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Full text of "Il Baretti - Anno 5 - 1928"

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IL BARETTI 

Fondatore PIERO 003ETTI 1924-1936 

MENSILE EDIZIONI DEL BARETTI : Via Prati, 5 - TORINO 

ABBONAMENTO PER IL 1928 L. 15 Estero L. 39 - Sostenitore L. 1110 - Un numero separato L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno V - N. 1 - Gennaio 1928 

SOMMARIO • S. CARAMELLA) Menaonionitmo • L. C1N/BURC : Aipelti dalla nuovUtima poeti* rutta • Seioccheiiaio • C. NECCOt Amolt Bronnan E. SOLA : In Germania t prigionieri o lupi di tteppa . La palina reaionale : B. CROCE t V. C. CALATI t 
CU «emittori delle Calabrie - F. C. t Cote d’arie In Piemonte i La Cappella del Santo Sepolcro in Salutio - L'Alflerl a Torino • Critici e poeti : Foteoi* e Dante. 


MANZONIANISMO 


Consideriamo i| manzoniunismo corno un prò 
blemn ancor vivo e presente: esso è tuttavia ca¬ 
ratteristico della letteratura e della cultura ita¬ 
liana del primo quarto del Novecento come fu 
proprio della seconda metà dell'Ottocento. Solo 
che oggi non si usa più prender partito prò o 
contro il Manzoni, ma si constata o si accetta 
la presenza dei manzoniani come un dato di 
fatto : e insieme si accoglie con una specie ili 
devota benevolenza la rinnovata diffusione del¬ 
lo spirito manzoniano in Italia, come una giusta 
rivendicazione di quei principi e di quei valori 
che vent’anni fa per un verso o por l'altro 
l'idealismo c il futurismo, l'imperialismo o il 
roalismo avevano ricacciato indietro, molto in¬ 
dietro, fino a un ristretto periodo storico che 
solo poteva essere stato il loro legittimo domi¬ 
nio. Per rifarsi, i manzoniani ora si accam¬ 
pano in buone posizioni della critica e dell'arte 
narrativa ; e tutti ci sentiamo volentieri un po’ 
manzoniani. Svanito il tribunizio imputo di 
Enotrio, pacatasi la febbre del superuomo, sia¬ 
mo arrivati ad una tranquilla agnizione che ci 
rfiude nipoti in primo jjrado dui creatore di 
Renzo e Lucia. 

Quanta parte vi possa avere il nostro stato 
d’animo non è il caso di dimostrare: e nem¬ 
meno come vi possa entrare l'inversione di ten¬ 
done tutt'altro che manzoniane. Basta riflet¬ 
tere che si ritorna oggi a Manzoni, ma non si 
ritorna a Leopardi. 

io non sono, diro subito, dui p.u teneri verso 
questo indirizzo: né sono manzoniano. L'una c 
l'altra cosa precisamente in proporzione inversa 
delia nua stima estetica c pratica del Manzoni 
.Ma poiché di questa stima non credo Decessa, 
rio dare chiarimenti né prove, ritengo oppor¬ 
tuno di fare, oggi, qualche osservazione critica 
su codesto manzonianismo. Sotto un titolo ap- 
parcutemente così preciso s'intendono c si con- 
giungono in realtà indirizzi, atteggiamenti e 
sentimenti affatto diversi e disparati; corno pos¬ 
sono essere l'imitazione dell'umanità manzonia¬ 
na, la prosecuzione dell suo pensiero, Tassimi- 
Uvàonc del suo stile, o infine un rinnovato gu¬ 
sto per le sue stesse preferenze poetiche. Contro 
tutte queste varie forme di scuola manzoniana 
io credo sia bene il caso di reagire. 

L'uomo Manzoni fu invero un esempio carat¬ 
teristico di compenetrazione del pensiero e del¬ 
la vita: ma di tal pensiero c di tal vita, che 
ammirevoli in lui sopratutto per il grado dulia 
sintesi, non suscitano più una schietta ammi¬ 
razione quando si contemplino trasformati in 
ti|»o umano, in carattere storico, o in altra qual- 
siasi specie di modello astratto. La stessa pro¬ 
fondità con cui egli visse i| suo cattolicismo se- 
condo il suo temperamento di stretto conse¬ 
quenziario finiva por essere un'alienazione ai 
doveri dj una coscienza profonda qual'era la 
sua. Si costruì con paziente e convinta clabo- 
raziono un mondo così perfetto di sicuro cre¬ 
denze, che era in grado di impicciolir» e vani, 
ficare per semplice confronto qualsiasi fatto, an¬ 
che gravo,” della vita. Per tal modo non pati 
inolio, non si accorò profondamente della tra¬ 
gica e dolorosa sorte della prima e più cara fa¬ 
miglia: morirono presto a quest’uomo, senza 
pietà per il suo intimo bisogno di affetti do¬ 
mestici, la moglie, le figlio i figli ; ma morivano 
por andare dove tosto egli li avrebbe ritrovati, 
e per un disegno provvidenziale che la sua 
miseria umana non poteva comprendere ma cho 
la sua fede affermava, la sua ragione argomen¬ 
tava. Fallirono più volte i tentativi d’indipen¬ 
denza del suo paese, i suoi amici percorsero le 
vie deH'csilio o abitarono In dure prigioni di 
sua maestà d’Absburgo, il suo cuore sofferse a 
lungo l'obbligo del silenzio a il dolore di in- 
soddisfatte c sincere aspirazioni : egli si sosten¬ 
ne sempre in una chiusa fermezza di cattolico 
rassegnato ai voleri di Dio e coscicntemont" 
convinto della debolezza umana e delle umane 
miserie. Nessun grave scrupolo lo spinse mai 
a cercar di fare qualche cosa per vincere I de¬ 
stino, per giustificare la sua vita tranquilla e 
raccolta: come era proprio di chi si sentiva 
pieno di grandi, sebbene oscure o tormentose 
verità. Allo stesso modo, umano o troppo u- 
mano che dir si voglia, ebbe sempre cura di 
molte piccole u piccolissime cose, non credendo 
cho gli fosse necessario disprezzarle por essere 
grande. Ma, intanto, Manzoni non aveva in 
tutta la condotta detta sua vita nessuna preoc. 


cupaziouo di servire di modello agli altri, nes¬ 
suna aspirazione a farsi |>outcfice. Poi, prima 
di icario da lui regola c norma per noi, biso¬ 
gnerebbe essere sicuri di essere pari a Manzoni. 
Tutte le vite dei grandi presentano questo pe¬ 
ricolo, non avvertito ancora dagli csaltalori di 
Plutarco; che per seguire le orme della loro 
grandezza si ritengano praticamente scusabili i 
loro difetti, e si tragga dalla considerazione del¬ 
la loro fama imperitura la speciosa illazione clic 
sia lecito peccare come essi peccarono. Pcrchò 
certamente oggi esser manzoniani in questo sen¬ 
so vuol dire peccare: anche contro Manzoni. 

Manzonianismo. in secondo luogo, come stile 
Sereno e delicato possesso della parola, accorto 
dominio dell'espressione e più ancora delle suo 
pieghe, delle sue pause. Placido svolgimento del 
discorso, corno in riposata conversazione, con 
rattenuta enfasi, con significanti respiri ; le frasi 
e i tratti più salienti sempre incorniciati in 
modo da smorzare le tinte troppo vive, da ar¬ 
rotondarne gli angoli, e da sostituire all'ef¬ 
fetto che viene dal distacco l'effetto del river¬ 
bero, ohe fa meno chiasso ma resta più dure¬ 
vole o sicrro. Dietro ognj più semplice ele¬ 
mento espressivo, tutto un lavorio di penosa u 
sottile ricerca stilistica sedato in una gran cal¬ 
ma, in una omerica bonaccia e in fronte, una 
continua richiesta di collaborazione att'intelli- 
genza del lettore, non per un arduo c oscuro 
cammino, ma per un csorcjzio di finezza che 

lascia clima (Aia pacifica coati»-fl/.u detta pene¬ 
trazione in seno alla vita. T\»tt* i manzoniani 
d’oggi, dal Linati al Bacchetti, hanno sentito 
la profonda seduzione di questo regno dulia 
signorilità letteraria c non pochi al punto che 
si sono convertiti senza sforzo a questa mode¬ 
rata c nobile eleganza da una primitiva condi¬ 
zioni di cultori della pura forma. Ora, bisogna 
stare in guardia contro il pericolo di questo stile 
estraniato dal mondo poetico di cui esso propria¬ 
mente fa parte e con cui si trova cousustan- 
ziato. Tradotto in tecnica esso rappresenta un 
pericolo grave di virtuosismo c di ricerca del 
nierav glioso nella semplicità, che certamente 
non giova Alla fortificazione della nostra prosa. 
Il suo solo impiego legittimo sarebbe per ripe- 
tere dal più al meno ciò che ha già detto il 
Manzoni: ed è evidente che il ripetere non 
conta. l T sato, come viene usato, per rinfrescare 
o atteggiare più opjiortunamente un’inspirazio 
no realistica o impressionistica, esso dà luogo 
a curiose c abili combinazioni, non vere e pro¬ 
prio opere d'arte. E, .11 fondo, ì manzoniani 
migliori se no libernuo al possibile, paghi di 
conservare un certo arieggiamento u uiia certa 
risonanza dell'arte del maestro cho corrisponde 
u tenui legami di consanguineità spirituale. Noi 
nostri tempi, da chi sente fortemente i pro¬ 
blemi dell'arto, ai ricerca una prosa robusta, 
asciutta e nervosa, piena di pensiero, attillata 
sopra i movimenti della riflessione e de! dubbio 
u dell'affermazione, lampeggiante di idee in¬ 
cise u di visioni scolpite: pù che modellare e 
plasmare, occorre costruire. 

Se veniamo, infiiio, a guardare un po' contro 
luce il Mianzouiauisma come sistema d'idee e 
il mondo fantastica in cui queste idee si pre¬ 
sentano rielaboratc e incarnate o da cui esse 
prendono le mosse : siamo quj meno che mai 
proclivi ad essere manzoniani. Pochi altri ar¬ 
gomenti possiamo trovare così aperti a largo n 
ricco svolgimento di opera critica, quale ad e- 
sempio ci ha dato ora il Galletti in due densi 
«' suggestivi volumi. ma pochi campi cosi insi¬ 
diosi per una buona fermentazione di coscienza 
pratica della vita e dei suoi problemi. Il gian¬ 
senismo che insiste sulla debolezza umana, sul¬ 
l'impotenza detta volontà, suH’inev.tabilc ro¬ 
vina delle nostre opere se non sono assistite «• 
guidate da una mano divina: una valutazione 
morale che coltiva la speranza dei rassegnati 
che mantiene rontinuamoute tesa -- e perciò in¬ 
dulgente — l'aspettazione del bene che può u- 
scire in ogni momento dal male ; una pacata e 
bonaria vena di scetticismo che vuol mitigati 
gli ardori e lo passioni generose, perdonati 1 - 
gevolmente i convertiti, temperate le rigide 
sigenze della legge che parla in noi: tutti que¬ 
sti indirizzi non sono |>er questo mondo .11 cui 
viviamo v in cui vogliamo operaio trasformali- 
dolo secondo noi stessi. Preferiamo la volontà 
eroica dell'Alficri o la disperazione profondi 
di Leopardi a codesta acqui essenza velata di 


tajgezza e di intelligenza, e anche alla sottile c 
reiebralc casistica con cui essa riesce a tra- 
sff intarsi in sistema. Non sarà, questo, il pe¬ 
ricolo di Manzoni, ma certo c il pericolo del 
mansouiaimiuo. Santino Caramella. 

Aspetti della novissima 
poesia russa 

Si 1 acconta che, durante la Rivoluzioni, il 
popolo parigino, ammesso a visitare la casa del 
Btaumarchais, si sia comportato ool rispetto e 
con l'educazione più irreprensibili. Chi torna 
dada Russia adesso, riferisce con compiacinicnta 
come in tutt’i musei si possati vedere comitive 
di operai u di contadini, che girano silenziosi per 
te .ale prendendo appunti. Questo però non vuol 
dire che l’arto si avvicini maggiormente al po- 
pc'o nei periodi di rivoluzione ma soltanto che, 
siccome «l'ora i partiti su uc servono come mezzo 
di propaganda, è più facile che atte manifesta- 
zìe ni artistiche partecipi lui pubblico più vasto 
di '|iiello dei periodi normali. Ónde anche i poeti 
cosi detti bolsruvichi non sono più vicini di al¬ 
tri agli operai e ai contadini che formano <a 
maggioranza del pubblico alle loro lei turo di 
versi, se non perchè portano lo stesso loro ve¬ 
stito. Giacché studiatissimo è il fare popolarcg. 
gir 11 te di quelle poesie. L'Esénin, cho ora un 
contadino e la sapeva lunga, raccontava agli a- 
mici con un sorrìso malizioso e furbesco che nou 
av-va mai portato vestiti così miseri al suo paese 
co -ie ne portava per andare a far visita ai cri- 

♦ ir cittadineschi; e nei suoi versi cominciò a 
proclamarsi teppista • chuhgàn - («sputa, o 
vento, a bracciate di foglie, • io sono un teppista 
come te ») soltanto quando glielo suggerirono 
i giornali, e il pubblico lo pretese. 

E del resto tutta la novissima poesia russi 
ha correnti clic le son parallele nett'Europa oc- 
adontale ed c poesia essenzialmente colta. Ci 
illumina in proposito un libro, pubblicato a 
Leningrado nel 1927 da Auatòlij Marfengof — 

• Romanzo senza bugia * — dove sono copiose le 
notizie sulla «bohème» russa degli anni passati, 
con rivelazioni preziose sui retroscena della vita 
artistica e sul carattere dei vari poeti. Il Marie», 
gof stepso ò stato l'alfiere dcgl’imtnttginisfi. Essi 
dapprincipio furono rappresentati dai giornali 
russi come pazzi 0 perlomeno come stravaganti : 
ma sostenevano semplicemente che il linguaggio 
è opera di poesia, immàgine, c sull’immagine 
fondava» le loro creazioni. Capitolo XVIII del¬ 
la Estetica del Croce: «identità di linguistici 
ed estetica» / Si sarebbe tentati di dire che sì. 

A contenderò il rampo jfgl’imniaginisti i Klj. 
ilev con i Russijiitije nel nome è detto tutto, 
giacché, pur volendo dire «Russi*, ha uu che 
d'antiquato di solenne e di patriarcale a un 
tempo, come chi in francese dicesse alla sette- 
centeaca rassient invece di russe». Sono per le 
tradizioni paesane, per il linguaggio pittoresco 
dei contadini: in una parola, Strapaese. Que¬ 
gli che è stato il maggior poeta russo di questi 
ultimi anni. Serghijéj Esénin, fu prima con gli 
iinmagiiiisti, poi, prima di morire, con i Rutti , 
e non si può dire dove si sentisse più a s'uo 
agio: andò con 1 Rutti quando }1 suo spiriti era 
già ottenebrato dall'alcool e reso caotico dal. 
l'avventura con Isadora Duncan ; e fu mosso, 
pare, anche dal desiderio di farla da dittafoni 
in quel gruppo; ma non potò mai aderire com- 
piutamonte nemmeno atte idee degl'ini magi lu¬ 
tti: non apprezzava come loro l’« Europa», cioè 
l'Europa occidentale: diceva che vi aveva» dato 
l’anima in affitto «perchè inutile»: e il Marien- 
gof lo accusa d'aver capito come fossero invec¬ 
chiate e giù di moda e «usate » te teorie culturali 
ultranazioiialistichc. che dopo lo zarinmo a neh • 
il comuniSmo bandiva, senz'avere Avuta la for¬ 
za e la decisione di abbandonarle « per trovare 
un nuovo mondo interiore». 

Ma forse Serghjéj Esénin sfugge atte classi¬ 
ficazioni appunto perchè è un poeta vero. Non 
è, perciò come misoneista ch’egli vede con ter¬ 
rore l'avanzarsi minaccioso della Macchina che 
sta per ‘otto care la Vita, di cui scorge il «ini 
bo'o in un episodio d'un suo viaggio nel Cau 
taso che lo riempie di malinconia, «un puledro 
rincorre il treno, e per un buon tratto gli st 1 
a paro, poi deve cedere a poco a poco dinanz* 
al cavallo d’acciaio». E’ il poeta che si Inmeitta. 
netta lettera in cui il fatto è narrato -la storia 
attraversa un'epoca di mortificazione della per¬ 
sonalità come di quel ch’è vivo*. Tulli i poeti 
potrebbero sottoscrivere. Dunque nè la rivoli» 
zion» nè il bolscevismo hanno straniato i poeti 


russi dalle correnti del pensiero europeo, o 1 
loro tentativi t - i loro rimiItamcnti, pure sboc¬ 
ciati spesso all’itifuori di ogni diretta influenza 
occidentale, trovano rispondenza noi tentativi e 
nei risitttnmcnti, poniamo, italiani ; nè, d'altra 
parte, 1 fenomeni politici si son riflessi sulla 
po?sia. 

Se ce no fosse bisogno, questo dimostrerebbe 
un'altra volta che la nostra cultura è europea, 
e dipende più che dalle contingenze interne va- 
riabili dei popoli, dal comune clima ìtt.‘elici- 
Inule in cui vivono quasi involontariamente i 
creatori, i /mefi: anche quelli che, coinè Ser- 
ghijéj Esénin, leggono « Madame Bovary» quan¬ 
do son già celebri c che un viaggio All'estero 
rovina e sconvolgo tanto moralmente quanto fi 
8icaincute. Possiamo dire, perciò, che non esista 
una poesia che sia prodotto tipico dulia rivo¬ 
luziono russa: benché sia doveroso notare come 
’u condizioni di vita radiculnicute mutate ab¬ 
biati reso più russo lo stile, prima sempre un 
po' classicheggiante, e abbimi soppresso molte 
formule c molla retorica, facendo darò la pre¬ 
ferenza alle immagini più umili e perciò tanfo 
più giuste e nella .letteratura» - impan¬ 
cate. Non poesia bolscevica ma poeti, numerosi, 
veri, malgrado s’appiccichino etichetto di scuole ; 
che lottano contro la difficoltà e la miseria, ma 
non si arrendono. 

Come Veléni ir Cliljèbiiikov, che a Chàrkov di 
giorno faceva il ciabattino, per vivere, 0 di 
notte, non avendo petrolio per la lampada, «im¬ 
parava a scrivere al buio»; ma quando per la 
prima volta ebbe scritto cosi un centinaio di 
versi, venne l'alba, e nello righo cho s'accaval¬ 
lavano e s’intersecavano nemmeno lui potè* oiù 
capir nulla. un poema... ecco, peccato:.. — 
di*ie, agli amici Marfengof e Esénin vonuti a 
trovarlo: via. non è nulla.... imparerò, al 

buio. Leone Ginzbubc. 

Sciocchezzaio 

Papini, I monasteri 
e altri edifici cittadini 

• I maggiori edifici, cho fanno d’una città una 
città, appaiono aggregazioni dj carceri. Non solo 
la carcere degli espianti, ma tutto è prigione: 
la reggia, prigione dei principi; il ministero, 
prigione degli scribi ; la fabbrica, prigione da; 
salariati; la vuota, prigione degli adolescenti; 
la caserma, prigione dei giovani; l'ospedale, 
prigione dui feriti : il manicomio, prigione dei 
posseduti ; l’ospizio, prigione degli abbandonai : 
il bordel'o, prigione delle Vendute ; il mona¬ 
stero, prigione dei penitenti», 

G. Papiri - .1 cena* olio città - Gazzet'-i 
del Popolo, 10 gennaio 1928). 

Anche gli cremiti /àù santi erano, si sa , ten¬ 
tati itili demonio; il demonio di Rapini i *7 
demonio della retorica ed è cosi insidioso, ohe 
anche , più fedeli cattolici perdoneranno allo 
zelante correligionaria di estere ancora una vol¬ 
ta stata vinto dalle sue tcntaiiom e di avere 
scambiato un monastero per una prigione. 

Ardengo sol controGermania tutta 

• E' necessario indicare con un termine ognu 
na di simili aberrazioni t L'ugonottismo, il gian¬ 
senismo, il modernismo, il misticismo, l'occul¬ 
tismo l'idealismo, il razionalismo, il materiali¬ 
smo, il superomismo, il pragmatismo, il socia¬ 
lismo, il comuniSmo, il nichilismo, il romanti¬ 
cismo. il naturalismo, il simbolismo, il decaden¬ 
tismo, ecco i nomi di alcune fra le principali ma¬ 
nifestazioni della stessa infermità, della stessa 
privazione di quella gioconda e splendida sa 
Iute che fu nostra per secoli o secoli. 

Ho detto cho questo avvenne via via e con 
moto sempre più accelerato dalla fine del me¬ 
dioevo agli anni della guerra, epoca in cui la 
contamina'ione pareva aver raggiunto il suo 
massimo. Ma ho detto anche in principio che. 
contrariamente a quanto si poteva arguire e 
sperare, nè durante la guerra nè dopo, il tristo 
fenomeno cessò, ma che anzi continuò con vi¬ 
rulenza crescente c tanto da sgomentare E di- 
fatti, basta gettare uno sguardo indietro per 
questi ultimi lustri per esser convinti che, mal¬ 
grado 1* apparenze, lo spirito tedesco domina 
sovrano in tutte le espressioni significative del-* 
la vita europea, siano esse di natura religiosa, 
filosofica, politica, morale od estetica». 

(A. Soffici - La G ertivi ma vittoriosa - 
(Gazzetta del Popolo - 15 gennaio 1928). 
/.'ardore combattivo porta evidentemente Sof¬ 
fici a combattere non la Germania soltanto, co¬ 
me Egli crede, ma tutta l'Europa. 





Pag. ‘I 


IL BARETTI 


Arnolt Bronnen 

K* certo cho il /cuomono Bron.ien si ricon 
Botto direttamente col sensazionalismo torbido 
ts cupido dell'immediato dopo guerra. Come te¬ 
naci impurità cho non vogliono precipitare in 
fondo al liquido cho intorbidano, rimangono so- 
apesi, nella psicologia di molti, istinti ed im¬ 
pulsi’che, lungi dall'essere fomite di umanità 
nuova, ci richiamano invece l’uomo della selva, 
di vichiana memoria. 

Da una tal© convulsione psichica affiora una 
coscienza che tradisce in ogni sua manifesta¬ 
zione un fondo di irrequietudine c di Instabi¬ 
lità, tanto più vive quanto piu forte e il con¬ 
trasto txa le esigenz© spirituali dei tempi nuovi 
o la reviviscenza d'istinti primitivi, determi¬ 
nata da quella forza di imbarbarimento (Verwil- 
derungskraft) Che è la guerra. 

In arte una tale irrequietudine può dare l’a. 
udito a espressioni nuove che liberino quel con- 
trasto, vuro nodo gordiano, ove s’attorcono, in 
attesa della soluzione, mille problemi di natura 
politica, etica od estetica (onde in alcuni nobili 
spiriti un sincero travaglio di ricerca, ed una 
ahimè spesso vana volontà di forme nuove ; chò 
la gravida nube di un tal periodico «Sturai und 
Drang» passa lampeggiando e tuonando sopra 
di essi, ma forse si dilegua senza risolverei): 
oppure solletica, nei profittatori o negli inca¬ 
paci congeniti, la ignobile smania di porsi nella 
scia della guerra, per raccogliere le impurità 
che essa ha lasciato e trafficarle. Di qui quella 
crassa eppur tronfia « C.esnmcklosigkeit » che 
ci ammannisco in nauseabonde polpotto il «bru¬ 
tale» e il «sensuale ». 

Vero è che tali polpette in Germania per lo 
più sono indorate in un intingolo di misticismo 
o trascendentalismo; chi* non c’è scrittore te¬ 
desco che non ami metafisicare sui propri intra- 
gi, mescolandoli ai problemi universali. L 
beati sono, quando compiacenti filosofi teoriz¬ 
zano le ragioni della loro presunta arte e acuti 
« Forscher • ne esibiscono le impeccabili formulo 
critiche. 

Quel che è successo ad Arnolt Bronnen. Il suo 
mondo doveva necessariamente chiudersi entro 
i limiti di un’arte realistica. Ma allora dove 
l'alone metafisico, il brivido del mistero, l’om¬ 
bracolo del simbolo, le abissali introspezioni © 
le paurose esplorazioni dell'incosciente? Ld ec¬ 
co venirgli incontro, in buon punto, la psica¬ 
nalisi del Freud colla sua suggestiva teoria del- 
l'Edipo integrale, « l'ospressionismo coi suoi 
roboanti paroloni: spirito, estasi, visione, su¬ 
peramento, eternità, Dio. I.a tentazione óra 
forte. Il Bronnen, rfmmziavdo all** sue inunc 
diate intuizioni di quel mondo carico di rozzi 
istinti e saturo di bestialità, che doveva rappre¬ 
sentare, si diede anche lui a fare dell'arte me¬ 
tafisica. Eppure il suo temperamento di deca- 
dente... primitivo avova trovato nell'immediato 
dopo guerra il terreno propizio per .svilupparsi. 
Ma bisognava uscir subito dell’equivoco. 

Ammesso cho certi torbidi istinti dominino il 
mondo per una necessità di male irrimediabile 
o irredimibile, è forza che tutto si risolva in 
una fosca « Wdtanschauung • immanentistica, 
senza possibilità di sbocchi trascendentali. Una 
tale cosmogonia sfocia necessariamente nel vi¬ 
colo cieco dell'» ananche » e del «fatum», ed in 
forza dell'apriorismo da cui è governata, re¬ 
stringe, anziché allargare, il campo umano *»• 
splorabile. Che il cosidetto mondo dell’inco¬ 
sciente di codeste cosidotte concezioni avanguar¬ 
die si riduco in ultima analisi ad uno psico¬ 
logismo mcccanioo ed arbitrario. 

Ma tant'ò: questi scrittori, per l’orgoglio di 
ergersi sopra un piano BUperioro, manovrano in 
terreno » espressionistico ■ dove è, per defini¬ 
zione, norma l'abnorme, reale l’irreale, logico 
l’illogico, o con ciò so'o si pongono fuori di og»: 
critica. In realtà, però, essi non sconfinano dai 
naturalismo, verismo o impressionismo che dir 
si voglia. Si rinnova per essi, a distanza di più 
che un secolo, l'illusione e l'equìvoco di Fede¬ 
rico Schlegel. Anche F. Schlegel aveva proda 
maio nel 1797, all’indomani di un periodo bur¬ 
rascoso e rivoluzionario, la legittimiti anzi la 
necessità per l'arte di volgere la sua attenzione 
a quella ch’egli chiamava, mutuando un’espres¬ 
sione da Diderot « Dir Empfindung de» Flci- 
schei » - Ogni romftnio perfetto dev’essere osce¬ 
no, deve dare l’assoluto nella voluttà e nella 
sensualità ». Compito dell'artista era quello di 
circondare di un alone mistico la «Wollust» © 
di soffiare un alito di tragedia por entro alia 
« Verwsrrung» dei sensi. Era venuto, come di¬ 
ceva lo Schlegel in «Lucinde», il tempo, ti» 
etti l’intima essenza della divinità poteva es*‘ ,r 
rivelata ed esposta, tutti i misteri dovevano es¬ 
ser svi lo/i rd ogni timore cessare », e bisognava 
perciò •impugnare Ir armi e gettarsi in meno 
al tumulto guerresco delle passioni per di feti- 
de re 'l'amore e la verità ». 

Tale concezione poliva esser tanto sugge¬ 
stiva. da trovare il suo avvocato nientemeno 
cho in un teologo, lo Scloiemiacher, cho nel 1834, 
in una prefazione alla «Lueinda» schlegoliana, 
sostenne che gli impulsi erotici nella loro ‘stra¬ 
potenza rivelano e promovono la divinità stessa 
Ma non c’è lustra o sofisma che possa nascon¬ 
dere il difotto congenito di tali concezioni. 1,’a- 
rotismo e l'amoralismo, anche nell'arte, trovano 
la loro rendenzione,, solo se riguardati con oc¬ 
chio cristiano. Essi sono il triste retaggio di un 
male originario: sono, anzi, gran parto della 


nostra umanità : ma postulano necessariamente 
un bene antitetico che li superi e neghi, L’arte 
cho li traduce realisticamente e li rappresenta 
senza aureole eufemistiche, che fa, come dico 
Clangale, «del verismo capovolto, concependo la 
vita, qunl'è, cattiva, aspra, sorda, opaca, do 
vunque comunque» implicitamente fa pur sen¬ 
tire l'anelito e il grido di liberazione della no¬ 
stri» umanità frneida e desolata: De profundis 
clamavi ad te, domine —, e adombra nel finito 
l'infinito. 

I cosi dotti avanguardisti, invece, ,mpigliat< 
nel groviglio dei loro schemi astratti, son ri 
masti, sposso anche in Intona fede noi cerebra¬ 
lismo o nel pornografismo o nel grottesco. 

II mondo del Bronnen ò pieno di libidine c 
di istinti perversi. Egoisti, delinquenti, lussu¬ 
riosi o degenerati, so» mossi, automi senza vo¬ 
lontà e coscienza, da una specie di foia perma¬ 
nente. Un lembo di carne nuda suscita in es»i 
furori di «inatta bestialità». L’ovangelo loro è 
il materialismo più crasso. Dice Knòdel nella 
«Novella di settembre»; « ha vita è santa, per 
questo deve essere velata • ; ma Huber gli ri¬ 
sponde: e Per questa deV'rsscr lai erutti. Per 
questo deve diventar visibile, ('he vuol dir »«• 
eroi che vuol dire vita 1 Dentro di me non ho 
visto altro che sangue, (filando io agguanto un 
altro, sangue gli inietto. Valere significa eser¬ 
citar violenza / (IH uomini debbono t*»rre vio¬ 
lentati ». 

Èssi ostentano il più sfacciato <• volgare scet¬ 
ticismo. « Spirito ì Ma fatemi il piacere ! Col vo’ 
stro spìrito potete inghebbiare la bibbia ai vostri 
tonti montanari ; ma una zuppa ch'r una zuppa¬ 
lo non /tosso cuocermela con tutto lo spirito di 
lutto il /mese». (Die September novello pag. 24). 

In tutti è una ineffabile voluttà di spogliarsi 
o contemplare Je proprie nudità in una specie 
di estasi. La sola parola nudo sembra dare l'e¬ 
saltazione lirica all’autore stosso. La libidine si 
sprigiona dai corpi umani quasi come un fluido 
materiale; fermenta nell'alito degli uomini e 
delle cose, nell’odore dei corpi trasudati nel 
lezzo della impurità della terra. 

Torvo o lubriche immagini son quelle che <1 
realismo decadente, alessandrino del Bronno t 
prediligo e di fronte alle quali impallidisce qua¬ 
lunque « Frcchleit » romantica ; nauseabondi so 
no questi « fiori del male » che si radicano in 
questi strati del subcosciente, che czrta arte a 
vauguardista dice di voler arditamente esplo¬ 
rare perchè ivi sono i germi di una futura pa¬ 
lingenesi. 

Di qui gli assurdi pretesti mistici, le frasi ma¬ 
gniloquenti e tutte le grottesche superstrutturo 
simboliche che gravano sul dramma bionnenia- 
no. E tu vedi in «Die Geburt dor Iugend» i 
moccicai liceisti che, ribellatisi in nome di fan 
so quale libertà, ai genitori e ai maestri, attuano 
niente po’ di meno che l'« incarnazione • del 
nuovo verbo, simboleggiato (anche *a coreografia 
mistica I) nel grappolo di giovani, da cui una 
voce sovrumana lancia il grido « dinamicamente 
estatico ». 

« Ora io vedo Dio 
Dio 

• Ora siamo voi Dio 

Dio 

noi Dio 

cupido crescente dominante Dio 
tutto Dio 
noi Dio » ; 

vedi in « Vatormord » l'incestuoso parricida Wal¬ 
ter che consumato il doppio delitto, si pro¬ 
clama orgogliosamente libero. 

« yessano avanti a me, nessuno, accanto a me. 

[:nessuno 

sopra dì mi, 

Cielo io ti salto sopra, io volo. 

.IO 

io fiorisco ! » 

In «Anarchie in Sillian» (il dramma, con 
tutti i suoi difetti ». più forte c caratteristico 
di Bronnen o l'unico in cui il protagonista non 
soggiaccia in fine alla prepotenza degli istinti 
erotici), Carrai, dopo di esersj brutalmente «• 
cinicamente liberato dell’amante Vergan o del 
rivale Grand, .-sciama enfaticamente: 

« Lussuria anarchia, inferno, io vi ho strozzato 
la gola. 

fi tempo dello nebbia e dello smarrimento h 
/tassato . 

Ora incominciamo! 

Questa mania dojle frasi ad effetto, delle al¬ 
legorie c dei vuoti simboli, che il Bronnon di¬ 
vide con molti suoi colleghi germanici, raggiun¬ 
ge il ridicolo in « Reparationcn • dramma diviso 
in nove quadri. Qui il grottesco non si limita 
alla concezione, ma investo anche la frase. Nei 
punti dove l'«estasi e l’ebbrezza» debbono affio¬ 
rare, lo stile futurizza c dadaizza o magari se- 
con lizza, anfanando dietro immagini strambe © 
accozzando parole senza senso. 

« Un pensiero infermile e in me. H mio capo 
si avvoltola a spirale attorno ad esso, per me¬ 
glio spennacchiarlo » (Khrinischc ltobellon, 66) 

«Dira, parli, una parola, pinchi gn uiiia, di¬ 
retta. essa deve perforarmi, fra /tassarmi (oh, 
reco applicata...., alla lettera la teoria espres¬ 
sionistica di Kasimir Edschmid: « la parola de 
v’csscre una freccia »l), inchiodarmi alla /taretr. 
Ah, i tuoi orchi gettano ecatombi di cervello 
dittami a me, e il suolo inghiotte ogni rosa». 

Anche In interpunzione, ben s’intende, e la 
disposizione degli a capo (ma guardate le gran, 
di riforme!) sono spesso del tutto arbitrario. 

Eppure sotto a questo misto di assurdo cero 


krn.ismo c di ropugnante sensualismo c pcrvor- 
sismo, ergo una personalità. Non è facile rile¬ 
varla e determinarla, perchè Bronnen stesso cer¬ 
ei ogni mezzo per offuscarla. Ma è innegabile 
in lui una energia creativa e una potenza fan¬ 
tastica, che so spesso si risolve in nebulosa o 
peggio iu fumea, fa di tanto in tanto preseli- 
tire un mondo: ma un mondo, eh?, a dispetto di 
ogni pretesto metafisico, non trascende la realtà 
di una banale e grottesca « Altàglieekeit » o non 
supera le vecchio formulo del così detto natura* 
Usino. Ma noi che di formule ci infischiamo, 
non rimproveriamo già questo a Bronnen ma se 
mai l'accusiamo di avor rinnegato proprio il suo 
tempeiamento. Ampliare la realtà non vuol di¬ 
re sfuggirla, escogitando degli schemi arbitrari. 
La rappresentazione realistica del mondo, quan¬ 
do non sia meccanica ma nasca da un profondo 
bisogno lirico, non escludo la «suggestiono» il 
presentimento di quell’» irrazionale », che que¬ 
sti signori corcano invece in un gioco cerebrale 
Tant'ò che Bronnen stesso, là dove si libera da 
tutte le pastoie oxtra-estotiche deM’csprcssioni- 
smo, e non indulgo a quell’arte c a quel talento 
cho L. Vincenti, nel suo bollo studio sul teatro 
tedesco contemporaneo, chiama rispetti vainoli te 
» dell'effetto » e di «règie», riesco quasi a create 
ima «Slimmung». Alcune scene p. e. del primo 
atto di * Katalaunische Schlacht», o parecchie 
battute dell’» Anarchie in Sillian» di un reali¬ 
smo cu jm) e potente, seppur ancor troppo teso 
e grandguigiiolesoo, presuppongono una intui¬ 
zione sicura c profonda. 

In questi punti la vera personalità del Bron¬ 
nen e lì 11 per assommare o anche a noi dispiace 
— per adoperare le parole che il Byrou riferiva 
a F. Schlegel —che egli tratto tratto «si man¬ 
tenga sull'orlo di una profonda significazione, 
ma poi improvvisamente tramonti come il sole 
e si squagli a guisa dcfl'arcob'tlrno, lasciando 
solo una screziata confusione » 

Giovanni Nbcco. 


In Germania: prigionièri 
o lupi di steppa 

Vi sono libri specifici Hi un epoca e di uu 
paese — nou univ** ali nè per arte nè per con. 
tenuto, ma appunto «individui»: di tali libri 
è ricca la Germania d'oggi dopo la guerra e la 
rivoluzione, la Germania invasa dalla psicana¬ 
lisi o dalla nacktkultur (la cultura dei nudi), 
presa dalla necessità della confessione autobio. 
grafica, dell'indagine biografica, oltre ogni pre¬ 
cotto ogni convenzione ogni costumo. E’ uscito 
da pochi mesi un grosso volume «siam prigio¬ 
nieri» (1) che è un romanzo, un'autobiografia, 
una sonsazione. E si parla deU’autoro corno di 
una «stella» del parnaso contemporaneo, di¬ 
scusso e pronto a ricevere qualcuno dei grandi 
premi che ogni anno quassù vongou disputati 
nel rcgtao delle lettere. O. M. Graf è figlio di 
contadini bavaresi o questa autobiografìa, che 
egli tiene a dichiarare schietta dalla prima pa. 
rota all'ultima, scritta a tappe dal 1914 a '26 
ha tutta la brutale rozzezza di una razza a cui 
non fanno impaccio tradizione e freno e cultura ; 
e insieme la freddezza cinica e intellettuale che 
se rivela un dolore, è quello della sterilità. C o- 
nonostante, anz'appunto per questo contiene 
o rappresenta un mondo il mondo che ha uc- 
ciso il sentimento por poter liberarsi con più 
acume agli uomini o che finirà probabilmcnto 
col più supinamente e irreligiosamonle prostor- 
narli a| dio, al dio contadino c tiranno, al dio 
pauroso »• cieco di cui noppur la natura ha ra- 
giono. 

Una famiglia già nolic sue radici dissolta: 
una madre, animalo da fatica, dolcnto e stu¬ 
pita. «legar loro una pietra al collo •• ammaz¬ 
zarli cuccioli, come si fa coi gatti, i figli. Inso¬ 
gnerebbe». un fratollo tiranno, — educazione aa 
caserma — una fuga'generale degli altri verso 
oglio la perdizione il lavoro il martirio 
— il mondo. Ed ecco lui, Oskar Graf iu prima 
persona, che si chiamerà poi Maria per distin¬ 
guere le sue articolesse giornalisticho da quelle 
di un omonimo, fornaio e disoccupato, imbro¬ 
glione e imbrogliato, soldato riformato, ma¬ 
rito 0 letterato, notar le cose più atroci del suo 
tempo e di so, senza muover palpebra, oolla 
immobilità stessa dei suo compaesani in costu¬ 
me, cho non hanno negli ooch» noppur lo stu¬ 
pore. C’è una frase, in una novella dello stesso 
autore, che dà la chiave di questa sua manie¬ 
ra: « Dove ci son tenobre, tutto succede sempre 
eroicamente, comicamente, in modo scabroso e 
banale, tragico c comico a un tempo ; o dove 
la vita in funzione, ci son sempre le tenebro». 
Tenebre, soffocazione, nubi nubi nubi sulla ter¬ 
ra folta di abeti, noi corpi gravi di carne, e 
ci si stupisce alla fine di trovar una soluzione 
elio ci pare sopraggiunta in ritardo, che ci par 
dotta ma non sentita «Quel che di ••terno, 
che Dio colpisce tanto perchè tanto lo ama. è 
rimasto profondamente nel nostro sangue c ci 
precedo luminoso come una luco di grazia...» 
K ehi l’avrebbe dotto? Si, ehi l'avrebbe detto 
con quella mancanza assoluta di amore cho do¬ 
mina insieme la vita dell'uomo o il suo libro, 
con quella sbracata naturalezza con cui ogni 
brutalità, ogni miseria, ogni nbbii-ziono vengon 
messe a fuoco senza, o ci sembra, un residuo 
di malinconia, un tramore, un velame? Va 
bene, egli non ha sopportato la guerra, si c ri¬ 


bellato; va bene, egli ha patito la fame o si 
© rotto di fatica nelle nottate, fornaio; va 
bone, egli ha partecipato alla rivoluzione; va 
beo©. egli è riuscito a fare il lettorato. Ecco 
il punto: il lettorato: noti il poeta o non l’uo¬ 
mo. E se questo è il punto d'arrivo, sterile è 
la sua ribellione come stèrile il suo documen¬ 
tato patire: che non è, appunto, passione. Pro- 
ciso in ogni particolare è tutta questa relaziono 
degli avvenimenti munachosi dell'autunno 1918 
c dei sintomi procorritori durante tutta la guer¬ 
ra; e nulla è più sincero di questa abilmente 
ma non artisticamente elaborata storia di uno 
v di tanti dannati : la categoria appunto dei 
dannati inodorai, a cui l'amore è stato ucciso 
in germe dalla vita che li ha colti «a cuore im¬ 
preparato» o a mente, oh come confusa! La 
vita. Una determinata sconvolgente corrosiva 
forma di vita: durezza c sangue, imbroglio o 
\ igliiiccheiia, odio e aridità c, in ogni sua più 
deforme forma, la follia abbietta e la morto 
insultata, quel l'atroce «iantina dov’oran got- 
tatj ammassati i morti della rivoluzione «cho 
tutta la città pareva sentir di eadavero*. 

Ed ecco cho passare da questa ad un'altra 
sofferenza è sollievo, por quanto più vriua essa 
ci sia e quindi più tormentosa. La sofferenza 
del poeta, doli'uomo poeta romantico nolla so¬ 
cietà, nel tempo di oggi. Herman Tiesse ha 
cinquantanni ed ha dietro di sè una luminosa 
delicatissima opera poetica. Cominciò per ne¬ 
cessità lirica a ribellarsi alla scuola, fu preso 
prima dalla necessità di u comprendere o iutor- 
pretare» la bellezza e la sofferenza della muta 
vita della natura, poi dallo stupore di esser 
fra gli uomini come «uno dell'altro mondo », 
poi dallo sgomento cho «l"umoro può essore 
vano* corretto solo dal conforto doi rinuncia- 
tari : l'arte ; o le guerra lo portò alla condanna 
degli ideali presenti, alla fuga dal mondo che 
per un momento cercò di correggerò con mo¬ 
tivi di saggezza cinese, consoni al ano tempe¬ 
ramento capace di rassegnazione, bisognoso (li 
grazia. Ed ecco ora contemporanco al «siam 
prigionieri» del tanto più giovane collega (il 
Graf è nato noi '94), ma come altro per re¬ 
spiro e j>oesia e capacità di doloro c profondità 
di analisi — sincerità —, l'ultimo «ululato» 
di sofferenza o di accusa « Il lupo di stcppA » 
(2). Cho il poeta c un poeta- quello dalle due 
anime noi suo petto, la lùposca e l'umana, quol- 
la che ulula 0 che sento. «Molti artisti son 
fatti così. Questa gente ha in sè duo nature; in 
loro vj ò qualcosa di divino o qualcosa di de¬ 
moniaco, il sangue materno e il paterno, la ca- 
paci là di godere e di soffrire sono in loro cosi 
ostili e confuso come il lupo o l’uomo lo orano 
Harry. E queste persone clic bau la vita tanto 
inquieta godono talvolta nei loro radi mofnenti 
di felicità impressioni cosi forti o così indici- 
bilmento belle, la schiuma del niomonto apriz- 
za talvolta così alta e luminosa su dal mare 
della sofferenza, che'questa breve felicità ri¬ 
splendente tocca ooi suoi raggi ed incanta an¬ 
che altri. Così sorgono tutto quelle opero di 
arte in cui un singolo sofferente si eleva per un 
momonto tanto sul suo proprio destino, che la 
sua felicità irradia come una stella c appare a 
tutti quelli oh© la vedono come qualcosa di 
eterno, come il loro stesso sogno <U felicità*. 
Mentre pure il compito del poeta ò quello di 
vivere tutta la problematicità della vita umana 
elovata a personale tormento ed inferno». Già, 
il poeta romantico; lo conosciamo, direto. Ma 
l'originalità di questo lupo di steppa dannato 
nllx solitudine dalla sua stessa natura (ma che 
colpa no ha lui, di grazia, di essere un lupo?) 
per cui la consueta vita umana è un non senso, 
sta nella sua conoscenza di sè, nolla sua pacata 
e profonda psicologia, nell'arte con cui egli li 
esamina e si riferisce e nella inverosimile 
sensibilità della sua saggezza «per soli pazzi», 
quella saggezza che sa ogni contrasto e vivo di 
nostalgia e di rimpianto o adopera « la magni¬ 
fica invenzione di quanti trovano ostacoli alla 
loro missione verso le cose più grandi, doi quasi 
tragici, dei più intelligenti infelici, l'umorismo 
(la più singolare forse e geniale trovata dcU'u. 
manità)». Vi occorre altro per riconoscere in 
quest'opera o nel suo poeta la più caratteristica 
espressione del romanticismo tedesco contempo, 
ranco? Che è poi lo stesso di cent'anni fa, solo, 
o ben si capisce, con più marcata od aspra fi¬ 
sionomia: il lui» di steppa del 1927 chi altri è 
in fondo s e non Bonaventura, il melanconico 
conoscitor di uomini adoratore di stelle, il «Guar. 
diano notturno» del 1804? (3l. 

Emma Soi.a. 

fi) Oskar Maria Graf : Wir sin* ge/angtne,Dtt\ 

Mattali Vcrlag - Milnelien. 

(a) Hkmann Esse : Per Suppenwotf • Fischer Vcrlng 
- Berlin, 

( 3 ) Die iVate/ncaehen dei /tontirentura, uscite nel 1804 
di autore ignoto. ' 


L'ECO DELLA STAMPA 

(Corso Porta Nuova, 24 • Milano 112), 

ricerca attentamente ed Ininterrottamente sulle 
pubblicazioni periodiche, tutto ciò cho al riferisce 
alla vostra persona, alla vostra Industria, al 
vostro commercio. 

Chiedete condizioni di abbonamento. 





IL B A R E T T I 


Pag. 3 


REGIONALE 


LA PAGINA 
Gli scrittori delle Calabrie 


l.tt • Colle: imi e di Studi meridionali • diretta 
da t'mbr.rto Zanotti-Bianeo (V (dlecchi-Fircme) 
iita per arricchirei di una nuova notevole °/>£* 
■ra che i »7 Dizionario bio-bibliografico degji 
Scrittori dotta Calabrie curato dal /metro col¬ 
laboratore Vito <! .Calati. Il Baratti, iniziando 
con gufato numero fa " Fa;/ina della regione ", 
? Jieto di pubblicare come primizia la prefa- 
tifine di Benedetto Croce e una parte del!'intra - 
du/ione de! Calati a / pruno volume dell'opera. 

Chi. conio il sottoscritto, stima che U poesia, 
la letteratura, la filosofia, l'alta scienza di un 
popolo siano rappresentate da un numero non 
grande di uomini, e che perciò lo storio lette¬ 
rario, filosofiche e scientifiche, che si posseg¬ 
gono. debbano essere, por così diro, ■ sfollate ■ 
per lasciare rifulgere solo quanto, nel dominio 
della verità e della bellezza, ha valore origi¬ 
nale, é insieme zolanto fautore t- promotore di 
dizionari bio-bibliografici, dove si raccolgano 
possibilmente lo notizie di tutti gli scrittori, e 
di tutte le loro opere, buone, mediocri, cattive 
e pessime. E’ chiaro che quella desiderata sem¬ 
plificazione n purificazione delta storie del pen. 
siero e della poesia richiede elio, fuori di esse, 
si costituisca e si tenga in ordino o si accresca 
una sorta di archivio o di repertorio, al quale, 
da una parte, si possa attingere per le ricerche 
da compiere di natura speculativa e artistica, 
e, dall'altra, rimandare pei ragguagli di carat¬ 
tere estrinseco, che pure occorre conoscere. Cor¬ 
relativamente, la mancanza di siffatto sussidio, 
'da una parte, restringe c impoverisce l'ambito 
dell* anzidetto ricercho o, dall’altra, spinge a 
ingombrare le storie filosofiche o letterario di 
un materiale non solo inassimilabile ma anche 
non presentabile in modo adeguato in quel 
luogo. Quanto avrebbe guadagnato, per esem¬ 
pio, la Storia della letteratura italiana nell’Ot¬ 
tocento, composta con tante fatiche dal Maz¬ 
zoni. se si fosso convertita francamente in un 
dizionario bio.bibliografico degli scrittori italiani 
di quel secolo! Nella sua forma presente, stona 
e bio-bibliografia vi danno immagine di quei 
due «tignosi all’ospedale» dei vorsi del Car¬ 
ducci, dei quali «l'un fastidisce l’altro dai fi¬ 
nitimi letti». 

Per queste ragioni, quando la benemerita 
Associaziono dol Mezzogiorno mi foce l’onoro di 
domnndare il mio parere sulle pubblicazioni da 
imprendere por illustrare le Calabrie, io le pro¬ 
posi l'opera di questo dizionario, di cui si pub. 
blica ora il primo volume o che è condotto con 
devoto amore e diligenza dal Galati. Auguro 
che esso non sì arresti alla prima o alta prime 
lettere, e non soccomba al fato delle simili o- 
pore dei MazzucchclK o dei D’Afflitto. A stor¬ 
nare questo fato provvedano, in prima linea, i 
calabresi, amanti della loro terra, e lo ammini¬ 
strazioni pubbliche calabresi, dando la mano 
alla manocho loro porgo l'Associazione del Mez¬ 
zogiorno. 

Benedetto Croce. 


Indeciso su la via da seguire (e sovra tutto 
esitante circa una efficacia adeguata al ncccssa. 
rio impiego di energie per compilare un Dizio¬ 
nario bio-bibliografico di tutti gli scrittori ca¬ 
labresi, raggruppati con ordine alfabetico), al¬ 
lorché fui invitato a preparare questo lavoro, 
mi tornava assai sposso alla memoria — oome 
mi mònito e quasi una preventiva condanna 
— il severo giudizio di Francesco Do Sanctis 
su la Storia deffa letteratura italiana di Cesare 
Cantò. «Compiuta la lettura, aveva detto il 
nostro maggior critico del secolo scorso, ò diffi¬ 
cile ti rimanga nell'animo qun’cofta di netto c 
dj chiaro, come ultima impressione ed ultimo 
risultato. Ti senti girar pel capo una confusa 
congerie di cose o di persone, e ti par proprio 
sii uscito da una torre di Babele o da un ca¬ 
stello incantato, percorso con diletto, ma senza 
che te ne rimanga chiara ricordanza. Allora sei 
costretto a raccoglierti, a meditarvi sopra, a 
rifare tu il lavoro, se vuoi afferrarne il concet¬ 
to e darne adeguato giudizio» (1). E sebbene 
il Do Sanctis si riferisse ai giudizi del Cantò, 
sformati dal preconcetto moralistico, sovrappo¬ 
stovi nella valutazione dello cose letterarie, io 
dicevo a me stesso: — Che cosa resterò di un 
lavoro in cui non potrò neppure esercitare un 
qualsiasi giudizio, costretto a rintracciaro le 
• fonti», registrandole col criterio quasi mecca¬ 
nico del catalogatore? — Ma Benedetto Croco, 
con la chiarezza consueta, mi fece rilevare più 
che l'utilità, la necessità d’una opera siffatta, 
indispensabile por una rovistane critica coscien¬ 
ziosa della cultura calabrese. 

Ond’io mi posi con buona tana a questo la- 
voro A il quale, più che sollecitar© l’orgoglio del- 
lo scrittore, lo rendo strumento paziento di una 
esigenza, benché specifica dolla cultura cala¬ 
brese, necessariamente connessa alla cultura na¬ 
zionale. 

Lavoro di propedeutica elementare, dunque, 
ad ogni critica : allestimento di materiali senza 
cui ogni odificio ò privo di base e crolla al primo 
urto della storia. Con ciò non si vuol dire che 


la Calabria non abbia avuto i suoi storici e i 
suoi biografi, chò, in verità, troppi ne ha avuti, 
ma non ha avuto lo storico nel senso che devo 
darsi a questa parola, che suona severa ed alta 
noli a monto d'ogni studioso Dal vecchio Barrio, 
cho non si ricorda senza commozione per la sua 
affettuosa sollecitudine di pellegrino attraverso 
la regione, all'appassionato Accattati, che in¬ 
teso chiamare a raccolta ai fratelli di Calabria 
non ignavi nò ignobili eredi della fede e della 
sapionxa degli Avi}», si è quasi costantemente 
mantenuto acceso l'amore per il focolare cala¬ 
brese o per le sue tradizioni ; ma, forse, auzi 
certamente, qucU'aniore ha traboccato, quelle 
tradizioni sono state ingrandite o rimpicciolite 
a seconda dei criteri c delle passioni, che agi¬ 
tavano o storici o biografi .ondo è generalmente 
mancato quel veder sereno, propriamente sto¬ 
rico, che, se toglie impeto allo scrittore, gli dà 
la sicurezza di avor cercato la verità e l'orgo¬ 
glio di averla dichiarata. Così che, se non rim¬ 
provereremo quegli scrittori di Calabria per a- 
varia troppo amata ed esaltata almeno nei li¬ 
bri, non possiamo tuttavia plaudire alle conse¬ 
guente prodotte dalle loro opero in mezzo agli 
studiosi calabresi c non ca’abresi, giacche la 
loro voce, o ò stata inascoltata o derisa, o — 
ciò cho ò avvonuto più spesso — riecheggiata 
senza controllo critico, salvo alcuni casi di in¬ 
dagini accurate, che è giustizia riconoscere, ma 
anche individuare. In generale, oggi stesso si 
mantiene vivo — specie tra gli scrittori della 
regione il criterio ©logistico, dolio «glorie» 
di casa ; e nssai di rado si guarda con benefica 
crudeltà la storia della cultura calabrese, che, 
come in ogni luogo, è frutto di pochi uomini 
di genio, di un forte gruppo di buoni operai 
della mento e di una moltitudine di mediocri 
scarsi poeti (più spesso, c quasi in linea inin¬ 
terrotta, latini), e numerosissimi ciarlatani ver¬ 
sificatori ; alcuni filosofi di marca autentica, e 
una sequela di sciocchi sofisti impasticciati di 
casistica, sterili rimasticatori di procottisticA 
stantia ; sicché, in' ogni nuovo critico, tu scopri 
un csaltatore, che vuol vedere e far vedere quel 
che non c'è, sicuro del fatto suo in apj>arenza, 
ma in realtà traballante su un terreno cho fra, 
na d'ogni parte. D’altro canto, i più ntorni&A 
nel campo coltivato da altri, non per spazzarlo 
dalle erbacce u ri fecondarlo, ma pei la facilità 
di ricucinaro gli stessi argomenti, ritinti da se¬ 
coli in tutte le salse inacidite dall’uso; ed è 
infrequento il caso di scrittori, che s’inoltrino 
nella vergine selva del pensiero’calabrese per 
sfrondare un albero senza frutto, riformare una 
verità, fissare una data dibattuta. Molti — 
senza lo necessarie ricerche e fondandosi su po¬ 
chi libri — pretendono di far opera critica e 
bibliografica generale, di abbracciar tutto, dal 
principio del mondo al loro fortunato avvento. 
Altri si dilettano beatamente a porre in cima 
all'edificio della storia universale, e specialmen¬ 
te calabrese, la propria città,' il proprio borgo 
la propria famiglia, con quei risultati che nelle 
ricerche storiche dà inevitabilmente la tési fat¬ 
ta, la causi da patrocinare. Tutti mali inorenti 
a una formazione mentalo non ancora ascesa al¬ 
la limpida visiono della funzione dello storico, 
anche il più umile : ma, a mio modo di vedere, 
specialmente derivanti da una profonda lacuna 
cultura’o. 

La fonte cui attingono gli scrittori ogni 
qualvolta si occupano della Calabria, non può 
differire da quella che storici e biografi spe¬ 
ciali, cioè calabresi, hanno formata; c se essa 
c ineguale — qui torbida, là navigabile, 
ora secca, più oltro troppo gonfia e piena di in. 
•idie -, ben pochi vi possono attingere cdn sa¬ 
piente discernimento, onde i più, vedendosi af¬ 
fondare, preferiscono salire nel cielo dòli* fan- 
tasia, tambureggiando a tutta foga. f2‘ ovvio 
cho lo opero «generali» (di storia civile o elico* 
politica, di letteratura, di filosofìa, ecc.), che 
sono di più facile consultazione, non possono 
ovviare » questa deficienza, limitandosi ad un 
cammino per sommi capi, e facendovi entrare 
la Calabria noi punti obbligati ; d'altronde an- 
ch'essc risentono i danni della incertezza doli) 
fonti delta cultura regionale (2), c ripetono, 
di secolo in secolo .errori iniziali, trascurano 
elementi importatiti, senza sollecitare la scoper¬ 
ta del nuovo o raccertameli te del vecchio Non 
si escludo che un'opera di dissodamento si sia 
imitata dal secolo passato per la storia cala¬ 
brese (3), aucho so si debba constatare non sen¬ 
za rammarico (in cui, forse, può includersi l'or 
goglio del «natio loco» ricercato da altri) che 
è stato mi francese, il Lenorniunt, a dare una 
opera, per quanto incompleta e non priva di 
errori, fondamentale su la Magna Grecia (4). 
Ma, ripeto, il lavoro ehe si è fatto c ancora 
iniziale, non colma la deplorata lacuna delle 
« fonti », se nini dove spronar© a nuovo ricerche 
por disegnare con sicurezza la storia della Ca¬ 
labria. 

Questo lavoro intende appunto contribuire 
nlla indagine dello «fonti» della cultura cala-' 
brese, cho è come dire ricercare in gran parto 
anche le fonti della sua storia nei significati pifù 


complessi e specifici. I criteri, che ho seguiti, 
sono gli stossi di ogni buon metodo storico. Ilo 
escluso qualsiasi giudizio su gli scrittori (salvo 
i casi in cui non era possibile lasciare una la¬ 
cuna), non solo per evitaro che l’opera assu¬ 
messe una ampiezza, che avrebbe richiesto molti 
anni di lavoro© troppi volumi, ma anche perchò 
non è possibile che un solo studioso pretenda 
di fare contemporancamento il filosofo e l’e- 
steta, il giurista c il naturalista, o così via di 
seguito, senza cadere nel più banato superfìcie 
lismo pretenzioso o ridicolo. Oltre a ciò, un’al¬ 
tra ragiono fondamentale m'impediva di segui¬ 
re il metodo dogli enciclopedici, vale a dire la 
ferma convinzione cho l'opera critica sarà, pre¬ 
sto o tardi, il frutto di questo lavoro di ricerca, 
che, spianando la via con 1’indicaziono dolio 
fonti, © offrendo la possibilità di raggruppa¬ 
menti per materie, per periodi, per caratteri di 
individui, ecc., invoglierò anche altri studiosi i 
quella ricostruzione storica accurata delta cul¬ 
tura calabrese, che aino ad oggi non esiste. Por 
tanto mi sono attenuto al criterio di riassumere 
criticamente i dati delta vita di ciascun scrit 
toro e — criticamente dov'era il caso — di fo- 
nire una bibliografia possibilmente esauriente. 
Ma, per facilitare ancora il compito degli stu- 
diosi, ho voluto descrivere secondo il metodo bi 
bliografìco seguito nei cataloghi, tutto lo opero 
dogli autori, che mi è stato possibile esaminare; 
por modo cho si possa distinguere l'opuscolo dal 
volumo, ©, di conseguenza, if lavoro — so non 
addirittura il valore — dello scrittore. Cómpito 
assai facile a spiegare, ma ben duro a reali/, 
rare, non soltanto per il tempo necessario o la 
pazienza dell’esame, ma altresì per la difficoltà 
di trovare le opere dogli scrittori calabresi. 

VITO G. GALATI. 

(1) C-fr. fruì itomi licita Letteratura Italiana. Mota 
trita dui elicili Fasncksco Di. SANtnx. In Rendiconto 
«Ielle torn. «l«’i Ini. «Irli»» H Acnul. «li S* , i«*t\*e Mor. r 
Poi., A. IV, Napoli, Stnnip. It. l*nivcn>ità, J865. tiro 
anrlie nei Sapi/i critici. 

(2) Il rato di Mirlirl,tutelo S'Iiipi, ■ clir I' intera 
vita ha conixicnita a illu«tmre la «torta «lei Mescogior- 
no «I*Italia » - per ripetere l«- partile «•on «*ui li. Croce 
pii indimsò la «un Stona del Iteijno iti Saputi (Ilari, 
l-ntenut. 1925) - . e quello del Croce medesimo, per 
rvtere quasi i-olati. non negano, ma avvalorano que¬ 
sto friudixio. 

(8) Francesco Fiorentino miri» a dare un nuovo oricn- 
lamento, iuppiami'itte critico, «ipll studi mi li .•iiltura 
cnlnlircM?; nu» .1 mio forte «iudio >u Bernardino Telaio 
(1872-1) resta ancora mi tentativo «li revisione, rhc 
mai produsse seguaci, r «-he, d'altronde, iti molti 
punti bisogna riformare e sviluppare con nuovo ricer¬ 
che, r in altri rettificare. 

(4) Lenormant Francois, L< i Cronde- 0 n'ee. Pay- 
et hiitoire, Paris. A. Léry, I88I-M, t. 8. Dopo 
lu morte del I.., vennero pubblio, due altri voli, elio 
non «ono all'altezza «lei tre primi. 

Cose d’arte in Piemonte 

La cappella del Santo Sepolcro In S. Giovanni 
di Saluzzo. 

Il nostro dimenticato vecchio PiemontO non 
è così spoglio di grazip artistiche, nè visse com¬ 
pre ne l'oblio dol bello. Tutti sappiamo ta 
ragioni per cui poco propizia fu la nostra re¬ 
gione al Mecenatismo, e quali cure abbiali di- 
«■tratto dal culto deU'arto i suoi uomini, ma 
vi è pure qualche cantuccio, non corto inacces¬ 
sibile, in cui anche da noi, chi ama l'arte può 
sognare coi secoli passati la venustà d’allora. 

Uno di questi .-antucci è certo la città de» 
Marchesi di Saluzzo, ov© degna particolarmenta 
di nota è la C'AppfU* del S.' Sepolcro in Sao 
Giovanni. Nel 1472, a parere del Muletti, ttol 
1473-74, sèVondo il Lobotti Bodoni. ebbero ini* 
zio i lavori per il coro aggiunto in fondo all'ab- 
aido della Chiesa preesistente. 

La Cappella nella sua dolcissima grazia go¬ 
tica è uh gioiello d’arto; ammantata del grigio 
verddgnoid del calcare tratto dalle antiche ca¬ 
vo saluzzesi, lavorata col più fine gusto offre a 
chi s’abbandona un‘impressiono leggiadra di 
snellezza commossa per quel suo ricco o squi¬ 
sito ricamo di elegante decorazione. 

Duo grandi nicchie si aprono Italia a destra 
l'altra a sinistra, sotto la nicchia sinistra ò il 
Mausoleo di Ludovico II ; la nicchia destra do¬ 
veva ««-cogliere i resti di Margherita di Foix, 
che é i' vero, conio si sa, sepolta lontana in 
terra di SpagnA. A destra verso il contro sta 
la nicchielta dell’acqua Santa cd a sinistra « l’ar- 
madietto della Spina»; dall'una e dall’altra 
pare le duo porticine laterali. 

Quattro trifore buttano tutt’attomo la loro 
festa di lue; attenuata dai riflessi colorati dei 
vetri delle due trifore centrali. Questi vetri fu¬ 
rono aggiunti dai frati molto tardi, tra il 1880 
e 1*86. 

E fregi, fregi, linee agili © sottili ornano il 
coro, fiori non visti mai se non nei'sogni, cho 
l'artista ha immaginato nel suo desiderio di 
trascendonza. 

La licita linea gotica, calligrafica nel suo 
sviluppo piono, colla sua grazia, in morbido vo¬ 
luto si volge leggermente ad adornaro la cap¬ 


pona, cingo in alto In nicchia, sotto cui si rac¬ 
coglie la statua di Ludovico II, poi ad arco 
leggiadramente spicca libera il volo dall'imo o 
dall'altro tato •• va a congiungorsi Jn alto con 
un rosone. Frena od attenua qucftt'agilissima 
libertà di ascesa il fregio orizzontale su cui 
poggiano in piccole nicchie apposite, le sta¬ 
tuette degli Apostoli. 

Ed ecco forse già in questo attenuare lo siati- 
.-io un primo presontfinonto di rinasconza. E la 
statua fregiata della severità austera d'ima com¬ 
posta rinascenza ha forma schematica e, nella 
sua rigidezza, espressiva, è attribuita a Be¬ 
nedetto Briosco, il marnmrum tculptor, com¬ 
pare di Leonardo da Vìnci. Le piogho diritto 
«• precise danno una compostezza un po' scvora 
nlla figura tagliata a tratti incisivi o forti. Iti 
basso sul sarcofago sono I© immancabili sotto 
virtù. Le cariatidi laterali hanno teatri precisi 
o caratteristici. La nicchia per l'Acqua Santa, 
le {lortictno laterali-, tutto è curato con lungo a 
inori-, ogni ritaglio fu caro al cuora dcll’artofìcc 
clic incisi* con -Mira nell'umile slancio dotta sua 
adorazione. 

Ho dotto linea gotica a rinascenza? Ecco ciò 
che spiacevà al Lobctti, che non avrebbe voluto 
vedervi questa statua. Anch’io quando notai 
questo fiassaggio, sostai perplessa diffidando del 
primo impulso entusiastico. Ma poi osservando 
ancora quella linea che cingo la nicchia colta 
statua, vidi che domina sui tocchi cho il nuovo 
gusto della rinascanv.a pose qua c là uell'itt- 
tenui dolla «'.appella, osservando quella liuea 
bella anche se nu pochino adorna, dovotti con¬ 
venire che non c’è una sovrapposizione di stile 
pesante e di cattivo gusto. C’è piuttosto fu¬ 
sione di clementi: c non è illogico erodere, cho 
un solo artista, sia pure Benedetto Brioaco ab¬ 
bia presieduto ni lavori della Cappella u cioè 
no abbia diretto ed immaginato il tutto orga¬ 
nico coll'ultimo tocco d’insieme. 

Che'alcuni particolari fossero già in att ua¬ 
zione prima cho incominciassero i lavori, cioè 
prima del 1474 lo vediamo dall’atto di Ludo¬ 
vico I in data 27 ottobre 1474, che il Lobotti 
Bodoni.riporta nella sua nota monografia sulla 
Cappella. In questo documento.il Marchese «co¬ 
manda c stabilisce che nolla Cappella si collo¬ 
chino Io opere in pietra già soolpito da divorai 
anni addietro e quello altre che scolpir si do¬ 
vranno sino a completare tutta e in tutto lo 
sue parti l'opera». 

So dunque è immaginoso pensare*, che un ar¬ 
tista solo abbia potuto ideare le rispettivo par. 
ti, non mi pare come pare a| Lobetti immagi¬ 
noso credere che l’artista possa averne sentito il 
nesso sintetico. 

Siano pure due o piq gli artefici, uno, quello 
che disse dol poema l'ultima parola, ha sen¬ 
tito nella sua unità la Cappella, «• come nel 
protendersi dol suo animo entusiasta, limpida 
chiara e spontanea formulò questa sintesi, così 
la espresse noll'opora d’arto che noi ammiria¬ 
mo. Per me .'orto vi fu chi diede i) tocco d’in¬ 
sieme a questo lavoro. E forse non ò estraneo, 
a questa visione d’insieme quel tono grigio scu¬ 
ro che in primo piano raccoglie circondandolo 
il bianco delta statua di cui limita od attenua 
la forma. 

Per me quella statua è bolla, bella nella sua 
compostezza di prima Rinascenza o uclla sui 
comic© di gusto gotico; come è bella quella cor¬ 
nice gotica anche so cinge una statua dolla 
rinascenza, perchè nel trascendere dalla realtà 
un artista ha trovato in forme suo una espres¬ 
sione sua, una sua realtà, questa espressione 
questa realtà. 

F. G. 

L’Alficri » Torino 

In Torino ebbi Alcuni piaceri, e alcuni più 
dispiaceri. Il rivedere gli nmici della prima gio-, 
ventò, éd i luoghi che primi si son conosciuti, ed 
ogni pianta, ogni sasso, insomma ogni oggotto 
di quelle ideo o passioni primitivo, oll’ò dol¬ 
cissima cosa. Per altra parto poi, Pavera io ri¬ 
trovati non pochi di quoi compagnoni d’adole¬ 
scenza ,i quali vedendomi ora venire per una 
via, di quanto potevan più lontano mi scanto¬ 
navano; ovvero, presi alle strette, gelidamente 
appena mi salutavano, od anche voltavano il 
viso altrovo; gente, a cui io non avea fatto 
mai nulla, se non so amicizia o cordialità: que¬ 
sto ini amareggiò non pooo; o più mi avrobbe 
amareggiato, se gli uni mi trattavan cosi per¬ 
chè io avevo scritto tragedie ; gli altri, perché 
avea viaggiato tanto: gli altri, perchè io ora 
ora ricomparito in paese con troppi cavalli : pie* 
co'ezr.e insomrna, scusabili però,.e scusabilissi¬ 
me presso chiunque conosce l’uomo, esaminando 
imparzialmente se stesso; ma cose da scansarsi 
per quanto è possibile, col non abitare fra i 
suoi nazionali, allorché non si suol fare quo! 
che essi fanno o non fanno; allorché il paese 
è piccolo, cd oziosi gli abitanti ; e allorché 
finalmente si ò venuto ad offenderli involon¬ 
tariamente, anche col solo tentare di farsi 
da più di . loro, qualunque sia il genere e il 
modo, in cu» l’uomo abbia tentato la cosa. 

VITTORIO ALFIERI. 

(Da La Vita - Epoca IV, cap. XIII). 


Pag. 4 


BARETTI 


IL 


CRITICI E POETI 

(Continuazione e fine) 

La fortuna di Dante dal '500 al '700 


Sul principio dol sedicesimo secolo, la popo¬ 
larità di Dante fu alquanto disuguale o flut. 
tuante II gusto esclusivo per la letteratura gre¬ 
ca e romana, che fiori sotto Leone X, dispose i 
critici di quell'epoca a considerare Dante come 
uno scrittore barbaro e irregolare. Boccaccio e 
Petrarca divennero gli unici modelli di compo¬ 
nimento italiano; che il gusto era ormai cor¬ 
rotto cd effeminato (1). L'Orlando Innamorato 
e l’Orlando Furioso divertivano di più e stan¬ 
cavano di meno. La Riforma aveva messo in 
fìatpme l'Europa, o Dante aveva osato dannare 
dei Papi all’Inferno. Nel Paradiso S. Pietro 
stesso pronuncia una sublime invettiva contro 
il potere temporale della Chiesa. In un'opera 
latina sulla Monarchia, il poeta aveva soste¬ 
nuto la superiorità dell'imperatore sul papa, 
e gli Scrittori protestanti citavano la sua au¬ 
torità come (2) « quella di uno dei testimoni del 
vero*. 

Verso il 1550 i Gesuiti si impadronirono del. 
l’educazione in Italia; e sistematicamente ccr- 
carou di screditare uno Scrittore che poteva 
suscitare nelle opinioni e noi carattere dei gio¬ 
vani idee cosi irreconciliabili con la loro poli¬ 
tica. Tre uomini di golfiio tuttavia gli profes¬ 
sarono anche allora la propria ammirazione. Il 
primo fu Sporono Speroni, uno scrittore oggi 
poco letto, ma stimato ai suoi tempi un oracolo 
in filosofia e in letteratura, la cui prosa merita 
oggi ancora di esser considerata un modello di 
vigoria e di eleganza. Michelangelo avova illu¬ 
strato coi suoi disegni una copia del pooma di 
Danto che andò persa in un suo viaggio per 
mare (3). Torquato Tasso, essendogli chiesto 
qual fosse il più grande poctu d’Italia, rispose 
• lìmite ». 

Dal 1600 al 1730 Dante non ebbe common, 
latori o solo poche edizioni (3). Il dominio Spa- 
gnuolo c la predominanza dei monaci avevan in¬ 
frollito Io spirito nazionale ; e il gusto popolare 
era corrotto dalla poesia che regnava allora nella 
Spagna. Dante, le cui edizioni non furon per¬ 
messe a Roma sino alla metà del diciottesimo 
secolo, non poteva speraro d'essere tollerato. Si 
potrà osservare che in questo stesso periodo an- 
che Machiavelli ebbe poche edizioni Veramente 
il cattivo gusto degli scrittori chiamati in Ita. 
lia secentisti, cominciò a purificarsi verso la 
fine del secolo ; ma dair&ffettazionè e strava- 
ganza del Man ni i nuovi letterati corsero all’c- 
strerno opposto di una servile soggezione a re¬ 
gole o arbitrarie o, al più, di secondaria im- 
portanza. Pareva che scrivessero coll'unico sco¬ 
po di evitar degli errori; e la nazione, rammol. 
lite da ogni sorta li schiavitù, non sapova ncan- 
co più ammirare la libera o audace opera del 
genio sublime. I Gesuiti furono infaticabili nella 
loro ostilità a Dante. Venturi, che fece un utilo 
compendio dolio note esplicative più necessarie, 
vi uni alcune osservazioni critiche: in cui, se¬ 
condo i principii del suo ordine, corca di esa¬ 
gerare gli errori, e di svelare l’empietà del poeta. 
Bettinelli, nelle Lettere Virgiliane, un libro 
scritto con ingegno ma senza gusto, mette in 
ridicolo Datate, come il più barbaro dei poeti. 
Tiraboschi, anch'egli gesuita, esamina la vita 
dd Petrarca con grande esattezza storica, si 
diffondo sui suoi meriti col massimo zelo; e si 
accontenta por Dante di poche date e alcune 
osservazioni critiche vaghe. Lo stesso storico, 
che dedica venti pagine al Gesuita Possevino, 
ne occupa quattro solo per dar conto della vita 
pubblica e privata, delle opinioni o dell© oper ¬ 
ài Nicolò Machiavelli. 

Poesia intellettualistica e poesia primitiva - 
Pope c Omero Siena 

Non prenderemo a discutere se Pope fosse 
uno scrittore di gusto più cho uomo di genio. 
Forse egli era per natura destinato alle audaci 
creazioni ; ma di fatto poi si limitò in genere 
a imitare con gusto. Lo stesso si può dire di 
Orazio, di Vida, di Boilcau. Pope come costoro, 
era insieme critico o poeta. E’ curioso osser¬ 
vare come nessuno dei più grandi poeti abbia 
mai parlato del meccanismo della propria artc : 
mentre poeti di grado inferiore tic hanno diligen¬ 
temente messo in versi le regole. Pindaro di¬ 
chiara che un grande poeta come «l’aquila ai 
libra a volo per la sua forza naturale, c lascia 
indietro gli uccelli meno nobili, che paiono in. 
coraggiarsi l’un l’altro con le loro ranche stri¬ 
da» Orazio invece si preoccupa sempre dise¬ 
gnarci come muovere le ali. Pope visse nell’età" 
filosofica di Bayle c di Locke : e la poesia in- 
plese, dopo aver sfolgorato nell'originalità di 
Shakespeare, dopo aver combinato in Milton il 
genio dei classici greci, latini e italiani, e aver 
fatto pompa in Dryden dei suoi vari tesori co. 
minciò ad atteggiarsi secondo i modelli della 
Scuola francese. Nei poeti francesi l'immagina¬ 
zione e il sentimento sono soffocati dalla rifles¬ 
sione. Pope non seppe superare la sua tendenza 
all'analisi, neanche nella traduzione di Omero 
che, di tutti i poeti, ò il più alieno da ogni 
speculazione. Forse queste deviazioni di Pope 


(I) Vedi l'orazione funebre di Sperone Speroni tul 
Bembo. 

(a) Bayle • Art. Dante. 

0 ) Vasari, VI, 245- 


dal carattere del suo autore hanno contribuito 
alla popolarità dell'Iliade in Inghilterra. Ma 
non è nostro compito qui critichro il gusto 
delle diverse età e nazioni. Ci basterà provaro, 
clic Omero, Virgilio, e Dante hanno, nelle loro 
scene, lasciato molto all'immagiuaziono del let¬ 
tore; che è facilo sentirne le bollezze c molto 
difficile analizzarle ; e che, quando la poesia 
si fa con un metodo, essa può bensì far pompa 
di bellezze artificiali, ma quelle naturali scom¬ 
paiono. 

Nella scena in cui Venere conduce Eleua a 
Parido, Omero mostra di conoscere appieno *1 
cuore di' una donna, agitato da una passione 
ch'ella si sforza invano di combattere. Elcna 
rimpiango la propria famiglia, ha vergogna del- 
la sua vita presente. Resiste alle insistenze di 
Vonere, lamenta con amarezza l’infame suo 
stato, c ardentemente desidera di ritornare al 
marito, pur sapendo che andrà incontro al di¬ 
sprezzo di tutta la Grecia. Venere le dice che 
il suo ritorno non sanerebbe lo ostilità tra !«* 
Grecia e l’Asia; che la guerra continuerebbe 
ugualmente ; e che Elcna stessa perirebbe di 
morte crudele. K* dopo questo dialogo che fi- 
lena, ravvolta nel suo velo, segue in silenzio la 
dea. Il lettore immagina l'angosciosa lotta chu 
la ragione di questa donna sostiene contro la 
passione. Omero non la spiega. Si limita a 
dire, al principio del dialogo, che appena Ele- 
na ebbe notizia dol pericolo di Paride e ricordò 
la sua bellezza, il suo cuore si senti commosso; 
e che, quando scopri cho era Venere a parlarle, 
fu presa da paura. 

* Parlò In lira, r l'intimo cuore ih Elena ne 

fu commosso : 

ella » invitava il cani/none, nm unnica pur 
tempre l'uomo» 

Il primo verso dol distico ò in Omero e ci 
dice soltanto il fatto. Il secondo ò aggiunto da 
Pape per spiegare l’intenzione di Elena e di 
Omero. Ma dopo questa spiegazione scompare 
l'interesse dol dialogo che segue. La passione di 
Elena c dissoluta 0 corrotta 0 le suo proteste 
contro i consigli di Venero sembrano grossolana 
ipocrisia. Mentre invece la vera Elena di O- 
moro, in tutta l'Iliade, è considerata come una 
sonno cho, per la sua bellezza, si avvicina alla 
divinità. Gli dei, che han creato una sì bolla 
persona, voglion ch'essa sia arnr.'.imla con ui.a 
specie di adorazione. La guerra e i mal* 
cui essa è causa sono attribuiti al volere del 
Cielo. Omero mette questi sentimenti in bocca 
di Priamo, che la guerra ha reso il più infelice 
dei mortali, e che, por la tarda età non può 
più esser sensibile alla bellezza. Non un mor¬ 
morio ostile udiamo tra i Troiani e i Greci 
contro la causa dei loro lutti. Il marito la¬ 
menta il fato della sua donna ; c il vecchio Ne¬ 
store, cho pur non ò mosso dagli stessi senti¬ 
menti, parla di lei con lo stesso senso di pietà. 
Paride dichiara d’averla rapita da Sparta, co¬ 
me un pirata. Par ch’ella non apra mai la boc¬ 
ca senza arrossire. Era un carattere assai diffì¬ 
cile da dipingere. Omero ha usato nel rappre¬ 
sentarlo la massima delicatezza di tratto e la 
più profonda conoscenza della natura umana. 
Quand'ella lamenta la morte di Ettore, dice 
• Egli non volle mai rimproveramii ; e proibì 
anche agli altri di biasimarmi». Un sentimento 
sublime, che ci descrive insieme il nobile ca¬ 
rattere di Ettore e tutto il rimorso che strazia 
l'anima di Elena. Ella vive con Paride, co¬ 
strettavi insieme dalU fatalità e dalla dispera¬ 
zione. Ix) ama, ma desidera sfuggirgli. Il suo 
carattere ncll'Odiss.M è in accordo con questo 
suo ritratto nell'Iliade. L'Elona di Omero è 
sempre la stessa. 1 ragionamenti dei critici la 
fanno diversa da se stessa. Ma la più leggera 
alterazione nei suoi lineamenti delicati distrug¬ 
ge l'intera fisionomia. 

• fi/ln aprrrttim il lampione, ma amava pur 

tempre l'uomo». 

E' illecito amore di una signora alla moda; 
non quello dell’amorosa regina che Omero vide 
nella sua immaginazione e forse in parte anche 
nei costumi della sua epoca. 

Carattere di Dante 

Quel contegno altezzoso che tutti gli scrit¬ 
tori, da Giovanni Villani ai giorni nostri, gli 
attribuiscono, non c probabilmente un’esage¬ 
razione Egli era naturalmente orgoglioso ; e 
quando si paragonava coi suoi contemporanei, 
sentiva la propria superiorità c si rifugiava, 
come si esprime egli stesso felicemente. 

Sotto /'usbergo ilei tallirti puro. 

Tuttavia questo inflessibile orgoglio s'atte¬ 
nuava di colpo nella più cedevole deferenza e 
docilità, quand'egli incontra coloro che hanno 
qualche diritto alla sua gratitudine e al suo 
rispetto. Conversando con l’ombra di Brunetto 
Latini, condannato aU'inferno per un vergo¬ 
gnoso peccato, ascolta ii suo maestro col capo 
rispettosamente basso. 

// capo chi no 

Trarn, coni'noni r/ir riferente vaila. 

Non c stato mai notato forse come Dante che 
di regola, conversando con tutti gli. altri usa 
il pronome tu, usa invece il pronome voi ri- 
volgendosi al suo precettore Brunetto, e alla 
sua maestra Beatrice. 


Il nostro poeta ha spinto tant'oltre la propria 
modestia da non pronunciare il proprio nome ; 
ed essendogli una volta chiesto chi fosse, non 
disse d'ossei* Dante ma pur descrivendosi in 
modo da dare un’altra opinione del suo genio 
ne attribuì ogni merito all’amore dn cui era 
inspirato. 

. io mi ton un, e he quando 

Aniorr t pi ni, noto; e a quel modo 
fi he ditta dentro, vo significando. 

E anche quando l'amata Beatrice gli si ri¬ 
volge, rimproverandolo per la trascorsa sua vita 
Do nte I 

.Vom piangi r anco, non piangere ancora; 
Che pianger ti con vien pei altra spada. 

Scrive il proprio nome, por non alterare od 
omettere una sola delle parole che cadon dalle 
labbra di colei che ama; c tuttavia, trova ne¬ 
cessario scusarsene. 

Quando mi colti al tuon del nome mio 
Che di accettiti) qui ti registra. 

Questa ripugnanza ad occupare 1 lettori con 
ciò che particolarmente lo riguarda, (una ri¬ 
pugnanza di cui certo non abbiamo a lagnarci 
negli autori dei giorni nostri), hu forse impo¬ 
sto a Dante quel suo singolare silenzio riguardo 
alla propria famiglia. Mentre ci narra una 
quantità di aneddoti famigliali intorno a quasi 
tutti coloro con cui ebbe relazioni, c dipinge 
così crudamente le tristezze dell'esilio, dimén¬ 
tica poi il più crudele di tutti i mali, l’angoscia 
del padre clic non ha una casa ove dar rifugio, 
un pane per dar nutrimento ai tuoi giovani figli 
inetti ancora a pensare a se stessi. Si sa con 
cortezza che egli ebbe diversi figli che vissero 
in proscrizione c in miseria sino alla sua morto. 
Ma dobbiamo agli storici soltanto la conosccn- 
za di questo fatto. Chè dai suoi scritti neanche 
avremmo potuto sospettare che egli fosso marito 
e padre. 

E* facile comprendere tuttavia che egli pensa 
alla propria famiglia, quando esclama cho le 
donne di Fircnzo, negli antichi tempi, quando 
regnava la purezza dei costumi e la concordia 
civile, non cran costretti a una vita di vedo- 
vauza mentre i loro mariti ancora vivevano, 
nè obbligate a divider con loro le sofferenze 
dell’esilio; senza saper dove mai avrebbero tro¬ 
vato la pace di un sepolcro. 

0 fortunate, r rintranu eea cena 
della tua sepoltura 

Non soltanto nelle sue ■ similitudini tratte 
dalla vita campestre» come notò l’Hallam. ma 
sopratutto in ciò che dice dei rapporti sociali 
e dei periodi più splendidi della sua patria, pos¬ 
siamo notare la finezza e nobiltà della sua na- 
tura. Egli godo nel descrivere lo gioie della 
vita domestica, di cui ci dà un quadro commo¬ 
vente noi 15.o Canto del Paradiso, donde ab- 
biam tolto i versi or ora citati. Egli non la¬ 
menta soltanto l'innocenza 0 la semplicità, or¬ 
mai perdute, ma anche il lusso raffinato, la cor 
tcsia, lo spirito cavalleresco della galanteria e 
dell'Amore, e il tono di elevatezza di costumi 
nella società, che in Italia, a quanto pare, co¬ 
minciavano allora a scomparire. 

t.r donar, ì rumi ter ; gli uff unni r tjli agi 
Che nr invogliava umore r cortesia. 

Questi due versi hanno un tale incanto per 
un orecchio italiano, che Ariosto, dopo aver 
abbozzato un migliaio di versi per l'inizio del 
suo poema, e averno scelto uno abbastanza in 
significante, che ha stampato, li respinge tutti 
nella seconda edizione e vi sostituì quasi parola 
per parola i versi dj Dante, nel modo seguente 

l.i donne, 1 ni mi irr, Panni, gli amori 
Le cortrtir, /'nudaci imprese, io canto. 

Ma il leggiero mutamento, necessario distrus¬ 
se la dolce armonia dell’originale ; c il dolicato 
sentimento di rimpianto del tutto scomparve 
nell’imitazione. E’ molto raro che le stesse idee 
o le stesse parole, conservino la medesima effi¬ 
cacia, qrando siano rivulse dal terreno ove pri¬ 
mamente caddero sgorgando dal cuore di un 
uomo di genio. 

Dante e gli uomini del suo tempo 

Dante distingue continuamente i peccai 1 e i 
turriti di ogni individuo. Nel suo poema, la 
(•instiun l/innn punisce il peccato ogni volta 
che questo vie*» commesso, ma la simpatia li¬ 
ni > 11111 , o pietà, compiange o attenua l'offesa, se¬ 
condo le circostanze in cui fu commessa. Il poe¬ 
ta dispensa biasimo e lode, secondo le qualità 
generali delle persone, il bene o il male che 
han recato al loro paese, la gloria o l’infamia 
che han lasciato dietro di se. E tuttavia evita 
con ogni cura di espórre questa sua massima 
in parole, mentre invariabilmente la segue sia 
nell'Inferno che nel Purgatorio. Nel Pii rudi.-/ 
naturalmente questa regola non ha modo di ap¬ 
plicarsi. 

Da qu-.-sto principio deduce che coloro che in 
vita non fecero nò bene nè male, sono di gran 
lunga gli esseri sprezzabili. Co li descrive 

Questi tciauruti rhe mai non far vivi, 

Li pone tra l'Inferno, la dimora dei dannati, 
e il Limbo, la dimora delle anime degli infanti 
c degli uomini giusti che ignorarono la fede 
cristiana ; e con singolare audacia di giudizio e 
di stile, die© che la giustizia di Dio sdegna il 


punire coloro che vissero una inutilo vita. Così 
come la sua misericordia sdegna di perdonarli. 

Fumo di 'loro il mondo esser non tasta, 

Mi«ericordia r duttili# h sdegna, 

,\oii ragionar di lor tnn guarda e pitssu. 

Tra costoro egli ha l'audaciu di porro S. Cele¬ 
stino che abdicò al pontificato per pure debolezza 
0 si procurò i titoli per la canonizzazione rinchiu¬ 
dendosi in una cella d'eremita. K anche pone 
tra loro gli angeli che nella lotta di Lucifero 
contro Dio, non si schiararono nò con l'uno nò 
con l'altro, pensando solo a se stessi. 

In coloro che meritaron da Dio che il |>eso 
dei loro peccati fosse controbilanciato dalle loro 
opero, Danto lia in generp radicato un potrntc 
desiderio di fama. La speranza d'esser nominati 
dal poeta, nel suo ritorno al mondo dei vivi, 
sospende per un attimo in loro la stessa co¬ 
scienza delle sofferenze fisiche. Anime grandi, 
pur espiando la colpa 0 la vergogna dei più 
gravi peccati, lo pregano di narrare il loro in- 
contro. Egli promette sempre; c sovente, allo 
scopo di indurli a parlare più diffusamente, dà 
la sua parola cho non saranno dimenticati. Lo 
ombre di coloro la cui vita trascorse affondata 
in continui delitti ed infamie, gli teitgon celato 
il loro nomo. Nel medio ovo, tra le barbari** 
e la raffinatezza, gli uomini seuton più forte il 
desiderio di preservare 1 loro nomi dall'oblio. 
In quel periodo, le passioni non bau |>erso 
nulla del primitivo vigor© 0 non guidate più 
dall’impulso che dal raziocinio. L'uomo ha più 
difficoltà da superare, e più coraggio a soste¬ 
nerlo; e, anziché essente frenato nel suo cani, 
mino si getta quasi con ostentazione in ogni 
abisso che s'apre sulla sua via L'età di Dante 
ci offre di questi esempi che saran difficilmente 
creduti in un'epoca corno la nostra, in cui nulla 
vi è più dj nuovo cho produca forte impressione 
0 gli oggetti di desiderio soli oc osi molteplici 
che nessuno di essi può suscitare un interesse 
dominante K' certo tuttavia che le forti pas¬ 
sioni dell© età primitive guidano gli uomini a 
grandi virtù - grandi delitti - grandi disgrava* 
e formnn cosi i caratteri più alti a divenire 
materia poetica. Dante non aveva che a guar¬ 
darsi attorno per trovare simili caràtteri. Li 
trovava già formati, acconci al suo scopo, senza 
dovervi aggiungere un solo tocco per miglio- 
rnrli. La raffinatezza non avevu ancora reso si¬ 
mili le fisionomie indivuali nella gran massa 
di mia nazione. L'originalità personale ora ra¬ 
ra, pericolosa, ridicola, e sovente artificiosa, 
era allora generale c genuina. La poesia io 
tempi più recenti, è riuscita s coglierne le om¬ 
bre per Ia creazione di iiua bella commedia, 
come il Misantropi di Molière; o di una satira 
garbata, corno // ritrailo rapito di Pape. Ma 
questo genere di poesia può soltanto cogliera i! 
carattere esteriore in cui ogni epoca *• creazione 
si ammanta alla propria maniera; mentre la 
poesia cho si occupa de) cuore doM'uomo e al¬ 
trettanto ampia e profonda che la stessa na¬ 
tura umana. Dobbiam riconoscere ,che Pope 
appena incontrò, in un’età quasi barbara, un 
personaggio poetico, guidato dal solo sentimen¬ 
to sia nell'agirc che nello scrivere, creò la Epi¬ 
stola di Eloisa, dando cosi prova d©l suo gonio. 
Molto donne di quell'epoca «tati simili ad E- 
loisa, nell'amore e nella sventura ; lasciarono 
poche lettere dietro di sè, o non no lasciarono 
affatto. E anche quelle di Eloisa son giunte¬ 
si no a noi solo per il loro legamo con gli scritti 
dal suo innamorato. Oggi il sesso gentil© scrive 
assai di più 0 forse sente Altrettanto di mollo; 
e si capisce che i nostri moderni poeti, non 
trovando in patria dei caratteri poetici, sian 
tratti a cercarli in Turchia e in Persia, mentre 
i tedeschi esplorano le rovine dei castelli teu¬ 
tonici, 0 gli italiani prudentemente si fermano 
alla mitologia greca c romana. Certo, quando 
le nazioni son scmi-barbare, le passioni sono 
le leggi più forti: e se anche qualche altra 
cosa passa sotto il noirte di legge, non ha nè 
consistenza nè vigore. Il castigo del colpevole 
0 Affidato a colui che subìTolTeia - td egli con 
sidera la vendetta come un dovere. Dante ter¬ 
mina uno dei suoi componimenti lirici con que¬ 
sto sentimento. 

Chr. hrlt'muir t'iirquisla in t>ir vendetta 

Con quanta forza l’applicazione di questa 
massima nel suo poema fa risaltare il carattere 
del tempo suo* Spaventato, ad ogni passo, da 
ciò che l’Infèrno offre al suo sguardo, il senti¬ 
mento della vendetta, come dovere, lo ferma nel 
suo cammino. I suoi occhi si fissano su di una 
ombra che pare sfuggirlo. Virgilio gli ricorda 
che debbon continuare il loro viaggio; e g!: 
chiede il perchè dcU'indugio. Dante risponde 
«Se tu ne sapessi la ragione, mi permetteresti 
di rimaner© ancora ; poiché nella fossa, ove fis¬ 
savo gli occhi, ini parve di scorgere un imo 
consanguineo». «Infatti*, aggiunge Virgilio, 
^ vidi che ti accennava col dito, un volto minac¬ 
cioso c altero» «Oh, maestro,» esclama Dante 
«egli fu ucciso da un nemico e la sua morte non 
•' stata ancora vendicata da coloro che subiron 
l'offesa; por questo egli ebbe a sdegno di par¬ 
lare con mol» (Inferno, canto 29). 

Uoo Foscolo. - (dalla Edinburgh Kevieir • 
febbraio-settembre 1818). 


Ditti loie itiponiablle PIERO ZANETTI 
S. A. UNtTlPOGRAFlCA PlNEROLESE - PlNEROLO 1928 






Fondatore PIERO OOBETT1 1924-1926 

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ABBONAMENTO PER IL 1928 !.. 15 Estero L. SO - Sostenitore L. 100 - Un numero separato L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno V - N. 2 - 16 Febbraio 1928 


SOMMARIO .3. CARAMELLA: Tradimento dalli acrittorì — N. SAPEGNOt Noeclaaaicumo romantico — IL BA RETTI : Ottimismo o autoinconsamonto — C. SAVIO iti: Panorama della lotteratnra, dall'erto a della critica d'oeal _ M. V NOI GUERRA 

Bilanci romantici - A. CAJUMI : La critl del romanio — M. M^LA : Il padre dal pianoforte — LA PAGINA REGIONALE t L'opera della Società MaanalGrecia — I piomontati o i milanesi nel giudiiio di C, Baratti 


Bisogna che noi creiamo ogni giorno una con¬ 
futila nuova e, poiché conquistare non è che 
allargare i propri limiti , Insogna che noi arri¬ 
viamo a comprendere tempre più l'immanenza 
dello ipirito, n vedere in oyni fatto, in ogni 
con te yue ti 2 n una /torte delta nostra anima stento. 

Con questa jnitsione profonda — che noti di¬ 
venta abitudine , e neppure azione inconsulta, 
ma normalità intenta, conquista jtroyress^va e 
non intermittente o frammentaria — non fi 
concilia la freddezza r. la indifferenze che per¬ 
vade ed irrigidisce la vita d'oggi. Malattia ohe 
consuma ed uccide, battezzo pfr cui i nervi si 
rompono all’atto stesso tirila loro funzione. Tut¬ 
ta la vita moderna è estenuata da questa spa¬ 
ventosa anemia. Ma noi ci ribelliamo. Ilipor- 
tiamo a questo punto la distinzione fra mora¬ 
lità e immoralità. Moti può essere morale chi 
è indifferente. L'onestà consiste Urli’avere idee, 


Abb.amo ritrovato nella « Trahisondes clercs* 
il Julion Benda intellettualista e critico mor¬ 
dace dello studio sul Bergsonisme « dello Lei- 
iret à Mélisande pour son fduraiion philoto- 
pingue : ma in pari tempo la chiara coscienza 
di un problema che è anche nostro, il problema 
della moralità della letteratura. 

I.a tesi del Benda è semplice t - persuasiva; 
il suo aspetto paradossale altro non fa che ren¬ 
derla più brillante. Egli stesso l’ha caratteriz¬ 
zata in una rapida premessa, dovo ricorda come 
«Tolstoi conte qu'étant officiar ut voyant, loro 
u une marche, un de sea collèguos trapper au 
homme qui s’écartait du raug, il lui dii: *N' 
ètes vous pas honteux de traitcr ainsi un de 
vos seni bla blesi Vous n'avez dono pus lu l'É- 
vangilc?» A quoi l'autre répondit : ■ Vous n'a¬ 
vez donc pns Iu le rcglemonts militatesi • Get¬ 
to réponse est celle que s’attirera toujours le 
spiritucl qui veut regir le tempore!. Elle me 
parait fori sage. Ceux qui conduisent les boni 
mes à la conqucto des choses n’ont que (aire de 
la just ice et de la elianti. Toutofois il me sem- 
blc imjiortaut qu'il existc des hominos, méme 
si on les bafoue, qui convieni leurs semblables 
à d'autre religions qu’à celle du tomporo!. Or, 
ceux qui avaieni la charge de cc role et que 
j’ appello Ics clercs, non seulemcnt no lo tien- 
nont pas mais tiennent le ròte contraire. La 
plupart des mornlistcs écoutés en Europe de- 
puis cinquante ans, singulièromont les gens de 
lottres en France, invitent les hommes à se 
moquer de l'Évangile et à lire les rcglements 
militaires ». 


Si (rutta dunque, in sostanza, di questo: che 
e’è oggi un mutamento fondamentale nell’uf¬ 
ficio esercitato dagli uomini di penna verso la 
Società e il mondo della pratica; e questo mu¬ 
tamento ha carattere di tradimento. Ma tra¬ 
dimento di qual ledei Ecco: un tempo, se¬ 
condo una tradizione che solo l'età moderna 
ha cominciato a intaccare, ma che il nostro se¬ 
colo vede veramente scossa e disfatta, lo scrit¬ 
tore (e m genere il » chierico», comune deno¬ 
minazione di chi mira non a fini pratici, ma 
ulta teoria c all’arte) era sempre uomo che si 
staccava dal mondo per una elaborazione o con- 
temptazione disinteressata dal vero, del bello, 
del bene, o che affermava la propria intollet- 
tual.tà prima di tutto con Vinci ipendenza dalle 
passioni umane dalle circostanze storiche e 
dallo Opinioni volgari: suo scopo precipuo era 
di universalizzare e di idealizzare la vita, sua 
massima forza era la preveggente utopia. For¬ 
mavano gli scrittori un'aristocrazia spregiudi¬ 
cata o altera, che andava contro corrente con 
tutta fermezza, sicura che l’idea oggi derisa e 
non intesa dai più sarebbe stata domani domi¬ 
natrice della storia: sopraolevandosi alla men¬ 
talità mediocre dei molti, i pochi traevano dal¬ 
la profondità del loro sguardo l'autorità per 
correggere © reagir»-. Non solo: ina avevano il 
compito di far sentire alle masse, con la pre¬ 
senza di una spiritualità superiore, la vanità e 
la contingenza delle loro tumultuarie passioni 
o dot loro unilaterali interessi ; l’uomo pratico 
sprezzava il filosofo, ma riconosceva che la pra¬ 
tica come egli si ostinava ad intenderla non 
sarebbe mai diventata filosofia: e il filosofo riu¬ 
sciva a ottenere dall'uomo pratico almeno que¬ 
sta confessione di particolarità e di limitatezza 


t crederci u farne aratro r scopo di se stesso. 
I.'apatia è negazione di mnunità, abbassamen¬ 
to di se stessi, assenza di idealità. Tuo essere 
in molti affettazione di superiorità r pretesa 
di oriyiiuniià, ma a tutta lu mussa di assenti 
c’è. da preferirà gli intolleranti, gli uomini fe¬ 
roci di parte, ptretisi di mito thè non cessai 
Questi prendono /posizione, non fuggono In lot¬ 
ta. Kd è. più limami la malvagità che la vigliac¬ 
cheria. 

Nell’immensità de! mondo dello spinto non 
possiamo predicare l'astensione /per nessuno for¬ 
ma. Ogni modo di attività i legittimo se è 
umano. Onesto r riconoscere una deficienza del 
pro/rrio pensiero, ma non si può disprezutre ciò 
che ci manca. Tale è il rigido senso di respon¬ 
sabilità che ci dà lu nostra fede. 

Piero Gobetti. 

da Energie. Move, 5 maggio 1919. 


dolio sue vedute, cioè- la strada aperta alla 
critica. 

Invece, siamo ora di fronte a una situazione 
affatto contraria a questo glorioso passato e a 
questo dover essere della cultura. Gli scrittori 
sono cessati a poco a poco di essere aristocrazia 
rivoluzionaria o reazionaria, per trasformarsi 
in ossequenti interpreti della collettività ; an¬ 
ziché perseguire arditamente la critica dei mo¬ 
vimenti sociali, si sono posti alla testa di essi, 
o>n la sola preoccupazione di esprimerne e teo¬ 
rizzarne gli interessi, di raffinarne e acuirne lo 
aspirazioni confuse c grezze. La loro indipcu- 
denza dalla vita pratica è svanita, per dar 
luogo a una soggezione quasi servile. Il Benda, 
)> 08 to così (ma non forse cosi distiutamento) il 
problema, ne vedo la principale cagione nello 
sviluppo nuovo che ha preso da un secolo a 
questa parte la «massa», livellando o annicn-' 
landò gli individui. Le passioni collettive, che 
costituiscono l'intima vita della storia, sono di¬ 
ventale universali, coerenti, omogenee; si sono 
rese più semplici c precise, continue c unitarie ; 
e hanno acquistato una preponderanza assoluta 
sulle passioni individuali. Esempi tipici il sio¬ 
nismo, la coscienza di classe non solo del pro¬ 
letariato ma e più ancora della borghesia, il 
nazionalismo e il patriottismo, ('antisemitismo, 
il reazionarismo, l'au tori la ri amo antidemocra¬ 
tico. Queste passioni sono le nuove religioni 
della società contemporanea, e la loro possanza 
supera di gran lunga queBa che oggi rimane 
noi paesi civili alle vecchie religioni positive, 
Implicano c favoriscono un'estrema suscettibi¬ 
lità, un senso delPonorr particolarmente geloso 
e sospettoso, un fanatismo tanto più diffuso 
quanto più umano, se pure tanto meno pro¬ 
fondo quanto meno eroico. Due sono i carat¬ 
teri fondamentali di queste grandi passioni-re¬ 
ligioni l'interesse lemjKirolc e l'orgoglio del 
gruppo che per esse si oppone agli altri grup¬ 
pi e se nc distingue. Né questi caratteri rap¬ 
presentano altra cosa che le leggi naturali del¬ 
l'attività utilitaria, in cui si risolvono tutte 'e 
passioni : la quale implica il possesso di qual¬ 
che cosa (o il desiderio di un possesso) e l'e¬ 
goismo dell’individuo o gruppo verso g’i altri 
individui o gruppi. Solo che qui tal possesso 
(la patria, le tradizioni, la razza: o anche solo 
il potere) e tale egoismo diventano sacri ; la 
passione si acquisisce una sostanzialità supe- 
i individuale ; e l'interesse egoistico sj trasfigura 
in devoziono al sacrificio 

Possiamo accogliere questa analisi delle gran¬ 
di passioni collettive del nostro tempo (essa è 
per altro assai meno originale che non la tesi 
principe del Benda, e per noi è tutt'altro che 
nuova) : ma non possiamo credere clic con ciò 
sia data la base storica sufficiente per compren¬ 
dere {'inversione morale della cultura. Lo pas¬ 
sioni collettive hanno sempre dominato la sto¬ 
ria delle cività umane: se oggi si presentano in 
nuove forme (passioni di classe, passioni na¬ 
zionali), o meglio se oggi certe forme di esse 
hanno compiuto quei progressi e conquistata 
quella preponderanza che si è vista, non vuol 
dire ohe in altre epoche della civiltà non si 
imponessero nella vita sociale altre forine di 
passiouu collettiva, ugualmente generali, orga¬ 
niche, assorbenti- quali furono, appunto, tutte 
lo grandi religioni a cui oggi si sostituice la 
coscienza di classe e il sentimento nazionale. An¬ 
che le religioni sono vissute, nelle folle, come 


incarnazione di attività e tendenze utilitarie, 
di interesse unilaterale e di orgoglio partico¬ 
laristico: anche le religioni h&uno consacrato 
e ipcstatizzato in una realtà trascendente l'e- 
ftpericn&i individuale, hanno fuso le energie 
dei singoli in una coscienza collettiva. L’ob- 
biezione possibile, che almeno la religione por 
lava gli uomini verso una mèta spirituale e so¬ 
prasensibile, mentre il nazionalismo li vincola 
•ignora più alla realtà terrena,-non regge per¬ 
chè di fatto l'«altro inondo» delle religioni (si 
intend; che parliamo dello religioni costituite 
c nel (oro aspetto sociale) non è se non un prò- 
'lungamonto di questo mondo, una soddisfa¬ 
zione dei suoi interessi c una soluzione dei suoi 
problemi. D’altra parte il Benda stesso ha po¬ 
sto accuratamente in luce i caratteri reli¬ 
giosi >* • realistici • doli© pass oni politiche. 
E poi, se proprio sj vuole insistere sopra le dif¬ 
ferenze tra religione c nazionalismo, non vi è 
un altro riscontro antich ssinio a quest’ultimo 
ne) seni mento di razza, altrettanto appassio 
nato e violento, intransigente e orgoglioso, prò. 
motore di odii e di conflitti. La realtà è ohe 
sempre, m ogni momento, gli uomini sono con¬ 
globati da grandi pass’oni che determinano e 
dirigono le loro unità storiche si tratti della 
razza o delia religione, o della classe sociale 
e della patria, la s tuaziono generale c normale 
è sempre la stessa. I) mutamento è dato solo 
dal fatto che una pASs.onc prima sporadica, 
occas onalc o subordinata alle altre si allarga 
c si fa strada fino al primo posto, rovesciando 
tu Gerarchia dei valori sociali ma non modifì. 
candonc la sostanza. 

Comunque sia, è certo che l'attegg amento 
• i clercs è mutato, da un secolo a questa par¬ 
li. Prima essi avevano come punto d'appoggio 
unico e autonomo la teoria, la critica, il pen¬ 
serò per cui la loro individualità si differen¬ 
ziava dal grigiore confuso e dalla propulsione 
volontà dc'la massa: andavano così contro, li- 
beramrnto, ai più radicati idoli della coscienza 
collettiva, e si assumevano coraggiosamente le 
funzioni di demolitori e di flagellatori dei 
monstre incombenti sull'umanità. A parte le 
eccezioni non trascurabili ma nemmeno essen¬ 
ziali, no» si vuol dtre con ciò che la gente di 
lettere fosse di necessità o d’abitudine inna¬ 
morata dell'mpopolarilà ma cho anche quan¬ 
do per avventura si trovava d’accordo con la 
moltitudine, si trattava dì una semplice coinci¬ 
denza tra la raffinata opera del pensiero e l’im¬ 
pulsivo progresso della passione. Il pensiero 
cercava costantemente di precorrere, corregge¬ 
re, limitare le passioni ; costituiva un mondo 
diverso e, per vero, un potere spirituale di- 
stinto r opposto al temporale. Nacque così la 
vantata e non illusoria signoria della penna 
sopra la spada, e gli scrittori salirono in fama 
di onnipotenti, la cultura acquistò il privi¬ 
legio della purezza e dr’l‘idealità. In panico- 
co’are poi verso le passioni poltiche, ancora in 
sul nascere, gli scrittori manifestavano un sa¬ 
piente dispregio, proclamando che per nessun 
tesoro al mondo avrebbero abbandonato allo 
oseure incertezze delle umane pasioni la pro¬ 
pria sacrosanta libertà. I loro giudizi e le loro 
az ohi erano inspirati da una giustizia ideale, 
che liberamente coincideva o discordava con 
le tendenze collettive. 

Per contro, a partire dal nazionalismo te¬ 
desco del 1813 Anzi dalla sua proclamazione nei 
celebri Discor* del Fichte, gli scrittori hanno 
ora fallo proprie le passioni politiche, sono di¬ 
ventati patroti e xenofobi, e hanno introdotto 
le divisioni di nazionalità nell’arte e nella 
scienza, che sono per loro natura universali. 
Non solo: ma Alle passioni politiche hanno dAto 
il giovamento non trascurabile di convenienti si¬ 
stemi dottrinari; «esaltano l’attaccamento al 
partii olmo, indeboliscono il sentimento deU'uni 
nvierzalv • ; esultano Vintoressc per la pratica, in- 
de boli scono l’amore dello spirituale ». L'antica 
cultura, da Platone a Kant era universalistica 
«• umanitaria, mirando * ciò cho nell’uomo vi 
è ili e.emù e d. essenziale; la cultura contem- 
poraiic.-i invece si è data a perfezionare For- 
gol o particolaristico delle nazionalità (a cui 
neppure la Chiesa cattolica osa p.ù rosilere), 
c persino della classe, Barre» è in sostanza sul¬ 
lo stesso piano di Sorel. La morale si trasfe¬ 
risce su fondamenti unilaterali e militar , e vi 
fortifica con il dispregio; l’empirismo, il prag¬ 
matismo, il bergsonfsmo, lo storicismo trasci- 
nano l'assoluto nella polvere del tempo u della 
contingenta, confermando il laico nella sua fer¬ 
ma fede «que le réat est seni considérable». E 


nessun Bonifacio è più in grado di lanciare una 
nuova Ciri ìris laicys: i chierici si affaticano 
anzi per accontentare i laici con nuove con¬ 
cessioni. Cosi hanno santificato lo Stato forte 
e autoritario, rinnegando la loro tradizionale 
battaglia per lo Stato giusto; hanno sotto¬ 
messo la Jjga alla spada; hanno consacrato 
con la pred i-azione e la moralizzazione il rea¬ 
lismo politico. La Chiesa ha approvato la guer¬ 
ra ; e Sorel ha approvato i giudici che condan¬ 
narono Socrate. Si sono giustificati, propu¬ 
gnati, esaltati i valori economici, il sentimento 
dell’onore, il coraggio o la durezza, la volontà 
di potenza, gli atleti e i plutocrati. Si sono 
sistematicamente umiliati i valori conoscitivi di 
fronte ai valori pratici. La »trahison des clercs» 
è cosi compiuta 

Mi pare evidente che il paradosso del Ben¬ 
da, pure svolgendosi con logica coerenza, non 
stringe tra 1 © sue maglie il nodo della questio¬ 
ne. Se le cose fossero semplicemente cosà come 
egli le presenta, avremmo diritto a parlare di 
uu vero c proprio tradimento 1 Poiché so la 
questione non riguarda, almeno n primo luo¬ 
go, l’attività poetica e teorica degli scrittori, 
ma le loro relazioni critiche e pratiche col mon¬ 
do della pratica, non si vede corno differisca 
l’odierno comportamento di tali relazioni verso 
lo passioni dominanti da quello che fu, per la 
grande maggioranza dei clercs, in tutti i tem¬ 
pi. Sono mutate le passioni dominanti: ma gli 
«scrittori* del Rinascimento, del Medio Evo 
e dell’antichità classica, che mostrano così pie¬ 
na c spregiudicata libertà per i sentimenti di 
classe e di narono, aderivano però alla reli¬ 
gione o al'a coscienza di razza o certo ideo 
corali dell «-pòca o del- paese loro nelló-zsoaso 
modo che oggi j loro confratelli al classismo o 
al nazionalismo. Lo spregiudicatissimo Socrate 
era tuttavia un «elleno» dispregiatore dei bar¬ 
bari e un odiatore di tiranni ; e Gesù non vol¬ 
le morire per la redenzione degli umili e degli 
oppressi, anzi per la redenzione dell’umanità 
intere, cioè per una passione 1 La realtà sto¬ 
rica sembra |>ertanto essere stata prevalente¬ 
mente questa, per gli antichi come per i mo¬ 
derni adesione più o meno condizionata alla 
passione dominante, critica delle passioni se¬ 
condarie e non dominanti. Ci sono, è vero, gli 
eterodossi : da Democrito, Epicuro e Pirrone a 
Bruno e Montaigne, Voltaire e Rousseau. Ma 
essi in genere si orgono contro una vecchia pas¬ 
sione per una nuova passione che presentano » 
profetizzano, c risotto alla quale souo già ade¬ 
renti e mancipi. Ci sono gli scettici: ma per 
quanta sia la loro importanza, vorremo ridur¬ 
re la storia della cultura alla storia dello scet¬ 
ticismo 1 Dice per altro il Benda, quasi a sal¬ 
vami da questi impicci, che la passione domi¬ 
nante a cui gli scrittori aderiscono finisce per 
viziare profondamente la jioesia e la teoria. Er¬ 
rore di un intellettualista i-onv nto, di uii voi- 
tairiano perfetto: poiché se la poesia è vera¬ 
mente poesia, e la teoria è veramente teoria, 
esse vincono e dominano qualunque passiono 
idealizzandola v obbiuttivandola ; e se a ciò non 
riescono, c la passione resta passione anche nel 
verso o nell'argomentazione, vuol dire che non 
siamo davanti Ai veri efrres, ma ad uomini che 
si servono della penna per dare sfogo o inci¬ 
tamento allo passioni : il che evidentemente non 
si può proibire 

Il nodo del- problema è un altro, che il Ben¬ 
da talora intravvede, ma sempre si lascia sfug¬ 
gire. Il nodo sta nella libertà morale con cui 
lo scrittore, qualunque sia il genere dei suoi 
rapporti spirituali con il tempo suo, (ione a sè 
stesso La responsabilità di prendere posizione 
nel moudu della pratica e conserva ed esercita 
con grande scrupolo la sua capacità di distin- 
guere valori dai fatti, l'universale dal parti¬ 
colare, la poesia e la filosofia daU’azione. Il che 
si traduce effettivamente nella possibilità di 
reagire al volgo, di criticare le tendenze della 
moltitudine, di correggere o di ribellarsi ma 
non implica neccssariainento che si debba «an¬ 
dar contro corrente». Di necessità è richiesta, 
invece, quell’indipendenza di giudizio che solo 
può dare il pensiero, c in cui sì sviluppa la 
libertà spirituale. Ora è certo che questa in¬ 
dipendenza e questa libertà oggi tendono a 
svanire, e che il «chierico» muta troppo sovente 
atteggiamento o opinioni per il mutare del 
vento politico da una passione all’altra. Qui 
sta il tradimento, nell’aver mancato e nel man¬ 
caro degli scrittori ai loro doveri verso sè stes¬ 
si. I quali doveri si risaltano tanto (auto nel- 


Tradimento degli scrittori 


Png. 6 


IL BARETTI 


l’essere contrari quanto noli'essere favorevoli 
allo tendenze preponderanti nella vita, purché 
si stia prò o contro per ragioni proprie e d'in 
dolo spirituale, in seguito a una libera e re¬ 
sponsabile decisione. Se il critico francese avesse 
raggiunto una posizione di tal genero, la sua 
polemica sarebbe riuscita, io credo, più prò* 
fonda e più tagliente. 

Questa insuflìcienza del Benda rispetto al 
suo problema appare ancora più netta quando 
egli si volge a studiare le cause dol fenomeno 
da lui studiato. Prima, se non primissima, cau¬ 
sa è che il mondo moderno ho fatto dello scrit¬ 
tore un cittadino, sottoposto a tutto il com¬ 
plesso dei doveri sociali, e lo ha costretto alla 
lotta por la vita. Ne viene, di conseguenza, un 
naturale e.abbastanza sincoro attaccamento del¬ 
l’uomo'di lettere per la sua nazione e per la 
Bua classe, cioè per lo loro passioni. In secondo 
luogo possono molto nollo dotorminazione del 
suo modo di vedero o dj agire l’ambizione di 
avere anche lui un posto nel mondo e un’azio¬ 
ne politica, la necessità di accordarsi con i gu¬ 
sti « lo esigenze della collettività (o meglio delle 
classi dominatrici) por agevolare o rendere più 
rapida la propria ascesa vorso La gloria, infine 
la formazione di una borghesia dei letterati o, 
se si vuole, rasaimilaziono doi letterati da par. 
te dèlia borghesia. Ragioni di natura più in¬ 
trinseca sarebbero la crescente propensiono de¬ 
gli scrittori verso un caratteristico romo fi ti* me 
consistente nella preferenza por ciò che può far 
colpo, effetto, impressiono sulla massa dei let¬ 
tori ; il diminuito amore e interesso per la cul¬ 
tura classica, grande educatrice dell’intolligcn- 


Vi.ncenzo Gerace. • Lei trudiaione e la moder¬ 
na burbarie. - Prose critiche e filosòfiche. • 

Foligno, Campitelli, 1927 

I segni d’una polemica anticrociana, tanto 
più acre e testarda quanto mono ricca d’argo¬ 
menti solidi o decisivi, sì fan di giorno in giorno 
più frequenti. E come non ò possibile vedorc 
in ossi il principio, anzi neppure il presagio, 
di un rinnovamento o progresso delle dottrine 
estetiche, così anche d’altra parto sarebbo er¬ 
rato giudicarli solo corno il risultato d’una in- 
sofferenza più o men diffusa verso corti modi 
di critica teorizzante c sommaria, la quale, pur 
essendo piuttosto de' discepoli che del Maestro, 
si suol chiamare cosà all'ingrosso crociana. Que¬ 
sta reaziona contro i dottrinari inesporti do 
gli uomini di gusto sensibile e raffinato, c’è an¬ 
che, o Imeno c’è stata, in altri tempi ai tempi 
di Serra, per esempio. Ma non è ossa soltanto 
oggi, anzi non è essa quasi per nulla, ad inspi¬ 
rare i fervori polemici, Io improvvisate ideo¬ 
logie, i programmi risonanti d'un fragile e ca¬ 
duco clangore. 

Più spesso è facile riconoscere ut queste av¬ 
visaglie qualcosa di già superato e di vecchio, ri. 
chiamato ad effimera vita dall’ardore confusio¬ 
nario dei dilottanti. Vero è che molti, nonché 
procedere innanzi e porre nuovi e più alti pro¬ 
blemi, non son riusciti ancora ad impossessarsi 
in modo pieno e definitivo neppur di quelli po¬ 
sti già e risolti dal Croce. 

O ne hanno accolto soltanto in parte i prin¬ 
cipi^ accanto ad altri più vecchi o contrastanti, 
c non hanno potuto mai più ristabilire un equi¬ 
librio qualsiasi nella loro mente sconvolta. Ov¬ 
vero, come è il caso dei più, son rimasti tuttora 
alla prima Estetica, incapaci dj tener dietro 
al ponsiero attivo e progrediente del Maestro, 
o hanno inteso quasi semplici sviluppi o corol¬ 
lari d’un sistema già compiuto in sè cd immu¬ 
tabile quei ''Jfitovi raggi ette!tei, noi quali in 
roaltà quel sistema vien superato e forse in 
qualche modo negato (so non altro nella sua a- 
strattezza appunto sistematica) e nuove vie so¬ 
no aperte all’indagine speculativa. 

Accade così talora che, per un malinteso a- 
morc del nuovo e una ben naturalo insofferonza 
d’un insegnamento alto c difficile e sovero, si 
accolgano con segni di giubilo corte diatribe an¬ 
ticrociane, nelle quali la persona acoorta non 
fatica a disccrnero i cadaveri spolpati di vecchi 
sistemi, rivestiti e camuffati secondo l’ultimo 
figurino della moda. E si pensi, per fare un 
esempio, al chiasso festoso, onde fu salutata al 
suo apparire da’ nostri letterati una smilza o 
timida prcfazioncella dell'Ojetti, nella quale al- 
cuni credettero di veder senz’altro gli albori 
d'un'età nuova e, chissà, più facile. 

Cosi anche oggi, da parto di certi valentuo¬ 
mini del nostro mondo letterario, s’ò fatta .» 
queste prose critiche o filosofiche del Gcracc una 
accoglienza festante, troppo supcriore ai meriti 
di esse. I quali però non vogliam dire già eh** 
manchino del tutto. 

E' certo per esempio che il Gernco non è mosso 
a queste discussioni da uno spirito di vanità o 
dal bisogno di difendere una cultura già fatta 
o comunque superficiale. Chò anzi non è diffi¬ 
cile sentir nelle sue pagino gli echi d'un tor¬ 
mento lungo e laborioso. E persino quel calore 
rozzo e scortese ch'egli porta in queste dispute 
teoriche, di solito così cauto o gentili, in appa¬ 
renza almeno, ci pare un buon segno della sua 
innocenza ed ingenuità. 

Occorre riconoscere inoltre che il Geraoo ha 
sentito intensamente i problemi che più gli 
stanno a cuore, cho son poi quelli, davvero fon¬ 
damentali ed attualissimi, doi rapporti interce¬ 
denti fra l'arte in quanto forma pura e il con- 


za critica c di un sano senso dulia misura ; da 
ultimo, il sostituirsi dvll’aniorc per le sensa¬ 
zioni nuove <• dol culto estetizzante della sensi¬ 
bilità allo spirito critico e al culto doU’intel- 
letto. Fatti, senza dubbio, elio corrispondono a 
una realtà storica effettiva (so pure per alcuno 
di essi si potrebbero faro ovidonti riservo); ma 
nessuno dei quali, dato appunto il loro carat¬ 
tere «storico» o cioè, in un certo senso, inelut¬ 
tabile, può darò ima spiegazione di quello che 
è invece un problema tutto morale e (li libera 
responsabilità. 

Quel che più è curioso, il Benda non con¬ 
clude con una definitiva protesta contro la chi¬ 
na pericolosa che così ha preso il mondo intel¬ 
lettuale, e con un richiamo vigoroso di questo 
mondo ni suoi maggiori doveri bensì con una 
visiono Apocalittica delle magnifiche e progres¬ 
sive sorti dj un'umanità intonsamente orga¬ 
nizzata e potenziata dalle sue grandi passioni, 
cho la porteranno a compiere fatti così straor¬ 
dinari da rendere trascurabile il valore del sa¬ 
crificio di Socrate c di Gesù. Non si riesce a 
capire come una conclusione di questo genere 
possa accordarsi con la tesi della ■ trahison des 
clercs». O forse essa contiene una nascosta iro¬ 
nia che non riusciamo a penetrare. Noi, più 
pessimisti, riteniamo sempro più grave il pe¬ 
ricolo che minaccia nel secolo nostro la vita 
stessa dcirintell/genza e della critica: ma poi¬ 
ché anche pensiamo cho il pericolo non inte¬ 
ressi soltanto le sorti degli scrittori, ricaviamo 
da] nostro pessimismo un più valido richiamo 
alle leggi e ai doveri della cultura. 

Santino Cakamo-la. 


tenuto intellettuale e morale che ricevo da essa 
la sua espressione, fra la poesia o la cultura dol 
poeta, fra l'oste tira c l’etica, e inoltro, in un 
secondo tempo, della possibilità di rispettare e 
riassorbire, sia pure in forma nuova e moderna, 
i vecchi e sempre rinascenti schemi della poetica 
classica, imitazione, retorica, problema della 
lingua, stile. A questo proposito anzi il Gerace 
ha scritto pagine intelligenti ed argute, che at¬ 
testano, oltreché una lettura attenta o proficua 
dol Croce, anche l’alta coscienza ch'egli pos¬ 
siedo dell'arte sua. E là dove egli insiste su 
«quella indefinibile, ma realissima cosa, che ò 
la serena e luminosa consapevolezza o sorve¬ 
glianza che lo spirito ha de' suoi fini e de’ suoi 
moti, pur durante l'oscuro e travaglioso pro¬ 
cosso creativo dell'arte», oppure dove indica per¬ 
spicuamente i limiti entro i quali può anche 
oggi accogliersi o riuscire utilissima Limitazioni 
doi c’assici, ovvero offro una definizione sia 
pure provvisoria e non filosofica del concetto di 
stile, o ancora difende l'onesta retorica degli an¬ 
tichi scrittori, o sottilmente discute, servendosi 
di ragioni per altro desunto tutte dal Crocq, la 
teoria estetica del Tilgher fondata sul concetto 
doll'originalità credo che ben pochi, oggi, vor¬ 
ranno rifiutargli il loro consenso. 

E veramente fin qui, pur tra osservazioni a- 
cutc e ragionate non senza eloquenza, non v'è 
proprio nulla di strano nò di nuovo. II Gerace 
riecheggia quell'ansia, ancora un poco goncrica, 
verso un'arte classica dj spiriti o di formo, che 
è oggi por dir così nel cuore di tutti. 

Sononchè poi egli s'avventura per strade 
più difficili e malfido, e sj sforza di presentare 
deduzione filosofiche originali e profonde. Ma 
qui, su di un terreno che non é il suo, egli si 
muove alquanto a disagio: non diremo come 
l’uomo di villa tra gli splendori aurei ed in¬ 
cantati d’un ricco palazzo, ma — se più gli 
piace - come un gran signore inesperto tra gli 
strumenti misteriosi e fragili d’un gabinetto 
scientifico. Il suo cammino ò pieno d'incertezze 
e d’errori, ch’é troppo facile, cd anche inutile, 
rilevare. Ogni studioso di cose filosofiche sa, per 
esempio, che il Croco non a’c mai sognato di 
descrivere il momento spirituale dell’arte come 
assoluta immediatezza o naturalità, ché altri¬ 
menti essa sarebbe stata per sè anteriore ed 
estranea alla vita dello spirito, della quale in¬ 
vece c aspetto primo cd eterno: e pertanto la 
paura messa innanzi dal Gerace cho, «posta 
questa naturalità dell’arte, non c’è modo di 
giungere alla sua, altrettanto reale ed indubi¬ 
tabile, eticità», non ha ragion d’esistere, pog¬ 
giando su di un falso intendimonto della dot¬ 
trina crociana. Allo stesso modo è affatto ar¬ 
bitrario incolpare Croce e la sua estetica dello 
vio seguite dall’arte c dalla poesia italiane con¬ 
temporanee, e trovare nella teoria deU'intui- 
zione l’origino del frammentarismo decadente e 
futurista: quando invoco Croco ha sempre o con 
cautela fissato j limiti cho l'ispirazione poetica 
incontra nolla tradizione letteraria e linguisti, 
ca, sia pure per superarli, cd ha quindi posto 
primo le basi d'ogni critica di quelle risonanze 
estreme del romanticismo italiano cd europeo. 
Nò Croce poi ha mai voluto mettere fra l’in¬ 
telletto e l'arte quell’abisso orrendo ed incol¬ 
mabile che il Gerace par credere. E non sarebbe 
difficile anzj dimostrare che quando il nostro 
autoro s'atteggia a paladino dcll’iini>ortanza 
dell’elemento cosciente e razionale nolla poesia, 
egli non fa che riecheggiar inconsnpovolmento 
gli insegnamenti più chiari ed espressi dol mae¬ 
stro napoletano, per il quale l'arte è appunto 
razionalità. Queste ed altre cose semplici ed ov¬ 
vie si potrebbero contrapporre allo violento o 
rudi argomentazioni dol Goraco, volendo rima- 
noro nel rampo della pura filosofia. Cosicché alla 


fine In «disperata tragedia» dol poeta contem¬ 
poranco non resta dall’apparirci alquanto co¬ 
mica perciò che essa è, se mai, tragedia di un 
individuo solo, il Gerace, o non si capisce bene 
come |>ossa incorrere in errore così gravo o gros¬ 
solano chi ha saputo chiaramente indicarne il 
pericolo. 

Ma non in questo punto di visto astratta- 
monte filosofico vorremmo insistere, c neppur 
molto ci attrae la passione polemica del nostro 
autore, così pesante o scoperta. Piuttosto ò no 
atra intenzione esaminare quest'opera conio quel, 
lo che essa è dj fatto, vogliam diro un docu¬ 
mento, fra i molti, dello spirito letterario dei 
nostri tempi. E a questo proposito vorremmo 
additare la profonda, so pur ascosa, contrad¬ 
dizione, che percorre viziandolo tutte questo 
pagine o cho morita d'esser rilevata, in quanto 
essa non è del Gerace soltanto bensì dj molti 
uomini e tendenze della nostra letteratura con¬ 
temporanea. 

Infatti a tutta prima il Geraco si mostra pa¬ 
ladino della tradizione letteraria da restaurare, 
intesa come un insieme di valori puramente 
formali o retorici o addirittura linguistici c per 
questo lato ogni lettore non avrà difficoltà a 
riconnuttere i propositi di lui a quelli di pa¬ 
recchi movimenti d'avanguardia a tutti noti, 
Propositi in parte giustissimi, quando di essi 
si faccia un uso tutto pratico, o anche pole¬ 
mico, contro i futuristi o crepuscolari e lirici 
puri, ma per altro verso affatto insufficienti nel 
campo teorico. Chò so poi, oltre ad un’esalta¬ 
zione e di tesa del Leopardi e ad un elogio elo¬ 
quente della prosa aulica del nostro Cinque¬ 
cento, quei principii neoclassici non giungono 
ad ispirare al Geraco so non questa sua nuova 
prosa, imitata sì, o con quanta fatica forse, 
da quella degli scrittori del maggior secolo, ma 
come appesantita, ahimè, da tanto formo ridon 
danti prolisse gonfia ride volinoti te solenni di 
stile pretto meridionale: allora, quei principi! 
noi siam tentati di considerarli, non puro inu¬ 
tili, bensì addirittura deleteri. 

Si-nonché il Geraco, clic lm come abb:nm visto 
ambizioni filosofiche, nou s’accontenta di sif¬ 
fatti propositi meramente esterni e pratici, e 
vuol fondare il suo classicismo su basi teoricità 
più salde. Ma, non avondo comproso la dottrina 
di Croce e crodondo di poter vedero nell'Este¬ 
tica di quello preparati c legittimati tutti i 
modi dolla moderna decadenza e odiando la de¬ 
finizione della poesia come pura forma, cerca la 
salvezza in un concetto, che anche a lui ap¬ 
pare del resto incertissimo, in una specie di 
adeguazione cioè della forma non ad un conte¬ 
nuto qualsiasi, bensì ad uno determinato, cho 
potremo definire, fra gli altri, più ricco, alto, 
profondo o corno a’trimonti si voglia. Siam ri¬ 
tornati insomma, in altre parole, ad un’assai 
vecchia confusiono dell'arte con la scienza e la 
filosofìa. E invero quando sentiamo il Gerace 
parlare in tono profetico di «queirindistinto 
divino d’ogni facoltà, cho è l'espressione dello 
spinto nella sua realtà più profonda» ci par di 
vedere d’ogni lato riaffacciarsi i nostri buoni 
padri romantici. E che cosa diremo poi leggendo, 
fra molte altre simili, frasi come lo seguente: 

• E questa rivelazione dello Sp rito a se stesso, 
corno inscindibile Totalità « Unità, che cosa è 
se non l’atto dello stesso Pensiero clic apprende 
se come l’oggetto e a se stesso si rappresenta: 
se non la stessa Filosofia in quanto è, a un 
tempo o nell’identico atto, Poesia?» 

Mio Pio' certe maniere urbano e sostenute, 
faticosamente apprese da’ nostri classici, ci a- 
vevano a tutta prima impedito di riconoscere 
appieno il nostro personaggio, ma qui la ma¬ 
nta caratteristica di certa gente meridionale, 
rivolta tutta alle ricerche metafisiche, o meglio 
n quel che di più vuoto e gonfio o retorico si 
incontra persino ncglj studi di filosofia, apparo 
in piena luce, scoperta. 

Chi vuol persuadersi di questa diugnosi, .» 
proposito del Gerace, può andare a leggere lo 
patetiche ron/estioni d'un reazionario ai prin¬ 
cipii della moderna filosofìa posto in fine al 
volume, o anche, armandosi d'un corto corag¬ 
gio, la Stona ideale deV'lo c'ivi particolare ri¬ 
guardo (dia natività e alla natura dell'arte. 
Nella quale troverà un primo momento della 
tesi, e un secondo dell'antitesi, o poi uatural- 
mente un terzo della sintesi, quindi una serie 
di riprove: psicologica, filologica, logica, etica; 
e'infine, se Dio vuole, un epilogo il tutto e- 
sprcsso in quel bello stilo turgido nebuloso e 
solenne, caro a corti vecchi buoni hogcliani di 
scuola napoletana, cui tutti fanno tanto di cap¬ 
pello alla lontana, ma nessuno ha più il corag¬ 
gio di leggere. 

Fuor d’ogni scherzo, è ben certo che l’intel¬ 
lettualismo estetico hegeliano e romantico ri¬ 
torna nei solenni paludamenti di questo difen¬ 
sore delle tradizioni classiche cd italiche. Questa 
semplice osservazione sarebbe bastata 9ola a de¬ 
molire tutta l'impalcatura del novello fragile 
classicismo. E infatti una chiara consapevolezza 
ed un vero rispetto dolio tradizione letteraria 
non posson trovare il loro fondamento in sif¬ 
fatte sublimi confusioni dello diverso attività 
spirituali, bensì piuttosto in una chiara distin¬ 
zione c definizione della poesia, o in una deter¬ 
minazione precisa dei rapporti fra la critica, lo 
lettere e le arti. 11 che è quanto dire che, pur 
lasciando impregiudicato il futuro, noi non sa¬ 
premmo per ora trovare, ni nostri formi pro¬ 
positi di classicismo, fondamento più nobile e 
saldo che non sia la dottrina o la pratica dol 
Croco. Natalino Sai-eono. 


Ottimismo 

e autoincensamento 

lìti scrittori del Barctti, dunque, murine a 
tir• utdetto Croce, agli scrittori di Pietre, « Giu¬ 
seppe Sciar li no, autore di ■ Esperienze anti¬ 
datinoli rione •, sarebbero, secondo Malajmrte, 
r rappresentanti d, un pericoloso pessimismo, 
singolarmente contrastante con /'ottimismo, che 
è nei migliori dell'età nostra e che li riempie 1 
di fiducia nell'opera propria passata C futura. 
Dubbiamo dunque alla Difesa doli'ottimismo 
upjnrre la nostra Difesa del pessimismo, //una 
può essere così legittima ionie l'altra: pondiè e. 
pessimismo ed 0 /fmnsmo /tossono egualmente 
essere sproni efficaci ul l’opera re ed egualmente 
sottili insidiatori e consiglieri di inerzia ’; qual¬ 
cuno soltanto /Hitrcbbc osservare che più peri¬ 
coloso ? forse per questo rispetto il jki fiuto e 
sorrìdente ottimismo, d quale sotto la sua pla¬ 
cida e sana apfxzrcnza meglio nasconde il male 
che pure reca con si. La scelta dell'uno o del¬ 
l'altro come, guida può dipendere soltanto dai 
temperamenti o dai gusti: forse chi fa profes¬ 
sione di critico, come gli scrittori del Barctti, 
propenderà maggiormente verso un cauteloso 
pessimismo, e chi invece si professa creatore 
propenderà più facilmente verso il suo con¬ 
trario. 

Ma non crediamo di dover portare la que¬ 
stione su quei termini, così solenni : il contro- 
sto, se ri è, è riducibile a ternani più modesti, 
ri termini di costume, di educazione, o, se a 
Mabiparte piace, d% tradizione. Vi è infatti nei 
più dei letterati d'oggi una tale abitudine di 
auloineentanunio, una tale soddisfazione pei* 
la grandezza letteraria della jxitria (che M'in¬ 
tende, è luti'una cosa con la propria grandez¬ 
za'), che non resta a ehi voglia serbare la pro¬ 
pria indipendenza di giudizio se non opporre 
una naturale diffidenza. Quando gli autori di 
qualche pagina più o meno felice si abbando¬ 
narono a tanto rumoroso entusiasmof Quando 
di una semi-idea, balenata un istante al loro 
cervello, la Controriforma ad esempio, o Stra¬ 
paese o Stracittà, fecero un cosi clamoroso ves¬ 
sillo! Il Barelli di fronte a un popolo di scrit¬ 
tori • pieno di tante fortune », cosi beatamente 
soddisfatto di sè, è costretto a chiedersi se tan¬ 
ta fretta nel lodare l'opera propria (poiché è 
evidente che quando questi scrittori parlano 
dell'Itali», pensano sopratutto a sè stessi) non 
venga dalla preoccupazione segreta, che di essa 
ben fioco potranno dire gli uomini che verran¬ 
no, se l'elogio cosi rumoroso del nostro tempo 
non miri <i 3upjdtre quanto di esso non diranno 
te età avvenire. La stesso fiducia, insomma che 
tanto piace a Mulaparte, così ostentata, ci fa 
inclinare, se vogliamo usare i suoi termini, più 
verso il pessimismo che verso l'ottimismo, nei 
giudizio che formiamo intorno all’odierna let¬ 
teratura . e tate giudizio ri conferma, non 
tanto la scarsità di opere veramente belle e s» 
gnificative, quanto la serietà con cui sono ac¬ 
colti i jnù poveri r vacui movimenti di idee a 
di pseudo-idee, ì più modesti esercizi di scrit¬ 
tori novizi. Gl i stessi elogi rumorosi del tempo 
nostro n inducono a riflettere su quanto an¬ 
cora manca ai lettori e agli scrittori d’Italia, 
a constatare il tropjio forte contrasto tra quelle 
grandi parole e la realtà letteraria di oggi: tra 
i più anziani, sopravvissuti al meglio dell'o¬ 
pera propria e i giovanissnu, che non possono 
dare se non buone speranze, quanti hanno dato 
qualcosa di veramente notevole nel campo del¬ 
l’arte, t/ella critica, della storiat 

Ma più ancora ei rende pensosi il fatto che 
quegli elogi contrastano stranamente col tono 
'/egli scritti, che accompagnarono in altri tem¬ 
pi le più grandi fioriture delle lettere itediane; 
non tanto niv- più recenti anni trascorsi, dì cui 
pirla Ma/apirte, quanto in tempi ben f>iù re¬ 
moti, fu proprio degli italiani il giudizio se- 
vero, fino quasi all'ingiustizia, di sè mede¬ 
simi: nè forse gli italiani furono mai tanto 
grandi come quando giudicarono sè stessi e le 
cose, loro con tono più vicino tlt pessimismo che 
all'ottimismo. Ililegga Malaparle la Frusta Let¬ 
teraria, il Caffè, il Conciliatore, e » giudizi non 
indulgenti sugli scrittori e sui lettori dì quei 
tempi: rilegga /'Orazione inaugurale tli Ugo 
Foscolo e le domande incalzanti sulle troppe 
deficiente (leda letteratura italiana. Eppure la 
età compresa entro le date di quei giornali fu 
una delle piò grandi e certo la più europea 
della Letteratura nostra; nè saltanti si Fiderò 
nello ajkszìo di fiochi decenni capolavori insi¬ 
gni, ma una folla di scrittori minori, ina un 
interessamento per la letteratura e gli studi, 
errto non ostacolato, ma favorito dal a pessi¬ 
mismo » degli scrittori di quei giornali. 

Eenonehè, H pessimismo e l'ottimismo, il Ba¬ 
relli c Giuseppe S rior ti no sono stali per Mala- 
jmrte soltanto un pretesto per sfogare l’ardore 
suo combattivo, che. da un pezzo cerca contro 
qiscsto o quell'avversario lino sfogo senza mai 
poterlo trovare •■omplctou anche se, come è per 
tl casi nostro, "li • «i v so l avversa ’O, modò 
cortesi, dì cut gli siamo grati. Ma il bravò 
Gurzio, e i lettori se ne sono accorti, ha bi¬ 
sogno di un avversario e non riesce a trovarlo 
intorno a sè; e questa mancanza (li avversari di 
cui soffre uno spirito pugnace come il suo non 
è forse un indizio delle condizioni non troppo 
Ulivi delle lettere nostret 

Il Baketti. 


Neoclassicismo romantico 



BARETTI 


Pag. 7 


I L 


Panorama della letteratura, dell’arte 
e della critica d’oggi 


t. - La malattia del cerebralismo 

Il carattere prevalente doli'arte di oggi è — 
corno sempre nollo età povere di fantasia o ric¬ 
che di pensiero — il cerebralismo. Pittori, scul¬ 
tori, poeti, romanzieri, più consci che nel pas¬ 
sato delle esigenze dell'arte, attenti a ciò eh? 
si fa aircstero, pronti ad afferrare a volo ogni 
venticelli» che dia speranza di rinnovar l’aria, 
incerti tra il vecchio o i Inuovo, discutono più 
che non lavorino e, anziché dipingere o scol¬ 
pire o far versi, fanno dello teorie, o meglio del¬ 
lo polcmicho, coi colori, coi marmi, con i ine- 
tri. Sopratutto, anziché abbandonarsi libera¬ 
mente alla naturalo disposizione deU'animo, 
vanno cercando ciò che posa» apparire nuovo cd 
originale, dimentichi che la vera originalità con¬ 
sisto nel raggiungimunto della vera arte. 

