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Full text of "Il Baretti - Anno 5 - N. 9 - Settembre 1928"

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IL BARETTI 

Fondatore PIERO GOBETTI 

MENSILE EDIZIONI DEL BARETTI : Via Prali, 5 - TORINO 

ABBONAMENTO PER IL 1928 L. 15 Eulero L. 30 • Soelenllore L. 100 • Un numero «epuralo L. 1 CONTO CORRENTE POSTALE 


Anno V • N. 9 - Settembre 1928 


IAKIU: t)UNUJ£.l IU : L» pittura «l ■«»•«• „ — lomm/w rivnc. u. .. «.■>•••• 

DOMENICO PETR1NI. Pottlc. p..coli.n. • poetica Uopardiana - ALDO CAROSCl : Matteo 1 


- Antologia delti ultimi «iltorianl - ifALO MAIONE. «I can.«alerà di Stono - {NATALINO SA PEGNO:', Va Carducci porne..imo 2 - 

- VITO G. CALATI : Letteratura rutta 


La “ pittura 

In un saggio tedesco, che leggevo or sono 
alcuni giorni, sul « concetto c l'essenza delln 
pittura di genere » (x), ho notato clic vi è ora, 
pcf la pittura di genere, presso i critici, la 
stessa tendenza che per nitri concetti, o piut¬ 
tosto, per altri « termini » libila storia del¬ 
l'arte : cioè, a convertirli dal senso loro primi¬ 
tivo, che era di estimazione o piuttosto di disi- 
stiinazione, in concetti di qualificazione (2), 
ossia di particolari stati d’animo e corrispettive 
forme di arte. L’autore di quel saggio comin¬ 
cia col riferire le due definizioni che della pit¬ 
tura di genere si sono date in Germania, da 
B. Riehl (1SS4) nella sua GcscUiclilc dcr Sit - 
tenbilder iti dcr dculschcn Ktinsl bis zum Todc 
P. Brcughcls des Acllcten , e di L. Brieger 
(1922), nella monografia l)as Ccnrcbild, chic 
Enlwicklung dcr burgcrlichcn Malerci. Pel 
Riehl, il « pittore di genere » si distingue dal 
« pittore di storie », perchè questi « rappre¬ 
senta una situazione di significato generale 
per la storia del popolo o addirittura dell'uma¬ 
nità, c suo lavoro supremo è di rendere sensi¬ 
bili motivi, pensieri, lini c succèssi », laddove 
l'altro « c'introduce nella vita privata degli 
uomini, mostra gli uomini nei loro costumi c 
disposizioni, e non dipinge fatti ma stati, e i 
fatti che adopera gli servono solo a illustrare 
energicamente uno stato ». Per il Brieger, in¬ 
vece, il concetto di pittura di genere deve re¬ 
stringersi a una sola parte di quel che si chia¬ 
ma con questo nome, e jn quella parte ricono¬ 
sce <• la creatura artistica del protestantesimo ». 
All’una c all'altra definizione il nuovo critico, 
il Bohm, oppone clic essi si attengono all., 
materia (« das Inhaltliche und Gegcnstandli- 
che ») delle rappresentazioni, e non allo spirito 
0 forma che si dica; e perciò egli all’una c 
all’altra preferisce, come punto di partenza 
delle proprie indagini, la definizione clic si 
trova nell'EsIcItca del vecchio Vischcr, c che 
determina, come proprio della pittura di ge¬ 
nere, il « generale » (l’« Allgcmcinc ••) del¬ 
l'umanità, in quanto non ancora impegnalo 
nelle lotte delln storia, e perciò l'umanità » in 
quanto natura »■ Infatti, il Bohm, lavorando 
questo filo, c facendo assai giuste considera¬ 
zioni sul modo predominante iit cui era sen¬ 
tita la natura.nel medioevo, — modo spirituale 
e simbolico che escludeva il sentimento natu¬ 
ralistico della pittura di genere, quantun¬ 
que si trovasse spesso di fronte e a fa¬ 
tica raffrenasse le ribellioni del mondo c 
della carne, viene alla conclusione che la 
pittura di genere è espressione del natura¬ 
lismo moderno, e corrisponde alla conce¬ 
zione filosofica dello Spinoza; sicché tale 
debbono chiamarsi solo quelle rappresenta¬ 
zioni realistiche non turbate dai giudizi di 
bene c male, distaccate dalla storicità c con¬ 
tente alla naturalità. Un Peter Brcughcl — 
egli dice (cioè l’artista clic si suol considerare 
padre della pittura di genere olandese), — un 
Peter Breughel non è propriamente pittore di 
genere : «1 in lui, a malgrado tutto l'amore clic 
egli ha per le cose, si scorge una secreta tri¬ 
stezza che il mondo non sia come dev’essere; 
e perciò egli va oltre la pittura di genere » (3). 

Ora io non intendo negare punto che nella 
pittura moderna, come nella poesia c lettera¬ 
tura c in ogni altro gruppo d’arte, si rispec¬ 
chi talvolta o spesso un sentimento che sorge, 
poniamo, sulla religiosità protestante, sull'an- 
tinscetisino di alcune forme di essa, c simili, 
o altri sentimenti che sorgono sulla concezio¬ 
ne naturalistica delle cose Dico il sentimen¬ 
to, c non già direttamente il concetto natura¬ 
listico, il quale, in quanto elaborazione astrat¬ 
ta c meccanica della rc.'dtà, non ha nulla da 
vedere con la poesia e con l’arte : un filosofo 
naturalista produce, in quanto tale, una filo¬ 
sofia o una scienza, non un’arte; un’interpre¬ 
tazione e non un sentimento. In effetto, i co¬ 
siddetti naturalisti c veristi erano, a lor modo, 
pessimisti amari, cinici, o anche sognatori di 
ideali e di utopie; c, quando non rappresen¬ 
tavano nessuno di questi o altri sentimenti 
(valutativi come tutti i sentimenti), non erano 
poeti e artisti. Ma quel che voglio dire ora è, 

(1) Franz J. .Bohm. Bcghff und Wesen dei Centi 
(nella Zeltsckrìfl /Ut Aeslketlk und allgemelne Kun. 
stwlssenscha/l. StuU«nrt, 19:8, voi. xxm, 166-191). 

(2) Stillo difTcrcnzn tra 1 due ordini di concetti, \ 
quel che ne ho detto in Nuovi saggi di estetica a (Bari, 
1926), p. 234 Mfg 

(3) Art. cit.. p. 179- 


di genere „ 

che non vedo ragione di chiamare le opere di 
pittura, clic si riconducono in qualche modo 
allo stato d’unimo protestante o a quello na- 
turnlistico, « pitture di genere .» : perchè que¬ 
sto nuovo significato non è già uno svolgi¬ 
mento c una migliore determina/ione del si¬ 
gnificato antico c primitivo di quel, termine 
critico, ma è cosa affatto nuova e diversa. Tor¬ 
niamo dunque (come ho fatto altra volta pel 
concetto di «barocco») (4), anche qui alle 
fonti, ossia all'uso e significato originario, e 
cerchiamo (l'intenderlo bene, c di adoperarlo 
per le necessità per cui nacque e che sono an¬ 
che necessità nostre: senza vietare indagini 
di altra sorta o, se proprio così piace, l'uso 
bizzarro dello stesso nome per cose che, pen¬ 
sate modernamente, potrebbero^ u dir vero, 
essere designate in guisa piò conveniente da 
nomi, moderni. 

