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Full text of "Il Baretti - Anno 4 - N. 4 - Aprile 1927"

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IL BARETTI 

Fondatore : PIERO GOBETTI 

Anno IV - N. 4 MENSILE LE EDIZIONI DEL BARETTI CASELLA POSTALE 472 TORINO Aprile 1927 

ABBONAMENTO per II 1927 L. 15 - Estero L. 50 - Soslcnllore L. 100 • Un numero separalo L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 


IDEE 


Il pragmatismo dico; verità c ciò che «rie¬ 
sce», ciò che dà appagamento ai nostri più prò- 
fondi o vitali bisogni, ciò che è d'incremento, 
fomite, sviluppo al nostro essere. Questa è la 
verità, In vorità «umana». 

Al contrario c'ò ragiono di dire che una teo¬ 
ria la quale servo ad appagare i nostri bisogni 
(per quanto spiritualmente essenziali) o giovu 
al nostro incremento vitale, in ciò stesso ha il 
marchio della non-verità. E’, vale a dire, in 
questo caso, presente il sosjiotto che noi la cre¬ 
diamo perchè serve a qUi'U'appagnmcnto o gio. 
va a questo incremento; che il desiderio d’ai- 
cimelio che serva a questo o giovi a quollo ci 
toglie rimpnrzialità, la spassionatezza, la per. 
fetta chinrezza mentale; che noi sotto l'aculeo 
di tale desiderio e sotto l'impero del consc¬ 
guente offuscamento accettiamo per vciità *?iò 
che, appunto, non lo ò. 

La credenza in Dio, por esempio, appaga i 
nostri più essenziali bisogni spirituali od è an¬ 
ello fomite d’incromonto vitale (di sicurezza, 
pace, coraggio, serenità), assai più che una 
concezióne materialista, meccanicista atea. Ciò 
non solo non vuol dire che essa sia vera, ma c'è 
piuttosto ima forto probabilità che precisa- 
mente perciò sia falsa: por questo, cioè, cho è 
grandemente verosimile che, appunto perchè 
ci appaga, noi la costruiamo e vi prestiamo 
fede proprio per questo o solo per questo elio 
ci appaga. 

Nani qiiodcuniquc snis mutatimi fi ni bus exit, 
Continuo hoc mora est illius quod fuit ante. 

Luca. 1.792; TI. 73.1. 

Questa è la ragione per cui non postiamo 
(o non possiamo perchè non volitiamo) vincere 
nostri vizi o le nostre passioni quando queste 
sono radicate 0 appartengono «Ila nostra essenza 
o alla nostra natura. Non vogliamo c quindi 
non possiamo, perchè sentiamo che vincerle cd 
abbandonarle è spegnere il nostro stesso io, uc¬ 
cidere ciò in cui questo consiste, ossia morire. 
Il pensiero di abbandonarle ci dà lo stesso sen¬ 
so di disperata nostalgi» del pensiero di do¬ 
ver per «tempro lasciare il nostro paese e recarci 
senza ritorno in una terra oltreoceanica : il sen¬ 
so desolato dell'abbandono eterno di tutto ciò 
che costituì il contenuto della nostra vita; o 
questo appunto ì. morte Non si vuole (e quin¬ 
di non si può) vincere io nostre pnssioni per la 
vi elicti vi a ingioile per cui non si vuole emigrare 
definitivamente, non fi può farlo, ci si dispera 
a farlo. Perciò giustamente i libri sacri dicono 
che vincere i propri vizi e diventare virtuosi e 
pii è un «morire a sè stessi*. Ma, "spunto, 
nessuno vuol morire. 

• Non est grave, humanum contemncre sola¬ 
rium, cimi adest di vimini. Magnimi est, et vai' 
de magnimi, tam .luminilo qunni divino posse 
enroro solatio» (De lui. dir. II, IX, 1). 

Questa è la profonda attestazione che un 
libro sacro dà del conio la religione deH’atci- 
sino sia immensamente più nobile e più alta 
d'ogni altra religione; conformo a quanto io 
nelle ultime pagine dcll'.l potngia dell' Ateìsmo 
ho corcato di metterò in luce. 

Se operi (fai, lavori, scrivi, commerci, gua¬ 
dagni) ti accorgi un bel momento che ti dimen¬ 
tichi di vivere.-Se vuoi non dimenticarti di vi- 
vere, di ascoltare e seguire il dolco fluire della 
vita», guardare lo pianto, prendere il sole, sen* 
tire e godere l'aria pura, lasciai ti iusonunn, 
come gli animali, nielli'nitro che cullare dalla 
onda vitato — *<\ in una parola, vivi, e quindi 
non operi, li accorgi che la vita, venuta «osi 
ad avere sè sola per meta, li risulla assoluta- 
mente inutile. 

Guarda una macchina assai sottilmente coni* 
plicata, p. c. quella che metto in moto una 
nave, in cui per una lunga serie di congegni 
delicatissimi, l'effetto si trasporta, mutando, 
dall'uno all'altro finn ad imi risultato lontanis¬ 
simo dal punto di partenza, diversissimo dal 
primo movimento. Chi non avessi.* visto altro 
macchine c non avesse noni mimo una vaga idea 
del conio ogni macchina è stata formata, avrebbe 
l’impressione d'ini miracolo e d'una creazione di. 
vina. Come avrebbe inni potuto ima mente limi¬ 


tata, la mento umana concepire un piano cosi 
complesso anzi possedere siffatta po'.orna di pre¬ 
visione (elle questa ve:amento sarcbho occorsa) 
per supere che allo scopo di ottenere medianto la 
forza del vapore il movimento d’un'clica biso¬ 
gnava cominciar rosi da lontano o concatenare 
insieme tanti u cosi vari movimenti di grandi 
c piccoli stantufiì, cilindri, leve, ingranaggi? 
La macchina, certo, non può che essere scatu¬ 
rita da una minto superumnun. Essa non può 
che essere stata creata da un Dio. 

Pure, fu una mente limitata a formarla, la 
monte d’un Animale, che non procedette in ciò 
in modo essenzialmente diverso dal come pro¬ 
cedono lo menti di tutti gli altri animali. E’ 
nata a poco a poco, col tempo, pezzo aggiunto 
a pezzo, inventato, introdotto, migliorato dopo 
l'altro, man inailo che la vista della macchina 
(pialo fino da un dato momento costruita o 
del suo modo di funzionare suggeriva una qual* 
cho modificazione o mostrava da sò Ih necessità 
(l'un nuovo particolare. 

Usua ci inipigra© simili oxpcricntia mentis 
Paulutim docuit pedemptim progrodioniis. 

(Lucr. V, 1450). 

La mento non im mai visto il piano, l'insie¬ 
me. £’ uudata avanti ; ili un certo senso, cieca¬ 
mente ; scorgendo un passo solo innanzi a sè. 
Ed essa stessa resta ora stupefatta dinanzi al- 
Doperà completa: giustamente, perchè, conio 
insieme concepito in quanto tale, questa non 
è opera sua. E*, come insieme, opera genera¬ 
tasi da sò, per effetto-di azioni c reazioni reci¬ 
proche dei vari elementi doli'universo (qui a- 
zionc o reazione intercorrente tra l'elica da 
muovere o il rudimento di macchina sino ad 
un dato momento costrutto e il cervello dcl- 
l'uomo). proprio all’identica guisa con cui si 
genera ogni altra cosa, una catena montana, 
un masso granitico, un cristallo, una quercia, 
formazioni il cui nascere e crescere avviene 
del pari por ojy.’ra dell'azione degli elementi 
dell'ambiento su di esse, della reazione di esso 
a questi, dell’incorporazione che esse effettua, 
ito d'alcuni di tali clementi. 

I.'organismo vivente, quale miracolo I Pari, 
o ben maggioro, della nmcriiinu. Ed esso si 
formò allo stesso modo. 

Un uomo che pensa al proprio sviluppo spi¬ 
rituale farebbe una sciocchezza se scrivesse. Ciò 
che uno scrivo torve (se mai) allo sviluppo spi- 
rituale altrui, non al proprio. Quindi, chi pensa 
al proprio, legge soltanto. Perche non lasciare 
che gli altri, scrivendo essi, siano servi dello 
sviluppo spirituale mio? 

Schnpenhauriann. 

— Dunque, tu non credi a nulla? 

— No. 

Allora, non hai nessun scrupolo? 

— No: so che tutto finisce coirla vita e quin¬ 
di che non c'è clic da goderla. 

— Ruberesti? 

— Sì. 

— Guarda In . una vedova carica di figli ha 
abbandonato momentaneamente tutto il pecu¬ 
lio ricavato dalla vendita della sua proprietà. 
Ruba Ti garantisco che nessuno lo saprà. La 
donna c i suoi figli piomberanno nella più nera 
miseria e nella disperazione Tu sarai agiato. 
Non hai scrujioli. Ruba 

— ... Sai' Non posso 

— Perchè? 

— Se olire quella somma la donna possedes¬ 
se ancora un milione Tuberei, perché so che 
dignità, onore, rispetto alla proprietà non sono 
che parole Ma è povera. Non posso reggere 
al pensiero che, non trovando più quel danaro 
che solo dà loro il mezzo di vivere, essa u i 
suoi figli si abbraccieranno in un pianto dispe¬ 
rato o senza fine... 

— In fondo dunque ehi' cosa li trattiene, 
poiché non hai scrupoli? 

— Lo vedi la compassione. 

11 fatto della stampa è tipico per provare 
clic, conio ogni nostra |mizioiic spirituale, co. 
si ogni nostra invenzioni* »• progresso, distrug¬ 
ge v capovolgo sè stesso. 

Da principio, quando i giornali erano pochi. 


ogni loro notizia era conosciuta dal pubblico co¬ 
me insieme, ogni loro censura od attacco con¬ 
tro qualcuno giungeva al «pubblico». Perciò 
gli attacchi, se fondati, erano demolitivi, c di 
conseguenza toni ut issimi. 

Oggi, per la semplice circostanza che il fatto 
*-stampa» ha operato tutto il suo sviluppo, a 
i giornali sono quindi diventati innumerevoli, 
non v'ò più, per nessun giornale, un pubblico 
« intarlo. Una notizia data da uno. o un ut- 
iRc o mosso da esso, non giungo più al • pub¬ 
blico », a tutto il pubblico, ma ad ou frammen¬ 
to di questo, cosicché il «pubblico» corno to¬ 
talità unitaria non è più a conoscenza di nessuna 
notizia; e spesso una violenta campagna contro 
un individuo condotta su di un giornale resta 
completamento ignorata a moltissima gente: 
perciò nessuno teme più gli attacchi dei gior¬ 
nali. 

La moltiplicazione di questi ha quindi rea., 
impossibile, quel giungere al «pubblico» che 
faceva la loro forza così nel campo della seni- 
plico comunicazione di notizie, come in quello 
dcU'uzionc moralizzatrice della vita politica. 

Molto persone intelligenti non capiscono que 
sta semplicissima verità: una casta, una classe, 
un partito dominante, che pratica il principio 
«tutti devono pensarla come noi vogliamo», in 
causa soltanto di questo principio metto contro 
di sè tutti gli uomini di coscienza e attira a sò 
tutti gli uomini senza coscienza. 

Per tutti i sistemi di filosofia vale il princi¬ 
pio che è molto più soddisfacente ripensarli e 
riviverli entro di sè nella loro linei» complessi¬ 
va, richiamarseli in forma figurativa e quasi 
plastica alla monte, che non seguirli uila lot- 


IIo seni ito in provincia padre Semeria par¬ 
lare sui 1'roiursHÌ Sputi : segno evidente cho il 
centenario è ufficialmente aperto, e diamo an¬ 
che noi il nostro tributo. Una breve osserva¬ 
zione, non di csteti*n, ma dì morale cattolica, 
su una pagina ed aneliti mono del romanzo, pas¬ 
sato al lambicco dell ««vangelo e del sillogismo. 

Si discute molto da qualche tempo del gian¬ 
senismo manzoniano, e con ragione. Ma (o 
sbaglio) mi pare cho si sottolinei poco la dire¬ 
zione autiprotostante del giansenismo stesso; 
direzione che in» la sua punta più maligna c 
più acuto nell’ironia del Manzoni. 

Il protestantesimo, come appariva al Man¬ 
zoni attraverso Pangi e Ginevra, è un movi¬ 
mento, una mentalità essenzialmente ottimista. 
Tale certamente nei suoi risultati, se non nelle 
sue promesse. La dottrina calvinista della prede, 
stillazione, e la conseguente obbligatoria certezza 
individuale della salvezza, degenerarono subito 
iu un’istanza intimamente democratica. 

Ogni fedele lettore della Bibbia si credeva 
iu dovere di affermarsi un eletto di Dio, poiché 
sentiva nel petto un movimento, un prurito, un 
meccanismo, un sentimento, cho è appunto la 
fedo dei lettori suddetti. Si capisco che, da que¬ 
sta sicurezza democratica, sia potuta nasore, 
nel secolo XVIII, quando le guerre o i rancori 
di coufessioric erano ormai un ricordo, la pre¬ 
destinazione generale e ottimista di Rousseau. 
E si capisco altresì come, da quella stessa si¬ 
curezza e dalla sua involuzione nel fanatismo e 
nell'ipocrisia (è lo stesso) possano venir fuori 
dei lieviti potenti ed esclusivi, degli effetti pra¬ 
ti i stupefacenti u americani.,, 

Puro la dottrina della predestinazione divina 
è agostiniana, è giansenista; diciamo puro seni- 
pliccmente, è cristiana. 

Là ripugnanza alla dottrina della predestina- 
rione deriva in gran pane da un concetto de¬ 
mocratico della santità, contraddetto a pieno 
dal messaggio cristiano. Perché Gesù Cristo ha 
nascosto la verità ai sapienti e l’ha rivelata 
agli ignoranti, si é creduto che questo sposta¬ 
mento di pittili avesse valore audio sul terreno 
proprio del cristianesimo, che non è la scienza, 
ina il bene. In altre parole, si è negato alla 
santità, alla moralità, il suo regno esclusivo, 
elio Im l«* sue leggi proprie u non meno ardue di 
ogni altro regno spirituale. Nessuno ai sento fe¬ 
rito da imi» suggestióne di ingiustizia se tutti 


tura. Rifletti a Spinoza. Se ripercorri con la 
mente le lineo del suo sistemi», se fai «1 di rap- 
pvescntartolo in modo vivo e visibile, esso ti si 
solleva innanzi conio una concezione non solo 
filosoficamente, ma poeticamente grandiosa, im¬ 
mensa, affascinante. E nulla c'è che alla let¬ 
tura sia più arido. Como la rosa di Gerico, cho 
lasciata a se resta raggrinzita o disseccata, a ri 
allarga si espande, rifiorisce posta nell acqua, 
così i oirtemi di filosofìa in generale, e in par¬ 
ticolare quello di Spinoza, solo collocati nel 
fluido d una mente alncro, calda, simpatizzante, 
da un piccolo, freddo e astruso insieme di pro¬ 
posizioni, sbocciano in una visuale magnifica o 
appassionante. 

Nulla più della posa serve ad assicurarsi la 
fama di persona di valore. E nulla piu della 
posa è lu prova della reale mancanza di valo¬ 
re. Colui che, guardandone le fotografie, scorgi 
tosto essersi preoccupato davanti alla macchina 
di stilizzare il suo volto ad artista, a musici¬ 
sta, a poeta, a pensatore, a uomo d'autorità, a 
Cesare, a Napoleone, fornisce del fatto che uel- 
la sua realtà interna manca il corrispondonte 
contenuto l'attestazione sicura appunto por que¬ 
sto che ha voluto improntare sii di sé artificial¬ 
mente di lale contenuto i segni «D'esterno. So 
cerca di alleggiarsi iu modo che, guardando gli 
altri dicano «è tale», mostra di non esser tale 
appunto perchè ha sentito necessario di far di 
tutto por darsi l’apparenza esteriore di esserlo. 
Proprio i segni esteriori della passione in un 
artista drammatico, o lo gesticolazioni o le pa¬ 
role d’un ciarlatano, sono la- prova dell'assen¬ 
za reale di ciò cho esternamente significano. 

Giuseppe Ressi. 


gli uomini non sono stati eletti a scrivere delle 
Divine Commedie. A nessuno viene iu mento di 
peccare contro lo spirito santo accusandolo di 
non ispirare egualmente —cho so io — Man¬ 
zoni c Moggi. Le buone intenzioni, nel campo 
della poesia, destano universalmente il sonso 
del ridicolo, che è direttamente contrario a 
quello dell ingiustizia ; tanto qui ha valoro la 
verità che gli eletti sono pochi, anche se i chia¬ 
mati e gli scribacchini sono uno per uscio. 

Il regno della moralità non è quello della 
poesia, non è quello della scienza. 11 sapiente 
iti quanto tale non ci sta, mentre il perfetto 
ignorante può essere a casa sua. L’ignorante, 
ma non il cretino, la genialità è ancora la leggo 
di questq regno di Dio, la genialità ben inteso, 
della santità, cho non è più facile, forse è più 
diffìcile, di ogni altra. La volontà di far il betto 
non basta, occorre la capacità di farlo, anche 
attraverso Ja contraddizione, ancho contro la 
legge c la regola, per un’ispirazione creatrice 
che ha in se stessa la sua ala. 

E' facile a donna Prassede esercitare il me¬ 
stiere di far del bene... mestiere certamente il 
più degno che l'uomo possa esercitare: e ignoro 
se il Manzoni, il cui motivo dominante così 
nella pietà come nell'ironia fu il meditato con¬ 
cetto del «non giudicate», abbia trovato lo 
spunto di questo suo personaggio nelle sue fa¬ 
migliar! esperienze protestanti. Certo ò che 
In nota più alta a cui giunga il concetto cho 
egli ha del santo cristiano, si trova in quel pas¬ 
saggio dove Federico Borromeo, pur facondo un 
cattivo giudizio Hi donna Prassede, non si op- 
pone a clic Lucia vada da lei, ■ perchè, corno 
abbinili fatto intendere altrove, scrive il Man¬ 
zoni, non era suo costumo di disfar le cose che 
non toccavano a lui, per rifarlo meglio». Qui 
balena la potente coniraddiziono del gonio, qui 
Iu santità rompe lo maglie della logica umana 
e della sapienza, c raggiunge il bone per quella 
via stretta, difficile e imprevedibile che condu¬ 
ce alle grandi scoperte. 

I vani sforzi *'orso la santità, lo buono inten¬ 
zioni di tutte le donno Prassedi di questo mon¬ 
do. ricamano il ridicolo, solleticano l'ironia. 
K nell'ironia non è forse implicito il riconosci, 
manto dell’ispirazione gratuita, dcll'aristocra. 
ria elettiva — della predestinazione ? 

Umberto Calosso. 


Nel Centenario 
dei Promessi Sposi 




Pag- 20 


IL li A il h i i I 


Interpretazioni di classici 


Ritratto di Annibai Caro 

Compromesso assolutamente originalo (fra i 
tanti dol nostro cinquecento) qnello cito hu re. 
golato allora i rapporti fra l’uomo «li lettore 
e il suo protettore, Sparito o diradato il puro 
mecenatismo, di tipo alessandrino o quattvo- 
contosco, morto il |>oeta di coite, si afferma e 
fa carriera, nel campo dolio coltura sovvenzio¬ 
nata, il tipo doirintcllottualu «factotum», prò" 
cottoro, conversatore, ministro: qualcosa con 
funzioni non 'ben definite ma carattorislicHo ti¬ 
piche: il segretario, che non è pii» pagato per¬ 
chè diletta ma perchè si rendo utile al padrone. 

Questo tipo, che già i cimteni|>oran?» videro 
così chiaro da fornircene, a più ripreso una 
« Idea », secondo il gusto platouizzanto dell’e¬ 
poca, ha la sua più viva incarnazione ( e noi 
volentieri accettiamo questa realtà, anzi la «sim¬ 
bolizziamo * un poco, di proposito) nel marchi¬ 
giano Annibai Curo, Commendatore delt’ordino 
di Malta, e traduttore di Virgilio. Del quale 
il miglior elogio, quanto a segretario, ce lo ha 
fornito il miglioro fra i protettori suoi, il Gui" 
diccionc: Ha uno stile grane e tlolce, In ijnnl 
mistura da Marco Tullio è tenuta difficilissima., 
fi' modestissimo oltre ogni credere: è di natura 
temperato c rispettoso : riti.cn perpetua memoria 
degli oliblir/hi ; è amorevole verso gli amici r 
fedelissimo verso il padrone. 

Doti adunque di stile n d’intelletto, d’animo 
e di temperamento, tutto lo qualità del Caro 
parevano conformato al bone do' padroni. Non 
intemperanze « protestanti » nè pratica di vita 
troppo austera ; serietà e piacevolezza ; un’incn* 
pacità a farsi padrone, una prontezza a tutta 
prova neUcseguiie, « uno stilo accommiato al¬ 
la corte /lontana », un’abilità nel conversare, 
nel condolersi, nel rallegrarsi, nel trattare per 
lettera ogni rorta di faccende, che lo dovovauo 
rendere apprezzaiissi ino in una società aristo¬ 
cratica. 

Apprezzatissimo ora anche dalle damo, per 
molti rispetti. La Colonna lo manda a salutare, 
facendogli sapore « che / tarla onoratamente, di 
lui e che lo regata degno della sua graziati 
parecchie gentildonne gli dirigono versi o ten¬ 
gono con lui onorevole corrispondenza. Anche 
su questo campo, però, egli non si scopre mai : 
delle simpatie clic desta in lui qucU’ambicnte 
si direbbe che faccia un argomento per interes¬ 
sare gli amici: di Se non parla. Sollecita ama¬ 
bilmente il Molza-. ... La maggior jmrtt dei no- 
Stri ragitiauaieiiti farano pai sopra il signor 
Molta. «Come trionfa il Mot za? come dirompet 
come fa delle berte /» (Sono tutti modi di diro 
peculiari del Molza, che nella conversazione si 
serviva spesso di un tal gorgo facoto)* nchc in 
bocca (Puna tal donna potete pensare se son 
altro che Toscancsmi. fi er mossi «Ih* alti ino e. do- 
inandoitiini come siete innamorato. Considerate 
se ci fu da ingioiare.... O lo intrattiene dipin¬ 
gendogli l'incontro di duo bello rivali •. € Filtra¬ 
rono in chiesa l'una dalla prima jiortu, l'altra 
dall'ultima; ed a punto alla pila dell'acqua be¬ 
nedetta s'affrontarono assieme. Subito che si 
scoprirono, si raffazzonarono, si riforbirono, si 
brandirono, aguzzarono per così dire (ulte le 
loro bellezze: si squadrarono tutte da! capo al¬ 
le piante. Considerale ora voi con quali occhi 
si guardarono, con quali erano guardate da limi 
corona che avevano intorno dì tanti ammira¬ 
tori ed amanti loro.... Or vedete voi a vostra 
posta l'affronto di S. Santità con l'Imperatore, 
che non ve ne avremo punto invidia. (Noto che 
la pagina, asciutta, sana, forbita, eppure lieve 
e scintillante, è un vero gioiello.) 

Questa sorta di indifferenza, che gli permette 
di trattaro il mondo femminile corno mezzo c 
mai come fine, gli consente, senza abbassarsi a 
buffonerie, di stuzzicare un po' più pesantemen¬ 
te i protettori, che per natura comprano volen¬ 
tieri consimili merci. Si vogliono consigli per 
educare un giovane principet ...però, oltre a 
tenerlo alla scuola di Chi rotte, mi piacerà che 
rinchiudeste aurora nel serraglio delle fanciul¬ 
le; e ne faceste atterrare un paro ancora a lui: 
perché in questo desideriamo dì sapere, se riti- 
scirà valentuomo : che neìl'anni ci basta sapere 
che. £ fi gioivi o del gran Prleo e della Marina 
Dea. Si tratta di narrare al Duca di Piacenza 
i boi portamenti del figliot-. ...Il Duca v'è (a 
una caccia) intervenuto ancor esso : ma fra tap- 
fa /urlai non l’ho potuto discernere : e non l'ho 
veduto fare altra fazione se non che poi si me¬ 
nava vìa una bella dama... Non si deve, a mio 
parere, considerare questo come pure piacevo¬ 
lezze avvilenti: anzi il Caro non manco mai di 
dignità: ho citato questi brani a prova del gio* 
vamento che gli portava nei suoi compiti il ino* 
do superficiale di considerar questo come molti 
altri aspetti della vita. 