Questo concettualismo, unito alla smania del 
nuovo, è la caratteristica di tutti i periodi di 
decadenza. Trionfa nella letteratura alessan¬ 
drina, si ritrova in quella romana del busso im¬ 
poro, torna fuori nel tardo Rinascimento, rag¬ 
giunge tipiche manifestazioni nell'età barocca. 
Il segno di riconoscimento ò il prevalere delle 
abilità formali sul contenuto: la veste sfarzosa 
che ricopre lu miseria di un corpo in consun¬ 
zione Manca l'uomo, l'umanità. Tutto cervello 
c niente cuore. In questo senso, sarebbe giusti¬ 
ficato pienamente un odierno ritorno dell’arte 
accademica ; perché é proprio lo spirito acca¬ 
demico, nel suo significato di superficiale abi¬ 
lità, quello ohe vorrebbe dominare oggi, con 
gran gioia dei barbassori. 

La prosa arcicruschovole dolio cicalate, trite - 
rane , in cui si compiacevano i contemporanei, 
c più i discendenti, del Borni o del Lasca, è 
tornata in onore. In quello stile é stata scritta 
recentemente la famosa lettera dannunziana al 
Coppedè ; in quello stilo é tutto il Soliloquio 
mutiti poesia che procede le ultime liriche di 
Giovanni Papini ; in quelio stile — benché più 
popolaresco — polemizzano in prosa o in versi 
Malaparte, Maccori o tutti i sedicenti «Strapae¬ 
sani». Sull'imitazione dei berneschi del Cin¬ 
quecento il Baldini ha creato, qualsisia, la sua 
fama. G pazienza, quando quello stilo è usato 
con nerlx», o almeno con garbo ; ma il mal© è 
che, piano piano, tutto il- gregge dello pecore 
comincia a belare in quel modo, con una unifor¬ 
mità straziante. E qualcuno, dontro certe pro¬ 
sette cachettiche e cincischiate, vorrebbe tro¬ 
varci il tragico 9Ìllogizzaro del Leopardi!... La¬ 
sciamo andare. 

2. - Da Carducci al Dadaismo 

Di questo cerebralissimo non é difficile trova¬ 
re l'origino nella letteratura della generazione 
passata. Il Carducci, uomo tutto sangue e mu¬ 
scoli, d'idee semplici ma fortemente vissute, 
chiude il periodo dol movimento artistico-uma- 
no di carattere nazionale ; subito dopo di lui il 
Pascoli, il Fogazzaro e il D'Annunzio aprono 
la via alla decadenza, ponendo i germi della du¬ 
plice malattia che esploderà noi primo quarto 
del nuovo secolo. Il Pascoli col suo concettismo 
che sposso gli offusca la freschezza dell'ispira¬ 
zione; il Fogazzaro passando dalla serenità di 
un vorismo manzonianamente saporito allo com¬ 
plicazioni d’un erotico misticismo; il D’An¬ 
nunzio col retorico amore della bella forma, che 
ha del barocco non solo nello sfarzo coloristico, 
ma anche nel motivo sensuale e nell'evidente 
ambizione di susciterò nel lettore, secontesca- 
mcnto, la «maraviglia». 

Il pacifismo neghittoso dei primi anni del se¬ 
colo accelera il processo di decomposizione fa¬ 
cendo svanire ogni entusiasmo e afflosciando gli 
nnimi in un'amara o ironica rinuncia ad ogni 
idealo. T.a generazione dei Corazzi ni e del Goz¬ 
zano, benché giovane d'anni, é vecchia nell’a¬ 
nimo e non crede più a nulla. Sazi di tutto 
perché esperti di tutto, assai più colti di quel 
che non vogliono far credere (orinai i letterati 
italiani hanno una esperienza addirittura eu¬ 
ropea), bamboleggiano o « analfabcteggiano» 
per scherzo, por ingannare l'attesa della fine; 
o non hanno noppurc la forza di piangere li¬ 
beramente, ché so le lacrime escono, le ribe¬ 
vono in fretta, come vergognosi. E' un dram¬ 
ma, ma così grigio o nascosto, o cosi presto se¬ 
guito dalla rinuncia, che quasi non appare. 

Più visibile o movimentata, invece, é la lot¬ 
ta che la saturazione culturale e la mancanza 
di fede suscitano nell’animo di alcuni super¬ 
stiti della vecchia generazione (Pirandello e 
Panzini, ad esempio), cho in giovinezza vissero 
nef moriggio carducciano, fratelli di poco mi¬ 
nori del Pascoli o del D’Annunzio. Anche qui 
una grande «contentezza, ancho qui il cervello 
cho la lotta col cuore, la letteratura con la vita, 
e forte il contrasto che essi vedono tra la gran¬ 
dezza della realtà sognata c la meschinità del 
vero. Ma non ha luogo la rinuncia. Pirandel¬ 
lo, giovandosi delle nuovo conquiste filosofiche, 
h» finito col negar© la realtà esterna, od in cor¬ 
to modo ha composto il dissidio col dedicarsi 
allo studio di osso; quanto al Panzini, egli in 
fondo si compiacerà del contrasto tra sogno c 
realtà, tra letteratura e vita, tra senso e ra¬ 


gione, o farà di tutto per impedire che si com¬ 
ponga. 

In ogni modo, Panzini e Pirandello sognano 
il trapasso dell’arto umana al puro oerebrali- 
amo, e nei loro momenti migliori questo è so¬ 
verchiato da quella; dopo di essi verrà (non 
importa so le date sembrano non corrisponder© 
con esattezza a questa successione) la genera¬ 
zione dogli scrittori decisamente cerebrali, ne¬ 
mici dichiarati del]’Au muri cho dall'cs&lta- 
7 .ÌOIIO della pura logica giungono al « delirio lo¬ 
gico ■ e al tlatinismo . 

3. - Tulli bravi (a parole) 

Ognuno, oggi, sa benissimo che cosa l'arte 
sia e die cosa bisognerebbe fare; (piasi tutti, 
anzi, affermano di averla già raggiunta, o di 
avere nel cassetto il capolavoro. Se non lo di¬ 
cono loro, se lo fauno dire dagli amici, con un 
mutuo incensamento che è una meraviglia di 
organizzazion.'. A leggero le terzo pagine, son 
tutti cuochi sopraffini, che han pronto il loro 
bravo pasticcio di lopre ; ma é un pasticcio di 
lepre senza lepre, corno abbiamo sentito diro 
benissimo da qualcuno. E so veramente avete 
questo capolavoro nel cassetto, tiratelo fuori 
ima buona volta, e date qua, che lo soppesiamo 
onestamente i Discorrere, promettere, piroet¬ 
tare, ò inutile: Aie Rhotlut, hie mi tal Qualcu¬ 
no di voi ha dicostrato di sapere scrivere una 
pagina, una mozza pagina, due |>agino. Benis¬ 
simo mn non basta, per creare una fama. Qual- 
cun altro sforna due volumi aU’anuo ma é il 
solito vino, sempro più annacquato, c perciò 
scipito. Letteratura «a tipo commcrdalc, ma¬ 
nipolata non per risolvere problemi artistici, ma 
per risolvere il problema economico; non il pro¬ 
blema della fama, ma quello della... faine». 

Chi scrivo così é un critico notissimo e giu¬ 
stamente apprezzato; ma sebbene sia uno di 
quelli cho limino m?no riguardi, ce lo scrive 
in ima lettera privata e riservala. E tutti, più 
o meno, affermano questo; ma a quattr'occhi, 
fra amici, dove ognuno dice corna dogli altri, 
dopo averne scritto mirabilia sui giornali. E 
chi, preoccupandosi sinceramente della situa¬ 
zione, non resiste nll'iinpulso di additare il pe¬ 
ricolo, si limita a parlare genericamente, por 
non urtare suscettibilità pericoloso, corno avve¬ 
niva per In satira in corti tempi di servitù. Ma 

10 lamonte’© saranno inutili, finché non si avrà 

11 coraggio di fare i nomi ; il cho, dopo un pri¬ 
mo periodo di scombussolamento, sarà un be¬ 
ne per tutti, o almeno per i migliori. 

Si ricordi a questo proposito la polemica sul 
la critica, messa su con sforzo dalla Fiero let. 
trrnria. Non diede quei risultati che avrebbe 
potuto, perché tutti hanno con gran cura ovi- 
tato di esemplificare: qualche nome, ma solo 
di quelli che si possono o si debbono lodare-, e 
non troppi, per non far dispetto agli altri, agli 
esc'usi... Con l'arguzia che lo distingue, Pie¬ 
tro Pancrazi ha rivelato benissimo, sulla stessa 
Riera Itiirrnria , questo fatto ; e le sue parole 
dovrebbero far pensare « 1 noini no, non li di 
co... Tra quelli detti o quelli dimenticati, non 
vorrei svegliarmi stanotte coi vetri rotti!». 

4. - Necessità di rinnovamento 

Non per il gusto di infierire sui deboli noi 
insistiamo nel rilevare la decadenza. La rile¬ 
viamo anzi, perché siamo convinti che é già un 
seguo di rigenerazione l'accorgersi d'essere ca¬ 
duti in basso, c perché vediamo delincarsi un 
prossimo ritorno alla sanità spirituale nell’arte. 

I giovani scrittori d'oggi dovrebbero anzi rin¬ 
graziare Iddio d'avcrli fatti vivere in un mo¬ 
mento come questo, in cui tutto fa sperare nel¬ 
la possibilità di un completo rinnovamento ar¬ 
tistico. Per quanto la vecchia letteratura, cho 
sta tirando più o meno allegramente le cuoia, 
si sforzi di apparire robusta, ricorrendo olle 
chiassoso stranezze, essa dimostra ogni giorno, 
la propria incapacità di contrastare il passo ad 
una nuova arte, sana c rigogliosa, cho dovrà 
sorgere in sua vece. 

E* facile dimostrare ome il ciclo delle gene¬ 
razioni artistiche appaia ormai chiuso, e come 
oggi gh animi siano preparati all’avvento di 
un’arte vera, cioè sgombra da ogui fumisterie, 
da ogni incrostazione cerebrale e pratica. 

5. - La Letteratura 

Gli ultimi trent’anni del secolo passato se¬ 
gnano il trionfo del verismo, giusta reazione 
alla bassa arte romantica, tutta sviit^iucnlalis- 
ino convenzionale, tutta :falsa c stucchevole 
idealizzazione della vita. Un movimento così 
spontaneo c sincero, in accordo col fervore scien¬ 
tifico della sua età, aveva tutti t requisiti per 
produrre dei capolavori, *• li produsse di fatti 
(basta pensare ut MnltiVOt/ììit del Verga) ma 
anch'esso aveva in sé i germi della dissoluzione. 
Prima di tutto si prestava a far credere che 
l'arte sia una semplice riproduzione, una fo¬ 
tografia della realtà; ed in secondo luogo il ve. 
risnio spinse l'ardore verso il reale ad una tale 
idolatria del solido, del tangibile, del positivo, 
da rendere inevitabile una reazione. In filoso¬ 
fia, contro il positivismo insorse nei primi anni 


del secolo il neo-idealismo, mettendo di nuovo 
in discussione tutte quelle che erano sembrate 
indistruttibili certezze; allo stesso modo, in let¬ 
teratura, vi fu chi alla cicca fiducia nello coso 
sostituì il dubbio sempre più profondo sul va¬ 
lore della realtà. Gli scrittori naturalisti di¬ 
cevano: « E‘ coefi», venne Pirandello, c disso 
con un sorriso: «Così è, so vi paro». 

Il filosofismo letterario ora favorito da una 
tendenza che si trovava già in molto opero ve- 
riste: la tendenza al ragionamento, alla discus¬ 
sione, alla tesi. Inaridite il sentimento, frena¬ 
te il cuore, o si svilupperà per conseguenza il 
corvello: ed ceco i caratteri della nuova lette¬ 
ratura, prettamente cerebrale Finché il la¬ 
voro del cervello é accompagnalo da un tor¬ 
mento interiore, com'è quello che vibra nelle 
novello o nei drammi migliori del Pirandollo, 
l'arte é salva; ina presso i seguaci degenererà in 
puro cerebralismo, cadendo nelle millo stranez¬ 
ze che l'intelligenza suggerisce facilmente. 

Da questo lato, dunque, siamo in un vicolo 
cieco, e non c’é da faro altro che tornare in¬ 
dietro, se si vuol riacquistaro la possibilità di 
andare oltre. 

Ma la nostra letteratura non si muove tutta 
su queste lince ; c’è senza dubbio un altro o 
ben diverso ■ filone artistico», lauto nel teatro 
quanto nella produzione narrativa (purtroppo, 
quella poetica da qualche tempo non ha impor¬ 
tanti); nuche questo, però, conduco allo stes¬ 
sissimo risultato: al bisogno di ritrovare l'e¬ 
quilibrio tra cuore © corvello, di rinfrescare lo 
fonti inaridite del sentimento. 

Basta volgere un’occhiata ai nostri scrittori 
dei passati venticinque) anni, per accorgersi cho, 
tra es3Ì, alcuni proseguono le tradizioni roman¬ 
tiche e vcriste, restando così senza alcuna effi¬ 
cacia nel movimento culturale, cd altri si met¬ 
tono nella strada aperta dal D’Annunzio. Stra- 
da pingue o soleggiata, il cui eccesso di colori 
ed i cui atteggiamenti ultra raffinati trovano 
giustificazione nel bisogno di reagire alla bruta 
concezione verista della vita, creando con l’im¬ 
maginazione una esistenza, più alta da 
quella del superuomo; ma il dannunzianesimo 
fu causa certamente del morbo che ha colpito 
gran parto della letteratura e delle arti figura¬ 
tive del nuovo secolo: l’estetismo, Il quale ha 
assunto via via intonazioni di vario genero, 
dandoci la poesia decadente, la letteratura ero¬ 
tica o la recontissima letteratura inisticheggiau- 
te ; ma sotto le vnrie vesti non è difficile sco¬ 
prire il peccato d'origine, tanto più che quei 
tre atteggiamenti si ritrovano precisamente nel¬ 
lo stesso D’Annunzio. Molto delle opere di 
questi vont’anni, anche le più celebrato, sono 
un miscuglio di sterilità creativa : perchè l'arte 
vera non nasce che dai sentimenti vivi nel pro¬ 
fondo della coscienza. E corno possono sussiste¬ 
re contemporaneamente l'individualismo ego¬ 
centrico ded superuomo e la dedizione france¬ 
scana, il razionalismo esasperato ed il fervore 
mistico, la sensualità e la purerza della fede? 
Ln conciliazione sarà apparente e superficiale : 
non impegna !a coscienza, e perciò neanche la 
fantasia creatrice. 

6. • Il Teatro 

E’ certo che il teatro cerebrale, il teatro del 
«problema centrale», ò finito; it pubblico ne è 
saturo, e la reazione è imminente, anzi è ad¬ 
dirittura iniziata. (I salto di Rosso di San Se¬ 
condo da «Una cosa di carne* a «Tra vestiti 
che ballano », 5 significativo. 

Noi ci spieghiamo perfettamente il trionfo di 
un teatro che in un certo senso rappresentava 
la distruzione del dramma romantico-verista, 
convenzionale nei sentimenti e di maniera nella 
tecnica, e la distruzione del quieto vivere bor¬ 
ghese. Opere come «La maschera e il volto» o 
« Pensaci Giacomino» o « Il piacere dell’onestà», 
venute al pubblico dopo la scossa spirituale del¬ 
la grande gucra, avevano tutti i diritti di ce¬ 
serò, e tutti i requisiti per suscitare il più lieto 
grido di liberazione, poiché davano il segnalo 
della rivolta contro una morato ipocrita c con¬ 
tro un’arte teatrale ormai inerte e fossilizzata. 

Ma in ogni verità c’è il germe dell’orrore c 
della dissoluzione. «La maschera e il volto», 
era, in fondo, una «trovata», si reggeva cioè 
soprattutto in grazia d’una situazione follassi- 
mamente inventata, ma quasi impossibile da 
rinnovare. Neppure il Chiarelli, per quanto ci 
si sia sforzato, è riuscito ad immaginare altre 
situazioni altrettanto felici: donde l’inferiorità 
dello sue commedie successive, alcune delle qua 
li, d’altronde, non cedono a quella per la vi¬ 
vacità tecnica e per l’acume intellettuale. Quan- 
lo a Pirandello, egli ha prodotto le sue opere 
migliori quando ha fissato in linee d'arte certi 
personaggi posseduti da un» loro idea fissa, 
preoccupati sino alla follia dalla soluzione di 
un loro problema; in seguito egli ha preso mag¬ 
gior interesse alla mania ohe non al personag¬ 
gio, si é fissato anche lui in quel problema, dan¬ 
dogli un'importanza sempre maggiore, sino a 
far? dei drammi che sono tutti problema Così 
è passato dal compo dell'arte a quello del ra¬ 
ziocinio : e appena il pubblico ai sarà stancato 
di meditare con lui, le sue opere di questo ge¬ 
nere cadranno nell'oblio, perchè ciò cho si salva 
iiell'ammiraziouu dei più è soltanto l'arte: re¬ 
sta l’inno del poeta, non il filosofema del pen¬ 
satore. 

Oggi — è inutile negarlo — si sente la stali- 
rhozzu di questo teatro, che a furia di combat¬ 
tere la convenzionalità doi sentimenti umani ò 


nudato al di là di essi, e por vedere più chiaro 
nella vita si è allontanato dalla vita, fino a 
concepire gli uomini corno fantocci o burattini. 
Non si può continuare indefinitamento ad in¬ 
teressarsi allo marionette: esse fanno ridere 
una volta, duo, tro, ma poi annoiano e lasciano 
nell’Animo l'insoddisfaziono cd il golo. La ra¬ 
gione dell’abilo successo di tanto commedio di 
oggi, che il pubblico applaudo mn che non torna 
a sentirò, è forse questa; che manca in esse la 
umanità, manca l’uomo vero, con le sue pas¬ 
sioni reali, coi suoi odii o coi suoi amori. 

Il teatro romantico o quello naturalistico a- 
vevano certo travisato questo passioni: il pri¬ 
mo con una eccessiva idealizzarono della vita, 
con un sentimentalismo sdolcinato; il secondo 
aridamente o spesso crudelmente compiacendosi 

per reazione — dolio brutture della vita. Oc¬ 
correva opporsi ni loro manierismo, ma non di- 
struggere anello ciò che indubbiamente quel tea¬ 
tro aveva di genuino: l’interessamento por la 
umanità. Disperdendo qucBto iutorcsBamcuto, si 
è caduti in una nuova meccanizzazione, si è 
passati da un eccesso ad un altro: dalla iper¬ 
trofìa del cuore alla ipertrofìa del cervello. 

Il teatro che si appoggia sopra un rovescia¬ 
mento dei valori, sopra una disumanizzaziono 
della vita, è giunto oramai ad un estremo tato, 
cho non può andar oltro, senza perdere ogni 
contatto con l'arto o senza provocare una sem¬ 
pre maggioro avversiono del pubblico agli spet¬ 
tacoli di prosa. Può tutt’al più volgersi allo 
scherzo, cercar di piacaro gli spettatori indu- 
ccndoli al riso, corno ha fatto recentemente il 
Veneziani con la sua «Serenata al vento». Ma 
anche qui il bel gioco devo durare poco: o 
non si potrebbero tollerare molto altre comme¬ 
die in cui la comicità non nascesse dalia vita, 
ma fosse tutta esterna, partisse, cioè dall'uso 
di versetti strampalati, di rime puorili, tipo 
■ Vispa Teresa». Quali possibilità si offrono ad 
un genero di teatro che svuota i personaggi di 
ogni serietà, d'ogni contenuto, occupandoli sol 
tanto in un continuo sboffeggiamento di so 
stessi f Noi possiamo riconoscere noi Veneziani, 
nel Rontempelli, nel Solari, no] Bonolii o in 
altri campioni del teatro parodistico o «alo¬ 
gico», (compreso, magari, Amante)', molta in¬ 
telligenza e qualche volta del buon gusto; ma 
è certo che ossi stanno allegramente compo¬ 
nendo nella bara - al suono de] jazz-band di 
fragaglia — il cadavoro dol nostro teatro di 
prosa, le cui sorti fìngono di prendere tanto 
a cuore. Bellissimo funerale: non gli manca 
neanche lo sfarzo doi drappi, secondo la nuova 
moda pawlowianu ma è sempro un funerale. 
E sotto tanta abbondanza di stoffe, di colori, 
di luci, di suoni, quel povero morticino par© 
anche più misero e risecchito. 

Rinnovar©? Ma con gli scherzi, sia pure in¬ 
telligentissimi, si chiudo, non si comincia. Essi 
sono il termine ultimo d'una decadenza, oltre 
la quale occorre spezzare il cerchio c tornare 
da capo. 

Basta pensare che quando Carlo Goldoni, ini- 
ziò la sua riforma, il teatro ora proprio al pun¬ 
to in cui si ritrova orA. Con la sua crociata a 
favore della commedia di carattere, che fosse 
specchio del)» vita, che non guastasse la na¬ 
tura, il Goldoni voleva proprio combatter© la 
commedia-cabaletta, la commedia divenuta — 
com’egli dice — «veramente ridicola» il cui 
dialogo era una degonevaziono dì quello dol me¬ 
lodramma. 

Apriamo «Il teatro comico»: atto primo, sce¬ 
na XI. Il poeta Lelio si è presentato al capo¬ 
comico Orazio, per offrirgli una sua commedia, 
parte a soggetto, parte scritta. 

On azio • Sentiamo il dialogo.. 

Lei. io • «Dialogo primo: uomo e donna». 

Co tuo : Tu sorda più del vento 
non odi il mio lamento 

Poiiim Olà, vammi lontano, 

insolente qual mosca e qual tafano. 

Uomo Idolo mio diletto 

abbiate compassione. 

OiiaziO: Andateli a cantar sul colascione! 

Letto: 

Donna. Quanto più mi amate, 
tanto più ini seccate. 

l'orno: Barbaro cuore ingrato! 

Orazio: Anch’io, signor poeta, son seccatoi 

Lelio : 

Donna. Va pure amante insano, 
già tu mi preghi invano! 

Como. Sentimi, o donna, o dea... 

Orazio: - Oh, mi hai fatto venire la diareaI 

Lelio: 

Donna: Fuggi, vola, sparisci! 

Como ; Fermati o cruda arpia! 

Orazio: Vado via! Vado vial 

Lelio : Como, Non far di me strapazzo! 

Orazio: Signor (tocta mio, voi siete pazzo! 

Di tal genere, se non tale appunto (direbbe 
il Manzoni) è il dialogo della «Serenata al 
Vento», recentissimo prodotto del nostro teatro 
di prosa. Parole non ci appulcro. 

7 - Le arfi figurative. 

Se poi ci rivolgiamo alle arti figurative, il 
resultato della nostra indagine è identico: an¬ 
che qui il trionfo del cerebralismo e della fal¬ 
sità spirituale Da parecchi anni si è costretti 
ad uscire da ogni nuova mostra di pittura * 




Pag. 8 


IL B A R ET T I 


scultura — c sì cho no aon fiorito anche troppo 
porfino nei paeselli sperduti tra i monti! — 
con un penoso senso di aridità e di gelo, por la 
assenza di calore, di schiotto-aa, di umanità 
piena e vera, a cui si c sostituita la falsa in* 
genuità, la stramberia a freddo, la religiosità 
mentita: in una parola, la più completa fi» 
ni iste tir . 

Non vogliamo diro però che sia tutta mala¬ 
fede. Si tratta, auzi di fenomeni naturali, con¬ 
seguenze di condizioni che si ritrovano sempre 
noi poriodi di eccessivo lavorio intellettuale oo 
mo quello che attraversiamo, quando la sensi¬ 
bilità è soffocata ed inaridita dal raziocinio. E 
non è difficile scorgere, in mezzo al marasma, 
i segni d’un ritrovamento dei sani valori, o 
por lo meno l'anelito verso di easo. 

In fondo, anche il bluff, che ormai tutte le 
persone di buon senso vedono chiaramente nel¬ 
lo opere dei futuristi o di certi altri furbac¬ 
chioni ben noti, può essere stato utile, come 
quando si rimescolano alla rinfusa le carte pct 
poi metterlo di nuovo in ordine e dar princi¬ 
pio ad un’altra partita: può aver servito a ri¬ 
fare una verginità nel gusto del pubblico e de¬ 
gli artisti. E’ vero che quella gente non vuol 
decidersi a smottarla (è più comodo e più fa 
cito far dolla polemica coi colori cho dei bei 
quadri') o poiché ha dalla sua gli strumenti 
dell'opinione pubblica, riesce ancora a tenet 
duro e a ritardare il ritorno alla saggezza; ma 
ormai la misura è colma, mi pare : ed ò sinto 
matioo il fatto che Soffici, con la sensibilità... 
sismologica che lo distingue, sta gridando eh* 
bisogna tornare ai valori tradizionali, al «cam¬ 
mino diritto», eco. ecc. 

Insommn, per quauto i Prampolini, i Dope¬ 
rò, i Carrà, i Vieni, i Funi, i Socrate, i De 
Chirico e compagni attengano apparentemente i 
primi posti, noi crediamo in coscienza di po¬ 
terli scartare, chò ormai non rappresentano più 
nulla, e ci fanno l’effotto di quogli arcadi in 
ritardo, i quali continuavano tranquillamente 
a bamboleggiare mentre c’orano un Parini e un 
Alfiori. Non che oggi si trovino davvero i Pa¬ 
rini e gli Alfieri ; ma potrebbe darsi che il loro 
avvento non fosse lontano; porchò ormai gli 
occhi si sono aperti, e la saziotà di tutti i ce¬ 
rebralismi ebe ci infestano comincia ad essere 
gonorale. 

Intanto è certo che se il disoriontamento ar¬ 
tistico è grando, esso, non dà l'impressione del¬ 
la morte, ma della vita. E’ un rimescolio pieno 
di fervoro, ricco di enorgio, di ricorcho, di ten¬ 
tativi, di aspirazioni. Qualcosa ne verrà fuori. 
Pochissimi gli artisti che rostano tranquilli nel 
Io vecchie posizioni, o sono so mai i meno gio¬ 
vani, quasi tutti gli altri corcano di rinnovare 
le proprie espressioni, qualcunb anche la pro¬ 
pria sensibilità. E ciò che sopratutto fa spe¬ 
rare bene è che in molti si nota il desiderio di 
uscire dal frammento, di superare lo studio, di' 
concludere. I giovanissimi cominciano addirit¬ 
tura dal quadro. 

Il torto dei vari tentativi dj rinnovamento ò 
quello di esscro incerti e parziali, di svolgersi 
cioè in diverso direzioni o di considerare un solo 
elemento, cho ora ò la forma cd ora il conte¬ 
nuto, mentre occorre giungere alla sintesi dei 
due valori, il grande artista essendo sempre co¬ 
lui che sa esprime in nuovi modi una sua nuo¬ 
va visione del mondo o della vita. 

Per quel che riguarda la forma alcuni lo 
chiedono alla tavolozza il desiderato rinnova¬ 
mento, andando alla caccia di accesi cromati¬ 
smi, e di stranezze coloristiche; altri ripren¬ 
dono invece il culto del disegno che dal Del- 
laeroixi in poi ha avuto così poca fortuna ; ma 
i tentativi più numerosi si rivolgono natural¬ 
mente alla tecnica dol dipingerò. La levata di 
scudi contro l'impressionismo, il cui fallimento 
ò stato proclamato da coloro stessi cho l’ave¬ 
vano introdotto in Italia, ha épinto gli artisti 
alla ricerca di nuove vio. Si tratta sinora di 
tendenze assai diverso o non tutto ben chiare, 
ma che aU’ingrosso si possono restringere a due: 
quella di un sintetismo squadrato, un po’ cu- 
bista, di derivazione cézanni&na, fors’ancho fat- 
toriana ; c quella d’una pittura finitissima, mi¬ 
niata, a luce cruda, vitrea, irreale, o per cosi 
dire metafisica. 

Unisce questi due gruppi — essendo, come 
abbiamo detto, la molla comune che li ha ori¬ 
ginati — il desiderio di liberarsi dall'impres¬ 
sionismo, il quale per far troppo conto della 
luce e dei colori ha finito col trascurare le mas¬ 
se e perderò la saldezza doi volumi. Ma l’im¬ 
pressionismo noti vuol morire; e girando le 
sale delle maggiori esposizioni, italiane e stra¬ 
niere, si ha la sensazione che esso ritenga di 
non aver detto ancora le ultime parole, anzi 
di poterne dire sempre moltissime, riaccostan¬ 
dosi però alla tradizione o abbandonando le vuo¬ 
te girandole luministo. 

In verità, una larga schiera di pittori — e 
non certo fra i meno noti o valenti, — senza ab¬ 
bandonare dol tutto le vecchio maniere, cerca 
di comporle tra loro e conciliarlo, conservando 
quel tanto di tecnica impressionista che può gio¬ 
vare alla immediatozza dell'espressione, e tor¬ 
nando a quel tanto di verismo, magari di ac¬ 
cademia, che occorro perchò la visione non si 
sfaldi, anzi si componga in linee ed in masso 
ben solido. Bellissime coso produce questo im¬ 
pressionismo disciplinato; ma il suo valore è 
quasi solamente cromatico, poiché quanto ad 
ispirazioni esso non esco fuori da quelle che 
han fatto le spese dell'arte da tront’anni ad 


oggi. Dal lato d’un contenuto spirituale, tranne 
qualche vago sentimentalismo e qualche sovrap¬ 
posizione letteraria, quale sentimento genuino 
affiora, se non la pura gioia del dipingere T 

I.a nostra torturata generazione rifugge or¬ 
mai dagli edonismi estetici e sente il bisogno di 
un'arte animata da un'alta spiritualità, irro¬ 
bustita da una chiara coscienza morale. 

Ebbene, questa aspirazione superiore, almeno 
come semplici intenzione, non si può negare ad 
altre teudenzo pittoriche, che oltre a rinnovare 
la tecnica tendono alla ricerca di nuovi con¬ 
tenuti, di nuove emozioni spirituali. Quanto d» 
moda c di decisione a freddo, vi ò in questi ten¬ 
tativi? Molto, senza dubbio. Si tratta per ora 
di atteggiamenti volontari o cerebrali. Fra tan¬ 
te opere non ce n’ò forse una cho sembri frutto 
di necessità artistica, espressione diretta ed in. 
gouua d'un temperamento. Quella che manca ò 
l'individualità. Si ha l’impressione cho, trova¬ 
ta una cifra nuova, ci si buttino sopra allegra¬ 
mente, a cuor leggero! e c’è da dubitare che, 
invece dell’aspirazione verso il ritrovamento di 
reali valori intuitivi, domini in molti la pura 
e semplic? smania del nuovo e dello stupefa¬ 
cente, caratteristica di tutti i periodi di deca, 
deuza. 

La pittura sintetica sembra svolgere verso 
un arcaismo mistico, il precisismo verso una 
visione popolaresca ingenua, cho giunge sino a! 
tipo Doganiere: in generale si può dire che esse 
segnano un ritorno complessivo verso il pri¬ 
mitivismo. 

Ma per giungere ad un'arte che sia degna 
di quella dei primitivi, vibrante di un senso 
di religiosità in cui si annulla ogni interesse 
terreno, occorre una purezza d'animo ed una 
umiltà che l'epoca attualo è ben lungi dal pos¬ 
sedere. Cho il misticismo si possa crcaro con 
un atto di volontà, per semplice desiderio, sia 
pure sincero e giustificato, è un grosso equi¬ 
voco .comune oggi a tutte le forme d’arte, a 
cominciare dalla letteratura. Gran bisogno, è 
vero, ci sarebbe di fede ; ma non basta procla¬ 
marla perchè sussista realmente. Innanzi tutto, 
bisogna che si cancellino dalla coscienza con- 
temporanea altre formo dominanti, che alla re¬ 
ligiosità si intrecciano c cho sono intimamente 
antitetiche all'entusiasmo mistico: come l'egoti¬ 
smo, l'affarismo, l’aridità di sentimento, la sen¬ 
sualità. Finché ciò non avvenga, finché non sia 
distrutta questa scandalosa falsità spirituale, 
essa non potrà produrre se non la più com¬ 
pleta falsità estetica: la posa sostituita alla 
schietta ispirazione, In letteratura in luogo del¬ 
l’arte. 

8. - Il poeta nuovo 

Da qualunque parte ci si volga, il corch.o è 
chiuso, e tutti sentono, che bisogna spezzarlo 
L'attesa messianica del nuovo poeta sì fa di 
giorno in giorno più esasperante. 

Il poeta nuovo verrà quando sarà finita la 
confusione doi sentimenti, la esasperazione del¬ 
le idee, quando la sanità spirituale avrà fugato 
lo snobismo, e si sarà ritrovata la saggezza. 
Da questo ravvedimento non dobibamo essere 
lontani, perchè già grande è il fastidio dei vec¬ 
chi idoli o invece di tanta ricchezza sterile 
o vana, si sente il desiderio di un po’ di sem¬ 
plicità, di un po' di freschezza, magari di in¬ 
genuità. 

Ritorno all’Arcadia? Non crediamo che corra 
questo pericolo la nostra generazione, provata 
dalla guerra e dalle lottò politiche ; essa ha im¬ 
parato a prendere la vita sul serio e non si de- 
ciderà facilmente a bamboleggiare. Del resto, 

10 esigenze per le quali, alla fine del Seicento, 
fu istituita la famosa Accademia orano giusto, 
sanissimi i propositi doi fondatori. E se il ri¬ 
medio, lì per lì, fu peggiore dol male, dopo 
qualche decennio sorse - o proprio dall’Arca¬ 
dia — l’artista nuovo e vero che sj attendeva: 

11 Parini. 

Bastò il «buon senso» del modesto abate 
perchè avesse inizio il Rinnovamento. Era la 
pinntn-uomo - - per dirla col De Sauctis — che 
rifioriva: quella pianta dai cui rami soltanto 
sboccia il fiore della poesia. Essa è oggi in as¬ 
sai tristi condizion : tutta rame secche o foglie 
morte: ma qualche fresca gemma annuncia che 
sta per riverdire, che l’arte ritrova la pienezza 
della vita, riacquista il senso della schietta u- 
manità. Basta col rovesciamento dei valori e con 
le situazioni capovolte: i personaggi marionette 
hanno fatto il loro tempo, non interessano più. 
Quello che interessa gli uomini, che sempre li 
interesserà, sono i loro simili, quali appaiono 
veramente, con lo loro passioni reali, coi loro 
odii e coi loro amori. 

Non desideriamo — si badi — un ritorno al 
verismo. Gli scrittori (e con essi, del resto, tutti 
gli artisti) tornino a guardare la vita, ma non 
per fare una semplice copia della realtà. Essi 
debbono darci la loro visione, cioè il modo con 
cui l'umanità appare ai loro occhi attenti ; e 
darcela semplicecemente: con immediatezza © 
con purità d’animo, l’arte non è cho questo. 

9. - La teoria vera 

Tutte le teoriche sull'arte, sfrondate delle 
passioni pratiche, della contingenze storiche, e 
ridotte al loro nucleo estetico (se questo nu¬ 
cleo esiste, o non si tratta, invece, di costru¬ 
zioni utilitarie, o camorristiche) coincidono fra 
loro. Coincidono infatti nella essenza teorica 


quc'li che sono stati finora i tre movimenti ar¬ 
tistici più vasti e più genuini: il nassicimo, il 
mmnnticitmu v il verismo. 

Basta, per convincersene, osservate che i veri 
artis.i, come im Manzoni e un Lcopard,, furono 
c sono considerati classici e romantici nel tem¬ 
po stesso, i cho i seguaci dei vari movimenti 
hanno spesso fatto capo ad uguali maestri del- 
l'ant.chità: Shakespeare era ammirato «dal¬ 
l'audace scuola boreale • quanto dai veristi ; O- 
mero è il creatore indiscusso, il nume tutolare, 
nella cui adorazione si trovano d'accordo i sa¬ 
cerdoti delle tre scuole anzi si può dire di 
tutte le^scuolc. «I grandi artisti delle grandi 
età — proclama il Carducci — sono tutt'in- 
siemu realisti e idealisti, popolari e classici, uo¬ 
mini del tempo loro e di tutti i tempi». 

L'esame dei postulati estetici delle tre scuo¬ 
le, indipendentemente dallo loro partizioni sto¬ 
riche, non fa cho conformare ciò che assicura il 
semplice buon scuso. Che cosa volevano i se¬ 
guaci dell’arte classica? La viva e perfetta rap¬ 
presentazione del sentimento. E i romantici? 11 
sentimento vivo e sincero. I primi si preoccu¬ 
pavano, è vero, soprattutto della forma, i se¬ 
condi soprattutto del contenuto; ma noi sap¬ 
piamo che in arte forma e contenuto coicidono, 
che artistica è soltanto la loro unità, la loro 
sintesi. E perciò colui che procura di raggiun¬ 
gere la • forma artistica • si preoccupa al tempo 
stesso, sia pure inconsciohiente, di raggiungere 
il «contenulo artistico»; c viceversa. Ciascuna 
delle due scuole affrontava l’arte da uno dei 
due punti di vista: il classicismo come forma, 
il romanticismo come contenuto ; ma ciò (quan¬ 
do si tratti di veri prodotti e non di tentativi 
mal riusciti) è indifforente perchè non vi può 
essere un sentimento non espresso, o una vuota 
espressione. Volore la vivezzA della forma si¬ 
gnifica volere nello stesso tempo la vivezza dol 
contenuto ; e l'artista che anela alla passione 
genuina, anela per forza di cose alla genuina 
espressione. 

Meno evidente è l’identità tra romanticismo 
e verismo, perchè i due termini sono ancora 
ricchi, per noi, del loro significato storico, che 
è di opposizione reciproca. Il verismo sorso in¬ 
fatti col programma di combattere la degene¬ 
razione romantica. Ma si badi: la «degenera¬ 
zione» romantica, cioè il falso romanticismo; c 
nessun verista in buona fede si sarebbe sognato 
di scagliarsi contro un Manzoni o un Leopardi: 
anzi, Adriano Cecioni, uno dei capi più auto¬ 
revoli della nuova scuola, riconosceva cho la 
paternità dolla dottrina verista spettava al Re¬ 
canatese, il quale in una lotterà del 30 maggio 
1817 al Giordani esprimeva ideo che orano «pre¬ 
cisamente quolle dei pittori niacchiaioli » ; e so¬ 
no note le relazioni che col movimento artistico 
antiaccademico dell’Italia meridionale ebbe la 
rinnovazione dei criteri estetici generali pro¬ 
mossa dal romantico De Sauctis.. Io stesso ho 
dimostrato in un mio libro che il credo doi ve¬ 
risti rientra del tutto noi grando alveo dell’i¬ 
dealismo moderno, da cui uscirono le dottrine 
romantiche ; conio del resto assicura il fatto che 
i veristi orano d’accordo teoricamente e prati¬ 
camente col romanticismo nel respingere tutto 
il formalismo accademico ; la divisione dell’ar¬ 
to in «generi», la teoria dolla «forma ornata», 
quella dei «limiti delle arti». 

In conclusione, classicismo, romanticismo, rea¬ 
lismo, presi nella loro vita e vera essenza, coin¬ 
cidono, benché siano appartentemente antite¬ 
tici ; e tutt’e tre possono condurre, chi li in¬ 
tenda e li applichi rettamente, all’arte vera. 

10. • Identità delle teorie 

Nessuna meraviglia. 11 fenomeno dolla crea¬ 
zione artistica è unico, o non possono esistere 
su di esso teorie che si contraddicano tra loro, 
a meno che non si tratti, di falso teorie, di ar¬ 
bitrarie aggregazioni di idee, o di aggruppa¬ 
menti volontari, a scopi pratici, come sono sta¬ 
li e sono molti dei cosi detti movimenti arti¬ 
stici, in Italia © fuori. Quol che di vivo ha cia¬ 
scuna teoria deve per forza risultare uguale, 
in sostanza E se gli uomini non fossero spinti 
contìnuamente dalla smania di mutare le loro 
idee — diciamo meglio, di rinnovar© continua- 
mente le proprie illusioni — noi non dovrem¬ 
mo sentire il bisogno di andare in cerca di al¬ 
tre teorie, dopo aver riconosciuto la vitalità •) 
la ricchezza di quelle tre. Le verità particolari 
che potessero affermare, si trovano già nel clas¬ 
sicismo, nel romanticismo, nel realismo ; rien¬ 
trano conio essi nel carattere generale dell’arte. 

E’ sembrata, ad esempio, una grande scoper¬ 
ta quella del teatro «intimista» o «dol silen¬ 
zio», nel quale i personaggi rivelano i propri 
sentimenti con espressivi silenzi, o pronuncian¬ 
do addirittura frasi che apparentemente non 
hanno con essi alcuna relaziono. Ma non è forse 
questo un aspetto della verità ohe l'espressione 
è intimamente connessa con la intuizione, per 
oui i nostri più risposti pensieri, quelli cho la 
anima pudica formula nel suo segreto, non pos¬ 
sono tradursi in vanitose e spedite parolef E 
come questa teoria non si adatta a tutti i tem¬ 
peramenti, nè a tutte lo circostanze della vita 
(potendo darsi il caso in cui anche un timidis¬ 
simo sia spinto ad urlare la propria passione), 
così non è difficile cogliere nei grandi artisti, 
gin applicato, un simile procedimento. 

Ecco, la Co tafferia rusticana del Verga. U- 
scito Conipar Alfio «falla bottega di Gnà Nun¬ 
zia, questa chiedo u Santuzza perchè le abbia 


fatto seguo di star zitta. Santuzza non risponde 
e china il capo. 

Gna’ Nunzia - Ah! Cosa ti salta in monto? 

Santuzza - (celandosi il viso nel grembiale 
r scoppiando in lacrime) - Gnà Nunzia! 

Gna* Nunzia - ( stupefatta ) - La Gnà Lola?... 
La moglie dì Compar Alfio.... 

Santuzza - Come farò adesso cho Turiddu 
mi abbandona?... 

Gna’ Nunzia - O poveretta mel Cosa mi 
vieni a dire !... 

11. - Ritorno alla tradizione 

Dobbiamo dunque tornare puramente o sem¬ 
plicemente ad una di quolle tre teorie? Troppo 
semplice. 

Nel bisogno di rinnovamento cho abbiamo, 
non ci può essere di guida nè un neoclassicismo, 
nè un neoromanticismo, nè un neoverismo. So 
mai avessimo bisogno di filosofemi, per risana¬ 
re la nostra arte, dovremmo approfittare — co¬ 
rno dicevo in principio — della nostra chia¬ 
rezza teorica, o prenderò l’essenza di quello tr© 
dottrine: ciò eh© di voro, di eterno, ha eia*- 
scuna di esse. In questo senso si può parlare di 
un ritorno alla tradizione, e in questo senso an* 
che noi siamo tradizionalisti: nel senso di riac¬ 
costare l'arte a ciò che di migliore v'è stato net 
secoli, a ciò cho di più puro ha il classicismo 
ed hanno gli scrittori classici come Omero o 
Virgilio e Danto o il Petrarca; il romanticismo 
e gli scrittori romantici, oome il Manzoni, •! 
Foscolo, il Leopardi; il verismo o gli scrittori 
veristi, come il Cellini, il Goldoni, il Vorga. 

Ma tutto ciò, in fondo, che cosa significa? 
Significa riportare l'arto all'arte, riattingoro 1© 
fonti eterne della creazione; riaffermare in som¬ 
ma la grande vorità, così semplice da parere 
uno scherzo, clic por fare dell’arte occorro es¬ 
sere artisti... 

Le teorie non bastano. Le rigenerazioni non 
nascono mai dall'esterno, poiché i dissolvi¬ 
menti avvengono sempre por intima corruzione. 
L'arte in questo senso, è fonomeno schiettamen¬ 
te morale ; e morale è infatti 1* questiono del 
nostro risorgimonto artistico. Qualunque teori.-i 
è buona, quando è sana la mente. 

La degenerazione spirituale, da cui è affetta 
l'arte oontemporanea, non ha bisogno di ce¬ 
rotti estetici, ma di disciplina interiore. L’arte 
vora nasce soltanto dalla sincerità o dalla chia¬ 
rezza spirituale; nasce dalla schietta umanità, 
conscia e rispettosa doi valori ossonziali della 
vita, «Siate buoni e credete — ammoniva nel 
1874 il Carducci ai giovani scrittori per inco¬ 
rarli al rinnovamento —; credete all'amore, al¬ 
la virtù, Alla giustizia; crcdote agli alti de¬ 
stini del genere umano». Anche oggi, corno 
allora, si tratta «di rifare l’Italia morale, 
la Italia intellettiva, la Italia viva e vera». 

12. - I torti della critica 

11 compito spetterebbe in gran parte alla cri¬ 
tica. Ma se i critici dovessero iniziare l’opera 
severa di revisione, dovrebbero in primo luogo 
punire ed eliminare sé stessi... Quis custodici 
custode* f 

Già gran parte dell’efficacia della critica sui 
lettori e sugli scrittori sì è andata in questi ul¬ 
timi anni perdendo. Il pubblico non ha più 
fiducia nell'opera di valutaziono giornalistica: 
continua a seguirla per abitudine, ma sbada¬ 
tamente ; e non si lascia più convincere a cor¬ 
care il libro, a correre in teatro. L’articoloue 
del nostro maggior quotidiano, che una volta 
faceva, si può dire, andare a ruba un'edizione, 
oggi vale sì <> no ad aumentare di qualche cen¬ 
tinaio di copie la vendita ; o lo stesso avviono 
per la critica teatrale. 

Il pubblico ha aperto gli occhi. Non gli si 
può dar torto, perchè troppe volte è stato tratto 
in inganno dalle pietoso menzogne c dalle esal¬ 
tazioni disoneste. Ha comprato il libro ciré gli 
era stato offerto come un capolavoro, si è se¬ 
duto in platea nell’attesa di uno spettacolo fi¬ 
nalmente degno, e sempre è rimasto deluso « 
irritato. 

A che servono ormai, gli imbonimenti della 
critica? Il lettore smaliziato legge fra le righe, 
quello ingenuo fa anche meglio: non logge af¬ 
fatto. Cresce ogni giorno il numoro di coloro, 
che non solo si disinteressano dolla letteratura, 
ma si vantano di trascurarla, come un tempo 
ti vantavano di stare «al corronto». Chi di 
noi non ha sentito qualche onesto borghese di¬ 
chiarare cho egli non compra più libri nuovi e 
che si guarda dall'ontraro in un teatro di prosa 
alle secondo rappresentazioni? (Alle primo ci 
va, se mai, per ridorc o per fare il chiasso). 

Una volta, le malizie dol mestiere di critico 
giornalista soffietto, riguardi editoriali e 
politici, ni lituo incensamento, false stroncatu¬ 
re, polemiche addomesticato, occ. — orano cos; 
risapute soltanto dagli iniziati, e il pubblico vi¬ 
veva in una beata ignoranza di esso ; oggi in¬ 
vece sono noto a tutti, perchè hanno passato 
ogni limite. E non c'è di poggio che quando la 
massa si accorge di essere stata gabbata una 
volta : finisco col vedere il mal© anche dove 
non c’è c col fare un solo fascio di tutti, buoni 
e cattivi. 

Veramente, di buoni ce n'ò pochi. Per una 
ragione o per l'altra, qual è il critico di gior¬ 
nale che possa scagliare la prima pietra? Co- 




IL BAEETTI 


Pag. 9 


loro che sembrano i migliori, sono sposso, i più 
furbi ; che sanno agiro con prudenza, senza 
scoprirsi troppo, evitando le esagerazioni evi¬ 
denti. Sono perciò i mono simpatici ed in fon¬ 
do i più disonesti. Ciò che maggiormonto ci di¬ 
sgusta è l'articolo elio sembra un’esaltaziono 
(tale, anzi, deve apparire al gran pubblico) o 
non lo è, perchè contiene ad un corto punto, 
nascosta in qualche piega dol discorso, nell'an¬ 
golo d’una parentesi o nella penombra d’un 
inciso, la frase subdola, che svaluta tutto il 
resto: i) veleno dell'argomento, cho servirà al 
critico per difendersi nel coso cho qualche col¬ 
lega accusi di aver esagerato nollc lodi. Se — 
raro caso un libro vion giudicato con giusta 
severità, magari eccessiva, ò sempre il libro di 
un giovane ignoto, o di uno scrittoro cho non 
ha armi giornalisticho, o che è caduto in di- 
grazia. 

Questa mancanza di sincerità è la forma più 
grave della degenerazione spirituale che da an¬ 
ni affligge la nostra cultura: e dove finire. Sta, 
anzi, per finire, sotto i colpi delle cose. Ci si co¬ 
mincia ad accorgere cho la disonestà critica è, 
in fondo, la rovina por tutti, e che a forza di 
voler essere furbi si finisce col diventare supre¬ 
mamente idioti. 

«In cinquant anni di vitu ho esperimcntato 
— scriveva il Carducci — che la miglior fur¬ 
beria è sempre l’essere onesti, cho la verità ò 
il più squisito machiavellismo». 

13. ■ Vanità e presunzione 

Come si vede, anche, in fatto di critica, la 
questiono è soprattutto morale. L’esautoramen- 
to pratico non è che la conseguenza inevitabile 
dell'intima corruzione. La critica perdo oggi la 
sua vitalità e la sua efficacia, perche è malata 
moralmente e intellettualmente. 

Uno dei morbi più gravi ò la vanità, che 
spinge a voler scrivere l’articolo bello, - attraen¬ 
te, spiritoso, strano, originalo • anziché Par¬ 
licelo giusto. Quasi tutti i critici si preoccu¬ 
pano più di sé stessi cho doll'arte; c con la 
speranza di fare opera creativa al tempo stesso 
che critica (il miraggio del futuro volume, cho 
raccolga gli articoli e pretenda all'alloro poe¬ 
tico, è sempre davanti alla monte di ogni Ari¬ 
starco.), si giunge a questo risultato: che non 

si ha più ne arte vera, nè critica vera. 

Non parlo dei disonesti, che si servono della 
« ritica come di un’arma per aggredire e per 
procacciare, e neppure dei venditori di fumo in 
malafede. Parlo doi migliori. Chi di casi non 
pone in primo piano, Bempro, il proprio io? 
Chj è capace di rinunciare, per amore di ve¬ 
rità e di chiarezza, ad una bolla chiusa o ad 
un'arguzia ben rigirata? 

A questa smania di figurare da cui deriva 
il tono di sussiogo di quasi tutti i critici, si 
contrappono l'incsporionza teorica, la mancanza 
di un’idea generativa, di un criterio generale 
c assoluto con cui misurare uomini e cose. La 
maggior parte delle teorie sono abborraociate ’i 
per li, di volta in volta, secondo i capricci del 
momento, o del vento che spira d’oltr’alpe. 
Quante volte i solenni opifonemi estetici dei 
nostri criticoni d'arto hanno un'assai misera o- 
rigine : non sono che afTermazioni raccattate su 
qualche rivista francose o (di seconda mano) 
tedesca od inglcso! E nessuno pensa che l’Italia 
è oggi alla testa delle altre Nazioni in fatto 
di filosofia doll'arte; anzi, sono tutti felici quan¬ 
do possono tirar calci all’estetica italiana. 

Da questa deficenza di salde convinzioni teo¬ 
riche deriva quel tono d’incertezza, malamente 
nascosto dal sussiego esteriore, che è proprio 
della nostra critica giornalistica, specialmente 
nelle arti figurative. 

Lo dimostra l’uso continuo di frasi pruden¬ 
ziali, che sono veri paracaduto, o scappatoie in 
caso di pericolo; «per così dire», «per dir tutto 
in una parola approssimativa», «mi si intouda 
con discrezione», ccc. occ. Domina la paura 
della frase chiara, che non si presti ad equivoci, 
che ognuno possa controllare; la paura del «due 
più due fanno quattro», la fobia dello que¬ 
stioni preciso. La fraso di prammatica è: «la 
cosa c più complessa che non appaia agli in¬ 
telletti superficiali». Ahi ahi. Non esisto ve¬ 
rità, per quanto alta, che non si possa e debba 
diro in poche e chiaro e concrete parole ; mentre 
le frasi ingarbugliate o sibilline sono il lin¬ 
guaggio dei cervelli confusi e dei ciarlatani. 

Per giudicare occorre un metodo, un preciso 
concetto dell’arte (qualunque esso sia, purché 
sinceramente professato), oltre che il buon gu¬ 
sto. Come stabilire se ciò clic luccica è vera¬ 
mente di oro, senza possedere la pietra su cui 
provarlo? Il solo buon gusto non è sufficiente, 
perchè con facilità soggetto a deviare verso fals* 
miraggi di bellezza. E poco male se fosso dav¬ 
vero buon gusto, cioè una sensibilità schietta, 
onesta, libera da pregiudizi e da passioni pra¬ 
tiche; ma i nostri critici, in gonoro, hanno dav¬ 
vero buon gusto? Io dirci piuttosto che hanno 
un gusto scaltrito, la furberia di capire che cosa 
si richieda nel momento, e che cob» porterà la 
prossima moda: o questo è proprio il contrario 
del buon gusto, il quale trascende le contin¬ 
genze, è nnivcrsalo ed eterno. Una sensibilità d{ 
tal genere, in tempi leggiadri quanto i nostri, 
faceva dispreizare la Divina Commedia dagli 
squisitissimi critici di Arcadia. 

14. - Il filosofismo 

Può far meraviglia di sentir parlare di man¬ 
canza di teorie, in un momento di parossismo 
filosofico. Deficienza di filosofia, col gran consu¬ 


BILANCI ROMANTICI 

II. 


mo cho se n’ò fatto in questi ultimi anni? Ep¬ 
pure è così. 

Ma non c’è ragiono di stupirsi ; perchè non 
è filosofia vera, tutta quella che i crìtici ci 
hanno gabellato per tale : in gran parto è scim¬ 
miottatura esteriore, vuoto formalismo, posa. 
Appunto per questo ne abbiamo fastidio. 

Il resto, poi, sarà certo filosofia, ma filosofia 
esasperata, esagerata, divenuta fino a se stessa, 
sterile attività do) cervello, che a furia di spac¬ 
care i capelli in quattro o di sottilizzare, ha 
perduto ogni contatto con la realtà, e perfino 
col buon senso. Eh bì : di riscontro alla defi¬ 
cienza fi’osoftca di metà della nostra critica, si 
trova spesso nell’altra metà il più tormentato 
c tormentoso filosofismo ; nè sapremmo tra lo 
due degenerazioni, quale preferire. 

Tutto ciò è inevitabile, in epoche di satura¬ 
zione culturale come la nostra, di cerebralismo 
dell'arte e della letteratura. Sono due malati 
della stessa malattia. E come si può sperare 
cho l'uomo riesca a curare l'altro? Il compito 
della critica, in tempi anormali, 6 certamente 
quello di dirigere e raddrizzare l'arte; ma ciò 
è possibile solo a patto che la prima sia frutto 
di sanità spirituale, e non partecipi anch’essa 
al rovesciamento dei valori. Por curare un paz¬ 
zo occorre un savio. 

15. - Speranze nel futuro 

Di savi co n’è più di quanti non sembri. La 
stessa stanchezza e la stessa indifferenza di 
molti italiani, anche colti, verso le odierne ma¬ 
nifestazioni della critica ufficiale c della lette¬ 
ratura in voga, sono una prova della sanità che 
esiste ancora, o cho si va formaudo. Coloro cho 
cominciano ad avere i capelli grigi non abboc¬ 
cano più ai funambolismi degli ultimi campioni 
della vecchia letteratura, c non prestano più 
credito agli stamburamene dei loro compari 
giornalisti. C’ò in giro un’aria di redde ra- 
tionem, un desiderio di vorità, che consola. Le 
idee chiaro ricominciano a farsi strada, o a 
trovaro consensi. 

Non dice nulla il fatto che i grandi artisti 
ci hanno lasciato sempre parole semplici, cho i 
loro precetti sono alla portata delle menti più 
ingenue? Rileggiamo le criticho del Baratti, lo 
discussioni del Tommaseo, lo zibaldone del Leo¬ 
pardi. non si va quasi maj più in là del puro 
buon senso. Tutto il movimento romantico parti 
da una verità semplicissima: che la letteratura 
dove essero sincera. 

11 Manzoni, nei momenti in cui più si ac¬ 
costa alla somma saggezza, ha l'aria di volersi 
far credere un povero ometto, cho dice mode- 
stamonto la sua... 

La prima cosa da farsi, per ritrovare la sag¬ 
gezza perduta, è giudicare le opere di lutti, an¬ 
che degli arrivatissimi, serenamente o onesta¬ 
mente. Giudicarle per quel che valgono, senza 
badare all'autorità del loro autore o poco anche 
alla sua produzione precedente. Chi non ha -1 
coraggio di far questo, abbia almeno l’altro di 
tacere, di lasciare sotto silenzio i libri che non 
si meritano l’onoro di un giudizio. Lo rivisto 
smettano di occuparsi di una letteratura cho 
non ha ragione dj vita, e si degnino di seguire 
con maggiore attenzione altre manifestazioni 
dell’ingegno: i libri di coltura, per esempio; lo 
opero degli studiosi, dei modesti e oscuri stu¬ 
diosi che, lontani dal marasma, chiusi (anche 
troppo) nelle loro stanzette di provincia, alli¬ 
neano con onesta tranquillità ottime edizioni 
di classici, accurate esegesi, acute valutazioni 
critiche. C’ò spesso molto più fosforo in una 
prefazione di professore, cosiddetto «medio», 
ad un tosto scolastico, che non in dieci artico- 
loni da giornale di grande tiratura ; e molto 
più calore vero che non in tante novelle ed in 
tanti romanzi, di scrittori più o meno illustri, e 
forse più poesia clic noi?e lussuose raccolte di 
stanchi cantori contemporanci ! 

Quanto ai creatori, il momento — si è già 
detto — non potrebbe essere più favorevole. Il 
terreno è sgombro, le nebbie stanno per dissi¬ 
parsi I duri anni trascorsi debbono pure aver 
procurato ad alcuni Ir ricchezza spirituale per 
guardare alla vita con serietà con simpatia, con 
quel senso di amore che ha molti caratteri della 
religione. Costoro non debbono far altro che 
mettersi a cantare, sinceramente, umilmente, 
con le parole piu semplici <• concrete. Noi. per 
parto nostra, cercheremo di saperli ascoltare. 

Gino Saviotti 

Le Edizioni del Baretti 

1928 

hanno pubblicato-. 

FI. W. Loncpelloiv. La Divina Tragedia - 
L. 12; prima traduzione italiana «li Raffaello 
Cardamone preceduta da un saggio su Long- 
fellow di V. G. Calati. 

Con questa edizione tecnicamente corretta 
e criticamente accurata, il grande poema tra¬ 
gico dol Longfellow viene fatto conoscere au- 
che in Italia. 

La versione dol Cardamone no rende tutta 
l’efficacia originalo ed ò esempio classico di 
nitidezza o di fedeltà. Il raggio introduttivo 
avvia pienamente e limpidamente a una com¬ 
piuta c sicura conoscenza dol poeta o della 
opera. 

Si spedisce franco et porto dietto invio del prc/io del 
l'opera. 


I due sensi di “ Romanticismo „ 

Senza dubbio il risultato concreto di mag¬ 
giore importanza acquisito alla critica dol Ro¬ 
manticismo por merito dol Scillière ò cho l'in¬ 
dividualismo è la colonna vertebrale di quel¬ 
l'organismo culturale. Questa manifestazione di 
individualismo il Soillièro anta chiamarla «im¬ 
perialismo»; ma bisogna intendersi su questa 
parola. Il Scillière la usa non noi ristretto 
senso dato dagli scrittori politici, ma per indi¬ 
care che è un individualismo attivo ed ener¬ 
getico. Il Soillièro ammette che questo non è 
tutto il Romanticismo e completa i! quadro con 
il «misticismo naturista». Abbiamo visto le 
toppe di questa seconda indagine, spintasi pri¬ 
ma un po’ troppo innanzi (il misticismo in ge¬ 
nerale), ritrattasi e fermatasi poi sul naturismo 
di Rousseau, e — precedente immediato di 
questo - sul misticismo ottimista della «grazia 
abbondante », che nel secolo precedente lottò 
cosi ostinatamente sotto varie divise, contro il 
cattoIicÌ8mo teologale, razionalista (quietismo; 
giansenismo ; morale salesiana e loro ramifica¬ 
zioni, fino al Vicario savoiardo). 

K* un vasto territorio; eppure è lecito rin¬ 
novare la domanda: I suoi confini combaciano 
con quelli del Romanticismo? Il Soillièro, che 
puro ha cominciato i suoi assaggi su territorio 
tedesco, pare poi cho si sia convinto cho le sor¬ 
genti del gran fiume romantico si trovino in¬ 
teramente sul territorio culturale francese, o 
per lo mono — ciò che praticamente è lo stesso 
— nelle sue ricerche per individuare il feno¬ 
meno romantico si serve costantemente dei me¬ 
desimi — diciamo così — reagenti chimici, nel¬ 
la seguente successione storica: 

1) Le controversie religiose nolla Francia 
del secolo XVII; 

2) Rousseau, cioè: individualismo, naturi¬ 
smo, ottimismo sociale (derivato dai due pre¬ 
cedenti elementi, combinati con i derivativi 
della teoria della grazia) ; 

3) Imperialismo (noi senso sopra indicato), 
che sarebbe il terzo stadio, contemporaneo cd 
ancora in Svolgimento, del Romanticismo (il 
Seillière chiama «sesta generazione romantica» 
la letteratura di avanguardia del dopo-guerra). 

Uu'altra pubblicazione di centenario, il li¬ 
bro di Louis Reynaud sullo Origini del Ro¬ 
manticismo potrebbe a prima vista presentarsi 
corno un allargamento della prospettiva pre¬ 
sentata dalle conclusioni del Soillièro. In realtà 
il libro del Reynaud discende in linea retta 
dalla tesi polemica del Lasserrc e nulla ha ac¬ 
quistato dalla esperienza posteriore. Il Roman- 
ticismo è ancora per lui una qualche cosa di 
anormale o mostruoso, e siccome non può ne¬ 
garne l’esistenza nelle fibre dell’organismo fran¬ 
cese, cerca da una parto di restringerne la esten¬ 
sione quanto più può c da un’altra di addos¬ 
sare In responsabilità del malanno ai cani ran¬ 
dagi, che si sono cacciati nel giardino privile¬ 
giato, dov’erano tutte bestie sane. La tesi è 
questa : lo semenze del Romanticismo sono tutto 
fuori dei confini della Francia, consacrata al 
classicismo ; esse si trovano in Inghilterra e in 
Germania. Avvenno clic* alla metà del Sette¬ 
cento alcuni letterati francesi, ubbidendo a un 
movimento di reazione contro il secolo prece¬ 
dente (oh, come poi?!) furono spinta ad attin¬ 
gere argomenti presso gli scrittori inglesi o te¬ 
deschi , cd ecco, da quell’acqua inquinata, spar¬ 
gersi il contagio nella Francia dell'Ottocento. 
Con ragionamento analogo ci apprende il no¬ 
stro Manzoni, la plebb milanese spiegava ; 1 
propagarsi della peste con l'abominevole in¬ 
tervento degli untori. 

Dal libro dol Renyaud non c’è da trarre che 
una conclusione ragionevole - sebbene la si 
debba trarre in maniera indiretta, c non sia 
poi che la conferma di una nozione oramai cor¬ 
rente nel mondo degli studi —, e cioè che il 
Romanticismo è nato come grande movimento 
europeo, a cui tutte le maggiori nazioni colte 
huntto partecipato; che per conseguenza la 
Francia non poteva non parteciparvi, sotto po- 
na di diventare, in capo a pochi decenni, una 
accolta di «mandarini letterati» 


L'esposizione fatta dal Reynaud, dunque, a 
dispetto della sua tendenziosità, convince pre¬ 
cisamente del contrario della sua tesi. Ciò as¬ 
sodato, e tenendo fermo il risultato della por¬ 
tata europea do| fenomeno romantico, bisogne¬ 
rà metterlo in correlazione con l'altro risul¬ 
tato, non meno certo, deH'acuta indagine dol 
Seillière, che bui più profonde origini del Ro¬ 
manticismo sono proprio nel seno di quel se¬ 
colo Hi Luigi XIV, con tanta frettolosità desi¬ 
gnato come «secolo classico» «Iella letteratura 
francese. 

Ma giunti «ini, ci troviamo davanti al pane- 
finn ialini», senza chiarire il quale non s’in¬ 
tende pienamente dovo poggia il grosso equi¬ 
voco della critica francese in genere. 

Quando gli scrittori francesi parlano di clas¬ 
sicismo cosa intendono con precisione? In ve¬ 
rità, nella grande maggioranza, non intendono 
niente di preciso, ma esprimono la seguente 
mescolanza di idee: che il fior fiore della cul¬ 
tura dell'antichità classica, passato in dominio 
del pensiero cristiano o debitamente sceverato 


e disciplinato dal cattolicismo (cioè dal razio¬ 
nalismo teologico e dalla disciplina della Chiesa 
di Roma) avrebbe fornita quasi tutta la ma¬ 
teria o tutto lo spirito della cultura del cosid¬ 
detto «mondo latino» (i paesi di lingua neo- 
'latina) dal Medio evo in giù; la somma di 
questa cultura, la più unitaria,. la più ricca 
di secolaro tradizione, si sarebbe accentrata od 
avrebbe sfolgorato in Francia al chiudersi dol 
Rinascimento (Secolo XVII). A quest’epoca fe¬ 
lice e luminosa, contrassegnata dal doppio ti¬ 
tolo di nobiltà della poesia pagana o del pen¬ 
siero cristiano, spetterebbe por conseguenza il 
diritto di rappresentare nel mondo il classi¬ 
cismo evoluto e perfezionato nei secoli. Guai 
dunque ad intaccare l’arca santa dolla cultural 

Ho corcato di dare organicità a queste idee, 
che alcune volte si trovano mescolato con altre 
in modo contraddittorio, altre volte sono mal 
formulate e restano in uno stadio di nebulose. 
Ma il fenomeno più importante — por com¬ 
prendere lo spirito generalo dolla letteratura — 
c che queste idee sono diffusissime e correnti 
ncH’alta e nella media coltura francese. Nel cer¬ 
chio molto più ristretto dolla letteratura nazio* 
italiòta esso hanno una formulaziono esplicita o 
intransigente e con fini polemici ad oltrauza 
(questa schiera di letterati si è stretta, armata 
fino ai denti, intorno all’Arca, o grida a gran 
voce che è dossa che la difondorà fino all’ul¬ 
timo sangue facendo un baccano molto più da 
fantasia araba che da conto tirtaico) ; ma lo 
medesime idee, in modo parziale o attenuato o 
almeno come tacito presupposto storico consi¬ 
derato pacifico nella dottrina, si scoprono, per 
poco che bì motta attenzione, in quasi tutta la 
sociotà colta francese. Sono pochissimi in mozzo 
a quella gli spiriti, che siano riusciti a sba¬ 
razzarsi di questa merco scarta della cultura. 
Alla metà del secolo XIX, fin verso il 1870, 
quella magnifica fiorita d’ingegni cho ebbe por 
maggiori rappresentanti un Renan, un Taine, 
un Littré, foco molto por svecchiare o raddriz¬ 
zare le idee — sul terreno dell’indagine sto¬ 
rica, se non su quello delle teorie . Soprav¬ 
volino la guerra, e fatalmente riprese il soprav¬ 
vento la letteratura «a tesi», la critica pole¬ 
mica che si creava credito rivestendosi a nuovo 
coti argomenti e con passioni estranee, tolti dal¬ 
la vita politica. 

E’ tanto maggiore il merito del 8cilliòro nol- 
l’aver fatta una revisione di parecchie idee ac¬ 
colte alla leggiera intorno al Secolo XVII, in 
quanto che, come ho già accennato, nei primi 
suoi scritti egli propendeva visibilmente verso 
le idee della critica nazionalistica del Lassnrre, 
ed anche ora considera il Romanticismo come 
un fenomeno patologico, benché inevitabile nel¬ 
l’organismo europeo — e in questa seoouda 
proposizione mostra però di easorai allontanato 
dalle prime influenze. Sulla scotta dogli studi 
pieni di acume rivolti dal Seillière ad alcuni 
salienti «fenomeni mistici» di quel tempo (Fc- 
nelon, Madama Guyon, occ.) ci è dato di guar¬ 
dare in piena luce tutto quello che c’è di pue¬ 
rile nella tesi che il Romanticismo sarebbe una 
improvvisa o insospettata migrazione di caval¬ 
lette abbattutasi da lidi sconosciuti sulla terra 
di Francia, ad una data fissa, su per giù cor¬ 
rispondente all’arrivo del primo esemplare del¬ 
le opere di Locko. Sarebbe stato, del resto, un 
fatto inaudito nel mondo della cultura, c la cosa 
si poteva mettere a posto col retto uso del sen¬ 
so comune. Il Scillière, poi, per un certo verso, 
è andato anche più in là nel contraddire quella 
tosi, in quanto clic c penetrato, diremmo così, 
nolla cittadella dcH’avvcrsnrio, nel bel mezzo 
dell’antichità classica, per andare in caccia del¬ 
le tracce di Romanticismo, che a lui pare di 
riconoscere qua e là nel pensiero di Piatone. 
Dico subito clte, sebbene come argomento po¬ 
lemico la cesa potrebbe farmi comodo, io trovo, 
con tutto i| rispetto per l’egregio studioso, che 
questo excursus sul terreno dell'antichità sia la 
parte più debole delle suo ricerche, o che bene 
abbia fatto a non insistere sull'argomento. La 
ragione principale è che con questo tentativo, 
il Seillière veniva a contraddire implicitamente 
al miglior risultato sintetico dei suoi studi, 
quello con cui ha stabilito che alla baso del Ro¬ 
manticismo c’è una concezione individualista 
della vita, della società. Ora, non foss’altro, la 
Repubblica di Platone chiude ermeticamente le 
porte ad una simile concezione, e in genero, 
non può parlarsi di Romanticismo nell’anti¬ 
chità se non per mezzo di pericolose approssi¬ 
mazioni. 

Ma reciprocamontc non c’c posto per la Re¬ 
pubblica dj Platone nella grotta di Betlemme ; 
voglio dire che non si può parlare più di un 
sistema compiuto td organico, di sociotà, 'di 
pensiero, di arto classici, cioè del lutto con¬ 
forme alle idee cho si facevano Greci e Romani 
antichi, dopo l’avvento <Iel Cristianesimo. E 
senza un complesso organico cd armonico di 
vita e d’ideo non c’è vera sopravvivenza di una 
upoca o di una società. Quando si parla, dun¬ 
que, di penetrazione del classicismo nella vita 
nel pensiero e — perchè no?— perfino in certo 
manifestazioni del culto cristiano; quando si 
parla dj «Rinascimento dell’età classica», nei 
secoli posteriori, è quasi ovvio — e un secolo 
circa di studi l’ha reso chiarissimo — che non 
si tratto del trasferimento di un’epoca, di una 
civiltà nel seno di un’altra, o del connubio di 





Pag. 10 


IL BARETT1 


due società, che camminerebbero insieme a brac¬ 
cetto nello stesso tempo — tutte coso che non 
sono di questo mondo —; ma si allude ad un 
fenomeno comune a tutti i tempi cd a tutte 
le civiltà. 

Nulla si porde e nulla si distruggo in natura- 
così nella natura inanimata come in quella ani*) 
mata. Le età della storia, lo civiltà umane non 
sono come la coppa del Ito di Tuie, che il ca¬ 
priccio di un essere sovrumano a un certo mo¬ 
mento può scagliare nel mare e far inghiottire 
dall'acqua Così ciascuna civiltà ni tramonto ha 
brividi di presentimento pei gormi che urgono 
sotto le zolle apparecchiato, e lasciano cadere, 
nello spegnersi, lo loro spoglie più riccho c più 
degno di sopravvivere in grembo alla civiltà so- 
pravvenionto. Ma per quanto ricca possa essore 
questa eredità, essa non vale più corno un tutto 
organico, come quando faceva tutt'uno con la 
epoca, a cui ha detto addio. QueM’organismo 
storico, oramai, è spento e non ci ò forza uma¬ 
na per ravvivarlo. Gli clementi vitali lanciati 
da esso nell'avvenire, e che testimoniano glo¬ 
riosamente dol tempo che fu, ontrano a far par¬ 
to o s’innestano talvolta in maniera mirabile 
nelle cellule dol nuovo organismo, ma soggiac¬ 
ciono allo leggi organiche fondamentali di que¬ 
sto. Sono come comote, talvolta luminosissime, 
ma frammenti di un mondo sparito e rapite 
nell’orbita di un altro sistema planetario. 

Sono ormai errori da persone di scarse o ar¬ 
retrate conoscenze quelli di erodere che durante 
l’alto medio evo la cultura classica sia rimasta 
sommorsa ed invisibile, e cho nel Rinascimento 
si sia miracolosamente riaffacciata tutta intera 
al sole ed alla vita come Lazzaro quadriduano. 
La cultura classica si c dissolta insieme con la 
società, di cui ora espressione, nel corso dei pri* 
mi secoli dell’era cristiana. I gloriosi e preziosi 
residui, che ha legato alla posterità sono stati 
in varia misura c con diverso spirito aggregati 
nello epoche, che seguirono, nessuna eccettuata; 
sicché può dirsi giustamente cho j] Medio evo 
ha fatto una interpretazione sua della cultura 
classica, il Rinascimento un'altra, il raziona¬ 
lismo seicentesco dei trattatisti italiani e fran¬ 
cesi un'altra, il pensiero otico-politico dol Set¬ 
tecento un’altra, e così di seguito. 

Quando ci si ò bene appropriati di questi 
concetti si comprende facilmente quanto sia 
falso istituire contrapposti tra classicismo o Ro¬ 
manticismo, quale che sia l’epoca, in cui si 
voglia fissare il contrapposto e qualo che siano 
il senso o le illazioni, che si vogliano trarrò da 
osso. Dioendo che ciascun'epoca dell’ora cristia¬ 
na si ò appropriata di un frammento dell’era 
classica, interpretandolo a suo modo, è chiaro 
che si elimina la stessa impostazione dolla «bu¬ 
sta antitesi tra Classicismo e Romanticismo, ir 
qualsiasi epoca la si voglia )>orro, in quanto 
che è tolta a priori la possibilità di stabilirò 
un rapporto fra i due termini. Si può faro un 
contrapposto — so si è vaghi di questi passa¬ 
tempi — tra l’epoca classica e l’epoca moderna; 
ma non è possibile tentare un contrapposto tra 
«classicità» e «modernità»» nel seno stesso del¬ 
l’epoca moderna, perchè uno doi 'due termini 
(cultura classica) non ò più un elemento for¬ 
mativo per sè stante, ma subordinato, ha per¬ 
duto la sua autonomia, e non è più sul piede 
di eguaglianza con l’altro termino, a cui si vor¬ 
rebbe contrapporre. 

Giunti a questo punto si può legittimamente 
domandare: — Allora voi aderite al concetto 
che riporta il Romanticismo allo radici ideali 
dol Cristianesimo? 

Per poter rispondere a questa domanda senza 
pericolo di equivoci bisogna supporre che sia 
ferma nelle cognizioni dell’interrogante la di¬ 
stinzione essenziale tra storia della cultura e 
storia (estetica) della letteratura. Tra noi la 
supposizione si può ritenere ovvia, grazie ai 
risultati della instancabile opera di chiarifica¬ 
zione compiuta dal Croce su questo terreno ; 
possiamo quindi procedere dopo questo sem¬ 
plice accenno alla impostazione del problema. 

Il Romanticismo è in primo luogo c in mas¬ 
sima parte un fenomeno culturale. Esso va con¬ 
siderato innanzi tutto su questo primo piano. 

Entrati in quest'ordine d’ideo è lecito risa¬ 
lire più indietro di Rousseau o dollc «introversi© 
religioso del Seicento f rancese ; se non che, 
giunti alla biforcazione delle civiltà dc-| bacino 
centrale dol Mediterraneo e di quelle dol ba¬ 
cino orientale, bisogna risolutamelo piegare 
ad Oriento. Per questo cammino si può risa¬ 
lire molto indietro, addentrandosi nei meandri, 
per così dire, della preistoria del Romantici¬ 
smo. Basterà qui richiamare alla memoria dol 
lottoro quelle grandi correnti di pensiero che 
si dipartono dalla Genesi : il concetto del pec¬ 
cato originale, che, nel Nuovo Testamento e 
nella patristica, si concatena e si sviluppa nella 
dottrina della redenzione, o quindi nella con¬ 
cezione del Purgatorio ; il senso del mistero e 
della crisi sempre aperta, che c alla base del 
gran dramma del Paradiso perduto, e soprat¬ 
tutto la fatale rivelazione della dissociazione 
tra la scienza e la vita (« Ecce Adam quasi unus 
ex nobis factus est, sciens bonum et malum ; 
mine ergo ne forte mittat manum suam et su- 
mat etiam de ligno vitae... Eiecitque Adam...» 

- Gen., Ili, 22, 24. - E non occorro fermarsi 
a specificare quale ispirazione abbiamo attinto 
da quosta fonte un Goethe, un Byron...); final¬ 
mente, connesso con l’uno e con l’altro con¬ 
cetto, il contrasto tra la coscienza di un'armo¬ 
nia irrimediabilmente infranta e l’inobliabile 


bisogno di ritrovarla, e il sentimento di no¬ 
stalgia verso il perduto bone c l’ansioso pro¬ 
tendersi nell’avvenire con l'occhio attratto da 
una promessa luminosa..., e da tutto questo, 
attraverso i libri profetici e l’Apocalisse o l’in¬ 
dirizzo teleologico del più aulico dottrinarismo 
cristiuno o il millenarismo non mai estinto nelle 
tendenze misticho, ecc., quel «mito del pro¬ 
gresso» dei tempi moderni, che cosi alla leggera 
i| Sorci credova di poter fare derivare da una 
controversia di letterati del Seicento.. Si ag¬ 
giungano alcuni dementi,, sopratutto di carat¬ 
tere morale e sociale, Affermati dal Nuovo Te - 
slum aito (sconvolgimento dei valori sociali e 
trasformazione dclliudividualismo stoico nell’in- 
dividualismo della rinunzia; nuova ed alta va¬ 
lutazone della donna, ecc.). 

In contrapposto con questo quadro dei fon¬ 
damenti dol mondo moderno si raccolgano per 
sommi capi gli elementi della società e della 
ideologia classica: la concezione panica della 
mitologia pagana; la figurazione dell'età del¬ 
l’oro — specie di ideologia anarchica —, dalla 
quale gli uomini degradano (età di metalli più 
vili) quasi meccanicamente, pel fatto di racco¬ 
gliersi in società, ma verso la quale il sapiente 
ammonisce che bisogna rifarsi spiritualmonto, 
come a un ideale culminante di vita, benché 
ormai irraggiungibile in pieno - - il sapiente 
cercava di raggiungerlo per conto suo scioglien¬ 
do il vincolo sociale, distaccandosi dal «volgo»: 
ideale idillico dei poeti («odi... et arcco*); ten¬ 
denza esoterica doi culti professati dallo classi 
intellettuali. — Queste ideologie si connette¬ 
vano con la costituzione jrolitica dolla città-stato, 
rapporto con le istituzioni patriarcali della 
famiglia. 

Misurata adeguatamente la grande distanza 
tra quei duo mondi spirituali scontratisi nel 
bacino del Mediterraneo, ci saremo anche raf¬ 
figurato nello sue grandi lineo quello che po¬ 
tremmo chiamare «il clima romantico», cioè 
quel complesso di fattori ideologici, psicologici, 
sociali, sui quali prese corpo la nuova cultura 
europea. Tale cultura possiamo contrapporla, 
nel suo complesso, alla cultura dell’età clas¬ 
sica, per le ragioni accennato sopra, ma purché 
si tenga sempre presento, a scanso di equivoci, 
anche quoll’altro che si è avvertito ohe parai* 
lo'i e contrapposizioni hanno nella storia, e so¬ 
prattutto in quolla della cultura, un significato 
approssimativo ; che noi caso presento la cul¬ 
tura classica, assorbita nella parte più vitale 
cd assoggettata, ha tentato di rifarsi in varie 
riprese, cercando di allargare la portata dol 
contributo arrecato alla nuova cultura, e che di 
questo flusso e riflusso può dirsi clic sia intcs- 
suta tutta la storia dol pensiero europeo dal¬ 
l'alto Medio evo zi nostri giorni 


Quando si segue questa storia del Romanti¬ 
cismo come cultura», senza essere assillali dal 
bisogno di servire una tesi prefissa, si riconosce 
facilmente la fragilità di certo affermazioni ten¬ 
denziose. Per esempio, quando la critica cat¬ 
tolica francese di tendenza oltramontana ed al¬ 
tri pedissequi ripetitori insistono neH'equazio- 
ne: cattolicismo romano = romanità classica più 
disciplina cattolica (attraverso la teologia e la 
organizzazione della Chiesa) ; dimenticano la 
storia del monachiSmo; dimenticano il profu¬ 
mo d’aria libera dell'Appennino, cho ventilò 
dietro il saio terrigno di S. Francesco (non 
l'ambiguo S. Francesco di certi estetizzanti, che 
porta la camicia di seta sotto la tonaca) ; di¬ 
menticano insomma che non è possibile soffocare 
l’individuo ai piedi della croce. 

Reciprocamente, si palesa non meno tenden¬ 
ziosa l’affermazione della critica neoclassica, 
paganeggiante, anti-cristiana, la quale vedova 
nel Rinascimento l'affermazione dell’individuo 
(quel tale individuo perfolto, vivente ideal¬ 
mente nella vita anarchica dell'età doll’oro) 
contro il Cristianesimo. Certamente nel Rina¬ 
scimento ci fu una ribellione contro qualche 
rosa, ma questo qualche cosa, a guaidavo at¬ 
tentamente, era il dogma tomista-aristotelico, 
che si appesantiva sul pensiero cristiano • 

Messe al punto alcuno di queste questioni par¬ 
ticolari, più che altro n titolo esplicativo (cia¬ 
scuna dj esse, u sua volta, richiederebbe un di¬ 
scorso lunghetto) si può tenere per ferma la 
seguente conclusione : che il movimento cultu¬ 
rale romantico si è svolto portandosi con sé i 
residui attivi della cultura classica, ricevendone 
di tempo in tempo una influenza di differente 
sostanza e misura e talvolta costretto a difen¬ 
dersi da essa, ma riuscendo sempre ad assog¬ 
gettarsela ed a farsene strumento. 

Venne un momento che la prevalenza del 
fattore individualista della cultura moderna, 
per effetto insieme dei prodigiosi progressi del¬ 
le scienze sperimentali e matematiche e del¬ 
l'abbandono graduale, da parte delle dottrino 
filosofiche, del campo ontologico per la intro¬ 
spezione sulla natura della conoscenza umana 
(da Cartesio a Kant), prese il sopravvento, «*, 
come avviene in questi casi, col successo si dif¬ 
fuse dalla cerchia dej detentori della cultura — 
che, volere o no, è sempre una categoria d’ini¬ 
ziati alla comune società dogli uomini mez- 
itoni, fornendo alla borghesia sviluppata, che 
si agguerriva t»on un oscuro presentimento, le 
armi spirituali per le prossime battaglie sociali. 

Questo avveniva nella seconda metà del Set¬ 
tecento, spiccatamente in Inghilterra e in Fran¬ 
cia, ma un po’ dappertutto dove era penetrata 
o aveva avuto sviluppo la «cultura romantica». 
Ed in questo tempo avviene che alla fine sul 


tronco della «cultura romantica» s’iuucsta o si 
sviluppa rapidamente il ramo della « letteratura 
romantica ». Naturalmente anche questa propag¬ 
gine presenta gli stessi casi d’interfetcuza del 
fenomeno principato (tutte lo venature dì «let¬ 
teratura classica», elio intersecano la «lettera¬ 
tura romantica», come, su di una carta geo¬ 
grafica, le lince dei fiumi e degli affluenti.) 

Il più delle volte si trascurano questi due 
caratteri originali della «letteratura romanti¬ 
ca»: I) Essere il secondo stadio di*un più am¬ 
pio e più antico fenomeno culturale, del quale 
ripeto i molivi essenziali, segue le tendenze, occ; 

2) Essere stata la risultante di un lungo 
e confuso periodo di transizione e non avere 
mai rotto i ponti — a dispetto della solennità 
di certi manifesti bombardieri con la let¬ 
teratura classicheggiante del tempo precedente. 

Goiioralmentc, quando si parla di Romantici¬ 
smo, si alludo allo stadio secondario, alla fiori¬ 
tura poetica del Romanticismo; ma il uon te¬ 
ner conto a sufficienza delle distinzioni quali¬ 
tative, delle distanze nel tempo, ecc. fa sì che 
si intromettano nel discorso argomenti estranei, 
cho riguardano la «cultura romantica», oppure 
le si attribuiscano meriti o colpe, che non le 
appartengono in proprio, ma come eredità ina. 
limabile del tempo precedente. Si può furo a 
questo riguardo prova e cont roprova : dal Sei¬ 
cento si vede chiaro che la letteratura, sebbene 
ancora ripeta nollo forme esteriori il manieri¬ 
smo classicheggiante, vu man mano imbeven¬ 
dosi di «cultura romantica» e discendo il piano 
iiicluato verso la «letteratura romantica»; que¬ 
sta, per converso, o volontariamente premi? at¬ 
teggiamenti neo-classici, o inconsciamente - o 
questo è fenomeno anche più caratteristico — 
ritiene qualche clomonto essenziale dolla cul¬ 
tura o della letteratura classica. 

Si potrebbero citare coutinaia di prove. Mi 
basterà ricordare, pel primo coso, glj esempi of¬ 
ferti dal Croce noi Lirici marinisti o nei più 
recenti studi sulla letteratura del Seicento (V. 
Critica, fase, settembre 1927), por la Francia, 
i Pensieri di Pascal (anhc dal punto di vista 
strottamente letterario), la /‘/incesse (Ir CU- 
ves, ecc. A me piace dj offrire al lottoro un 
esempio oscuro, ina, nella sua modestia, oltre¬ 
in odo caratteristico, perchè rispocchia, appunto 
per la sua modestia, piuttosto lo spirito dol 
tempo che la creazione di una fantasia auto¬ 
noma. Un canto popolare napoletano dol Sei¬ 
cento, di ignoto autore, dico: 

Magnammo, amiee miei, e ppo' venimmo 

yfino che nce sta l’uopi io a la lucerna. 

Chi sa si all’auto minino nce vedi mino/ 

Chi sa si all’auto mutino tic'è taverna! 

In questa quartina sj può vedere già chiara¬ 
mente il connubio delle due correnti letterarie. 

I primi due versi ripetono l’antichissimo mo¬ 
tivo pagAiio deH'epicuraismo pratico (mangia¬ 
mo e beviamo, fino a che resta una goccia di 
olio nella lucerna della vita) ma la premessa 
dell’epicureismo pagano è che dopo la morte 
non c’è più nulla da godere, o, poiché la fe¬ 
licità 6 alla base dell’etica classica, non c’è più 
vita. Ma a questo punto il nostro poeta fa uno 


scarto o si lascia dietro la sua cultura classica. 
Il di là dolla sua roligiono gli si Affaccia allo 
spirito con tutti i suoi mistori, con tutti suoi 
terrori : - Chi sa cosa sarà di ciascuno di noi, 
che questa sera ci guardiamo in faccia lieta¬ 
mente intorno a questa tavolai... Un’ombra di 
malinconia vola quegli occhi luccicanti; un bri¬ 
vido serpeggia per qualche schiena; per un 
istante sorvola un'atmosfera da convito di Don 
Giovanni... Ma ò un istanto. E* tutta brnva 
gente, insomma, c può guardare davanti a sò 
per lo meno senza basire. Un’onesta giovialità 
può impadronirsi nuovamente del convito e 
può far sprizzare un'arguzia bonaria anche sui 
pensieri neri, che bulino rattristato la compa¬ 
gnia (... Chi sa so oi sono taverne all'altro 
mondo!...) In quei «chj sa» ni scopro il «clima 
iomautico», coi suoi angoli di ombre e di tri¬ 
stezze, u col suo tormentato umorismo. 

Per quello che riguarda le rimanenze clas¬ 
siche della letteratura romantica, si può diro 
clic tutta la letteratura dolla seconda metà dol 
Settecento sia, in questo senso, anfìbia. Vol¬ 
taire e buona parto dogli Enciclopedisti erano 
rimasti alla letteratura classicheggiante, corno 
letterati ; ma nella cultura aprirono un pro¬ 
fondo solco romantico (l’importazione della fi¬ 
losofia etico-poltiica inglese, la concezione dol 
progresso nella storia eco.) ; Rousseau, invcco 
— ed anche su questo punto mi sin lecito allon¬ 
tanarmi in parto dalle conclusioni del Seillière 
Rousseau, cho in letteratura è un roman¬ 
tico ribollente e può chiamarsi a buon diritto 
il padre della poesia romantica dol secolo XIX, 
nella cultura è ben più classico che romantico: 
romantico, sì, nello teorie pedagogiche (l'edu- 
zinne come autonomia del fanciullo) ; ma emi¬ 
nentemente classico nel pensiero sociale (con¬ 
cezione della perfeziono e felicità umana nello 
stato primitivo, cioè nella «età dell'oro»; della 
sua degradaziono col consolidarsi del consorzio 
sociale; della necessità di riavvicinarsi ideal¬ 
mente n moralmente alla prima otà). E infatti 
su questo Campo avvenne vini Mito l'urto tra lui 
e Voltaire o gli Enciclopedisti (romantici dol 
progresso). Sono quindi convinto che il misti¬ 
cismo naturista sia uno di quei filoni della 
• cultura classica» addentratosi nella «cultura 
romantica», tonuto in onore dalla poesia idil¬ 
lica dol Rinascimento e dai teorici seicenteschi 
dol diritto naturale « dagli uni e dagli altri! 
additato all'anima ardente dol Ginevrino. Por- 
ciò, quando Taino batte sull’cspnf clasmque co¬ 
me un potente lievito della Rivoluzione fran¬ 
cese, il suo intuito vedo con lucidità quanto de¬ 
ve l’ideologia giacobina al mito dell'età del¬ 
l'oro passato attraverso il temperamento di 
Rousseau ; solo che, corno sempre, Taino metti¬ 
tutto sotto la luco di un solo riflettore o* falsa 
la scona. 

Questi corollari ci riportano tutti alla que¬ 
stiono principale: non potersi parlare di Ro¬ 
manticismo se non tenendo sempre presente che 
c’è un Romani irismo in senso largo, nella ma¬ 
teria e nel tempo, c Romanticismo in senso 
stretto: due fenomeni storici, lo cui circonfe¬ 
renze interferiscono, nia non entrano l'tina nel¬ 
l'altra. M AUlO VtVCint’KHUA. 


La crisi del romanzo 


Si riparla della crisi del libro, e si dimen¬ 
tica — fra tanto sfoggio di vanità offeso, di 
insulti e di minaccio — qualche constatazione 
di natura del tutto pratica e positiva, del ge- 
ncr? di quello che siamo andati facendo »u 
queste colonne nei mesj scorsi, c che in fondo 
non sono apparse inopportuno od inutili nep¬ 
pure ai contradditori. In realtà, quando si dice 
• libro» si vuole, nelle polemiche attuali, in¬ 
tendere raccolta di novelle o romanzo, chè eia 
senno sa come il pubblico su cui possa contare 
uno scrittore «serio» si aggiri in Italia sulle 
cinquecento-mille persone, e come gli amatori 
di classici non siano motti di più. Essendo anzi 
i lettori di libri «di cultura» una minoranza 
che si comporta abbastanza bene, o almeno me . 
glio dei fedeli alla «letteratura Amena» (il suc¬ 
cesso dei pochi studi critici o storici realmente 
meritevoli lo dimostra, e così la fortuna di al¬ 
cune collezioni di classici) non c fuor di luogo 
rivolgersi a costoro, e indagare i motivi per 
cui gettandosi su Jack London — divenuto in 
un baleno popolarissimo — e su altri stranieri, 
trascurino ostinatamente quanto appresta la 
produzione nostrana. 

La colpa è degli autori — ha osservato giu¬ 
stamente qualcuno - : c'è, da noi come altrove 
il grande scrittore per i letterati (D'Annun¬ 
zio), manca invece — nonostante le autocan¬ 
didature a iosa — la brillante schiera doi di¬ 
vulgatori secondari e leggibili dalla massa. La 
impostazione era buona, ma l’ignoto della Fie¬ 
ra ha scartato sul più bello: la differenza fra, 
diciamo, gli autori di secondo piano italiani e 
quelli stranieri, che fa sì che il lettore prefe¬ 
risca Bordeaux a Brocchi, Jack London a Gui¬ 
do Milanesi, Vautcl a uno cho non voglio no¬ 
minare. E, sopratutto, resistenza di una cate¬ 
goria di autori stranieri che sta fra la prima 
e la seconda (Mauriac, Giraudoux, Carco) o 
che un tempo fu rappresentata anche presso 
noi, d& Fogazzaro, per es. 

Lo schema ha ancor bisogno di qualche ri¬ 
tocco, ma mi sembra sostanzialmente giusto. 
Non è vero ohe il pubblico sia vilmente diser¬ 


tore : appena ha la s|>eranza di non restar de¬ 
luso, abbocca all’alno di Campanile. E' ingiu¬ 
sto invece che il premio Nobel non sia bastato 
a portare Grazia Deledda tra gli scrittori — 
continuando l'immagine — per l'alta borghe- 
s a, al piano nobile; e ciò a dispetto delle apo¬ 
teosi critiche. L'arte sobria e forte dj Grazia 
Deledda merita una considerazione di pubblico 
molto maggiore ; ma dal Verga in poi e’ò una 
tradizione che par difficile spezzare, ed è strano 
che il ’ettore diffidi di quel regionalismo che 
va poi a cercare all’estero, nella scipitissima 
.Vine, o nell'ultra provinciale La Unire. Se- 
nonchè, quando fa difetto l'avventura, il no¬ 
stro mercato vuole — c con gran torto del 
sentimento, e ciò spiega la risonanza della Sc- 
rao, vigorosa cd enfatica, la strada di Ada 
Negri sul giulebbe mistico, o le difficoltà dolla 
modesta scabra c tanto più significativa Grazia 
Deledda. Infine, guai a chi si lascia giocai' 
da'l'amkiziono G. A. Borgese l’equivoco, trop¬ 
po pretenziosamente falso per j letterati, trop¬ 
po • aristocratico• per i borghesi. 

Scartato dunque le eccezioni, rosta un pro¬ 
blema foudameutaio: perchè i lettori preferi¬ 
scono gli stranieri ai contemporanei nostrani? 
Ferchi i primi danno loro qualcosa di nuovo o 
di wriflio rifinito: risposta precisa, e che è la 
applicazione di una legge economica. Bisogna 
infatti constatare che i francesi hanno una pra¬ 
tica narrativa molto più esperta della inedia 
dei nostri; che il loro «mestiere» è più sicuro 
e non è modellato su altri'. Noi nbbiamo dei 
romanzieri che si sono fatta la mano non su 
Halzac, ma su Bourgct; l’ultimo dei parigini 
ha dietro di sè una ricchissima miniera di mi¬ 
nori : About, Droz, Aliai», Renard, che i nostri 
ignorano, o tirano malamente a sfruttare. C’è 
inaomma il distacco cho separa un contadino che 
lavora sulla propria terra da generazioni, da 
un immigrante appena sbarcato. Eppure, per¬ 
suadete i queruli invenduti che meglio era pro¬ 
seguir l'evoluzione della novellistica italiana, 
fatta di facezie, c burle, c belle stragi, cho non 
rimasticare i temi di Maupa«santl Dimostrate 




IL BARETT1 


Pag. 11 


loro dio ira l'originale e In copia, l'acquirente 
sceglierà sempre l'originale! Vi daranno del 
traditore, o poco meno. Ma la cruda realtà ò 
die i nostri produttori di merce di seconda qua¬ 
lità lavorano con i dotriti altrui, salvo a re¬ 
clamare dazi di importazione c balzelli con¬ 
tro i libri di cui si sono sorviti. E non c’ò verso 
di pigliarsela con la critica, perché chi li legge 
salta nei giornali l'articolo letterario, e non 
compra rassegne bibliografiche. 

Nò i guai si fermano a questo punto. Il ro¬ 
manzo europeo negli ultimi anni ha cambiato 
— o sta cambiando — risolutamente tecnica, c 
ciò in base allo recenti teorie circa la forma¬ 
zione della personalità, toorie a cui ha non poco 
contribuito proprio un italiano, Pirandello. Or¬ 
bene, questo graduale rinovamonto della tec¬ 
nica romanzesca,‘iniziato da autori por lettera¬ 
ti come Huxley, Conrad, Proust, Giraudoux, 
e popolarizzato poi da un Bedcl o da un Cha 
dourue ,o magari da un Mac Orlau, è pai ufo 
da noi fra ('indifferenza più sconcertante. Scrit¬ 
tori e scrittrici leggono — se pur li leggono — 
i loro confratelli, e poi si rimettono a tavolino 
c cominciano: «Capitolo I. - Era una bella 

giornata d’aprile.; sono fermi al 1850 o giù 

di li. Non c’è vorso di smuoverli dalle vecchio 
faccende adulterine o politicheggianti. e pro¬ 
vinciali, e se toccano del cosidetto gran mondo 
ritraggono una società che non esiste più, e 
che c ancora quella di Cotmopolit o addirittura 
di Balzac: 1880-1830, ecco le dato eterno: Ro- 
vetta e D'Annunzio, ecco rimpasto-base. Il me¬ 
schino, vituperato, corbollato lettore si ribella t 
Dagli aH'anti-nazionale. Il povoro, umile, stri¬ 
sciante critico si permetto dello risorvol Alle 
isole. Se non fosse venuta ili tempo una santis¬ 
sima e sensatissima lavata di lesta, anche gli 
editori sarebbero finiti, che so io, sullo spiedo. 

C’è una generazione di giovani che salo : Al¬ 
varo, potente confuso c torbido rimcscolator di 
immagini ; Bacchetti, sereno c malizioso crea¬ 
tore di tipi ; Baldini che ò, quando la penna 
non gli si spunta por le divagazioni soverchie 
argutissimo novellatore; Malapartc, a cui la 
polemica sostanzia le trovate, e lo stravagante 
Amante, il delicato Angioletti, e diaci altri. 
Tutti sono scrittori in cerca d'originalità; o 
soli lungi dallo sposaro la causa dei secondari 
mal venduti, poiché, di origino più schietta, 
sanno che l'arte vicn prima e il suo sfrutta¬ 
mento dopo o che —. conio con auree parole 
fu consacrato — « un bocciato di scuola tec¬ 
nica non deve pretenderò di esser mantenuto 
dall'editore». Essi rendono sonsibilo il distacco 
fra la vecchia guardia ohe teneva il mercato, 
c le nuove reclute che se lo vanno conquistan¬ 
do. Non che queste ultime siauo completamente 
immuni dalla imitazione, ma certo si preoccu¬ 
pano maggiormente di scrivere un italiano de¬ 
cente, aggrazialo, persino Borito; hanno il scu¬ 
so che un'irrimediabile rottura è avvenuta nel¬ 
la tecnica romanzesca il giorno in cui l'autore 
non si è più considerato come il padreterno 
dei propri personaggi, colui che no sa vita, 
morte c miracoli e tiene a mostrare al lettore 
anche lo fibre di legno dcj burattini essendo 
persuaso di saperle analizzare; sanno che la 
visione è prodotto di subcoscienza, che la per¬ 
sonalità umana è fuggevole c si presenta di 
fianco, di sbieco, non si lascia comprendere ma 
soltanto frammentariamente intuire. 

Mentre, per coloro che scendono la china at¬ 
taccati alla moda 1880 come un’ostrica allo 
scoglio, mettersi up lo date ha significato sol¬ 
tanto accelerare la consumazione degli adultori 
e moltiplicare il numero delle pscudovergini 
cho corrono ansiosamente verso lo stupro in¬ 
vocato, o trasporre degli editoriali giornalistici 
o condire dei triviali fatti di cronaca con il 
pinionto della declamazione retorica, la critica 
nuova si è preoccupata di aiutare la giovano 
letteratura come non ò nini avvenuto in Italia. 
Troppe volte ho segnalato qui i vizi - talora 
radicali gli eccessi, i difetti dei giovani per 
non cedere ad uno slancio di ottimismo. I «nuo¬ 
vi» sono carichi di peccati, ina hanno una pro¬ 
bità di lavoro c dolio ambizioni severe che i 
loro precedessori non sospettarono punto ; i 
loro libri appaiono tuttora disadatti al gran 
pubblico; si trascinano al rimorchio degli orec¬ 
chianti giornalisti molto d In pntff. ma sotiza 
succo e midolla propri; devono imparare a dar 
dello tranche» de vie. e non delle impiastriccia- 
ture di cartapesta burinnta, ma hanno il gran 
merito di trasportarci fuori da quuH'iucrcdibile 
ambiente romanzesco del più ammuffito Otto¬ 
cento in cui tutti i narratori contcmporanoi in¬ 
tendevano asfissiare i lettori senza remissione. 

La crisi del romanzo è dunque nient'altro 
che la rivolta dei lettori (e ciò vaio anche per 
il teatro). Nessuno più schizzinoso e diffidente 
di noi in fatto di programmi, di polcmicho, di 
cHacchioro che durano quindici giorni, ma da 
diligenti fruii! ctoni Ut» siamo avvezzi a cercare 
sotto la cronaca le verità che di rado si pro¬ 
clamane Tutti i furori delle ultime settimane 
si riducano alla ribellione di gente cho si vede 
sfuggire il mercato, e ciò per un’inesorabile 
leggo economica. Il lettore italiano ò pigro, 
ama poco i libri, non può spendere — e talora 
non vuole — "olla proporzione di quelli degli 
altri paesi. Ma è altrettanto vero che, nei li¬ 
miti dello possibilità, tonde a non lasciarsi 
ingannare. II mercato assorbe, mettiamo, cin¬ 
quemila copio! Non si tratta per ora di am¬ 
pliarlo, ma di conquistar© tutte lo cinquemila 
copio eliminando automaticamente i prodotti 
inferiori, stranieri o no. Il lettor© nostro non 


ha pregiudizi e prevenzioni : compra ciò che lo 
interessa. Vuole del London! Fate del London 
all'italiana. Vuole degli studi sociali alla Gal- 
sworthyt Cercato di raggiungere la squisitezza 
di tocco di un Galaworthy. Tutto lo altro mi¬ 
sure sono impopolari o ridicolo: si tratta di 
un'opcraziono commercialo o nionte più. 

E' necessario, per questa opera di gradualo 
svccchiamonto, che lo letterature straniero ven¬ 
gano anzi conosciute molto più rapidamente o 
seriamente di quanto oggi non siano, o cho la 
critica abbia la libertà e la capacità di indicare 
quanto all'estero si scopro o ritrova. La vec¬ 
chia concezione del critico letterario che sa la 
propria lingua o biascica la francese deve esser 
sostituita da quella doU’informatot'c c deilo 
specialista, ciò che permetterà altresì a non 
pochi universitari di sveltirsi od affinarsi nella 
pratica del mondo moderno. Bisogna eliminare 

10 scandalo degli iuglcsi tradotti dal francese, 
e dcj plagi- Con ciò non si vuol diro che l'Italia 
letteraria debba mettersi ad osomplare e rical¬ 
care la produzione degli altri paesi, ma sol¬ 
tanto che devv conoscerne subito e scguirno il 
ritmo u l’andamouto, allo scopo di assimilare 
quel che le conviene c di saper fare lo dobite 
esclusioni. Resta intesa l’autonomia delia vora 
arte, la necessità di radicarsi nolla tradizione 
nazionale so si vuole realmente costruire qual¬ 
cosa di duraturo e forte, ma poiché le cor¬ 
renti letterarie tendono vieppiù ad intersecarsi, 
non andiamo almeno ad attingere alle sorgenti 
inaridite, da ostinati provinciali. Deplorevolissi¬ 
ma ò l’abitudine di scimmiottare la moda, ma 
ci sono, al di là delle formule superficiali o 
frivole o degli orpelli cho rilucono por una sta¬ 
gione, dei cambiamenti di mentalità che c im¬ 
possibile trascuraro. 

Sarebbe sommamente desiderabile che la com¬ 
prensione del movimento letterario europeo nel¬ 
lo suo lince fondamontali fosse accompagnata 
da un esame spontaneo c attento dei nostri 
classici, e che lo scrittoro sapesse alternare IIux- 
loy a Leopardi o Foscolo a Mauriac. La gente 
di un solo libro ci ha lasciati sempre freddi: 
fanatici, mancano di quel senso dello propor¬ 
zioni e dei rapporti che ò la grande misura o 
regola di un lotterato di gusto. C'ò l'artista 
istintivo e violento, cho scrive senza bisogno 
di leggere: e costui può fare la sua strada da 
solo, se il temperamento lo sosliono sino in fon¬ 
do (ma neppure un Balzac sfugge all’ambiente, 
e un articolo recento di Daniel Mornet ha ri¬ 
levato dello singolari somiglianze di tono tra i 
romanzi di Balzac e quelli de' suoi contempo¬ 
ranei). Ma c’ò altresì una maggioranza di scrit. 
tori riflessivi e cauti, di ispirazione diciamo così 
artificiosa, ed essi debbono toner conto di mille 
alchimie por giungere ad una reazione efficace. 
Si tratta dj cambiare lo polverine o le dosi. 

Una forza nuova ò entrata nel gioco della 
società: l'equilibrio dollc masso, lo schiaccia- 
monto dell'individuo da parte di queste, e una 
intiera serie di modificazioni psicologiche no 
ò derivata L’nniuricanizzaziono di molti strati 
sociali non è stata da noi punto studiata. I 
romanzieri vivono su dolio nozioni incartapc¬ 
corite e guidano i loro personaggi con i pen¬ 
sieri di cento anni fa, senza neppure tentare 
di correggere il loro radicale difetto di osser¬ 
vazione con dei rimedi lotterari © degli accor¬ 
gimenti. Il tanfo di Ohnet, Feuillet cho si spri¬ 
giona dalle pagine di molti romanzi freschi di 
stampa ò addirittura ignobilo. Ma se il let¬ 
tore od il critico recalcitrano, dagli all'icono¬ 
clasta. 

L’ultima piega è costituita dal pencolo di la 
sciare, con i metodi ora in uso, la via a dei 
giovani clic non lo meritano. [ costumi del 
mondo letterario hanno subito, da quindici auui 
ad oggi, delle trasformazioni in genere non 
conimendevoli. I tre, quattro, cinque anni di 
tirocinio, di rivistine a duecento copie; la pa¬ 
ziento Attesa alle soglie dolla rassegna più im- 
portante, l'anticamera del giornale sono scom¬ 
parsi. E, lasciatelo dire a uno cho ha qualche 
esperienza, è stato un male. Tutte le volte che 
i famosi manoscritti sepolti nei cassetti dalla 
invidia dei critici e dalla gelosia degli arrivati 
sono venuti in luco, la delusione è stata viva, 
pronta, indiscutibile. E se anche qualcuno ha 
àttcso a torto, cento altri si sono affinati c mi¬ 
gliorati : a chi ò mancata la pazienza, suo dan¬ 
no. Piuttosto che vedorci scaraventare dei pac¬ 
chi di componimenti scolastici redatti da ado¬ 
lescenti in vena di erotismo •* che scambiami 

11 calore della pubortà per il fuoco del gonio, 
proferiamo leggerci il millesimo ricalco dì Bour- 
get e la milionesima copia di un Coppie ri¬ 
tinto. I giovani che contano, oggi, in Italia, 
sono sulla trentina, o l’hanno già varcata: i 
giovincelli aspettino il loro turno di matura¬ 
zione, e si tengano sotto il fermacarte l'imi¬ 
tazione della Monodie litvur Franante che 
hanno abbozzata sul fascicolo appena giunto. 

Qui non abbiamo volute parlare in veste di 
critico letterario ma di un uomo che ha delle sim¬ 
patie o degli odi, dello opinioni da difenderò 
o dei giudizi da esprimere. Ci siamo risparmiati 
il più possibile i nomi, gli esontpi, le persona 
lità. La crisi del romanzo è stata da noi esa¬ 
minata sotto l'aspetto commerciale, parlami • 
come un libraio che sapesse un po’ di Ir!ter? 
o un editore di qualche fiuto La diagnosi non 
ò una cura, ma il preludio ad una cura. Ora, 
fate voi : e sotto a chi tocca. 

Annioo Cajumi. 


11 padre del pianoforte 

Anche nel campo musicale, come in molti 
altri, l'Italia fu spesso iniziatrice di forme e di 
idee nuove, cho, coltivato da noi con amore in 
origine, esularono poi altrove, o altrovo trova¬ 
rono il loro completo svolgimento. Così accadde, 
tanto per addurre un esempio, per In sinfonia, 
o si può diro cho audio così accadde, benché il 
fenomeno sia un )x>’ meno accentuato, per la so¬ 
nata. Questa forma musicale era stata prestissi¬ 
mo coltivata ni Italia, cd anzi, non ò improba¬ 
bile (come dimostrò il Torrefranca) che in Italia 
abbia avuto origine : certo è che nella prima 
metà del '700 noi avremmo potuto seriamente 
competere con la Germania, spccialmcutc por 
merito di Domonico Scarlatti ; invece verso la 
fine del '700 e nei primi decenni dcll'800 ai tre 
grandi nomi di Haydn Mozart Beethoven, noi 
non possiamo opporre cho uno: quello di Muzio 
Clementi, romano, vissuto dal 1752 al 1832. 

E’ veramente spiacevole che por questo valido 
rappresentante italiano delln «sonata», anche 
da noi ci si sia troppo spesso rimessi al male¬ 
volo ed acre giudizio di Mozart, il quale, in 
una lettera alla sorella, dopo aver concesso cho 
Clementi eseguiva molto bone i passaggi di ter¬ 
ze, sentenziava : • fuori di ciò non ha niente, 
assolutamente niente, nò di stile, nò di gusto, 
nò ancor meno di sentimento». E' molto se i 
più, memori del soprannome di «padre del pia¬ 
noforte» dato a Clementi da amici o ammira¬ 
tori, lo ricordano come un grande perfeziona- 
toro dolla tecnica del pianoforte, crcatoro di 
una «scuola» d’esecuzione, illustre didatta, a- 
bi!e e virtuoso concertista. Ma le suo qualità 
di compositore sono generalmente disconosciute 
con molla leggerezza. 

Certo demoliti non ò un poeta cho trascenda 
i limiti della sua arte per assurgere a gran¬ 
diose affermazioni d’universalità, ma é innega¬ 
bilmente un poeta. Per intanto, come autore 
di musica «per pianoforte», egli non ha nel 
suo tempo chi lo sùperi. Infatti Haydn scrisse 
musica per clavicembalo, e Mozart non ebbe 
certo la meravigliosa conoscenza tecnica del pia¬ 
noforte, che Clementi acquistò non solo con lo 
studio (fm dall'età di sedici anni egli potò eser¬ 
citarsi sul pianoforte, strumento allora di re¬ 
centissima invenzione, por la generosità di un 
nobile inglese che volle tonorlo con sé nel suo 
castello por fargli compiere degnamente gli studi 
musicati), ma sopratutto con la sua pratica di 
costruttore (é noto che Clementi impiantò a 
Londra una fabbrica di pianoforti, i cui af¬ 
fari egli curò sempre personalmente, con molta 
diligenza). Quanto a Beethoven, si sa che an 
che la sua musica per pianoforte è orchestrale, 
o almeno c sentita e concepita orchestralmente. 
il suo genio titanico, incapace di soffrire limi¬ 
tazioni di qualsiasi genere, lo spingeva a sfor¬ 
zare, a violentare 1© possibilità del pianoforte, 
porciò egli non si curava di ricercare e sfrut¬ 
tare, come fece Clementi, le attitudini © lo ca¬ 
pacità peculiari di questo strumento. 

Inoltro c già un gran merito che, contem¬ 
poraneo di quei tre grandi, Haydn Mozart Bee¬ 
thoven, Clementi non imiti nessuno anche se 
qualche superficiale influsso di questi autori si 
nota nelle sue opere, egli è pur sempre sopra¬ 
tutto se stesso. 

Amantissimo della musica, per la quale fin 
da fanciullo dimostrò tendenza spiccatissima, 
Clementi fu sempre un uomo assorto nella pro¬ 
pria arte, un uomo contento del proprio lavoro, 
felice di pot.rsi appartare dal inondo per vivere 
serenamente in mezzo ai lieti fantasmi delle sue 
creazioni musicali. Durante la sua brillante car¬ 
riera di concertista, egli frequentò le principali 
corti europee- ina non si trovò mai a suo agio 
in qucH’ainbicnte di frivolezza, di pettegolezzi, 
di vanità, e certo non lo corcò maj per se stes¬ 
so: vo lo spingeva la sua proverbiale avidità dì 
guadagno, che, come quella del viaggiare, non 
rara a quel tempo, era una delle sue manie. 
Questa noncuranza di Clementi per la società 
del tempo suo c stata anche accennata dal Pa- 
ribeni nelle ultimo pagine della La parte 
suo «Muzio Clementi nella vita e nell’arte», (1) 
l'unica opera completa ed esauriente, che, por 
quanto io sappia, esista su quest'argomento. «So 
non la previsione del futuro, almeno l'insoddi¬ 
sfazione del presente io credo di vedere adom¬ 
brata — quando guardo l'effigie di Clementi 
nella lieve piega della bocca, in mezzo a quelle 
linoo fini e dignitose». Con questo non bisogna 
credere clic (Tementi fosse un misantropo bron¬ 
tolone e scontento. egli non avrebbe mai potuto 
divenir tale, per il suo carattere gioviale e se¬ 
reno, spensierato e buontempone (su questo 
punto soti d'accordo tutte Io testimonianze per¬ 
venuteci dai suoi contemporanei), carattere sano 
e robusto, cho gli permise dj condurre una vita 
sempre serena c tranquilla, anche in mezzo a 
contrarietà talora notevoli. 

Questa figura appunto, dell'uomo gaio e sereno 
che conduce una vita piacevole c non agitata, ap¬ 
pare nella musica di Clementi; infatti, se si 
dovesse definire la caratteristica della sua arte, 
con una parola, io sceglierei la parola brio, co¬ 
me meno inadatta, a dare in sintesi un'idea del¬ 
lo stile di quel musicista Anche a proposito 
di Haydn e di Mozart si parla di brio, perciò 
bisogna fare una breve distinzione: il brio di 
Haydn ò essenzialmente tettecenfetco, con una 
immancabile punta di bonaria canzonatura 
(Ilaydn è per me un termine mediano fra Gol- 
doni c Parini), mentre iu Mozart il brio set¬ 
tecentesco si esplica seriamente, unito ad una 


meravigliosa aristocratica eloganza (non tanto 
evidente nelle Botiate per pianoforte, quasi tutto 
opere d’improvvisazione). Invoco il brio di Cle¬ 
menti è il brio, immutabile por variar di tempo 
e di condizioni, dello persone serene e gioviali: 
quindi n <>n ha nulla di quei graziosi, femminei 
languori della musica tctlccentrtca, ma è sem¬ 
pre fresco c sano, d’una salute forse un po’ 
volgare in confronto alla signorilità di Mozart. 
Ed ora vediamo di scoprire por mezzo di quali 
clementi materiali questo brio si esplichi nella 
musica d Clomeuti. 

Io credo che risulti da queste caratteristiche 
qualità dolio sonate clementiane: predominio di 
motivi lieti, varietà di questi motivi nollc di¬ 
verse sonate (mentre spesso lo sonato di Mozart, 
per esempio, hanno motivi comuni, talora ti¬ 
gnali, talora modificati superficialmente), loro 
sviluppo sempro originalo e impensato, lonta¬ 
nissimo da ogni regola o da ogni rotorica. In 
Clcmunti lo sviluppo del tema d’un tempo di 
sonata non è una vuota esercitazione per cam¬ 
biare o poi riassumere il tono primitivo, con¬ 
dotta faticosamente a termine por mezzo di pas- 
saggi presi in prestito alla retorica o di frasi 
fatto musicali: no, in Clementi lo sviluppo é 
una necessità vitato del tema stesso. Spesso Cle¬ 
menti usa la forma monotematioa per il primo 
tempo dolle suo sonate: ma crea temi cosi or¬ 
ganici nei loro vari e freschi sviluppi, che il 
temilo ne vicn fuori come d’un gotto solo, c se 
si dovesse indicare qual'é il tema, talora si sa¬ 
rebbe tentati d’indicare tutto il tempo. Pro¬ 
babilmente per questa sua spontaneità nello 
svolgimento dei temi', Clementi usa raramente 
tutte lo vuote fioriture, i melismi tauto in uso 
noi suo tempo: la sua idea musicalo si svolge 
automaticamente, per virtù propria, quiudi gli 
si presenta in forma sobria e nitida. 

In Clementi i motivi scherzosi o lieti predo¬ 
minano per quantità e por valore artistico: so¬ 
lamente se lo prendo dal popolo (si sa ch’egli 
amava assai il folklore musicalo) Clemonti sa 
darci qualche bel motivo malinconico o commos¬ 
so, sentendone e facendone gustaro tutta ('in¬ 
tima poesia. Ma oglj ha poca potenza d’espres¬ 
sione in questo campo; è raro ch’egli sappia 
fortemente commuoverci, sappia farci chinare 
il capo coll’espressione d’un forte doloro, o sap¬ 
pia entusiasmarci con una visiono grandiosa o 
solenne , c ciò é naturale, dipende dal suo ca¬ 
rattere stesso, incapace di sentire profonda¬ 
mente, o meglio, di conservare un grande do¬ 
lore. Infatti di rado Clemonti ci dà un bel 
tempo lento, veramente commovente o toccante. 
Il Paribeni sostenendo cho Clementi fu gran¬ 
dissimo anche in questo campo, spiega che ogli 
nei tempi lenti ebbe Pintendimento di « ren¬ 
dere cantabile od espr.ssiva l'esecuzione sul pia¬ 
noforte», cioè, per mezzo del legato, imitare sul 
pianoforte il fraseggio'del canto: io credo cho 
questo scopo prefisso, questa preoccupaziono tec¬ 
nica gli soffocasse molto sovente l'ispirazione. 
Talora, speciAlmonto nello primo sonato, il tem¬ 
po lento manca affatto, spesso ò brevissimo o 
sproporzionato rispetto agli altri, altre volto 
non ha il solito carattere dj gravità e profon¬ 
dità, ma ò lieto o scherzoso c qualche volta tendo 
a trasformarsi in tempi come quosto : « un poco 
andante, quasi allegretto» (son. op. 34, n. 1). 
Qualche votta sforzandosi di darci un «tonto e 
patetico» (son. op. 26, n .2), Clemonti comiucia 
con un tema antipaticissimo, «patetico» noi 
senso peggiore della parola, poi (battuta 13) 
salta fuori un nuovo motivo, non più patetico, 
ma spigliate c festoso. 

Ma negl» allegro o sopratutto nei prato e nei 
rondò degli ultimi tempi, che festa, che gioia, 
che nllegria! Che sprizzare scintillante, argen¬ 
tino di motivi arguti, festosi n sereni ; cho effetti 
comici, raggiunti talora con la ripetizione ca¬ 
ricaturalo cd esagerata di un motivo buffo, si¬ 
mile a una cantilena, che si mostra, scompare 
in unu variazione, poi ritorna quando meno te 
l'aspetti, provocante, esasperante col suo con¬ 
tinuo nascondersi o riapparire, (son. op. 34, 
ii. 1) .Allora l'impressione che Clementi ci lascia 
non ò più debole, superficiale, come nei tempi 
lenti : qui un’onda di letizia e di spensieratezza 
ti trascina prepotentemente, e ti spingo e ti 
tira se sei restio o corrucciato; come un bim¬ 
bette irrequieto, che vuol farti giocare con lui, 
o ti piglia per mano c ti tira per la giacca o 
finisce per farti spianare la fronte contratta e 
o cacciarti dal capo i pensieri tristi. 

Da quanto abbiam detto sinora risulte il di¬ 
fetto dolFarto di Clementi ; è unilaterali. Nolle 
sonato clementiane non sentiamo vibrare tutta 
la vita in tutte le sue forme, come nelle sonate 
di Beethoven, anzi sentiamo la vita solo in quel 
che ha di lieto, di soreno, di comico, di gra¬ 
zioso: mancano forza, eroismo, pensiero, doloro: 
ciò che è grande, ciò che ò profondo manca a 
Clementi. Perciò egli non può esser© il nostro 
amico più caro, quello che corchiamo noi mo¬ 
menti tristi, quello a cui chiediamo conforto, 
consiglio, coraggio: Clementi ò il compagno pia 
covole, che rivedi volentieri se sei di buon umo¬ 
re, perchè ti fa ridere, perchè narra tante bollo 
storielle, perchè non ti tedia col racconto delle 
suo miserie, perchè non ti fa mai rimproveri, 
nè tj dà consigli: ma guai so ti capita tra i 
piedi, ridanciano e buffone, il giorno in cui li 
rattrista un grande dolore! 

Per questo non bisogna chiedere a Clementi 
più di quello ch'egli sa darò. 

Massimo Mila. 

(l) G. C. PAKIBKNI - Af. C. nella vita e nell’arte. 
(Milano • Il primato editoriale - 1912). 


Png. 12 


IL BARBITI 


LA PAGINA REGIO 


L’opera della Società 

“Magna Grecia,, 

Dagli Atti delia Società Magna Grecia per 
• l 1927, dt immittente pubblicazione, ricavia 
mo per il Baretti una parte della interessante 
'relazione che sulle ricerche per la determina¬ 
zione del sito esatto dell'antica Medina allestì 
il Presidente della Società stessa Sen. Paolo 
Orsi. La pubblicazione ci offre il destro di ri¬ 
chiamare l'attenzione dei lettori sull'opera che, 
silenziosutdente e alacremente, conduce, ornai 
da sette anni, la Società % Maytus Grecia, fon- 
data nel 1920 da un piccolo gruppo di Amici 
del Mezzogiorno con l’intento di precedere sol¬ 
lecitare accompagnare Governo e Nazione- nel¬ 
l’opera di esplorazione, di illustrazione e di di¬ 
fesa del preziosissimo materiale archeologico, 
che giace o ignoto o malnoto nelle regioni del¬ 
l’Italia Meridionale in cui fiorirono, fra le al¬ 
tre minori colonie greche, Locri, Crotone e Si- 
bar i. La Società, che nei pochi anni di vita ha 
già al suo attivo le fortunate ” campagne " del¬ 
la zona di Monteleone Calabro, di Taranto, del¬ 
l’Agro Materano, di Punta Alice (Cirò-Cata- 
brio), le esplorazioni interne del tempio di Me¬ 
taponto, i restauri al tempio dì Atena in Sira¬ 
cusa, la importantissima ” campagna’’ per >1 
ritrovamento di Sibari e di Trorio, ” campa¬ 
gna ” per cui si spera sia per esser risoluto ” il 
mistero della Città oggi sol ricordata per la mol¬ 
lezza dei suoi costumi... e che dovette il sua 
decadimento politico prieipalmente al moto ri¬ 
voluzionario facente capo alla dottrina pitago¬ 
rica ». (1). 

Mcdma - Nicotera 

Ricerche topografiche 

Fu iMedma o Mestila una piccola città ita¬ 
liota sul Tirreno, probabile colonia di Ix>cri ; 
oscura quanto mai ne è la storia, ed in ogni 
caso essa ebbe secondaria importanza nelle gran¬ 
di competizioni italiote o siciliotc. Intorno nd 
essa esiste una piccola letteratura, dovuta per 
lo più ad eruditi locali, e quasi inaccessibile 
al grande pubblico degli studiosi; e la discus¬ 
sione vertè in particolare sul sito esatto della 
cittadina. 

Tenendo sovrattutto conto dei poveri scarsi o 
tardi ruderi in vista nella campagna a sud della 
Marina di Nicotera, credette, ora è poco meno 
di un secolo, Vito Capialbi di Monteleone che 
Medma s'avesse ad ubicare in questa breve pia¬ 
na; e la sua voce, la sua autorità dettò legge. 
Se non che a tale credenza dettero una forte 
scossa lo mie campagne condotte negli anni 1912 
e 1914 negli immediati contorni di Rosarno. 

Ho sempre avuto ed ho il più grande ri¬ 
spetto per l’opera o la memoria di Vito Ca¬ 
pialbi. Egli fu un archeologo provinciale dei 
migliori per il suo tempo, il cui nome dovrebbe 
la Calabria ricordare con onore. Ma ben altre 
sono lo esigenze della scionza odierna. La sto¬ 
ria della plastica greca, la ceramica, l’architet¬ 
tura e la topografìa, che oggi formano campi 
vastissimi e quas autonomi, erano ai tempi del 
Capialbi ancora nella loro fase primitiva; non 
ò sua colpa, so egli non potè approfondirsi in 
essi, e se talune delle sue conclusioni, noi fatto 
specifico della ubicazione di Medma, discendono 
da premesse errate, cioè da errate intorprota- 
zioni tectoniche o cronologiche di monumenti. 
A questi appunti che riguardano il Capialbi, 
devo aggiungere, come successivamente il cam¬ 
panilismo ed il dilettantismo abbiano fatto per¬ 
dere ancho a persone rispettabili, e talvolta do¬ 
tate di buona coltura storica, il giusto filo, 
l’esatto criterio conduttore. Oggi siamo arrivati 
al punto, che il negare Medma sorgesse nella 
breve Piana della Marina di Nicotera, si in- 
torpreta come offesa a Nicotera. Ogni commento 
a tali atteggiamenti è perfettamente superfluo. 

Di tali sentimenti per la sua piccola patria 
e lo sue antiche memorie si è fatto recentemente 
paladino il nicoterese doti. Vincenzo Russo, 
professore di Storia c preside del R. Istituto 
Tecnico di Catania ; egli ha pubblicato una se¬ 
ria e decorosa monografìa intitolata Sul luogo 
di Medma, apparsa nell'Archivio Storico per 
la Sicilia Orientale di Catania (a. XXII, 1926). 
Leggendo lo scritto del dott. Russo mi sono per- 
suaso della serietà di esso, della sua intrinseca 
bontà sopratutto storica, dello sforzo tenace di 
riconoscere sul terreno, percorrendolo amorosa¬ 
mente, le reliquie archeologiche della presunta 
Medma, ed ho appreso alcune notizie storiche, 
per me nuovo, sulla piccola regione e dati di 
fatto da tenere in conto. 

Ma dopo le lodi meritate seguono le criticho, 
eque o serene. Il lavoro del sig. Russo, ben 
condotto nella parte storica e tradizionale, ri¬ 
vela subito la incompetenza archeologica dell’A. 
Quando in fatto trattasi di stabilire o di sco¬ 
prire la precisa ubicazione di una città greca, 
aia pur piccola, ma capoluogo di uno statarcllo 
autonomo, il criterio topografico diventa un 
un argomento di valore preminente ; e ad esso 

(l) Quelli dei nostri lettori che desiderassero notizie 
particolari sull’attività della Società " Magna Grecia „ pos¬ 
sono rivolgersi olla Segreteria Centrate della Società 
(Dott. Umberto Zanotti • Bianco - Giuseppina Le Maire - 
Palazzo Taverna, Via Monte Giordano • Roma). 


conviene aggiungere quello monumentalo, pol¬ 
ii quale fa d’uopo una adeguata proparazioue 
pratica oltre che teorica. Questi criteri sono 
mancati al prof. Russo, nè io voglio fargliene 
carico; dallo sue errate premesse topografiche 
ed archeologiche è venuto inevitabile il crollo 
della sua tesi. 

La quale in sostanza è questa, che Medma si 
adagiasse nella pianuretta di un 8 kmq. rac¬ 
chiusa fra le balze dell’attuale Nicotera, il 
mare, il Mammella ed il sistema collinoso de¬ 
gradante a levante verso j| fiume Mcsima. 

Segue la relazione delle indagini topografiche 
archeologiche condotte sui luoghi dal sen. prof. 
Paolo Orsi. Per ragioni evidenti diamo di tali 
indagini solamente le conclusioni. 

* * # 

Amo la Calabria di grande amore, o credo di 
averno date molteplici prove ; ma non comprendo 
corno si faccia una questione di campanile fra 
due paesi, pur rivendicare il sito di una pic¬ 
cola città greca, contesa fra due moderne alla 
destra ed alla sinistra del Mcsima. Per amor di 
Dio non torniamo indietro di duo secoli, quan¬ 
do s’imbrattavano centinaia di pagine, pur 
gelosie storiche o campanilistiche, aovonte vuote 
di senso, e di contenuto. Nicotera o Rosarno si 
guardino dallo loro alture, senza invidia e 
senza astio per le loro egualmente nobili ori¬ 
gini, e procedano serene e concordi nella al¬ 
trettanto nobile gara di redenzione agricola dei 
pingui piani e delle ubertose colline, cho fu¬ 
rono anche in passato la loro precipua ricchezza. 

Per me i risultati concreti, obiettivi e sin¬ 
ceri dello vecchie « nuovissimo ricerche sj con¬ 
cretano noi caratteri seguenti: 

1. Medma fu a Rosaruo-Pian delle Vigne, 
perchè la massa di magnifico materiale dei se¬ 
coli fino VI a IV, colà rinvenuto (e parlo non 
solo del materiale dcrivanto da un quarto di 
secolo di dovastazioni agricole non controllate, 
e disperso in tutta l’Europa) ce lo attesta. Ni- 
colera nulla di simile è in grado di contrap¬ 
porre. 

2. Nè a Nicotera nè alla Marina si rinvenne 
alcunché di simile, ma pochissimi materiali el¬ 
lenistici , non però un sepolcro, o quanto meno 
un sepolcreto, una necropoli, un edificio qual¬ 
siasi di buona età greca 

3 Nicotera sorse tardi in età romana c fu 
sopratutto uno «statio itineraria». 

■1 Alla Marina d. N. vi era un «Emporium» 


Comincierò dai Piemontesi, che sono popolo 
d’Italia più vicino all’Alpi. Una dolio princi¬ 
pali qualità che li distingue dagli altri Ita¬ 
liani è la loro mancanza di allegria. Un fore¬ 
stiere che viaggi nell’Italia, scorge agevolmente 
che tutte le regioni vi hanno una cert’aria gio¬ 
viale e lieta, e che appariscono naturalmente 
inclinate ai piaceri romoresi ; ma a’egli attra- 
vorsa la città del Piemonte, scorgerà bentosto 
sul volto di quegli abitanti una cert’aria di 
melanconia c di mesta gravità. 

Vi sono ancora molte altre particolarità che 
fanno differire i Piemontesi dagli altri Italiani, 

. Non solo i Piemontesi non hanno quella 

viva immaginazione che fa inclinare gli altri 
Italiani olla poesia, ma sono eziandio insensi¬ 
bili alle bellezze del Tasso e dell’Ariosto, cho 
accendono e infiammano un Romano, un To- 
scano, un Veneziano, un Napoletano e nondi¬ 
meno • Piemontesi ticscono iti diversi generi di 
letteratura : hanno degli uomini celebri in giu¬ 
risprudenza. in medicina e ili matematica. 

E' pure cosa notabile che i Piemontesi non 
furono mai eccellenti nelle belle arti.... 

Ma se i Piemontesi non possono essere messi 
a confronto coi Toscani e con gli altri Italiani 
per la vivacità della fantasia che richiedono 
la poesia e 1- belle arti, hanno d’altronde molta 
superiorità, considerandoli come soldati. Con¬ 
tuttoché le loro truppe non sieno mai state nu¬ 
merose, non v’è persona un po’ versata nella 
storia che ignori con quale valore resistettero 
per più secoli contro j Francesi, contro gli Spa- 
gnuoli e contro i Tedeschi, tuttavolta che questi 
popoli vollero assoggettavji. Vero è che soven- 
te furono costretti di cedere alla forza ed al 
numero di loro nemici : ma hanno sempre scosso 
il giogo con molta costanza c prontezza ; talché 
in Francia dicesi per proverbio che d Piemonte 
è la sepoltura dei Francesi. 

I Piemontesi sono talmento animati da uno 
spirito .marziale, che gli stessi contadini ambi¬ 
scono di mostrarsi con qualche segno militare ; 
è si comune il vederli seguire l’aratro in uni- 
forme, clic un forestiero il quale non sapesse 
che sogliono comperare tali vestimenti, per loro 
uso, potrebbe creder che il Piemonte abbia più 
soldati di quanti ne hanno gli Stati del re di 
Prussia. 

La nobiltà del Piemonte, ’a quale è nume 
rosa riguardo all’estensione del paese, affetta 
molto le maniere •* il linguaggio francese ; ma 
è ancora ben lontana dall’avere quell’affabilità, 
quell’aria sciolta e cortese e quella vivacità di 
carattere che distinguono la nobiltà francese. 


mn pare fosse di otà Romana; nella campagna 
circostante si hanno «vici, pagi, rura» di età 
romana. Pare che dotto Emporium caportnss? 
graniti locali lavorati ; ma poiché t ale indu¬ 
stria nacque noH’otà imperiale, anche l'Empo- 
rium sarebbe di data romana ; a conferma di 
ciò starebbero i reperti tardi doi terreni circo¬ 
stanti. 

5. Ma fu l’Emporium il porto di MedmaI 
Questo è uno dei punti molto controversi. La 
configurazione della costa, che abbiamo studia¬ 
ta, depone a favore di un porticciolo di rico¬ 
vero, l’unico su lunghissimo tratto della costa 
tirrena A tutta prima la cosa appare probabile 
ma non provata. Siccome però attorno ad un 
porto por quanto piccolo sorgeva un abitato, o 
|>oichè alla Marina nulla si è riconosciuto di ma¬ 
teriale greco del VI-IV secolo a. C., la solu¬ 
zione anche di questo dubbio rimane in sospeso. 

6. Ma il pernio della questiono si muove in¬ 
torno alla «grande fontana», di Strabone, o 
meglio della sua antica fonte, Ecatoo. La o lo 
ricche fonti di S. Faustina, alimentavano due 
borgutclle rurali di età romana ed altresì lo 
circostanti campagne ; non abbiamo testimo¬ 
nianze archeologiche di una conduttura fino 
all’Emporium. Certo è che le fontane di S. Fau¬ 
stina erano lo più copiose c le più vistose sulla 
destra del fiume, c dovettero servire anche ad 
alimentare i convogli della via Popilia. Por al¬ 
tro anche Rosarno o le immediate vicinanze del¬ 
la cittadina dispongono oggi o disponevano in 
antico di buone o copiose fontane. In un primo 
tempo era anch’io propenso a collocare la fonte 
strabouiaim a S. Faustina, ma oggi dopo la 
mia indugine sulle acque di Rosarno sono por. 
plesso. Ed in ogni modo, Ancorché io accedessi 
al pensiero del mio avversario, che a S. Fau¬ 
stina s’abbia a collocare la fonte Medma, non 
discende affatto, per le ragioni topografiche in 
precedenza esposte, che Medma s’abbia a ricer¬ 
care sulla destra del fiume, piuttosto cho sulla 
sinistra. 

Io non so se il mio cortese avversario si ar¬ 
renderà a'io argomentazioni che ho svolto, ten¬ 
denti a dimostrare cho Medma fu nel sito del¬ 
l’attuale Rosaruo ed a Pian delle Vigne, e non 
sulla destra del fiume. So io non fossi riuscito 
nel mio compito, non altro mi resta clic atten¬ 
dere sereno il responso di ulteriori esplorazioni, 
stringendo al prof. Russo, con molta cordia¬ 
lità c con tutto il rispetto ai suoi nobili sforzi, 
la mano. 


L'orgoglio della nascita 6 un difetto notabile 
nella nobiltà di Torino. La maggior parto sde¬ 
gna qualunque unione familiare con quelli che 
hanno un’antichità meno remota; o, se si ab. 
bassano a parlar loro e ad ammetterli seco in 
una specie di familiarità, le loro compiacenze 
sono un sì bizzarro miscuglio di urbanità e di 
alterigia, cho è impossibile cho un uomo da 
qualcosa non se ne sdegni. Molti fra questa no¬ 
biltà sono tenuti in concetto di abili negozia¬ 
tori, e si danno vanto di politici; ma l’inclina¬ 
zione per la guerra fa si che trascurano tutti 
la coltura delle lettere; cosicché pochi di loro 
sanno la lingua italiana, un numero ancor 
minore latina, nè udii che alcuno conoscesse 
l'alfabeto greco. 

Il ceto medio, in Piemonte, non è più sol¬ 
lecito del primo ad acquistare cognizioni in I* 
talia, la cui cittadinanza sia più ignorante di 
quella Piemonte. Alcuni, come dissi, bì di¬ 
stinguono nella medicina, nella giurisprudenz i 
e nella matematica : ma generalmente non h»n. 
no alcun amore per lo studio: almeno, entran¬ 
do indie loro conversazioni, ne' loro caffè ed in 
altri luoghi pubblici, trovai i loro discorsi fa¬ 
miliari troppo frivoli ed insipidi. Sono tanto 
puntigliosi e s. pronti a mettere mano alla spa¬ 
da, che succedono piu duelli nel solo Piemonte 
che in lutto il resto dell’Italia. 

Le gentildonne, come le cittadine, vivono nella 
più crassa ignoranza. Le librerie di quello che 
leggono, sono composte di qualche romanzo fran. 
cose. La conversazione delle donne piemontesi 
è la meno piacevole, in confronto dj quella del- 
l’altre italiane: alcune di t*se sotto dissolute; 
ma la maggior parte professa una stupida di¬ 
vozione. Poiché sanno mantenersi trA questi due 
estremi, ed essere amabili in società. 

Gli artigiani e i contadini del Piemonte sono 
la parte più stimabile di ques a nazione.. I To¬ 
scani e i Genovesi, gli agguagliano r.ppena in 
industria e in abilità nello manifatture e nel¬ 
l’agricoltura. Le loro manifatture vanno con¬ 
tinuamente facendo nuovi progressi, in pregiu¬ 
dizio di quelle di Francia, c vi sono poche terre 
ili Europa meglio coltivate ovile loro eccetto le 
migliori provincia inglesi. 

Per terminare il quadro dei Piemontesi, sog¬ 
giungerò che sono ammiratori dei F r ancc$i, o- 
diano i Genovesi, disprezzano tutti gli altri Ita¬ 
liani, c non sono amati da alcun popolo, benché 
siano ospitali, a loro modo, verso lutti fore¬ 
stieri, non esclusi quelli contro dei’ quali nu¬ 
trono odio e disprezzo. 

Dalla « Relaziono degli usi c costumi d’Italia» 
1768. Londra. 


I Piemontesi nel giudizio di Giuseppe Baretti 


N A L E 

I Milanesi nel giudizio 
di Giuseppe Barefti 

Gli abitanti della I^mbardia, e principal¬ 
mente i Milanesi, vantano molto la loro uma¬ 
nità, e non senza fondamento, giacche sono 
forse il solo popolo dol mondo che non sia o- 
diato da' suoi vicini. I Piemontesi, come dissi, 
odiuno i Genovesi, o ite sono aborriti ; i Geno¬ 
vesi non amano che i Toscani ; i Toscani non 
hanno tanta inclinazione pei Veneziani o pe’ 
Romani ; i Romani non sono certamente apo¬ 
logisti dei Napoletani ; quasi tutte le regioni 
italiane sono, senza saperne il perchè, animato 
da una ridicola antipatia le utte verso lo altre. 
Ma i Milanesi fanno un’onorevole eccezione a 
questa regola generale, o godono l'iuestiinabile 
vantaggio di essere amati da tutti i loro vi- 
tini, o almeno di esserne guardati senza la mi¬ 
nima avversione ; o questo vantaggio lo deb¬ 
bono certamente alla loro schiettezza e alla loro 
cordialità. 

Vengono essi paragonati agli Alemanni pei 
laloro buona fedo, ai Francesi pel loro amore 
del lusso e dell'eleganza nei loro equipaggi e 
nel loro addobbo: e soggiungerò volentieri che 
rassomigliano agl'inglesi nel loro gusto per la 
tavola ; il che li fé chiamare lupi lombardi. 