A questo ritorno mi porge occasione un la¬ 
voro italiano del Dclogu, sulla pittura di ge¬ 
nere italiana del sei e settecento (5), che mi 
pare che stia assai megl o nella realtà storicn 
della cosa. Clic cosa vuol dire propriamente 
« pittore di genere » nel significato origina¬ 
rio della parola? Potremmo tradurla, mi sem¬ 
bra, nell'altra di n pittore specialista », con¬ 
trapposto al « pittore universale », che il Bal- 
dinucci definiva nel suo Vocabolario toscano 
dell'arie del disegno : «quello che dipiguc ogni 
sorta di cose, come storie, ritratti, paesi, ma¬ 
rine, animali, frutti, fiori, prospettive, e si¬ 
mili, a fresco, a olio, a guazzo » (6). I.c defi¬ 
nizioni che il Dclogu riferisce (lei Watelct 
".elVEncyclopJdie (175;) e dell' Angcviìlcr 
(1783) spiegano appunto che « gente • serve 
a designare « de la classe des peintres d'his- 
stoirc ceux qui, bornés à certains objcts. so 
font une étude particulièrc de les pcindrc et 
ime espècie de loi de ne représenter que ceux 
là », c che « Ics genres soni toutes les partics 
de la peinturo qui ne sont pas ccllcs de l'Iris* 
stoirc ». Ciò conferma il Milizia nel suo Di¬ 
zionario delle belle arti del disegno (7) : « Pit¬ 
tori di genere sono quelli che si (làmio parti¬ 
colarmente a rappresentare certi oggetti. Chi 
abbraccia e riesce eccellentemente in tutti i 
generi è pittore di storia. Altri si danno ai 
paesaggi, e chi ni ritratti, c citi ai fiori, e chi 
alle bestie, c chi alle architetture ». li si legga 
intero il suo articolo, nel quale contrappone il 
pittore che fa sintesi, come ora si direbbe, 
di tutti gli oggetti sottomettendoli a un’idea 
e, senza perder di mira gli accessorii, li tratta 
come tali, e il pittore che, non se»tendo in sè 
questo vigore sintetico, si attacca agli oggetti 
particolari e sceglie » qualche genere seconda¬ 
rio il più confacente alle sue disposizioni ». 
Rimane così esclusa una interpretazione, che 
vedo aver corso in dizionari cd enciclopedie 
tedesche, ossia che « genere >• valga « tipo », 
e la pittura di genere offra il « tipo » degli 
individui in questa o quella loro occupazio¬ 
ne ($). « Genere » voleva dire semplicemente 
« specie » o « classe ». 

Riportandoci a tale significato originario, 
s'intende la poca stima che andò unita in ori¬ 
gine a quella denominazione, e clic si è con¬ 
tinuata poi, consapevolmente o inconsapevol¬ 
mente. Leonardo e Michelangelo (ricorda il 
Dclogu) giudicavano la pittura di genere « arte 
senza sostanza e senza nerbo », come quella 
che poteva farsi dagli ingegni grossi, a furia 
di esercizio. Ai giorni nostri il Berenson, nei 
Fiorentine painters oj the Renaissance (9), 
nota che « in proporzione della diminuzione c 
della bellezza si sviluppano i germi perniciosi 
che porta con sè la pittura di genere, l’amore 
del particolare inutile, c ciò che bisogna chia¬ 
mare col suo nome: cattivo gusto». Anche 
quell'accademico Michelangelo della Germa¬ 
nia, che fu Peter Cornehus, era assai severo 
verso di essa, spregiando i pittori di genere 
come « Fìichlcr .. (per ('appunto, «speciali- 

(4) Crillea. xxm, 129-43 e cfr. nuche nell» «lenita li¬ 
vida, xxm, 366-8, n proposito di un «aggio del \Vci«- 
bach. 

(5) CiuxnTK nn.or.u. Della pittura e di Ignoti 
maestri italiani (A. Travi detto il . Sottri .). Gcnovii- 
Snmplcrdnrcnn, tip. Hok-o. 192$, con fig. (c»*r dal- 
VAllunarlo del K. Liceo Colombo di Genova). 

(6) Opere, cd. dei Claudel italiani, mi. 01. 

(7) Kdit. «11 passano, 1797, ad verb. 

(8) A ciò si è condotti dulia inesatta traduzione di 
• pittura di genere . in . Gattung,molerei .. laddove bi- 
sognerebbe tradurla piuttosto in . Fachmalerel ». 

(9) Cit. dal Dsaocu, p. io. 


sti »), ai quali l’arte n non appare nella sua 
totalità c unità, onde si scelgono una specia¬ 
lità (un « Fach ») e lavorano solo in essa », 
laddove « l'arte vera non conosce una specia¬ 
lità separata, ma comprende tutta la natura 
visibile *•; sicché «la pittura di genere è una 
sorta di lichene o di escrescenza morbosa sul 
gran tronco dell'ar.tc » (io). 

Si trattava, dunque, di un concetto, come 
dicevo, di estimazione e, in questo caso, di 
più o meno indulgente disistimaziouc, al quale 
se volessi trovare un corrispondente in poesia 
e in letteratura, direi clic è quello della « poe¬ 
sia descrittiva » In effetti, sciolta o non rag¬ 
giunta la sintesi, abbandonata o assente 
un’idea, un sentimento, un'intuizione cen¬ 
trale, non rimane se non la trattazione delle 
parti per sè, più o meno materialmente, che 
diventano oggetto di pittura specializzata o 
di descrizione letterario. Tutti sanno quanto 
poca stimo godano in letteratura i poeti de¬ 
scrittivi, che abbondano nei tempi di aridità 
poetica. 

Costruito questo concetto critico (che è ben 
netto, come non può essere il mero concetto 
empirico di « genere », quando sia riferito a 
questi .0 quelli oggetti particolari ed estrin¬ 
seci con un coacervo arbitrario o una non me¬ 
no arbitraria enumerazione all'infinito), si può 
passare a rispondere alla domauda, che oppor¬ 
tunamente il Dclogu si propone : a quale cor- 
tentc spirituale sia da riportare, nel seicento 
e in Italia, il « genere » della « pittura di 
genere » (posto che i generi letterari! e arti¬ 
stici, pur non avendo validità estetica, indi¬ 
chino, talvolta, a un dipresso, certe correnti 
spirituali o certe fonti di ispirazione). E an¬ 
zitutto, in quale relazione la « pittura di gè- 
u'Z.c « sta co! «barocco»? 

11 Dclogu riconosce la convenienza di ri¬ 
dare al « barocco » l’originario senso negativo, 
clic nella critica moderna è andato perduto o 
è stato contaminato con altri sensi. Egli j»ensa, 
per altro (11), che nella pittura, diversamente 
che nella poesia del seicento, il barocco pro¬ 
priamente detto non abbia parte preponde¬ 
rante, e crede che in essa si possa raccogliere, 
« più clic nel campo letterario, una messe di 
opere c di anime immuni dal male imperante 
e di moda •>; chè, in poesia, non c'è, nel sei¬ 
cento, nulla che risponda all'apparizione del 
Caravaggio e al moto che parte dai Caiacci (12. 
ta stessa « pittura di genere » gli par da' ac¬ 
costare, non alla pseudopoesia barocca, ma alla 
letteratura dialettale, alla poesia comica, alla 
commedia dell'arte, c a simili manifestazioni 
della letteratura secentesca. 