Onest’uomo com’era ebbe, fra i tanti, diso¬ 
nesti, lode di fedeltà; non rolo ai padroni ma, 
quel che più conta, agli amici : anzi più clic a- 
mico lo direi buono c servizievole compagno. 
Nelle suo Ietterò ai più intimi, il Molza e il 
Varchi, si avverte assai spesso un fare un po’ 
di maniera, una tendenza a riempir di borra lo 
pagine, a faro il raccontino divertente: e alla 
fino questo perpetuo tono di scherzo, ora gra* 
ziosamonto ironico, ora alquanto sforzato, ge. 
nera un senso di noia e di dispetto, come co lo 


lascia certa gente simpatica a lutti nello stesso 
modo. 

Fra cortesia, premuro c complimenti, quel 
senso di intimità virile elio l'amicizia dovrebbe 
dare va dissipalo u smarrito: resta il segreta¬ 
rio urbanissimo, con viso sorridente o animo 
accorto. 

fastidi minuziosi, oppure in certo senso atra- 
ziiiuti, conio pur un intellettuale trovarsi fra 
armi •• stranieri, la stessa grnndu avventura di 
Piacenza, trovano nello sue lettere |iocn riso- 
nanzu drammatica: sono ridotti a pura erotta, 
cu, spesso felicemente ironizzata. Dal campo 
Imperiale in Alsazia manda u Milano una let¬ 
tera clic è tutta un gioco di urguzic e sgambet¬ 
ti: lo peripezie con indifferenti del viaggio non 
ve le troviamo davvero valorizzalo: ... fi du¬ 
bitando che non funse unti imbottita dei Fran¬ 
cesi, era già voNo per fare an'attra carriera, 
ma, ritraendo ila un contadino eh'erano umici, 
ho seguitato, fi trovando che tra una nuova 
compagnia t/i lonzi, che andarono a! campo, i 
quali s'traao fc/ini qui ri a far brindisi, mi son 
cucciato tra loro r non sapendo il loro linguag¬ 
gio, coi gesti c io! ir re ine gli son tutti acqui¬ 
stati. fi vie ut sono veduto qui in ordinanza, 
che vi sarei parso un A rio visto in mezzo a loro... 
E intanto un vago sospetto ci coglie, non foreo 
anche quella sua celebrata modestia non fosse, 
con tante altro doti suo, appunto questo vezzo 
tattico di presentare le cose conio in superficie, 
se stesso come poco curante di loro, anche quo* 
sto fattosi poi seconda natura ucll'ittdolc sua 
benigna e simpatica. 

Alla fine (bisognava pur venirci) un proble¬ 
ma s’impone : una volta delineato, in lince certo 
sommario o incompiute, tua sufficientemente 
chiaro, il profilo del Caro, siamo noi in grado di 
tirar delle sommo? di giungere, dico, a una 
valutazione salda e definitiva dei valori d’arto 
o di vita nell'opera sua? Ho pensato a lungo 
por una possibile couchiusiono, c mi pare di 
no. un profilo racchiude già in sè una ragio¬ 
ne, clic è la sua linea-, la sua logica, le sue pro¬ 
messe: o può certo giovavo a ulteriori studi, co¬ 
me una prima c più fresca presa di contatto con 
l’autore, o conto un mezzo di classificare toni e 
impressioni in provvisoria unità. Più oltre i 
sentimenti e gli schemi mutano: altri problemi 
sorgono. Dal punto di vista morale e sociale, 
per esempio, potremmo fare del nostro autore 
il simbolo di quella l'esistenza italiana allo spi¬ 
rito protestante elio ci fruttò l’antitesi fra 1 e- 
ducaziotie (falsa educazione senza entusiasmo) 
o l’entusiasmo (cattivo entusiasmo senza educai 
rione) resistenza che nasce dai compromessi del 
cinquecento ; in arde di pura psicologia inda¬ 
gheremmo lo possibilità o mono di costruire con 
verità min storia contrastata (biografia) di un 
personaggio che ci si presenta costantemente sot¬ 
to un unico aspetto ; in sede estetica studierem¬ 
mo il modo di realizzarsi di questa visione in 
superficie attraverso l’opera del Caro, fino al 
suo grande originalissimo Virgilio, uno dei ca¬ 
polavori del Cinquecento. 

Sono questi problemi già accennati o forse 
implicitamente rivolti anche nella lieve forma 
del profilo: ma porli ora come conclusione par* 
rebbo se non gratuito prematuro, quando non 
fosse un ripeterò alla leggera le cose già dette. 

Aldo Garoso i. 

Autodidattismo 

Dopo la etilica de! l’auto-d ida iti sino svolta 
da/ Cavalli tre numeri fa, abbiamo ricevuto que¬ 
sta difesa del medesimo , non meno serrata. La¬ 
sciando per ora svilupparsi le untitesi, diamo la 
IHtrola al difensore. 

L’autodidatta o il- culturale di scuola (me¬ 
glio detto che non scrittore « laureato », poiché 
la laurea non fa lo scrittore) sono di fronte alla 
cultura, all’arte, al pensiero, al genio, allo spi- 
rito, ncMa identica posiziono. 

Non esistono nè autodidatti nè culturali sen¬ 
za cultura; perché anche gli adamitici o ver¬ 
gini di cultura posseggono quella nata con loro 
e quella che la vita vissuta dona loio volenti o 
nolenti. 

Ma il modo di formarsi una cultura ò di- 
verso grossolanamente negli uni e negli altri: 
anche l'autodidatta ha studiato non foss’altro 
per diventare alfabeta; ma poi non ha voluto 
seguire metodi c professori vivi o correnti che 
implichino una coazione: essendo c sentendosi 
spirito ama la libertà: ama di scegliere quello 
che gli aggrada per poi preferire un ramo, un 
modo, un ‘espressione letteraria, nella quale più 
facilmente eccelle, perchè egli vi ai distende e 
riposa spirito inquieto, cercatore, critico, crea¬ 
tolo. 

Il culturaU> si lascia plasmare dalle scuole, 
dai professori, dalle correnti o dalle scuole let¬ 
terarie o di pensiero e vi si sacrifica alle volte 
come adepto e quindi si tarpa da sò: ma se 
questo avviene è corto clu* egli non poteva cs- 
soro che quello che fu : poiché il genio è pen¬ 
siero volente. 

Ma so l'autodidattu e il cnlturolo saranno 
non dei talenti « degli ingegni mediocri ma ilei 
grandi ingegni o dei gelili si può stur certi che 
reagiranno sempre cóntro le soprastruttura cui. 
turali; sian morte o viventi. 


Smelò simulilo critici c superatori-creatori 
dei passati come dei viventi c questo sforzo non 
può compierti che assorbendo quella cultura, 
quella corrente di jvensiovo, quel pensatore. 

Questa lotta agisce sul cervello tomo te mani 
del foriinio sulla pasta del pano: lo forum o gli 
dà l'aspetto esteriore grazioso ed adatto u poi 

10 pone al forno cioè gli fa far la crosta: la 
quale non è clic la ci irtullizzaziono o rassoda¬ 
mento della euli ma-spirito del nostro dentro 
la mollica è tutto il contenuto, non espresso 
ma sottinteso, o comprensibile per chi ha son- 
sibili denti spirituali. 

Non sentiamo noi in ogni scrittore cho non 
ha ancora stilo proprio, ventale, suoni, riso- 
panzo, colori di qu.sto od altro ferii toro dal 
nostro studiato? 

il pubblico poi può guardare In crosta, spez¬ 
zare il pane c mangiar o solo la crosta o solo la 
mollica o parto o l’intero deli uno e dell'altra: 
le combinazioni «militai ivo soub vario o non in' 
finite ma unite a quello di quantità sono o re¬ 
stano infinite nuche se il patte è finito, poiohè 

11 mungiurc un pensatore genera nuovo pen¬ 
siero; o si lui così il superamento di tutto lo 
correnti o culture: c per questo che chiunque 
voglia vivere nel suo tempo deve conoscerò i 
pensatori più profondi tra i vivi: che i pas¬ 
sati sono in osso anello si- non semina. 

Bisognerà di certo leggero anche gli scrittori 
passati qualora si voglia ricreare sui medesimi 
un proprio pensiero o non accettare quello del 
tempo in cui ri vive: ma si vedrà che non no 
differirà gran che. Questo significa clic l'esa¬ 
geralo sprofondarsi negli studi del |K-nsiero pus- 
salò e il rimanervi aderente è per molti impos¬ 
sibilità di intenderò il presente e lanciarsi o 
proiettarsi nel futuro. 

L’esaltazione dell’autodidnttismo è la lirica 
(o pseudo-lirica) di chi erode di essersi fatto da 
solo: l’esaltarono della cultura dei «laureati» 
c la stessa di ehi si erede dotato di ingegno per¬ 
chè hu appreso del raperò. 

àia uè gli «inizi di carriera», i disagi sof¬ 
ferti c le lotte sostenute dall'autodidatta, nò 
i titoli di studio, gli studi, i maestri, lo correli* 
ti o le scuole seguitato dal laureato sono i veri 
valori: il valore di entrambi è Io spirito, an¬ 
che so ancora in esprèsso in pensieri, tcorio, si¬ 
stemi, opero; che se l’ingegno o il gonio son 
secondati dalla volontà (e dalle condizioni sto¬ 
riche accorsane od adatte) 6i esprimerà con 
quella tal liberazione delirio (secondo Croce) 
per la quale lo scrittora c^ea l'opera sua. 

Lo irò causo elio concorrono nell 'osa Raziono 
dell‘autodidattismo sono più che ridicolo: il 
mito della verginità spirituale deU'uomo non 
di cultura sparisco quando si pavli di spirito: 
«.hè lo spirito per farsi intendere deve espri¬ 
mersi : o repressione senza essere perfetta, lo. 
ziosa, devo essere intelligibile o suppone una 
cultura anche primitiva ma cultura-, l'altro mi¬ 
to dell’operaio dagli umanitarisli sociologia raf¬ 
figurato come angelo decaduto potrebbe servire 
conio motivo artistico per un pittoro o scul¬ 
tore ; ma fin'ora nessuno ha tentato di dargli 
corpo perchè forse non no ha ; che decaduti son 
tutti quolli in cui lo spirito non batto alle por- 
te della vita per dar esatto espressione di sò: 
li'operaio divenuto scrittore non è più operaio 
ma scrittole: non è servo nè ribelle ma crea¬ 
tore: o il creatore assomma lo due qualità di 
servo dello spirito e ribolle al medesimo perchè 
tenta sempro di superarlo in ogni attimo. 

Nessuno si fa da se: l'autodidatta tutt'al più 
può dirsi che si ritrova (perchè è) da solo 
come persona viva: il laureato si ritrova in 
parte corno persona perchè forse il metodo gli 
può osscrc stato insegnato da maestri o scuole 
viventi: ma può anche retrocedere per opera 
dei medesimi e cristallizzarsi in peggio perché 
non poteva cho essere tale: chò se destinato-a 
superar maestri e scuole romperà i vincola cho lo 
legano per essere cd Sprinterò sò stesso. 

La terza causa poi «della stanchezza prodotta 
nei lettori c spettatori dalle opero degli arti¬ 
sti « normali » (meglio dirli in voga) «ho fa sì 
che non appena un artista «anormale» (meglio 
dire sconosciuto o nuovo) viene alla luce, verso 
di esso si corre, per il piacere che dà l'esotico 
sapore dei frutti d'eccezione » è coniano agli 
uni o agli altri 1 ma è meno comune ni gcuii: 
che i genii veri, pur interpretando cd espri¬ 
mendo il loro tempo e seguenti restali vivi qua¬ 
si perennemente od almeno resteranno tali fin. 
chè l'ultimo degli umani non saprà più gustare 
Talcte, Socrate, Omero e Virgilio. 

In definitiva l'autodidatta e il culturale non 
riusciti o mal riusciti noll’csprcssioiiu spirituale 
sono in pari condizioni son conte gli idioti 
nel frastuono' può darsi che non intendano ap¬ 
pieno il suono o il ritmo (dialettico) «follo spi¬ 
rito: o può darsi clic s’affannino a muover broc¬ 
cia <■ ad incassar sensazioni materiali di vita 
o di pensiero per finire non più con il mitico 
pugno di mosche ma di denaro E in questo 
caso potveb'bo ritenersi che non t-ran cho minimi 
valori spirituali; chè l'arte può far conquistare 
l'agiatezza ina non la ricchezza. 

I reputati autodidatti ilei nostro tempo (c- 
sciupi: Papini c Prezzolimi non dello nullità: 
buoni a far Ifbi'i un tantino in voga o a riempir 
colonne di quotidiani ma incapaci a riassumerò 
cd esprimere il |xmsiero del toro tempo o di quel¬ 
li futuri: la fatica durata dagli uni contro lo 
scuole u dagli altri contro le contrario vicissi¬ 
tudini di vita non è poi fatica vera dolio spi¬ 


rito: clic la fatica dello spirito è fatica di pon- 
siero su o contro pensiero: cioè ha per mezzo la 
fatica di pensare. 

K il Hupcrficinlismo corrente di moltissimi ò 
il contrario della fatica di pensare: lo spirito di 
un Uomo vero di pensiero è corno un groppo, 
un rimescolio continuo di vita interiore cho ha 
per primo scopo: che cosa è vita in tronco ele¬ 
vato e sintetico. 

E solo pensatori e goni vari furono quelli 
clic sempre furoil assillati da questa ricerca più 
clic da quella della maniera espressiva. 

L’espressione nasce siami anca e finisco conio 
fiume ir mento che a j>«> per volta s’indiga e 
scorro chiavo c solenne: ma chi si preoccupa 
della pura oppressione rollatilo potrà essere an¬ 
che grande artista ma non grande jxmsatoro. 

Arcadi, descrittori, eruditi, filologi, lettera¬ 
li, artisti, son forze necessità della vita cultu¬ 
rale ma non rappresentano mai il loro tempo; 
il lavorio invisibile del Pensiero non ha allo vol¬ 
to neppure questi ma un fatto storico od un 
uomo d'azione rappresentativo : la mancanza 
dell'arte e della poesia o della letteratura cor¬ 
rimi • (novello, romanzii non « mai sintomo di 
mancanza di Pensiero e di Spirito noi tempo: 
questo vivo eterno anche se i ims presso • può 
forse non esprimersi perché è in fot inazione o 
travaglio ma può anche avveniro per brevi pe* 
riodi clic il Pensiero si nutra o rumini so stes¬ 
so; ma un'alba od un uomo o un fatto nuovo 
son sempre sufficienti a farlo venivo in luco: 
e h* epoche di autofagocìa fon presumibiltnonfcc 
quelle che pur sembrando distruttrici ilei pen¬ 
siero son più feconde per il medesimo. 

Questa è la miglior prova che lo spirito sia 
creatore, poiché in tali epoche la genio comu¬ 
ne si rammarica della mancanza di pensiero 
perchè mancano lo espressioni del medesimo ; 
perchè nei tempi in cui queste espressioni sono 
naturai sfogo del pensiero con tornito in prece¬ 
denza si nota un'amenza di vita pratica clic è 
sempre sintomo di assenza di vita vera o di prò 
senza dello spirito. 

Scompare o scomparirà anche per le follo dei 
pratici o dei teoretici la diri turione tra autodi¬ 
datti e culturali: restano per i primi le difficol¬ 
tà di vita minuta c per ì secondi la lotta in u- 
nionc ai primi contro le soprastrutture culturali 
o menzogne di pensiero conditi, resta unica o 
sola l’espressione dol pensiero c la vita dello 
spirito creatore*, e senza lo spirito creatore (nè 
morale, uè antimoralc) si può star certi cho 
cultura, autodidutlisnio, laureati, <*cc. son pa- 
rolo vuoto di senso o tutt'al più specchi per lo 
allodole il pubblico che bevo e 'berrà finché non 
sarà egli stesso agitato, sconvolto, lo»montato, 
sospinto, placato dallo spirito umano. 

Per chiusa bisogna però ribadire In verità 
di mia certa superiorità n parità di cultura por 
il caso degli autodidatti: poiché abituati a lot- 
tare, prima contro la cultura stessa por incor¬ 
porarla, accade in essi (e tutta la storia lette, 
raria, scientifica, filosofica, di eventi lo docu- 
menta) lo sviluppo della autonomia ed autoco* 
scienza, che sono Io virtù più adatte per la 
lotta: autonomia cd autocoscienza, che sono le 
cristallizzazioni della volontà spirituale: talché 
si nota come, pur se forniti di lauree, i geuii 
c i grandi ingegni (sempre autodidatti) impres¬ 
sero mi loro tempi un'orma che ebbe espressione 
nuche nella vita delle folle: mentre gli scrit¬ 
tori eruditi, scarsi di volontà, ripiegano facil¬ 
mente nella comoda posiziono dell'erudito, del¬ 
l’arcade, dol letterato descrittore, 

Autodidattismo non è termino da contrap¬ 
porsi quindi a cultura o a laureati: è termino 
che esprimo un metodo di sviluppo intellotlua- 
lc ma non può servire por vantar privilegi in 
giudizi di maritò: chè il merito è solo nello spi¬ 
rito personale, nella espressione, nella realtà 
o conscguente realizzazione nello spirito della 
umanità. 

0. Gomnkm.i. 

NOVITÀ' 

Opere di Piero Gobetti 

volumi III o IV 

OPERA CRITICA 

I. - Arte - Religione - Poesia. 

(comprende gli studi sulla pittura veneta del 

Rinascimento, sulla pittura fiamminga e in¬ 
glese , i saggi sul modernismo e sul neocatto- 
licismo con temporaneo ; lo polemiche, i profili, 
j programmi d'indole filosofica, c infine gli 
scritti di storia della filosofia grecai. 

Un voi nulo di 250 pp. L. 14. 

II. - Teatro - I.eltcratura - Storili. 

(comprende i frulli migliori o più organici 

del Gobetti come critico drammatico; una ricca 
scrii: dì sludi sulla letteratura moderna o con¬ 
temporanea, italiana e straniera, e una larga 
scelta di scorci o profili storici u biografici). 
Un volume di 330 pp. L. IG. 

In questi duo volumi è offerta, in forma do¬ 
cumentaria « concreta, la più compiuta defini¬ 
zione (lolla personalità critica di Piero Gobetti: 
c da essi emergo, nei più rari aspetti, l'insio- 
me dol suo pensiero. Essi permetteranno inol¬ 
tro, ai più, di rileggere o di leggero per la 
prima volta numerosissime pagine disperse in 
giornali o rivisto o quasi introvabili. 

T duo nuovi volumi verranno inviati ai prò* 
notntori doll cdiziono dello Opere di Piero Co¬ 
llctti rho abbiano versato l'importo della pre¬ 
notazione {Lire e esito). 



II. BARE T T I 


Pag. 21 


L’arte di Joseph Conrad 


J,n copiosa produzione romanzesca e novel¬ 
listica di foscpli Coniati Korzeniowski ha sog 
giogaie al suo trionfo i critici europei e ame¬ 
ricani forse più [h.t la strana avventura del 
I olacco diventato purissimo e classico scrittore 
inglese e del lupo dì mare fattosi romanziere 
a qunnmt'niini, per l'affascinante vivacità fan¬ 
tastica delle sue opere, per l’esotico ambiente 
coloniale e naturalistico delle prime e più im¬ 
portanti, per la facile classilicabilità dell' au¬ 
tore nelle correnti letterarie modernissime, — 
che non per min seria meditazione dei motivi 
e dei problemi delibine sua. Di questa medi¬ 
tazione vogliamo presentare qui alcuni spunti, 
senza per ora pretendere ad alcuna compiu¬ 
tezza. E veramente molti dati mancano {in¬ 
coia, nel campo culturale e biografico, per una 
definitiva valutazione di questo scrittore, che 
la storia metterà certamente accanto a Ki¬ 
pling e a Show, e molto sopra ad altri oggi più 
popolari e celehrnti di lui. 

Una distinzione preliminare è necessaria, 
tra due gruppi, o meglio due serie princi¬ 
pali di opere conradiane che m parte s’intrec¬ 
ciano ma una delle quali precede idealmente c 
storicamente l'nltra. La prima di esse si Inizia 
con gli stessi primi passi di Conrad : Un ban¬ 
dito dette Isole c Imi lottiti d’/llhnaycr ne se¬ 
gnano giù nettamente il ciclo, le formc\ il me¬ 
todo, il mondo poetico, -— I ord Jim e Cuor 
di tenebra ne rappresentano i due punti culmi¬ 
nanti, con una certa divergenza. Grossolana¬ 
mente questo insieme di opere, il p»ù nume¬ 
roso e il più possente, in cui meglio si nfTermu 
la personalità artistica di Conrad, è definito 
dalla costante contrapposizione cleU’uomo alla 
natura tropicale, dalia psicologia del pioniere 
e del marinaio, dalla penetrante analisi del¬ 
l’ambiente straordinariamente complesso delle 
Indie olandesi e, più tardi, dell'Africa equa¬ 
toriale e dell'America centrale (Nostromo). 
Splendide novelle integrano il quadro deli¬ 
neato dai grandi romanzi, compiono la sco¬ 
perta poètica di questo « nuovo mondo » della 
letteratura europea. E i racconti marinareschi, 
prìncipi Typhoon e II Negro 'del Narcisso, gli 
dùnno l'ultima finitura. Più tardi il Conrad, 
sotto l’influsso della letteratura (massimamen¬ 
te di Dostoicvski) c sviluppando una forte esi¬ 
genza psico-analitica che le sue precedenti 
esperienze avevano generato in lui, tenta a più 
riprese, come nell'/Igodo segreto c in .Sotto 
gli occhi d’Occidcntc, il romanzo sociale e pa¬ 
tologico di tipo europeo : ma con risultati rela¬ 
tivamente scarsi e con minore originalità. Sic¬ 
ché lo vediamo negli ultimi anni cercar di 
fondere le due maniere, come in Chance e 
nella Treccia d’oro , fino ad un ultimo ciclo 
di opere, troncato dalla morte, in cui egli si 
avanzò verso il romanzo storico, sullo sfondo 
dell’epopea napoleonica, con quel Corsaro 
(«The Rover») che forse è il suo capolavoro 
c con l’interrotta trama di Suspense. Questi 
raggruppamenti valgono, del resto, fino a un 
certo punto: perché anche in Lord Jim e in 
Una. vittoria, che appartengono al primo grup¬ 
po, l’analisi intimistica del pathos e del pen¬ 
siero, ha uno svolgimento eccezionale; c le rac¬ 
colte di novelle (/I set of six: Tales o) ito resi. 
Twixl land and sea lalcs; Tales'of hearsay) 
offrono quasi costantemente intrecciati insie¬ 
me, sia pure in varie proporzioni, tutti gli 
aspetti dell'arte conradiana. 

I^a caratteristica più personale c più origi¬ 
nale di quest’arte, quella che costituisce a mio 
modo di vedere il suo fascino e il suo segreto, 
é una peculiare forma di intuizione e di rap¬ 
presentazione della natura e della psiche : una 
forma che, elaborata e raffinata fino alle estre¬ 
me possibilità, finisce per essere addirittura 
un metodo c, come atteggiamento costante, 
l’indice di una intcriore e non mai rivelata 
concezione della vita. 