Non solo la nobiltà milanese, ma «-ziandio 
gran numero dei ricchi cittadini c mercanti ten¬ 
gono una tavola, nella quale regnano l'abbon- 
danza e il buon umore. 

Da • Gl', Italiani ree.» V. Baretti. A. 


Libri ricevuti. 

S Buti.kh : Erewhon. - Tradotto da G. Titta 
Rosa. - Kdit. Cbrticelli, Milano. - L, 10. 

I London; Il Popolo dell'abisso. - Tradotto 
da Gianni d‘A rezzo. - Edit. Corticolli, Mi¬ 
lano. • L. 8. 

C. II. W r li.s : L'amore e. il signor Le iris llam. - 
Tradotto da Bice Pareto Magliano. Editerò 
Campiteli, Milano. • L. 9. 

R. Kiplino : Il hbro della Jungla. - Tradotto 
da Umberto Pittola. - Edit. Cortioelli, Mi¬ 
lano. • L. 8. 

.1. Gì ha udo ex : h'giuntine. - Trad. Nicola Canè. 
- Edit. Vitagliano, Milano - L. 10. 

G. GandolG La vittoria del sole. - Edit. Catn- 
pitelli, Bologna. 

Cahlo Bue cari : La fuggitiva. • Editore Car- 
rabba-Lanciano. * L. 7. 

Lirici Giapponesi: scelti © tradotti di H. Sci- 
moi e Gherardo Marone. • Edit. Carabba- 
Lanciano. • L. 4,5. 

Guoliklmo James: Principi di Psicologia. * 
Estratti a cura di Zino Zini. - G. Paravia, 
Torino. - L. 12,80. 

B. Spinoza ; /.'lìtica, a cura di Piero Marti¬ 
netti. - G. Paravia, Torino. - L. 12. 

Kurt Kaskr. lliforma e Controriforma. - Trad. 
Giuseppe Maranini. - Editore Vallecchi. - 
L. 17. 

Vito G. Calati : Gli scrittori delle Calabrie. • 
Dizionario Bibliografico con prefazione di 
Benedetto Croce. - Edit. Vallecchi, Firenze. 
• L. 20. 

Giovanni Carano.-Convito - L'Economia me¬ 
ridionale prima e dopo il Risorgimi atn E- 
ditorc Val occhi, Firenze. - L. 30. 


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N. 1 Benedetto Croce: Contrasti di ideali po¬ 
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do Rho, Domenico Pjbtrini. 

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Fondatore PIERO GOBETTI 

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ABBONAMENTO PER IL 1928 L. 15 Estero L. SO ■ Sostenitore L. 100 • Un numero separalo L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno V - N. 3 • Marzo 1928 

SOMMARIO - B. CROCEi " Comunlcaiiona „ dall'alto •italico • enol " concomitanti filici,, • L GINZBURG : Il irlataro dall'anima alava » M. MARCHESINI i Ciptanlsaa aatalica od aapraaalooo pratica nel pcnilrro crociano • I. SINCLAIR: Contado da 
Gloria Swanaon . A. GAROSO i Lul.i Alamanni ■ A. CAVALLI t OaaarraaionI critiche aull'Oriani • E. SOLA: Paracolaua. 


“ Comunicazione „ dell’atto estetico 
e suoi “ concomitanti fisici „ 


Orando ò l’importanza por la storia dell'este¬ 
tica di questo libro che espone in modo parti- 
oolaroggiato e con fina intelligenza i pensieri 
sulla poesia o sull’arte di Blako, Coleridge, 
Wordsworth, Do Quincey, Shelloy e Koala, di 
quella che si potrobbu chiamare la teoria ro¬ 
mantica della poesia in Inghilterra, Con quale 
criterio la ricostruzione storica o l'esame critico 
siano condotti ò dotto nel sottotitolo,, cho ù sta¬ 
to di sopra trascritto. Seuonchò, all'esposizione 
segue un capitolo, o piuttosto un’appondice, 
nella qualo — scrive l'autrice — «mi sono 
sforzata di formolare e discutere certo difficol¬ 
tà della dottrina del Croce, di cui mi avvidi so¬ 
lamente quando la maggior parte dol libro ora 
composta, o cho, quantunque non mi portassero 
a modificare seriamente il mio anteriore giudi¬ 
zio sulla questiono romantica, mi rendono im¬ 
possibile accettare a pieno la soluzione ohe il 
Croco dà al problema estetico. Io sono viva¬ 
mente consapevole dol carattere non conclusivo 
(o/ thè. inconclmive charoctrr) dello discussioni 
di questo capitolo; ma sopprimere i miei dub¬ 
bi sarebbe stato poco onesto, c oercare rispo¬ 
ste complete ad essi sarebbe stato tentare la co¬ 
struzione non solo di unn nuova Estetica, ma 
di una nuova Metafisica ». I dubbii concernono 
la «comunicazione» dell'atto estetioo, i suoi 
■ concomitanti fisici», il «bello di natura»: e 
sono dubbii «ui quali si sono fermati più volte 
parucolatmeiiie i critici inglesi. Ala sono anche 
dubbi cho hanno travagliato me stesso prima 
cho giungessi n formolare le rispettive teorie, e 
anzi qualcuno di essi mi si è presentato solo 
più tardi, o mi ha indotto a meglio determi¬ 
narle noi posteriori miei scritti. Ora mi c gra¬ 
to, innanzi alle obiezioni cho con tanta solle¬ 
citudine e scrupolo di verità mi sono mosse dal¬ 
l’autrice dj questo libro, fornire alcuni schia¬ 
riménti o, piuttosto, tenendo conto delle obie¬ 
zioni, riesporre in modo sommario ma perspicuo 
le mie soluzioni. 

Innanzi tutto, il problema della cosiddetta 
«estrinsecazione» od «oggettivazione fisica» del¬ 
l'atto estetico non è dà confondere con quello 
del rapporto tra «creazione spirituale» ed «e- 
•pressione fisica » nell'atto stesso. Questo secon¬ 
do problema ò atato da me risoluto o oltrepas¬ 
sato col principio dell'* unità di intuizione ed 
espressione», analogo a quello dell’*unità di 
volizioni e azione» nella filosofìa della pratica, 
o di «spirito e corpo» nella generale filosofìa 
dello spirito; i quali principi si ricollegano poi 
alla critica che la classica filosofia idealistica 
iniziò della divisione di idea e realtà, di noume¬ 
no e fenomeno, di essonza od esistenza, c simili, 
cioè al rigetto della falsa gnoseologia dualistica, 
malamente trasferita dalle scienze naturali alla 
filosofia (dalla scienza del finito, bì diceva al¬ 
lora, a quella dell‘infinito). Come l’autrice acu¬ 
tamente scorge, per oonfutarc principi! come 
questi bisognerebbe costruire una «nuova Me¬ 
tafisica », cioè o andare a ritroso dolla filosofia 
moderna 0 restaurare una vecchia metafisica, o 
inventarne una affatto nuova, della quale non 
c'è luogo a parlare perchè non è atata ancora 
inventata, nè, da parte mia, vedo per qual via 
si possa inventarla. 

Il problema dell’cestrinsecazione» è altro. Ec¬ 
co, io ho creato una poesia; cioè, l'ho espressa 
in ritmi e parole, l'ho mormorata dentro di 
me a bassa voce, o anche l’ho cantata a mo 
stesso a voce spiegata. — Come fare affinchè 
questa poesia possa essere richiamata al ricor¬ 
do? In certo senso, ossa è già immortale nel ri¬ 
cordo. Potrò in apparenza dimenticarla, ma un 
giorno, in certe circostanze, magari in certe 
particolari condizioni (direbbero i medici) ner¬ 
vose, dopo anni e anni, potrà risorgermi in 
mente, cosi come l’ho creato una volta. La real¬ 
tà- l'ha accolta c la serba nel profondo suo sono, 
dove non sarà mai abolita: sillaba di Dio non 
si cancella. Ma non si tratta di questa immor¬ 
talità, o di questo risorgere per vie raro o ino¬ 
pinate. Come debbo fare affinchè il ricordo pos¬ 
sa accadere a richiesta dolla mia volontà! Po¬ 
niamo che io non sappia leggere c scrivere (vi 
sono stati molti poeti analfabeti), e poniamo 
che abbia intorno a me altri analfabeti, e che 
(come quel tale signore romano che aveva fatto 
imparare a mente ai suoi schiavi Omero o gli 
altri poeti e diceva cosi di saperli tutti Ini) ab¬ 


bia uno schiavo o più schiavi al mio comando, 
ai quali faccia imparar: a monte le mie pa¬ 
role (e non importa cho le intendano, purché 
le apprendano esattamente come sono da me 
pronunziate), e ordini loro di esarci tarsi a ri¬ 
tenerle a mento, in modo da ripeterle a ogni 
mio cenno. Cho cosa ho fatto con questo mio 
ordino ? disposizione! Ho foggiato un «organo 
di riproduzione estetica », cho, guardato come 
guardano i naturalisti, sembrerà un oggetto 
«fìsico», «esterno», un «fìssamento fìsico del 
bello», o così potrà anche esser chiamato, per 
metafora, nel parlare corrente o per popolarità 
di discorso. Ma, in effetto, ho compiuto un atto 
pratico, operando su altre volontà che riope- 
rane a] mio operare ; « questo atto p r a t i c o io 
ho distinto dall’atto tcorotico della creaz'o- 
ne pratica (e non già, si badi,'dall’astrattao ine¬ 
sistente intuizione, ma dnH'intuizione-espros- 
sionc). Se ora agli schiavi, obbedienti al mio 
ordino, sostituisco i sassi che ubbidiscono alla 
mia aziono d'intagliarli per foggiarne la statua 
o la colonna, le materie coloranti cho ubbidi¬ 
scono alla mia azione di mescolarle o stenderle 
sopra una superficie por foggiarne la tavola o 
la tela o la paroto dipinta, si vedrà cho il caso 
non è punto diverso: anche qui io opero su 
forzo spiritual e quelle contropcrano ; e tanto 
oontropornno, cioè ubbidiscono e disubbidisco¬ 
no insieme, che sono costretto a ricorrere ai ri-, 
pari ora coi restauri o lo copio, ora oon "iute- 
graziono mentale di quel ohe in quegli stru¬ 
menti riproduttori manca o è venuto a man 
caro. 

Como la teoria dell'unità di intuizione e di 
espressione ha a sua premessa l’unità del reale, 
così questa della qualità pratica cho spetta al 
processo del fìssamento estetico ha a sua premes¬ 
sa la spiritualità del reale: premessa cho può 
altresì essere negata, ma la cui negazione ri¬ 
chiederebbe una nuova filosofia, che scindesse 
da capo la realtà in spirito e natura, e si rasse¬ 
gnasse poi a non capir più nulla e a perdersi 
nel mistero. Parimente la difficoltà circa il pro¬ 
cesso onde noi dalla percezione deH'istrumento 
riproduttivo passiamo alla reviviscenza interio¬ 
re della poesia, si risqlve col non ismarrire la 
coscienza della vivente unità dello spirito. Al¬ 
l’autrice sembra cho ciò non basti o vi bisogni 
ancho* «una certa comunanza dell'esperienza e- 
stetica attuale tra l’artista e il critico, che deb¬ 
bono, per cosi dire, parlare il medesimo lin¬ 
guaggio». Ma tutti, in quanto uomini, abbiamo 
la capacità di ogni esperienza umana, c di par¬ 
lare il linguaggio di ogni altro: nil alienum 
pitto. Quel che si può e si deve certamente am¬ 
mettere ò che, su questo fondo comune, l'uma¬ 
nità si specifichi variamente, o, in questo spe¬ 
cificarsi, alcuni uomini abbiano la prontezza a 
cogliere certi stati d’animo c a parlare certi 
linguaggi, e altri certi altri, e altri abbiano 
più larga e altri meno larga questa prontezza; 
donde le empiriche differenza che poniamo tra 
anime artistiche e anime non artistici!?, tra cri¬ 
tici che intendono certe poesie c pur sono come 
chiusi a certe altre, o con difficoltà e assai tardi 
ne hanno una sorta di rivelazione, e simili. Il 
che richiama un altro principio generale, e non 
meramente estetico, che è quello dolla specifi¬ 
cazione e individuazione dello spirito. Pure, per 
grande che sia la disposizione di un critico a 
rivivere e a intendere, questA avrà pur sempre 
i suoi limiti ; c, per minima che si pensi la si- 
milo capacità delle anime poco artistiche, non 
mai sarà nulla ; oliò, se fosse nulla, quolt’aniina 
non sarebbe un'anima. 

Quanto ni «bello di natura», l'autrice am¬ 
mette che in molti casi esso sia quello che ò 
da me teorizzato, cioè un bello di fantasia, una 
nostra creazione poetica, proiettata in certi og 
getti che si dicono naturali c che vengono cosi 
a fungere da strumenti di riproduzione estetica. 
Ma poiché, a mio senso, tutta la realtà è spi¬ 
rituale, come sj può negai«• — ella obietta — 
che cosiddetti esseri e fenomeni naturali non 
abbiano qualche loro propria virtù espressiva 
e non ci dicano parole loro proprie, di propria 
bellezza! Non avevano, dunque, qualche ragio¬ 
ne t romantici di ascoltare le voci c scrutare le 
sembianze della natura, e sentirne la bellezza, 
la bellezza reale e non quell’altra da noi in essa 
infusa? — Questa obiezione non toccherebbe la 
mia teoria intorno al bello di natura -, ma sol¬ 


tanto aggiungerebbe agli uomini-poeti gli ani¬ 
mali o le piante o altri csaerj poeti. Dei quali io 
non protendo nogaro l'esistenza; ma osservo so¬ 
lamente che, se ò difficile comprendere a pieno 
corte parole dolla poesia da noi troppo lontana 
di tempo e di costume, difficilissimo, e quasi di¬ 
sperato, dev'essere intendere lo voci e la mimica 
di enti naturali, dalla cui intima società e con¬ 
versazione (ss mai l’uomo ha vissuto iu essa) 
il corso della storia mondiale o civile ci ha come 
distaccati. Credo che ('espressione estetica dol- 
l'anima di un gatto sarà meglio percepita da 
un altro gatto cho da un uomo, per quanto egli 
abbia cari e familiari i gatti. L'uomo sarà sem¬ 
pre più disposto a pootizzare il gatto, e ad it- 
teggiarlo e animarlo a suo modo, che non a 
percepire le voci doll’animA gattesca; e scri¬ 
verà come Baudslaire il sonetto: «Lcs amoreux 
forvents ot lo savants austòres Aiment tous 
égaiomcnt dans leur mùre saison Lcs chats, 
puisnants et doux...»: i gatti con lo loro pu¬ 
pille mistiche, i gatti cho l'Èrebo avrebbe presi 
a suoi funebri corsiori, se essi potessero piegaro 
al servaggio la fierezza della loro anima... Con- 


Or non è molto, quando uscì per la prima 
volta in francese il capolavoro d’uno dei più a- 
cuti e interessanti romanzieri russi del secolo 
passalo, Oblòtnov del Gouciaròv, a'ò visto riap¬ 
parire su per i giornali qualche nuovo sprolo¬ 
quio sull'*anima slava», sul suo «mistero», sul¬ 
la sua «incomprensibilità»: poiché in quel li¬ 
bro. bì discorre, con una potenza d'indagine psi¬ 
cologica cho l'eccessivo compiacersi dei partico¬ 
lari 'non riesce a soffocare, dolio vicende invero 
poco memorabili d’un uomo apatico indolonto o 
buono, personaggio creato non con l’intento di 
riuscire un tipo, ma assurto poi a simbolo di 
tutto uno stato d'animo proprio dei tempi e dei 
luoghi; e por iudicarc quell’impraticità, quella 
timidezza, quell’estrema pigrizia quasi pusilla¬ 
nime, fu couiata perfino una parola astratta, 
dal nome del libro e del suo protagonista — 
oblòmovshcina —, e la si adoperò a flagellare 
l’indolenza dcgl’intsllottuali sognatori che ave- 
van paura dell’azione corno d’una strada imper¬ 
via e sassosa che avrebbe sconquassati i carri al¬ 
legorici delle loro elucubrazioni, fragili e 
complicati. Quale occasione miglioro per tirare 
fuori le sonore pardo di cui »’è dato qualche 
esempio in principio, e anche ardite imma¬ 
gini quali « Asia » « Oriente • « stoppo • e 

via discorrendo, quando si trattava d’un caso 
che i russi stessi consideravano come una sin 
tosi ? Strano, certamente, quest'uomo che sta a 
giornate intere su un letto a fantasticaro, e 
quando ama una donna la lascia sposare al suo 
più caro amico, energico quanto lui è fiaccco ; 
strano e fuor dell’osporienza comuno normale 
eotidiana di quei tali critici da giornale. So, u 
detta degli stessi russi, era un tipo rappresen¬ 
tativo, perchè non concludere cho tutti i russi 
sono gente paradossale e incomprensibile ! L’a¬ 
vevano confessato loro: c’era da aver le spalle 
sicuro. E poi, quell ' oblòmnvihcina spiegava tut¬ 
to, c con facilità : tanto la storia recente come 
i romanzi del Dostojovskij. 

E sì che pareva che questa critica facilona 
non avesse più ragion d’essere, dopo che le tra¬ 
duzioni diretto c integrali, moltiplicatesi in 
questi ultimi aititi, avevano dato modo di spaz¬ 
zar via per sempre tutti i concetti vaghi, le 
frasi fatte, lo viete definizioni ; ma si vede cho 
o’è da battagliare ancora. Prima, era pigrizia 
di critici, ma giustificata in parte dall’arbitra¬ 
rietà dei testi che.erano loro offerti; e sopra¬ 
tutto inutile ossequio alla critica francese, che 
quasi sempre noti intende glj scrittori stranieri 
se non li svisa per rimpannucciarli a modo suo: 
cosi che bisognava spesso trovar per forza le 
bellezze dove non c’erano, perchè un tradutto¬ 
re — quasi sempre anonimo, per pudore, — le 
aveva tagliate via o mal capite, oppure perchè 
il visconte di Voiià non era riuscita evidente¬ 
mente a leggere fino in fondo i Fruitili Fara- 
indiar e con questi criteri si costiuiva un suo 
panorama della letteratura russa. Ora, invece, 
da parecchie parti s’incomiucia a considerare 
questa letteratura come qualcosa che non s’ha 
da amare porche* incomprensibilo e nebuloso, 
ma appunto, e soltanto, perchè si può conoscerò 
e analizzare c limitare: ha scritto una volta il 
Croce che «amare è, contrariamente a quel che 
crede il volgo, conoscere i limiti della cosa a- 


tro le quali fantasio i gatti, se potessero con¬ 
versare con noi, forse protesterebbero o direb¬ 
bero con modestia di coscienza: tNon tumut 
dujni : ci attribuite sentimenti e pensieri mag¬ 
giori di quolli cho possediamo». Il Leopardi 
protestava una simile indegnità riferendosi alle 
donno: «E male Al vivo sfolgorar di quegli 
sguardi Spera l’uomo ingannato, e mal richiede 
Sensi profondi, sconosciuti... in chi dell'uomo 
al tutto Da natura ò minor... ». Pel Leopardi, 
insomma, anche la spirituale bellozza della don¬ 
na era, non espressione della donna, ma crea¬ 
zione dell’uomo artista. Il cho le donne stesse 
pensano assai sovente o sorridono delle visioni 
cho di loro hanno i signori uomini, o dicono al¬ 
cune volte: «Voi ci ponete troppo in alto», o: 
« Voi non ci comprendete » : le donno, così poe¬ 
tiche per gli uomini e cosi poco, da parte loro, 
poeti. Benedetto Croce. 


A. E. Powf.ll (Mre. E. tt. Dodds). — The 
Ilomnnite Theory of Ptìetry, An examlnatlon 
in the light of Croce’# Aesthetic. — London, 
Arnold, 1926 (8.o, pp. v-263). 


mata, perché chi non ne conosce i limiti, non 
vede neppure il carattere e la fisionomia, e non 
ama, perchè non ha dinanzi a sò niente di de¬ 
terminato*. Ma sventuratamente ha molto cor¬ 
so anche adesso un modo di dire, giustissimo 
nella aua prima parte, e -invece molto discuti¬ 
bile nella seconda: «i russi son diversissimi da 
noi latini; porciò non li possiamo capire». An¬ 
che gli anglo-sassoni sono profondamente diver¬ 
si dai latini ; ma nessuno a’è mai sognalo di ve¬ 
dere un alibi por la propria pigrizia o la pro¬ 
pria incapacità di giudizio in questa diversità: 
eppure molte volte s’ha da fare un piccolo sforzo 
per intendere, ad esempio, i libri del Dickens; 
ma chi non l’ha fatto! 

Sj sa a* si parla dello spirito .nglese, son 
tulli pronti a interpretarlo con la storia c la 
geografia: e subito vengono sfoderate la psico¬ 
logia degl’isolani ,la mistione dot sangui, la te¬ 
nacia dell? vetuste e pur moderne tradizioni. 
Ma a parlare dello spirito russo, molte coso fa¬ 
cili semplici fondamentali nessuno le sa o nes¬ 
suno le applica, dopo overlo imparate magari 
a scuola e come aride nozioni. Quelli che no¬ 
minando l’« Asia» e le «steppe» hanno certo una 
vaga idea d’una secolare denominazione tartara 
in Bussia, ma non sanno che la cultura russa 
ne ebbe un arresto di oui neppure ora sono pie¬ 
namente esaurite le conseguenze, pur senza su¬ 
birne sj può dire nessuna influenza positiva: 
tant'ò vero che pochissime son Io parole tartare 
restate nella lingua ; mentre, se un'influenza ci 
fu, ò quella bizantina d’ogni secolo. dalI’XI al 
XVI. Quelli che contrappongono la letteratura 
russa a tutte le altre d’Europa messe insieme 
dimenticano che Ano al secolo XVIII in Russia 
non c’è stato altro monumento letterario (a voler 
prescindere dalla poesia popolare e dalle crona- 
nache) che la Cantone deU'Im/jrtta di lyor, 
tanto solitaria apparizione in quel buio da aver 
fatto dubitare a lungo della propria autenticità; 
e dal XVIII secolo in poi i contatti con le altre 
poesie europee (contatti che in principio furon 
dipendenza e imitazione anche pedissequa) si 
mantennero costantemente. Quelli che in Oblò- 
mov vedono il tipo dol russo passato presente 
e futuro sombrano non far caso alla storia, cne 
modifica i popoli anche se non li muta : e quello 
ch'era vero e normale settantanni fa, quando 
c’era ancora la servitù della gleba, ora non ap¬ 
partiene più alla realtà della vita. 

A dir questo, sembra di star a sfondare una 
porta aperta. Invece, anche in giornali repu¬ 
tati accade di vedere critici che passano dal¬ 
l’ambiente de) Dostojovskij a quello del Còcho/ 
senza scorgervi soluzione di continuità: per col¬ 
pa, certo, della stessa letteratura russa, che è 
fiorita sùbito senza bisogno, come la francese, 
di tentativi e di assaggi secolari ; e ha avuti 
tanti nomi illustri, in un secolo e mezzo, da 
far sembrare impossibile che si dovessero di¬ 
sporre secondo una severa cronologia. E or 
è mf anno e mezzo un giornale, che vuol es¬ 
sere autorevole nella sua pagina letteraria, stam¬ 
pava. su una traduzione integrale del Dostoje- 
vskij: «Ma proprio % a proposito di Dostojevskij, 
che com'ò noto, ora tutt'altro che uno stilista, 
una traduzione che, con eleganza o cum yrano 
salii, elimini le lungaggini inutili, le ripeti- 


Il “mistero,, dell’anima slava 




Pag. 14 


IL BARBTTI 


rioni continuo,'lo imprecisioni nebulose può con¬ 
servarsi « integrale • ? Quante e quante pagine 
non dovranno essere sacrificate alla chiarezza e 
olla anellonza del racconto?» (Questo giornale 
poi s’è ricreduto: bontà sua). 

So detto che bisogna bandire la faciloneria, 
che non bisogna far confusioni, che bisogna 
imparare qualche nozione dementare di storio 
e di geografia della Russia. Ma non, beninteso, 
por cadere nolla «critico storica», sibbene per 
superare tutto lo contingenze di carattere re¬ 
gionale e storico, che sviano l'attenzione e svi¬ 
sano il giudizio, ondo rivolgersi poi esclusiva- 
mente alla critica doU’opera d’arte come poe¬ 
sia. Perciò qui s'ò discorso della preparazione 


ciie il critico deve avere per occuparsi della let¬ 
teratura russa, e non del modo di giudicarla: 
perche questo modo non esiste, u cioè non c di¬ 
verso da quel'o che serve per la poesia di lutt’i 
paesi. Bisogna che chi si occupa di questa lette¬ 
ratura abbia sul paese che l'ha prodotta cogni¬ 
zioni maggiori che non siano quello solito: ap¬ 
punto per non parlarne da specialista o da ini¬ 
ziato, comi* si fu ancora troppo sovente p*r mo¬ 
strare una scienza che non c'è; c perchè non 
nccada che dinanzi a un Ohlùnr.v si dimontichi 
di dire se il libro è bello o brutto, per dire cho 
il protagonista è uno strano tipo e «noi non ti 
farebb.* certo come lui». 

Leone Cinzii uno. 


renato, e il giudizio, sceverando desideri o vo¬ 
lizioni, sogno c accadimento, tramuta in storia 
la variopinta apparenza delle cose. L’ufficio c 
il valore dell'arto come intuizione-espressione, 
si comprende, solo attribuendole il significato 
di traduzione dei valori pratici in valori teo¬ 
retici, di stati d'animo in immagini, (v. Pro¬ 
blemi di Est. p. 25). 

Ora a me pare che tra i' sentimento vissuto 
zd espresso praticamente o il sentimento intui¬ 
to ed espresso artisticamente non vi sia, nè pos¬ 
sa esservi, affinità alcuna. La realtà dell’uno 
non ha nulla a che vedere con la realtà del¬ 
l'altro. 

Il sentimento corno vita, come pratica, è for¬ 
mato ò individuato, o l’fspressione estetica non 
può significare la screnazione dol tumulto pas¬ 
sionale in una immagine, non è possibi*o ciò 
che afferma il Croce : » la parola del poeta (o 
quella pittorica del pittore, scultorea dolio 
scultore, musicale del compositore, e cosi di 
qua'riasi altro artista) ha fermato nel suo cerv 
chio il trmulto del sentimento. Eccovi, por un 
istante almeno, per quell'istante, finché l'in¬ 
canto della poesia dura, liberi dal fatto cioè 
dal pratico soffrire, e gioiosi della Iborazionc, 
riguardanti con occhio rapito ma sereno la roal- 
tà che prima batteva nel vostro sangue o nei 
vostri nervi ed ora batte solamente nel ritmo 
dell'arte, diventata cosa di bellezza. Il vostro 
cuore è forse ancora indolenzito, ma sovra esso 
si è vorsato come un balsamo, che rendo dolce 
quello stosso ricordo di antico travaglio. La 
tragedia della vita, fattasi tragedia di poesia, ò 
tragedia oltrepassata, domata, dominata: do¬ 
minata dalla fantasia, oggottivata in una for¬ 
ma sensibile e completa che è se. stessa ed è >1 
tutto. Questo può e devo essere la poesia: non 
meno di questo certamente, non più, nean¬ 
che di una lincA. (Conversazioni Critiche, p. 58). 

Al contrario io direi che questo non si può 
volere dalla poesia, nè essa lo può dare la vita 
si placa solo nella vita, l’arte nell’arte. Io sono 
in preda a una passiono violenta, o sogno, o 
spero o dispero; vivo. Tutto ciò si esprime con 
parole, gesti, scritti, suoni, canti, cho sono c- 
spressione pratica, cioè niente altro che il sen¬ 
timento stesso nella sua immediatezza. E l’arto 
aerenatrice, l’arto mediatrice, che può fare? 
Esprimere ciò cho è già espresso? Non ricade 
così in un naturalismo più o meno raffinato? Si 
certo - anzj »l Croco stesso mette in guardia 
contro il pericolo di sostituire a una esternità 
più remota una esternità più vicina; al con¬ 
cetto di un'arte che esprime nello suo immagini 
le cose esterne o le esterne idee, il concetto di 
un'arte che esprime nelle suo immagini i senti¬ 
menti dell’uomo, riaffermando con ciò la ricet¬ 
tività : la passività nome propria dell’intui¬ 
zione artistica che rispecchia j sentimenti u- 
/nani. « Espressione c parola, egli dico, non 
sono già manifestazione o rispecch'amonto del 
sontire (espressione in senso extrnestetico, e- 
spressione naturalistica, non espressione)... ma 
posizione e risoluzione di un problema, che il 
mero sentimento, la vita immediata, non ri¬ 
solve e nemmeno pone. Quel che è vita o sen¬ 
timento deve farsi, mercè l’espressione artisti, 
oa, verità : e verità vuol dire superamento del¬ 
la immediatezza della vita nella mediazione del¬ 
la fantasia, creazione di un fantasma che è quol 
sentimento collotato nolle suo relazioni, quella 
vita particolari collocata nolla vita universale, 
e cosi innalzata a nuova vita, non più passio¬ 
nale, ma teorica. (N. Saggi, p. 154). 

Per fugare anche l’ombra del naturalismo, 
l’arte non viene concepita come forma o come 
liricità, bensì come posizione e risoluzione di 
problomi (fantastici o estetici). Ma come tale 
essa viene ad essere un ritorno su ciò che non 
ritorna, per innalzarlo a nuova vita; conside¬ 
rando l'espressione artistica quale mediazione 
dcH’immediato, l’immagine, che dovrebbe na¬ 
scere a un parto col sentimento si viene ad ag¬ 
giungere ad esso in un momento successivo, (v. 
Gentile. • Frammenti di est. e lett., p. 174 seg.) 

Eppure il Croce considerando l'espressione 
come una sintesi a priori, pone la necessità di 
far coincidere immagine e sentimento. Ed egli, 
infatti protesta contro coloro che affermano la 
arU uguale a intuizione e sentimento, perchè 
i due caratteri cosi enunciati appaiono sola¬ 
mente aggregati l’uno all’altro, e tutt'nl più 
saldati, laddove ciò cho bisogna è ritrovare 
l’uno noll’altro e identificarli » (N. Saggi, p. 
128). 

Ma come identificare ciò che una volta è 
stato distinto! Come riunire ciò che è stato 
diviso? Se l’intuizione è un fatto ulteriore ri¬ 
spetto al sentimento, e se il sentimento ha già 
la sua individuai e universale realtà, corno si 
può chiamare questa sintesi a priori? e se l'im¬ 
magine e sentimento nascono a un parto, corno 
si può dire che l’arte sorge sul sentimento, me¬ 
dia rimmcdialo, serena la passionalità? 

Dico il Croce: • l’arte rifi ideamente ed espri¬ 
me la mia istantanea situazione ; c l'immagine, 
da lei prodotta, si scioglie dal tempo e dallo spa¬ 
zio, e può esser rifatta e lontemplata nella sua 
ideale realtà da ogni punto del tempo c dello 

spazio Appartiene. non all’attimo fuggen 

te. ma alla eternità» (Probi, di Est. p. 27). 
Ma se il sentimento è istantaneo c fuggevole, 
come può l'intuizione far rivivere un certo sta¬ 
to d’animo per informarlo della sua forma idea¬ 
lizzante? e se nasce uno con l'immnginc, come 
si può avere prima il tumulto della passione o 
poi la serenità dell’arto. In vero i sentimenti 


Espressione estetica ed espressione 
pratica nel pensiero crociano 


l principi deU'estetica crociana sono orma» 
così diffus^meute e cosi profondamente pene¬ 
trati nello spirito della nostra cultura contem¬ 
poranea, che anche i profani del sapere filoso* 
fico mostrano di averne conoscenza o almeno 
provano in re di sentirne l’influsso. In conse¬ 
guenza dj questa diffusione tale principi sono 
goneralmonte accettati come una di quelle ve¬ 
rità acquisite e indiscusse sullo quali non è or¬ 
mai più d’uopo ritornare. 

Ma chi si avvicini al pensiero crociano con 
animo non di accettare, si di intendere o vo¬ 
glia penetrare la Filosofia dello Spirito come un 
tutto organico e connesso, non già come una 
giustapposiziono di parti delle quali l'una si 
possa accettare ripudiando l'altra, si accorge 
di trovarsi di fronte a una dottrinu travagliata 
c tuttora grave di oscuri problemi. 

Troppo facilmente l’estetica ò considerata a 
sé come un comodo canone di iuterpretazione 
critica. Ma quei termini «intuizione» «espres¬ 
sione», «liricità», «passionalità» che vengono 
adoperati con tanta frequenza, hanno un si- 
gnificato ben preciso e dolorminato, che impe¬ 
gna la valutazione di tutta la realtà. Nè da 
questo legamo si può prescindere, poiché Patto 
intuitivo (estetico), por il Croce, è vita e real¬ 
tà nel processo dolio Spirito. Tanto è vero che 
quando nella «Filosofia della Pratica* vicno 
oliminato il concetto dualistico di una materia 
uuterioro allo spirito c da questo non prodotta, 
anche l’Estetica subisco una profonda modifi¬ 
cazione. Del reato ò proprio il pensiero sempre 
alacre del Maestro stesso che richiama l’atteu- 
zionc su questi problemi con sempre nuovi chia¬ 
rimenti, aggiunte, variazioni al nucleo cen¬ 
trale della sua concezione estetica. 

L’aspirazione del Croco, dalla memoria pub¬ 
blicata negli atti della Accademia Pantaniana 
fino ai Nuovi Saggi, ò 9tato di dofinire, ca 
ratterizzare, chiarirò il concetto di espressione 
estetica. Ma la teoria dell'arto corno espressio¬ 
ne, proprio allorché sembra aver raggiunta la 
massima limpidezza e trasparenza, si trova a 
dover combattere con un’ombra che 6 venuta 
crescendo appunto col crescere della sua chia¬ 
rezza. 

Lo sviluppo dell’estetica crociana non è sta¬ 
to solo un individuare sempre meglio l’espres¬ 
sione estetica, ma anche un distinguerla sem¬ 
pre meglio dalla espressione pratica. E nello 
sforzo di distinguere, il rapporto tra queste 
due forme di espressione si fa sempre più com¬ 
plesso. 

Il Croce insiste nell’affermare che l'espres- 
sione pratica è non espressione, che chiunque 
imprenda a trattare di arto devo toner presen¬ 
te la distinzione tra l’espressione che è puro sen¬ 
timento o pura intuizione (Poesia), u l’espros- 
sionu che è strumento di commozione degli af¬ 
fetti o di azione (Oratoria). E già nel suo gio¬ 
vanile trattato di estetica ammoniva di non to¬ 
gliere tia loro in Ì9cambio l’espresstono, della 
quale si dava la teoria idontificandola con la 
intuizione e facendone il principio dell’arte, la 
espressione estetica, e l'csproasione pratica, che 
si chiama espressione, ma è nicnt’altro che il 
desiderare, bramare, volere e agire stesso nolla 
sua immediatezza (v. N. Saggi p. 127). E’ il 
solo nome che hanno in comune queste due e- 
spressioni, ma in realtà espressione è solo l’e¬ 
spressione estetica, l’altra è detta così unica¬ 
mente per una diversa metafora dolla parola. 

Tra un uomo in preda all’ira con tutto le 
manifestazioni naturali di questa, e un altro 
che esprima esteticamente l’ira...; vi è un abis¬ 
so. (Estetica, p. 95); tra un A hit riflesso fi¬ 
sico dui dolore e una parola, anzi tra quoU’uAit 
e Palli/ usato come parola, intercede un abisso. 
(Estetica p. 144). 

C’è dunque, una differenza assoluta tra e- 
spressione pratica ed espressione estetica; ma 
che cosa è cho pone questa differenza? 

Nell’«Estetica» il Croco fa risiedere decisa¬ 
mente il carattere artistico noll’clemento for¬ 
male, e il valore e il significato dell’intuizione 
così concepita appare chiaro ed evidente: il 
sentimento è l’informo e l’intuizione crea ap¬ 
punto il mondo delle cose dando forma indivi¬ 
duale alia materia (sentimento) cho ne ò priva. 

Ma questa funzione formativa non ha più 
ragion d’essore allorché la motoria, estranea 
allo spirito, sì risolve nella realtà spirituale 
dell’atto pratico, individuale e universale a un 
tempo, cioè perfettamente formato, come ogni 
atto dello spirito. 


Infatti, nella «filosofìa della pratica», l’at¬ 
to intuitivo non crea, ma ritrae il mondo delle 
cos?; poiché le cose sono già per se stesse, han¬ 
no una loro forma indipendente dalla forma e- 
stctica: «il sentimento che l'artista vero ritrae 
è quello delle cose, lacrymae rerum; c, per la 
già dimostrata idontità di sentimento o voli¬ 
zione nell’atto pratico o di volizione o realtà, 
quel sentimento sono lo coso stesse. (F. d. Pra¬ 
tica, p. 184). 

L'tsprcssione artistica, perde dunque, jn con¬ 
seguenza di ciò, il suo valore di forma formante 
o individuante: prodotto doli'atti vita intuitiva 
non sono lo cose (prodotto dell'attività pratica) 
ma le immagini, i fantasmi. L'interesse, quin¬ 
di, si sposta e converge sull’altro elemento del¬ 
la sintesi estetica, il sintimento. E’ il senti¬ 
mento che dà coerenza e unità all’intuizione ; 
che conferisce all'arte l'aorea leggerezza del 
simbolo, per cui si può affermare cho l'intui¬ 
zione è veramente tale solo se rappresenta un 
sentimento. (Breviario, p. 27). 

La distinzione fra sentimento (pratico) e in¬ 
tuizione, non può più, dunque, consistere nel 
fatto che l'una è la forma o l'altro è l'informe 
e quasi la materia, il contenuto, di questa for¬ 
ma. I sentimenti, identificati con l’attività 
pratica, sono le cose stesse con la loro individua 
forma. Bisogna, per ciò, trovare un criterio di¬ 
stintivo nel seno stesso del sentimento. E il 
Croce afferma di averlo scorto nel carattere co¬ 
smico del sentimento artistico: «nell’intuizione 
pura o rappresentazione artistica il singolo pal¬ 
pita do'la vita del tutto, e il tutto è nella vita 
del singolo: ed ogni schietta rappresentazione, 
artistica è se stessa e l’universo, l’universo in 
quella forma individuale e quella forma indi¬ 
vidualo come universo*. (Nuovi Saggi, p. 126). 
In realtà neppure questo carattere è sufficiente 
a distinguere se, come sembra, si deve per «to¬ 
talità» intendere il valore universale doH’e- 
sprcssionc artistica, poiché anche l'espressione 
pratica ha lo stesso valore ; il Croce stesso ’o 
afferma: «il sentimento è individuale e uni¬ 
versale insieme, come ogni forma ed atto dol 
reale, c parimenti l’intuizione è individuale e 
universale insieme* (N. Saggi, p. 127). 

D’altra parte il Croce ha ben ragione* di in¬ 
sistere sulta necessità di distinguere tra l’espres¬ 
sione pratica e l’espressione estetica, per ovi- 
ir-.vc di cadere nell’indistinto; peccato che, mi 
sembra, possa a ragiono essere rimproverato al 
Gentile, poi qua'e è arte ogni atto individuo c 
determinato e quindi attività artistica ed atti¬ 
vità pratica restano indifferenziato, comprese 
sntrambo nella grande categoria della forma 
individuale dello spirito, in contrapposto al¬ 
l’attività logica universale, (cfr. Arte e Reli¬ 
gione). 

Ma sembra, por un bizzarro contrasto, che 
gli sforzi fatti dal Croce per proiettare luce 
sulla essenza della espressione estetica, valgano 
invece a rischiarare la natura del suo sosia pra¬ 
tico, che infatti, da semplice non 'espressione, 
acquista volto e fisionomia propria e può esser 
chiamata Oratoria : col qual nome si aggiudica 
un campo vastissimo, che l’arte teneva prima, 
evidentemente ad arbitrio, in suo dominio. 

Per ritornare all'espressione estetica, se il ca¬ 
rattere dj totalità non è sufficiente a porre una 
distinzione, neppure è tale il carattere di me¬ 
diazione, al quale accenna il Croco nei Nuovi 
Saggi : • nella pratica il sentimento c immedia¬ 
to, nell'arte, mediato, si passa dallo stato pas- 
sionalo allo stato contemplativo, (v. p. 126). 

Questa mediazione sembra contradire in mo¬ 
do assoluto al carattere di spontaneità e di im¬ 
mediatezza, proprio dell’arte. E’, infatti, il 
Croce stesso che dice: «L’arte è intuizione; e 
in quanto porge il reale nella sua immediatezza, 
non ancora mediato e rischiarato dal concetto, 
sì dove dire intuizione pura» (Prob. di Est.. 
P 14). 

E in vero unire le due espressioni «senti, 
mento» e «mediazione*, suona corno, una con¬ 
traddizione nei termini. Il sentimento è la vita 
stessa e questa non può essere mediata. 

I problemi qui accennati hanno la comune 
radice nel fatto che il Croce, pur distinguendo, 
è preoccupato di mantenere un saldo legamo 
fra l’attività pratica o l'attività estetica: il 
circolo della realtà, la dialettica dei distinti ri 
cove la sua vita dal fluire dell’un distinto nel¬ 
l'altro. nasco la serena visione doll’arto sopra 
il tumultuare dei sentimenti pratici, anzi l'in¬ 
tuizione estetica è questo stesso tumulto rasse- 


itascono o coll’impronta dell'espressione pratica 
o coll'impronta do'.l'cspressiono estetica. 

So è vero cho l’espressione estetica è sintesi 
a priori di immagine e di sentimento, il sen¬ 
timento cho si presenta come olumonto di questa 
siutesi non ha mai avuto una antecedente real¬ 
tà in una sintesi a priori pratica, e noti è giun¬ 
to all’espressione artistica attraverso una suc¬ 
cessiva elaborazione: esso è nato corno cosa di 
arte. D’altro lato il antimonio che nasce con 
la forma di vita vissuta, di passiono, non potrà 
mai assumerò forma estetica. Tra l'uomo stra¬ 
ziato dal doloro e l’uomo che esprimo un do¬ 
lore con una immagine di bellezza, è una dif¬ 
ferenza essenzialo; nè mai può darsi cho un 
dolore prima vissuto possa jioi esprimersi o pla¬ 
carsi in una forma artistica. Quello ohe si espri¬ 
me con una immagine di arto ò un altro dolore 
che per sé stesso non duole, perchè nato da 
un'altra matrice. L’espressione pratica é l'espres¬ 
sione estetica si possono alternare o intrecciare, 
ma non mai passare l’una nell'Altra; o quella 
che il Croce chiama forma aurorale del cono¬ 
scere nè segue l'attività pratica, nò precedo la 
attività logica conoscitiva: essa sta solitaria o 
senza nessi col mondo pratico, forma si, ma di 
uu mondo asolutamente e totalmente fanta¬ 
stico. Maria Marcqesini. 

La Casa Editrice Bibliotheca 

- — ■ RIETI - Via Roma, 5 

Dmlli da Domenico Pelli») 

ha inizialo con lo scritto «Contrasti d’ideali po¬ 
litici in Europa dopo il 1870» di Benedetto 
Croce, la pubblicaziono dei Quaderni Critici- 
J quaderni critici non hanno altra ambizione 
che di portare alla discussione, nel campo degli 
studi, qualche idea che possa giovare al- loro 
progresso ; non sdegneranno gli studi doganti 
doll'orudiziono, se pur si guarderanno dal per¬ 
dersi in utin oziosa ricerca di curiosità; parle¬ 
ranno infine della scuola italiana, nei suoi pro¬ 
blomi. 

NientVtro: troppo l’esperienza brevo ma pie¬ 
na di vita, di un vsnticinquonnio ammonisce 
che programmi rivoluzionari, che nuove fonda¬ 
zioni di dottrine o di scuole hanno sempro rac¬ 
chiuso vistosamente un non non vistoso vuoto 
d'intelletto, che in molti s’è trovato anche vuo¬ 
to di coscienza. 

A chi lamentasse la tenuità dei quaderni ri¬ 
cordiamo cho uno degli spiriti più acuti dol no¬ 
stro primo ottocento, ingegno avido di cono¬ 
scenze c nuove o varie, scrisse a capo di una 
9 toria dell'Economia Pubblica in Italia: «i li¬ 
bri per essere utili all’universale dobbono essere 
brevi ». 

COLLANA QUADERNI CRITICI 
N. 1 Benedetto Croce: Contrasti di ideati po¬ 
litici in Ruropa dopo il 1870. - L. 4. 
Seguiranno quaderni di Lionello- Venturi, Ce¬ 
sare De Loi.i. 18 , Natalino Sapecno, Edmon¬ 
do Rho, Domenico Petrini. 

Pubblicheremo nel prossimo numero il pro¬ 
gramma. 

• • • 

Casa Editrice Doxa 

Via Guardiola 23, Roma 
ha recentemente pubblicato: 
l.'Asrem f'apita.ìistuo, di M. M. Rossi. 

L. 7 franoo di porto. 

E' un'esposizione accurata del pensiero di 
Max Weber e di Troeltsch sulla genesi del ca¬ 
pitalismo: critica del materialismo storico od 
illuminazione generale dol problema. 

Un premio al nostri abbonati. 

A. F. FormiooinI, 4 il noto editore romano, 
alla cui iniziativa si devono le collezioni- Clas¬ 
sici del ridere; Profili; Apologie; Lettere di 
amore ; Polemiche, ecc., è anche il direttore del 
periodico bib'iografico: « [.'Italia che scrivet, 
rassegna per coloro che leggono, supplemento 
mensile a tutti i periodici. E’ sui ropcrtori bi¬ 
bliografici di questa agilissima rassegna che si 
svolge da anni, in gran parte, il lavoro della 
libreria italiana, sì che l’importanza pratica 
dclI'Tcs si è venuta progressivamente sompre più 
affermando. 

T nostri abbonati potranno avere l’undiceBi- 
ma annata do I,'Italia che scrive (1928) don 
una notevole riduziono, cioè al,. 15 invece cho 
L. 20. Inviare vaglia ad A. F. Formiggini Edi¬ 
tore in Roma allegando la fascotta del nostro 
Periodico. 

• • v» 

Catui d'A rie Ttragaylia. - Roma. 

Ila recentemento pubblicato: 

Scultura vivente, di A. G. Bragaglia, con 
275 illustrazioni. . L.. 20. 

Index, numero 106. Contiene 200 sfottetti di 
A. G. Bragaglia. - L. 1. 

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Ila ripreso le pubblicazioni in nuovo forma¬ 
to e con rinnovato spirito più vivo, più vario o 
piu baftaglierò il periodico di letteratura a di 
cultura : 

Pietre 

Cenava, Corso Carbonara 10 A. 
Mandiamo agli «mici di Pietre i nostri au¬ 
guri e il più cordiale saluto, e invitiamo i Ro¬ 
stri lettore a sostenere con il loro abbonamento 
la bella rivista. L’abbonamento cumulativo a 
Pietre e al Jlarctti costa sole L. 25. 





IL GARETTI 


Pag. 15 


Congedo da Gloria Swanson 


Dalle fatinone di (J/orgio Psy: 

Addio Gloria, non t'amo più. 

La nostra avventura è conclusa, gli ultimi 
metri di film scivolano rapidi contro l’obbiot- 
tivo: Fine-, ombro convulso: tace l'orchestra: 
balena la luce. 

Gli occhi indugiano un istante contro la tota 
per cercarvi una traccia delle immagini nulla. 

L'afa opprimo, la folla ripugna, il salono è 
squallido, corroso dai grigi riflessi della proie¬ 
ttane. 

Gli spettatori soffi olio pel repentino transito 
dall'uiia all'altra realtà (gli elettricisti, spesso 
pietosi, schizzano fosforescenze sullo schermo): 
qualcuno impazzisce d’amore per te, altri de¬ 
cidono d'imbarcarsi subito per Hollywood, mob 
te fanciulle cadono in trance e, con un'impres¬ 
sionante lucidità, sognano il film elio interpre¬ 
teranno. 

Per attenuare gli offetti oltremodo deprimen¬ 
ti di un cosi brusco trapasso imparai presto, o 
Gloria, a soffermarmi nei foyer* dei cinema, di¬ 
nanzi alle scacchiere’ di fotografie, antologie 
gratuito dei tuoi filma cosi l’illusione, invece 
di svanire di colpo, durava o sbiadiva gradata 
monte. 

Là ho incominciato a studiarti, a capirti, a 
realizzarti in me stesso e a disamarti come don¬ 
na per amarti oom’immagine. 

Mi separavo da te qunnlo ero certo di posse- 
dorè le tue apparenze e di potorie evocare o 
mutare a mio piacimento: cosi s'iniziò questa 
avventura, vissuta inseguendo le tue f ugge voli 
immagini ed oggi finita. 


Silenz.o c solitudine. 

Sull'acqua si muove il coloro del inaro: è la 
marezzatura svariante continuamente in tutto 
le tonalità del chiaroscuro, inentro un'onda sot¬ 
tilo, a quando a quando, la falcia. 

Il ritmo della trasmutazione incalza, i toni 
s’addonsano, il mare respira più frequento, la 
luce nasce dal profondo del ciclo e dal profondo 
dell'acqua. E, crescendo, il moto dell'onde s’ac- 
celora un punto sull'orizzonte si frango e ba- 
lona, la luco oscilla un istante, precipita all’o¬ 
riente perchè il panorama si riplasma in una 
prospettiva concentrica al sole, o poi risfavilla. 
Svela un’isola, un profilo di monti lontani, *i 
frantuma sul mare in miriadi di prismi incan¬ 
descenti. si profonde, si dona, si abbandona, 
rimbalza, si moltiplica, palpita, fremo, scintil¬ 
la, splende, rifulge, folgora vuol diluirsi nel¬ 
l'acqua, vuole immergersi nel mare, mescolarsi 
con esso, coinè con l'aria o riunire in una sola 
vibrante azzurrità il ciclo o gli abissi. 

E dal mare sbocciano corolle, criniere ? ghir¬ 
lande di schiume, il vento le confonde, la luce 
le aureola; si sfanno, ma un festone c ancora 
sull'onda. 

L'onda s'aderge sotto quel peso lievo, s'al» 
bassa e ancora s'inarca, lo culla ed intanto l'in¬ 
nalza, mentre ogni raggio di luco lo plasma e 
l’illumina: così nacque l'Anadiomène. 

Ed in quella divina specie tu mi apparati, 
o Gloria, continuamente trasfigurata, come una 
volta t'ho vista, sperduta in una tempesta az¬ 


zurra, fra onde, marosi, turbini e gorghi spu¬ 
meggianti intorno alla tua nudità. 

Se potessi raccontare tutte lo visioni, tutte 
{'illusioni, tutte l'allucinazioni, tutto quello che 
la mia fantasia ha generato intorno a te e mer¬ 
cé tua, queste memorio non sarebbero la cro¬ 
naca frammentaria dello mie strabilianti avven¬ 
ture, ma un poema. 

Il giorno noi qimlo i tuoi filma ed i miei so¬ 
gni si confusero in una sola fantasmagoria dal¬ 
la quale si generavano nuove avventure, nuove 
figurazioni, nuove immagini anch'io dovevo di¬ 
ventare, da miliardario, poeta. 

Un poeta come quelli che inventarono gli an¬ 
tichissimi miti dovo partecipano iddii, uomini, 
mostri, animali, mari, fiumi, foreste o la vicen¬ 
da sale dalla terra al cielo e dal cielo discendo 
per ritornarvi, ed intanto si operano portenti 
o metamorfosi, sj generano altri dei, altri eroi, 
altre chimere, altre favole, o si tessono così gli 
otorni poemi o si rivelano le idee solenni del 
mondo. 

Non seppi perchè non sapevo. 

Pazienza c fiducia: altri ti canterà. 

Noi a dell'autore : 

Cosi nacque Fi Urici ty, cronaca di un poema 
o storia di un romanzo mancato. 

Ion.v Sikclair. 

(da « Filmcily• ovvero «Omaggio a Gloria 
Swanson *). 

(Tutti i diritti riservati; ogni riproduzione 
interdetta). 

Traduz. di Ettore M. Margadonna. 


Leutu fu la conquista dapprima tu restavi 
inerte in-Pa mia memoria ed erano lo Glorie co¬ 
me tante cartoline impaginate nell'album. Ma, 
col lompo, esse acquistarono non so quale pro¬ 
digiosa virtù d’irradiazione e di movimento, di¬ 
latandosi finché il tuo volto diventava una luna 
o illuminandosi lontano, lontano, folgorate fra 
le stelle da un proiettore ultrapotente. 

Oppure intorno ad esse si generavano scenari 
in continuo mutamento, oscillanti, scivolanti, 
damanti, come quelli intravisti dalla carlinga 
del velivolo, ed io vedevo il tuo volto Apparir¬ 
mi, sparirmi, riapparirmi come fossi in troia 
o in mite ed i miei occhi ti ritrovassero ad ogni 
svolta (il veicolo sfuggo tangenzialmente al cor 
cliio ruotante del paesaggio cd invano tenta di 
infranger- gli aerei confini di un calmo para¬ 
diso svariano solvo, campi, ville, case, paesi, 
fiumi, bande di solo, fiocchi di nubi.. — il flusso 
dello immagini trasfigura in votaci metamorfosi, 
come militarlo dj un carosello vertiginoso al 
quale «‘incateni tutto l’orizzonte, finché si pol¬ 
verizza in uno sfarfallio iridescente). 

Altre volto t’immcrgovi in un fluido smeral¬ 
dino, in una luce gemmea, prodigiosamente ric¬ 
ca di riflessi o di strane e voraci forme — me¬ 
duse e polipi opalescenti, pesci translucidi, or 
chidec madreperlacee — dove le mutazioni ac¬ 
cadevano per amalgamo mostruose, por esplo¬ 
sioni mute, Subito rattrappite ili ventagli stei 
lati, n cium fioriti a raggiera, in oflìorcsceuz* 
dal fogliame capillare e tentacolare, in cortine 
di giappoli e di corimbi, c tu diventavi bian- 
caz 2 iirra. di maiolica liscia, e poi ti dissolvevi, 
e ne vibiava la luco, spasmodica, ili tutti i suoi 
riflessi, quasi volesse trasmutarli in tante tue 
liquide parvenze. 

Sposso ti ammiravo danzaro a fiore di un 
maro notturno: sull’ondo verdi-nero appariva il 
tuo solo profilo: una cifra fosforescente: volu¬ 
bilissima immagine della melodia. 

E |h>ì, all'improvviso, un getto di luce so¬ 
lare ti sollevava diventavi lo stame di un gi¬ 
glio, mentre aurrolo, raggiere, ghirlando scoc¬ 
cavano da te, come i cerchi dell’acqua percossa, 
e. dileguando, sfumavano. 

E tu danzavi il mare e il cielo si rinchiu¬ 
devano intoniti a te: eccoti in un prisma di 
specchi dove la luce impazziva : c tu diventavi 
rosea, quasi trasparente, come una mano contro 
il sole, diafana poi, e, infine, tutto uno sfa¬ 
villio. 

La scena, annebbiandosi, dileguava; schia¬ 
rendo la caligine si condensava a poco a poco 
verso un invisibile centro d'attrazione, si tra¬ 
smutava iu materia, ed ori tu, Gloria, tu cho 
apparivi con occhi senza pupillo e trasognati, 
mentre obliquo bande di luce ti scolpivano in 
netti chiaroscuri, magnificavano le tue linee, i 
piani, le curve, gli angoli, e la tua dolco nudità 
por un auo contenuto e puro prepoente impeto 
Atatuano, si riesprimeva nella multiforme di¬ 
namica della sua più plastica e fluida geometria. 

Quando volevo assaporare tutta l'elasticità di 
una tua movenza, quando volevo cogliere il sa¬ 
pore cd il valore di ogni più lievo sfumatura 
della tua espressione, io le dilatava nel totnpo, 
rallentandolo fino a sfioraro l’immoto e l’aria 
intorno a te s'appesantiva : ogni tuo movimento 
Si scioglieva nell'infinito silenzio di un mondo 
subacqueo, ed il tuo sorriso cd il tuo pianto 
erano le maschere estatiche di lentissimo gioie o 
di lentissimi dolori. Così imparai anche a con¬ 
trappuntare il ritmo delta tue apparenze con 
quello della mia fantasia o con un giro di ma¬ 
novella infransi la ferrpa illusione del tempo. 

Una volta, ricordo, ti vidi nascere per la vo¬ 
luttà c lo magia stessa della luce, in un mito 
semplice, c, forse, ammirando. 

Ecco il mare verdazzurro, il cielo blu, l’an¬ 
nunzio dell'alba sull’orizzonte. 


LUIGI ALAMANNI 


Poeti dj singolare malia, a studiare il petrar¬ 
chismo nostro cinquecentesco, uno so nc ritro¬ 
va dinanzi parecchi; e finisce anzi d'assumere 
(sorpreso di trovare, dov? credeva gioco, poe¬ 
sia) un corto gusto di raccoglitore dilettantesco 
nel miglior senso, un solitario piacere di criti¬ 
ca umanistica, cho facilmente svia da tentati¬ 
vi più seri e profondi, di indagine c costru¬ 
zione personale. Perciò chi ama il Rinascimento 
mi darà più volentieri saggi di sentimento cho 
di storia ; e questa, la storia del Cinquecento 
petrarchista, resta, nel suo significato costrut¬ 
tivo, da fare. 

Del resto, non c neppure una tale storia, nè 
un saggio di essa, cho si può e si vuole dare 
qui, dove si è tutt’altro che superato l'intimo 
dissidio tra florilegio c critica 

Il presenti* saggio mira unicamente a rannoda¬ 
re noto e impressioni e discussioni attorno a una 
figura, non mal scelta se non m'inganno ; a so¬ 
stituire un diletto vago o, per chi faccia pro¬ 
fessione di critica, non serio, con una ricerca 
d’arte c psicologia determinata non solo nel ge¬ 
nere ma anche nella specie. 

Critica romantica dunque (e, una volta tan¬ 
to, decisamente affermativa) del Rinascimento. 
Alamanni è un episodio, ma non un’occnii'one. 

E anche come opisodio, ha* la sua specialità. 
Mi spiego. Del silo tempo com’era, affannato 
a viverci c lavorarci dentro, non poteva sen¬ 
tirsi abbastanza estraneo a quel mondo per 
mettersi su una strada davvero nuova. Come 
un moderno che accetta roti entusiasmo pro¬ 
prio quelle innovazioni, letterarie o altro, che 
sa che in fondo lasceranno intatto al possibile 
il tuo mondo Sà, o meglio, nel caso nostro, 
avverto. Cosi fa Alamanni politico. Si batte 
por la libertà come uomo di parte onesto e 
abile, restando nella tradizione patria e apprez¬ 
zando magari il gesto disperato di Lorcnzino; 
ma, in fondo, poco appare che Fanti davvero 
per quel che la paga : e certo opera senza pic¬ 
coli affetti e passioni, con **'*cgior disinteresse, 
ma con senso d'intima riamo,a senza paragone 
minore d'uno Strozzi o d’un Machiavelli. Cosi 
in letteratura Perpetuamente dopo un genere 
di poesia sporimonta l’altro. Ma non è sconten¬ 
tezza : e neppure l’esperimento intimo del no¬ 
vatore ; c quasi un cambiar veste, un ammi¬ 
rarsi nelle vesti nuove, uno studiarsi la sua 
nuova eloquenza, mai originale nel suo signifi¬ 
cato di tendenza. Gli piace vedersi «poeta vec¬ 
chio. n comico-novello» come all'inizio d’una 
nuova giovinezza; ma non d’arte, d’opere Op¬ 
pure satirico. 

Or mi minaccia il mondo, nr m'odia r. teme 
//unnda prender la ftil mi sente in mano 
che j miglior fa pii1 belli, e gli altri preme. 
Singolare |>osa di secolo che si sforzava di 
porro l'originalità nel far molte cose, nell’aver 
molto cambiato le vesti e lo strumento. Nel- 
PAlamanni, grazie a quest’eloquenza, vien 
fuori di tra le quinte la pratica figura di lui, 
nella sua gloriuzza, che ha pure il suo aspetto 
commovente, di letterato Altrimenti l'aio» re¬ 
sta sempre in secondo piano, renasi cosa astrat¬ 
ta. E, strano per un petrarchista, che si pen¬ 
serebbe» preoccupato sopratutto di analizzare e 
di figurare quasi esclusivamente desideri e mo¬ 
ti di sé, a sé solo pensa e di sé solo parla di rado. 
Co*) /toterte il citi ciascun di noi. 

Cintili, ridar nel doler nido antico... 

Egli desidera di tutt’e due, con sentire di¬ 
verso u profondo. En anche nell'analisi di sé 
(in ciò più coerente alla scuola) più poetica¬ 
mente si configura l’oggetto che il desiderio « 


il sentimento, più gli effetti d'amore clic i moti 
dell'anima. 

Atari i che da' begli occhi 
r dal l'arnia seno 
che delle sin bellezze è zi tenace 
fino al cor non trabocchi 
l'amoroso sereno 

r l’aura dolce, a cui pensando jmee 
mi viene... 

Tutta la figurazione d'effetti naturali dimo¬ 
stra chiaramente come, dal Petrarca in poi, la 
nostra poesia Amorosa, quasi insensibilmente ag¬ 
giungendo e selezionando, fosso giunta a ben 
diversa e più fatalo concoziono d’A moro. Già 
noi maestro (effetto d'allegorie provenzali o di 
studi classici) Amore è un dio o un signore; ma 
utf dio c un signore come poteva esserlo uel 
trecento, simbolo sempre o figurazione di sen¬ 
timenti. Smarrita l'Allegoria sul sentiero del¬ 
l'Umanesimo, Amore, ogni qualvolta gi riuscì 
d'essere più cho modo dj dire galante, fu Dio 
davvero o forza naturale. Il ritorno allo na¬ 
turo, celebrato nel maestro, vive davvero solo 
negli epigoni come ritorno al «trattare Yog- 
getto come cosa salda» E Amore, fatto da 
simbolo dio creatore di sentimenti, scende a 
cantare il prologo della Flora, con un impeto 
di verso eli? basta da solo a far vedere come 
l'Amore galante e raffinato cho si pretende sia 
del cinquecento, sia nato assaj dopo 
Di grembo a Citerca oggi zon *ceso 
per trarci al regno mio... 

Con costar mi fa' io per l'altro cielo 
temere amando, r riverirmi insieme 
lo son colui, che il mondo chiama timore. 

E cosi gli avanzi del simbolismo medioovata, 
che figurava la bolla come «fera», spariscono, 
pur in immagini molto analogbo a quelle pri¬ 
me, in una concezione dj crudeltà calda e vio¬ 
lenta, quasi lucreziann, facendo dell'amato cho 
si nega *Aspe affocato al crudo giorno estivo* 
che suscita immagini d’ira e vendotta lungo 
tempo nutrite. E intanto la limpida serenità 
d'amore, presa e trasformata nel moto eterno 
delle cose naturali, sj fa, da allegoria, imma¬ 
gine; 

Chi desia di mirar più bella luna 

che mai dentro d suo tea volgesse il cielo 

venga questa n mirar... 

Versi sereni come sere tranquillo, nella loro 
cadenza quasi fisicamente piacevole, pieni di 
calma c d’equilibrio poetico dofìnitivamonte con¬ 
quistato ; ma sono momenti ; e spesso l'imma¬ 
gine s'impiglia tra contrapposti cd epiteti 
che le tolgono quel che di nitido e sereno pa¬ 
reva conferirle l’armonia iniziale 
In più tranquillo e lucido Oriente 
apre l'Aurora atlor l'aurata porta 
a più bel soi... 

dovo il bagliore delle alliterazioni noi secondo 
verso schiocchi» la semplice armonia dell'inizio, 
ripetendo senza arricchire. Non v’è ancora quel 
lusso d'ornato che. nel cinquecento e poi, sarà 
elemento positivo della nostra poesia: ma solo 
una scarse nettezza d'immagini, aridità insom¬ 
ma, com'è por molta poesia nostra del quattro- 
cento ; è, sposso, nei momenti suoi d'imperizia, 
il nostro «'appiglia (come negl'inni pindarici) 
a motivi (sentenze, ritmi di ballo) quattrocen¬ 
teschi, dell'Arcadia sannazzariaiia 
« Ilare mite addiviene 
che fuor del tronco istesso 
mi. \chin contrari i rami... • 
o, con più evidente segno di imitazione 


... a che tutte loro avanza 
quanto i ginepri il pino...» 

Tutto dimcnticanzo cho ci parlano con molta 
chiarezza duU'amalgama letteraria su cui cre¬ 
sceva, senza distinguersi da essa, senza sele¬ 
zionare, la poesia dell'Alamanni, pur così sem¬ 
plice, in fondo, di motivi. Questo classicismo 
di disegno e d'esecuzione, cho ora si rifaceva 
al maestro, c ora, quando credeva di rifare i 
greci, al quattrocento, diventa tipico nelle ©• 
legie, cho crescono il motivo antico di un or¬ 
nato lucido o leggioro, d'un discorso, in fondo, 
piano cd aperto, onesto o non peregrino, che 
ritrovano il loro motivo ispiratore precisamente 
nel gusto, con cui l'umanista buongustaio, nel 
taggore ]a sentenza latina, subito mentalmente 
la applicava a figuro quali poteva fingerò lui, 
di un sogno assai più moderno c meno inde¬ 
finito. E avviene, con singolare trasformazione, 
cho precisamente la rima sia essenziale alla 
nuova elegia, discorso scruno e moraleggiante 
o (appunto) men profondo di quol d'altro go- 
nere. 

Siate a' preghi di donna accorti , e tardi 
a’ cari baci lor... 

K se pur eh i prometta oggi si trova 
pei suo begli occhi e per lo chiome d’oro, 
e Venere e Cìunon chiamando a prova, 
tiuic odor saggi, t non crediate loro... 

•/tal, giovin colma di bellezze nuovo 
sovente il cicl senza vendetta offende 
chi ita lei l'ira di Dio tarda si muove... 

Tutta questa poesia insomma, mentre da un 
lato esercita sul lettore appassionato un fascino 
che l'altra, più grigia e sèria, non fà provare, 
appare poi spesso viziata come da una leggerezza, 
da un'iiiconsistenza, insoinma da una falsa gra- 
zia che più diletta che non persuada, come di 
tutte lo poese clic, già nell'intenzione, debbono 
riuscir belle, ornato; come, per fare uu para¬ 
gone, lo canzonetta cliiabrcresche, progresso 
letterario, non certo poetico, sul petrarchismo. 
E' questa, proprio, la poesia «di gusto» che s’ò 
voluta trovare come fondo di tutta la vecchia 
|>oesia nostra, o che n'è, dopo tutto, una parte 
minima. 

Del resto, ora, il problema è uu altro, dato 
cho in fondo, la poesia di gusto è molto « a la¬ 
tore» tanto del periodo quanto dell'uomo cho 
qui si esamina: non ne rappresenta un lato 
negativo, ma un'altra occupazione. Il cuore 
(sentimento, forza, passioni) dell'Alamanni bat¬ 
te altrove. Batto negli improvvisi raccostamen- 
ti che legano con forza alla stessa immagino 
sensazioni diverse, nel senso di commossa au¬ 
dacia con cui questo dotto associa la falche che 
brilla nel grano ad altro più lucenti o tremen¬ 
de coso (.. di novella luna in guisa è fatta, • 
arcata e stretta , e colla meta s, prende , - quasi 
spada il guerrier, tra l’elsa e. il pomo ) : bizzar¬ 
ria e audacia di forme e di pensieri, che, quo- 
sto sì, danno alla frase una vigoria alquanto 
tarocca, ricca d'ornato o, in fondo, lussuosa. 
Ma permane in fondo alla frase un classicismo 
d’intenti e d'abitudini, sovoro, che ovlta il 
grottesco anche quando l’immagino accennereb¬ 
be a volervi cadere. Tipica a questo propo¬ 
sito è l'invocazione al Priàpo nell» «Coltiva¬ 
zione», fatta, per coai vecchia ed estranea al 
tempo figurazione, con uii vigore ed una di¬ 
gnità eccezionali. 

... di Ciprigna e di ìlacco amata prole 
che, minaccioso fuor mostrando Varine 
pronte sempre al ferir, lontano scacci 
non d’ aurato pattar, ma finte in volto 
d'infiammato mssor, donzelle e donne. 

Qui la figurazione è anzi, direi, tanto tran¬ 
quilla e piena, l'equilibrio tanto poco insidia¬ 
to, tanto poco visibile, in altre parole, lo sforzo 
por raggiungerlo, l'emozione poetica, che l’a¬ 
nalisi non se ne contenta, o resta li tra due, se 
debba classificarla poesia o buona eloquenza, so 
non vi sia, sotto le parole, un inganno, una 
• dcccptio» che le fà star II, immote, nel loro 
ordine cd architettura ; senza un sostrato ricco 
ed emotivo. E chi abbia coscienza della lotta 
chi*, noi campo della lirica pftrarchistica ap¬ 
punto, gli autori devono sostenere per resti¬ 
tuirò ai vocaboli appannati dall’uso e dalla tra¬ 
dizione una nuova vita, apprezza in misura 
molto maggiore la sua frase che entra, varia, in¬ 
quieta, viva nel suo ritmo largo, semplice, omo¬ 
geneo (noioso, diceva il Monti dcll'cndecasil- 
labo nella «Coltivazione») facendolo scintillare 
tra j contrapposti. E' una sorta di «callida iuno- 
tura», di acutezza insomma nel suo significato 
migliore, clic però conduce, piuttosto che a una 
composizione delicata, brillante o dura (il ri¬ 
sultato più not-evolo e consueto dolla sua appli¬ 
cazione da parte dei cinquecentisti) a uh ritmo 
forvido, fantasioso e mistico: 

... Sempre si volge if ciel, ni ferme e quete 
reggiani ni stelle mai, ni Sol, nè Luna 
ora ha il mondo dii chiaro, or notte bruna 
or caldo, or ghiaccio, or lunghe pioggie, or 
sete... 

Senti veramente la vicenda dolle cose vivere 
neiriiiquietudinc dello spettatore, oome so ve¬ 
ramente essa fosse - a caso» o, meglio, a caso 
fossero lo stesse fisse leggi che la reggono. Og¬ 
getti e fantasie sono visti in un solo piano, sot¬ 
to un'unica specics. Altrove invece chi guarda 
è fuori c chiède ostinatamente alla natura cho 
cosa significhi ; corno il passeggierò che interro¬ 
ghi la via. 

Due volte carco il ciel di vento e neve 
porta il gran volger d’ombraiil minor giorno..* 


Pag. 1« 


IL BARETTI 


“ PÀRACELSUS 


0 , con minore grandma, ma con apprensio¬ 
ne più intima o immediata : 

Qua ad'io veggio talor nel riddo giorno 
ehc »ltil meridional si move un fiato 
tutt'in un punto, e, di tempeste armato, 
leva in alto la po’ve, e gira intorno... 

Qui non ai cerca più l'eloquenza, e noppur 
l'umilo verità clic i nostri critici professori vo¬ 
levano a tutti i coati rintracciar anche noi ri¬ 
nascimento ; qui, distintamente rialza la fronte 
anche Poesia. Ma di fronte ad essa, anche bre¬ 
ve, anche instabile, ha ancor ragion d’essere la 
interpretazione ultima della «vecchia poesia 
italiana» come «gioco» come « costume »t In 


Non è ancora giunto il tempo nel quale si 
possa serenamente parlare di Alfredo Oriani e 
della sua opera. 

Vivo od agitate con cieca violenza sono an¬ 
cora le passioni attorno al nome dello scrittore 
romagnolo ; o covre pericolo, chi da solo s'av¬ 
venturi sul campo della lotta, di aversi i colpi 
dogli uni o degli altri avversari : di quelli cioè 
che negano alla sua opera ogni valore, o di 
quelli che su tale opera spendono il loro nome. 

Senonchc è proprio successo questo, a colui 
che troppo si compiacque degli stacchi crudi, e 
delle tinte forti, doU’apprczzamonto non giusto 
u dell'iperbole: che uguale stile ed uguale modo 
sono stati adottati per la valutazione della sua 
opera; in grazia di chò, chi volesse scomodare 
('Alighieri, potrebbe pensare ad una meccanica 
applicazione della nota legge del coutrapasso. 

Consapevole di questo stato di fatto, Piero 
Zama ha compilato questo suo medaglione pub¬ 
blicato nella colleziono Pensatori d'oggi della 
Casa editrice Athona di Milano, cercando di de- 
aleggiarsi fra i poli estremi dei negatori asso¬ 
luti e dogli apologeti, col concedere qualcosa 
agli uni ed agli altri. 

Destino inevitabile e tara quasi necessaria, 
dopo quanto s'è detto. 

I.o stile necessariamente sviente non impedi¬ 
sce peraltro di fargli diro verità abbastanza 
crude, coll'aria più sorniona di questo mondo, 
lasciato cederò in mezzo a periodi voltamento 
laudativi ; cosi che se uno volesse potrobbo ri¬ 
cavar da esse tutto »1 succo del quale son sa¬ 
ture, per negare in pieno l’originalità di parti¬ 
colari aspetti della varia opora dello scrittore 
romagnolo. 

Non spetta al critico il rischio della citazione, 
quando il biografo l'ha con tanta cura evitato- 
Oli basta di far vedere che ha saputo leggere ; 
e la sua mansione è soddisfatta allorché, come 
fa, indica al lettore la strada da seguire. 

Non si possono tuttavia lasciar passare inos¬ 
servati certi giudizi, che crediamo non del tut¬ 
to giustificati ; come quello, ad esempio, relativo 
al pensiero politico q storico dell'Oriani, che lo 
Znma qualifica per liberale, anzi, per liboralc 
democratico. 

Occorrerebbe anzitutto che lo Zama spiegasse 
meglio ciò che intende por liberalismo, anche 
prescindendo dal particolare pensiero dell'O- 
riani ; poiché il lettore riceve (come ha ricevuto 
chi scrive) l'impressione che vengano qui con¬ 
fusi il metodo della pratica liberale, coll’appli¬ 
cazione ai fatti della storia dolla dialettica he¬ 
geliana, derivata (c forse qui non c’ò dubbio) 
all'Oriani di seconda mano dalla scuola idea¬ 
listica meridionale pel tramite del De Meis (il 
De Nittis di Disfatta). 

Cosi pure molte risonanze idealistiche meri¬ 
dionali sono noi suo presunto ponsiero liberale: 
e si sentono nei capitoli della Rivolta Ideate ri¬ 
cordati dallo Zama, chiari gli echi del pensiero 
filosoflco-politico dello Spavonta ; come nella 
/.otta Politica percepibile è l’eco delle allegorie 
pseudo-storiche del Vera, contro le quali con 
tanta giovanile foga insorse Antonio Labriola; 
se proprio non si vuol rendere qui la dovuta 
giustizia al Pctruccelli della Gattina per la sua 
Storia dell'Idea Italiana che l'Oriani non po¬ 
teva di certo ignorare perchè pubblicata nel 
1882 da un giornalista eccentrico e di grido, 
che alla sua monte rivolta ai toni violenti, non 
poteva sfuggire. 

Il liberalismo doll'Oriam sarebbe perciò mon¬ 
te più che hegelismo, come hegeliana sarebbe 
la spina dorsale che tien dritta la sua sintesi 
storica: o non ci sarebbe altro da dire se non 
si dovesse aggiungere che questo delle sintesi 
storiche si presentava così seducente agli occhi 
dell'idealista romagnolo, perchè si contrappo¬ 
neva al metodo allora prevalente dello ricerche 
filo’ogiche (metodo positivo), peculiarmente im¬ 
personato nel Villari, contro il quale l’Oriani 
amò dirottamente scendere in lotta col suo sag¬ 
gio sul Machiavelli (Fino a Dogali), allorché 
l'illustre biografo del Savonarola ebbe a pub¬ 
blicare il suo minuzioso studio sulla vita e sul- 
l'opere del grande Segretario Fiorentino. 

La necessità delle tinte urlanti presiedendo 
ancora in questa scelta, faceva definitivamente 
disperare dell’interna evoUizione (dell'Interno 
accrescimento) della nteus orianrsca, che per¬ 
tanto rimase ferma e coinè incantata sui pochi 
primordiali motivi, che erano, più che gli sche¬ 
mi del suo pensiero. ì obbligati e sempre 
ugnali della sua mai domatn e perciò mai tra¬ 
sformata passione. 

Da questa staticità deriva la difficile lettura 
delle sue opere, e il senso di noia ohe vi per- 


realtà anche l’oloqucnza vista già neU'Alaman- 
ni {torta testimonio di questa poesia: scnz’esaa 
questa non si spiega, dirò anche, non <* poesia : 
e lo sforzo diuturno, l’intimo travaglio del poe¬ 
ta, interpretato in tenuini extraartistici finisce 
in una vuota fatica, che condanna ciò che l'o¬ 
blio degli ultri ha già condannato. Nessuna cri. 
tica, che uon sia costruzione di una figura on- 
tro i termini dell'arte, può valere, qualunque 
sia la vesto in cui si presenti, a cambiare di un 
ette la • classificazione > del nostro cinquecento, 
quale è stata fatta, da uu secolo in qua, da co¬ 
loro che non l'intendevano nò lo amavano. 

Aldo Garosci. 


vado; corno dal mancato padroneggiamento del¬ 
la passione, deriva la sua inconsistenza come 
artista. 

Nei suoi romanzi (tranne, al massimo, due: 
Vortice e Disfatta, e tranne qualche pagina da 
staccarsi qua e là) come noi suo Teatro, ò la 
materia bruta che vi vien buttata davanti agli 
occhi e l'artista vorrebbe abbagliarveli con luci 
d'Apocalisse ; quando non sono gli schemi li¬ 
neari di astratte tesi elio addossa allp spalle 
uon sempre capaci (c qui sta il grottesco destino 
di certi suoi personaggi) dei suo ioroi. 

Così la materia bruta dispiegata in tutta la 
sua crudezza, senza che mai un raggio d'amore 
la salvi dal suo destino di morte, è veramente 
un mondo senza Dio-, è veramente l'inferno. 

In tale senso deve intendersi l'ateismo dol- 
l'Oriani, il suo, si potrebbe dire col Leopardi, 
senso arimanico (ultra pessimista) della vita ; 
anche se quale storico o quale teorico politico 
amò (nella seconda epoca, diremo ideologica dol 
suo tirocinio, perchè nella prima, com'ò noto, 
si rivolgeva ammirato c fidente allTscariota) 
credersi c farsi credere un patrocinatore della 
verità religiosa cristiana e dell'istituto politico 
che nei secoli soddisfa la missione di propagarla. 

L'asserzione fatta dallo Zama che l’Oriani 
sia stato un credente di «cuore» (un «uomo 
buono o pietoso» se non un mistico) ci sembra 
per ciò che cada, qualora con noi si ammetta 
che ben debole cosa doveva essere questa fede 
«sentimontalo» se, proprio nell’attività artisti¬ 
ca in cui maggiormontc doveva esplicarsi, non 
ebbe che limitatissime, sporadiche affermazioni; 
mentre, di regola, non ai lasciava noppur so¬ 
spettare. 

IJ non aver rettamente capito questo lato del- 
l’animo deirOriuni, fa sì che lo Zama non pos¬ 
sa di conseguenza esaminare l’arte dello scrit¬ 
tore faentino; 'intimamente legata, come s’è 
detto, al concetto (alla religione) che quegli a- 
veva della vita. 

Così sullo stile, che se è vero chi* rcttonco 
anzi oratorio come vuole >1 Borgcse e come lo 
Zama conferma, non è per altro spiegato come 
pur nonostante questi suoi caratteri negativi, 
conservi un suo particolare valore, che va messo 
in rilievo e che va rapportato al fatto che lo 
determina vale a dire, allo scrittore nella sua 
qualità dj uomo e di romagnolo. 

Quindi, pur nella mancanza di specifici me¬ 
riti di pensatore, di storico c di artista che as¬ 
sicurino il suo nome alla storia, resta sempre 
importante la figura altamente rilevata o miche¬ 
langiolesca dell'uomo, capace d’attirare la na¬ 
stra attenzione e di commuoverci. 

NelPaver saputo metterò nella dovuta luce la 
umanità di questa singolare figura dj scrittore, 
risiedo U morito particolare dello Zama, il cui 
lavoro si raccomanda per la qualità e la copia 
degli elementi biografici raccolti dalla viva voce 
di amici c di estimatori dell’Oriani, e per la 
brillante esposizione fattane : anche se qtialcho 
pecca e, malgrado ciò, rimasta. 

Armando Cavalli. 

Libri ricevuti 

Vincenzo Gekace: La Fontana nella Foresta. 

Edit. Mondadori. - Milano. 

Poeti Novecento: Scelta delle migliori liriche 
concorrenti a] Premio di Poesia dell’Accade¬ 
mia Mondadori. - Edit. Mondadori. Milano. 
Nicola Moscardeli.i La città dei mundi. - 
Edit. Campiteli]. Foligno. 

Massimo Lki.i : // Pi sor gì mento dello Spirito 
Italiano 1725-1861. - L. 15. - Edit. L'Esame. 
Milano. 

G. Bourgin: I.i( Riro/uItone Francese Trad. 
A. Abruzzese e V. Procacci. - Edit Vallecchi 
Firenze - L. 15. 

Ricerche sidPAmor Familiare, con scritti di 
M. M. Rossi, A. Banfi, S. itale. - Casa Edi¬ 
trice Doxa, Roma. - L. 5,50. 

Pietro Mi onori: Il Prossimo. Racconti. Edi- 
dizione del Ciclope. Palermo. - L. 5. 

t M 

Edizioni del Ciclope 

Via Colonnarotta 11. Palermo: 
pubblica una serie di guatiertu t/i rìnuoroinnito 
a cura di V Guaritacela e Giuseppe Sciorino 
Sono già usciti a L. 5 l’uno: 

G. SciORTlNO: Reperirlize antìdotinunvane. 
Stefano Mallarmé’ Pagi tir niti/u a cura 

dì Luca Pignato, 

V. Guarnaccia; Sole ili mey.ogiorito - Prose. 
P. Mionosi: Il prossimo - Racconti. 


Conoscevamo in questi ultimi anni uu ro¬ 
manzo in tre volumi su Paracelso (I). La fi¬ 
gura del grand: medico riformatore, il • Lu- 
torus Medicorum», ci era stota presentata dal 
Kolbenhcyor in tutta la sua complessa ovolu- 
zione da sperimentatore a mistico, il più asso¬ 
luto e travolgente e caotico afformatorc dolla 
coincidenza del microcosmo col macrocosmo. 
Bimbo in Svizzera nella casa dei nonni circon¬ 
data d’abeti presso lo Sihl rumoreggiante, in 
cui la madre impazzita fini per gettarsi — il 
padre nobile svevo - medico — era in realtà 
solo ospite presso i rozzi forti Laudskncchte pa¬ 
renti della moglio, • aveva col padre assistito fe¬ 
riti di guerra o di religione, i terribili flagel¬ 
lanti ad Einsicdcln nella loro ostasi furibonda; 
poi a Villach, in regione di minierò, istrutto 
dal padre in mineralogia, curioso di tutti i pro¬ 
cedimenti chimici e alchimistici ; e nel Collegio 
di Sant’Andrea impaziente dol latino e della 
scienza medica tradizionale, più cho altro ri¬ 
petizione mnemonica di frasi di Galeno coi 
commenti di Avicenno o di 9vcrroé, era at¬ 
tratto piuttosto dagli insegnamenti del profes¬ 
sore Tritemio in fama di mago ; studente a Ul- 
ma o a Ferrara, dove por benemerenze nella 
cura di appestati si conquistò il titolo di dot¬ 
tore; medico militare poi presso r« nordici, er¬ 
rabondo qua c là, preso dall'ansia di una sosta, 
incalzato dall'impossibilità di sopportarla, per¬ 
seguitato sempre dall’odio dei col léghi, amato 
dagli umili, chiamato ad insegnare all’univer¬ 
sità di Basilea, bandito, sempre curioso, sem¬ 
pre appassionato, questo piccolo uomo dimesso 
col suo gran spadone, gran dispregiatore di li¬ 
bri, gran dominatore delle forze naturali, con 
la malinconia insanabile o la forza indomabile 
dello scrutatore clic da Dio attinge la sua luce, 
agli uomini porta la sua comprensione, il suo 
amore. 

Ecco ora questo breve «Paraoelsus» del Gun- 
doK, uno dei più tipici libri della presente «ri¬ 
nascita» tedesca. Non la arbitraria preziosità 
del suo «Goethe», non la diffusa profondità del 
sua «Shakespeare» ripete il Gundolf in questo 
suo limpido e conciso saggio sul medico natu¬ 
ralista tedesco. Si direbbe che quanto più in¬ 
voluto 6 Paracelso stesso, tanto più traspa¬ 
rente egli l’ha saputo renderò, imperniando la 
opera intorno a un suo personale tremore di 
esperienza, il problema del medico e della me¬ 
dicina in generale. E jl libro è insieme un gri¬ 
do di battaglia, in nome del vero saporo in at¬ 
tivo immediato contatto con la natura, contro la 
scienza libresca : ancora una volta, come ai tem- 
pi della riforma, è importante por i tedeschi 
sottolineare questa loro aderenza alla natura, 
questa -loro ansia faustiana contro l'umanismo 
oltremontauo tutto composto nella sua astratta 
eleganza, nei suoi problemi di forma. Ancora 
una volta questo si impone a caratterizzare la 
«deutscho Soele» E Paracelso è posto accanto 
a Lutero in questa lotta contro la parola, in 
questa prepotente ricerca delle «radici*. Così 
eh? qualche cosa doU’oscurità e del groviglio 
delle radici ha appunto la sua lingua stessa 
nella sua rozza incompostezza e foga, mirabile 
nell'analisi, incapace nella sintesi, più di alchi¬ 
mista che di pensatore (e il pensiero tedesco og¬ 
gi, stanco dei suoi migliori ardimenti in servi¬ 
zio dell’unità, è ripreso dal molteplice e ama 
perdersi in esso, «dissolversi» nell’analisi). — 
Vero è che il Gundolf fonda il mito di Para¬ 
celso primo scopritore della natura, che « co¬ 
minciò allora non solo ad esisterò ma anche a 
vivere», l’eroe dell'esperienza quasi come Kant 
l’eroe della conoscenza. Esperienza non di scuo¬ 
la ma di vita, nei viaggi por allora inauditi 
dall’Italia all’Olanda, dalla Svezia alla Spa¬ 
gna. dalla Lituania allTngheterra, dalla Po¬ 
lonia alla Francia, nell’indagine magica o chi¬ 
mica, mineralogica e psicologica, nella cura di 
malati di tutte le nazioni o di tutte le classi, 
zingari c streghe, giudei c boia non esclusi, 
al seguito di eserciti, in piena guerra carestia 
pestilenza: «quaranta specie diverso di malat 
tic», aveva già nel 1517 (era nato nel 1493) 
riconosciute nell’esercito olandese, sonza con¬ 
tare l’esperienza di chirurgo con quelle novità 
dei cannoni, degli archibugi e dei moschetti... 
Già qui comincia a manifestarsi il suo pensiero 
fondamentale della armonia delle forze miste¬ 
riosi della natura col corpo umano, non lon¬ 
tano dalla credenza popolare c dall’istinto de¬ 
gli animali 

E dalla credenza e dal’a tradizione popolare 
prende rimedi più che dalla scienza della uni¬ 
versità, come dalla bocca del popolo più parole 
che da quella dei dotti colleglli. E i dotti col¬ 
leghi lo denigrano e dovunque lo fauno ban¬ 
dire, c i principi e i pezzi grossi del cloro e 
della borghesia, che lo chiamano al loro letto 
quando ogni altra scienza non serve, a cura 
riuscita si prendono il gusto di ricusargli il 
compenso, e la schiera dei seguaci c sjiesso più 
disonore che onore e sempro approfitta della 
sua umana bontà, per lo meno avvilendo la sua 
combattutissima fama. Ma ni popolo c al ma¬ 
lato il solitario taumaturgo si avvicina quanto 
piu gli pare che gli altri medici anche nollo 
forme se no allontanino rifiutando di portare 
il mantello e il berretto rosso dell’arto, cri¬ 
tico auche in questo di un rito, non meno 
del riformatore f.utero. Ed ecco cho Paracolso, 
invece del magico misterioso che fa di lui certa 


fama, è per il Gundolf un illuminista: il primo 
professore tedesco che porti il tedesco sulla cat¬ 
tedra, il primo che dal buio dolle distinzioni 
porti nel chiaro campo dolio forze e dei feno¬ 
meni. 

Onde uu altro dei caratteri che sembrali fatti 
apposta per entusiasmare i tedeschi moderni: 
Paracelso come primo innovatore, Paracelso che 
por primo sento e dichiara elemento di gloria 
la novità. Eroe moderno per eccellenza dunque: 
« a tali innovatori è bone cho toniain fisso lo 
sguardo... essi sono per noi più importanti del¬ 
lo loro mete, poiché non han scoperto solo coso 
nuove, ma nuche umanità nuora ». Umanità 
nuova di cui prima caratteristica è la solida¬ 
rietà umana, la concezione della medicina come 
beneficio, aiuto agli uomini, di cuj primo pre¬ 
supposto, ò l’amore, la compassione, lati d’ombra 
l’orgoglio lo sdegno l'irrequietezza, tanto na¬ 
turali in quella povora vita randagia, in quel¬ 
ita gran piena di genialità che lo faceva bal¬ 
bettare, quando fino a notte alta dettava 
la sua nuova arte medica in una tensione 
febbrile dopo la giornata di licere* 0 di 
opero. Un solitario ora, come poi a San Gallo 
quando «i fa teologo o tratta della comunione, 
nelle sue negazioni mistico, nella sua devozione 
alla Bibbia riformatore, paganeggiante in real¬ 
tà nella sua aantifìcaziono del pane e del vino 
in quanto succhi naturali: in teologia come in 
medicina indagatore di forze < non di parole o 
di cose. Un solitar io che quando negli ultimi an- 
ni della brove vita scluve In sua difesa nel «la- 
byrintus medicorum», conclude però «ma an¬ 
ch'io non so tutto, nè posso fare tutto quollo 
che sarebbe necessario a ciascuno». Solitario 
intorno a cui si formò la leggenda del ben© e 
del male, mago e taumaturgo alla cui tomba 
(Salzburg 1541) ancor nel secolo scorso furon 
fato pellegrinaggi duratilo il colera, una spe¬ 
cie di dottor Faust, di cuj le opere, per lo più 
in copie manoscritte, corsero di mano in mano, 
più por la speranzu di tiovnrvi ricette miraco¬ 
loso elio per Io studio della dottrina. Quel che 
per il Gundolf giganteggia in esse è la parte 
biografica; e qui è un'altra ragione di «moder¬ 
nità» di Paracelso o, so volete, un’nUra carat¬ 
teristica di questo Paracelso modernizzato: l’a¬ 
derenza della vita con la dottrina, l’importan¬ 
za della «personalità » più che della teoria: per 
questo, dice il Gundolf, io scrivo di Paracelso 
o non p. cs di Lutero o di Hutton, dei quali 
ci bastali gli scritti a individuarli nella storia 
dejlo spirito umano. Ciò premesso, vediamo che 
in questo libro Paracelso, non spccificanionte 
medico, non specificamente mistico viene pre¬ 
sentato nella sua gigantesca unità di dottrina e 
di aziono, di esperienza inacrocosmica o micro- 
cosmica, alla soglia di un massiccio incomposto 
poss?nt© mondo di fenomeni, fonr non più ma- 
Ieri? e non ancora leggi, che sussistono in Dio, 
che hanno Dio a fondamento ; per cui la ma¬ 
lati ia e il peccato sono uno, c il diavolo non 

10 si esorcizza che chiamando a raccolta lo for¬ 
ze buono, amando, aiutando, c il modo <Ji aiu¬ 
tare del medico è«conoscoro la natura di tutte 
le cose per poterne applicare le qualità a gua¬ 
rire le malattie». Ecco dunque che quando egli 
si chiama filosofo, non vuol indicare altro cho 

11 suo studio della natura, c la sua attività cri¬ 
stiana di medico ; mentre la sua fama di mago 
non viene che dalla novità o intensità della sua 
alchimia che tendeva già ai procedimenti nuovi 
della chimica moderna. Certo la sua concezione 
del mondo era mediovale, precopernicano, ma 
la sua foga dj esperienza, la sua indagine in¬ 
stancabile dell'armonizzare dell'uomo col tutto 
ne fa appunto il tedesco moderno «Nulla è nei 
corpo che non si trovi a sufficienza anche fuo¬ 
ri », o cioè il primo monologo di Faust sul con¬ 
vergere deU'uno nel tutto u del tutto nell’uno: 
la scionzA della natura cho sostituisce coi suoi 
dati di fatto lo intuizioni dell’astrologia, che 
anela colla sua indagine a cogliere ogni cosa, 
anche la più piccola, nel suo rapporto col tut¬ 
to, e, pur credendo ad uu misterioso fonda¬ 
mento divino, ricerca esperienze con antimagica 
chiarezza e con antimistica concatenazione di 
concetti. Ma, come la sua pai;o!a che vuol 
esser tedesca ma devo esser tedesca ma devo 
pure servirsi insieme delle espressioni latine 
greche arabe tradizionali rosta pure sempre sul 
piano dei gotici primitivi ignari di prospettiva 
(«qtiol che m’importa è sapore e saper agire, 
non parlare»), cosi è da riconoscere quel tauto 
di debo.lczzn della facoltà logica di astrazione che 
corrisponde all’enormità dell'esperienza perce¬ 
pita- Per questo il Gundolf non trova ohe si 
possa parlar di eloquenza in Paracelso so non 
quando dice di sé, corno in quel suo grido cho 
è fatto per scender nell’animo di tutti i tedeschi 
di oggi : « jierchi io sono tedesco, perdi/, io so• 
no onoro, pecchi io sono solo... ». 

Per queste parolo soltanto è valso certo già 
por il Gundolf la pena di scrivere un libro su 
l’hilippus Aurcolus Paracolsus Theoplirostus 
Bombastus von Ifohenheim. Emma Sola. 


fi) l’araccLui - Von Friedrich Gundolf Georg Rondi 
in Berlin 10 * 7 - 

(j) E. G. Kolhcnhcycr • Die Kindlieit de* Parseci- 
sut: D.is fietlirn «Ics Paracelso* ; Da* dritte Heich des 
Pomcelsut ; MAnclicu, hcl Georg .'Killer 1917-36. 

Dhtllort rcsponiobtu PIERO ZANETTI 
S. A. UNITIPOCRAFICA PlNEROLESE- PlNEROLO 1928 


Osservazioni critiche sull’Oriani 




IL BARETTI 

Pondotore PIERO GOBETTI 

MENSILE EDIZIONI DEL BARETTI : Via Prati, 5 TORINO 

ABBONAMENTO PER IL 1928 L. 15 Estero L. 50 • Sostenitore L. 100 . Un numero seperelo L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno V - N. 4 - Aprile 1928 

SOMMARIO ■ A. MONTI: A propello M un libra ottlmUU • Dall'Autobiografia di Ruba* Dario — I. MAJONEi La Urie* di Delinei — S. Ct L'utopia di Platon* - LA PAGINATREClONALEi F. C. 4M*.olmo d'Aiaalio pittor* - MASSIMO D'AZECUOi 
lì mecanaliimo di R* Carlo Falle* — L EINAUDI: Eaparlanx* meridionali. 


A proposito di un libro “ ottimista „ 


Benedetto Croce ha pubblicato la sua « Sto¬ 
ria d'Italia dal 1871 al 1915 »; tutti ne par¬ 
lano: non può tacerne il Barelli. Diremo dun¬ 
que nuche noi la nostra su questo libro, con 
quel rispetto che il nome dcU'nutorc esige, con 
quella libertà che esige l’autore stesso, specie 
da quelli die gli sono, clic gli vogliono essere, 
vicini. 

Si muove al libro da molte parti un'accusa : 
l'accusa di essere ottimista Io trovo clic l’ac¬ 
cusa, se accusa ha da essere, deve esser ri¬ 
volta, se mai, non al libro ma nirautorc del 
libro, al Croce; del (piale la colpa c il vizio 
essenziale è appunto quésto cosidetto ottimi¬ 
smo, c che per conseguenza, non può dare, 
quando scrive, quando scrive come storico, al¬ 
tri libri che libri macchiati di questo difetto. 

E' questione anzitutto di « temperamento ». 
Un temperamento stabile, sereno, sano, come 
quello clic il Croce sortì naturalmente, è di ne¬ 
cessità incline a veder delle cose il lato confor¬ 
me n se stesso, cioè il lato sano sereno stabile, 
il lato felice, è fatalmente volto all'ottiuiismo; 
c vi 6 tanto più volto quanto più col pro¬ 
ceder degli anni c col maturarsi e con l'innal¬ 
zarsi, è venuto corroborando c confortando 
quella naturai piega dell'animo suo. Far carico 
a Benedetto Croce del suo ottimismo ò come 
fargli carico della sua statura... oraziana, è 
come fargli carico della sua risata, è come 
fargli carico della sua virtù di consolatore e di 
rasscrcnatore. 

E poi anche qui è lo stesso come per la nota 
e trita polemica su ottimismo e pessimismo 
circa le condizioni letterarie presenti; si sa 
bene come in questa commedia sia» distribuite 
le parti: ci sono i critici, i puri critici, c c 
sono i « poieti ». I « poicti » è naturale che 
quando bau da giudicare siano ottimisti, per¬ 
chè il giudizio verte sulle loro opere, sulle 
loro creature, c sempre : nostri figli sono i più 
belli del mondo, sempre le nostre operi sono 
opere buone. Per i critici invece è mi altro 
affare: essi devono giudicare, limitare, defini¬ 
re, scegliere, raccomandare alla posici.tà, non 
tagliano nella loro carne, son disi.'tcrcssati, 
son spietati, son diffidenti, c specialmente 
quello che è loro vicino c contcmpoiunco de¬ 
voti guardarlo alla moda dei presbiti, staccan¬ 
dolo da sè, c rimirarlo aggrottando la fronte. 
Ora Benedetto Croce, con quella faccenda 
della sua filosofìa dello spirito c si>ccialniente 
con quel volume IV, (piando scrive, cioè 
quando fa della stoiia, volere o non volere, 
oramai è in una posizione tale che » critico » 
non può essere, ma deve essere invece il « po¬ 
tata » : questa storia non c’è mica bella e fatta, 
in qualche parte, che s’abbia solo da prenderla 
cosi com'è c aniinaunirla con un po' di garbo 
ai lettori, questa storia bisogna « farla » : c 
allora si sa che cosa avviene : è lo •« Spirito 
umano », che vive c si sente vivere c si rac¬ 
conta vivere, e crea esso questa sua realtà, 
clic è poi « la realtà », la « sola realtà », c trova 
esso in sè, nella sua umanità i proprii limiti, 
c da sè, per In sua « spiritualità », s ; santifica 
si eterna : c questa storia non è altro da tc da 
ine da noi, ma è te stesso, me stesso, noi stessi, 
è cioè sempre il nostro presente, la nostra o- 
pera, la creatura nostra, ed è quindi sempre, 
per tc por me per noi, il più hello di noi, il 
più buono, il meglio, il più, insomma, clic 
noi si possa fare Per cui: addio pessimismo; 
dove c'è luogo, in mia simile concezione e in 
una simile pratica, per il giudizio negativo, 
per la condanna, per il rinnegamento, dico per 
il rinnegamento definitivo e totale di un pe¬ 
riodo di storia? 

Dunque: riduzione di storia a storia con¬ 
temporanea; dunque; riduzione di storia a 
storia dello spirito umano concretato e com¬ 
pendiato nello spirito di me storco, dunque 
conseguente impossibilità, anzi assurdità, di 
condanna del periodo storico narrato, cioè 
della «creatura», da parte del narratore, 
cioè del creatore. E questo per ogni e qual¬ 
siasi argomento e periodo. Pensiamo ora che 
cosa deve avvenire per uno storico siffatto, 
cioè, nel fatlisjiecic, per Benedetto Croce, 
quando l’argomento da lui scelto è la storia 
d’Italia, c il periodo è il periodo 1871 - 1915 , 
cioè un periodo il cui coronamento culturale, 
cioè il cui frutto più succoso c più saporito 
è il rinnovamento avvenuto in Italia, e dal¬ 
l’Italia dilatatosi all’Europa, della filosofia 
idealistica .cioè della filosofia che ha ora per 


suo massimo cultore e » potata » proprio esso 
Benedetto Croce. 

Far carico a Benedétto Croce di aver fatto 
di questa sua Storia d'Italia mi libro ottimi¬ 
sta, è, ancora mia volta, far carico a Bene¬ 
detto Croce di essere quello che è come pen¬ 
satore, cioè di essere il filosofo della « meto¬ 
dologia della storia ». Qui non c’è da far ca¬ 
rico, da rinfacciare, da accusate, c’è solamente 
da prendere o da lasciare : c'è solamente da 
approvare, o se no da dite : m io non godo d’nn 
temperamento cosi felice, io non accetto la 
concezione idealistica dell'identificazione di fi¬ 
losofia con storia, di storia con perenne vita 
dello spirito umano ». 

Ma del resto quello che il Crogc ha fatto 
ora per la Storia (l'Italia dal 1871 al 1015 non 
è quello clic ha sempre fatto da tunt’anni a 
questa parte ogni qualvolta ha trattato di sto¬ 
ria (l'ftnlin, o fosse letteraria o fosse politica? 
Non è un po' il vezzo del Cioce questo di 
andar a cercare in questa storia i periodi più 
maltrattati, più ccucrcntoli, più figli di nes¬ 
suno, c raccattarli, s|>olvcrarli, ripulirli, per 
rimetterli in definitiva all'onore del mondo? 
Per esempio, per quel povero c disgraziato 
« seicento italiano», •! Croce non ha fatto un 
lavoro cosi? Quanto obbobrio ci si era accu¬ 
mulato sopra dai satirici contemporanei .agli 
arcadi, dagli arcadi al Manz.oni; sotto clic 
« mora » giaceva quel corpo; c tutte le età, 
passando, vi avevan gittato, e non per ono¬ 
rarlo, il loro sasso. Viene il Croce, rinnova, 
sgombra, confuta, ricostruisce; c adesso, dalli 
c ridalli, il nostro seicento è tornato ad essere 
per tutti un’età rispettabile come tante altre 
c magari più di tante altre- E’ sì un periodo 
della famosa vita dello spirito rimesso in onore, 
ma è insieme un cantuccio di questa Italia 
liberato da erbaccic c da immondizie, e riof¬ 
ferto .alla giusta valutazione e degli Italiani 
e degli stranieri. 

.Modo non diverso mi pare abbia tenuto il 
Croce per questo calduccio d’itala, che era 
l’Italia dal *71 al ‘ 15 . Malfamato periodo que¬ 
sto, malfamato qnnnt’altri mai Tutti ci sono 
accaniti contro dal suo principio alla sua fine, 
tutti gli Iranno scagliato il loro rara o il loro 
torso di cavolo. I Reduci dalla gran bsogna del 
Risorgimento, gloriosi c disoccupati, clic piòli- 
gano sui sogni infranti e sulle missioni fal¬ 
lite; il poeta della nuova Italia, clic a questa 
Italia nuova prodiga amorosamente epiteti 
contumelie c pedate; i dcmomassóili del positi¬ 
vismo clic la chiamali l’Italia dei manzoniani 
e dei moderaiucoli; i cattolici che la chiamali 
l'Italia dei filibustieri e degli usurpatori; c 
poi vengono i socialisti, i quali non vedono 
attorno che borghesi vili nonché grassi; c t»oi 
vengono gl’idealsti i quali dicono che prima 
dello Spirito l’Italia « era cosa deserta c vacua, 
c tenebre erano sopra la faccia dell'abisso »; c 
poi viene Gozzano il quale « pensa a Massimo 
d’Azeglio - adolescente, a I Miei Ricordi c 
sente - d'esser unto troppo tardi»; e j>oi viene il 
diavolo che ci' porti tutti quanti...; c poi, di¬ 
temi voi, questa Italia, questa nostra Italia, 
con clic fama se ne poteva andar pel mondo, 
e come poteva ardire di mostrar la sua fac¬ 
cia, c chi era rimasto in casa nostra a dirne 
bene cd a volerle bene. Qualchccos.i come per 
quel « seicento », ricordate, delle iperboli e 
delle vesciche, dello « sfarzo » c della » sudi¬ 
ceria », qualche cosa di simile, anzi di peggio. 

Benedetto Croce ancora una volta s’è sob¬ 
barcato al compito ingrato : s’è messo a to¬ 
gliere le « ombre » e i » fatti riflessi clic tur¬ 
bano nel generale la visione di Questo periodo 
storico », a dissipare certi pessimismi, a sgom¬ 
brare certi « idola », a deporre preconcetti an¬ 
ello suoi, a meditare su quella storia col suo 
« calmo pensiero indagante c intendente », e 
poi a esporre con ordine « quel che l’Italia fu 
e fece c senti e immaginò dal 1 S 71 ni 1915 ». 
E così meditando vide — e noti poteva altri¬ 
menti — clic in questo periodo non c’era stata 
da noi quella eclissi totale di ogni virtù c 
senno e abilità, che, a sentir certi discorsi, 
pareva ci fosse stata realmente, ma che anzi 
in questo periodo l'Italia era stata lei, sempre 
lei, non indegna del suo passato prossimo, 
non incapace di proseguir quella tradizione, 
tale da trovarsi non impreparata a regger allo 
sforzo che ('attendeva. Iusonnnn, un altro can¬ 
tuccio d’Italia che il Croce ha esplorato ed ha 


trovato ch’era bello, che era Italia, e l'ha 
detto. 

E’ stato ottimista. E di questo ottimismo qui 
anche dobbiamo far carico a Benedetto Croce? 
Sarebbe fargli carico, mi pare, del suo patriot¬ 
tismo, c anche, sissignori, anche del suo na¬ 
zionalismo. 

Senonchè succede che questo cantuccio (l'I¬ 
talia, or ora esploralo c decantato dal Croce, 
per noi — o almeno per ine c per quelli che 
hanno l'età mia — sin proprio « il icrrèn ch’i 
toccai pria », •• la madre..., che copie l'uno e 
i altro mio parente », cioè l'Italia in cui vis¬ 
sero, in cui vissero politicamente, i nostri pa¬ 
dri, l’Italia in cui ahbium cominciato n vivere, 
a vivere politicamente, noi stessi, un'Italia, 
il cui pensiero quindi o ci inonda di tenerezza, 
o e rimescola di passioni, un'Italia già tanto 
lontana c ancora così vicina, un'Italia «che 
non è nero ancora, e il bianco more », un'I¬ 
talia i cui casi non son già più politica, ma 
non sono ancora storia, un’Italin clic è poli¬ 
tica, la quale si sta facendo, sotto i nostri 
occhi, storia. 

F. (pii sta, io credo, la ragione precipua 
della diversità di effetti clic produce la lettura 
di quest'opera sui lettori : non sui vari lettori 
a seconda delle loro idee; ma sopra ogni sin¬ 
golo lettore qualunque sian le idee sue : un 
acconsentire ed mi rcpugnarc, un approvare 
e un diniegare, un gittarc il libro c ripigliarlo, 
un sollievo ed un disagio continui. 

Proprio cosi: ‘«politica che si fa storia», 
una parte della nostra vita, una parte di noi 
che si fa estranea a noi, che si stacca, si allon¬ 
tana da noi, clic perde i>crciò i suoi lineamenti 
usati c si ricompone in altro atteggiamento 
.rsl consueto; nei sentiamo magari talvolta 
che i lineamenti nuovi sono i più veri i più 
stabili, ma quelli di prima erari nostri, ci crau 
domestici, noi ci eravamo adusati ad essi, il 
rinuuziarvi ci fa dolore; c così leggiamo, leg¬ 
giamo combattuti da questi due sentimenti, 
invitati da uno, soggiogati dall’altro, reni¬ 
tenti e docili, mal convinti c persuasi. 

Con questo animo coir questa pena il let¬ 
tore, dico il lettore clic somiglia a me, legge 
questo libro: con Io stesso animo l'autore que¬ 
sto suo libro deve averlo sciitto, con lo stesso 
patimento c travaglio. C’è in un punto del li¬ 
bro una confessione clic, perciò, è preziosa : 
dice il Croce a pag. 147 , capitolo V (Il pen¬ 
siero c l’ideale) : « Chi, nello scrivere queste 
pagine e nel rievocare per esse i tempi della 
sua adolescenza, spesso si sofferma nello scri¬ 
vere commosso c assorto nelle immagini degli 
uomini c delle cose che non sono più, e sente 
la gratitudine di quel che allora apprese, c gli 
giovò poi, e pia indulgenza per quel che non 
gli fu altrettanto giovevole e di cui dovè di¬ 
sfarsi. non è per altro cosi soffuso dal velo della 
nostalgia da non ricordare chiaramente clic 
la società intellettuale d’allora era assai pic¬ 
cina, e penosa in questa piccineria, meschina 
finanche nei problemi intorno a cui affac¬ 
cendava... ». Commozione, rievocazione, gra¬ 
titudine, l'onda degli affetti, l’invito. 

h 1 poesia, e subito il disfarsi dell’Inutile, il 
ricordar chiaramente, il giudicare. il do¬ 

vere di allontanar da sè, di « non conoscere 
se non procedimenti logici c naturali », la ilo- 
ria. « Un libro scritto con dolore » avrebbe 
detto il Croce da sè di questo suo libro : glielo 
credo: c perciò un libro degno, ad ogni modo, 
di rispetto. 

E c’è un altro punto del libro in cui, se 
pure non più confessato, è visibile bene co- 
desto travaglio della politica clic si fa storia. 
E’ l'ultimo capitolo, quello intitolato « La 
neutralità e l’entrata in guerra ». I lettori, che 
sanno, aspettavano Benedetto Croce a questo 
passo- Questi lettori ricordano l’iradiddio di 
quella rissa fra « neutralisti » c « interven¬ 
isti », ricordano che da quella baruffa il Cro¬ 
ce 11011 si tenue lontano, ma che anzi fu quella 
la prima volta clic ruppe la sua astinenza dal¬ 
la (Kilitica militante, c che uscì dai suo scrit¬ 
toio, c si cacciò nel parapiglia animosamente, 
e firmò pubbliche dichiarazioni, c discusse e 
polemizzò, sempre stando dalla parte dei neu¬ 
tralisti; finché naturalmente quella dell'inter¬ 
vento o non intervento fu questione aperta c 
controversa. 1 lettori, clic sanno Cr he scor¬ 
dano, aspettavano dunque il Croce a questo 
passo. E, venuti al punto, che cosa trovano 
i lettori nel nuovo libro del Croce? Trovano 
clic il Croce nel Xll“ c ultimo capitelo del suo 
libro, apertamente, pienamente, affronta la fa¬ 
mosa questione, e non solo non dà ragione ai 


neutralisti, ma anzi piglia tutti gli argomenti 
gravi che alloro adducevano gli interventisti a 
suffragio della loro tesi, e li ripoliscc c li sfac¬ 
cetta, c li pone in bella vista, e a questi altri 
ne aggiunge di più gravi ancora, c alla fine 
della pagine centrale di quel capitolo, centro 
« interventista » di un cerchio « interven¬ 
tista », unge del crisma della storia non il fatto 
dell’intervento, ma addirittura essa la volon¬ 
tà dell'intervento, cioè esso « l'interventi¬ 
smo» : « quella volontà che era sorta e che... 
aveva il suo unico motivo in sè stessa, come 
opera di ispirazione, come parte assegnata al¬ 
lora aU'Italia nel dramma umano dalla rispo¬ 
sta logica della storia (C. XII, p. 295 ) ». Pa¬ 
role queste che qucj.li clic furono « interven¬ 
tisti » del ' 15 , ed erano allora, e rimasero do¬ 
lio, ammiratori del Croce, non hanno i>otuto 
leggere senza commozione c senza conforto: 
parole che li bari consolati dell'amarezza e 
dello stupore ch’cssi provarono (piando videro 
che in quel frangente li aveva « lasciati scemi 
di sè » (palio clic era il loro Virgilio; paróle 
che li confortano ora, e li conforteranno tut¬ 
tavia, se mai loro accada, in qualche momeuto 
di abbandono c di accasciamento, di pensare 
di aver allora rivolto il piede a vuoto; parole 
che insegnano a loro come si faccia, quando 
si scrive c>i insegna, a vincere sè c le proprie 
passioni c i proprii istinti, a dominare i pro¬ 
prii giudizi, in somma » trasformare la politica 
in storia, la propria politica in storia di tutti. 

« Risposta logica della Storia » ha detto il 
Croce. Risposta a che domanda, a che que¬ 
sito? Risposta al quesito clic i casi del luglio 
1914 aveva» proposto all’Italia : «in qual modo 
condursi nella nuova situazione internazio¬ 
nale clic era sorta *. E la risposta quale era 
stata? Intervenire. E le premesse di questa 
risposta logica? Queste premesse il Croce, 
nella sua Storia le ha registrate tutte ad una 
ad Una. Ed io nc riporto qui alcune: « E 
quando si vogliano intendere taluni riposti 
motivi della vita italiana nel cinquantennio 
che precesse la guerra mondiale, e anche al¬ 
cuni aspetti della sua partecipazione a questa 
guerra, non si deve perdere di vista che l'Ita¬ 
lia portava nel petto, sempre bruciante, la 
piaga di Custoza e di Lissa, e sempre sognava 
di cancellare l'onta, e pur dubitava della for¬ 
tuna e di sè stessa (C. IV) La politica estera 
1871 - 1887 , P., ni); e più oltre, nello stesso 
capitolo: «M quando l'irredentismo ebbe il 
suo martire, quando, net 1882 , il giovane O- 
berlina pensò di compiere il suo gesto e get¬ 
tare fra l'Italia c l'Austria a perpetuo ricordo 
il suo sacrificio, si formò in Italia uno stalo 
d’animo che, nonostante ogni alleanza, impe¬ 
diva nel fatto, salvo casi straordinari e di¬ 
speratissimi, agli italiani di scendere mai in 
campo a fianco agli austriaci, e fu conservata 
e alimentata h fiamma di un ideale che do¬ 
veva condurre, nonostante che gli uomini po¬ 
litici di Destra e di Sinistra tenessero per ar¬ 
ticolo di fede la necessità per ritolta dell'esi¬ 
stenza di un Impero austro-ungarico, alla dis¬ 
soluzione di questo impero, p. 126 ». E alla 
chiusa dello stesso capitolo : « Cosicché, con¬ 
cludendo, par clic sia, se non da rovesciare, 
da correggere l’ordinario giudizio su quel pe¬ 
riodo che si disse di sciagurata (Kilitica estera 
italiana, se in esso l’Italia, con l’irredentismo, 
con le aspirazioni africane, con gli accordi nel 
trattato della Triplice, con le clausole di cau¬ 
tela contenute in questo, pose tulle le pre¬ 
messe delta sua futura politica internazionale, 
sboccata, in ultimo, nella partecipazione alla 
guerra mondiale, pp. 131-132 ». E più avanti 
ancora : « Vero è che in quel tempo, da parte 
degli oppositori radicali c irredentisti, si'pose 
innanzi la foimola di una « lega latina » di 
un'alleanza « naturale » contro le alleanze 
« innaturali », come si considerava quella con 
la Ccrniania c TAustria-Ungheria : formala 
allora vuota di contenuto, ma che doveva ri¬ 
cevere la sua attualità di uso nel 1915 ; c da 
parte di conservatori, particolarmente del 
Bonghi, nel 1 S 93 , si manifestò diffidenza verso 
la politica della Triplice, da (piando ne aveva 
preso la direzione il giovane imperatore, irre¬ 
quieto, esaltato, ebbro di orgoglio, dalla mi¬ 
stica favella : che era anche un giudizio desìi- 
nato ad avera le sue lontane conseguenze. C. 
VII. Il periodo crispino, p. 1 S 4 ». E venendo 
a casi più recenti: « ... Vllnlia andava a Tri¬ 
poli... perchè essa non era più quella di quin¬ 
dici anni innanzi, e voleva c sapeva condurre 
nnu spedizione militare e insistervi fino alla 
vittoria: insemina, Per quelle che si chiamano 



Pag. 18 


IL RARETTI 


ragioni di sentimento e che sono tanto naU 
quanto le altre, tanto a lor modo ricche di 
utilità quanto le altre. C. XI. La politica in¬ 
terim e In guerra libica, pp. 269 - 270 »!. Que¬ 
ste le premesse, le principali premesse, di 
quella tal risposta; queste le ragioni, alcune 
delle principali ragioni, i>cr cui, (piando con 
l’ultimatum (Icll'Austrin-Ungheria alla Ser¬ 
bia fu dato il « segnale della guerra europea, 
di quella guerra clic aveva visitato le imma¬ 
ginazioni per circa quarantanni, ma che ora, 
a un tratto, diventava presente realtà, p. 27 S » 
iti Ttalia tutti gli spiriti più vigili e più sen¬ 
sibili, subito, sentirono che Torà era venuta 
nuche per l’Italia di mettersi per la via per 
cui essa, un mino dopo, si mise di fatto. 

Tutte queste premesse, tutte queste ra¬ 
gioni, queste clic io ho citate ed altre ancora, 
Benedetto Croce ha raccolte e messe in evi¬ 
denza nei singoli capitoli del suo libro; nel 
dodicesimo capitolo la pagina, giù ricordata, 
del crisma della volontà d’intervento; l’opera 
del Croce si concinnile con questo capitolo; 
il fatto dell'intervento'! anzi, il fatto della 
volontà dell’intervento ò posto cosi, :mu come 
arbitraria interruzione, ma come necessa¬ 
ria conclusione del racconto: la storia del 
Croce, è anche, se non è specialmente, la 
storia di questo intervento. 

Dal rS 7 i al 1915 la nuova Italia, come si 
vede bene in questo libro, assumendo figura 
di stato moderno, rassodandosi, arricchendosi 
economicamente e colturalmente, acquistando 


Presentiamo alcune pagine, le più interet 
tanti per il notlro putto ili lettori europei r 
italiani, tratte dall’autobiografia di Ruben Da¬ 
rio, il maggior poeta ispano-americano vivente, 
che dnj>o una vita quanto mai avventurosa nel¬ 
le rej/ubbUcheltc dell’America Centrale, è di¬ 
ventato il D*Annunzio dell'Argentina, mesco¬ 
lando — alla stessa guisa del nostro — simbo¬ 
lismo e nietuchismo, estetismo e sensualismo in 
sintesi lussureggianti e immaginose. I.a sua au¬ 
tobiografia i, veramente, una serie di notazio¬ 
ni staccate e quasi stenografiche che solo per 
la prima parte del racconto /udirlo una certa or¬ 
ganicità, almeno a tratti. Ma proprio que¬ 
sto asj>ctto di appunti scritti dall’autore solo 
per sè medesimo dà al racconto la forma stessi 
della vita vissuta t intuita artisticamente quasi 
nell’atto stesso che / vissuta. 

Educazione nicaraguana 

Mi mandavano a una scuola pubblica. E* vi¬ 
vo ancora il mio buon maestro, a quei giorni 
abbastanza giovane 0 con riputazione di poota: 
il liccnciado Felipe Jbarra. Faceva, natural¬ 
mente, uso della canna secondo la singolare pe¬ 
dagogia di quei tempi, e, in casi speciali, della 
flagellazione delle parti posteriori messe a nu¬ 
do. In quella scuola ni insognavano l’alfabeto, il 
«Catone cristiano», le quattro operazioni, e al¬ 
tre cognizioni elementari. Poi ebbi un altro 
maestro, che mi inculcava vaghe nozioni di arit¬ 
metica geometria, grammatica, religione. Ma 
por prima mi insegnò l’alfabeto e fu mio primo 
maestro una donna, doiia Jacoba Tellorìa, che 
stimolava il mio interesse allo studio con gu¬ 
stosi pasticcini, biscotti, 0 pan .pepati che ella 
stessa faceva con molto buon gusto della golo¬ 
sità e con mani di monaca. I.a maestra mi ca¬ 
stigò una sol volta, avendomi incontrato (a 
quell’età • mio Dio!) ir compagnia di una pre¬ 
coce ragazzina, che iniziavamo, inesperti c im¬ 
possibili Dafni e Cloe, e secondo il verso di Gon- 
gora, «le bricconate, dietro la porta». 

Per intromissione di zia Rita, cominciai a 
frequentare la casa dei padri Gesuiti, nella 
Chiesa della Raccolta. Debbo dire che fin da fan¬ 
ciullo mi venno infusa una gran religiosità, che 
a volte toccava la superstizione. Quando tuo¬ 
nava l’uragano e s’infoschi va il cielo, a tempe¬ 
sto come non ne ho mai più viste in àltrn parto 
dol mondo, la mia prozia, prendeva palme be 
ned ette 0 intrecciava corone per tutti quelli di 
casa: 0 tutti incoronati di palmo recitavamo in 
coro il triduo c altre orazioni. 

Ma io temevo in parlicolar modo certe spe¬ 
ciali devozioni. Por esempio, quando s’appres¬ 
sava la festa della Santa Croco: Un martirio 
come quello, Dio degli dei f per : miei pochi 
anni, non lo potete neppure immaginare Ar¬ 
rivato questo giorno, ci mettevano tutti davanti 
alle Sacre iconi. e la buona prozia dirigeva il 
rosario, che si chiudeva, dopo vario giaculatorie, 
con queste parole: 

Fuggi di qui, o Satana, 
che di me nulla avrai 
jioiehè il giorno della Croce 
mille colle Gesù invocai. 

Ma il bello si è che dovevamo realmente di¬ 
ro mille volte la parola Cesti: c la serie ora 
interminabilo. •Gesti/ Gcsil Gestii » fino a mil¬ 
le ; talora si sbagliava il conto, e bisognava ri¬ 
cominciare da capo, 

I Gesuiti ponevano sull’altar maggiore della 
Chiosa, il giorno di San* Luigi Gonzaga, un'ur¬ 
na in cui potevano gettare i loro biglietti tutti 
coloro che volessero invocare qualche grazia o 
comunque corrispondere con San Luigi o con 
la Vergine Santissima. Prendevano lo lettere 


via via consapevolezza c fiducia di sò, non ha 
fatto altro, in som ma, clic continuamente pre¬ 
pararsi ad assolvere il debito che il Risorgi¬ 
mento le aveva lasciato, cioè il compimento 
della sua unità morale c geografica. L’ora 
in cui questa Italia fu chiamata a subir l'esa¬ 
me della sua maturità coiucidcttc, adesso si 
può ben dire, con l’ora iti cui la sua prepa¬ 
razione era, se non perfetta — citò questa 
perfezione non c'è inai e non ci fu per nes¬ 
suno, se non forse per la Germania, vinta — 
se non perfetta, certo condotta a buon punto 
e, ad ogni modo, sufficiente. Con l’intervento 
« volontario » e con la resistenza e con la vit¬ 
toria, la prova, nessuno Io negherà, è andata 
tiene. L'evento è stato, noti miracoloso, ma 
certo mirabile. Dal fastigio di questo evento 
della guerra cosi voluta, e, perchè così vo¬ 
luta, durata c vinta, l'autore della <1 Storia 
d’Italia dal 1871 al 1915 •» contempla il pa¬ 
norama del trascorso cinquantennio: nessuna 
maraviglia che da quelin vetta il panorama 
gli paia beilo c mirando : nessuna maraviglia 
che tuie ammirazione l'autore esprima in un 
libro tanto « ottimista ». 

Quella preparazione l’Italia nuova, si vo¬ 
glio o non si voglia, la condusse avanti fllja 
luce c sotto la tutela di un’idea, l’idea libe¬ 
rale, c sotto il governo di uomini, che a que¬ 
sta idea si professarono devoti : nessuna ma¬ 
raviglia che lo storico di questa preparazione 
narri di essa i casi in un libro tanto » libe¬ 
rale ». Augusto Monti 


e le bruciavano sotto gli occhi del pubblico: ma 
non senza, cosi si dicova, averle prima scruta¬ 
te. E in tal modo orano padroni di molti se. 
grotj di famiglia, e per queste e altro ragioni 
la loro potenza di continuo s’accrcsccva. Il go¬ 
verno infine |i espulse : ma io potei, prima della 
loro partenza, assistere agli esercizi di Sant’I- 
gnazio di l.oyola, che mi piacevano immensa- 
mente e elio, quanto a me, si sarebbero potuti 
prolungare indefinitamente, poste lo gustose vi¬ 
vande e lo squisito cioccolato che i Gesuiti ci 
somministravano. 

Visioni di un precoce 

A volte gli zìi organizzavano gite in campa¬ 
gna, alla fattoria. Andavamo in pesanti car¬ 
rette, tratto da buoi, coperto da tende di cuo¬ 
io crudo. Ma si cantava, in viaggio-’e con pro¬ 
miscuità innocente, si correva poi a prondore .un 
bagno nel rivo della fattoria, eh® era poco di 
stante, tutti, ragazzi e ragazze, in goffo carni - 
ciuolc. Altre volto erano invece viaggi lungo la 
spiaggia del mare, alla costa di Poncloya, do- 
v’era la favolosa rupe della Tigre. Le stesse car¬ 
retto dalle ruoto cigolanti, cinte dagli adulti a 
cavallo: al guado di un ruscello, in piena fo¬ 
resta, si faceva alt, s’acccndcva un po' di fuo¬ 
co, c useivan fuori i polli arrosto, le uova sodo, 
l'acquavita di melassa e la bevanda nazionale, 
il « risto », fatta col cacao o il maiz e sbattuta 
nella tazze con un molinello di legno. Gli uo¬ 
mini diventavano allegri, cantavano al suono 
della chitarra, sparavano in aria all'impazzata 
gettando lo loro consuot® grida, stentoree e al¬ 
ternate. Toccata la mòta, là si viveva per qual¬ 
che giorno sotto capanne di frasche, giunchi e 
canno verdi, riparo dal torrido sole. Da una 
parto le donne, dall'altra gli uomini scendeva¬ 
no a bagnarsi in mare: d’un tratto capitava, 
da qualche angolo dj contemplare cento veneri 
anadiomeni sorgenti dall’onde. A notte le fa¬ 
miglie si riunivano per passaro il tempo sotto 
quei doli profondi, ricchi di prodigiose stelle ; 
e giuncavano a rincorrersi a‘piedi nudi, fra i 
granchi, o davano la caccia alle grandi testug¬ 
gini, dotte pnsfamas, le cui uova si trovano 
scavando nei loro nidi sotto la rena. 

Di frequente io mi staccava dai crocchi e so¬ 
litario, chiuso nell’animo mio già fattosi tri¬ 
sto e meditabondo, andavo a guardare cose, nel 
cielo c nel mare. Assistetti una volta a una or¬ 
ribile scena, eh© mi rimaso impressa nella me¬ 
moria. Presso una coppia di buoi aggiogati, sul 
margino di un pantano, duo carrettieri in rissa: 
posero mano al machete. , pesante e affilato col¬ 
tello che serve a spaccare la canna da zucche¬ 
ro, o cominciarono a schormeggiare. D’un su¬ 
bito vidi qualcosa che saltò in aria orano, il 
coltello p la mano dj uno dei due. 

A sera 0 di notte passavano, a cavallo 0 a 
piedi, ubbriachi schiamazzanti i soldati, scalzi 
e vestiti di panno turchino, se li traevano die¬ 
tro prigionieri. Quando la luna cominciava a 
scemare, le famiglio ritornavano in città. 

In quel tempo, mi accadde alcunché di cui 
ò nel mio spirito una traccia indelebile; il mio 
primo incubo. Lo racconto, perché ancora in 
questo stesso momento mi impressiona. Io stava, 
in sogno, leggendo presso dj una favola, nell’in¬ 
gresso di casa, illuminata da una lampada a 
petrolio Sulla porta dj strada, non fontano da 
me, stava la gente 'Iella consueta conversazio¬ 
ne; alla mia destra una porta clic dava nella 
stanza da letto. Quest’ultima era aperta: 0 nel 
vano oscuro che si apriva sull’interno vidi che 
cominciava a formarsi quasi uno spoltro. Te¬ 
mendo guardai fisso in «pie! quadrato di tenebre 
e nulla più scorsi ; ma, poiché ritornavo a sen¬ 


tirmi inquieto, di nuovo guardai c vidi ebo si 
staccava sul fondo nero una figura bianchiccia, 
conio d'uii corpo umailo avvolto di lenzuola. Il 
terrore m'iuvaso, perchè vidi che la figura, pur 
senza camminnro, veniva avanzando verso il 
luogo dove io stava. I visitatori continuavano 
nella (oro couvcrsaziono: chiesi soccorso, non 
mi udirono. Ritornai a gridare, continuarono 
indifferenti. Privo dì difesa, sentendo avvici¬ 
narsi «la «osa», cercai di fuggire 0 non potei: 
la sepolcrale apparizione mi ai accostava pro¬ 
gressivamente paralizzandomi con una impres 
sione dj inesprimibile orrore. Carne non avova 
od era, senza dubbio, un corpo umano. Non a- 
vevo braccia, 0 io sentiva che stava per affer¬ 
rai mi ; non piedi, c già stava accanto a mo. Ma 
i| punto piu tremendo fu quando sentii d'un 
tratto il tirribde odore dei cadaveri, c fui toc¬ 
cato da alcunché di simile a un braccio, che mi 
produceva ima spedo di scossa elettrica. D’un 
tratto, |>er difendermi, morsi la «cosa»: c pro¬ 
vai esattamente la stessa sensazione che so a- 
vessi piantato i denti in una torcia di cera ole¬ 
osa. Con sudori d’angoscia, mi svogliai. 

Una rivoluzione al Nicaragua 

... Per la data del '22 giugno di quell’anno 
1890 venne fissata la cerimonia civile del mio 
matrimonio. In quel giorno avrebbo dovuto a- 
ver luogo in San Salvador una gran festa mi¬ 
litare, per la quale sarebbero vouute lo truppe 
acquartierate in Sant’Anna e comandato dal 
generale Carlo Ezcta, braccio destro 0 quasi si 
potrebbe diro figlio adottivo del presidente «lol¬ 
la Repubblica. (Si diceva che avesse chiesto la 
mano di Teresa, sua figlia maggioro). Se non 
erro correva qualche dissenso tra Ezeta e alcuni 
ministri del generalo ÌSfcnondoz, quali i dottori 
Dolgado e Intonano; ma non saprei dir nulla 
di più preciso. 

Fatto si ò cho per la gran parata del 22 ar¬ 
rivarono le truppe. Quella notte doveva esserci 
un gran ballo noi palazzo presidenziale della 
Casa Bianca. 

In casa della mia fidanzata noi celebrammo il 
matrimonio civile: vi fu una colazione, con la 
presenza dol generale Ezeta. Questi era ner 
voso, c più volte si alzò per discorrere col si- 
gnor Almaya, direttore de» Telegrafi J suo a- 
mico. Dojhj la festa io, stanco, scappai a lotto 
por tempo, avendo deciso dj non partecipare al 
ballo d-.dla Casa Bianca. Ma nel cuore della 
notto, stando tra sveglio e addormentato, uno 
strepitar di scariche di fucili e di cannoni © 
di spari isolati, che lì per ti non mi sorpreso, 
pensando io vagamento cho ciò facesse parto 
della cerimonia militare. Quand’ccco, sarà sta. 
ta già l’alba, udii un calpestio dj cavalli cho 
si formano innanzi la porta di casa mia, e voci 
che mi chiamavano per nomo ripetutamente. 

• A'zati'» — mi dicevano — «è il tuo àmico 
generale Ezeta*. Replicai cho ero troppo stan¬ 
co e non avevo voglia di uscirò : sempre con la 
idea che mi volessero invitare per qualche bal¬ 
doria o baccanale. I cavalli si allontanarono. 

Alla mattina, di nuovo chiamarono alla por¬ 
ta : m'alzai ad aprire, o vidi una famigliare 
della mia fidanzata, c meglio, di mia moglie. 

• Dicono le «ignoro, — mi recitò, — che sono 
molto inquiete sul conto di Vossignoria, temen¬ 
do che non lo sia toccato qualche guaio .nei 
fatti della scorsa notte». — «Ma che è acca¬ 
duto f» le chiesi. — «Che ormai non è più pre¬ 
sidente il genera'® Mcncndex; lo hanno ucciso». 

— • E chi allora è Presidentet» «II gene 
rale Ezeta ». Vestitomi, partii immediatamente 
aita volta della casa di mia moglie. Passando 
per i portici che stanno presso la Casa Bianca 
m'imbattei in un certo numero di cadaveri, tra 
chiazze di sangue. Impressionato, entrai nel- 
ralborgo « Nuovo Mondo • e sedetti a pren¬ 
derò una tazza di caffè. Ad un tavolo vicino 
stava un uomo con una ferita al collo, ben¬ 
data con un pnnnilino insanguinato era vestito 
da militare 0 piuttosto ubbriaco. Trasse una ri- 
volici 1 » 0 tranquillamente mi prese di inira 

• Dica- Viva il generale Ezeta!» — «Sì, signore, 

— gli risposi, — viva il gcnoralo Ezeta » — 
■ Così va fatto», esclamò: e rimise in tasca la 
rivoltella. Io bevvi il mio caffè e uscii senza 
indugio per cercar mia moglio. A casa sua mi 
raccontarono quel che ora avvenuto. Durante 
la notte, nel momento culminante del ballo pre¬ 
sidenziale, a cui era presente la miglior sociotà 
di San Salvador, tutti furono sorpresi dal ru¬ 
more dj scariche di fucileria: 0 videro che il pa¬ 
lazzo era circondato dalle truppe. Un generale, 
di cui non ricordo il nome, era penetrato fino 
alle sale dove si svolgeva la festa, e qui intimò 
l’arresto a tutti i ministri che vi si trovavano- 
Il Presidente, generale Monendcz, cYa andato a 
riposare. La confusione della gente fu grande: 
vi furono strilli u svenimenti. Nel frattempo il 
generale Monendcz era stato avvertito : cinse la 
spada 0 nssah con duri rimproveri il gcnoralo 
che veniva per arrestare anche lui. Intanto la 
guardia del palazzo si batteva con lo truppe in. 
sorte. Teresa, la figlia maggiore del presidente, 
gridava nelle sale- «Che chiamino Carlo; egli 
calmerà tutto questo fracasso e dominerà la si- 
tuaziouo ! » — «Signorina, — lo fu risposto, — 
«l'insurrezione l’ha fatta proprio lui, il genera¬ 
le Ezeta*. Il presidente aveva fatto aprire le 
finestre della casa. «. arringava le truppe. E an¬ 
cora si udì un viva al generai Monondoz: ma 
subito questi cadde morto. Al rendersi conto 
che Carlo Ezeta, amato da lui come un figlio 
e in tutti i modi beneficato, da lui arricchito o 
posto a capo del 8 t«o esercito, lo tradiva in quel¬ 


Dall’ “ Autobiografia „ di Rubén Darlo 

(La Vida de Rubén Dario, esenta por ol mismo) 


la maniera, il povero presidente, affetto a quel 
cho pare da morbo cardiaco, aveva avuto un at¬ 
tacco ed ora morto. 11 suo cadavere fu esposto 
al popolo, elio gli sfilò innanzi per assicurarsi 
doli» verità. 

Rubén Da ufo (trad. S. C.). 

Sciocchezzaio 

t V chi dice ihr i nastri artisti, specie quell* 
/risii a cnral/rrr tra l'otto e d novecento, si’an 
destituiti di pre/mmiiune dottrinale, c non ab¬ 
biati dimestichezza con gli niiversali. Gratuita 
asserzione e. temerario giudizio. 

A smentire 1 calunniatori basti riferire que¬ 
sto /tasso ili una delie tante risposte pervenuti 
id nostro massimo quotidiano dagli artisti in¬ 
terrogati sulla ensi delle arti figurative. 

E anch’io varrei rendermi giudizio di questo 
malinconico apparento distacco dalla ragione 
della necessità dovuta alia spirituale fatica cho 
l'artista raccoglie od offre alla sensibilità di 
tutto lo anime riconoscenti alla infinita intelli¬ 
genza dell'essere umano di front? e in omaggio 
alla infinita bellezza 1 » alle consolatrici armonio 
della natura e alla sublimità delle commozioni 
croato dal supremo miracolo, che c la vita. 

Io non potrei che ripetere (pianto dissi a me 
stesso sempre, cho l’arte non ha limiti oonvon- 
zionali di repressione. Essa può ossoro, nei suo» 
sogni, ingouua come la parola nuda di elegan¬ 
za fascinante, ma intimamente commossa dolio 
meraviglio dello luci 0 delle ombre dei cieli a 
dolfc anime: ed essa può pure assurgerò con le 
prezioso e generose facoltà espressive allo più 
auporbo traduzioni degli aspetti esaltati dalla 
nobiltà della mente e ridia mano eho l'artefice 
ha guidate. Leonaudo Bistolfi. 

I.a Stampe, 22 marzo 928. 

Per gli artisti creatori d'ex-librls 

Nel luglio prossimo s’aprirà a Moulins-sur- 
Allier (Francia), annessa all’annuale «Snlon» 
di pittura organizzato dal Syndicat d'Initjati- 
ve della capitalo dell'antica provincia di Bour¬ 
bon naia, un’esposizione d’cx-libris ove potranno 
trovar posto, accanto ai francesi, anche gli stra¬ 
nieri. Gli artisti creatori od i bibliofili posses¬ 
sori d’ex-libris si pregano rivolgersi fin d’adesso 
al prof. H. Ruriot-Darsiles, boulevard Charles- 
Louis Philippe, 16, Moulins (Allier), Frano©. 

Per far conoscere meglio in Francia 
letteratura ed arte italiana 

La rivista letteraria ed artistica francese Sep- 
timanie, creata e diretta a Narbonne dal D.r 
Paul Duplessis do Pouzilhac e cho ò entrata 
nel suo quinto anno, pubblicherà nel luglio proa- 
«imo un grosso fascicolo tutto dedicato all'Ita- 
lia. Nelle suo pagine troveranno lo più frater¬ 
na accoglienza tutti gli odierni scrittori ed ar¬ 
tisti italiani, di Strapaese, di Stracittà. d’ai- 

trovo La redazione del fascicolo ò affidata al 
prof II. Buriot-Darsiles (boulevard Charlcs- 
Louis Philippe, 16. Moulins, Allier), a cui sì 
prega di rivolgersi fin d'adesso. 

Casa Editrice Doxa 

Via Guardiola 23, Roma 

ha recentemente pubblicato: 

/.'Ascesi Capitalistica, di M. M. Rossi. 

L. 7 franco di porto. 

E' un'esposizione accurata del pensiero di 
Max Weber e di Troeltsch sulla genesi dol ca¬ 
pitalismo: critica del materialismo storico cd 
illuminazione generale dui problema. 

Un premio ai nostri abbonali. 

A. F. Formigoni, il noto editore romano, 
alla cui iniziativa si devono 1« collezioni Clas¬ 
sici del ridere; Profili; Apologie, Lettere di 
amore; Polemiche, ccc., è anche il direttore del 
periodico bibliografico: •L’Italia che scrive », 
rassegna per coloro che leggono, supplemento 
mensile a tutti i poriodici. E’ sui repertori bi¬ 
bliografici di questa agilissima rassegna che si 
svolge da anni, in gran parte, il lavoro della 
libreria italiana, si cho l’importanza pratica 
dell'Ics si è venuta progressivamente sompre più 
affermando. 

T nostri Abbonati potranno avere l’undicesi¬ 
ma annata de L'Italia che scrive (1928) don 
una notevole riduzione, cioè a L. 15 invece cho 
L. 20. Inviare vaglia ad A. F. Forniiggini Edi¬ 
tore in Roma allegando la fascetta del nostro 
Periodico. 

• • 

Casa d’A rie /fragaglia. - Roma. 

Un rcecntemonto pubblicato: 

Se ni tura vivente, di A. G. Dragagli a, con 
275 illustrazioni. , L. 20. , 

Tndcx, numero 106. Contiene 200 sfottetti di 
A G Rragaglia. - L. 1. 

Uà ripreso lo pubblicazioni in nuovo forma¬ 
to e con rinnovato spirito più vivo, più vario o, 
piu battagliero il periodico di letteratura 0 di 
cultura: 

Pietre 

Genova, Corso Carbonara 10 A. 