Certamente questi riattacchi sono ben visti 
e opportunamente richiamati; ma a me nasce 
il dubbio che la pittura di genere (come ac¬ 
cade per molta parte della poesia dialettale 
liflessa, della commedia dell’arte, della poesia 
comica c grottesca, ecc.) si riattacchi al ta¬ 
rocco più assai che a prima vista non sembri : 
cioè appunto mercè quell'elemento descrittivo, 
quelle descrizioni « realistiche di bravura », 
che ho in altro luogo messo in rilievo come 
uno degli aspetti propri del barocco (13). Gio¬ 
verebbe che il Dclogu |>ortnsse su questo pun¬ 
to la sua indagine, jierchè probabilmente 
giungerebbe a conclusioni di qualche impor¬ 
tanza. Del resto, mi pare clic egli spontanea¬ 
mente si sia messo per tale via con l'csclu- 
dere, come escludo, ogni interpretazione, di¬ 
ciamo cosi, romantica dell'arte del seicento, 
col distaccare il « paesaggio » del seicento da 
quello moderno, col negare una linea di svol¬ 
gimento che dn esso andrebbe fino ai pae¬ 
saggi del Céznnno c del Segantini. Nel tempo 
moderno, il paesaggio è lirico; nel seicento, 
era « pittura di genere », o, come io propongo 

(10) Cll (Ini IIoii.m, nel «no saggio, p. 167. 

(11) Op. cit.. p|» 7-S. 

(12) Ln parola • ha mero ■ xicva un tempo, in pit¬ 
uita, un senso più ristretto di quello che prese 

poi In uno » ritto di Antonio Bianchini, indicatomi 
«Ini lunghi (in II Girovago ili Roma, t, u, quad 3» e 
4®, genn.-febbraio 1813, p. 86) si legge; « Kngiounndo 
in delle « ili Invecchiate. non ebbi l’animo nè ni Bar¬ 
bieri nè ni Caravaggio, nè sono questi ehe col voca- 
IniIo muovo vliiniiutf vengono barocchi, barocchi, in¬ 
vece, si dicono una rimigli* di artefici sopravvenuta 
in breve ai Caiacci, comic n dire Pietro da Cortona, 
Corrado, il Marnila e «imiti, che, invaghiti della vivace 
mobilità delle figure di RafTncllo r della soa\c effi. 
escili ucH'mlmnbture del Correggio, tentarono di con- 
giungerle {Riderne c ne vennero a quel partito che voi 
sapete ». 

(rj) V. il r.ip. 11 della mia monografia sulla Poesia 
c la letteratura Italiana del self mio. in Critica, xxv, 
146 »rgB- 

(14) Op. cit.. pp M-lS 


di chiarire, « descrittiva ». « Per i scicentisti 
— scrive il Dclogu (14), — il paese non è qual¬ 
cosa di diverso da un oggetto di ispirazione 
qualunque, mentre ucH’ottoccuto fu un mon¬ 
do di bellezza fenomenica ed interiore ad un 
tempo », sentito talora con stupore religioso. 
« Assurdo pensare per moderni quello che pei 
maestri del seicento era quasi una norma : un 
pittore specialista in marine, in prospettive, 
invocava l’aiuto del figurista, che veniva a 
popolare la scena delle sue appuntite e spi¬ 
gliate macchiette. Altra cosa il paese secen¬ 
tesco, che vive di racconti, che si compidcc 
di fantasmi ed ombre favolose, clic allinea 
iperboliche prospettive, accosta rovine, co¬ 
struisce foschi castelli, squarcia gravide nubi 
per trnruc il fil d'oro d'un raggio di sole, 
addensa nembi temporaleschi, fulmina c atter¬ 
ra attorti tronchi di quercia, scioglie vapori 
di rosa nell’aurora, scatena furor d'elementi, 
avventa flutti su ciclopici scogli... tutto per 
inesausta cd indomabil foga del dire, del nar¬ 
rare, per il piacere d’entrare con la propria 
nella fantasia dello spettatore, suscitarvi emo¬ 
zioni, pensieri : accento quindi teatrale, spazio 
e profondità scenografici, prospettive forzate 
all'effetto, sensualismo decorativo, e un veri¬ 
smo, un realismo a metà clic non trovano 
sbocco nel tempo moderno, che si fermano 
allo sguardo svolto sul vero e si ritraggono 
ad una elaborazione della visione nel chiuso 
dello studio, aggiustando la scena, combinan¬ 
do gli elementi, movendo piani e luci col 
garbo, la malizia, la prontezza del metteur 
cn scène ». Ora tutti o quasi tutti i caratteri 
,che così il Dclogu viene acutamente discer- 
neudo, sono caratteri del barocchismo. 

Dopo che si è fatta la sua gTan parte, nel¬ 
l’esame della pittura secentesca di « genere », 
al barocco, e un’altra parte all’imitazione dei 
fiamminghi e olandesi (cioè di una psicologia 
diversa c lontana), rimane la ricerca delle 
parti fresche e vive di essa che sono fuori 
delle correnti barocche e imitatone o che si 
sollevano e distinguono in mezzo a queste cor¬ 
renti stesse; quando, per esempio, la pittura 
di genere prende un accento o festoso o giu¬ 
livo, o comico o di vaghezza fantastica o al¬ 
tro che sia, e, in questa ispirazione, diventa 
veramente cosa di bellezza. Ma con opere così 
fatte si esce dal « genere « (ossia anche dal 
« genere » del « genere » !) e si entra nell’arte 
c nella considerazione dell'arte pura e sem¬ 
plice, che non è in funzione di una corrente 
pratica* o di una moda, ma sempre solo di sè 
stessa. 

Benedetto Croce. 


La IV a Egloga 
di Virgilio 

Nel sistema, se così si può chiamare, dei 
motivi lirici virgiliani, che muovono tutti dal¬ 
l'intuizione tragico-arcadica della vita, s’in- 
ucstaiio naturalmente le aspirazioni all'avve¬ 
nire. A questo V. era di continuo risospinto 
anche dal suo sgomento per la fatale impo¬ 
tenza dell'uomo dinanzi al quale, per la sua ef¬ 
fimera fragilità dinanzi al tempo. Ora contro il 
male c In morte vediamo in V. ergersi sempre 
indistruttibile il castello della bontà c delln 
bellezza, vero mondo ideale dove rifugiarsi, 
che, appunto perchè ideale, si annuncia come 
legge di vita. E che altro significa ciò se non 
che il poeta si appellava con tutte le sue ener¬ 
gie aU'avvcnirc, nella speranza di veder rea¬ 
lizzata In sua utopia? Questo senso della sua 
arte si è anzi incaricato di esprimercelo in 
prima persona nella famosa egl. di Politone. 

Scnonchè dove viene a mancare la passione 
politica, l'uomo, sospinto a universalizzare, 
non s: (ione laboriosamente a determinare le 
forme precise della sua repubblica, ma tenen¬ 
dosi ncll’indctcrminnto, insiste in tono da vate 
sui caratteri morali e poetici del suo annuncio- 
Insemina esso acquista dell’ampiezza, della 
nobiltà, dcU'umanità c della necessità della 
legge morale. Perciò avviene clic noi possia¬ 
mo richiamarci sempre a ideali così umani, 
clic sentiamo l'universalità di pace e di giu¬ 
stizia come virgiliana o, perchè no? anche 
dantesca. Così si spiega l'interpretazione cri¬ 
stiana di un componimento che del cristiane¬ 
simo non ha l'intuizione filosofica. Sta di fatto 
che quante volte noi penseremo di attuare una 



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IL BARETTI 


più alta legge morale, profeteremo anche noi 
la nuova grande epoca dell'umanità; 

Ultima Cumael venir fam carmini! acias, 

maguuj ab integro saeclorum nascUut ordo; 

latri redii et l'Irgo,.redentiI Saturnia regna. 

latti nova progettiti caelo dcmilUtur allo. 

In questa esaltazione di una vita avvenire 
moralmente migliore è il valore di questo 
inno di gioia. 

