parerò contrad- 
ditjric. il senso d'uu lavoro conij>oslo a freddo, 
senza il sostegno d'unu costante ispirazione, 0 
d’ultra parte il ricordo d’una facilità leggera 
e scorrevole, ma tutta esteriore, senz’ombra di 
riflessione e di sludiona fatica. Invero, se la 
costruzione di queste pagine d’arte lascia troppo 
spesero scorgere la fragile impalcatura di concetti 
che la sostiene sciiza disperdersi in essa animan¬ 
dola, d'altronde i momenti più felici c più cari 
al nostro gusto non vnn privi del sentimento 
d'una eccessiva semplicità, d'uu troppo confi, 
dente abbandono, che s’appaga di modi e frasi 
convenzionali e si compiace del suo giuoco troppo 
abile e lieve. Anche noi crediamo cho molte 
pagiii© di Rapini, polemiche od autobiografiche, 
letterario o teoriche, siati state scritte (come 
«lui osservò) |>er una pura gioia di scrivere: 
seleniche vorremmo distinguere tra la vena ab 
bondame ed abbandonata del letterato-giorna. 
lista e il gusto vero del canto, ch’è del [«età, 
il quale risolve ni esso e travolge ogni oggetto 
offerto olla sua riflessione. 

E ac non ci fu dato mai di scorgure in Gio¬ 
vanni Rapini la serietà 0 l’attenzione di un 
filosofo vero, nò la purezza e la misura d'uu 
sincero poeta, molte volle invece da’ suoi scritti 
— dai giochi delle parole c dal ruzzolare vano 
dei periodi, come dagli echi molteplici e troppo 
evidenti di musiche disparate d'ogni regione 0 
d'ogni età — s’ò presentata alla nostra niente 
In maschera, in Italia l»nn nota ahimè! del let- 
telato Voglio dire di quel tipo di lettorato be¬ 
cero parolaio e linguaiolo, che il Doni e l’Are- 
tino per esempio rappresentano; tipo che solo 
il mal gusto d’oggidì ha potuto esaltare aoprA 
la vena sobria 0 signorile dei veri prosatori eia? 
sici del nostro cinquecento, dal Caro al Casti¬ 
glione, dal Firenzuola a Monsignor Della Casa. 
Come in quegli scrittori, anche nel Rapini l'on¬ 
da dell'ispirazione è breve e quasi sempre tur¬ 
bata da preoccupazioni estranee: si sfoga tutta 
in poche righe, talora in una parola sola ben 
trovata cd efficace, poi si raggela in un motto, 
in un frizzo in un commento. 

(«blando venne la conversione, 11011 ci stupì 
Piuttosto ci lascialo» perplessi i rumori ch’esoa 
suscitò nei nostri ambienti letterari, ccho a noi 
parvero soverchi cd inutili, per non dire inge¬ 
nui c provinciali. A parer nostro non c’era nul¬ 
la da diro, so non forse riconoscere ancora una 
volta, come qualcuno ha dotto, cho alla reli¬ 
gione cattolica han sempre recalo danno coloro 
che vi aderiscono per ragioni moramente misti, 
cho e soni munitali. Quanto al valore letterario 
della Storia di Cristo, ci fu tra noi (te ne ri¬ 
cordi, Mario?) chi la giudicò una perfettissima 
collezione di temi nn.lfi, messi insieme con mia 
sapienza decorativa astuta c BUperfieialc e fri- 
gidissimn Nò questo ci parvo solo uno scherzoso 
v facile paradosso Da convinzione religiosa non 
lux costretto Pupilli, come altri poteva sperare, 
n ripiegarsi su si* ste6«o, non gli ha dato il bi¬ 
sogno d’una più profonda 0 difficile interiorità, 
non ha mutato i suoi istinti centrifughi e va¬ 
gabondi. Anche il silenzio recente abbastanza 
lungo dovremmo giudicarlo frutto d'iimi Bianca 
aridità piuttosto che non di penosa riflessione. 

Ora egli n dà uu nuovo libro di poesie in 
rima, clic è 1) secondo del genere nel complesso 
dello site opere. Cosi ini ha messo 111 animo la 
voglia d'andare a cercare l’altro che non avevo 
letto mai. E contro ogni possibile previsione, 
ho trovato che imi confronto il più vecchio de' 
duo fratelli ri faceva miglior figura E’ vero 
che, a leggerle oggi, le strofe barcollami dui- 
l'Ojx?ra prima, con le loro preoccupazioni di 
solidità conquistata, han qualcosa d'antiquato 


c d’infantile; e anche ci fa un po’ ridere l'au¬ 
tore, «piando, nelle sue ragioni in prosa, vien 
fuori proclamandosi quasi precursore e rinno¬ 
vatore (al solito 1 ^ del classicismo poetico. Così 
pure leggendo come Rapini creda «d’aver fatto 
poesia che non somiglia troppo a quella che 
c'era», ci domandiamo meravigliati che cos’e- 
rano nllora corte risonanze di motivi svariati 0 
discordanti che qua e là avevamo avvertito. 

Forscchc, arrivati a leggere la quindicesima 
poesia, non avevamo creduto d'intravvedcre la 
ombra del vecchio Pascoli, mi po' stinta o stoni, 
[«rata attraverso gli esercizi lirici del buon Ma¬ 
rino Moretti! Altra prova della materia fra¬ 
gile 0 un po' trita ohe si nasconde sotto le appa¬ 
renze esteriori di que3to false ricerche cerebrali, 

Tuttavia nel l’D/v m prima, Rapini aveva sa¬ 
puto mostrarci mia certa virtù non sempre spre¬ 
gevole, e eopralutto aveva saputo limitare il 
suo vagabondaggio entro 1 confini d'uu con¬ 
tenuto tutto personale ed ostruito, In Fané e 
nino egli ha rinunciato ad ogni infingimento 0 
ad ogni difc3a, 0 ha voluto prender di petto 
direttamente c coraggiosainonto una più ampia 
varia e ricca materia umana C’è un gruppo 
di poiisio di tono jwr così dire maggioro c più 
solenne, ohe nessuno liu potuto Ioduro, e sullo 
quali mi parrebbe inutile formarsi a ragionare 
e discuterò. In esae come nel Soliloquio intro¬ 
duttivo, rivive il polemista ed il retore, che 
tutti conoscono anche troppo: non mutato nel 
fondo, sobbolle stia oggi ad esaltare e difender! 
idee e cose che ieri soltanto insultava. Però a 
parer mio, non basta distinguere (com-i ba*; 
fatto su per giù tutti i critici che hnu volute 
occuparsene) la parte fantastica pedonale e 
sentita di questo libro da quella puramente po. 
lem ita <* retorica. Occorre vedere fino a che 
punto, nello poesie che rimangono, la sincerità 
umana si trasformi in sincerità lirica. Ecco 
intanto un primo gruppo di componimenti àuto¬ 
biografici, nei quali compaiono, sebbene vaga¬ 
mento idealizzate, la sjvosn, Viola e Gioconda. 
Tutti citano, di queste poesie, strofe staccata, 
nelle quali un'agile e leggiadra grazia certa- 
mente risplende, senza impedirci tuttavia di 
sentire sotto sotto mi modo di procedere troppo 
lesto e facile |x*rehc ci possa persuadere appieno 
Se andiamo ad osservare le cose più da vicino, la 
prima impressione si consolida. Dappertutto 
intanto ci si affacciano echi e ricordi d'altri 
poeti. in specie jxxscoliniri. 

E poi l'ordito tenue di ciascuna costruzione si 
■fascia senza resistenza fra le nostre mani Stu 
rc'bbe inutile mostrare ad mio ad mio i vizi nut¬ 
ricali e poetici di poesie come La «poto le pa 
role riprese da mi verso all'altro senza necessità, 

10 scorrer dei versi troppo liquido e cantabile, 
c persino certi modi lirici tra il femmineo cd 

11 puerile: 

nella mia caoa di pietra coleste 

aperta al ciclo color paradiso... 

E confronta, in G'ioeoinla. 

tutta di Itine color primavera.., 

Anche i frammenti. che si posso» scegliere, 
nasco» per così dire sul vuoto, e ninncnu di con¬ 
sistenza 1.‘abbandono dei modi ingegnosi e vo¬ 
lontari dell'Ocra prima, il desiderio di senipli. 
Reazione ai rivela danuosiaamo a! poeta. 

In un nitro gruppo di poesie lodate, quelle 
elio prendono il loro motivo da descrizioni di 
JX1C8Ì| stagioni, ore del tempo, apiace il vezzo 
antico del Rapini di istituire rapporti falsi cd 
artificiosi tra lo cose descritte e te vicende de* 
suoi personali affetti Como ognuno può vedere 
da sè, osservando le poesie Fumo tri traibre c 
anche Ltujlio, nell» quale un'efficace sestina de¬ 
scrittiva si perde nella doppia falsità dell'Ispi¬ 
razione artificiosa e della manierata costruzione 
mri riva. 

Meglio persuadono per la loro sincerità, e 
quasi piacciono per un senso di più consapevole 
e meditata tristezza che vi trapela, altre poesie 
che formano un terzo gruppo a bò: Solo, Feli¬ 
citi} 1 riiine.iliitliilr, Offerta, / /' ri pio ni Se pure 
anche in esse starem paghi a trovare niont’nl- 
tro che un'onda d'eloquenza più calda e sincera, 

* forse un presagio di redenzione, non la conqui¬ 
sta d’un tono lirico perfettamente sereno u 
compatto. In lutto il libro d'altronde credo 3*. 
rebbe impossibile scoprire anche un solo gruppo 
di versi, nei quali riluca, espresso in perfetta 
purità, un sentimento od una immagine. 1,'im¬ 
pressione definitiva è. nel lettore, di desolato 
sconforto, che (piasi non consente ulteriori spe¬ 
ranze. Ad ogni ritorno, ritroviamo il vecchio 
Papini, immutato. 



Png. 92 


IL BARETTI 


A quelli che vanno in giro predicando a vali, 
vera il ritorno alle tradizioni la lettura di Vane 
e vino potrà giovare, e |>er3uadorli fono che le 
schiavitù metriche ritmiche © sintattiche, se 
por sò stesse non recano danno alcuno ad una 
aincera ispirazione, non bastan |>crò da solo a 
costituirla, Non c’è che un criterio di distin¬ 
zione, quello che il Maestro illustre ci ha inse¬ 
gnato; jjocsia e non poesia Nella difficoltà tut¬ 
tavìa della scelta farraginosa taluni minori in¬ 
dizi possono, non dico metterci sulla via buona, 
ma aiutarci a trovarla: o uopratutto, oggi che 
ognuno esce in lizza facendo se è j>ossibilo molto 
chiasso, un tono di signorile ritrosia o di schi¬ 
filtosa riservatezza. 