Mandiamo aglj amici di Pietre i nostri au¬ 
guri e >1 più cordiale saluto, c invitiamo i no¬ 
stri lottore a sostenero con il loro abbonamento 
la bella rivista. L’abbonamento cumulativo a 
Pietre e al fioretti costa sole L. 25. 


Dlrtllort rtipontabflt PIERO ZANETTI 
S.A. UNITIPOGRAFICA PlNEROLESF. -PlNEROLO 1928 



IL RARETTI 


Pag. 1# 


LA LIRICA 

Tomaso Gitoli — in una bella introduzione 
promessa ud una raccolta di poesie tradotto — 
osservava, tempo fa, che a primo aspetto De- 
bniol riesco al lettore antipatico ed incomprcn- 
sibilo. B’ proprio cosi: o la ragione della ri¬ 
pugnanza va ricercata senza dubbio in quel 
corto elio di caotico, di torbido, direi quasi 
di non purificato che fa apparire la sua poe¬ 
sia come un liquido non filtrato, entro cui tur¬ 
binano elementi estranei e corruttori. Molto si- 
milo iu questo al)’impressione clic si riceve dal¬ 
la musica - per tanti riguardi bella— di Rie- 
cardo Strauss: in cui le ampie curve dei temi 
elle •disegnano razzi sonori» — quel brusco 
modulare, pur nella dutonicitk dell'espressione 

- gli armonici duri o taglienti nelle laceranti 
dissonunzo — la collisione stridula delle linee 
melodiche, alcune sovrapposizioni tonali, la eia- 
boi-azione faticosa e ansimante — formano un 
tutto che stordisco l'uscoltatoro o lo distorna, 
almeno per il momento. In Dohmcl — da pa¬ 
gina u pagina - e questo carattere spicca me¬ 
glio nella sua raccolta di cento poesie — c'è un 
continuo passare da stati d'animo a stati d’a¬ 
nimo un cozzo di temi o di spunti di temi che 
non riescono a fondersi ed a mostrare al let¬ 
tore in una sintesi armonica lo spirito dol poe¬ 
ta o quindi in una unità estatica l’opera di 
arte eho lo rispecchia. E’ un frammentarismo 
coutradittorio e tormentoso — che ei caccia da 
un ostroino all’altro nella scala doi sentimenti 
e degli ideali, delle espressioni artistiche più 
varie o contrastanti. Cou un certo disorienta- 
monto fastidioso per il lettore, che movendosi 
con gran disagio tra vuoti simboli 0 rappre¬ 
sentazioni barocche — ò colto da una corta dif- 
fìdcuza por una poesia che non riposa e si su¬ 
blima in una concezione sicura della vita — 
ma procede per salti iperbolici. 

Il poeta tendo a giustificarsi — o meglio a 
presentar® questo suo tormentoso vagabondag¬ 
gio corno un desiderio vivo di totalità : con una 
dottrina dello stravivere — autlebcn — che è 
un salire ed uno scendere dallo più superbo al 
tozzo allo bassure più torbido dell’esistenza. 
Egli stesso confessa — e con voluttà che Io 
vita è bella e vera soltanto nell'approfondimen¬ 
to d ogni piacere, nella forza delle passioiij più 
varie che sconvolgono e fecondano e creano, e 
ripudia tutto ciò che tende a fissarla nell’ozio 
e nell’Inerzia contemplativa. Il peccato è per 
lui avidità di vita, sete di piacere — cho va 
assaporato ed esaurito a poco a poco, fino in 
fondo: senza preoccupazioni e rinunce. « Voglio 
estrarlo dal mondo — egli dice — il piacere, 
anche u còsto della vita Con tutta la frenesia 

che è in noi, spasimo ed ardore». E il piacerò_ 

cosi inteso — implica non solo il puro godimen¬ 
to, ma i| dolore anche che con esso va congiun¬ 
to, e che nel contatto tanto più apiccu e si 
accanisco. Goderò C soffrire: l'intensità del pia¬ 
cerò è iu rapporto alla sofferenza che ci costa: 
e scendere fino in fondo alla vita dei sensi, ò 
un lasciarci brandelli di carne e di cuore. Ed 
è anche un salire ad altezze inusitate: perchè 
Iu vita si traduce in una catena di azioni c di 
reazioni, che ei spinge dal torbido o dal tor¬ 
mentoso all'etereo e al puro: dallo spasimo all» 
serenità E Dehmol passa — per una serie di 
tesi e di antitesi — dall'amore sensualmente 
caldo c spasimoso delle «Metamorfosi di Ve¬ 
nere» — di Ente Begierde (Prima passione)_ 

alla purezza luminosa immateriale di Nach- 
fffonx (Scia di luce) di Verewigung (Eterna¬ 
mente) : dalla visione dj Cristo tutto irradiato 
di luce di sacrifizio c di spirituale bellezza al 
la concezione d’una vita convulsa q solo egoismo: 
e dal perfetto esasperato individualismo del 
• Canto a mio figlio*— alla prorcAmazione d’un 
Dovere mondiale olio assorbe l'individuo « lo 
disperde nel comune dettino di «una umanità 
elle progredisce sulla base del sagrifizio indivi- 
duale. Tesj p d antitesi clic non si placano 
nini e non si superano in una sintesi componi- 
trice e creatrice. 

In tutto questo esasperarsi di situazione in 
situazione — o meglio in questo essere sospeso 
tra la terra o il cielo, tra il senso e lo spirito, 
c'è un punto fermo: una morale del vivere e 
dell’osare, che ei mostra l'eticità non nella ri¬ 
nunzia, non come pmificazionc — ma nella in¬ 
tensità di vita. Il criterio del bene e del male 
è dato dal tono acceso della passione, non dalla 
catarsi: anzi, iu quanto la passiono è Io sfogo 
della libidine, che ristagnando nel nostro spi¬ 
rito lo corrode, essa stessa è liberazione, puri 
ficnziouc. «Liberami — scrive il poeta — dal 
peccato, dal terrore di questi spasimi che mi 
martoriano fervendo in me!» Liberarsi dalla 
fiamma che pervade lo spirito è fiorire, ò un 
ricoprirsi di frutti u di fiori. «Io voglio — 
canta iu Ente Bcgienle fiorire schietta¬ 
mente — libero «la questa accensione — in fruì 
ti e fiori». Ed è un’afformarsi, un rivelarsi nel¬ 
la luce piena del proprio essere, che culmina 
iu queirimperativo del « Lied an moinen Sohn t • 
Sii tu, sii tu. E se una volta il vecchio padre 
ti ciarli dì filiali doveri, non obbedirlo». Un 
grido di rivolta cho ricorda Nietzsche e Ibsen 
di Pecr Gynt: e rivela quella niora'o del stipe- 
ruoco che è non poca part? dell’ideale etico di 
Dohmc) — ed è spasimo di senso, insaziabilità 
di desideri, esasperazioni di stati d'animo, un 
continuo bisogno «li novità, di una superuma- 
nith di vita che il |>octa non raggiunge perchè 
non riesce a superare se stesso. Per cui la sua 


DI DEHMEL 

reazione allo stesso sfrenato individualismo, al 
sensualismo che non appagandolo completameli- 
tu lo spinge alla morato supcriore del sagri fi- 
zio bisogna intenderla conio tale, più eho 
come una radicata «-ouquistu, come una bendi 
cu soluzione dol male. In questo il poeta te¬ 
desco è vicino ad altri decadenti, D'Annunzio, 
Vcrlaino, Duudolairu: erotici e mistici. 

Superamento dcll'iiidividualismo nietzschia¬ 
no o accordo tra l'ideale egoistico del filosofo o la 
iratoriutà cristiana 1 L’accordo è apparente : è 
più un fatto cerebrale, o un fenomeno di stali 
diezza che sbalza lo spirito da un eccesso al- 
l'altio — una conseguenza di <|uulla sua mo¬ 
rale dello stravivere cho fa accettare il sagri- 
fizio. Nella «Gottes Wiille» il passaggio dallo 
ideale nietzschiano al temperamento di «isso ù 
naturalo. Quando il poeta — invitala Èva a ra¬ 
pire « a mangiare il frutto proibito, perchè 
Iddio ha dato la famo per desiderare o le mani 
per rapirò — soggiunge •duiin dulde » poi top- 
poeta » : non supera il punto di vista nielz- 
schiatio, perche contempla il superuomo nella 
luce dell'osare e nell'ombra dol suo tragico de¬ 
stino. E quando poi, più in là, afferma «che 
l'uomo deve offriisi in olocausto alla vita» — 
o, come In Lebeutrnctte, sente e l'eroe e il fan¬ 
ciullo, e la m&dro e la vergine, il grande e il 
piccolo, nella bellezza del sagrifizio, come crea 
tuie «dem Scindessi gewachsen » • cresciute u! d c . 
stino » — « necessarie al dovere mondiale * : o ve 
de noH'individuo e noi suo continuo aspirare una 
inutile csas|>erazione verso la felicità c la com¬ 
pletezza, e lenta di uscire alla luce della contrad¬ 
dizione in cui è, dicendo che l’uomo è soltanto 
opera dj Dio e che egli stesso è Dio se consi¬ 
derato nel tutto o nella successione della sto¬ 
ria — egli dimostra la tortura di un uomo cho 
è stanco o vuoto, o cerca una base alla sua csi 
sicura in una apparento armonia. In quel suo 
stesso concetto della morte che avvalora la vi¬ 
ta — della vita che continua e si afferma at¬ 
traverso e oltre la morte, che c affermato in 
AW Klnye (Lamento di Èva;, in JJeirt Triti- 
keu/ied (Mio Brindisi), nel l’talm un den 
(•riti (Salmo allo spirito) -- è il ripiego di 
una natura complicata e torbida, che vuol se¬ 
dare il sensualismo più rovente nel più sottile 
cerebralismo. La soluzione del dissidio — com'ò 
un bisogno del sensuale — è più opera d’un 
rurninatore dell’intelletto cho sfogo spuliUnico 
e assoluto dell'anima. E il giubilo stesso che a 
volte accompagna questo ascendere dell'uomo 
cho vuole estrarre e svolgere in aè l'uomo dal¬ 
la bastia — ha un cho di barbaro e di scompo 
sto che tradisce la sum stessa origine poco 
schietta. 

Questo misticismo che nell'opera dj Dehincl 
risolve il sensualismo - u almeno lo vorrebbe 
risolvere — porta anche a quoU'allargamcnto 
del particolare aH'univorsalo, che è una rivi- 
viscenza del ■simbolismo della natura» dei ro¬ 
mantici: specie di Lcnau. Non però un Bimba 
lismo piano e soavemente melodico, ma volut¬ 
tuosamente spasmodico perchè se quello dui 
romantici si svolgeva nella melanconia della pe¬ 
nombra — questo di Debmcl si sviluppa nel 
contorcimento deH’incubo: della visione ingi 
ganlitn, della allucinazione addirittura. Come 
Lcnau penetrava la natura d’una sottile com¬ 
posta vena di lamento e In contornava della sua 
ombra pensoso c accorato — questi invece rin¬ 
veste c l'iuvolge con uii gesto dirci selvaggio 
La fusione del particolare con ('universale fi 
no ad elevare il primo a simbolo del secondo c 
viceversa — ò in ragione della passionalità del 
poeta, che in questa unione del suo essere con 
la natura porla quoU'impoto aggressivo che 
metteva nell’ainore sensuale. C’ò in questo ac¬ 
cordo dell'effimero suo stato d’animo e lo spasi¬ 
mare stizzoso dell’universo, come un torturarsi 
a vicenda, clic se ò pieno di suggestione è an 
che tormentoso. La natura così intesa ,pcr que¬ 
sto suo unisono con il cuore umano, acquista 
un che di morboso e di strano — un certo che 
di misterioso che sembra venire da una oscum 
forza, da un fantasma tormentatore dolio in¬ 
time irrequiete sue viscere. In « Driickende 
Luft (Aria greve) — l’atmosfera fisica futi 'in¬ 
torno riflette l'angoscia del poeta — oppresso 
da una soffocazione progressiva. Lo stato d’a¬ 
nimo dell’artista, quello della suonatrice di cla¬ 
vicembalo, il tono del paesaggio — sono per 
vasi dallo stesso peso d'incubo. Il ciclo clic si 
oscura, il vento che mulina la vetta della quer 
eia e stacca lo foglie, un color dj polve e di 
rame e un bruciar d'ardesia come indice dj uii 
travaglio cosmico, un gemere torbido — nel 
mondo: nella stanza accanto, un suono di cla¬ 
vicembalo, una melodia dolente che asseconda 
la lotta del vento co» il fogliame, le niAni del 
la suonatrice dolorose c nervose che son liiL 
fc'uno con l'ansito del respiro: tra il paesaggio 
c la suonatrice — il poeta, schiacciato dirci 
dalla musica e dall'atmosfera. Quando scoppia 
il fulmine, in fulmine si trasformano le note 
taglienti ed Aguzze del piano e dell'espressione 
in chi ascolta. Iti • Stvlldichcin • (Appuntameli- 
to), la campagna ha un che di funebre, di cum. 
posauto su cui grava la notte: e i salici nella 
diffusa ombra sembrano fumo, il fogliame de¬ 
gli arbusti senza suono pare avvelenalo, v una 
fiamma che s'attorce in Tumida spirale ha le 
apparenze d’un fantasma. Di fronte a questa 
natura maledetta — pervasa da quel rimorso 
che la agita — il poeta sente &è stesso in ogni 


minimo particolare: «quel torturare la natura 
con darle le proprie inquiete sembianze riesce 
di una tortura maggiore alla p-opria anima 
che non trova un angolo ove riposare. E nella 
poesia «Die Ilarfe» (L'arpa), un pino gigan¬ 
tesco — clic stacca su uno sfondo di nubi cho 
si rincorrono a ponente, di cornacchie cho ai in. 
seguono gracidando, di folate turbinoso di ven¬ 
to si anima e vive della tensione spirituale 
dol poeta. E j rami diventano le dite dj tuia 
mano, u son contratte in uno spasimo che tic 
fruga le punte: o il cielo contro cui ossa si ten¬ 
de si muta iu un’atpu a cui essa strappa le 
«orde. La melodia che ne esce è grandiosa ma 
anche angosciosa — o ciò che canta, con la 
furia della tempesta, è la lotta che si agita in 
seno al poeta — il tragico destino dell’uomo 
che non ha trovato nel mondo uno che l'ab¬ 
bia compreso. In «Die Stille Stadi» (La città 
tranquilla) e in • Manche Nacht (Certo notti) - 
il paesaggio riflette stati d’animo di speranza: 
il poeta esce dall‘incubo, c anche qui la natura 
gli appresta i suoi mezzi per esprimersi. Sono 
note d’una comune scena che parlano misterio¬ 
samente. Dalla nebbia diffusa da cui non emer¬ 
gono se non le torri c i ponti — ristagno de'la 
vita universa - affiora nel fondo l'oscillare di 
un lumicino, e attraverso la bruma una infan. 
tilc maliosa nenia : è la vita cho spunta dalle 
trnebre morte e offre al poeta un miglior cau¬ 
to. E l'emergere d’un chiarore dal seno delle 
tenebre — e il centuplicarsi di esso, a mano 
a mano che si eleva, fino ad Abbacinare, — 
valorizza agli occhi del poeta il crepuscolo: c 
l'induce a pensare che dalla penombra spesso 
spunta una vita migliore. Qui o altrove ò tut¬ 
to un permearsi c penetrarsi di spirito o di 
senso, che è un allargare lo spirito del proprio 
io in un simbolismo naturalistico — ed è an¬ 
che uii avvivare la vita universa nelle vicende 
varie della vita personale. 

Ed una forma di misticismo è anche l'iden 
tita, la fusione tra il soguo o la realtà, quel far 
coincidere il fantastico della visione con l’attua 
lità della propria esistenza — che ò un'altra 
specie di simbolismo, «: clic appare non di rado 
nella forma deH’incubo c dell’ossessione. E’ la 
vita dello spirito che si rivela al poeta in forme 
strane e capricciose, ci esteriorizza e prende ap¬ 
parenze palpabili e visibili ; c spesso traduce 
uno stato di sovraeccitabilità, di incertezza e 
di ebrezza, da cui ha origine. E mostra anche 
una voluttà e un profondarsi dell'allucinato 
iiett'allucinazioue — cou tanto più accanimen¬ 
to quanto maggiore è il dolore del desidorio 
inappagato, della aspirazione, della disillusione 
che se ne ricava. In un certo momento la vi¬ 
siono che si apre all'occhio del visionario è cosi 
ossessionante proiezione di sè stesso — che il 
pu«.-ia vi si lascia assorbire completamente — 
e ci appare come aspramente dibattentcsi tra 
le spire di un veleno che agisca come una nar¬ 
cosi su; suoi nervi, distendendoli coutraendoli 
deformandoli in mille modi. In Vetiut Regino 
la poesia ò fresca aggressiva fantastica: l’a¬ 
nima del |K>cta vi appare stretta da un nodo 
che la soffoca. E tutto il suo significato ò in 
quell'incertezza di un'atmosfera, in cui realtà 
e soglio si penetrano continuamente : e l’anima 
passa dall’imo all'altra senza distinguere. E' 
la realtà stessa del poeta che sj proietta fan- 
tasticameute attraverso il sogno, ricevendone 
una capricciosità d> luco e di caotico colore — 
a meglio il sogno che si fissa nella realtà viva 
del sognatore in un succedersi di immagini «• 
noli'incoerente coerenza dei fatti che ne costi¬ 
tuiscono l’essenza. Le stranezze d’un fumatore 
d’oppio: clic ha visione di lussitiia nella sua 
vita disordinata e capricciosa — ed è tutto un 
vibrare dei sensi che gli aprono dinanzi traso¬ 
gnate bellezza di giardini incantati e di magi¬ 
che fate. In lestit der Kilnttler (Gesù l'artista), 
la visione di Cristo che passa attraverso le mor¬ 
te statue che egli chiama alla vita solo guardan¬ 
do con i suoi occhi chiari nei loro occhi — e 
che lascia solo il poeta alla sua triste mediocre 
realtà ■ perchè la sua ora non c giunta » — è 
la proiezione della impotenza dell’artista o me- 
glio della sua immaturità ad una vita spiri¬ 
tuale. E in [.thènitrotim (Sogno di vita) — in 
quel paesaggio dj bruma rotta da un lume di 
stella, «lai grido ch e lo chiama, dal fuggire 
dflla ruota che scintilla e diventa luce — in 
queU'affanuo nell'inseguire il punto luminoso 
e nella delusione dello stringere niente altro 
«die un'ombra — è tutto i dramma di una 
anima, della sua anima che tende a qualche 
cosa che non arriva a concretare. E nel « Not¬ 
turno » — cosi poeticamente suggestivo — 
l'incubo che grava nel soguo del poeta con 
qiitfU'omhra della morte a lato, è l'incubo della 
sua realtà e quell* voce di violino che sgorga 
cosi dolorosa e cosi tormentosa ad animare la 
gelida pianura bianca e deserta ed a ridare a 
lui la nostalgia e il senso della vita — è una 
voce che sgorga spesso dal suo intimo a dissi¬ 
par £ funesti disegni. Questa consistenza della 
realtà che si soffonde di sogno ha un certo che 
di enigmatico: e questo sogno di cui la vita del 
poeta ai riveste, conferisce alla vita stessa una 
apparenza misteriosa che si appunta a volte ad 
una espressione biblico-mefistofelica. E di que¬ 
sta espressione del sogno, cho s’avvolge dell'om¬ 
bra por rompere alla luce — ilcH'enigina del 
simbolo «'he valorizza la vita — il poeta si com¬ 
piace. 

Come si compiace di un certo umanitarismo, 
di intonazione socialistica e più pratica di quel¬ 
la religiosità cosmica che dovrebbe iu lui risol¬ 


vere il superuomo nietzschiano — cho noi co¬ 
gliamo in «Lavoratore», noi «Canto della Rac- 
colla», nella «Visione tragica*. Nella prima, 
il poeta con un senso di acuta amara ironia, 
scopre l'ombra cho proietta sullo spirito del la¬ 
voratore la preoccupazione della mancanza dol 
tempo. Ed è intimamente umana la sua voce 
che svela la tirannia del lavoro che brutalizza 
l'uomo e lo rende meccanico con il sottrargli 
quell'attimo di raccoglimento e di contempla- 
zione clic ci solleva da] tormentoso presento. 
Più anarchico è nella «Canzone della raccolta»- 
in cui si leva un vero grido di pietà o di rivolta. 
L'umanità sofferente e pezzente passa dinanzi 
a noi nei suoi tristi bisogni sotto la inclemenza 
del'a natura o della società: tanto più dram¬ 
matica la visiono, «pianto più serrata la lirica. 
E strana ed amara nel suo barocco simbolismo 
e in quel corto che di oscuro c di arcano che 
spira da lutto parti — è la «Tragischo Erschei- 
luing» (Tragica visione), in cui la bellezza e 
la santità del sagrifizio sono dimostrate vauc. 
l)j fronte alla turba assetata nel deserto —* 
avida e smagrita nella sua sofferenza della sete 
— la rappresentazione dell'uomo cho stilla san¬ 
gue c sangue nella sua volontà di sagrifizio e 
di bene — o la folla stessa che sorrido e dice: 

• ci scherza» — t- la fanciulla che soggiunge 
«essi hanno bisogno di acqua» — si rivestono 
d’uua amarezza che In sospensione della lirica 
accentua. Una forma di-misticismo anche que¬ 
sta: d'uti misticismo cho si ammanta di espres. 
aioni tragiche, misteriose o apocalittiche. Anche 
qui c’c l’oscurità doH'incubo, o dell’oppressivo: 
l’incubo e l'oppressione portati dala vita cosmi¬ 
ca a quella sociale. Gli uomini vi appaiono do¬ 
minati da quoU'irrequietudine, da un grido di 
ribellione e di torbide aspirazioni, clic sono m 
fondo all'anima dell'artista c che gli turbano 
la vita. Come alla natura, il poeta comunica alla 
società il suo stato morboso c le sue visioni ed 
esasperazioni ; o quasi prova una voluttà a ve¬ 
dere stillare dallo spasimo altrui gocce di san¬ 
gue che ò anche il suo sanguo. 

11 . 

Tutto questo il mondo spirituale di Dehmol : 
che, come manca dj una unità spirituale per 
l'impotenza del poeta a superare le sue passioni 
discordanti nella serenità d'uu miglior cielo, 
mostra anche il difetto d'una incoerenza este¬ 
tica Come tutti i sensuali a fondo intellettua¬ 
listico, egli tende a rivestire la sua anima del 
difficile o del complicato. Il superamento dol- 
r<«ntitesi fra la felicità individualo e la uni¬ 
versale, fra l'amore celeste e quello terreno, — 
quasi a creare una • Einheitsorlebnias» — ò uno 
scuro tentativo : un bisogno cerebrale più che 
una verità raggiunta. La vita spirituale del 
poeta resta per noi corno un succedersi di mo¬ 
menti coni rad ittori cho non si fondono; e tan¬ 
to più significativi, quanto maggioro ò lo sfor¬ 
zo del poeta per superarli. E come è ineguale 
il suo spirito, iuugualo è l'arte che uè concreta 
i motj iu espressione. Torbida, involuta, schiu¬ 
mosa a volte, e '« volte melodica, musical- 
inente affascinante in quella sua linea canta¬ 
bile in cui l'anima, anche se non ritmando al¬ 
l'antica, si effondo sentita c bella. Quando il 
poeta riesce ad esprimersi tutto — il profilo 
melodico ha delle graudi curve, d'una musica¬ 
lità dirci procace senza volgarità d'inflessione; 
e se è il colore che prevale, i .toni accesi o pieni 
e pastosi costituiscono delle armonie cromati¬ 
che d'una vivissima intensità. II fluire della 
frase è luminoso c chiaro e caldo, o le modula¬ 
zioni sono ricche, in ragione dello sviluppo, del¬ 
lo stato d'animo. Il poeta, nel punto in cui la 
melodia affiora dal lavoro impressionistico, si 
abbandona alla sua vena tematica che si illu¬ 
mina di luci riflessale, sfolgoranti — c il let¬ 
tore lo seguo volentieri. Spesso la linea poetica 
tutta sveltezza e flessibilità, che s’insinua o 
serpeggia piena attraverso modulazioni sempre 
fresche e rinuovantisi — riesce d’una appas- 
sionatezza suggestiva. Il motivo devolvendosi, 
senza le cadenze d’uso — ò come soffuso d'un 
calore atmosferico rovente. Nelle brevi compo 
smotti, il contorno ni sfiocca nella macchia di 
coloro e di luce, saltella in veri grumi croma 
tici — ma non perdo la bellezza, anzi ò ancor 
più malioso in quella sua luminosità centralo 
che non ha ai margini linea defìnitrice. 

Ed è il vero, il grande Deliraci : è — ò 
bene dirlo subito — il poeta del senso, della 
lussuria; con i turbamenti, le inquietudini, U 
incertezze, gli incubi cd i sogni che la vita sen¬ 
suale produco. La sua bellezza e il suo amore 
sono la bellezza e l'amore procaci — tanto più 
interessanti c generatori di poesia quanto più 
egli vi si lascia assorbire , anzi quanto più vi- 
cisto è il poeta al dolore che al piacere intenso 
si accompagna. Questo contatto fra il godimen¬ 
to e la sofferenza che spesso si esprime nello spa¬ 
simo, nell'ansia dell'attesa, nel- pregustare una 
ora di lussuria — genera quelle tonalità incan¬ 
descenti in cui l’arto di Dehmel raggiunge pie 
ua coerenza. E l'incubo, il sogno disordinato, 
l'ebrezza come espressione appunto di certi 
stati d'animo rari e morbosi — riescono a del¬ 
le dissonanze e collisioni che nella loro asprez¬ 
za piacciono. L’attimo di estasi spirituale, quel- 
l'elevarsi del poeta in una rarefatta atmoefera 
di idealità pura e tutta luce — non ha valore 
di superamento, ma di una reazione effimera 
che trova giustificazione nella passione stessa. 

E quando si presenta come tale, la poesia non 
di rado è sentita o viva: come stato d’animo, 
come riflesso d'uno spirito che s’illumina di- 




Pag. 20 


IL BAUETTI 


vcraamente — senza preteso d'una conquista 
intima e imperitura — dello più vario tridcscen. 
zo, lungo una scala cho va dal più istintivo sei» 
suoliamo al più raro spiritualismo attraverso una 
serie di esperienze — quol bisogno d'una vita 
alta o pura ò significativo e billo: come con¬ 
trasto e corno impotenza. Ma quando il poeta 

— in balia ad ulcuno suo preoccupazioni cere¬ 
brali — si lambicca dietro esasperate visioni 
o si contorce nel desiderio di uscire da un suo 
dissidio intimo in un’atmosfera superiore alla 
sua potenza spirituale — e si abbandona alla 
cerebralità — allora cade nel barocco, nel vuo¬ 
to. E appare — in tutto quello sue escogitazio¬ 
ni stilistiche — un accigliato ruminatore che si 
tende e protendo senza minimamente sedare la 
sua torbida esistenza. Il vuoto festonato di 
queste sue effimero costruzioni ci fa sentire an¬ 
cora meglio la frammentarietà del suo spirito, 
l'incapacità ad uscire dalle contraddizioni del 
sensuale alla sintesi del purificato. I mezzi stes¬ 
si espressivi hanno del macchinoso, del contor¬ 
to: o si presentano nell'apparenza di quei mo¬ 
numenti seicenteschi — stranamente atteggiati, 
panneggiati ad ampi gorghi, a pose declamato¬ 
rie — che ci lasciano tanto più vuoti quanto 
maggiore b stato lo sforzo dell'artista a model¬ 
larli chiassosi e incoerenti. Oltre all’oratorietà 
più comune o più volgare che non è difficile tro¬ 
vare in lui — all'aridità e secchezza dcll’argo- 
mentaziono filosofica che non si tramuta in im¬ 
magino — alla verbosità clamorosa di razzi di 
fuochi artificiali, a stonature della più strana 
foggia — c'è in Dohmel un affanno costruttivo 
molto affine al faro dei pittori tenebrosi del 
'600 — e a certe pirotecnie musicali dello 
Strauss. Spesso egli si vale di accumuli di om¬ 
bra per fare staccare meglio le luci del contro 

— in poesia, il toma poetico principale. Ai 
margini accavalla scuri su scuri, da cui fa erom¬ 
pere la forma lumeggiata con un filo di luce 
radente che percuote le parti più prominenti 
di ossa, gli aggotti — o ne lascia in ombra le 
altro. In Strauss qualche cosa dj simile avvie 
ne nei poemi sinfonici — Don Giovanni, Morte 
e Trasfigurazione - in cui l'opera d'arte si 
presenta conio un cozzo di frammenti tematici 
o di armonio — di elaborazioni penose ed o- 
scure che a poco per volta si slargano o si li¬ 
berano per cantaro po* apertamente, in piena 
luce: una massa o più masse sonore contornate 
d'ombra, cho culminano e animano l'ombra 
stessa nel centro Sono forme d'arto audaci o 
violente «troppo strepitose di chiaroscuro, come 
dicevano nel secolo XVII — cho possono pia¬ 
cere, e piacciono a volte in Strauss, quando 
non velino il vuoto assoluto: o quando quegli 
effetti diciamo pure luministici, por cui le cose 
appaiono sempro dall’ombra nella luce, non 
diano un senso di troppo costruito. 

In Gethsemane c’è tutto un fare costruttivo 
cho va da un mormorio indistinto di penombra 
ad una chiarezza di visiono che acquista un che 
di esotico nel suo contrasto con l’ombra. Il poe¬ 
ta gradua e chiarisce di punto in punto, da un 
momento lirico all’altro: facendo dapprima 
serpeggiare il toma principale di amore e sa- 
grifi zio incompleto, arricchendolo o svolgen¬ 
dolo per via, affermandolo reciso in fino. Un 
bosco di palmo silenzioso, una profonda ombra 
clic spia di tra i fusti, la notte che stilla le sue 
«lacrime azzurre» è lo sfondo: 

Lauilos steht der star re. Hain der Palmeti 

Tirfe SchnUen schema aur Batch and llalmtn » 

Ihrc blatien Tediteli wtint die Nacht, 

(1) (Silenzioso stri il rìgido bosco dè palme. 
Ombre pr fonde spiano dai cespugli, dai fusti. 
Sue lacrime azzurre piange la notte). 

Cristo è in ginocchio, dinanzi a Dio, nell'at¬ 
teggiamento di un supplicante, o le sue parole 
fanno rabbrividire le piante. Il tema è appena 
mormorato — con una dolcezza e tristezza e se- 
ronità conio di paralo cho s’insinuano senza scuo¬ 
tere: 

l.lebr. lehrt'seh and Geduld... 

tiur incili Glaube n-ar mir Leben. 

( L’amore ho insegnato e la postema. La mia 
fede soltanto era la mia vita). 

Nella sua tesi — nella parte positiva: che è 
tutta luce, ma che acquista un tono selvaggio 
direi quasi dall’antitesi cho no smorza o me¬ 
glio lo colora stranamente. La sua vita è stata 
fede ed amore: ma gli uomini non l’hanno ca¬ 
pito, e uno lo tradirà: 

.1 eh, sir saha wc/it auf mein Strebcn... 

Kine.r , Rr aur. Iadusi Fremili/ 

WTftrum iri/lst da mic.h ferrateli? 

( Uno: egli soltanto. Giuda/ Pc r chc m> vuoi 
tu tradire?). 

E’ lo spirito della verità che invoca Poi il 
poeta insiste sulla figura: l'illumina un po’ più 
I,e sue braccia sono tese verso il lontano: gli 
occhi vagano incerti rolla notto. Pallidi raggi 
rompono le tenebre, le schiere dei suoi dolori : 
e paiono spine pungenti cln* dilaniano l'anima 
a’I'orante. Ho dinanzi ai mici occhi, leggendo 
questi versi, una tavola del Mantegna: il Cri¬ 
sto uclFOrto. Più sereno, il pittore, meno pre¬ 
occupato del poeta, e per ciè stesso più artista 
- ma c’è un effetto di luce violenta e cruda 
che s'irradia da una figura lontana che permet¬ 
te l’associazione : 

Durch ilus Dilettili brechen Idriche Strahh'tt... 

(X ttl'averto l'ombra romjtono pallidi raggi)- 


Il tono del poemetto sale: dalla penombra 
ad una cruda mezza luce — direi quasi una chiaz¬ 
za di luco. Cristo invoca lo spirito dell’amore: 
ha voluto, nella sua vita, amando, illuminare , 
e ne ha avuto dolore |>er la madre u per 
.Maddalena, e dolore per sè. La vendetta, >1 
male è all'agguato; od egli si domanda: 

.1 tus* ile uri diete W rlt siek ersi vernicili en 

1/in da* Ileirh des Friniate aufturìc/itenl 

Fieihrìt , febst da in (le ni sten blosf 

(Si deve dunque giusto mondo distruggere 
per erigere il regno della lince? Liberti ), vivi 
tu soltanto nella roteif.nxiil). 

Il suo sangue stilla in sudore dalla fron¬ 
te, nell'orba; c il cuoro gli batto sordo contro 
la terra. Si passa al terzo grado: 

Getti des Lebens; Klarhe.il! KlarheH! 

Wird demi tute file Opfer Sirg gewhtirt? 

E’ sempre il tema dell'amore che s’illumina 
qui fino al tono del ugrifizio: tono di luce 
più vampanto che tanto più spicca por l’abisso 
d’ombra di cui Gesù si circonda. Intorno a 
lui è l'insidia: queU’uinanità cho egli ha ama¬ 
to, che con l’amore voleva illuminare, vuole 
la sua vita: questo è il volere di Dio. 

Gelsi der I Veli, iter all t S'cl-n spenti, 

Allea PI fische* Schópftr und Derater 

Da des Liberti, da des Todet Water 

Jìeiner II und beffili ich ine inai OttiI. 

(Spirito de ? mando che alimenti tutte le ani. 
me, creatore della carne e consigliatore; in te, 

Ividee della vita t della morie , nelle tue mani 
rimetto il mia ej/irito). 

Amore è aagrificio. nel binomio che il poeta 
ora afferma recisamente si concentra tutta la 
luce che si esalta neH'ultimo verso : 

l’n eia Siepe.dfichehi tclduchzl nach oben 

Judo*, kominl ich schreitr g f rn voran. 

(K un eiso di vittoria unghioni « verso Pal¬ 
io. Giuda, vieni volentieri io vado innanzi). 

La notte s’illumina canta il poeta: ma gli 
ulbcri sono 11 rigidi. Da un lato spuntano fiac¬ 
cole ; poi grida selvaggie d'uomini s'avvicinano 
Il guardo di Gesù è fermo verso di loro, verso 
gli sbirri che avanzano; o l'anima sua — che 
attraverso l’amore ha superato la vita — non 
ha tremito so non di vittoria. 

Costruzione sapiente: ma non slato d'animo 
lirico. Quello stesso scaglionare il motivo poe¬ 
tico a gradi per condurlo attraverso un cre¬ 
scendo luminoso al pieno del finale — so con¬ 
corre all’effetto desiderato, ad un plasticamo 
direi luminoso, lascia il vuoto in noi,, vinta 
quella prima impressiono di grandezza. Sentia¬ 
mo subito che quel brivido d’amore che sale al 
sagrificio di sè a tutti, all’utnanità — è estra¬ 
neo allo spirito del poeta cho nel motivo ha 
sentito soltanto la base buona per una costru¬ 
zione artistica. C’è troppa simmetria o poco 
/usthos: troppo complicata è l’anima dj Deh- 
mel per abbandonarsi ed esaurirsi in una con¬ 
cezione della vita quale Cristo ha insegnato al 
genere umano. Di qui il barocchismo della U- 
rica, più macchinosa che grandiosa: tutta ne’l^ 
sonorità della rappresentazione, più che nella 
intima umana commozione. E quella plasticità di 
forum vista por semplici masse - il Cristo orati- 
le, il paesaggio notturno, gli sbirri lontano 
nella fosforescenza delle fiaccole, Giuda tene¬ 
broso - e le cui lineo centrali affiorano nella 
luce corno ili un quadro del ’COO caravaggesco, 
finiscono più con stordire e sbalordire cho com¬ 
muovere o entusiasmare. Quello domande che 
Cristo si rivolge cadono nel vuoto, come il bril¬ 
lare di un lampo di magnesio: e quel rimetter*; 
nelle mani di Dio, oltre a non riuscire pene- 
t-vaute, sembra venire ili ritardo . un ritardo 
voluto. 

E* come uno sfrangiarsi, uno 'compaginarsi 
(lolla composizione in guizzi di luco nell’om¬ 
bra: un contrasto, una virtuosità che troviamo 
aurora più accentuati iu Jesus der KUnstler — 
in cui il simbolismo assume forme gigantesche 
di apparato scenico tanto vuoto quanto vario 
iu apparenza. Lo scenografico, il decorativo è 
in rapporto allo sforzo allegorico, che sj vuole 
abbellire di colore e di luce, riuscendo ad un 
lambiccato costruttivismo. Le note di coloro spe¬ 
cialmente, che appaiono come masse cromatiche 
contrapposte e giustapposte con stacco forte *.* 
voluto in un intarsio coloristico, sono fredde 
freddissime come marmo colorato. La luce stes¬ 
sa che il poeta vi versa su ò gelida in quel certo 
•che di argenteo clic la caratterizza. La stessa 
scena, impostata come sogno, o che non arriva 
conio alt rovo alla illusione dell'iucubo, perchè 
fuori del senso u con solo lo radici nel freddo 
iutellvtto, c torpida, si muove faticosamente: 
e alla fine, quando dovrebbe commuoverci, ci 
lascia indifferenti. Tutto questo organismo mon¬ 
tato con fatica ha una gonfiezza decorativa mal 
dissimulata da una corta bravura n guidare :1 
filo costruttivo Attraverso uno snodumcnlo di 
curve che «'intrecciano iti festoni, si spezzano 
in rientranze, si rigonfiano iu aggetti ad ac¬ 
centuare le luci o le ombro: e come iu Gclzc- 
UKmr, il j>oota sale per gradi all'effetto voluto, 
misurando i toni di luco con grande sapienza, 
o accentrando In scena intorno alla figura di 
Cristo corno a formare uu blocco solo di forme 
semplici e chiaro. 


L'artista è nello studio, nei suoi cenci di la- 
voro, nol'a sua polvere, vergognoso dei suoi 
panni in mezzo a tanta nudità. Pietra in mezzo 
a pi-tir. Tra le statue c’è un uomo che respira: 
Cristo. La sua fronte e pallida, il suo viso 
di marmo-, ma goccio di sangue variano questa 
bianchezza: 

Auf dem 

Kiildussrn Marinar, Uegt ini Dnnirnkranz, 
hiustiopfinììhtrstit die bleiche Stira... 

contrapposizione fredda di duo toni di colori, 
che si ripete anche più giù-. Il mantello in cui 
si è avvolto, è bianco: ma è rossa la barba, è 
rossa la chioma alla luce della lampada: 

Sein Mieter Mante! regi sirh 
in la ugni Falten iute auf und nitder. 

Ini Sii berli ht der A mitrili giti il zen rùtlich 
Der srbinale Ilari.., 

e di porpora è il cielo in contrapposto al tono 
degli occhi che ad esso s’innalzano e sono bleu : 
Klar, la n y sa in tua zar, grosse b/aur A ugni 
Rmjior tur Purpurudlbung ire il sich auf... 
(Chiari, liuti ti aprona due grand, occhi alla 
rolla di jiorjnra). 

c il bleu dolce scuro indicibilmente profondo è 
contrapposto al rosso c al bianco della camera 
clip gli occhi, come due stelle, illuminano-: 

Citi/ a Ics /tot und ll’eiss des grossen 
Gemuchet ilbertenchten diete grossen 
Werkhirten A ugeusterne durch ìhr tieft- 
C ii stigli eh tiefrs, ilunklrs , saniles lilnn. 

(R d rosso e il bianco della grande stanza 
illuminano questi grandi uec/u stellar, con d 
laro indicibilmente profondo tento bini)). 

Sul marmo incili 'afigura del Redentore appa 
re scolpita — queste note dj colore sono come to¬ 
ni cromatici su uno smalto o una figura di 6 i- 
enti — a pezzi c a zoilo uniformi, senzA acco¬ 
stamenti di sorta. Nel seguito della lirica, Cri¬ 
sto diventa un animatore — ed il poeta un» 
statua. Si muove, fa un giro per la stanza; c le 
statue cui oglj si accosta, vivono: 

\’on ìhren Stimen, con den fiehtbetauten 
Sorgiate n Lipprn weicht e in Rami mul flieht , 
Der ireite Sarei erklingt von Mrnsehenlauten, 
Rs se II ire h I eia Lied. 

La Ilice cresce, le forme di pietre si illumi¬ 
nano dello Chiarezza c dolio Verità — maturo 
por la gioia. Piattona ogni cosa intorno alle 
colonne o coppio e coppie, uomini c donne 
scesi dai loro piedestalli di marmo seguono il 
Redentore, redenti. Il marmo è carne, i colori 
sono sangue: la loro nudità diventa calda t> 
luminoso il loro giubilo. Il poeta è là che at¬ 
tende in un angolo oscuro. E ha ripugnanza 
delle sue stesse membra: 

Ich uher hocke in der dienklen Reke, 

Und fiihlr nicìncr Qlieder l/ùsslic/ikeit 

(Ma io mi rnnnicchto in un oscuro angolo, e 
sento l’odiosità delle mie membra). 

e invidia la gioia altrui: 

C ad fiihle neàlitch ihre trarrne Naektheit 
Und frie re ad ìhren Jubel. 

(R sento con invidia lei loro calda nudità e 
rabhnridendo il loro giubilo ): 

e nei cenci che lo ricoprono guarda verso que¬ 
gli «occhi bleu» che dànno la vita la libertà: 
rioorgere, essere vivo, o non pietra. 

Und w.Il auch lebcn, aneli ria Freier Wonde In 
Nichf Stein, Nieht Stein 1 

(R vaglio anche vivere, e anche innamorato 
andare: non pietra, fi on pietra). 

La chiusa è un colpo di luce cho scompare 
rapidamente : un lampo di magnesio anche qui. 
Cristo s’nccosta, i suoi occhi incontrano quelli 
del |>oetu, le ferito si aprono, le labbra si arti¬ 
colano: «la tua ora non è giunta» egli dice: 

Deiiir Stillale ist noeti n»c lit gekommni. 

(La tua ora non è giunta ancorfi). 

Il poeta si sveglia: 

V ad irli rriraelifr. W eia end lag ich niiekf ; 
Naikt aie die- Annui. 

(R mi «ergimi, piangendo io giacevo nudo. 
\ min rame la fiucrrtà). 

Ma il lettore non si commuove. Non è com 
mosso per nulla il poeta, perchè egli esco dalla 
lirica come vi è entrato: uu funambolo. 

Queste note tra il barocco od il funambolesco 
sono comuni a questo e a molto altre liriche 
dol Pelmiel. In « Bine Lcbensincsso», in cui le 
voci della realtà, canti di vecchi, di vergini, 
di padri, di croi, di madri — affermano sin¬ 
golarmente, In vita conio uu sagrifixio e sen¬ 
tono nell'uomo la vittima destinata al destino 
si Im l'impressione di una macchinosa fuga 
iu cii{ il tema & 

der Mmseh 

der dnn Se li ir lui! gru-oc litri, ist... 

(L'uomo rhr r cresciuto al destino ) : 

impostato dal coro dei vecchi o svolto, rivol¬ 
tato, ripercosso nelle voci delle altre umano 
categorie, elio concorrono nello stesso pensiero 
attraverso una serie di circostanze, per culmi¬ 


nare in una specie di coda finalo, in cui il poe¬ 
ta canta a voce spiegata. 

Dir dem Sehirksaì gè.tuteliteli situi: 

poi riepiloga il suo componimento, arido magro 
legnoso, senza il brillio di una immagine in 
tanta cenerò grigia. Virtuosismo cho si sento, 
sebbene con maggioro animazione ed effetto — 
anche in • Lcbcnstraum » — una bravo poesia 
che dimostra vano ogni sforzo dogli uomini ver. 
so l'idealo: la luco dell’ideale, quando la si è 
raggiunta, sfuma nell'ombra: 

In ineì iter II and itrrann e* l rie fi» Schaltin .. 
(Nelle mie mani svanì come un’ambra). 

E, por arrivare a questa conclusione, il poe¬ 
ta sento il bisogno di montare una macchina 
complicata, o tanto più vacua quanto più com¬ 
plessa: mia visiono, in cui gli par di essere iu 
un morto paesaggio di incubi e di fantasmi, a 
luci o a ombre violento, 

Nolla moria campagna ovo gli alberi cavi so¬ 
no come teschi di morti, una voco che grida 
il suo nomo lo fa voltare: e mia luco clic sale 
dal pallido fondo gli richiama il pH 9 SAtO; 

/in Osten aur 

Rnttnncht fin Lirht dem Irmeli hhisteii 
(G riunir, 

(Ad oriente affiora mia luce nel lontana /sil¬ 
fidi, sfnmlo). 

Poi come da mia carrozzella lina ruota ai 
sviughia e volta e rotola lungo un pendio tra 
scintil'o o polvere: il poeta, ncU’iiisegiiirlu. Ini 
il cuoro in gola. La vede tutt’mio con la luco 
che era apparsa prima ««in Lichtrad» si 
precipita, l'afferra - ina ha in inano mi‘om¬ 
bra: 

In nieimr II and serrami et ir ir eia Sciai/tra.. 

E' la vita umana che dalla culla alla tomba 
si affanna dietro ad mia chimera in cui si con¬ 
densano tutti i suoj desideri. Un vuoto simbo¬ 
lismo, una figurazione vaga e scialba, che è 
frutto più d’una fredda meditazione cho viva 
irradiamone di uno stato d’Animo. Lascia in 
noi il senso di una figura di cartapesta, che 
non perde questa sua essenza por lutti gli stra¬ 
li di colore che vi si sovrappongono -, quel vo'ere 
upparire affannato dietro un'ombra eh* è la 
nostra vita intima, è uno spasimo inimico spili 
to fino al parossismo — e in ragione degli effetti 
e degli intenti stilistici, non d’un bisogno in¬ 
timo che si fissa nell’immagine e nell'immagine 
vive - non soluzione di un nodo spirituale, ina 
di esteriori materialità. Il poeta — con un atto 
riflesso del pensiero — ha creduto di universa¬ 
lizzare il suo stato dandolo nolla sua astrazio¬ 
ne ed è proprio in ciò dove ha errato. Il vero 
universale è nel particolare: nel frammento, nel- 
l’attimo di dolore che un poeta riesce a vivere, 
pulsa ed è spesso il soffrire drll'uninnità. 

(Contrnua). 

Itai.o Maione. 

Le Edizioni del Baretti 

1928 

hanno pubblicato: 

H. W. Longfkllow. • /wj Divina Tragedia - 
L. 12; prima traduzione italiana di Raffaello 
Cardamone preceduta da un saggio su Long- 
follow di V. G. Galati. 

Con questa edizione tecnicamente corretta 
e criticamente accurata, j| grande poema tra¬ 
gico del Longfellow viene fatto conoscere an¬ 
che in Italia. 

La versione del Cardamone ne rendo tutta 
l'efficacia originalo ed è esempio classico di 
nitidezza e di fedeltà. Il raggio introduttivo 
nvvia pienamente o limpidamente a una com¬ 
piuta e sicura conoscenz.a dol poeta o della 
opera. 

Sì «peditee franco ci porlo iliciro invio «lei prezzo del 
l'opera. 


Libri ricevuti 

Antonio Si i.andka : l.a Neutralità Un¬ 
itami. Mondadori, Milano.1,. 30 

Ai.I'KKOO Oau.KTTI : Alessandro Man¬ 
zoni • Il Pensatore e II Pochi, I c 
II volume. Prezzo «lei due voti. . « 35 
Giovanni Bezzi. Il primo ConfliUo tra 
Napoleone c la S< Sede. Fratelli 


Rocca I;dilori, Torino. 10 

Giacomo Donati: l.a Itc/fa (Novelle) 

Luigi Bernardini, e<l., Savignano di 
Romagna.»» 5 

Fi odor Dostoikvskij ; (ili ossessi, tra¬ 
duzione di Olga Resnevic. Franco 
Campiteli!, od., Foligno, 1028 ... 35 







IL BARETTI 


Pag. 21 


L’UTOPIA DI PLATONE 


Plafoni', nato di una famiglia di eupatridi, 
cresciuto montr© la demagogia, traboccata do¬ 
po la morto di Pericle, trascinava lo stato ate¬ 
niese por un rovinoso declivio all'anarchia e 
alla sconfitta, 0 il tristo splendore doU'cgotismo 
di Alcibiade mostrava palesemente In degene¬ 
razione della personalità ; aveva dapprima cer¬ 
cato nell'arte tragica o noll’oraclitismo, all’om¬ 
bra dei misteri o sotto l'aliare delle Muse, di 
educare se stesso come gli dettava la sua gio¬ 
vanile coscienza aristocratica, staccandosi cosi 
già dalla brillante vanità della Sofistica che pur 
attraeva i suoi fratelli Glaucone o Adimanto. 
E di fronto uH’avvi'imonto dolla democrazia a- 
teniesc riluceva vieppiù l'astro della ferrea ari¬ 
stocrazia militare spartana, che affascinò Tuci¬ 
dide e Senofonte sopra ogni vincolo di patria. 
Ma Socrate convinse presto Platone elio la vera 
aristocrazia non era più nemmon là dovo egli 
ancora l'andava rintracciando, ma solo nell'uo¬ 
mo clic in so attua la signoria della ragione, elio 
si fa individuo nuovo o perfetto, che proceden¬ 
do sulla via della virtù ricostruisce i valori di¬ 
strutti dalla sua stessa critica, opponendo allo 
fonte negative dol tempo o dcU'crrore la fona 
positiva ed innovatrice della saggezza. Nessuno 
come Platone sentì, (va i discepoli, la profon¬ 
da idealità dcU’iiiscgnunieiiio socratico e l’cnlu- 
smanio filosofico che no traspirava: nessuno co¬ 
nio lui subì i] fascino del meraviglioso e inimi¬ 
tabile maestro. La morto di Socrate dovotto es 
sere uno schianto per il giovane amatore della 
sapienza, e un brutale richiamo alla realtà. La 
numerosa accolta dei discepoli caule o dispersa, 
divisa anche tosto dalla varietà delle dottrine ; 
la violenta c astiosa democrazia di Trasibulo e 
Anito dominante in Atene; la sofistica d'ulti- 
ino conio e l'eristica insipida o vuota furoreg¬ 
giatiti noi tribunali, nodo assembleo, nelle pa¬ 
lestre.- tutto induceva Platone a riflettere sul¬ 
lo rugioni di una sconfitta così gravo por la fi¬ 
losofia e cercare forme d'azione di più imme¬ 
diata efficacia che non fossero i grandi dialo¬ 
ghi drammatici in cui dal Protagora al Gorgia 
all 'Eutìdano egli votino combattendo con la sa¬ 
tira q con la dialettica, con la critica c con la 
teoria la falsa o insidiosa scienza di cui si am¬ 
mantavano l’ignoranza o l’orrore. Socrate ave¬ 
va pi-uticumcnte o momentaneamente perduta 
la sua battaglia porche la sua opera di riforma 
o di educazione non aveva avuto carattoro or¬ 
ganico e si era troppo esclusivamente imper¬ 
niata sulla sua personalità: bisognava, per ri¬ 
prendere quell'opera con maggiore fortuna, a- 
prirle la strada con una radicale c rivoluzio¬ 
naria trasformazione della Società o assicurarlo 
gli uomini con una ordinata e sistematica pre¬ 
parazione dei giovani. Ix> Stato spartano nella 
sua storica concretezza stava dinanzi agli occhi 
di Platone coinè la prova della possibilità di un 
ordinamento politico regolato da princìpi uni¬ 
tari e da leggi immutabili secondo rigido nor¬ 
me otico-asccticho: o non solo por la mentalità 
caratteristicamente antistorica clic da Socrate 
egli aveva tratto c potenziato c che già si pa¬ 
lesava aspramente nella polemica antisofistica, 
ma certamente anche in relaziono con il mo¬ 
vimento razionalistico dei politici ateniesi, di 
ispirazione socratica, che miravano alla rifor¬ 
ma dello Stato secondo nuove teorie (dell'au¬ 
tore delle Pi nati ir di Atene a Senofonte), o 
con l'incerta fioritura di indirizzi utopistici a 
cui dava luogo la crisi oconomico-politica suc¬ 
ceduta alle guerre peloponnesiache. Dol resto, 
anche le riforme praticÀmonte prospettate cosi 
dalla tirannidi dei Trenta come dalla democra¬ 
zia trasibulca rivestono lo stesso carattere di 
dotonninnzionc aprioristica di una nuova forma 
dolio Stato, c cercano di immetterò la realtà po¬ 
litica ed economico in un sistema di organizza¬ 
zione sociale e di governo stabilito secondo prin¬ 
cìpi astratti e scopi artificiosamente voluti. Co¬ 
incidevano insotnma un'esigenza personale e una 
esigenza storica nel tentativo, che veniva ma¬ 
turandosi in Platone, di una nuova politica in 
cui si attuasse la forza costruttiva dolla ragio¬ 
ne. D’altra pnrtc, questa politica nasceva in 
opposizione diretta alla dottrina dello stato di 
natura, dissolvitrice dell'organismo sociale, ver¬ 
so la quale era ritornato Antistene con l'ap¬ 
parenza di trarre In più logica conseguenza dal¬ 
l’intellettualismo socratico c dall’identità di ra¬ 
gione r virtù.; c si confortava, forse assai più 
che per solito non si ammetta, di osservazioni 
o di esperienze raccolte nei viaggi per il mondo 
ellenico e in Egitto, dovo particolarmente il fi¬ 
losofo aveva potuto studiare la costituzione in 
atto di uno stato rigidamente unitario, organiz¬ 
zato secondo tipiche raste elio corrispondevano 
a determinate funzioni sociali. 

A Siracusa, nej 388-387, Platone sperò per 
un momento di poter tradurre in realtà i suoi 
disegni c i suoi sogni. L’accentramento assolu¬ 
to del potere nelle mani di un solo uomo, in- 
telligento e potente, sebbon sospettoso, tirati- 
no; la consistenza di un ambiente culturale per¬ 
meato deH‘arÌ8tocraticismo pitagorico e aperto 
alle nuove idee: l'amicizia di Dione e del gio¬ 
vano Dionigi : tutto un complesso di circostan¬ 
ze pareva offrire al riformatore la possibilità 
della realizzazione. E’ probabile che da princi¬ 
pio il vecchio Dionigi potesse considerare con 
benevolo interesse le luminose prospettivo po¬ 
litiche e le brillanti discussioni di princìpi pre¬ 
sentato da Platone, solo perchè egli lo giudi¬ 
cava un sofista più acuto ed eloquente degli 
altri ,ma insomma un sofista: il fatto ai è che 


quando si occorse che il geniale cuputiido ate¬ 
niese aveva guadagnato alle suo tesi innovatrici» 
che comprendevano anche l'abolizione della pro¬ 
prietà c della famiglia, Dione e il designato ero¬ 
do del trono e non |>ochi elementi della corto, 
il sospettosissimo tiranno si affrettò a liberarsi 
violuntemonto dol pericoloso predicatore invian¬ 
dolo ad Egina por essere venduto conio schiavo. 
Così il dissidio fra la teoria e la pratica si ria¬ 
priva con un rude richiamo, e per sempre; 
«Gallipoli*, la bella città dello stato ideale, si 
disancorava dal suolo a cui non la tonno più 
connessa se non qualche lieve o tenue speranza 
in Dionigi il giovane (sfatata definitivamente 
nei 367 dal secondo infruttuoso viaggio a Si¬ 
racusa): e ondeggiava librandosi tutta sola o 
pura nel regno di Utopia, sotto la luce dello 
idee. Aerea c sublime, in una nebbia iridisccn- 
te, dovette apparire la bell» città perduta al 
prigioniero illustre, mentre la nave siracusana 
veleggiava verso l'Egeo: ma insieme si forti¬ 
ficava in lui il scuso del possesso non caduco 
di quoH’utopia nel pensiero. Liberato dalla prov¬ 
vida amicizia di Anuiccridc, ritornato in Ate¬ 
ne dovo la morte di Trasibulo « le risorte for¬ 
tune politico-militari per opera di C’ononc, Ifi¬ 
orato c Cnbria avevano segnato, se non un mi¬ 
glioramento della democrazia, certo una miti¬ 
gazione della sua intolleranza, e l’inizio di un 
periodo di raccoglimento o risanamento econo¬ 
mico, - Platone si volge ad attuare la secon¬ 
da parto del suo programma, la formazione cioè 
di un'aristocrazia del pensiero mediauto una 
scuola filosofica-, era l'unica via che gli restas¬ 
se sicuramente aperta nel campo della pratica, 
ma era capace di darò così fecondi risultati che 
l'Accademia doveva durare ben nove secoli a 
testimoniare la vitalità della dottrina da cui ora 
sorta. Ma in pari tempo che all’Accademia da¬ 
va Platone, con i primi grandi dialoghi costrut¬ 
tivi, le lineo fondamentali di questa dottrina, 
egli poneva mano alla ltcpubblioa. 

Nella teorica dello Stato ideale, trova final¬ 
mente appagate le proprio esigenze etico-poli¬ 
tiche lo spirito di Platone, c solo dopo di essa 
potrà volgersi con pacata serenità a elaborare 
la dottrina dialettica in cui quella ha trovato la 
sua base. Questo Stato è l'utopia: nessun luo¬ 
go della terra lo accoglio, nessun mito è baste¬ 
vole a rintracciarne le origini : solo un radi¬ 
cale atto della mente che si facesse azione po¬ 
trebbe realizzarlo. (La possibilità pratica di 
questi realizzazione è nella Repubblica tutt’al- 
tro che negata ma se nc tratta, per altro, solo 
teoricamente). Non abbiamo dinanzi un sem¬ 
plice progetto di riforme derivate da una eoe 
rente ideologia: la trascendenza della verità o 
del bene alla vita empirica implica di necessità 
la trascendenza della nuova noXctéùi- 

Certo nessuno stato corno questo, fra quan¬ 
ti se ne sono disegnati sulle orme» di Platone, 
ha avuto mai diritto a chiamarsi utopia. Ma 
bisogna mettere bene in chiaro che non ò af¬ 
fatto uno stato cgualitario-comunistico, secon¬ 
do il tipo delle utopie foggiate nel Rinascimen¬ 
to : perché in queste la specificazione delle fun 
zioni è ridotta, collettivisticamente, a un com¬ 
pito svolto dagli individui in servigio della co¬ 
munità, e qui invece essa postula la forma¬ 
zione di un'aristocrazia. Si potrebbe anzi soste¬ 
nere che la repubblica platonica ò appunto 
edificata per dimostrare che solo una perfetta 
aristocrazia può garantire la vita e l'ordino del¬ 
lo stato, la perfeziono e la felicità dei cittadini. 
Platone ammetto, ma con ironica svalutazioni 
(36, b • 374 e) uno stato puramente economico, 
fondato su princìpi edonistici egualitari (cfr. 
Politico, 268 sgg.). soltanto come l’antecedente 
naturale e astratto dol vero stato, in cui l'in¬ 
teresse utilitario (elio non darebbe, del resto, 
se non un'eguaglianza fondata sulla solidarietà) 
è assorbito dai valori morali e successivamente 
negato a vantaggio di questi. La nuova città 
consente agli individui la proprietà, la fami¬ 
glia, una conveniente libertà economica nel 
l’ambito dello leggi : essa pretende soltanto 
la subordinazione delJe tendenze individuali 
alle esigenze sociali, offrendo in compenso la 
soddisfazione di quelle stesse tendenze in ciò 
che hanno di più umano e profondo. Non in 
questo rispetto la politica platonica si può 
chiamare rivoluzionaria, bensì madre della fi¬ 
losofìa politica costituzionalistica o legalitaria, 
di cui Platone" stesso, diede il primo grande sag 
gio nelle Leggi. La rivoluziono comincia quan¬ 
do sì passa a trattare delPavistoerazia (è, cioè, 
prima di tutto, una rivoluzione dcU'aristocrrt- 
zin) : qiii, con netta limitazione alle classi diri¬ 
genti costituito dai guerrieri « dai filosofi, si 
introducono le radicali innovazioni della comu¬ 
nità dei beni e della negazione della famiglia, 
in una con In riforma dell'educazione su cui de¬ 
ve fondarsi la nuova aristocrazia. Il comuni¬ 
Smo platonico hn pertanto un ristretto valore 
di norma etica per la vita degli ottimati, e sca¬ 
turisco direttamente dallo loro funzioni sociali 
o dalla loro superiorità morale e intellettuale: 
ò una r.-gola di vita, che poteva anche trovare 
qualche riscontro pratico nella legislazione li- 
curgea e nella fratria pitagorica, — non ò una 
dottrina politica nel senso generale che poi gli 
ai è attribuito. Nello stesso tempo, questo 
carattere parziale » infecondo del principio 
politico, economico, che sarebbe dovuto di 
ventare la maggiore forza propulsiva del nuo¬ 
vo stato, spiega in buona parte il risultalo non 
solo antistorico ma addirittura anacronistico iu 


cui finisce per atteggiarsi il pcusicro platonici 
di fronte alla politica greca coutcmpornuca. E 
conferma la nostra tesi, che in Platone lo spi¬ 
rito novatore o rivoluzionario è almeno equili¬ 
brato da una religiosa aderenza alla tradizione 
aristocratica: egli accetta rcgualitarisino, va¬ 
gheggia il comuniSmo, ma per separarli c tra¬ 
sformarli in leggi particolari e distinto, cioè in 
sostanza per negarli. 

La vora rivoluzione dell'utopia platonica di 
fronte alla politica in atto non consiste dun¬ 
que nel comuniSmo, ma in un altro punto, del¬ 
la cui massima importanza Platono stesso sem¬ 
bra avoro chiara coscienza, tanto vi insisto c 
tanto lo sostiene: questo punto capitalo ò il 
passaggio del governo dello stato nelle mani dei 
filosofi. Lusciamo di prendere anche per un mo¬ 
mento in considerazione lo satiriche c superi! 
ciali svalutazioni che di tale aspetto del pro¬ 
gramma platonico si son fatte lo mille volte :♦ 
si sogliono ancora ripetore ; e anche la ovvia 
osservazione di moro buon senso, che il filosofo, 
appunto perche concentra tutta la sua perso¬ 
nalità nella spcculazioue, ò il mono atto di tut¬ 
ti gli uomini a roggeic il governo. Giacché si 
traila, evidentemente, del perfetto o ideale fi¬ 
losofo, che giungendo a’l’apice della teoria tro¬ 
va pzr l'appunto il segreto della pratica, quale 
soltanto in queU'&pice e dato conoscerlo; il fal¬ 
limento dei filosofi nello politica, poteva rispon¬ 
dere vittoriosamente Platone, ò solo dovuto al¬ 
le imperfezioni dei filosofi, non alla filosofia, co¬ 
me tale. Nolla cognizione perfetta, che ha rag¬ 
giunto con divino eros l 'acme della specularlo 
no, si scopre il principio che unisce lo teoria 
con la pratica: l’idea del Beno. L'utopia riceve 
così il suggello della possibilità, la legittima 
xione a farsi realtà: porche si attua e si con¬ 
creta prima clic altrove nello spirito del filoso¬ 
fo. àia questa riduzione della vita politica a 
dominio della filosofia s ignificava il trionfo 
delle idee, delle affermazioni di principio, dei 
metodi dottrinari contro e sopra la storia, cho 
non ò soltanto il regno dell’idea: cioè signifi¬ 
cava la rivoluzione filosofica, la vittoria dell'in¬ 
transigenza socratica. Platono pertanto era dol 
tutto concordo con bò stesso quando vide nolla 
fondazione dell'Accademia, madre dui filosofi, 
l'unica via aperta allo svolgimento dei suoi 
piani di grande riformatore, o nello sviluppo 
della dialettica o dell'educazione filosofica la 
chiave di volta del suo sistema politico: so an- 
cho continuava così ud assumersi la grave re¬ 
sponsabilità della fede in una immediata gene¬ 
razione della perfetta pratica dalla perfetta teo¬ 
ria, secondo la responsabilità e la fede di So¬ 
crate. 

Dopo la Repubblica, i grandi dialoghi dia¬ 
lettici ( Fedone , Teetcto, Panarmele) continuano 
per la via regia cosi spianata l'eloboraziono dol¬ 
la nuova metafisica c dolla nuova gnbseologia ; 
e riprendendo poi (Sofista, Politico, Fitebo ) lo 
approfondimento dei valori etici, ma con decisa 
prevalenza dell'interesse logico o speculativo, ci 
potrano fino al Timeo in cui il filosofo da un 
rapido richiamo della perfetta città umana 
ascende alla contemplazione del cosmo come per¬ 
fettissima città di Dio. A questo ritrarsi del 
pensiero platonico in una prossimità ognor cre¬ 
scente al regno dell'assoluto, corrisponde por al¬ 
tro non un inasprimento delle sue’tendenze po¬ 
litiche intransigenti, bensì un progressivo de¬ 
clinare verso il migliorismo politico. Quanto più 
si idealizza la verità, tanto più Callipoli ridi- 
tteendo verso la terra, non potendo trasvolare 
così in alto, essa che in sè contiene problemi 
o termini affatto umani. Fallito le speranze ri¬ 
poste ancora nel giovane Dionigi, Plaionc era 
anche tratto a difenderò la posizione sua e quel¬ 
la di Dione (come risulta chiaramente dalla VII 
e dall'VlII dello suo lettore) mostrando che da 
una dottrina politica teoricamente astratta e 
rivoluzionaria poteva scaturire un complesso di 
riformo praticamente attuabili, rispetto alle 
quali la dottrina stessa assumeva la funziono di 
un sistema di principi ideali che, ridotto in ter¬ 
mini opportuni, era in grado di inspirare una 
azione realisticamente intesa. 

Il Politico ci mostra i primi segni di questo 
avvicinamento alla realtà, e come il filosofo lo 
veniva componendo e consertando con la logica 
interna del sistema. Alla genealogia degli stati 
corrotti svolta nelI'VIII libro della Repubblica 
in base a un processo di degenerazione dallo 
Stato perfetto si sostituisce ora una distinzione 
metodica, con cui la teoria ritorna a separarsi 
nettamente dnl’a pratica : da un lato si pone lo 
Stato ideale, che non ha bisogno di leggi, per¬ 
chè attua senza residuo la perfetta armonia del- 
l'indivicino con la collettività, — dall’altro si 
pongono gli stati reali, che hanno bisogno di 
leggi per l'insuperabile divario Ira l’unità del 
|>cnsicro e la molteplicità delle azioni, àia non 
sono questi stali per ciò stesso corrotti, che in 
essi il sapiente reggitore deve imporre la sua 
volontà attraverso le leggi: moparchia, aristo¬ 
crazia, democrazia legalitaria rappresentano an- 
rora, per gradi discendenti, la presenza del be¬ 
ne nello Stato in quanto esse implicano l’osser- 
vniixa delle leggi: solo con la democrazia la di¬ 
spersione dall’uno nei più del sapere o del po¬ 
tere ha talmente indebolito queste forze corret¬ 
tive clic esse non possono più impedire il rove¬ 
sciarsi delle forme politiche nel campo dcU'il- 
Icgalismo (demagogia, oligarchia, tirannide). 
Siamo entrati così nulla storia: l'utopia si pro¬ 
fila ormai soltanto come pura idealità, e Pla¬ 
tone, disponendosi a narrare noi Critici il mito 
dell‘Atlantide scomparsa, si avviava anche a 
definirla come il tempo che non ò più u reci¬ 


derò gli ultimi suoi legami con la politica em¬ 
pirica. Ma il Politico stesso risolve ancora più 
chiaramente il problema con la sua impostazio¬ 
ne critico-metodologica del concetto di uutorità: 
distinguendo l'autorità del sapionte nello Stato 
perfetto, cho o immediata aziono dell'arto di 
governo genorata dal puro pensiero sopra le vo¬ 
lontà dei singoli unificate dalla supremazia del 
pensiero stesso, — e l'autorità del govornanto 
nello stato meno imperfetto (cho ò tuttavia il 
miglior stato praticamente possibile), dovo il 
pensiero è necessitato a cercare la mediazione 
dello leggi, o cioè a collogare la propria spiri¬ 
tuale attività con l’irrazionale intervento dol* 
Fimporioj senza del quale l'obbedienza non ò 
qui raggiunta. L'idea dello Stato come dover 
essere dolla politica rimane così solo il princi¬ 
pio ispiratore o normativo di una prassi che ha 
perduto la bua immediata unità con la teoria. 
Concluso il dolo dolla speculazione c d'uopo 
ancora affrontaro, sia pur con la sua guida pro¬ 
tettrice, l'aziono corno un campo nuovo, che ha 
esigenze proprio: por il pensatore cho ha con¬ 
dotto a termine la bella avventura dell'utopia, 
o’ò ancora questa seconda navigazione da tcn- 
f uro, la determinazione dello stato migliore sul¬ 
la terra ; non più con la gioia e l'orgoglio di 
bandire il verbo di una nuova aristocrazia ri¬ 
voluzionaria, ma quasi con una stanca condi¬ 
scendenza alla pertinace umanità dei mortali. 

Così il complesso materiale dello Leggi, in 
parte già forse abbozzato nel periodo eroico del¬ 
la politica platonica o in sostegno dei primi di¬ 
segni di rivoluzione sociale, in parte steso come 
illustrazione della Repubblica ma escluso da 
questa appunto per la sua distanza dalla pura 
idea dello Stato, venne dal Vecchio Platone ri¬ 
preso o ampliato e sistemato corno una nuova e 
diversa trattazione. Dione era morto nel 353: 
o col fcdole amico, morti erano i sogni della 
giovinezza e la passione del novatoro. Nella 
scuola stessa, la giovano mente di Aristotele fa¬ 
ceva sentire i primi dissensi dall'assoluto idea¬ 
lismo dolla trascendenza. Il libro dei J Vomoi, su 
cui piegò il capo l’infulicato vegliardo, fu per¬ 
tanto una specie di testamento politico. All’a- 
natisi dello forme ideali degli stati ò sostituito 
qui l’esame storico delle grandi repubbliche 
greche e delle loro costituzioni ; alla finalità me¬ 
tafisica dolla perfezione assoluta la sintesi dei 
fini pratici a cui può mirare un saggio pastore 
di popoli per ottonerò il massimo risultato pos¬ 
sibile ; al principio comunistico, negatore dolla 
proprietà o della famiglia in nomo di una di¬ 
vina leggo, la distribuzione della proprietà pri¬ 
vata dentro limiti relativamente ugualitari e 
il riconoscimento dell’istituto familiare sotto la 
norma suprema dcU’interesse dello Stato. Plato¬ 
no chiaramente ammette (Leggi, 739 a-b) di 
essere costretto a ripiegare sopra una seconda 
linea della sua battaglia da considerazioni di 
ordine realistico; ottimo resta -pur sempre lo 
stato filosofico della Repubblica, ma a quella 
forma perfetta non può adeguarsi la materia 
umana effettivamente disponibile, che richiede 
dal legislatore tutto le concessioni possibili alla 
sua deboi* umanità. Sarebbe tuttavia errato ri¬ 
petere ancora il superficiale giudizio che nelle 
Leggi l'impostazione rivoluzionaria della Re¬ 
pubblica sia dimonticata c Platone abbia obliato 
sé stesso. Egli c ancora quello d’un tempo: 
solo il suo punto di vista è mutato, per un pas¬ 
saggio che riceve con ogni sforzo una sorta di 
giustificazione logica (tanto che abbiamo per¬ 
fino la promessa (739 e) di una terza indagine, 
sopra uno stato ancor più umano). E questo 
nuovo punto di vista c sulla strada della gran¬ 
de tradizione riformatrice di Epimonide, Li¬ 
curgo c Solone j ò, nel suo orizzonte di realtà 
politica, esso stesso rivoluzionario. Perchè non 
altrimenti sj può definire il carattere di una 
concezione dello stato che implica l’autolimita- 
zione della sovranità territoriale e degli ele¬ 
menti demografici, regola aprioristicamente la 
distribuzione della ricchezza e lo attività eco¬ 
nomiche. stabilisce in base a princìpi dottri¬ 
nari il corso dell'educazione e il tenore della 
vita familiare e sociale: soltanto la parentela 
con una perenne aspirazione della civiltà elle¬ 
nica poteva mitigaro iu apparenza il suo idea¬ 
listico urto con la realtà e la persistente oppo¬ 
sizione dell'utopia alla pratica. 

Rimaneva in tal modo intatto, anche in que¬ 
sta sua estrema curva discendente, il platoni¬ 
smo ' se un progressivo interesse per le deter¬ 
minazioni concrete faceva prevalere To studio 
dello costituzioni particolari sulla teoria gene¬ 
rale dello stato, non per questo lo spirito della 
dottrina si può dire diverso dal suo primo ac¬ 
cento. E tale accento è stato ed è ancora la 
voce non poritura di Platono, il verbo magico 
c seducente dell'utopia. Se la Politica di Ari¬ 
stotele meritò di esser chiamata il cauto fune¬ 
bre dolio stato ellenico, che moriva sublimato 
nolla vasta compagine degli imperi universali; 
la Repubblica c il suo inno eroico. Tra le do¬ 
riche colonne di questo' edificio immortale sem¬ 
pre sono venuti ad aggirarsi glj spiriti magni 
che l’impeto del pensiero traeva lontani dallo 
trame ponolopòe della vita. Dominato o vinto 
dal travaglio della civiltà moderna e della mo¬ 
derna filosofia l’ansioso bisogno della trascen¬ 
denza, ridotta la politica a leggi proprie e a 
propri» immanenti principi, distrutta in linea 
teorica lu tendenza all’utopia, ancora oggi si 
ritorna a questo libro come a uno dei più gran¬ 
di testi di insegnamento spirituale, espressione 
tipica di un'esigenza, anzi di una passiono, che. 
dissolta dalla stessa forma razionale di cui a’in- 
veste, risorge pcronnomonte dalle sue ceneri per 
innalzarsi al sole. fi. C. 


Pag. 22 


IL BARETTI 


L A. PAGINA REGIONALE 


Impressioni su M. d’Azegllo pittore 

«Chc cosa erano i quadri di Massimo d'A- 
zcgliot» Si domanda il De Sanctis noi Saggio 
sul d’Azcglio. «Erano», risponde, «una storia 
del Medio Evo ad uso degli Italiani del suo 
tempo. Erano In disfida di Barletta, orano la 
battaglia di Legnano. Piò tardi furono lo più 
amene fantasie dell'Ariosto... più tardi la di¬ 
fesa di Nizza contro Barbarossa c contro i Fran 
cesi, la battaglia di Torino, la battaglia del- 
l’Assictta. Milano accorreva ogni anno all’espo¬ 
sizione di Brera e vi trovava un nuovo quadro 
del d’Azeglio, e vi trovava sotto gli occhi -del- 
l’Austria un nuovo frammento della grandezza 
nazionale, una nuova protesta contro la xlonii- 
nazione straniera ». 

Certamente, se si osserva il D’Azeglio pittoro 
soltanto sotto questo aspetto, si ha ragione di 
occuparsi dei suoi quadri solamente in sedo di 
ricorca storica e culturale. 

Ma la personalità del D’Azeglio ò complessa 
e non ò tutta nei consapevoli propositi patriot¬ 
tici, politici ed educativi, ma ò anche in una 
innegabile, se pur irridesse o saltuaria, sensi¬ 
bilità d’artista. Per cui, sonza il proposito di 
sopravvalutare le sue qualità di poeta, sarà le¬ 
cito parlare di un D’Azoglio pittoro. 

Lo stile di D’Azcglio, nei momenti suoi mi¬ 
gliori, come nello più bello pagino dei «Bicordi», 
non ha ampollosità retoriche, ò scevro da ri¬ 
cercatezze di forma, è facile, corno la parola 
semplice e pinna di un discorso famigliare. 

Tnlo ò D'Azeglio pittoro nei suoi migliori 
momenti. Ma D’Azeglio pensa con lunghe ri¬ 
flessioni o forma quelle sue teorie estetiche che 
uccidono in lui, così padrone di se, la modesta 
o semplice Musa. Quando non teorizza c dimon¬ 
tica le correnti proprio al suo tempo Massimo 
esprime, cosi semplicemonte come sente, ma c- 
sprime. Quando vuole dipingere bene, non dico 
più nulla, medita, giudica. 

I preconcetti suoi sono "in parte i precon¬ 
cetti doi realisti ; per questi preconcetti, nel 
tempo suo, come tutti sanno, molto diffusi, 
non vede più chiaro nel mondo dell'arte. 

Nel Cap. X dei «Ricordi» troviamo: 

«Capisco la poesia, capisco la pittura, la scol¬ 
tura, lo arti d'imitazione insomma. Il loro no¬ 
me ne svela l’origine. V’era un modello, l’uma¬ 
nità c’impiegò secoli per giungere ad imitarlo; 
e Analmente lo imitò». ... «Ma dove diamine 
siamo andati a prender la musica? questo ò 
quello che noti capisco. La musica è un mistero». 

Data la giuatificaziono realistica dell’arte, la 
musica diveniva un enigma insolubile. Nò ora 
facile avvedersi di ciò cho oggi appare a tutti 
ovidontc, che la parte emotiva, quella che D'A¬ 
zeglio chiama inspiegabile, ò comune alla mu¬ 
sica ed alla pittura, e che la sola differenza con¬ 
siste noli'esprimersi l’una in accordi di note, 
l’altra in accordi di lince, formo o colori. 

E forse certo espressioni in toni ed in parole 
sono più musicali di certe espressioni in mu¬ 
sica; forse solo in questo senso di intuizioni 
singole sì, ma vicine e consone di gusto, si può 
parlare, in storia dell’arte, di classificazioni. 

Tornando a noi, dice il D’Azcglio: «Le con¬ 
sonanze e dissonanze non sono un fatto arbi¬ 
trario nò una convenziono acustica. Ma con 
questi dati che cosa spiego?». 

Ma noi sappiamo che con uguale diritto 
potremmo chiederci : Clic spiego con un accordo 
di colori, con un ritmo di linee, coll’armonia 
dello forme? 

Più avanti, sempre parlando della musica: 

«Come si spiega l’influenza della melodia e 
dell’armonia sul senso moralo?». 

E non si chiede se l'arte pittorica dia la stes¬ 
sa dolce impressione nostalgica, e la stessa «- 
«altazione di nobili impulsi, perché se se lo 
fosse chiesto non avrebbe esitato a rispondere 
affermativamente. «Seguiva», come dice egli 
stesso al - capitolo XVIII, «scrupolosamente i 
precetti» della scuola dei realisti e credeva «che 
fossero i migliori». S’ingegnava di finire il più 
esattamente possibile. Tali criteri portava il 
D'Azoglio alla pittura, a cui non poteva quin¬ 
di abbandonarsi con mano libera e sicura. 

Nella sala I.a del Museo Civico di Torino sta 
qualche grande quadro di D’Azcglio e molti 
bozzetti. 

1 grandi quadri, come ò naturale, furono 
maggiormente curati e più esattamente finiti. 
Fra i grandi quadri, quello che porta la data 
anteriore (1825), raffigura la morte del Conte 
dj Montpellier. Lo sfondo ò una vasta campa 
gna, che ha tutto le determinazioni naturali¬ 
stiche possibili. 

Attorno, nel piano verde, tutto sarebbe, og 
gettivamente parlando, moto o vita. Non vi ò 
nulla di inerte. Un cavaliere combatte, i ca¬ 
valli sparsi qua e là pascolano, presso al mori¬ 
bondo si piange, si accenna, si deplora. Nei se¬ 
gni esteriori il dolore ò espresso in ogni minuto 
particolare, ma tace per noi quel dolore. 

Sotto a questo gran quadro stano due bozzetti 
del quadro stesso, l’unoò già assai vicino all ope¬ 
ra finita, l’altro è un primo abbozzo del gruppo, 
è un aggruppamento d’ombre, ma in questo rac¬ 
cogliersi d’ombre c’ò qualcosa che manca ad 
opera finita.Le due figure ritte a sinistra sono 
un primo accento. In esse non è particolare 
alcuno, c’è la massa nella sua efficacia. Così pu¬ 
re la figura della suora inginocchiata, racchiu¬ 
de in «è una contenuta espressione. E la testa 


vicino a lei ò l »i» non spregevole effetto di mac¬ 
chia sul fondo chiaro. 

Sono accenni, lampi, frammenti che ci offre 
una sensibilità artistica innata, a cui >1 tem- 
perameiito stesso riflessivo, meditabondo di 
D’Azeglio e la vita sua hanno impedito il pie¬ 
no sviluppo c la completa padronanza o libertà. 
E’ una sensibilità che, fuorviata da errati prin¬ 
cipi, non trova più la forza di formare una tec¬ 
nica sicura c personale. Quando il substrato cul¬ 
turale e critico, ed il desiderio di voler faro 
bono non la costringe, questa tenue vena poe¬ 
tica si espando timidamente colla modesta dol¬ 
cezza che è nel sogno di un uomo posato, spon¬ 
taneamente e serenamente retto. Ma quando, 
oltro a questa spontaneità di sentimenti, c’ò 
in lui l’uomo che riflette e vuolo, scompare la 
tenue, sottil vena poetica sua, che vediamo 
completa in qualche bozzetto. 

Fra questi uno certo dei migliori, come già 
fu notato da a’tri, c l’ingresso alla Sacra, ral¬ 
legrato da un'intensa c fulgida vitalità di sole. 

Un frate bianco sale; questo frate, punto 
luminoso, cho pur nella luco diffusa raccoglie 
iu sì* maggior luce, potrebbo anche avero una 
inconsapevole ragiono decorativa di esscro; non 
ò certo una figura precisata. La tesi critica del 
D'Azeglio non ò realizzata, ma il bozzetto è 
bello, porche c’ò la istintiva subordinazione ad 
un principio luministico, cioè di visibilità, quol- 
la subordinazione istintiva, cho ha valore ar¬ 
tistico sempre c soltanto quando la sj raggiun¬ 
go colla liberta e colla forza del sentire. 

C’ò quel lieve divagare per un pacato desi¬ 
derio di poesia, cho talora troviamo in D'Azc- 
glio scrittore, come quando parla per esempio 
al Capitolo XVIII dol «potcnto raggio d'un 
sole che colora pianure e mari o monti cd al¬ 
beri ed edifici di quelle tanto mirabili intona¬ 
zioni». E cosi quando ci parla della sua cosa 
improvvisata a Castel Sant'Elia e della pianu¬ 
ra romana «leggermente ondulata» fresca o 
«verdeggiante pei grondi albori od ombro opa- 
cho ». 

Ci è dato ritrovare questo piano con una 
liovc intonazione di tristezza in due bozzetti 
che possono col precedente esscro annoverati fra 
i migliori. Non più sole, ma questa landa bruna, 
solitaria ed estesa cd un pallido ciolo. Un ver¬ 
descuro ed un grigio chiaro, non altro cho l’effi¬ 
cacia di due toui di diversa intensità, di uguale 
intonazione, giusta posti. In ciò d mostra d’aver 
saputo scegliere e d’aver sentito la necessità d’un 
accordo di tinte. Perchè quel ciclo romano è 
pur molto spesso o quasi sempre fulgido. Ma 
non ò intonato quel fulgido azzurro con Quel 
verde cupo, cd i] pittore per far cosa degna de¬ 
ve decidersi fra l’uno c l'altro. 

D’Azeglio scelse la tristezza d’una delle po¬ 
che giornate buie in cui campagna o cielo sono 
in accordo, perché incoscientemente sentì la 
necessità di quest'accordo. 

Così in un altro bozzetto vediamo, e c’inte¬ 
ressa, una strada bianca eh? sale verso una 
pendice buia cd indistinta, immersa in un’aria 
greve. Poi qualche frammento, qualche accen¬ 
no qua e là in altri quadretti troppo finiti se 
ti consideriamo nell’insieme. Un bruno cipres¬ 
so, che spiccherebbe con un effetto di macchia 
assai riuscito su di un limpido ciclo, se lo sue 
fronde fossero cercate con meno cura, una roc¬ 
cia scura cd uno sfondo nitido lumiuoso, qual¬ 
che tocco felice in cui c’ò tutto D'Azeglio poe¬ 
ta. Por gli altri quadri grandi: le «Arpie», 
l'«Ulisse e Nausicaa», si potrebbe diro, come 
per la « Morte dol conte di Montpellier » che 
vi manca l'affiato poetico soffocato dalla ricer¬ 
ca di determinazione particolaristica. 

Nell’«UÌisse c Nausicaa» D’Azeglio vo'le una 
tinta gaia adatta al caso, che riuscì invece neb¬ 
biosa. Noli e «Arpie» i rami contorti degli al¬ 
beri, che vogliono prender parte al prodigio, 
sono uno sforzo romantico verso una realizza¬ 
zione tragica naturalistica che esula dal prò' 
granulia dell’arte. 

Per quelle sue premesse tcoricho D’Azcglio 
non ebbe sempre quell'esplicita padronanza tee- 
nica indispensabile all'artista, ma talora neon- 
scientementc questa sua particolare sensibilità 
di uomo virile ha pur trovato una realizzazione, 
che, e© fu ristretta entro la modesta cerchia 
dianzi definita, in questa sua cerchia ci può 
soddisfare. F. 0. 

Il mecenatismo di Re Carlo Felice 

■ Il modo col quale si procedeva allora in 
Torino, iu materia d’arte, ora una vera cornine, 
dia. Non c'c da scialare neppur ora, ma sicco 
me le arti sono entrate un poco nelle idee del 
pubblico, posano su una base più larga. Allora, 
invece, dipendevano unicamente dalla corte, 
cioè dal gran ciambolano c dal suo sistema pla¬ 
netario, che non nc capiva niente. 

Barile (1) aveva mandato a Torino per pri¬ 
mo saggio due mezze figuro al vero: il /hite o- 
hnlnm Iìclùnrio; rappresentando questo con un 
fanciullo. Quadro molto ragionevole ; c'ora di¬ 
segno, modellato, una certa fierezza spagnolesca 
di pennello, il tutto studiato sul vero, cd an¬ 
che di un bel colore, por chi so n’intendo ; cioè 
stando coll’argomento, colore severo, armonico, 
poco più d'un chiaro scuro; insomma coloro 
senza colori. Chi ò artista mi capirà. Questo 


(l) • Uno dei • pensionali »... figlio d'un fabbro di 
Tniino cd ami competente piume. - 


quadro fu accolto a Torino corno i cani in chiesa, 
e arrivò al povero Baruo una gridata: — So 
erano quelli i bei profitti che faceva nell’arte, 
« se erano saggi da mandare, ccc. occ. I — Lui 
che sospettava tutto l'opposto, poichò a Roma 
era stato lodato, si strinse nollo spalle, o pensò: 
— Vorranno coso più allegre, colori, figuro ga¬ 
ie; — e ai risolse l’anno dopo por un Apollo, 
colla sua brava lira, ed il niAntelletto rosso; e 
fece la più disgraziata cosa che abbia mai vista. 
Tondo tondo, con quel viso a naso dritto, o 
quella faccia scema, che si fa al biondo dio ; 
con uu corpo ch c pareva di manteca alla rosa 
e non di carne, su uu fondo di paese verdolino, 
o i raggettj di giallolino intorno al capo, pro¬ 
prio facova rabbia... 

A Torino piacque. E di qui imparino i me¬ 
cenati chc a proteggere senza criterio si fa peg¬ 
gio che a non proteggerò affatto. 

Il povoro Barne, cho era, per il suo buon 
giudizio, entrato nella via vcrA dell'arto, si get¬ 
tò, com'era naturalo, nella falsa, unicamente 
perché i suoi mecenati erano asiui. Per questo, 
in alto gli asini sono tremendi: fanno moral¬ 
mente razza o moltiplicano, togliendo il modo 
di non esser asino a chi pure ci si sforzerebbe». 
(M. D’Azeguo - I miei ricordi - C. XXIX). 

Esperienze meridionali 

Se si volesso dire quale dei problemi trattati 
uel bel volume di Giovanni Carano-Douvito su 
«.L’economia meridionale prima e dopo il risor¬ 
gimento». (Vallecchi, Firenze, di pagg. 530, li- 
ro 30), non sia più vivo oggi o sia destinato a 
perdere presto interesse, ai «Jurorebbe fatica. 
Problemi, conio quelli doi tributi statali o lo¬ 
cali, della protezione doganale, della distribu¬ 
zione della terra fra pochi o molti, dol credito 
agrario, c dalla moneta non sono mai risoluti 
perché ti pongono nuovamente ad ogni genera¬ 
zione, sotto sembianze nuovo e con la natura 
antica scarsamente mutata ; ed ogni generazione 
li pone e tenta di risolverli secondo le idee e 
le passioni dominanti dol momento. Ma ad ogni 
volta, lo nuovo generazioni, se la storia servisse, 
come non è vero, a qualche cosa, potrebbero, 
arricchito dalle esperienze precedenti, tentare 
di non ripassare traverso ai medesimi errori, 
evitare di dire e fare lo medesimo sciocchezze' 
che in passato avevano reso vano o meno fe¬ 
condo lo sforzo delle generazioni passate. Quale 
ò. a cagioti d'esempio, il grado di probabilità 
che qualcuno, in un avvenire vicino o remoto, 
quando si dovrà applicare una qualunpue legge 
agraria, rilegga il verbale dello cinquantiiua tor¬ 
nate della.Comniissionò provinciale della Capiti- 
nata, nominata a vegliare all'applicazione doi de¬ 
creti Visocehi-Falcioni sulla occupazione dei ter¬ 
reni incolti? Quoi verbali, in cui dal 2G giugno 
1920 al 29 novembro 1922 alcuni uomini egregi, 
il cui nome — da quello del tecnico Adolfo In¬ 
cudine al cattedratico Luigi Gramario ed ai re¬ 
latori avv, Nicola Giuliani c doti. Nicola De 
Mcis - profusero tesori di intelligenza, buon 
volere, buon senso, conoscenza teorica c pra¬ 
tica dei problemi trattati, sono tra i documen¬ 
ti più significativi della crisi spirituale del do¬ 
po guerra. Nessuno tuttora ci può assicurare 
chc non risorgano le cooperative finto tra coloni 
e fittaioli costituite per rubare il terreno al¬ 
trui, chc genio provvista di un rapitale di 200 
lire si proponga di coltivare masserie per cui 
occorrerebbero anticipazioni di 150 mila lire, 
che pescatori si riuniscano in cooperative agri¬ 
colo per impadronirsi di laghi privati attorniati 
da terreni sedicenti incolti, che gente deside¬ 
rosa di villeggiatura gratuita si attendi sotto 
annosi boschi c faccia domanda di occuparli, 
perché incolti, chc contadini, calzolai c faci¬ 
norosi generici si riuniscano in sindacato c col 
pretesto di promuovere la produzione nazio¬ 
nale si rechino a far baldoria sui terreni altrui 
e pretendano alla fine della giornata dj essere 
pagati. Se fatti di questo genere accadranno an¬ 
cora, farà d’uopo rileggere i verbali di quella 
commissione od almeno, il riassunto chc ne for¬ 
nisce il Carano-Donvito in alcune pagine effi¬ 
cacissime. 

L’autore è un meridional? che insegna scien¬ 
ze economiche ed ha l’espcrcnza del proprieta¬ 
rio di terreni ; e per cagione della diffidenza in¬ 
nata negli economisti verso il più dogli inter¬ 
venti statali e dello scetticismo radicato nei pro¬ 
prietari verso le parole che dovrebbero redi¬ 
mere la loro terra, non è entusiasta dei risul¬ 
tati degli aiuti forniti dallo Stato all’agricol¬ 
tura. Ricordo di avere scritto, in tempi oramai 
remoti, un articolo il cui titolo supporgiù era: 

■ Il mezzogiorno che si redime da sé». Nel vo¬ 
lume di Carano-Donvito si legge, sotto il titolo 
« uu paese che si ò redento da sé*, la storia, in 
tre pagine toccanti, di Palagiano, connine di 
6000 abitanti dell'agro tarentino, condotto alla 
rovina dalla mosca olearia, dalla siccità distrut¬ 
trice dei rnceolti cerealicoli o dalla scomparsa 
dell'industria armentizia. Verso la fine del pri¬ 
mo decennio del secolo presente, Palagiano si 
era salvato. Da sé, sonza che nessuno accorres¬ 
se in loro aiuto a disturbarli, quei contadini 
si erano accorti che esisteva una pianta chia¬ 
mata «pomodoro», avevano imparato a cono¬ 
scerla, a coltivarla, a difenderla, a selezionarla ; 
e la terrA crasi rinnovata c, con rasa, erano di¬ 
venuti divorai o migliori i suoi abitanti. Per 
fortuna, nessuno aveva loro nò regalalo nò mu¬ 


tuato mi centesimo eppereid, abbandonati a se 
medesimi, si erano salvati. QuoU’eppcrciò l’ho 
messo io, incoraggiato da quanto scrisse il 8on- 
nino, conoscitore profondo dei problemi del 
mezzogiorno italiano: «Se i latifondi perdet¬ 
tero l’Italia untica, gli Istituti di credito fon¬ 
diario, che si annunciarono conio la rodenziono 
dell’agricoltura meridionale, contribuirono co¬ 
stantemunte a danneggiare il mezzogiorno», (pa¬ 
gina 140 del volume di Careno), E Giustino, 
Fortunato, noi discorso del 25 giugno 1893 alla 
Camera dei doputati, riconosceva dovoro noi 
• essere compresi di dolore o di vergogna por 
l’enorme danno cagionato al nostro paese dal¬ 
l'esercizio abusivo di quol delicato strumento 
del progresso economico cho ò il credito, fatto 
seguo, qui in Italia, a tante ingiurie di uomini 
e di cose». Rincalzava, quindici anni dopo, la 
Commissione parlamentare di inchiesta sulle 
classi rurali nel mezzogiorno (relatore Nitri, 
voi. V, cap. Ili, pag. 233 o 33): «Vi sono 
molti proprietari clic lottano, tentano, osano: 
c la soluzione «individualista». Vi è il proprie¬ 
tario, diremo così, «sodalo»: si occupa molto 
dol credito, ha doli» ideo suU’Azionc dello Sta¬ 
to, preferisce che esso monopolizzi » concimi 
chimici, vuole chc il deputato sia agrario. I ri¬ 
sultati dell'anione individuale ai vedono, quolli 
della sociale si gridano. Abbiamo in tutti i no¬ 
stri viaggi, durante l'inchiesta, trovato il pro¬ 
prietario individualista ed il proprctario, di¬ 
ciamo così, sociale. Il primo in generale vive 
sulla terra od almono por la terra: si occupa 
poco dello Stato e temo solo le imposta nuovo. 
Tenta per conto suo, organizza come meglio 
può la produzione, non crede o non dà impor¬ 
tanza a) credilo agrario e tratta, per conve¬ 
nienza economica, meglio cho può i lavoratori. 
Il propriotario sodalo vivo poco in campagna, 
si occupa molto di politica, è apostolo dei be¬ 
nefici del credito, deplora sempre l'azione pre¬ 
sente dolio Stato, Attende uomini politici «con 
nuovi orizzonti ». Segui caratteristici : in gene¬ 
ralo ha molti debiti ». 

Sapore pcrchò talune soluzioni dato in pas¬ 
sato a problemi sempre vivi si palesarono im¬ 
perfetto od addirittura vane giova ad evitare 
errori nuovi e perdite di tempo <v di fatica. 

Con questo nuovo volume aggiunto alla ricca, 
letteratura nel Mezzogiorno, il Caran.o-Donvito 
ha dato un buon contributo a questa necessaria 
conoscenza dulie esperienze passate. 

.Luigi Einaudi. 

I Genovesi nel giudizio 
di Giuseppe Baretti 

Nato in Torino, fui allevato con un'ingiusta 
avversione po’ Genovesi ; avversione oontune allo 
nazioni vicine, e che tutta l’umana ragiono 
avrà la massima difficoltà a sradicar in qualsi¬ 
voglia epoca della vita. Ma avendo io avuto per 
due volte occasione di passare qualche mese in. 
Genova c dj visitare la maggior parte dei su<> 
territorio, deggio confessare chc nulla vidi in 
questo popolo che valga ad autorizzare l’inde¬ 
gno rimprovero chc i (/eno veti sono tema fede 
r ! r /oro donne tema pudore, come- le loro mon. 
toiinr non /ninno legna r il loro mare non ha 
jKtct. 

Vero è che il maro Ligure non ò molto ab¬ 
bondante dì pesci, c che quello montagne nou 
sono adombrato di querce o di abeti ; ma la 
lealtà negli uomini c. la modestia nelle donne 
sono qualità comuni quivi come in ogni altro 
luogo... Per me, in vece di persistere nella 
mia prima e ridicola antipatia pe’ Genovesi, ho 
sovento detto che se fosse in mio potere di ra¬ 
dunare tutti i mici amici in un luogo, profe¬ 
rirei di vivere in Genova piuttosto cho in al- 
cun’altra città, perché il governo vi ò benigno, 
il clima temperato, le case pulite e comodo, o 
tutta la campagna non offre chc punti di vi¬ 
sta amenissimi c vaghi paesaggi 

La nobiltà genovese ò generalmente affabile, 
urbana e istruita ; e le gentildonne hanno l’in¬ 
gegna assai più coltivato che in alcun'altra parto 
d'Italia. Esso tutte si fanno un merito dj par¬ 
lare l'italiano c il francese con purezza ; e gli uo¬ 
mini possono, senza mancare alla civiltà, par¬ 
lare alla loro presenza di belle lettere, di com¬ 
mercio e di politica; il che non si usa in niuua 
altra citta d'Italia, ove la conversazione in pre¬ 
senza dello donne ò generalmente pochissimo- 
interessante. 

Il commercio in Genova non fa alcun torto 
alla nobiltà. 1 principali sonatori « j membri 
del governo vi s’impegnano pubblicamente o 
trattano in proprio nome. I Piemontesi diffe¬ 
riscono tanto dai Genovesi su questo punto, che 
nou è permesso nel Piemonte ad alcun nego- 
xiauto, eccettuatone i banchieri, di portare la 
spada. 

Gli scrittori inglesi hanno sovente rimprove¬ 
rato i Genovesi di avere la malvagità di per¬ 
mettere ni loro operai di fabbricare navi di 
gurrra, e di venderle, contro il diritto dello 
genti, ai Francesi od agli Spagnuoli. A ciò 
non ho altro da dire, se non che i Genovesi eb¬ 
bero la semplicità di credere che, siccome gli 
Inglesi, arrogavanBi il diritto di vendere mu¬ 
nizioni di guerra ai pirati di Algeri e di Tu¬ 
nisi, cori non dovea essere meno permesso a 
loro di vendere lo loro navi di guerra agli Spa¬ 
gnuoli cd ai Francosi. 

Dall’opera *Oli Italiani tee. ». 




IL BARETTI 

Fondatore PIERO GOBETTI 

MENSILE - EDIZIONI DEL BARETTI: Via Prati, 5 - TORINO 

ABBONAMENTO PER IL 1928 L. 15 Ealero L. SO • Soatenllore L. 100 ■ Un numero separalo L, 1 CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno V - N. 5 - Maggio 1928 

SOMMARIO 8. CROCE: Dal litro dai pensieri Durer autobiografico — I. MA JONE La lirica di Dabmal - Antologia di Dohmal — U. MORRA DI LAVRIANO Virginia Woolf. 


Dal “ Libro dei pensieri „ 


Poesia, idrai.k k amore. — Tante volte c 
da tanti lu poesia ò stata definita « Aspirazione 
all’ideale », che non è da mera vignare se que¬ 
sta formula, di accento un po’ retorico, ripe¬ 
tuta in mo<lo stereotipo, sia riuscita stucche¬ 
vole c abbia eccitato per reazione quella op¬ 
posta : che la poesia £ nien't’altro che la rap¬ 
presentazione della realtà. Ma se }>oi si vince 
il ricordo di quella meccanica e vacua ripeti¬ 
zione (cattiva fortuna, alla quale ogni detto, 
per vero che sia, va incontro, e >j>csso sor 
giace), si può consentire che la poesia è sem¬ 
pre aspirazione a un ideale, e che questa sen¬ 
tenza non solo non contrasta con l'altra che 
ne fa la rappresentazione della realtà, ma coin¬ 
cide con essa e la chiarisce. Giacché proprio 
!a realtà, la realtà che è spiritualità, è sempre 
moto verso un ideale, ricerca di soddisfazio¬ 
ne, di gioia, di felicità, di beatitudine: beati¬ 
tudine che è bensì toccata c ri perduta, ma, 
riperduta, è di nuovo ricercata c attuata, in 
perpetua vicenda. La poesia, come vita e spi¬ 
ritualità che contempla sè stessa, non può 
non rappresentare questa realtà e ritrarre una 
aspirazione verso In beatitudine. I.a ritrae 
anche nella tragedia, anche nella più cupa 
lirica pessimistica, clic tale non sarebbe se 
non contenesse l'aspirazione alla beatitudine- 

E perchè poi si dice che Amore e Poesia 
vanno insieme? o, con minore vaghezza d’im¬ 
magini,'e maggiore esattezza prosaica, che 
a l’amore è la principale materia della poe¬ 
sia? ». Appunto perchè l’amore è la forma più 
cospicua e intensa dell’aspirazione alla bea- 
Htndino; e l'unica anche, se cosi piace, quan¬ 
do Venga preso nella sua idea, nella sua uni¬ 
versalità, cioè non ristretto a quel che comu¬ 
nemente s'intende per amore. E rappresenta¬ 
zione dell’amore è, insieme, rappresentazione 
dell'intera realtà, perchè esso, in poesia non 
può venire astratto dagli altri sentimenti tutri, 
coi quali si lega e che formano la sua lirica, 
il suo romanzo, il suo dramma, la sua tra¬ 
gedia; cioè la lirica, il romanzo, il d'anima. 
In tragedia della vita. 

Caratteri deli.'arte. - Nel discorrere di 
poesia, si discorre del « musicale », del .< pit¬ 
torico », dello « scultorio », dcll'« architetto¬ 
nico », che è in questa o quella poesia. E si¬ 
milmente, nella pittura si discorre della « poe¬ 
sia » che è in questa o quella pittura, del suo 
carattere « scultorio », del suo effetto « musi¬ 
cale »; c via per le altre arti. Segno (si po¬ 
trebbe dire) che quei concetti sono necessarii, 
c che a torto è stata negata, nella recente este¬ 
tica, lu divisione dell’arte in arti particolari. 

Veramente, l’uso che qui si fa di quei con¬ 
cetti è segno del contrario, cioè conferma 
l'unità dell’arte, perchè quei caratteri di poe¬ 
tico, musicale, pittorico, scultorio, architetto¬ 
nico, che malamente erano stati staccati l’uno 
dall’altro ponendo ciascuno a principio di 
un'arte particolare, vengono trattati invece, 
in questo caso, come intrinseci c proprii di 
ogni opera d’arte. 

•Piuttosto si potrebbe dall’uso di quelle de¬ 
terminazioni, argomentare che, ritrovandosi 
esse in ogni opera d’arte, si debba tornare a 
un'altra teoria, che pure era stata negata : 
quella dei caratteri (al plurale) del bello o del¬ 
l’arte. 

E la conclusione crebbe giusta, se poi quei 
cosiddetti caratteri fossero davvero distingui¬ 
bili e definibili. Ma, quando si va a coglierli 
per fermarli e definirli, ci si avvede clic cia¬ 
scuno di essi dice lo stesso dell’altro, ossia 
che hanno bensi efficacia come metafore c mo¬ 
li' di dire, ma non nc hanno come concetti 
c distinzioni logiche, e non è dato esaurirli in 
una sistematica di concetti, perchè procedono 
all'infinito (non si ritrova, nella poesia, solo 
i! pittorico, ma, all’occorenza il » paesistico », 
il » miniaturistico, l'« acquafortisti*» », e via). 
Poiché empiricamente, e in riferenza a deter¬ 
minazioni non estetiche ma fisiche, si sono 
costituiti i gruppi c sottogruppi delle arti par¬ 
ticolari, è naturale che questi raggruppamenti, 
c i loro vocalxdi, offrano metafore al discorso 
comune. Accade come nclj’amorc, in cui ciclo 
e terra e tutti gli oggetti delle cose del ciclo e 
della terra suggeriscono le parole delle escla¬ 
mazioni ammirative » cara », « seducente », 

« irresistibile », « ammaliante », <• angelica », 
c divina », « paradisiaca », ccc. ccc.; — e 


tutte non significano j>oi altro se non che 
quella donna, che si ama, si ama. 

Poesia e filosofia. — Per segnare m diffe¬ 
renza di iwcsia e filosofia si è usato rappresen¬ 
tarle come nemiche, onde, quando l’inm do¬ 
mina, l'altra viene discacciata; e similmente 
sono state differenziate le «< età poetiche » e 
le « età filosofiche ». Ma quando queste due- 
forme dello spirito non sono prese Putiti isolata 
dall'altra e giustappositc (come nel classificare 
naturalistico), e invece sono concepite come 
eterni gradi di sviluppo dello spirito, non è 
più possibile considerare scevra di poesia la 
filosofia che succeda alla |)oesia o l'età filoso¬ 
fica che succeda a quella poetica. E’ da dire- 
più esattamente che la filosofia è la ]>ocsia de¬ 
gli animi che si trovano innalzati a lei cd è 
la poesia di certe età che in lei trovano mag¬ 
giore appagamento. Che cosa sarebbe uno fi¬ 
losofia senza poesia? un pensiero senza calore 
c senza la sua viva e armonica forma di c- 
sprcssionc? un pensiero che non facesse bat¬ 
tere il cuore e non lo rapisse nell’alto? E quali 
filosofi, degni del nome, non sono stati, in- 
siemcmcntc, poeti ? 

Forma poetica delia Spirito. — Un esem¬ 
pio tipico della forma i>octica dello spirito, 
nella quale si è tutto presi e che tutto risolve 
in sè medesima, è dato dall'aneddoto che i 
biografi sincroni raccontano del giovane A* 
riosto : il quale, rimbrottato da suo padre, a- 
scolta attento, non già accogliendo l’effetto 
inorale del rimprovero, ma vivendo con la 
fantasia il rimprovero paterno, per trarne co¬ 
lori per la scena della commedia che andavo 
ideando. 

Unita' dell arte. — Alla dottrina di Ric¬ 
cardo Wagner c di altri che la musica, diver¬ 
samente dalla pittura o dalla scultura, non sia 
espressiva senza la jxiesia, si deve controsscr- 
varc, che anche la pittura o la scultura o qual¬ 
siasi altra arte non è espressiva senza la poe¬ 
sia, e questa senza le altre arti tutte. Salvochò 
non si creda che la pittura c la scultura si ap¬ 
prendano con l’occhio e la musica con I'orec¬ 
chio, c non già con tutto lo spirito, che sempre 
dentro di sè poeteggia e scolpisce e dipinge c 
canta. 

La venia ai poeti. — Ilo ricordato altra vol¬ 
ta il Goethe circa l’indulgenza con cui è dove¬ 
roso leggere i poeti (ITomi des Diéhtcrs Mutile 
gcht....), Un simile pensiero esprimeva già il 
Raciuc nella prefazione al Uritannicus » Ceitx 
qui voieiit mieux nos defauts soni ccux qui 
Ics dissinmlent plus volonticrs: il nous par- 
donnent Ics endroits qui leur ont dèplu, cn 
faveur de ceux qui leur ont domi è du plnisir ». 

Poesia e Patria. — Diceva, se mal non ri¬ 
cordo, Emilio Praga : <• Diedi il braccio alla 
mia patria, Le negai lu poesia ». E aveva ra 
gioite Ma ci sono di coloro che non dareb¬ 
bero il braccio nè altra opera pratica alla pa¬ 
tria, e vogliono darle quello clic non hanno 
il diritto di darle, !a poesia. 

Critico che nella poesia non coglie i.a 
poesia. — Nc può esser esempio il Johnson, 
almeno come lo presenta lo Hazlitt nel suo 
libro sullo Shakespeare (pref.) : « He might 
in one senso be a judge of a jtoetry as il 
falls within thè limits and richcs of prosa, but 
not as it is poctry... Johnson’s understmuling 
dealt only in round numbers: thè fractions 
werc lost upon him ». (Potrebl>c giudicare la 
poesia in quanto cade nei limiti della prosa, 
non in quanto j>oesia... La comprensione di 
Johnson non va più in lù dei numeri interi : le 
frazioni sono perse per lui). 

STORtE LETTERARIE K VISITE Al MUSEI. — 
Non si è bene inteso il principio da tue in¬ 
culcato clic la storia «Iella poesia debba essere 
la storia delle singole personalità artistiche, 
c, intrinsecamente, configurarsi come una se¬ 
rie di « saggi », per ciascuno dei «piali ci si 
rifà storicamente da capo. La gente crede che 
il proprio della conoscenza storica «Iella poe¬ 
sia sia di percorrere le opere per serie di 
scuole c di generi, o j»er localizzazioni geo¬ 
grafiche e cronologiche. Cosi c’è chi crede che 
conoscere la storia delle arti figurative sia 


vederne le opere aggruppate per scuole nelle 
sale dei musei o adornanti un tempio e un 
palagio : è la candida credenza dei viaggia¬ 
tori e gitanti, con la » guida » tra le mani, 
e l'occhio più alla guida che alle opere. Ma 
«pieliti cosidetta conoscenza artistica è cono¬ 
scenza d'indici, intermezzata da molti sbadi¬ 
gli, se anche repressi. L’intelligente sa « iso¬ 
lare » l’opera e immergersi solo in quella : 
l'uomo di vero senso artistico va in un musco 
o in una chiesa |>er ricontemplare la singola 
oj>cra geniale c prediletta. E lascia il rima¬ 
nente ai professori che classificano, agli ar¬ 
cheologi che l figano, e ai ciceroni che ac¬ 
compagnano quei viaggiatori e gitanti. 

Storia foktica k storia sociologica della 
i*oksia. — Scrivendo di storia politica, o, co¬ 
me mi piace dire, ctico-t>olitica, mi è accaduto 
più volte di trattare di poesia c d’arte, ri- 
jiortaudole ai problemi pratici delle varie epo¬ 
che, come espressioni di essi o come materie 
clic da essi vengono alla poesia c all’ arte. 
Ed ecco (ho osservato tra me e me) quella 
fumosa •• Storia della letteratura », che la 
gente mi chiede c dice che io non voglio dare 
c clic ho negata, col ridurre la poos : a a una 
sequela sconnessa di personalità estetiche, c 
via. Non solo non l’ho negata in teoria, ma 
la fornisco anch’io nel fatto, c la s'imu assai 
importante e integrativa della storia etico¬ 
politica. Scnonchè, quella non è la storia poe- 
t’ca della poesia, nella quale non si deve trat¬ 
tare della materia, ma della formu; e la forma 
estetica o poetica non è già l'astrazione pe- 


Qual uomo Diircr fosse, come sensi c fan - 
fasta trovassero in lui il loro contro naturale 
nella serietà religiosa del sentire mostrano an¬ 
che gli scrilti autobiografici. Anche in essi, 
come negli autoritratti, quelle due note che 
formano l'accordo fondamentale della sua 
grandezza e per cui fu detto " gliìlicnd und 
streng ”, ardente c forte. Valga a ricordarlo, 
nel quarto centenario della sua morte, la 
seguente piccola scelta dalle lettere e dai 
diatii. 

Padre e figlio 

f Dalla *• Cronaca famigliare). 

»... Alberto Durer il vecchio ebbe una vita 
di gravi fatiche c difficoltoso, duro lavoro, 
non avendo altro per sostentare sè, la moglie 
e i figli, che quanto guadagnava colle pro¬ 
prie mani. Possedeva perciò assai poco. Do¬ 
vette anche parecchio soffrire, affanni contra¬ 
sti calamità. Godeva però d'un buon nome 
presso chiunque lo conosceva, chè menava 
vita onesta e cristiana cd era nomo paziente, 
mite c pacifico verso tutti c riconoscentissimo 
a Dio. Non gli occorrevano molte compagnie 
uè piaceri; di poche parole gli bastava il ti¬ 
mor di Dio. 

Questo mio amato padre pose gran cura 
nell'educazione dei suoi figli... E sopratutto 
si compiaceva di me, vedendo la mia dili¬ 
genza ncirimparnre. Mi mandò alla scuola, 
c «piando io ebbi appreso a scrivere e a leg¬ 
gere mi prese con sè e m'insegnò il suo me¬ 
stiere di orafo. Quando già sapevo lavorare 
a modo, l’inclinazione mi attirava più alla 
pittura che all'oreficeria. Lo dissi a mio pa¬ 
dre, che non nc fu contento, spiaccndogli il 
tempo da me perduto ncll’apprcnderc la sua 
arte- Nondimeno cedette, e contandosi il i 486 
dopo la nascita di Cristo, il giorno di Santo 
Andrea (30 novembre) mi promise come sco¬ 
laro a Michele Wolgcmut, doverlo io servire 
j»cr tre anni. In «picsto temi>o Dio mi con¬ 
cesse costanza, sì che feci buon profitto; ma 
ebbi molto a soffrire da parte dei garzoni. 

E finito il tirocinio mio padre mi mandò 
fuori, «love rimasi quattro anni, finché mi 
richiamò «li nuovo. Essendo partito I' anno 
1490 dojK) Pas«pia, ritornai quando si contava 
:1 1494 dopo Pentecoste. 

Ritornato, mio padre, trattò con Hans 
Frcy, il «piale mi diede in isposa la sua figlia 
Agnese con 200 fiorini, e tenemmo le nozze 
il lunedì avanti Santa Margherita (7 luglio) 
deU’anno 1494 ». 

[Da mi frammento « Della morte del padre ») 

«1 ...Quando lo vide così sconvolto la fan¬ 


dantesca dal contenuto, ma è nicnt'altro che 
l'aspirazione stessa poetica, cioè la perpetua 
risoluzione delle lotte pratiche nella visione 
cosmica, o, per usare più semplici parole, il 
perpetuo ritorno dalle passionali c parziali 
determinazioni c contrapposizioni c lotte uma¬ 
ne alla pura c intera c indivisa umanità. Chi 
si pone da questo punto di vista, scevera la 
poesia dalla non poesia, la poesia dalla let¬ 
teratura, c viene scrivendo un’altra storia : 
appunto, la storia jtoetica della poesia. Sic¬ 
ché è curioso che mi si accusi di voler impo¬ 
verire la vecchia storia della letteratura, quan¬ 
do, invece di darne una sola c confusa c 
intimamente povera, io nc voglio invece dare, 
c procuro di darne, due, entrambe energi¬ 
che e ricche. 

Storia della poesia e storia di altre cose. 
— Come bisogna apprendere c seguire la 
poesia, staccandola dalle altre cose, tra le 
quali si trova mescolata? Il modo può essere 
indicato n un dipresso da questo luogo di 
un romanzo: « I cantanti c le cantanti, clic* 
egli ascoltava, non li vedeva, la loro umanità 
stava in America, in Milano, in* Vienna, in 
Pietroburgo, e poteva continuare a starsene, 
colà, perchè «pici che egli aveva di loro era 
il meglio, la loro voce: cd egli pregiava que¬ 
sta purificazione o astrazione, che rimaneva 
abbastanza sensuosa da permettergli, con la 
eliminazione di tutti gli svantaggi della 
tropjK) grande vicinanza personale, un buon 
controllo umano.... » (Tu. Mann, Der Zauber - 
berg, p. 842 ). Benedetto Croce 


tcsca giovine corse in fretta alla mia camera 
e mi svegliò. Ma prima ch’io fossi di sotto, 
era già spirato. Guardai il morto con grande 
dolore, perchè non ero stato degno d' esser 
presente alla sua fine... ». 

Pittore a Venezia 

(Da lettere a W, Pirkleimtr). 

Venezia, 7 febraio 1506 
« ...Vorrei foste qui a Venezia ! Ci son tanti 
garbati compagni tra gl’italiani, che mi si 
stringono sempre più di dimestichezza, tanto 
da rallegrare proprio il cuore : dotti seiinati, 
liutisti c flautisti, intenditori di pittura, gente 
di nobile sentire c di sincera virtù, c tutti 
mi mostrano amicizia c onore. Ma ci sono 
anche tra gli altri i più sleali, falsi, ladroni 
ribaldi clic mai io abbia pensato vivessero al 
mondo. Chi non li conoscesse dovrebbe rite¬ 
nerli le persone più oneste della terra. Io per 
mia parte devo sempre ridere, quando mi di¬ 
scorrono. Sanno che la loro furfanteria è nota, 
ma nòti glie nc importa nulla. 

Ho molti buoni amici tra gli Italiani, che 
mi mettono in guardia di non mangiare nò 
bere coi loro pittori. Molti di questi mi son 
pure nemici aperti; imitano la mia opera nel¬ 
le chiese c dove capiti, salvo poi a vitupe¬ 
rarmi, dicendo che la mia arte non lm la ma¬ 
niera antica c quindi non vale. Ma Ciovanui 
Bellini mi ha molto lodato «lavanti a parec¬ 
chi nobili. Desiderava d'aver «jualcosa di mio 
ed è venuto «la ine pregandomi di farglielo, 
che lo pagherebbe bene. Tutti mi raccontano 
qual valentuomo egli sia, ond’io gli son de¬ 
voto. E’ molto vecchio, ma ancor sempre il 
migliore nell’arte. 

Però quello che undici anni fa [nel primo 
soggiorno veneziano] mi piaceva tanto non mi 
piace più adesso; se non ne facessi esperienza 
coi miei occhi, a un altro non lo crederei. . ». 

Venezia, 28 agosto *506 
» Al grandissimo primo uomo del mondo! 
Il vostro servitore, lo schiavo Alberto Dii- 
rer dice salute al suo magnifico Messer Wili- 
baldo Pirkhcimer. Mia fide! io udii volen¬ 
tieri con grande piacere la vostra sanità e 
grande onore. Io mi meraviglio come è jtos- 
sibilc stare un uomo come voi contra tanti 
sapientissimi tiranni, bravacci, soldati; ciò 
non può essere in altro modo se non per una 
grazia «li Dio. Quando io lessi la vostra let¬ 
tera di queste strane bestiacee io ebbi tanta 
paura, c parventi una grande cosa ( 1 ); ma io 


(1) Fin <|ui testo italiano di Durer medesimo. 


Durer autobiografico 




Pag. 24 


IL BARETTI 


ritengo che coloro pure abbiano avuto paura 
di Voi, perchè Voi potete assumerlo un 
aspetto feroce, specialmente le feste, quando 
ve ne andate attorno con quel vostro passo 
saltellante. Non è mica giusto però clic i lan¬ 
zichenecchi si ungano di zibetto. Voi mi 
state diventando una gazza vanitosa e cre¬ 
dete che, se piacete alle ragazze, tutto il resto 
vada da sè. Foste almeno un leggiadro uomo 
al par mio, non mi arrabbierei cosi ! Tanti 
amorazzi avete, che a star solo una volta con 
ciascuna, non vi basterebbe un mese e più. 

Vi ringrazio per aver accomodala cosi bene 
quella mia faccenda con mia moglie; giù l’ho 
sempre detto : c’è di molto giudizio in Voi ! 
Solo che foste mansueto come me, e avreste 
tutte le virtù. Grazie anche per tutto quel 
clic avete operato a mio favore; cogli anelli 
però lasciatemi in pace ! Se non vi piacciono, 
fateli a pezzi e buttateli nel c....atoio, per 
usare il linguaggio di Pietro Weisweber ! Cosa 
volete m’importino tali bazzcccole? A Venezia 
io sono diventato un gentiluomo. 

Ho dovuto anche sentire clic fate dei sboi 
versi. Stareste tiene con questi nostri sona¬ 
tori di viola, i quali menano cosi dolcemente 
l’archetto da doverci piangere sopra toro 
stessi... Per servirvi voglio smettere il cipiglio 
e mostrarmi ancor più valoroso di quanto non 
soglia... a. 

Venezia iitt. 13 ottobre 1506 
« Sapendo che conoscete la mia devozione 
per Voi nòn è mestieri ve ne parli. Tanto più 
necessario è invece dirvi della mia grande 
gioia nel sentire il molto onore e In gloria 
guadagnatavi mercè la virile saggezza e la dot¬ 
trina e l'arte vostre, virtù sopratutto mira¬ 
bili non riscontrandosi mai, o di rado, in un 
corpicciuolo si giovine. Ma questo vi viene 
per ispccial grazia di Dio, proprio come a me 
Quanto ce la godiamo, Voi ed io, nello sti¬ 
marci qualcosa di particolare, io colla mia ta¬ 
vola e voi colla vostra saggezza ! Quando gli 
altri ci glorificano, allunghiamo il collo rin¬ 
galluzziti e ce la crediamo ! E forse dietro 
c’è un lecchino maligno che si piglia giuoco 
di noi... 

Mi par di vedervi dinanzi al marchese, 
come state tutto composto e parlate gentile 
e vi torcete tutto, quasi faceste all'amore colla 
R... M'accorgo bene eh'eravate piepo di fre¬ 
nesia nello scrivermi l’ulti ma lettera. Dovre¬ 
ste vergognacene, chò siete vecchio e vi 
credete grazioso; gli‘atti amorosi vi stanno 
bene come a un cagnaccio irsuto i giuochi 
con una gattina. Se foste cosi fino e delicato, 
come me lo comprenderei. Ma lasciate ch’io 
diventi borgomastro, e vi servo io con una 
buona torre... 

O caro signor Pirkheimcr ! proprio mentre 
sto scrivendovi cosi giocondamente suona 
l’allarme : bruciano sei case vicino a quella di 
Pietro Venter; e a me è bruciato un paunilano 
comprato appena ieri per otto ducati; sono 
in danno anch’io dunque. Gran chiasso fanno 
per questo fuoco... 

Sapete che mi ero messo in testa d’impa¬ 
rare a ballare? Andai due volte alla scuola 
e dovetti dare al maestro un ducato. Ma poi 
non ci fu più verso di portarniici- Avrei po¬ 
tuto buttare tutto il mio guadagno, senza im¬ 
parare a muovere un piede... 

Fra una decina di giorni ho finito qui; avrei 
allora intenzione di mettermi a cavallo per 
Bologna, dove un tale mi vuol insegnar l'arte 
segreta della prospettiva. In altri otto o dieci 
giorni sarei di nuovo a Venezia, e col pros¬ 
simo corriere farci ritorno in patria. Oh, 
quanto freddo avrò dopo questo sole ! Qui io 
sono un signore, e a casa un parassita... ». 

La morte della madre • 1514 

ti ...Nell’anno 1513 , il martedì avanti la 
settimana delle rogazioni, la mia povera ma¬ 
dre — ch’io m'ero presa in casa due anni 
dopo la morte di mio padre, essendo ella in 
completa miseria, e cosi era vissuta nove anni 
con me — di mattina cadde all’improvviso 
tanto gravemente ammalata, da costringerci a 
forzar la porta della sua camera, ch’ella non 
ci poteva aprire, per giungere a lei. La por¬ 
tammo giù in una sala e le facemmo sommi¬ 
nistrare- i due sacramenti, giacché tutti cre¬ 
devano che sarebbe morta subito... 

La sua abitudine più cara era d’andare in 
chiesa; e non mancava di limprovcrarmi 
quando non facevo bene, avendo sempre gran 
timore clic i suoi figli cadessero in peccato. 
Ch’io entrassi o uscissi Hi casa il suo prover¬ 
biale saluto era: va, nel nome di Cristo 1... 

Non saprei come abbastanza esaltare le sue 
buone opere e la caritè usata ad ognuno e la 
buona riputazione di cui godeva. 

Questa mia povera madre Ita dato alla luce 
e allevato diciotto figli, ha spesso avuto la 
peste e molte altre gravi e fastidiose malat¬ 
tie, ha sofferto povertà, dileggi, offese, scher¬ 
ni, spaventi, calamità molteplici. Tuttavia 
non è inai stata vendicativa. 

Passato un anno dal giorno in cui dissi es¬ 
ser caduta malata, contandosi dunque il 1514 , 
il 17 di maggio, due ore avanti notte, mia 
madre, Barbara Dùrer, inori cristianamente, 
munita di tutti i sacramenti, libera, per in¬ 
dulto papale, d’ogni colpa e pena. 

Prima di spirare mi diede la sua benedizio¬ 
ne augurandomi la pace di Dio con molti 


buoni consigli.. Temeva assai la morte, tua 
diceva di non temere di comparire al cospetto 
di Dio. Il suo trapasso fu penoso; io osservai 
ch’ella vedeva qualcosa di terribile, perchè, 
quando gi;\ non pnrlava più da lungo, chiese 
dell'acqua benedetta. E subito le caddero gli 
occhi. Vidi anche la Morte menarle due gran 
colpi nel cuore; ella aprì bocca ed occhi e do¬ 
lorosamente trapassò. Le recitai le preghiere. 
Tanto dolore n’ebbi, clic non jkjsso dire. Dio 
le usi misericordia... Era nel suo sessantatrcc- 
simo anno... Il suo volto era in morte assai 
più dolce che in vita ». 

Seguace di Lutero 

(Dal " Diario del viaggio nelle Fiandre 

« ...Il venerdì avanti Pentecoste (17 mag¬ 
gio) dciraiiuo 1521 è giunta ad Anversa la 
voce del proditorio arresto di Martin Lutero... 

Oh Dio che sei nei cicli, abbi pietà di noi. 
Oh Signor nostro Gesù Cristo, prega |>er il tuo 
|K>polo, liberaci nell'ora del pericolo, mantieni 
in noi la retta, la vera fede cristiana, riunisci 
le disperse pecorelle colla tua voce, .. fu, che 
noi la possiamo intendere questa tua voce e 
non seguiamo nessun nitro richiamo di fallace 
umanità e non ci allontaniamo mai più da te... 

E se dobbiamo proprio averlo perduto, que¬ 
st’uomo che lia scritto più chiaramente* d’ogni 
altro da 140 anni a questa parte (x), e al 
quale tu hai dato uno spirito profetico, ti pre¬ 
ghiamo, o padre celeste, d'infondere di nuove 
il tuo sacro spirito in tale che sappia riunire 
d’ogni parte la tua santa chiesa... e affinchè 
tutti gl’infedeli per effetto delle nostre buone 
opere desiderino d’accostarsi u no! e accettare 
la fede cristiana... Oh Signore, dacci la nuova, 
la fiorita Gerusalemme figlia del cielo, di cui 
è scritto nell'Apocalissi, il sacro il puro Evan¬ 
gelo non macchiato di dottrina umana. 

Vede pure-chiunque legga i'libri di Martin 
Lutero, come la sua dottrina nell'esposizione 
evangelica sia cosi chiara e perspicua; perciò 
li si deve tenere in sommo onore, non bru¬ 
ciarli... Oh mio Dio! Che cosa non avrebbe 
potuto scrivere ancora in dieci o vent'auni ! 

Voi tutti cristiani credenti, aiutatemi a 
piangere senza posa quest'uomo acceso di Dio 
e a pregar l'Altissimo di mandarcene un altro 
così illuminato. O Erasmo da Rotterdam dove 
sei? Vedi quello che può la ingiusta tirannia 
del potere terreno, delle pervicaci tenebre? 
Ascolta, cavaliere di Cristo ! Esci dallo stuolo, 
cavalca al fianco di nostro Signore Gesù, di¬ 
fendi la verità, conquista la corona dei mar¬ 
tiri ! Sei pur già un vccchino ormai. Ho inteso 
dire che tu stesso ti dai solo altri due anni, 
nei quali ti eredi di fare ancora qualcosa. Im¬ 
piegali bene, a prò' dell'Evangelo e della ve¬ 
race fede cristiana, leva la tua voce-, le-portc 
dell’Inferno... non prevarranno contro di te. 

E se tu dovessi avere quaggiù la sorte del tuo 
maestro Cristo e soffrire onte e oltraggi dai 
Farisei di questo tempo e perciò un poco pri¬ 
ma di morire, tanto più presto entreresti dalla 
morte nella vita illuminata da Cristo. Beven¬ 
do infatti dal calice, dal quale egli ha bevuto, 
tu regnerai con lui e chiamerai a giusto giu¬ 
dizio coloro che non hanno rcttamen.tc ope¬ 
rato. O Erasmo, sta con noi, onde Dio abbia 
a lodarsi di te, come è scritto di Davide; chò 
tu hai le forze, tu puoi atterrare il Golia... 

O Cristiani, pregate Dio per aiuto, perchè >1 
giorno del suo giudizio è vicino e la sua giu¬ 
stizia sarà manifesta... ». 

Al servizio dell’arte 

(Da 10 : previe moria al Pirkheimcr sulla pre¬ 
fazione alla 11 Dottrina delle proporzioni ». 

« Signore ! Vi prego di volerVi regolare nel¬ 
la prefazione secondo questi intendimenti : 

In primo luogo, desidero clic non vi si 
possa notare nessunissima millanteria o 
superbia. 

Secondo, clic non vi si possa trovare trac¬ 
cia d’invidia. 

Terzo, clic non vi si parli di uull'altro 
che dell'argomento del libro. 

Quarto, che non vi si adoperi nulla di ru¬ 
bato da altri libri 

Quinto, dire ch'io scrivo per la nostra 
gioventù tedesca. 

Sesto, che io do gran lode agli Italiani 
per i loro nudi e sopratutto per la pro¬ 
spettiva. 

Settimo, ch'io prego coloro, i quali siano 
in possesso di cose istruttive per l'arte, 
di pubblicarle ». 

Alberto DCrkr 

(I. v- Ir.). 


(l) Dal tempo di |. Widifle. 


Casa Editrice Doxa 

Via Guardiola 23, Roma 
ha recentemente pubblicato: 

/'/Aererei Capitalistica, di M. M. Rossi. 

L. 7 franco di porto. 

E' un'esposizione accurata del pensiero di 
Max Weber e di Troeltsch sulla genesi del ca¬ 
pitalismo: critica del materialismo storico ed 
illuminazione generale del problema. 


CESARE D 

Il 24 dell'ultimo aprile si è spento in Cn- 
saliucoutrndn, nella sua terra, Cesare De 
Lollis. 

•Professore nella R. Università di Roma, di¬ 
rettore dello Cultura - con l'ardore d'uu'anima 
nobile e ricca di sensibilità, con la sicurezza 
che gli veniva dalla vasta dottrina - egli aveva 
partecipato, nel campo della critica letteraria, 
a quella corrente idealistica, che sui primi dei 
secolo apriva la via a nuove e più feconde 
indagini. Conoscitore acuto delle letterature 
neo-latine in cui fu un innovatore, studiò con 
competenza le origini della poesia itnliann — 
e portò in questo campo idee originali e fe¬ 
conde, riuscendo ad inquadrare quel nostro 
movimento letterario nella corrente che rin¬ 
novò l’Europa tra il XI e il XII secolo. Illu¬ 
strò i nostri romantici ; e nel Bcrcliet, nel 
Prati, nel Carrcr, nel Tommaseo — e i>oi in 
Carducci e Zanella, cercò e svelò quei conati 
realistici della |»oesia nostra che altri non ave¬ 
va visti : risalendo dalle forme stilistiche verso 
la visione della vita da quei poeti espressa 
nelle loro liriche. 


LA LIRICA 

Continua:, vedi 

Il poeta esce da questa piatta metallica poe¬ 
sia basata su ofTettì glossi od assordanti, quan¬ 
do quel distenderò la sua lirica tra l’ombra 
0 la luce coincido con l’incubo; è l'espressione 
cioè d'uno spasimo attraverso il quale oglj ri¬ 
esce ad una liberazione anche temporanea. Al¬ 
lora e tutto un vibrare della sostanza nervosa: 

0 quell'irrequietudine, che pervade l’uomo e 
passa nella poesia come un formicolio luminoso 
che prudeudo nelle ponombro le rende ariose, 
è d'uu effetto chiaroscurale più unico che raro. 
11 tema lirico a volte si sento in atomi, animato, 
fervente, danzante ih mille modi, direi polve¬ 
rizzalo: — e quando tutti questi atomi si in¬ 
granano è per formare una macchia di luco. Il 
motivo fondamentale e in quell'incertezza — in 
uua serie di accordi di moto, di dissonanze, at¬ 
traverso cui non c’è una frase musicale, ma me¬ 
lismi, frammentini stridenti che si cacciano ver¬ 
so un punto lontano in cerca di una risoluzione. 
Quando questa avviene, è come un distendersi 
violento di tutto l’organismo ed un colpo di 
luce. Come in « Einsamkciten * : una poesia elio 
comunica al lettoro lo stesso disagio, un pru¬ 
rito molesto, quello stato caratteristico del so¬ 
gno torturante da cui ha avuto origine». Perchè 
nella breve lirica non c’è nessun punto di ri¬ 
poso . ma un sentirsi trascinare spinoso qua 0 
là in un’atmosfera calda, piona di riverberi, co¬ 
me sotto l'oppressione di nuvolo che nascondono 
o soffocano la luce del solo. Sono tutte ormo 
nie cacofoniche che strozzano il filo melodico 
a volte si ha l’impressione di nodi armonici cho 
confinano con il groviglio. Quando il poeta ci 
libera da questa situazione, è in un modo vio- 
lento: e di effetto, di buono sano effetto. 

Il paesaggio clic abbozza nei primi versi è 
musica’e: armonie a bassa voce, a concatena¬ 
zioni elementari, accordi perfetti che solo ra¬ 
ramente si sfrangiano in qualche dissonanza: 
c’è come una diffusa atmosfera d; raccoglimen¬ 
to, di ristagno direi, che si avviva appena in 
un ritmo cullante e doloroso. Il poeta è in ud 
luogo solitario, brumoso: 

Nur ititi, me>n Schritt, tm itilirn Pirbelfehi... 

E ein f.aut, Kein Uniteli : drr bfeiehr Abrnd 

\hàlt 

Ini dichtrn Mantri schive r dir Luft gcfangcn... 
(Soltanto silenzioso il mio passo, nella muta 
nebbia. Nessun suono, non un soffio-, la sera 
pallida tiene prigione l'aria nel suo fitto man¬ 
tello). 

Il cuore batte, ma non per desiderio di vita: 
ed è un batter irregolare ! 

Was stórsi du mich, mein alhu lautes 11 erti 
(Perchè mi turbi, sonoro . mio cuoret). 

Sono come sincopi monotono, su cui si pro¬ 
fila già lo stato d’incubo, quasi su un rullo do¬ 
loroso lamentoso insistente. Languore d’archi 
nella penombra 1 Perchè c’è anche il ricordo cho 
turba il poeta: un piacerò ed un dolore che 
son morti avvinghiati come in un turbine. 
Quando egli spinge lo sguardo lontano e nel 
mare della nebbia gli appare una luce verda 
atra — ein Haliti He hi — il lavorio tematico, 
l'oppressione e l'ossessione dello stato morboso, 
e incominciato. 

Una prima dissonanza è un grido: 
ìfinnus, fiinaiii , wo krine Menschen situi! 
(Avanti, avanti, dove non c'è nessun uomo!) 
ed è l'inizio del fervore polifonico cho sale da 
uno stato all’altro sempro considerevole: le vi¬ 
sioni, le idee s'iiiscgnono e s'accavallano ren¬ 
dendo stringente la dialettica tematica: la luce 
sinistra che serpeggia soffocata dietro le nubi 
squarcia qua e là la barriera e si riversa a 
volto selvaggia per accentuare di più le ombro. 

Il lettore ha l'impressione di un poema straus. 
siano. Morte e Trasfigurazione — in quel 
rimandarsi di continuo le frasi che fanno 
gli strumenti, ora accentuandole trombe e trom¬ 
boni, ora incupendole tremanti e disperati gli 


E LOLLIS 

Amò in special modo il Manzoni; l'ultimo 
libro A. Manzoni e gli storici liberali fran¬ 
cesi della Restaurazione » — è tutto pervaso 
da un pathos mai esorbitante, che avviva e 
plasma e rende trasparente l'crudiziono sto¬ 
rica disseminata nelle pagine dense : pagine 
spesso accorate, penetrate qua e là di una ma¬ 
linconia che ni critico veniva dal suo intimo 
ed era sostenuta dal poeta che trattava. 

Di recente aveva ripubblicato quella Vita 
di Cristoforo Colombo, in cui, ravvivando la 
figura del gronde scopritore, ne afferma con¬ 
tro i negatori l’italianità. 

Come direttore della Coltura, aveva prodi¬ 
gato tutto se stesso ad illuminare e dirigerà 
i giovani e le classi colte nell'opera di forma¬ 
zione e di rinnovamento d'Italia. 

Fu tuia mente alta, ma anche più nobile 
cuore; nutrito sopratutto di sincerità: della 
quale diede prova nel 19 x 5 , quando, neutra¬ 
lista convinto, scoppiata la guerra, si arruolò 
volontario come capitano di fanteria. 

Il Barelli 

DI DEHMEL 

num. di A prile 

tf'rchi, i logni, i corni. Dalla nebba il poeta vodo 
affiorare spettri : visi strani e cespugli o coboldi : 
Gesichtcr, weiehtl 
Sie folgcn inir -. 0 htìtl 1 eh Plilgrl/ 

Und aus dein bU'chen Veld tauchen die 
[ 1 Strdueher... 

( Visioni, andate via / Vi seguono : avessi le ali/ 
Ecco affiorano dalla pallida pianura i cespugli). 

Da un frammento di tema in cui lo spas mo 
.•i allarga fugacemente come in una frase scali 
dita da bassi 

O Qual der E in sainkeit l 
(0 dolore della solitudine /) 

il ritmo balza pulsante e diveuta più concitato 
ed esasperato. La visione degli spettri s’incalza: 
due occhi rompono la bruma infocati. Il poeta 
s’interrompo di scatto: 

IPns tedi der Schnttcn, 

Was regi sich da der Erlenbuscht 

(Che vuole guell'ombrol chi si muove il bo¬ 
sco di ontanit). 

Nel tremito pauroso c'è un luccichio di spe¬ 
ranza : un accenno al tema della liberazione. 
L'incubo sale al suo vertioe por cadore di botto 
in uno scoppio di luce. L’ombra intravvista 
prende forma. «Pazzia!» grida il poeta: 

Er nimmt Gettait — ari WahntinnfI 
(Prende forma... Panial), 

L'acme è tonato dal grido: 

/ubai, ein Manchi 0 litri : o 11eìnsamkeit ! 
(Giubilo, un uomo / 0 Cuore-, o solitudine /). 

Lo spasimo è risolto anche so in un'illusione: 
l'oppressione della solitudine sfocia, e la lirica 
chiude. 

C'è anche qui del simbolico, dol costruito: 
ma il simbolo è assorbito nello stato d’angoscia 
ben reso, e il oostruito sparisco nella tensione 
che rompe vio’untemontc alla fine. Fuochi d'ar- 
ti fi zio? ma miche i fuoch d’arlifixio piacciono. 
apecie in poesia, quando il poeta ci si lascia 
assorbire come in questo caso. Non sono ruzzi 
sonori i temi di Straus 9 ? eppure si Bente cho 
il musicista li vive, ci si oblia, o con lui anche 
l’ascoltatore. In lAria greve », Dehmel pre¬ 
senta un’altra situazione d’incubo: mH con mag. 
giorc* concisione e violenza a macchio di luce 
e d’ombra contrapposte, sovrapposte e risolto 
in un sacttio rapido, d’un attimo. Serpeggia un 
brivido elettrico che scoppietta 0 scintilla, die¬ 
tro le nubi del fondo — nell'impressione ba¬ 
lenante e viva dello forme elio ci appaiono o 
spariscono - - e non lascia che la visione lumi¬ 
nosa e indefinita di alcuni patricolari. 

Der H imm ri dutikrlte nach immer... 

(Il cielo s'oscurava sempre più). 

Il ciclo che si oscura: i| seno dello nubi scial¬ 
bo: la quercia che mulina intorno a sò la cliio- 
ma.ampia di foglie. J e foglie che bì staccano 
— è un paesaggio saturo di elettricità. Certi 
sfondi del Guardilo gravi di nubi. E i) vento 
che lotta col fogliame, l’aria scura di polvere e 
di rame, che torpida geme — e la vita di que¬ 
sto fondo tetro. 

I.ant tiektr dureh die srhwillc Stube 

• Wie dureh die stille Totr.ngrbc 
Der l/tdxieurm tiektn mag, dir l/hr... 