Vedasi, in primo luogo, come il Conrad in¬ 
tende c presenta la natura. Di fronte alla quale 
due indirizzi si sogliono generalmente notare 
in arte (come, de! resto, anche in filosofia). 
L'imo di essi guarda alla natura come a una 
sterminata e portentosa superficie, su cui si 
sparpagliano mirabili fatti e fantasmi, aventi 
per così dire due sole dimensioni perché con¬ 
templati e ordinati senza tener conto della pro¬ 
fondità. Da ogni parte si può cominciare a 
percorrere questo spettacolo, ma in ogni dire¬ 
zione che si percorra esso renderà sempre, 
sostanzialmente, lo stesso risultato : tutte le 
strade sono reversibili c commutabili. Un dato 
punto che divenga oggetto di particolare at¬ 
tenzione assume facilmente la stessa superfi¬ 
cialità e la stessa distensione del tutto : gro¬ 
vigli che anche una siffatta intuizione qua e 
là pure presenta a primo tratto si sciolgono 
senza resistenza alcuna in un pulviscolo do¬ 
rato e fluido ; le stesse parti più solide si la¬ 
sciano trapassare senza sforzo, lo squarcio 
non rivela nulla, di là. Una continua sensa¬ 
zione di virtù perdute, di enigmi sciolti ma 
non risolti accompagna il viaggiatore che e- 
splora questo paese poetico. Non che vi man¬ 
chino legami, relazioni, rapporti : ma sono 
tutti o miti o armonie introdotti palesemente 
daH'uomo, come in una materia estranea, o 
hanno sempre valore estrinseco perché'il loro 
contenuto ò, generalmente, stato intuito pri¬ 
ma c indipendentemente, da sé Tale è In na¬ 
tura dei preromantici c dei neoclassici, la na¬ 
tura di Bernardin de Saint-Pierrc e di Victor 
de La piade; tale é quella natura che dà luogo, 
rivelando la sua illusorietà e la sua insuffi¬ 
cienza, al pessimismo di Wordsworth e allo 
scetticismo di Leopardi. Ma essa é la natura 
più spontaneamente intuita dai poeti: e perciò 
essa vive immortale, non ostante che il pen¬ 
siero senza tregua la dissolva e la spregi. 

Un’altra natura, dall’avvento del romanti¬ 
cismo, ha preso a dominare nel mondo della 


poesia : e si potrebbe cimnnute, in opposizione 
alla precedente, la natura vista in profondità. 

1 romantici invero sogliono concepire anche 
artisticamente la natura otto la specie della 
sua genesi e del suo sviluppo : il loro occhio 
la sonda e la fruga fino in riposte viscere che 
a lui solo son note : il loro canto non In uma¬ 
nizza estrinsecamente ma tende a far scaturire 
daU'intimo la sua congenita spiritualità. Tem¬ 
pio di viventi simboli che l'uomo interroga, 
secondo la celebre definizione di Baudcunre, 
essa dà ad ogni passo il senso religioso dei 
mistero e insieme la rivelazione della bellezza 
organicamente formata, secondo un ordine di¬ 
verso dal piccolo nostro ordine quotidiano ma 
tutt'uno con il grande ordine delia vita e dello 
spirito. E' una natura attraverso la quale non 
si pa'- j.i più come pellegrini erranti senza mòta, 
o con tal mèta clic sia fuori di essa, ma si 
penetra più a fondo, come cercatori d’oro c 
di pietre preziose. La sua grandézza non op¬ 
prime la volontà umana, ma la incita a un’ar¬ 
dua sfida e la esalta; la sua bellezza non ci 
lascia in una paga contemplazione, ma ci com¬ 
muove e ci risospiuge nel corso del divertire. 
Vu’inspìrazione non più apollinea ma dioni¬ 
siaca Vagita unta e in ogni parte; magici flus¬ 
si la ix&Vudono, e le sue disannonie sembra¬ 
no divini sobbalzi. Il primo l-'ausl c il Tronic- 
Ihcus unbound, Réne e Jocclyn, le truculente 
rappresentazioni dei Travailleurs de la mcr e 
le delicate visioni di Tennyson, infine i sim¬ 
bolisti e gli esotisti, da un capo all’altro d’Eu¬ 
ropa, ci hanno reso questa natura così fami¬ 
gliare clic talvolta ci meravigliamo dell’antica 
come di una scoperta. Essa però corrisponde, 
nelle sue origini, piutosto a un’arte già per¬ 
meata di spirito filosofico c in generale di ri¬ 
flessione, che non alla pura c semplice lirici 
dell'intuizione. 

Mente tipicamente riflessiva, con 'a duttile 
facilità del polacco e la meticolosa serietà 
dell'anglosassone, anche quando è trascinato 
dai trasporli della sua ricca fantasia, — Jo¬ 
seph Conrad segna un terzo modo di veder la 
natura, che fino ad oggi è lutto suo ina vera¬ 
mente è degno, per (pianto personalissimo, di 
trovare maestri che lo perfezionino e lo ren¬ 
dano diffuso c noto come gli altri. La natura 
poeticamente rappresentata dal nostro non é 
né classica né romantica, nè superficiale nè 
abissale, sebbene entrambi gli opposti carat¬ 
teri vi si possano in un certo scuso riscontrare. 
Essa appare come il risultato di una geniale 
c intuitiva penetrazione nell'intimo delle cose 
e dei fatti, clic sia stato, non appena raccolto, 
subito disteso e spalmato sopra un piano d’os¬ 
servazione di tipo quasi anatomico dove gli 
clementi portati a galla da quel vigoroso scan¬ 
daglio si dispongono gli uni accanto agli altri 
con la stessa uguaglianza di livello clic se ci 
fossero sempre stati. Fantasia romantica, in¬ 
telligenza classica sono le naturali operatrici 
di questi due momenti successivi della crea¬ 
zione. Ma con ciò non è detto nulla, perchè la 
buona fantasia è sempre dal più a! meno ro¬ 
mantica e l’intelligenza (poetica) è sempre 
classicheggiante. Per definire il segreto di Con¬ 
rad bisogna precisare clic quel rapido movi¬ 
mento in avanti e in dentro con cui egli afferra 
le maglie della realtà è di una sensibilità viva¬ 
cemente drammatica — c per contro l’arte coi: 
cui egli allarga e stempera pazientemente ciò 
clic ha determinato con quel movimento ha un 
ritmo di straordinaria lentezza, pieno di ut. 
fascino misterioso e tutto orientale. Pare quasi 
clic lo scrittore si compiaccia di battere e ri¬ 
battere, con pieno dominio, la materia incan¬ 
descente clic a stento ha i>otuto strappare dal 
fuoco. 

Descrizioni e interpretazioni così costruite 
hanno, senza dubbio, un andamento un po’ fa¬ 
ticoso -. i) meglio non sono di facile lettura, 
dovendosi tener d'occhio, mentre $i segue pas¬ 
so passo l’analisi, la sintesi non mai spenta 
che accende di vita questa continua immobi¬ 
lità in cui l’artista torce il reale. Ma niente 
eguaglia, nella letteratura contemporanea, lo 
sgusciatile mistero di certi paesaggi coura- 
diani. 

Si capisce, dato il temperamento da cui 
seti nati, che il loro tema prevalente ora sia 
offerto dagli ambienti tropicali delle Indie 
olandesi, dell'Oceano indiano c del Pacifico: 
città bianche sotto il sole ardente, paludi im¬ 
mote c foreste misteriose bagnate da una luce 
abbacinante e irreale, calme sconfinate di bo¬ 
naccia senz'alito di vento. E tutto ciò non vi¬ 
sto in semplice prospettiva, ma per irradia¬ 
zione e suddivisione di una intuizione straor¬ 
dinariamente complessa, che riesce a cogliere 
anche il moto ncll’imiuò&Hc, la vita nella 
morte, e il divenire nelle soste torpide della 
vita. Sicché un banco di alghe, mio specchio 
d’acqua stagnante, una roccia sbiancata ba¬ 
stano spesso a fornire il tema di pagine intere, 
efficacissime. Lo stile stesso di Conrad si spie¬ 
ga c si disnoda fino ad adeguare perfettamente 
l’espandersi delle sue visioni: ha un'andatura 
mi poco ambiali te e la penellntn molto distesa : 
ma non perde mai, anche nel diradarsi del¬ 
l'espressione, la sua pregnanza originaria, e 
anzi la rinsalda di parola in parola. 

Anche di fronte albi natura in tumulto, agli 
uragani e alle tempeste, l’arte di Conrad ri¬ 
mane uguale a sé stessa. Non parliamo del ter¬ 
ribile momento di attesa che precede la bur¬ 
rasca : momento così congeniale alla sua poe¬ 
sia che egli arrivò a farne il motivo spirituale 
di Suspense, romanzo storico. Ma il costante 
dominio del caos dogli elementi conferma 
tutta In forza demiurgica e piallatrice di que¬ 
sta poesia: un tifone diventa, nelle ninni di 
Conrad, materia di contemplazione così sereno 
come se si trattasse di quei caldi pomeriggi 
estivi della Costa Azzurra che incoronano l'av¬ 
ventura del Corsaro. E anche il tifone è lavo¬ 


rato nella prosa indtistre collie un lago, comi 
una foresta : la sua violenza tartarea non cessa 
utili un istante, eppure n lungo a lungo viene 
dipanata in una catena di pittoriche imma¬ 
gini Cosi la tempesta del Negro del « Nar¬ 
cisso », che si cala per cento pagine come un 
maglio coti ritmo infernale sopra In nave di¬ 
sfatta'; così la tempesta di Typhoon , compatta 
come mi blocco di forze demoniache che il 
battello traversa come scavandosi una via con 
l'elica e con la prora. La vivace e originale 
sensibilità coloristica del Conrad lo soccorre 
indubbiamente nel vincere le grandi difficoltà 
nascenti dall'applicazione del suo metodo a 
intuizioni di siffatta natura, strettamente uni¬ 
tarie. E non bisogna dimenticare clic la lun¬ 
ga esperienza di marinaro lo addestrò certa¬ 
mente a visioni molto più ricche e varie e 
frastagliato anche per questi aspetti della na¬ 
tura Certo elio, in ogni modo, egli si lascia 
più volle indietro e Stevenson e Kipling. 

Di contro n una natura così concepita e rap¬ 
presentata, quale sarà l’aUeggiàinento della 
volontà umana? Sotto un triplice aspetto ama 
rappresentarlo e studiarlo il Conrad : la vo¬ 
lontà del barbaro c del selvaggio, come del¬ 
l'Arabo, del malese, del negro, che consente 
fatalisticamente alle potenze della natura e. 
intento continuamente a interrogarle, ne è 
quasi la enigmatica espressione; In volontà 
dell’europeo ammaliato e vinto a poco a poco 
dal fascino delle foreste vergini c dei fiumi 
equatoriali, dalle seduzioni delle terre e delle 
razze senza noine — ora disfatta dall' impari 
lotta e ora trionfatrice solo attraverso una de¬ 
dizione e una rinuncia; la volontà, infine, del 
pioniere e del marinaio che vince opponendosi, 
resistendo, trionfando. Queste drammatiche 
antitesi sviluppate dalla tragica fine di Wil¬ 
liams c dalla lenta rovina di Alltnaycr alla 
crisi c alla rivincila di « Lord Jim », dalla te¬ 
nacia scozzese del capitano di Typhoon alla 
vicenda eroica del pioniere di Cuor di tenebra, 
danno al naturalismo di Conrad un’intonazio¬ 
ne ben più profonda che non abbia nel più 
facile, più popolare c più fortunato Jack Lon¬ 
don : Conrad sta a London come Goethe a 
Rousseau. Donde un acuto interesse, nel no¬ 
stro, per lo malattie della volontà, che gli rive¬ 
leranno a poco a poco il mondo psicologico 
dell’uomo contemporanco: e una capacità di 
intendere e analizzare le passioni, (coinè svol¬ 
gimento della personalità umana di fronte alla 
natura agitata ma sostanzialmente impassi¬ 
bile), che dona ai personaggi conradiani una 
aureola di eroismo nelle stèsse loro espansioni 
più primitive 

La volontà degli eroi del Conrad è per altro 
molto semplice nelle sue linee costitutive, seb¬ 
bene spesso tormentata dall' irresoluzione e 
dall’ambiguità : ma il loro pensiero è sempre 
molto complesso, e il pensiero appunto genera 
i mali della vergine volontà. Prima di tutto 
complesso è il pensiero del narratore in quan¬ 
to personaggio più o meno velatamente pre¬ 
sente in tutti i suoi romanzi : che sono, all'uso 
inglese, raccontati dall'autore stesso che fa 
capolino ad ogni pagina, o dal suo amico Mar- 
lowe o da un terzo qualsiasi che talora sono 
anche attori del dramma. E quando manca 
questa forma tradizionale, proprio allora ab¬ 
biamo innanzi allegorie autobiografiche, come 
nel Corsaro. In tutto questo si riflette in per¬ 
sonalità artistica di Conrad, che ha bisogno di 
chiarire a sé stessa, prima incora che agli al¬ 
tri, le sue creazioni, cd è costretta a tenersele 
avvinte a doppio filo per poterle elaborare se¬ 
condo la propria natura. I romanzi che ne soa 
generati acquistano così una linea di costru¬ 
zione un po’ artificiosa e spezzata, con le la¬ 
cune e le induzioni volute dalla cronaca testi¬ 
moniale; ina in compenso la spiritualità e la 
fantasticità del racconto come tale, la melimi- 
nabilc contingenza della vita, e il chiaro-scuro 
necessario a figurare concretamente uomini e 
cose, si salvano c s’integrano proprio per forza 
di tale « maniera » : c l’attenzione vigile e in¬ 
defessa a cui il lettore è così costretto è d’altra 
parte indispensabile perchè siano scorti nella 
giusta luce tutti gli aspetti dell'arte conra¬ 
diana. 


Preparata, scoperta, inscenata per queste 
vie ed esperienze, la psicologia di Conrad e- 
guaglia il suo naturalismo, ne riceve il me¬ 
todo e le prospettive, ne segue lo stile. E da 
quanto s’è detto, apparirà chiaro come l’au¬ 
tore di l.ord firn e del Corsaro (i suoi due ca¬ 
polavori nel campo psicologico, c, se non fos¬ 
sero certe irregolarità di costruzione nonché 
un tal quale eccesso di romanzesco nel primo 
e una lieve retoricità della conclusione nel 
secondo, i suoi due capolavori senz’altro) do¬ 
vesse di necessità sboccare nella psico-analisi, 
l>erehè questa era implicita nei primi romanzi 
naturalistici e prevedibile per il momento in 
cui l’artista, movendo dalla natura e dal con¬ 
trasto natura-uomo, avesse scoperto 1’ uomo. 
L’importanza di questa genesi interiore di in¬ 
teressi artistici sta nel fatto clic, in conseguen¬ 
za di essa, la psico-analisi di Conrad ha po¬ 
tuto avere una vasta plurilateralità di motivi e 
di temi c non ha soffocato nè prepotentemente 
assorbito gli altri clementi dell’arte da cui ò 
nata e in cui si è svolta. 

Anche per ciò che concerne lo spirito umano 
si possono, a maggior chiarimento, ripetere le 
distinzioni e le spiegazioni date a proposito 
della natura nel mondo poetico conradiano. 
Sebbene qui non valgano quelle precise deter¬ 
minazioni storico-letterarie, s’ intende agevol¬ 
mente che la psiche può essere studiata e rap¬ 
presentata o secondo una visione superficiale, 
analitica, depersonali/zatrice ma feconda di 
eccellenti descrizioni e di magnifiche esperien¬ 
ze particolari (che corrispondo, press’n poco, 
alla psicologia classica), o secondo una pene¬ 
trazione nei subcosciente, che rivela gl’istinti 
o l’oscuro fluttuare delle sensazioni, che fa 
sprizzare dalle loro latebre le energie segrete 


dell'anima, ma clic anche finisce per concen¬ 
trarsi in un ipogeo di cui sfuggono le dirama¬ 
zioni alla luce del sole (e questo modo sarebbe, 
dal più al meno romantico). Il Con rad, for¬ 
nito di delicatissime sonde e di uncinanti 
strumenti di ricerca, porta invece sulla linea 
dell’azione e della personalità empiricamente 
determinata tutto ciò che discopre dietro le 
quinte della volontà c delle passioni, dentro le 
fluttuanti regioni delle attività conoscitive c 
riflessive. Sicché i suoi personaggi, pure es¬ 
sendo in genere tipi abbastanza normali, ma¬ 
nifestano per questa continua esteriorizzazio¬ 
ne del loro « io » una ricchezza di stati e di 
alti coscienti che fa loro acquistare una smisu¬ 
rata grandezza. Prendere una passione, un 
tormento, un'idea c, sottilmente analizzati i 
suoi precedenti i suoi momenti i suoi conati, 
distendere in una serie lineare, in una succes¬ 
sione non reversibile ciò che siamo abituati a 
conoscere in blocco o per indizi : tale è l'arte 
di Conrad. 

Si capisce che quest’arte non costruirà più 
la personalità per via di piani brillanti ma 
connessi come le facce di un poliedro, c nem¬ 
meno l’andrà a scovare con ampi squarci e 
tenebrose fcrites lasciate aperte a vantaggio 
dei curiosi, — bensì, dopo aver circuito per 
ogni verso i suoi individui c averne spaccato 
il cranio in ogni senso, porrà ogni suo sforzo 
nell’obliterare questa zoologia c questa anato¬ 
mia c nel plasmare coti i loro risultati un 
dramma dcll’ti io» in cui tutto si svolge sulla 
scena senza che runico attore si sdoppi o sva¬ 
nisca. La lentezza necessaria a tale svolgimen¬ 
to conferisce a queste figure conradiane una 
specie di statuaria immobilità contrastante col 
continuo variare della loro individuazione con¬ 
creta. 

Ma la magia dello stile c il fascino della 
scoperta di una logica del pensiero, della vo¬ 
lontà c delle passioni ben diversa dagli sche¬ 
mi tradizionali c consuetudinari inchiodano 
l'nttcnzioMc anche sulla stupenda, ina pensosa 
c strascicante confessione di « Lord Jim », an¬ 
che sulla prima parte di Chance, dalla terri¬ 
bile analisi della mentalità di una signora 
piccolo-borghese all’ossessionante conversa¬ 
zione tra Flora e il narratore sul marciapiede 
davanti all’albergo. Conrad ha una speciale 
abilità di lasciar cadere a goccia a goccia i fatti 
c le parole, di stemperare i sentimenti e i pen¬ 
sieri senza che nulla perdano della loro viva¬ 
cità primitiva, di far sentire lutti i vuoti e 'c 
lacune, gli sbalzi e gli andirivieni del ragiona¬ 
mento colto nella sua realtà. Suspense, se fosso 
stato compiuto e limato, sarebbe anche per 
questo verso l'espressione delle più segrete 
aspirazioni dell'artista. Ma egli riuscì quasi 
sempre a realizzarle nel vario gioco delle sue 
trame. 

Questa attitudine psicoanalitica permise inol 
tre al Conrad di rendere più raffinata c di in¬ 
teriorizzare profondamente la moralità del suo 
mondo poetico, che ne era originariamente !h 
parte più debole o meno originale. Generosità, 
abnegazione, sincerità, passionalità, tenacia, 
perseveranza, coraggio, energia volitiva, — 
le virtù tnsoimna clic coi vizi opposti costi¬ 
tuivano il suo mondo morale, (misto dello spi¬ 
rito cavalleresco della sua stirpe e della men¬ 
talità propria della sua patria di adozione), 
non erano fatte per corrispondere alla novità 
c alla freschezza dell’ispirazione artistica : c 
questo dissidio rimase, pur via via attenuan¬ 
dosi, sempre acceso nelle sue opere. Tanto più 
che il partito delle idealità etiche per cui Con 
rad ebbe praticamente un culto vivissimo, ma 
che nel mondo della sua fantasia rappresen¬ 
tavano alcunché di «fatto», di presupposto 
c di convenzionale era indirettamente ìaffor¬ 
zato dall’ideologia poetica delle lotte delta 
volontà contro la natuta e contro le debolezze. 
Ma la conoscenza sempre più profonda del 
mondo dello spirito, la minuziosa esperienza 
dei suoi plessi e delle sue sfumature, l’analisi 
delle vie del male (massima quella della men¬ 
zogna e del tradimento in Sotto gli occhi d’Òc- 
cideute e nell 'Agende segreto) c la valutazione 
patologica della psiche — a poco a poco con¬ 
dussero il Conrad. a intuire e presentare arti¬ 
sticamente sempre meglio quella moralità, per 
cosi dire, più spirituale e più morale che ap¬ 
pena sbocciava dalle sue prime opere, ma che 
pur doveva incoronare ampiamente la sua at¬ 
titudine creatrice e il suo metodo artistico. 

Alla luce di questi giudizi e di questi cri¬ 
teri converrà, credo, esaminare e valutare par¬ 
atamente le opere c le trame, i quadri e i per¬ 
sonaggi di Joseph Conrad : se si ritiene oppor¬ 
tuno, come io ritengo, dargli ormai il posto 
clic gli spetta nella letteratura inglese ed eu¬ 
ropea del nostro secolo. 

Santino Caramella- 


È USCITO: 

Vincenzo Cento 

I viandanti e la mèta 

con un saggio su l'autore 
di ERMINIO TROILO 
Un volume di 280 pp. Lire 16 

I « viandanti » sono i maggiori nostri pen¬ 
satori contemporanei, dal Gentile al Buona- 
iuti e dal Guastalla al Varisro, doi quali è qui 
indagato o illuminato il tormento spirituale 
o l’indirizzo speculativo; la «mèta» è quella 
complessa c personale concezione della vita a 
cui l’autore di • Io e me - Alla ricerca di Cri¬ 
sto» ò rivolto, © a cui mostra convergere il pen¬ 
siero contemporaneo. 




Pilg. 22 


IL BARE T T 1 


E V R E 

Nacquo noi 1879 o crebbe nell’età più «orda 
e volgarmente prosastica dho contrassegnò la 
dccndouza cclturalo od ortiitica doll'iraporo di 
Alessandro 111. Usciva da una vecchia e auste* 
ra famiglia di nobili, ma a trodici anni già ri¬ 
bollivano in lui gesti o parole ribelli. Più tardi 
la poesia di Nietzsche, Maeterlink, Wilde, tu 
pronuba smagliante ai nuovi idoali, allo visioni 
d’arto e di vita che egli si prefisso. Succedeva 
alla prima pleiade del graudo romanticismo 
russo che avevo posto capo al gruppo • Mondo 
dell'Arte». Pur generosamente nutrito dolio 
idee e tendenze pittoresche e liriche di esso, no 
rimaso sempre alquanto in disparte; il russo 
groggio, genuino, radicalo cho sempre resistette 
in lui, ripugnò costantemente all’occidonta. 
ftsmo di acquisizione: apparve nella carovana 
un compagno di viaggio, un po' segregato o 
distratto tra i romantici puri guidati da A. 
Benna. 

Però una dipendenza culturale c d’affinità 
col movimento romantico russo c specie col Wil¬ 
de è manifestamelito rintracciabile nell'» Apo¬ 
logia dilla Teatralità», nell'idea conduttrice 
del «Teatralizzare la vita», o la conscguente 
dottrina del «Teatro por sò». L’Evreinov af¬ 
ferma che ‘l'istinto della teatralità e radicalo 
primordiale .nell’uomo e nasco con il bisogno di 
rifare o trasformare la propria natura e il 
mondo che no ò il rivorbcro. Evreinov allarga 
anzi il concetto dell’ispirazione creatrice, fa¬ 
cendone oltre che funziono essenziale della per¬ 
sonalità umana, la stessa essenza dell'intera vita. 