Ho qui*fra i molli un altro libro di |>oesic — 
gli Ossi di seppia di Eugenio Montale — che 
Piero Gobetti, il quale se n'ora fatto editore, 
mi donò un giorno, raccomandandomelo con pa¬ 
role sue di lode. E a me piace assai per il tono 
di severa difficoltà e di consapevole rinuncia 
che l’autore ha saputo raggiungere quasi sem¬ 
pre. Non voglio già dire cho queste poesie eian 
tutte perfette: credo anzi cho assai poche arri¬ 
vino a toccare quella Bcrena armonia cho ò noi 
voti del lottorc e fors’anche del poeta. Ma sem¬ 
pre si ha rimpreaaiom* di trovarsi di fronte ad 
un lavoro attorno o tormentato, che non s'ap¬ 
paga mai di facili ritrovati nò accetta modi 
accomodanti c frettolosi. 

Tanta è la consapevolezza critica che da ogui 
pagina di questo libretto trapela, che le liriche 
(scritte tra il ' 91 G c il '24 e date, come ci av- 
vorto l'autore, in ordine non cronologico) a me 
paioli disposto secondo una legge ideale progres¬ 
siva cd ascondente, quella che al critico appun¬ 
to siterebbe con fatica ritrovare. Il quale 
invece si lascia prender volentieri per mano dal 
poeta, che sapientemente lo conduco. 

Come le forme metriche tradizionali powan 
essere adoperato dal Montalo, non dico con la 
aderenza facile o franca degli antichi, ma in¬ 
gomma sonz'ombra di profanazione, lo si vede 
subito in un primo gruppo di poesie, quello stes- 
ac che han dato il titolo a tutto il libro: sensa¬ 
zioni fuggii voli di cose e di paesi, chiamate a 
rispecchiare la desolala cd immobile esperienza 
intima del poeta, Siam ben lontani qui dai pae¬ 
saggi di Tapini estrinsecamente riaccostati ad 
una interpretazione concettuale, che si sviluppa 
ad osai parallela senza potcrvisi mai adeguare: 
qui corto gli spunti naturali deH'ispiraiione 
nasco» già ricinti della sognante atmosfera cho 
in essi si ri fi otto. Tuttavia paro cho spesso l'e¬ 
quilibrio jwctico si regga soltanto sulla perizia 
del verseggiatore, che abilmente attenua le di¬ 
scordanze c nasconde le lacune dei passaggi più 
rischiosi Così le liriche che incominciano ■ Me¬ 
riggiare pallido e assorto», «Gloria del disteso 
mezzogiorno*, «Il canneto rispunta i suoi ci- 
melli», « Valmorbia», e cho pure contengono 
versi assai bolli, ci lasciano in parto delusi. E 
talora anche, corno nelle liriche «Spesso il male 
di vivere» e « Forno un mattino», o anche ncl- 
J’epigranima a Camillo Sballato, l'abilità del 
poeta ò troppo compiaciuta e leccata. Ma già 
ncH'ultimo di questi «ossi di seppia», che pur 
non c de' migliori, appare la tendenza del Mon- 
tale a rompere le forme nello quali s'era dap 
prima chiuso, in cerca d’una più ampia e mu¬ 
sicale, sebben contenuta libertà: 

Sul muro grafito 
che adombro i sedili rari 
l'arco del ciclo appare 
finito. 

Chi si ricorda più del fuoco ch'firsc 
impetuoso 

nelle vene del mondo; in un rijroso 
freddo le fonne, opache, sono sparse. 

Ili vedrò domani le banchine 
c la muraglia c l'usata strada. 

Nel futuro che s'apre le mattine 
Bono ancoralo come barche in rada. 

L’ansia d’una musicalo libertà penetra un al¬ 
tro gruppo di queste poesie, fino a sgretolarle 
o quasi a dissolvere ogni loro armonia. E qui 
piace considerare, per esempio, «Mediterraneo» 
o « L'agave su lo scoglio > quasi abbozzi o ten¬ 
tativi falliti sulla via d’una raramente toccata 
felicità. Non credo, come altri ha detto, che 
qui il lettore sin disturbato dalla volontà che ò 
nel jiocta d'assumere la sua terra e il suo mare 
a 6pccrhio e simbolo della sua vivente esperien¬ 
za: mi paro che si tratti più senipl.icemcnto 
dell'ondeggiare incerto dello scrittore, fuor delle 
forme chiù ? dei poemi più brevi insufficienti 
a contenere la musica nuova, verso un tono li¬ 
rico e metrico non ancora o solo a tratti rag¬ 
giunto. Tulora, in questi componi manti, la com¬ 
pagine metrica si sfalda c si sfascia a tal punto 
che qua e là affiora, insostenìbile, la prosa più 
piatta ed approssimativa («la mente che decide 
o si determina*, «si vestivano ili nomi — le 
cose, il nostro mondo aveva un centro»). Senza 
dire che (fucato vizio ò troppo raro nel Mon¬ 
tale perche metta conto desistervi, d'altra 
parte in fxjesie, corno «Fine dell'infanzia, «Cri¬ 
salide», ci arrestano già di tanto in tanto serie 
di versi quasi perfetti: 

Pure colline chiudevano d'intorno 
marina »• caso, ulivi I« vestivano 
qua e !» disseminati come greggi, 
o temi' "«ime un respiro 
della terra od il fumo di un casale 
che veleggi 

la faccia candente dal ciclo. 

E il flutto cho si scopro oltre le sbarre 


come ci parla a volte di salvezza ; © i sentimenti del poeta non v’c salto o distacco 

Conio può sorgere agile alcuno, ma gli uni trapassano e si riversai) nel¬ 
l’illusione, e sciogliere i suoi fumi. l'altra senza sforzo, disfacendola in una luco 

Vanno a spire sul mare, ora ai fondono melanconica e trasognata. Imitilo sarebbe ci- 

sulTorizzonlc in foggia di golette. tare, o d'altronde la scelta è difficile. Ma forse 

Spicca una d’esse un volo senza rombo, è altrettanto imitile questo mio commento: 

Tacque di piombo come alcione profugo perehò su queste, e su lutto le poesie del Mon- 

rade. Il sole s’immerge nello nubi, tale, ha già fatto osservazioni troppo giusto od 

l'ora di febbre, trepida, si chiudo.., affettuose un nostro comune amico, Sergio Sol- 

L'unsia del canto che in queste liriche urge n, b ’ n ,n,a sUa bella recensione nel Quìndici. 
o trema, sebbene appaia più spesso eloquenza nn ^ Milano, kd 10 consiglio, mio carissi- 
cho poesia, ritrova la sua libertà musicale so- n »° M - irio - a ricercare quelle pagine, se non 
nora © fluente sopratutto in due componimenti. bai viste ancora. Anche per ristorarti della 
«Riviere», che molti giustamente hanno lodato no ' a r ^ c Benza dubbio t'avrà procurato questa 
p «Casa sul mare», cho merita lodi fors’anehc troppo lunga lettera del tuo 
più alle c sincere. Qui tra la natura descritta SILVESTRO GALLICO. 


CHARLIE CHAPLIN 

e “ La Febbre dell’Oro „ 


La perfezione della Febbre dell'uro non mora, 
viglia, appar naturale che Chaplin liberalo man 
mano il suo giuoco da corti impacci ci si offra 
in quella interezza di pure doti che gli si rico¬ 
nosceva assolutamente oche si attendeva, sicuri, 
di veder così svilupparsi e fiorire. Questo equi¬ 
varrebbe a dire che non ha mutato maniera, so 
marnerà non comjjortasse correntemente il si¬ 
gnificato di ripetiziono. Ma Chaplin da quel raro 
artista che è, ha istintivamente un troppo pre¬ 
ciso senso delle sue facoltà di espressione, del 
suo linguaggio, per non rinnovarsi non altri, 
menti che nei limiti dì queste jxissibilità. Il 
progresso graduale della sua arto è in profon¬ 
dità: ci vedo la sicurezza vegetale della radice 
che non tanto s'attacca alla zolla buona quauto 
la penetra tutta coi suoi tentacoli, ne assorbe 
coi più delicati organi i succhi por trasfondersi 
in linfa e, alimentando, esprimersi in pianta fio¬ 
rente c fruttifera. Arte sommamente naturale 
c di coltura, a un tem]x>. Il* continuo compene¬ 
trarsi del reale e del fantastico, questa posan- 
tozza e aderenza al suolo e quelle improvvise 
liberazioni e quei voli, cjuesta miseria dell’uo¬ 
mo solo, che le animali necessità di sostenta¬ 
mento fan vile, bugiardo, ladro e quella vena 
d’amore che rampollandogli dentro tratto tratto 
lo trasforma subitamente in paladino della giu¬ 
stizia ed eroe generoso, tutta questa figura del¬ 
l'uomo Charlot la rappresenta nell'atto di 
farsi. Un essere ingenuo in cui costretti Ariele 
e Caltbuno lottano, e or cedo all'uno ora all'al¬ 
tro secondo l’impulso più o meno violento di un 
d'essi ; in loro balia; e cho non conosce nè H»ro 
nè se stesso, ma soltanto un vagheggi amonto 
di vivere il meglio che sia postillile, un me (dio 
pratico, spicciolo, oosì, ad orecchio fuor d'ogni 
legge. 

Ogni capitolo della vita di Charlot ce lo di¬ 
mostra impigliato in un imbroglio che non ha 
saputo eludere o anzi è stato talvolta proprio 
luì più o meno inconsciamente a far nascere. C’è 
un formicaio in cui uno dei suoi ingombranti 
piedi incespica, o un vespaio contro cui va a 
finire un mulinello della sua cannuccia ma 
c’c anche spesso una papiotta tropjxi insiste», 
temente richiesta dal suo ventre affloscio per 
non allungar la mano — o, peggio, una certa 
arsura che solo un bicchierino di gm potrà cal¬ 
mare, se il barman, vigile moBtro che soltanto 
una moneta placa, si volgerà un momento di- 
strutto da una vezzosa cliente. 