Se tale è il senso intimo dcU'egl., che im¬ 
portanza vi possono avere determinate teorie 
filosofiche e influssi vicini c remoti? l.e alte 
coscienze morali non fanno, come i politici 
mancati, collezione di teorie sociali. Nò ò da 
vedere in questi versi influssi di messianismo 
orientale, un'idea cosi esplosiva, come quella 
di un messia. avrebbe prodotto ben altri ef¬ 
fetti in un uomo meditativo come V. I.e stesse 
note teorie accademico-stoiche sulla vita del 
mondo non sono determinanti uclln sua con¬ 
cezione, ma appena un particolare secondario. 
La nuova cgl. non esce daH'esaminato mondo 
poetico virgiliano, dall’Arcadia ideale, se non 
per l'nfflato morale e religioso. 

Il centro ideale di questa palingenesi, resta 
sempre il canto, la poesia bucolica. Non vuole 
il poeta lasciar la poesia dei boschi — si cani- 
mus silvas —, ma vuole affermare vigorosa¬ 
mente che questa sua Arcadia non ò una 
fantasticheria oziosa, ma un’alta interpreta¬ 
zione della vita e della storia. Perciò, creato 
il nuovo mondo, egli, per quel clic ò l'opera 
sua, non aspira con tutta l’anima che a can¬ 
tarla arcadicamente, a viver tanto da veder 
realizzato il suo sogno e cantarlo; e questo è 
il secondo motivo lirico dell'inno: 

O tnllil latti tongae maneat pars ultima vltae, 

sptrllus et, quantum sai eril tua dicere facla... 

L'Arcadia, il Menalo, la regione ideale della 
poesia, sarà testimonio e giudice del canto che 
gli sgorgherà dal cuore pel mondo finalmente 
libero dal male. 

Noi sappiamo già che cos'ò il mondo del 
male per Virgilio, nò giova insistere. Anche 
qui è ingiustizia, colpa, affanni continui, guer¬ 
ra, e, male dei mali, furibonda cupidigia, 
menzogna. E’ l'ultima delle quattro età delle 
credenze popolari, l'età, del ferro; c insieme 
l'ultima delle dieci età fissate daU'Academia c 
dallo Stoa e passate nei vaticini della Sibilla. 
A questo, che ò il male in. senso assoluto, si 
contrappone il mondo del bene, in senso non 
meno assoluto: giustizia, generazioni migliori 
di uomini mandate giù dal cielo, pace, rifio¬ 
rir della terra senza lavoro nè morte di animali 
c piante nocive, dolce ondeggiar di spighe, 
uve- nate dovunque, miele sgorgante dovun v 
que, niente inganni, niente commerci, niente 
industrie, niente danaro, niente lavoro, abbon¬ 
danza di tutto. L’Arcadia come età dell' oro 
dunque, il regno di Saturno ritornato, nel 
quale si è affissato ancora l'illuminismo mo¬ 
derno : 

Fu certo, fu (ni d'errar vano e d'ombra 
l’aonlo canto e della /ama il grido 
pasce l'avida plebe ) amica un tempo 
al sangue nostro e dilettoso e cara 
questa misera ploggia ed aurea corse 
nostra caduca età. 

Incomprensibile è dunque la sorpresa di 
qualche critico (Cartault) dinanzi all’idea del 
ritorno del regno di Saturno : noi sappiamo da 
un pezzo che l’Arcadia è il regno di Saturno, 
che ciò che fu sarà, che l’ideale è dover es¬ 
sere, che per i poeti la storia idealizzata del 
passato è la storia idealizzata del futuro, che 
per Dante, per es., l’impero sarà appunto per¬ 
chè fu. Fuor di luogo addirittura è la critica 
di qualche altro (Bellesort) di inconsistenza 
politica di questa città del sole. Ma il poeta 
non è riuscito a precisare i colori, a plasmare 
le forme di questo suo mondo, nò ad animarlo 
della sua gioia, se non in qualche particolare. 

Or quando si realizzerà questo cldorado c 
in quale fortunata Atlantide? Subito e nel 
mondo romano. Nò poteva essere altrimenti : 
ogni uomo si aspetta di veder realizzata la sua 
utopia durante la sua vita; e i poeti poi anche 
in queste universalizzaziom non sanno distac¬ 
carsi da un piccolo punto del globo, in cui si 
accentra la loro vita spirituale, Roma, per V., 
come anche per Dante. Perciò la nuova epoca, 
pur destinata a realizzarsi graduatamente, at¬ 
traverso nuovi dolorosi ritorni indietro, in 
mezzo a nuove guerre, avrà inizio subito, men¬ 
tre il poeta scrive, lo stesso ,jo a. Cr., e ciò 
non già perchè proprio quell’anno preciso sia 
fissato dai carmi della Sibilla, (abbiamo anzi 
testimonianze in contrario), ma perchè in qucl- 
l’anno aveva il supremo potere nella repub¬ 
blica un partiginuo di Antonio, un nobile spi¬ 
rito di poeta, di moralista e di uomo d’azione, 
nonché amico e protettore di V., Asinio Pol- 
lionc, al quale, come a nessun altri, doveva 
per le sue qualità precisamente — <ideo — 
competere il compito — te constile — di comin¬ 
ciare a realizzare gli ideali del poeta, di dare 
inizio alla nuova magnifica epoca dell’impero 
e della storia del mondo — teque adco deetss 
hoc aevi, te consuU, inibii — e già si era 
adoperato alla pace di Brindisi, e presiedeva 
dunque allo stato finalmente pacificato. E, 
fortunata coincidenza, gli nasceva ciucilo stesso 
anno un fanciullo, che avrebbe cosi avuto la 
fortuna di vivere nell’età dell’oro iniziata da 
suo padre console, anzi di avervi gran parte. 
A questo figlioletto dell’amico, e non al ptiet 
più che ventenne Augusto Sotere (Kukula), 
s’attacca il poeta con la delicatezza di un pa¬ 
dre, che riversa sulla sua creatura pur ino’ 


nata la piena del suo cuore, la generosità c 
la nobiltà delle sue aspirazioni; c questo è il 
terzo motivo lirico, più umano c personale, 
l'inno al neonato, che noi ricantiamo ad ogni 
neonato. E’ ai figli clic noi affidiamo il cuore 
del nostro cuore, il compito di realizzare nella 
vita storica le nostre aspirazioni più sante, 
prodotto di sforzo c li rinuncia, di salire più 
su del grado di vita morale da noi raggiunto, 
di continuarci nello spirito, eternandoci. L'ipo- 
tes del figlio di Ottaviano c di Scribonia (La 
Nauze, Skutsch, Wardo Fowlcr, Tcrzaghi, 
Boissier, Church) lede i diritti lidia poesia- 
àia qual è il compito di questo fanciullo? 
Quello di continuare l’opera paterna — pntriis 
virtutibus — poiché, giova ripeterlo, se il fan¬ 
ciullo nasce (piando s’inizia la nuova età di 
Saturno, è sempre il padre che intanto vi dà 
inizio, con la sua opera di console, liberando 
il mondo dagli ultimi avanzi del male c dalle 
continue apprensioni di nuovo male. Lungi 
dal redimere il mondo con In sola sua appa¬ 
rizione, con la sola sua vita fra gli uomini, 
questo fanciullo bisogna che prima si faccia 
grande, bisogna clic comprenda c accetti la 
sua missione di continuatore e perfeziona¬ 
tore 

Al ilmul Iteroum lauda et facta parenti ,« 

fimi legete et quae sii poterli cognoscere vlrtus... 

Cittadino romano, figlio di genitori di elevata 
condizione c discendente di antenati, i cui 
servigi in onore della repubblica formavano 
la gloria della casata, è destinato ni cursus ho¬ 
norum, che compirà, come qualsiasi altro mor¬ 
tale, nella virilità : ubi firmata virimi le fece- 
rii aetas. Ma a clic sarà indirizzata la sua poli¬ 
tica? Alla pace, alla sospirata pace, stabilita 
da suo padre : 

Pacatu ingiù! reget palrlls vtrtiitlbui orbe ni. 