L’intorno d’una stanza rispecchia il paesag¬ 
gio, e nell'interno e contro i| paesaggio una 
macchia di luce nervosa che.si confonde con il 
suono d’un clavicembalo che risuona dolente, 
una donna. L'ardore del cielo che e come arde¬ 
sia, il suono olio echeggia, la donna che suona 
e che ci appare come massa, son tuft'uno. Il 
filo di luce, che come | 0 zig-zag del fulmine av¬ 
viva l’ambiente, ha un riscontro con le «do¬ 
lorose tasteggiami mani che cavano lo note dal 
clavicembalo» e riassumono il sospiro l’ansia 
l’oppressione di quell’anima ricurva che non ha 



IL BARETTI 


Pag. 25 


volto fisico. Poi lo nubi diventano più sorde ; 

10 cordo, sottili cd aguzze *. 

Die Wolkrn wurden inhner rlumpfer, 

Die wunden Tóne. ìtnmer ilwnpfcr, 

ÌVie Metter stumpf, vie Metter tpitt... 

(Piò tarde diventarono le nubi, tempre -più 
off ime le laceranti corde-, otfute come lama, a- 
cute come itili). 

Lo soluzione di quest’atmosfera carica di elet¬ 
tricità! Un fulmino noi paesaggio, un singhioz¬ 
zato canto d’amore a due voci infantili... 
Und ani drm altea LiebetHed 
Uhmtm turi Kitalertlimmen mit 
da fiel der etite Blitz. 

(E dal vecchio canto d'amore tinghìoztarono 
due voci infantili. Il fulmine scoppiò). 

Fuoco d'artifizio anche questo ! Ma bello, 
bollo: in questo impressionismo vivo elio pezza 

11 quadro di luce c d’ombra — e lascia intrav- 
vedere (piante * quante cose! Tutto sembra fat. 
to di nervi tesi, roventi — che si stirano o av¬ 
vincono o avvolgono a spirale por rilassarsi di 
botto. Dc^le coso c’ò l’anima — cd un’anima 
inquieta, che salo dal torpore allo stridulo 
schianto — con un effetto musicale di dissonan¬ 
ze, di oontrapposizioni, di collisioni di suoni 
crepitanti nuovo c bello per serratezza, per as¬ 
senzi! di enfasi, di elementi elaborativi. I temi 
sono spezzettati*, buttati là, l’uno accanto al¬ 
l'altro a cozzare — senza eloquenza di rivolgi¬ 
menti tematici e spostamenti o tutto ciò cho 
costituisce l'oratoria della musica. Il motivo 
s’imposta lineare tre o quattro' volto — ma 
quando ò por traboccare, il poeta lo spezza e 
gli dà una svolta brusca verso una nuova dire¬ 
zione. Kd è modernissima, bellissima, questa 
poesia che concreta come mai le giornate grigi" 
dei nervosi, quegli stati d’auimo tutti di nervea 
tensione che altri poeti moderni hanno speri 
montato c tradotto diversamente : Baudelaire, 
e dopo di lui Verlaino e Mallarmò. 

Più costruito, meno serrato — con infram 
mettvnze di ricordi n di riflessioni che turbano 
— ò Notturno. Dull'incubo del sogno al risve¬ 
glio sereno, noi fascino della musica: il poeta 
si avvolge e contorco tra ricordi tristi, visioni 
impressionisticho, esasperazioni dei sensi — sti- 
mq'ato dal suono d'un violino, la cui voce gli 
ò bop nota. Poi un rivolgimento; ed ose© alla 
vita. 

I Vie hat cr mi eh io klar grmacht, 

So sanjt und klar, 

Der T ranni, und war 

Dock bit ini Tnibite feicrlich. 

(Come mi rete chiaro e sereno e mite ; il so¬ 
gno - ed era fin nel profondo triste e solenne). 

Noi contro del poemetto c’ò l’immagino del¬ 
l’amico violinista che s'ucciso. Una macchia 
scura ; o nuota nella macchia di luce, sospirosa, 
della musica fluida c struggente, cho, come 
corrosa dalla voluttà delia vita o dalla gioia 
non goduta, si svinghia dal suo violino. Non 
q'è forma, non disegno. Tutto Tessero fisico del 
suicida che compare al poeta che sogna ed ò in 
preda all'idea del suicidio — ò in qucll’occhir 
scialbo, che è il «segno scialbo della cava fe¬ 
rita ». 

Und mir cntgegen starete nur 
A us seiner Stira, 

Ali vidr's eia Auge hold und fahl t 
Der tiefen W unti e dunldes Mal. 

(Ed egli mi fissava sbarrato dalla tua fronte 
come fotte un occhio scialbo, lo scialbo segno 
della ai va ferita). 

E tutta la sua anima ò in quella musica tor¬ 
mentosa e dolorosa, tutta ardore e amore: 

So heis und voli 

IVie Leben , das nach Liebe glilht 
I Vie Liebe , die nach Leben schreit... 
che s’accartoccia e rigurgita e ingrigia, © a poco 
a poco si confondo, nella visione del poeta, col 
sangue cho sgorga dalla ferita o si raccoglie «nel 
gelido deserto rosso-flavo*. La musica ò sàn¬ 
gue, i! sangue è musica: in questa metamorfosi, 
in cui sensazioni visive c auditive si compene¬ 
trano o confondono, il simbolo ò superato da 
un effetto di co'ore e di suono cangianti - bel¬ 
lissimo. C’ò come un permearsi di effetti rapidi 
cho non lasciano il tempo di fissare, che è sug¬ 
gestivo: quel caleidoscopico susseguirsi delle 
impressioni e accavallarsi c dissolversi l’una 
nell’altra - che dà tutta l’evidenza del sogno 
incubo. Lo stesso colore esca, dalla forma che si 
ammorbidisce e si trasforma in suono e ritorna 
forma por dissolversi in gemito: o in questa a- 
malgama v’ò un’intimità che vive anche al di 
là della strofa nella nostra immaginazione. 

So wehtvol, 

So iriihlend quoti 
das itrOmendc Lied und fintele ; 

Und teise (rise blutete 
Uml strómt'e mit 

Ini tuie Sbhneefetd, rot und /ahi, 

Der tiefen II'unde dunilet Mal. 

(Coti doloroso, così tormentoso sgorgò e tu¬ 
multuò d canto fluttuante; e lieve lieve san¬ 
guinava e confluiva nel deserto di neve rosso- 
flavo, il segno scuro della ferito). 

Poi il sogno o la realtà si confondono: e il 
poeta, nsj sonno stesso, è ricondotto al giorno 
in cui l’amico 9 i uccise. E l’amico gii appare in 
una bruma triste di malinconia e di stanchezza ; 


e il giorno che fu il suo ultimo gli fa da sfon¬ 
do nella sua giovinezza pallida remota squal¬ 
lida. E la vita che si toglie, uno sconfinare dal 
mondo, verso... 

Und ihrer Traungkeiten mùd 
Zum Ziele schritt... 

(E stanco delta tua tristezza - sconfinò dal 
niorulo). 

I| ricordo cessa — o il presente riprende il 
sopravvento: il canto che fluttua dal violino ò 
pianto, lamento, grido di morte — ed ò san 
gue; e pianto e sangue cho rivoltano l’anima 
del poeta. Il dolore ò uno stimolo a giubilare: 
il tormento lo sprona a sentire bella la vita 
ancho nello scliiauto. D’intorno al dolorante di¬ 
spaiono le ombre: la morto che 9 i era veduta 
a fianco de) suo letto, prima che si iniziasse il 
sogno... 

Demi neben mir, so star und uild 
So Starr und kalt tri e inane Nat, 

Voti mir geru/rn voli Degchr t 
Sass sfumili and udirtele der Tod. 

(.1 me accanto, cosi rigida e coli /selvaggia, 
cosi selvaggia e fredda come il mio bisogno, da 
tire chiamata pieno di desiderio, sedeva muta r 
. mima la morte) 

disparo a neh'essa con il dileguarsi dell'amico 
nello sfondo della campagna. La tensione della 
lirica verso la fino si allenta, mitemente, dol- 
cernente : perchò s'ò sciolto il groppo che anno¬ 
dava l'anima del poeta. Dallo spettro del sui¬ 
cida — attraverso la visione d'un sogno — alla 
vita: la implorante virtù della musica, colo¬ 
rata violeutemente di desideri e di ricordo, ri- 
dona l'ansia e la nostalgia della vita. Ed è bel¬ 
lo quell'effetto dello svanire del suono lento 
c plorante, che accompagna il dileguare del¬ 
l'ombra — e quel fruscio che usta, trepido e 
indefinito, del sogno: e il pallore delta morte 
contro il tono bianco della campngna nevata. 
Il tono dol paesaggio lunare che è anche il to¬ 
no dell'anima ridesta alla vita: 

IT»e hai er mieli so klar gemacht, 

So snnft, so Mar, 

Der Traum... 

(Cninr mi ha reso chiaro e sereno e mite e 
leggero, J sogno.,.) 

su cui la striscia melodica del canto che ancora 
si continua mesta, come un nastro di pallida 
luce in un cielo turchino, stende invisibile un 
velo di malinconia. 

Noll'altra lirica «l'Arpa* - il motivo si sfran¬ 
gia in un arabesco capriccioso e nervoso nella 
sua irrequietezza, per gli effetti chiaroscurali .- 
e sale verso una sonorità tutto a timbri di ot¬ 
toni, con schianti c grida o dissonanze in un 
simbolismo notevolissimo. Anche qui la forma 
simbolico-impresaionistica. Una n ticchi*, il pi¬ 
no che levasi nel paesaggio strano... 

Und Eìne steht, ime tuie* Erdgotts /land... 
(E solo sta, come la mano d'un Dio terrestre). 
reso con cinque pennellate sottili, grasse e sec- 
cho, toni vibranti iuxtapposti. Dietro, il paese 
è abbozzato in uua tinta misteriosa. Una selva 
di pinastri che, sotto un rincorrersi sinistro di 
nubi, geme sorda nella forza del vento: lo cor- 
Macchie che si affollano tacite al nido, mentre 
un incubo di tempesta grava sut faggi: fragore 
e minaccia che circolano all'orizzonte acuì» 
sullo scuro mondo. Al poota che spia in quella 
atmosfera angosciosa — il pino appare come la 
tnano d'un Dio che sovrasta con lo sue cinque 
dita i rigidi tronchi. E quelle dita vivono di 
non so qual fluido elettrico, * appaiono scop¬ 
piettanti di scintille — tormentate da una ir¬ 
requietezza che le accosta, lo scosta ; le appaia, 
le spaia ; le contrae, lo stendo. 

E’ tutto il tormento dell’universo burrascosi» 
che passa in quei rami contorti cho sono visti 
nella specie d’una mano giganto: 

Dureh die ftlnf Finger grht eia ràher Kampf, 
nls irollteh sic deh aneìtianderzirdngen... 

(A ttraverso le cinque dita va un'aspra lotta, 
come se. fra loro attratte volessero con ginn geni.) 

Il pino in una mano, il cielo si trasfigura ili 
un’arpa. La metamorfosi continua attraverso 
un crescendo: e il fragore che circola intorno 
si compone in una tempestosa melodia che si 
sprigiona daUa lira in che appare trasformato i| 
cielo : e chi la pizzica è la mano giganto. 
Dump/ ttint die W’a/dung aus den brannrn 
[Altea 

Komm, Sturm, erchóre michl 

(Sorda la foresta geme pei rami scari : • Vie¬ 
ni, tempesta , ascoltami •). 

Poi il poeta s’affaccia, o a poco a poco si 
identifica col pino: e quella vita naturale tut¬ 
ta fatta di contrasti e di schianto, è la sua 
vita. Da spettatore diventa attore, a dalla rap- 
presentazione passa alla declomaziono. Il gr'do 
della foresta esce attraverso la sua anima in 
un vittorioso grido di adorazione per l’universo. 
La lirica che aveva proceduto per macchio rom¬ 
pe alla fine in un tema squillato su rullo di 
timpani e schianto dj tam-tam. 

A omm, Sturili der AUmacht, schilttel den 

[starrei, Font / 

Sr/nlltrlsf ani h mich, drr urwcltliches Trei- 

[ben. 

In scheurn 1/aufen zirhn dir Krdhn ;r* //orsi. 


(Vieni, bufera onnipossente; scuoti il rigido 
boscol scuoti anche me , turbine primogenio. 
Al bosco, in pavide schiere, tornano le cornac¬ 
chie!) 

Simbolismo barocco! Certo. Ma non c’è au- 
cho il bel barocco! 

Più interessante ò la poesia di Dohmol, quan 
do il sogno-incubo trac alimento dalla sua vita 
sensuale, e nel centro della lirica mette la 
donna-, od una visione scottante, lussuriosa u 
direi ariosa doli'amore, rivissuto, attraverso 
i| sogno che ha tutte le luci della realtà, nel 
tormento torbido e febbroso fino all’ossessione. 
Il colore e la melodia hanno qualche cosa di 
acceso: toni e pennellate calde, grasso: a volto 
rivelatrici in un giro rapido o breve della poe¬ 
sia — altro volte complicantisi nel groviglio di 
fantasmagorie notturno. La pasta del coloro a 
grumi, a sputolate, non di rado saltellante — 
senza mai cadere nello smalto — sprigiona luco 
e colore, distribuendosi ora in una forma larga 
e ad ondate, ora a piccolo masse pagliettate di 
luco. Corto contrapposizioni di Ioni, non di 
rado un sovrapporsi di stati d’animo che si 
confondono fino a disorientare il lettore, sono 
d'una efficacia bellissima: e quando canta spio 
gato, uscendo dall'equivoco riinuginio dei te¬ 
mi, il poeta è veramente malioso. Spesso ò il 
desiderio violento che stimolando i suoi sonst 
li fu vibrare con uno scoppettio stizzoso e scin¬ 
tillante: altre volto ò un’incandescenza soffo¬ 
cata cho irradia caloro senza mai illuminarsi, 
non di rado è vita in un contrasto tutto spez- 
zato e angoloso. 11 colore o la musica sono il co¬ 
lore c la musica d’un’anima che anela a libe¬ 
rarsi da .un segreto tormento, anche nel pec¬ 
cato che ò vita e liberazione. E’ questa vita che 
diventa nella poesia tutto uno sbattimento di 
luci cd ombro — un nucleo di vibrazioni che 
si spandono all'infinito nello spazio. In Venus 
Regina — fantasmagoria dell'amore sensualo 

— Dohmel rappresenta il delirio della sua a- 
nima in una viaione istantanea trattata im¬ 
pressionisticamente: la sua vita sensuale sale da' 
groviglio, daU'inrorrcrsi incoerente doi sogni, 
al grido di gioia c di desiderio. E la modella¬ 
tura varia da un fare largo c grasso, ad una 
tecnica a piccoli tocchi nervosi, a colpi, a colpi 
rapidissimi e netti di pennello, con un fran¬ 
gersi continuo e un invilupparsi u cui la luce 
coopera, sbalzando, strisciando, accendendo. 
Sembra proprio cho il poeta porti nella poesia 
quella divina irrequietezza che ò di alcuni im¬ 
pressionisti francesi. Attraverso tutto un fAnta. 
sticare mutevole spasimoso cho si allarga in 
rappresentazioni coloristicamente vive, a mac¬ 
chie cromatiche impregnate inzuppate di luce 

— affiorano visioni di giardini incantati, tutti 
odor di Maggio e tepor di zefiri o b’anco di oo- 
lombo e giubilo di fiori o canti di uomini —: 
attraverso questo caleidoscopico sfilare di una 
vita raccolta intorno al sepolcro d'unA princi¬ 
pessa morta che nella morte deve essere ono¬ 
rata con la vita — serpeggia sovrano un tema, 
che il poeta volge e rivolgo, pone e ripone con 
straussiana elaborazione anche qui, e Afferma 
sonoramente noi metro della lirica: 

Was die Tiefen uni gegeben, 

A uzuleben, 

Mnhnt dei Baches Quellgefunkel. 

(Ciò che ci viene dalle profondità — stravi¬ 
dero — mormora l’onda chiara del ruscello). 

Il poeta che sogna — vivo nel sogno la sua 
realtà: «la vita eh© ò il suo dolco sgomento». 
Passa in mezzo a un mondo irreale, avvolto da 
una nube di profumo inebbriants che sale al 
cervello e l'abbuia: l’incosronza dei sogni da 
spettatore lo rende attore — ed egli vede st 
stesso nelle spoglie d'un re che ha perduto la 
regina e « in letizia ne onora la morte». La mor¬ 
te è spinta ad una nuova vita: la vita stessa 
è un salire di grado in grado verso la piena af¬ 
fermazione di se stesso. La morta regina il 
sognatore la vede confusa in altre due donne 
che il verso accenna a sintesi, d’impressione: 
e nella loro bellezza egli rivive quella della 
morta. La vista diventa desiderio, il desiderio 
incubo, il «nitor dolle mammelle che emer¬ 
gono tra le betulle» dell’una — i] passo e il 
vezzo di rubini dell’altra, Io fanno ansimare * 
gli riempiono l’anima di sgomonto I colori gi¬ 
randolano davanti ai suoi occhi: un azzurro 
celeste; un rosso infernale, che l’ossessionano, 
gli fan sentire l 'ermellino come qualche cosa 
che lo soffochi — e il poeta, in sogno, inseguo 
le due farfalto mentre un coro scande il tema 
fondamentale: 

Eannst du schwebent 
A ns dem Tal der Einsamkeiten, 

Wo dìe Krdfte sich erheben, 

Rufl das Leben 

l/eirn zum \Vet tipici die befreiten. 

(Sai tu librartit Dalla valle delta solitudine, 
dove si elevano le forze, la vita chiama i re¬ 
denti alfa fotta.) 

Quando stringe nel suo pugno « i bruni e 
b : ondi capelli svolazzanti» il sogno è finito. 

Anche qui c’ò del simbolismo-, ma prendia¬ 
mo quei toni di colore come tali, quel rosso e 
qucH'azzurro come rosso c azzurro. E Accoglia¬ 
mo quegli elementi paesistici e quelle forme 
vaporose come efflorescenze naturali nel capric¬ 
cio del sogno: e quell'ansia del poeta come la 
realtà del poeta sensualo filtrata nell’incubo del 
dormiveglia — e quelTintcrruziono dei cori co¬ 


me un demento sinfonico in cui si «presenta il 
toma fondamentale della lirica. Come tale — 
questa bizzarra mefistofelica fantasia — è un 
torneare di colori di note di vapori di profu¬ 
mi di formo evanescenti che suggestiona: il suo 
significato remoto, quella che ben Tomaso Gno- 
li ha chiamata «pretesa biblica mefistofelica» 
— è cosa che non ci riguarda, anche se il poota 
tedesco è partito di là.- il punto d’arrivo è di¬ 
verso, ed è quello che interessa. PI questa stes¬ 
sa ansia di vivere, di attuarsi tutto, come uo¬ 
mo di senso — è espressa, forse in più calda c- 
spreesione, in %Enit Begierde • (Prima pas- 
sione); in \Begtgnung% (Incontro); in *Aus 
hunger Brusi » «Dal petto inquieto): bellissima 
l’ultima parte dei «Tre anelli». Nella prima di 
queste liriche, la linea poetica esprimo un soa¬ 
ve appassionato spasimo d’amore. In quel tono 
caldo di una domanda insistente, fosforescente 
direi quasi nel lampo dol desiderio sensualo, la 
anima del poeta si scioglie e raccoglie in spire 
voluttuoso: e sale discende piega, modulando, 
quasi strisciando, fino ad arroventarsi nejla 
stessa tonalità. Ora urge ora s’accalora, a vol¬ 
te s’intenerisco in suppliche e rimpianti. Il pro¬ 
fumo che il poeta sente evaporare da ogni cosa 
e volteggiare come ad inebriarlo — la fiamma 
che il suo occhio scorge salire dalle forme della 
sua donna — quel senso di malattia d’amore 
che avverte nelle sue membra: tutta quell’at¬ 
mosfera' cho ha la morbidezza stimolante e cul¬ 
lante del velluto e la fiamma del desiderio, can¬ 
ta nella poesia in un'allettante melodia che ha 
il sospiro dell'ansia della passionalità: 

Ciess aus in mich die Schale deiner Glutt 
(Versa in me la coppa della tua fiamma). 

0 Komini noch filhlt dich zitternd jeder 
[Sinn, 

vom heitsen Duft berauscht aus deinem 
[Kleide ; 

(Vieni/ Ogni mia fibra — vibrando — ti 
sente : inebriata dal caldo profumo che si leva 
dalle tue vesti). 

Il colore serpeggia in un fluire cangiante: il 
tema si spezza quà o là in un’invocazione, in un 
sospiro, in un sospiro rotto, in un invito che 
ha il tono del singulto e della trepida implora¬ 
zione. Questa crescente umanità del desiderio 
cho si vela tea una serie di accenti sospirosi, il 
susseguirsi di alcune parole che si ripetono 
so sQss und so verstohlen, 

So mondesweiss.. 

(Così dolce, così furtiva, cosi bianca lunare). 
incidono il ritmo netto e tagliente, e dànno 
una sensazione di sincope musicale così bella 
nel rendere l'ansito discontinuo dell’amore sen¬ 
suale. Quando il giro della frase tematica, ne¬ 
gli accordi sempro diversi dolla passione ohe 
scolora, sfocia nolla sua risoluzione oomo su un 
tremolo di violini, si illanguidisce d'un languo¬ 
re passionale’ nell'abbandono melodico dell’amo¬ 
re. Chi non pensa al Don Giovanni di Strauss! 

Qui, fascino musicale: in Bcgcgnufig, ò il 
colore. Ed un colóre caldo cho non ha nulla del 
laccato e dello smalto: sintesi espressiva di 
uno stato d’animo che diveuta paesaggio, d'un 
paesaggio cho ò simbolo di uno stato passio¬ 
nale. Una macchia cromatica — una impres¬ 
siono di colore che è luce, di una luce che si 
rapprende in coloro — è lo sfondo- rosso, tutto 
rosso, vivo e ardente 

1 Var’s ein Erglùhnf I Var’s nur ein Wide- 
[scheiiif 

Das Abendrot, das fern verglomm im Tann... 
(Era un infiammarsit era solo un rii pi ca¬ 
der et ì fuochi della sera che Svanivi lontano 
tra gli abeti...) 

I «rosei fuochi del tramonto». E contro que¬ 
sto tono, un altro tono di rosso sovrapposto: 
il papavero cho avviva il paesaggio e che lo 
simboleggia da solo: rossi selvaggi calici cho 
avvampano — da cui spunta una vampant© a 
nima, vampante anima irrequieta: e su di loro 
la luce del sole sul campo di segala. 

Die Kciche bliihten blutrot breit; 
den Seooss voli blauer Dnnklheil, 

Und jflh aus <iner Knoipe quoti 
ihr glilhendes Seelehen, unruhvoll. 

(/ calici fiorivano rossi; il seno pieno d'una 
azzurra oscurità; e improvvisa da un bocciuolo 
e ruppe la sua vampante piccola anima). 

E contro il rosso del tramonto e quello dei 
papaveri — il rosso d’una forma sintetizzata 
nel rosso della rossa veste esima — che Tav 
volge come in una vampa e l’esalta — o in una 
striscia di fiamma che le serpeggia fra le tem¬ 
pie. Tre macchie d’uno stesso tono che sono 
simbolodi uno stato d'animo di ardenza: 

Das Rot dei roten Sommerk/eules um dich... 
Das Abendrot... „ 
lm JSonnennschin... 

Stand wild e r Mohn. 

(/I rosso della rossa veste estiva intorno a té... 
La *rra rosta... Sella luce del sole... sfava ur 
pn/mvero selvatico.) 

Perchè a] di sopra aleggia l'anima del poeta 
protesa intesa obliosa nella visione: 

Doch me.'me Sede folgte dir... 

(Pure, la mia anima ti seguiva...) 

e gli elementi che compongono la scena sul fon¬ 
do del suo spirito si fondono in un'unica maaoa 



Pag. 26 


IL BARETTI 


di vampa. C’ò solo una leggiera punta d'ax- 
zurro elio s'approfondisco nell’occhio della don¬ 
na che compare o dopare, nel calice del fiore 
orlato di fiamma: 

dein blautief Auge, btìtb in mir... 

(Il tuo occhio profondo aiiurro rimate in me). 

ich se ha u e 

In ih reti Ketch, der glutumsàumt 

Sìch jùh vertieft ins Dunkle, Diane... 

(Io guardavo nel suo calice , che orlato di 
fiamma improvvitornente ti perdeva nel nero 
nel bleu...) 

Un secondo tono di colore — come un secon¬ 
do tema in un allegro di sinfonia: tua appena 
accennato come una sbavatura. 

Di contro a questa poesia in cui la passione 
ferve della più alta ebbrezza — molto liriche 
— specie nel volumo Schóne wilde Welt, mo¬ 
strano il tentativo di Dehmel di chiarificarsi *• 
d'uscire ad una divina purezza. Col rarefarsi 
deU’atniosfora, si rarefò anche la poesia — che 
diventa tutta tremola di riflessi come un dolo 
azzurro all’aurora. Quel eenso plastico di co¬ 
lore o di suoni che noi abbiamo colto nell© poe¬ 
sie vive di sensualità — cedo il poeto ad un 
che di ctoreo; ad una melodia che palpita con 
l'immaterialità dello luce su un tremolo di vio¬ 
lini —. una voce fluida sommessa e penetrante 
di flauto su un ascendere d’arpa. In Vereuigung 
si sente la gioia di chi ha goduto gli stimoli 
della carne, il calore della materia, e in uno 
slancio dell'animo riesco a varcaro i confili 1 
della terra per salire in un mondo bello di -asti : 
e di memorie, in cui gli spiriti innamorati si 
ritrovano trasfigurati e spiritualizzati. C'è nol- 
la breve melodica chiaria di questo momento li¬ 
rico un’estasi direi hòlderliniana: un molodiz- 
zarsi dell’amore cd un evaporarsi di ogni resi¬ 
duo impuro che ricorda alcuni poeti romantici 
vaghi fra le be’ìezze d’un orizzonte lontano: 
quel trascendere la terra in un mondo sognato 
cd attuale, perchè sola realtà dello spirito, che 
ricorda il poeta di Diotima. Ancho qui, come 
Iperione, come nel Lamento di Meninone — il 
poeta è sicuro di raggiungere ’a sua amata in 
un mondo miglioro — l’Isola dei beati: 

K forse allora ci saluteremo 
Come la prima volta sulla terra: 

Non pili riconoscendoci ; beati 
Troppo beati del nuovo presente . 

(trad. Gnoli). 

Purificato da ogni impuro contatto — il pas¬ 
sato zi dissolve tanto più presto, quanto mag- 
biore è il raccoglimento. Lo stesse lacrime, la 
stessa augoscia dell’estrema separazione — non 
suscita, nò potrebbe altr.o, che meraviglia: 

ff bene allora ci meraviglieremo 

Nel piti segreto in noi sentendo: l'ultima 
Volta piangemmo insieme , 

Chè liberarci dovevamo ancora. 

Liberarsi 6 riacquistare il sorriso, un pieno 
sorriso dell’anima: ed è principalmente un sen¬ 
tirsi imperituri: perchè lo spirito che trasalire 
li. foce nella vita, quando l’occhio a'inoontrava 
con l’occhio, è ciò che resta di loro — e lo spi¬ 
rito è eterno: 

Or sorridiamo, sorridiamo alfine, 
Imperituri. 

Quest’aspi rare ad un'atmosfera pura e tra¬ 
sparente, è anche desiderio dell’infinito: e ’n 
questo allargarsi e respirare pieno e largo, Deh 
mel s’accosta a Novatis, con il quale ha anche 
in comune l’amore per la notte. In Nachglan ? 
la poesia è una macchia sonora: luce, tutto 
luco. La linea si rarefò sino a perdersi nell’az¬ 
zurro, in un liquido azzurro che ricorda gli In¬ 
ni alla Notte. La stessa amata, come nel poeta 
del primo romanticismo, si confondo con il man¬ 
to stellato, con la sua sconfinata ampiezza. Di¬ 
nanzi al più luminoso spettacolo degli astri ar¬ 
moniosi di luco, l’amante e l’amata — tutti 
spirito — ai confondono in un’anima sola pro¬ 
tesa fuori della terra oscura verso ciò che ò 
illimitato: 

Dall'alto ci rif ulgono 
E benxgrit c'indulgono 
'Putte le luci... 

Lo solitudine e le tenebre non costituiscono 
più un tormento, perchè le due anime — pene¬ 
trate l'ima dell'altra — si sentono sorelle nella 
diffusa pace della notte. 

L’una nell'altra Vanume sorelle 
Passano. Stelle., 0 sterminate stelle. 
Aiutateci a splendere. 

A questo punto la lirica di Dehmel perde ogni 
contatto con la terra: sembra volere attingere 
le più remote lontananze. Pure — attraverso 
questo salire dell’anima non si sente la fresca 
audacia d’un’anima giovanile, il carnoso e te¬ 
nero fiorire d’un fiore all’aurora. Nella strofe 
che ventano questo soffio di spiritualità 9 > 
tradisce uno spirito stanco — che scapj»e dal¬ 
la vita della lussuria in un momento Ai disgu¬ 
sto. C’è la saggezza e il raccoglimento precario 
d'un tormentato, non d'un redento, o la stessa 
rapida ascesa, da polo a polo, ne è un'indice 
eloquente. 

IV 

Tutto questo, Dehmel : ha bon dotto Adolfo 
Dartela «starke sexuell© Veranlagung (slawi- 
6ches Blut) und obenso starker methaphisicher 
Drang sind die beiden Polo seinoe Wesena». C’è 
in lui un continuo ondeggiare tra i duo poli 
d’un motivo sensuale e d’una spinta motafisica: 
a volta a volta il rugghio d’una passione sorda 
e il bisogno del sogno azzurro. Cerne in. tutti 


i decadenti: in Baudelaire, in Vcrlaine, in Mal¬ 
larmé, in D’Annunzio. L’epoca contemporanea, 
la nostra anima, vive nella sua poeria in ciò che 
essa ha di complicato o di raffinato; di sen¬ 
sualmente bollo, e d‘intellettualisticamente ar¬ 
tificioso. Il valore della sua arte non è tanto in 
quello sviluppo, in quel processo di chiarifìca- 
ziono, por cui d'eròtico Dehmel si spiritualizza 
o l'amore ai trasforma in una specie di spiri¬ 
tuale sentimento deH’univfcrso • : ma proprio in 
ciò che i critici stimano meno, nella sua scn- 
aualità. Perchè quella chùtrifìcaziono — non è 
la conquista salda di un Goethe, ma un torbido 
rimuginio dhe — come abbiamo visto — resta 
una opaca sorda espressione d'arto, una non¬ 
arto: e la suq sensualità inveco ha toni vibranti 
di colore e di melodia. In quello elio al poota 
stesso ed ai critici eono apparso le liriche più 
spirituali — nel Salmo allo Spirito, nella Mes¬ 
sa di Vita, in Getsemane — i residui concet¬ 
tuali che non arrivano allo stato di fusione li¬ 
rica sono tali e tanti che quel po' di buono o 
di bello che c’ò ne resta intorbidato. U più del¬ 
le volte il poeta si rifà con mezzi esteriori — 
dirci quasi con l'imponenza d'una struttura po¬ 
lifonica — che ci disorienta ma non commuo¬ 
ve; anzi tanto meno ci commuove quanto più 
tenta di sbalordirci. Ci sono nelle u'tirne poesie 

— in alcune liriche del volume Schònc .wilde 
Welt — degli sprazzi di spiritualità che tradu. 
cono melodicamente un ascenderò dello spirito 

— un allargarsi sospiroso dell'anima che anela 
uscire nell'azzurro: ma queste espressioni poe¬ 
tiche sono le meno sentite, e appaiono troppo 
vaporose e complicate di arabeschi allegorici e 
intellettualistici per determinare grande poesia. 

Il vero Dehmel ò il poeta dei toni intensi: 
dei suoi rosai vivi, delle pennellate accese come 
d'una materia calda di solo estivo, della forma 
lussuosa avvivata da sprazzi di luce squillanti 
sulla pasta del colore. In questi stati d’animo 

— dell'incubo, dell’esasperazione, del deside¬ 
rio intenso — la massa del paesaggio o della 
figura risulta un tutto fuso: una macchia pe¬ 
netrata di luce c di ombra, che appuuto per¬ 
chè non zona determinata, non forma contor¬ 
nata, acquista la bellezza e la potenza di una 
vibrazione luminosa. Specie quando la poesie 
si presenta come la visione capricciosa d'un e- 
s&ltato dei sensi — Venus Regina — è tutto 
uno scoppietare e frizzare di guizzi, di baleni 
rapidi, di abbacinanti zig zag che spezzano la 
ombra — contro cui a volte viene fermata una 
impressione di colorc-luc: bellissima. E nel de¬ 
lineare il paesaggio — che per offotto di sintesi 
spesso è tutt’uuo con l’individuo — certo con¬ 
centrazioni luminoso cho fumigano in vortici di 
vampe o che si spianano in un color rame al 
tramonto (Degegnung) sono di una scoppiet¬ 
tante vita ueH'accompagnAro e sccondaro la 
accesa inquietudine dello spirito. E quello 
stillare dell’anima sotto la pressione della vita 
sensuale, a cui corrisponde il colore soffocato 
d’un sole bianco, come dicova Baudelaire, nel 
cui riverbero la carno umana si arroventa e 
scotta, è d'un fascino raggiunto solo da pochi 
poeti europei contemporanei. I più affascinanti 
e i più arditi versi di Dchmol son proprio quelli 
che traducono le crisi nervoso che — giusta- 
mente ha notato i| Meyer — sulla soglia del 
secolo XIX dilaniano i poeti nostri : contro 
cui la tondenza che lo stesso critico nota, a 
sorpassare in una unità di concezione il con¬ 
trasto tra l’« Einzelgliick und Weltgliick» — 
l’amore celeste e quello terrestre — resta al di 
qua dell'arte. 

Senso del colore; ma forse più vivo è in Deh¬ 
mel il senso musicale. Che si attua, anche se a 
tratti, in un fraseggiare largo, quasi classico per 
ampiezza di respiro, ma tutto moderno per ef¬ 
fetti: direi con un’espressione musicalo, che 
Dehmel c — corno Strauss — diatonico, tona¬ 
lissimo, nonostante le sue arditezze: come can¬ 
tonale velato cd esotico, chiamerei Verlaino o 
Mallarmé o Rimbaud — più vicini a Debussy 
e ai modalistì francesi. Quando in Dehmel si 
ridesta l’anima del canto — la linei è chiara, 
le modulazioni — per quanto ardito e a volte 
minaccino di naufragare neH’arbitrario — este¬ 
ticamente coerenti, perchè soffiato dal calore 
della passione che trae alimento dalla umanità 
del poeta. Il giro della frase o del periodo — 
che non ha mai nulla di banalo — anche nella 
sua caratteristica di macchia non è annebbiato: 
ma come in certi impressionisti della pittura, 
abbozzato in alcuni punti, ò delineato in altri. 
Non è così ancho in Strauss dei poemi sinfo¬ 
nici? La frase tematica spezzata >n grumi di 
suoni, rincorrentesi come sfrangiata nei direi 
margini del posma, si raccoglie sviluppata nel 
centro e diventa larga e evidente. Quella mas¬ 
sa di concentrazione melodica che emerge dal 
lavorìo impressionistico di alcuni poemetti di 
Dehmel — o che si trova in alcune liriche bre¬ 
vi — rivela tutta la gioa di ohi ama il canto; 
ed è nella sua procacità bellissima. Como nel 
musicista suo conterraneo —- con il qualo egli 
ha comuni la complicazione intellettualistica e 
la vena sensuale — è un attimo di libertà, in 
cui uscendo dal ccrobrailsmo tormentoso l’ani¬ 
ma si sfoga — abbandonando le cacofonie, gli 
esotismi, le stranezze cho complicano la poesia 
fino a darle non di rado un carattere di bar¬ 
barie vera e propria. 8ono questi respiri cho 
noi amiamo specialmente — anche quando, an¬ 
zi specialmente quando sono la sol.irione d’una 
congestione delH’anima che si dibatte, come si 
esprime lo stesso Dehmel, nel ristagno della li¬ 
bidine. Italo Majonb. 


ANTOLOGIA 

Prima passione 

0 potesse durare eterno il bacio, 

— Rigido come giunchi era lo sciame 
Vegli ospiti —: durar potesse eterno 
li bacio che l'impressi sulla destra 
Vacillando, sul collo, sovra il pettol 
Non sostengo più a lungo questo cicco 
Desiderio; non voglio nell’estatico 
Affanno, a notte, stendere le membra 
Arse d’amore. Vieni, o donnaI Donna, 
l.c mie braccia li pregati supplichevolil 
Vienit ti sente ogni mia fibra, e vibra: 
Ed ebbra è del profumo che s'evàpora 
Dalla tua guaina; ancora intorno a me 
Ondeggia e tuli'accendisi, o regina 
Di fiamma, la tua seta incandescente. 

Versa la coppa del tuo ardore in me! 
Scioglimi dal peccato; dall'orrore 
Del selvaggio covar di questo fuoco, 

Del dolore che l'anima mi rode. 

Dal seno suo oscuro rompe il seme 
Che languido fu chiuso in aspro invoglio; 
Ed io voglio fiorir, da questa brama 
Libero, chiaro, lutto frutto e fiori! 

Vlenii sazio son io dei miei piaceri 
Di fanciullo. Oh vieni, vieni, donna — 
Prendi nella tua coppa il mio timore. 

La passione del giovane mio petto. 

Ebbro non sono ancor di vostra coppa. 

Sui garofani aulenti ecco la notte! 

Oh venissi anche tu, così furtiva 
E così dolce — bianca come luna! 

Vedi: su flutti di velluto, sovra 

Piume di porpora, sulle viole 

Nere, ti stendo il letto a me daccanto, 

Chè irrompan le mie forze della donna 
Nella divinità affascinante, 

Fondendo nel tappeto del tuo corpo. 

Incontro 

10 già t'ho visto ; 

Nella luce solare 

Tra segale, d’un Prato sul sogliare 
Papavero selvatico si slava. 

I calici fiorivano sanguigni. 

Pieno d’azzurra oscurità il seno; 

E l'anima irrequieta scintillante 
Da un bocciolo subito sprizzò! 

Arder così ti vidi, o boccioìosa 
Fanciulla — ieri, tra i campi, vicino 
Alla selva dei pini silenziosa, 

Quando il mio sguardo ti baciò, passando■ 
Nelle tue vene tutta 
Tu sembravi fiorire 
Timida Pura, 

Come dovessi io chiederli perdono. 

Era una vampa ! Era solo un riflesso? 

11 rosso della rossa veste estiva 
Intorno a le? i fuochi del tramonto 
Che svaniva lontano tra gli abeti? 

Era una vampa — era la prima — intorno 
Alle giovani tempie serpeggiante: 

Con tanl'ansia e gravezza mi guardavi, 
Così piena d’angoscia ti voltavi. 

Quando lenta sparivi nell’ombrosa 
Selva dei pini verdi argentei. Pure 
L'anima mia l’accompagnava, e Cocchio 
Profondo azzurro, Cocchio in me restava, 
lo già t’ho visto, 

O fuggente fanciulla! 

Caldo il vento le segale sferzava, 
Ondeggiando piegavasi il papavero. 

Ho visto un rosso fiore disparire, 
Svolazzare l'ho visto Ira le piante: 

E dietro le sue foglie ho io sognato. 

L’ho sempre innanzi agli occhi. Ancora 
I guardo 

Nel suo calice che di fiamma orlato 
Ecco si Perde nel nero, nel bleu... 

Aria greve 

II cielo s’oscurava sempre, sempre; 

10 sentivo Profondo nella stanza 

11 colmo seno delle nubi fulve. 

La quercia incontro, in lento pigro giro. 
Intorno a sè . torceva Calta chioma; 
Mulinando due foglie si staccarono. 
Attraverso la stanza afosa, acuto 
Ticchettava Voriolo — come un tarlo 
Rode incessante nel sepolcro muto. 
Attraverso la porla, dietro a me, 
Rattenuto, sottile, un chiavincembalo 
Dall’àndito, sonava. 

Come l’ardesia il cicl gravava; e il suono 
Risuonò sempre più dolente; 
lo la vedeva. 

Sordo lottava il vento col fogliame. 

Scura era Caria di polve e di rame, 

E cupa sospirava. 

Tra le pareti, Pallide sonarono 
le tasleggianti dolorose mani; 

Sedeva ella e cantava. 

In sè ricurva, a sè cantò quel canto 
Col quale, sposa, mi rapì ed io 
lo sentivo il respiro suo che ansava. 
Sempre più sorde diventar le nubi, 

E più ottuse le laceranti corde 
Come coltelli ottuse, come stili 
Acuti: e risonarono dal vecchio 
Canto d’amor due voci di bambini. 

E il fulmine scoppiò — 


DI DEHMEL 

Campane di Natale 

Campane della notte di Natale- 
Ancora ancora voi mi estasiale, 

Mi sconvolgete. Venite, venite. 

Cari canti : prendetemi, avvincetemi! 

E che io cada in ginocchio: che io possa 
Esser fanciullo ancora e balbettare, 

Come il fanciullo, Signore Gesù: 

Ed in preghiera le mani piegare, 
lo sento che l’amore vive, vive. 

Vive l’amore che con lui è nato; 

Oh anche se di morte in morte passa, 
anche se Cristo in croce hanno inchiodato 

10 sento che fratelli lutti siamo; 

Se, derelitti, noi — da uomo ad uomo, 

« In terra sia la pace e negli umani 
Venga il benessere u — ci balbettiamo. 

Città tranquilla 

Vna città riposa nella valle: 

Ed un pallido giorno se ne va. 

Un attimo ancora — e nè luna 
Nè stelle nel cielo, »ma solo 
Soltanto la notte sarà. 

D’ogni lato la nebbia — dai monti 
Sulla città si stende; 

Non tetto, nè corte nè casa 
Affiora : non suono dal fumo; 

Appena le torri ed i ponti• 

Pure, appena il viandante s’ombrò, 

Una luce dal fondo ecco emerse; 

E attraverso la nebbia ed il fumo 
Un cantico di lode incominciò, 

Da bocca di bimbi. 

Dopo una pioggia 

Non vedi? il cielo è azzurro; 

Le rondini s'inseguono 

Come pesci oltre le umide betulle. 

E piangere tu vuoif 

Nella tua anima saranno 

Gli alberi limpidi, gli azzurri uccelli, 

Una visione d'oro. 

E tu piangi? 

Con i miei occhi 
Guardo nei tuoi 
Due piccoli soli: 

E tu sorridi. 

La nostra ora 

Già annotta. Vieni, va, va verso casa, 

Vtenti .vèr noi distende come artigli 

11 castano il groviglio di sue foglie. 
Solitudine ò qui: e grande è l’afa 
Per noi. 

Perchè, guarda: le linee di tuà mano 
Tutte eguali alle mie corrono. E tu 
Tu subito a me sembri così affine, 

E così conosciuta... 

Forse, in un altro regno. 

Ho avuto una sorella che ora è moria. 

Non essere sì mula, come fossi 
Sorda! Le nubi della sera rosse 
Vaporano tra il giovane fogliame 
Come se noi incestuosi minacciassero! 
Ascolta! Sì, selvaggio immoto — come 
Cantò là, ora, l’usignolo — trema, 

Trema il tuo cuore nella mano mia. 

Noi lo sappiamo, cd è abbastanza, questo, 
Per noi! 

Certe notti 

Quando avviluppa i campi a sera l'ombra, 
Più luminoso l'occhio mio diventa; 

Già si prova una stella a scintillare, 

E più agili i grilli ecco che trillano. 
Diventa più fantastico ogni suono, 

Insolita ogni cosa eh’è comune. 

Dietro il bosco piu pallido anche il cielo, 
Più luminosa levasi ogni cima. 

E tu — mentre cammini — non t’accorgi 
Come emergendo dalla oscurità 
Il chiarore s'accresce cento volte: 

F. subito ti senti abbacinato. 

Notturno 

Come stanco svaniva nella notte 
Il suo flebile canto, la sua arcata/ 

E sospirando io mi son desto. Come 
Serena l’anima tu’aveva ei resa, 

Come serena e dolce, 

Il sogno — che pur era 
D’una tristissima solennità! 

Alta pendea la luna. Intorno a noi 
La campagna nevata bianca c sola, 

Come l’anima mia, picn di paura! 

F. a me daccanto rigida e selvaggia, 
Rigida c fredda come la mia Pena, 
Invocala con avida mia brama, 

Muta sedeva ed altendea la Morte! 

E venne allor — come nna volta — dolce. 
Così stanco così vago. 

Dalla notte lontana, 

Grave struggenlesì 

Venne il sospiro d’un violino; venne 

L'ombra crepuscolare dell'amico. 

E lui che aveami allacciato come 
Un cerchio in cui la giovinezza mia 
Sicura si tenesse; e in cor la vaga, 

La grande nostalgia che non ha meta, 



B ARETTI 


Pag. 27 


I L 


M’infuse — ecco era là, 

Nella deserta terra: 

Era un'ombra turbata veneranda, 

Che non guardava nò mi salutava. 

Sol le sue. noti piangere e fluire 
Egli lasciava per i campi freddi: 

Solo, incontro, guardatami stravolto 
Palla sua fronte, 

Come se fosse un occhio cavo e scialbo. 
Della fonda ferita il segno scuro. 

E più triste sgorgò il triste canto. 

Sgorgò caldo, s’acrebbe, poi proruppe; 
Così caldo così pieno. 

Come vita che struggesi d'amore, 

Come amore che struggesi di vita, 

Per gioia n(ai goduta; 

Così doloroso, 

Cosi tormentoso. 

Sgorgò — il canto fluttuante, e travolgeva. 
E piano piano sanguinava 
E confluiva 

Nel gelido deserto — rosso e flavo, 

Della fonda ferita il segno scuro. 

I.a mano stanca scorreva più stanca; 

Dinanzi a me 

Stava un pallido giorno, 

Bianco lontano rfl di giovinezza: 

Al suolo, irrigidito, 

Era l'amico infranto, 

Che aven la nostalgia abbandonato 
Nel traboccare della sua tristezza, 

Sì che egli stanco di melanconia, 

Dal mondo tutto aveva sconfinato. 


Il coraggio di cui sia capace la mento dubi 
tosa .bisognerà raccoglierlo tutto, so non si 
vorrà sfigurare alla vista di un pubblico ben 
più che casalingo, e scendendo su un terreno 
che per quanto ci aggradi, ci si accorge subito 
oho non ò quello ordinario Non parlo ora per 
no o por qucat’articolo; ma por noi tutti, quan¬ 
ti ci si sento quasi bene nei campi consueti e a 
rifare le vie battute, o pare perciò che si possa 
trascorrere i confini usuali, pur di budaro ai 
bruiti incontri, cho tanto tutto il mondo è 
pàleso ; ma invece, ap|>en& si ò sbucati di là 
dai monti, sarà Tacilo trovar la propria strada o 
cavare» d'impaccio nei frangenti o raggiungere 
gli acopi pratici, ma lo cose primordiali, respi¬ 
rare vedere o sentirò, vongon fatte in tutt’al. 
iiro modo, tanto che se uno dopo ci ripensa non 
rinviene dalla maraviglia. Fino un teorema geo¬ 
metrico esposto alla luce di un altro meridiani 
prondorebbo, a dimostrarlo, un nuovo colore. 

E* beuo pigliare il gusto della novità, sotto¬ 
porci a una prova camaleontica, ubbidirò ni 
desiderio dolla scoperta? Le risposto discordi a 
questa domanda importano poco, sta il fatto 
cho a volto ci vogliamo movero per una traiet¬ 
toria divergente e allontanare quanto più si può 
■dal contro della vita quotidiana. Gli occhi, do¬ 
po aver riconosciuto per tutto il suo cerchio 
l’orizzonte volito, c’è un momento che non se ne 
contentano più © hanno da correre la loro av¬ 
ventura ; non tutto vedranno nel paesaggio nuo¬ 
vo, la memoria o il dispetto di quello vecchio 
falserà la visuale ; nascerà un oontrasto incon¬ 
sapevole e polemico, lo semplici lince naturali 
diverranno tendenziose u probanti. Corriamo fin 
dove ai può ai ripari c avvertiamone chi ci a- 
scoltn. Ma il piacerò e il bisogno dell’avventura 
non è tutto vano ; vorrei farmene leva per gli 
animi più timorati, additare, di là dal cerchio 
vene esplorato dolla vita usuale una possibile 
gioia. 

Il paesaggio cho mi ha dilettato non fu pro¬ 
priamente una scoperta. Persone amiche l’avc- 
van già percorso, ma un poco a caso. Non c’c- 
rano cartelli indicatori, nè una guida ufficiale 
c consacrata. Perciò, lo impressioni cho andrò 
rammentando, le sento si precarie o malferme, 
poiché non hnnno un fondamento autorevole, 
ma «opra tutto vive e immediato, che non ram¬ 
pollarono mai da un ossequio al giudizio altrui, 
da un contagio critioo; o così mi paiono più 
diretto frutto e riscontro d’ima bellezza, che non 
ho paura di riconoscere a «priori»; nè tutto le 
cautele del mondo ino la potrebbero ormai far 
scomparire. 

L'intento che mi muove è proprio di seri, 
vorc un «Omaggio alla bellezza», il quale per 
me non si confondo in un panegirico nt si stem¬ 
pera in una serio di esclamazioni. Nò teorie 
nè paragoni, nè scrupolose o faticose indagini 
per risalire alle fonti, nè severi rimbrotti por le 
falle e le screpolature deU’opera ; per fortuna 
mi trovo in terra straniera, libera da respon¬ 
sabilità, alleggerito di pensieri, col solo tac¬ 
cuino di viaggio. Noterò, come vongono, lo mie 
impressioni. Il viaggio a traverso i libri ò il più 
vero di tutti, die ricorre un mondo concreto, 
stabile, lucido, isolato dal tempo, superiore allo 
contingenze, c in ogni sua parte palese. 

Ilo visitato il Paese della Bellezza. Non m’ira- 
porta di saper la sua struttura geologica, non 
m’iui|>orta se dalle terre contigue si ritiene che 
l'aria vj sia mono pura. Lo so che ci son tante 
bellezze a portata di mano; ma ogni giorno ha 
la sua, e questa che non riesco a possedere fino 
in fondo è un fantasma più lescnbilo, più dut¬ 
tile, disarmato; eppure dalla sua distanza pro¬ 
viene quel senso di rovorenza che di solito si 
prova soltanto di fronte alla bellezza antica. 


E il canto lagrimoso ruppe — come 
Un grido di morte. 

Ondeggiando; 

E penetrò il lamento delle corde, 

E sanguinò la fronte, 

E piansero insieme 

Nell'ansito angoscioso del mio petto. 

Sentii allora come ammonimento: 

Che giubilassi di quel mio soffrire. 

Che egli desiderava il mio dolore, 

E richiamava del dolor lo schianto. 

E la clemenza della vita ardente. 

Poi sanguinando, poi piangendo, volse 
Nella pallida notte — e via disparve. 

lo, trepidando, il canto ora ascoltavo 
Che svaniva, fuggiva. E come 
Lieve, sempre più lieve, 

Il lamento faccasi di quei suoni — 
Freddo sentivo un murmure volare, 

E greve intorno a me l’aria ansare. 
Trepidando guardare io la volevo, 
Vedere come mi guardasse 
Quella che sulla sorte mia indugiò. 

E mi rivolsi: nuda la campagna, 

Scailba giaceva — e pallida lontana, 
Nell'ombra, anche la Morte s’era spersa. 

Alta pcndea la luna: mite stanco 
Svanì nella vuota notte 
Il canto lamentoso. 

Svanì, si congedò 

Il canto lamentevole del morto 

Amico. F. grato mi son io ridesto. 

Traci. 1. M. 


WOOLF 

La aignora Virginia Woolf ha scritto ro¬ 
manzi, novelle c saggi critici ; ha collaborato 
a riviste o a giornali, ha letto conferenze, ha 
risposto, dopo lo conferenze, ai quesiti dol pub. 
blico, ha forse propalato passi dello sue opero 
por via dol radiotelefono; questo attività sono 
comuni a lutti gli scrittori d’Inghilterra; in 
più, cooperandovi il marito, Lcouard Woolf. 
letterato di merito, ha fondato una casa edi¬ 
trice c Im stampato da sè, con una piccola mac. 
china da comporre, alcuni libri. Abita & Lon¬ 
dra nel quartiere di Bloongbres, che sarebbe 
giù por su il centro della vita letteraria (al- 
l’ombra del Britisoli Museuin). Discendo da 
una famiglia nota fra gli studiosi, gli Stephen, 
cho è connessa per tradizione con l’Università 
di Cambridge. Di lei non so dire altro. So che 
ha una bella e chiara voce, ma solo per repu¬ 
tazione so che la sua persona ò alta c bella ; 
che ho udita una sua conferenza o non l’ho po¬ 
tuta vedere. 

1 libri oho ha pubblicato finora sono: a The 
voymje. nula, « Night and Day », Jacob'* 
roani », Mr. Dalloway », tTo thè tight house », 
tutti romanzi ; • Mondar/ or Tursday », una rac¬ 
colta di novello, o meglio di «pezzi» descrit¬ 
tivi; • Mr. Dennett and Mr. Brama e tTh'e 
corninoli renderà, opere di critica. Da ultimo, 
si uò segnalare un articolo comparso in un 
recente numero della «Nation» di Londra, inti¬ 
tolato: » Lift, itselfa. Ma qui non sto più olon- 
Otindo dati e riferendo notizie; coi titoli ch’ella 
hn scelto, siamo già alle porte dol suo Mondo; 
dal frontespizio dei libri ella comincia a par¬ 
lare: stiamo attenti uU'inizio del suo discorso. 

Sono titoli senza pretesa. Un nomo proprio, 
come sulla targa della porta d’ingresso, due no- 
mi proprii, e dei più usuali in Inghilterra, co¬ 
me so si facesse una presentazione, di quelle 
cho restano del tutto insignificanti per entram¬ 
bi ; oppure un'affermazione generica, l'indica¬ 
zione d’un fatto inqualificato, che si ripete 
per tutti le mille volte; e le parole inglesi han¬ 
no un valore « un suono anche più esteso di 
quel cho comporta la traduzione italiana. ■ The 
eoyarje onta è semplicemente, il viaggio, a Mon¬ 
dai/ or Tnesday » non può essere « Lunedi o 
martedì» due parole cho in italiano s’impen¬ 
nano e hanno la cresta. « Xiyht and day a, co- 
me si traduce? «La Notte v il giorno* son due 
monumentali Odi, che nessuno farà mai la fa¬ 
tica di leggere. Notte o giorno è un avverbio: 
«di notte e di giorno» è la lamentela d'unn po¬ 
vera mamma di cinque figli, l’ultimo lattante, 
che non ha requie. *To thè iojhlhoutt ■ c sì la 
gita a) Faro; ma sentite quanto il suono è più 
evasivo. Nessuno a leggere il titolo imngina che 
sia i| racconto d’uua scampagna'a. E infine. 
Jacob'* roani: o io m'inganno, o già quell’in¬ 
sistenza del possessivo persuade d» prepararsi 
a un dolore. La camera di Jacopo, invece, si 
capisco che ò la più trasandata di tutte, c non 
vai la pena nemmeno di rimetterla un poco in 
toesto, visto che tanto ci sta quel povero oi- 
trullo. 

E in somma il tempo, gli eroi, lo azioni non 
*ono caratterizzati 0 aggettivati. Il programma 
indicato ò larghissimo: il racconto d’un viag¬ 
gio, Ih storia d’una camera, una corta signora 
Dalloway. I; lettore, qualunque lettore, il let¬ 
tore «comune» (che richiamerà facilmente j| si¬ 
gnor Bossi, volevo diro Mr. Browir si trova 
indicata una direzione sommaria, cho non fa 
appello nè u| suo gusto nò alle suo conoscenze. 
La scrittrice non gl» vuol suggerirà che si trat¬ 
ta d’un certo tempo, di gente speciale, o d’una 
impresa interessante; © nemmeno suscitargli ? 
muovergli tutt’a un tratto il sentimento. Il 
particolare è appena accennato, quel tanto cha 


VIRGINIA 


basta a dar concretezza, o a far a meno d'ec¬ 
citar la curiosità; clic guai so la gente dichia¬ 
rasse X, Y !. Ma, appunto a chiamarsi X si sa¬ 
rebbe già esseri tutti speciali, sterilizzati, da 
laboratorio; o invece bisogna che siano veri, 
presi dalla vita c in essa profondati, magari 
non bene distinti, un poco s|>crduti o sopraf¬ 
fatti ; gli uni cogli altri a contatto, nella vi¬ 
cenda dei giorni e delle notti ; un che di fluido 
oppure durevole via via scorre nello sfondo, 
tutti li accomuna, li fa vicini e consanguinei 
agli oggetti, un poco per volta ue cancella no 
corrode i contorni. Possono provare a indivi¬ 
duarsi quanto vogliono, possono volere e ama¬ 
re, più potcnto di loro il tempo passa, la vita 
stessa li comprende tutti, li eguaglia, li chiude. 

Non insisto a caso sulla qualità dei titoli. 
Quando ancóra era alle prmc armi o non riu¬ 
sciva a farci evidenti lo sue predizioni, nè lo 
aveva forno in sè tutte chiare, la signora Woolf 
già sapeva trovare i titoli c contenere nel primo 
accordo l'essenza e il motivo dolla sua rappre¬ 
sentazione; pensato che questa poi fosso lunga 
c frastagliata. • The voyagt onta è in sostanza 
il racconto di un viaggio, un calmo viaggio di 
mare, cho comincia sotto una fosca Londra co) 
cuore attristato da presagi o un muto pianto 
di donna che par conradiano ; poi si svolge sen¬ 
za peri podio, fuorché a un certo punto simbar¬ 
ca la signora Dalloway col marito, che più tardi 
ritroveremo eroina autonoma, c quanto mu¬ 
tata : approda in fine al Brasile, dove tutta la 
famiglia si sistema por l'inverno in una «Ita 
casa a vista del maro e della città c del grando 
albergo luminoso, pieno d’inglesi a diporto; 
ogni cosa procedo come vogliono i costumi, con 
gite, feste, discussioni,* ostrome e nervoso titu¬ 
banze dei giovani sotto l'apparenza «pregiudi¬ 
cata, e difficili innamoramenti. Ma la ragazza 
che abita la villetta, © s’ò fidanzata, ammala 
improvvisamente, vaneggia e muore, prima eh© 
il medico indigeno abbia accondisceso a confi¬ 
dare pur un sospetto di gravità. Ed ecco che 
il viaggio si riprospetta in tutt'altro modo © 
piglia un'importanza di prim'ordino; era dun¬ 
que il viaggio vero, senza ritorno, quello eha 
conterà |>cr sempre e fermerà una vita come un 
destino. La povera ragazza, raccomandata agli 
zii, aveva lasciata l’Inghilterra quasi indiffe¬ 
rente, noppur bramando di veder nuovo mon¬ 
do; era evjisa da Londra, © dalla sua aria greve 
© faticosa, timida e seria, come so avesse aspet¬ 
tato il sole torrido per finalmente fiorire. Ma 
il sole, la febbre, l'ainoro tutti in un punto si 
sono accaniti. Il viaggio, il lungo viaggio fuori 
fìnanco dai confini dol desiderio si conchiude 
nel delirio r poi nel silenzio. 

Così «Night and Day» sarobbo una spiritosa, 
e a volto penetrante, Commedia dogli Errori, 
in cui » protagonisti si scambiano continua¬ 
mente nell© parti d'innamorati; ma per farci 
raccapezzare sullo intenzioni doli'autrice sov¬ 
viene il titolo, che significa bene |a vicenda, ne¬ 
gli animi, del buio e della luco, e il loro mu¬ 
tarsi da ciechi a veggenti, por nessuua ragione 
che non sin il mero correre e quasi rotare del 
tempo. A volte i movimenti son tanto rapidi, 
c il variare così repentino, che più che il pa¬ 
cato volgersi della terra, al quale in fin de' conti 
gli animi ormai si sarebbero dovuti arrendere 
paiono improvviso eclissi, e il precipitoso smar¬ 
rimento di chi le piglia per cenno dell'ira divina 
E' da crederò però che la signora Woolf non 
lasci destare questa impressione a caso, o vo¬ 
glia insinuar© cho così si contengono le suo crea¬ 
ture prediletto non per essere sotto speciali in¬ 
flussi, ma soltanto per il fatto di risentire con 
pieno abbandono dello condizioni normali c na¬ 
turali. Vien fatto di indagare dubitativamente 
sul suo intento perchè qui non |o porta chiaro 
con sè la parola. Cho dire poi di una candidis¬ 
sima madre, ma distratta e estatica, figlia d’un 
gran poeta e vivente nel più esterno alone del¬ 
la sua gloria, che nulla cura intorno a sè per¬ 
chè sombra fidarsi in tutto della figliuola, stra¬ 
niata dalla vita e dagl'interessi di casa a) pun¬ 
to che nei giorni culminanti s’allontana e si 
reca pateticamente al luogo natale di Shake¬ 
speare; ma, quando torna, improvvisa, coll'a- 
prir la porta e offrire alla figliuola un fascio 
di ginestre, con dir due parole consolate, dimo¬ 
stra di saper ogni cosa, di disporsi a tutto, di 
non diffidare, d'intender quel che nessuno ca¬ 
piva, d'ossero, unica lei tra tanti molto più 
provetti o sagaci, nella luce piena c di far luce 
n orno corno dalla sua voce, finalmente, pas¬ 
sasse il sole? Non è nemmeno una madro cho 
trince, qui, il buio: ma una donna canuta. La 
sua mento è un poco debole, un poco strava¬ 
gante ; ma il desiderio, il cuore son purissimi ; 
la vita le è passata cos» facile da lasciarla tutta 
intera alle sue ubbìe, o nemmeno si ricorda 
quanto è lunga. Sopra i giovani egoisti © pur 
nella loro distrazione violenti, ella sola vede 
limpidamente. Il mondo, dunque, è semplice ai 
semplici ; strana notizia in bocca a Virginia 
Woolf, o preliminare rimprovero o ripnro al- 
l'agitarsi delle anime ch'ella domina nei libri 
successivi, ma «piasi investe e gonfia col ritmo 
della sua arte <* non più rammentato. 

Nel rinarrare questi duo libri ho cercato di 
isolarvi quel che è necessario a intendere lo svol¬ 
gimento di un'intelligenza che da una iniziale 
dispersione si vien via via raccogliendo, fino a 
fermarsi ne’ suoi limiti precisi : non ho indicato 
lo parti accessorio, divertenti, vivaci, che agli 
occhi della scrittrice devoti parere orinai un 
ornato inutile, o una deviazione delle suo fa¬ 


coltà e un porditompo. Il linguaggio era ameno 
e spiritoso le figure erano colorito* o alacri; no 
risultava un quadro variato o mozzo, un’abile 
successione d’episodi e di oonversazioni. Ora, 
del mezzo espressivo l’autrico piglia il dominio, 

10 castiga, lo ferma; dal pittoresco si salo alla 
pittura. 

I Irò romau-i più recenti hanno, un preciso 
centro, o un riguardo nettissimo, volutamente 
arbitrario. In Jacob's room» c segnato dalla 
intera vita di utt giovano, da lagazzo a com¬ 
battente. » In Mr. Dalloway» dogli eventi di 
una giornata, clic unisco accidentalmente due 
coppie. Una famiglia numerosa si muovo nel¬ 
l'ultimo libro «To te lighthousc* © con cesa il 
tempo, cho separa e unisco, c sopra tutto gover¬ 
na, rimedia © decido; tagliato anche qui o sago¬ 
mato dalla gita al Faro, prima proposta, poi, 
dopo tanti anni compiuta. Un poco diversi, 
questi libri mostrano un progressivo arricchimen¬ 
to, uno spiegarsi di capacità o diconvinzioni ; quel 
che v’è nel primo di gracilo o di linear©, la in¬ 
definita solitudine di un giovane, si rinsalda o 
si riempie ; la vita della famiglia Hamsay, nel- 
l'ultimo, è un vario oonvorgerc di moti cho 
sanno comporsi o svolgersi oomo in un largo 
equilibrio orchestrale. 

In un certo senso il libro meno complesso ò 

11 più puro. Il giovnno Jacopo, così solo o di* 
sancorato che appena riempie di se una camera 
è una figura.di cui difettano le misuro; quello 
eh© di lui accolgono gli altri mentre vivo sono 
memorie puerili, di cui è incurante, o rapidi 
fantasmi no’ quali il desiderio cho non può tro¬ 
var ésca inventa una passiono; dagli altri non 
ricevo quasi nulla, il mondo gli è indifferente, 
non agisce, quasi non reagisce ; sicché, visto da 
diversi angoli, cresce o scoma secondo le occor¬ 
renze, nè per conto suo ai guarda allo specchio; 
assorto si direbbe in una speciale contempla¬ 
zione nulla lo nota o lo trafigge, oppure esclu¬ 
do dalla sua coscienza qualsiasi educazione alla 
durezza, poiché lo garantisco una specie d’ine- 
aperta virtù © lo avvia alla morto come so fooso 
l’unico pericolo degl’incanti e degl’ignavi una 
morte per sopraggiù ai primi mesi della guerra, 
puramente accidentale. Neanche ci paro un so¬ 
gnato dal destino ;o quel che vi ha intorno a 
lui di fatale non sbuca mai nella sua coscienza, 
che è quasi lo specchio del disinteresso. So fos¬ 
so espansivo, sarebbe un patetico adolescente ; 
così guardingo, appar subito raggiunta la ma¬ 
turità, tutta a ruota e in bilico, senza futuro. 
L'iiidogiuo in questo libro si ferma dove tac¬ 
ciono voci o indizi, a lasciar© un vacuo intor¬ 
no, un sacrario ; una zona di silenzio, o dì noia, 
in eh© molti riconoscerebbero l’ombra dello ore 
più insopportabili. 

Perciò il racconto ò a brani, salienti o an¬ 
che indifferenti ; più pure dolla stessa persona, 
non mai affrettate o nervose, un po’ sfocato. 
Intorno, gente che spia, attende, si dispera; 
che egli ò un perpetuo convalescente. 

Ma la durezza, che non fa prosa sul carattere 
la trovi noi sogni esterni, nolla cornice lucida 
« «enza fronzoli. Coso e fisionomie hanno una 
loro fissità fotografica, e par ch’essa evochi, di 
là dalloccasione accidentale, un che d’assoluto. 
Ivo descrizioni, qui più che altrove, sono fermo, 
nude; sono semplici addizioni, ovvero nume¬ 
razioni di segmenti, ognuno preso da sò (ci sa¬ 
rebbe da fare uno studio sulla punteggiatura), 
cho soltanto un certo cadere e espandersi della 
frase integra e riunisce: «La s-gnora Fiandra 
aveva lasciato il lavoro su( tavolo. C'erano le 
larghe matasse di cotone bianco c gli occhiali 
d’nceiaio; l'astuccio dei ditali ;un po’ di lana 
scura addipanata su una vecchia cartolina. Ci 
era» delle canne e un pacco di rivisto; o il li¬ 
noleum con lo ormo di sabbia lasciate dai ra¬ 
gazzi ». 

L’occhio che guarda non è punto pedante nò 
analitico, ma è mosso quasi a caso, o da una 
ragione fantastica, avvicinando con una preca¬ 
ria contiguità oggetti che restano immobili e 
pesi ; e assurgono a un significato solo por il ro¬ 
tondo sguardo che vi si posa. Anche se si tratta 
di movimenti l’occhio li divide; un lampo do- 
venta un viaggio: «La cruda luce (di una lam- 
pada a petrolio) cadeva sul giardino; tagliava 
diritta il prato; illuminava un secchiello e un 
osterò violaceo e toccava la 8*cp«*. 

Con ìa stessa regola son condotti i «viaggi 
nel tempo» «I.n completa gamma dei mutamen. 
ti nel paesaggio le aveva a esser nota : il suo a- 
spptto d’inverno, di primavera, d’estate, e d’au. 
tutino; come salivano i temporali dal mare; co¬ 
rno i campi rabbrividivano e s’illuminavano col 
variar delle nubi ; avrebbe potuto rammentarsi 
i punti rossi dove venivan fabbricando i vii- 
lini ; e l'incrociarsi dplle linee dove tagliavano 
a lotti il terreno; e il brillare delle piccole ser¬ 
ro sotto il sole. O, se tali particolari lo eran 
sfuggiti, poteva lasciar vagare la fantasia nel 
tramonto dorato su? mare... Piccole barche di 
gitanti vi si movovano al largo ; il nero braccio 
del molo Io sostentava. 

L'intera città ora «l’oro © di rosa; piena di 
dipolo; coronata di nebbia; sonora; stridula. 
Strimpellavano i bangio; la passeggiata man¬ 
dava odor di catrame, che «'appiccicava ai tac¬ 
chi ; Io capre a un tratto «'aprivano il passo 
tra la folla oon le loro carrozzine». E’ un tempo 
immbobile e panoramico, come rappreso in una 
sola veduta, v tutta a pieno fuoco. 

Non si tratta poi di un’arbitraria disposizio¬ 
ne della materia. Il mondo rcalo ch’ella vedo si 
complica, si gonfia : si potrebbe dire che nessun 



Pag. 28 


IL BARETTI 


oggetto è mai inanimalo. Da ciò In necessità 
d'esser precisa o ferma mentre lo guarda; che 
se no l'abbaglierebbe, o la schinccorebbe. «Life 
is a luminous baio, a somi transpnront cnvdope 
eurronuding us from the beginuing of consciou- 
sness to thè end*. Una specie «l'alone sta tra 
gli uomini c lo coso, li avvolgo, li separa; un 
misto di luci! o di ncbhia, di chiarezza 0 di con- 
fusione; lo sforzo d'ognuno dev’essere di farlo 
più cho può intenso o terso. L'opacità della 
vita di Jacopo ò anche segno della sua inco¬ 
scienza, poiché il primo comandamento ò: ve¬ 
dere. Un vedere che non ò comprendere con lo 
sguardo, ma veder distinto, ogni volta aggiu¬ 
star la lento, che nel suo cerchio di cristallo 
fermi e congeli quel che ò fluido o imperituro. 
«Voglio libri la cui v'rtù sia concentrata tutta 
in una pagina o due. Voglio periodi cho non 
si battano anche se li traversi un esercito in 
marcia. Voglio le pnrole dure». La signora 
iWoolf mette questo parole in bocca a un ostile 
amico di Jacopo; poco avrebbe da mutare nel¬ 
la sua arto poetica; vi aggiungerebbe, anche 
senza volerlo, quell’alone, quella trasparenza 
cho danno morbidezza agli stacchi più decisi, 
ma non tolgono punto chiarezza al suo pre¬ 
zioso obbiettivo. 

Gli esseri che descrive sono, so si potesse ima¬ 
giaro questa maraviglia cutomologica, corno 
lucciolo chiuso in un bozzolo. La coscienza gli 
illumina di dentro e traverso l'opacità che li 
fascia, s’iradia ma non mai senza sforzo; chè 
Jacopo, iucapace di sforzi,resta a noi come una 
facciata marmorea («la statua d’un ammira¬ 
glio»), o un occhio aperto senza segno di pu¬ 
pilla. L'«animazione» dello sue figure è in que¬ 
sto spander luco, talvolta col solo imporre la pro¬ 
pria bellezza: «E montr'clla diceva cho il burro 
non era fresco, ci si metteva a pensare ai tem¬ 
pli Greci» ; ò nell'atto di vadero, che è pure un 
vedersi, e un abbandonarsi al sentimento della 
visione. Perciò la visioue 6 tanto staccata dai 
problemi pratici dol racconto, non inai descrit¬ 
tiva, ambientale, ma maravigliata o estatica; 
scandisco, «.omo un ritmo, il polso do' suoi per¬ 
sonaggi. Nò ci sono sentimenti fuorché visti, 
sorgere e inabissarsi d’affetti 'come per cause 
cosmiche, variar d’umori a folate, spettacoli 
meteorici negli animi che non è dato guardare 
Bonza ansia, poiché qualche nume é presente. 

« Voglio periodi elio non sj battano » fa dire 
a un letterato; una dichiarazione analoga, e 
forse più importante, affida a una pittrice: 

■ Bisogna... mantenersi al livello dell'esperien¬ 
za comune, sentir semplicemente che questa e 
una seggiolo, questo un tavolo, oppure nello 
stesso istante che ò un Miracolo, cho é un’esta¬ 
si». Fermezza, precisione, distacco.come s'è già 
detto, e infatti le suo figure non mutano da 
certi atteggiamenti, da certi «motivi», non prò. 
grediscono, non si «fanno» nulla l’uno all altro, 
son regolati dall’interno; e in essa contenuto il 
subbuglio dei sentimenti, l’agitato mare incon¬ 
scio, l'informe flusso dolla vita che pure ò la 
sola causa dominatrice in un mondo ohe noi si 
vorrebbe determinare e fissare. Ed ecco che la 
coscienza non vince contro questa gran forza ir. 
razionale, non la supera, non se ne serve, .ma da 
essa è circondata e sbattuta ; o quando per uno 
sprazzo la illumina, grida al portento. 

Non ho rintracciato, come »i comprende, una 
raccolta di precotti, ma un'intima persuasione, 
presente da per tutto nei libri ; meglio che una 
arte poetica, jj suo sentimento della vita. Come 
altri scrittori, più esternamente drammatici, 
dalle vicende dei loro personaggi, clic risultano 
inderogabili, equilibrantisi e concordi come le 
linoe di un’architettura, la signora Woolf è per¬ 
vasa da questi alterni e variabili flutti su cui 
ondeggiano persone e coso, portate alla deriva 
fino ai chiari margini del sogno. E davvero i 
rapporti del sogno regolano il suo mondo reale, 
ammesso un sogno pienamente «puntuale» so 
eoe! posso dire, consistente cioè in ogni suo u. 
spetto o mosso con un giro molto lento. La vita 
di Jacopo ò una parvenza, sognata in un certo 
senso dal protagonista stesso, poi evocata ne» 
ricordo, ma isolandola come se andasse ancóra 
protetta ; c la sua camera, » le povere cose che 
direttamente gli appartengono, tutto è chiuso 
iu un reliquiario, con quella poca polvere ter¬ 
restre che gli ha aderito, l'Italia, la Grecia. 
Mr. Dalloway, nella sua armonica giornata, da 
gli aspetti, dalle parole, dagli atti che coglie, 
sa spremere una quieta dolcezza che è puro una 
trasposizione della realtà, un farla più delicata, 
più confortevole ; ma la stessa sua dolcezza, po¬ 
co attiva, guasi coagulata di là da uno schermo 
e non espressa se non per infinitesimi gesti, può 
Pietro; ma rimase seduto un momento. Che e 
esser cagione di nn incubo: «Verrò — disse 
questo terrore ? che è questuata»’ ? ponsò tra 
sè. Che cosa mi riempie con una straordinaria 
agitazione 1 

E’ Clarissa, disse. 

Che gli era venuta accanto*. 

Così si chiudo il ricevimento di Mr. Dalloway, 
l’incontro con Pietro, e la memoria dell'antico 
amore, tornato quel giorno dall'India, c ; l libro. 
Un'altra coppia, uscita da tutt’altro quartiere 
della città, è riuscita a queste unicamente da'- 
fatti accidentali di una giornata. Il sogno a 
occhi spalancati di Settimo, tanto fuor di prò- 
porzione con la realtà degli altri da esser con¬ 
siderati pazzia, s’era chiuso col suicidio poche 
ore avanti. Questo sogno straordinario, in vano 
accompagnato dai richiami della povora moglie 
Rczia, una modista milanese, dà la sua im. 
pronta a tutto il libro, cho se no sarebbe scialbe 


c futile; e Mr. Dalloway e Peter Walsh sono 
figure di sognatori addomesticati, sorretti n loro 
insaputa dal grande c ardente e veritiero sogno 
di ScpLimus Wnrrcn, che vicno a urtare, te¬ 
stardo, contro le barriere ben lustre della prò 
porzione sociale. Di nuovo, « fife is a luminous 
baio»; nessuno ne è più illuminato di un pazzo 

La gran dolcezza che accompagna le sensa¬ 
zioni di Clarissa Dalloway c pure un rifugio 
dallo impressioni troppo immediate, una de¬ 
bolezza del cuore si ripiega da donna sulle con¬ 
solazioni provvisorie, pur di eludere i colpi e le 
ferite; trova pronte lo scuse c interpreta la 
realtà mitigandola: i «messaggi! ch'ella riceve 
dal mondo esterno son quasi tutti augurali. Ma 
Peter Walsh reagisce senza ripari ; può essere 
dilaniato, fino a piangere corno un bambino, 
dallo evidenti memorie: e allora somiglia a 
Settimo, che ò nudo di fronte allo cose, tra¬ 
passato. perforato, incenerito dal loro signifi¬ 
cato enorme. 

«Certo ci mancò poco (al suo fidanzamento 
con Clarissa), pensò Pietro; quasi mi si spezzò 
il cuore, pensò ; e lo soggiogava quel doloro 
d'allora, che sorgeva come la luna vista da una 
terrazza, magicamente indorata dulia luce del 
giorno cadente. Era il massimo dell'infelicità, 
pensava. Quasi che davvero egli fosse Bcduto 
sulla terrazza si spostò un poco verso Clarissa, 
stese la mano; l’alzò; la lasciò cadere. Era so¬ 
spesa lì sopra a loro, quella luna. Anche loi 
sembrava che gli sedesse accanto, al suo chia¬ 
rore... ». 

Il sentimento è trasposto in una immagino, 
che forse era nella memoria a‘un giorno, ma 
ora si stanca, si «realizza», c fa una visione. 
Altre volto invece un atto, un caso suscita una 
corrente di sentimenti cho porta a galla la me¬ 
moria. Sarebbe la via spesso rifatta da Proust, 
qui più rapida, più diretta, senza compiaci¬ 
mento nè fatica di ricostruzione; quasi appena 
una scintilla q uh grido. 

Clarissa «guardò Peter Walsh; il suo sguar¬ 
do, che passava per tutto quel tempo o quel¬ 
l'emozione, io toccò con certezze ; indugiò pieno 
di lagrimo ; si fece intenso e svanì, quasi un 
uccello che si posa su un ramo e poi si leva e 
vola via. Con molta naturalezza ella si asciugò 
gli occhi. 

— Si — disse Pietro. Si, sì, ripeteva, o gli 
pareva ch’ella stesse traendo alla superficie una 
cosa che gli faceva male via via che saliva. 
Fermai Fermai avrebbe voluto gridare. Egli 
non era vecchio; la sua vita non era giunta 
in fondo. Cinquantanni, li aveva passati ap¬ 
pena ». 

Abolite il tempo intermedio: questi passaggi 
diventano uno spasimo per Settimo, un torroro 
per la povera Rezia. Il dottore le aveva racco¬ 
mandato di fargli prender interesse allo cose **• 
sterne. Stanno seduti nel Parco; un areoplano 
fa gran ghirigori nel cielo lasciando una scia 
di fumo a forma di lettere, «reclame» empirca 
visibile nello stesso punto a tutta Londra. La 
gente guarda. 

«— Guada, guarda. Settimo — gridò. 

Ecco, pensò Settimo, che mi fanno dei se¬ 
gnali. Non sono parole precise; cioè, non po¬ 
teva capire ancóra quo) linguaggio ; ma era 
pur chiaro, questa bellezza, questa squisita bel¬ 
lezza, lagrime gli salivano agli occhi mentre 
guardava allo parole di fumo svanenti e con¬ 
fuse noi cielo cho gli largivano con carità ine¬ 
sausta, con ridente bontà forme 3 omprc nuove 
di bellezza non imaginabile, e gli .promettevano 
di continuare a fornirlo, per nulla, per sempre, 
al solo guardarle, di bellezza, di maggior bel¬ 
lezza I,e lagrime gli correvano per le guance. 

K... R... lesse la bambinaia e Settimo udì 
pronunciare «cappa, erre» accanto al suo orec¬ 
chio da una voce profonda, morbida, col suono 
dell’organo, ma puro con ufi che di aspro come 
lo stridere d’un grillo, e gli raschiava delizio¬ 
samente la schiena, gli faceva fluire su nel cer¬ 
vello onde di suono che, accavalcandosi, si rom¬ 
pevano. Meravigliosa scoperta. la voce umana 
in certe condizioni atmosferiche può vivificare 
gli alberi ' Per fortuna Rezia gli posò con 
forza straordinaria la mano sul ginocchio ed 
egli fu abbattuto, trafitto, se no quegli olmi 
«die salivano e cadevano, salivano c cadevano 
con tutte le foglie acc«»e e il colore più e meno 
intenso, mutevole, dall'azzurro al verde oomc 
nel rovescio dell'onda, pennacchi su teste di 
cavalli, piume su capi di signore, con tanta fie¬ 
rezza salivano e s'abbassavno, con tanta su¬ 
perbia, l’avrebbero fatto ammattire. Bisognava 
chiuder gli occhi. Non bisognava p'ù vedere. 

Ma gli ammiccavano; lo foglio son vive; gli 
alberi son vivi. Ed essendo connesse le foglio 
per milioni di fibre col suo corpo medesimo, lì 
su quella seggiola, lo facevano salire e scende¬ 
re ; quando il ramo s'allungava, egli doveva par¬ 
lare. I passeri volando, salendo, precipitando 
in forma di fontana, faceva» parte del gran 
disegno bianco c azzurro, tagliato dai rami 
neri. I suoni s’intrccciavano in premeditate ar¬ 
monie ; gl'intervalli di silenzio ne era» rego¬ 
lati. Un bimbo strillò. A ragione lontano sonò 
una tromba d’automobile. Tutti insieme, voleva 
essere la nascita di una nuova religione...» 

Ho trascritto a lungo questo fezzo poiché 
mi pare che vi si veda, come sotto uu.i lente 
d'ingrandimento, la speciale consistenza degli 
oggetti, e il flusso dei moti psichici come piac¬ 
ciono alla signora Woolf. Non sempre svolto a 
questa stregua e a una tale altezza di tono, il 
9 UO modo è pur in ogni passo i) medesimo; un 
accosto congegno di passaggi tra visioni « sen¬ 


sazioni, cho incanala la caotica o pur modulata 
vita dello persono, rilevato da punti di straor¬ 
dinaria intensità e tensione, abbandonato a un 
ritmo che ha una regolarità por fetta, che ò 
tempo, unità c coscienza di tutto il mondo. 

1 suoi sentimenti, la scrittrice non ce li co¬ 
munica; c forse non li prova distinti, tutta 
presa di maraviglia e di fervore. Settimo, cer¬ 
to, muove a pietà; ma è una pietà che dev’es¬ 
se r trattenuta o silenziosa, troppo pura, direi, 
per agire. Talvolta invece la compatta unità ò 
segata da un'ironia tutta casuale o non pre¬ 
parata, nata da accostamenti improvvisi d’idéo 
o d’imagtni che fanno una piega, sottomessa 
però a un più importante offelto, di stupore o 
di bellezza. Se fa un segno caricaturale, appena 
profilato Io cangila, riportando ogni cosa alla 
profonda serietà cosmica ; c nemmeno sul par¬ 
ticolare soltanto propriamente «si vede», in 
osso scocca la scintilla che illumina e abbaglia, 
momento unico c magico dcU'intelligeuza. 

Un libro conio questi, tutto affidato alla re¬ 
golarità del ritmo, n un variare di «modi» più 
c mono intensi, ha bisogno di un’inquadratura, 
di un sostegno; gli mancheranno le proporzioni 
naturali, o por lo meno solite, in quanto non 
tratta di persone «narrabili» «ambientate» chic 
ai possano descrivere con analisi psicologiche o 
far agire in conflitti di volontà c di passioni. 
Tutto sta nella visione, ncU’avvicoudarai di mo¬ 
tivi quasi musicali, nel chiarire confondere 
via via gli stati d'animo, noi mutar d'angolo e 
di prospettiva. Per non disperdersi, il racconto 
de v'esser serrato in un'intelaiatura ferma o mec¬ 
canica. Perciò ogni libro è limitato da ragioni 
che sarebbero esterne, ss non fossero aneli'esse 
rese visuali: una giornata, una vita; «, fimi- 
ri»: rito, lo special© tempo d'una famiglia. 

■ To thè lighthoiiso », l’ultimo libro, é co¬ 
struito con un ordine più composto, c corri 
sponde direi a un maggiore sforzo di medita¬ 
zione Ognuno dei caratteri, preso da sè, è pur 
sempro in balìa delle sue sensazioni e de’ suoi 
nuovi ; ma invece d'essere isolati, sperduti, com¬ 
pongono una famiglia, « finché la famiglia du¬ 
ra, «'ssa, collettivamente, malgrado la passività 
doi singoli, agisce, crea un suo proprio cerchio 
'di vita, impregna di se il paesaggio in cui si 
muove, trasforma il tempo che consuma. La 
parto centralo del racconto, è scritta si vorrebbe 
dire in un’altra chiave. A molti è piaciuto pa¬ 
ragonarla all'adagio d’una sinfonia, ò l'ipostasi 
del tempo, che matura e risolve la crisi ; ma in 
realtà è un tempo tutto particolare, che senza 
quella famiglia non si penserebbe ; o passa c 
via via si estenua proprio perchè quella fami¬ 
glia si scioglie. 

Una famiglia inglese si trova, in vacanza, 
nella Scozia, con molti figliuoli e alcuni ospiti. 
La bellissima madre desidera, col desiderio del¬ 
l’ultimo suo figlio, Giacomo, che. si possa fare 
il giorno dopo una gita al faro ; ma il padre, fi¬ 
losofo, sa che dovrà piovere. Intorno a Giaco¬ 
mo, appartato nella sua serietà infantilo, si 
svolge un conflitto, a proposito della pioggia, 
tra padre e madre e i fratelli c gli ospiti ; gli 
animi si oscurano c si fanno chiari per una 
parola, per un pensiero, si riempiono e si vuo¬ 
tano, si gonfiano e inaridiscono; il conflitto 
non è espresso mai, non culmina in «scene», 
ma risolleva e si abbassa, fino a risolversi in un 
atto di amore. 

«— No — rispose, spiegando larga la calza 
sulle ginocchia — non la potrò finire .—. 

E orat Sentiva ch’egli seguitava a guardarla, 
ma era uno sguardo mutato. Chiedeva qualco¬ 
sa — chiedeva quello che le pareva tanto diffi¬ 
cile di dargli; chiedeva ch’ella gli dicesse il suo 
amore. E, no, questo lei non lo poteva fare. 
Per lui, parlare era molto più facile. Lui sa¬ 
peva dir tanto I E così era sempre lui a dirle, 
le coso, e poi per qualche ragiono si adombrava, e 
glielo rimproverava Ella era una donna senza 
cuore; non gli aveva mai detto di amarlo. Ma 
non era vero. Soltanto, lei non sapeva ridirò 
quel che sentiva. Ma non c'ernn briciole sul suo 
vestito! Non c’era nulla da fare per lui, da 
accomodare! I-ovatasi da sedere si miso alla fi¬ 
nestra tenendo ancóra la bruna calza di lana, 
chò voleva togliersi dallo sguardo di lui, c or¬ 
mai non le importava più guardare, con lui 
Il dietro, verso il Faro. Sapeva che cglj aveva 
volto il capo e seguitava a fissarla. Sapeva 
che egli stava pensando: Tu sei più bella che 
mai. Difatti, si sentiva molto bella, Non mi 
dirai, una volta sola, che mi ami. Cosi pen¬ 
sava, poiché era eccitato; dal fidanzamento di 
Minta, dal suo libro ,c ora dalla zite del giorno 
o dal loro dissidio riguardo alla gita àia lei 
non poteva; non lo poteva dire. Poi, sapendo 
ch'egli sempre la fissava, invece di dir una pa¬ 
rola si voltò, tenendo la calza, e lo guardò. E 
nel guardarlo cominciò a sorridere, che senza 
che dicesse nulla egli sapeva, di certo sapeva, 
del suo amore. Non avrebbe potuto negare. E 
sorridendo guardò ancora fuori e disse - - (pcn 
sava tra sé, nulla al mondo uguaglia questa 
felicità). 

— Sì, avevi ragione. Sarà bagnato domani —» 

Poi, chiusa la burrascosa giornata, comincia 
a passare i] tempo, che nella notte è più no¬ 
tevole, più puro; di notte in notte di anno in 
anno, con i suoi apogèi invernali, lo tempeste, 
il silenzio, sensibile alle cose, dimenticato dallo 
persone, e vìndice. Pesa ormai tutto sulla casa, 
abbandonata c autonoma, che Boffre c decade 
ora per ora. Non ci sono nè giorni nò eventi, 
ma solo la continua mutazione, e la vita che così 
germoglia, lentissima, dando una mobile anima 


c un destino alle coso più inerti. E' una visione 
minuta e molecolare, rivelata in un punto, in 
una sola cosa, dalle macchie stinte, dalla pol¬ 
vere dispersa, dal legno'tarlato; eppure rife¬ 
risco un clic d'essenziale, una forza cosmica. 

Qunndo gli uomini tornano no son tutti la¬ 
vorati ; il tempo ha accumulato memorie, do¬ 
lori, una mento hn aperto con la maturità, una 
anima ha irrigidito, i due bambini ha fatto 
crescere in adolescenti, credi un poco torbdi del 
dissidio di prima ; e la madre cho è morta, con¬ 
serva u trasforma colla memoria. Il Faro è an¬ 
córa fermo a) limite delle isole o la gita final¬ 
mente si può fare. Ma il Faro non è più quel 
faro ; Giacomo lo guarda e ricorda. Ora gli cova 
nel cuore un risentimento profondo contro il 
padre indurito e dispotico, cho s’è armato del 
suo egoistico doloro come d’un crudo istinto dì 
conservaziono nella vecchiaia; la gita sul maro 
sarà tutt un vano sbuttere di ribollionc filiale. 
Dalla spiaggia li osserva la pittrice, Lily Bri- 
scoi, amica e protetta della madre che ora, su¬ 
perate illusioni © speranze cogli anni, 6 quasi 
l'assillo della sua arte, che allora era il solo 
suo bene; ma capace d’avere la sua «visione». 
E du loi la bellissima madre rivivo, con una 
grande pena, prima ne’ suoi affetti, poi «olla 
bellezza, poi più profondamele in un suo mi¬ 
stero. «Ci sarebbero volute cinquanta paia di 
occhi ; cinquanta paia d’occhi non era» troppi 
per veder quella donna da tutto lo parti, pen¬ 
sava; e tra essi, un paio completamento cicchi 
alla bellezza. Sopratutto un ultimo seuso se¬ 
greto, fine corno l'aria, che filtrasse per le ser¬ 
rature o la potesse circondare dov’essa sedeva 
filando, parlando, oppure silenziosa nel vano 
della finestra; che potcsso cogliere c custodire 
corno fa l'aria col fumo del vapore, i suoi pen¬ 
sieri, le suo fantasie, i suoi desideri ». 

Compiuta la gita, il tempo è perfetto, la fa¬ 
miglia non ci sarà più ragiono cho continui, 
ogni vita muterà registro, e ciascuno, come Lily 
Briscol, potrà dire d'aver avuto la sua visione. 

Ora più che mai se volessi dare un giudizio 
conclusivo, più cho sull’arte, sul mondo predi¬ 
letto dalla signora Woolf, sentirei lo scrupolo 
di dovorlo formulare da questa distanza. Mi 
pare d’aver additato a sufficienza le caratteri¬ 
stiche delle sue opere, e d’aver tentato quan 
t’era possibile di renderne nei momenti più de¬ 
finitivi i| tono. Il nucleo cosi isolato, cho è poi 
il suo motivo, quasi la tuia fedo, mi par tanto 
sicuramente posseduto da lei, tanto potente- 
mento e necessariamente proposto ni lettori, che, 
invoco di valutarlo, si abbia a riconoscerlo co¬ 
rno un bene che olla ci largisce. Addentrarsi nei 
tonti cerchi delle suo visioni e tra j] fitto dello 
pagine ò- un |>ercorso faticoso, ma sicuro ; so 
n’è ricompensati col senso d’una concretezza cho 
non ha bisogno di dimensioni o d’epiteti; o ba¬ 
sta l'incidenza della luce, quell'angolo a volte, 
quella modulata e attenta carezza che fanno lo 
parolo perchè cose e persone acquistino un lu¬ 
stro, un chiarore, uno spicco, una sublime pro¬ 
porzione di cui si resta estatici. Poi, come si 
chiude la palpebra, la cadenza della frase vo¬ 
lerà l’aspetto fin troppo crudo e rilevalo o del¬ 
la visione goduta o sofferta si creerà nel fondo 
dell'occhio l’alone luminoso. 

Jacopo, Clarissa Dalloway, In signora Ram- 
say, passati per nn giorno o per una vita da¬ 
vanti al nostro sguardo, custoditi nel ricordo, 
singolarmente immuni chi li ha evocati sa so¬ 
pra ogni cosa il mistero, i| silenzio della bel¬ 
lezza. Non c’è suono che lo possa penetrare, o 
a molti parrà sbarrato o alieno; ma so una 
volta l’han saputo intendere, non discorderan¬ 
no cho ò l’ora più musicale, la più solare evi¬ 
denza. 

Umuerto Monna di Lavriano. 


L'Ascesi capitalistica 

studiala da M. M. Rossi 
Indice: 

Cai*. I. - L’ineliminabilc eticità nella ricerca 
capitalistica. 

m II. - Il capitalismo conio razionalizza¬ 
zione. 

» III - Rettifiche sulla data del capitalismo 

» IV. - Se lo paternità del capitalismo sia 
spirituale o materiale. 

» V. - Insufficienza del materialismo sto¬ 
rico. 

« VI. - Pregi c difetti della genesi spi¬ 
ritualistica. 

n VII. - L'indagine del Weber. 

» Vili. - L’antitradizionc c il «guadagno» 
protestante. 

» IX. - 1 / economia vocalizzazione lute¬ 
rana c calvinista. 

» X. - Il mctodismo nella pratica. 

» XI - Lo stimolo ascetico al risparmio. 

» XII. - Troeltsch, Fischer, Séc. 

» XIII. - La critica « evangelica » di 
Wiinsch. 

» XIV. - Le risultanze « cbraistiche » di 
fvombart. 

Bibliografia. 

Un volume in edizione accurata, L. 7. 

Inviare vaglia a : 

« DOXA » Editrice - Guardiola, 24 - Roma 


Dirti lo re rtipomahtle PIERO ZANETTI 
SA. UNIT1POCRAFICA PlNEROLESE -PlNEROLO 1928 



Fondatore PIERO GOBETTI 

MENSILE - EDIZIONI DEL BARETTI : Via Prati, 5 . TORINO 

ABBONAMENTO PER IL 1928 L. 15 Estero L. SO - Sostenitore L. 100 - Un numero separalo L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno V - N. 6 - Giugno 1928 


SOMMARIO — M. MARANGONI • Finitila • ragion* • Antologia dagli ultimi vittoriani i Jamaa Thomson — G. PERSI l Ragioni watiicha — I Vantiiaai lui giadsxio di G. Barriti • L- GINZBURG i Nuovi appunti aia ' Anna Karénina •• • E. SOLA t La quoatloM 
doU'ataianao — E. S. t Ribolli. 


F antasia 

Il concotto di imitazione della natura nel. 
l’arte, concetto cho nò l’egizia, nò la greca ar¬ 
caica, nò l’arte medievale seguirono, e cho fu 
invoce cosi diffuso nell'arte greca dopo Fidia 
o nolla romana, riapparve, dopo la parentesi 
dol medio ovo, con il Rinascimento : con g Raf¬ 
faello» cho dominò, malinteso, dal più al me¬ 
no, quasi tutto le scuole italiano posteriori ; si¬ 
no a cho, vorso la metà doll’ottoccnto, fu per 
la prima volta defìnìtivamonto debellato dal¬ 
l’ardimentoso manipolo degli impressionisti o 
de : suoi derivati. Da questo movimento data 
la miglioro arto europea con temporanea, la 
quale rappresouta In rimessa in valore degli 
elomonti istintivi contro l'intellettualismo scien¬ 
tifico del classicismo di tradizione. 

Su questo concetto è, si può diro, imperniato 
l’ultimo libro di Lionello Venturi: gli gusto 
dei primitivi!. Quando usci questo volume cre¬ 
detti — anche per la scarsità di libri di idee 
nolla letteratura d'arte contemporanca — ohe 
earebbo stato accolto con entusiasmo, corno li¬ 
bro, oltro tutto, anche adatto a contrastaro al 
disordino od, all’approssimativo dilaganti noi 
campo della critica figurativa. Vedo che mi ero 
un po’ illuso. Il l'bro ò capitato in un cattivo 
momonto, proprio quando por reazione si torna 
ad amoroggiaro con la cosi detta tradizione, 
che por i più ai riduce nd un malinconico clas¬ 
sicismo di m* rea raffaellesca. 

Ma v’ò forse anche un’altra causa più sen¬ 
timentale: quanti 6ono coloro cho soffrono nel 
sentirsi così soli in mezzo alla generale incom- 
pronsiono o indifForonza per questo arti figu¬ 
rativo, o che ancho soltanto se ne accorgonof 
Si dirobbo davvero pochi, anche solamente a 
giudicaro dal modo con cui ò stato accolto que¬ 
sto libro che dovrebbe essere, se non altro, ap¬ 
prezzato per il suo sincero caloro di azione o di 
fedo, così opportuno, come fu acconciamente 
notato, a «diffondere la calda atmosfera collet¬ 
tiva di interesse e di amore per l’arto, senza la 
quale l’arte rimano anemica o storilo». 

• • • 

Io sono profondamente convinto della ncces- 
sitò di un indirizzo estetico nella storia dol- 
l’arto. Oggi, in Italia specialmente, questa dot- 
trina, I ranno rare eccezioni, ò affidata alle ma¬ 
ni di puri eruditi, i quali sono privi di atti¬ 
tudine o di educazióne estetica, e, peggio an¬ 
cora, hanno o ostentano disistima di essa. Ne 
vengono spesso alla luce corto monografìe che 
sono, tutto al più, dei cataloghi. E se si con¬ 
sidera che non c'è oramai storico della lettera¬ 
tura italiana cho non dia prova di essere al 
giorno almeno con lo ideo più correnti dell’o- 
stetica, bisogna malinconicamente convenire 
cho la storia doll’arte ò oggi in Italia, generai- 
mento, di un mezzo secolo almeno arretrata al¬ 
la storia dolio letteratura; © cho se questo fat. 
to viono tollerato persino nell’alta cultura, ciò 
deriva dalla incompetenza o dal disinteresse ge. 
neralo verso lo arti figurative. 

I più boi nomi della crìtica italiana hanno 
ad ogni modo diffusamente interloquito su que¬ 
sto libro, ma in modo esclusivo da] punto di 
vista teorico: mi sia quindi permesso — a mo 
più che altro versato noi campo critico o didat¬ 
tico — parlare del libro specialmente da questi 
punti di vista. Quei pochi che conoscono il mio 
indirizzo, speciaimento sensitivo e di pura vi- 
sibiliti, dovranno riconoscere che le mìe parole 
non possono esser© sospettato di settarietà, © 
cho la difesa del primitivismo in bocca ad un 
ammiratore della g forma» come me potrebbe 
anoho avero un certo valore di persuasione. 

• • • 

Esisto oramai persona colta cho non sia con¬ 
vinta che l’arte non consisto nella imitazione 
della natura! Eppure so da questo generale rj- 
conoscimento teorico si passa a vedorne i frut¬ 
ti, lo coso cambiano assai; e, non soltanto i 
mono iniziati, ma gli stessi teoricamente più 
convinti, critici o artisti, tradiscono l'innata 
tendonza alla verosimiglianza ( 1 ). Uno di que¬ 
sti, por esempio, scrivendo una volta con am¬ 
mirazione di Cezanno, ne lamentava tuttavia 
la a inoom piu tozza», dando a dimostrare che 


(l) Mi servo di questo vocabolo per significare in 
nn» parola sola il concetto della imitazione della natura 
Dell'arte. 


e ragione 

non era ancora libero del tutto da quel precon¬ 
cetto. Del resto non ò un'altra prova quolla 
cho tanti artisti d'oggi svisino la natura in 
maniera così esagerata, dando a vedere che te¬ 
mono di cedere u que'la istintiva tendenza imi¬ 
tativa! Come un amante cho sfregiasse la sua 
bolla por paura di divenirne trop|>o schiavo. 

Quale ò dunque il torto, tanto degli adora¬ 
tori supini della natura, quanto di coloro cho 
la sdegnano? E’ che aiubeduo ascoltano a pre¬ 
valenza la ragione là dove si tratterebbe di 
faro agiro a prevalenza la fantasia. 

Il Venturi chiama «primitivi» quegli artisti 
o quei periodi d’arto nei quali appare cho In 
fantasia ha prevalso sulla ragione ; artisti e pe¬ 
riodi che, appunto per questo, rappresentereb¬ 
bero i più puri dell’arto. 

Questa denominarono di » primitivo» ha da¬ 
to ai nervi a -molti, i quali non hanno saputo 
abbastanza scordarsi dol significato storico del¬ 
la parola — cho ò quello dato generalmente al¬ 
l’arto nostra dei secoli XIII-XV — psr accet¬ 
tarne il nuovo significato filosofico. E’ lo stosso 
fatto cho avvenne anni fa quando il Berenson 
proposo di chiaraaro (decorativa* la pittura 
considcrabilo nei suoi puri elementi figurativi. 
Forso il Venturi non ha previsto il pericolo cho 
portano con %ò questo sostituzioni di vocaboli 
oramai tradizionali, ed ha avuto forso il torto 
di non prevenire la mossa avversaria, dando dol 
nuovo significato di primitivo una dofinizione 
più concisa e inequivocabile per tutti. 

Stabilito dunquo che si intenda per arte pri¬ 
mitiva quella in cui sia ovidento che la fan¬ 
tasia ha provalso suIIa ragiono (2), si capisco 
corno la denominazione esorbiti dai limiti dol 
significato tradizionale che si dà all'arto dei se¬ 
coli XIII-XV, o comprenda anche lo forme più 
lontano nel tempo e nollo spazio o più diverse. 
Il Venturi è, naturalmente, convinto di que¬ 
sto; ose noi suo libro si limita a considerare 
due soli poriodi d’arte primitiva lo fa soltanto 
per la impossibilità di parlare di tutti gli altri. 

Egli' dunque si limita in un primo tompo ai 
nostri primitivi da Cimabuo a Botticelli, e in 
un secondo tempo agli Impressionisti francesi 
ed ai Macchiabili. Questo accostamento di duo 
tipi d’arto, in apparenza così divorai o real¬ 
mente così lontani, c di una novità o di una 
indipendenza non comune; accostamento a cui 
si adorisce in virtù di acutissime dimostrazioni. 

Un’altra voce che il Venturi ha preso a pre¬ 
stiti dal vocabolario dell'uso comune per un suo 
diverso uso ò la parola (gusto»; la qualo, por 
quanto l’autore si fosse preventivamente affret¬ 
tato a dichiarar© che l’adoperava »non aven¬ 
dono trovata una migliore», ha eccitato egual¬ 
mente la vena di tanti recensori iu maniera, mi 
sombra, varamento sproporzionata al caso ( 3 ). 

Mo non di questo m’importa, bensì di far 
notaro l’importanza dell'avere il Venturi messo 
in valoro il fenomono storico del gusto. L'au¬ 
tore dà questa volta una definizione, dicendo 
che intende per gusto al'insiemo dello preferen¬ 
ze nel mondo dcirnrte da parte di un artista o 
di un gruppo di artisti » ; ed afferma cho nes¬ 
sun artista, per quanto grande, può andar© im¬ 
mune dal gusto del suo tempo. Si capisco quin¬ 
di come per un artista, vissuto in un perìodo o 
iu una scuola dovo il guato era puro, fosso as¬ 
sai più facile esprimersi sinceramente, (primi¬ 
tivamente» di un altro che avesse dovuto ar¬ 
rivare all'arte attraverso un gusto falso c cor¬ 
rotto. 

Dopo tutto quello che abbiamo detto sul si¬ 
gnificato venturiano di (primitivo», si com¬ 
prende corno per l'autore il gusto dol trecento 
sia in Italia, almeno per le arti figurative, su¬ 
periore a quello del cinquecento II Vonturi 
stesso nella risposta alle critiche del suo libro, 
spiega meglio il suo concetto facendo un parai, 
lelo tra Giotto e Raffaello, e osservando che, 
mentre Raffaello per giungere all’opera d'arto 
dovette superare e vincerò i tanti ostacoli o lo 

fa) Si chiederà da qualcuno: Come £ possibile sta¬ 
bilire quando in una opera d’atte la ragione ha ptevalto 
sulla fantasia, o viceversa ? Si legga per questo l'ultima 
pAite del libro del Venturi dove egli indie» quest» distia- 
«Ione col sussidio di tavole. 

(3) Vedi la risposta del Venturi ai suoi critici : « Il 
gusto e l'arte, 1 primitivi e i classici, etc. * ( L'Arte 19*7. 
fase. IIj, dove egli et dà la prova dell'uso trisecolarc dell» 
parola guito. 


difficoltà dol gusto del suo tompo, (il sentimen¬ 
talismo, il sensualismo, il naturalismo, l'imita¬ 
zione dell’antico, la prospettiva, l’anatomia, il 
ico-iardismo, il michulangiolisrao) Giotto invec© 
trovò innanzi a sò il terreno ussai più sgombro 
e «riamente senza tanti ostaooli. Ne concludo 
quindi che il gusto di Raffaello era inferiore 
al gusto di Giotto, o9sia il gusto dei primitivi 
superiore al gusto classico. Con questo i| Von¬ 
turi non intendo dire — come troppi hanno 
dimostrato dj crederò — che l’arto classica 0 
del rinascimento non abbia dato dei capolavo¬ 
ri, ma intendo diro cho Raffaello o Michelan¬ 
gelo, per esempio, sono riusciti a crearo quoi 
capolavori, soltanto perchò il loro gonio riuscì 
allora a spezzare tutti quegli ostacoli eh© il 
gusto impuro do) tempo opponova loro. 

A tal proposito mi pare acutissima la ripro¬ 
va cho il Venturi offre nell’ultima parte dol li¬ 
bro facendo notaro come, mentre nel cinque¬ 
cento gli artisti cho non fossero grandi — tali 
cioè da superare tutto il bagaglio culturale del 
gusto del tempo — si perdevano, (come suc¬ 
cesso per esempio a un Giulio Romano), noi 
trecento invoco artisti modiocri oomo un Lip- 
po Memmi riescono a darci qualche volta dolio 
optre pione di grazia © di sincerità, appunto 
perchò il gusto del trecento, aliono da inciam¬ 
pi culturali, era «pienamente capace di lasciar 
rivelaro la personalità dell'artista, per piccola 
che fosso ». E di osompi consimili so ne potreb¬ 
bero trovare ancora a sazietà, cho spieghereb¬ 
bero la ragiono della inforiorità media dei leo¬ 
nardeschi, micholangiolisti o raffaelleschi in 
confronto doi senesi 0 dei fiorentini secondari 
del tre n dol quattrocento. 

Ma la parte dol libro cho ha suscitato più 
r’fvenai e reazioni ò «tata quella che tendo a 
«riconoscer© la funzione del misticismo nella 
creazione dell'opera d'arte», ossia della «rivela¬ 
zione». Qui, se non sbaglio, il Vonturi ò stato 
imprudente adoperando quelle duo parole di 
misticismo e rivelazione che paiono scelto ap¬ 
posta per suscitare il vespaio dei malintesi in 
un argomento già di per sò così delicato o sot¬ 
tile. Mi pormotta l‘illustro autore, ma a me paro 
cho se egli, invece di usare quello parole, così 
gravi © pericolose, avesse somplicemento detto 
«ispirazione», la cosa sarebbe passata liscia o 
naturalo. Il Vonturi stesso più avanti adope¬ 
ra questa seconda più modesta parola 0 dico 
in poche righo quello che tanti si sono ostinati 
a non voler capire: «lutti sanno che senza ispi¬ 
razione non si fa opera d’arte, ma ben pochi 
critici dànno all’ispiraziono il suo proprio si¬ 
gnificato di emanazione divina o il posto cho 
lo compete di preminenza assoluta tra gli ©le- 
menti dell’arte ». 

Debbo porò dichiarare che, por quanto il 
Venturi affermi che il suo libro «ò scritto por 
recare all’attual© critica d'arte il contributo 
di una esperienza della rivelazione in arte» a 
me non pare che sia questa la tesi più impor¬ 
tante e originai© del suo libro; e ad ogni modo 
non è stata per mo la più ricca di novità o di 
interesse. No capisco tuttavia l’importanza per. 
chò sento che questa idea potrebbe servire co¬ 
nio di giusto correttivo all'eccessiva tendenza 
di certa critica verso la pura visibilità (alla 
qualo io stésso sento di appartenere) ; idea cho 
potrobbo esser© utile tener più presente. 

999 

Accennato così, sommariamente, all© tre tesi 
fondamontali del libro del Vonturi (primitivismo, 
gusto, rivelazione) io vorrei riferire alcun© nuo¬ 
ve esperienze e considerazioni personali che mi 
son venuto fatte dopo la lettura. Questa, per 0- 
sempio: la prova che il «classicismo» — cioò la 
prevalenza della ragione sulla fantasia — è una 
tendenza oramai superata, non ci ò forso dato 
anche dal fatto sintomatico che dopo Miche¬ 
langelo o Raffaello — i quali esauriscono le ri¬ 
sorse del disegno, cioò di un mozzo assai più 
razionalo cho il colore — la pittura italiana ab¬ 
bandona la forma (Firenze) per il colore (Ve¬ 
nezia) e si trapianta in questa città, la qualo 
da allora ad oggi — tranne la infelice paren¬ 
tesi neoclassica — si può dire abbia sempre det¬ 
tato legge » tutta la miglior pittura posterio¬ 
re? E per quale ragion© nel seicento, all’esau- 
rirsi temporaneo di Venezia, i| primato della 
pittura passa allo Fiandre, all’Olanda, alla 
Spagna, se non por .1 fatto che questi paesi, im¬ 
muni dalla stanca tradizione del classicismo ita. 
liano, si rifecero da Venezia o dall'arte anti¬ 
classica o fantastica dol Caravaggio! E se i pit¬ 
tori voneziani secondari del cinquecento sono 


9empro tanto più vivi dei corrispondenti pit¬ 
tori fiorentini — si confronti un Paris Bordo¬ 
ne con un Vasari — non dipende forse questo 
dal fatto cho essi si sorvono come mezzo di 
espressione sopratutto del colore, cioò di un mer- 
zo assai meno razionalo del disogno, che ò in¬ 
vece il proferito dai fiorentini ! 

Perchò, se non per queste ragioni, si ammira 
oggi l'opera più tarda di Tiziano, in cui l’ar¬ 
tista si ò sempre più liberato dai mozzi raz : o- 
nali ! Mai conio quando mi trovo dinanzi alla 
Deposizione dell'Accademia di Venezia no ho 
la prova più ovidento. Accanto a qucst’opora 
dovo, non solo la « forma », ma ih coloro stesso 
sono il frutto di una suprema astrazione, di una 
liberazione dai mezzi razionali, lo altro stesso 
dol Tintoretto e de] Veronese là raccolte, im¬ 
pallidiscono ai miei occhi ! Como Tiziano nel- 
l’ultima sua opera mi appare più puro, più 
universale I (Si osservi, del resto, cho, non sol¬ 
tanto Tiziano, ma molti dei più grandi artisti, 
col progredire degli anni, si sono sempre più 
avvicinati ad una forma fantastica, ossia pri¬ 
mitiva in senso vonturiano). 

E so in Michelangelo stesso si prova qualche 
volta l'impressione di qualcosa di mono puro, 
non ò appunto quando egli tradisco troppo la 
sua scienza? A volte ho persino pensato so ogli 
puro non se no acoorgesso 0 lasciasse perciò ab¬ 
bozzato corte sue statuo, corno a liberarsi da 
un’ossessione, quasi a raggiungerò più immo- 
diatamentc gli indefiniti aspetti della fantasia. 
In fin doi conti statue corno il S. Matteo, nei- 
l’abbozzo in cui furono lasciate, non si avvici¬ 
nano più fedelmente alla fuggevole fantasia 
dell'artista? Non ò del resto questo stesso pro¬ 
cedimento, forse nuovamento intuito noll'età 
modorna da Michelaugolo, che hanno poi decisa¬ 
mente sviluppato gli impressionisti t Oggi che 
l’impressionismo ò in ribasso © cho prevalgono 
tendenze opposto, mi si dirà cho sono questi 
argomenti materialistici oramai suporati, o cho 
l'«infinito» si può ottenere egualmonto con la 
forma più definita. A mo invece pare che il 
procedimento impressionistico dol «non finito» 
rappresenti una dello conquiste del gusto mo¬ 
derno. 

Ma si dirà: Artisti dunque come un Tura o 
un Crivelli, giudicati secondo quest© ideo, di¬ 
venterebbero soltanto dei maniaci calligrafi! 
No: essi *i salvano solo per il loro ardore, per 
la loro esasperaziono doformatrice, che, corno 
ogni deformazione, ò piuttosto frutto dolla fan¬ 
tasia cho non della ragione. E perchò allora 
Vormoer o Chardin, con la loro stretta fedeltà 
itila natura, creano lo stesso dei capolavori? So¬ 
lo porchò la loro adorazione della natura ai tra¬ 
sforma in una inaudita esaltazione lirica della 
luce o dol coloro. 

C'ò un altro pittore dj «genere» cho aino ad 
oggi è stato, mi sembra, poco capito: il veno- 
ziano Pietro Longhi. Chi lo ha detto imbam¬ 
bolato, chi un imbecille geniale. A me puro, 
una volta, dispiaceva corta sua goffaggine o po¬ 
vertà di forme, tanto più appariscente vicino 
ad un Piazzetta o ad un Guardi. Oggi questa 
sua povertà di forme — compensata ad ogni 
modo dal colore — mi sembra quasi una dote 
da primitivo, il suo più immediato e porfotto 
mezzo di espressione per rendere la sua sempli¬ 
ce vita quotidiana. Come in scala più grande, 
mi paro che abbia, in fin dei oonti, operato, lo 
stesso Renoir. 

» • • 

Ma do) resto — s© la storia serve a qualcosa 
— tutta la pittura, da Giorgione in poi, non ci 
dà essa ragiono? Non sta oramai da secoli & di¬ 
mostrare, corno ho già dotto, cho l'arte moder¬ 
na, abbandonando Firenze per Venezia, si ò tut¬ 
ta orieutata verso il predominio dolla fantasia 
sulla ragione! 

E tutta l’arto da un mezzo secolo iu qua, 
che oggi finalmente si ò riconosciuta oomo la 
più degna, che altro ò se non un’aspirazione te¬ 
nace ad essere primitiva! Se in questi ultimi 
anni e'ò qua e là un ritorno al classicismo, mi 
paro si debba considerarlo come uno di quoi 
tanti piccoli e temporanei passi addietro, fre¬ 
quenti nel cammino della vita spirituale ; o cho 
tutto invoco fa pensare ohe l’arte non tornerà 
più verso manifestazioni in cui 1» ragione so¬ 
verchi la fantasia. 

Forse qualcuno tirerà in ballo corti ocoessi 
dello tendenze primitive d’oggi, per mostrar¬ 
mene il periodo. Risponderò cho le aberrazioni 
Bono di tutti i tempi, e cho del resto l'arte di 
certi accademici di una volta non è sicuraraen- 




Pag. 30 


IL BARE T TI 


to miglioro di quella di certi pittori d’avan¬ 
guardia d’oggi. 

So oh© queste mio parole non serviranno a 
persuaderò nessuno: le abitudini spirituali so¬ 
no le più difficili e lo più lento a cambiare ; o o. 
gnuno devo fare l’esperienza a proprie speso. 
Ho scritto soltanto quasi per riprova a mo stes¬ 
so della giustezza di alcuno idee del Venturi 
o per quelli che, oomc me, no apprezzano il 
libro. Nel secolo in cui la scienza ha invaso la 
vita cosi profondamente; ne! secolo dello infi- 

Antologia d egli 

JAMES T 

Da non confondersi con il primo James 
Thomson (1700*1748), l’autore delle .N’ca- 
soits. Questo secondo nacque a Glasgow nel 
1834, mori a Londra nel 1882, dopo una vita 
assai misera. Soltanto nel 1880, dopo la pub¬ 
blicazione in una rivista del suo capolavoro 
The City o) tlic Drcadful Night (datato giù dal 
i870-*74)t riuscì a dar fuori questo e altri 
poemetti ili un volume che gli assicurava la 
gloria (1880). Un altro volume di versi usci 
postumo, per cura degli amici. 

La Città della terribile Notte, sottile e strin¬ 
gente sintesi di realismo e di pessimismo, è 
rimasta classica per la descrizione che dii, in 
forma di pura poesia, dei bassi quartieri lon¬ 
dinesi, eternamente brumosi e caliginosi. Il 
Thomson riesce a dare al verso come il senso 
della nebbia umida e grassa, che è il scuso 
della vita desolata e disfatta in un languore 
senza speranza- Simbolisti e neoparnassiani lo 
pongono oggi pertanto a buon diritto fra i 
loro maestri, se anche debbono convenire con 
la critica accademica nel riconoscere la irre¬ 
golarità e l'incertezza delle sue forme metri¬ 
che e stilistiche, che pure si presentano sotto 
le apparenze della tradizione. 

Da "La Città della terribile notte,, 

(i) 

F.’ la città della notte : forse della morte. 
Ma della notte, certo : laggiù mai non può 
giungere l'alito fragrante del mattino lumi¬ 
noso, dopo la fredda e grigia brezza dell'alba 
rugiadosa; la lunn e le stelle possono pur ri¬ 
spondere con pietà o disdegno : inai ha po¬ 
tuto il sole visitare quella città, esso che dis¬ 
solve la nebbia nella splendida luce del 
giorno. 

Come un sogno notturno che fugge via, seb¬ 
bene tutto il di rimanga presente nel fasti¬ 
dioso languore del pensiero, nella mortnle 
stanchezza del cuore. Ma quando un sogno, 
una notte dopo l’altra, si protrae per tutta 
una settimana; e quando di tali settimane 
l>ochc o molte ogni anno ricorrono per vari 
anni, si può allora disccrncrc più quel sogno 
dalla vita vissuta? 

Perchè la vita non ò altro clic un sogno le 
cui forme si ripresentauo, talune frequenti, 
altre di rado, altre di notte e altre di giorno, 
altre e notte e giorno : mentre tutte cangiano 
e molte affatto svaniscono, noi apprendiamo 
una certa apparenza di ordine nel loro ricor¬ 
rere con cambiamenti periodici; e dove ap¬ 
pare quest’ordine, là riteniamo che sia realtà. 
Questa è ia notte della memoria. 

Un fiume cinge la città a mezzodì e a 
jKinentc, un fiume che poi è il maggiore sboc¬ 
co di una vasta laguna, rigurgitante di salse 
maree; deserte paludi rilucono e brillano per 
leghe e leghe sotto il raggio della luna; poi 
negra brughiera appare, poi groppe pietrose. 
Grandi moli e passaggi, moli» nobili ponti 
congiungono la città co* suoi sobborghi lagu¬ 
nari; ...a oriente s’agita l'inquietudine del- 
l'insolcato mare. 

La città non è già piena di mine : ma 
grandi ruderi di un immemorabile passato, e 
altri più tristi di pochi anni or sono, si in¬ 
contrano dentro le sue vaste mura. Ardono del 
continuo per le strade i fanali; ma a mala 
pena qualche finestra, dalla base al tetto del¬ 
le case e dei palazzi, si scorge rispondere o 
traluccrc per l’aria densa e scura. 

Ardono i fanali delle strade fra le tenebre 
incerte, nelle solitudini silenziose e immense 
di case allineate, scure e tacite come tombe. 
Il silenzio clic attende o irrita i sens’, riempie 
di terrore l'anima disperata, incapace di 
pianto : miriadi di abitanti qui dormono senza 
risveglio, o morti o colpiti da una peste senza 
nome. 

Pur come in una necropoli per avventura 
incontrate forse una persona in lutto su mille 
morte, cosi là macilenti visi, cicchi e sordi 
all'aspetto, [inri a tragiche maschere di pie¬ 
tra. Con stanco passo, ciascuno avvolto nella 
sua tristezza, errano vagabondi o siedono di¬ 
sfatti in desolata meditazione, per ore insonni 
con il capo clic pende grave. 

Ili genere sono uomini inaimi, pochi di età 
buona o giovane; di rado una donna, solo qua 
e là un bimbo- Un bimbo! Se da noi il cuore 
si stringe di cordoglio quando vediamo un 
piccolino contolto o zoppo o cicco fin dalla 
nascita, come predestinato a languire in una 
vita senza gioventù, pensate come deliba san¬ 


nite risorse fotografiche mi pare evidente elio 
il gusto 0 l'arto debbano istintivamonto sepa¬ 
rarsi sciiipro più dalla sciouza e dalla ragione, 
se e vero elio arte ò’ intuizione. Se noi quattro- 
cento, quando la scienza quasi poteva ancora 
confondersi con l'arte, era forse possibile una 
certa fusione delle due opposto attività spiri¬ 
tuali, do]x> che la scienza si è così nettamento 
individuala, l'arte dove fatalmente e decisa¬ 
mente sempre più differenziarsi da lei. 

Matteo Marangoni. 


ultimi v ittoriani 

HOMSON' 

guinnrc d’angoscia a incontrare uno che erri 
in quel deserto sonila vita. 

Sovente mormorano fra se e sè, di rado par¬ 
lano l’uno all’altro: perchè il loro dolore si 
nutre nell'intimo fino alla pazzia e disdegna 
di scatenarsi fuori; e se a volte cresce lino 
a una frenesia che Ini bisogno di manife¬ 
starsi, nessuno bada a quel clamore, a meno 
clic non sia là in attesa una vittima di qual¬ 
che consimile tormento, che pronta attende 
per infuriare a sua volta. 

E' la città della notte, ma non del sonno. 
Il dolce sonno là non viene allo stanco cer¬ 
vello; strisciano le ore senza pietà, lunghe 
come anni e secoli, e una sola notte pare 
inferno senza fine. Questo tremendo fluire 
senza tregua del pensiero e della coscienza, 
variato ni più da qualche momento di stupore 
che pur lo accresce; questo, peggior del do¬ 
lore, fa pazzi quegl'infelici. 

Lasciano ogni speranza quei ch’entrano là; 
solo una certezza non possono lasciare fin che 
son sani; quella clic attutisce i dolori della 
tortura e della disperazione; la certezza dello 
morte, che nessun divieto può a lungo tener 
lontana, e clic, con divina tcneiezza, solo clic 
le si tenda In inano per porgere tosto quella 
bevanda da cui viene un riposo che nulla può 
far cessare. 

Dai "Poemi miscellanei,, 

(Arie) 

Cantare è dolce ! ma di questo sii certo; le 
labbra cantano sol quando non possono ba¬ 
ciare. 

Sospirò egli mai un tenero lamento, men¬ 
tre che lei, presente, gli portò il fiato via? 

Se con le dita le avesse saputo intrecciare 
i capelli, quelle dita avrebbero forse scritto 
così bei versi? 

S’clla gli avesse lasciato cinger furtivo il 
braccio al seno, avrebbe mai egli dipinto quel¬ 
l’amoroso ritratto? 

Proprio perchè egli non la potè abbracciare, 
rosea e calda ha intagliato nella pietra la 
perfetta forma. 

Chi racconta cosi bene come si è svolta la 
festa? Quei che non fece conquista alcuna e 
meno di tutti godè. 

Se il vino gli scorresse realmente giù per 
la gola, soggiungerebbe una nota sola alla 
canzone del vino? 

Volete creare la musica che avvince il tur¬ 
bine, o danzare e fare l’amore con una gra¬ 
ziosa fanciulla? 

Chi scriverà la storia delle grandi battaglie? 
Non già l'eroe caduto nel fitto della mischia. 

Grandi saranno statue, pitture e versi; ma 
la vita non sono, se per la vita stanno. 


L'Ascesi capitalistica 

studiata da M. M. Rossi 
Indice: 

Cac. I. - L'incliminnhilc eticità nella ricerca 
capitalistica. 

» II. • Il capitalismo come razionalizza¬ 
zione. 

» III • Rettifiche sulla data del capitalismo 

» IV. - Se In paternità del capitalismo sia 
spirituale o materiale. 

» V. - Insufficienza del materialismo sto¬ 
rico. 

» VI - Pregi e difetti della genesi spi¬ 
ritualistica. 

» VII. - L’indagine del \Vel>cr. 

11 Vili. - I/antitradizione e il «guadagno» 
protestante. 

» IX. - L’economia luterana e calvinista. 

» X - Il metodisiuo nella pratica. 

» XI - Lo stimolo ascetico al risparmio- 

» XII. - Troeltsch, Fischer, Sèc. 

» XIli. - La critica « evangelica a di 

Wùnsch. 

» XIV. - Le risultanze « chrnistichc » di 
Sonibnrt. 

Bibliografìa- 

Un volume in edizione accurata, L. 7. 

Inviare vaglia a : 

«• DOXA » Editrice • Guardiola, 24 - Roma 


Ragioni metriche 

E' opinion? diffusa recentemente da qualche 
critico, c da molti altri facilmente accettata, 
che In elisione non sia altro che una specie di 
finzione poetica, quasi una licenza universal¬ 
mente usata. Di fatto, la elisione non esiste¬ 
rebbe, sp.'cialmcine là dove il sonso iuterpono 
la pausa fra le voca'j apparentemente elise. Co¬ 
si il verso 

Dtiìtt < ritiara è la notte e sema vento 
constando di quattordici e non di undici silla¬ 
be,' sarebbe un verso ribelle allo leggi elemen¬ 
tari della metrica. E partendo da questo prin¬ 
cipio riesce focile concludere come l’uso dolio 
pretesa elisione, cosi come lo spezzettamento de] 
verso, conio la libera mescolanza di endecasil¬ 
labi © settenari 0 quinari, come jl distendersi 
della frase in duo o più versi o parti di versi, 
costituiscano altrettanto violazioni della più ca¬ 
ratteristica armonia doM’eudccasilInbo, ten¬ 
denti alla dissoluzione di questo classico verso 
italiano: dissoluzione che (a giudizio del Flora) 
apparirebbe in modo speciale nei poeti prero¬ 
mantici, nelle libere stanze del Leopardi, negli 
sciolti del Foscolo. 

Non mi dilungherò neiresame genetico dello 
endecasillabo, che pur mostrerebbe, come del 
resto ognun sa, una affinità originaria con il 
quinario e con il settenario (e non con altri rit¬ 
mi), e nel dimostrare come tale affinità possa 
costituire por rcndecasillabo non già un mo¬ 
tivo di dissoluziono ma una sorgente di potenza 
musicalo. 

Per brevità limiterò il mio appunto alla que. 
stionc della elisione, la cui vera natura mi pare 
sia sfuggita anche all’acume di maestri della 
critica. So la elisione fosse un atto arbitrario 
del poeta, senza un sua propria logge, senza 
dipendenza dalle leggi generali della versifica¬ 
zione, il verso p?rfctto dovrebbe essere non 
quello con la elisione, ma precisamente quello 
con lo iato. Ma per qual motivo la .elisiono ò 
invece la regola generale, e lo iato ò soltanto 
la eccezione? 

Por qual motivo il verso con elisioni apparo 
il più armonioso (corno il citato verso del Leo¬ 
pardi), ed ò giustamente detto numeroso, men¬ 
tre lo iato impoverisce sempre l’armonia, tran¬ 
ne quando è usato per particolari effetti (come 

10 usa pur l'Alighieri) ? 

Bastava farsi quest© domando per indursi a 
ricercare con maggioro equanimità la ragion di 
essere della elisione, ed a scoprirne la legge og¬ 
gettivo. Questa logge c’ò. Secondo la nuova pre¬ 
tesa dei critici, il verso 

Levati su, disse il Maestro, in piede 
consterebbe, per effetto della pausa, di dodici 
anzi di tredici sillabo, uà più nò meno che, per 
esempio, la seguente frase: Levati su, disse il 
Maestro; contempo. Ma perchè, giusta la esti¬ 
mazione universale, il primo verso ò un onde- 
casillako, mentre la seconda frase, pur conser¬ 
vando identica l’accentuazione, non ò affatto 
un verso? 

A me pare che codesti critici applichino non 

11 criterio intrinseco di tempo poetico, ma il 
criterio esteriore del tempo ordinario. Un vor- 
so ha lo stesso tempo poetico, tanto so pronun¬ 
ciato in un minuto secondo, quanto se in uno 
spazio maggiore. Il tempo ordinario è succes¬ 
sione: il tempo poetico ò unità. 

L’esame dei due esempi citati chiarirà meglio 
i! nostro concetto. Perchè non può considerarsi 
verso, la frase: Levati su, disse il Maestro; 
contempla? Perchè le manca il tempo poetico. 
Questo invece esisterebbe, quando ci fosse uni¬ 
tà vocale, cioè quando la vocale (inalo della pa¬ 
rola Maestro potesse in un suono unico fon¬ 
dersi co* 1 I a parola successiva. E (notiamo be¬ 
ne) non è necessario, perchè ci sia la unità, che 
ci sia anche la unione; non è necessario cioè 
che effettivamente ed in atto tale olisione si 
compia, col pronunciare, ad esempio: 

Levati su, disse il Maestro, ’n piede. 

Basta per la unità, che ci sia la possibilità 
assoluta e libera della unione; c «che l’orecchio 
senta tale possibilità, 0 ne ubbia godimento. 
Ma quando la parola seguente s’iuizia con la 
consonante, allora tale possibilità scompare. Al¬ 
lora gli organi vocali devono fare uno sforzo, 
devono iniziare un nuovo movimento richiesto 
dalla consonante. E l’unità \oca!c allora sol¬ 
tanto e spezzata, il numero si fraziona, ed il 
tempo jioetico b rotto. 

Tale è la legge della elisione, legge univer¬ 
sale, la qiia]o non potrà essere mai causa di dis¬ 
soluzione dtdl’cndecasillnbo, ma imperniandosi 
su la unità vocale 0 sillabica,* forma invece la 
intima anima del verso come sviluppo del tem¬ 
po poetico. Il lato utilitario dell’errore di cri¬ 
tica da noi rilevato, è da ricercarsi nella brama 
di proclamare la dissoluzione dello endecasilla¬ 
bo per giustificare i conati di una novissima 
prosodia. 

Siamo pienamente d’accordo con la critica, 
•piando dichiara che tempi nuovi esigono le 
proprio sue forine poetiche, che non furono già 
il capriccio di qualche letterato, ma risposero 
ad un atteggiamento dello spirilo contempora¬ 
neo (si, anche il decasìllabo del nostro Risor¬ 
gimento!). Ma da questa verità al proclamare 
cadute lo leggi fondamentali della nostra ver¬ 
sificazione, ri corro assai. Italiano parliamo og¬ 
gi, conio italiano sette secoli fa. E le leggi del¬ 


la prosodia, non meno che lo leggi della gram¬ 
matica e della sintassi, sono radicato in ogni 
linguaggio dalla sua nascita alla morte. 

Ciò non vuol diro che esse siano stazionarie. 
Sviluppo sì, non rovesciamento.. E, senza con¬ 
dannare gli sforzi dei versoi iberisti, poiché ogni 
conato umnno ha le suo radici 0 può un giorno 
avere i suoi frutti, lo scrivonte ritiene cho il 
verso endecasillabo italiano possa oggi ancora 
rispetto all’nrmoniH considerarsi inesauribilo, 
come inesausto fu per secoli, e che anime di 
poeti, quando l’ora suoni, potranno ancoro © 
sempre trarrò dalle sue possibilità armoniche © 
melodiche, carmina non prius audita. 

Guglielmo Persi. 

I Veneziani nel giudizio 
di Giuseppe Barelli 

Por rendere felice un Veneziano fa d’uopo 
di tre cose: la mattina una messetta , l'ajiodi- 
sner una lassctta e la sera una donnetta. Con¬ 
fesso che questo proverbio, il quale fa abba¬ 
stanza conoscere lo principali qualità del ca¬ 
rattere de’ Veneziani, motto In loro morale sot¬ 
to un aspetto un po’ sfavorevole; ma svelan¬ 
doci i loro principali vizi, ci fn almeno cono¬ 
scere che hanno dei riguardi por la religione. 
Vero ò ohe questa pratica superficiale de' do¬ 
veri religiosi non basta solo a ronderei perfetti ; 
ma un popolo che olla mattina pensa al suo 
principal dovere, non è ocrtainent© vizioso e 
corrotto come vorrebbero far crederò taluni scrit¬ 
tori inglesi. I Veneziani, invero, sono inclinati 
ai piaceri sensuali o al giuoco più che molto 
popolazioni do] nord ; ma l’amore dello donne 
0 dello carte non escludo la posscssion© di molto 
virtù e di molte qualità commendovoli nella 
società. 

I Veneziani sono molto sobri nel loro modo 
di vivere, 'benché magnifici noli© speso; e con¬ 
tuttoché poche oittà in Europa siono abbondan¬ 
temente fornite come )a loro di ogni sorta di 
provvisioni, e di tutti gli oggetto di lusso; so¬ 
no, al pari degl’Tiiglesi, pieni di stima per so 
stessi, ma non costumano come gl’inglesi di 
censurare i loro vicini. 

Generalmente parlando, hanno molta carità 
e moderazione por le debolezze « per gli errori 
degli altri'popoli. Alla minima dimostrazione 
di affetto por parto dj chi avesse dato loro giu¬ 
sta occasiono di sdegno, depongono il loro ran¬ 
core e si riconciliano tantosto. Di questo qua¬ 
lità se ne scoprono le tracce noi loro stesso dia¬ 
letto, il quale non sembra composto che di pa¬ 
role oortesi o di epiteti graziosi. Contuttociò 
questa maniera umana di pensare è molto più 
rara nella nobiltà cho nel popolo I nobili non 
giudicano so non dall’apparenza, paro cho corno 
gli altri Veneziani si amino 0 si accarezzino re¬ 
ciprocamente ; se s’incontrano si salutano, si 
abbracciano e si fanno mille dimostrazioni di 
cordialità ; ma ci vuol poco por conosocro che 
tutte queste cortesie non sono d'ordinario eh*? 
puro finzioni. I membri dj un’aristocrazia non 
possono essere suscettibili di questi teneri sen¬ 
timenti, perchè la loro rivalità nella magistra¬ 
tura li rende insensibili ad ogni altra cosa, 0 
por conseguenza allo dolcezze deH’amicizia, Ri¬ 
guardo ai loro inferiori, sebbene in apparenza 
parlino loro con bontà, si può facilmonto scòr¬ 
gerò cho vorrebbero piuttosto imprimer loro il 
timore della superiorità, cho esserne amati. Con¬ 
tuttoché i. Veneziani sieno grandi adulatori dei 
loro padroni (cosi chiaman essi i nobili!), non¬ 
dimeno io, nel mio soggiorno in Vonezia, gli ho 
trovati di piacevolissima compagnia. Non sono 
più accessibili ai forestieri che ai nobili, e pen¬ 
sano, con ragione, atteso il gran numero dei 
forestieri eh© vengono in Venezia, cho sarebbo 
imprudenza il formare con essi amicizia troppo 
facilmente; mn quando un forestiero si dichia¬ 
ra loro amico, non si può dire a qual segno por- 
tino il loro attaccamento e la loro cordialità. 

I Veneziani, in generale, vivono mal volentieri 
coi loro padroni ; preferiscono la società dei 
loro eguali o di forestieri doi quali conoscano 
•la prudenza 0 l’allegria. Senza qu est’ultima 
qualità non si è ben rioevuto dai Veneziahi- 

Io non m ièstenderò a favellare del basso 
popolo e special ine lit-c dei gondolieri, che tutti 
i viaggiatori fecero abbastanza conoscere. Si 8a 
che essi si piccano di vivacità nello risposte o 
di bei motti ; cho si vantano gran conoscitori in 
materia di teatro ; e che quando si tratta di 
intrighi amorosi, si può contare sulle loro cure. 

A questi tratti cho caratterizzano i gondo¬ 
lieri, soggiungerò che amano molto la poesia, 
e che quasi tutti, anche le loro donne, sono 
in ÌRtato di recitare a memoria i poemi dcll’A- 
riosto del Tasso, oltre una quantità di stanze 
te qunli si chiamano ottavo rime. E’ uno dei 
loro gran divertimenti i] cantare queste stanze, 
massime al chiaro della luna. 

Dall’opera «< 7 li Italiani ere.* V. Barotti n. 1 - 3 . 

L’ECO DELLA STAMPA 

(Corso Porta Nuova, 24 - Milano 112 )- 

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IL BARETTI 


Pag. 31 


Nuovi appunti su 

Dopo clic s’è isolato il nòcciolo dell’ispira¬ 
zione artistica, c s'è visto come tutta la tela 
di A. K. si accentri nel peccato di Anna, nei 
suoi precedenti e nelle sue conseguenze quanto 
nello sua vera c propria descrizione, e s’è cer¬ 
cato d’individuare il carattere del fascino e- 
sercitato dall’opera d'arte col notare com'essa 
sin sopra tutto estremamente semplice c nuda 
e priva d’ogni lenocinio finanche di bravura, 
— può forse non esser privo d’interesse in¬ 
dagare estesamente quelli che in A. K. sono i 
caratteri più minuti, e tanto più personali, 
dell’arte del Tolstòj; avvicinarsi cioè allo stile 
dello scrittore, e valutare c lumeggiare qual¬ 
che particolare, che possa agevolar la miglior 
comprensione dell’intero quadro. 

Ma innanzi tutto conviene chiarire il con¬ 
cetto di stile : dirò perciò come io lo consi¬ 
deri un problema psicologico c non un pro¬ 
blema retorico; giacché riniportante, anzi l'es¬ 
senziale, è d'avere quella data forma mentis 
c non un'altra; e non di adoperare un tempo 
del verbo invece d’ut» altro, c il punto c vir¬ 
gola invece del punto fermo. S’intende che il 
problema psicologico si studia c si conosce 
nelle sue estrinsecazioni pratiche, di parole 
e di periodi, che possono formare oggetto an¬ 
che d’indagine retorica; ma io credo che non 
si faccia un lavoro utile alila j>cnetraz : .ouc 
del valore poetico se non risalendo ogni volta 
dalle parole e dai periodi allo spirilo del poeta 
come s’è palesato nel complesso dell’opera, 
ovverossia stabilendo continuamente delle re¬ 
lazioni fra il fatto particolare e l’ispirazione 
generale. E se questo parrò ovvio c naturale, 
si pensi clic ancora nel gennaio del 1920 uno 
che non solo se ne intendeva perchè sapeva 
far bene lui, ma pareva dovesse avere un gusto 
assai delicato, Marcel Proust, scriveva nella 
n. r. f. ti a proposito dello stile del Flaubert » : 
« J’ai òtò stupòfait, je l’avouc, de voir traitcr 
de peu douò pour òcrire, un homme qui par 
Vusage entièrement nouyeau et personnel qu’il 
a fait du passò dòfini, du passò indòfini, du 
participe présent, de ccrtains pronoms et de 
certaines prépositions, a renouvelò presque 
autant «otre vision des choses que Kant, avee 
scs Catògorics, les théories de la Connaissance 
et de la Ròalitó du monde extòrieur». Questo 
periodo, che è d’un romanziere il quale senza 
dubbio, malgrado le sue chiesuole d’ammi¬ 
ratori, avrò un posto nella storia della poesia 
francese di questo secolo, si può leggerlo a 
pag. 193 del libro postumo Chroniques, pub¬ 
blicato alla fine dell'anno passato; e dimostra 
come non sin inutile di liberarsi ancora una 
volta esplicitamente dalle determinazioni rc- 
tpriche c formalistiche dello stile. 