Lo illazioni sono ovvie: solo in quanto la vita 
diventa teatro, teatro dell'uomo per sè (e non 
per gli spettatori) essa può sentirsi veramente 
viva, operante o sopratutto individuata. E in¬ 
tesa in tal senso la «teatralità» si fa sinonimo 
di energia, d'espressività, della tendenza dol- 
l’individuo alla piena sua esteriorizzazione dif¬ 
ferenzialo o dominatrice noi mondo delle coso 
e degli uomini : si fa ordine ed organo di rico¬ 
struzione dell'esistenza secondo uu programma 
proprio, inconfondibile. Se no deduco anche 
una sintesi che vale un sistoma speculativo: E- 
vreinov considera e pone tutti i valori univer¬ 
sali sotto la specie della teatralità. E no cerca 
le provo nella storia dolio animo e degli stessi 
movimenti ideali, attraverso i secoli. Cho cosa 
sono infatti il tatuaggio, lo deformazioni tra¬ 
dizionali, ritualistiche, religiosamente e mohda- 
namentc osservate dol cranio, dei piedi presso 
i popoli primitivi, i quali offrono gli esemplari 
più schietti e credibili dell'istinto? Evreinov vi 
intravede «La mania della trasformazione» pu¬ 
ra teatralità. 

Del resto l'i'nportanza sociale rivelatrice del 
teatro i dimostra per il fatto che l'uomo pri¬ 
mordiale conferisce sempre un assetto (o più 
propriamente un allestimento) rappresentativo 
teatrale a tutti i fatti fondamentali della vita : 
nozze, dichiarazioni di guerra, giudizi ed ese¬ 
cuzioni capitali, caccia nascite, educazione dei 
fanciulli «cc. 

Il magico potere della «teatralità» fa sì cho 
l'uomo selvaggio impara a riconoscersi, facen¬ 
do accettare dagli altri le normo obbligatorio 
dell'esistenza. Ad ogni modo la storia dell'u¬ 
manità anche adulta non ò che una vicenda di 
esempi di questo genere. Tutto nella Spagna del 
XVII sècolo fu teatro: l'Inquisizione © la tor¬ 
tura, gli auto-da-fé o la corrida. Uno sguardo 
alla Francia del successivo secolo XVIII non 
cambia le deduzioni: non si può stabilire se 
in teatro o più tosto nella vita reale dol ceri¬ 
moniale, degli spettacoli di Corte si dobba cor¬ 
care la maggiore importanza, il più veritiero 
significato di tutta la sua storia. II potere del¬ 
la teatralità, quella che Evreinov non dubita 
di definire tcatrocrazia, impera in ogni singola 
coscienza, dal primo giuoco del bambino e nel¬ 
l’ultimo attoggiamonto del moribondo. 

Il dualismo nell’individuo fra Tessere ed il 
parere lo sollecita a fabbricarsi una maschera, 
a recitare una parte, ad erigersi in proprio un 
«teatro per aè stessi», a volerlo nel senso co¬ 
mune della parala. Ma Evreinov spingo oltre lo 
sguardo, e, riferendosi aU'interpretazione dei 
sogni del Freud, crede di trovare la manife¬ 
stazione doli'Istinto dominante della teatralità 
non solo nelle visioni notturno, ma nei giuochi 
dei bimbi, i quali si assegnano delle vero parti 
da recitate ; in molti atti o nella condotta degli 
adolescenti avidi di avventure immaginarie non 
meno allestite cho sulla scena, e persino nei 
vizi, nei dolitti dei più giovani i quali rivelano 
l’irresistibile bisogno della loro indole non an¬ 
cora castigata dall'esperienza, tutta tesa ad un 
esasperato esercizio della volontà per figurarsi 
e crearsi una vita arbitraria di sostanza fanta¬ 
stica, colorita dai fuochi della ribalta. 

Quest'idea della teatralizzazione della vita si 
Manifesta specialmente nel primo corno nell'ul¬ 
timo lavoro del Evreinov. Nel primo « I! bel 
despota » un uomo evade dal mondo per rinchiu¬ 
dersi nella vecchia casa dei padri e ricostruirsi 
per sè la vita di un secolo addietro o cosi rag¬ 
giunge la felioità. Nell'ultimo, nel tCid che 
più importa * l'autore si assume di dimostrare 
che la cosa di maggior momento nella vita è di 
«inscenare» la felicità dogli umili, dei dere- 


I N O V 

litti: il flottar Frtyoli (altio ricordo trasfor¬ 
mistico, acrobàtico, motiuuorfosizzante italiano) 
incarna un nuovo esemplare di maestro e bene¬ 
fattore dell'umanità: scrittura alcuni attori, i 
quali debbono rappresentare nella vita (non 
più sulle tavolo d'un palcoscenico) alcune par¬ 
ti ben congegnate per incauturc u saivaro i 
miseri: uno di loro si dura per innamorato di 
una povera o brutta ragazza destinata a restar 
senza amore; un'attrice si fingerà innamorata 
di uno studonto disgraziatissimo; e lo stesso 
dottor Fregoli attuando o giocando la Anziono 
doll'amorc, farà con questa terapeutica tea¬ 
trale, felici tre donne, sfidando persino il cri¬ 
mine di trigamia. 

Naturalmente partendo dal principio cho non 
il teatro dove rispecchiare la vita o fondersi nel 
vero, ma la vita e il voro debbono trasfigurarsi 
nella supcriore, autonoma, sconfinata famàsia 
creatrici dol teatro, pensato come categoria 
dominanti e stampo della libertà individuale 
dello spirito, Evreinov giudica con estrema sin¬ 
cerità :1 toatro contemporanco c preconizza il 
crollo delle forme odierne sceniche, di quello 
cho egli chiama drammaturgia letteraria o dei 
suoi attori professionali, cui contrappone la 
schietta ispirazione o quindi tanto più potento 
dei «dilettanti». L'essenza del toatro imperan¬ 
te, il suo fascino realistico, mimetico, riflesso, 
spinge il pubblico necessari amento verso quella 
«prostituzione» del teatro cho ò il cinemato¬ 
grafo. Se la critica volesse essere efficace o sa¬ 
pesse veder chiaro nella dissoluta deformazione 
clic il cinematografo, tanto deprecato, rappre¬ 
senta rispetto al teatro, dovrobbo farne risalirò 
la causa al teatro medesimo. 

Evreinov chiede all’attore 1‘esteriorizzazione 
disinteressata della sua personalità; egli parla 
di una «missione» doll'attoro, di vere « crea¬ 
zioni », di «una festa», di un «gioco» folice e 
lirico contro la sordità materiale, Posposizione 
realistica cho «ville nostre scene pretendo di 
costituire il Teatro-espressione della fantasia, 
del gonio, in una parola, della poesia. Egli 
chiedo che l'attoro si proponga di vivore «fu 
gioia del teatro per se medesimo, uomo e crea - 
/ore». Lo formule, le definizioni del critico-e¬ 
steta noli mancano, per verità, di una impre¬ 
cisa vaghezza generica; non si può dedurre da 
esse, a contorni nitidi, lo scopo che il poeta as¬ 
segna nell'avvenire al toatro e ai suoi modi di at¬ 
tuazione. ma senza dubbio Evreinov ha il me¬ 
rito di battere un sentiero sotto una bandiera 
rivoluzionaria sua, nel vento distruttore o rie- 
dificatore: egli dice: «L'essenza del teatro non 
consiste forse nel superaro, vincere le norme 
segnate dalla natura, i termini statici, conven¬ 
zionali della sociotà,. dei suoi istituti?» E por 
non confondersi grossolanamente nel pensiero 
anarchico o negativo di tutti i ribelli empirici, 
si appella senz’altro ad Aristotile e alla Ari¬ 
stotelica dottrina della purificazione («catarsi)» 
ottenuta, traverso la paura o la pietà (essenza 
epica o Urica o religiosa della tragedia greca) 
prodotte sullo spettatore dall’azione scenica. 
La sostanza creatrice del teatro, secondo Evrei¬ 
nov, è tutta qui, motivata criticamente con un 
altro riferimento ultra modorno alla psico-ana¬ 
lisi di Freund, cho sul poeta russo ha esercitato 
una influenza decisiva. Infatti egli osserva cho 
come » sogni c l'isterismo sono la manifestazio¬ 
ne di desideri insoddisfatti, soffocati, inattuati, 
cosi il teatro è la espressione, anzi la rivolazio. 
ne o sostituzione dei desideri più tipici e pro¬ 
fondi, soppressi, taciuti dalla coltura o dal con¬ 
tratto sociale. In altro parole; in questa con¬ 
cezione palingenetica ovreinoviana il teatro vie- 
no a soddisfare i desideri inconfessati e imbri¬ 
gliati doli’umanità esprimendoli nell’evidenza 
rappresentativa, ed in certo senso viene a li¬ 
berarli o «liquidarli» in modo assai più effi¬ 
cace del sogno e più normale di una malattia 
psichica, perchè effettivamente dichiarati, con 
il “fascino dell'arte, nel gioco scenico. 

Al teatro tutto è permesso: lo spettatore so¬ 
gna a occhi aperti dando libero sfogo alla sua 
verace natura, al suo bisogno di evadere dai 
limiti costrittivi della disciplina convenzionale. 

II teatro torna a festa* nel sacro significato ar¬ 
caico; licenza canonica, libertà di eccezione, 
pressapoco uu ritorno ai « Saturnali a» dei pa¬ 
dri antichi, durante i quali lo schiavo si ri¬ 
conosceva in libertà. 

Por l'Evreinov il teatro trasfigura ristinto 
umano recondito; scondo In torminologia spe¬ 
cifica della psico-analisi, lo sublima: lo spetta¬ 
colo teatrale acquista così una forza educativa 
enorme, magica e creatrice, in virtù della qualo 
l'uomo si ripiega su sè stesso, 'penetrandosi si¬ 
no in fondo, chiarendo e dominando i 9Uoi o- 
scuri impulsi, rinnovandosi e integrando le sue 
forze più segreto. Il campo futuro del teatro, 
lo cui dimensioni oggi non è dato di scoprirò, 
sarà determinato da quei fini. Evreinov chia¬ 
ma senz’altro il sistema da lui intravisto c pro¬ 
pugnato « teatroterapia», che si riallaccia alla 
terapeutica clinica dolle malattie nervoso: cam* 
Inamente dclTambiente, dei luoghi, dello oc¬ 
cupazioni consuetudinario. « Il teatro è una •tu¬ 
ra per l’attore e per il pubblico». Questo origi- 
naie concetto cho Evreinov ha dol suo teatro, 
fa si che egli avversi implacabilmente il tea- 


irò naturalistico c simbolistico. Per lui il tea¬ 
tro devo svolgersi in un mondo autonomo, tut¬ 
to peculiare suo, sottratto al poter© di ogni 
principio od inlromissiono extra-scenica, com¬ 
presi i pregiudizi est.tic»: devo avere moto o 
strumenti propri, indipendenti e inconfondi¬ 
bili. Nervo centralo del toatro, muTaltro cho 
la sua teatralità intrinseca, allo radici: senza di 
questa, avremo un musco etnografico, Borato 
letterario, quadri plastici, lutto fuor che poesia 
di teatro. Il metodo spocificatnmoutc teatrale, 
conseguente a questi principi c l.’espressivista: 
gli elementi pittorici, plastici, musicali, lirici, 
si trasformano o si ordinano in questo teatro 
per forme prettamente sceniche di un valore 
espressivo molteplice c diverso. Evreinov non 
definisco esattamente il metodo espressivo in 
parola, ma è da notare come egli sottolinea il 
rapporto che si istituisce tra il poeta, l’attoro 
e lo spettatore, quel tacito contento reciproco 
essenziale all'esistenza del teatro e in virtù del 
quale lo spettatore è legato alla visiono este¬ 
tica dol poeta c questo a suo volta al manteni¬ 
mento integralo dolla sua promessa. 

Nella sensazioni) o commozione viva suscitata 
dalla vicenda scenica dentro l'animo dello spet¬ 
tatore-collaboratore, è la fonte del teatro nuo¬ 
vo. Tu questo Evreinov è in Russia quollo che 
Craig, Fuchs, Reinhardt furono per l'Europa 
occidentale: il primo che tracciò c affondò il. 
solco suI quale hanno più tardi mietuto Mcior- 
hold, Tairov, l'ielrolf o i loro corifei. Nella 
nuova cultura dell'attore, Evreinov vede la sal¬ 
vezza e la resurrezione del tcntrq. 

Praticamente, il Poeta russo dimostrò l'effi¬ 
cacia, la virtù informatrice della.sua innova¬ 
zione concettuale traverso l'ordinamento del 
suo teatro antico: in es&o egli ravvisò sopra- 
lutto il problema scenico della riproduzione 
■dello spettacolo antico secondo il suo spirito e- 
senzialo o lo stile degli interpreti, la cura dol- 
1 allestimento no» per riproduzione fotografica 
a ricalco, di pedanteria arcnoologiea, ma ripen¬ 
sata in una visione poetica delle vario epoche. 
L'iniziativa suscitò un fervido calore di con¬ 
sensi o una più vasta attenzione nel campo sto¬ 
rico doH'artp teatrale: gli studiosi si trovarono 
innanzi i principi della resurrezione del teatro 
antico o una coscienza teatrale specifica della 
sua natura e della sua vitalità. Constatarono 
che Evreinov non trasportava sulla scoya il ma¬ 
teriale morto catalogato di uu museo, ma nella 
storia viva doll'arte scenica resuscitava il genio 
della teatralità, l'essenza perenno di essa. At¬ 
traverso la conoscenza dei vari stili, la coscienza 
teatrale si liberava dallo strettoie del tradizio¬ 
nalismo o della convenzionalità mimetica scam¬ 
biata per «naturalezza». Il teatro acquistò il 
senso poetico, la fantasia frqsca o spaziosa del 
proprio materiale espressivo, i mezzi tecnici o 
i metodi di allestimento scaturiti da una com¬ 
mossa partecipazione lirica dell'ideatore scenico 
allo sorgenti della ispirazione originaria dei ca¬ 
polavori. In un orizzonto, atiche più ampio, 
vennoro così gettate lo basi della coltura csege’ 
tica teatrali). 

Per rendere il teatro vivo e trasmetterlo nel¬ 
la coscienza, nell immaginazione, quasi nei sensi 
dol pubblico, Evreinov esigo daU’azione sce¬ 
nica la pienezza di suggestiono che sà ottiene 
soltanto con Timmcdiutezza «attuale». Egli ha 
delle vecchie forme, dei vecchi stromcnti es¬ 
pressivi della teatrologia storica, di tutto quan- 
to nei secoli occitò la partccipaziono commossa 
degli spettatori allo spettacolo, usato con una 
originalità pittoresca, incantatrice: marionot- 
to, ombro, il baraccone, Toporotta, la fiaba po¬ 
polaresca, i costumi, i riti, lo superstizioni, gli 
intermezzi salaci, le arlecchinate, il grottesco 
del «Varietà» o del «Cabaret», il «Giiignol»; 
elementi prospettici del movimento, del colore, 
dclTambiente per grandiosi affreschi, della fan¬ 
tasia decorativa o della pivi profonda estrinse¬ 
cazione della verità lirica del Vigno; un arse¬ 
nale immane di forme abbandonate, non pene- 
rato, non sfruttate che conduce a quel mira¬ 
bile risgorgaro del «primitivo», assento dal tea¬ 
tro di ooltma che è ormai rimuginazione ri¬ 
flessa di materia sorda, falsa, o vuotata dal lo- 
gorio senile. 

Con la concezione del suo «Teatro dello 
Specchio obliquo» (caricaturale, doformatore, 
fantasiosamente demoniaco) il temperamento 
del nostro si rivelò per taluni dei suoi aspetti 
più compiuti o il suo tnlonto parodistico, con¬ 
giunto con la sua folice inerauribilità di alle¬ 
stitore scenico, trovò alcune delle sue afferma¬ 
zioni sorprendenti inspirate dal principio fon¬ 
damentale del monodramma, creato da Evroi- 
nov, che ò lo stesso principio o concetto suo 
della teatralità per cui la vita e la realtà altrui, 
diventano la nostra vita o la nostra realtà. 

Nel monodramma, il drammaturgo tutto co¬ 
glie ed ordina traverso l'occhio dello spettatore 
sì che no viene una prospettica scenica di una 
sconcertante originalità. No viene anche Tovi- 
dento carattere polemico di questa concezioni) 
di Evreinov, in quanto il monodramma presta 
la catapulta per tentar di abbattere il teatro 
moderno il «piale, secondo il Nostro, assoggetta 
l’ingegno e la. fantasia degli scrittori alle leggi 
statiche della imitazione letteraria e no induco 
una estetica che chiudo in sè Topora d’arte, 
la ilisseoia, la isterilisce, la falsifica; e l’at¬ 
tore. invoco di Kviiiirsi ed essere l’agente vivo 


doll azione scenica, sparisco nel sistema, inghiot¬ 
tito dallo cose fuori di lui c cui egli presta voco 
o gesti fiochi, remoti, distaccati; spesso incorn- 
prensióni. 

Evreinov ha lottato strenuamente por il ri¬ 
pristino dei fattori sensuali dello spettacolo, por 
gli effetti scenici intrinseci c non sovrapposti al¬ 
la poesia. Lo spettacolo visivo deve esprimere, 
articolare lo spettacolo interiore: lo spettatore 
deve agire, o illudersi di agire (clic è lo stesso) 
al centro della vicenda scenica. E tutto quanto 
dello suppellettili d’allestimento è ordinato in 
scena, dove uscirò o partecipare alla vita^dei 
personaggi inventati; Tullestintento, valendosi 
di lutto lo più nrditc, argute conquisto tecni¬ 
che, specialmente per la mobilità istantanea e 
continua dello scenario, devo tradurre anche 
bèll'aspetto delle cose i mutamenti cho avven¬ 
gono nell’animo e nelle parole dell'attore: l'ar- 
rcdnmcnto sparisco quando la commozione porta 
nd ignorarlo, ad annullarlo, l’attore non dove 
o non può più accorgersene. Lo spettatore dal 
canto suo vedo o acute come l'attore. So questo, 
ad csompio, chiude gli occhi, Tilluminazionc 
deve spegnersi ; so l’attore è preso dal capogiro, 
la scena deve fare Timmagino della vertigine al 
cho so no abbia alla vista la porcozionc dentro 
cerchi verdi. 

Evreinov divido indubbiameuto .il merito di 
avero inaugurato una nuova opoca nella storia 
dei costumi © della maschera teatrale. 

Il teatro dove essere libero di rcegHore la 
propria attrezzatura espressiva anche tra gli 
atcomcnii più inverosimili ; non ha altre leggi 
cui obbedirò nlTinfuon di quelle che emanano 
dalla poesia e guidano al maggioro o più in¬ 
tenso, più proprio effotto dolio spettacolo. In 
questo sonso rimasero in Russin veramente sto¬ 
rici gli allestimenti della « Francesca da Rum¬ 
ili» d’Annunzintia e della « Saloni è » al Teatro 
verakommissavgovskaja. 

Per chiudere questa informazione sull’opera 
creatrice o innovatrice di Evreinov basti dire 
che, secondo il pensiero e la parola di lui, 

« quando il teatro trascura la forma schietta o in- 
« tei mi niente prescritta dol teatro stesso, questa 
• non ha più diritto di chiamarsi teatrale. E' 
«tunipo di ridare al teatro il suo vero carattere; 

« non essere tempio, nè specchio, nè tribuna, nò 
«cattedra, ma solo teatro. Alla nobile teatralità 
«io ascrivo un valore estetico jositivo. Il toatro 
« non parla al senso artistico dolio spettatore, ma 
« al suo sentimento della teatralità, al sentimento 
« anarchico che in ognuno di noi prima di lutto 
«esigo una vera, pazza, audace trasformazione, 
«anche contro il buon gusto o i canoni estetici 

■ per goderò l’improvvisazione della vita o il 
«senso della libertà; questa trasformazione rie- 

■ sce spesso più concreta a teatro quanto più 

■ sono miseri, elementari i mezzi degli intei- 
« preti ■. 

A parte i riflessi filosofici che affiorano in co- 
desto massimario, così caratteristicamente russo, 
dobbiamo ritenere che l'apologià della teatra¬ 
lità si presenta corno pietra angolare della fu¬ 
tura concezione sistematica del teatro, o per 
essa Evreinov si avanza come l’assertore del 
fatto scenico, fenomeno contraddistinto e a sè, 
per il principio della teatralità. 

in questa veste egli ha rivolto agli attori un 
vibrante appello per una specifica loro «cul¬ 
tura teatrale» ed ha elevato una voce violenta 
di protesta contro i tramontanti sistemi e go- 
neri preconizzando la fine miseranda dol teatro 
moderno. Egli si sforza di conculcare la verità 
che insieme con l’attore l'ufficio della direzione 
&:cnica diventa sempre più essenziale, penetra 
c trasforma l'attore medesimo c tutto l’ordina¬ 
mento scenico fondando una radicalo coscienza 
nuova del teatro. Storicamonte è anche da no¬ 
tare che una innovazione qual’ò quella recata 
da Evroinov, non avrebbe potuto compiersi nei 
grandi teatri a repertorio. 

Infatti Evreinov lasciando il teatro di Vera- 
kommisargovskaia, dopo il trionfo di Francesca 
da Rimini di d’Annunzio, e il battesimo russo 
dei drammi del Maeterlink, del Hauptmann, 
del Sollogub e di altri, si diede anima e corpo 
al «Teatro dolio Specchio doformatore» e a 
quello «Allegro per i fanciulli adulti». Qui 
fiorirono il grottesco, ia parodia, il monodram¬ 
ma della sua più caratteristica produzione. Qui 
egli potè dar sfogo pieno alla sua avversione 
verso l'estetica del teatro tradizionalo e riabi¬ 
litare fra l’altro lo forze cadute in disuso o 
nell'oblio, nelle quali egli indovinò la più viva 
forza del teatro .diremo con la sua formula, 
«teatrale.»: il genio istintivo del Folklore, dol 
Carro di Tespi, la burattinata, audacissima 
sfida a tutta la «letteratura» imperante. Lo 
stesso sforzo compio oggi il Meierhold, ma or¬ 
mai in grande stilo c sopra un grande palcosce¬ 
nico. Nei duo suoi piccoli teatri Evreinov no fu 
il precursore. E in questa sua tremenda e 
grande impresa, insieme distruttiva e creatrice, 
sta il suo contributo deciso alla causa del teatro 
per il teatro, che fu ed 6 la sua passione, la 
sua religione, l’or lui tutto il mondo è teatro, 
solo teatro ogni attimo nostro deve essere tra- 
«figurativo. Ed egli rimane sempre « attore nolla 
vita»; il demono della «teatralità» lo possiede, 
certamente lo infutura. 

Raisba Oi.kienitzkaia Naldi. 


II, B A R E T T 1 


P.1R. *3 


Un bolognese a Milano 

i, 


Il uomo di Riccardo Baccholli cominciò a ve¬ 
nir fuori »' tempi della Honda, che del romanzo 
lì filo ut erti vi t/l toso (1010) — irraggiungibile 
oggi — e dei /'ormi lirici (1914) nessuno dopo 
la guerra più si ricordavi!. Amiamo credere elio 
fossero tentativi o riprovo, o che il Bocchelli 
s< ritrovasse, in sul finirò dol 1918, con il vec¬ 
chio gusto dello lettere, e la penna arrugginita, 
n dover rifare il suo noviziato. 11 «piale fu lungo 
ed iiilcmsanto, mirabile por applicazione e pa¬ 
zienza, e termina soltanto ora, con II diàbolo 
ai Ponti ! ungo (romanzo storico in 2 voli. - Mi¬ 
lano, Casa ed. Cesellino, 1927). 