Nòn consento dunque col Cartault die la 
opra sua manchi di determinazione. Pure 
questo fanciullo non è un fanciullo comune. 
D’accordo; non per altro siamo in Arcadia; è 
un fanciullo arcade, destinato a diventare, 
dopo morte, un dio arcade, superiore certo 
all'amico di Titiro, un nuovo Dafni piuttosto, 
accettato da tutto il mondo romano. Non 
certo il bambino di Isaia, non certo un mes¬ 
sia orientale o romanizzato. Nato con la pro¬ 
tezione di Diana Lucina c di Apollo, è desti¬ 
nato al ciclo, il poeta lo sente sin dal prin¬ 
cipio ; 

lite de imi vifam accipiel et tpse vtdeblt 
pcnnlxtos heroas et ibse vldebttur lllls... 

proprio come toccò al bel Dafni, che, assunto 
nell’Olimpo, non rifiniva dallo stupore di 
guardarsi d'intorno. I ; . assicurerà la pace, come 
è compito preciso di Dafni. 

Ora intorno a questo putto l’Arcadia cele¬ 
bra la sua solita festa di colori, distende i fe¬ 
stoni del suo corteggio decorativo. Come cresce 
lui a preparar la sua opera, cosi la terra dà i 
suoi primi frutti; quand’egli è uomo maturo 
il miracolo della produzione spontanea è com¬ 
piuto - omnis )crt omnia tellus -, l’età dell’oro 
si è realizzata in pieno. Così è fatale che sia, è 
beue clic sia. E’ dunque la natura che si strin¬ 
ge intorno al nuovo essere straordinario ad 
accompagnarne l’ascesa, che subordina la sua 
opera a ciò che lui vorrà fare. Ben si può dire 
questo fanciullo cara deum soboles, magnimi 
lovis increme ntum ; la sua vita appartiene al¬ 
l’universo, di cui forma la gioia, agli dei di 
cui continua l’opera di pacifico reggimento, 
accrescendola, sulla terra. 

Asptce venturo nulantem pondero munitimi 
terrasque tractusque maris caelumque profundum. 
asptce, venturo iattoiitur ul omnia laccio. 

Questo universo, vacillante per tante sven¬ 
ture, per tanti terrori, è preso da una commo¬ 
zione nuova, da un fremito di gioia, la schietta 
lirica della gioia, all’apparire del fanciullo, e 
ciò pel presentimento del futuro clic non può 
mancare. 

O ideale Arcadia di giustizia c di pace ! O 
bellezza del mondo! O liberazione dalla sof¬ 
ferenza e dalla rassegnazione che non è rasse¬ 
gnazione. Sei destinata a realizzarti davvero? 
Diverrà divino questo mondo? Potrà veramente 
l’uomo accettarne l'ordine, riconoscerne le 
divinità? Si redimerà per opera dcH'uomo? E 
conte? 

Questo preannunci il sorriso dell’universo? 
Questo ci serba la vita? Oh rapimento del¬ 
l'ideale! Ma potrà l’uomo osare tanto? E 
perchè anche sognare ci è soffereifza? 

Che vuole la nuova culla, pur ino’ schiu¬ 
sasi? Che dice il fragile infante, intorno a cui 
si stringono i genitori, intorno a cui volarono 
i nostri sogir più audaci? Basta, coi sogni! 
Ecco, il neonato ha sorriso, si è rivolto alla 
mamma per sorriderle. 

La mndrc è ancora spossata dalla grande 
fatica: lui tanto sofferto! ma pure si affretta 
a rispondergli con un sorriso- Oh ! sorrida di 
nuovo il fantolino, cominci, impari; dia se¬ 
gno che già conosce la mamma, la ricompensi 
di tante pene ! essa clic anche ora pensa a 
tante cose... Si schiuda alla vita dell'anima... 

Che cosa nasconde in sè l'avvenire per noi, 
per questo nuovo essere? La fortuna prodi¬ 
giosa dei Dioscuri, dopo la lotta? di Ercole; 
dopo l’immane fatica? Questo cantano i poeti, 
ma sarà un grande, re.v erti, dice la nutrice 
paziente. Certo, sarà un dio, deve diventare un 
dio, cogli anni, attraverso le lotte c la fatica. 
Il mondo non si redime se non con isforzo, nè 
per volontà esterna di un dio. Porta l’infnnzia 


di quest 'anno i segni della destinazione alla 
grande opera? Oh’ ma ora non è che un fra¬ 
gile csseriuo. Sorridano i piccoli ! si guardino 
da non sorridere, du non rispondere con l’af¬ 
fetto all’ansia sorridente delle genitrici. 

...qui udii rlsere parenti, 
ihy dens tinnì■ mensa, dea ncc digitata cubili est. 

Queste c simili immagini c fantasticherie 
suscitano gli ultimi pochi versi. 11 procedi¬ 
mento artistico è analogo a ciucilo dell’cgl. di 
Titiro; l'inno ni neonato raccoglie inaspetta¬ 
tamente le sue nli in un breve imuto; |>ochc 
note, staccate, ripetute, grande sospensione 
c concentrazione di affetti intinti, casalinghi, 
la cui delicatezza è tale che non è consentito 
dubitare del significato schiettamente umano 
di questa egloga travagliatissima. 

Tommaso Fiorr. 

D.t lino studio sulla Poesia di Virgilio, di prossima 
pubblicatone. 


Antologia 

degli ultimi vittoriani 


Robert Buchanan 

11 Buchanan (1811-1901) ©, con il. suo coe¬ 
taneo e intimo amico David Graf (1838-1861), 
tipico rappresentante della scuola poetica scoz¬ 
zese, da Burns in poi fedolo a un indirizzo in¬ 
dividualistico e romantico. 

Giornalista, critico, polemista si aprì la strada 
lottando contro l'ostilità dolio letteratura ucca- 
tloniica ; i suoi romanzi (coma L'ombra della 
spada, 1876) o i suoi drammi moralistici ebbero 
una fortuna molto supcriore al loro pregio in¬ 
trinseco, ma altrettanto effimera; tra le suo nu¬ 
merose raccolte di vorsi ; — da Idyls and Le- 
gend» of Inverburn (1865), London Poemi 
(1866) o North Conti (1867-‘68) a The Hook of 
Orni thè Celt (1870), Mite et/anco ut Poemt and 
D alt ad» (1878*83), The Citr of Iheam (1889), 
— ai raccogli© invoco quatcho lirica di vigorosa 
struttura e di intensa vivacità. Storicamente, 
Buchanan ci conduco da Morris a Kipling. 

La lirica qui tradotta è da North Coati and 
other Poerns . e si riferisco a una battaglia per¬ 
duta dai ribelli scozzesi nel periodo del «Co- 
venant». 

La battaglia di Drumliemoor 

Sbarra la portai Smorza il lume che nella 
notte risplendc c guida l'orma sanguinosa dei 
loro piedi; 

stringiti il bimbo al seno, che stia zitto, e non 
attragga lo loro ricerche; — spegni con l'ac¬ 
qua le brago del focolare. 

Moglie mia, ora siedi tacita o ascoltai tieni 
la mia inano nell’ombra — o Jcannio, noi 
siamo dispersi, proprio conio nobbia al vento. 

Fu laggiù a Dromliemoor, dovo essa si adagia 
sulla spiaggia — o guarda i frangenti della 
baia, 

nel cimitero dei morti, dove l’orba ò tro volto 
rossa — del sangue di quei che dormono sotto 
l’argilla ; 

erano là gli Howiesons e la gente di Glon 
Ayr; — là ci raccogliemmo nel cupo della not¬ 
te n progaro. 