Molto delTarte di Charlot sta nel gioco Hi 
cavarsela (Charlot galeotto s'intitola in Fran¬ 
cia Charlot s’évade). Da un minimo avveni¬ 
mento trarre le più inattese conseguenze o che 
si dimostrano essore le sole possibili. Il giorno 
che si è irretito senza scampo, gli sembra, non 
sajxmdo a che santo votarsi, si sdrai» per terra 
e fa il morto Qualcuno difalli lo raccoglie, lo 
riscalda, o sfama e disseta (Non bisognerà tut¬ 
tavia che lo sfrutti questo espediente, lui che, 
parrebbe, ci tiene di molto a vivere- potrebbe 
succedergli un giorno di star fresco). Si starà 
a vedere ora che il più recente capitolo della 
sua vita ai c concluso coll'arricclninento favo¬ 
loso coronato dal sentimentale fidanzamento, 
che gli potrà capitare: se pelliccie. sigari e 
champagne e tutto quel cho di superfluo l'oro 
gli ha acquisito — pensato, a lui, povero dia¬ 
volo, c l’indipendenza o la considerazione’ — 
con soprammercato il disinteressato cuore della 
fanciulla amata nei tempi di miseria — se 
tutto ciò, dico, non soffocherà epici certi moti 
in Ini di carità pura, quasiché fosse soltanto 
In miseria a suscitarli, se di tali soddisfazioni 
ai satollerà da buon filisteo, o se n traverso la 
sazietà non prenderanno a irritarlo ancora una 
faine e una sete misteriose, e trascorrendo dac¬ 
capo come un bambino dal riso allo sgomento 
non ripiglierà a saltabeccare ingenuamente, at. 
tonito e incompreso ]>er «il gran deserto d’uo¬ 
mini », come prima, come sempre, irrimedia¬ 
bilmente solo. 

Sia «tra le case aggiunte a chs. 1 • o [x.t «li- 
strade clic sboccano nello strade » delle gran città 
griiio - sia per tip sentiero fiorito nella gloria di 
maggio. Charlot lo troviamo sempre solo. Gli 
manca l'educazione famigliare di Robinson, ne¬ 
lla il cajK) infardito di romanzi come Don Chi* 
sciolte jier mettersi a vivere incarnando miti 
moralistici e cavallereschi. 1 «noi miti, lo sap. 
piamo, nascono dalle più triviali necessità; la 


sua morale si fonda massimamente su di mi sa¬ 
lutare terrore del poheemen; i suoi costumi sì 
tapi ratio o quel cho i casuali incontri coi suoi 
simili gli hanno insegnato. E qui si appalesa 
un indubbio istinto dì signore in qnooto Mi¬ 
chelaccio, o piuttosto di t/atulg. N’c prova il 
suo vestito e la preoccupazione di galanteria 
nei gesti: come si cava i guanti, nou importa 
se a buchi, come apre il portasigarette — dico 
lu scatola oi sardine che rione alla seconda sac¬ 
coccia posteriore e donde con curn estrema estrae 
ima cicca. Questa raffinata esigenza di un modo 
di vivere civile, Charlot deve averla specialmen¬ 
te alimentala traendo esempio e insegnamenti a 
teatro o ai cinematografo le rade volte ohe ci 
ha messo il muso, o noi restaurante frequen¬ 
tati più o meno a seconda delle 'disponibilità 
finanziario (Ricordate quella colazione che ton¬ 
ta di scroccare colla moneta scivolata di mano 
al vicino di tavola c che dopo un precipitar di 
peripezie si rivela falsai) Noi suoi atteggia¬ 
menti ritrovale il pruno attor giovane e il te¬ 
nore: stilizzazione di una correttezza assoluta, 
di una freddezza caricata. Porehò, non ha da 
piacere a nessuno ; uuu eleganza gratuita, che 
ninno osserva, anche perche sono lo sue inten¬ 
zioni massimamente a sostenerla, anzi diciamo 
pure a fingerla; questo straccione passeggia per 
le vie rivestito della' pomposa nobiltà del so¬ 
litario. 

Per un pezzo fuor che jvadroni, complici, po¬ 
nentini non frequenta nc conosce; la sua parte 
è quella dell'inseguito. Tulli conoscono lo suo 
fughe così indiavolate e pur cosi precise di tem. 
po. Ma mi giorno avviene che un involto di 
panni gli capita tra ì piedi. E' tra le ammire¬ 
voli scene di Charlot. T-o si vede avanzare per 
un budello di strada tra le caso alte, dignitoso 
c padrone del mondo, piedi divaricati come di 
consueto, jwissettini a molla, una mano al fian¬ 
co, dall'altra la cannuccia maneggiata con di- 
sinvoltura. Si approssima fin in primo piano 
e colla cura che ho già detto, si «-ava dito per 
dito i guanti a brandelli e sta per mettersi dc- 
licAtamonte in bocca la cicca prescelta dn” 
scatola di sardelle... Paf ! dall’alto gli precipita 
addosso un rovescio d'immondizie, Niente. Che 
può toccarlo nella sua impassibilità! Una scrol¬ 
lai ina di testa o di spalle, una spoivcr.atina 
addosso collu punta delle dita, uno sguardo di 
sprezzo distante dì sotto in su o starebbe per 
proseguire la passeggiata se da uri involto ai 
suoi piedi non udisse uscire un gemito e un 
moto di bracci»© e gnmburcio non apparisse fra 
le pieghe... Allora Charlot ha una mossa unica, 
indimenticabile; leva di nuovo U eap o in alto. 
E’ un attimo- questo stupore di Charlot eh© 
si esprime col lasciare solo indovinare con un 
moto del capo T assurdità del suo pensiero ohe 
anche questo pujx> gli piovve addosso non al. 
trimciiti delle immondizie, di lassù, da un Ciclo 
anonimo, è di una delicatezza incomparabilo. 

Da questo momento incomincia la vita nuova 
di Charlot. Prima, farà di tutto per liberarsi 
dalla creaturina che la Provvidenza gli ha messo 
tra i piedi Invano E ]>oi — o com’c fatto un 
bimbo! 

Si siede sulTorlo di un marciapiede, leva in 
alto il fantolino reggendolo sotto alle nscrllo c 
quello ride.. Ah ' clic dolcezza di sorriso «|>©rto 
di lutti i denti su quotilo viso di scroccone sver¬ 
gognalo- due risa che si rispondono. Charlot 
si scopro un more paterno, accoglie il piccino 
nella stamberga, lo nutre, lo alleva, Io cresco 
fiirlw c delicato ad un Umhjk». Ma qual più deve 
nll’altro- il K.d a lui, o Ini al Kid che gli ha 
insegnato a dimenticarsi tutto in un altro! Si 
rammenti il tlirtacco lacerante, c quel mirabile 
sogno di Charlot affranto sui gradini dell’uscio: 
quella trasfigurazione del reale in un Paradiso 
donde il Diavolo però non è bandito, sì che la 
felicità raggiunta s’inquina. il dramma scoppia 
tra le ali degli angeli in blusa, o anche un colpo 
dì rivoltella parte che rompo a mezzo il volo 
di Charlot e lo atterra pesali temente . 

Ma nel Kid era l'impacio quel che tra il 
moraleggi auto e il lacrimoso compoi'*'va la 
tnumi generale della vicenda e a cui Chaplin 
era estraneo. Nella Febbre tlrlVOrn fin pi in di 
nuovo signore assoluto, autore ed attore, rea- 
li 77. a un’opera elle può dirsi perfetta. La più 
segreti» psicologia volta in termini Mreitamento 
realistici, masti di mi piano «li fantasìa pura. 


Charlot deve aver sempre, seppur vagamonto, 
sognato l’Eldorado. Un giorno si Ioga quattro 
arnesi iti tqwilla, un sacco di jota gli fa da 
|>ellegrma; così bardato parte por TAlaska o 
subito lo vediamo perderò l'cquililirio o sdruc¬ 
ciolare per un pendio nevoso. In fondo, gli 
■ 'apre dinanzi la pianura bianca sconfinata: ci 
•‘incammina. Più solo di così... 

Questo toma inizialo della solitudine, il noto 
motivo saltabeccante, tome di oboo nello spazio 
atono, seguita continuamente a snodarti, svi- 
liippaudosi via via in variazioni, attraverso tut¬ 
ta la Febbre dell‘Oro, finché ai perde, o non 
lo si distinguo più, nel gran filiale obbligato 
alla Rossini. E lo variazioni burlesche, anzi far¬ 
sesche, rivelano subito al buon intenditore que- 
sto segreto tema ora disperatamente socco e ner¬ 
voso, ora di una dolcezza lacerante! Alludo spe¬ 
cialmente ai vari e succssivi incontri mancati, 
trucco vecchio quanto la farsa. In quei momenti 
vediamo braccia tenderai, annaspare a vuoto, o 
se stringono alcunché c’è sbaglio. TI qui prò 
quo da ridicolo si fa patetico. La commedia, 
secondi) il dichiarato projwsTto di Chaplin, non 
è qui che l'immagine negativa della tragedia. 

E’ poi proprio d'oro che Charlot è andato in 
cerca nell'Alaska! Lui almeno, ne ò convinto. 
S'immaginava, s'intende, come tutti del resto, 
cho 'bastasse zappare o riempirsi 1 © tasche. E 
invoco subito lo ghermisce il gelo collo tormenta, 
la fame lo tortura, e gTincombouo le alluci- 
nazioni di mi altro affamato che invano tonta 
di calmare coU'offrirgli min delle sue prodi¬ 
giose ciabatte cucinale o servite a mò di pesco. 
Sicché tornato il sole n splendere sul mondo, 
Charlot pensa che jx-r far quattrini, pochi ma 
buoni, ò più spiccio impegnare gli utensili al 
prossimo villaggio. E poi che vivere, a ufo è pur 
sempre una bellissima cosa: ci pensa più a far 
fortuna ora che ha trovato chi gli affida in cu¬ 
stodia una casetta t Una stanza sola, ma como¬ 
da, lopida, provvista da tutto: insomma un tetto 
un Ietto e di che sfamarsi. Ha mai avuto tanto 
Charlot! Che un domani stia maturando non ci 
pensa neppure, àia che qunlcosa gli manchi lo 
prova confusamente la prima sera cho si avven¬ 
tura tra la folla del saloon Compare Georgia •- 
e Charlot sente cho Georgia gli mnnea, cho non 
ha funi ccrcnto che Gdorgia, — Giorgia, nau¬ 
fragata chisaà Hi dove tra i cercatori d'oro o 
che pur passando di braccia in braccia c non 
solo tra i giri di valzer, si riconosce ogni giorno 
più infelice c cerca, perchè ci erode, Tamorc. 