Per cinque o sei anni Bacohulli diedè l'im¬ 
pressione dolTuomo che non ha fretta, sa impie¬ 
gare e anche sperperare i giorni ; dell'individuo 
che usciva a fatica dalla pigra atmosfera di Bo¬ 
logna «, dalla troppo accanita frequentazione de* 
classici, o prudentemente mcttevasi ad assimi¬ 
lare il nuovo mondo non provinciale. La Honda 
contava s.rittori assai più efficaci o sottili di 
Bacchelli, ma nessuno corno lui fnceva pensare 
n una sorda forza in travaglio : la pagina so 
vento opaca e grevo mostrava una solidità sin- 
gelare. Il secentismo di Barilli, il finto corto di 
Cardarelli, la prolissità garbata di Montano o la 
grazia uccorta di Baldini, le inquiete esigenze 
di Cocchi, il microscopio critico-estetico di Gar. 
gitilo, lo sforzo stilistico artificioso di Burzio ac¬ 
compagnarono il rifacimento dell'.l micio, S /Mir¬ 
tino r yU neh ìupì, lo Memorie del tempo pre¬ 
sente, Presso i termini del dentini) (1920-1923) 
u cui dobbono aggiungersi Im fumiglia dì Fi- 
paro (1026) e Lo m il tonno (1925). Il nostro 
autore però seguiva una strada tutta sua. rite¬ 
nendo che « fare le coso sul sorio significhi sem¬ 
plicemente cominciare a farlo dal principio». 
//Amichi fu un’escrcitaziono: nulla più. Altri 
avrebbe composto un ni mare/e shukespeariano : 
Bacchelli cacciò le mani nella tragedia, facendo 
moralizzare gli stessi personaggi. Non no cavò 
niente di vivo nò di buono, ma solo dei dia¬ 
loghi, delle battute, delle riflessioni: frammenti 
e bagliori. Riprendiamo le Memorie del tempo 
premute: la medesima indecisione tra l'arte di. 
«interessata e il pensiero intorbida la pagina. 
Non si sa bone che cosa Bacchelli voglia: inca¬ 
pa»^ di metter in piedi dello figuro, vedo la 
realtà solo attraverso la ricerca della frase, e 
non ò por un istante solo psicologo ed osserva¬ 
tore schietto. C-osicchò. come noli mieto, ecco 
paragrafi c periodi vuoti di significato, di coe¬ 
renza. di unità; pagine do far disperare il più 
docile lettore; tormentate « pretenziose, enig¬ 
matiche senza sapore alcuno. Eppure, uonostau. 
te l'uggia e il fastidio, non ci venne mai la ten¬ 
tazione di buttar a mare questo difficile c poco 
attraente scrittore. 

Quando egli smotterà di gonfiar lo gote e 
di applicarsi al genere eroico e solenne, di 
«pensiero», per cui non c nato; allorché ces¬ 
serà di moralizzare c prenderà a calci'le consi¬ 
derazioni più o meno intempestive, o si ribellerà 
alla letteratura, Bacchelli — dicevamo — di¬ 
venterà artista e popolare. Il «Commento alle 
elezioni » che egli pubblicò nella Fondu dol No¬ 
vembre 1919 sembrava fatto apposta per con¬ 
fermarci nel nostro parere, non tanto per il 
fondo monarchico quanto per l’elogio delle «dif¬ 
ferenze regionali», delle .« libertà comunali », 
delle corporazioni d’arti e mestieri», per la 
voglia insomma di «respirare un'aria di auten¬ 
ticità c di storia, altra cho quelìa di certe predi¬ 
che pazze © crociate spropositate». Il «conser¬ 
vatorismo» di Bacchelli ci rivelava il tempera" 
mento dell uomo, le sue naturali affinità 
Considerate un momento la vita bolognese: 
positiva e pratica, quel realismo emiliano apre, 
giudicato c colorito in cui entra un po' d'iu- 
differenza e di cinismo, la serenità cho il senso 
di una lunga e ricca tradizione può dare, la 
consuetudine di campare con i piedi boti radicati 
in terra c gli occhi aperti, la sensualità sana o 
grassa-eho fa appetire il cibo e la donna ,o ogni 
tanto una bella ventata di idealismo (che può 
esser politico: socialismo c fascismo; o sociale: 
libero pensiero, anticlericalismo). Bologna è la 
capitale di quella che gli ideologi protestanti 
hanno battezzata la «vecchia Italia», e che è 
poi la vera Italia; la città in cui le Opinioni 
di Missiroli dovevano recar scandalo e sussurro 
(e ve ne parlano oggi ancora, non bene rimessi 
dalla sorpresa) e che non adottò mai Alfredo 
Orioni, l’utopista romagnolo, testa balzana. E- 
saminute ora la formazione di Bacchelli. da na¬ 
tura portalo a nuotar nella corrente calda e viva 
che passa per le rosse vio di Rologna ; ma al¬ 
tresì uomo di una generazione letteraria cho 
credette necessario rifarsi una lingua o lino stile, 
e cho per arri varo ai classici «lovette passare 
per il frammentismo vociano, la filosofia ideali, 
stica o tanto altre bollo cose. Con il Carducci a 
portata di mano, che sarobbo 'bastato a nobi¬ 
litare quanto di borghese c di triviale c'era nella 
tradizione bolognese — la volgarità di uno 
Stecchetti e il basso positivismo — Bacchelli 
preso la via più lunga. Cominciò n vagare da 
Shakespeare a Goethe ft Goldoni e a Leopardi 
ai formò a meditare Tolstoi, ma di rado si fidò 
od abbaiulqparsi dot tutto alla vecchia scuola 
I suoi compagni d’armi lo confondevano con le 
loro castronerie: lo Zibaldone innalzato su lo 


(/perette mondi, e i Puredipomeni sui Canti, « 
poi quei francesi e quegli inglesi scelti a capric¬ 
cio o por moda; esplorazioni di chi parte la- 
sciando aperto l’usaio di casa. 

Dal neo-classicismo n’accatto n di mnnierA 
della /(onda nasceva la fredda retorica di Spur- 
tueo c {/li «chiavi in cui ci parvo perfino di sen- 
tir l’evo di Ibsun (del Cutilina, e di Claudel 
invoco ohe di Shakespeare) il Dialogo di Se¬ 
neca • di Jlnrro stridente di falsità («Allora 
sulla porla sguaiata r del ili urna t'incontro e ti 
guardo. Benché non ci diciamo mai nieuto, il 
tuo sguardo taciturno mi riconduco a questa pc- 
rico/intinsi ma rei ubbroOnoM servitù»). L’agget- 
tivazionc tradiva il gelo della composizione, la 
ricerca del particolare raro e notabile; si avver¬ 
tiva lo scriltoru che lavora sopra uno schema, 
lo rimpolpa a furia di parola rimbalzanti Luna 
contro I altra. Le repliche, stentate: il secondo 
mtcrln utero aspetta clic il primo abbia par¬ 
lato per litor.-ero il concetto. E gli stessi curiosi 
difetti di scarsa chiarezza e di poca sostnnza 
del Bacchelli artista ricomparivano nel Bacchelli 
• rilico, più che mai rigido o legnoso, chiuso 
alle interpretazioni tloquenti e commosse (era 
un provinciale senza saperlo, con un tono ulla 
De Robertis divertentissimo). La polemica con¬ 
tro il cosmopolitismo del Convegnn, con le pun¬ 
tate a Serra, segna forse il massimo deU’incom- 
prensiono critica di Bacchelli. Renato Serra a- 
m crebbe oggi // dm rido al Pont e/un i/o, salu¬ 
tandovi la -aduta dell intonaco rondista, c del. 
Limitazione di Cantarelli, fatta dal nostro con 
mano pesante. Ci capiterà, un giorno o l’altro, 
di ragionar di Cardarelli, prosatore elegante o 
paesista di buona tempra, ma assolutamente ne¬ 
galo alla creazione critica c alla pittura di figu¬ 
ra, o moralista molto scadente © grezzo. Carda¬ 
toli: è il poeta di alcuni stati d'animo grigi c 
composti, c di qualche tetro orizzonte A mct. 
tersi sullo suo oline. Ha citelli porse le proprio 
qualità originali; leggete il «Commiato» dello 
.1/ rmorir de! tempo presente e vi ao-orgeroto del 
traviamento. Ma attenti a] pericolo di dnr trop¬ 
pa importanza a questi scarti: disuguale sì, so¬ 
vente pessimo, non mai comune. 0 non dob¬ 
biamo forse a Bacchelli criiico la più bella re¬ 
censione di /tabe (« E qui tocchiamo olla vera 
parentela di G. A. Borgese, che ò con Romain 
Rolland strettissima — Ita min, giugno 1921) 
e le più dilettoso «esecuzioni» di Salvator Got¬ 
ta. di Ettoro Romagnoli, e via dicendot 11 ren¬ 
der conto dei libri, costringendo Bacchelli a 
guardar le cose da vicino sembrò togliergli al 
quanto il gusto delle peregrinazioni stilistiche, 
dei vagabondaggi © delle meditazioni ronza con¬ 
fine. Sfogliamo le annate della Jhnuh c alla 
fine del 1921 ecco un «Omaggio al conte Tolstoi » 
e un «Ministro sabaudo» (Giolitti) darci acuto 
il senso di esser vicini a toccar terra. 

Sentite: Tolstoi ò «unó por il quale la na¬ 
tura esisto; per il quale la parola è davvero 
vuota d’ogni contenuto intellettivo o simbolico 
e significa soltanto cose intese primitivamente, 
non sfiorate, realtà elementari, ma elementari 
sul serio, oltre e fuor delle quali il resto non 
esiste, nella più nutentica maniera di non esi¬ 
stere, che c, come lutti sanno, di non essere 
neppure sospettato ». Finalmente ci siamo: Boc- 
«•belli sta per gettar 1 àncora. Tanto è vero che 
se andate a rileggere il lungo saggio intorno a 
G iolitti — che a me per sobrietà è quadratura 
garba assai più di quello, troppo lodato, di Fi¬ 
lippo Burzio — vi ritrovate come fulcro la su- 
blimaziono dolla * vecchia Italia ■ («L’origino 
dcll’on. Giolitti è piemontese, la sua politica ò 
italiana e statale, ma il clima popolare e nazio¬ 
nale e vorrei dire simpatico, ò autenticamente 
italiano dcH’Italia Centrale». - Ponila, a. 
ITI, png. 775). La lunga navigazione ò com¬ 
piuta: Bacchelli ha scoperto tò stesso. Vedetelo 
tosto alle prese con Tbovoz il protestante e l’e¬ 
retico, a difender contro il piemontese persino 
II- piacere, dannunziano. E poi, addosso a 
Janni, «dottore di campo due volte provin¬ 
ciale, corno può esserlo un provinciale cho vive 
di certa cultura milanere»; all’esteta Angiolo 
Silvio Novaro; apologia di Goldoni (era il tempo 
della promessa stroncatura di Tilgher): «non 
ò poesia, che si fa teatro; ma teatro cho «> 
poesia», e critica di Dostoiovski (sacrificato 
a Tolstoi) noi cui Karamazof scorge soltanto un 
talento orrido e capzioso» e in Delitto e castigo 
un «talentacelo violento» per esaltare, nell’/- 
dìo/a, il «forte e gcnial romanzo borghes»* c «li 
società» piegando però le ginocchia alle Memo, 
rie (lidia rasa dei morti «l’unico libro sereno, 
forte o sano di Dostoiovski». 

Questa ò la «'ronistoria doll’ovoliizione di Bae- 
elicili, la narrazione del modo onde uscì dagli 
imparaticci letterari o riconobbe la propria na¬ 
tura. Però non ò detto cho egli tendesse volon- 
l'inamente a tal© progressiva semplificazione 
anzi, paro ubbia ccn-ato-e coi--hi di ritardarla 
in ogni modo. Trasportata la propria fucina da 
Roma a Milano, non s’ò liberato da mille le¬ 
gami artificiosi, « come ieri mframmezzava La 
cambiale © Presso « termini del destino allo rc- 
cansioni vivaci e robuste; cori ora, frequentatore 
di quel Convegno già da lui aspramente attac¬ 
cato (se Enzo Forricri riaprisse- la Honda e •* 
rileggesse i trafiletti in corpo nei. .) «i autore 
dell’ncea«lcmico Lo sa il. tonno, /asciti che H 
diavolo ni Ponteloago contenga qualche «pezzo» 


meccanico o antipatico. Critico drammatico del¬ 
la Fiera, stempera il suo inpOgno aspro cd ar¬ 
guto in quel calderone sapientemente dosato, o 
fa un dito di corte a Vera Vorgnni con la com¬ 
pitezza di un cerimoniere. Baccholli alla conqui¬ 
sta di Milano: il quadretto ù gustoso, o serve 
n buttar giù quattro malizioso verità u duo toc¬ 
chi d’nmbionte, non inutili. 

11 

l’no dei fenomeni propri della letteratura ita¬ 
liana dol pr.nno quarto di secolo fu il suo gra¬ 
dualo distacco dalla vita quotidiana, dalla cro¬ 
no u contemporanea. 11 periodo dol «frammen¬ 
tismo» lirico vociano tagliò i pouti con la so¬ 
cietà, c addivenne a quella éeparaziouo tra la 
letteratura pura e la letteratura amena o vol¬ 
gare o naivai-va cho ha tanto contribuito al- 
i attuile decadimento. 

Chi Intendeva dedicarsi sul serio alle lettere, 
doveva recidere il cordone ombelicale della tradi¬ 
zione .• ignorare quanto accadova intorno a lui. 
Ho analizzato altrove diffusamente tale malat¬ 
tia, e no ho dotto una diagnosi desolante. Basti 
qui constatare come Bacchili o gli uomini della 
sua generazione si sentissero, ni termino della 
guerra, in un vicolo cieco. Ripigliare i chimismi 
lirici d'avanti il 191-1 era impossibile; passar 
uri ranghi dei narratori proprio nel momento 
della famosa ondata Vitagliano sembrava a 
ragione — scandaloso. Nacque il vompromesso 
della Honda, che iaccolse e cristallizzò molte idee 
che erano per l'aria o ì cui fasci-oli furono per 
tutti dei quaderni di esercizi per i compiti fu¬ 
turi. Indi, chi aveva buono gambe si mise por 
istrada, o Antonio Baldini capitò al Corriere 
della Sera. Bau-choll; e gli altri capirono che bi¬ 
sognava rompere il ghiaccio: Lorenzo Mon¬ 
tano diede un romanzo a Mondadori, Cocchi si 
rimise sul Secolo a dipanare i fili della nuova 
letteratura, Barilli si fece anch'egli giornalista, 
Salii scomparve com'era venuto, c il solo Car¬ 
darelli restò a tessere lentamente le sue pagine. 

Il pronubo dolio nozze fu Mondadori, e la 
Fiera la sua gran trovata. Con la sua spavento- 
sa abbondanza di edizioni, egli giocò a confon¬ 
der lo carte in tavola, a pubblicare Saputi aro <• 
Varaldo o Amerigo Guasti insieme a Lorenzo 
Montano, annullando lo differenze, cancellando 
le tonalità troppo crude; con il suo settimanale 
c grazio alla strategia di Fracehia, mise insie¬ 
me Baccholli e Malia orda. Gargiulo e Ismaele 
Mario Correrà e Francesco Floro, Borgeso ed 
Alvaro. l-)bl>c Ojetti c Ramponi, Croce e A- 
chillo Campanile. Per ultimo, tirò fuori il razzo 
ad effetto, Curzio Suckcrc 

Nel 'baraccone della Fiera, Bac'belli si rin¬ 
cantucciò noll’angolo della crìtica drammatica. 
Dovevano guardar con qualche diffidenza a que¬ 
sto bolognese rubizzo, maturato un po’ al sole 
di Roma, e proveniente dalla rivista più diffi¬ 
coltosa e schizzinosa degli anni recenti. Ma 
non ci furono ostacoli seri per il prelatizio ed 
accorto arrivismo di Bacchelli, signore nel trat¬ 
to. c disposto a faro di buon grado 1 elogio 
della capitale intellettuale, vogliam dire di Mi¬ 
lano. In realtà egli ha coscienza di esser di 
un’ahra razza — cho so — di quella del ro¬ 
manziere Virgilio Brocchi, ma non gli rincresce 
di contribuire a riavvicinare i due tronconi 
della letteratura novecentista. Ci sono, ò vero, 
gli scrittori © quelli che non sanno s:rivcre: 
Gotta, Rosso di Son Secondo (cfr. le recensioni 
della Honda) ma dopo tutto il mondo ò largo, 
cd c una gran comodità andare al «Convegno» 
per fiutare il vento che spira, prima della pas¬ 
seggiata serotina in Galleria. Bacchelli ha 
messo casa a Milano, si c imborghesito, e piano 
piano ha accarezzato il necessario numero di al¬ 
trui vanità per aver pace o risotto. Quale cri¬ 
tico drammatico si ò ben guardato dal mostrar 
la spiccata originalità © la curiosa e ostinata in. 
dipendenza di Rampcrti uomo pericoloso, aman¬ 
te delle liti, delle polemiche e degli scandali, ca¬ 
pace di battersi per il gusto di non rinunciare 
ad un'immagine troppo audace o ad un para¬ 
gono saporito. Si c invece tenuto ad un’onesta e 
sommaria lindura, che non fa malo a nessuno. 
E’ generalmente imitile leggere le cronache di 
Bacchelli, ma se vi ci applicate vedrete che it 
futuro successore di Simoni al Corriere della 
Sem non sarà Silvio d'Amico, ma lui (Ram- 
porti, tenete la scommessa). 

M nuovo soggiorno dell’autore del Diavolo id 
Pontelnngo spiega molte coso: per esempio quel 
falso tono popolaresco alla Riccardo Balsamo- 
Crivelli (un Carlo Ravasio superiore) che pro¬ 
prio ad apertura di libro vi la tornare indietro; 
«Cent'anni fa, per la festa di San Giovanni, 
la messe indorava e santificava le campagne. Il 
/Miiie r iota degli italiani, o il grano finisce di 
mal tirare nella stagione più spessa di grandi¬ 
nate» © corte movente manzoniane che stridono 
come una carrucola di pozzo. Si fiuta la rondi- 
s*;cndenta doti artista culto nel maneggiar una 
materia vile, del signor© che s’impanca coi po¬ 
polani, del milancsizzato che si scusa di parlar 
di contadini a di plebo alle intellettuali borge- 
sianc. ila questo repugnanze, se stanno a pro¬ 
vare la difficoltà della fusione letteraria a cui 
Bacchelli si «'• posto e la suu tutt’altro .-he coni- 
piota liberazione dui neo classicismo di accade¬ 
mia u di società, rendono maggiormente meri¬ 
torio il tentativo. Affondato in una dell© pol¬ 
trone del Con regno o ritto nel baraccone della 
Fieni, «punto bolognese lungo, cauto e pasciuto, 
diplomatico |>or temperamento e tradizione, ha 
in cuore la nostalgia della Madonna «li San 


Luca, o gli facciamo l'omaggio di credere cho 
in fondo ci sia in lui un intimo soppuro ben o- 
\aitato disprezzo per i ««ollcghi» di Galleria. 
Ch* egli si metta a tavola con loro, senza voler 
far caso alla propria superiorità, non contn. Lo 
apparenze sono salve, ma m sostanza c’ò un 
dissidio. Bucchelli può illudersi di aver conqui¬ 
stato Milano ; in realtà ne b mille miglia lungi. 
Vedete questa copertina giallastra e provin¬ 
ciale. e l'editore nuovo, o la scarsezza degli ar¬ 
ti-oli o delle recensioni, la mancanza dello 
trombe di Gerico di Arnoldo Mondadori: vi 
par poco significativot E, a libro chiuso, ditemi 
se lo credete atto ad interessare i lettori di Giu- 
soppo Antonio o di Brocchi, lo lettrici di Ma¬ 
rino Moretti o di Fanzini, « non parliamo dei 
seguaci di Gotta, Saponaro, Da Verona et si- 
milin. Lo concessioni di Bacchelli non gli ser¬ 
vono dunque 8© non a perdoro qualche lettore 
raffinalo o s «nitroso, diciamo meglio: intransi¬ 
gente. 

Chi sa far grazia ai ten.pi, non vorrà troppo 
malo a Bacchelli ; anzi, lo lodorà con discre¬ 
zione o misura. Il diavolo ut Pontelnngo, storia 
di uno congiura andata a carte quarantnnove, 
c un risconto gustoso c colorito. Il primo tomo 
dcU'opera, dedicato a ritrarre la vita di Mi¬ 
chele Bakunin a Locamo, ò un po' diffuso a 
slegato: la caricatura della «colonia comunista 
alla Baronata si disperde o si ripete, l’nnalisi 
si allenta. Ma ci sono dei tipi, delle figure, o ci 
pare un miracolo di trovare, in un romanzo ita¬ 
liano. delle creature vive, bene osservate, mi- 
uuziosamonte o con bravura dipinte. Satira po¬ 
litica? No, la semplice ironia, la strizzatina di 
occhi maliziosa del perfetto « vecchio italiano»: 
scettico, pratico c gaudente, davanti allo spet¬ 
tacolo delle contraddizioni c delle anomalie di 
un gruppo di idealisti militanti. Quel Bakunin. 
gran signore con i soldi degli altri, panciuto o 
facondo, perpetuo faccendiere cho non.conclu¬ 
de mai niente, terrorista c buon diavolo, che sa- 
rebbo un personaggio di Dickens ove non gli 
ronzasse pel capo l’idea della rivoluzione; o Ca- 
ficro, il meridionale — prete, fanatico, cocciuto 
cóme un mulo «• sentimentale corno una vergi¬ 
tela; poi i corifei, capitati nella rete della ri- 
voluziouo da lutto le parti: una galleria di 
tipi comici o tragici: dalla spia ni fannullone, 
da quel che vio.no diritto dalla Comune al po¬ 
satore alla lenza, al gagliardo avventuriero che 
non si fa scrupolo di mangiare sino a schiatta¬ 
re’, di bere in conseguenza c di abbrancare lo 
gonnelle cho passano; le donne: Vera Karpof, 
gatta innamorata cho si strofina al suo uomo, 
Anna ICulisciof, quadrata c fredda intellettuale, 
Antonia, la compagna di Bakunin, stanca ma¬ 
dre di famiglia, Olimpia, la mogiio di Cafioro, 
cho vuol fare «arrivare» il marito, pigliando 
l’anarchia per una «carriera» borghese. Cho 
pentolone 1 E Baccholli lo rimesta a tutto spia¬ 
no, con un vigore © una foga da artista esperto 
e appassionato. Si legga il capitolo • Le mille 
e una notte» e si scoprirà la ricchezza cho ser¬ 
bano certi motivi semplici ed elementari di sor. 
presa o di sensualità grassa quando si ripren¬ 
dano con un po’ di garbo di simpatia o di ac¬ 
cortezza: franche o belle scene «li commedia, 
difficili da toner nel tono giusto qualora mahehi 
aU’autore l’educazione letteraria adeguata. 
Capita a Bacchelli quel cho sucresse a Ram¬ 
perà nella Corona di Cristallo: di sentirsi poeta 
al cospetto di un’accesa e luminosa sensualità. 
Tra il capitolo XVII del primo tomo del Dia¬ 
volo o lo Stecchetti più attento e sorvegliato — 
del «Guado* per esempio — c’ò una parentela 
cho conviene notare, così come conviene segna¬ 
lare ìa rivincita carnale della nuovissima let¬ 
teratura (che non ò la lussuria della produzione 
cocainizzata del dopoguerra) sulle pallide ideo¬ 
logie degli impotenti che furono in gran voga 
al tèmpo do I vivi e ì morti. 

Nella Bologna del '74 s’entra col secondo to. 
mo del libro, ed ecco Andrea Costa il «bion¬ 
dino» sempre in succhio, oratore o demagogo 
sopra ogni cosa, romagnolo nervoso e vibrante, 
uno di quei cavalli generosi che s’esauriscono 
presto o poi si fiaccano, s’abbattono d’un sù¬ 
bito. Bakunin lo sfaticato e Cafioro il mistico 
si sono insiliteli per questioni di denaro, il fa. 
lunaterio comunista della Baronata s'ò sfasciato, 
o il lioinrdo, ripreso dalla vecchia chimera si 
trapianta a Bologna per organizzare la rivolu¬ 
ziono. Allo Spluga « una luce soave, cho pareva 
nascer dalla terra, come pare nascer dalla gle¬ 
ba il bagliore delle lucciole prima che la mieti¬ 
tura le spenga, inazzurrava alberi, ombre, cam¬ 
pagna c lago. Sui monti opposti era sorta lo 
luna, c rideva tenue sul lago». 