K chet sederò a casa nello spavento, quando 
la voce di Dio mi ora nclPorecchio, — quando 
i ministri di "Baal sgozzavano il gregge del Si¬ 
gnore t 

No! là io mi schierai, con la lunga falco in 
pugno, — perché» sanguigna era la messe che 
avrei dovuto mietere; 

e il Signore ora nei suoi cieli, con mille oc¬ 
chi terribili, — e il suo alito turbava gli abissi. 

Ogni uomo della banda portava la sua arma 
in pugno, — sohbeno tutti fossero ignudi di el¬ 
mi e di scudi, 

e non uno sapesse che cosa doveva fare, — 
so il Nemico ci fosso piombato addosso d’.im- 
provviso. 

Bianchi, spettrali erano i nostri sguardi, ma 
non già di terrore; — il Signoro Iddio nostro 
assisteva alla nostra preghiera. 

Oh, solenne, tristo e bassa sorse la cupa vo*:j 
di Monroc, cd egli maledisse con la male¬ 
dizione di Babilonia la corrotta ■ 

non potevamo scorgere la sua faccia; ma un 
lucore era al suo posto, — oomc la fosforonza 
della spuma sul lido; 

e gli occhi di tutti orano annebbiati, porchò 
su lui tutti ri fissavano ; — e il mare riempiva 
le suo pause con il suo clamore. 

Ma (juando, in pacati acconti, Kilmahoe in¬ 
tonò il salmo, — con la dolcezza della voce di 
Dio sulla sua lingua, 

a una voce lodammo il Signore del fuoco e 
della spada/ — o quella voce s'alzò più forte 
dol vento invernale, 

e tra lo stelle della notte sali alta sul va¬ 
poro delle tempesto, — o un nembo ai raccolse 
intorno a noi mentre cantavamo. 

Terribilo a udirsi il nostro grido sorger© prò- 
fondo e squillante, — se ben non potevamo ve¬ 
dere i gridatori dol grido, 


ma cantavamo e brandivamo lo spado o d toc¬ 
cavamo l’un l'altro le inani, — mentre un sot- 
tìlo velo di nebbia separò i nostri visi dal cielo; 

improvvisa, strana o bassa fischio la voco di 
Kiimahoo: — Impugnato lo armi! attoudot© ili 
silenzi© I Bou qui, aon vicini I 

E ascoltando, coi denti serrali, potevamo u- 
dire attraverso l'orba folta; — il calpestio dei 
cavalli, corno volavano; 

nessuno fiatava, tutti erano silenti copio la 
morto, — o stretti insieme rabbrividendo d 
accostammo, 

più fonda intorno a noi caddo la cicca ton©- 
bra dell'Inforno, — e... il Nomico fu in mezzo 
a noi prima elio lo sapessimo I 

Allor sorso il nostro grido di guerra, tra Io 
imprecazioni dei nostri nomici, — nò faccia 
d’amico o nemico potevamo distinguerò; 

ma io colpivo e tenevo il tnio poeto (fidando 
in Dio clic guidasse |a mia mano) ; o colpivo, 
colpivo, e udivo i cani dollTnforno latrare; 

caddi sotto un cavallo, ma lo giunsi con tub- 
tal la mia forza, — o lo squarciai con la mia 
falco neU'wnbra. 

M-litro ci battevamo, senza sapore qual mano 
ci stringesse la gola, — qual sangue sprizzasse 
caldo fino agli occhi nostri, 
sentivamo un fitto vento di nevischio scivola¬ 
re sopra di noi dalla collina, — e mormorare 
nelle pauso dello nostre grida; 

ed ceco, dentro un attimo, sì levò la cortina 
della bruma, e la pallida luna verrò un raggio 
dai cieli. 

O Dio' era una vista elio faceva imbiancare 
i cape li, — o dal torroro raggrumarsi il san- 
guo do! cuore, 

a vedere i nostri volti biancheggiare nella 
tenebra a inala pena rotta da un barlume, — e 
gli ammazzati a terra giacenti nel sangue: 

mentre a fiocchi, senza suono, cedeva intorno 
con tanta paco — la meravigliosa bianchezza 
della nove I 

Sì: e più denso, somprc più denso si span¬ 
deva il pallido silenzio dol Signore, — (dal ca¬ 
vo della sua mano lo vedovamo versato), 

o si raccoglieva là intorno a noi, che in la¬ 
mentosi conati cercavamo l’aria; — montre, sot¬ 
to, la nere ora alta già un cubito e tutta tinta 
di rosso: 

o tosto, qualunque corpo fosso abbattuto giù 
neila battaglia, era sepolto dal nevischio prima 
ancora che fosse morto! 

Allora infine scorgemmo tutta la forza dello 
soldatesche, — porchò sempre più donse afflui¬ 
vano lo loro schiere, 

e ai lampi delle loro pistole apparivano d’un 
pallore cinereo, — c l’azzurro acciaio dolio loro 
Bpodo brillava cogliendo i riflessi della luna. 

Ma una morente voco gridò: «Fuggito*... 
Ed ecco, a quel grido — un panico caddo sopra 
di noi, e ci mettemmo a gridare. 

Acuto © spaventoso ri levò, nello spiaccichi© 
del sangue e dei colpi, — il nostro urlo al Si¬ 
gnore che ci lasciava morire ; 

e il Nemioo o noi gridavamo la nostra «** **- 
a Dio, ma i servi del Nemico abbattevano l’uo¬ 
mo forte *001 suo grido ; 

il Signore taceva in cielo: l’unica sua risposta 
— ora la novo cho cadeva, cadeva, dal ciolo. 

Allora fuggimmo! crebbo la tenebra! attra¬ 
verso il freddo nevischio volammo via, — cia¬ 
scuno da sò,' sì. ciascuno diviso dai suoi com¬ 
pagni ; 

o io udivo sull'ali do] vento raggiungermi il 
calpestio degli zoccoli ferrati dietro a ino e 
lo grida di quei che morivano nella paura. 

Ma io conosoovo a monte ogni sontiero, an- 
che noll'oscuritii della nebbia; — e tutto il 
giorno pii tenni nascosto, o ora son qui. 

Ah, raccolti in una tomba sòia stanno gli 
uomini santi o arditi, — o accanto ad: essi i 
maledetti e gli orgogliosi; 

là sono gli Kowiesons, e i Wylies di Glon 
Ayr, — Kirkpatrik © Mac Donald o Macteod. 

E mentre la vedova piange, ecco la mano di 
Dio intorno allo loro oss» — riversa il suo 
bianco sottile mantello ghiacciato, corno un su¬ 
dario. 

Sulla montagna e nella vallo Io nostre donno 
appariranno pallido, — e più pallide quando 
l'oceano si gonfia ululando; 

sepolti sotto il bianco sudario della novo, sen¬ 
za. una pia preco, senza un rito - - giacciono 
gli amati ch'esse cercano nell’oscurità; 

più profonda, ognor più profonda la nove 
sul monto e sulla valle s’effonde — c più pro¬ 
fonda, più profonda ancora ò la loro tomba. 


100 amici 

ricevono il Bnretti : lo leggono, lo soriano, se 
ne istruiscono, e infanto 

non pagano l’abbonamento. 

Perchèf Non sanno in che distrette si dibatte 
{'amministrazionef Di che cosa credono che 
viva il giomnlef Che cosa dobbiamo fare ber 
isvegliarlif Scrivere? sollecitare? L' abbiamo 
fatto, con spese e noie non poche, c con effetto 
nessuno - Pubblicare i nomi dei morosi sul 
Barctti? Lo faremo. F. a chi tocca tocca. 