E, del resto, nulla sarebbe più difficile, per 
quanta pazienza uno ci mettesse, che stabilir 
le ragioni grammaticali della bellezza stilistica 
di A. K., giacché nulla è più vicino alla sec¬ 
chezza da relazione o da memoriale di certe 
pagine fra le più potenti. Ce n’è una sulla 
morte, per esempio, che emerge fra le altre 
del Tolstòj, grande e sobrio descrittor d'a¬ 
gonie. 11 fratello di Lòvin, Nikolòj, è mori¬ 
bondo, di tubercolosi; e negli ultimi istanti 
non fa che lamentarsi, di tutto c di tutti; ma 
quei lamenti hanno qualcosa di straordinario 
e d’incomprcnsibile; e lo scrittore spiega : « E- 
vidcntementc in lui si compieva quella rivo¬ 
luzione, che doveva farlo guardare alla morte 
come a un soddisfacimento dei suoi desideri, 
come olla felicitò. Prima ogni desiderio se¬ 
parato, suscitato da una sofferenza o da una 
privazione, come la fame, la stanchezza, la 
sete, era soddisfatto da una funzione del cor¬ 
po, che arrecava piacere, ma adesso la priva¬ 
zione c la sofferenza non ricevevano soddisfa¬ 
cimento, e il tentativo di soddisfacimento 
suscitava una nuova sofferenza. E perciò 
tutti i desideri si confondevano in uno 
solo — ji desiderio di liberarsi da tutte le sof¬ 
ferenze e dalla loro fonte, il corpo. Ma per 
l'espressione di questo desiderio di liberazione 
egli non aveva parole, e perciò non parlava di 
questo, ma secondo la sua abitudine voleva il 
soddisfacimento di quei desideri che ormai non 
potevano essere adempiti ». Qui non ci sono 
certamente innovazioni di -sorta nell’uso dei 
tempi o dei modi; ma pur nelle frasi scarne si 
vede la pena dell’uomo che è giò come morto, 
eppure respira ancora, c soffre ancora, ma 
non può più sentire come i vivi, benché non 
sappia esprimersi se non come loro: l’anima 
sta giò per liberarsi dalla sua posizione, e non 
ha parole « per l’espressione di questo desi¬ 
derio di liberazione ». 

Questa estrema semplicitò, che sottintende 
ma non maschera la commozione, non esclude 
però che vi siano in A. K. espressioni amma¬ 
lizziate, ma sopra tutto nelle parti d’ispira¬ 
zione ironica. Come quando Kitty, clic ha ri¬ 
fiutata la proposta di matrimonio fattale da 
I,évin, c poi è stata abbandonata da Vrònskij, 
dopo averci fatta una malattia sopra, rivede 
Léviu : « Se non fosse stato il lieve tremito 
delle labbra c l’umidore che copriva gli occhi 
e aggiungeva loro scintillio, il suo sorriso sa¬ 
rebbe stato quasi calmo ». Aveva le labbra che 
le tremavano,,gli occhi umidi, ma voleva es- 

(1) I primi sono apparii *ul Barriti del novembre- 
dicembre 1927. 


“ Anna Karénina „ (,) 

sere calma ad ogni costo, non voleva confes¬ 
sare a se stessa come quest’incontro le impor¬ 
tasse : perciò si assicurava che, so non ci fos¬ 
se! o stati quei trascurabili particolari a dimo¬ 
strare il contrario, ossia se non fosse stata 
commossa, sarebbe stata quasi calma. Questo 
puntiglio noi lo intravediamo, c abbiamo la 
gioia di scoprirlo tutto soltanto se leggiamo 
con attenzione : è tutt'un gioco di sfumature. 

Da questi due esempi si deducono i due ca¬ 
ratteri dell'ispirazione del Tolstòj in A. K., 
quello serio e quello ironico, che posson ser¬ 
virci a determinare lo stile dell’opera. Infatti 
lo scrittore dinanzi a un’immagine della sua 
fantasia era in uno di questi due stati d’ani¬ 
mo : o serio, c disposto a discrivcrla con esat¬ 
tezza quasi scientifica, linearmente, con il solo 
scopo d’esscr chiaro, ricorrendo ni mezzi più 
semplici non solo, ma anche a quelli più per¬ 
suasivi; o ironico, polemico, brillante, e al¬ 
lora molto spesso egli sconfinava dall’arte, 
perchè di rado si limitava a esser fine come 
neU’csciiipio più sopra riportato, e cadeva vo¬ 
lentieri nell’assurdo o nel sarcasmo, pur di fla¬ 
gellare un vizio o un pregiudizio. A dimo¬ 
strare la veritò del primo caso stanno, ad c- 
sempio, i paragoni, caratteristici del Tolstòj 
non soltanto in A. K. : perchè quasi mai egli si 
abbandona al paragone che dia al lettore l’im- 
magine poetica d'un concetto (« Tallitila sua 
la conosceva, gli era cara, la proteggeva, co¬ 
me la palpebra protegge l’occhio »), ma in¬ 
vece ricorre spesso ai paragoni esemplificativi, 
come questo, sconcertante ma indubbiamente 
chiaro : « Non si può proibire a un uomo di 
farsi una grossa bambola di cera c di baciarla. 
Ma se quest’uomo con la bambola venisse e-si 
sedesse dinanzi a un innamorato e si jioncsse a 
carezzar la sua bambola come Tiiinainorato ca¬ 
rezza quella ch’egli ama, l’innamorato ne pro¬ 
verebbe dispiacere. Il medesimo sentimento 
spiacevole lo provava Michòjlov nel vederi! la 
pittura di Vrònskij : gli faceva un'impressione 
e buffa, c di stizza, c pietosa, e offensiva ». 
Come pure il momento altamente drammatico 
in cui Karònin rivede la moglie colpevole, 
dopo averle scritta la lettera dove esigeva che 
almeno le apparenze fossero salvate, è osser¬ 
vato con occhio impassibile. Dopo aver detto 
ch’è contento dell’arrivo della moglie, Alck- 
sjój Aleksòndrovic tace; poi, a un tratto, chie¬ 
de notizie del figlio, e subito dopo, senza 
aspettar la risposta, soggiunge: « Non pran¬ 
zerò in casa quest’oggi c adesso devo andar 
via. — Volevo partire per Mosca, — diss’clla. 
— No, avete fatto molto, molto bene a ve¬ 
nire, — diss’egli c tacque di nuovo ». Lo stato 
d’animo ironico può esser polemico, ma pur 
di natura artistica, come quando Vrònskij, che 
ha cominciato a fare una corte spietata ad 
Anna, dice alla cugina Betsy clic ha paura 
d’esser ridicolo, e segue questo commento : 
« Egli sapeva molto bene che agli occhi di 
Bctsy c di tutte le persone mondane non ri¬ 
schiava d’esser ridicolo. Sapeva molto bene 
che agli occhi di queste persone la parte dcl- 
Tainantc disgraziato d'una ragazza e in gene¬ 
rale d’una donna libera poteva esser ridicola, 
ma la parte dell’uomo che s’era attaccato a 
una donna maritata c che a qualunque co¬ 
sto metteva in gioco la vita per indurla in 
adulterio, — che questa parte aveva qual¬ 
cosa di bello, di maestoso c non poteva mai 
esser ridicola ». Ma può anche esser sempli¬ 
cemente cattiveria moralistica, come quando, 
poche pagine dopo, la principessa Betsy è 
descritta mentre tira giù con un movimento 
delle spalle il corpetto del vestito da sera, 
« per essere, come si deve, completamente 
nuda quando si sarebbe messa innanzi, verso 
la ribalta, alla luce del gas c agli occhi di 
tjltti ». 

In A. K. c’è poi un personaggio che rias¬ 
sume questi due stati d’animo dello scrittore, 
ed è sommamente interessante, benché non 
sia forse fra quelli artisticamente più riusciti : 
Alcksjòj Aleksòndrovic Karònin. Finché non 

10 vediamo perdonare a Anna morente il suo 
fallo, e prendersi cura della bimba neonata 
che non è sua, per noi egli è come lo vede 
Anna — una macchina vivente, l'uomo dalla 
voce sottile, dalle vene gonfie sulle mani, 
dalle orecchie che si piegano sotto le tese 
del cappello, dagli occhi torbidi; la moglie 
gli confessa il suo peccato, c lui non ritrova 

11 proprio equilibrio se non quando può pren¬ 
dersi l’appunto d’un suo bel progetto buro¬ 
cratico: u in primo luogo, che venisse for¬ 
mato una nuova commissione, cui fosse dato 
l’incarico di studiare sul posto la situazione 
degli allogeni; in secondo luogo, se fosse ve¬ 
nuto in chiaro che la situazione degli allo¬ 
geni era realmente come appariva dai dati 
ufficiali che erano in mano del comitato, che 
venisse nominata ancora una nuova commis¬ 
sione scientifica per lo studio delle cause... 
dai punti di vista : a) politico, b) amministra¬ 
tivo, c) economico, d) etnografico, c) mate¬ 
riale e f) religioso; in terzo luogo... ». Ma 
poi viene il momento in cui Karònin, dinanzi 
a Anna in delirio, sciite » una felicitò nuova, 
non mai provata da lui. Non pensava che 
quella legge cristiana, che per tutta la vita 
aveva voluto seguire, gli imponeva di perdo¬ 
nare e di amare i suoi nemici; ma un gioioso 


sentimento d'aniorc e di perdono dei nemici 
gli riempiva Taninia ». La caricatura diventa 
Tinunaginc d'un uomo; non basta dire che 
fino a quel giorno egli « non conosceva il 
suo cuore » : fino a quel giorno il Tolstòj co 

10 rappresenta come il tipo del marito ingan¬ 
nato, ridicolo perchè ingannato, non com¬ 
passionevole perchè marito; dopo, invece, è 
con commozione che si legge come « egli con¬ 
siderava che per Anna fosse meglio rompere 
i rapporti con Vrònskij, ma, se essi tutti cre¬ 
devano che questo fosse impossibile, egli era 
pronto perfino ad ammettere nuovamente que¬ 
sti rapporti, pur di non disonorare i bam¬ 
bini, di non venirne privato c di non mutare 
la propria situazione. Per quanto questo fosse 
male, tuttavia era meglio della rottura, con 
la quale ella era posta in una situazione senza 
vie d’uscita, obbrobriosa, e lui stesso veniva 
privato di tutto quel che amava ». (E quello 
clic amava erano i bambini : insieme col suo 
la bimba di Vrònskij). Però il periodo « uma¬ 
no » di Karònin non dura molto', egli non 
ritorna più la caricatura di prima, non è più 
visto con gli occhi di Anna; ma quando deve 
occuparsi delTeducazionc del figlio, ora clic 
ha da incaricarsene lui, « non essendosi mai 
occupato di questioni d’educazione », studia 
la materia in teoria, e, « avendo letti alcuni 
libri d’antropologia, di pedagogia c di didat¬ 
tica », si fa uno » schema d'educazione », c 
parla col figlio « come se si fosse rivolto a 
un certo fanciullo da lui immaginato, -uno 
come ce n’è nei libri, ma nicnt'affatto somi¬ 
gliante a Scrjòza ». Tuttavia ha qualche dub¬ 
bio, sia pur lieve, sulla legittimità del misti¬ 
cismo a cui ha aderito, e, poiché si compiace 
della sua parte, ha la coscienza di recitare 
una parte, mentre prima era meccanico c le¬ 
gnoso in ogni momento della sua vita; come, 
d’altra parto, a ricordargli la sua passeggera 
abnegazione, gli si produce una sofferenza 
acuta che è quasi timore ma non certo ver¬ 
gogna. 

Sembrerebbero derivati dallo stato d’animo 
ironico — ma l’origine è invece ben più ele¬ 
vata — i momenti, essi pure tipici del Tol¬ 
stòj, delle notazioni psicologiche tanto inge¬ 
nue da parer infantili ch’egli riserba si può 
dire esclusivamente a Lòvin (come in Guerra 
c pace a Pierre). Cosi, quando deve andare a 
chieder la mano di Kitty, gli pare che tutto 
e tutti siati partecipi della sua felicità, e che 
da ogni parte gli giungano sorrisi approvazioni 
incoraggiamenti : sicché un piccione che vola 
e le ciambelle fresche messe in vetrina fra 
l'odor di pane appena cotto fanno a un tempo 
ridere e piangere Lòvin dalla gioia. E’ l’espres¬ 
sione di quella parte pura degli uomini buoni 
(Lòvin è sopra tutto un buono), che rimane 
intatta dalla fanciullezza senza che nulla 
possa, corromperla. E’ la rivelazione della 
struttura elementare del pensiero umano, 
quando non è corrotto dall’intellettualismo. 
E per mezzo di quest’ingenuità il Tolstòj 
giunge a rendere a volte con una sola frase 
T immediatezza confidente e pacata delle 
espressioni d'una vita semplice. Lòvin alla 
moglie che l'ha guardato a lungo in silenzio, 
mentre tutt'e due lavoravano, chiede a cosa 
ella pensasse or ora; e lei risponde: « Ah, a 
che pensavo? Pensavo a Mosca, alla tua 
nuca ». 

Allo stato d’animo serio si riannoda pure 
quel senso d’inevitabilitò c quasi di fatalità 
che incombe sui personaggi in molti punti 
di A. K., nnch’csso derivato da convinzioni 
profonde dello scrittore, — veramente travol¬ 
gente nella preparazione psicologica dell’ab¬ 
bandono della casa del marito per parte di 
Anna : il perdono, la convalescenza, l'insof¬ 
ferenza prima fisica e poi morale della pre¬ 
senza del marito, Tuffetto proclamato nel de¬ 
lirio che diventa semplicemente lealtà dap¬ 
prima e irritazione in seguito, il desiderio ine¬ 
spresso del divorzio che trova un alleato in¬ 
sperato nel fratello, la remissività del marito 
dinanzi alla forza volgare da cui crede d’es¬ 
ser assalito dal di fuori mentre non è se non 

11 suo carattere ossequente alle convenienze 
che riprende il sopravvento, — e poi Vròn¬ 
skij che, guarito dalla sua ferita, corre da 
Anna appena può farlo, benché fosse già di¬ 
sposto a partire senza vederla, c infine le 
parole di Anna : n SI, ti sei fatto padrone di 
me, e sono tua ». Dopo — l'abbandono dc[la 
casa del marito, che è, appunto, inevitabile 
e quasi fatale. Ed è stato portato da una con¬ 
catenazione di fatti in cui l’antecedente non 
rende necessario il seguente, ma però questo 
non potrebbe essere senza tutte le cause clic 
l’hanno preceduto; c, come la velocità d’un 
grave che cade aumenta più esso si avvicina 
alla Terra, qui la velocità del racconto au¬ 
menta più ci si avvicina alla partenza di An¬ 
na con Vrònskij : sicché la conclusione poi 
è laconica, senza che per il momento s’abbia 
desiderio di saperne di più : u Dopo un mese 
Aleksjòj Aleksòndrovic rimase solo col figlio 
nel suo alloggio, e Anna parti per l’estero 
con Vrònskij, senz’aver ottenuto il divorzio 
c avendovi risolutamente rinunciato ». Più 
curioso è un altro esempio di quel tono d’ine- 
vitabilità, in cui tutto è più calmo, perchè si 
tratta d’un fatto che sarebbe stato bene fosse 
avvenuto, ma non provoca nessuna conse¬ 
guenza profonda a non avvenire: è il man¬ 
cato matrimonio fra lo scrittore Scrghjéj Iva- 
novic Kòznyscv e Vàregnka, la caritatevole 


amica di Kitty. Sono tutt'e due persone ra¬ 
gionevoli c non più giovanissime; sono tutt’e 
due sicuri del fatto loro, e contenti di spo¬ 
sarsi; ma quando |>er Scrghjéj Ivànovic viene 
il momento di far la dichiarazione, c sono 
soli in un bosco, invece di quelle altre pa¬ 
role « per una certa considerazione che gli 
era venuta fatta » egli chiede, seguitando un 
discorso cominciato involontariamente già pri¬ 
ma : « — E che differenza c’è fra gii òvoli 
c i prugnoli?» A Vàregnka tremali le labbra, 
ma risponde : «— Nella cappella non c’è quasi 
differenza, bensì nella radice». E l'agitazione 
clic prima li pervadeva tutt’e due si placa, 
e capiscono « che quello che avrebbe dovuto 
esser detto non sarebbe stato detto ». E Ser¬ 
gi! jòj Ivànovic soggiunge, ormai calino : «— Il 
fungo prugnolo, la sua radice ricorda una 
barba bruna di due giorni ». «— Sì, è vero, — 
rispondeva Vàregnka sorridendo, c involonta¬ 
riamente la direzione della loro passeggiata 
mutò ». Invece di parlare del loro futuro, 
hanno parlato di funghi; ma si ha l'impres¬ 
sione che, se non ci fosse stato quell’argo¬ 
mento, non avrebbero avuto lo stesso il co¬ 
raggio d'nffrontare queU'altro; c perciò la 
domanda e la risposta sulla differenza clic c’è 
fra Tòvolo c il prugnolo ha un significato ben 
più profondo : come si fossero detti : « Ce l’a¬ 
vete voi il coraggio di sfidare la sorte e par¬ 
lare? » — « No, non l’ho, come non T avete 
voi ». 

Naturalmente (ma qui Tosscrvnzionc deve 
diventare alquanto estrinseca c formalistica), 
pregio grande dello stile del Tolstòj è anche 
la precisione del termine, che, posto fram¬ 
mezzo agli altri come con trascuranza, ci dà 
subito Timmagine plastica d’una situazione. 
Vrònskij, che cade da cavallo mentre è al 
comando d’una corsa a ostacoli, si accorge 
d’esscr ritto k sul fangoso terreno immobile » : 
c con questo è detto, implicitamente, come 
prima il terreno si moveva, è data, l’im¬ 
pressione della corsa, c quella dell’arresto for¬ 
zato c violento, proprio a contatto del « ter¬ 
reno immobile ». Come necessariamente estrin¬ 
seco dev'essere il senso d’animirazionc che 
suscitano certe sobrietà nella descrizione psi¬ 
cologica, quando le parole del dialogo o sem¬ 
plici constatazioni sèrvono a esprimere c ba¬ 
stano a far indovinare. Si veda l’amore col¬ 
pevole, quello di Anna c Vrònskij : « Egli 
prese la mano di Anna e la guardò negli oc¬ 
chi interrogativamente. Ella, avendo capito 
quello sguardo in un altro modo, gli sorrise ». 
E l’amore puro di due giovani sposi, Lòvin e 
Kitty : « — Ecco, cosi, — diss’ella, prenden¬ 
do la mono del marito, portandola alla bocca 
c toccandola con le labbra non dischiuse. — 
Come baciar la mano al vescovo. — E a chi è 
che non prende? — diss’cgli ridendo. — A 
tutt’e due. Invece bisogna che si faccia cosi... 
— Vengono dei contadini... — No, non hanno 
veduto ». 

Gli esempi di questa delicatezza sono nu¬ 
merosissimi, e il fatto che siano tutti di 
quel carattere che, per dargli un nome, s’è 
chiamato serio, ci conferma come queU’altro 
ironico di solito fosse di provenienza extra¬ 
artistica, polemica. Il contrasto ironico fra 
Lòvin, anima pura e vicina alla terra, c il 
suo fratellastro Kòznyscv è quasi sempre d’un 
sarcasmo che stona; come quando Lòvin 
ha falciato con i contadini e torna tutto gio¬ 
ioso c sereno, c l’altro gli parla fastidiosa¬ 
mente di problemi di scacchi, come fosse un 
bambino noioso e non lo scrittore che tutti 
onorano e amano. Ma non si può non notare 
un tratto, in questo contrasto, che è veramen¬ 
te . finissimo. Dopo avere esposta T impreci¬ 
sione e la mutevolezza delle idee sul popolo 
che ha Lòvin, il quale ci vive sempre in 
mezzo, il Tolstòj passa a narrare quelle del 
suo.fratellastro, che abita in città e vede il 
popolo come una «contrapposizione » a qual¬ 
cosa d’altro, idee chiare, perchè artificiose e 
astratte; c conclude: « Egli non mutava mai 
la sua opinione sul popolo e il suo tratto 
simpatetico ad esso ». 

Però questo stato d’animo ironico in A. K. 
il più delle volte è represso, sicché si può cre¬ 
dere che il Tolstòj stesso avesse coscienza 
della sua origine spuria. Lo stato d’animo 
serio può anch’csso suggerirgli l’esemplifica¬ 
zione — inutile, come ben s'intende — d’una 
teoria per mezzo d’un personaggio che non 
ha altro ufficio se non quello; c parrà altre 
volte che lo scrittore sia come la principessa 
Sccrbàtskaja, che aveva sempre in serbo due 
temi di conversazione per i casi disperati — 
l’istruzione classica e tecnica, e il servizio mi¬ 
litare obbligatorio —; ma sono i momenti 
della prosa che ci sono in ogni opera di poesia, 
e che tanto più facilmente s’introducono in 
un’/l. K-, che è d’una minuziosità quasi 
scientifica anche nel modo d’esprimersi della 
poesia. 

Appunto il modo d'esprimersi della poesia 
in A. K. lio chiamato stile e ho cercato d’ana¬ 
lizzare. E m’hanno tenuto lontano da disqui¬ 
sizioni sulla tecnica anche questi pensieri del 
Tolstòj, che son proprio di A. K., dove ven¬ 
gono attribuiti a un pittore : « Egli sentiva 
spesso questa parola tecnica e non capiva as¬ 
solutamente cosa s’intendesse con questo. Sa¬ 
peva che con questa parola s’intendeva la 
facoltà meccanica di dipingere c di disegnare, 
completamente indipendente dal contenuto. 
Spesso aveva notato, come anche nella pre- 



Pag. 32 


IL BÀRETTI 


sente lode, che si contropponcva la tecnica al 
pregio interno, come se si potesse dipinger 
bene quello che era male. Sapeva che ci vo¬ 
leva molta attenzione c precauzione per non 
danneggiare l'opera togliendone un velo, c 
per togliere tutti i veli; ma l'arte di dipingere 

— 11 non c’cra nessuna tecnica. Se a un bam¬ 
bino piccolo o alla sua cuoca si fosse scoperto 
quel ch'egli vedeva, allora anch'cssa avrebbe 
saputo cavar dal guscio quello che vedeva » 

Lkonk Gi.N7.nukG 

La questione 

dell’Ateismo 

(1798-99) 

Nel « Philosophischer Journal » del 1798 
compariva l’articolo di Fichte che doveva dare 
occasione a tutta la « questione dell'ateismo » 
e sfogo ai molti odi contro la sua persona : 
I. » Del fondamento della nostra fede in un 
governo divino del mondo ». — « Considerato 
come risultato di un ordine morale del mondo, 
si può ben chiamare rivelazione il principio 
della fede nella realtà del mondo sensibile. 
E’ il nostro dovere che si rivela in essa. Que¬ 
sta è la vera fede; quest’ordine morale è il di¬ 
vino che noi ammettiamo ». — « Il vero atei¬ 
smo, la vera incredulità ed empietà, consisto¬ 
no nel sofisticare sulle conseguenze delle pro¬ 
prie azioni, nel non voler ubbidire alla voce 
della propria coscienza fin clic non si creda 
di prevedere il successo, ncll'elcvare cosi il 
proprio consiglio al disopra del consiglio di Dio, 
e nel fare di se stesso un Dio » — « Chi vuol 
fare il male perchè ne venga bene, è un em¬ 
pio ». — Ed ecco comparir subito la denunzia 
anonima ad aprir la polemica : « Scritto di un 
padre al suo figlio studente, a proposito del¬ 
l'ateismo di l'idi te e di Forberg », dove, si ca¬ 
pisce ! la religione viene « difesa » come ne¬ 
cessario aiuto della morale : « che bellezza la 
società umana, se tutti, o almeno la maggio¬ 
ranza, avessero religione ! ». — « Ti devo con¬ 
fessare sinceramente clic fin dal principio io 
non ho profetizzato lunga durata alla filosofia 
critica. I.a mia previsione si è già in parte av¬ 
verata. Perchè le diverse parti che lottano vio¬ 
lentemente fra loro minacciano reciproca¬ 
mente di distruggersi e, secondo l’esempio del 
grande Fichte, si annienteranno l’una l'altra 
appena sarà loro possibile. Alla fine i più tor¬ 
neranno indietro dal loro paese di Utopia nella 
regione del buon senso e della sana ragione...» 

— In seguito a questa denuncia Fichte, che 
già fin dal 1794, quando aveva cominciato le 
sue lezioni a Jena, si era trovato per l’ora della 
domenica mattina in conflitto con l’autorità 
religiosa, che teneva appunto contemporanea¬ 
mente il servizio divino, e poi nel 1795 colla 
« Missione del dotto » aveva suscitato il ve¬ 
spaio delle Corporazioni studentesche, veniva 
ora messo al bando dalle corti di Weimar e di 
Gotha e costretto alle dimissioni, e ci voleva 
proprio la spregiudicata larghezza di Fede¬ 
rico II per lasciarlo indisturbato a Berlino: 
« Se come risulta, Fichte è un cittadino tran¬ 
quillo, gli può ben venir concesso di dimo¬ 
rare nei mici stati. Se è poi vero che ce l’ha 
col buon Dio, se la veda il buon Dio con lui; 
a me non importa niente ». 

I.a moglie del filosofo scriveva il 20 marzo 
1799 « abbiamo, io specialmente, passato un 
inverno proprio disgraziato, perchè la faccenda 
dell’ateismo hn fatto un tal chiasso, clic sarto, 
calzolaio, e perfino delle mendicanti ci hanno 
dato il loro giudizio e si sono abbandonati ad 
ogni sorta di calunnie... E* proprio in genere 
un gran danno quando tali ilice si diffondono 
fra la gente volgare; i governi non ci pensano 
quando iniziano di queste chiassate... » — Gli 
studenti facevano petizioni su indizioni per¬ 
chè u di quest'uomo, che un giorno sarà l'or¬ 
goglio del nostro secolo », non si accettassero 
le dimissioni, che avrebbero tolto per molti 
di loro l'unica ragione di rimanere a Jena; ma 
Carlo Augusto faceva rispondere freddo fred¬ 
do che non lo irritassero oltre con quella sto¬ 
ria. I,'etica eroica del!'idealismo era per questi 
bravi principi sancii Iodismo, la sincerità ru¬ 
de dell'uomo era per lo stesso Schiller un « in¬ 
correggibile cumulo di assurdità ». Goethe be¬ 
nignamente gli dava del <• bambino » clic can¬ 
ta al buio per farsi passare la paura delle om¬ 
bre, e solo i romantici si entusiasmarono |»cr 
lui, senza il quale Jena sarebbe ricaduta nel 
caos della « banalità » comune, e il cui « me¬ 
rito consiste appunto iidEnverc scopetta la 
religione... ». 

La quale religione trova un vero elevatis¬ 
simo inno nell’» appello al pubblico a propo . 
sito delle manifestazioni di ateismo attribui¬ 
tegli da un ordine di sequestro del principe 
di Sassonia (scritto che si prega di leggere 
Prima clic venga sequestrato) 1709 ». 

« Sopportare tranquillamente l’accusa di 
empietà è lina delle empietà j*cggiori » Tale 
il punto di partenza di questo « ateo » clic 
pone la fede in Dio come il vero carattere dif¬ 
ferenziale dcH'umnnità. Appello al pubblico 
perchè conosca e giudichi : conosca le nieno 
dei nemici clic ottengono la proibizione del 
giornale, la dichiarazione di ateismo, e noti 
si fermeranno lì, Fichte li conosce; giudichi 
la sua fede, a introdur la quale ricorda il gesto 


dell'eretico Vanini prima di morire sili rogo: 
clic estrasse dal medesimo un filo di paglia 
e guardandolo disse : « se fossi tanto disgra¬ 
ziato da dubitare dell'esistenza di Dio, questo 
filo di paglia me ne persuaderebbe ». — Non 
per il successo della sua persona, elle non 
importa. « Se in questa lotta io sono vinto, 
vuol dire che soli venuto troppo presto ed è 
volere di Dio che io sia vinto». Ma per la 
causa della verità : « se non difendiamo su¬ 
bito la nostra libertà di spirito, potrebbe ben 
presto esser troppo tardi », e qui si sente quel¬ 
lo « scavare e ricercare la verità », queiran¬ 
sia romantica e dcmocraliva che Baggescn de¬ 
finisce « sansculottcric a priori » e che spiace 
per il tono anche a Schiller più conservatore 
che non si creda, mentre perfino il granduca 
Augusto sa distinguere: ateo? no -- solo ere¬ 
tico; ed una speciale sorta di eretico; che, in¬ 
vece di credere alla Trinità, crede solo allo 
Spirito santo. Ma il democratico parla : la ve¬ 
rità? sentirete dire clic è orinai bcll’c pronta da 
tanto, clic si tratta solo di impararla a me¬ 
moria e di ripeterla così com’è : « e allora i 
troni sono saldi, gli altari non vacillano, e 
neppure un centesimo delle decime va per¬ 
duto ». Troppa mitezza verso un tale giaco¬ 
bino aveva in verità il granduca ! 

L’accusa di ateismo da parte di un governo 
è una troppo grave violazione del diritto di 
pensare, perchè l’appello al pubblico non sia 
una solenne battaglia data in nome della li¬ 
bertà di pensiero; « il coraggioso Fichte com¬ 
batte veramente per tutti noi », scriveva A. W. 
Schlegel a Novalis, « se perde, sono i roghi 
clic tornano». E, difesa insieme della filosofia 
moderna nel suo complesso, per la quale Wie- 
laud consigliava a Carlo Augusto di costruire 
un apposito manicomio. L'ateismo per gli ac¬ 
cusatori è solo un pretesto, dice Fichte : il loro 
nemico è tutta la filosofia moderna. E allora 
proibiscono di stampare, proibiscono di inse¬ 
gnare. Davanti a tanto, bisognn difendersi; 
» bisognerebbe, dice invece Schlcierinacher, 
chiedere al Granduca di Sassonia una defini¬ 
zione ben determinata e giusta di Dio e della 
sua esistenza... ». 

Ma sentiamo la dichiarazione di fede del¬ 
l’imputato di ateismo. C’è nella conoscenza u- 
mana qualcosa di assolutamente vero e gene¬ 
ralmente valevole : la coscienza della missione 
morale. Il dovere costituisce la santità della 
vita; la vita, in cui non c’è creatura clic non 
conosca il sospiro, l’aspirazione del transeunte 
all’eterno. L’adcmpimeuto del dovere è l’u¬ 
nico mezzo che la mia coscienza mi insegna 
alla beatitudine, e il divino è l’ordine del 
mondo morale : « è debolezza di mente ed è 
debolezza di cuore voler far dipendere il senti¬ 
mento dal concetto. Chi non volesse credere 
di sentir freddo o caldo fin che non gli si po¬ 
tesse dare in mano un pezzo di sostanza fredda 
o calda da esaminare, farebbe certo ridere ogni 
persona ragionevole; ma chi pretende un con¬ 
cetto di Dio abbozzato anche in minima parte 
senza riguardo alla nostra natura morale e da 
lei in minima parte indipendente, non ha inai 
conosciuto Dio ed è estraneo alla vita clic vie¬ 
ne da Lui ». 

Donde l’afTermazionc dell'unità assoluta di 
moralità e religione, anticipazione entrambe 
del soprasensibile, l'ima mediante l’azione, 
l'altra mediante la fede; e la recisa condanna 
della religione senza morale, clic è supersti¬ 
zione, e il necessario sorgere della fede dal- 
l’agirc morale. Fede clic non è fede nel feno¬ 
meno, ma nel suo fondamento soprasensibile, 
morale a cui non basta l’onorcvolezza este¬ 
riore, ma che deve condurre all'onestà intc¬ 
riore. Ateismo? certo: dal punto di vista de¬ 
gii avversari, cudciuonisti in morale, dogma¬ 
tici nella speculazione : in quanto Dio non può 
essere i>cr il filosofo una particolare sostanza, 
non il vecchio il giovane e la colomba delle 
raffigurazioni più ingenue, con l’estensione 
immensa attraverso lo spazio infinito dell’ido¬ 
latria più raffinata. Un Dio datore di godi¬ 
mento? Ma questa è carne, non spirito; senso, 
non religione : » la prima sensazione veramen¬ 
te religiosa uccide ogni brama ». Un Dio clic 
serve alle brame degli uomini? Sì, esso è il 
« princii>c del mondo », un idolo, non un Dio. 
Ed ecco chi sono i veri atei : loro, gli accusa¬ 
tori. Di fronte ad essi si eleva la nuova filosofia 
a negare « la realtà di ciò che è temporale e 
transeunte per sostituire in tutta la sua di¬ 
gnità quella dell'eterno-che non passa », » l'e¬ 
sistenza di un Dio sensibile che serva alle bra¬ 
mosie » per venerare il Dio soprasensibile 
clic solo è; 0 e noi altri spiriti razionali vi¬ 
viamo solo in lui ». 

Un coiitcm|»oraiico riferisce che Fichte par¬ 
lava di solito in un tono tagliente e offensivo, 
non aveva delicatezza e finezza, non voleva 
commuovere ma elevare, non fare degli uo¬ 
mini Intoni, ma degli uomini grandi Fi così 
risulta da qualche forte pagina di questo «♦ ap¬ 
pello » : tutta la forza l'uomo l’ncquista solo 
lottando con se stesso e superando se stesso, 
n solo colui clic assume il suo compito, qua¬ 
lunque esso sia, con libera volontà e propo¬ 
sito, e segue la stia via sistematicamente, te¬ 
nendo lontani tutti i pensieri altrui; e non ri¬ 
posa fin clic non ha trovato fondo, o almeno 
sa dove si trova fondo, v non ce u’ò altro da 
cercare; e non crede di aver fatto qualcosa, 
fin che c'è ancora qualcosa da fare — solo co¬ 
stili e 1111 dotto di fondamento ». 


Veramente un maestro, quest’uomo che 
deve ritirarsi dairinscgnamciito : severo per 
gli studi come per la vita: nella quale addita 
reudemonismo come vera causa del disordine, 
di cui si va invece incolpando la nuova filosofia 
(è notevole come sempre del disordine si in¬ 
colpi non la decadenza ma la rivoluzione, non 
il disgregarsi del pensiero antico, ma il ger¬ 
mogliare del nuovo!) : il senso eroico ci vuole, 
e la certezza clic « il mio vero essere non di¬ 
pende dalln parte clic io recito fra i fenomeni, 
ma dal modo come la recito ». Veramente il 
più assoluto credente, questo filosofo accusato 
ufficialmente di ateismo : non nel sensibile, nel 
soprasensibile : « quello che per me è il solo 
vero ed assoluto, per essi non esiste, è chimera 
e fantasticheria di cervello malato; quello clic 
essi ritengono per vero ed assoluto, è per me 
semplice fenomeno senza realtà ». 

Ricordate Lessing? (lo ricordava già a pro¬ 
posito di questo suo valore religioso in rappor¬ 
to con Fichte e Goethe, Federico Schlegel). 
Mentre questa volta tocca proprio a Herder, 
l’altro grande precursore settecentesco, di 
farci una brutta astiosa figura di predicatore 
superato, quutido in una lettera del 5 aprile 
1799 a proposito del congedo di Fichte scrive : 
« La filosofia critica è tutta caratterizzata dal¬ 
l’arroganza, la ciarlataneria e gli insulti ».... 
E mostra così di riportare sul discepolo l'ira 
verso il maestro : Emanuele Kant. 

Emma Sola. 

RIBELLI 

Sono appena uscite 20.000 copie dj un nuovo 
romanzo di Alfred Ncumann, uno dogli autori 
più lotti in quest’ultimo anno in Germania. 
Questa volta il romanzo — scritto in Italia 
Ficsolo - Firenze cstato 1926 - ostate 1927 , — 
interessa l’Italia. 1 «ribolli» sono uu gruppo 
di Carbonari toscani noi decennio 1820 - 1830 . Il 
capo, Gasto Guerra, nato a Livorno nel primo 
anno del socolo; finalmente un italiano silen¬ 
zioso in un romanzo tedesco I Bello iutcrcssanto 
tormentato dubbioso, devo servir di esemplerò 
al motto di Tolstoi inesso in testa al libro: «che 
bolla cosa so si riuscisse in uno scritto a dar 
chiara espressione al fatto che l’uomo 6 qual¬ 
cosa di cangianto, che la stessa persona ò ora 
un malvagio, ora un angolo, ora un saggio, ora 
un idiota, ora un gigante ed ora l’essere più 
impotente della t orrn ! » Noi non lo vediamo 
cospirare, non lo sontiamo declamare ; lo vedia¬ 
mo sicuro di sò 0 del suo compito o tormen¬ 
tato dalla stanchezza estrema dubitaro dubita¬ 
re ; 0 soggiogare la principessa Maria Corleone 
amante del granduca, 0 fatale essere in genore 
alle donne : alia j>overa Checca Gioia sicura por¬ 
taordini, alla semplice Maria Pia giovino con¬ 
tadina, non meno cho alla propria sorolla Mad¬ 
dalena Guerra, sua demonica collaboratrico. 
Gasto Guerra vive in Borgnuto, ritirato, sotto 
falso nomo, colla sorella n uclla vicina Villa 
floll’Isola, ospiti della principessa, si radunano 
i congiurati, e noi ghetto sta il vecchio Gioia 
antico rivoluzionario dell' 89 , il padre dolla 
Checca, legato a lei da un’orribile colpa, stru¬ 
mento cicco di ogni ordino ; il vecchio mendi¬ 
cante che coH’enormo pollice alzato dà il segno 
delle adunate o della rivolta, cho coll’enorme 
pollice alzato chiude il libro morendo dello stes¬ 
so colpo di pistola cho aveva creduto dj tirare 
contro il granduca. Al caffo del Giappone sou 
soliti sedere i radicali nazionali, fra cui nou 
benvenuto ospite è la tonda figura del mondano 
prete Don Lionello Vacca, gran segugio dol 
Governo. Intanto nel palazzo dei Corleone in 
Lungarno arriva a essere invitato a scopo di 
conquista rivoluzionario persino quell’atroco fi¬ 
guro del Bargello Camincr, rosso di polo e te¬ 
muto da tutti i membri del buon governo. Ed 
e 11, nello stesso palnzzo, che alla presenza della 
principessa amanto di entrambi avvicno il collo¬ 
quio dol granduca col cospiratore prigioniero: 
«Mi può dire, signor Guerra, cho cosa l'ha in¬ 
dotto a comunicar ncll’ottobro alla principessa 
Corleone il pericolo che mi minacciava!» (Uu 
attentato in un viaggio che poi, avvertito, il 
granduca nou fece). 

• Certo, Altezza — rispose i! Guerra calmo — 
l’insensatezza di quell'atto terroristico». 

«Dunque in circostanze più adatte lei non 
lo avrebbe evitatola 

■ No, Altezza, dato cho non ci fosse alcun 
altro mezzo più umano». 

« K qual’v il mezzo umano per evitare l'ul¬ 
timo complotto dì ciq sono ora venuto a co¬ 
noscenza t » 

Guerra ebbe uu sussulto, e poi disso: 

«(’bo io sia qui davanti a Lei in queste con¬ 
dizioni.. ». 

• Interessanti, disse il Granduca. Supponiamo 
che io per ragioni di riconoscenza ini sentissi 
indotto a renderle la libertà». 

■ Allora non potrei per il momento farmene 
nulla ». 

• Lei b onesto, signor Guerra, disse serio il 
Granduca. Del resto non corre questo porioolo. 
Ma lei erede ancora nel suo scopo politico?» 

■ Credo nell’idea di nazione, Altezza; ma essa 
non è ancora matura ». 

Il granduca fero con la mano un movimento 
sliannmcntc rassegnato. 

• Ma noi ne vedremo la maturità, non credot» 
chiese. 

«Lo credo». 


Il roimiuzo ò una lettura difficile. Ma è an¬ 
che, certo, una composizione difficile. L’Italia 
non hn prestato all’autoro i solili facili ingre¬ 
dienti; e di questo dobbiamo essorgli grati. Col 
gusto dei grandi quadri storici cho lo distin¬ 
gue e col bisogno della costruziono psicologica 
che gli si impone, egli possiede la caratteristica 
signorile di celare i mozzi cho adopera, di rav¬ 
volgere i suoi personaggi in uu mistero pieno 
di significato. Certo egli indulge ad una nuova 
occultistica nei suoi romanzi, egli crede a mi¬ 
racolose coieidenzo, u colpo fatali, a segni mi¬ 
steriosi 0 luminosi. Corto una figura come quel, 
la del vecchio mingherlino barone Stoinor, ospi. 
te quotidiano della principessa, l’unico cho sia 
sempre d’un’opiuione, l’unico su cui ormai nulla 
possano lo donno, cho si porta nel letto ogni 
notte l'ultimo oggetto prezioso conquistato nol- 
la sua mania di ricco r&cooglitore, cho muore 
misteriosameuto trafitto da un pugnalo dal 
becco del pellicano ricamato sul vecchio broc¬ 
cato «amato» l'ultima notte - certo una tale 
figura — che non b una macchietta — ha di 
per sò tale concreto risalto, da imporro quasi 
la sua non in tutto averrabile realtà, A volte 
pare cho l’autore stesso nella stanchezza di qual, 
che suo personaggio, che egli esprime a mera¬ 
viglia, sospiri con lui: «ma che cosa mai ò im¬ 
portante 1 » E poi ò trascinato dalle vicondo, dal¬ 
ia voluttà di crear vicende, nolla alternativa 
inevitabile 0 dolorosa de) dominare e deplo¬ 
rare di farlo, doll'csser dominato 0 non potore 
non potere altro. Donno 0 uomini così, nello 
insensata catena di dolori 0 di colpe, di vitto- 
rio e dj abissi. 

L’autoro promette di far uscirò fra poco il 
seguito di questo romanzo: «Guerra», la viconda 
quarantottesca del protagonista dei «Ribelli». 
E’ indiscroziono chiedergli so per caso il nomo 
non l'abbia proso da quello altrettanto livornese 

di. Guerrazzi? Por il resto riconosciamo il 

diritto dol poeta di crear le sue favolo, nò cre¬ 
diamo cho, tranne qualche luogo 0 qualche data, 
altro della storia gli sia stato a cuore. 

Alfred Neumann - Reheìlen F. S. Doutscho 
Verlags-Austolt m. 7 . 

Alfred Neumann - Der Teufel ib. (è la storia 
di Oliveri Necfier, anima dannala di re 
Luigi). 

Alfred Neumann - Der l'atnot ib. (nurraziono 
o dr&nuna, di sfondo russo: anello qui il 
cospiratore che fa lo duo parti, amico in¬ 
sieme dello Zar 0 ribello, ancho qui uua 
sfrenata volontà di potenza 0. una abissalo 
coscienza del nulla). 


La Casa Editrice Bibliotheca 

■ RIETI - Via Roma, 5 — 

D»«IU d* Domenico Palliai 

La iniziato con lo scritto «Contrasti d’idoali po¬ 
litici in Europa dopo il 1870 » di Benedetto 
Croco, la pubblicazione dei Quaderni Critici. 
1 quaderni critici non hanno altra ambizione 
che di portare alla discussione, ne] campo degli 
studi, qualche idea cho possa giovare al loro 
progresso; non sdegneranno gli studi eleganti 
dcll’orudiziouo, se pur si guarderanno dal per¬ 
dersi in una oziosa ricerca di curiosità; parle¬ 
ranno infine della scuola italiana, nei suoi pro¬ 
blemi. 

Nient'altro: troppo l'esperienza breve ma pie¬ 
na di vita, di un venticinquennio ammonisce 
cho programmi rivoluzionari, cho nuovo fonda¬ 
zioni di dottrino e di scuole hanno sempro rac¬ 
chiuso vistosamente un non vistoso vuoto d’in. 
telletto, cho in molti s’c trovato anche vuoto di 
coscienza. 

A chi lamentasse la tenuità dei quadorni ri¬ 
cordiamo cho uno degli spiriti più acuti del no¬ 
stro primo ottocento, ingegno avido di cono¬ 
scenze e nuove e varie, scrisse a capo di una 
storia deH’Econoinia Pubblica in Italia: «i li¬ 
bri |>cr essere utili all'univcrsalo debbono essere 
brovi ». 

COLLANA QUADERNI CRITICI 
N. 1 Beneof.tto Croce: Contrasti di ideali po¬ 
li tiri in /Europa dopo il J 870 . - L. 4 . 
Seguiranno quaderni di Lionei.t.o Venturi, Ce¬ 
sare De Loli. 18 , Natalino Sapeono, Edmon¬ 
do Riio, Domenico Petrini. 

Le Edizioni del Baretti 

1928 

hanno pubblicato : 

H. W. Loncfei.i.ow. • ha Divina Tragedia - 
L. 12 ; prima traduzione italiana di Raffaello 
Cardamon* 1 precedutu da un saggio su Long- 
fcllow di V. G. Calati. 

Con questa edizione tecnicamente corretta 
e criticamente accurata, il grande poema tra¬ 
gico del Longfellow viene fatto conoscere an¬ 
ello in Italia. 

La versione del Cardamone ne rende tutta 
l'efficacia originale ed e esempio classico di 
nitidezza e di fedeltà. Il saggio introduttivo 
avvia pienamente e limpidamente a una com¬ 
piuta e sicura conoscenza del poeta e della 
opera. 

Si spedisce franco di porto dietro invito del prezzo del 
l'oper». 

DfrtUort rtspomabtle PIERO ZANE 111 
S. A. UnitiPOGRAK iCA Pinerolese -Pinerolo I92d 






Fondatore PIERO GOBETTI 

MENSILE - EDIZIONI DEL BARETTI : Via Prati, 5 - TORINO 

ABBONAMENTO PER IL 1928 L. 15 Estero L. 30 • Sostenitore L. 100 ■ Un numero seporsto L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno V - N. 7-8 - Luglio-Agosto 1928 


SOMMARIO — L VINCENTI: Si.f.n Gwa« - U. COSMO* U rit«r.o d*U'Arl*M». 


STEFÀN 

Stefan George ha compiuto il 12 luglio ses¬ 
santanni; sono cominciati ad apparire i primi 
volumi — saranno in tutto diciotto — delle sue 
opere definitive. Mentre il giudizio della critica 
su di lui è ancora coutradd torio, — sebbene 
pur per combatterlo gli si faccia largo posto, — 
una schiera numerosa e fedele di seguaci lo 
venera come un maestro d’arte e di vita, vede 
principiare da lui una nuova, più sana e più 
nobile Germania. Che cos'ò dunque questo 
poeta, e come può un poeta suscitare oggi tanta 
passione ? 

Continuare ad ignorarlo non è più lecito, 
e non è più prudente fraintenderlo. Le vecchie 
formule, mezzo classifica/onc sbrigativa e 
mezzo condanna : esteta, decadente, simboli¬ 
sta, ccc. si son dimostrate da un pezzo insuffi¬ 
cienti dinanzi alla complessiti! e compattezza 
di un’opera, clic, nonché resistere agli anni, 
cogli anni appena si fa chiara. S’eran voluti 
dapprima cercare unicamente i legami che la 
congiungevano a taluni indirizzi contempora¬ 
nci dell'arte europea; si dovette poi ammettere 
che con Mallarmé, con Vcrlaiue e Baudelaire, 
coi preraffaelliti e cogli csteti inglesi si spie¬ 
gano soltanto alcuni punti di partenza, alcuni 
atteggiamenti similari, alcuni legami col tempo 
della giovinezza di George, non la sua fisio¬ 
nomia nè la sceltasi missione. E si intese, che 
lungi dall'essere uno spaesato, un europeo al 
modo facile dei senza radici, egli è tale da non 
potersi comprendere, Se non vedendolo na¬ 
scere dalla sua terra romano-germanica del 
Reno cattolico per accogliere et! a suo modo 
risolvere qucll’aunin poetica e interne reli¬ 
giosa, che, sollevatasi tragicamente da ultimo 
nella storia dello spirito tedesco con Hòlderlin, 
aveva dojio di lui schiantato anche Nietzsche. 
Questi due sì possono dirsi li suoi maggiori più 
vicini; per essi egli s’innesta nella tradizione 
spirituale del suo paese. E non importa che 
in Hòlderlin George abbia letto solo tardi le 
parole decisive, mentre in Verlaine aveva udito 
« pulsare per la prima volta libera d’ogni 
ingombro oratorio la nostra anima d’oggi », e 
da Mallarmé s’era fatto incuorare a proseguire 
nella via gii! indovinata da ragazzo di cercar 
la perfezione « in una lingua... inaccessibile 
alla folla sconsacrata ». In Francia il giovine 
renano jx>teva trovar poesia nuova allorché il 
proprio popolo » povero e millantatore » era 
incapace di dargliene l’esempio vivo, poteva 
trovar confort: e ammaestramenti efficaci pur 
nel ricordo, non la sua strada nè la sua mèta. 
La mèta gli venne segnata dai bisogni della 
propria nazione e la strada gli fu imposta da 
una volontà d’altezza, che non doveva farlo 
contentare nemmeno dell'arte. 

In questa volontà d’altezza pare a me sia 
da ravvisare il tratto saliente del carattere di 
Stefan George : essa è il segreto che si trova 
sempre al fondo d’ogni sua parola, la forza 
motrice del suo progredire, la potenza che lo 
ha mantenuto nella sua austera solitudine, che 
gli ha impedito ogni patteggiamento col mon¬ 
do, che lo Ha reso àuro, ostinato e superbo, 
clic ne ha fatto il giudice del suo tempo e 
l’annunzintorc d’un altro più degno. Fu tal 
volontà a consacrarlo a un cito miraggio, di¬ 
venuto per luì comandamento, di perfezione. 
Per raggiungerlo egli non guardò in faccia a 
nessuno, non si lasciò trattenere da nessuna 
difficoltà, non arretrò dinanzi a nessuna con¬ 
seguenza, non ebbe timore di dirsi un messo 
divino e d’avere avuto il crisma dclb sua mis¬ 
sione da un Dio conosciuto in forma umana. 
Anche chi non può seguirlo per tutte le sue 
strade dovrà inchinarsi di fronte alla sua opera. 
La (piale, per riassumerla in una parola, ha il 
significato di una vigorosa restaurazione. Le 
parole di disciplina, rigore, devozione, oggi 
cosi comuni, egli le aveva scelte a sua divisa 
fin da una quarantina d’anni or sono, quando 
ben più facili erano gli ideali acclamati. Aver 
mosso guerra a quegli ideali prima nell’arte 
e poi anche nella vita, non per il gusto di navi¬ 
gar contro corrente, bensì per necessità inte¬ 
riore, per iscoprire e incitar gli altri a scoprire 
il perduto centro dell’anima, il trascurato rap¬ 
porto di dipendenza col tutto, la non mutevole 
legge dello spirito, la Norma creatrice di bel¬ 
lezza come di verità, questo è il inerito ricono¬ 
sciuto a George. In fondo, quello che ha sem¬ 
pre fatto ogni vero creatore: richiamare gli 


GEORGE 

uomini dimentichi o illusi all’ardua grandezza 
dell’umanità. Onde i suoi fedeli salutano in 
George il vate dei nostri giorni c spingono la 
loro riconoscenza sino a fare della sua opera 
una rivelazione, delle sue idee una teologia, 
attribuendo a lui, sopra quella creduta troppo 
da |K>co di poeta, la dignità di profeta, di mi¬ 
stico re. Noi, che stimatilo sufficiente pur i>cr 
un Dante la dignità poetica, preferiremo cer¬ 
care l’anima e l’azione anche di questo mo¬ 
derno nelle sue creazioni E poiché l’o]>cra 
di George è in Itali 1 ben scarsamente nota 
riteniamo intanto urie «l.rue con qualche am¬ 
piezza una disamina informativa. 

I 

Lo stato delta lutatura tedesca tra il 1885 
e il *90 non era coito di fiore. Il campo era 
tenuto da degli epigoni Fossero pure alcuni 
di costoro gente di buona razza, continuassero 
pure alcuni vecchi gloriosi a vivere o a pro¬ 
durre, la linfa | iodica così rigogliosa un se¬ 
colo innanzi 1 areva nei giovani esaurirsi. Il 
tentativo di t innovamento dei naturalisti fu 
piuttosto atto a manifestare la povertà del 
tèmpo die a sanarla. 

I meriti del naturalismo furono prevalente 
mente negativi, iti (pianto si spazzarono via 
gli ingombri di un passato morto c si ridiede 
il bisogno (l’un» sincerità di sentire, ch’era 
la condizione preliminare di una nuova arte. 
Prendendo però troppo alla lettera le formule 
purificatrici di realtà c di verità, il movimento 
naturalista rimaneva impigliato nella materia 
cui voleva dar forma, e a i»oco a noco finì per 
iscambiarc le circostanze, l’accidentale, per 
l’essenziale. Presto infatti fu coiqbattu,to da 
altri movimenti, aneli‘essi i>cr vero retti da 
formule di corta veduta e di breve respiro. 
Aveva anche il naturalismo tedesco, per intima 
conseguenza c non solo per imitazione stra¬ 
niera, messo al di sopra di ogni altra forma 
letteraria il romanzo c il dramma, come quelle 
che più immediatamente rispecchiavano, rifa¬ 
cevano la vita. Per analoga intima necessità 
di contrasto chi avesse voluto porsi alla ricerca 
di quell’essenziale, che nè In riproduzione mec¬ 
canica del reale nè rammassamento quantita¬ 
tivo dei fatti erano in grado di raggiungere, 
doveva esser indotto a rifuggire da ogni forma 
narrativa cd espositiva per volgersi interamente 
alla lirica. Ad una lirica schiva c austera quanto 
quella ancora in auge era facile e comune, ad 
una lirica che, per un certo tcnqK) almeno, 
chiudesse gli occhi dinanzi alla varia esterio¬ 
rità del mondo per ritrovare nel raccoglimento 
dell’interiorità le sorgenti profonde e la voce 
pura del canto. Questo, all’ingrosso, il pro¬ 
blema posto al futuro restauratore della |x>esia. 


Abbiamo già accennato alla patria di George. 
Non si perda di vista che roinano-germauo- 
cnttolica è la civiltà della sua terra e si ricordi 
che la percorre il fiume più dionisiaco della 
nazione tedesca. Ila pure la sua importanza 
sapere clic la casa paterna offriva all'adole¬ 
scente l'agio riposato e gli esempi severi d’una 
vecchia famiglia. Un tratto della sua infanzia 
è oltremodo caratteristico: il fanciullo s'era 
congegnata una sua lingua, colla quale poteva 
parlarsi inteso da nessuno. Giovinetto, il suo 
amore per il sud romanico lo indusse ad in¬ 
ventare un secondo linguaggio simile allo spa- 
gnuolo, nel quale compose anche dei versi. Os¬ 
servando poi coinè il primo compito assolto 
dal poeta fosse di crearsi una lingua energica, 
ricca c sintetica quanto quella degli artisti con¬ 
temporanei era fiacca, povera e prolissa, si può 
constatare come ben presto egli abbia presen¬ 
tito la sua vocazione. 

Andrebbe deluso però chi si attendesse una 
precoce splendida rivelazione poetica. Die 
Fibcl, quasi l’Abbecedario della sua arte, la 
scelta dei componimenti giovanili (pubblicati 
nel 1901, ma risalenti al 18S6-S9), dice molte 
cose solamente mirando agli sviluppi intc¬ 
riori di St. George. Un lettore frettoloso non 
vi ritrova altro che gli ardori, le speranze, le 
delusioni, i propositi, le immaginazioni e le 
esaltazioni d’ogni vivace giovinezza. D una 
singolare giovinezza invece si tratta che a quat¬ 
tordici anni per es. trascriveva amorosamente 
in un quaderno con lusso d'inchiostri c di cor¬ 


nici dei « Sonetti scelti » del Petrarca, che si 
provava, procedendo, in traduzioni dall'italia¬ 
no, dallo spagnuolo, dall'inglese e che cercava 
di raffigurare in visioni stil-novistiche la libe¬ 
razione da una vita senza bellezza c la con- 
qqista di un nobile ciclo. Detriti del recente 
passato non par quasi trascinarne con sé il di¬ 
ciottenne; taluni spunti romantici assumono 
aspetto di miti, son già tentativi di presa di con¬ 
tatto col mistero della natura. Più volentieri fa 
posto agli impeti cd agli inganni della passione 
che non ai sentimentalismi e alle grazie leziose 
della prima età. Anche il sentimento è sor¬ 
vegliato; la notazione minuta ina precisa è pre¬ 
ferita all’abbandono eloquente; fremiti pro¬ 
fondi sono già resi con tersa semplicità. De- 
scriz onc c racconto non sono mai fine a sè 
stessi; attraverso loro è sempre cercato, — e 
sia pure con inano malferma — il centro della 
commozione poetica. E’ già una volontà del- 
rcsscnzinlc questa, volontà che tanto forte¬ 
mente a poco a poco s'impone al giovine poeta, 
da portarlo nei due cicli l'on cincr Rcisc c 
/cicli ti unge n in gran und Lcgcndcn ad un chia¬ 
rimento e ad un accrescimento bensì, ma anche 
ad uno squilibrio. Il chiarimento viene acce¬ 
lerato daH’cspericnza del viaggio; proprio 
quella varietà d’impressioni spinge il poeta più 
energicamente al raccoglimento in sè, onde 
l'osservazione fatta nella chiesa c nella piazza 
meridionale 

Welclt eln fremici und lelchtcs trelbcnl 

lek scufze und welss nielli warum 

FOr mlch Ut nlcht gul hlcr blelben... 

Hler Ut es su Iati! und su stumm. 

(Quale stranio e leggero faccendìo — lo sospiro 
c non so il perchè — Per me non è bene qui restare... 
— Qui c’è troppo rumore e troppo silenzio), 

i^mjesenta il bilancio effettivo di questa presa 
di contatto col mondo. Non si pensi a una 
stanchezza cd a un fastidio frutto di debolezza 
o di poca intensità vitale. Se nelle poesie della 
primn parte del volume non si riesce bene a 
distinguere negli impeti passionali la parte 
da farsi al calore c aireccitabilità giovanile c 
il nòcciolo da attribuirsi solamente alla perso¬ 
nalità dello scrittore, nel seguito i cenni in¬ 
confondibili diventano frequenti. E’ una na¬ 
tura ardente, impetuosa questo giovine, ma 
l’impeto è tenuto studiosamente in freno da 
una volontà già risoluta. Tra : due elementi 
si avverte un contrasto, che intanto riesce a 
scapito proprio del colore c della immedia¬ 
tezza della espressione giovanile. Il tìtolo di un 
ciclo « Disegni in grigio » è a! riguardo elo¬ 
quente. Il grigio è qui il colore d’una giovi¬ 
nezza clic vorrebbe trasformare tutto in spi¬ 
rito. La tensione a volte si rilassa, c allora 
nasce un bel fiore lirico, a volte si aggroppa 
c allora nasce qualcosa che, se non mostra 
frutti di poesia armonica, ha l’utile risultato 
d’indicarci le mète a cui queirimperiosa vo¬ 
lontà si indirizza. E’ il caso principalmente 
delle « Leggende », dove il mondo fantastico 
che sarà peculiare al poeta è già annunziato. 
Da una parte stanno l’amore, la natura, il 
mondo, dall’altra un tempio. L’eroe delle «Leg¬ 
gende » è un giovine discepolo della Sapienza. 
Per ora egli mette termine alle sue prove fug¬ 
gendo dalla scuola, perchè l’antica sapienza 
gli sembra morta, finché non abbia conosciuta 
quella viva « dei corpi, dei fiori, delle nuvole 
e delle onde »; fugge- ma promette il ritorno. 
L’opera posteriore di George mostra come il 
ritorno sia avvenuto. Intanto fugge perchè 
nella scuola, cioè nel nido domestico e patrio, 
non può procedere oltre al sogno del proprio 
avvenire. 


I tre libri, clic costituiscono il secondo vo¬ 
lume della giovinezza di George, Hymncn, 
Pilgcrfahrlcn, Algabai, sono datati rispettiva¬ 
mente da Berlino (1890), Vienna (1891), Pa¬ 
rigi (1892). Rappresentò questa prima espe¬ 
rienza, i l.ehrjahre del nuovo artista, nei quali 
gli si rivelò il clima poetico del tempo. Poiché 
nessun esempio vivo gli offriva la lirica tedcca, 
il giovine si decise presto a lasciar la Ger¬ 
mania per la città di Raudelaire, Verlaine c 
Mallarmé. La famosa triade era allora assai 
poco nota oltre Reno; averne inteso la gran¬ 
dezza qualifica l’istinto del novatore. 

Furono derivati principalmente dai tre libri 
di cui parliamo i giudizi di decadente, esteta, 
e la figura del principe perverso e ieratico 
Algabai la si volle prendere a simbolo perenne 
della personalità artistica del suo autore. Leg¬ 


giamo invece un breve componimento « Il 
fermaglio», che separa i primi due libri dal 
terzo. Un fermaglio, dice il poeta, avrebbe 
voluto foggiarsi di tutto ferro, saldo e senzà 
ornamenti; nella miniera però non c’era filone 
capace di fornirgli un metallo adatto. E dun¬ 
que il fermaglio sarà fatto cosi : come un 
grande esotico corimbo d’oro rosso e ricco di 
gemme lucenti. La materia della sua poesia 
cioè, d’una poesia voluta utile e semplice e 
forte come il ferro, il ventiduenne non l’aveva 
ancora trovata c doveva contentarsi di un’al¬ 
tra, straniera. Ma perchè un giro‘dalla pompa 
c (laU’omamcnto per giungere alla verità c 
alla semplicità? Intanto perchè di materie da 
torre a prestito un esordiente non ne trova 
a dozzine; gli si offre spontanea quella da cui 
i maestri del momento mostrano di saper trar¬ 
re tesori; c poi quella ricchezza valeva a se¬ 
gnare almeno esteriormente l’altezza c la no 
biltà della poesia alla quale il restauratore 
agognava. Il primo componi mento del volume 
ha un titolo significativo Weilic (consacra¬ 
zione); significativi sono i titoli de: due cicli 
« Inni » e « Peregrinazioni ». Il primo sforzo 
voluto dalla coscienza di questo artista che 
ora si sveglia è di staccarsi dalla volgare schie¬ 
ra, di sacrare il suo fuoco, di preparare la 
sua anima per accogliere un signore ancora 
ignoto, ma che certo verrà. Si dica magari 
che il risultato di questo sforzo per ora sta 
in un gesto. Non è un gesto suggerito da 
un’ambizione impotente. Spiega Algabai alia 
madre, che vuol richiamarlo alla consuetu¬ 
dine:- « Non impotenza mi preclude il vostro 
agire; io ne ho intesa la vanità ». Ci sono 
tempi che non sanno offrire nutrimento vi 
tale ai poeti, perchè tutto è fiacco e meschi¬ 
no: c alie rà i poeti sj creano dei loro regni. 
Quello di Algabai è il regno che Steian George 
s’è creato per salvarsi dalla mediocrità contem¬ 
poranea. 

Die wahren auen wurden mIr verbotcn, 

min boti Ich a 11 verderbnlsvoller pracht. 

(I veri pascoli mi furono vietati — Ora mi cibo di 
una pompa func&ta). 

I.’imiiortante è ch’egli sapesse che si trat¬ 
tava di una pompa pericolosa. Parve all’aiu- 
miratore dei poòtes maudits, che Eliogabalo, 
il folle imperatore, fosse al pari del re Luigi LI 
di Baviera, cui il libro è dedicato, un « ca¬ 
lunniato re paziente » e si potesse ritenerlo 
una vittima della sua stessa natura c del suo 
destino, il destino di un regnante mistica- 
mente convinto della propria dignità e riso¬ 
luto d’esercitarla intera fino all’impossibile. 
Noi siamo ora in grado d’osservare con meno 
scandalo, di quanto non si usasse ^rima, la 
figura del despota sacerdote di George. In 
quel decennio pacifista, piccolo boigbese e 
anartoidg parecchi dei giovani poeti più ani¬ 
mosi di Europa sognavano « du sang, de la 
volupté et de la mort », c quali fantasie pur 
strecciassero non davano, colla sensibilità 
degli artisti, che i primi segni d’un generale 
rivolgimento ancora lontano. Ma c’è qualcosa 
di specifico in Algabai. Già in due caratteri¬ 
stici componimenti degli « Inni », nei quali 
son descritti gli scenari più conformi a’ suoi 
sogni, George aveva detto: « Come mirando 
in una fontana magica io mi ricordo del tempo 
antico quand’ero ancora re ». E Algabai vuol 
penetrare il segreto ultimo della porpora di 
cui è insignito, cioè della sua IVcihc. Rivela 
la volontà di potenza del suo autore Algabal. 
Questo tiranno è un metafisico; compie de¬ 
litti e pazzie per prendere possesso di sè e 
del proprio jiotere fino all’assurdo, perde l’u¬ 
manità per attuare un’idea assoluta, l’idea del 
re, e così per esser tutto spirito si sprofonda 
nella natura. Deve, egli crede, agire come 
agisce, c si giustifica dicendo: « Io faccio 
cogli altri ciò che la vita fa con me ». Non 
senza ragione la prima parte dell’/llgaòal è 
intitolata « Nel regno infero » c descrive le 
case c i giardini del principe come un che di 
nato dalle tenebre. Il fiore di quel giardino 
dovrebbe essere un « cupo grande fiore nero », 
tua ancora non esiste, e n cercarlo od a crearlo 
il monarca sacerdote si consuma. Passano 
cosi i suoi Giorni, vanamente; c nemmeno 
esso sorge dai Ricordi, quando il folle sogno 
di regno termina. Qual’è dunque il risultato 
di Algabai, se il maraviglioso fiore non si può 
nè trovare nè-creare? Evidentemente il fiore 
del vero monarca è un altro, chè sino in fondo 
conseguìbile non è se non la dignità di re 



Pag. 34 


IL BARETTI 


dello spirito. Infatti la fantasia del regno ter¬ 
reno si sublimerà poi in George. Ma intanto 
il folle imperatore non iscomparo senza lasciar 
un ammaestramento : che la porpora è un gio¬ 
go glorioso desiderato dalle anime sovrane 
anche dovendo restarne oppresse. Soffrire 
sotto il suo peso, involgersi magari nell’errore, 
ma continuare a volerla questo è segno di re¬ 
galità.. Quando le durezze crudeli di Elioga- 
balo abbiano fatto posto all'inflessibilità della 
vera legge, quando la smania di primazia si 
sia chiarita bisogno di perfezione, allora la 
sua tormentosa aspirazione si rivelerà il calco 
materiale di quell'altro più degno desiderio. 
Perchè però cominciare da un tal calco? Non 
credo bastino a spiegarlo il gusto diffuso in¬ 
torno al 1890 dei « paradisi artificiali » e le 
tendenze sensualistiche dell'epoca. Converrà 
tener pure presente l’indole dello spirito te¬ 
desco che ha sempre bisogno di sentirsi vi¬ 
cina la natura e ne trascina sempre con sè, 
fino alle supreme altezze, qualche resto. 

Con VAlgabai a ventiquattro anni l’artista 
Stefan George è formato. S’è creata la sua 
lingua e il suo stile, ha esplorato i confini 
del proprio mondo, trovato il centro della 
propria personalità. Nel campo pieno d’er¬ 
bacce della letteratura tedesca vede possibi¬ 
lità di buon lavoro- Si sente sicuro di sè, vo¬ 
glioso d’agire, certo del successo. Va in cerca 
di compagni, se li stringe disciplinatamente 
d’intorno, si dice loro capo, parte con essi a 
guerra e a conquista. 


I Bldtter fui die Kunst (Fogli d'arte) fu¬ 
rono lo strumento con il quale George iniziò 
la sua azione di rinnovamento letterario (I 
fascicolo ottobre 1892). Lo assisteva il fedele 
interprete della sua volontà Cari August 
Klein, lo accompagnava tra gli altri il mara- 
viglioso adolescente scoperto a Vienna e che 
ora colla « Morte di Tiziano » conseguiva di 
colpo la fama, Hugo von HJofmannsthal. Il 
breve preambolo d’apertura affermava risolu¬ 
tamente che l’arte non ha nulla da spartire 
con programmi ed utopie politico-sociali e 
deve contentarsi di essere arte. La punta era 
diretta contro il naturalismo, il nemico più pe¬ 
ricoloso del momento. E partì dai naturalisti 
la prima accusa agli avversari di estetismo. 
Nel loro breve ed onesto annunzio però quei 
giovani non facevano frasi di sorta, scrive¬ 
vano assai pianamente dicendo di voler piut¬ 
tosto dai l'esempio di ciò ch’cssi intendevano 
per arte anziché esporre delle teorie, dichiara¬ 
vano di non amare le liti c solo facevano lam¬ 
peggiare la loro fede in una proporzione fi¬ 
nale : « Crediamo ad uno splendido risorgi¬ 
mento dell’arte ». George pubblicava alcune 
poesie dei suoi primi due volumi, — stampati 
in edizioni fuori commercio. 

Liti non ce ne furono, anche perchè la ri¬ 
vista aveva una cerchia chiusa e piccola di 
di lettori; altri colpi contro il naturalismo e 
le storture artistiche del tempo però non po¬ 
tevano mancare. Bisognava pur dire c non solo 
mostrare ciò che si voleva. Si voleva, pei 
usar la formula più comprensiva, la bellezza, 
quella bellezza di cui il naturalismo aveva 
fatto tanto leggermente getto credendola un 
bene vano e forse un po' disonesto. Per rag¬ 
giungerla conveniva esser altrettanto severi 
e difficili quanto gli avversari erano sbracati 
e faciloni; conveniva diffidare delle forine com¬ 
posite narrative (sopratutto del romanzo) e 
teatrali (il dramma esaltato dai naturalisti 
come la forma artistica suprema), preferir la 
brevità, concentrare ogni sforzo nella lirica. 
« Noi non vogliamo inventar delle storie ma 
riprodurre degli stati d’animo, non osservare 
ma rappresentare, non divertire ma impressio¬ 
nare ». Il falso concetto che i naturalisti ave¬ 
vano di verità li induceva soltanto ad imbnit¬ 
tire ogni cosa, nella credenza di riprodurre la 
v.era vita. Penetratisi di vita invece, i nuovi 
artisti volevano sollevarsi al di sopra di essa 
e creare un’arte « piena della gioia dell’intui¬ 
zione, piena d’impeto c di musica e di sole ». 
A chi li rimproverava d’esser tuttavia freddi 
e compassati come a gioventù poco conviene, 
rispondevano : « Non v'è mai caduto in mente 
che forse in queste pagine limpide c delicate 
c’è maggiore calor d’anima che non nei vostri 
tonanti e ruinosi appelli di battaglia? ». Ave¬ 
vano già la coscienza d’essere dei restauratori 
i diffamati esteti e saggiamente rimanevano 
nei loro limiti di artisti. « Noi abbiamo cer¬ 
cato — diranno a un certo punto — d’iniziare 
il rinnovamento nell’arte, c lasciamo ad altri 
di svilupparlo, attuandolo anche nella vita ». 
Le virtù affermate come necessarie erano pro¬ 
prio le meno pregiate in quel tempo rivolu¬ 
zionario, disciplina e forma. Non si temeva, a 
tal uopo, in piena Ubriacatura mondiale di 
nordicità, germanesimo, ccc., d’affermare la 
utilità per uno spirito tedesco di mettersi alla 
scuola del latino : « Dallo spirito nordico il 
tedesco non ha da imparare, oltre a quel che 
già egli medesimo possiede, se non delle smor¬ 
fie; dal latino invece può derivare la chia¬ 
rezza e la luminosa vastità ». 

Risalgono a questi anni anche le prime tra¬ 
duzioni pubblicate da George di poeti latini : 
Mallarmé, Verlaine, J. Moréas, H. de Ré- 
gnier, D’Artnunzio (esclusivamente dal « Poe¬ 
ma paradisiaco »), Baudelaire, ecc. Erano in¬ 
contri con ispiriti affini, il cui esempio impor¬ 
tava offrire alla Germania, non perchè li si 


aaoprasse come modelli, ma perchè si pren¬ 
desse animo dalla conoscenza della migliore 
giovine Europa nella ricerca della nuova poe¬ 
sia. Per mi'analoga ragione vennero in seguito 
pubblicate traduzioni di Swinburne, D. G. 
Rossetti, Dowson e altri, danesi, olandesi, bel¬ 
gi e polacchi. Di fronte a tali poeti il tradut¬ 
tore si sentiva ormai indipendente; ridurli 
nella propria lingua significava per lui eserci¬ 
zio di stile ed esempio di devozione all’arte. 

• * 

Nel mezzogiorno però al di là dei latini c'era 
un altro paese, cui da secoli andava il desi¬ 
derio dell’anima tedesca, la Grecia. E del no¬ 
me greco è tutto sonante il primo dei nuovi 
tre libri poetici di St. George, col quale egli 
rientrava nelle vie della tradizione del suo 
paese. Costruito secondo un ritmo triadico era 
già VAlgabai; lo sono d’ora innanzi lutti i se¬ 
guenti. Il nuovo volume comprende « Die 
Bucher der Hirlen - und Pretsgcdichle, dcr 
Sagcn und Saenge und der hdngendcn Gdr- 
ten » (i libri delle poesie pastorali ed enco¬ 
miastiche, delle saghe c dei canti, e dei giar¬ 
dini pensili — 1894)- L’afa dell’/llgabaf è di¬ 
leguata, le sue ambizioni paiono dimenticate. 
E chi credesse di trovare nel cercatore della 
nuova bellezza un artista prezioso è sorpreso 
da un’armoniosa semplicità. Contengono i rie 
libri, come la prefazione informa, i vari atteg¬ 
giamenti di un'anima che si è specchiata per 
breve tempo in altre età e luoghi presso cui 
ha cercato ricetto. Una nuova esperienza, non 
una fuga romantica od un mero giuoco fan¬ 
tastico. Antichità ellenica, medioevo germa¬ 
nico, oriente favoloso sono realtà tra cui il 
poeta si aggira a pieno agio scoprendovi parti 
di sè stesso. E invero non c’è nulla di pleona¬ 
stico o di storicistico in queste pagine. Sono 
quadri, inni, epistole, canzoni di uno che ri¬ 
sente in sè vive le forze di quei tempi c di 
quei luoghi; onde un tono naturale di unità 
in ciascuno dei tre libri. E un’atmosfera co¬ 
mune li involge, di malinconia, d’uni malin¬ 
conia però che nasce da un ardore vivace, da 
un impeto che si deve ogni volta limitare. La 
prima poesia degli Hirtengedichte può dare 
un’idea. Parla nel giorno anniversario un’ami¬ 
ca a colei che un medesimo destino le ha reso 
sorella : 

O schwester nltnm den krug aus gravem then, 

Beglette mlchl denti du vergassest nteht 

Was wlr Ih frommer wicdcrholung pflegtcn, 

Heut ilnd es sleben sontiner dati wlr's hdrten 

Ali wlr ani bramir» schòp/cnd uni bcsprachcn : 

Uni itarb ani selben tag der briullgam. 

Wlr wollen an der quelle wo zwet pappeln 

Mtt elner Adite In den wlesen stehn 

fm ktug avi grauem thone wasier holen. 

(O sorella, prendi l'anfora di grigia creta — Accom¬ 
pagnami I che tu non hai dimenticato — 11 pio uso 
ch’crnvani solite mantenere. — Oggi fanno sette estati 
Che apprendemmo — Parlandoci neU'attinger acqua alla 
fontana : — A noi mori nello stesso giorno lo sposo. 
— Vogliamo oro alla medesima fontana dove due 
pioppi — Sorgono con un pino in mezzo ai prati — 
Attinger acqua coll'anfora grigia). 

Un altro giorno, sorprendendole come una 
rivelazione inattesa di primavera dove s’ era 
avvezzi di scorgere inverno, strappa loro il 
segreto più geloso, della miracolosa speranza 
di felicità clic ancora le sorregge. E un terzo 
giorno l’una arreca all’altra il primo ma irre¬ 
parabile dolore della pietosa fratellanza, la 
quale sarà spezzata dalla rifiorita felicità di 
una sola di loro. Il tenue dramma ha la te¬ 
nerezza e la purità delle cose vergini; lo cir¬ 
conda l’atmosfera cristallina d’un mondo in¬ 
tatto. E’ purità antica, che coi colon antichi 
si ritrova nell'« Inno del pastore » uscito colla 
sua greggia dal chiuso invernale nella natura 
ridesta, c via via nelle seguenti poesie. Quale 
altra lègge immaginare per questa rinata terra 
giovine se non quella della bellezza? Ne deve 
far l'esperienza un dio silvano, cui l'immor- 
talità non basta a difenderlo dalle scherne¬ 
voli risate di belle fanciulle messe in fuga 
dalla sua laidezza. E anche un satiro deve ce¬ 
dere l’angolo di fiume dov’è solito mcriggiurc, 
perchè il suo aspetto peloso turba una ninfa 
delicata. E’ questo un mondo primitivo, non 
arcadico; quindi non possono mancare i bri¬ 
vidi arcani, i ricordi degli esseri mitici ori¬ 
ginari abitatori della terra avanti la comparsa 
dell’uomo, come quell’uccello gigante « Il si¬ 
gnore dell’Isola », che ogni sera riconfermava 
la propria signoria con un canto stupendo c 
che aH’apparire sul mare della prima nave 
vola sul monte più alto a mirare un'ultima 
volta il suo vergine dominio e, allargando le 
immense ali che fanpo in terra la notte, con 
soffocati lamenti muore. 

E non mancano rievocazioni delle profondi, 
commozioni religiose: il canto dei primoge 
niti che abbandonano la patria per recarsi a 
colonizzare nuove terre; il canto degli adole¬ 
scenti scelti per il sacrificio nel tempio- Sono 
le rivelazioni delle gioie e dei dolori originari, 
che può fare solamente la poesia. Bastano 
pochi versi c il mistero di quelle anime vibra 
nella nostra.. 

DER AUS7.UG DER ERSTLINGE 
Uni traf dai tool : wlr mftsten schon eln neues helm 
In /rendetti feld uni suchen die wlr klnder slnd 
Eln epheuncetg vom fette iteckt uni nodi Im lutar, 
Die mutter Mal uni auf der schiattir lang gekùsit. 

Sic stufile lels und unire vdter glngen mlt 
Geschlounen mundi bis an die marken, hlngen dann 
Zvr trennung uni die /elngesdmlzten lafeln um 
Aus lannenhols — wlr werfen tlllche davon 
Wenn elner aus den lichen brUdcm sUrbi Ini grab. 
Wlr sdtledcn Iddìi, nidiI elnes hai voi» an» gewelnt 


Denn ujj wlr thun gerelcht den unsrlgen rum bell. 
Wlr uttndlcn ii ur eln elndgtnal den bllch zurtick 
Und In das blau der fernen tratcn wlr getrost. 

Wlr dehen gem : eln schònes del Isl uni gewlst 
Wlr slehen jroh : die gJIler ebnen un t die bahn. 

(Noi colse la aorte : una nuova casa dobbiamo cer¬ 
carci — In terra straniera nói che siamo ancora fan¬ 
ciulli. — Ancora è*impigliato ne' nostri capelli un ramo 
d'edera della festa; — A lungo la madre ci bn baciato 
sulla soglia — Lievemente sospirando, c i padri ci ac- 
compagnnrono — A bocca chiusa alno ai termini e là 
ci cinsero — Nel distacco le tavolette finemente inta¬ 
gliate — Di legno d'abete — qualcuna ne getteremo, 
— Se uno dei cari fratelli muore, nella tomba. — Non 
fu grave il distacco, ncisuuo ha pianto di noi, — Per¬ 
chè torna a salute dei nostri quanto facciamo. — Una 
sol volta volgemmo indietro lo sguardo — Poi conso¬ 
lati movemmo verso l'azzurro lontano. — Volentieri 
n'andiamo : una bella mèta ci è certa, — Lieti mar¬ 
ciamo: ci spianan la strada gli dei). 

Sostituendosi alle forze mitiche le urna 
ne, ecco il popolo che dell’ antichità rias¬ 
sunse il fiore, ecco colle due figure dei fa¬ 
voriti della folla, l'atleta ed il citaredo, la rie¬ 
vocazione plastica della nazione greca. Il fon¬ 
do dcH'aniina greca però è tragico; onde 
un' Erinna, a cui l’arte non basta a conse¬ 
guire l'amore, conduce alle figure tragiche dei 
fanciulli rifiutati dal sacerdote per il sacrifi¬ 
cio nel tempio e dell’eroe che neH’ultima sua 
impresa ha riportato dal drago una ferita ve¬ 
lenosa, da cui è costretto a fuggir tutti per 
sfiorire nella solitudine. Il libro si chiude con 
questo accordo grave; il sogno greco della bel¬ 
lezza è soffocato dal prevalere delle ombre 
della passione sfortunata. 

E’ in questo grado di squilibrio il passag¬ 
gio al nuovo sogno passionato, — del medio¬ 
evo. Ma prima, parentesi di serenità che ricava 
un bel frutto moderno dalla grandezza antica, 
si allineano le « Poesie encomiastiche ad al¬ 
cuni giovani uomini c donne del nostro tem¬ 
po », una rubrica che ritornerà poi regolar¬ 
mente, se pur in altra forma, nei volumi di 
George, il premio poetico offerto ai suoi com¬ 
pagni di vita e d’opera. In veste di epistole 
classiche ricordi, confessioni, elogi, mòniti; 
non una mascherata in peplo e clàmide, ma 
socevolczza moderna nobilitata di lume antico, 
un’ interpretazione artistica di avvenimenti 
quotidiani rivissuti col desiderio d’una trasfi¬ 
gurante urbanità. Bei gioielli freschi e deli¬ 
cati; si legga a Damon, si legga a Lucilla, non 
si trascurino gli altri. 

Il tono della passione è ripreso col libro der 
Sagcn und Saenge ; — una seconda esperienza 
c non più cosi contemplativa come quella del¬ 
la bellezza antica. Il libro del medio-evo si 
apre con una vigilia nel tempio. Anche qui 
cioè l'anibicntazionc è fatta non con clementi 
descrittivi, anche qui si vuol dare l’essenza 
di una età; e anche qui, guardando al medio¬ 
evo, il poeta vuol scrutare qualche parte di 
sè. Il guerriero e il trovatore, le due figure 
dominanti del libro sono altresì due aspetti 
della personalità del poeta. L’uno e l’altro 
sono giovani dall’anima eroica, il cui destino 
non è di vincere ma di combattere, non di 
godere ma di ardere. Nulla dello sfoggio di 
colore locale, d’imprese fantasmagoriche, di 
quadri lunari, di languori amorosi caro alla 
poesia romantica mcdievaleggiante. Non tor¬ 
nei, non gonfaloni, non donne. Cavaliere e 
trovatore sono due pellegrini dell’ anima, che 
lottano e cantano solo per conseguir perfe¬ 
zione. La donna è, come la madonna, uno 
sprone non unn mèta, la suscitatrice di no¬ 
biltà, non la dispcnsatrice di gioia- Si sente 
il cattolico c si annunzia l'asceta. Per adesso 
però George resta ancora tutto artista, tanto 
che può piangere, tremare e sorridere con voce 
diversissima e cantare in modo da conciliarsi 
subito il cuore di chicchess : a (nelle Canzoni 
di un troverò errante) 

Worte trùgen, worte /lichen, 

Sur das lied ergrelft die seete. 

(Le parole ingannano, le parole dileguano — Solo 
U canto tocca l'anima). 

Sono preghiere, lamenti, domande, offerte, 
immaginazioni della fantasia commossa, della 
fantasia giocosa, teneri sfoghi in cui tutta la 
intensità del sentimento è trasformata in me¬ 
lodia. 

Sleh mela klnd Ich gehe, 

Denn du dar/st nlchl kennen 

Slcht elnmal durek nennen 

Menschen milk unJ icelie. 


Wùrde dlch belehren, 

Miisste dlch versehren 
Und das madit tnlr wehe 
Sleh meln klnd Ich gehe. 

(Ecco, piccina, io parto. — Chè tu non devi conoscere 
— Neppure per nome — Travaglio e dolore degli uo 
mi... — Ti recherebbe l’aridità del vero — Ti apri¬ 
rebbe ferite — E questo mi fa male — Ecco, piccina, 
io parto). 

Non mancheranno più d’ora innanzi nel¬ 
l’opera di George consimili intermezzi musi¬ 
cali. Che siano soltanto intermezzi è caratte¬ 
ristico. Contro la tendenza tedesca a rifugiarsi 
nel regno della musica George ha reagito espli¬ 
citamente, scorgendovi un pericolo. Natural¬ 
mente combattendo la musica nella poesia 
come qualcosa di estraneo c di aggiunto, non 
poteva intendere di bandire quella musica che 
nasce dal moto stesso dei sentimenti e che 
trova la sua espressione spontanea nella pa¬ 
rola, nel ritmo e nella rima. E, artista, non 
poteva nemmeno lui non abbandonarsi tal¬ 
volta agli armoniosi giuochi del lied. Lo fa 
però sorvegliandosi c quasi con sospetto, cer¬ 
cando, nel procedere, sempre più energica¬ 
mente di scarnire la sensualità dell’espressio¬ 


ne e approfondendo l'ispirazione. Così potre¬ 
mo trovare in fondo all'ultimo suo volume, 

10 Stem des Bundes, come unico lied, un 
canto corale. 

Intanto siamo ancora lontani da quell'ascesi, 
e il centro del libro seguente, dei « Giardini 
pensili » è proprio preso da un altro gruppo 
di lieder. Chi li canta però non è più un po¬ 
vero troverò, è un monarca. Si riprcsenta il 
sogno della porpora. Ma il nuovo monarca non 
è più ossessionato dal tragico desiderio di giun¬ 
gere al fondo della propria grandezza; intorno 
a lui stanno aperti i giardini dell’ oriente fa¬ 
voloso, ed è attraverso alle loro delizie, ch’egli 
si sprofonda a sua volta nel baratro della na¬ 
tura. Questa terza esperienza è l’ora dei sensi. 

11 re ne gode sino a provarne la tristezza, 
sino a riconoscersi nei suoi ara prigionieri, 
sino a vedere ogni realtà — per quauto splen¬ 
dida o terribile — come ombra di sogno. I 
suoi canti d’amore sono lamenti d'insanabile 
nostalgia. Quando la magnificenza ha mostrato 
tutta la sua vanità, viene la fine. I nemici in¬ 
vadono il regno, il re in fuga si fa schiavo 
d’un principe. Il ridesto sentimento della sua 
dignità lo spingerebbe ad uccidere il sqo si¬ 
gnore; preferisce sopprimersi gettandosi in un 
fiume. Le voci della corrente 

Llebende klagende zagende viesen 

Nehmt eure zufludil In unser bereldi. 

Werdel genletsen und werdet genesen... 

(Esaeii amanti dolenti trepidanti — Cercate rifugio 
nel nostro regno — Troverete da godere c da gua- 

rappresentano il punto d'arrivo dell’esperien¬ 
za del re dei giardini pensili, non diverso ,da 
quello di Alga bai. Ma ora l’csi>crienza è dav¬ 
vero compiuta; la natura assume un aspetto 
materno che promette salute. E' sgombrata 
la « pompa funesta » di prima. L’artista potrà 
adesso trovare nella propria miniera un me¬ 
tallo meno ricco c più utile dell’oro. I viaggi 
intrapresi nel passato han contribuito a risa¬ 
narlo c ad ingrandirlo. Ila trovato qua c là 
dei punti di appoggio, ha sentito delle riso¬ 
nanze profonde, che traverso la storia lo con¬ 
giungevano fin coi misteri primitivi. Di ri¬ 
torno da questi viaggi prodigiosi deve rien¬ 
trare in sè, e, poiché non si contenterà certo 
d’echeggiare semplicemente cose lontane, o 
immaginarie, dovrà venire in chiaro su ciò 
che vuole. 

Una osservazione non sarà fuor di luogo. 
Se leggiamo questo terzo volume di George 
tenendo presente i principi d’ arte propugnati 
dai Blàiter fiir die Kunst, dovremo ricono¬ 
scere che davvero egli ha realizzato la cercata 
poesia. Sono liriche queste nel più alto c puro 
senso della parola, stati d’anima divenuti sen¬ 
za residui verso, parole viventi del ritmo del- 
l'cmozione poetica senza aiuti di riflessione e 
senza tracce di schema. Che la conquista non 
sia accidentale lo mostrano anche le prose 
di questo tempo. Si vedano gli schizzi « Do¬ 
meniche al mio paese », « Giorni cd opere », 
« Sogni », « Lettere dell’imperatore Alessio al 
poeta Arcadio » (raccolte in Tagc und Taten). 
Un esempio solo. — « Dòpo il temporale. I 
lillà sono sbiaditi e il loro profumo è sce¬ 
mato; foglie cd erbe invece son più fitte c 
più scure. Il giardino è umido c freddo c 
quasi sgombro di gente. Mattino di festa clic 
minaccia pioggia. Mentre le campane pren¬ 
dono tutte insieme a suonare, nuova cera goc¬ 
cia su quella già accumulata per terra daile 
spente candele ritte degli ippocastani ». — E’ 
una descrizione, c tuttavia l'impressione ri¬ 
cavata dal lettore non è d’un seguito di fatti. 
I fatti hanno messo appena ciascuno una nota 
nell’insieme che s'andava concretando, c sono 
dileguati. E quel che s’andava concretando è 
una sensazione unitaria, una colorazione sen¬ 
timentale, che, s’intende poi, il contemplante 
aveva già al primo girar d’occhi sul giardino, 
avanti di veder distintamente il fiore appas¬ 
sito, il rigoglio del verde ccc. Tutto l'oppo¬ 
sto dunque d'un naturalismo riproduttore del¬ 
l’esterno. Quest’arte sa, che il centro natu¬ 
rale della poesia è sempre ucll’cmozioiie lirica, 
perciò andrà abituandosi sempre maggior¬ 
mente ad una legge di concentrazione. 


Caratteristica dello spirito di Stefan George 
è una energia, che non lo lia lasciato mai in¬ 
dugiare a lungo sulle medesime posizioni. 
Dalla varietà della storia, egli passò risoluta- 
mente negli abissi dell'anima, senza timore 
ormai di ricadere in labirinti algabalici. I^a 
sua nuova raccolta s’ intitolò « Annum ani- 
mae » (Das Jahr der Sede, 1897). E' la più 
nota delle raccolte georgiane, ha fornito esem¬ 
pi per la rubrica 'elogi’ a tutte le antologie c 
le storie letterarie. Il magistero dell' arte vi 
è infatti tale da imporsi subito a chicchessia, 
c quella tenerezza delicata, quella nobile me¬ 
stizia, che costituiscono l’accordo fondamen¬ 
tale d’ognuna di queste liriche, esprimono in 
modo adeguato il lato più cattivante della per¬ 
sonalità di George. Anche nella nuova opera 
una tripartizione; la prima parte, il vero c pro¬ 
prio « Anno », a sua volta tridiviso. 

In cima al libro sta il nome di una donna; 
ma il poeta avverte : « Di rado io e tu sono 
stati tanto come in questo libro una cosa sola». 
La donna è ciò che accende nell'anima, ades¬ 
so, il fuoco più ardente, ciò che la fa tutta 
vibrare, il motivo della passione, — ecco tutto. 
Non altrimenti potrebbero pretendere ad un 




IL BARETTI 


Pag. 35 


valore particolare le stagioni nelle quali l’espe¬ 
rienza dell’anima si svolge. Sono queste sta¬ 
gioni — è interessante notarlo — l’autunno, 
1 * in ver no c l’estate; la primavera manca. Le 
stagioni dell’Anno dell'anima infatti stanno 
tutte sotto il seguo del raccoglimento di quella 
che apre la serie, l'autunno, c la tintura non 
domina nel libro come una potenza autono¬ 
ma. Fraintende completamente questa poesia, 
chi veda ad cs. nel componimento iniziale 
« Konnn in deli totgesagten park und sellati » 
e in altri congeneri dell'impressionismo pae¬ 
sistico. 

Koinm In den lolgetaglen park und schau : 

Der tehlmnur fernet Idchelnder getiade, 

Der reiteri vtolkcn unverho/Jiet bla u 
Ethelll die welher und die bunlen pfade. 

Dori ni nini dai ile fé gelò, dai uelche gran 
Von bltktn unii von buchi, der wlnd Iti leu, 

Die spalai roicn welkten noch nielli gaus, 
Erlese Itiiste ile und /llicht den krans. 

Vergiti auch diete teslen aslern nieht, 

Den pur pur um die ranken i elider reben 
Und a udì was itbtlg blleb von gtiinem leben 
Vcrwlnde lelcht Ini herbslllchcn gcslcht. 

(Vieni nel parco che dicemmo morto c guarda: — 
Il riverbero di lontane piagge rideuti, — L'insperato 
azzurro delle nitide nuvole — DA risalto alle peschiere 
c ni sentieri variopinti. — Alita quel giullo cupo, quel 
teucro verde — Di betulle c di bossi, il vento 4 tepido; 

— Ijc ultime rose uon sono uucor del tutto sfiorite; — 
Cogline scegliendo, baciale, intrecciale in ghirlanda. 

— Non dimenticare questi ultimi astori — H i tralci 
purpurei della vite selvatica; — 11 quanto anche è 
rimasto della verde vita vegetale — Avvolgilo soave- 
mente a formare uu'iwuiaginc dell'autunno). 

Come non è sfondo e scenario, così la 
natura non è qui neppure un oggetto di con¬ 
templazione o di descrizione. E' invece la ri¬ 
sonanza, più ancora l’elemento in cui si col¬ 
loca un'anima variamente commossa per ma¬ 
nifestarsi. Non si cerchino quindi quadri, 
scene, momenti più o meno belli c interes¬ 
santi. Si cadrebbe nel medesimo errore che 
cercandovi un’immagine definita di donna od 
una storia amorosa. Si possono, indubbia¬ 
mente, seguire le tappe d’uu amore presto 
sfiorito nella prima parte, d’un vano incon¬ 
tro d’una nuova coppia nella seconda, del 
ritorno di un lontano c finalmente felice amore 
nella terza, — senza alcun vero costrutto perù. 
Il labile muore, la vana speranza d'amore, il 
trionfante amore costituiscono appena il pun¬ 
to di (nirtonza, la causale di quelle vibrazioni 
d'anima, che sono la vera materia poetica del 
Jahr der Scelc. E questa materia acquista la 
sua forma specifica in quanto si adagia nella 
natura con processo spontaneo, perchè è una 
elementarità che cerca l’altra più comprensiva 
elementarità in cui specchiandosi si riconosce. 
La malinconia dcH’autunno, l’oppressione del¬ 
l’inverno, il giubilo dell’estate limino trovato 
una ragione umana, son divenuti, attraverso 
il palpito dì quest’anima, dei fatti cosmici. Si 
scorrano le diverse poesie : mai la base per¬ 
sonale è lasciata, mai si cade nel concettuale 
o ncH’iminaginoso c tuttavia l’effetto prodotto 
da ogni componimento è qualcosa di vasto, 
di generale. Ci si trova dapprima forse un 
po’ a disagio, in un clima che par algido, poi 
a poco a poco ci si avvezza c si comprende. 
11 giubilo dell’estate non è molto diverso dalla 
malinconia dell'autunno, — a ragione. Au¬ 
tunno cd estate non sono clic diverse chiavi 
del medesimo scrigno. Ma perchè il tono fon¬ 
damentale di malinconia? Aiuta ancora poco 
pensare ad una disposizione personale del 
l>oeta; converrà piuttosto per ora tener pre¬ 
sente lo stato di estremità, in cui la sua anima 
si trova. Proprio perchè è lanciata dalla pas¬ 
sione verso l’infinita elementarità, essa deve 
sentire i propri limiti. Non ne prova dolore, 
perchè non si tratta di varcare quei limiti; 
anche la gioia perù è fuor di luogo. Possiamo 
già infondere così la ragione del titolo dei 
lieder, che formano l'ultima parte dell'Anno 
dell’anima, la sua eco musicale: Traurigc 
Tànzc (Danze tristi). 

Tra essi c i sogni delle stagioni è aperto uno 
spiraglio sul inondo con una raccolta di « Iscri¬ 
zioni e dediche ». Mp la parola qui l'editore 
dei Blattcr fiir die Kunst, il maestro di poe¬ 
sia. Sono versi occasionali - non nel senso 
quotidiano , versi di ricordo, di saluto, di 
mònito, più sciolti c più diretti che non quelli 
dei Preisgedìchle. Anche di sè parla l'autore, 
e sono le pagine più interessanti; Udiamo una 
confessione, della quale bisogna prender nota : 
« Canzoni quali volentieri canterei — uon ini 
sono ancora concesse, amici » (si ripensa al 
« Fermaglio »; nemmeno la poesia dell’Anno 
dell’anima è la definitiva); udiamo afferma¬ 
zioni che riprendono con un nuovo intento i 
gesti ieratici dell’/f/gabaf : u Ai mici sogni io 
riparai fuggendo il volgo... — n valli divi¬ 
ne... „ _ H La parola del vate è a pochi co¬ 

mune... ». Incomincia a disegnarsi la figura 
di un vate. Tuttora incerto della sua missione 
il poeta si domanda ancora »sc la promessa 
non abbia mentito». Ma già sente l’elezione 
nella coscienza d’nnn regalità iguota ai com¬ 
pagni. Credendo a quanto il tempo insegna, 
i compagni cercano solo nella povertà la tri¬ 
stezza, solo nello sforzo verso la mèta il segno 
del destino; egli mostra loro la più dura ma¬ 
linconia nello sfarzo della reggia, il più cru¬ 
dele destino nel compimento del desiderio. 
Ecco un altro motivo dell’ombra che involge 
le poesie del Jahr dei Scelc. E’ avvertito già 
un destino personalissimo, è intrnvvista una 
strada splendida ma aspra c clic richiede una 
dolorosa rinunzia : « Vergiss nicht : du mussi 


— Deinc frische jugend totcn... » (Non dimen¬ 
ticare che tu devi uccidere la tua fresca gio¬ 
vinezza). 

I.c « Danze tristi » sono i canti della ma¬ 
linconia anche di questa rinunzia. E’ rinunzia 
accettata per amor d'altezza, fatale perchè ne¬ 
cessità di questo carattere; verrà poi un coni* 
lienso certo degno. Non è dunque il caso di 
resistenze c di lamenti; la diguità del sacrificio 
consente di compierlo come un atto di festa, 
danzando. Una sola stagione può dare il colore 
dell'anima, che si prepara a deporre il desi¬ 
derio della felicità, rautunno, l’autunno dei 
silenzi e dei ricordi, non quello delle matura¬ 
zioni gioconde, <( llicr schrcitct man nicht Inut 
nicht oft, — Durclis fenstcr dringt der herbst- 
geriteli ». L’ uutunno in questi canti è sem¬ 
pre presente senza essere mai spettacolo c, 
meno ancora che nell'Anno dell'anima, sem¬ 
plice natura; potremmo; dire clic è simbolo, 
se non si temesse di destar l'idea di qualcosa 
d’irreale c di traslato. Nulla di più concreto 
infatti di questa sera : 

Der hùgel wo wlr wandeln llegt Im tchatlen 
In dea der driiben noch im llchte terbi, 

Dei wond auf icluen zarten grhnen malten 
Sur erti alt Ideine iudite troike schicchi. 

Die ilraacn u-ellhln — dentimi t verden blasier, 
Den wandrern bittei ein gellspei hall : 

Iti ei vani berg eln itmldilbarci uviscr 
Ili et eln voget der tdn tchlaflled talli T 
Der dunhelfaller zwel die slch vcr/rdhtcn 
Verfolgen tlch vvn finirli su haliti ini uhcr:.. 

Der rain bcrellel dii t geslrSuch und blateri 
Den du/t det abendt fdr gcJJnip/tcn idiinerz. 

(lt colle ove uoi vaghiamo 4 già nell’oiubra — 
Mentre quello laggiù vive ancora 01 luce. Sopra le 
mie delicate coltrici verdi -- Appena ora la luna »i 
libra ainiitc n bianca nuvoletta. — I.c strade, dita ac¬ 
cennanti la lontananza, si fauno più pallide; — un 
sussulto impone ai viandanti d'aricntarsi : — li' un'ac¬ 
qua invisibile del monte — K* un uccello che si cin¬ 
guetta la ninna nanna ? — Due falcuc che hanno avuto 
finta di uscire — S'inseguono per gioco di stelo In 
stelo... — 11 prato prepara cogli diluvi dei cespugli e 
del fiori — 11 profumo della sera per un soffocuto do 
Iure). 

E’ certo la concretezza della poesia, ma tal¬ 
mente la realtà di questo poeta, che nemmeno 
nel mistero d’una sera così piena di luce c 
d'ombre c di voci egli può obliare sè c il pro¬ 
prio destino. Di mano in mano i quadri si 
fanno più incantati, immagine di una più 
arcana commozione. Insieme però si delinca 
una reazione virile, finché una domanda sde¬ 
gnosa (<i Willst du noch lànger auf den kob- 
leu bòden — nach fruitern volici! farben 
spàhu?... ») pone termine agli indugi II Jahr 
der Sede contiene 1 * esperienza degl' incanti 
dcU'animn. Deve ora incominciare « il giorno 
desto ». 

II. 

Un ciclo s’è chiuso nell'opera di George, il 
ciclo della giovinezza, c- un altro tic comincia. 
La svolta è visibile anche nei BlfUtor fiir die 
Kunst, i quali mostrano un senso di cresciuta 
responsabilità c maggiore audacia. Si Ita la 
coscienza d'aver compiuto una prima parte del 
lavoro ideato a prò' dello spirito tedesco, si 
vogliono ora ampliare i propositi c si spera in 
una marcia più rapida. Mentre poco fa ancora 
si scriveva : » Prima che in un paese possa 
fiorire una grande arte, bisogna clic il gusto 
sia coltivato per parecchie generazioni », ve¬ 
dendo cioè lontano un mutamento verso il 
meglio, ora si comincia u parlare del « rinno¬ 
vamento generale », clic s'impone a tutti, si 
rigettano le accuse di fuga dalla vita, si strin¬ 
gono le fila del piccolo esercito di novatori, 
avendo perfin cura d’indicare i « conforti per 
i gregari » necessari al duce. Tutta una con¬ 
cezione di vita radicalmente diversa da quella 
dei con tempora nei si affaccia, è . augurata. 

« Un mondo in isfneelo si mostrava in ogni 
sua manifestazione preoccupato di non far 
torto ai poveri di spirito; possa il mondo ora 
sorgente non trascurare i ricchi di spirito ». 
E i tratti dcH'uomo nuovo sono descritti pi 
questo riassunto che è anche un programma : 

« Se un raggio dell*Eliade è caduto sopra di 
noi; so la nostra gioventù incomincia a guar¬ 
dare alla vita con animo non più pusillo ma 
ardente, se cerca nelle cose del corpo e in 
(incile dello spirito la bella armonia, se- ho 
scosso da sè la smania d'uno piatta coltura 
generale e d'uua meschina felicità non meno 
che i resti della barbarie lanzichenecca, se si 
tiene lontana tanto dalla rigidezza impetrila 
quanto dalla viltà querimouiosa dei Contem- 
|>orauci e intende di procedere a capo alto 
nella vita cercando il bello, se concepisce la 
sua appai tenenza al nostro |»opo1o con lar¬ 
ghezza d’idee e non colla grettezza dei parti¬ 
colarismi regionali, — in questo si deve ve¬ 
dere il mutare dello spirito tedesco col mutare 
del*secolo ». Gente elle ha letto il suo Nietz¬ 
sche evidentemente; ha però una baldanza che 
non sembra possa lasciarla piegare sotto il ca¬ 
rico assuntosi. 

Gl'ideali dell’arte, deduciamo dunque, |»os- 
soiio essere assunti per restaurare gl' ideali 
della vita. E' il secondo grado «leil’opera. De¬ 
siderio della vita, della vita bella e totale è la 
tendenza di questi ai listi. Ma il desiderio di 
tal vita può tirare in molte direzioni c con¬ 
durre n mali passi. In quel fin de stilile infatti 
clic in Germania, c altrove, il sich iwsléhen 
diventò la formula miracolosa della nuova gio¬ 
vinezza a quanti peccati diede origine ! (e in¬ 
tendiamo solo quegli artistici). Lo spirito 
della vita apparve anche a George, ma per' 


indirizzarlo sopra una strada ascetica. Come è 
narrato nel Teppich des l.cbcns (Il tappeto 
della vita, — 1899). 

I.'ormal consueto trindismo georgiano è qui 
assoluto di regolarità; il Tappeto propria¬ 
mente detto sta al centro, preceduto e seguito 
da due parti di ugual lunghezza; quindi tre 
volte ventiquattro componimenti tutti di «piat¬ 
irò quartine. Simmetria che ha il suo signifi¬ 
cato. Chi ha preso in mano la prima edizione 
illustrata da Melchior Lcchter ed ha visto la 
figura «1 dell’Angelo troneggiarne sulle nubi, 
i fiori dispensieri di vita e l'arpa toccata dalla 
mano dell'ullimu passione » e poi i candelabri 
c gli arabeschi marginali intende come qui 
s'inarchino le vòlte di un edificio austero, nel 
(piale il minimo disaccordo potrebbe apparir 
disdiccvolc. 

Ili un tempio addirittura sembra introdurre 
il Pompici, il Preludio. Rammentiamo il com¬ 
ponimento iniziale degli <1 Inni ». Quella 
’Weihe’ che il poeta invocava e che allora era 
soltanto 1'iiivestitura artistica, acquista ora un 
significato più pieno. Finora il poeta s’è ag¬ 
girato, contentandosene, tra le realtà o le sem¬ 
bianze corporee del mondo, udesso insaziato 
c stanco della loro varietà ingannevole ccrcu 
l'assoluto. E', in fondo, la prosecuzione di 
quella ricerca della legge, che già lo tormen¬ 
tava al principio del suo cammino. Occorreva, 
prima di conseguirla, che si purificasse, chè 
altrimenti non avrebbe potuto sopportare il 
giogo. Quando la rinunzia alla felicità ter¬ 
rena ha compiuto In purificazione, la fiamma 
della vita sembra oscurarsi c spegnersi. Ed 
ecco apparire a riaccenderla l'Angelo. Appare 
vestito di fiori, lieve e ridente e dice : « La 
vita bella mi manda a te — (pini nunzio... ». 
La vita bella, non d'uua bellezza meramente 
estetica, bensì della perfetta bellezza, la vita 
illuminata dalla grazia. I ventiquattro com¬ 
ponimenti adombrano la storia ideale di questa 
vita, finché l’eroe piega il capo alla morte. 
L'eroe, perchè tale ha reso rinquictò cerca¬ 
tore la devozione all’Angelo. La sottomis¬ 
sione non è però stata improvvisa nè pacifica. 
Un primo grup(to di sei poesie rappresenta la 
lotta che l’anima deve superare perchè il 
patto coll'Angelo sia stretto cd efficace, un 
secondo gruppo di altre sci mostra gli effetti 
della conseguita comunanza, un terzo gruppo 
il riflesso di essa sul mondo, — l’azione cioè 
esercitata —, l’ultimo gruppo il crescere del¬ 
l'intimità dell’anima coll’Angelo, lino a dirsi 
sua per sempre. E* la più complessa c serrata 
fantasia di George, il suo mistico viaggio al 
cielo. Non è il cielo d'una religione positiva, 
non è neppure un al di là, è questa terra stessa 
tutta piena del Dio unico, che folgora nei 
.■n^ri costringendoli a volere solamente lui 
e la sua logge. L'Angelo non parla mai 'di 
peccato o di costume', di 'vergogna* di 'pen¬ 
timento e di maledizione'. Chi ha fissi gli oc¬ 
chi in Dio riconosce c sceglie senza fatica il 
giusto, nè per questo ha bisogno di un pre¬ 
mio. Chi vuole Iddio uon deve lasciarsi ingan¬ 
nare dalla molteplicità delle cose; la legge di¬ 
ce : « se anche le forme delle cose sono mi¬ 
gliaia c migliaia — solo una, la mia, è la 
vera ». Non c'è da patteggiare, uon c’è da 
esitare; l’Eterno impone: « io voglio!, voi 
dovete! ». — Una volta penetrato del volere 
divino, l’eletto può discendere dal suo cremo 
e mescolarsi tra gli uomini c rivedere i campi 
della terra paterna. Leva la voce, desta qua 
c là taluni compagni di pena, stringe mani 
fraterne, si gode gioie dimenticate. Ma la 
terra non è più capace di offrirgli il conforto 
di cui l'anima ha bisogno: 

llir Iti alt ob bel Jeder zclltnkchr 

Sle mchr nur hungre nach der hclllgen :ehr. 

(K* come se a il ogni nuova stagione — Più cresca 
la sua fame del cibo divino). 

I.a terra non ha più promesse. Come dun¬ 
que non istaccarsi decisamente da lei c guar¬ 
dare soltanto là dov’è il bene « che questi 
giorni variopinti non recano più »? Finché 
dura la vita però non cessa la lotta. I colloqui 
coll'Angelo porgono il nutrimento vitale tra 
colpi dolorosi : 

So werd teli Iminer hatren und venchinachten 
Die tonile tlelgl noch, ideine fahrt ut ni tchllmm. 

• Cepclnlgl icdre.il dn von giticilem ludi leu 

An eh we >1 m Ich heul dir tagie : Koinm u mi nini mi., s. 

So ring ich bit uni end allelnf so teeil Ich 
•VfriiMfi vcnenkl Im atm der Irene t tprichl 

• Dii ma, lisi dati ich vor mllield slitte. Frali ich 
Iti kelnet der dir blelbt. nur du und Ich ». 

(Dovrò dunque sempre attendere e consumarmi I — 
Il sole è ancora nel salire, il mio viaggio si fa diffi¬ 
cile . Morso saresti dallo stesso tormento — Anche 
m- "cui ti dicessi : vieni t prendiI • — ...Dunque lot¬ 
terò sino alla fine solo? Non {toserò — Mal tra braccia 
fedeli ? patini .Tu mi fai tremare di pietà; certo 

Mimo 4 che ti rimanga : tu cd io soltanto ». 

Quando giunge la fine infatti nessun amico è 
vicino al morente. Solo l'Angelo rimane a 
vegliarlo; scaccia col vino dell'oblio le ombre 
degli ultimi affanni, allevia il peso del distac¬ 
co terreno, riassunte col suo atteggiamento 
» hoch tUlil fest » (alto t- saldo) l'immagine 
della roggi unta vita perfetta. 

Chi è l'Angelo? Per avere qualità d’im¬ 
porre una legge che venga accettata da un 
tale spirito uon può essere qualcosa di estra¬ 
neo a lui. E di fatto è, a chiamarlo grecamen¬ 
te, il suo dèmone. Diversi clementi nel » Pre¬ 
ludio » ricordano il mistico viaggio della pu¬ 
rificazióne dantesca, che George proprio iti 
questo tetiijK) aveva preso con fervore a stu¬ 


diare; ma nel moderno lo guida alla perfe¬ 
zione non è una Beatrice, non è qualcosa di 
trascendente, è la volontà stessa che esprime 
da sè il proprio paradiso c la propria teologia- 
Il cattolicismo ha prestato a George soltanto 
alcune delle sue forme e In risolutezza del suo 
ascetismo. 

Il » Preludio » ha offerto lo specchio d’una 
vita ideale illuminata dalla rivelazione dello 
spirito, le due altre parti danno la prima sin¬ 
goli aspetti della vita del mondo, quali li vede 
l’anima illuminata, c l’ultima i canti del ri¬ 
cordo della vita che fu. Come un tappeto si 
presenta la vita degli uomini ni contemplante, 
un tappeto dove s’intrecciano figure c piante, 
linee c stelle, segni confusi, strani, immobili 
enigmaticamente. Ed ecco una sera tutto si 
nttimn. Si districano dal folto dapprima le 
forze originarie della natura e dell'umanità, 
poi si vedono quest’ ultime agire, c come tor¬ 
mentino quando siano al servizio della pas¬ 
sione terrena c come esaltino quando indu¬ 
cano all’obbedienza della legge. 

DIÌR VBRWORPBNB 

Dii nahmesi allei vor: die schdnltell gròtte 
Den nihin die llebe frùh-erhltlen tinnì 
Ini tplel, und alt dn ile Im leben Ira/etl 
Enchlenen ile vcrbtasil dir nur und ichal. 

Dn horchleit àngslllch ani am tveg am markte 
Dati beine dir verborgne regung tei.. 

In alle teelen rlnsutclilup/cn glerlg 
lillcb delne elgne unbebaut und òd. 

Da fandai teline farben 1 chellen tcherben 
Und war/etl ile Im wlrre blinde volk 
Dai Ubane limoli von preli der dlch berauschle.. 
Dock heitulleh recinti du - In dir sangl eln gram : 
lleu h,Uni und umidi bllcktl du vor den Kelnett 
Alt ob sle In dir Idten.. umvert dir 
So kain.il d 11 1voi getchniQckl dock nicht gchclllgt 
Und oline kraut min grotten lebentfetl. 

(Tuli" li #ci preso ir anticipo: bellezza, grandezza — 
f.n fama, l'amore con sensi precocemente accesi — 
gioca mio; c quando quei beni li incontrasti nella vita 

Ti apparvero sbiaditi sol più e sciocchi. — Spiasti 
ansioso sui crocicchi nella piazza — Che nessun moto 
ti rimanesse occulto... — Bramoso d'insinuarti in ogni 
•mima - Lasciasti la tua incolta c deserta. — Tro¬ 
vasti colori rari, sonagli, cocci variopinti — K li get¬ 
tasti tra i mucchi ili folla deca — Che si gonfiò delle 
tue lodi, c tu tc ne inebriavi... — Ma iu segreto piangi 
-- ti rode un allanno : - Vergognoso incerto il tuo 
«guardo sfugge qucUo dei Puri — Come se potessero 
leggere in tc.. a te stesso vile — Tu sei cosi venuto 
cinto d'ornamenti ma non consacrato — U senza ghir¬ 
landa alla gran festa della vita). 

Figure storiche porgono esempi tipici, c 
finalmente sette erme drammatizzano pla¬ 
sticamente i moventi eterni della vita dello 
spirito. Poesie non facili a intendere quelle 
del « Tappeto ». Alcune figurazioni (li un 
adorabile candore, alcuni quadri luminosi 
c d* una vigoria imponente si alternano ad 
altri stipati di contenuto grave ed oscuro. 
Si è che un contenuto nuovo appare nel¬ 
l’opera di George: il'.mondo, ' la varia uma¬ 
nità vivente. Ad essa egli va incontro solo 
ora che ha fissato per sempre i limiti e il com¬ 
pito della sua anima : la vede a così dire dalla 
soglia di un tempio. Possiamo dunque già 
indovinare quale sarà la sua attitudine di 
fronte all'umanità, — quella di un giudice c 
di un sacerdote. Il giudice del 'Settimo Anel¬ 
lo* e il sacerdote della 'Stella del Patto’ 
sono in linee nel Tcppich. Giudice c sacerdote 
uon avrebbe senso parlassero, se la speranza 
di venire intesi uon fosse garantita da una 
cerchia di persone vive e presenti che ascol¬ 
tano e accettano. Questa cerchia esiste già 
intorno a George, onde ben naturalmente alle 
figurazioni simboliche della vita del mondo 
seguono i saluti ai fedeli, ai discepoli. 

E’ questo il principio della terza parte, del 
l.icdtr von Tranni und Tod. Nascono tutti da 
momenti lirici questi saluti, perciò tengono 
con ragione il loro posto tra le canzoni del 
sogno e della morte. Nelle quali poi il poeta, 
lasciando i compagni, rientra in sè stesso e, 
quasi dando la risonanza elegiaca della trasfi¬ 
gurazione attuata nel «Preludio» canta la ma¬ 
linconia umana di queU’indiamcnto. Un sogno 
dunque è stata la sua, è sempre 1’ esistenza 
umana, c al risveglio vien subito In morte- 
Ora che lo sa, egli non può più guardare alla 
natura altrimenti che ad una visione, e tra 
gli uomini egli è appena un cuore che batte 
non inteso. Non serba però loro rancore; assi¬ 
ste a: loro giuochi commosso, perfino grato. 
Cosi il tono di questi cauti è sommesso, dol¬ 
cemente rassegnato. La mèta voluta dallo 
spirito rimane ben ferma indubitatamente, ma 
il cuore s’attarda per brevi istanti n rimemo* 
lare il passato, a salutarlo con l’ultimo resto 
d’amore terreno. La vita è conchiusa, brilla 
nel* ricordo c si spegno in pochi brevi versi 
d’un ritmo incantato. 

Mild und Iriìb 
Iti in/r fern 
Satini und /alni 
Af eln getchlek, 

Sturrn und herbst 
Mll dem lod 
(Hans iin d inai 
MI! dem gltìek. 

Il ’at lek lai 
Was Ich UH 
U'uj Ich tann 
Was refi bln : 
ll'te eln brand 
Der verrancht 
Wie eln tang 
Der verkllngt. 

[Chiaro c torbido — Mi sta lontano, — Sosta e vlsg- 
uin, — Il mio dotino; - Tempesta c autunno — Colla 
molte - Sole c maggio — Colla felicità. — Ciò ch'io 
feci — Ciò ch’io soffrii — Ciò ch'id volli — Ciò ch'io 
mmo : - Come un incendio — Che vi spegno — Come 
un canto — che si perde). 



Pag. 86 


IL BARBTTI 


Il balbettìo dei monosillabi è appena un 
picchiettare di note esili, affamiate, quasi 
afone, eppure quale onda si solleva c cade 
nelle minuscole strofe ! E' proprio il giusto 
accento lirico di questo lamento che non vuole 
confessarsi, e che non avrebbe invero ragion 
d'essere dopo la trasfigurazione del Preludio, 
ma che attraverso la contraddizione incontra 
la poesia. Anche l'ultimo verso deU’ultimo 
canto, supremo riassunto elegiaco della vita 
eroica, ha lo stesso ansito spezzato 

G/mi* und ruhm rausch unii qual Iraum unJ (od. 

(Splendore c gloria, ebbrezza e tormento, sogno e 
morte). 

Col Teppich fin l'ultimo residuo della for¬ 
mula u l’arte per l’arte » è superato, ed è po¬ 
sta invece un’esigenza che par trascendere 
l’arte stessa, l’esigenza della vita eroica. 


Segui uno lunga pausa. Il «Sctt’.mo Anello» 
(Der Siebente Ring ) comparve solo otto anni 
dopo. Contemporaneamente si rallentava la 
pubblicazione dei Blatter fur die Kunst. An¬ 
che i segni esteriori indicano un faticoso tra¬ 
vaglio. Nell’attesa l'artefice operoso fa cadere 
l'edizione del Zeitgenoessische Dichter (Poeti 
contemporanei, due volumi) e dei primi saggi 
di versione della Divina Commedia; l’educa¬ 
tore opera colla pubblicazione dell’antologia 
in tre volumi : Jean Paul, Goethe, il secolo 
di Goethe. 

Non facile impresa riaccordare la lira dopo 
i canti del « Tappeto ». La posizione raggiun¬ 
ta con essi non consentiva ripetizioni uè spe¬ 
rimenti d’altro genere; non consentiva nem¬ 
meno ripiegamenti. Colla sua scelta l’Angelo 
aveva implicitamente imposto all’eletto un 
compito: uscire nel mondo schiavo della 'va¬ 
rierà' ingannevole e dimentico della legge per 
richiamarlo al dovere. L’ambizione del con¬ 
dottiero e della sua schiera è dunque, dicem¬ 
mo, rinnovare, dopo l'arte, le anime. Il me¬ 
todo del loro procedere deve rimanere l’ari¬ 
stocratico. Leggiamo nei Bl. f. d. Kunst : 

« Una nuova coltura nasce in quanto uno o 
più spiriti archetipi ( Urgeisler) manifestano il 
ritmo della loro vita, il quale viene dapprima 
accòlto dalla comunità dei loro fedeli e poi 
da strati sempre più larghi ». Un processo 
tipicamente religioso, e che dà un valore spe¬ 
cialissimo al Maestro ed nlla comunità. In con¬ 
trasto alla tendenza comune del tempo, di 
riconoscere l'importanza degli uomini dalle 
loro opere, si accetta il principio mistico di 
giudicarli dal loro essere. Il Maestro — rico¬ 
nosciuto uno spirito archetipo — si avvia ad 
essere considerato come un taumaturgo. La 
comunità vive della sua parola; ma egli poi 
non può più aver la conferma dell'utilità della 
propria azione che dalla rispondenza del mon¬ 
do. E mentre l’azione (di tal genere !) non 
può essere che lenta, la breve vita di un uomo 
urge al compimento. 

Ricordiamo quali fossero quegli anni del 
primo novecento per la Germania : come la 
crescente prosperità economica favorisse il 
consolidarsi d’un materialismo arrogante e di 
un’albagia pericolosa mentre si accumulavano 
i germi della decadenza c del grande conflitto 
futuro. Poteva in tali condizioni rimanere 
paziente uno spirito Impetuosamente domina¬ 
tore? La coscienza di continuar a dare un 
esempio utile nell'arte non bastava più, ora 
che si voleva ben altro. D’altra parte illudersi 
non era possibile. ■< Mai come oggi si ò avuta 
una simile tirannia delle masse; mai come oggi 
quindi l’azione del singolo è stata infruttuosa». 
Venne la conclusione « Oggi veramente l’arte 
è in rotta colla Società ». Che fare? Trarsi iu 
disparte o adoperar l'arte come un'arma? Non 
c’è dubbio ormai, poiché il poeta s’è mosso 
verso il mondo. Contro la società corrotta c 
imbelle egli lancerà l’anatema. Nascono i 
sirventesi {Zeitgedichte), riuniti i>oi nel w Set¬ 
timo Anello». Anche materialmente vorrà se¬ 
gnare il suo distacco dalla società odierna : la 
sua interpunzione era stata fin da principio 
diversa dàlia consueta, assai parca come si 
conveniva a uno stile lapidario; d’ora innanzi i 
suoi libri saranno addirittura stampati in ca¬ 
ratteri speciali, la Slejan George~Schrift, una 
riproduzione tipografica della sua mano di 
scritto. 

Ma la collera, l’anatema sono appena nega¬ 
zione. Fin lo spirito più saldo, più certo del 
divino può andare sommerso quando l'uma¬ 
nità che si tenta di trascinare non sente lo 
scherno c lascia cadere nel silenzio i moniti ’. 
« Andavamo verso un’umanità mutilata e ina¬ 
ridita, che non cessava di vantarsi delle sue 
molteplici conquiste c raffinatezze materiali, 
mentre il senso per il grande, nell’azione c 
neH’amore, stava per tramontare... Pareva 
infuriasse una lebbra, contro la quale nessun 
rimedio fosse giovevole, c destinata a ucci¬ 
dere in tutti gli uomini l'anima ». 1 fedeli 
stessi perdevano a poco a poco la fiducia ncl- 
l’avvenire; il Maestro non aveva più nessuna 
parola nuova da dar loro. Quand’ecco in que¬ 
sta luce d’apocalissi il miracolo. Il miracolo 
ha un nome nel l’opera di George, si chiama 
Maximin. 

Col nome di Maximin Stefan George ha 
voluto eternare un suo discepolo presto rapito 
dalla morte, il quale colla sua splendida gio¬ 
vinezza gli diede viva ed immediata la sensa¬ 
zione del divino. Quella sapienza c quel di¬ 
sgusto del mondo, quella volontà di purezza e 


di perfezione clic gli altri conq>agni c lo stesso 
Maestro s’eran dovuti faticosamente procac¬ 
ciare, c nelle loro maui rimanevan beni incerti 
come ogni bene umano, questo veramente elet¬ 
to parve loro li recasse con sé dalla nascita. 
Perciò |>otcva mostrare a loro dubbiosi le cose 
» come le vedono gli occhi degli dei ». Egli 
doveva essere dunque la guida attesa. Anche 
il Maestro poteva inchinarsi di fronte a lui, 
’llerr dcr Wende’. 

Converrà soffermarci un po’ a cercar d'in- 
tenderc come George fosse pronto all’accetta¬ 
zione di questo miracolo, perchè su di essa 
loggia l'ulteriore opera sua cd in essa hanno 
origine i consensi più incondizionati cd 
i dissensi più risoluti da lui. Intanto, guar¬ 
dando le cose dall’esterno : come poeta George 
non poteva non aderire alle crescenti tendenze 
irrazionali dell'epoca, c già vedemmo come 
per lui c i suoi il supremo valore umano fosse 
nella ’Gestalt', nella persona, nel mistero del¬ 
l’essere, e non risultasse dalla somma delle 
opere. Poi, tutti gli sforzi del restauratore ave- 
vati sempre mirato alla conquista di una legge, 
della norma infallibile. Anche il suo amore e 
il suo studio di bellezza, anche il suo distacco 
dal 'volgo', il suo rifugio nel tempio avevano 
questo significato. Desiderio della bellezza, 
bisogno dell’isolamento, gusto della solennità 
avevano a poco a poco posto come ideale linei¬ 
lo che fu da lui chiamato il prodigio ellenico. 
Tra la fine del vecchio cd il principio del 
nuovo secolo si parlava molto in Europa del- 
P Eliade. Bisogna però tener presente che per 
un artista tedesco l’atnore della Grecia antica 
poteva essere qualcosa di assai diverso clic non 
ad es |>er un italiano. Il D’Annunzio delle 
Laudi non trova una tradizione nazionale con¬ 
tinua clic lo ricongiunga al Foscolo; Stefan 
George poteva riattaccarsi ad Iljòldorlin attra¬ 
verso Nietzsche c pensatori c poeti diversi. Il 
grido finale d’un componimento del « Prelu¬ 
dio » : « Eliade eterno nostro amore ! » si può 
dire salga da tutto un secolo e più di tradi¬ 
zione germanica; e c’è chi afferma clic gli ci¬ 
leni di oggi sono i tedeschi. Che tale essendo 
l’attitudine del suo spirito e la tradizione in 
cui s’inserisce, George mostrasse ora d’inchi¬ 
nare ad un pensiero di colorazione plato¬ 
nica non può far meraviglia. Platonismo e 
neo-platonismo sono lieviti periodicamente 
agenti nell'anima tedesca. Nel caso di George 
l>oi restaurare significa pure riscoprire gli 
aspetti primi delle cose; c il pessimismo che 
non può scorgere alcun germe di salute in 
una data società ma la vede condannata a 
infra dipire sempre più se uno o alami spiriti 
archetipi non la riportino di forza alle origini, 
non è molto dissimile da quelle delle credenze 
emanatistc. Non meno caratteristico è il fatto 
che questi archetipi sono dei giovani, anzi clic 
avendo ora l’un d'essi oltrepassato il mezzo di 
sua vita un altro gli venga in soccorso cinto 
addirittura dell'incorrotto fiore dell’adolescen¬ 
za. Presso i Greci — presso Platone — sono 
gli adolescenti i ridestatori dello spirito per ec¬ 
cellenza creatore, di Eros. E George dice : 

» Noi sappiamo che solo età decrepite vedono 
nella giovinezza unicamente prcliniinarità, 
preparazione, e mai vertice e compimento, c 
che la non peritura potenza degli eroi sta più 
nella loro persona che non, nelle loro parole 
c nelle loro gesta ». E cita Alessandro, pro¬ 
gettante giovinetto le immense spedizioni com¬ 
piute più tardi, c Cristo a dodici anni confu¬ 
tatore dei dotti nel tempio; l'uno e l’altro 
morti nel fiore degli anni. Di rincalzo F. Gnu- 
dolf osserverà come siano sempre figure di 
adolescenti gli eroi più rappresentativi dello 
spirito tedesco da Sigfrido a Parsifal, da Sim¬ 
plicio a Walt, perchè per greci e tedeschi il 
allibine dell’umanità è dato dai Junglingc, 
dal grado del perfetto fiorire, quando lo spi¬ 
rito si desta alla vita cosciente nel bel corjx). 
La giovinezza del bell’eroe desto è — si legge 
nei Bl. f. d. Kunst — l'immagine più viva 
del divino; su di essa quindi bisogna appun¬ 
tare gli sguardi. Tutte le spiegazioni presen¬ 
tate per chiarire come i maggiori spiriti della 
Germania a cominciar da Goethe abbiano 
messo l’arte greca, la plastica specialmente, 
al di sopra di ogni altra sembrano insuffi¬ 
cienti; al fondo d’ogni ragione c d'ogui mo¬ 
tivo deve stare la fede » clic di tutte le ma¬ 
nifestazioni dei millenni a noi noti il i»ensicro 
greco che : 'il corpo, questo emblema della 
caducità, il corpo sia il dio', è di gran lunga 
il più fecondo c comprensivo, ili gran lunga 
il maggiore, il più audace, il più degno del* 
l'unianità ». Può darsi che queste audacissime 
parole non siano di George stesso; dal terreno 
di questa fede però è nato Maximin. Il quale, 
non che stare in contrasto col Preludio del 
Teppicli, dovrebbe esserne il compimento. Il 
nuovo eroe è l’ideale perfetto, il semidio, per¬ 
chè, quasi fenice sorta dalle ceneri di quei¬ 
raltro che sino all'ultimo aveva avuto bisogno 
dell’assistenza dell’angelo, reca in sè la cer¬ 
tezza della legge, c il suo bel corpo è il segno 
dell'armonia. Orni'egli riassumerebbe la pola¬ 
rità della religione greca : incarnazione del 
dio, indinmento del corpo. E’ questo il punto 
d’arrivo del processo religioso di Stefan Geor¬ 
ge. Che da simile si>ecola egli abbia potuto 
incielare Maximin, celebrandolo un dio ve¬ 
nuto in terra a ridare agli uòmini la fede e la 
volontà della perfetta vita, non fa più troppo 
stupire. Ed è di per sè clraro come a questo 
punto si alzino le più veementi proteste. 


A noi importa adesso di mostrnr gli effetti 
di tal religione nell’opera di George. Se si 
potesse fare astrazione dal resto c giudicare 
d’uu processo così complicato da uu punto 
di vista unicamente estetico, basterebbe forse 
considerarlo come il mezzo che ha consentito 
al poeto ili superare la difficoltà sorta dal 
bisogno di crescere oltre il Teppich potenzian¬ 
done le tendenze e non battendo una strada 
nuova. E infatti l’Angelo era il messo dello 
spirito della vita; ora si rivela personalmente 
lo spirito stesso. Accesa di lui Tannila del 
poeta può ricavarne nuovo più caldo fervore 
lirico c per ordine avutone può ergersi con mi¬ 
glior ragione a giudice del mondo. Come non 
ne avrebbe la forza c la dignità se lui otte¬ 
nuta la suprema consacrazione? Ed ecco in 
un primo tempo George mostrarsi l’inebriato 
cantore delle cose primigenie e dello stato 
della grazia (Dcr Siebeu-fe Ring), in un se¬ 
condo assumere il tono del profeta (Der Sterri 
des Bundes). 


Il settimo anello (lo si intenda nel scuso 
di un cerchio magico) comprende sette parti 
di ugual lunghezza, il cui centro è il libro di 
Maximin. Perchè centro, ormai comprendia¬ 
mo. Alla periferia stanno le parti meno forte¬ 
mente improntate del suo suggello (le Tùfcln 
alla fine c gli Zcitgedichlc al principio); an- 
ch'esse però non si possono intendere appieno 
che mirando nlln fonte mediana. 

I primi Zcilgcdichte erano apparsi nei Bl. 
f. < 1 . Kunst del 1902-03- Vedemmo come sia¬ 
no nati. Il poeta sente il dovere del vate c 
per la prima volta fa uso de’ suoi diritti, sfo¬ 
derando le armi. A bel principio una protesta 
clic è un programma : 

//ir itici iter zeli genossen kainiteI schon 
Demassel schon und schallel rnlch-lhr fé) ilici. 

I suoi contemporanei l'hanno già giudicato, 
già condannato, sono in errore. Hanno 
creduto di udire la voce d'un ieratico prin¬ 
cipe chiuso nel tempio a contar sillabe di versi 
armoniosi. Non si vedevano le lacrime c le 
tempeste d’ima rude giovinezza operosa. E 
taluni che l'nvcvan caro eran guadagnati dalla 
dolcezza dei suoi canti. Ora che d'intorno a 
lui incomincia a levarsi uu sussurrìo arcadico, 
egli suona la diana c d’impeto conduce -alla 
mischia. Non c’è ragione di stupore o di 
lagno 

//ir schei weentet, dock Uh tal dat litiche. 

Nou c’è mutamento; egli continua in realtà a 
fare quel che sin qui ha fatto. Erano gli altri 
che non l'intendevano, e non {'intendevano 
perchè il loro concetto della poesia c del poeta 
era angusto. Esaltando ora alcuni vati e al¬ 
cuni grandi (Dante, Goethe, Nietzsche, Bòck- 
lin, Leone XIII), celebrando con altri canti 
alcuni esempi di vera maestà c di vera fedeltà, 
lanciando il suo scherno al tempo, egli chia¬ 
risce col paragone la differenza. Il suo più 
ampio concetto di poesia gli consente così 
di celebrare come giusto vertice del carme 
dantesco il Paradiso (questo quando la crìtica 
continuava a negare la poesia del Paradiso). 
Parla Dante, rammenta il suo esilio, il suo de¬ 
stino, il suo poema, e come appena diffuso 
l’Inferno gli procurasse fama: 

.. Poch als Ich drauf der sveli entfloh, die auen 
Der Scllgen tali, den chot der engel bótte 
Und solches gab : da steh man tnelne harfe 
Geichu'Uchten knab — und grelsentons... o toreriI 
Ich mhm ani meltiem hcrd eln schelt und blies — 

So u-ard die h òlle, dèci » des vollen feuert 
Dedurli tch tur bestrahlung hóchster Itebe 
(fini tur verktìndlgung non JOHN und sterri ». 

(Ma quando poi fuggii dal mondo e vidi — I campi 
ilei beati c udii i cori degli angeli — B tanto riprodursi : 
alluni s’accusi la mia arpa — D'un tono indebolito, da 
rugano u da vecchio... o stolti I — lo tolsi dal mio fo¬ 
colare un tizzo e vi soffiai — K fu l'Inferno; ma tutto il 
mio fuoco — Mi occorse.per irraggiare il primo Amore 
— U dar l'annunzio del Paradiso). 

II che suoua già come tuia risposta antici¬ 
pata ai critici dello nuova poesia georgiana. 
Perchè la massa non intende ciò clic è nel 
poeta? Perchè le manca fede c amore. Leo¬ 
ne XIII canta nell’ode dedicatagli: » Vieni, 
fanciullo divino, soccorri al mondo che peri¬ 
sce », e il poeta commenta: a Das ueue heil 
kommt nur aus ncuer tiebe», la nuova salute 
verrà solo da un nuovo amore. Nietzsche, 
Bocklin sono ringraziati per aver reso possi¬ 
bile la ventiti del nuovo amore conservando 
u Iti tempi freddi il fuoco sacro ». Il nuovo 
amore non verrà senza clic prima un castigo 
abbia lavato le colpe. La città morta, pronun¬ 
zia il giudizio di condanna sulla viva c pro¬ 
sperosa, quando questa soffocata dall'aridità 
della propria ricchezza viene ad implorare 
salvezza. 

Un selvaggio scherno esce da tutti questi 
sirventesi, di un'anima clic non vuol ricono¬ 
scersi nel suo tempo Sopra ogni altro terri¬ 
bile la l'orla Nigra. Dal grandioso monumento 
romano di Treviri il jioeta vede uscire il fan¬ 
ciullo Manlio, ai suoi giorni il più spregevole 
degli esseri. Ed è proprio costui, un drudo dei 
legionari dei Cesari ma avvezzo alla forza c 
alla grandezza romana, che deve irridere agli 
uomini (Poggi 'tumide larve dagli occhi spenti’ 
c gridare 

Da i edehle ging euch verloren : blul. 

E' detta così la parola conclusiva di questi 
inni dello sdegno: ciò che manca ai moderni 
è l'essenza piu preziosa, il sangue, — cd è 
pure espressa la necessità di una rigenera¬ 


zione per riacquistare il diritto a vivere. Ad 
affrettare questa rigenerazione orinai il vate 
vuol dare ogni sua fatica. 

Dopo la diana dei sirventesi la seconda parte 
del volume ( Gcstaltcn) mostra le forze della 
distruzione e della ricostruzione all’opera. 
Nel Teppich avevamo visto queste forze in¬ 
carnate in persone; qui le persone, dove com¬ 
paiono, sono mitiche e tra esse emergono i 
misteriosi spiriti stessi del bene c del inale. 
Che la drammatica rappresentazione si serva 
a volte del dialogo non può maravigliare; nel 
pensiero di George dovrebbe nascere da que¬ 
ste evocazioni delle sostanze stesse della vita 
il vero dramma (del quale egli diede l’esem¬ 
pio a più riprese in alcuni tentativi). Qui però 
In forma dialogica non veste alcun conflitto, c 
la maggiore drammaticità è proprio raggiunta 
in quelle poesie, nelle quali sono semplice¬ 
mente presentate le potenze divine c le infer¬ 
nali. Le streghe c sopratutto Tnnticrìsto sono 
i più paurosi fantasmi. L'anticristo è già gi¬ 
gante e terribile nelln rotta descrizione di chi 
l'ha veduto da lontano: 

Dori konnnl er vom betge, dori sleht et tm h alni 

Wir talten es selbtr, er u-andelt In rteln 

Dai wasscr unii sprlcht mil den tolen. 

(I.à egli scende dal monte, li s'appiatta nel boocpl — 
Coi nostri occhi abbiniti vinto com'egli immuta - 
In vino t'acquo e parla coi morti). 

Le sue parole, la sua risata centuplicano il 
terrore. Con uu ritmo di campana martellante 
che riempie un buio sempre più angoscioso 
egli dichiara le sue arti, svela le sue vittorie, 
spiega le sue reti inesorabili. Poiché otten¬ 
gono da lui tutto quanto la loro cupidigia 
desidera, gli uomini esultano, ed egli invece 
tutto distrugge. Quando sarà consumato l'ul¬ 
timo resto della linfa vitale, intenderanno. 

Diinn /tingi Ihr die stinge am trocknenden Irog, 

Irti rallos ute vie h durch den brennenden ho/.. 

Und sckreckllch erse halli die posatine. 

(Allora la vostra lingua penzolerà nel truogolo asciut¬ 
to Itti errerete disperati come bestie tn una fattoria 
incendiata — K tremenda echeggierà In tromba). 

Apparirà naturale dopo questi accenti che il 
canto di chiusa sia un coro e cominci « I tempi 
sono pieni ». 

Dopo la visione apocalittica il libro seguente 
reca l’atmosfera in cui potrà muoversi il sal¬ 
vatore. Gezeilen è il libro della rinnovellato 
passione- La (/fissione si (innovella perchè si 
approssima il dio che riporterà l’amore, è ben 
diversa però da quella dell’anno dcH'atiima. 
Ebbrezza c non più malinconia essa produce. 
Dietro alle varie figure infatti, le quali di volta 
in volta accendono la fiamma d’amore s’in¬ 
dovina sempre Eros, il bel dio che compensa 
d’ogni attesa c d'ogni martirio. La passione 
solleva e abbatte come la marca, tormenta, 
consuma, ma intanto ogni parola clic nasco 
da quella guerra ha un impeto innico. E un 
cantico di lode c di devozione è l’ultimo degli 
inni : Tu sei il mio Signore ! Quando, 
sempre con diverso aspetto e pur tosto rico¬ 
noscibile e bello, tu compari sul mio cam¬ 
mino, io umilio a te la mia cervice... ». 

Finalmente il dio si rivelo in forma viva. 
I! libro di Maximin è il più severamente ar¬ 
chitettonico: tre poesie celebrative dell’in¬ 
contro, tre del reciproco riconoscimento, tre 
di lutto, sei in vita e in morte di M., tre pre¬ 
ghiere; le ultime tre narrano Timmedcsimarsi 
dello spirito del poeta con quello del trasfi¬ 
gurato. II 'mistero' del fanciullo Maximin così 
è compiuto. Colui che lo ha riconosciuto dio 
ne sarà in avvenire il profeta. 

lek b/n eln funke nur vom helllgen feuer 
lek bln eln dróhnen nur der helllgen stimma. 

(Io sono soltanto una favilla del fuoco sacro — io 
sono soltanto il rimbombo della sacra voce). 

Gli ultimi tre libri del Settimo Anello sono 
un graduale riprender terra da questo rapi¬ 
mento; il quinto richiama il secondo, il sesto 
il terzo finché Tultimo ritrova il piano del pri¬ 
mo. L'apparente asimmetria del ritorno si 
spiega psicologicamente. Traumduukel s’inti¬ 
tola il libro più prossimo al Maximin. Dopo 
la luce della rivelazione divina tutto sembra 
oscurità e sogno; nella notte agitata ribale¬ 
nano come fantasmi le potenze e i paesi co¬ 
nosciuti nel giorno soleggiato .Che il buio sia 
passeggero, clic l’acquisita certezza debba ri¬ 
condurre alla luce c a una pace prima ignota 
lo dicono i l.ieder. Leggendo versi teneri e 
semplici, che ricordano quelli di Sagen und 
Sacnge, udendo levarsi da altri una musica 
meno lusinghevole ma possente, anche gl’in¬ 
creduli nella divinità di Maximin dovranno 
riconoscere che «ine! travaglio e quella fede 
bau dato nuova vena a George. Un solo 
esempio : 

lller Iti nlchl meln llthlrevler 
l Vo Ich herrschlc t co Ich frette. 