A Bellinzona «la notte, fugata dall'alba su 
tutto le cime, inseguita per lo pondici, cercata 
nelle valli, si smarriva prima di giungere al 
fondo, o perdeva nella fuga Tesser suo d’ombra 
e di buio». Bakunin scondevu in Italia con l’i¬ 
dea di preparare il «gran giorno». Ma il fer¬ 
mento delle plebi, le angustie economiche, i 
malcontenti suscitati daH’unifìcazione dol regno 
erano un terreno friabile e infido. Scambiare 
gli scricchiolìi deH’nsscstamento por i sogni 
precursori del crollo fu l’errore di Bakunin, 
di Costa e dei loro radi © ondeggianti seguaci. 
Uno squadrone di carabinieri fa il proprio do¬ 
vere, e tutto ò finito: lo magre schiero dei ri¬ 
bolli, stanche o disamate si arrendono ; Costa 
viem* agguantato montre esce dol letto di una 
popolana cho lo snerva ; Bakunin si traveste da 
prete, e fila di nuovo alla frontiera; i cospira- 





l’«K. 24 


IL B A RETTI 


tori mancano al convegno, o arrivano per ve¬ 
dere che cosa fanno gli altri e non per agiro. 

Bntvhclli ha scritto questa opera buffa, pul. 
lutante di personaggi, rappresentato i nuvo¬ 
loni elio s'addensano su Borgo Panigaio dopo 
cho il diavolo ha incontrato l'arciprete al Pon- 
tclungo, ma che al momonto di sciogliersi in 
grandine, por quattro esorcismi mutano di po¬ 
sto o vanno a sgravarsi sull'asciutto greto dol 
Peno. La tragedia si cambia in farsa, o ci vor¬ 
rebbero gli ottoni della prosa di Bruno Barilli 
jK3r rendere degnamente il trapasso. Qui si de¬ 
sidera soltanto notare quanto l’arto di Bocchelli 
acquisti sostanza o pregio nell'accostarsi ad ori*, 
zonti o a figuro che lo sono familiari. Il con¬ 
servatorismo dell’uomo cho conosco i modi della 
provincia o i costumi dei compaesani, o pur con¬ 
siderandoli senza molto rispetto v'ò affezionato, 
si manifesta ncU'abbondanzn dei particolari 
(cap. XXX : * Notti bolognesi ») di contorno, n 
nel calore ch'egli dispiega per disegnare profili 
di socoudo piano, o gruppi, por crcaro insomma 
uno sfondo affollato e tumultuoso. Ci si può 
chiedere se fosse indisponsabilo lo stupendo ri¬ 
tratto doll'Argalia (voi. II, p. 184-187) cho ò 
di una verità profonda; o se la rapprcseuta- 
zionc delle «damo ungheresi* al teatro Brunetti 
non sia un'ornamentazione eccessiva rispetto al¬ 
l'economia ed al tema del libro. Ma Bacchetti 
si mostra troppo obliato o sperduto in questo 
divagazioni perché il lettore non lo assolva. 
Meglio una «posa* di più di Vera Knrpof di¬ 
scinta © innamorata (II, 175-76) che non le 
dissertazioni storiche circa la via Emilia o lo 
cousydcrazioni finali, cho arieggiano un Manzoni 
da Gasatecelo sul Reno. Quando Baccholli si 
tuffa nel suo mondo di popolani, e ne trae l’Ar- 
galia e Sandrone, oppure erra per la rossa Bo¬ 
logna e per quelle campagne assolate e pingui 
è uno scrittore robusto, forte, un artista talora 
eccellente (si guardi però da facilonerie o da 
giochetti di questo genero: «Pareva cho la uot- 
to, già bruna ed azzurra, desso la tempera ai 
ghiacciai, conio un violinista riduce la corda, 
col tenderla alla nota voluta*. - 11, p. 91); 
allorché pretende di moralizzare, l'inchiostro la- 
scia sulla calta una selva di ghirigori insensati. 

Il Diavolo al Pontelungo segna dunque il ri¬ 
torno del figliol prodigo alla terra natale, la 
nascita di Bacchetti romanziere e aitista vero. 
Non si tratta di evocazioni nostalgiche e sospi¬ 
rose alla Michclo Saponaro, ma del pieno pos¬ 
sesso di ima matoria verso cui si é spinti da 
affinità naturali. Le provo romane hunno ser¬ 
vilo a esercitar lo stile, a creare il senso del vo¬ 
cabolo preciso e pittoresco o a dare quella di¬ 
sinvoltura di tono che evita i pericoli dell’en¬ 
tusiasmo; i traviamenti milanesi a far sentire 
più vivo e colorito l'ambiento di Bologna. Re¬ 
stano i vezzi moralistici, e talune scorie nelle pa¬ 
gine troppo o poco sorvegliate, ma lo pècche del 
libro non sono tali da guastarlo o compromet¬ 
terne la qualità. « A dirla tutta, Baccholli e il 
giovino Goethe bolognese cho vien fuori da 
tutto il nostro sitimi und drang post carduc¬ 
ciano* scriveva Baldini, e a intender le sue pa¬ 
role con il debito senso delle propozioni, e a 
lasciar loro l'aria di un paradosso, si possono 
accogliere. Bisogna che Bocchelli si liberi da 
corti pigli intellettualistici cho ancora lo tormen¬ 
tano, e si sprofondi nella «vecchia Italia», che 
egli é fatto per capire o per amare. Il giorno 
in cui gli allori di Cardarelli non lo tenteranno 
più, e cho si renderà conto della vanità della 
Fiera, ritirandosi all'ombra della sua Madon¬ 
nina di'San Lu.*a, Baccholli sarà in arcioni. Un 
decreto nominativo della Provvidenza lo ha 
chiamato ad esser I'jntorpreto dell’Ottocento ita- 
liano, o il suo temperamento scettico e sen¬ 
suale lo servirà a meraviglia. Persino il diavolo 
diventa per lui «un signore in gibu$ nero come 
un grillo, abbottonato, schifiltoso nel mottere i 
piedi nella polvere di strada, che aveva sguardo 
duro e fuggitivo» e non c'é pericolo che caschi 
nelle fesserie del signor Bernanos. Come poi 
egli sappia districarsi dai peggiori passi ve lo 
prova la pagina che segue, in cui mi pare di av¬ 
vertire un sapore un po’ arcaico, ma schietto, 
di cose nostre: 

« I torbidi avevano richiamato Re Vittorio, 
che era a caccia sulle sue Alpi, alla capitalo e 
al caldo. Il 9 d'agosto verso sera, inquieto, si 
era portata una seggiola nel vano di una fine¬ 
stra, e fumando un sigaro guardava <ol melan¬ 
conico furore di un cacciatore costretto a per¬ 
der la caccia, la piazza di Monte Cavallo e i 
due eroici nudi dello statue, ferme noll’armo- 
niosa tristezza della perfeziono greca ; ascoltava 
il siugirlto della fontana nella vasca, che pa¬ 
reva la voco crepuscolare di Roma estiva son¬ 
tuosa. Non era, quella veduta, il paesaggio del¬ 
l’anima di lui, clic prediligeva la Val d’Aosta 
e Snn Rossore. 11 Re, a cavalcioni sulla seggiola, 

ottava il Presidente Minghetti. Quando que¬ 
sti gli ebbe date le ultime notizie da Bologna, 
Vittorio Emanuele, che Je aveva ascoltale pas¬ 
seggiando, si fetnié davanti alla persona alta, 
dignitosa, curiale del ministro, c guardandolo 
di sotto in su con aria militare, gli chiese se 
■ la grana di Bologna» era tutta 11. 

« Era tutta 11 per allora. 

«Non è gran cosa, disse il Re, ma insomma 
l'abbiamo appena fatta questa Italia, e già la 
vogliono disfare. Che cosa ne dite voi, Min- 
ghetti t... 8e credessero, continuò il Re, che ab¬ 
bia lavorato per mio piacere personale u farla, 
sbaglierebbero. Io stavo meglio Re di Piemonte. 


Ma ho avuto il trono a Novara, io, o zi trat¬ 
tava di vendicare quella giornata. Por un Sa¬ 
voia questo non fa dubbio. La politica la lasciai 
fare a Cavour, gran testa, non stava mai quieto 
faceva tutto lui, voleva tutto lui. o i ministri, 
non dico che figura facevano i ministri. Voi 
dito cho la facevo anch'iof 


«Maestà, protestò Miughotti, il senno e la 
forza d'animo... • (II, 288-891. 

Dinanzi a questa sana semplicità provinciale 
c a questo amore por la tradizione anche un 
critico esigente comincia a respirare. 

Arrigo Cah mi. 


Idee d’un solitario sul teatro 


Non v'ha dubbio: il teatro contemporaneo 
soffi e di anemia acuta, e si dibatte in una crisi 
d'impoverimento del sangue, al quale fanno di- 
fetto i globuli tossi. Riguardo ai modici cd ai 
farmachi', molti cono stati i tentativi più o 
meno arditi, per arrestare il decorso dolta ma¬ 
lattia; ma finora nessun miglioramento é stato 
notato. Anzi il termometro continua u salire c, 
forse, se non interverrà qualche improvvisa no- 
vita, salirà ancoru. Sazi di diagnosi altrui, vo¬ 
gliamo tentar HO una nuova. 

Pubblico. — Oggi si va a teatro per vedere 
c non per toni ire. Non é un intuito al pubblico, 
che acquista il suo bravo... biglietto l'ingresso, 
so diciamo che gli effetti ottici hanno la fa¬ 
coltà di mandare in visibilio la platea. 

L’uomo moderno nella sua affannosa ricerca 
di nuovo sensazioni s'ò dimenticato di una sem¬ 
plice verità ; cioò che lo spirito umano, per 
quanto ardito sia, non si materializza conte tuia 
automobile cd il suo volo sebbene più audace, 
non si calcola in chilometri-ora come quello de¬ 
gli aeroplani. Forse è un'ironia od uno scherzo 
della storia, ma proprio oggi in pieno neo-idea, 
lismo, tutto si riduco a puro calcolo matema¬ 
tico. 

Por il gran pubblico non c’è differenza: il 
teatro è quanto un campo di « foot-ball », o un 
qualsiasi velodromo, se non peggio. Infatti: an¬ 
dare a teatro, quale noia ! Cento volto meglio 
vedere un individuo portato in trionfo come 
divo, solo perche con un poderoso pugnò è ca¬ 
pace di mettere ■ knock-out • un suo compe¬ 
titore, che grondante sangue per il naso rotto, 
ha la facoltà di lanciare gli spiriti vorso ì su¬ 
blimi spazi.... del Nulla. Questa ò febbre di 
(Assoluzione e simile al turbino trascina seco nel 
suo molo vorticoso, anche gli spiriti più geniali. 

L'occhio ha bisogno dello sfarzo, l’orecchio 
sente la necessità dei rumori violenti, altrimenti 
lo fibre deH’animo rimangono inerti, corno un 
bevitore cronico alla vista di uni fonie puris¬ 
sima. 

La macchina ha avuto ragione dell’uomo ; 
è divenuta la padrona incontrastata del mondo- 
Essa frusta il suo schiavo, no assorbo il audoro 
u comprime il suo spirito; e lo schiavo abdicali- 
do ad ogni personalità umana grida assetato: 
«Divina Circe, un tuo bacio o non importa so 
sarò un mostro orribile che latrerà al mondo la 
propria vergogna ». 

Il secolo dolio scheimo. Le dive del cinema 
paesano da bocca a bocca; il pubblico paga 
cinque lire ed applaude alle capriole di Charlot ; 
mentre in soffitta su Goldoni, Alfieri, Shake¬ 
speare, ecc... s'accumula la polvere. 

A teatro il pubblico — nella sua grande 
maggioranza — si sente ormai a disagio: sba¬ 
diglia, rumoreggia; le donne trovano una pa¬ 
lestra per mettere in mostra lo loro bellezze ed 
i più — per snobismo — entrano a sipario al¬ 
zato. Regolamenti non ce ne sono; gli impre¬ 
sari tacciono porche costoro pagano l’ingresso, 
cosicché ai pcchj onesti apprezzatori non rima¬ 
no che prendere il cappello ed uscire di fronte 
ad un similo stato di cose. 

Lo spirito ò assente; gli occhi soltanto se¬ 
guono con ritmo crescente le varie fasi. L'in¬ 
treccio drammatico, lo sviluppo psicologico non 
contano; ciò che ha importanza è la «messin¬ 
scena» in parte per la rivoluzione operatasi nel¬ 
la coreografia ma in parte anche perchè il gros- 
so pubblico, oggi va a teatro colla stessa dispo¬ 
sizione d’animo di coloro che seguendo un fune¬ 
rale trattano d’affari. 

Attorno al teatro s'ò formato un vuoto è ben¬ 
ché molti siano ancora i frequentatori, tutta¬ 
via fra pubblico ed attori non c'è più nessun 
legame; e numerosi sono i casi in cui si odono 
applausi, i quali non si sa a chi vanno diretti, 
all’Autore od all’Interprote, oppure se ai ap- 
plaude solo per seguire i più come succede nella 
maggior parte dei casi. Con un talo criterio 
artistico, o'ò davvero da domandarsi qual’è la 
fine che aspetta il teatro: forse una morte in¬ 
gloriosa. 

Fanno il loro tempo lo grancasse ed i più 
abili giocolieri riscuotono applausi. Il pubblico 
uon ha ragione di domandarsi ciò che stà suc¬ 
cedendo poiché esso spesso trascina seco nella 
sua parabola ogni valore artistico ed affoga nel 
Nulla il patrimonio di parecchio generazioni. 

Ci fu un momento in cui questo innocente 
godimento dello spirito era apprezzato Oggi 
non lo è più se non da pochissimi. Chi se lo 
concede è sospetto. E come è interessante cono¬ 
scere questo Iato della psicologia collettiva! Del 
resto le affermazioni di attività mentale più dif¬ 
fuse sono oggi quello di chi voga verso l’ignoto 
con un senso d'infantile curiosità, o con l’ani¬ 
mo disposto a brusche sensazioni : l’incognita ha 
sempre in sé qualche attrattiva, che cade al 
momento stesso del suo apparire. 

Ma nell'ordine delle i-o^e fatto dagli uomini 


tutto ò uniformo c la legge di tale uniformità 
non ammette discriminanti: tutto ciò che non 
si volgo alla conquista del mondo è condan¬ 
nabile. Oh, gli croi antichi o le loro virtù I U 
lisso può ben ritornare allu saggia Penelope, 
certamente più nessuno si commuovorà; forse 
!c cuc gesta susciteranno ancora commenti giac- 
che il- sangue dei Proci corse nolln reggia di 
linea © nc insudiciò i ricchi marmi cd i lucenti 
li metalli. 

Per lungo tempo si è creduto che la poesia 
fosse il segno più reale col quale si segnava la 
rivolta dello spirito; ma l'uomo ben tosto si 
separò c con essa non rimare più in comu¬ 
nicazione che pei mezzo di vaghi legami; men¬ 
tre attratto dal proprio egoismo è venuto co¬ 
struendosi un nuovo mondo sulla falsa riga di 
osto. Ed oggi sì crede di aver spezzalo tutte lo 
forme di acccttazione, mentre si resta vieppiù 
sottomessi nd ogni forma di nuovo convenzio¬ 
nalismo, cho splende di falsa gloria, come Fu. 
ni verso materiale al quale è legato. 

Autori ,*— Pochi valori artistici, molta 
zavorra. 

A qualcuno (ombrerà paradossale un simile 
giudizio; qualcho altro a cui, fprsc, pestiamo i 
calli, griderà «crucifigc». Non importa. So gli 
individui avessero un po’ più in considerazione 
la propria personalità, tutta la vecchia arma¬ 
tura di pregiudizi crollerebbe come tanti ca¬ 
stelli di carta. 

L'anima ò assento dalla scena. Gli allori di- 
sprezzauo il pubblico. E’ questa una rivolta col¬ 
lettiva distruttrice di valori, i cui protagonisti 
non vedono le conseguenze. Sono le tenebre che 
si addensano sugli spiriti, e non c’ò ormai più 
nessutia ragione che possa trattenere una tale 
situazione. 

E' triste vedere ogni cosa abbandonata a sé; 
oppure quando si riduco ili pensiero umano ad 
una merce qualsiasi non si hn più ragiono di 
dubitare sullo sforzo collettivo, giacché in un 
similo stato di cose lo spirito ginoca uu róle di 
indipendenza che ha tutte le parvenze di un 
miglior selvaggio e non rappresentando più l’e¬ 
lemento intellettuale che sé stesso, poiché è la 
merce venduta che stabilisce il rialzo od il ri¬ 
basso della personalità artistica. Il principio 
che permette di valutare il pensiero puro dal 
lavoro economico, illumina il quadro mostruoso 
degli sforzi fatti per adattare la storia antica 
ai tempi moderni. 

I mezzi d'espressione mediocri o cattivi che 
avrebbero dovuto spezzarsi al primo contatto 
col pubblico, soli andati man mano rafforzan¬ 
dosi, talché oggi essi ci opprimono o reagire è 
cosa difficile. 

Gli attori, i capocomici ci hanno avvelenato 
l'atmosfera od oggi che tutto c marchandise à 
livrer, non ci rimane cho osservare questo sub- 
strato di veleno sociale per mettore in guardia 
le future* generazioni. 

II teatro quale si ha oggi non è più che un 
incommensurabile lavoro che ha ridotto il pen¬ 
siero a materia. E oggi noi viviamo in un*tea¬ 
tro, altra volta reputato rivoluzionario, il quale 
non esprime più nulla, poiché lo spirito al qua* 
le è informato, vive solo più di scappatoie: for¬ 
ze atrofizzate posto al servizio di chi non rap¬ 
presenta più nessun pensiero ideologico nè ar¬ 
tistico; ma si limita a declamare, fra il silen¬ 
zio assoluto, or questo, or quello, onde procu¬ 
rare un po' di «biada» ai suggeritori clic soffia" 
no nel gran trombone della « reclame ». 

E' il secolo, questo, dei cartelloni, ove fi¬ 
gurano delle miscele eterogenee, che vanno dal 
pittore che ha perso il rispetto alla pittura, al 
romanziere che non ha più il senro della mi¬ 
sura © scrive per impinguare lo tasche sue e 
quelle del capocomico, spacciando porchoriolo 
che farebbero bella mostra di sé in appcndico a 
giorualucoli per sartine, se ci fossero ancora in- 
dividili che si rispettano. 

Siamo giunti al punto critico: ormai c’è tut¬ 
ta una rete d’interessi da difendere che diffi¬ 
cilmente si troverà una persona capace di apez- 
zar©. Sono interessi che s’impongono. Oh, lo 
stomaco I ha, anch’esso, il diritto «Ila sua parto., 
K‘ una povera cosa, tuttavia ò più agevole cam- 
minare sul sentiero battuto. Se, poi, guardiamo 
al substrato fra l’elemento attore e l’elemento 
pubblico, non scorgiamo più il fattore intellet* 
inalo di quanto possiamo vederlo tra il nego¬ 
ziante cd il consumatore. L’uno paga c l’altro 
gli fornisce un chilogramma qualsiasi di mer¬ 
ce; se poi questa sia buona o no, sta al giudi¬ 
zio di chi la consuma; perciò ai dibattiti, più 
formali cho sostanziali, essi tradiscono troppe 
volto la loro sottomissione. 

La situazione creata al teatro è sopratutto 
d’inferiorità. Senza dubbio bisogna ritornarci 
sopra per meglio dimostrare quale sia la conce¬ 
zione dell’attore rispetto al lavoro teatrale, co- 
me l'osserviamo coll’esperienza odierna. 

Mkvio. 


Le Edizioni del Baretii 

OPERE EDITE E INEDITE 
di Giosuè Borsl 

in dicci volumi a cura degli amici 

PIANO DELL’OPERA 

i.'eroica fine di Giosuè Borni, morto combat, 
tendo a Zagora il 10 novembre 1915, i casi do- 
lorosi della sua vita famigliare, la sua conver¬ 
sione al cattolicesimo, lo sue opero d'arte im¬ 
prontato u! paganesimo classico accanto a quel¬ 
le successivo di alta coiitempluziono cristiana, 
c, infine, il richiamo della Chiesa Cattolica, 
cho sombra disposta a elevarlo sugli altari, 
hanno suscitato in tutto il moudo vasti entu¬ 
siasmi c fecondo meditazioni di cosciouzo ane¬ 
lanti la luce divina. Scrìtti c traduzioni non si 
contano più sul novello crociato, che, dalla 
trincea insanguinata, lanciò il suo grido ini¬ 
bitalo di fodo: « Amoro o libertà por tutti». 
Ma ora è tempo, cd è necessario, cho all'entu- 
siasino succeda lo meditazione severa, all’applau¬ 
so dello folle, il piegarsi riverente della cri¬ 
tica, ufiinchò In vita o l’opera di questa puris¬ 
sima giovinezza italiana siano posto in piena 
luce, c fecondino gli spiriti nella certezza dei 
documenti integrati. Da questo bisogno, lar¬ 
gamente sentito dagli studiosi e dallo stesse 
schiere giovanili cho osannano al «fratello o 
maestro spiritiate*, o 'dall’amore irrorato di 

lacrime di ima madre «veramente perfetta»_ 

Diana Borei — è sorto il difficoltosissimo pro¬ 
getto di pubblicazione di tutto le opero del¬ 
l'Eroe, cho gli amici cureranno con quella de¬ 
vozióne elio nasce non solo dai ricordi, ma 
dalla presenza stessa di una coscienza adaman¬ 
tina, che conobbe le asprezze della salita o 
provò l’estasi della vittoria. 

Le opero già pubblicate saituariamento, sen¬ 
za criteri unitari, i numerosi 0 preziosi mano¬ 
scritti e le splendido lettere (dai primi anni 
alla morto), saranno'vogliati e presentati or¬ 
ganicamente in dieci eleganti volami, ciascuno 
dei quali, illustrato da brevi note, sarà prece¬ 
duto da una prefazione sintetica ma esauriente. 
Le solo prefazioni formeranno una compiuta 
storia critica dolio scrittore o dell’uomo; © pos¬ 
siamo assicurare sin d'ora che questa odizione 
integrale rivelerà al mondo un nuovo Morti, 
più grande anello se più umano, e cancellerà 
i cliché* creati dalla retorica di molti facili, 
benché sinceri divulgatori parolai: rivelazione 
tìi un carattere potente, che espresse in modo 
perfetto, nell’arto e «olla vita, alcune dello 
più profonde esigouze dell'anima nazionale. D’al¬ 
tronde basta legger i nomi degli amici col- 
laboratori per comprendere l’importanza di 
questo, edizione, cho, al solo annunzio ha su¬ 
scitato commoventi attestazioni di simpatia in 
lutti gli ambienti intellettuali. 

Ecco dunque il piano editoriale: 

1. - Poesìe. Con prefazione di Ettore Roma¬ 
gnoli. 

2. - C risóni iti. (Dieci novello di cui cinque ine¬ 
dite), con prefazione di 8. E. Emilio Bo- 
duf.ro. 

3. - Le fiabe della vita. (Poemetti drammatici 
in parte inediti). Con prefazione di Vin¬ 
cenzo Errante. 

4. - Confessioni a Giulia (Ediz. integr.). Con- 
prefazione di Fernando Palazzi. 

5. - La Gentile (Opera inedita). Con prefa¬ 
zione di Guido Manacorda. 

6. • Colloqui con Dio. Con prefazione di PtF.uo 
Mi8C)atelli. 

7. - Scritti letterari. (In parte inediti). Con 
prefazione di Dino Provenzal. 

8. - Il Capitano Spaventa. Con prefazione di 
Giuseppe Fanciulli. 

9. - Lettere. (1905-14). 

10. - Lettere (1914-15). 

Con prefazione di Vito G. Calati. 

Di tutte lo opere saranno pubblicato duo e- 
dizioni: una di lusso, in copie numerate, e le¬ 
gatura speciale, di cui ciascun esemplare por¬ 
terà stoni poto il nome del sottoscrittore, eh;» 
sarà posta in vendita ai soli pronotatori al 
prezzo di L. 250; l’altra comune, con gli stessi 
caratteri, nitida ed elegante, al prezzo di lire 
160. I volumi separati saranno messi in ven¬ 
dita ciascuno ad uu prezzo che varierà fra lo 
20 e lo 50 lire ; è per ciò interesse di tutti pre¬ 
notare l’edizione preferita. 