IL BARETTI 


Il canzoniere di Storm 


Il canzoniere di Stomi è un delizioso album 
di momenti musicali — di stati d'animo tenui 
come guizzi di luce in una ombria di crepu¬ 
scolo. I«c liriche che si susseguono timide 
hanno tutte il carattere di macchie di colore 
c di luce o di armonie statiche e piumose nelle 
shavature della forma smarginata. Non avendo 
nello sfondo un contenuto razionale che le ori¬ 
gini .— non trnduccndo visioni strepitose di 
politica o di morale, e quindi lontane da com¬ 
plicati problemi, da complesse filosofie — nel 
giro delle strofe in cui si presentano al lettore 
— appaiono p.ccole masse vive di Un tremolio 
rapido e luminoso: specchio d'una sensibilità 
fine che intuisce e rende per mezzo di impres¬ 
sioni immediate o gruppo di impressioni la 
realtà che le suscita. E’ quindi una poesia 
fatta di soli momenti sensibili — tepida quasi 
sempre, che alla lettura si consuma in un va- 
l>ore sottile, lasciando in noi un scuso vago 
di colore e di melodia : un modulare lieve lieve 
in quel suo vellicare la sensibilità del lettore 
fino a suscitargli la visione istantanea e fu¬ 
gace d’un paesaggio, l'emozione d'un mo¬ 
mento d’amore, il raccoglimento nel dolore- 
Poche strofe : a volte, pochi versi a piccoli 
tocchi, pagliettoti di luce sfuggente : spesso 
una realtà vista attraverso una velatura in cui 
la forma si sfiocca, perde il contorno. Con un 
senso malioso del remoto, del passato: poesia 
che si melodizza in elegia fluida, senza rivol¬ 
gimenti e sviluppi magniloquenti. Mai fino al 
singhiozzo — il rimpianto, che è tanta parte 
di questa lirica, rekta nel sospiro — che, emes¬ 
so, si perde rapidamente, lievemente. 

La |>oesia di Storm è stata chiamata In poe¬ 
sia dei ricordi, della rimembranza. E a me 
pare che il Meyer c il llicsc c l’Erinantingcr 
siano nel gitisto quando sentono nel passato 
il tono di fondo della poesia storminua — e 
specie i due ultimi osservano che lo stesso 
presente è dal poeta proiettato c vissuto nel 
tcni(>o remoto. Poesia dei ricordi è quella di 
Storni, anche se in lui — come ha obbiettato 
l'Alfcro in un suo saggio fine ed acuto su 
Storni lirico — non manca il senso della realtà 
presente, nè sono assenti accenti vivaci e virili. 
U* dal passalo che il poeta guarda il presente : 
od è dalle rimembranze Clic deriva il suo mag¬ 
gior fascino: il ricordo è in lui come la bruma 
leonardesca clic — allontanando gli oggetti, 
le forme pittoriche — li vela di nostalgia, di 
mi l>aJhos elegiaco. La realtà stessa, vista at- 
traverso questo velo, acquista un'apparenza 
fantastica, irreale, di fini»; un che di oscil¬ 
lante che le dà una vaghezza musicale. Anche 
quando esprime gioie c dolori attuali - o 
nella lirica |>olitica, o nel vivere l'incei tozza 
misteriosa dell'al di là, o nell'amore — Storni, 
in questi stati d'animo, lascia affiorare l'ombra 
del passato clic li intenerisce c ne aumenta la 
metodicità. E nelle stesse novelle, anche in 
quelle più • realistiche, in cui pare si ponga 
ti duri assillanti problemi umani » — il fatto 
remoto, il ricordo è impastato con il fatto vivo : 
a volte appare come tara ereditaria a immalin¬ 
conire gli attori della narrazione : se nei primi 
laccoliti il (bissato fa da sfondo — c la malin¬ 
conia, la dolce melanconia nasce dal contrap¬ 
posto del presente con il tempo clic fu — ne¬ 
gli ultimi il cumulo dei ricordi è in mezzo ai 
personaggi stessi, anzi si può dire clic è da 
essi clic questi affiorano. Storm era ur.'nnilTia 
elegiaca, tenera - tutta contemplazione e sen¬ 
sitività — e il rimpianto c la nostalgia non 
potevano non essere le sue note peculiari; nel 
passato, e in genere in tutto ciò clic è stato 
e che non può piò ripetersi, è il rifugio delle 
anime sensibili, per le quali il presente — an¬ 
che non rinnegato — si dirada nelle penombre 
azzurre del lontano : o perché troppo fugace 
nelle sue gioc per lasciarvisi esaurire — o 
perchè distante dal proprio ideale. 

1 , 'antere, la patria, la famiglia — ooho i 
motivi dominanti nell'arte sensitiva del poeta 
di Husuili. « Privo dell’audacia dei romantici 

— ha scritto gmstnmentc l'Alfcro — spinti 
dalla Schnsuclit sempre verso nuovi cieli, 
nuove terre, spinti a jiopolarc dei loro sogni 
le lontananze azzurre — egli si attacca invece 
solidamente alla sua famiglia, alla sua vita, 
alla sua terra, e qui si crea il suo mondo >». Ed 
è un mondo di tenui intime cose: nelle no¬ 
velle e nel canzoniere. Commozioni tenere per 
la casa paterna nella notte di Natale o per 
il giardino ombrato «lei profumo di viole a 
ciocche; dove un giorno inseguì con la fan¬ 
tasia folletti e fantasmi cari — o per l’angolo 
remoto della soffitta con i suoi logor : oggetti 
clic hanno odor di vecchio; visioni rapide -Iella 
cittadina borghese e provinciale con i vaghi 
sciami di giovani, compagni di studio c di 
gioco; ricordi di raccontate fiabe, vive dell'ali¬ 
to della nonna narratrice nel tc(>ore delle sere 
autunnali, f.a famiglia ha vita per lui non solo 
nelle gioie e nel dolore del presente, ma nella 
tradizione anche, nelle figure stinte dei ritratti 
degli antenati, nel velo di polvere e di vec¬ 
chiume dei mobili, nelle vaghe lontananze: 
come nelle lontananze fantastiche della leg¬ 
genda vive la sua terra, di cui egli riecheggia 
il paesaggio con un senso mite «li melodìa - 
la landa deserta e sconfinata, il mare scuro c 
solitario, senza la gioia dei canti c delle vele 

— il ritmo monotono delle acque intorno all» 
terra brulla e silenziosa II presente stesso 


della sua famiglia c della sua patria — l’amore 
per i figli c per ia sua donna, l'ansia di libertà, 
il desiderio di rinascita del paese natale, la 
visione d'un suo avvenire migliore — acqui¬ 
stano un colore speciale da questi clementi 
remoti che ne iucoruiciauo la rappresentazio¬ 
ne: tono elegiaco sostenuto da un senso vivo 
della fugacità delle cose belle c amate, che è 
iu contrasto con l'amore stesso per esse. La 
sensibilità del poeta è reattiva; vive del fa¬ 
scino c della seduzione che esercitano su di 
lui i guizzi della gioia c della bellezza nella 
loro caducità uielnucouica; e la sua'anima di 
soguutorc è tutta in quegli attirai in cui egli 
riesce a fermare, iu uu'iimnagiue, l’apparenza 
del hello - anclie se consapevole del suo sfio¬ 
rire, c se nel presente sente già il passato- 
11 paese e la famiglia; la casa nel suo tono 
melanconico del tempo elle fu — e il paese 
sentito a volte nell’aspirazione del cittadino ad 
una migliore realtà storica, a volte nel pae¬ 
saggio monotono di torbiere, di acque abban¬ 
donate, di macchie di boschi e di stagni 
ora nel pussuto leggendario. Ma accanto ad 
essi c'è anche l'umore; c con note diverse, 
rispondenti ai diversi momenti in cui fu vis¬ 
suto. Nei primi canti, la sua lirica amorosa 
si presenta ubila forma della ]>oesia heiuiana; 
un po’ stereotipata in quel vezzeggiare e ca¬ 
rezzare l'amata capricciosa, con cui il poeta 
gioca a baci e carezze, per riceverne smorfie e 
graffi qualche volta. Nelle poesiolc a periodi 
brevi, con giri di frase veiiua, immateriale, 
la lirica è melodia e ritmo; son piccoli iivoti 
tematici su un ritmo cullante e facile. Poco 
sangue, s'intcudc, iu queste schermaglie amo¬ 
rose : sono ancora fatto letterario, più che vitu 
vissuta. Uà stessa punta ironica cd amara cosi 
frequente nel lincii dcr Ucder di Heine, e iu 
cui il poeta di Dusseldorf scarica la sua urna- 
rezza d’amore ha un carattere piatto, sa 
del costruito. La tristezza deH’abbaiulono, il 
rimpianto, il pascersi di ricordi — sono ancora 
immagine astratta, sradicata dalla vita : spesso 
rivelano più abilità di mano che profondità 
di sentimento : 