Anche Charlot ci erode. So forno capace di 
rifletterò — Dio lo guardi ’ — scoprirebbe di 
essore sempre stato innamorato: poiché quella 
che adesso è lì accanto a lui, c Pignora mentre 
egli la guarda in tralice c annusa corno un fioro 
fragrante ma troppo prezioso por non esicro 
intangibile, è la fanciulla della copertina dei 
magatine» illustrati, la eterna Gibson girl, non 
im|>orta so qui veste il gonnellino da ballerina, 
la si immagina alla finestra di un cottage fiorito 
che sorride q promette carezze e baci: la feli¬ 
cità. Tutto e nulla attendo da questa donna il 
candido Charlot; sicché quando per un ripicco, 
di punto in bianco. Georgia quella prima sera 
lo invila lei a ballare, egli non dubita che il suo 
amore sia corrisposto iinmediatamonte. Con 
quanto [>omposo ris|)ctto, con qiianta dignità 
di cavaliere prescelto 1 © cinge la vita ’ Gli par¬ 
rebbe offesa stringerla a sé in pubblico. 

Di qui comincia il malinteso sontimentalc di 
Charlot, che j>orseguirà il suo ideali- fatto carns 
attraverso alternative di s|>ernnza e sconforto, 
senza mai rivoltarsi contro chi gli «orride c poi 
dimentica , ma senza mai capire bene quel che 
succede: mentre a Georgia non parrà mai pos- 
sibilo di pigliar sul serio — a lei clic cerca un 
uomo — un simile spasimante che ha Tappa¬ 
rella di un fantoccio soltanto. E quel che più 
fa tristo Charlot è la dolcezza dei suoi sogni. 
Rasi a a farci Ìmma®itmre come egli viva fami- 
elianncnt»' coi fantasmi del suo desiderio, il 
sogno della notte di Natale, quando sulla ta¬ 
vola apparecchiata in onore di Georgia e dolio 
sue amiche che gli si sono invitate a cena ed 
ora mancano al convito, a’addornionta come un 
himlx), o bc le sogna attorno in corona nou £ià 
allettanti fanciulle-fiori, ma, fresche o dolce- 
meni© ftimervatc come urhiiBti, jrunes fìlles en 
fi tur». 

Georgia è il segreto polo magnetico di questa 
ultima o|>ora di Chaplin; come il Kid lo ora 
stato ma in un modo molto più segreto di quel 
che Tevidanza del titolo por in© tiesse a tutta 
prima d'intendere Tutto il Clownesco o, più 
preci sa ino lite, pur dirla cogl'in girali : thè elow- 
ning — serve a Chaplin, anzi gli è necessario 
per ragioni di equilibrio, di economia. E 1 la 
precisioni; degli esercizi di superficie chi: gli |xt- 
mctte di pescare così profondo coi suoi tuffi. 
Ogni perla che riporta a galla la «'-opre vin¬ 
cendo mia partila serrata col caso. Ha un bel- 
l’nsscrire che tutto in lui sì ridile© a quel clic 
chiama istinto ihnmmntù'o {'osi perfettamente 
lo é andato addestrando da giungere ad un’as¬ 
soluta scioltezza c indipendenza nel suo doppio 
giuro fuori c sott’acqua. 

Chiudili può perciò lasciar credere eh© la F eh. 
lue drtl’fìiu sia mi titolo adeguato e abbando¬ 
narsi alla conclusione nuziale del havpg *vcr 
altn\ Qind che conta e rimane insoluto, c anzi 
solo così può durar©, è il gorgo di tenerezza che 
unisce Charlot a Geòrgia © «d un tonrno no lo 
separa il tornii della solitudine «t rii esento che 
si alimenta di sogno. OnESTR. 





IL BARETTI 


Pag. 93 


LETTERA APERTA 

a un “ ami de l’Italie „ 


Ebbi, giorni fa, un volume, intitolato l.t 
JAon A ih, nello consueta uniformo dui romanzi 
editi da Pioti'Notimi. Siccomu esso porla ài vo. 
slro nomo nulla copertina, « aveva il vostro gra. 
TÌ090 biglietto da visita tra le pagine del fron¬ 
ti#) fello, suppongo che me lo abbiate fatto man¬ 
dare voi, a fini reccnsorii. « Il niio libro — vo» 
avviò pensalo — è «li ambiente italiano, ed in 
esso si parla dell*Italia di oggi con simpatia 
Afaiidiamone molto copie, por recensione, lag¬ 
giù. Ricevono così di rado libri in omaggio da¬ 
gli uditori frimcwi! Resteranno lusingati, ed 
avrà gratis dello colonne di rÉnunsiom: sui gior¬ 
nali italiani, mentre sui giornali parigini mi 
tocca pagare gli Sebo* hUnuree un tanto la 
riga, come lo invurzìonì matrimoniali ». 

Ed ueeovi accontentalo, signore. Questa co¬ 
lonna non vi costerà niente. Niente, iti spianto 
a denari 

Voi siete, dunque, un annuirà toro dolPItalia, 
un inni ih V finite, come si dice. Pretendete, 
jxjì, di amaro l’Italia vivente, 1’lUlia della a- 
■ziono, non quella morta, dui musei ; descrivete 
cortei o sagro, uomini jk >1 iUici v ricevimenti uf¬ 
ficiali c vi augurata blie ben presto, anche uel 

v Ohi io parse, cioè nel Belgio, si produca un rin¬ 
novamento nazionale sul modello di (piello ita¬ 
liano. Noi ci compiacciamo, signore, di queste 
vostri giudizi e di questi voti ma vi provenia¬ 
mo che non bastano a farci scompisciare di nm. 
mi raziono per il vostro romanzo, come forse voi 

vi siete lusingato. Non tutti gli italiani hanno 
•quella debolezza di vescica letteraria, su cui voi 
avete contuto. 

In qualità di •/imi ih V Italie », avete deciso 
di aerivero un libro sul nostro paese. Tutti gli 
ih VIiatU * scrivono dei libri sul nostro 
paese. Un libro. Un romanzo. Questo romanzo; 
in cui avete messo a jwrtiito tutti gli spunti di 
qualche vostro viaggio fra noi, e jicrfino le dici¬ 
ture delle cartolino (illustrate : e poi, la terrazza 
•del Pincio, donde si vedo « In ville imperiale t( 
«nini e ■ ; San Pietro, con la colonnata del Ber¬ 
nini, uyni premi (finis /rs gramis bras ì'huma- 
nif » ; il Ristorante del Castello dei Cesari, giù 
affreschi riscojxnti alla Chiesa di Santa Saba, 
lo isole di Dalmazia, Zara •qui bri*r set mu - 
traili es pour tnieiix respira- VItalie », la gondola 
•dall'Hotel Danieli, e infine il Lcono Alato di 
Zara, con la inscrizione dannunziana. TouU VI- 
falir, la quale, per un romanzo, è sempre un 
bel terreno, por quanto un pò battuto, per quali 
to un pò troppo sfruttato, da Maurras a Va¬ 
léry, do Barrès a Paul Jean Jouvo, però sempre 
un gran bel terreno per un francese. 

E infine, nel vo 9 tro romanzo, avete messo una 
donna jtulliana, la signora Clara Noria. ],a pri¬ 
ma volta che l'avete incontrata, vi siete com- 
jwrtat© in questo modo: ■ Je regardais soli vi sa . 
gè, gin était gtàcr ed droiture, et soli front de 
Dotticeli (sic), et set geux i ì hi Unteti ih (sic), *o 7 * 
mentoli i-ornain, West cela qur se eherehais hie.r. 
UUe ftnit VItalie et Dome. Jr toitgeait: Troie 
mille. an$ de eivilitntion/ Afille ans de pio* gue 
vons, prut-ftre... » Ecco cosa guardate voialtri 
ami» dr VItalie, nelle donne italiane Eeco cosa 
pensate voi, quando una bella donna italiana 
vi {musa dinanzi : agli anni di civilizzazione cho 
essa rappresenta. Afille di più, o mille di meno... 
(Et Ics cuisse»? Dea jolio# cuisaes, ile vous imo- 
resse pas, Monsieiirt Oh, tenez, nous avions tou- 
jour panne «pie 9 » vous intei esse beauconp; nous 
y altachons beauconp d'imporlanco, c’est un 
tradition ioni ai no, chez non», de jxznser aux 
cuissos auisst, Ics troia mille ans de nòtro civi- 
liatìous ne nona aiolirdisseiil jwi 9 en cela, ah 
noni Mutue oh parie <!•} cuissos dans mie chan- 
aou guerrière asaez répandue, qu'on ehantait au 
front, et su ioti laquellc lea ciiìsscb de la fntnme 
de chambre, d'mie féimnw <le chambre symbo- 
lique, ev idem meli t, on voudrait Ics fai re servir 
cornine «ringhiere del mio calessino...» Remar» 
quoz Pliardiesse de cotte imago, monaieiir, fa 
ponimi! vous otre utile pour un antro livre). 

Del resto poi, quando oravate con la «ignora 
Negli, CInr,i Noati, non pensavate sempre e con- 
tÌMuamcule a quei tremila anni di civilizzazione, 
di cui l’avevate falla, alla prima occhiala, rap¬ 
presentante e gerente. Una volta, rilevo a pag. 
1 IO del vostro romanzo, vi siole accorto che « snn 
éfxiule (uìsaif, ti donce tons le baisrr si pur dii 
rii 7»; un’altra volta, voi dite a pag. 129. nsout 
V Muffe da fégrr manlrntt gii'elle porfaif tou- 
j riurs ni ville sur sa ut ben, jr gonfili un instimi 
Ut rondali- dn firn/ nu, mi'altra volta, so tra¬ 
vere la Muffe* mincrs — eli, eh, sempre questi 
contatti illeciti! — «un eorju tonelavt Ir miai-, 
un'altra volta Io avete detto: Iniste; tuoi re- 
g/irihr vox geux* ; e io e redo, signore che anche 
nel vostro jxicsl-, qua mio si avverte solenne¬ 
mente unii donna di lasciarsi guardare negli 
occhi, vuol diro che le si motto lu mani sotto 
la gonnella. Ma per vedere, sentire, guardare, 
o fare queste cose così semplici, così ordinarie, 
cosi di ordinaria armili lustrazione amorosa, mio 
Dio, vi ce ne vuole a voi dello «forzo, o dei pa¬ 
norami italiani, c dei ricordi romani I Non jk>- 
tevate guardarle le simile lucenti, se lo yacht del 