Nessuna biblioteca, nessuna scuola^ nessuna 
casa dove si legga, e tanto meno gli studiosi, 
si priveranno di quest’opera, che gli amici di 
Morsi affiduno sovrattutto agli italiani, invi¬ 
tandoli a sottoscrivere per facilitar© una im¬ 
presa che ha scopi esclusivamente spirituali. 



IL BAU ETTI 


Pag. 25 


La sensibilità 

A Gabriele tl’Annunzio è stato riservato un 
singolare destino. Essere vivente^ ancora, ce¬ 
lebrato come il più grande poeta dei tempi 
moderni, come altissimo interprete dell'anima 
italiana, come grandissimo nella poesia e nel- 
razione : Poeta ed Eroe nazionale. Colmato di 
onori 0 di riconoscimenti. Ed insieme essere 
effettivamente dimenticato; non più letto, se 
non nella sua opera scadente, e non avente 
efficacia sui suoi contemporanei se non attra¬ 
verso una esteriorità di consensi e di imita¬ 
zioni retoriche. Ed anche questo superfìcialis- 
sunamcntc: il dannunzianesimo ha dilagato, 
ma le stesse correnti che a lui potrebbero ri¬ 
chiamarsi battono in quello che di vivo è in 
loro sitarle autonome. 

Cosi, ovunque un consentire a parole e un 
rinnegare nella realtà. Forse questo ò un re¬ 
siduo di dannunzianesimo che però — aliti fine 
dei conti — nella letteratura — è una malat¬ 
tia che ;.i può considerare superati!, o alla 
quale, se anche come tutte le malattie dello 
spirito è sempre 'risorgente, abbiamo ormai 
sufficienti forze da opporre per combatterla 
ad ogni suo rinascere. Il problema non è più 
ormai della letteratura. 

I.n mancanza di semplicità, che Ita falsato 
gran parte dell’opera poetica dannunziana, si 
riverbera così anche sulle posizioni attuali; e 
dovrebbe essere opera della critica scriminare 
il vero dal falso. O almeno — con un attento 
studio interpretativo '— a questa chiarificazio¬ 
ne avvicinarsi. 

Nel complesso si può dire che d*Annunzio 
non meritava « iti cet cycòs d'honncur, ni cot¬ 
te indegnité ». 

I.n maggiore offesa che si possn fare a un 
poeta è professargli seguace senza inten¬ 
derlo, battergli In grancassa intorno senza 
averlo neppure letto e, sopratutto, non mai 
con rumore che ad ogni vero poeta, grande 
o piccolo che sia, va dedicato, essersi preoc¬ 
cupati di quello che in lui è poesia e, come 
tale, eterno — per seguirlo in quello clic di 
lui è 1 ns^cgicro e secondario. 

Cosi per scrivere oggi di Gabriele d'An- 
minzio il primo sforso deve essere di porsi 
al di là deirntmosfcra di gloria, tra eroica 
scandalosa clamorosa ed esagerata che cir¬ 
conda il poeta, e di cui egli si compiace, non 
si sa se tutto sul serio o come mi gioco — 
teso agli altri — in cui abbia finito per incap¬ 
pare egli stesso. Questo clamore per ogni .atto 
e per ogni parola di D'Annunzio traggono 
naturalmente o ad una ignorante adoiazione 
•o ad una — più giustificata - noncuranza. 
Il clic poi finisce per far dimenticare a tutti 
quale sia l'opera effettiva e poetica per cui 
Gabriele d'Anminzio è giunto a questa fama 
e a questa gloria. 

La retorica va lasciata alla retorica. Noi 
cercheremo di far riccchcggiaro e rivivere in 
noi quello clic del poeta è immortale : la sua 
poesia; mentre, con l’interpretazione del con¬ 
tenuto di questa poesia, avremo lumeggiato 
lina delle tante facete della, vita italiana di 

■oggi- 

Problema che non è attuale, nel senso pre¬ 
ciso del termine, ma storico — tanto lontani 
ci sentiamo dal mondo degli Andrea Sperelli 
e dei Corrado Brando e dello stesso libro di 
Alcione, ma che è, pure, insieme troppo vi¬ 
cino, perchè lina parte di noi non sia presa 
.nella sua passionalità di oggi da questo mon¬ 
do e da questa poesia. Gli studi di Benedetto 
Croce, del Borgese e del Gargiulo hanno dato 
l’impostazione per ora definitiva di ogni cri¬ 
tica sull’opera dannunziana. Le definizioni 
di poeta duellante, poeta della sensualità e 
poeta della natura, possono essere riprese per 
chiarire sotto altri aspetti quella medesima 
■opera. Certo è che oggi una cosa appare chia¬ 
rissima : come il contenuto su cui questa poe¬ 
sia lavora, sia quaut’altro mai distante dai 
nostri problemi, dalla nostra anima, e vicino 
ai problemi dell’oggi solo in maniera riflessa 
•o quasi, direi, per contrapposizione. Esso è 
moderno, vedremo come sia solcato persino 
<la quell'ansia irrequieta e romantica che è 
il seguo della nostra epoca, eppure non è la 
nostra modernità: non ci interessa. Viene 
così in un certo modo posta la- spiegazione 
del come questo poeta tanto acclamato sia poi 
cosi poco sentito e del come questo « principe 
dei • poeti » finisca per contare nella vita eli 
oggi molto poco, di come egli sia in realtà 
«presente, ma assente». Già dopo le Laudi 
all’epoca del Forse che sì forse che no il mon¬ 
do dannunziano era crollato. 

Per intenderlo bisogna rifarsi all’epoca del 
primo apparire del poeta sulla scena lettera¬ 
ria, all’epoca di quella Cronaca Bizantina clic 
diede a d'Annunzio, ancora giovanissimo ed 
ignoto, una prima risonanza. Impronta Italia 
Roma chicdea, Bisanzio essi le Itati dato. Epo¬ 
ca di transizione: l’epoca, come sì dice, delle 
rinunzie, del trasformismo e della corruzione. 
L’Italia formatasi ad unità di Stato con il 
processo di sforzo eroico e insieme di com¬ 
promesso, che qui non è luogo di rievocare 
e che d'altronde, nei suoi schemi, è stato sin 
troppo riecchcggiato, si trovava ad esercitare 
un ruolo di grande potenza, ancora imprepa¬ 
rata al ritmo severo di una vita politica mo¬ 
derna. Di qui i vizi inevitabili — nel campo 
politico: parlamentarismo; nel campo cultu¬ 
rale: decadenza dei valori morali. Questo sia 
detto: vizi di un’epoca per altri riguardi forte 
e rigogliosa e che ne intaccavano solo, più 
che altro, l’apparenza esteriore e determinati 
strati politici e intellettuali; perchè insieme 
non va dimenticato che quegli anni, per li¬ 
mitarsi alla letteratura e agli studi, vedevano 
1’affermarsi sicuro della poesia severa e mo¬ 
derna del Carducci, e poco dopo si prepa¬ 
rava, nella laboriosità erudita, il grande rin¬ 
novamento crociano : filosofico e morale. 

Il poeta va spiegato col suo tempo e in¬ 
sieme non trova che in se stesso, nella sua 


di d’Annunzio 


personalità, un termine di giudizio; d’An- 
uunzio frutto della sua epoca è abbastanza 
grande poeta per superarla e per darsene un 
Henso nuovo. 

Certo è che in lui non troviamo nulla di 
quelle che erano state le preoccupazioni della 
poesia carducciana; gli inizi delfinio coinci¬ 
dono col pieno fiorire dell’altro, ma paiono di 
due epoche lontanissime e diverse. 

Se i poeti sorgono per generazione spon¬ 
tanea, (l'Annunzio riclabora in sè — come è 
di ogni ingegno originale — motivi suoi, che 
l’ambiente in cui visse contribuì a rendere 
ancora più diversi da (incili della immediata¬ 
mente precedente poesia italiana. Piuttosto 
se vorremo ravvicinarlo a qualcuno, dovremo 
cercare i decadenti francesi, da Baudelaire a 
Bnrrès, ed anche questo, come tutti i para¬ 
goni, con un valore quasi del tutto esteriore 

Scrive Tb. Gaulier (parlando di Baudelai¬ 
re! : « il y a des gens qui sont naturcllcmcnt 
manièrés»; e sin dai primi saggi d'Atinuiizio 
ci dà un esempio di questo manierismo, di 
questa artificiosità sincera. Quanto tutti i 
problemi morati, intellettuali, gutturali, po¬ 
litici tono annullati — o li .si tratta con in¬ 
differenza, il clic è leggio -- è naturale che 
quello clic viene ad imporsi all’artista è il 
puro problema della forma. Forma che scissa 
da un contenuto a cui aderiva come l’abito al 
corjro, viene per forza ad essere non altro che 
un bcll'ornnmcnto senza scopo. Di qui il bi¬ 
zantinismo, la preziosità. 

E' già stato infatti ampiamente lumeggiato 
dai critici come caratteristico dell’opera dan¬ 
nunziana il fatto clic nessun problema intel¬ 
lettuale o morale vi presiede. Come il De 
Sanctis osserva del Petrarca manca ni (l’An¬ 
nunzio quella « concentrazione ed unità delle 
forze intorno ad mi punto solo, il che è la 
serietà della’ vita a. 

Eppure quando noi diciamo « manierato », 
quando noi parliamo di « mancanza di con¬ 
tenuto » di « indifferenza di contenuto » noi 
sentiamo di essere su una strada clic facil¬ 
mente ci può sviare dalla comprensione del¬ 
l’arte di (l'Annunzio. Il poeta scrive di An¬ 
drea Sperelli, il portagonista del Piacere: « il 
suo spirito era essenzialmente formale. Più 
che il pensiero, amava l’espressione. I suoi 
saggi letterari erano esercizi!, giuochi, studii, 
ricerche, esperimenti tecnici, curiosità ». Que¬ 
sto non si può applicare che ad una parte sola 
dell’arte dannunziana, e la minore. 

Perchè in d’Anminzio, oltre a questa in¬ 
differenza, a questo formalismo, vi ha qual¬ 
cosa di serio e di profondo. Sarà un decadente, 
ma la sua arte spesso raggiunge il tono della 
vera poesia. 

Questo susseguirsi di frasi, di immagini, 
questa continua tensione dello spirito verso 
l'esteriorizzarsi in una forma ampia e ricca, 
quello stesso clic vi può essere di barocco e 
di confuso — è, in qualcosa almeno, inteso 
con serietà. Parlando di se stesso nelle ultime 
Faville del Maglio ci dice: « io sono l’italiano 
venturiero, di stampo antico e nuovo ». Que¬ 
sto rivela una sua faziosità irrequieta, ma 
non voleva certo paragonarsi — e non è da 
paragonare — ai Casanova dello spirito o a 
quei letterati del quattrocento che, dice De 
Sanctis : « facevano come i capitani di ven¬ 
tura; servivano chi pagava meglio: il nemico 
dell’oggi diveniva il protettore del dimani. 
Erranti per le coni si vendevano all’incanto ». 
Tali saranno al più gli epigoni dannunziani. 
D’Annunzio si può chiamare indifferente al 
contenuto se per tale si intendono appunto 
problemi di carattere intellettuale o morale 
in senso stretto, ma noi sentiamo che egli ha 
uno scopo nella vita. Questo scopo potrà de¬ 
finirsi come ricerca della perfezione artistica, 
quello che è certo è che nell’approfondimento 
in se stesso, nei suoi motivi interni, nella sua 
sensibilità egli procede, se non sempre, spes¬ 
so, con forza che è segno di serietà e di sin¬ 
cerità e clic ci dà per risultato la poesia. 

Perchè si sbaglia credendo ad un d’Annun- 
zi tutto esteriorità; e molto più ad un d'An- 
ninizio, come egli vorrebbe farci credere, com¬ 
pleto e armonico. 

Ci siamo richiamati all’epoca in cui fece 
le sue prime prove l’arte di questo poeta : 
epoca in cui era molta corruzione e sopra¬ 
tutto una mancanza d’ideali, clic comunemen¬ 
te accettati dessero n tutta la vita sociale un 
tono forte e severo; ina, come già ha fatto 
ossei vare Croce, non la si può chiamare epoca 
di decadenza. « Qualcosa vi era di decaduto », 
ma vi erano anche altre forze alte e serie che 
sorgevano o già si affermavano. Cosi, si di¬ 
rebbe — per continuare il paragone — l’arte 
di d'Annunzio esce da un simile squilibrio; 
ne esce stranamente difettosa in alcune sue 
parli e quasi perfetta in altre : ci sentiamo 
alle volte dinnanzi ad un grande poeta ed 
altre volte ci riesce insopportabile. E pur 
sempre vi rimane 1111 tono elevato, troppo 
pomposo talora ma non mai volgare. 

Il poeta che è sempre un attento osservatore 
di se stesso, (io non so parlare se non di me) 
ci‘ rivela in parte questo suo segreto. Ecco 
Foscarina di fronte a Stclio Effrena — Imma¬ 
ginifico: « le pareva di smarrire il senso della 
sua vita propria e d’esser sollevata in una 
specie di vita fittiva, intensa e allucinante, 
dove il suo respiro diveniva difficile»; e men¬ 
tre a lei, come a noi tutti » non era dato per¬ 
sistere in im tal grado d’intensità, ella ve¬ 
deva l’altro mnntenervisi facilmente». Le 
»( belle e perfette parole » hanno « una spon¬ 
taneità che le dimostra sincere » ed è questa 
sincerità che noi dobbiamo ricercare. 


E’ un'arte che ricca di pregi e di difetti, 
in questi e in quelli portante impresso un 
comune e indelebile segno d’origine, è stra¬ 


ordinariamente varia e insieme uniforme; mo¬ 
nocordo : non sa togliersi da un tono unico 
nel (piale restano assorbiti tutti i suoi aspetti 
diversi. Di qualsiasi argomento parli sono 
sempre i medesimi motivi, le medesime im¬ 
magini, le medesime impressioni; (piando que¬ 
ste e l'argomento fanno un tutto unico ecco 
la bellezza, altrimenti (e spesso) l’opera d’arte 
mniicata. 

Potrà cantare la Diversità « sirena del mon¬ 
do » : «la min anima visse come diecimila»; 
•un sono variazioni sii tema unico. Come poe¬ 
ta non inteso a meditare problemi di vita 
morale e intellettuale e o quelli riccchcggiarc 
nel suo cauto, 6 la sensualità clic predomina 
tu lui. « La più fertile creatrice eli bellezza 

— ci dirà poi — è la sensualità rischiarata 
dalla divinazione ». Ma con la definizione poe¬ 
ta sensuale è detto poco, se non è spiegato di 
quale sensualità si tratti : sensuale era il Boc¬ 
caccio, sensuale voluttuoso spesso il Tasso. 

La sua sensualità (in quanto poeto) può 
distinguersi per una caratteristica : la scon¬ 
tentezza di sè, il non appagamento. 

Era apparso col Canto Novo come un enfant 
prodige segnato dal destino. Il suo canto fre¬ 
sco ed energico, pieno di avida sensualità e 
di sana innocenza appariva come l’annuncio 
di una nuova era poetica. Redattimi saturnia 
regna. Si annunciava l’era della pura poesia. 
Ma era una poesia solo neU'apparcnza pri¬ 
mitiva; nella realtà invece raffinata, complica¬ 
tissimi, artificiosa. 

Anche il Carducci aveva avuto momenti e 
atteggiamenti sensuali, ma la sua sensualità 
sempre casta e severa era nutrita di un pen¬ 
siero forte e universale. Qui noi vediamo la 
poesia tutta pervasa da una materia spesso 
profondamente torbida e anche immorale : 
avere per suoi toni l’erotismo e la voluttà. 
Ed insieme un malcontento, lina incertezza 
e un’irrequietudiue. 

I protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi 
drammi saranno personaggi falsissimi ed egoi¬ 
sti, vanamente ambiziosi e tutti dominati dal¬ 
l’elemento amoroso che li travolge come ma¬ 
rionette imbelli. Esso è al centro della loro 
esistenza. L’istinto li domina quasi tutti come 
« qualcosa di estraneo che sia penetrato in 
loro ». L’amore vi è inteso come « la più gran¬ 
de delle tristezze umane, vano sforzo di usci¬ 
re da se stessi»; malati, quasi tutti — come 
Giorgio Aurispa nel Trionfo della morte — 
oscillano tra l’intellettuale complicatissimo e 
il bruto. 

E noi vediamo che la stessa poesia di d*An¬ 
nunzio procede nella medesima maniera. I 
valori esteriori vi sono sopravalutati, i modi 
di espressione eccessivamente ricercati, nei 
momenti di vena minore : arcaicità senza sco¬ 
po, erudizione inutile, e cattivo gusto. E 
quando il risultato artistico è perfetto, questa 
stessa perfezione ci appare (piasi fondata su 
valori puramente formali. Ad una raffinatezza 
complicata di contenuto corrisponde una raf¬ 
finatezza complicata di forma. Troppo rara¬ 
mente l’arte ampia e serena ed umana clic si 
leva con profonda comprensione dalla mate¬ 
ria che tratta, e cadiamo invece spesso nello 
sforzo nel voluto nello stentato. 

Si direbbe che il poeta soffre della sua stes¬ 
sa eccessiva perfezione. Sente la decadenza 
che è nel suo contenuto e nella sua materia 
poetica, e insieme questo sentimento non è 
cosciente abbastanza o — almeno — non rag¬ 
giunge una tale intensità da poter essere rea¬ 
lizzato poeticamente. La malinconia (senti¬ 
mento e coscienza di lina dissonanza interna) 
non è clic raramente sfiorata; piuttosto vi ha 
un senso di nostalgia. Noi lo vediamo cosi, 
dì volta in volta ricercare una nuova strada 
di liberazione, che sarà sempre la sbagliata, 
quando non quella — semplice, ma difficile 

— della realizzazione artistica; eppure saranno 
tutte sinceramente tentate. Anzi — questa ir¬ 
requietudine e lo scontento appariranno, erro¬ 
neamente, la vera caratteristica dell’arte dan¬ 
nunziana, mentre non ne sono clic la trama 
esteriore; e i giudizi saranno tratti a soffer¬ 
marsi benevoli o malevoli sulle varie solu¬ 
zioni, di volta in volta proposte e non mai 
mantenute, e questo sino alla stanchezza e 
alla noia 

Ci racconta Saintc-Beuve che, passeggiando 
Bernardino di Saint-Pierre con Rousseau 
« cornine il lui dcmamlait si Saint-Preux n’é- 
tait pas lui mème: "Non, repondit Jean Jac¬ 
ques; Saint-Preux n’est pas tout à fait cc que 
j’ai étó, mais cc que j’niirais voulu ètre -. 
Presque tous le romanciers-poétcs peuvent dire 
ainsi ». E’ la regola romantica. 

Di d’Annunzio si può dire invece che egli 
è infinitamente migliore dei personaggi che 
ha di volta in volta creato, e che pure gli sono 
per t&nti rispetti simili e spesso ci appaiono 
quasi una confessione del poeta. Personalis¬ 
simo coin’è ha impresso nelle creature della 
sua fantasia il suo suggello, ma il suggello 
delle sue caratteristiche inferiori. Si verrebbe 
a vedere che ha in queste creazioni combat¬ 
tuto di volta in volta una battaglia contro 
se stesso e, vinta, 1’ ha rappresentata. Per 
questo uno studio critico dell’arte dannun¬ 
ziana è tratto quasi insensibilmente ad inva¬ 
dere la personalità dello scrittore. Ed eppure 
la rappresentazione artistica sarà tanto più 
vivo ed efficace, ci colpirà con tanto maggiore 
energia quanto più il poeta sarà liberato da¬ 
gli stati d’animo che descrive (almeno per il 
momento) - e li potrà oggcttivnre così in una 
serenità impersonale. 

Ecco qualcuno di questi suoi personaggi 
letterari : più o meno tutti : da Sperelli ad Au¬ 
rispa, da Tullio Hermil a Stelio Effrena — 
in cui più palesemente si confessa — e, con 
qualche modificazione non di sostanza, anche 
quelli degli ultimi drammi e romanzi : « af¬ 
fetto dalle più tristi mnlattie dello spirito, 
obliquo, doppio, crudelmente curioso, iste¬ 
rilito dall'abitudine dell'analisi e dall'Ironia 
riflessa, di continuo occupato a convertire 1 
più caldi e spontanei moti dell’animo in no¬ 
zione di qualcuno dei tratti psicologici carat- 
qttnliinquc crcnttira umana come un soggetto 


di pura speculazione psicologica,, mcapncc di 
amore, incapace d'tm atto generoso, d’una ri¬ 
nuncia, d’itn sacrificio, indurito dalla men¬ 
zogna ». 

Chi non sente in questa disanima (e in mille 
altre confessioni e allusioni simili) l’osservi- 
ziono di qualcuno dei tratit psicologici enrut 
tcristici nH'nrtc di d’Amumzio? Eppure non 
vorremo abbassare il poeta che ci ha dato (ol¬ 
tre le I.andi) il Piacere, il Trionfo della Morta 
la Francesca e il Notturno, al livello di un 
essere così freddo e senz'anima, cosi irrime¬ 
diabilmente malato, nè paragonarlo a un im¬ 
belle e odioso egoista come è, ad esempio, 
l'Alessandro della Città Morta. E’ clic (l'An¬ 
nunzio — come I 10 già osservato — se si eleva 
quasi sempre al di ,>oprn della materia che 
tratta per la vigoria di rappresentazione arti¬ 
stica (almeno nei suoi aspetti formali), clic è 
poi, alla resa dei conti, superiorità e vigorìa 
molale, vi aderisce pur sempre con le più 
(profonde 1 adici del suo essere. 

La sensualità lo affoca. Questo suo mondo 
di pura arte (Ila cantato : il Verso è tutto) e 
le suo stesse curiosità e predilezioni da deca¬ 
dente lo avvincono irrimcdinbilmciitc da tutti 
i lati. E ne e- malcontento, e insieme non 
vuole e non può liberasene : « E, se la tua ma¬ 
linconia prese di continuo forza e ala dal -!t- 
scoido continuo tra la tua sensualità e la tua 
intelligenza, come puoi tu pensare di soppri¬ 
mere in te il più attivo levante lirico della 
tua vita interna? ». La realtà è clic il poeta, 
pur così privo di sottigliezze teoriche {« che 
m'importa delle dottrine ») e dì rimorsi di 
coscienza (« non credo al peccato, non ho il 
senso del peccato») non sarà innocente e se¬ 
reno che nelljappagamento dell’arte : quando 
avrà ritrovato — come nel Canto novo, tome 
nelle Laudi, come nella Contemplazione villa 
Morte — la liberazione dalla sua inquietudine 
e dalla sua falsità per approfondire quello clic 
di umano e di spontaneamente sincerò era 
in lui. 

Mario Lamukrti. 


Il lìaretti e le Edizioni del Barelli si tro¬ 
vano in vendita presso lo seguenti librerio: 

Milano - Libreria di Brera, via Bior» 21. 

» - Libreria L'Esame, via Croco Roma 6. 

Torino - Libreria di cultura, via Roma. 

9 - Libreria Cooperativa, via San Fran¬ 

cesco d'Assisi. 

Genova - Lifreria Lattos, via Cairoli 8. 

Firenze - Anonima Libraria Italiana, via Tor- 
nabuoni 15. 

/Ionia - Libreria Modernissima, via Convcrtito 
18. 

Pisa - l.ibroria Spoorri - Lungarno Regio. 
Palermo - Anon. Libraria Itafiana, Maqueda 
192. 

Padova - Libreria Fratelli Drucker - Palazzo 
Università. 

Trieste - Libreria Treves, Corso Vittorio Ema¬ 
nuele 27. 

ynjtoL - Libreria Paravia - Treves, Via Gu¬ 
glielmo Sanfelieo. 