Illntiittl hi mlr fremd und breile — 

Anne /tur rnll magrer zier. 

Sandtge itreckcn imbcòaut.. 

'/.wtschcn halden die verdorren 
Slretkl die dttnnbelaublcn knorren 
lller eln baurn aus hagrem kraut. 

Wtlch ei « :trj>en dringt ani olirf 
Tom geswelg eln Ufnend « ilspeln.. 

Nnn erkenn Uh Dlch am llspeln. 

Uu bhl nah : bald schelnst du voti 
Nlrgends u<elss tch siti und sleg 
IVew su /rende sveni zu nutze 
Und Uh weiss mleh »iur Im schulze: 

Din aneli liler auf Delncrn sveg. 

(Non è qui la mia legione luminosa — Dov'io avevo 
dominio, dove trovavo amore. — Straniero' ni'è il ciclo 
c la tetra — Povera terra con magre bellezze. — Sab- 



IL BARETTI 


Pag. B7 


biosc distese incolti vale... — Tra mucchi di arido ter¬ 
riccio — Allunga con poche foglie i suoi nocchi — 
Un albero in mezzo a smilze erbacce. — Ma qual fri- 
nlo mi giunge all’orecchio? — E’ un bisbiglio, dai rami 
che si fu musica... — Ora ti riconosco ni sussurro. — 
Tu set vicino: presto apparirai! — Da niunn parte 
so più mèta nè via, — A chi giovare, chi confortare 
— E nolo mi so anche qui sotto il tuo schermo: — 
Sono anche qui sopra la tua strada •). 


A lui e ai suoi fedeli pere'* non era dubbio 
che tal fiore poetico fosse appena una conse¬ 
guenza (l'un ben altro fiore. Col « Settimo 
Anello >i St. George compie i! periglioso pass" 
d’aspirare ad una dignità superiore a quella 
del poeta. Non ch’egli d’ora innanzi spezzi o 
sprezzi la forma; cerca anzi di farsi fin più se¬ 
vero artefice di prima. Ma quel clic ora dice 
vuol avere per sé stesso valore, esser più che 
poesia, esser sapienza, presentimento o comu¬ 
nicazione divina. Ogni poeta dice: « Est deus 
in nobis a; ma non so quale altro poeta abbia 
osato prender tanto alla lettera questa, che è 
una verità umana. George crede d’essere il 
solo a poter dire che c’è un dio in lui, pcrcìiè 
a lui solo il dio parlerebbe. 

/n feder cwe 

lit nur e in gol I un d elner ir ur sei « kùnder. 

[hi ogni evo c’è solamente un dio, ed uno solo è il 
suo piofcta). 

La critica dinanzi a lui non deve avere più 
senso; quel ch’egli dice non può esser detto al¬ 
trimenti. La poesia è il suo linguaggio natu¬ 
rale, come lo era per i vati antichi, rivelatori 
del senso dei misteri. La bellezza in tal poesia 
non è più cercata, è data di per sè, essendo il 
corpo naturale della verità. L’arte non è più 
servita, tocca a lei di servire. Il poeta ha il 
gesto e la sicurezza d'infallibilità d'un sacer¬ 
dote nel tempio. Al suo fedele che ascolta c* n 
orecchio pio le sue parole seminano creare 
operazioni magiche. E quale ò il contenuto 
precipuo, l’operàzione di questa poesia? Poi¬ 
ché i tempi sono pieni, e sono tristi, il com¬ 
pito del vate sarà di comunicare la collera del 
dio, di annunziare il castigo. Il tono profetico 
risuonn già nel Settinw Anello, specie nel¬ 
l’ultima parte, nelle « Tavole ». In esse gli 
amici, cui come di consueto il poeta si rivolge, 
sono dei mistici discepoli; la voce del Maestro 
nel salutarli, neU’incuorarli, nel riprenderli ha 
una sentenziosa solennità. E profezie in senso 
stretto son pur qui contenute: 

Uh sali con fem getlimmel einer sehlacht 

So wie sic hald In unirai cbncn krachl... 

(Ho. vtato lontano il tumulto d'iuta battaglia — Quale 
premo «trepitcrù sui noatri campi). 

E’ l’ora dantesca di George. Dei tre mas¬ 
simi spiriti poetici della civiltà europea il pri¬ 
mo ad aiutarlo a ritrovarsi fu :I conterraneo 
Goethe; dicemmo dell* Antologia. A Shakes¬ 
peare chiese incitamenti più profondi quando 
senti la necessità di evocare le forze elemen¬ 
tari della vita e scoprire nel mistero dell’amore 
umano il segreto del divino; al Maximin va 
connessa anche la versione — pubblicata nel 
1009 — dei Sonetti scespiriani. Sull’ ultimo 
gradino sta Dante. Fin dal igoo-ox erano ap¬ 
parsi i primi saggi di traduzione della Com¬ 
media, nei HI. f. d. Kunst. Ma che la prima 
raccolta sia venuta in luce nel 1909 e che d’ai- 
lora sino al 1925 siano apparse altre quattro 
edizioni sempre accresci vite, mostra come solo 
dopo il 'Settimo Anello’ sia andato aumentan¬ 
do l'interesse dantesco di George. Non avendo 
egli mai avuto l’intenzione di tradurre intero 
il poema ed essendosi riservata la libertà di 
scegliere a suo talento, è notevole osservare 
come nllTnfcrno sia fatta nella scelta la minor 
parte, mentre la maggiore è riserbata al Pur¬ 
gatorio e al Paradiso c in ispccial modo ai 
canti dei poeti e dei cantori (Virgilio, Casella, 
Sor del lo. Stazio, Buonagiunta, Guinizelli, A. 
Daniello), e ai canti profetici (Farinata, Bru¬ 
netto, Cacciagliela) c agli, apocalittici del Pa¬ 
radiso terrestre. Al fervore medievale di Dante 
St. George temprò il suo fervore gotico; dal¬ 
l'esempio di Dante derivò il conforto per il 
temerario ardire di farsi giudice e profeta. 

Il volume col quale il moderno volle rinno¬ 
vare l'audacia dell*Alighieri comparve nel 1914 
poco avanti lo scoppio'della guerra europea. Al¬ 
cuni canti più significativi avevan visto la luce 
quattro anni prima nei Bl. f. d. Kunst. Da 
anni cioè l'anima del poeta era già piena della 
grande tempesta che doveva scatenarsi e l’an- 
mtnzinva non creduto. E’ la sua raccolta più 
austera lo Stern des fìundes. Il simbolismo 
numerico vi è perfetto. Ripreso il totale dan¬ 
tesco di cento canti : nove d’introduzione, 
novanta in tre libri di ugual lunghezza e cia¬ 
scuno diviso in tre decine, un corale di chiu¬ 
sura. Sono però canti di pochi versi, concen¬ 
tratissimi, scarniti fino all’inverosimile. Pochi 
hanno andamento melodico, dolcezza lirica, e 
anche in quelli- non v’è alcuna lusinga ter¬ 
rena. Per i più non è neppure il caso di parlar 
di canto. HVinno una voce aspra, irruente o er¬ 
metica e lontana; sono invettive, appelli, pro¬ 
fezie, preghiere, detti sapienti. Vien da pen¬ 
sare talvolta alla poesia gnomica dei popoli 
antichi, nella quale il verso era l'espressione 
naturale dell’ ammaestramento, perchè non 
tanto si trattava di manifestare una o 1’ altra 
verità quanto piuttosto di ridestare con solen¬ 
ne suggestione il gusto della verità, di rime¬ 
morare l'appartenga del singolo al tutto, di 
ristabilire il contatto col principio originario 
della vita. E' tale infatti l’atteggiamento del 


libro. Poesia religiosa dunque, che trac il suo 
contenuto, meglio che da motivi e situazioni 
particolari, dall' unico fuoco del sentimento 
della divinità. Come ogni poesia religiosa an¬ 
che questa è monotona nel fondo c varia di 
spunto, tocca momenti diversi della vita e ri¬ 
conduce sempre al medesimo centro. Di nuo¬ 
vo, più recisamente anzi clic quella del « Set¬ 
timo Anello», essa si nega ad ogni critica. 
Onde i lettori reagiscono ora con una nega¬ 
zione sommaria, ora con un entusiastico con¬ 
senso. Una cernita che non deve spiacere a 
George. 

Il consenso fu più vasto e immediato che 
mai per ('innanzi- Non parevano gli avveni¬ 
menti del tempo confermare clamorosamente 
lo spirito apocalittico c profetico del vate? 
Anf sllller stadi lag fem chi blutlger slrelf. 

P.i sog vom ilunhel tiber mlr cln welter 

Und zwlschcn selnen stdssen bòri Uh schrltle 

l'ott ichcren, dixinpf, dami nah. £<n elicrn ktlrren.. 

Und Jiibclnd drohetid klang e In drelgelelllcr 

Metatlen heller ru / mi il wut und kraft 

Un il schauer tìbcrficlcn mieli als leglc 

Steli cine fioche kllnge mi Ir an/s Ita tipi — 

Eln sehleunlg pochen Irleb :iimi trab dcr rollai. 
Und hnmer welle tettami und derselbe • 

Celle fanfarcndon... Isl dai dcr lelsle 
.-I ufrulir der gÓlttr iibcr diesali landt 
(Latitano sulla città silente si librava una striscia 
snnKuÌKnn. — Dal buio s'addensò sopra di me una tem¬ 
pesta — K tra i suoi colpi io udivo passi — Di squadre, 
soffocati, poi vicini. Un tintinnio di ferri... — K con 
minaccioso giubilo ridonò un triplice — Chiaro «rido 
metallico, e una furia e un impeto — lì un tremore 
mi presero come si fosse posata — Sul mio capo una 
larga lama. -- Un battito affrettato spingeva al trotto 
le schiere... — K sempre nuove squadre c sempre la 
stossa — Stridula fanfara... E' questo l'ultimo segno 
— Dcll'imlignazìonc divina contro questa terra?). 

I giovani che nel 1914 partivano per la 
guerra jiotevano ben credere annunziato in 
queste visioni il flagello scatenatosi. E pote¬ 
vano pensare alla necessità del castigo leg¬ 
gendo: 11 Tutto avendo, tutto sapendo sospi¬ 
rano:,— Vita grama! Angustia c fame dap¬ 
pertutto!... » — «Voi costruite criminosi 
contro la misura c il limite : — Ciò ch’è alto 
può salire ancora più alto!... » — « Da brage 
purpurea parlò l’ira del ciclo : Il mio sguar¬ 

do è distolto da questo pojxflo... » 

Non era stato pei vero il solo George a pre¬ 
dire !a guerra c la catastrofe, ma il linguag¬ 
gio ch’egli parlava non era nè utilitario nè pa¬ 
cifista, nè logico nò sentimentale. Nella guerra 
egli vedeva una necessità tragica, non una 
sventura lacrimevole, necessità conseguenza 
d'ima colpa che esigeva una espiazione. E i 
giovani, che di quella colpa erano : meno re¬ 
sponsabili, volentieri assunsero movendo al 
sacrificio ^questa di tutte più austera, questa 
religiosa interpretazione del flagello. Tanto 
più eh'essa prometteva quella rigenerazione, 
di cui ogni giovinezza porta in sè il desiderio. 
Non è probabile che tutti i lettori dello Stern 
des fìundes sapessero come la stella rischia¬ 
rante il nuovo patto fosse ancora quella del- 
l’indiato Maximin, ma è probabile che anche 
sapendolo non ne avrebbero preso inciampo. 
Qual via pure George avesse sccfto per giun¬ 
gere alla divinità, l’importante era clic iti un 
tempo così dimentico e così bisognoso di Dio 
egli ne sentisse e ne facesse sentire lo spirito 
inesorabile. E i conforti più sicuri venivano 
proprio dall’annunziatore di tanto rigore: 

Mlr lajjt dai jomf nfeorn lm untren scUachl : 

• Aus dumi und dùslcr ring! slch fedes ding.. 
Verdamm das grausen nielli dot dlch umfing 
Sei nlehl erscliroekcn iibcr soviet naehl — 

Es slnd die inilhen dcr notwendlgen Irage »... 

Mlt lllrcn frendei! seti Ich schon die tage 
I Vo Killer bclder / rucht lm lUhle lochi. 

(Il seme chiuso nella zolla profonda mi dice: — 
• Faticosamente nasce dalla putredine c dalla tenebra 
ogni cosa... — Non maledire l’orrore che ti ha circon¬ 
dato — Non essere atterrito per tanta notte; — Sono 
te pene della necessaria gestazione • — Colle loro gioie 
io vedo già i giorni — Che il frutto di entrambi riderà 
nel sole). 

Contiene Io Stern des fìundes il succo di 
tutta l opera di George, l’eco di tutte le sue 
esperienze, le formule della sua dottrina, le 
luci e le ombre del suo mistico regno, è il più 
difficile cioè e il meno colorito e artistico dei 
suo: libri, eppure è quello che gli procurò defi¬ 
nitivamente, anche da chi non era disposto ad 
accettare la sua ideologia, il rispetto dovuto 
alle grandi personalità. Si è che si compren¬ 
deva ora il suo cammino e la nobiltà e l’uti¬ 
lità del suo sforzo. I.a nazione possedeva in 
lui una tempra unica d’assertore c custode dei 
più alti valori spirituali. Ch’egli fosse l’uomo 
capace di rimanere imperterrito al suo posto 
non lasciandosi piegare da nessun affetto lo si 
vide dinante la guerra. 

Nel 1917, quando la speranza della vittoria 
colle armi era ancora generale in Germania, 
George, ch’era rimasto immune dell' ebbrezza 
gucrraiola, riconfermò (nel carme Der Krieg) 
di non partecipare alle speranze collettive 
(« Am streit wie ihr ihn fùhrt nehm ich nicht 
teil » « Alla lotta come voi la conducete io non 
prendo parte »), di non credere alle ciarle di 
'tempi di gloria’ di 'colpa dei nemici’ ecc., di 
sperare la vera salvezza soltanto dalla gio¬ 
ventù nata col bisogno del vero. Per questa 
gioventù egli pubblicò un secondo messaggio 
nel 1921 con Tre canti. Il centrale dei quali 
ribadisce il compito del vate nei tempi cala¬ 
mitosi di rimanere il custode dello spirito 
puro e il restauratore della vera disciplina e 
del vero ordine. Quando la restaurazione sia 
compiuta, quando il purificato popolo senta 
di nuovo il desiderio dell’elezione di cui può 


essere degno, allora — canta un maestoso 
inno Ai Morii — allora i morti potranno ritor¬ 
nare accolti come forze vive col meritato sa¬ 
luto glorioso. 

ni. 

Il saluto ai morti riassume la fede della re¬ 
ligione eroica di Stefan George. Poiché questa 
sua fede non ammette scissione tra morte e 
vita, tra corpo ed anima, tra natura e spirito, 
tra uomo e Dio, qui in terra dovrà realizzarsi 
il « Nuovo regno », il cui cittadino sarà l'uomo 
che ha ritrovato la purezza originaria dell’ani¬ 
ma e quindi la capacità di seguire senza fallo 
la legge interiore. Si realizzerebbe così il gran¬ 
de sogno che prostrò Hòiderlin e Nietzsche. 
Una visione ottimistica corona quasi sereno 
paradiso l’opera di questo acerbo fustigatore 
del suo tempo. 

Non è da vedere già in questo ottimismo 
una conferma della sua appartenenza al suo 
tempo? Si è voluto affermare che George sia 
una figura affatto esorbitante dalla nostra età; 
diverso egli sarebbe oltreché per la sua statura 
spirituale, anche per la sua natura : egli solo, 
in uu mondo in isfacelo, antico ed egli solo 
nuovo. Ci dirà poi meglio l’avvenire quanto 
il suo spirito pur così poco romantico nella 
sua quadratura, sicurezza ed energica, abbia 
assorbito da qucll'/mmtts romantico, dal quale 
traggono ancor sempre linfe gli uomini d’oggi, 
e non soltanto in Germania. Agli antipodi, 
certo, George si trova dei divisi, imbelli, tor¬ 
mentati sognatori del fiore azzurro del vago 
infinito. Di quel fiore però, sbolliti gli ardori 
letterari neo-romantici d'alcuni anni or sono, 
nessuno oggi mostra di volersi più curare, e 
nondimeno s’intende sempre meglio, come il 
moto iniziato più di un secolo c mezzo fa — 
già prima deH’irrompere degli uomini di 
Jena —, lungi dall’essere esaurito, vada tut¬ 
tora spiegando nuove forze. Il suo nervo pro¬ 
fondo è ben quell’irrazionalismo vitalista, di 
cui anche Po|>era di George è rappresentativa. 
Quando non si tengano gli occhi fissi unica¬ 
mente sulla Germania, si scorge conte la mag¬ 
gior parte di quelle negazioni ed affermazioni, 
sulla base delle quali sorse la dottrina etico- 
religiosa del poeta tedesco, venissero manife¬ 
state contemporaneamente anche altrove in 
Europa. La reazione aristocratica contro il 
livellamento democratico, la sentita necessità 
dcU'ord'ne, della disciplina, della gerarchia, 
la critica al mito del progresso, l'avversione 
al meccanicismo e allo storicismo, la lotta con¬ 
tro l’impero della razionalità, la propensione 
alla fede incondizionata, miracolistica, le sim¬ 
patie cattoliche unite ai gusti pagani.... — 
sono tutte tendenze generali del tempo, alle 
quali George ha dato delle formulazioni spe¬ 
cifiche all'indole, ai bisogni e alle tradizioni 
tedesche. L’averlc sapute dar presto testimo¬ 
nia della sua sensibilità; chè tàlc è il privi¬ 
legio dei poeti, cioè dei creatori di forme nuo¬ 
ve, d’avvertire prima degli altri il logorìo delle 
vecchie c di non saper più vivere dove la 
vita langue. Ma un simile lavoro di distruzione 
e di chiarificazione doveva legare più che inai 
il poeta alle particolari condizioni del momento 
storico in cui viveva, e per tale rispetto con¬ 
fonderlo col gruppo degli altri, critici o li¬ 
beratori che si voglia, della nostra età. Non 
si può quindi cercare in questa prestazione 
pratica il suo valore di singolarità duratura. 

E nondimeno si è voluto cercare da taluni 
il significato ultimo della personalità di 
George in un momento pratico, c cioè nel 
frutto di quelle sue posizioni etiche, nel van¬ 
gelo nietzschiano-ellenico da lui bandito. Van¬ 
gelo che dovrebbe essere non transeunte, per¬ 
chè rinnovando la greca calocagatia riaccen¬ 
derebbe la fiamma vitale del popolo per ec¬ 
cellenza perfetto, richiamerebbe il corrotto 
pensiero moderno alla purità originaria delle 
idee archetipo, cancellerebbe il disordine del 
mondo coll’impero delle auguste norme dimen¬ 
ticate d’origine divina. Ma se questo fosse 
vero, se il mondo s’avviasse davvero a rovina 
e la sua salvezza dipendesse da tal religione, 
che sarebbe della storia non dei secoli razio¬ 
nalisti soltanto, bensì di venti secoli? Come 
avrebbe potuto la civiltà del cristianesimo es¬ 
ser così grande proprio negando i postulati 
religiosi di tutta l'antichità? E se, come ci si 
dice, i tedeschi soli som» in grado di sentire 
al modo degli Elioni, che sarebbe degli altri 
popoli? Dobbiamo ricominciare la lite delle 
nazioni elette e delle reiette? No, — la gran¬ 
dezza di George (la grandezza almeno che può 
imporsi anche a un non tedesco) non può stare 
nella dottrina da lui professata, come quella 
di Dante non istà nel suo sistema moral-poli- 
tico. L’uno c l'altra non sono che schemi, che 
vasi contingenti, qualcosa di vivo solamente 
nella poesia die li realizza, ma di caduco 
quando si astragga da essa prendendoli come 
verità assolute. Scambiarli allora per l’essenza 
più preziosa dello spirito dei loro autori vuol 
dire contentarsi di una curiosa forma di ma¬ 
terialismo. 

Proprio nell’assolutezza della dottrina di 
George si rivela il tratto, che più profonda¬ 
mente lo lega al suo tempo. Il volontarismo 
realizzatore dell’epoca - oggi lo si vede più 
distintamente di ieri, e più distintamente for¬ 
se in paesi non germanici — non ama le fedi 
astratte e lontane, le posizioni critiche e in¬ 
dipendenti, l’obbicttività imparziale, la fred¬ 
dezza ragionatrice, lo « au dessus de la mò- 
lée »; ama la mischia, l'ardire, l’esclusivismo 


intransigente, la fede concreta ed entusia¬ 
stica, l’obbedienza devota, tutte qualità che 
favoriscono l'estrinsecazione della volontà at¬ 
tiva. E insomma ha bisogno di credere per 
amore del fare. Ora la religione di George 
sgorga da un analogo bisogno di realismo fat¬ 
tivo e lega invero l’uomo alla terra, come al 
teatro delle sue gesta. Il punto più scabroso 
della sua formazione religiosa, I’indiamento 
di Maximin, è il risultato di un atto di volontà 
che rompe gli indugi e crea, con una conso- 
quenziarictà estrema ma chiara, la base per 
l’azione. Ed ecco in qual modo questa- reli¬ 
gione potrebbe apparire nuli'altro che una for¬ 
mula — diciamola la formula' platonica o 
senz’altro antica — dei bisogni spirituali te¬ 
deschi del tempo. Allineandosi con attre for¬ 
mule, porterebbe (quando ci si ostini a cercar 
il significato di George in un simile valore 
pratico) a mettere il suo autore in un fascio 
con altri condottieri del tempo, e la fisiono¬ 
mia di questo ile acquisterebbe forse luce, ma 
la figura del i>octa si oscurerebbe. 

Per vederla netta, e per renderle tutto l’ono¬ 
re che si merita e trarne tutto il profitto che 
può darci, converrà diffidare delle esaltazioni 
taumaturgiche cercando altrove la sua vera 
singolarità. E questa non può trovarsi che nel¬ 
la sua poesia. Se ci si fa osservare che uma¬ 
zione pratica questa poesia la produce; 
inducendo alla severità del pensare, alla 
nobiltà del sentire, alla coscienziosità del l'agi¬ 
re, c approfondendo il senso del primitivo, del 
naturale, del religioso, risponderemo che ef¬ 
fetti analoghi conseguono in varia misura tutti 
i veri poeti, riuscendo assai meno efficaci 
quando predicano un certo ideale o propagan¬ 
dano una certa concezione, sia pure alta e 
nuova, di vita, che non quando esprimono in 
forme d’arte l’altezza e la novità d’anima sor¬ 
tite da natura. Fin d’ora si può ritenere che 
proprio le parti dell'opera di George più obe¬ 
rate di preoccupazioni pedagogiche, più espres¬ 
samente volontaristiche, che sono quelle sen¬ 
tite più conformi ai gusti e anche alle neces¬ 
sità del presente, saranno le prime ad appas¬ 
sire. E mentre esse conserveranno un interesse 
puramente storico, dureranno invece sempre 
vive ed attuali quelle iti cui lo sforzo del cer¬ 
catore di bellezza c di divinità si raccoglie nel 
suo intimo e si sublima umiliandosi. Là’ reli¬ 
gione nietzschiano-ellenica di George sarà di 
monticata da un pezzo, e ancora susciteranno 
forti e religiosi sensi i canti nei quali la sua 
virilità e il suo austero amor d’altezza ardono 
in sò stessi per diventar tutta fiamma. 

Quando il tempo avrà fatto la cernita che 
adesso è ancora difficile fare, si vedrà — con- 
vien dirlo apertamente — che le proporzioni 
di questo poeta sono ben maggiori di quanto 
non voglia ammettere citi, in odio alle dottri¬ 
ne ed agli atteggiamenti suoi o dei suoi fe¬ 
deli, s’è provato a misconoscerlo. Si vedrà 
allora, senza bisogno di esegesi magnificati ve, 
qual vasto |>osto egli tenga nella storia della 
poesia e dello spirito tedesco a cavaliere del 
secolo passato c del nuovo. 

Perchè i suoi meriti sono molteplici. In anni 
di rilassatezza artistica pareva che i tedeschi 
avessero dimenticato che cosa fosse la poesia, 
la genuina poesia che delude sempre come la 
vita le aspettazioni degli uomini ed è sempre 
grande e misteriosa. George ne ridestò l’amore, 
il gusto, il bisogno e ne additò gli esempii più 
insigni fuor di Germania e ne rammentò gli 
esempi più ricchi nella letteratura nazionale. 
Ne consegui anche un elevamento della « gci- 
stige Haltung » dell’atteggiamento spirituale 
della nuova generazione. Il tradurre era di¬ 
ventato un ozio di sciatti mestieranti : George 
ne rifece un'arte, che colla sua severità era 
altresì scuola di disciplina. Da lui la Germania 
ebbe alcune traduzioni che rimarranno clas¬ 
siche. La scienza del positivismo aveva nasco¬ 
sto sotto cumuli di macerie le forze vive della 
tradizione poetica tedesca; egli le riscopri, 
mettendone in risalto le più originali dimen¬ 
ticate. E finalmente cantò, cantò come da lun¬ 
go tempo non si era più avvezzi a sentire, ispi¬ 
rato, severo, virile, largo, solenne. Fu il suo 
canto a valorizzare la sua idclogia, a realiz¬ 
zare quella restaurazione di cui parlammo. 

Molti, giovani sopratutto, ebbero da lui la 
prima rivelazione di ciò clic è arte, tanto da 
essere indotti nel loro entusiasmo a ritagliare 
sopra la sua figura l’immagine esemplare ed 
esclusiva del poeta. Oltre a riconoscenza li 
moveva quel sentirsi richiamati da una voce 
si persuasiva. In un’età logora e meccanica, 
alle potenze rigeneratrici della natura e della 
religione. Onde assai naturalmente dalla bat¬ 
taglia ingaggiata a difendere l'amato maestro 
contro l'inintelligenza o l’insensibilità del 
pubblico, essi poterono lasciarsi stringere in 
una scuola, il cui compito era di penetrare 
sino in fondo e far propria la novità da lui 
recata. Soddisfacevano effettivamente cosi ad 
una necessità del tempo; c invero le òpere di 
arte e di scienza del Kreis di Stefan George 
sorto tra le più tipiche espressioni del pensiero 
tedesco contemporanco. Nascono quelle opere 
da un fondo irrazionale che facilmente può 
assumere delle forme mistiche, di fronte alle 
quali uno spirito |»osit : .vo, bisognoso fino in 
fondo ili chiarezza non si trova sempre a suo 
agio. Ma pare clic adesso il mondo abbia bi¬ 
sogno d’un simile contatto colle forze oscure 
dell’essere. Hanno diversi nomi i corifei del 
nuovo moto (da cui del resto la ragione non 







IL BARETTI 


può riuscire che irrobustita); in Gcrmauia il 
più alto è Stefan George. 

Anche per questo non appaia perciò inutile 
aver richiamato l'attenzione degl: italiani so¬ 
pra la sua severa figura. 

Leonki.i.0 Vincenti. 

NOTA BIBI.IOCKAI'ICA 

Stefan George, Gesaint-ausgabe der u trke, cndgùlUgc 
fassung, Georg Bolidi, Berlin, 1927... 
Comprenderà dlciotto volumi colla numerazione 
aegueiue: (tra parentesi le date delle prime edizioni). 

I. Die Fibel (190». 

II. Hymnen. Pllgerfahrlen. Algabai (1890, '91, '91). 

III. Die Biicher dcr Hirten 11 mi Prelsgedlchte, der Sa- 
gen und Stinge nmiì der Hdnge.ndén Girle n (1895). 

IV Dai Jahr der Seele (1897). 

V. Der Teppicl 1 des Lebcns und die Lleder von Traimi 
und Tod mll elnetnvonpiel (1S99). 

VI-VII. (voi. doppio). Der Siebenlc King (1907). 

Vili. Der Sterri det Dundei (19:4). 

IX. Una nuova raccolta di poesie (dai BlAtter fflr die 
Kunst c inedite). 

X-XI. (voi. doppio). Dante: Stelle n ani der Góttlichen 
Koniodlc (1909), nccresc. 

XII. Sbakespcare-Sonette. (1909). 

XIII-XIV. (voi. doppio). Baudelaire: Die Binine n dei 
Uòse 11. (1901). 

XV. ZeltgcnOssIsclie Dichter I. (1903). 

XVI. /ti. II. (1905). 

XVII. Tage und Taten (Prose. 1903). 

XVI 11 . S;cncn ani Manuel und onderei inciti In dra- 
maliichcr forni. (Raccolta da annate diverse dei Bl. 
f. d. Kunst) 

Ogni volume arricchito di ritratti, fac-slmilì od ag¬ 
giunte inedite 


Pubblichiamo attui volentieri l'autcrevole ar¬ 
ticolo del C. nonostante le punte jtolcmiche on¬ 
do è irto. Certi dissidi, per noi , tono compost » 
da un pesto. Nulla ci pare che abb-a tanto ran¬ 
nobilito la filologia guanto l'estetica dell’intui¬ 
zione e dell’espressione; e, praticamente, il fat¬ 
to che un’impresa filologica deila dignità e im¬ 
peri ama dcg’i Scrittori d'Italia latcrgiani sia 
sorta t vada prosperando sotto gli auspici d-ct- 
l’autore deli Estetica, dovrebbe a tutti, su Que¬ 
sto proposito, dire assai. 

n. d. r. 

Ritorna a noi VOrlando furioso nelle formo 
cho il suo poeta gli vollo dare. E lo restituisce 
al nostro lungo desiderio la virtù dì un filologo 
austero, filologia, edizioni critiche, nono oggi 
nomi di coso scaduto di prezzo. Oggi l'intuizione 
genialo può tutto, nell’arte come r.ella critica. 
Ma intanto quando ri vuol loggeto uno scrittoro 
nello forme precise cho la sua fantasia carezzò; 
bisogna ricorrere all’opera di qua'chc superstite 
cultore del così detto niotodo storico: Barbi, 
Mazzoni. Nello stesso modo che quando si vuole 
veramente intendere uu poeta, bisogna dallo 
chiose improvvisate dei ricamatoti Ji parole seri, 
za luoo, risalire al commento paziente ina illu¬ 
minatore dei vecchi maestri. LI nuovo editore 
del Furioso si attacca alla tradizione della gran 
de scuola storica italiana, e ne continua le più 
caratteristiche qual iti» : conoscenza piena degli 
antichi testi indagati o vagliati in ogni menomo 
punto, padronanza della lingua cercata nelle 
suo fonti e seguita nello suo diramazioni, studio 
dell’argomento esaminato in ogni sua relazione, 
pazienza da certosino, perspicaoo buon gusto. 
Nò a restituirò un poeta dai guasti e dagli a- 
dombromenti del tempo alla primitiva integrità 
e purezza, ci vogliono minori virtù 

I! faci lo critico si può accontentare di ri¬ 
creare l’organismo, 0 perciò intendere così in 
grosso la vita dello scrittore che giudica; non 
chi ha a reintegrare un testo nell© sue manche¬ 
volezze ed illuminarlo in ogni suo pdombrnmen- 
to. A lui ò necessità rivivoro lo scrittore in ogni 
più minuto particolare, seguirlo In ogni ondeg- 
giamento del suo pensiero e in ogni sfumatura 
del suo sentimento. Deve insomma pensare, scn- 
tire, parlare con lui. Perciò, in tanto stampare 
e ristamperò di testi d’ogni specie lo edizioni 
che si possono chiamar classiche So 10 cosi rare. 
Tra queste sta in prima linea l’edizione dol D©- 
ben edotti. 

Pochi poeti corcarono con più intenso ardore 
di Lodovico Ariosto che l’opera piopria avesse 
ad uscire alle stampe perfetta. Nel sogno di 
qucll’incomparabile artefice la perfezione della 
stampa, raggiunta nei piu minuti particolar., 
aveva a rispondere 1 quel lume di bellezza elio 
gli splendeva nell’intimo. Ma nessuna dello tro 
edizioni, e tanto meno l'ultima del 32 , risposo 
al suo desiderio. Anzi da questa «gii pareva — 
corno scrisse Galasso Ariosto ni Bembo — d'es- 
scro stato mal servito c assassinato». Sulla scor¬ 
ta del Dcb?ncdctti — che ha scritto sull’argo. 
mento 50 pagine dense di fatti, raccolti con pa¬ 
zienza di benedettino 0 con perspicacia d'uomo 
di gusto finissimo — noi possiamo ora rico¬ 
struirò in modo sicuro! la storia di quello edi¬ 
zioni, © di tutto >u genere il lavorio critico on¬ 
de PAriosto passò dalla prima stesura del 16 
attraverso le correzioni del 21, all’ultima re¬ 
dazione dell’opera sua. «Un poco di giunta* — 
com'egli diceva — al proprio testo egli la co¬ 
minciò a faro molto presto. Ma non sono i leg¬ 
geri spostamenti 0 le raro soppressioni del 21, 
nò le amplissime aggiunte dol 32 che formano lo 
difficoltà per l’editore. La difficoltà immane de¬ 
riva dal lento minuto lavoro di correzione, por 
rispetto alla lingua 0 allo stilo, cho il poeta 
venne facendo dell’opora propria dall'una al¬ 
l'altra edizione. 

L'Ariosto — tutti sanno — fu un artefico 


Antoi.ogie - Deutsche Dlchtung hrg. und ctngeleitet von 
Stefan George und Karl IVol/skehl I JP-nd : 'evi 
Paul; !!. B. : Goelhc; III. B.; Das fahrhundert 
Goethe» {1900-©»). 

Del Blaller fUr die Kuml sono comparse dal 1892 
al 191Q dodici scric. 

Delle pi ime otto da' lungo tempo introvabili sono 
state pubblicate tre scelte : 

Bl. f. 1 1 . Kunst. Etne Auslese ans de 11 fahren 1892-98. 
Id. Id. 1898-1901. 

Id. Id. 1904-1909. 

tulle e tic da Georg Bondi, Berlin. 

Una rivista fìanchcggiatricc, essenz. polemica, dei 
Blilltcr fu il 

Jahrbnch fùr die gelitlge Beiregung hrg. von Friedrich 
Gundolf und Friedrich Woltcrs, Berlin, 1910-1911- 
1912 (3 voli.). 

Sopra la personalità e l'opera di George cfr. : 
Ludwig Klaga, S. G., Berlin, 1902. 

Friedrich Wollers, Hcrrsehaft und Dlsnit, II cd., 
Berlin, 1920 

[Fdllli Laudatami], Georglka, Heidelberg, 1920. 
Friedrich Gundolf, 5 ■G. (11 unsertr Zeli (in • Dichter 
und Hcldcn •, Heidelberg, 1921). 

Id. George, Berlin, II «dii. 1921 (li* In massima opera 
sull'nrgonicnto, di mi entusiastico seguace del G.). 
Hugo von Hofinaumtlial, Getprdch Qbcr GedUhle (in 
• Prosaischc Schriften, I, Berlin). 

Rudolf Borchardt, Rede Bber Hofinannilhat. II ediz. 
I.cipzig, 1918. 

Id. S. G.'s Slebenter Ring (nel periodo Hcspcrus, Lcip- 
*‘K. 1909 ) 

Ernst Robcrl Curtius, Presentazione di Stefan George 
(< Harctti », s marzo 1923). 

Una bibliografia georgiano nel fase, di maggio 
1926 della • Sditine LUeratur ». 


incontentabile. Se il ritmo gli sorgeva sponta¬ 
neo, a tal punto cho nella folla delio suo cor¬ 
rezioni, pur rifacendo versi © stanze, egli con¬ 
serva quasi sempre le stesse parole-rima: tanto 
quei suoui — osserva acutamente il Debenodol- 
to — creati noli'abbandono del primo Furioso 
gli rimasero vivi cori © presenti ; so il ritmo gli 
sorgeva spontaneo, 1. espressione stentava a 
raggiungere la nettezza desiderata. Il vero ar¬ 
tista sente che l’espressione cho egli riesce a 
darò al proprio concetto non ò so non un’appros 
situazione di ciò cho gli riluco dentro. Di qui 
il continuo instancabile mutare doll'Ariosto. La 
perfeziono dol particolare, fosso puio il più mi¬ 
nuto, assumeva in lui il valore di elemento in¬ 
dispensabile alla perfezione deU’insiemo. Art© 
cd educazione classica, 0 perciò non inspirazione 
soltanto, ma labor Itmac lungo puzionto inde¬ 
fesso. 

Como tutti i veri grandi artisti l'Ariosto 
sentì adunqae il bisogno di creare uno stru¬ 
mento flessibile a tutti i suoi bisogni. E tesau¬ 
rizzò a tal fine una inesauribile ricchezza di lin¬ 
guaggio. Ma derivò le proprie acqui- con spre¬ 
giudicata libertà da tutto le fonti Inteso ad 
un idealo di eloquio — scrivo bene il Dcbenedot- 
to — che tie-nc dolla classicità dei latini e dei 
sommi del trecento e dello più finì grazio dol 
quattrocento poetico, ma non riuscì e non volle 
dimenticarsi c sciogliersi n pieno dallo sue pri¬ 
me c care origini, si cho accenti o voci lombarde 
suonano ancora nella più larga e matura clas¬ 
sicità dell’ultimo Furioso. Lo grazio della Be- 
nucci si affinano nella signorilità corretta del 
Bembo, la varietà consentita dall’incertezza del¬ 
l’uso letterario e del corrente si allarga in quel¬ 
la anello più vasta dell'antico linguaggio poe¬ 
tico: tutto fluisco in lui a rendere la sua espres¬ 
sione varia, mutevole, sempre conformo al bi¬ 
sogno. 

Fu detto che l’essenza doll’arto dell’Ariosto 
6 l’armonia. Per quel tanto di valore che pos¬ 
sono avere coleste affermazioni generiche, me¬ 
glio sarebbe dire che ò la grazia. La grazia, 
come l'inteso il Castiglioue, e che si compiace in 
ogni atteggiamento di una signorile sprezzatura. 
Cotcsta sprezzatura permetto all’Ariosto di 
prendere da tutto parti ciò che gli occorre con 
disinvoltura mai prima da alcuno usata. E per¬ 
ciò egli, non legato ad alcuna teoria, libero da 
ogni scuola, adopera, ogni volta gli occorra, le 
formo piÌH diverse. Addolcisce suoni gutturali 
(ungia per unghia) : fa aspri suoni dolci (libtc- 
chio per libeccio) ; lo stesso pnrolo scrive nelle 
grafie più varie: secondo gli suona nolla pro¬ 
nunzia propria (come: afilige) ; secondo la sen¬ 
te sullo labbra della sua Benucci c vedo ripro¬ 
dotta nei libri toscani (come:, affligge); libero 
sempre 0 padrono lui delle proprie parole e dei 
propri ritmi. 

Emosidaurnti, trasformazioni, il poeta ve¬ 
niva segnando su di un esemplare a stampa, 
dell’edizione del 16 per la nuova dol 21, di 
questa per l’edizione del 32 . Esemplari fitti di 
cassature, di pentimenti, a volte quasi indeci¬ 
frabili. Figurarsi i tipografi! A peggiorare il 
loro già arduo lavoro si aggiunsero la distrazio¬ 
ne del poeta c i pentimenti continui della 3 .ia 
incontentabilità artistica. 

L’Ariosto, si sa, era un grande distratto. Ma 
non seminò soltanto sambuchi per capperi, det¬ 
to anche in tipografia per l’edizione del 32 , 0 
proprio sul principio, un mezzo foglio con corre- 
zioni provvisorie per quello con lo definitive. 
Lo sbaglio a un certo momento fu avvertito e 
corretto; ma la parte già tirata non fu distrut¬ 
ta, 0 lo copie ove quelle pagine furono inserito 
corsero liberamente per il mondo, anzi furono 
le più fortunate. Tanto fortunale cho Io nuovo 
edizioni si esemplarono su di esse. Ora in quo- 
ito solo mezzo foglio il Debenedetti ha registra¬ 
to ben 94 lezioni diverse ; e il numero dei ritoc¬ 


chi in così poche pagine può dare un’idea «lai 
lavoro cho i Ariosto fece cuU’intero poema. Bo- 
ne il nuovo editore lo riporta tutte o lo metto 
a confronto con le lezioni corrispondenti degli 
esemplari che risultarono dall'inserzione del 
mezzo foglio provvisorio. Alcuno di esse sono 
minime 0 di semplice grafia o di pronunzia; nes¬ 
suna v trascurabile, perché ognuna ò significa¬ 
tiva della visiono dell’artista. Il quale presceglie 
sì, in genero, la forma volgare alla latina; ma 
quando, ad esompio, nella stanzn ottava dol 
canto secondo, riportai! suo abituale spelonca a 
spelunca, c chiaro ch'egli ò mosso alla sua lieve 
correzione da un incontro di suoni che gli paro 
più rappresentativo: 
il marie 1 di Vulcano era più tardo 
ne la spelunca affumicala, dove 
batlea all"incisile i folgori di Giove. 

La soniplice trasformazione di un suono può 
avere un'efficacia rinnovatrice nolla magia dolio 
stilo ariosteo; tanto più poi quando egli muta 
lo parole, e «gli spini* ad esempio «dol bel ce¬ 
spuglio verdo*. ove si riposa Angelica dalla sua 
fuga, si trasformano, in obbedienza ad una vi- 
sionc più realistica c insicmo più gentile, in 
« prunin » : 

un bel cespuglio vede 
di prua fioriti e di vermiglie rose 

- (I. 37 ). 

Ma a volto il ritocco ò ben più ampio, © ver¬ 
si faticosi 0 fiacchi per una troppo onfatica ri¬ 
petizione del dimostrativo (quella) c per la c«a- 
gerata affermazione del verbo (veduto) : — 

Slato era in campo, avea veduto quella, 
quella rotta che dianzi ebbe re Cai lo, 
si couvertouo in una più precisa e più efficace c 
armoniosa rappresentazione: 

Stato era in campo, o inteso avefi di quella 
rotta cruelel che dianzi ebbe re Carlo. 

(I. 47 ). 

E chi volesse seguitare avrebbe esempi a die¬ 
cine, che ogni emendamento, pur lieve, ha noi- 
('Ariosto sempre una sua ragione di essere, e 
perciò merita un'attenta considerazione. 

Alla distrazione dcll’uoino. si aggiungeva a 
rendere più difficile il lavoro dei tipografi, o 
strano il procedere della stampa, l'incontenta¬ 
bilità dell’artista. Por lui nulla era mai defi¬ 
nitivo. Cosi, vigilando intorno alla stampa, e 
rileggendo lo copie del foglio che ai veniva ti¬ 
rando, profittava della lentezza dei torchi per 
insoriro qualche correzione noi foglio stesso por 
quante copie ancor rimanessero da tirare. Ma 
poiché dei fogli nessuno andava perduto, nò gli 
scorretti, nò j meno corretti, nò i correttissimi, 
no derivò il fatto più curioso negli annali della 
stampa. Dell’edizione del 32 gli esemplari su¬ 
perstiti - 0 sojio circa una ventina — oltre alla 
differenza di quel mezzo foglio, cheli divide già 
in duo categorie, sono tutti, in qualche cosa, 
l’uno dall’altro diversi. E non solo por errori 
tipografici, cho qua compaiono, là risultano cor¬ 
retti ; ma per vero 0 proprio varianti. 

Bisognava dunque esaminar© tutt© coleste va¬ 
rianti, classificare cotesti esemplari, per proce¬ 
dere alla propria scelta II Debenedetti ha com¬ 
piuto tutto cotesto lavoro. Nulla ò sfuggito al 
suo occhio di filologo: non l’errore di stampa, 
non la variante artistica ; e confrontando, n'i- 
minnndo, integrando con il confronto dei ma¬ 
noscritti — e sono gli autografi delle aggiunto 
introdotte nell'edizione del 32 —, ò riuscito, 
prima a classificare gli esemplari, poi della mi¬ 
gliore delle due categorie iu che gii ha distri- 
buiti, a stabilire quali sono i più sicuri, cioè 
i più vicini alla volontà, deU'autoro. E sono 1 
due esemplari che si conservano l'uno nella Bi¬ 
blioteca Universitaria di Bologua, 'altro nella 
Mclziana di Milano. Ebbene: nessuna dello e- 
dizioni, clic sin qui si sono fatte <lc)VOrlando 
ha seguito questi due esemplari. 

Ma dopo tanto travaglio il nuovo editore non 
era che al principio del suo lavoro. Egli non si 
proponeva la riproduzione diplomatica di un 
testo; suo intento era un’edizione che rappre¬ 
sentasse, quanto più fosso possibile, la volontà 
artistica del poeta. Poiché nella varietà gran¬ 
de degli esemplari, nessuno ò perfetto, nemme¬ 
no i due migliori, o l’edizione intera del 32 uscì 
piena d’errori, bisognava non solo aver l'oc¬ 
chio a tutti gli esemplari, ma con essi, anche 
allo duo precedenti edizioni, ondo il poeta mos¬ 
se alla sua ultima, e insieme agli autografi, so 
si voleva veramente derivar sicura luce agli ine¬ 
vitabili dubbi c alle incertezze. E queste risol¬ 
vere poi con piena assoluta conoscenza della lin¬ 
gua e dell’arte del poeta. Cosi il Dobcncdetti 
corresse sì gli errori in che i tipografi erano ca¬ 
duti, ma si guardò bene dal' gabellare per ir¬ 
rori — come i suoi predecessori, per ignoranza 
dolla lingua antica, in genere, 0 di quella dol 
poeta in ispccio, avevano fatto - gabellare per 
errori forme dell’uso letterario consentito e dalla 
visione artistica del poeta prescelte. Introdusse 
nuove forme quali risultarono da una più at¬ 
tenta e più sapiente interpretazione dei segni ti¬ 
pografici dei tempi ; con la sua conoscenza si- 
cura della lingua e della grammatica del poeta 
portò lume sull'uso di molto sue formo verbali. 
K con il solo stabilire, ad esempio, ovo il poeta 
scrisse punte 0 dove potè per potò, emendò sicu¬ 
ramente e rese evidenti circa una quarantina di 
luoghi. Sveltì per il lettore moderno la grafia 
del poeta, ma la sveltì in quei limiti e soio 
dove l’autore avrebbe consentito, tanto ebo »n 


alcuni casi ritornò invoco aita rspp rasentasi ctt” 
grafica do! tempo. Emendò ia punteggiatura e 
spesso con il mutamento di un semplieo segno 
reso perspicui luoghi prima Ardui a capirò o 
mal capiti : tutto cercò di vodoro, tutto pesò. 

Frutto di tanto lavoro h la nuova edizione 
che adorna la collezione dol Latorxa. I numeri 
non possono rapprcsonlnro i fatti artistici; pu¬ 
re audio i uumori hanno una loro significaziouo. 
Ora quando si sappia cho la differenza tra la 
nuova edizione © lo altro — ovo pur lavorarono 
uomini corno il Morali 0 il Panizzi — arrivano 
— e non si tieno conto dolio varietà grafiche o 
di punteggiaturn —- a circa mezzo migliaio, il 
numero devo pur diro qualche cosa al giudizio 
del profano. 

I/Ariosto morì « amareggiato dal pensiero che 
un poema così ricco d’immortali bellezze non 
nvesso trovato una vesto di sò degna*. Il poema 
anzi era por la terza volta appena uscito, cho 
egli già pensava a ristamparlo, 0 sopra uu esem¬ 
plare degli ultimi tirati «veniva mutando 0 cor. 
reggendo*. So più fosse vissuto, molto avrebbe 
□ovamento mutato; quauto poi la poesia ne a- 
vrebbo guadagnalo, ò un altro probloma. La 
fantasia era oramai stanca 0 l'incontentabilità 
era tormento. A volt© essa finiva con adombrare 
la nettezza della visione. Nessuna edizione dun¬ 
que potrà mai dare quello cho il poeta non ria- 
scì a fissare. La nuova edizione però segna il 
massimo storco 0 il più squisito elio mai si sia 
fatto per accostarsi a quell’ideale. E tutti gli 
intendenti di poesia devono essorc grati all'uo¬ 
mo che con tanto amoroso intellotlo l'ha com¬ 
piuto. Il testo da *ui ricostruito rimarrà fon¬ 
damento ad ogni lavoro cho ni compia per me¬ 
glio intendere i segreti di quell'arte Di cotosta 
“uova critica jl saggio dell’Ambrosini 6 il pri¬ 
mo promettente indizio. Ma porchò la critica 
nriostea non svanisca in facili chiacchiere ìuo 
altri lavori occorrono ancora. E il Debeuedotti 
nella sua introduzione gli indica chiaramente. 

« Uno studio esauriente sulla lingua del poeta», 

« una buona edizione che ponga innanzi al let¬ 
tore in forma chiara c sicura le varianti do,lo 
stampe e dei manoscritti dol Furioso». A que¬ 
sta si era già provato il Ligio ; ma la morto gli 
invidiò di condurre a tonnine la nohile fatica. 
Nessuno oggi all’uno 0 all’altro lavoro ò più 
proparato del Debenedetti. Si può anzi aff.r- 
muro che per condurre a termino la sua edizion© 
cg.i gli ha dovuti avviare tutti e duo. Se egli 
ii compia, nessuno avrà cooperato aH'intclligon- 
za 0 al godimento dol più squisito poeta do) Ri. 
nascimento conio l’austero filologo seguace di 
quella scuoIa storica, che gli studiosi, dopo tan¬ 
ti assalti, sono ogni giorno più indotti ad ap¬ 
prezzare. E tale scuola cho, come ha a suo 
t^mpo rinnovato la coltura italiana, coel sa da 
ogni rinnovamento filosofico trar forza 0 luco 
ad una critica sempre più penetrante e in ogni 
sua forma compiuta, 

U. Cosmo. 


La Casa Editrice Bibliotheca 

~ RIETI * Via Roma, 5 — 

Diletta di Dmikako Pelimi 

ha iniziato con lo scritto «Contrasti d’ideali po¬ 
litici in Europa dopo il 1870 » di Benedetto 
Croco, la pubblicazione dei Quaderni Critici. 
I quaderni critici non hanno altra ambizione 
cho di portare alla discussione, noi campo degli 
studi, qualche idea cho possa giovare al loro 
progresso; non sdegneranno gli studi eleganti 
dell'erudiziono, se pur si guarderanno dui per¬ 
dersi in una oziosa ricerca di curiosità; parle¬ 
ranno infine della scuola italiana, nei suoi pro¬ 
blemi. 

Niont'altro: troppo l’cspcrienzn breve ma pie¬ 
na di vita, di un venticinquennio ammonisce 
che programmi rivoluzionari, che nuove fonda¬ 
zioni di dottrine 0 di scuole hanno sempre rac¬ 
chiuso vistosamente un non vistoso vuoto d’in. 
tcllctto, cho in molti s’ò trovato anche vuoto di 
coscienza. 

A ehi lamentasse la tenuità dei quaderni ri¬ 
cordiamo che uno degli spiriti più acuti de! no¬ 
stro primo ottocento, ingegno avido di cono¬ 
scenze c nuovo o varie, scrisse a capo di una 
storia doll'Econouua Pubblica in Italiu: «i li¬ 
bri per essere utili all'universale debbono essere 
brevi ». 

COLLANA QUADERNI CRITICI 
N. 1 Benedetto Croce: Contrasti di ideali po¬ 
litici in Wurojsa dopo il 1870 . • L. 4 . 

Seguiranno quaderni di Lioxr.t.i.o Venturi, Ce¬ 
sare De Lot.lis, Natalino Sapegno, Rimon¬ 
do Riio, Domenico Petrini. 


Direttore responsabile PIERO ZANETTI 
S. A. Unjtipogkafica Pinerolese -PlNEROLO 1928 


Il ritorno delTAriosto 



IL BARETTI 

Fondatore PIERO GOBETTI 

MENSILE EDIZIONI DEL BARETTI : Via Prali, 5 - TORINO 

ABBONAMENTO PER IL 1928 L. 15 Eulero L. 30 • Soelenllore L. 100 • Un numero «epuralo L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 


Anno V • N. 9 - Settembre 1928 


IAKIU: t)UNUJ£.l IU : L» pittura «l ■«»•«• „ — lomm/w rivnc. u. .. «.■>•••• 

DOMENICO PETR1NI. Pottlc. p..coli.n. • poetica Uopardiana - ALDO CAROSCl : Matteo 1 


- Antologia delti ultimi «iltorianl - ifALO MAIONE. «I can.«alerà di Stono - {NATALINO SA PEGNO:', Va Carducci porne..imo 2 - 

- VITO G. CALATI : Letteratura rutta 


La “ pittura 

In un saggio tedesco, che leggevo or sono 
alcuni giorni, sul « concetto c l'essenza delln 
pittura di genere » (x), ho notato clic vi è ora, 
pcf la pittura di genere, presso i critici, la 
stessa tendenza che per nitri concetti, o piut¬ 
tosto, per altri « termini » libila storia del¬ 
l'arte : cioè, a convertirli dal senso loro primi¬ 
tivo, che era di estimazione o piuttosto di disi- 
stiinazione, in concetti di qualificazione (2), 
ossia di particolari stati d’animo e corrispettive 
forme di arte. L’autore di quel saggio comin¬ 
cia col riferire le due definizioni che della pit¬ 
tura di genere si sono date in Germania, da 
B. Riehl (1SS4) nella sua GcscUiclilc dcr Sit - 
tenbilder iti dcr dculschcn Ktinsl bis zum Todc 
P. Brcughcls des Acllcten , e di L. Brieger 
(1922), nella monografia l)as Ccnrcbild, chic 
Enlwicklung dcr burgcrlichcn Malerci. Pel 
Riehl, il « pittore di genere » si distingue dal 
« pittore di storie », perchè questi « rappre¬ 
senta una situazione di significato generale 
per la storia del popolo o addirittura dell'uma¬ 
nità, c suo lavoro supremo è di rendere sensi¬ 
bili motivi, pensieri, lini c succèssi », laddove 
l'altro « c'introduce nella vita privata degli 
uomini, mostra gli uomini nei loro costumi c 
disposizioni, e non dipinge fatti ma stati, e i 
fatti che adopera gli servono solo a illustrare 
energicamente uno stato ». Per il Brieger, in¬ 
vece, il concetto di pittura di genere deve re¬ 
stringersi a una sola parte di quel che si chia¬ 
ma con questo nome, e jn quella parte ricono¬ 
sce <• la creatura artistica del protestantesimo ». 
All’una c all'altra definizione il nuovo critico, 
il Bohm, oppone clic essi si attengono all., 
materia (« das Inhaltliche und Gegcnstandli- 
che ») delle rappresentazioni, e non allo spirito 
0 forma che si dica; e perciò egli all’una c 
all’altra preferisce, come punto di partenza 
delle proprie indagini, la definizione clic si 
trova nell'EsIcItca del vecchio Vischcr, c che 
determina, come proprio della pittura di ge¬ 
nere, il « generale » (l’« Allgcmcinc ••) del¬ 
l'umanità, in quanto non ancora impegnalo 
nelle lotte delln storia, e perciò l'umanità » in 
quanto natura »■ Infatti, il Bohm, lavorando 
questo filo, c facendo assai giuste considera¬ 
zioni sul modo predominante iit cui era sen¬ 
tita la natura.nel medioevo, — modo spirituale 
e simbolico che escludeva il sentimento natu¬ 
ralistico della pittura di genere, quantun¬ 
que si trovasse spesso di fronte e a fa¬ 
tica raffrenasse le ribellioni del mondo c 
della carne, viene alla conclusione che la 
pittura di genere è espressione del natura¬ 
lismo moderno, e corrisponde alla conce¬ 
zione filosofica dello Spinoza; sicché tale 
debbono chiamarsi solo quelle rappresenta¬ 
zioni realistiche non turbate dai giudizi di 
bene c male, distaccate dalla storicità c con¬ 
tente alla naturalità. Un Peter Brcughcl — 
egli dice (cioè l’artista clic si suol considerare 
padre della pittura di genere olandese), — un 
Peter Breughel non è propriamente pittore di 
genere : «1 in lui, a malgrado tutto l'amore clic 
egli ha per le cose, si scorge una secreta tri¬ 
stezza che il mondo non sia come dev’essere; 
e perciò egli va oltre la pittura di genere » (3). 

Ora io non intendo negare punto che nella 
pittura moderna, come nella poesia c lettera¬ 
tura c in ogni altro gruppo d’arte, si rispec¬ 
chi talvolta o spesso un sentimento che sorge, 
poniamo, sulla religiosità protestante, sull'an- 
tinscetisino di alcune forme di essa, c simili, 
o altri sentimenti che sorgono sulla concezio¬ 
ne naturalistica delle cose Dico il sentimen¬ 
to, c non già direttamente il concetto natura¬ 
listico, il quale, in quanto elaborazione astrat¬ 
ta c meccanica della rc.'dtà, non ha nulla da 
vedere con la poesia e con l’arte : un filosofo 
naturalista produce, in quanto tale, una filo¬ 
sofia o una scienza, non un’arte; un’interpre¬ 
tazione e non un sentimento. In effetto, i co¬ 
siddetti naturalisti c veristi erano, a lor modo, 
pessimisti amari, cinici, o anche sognatori di 
ideali e di utopie; c, quando non rappresen¬ 
tavano nessuno di questi o altri sentimenti 
(valutativi come tutti i sentimenti), non erano 
poeti e artisti. Ma quel che voglio dire ora è, 

(1) Franz J. .Bohm. Bcghff und Wesen dei Centi 
(nella Zeltsckrìfl /Ut Aeslketlk und allgemelne Kun. 
stwlssenscha/l. StuU«nrt, 19:8, voi. xxm, 166-191). 

(2) Stillo difTcrcnzn tra 1 due ordini di concetti, \ 
quel che ne ho detto in Nuovi saggi di estetica a (Bari, 
1926), p. 234 Mfg 

(3) Art. cit.. p. 179- 


di genere „ 

che non vedo ragione di chiamare le opere di 
pittura, clic si riconducono in qualche modo 
allo stato d’unimo protestante o a quello na- 
turnlistico, « pitture di genere .» : perchè que¬ 
sto nuovo significato non è già uno svolgi¬ 
mento c una migliore determina/ione del si¬ 
gnificato antico c primitivo di quel, termine 
critico, ma è cosa affatto nuova e diversa. Tor¬ 
niamo dunque (come ho fatto altra volta pel 
concetto di «barocco») (4), anche qui alle 
fonti, ossia all'uso e significato originario, e 
cerchiamo (l'intenderlo bene, c di adoperarlo 
per le necessità per cui nacque e che sono an¬ 
che necessità nostre: senza vietare indagini 
di altra sorta o, se proprio così piace, l'uso 
bizzarro dello stesso nome per cose che, pen¬ 
sate modernamente, potrebbero^ u dir vero, 
essere designate in guisa piò conveniente da 
nomi, moderni. 

A questo ritorno mi porge occasione un la¬ 
voro italiano del Dclogu, sulla pittura di ge¬ 
nere italiana del sei e settecento (5), che mi 
pare che stia assai megl o nella realtà storicn 
della cosa. Clic cosa vuol dire propriamente 
« pittore di genere » nel significato origina¬ 
rio della parola? Potremmo tradurla, mi sem¬ 
bra, nell'altra di n pittore specialista », con¬ 
trapposto al « pittore universale », che il Bal- 
dinucci definiva nel suo Vocabolario toscano 
dell'arie del disegno : «quello che dipiguc ogni 
sorta di cose, come storie, ritratti, paesi, ma¬ 
rine, animali, frutti, fiori, prospettive, e si¬ 
mili, a fresco, a olio, a guazzo » (6). I.c defi¬ 
nizioni che il Dclogu riferisce (lei Watelct 
".elVEncyclopJdie (175;) e dell' Angcviìlcr 
(1783) spiegano appunto che « gente • serve 
a designare « de la classe des peintres d'his- 
stoirc ceux qui, bornés à certains objcts. so 
font une étude particulièrc de les pcindrc et 
ime espècie de loi de ne représenter que ceux 
là », c che « Ics genres soni toutes les partics 
de la peinturo qui ne sont pas ccllcs de l'Iris* 
stoirc ». Ciò conferma il Milizia nel suo Di¬ 
zionario delle belle arti del disegno (7) : « Pit¬ 
tori di genere sono quelli che si (làmio parti¬ 
colarmente a rappresentare certi oggetti. Chi 
abbraccia e riesce eccellentemente in tutti i 
generi è pittore di storia. Altri si danno ai 
paesaggi, e chi ni ritratti, c citi ai fiori, e chi 
alle bestie, c chi alle architetture ». li si legga 
intero il suo articolo, nel quale contrappone il 
pittore che fa sintesi, come ora si direbbe, 
di tutti gli oggetti sottomettendoli a un’idea 
e, senza perder di mira gli accessorii, li tratta 
come tali, e il pittore che, non se»tendo in sè 
questo vigore sintetico, si attacca agli oggetti 
particolari e sceglie » qualche genere seconda¬ 
rio il più confacente alle sue disposizioni ». 
Rimane così esclusa una interpretazione, che 
vedo aver corso in dizionari cd enciclopedie 
tedesche, ossia che « genere >• valga « tipo », 
e la pittura di genere offra il « tipo » degli 
individui in questa o quella loro occupazio¬ 
ne ($). « Genere » voleva dire semplicemente 
« specie » o « classe ». 

Riportandoci a tale significato originario, 
s'intende la poca stima che andò unita in ori¬ 
gine a quella denominazione, e clic si è con¬ 
tinuata poi, consapevolmente o inconsapevol¬ 
mente. Leonardo e Michelangelo (ricorda il 
Dclogu) giudicavano la pittura di genere « arte 
senza sostanza e senza nerbo », come quella 
che poteva farsi dagli ingegni grossi, a furia 
di esercizio. Ai giorni nostri il Berenson, nei 
Fiorentine painters oj the Renaissance (9), 
nota che « in proporzione della diminuzione c 
della bellezza si sviluppano i germi perniciosi 
che porta con sè la pittura di genere, l’amore 
del particolare inutile, c ciò che bisogna chia¬ 
mare col suo nome: cattivo gusto». Anche 
quell'accademico Michelangelo della Germa¬ 
nia, che fu Peter Cornehus, era assai severo 
verso di essa, spregiando i pittori di genere 
come « Fìichlcr .. (per ('appunto, «speciali- 

(4) Crillea. xxm, 129-43 e cfr. nuche nell» «lenita li¬ 
vida, xxm, 366-8, n proposito di un «aggio del \Vci«- 
bach. 

(5) CiuxnTK nn.or.u. Della pittura e di Ignoti 
maestri italiani (A. Travi detto il . Sottri .). Gcnovii- 
Snmplcrdnrcnn, tip. Hok-o. 192$, con fig. (c»*r dal- 
VAllunarlo del K. Liceo Colombo di Genova). 

(6) Opere, cd. dei Claudel italiani, mi. 01. 

(7) Kdit. «11 passano, 1797, ad verb. 

(8) A ciò si è condotti dulia inesatta traduzione di 
• pittura di genere . in . Gattung,molerei .. laddove bi- 
sognerebbe tradurla piuttosto in . Fachmalerel ». 

(9) Cit. dal Dsaocu, p. io. 


sti »), ai quali l’arte n non appare nella sua 
totalità c unità, onde si scelgono una specia¬ 
lità (un « Fach ») e lavorano solo in essa », 
laddove « l'arte vera non conosce una specia¬ 
lità separata, ma comprende tutta la natura 
visibile *•; sicché «la pittura di genere è una 
sorta di lichene o di escrescenza morbosa sul 
gran tronco dell'ar.tc » (io). 

Si trattava, dunque, di un concetto, come 
dicevo, di estimazione e, in questo caso, di 
più o meno indulgente disistimaziouc, al quale 
se volessi trovare un corrispondente in poesia 
e in letteratura, direi clic è quello della « poe¬ 
sia descrittiva » In effetti, sciolta o non rag¬ 
giunta la sintesi, abbandonata o assente 
un’idea, un sentimento, un'intuizione cen¬ 
trale, non rimane se non la trattazione delle 
parti per sè, più o meno materialmente, che 
diventano oggetto di pittura specializzata o 
di descrizione letterario. Tutti sanno quanto 
poca stimo godano in letteratura i poeti de¬ 
scrittivi, che abbondano nei tempi di aridità 
poetica. 

Costruito questo concetto critico (che è ben 
netto, come non può essere il mero concetto 
empirico di « genere », quando sia riferito a 
questi .0 quelli oggetti particolari ed estrin¬ 
seci con un coacervo arbitrario o una non me¬ 
no arbitraria enumerazione all'infinito), si può 
passare a rispondere alla domauda, che oppor¬ 
tunamente il Dclogu si propone : a quale cor- 
tentc spirituale sia da riportare, nel seicento 
e in Italia, il « genere » della « pittura di 
genere » (posto che i generi letterari! e arti¬ 
stici, pur non avendo validità estetica, indi¬ 
chino, talvolta, a un dipresso, certe correnti 
spirituali o certe fonti di ispirazione). E an¬ 
zitutto, in quale relazione la « pittura di gè- 
u'Z.c « sta co! «barocco»? 

11 Dclogu riconosce la convenienza di ri¬ 
dare al « barocco » l’originario senso negativo, 
clic nella critica moderna è andato perduto o 
è stato contaminato con altri sensi. Egli j»ensa, 
per altro (11), che nella pittura, diversamente 
che nella poesia del seicento, il barocco pro¬ 
priamente detto non abbia parte preponde¬ 
rante, e crede che in essa si possa raccogliere, 
« più clic nel campo letterario, una messe di 
opere c di anime immuni dal male imperante 
e di moda •>; chè, in poesia, non c'è, nel sei¬ 
cento, nulla che risponda all'apparizione del 
Caravaggio e al moto che parte dai Caiacci (12. 
ta stessa « pittura di genere » gli par da' ac¬ 
costare, non alla pseudopoesia barocca, ma alla 
letteratura dialettale, alla poesia comica, alla 
commedia dell'arte, c a simili manifestazioni 
della letteratura secentesca. 

Certamente questi riattacchi sono ben visti 
e opportunamente richiamati; ma a me nasce 
il dubbio che la pittura di genere (come ac¬ 
cade per molta parte della poesia dialettale 
liflessa, della commedia dell’arte, della poesia 
comica c grottesca, ecc.) si riattacchi al ta¬ 
rocco più assai che a prima vista non sembri : 
cioè appunto mercè quell'elemento descrittivo, 
quelle descrizioni « realistiche di bravura », 
che ho in altro luogo messo in rilievo come 
uno degli aspetti propri del barocco (13). Gio¬ 
verebbe che il Dclogu |>ortnsse su questo pun¬ 
to la sua indagine, jierchè probabilmente 
giungerebbe a conclusioni di qualche impor¬ 
tanza. Del resto, mi pare clic egli spontanea¬ 
mente si sia messo per tale via con l'csclu- 
dere, come escludo, ogni interpretazione, di¬ 
ciamo cosi, romantica dell'arte del seicento, 
col distaccare il « paesaggio » del seicento da 
quello moderno, col negare una linea di svol¬ 
gimento che dn esso andrebbe fino ai pae¬ 
saggi del Céznnno c del Segantini. Nel tempo 
moderno, il paesaggio è lirico; nel seicento, 
era « pittura di genere », o, come io propongo 

(10) Cll (Ini IIoii.m, nel «no saggio, p. 167. 

(11) Op. cit.. p|» 7-S. 

(12) Ln parola • ha mero ■ xicva un tempo, in pit¬ 
uita, un senso più ristretto di quello che prese 

poi In uno » ritto di Antonio Bianchini, indicatomi 
«Ini lunghi (in II Girovago ili Roma, t, u, quad 3» e 
4®, genn.-febbraio 1813, p. 86) si legge; « Kngiounndo 
in delle « ili Invecchiate. non ebbi l’animo nè ni Bar¬ 
bieri nè ni Caravaggio, nè sono questi ehe col voca- 
IniIo muovo vliiniiutf vengono barocchi, barocchi, in¬ 
vece, si dicono una rimigli* di artefici sopravvenuta 
in breve ai Caiacci, comic n dire Pietro da Cortona, 
Corrado, il Marnila e «imiti, che, invaghiti della vivace 
mobilità delle figure di RafTncllo r della soa\c effi. 
escili ucH'mlmnbture del Correggio, tentarono di con- 
giungerle {Riderne c ne vennero a quel partito che voi 
sapete ». 

(rj) V. il r.ip. 11 della mia monografia sulla Poesia 
c la letteratura Italiana del self mio. in Critica, xxv, 
146 »rgB- 

(14) Op. cit.. pp M-lS 


di chiarire, « descrittiva ». « Per i scicentisti 
— scrive il Dclogu (14), — il paese non è qual¬ 
cosa di diverso da un oggetto di ispirazione 
qualunque, mentre ucH’ottoccuto fu un mon¬ 
do di bellezza fenomenica ed interiore ad un 
tempo », sentito talora con stupore religioso. 
« Assurdo pensare per moderni quello che pei 
maestri del seicento era quasi una norma : un 
pittore specialista in marine, in prospettive, 
invocava l’aiuto del figurista, che veniva a 
popolare la scena delle sue appuntite e spi¬ 
gliate macchiette. Altra cosa il paese secen¬ 
tesco, che vive di racconti, che si compidcc 
di fantasmi ed ombre favolose, clic allinea 
iperboliche prospettive, accosta rovine, co¬ 
struisce foschi castelli, squarcia gravide nubi 
per trnruc il fil d'oro d'un raggio di sole, 
addensa nembi temporaleschi, fulmina c atter¬ 
ra attorti tronchi di quercia, scioglie vapori 
di rosa nell’aurora, scatena furor d'elementi, 
avventa flutti su ciclopici scogli... tutto per 
inesausta cd indomabil foga del dire, del nar¬ 
rare, per il piacere d’entrare con la propria 
nella fantasia dello spettatore, suscitarvi emo¬ 
zioni, pensieri : accento quindi teatrale, spazio 
e profondità scenografici, prospettive forzate 
all'effetto, sensualismo decorativo, e un veri¬ 
smo, un realismo a metà clic non trovano 
sbocco nel tempo moderno, che si fermano 
allo sguardo svolto sul vero e si ritraggono 
ad una elaborazione della visione nel chiuso 
dello studio, aggiustando la scena, combinan¬ 
do gli elementi, movendo piani e luci col 
garbo, la malizia, la prontezza del metteur 
cn scène ». Ora tutti o quasi tutti i caratteri 
,che così il Dclogu viene acutamente discer- 
neudo, sono caratteri del barocchismo. 

Dopo che si è fatta la sua gTan parte, nel¬ 
l’esame della pittura secentesca di « genere », 
al barocco, e un’altra parte all’imitazione dei 
fiamminghi e olandesi (cioè di una psicologia 
diversa c lontana), rimane la ricerca delle 
parti fresche e vive di essa che sono fuori 
delle correnti barocche e imitatone o che si 
sollevano e distinguono in mezzo a queste cor¬ 
renti stesse; quando, per esempio, la pittura 
di genere prende un accento o festoso o giu¬ 
livo, o comico o di vaghezza fantastica o al¬ 
tro che sia, e, in questa ispirazione, diventa 
veramente cosa di bellezza. Ma con opere così 
fatte si esce dal « genere « (ossia anche dal 
« genere » del « genere » !) e si entra nell’arte 
c nella considerazione dell'arte pura e sem¬ 
plice, che non è in funzione di una corrente 
pratica* o di una moda, ma sempre solo di sè 
stessa. 

Benedetto Croce. 


La IV a Egloga 
di Virgilio 

Nel sistema, se così si può chiamare, dei 
motivi lirici virgiliani, che muovono tutti dal¬ 
l'intuizione tragico-arcadica della vita, s’in- 
ucstaiio naturalmente le aspirazioni all'avve¬ 
nire. A questo V. era di continuo risospinto 
anche dal suo sgomento per la fatale impo¬ 
tenza dell'uomo dinanzi al quale, per la sua ef¬ 
fimera fragilità dinanzi al tempo. Ora contro il 
male c In morte vediamo in V. ergersi sempre 
indistruttibile il castello della bontà c delln 
bellezza, vero mondo ideale dove rifugiarsi, 
che, appunto perchè ideale, si annuncia come 
legge di vita. E che altro significa ciò se non 
che il poeta si appellava con tutte le sue ener¬ 
gie aU'avvcnirc, nella speranza di veder rea¬ 
lizzata In sua utopia? Questo senso della sua 
arte si è anzi incaricato di esprimercelo in 
prima persona nella famosa egl. di Politone. 

Scnonchè dove viene a mancare la passione 
politica, l'uomo, sospinto a universalizzare, 
non s: (ione laboriosamente a determinare le 
forme precise della sua repubblica, ma tenen¬ 
dosi ncll’indctcrminnto, insiste in tono da vate 
sui caratteri morali e poetici del suo annuncio- 
Insemina esso acquista dell’ampiezza, della 
nobiltà, dcU'umanità c della necessità della 
legge morale. Perciò avviene clic noi possia¬ 
mo richiamarci sempre a ideali così umani, 
clic sentiamo l'universalità di pace e di giu¬ 
stizia come virgiliana o, perchè no? anche 
dantesca. Così si spiega l'interpretazione cri¬ 
stiana di un componimento che del cristiane¬ 
simo non ha l'intuizione filosofica. Sta di fatto 
che quante volte noi penseremo di attuare una 



Pag. 40 


IL BARETTI 


più alta legge morale, profeteremo anche noi 
la nuova grande epoca dell'umanità; 

Ultima Cumael venir fam carmini! acias, 

maguuj ab integro saeclorum nascUut ordo; 

latri redii et l'Irgo,.redentiI Saturnia regna. 

latti nova progettiti caelo dcmilUtur allo. 

In questa esaltazione di una vita avvenire 
moralmente migliore è il valore di questo 
inno di gioia. 

Se tale è il senso intimo dcU'egl., che im¬ 
portanza vi possono avere determinate teorie 
filosofiche e influssi vicini c remoti? l.e alte 
coscienze morali non fanno, come i politici 
mancati, collezione di teorie sociali. Nò ò da 
vedere in questi versi influssi di messianismo 
orientale, un'idea cosi esplosiva, come quella 
di un messia. avrebbe prodotto ben altri ef¬ 
fetti in un uomo meditativo come V. I.e stesse 
note teorie accademico-stoiche sulla vita del 
mondo non sono determinanti uclln sua con¬ 
cezione, ma appena un particolare secondario. 
La nuova cgl. non esce daH'esaminato mondo 
poetico virgiliano, dall’Arcadia ideale, se non 
per l'nfflato morale e religioso. 

Il centro ideale di questa palingenesi, resta 
sempre il canto, la poesia bucolica. Non vuole 
il poeta lasciar la poesia dei boschi — si cani- 
mus silvas —, ma vuole affermare vigorosa¬ 
mente che questa sua Arcadia non ò una 
fantasticheria oziosa, ma un’alta interpreta¬ 
zione della vita e della storia. Perciò, creato 
il nuovo mondo, egli, per quel clic ò l'opera 
sua, non aspira con tutta l’anima che a can¬ 
tarla arcadicamente, a viver tanto da veder 
realizzato il suo sogno e cantarlo; e questo è 
il secondo motivo lirico dell'inno: 

O tnllil latti tongae maneat pars ultima vltae, 

sptrllus et, quantum sai eril tua dicere facla... 

L'Arcadia, il Menalo, la regione ideale della 
poesia, sarà testimonio e giudice del canto che 
gli sgorgherà dal cuore pel mondo finalmente 
libero dal male. 

Noi sappiamo già che cos'ò il mondo del 
male per Virgilio, nò giova insistere. Anche 
qui è ingiustizia, colpa, affanni continui, guer¬ 
ra, e, male dei mali, furibonda cupidigia, 
menzogna. E’ l'ultima delle quattro età delle 
credenze popolari, l'età, del ferro; c insieme 
l'ultima delle dieci età fissate daU'Academia c 
dallo Stoa e passate nei vaticini della Sibilla. 
A questo, che ò il male in. senso assoluto, si 
contrappone il mondo del bene, in senso non 
meno assoluto: giustizia, generazioni migliori 
di uomini mandate giù dal cielo, pace, rifio¬ 
rir della terra senza lavoro nè morte di animali 
c piante nocive, dolce ondeggiar di spighe, 
uve- nate dovunque, miele sgorgante dovun v 
que, niente inganni, niente commerci, niente 
industrie, niente danaro, niente lavoro, abbon¬ 
danza di tutto. L’Arcadia come età dell' oro 
dunque, il regno di Saturno ritornato, nel 
quale si è affissato ancora l'illuminismo mo¬ 
derno : 

Fu certo, fu (ni d'errar vano e d'ombra 
l’aonlo canto e della /ama il grido 
pasce l'avida plebe ) amica un tempo 
al sangue nostro e dilettoso e cara 
questa misera ploggia ed aurea corse 
nostra caduca età. 

Incomprensibile è dunque la sorpresa di 
qualche critico (Cartault) dinanzi all’idea del 
ritorno del regno di Saturno : noi sappiamo da 
un pezzo che l’Arcadia è il regno di Saturno, 
che ciò che fu sarà, che l’ideale è dover es¬ 
sere, che per i poeti la storia idealizzata del 
passato è la storia idealizzata del futuro, che 
per Dante, per es., l’impero sarà appunto per¬ 
chè fu. Fuor di luogo addirittura è la critica 
di qualche altro (Bellesort) di inconsistenza 
politica di questa città del sole. Ma il poeta 
non è riuscito a precisare i colori, a plasmare 
le forme di questo suo mondo, nò ad animarlo 
della sua gioia, se non in qualche particolare. 

Or quando si realizzerà questo cldorado c 
in quale fortunata Atlantide? Subito e nel 
mondo romano. Nò poteva essere altrimenti : 
ogni uomo si aspetta di veder realizzata la sua 
utopia durante la sua vita; e i poeti poi anche 
in queste universalizzaziom non sanno distac¬ 
carsi da un piccolo punto del globo, in cui si 
accentra la loro vita spirituale, Roma, per V., 
come anche per Dante. Perciò la nuova epoca, 
pur destinata a realizzarsi graduatamente, at¬ 
traverso nuovi dolorosi ritorni indietro, in 
mezzo a nuove guerre, avrà inizio subito, men¬ 
tre il poeta scrive, lo stesso ,jo a. Cr., e ciò 
non già perchè proprio quell’anno preciso sia 
fissato dai carmi della Sibilla, (abbiamo anzi 
testimonianze in contrario), ma perchè in qucl- 
l’anno aveva il supremo potere nella repub¬ 
blica un partiginuo di Antonio, un nobile spi¬ 
rito di poeta, di moralista e di uomo d’azione, 
nonché amico e protettore di V., Asinio Pol- 
lionc, al quale, come a nessun altri, doveva 
per le sue qualità precisamente — <ideo — 
competere il compito — te constile — di comin¬ 
ciare a realizzare gli ideali del poeta, di dare 
inizio alla nuova magnifica epoca dell’impero 
e della storia del mondo — teque adco deetss 
hoc aevi, te consuU, inibii — e già si era 
adoperato alla pace di Brindisi, e presiedeva 
dunque allo stato finalmente pacificato. E, 
fortunata coincidenza, gli nasceva ciucilo stesso 
anno un fanciullo, che avrebbe cosi avuto la 
fortuna di vivere nell’età dell’oro iniziata da 
suo padre console, anzi di avervi gran parte. 
A questo figlioletto dell’amico, e non al ptiet 
più che ventenne Augusto Sotere (Kukula), 
s’attacca il poeta con la delicatezza di un pa¬ 
dre, che riversa sulla sua creatura pur ino’ 


nata la piena del suo cuore, la generosità c 
la nobiltà delle sue aspirazioni; c questo è il 
terzo motivo lirico, più umano c personale, 
l'inno al neonato, che noi ricantiamo ad ogni 
neonato. E’ ai figli clic noi affidiamo il cuore 
del nostro cuore, il compito di realizzare nella 
vita storica le nostre aspirazioni più sante, 
prodotto di sforzo c li rinuncia, di salire più 
su del grado di vita morale da noi raggiunto, 
di continuarci nello spirito, eternandoci. L'ipo- 
tes del figlio di Ottaviano c di Scribonia (La 
Nauze, Skutsch, Wardo Fowlcr, Tcrzaghi, 
Boissier, Church) lede i diritti lidia poesia- 
àia qual è il compito di questo fanciullo? 
Quello di continuare l’opera paterna — pntriis 
virtutibus — poiché, giova ripeterlo, se il fan¬ 
ciullo nasce (piando s’inizia la nuova età di 
Saturno, è sempre il padre che intanto vi dà 
inizio, con la sua opera di console, liberando 
il mondo dagli ultimi avanzi del male c dalle 
continue apprensioni di nuovo male. Lungi 
dal redimere il mondo con In sola sua appa¬ 
rizione, con la sola sua vita fra gli uomini, 
questo fanciullo bisogna che prima si faccia 
grande, bisogna clic comprenda c accetti la 
sua missione di continuatore e perfeziona¬ 
tore 

Al ilmul Iteroum lauda et facta parenti ,« 

fimi legete et quae sii poterli cognoscere vlrtus... 

Cittadino romano, figlio di genitori di elevata 
condizione c discendente di antenati, i cui 
servigi in onore della repubblica formavano 
la gloria della casata, è destinato ni cursus ho¬ 
norum, che compirà, come qualsiasi altro mor¬ 
tale, nella virilità : ubi firmata virimi le fece- 
rii aetas. Ma a clic sarà indirizzata la sua poli¬ 
tica? Alla pace, alla sospirata pace, stabilita 
da suo padre : 

Pacatu ingiù! reget palrlls vtrtiitlbui orbe ni. 

Nòn consento dunque col Cartault die la 
opra sua manchi di determinazione. Pure 
questo fanciullo non è un fanciullo comune. 
D’accordo; non per altro siamo in Arcadia; è 
un fanciullo arcade, destinato a diventare, 
dopo morte, un dio arcade, superiore certo 
all'amico di Titiro, un nuovo Dafni piuttosto, 
accettato da tutto il mondo romano. Non 
certo il bambino di Isaia, non certo un mes¬ 
sia orientale o romanizzato. Nato con la pro¬ 
tezione di Diana Lucina c di Apollo, è desti¬ 
nato al ciclo, il poeta lo sente sin dal prin¬ 
cipio ; 

lite de imi vifam accipiel et tpse vtdeblt 
pcnnlxtos heroas et ibse vldebttur lllls... 

proprio come toccò al bel Dafni, che, assunto 
nell’Olimpo, non rifiniva dallo stupore di 
guardarsi d'intorno. I ; . assicurerà la pace, come 
è compito preciso di Dafni. 

Ora intorno a questo putto l’Arcadia cele¬ 
bra la sua solita festa di colori, distende i fe¬ 
stoni del suo corteggio decorativo. Come cresce 
lui a preparar la sua opera, cosi la terra dà i 
suoi primi frutti; quand’egli è uomo maturo 
il miracolo della produzione spontanea è com¬ 
piuto - omnis )crt omnia tellus -, l’età dell’oro 
si è realizzata in pieno. Così è fatale che sia, è 
beue clic sia. E’ dunque la natura che si strin¬ 
ge intorno al nuovo essere straordinario ad 
accompagnarne l’ascesa, che subordina la sua 
opera a ciò che lui vorrà fare. Ben si può dire 
questo fanciullo cara deum soboles, magnimi 
lovis increme ntum ; la sua vita appartiene al¬ 
l’universo, di cui forma la gioia, agli dei di 
cui continua l’opera di pacifico reggimento, 
accrescendola, sulla terra. 

Asptce venturo nulantem pondero munitimi 
terrasque tractusque maris caelumque profundum. 
asptce, venturo iattoiitur ul omnia laccio. 

Questo universo, vacillante per tante sven¬ 
ture, per tanti terrori, è preso da una commo¬ 
zione nuova, da un fremito di gioia, la schietta 
lirica della gioia, all’apparire del fanciullo, e 
ciò pel presentimento del futuro clic non può 
mancare. 

O ideale Arcadia di giustizia c di pace ! O 
bellezza del mondo! O liberazione dalla sof¬ 
ferenza e dalla rassegnazione che non è rasse¬ 
gnazione. Sei destinata a realizzarti davvero? 
Diverrà divino questo mondo? Potrà veramente 
l’uomo accettarne l'ordine, riconoscerne le 
divinità? Si redimerà per opera dcH'uomo? E 
conte? 

Questo preannunci il sorriso dell’universo? 
Questo ci serba la vita? Oh rapimento del¬ 
l'ideale! Ma potrà l’uomo osare tanto? E 
perchè anche sognare ci è soffereifza? 

Che vuole la nuova culla, pur ino’ schiu¬ 
sasi? Che dice il fragile infante, intorno a cui 
si stringono i genitori, intorno a cui volarono 
i nostri sogir più audaci? Basta, coi sogni! 
Ecco, il neonato ha sorriso, si è rivolto alla 
mamma per sorriderle. 

La mndrc è ancora spossata dalla grande 
fatica: lui tanto sofferto! ma pure si affretta 
a rispondergli con un sorriso- Oh ! sorrida di 
nuovo il fantolino, cominci, impari; dia se¬ 
gno che già conosce la mamma, la ricompensi 
di tante pene ! essa clic anche ora pensa a 
tante cose... Si schiuda alla vita dell'anima... 

Che cosa nasconde in sè l'avvenire per noi, 
per questo nuovo essere? La fortuna prodi¬ 
giosa dei Dioscuri, dopo la lotta? di Ercole; 
dopo l’immane fatica? Questo cantano i poeti, 
ma sarà un grande, re.v erti, dice la nutrice 
paziente. Certo, sarà un dio, deve diventare un 
dio, cogli anni, attraverso le lotte c la fatica. 
Il mondo non si redime se non con isforzo, nè 
per volontà esterna di un dio. Porta l’infnnzia 


di quest 'anno i segni della destinazione alla 
grande opera? Oh’ ma ora non è che un fra¬ 
gile csseriuo. Sorridano i piccoli ! si guardino 
da non sorridere, du non rispondere con l’af¬ 
fetto all’ansia sorridente delle genitrici. 

...qui udii rlsere parenti, 
ihy dens tinnì■ mensa, dea ncc digitata cubili est. 

Queste c simili immagini c fantasticherie 
suscitano gli ultimi pochi versi. 11 procedi¬ 
mento artistico è analogo a ciucilo dell’cgl. di 
Titiro; l'inno ni neonato raccoglie inaspetta¬ 
tamente le sue nli in un breve imuto; |>ochc 
note, staccate, ripetute, grande sospensione 
c concentrazione di affetti intinti, casalinghi, 
la cui delicatezza è tale che non è consentito 
dubitare del significato schiettamente umano 
di questa egloga travagliatissima. 

Tommaso Fiorr. 

D.t lino studio sulla Poesia di Virgilio, di prossima 
pubblicatone. 


Antologia 

degli ultimi vittoriani 


Robert Buchanan 

11 Buchanan ( 1811 - 1901 ) ©, con il. suo coe¬ 
taneo e intimo amico David Graf ( 1838 - 1861 ), 
tipico rappresentante della scuola poetica scoz¬ 
zese, da Burns in poi fedolo a un indirizzo in¬ 
dividualistico e romantico. 

Giornalista, critico, polemista si aprì la strada 
lottando contro l'ostilità dolio letteratura ucca- 
tloniica ; i suoi romanzi (coma L'ombra della 
spada, 1876 ) o i suoi drammi moralistici ebbero 
una fortuna molto supcriore al loro pregio in¬ 
trinseco, ma altrettanto effimera; tra le suo nu¬ 
merose raccolte di vorsi ; — da Idyls and Le- 
gend» of Inverburn ( 1865 ), London Poemi 
( 1866 ) o North Conti ( 1867 -‘ 68 ) a The Hook of 
Orni thè Celt ( 1870 ), Mite et/anco ut Poemt and 
D alt ad» ( 1878 * 83 ), The Citr of Iheam ( 1889 ), 
— ai raccogli© invoco quatcho lirica di vigorosa 
struttura e di intensa vivacità. Storicamente, 
Buchanan ci conduco da Morris a Kipling. 

La lirica qui tradotta è da North Coati and 
other Poerns . e si riferisco a una battaglia per¬ 
duta dai ribelli scozzesi nel periodo del «Co- 
venant». 

La battaglia di Drumliemoor 

Sbarra la portai Smorza il lume che nella 
notte risplendc c guida l'orma sanguinosa dei 
loro piedi; 

stringiti il bimbo al seno, che stia zitto, e non 
attragga lo loro ricerche; — spegni con l'ac¬ 
qua le brago del focolare. 

Moglie mia, ora siedi tacita o ascoltai tieni 
la mia inano nell’ombra — o Jcannio, noi 
siamo dispersi, proprio conio nobbia al vento. 

Fu laggiù a Dromliemoor, dovo essa si adagia 
sulla spiaggia — o guarda i frangenti della 
baia, 

nel cimitero dei morti, dove l’orba ò tro volto 
rossa — del sangue di quei che dormono sotto 
l’argilla ; 

erano là gli Howiesons e la gente di Glon 
Ayr; — là ci raccogliemmo nel cupo della not¬ 
te n progaro. 

K chet sederò a casa nello spavento, quando 
la voce di Dio mi ora nclPorecchio, — quando 
i ministri di "Baal sgozzavano il gregge del Si¬ 
gnore t 

No! là io mi schierai, con la lunga falco in 
pugno, — perché» sanguigna era la messe che 
avrei dovuto mietere; 

e il Signore ora nei suoi cieli, con mille oc¬ 
chi terribili, — e il suo alito turbava gli abissi. 

Ogni uomo della banda portava la sua arma 
in pugno, — sohbeno tutti fossero ignudi di el¬ 
mi e di scudi, 

e non uno sapesse che cosa doveva fare, — 
so il Nemico ci fosso piombato addosso d’.im- 
provviso. 

Bianchi, spettrali erano i nostri sguardi, ma 
non già di terrore; — il Signoro Iddio nostro 
assisteva alla nostra preghiera. 

Oh, solenne, tristo e bassa sorse la cupa vo*:j 
di Monroc, cd egli maledisse con la male¬ 
dizione di Babilonia la corrotta ■ 

non potevamo scorgere la sua faccia; ma un 
lucore era al suo posto, — oomc la fosforonza 
della spuma sul lido; 

e gli occhi di tutti orano annebbiati, porchò 
su lui tutti ri fissavano ; — e il mare riempiva 
le suo pause con il suo clamore. 

Ma (juando, in pacati acconti, Kilmahoe in¬ 
tonò il salmo, — con la dolcezza della voce di 
Dio sulla sua lingua, 

a una voce lodammo il Signore del fuoco e 
della spada/ — o quella voce s'alzò più forte 
dol vento invernale, 

e tra lo stelle della notte sali alta sul va¬ 
poro delle tempesto, — o un nembo ai raccolse 
intorno a noi mentre cantavamo. 

Terribilo a udirsi il nostro grido sorger© prò- 
fondo e squillante, — se ben non potevamo ve¬ 
dere i gridatori dol grido, 


ma cantavamo e brandivamo lo spado o d toc¬ 
cavamo l’un l'altro le inani, — mentre un sot- 
tìlo velo di nebbia separò i nostri visi dal cielo; 

improvvisa, strana o bassa fischio la voco di 
Kiimahoo: — Impugnato lo armi! attoudot© ili 
silenzi© I Bou qui, aon vicini I 

E ascoltando, coi denti serrali, potevamo u- 
dire attraverso l'orba folta; — il calpestio dei 
cavalli, corno volavano; 

nessuno fiatava, tutti erano silenti copio la 
morto, — o stretti insieme rabbrividendo d 
accostammo, 

più fonda intorno a noi caddo la cicca ton©- 
bra dell'Inforno, — e... il Nomico fu in mezzo 
a noi prima elio lo sapessimo I 

Allor sorso il nostro grido di guerra, tra Io 
imprecazioni dei nostri nomici, — nò faccia 
d’amico o nemico potevamo distinguerò; 

ma io colpivo e tenevo il tnio poeto (fidando 
in Dio clic guidasse |a mia mano) ; o colpivo, 
colpivo, e udivo i cani dollTnforno latrare; 

caddi sotto un cavallo, ma lo giunsi con tub- 
tal la mia forza, — o lo squarciai con la mia 
falco neU'wnbra. 

M-litro ci battevamo, senza sapore qual mano 
ci stringesse la gola, — qual sangue sprizzasse 
caldo fino agli occhi nostri, 
sentivamo un fitto vento di nevischio scivola¬ 
re sopra di noi dalla collina, — e mormorare 
nelle pauso dello nostre grida; 

ed ceco, dentro un attimo, sì levò la cortina 
della bruma, e la pallida luna verrò un raggio 
dai cieli. 

O Dio' era una vista elio faceva imbiancare 
i cape li, — o dal torroro raggrumarsi il san- 
guo do! cuore, 

a vedere i nostri volti biancheggiare nella 
tenebra a inala pena rotta da un barlume, — e 
gli ammazzati a terra giacenti nel sangue: 

mentre a fiocchi, senza suono, cedeva intorno 
con tanta paco — la meravigliosa bianchezza 
della nove I 

Sì: e più denso, somprc più denso si span¬ 
deva il pallido silenzio dol Signore, — (dal ca¬ 
vo della sua mano lo vedovamo versato), 

o si raccoglieva là intorno a noi, che in la¬ 
mentosi conati cercavamo l’aria; — montre, sot¬ 
to, la nere ora alta già un cubito e tutta tinta 
di rosso: 

o tosto, qualunque corpo fosso abbattuto giù 
neila battaglia, era sepolto dal nevischio prima 
ancora che fosse morto! 

Allora infine scorgemmo tutta la forza dello 
soldatesche, — porchò sempre più donse afflui¬ 
vano lo loro schiere, 

e ai lampi delle loro pistole apparivano d’un 
pallore cinereo, — c l’azzurro acciaio dolio loro 
Bpodo brillava cogliendo i riflessi della luna. 

Ma una morente voco gridò: «Fuggito*... 
Ed ecco, a quel grido — un panico caddo sopra 
di noi, e ci mettemmo a gridare. 

Acuto © spaventoso ri levò, nello spiaccichi© 
del sangue e dei colpi, — il nostro urlo al Si¬ 
gnore che ci lasciava morire ; 

e il Nemioo o noi gridavamo la nostra «** **- 
a Dio, ma i servi del Nemico abbattevano l’uo¬ 
mo forte *001 suo grido ; 

il Signore taceva in cielo: l’unica sua risposta 
— ora la novo cho cadeva, cadeva, dal ciolo. 

Allora fuggimmo! crebbo la tenebra! attra¬ 
verso il freddo nevischio volammo via, — cia¬ 
scuno da sò,' sì. ciascuno diviso dai suoi com¬ 
pagni ; 

o io udivo sull'ali do] vento raggiungermi il 
calpestio degli zoccoli ferrati dietro a ino e 
lo grida di quei che morivano nella paura. 

Ma io conosoovo a monte ogni sontiero, an- 
che noll'oscuritii della nebbia; — e tutto il 
giorno pii tenni nascosto, o ora son qui. 

Ah, raccolti in una tomba sòia stanno gli 
uomini santi o arditi, — o accanto ad: essi i 
maledetti e gli orgogliosi; 

là sono gli Kowiesons, e i Wylies di Glon 
Ayr, — Kirkpatrik © Mac Donald o Macteod. 

E mentre la vedova piange, ecco la mano di 
Dio intorno allo loro oss» — riversa il suo 
bianco sottile mantello ghiacciato, corno un su¬ 
dario. 

Sulla montagna e nella vallo Io nostre donno 
appariranno pallido, — e più pallide quando 
l'oceano si gonfia ululando; 

sepolti sotto il bianco sudario della novo, sen¬ 
za. una pia preco, senza un rito - - giacciono 
gli amati ch'esse cercano nell’oscurità; 

più profonda, ognor più profonda la nove 
sul monto e sulla valle s’effonde — c più pro¬ 
fonda, più profonda ancora ò la loro tomba. 


100 amici 

ricevono il Bnretti : lo leggono, lo soriano, se 
ne istruiscono, e infanto 

non pagano l’abbonamento. 

Perchèf Non sanno in che distrette si dibatte 
{'amministrazionef Di che cosa credono che 
viva il giomnlef Che cosa dobbiamo fare ber 
isvegliarlif Scrivere? sollecitare? L' abbiamo 
fatto, con spese e noie non poche, c con effetto 
nessuno - Pubblicare i nomi dei morosi sul 
Barctti? Lo faremo. F. a chi tocca tocca. 



IL BARETTI 


Il canzoniere di Storm 


Il canzoniere di Stomi è un delizioso album 
di momenti musicali — di stati d'animo tenui 
come guizzi di luce in una ombria di crepu¬ 
scolo. I«c liriche che si susseguono timide 
hanno tutte il carattere di macchie di colore 
c di luce o di armonie statiche e piumose nelle 
shavature della forma smarginata. Non avendo 
nello sfondo un contenuto razionale che le ori¬ 
gini .— non trnduccndo visioni strepitose di 
politica o di morale, e quindi lontane da com¬ 
plicati problemi, da complesse filosofie — nel 
giro delle strofe in cui si presentano al lettore 
— appaiono p.ccole masse vive di Un tremolio 
rapido e luminoso: specchio d'una sensibilità 
fine che intuisce e rende per mezzo di impres¬ 
sioni immediate o gruppo di impressioni la 
realtà che le suscita. E’ quindi una poesia 
fatta di soli momenti sensibili — tepida quasi 
sempre, che alla lettura si consuma in un va- 
l>ore sottile, lasciando in noi un scuso vago 
di colore e di melodia : un modulare lieve lieve 
in quel suo vellicare la sensibilità del lettore 
fino a suscitargli la visione istantanea e fu¬ 
gace d’un paesaggio, l'emozione d'un mo¬ 
mento d’amore, il raccoglimento nel dolore- 
Poche strofe : a volte, pochi versi a piccoli 
tocchi, pagliettoti di luce sfuggente : spesso 
una realtà vista attraverso una velatura in cui 
la forma si sfiocca, perde il contorno. Con un 
senso malioso del remoto, del passato: poesia 
che si melodizza in elegia fluida, senza rivol¬ 
gimenti e sviluppi magniloquenti. Mai fino al 
singhiozzo — il rimpianto, che è tanta parte 
di questa lirica, rekta nel sospiro — che, emes¬ 
so, si perde rapidamente, lievemente. 

La |>oesia di Storm è stata chiamata In poe¬ 
sia dei ricordi, della rimembranza. E a me 
pare che il Meyer c il llicsc c l’Erinantingcr 
siano nel gitisto quando sentono nel passato 
il tono di fondo della poesia storminua — e 
specie i due ultimi osservano che lo stesso 
presente è dal poeta proiettato c vissuto nel 
tcni(>o remoto. Poesia dei ricordi è quella di 
Storni, anche se in lui — come ha obbiettato 
l'Alfcro in un suo saggio fine ed acuto su 
Storni lirico — non manca il senso della realtà 
presente, nè sono assenti accenti vivaci e virili. 
U* dal passalo che il poeta guarda il presente : 
od è dalle rimembranze Clic deriva il suo mag¬ 
gior fascino: il ricordo è in lui come la bruma 
leonardesca clic — allontanando gli oggetti, 
le forme pittoriche — li vela di nostalgia, di 
mi l>aJhos elegiaco. La realtà stessa, vista at- 
traverso questo velo, acquista un'apparenza 
fantastica, irreale, di fini»; un che di oscil¬ 
lante che le dà una vaghezza musicale. Anche 
quando esprime gioie c dolori attuali - o 
nella lirica |>olitica, o nel vivere l'incei tozza 
misteriosa dell'al di là, o nell'amore — Storni, 
in questi stati d'animo, lascia affiorare l'ombra 
del passato clic li intenerisce c ne aumenta la 
metodicità. E nelle stesse novelle, anche in 
quelle più • realistiche, in cui pare si ponga 
ti duri assillanti problemi umani » — il fatto 
remoto, il ricordo è impastato con il fatto vivo : 
a volte appare come tara ereditaria a immalin¬ 
conire gli attori della narrazione : se nei primi 
laccoliti il (bissato fa da sfondo — c la malin¬ 
conia, la dolce melanconia nasce dal contrap¬ 
posto del presente con il tempo clic fu — ne¬ 
gli ultimi il cumulo dei ricordi è in mezzo ai 
personaggi stessi, anzi si può dire clic è da 
essi clic questi affiorano. Storm era ur.'nnilTia 
elegiaca, tenera - tutta contemplazione e sen¬ 
sitività — e il rimpianto c la nostalgia non 
potevano non essere le sue note peculiari; nel 
passato, e in genere in tutto ciò clic è stato 
e che non può piò ripetersi, è il rifugio delle 
anime sensibili, per le quali il presente — an¬ 
che non rinnegato — si dirada nelle penombre 
azzurre del lontano : o perché troppo fugace 
nelle sue gioc per lasciarvisi esaurire — o 
perchè distante dal proprio ideale. 

1, 'antere, la patria, la famiglia — ooho i 
motivi dominanti nell'arte sensitiva del poeta 
di Husuili. « Privo dell’audacia dei romantici 

— ha scritto gmstnmentc l'Alfcro — spinti 
dalla Schnsuclit sempre verso nuovi cieli, 
nuove terre, spinti a jiopolarc dei loro sogni 
le lontananze azzurre — egli si attacca invece 
solidamente alla sua famiglia, alla sua vita, 
alla sua terra, e qui si crea il suo mondo >». Ed 
è un mondo di tenui intime cose: nelle no¬ 
velle e nel canzoniere. Commozioni tenere per 
la casa paterna nella notte di Natale o per 
il giardino ombrato «lei profumo di viole a 
ciocche; dove un giorno inseguì con la fan¬ 
tasia folletti e fantasmi cari — o per l’angolo 
remoto della soffitta con i suoi logor : oggetti 
clic hanno odor di vecchio; visioni rapide -Iella 
cittadina borghese e provinciale con i vaghi 
sciami di giovani, compagni di studio c di 
gioco; ricordi di raccontate fiabe, vive dell'ali¬ 
to della nonna narratrice nel tc(>ore delle sere 
autunnali, f.a famiglia ha vita per lui non solo 
nelle gioie e nel dolore del presente, ma nella 
tradizione anche, nelle figure stinte dei ritratti 
degli antenati, nel velo di polvere e di vec¬ 
chiume dei mobili, nelle vaghe lontananze: 
come nelle lontananze fantastiche della leg¬ 
genda vive la sua terra, di cui egli riecheggia 
il paesaggio con un senso mite «li melodìa - 
la landa deserta e sconfinata, il mare scuro c 
solitario, senza la gioia dei canti c delle vele 

— il ritmo monotono delle acque intorno all» 
terra brulla e silenziosa II presente stesso 


della sua famiglia c della sua patria — l’amore 
per i figli c per ia sua donna, l'ansia di libertà, 
il desiderio di rinascita del paese natale, la 
visione d'un suo avvenire migliore — acqui¬ 
stano un colore speciale da questi clementi 
remoti che ne iucoruiciauo la rappresentazio¬ 
ne: tono elegiaco sostenuto da un senso vivo 
della fugacità delle cose belle c amate, che è 
iu contrasto con l'amore stesso per esse. La 
sensibilità del poeta è reattiva; vive del fa¬ 
scino c della seduzione che esercitano su di 
lui i guizzi della gioia c della bellezza nella 
loro caducità uielnucouica; e la sua'anima di 
soguutorc è tutta in quegli attirai in cui egli 
riesce a fermare, iu uu'iimnagiue, l’apparenza 
del hello - anclie se consapevole del suo sfio¬ 
rire, c se nel presente sente già il passato- 
11 paese e la famiglia; la casa nel suo tono 
melanconico del tempo elle fu — e il paese 
sentito a volte nell’aspirazione del cittadino ad 
una migliore realtà storica, a volte nel pae¬ 
saggio monotono di torbiere, di acque abban¬ 
donate, di macchie di boschi e di stagni 
ora nel pussuto leggendario. Ma accanto ad 
essi c'è anche l'umore; c con note diverse, 
rispondenti ai diversi momenti in cui fu vis¬ 
suto. Nei primi canti, la sua lirica amorosa 
si presenta ubila forma della ]>oesia heiuiana; 
un po’ stereotipata in quel vezzeggiare e ca¬ 
rezzare l'amata capricciosa, con cui il poeta 
gioca a baci e carezze, per riceverne smorfie e 
graffi qualche volta. Nelle poesiolc a periodi 
brevi, con giri di frase veiiua, immateriale, 
la lirica è melodia e ritmo; son piccoli iivoti 
tematici su un ritmo cullante e facile. Poco 
sangue, s'intcudc, iu queste schermaglie amo¬ 
rose : sono ancora fatto letterario, più che vitu 
vissuta. Uà stessa punta ironica cd amara cosi 
frequente nel lincii dcr Ucder di Heine, e iu 
cui il poeta di Dusseldorf scarica la sua urna- 
rezza d’amore ha un carattere piatto, sa 
del costruito. La tristezza deH’abbaiulono, il 
rimpianto, il pascersi di ricordi — sono ancora 
immagine astratta, sradicata dalla vita : spesso 
rivelano più abilità di mano che profondità 
di sentimento : 

ficbwohl. «fu tutte kUlnc Feti 
Adii chi kit tildi Muti wiedeneh* 

Il 'levici Patir llaiidtdiuh timi verbrauchll 
Vnd nlcvlel Eau de Cotogne vctrauchll 

(Addio, (lutee piccola fatai Ahi prima che ti riveda, 
Quante- paia di guanti avrai commutate ? Quanta acqua 
di Colonia si «ar& evaporata 1 ). 

Strofa di derivazione heiuiana; ina l’ironia c 
esteriore, meccanica; c calcolato è l’effetto sul- 
rauimo del lettore. Quello stesso voler appa¬ 
rire un torturato dell’amore, quel voler mo¬ 
strare il cuore clic sanguina — sa di posa, an¬ 
che se si presenta in un dolce vapor di melan¬ 
conia. Non mancano certo, nelle prime liri¬ 
che, accenti veri di poesia; ne ha rilevali l'Al- 
fero; se tic possono aggiungere ai suoi degli 
altri. Sono però attimi, in cui il poeta futuro 
balena timido e delicato. Lo scherzo in tono 
minore in n Rcchcustundc o : 

.Vun recinte tu ir dock mattimeli : 

Vler Augen. die gebent Bllcket 
Und — Iliadi ini v heInen FtkUrf 
Vler Llppcn, die gebent — Kùtte: 

(Ora, assommiamo pure : Quattro occhi, che danno ? 
Sguardi. E — non sbagliarti! — Quattro labbia, che 
danno: — Baci:). 

il motivo di serenata in Siti» delie»!, battuto su 
ritmo di chitarra langourciusc et monotone, in 
una chiaria lunare sull'umidore dei prati : 

inclite Mondcmebd sdiwhmuen 
Au / dei i feuehten Wlcscnpianen; 

Hórst dn die Gitane sllmmen 
In dein Scintiteli de• Plalunenf 

(I A bianca nebbia lunare fluttua sugli umidi prati 
Senti accordare nel)'ombra dei platani la chitarra?) 

il quadretto di genere ma pieno di vita in 
Diiinmcrstnndc, clic riappare poi in Hcrb - 
sluachmittag. Un interno di stanza avvolto 
nella penombra e nel silenzio, mentre gli ul¬ 
timi raggi del sole filtrano tra le tendine; col 
chiacchierio dei vecchi che arriva stanco al 
poeta c all’amata, clic è tutta u in quelle inerti 
mani operose » e m in quel rosso riverbero che 
illumina la fronte •>; con l’incanto dolce c lento 
del silenzio profondo nel tramonto rosso di 
sole, che irradia due cuori nella felicità <cnza 
parole. 

I.'amore per Costanza ha un carattere di¬ 
verso; e diverso è quello per Doris; c l'arte che 
sa tradurre i vari sentimenti è pù storminua. 
Umano — fuori delle riininisccnzc letterarie 
— l'uno e l’iiltro; ma riposato, sereno l'amore 
per la prima; più tormentato e scoppiettante 
quello per In seconda. Il sentirsi felice, nel 
possesso completo (Iella donna del cuore 
adagia l'nuima del poeta iu una serena contem¬ 
plazione, clic è un oblio lene del mondo: un 
naufragare dolce nell'ocello della sua cren- 
tura, clic lo fissa c gli fa sentire bella In vita 
solo per quest'amore. Riposare accanto alla 
'cara — dice il |>oeta — spingere Io sguardo 
lontano, disperdersi, ritornare (>oi alPanutin¬ 
stando ai piedi il mondo — clic dolci* far 
nulla ! 

Rflcklteltren dunu itili allei ll'uniter/eme. 

In dehter Augen Itehnalllrhe Sterne. 

(Ritornare poi dalle imiKitUiclu- Inntamttuc «Ur pa¬ 
trie stelle dei inni nerbi). 

La poesia si assottiglia iu velo per espri¬ 
mere questa lenir là di desideri; è vapore te¬ 
nue che avviluppa e assopisce nella vaghezza 


deH’uzzurro. E in quel soffio di dolcezza ere- 
puscolnrc, il lettore smarrisce la lirica nella 
musica, clic stende l'nrahcsco dolce della sua 
melodia ucll’impalpabilità della réverie. In 
Auf dem Scgcbcrg l’occhio del poeta clic 
scorro sul paesaggio nutre lu sua anima d’un 
commosso senso d'amore : attraverso il cile- 
stre clic sfuma lontano arriva una musica flui¬ 
da dolce: il canto delle allodole clic sale dai 
tirati, dai boschi — c lascia l'eco tra le siepi 
c gli alberi. Il poeta ha accanto la sua donna : 
una pienezza di felicità- lo coglie; c paesaggio 
cd amata, natura c donna, si fondono in una 
unica impressione di bellezza. E* l'amore che 
colora di unn dolce unuonia lo sfondo; ed è 
il paesaggio che inquadra c sublima In figura 
umana. Le cure, le angoscio svaniscono lon¬ 
tano — residuando una melanconia, un'oblio¬ 
sa malinconia. 

lite Schalten, die nielli Augen irtìbten. 

Die lelzlcn, scliendil der Klndermund. 

(!.e ombre che velavano il mio occhio, le ultime, le 
•caccia la bocca di fanciullo). 

L'amore per Costanza implica l’amore per i 
figli; l'idillio dcH'amorc è l'idillio della fami¬ 
glia. Famiglia che non distrugge l’amoic — 
ma lo rende più puro, svuotandolo della ec¬ 
cessiva passionalità; più eguale, dirci, nella 
intimità soave a cui partecipi! l'iugcnuu co¬ 
vata dei fanciulli. 

In Klnderhisl die IVaugcn gliikcn. 

Die I Veli, die IVdt — o «He ile lochi t 
(Nella contentezza di bnnibino, le guatici* avvam¬ 
pami. Il mondo, il mondo — ob come rideI). 

Ma l'idillio si appunta ad elegia : è la ma¬ 
linconia che sorge dal seno della gioia. Per¬ 
chè, se il poeta gode fin quasi a svenirne, ed 
è d'qnn passionalità dolce — a sentir passare 
la mano dcU’nmata sui suoi occhi, sulla sua 
fronte, sulle guance, a spianare le rughe, e 
fugare le ombre — sente d'altra parte la fu¬ 
gacità di queste emozioni; c il pensiero della 
morte getta un’ombra sulla sua anima. Nel 
tempo che corre, che come ingiallisce c fa av¬ 
vizzire le foglie nel nostalgico autunno increspa 
e incanutisce la bellezza umana — egli vive 
la profonda tristezza della dolce età che tra¬ 
monta. E se — dinanzi ai fili argentei che s’in- 
siuuaiio nella chioma della sua donna — cerca 
di sviare l'anima dallo sfiorire della bellezza 
fisica per richiamarla allo spirito, il fluido del 
tempo lo vela leggermente: c la melanconia 
della bclln amata scivola in lui. 

Aut delner mllden Frauenaugcn 
Btlchlgat su melanchollich Lkhl... 


O tdiaudre nielli/ Ob auch uninerkllch 
Der tckamle Sonnenicheln vernimi... 

Et IH der Sommar nur, der schaUat... 

IVa i geli! danti uni der Sommer ani 
(Dai tuo! dolci occhi femminei rompe una melan¬ 
conica luce... 


Ohi non temerci Anche *e inav\ertito il più bello 
aplcndorc del oole è scomparso — è solo l’estate che 
se n’ù andata A noi che importa dcU’cstatel). 

E' solo l’estate che passa conforta il poeta . 
ma con l’estate egli sente che passa anche la 
vita — c gli ultimi versi si colorano di un'ama¬ 
rezza pensosa. 

Iti Doris il ixjeta canta l’amore proibito — 
che è desiderio, passione non destinata ad 
aver soluzione: e la pocs : a vibra di questo 
tormento che arrossa l’anima impotente a 
sgropparsi c sfogare. Di fronte al pittoresco 
c al musicale della poesia di Costanza c della 
famiglia — ed a quel tono sentito ma som¬ 
messo, conte il circolare caldo della luce so¬ 
lare nelle penombre della bruma — questo per 
Doris è tutto uno scoppiettare : è un’accen¬ 
sione rapida che fissa l’anima del poeta iu uqa 
immagine di cui non può liberarsi; perchè, 
quanto più cerca d’uscirnc, tanto più vi si 
abhandona doloroso e gaudioso. 

hi, dock die Sede meln 
So ganz geworden dein, 

ZUlerl In delner Hand, 

Tltu Ihr keln leldl 

(U min anima * dunque diventata tutta tua: trema 
nelle tue moni. Non farle inaici) 

E* un tormento: c tanto più grave, perchè la 
linuticia a cui il poeto è costretto è accompa¬ 
gnata dal sentimento deH'incsUnguibilità della 
sua fiamma. C’è dell’amarezza nelle strofe 
nervose, dn cui tralucc — accanto alla scon¬ 
finata tristezza del sacrificio, del dolore del¬ 
l'abbandono — l’inquietudine della donna che 
si morde a sangue le labbra e tace c cammina 
cd ha » la mano bianca » ne dolce il viso ». 

Dn blltetl die zarlcn lippen n und. 

Dai flint ht daitach gejlotsen.. 

(Tu ti *ci morse le belle labbra a sangue, ed il son- 
«tic nc ò spettato...). 

E c’è rimpianto — un ritornare continuo al 
passato dalla rinuncia del presente. Il bisogno 
d'amnrc ed il dovere di fuggire — il ricordo 
della passione vissuta c la visione della line, 
nell'impossibilità di rinnovare il tempo che 
fn — drammatizzano questa vicenda d'amore, 
clic nella lirica Rosai ha un'accoratez¬ 

za commovente c maliosa : 

Der Mmid, der felzi zn niellici Qual 
Steli il munì voi m/r ve ridille iti. 

Idi Imhe Uni fa io lanieiidmat. 

Vldlantendnial gekdssl. 

(I.n Imicci» che oro per min sventura innanzi a me 
ammutisce mute volte io l’ho baciata). 

E’ c'è l'ahhaudono : la strada solitaria — 
la donna che si allontana. Poi il giardino clic 
t ice, il sentiero clic s'nhhuin, le nuvole che 
scivolano nel ciclo, il vento autunnale che 


mormora. Il poeta è stanco fino a morire : con 
l’amata se tic va il meglio della sua vita, c 
tutto ciò che è d’intorno, è vuoto — inutile 
cosa. 

lei i bin so mfld rum Sterben; 

Pruni blieb Uh gem zu Hans, 

Und idi Ifc/o gern dot Leben 

Und Luti imi d Leiden ani. 

Storni vive minuto per minuto l'angoscia 
della separazione; la nostalgia che nasce dal 
ricordo dei canti e dei baci del passato si fonde 
ai bagliori dell'ultima ebbrezza — a rendere 
più straziante la riuuucia. Con voluttà egli 
coglie le ultime gocce di questo sua sensuale 
amore : e vuole che la donna — ora clic è 
nella colpa — si conceda tutta. Finire, sì; ma 
finire nella piena accensione, nell'abbandono 
pieno dell’uno all’altra. E’ l'estremo deside¬ 
rio; esaurirsi, prima di abbandonarsi; desi¬ 
derio tanto più ardente perchè il poeta sente 
che la stessa ansia è nel cuore della donna : 

... ddrlner Putte Uefei Schlagen 

Tut lleblichcs Gehelinnh kund. 

(Il ptofuudo battilo del tuo polwo t«ude umifero il 
tuo caro ««greto). 

La poesia qui canta con la sommessa ac¬ 
coratezza d’un violoncello, a frasi larghe, vel¬ 
lutate, su un ritmo appetta affiorante daila 
trama melodica della lirica. Le quartine, direi, 
s’impastano a formare un’unica massa liquida 
nel circolare luminoso della passione oosì dolce 
nella sua dolorosa verità. Quando l’ultimo 
verso si chiude — resta in noi un’eco che è 
più cullante di ciò che si è letto. Le frasi che 
s'iugrnnano in quel tema lento c appassionato 
residuano un scuso di stanchezza che: è anche 
amore di pace: una volontà d’abbandono che 
è desiderio d'oblio — ma con l'oblio e la pace 
anche la dolcezza del ricordo che esprime 
tutta la vita. 

So lai» mkh demi, bevor du welt von mlr 

Im Leben gelili, noci i r.lmmal danken dir... 
(Permettimi che, prima che vada lontana da me nel 
mondo. — Ancora una volta tl ringrazi) 

Quanta finezza c raffinatezza in quella mano 
nervosa della donna che porta impresso il de¬ 
siderio che la bocca tace: quella fine traccia 
di dolore che rivela l’ansia vissuta nella notte 
che posò su un cuore ammalato! 

Die Hand, an der meln Auge kdngt, 

Zelgl fendi felne » Zug der Schnurtcn 

Und dais In sdilutmnerloser .Vachi 

SU lag auf elnem Kranken Herztn 
(!.a mano, alla quale fl mio occhio al poaa, porta i 
lini segni dei dolori, e mostra che nella notte insonne 
po*!> su un cuore ammalato). 

Poi Costanza mori — cd il poeta trovò nella 
donna che aveva amuta l’cducatrice dei figli; 
un’anima a cui affidare la sua stanca delle 
traversie. 

Ma — oltre e più che nell’amore — la poe¬ 
sia di Storm vive nel («tesaggio : senso davvero 
moderno, modernissimo, della natura — sen¬ 
tita nella luce, nel colore, nella musica infi¬ 
nita, negli infiniti profumi : impressionistica¬ 
mente. Fuori, direbbe un pittore, dalle forme 
contornate, il paese è reso a contrasti c vibra¬ 
zioni di colori c di luce. La vita delle cose è 

- come negli impressionisti — decomposta, 
riflessa in mille modi, c resa a volte in lince 
mobili viventi, con formicolio di luci in dire¬ 
zioni vanissime; e in quelle linee e in quei 
lumi — in quelle macchie e in quelle sfran¬ 
giature — l’anima del mondo scorre fluida, 
calda di pathos nelle efflorescenze mutcvolis- 
sitne del colore. Un colore a volte impregnato 
di luce — su un piano pittorico palpitante: 
a piccoli tocchi irregolari, a rendere i diversi 
momenti del quadro che si presentano, nello 
stato d'animo in cui vive il poeta — accen¬ 
dendosi rapidamente l’uno dietro l’altro — 
come voci musicali concorrenti da direzioni 
opposte a formare la trama polifonica. Non 
c’è mai in Storni un disegno accanito — un 
perseguire della linea, forme plastiche in tutte 
le loro minuzie; è tutto un fare aereo, direi; e 
mobilissimo. Attimi appena, clic lasciano nel 
lettore il senso d’una forma-colore, una im¬ 
pressione di paesaggio in riverberi, in ombreg¬ 
giature : tanto più fascinosi quando vaporano 

— riverberi ed ombreggiature — penetranti 
onde di profumi. 

Paesaggio — stato d’animo. Coinè vive — 
in Waldircg — in quel meriggio estivo, l’ar¬ 
sura, la calura, la stasi ! e nel sole che spossa 
c balugina in inquieti barbagli — quel compa¬ 
rire e* scomparire, lontani, vicini, il ronzio 
d’api, un fruscio di foglie, il grido della 
ghiandaia, il serpere d'un rettile. E là il nibbio 
che si bilancia sulle ali : qua unn pica che 
stride, c su tutto un profumo di foglie ingial¬ 
lite e di resina ! 

Heht ir or die Luft und alle 1 Vindt ichUefcn. 

Und vor mlr lag eln sonnlg offner loum, 

IVo 1/nrr hhulurck tehulzlot die Sldge Uefen. 
(Calda era l'aria, tutti 1 venti tacevano, e innanzi a 
ine ifhiecvn un'assolato aperto spazio per dove i e«n- 
tieii cinno senza difesa). 

Nella massa afosa della campagna — i par¬ 
ticolari del paesaggio saettano c scompaiono 
appena suggeriti, con una mobilità luminosa, 
in quella diffusa hnrhagliantc impressione di 
silenzio. Vibrazioni di luci, accordi di toni cro¬ 
matici, contrasti di percezioni auditive, ac¬ 
cenni di suoni arrivano ai sensi protesi e reat¬ 
tivi in un murmurc sospeso cd indistinto. 
Tutti quegli umili particolari che emergono 
rapidamente dalla massa paesistica — sono 
come i melismi guizzanti, contrapposti, so¬ 
vrapposti, in molte musiche contemporanee; 
direi quasi, è tutta un'attrazione e repulsione 





Pag. 42 


IL BAHETTI 


di temi nella macchia generale del paesaggio; 
un decomporsi e ricomporsi immediato della 
vita naturale. Come grumi di colore, disposti 
a dare uua impressione di forma o di luce, 
senza continuità di linee, uiiioruno in una spon¬ 
tanea umiliazione da un quadro abbozzato e 
iu sè completo. 

Itami uiar's critichi, un il itile un KircheniJiuelte 

Umschauerte die Schallcnktlhle mici i. 

(Vi (giunsi allora, e come alta soglia d'ima chiesa 
ui'avvoisc una ombrosa ((«scora). 

Dopo l'aspra calura del sole pieno, l'ombria 
nel bosco; la frescura riposaute di contro ai 
riverberi fastidiosi della piena campagna. E il 
motivo deliu chiusa è buttalo u risolvere lo 
stato d’animo, con uua modulazione tanto più 
bella perchè ardita e non sciupata iu inutili 
elaborazioni successive. Lo spirito del lettore, 
come quello del poeta, assapora tìuo iu foudo 
l’inatteso refrigerio. 

Accanto alla pittura del meriggio, quella del¬ 
la notte. La natura che traspare uel chiaro di 
luna; iu un immateriale fluire di luce argentea, 
iti cui i rumori si diafauizzaiio a poco a poco 
lino a perdersi in uu mormorio ludistinto — 
lino a confondersi con i profumi, coi colori 
impalliditi, con la luce che filtra attraverso le 
foglie ed i rami: più bianca, meno bianca... 
Wie liegl Im Mondcnllchte 
Begraben nun die IVeit 
Wie sellg iti det Frlede, 

Der ile um/angcn MII... 

(Come giucc sepolto uel chiaro di luna, il rnoudo; 
come betta è la pace che lo ciicondal). 

Un paesaggio aereo, dirci; svuotato di mate¬ 
rialità, e semiio nella chiaria che è pace, come 
iu uua biuuca piumosa staticità. 

Alle chiazze violeute e contrapposte di luce 
ed ombra uel meriggio aulente — subentra il 
pallore del plenilunio che smuorc e laugue in 
uua dolcezza che fa svenire. 

Die Winde masse» schwetgen. 

So vanii ili dleier Schein; 

Sle sduseln nur und weben 
Und schla/en endlich eia. 

(I venti debbono tacere, lauto è dolce questo splen¬ 
dore, essi bisbigliano, si agitano, infine si addoiuicn- 
tuuo). 

Come iu quel divino « chiaro di luna u della 
Suite llergamasca di Debussy, la natura tra- 
luce blanda da uu sottile velo argenteo, leg¬ 
germente diafana; ferma liquida uel silenzio. 

I versi — come le note del musicista - sem¬ 
brano uou fluire, ma arrestarsi in un'estasi, in 
uua beatitudine di contemplazione cristallina. 

II poeta vive iu uu sogno leggero; ina ha tutti 
i sensi pronti a cogliere le sfumature, le voci 
più lievi. Al sensitivo acuisce la vita dei sensi 

10 stesso silenzio, quella stessa diffusa chia¬ 
rità ■—, che rende più evidenti a lui il mor¬ 
morio d'un'acqua tra il verde, un fruscio di 
foglie, un frullo d’ala: il fiatare stesso della 
notte, come l'alito lieve d’uua donna amata. 
Tutte piccole vibrazioni che formano la melo¬ 
dia del plenilunio dai miti acquei bagliori : 
uel ritmo del respiro della terra che dorme — 
come sul tremolio largo di note in arpeggio. 
« Ein Atemzug, das Atnien der Sommer* 
nacht », in un ricamo di trasparenti ombre 
immobili c di riflessi perlacei. 

E poi il mattino 1 con l'indistiuto brusio 
nelle pcnombre fluide del crepuscolo : in quel¬ 
la verginea frescura avvivata appena dalle 
prime luci dell’alba scialbe c fredde. Un canto 
qua trilla : un altro là : uno, due gridi sol¬ 
inolo — è la voce del gallo silvestre, lontano... 

Goldslrahle.il schiene» iibers Dach, 

Die //Aline krtihn de» Morgen wach... 

(1 raggi d'oro saettano il tetto; cantano i galli desto 

11 mattino). 

D’intorno è ancora silenzio; gli uomini dor¬ 
mono, sognano... 

Sle sehlafen Immtr. Immer noch . 

(Essi dormono scmj.tc, sempre ancora...). 

E — se è un mattino di primavera — egli 

10 sente battere alla finestra con le dita di 
rosa — «Morgenrot » — nel bisbiglio di pas¬ 
seri c di fanciulli; e con la luce festosa in cui 
ride la terra, gli arriva lo scampanìo lontano 
della Pentecoste: 

Singende Burnite» ricini iiben Feld 
//Inciti in die btiihende klingende Well. 

(Giovani che cantano vanno oltre la campagna verso 

11 mondo che rtsuona, che è in fiore). 

O se dorme accanto all’amata — lu gioia del 
risveglio è nella luce dorata che illumina la 
casa, nel bacio del giorno — suggello d'amore. 

Sun glb eln MorgcnhQsschenl 
Su n tchtitile von der Stime 
Der Traùme blasse Spuri 

(Dammi il bacio del mattino! Scuoti dalla fronte la 
pallida traccia dei sogni). 

Le rose — continua il poeta — del tuo giar¬ 
dino sbocciano nella Ilice del sole: e si strug¬ 
gono dal desiderio di essere colte dalla tua 
mano: 

Sie kdnnen /ranni erwarten 
Dati deine Hand sie bricht... 

(Si struggono dal desiderio di essere colte dalla tua 
mano). 

Spira da queste strofe che cantano la vita 
che sorge un che di virgineo, di bianca tenera 
frescura; i motivi appena bisbigliati in un 
murmurc d’arpa misterioso — come quel tema 
freschissimo clic sale dalle pcnombre alla luce 
danzante nella Morgcnstintmung di Gricg. Un 
brivido di gioia che serpeggia, s'afferina, poi 
canta — e muore nei trilli delle rondini. 

E c’è anche il crepuscolo nel canzoniere di 
Storm : con un senso delicato della luce di¬ 


scontinua, che s'uiicuua e scivola e colora di 
incluucoutu le cose : la poesia delle mezze 
tinte, delle penembre nostalgiche — tra voci 
clic muoiono iu lontananza, nel bosco, nella 
landa deserta — c il brusio dei passeri uel 
fogliame c il ronzare dei moscerini azzurri e 
il tremito leggero delle foglie: tutta una vi¬ 
brazione die si va attcuuaudo e prepura alia 
pace della sera. E come delicate contro la luce 
che muore le ligure degli innamorati che si 
leggouo ucU'auima attraverso gli occhi pensosi 

— e bevouo il loro liuto, silenziosi 1 

Ini Sene t Uu, und lek su Jelnen Ftissen, 

Das llaupt su dir gcwcndet, sane» wir... 

Uh unire Augen, IncJnaiidci saii/ten 
Und t vlr bcrauschl der Sede /tieni tieniteli. 

(Sedevamo, tu aulta sciita — iu ai tuoi piedi, eoa 
il capo a te rivolto... i-inché i nostri occhi a'iucoutru- 
tono — c uoi bevemmo il respiro dell'anima, ebbri). 

Come mesto e melodico il scuso dello scor¬ 
rere del tempo 11 

Und ian/ler fulilten wh die Sluudc» Jtlencn... 

(li dolci uoi acuti vaino passate le ore). 

E come suggestivo quel rivivere l'uddor- 
m cu tarsi progressivo della vita; lo svanire leu- 
io dei suoni; il profumo delle viole che uccow- 
pagua il partire del giorno come una nenia. 

E l'ombra che scende : le torme evanescenti 
che oscillano come fantasmi : il scuso della 
solitudine che guadagna con tono di mistero 
la natura i 

Der lag war am; ichoii noni hevkojeubect 
Ini Garteii Jnibcn kam der Abenddu/l ; 

Die Schatlcn il eli», Olùnllch Ini Ccbilsch 
Wie Sebel scliwannn es. 

(li gtuiuo se ite sudava, già di là, dalle uiuole 
di viole a ciocche uel giardino atrivava il piofumo ve* 
spinino, l.c ombre sccudcvauo: come una nebbia ax- 
aura lluttuava uef boschetto). 

Impressioni auditive e visive, che si assom¬ 
mano iu uua sintesi purissima di ingretiieuli 
estranei — a mostrare lo stato d’uuiiuo del 
sensitivo uclla sua bella originalità; impres¬ 
sione cromatica o musicale. 

Coli la poesia delle ore del giorno, c'è anche 
quella delle stagioni. Chiazze, macchie. A 
volte, uel giro d'unu frase, il poeta individua 
uel passaggio la siagioue, impregnata dcll’al- 
flato emotivo del suo stato intimo: spesso egli 
(issa iu tuia strofa il primo reagire della sua 
sensibilità al mondo esteriore. Una notazione 
di colore; uu’itnprcssionc di suono - - uu cor¬ 
rugarsi appena della sua aunnu. Marzo — è 
sentito nel candore della neve che involge il 
paesaggio; ma nel freddo che persiste il poeta 
avverte già la line dell'inverno; e tutto ref¬ 
luito poetico è in quel Alleine noch — « sol- 
lauto aucora » — che ci riporta ai mesi della 
stagione passata, con nostalgia; c con nostalgia 
ci fa presentire la primavera.- 

Olii! iiui der lirde sehaut nur 
Alleine noch Sclineegtóckchen; 

So Itali, io kall hi noch die Flur, 

Et frlerl in wchsen Uockchen. 

(Guardano solo dalla letta le bucane vi uucota; cosi 
fredda, cosi (icdda è ancora Iu cumpagna — che rab¬ 
brividisce nel bianco manto). 

Altre volte è uu serpeggiare lieve lieve di 
motivi brevissimi che concorrono dirci polifo¬ 
nicamente a costruire la lirica. Luglio: un 
canto di uiuiiauauna, il sole allocato della 
campagna, il grano che piega le spighe, le 
rosse bacche tra le spine.-, uu'aria di benedi¬ 
zione nella natura; ma poi una domanda 
/unge i-'mu. mai slnnsl dut 

(Giovine donna, a che pensi tu?). 

L’ultimo tocco è come la velatura del qua¬ 
dro; l’errar vago dell’auima slaua la scena, e 
le dà quell’apparenza di contemplazione esta¬ 
tica che concorre uou poco al fascino della 
rappresentazione. Non di rado il poeta si in¬ 
dugia un po' di più; e ricama con un fare d’ara¬ 
besco, a tùli d’aria, il suo tema: dell’Aprile c 
della primavera. 

Das ist die Dronel, die da schlagt, 

Der FrtiliUng, der » nel» Iter: bcwegl... 

(U* il tordo che canta: la primavera che agita il 
mio cuore). 

A questa frase di spunto — il poeta inse¬ 
risce subito incisi mor Indissimi, clic precisano 
coti uua delicatezza di piuma la scena, c la 
guidano diritta alla rappresentazione di fan¬ 
ciulli che raccolgono i fiori nella fossa del mu¬ 
lino per adoruarne la primavera. E c’è uu 
verso che segna la vetta... 

Das heben flllenet wie eln Traimi. 

(tal vita /lutee come un sognò). 

E’ il tono fondamentale che colora dallo sfon¬ 
do l’atmosfera paesistica, con una leggerezza 
di sogno. 

Questa fine sensibilità — tutta intesa a co¬ 
gliere e fissare nel verso fantasmi istantànei e 
fugaci - si rivela anche nella poesia patriot¬ 
tica di Storm, che non ha nulla a che fare 
con quella di altri poeti contemporanei — non 
distruggendo in lui, la praticità d’origine, la 
bellezza artistica. Anche nell’amore per il suo 
paese, nell’esprimere il suo anelito all’unione 
della sua piccola terra alla più grande patria 

— alla Germania egli lascia fluire motivi 
nostalgici; c assume Patteggiamento — ha 
ben notato PAI fero — più di uu contempla¬ 
tivo che di uno spirito attivo, perchè « era 
più capace di vivere intensamente l’ora tor¬ 
mentosa della sua patria, che di afferrare egli 
stesso Ull'àrnia ». I suoi canti sono suggestivi; 
spirano l’accortezza di chi contempla la lotta, 
uè sente la bellezza — ma ne prevede la fine 
amara. E' l’accortezza del vinto, che si sente 
già esule; clic ha speranza, ma ha anche viva 


tristezza nell'anima — perchè la patria è per¬ 
duta. La patria che Storni cauta come la donna 
amata, con passione, con velata dispcra/.iour; 
e clic irradia di un suo amore, che è amore 
per il paesaggio naturale, per la tradizione, 
(ter lu storia, per la vita dello Stato; una vi¬ 
sione in cui la terra, la famiglia, la nazione 
sono una sola cosa. C’è iu Ostein — Ir poesia 
di- Pasquu — uua accorata voce umana clic 
esprime uu amore integrale : — che va dulia 
contemplazione umorosa c dolorosa della diga 
contro cui butte l'onda de) mare, .din nostal¬ 
gia della campana pasquale : dal senso di gioiu 
che destati a primavera le allodole festose, 
all'odore salmastro che il mare diffonde in¬ 
torno : particolari paesistici clic nel verso fi¬ 
nale che li racchiude vcugouo trasfigurati : 

Das Land hi unscr, unset soli es blelbenl 
Perchè nella Patria si assommano. N-lla Pa¬ 
tria che è tutto: la natura c la vita nazio¬ 
nale : la tradizione paesana e lo squarcio di 
ciclo che sorride sulle case, sui campi. Nella 
poesia politica di Stomi non ci sono rulli di 
tamburo: l’atmosfera è sempre d’uua diffusa 
melanconia, d'unu profonda tristezza, nel can¬ 
tare i morti sulle cui tombe vengono deposte 
le corone, e con i quali so ne vanno tante 
speranze... 

A/l I Krilnsen haben tvlr das Grati teli mi ilici. 

(Con corone abbiamo ornata la tomba). 

o nel cogliere di lontano l'eco dei passi dei 
soldati stranieri clic calpestano la sua terra. 
Sle lialeu, Sieges/eil, ile siclten die Stadi vnllang, 
Sle meliteli Schleswlg - llolsteln sm begraben... 
(Itasi /anno /cala; vanno j.cr la città; pensano di 
seppellire lo Schlcswig-Holslcin). 

o in quel contrapposto lamentevole ma pacato, 
tra l'epilogo triste di quell'anno 1850 e la pri¬ 
mavera clic sorgerà intorno : 

Und dar eh 1 leu gausen lìlninitl ralle» 
ll'/rrf diesar triste Doimerschlag ; 

/tali» wlrd et wlrkllch FrfUdlng werden 
Und holier, hetler, goldencr Tùg. 

(K per mito il cielo pannerà quest'ultimo colpo di 
tuono; poi verrà certamente primavera, e uu chiaro, 
mi lieto, un dorato canno). 

11 paesaggio è lo sfondo di questi stali d'ani¬ 
mo. Accompagna, come un canto funebre, i 
('< rii ber an der Kliste: l’odore salmastro - 
lo specchio luminoso dell'acqua che nel dif¬ 
fuso chiaro di luna getta i! suo splendore sulle 
tombe sacre — l’anno clic offre a formare co¬ 
rona i suoi fiori le foglie che cadono negli 
ultimi profumi circolanti nelle |>euomhrc d’au¬ 
tunno sono conte la cornice che il poeta 
chiude iu quel verso: 

Audi diesel Somnien Franz gehdrl den Tote». 

IA nche la corona di quatta culate appartiene ai 
morti). 

La voce dell'uomo e del poeta è sempre pre¬ 
sente in quella de) patriota . e la sua sugge¬ 
stione aumenta quando chi canta è esule — 
etl uu esule che ha una sensibilità d'eccezione, 
pronta a cogliere anche nel lontano le più 
piccole voci del paese abbandonato — con i 
suoi ombrati angoli tristi di ricordi, col giar¬ 
dino sempre vivo uclla memoria, c clic a lui 
fuori della patria si colora di un color di fiaba, 
iu quel suggestivo silenzio «li crepuscolo sfio¬ 
rato dalla luce che si spegno tra i fiori clic 
esalano più intensamente il loro odore. E die¬ 
tro la visione fantastica, in quella ombra mo¬ 
notona c languida — direbbe Vcrlninc — 
della melanconia del passato, spunta la realtà, 
la dura spinosa rappresentazione del presente, 
con la* tristezza di un amaro risveglio. E con 
l'amara convinzione clic lontano da quel cu¬ 
mulo di ricordi, da quelle macchie di paese 
clic hanno l’impronta della storia di un cuore, 
di mille cuori, la vita non è possibile, l'uomo 
non vive. 

Kcln Mann gedelhel oline Valerlandf 
t Nessun uomo prospera senza In patria). 


Tale - nelle lince generali - la poesia di Storni 
sta tra l'ultimo romanticismo e l'impressioni¬ 
smo. Noti mancano nel canzoniere elementi 
romantici : romantici sono i ricordi del Do¬ 
sato, la nostalgia degli angoli remoti nella 
solitudine estiva, In Ddmonisierung del pae¬ 
saggio solitario, la predilezione per il Kilns- 
ticrromane : l'avevano rilevato lo Schmidt c 

10 Schfltzc - clic, tracciando con passione la 
figura dell’uomo, ne ha rivissuto con amore c 
acume anche il mondo ittico: l’hanno riaf¬ 
fermato il Mcycr e l'AIfero. Ma nel supera¬ 
mento — è stato giustamente osservato del 
dissidio tra l’idea c la realtà, è superato anche 

11 romanticismo: ; 1 ricordo del passato, più 
che un angolo, un rifugio all'inquietudine del 
presente, diventa come un leit-motiv che 
accompagna nella sita vita il poeta profonda¬ 
mente nostalgico di temperamento. Anche se 
alle radici della sua anima passato e presente 
sono in contrasto, questo si risolve presto iu 
un sospiro che non distrugge In realtà — ma 
la vela tutto al più di uua leggera melanconia. 