Illustre signore Viene Mnthomh, 

4. Due dii Mrridirn linixrllfs 

vostro innovo vaga Mudo non era in vista dello 
coste di Dal mazut ; non potevate tasteggiarle — 
mais ohi, mais oui, al lana, c'ctait Ilio» cela! — 
non (tote vatu tasteggiarle il braccio rotoli detto, 
so non oravate circondali dell’oflhivlo mistico 
del Battistero di Spalato; non potevate sentire 
quaiit‘era sòda, se non eravate dinauni agli an¬ 
geli o <n salili degli affreschi di Santa Saba, 
sull' Aventino, e fin per guardarla negli occhi, 
cioè — conio si spura, per il vostro onoro — 
per metterle le mani addosso, avevate bisogno 
|K*r mobilitare tutti i ricordi Adriatici, c di 
dirle elle i suoi occhi avevano ■ In roulrur ih 
/ Aurini igni , Miri, inai, da quando leggo ro. 
manzi, c romanzi francesi, assistetti a uua così 
completa utilizzartene di tutto il mio paese — 
monti c mari, monumenti e uomini — conio sce¬ 
nario jwr le iniziativa amorose di uno scrittore 
fr(inceso; nini, mai, vidi mettere così molliliuni 
mente a partito, conio'ingredienti o comico nc. 
cessnria ad una azione eroi iva, da parte di mio 
straniero, i confessionali delle nostre chiese, lo 
font: battesimali dei nostri duomi, la cronaca 
|H>)itieii dei nostri giornali, le canzoni della no. 
atra gioventù, le corazzato della nostra flotta, 
e l'ombra dei nostri monumenti. Perfino quan¬ 
do raccontare come, e in (pia) modo, la signora 
Cium Nesti vi fece capire che assolutamente 
non vi voleva in camera al Uniiiefi, voi avete 
bisogno del Leone Alato di San Marco, del Vax 
tdn 1/ uree Evangelista (/imi, e delle memorie 
di Venezia dominatrice dell’Adriatico ! Domali, 
do e dico, se <*’<» bisogno di smuovere tanta bell* 
o gloriosa roba italiana, jwvr dire che quell* 
notte non vi siete inesco un desso il vostro pigia, 
ma di seta più elegante; quello delle grandi 
occasioni , domando e dico se si può essere più 
saturi, più infarciti, più marci di cattiva lette¬ 
ratura sull’Italia, di quanto voi siete, signore! 

Questo appunto, vedete», offende gli italiani 
di gusto non volgare-, nel vostro libro, c iu tutti 
i libn come il vostro, pur messi insieme con le 
migliori intenzioni di farci piacere, di farci o- 
uorr. Questo: die voialtri considerate l'Italia, 
un pò, come il migliore ambiente, il migliore 
dècor, il miglior contorno, )>cr un romanzo qua. 
lutique, )>er una qualunque storia d'amore, 
quasi sempre inventata a tavoliino; che, gir* c'¬ 
rigira, voialtri capitate qui da noi, in corj>o o 
in ispirilo, sempre in viaggio di nozze, o con 
la moglie legittima, o con un* signora Nesti 
qualunque, e elle por giunta, quando onorali» 
dei vostri sguardi una donna italiana, non con. 
tenti di guardare la donna, c di godercela, fin¬ 
ché lei ci sta, volete, c pretendete, c date ad 
intendere, che quella donna rimboleggi l'Italia 
e Roma- o l’Italia del Rinascimento, o l'Italia 
doi Borgia, o l'Italia dei Cesari, o l'Itslia dei 
Comuni, o l'Italia del Settecento, o quell* qua- 
lunqiin Italia su cui voialtri avete lotto più li¬ 
bri, e vi siete fatti una coltura specializzata. 
Vie, |>cr esempio, signoro, avete letto qtmlcho 
giornale e qualche opuscolo di propaganda fiu¬ 
mi» un o dalmatica o nazionalista, e vi siete 
messo ili capo di presentare la vostra Signora 
Ncrti come sinilxilo dell'Italia rinnovai* del 
dopo guerra - ■ rffì rtmt VItalie rovinine, jenne, 
ni usrhr, nUniife , jo gente, pure tl sai ut r, ; « èffe 
avnit h graie de Dome »; siile itnit une jeune 
Vietane ionia ine », Cosi, quando voi vi compia¬ 
cete dilungarvi a descrivere come le sentivate 
tl braccio sotto la vesto o le ginocchia * tra. 
verso •hs ituffa iiiiaecs » ; volete presentarvi 
non solo come profittatore di tutta quella gra¬ 
zia di Dìo in carne ed ossa, ma quasi come a- 
mante dell'Italia romana, del genio di Roma, 
eccetera ; non vi contentate di fiori ire con una 
donna di ciccia, no. vorreste flirtare anche con 
una giovane Vittoria Romana, accompagnali- le 
vostre velleità amorose con le diteti aioni intel¬ 
lettuali; vorreste ingomma, descrivere come voi 
avete cercato di fare all’amore con una bella 
signora d'Italia, e come avete anche fornicato 
con il sìmbolo dell'Italia. Noi erudiamo, die se 
davvero foste diventato l'amante di Clara Ncrti, 
non vi sareste appagato, no, ni una camera di 
albergo qualunque: ma una volta avreste vo¬ 
luta possederla in un angolo solitario ilei tetto 
del Duomo dì Milano, un'altra volta sul t.-iraz- 
zino dell* Torre pendente a Pisa, un'altia volta 
in una delle «Cento Camarille » della Valle 
Adriana a Tivoli, uii'altra volta sotto hi tettoia 
del Lapis -Viger nel Fòro, e oo*ì via, avreste 
voluto consacrare col vostro amore lutti ì più 
famosi asterischi rie! Jlaearl-rr, e avreste messo 
•insieme, «o non un figlio, un nuovo libro suj- 
l'Italia, il paese degli amori decorativi e mo¬ 
numentali 

E noialtri «'intende, gente d'Italia, a far 
quel tale mestiere. Perchè questa, m fondo in 
fondo, è pur sempre l'idea che avete di noi ; e 
jMjvorello, avete bel farci dei compiimeli!i, a 
proposito n a sproposito, tnnt'ì ri cascate, e 
il chiodo, cho gli italiani sino con tentoni di 
servir da ruffiani, non vi «ì sconficca di capo. 
Oltre tutta l’aria del vostro libro, basta un epi. 
sodio }>er provarlo Ecco coniò voi descrivete in 


«he modo incontrate l'amato bene in una chiesa 
di Roma 

» l.n jutrtr dr hais etaif fenuir Jr /rapjxtt foU, 
San* dante fa gnrdtcnne. dornunt. Xon jais. Un 
large mutai! s'ouvnt autsitot. La neilh frm- 
ine distili : 

— Signor, fa Donno est fa de/mis longtempt. 

— h'Ur in'nttend / lui dn-jr rn > innt. Foici 
ring lira, faissez-moi prier». 

Ebbene: vi diremo, signore, che degli appun. 
Lamenti iu Chiosa nc abbiamo, modestamente, 
avuto qualcuno anche noi (c'c-Rt une tradition 
dr In eivilisation romajnc, ga fait pcul-ctrc 
troia mil ans qu’on fait 1’nmonr dans Ics ègliso 
md idi* piu* que chez vous) ; ma donnette, che 
facessero da mezzano * questa maniera, « cosi 
alla svelta, e cosi alla prima, non nc abbiamo 
incontrate mai, mai , mai. Soltanto voialtri 
francesi, nini* <h VItalie, quando capitato quag. 
giù, le trovate al fiuto, o forso le inventate, 
per quella vecchia idea che vi fate di noi, di 
cui più sopra si dùceva Trovate tante altro 
cose, che non esistono' Trovale, per esempio, 
(jxig. -17) dei vetturini romani che vi trattano 
di Eccellenza ; giuriamo che non è vero. Trovate 
(pag. 158) dui soldatii che vanno attorno in li¬ 
bera uscita, e possano, « firn, mangmnt det 
gelati», c anche questo, giuriamo che non ò 
vero, |K»r la doppia ragione, che non si può 
pulsare «fieri», mentre si mangia un gelato; e 
porche i soldati italiani hanno, s© |x>rmctteto, 
una elementare nozione della disciplina, ohe 
vieta ad ossi di passeggiare leccando sorbetti. 
Nc trovate Unte, di queste cose agre, che se poi 
cc diceste anche conto volte di più che siamo 
discendenti di Roma, i denti, a noi, restano alle¬ 
gati lo stesso. Come ri è successo col vostro ro¬ 
manzo. 

E abbiamo finito. 

Ah, ancora una cosa. In italiano, si scrive 
« piana • e non * pinza», conte scrivete voi; 
•min rari min », e non •unti earozzt » ;• amari*, 
siino .1 dnotien », o non ♦ amarissima ,-l dr iati co » ; 
o i fasciati cantano * Uiniàneua, giovinetta», 
e non • Giorenitta, giovrnitta ». ehà per fargli 
trovar Ih rima, bisognerebbe dir poi « bellizza », 
o non sta. Sono piccole mende; in mi capolavoro 
passerebbero. Ma il vostro romanzo, che non ò 
davvero una bellezza, e neppure, poverino, una 
bellizza, ne resta schiacciato 

Abbiateci, signore, con molta gratitudine per 
il gentile dono, clic resterà fra i più cari ricordi 
della nostra attività di pubblicisti 

di Voi devotissimi. 


La Poesia di 

Gainsborough 

In un’epoca in cui il suo grande rivale, l'in- 
t(.‘ingentissimo Reynolds, creava per gli in¬ 
glesi una scuola di pittura c» di cultura arti¬ 
stica, il destino di Gainsborough fu dì lavo¬ 
rate contro corrente. Seppe trovare la sua 
strada (puri magicamente, nonostante la not¬ 
te- Nel »uo buon gusto c’è più l’indovino che 
l'uomo di cultura: tra i fiamminghi (Rubens 
c spccialinc-nU- Vali Dyck) cercò i suoi maestri, 
ma l'idea fissa della sua nostalgia gli fneeva 
sognare gli italiani clic avrebbe trovati iu un 
viaggio iu Italia, mai effettuato. L'amore per 
i toni più fi escili dcll’anibigun giovinezza di 
Tiziano et soiprende appena si entri nella 
grande sala della National Gallcry o a Wal¬ 
lace. 

Anche Hogarih lavorava contro eoircntc 
tra tentazioni lettemi io, approssimazioni pit¬ 
toriche e trovale ili polemista, ma Dogatili fi 
un uomo antico, consolato dal suo umore bi¬ 
sbetico, dalle sue arrabbiature di moralista, 
dalle canzonature stesse clic giocano al suo 
buon sen-o. 