Bergamo - Libreria Internai. - Scnticrono 
Taranto - Libreria Do Pace, via d’Aquino 104. 
0 presso lo librerie già dell’/l/i nelle principali 
città. 

II Brtretti trovasi inoltre in vendita presso 
le seguenti edicole: 

Torino - Edicola via Nizza angolo piazza Carlo 
Felice. 

Tonno Edicola piazza Carlo Felice, angolo 
piazza Lagrange. 

Torino Edicola via Socchi. 

Torino - Edicola piazza Statuto angolo Corso 
San Martino. 

Torino - Edicola piazza Castello angolo via Po. 
Torino - Edicola piazza Castello angolo via 
Viotti. 

Milano - Libreria Casi roti, Corso Vittorio E- 
manuele. 

Palermo - Libreria Quattro Canti di Città. 
Firenze - Libreria Beltrami, via Martelli 4. 
Trieste - Libreria Minerva, Piazza della Borsa 
IO. 

/toma - Libreria Signoroni, via Orfani 88. 
Roma - Libreria del Tritone, via del Tritono 67* 
Catania - Edicola Minoriti. 

Bologna - Edicola Portico Bonzani. 

Savona - Edicola via Paleocapa 15. 

Bergamo - Libreria Conti, via XX Settembre. 
Genova - Edicola piazza Carlo Folice. 

Venezia - Libreria Zanco. 

Cuneo - Edicola via Roma 61. 

A’a poti - Libroria Guida. Port’Alba 20. 

Ma/ioti - Bottega della Stampa, via Roma 396. 
Parma - Libreria Ferrari, piazza della Ster¬ 
rata 19. 

Raccomandiamo vivamente agli amici di chie¬ 
dere il Baretti e Io nostre edizioni presso detti 
librai o rivenditori di giornali e di pregare cho 
li tenguno esposti u! pubblico. Questa è la 
collaborazione migliore ch’essi possano offrirci, 
o su questa loro opera noi particolarmente fac¬ 
ciamo affidamento per suporaro Io difficoltà di 
ogni sorta che giorno per giorno si fanno più 
numeroso 0 più gravi. 

Preghiamo ancora gli amici di volerci in¬ 
dicare quali dei detti librai e rivenditori tra- 
scurino le nostro pubbhcazioni o di consigliarci 
nel caso nltre librerie nella città cho diamo af¬ 
fidamento di benevolenza per noi a garanzia 
economica. 





l’apr IO 


II, BARE T T I 


La giostra 

Traduzioni 

la Cahier* dii Sin/, costantemente intesi u 
re udì! re il «Téli brigo * regionalistico un clemeii* 
to delia letteratura francese nazionale e ad agi' 
lare questioni di carattere critico, hanno dedi¬ 
cato un grosso fascicolo a una e.nijuétc sul pro¬ 
blema delle traduzioni e della conoscenza in ge¬ 
nerale dello letterature straniero, da Bazalgetlo 
a Valdry-Larbaud, Se non che le risposte che 
si allineano lungo le pagino uu poco polpose e 
porose della rivista sono, sì, tutte très spirituel- 
Ics» e piene di osservazioni interessanti, ma so¬ 
stanzialmente sono anche di una monotona u- 
infamità quasi desolante. Sempre lo stesso « jeu- 
de-mot*» di «traduttore - traditore», sempro 
le stesso es-jusazioni a vantaggio della traduzione 
come pratica opera divulgativa, o dappertutto 
analoghe raccomandazioni di esattezza, di libe¬ 
ralità, di ordine, di organizzazione e di revi¬ 
sione collettiva. Sarà forse elio anche in questo 
caso l’artista non è un critico: perchè proprio 
non pare che i Francesi, grandi c magnifici tra* 
duttori, sappiano discorrere molto a fondo di 
questa non ultima delle loro arti. Il più abile 
di tutti è stato André Gide, che ha scritto una 
mezza pagina elegantissima per dire cho non 
rispondeva. 

Ma il punto saliontc del dibattilo è costituita 
da una proposta di Paul Valéry per a oostitu- 
ziono di una « borsa dei valori letterari ■ ben in¬ 
teso. dice Valéry che si tratta dei valori tra¬ 
smissibili: <car il en est d'intransmissibles — 
les poétes le savent bicnl». Si tratta precisa- 
mente: I) de sounieltrc à la S. d. N. un projet 
rélatif k 1 itisiitutioti de prix destinés à vé- 
compensa- le traducteur ou, plus oxoctement, la 
tradijction ■ 2). «de l'iustitutiou d une coni- 

mission speciale intcrnationnle, siógoant unc 
fois pur au, qui aurait pour mission d'expri- 
mer, Ics ayaut rccitcillis, lo désir des nations, 
et do débattre enfili, la composilion d'uno 
listo d’ouvrages réeommandés aux traductours*. 
Valéry non esita a prospettare In probabi¬ 
lità di un giuoco borsistico di domande o di 
offerte, e la possibilità che grandi autori siano 
rivelati ai loro compatrioti dnllu traduzione in 
lingua straniera, come è accaduto per Pae tra¬ 
dotto da Baudelaire, per Gobineau tradotto e 
studiato in Germania, o per altri. Qui vera¬ 
mente egli scopre, senza avvedersene, il lato più 
debole della sua posizione: perchè, dato cho 
egli ammette l'impossibilità di rendere, nel tra¬ 
ci arre, j valori formali o restringo la capacità 
comunicativa delle traduzioni al contenuto ideo¬ 
logico, storico, fantastico, — la chiara conse¬ 
guenza di lutto questo sarà l'esclusione dal cam¬ 
po della nuova borsa-valori di tutti i veri 
valori letterari, che sono evidentemente artistici, 
poetici, formali (o meglio, così fatti che la for¬ 
ma non è in essi rescindibilo dal contenuto nè 
il contenuto dalla forma) Invece di una borsa- 
valori avremo, cioè, una borsa-merci la cui ne¬ 
cessità del resto non si vede, perchè le idee si 
possono esporrò anche senza tradurre o le tramo 
pensano già i romanzieri a rubacchiarsele. E’ 
vero che Valéry parla disinteressatamente, por- 
chè egli appartiene, se altri btai, alla schiera 
degli intraducibili ; ma è facile in questo caso 
constatare come anche un maestro di finezza e 
logico acume possa discendere a «platitudcs» 
per lui inconsuete e impreviste quando gli ac- 
cado di essor preso in un giro di coso puramente 
pratico o politico. (Perchè al fondo di tutta 
questa storia delle traduzioni c’o il rupproehr- 
nient franco-ullninuid). 

Il JlnrrtH, che della conoscenza critica e tra¬ 
duzione delle letterature straniere si fa un ca- 
posaido c uno scopo fondamentale, non ha bi¬ 
sogno di ripetere per la circostanza afferma¬ 
zioni teoriche in parto già esposte e in parte 
implicite nelle propri? idee. Piuttosto vai la 
pena di domandarsi che risultati darebbe un'in¬ 
chiesta consimile a quella dei Cubie rt </u Sud, 
so si facesse in Italia. Dove, a dir poco, siamo 
filosoficamente in grado di veder più chiaro nel 
quesito ; ma dove, anche, siamo ancora molto 
indietro quanto nlla cua realizzazione pratici. 
Traduzioni, in verità, da qualche anno a que¬ 
sta parte so ne fanno molto anche da noi ; ma 
si devono per ora a un'attività disordinata e 
caotica, senza frutto o senza costrutto. Solo in 
certi campi, e precisamente in quelli non arti¬ 
stici (filosofia, storia, critica, scionza) siamo in 
grado di contrapporre per copia e por bontà le 
nostre versioni a quelle che pullulano in Fran¬ 
cia, in Germania u nei paesi anglo-sassoni. Ma 
Ij buone traduzioni di prosa e poesia straniera 
sono così rare da diventare bocconi ghiotti o so¬ 
stituire gli articoli originali sulle riviste un po' 
aristocratiche. Più imo scrittore c grande, più 
un'opera è vasta, o più facilmente cadono in 
preda ai mestieranti, ai » negrieri ■ e relativi 
«negri» della penna. Ci sono, senza dubbio, le 
solite eccezioni e anche cospicue: ma finora no.-i 
riescono a dominare il tumulto. 

Una dello cause di questa deplorevole condi¬ 
zione in cui ci troviamo emerge appunto da? 
confronto con la cultura francese. Mentre in 
Francia la traduzione letteraria è coltivata da 
grandi scrittori e da penne forti, fra noi questi 
suoi naturali maestri la disprczznno, l'abban¬ 
donano ai giovani novellini e ai vecchi falliti, 
*' vantano di non essersene mai impicciati. C'è, 


dei pugni 

in questo, un tantino dell'aulica superstizione 
classicistica, per cui solo gli antichi miniavano 
di essere tradotti. Ma . è allelui molta ignoran¬ 
za o molta arroganza. E dire .dio tanto si è 
predicato come anche il traduttore dovessero 
artista, se si vijplè ohe l'opera sua. non potendo 
esseri fedele, ulmono sia bella l Come volete elio 
abbiamo buono traduzioni, se i poeti c i roman¬ 
zieri non mettono mano a indurre? 

Dello scrillore universale 

Quid brano di una lettera affatto privata elio 
stampai in questa rubrica tre numeri fa (/,« 
frdr contro il diih/no) lui suscitato gli sdegni 
di un rivistone che si diverto, poco sottilmente, 
a spararci contro qualche cannonata. E gli sde¬ 
gni nascono dal fatto clic l'amico, in quello 
scritto, desiderava per il i innovamento dolla 
lettere italiane l'appariziono del genio, del 
grande Artista. Poiché l'arcigno tensore se la 
prendo con l’amico c non con me, bontà sua, non 
mi affatico n rispondere: bastando, conio rispo¬ 
sta, la notifìruzinne che quel tale amico mio è, 
culturalmente, vicinissimo di casa del censore. 
Sicché tocca a loro di mettersi d'accordo, da 
buoni coinquilini. 

E veramente nessun lettore dpi fioretti può 
essere incorso neH'eqiiivoco che noi prendiamo 
di peso e alla lettera il mito ulfieriano-giobcr- 
I inno del « genio» quando parliamo di funzione 
etica e di (favori civili della letteratura, nè 
quando richiamiamo il letterato alla coscienza 
della sua universalità di artista e di Uomo. Por 
noi, ogni scrittore o ogni poeta, anche mode¬ 
stissimo, è universale — quando senta la di¬ 
gnità e la nobiltà del suo compito e si faccia 
scrupolo di adeguarlo costantemente con la sua 
attività; ogni letterato è pieno di genio etico 
e civile — qualora abbia vivo e vigile senso dei 
suoi obblighi c limiti di uomo e di cittadino 
nell'nsare parola e penna, nello stnmpare e nel- 
l’insegnare. 

Non aspettiamo nessuna apocalissi; constatia¬ 
mo dei difetti e delle lacune, dei vizi u dei pre¬ 
giudizi clic non potrehliero ammettersi e tanto 
méno dovrebbero convertirsi in virtù o in pregi. 
Quanto ai rimedi, è proprio nostra franca opi¬ 
nione che gioverebbe molto abbandonare il cic¬ 
co andazzo di adorare la genialità brillante, im- 
pressioimnto, fastosa, c affaticarsi invoco ad e- 
levare il livello della mediocrità. Alle dram¬ 
matiche antitesi dcU’Olimpo o del Tartaro, pie- 
feriamo nella cultura il moderato toimento del 
Purgatorio. 

Il qual tormento ha bisogno di Aristarco, ma 
non certo di Bolzcbù. 

Pro c contro l’endecasillabo 

Non' pochi critici o periodici hanno versato in 
questi ultimi tempi purccchio inchiostro intorno 
alla «rinascita deH'ondecasillabo » Sperando che 
ormai se ne siano stancati o non abbiano più 
niente da diro, ini permetto di dare un po' di 
sfogo alla mia privata indignazione. Perchè, 
stringi e spremi, fra tunto lusso di sottili di¬ 
squisizioni non ci sono nella faccenda altro cho 
un fatto c un'idea: il fatto, cho da alcuni anni 
i poeti ritornano a scrivere endecasillabi sciolti, 
sonetti, ottave, canzoni a cui per un pezzo si 
erano mantenuti avversi; l'idea, cho in questo 
fatto sia implicito un grande avvenimento let¬ 
terario. E il signor Endecasillabo, elevato ad 
entità mitologica, diventa oggetto di lodi e di 
rimbrotti, di esaltazioni e di deplorazioni, non¬ 
ché di esercizi dialettici che ci famio restare 
sbalorditi. 

L'endecasillabo è, semplicemente, un «gene¬ 
re» tecnico. Non si può certo, al giorno d’oggi, 
ricacciare la tecnica sul pianerottolo della poe¬ 
sia. Starà nel vestibolo: ina se il vestibolo non 
o'è si ha quel cattivo effetto elio danno le case 
con la porta d'uni rata in sala da pranzo. Senza 
la sua finitura tecnica, clic- comprendo anche 
l’interpunzione e spesso perfino la stampa, ro¬ 
llerà d'arto non è compiuta, nè pienamente 
svolto tutto il suo valore. Ma, intesa in questo 
senso (il solo in cui abbia significato artistico), 
la tecnica è cosa individualo quanto l’arte: o 
si fonde organicamente con l'espressione. T<© 
formo tecniche, i mezzi n gli accorgimenti che 
la tradizione suggerisce sono in realtà indiffe¬ 
renti per l'artista e meri presupposti della sua 
tecnica concreta; la sua scelta affatto generica, 
c solo determinata dalle possibilità maggiori cho 
una formagli offro di concretare il ritmo inte¬ 
riore della sua concezione. Poi, in alto, quella 
forma diventa la sua personalissima forma, so 
egli è artista vero: e l'individuazione si ha non 
solo da poeta a poeta, da opera a opera, ma 
pur da veiso a verso c da parola a parola. An¬ 
che quando il classicismo imponeva rigide formo, 
si affermò sempro questa Individualità della tee- 
nica: e il romanticismo e il neo-classicismo se 
iic fecero agevolmente un dogma e un'insegna 
impostando di frequente sopra innovazioni tec¬ 
niche battaglie clic in realtà erano per la li¬ 
bertà dell'arte. Sotto questa luco, parlare di 
morto o di rinascita deirciidccasillabo non ha 
senso. 

A dio cosa si riduco, in verità, il fallo in pa¬ 
rola? A questo : che poeti senza persia, letterati 
pieni di maestria o (l'artificio nm non d'intui¬ 
zioni originali, si rimettono a scrivere non giù 


endecasillabi in genere, che per loro stessi non 
vorrebbe dir niente, ma corti endecasillabi fo- 
rcoliaiii. leopardiani, carducciani; ossia a rive¬ 
stire dei modelli già ripieni di un determinato 
faporc poetico e quindi capaci di essere con 
poca spesa rimessi il nuovo, Ripiego tanto più 
falso e menzognero in (pianto là delitto non c'è 
è nemmeno lo spirito foscoliano, leopardiano, 
canili 'ciano, nm mia vuota c disperata assenza 
di tutto. 

Cinema 

Le lunghe e complesse esposizioni di teorie 
estetiche (o meglio psicologiche) sul eincumto- 
(jrafo che si sono pubblicate recentemente ini 
hanno interessato moltissimo, le ho trovate tut¬ 
te pieno d'ingegno, c molte giusti. Con tutto 
ciò, continuo a non andare ni cinematografo se 
non per vedere lo montagne dell'Miinnlnya, il 
castello di Windsor c simili spettacoli dio pur¬ 
troppo le pelli 'olo moderile offrono molto di 
rado. Che voleto? la natura mi ha fornito di 
lina certa immaginazione, i mio studi mi han¬ 
no procurato una discreta cultura: e pertanto 
i «filma» storici o romanzeschi me li faccio co. 
modamento passato nella mente, stando in jk> 1- 
trona o fumando la pipa «piando leggo e rileggo 
i libri da cui non tratti. 

Per la stessa ragione non vado ni teatro di 
prosa se non (piando dàiino qualche dramma 
die non si trova stampato o (piando c'è qualche 
grande interprete. 

Cosi fnoiio economia di tempo o di denaro. 

Uno dei Verri. 

Antroposofia... 

scolastica 

Come il Caft'ardli, anche Zanfrognini ha dol- 
l'arlR o della storia un concetto peculiurmcuto 
decadente, perchè afferma col platonico Mallar¬ 
mé, «che le coso del mondo esterno imiino sem¬ 
plicemente lo scopo di evocare la realtà vera del 
mondo interiore delle Idee in sé, che, sole, 
hanno i caratteri doU'etoriiità e dell'Essere o di 
conseguenza gli attributi della Divinità, i quali 
le fanno essere, a scemila degli aspetti che si 
guardano, belle, buone o vere». 

II mondo dei sensi e della storia è mera ap¬ 
parenza; al Leopardi, «un dramma di frasche 
agitato dal vento». 

Senso storico non ce u'è in questo l'ir del Su- 
binnr (Bocca, 192G): — Hegel filosofo della 
storia poco ha insegnato al loro autoro, contea- 
Hainontc al molto che ha suggerito al C'affareHi 
le cui interpretazioni storiche, ponderate c con¬ 
crete, di personaggi della vita e dell'arte con¬ 
vincono, più di «pianto iiou facciano quello dello 
Zanfrognini ; lo quali han più i caratteri di al¬ 
legoriche sovrapposizioni che di congruenti fatti. 

Si ha ('impressiono che sian vuote formo pri¬ 
vo di contenuto.- — orgogliose o vacue super¬ 
fetazioni nominaliste, atrocemente ro; ugnanti 
allo inderogabili esig.'iize della realtà. 

Nò dallo Steiner nè dal Gioberti ha saputo 
provvedersi del- senso storico che limino svilup¬ 
patissimo e. ncH’interna essa tura, quasi egua¬ 
li 1 , perchè da entrambi estratto dagli slessi già- 
cimenti idealistici hegeliani: neppure ha saputo 
estrarre viva e drammatica l'idea della caduta 
originaria, dal concetto di movimento involu¬ 
tivo contenuto nella prima parto della forinola 
ideale giobertiana. 

Per quali esigonzo l'Essere dal proprio seno 
crei il Nulla, lo Zanfrogniui non sa dire, ai li¬ 
mita ad affermare elio la creazione è un dono di 
Dio liberamente o liberalmente compiuto, o non 
un atto necessario compiuto per conoscersi, co¬ 
rno dicono gli idealisti ; oppure un espandersi 
(un finirsi) nel tempo e nello spazio, come vo¬ 
gliono gli emanatati ; od ancora, un .atto di 
libera elezione da Dio compiuto per arricchire 
so stosso colla dolorosa esperienza della vita fi¬ 
sica, come affermano gli antrojiosofi por bocca 
dello Steiner, il non confessato, e, in questo ca¬ 
so, non seguito maestro dello stesso autore di 
questo Vie. 

Il quale molto insiste e molto battaglia su 
questo punto, perchè è sul dualismo trascenden¬ 
te che vuole fondato il proprio sistema di idea, 
secondo il quale sola realtà è l’Essere Infinito, 
nel cui seno, e pure al di fuori di esso, sono il 
Nulla, l'Uomo c il Mondo; che però non s'ar¬ 
riva a capire se sono distinti fra loro, o che cosa 
sono, perchè ad mi dato momento il Zanfroguini 
li fonde e confonde nell'unico No che all'eterno 
Si dell'Essere si contrappouo. 

Tuttavia, neppure su questo porno il suo pen¬ 
siero può a lungo muoversi e ad un dato mo¬ 
mento la battaglia tra il Sè e il No cessa, quaij* 
do si scopre che in fondo al pozzo dcllTo esisto 
una zona di pace dovo il Sì ed il No formano 
mano cd esterno, ad mi dato livello di prnfou- 
l'unico Sì, poiché s'impara che il Dìo extrapi¬ 
dità trovasi nell’anima dell'nomo; qual fresca 
sorgiva alla quale si può sempre attingere l'ac¬ 
qua di vita, o quale suprema conoscenza, ri¬ 
spetto alla quale la nostra limitata e razionale 
conoscenza è mi semplicu rùordo. 

Si può scivolare sulla contraddiziono (molto 
più che nou è la sola delle tanto disseminale in 
questo libro malo scritto e peggio pensato) ; ma 
non si può non rilevare elio il caso di un tra- 
nate o deiriniiiinuenza di Dio nella profondità 
scendontalista cho finisce assertore dèlia idee in- 
dell'anima umana, è assai gustoso. 


Ci sarebbe da chiedere so questa non è la ne¬ 
gazione del dualismo, e se non è l'implicito ri¬ 
conoscimento dio l'uomo non può conoscere che 
se slesso: o ciò conio limite in virtù del qualo 
la disposizione d’animo umile o recidiva cho 
l'itomi) dovrebbe costaiilomeiito conservare per 
rendersi degno dell'azione illuminante c lecou 
dui nce della Grazia, presto si rivelerebbe |5er 
assurdo e deicida orgoglio desioso d'improntare 
della propria orma anche la parte d'infinito che 
noli è lui, ma l’Essere clic solo esiste e cho solo 
è Dio: la cui natura è imperscrutabile, o il 
mi volto non può esser guardato da occhio di 
carne. 

Anello lo Znufrugtiiiti rimane al di qua della 
soglia elio divide il regno dell'uomo du quello 
di Dio; solo, a differenza di nitri cho stanno 
cheti al ijiiiu della loro ragione, egli tenta di 
orgogliosamente spingersi oltre tali limiti, ma 
invano: dacché solo resta, del silo non meri¬ 
torio gesto d'abdicazione alla propria umanità, 
l’iliiicrnrio d'un inglorioso ritorno a vecchie po¬ 
sizioni mentali di.un’anima stanca, che. avvi¬ 
lita da una lotta impari, non vuole più oltre 
battagliare perchè dispera di vincere. 

Armando Cavai.i.i 


Lo Edizioni del Bai et ti hanno pubblicato: 

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pi ima traduzione italiana di ! tu j arilo Carla- 
moni precoduta da un Saggio su LongfcUou di 
I'. fì. fidati. 

Lire quindici 

Con questa edizione tecnicamente corrotta o 
criticamente accurata il grande poema tragico 
del Longfellou viene fatto conoscere anche in 
Italia. La versione del Cardamone ne rendo 
tutta l’eflìracia originate, ed è esempio classico 
di nitidezza e di fedeltà. Il saggo introduttivo 
avvia planamento e limpidamente a una com¬ 
piuta e sicura conoscenza del poeta e dell'opera. 


ADRIANO GRANDE 

Avventure 

Lire dicci 

Il denso volumetto invia a] pubblico una 
nuova personalità di artista, maturatasi quasi 
in segreto con una complessità sorprendente di 
interessi e di valori. E' una personalità di sti¬ 
lista insieme e di pensatore, che lancia in ogni 
sua espressione una traccia di intimo tormento, 
di un senso forto c pur doloroso della vita. La 
'raccolta di queste deliziose «moralità» © appas¬ 
sionato confessioni lo distinguo degnamente fra 
i nuovi scrittori. 

Inviare saluto lo prenotazioni. 


Ogni nostro- amico e lettore deve trovarci al¬ 
tri amici e lettori, diffondere quanto può il 
giornale o lo opere pubblicate dalla nostra casa 
Editrice. E come noi raccomandiamo a loro le 
librerie sopra indicato, essi debbono alla loro 
volta raeconfondarc ai loro amici anche i nostri 
librai, perchè intorno a questi possa così radu¬ 
narsi tutto il nostro pubblico o affiatarsi sia i 
singoli Ira di loro sia ciascuno con il libraio o 
jior opera loro noi con il libraio e Tcscore 
nella sua considerazione. In tale modo ci resta 
puro molto agevolato il servizio amministrativo 
e ci sarà uso più facilo sopprimere allo esigenze 
del nostro pubblico e venire incontro ai suoi 
desideri. 

Direttore Respomab'ìle Piero Zanetti 
Tipografia Sociale Pinerolo 1927