E* stato anche osservato che la poesia di 
Storm è realistica —c clic il distacco maggiore 
dal romanticismo è in quell'iipprcssarsi alla 
realtà da cui i romantici si allontanavano. Rea¬ 
listica infatti è la sua poesia clic nasce da un 
contatto diretto con il inondo esteriore : ma 
alla parola realismo bisogna attribuire il si¬ 
gnificato clic le davano è danno gli impressio¬ 
nisti — o i critici che dell'impressionismo si 
sono occupati : da Roberto de la Sizernnne a 


Julcs Lnforgue. U11 uscire dall’afa dello stu¬ 
dio per tuffarsi uclla natura : il paesaggio che 
i romantici iugcuuamcutc c a volte come fan¬ 
ciulli creavano nel loro io quasi uua quiutes- 
senzn del paesaggio di natura di cui sintetiz¬ 
zavano alcune note ideali — rivissuto c pla¬ 
smato direttamente. Alla pittura creata alla 
luce artificiale dello studio — nei romantici, 
l’io chiuso in sè — sostituita quella fatta al¬ 
l’uria aperta: al sistema della luce del Rina-- 
sci mento l'altro della luce solare. Da questo 
diverso punto di vista deriva il* carattere di¬ 
verso della lirica di Storm da quella di Eiehcn- 
dorf, dello stesso Heine da cui pure incomin¬ 
ciò — dello stesso Mòrikc che pure amò. Storni 
è diverso da questi poeti, come è diverso Ma¬ 
lici o Matissc o Rizzano — Cremona o Se¬ 
gantini — dai coloristi del '400 o del '500. 
Un senso nuovo del colore c della melodia : 
che non hanno più carattere tonale, ma quello 
di vibrazione sonora o cromatica clic si risolve 
iu luminosità. I,'impressione che si riceve dnl- 
lu sua poesiu è quella d'unu modellatura a 
piccole masse di colore, che sono masse di luce 
che si decompongono in mille vibranti contra¬ 
sti : piccoli tocchi rapidi e diversi sostituiti 
alle gradazione d'uu unico tono: lince mobili c 
fuggenti su uu piano ondulato, sostituite al 
disegno fermo cd accademico. Giochi di colore 
c di luce, impressione di forma, colti in uu 
ultimo, e perciò vivi in quelle piccole quantità 
melodiche o cromatiche che serpeggiano iu 
una calda atmosfera, e assumono dirci l'aspet¬ 
to di grumi luminosi clic- contrastano in di¬ 
verse direzioni. In Storni c’è assenza assoluta 
di elementi elaborativi, di oratoria poetica : 
clic egli ha saputo schivare anche nelle lìri¬ 
che patriottiche, ove è facile scivolare : tutto 
è ricondotto alle notazioni rapide, alle fusioni, 
ni contrasti — alle giustapposizioni c sovrap¬ 
posizioni (li quegli clementi naturali che 
il suo stato d'animo compone e ricompone 
sempre diversamente in quei quindici minuti, 
che secondo un critico — debbono bastare 
nirimprcssionistn per fermare il suo paesaggio. 

In questo è la sua modernità: certi me¬ 
riggi affocati mi riconducono con il pensiero 
al mncchiaiolo Giovanni Fattori — certe sla¬ 
nature e velature della forma alla passiona¬ 
lità fioccosa del Cremona — quei piccoli toc¬ 
chi di colori vivi e battagliami a Segantini 
dei paesaggi alpini. Storni è un colorista: c 
melodico solo nel gioco del colore che ha un 
valore costruttivo, essendo in esso soltanto la 
ragione della sua poesia. Un colore, il cui tono 
si assottiglia leggermente in velatura di me¬ 
lanconia clic gli dà una apparenza musicale; 
cd è fatto di risonanze nostalgiche, di armonie 
clic vengo» ili lontano, di inurmurì misteriosi, 
di tutti quegli hcimischc Eindruckc clic il mare 
monotono del suo paese o la terra deserta e la 
deserta città evocavano nella sua natura lirica, 
a formare quella « Stinmung elegisclier ttn- 
hcsslimmlcr Schnsucht •» che è la caratteristica 
del canzoniere e delle novelle. Storm, ha ben 
detto Mcyer, era una di quelle » Ly rise he Nn- 
turcit, von so zarter uno zuglcich .tiefer Sen¬ 
sibilità!, dass schon in Jnhren, die sonst noch 
vor (lem •< Aufbliihen der Ausscnwelt » lie- 
gcti, sie Sich vollsaugeti von Empfiudungen 
ftir jede Stinnming, die sie umgbibt », Natura 
sensibilissima, e appunto |>erchè tale mute¬ 
vole : più pronta n passare da una vibrazione 
all’altra su una scala leggerissima d'impres¬ 
sioni, clic capace di approfondire un solo stato 
d’animo. E questo è quanto di più caratteri¬ 
stico c’è in lui : la |>ocsia cioè dell'abbozzo, 
che nel suo genere è finita e clic in lui coin¬ 
cide con la pura liricità : ed è un suggerire al 
lettore l’impressione nella sua immediatezza, 
senza elaborarla. Anzi, il più delle volte, i 
momenti di una intuizione sono posti vicini 
come una serie di modulazioni senza anticipa¬ 
zione o preparazione intermedia : tanto più 
fresco l’accento lirico per questa primaverile 
immediatezza che non si sciupa nella logica 
eloquente dei paesaggi c dei contropacsaggi. 
C’è in Storm tutta la sensibilità e diciamo 
pure le forme dell'impressionismo musicale c 
pittorico dell’arte europea contemporanea, ma 
senza preoccupazioni intellettualistiche. 

Ita 1.0 Maionh. 

Le Edizioni del Baretti 

1928 

hanno pubblicato : 

H. W. Lonofkm.ow. - Ita Divina Tragedia - 
I/. 12 ; prima traduzione italiana di Raffaello 
Cardamone preceduta da un saggio su Long- 
fellow di V. G. Galliti. 

Con questa edizione tecnicamente corretta 
e criticamente accurata, il grande poema tra¬ 
gico del Longfoltow viene fatto conoscerò an¬ 
che in Italia. 

taa versione del Cardamone no rende tutta 
('efficacia originale ed è esempio classico di 
nitidezza o di fedoltà. Il saggio introduttivo 
avvia pienamente 0 limpidamente a una com¬ 
piuta e sicura conoscenza del poeta e della 
opera. 

Si spedisce franco di porto dietro invito del prezzo del 
l'opera. 






IL BARBITI 


Bug. 43 


Un Carducci 

La figura di Carducci, in ciò eh'essa ha di 
più grande e di più saldo, di più antico e di 
più ninnilo, è lontana da questi nostri tempi 
decaduti e vili. Obliati o sprezzati i suoi ideai] 
semplici, ed un- po' ingenui anche, intorno 
alla vita civile e sociale; dimenticato il suo 
insegnamento umanistico, il suo lnlmrioso e 
sapiente metodo critico, in omaggio alla moda 
filosofica e schematica di oggi; non compresa 
nò letta In migliore sua poesia. Carducci ò 
un assente : e anzi a molti già riesce difficili* 
spiegarsi 1* ammirazione e 1' entusiasmo che 
l’opera di lui ha saputo, in altri tempi, susci¬ 
tare. Talvolta il suo nome ritorna, come ò ac¬ 
caduto nnclui in questi mesi, nelle cronache, 
per obbligo commemorativo, o per altra occa¬ 
sione: ina si tratta quasi sempre d’un inte¬ 
resse meramente biografico, del vagheggia¬ 
mento nostalgico e disperato d’una vita più 
semplice, più schietta, più appassionata. Tale 
ò anche l'atteggiamento del Serra, nella sua 
commemorazione carducciana e nello sctitto 
Per ini catalogo; del Serra, che pure ha la¬ 
sciato alcune delle pagine più belle e più sen¬ 
tite, tra quelle dedicate dai moderni a Car¬ 
ducci. Ogni giudizio preciso e chiaro sull’ope¬ 
ra poetica, ogni distinzione tra parte e parte 
di quest'opera, clic sarebbe giù per sò una va¬ 
lutazione. son cautamente evitati. E infatti, a 
parte i saggi crociani, che appartengono ad 
una generazione più antica e più nobile, 
manca intorno al nome del Carducci quella 
moderna letteratura critica e quella relativa 
concordia di giudizi, clic esistono invece in¬ 
torno ai nomi di poeti più recenti e minori : 
Pascoli, D'Annunzio. Perchè Carducci appare 
a molti come il poeta che si legge nelle scuole, 
e clic si ammira a quindici armi, nell'etA in 
cui il nostro gii sio s'appaga anche d’uu’cspres- 
sionc approssimativa e retorica : e così il suo 
nome e la sua poesia sono abbandonati ai pro¬ 
fessóri e agli accademici e agli studenti in 
cerca d’un tema per la loro tesi di laurea. E 
utili tesi di laurea si direbbe anche, con la sua 
andatura prolissa e sfiancata, con la sua mole 
ponderosa, ma in gran parte inutile, il libro 
più vasto e compiuto dedicato al Carducci in 
questi ultimi anni, voglio dir quello di A. 
Meozzi. 

Oggi il Petrilli, in un suo opuscolo ricco e 
denso (i), mentre s'. propone proprio di mo¬ 
strar le ragioni di questo distacco profondo 
che è tra l’età nostra e il Carducci, e anche 
<Ii certe preferenze moderne rivolte alla parte 
più caduca e musicale e meno ricca di sostanza 
della poesia carducciana, porta intanto il suo 
esame direttamente sulle forme e sui modi di 
questa poesia, e ofTre alcuni criteri originali 
ed acuti di distinzione e di giudizio. Il lettore, 
che s’avvicina -— inconsapevole dei menli che 
vi son racchiusi a quest'opuscolo del Pe¬ 
trilli, rimarrò forse sconcertato della Premessa 
al volume, nella quale si ragiona in modo un 
jw>’ vago intorno ad un problema del resto fra 
i più interessanti dell’estetica moderna; la 
possibilità cioè di costruire una storia dell’arte 
o della poesia, che non sia mera storia della 
vita morale, ma bensì storia del gusto, cioè 
dei mezzi stilistici e tecnici. E più rimarrò 
sconcertato forse dallo stile del Petrilli, così 
rotto ed irrequieto, che talora riesce difficile 
seguirne la trama; stile che si rispecchia an¬ 
che ncirilisufficicnte costruzione del libro, la 
cui tessitura non ò concepita in modo com¬ 
patto ed organico, bensì si avvolge su sò stessa 
e s’accrcsce, ma non senza inutili ripetizioni 
e deviazioni Scuonchè il lettore, che saprò 
superare questi difetti o queste difficoltò este¬ 
riori, si troverò di gran lunga compensato del¬ 
la sua fatica dalla ricchezza e dalla novitò 
delle idee, che il Petrilli propone e svolge in 
questo suo saggio. Egli muove da alcune pa¬ 
gine scritte dal De Lollis, con quella acutezza 
e quel garbo che crau consueti al Maestro di 
recente scomparso, ncil’occnsioue di una nuova 
edizione delle oliere del lkirchet : nelle quali 
pagine s’accenna per incidenza al Carducci, 
descrivendo il passaggio dai Cambi alle Odi 
Barbare, come un progressivo distacco dal 
realismo romantico verso un ideale di.perfe¬ 
zione costruttiva e classica II Petrilli, pui ac¬ 
cettando nella sostanza la linea ideale trac¬ 
ciata dal De Lollis, corregge profondamente 
e, a parer nostro almeno, non senza ragione 
il criterio di giudizio da lui offerto, descri¬ 
vendo lo svolgimento dai Giambi alle Odi non 
giù come un progresso verso la riconquista 
della tradizione classica, bensì come un dis¬ 
solversi ilei mondo romantico, ricco di reaitò 
e d’unmiiitò, verso una ricerca di pure forme 
musicali e coloristiche, e cioè sulla linea del 
postromanticismo parnassiano e decadente. 

11 Petrilli disegna, i larghi tratti, la storia 
dello svolgimento poetico carducciano, ricol¬ 
legandolo a quello più ampio e grandioso di 
tutta la nostra moderna letteratura. Il novi¬ 
ziato classicista del Carducci, quale ci appare 
nelle prime Rime, dovette — egli dice — fare 
i conti con il rinnovato senso realistico del¬ 
l’arte bandito dai romantici del primo Otto¬ 
cento. I quali, anziché distaccarsi dalla nostra 
più vera tradizione letteraria, l’avevano in 
reaitò continuata, riconoscendo come loro di¬ 
retti maestri il Parini, PAlficrk, il Foscolo; 
mantenendo le forme consacrate del « discorso 
profetico » — nesso armonico di poesia e di 
eloquenza guidato dalle leggi del gusto e del- 


parnassiano ? 

la ragione raffrenanti i voli dell’ ispirazione 
pura —; inserendo in queste forme antiche e 
classiche la vita e la rcaltò dei tempi nuovi, 
con un procedimento non diverso, se pure più 
consapevole e più sicuro, da quello usato dai 
poeti delle precedenti generazioni. Nonostante 
la sua poetica parnassiana, tutta intesa a ri¬ 
valutare Labilità tccnicn e la costruzione for¬ 
male, contro le abitudini facili e borghesi del 
suo tciii|>o ,i! Carducci si trovò almeno da 
principio a continuare l’opera iniziatn dai 
grandi romantici, di inserire nelle forme clas¬ 
siche C .(radizioiiali il nuovo realismo roman¬ 
tico, sulla strada cioè giù percorsa dal Man¬ 
zoni, o anche più direttamente dal Bcrchot* 
E, come la sua teoria schifiltosa e rigida s’op¬ 
poneva a questi che giudicava ibridi compro¬ 
messi, così sulla grande strada della nostra 
letteratura moderna egli giunse solo per via 
traversa, la via della satira e dell’invettiva, 
con i Giambi : al realismo infatti delle sue 
poesie satiriche, Carducci poteva trovare nel¬ 
la nostra tradizione letteraria illustri, se pur 
rari, modelli. Senonchò la nuova tecnica crea¬ 
ta dal Carducci nei Già tubi doveva più tardi 
progredire e svilupparsi autonoma, libcran- 
dosi dai vincoli della satira, ma conservando 
la sostanza realistica — materia di storia e 
d i confessioni —, conservando le forme 
espressive nuove rudi e schiette, clic rinne¬ 
gavano le regole e i modi dell’arte classicistica 
nella sua solennità un po’ generica. Tutto 
la poesia, per intenderci, della Faida e del Co¬ 
mune rustico, del Parlamento e del (a ira, 
dell’ Idillio nui re minano e di Davanti San 
Guido, è poesia di storia o di -confessione, 
poesia romantica, calata entro le forme più 
pure del discorso poetico tradizionale. « E' 
la rivoluzione bercliettinnn rifatta con mano 
maestra da chi veniva da lunga consuetudine 
con le lettere classiche nostre, e al romantici¬ 
smo non s’era accostato, che attraverso In sa¬ 
tira, attraverso i Giambi n. Il Carducci è dun¬ 
que, nel suo momento migl : orc, quasi un Bcr- 
chet più compiuto e più grande, e soprattutto 
più esperto e meglio legato alla nostra tradi¬ 
zione letteraria. Questa definizione del Petrini 
ci par suggestiva e, (ciò che più importa), 
nella sostanza, vera e profonda. E sarò '.iene 
citare ancora alcune parole sue : «i Carducci 
chiuse con la sua poes a storica e di confes¬ 
sione il romanticismo italiano, |>er quel clic 
ebbe in sò di esigenze realistiche, cioè per 
quel che ebbe di richieste profonde iiell’artc. 
E lo chiude anche per quel suo raccogliere e 
rinnovare le passioni clic furono dcll'cti clic 
non capì nella sua giovinezza, quando era an¬ 
cora un'età vicina. Poiché al fondo della poe¬ 
sia carducciana, a ricollegarla intorno ad una 
intuizione animatrice, clic fonda gli elementi 
del pensiero a sollevarli all’arte, c'ò la pas¬ 
sione civile del romanticismo nostro •. 

Ma nel decennio fra il '73 e 1*83, e prima 
del C a » r ° (che ò un ritorno all’arte più gran¬ 
de), furon composte le maggiori tra le Odi 
barbare. Nelle quali Io spirito romantico del 
Carducci si metteva d’accordo con la sua poe¬ 
tica parnassiana. Le- Odi infatti, ben lungi 
dall’essere un ritorno al puro classicismo, rap¬ 
presentano l'esasperazione del sensualismo ro¬ 
mantico, l'inserzione nel romanticismo italia¬ 
no, che si era iti fondo mantenuto fedele alla 
tradizione, del decadentismo europeo. Arte 
preziosa, chiusa nel compiacimento della sua 
bellezza; ricerca stilistica e musicale, che si 
vale di tutti i mezzi tecnici e preannunzia le 
maggiori raffinatezze dei poeti posteriori; « una 
lingiiA sensuale che vuole e sa godere di sé >»; 
motivi puramente decorativi e lineari : gusto 
del particolare vagheggiato per sò a danno 
dell’impressione totale; lavoro di cesello. Le 
dhnnc clic compaiono nelle Odi sono statue 
immobili, lontane dai tumulti della vita; i ri¬ 
cordi storici bassorilievi freddi e composti. Il 
Petrilli si sofferma ad analizzare i caratteri pre¬ 
ziosi e decadenti ili queste poesie un po' astrat¬ 
te e decorative, e ne descrive i modi tecnici 
(ricerca del colore, avvicinamento dei colori 
per creare col contrasto un barbaglio più vi¬ 
vace, gusto dei nomi proprii e nelle forine più 
rare e-sonanti, coinparazion usate come me¬ 
ravigliosi strumenti retorici, immagini musi¬ 
cali « tendenti a creare intorno alla parola un 
sognante alone di risonanze >•) modi tecnici 
che torneranno poi, raffinai- ed isolati, nel¬ 
l’arto pnscoliana e in quella dannunziana, di¬ 
lette continuatrici delle Odi Barbine. In que¬ 
ste pagine dedicate all'analisi delle Odi la pe¬ 
rizia critica ilei nostro autore mostra le sue 
dot: più segrete e sottili, e realizza in qualche 
modo Liticale bandito nella Premessa d’una 
critica direttamente stilistica e formale. Ep¬ 
pure in questa definizione delle Barbate ii let¬ 
tore sente, insieme con mollo di vero, alcun¬ 
ché d’esagerato e di frettoloso. Non giù — si 
badi bene — che le Odi carducciane non rap¬ 
presentino veramente, come sostiene a parer 
nostro benissimo il Petrilli, l’estremo dissol¬ 
versi della mcntalitò romantica in un inondo 
di pure forme. Ma si desidererebbe di veder 
meglio ricordato quel tanto di passione umana 
e civile che pur resta nelle Odi e dò un'ins ilò 
profonda ai frammenti preziosi e decorativi 
e giustifica 1’ intonazione solenne e ieratica, 
che non troveremo più, o troveremo soltanto 
deformata e falsa, nelle poesie degli epigoni, 
D’Annunzio e Pascoli. Anche l'amore, che 


nelle Odi si dimostra, verso un mondo lon¬ 
tano e mitico di bellezza e di civiltà, di armo¬ 
nia e di grazie, è, sin pure stilizzato e reso più 
gracile, l'erede diretto della passione civile e 
umana che ispira la maggior poesia del Car¬ 
ducci. Vogliam dire, in una parola, che l’ani¬ 
ma carducciana rimane, con tutta la su4 pri¬ 
mitiva forza di sentimenti, anche nelle Bar¬ 
bare, pur sotto le spoglie d’una tecnica pre¬ 
ziosa e parnassiana, della quale a tratti anche 
rompe, con slanci e moti improvvisi ed -^li¬ 
beranti, le (rame. 

La linea dello svolgimento descritto dal Pe¬ 
trilli ò però nel suo complesso giustissima, e 
viene a dar le ragioni profonde d'un giudizio 
ch’era giù, sin pur sotto forma d’impressione 
immediata, nella mente degli uomini di gusto, 
per esempio di Croce. Senza dire clic essa vale 
a.porre il |>oeta nel quadro generale della no¬ 
stra storia letteraria, tra la grande esperienza 
romantica, della quale è diretto continuatore, 
e l’esperienza moderna sensuale e tecnica, par¬ 
nassiana e decadente, della quale egli offre 
nelle Odi Barbare le linee direttive e i primi 
spunti d’ispirazione. Ma come si passa dalla 
poesia maggiore alla minore, dalle Rime Nuo¬ 
ve alle Odi? Qui il metodo critico del Petrini 
rivela in parte la sua insufficienza : difetto 
voluto d'altronde e teorizzato dall'autore nella 
Premessa giù ricordata'. Invero ad Un’analisi 


Poetica pascoliana e 

Caratteristico Pascoli dinanzi a Leopardi. 

Miracoli di un realismo assorbito in una si¬ 
cura visione appassionata, in cui nulla stona con 
tocchi troppo crudi, che attentino alla limpi¬ 
dezza della linea schiva di ogni punta troppo 
marcata, i quadretti recanatesi di Leopardi, di 
un artista che al romanticismo .arrivava da una 
intransigente educazioni) classicista, e perciò 
sempro vigile a non violare la generalità de'la 
forma, sottratta, come in suo ciclo più limpidi, 
a ogni troppo vicina realtà. 

Anche dove più la schifiltà classica si adat¬ 
tava ad accòglierò toni più vivi, come noi versi 
sulla notte d'estate nello Ricordarne, che* pia¬ 
cevano a Pascoli proprio perchè qualche tono 
realistico si sforzava d’affiorare cou più deci¬ 
sione : la rana querula per la campagna, la luc¬ 
cioli fra il vordo dello siepi, i cipressi mormo¬ 
ranti il loro cuore alla notte nel silenzio della 
selva Ma come tutto fuso, conio tutto armonio, 
sanieutc dimenticato nell'integrità del canto, m 
cui questo realismo, classicamente tornito « 
classicamente perfotto, s’intona pienamente a! 
fondo dell'espressione: la rana rimata, canto, 
senz'altro; la lucciola erra apjro’ le siepi; e pri¬ 
ma dei cipressi i viali odorati. Realismo cho 
passa sotto la mano livellatrice, ma anche for¬ 
matrice, dell'artista consumato. Con più sicu¬ 
rezza altrove, nel Sabato del villaggio. Che a 
Pascoli non piaceva, e non poteva piacerò, con 
pienezza di consenso. Il mondo recanatese (ma 
in che e perchè recanatese?) di Leopardi dovova 
un po’ apparirgli come il suo mondo, ma senza 
gli echi di tutti i mormorii, senza lo luci di 
tutti i colori. 

La poetica, dice Pascoli, sviò dal cammino 
dell'arte Leopardi: era ]a poetica nostra da 
Dante. 

« E io sentiva cho, in poesia così nuova, ii 
poeta cosi nuovo cadeva in un errore tanto co¬ 
mune alla poesia italiana anteriore a lui: l’or- 
roro doll'indotorminatczza, per la quale, a mo- 
do d'esempio, sono goneralizzAtj gli ulivi a 1 
cipressi col nomo di alberi, i giacinti « i roso¬ 
lacci con quello di fiori, le capinere e i falchot- 
ti con quello di uccelli. Erroro d'indetermina¬ 
tezza che sì alterna con l’altro del falso, per il 
quale tutti gli altieri si riducono a faggi, tutti 
i fiori a rose o viole (anzi rose e violo insieme, 
unite spesso più nella dolcezza del loro suono 
•che nella soavità del loro profumo), tutti 1 gli 
uccelli n usignolo». 

« Poesia eoa] nuova », la sua stessa poesia, 
quella di Mhrycac e dei Poemetti, pensava Pa¬ 
scoli. 

Ma vista coti |e> preoccupazioni che Leopardi, 
un artista che dal gusto romantico educato al 
realismo, traeva solo qualche colore al suo clas¬ 
sicismo, non aveva avuto. 

Ma Pascoli, incalzava, riprendendo il motivo 
dcW'Kìogia degli uccelli : 

• Quante volte si sarà soffermato il I-coparii 
ad ascoltare quelle risso vespertino, risse sul¬ 
l’ora di scegliere il miglior posto per attendervi, 
con una tampina su, l'aurora| Egli amava «Io 
più liete creature del mondo», il filosofo soli¬ 
tario. Pure nell'elogio che ne scrisse, non riuscì 
a infondere la |>oesia cho sentiva in quello ohe 
egli chiamava lo «riso» in quella vispezza o mo¬ 
bilitò jier la quale egli Io assomiglia a fanciulli. 
Ciò che no dice, è troppo gonorieo, lasciando che 
non è tufo esatto. Per quanto l'assunto del fi¬ 
losofo dovesse in qneH’elogio contrastare al sen. 
tire del poeta, tuttavia noi vi desideriamo il 
particolare perchè sia e legittima 1'induzione del 
filosofo 0 viva l’espressione del poeta. Ma non 
un nome di specie: tutti gli uccelli, tutti can¬ 
terini ». 

Leopardi non violava di realismi la limpi¬ 
dezza della poesia, fatta di materiali, tutti va¬ 
gliati e controllati nella loro pienezza alla lin¬ 
gua della poesia nostra, cho no n era la lingua 
della prosa, perchè non sopportava neppure io 


puramente tecnica, non integrata dall'inda¬ 
gine psicologica, sfuggono le ragioni- profonde 
che guidano anche lo svolgimento esteriore e 
formale d’un'animn poetica. Del resto anche 
qui il Petrini offre degli.spunti e dei suggeri¬ 
menti preziosi (« La sensualità romantica na¬ 
sce da un individualismo svolto in una dolo¬ 
rosa solitudine morale, in un doloroso crollo 
di passioni e d'affetti ») ma sono spunti e sug¬ 
gerimenti ancor vaghi e generici. Si vorrebbe 
veder l’anima del Carducci, studiata daU’in- 
terno e scrutata, a quel modo stesso che dal 
Petrini sono analizzati la forma e i colori della 
sua poesia. Noi crediamo che dalle due inda¬ 
gini complementari risulterebbe una definizio¬ 
ne compiuta : con il che si risponde anche, 
in parte, alle preoccupazioni manifestale dal 
Petrini nella Premessa. Ma è inutile cercare 
quello che l'autore non ha voluto darci. E 
dobbiom pure riconoscere ch’egli ci ha dato 
molto, e clic per la primo volta e definitiva¬ 
mente, nel suo opuscolo, troviamo descritti i 
molli della dissoluzione del « discorso poeMeo», 
forma classica della tradizione letteraria ita¬ 
liana, un capitolo cioè (come voleva l'autore) 
— e de' più importanti — della storia del 
gusto romantico europeo. 

Natauno Sapkgno. 

(I) Domenico I’i.trim, Poesia e poetica carducciana, 
Roma, C. De Alberti, ed., 1927. pp. 131. 


poetica eopardiana 

tenui realtà elio potevano affiorare noi discorso 
sciolto da ritmo. 

Ma Pascoli non poteva volor sapere di distin¬ 
zioni, 0 sicuro proseguiva: 

• Nò molta varietà è, a questo proposito, nello 
poesie, in una cauta al mattino «la rondinella 
vigile» o la sora i| «flebile usignol»; 0 il «mu¬ 
sico augel » in uu’altr^ canta il rinascente anno 
e lamenta le suo anticho sventuro « noll'&lto ozio 
dei campi»; e in un'altra ò «il ennto dei colo¬ 
rati augelli insieme col murmure do’ faggi, e 
via dicendo». 

E molta varietà non dovova esserci 0 non po¬ 
teva: il 26 giugno 1821 , Leopardi, in uno di 
quei suoi pensiori che sapevano tanto di libri, 
ma spesso, anche, tanto di passione avova ap¬ 
puntato: 

«Allo scienziato lo pardo più convenienti -to- 
no lo più preciso od esprimonti un’idea più nu¬ 
da Al poota e al letterato per lo contrario lo 
parole più vaghe ed esprimenti ideo più incerto 
o un maggior numero d’ideo » f concludendo: 
«Ilo dotto, o' ripoto, che i termini in lotteio- 
tura, « massimo in poesia, faranno sempre pes¬ 
simo 0 bruttissimo effetto ». 

Perché lo poesia si rivolge al vago, non quel¬ 
lo del simbolismo, fatto d'un incanto di suoni 
che non lascia più presa alla precisiono della 
realtà, ma quello che poteva uscire da una vi¬ 
sione individualo il cui orgoglio ora di ritrovarsi 
nella generalità d'una visiono socialmente edu¬ 
cata. 

Non poteva esser altrimenti per chi voIova 
che dalla lingua parlata alla scritta si risalisse 
solo attraverso Io sforzo doll'arte: in un suo 
pensiero del 23 luglio 1823 , a soi anni dalla 
Lettera semiseria, tutta porvasa dal tormentoso 
problema d'una letteratura pppolare, quello stes¬ 
so cho anche nel più tardo Manzoni teorico ai 
riprescnterò corno problema della lingua, Leo¬ 
pardi scriveva ancora: 

«Resta dunque por allontanare dall'uso vol¬ 
gare le voci e frasi comuni l'infletterlo e condi¬ 
zionarle in maniero inusitato al presente...*; o, 
col suo fine sentimento d’umanista, d'un uma¬ 
nesimo cho era pienezza di vita, si era chiesto: 

«Questa divora» e poetica inflessione 0 pro¬ 
nuncia di vocaboli correnti che altro è per 
l’ordinario, se non inflessione e pronunzia an¬ 
tica ? » 

Così sempre, teorizzava, «in ogni lingua che 
ha linguaggio poetico distinto». 

Foscolo non la ponsava diversamento e il pò- 
vero Bcrchet s’ora trovato impigliato a scriverò 
in una frase mal controllata dolla Lettera te¬ 
miseria cho altro è svero la libertà dolla prosa, 
« altro è lo staro ristretto ai confini determi¬ 
nati di un linguaggio poetico»; e Manzoni teo. 
rizzerò anche lui la differenza, con l'esperienza 
sopratutto della sua lirica, tutta In pieno della 
tradizione eloquente nostra. Por Leopardi e por 
Pascoli i] nomo scientifico, il termino non va: 
la parola, por Leopirdi, nella poesia dove su¬ 
scitare tutte le idee concomitanti che si sono 
legate ad essa nella sua vita nello spirito dol- 
Tnonio, invccq «s’io nomino una pianta 0 un 
animalo col nome linneano invece del nomo u- 
sitalo io non desto nessuna di queste idee ben¬ 
ché dia chiaramente a conoscor la cosa»; per 
il Pascoli «Ora se vi provate a diro il nomo 
proprio loro o eco cho il nome di Linneo non 
va... • 

Ma l'uno muoveva verso i particolari, vita 
delle coso 1 anima ili ogni poesia, l’altro verso 
il generico che era in fondo, frutto di una vi¬ 
sione individuale si, ina che si sforzava d’ag¬ 
guagliarsi ad un perfetto piano, dovo si smor¬ 
zasse ogni concretezza troppo vivace. Pascoli non 
voleva saper© di confini alla sua libertà di poo- 
ta: la natura nell’infinita varietà sua, va tra¬ 
dotta tutta in canto, nell’arto. I termini d»I 
dialetto di Lucchesia cho infittiscono di rarità 
contadinesche i Canti di Castelvcuhio stanno 
Il proprio in nomo della verità: «ce fond d’hi • 




Po(!. 44 


IL BAEETT 


itoirc et de viriti»: «Ci sono parolctto cbo mai 
■'intendono. E' voro, sono i termini dell’agri- 
coltoro; e chi non è agricoltore, non lo sa: sono 
vivo aucora dopo tanti secoli, su qreste appar¬ 
tata montagne; o chi in questo montagne non 
è stato, crede che siano parole morte, risusci¬ 
tate por far rimanero malo lui. Ma no, non per 
questo io Io rimetto in giro; bensì ora per amo¬ 
re di verità, ora por irtudiodi brevità». 

Amore dì verità e vicino studio de brevità, 
che voleva dire ricerca di impersonalità ; l’e- 
sprcssiono esatta nel termine stesso che tuUi 
sanno, nella nudità sua.. 

Qui stesso: «Si: lo scrittore o dicitore che 
spende due parole per uu’idea sola b come l’uc¬ 
cellatore che spreca duo cartucce per un solo 
pettirosso e non lo coglie». Ciob adeguazione, 
proprio come non voleva Leopardi del termino 
con la poesia. E il vago, l’indeterminato?, do¬ 
manderebbe Leopardi. 

Ma Pascoli volevi mostrare agli italiani «cho 
possono molto spesso usare bellamente e retta¬ 
mente in i< aliano vocaboli del loro, a torto ora 
prediletto ora spregiato, linguaggio materno », 
$ il Leopardi appuntava in uno dei più ricchi 
suoi pensieri : ■ In verità i dialott* particolari 
sono scarso sussidio j font© al linguaggio poe¬ 
tico e all’eleganza qualunquo». 

Il dialetto era qua o là spuntato nella fitti 
roto dello terzine dantesche, proprio porchò fat. 
te dalla lingua della Commedia , ma tutta la 
tradizione nostra, lo notava Leopardi, lo aveva 
respinto, meno gli scoloriti imitatori, che non 
oontavnno proprio porchò imitatori. 

All© «voci o frasi comuni» che salgono nel 
verso bisogna dare un sapore ietteiario ripor¬ 
tandolo a forme già usate dagli amichi perchè 
«riescano pellegrine < rimote da'l'uso o perciò 
producano eleganza». 

Da qui una poesia senza le cose, come le in¬ 
fondeva Pascoli, por il quale Omero, il poeta 
della perfezione esatta, nativa come polla che 
rompe pur ora il seno dèlia terra, lucente com 3 
l’alba del giorno sulle cose, «inmitava sem¬ 
pre nel dùcono una nota a cui riconoscere la 
cosa ». 

Anche Omero cercatore di cose, appunto por¬ 
chò grande poeta e perchè non c'ò grande poe¬ 
sia senza di esse. 

In un pensiero del 16 ottobre 1521 Leopardi 
appuntava: • Posteri, posterità (o questo perchè 
più generale, futuro, passato, eterno,'lungo ìd 
fatto di tompo, morte, mortale, immortale e cen¬ 
to simili son parole di senso e di significazione 
quanto indefinita tanto poetica e tubile, e per 
ciò cagione di nobiltà, di bollczza, ecc. a tutti 
gli stili». Quel cho coincide con la poesia è ’a 
nobiltà, che vuol dire bellezza, che si racoog.-e 
tanto più dove la parola più perdo i suoi con¬ 
torni nell’indefinito. 

Ancora il 20 dicembre: •Antichità, antico 
posteri, posterità sono parole poeticissime ecc., 
perchè contengono un’idea 1. vasta, 2 . indefinita 
ed incerta, massimo «posterità» dolla quale non 
sappiamo nulla, ed antichità similmente ò co** 
oscurissima per noi. 

Del resto tutto le parole che esprimono gene¬ 
ralità o una cosa in generale, appartengono a 
queste considerazioni». 

L'indefinito si determina nel generale, in 
quello cho sfugge ad ogni determinazione con¬ 
creta, quello che. risponde ad una sensibilità, 
che si fa orgogliosa del porsi come una sensibi¬ 
lità in cui di particolare, individuato, non c è 
più nionte. 

Por arrivare alle cose, la perifrasi prima, in- 
tnizione nata da un'educazione letteraria, che 
era insieme umana, e poi forma rettorica. 

Ma Ilugo si vantorà : 

J’ai de la périphrasc écrasé Its epirales. 

Generalità: era ancora in Leopardi, ultimo 
figlio dell’umaiiesimo, f universalità, che la poe 
sia nostra aveva attinto dalla ragione fin dallo 
soglie del rinascimento: quella per cui Petrar¬ 
ca s’era provato a togliere dalla poesia d'amore 
dol dolce stil nuovo ogni nota cho avesso saper 
locale, dando alla sua passione l’infinito sfonio 
di una natura cho non vuole contorni precisi, 
per piegarsi ad accogliere l’incanto dolla voce 
del poeta. 

E perciò Leopardi potevo copior-i approvan¬ 
do questo appunto tolto a De PAHemugne del¬ 
la Staci su un carattere dolla lingua todesca: 
* La facilitò de renverser à son gré la construc- 
tion de la phrose est aussi tròs favorable à la 
poesie, et permei d’oxcitor, par les moyens vo- 
riés do la versification, des impressiona analo- 
gucs à cellcs de la peinture et de la musiquo»; 
ma sottolineava l’tiltima frase già così rioca 
della ricerca d’un valore musicale nella parola, 
commentando fra parentesi « impressioni va¬ 
ghe». Vaghe, cioè nnte da una real*à cho tutti 
vedono, intorno a cui la parola rievoca senti¬ 
menti che ricorrono all’anima di tutti : la pa¬ 
rola è bella per questa risonanza generale in cui 
si raccoglie il senso clic secoli d’arto lo hanno 
dato. La nobiltà più elevata è nella risonanza, 
più perfetta, in quella che ne| generale assorbe 
interamente ii caratteristico, cho si pone come 
vnlorc di poesia non per !u via della realistica 
concretezza sua, ma per la via dell'espressione 
individualmente elaborata nella tradizione più 
viva. 

E ora possiamo comprendere che volesse dire 
nell'appuntare: « vagheggiare, bellissimo verbo». 
Cioè qualcosa di diverso dalle coeo belle in sò, 
attraverso la parola che conserva lo splendore 


della cosa, clic sarà la gioia di un Gautier, di 
un D'Annunzio, lettori infaticabili del vocabo¬ 
lario, e anello di un Pascoli. Due poetiche, due 
gusti: Pascoli sa che «la poesia consiste neba 
visione di un particolare, fuori c dent ro di noi » ; 
Leopardi teorizza elio l’« analisi dello coso è 
morte della bellezza o della grandezza loro o la 
morte della poesia». 

Pascoli, in cui è in pieno la crisi del roman¬ 
ticismo, cioè dol realismo nostro fin allora re¬ 
stato una poetica mal risolta nollo sue promesso 
in una poesia, non poteva non concludere di 
Leopardi : • Ora da questi e simili esempi si pò- 
irebbe inferire (io ponsava) cho il Leopardi non 
fosse quel poeta che tutti dicono, perche non 
colse quel fxirticolare noi quale c p?r così dire, 
l'effluvio poetico delle cose, o non lo colse por 
primo». 

E sia puro che poi volesse concedere. «Ma '1 
nuovo e il vico vi abbonda». 

Domenico Pethini. 

(Dallo studio di prossima pubblicazione : Pa¬ 
scoli maggiore e minore). 

Matteo Bandello 

Bandoilo passa, zie] comune giudizio, come il 
novelliere tipico del cinquecento, il più diretto 
eredo del Boccaccio, e ad ogni modo, nell’epoca 
sua, il prosatore più vario, armonico © comple¬ 
to nell’arto di narrare. Ora, di questo giudizio, 
non è agevole rendersi ragiono; specie a chi 
abbia assaporato la sàpida prosa doi toscani, 
non sarà così dilettoso muovorsi traverso le 
complicate trame del lombardo. 

Tutto ciò, del resto, uon è per ora che Im¬ 
pressione: Bandello (ormai sarà ammesso da 
tutti) va giudicato come Bandello o uon — ad 
esempio — come Firenzuola. Rosta, ad ogni mo¬ 
do, l’nsaenza quasi assoluta nel nostro, di quel 
rilievo, di quel.tono gaiamente ironico, che la- 
scia intender bone, nella sua natura di ripiego 
inoralo, i bisogni c le deficienze dell’epoca. Fi 
tratta di i na maggiore sensibilità, e forse, col¬ 
tro lo apparenzo, di una moralità maggiore nei 
toscani. 

Su queste basi, si giunge agevolmente a esclu¬ 
dere cho la minuzia cronistica del Bandoilo pos¬ 
sa derivare da interesse macchiettistico, o cari¬ 
caturale, o insomma, da una attività (seppure 
ironica) che miri a porre in rilievo uno spunto 
umano individuale. Fatto e figura sono per il 
Bandello materia, non scopo di narrazione; nò 
il ritratto balza completo da pochi tratti, ma 
piuttosto, nell’andamento dol discorso si scopi e 
pian piano, quasi che lo parole, piuttosto cho 
costruirlo, facessero impaccio a una costruzione 
preesistonte. E sono spesso figuro scialbe (come 
quo] don Faustino, ammaestrato poi da am >re 
«mezzanamente letterato e bel parlatore, ma por 
altro tanto grosso e materiale cho di leggiero se 
li sarebbe dato a intendoro tutto ciò che l’uomo 
avesse voluto...») interessanti più che altro per 
una corta lor goffaggine naturalo, accompagna¬ 
ta da lampi d’una grossolana o spesso involon¬ 
taria malizia; come le sue donne, piene di lan¬ 
guida mollezza, in balia deU'avvontura e ds] 
destino; personaggi tutti, riprendendo il primi¬ 
tivo discorso, che, nonché morali, non sono poi 
neppuro turbi, coms le immaginazioni di mol- 
t'altri novellieri, i quali acutamente intuiscono 
in tale pratica qualità un motivo di interesse, 
un centro di congiunzione, sul quale proiettar 
l’attenzione del lettore. 

Non ci dove quindi sorprendere, in tale dima 
spirituale, la larghezza di mosse, il rifarsi « ab 
ovo* di ogni novella; il che non ò sforzo d’accli- 
inalazione o ambientazione, nja un modo mera¬ 
mente estrinseco di esordire, modo di chi non 
ha fretta o non va diritto all’argomento come al 
più essenziale : modo tutto contrario a quello dei 
giovani o degli entusiasti, cho pessionalmonte 
oorrono a quel che han da dire, prima di chia¬ 
ramente vederlo, schematizzandolo con energia. 
C’ò nel Bandoilo una certa «senectus», un cer¬ 
to cho di frateria, un gusto per gli aneddoti c i 
ripiochi o i pettegolezzi teologici, per corti e 
venti di predicazione o certi conflitti con i su¬ 
periori ecclesiastici, che sono sì conipiutamouto 
la satira dei frati, ma come ò data dallo cose 
stesso, ma non gustata^ gibbone vissuta. E qui 
appunto (anticipando da un argomento la con 
clusione di tutto il discorso) qui sta la tipicità 
del Bandello; in questo interesso scarso all’Ar¬ 
gomento, ma grande alla conversazione, in que¬ 
sto narrare per trascorrere dolcemente il tempo, 
»n questo molle abito mentale. 

Ora, ini pare, comprendiamo meglio il giro¬ 
vagare dolla novella, lo scarso rilievo dolio par¬ 
ti, l’andamento stilistico carico o sommesso; pi; 
grò. insomma, non per deliberato proposito (ar¬ 
tifìcio di lauta gaiezza toscana!) ma per abito 
montale, per disposizione di natura. Ovvio cho 
in simile dima non nascano facilmente capila 
vori, ovvio altresi che il meglio del nostro au¬ 
tore sia però nel rispetto sostanziale a questa 
sua qualità. Incapace di commuoversi, o di su¬ 
scitare .nonché il gigantesco epico riso, neppure 
lo scherno malignetto, gira però nei suoi periodi 
una certa linfa ricca e calma, attenta alle os¬ 
servazioni so non emotiva, curiosa di sensazioni 
se non suscitatrice di curiosità. Quello strano 
carattere d’indifferenza che circonda le avven¬ 
ture dello sue donne, scambiate tranquillamente 
da un amante all’altro e passate magari tra cali 
inauditi, si caratterizza in un autentico inte¬ 
resse per il caso ohe le ha condotte in ques:o 


modo. So il protagonista non è abile, non ò pas¬ 
sionato, o la sua passione ò stata lungamente 
inutile (che c in fondo la stessa cosa) ò la for¬ 
tuna cho si mette in mozzo, e dà, o toglie gli 
amori con un girare di «venti. So il caso ò stra¬ 
ordinario o lacrimevole, meglio. In tale circo¬ 
stanza esso esco libero a proclamarsi tale; o al¬ 
lora si vedono, anche per Bandello, uomini e 
donne di passiono o di virtù. Spiegheremo me¬ 
glio tutto ciò In seguito. Per ora uou impres¬ 
sioniamoci ; ricordiamo piuttosto che il roman¬ 
zesco cho si fa in lalo novella una parto così 
larga ha appunto conio fonte l'amore per il caso 
da raccontare, nuovo e proprio avvenuto; quol- 
Vincredibile ma vero cioè cho ò il bisogno popo- 
lare di espandersi d’una fantasia troppo costrut¬ 
ta in formo concettuali; ina limitato moralmen¬ 
te dall'ozio, esteticamente più che altro adom¬ 
brato; e non dominato dall'ironia nò liberavo 
dalla passiono. 

Pure (già lo nbbiam detto) non mancano in 
questo atteggiamento momenti e modi di felioe 
espressione. La sua prosastica sensualità, dopo 
aver dissolto l'interesse per l’uomo c il suo cuo¬ 
re, si attacca, oltre che alle viccudo, alle cose, 
agli ornati. E’ questa una sorte comuno aU'.st- 
teggiamonto romanzesco, insoddisfatto di sé. 
Tutta una serie di casi burleschi (p. es.. Lo 
scoiare che fa' sue una maritata c una vcdo.vA 
vicine senza cho Luna s'accorga dell’altra) s' s l- 
lumina appunto d’ima allegria sensuale, un po’ 
goffa o serena, cho si dipinge sul grave periodo, 
facendovi un bellissimo vedere ; così una sua 
certa bellezza lombarda vesto lo membra dello 
sue donne, gradevole e sorridente: «E in vero 
una bolla giovine, riccamente'addobbata, stan¬ 
do il dì in un suntuoso c ben apparato letto, del 
modo che stanno lo donne di parto, fa un bel¬ 
lissimo vedere, e pare cho senzà dubbio raddop¬ 
pi le suo bellezze ; e Leno in sò un certo non so 
che di galante, cho le dà mirabilmente, in tutti 
gli atti suoi, grazia». E con la stessa calma sen¬ 
sualità trascorre la grande scala dogli avveni¬ 
menti umani, tutto descrivendo con sottile m - 
nuzia, arredi, paesi, o casi meravigliosi; cru¬ 
deltà di sultani o di ro barbari, o la vendetta 
della spagnola tradita cho quasi tagliuzza a 
brani il seduttore, o quella dol frate sulla cor¬ 
tigiana, o l'altra del Lercari genovese che per 
un affronto manda all'Imperatore di Costanti¬ 
nopoli vasi pieni di rasi mozzi de’ suoi sudditi; 
trame ricche di spunti emotivi senza dubbio, ma 
d’utia emotività tutta superficiale o sensuale, 
cho non trao di sò stessa altro! partito cho di 
far rabbrividire, e non si sviluppa mai in tur- 
monto del narratore. La stessa sua compassione 
dei casi lacrimevoli o crudeli, quel sentimenta¬ 
lismo che ò base di tanto sue ideazioni, è piona 
appunto di questo interesse sonsualistico, che 
altera la semplice pietà che nasce dalle coso (la- 
chrimae rerum) coprendola d’addobbi vistosi. 
Una fanciulla violata si getto nel fiumof (e nel¬ 
la scena della disperazione, la minuzia del Ban¬ 
dello involontariamente si fa commossa). Essa ii 
veste di bianco e viene poi seppellita in un so- 
polcro di bronzo (sono questi elementi di coloro 
che finiscono per costituirò il fondo e ingombra¬ 
re di se la novolla). Duo amanti, dopo lunghi 
errori riuniti, vedon finir la lor vita? E' cerio 
cho morranno la prima notte d’amoro, uccisi 
dalla folgore. Vasto ? il campo imaginativo del 
Bandello,' ma’ liscio, senza luci e senz’ombre. 

E tuttavia (riprendendo con miglior cono 
scenza di causa un discorso interrotto) son pro¬ 
prio qui, al limito di questo spirito, comicaso 
se non uniche, le ragioni dolla fama v. delParic 
(fin dove può giungere) del Bandello. Infatti, 
corno da una parto il racconto avventuroso o po¬ 
polare s’acquista un pubblico vasto (o cosi lo 
stile non scabro) ; d'altronde, nella calma asten¬ 
sione dagli artifici, in una ampia, generica sen¬ 
sualità, che circonfonde tutti gli oggetti dol suo 
racconto (donne, paesi, vicende) scivolando in¬ 
fine (ma dovo si va a cacciaro il sentimento) in 
un pio sentimentalismo, ò pur la nota più schiet¬ 
ta dell’arte sua. E il Bandello, tra i prosatori 
oziosi dell’epoca (gli attivi — Machiavelli, Ca¬ 
stiglione — sono poi anche pensatori) ò puro 
il più sincero,- più sorono c definitivo, senza fal¬ 
sa eccitazione, lo sguardo attento r chi ascolta, 
per non offenderlo col sostituirsi al suo racconto. 

Aldo Garosci. 

Letteratura russa 

Stepàncikovo 

Dopo / fratelli Karnmàiov, Alfredo Polie¬ 
dro ci offro la traduzione di un • romanzo umo 
ristico» di Fiodor Dostojevskij. Il villaggio d* 
StrjKinci'kovo e » suoi abitanti (Torino, Slavia, 
1927 ). Dostojevskij che ride, dichiarato persino 
in copertina, non può essore che una rivelazione 
quaut’altra mai suggestiva. 

Ma quanto turbamento o quale sottile malinco¬ 
nia non penetra noli'anima se si porcorro d’un 
sol finto questo romanzo ! Dostojevskij resta Do¬ 
stojevskij, con qualche forte tara in peggio; 
giacché quella piccola vena umoristica, quasi un 
sottile filo a traverso una reto fittissima, che 
circola nollo opero maggiori, ingrandita di pro¬ 
posito, anzi gonfiata in Stepàncikovo, perdo il 
suo tono giusto o ci riporta ad altri pensieri 
Difatti, in questo romanzo del 1859 , a nulla, 
o ad altro, vale il deliberato proposito di met¬ 


terò sossopra, con furia indiavolata di giocon¬ 
dità, quella sua casa idealo, che conosciamo 
nella tormentata eppuro cosi solida architet¬ 
tura. 

Str/MÌnrikovo ò un romanzo la cui aziono fon¬ 
damentale si svolgo in una enea della Russia 
zarista in duo solo giornate: ma quali giornate | 
Immaginate Dostojovskij dei /Cantmazov o di 
Delitto r i(istigo:, immaginatelo preso dal do- 
mone, o dal capriccio, di croaro un grottesco, o 
di teli ni in quale vortico non si esalterà in tutto 
il romuuzo. Ma il grottesco non sorgo; il riso 
muore in gola; © l’umanità mnlata doatojovs- 
kiana mostrerà i suoi cenci sul tavolo anato¬ 
mico. 

In casa di un possidonto di seicento o più *- 
nini© — ex-colonnollo, vedovo, con duo figlioli, 

— piombano, oomo la maledizione, la madre 

— vedova, generalessa a cinquantanni, stupi¬ 
da e viziosa — e il suo ex-buffone, Fomà Fo¬ 
rnico, sottospecie di grand’uomo, di martire, di 
custode della morale, ma in realtà vizioeo, sen¬ 
sualo, stupido o vanaglorioso sino alla crudeltà. 
Il povero colonnello, cho ò una persona d’oro, 
ma debolo o devoto alla madre, ò messo a tutto 
le torture e lo umiliazioni da questo Fomà, che 
lo convinco da «egoismo sfrenato», di amor pro¬ 
prio imperdonabile, d'immoralità ecc., mentre 
invoco tiond iti casa un folla di parassiti e di 
prepotenti, ai quali non cessa di chiedere con¬ 
tinuamente scusa, ritenendosi da loro beneficato. 
Eppure non è uno sciocco benché abbia un vera 
venerazione, quasi di annichilimento, por il so¬ 
lo nome dolla «scienza», che vode rappresenta¬ 
ta noi!'ignorante Fonia ; e in fondo ò un uomo 
desideroso di pace o di amore. E ama, infatti, 
riamato, una fanciulla povera da lui cresciuta, 
e tenuta in qualità di governante, che ò bersa¬ 
gliata da tutto l'entourage. Ma Fomà c la ma¬ 
dre gli vogliono dare in moglie una pazza zi¬ 
tella ricchissima, ch'egli dol resto sposerebbe, 
pur di vedere nella propria cosai la fanciulla 
elio ama. Pensa, allora, di dnrla in moglio a un 
suo giovine nipote, che ò lo stesso elio racconta 
la vicenda, àia lo cose si complicano: quella, 
cho dovrebbe ?wcre la sua fidanzata scappa con 
un profittatore (cho del resto, non riesco a spo¬ 
sarla), e la governante non vuol saperne dol ni- 
nipote. Scoperti da Fomà (il martire cho fo¬ 
la spia), in un momento di innocente abban¬ 
dono amoroso, il colonnello e la fanciulla sono 
messi a una dura provo/ dal loro persecutore, 
cho li umilia dinanzi a tutta la famiglia. So non 
che il miserabile Fomà questa volta non ha cal¬ 
colato su l’uniro elomcnto vivo <$ puro cho do¬ 
mina questo racconto, cioè l’amore pieno, asso¬ 
luto nel cuore del bistrattato .colonnello. Questi 
infatti, cho «'è sottomesso a tutti i volgari ca¬ 
pricci del parassita, o si ò pcrsinoi umiliato a 
chiamarlo «eccellenza», scatta con la violenza 
del temporale quando rione offesa la sua don¬ 
na, afferra il miserabile per lo spallo o, in moz- 
*o all’assemblea atterrita, lo butta fuori della 
porta. Ma Fomà, fatto un cencio dall» botto 
o dalla pioggia che si ò scatenata in Stopànci- 
kovo, ò ricondotto in casa e, pur continuando 
i suoi capricci, la lezione eloquentissima lo ha 
rifatto, ondo egli stesso, pur declamando secon¬ 
do ii solito, celebra il fidanzamento dei duo in¬ 
namorati, e nella casa ritorna la serenità. 

Un racconto, conio dicevo, tenue, che corre 
aeuza una sosta, come precipitandosi di con¬ 
tinuo nella! catastrofe, c di continuo riprende 
volocerncnto la volata in una sorie d’incidenti 
piccoli, futili, ridicoli, senza soluzione. Il valore 
di Stepàncikovo consiste nei « caratteri » sco¬ 
perti con nnalisi implacabile e sottile, cho, 
por la stessa insistenza dello scrittore su l’ele¬ 
mento nogativo di ciascuno, s’incidono iiolla 
monte o acquistano la forma ridicola del burat¬ 
tino. Ma ii\ sostanza il ridicolo non deriva tanto 
dallo situazioni e dai casi narrati quanto dalla 
malattia di ciascuno personaggio. Fomà ò un 
miserabile pestato sotto i piedi dalla gento più 
piccola, in tutta la sua vita: è un falso lettera¬ 
to e un falso uomo, cho, coll'occasione finge o 
finisco per credere (benché mai interamente) 
di essere un grande pensatore o moralizzatore ; e 
attorno a lui si muovono una dozzina di maniaci, 
su cui si elevano soltanto le animo innamorate 
del colonnello e della sua governante, per 
quanto avvolte di ridicolo. In sostanza queste 
figure sono dominato dalla stessa legge intcrio¬ 
re che muovo le altro più grandi figuro dosto- 
jevskiane: logge inesorabile che segna ciascuno 
eoi marchio della passiona cho gli brucia den¬ 
tro, «che si svolge con un suo determinismo non 
molto conseguente con quel fondo ‘•piritualistico 
di redrinziono cho agisco nel miglior pensiero 
dello scrittore. Ciascun essore ò la marionetta 
della proprio passione, che lo conduce a rovi- 
o lo fa santo, lo rende venerabile o misero zim¬ 
bello. Ironia, dunque, non umorismo. 

Ed ecco perchè i personaggi di questo ro¬ 
manzo non sono giocondi, ma ridicoli, corno 
sono ridicoli i maniaci, i quali in realtà non 
sono cho dogli sventurati. E non era forse di 
questa specio — tragicamente ridicola — anche 
Knramanzov padre? Se non cho in Stepàncikovo 
manca il pithos dramatico, ma si avverto su¬ 
bito che, se Dostojevskij non l’ovitasso di pro¬ 
posito, scoppierebbe sin dalle prime battuto; 
giacché dramatico era il gonio, cho non sapeva 
ridere che por disperaziono. 

Vito G. Calati. 


Dhtllore rtifionuttlle PIERO ZANE I 11 
S. A. UNITIPOCRAFiCA PlNEROLESE -PlNEROLO 1928 









Fondatore PIERO GOBETTI 

MENSILE EDIZIONI DEL BARETTI : Via Prati, 5 - TORINO 

ABBONAMENTO PER IL 1928 L. 15 Estero L. 50 • Sostenitore L. 100 ■ Un numero separalo L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 

Anno V - N. 10 - Ottobre 1928 

SOMMARIO’ S. CARAMELLAI Otl.nl l.u.r.rlo — M. MILA: Nnu in M.uric. R...I - N. 3APECNO: M.ninni — M. VINCIGUERRA: Bilanci romantici . III. Il ceppe c.rm.nlco. 


ORIANI LETTERARIO 

Il caso Orioni, dal punto di vista letterario, me una violenta e voluta incomprensione del 

è veramente un caso interessante; e il suo esame diritto degli altri, e delle ragioni stesse della 

può permettere di stabilire alcuni punti abba- realtà di fatto. Non è difficile' riconoscere il 

stanza importanti per lo studio della nostra |>adrc spirituale di questo atteggiamento di 

cultura. Io credo clic per intenderlo a fondo Oriani nel Carducci minore, quel dei (.'lambì 

sia per altro necessario partire da una distin- ed Epodi-, ma dove nel Carducci l'impeto 

zione pregiudiziale, c cioè dalla distinzione oratorio della satira mostrava gii latente il 

tra due sorta di scrittori: l’uiia, di quegli risolversi della ribellane di Enotrio nella co- 

scrittori che valgono per sè, grazie a un in- scienza della tradizione, in Oriani tal inq>cto 

trinseco e consistente pregio della loro opera; si irrigidisce in sè stesso e non perde mai il 

l'altra di quelli invece che, trovandosi al- suo carattere sostanzialmente negativo. E 

l'origine di un movimento culturale o ve- nemmeno è difficile riconoscere il suo gemello 

nendo per cosi dire ripresi in considerazione nel D'.Annunzio nietzschiano di quel tempo 

da una corrente di idee, valgono per i prò* istcsso. Ora, questa rivolta morale dc'l’uomo 

blemi che suscitano c per la possibilità che necessariamente incompreso non diventa in 

offrono di meditazioni e discussioni. Oriani vera c propria materia d'arte, bensì 

Il poeta Oriani è di questa seconda spc- conset va anche artisticamente la sua natura 

eie. % Dclla sua sfortuna tra i contemporanei oratoria : non si concreta in poesia, ma n 

la prima ragione non è da cercare nella di- giuoco d'antitesi citi fraseologia. La «« frase », 

stanza tra lui c loro in fatto di idee (già il a cominciare da quel So che dà il titolo .1 

periodo crispino fu abbastanza vicino ad uno dei suoi lomauxi piò facilmente critica- 

Oriani), ma nella debole c imperfetta costru- h li, è veramente dominante in Oriani: la 

zione della sua opera letteraria. ! romanzi di frase, ben s’intende, nutrita di tutta la sua 

Oriani, si dist : nguono, è vero, dalla lettera- forza pratica d' imperio c di condanna, di 

tura del loro tempo, per una apparente ro- protesta c d’imprecazionc, — ma appunto 

bustezza c dignità che allora non era conni- per questo vuota di forma poetica. Essa è fin¬ 
ite; ma, a guardar bene, si vede che questa dice piò sicuro ridia personalità di Oriani, clic 

robustezza e dignità non era di fatto se non amava quasi definire la sua solitudine in ru- 

il riflesso della ideologia e del carattere del- pide opposizioni e fulminei contrasti, c si scn- 

l’autore: nulla di essa poteva in genere ricon- tiva quasi in un continuo dramma, dove i pro¬ 
dursi a valore artistico vero c proprio. Il tagonisti erano due soltanto : lui c la folla. 

Croce stesso, nel rivendicare vent’anni or Al personalismo individuale corrisponde il 
sono alla storia della nuova letteratura ita- personalismo politico, Oriani era partito, vera- 

liana lu figura del solitario romagnolo, obbe- mente, da una considerazione della politica 

diva precipuamente a un interesse di ca- e della storia secondo lu «piale queste non era- 

rattcrc morale, anzi molale c politico insie- no drammi di uomini, ma di movimenti col¬ 
me : c considerava in sostanza quei romanzi lettivi c di idee. Se non clic, tale considera- 

come momenti di storia civile nella letteraria. zione non riuscì a mantenersi nel suo pensiero, 

Poco dopo, il sorgere di un gruppo di intcl- perchè il suo liberalismo storico-poi : tico on- 

lcttuali di Romagna (da Serra a Missiroli) dcgg'ava incerto fra it marxismo c il morali- 

portavn ancora più innanzi la posizione di «ino, nè si fondava sopra un schietta distin- 

Orinni elevandolo a maestro di una cultura zione e valutazione del momento economico e 

regionale (che al tempo suo, come tale, non del momento etico. Quando allo storico Oriani 

esisteva) in via di affermarsi come cultura succede pertanto il teorico Oriani lo addirit- 

nazionale: c intanto la Voce lo imponeva co- tura il sognatore Orinili), I suo pensiero si 

me piimo banditore «Iella rivolta idealistica indirizza chiaramente, se non verso l'eroe, 

contro la saggezza borghese. Con la guerra, almeno verso l'eroismo politico. Vale a dire 

questa singolnre fortuna di Oriani crebbe a clic egli tende a vedere .1 fatto storico, anche 

dismisura: divenuto ormai il classico precur- se collettivo, sempre come un'azione j>ei'So- 

sore del nazionalismo, egli non era piò se non naie, che si affermo per via di opjiosizione c 

un segnacolo in vessillo, quale è rimasto. Ma negazione : e pur le masse si configurano per 

le sue opere com neinrono ad andare a ruba, lui mitologicamente in persone. In questo 

c da allora la fortuna di Oriani (in un modo punto, di fronte alla indctcrm iintez/n della 

che nel 1908 non si sarebbe quasi previsto) sua utopia, sta probabilmente la vera ragione 

non ha cessato di crescere. dell'influsso pratico esercitato «la Oriani, dive¬ 
lli realtà, questa fortuna è tutta imperniata mito in certo qual modo il Sorci del nnzionn- 

sulla 1 . 0 Un politica in Italia, clic è il vero lianio : perchè da un tal punto «li vista di- 

«i libro di Oriani » : ma interpretato secondo scende facilmente l'esaltazione «lolla volontà 

gli atteggiamenti meglio palesi in Fino a Do- d’imperio, dell'impulso oscuro c potente ver¬ 
ga/; c in Rivolta ideale. Propriamente, la so In grandezza, della patria c dello stato in 

l.otta politica era infatti un frutto del prò- cui l'individuo si annulla senza resistenza 

blctnn «lei rapporti fra Stato e Chiesa, ossia perchè Ji concepisce come piò grandi persone 

di un problema classico del liberalismo, di mi dove si continua ingigantita la vita «Iella sua 

problema storico del Risorgimento. Questo persona. 

problema lidia mente di Oriani si era prospct- Orinili romanziere tentò di far vivere come 
tato come storia di un dramma e di un’altcrnu opera d’arte questo duplice personalismo ; ma, 

vicenda di lotta, e come attesa di uno sciogli- come si è «letto, l’indole oratoria dell» sua 

incuto che risolvesse il dramma in una definì- ispirazione resistette duramente all’clnhorn- 

tiva affermazione del suo protagoirsta laico zione artistica. Se gli fosse riuscito «li farne 

sopra l’antagonista ecclesiastico. Quanto di poesia, egli sarebbe stato il nostro Schiller, 

schematico c di arbitrario vi sia in tale sto-' con la differenza clic può passare «lai dramma 
ria, «' noto : ma non toglie che essa abbia un togato o cavalleresco al romanzo senza parti- 
intenso significato, e corrisponda a un primo colari aggettivi; rimasto a mezza strada, egli 

tentativo di concretare seriamente nella sto- si accontentò di costruire i romanzi come 

riografia italiana l’idea «lei grandi storici del- schemi di drammi, tutti inqiostnti per arrivare 

rOttocciito, che appunto la storia moderna si a certe situazioni, e procedenti attraverso al- 

risolva in ultima analisi nella storia dei rap- tre situazioni, sempre un po' staccate e come 

porti frn Stato e Chiesa. Era anche un pode- indipendenti. Così l'opera artistica deH’Oriaui 

roso sforzo (dalla jicrcezionc del quale co- si impernia sempre, o ncH'insicinc 0 a tratti, 

mincia forse l'ammirazione che suscita il li- sopra contrasti che spesso si riducono n gesti 

bro), per superare la storiografia positivistica, e frasi. Egli ccrc«*i continuamente (con <|uc!ln 

e la conscguente considerazione della politica, serietà c dirittura morale clic cosi nettamente 

in una visione infinitamente più ampia c piò distingue la sua figura di scrittore) il modo 

concreta del inondo italiano, Ma la lettura di superare l'aridità poetica che incvitnbil- 

dcgli altri due libri iwlitici di Oriani con- niente viziava quella sua forma letteraria : ma 

vince clic egli dava anche a quel suo modo invano In cercò nel verismo /oliano c nella 

di intendere la storia c la politica lui ulteriore ideologia dostoicvscliinnn. Anche al mio stile 

significato c una «firczionc divergente : c cioè rimase proprio un non so clic di «biro e aspro, 

da esso era |x>rtato a concretare la propria talvolta di forzato, tal'altra di volutamente 

posizione di fronte alla vita c alla cultura in compassato, che sembra segno concreto di una 

una forma che si potrebbe definire come « per- dignità non riuscita a liricizzarsi sebbene 

sonalismo ». proprio questo palese tormento ci faccia ama¬ 
li personalismo di Oriani ha però due re Oriani, al paragone della prosa fluiiln ma 

aspetti: è individuale e jxditico. Come perso- falsa del dolce Edmondo, e «lei raffinato ma 

nnlismo individuale implica il fiero sdegno c vuoto alessandrinismo «lei divo Cabriolè 

la disperata solitudine, la rivolta contro il Dicevo clic importanti conclusioni |>ossono 
filisteismo, la passione per l'idea in quanto venire dallo studio di Orinili per In conoscenza 

negazione rivoluzionaria della realtà: c insic- della nostra cultura. In fondo, esso dimostra 


clic Io scrittore ideale di Gioberti (o, se si Come è anche esempio del pericolo che può 

preferisce, lo scrittore eie re di Benda) non ha (>ortarc con sè una posizione come la sua : c 

avuto in Italia una fioritura così limitata come cioè del pericolo di non pervenire, per il pre¬ 

si crede, ristretta cioè tra Alfieri c la conclu- potente dramma della coscienza morale, a una 
sionc del Risorgimento, quasi essa fosse stata compiuta forma d’arte c di pensiero, che sola 
e fosse possibile soltanto in un periodo di ri- permette pieno ed efficace svolgimento alla 
votazione morale e politica. Orioni è proprio difesa c alla celebrazione di un mondo ideale 

il concreto esempio della jiossibilità di una contro la volontà e la passione dei più; c inali* 

letteratura moralistica c aristocratica anche cando In quale, non resta, come toccò ad 

in tempi come i suoi, che più facilmente at- Oriani, che attendere l’interesse dei posteri, 

traevano lo scrittore verso lo stato di fatto e Santino Caramklla. 

il movimento dominante della collettività. 

MUSICA MODERNA 

Nota su Maurice Ravel 

Chi per molti anni ai sia sempre occupato no imnudiato, di più intellcttualo c cerebrale: 

soltanto di musica classica, trascurando con un la poesia diviene cesello di parole, di ritmi, di 

certo disprezzo i prodotti musicali della sua c. suoni, nella pittura regna la ricerca di accordi 
poca, e poi, assalito da qualche rimorso, voglia perfetti di color.? 0 di squisite trasparenze lu. 
farsene un’idea propria un po' chiara : fon- minose ; lo sviluppo di una nuova raffinatissima 
dato esaminando qualcuno dei principali do- armonia fa della musica una gioia de) cervello, 
cumenti del e nuove correnti artistiche, si trova Quel'o che appunto accadde allora per la mu- 
a tutta prima iu una condizione strana ed an- sica, quclio stordimento dj suoni voluttuosi e 
cho un po’ dolorosa: pare di sentir parlare una sensuali, non saprei esprimerlo che con Io parole 
nuova lingua, o almeno una lingua enorme- di Guido PannAin nel suo recente studio su 
munte mutata ed accresciuta, di cui non si Mauric» Ravel ( 1 ), dal quale ho tratto or ora 
capisce quasi nulla, c per un momento ci si quella significativa fantasmagoria debussiana 
sente airetrati, sorpassati, dimenticati. Qual- dei «pesci d'oro in una bombola di cristallo, 
cuno, più presuntuoso 0 meno untilo, non corn- tra pulviscoli di arpeggi». «Cile fantasie di co- 
preiidcndo niente, s’impazienta, arriccia i| na- lori c che sinfonie di luci nelle nuove musiche 
so, butta là dispettosamente il foglio di musica che salutarono, in Europa, l’alba do) XX se- 
c proclama poi la decadenza dcU’arlc musicale, colof Profluvi di suoni che davano le vorti- 
cl>* tini inintn , r cui ''hanno condotta fìcetho- gini, wmpj 4 fiori di una vngetajnn* mai vi. 
vtn e Wayner, ormai non può più dire nulla sta, intrecciati in serti dai mille colori. Gam- 
di nuovo. ma inaudita, d'unb policromia cangiante, tut* 

Bisogna saper vincere questa prima impres- t a folate di profumi snervanti. L'orchestra era 
sione di disorientamento, con un jx>' di pa- come un'aiuola fiorita ne) paese doi sogni. Fu- 
zienza, leggendo e rileggendo più volte la stes- mj d’incenso bruciati nel tempio c’tlla voluttà, 
sa musica, magari studiando, se si suona il pia- Armonie stillanti un assefizio che 11 riempiva 
no, lo parti delle due mani sejmratamonte ; il l'anima o il corpo di vaporose acidezze. Pareva 
che è utilissimo, perchè libera la linea molo- cho quel paesaggio dj suonJ| tu lo dovessi ve- 

dica dall'armonia, in cui, di solito, ò radu- dere oltre eli» sentirlo. L'essere »i «coleva come 

nato il piu delle sconcertanti novità tecniche ai rintocchi d’una prodigiosa campana inabis- 

e che presa a sé ed esaminata con un po’ d» sata nell'oceano d’un piacere ineffabile nel 
studio, si rende decifrabilissima anche a chi non quale oggetti ed intelligenza, fossero medesi- 
abbia profonde e sicuro conoscenze in materia, mati... Coni? i poeti avevano scritto parole sen- 

Certsmcnte nel corso dell’arte musical» si so. za nesso ma tutte palpitanti d’un brivido di 
no successe vario «maniere d’esprimersi», fon- musicaìità, ora i musicisti tracciavano suoni 
date su diversità e progressi dj tecnica, ma che che pregustavano e vivevano già nelle loro archi- 

liantto la loro prima origine, )a giustificazione tutture grafiche... > Nell'arte di Debussy, in¬ 
doli» loro necessaria esistenza nei sopravvenu- fatti, i suoni non sono più subordinati a qual, 

ti mutamenti' del «modo di sentire», cioè nel che cosa di superiore, che ne regoli la succcs- 

mutamento dello correnti spirituali e intellet- siono 0 l'unione; no, »i suoni più non si at¬ 

tuali dominanti, t’osi, non per faro un* storia, traggono, più non si allacciano a catena, ma 
ma per portare qualche esempio, ebbe* una rimangono sospesi come in proiezioni lumino- 
maniera d’esprimersi baelnana, cui più tardi so», assolutamente completi c sufficienti in sè 
seguì una beethoveniana, rimasta vividissima e e p?r so stessi. 

salda por tutto il romanticismo musicale, fino Quando una di queste «maniere d’esprimer- 
a Wagner. Una nuova maniera d’esprimersi é si », come quella che ora si è tentato d’illustraro 
quella cho, tonto per darle un nome, chiame- brevemente, viene ad affermarsi per merito di 
remo debussiana, dato che proprio Claudio De- qualche grande musicista, altri musicisti poi, 
bussy, |a creò quasi dal nulla e l'arricchì di che vivono, almeno in parto, quegli stessi seu- 

grandi capolavori. Essa corrispondeva a uno timenti con quello stesso animo, «* non sono 

stato d’animo, esprimeva un'esperienza spiri- perciò meno originali nò meno personali, por 
inalo diffusissima nella fine doll "800 e nel prin. ragioni ovvie, si valgono a loro volta di quella 

cipio del nuovo secolo, la quale foise non era stessa maniera, naturalmente immettendo o mo- 
pol altro «-he una deformazione e una ultima «iificando ciascuno qua che, elemento, poiché es- 
trasforniazione dj romanticismo. Insamma, i| «a è divenuta ormai nna'specis di lingua arti, 
gusto musicale instaurato da Debussy raccoglie, stica. Quando ciò ò accaduto da molto tempo, 
va l’eredità spirituale bnudeleriana-. tormento tiojj non facciamo caso a queste analogie esto- 
di un’esasperata sensualità a tratti straziata da riori che legano certi autori, o nessuno sogne- 
mistici rimorsi e dolorosi vergognosi pentimen- rebbo per es?mpio di dire che Mozart imita 
ti, avvelenata dall'invasione del corvello e del- llaydn, o Mondelssohn Beethoven, perché si vaj- 
l'intclletto soffocanti il cuore 0 la carne, estre- gono della stessa tecnica, o quasi. Ma quando 
me raffinatezze e squisitezze artistiche, frutti invece il fenomeno sia vicino a noi cronologica- 
di un cerrbrnlismo decadente per troppa deli- meni?, riesce più difficile sceverare ciò che nel- 
cnta eleganza. Si ebbe quindi orroro e paura l’arte di un musicista è pura tecnica e mezzo 
«li tutto ciò cho fosso tropjx) naturale primi- d'espressione, da ciò che c invece sentimento, 
genio, selvaggio, e quindi rozzo, incolto, ine- pensiero, personalità spirituale : onde capita di 
legante:' certo una raffinatezza così squisita c udir?, spesso anche «la persone che s’intendono 
fragile si era già avuta nel 700 , ma questa del- di musica, affermare che Ravel vivo completa- 
l'ultimo *800 è molto più profonda e p*ù dolo- mente nel mondo debussiano, che è un seguace, 
rosa, perché ora la raffinatezza intellettualisti- un imitatore, un allievo di Dobussy. 
cn é forse solo il rifugio per sfuggire a un tor. Anche questa differenza (sarebbe sciocco por. 
mento spirituale piò grande «• più sentito, e r c questo confronto, ina a ciò obbliga l'eqiii- 
questi piccoli uomini inalati d'eleganza, che voco che abbiamo ora esposto) tra Debussy 0 
sognano «pesci d’oro in una bombola di cri- Ravel, Guido Pannain la accenna e la imposta 
stallo tra pulviscoli di arpeggi, hanno coscion- perfettamente nel suo studio, quando dice che 
za della loro miseria c della loro inferiorità di- « Maurice Ravel é... più «*oncreto cd è più in¬ 
nanzi « quei giganti incolti e selvaggi d'un dividilo». Certo Ravol ama anch’egli quelle va. 
tempo, che dicevano con tanta disadorna schiot- porosità voluttuoso di accordi arpeggiati nelle 
tozza lo loro forti e sane passioni ottave alte (anche restando solo aj ciò che ri- 

Dominato da questo stato d'animo le arti ab-_ 

bandonano lo grandi vie maestre a »i volgono (1) tx , (Torino). Anno I - ,028 

allo sviluppo di ciò che esse* hanno hi sé dj me- N. i - Gennaio. 



Pag. 46 


IL BAR ETTI 


guarda la «Souatine pour piano », ai veda nel 
mouvement d t metilici : plus leni - p en dc/ior» 
et espressi /), oppure la calda sensuale pasto¬ 
sità di certi accordi pieni e rigonfi (nel modiré, 
immediatamente avanti il primo rallentando), 
il sussurrante ricamo di continui sommessi ar¬ 
peggi su cui sboccia il fioro malinconico della 
semplicissima melodia; corto le ama anch'egli, 
Ravol, quelle dissonanze stridenti che taiora 
balzano su forte come il grido dell'attinia stra- 
ziata e talora si attutiscono come »u un sospiro 
o in un gemito: ma tutti questi eminenti ma¬ 
teriali non sono quasj mai combinati con in¬ 
gegnosa o squisita eleganza per formare il ce¬ 
rebrale arabesco, che lascia freddo il cuore o 
invece allotta diverto interessa la mento con le 
suo volute capricciose e con lo sue raffinate fi¬ 
guro stilizzate. In Ravel domina sempre una 
chiara e netta linea melodica, che gli detta l'a¬ 
nimo e che egli poi orna e decora con la sua 
intelligenza colta ed evoluta; Ravol è, insem¬ 
ina, più robusto, più formale, più «disegna- 
tore», comet dice il Pannain, che Debussy: o 
ciò non implica poi niente adatto circa il va¬ 
lore dei due musicisti: questo confronto deve 
servirò solo a chiarificare un po’ le loro rispet¬ 
tive posizioni, e non certo a stabilire una inu¬ 
tile questione dj superiorità. 

Per questa maggiore concretezza e saldezza 
della sua ispirazione ' Ravoi potò facilmente a- 
dottarsi/ senza riseutirn© impaccio, alle forme 
classiche della sonata, sonatina, quartetto, trio, 
ecc., anzi, si senti attratto ad esso da una spon¬ 
tanea simpatia: invece Debussy aveva sempre 
avuto bisogno della più completa indipendenza 
da ogni vincolo di forine tradizionali, e aveva 
croato lo coso suo migliori con le A>uhesquet (il 
titolo ò significativo) o con i Préludes,, che so¬ 
no una raccolta di impressioni,* di sogni, di 
fantasmagorie, di cui gli stessi titoli dicono già 
chiaro il carattere dj raffinata .lelicatezza e, 
nello stesso tempo, di inconsistcnz-i e di vapo¬ 
rosità. Invece la Sonatina di Ravel. che passa 
generalmente por il suo capolavoro, osserva ab¬ 
bastanza fedelmente le leggi dolla sonata clas¬ 
sica ,© per uu miracolo di ispirazione artistica 
riesce ad esprimere in se tutto il tovmonto e la 
malinconia dell’anima inodorila, dilaniata da 
mille dubbi, da mille opposti timori; incerta 
di sò e del proprio destino, avida di sensazioni 
nuove, generosa e sensibilissima alla bellezza, 
talora placata e riposata per un if-tante dalla 
contemplazione serena e commossa della natura 
o dalla riesumazione curiosa o nostalgica del 
passato polveroso o grazioso, così felice, cosi se¬ 
reno, così giocondo. 

Appunto quel delizioso minuetto, che si tie¬ 
ne in meraviglioso equilibrio tra '700 e ’ 900 , che 
è una 9 Cona di grazia settecentesca mozartiana 
vista con gli occhi di un uomo moderno e sen- 
tita con un animo che ha vissuta tutta la lun¬ 
ga o dolorosa tempesta romantica, appunto quol 
minuetto, dico, costituisce un'utile diversione, 
un’elemento di varietà (non già di distacco) 
tra il primo e il torzo tempo (modcrato-anima- 
to) cosi strettamente legati l'uno all'altro, con 
tanti motivi eh© si richiamano a vicenda, co¬ 
me echi, di qua e di là, quasi fossero espres¬ 
sioni di uno stesso sentimento prima e dopo 
una nuova esperienza spirituale, modificato dal 
contatto con un nuovo elemento esteriore. 

Dei tre tempi della sonatina il primo (mode¬ 
rato) è certamente il più organico e finito 
sò, il più uguale e continuo, sorretto continua¬ 
mente da un’ispirazione sempre co-tanto, da 
un senso di ordino armonioso c di compattezza 
di costituzione, eh© appaga completamente l’u¬ 
ditore. E’ tutto costruito su due temi fonda • 
mentali : il primo ò una melodia dolce e ma¬ 
linconica, emergente da un sussurra, e sommes¬ 
so di arpeggi, i quali non la soffocano mai nè 
la intralciano, ma anzi paiono offrirla e sor- 
reggerla come un calice sostiene un fioro. E' co¬ 
me un alternarsi dj slanci verso l’alto c di stan¬ 
chi accasciamenti : dopo ogni caduta quegli 
sforzi di ascesa si rinnovano man mano più ar¬ 
diti finché sboccano nel forte di uu ampio ac¬ 
cordo arpeggiato, per poi degradare di nuo¬ 
vo mollemente al basso in un rallentando di 
accordi pure arpeggiati. Così con una frase di 
trapasso si giunge al secondo tema, contrasse, 
gnato da un ppp, meno vasto, questo, e meno 
sviluppato, ma anche dolcissimo o più comples¬ 
so armonicamente, perchè la sinistra lo accom¬ 
pagna con una specie di nenia infantile, sem. 
pre uguale, che noli'esecuzione devj veniro in 
luce senza soverchiare nò confondere il tema 
principale. Il centro dj questo pr<mo tempo è 
il grande crescendo che lega e fonde i due temi 
dando unità ed equilibrio a tutta la co¬ 
struzione. Contomporaneainonto a! crescendo, 
che parte da un pp per giungere a un *ff ap- 
passionato», si svolge una continua ma faticosa 
progressione verso l’alto e un affrettando af¬ 
fannoso e incalzante: il tutto ha un effetto di 
commozione irresistibile: non è questo un ere. 
scendo grandioso o potente, come quelli a cui 
ci aveva abituati la rmisica classica, è uno spa¬ 
simo doloroso e pietoso, singhiozzante nollo con¬ 
tinue spezzature del ritmo ed imprecante nello 
strazianti dissonanze che la sinistra scaglia con 
un’esaltazione sempre più eccitata «d ansiman¬ 
te. Boi tutto si placa in un diminuendo e ral¬ 
lentando di armonie soavi e rassegnate, con cui 
si ritorna al tema iniziale. 

Del minuetto, del suo valore di riesumazione 
nostalgica del passato c del suo compito di 
diversivo tra il primo e .il terzo tempo, abbia¬ 


mo già parlato. Aneli'esso si accentra su un 
crescendo cho giunto al ff svanisce in un pia- 
no e lento, o richiama mirabi.monte, o per que. 
sta costituzione e per il ritmo spezzato, il pri¬ 
mo tempo, mantenendo codi un legame ideale 
fra tutte le parti della sonatina. Il terzo lem- 
po ci riporta nella otmos.'^ra dui primo-, di 
nuovo una semplice o chiara linea me.odica che 
si appoggia sugli arpuggi del basso, uso tanto 
caro a Ravel, che l’aveva abbandonato nel mi¬ 
nuetto, più ricco e complesso di armonie, ta¬ 
bi a nuove o audaci. Quest'ultimo tempo (ani¬ 
mato) è il più lungo dei tre e, -pur essendo ric¬ 
chissimo di materia poetica, è meno ben coor¬ 
dinato degli altri, un po' slegato e frammen¬ 
tario. I lumi sono numerosi, tanto più cho 
spesso la sinistra deve far uscire, accentuando 
alcune noto doli'accompagnamento, un cantabi¬ 
le contemporaneo al motivo della destra. Ma 
fra tutti questi lenii alcuni si distinguono net¬ 
tamento per la; loro purezza o sincerità d’ispi¬ 
razione: così il toma contrassegnato da uu 
at/itr, che è dato dalla prima nota di ogni ter. 
xina e che ottiene un notevole effetto, alla fine 
dolla asconda battuta, con una noia ribattuta 
interrompouto il ritmo delle terzine. Qui la si¬ 
nistra eseguisce una specie di progressione cro¬ 
matica, cho bisogna sfumar© con molta deli¬ 
catezza por evitare insopportabili dissonanze. 
Porse i] tema più Insilo di tutta la sonatina è 
quello indicato con mime mouoemcnt. 7 Va/i- 
quillr-plus leni : tutta quella malinconica e ac¬ 
corata rassegnazione, elio abbiamo vista sboc¬ 
ciare quu o là, ora in un breve motivo fugge. 
guvolc, ora in uu sospiroso dileguarsi di molli 
o soavi armonie, © cho dà il tono all’intera so¬ 
natina, trova qui la sua espressione perfetta, 
in due righe dj musica contenenti due volte lo 
stesso toma, iu tonalità diverse. La prima vol¬ 
ta esso è presentato al modo solito di Ravel : 
un brusio sommesso di quartine, di cui ogn» 
prima nota, accentata, dà il tema; invece la 
seconda volta la melodia e scandita lentamen¬ 
te, in una schematica purezza di linea, mentre 
la sinistra fa vibrare a lungo i suoi accordi fon- 
(lamentali, armoniosissimi. 

Questi non sono i soli temi del rirzo tempo: 
ve no sono altri ancora, taluni bolli, altri me¬ 
no, ma certo non più legati assieme con quella 
fusiono che ci fa apparire il primo tempo come 
un solo blocco di materia musicale, compatto 
o saldo senza incrinature e senza squilibri qui 
lo congiunzioni tra i vari tomi che si succedono 
sono talvolta troppo visibili. Invece alcuni effetti 
bellissimi ottiene Ravol colla combinazione di 
due tomi contemporaneamente; t-otcvolissinm 
quella del primo tema inizialo con un caratteri¬ 
stico fa-sol-mi ripetuto per una pagina e mezza 
di musica, ora dalla destra ora dalla sinistra: 
nella seconda metà la destra estrae, pianissimo, 
quel misterioso la-sot-mi da arpeggi dj tortine, 
mentre la sinistra intercala il primo tema: un 
effetto magico, come di lucciole nella notte: il 


Alfredo Galletti: Alessandro Manzoni. /< 
imitatore e 1 1 poeta , Milano, Soc. editric© 
«Unitas», 1927 , volumi due. 
l/attività letteraria e critica del Manzoni • 
diventata, in tempi abbastanza recenti, ogget¬ 
to di studi meno generici e più protondi di quel¬ 
li che le furon dedicati sul finire del secolo 
scorso, e oggetto anche, più largamente, d’un 
interesse diffuso cho tocca non pur l'intelligen- 
za del pensatore e del poeta, ma In sua uma¬ 
nità, la sua vita, - suoi atteggiamenti, i suoi 
gusti. Non ò passato molto tempo da quando 
altri ebbe a descrivere, proprio su queste co- 
lonne, e a giudicare, con saggezza forse troppo 
severa, il fenomeno del manzonianismo. Del 
quale (senza giudicarlo noi, nò prender partito 
prò o contro di esso) non parrà inopportuno 
l’aver fatto cenno qui, quando si )>ensi che l'o. 
pera del Galletti, di cui discorreremo, non ò 
soltanto un saggio di critica dotta ed acuta, 
ma tiene ad un tempo i modi degli scritti *- 
pologotici, dj propaganda o polemici, o rientra 
quindi in qualche modo, e come fattore cospi- 
cuo, in quel movimento o gusto manzoniano, 
di cui sè detto. 

I duo volumi del Galletti, so si vuof tener 
conto delle tracce offerte dal titolo stesso del 
saggio e degli ampi sommari analitici, dovreb¬ 
bero contenere ad un tempo la biografia del¬ 
l’uomo in relazione con lo svolgersi de' suoi, 
sentimenti, de* suoi gusti, del suo intelletto; 
un'analisi della sua opera poetica e letteraria; 
e infine una descrizione compiuta della sua at¬ 
tività di filosofo, di storico o di critico. Que¬ 
ste tr e direzioni dell'indagine, © specialmente I» 
prima e l'ultima, non devo» porò, nell'inten¬ 
zione del Galletti, apparir disgiunte fra di lo¬ 
ro, bensì fondersi armoniosamente, così da dar 
('immagine intera e viva dell’uomo in tutta 'a 
sua umanità, con tutte le sue forze o lo sue 
debolezze, fa sua grandezza e i suoi limiti. Non 
critica estetica in senso stretto, bensì critica 
storica nel significato più ampio e comprensivo, 
vogliono essere infatti queste pagine dell’illu. 
stre professore dell’Ateneo bolognese: e corno 
tali si distinguono, con vantaggio, dalla folla 
di dissertazioni o divagazioni oggi cosi comuni 
e diffuse, cho volendo apparire • storiche rie- 
scotio per lo più ad esser soltanto generiche « 
superficiali ; — e ci offrono un altro esempio 


monotono ripe.orsi delle tre note sempre ugua¬ 
li, la notte ; l’nffiorare irrequieto, ad inter¬ 
valli, del tema, le lucciolo. 

Soltanto in un punto, nel terzo tempo, vie¬ 
ne a mancare quella semplice schiettezza d'ispi¬ 
razione, cho costituisce il massimo pregio di 
questa sonatina, e s'intravede allora por qual¬ 
che istante, il Ravel tradizionalo, quello più 
conosciuto, quello cho il pubblico chiama «fu- 
tutista»; una specie di volontario buffone, af¬ 
fetto da un'acutissima pudicizia spirituale, per 
cui ama nascondere sotto una smorfia da eloutn 
i proprij sentimenti, soffocare in un’insincera 
sghignazzata il sospiro clic sta per i radirlo, co¬ 
razzare di fatuità e di cinismo la propria ani. 
ma, perchè nessuno possa vederi )t il fondo. An¬ 
che questi gelosi ritegni, queste improvvise ri- 
t'-osfo, sono caratteristiche di quel doloroso sta¬ 
to d’animo, che trova la stin estrinsecazione ar¬ 
tistica nella musica ra ve I liana ; se, ad uu trat¬ 
to, Ravel si pente di avervi troppo detto di 
sò, se teme d'essersi troppo svelato, improvvisa, 
ment? egli vi disorienta con qualche brusco 
voltafaccia, vi sconcerta con due battuto di 
accordi catastrofici, indecifrabili, dettati dalle 
leggi della piu futuristica armonia, vi distrao 
dalla pista cho egli stesso vi ha incautamente 
indicata, con un motivo burlesco o insignifi¬ 
cante. Così nella sonatina, giunto a metà del 
terzo tempo, prova rimorso della sincerità con 
cui finora vi ha mostrato la delicatezza e la 
sensibilità della sua anima o teina che voi lo 
dcridiute come un debo e, uu sentimentale : al¬ 
lora ecco elio dj punto in bianco vi sfodera un 
motivo su tempo di raher (png. 12, riga 1 del- 
l’ed. Durand, 1905 ), così volgare, cosi sbraca, 
to e (on tarli nosco che voi quasi non credete alle 
vostre orecchie: a questo motivo regnano poi 
quattro battute dj arpeggi brillanti e vistosi 
come l'apparato scenico di gesti misteriosi e 
di sguardi ispirati © scrutatori, con cui un pre¬ 
stigiatore maschera il trucco ai gonzi che l'am¬ 
mirano a bocca uperta. Sulle prime non si ca¬ 
pisco la ragione di questo brusco trapasso dal 
serio al faceto, eh© compromette l’equilibrio c 
la regolarià della sonatina, e si rimane urtati: 
so'o più tardi, ricordando che Rav:| ho un in¬ 
tero volume di «Valses nobles et sentimenta- 
Ics» in cui si mescolano curiosamente lo inten¬ 
zioni parodistiche e la simpatia per questo lan¬ 
guido e voluttuoso ballo romantico, si compren¬ 
do questa intrusione, questa stonatura. E al¬ 
lora essa* ci fa un'impressione anche più dolo¬ 
rosa eh© il lamento sincero udito puma: men¬ 
tre i nostri sensi percepiscono un suono burle¬ 
sco e comico, cho può forse divertirli, la nostra 
mcnt© ci dico che quello è un riso triste di pa¬ 
gliaccio, © in questa posiziono assurda ci tro¬ 
viamo a disagio; perchè dovunque ci sia insin¬ 
cerità © affettazione, dovunque il piacere di 
mettersi la maschera prevalga sull’impeto spon¬ 
taneo del cuore, là non può maj essere arto. 

Massimo Mila. 


dell'attitudine critica del Galletti, sempre o- 
nimaln da una fervida persuasione morale « 
sostenuta da una severa riflessione e rivolta i 
descrivere non tanto i fatti letterari c poetici 
in se, quanto le corinti spirituali » culturali 
di cuquelli son parte. 

A questo desiderio, visibilissimo nell'autore, 
di dare al suo quadro maggior larghezza di con¬ 
fini o più ricca varietà di contenuto, si deve 
forse s© la parte dedicata in questo libro al¬ 
l’esame del romanzo, delle liriche o delle tra¬ 
gedie manzoniane ò non solo fra tutto la meno 
estesa, ma anche quella nella quale si riscon¬ 
trano minori doti di novità ed originalità. Non 
crediamo che, per questo lato, ci sia da no¬ 
tare un vero progresso in confronto ai migliori 
scritti sull'argomento pubblicati nell'ultimo de¬ 
cennio, e spcciaimcnt? a quelli del Momigliano. 
In realtà, anziché darei un'analisi sottile e mi¬ 
nuta. dell'arte de] Manzoni, il Galletti prefe¬ 
risce disegnare a grandi linee il generico am¬ 
biento di coltura e lo spedalo atteggiamento 
della mente tra i quali quell'arte è nata o fio¬ 
rita. Fi a questo proposito egli fa alcune con¬ 
siderazioni interessanti e notevoli sulla classi¬ 
cità dol gusto © sulla preparaziouo umanistica 
de] poeta lombardo c su] suo costante amoro a 
Virgilio «d Orazio; © cj mostra quanto egli sia 
lontano nel fondo dagli spiriti e dallo forme 
dei romantici, e come la sua ammirazione stes¬ 
sa per l'opera di Shakespeare sia nvolta piut¬ 
tosto alla sapienza psicologica e all'ardire del¬ 
lo concezioni storiche © drammatiche chn non 
allo stilo, del quale egli non ebbo Piai una di¬ 
retta ed esatta conoscenza. Da questa educa- 
zione classica, virgiliana ed oraziana, petrar¬ 
chesca © moutiana, la poesia del Manzoni do¬ 
veva scaturire ricca ad un tempo di pensiero 
o di sentimento, sostanziata di riflessione e per¬ 
corsa da un fervore di solenne oloquonza. Il 
Galletti avrebbe potuto additare nuche altri 
modelli, dai quali il Manzoni derivò molto o 
del suo pensiero e della sua arte: voglio dire 
gli scrittori francesi del. secolo XVII e dol 
XVTTI. (Anche di recente il Croce, in una sua 
nota acutissima, indicò alcuni rapporti tra i 
Promessi Sposi e i romanzi di. Voltaire: e a 
tutti è nota poi l'ammirazione del Manzoni per 
il Pascal e il Bossuct). Comunque, insistendo 
sui caratteri classici drU'nrtc manzoniana, il 


GLI STUDI CRITICI 


MANZONI 


Galletti avtcbho potuto, assai più che non fac¬ 
cia, temperare e correggere quel che v'ò di ne¬ 
gativo e di falso in un giudizio noto del Ci¬ 
tatimi, già iu parte dot risto chiarito o inte¬ 
grato e limitato dal Croce. 

Degno di nota sono anello lo osservazioni elio 
fa il Galletti sulla genesi o la composiziouo 
dell'Adelchi, sul carattere politico della primi¬ 
tiva ispirazione della tragedia, su 1 '.'atmosfera 
di tristezza e di pessimismo nella quale il dram¬ 
ma fu compiuto tra la fine del '21 e il prin¬ 
cipio del '22 («l'anno più tristo, scrive il poeta 
ni FaurioI, cho mai avesse trascorso»), «si 
potrebbe diro che nell'Adr/c/u la Provvidenza 
opera nell'eternità, ma non nel tempo; pre¬ 
para ai credenti col dolore o colle sventure l'e¬ 
lezione che li farà b.-ati nell'Empireo, ma ab¬ 
bandona ia tona ed ì viventi al turbine del 
male e alle angoscio di uu eterno naufragio. Il 
Manzoni, come poeta, uscì poi, non senza sfor¬ 
zo, dal tormento di questo dubbio, c nei Pro¬ 
messi Sposi tu Provvidènza cristiana fa sentire 
la sua presenza anch? ncll'ordiuo temporale». 
(II. 228 ). 

Altre considerazioni di maggior o minore im¬ 
portanza potremmo additare. Scnonchò ci par 
piuttosto opportuno mettere in rilievo quollo 
che è il concetto fondamentale del saggio del 
Galletti, l'idea cho, percorrendolo in ogni sua 
parte, cica l'uuità o lu saldezza dei discorso 
critico. Nel qunlo, conio ho detto, ! analisi del¬ 
l’opera poetica in sé è parte secondaria c com¬ 
plementare che, unita ad una folla d'altri ar- 
gementi c ragioni o riferimenti storici o pole¬ 
mici, concorre alla (limosiraziono «Iella tesi u- 
nica od essenziale del libro. Chè se talora il 
saggio dol Galletti s'apprsuntiscc di divaga¬ 
zioni o di battuto polemiche, e iu generale può 
dirsi difettoso nella costruzione (il che deriva, 
conio nota l'autore, dalle travagliate vicondo 
della composizione tipografica), è certo por al¬ 
tro che proprio la ricchezza, sia pure esuboran. 
tc, dei motivi culturali cho vi concorrono; è 
In qualità che rende così interessante c sugge¬ 
stiva la lettura di questi due volumi. 

Il Galletti si propone di farci intendere come 
e perchè «il Manzoni, poeta © pensatore cat¬ 
tolico in un’età che volle restaurare la società 
e l'individuo, l'ordine politico e l’ordino mo¬ 
rale, suj principi! dello spiritualismo cristiano 
nel tumulto della battaglia che i nuovi cre¬ 
denti condussero durante la prima metà del¬ 
l'ottocento contro la ragione critica e la scieu- 
za, apparisca come un solitario in tacito od a- 
perto dissenso dagli nitri restauratori» (II. 
518 - 19 ). Questa solitudine del pensiero manzo¬ 
niano nel pieno della rinascita spiritualistica o 
cattolica è dimostrata dal Galletti, con tutta 
una serie d'argomenti noi loro complesso inop¬ 
pugnabili. Ed è verissimo, come «.gli dice, che 
dietro allo spiritualismo cristiano e cattolico 
dei romantici si nascondono atteggiamenti pa¬ 
gani: sensualismo, egotismo, morale dolla vio. 
lonza Di fronte a cattolici, come lo Chateau¬ 
briand, mossi da uu estetismo leggiadro e fa¬ 
stoso ; di fronte a quei romantici nei quali la 
religiosità s’appoggia ad un flebile sentimon- 
talismo o a un entusiasmo vago e precario, co¬ 
me in M.mo do Staci, oppure a un individua¬ 
lismo bizzarro © visionario, come in Novalis; 
dj fronte a tutti quasi questi nuovi crcdonti 
cho, messi da uu impulso di reazione alio spi¬ 
rito critico del Settecento, negavano lo forze 
della ragione per esaltare quelle dell'Istinto c 
della ibera fantasia; il Manzoni appare armato 
d’una solida preparazione dialettica, amante 
della logica sottile, nemico dell'entusiasmo, eh© 
chiama «forza incognita ed incalcolabile»: «l'os¬ 
sequio del Manzoni alla religione era raziona¬ 
le egli l'aveva disgiunto subito da ogni pre¬ 
occupazione politica e pratica e sollevato nella 
sfera dell© verità eterne, che gli è propria* (I, 
298 ). Perciò, non meno che dai cattolici senti¬ 
mentali od entusiasti, egli era lontano da que¬ 
gli scrittori francesi controrivoluzionari, i quali 
fondevano in uno la difesa del trono e del- 
l'altare, 0 anche più dal razionalismo e reazio¬ 
narismo cattolico dello Sch’egel: contro costo¬ 
ro egli appare geloso custode dolla libortà in¬ 
dividuale affermata dal Vangelo, attaccato al¬ 
l’idea cristiana della giustizia, nemico della ra¬ 
gion di stato e delle violenzo clic si commettono 
in suo nome. 

Il vero è clic «la spiritualità dol Mattoni, 
come In sua indole e la forma mentis, appar¬ 
tengono a quel secolo decimottavo, che fu vano, 
leggero, antistorico; che giocò colle astrazioni, 
pensando di poter trasformare ridendo la na¬ 
tura umana...; ma che fu sincero, o sincera¬ 
mente credette nella virtù delle idee o nel do¬ 
vere di uniformare le azioni alle idee; credette 
nella ragione, nella scienza, nc| diritto degli 
umili, nella necessità delle riforme, nell'uma¬ 
nità... Il Manzoni crede nel Vangelo c nella 
morale cattolica colla stessa schiettézza e colla 
stessa ingenuità risoluta... Ma si troverebbe sto¬ 
ricamente disorientato chi ponsàsso cho tutti al¬ 
lora mettessero in quelle parole o dottrine la 
stessa logica disinteressata e la modesima retti¬ 
tudine intellottuale» (II, 522 - 23 ), 

Tutto questo è in fondo verissima ; senonchò 
si dovrebbe ancora distinguere, e additare il 
capovolgimento oporato dal Manzoni nel mon¬ 
do intellettuale degli illuministi, pur accettan¬ 
done le premesso. Come il De Mais-tré infatti 
(e su questo punto sj potrebbe forse tentare il 
paragone.' tra due spiriti por altri aspetti così 
lontani fra loro e quasi opposti) il Manzoni ac¬ 
cetta il mondo di giustizia ideale immaginato 




IL BARETTI 


Pag. 47 


dai filosofi del settecento, acnonchò il suo pes¬ 
simismo cristiano gli insegna a non credere lid¬ 
ia bontà naturale od istintiva deH'uomo, e lo 
induce a porro nel futuro, so non neH'ctcrno, 
e a rappresentare com? realizzabile soltanto gra¬ 
do a grado e in progresso di tempo quoll’as- 
soluto o trionfale regno della giustizia o della 
libertà umana, che gli illuministi collocavano 
invece in un lontano passato, nella mitica in¬ 
fanzia deU'uinnnità. Per quanto sarebbo non 
privo forse d'interesse lo svòlgerò più ampia¬ 
mente questo concetto, esso ci svierebbe trop¬ 
po da| nostro appunto: e a noi preme piut¬ 
tosto continuare l'esposizione iniziata delle i- 
de® del Galletti. 

Come ne) tono della mentalità religiosa, cosi 
anche nel cani|>o dello ideo estetiche e lette¬ 
rarie, i| Manzoni è lontano dal romnnticismo 
europeo contemporaneo, inteso come «una gran¬ 
de riscossa delle energie mistiche c fantastiche 
dello spirito» (II, 602 ). In verità il lomburdo 
non conobbe la poesia nò la dottrina dei ro- 
mantici non frantesi e non ne vide la profon¬ 
da novità Si limitò a combattere il classicismo 
convenzionale, fondato sull© regolo o sui mo¬ 
delli - ricollegandosi per questo lato alla rea¬ 
zione criticn iniziatasi noi secolo XVII contro 
il formalismo aristotelico, non solo in Inghil¬ 
terra e in Germania, ma anche in Francia c 
in Italia. Anche qui troviamo dunque, piut¬ 
tosto che un Manzoni romantico, ! crede o il 
continuatore del pensièro del Settecento. Ghi¬ 
se, contro l’opera degli scrittori greci e roma¬ 
ni, portò un severo giudizio morale, d’altra 
parto proprio con quel suo proporre alla poesia 
• l’utile per iscopo, il vero per mozzo», «col 
far della morale pratica il fulcro della vita in¬ 
tcriore c una sicura garanzia di rettitudine in¬ 
tellettuale, l’arte del Manzoni si mantiene sul¬ 
la. linea di svolgimento seguita nei secoli dal 
pensiero greco e latino. Questo è «I classicismo 
del Manzoni» (II, 479 ). 

Per riassumere dunque a noi pare perfettu- 
mcnto dimostrata quella che il Gulle.tti ohia- 
tna la condizione paradossale do| Manzoni pen¬ 
satore:.. credente iazionaiista .... poeta roman¬ 
tico, la cui poesia c la cui estetica negano il 


111 

IL CEPPO GERMANICO 

Da quello di cui abbiamo discoi se nei duo 
articoli precedenti (1) scossiamo ritenere per 
acquisito — almeno al nostro modo di vedere 
questo argomento — che non si può parlare 
di Romanticismo so non su due » •tini, che si 
incontrano quasi sempre e non coincidono fora? 
mai porfettamento nella storta del pensiero 
moderno. Il piano «cultura romantica» è il 
più antico c ih più esteso: esso ha propaggini 
nascoste, che si protendono fin quau a toccare 
quelle dei due misteriosi albori antagonisti del 
Paradiso terrestre; ma non comincia ad entrare 
come nuovo demento, distinto e tipico, di cui. 
tura, se non in correlazióne con la nuova ci¬ 
viltà cristiana, e diventa preponderante quando 
in questa civiltà il fattore individuale prima 
si emancipa, poi ufTerma la sua autonomia, poi 
vorrebbe stabilire il suo incontrastato predo 
minio. Il piano •letteratura romantica» comin 
eia ad alimentarsi dal precedente verso il ca¬ 
dere de] Rinascimento (ma non mancano spora, 
diche anticipazioni nella letteratura medioeva 
le), si accresce o prende via via coscienza di 
sò fino a «'he trova i propri demiurghi in alcuni 
grondi scrittori della fine del Settecento « in¬ 
fine, merco loro, irradia i] secolo seguente di 
luce trionfante. Quando si dice toni court «e- 
poca romantica» o Romanticismo, si suole co¬ 
munemente alludere a questo periodo specifico 
dotta storia del pensiero europeo, nel quale i 
duo piani, per lo meno ad occhio nudo, comba¬ 
ciano, «cultura romantica» o «letteratura ro¬ 
mantica» approssimativamente si equivalgono 
La quale designazione convenzionalo può acco¬ 
gliersi agevolmente pel fatto stesso che è pas¬ 
sata nell’uso comune, purchò non si perda mai 
di vista che si tratta di un episodio di una piu 
larga azione ; e mentre nel tratteggiare i ca- 
ruttori generali del Romanticismo-cultura si 
dove di necessità spingere lo sguardo ai confini 
deirorizzontc «lolla cultura moderna e fare at- 
tonzions alle confluenze dello grandi strade del- 
la civiltà ; (piando ci ai fa a individuare la fi¬ 
sionomia del Romanticismo-poesia non bisogna 
divagare, ma cominciare col riconoscere i con- 
fini storici del fenomeno, le caratteristiche spe¬ 
cifiche e le gradazioni dol «connubio», nel va¬ 
riare di tempo e di luogo, in un moto di flusso 
e riflusso, nel quale il fenomeno htterario ri- 
peto, con maggior o minoro lunghezza d’onda, 
i motivi e le deficicnz© fondamentali del feno¬ 
meno culturale. Tu ogni caso poi, o sopratutto 
per orientarsi tra le infinite polemiche e gl'in¬ 
numerevoli malintesi dj scuoto o cenacoli, vale 
la norma che ciascuno ò padrone di costruirà; 
astrattamente un «Romanticismo integrale», ma 
questo non esiste storicamente; sicché si può 
constatare che due parti in contesa si azzuf. 
fano per colpire o difendere il Romanticismo, 

(l) V i nn. ili dicembre 103 7 e febbraio 1928. Si 
chiede veuii» al tettoie *e li riprende II filo dei diicorso 
cou molto ritardo, per caute indipendenti dalla volontà 
del diicorritore. 


romanticismo, o Io correggono iu modo da al¬ 
terarne profondamente la natura 0 l'ossenza;... 
cattolico liberale e unitario in un’Italia che, per 
conquistare l'unità, si proparava id abbatterò 
il dominio temporale dei papi. Il suo cattoli- 
eismo condenti alia rivoluziono cd il suo roman¬ 
ticismo finì negando il primato della fantasia 
e l'assoluta autonomia doll'artc. Nel consenso 
del suo pensiero religioso, politico, estetico al¬ 
lo idee direttrici dol suo tempo vi fu dunque 
un malinteso» (II, 475 ). 

Questa tesi del Gaietti a noi para giustissi¬ 
ma, © la dimostrazione ch'egli ne lm data, ac. 
quisita orinai in modo definitivo agli studi 
manzoniani. Sebbene alcuno potrebbe dcaide- 
rarq che la descrizione dol pensiero del Man¬ 
zoni tenesse conto dello svolgersi *• del mutarsi 
delle idee e dei sentimenti secondo i tempi. 
Ed è certamente vero che le concezioni critiche 
del lombardo non rimasero immobili, dopo la 
conversione, bensì si trasformarono o per in¬ 
timo impulso o sotto l’influsso di altre circo, 
stanze, talora in modo assai notevole, come di¬ 
mostra qua c là il Galletti stesso, eh*» puro non 
ha voluto darci i| quadro o la linea di cotesto 
svolgimento. 

Ma v’è un altro difetto, che a noi appare 
più grave, in questo suo libro: cd ò la pas¬ 
sione polemica che talora lo trascina in lungho 
divagazioni ?straneo all'argomento, altro volt© 
anche peggio gli ispira giudizi 0 condanno esa¬ 
gerati e sommari, o che tAli almeno appaiono 
a noi. Qui si mostra aperta quell'intenzione, 
cui abbiamo accennato in principio, di pro¬ 
porre il Manzoni quasi esempio non solo nll’ar. 
tc ma alla vita dei nostri tempi, o contrap¬ 
porlo allo tendenze anticristiane, ai :stocraticho 
e materialistiche della moderna civiltà. Per 
questn parto dol suo libro, noi non sapremmo 
convenire appieno con il giudizio dol nostro 
autore, pur ammirandone la sincerità o il for- 
vore delle convinzioni. Ma comunque essa ci 
uppnrn meno importante di quanto forno non 
tbbia creduto il Galletti, o secondaria, almeno 
d«| punto di vista cui siani soliti attenerci in 
questo nostre rassegne degli studi critici. 

Natalino Sapegno. 


senza accorgersi che in lealtà combattono gii 
uni per mantenere nna propria concezione ro¬ 
mantica (amalgamata, al solito, con alcuni re- 
sidui classici), gli altri per sostitirre un'altra 
propria concezione romantica (amalgamata con 
altri residui classici). 

Quando si sia messa a fuoco la scena secondo 
questi principi direttivi, si potranno determi¬ 
nare con relativa precisione le vicende dell’» e- 
[►oca romantica», o, se non vi dispiaco, de! 
«connubio romantico». Rifacendoci ancora una 
volta ai risultati preziosi dell'opera dì Ernest 
Seilliòre, abbiamo ormai sotto mano tutti gli 
clementi per ricostruire la storia esterna dol- 
l'avvenimcnto e molti dati definitivi por ab¬ 
bordare alcuni giudizi conclusivi sulla storia 
interna di quello. Al Seilliòre, appunto, spetta, 
tra gii altri, il merito dj avere determinato i 
confini e le oscillazioni del fenomeno specifico 
del Romanticismo letterario: da Rousseau — 
uomo rappresentativo degli «uomini nuovi» dol¬ 
ili seconda metà del Settecento — si avanza fi¬ 
no a bussare alle |>orto ferree del secolo XX, 
passando per altro quattro generazioni, 0 piu 
specificatamente: 

1) I,a generazione dol «mistinsmo passio¬ 
nale. ( 1800 - 1830 ); 

2 ) La generazione del Romanticismo libe¬ 
rale e del «misticismo sociale» ( 1830 - 1850 ); 

3 ) La generazione del « misticismo estetico » 
e del «realismo» (illusorio) ( 1850 - 1880 ): 

•I) La generazione del «misticismo nazio¬ 
nalista» p «lei dilettantismo ( 1880 - 1900 ). 

Dietro le spalle di questa già si agitava, alla 
vigilia dellA guerra, la generazione dei « nuo¬ 
vissimi*. La guerra ha moralmentz stritolata 
la quinta generazione ; si afferma col dopo-guer¬ 
ra una sesta generazione romantica piuttosto 
enigmatica. 

Si può magar, proporre qualche ri'occo; ma 
mi pare che si debba ritonere corno definiti¬ 
vamente acquisito il presupposto critico, che 
vede min sostanzialo continuità di un medesi¬ 
mo spirito romantico, trasmutantes: solo nello 
forme e n?gli atteggiamenti. La « letteratura 
romantica» dòpo il IB 50 ha avuto degli arresti 
d| esitazione e di confusione di ideo, degli on¬ 
deggiamenti o degli scarti, e a un corto rao- 
monto ha creduto di potersi sottrarre al giogo 
della «cultura romantica» (disdegni e ribel¬ 
lioni di neo-classicisti, «parnassiani», eco.). Ora 
no sappiamo abbastanza «fi quello velleità di 
secessione. Furono illusioni, che si esplicarono 
in atteggiamoti esteriori, in formule stilisti¬ 
che o prosodiche, i quali tutti si appoppavano 
apli clementi clanici rimasti in inflittone nello 
• cullimi romantica ». Dopo pochi «uni, anche 
in letteratura, sj tornò a forme sfrenato di Ro¬ 
manticismo, dell© quali i tempi presenti sen- 
tono le tare nevropatichc. 

La «cultura romantica», dunque, non solo 
ha proseguito in questo tempo, tra la fine del¬ 
l’altro secolo e il principio del nuovo, il corso 
fattilo della corrente; in* pare che si trovi in 
un momento culminante o pauroso, sul ciglio 


di una cataratta. Il Seilliòre, nel ®ue volume 
/'olir le centcnaire, apre il sesto capitolo, cho 
tratta di questa sesta generazione, intitolando- 
lo: /.‘enigma del nuora secolo, e questa frase 
riassuntiva dico abbastanza dei sentimenti, che 
accompagnano Io conclusioni de.Ha sua analisi. 
Ma i| medesimo scrittore si’ spingo più adden¬ 
tro nella diagnosi della turbata anima contem¬ 
poranea, là dove, riprendendo il filo dei suoi 
primi studi sul Romanticismo tedesco, no stu¬ 
dia le recenti trasformazioni (//. S. Ohamber- 
lain, le plus recent philotophc du pangtrma- 
aitine mytlique - Paris, • La Renaissance du 
livre » ; Lts jtangermanistc: d'apris.guerre, Pa¬ 
ris, Alcan, 1924 . Moralcs et riligions nouvcfle.s 
rn Allr.magne - Paris, Payot, 1927 ). Questi 
duo densi contributi alla storia del pensiero 
tedesco contemporaneo sono tanto più impor¬ 
tanti in quanto che ci fanno risalirò quasi sem¬ 
pre alle sorgenti della ispirazione romantica di 
oggigiorno. Por intendere appieno o metterò 
al loro giusto posto le manifestazioni più re¬ 
centi b infatti indispcnsabilo stabilire con chia. 
rezza i| nesso storico e ideologico tra le fasi suc¬ 
cessivo «lei fenomeno romantico iif Germania 
fino alla vigilia doll’;poca contemporaneo. Lo 
ha riconosciuto anche il Seilliòre, chiudendo il 
suo libro su Murales et riligions ir.'it veliti ecc. 
con una limpida appendice, cho ò una rassegna 
dol Romanticismo della Restaurazione, erronea, 
mente detto «primo Romanticismo» {Sur le ca - 
radere du Bomnntisrne de 1795 ) e dolio quale 
accetto pienamente la esatta cronologia delle 
«generazioni» romantiche tedesche. 

Diversamente dal modo come si 6 manifesta¬ 
ta in altri luoghi, la letteratura romantica pre¬ 
senta in Germania una metodicità di viccndo 
ripct-entisi con movimento pendolare, di cui si 
può determinare l’onda di oscillazione tra gli 
estremi di duo premesse nettamento filosofiche: 
individualismo mistico-profetico © sincretismo 
razionalista. l,o spirito stesso dol popolo e lo 
condizioni particolari, in mozzo alle quali si ò 
scavato il letto la corrente della cultura tedesca, 
hanno impresso il loro suggello sul Romanti¬ 
cismo tedesco. 

Per spiegarselo più chiaramente bisogna se¬ 
guire la solita strada segnata dal fenomeno ro¬ 
mantico nel suo insieme 0 rimontare alla ma¬ 
dre comune, alla «cultura romantica», dio an¬ 
che in terra tedesca cominciò a prenderò con¬ 
sistenza nella seconda metà dol secolo XVI. 
Ora, questo avvenne in condizioni di fatto o 
ideologiche assai lontane da quelle del Mezzo¬ 
giorno e dell’Occidente di Europa. In queste 
parti il trapasso dal Medio Evo all’epoca mo¬ 
derila si c verificato per i duo stadi dell*Uma¬ 
nesimo 0 dol Rinascimento ; sicché la cultura 
romantica fu, possiamo dire, nel suo primo 
sboccio, il fiore incolto, la margherita di prato 
o il biancospino, che spuntavano «.Apricciosa- 
ment© ai margini dei viali 0 dolio siepi bene al¬ 
lineati dall'aristotelico Rinascimento. 

Ma la Germania selvosa non conobbe che 
molto tardi c come una eccezionale curiosità di 
importazione straniera, queste squisitezze o sot¬ 
tigliezze, che sono il risultato di lunghe elabo¬ 
razioni. 

Il Rinascimento non fu in Germania, corno 
in Italia, in Francia, in Inghilterra, in Ispa- 
gna (i pa?si preminenti noi mondo intellettuale 
tra i| XV c il XVII secolo) il prodotto di uno 
sviluppo dell'Umanesimo, che alla fine in esso 
si dissolse : in Germania questo passaggio non 
ci fu, e si può affermare eh© nou ci fu Rina¬ 
scimento, poiché l'indirizzo in questo senso, che 
si ebbe al scdolo XVII inoltrato (dopo la pace 
di Westfalia) non ò cho tarda im'taziono, ri¬ 
facimento esteriore, accademico di modelli fran¬ 
cesi. 

La causa essenziale di questa grande diffe¬ 
renza sta nell'avvenimento, che domina tutto 
il Cinquecento tedesoo. Nel momento, «n cui 
('Umanesimo sarebbe sboccato presumibilmen- 
to in una forma di Rinascenza, si trovò invece 
di faccia squadernate le uovantacinque «tesi» 
di Wittemberg, che per le premesse mentali e 
il lievito sentimentale, dai quali partivano, fu¬ 
rono un manifesto non meno contro lo spirito 
del Rinascimento che contro la Ch'osa di Ro. 
ma; tanto che, con l'ingrossarsi della contro¬ 
versia, fu coinvolto lo stesso Umanesimo e di¬ 
venne incompatibile con lo spirito della Rifor¬ 
ma, quando questo prese piena coscienza di sè 
(la famosa e tanto significativa dissidenza eras¬ 
miana). 

Gli effetti di così gravi avvenimenti nel cam¬ 
po intellettuale furono: una soluzione di con¬ 
tinuità nel passaggio dalla cultura rnediocvalo 
a quella moderna; la rottura del filo dialet- 
tico, onde si operò quel passaggio negli altri 
paesi di Europa per via di successivi sviluppi 
dall'Umanesimo al Rinascimento. Sicché, quan¬ 
do, un secolo e mezzo dopo, le esigenze intel¬ 
lettuali, che la Riforma aveva soffocate nel¬ 
l'Umanesimo e non aveva neanchVssa soddi¬ 
sfatte col diventare chiesa ufficiale «• teologiz¬ 
zante, furono riportate sott’altra forma, ma 
sostanzialmente l c medesime, dal flusso del pen¬ 
siero europeo, la Germania reagì » modo suo, 
col temperamento e con lo facoltà che possede¬ 
va. La cultura tedesca non riuscì più, come lo 
altre, a muoversi su dj un piano generico di 
equilibrio consolidato, da cui, volta per volta, 
affiorano e vanno in capofila alcuni clementi, 
e poi si tirano indietro per dar posto ad al¬ 
tri, pur senza che nessuno dj essi sia eliminalo 
del tutto: essa all’inverso prende continuamen¬ 


te e fatalmente le mossa da un contraato in¬ 
teriore tra concezioni di vita l'una all’altra re¬ 
frattario, dal quale contrasto si riconosco la 
necessità di trovare un equilibrio e di assu¬ 
merlo come una necessità dialettica cd etica, 
mediante processi di revisioni filosofiiche, di 
sintesi cosmicho. àia tali potenti esperienze, por 
la loro natura a priori e per la labilità della 
architettonica dei sistemi filosofici, sono desti¬ 
nate a non essere definitive. Con la critica dei 
sistemi si riapre il contrasto in seno alla gene¬ 
razione elio seguo, contrasto, cho, x sua volta, 
per la materia su cui versa, e per gli spiriti, 
ai quali ò affidato, è indefinito 0 rimette in 
discussione tutti i giudizi sui valori fondameli, 
tali dolla cultura. 

Tale moto a onde dà l’impressiono che nulla 
sia veramente acquisito per sempre 0 tutto sia 
da conquistare 0 riconquistare — mentre, ad 
esempio, i| fluire della cultura italiana o fran¬ 
cese danno l’impressione contraria; — ina quel¬ 
la impressione scoraggiante, cho potrebbe ren¬ 
dere insostenibile la prosecuzione di un'opera 

lunga portata, quaì'c affidata ai rappresen¬ 
tanti dolla cultura, è però bilanciata dal fatto 
che le soluzioni sono uflìdato ad un supera¬ 
mento dialettico dei contrasti cd all'ingegno 
creativo di formule sintetiche «1 onori, dalle 
quali si può dedurre con relativa facilità c com¬ 
piutezza il disegno doI nuovo edificio culturale 
predominante in un dato poriodo. 

Questo procedere per successive crisi ed eli¬ 
sioni di contrasti si ritrova necessariamente nel¬ 
la «letteratura romantica», che prende fisio¬ 
nomia e vigore al momento, in cui la «cultura 
romantica» si scioglie dallo pastoie di un dot¬ 
trinarismo semi-teologico e si motte in rappor¬ 
to, attraverso Leibnitz, con il movimento ge¬ 
nerale della cultura europea. 

Effettivo periodo di pre-Romanlicismo (nel 
«piale cioò si affacciano i motivi precorritori 
della nuova letteratura) va considerata quiu- 
di l'epoca dell’Illuminismo. Epoca di sommo¬ 
vimento e di prime germinazioni: in filosofia lo 
sforzo inano del razionalismo Iciboitziano per 
raggiungere una verità concepita come sostanza 
(divina .— in antitesi cou le divinità teologi¬ 
che —) o U dibattito seuza uscita sulla «ori¬ 
gine delle :dee» invogliano il pensiero a cimen¬ 
tarsi con l'irrazionale, a varcar© la soglia cir- 
eòa della «intuizione intellettuale». (Nella di- 
stinzione leibnitziuna tra «idee confuse», pro¬ 
venienti dalle sensazioni, 0 «idee chiare», pro¬ 
dotto di |>orcezioni immediato doll’anima, ò il 
punto di partenza, dal quale si giungo a Ja- 
cobi, Caliti.kantiano, ai filosofi «lirici» del Ro¬ 
manticismo dol 1800 ). D’altra parto l’ottimi¬ 
smo proselitistico, la fedo mistica nel « rischia¬ 
ramento» 0 nell’avvenire, preparano alla in¬ 
fluenza di Rousseau © delle formo seguonti di 
messianismo sociale ; la tolleranza prepara alla 
influenza di Voltaire e all'umanitarismo. 

D’altra parte, nella pura letteratura, la cri¬ 
tica de| teatro «classico» francese e doli'ari¬ 
stotelismo dei trattatisti del Cinquecento e la 
«scoperta» di Skcikesprore (Leasing, Dramma- 
turpia di Amburgo) e il nuovo prestigio a cui 
si avvia la filosofia dell’arte col viatico di Rauin- 
garten aprono i battenti all’arte lei giovani 
romantici, cho si avanròno. 

2 . 

Questi sono, come sì sa, gli uomini dello 
Sturm und Drang , e questo è realmente il «pri¬ 
mo Romanticismo» tedesco, scoppiato in forma 
eminentemente poetica © geniale, con l’assoluta 
prevalenza, cioè, del lato individuilista-eroico 
della cultura romantica in generale e con una 
spiccata tendenza verso il lato mislioo-irrazio- 
nalista della cultura romantica tedesca in par¬ 
ticolare. Dal precedente movimento illumini¬ 
stico essa ritiene il riconoscimento che la Ri. 
forma', in quanto chiesa determinata, ò movi, 
mento ormai chiuso e incapace di camminare 
di pari passo con la cultura rinnovatasi al con¬ 
tatto di quella del resto di Europa; da questo 
riconoscimento trae una prima conseguenza, di 
grande significato: che bisogna salvare la Ri¬ 
forma saltando al di sopra dei canoni della 
chiesa riformata e cercando una nuova e inti¬ 
ma compenetrazione con lo spirito originario. 
La diana squilla dal campo dell’avveuturioro 
Goetz di Berlichingen, simbolo degli estremi 
slanci della idoa della Riforma. Ilerdor intan- 
to modella Rousseau ai pensiero tedesco. 

3 . 

Quasi una fase successiva di virilità e di 
pensiero riflesso — ma in realtà nuche in op¬ 
posizione col periodo antecedente sj afferma 
il grande esperimento di equilibrio romantico, 
operato in massima parte da poeti, che prove¬ 
nivano dallo Starni, und Drang , avente per 
punto di raccoglimento ideologico Kant, e cul¬ 
minato nelle opere della maturità ;Ji Goethe ® 
di Schiller. Fu ossei a trarre la seconda o più 
meditata conseguenza dai risultati acquisiti del. 
fa critica illuministica alla « Riforma dogma¬ 
tica». — Non più dogma; tolleranza o ripresa 
di contatto col pensiero universale — avevano 
detto gli Illuministi. 

— Non più dogma ; ma ribellione dai l«?ganri 
di un passato immediato, cioò riliuto sia dol 
razionalismo scientifico degl’illuministi sia del 
razionalismo inelnntoniano della Chiesa lute¬ 
rana e ripresa di contatto col pensiero origi¬ 
nario. col misticismo fondamentale, * dal cui 
profetismo si alimentò lo spirito ti formatore. 


BILANCI ROMANTICI 





IL DABETTI 


Queste ora la confusa tendenza dello Sturili 
unii Drang. 

— Non dogma, non più razionalismo, ma 
neanche più irrazionalismo, che ò egualmente 
arbitrio, oppine rinunzia; imi critica delia ra¬ 
gione, in filosofia, revisiono dei valori cultu¬ 
rali per mezzo dell'esperienza (mettendo da 
parte la genia <th intuitiva) ili arto e in let¬ 
teratura. 

Questa fu la lisposta data dai nuovi corifei, 
c tale risposta fece del periodo kantiano-goc- 
thiano achi.lcriano uno dcj migliori esempi di 
• connubio romantico» ben riuscito, librantcsi 
in un'armonia del più elevato tono culturale e 
producente frutti destinati alla immortalità. 

4. 

I neo-romantici dell’alba dell' '800 furono 
portati a mettersi in antitesi con quella forma 
di Romanticismo, e per dare maggior rilievo 
a questa antitesi, da cui doveva risaltare la 
loro incomparabile individualità di ispirati, sot. 
to l'influenza di un assorbente misticismo este¬ 
tico, essi posero se stessi come i poeti (o sacer¬ 
doti o profeti: era quasi tutt'uno nella loro 
concezione) del «primo» Romanticismo tede¬ 
sco, in contrapposizione quindi con i • pagani » 
della precedente epoca, considerata quindi co- 
me classica, e, tutt’al più, in vago rapporto 
di affinità sentinieutalc con il periodo più in- 
dietro dello Staimi unti Drang. 

Questo modo di considerare gli oscillamenti 
della cultura tedesca di quel tempo, corrobo¬ 
rato in un corto senso dallo stesso Goethe, per 
ragioni polemiche, quando, per fastidio di que!- 
l’armcggiare di «teste sovreccitate», come eb¬ 
be a dire, si tenne fiero dell'appellativo di clas¬ 
sico e ai paludò della sua classica sanità, rin¬ 
facciando l'altrui romautica insania; questa fa- 
clic esposizione dc!l 0 coso per antitesi formali 
ò poi passato comunemente nelle storio della 
letteratura tedesca, con poco giovamento, certo, 
per la chiarezza delle id?c. 

E' vero che una revisione critica oj>crata in 
larghezza e profondità dagli ingegni più pode¬ 
rosi, che abbia posseduto la Germania, non 
poteva mancare di toccare il punetum dolervi 
di tutta la storia della cultura tedesca — quel¬ 
la soluzione di continuità, di cui ho cercato 
di dare ragione in quel primo laceramento av. 
venuto all'aprirsi del secolo XVI, — e di ado¬ 
perarsi ad assorbire in una forma moderna (ro¬ 
mantica) i risultati acquisiti altrove nell'epoca 
del Rinascimento. Noi sappiamo già quel tan- 
to di crepuscolo romantico che c’era nello stes. 
so Rinascimento ; ma nel richiamo di quei gran, 
di scrittori tedeschi, di Goethe soprattutto, le 
proporzioni sono notevolmente spostato, nè po¬ 
teva essere altrimenti. La stessa posizione, in 
cui Kartista sj pon?, di argonauta alla ricerca 
di cieli dorati"; quel senso di presagio e di an- 
sia, con cui si avvicina alla terra italiana, co¬ 
me se andasse ad apprendere un giudizio di ap. 
pollo »u idee e immagini già fissate da impres¬ 
sioni infantili di famiglia tenute \ive da se. 
guenti riflessioni od affetti; quél senso di male 
fisico, con cui poi si distacca, corno da una par¬ 
te do! proprio corpo (V. Viaggio in Italia. 10 
settembre, 12 ottobre 1786, 10 aprile 1787); in¬ 
fine la sintJsj di tutti quei sentimenti racchiu¬ 
sa nella figura simbolica di Mignon, figura ca¬ 
pitale del Romanticismo tedesco; questi tratti 
basteranno a chiarire il vero senso di ciò che 
quegli scrittori intendevano per «classico» e che 
altri ha frainteso. Si può ancora ammettere che 
ad ossi stessi l’ideale classico apparisse come la 
mòta eccelsa ; ma dai risultati dobbiamo de¬ 
durre che esso non fu che un'idea-limite, un 
correttivo metodico al loro Romanticismo da 
Sturm und Drang della giovinezza irrequieta. 

1 grandi sovvertimenti politici, nei quali fu 
coinvolta la Germania, affrettarono la chiusu¬ 
ra di quel periodo di equilibrio romantico e ne 
misero in forse i risultati, favorendo l'irrom¬ 
pere di una più violenta ripresa del «genio ispi¬ 
rato» c che non rendo conto del suo volo. Sot¬ 
to l'incubo, eppure 90tto il fascino napoleo¬ 
nico, si alimenta il Romanticismo di questa 
nuova generazione di mistici a cavaliere tra la 
epoca delle guerre nazionali c quella della Re¬ 
staurazione Alcuni dei filosofi nco-romantici 
si presentano come interpreti e integratori del 
pensiero di Kant, ma di elio genere siano quel¬ 
le interpretazioni lo dice quella specie di Esta¬ 
te di S. Martino, di cui bcn?ficiarono in quel 
tempo le fame di Jarobi e di Hamann. Col suo 
solito fiuto Goethe avvertirà (.1 nnali, ad anno 
1794) che la «chiave* di quel momento, nel 
suo insieme, c ocerta dallo Lettere di Hamann. 
A queste si possono aggiungere \'fianco di Of¬ 
ferii ingen e i Discepoli di Suis di Novnlis, la 
Luci min di Federico Sohlego 1 e il non meno 
singolare documento che sono le Lettere scritto 
da Schleiermachcr sui libro dell'amico e po¬ 
tremmo dire correligionario Schlegel. (Questo 
vedono ora la luco per la prima volta in «di- 
zioiic italiana, accuratamente tradotta da E 
de Ferri e con una introduzione di G. V 
Amoretti: F. S., L'Amore romantico: Lettere 
intime sulla « Luci mie » ecc., Bari, Laterza, 
1928). 

Nel c sue aspirazioni smisurato il misticismo 
di questo perìodo si addentra ad occhi bendati 
nei meandri dell'occultismo e della teosofia. 
Mentre! Fausto ò uscito a volo dal suo buio o 
fumoso studio, lasciandosi dietro >1 Nostrada- 
mus, questi nuovi romantici se ne impossessano 
e ci si stringono intorno ansiosamente. D'altra 
parte la logica interiore dì un simile movimen¬ 


to d’idee doveva portarlo più indietro del fat¬ 
to nazionalei della Riforma verso 'a visiono di 
una Germania fcudale-inipcrialc facente corpo 
co) Sacro romano imperoonde i* discredito 
della libertà d'esame, le tendendo reazionarie 
c gli episodi di conversioni al Cattolicismo, sot¬ 
to 1'iuflucnza dulia principessa Galitzin. 

6 . 

Una simile tensione spirituale non poteva 
sostoiicisi a lungo. Fin dal 1794 Goethe, pre¬ 
correndo, al solito, giudicava lo stato della so. 
cietà intellettuale tedesca come un’« anarchia 
aristocratica», nella quale era così grande il 
numero dello «teste vulcaniche» che l'appella¬ 
tivo onorevole di «uomo di geuio» era sul pun¬ 
to di divenire un nomignolo. (V. A liliali, loc. 
cit.). Troppe meteore solcavano il cielo roman¬ 
tico in quel tempo, e già intorno al 1825 Hegel 
tracciava con tratti inesorabili il corso della 
parabola deU'iutuizionismo titanico dei filosofi 
post-kantiani. Ma i casi politici del 1830 segna¬ 
no il vero o proprio avvento di quello che chia¬ 
merei la «reazioni prosastica» al Romanticismo 
della Restaurazione. 

G.i avvenimenti del 1830, se n*»)l’tquHibrio 
politico ouropeo produssero il primo irrepara¬ 
bile cedimento, nel campo della letturatura uf. 
ficiale e autorevole dei paesi già appartenuti al 
«Sacro romano impero di naziono germanica» 
produssero un teirìmoto. Ci mori d’un colpo cho 
gli prese alle prime notizie dello giornate di lu¬ 
glio, uno di quei dotti di più ricco sapere, lo 
storico Nicbuhr. Egli, che, addentratosi ad il¬ 
luminare l'età leggendaria di Roma, si era pur 
imbattuto in un celebre precedente di rovescia¬ 
mento di una ■ restaurazione • (la cacciata dei 
Decemviri), era ciò nondimeno tanto poco con¬ 
dizionato a sopportare l'effettuarsi di un'ana¬ 
logia storica non gradita o non prevista. 

Eppure fu quella per l’appunto I epoca au. 
rea dolio disciplino storiche in Germania, epoca 
preparala dai grandi progressi della fi!ologia 
e della erudizione e dall'immane sforzo costrut¬ 
tivo di Hegel per creare una dialettica della 
storia. Fu quella l'epoca delle grandi revisioni 
nella critica e nella stessa metodologia, dalla 
«Scuola di Tubiuga» al ■ materialismo storico» 
— due emissari dello hegelismo, dopotutto — 
e fu egualmente l’epoca della maturità di Ran- 
ke, della giovinezza di Mommsen e di Treits- 
chcko — c della giovinezza di Bismarck. Si¬ 
curo : poiché è sintomatico il fatto cho col ri¬ 
salire del Romanticismo mistico c legata l’idea 
nostalgica del Sacro remano impero di nazione 
germanica e di tendenza cattolica, e col pre¬ 
valere del Romanticismo realista o critico spun¬ 
ta l'idea, l'aspirazione dolio stato nazionale 
germanico, alla moderna ; ed è quindi natu¬ 
rale cho in quell'epoca di prevalente realismo 
sia maturato que] liberalismo conservatore, me¬ 
diante il qualo Bismark condusse alla costitu¬ 
zione della nazione germanica come grande con¬ 
creta unità politica. 

Goothe ebbe vita cosi lunga da vedere il prin. 
cipio di questo ritorno del Romanticismo nelle 
correnti della vita, secondo i suoi pensieri c i 
suoi voti. Eppure i fatti della stona della cul¬ 
tura sono spesso cosi intrecciati che in questo 
stesso periodo prende posto una prima elabora- 
rione mistica ed estetizzante, in contrapposto 
con la tendenza prevalente dell'epoca c con le 
opinioni suH'arto, alle quali il poeta era giun¬ 
to nella maturità e che considerava definitive. 
Questo interessante episodio ò legato ad una 
figura di donna certo di straordinario spirilo, 
ma la cui importanza ha un valore sintomatico 
più che per quello che ha effettivumonte rea¬ 
lizzato nel campo dell'arte. Alludo alla famosa 
«Bettina», Bettina Brentano, poi sposa di A- 
chini von Arnim, o della qua'c una suggestiva 
rievocazione, dovuta ad una studiosa perspi¬ 
cace c amabile scrittrice, ci dà modo di valu¬ 
tare meglio la portata del fenomeno letterario 
nel suo complesso (Barbara Allason, Bettina 
Brentano\ studio sui Romanticismo tedesco - 
Bari, Laterza, 1927). 

La Bettina ha dato molto da f*tro a quella 
certa critica, che direi entomologica, la cui pas¬ 
siono ò dij mettersi in campagna con la reti¬ 
cella sulla canna per acchiappare insetti vola¬ 
tili. Che razza dj scrittrice c* costei, che passò 
tutta la gioventù in un garrulo vagabondaggio 
intellettuale, accostando i maggiori rappresen¬ 
tanti di due generazioni letterarie ; ma in una 
istintiva s?lvatichezza verso la letteratura o la 
stessa cultura, in generale (anche in avanzata 
maturità e con una fama letteraria conquistata, 
dirà: «La cultura c una schifosa impostura; 
per essa l’intimo noccìuolo del cuore perdo la 
sua freschezza ecc.» Op. cit., pag. 182) o cho 
tuttavia c "riuscita a circondare co.i flessuosità 
di edera l’alto possente eie® di un Goethe, per 
sola virtù delle suo linf?T Quale posto asse¬ 
gnare tra gl» scrittori del Romanticismo a que¬ 
sta primitiva c talvolta ingenua, '.ia più alles¬ 
so spregiudicata sconvolgitrice di documenti e* 
piatolari, ridotti in frantumi c ricomposti in 
vago, ma evidentemente artificioso centone, nel 
quale è un compito arduo determinare dovo 
la fantasia ò stata compagna di lavoro e dove 
complice f 

In realtà l'importanza occasionale o sinto¬ 
matica — in somni| di dociimcntaz:one cultu¬ 
rale — che offre questa pure piccante figura 
femminile sorpassa spesso di alcun® spanne, 
la sua persona c la sua arte. Bene ha fatto 
quindi la Allason. a fermarci sopra un’atten¬ 
zione piena di toccante sollecitudine e indul¬ 


genza, presentando al nostro pubblico i risul¬ 
tati del gran da fare, che in quest'ultimo mez. 
zo secolo ha procurato alla critica^ e sopratutto 
alla evitica govthiana, la Bettina, coi suoi fan- 
tastici innovamenti, coi «noi capricci, con lo 
sue dimoi!tirunz® o i suoi equivoci, s|>csso co¬ 
scienti fino al camuffamento. 

Va niicho notato, però, con equanimità, cho 
un equivoco iniziale giaco sotto buona parto del 
lavoro critico compiuto iutorno alla Brentano, 
e che è stato causa di malintesi e di sterilità. 
Si è voluto trovare c pesare a rigore di metodo 
la documentazione storica specifica, che si pre¬ 
tendeva di raccogliere da quell'opera, senza va¬ 
lutare sufficientemente la personalità di colei 
che ce la offriva. Delusi e messi in sospetto dai 
primi assaggi, allora gli uomini di scionza ai 
rivolgevano con fiero cipiglio a quella seducen¬ 
te donnina j>er domandarle stretto conto su di 
una quantità d'inflazioni alla verità storica. A 
simili requisitorie quel foKcggiaulo cervellino 
di trottola, eh® aveva il genio di certi falsifi¬ 
catori di quadri, non poteva dare al.ra risposta 
se non parafrasando una celebre risposta vol¬ 
terriana: — Tanto peggio per la verità... 

La nuova biografia delia AI>ason è molto più 
aderente alla individualità della Brentano, e 
questa simpatizzante volontà di comprensione 
ne costituisce la maggior attrattiva. Riserve mi 
pare che siano da fare quando, 0 tratti, la Al¬ 
lason accenna a considerare l’opera della sua 
eroina come uu organismo artistico, là dove non 
sono che framrn'-ntj e slanci dì primo impeto, 
poi svaniti. Al «fenomeno Bettina», dal punto 
di vista del.'arte, calza benissimo, a titolo di 
«moralità estetica», la sentenza di un illustre 
scrittore contemporanco — Va ery — che « l’en¬ 
tusiasmo non è uno stato d'animo di scrit¬ 
tore». Meglio dunque prendere quell'opera co¬ 
me ci 6 offerta, senza guardare troppo pel sot¬ 
tile, rinunziando a ricostruire con esattezza la 
realtà delle cose, allo quali si allude, ma te- 
nendo quel]® pagine nel loro complesso come 
un documento indiretto della penetrazione ro¬ 
mantica ne'la società colta tedesca della prima 
metà del secolo XIX. 

Su questo punto l'irrequieta curiosità e la 
stessa volubilità della Brentano cj offrono mag¬ 
giore materiale dj osservazione. Nella prima fa¬ 
se della sua vita letteraria, nei primissimi tem¬ 
pi, quando era effettivamente ancora una fan¬ 
ciulla, essa fu l ‘enfant terrìble dei romantici 
doli’ '800, una specie di Puck in gonnella, che 
secondava i loro gusti per l'umorismo fantasti¬ 
co. Aveva già superato i vent'anni cd era ri¬ 
masta tanto fanciulla « tanto indomita cho 
Humboldt, conosciutala, formulava su di lei 
uno dei più rsnurienti giudizi sintetici, giudi¬ 
zio da naturalista: 

■ Un» giovane Brentano Bettina, mi ha ca¬ 
gionato qui il massimo stupore. Una simile vi¬ 
vac