In Gaiu-;borougb si .sente una inquietudin. 
di decadenza, una malattia sottile di inconten¬ 
tabilità Solo la pittma e In musica ikvssomo 
dargli un sorriso [meato, non nutrito di tristi 
presagi e di commozione dolorosa 

b.’ Fari sta moderno sereno e inconsolabile, 
tngunio e sottile, lavoratore assiduo e insa¬ 
ziato li' pittore nato (ma non pittore facile) 
Non su rive, non teorizza, non cede alla vita 
di tutti i giorni L’istinto, messo dinanzi a uin 
tela, sa dove vuole airivare: e non vi urlivii 
mai. per la tenerezza ch'egli unire ansiosa¬ 
mente per l'inlffabile. Così le sue rieciche, 
non mai tuoiithe c non mai organizzate, non 
Inumo toccata la sua pincili, quella |>oesia che 
lo teneva lontano tini pei feltri mestiere di 
Reynolds 

Non si riesce a pensaic chi Gainsborough 
poto se fare in un anno i cinto ritiatt' clic 
fece Reynolds. Pensoso e inalveino anche ri- 
I- tendo on foggi Ito egli aveva bisogno elio 
lo >ediue l ‘se il mistero di una nuova freschezza. 

Cercò dunque trepidamente i misteri dei 
suoi paesaggi idiìLci comi delle sue donne sot¬ 
tilmente enigmatiche: c nulla è più enigma* 
tiro della semplicità di quevt’iiomo di poche 
idee, non raffinato, non intclleltunlc. 

Si jk-ii»-:i alla Mia fancinlK/za in una mode¬ 
sta famigba di provincia. Una famiglia iutel- 
ligentiVriina; pache c madre quasi artisti, due 
fratelli inventori Gli una macchina a vapore 
e di un aeroplano) Cori da uni piccola borghe¬ 
sia aperta, singolare, sono venuti quasi lutti 
gli altri. iTogarth, Reynolds, Tmuer. Nessuna 
educazione letteraria pesò sulla loro ispirazio¬ 
ne, invece una Mugolare nolvltà l- ri* 

ccvevano dalla loro classe, e nelle famiglie- non 
trovavano contrasto nm orgoglioso consenso. 
Si sa clic il padre dì Tnuter sì votò a conser¬ 
vare i quadri del tìglio. 


Nella felice giovinezza Ispirazione de) Gnins- 
borough si annunciò infallìbile: lu leggenda 
ilice clic a quattordici anni aveva disegnato 

tic» i |..<cse. Messo a guardia dell’orlo ]>a- 
tcrn.^ .o schizzo che egl; fa in pochi secondi 
di un ignoto venuto a rubare servirà per farlo 
riconoscere od arrestare. Per fuggire la scuola 
c nudare per i campi sa imitare impeccabil¬ 
mente la calligrafia paterna. Poi, sposato fe¬ 
licemente, rinnova a J.ondi a questi prodigi, 
diventa l’idolo dell'aristocrazia. 

Ebbene, questa non è che un'immagine del¬ 
la sua biografia. In questa leggenda goethin- 
na ci riesce im|K>ssibile sapere che cosa pen¬ 
sasse quest'uomo pel nulla goetlqano. Ci pia¬ 
cerebbe immaginare nn'allra leggenda più in¬ 
telligente: la tristezza del mio esilio tra gli 
uomini, la sua indulgenza affettuosa, la sua 
fedeltà all'arte c la sua sofferenza costante c 
siiieera sotto {'aspetto sereno e il gioco infan¬ 
tile delle emozioni da cui si lasciava pren¬ 
dere. 

Questo disegno della sua sotterranea sensi¬ 
bilità tiova forze una conferma nelle parole 
che disse n Reynolds morendo: * Noi andre¬ 
mo lutti iu ciclo c Vati Dvck sarà lassù t » 

Non sapeva trovare nella vita di tutti i gior¬ 
ni. come Reynolds, una pace laboriosa. Lo in- 
segnìva a Londra il ricordo ilei campi, l'idea 
del paesaggio. Era disgustato di ritratti. «Ahi¬ 
mè ' queste belle dame, con il loro « thè » i 
balli, la caccia al marito, ini ruberanno i mici 
ultimi dieci anni, c forse senza neanche tro¬ 
vale marito «. 

Non poteva piegarsi al mestiere, quando 
tutta la sua arte era fatta di intuizione pitto¬ 
rica del non compiuto, del mm chiarito, del 
non facile. Cosi le sue ricerche tecniche furo¬ 
no sempre umili e misteriose. Spesso dipin¬ 
geva di notte alla luce delle candele. Le que¬ 
stioni di sensibilità e di armonia avevano 
per lui più fascino che il problema del sog¬ 
getto: e non cercò mai quadri storici o mi¬ 
tologici. 

Le donne di Gainsborough non sono meno 
sensuali o mondane di quelle di Reynolds. Di¬ 
stinguere così i due pittori per varietà sciiti- 
incutali non sarebbe molto arguto Invece le 
donne di Gainsborough sono più limpidamente 
taglienti, più (Estinte c distaccale. Onde il loro 
aspetto di riserlzo, di finezza aristocratica, (li 
sconcertante lontananza. Bisogna che questo 
pitto!c di paesaggi ambigui sia esaltato dalla 
bellezza delle principesse clic dovrà ritrarre. 
Allora c’è il miracolo clic dice Ruskin : la 
mano di Gainsborough leggera come una 
nuvola, rapida corttc la luce di un raggio di 
sole. Verdi/a, Mrs. Sìddons, la famìglia Baillic 
sono le opere di questo miracolo luminoso. La 
figura di Mrs Robinson. Verdita, in di' io'/ 
6 lane, come dice un critico francese, resta in¬ 
separabile dalla sottigliezza sconcertante del 
suo pittore, un primitivo europeo, un caposti- 
pite senza passato eppure nostro contempo¬ 
raneo. 

Il segreto dei suoi toni d'argento e dei suoi 
colori freddi appare un poco nel suo metodo 
di osservazione di espressione Si affidava al 
proprio scrupolo por nttcndcie il momento fe¬ 
lice e ispirato. Trasportava laidi lo studio sulla 
tela definitiva, da più studi preparatori ad 
olio; fot univa con temporanea meri te tutte le 
parti del quadro, c le portava avanti, come di¬ 
cono i pittori, insieme nel ritratto lasciava 
incerta la testa, senza impazienza, finché ve¬ 
nisse il momento giusto, il momento dell'inef¬ 
fabile come egli doveva credere, timido cer¬ 
catore. 

Arte così trepida c ritrosa pare votata alla 
salvezza dcll’amtnn c della nascosta poesia : 

« Noi andremo tutti tu ciclo c Vati Dyck sarà 
lassù >». 

PIERO GOBETTI. 

G. B PARAVIA & C. 

Edllori-Librui-Tlpagrafi 

TORINO ■ MILAflO-FIRENZE - ROKA • NAPOLI - PALERMO 

Biblioteca “ Storia e Pensiero „ 

S»ra»no compre»! volumi eh» non almo d| •Ingoi* mlnul» 
rictrrh» sopra particolari quriltl, m« che «ffronllno problanl 
Sanerai), c presentino In lui!» la sns compiuteti*, ed In forra» 
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Preghiamo culdnmsnto gli «mici di rcrtpin- 
gerì» il giornale •> di Inviarci l al'banamento e 
noti conosciamo amici Ver all'iofuori degli ab¬ 
bonati . 



Pag. Oi 


IL BARETTI 


OPERE E C1ANCE 

Propositi d’eccezione 

Fallite le sue trattative col Piatti, il Stiva, 
giovane autore miope e biondo, non st tcorag¬ 
gio ; e *» recò dal Lembo che, protiimo alla qua¬ 
rantina, era il primo cronista d'un quotidiano 
della etra. 

Il Lembo lo ascoltò con un *o« rilino pacato: 
erotte il capo: t poi, facendo ciondolare tra il 
pollice e l'indice gli occhiali : 

— Tu tri —gli ditte Vineffabile prodotto 
borico del tempo noitro. T'u vuoi fondare un 
teatro d’eccezione. Venl'anfii fa, invece, avrei/» 
vo/uto fondare una nuova rivista letteraria. 
Forte tra t'OU’artnì i giovani Silva vorranno no¬ 
bilitare la cintmatngrafùi o la radiotelefonia 
con intenti d'arte tratcendentalc : e dopo altri 
venti la nuova generazione dei Silva tornerà 
forte all'idea d'una nuora nvitta letteraria. 
Ah, questo teatro italiano, a detta di molti 
tanto vittorioto e fecondo, dì quanto nude è 
jiadre/ Almeno, veni'anni fa, import urtavate, 
tiri tanto un tipografo r dei probabili abbonati ; 
ora v'occorrono un locale, degli attori, degli sce¬ 
nografi, e, quel rh’è più grave, un pubblico vero 
e proprio, in carne e otta, che tt pretti ad atcol- 
tarvi. 

— Intomma, tu non vuoi saperne, 

— io ton ditfiotto a venire nel vostro tempio 
per farvi la comparsa, il bigiiettorio, il mac¬ 
chinino, la maschera, il cassiere, il trovarobe, 
1 / maldicente, lo scenografo ; tono dispostissimo 
a non venir mai alfe vostre rappresentationi e 
a dirne un gran bene: ma ti avverto che io la 
pento esattamente come il Fiacri. 

— Quell'imbecille !... 

— Sissignore, sissignore. Dei nomi del vostro 
eventuale repertorio il /Vacci ricordava sol¬ 
tanto Ibsen e Pirandello, Non mi Z stato diffi¬ 
cile di ripetergli gli altri: Summit, Crotnme- 
tgnek, Vildrac, Claudel, Strindberg, Maefer- 
litici, Kaiser. E te ancora aggiungo Sfinir e 
Levormand, e magari U malinconico autore di 
una Sacra R a ppreseti turione, credo d'aver bell'e. 
definito il tuo repertorio '/'eccezione. 

— Rh ni, presi'a poco, 

— L'ottimo Fitteci, mve.ee, dice che un tea¬ 
tro d‘eccezione o no. non può reggerti sema 
Srribe e senza Sardou. lo dico che un teatro 
d'eeretione, veramente ./'eccezione, deve rap¬ 
presentare soltanto i drammi tirilo Scnbe e del 
Sardou : e del Llemstein e del flottami. 

R 1 con ciò il Lembo, truce e severo, aveva 
insaccato le mani nelle tasche dei pantaloni, 
aggirandoti a gran fiossi. Tanta ferrea convin¬ 
zione emanavano i tuoi atteggiamenti che il 
Silva t’rra lantiicchiato sulla tua tedia, uri pò 
impensierito-. 

— Carissimo Lembo, io ti ringrazio e tpero... 

— E sta' sr.tluto, chi- non ho finito/ -— e ri¬ 
cacciò tulio sedia il Silva che incominciò a farsi 
crocchiare le nocche delle dita, con un condi¬ 
scendente torrisino. 

Il Lembo, ora, Fera /erma/o come estatico, 

10 sguardo al soffitto, le braccia alzate sopra il 
capo: 

— Ah, io sogno Vinterpretazione di Dora o 
le Spie- con luci psicologiche, scenari sintetici 
e atteggiamenti ieratici / ,l/a pensa a quello che 
dev'estere il cotidetto dramma borghese *m«n- 
ffilate, della scenografia /rar/iziona/e, dei gran 
getti, degli urli, delle lacrime e dei torri fi trop¬ 
po eleganti! Recitare ogni tota con pautt e. si¬ 
lenzi interminabilmente significativi : giacchi 
tra una battuta e l'altra per la piu avvengono 
Udì rivolgimenti pticologici, tali ovvii tremendi 
trapassi che, a volerli veramente giustificare in 
una loro euritmia, bisognerebbe, talvolta, frap¬ 
porre tra una battuta e l'altra almeno un otto 
intero. R quali nuovi effetti si avrebbero, quali 
impensate meraviglie quando un direttore di 
teatro veramente degno di quel nome consa¬ 
crasse ogni sua cura a battute come questa: 
• La carrozza del conte dovrebbe estere in giar¬ 
dino, dove Gastone giuoca al tennis con Ltlia- 
na, da poco tornala dal collegio; forte perciò 
Marina non t’i ancóra fatta vedere». Ah, tutte 
queste Marine, .1/arre, Luise e Annabelle, que¬ 
sti Castoni e (fiancarli con tutti 1 loro cognomi 
morbidi, generalmente al plurale/ Dir loro: 
questa i una fianca, quello è un fondale verde: 
quindi riamo in un giardino, coti come ha 1 * 0 - 
luto il vostra autore • pensate e parlate. R pen¬ 
sate prima di parlare. Riuscire a rappresentare 

11 ve.ro angoscioso dramma di ogni personaggio 
costretto a pronunciare proprio quella sua tal 
battuta! 

/I simili sfuria! r il SU va em avvezzo; e d 
Lembo continuò, accennando col dito a un'al¬ 
tra sottile posubdità del suo metodo: 

— E eonternjsorancamente non trascurerei le. 
ultime primizie. Ambientare una buona volta 
1 drammi del Rosso di S. Secondo tra ternari 
realistici, con un tono dì recitazione borghese., 
pacata e noncurante ; parlare delle zolfarc e 
degli allucinati ttinnenti tirila carne come <li 
cose risapute e ristucche,, far yiarlarr gli tolfa- 
tari e le avventuriere come uno zolfntaro o una 
avventuriera qualunque, Smontare ogni cere¬ 
brale qui prò quo, svelare fatta Faridità di 
molte farse metafisiche ; togliere la romice al 
giovane teatro per appenderlo in quella tiri so¬ 
lito boccascena: e mostrarlo qual’è. Queste sa¬ 
rebbero imprese sacrosante e stupende/ 

— Con le. tue. ironie nè FAntoitie nè il Co¬ 
prali non sarebbero riusciti a nulla. 


— Il tosidetto vecchio teatro con tutte le tue 
fronde, storico-decorative — che io disprezzo, 
ma non e c cuti vomente — ha radici saldamente 
infisse, nei gusti del pubblico che Ftdimentano; 
e non crediate di poterli mutare offrendogli 
qualche mediocre spettacolo che talvolta lo de¬ 
lude, talvolta lo disorienta, ma ehc lo fa /mi 
tempre /ornare piti fervido alle tue antiche 
fiat noni, /'cren), non conosco tratri meno tF ec¬ 
ce none del Teatro Libero, del Teatro d'Arte, 
del Vietix-ColonVbior e «/W/'Indipondcnte. 

— ;1/« anche noi... 

— Fon è vero. Ver fot sarebbe un successo 
iì. nutrire a decorare la vostra sala come quella 
d'un tabarin o d’un bar americano : t il darri 
delle luci e delle scenografie, degne d'un bar a- 


• Lo Chopin della letteratura russa » lo definì 
/a Kaltonòvskaja. E Concetto Pettinato, nel suo 
libro su • La Russia e 1 Russi nella vita mo¬ 
derna*, gli attribuì come qualità dominanti il 
lirismo delicato, la malinconia dolce , la musica¬ 
lità dello stile. In femminilità del temperameli, 
(o, la tendenza alla rassegnazione e. olla rinun¬ 
cia : tatte qualità che lo renderebbero in grado 
notevole rappresentativo de / ino 7 topaia Questi 
giudizi, che sono del 1914, non eiaiiriseono l'ar¬ 
te di Zàjtscv -— la ctifMi e selvaggia tragicità 
umana del racconto di lupi che pubblichiamo 
n’è farse NN<t prova — ma tono , in coni filetto, 
esatti. Xàjtscv non è il poeta della lotta, della 
ribellione e dell'azione ; è. piuttosto quello della 
intimità dolorosa o gioconda, dell'idillio sereno 
e della nostalgia coiti e in piativa, del dolore chiu¬ 
sa c della gioia espansiva, della felicità a cui 
bastano un raggio e/i sole e una fiamma d'amore, 
spesso delle passioni rhe si filaci}no in una sfera 
più afta di rinuncia e. di conciliazione. 

Fon» Zàjtsev ha 45 anni, essendo nato nel 
1881 (ad Orjòl ; uno dei cèntri, con Mosca c 
Tuia, di quella regione ch'egli stesso chiamò 
sfa Toscana russa*). Fuhhheò d primo racconto 
a vent'anm. Un suo volumetto di novelle assai 
varie, dal quale son tolti «/ lapis, fa stampato 
nel 1906 dalla rasa Scipòvnik, editrice, poi, dei 
dei famosi • A l ina ilare hi let/crarin-urtistid », ai 
quali Zàjtscv eolfnborò assiduamente, anche con 
la versione di « Cocur aimplo» di Flaubert. Fa. 
reechi altri volumi di racconti, in jxzrte di sog¬ 
getto italiano, un volume di neon/» d’Italia e 
un romanzo, * Terra lontana*, pubblicati so. 
pratutlo dati' editore (irzebin, apfiarvero succe ». 
si vaine nte. Dal 1921 circa, Zàjtse.v vive ail’cste. 
ro, collnboràtido alle riviste russe così il ette 
• dell'emigrazione », specie alle monumentali 
■ So veemènti)'; a ZapÌ9ki» (• Annali Contempo¬ 
ranei*) di Fungi, da ultimo con una bella rie. 
fabnrazinne della leggenda cristiana e romana di 
F. Alessio •.Uomo di Dio », tanto fiopolare in 
Russia ancora oggidì quanto nella Francia del 
Mrdioevo. .Ve/ 1920 lo troviamo in F r ovenza. 
Frese affluente dev'essere a Riga, direttore let¬ 
terario dellu rivista «Perczvòny» (• Lo sennijxz. 
filo*). //, lui si hanno in italiano, oltre a » La 
morte», già citata, • La sorella» e J campi e^ 
lui», infine uno studio *\s « La letteratura russa 
contemporanea », tutte traduzioni del Lo fiatto 
(rispettivamente in • Delta», Fiume, 1923, ri. 5; 
« M ezzogiorno », Napoli, novembre 1923; •Rus¬ 
sia*, Roma, 1923, n. 3*4). Di Kòfisco pubbli¬ 
cherà un volume di racconti scelti la nuova casa 
editrice » Flavia» dì Torino. 

Durava già da una settimana Quasi ogni 
giorno li accerchiavano e prendevano a fucilate. 
Scarniti, coi fianchi pendoli, ilei quali sporge¬ 
vano irosamente le costole, con occhi intorbi¬ 
diti, simili a non so che fantasmi sui bianchi 
gelidi campi, essi s’insaccavano senza criterio 
dovunque capitasse, non appena venivano sta¬ 
nati, e si buttavano insensatamente qua là, ag¬ 
girandosi sempre nello stesso luogo E i caccia¬ 
tori aparavan loro addosso con sicurezza c pre¬ 
cisione. Di giorno appiattavano pesantemente 
nei cespugli che avessero solo un po' di folto, 
singhiozzavano di fame e si lambivano le ferite, 
ma la sora ai riunivano in brandii e vagavano 
l'un dietro l'altro per gli sconfinati campi de¬ 
serti Un ciclo cupo imbronciato pendeva sulla 
neve bianca, cd essi si strascicavano torvi verso 
questo cielo, che fuggiva, però, senza posa da 
loro ed era sempre ugualmente lontano e fosco 

Nei campi era greve ed uggioso. 

E i lupi «'arrestavano, s'accovacciavano e 
prendevano nd urlare , questo loro urlo, stanco 
a malaticcio, strisciava sui rampi, moriva alla 
distanza di una versta o di una versta e mezza, 
e non aveva la forza di volare in allo verso il 
cielo 0 di gridare di là la loro faine, le ferite 
cd il freddo. 

II. 

Era sera. Soffiava un vento sgradito e faceva 
freddo La neve era rivestita d’ima crostcreila 
secca c dura, clic appena scricchiava ogni qual¬ 
volta una zampa di liqio vi si posava sopra. 1 » 
mi lieve nevischio gelido immlzava ser/xuitelli 
dì fumo sii quella crosta, spruzzando ridevol- 
mente i musi e le scapole dei lupi. Ma neve, non 
ne veniva giù, e non era troppo buio: dietro le 
nuvolo sorgeva la luna 

Come sempre, i lupi si trascinavano l'mi die¬ 
tro l'altro alla testa un bigio e cupo vecchio, 


Menoma o d’un tabarin. Tropfio poco, caro 
Stiva. A meno che non possiate rivelarci dei 
nuovi fiorii, dei nuovi attori e dei nuovi sce¬ 
nografi. 

L’aveva accoltifiagnato fino alla porta. Il FU. 
va scese, le scale un pò 1/116610*0 e impensierito. 
Dal Lembo non aveva mai sperato gran che: 
ma la sua fide era scossa. In quella fioro In « re¬ 
cezione » ora presentiva l'ostile compatimento 
chr la sua impresa avrebbe incontrato m quella 
nttà, in em Forte non aveva mai avntn grandi 
risonanze; e pensò rhe, inveii iFua teatro d ecce¬ 
zione , sarebbe stato meglio accolto un teatro 
sperimentale. Tanto piò che, per fortuna, in 
quella città ancóra non c’era, 

Mario Cromo. 


zoppicante per la mitraglia ricevuta in una 
zampa; gli altri, torvi o scorticati, cercavano 
con ogni cura di avanzare sulle orine dei pre¬ 
cedenti, per non affaticare le zampe sulla crosta 
sgradita c tagliente. 

Strisciavano, come chiazze scure, lungo i ce¬ 
spugli. lungo i vasti pallidi campi, sui quali il 
vento 3Ì sfogava in tutta libertà, e ogni arbu¬ 
sto solitario sembrava enorme c terribile: chissà 
so non avrebbe spiccalo un balzo, se non si sa- 
rebbi* messo a correre, e i lupi rinculavano rab¬ 
biosi, o ciascuno non aveva che un pensiero: 
■ fuggire al più presto’ ci lascino pur tutti la 
pollo, purché io la scampi ’ » 

E quando in punto, facendo irruzione in certi 
orti lontani, essi ti imbatterono ad un tratto 
in un paletto che sporgeva dalla neve, con so. 
pra un cencio diaccio, disperatamente maciul¬ 
lato dal vento, tutti, come un lupo solo, sca¬ 
valcarono il vecchio zo|>|>o, sbandandosi in vario 
direzioni,e fr animivi ti di crosta volarono via 
di sotto alle loro zampe, scivolando con frttsoio 
sopra la neve. 

Poi, quando si furo» raccolti, il più ulto e 
magro di tutti, con il muso allungato e gli occhi 
dilatati dal terroro, si sedette òti modo goffo 0 
strano sulla neve, 

— Io non vado più avanti — dicova ogli sin¬ 
ghiozzando c battendo i denti. 

— lo non vado più, intorno è bianco... in¬ 
torno è tutto hwmco.. non altro che neve. Que¬ 
sta è la morte. E’ la morte questa! 

Ed egli accostò l'orccchin alla neve, come 
ascoltando: 

— Udite !... — disse. 

I più sani c più forti, che, del resto, trema¬ 
vano anch'casi, gli gettarono una occhiata di 
sprezzo e si trascinarono oltre. Ma egli conti¬ 
nuava .1 sedere sulla neve e ripeteva: 

— E’ bianco intorno... è tutto bianco intorno.. 

Allorché si furono inerpicati su per ima lunga 

erta senza fine, il ventò fischiò ancor più ta¬ 
gliente alle loro orecchie: i lupi si raggricciaro¬ 
no, formandosi. 

Pietro le nuvole era Balita in cielo la luna, e, 
in un punto di esso, s’infoscava una macchia 
gialla opaca, che strisciava incontro alle nubi: 
il suo riflesso cadeva sulla neve e sui campi, e 
v’era un che di trasparente c di malaticcio in 
quella mezza luce liquida e lattea. 

Tu basso, in fondo al pendio, il villaggio ap¬ 
pariva come una chiazza ; qua e là scintillavano 1 
lumi, e i lupi respiravano rabbiosi le esalazioni 
dei cavalli, delle mucche, dei maiali. 

— Andiamo là, andiamo 1 — dicevano i gio¬ 
vani — fa tutto lo stesso... andiamo ! — E sgre¬ 
tolavano i denti, agitando voluttuosamente le 
11 anice. 

Ma il vecchio zoppo non jx*rmise. 

Ed essi si strascicarono lungo il colle, allonta¬ 
nandosi, e poi ili sghembo per un valloncello, 
incontro al vento. 

I duo ultimi laurearono ancora una lungA 
occhiata ai timidi lumicini c al villaggio, di¬ 
grignando i dcntii : 

— Uh. uh, maledetti, — mugolarono — uh, 
uh, maledetti ! 

ITI. 

1 lupi andavano al passo I/O nevi inanimato 
li guardavano coj loro pallidi occhi, qualcosa 
dall'alto mandava cupi njflpani, in basso scro¬ 
sciava irosamente la sizza, scorrendo a zig-zag 
sulla crosta della neve, e tutto ciò aveva un 
aspetto come se là, nei campi, si sapesse con 
certezza che non v'ora luogo rio ve alcuno po¬ 
tesse fuggire, e che non si poteva nemmeno cor. 
rcre, ma bisognava star fermi, liner»!, ed ascol¬ 
tare- 

E ora parve ili lupi che il compagno rimasto 
indietro avesse ragione, che il bianco deserto, 
in realtà, li odiasse; che li o dii asse perchè erati 
vivi, correvano, scalpicciavano, impedivano di 
dormire, sentivano che esso li avrebbe fatti pe- 
irre, elio ni era disteso, interminabile, per ogni 
dove e li avrebbe afferrati, seppelliti dentro di 
se. Li invase In disperazione. 

— Dova ci conduci 1 — domandavano al vec¬ 
chio — Conosci Iii la stradai Ci porterai >in 
qualche luogo? — 11 vecchio taceva. 

Ma quando il più giovane e sciocco dei lupatti 
si mise con particolare •inqiatcnza a muovergli 
quelle domande, egli si voltò, lo guardò cupo 
e di 'botto, con una specie di collera concen¬ 
trata, gli diede, in risjxisla, un morso alla nuca. 


I) liijwitto guai 0 si scostò, offeso, d'un balzo, 
affondando sino al ventre nella nove, che sotto 
la crosta era diaccia e friabile. Vi furono anche 
alcune risse, crudeli, inutili e increscioso. 

Una volta i due ultimi rimasero indietro, e 
sembrò loro che In miglior cosa fosse sdraiarsi 
e morir sùbito ; essi si misero ad urlare dinanzi 
alla morto, che lor pareva immiti onte; ma, 
quando quelli che li precedevano, e che ora si 
pran messi ul piccolo trotto in direzione late¬ 
rale, si furo» ridotti ad una specie di filo nero 
clu* appena osallavn v tratto tratto spariva 
nella neve lattiginosa, i due solitari sentirono 
tale un orrore e imo sgomento, sotto a quel 

cielo che cominciava, in mezzo agli spruzzi di 
neve, proprio al di sopra dello loro testo c si 
stendeva da ogni parto, fra i sibili del vento, 
che entrambi raggiunsero al galoppo, in ini 
quarto d’ora, i compagni, benché i compagni 
fossero zannuti, famelici e furiosi. 

IV 

Mancava ancora un'ora c mezza all'alba. I 
lupi atavuno in branco intorno ni vecchio. Da 
qualunque parte egli si voltano, non vedeva 
che musi aguzzi:, occhi rotondi sfavillanti, e 
sentiva ehc |>eiideva su di Imi qualcosa di cupo 
e d'opprimente, qualcosa che, so appena avesse 
fatto un movimento, sarebbe crollato, schiac¬ 
ciandolo. 

— Uovo siamo) — domandava qualcuno di 
dietro con voce bassa, soffocala dal furore. 

— Ebbene I Qunnd’ò che arri ve turno in qual, 
che luogo) 

— Compagni, — ccccvn il vecchio lupo, —-in¬ 
torno a noi stanno i campi: essi sono immensi 
0 non se ne può uscire d’un tratto. Credale 
forse ch'io conduca voi l» me stesso alla rovina? 

10 non so con certezza, c vero, dove dobbiamo- 
andare. Ma chi mai lo sa) — Egli tremava, nel 
parlare, 0 si guardava inquieto ai lati, e questo- 
tremito in un riajxdtabilo vecchio canuto era 
penoso e sgradevole. 

— Tu non sai, non sai, -— guidò ancora quella 
stessa voce selvaggia ed immemore. — Tu devi 
saliere ! — Ed il vecchio prima che avesse avuto 

11 tempo «l’aprir la bocca, sentì qualcosa d’ar¬ 
dente e di aguzzo sotto la gola , a mezzo palmo 
dal viso gli lampeggiarono due occhi gialli, ac¬ 
cecali dal furore, e immediatamente comprese 
ch'era |H:rditto. Diecine di consimili zanne a- 
guzze e ardenti si conficcarono'in lui come una 
unica zanna, gli squarciarono e strapparono i 
visceri, gli staccarono brani di pelle; tutti si 
confusero iin una sola palla che rotolava per 
terra, e lutti serravano le mascelle a! punto cho 
i denti stridevano. La palla ruggiva, c a tratti 
vi luccicavano dentro dogli occhi, vi balenavano 
denti, musi insanguina!/!. L’odio c l'angoscia, 
ohe si esalavano da quei magri corpi lacerati, 
«'alzavano da quel luogo come una nube asfis¬ 
siante, ohe nemmeno il vento poteva disperdere. 
Ma il sinibbio cosparse ogni cosa d'un nevischio 
minuto, fischiò schernevolmente , 0 si portò più 
lontano, ammucchiando la neve in morbidi 
cumuli. 

Era buio. 

Dieci mainiti più tardi tutto era finito’. 

Volteggiavano sulla neve ciuffi di peli strap¬ 
pati, chiazze di sangue fumicavano lievemente; 
ma ben presto la aizza Bpazzò ogni cosa, e dalla 
neve non spuntava più che una testa coi denti 
digrignati e la lingua divorata; l'occhio spento, 
opaco, si congelava, diventando un ghiacciolo. 

I lupi stanchi si sbandavano in vari sensi ; fii 
allontanavano da quel posto, s'arrestavano, 
guardandosi in giro, u senza minoro prosegui¬ 
vano il loro vagabondaggio; essi andavano d'un 
passo lentissimo. 0 nessuno sapeva dove c perché 
nudasse. .Ma qualcosa di orrendo, a etti non era 
dato accostami, aleggiava sui resti del loro con¬ 
dottiero v li spìngeva incessantemente lontano 
nella gelida oscurità; l'oscurità iì avviluppava e 
la neve ne cancellava le tracce. 

Duo giovani a'erauo distesi sulla neve a una 
cinquantina di passi l'uno dall'altro e giaccvo.no- 
inerti come ceppi: essi si succhiavano le ba¬ 
sette insanguinato e le gocciole rosso sui baffi 
a’indurivano, diventando ghiaccioli ; la neve li 
parcotcva sul muso, ma essi non si voltavano’ 
dalla parte dove non tirava il vento. Anche altri 
n’orano sdraiati sparpagliatanifinte o giacevano. 
Ma presero jxii di nuovo a«l urlare; ora, però, 
ciascuno urlava j>or proprio conto e, se uno dì 
essi, vagando, inciampava nel compagno, si vol¬ 
gevano entrambi in direzioni opposte. 

In diversi puntai si levava ora dalla neve In 
loro canzone, ma il vento, che. s’era scatenato 
e gettava contro 0 loro fianchi interi banchi di 
neve, con rabbia 0 scherno la sminuzzava, la 
lacerava, scaraventandola in tutti i selliti Nulla 
ai poteva scorgere nella tenebra, e pareva cho 
i campi stessi gemessero. 

(Versione dal russo di Alfredo Follrdro). 

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Tipografia Sociale - Pinorolo 1926 


“ I LUPI „ novella di Boris Zajisev