ficbwohl. «fu tutte kUlnc Feti 
Adii chi kit tildi Muti wiedeneh* 

Il 'levici Patir llaiidtdiuh timi verbrauchll 
Vnd nlcvlel Eau de Cotogne vctrauchll 

(Addio, (lutee piccola fatai Ahi prima che ti riveda, 
Quante- paia di guanti avrai commutate ? Quanta acqua 
di Colonia si «ar& evaporata 1 ). 

Strofa di derivazione heiuiana; ina l’ironia c 
esteriore, meccanica; c calcolato è l’effetto sul- 
rauimo del lettore. Quello stesso voler appa¬ 
rire un torturato dell’amore, quel voler mo¬ 
strare il cuore clic sanguina — sa di posa, an¬ 
che se si presenta in un dolce vapor di melan¬ 
conia. Non mancano certo, nelle prime liri¬ 
che, accenti veri di poesia; ne ha rilevali l'Al- 
fero; se tic possono aggiungere ai suoi degli 
altri. Sono però attimi, in cui il poeta futuro 
balena timido e delicato. Lo scherzo in tono 
minore in n Rcchcustundc o : 

.Vun recinte tu ir dock mattimeli : 

Vler Augen. die gebent Bllcket 
Und — Iliadi ini v heInen FtkUrf 
Vler Llppcn, die gebent — Kùtte: 

(Ora, assommiamo pure : Quattro occhi, che danno ? 
Sguardi. E — non sbagliarti! — Quattro labbia, che 
danno: — Baci:). 

il motivo di serenata in Siti» delie»!, battuto su 
ritmo di chitarra langourciusc et monotone, in 
una chiaria lunare sull'umidore dei prati : 

inclite Mondcmebd sdiwhmuen 
Au / dei i feuehten Wlcscnpianen; 

Hórst dn die Gitane sllmmen 
In dein Scintiteli de• Plalunenf 

(I A bianca nebbia lunare fluttua sugli umidi prati 
Senti accordare nel)'ombra dei platani la chitarra?) 

il quadretto di genere ma pieno di vita in 
Diiinmcrstnndc, clic riappare poi in Hcrb - 
sluachmittag. Un interno di stanza avvolto 
nella penombra e nel silenzio, mentre gli ul¬ 
timi raggi del sole filtrano tra le tendine; col 
chiacchierio dei vecchi che arriva stanco al 
poeta c all’amata, clic è tutta u in quelle inerti 
mani operose » e m in quel rosso riverbero che 
illumina la fronte •>; con l’incanto dolce c lento 
del silenzio profondo nel tramonto rosso di 
sole, che irradia due cuori nella felicità <cnza 
parole. 

I.'amore per Costanza ha un carattere di¬ 
verso; e diverso è quello per Doris; c l'arte che 
sa tradurre i vari sentimenti è pù storminua. 
Umano — fuori delle riininisccnzc letterarie 
— l'uno e l’iiltro; ma riposato, sereno l'amore 
per la prima; più tormentato e scoppiettante 
quello per In seconda. Il sentirsi felice, nel 
possesso completo (Iella donna del cuore 
adagia l'nuima del poeta iu una serena contem¬ 
plazione, clic è un oblio lene del mondo: un 
naufragare dolce nell'ocello della sua cren- 
tura, clic lo fissa c gli fa sentire bella In vita 
solo per quest'amore. Riposare accanto alla 
'cara — dice il |>oeta — spingere Io sguardo 
lontano, disperdersi, ritornare (>oi alPanutin¬ 
stando ai piedi il mondo — clic dolci* far 
nulla ! 

Rflcklteltren dunu itili allei ll'uniter/eme. 

In dehter Augen Itehnalllrhe Sterne. 

(Ritornare poi dalle imiKitUiclu- Inntamttuc «Ur pa¬ 
trie stelle dei inni nerbi). 

La poesia si assottiglia iu velo per espri¬ 
mere questa lenir là di desideri; è vapore te¬ 
nue che avviluppa e assopisce nella vaghezza 


deH’uzzurro. E in quel soffio di dolcezza ere- 
puscolnrc, il lettore smarrisce la lirica nella 
musica, clic stende l'nrahcsco dolce della sua 
melodia ucll’impalpabilità della réverie. In 
Auf dem Scgcbcrg l’occhio del poeta clic 
scorro sul paesaggio nutre lu sua anima d’un 
commosso senso d'amore : attraverso il cile- 
stre clic sfuma lontano arriva una musica flui¬ 
da dolce: il canto delle allodole clic sale dai 
tirati, dai boschi — c lascia l'eco tra le siepi 
c gli alberi. Il poeta ha accanto la sua donna : 
una pienezza di felicità- lo coglie; c paesaggio 
cd amata, natura c donna, si fondono in una 
unica impressione di bellezza. E* l'amore che 
colora di unn dolce unuonia lo sfondo; ed è 
il paesaggio che inquadra c sublima In figura 
umana. Le cure, le angoscio svaniscono lon¬ 
tano — residuando una melanconia, un'oblio¬ 
sa malinconia. 

lite Schalten, die nielli Augen irtìbten. 

Die lelzlcn, scliendil der Klndermund. 

(!.e ombre che velavano il mio occhio, le ultime, le 
•caccia la bocca di fanciullo). 

L'amore per Costanza implica l’amore per i 
figli; l'idillio dcH'amorc è l'idillio della fami¬ 
glia. Famiglia che non distrugge l’amoic — 
ma lo rende più puro, svuotandolo della ec¬ 
cessiva passionalità; più eguale, dirci, nella 
intimità soave a cui partecipi! l'iugcnuu co¬ 
vata dei fanciulli. 

In Klnderhisl die IVaugcn gliikcn. 

Die I Veli, die IVdt — o «He ile lochi t 
(Nella contentezza di bnnibino, le guatici* avvam¬ 
pami. Il mondo, il mondo — ob come rideI). 

Ma l'idillio si appunta ad elegia : è la ma¬ 
linconia che sorge dal seno della gioia. Per¬ 
chè, se il poeta gode fin quasi a svenirne, ed 
è d'qnn passionalità dolce — a sentir passare 
la mano dcU’nmata sui suoi occhi, sulla sua 
fronte, sulle guance, a spianare le rughe, e 
fugare le ombre — sente d'altra parte la fu¬ 
gacità di queste emozioni; c il pensiero della 
morte getta un’ombra sulla sua anima. Nel 
tempo che corre, che come ingiallisce c fa av¬ 
vizzire le foglie nel nostalgico autunno increspa 
e incanutisce la bellezza umana — egli vive 
la profonda tristezza della dolce età che tra¬ 
monta. E se — dinanzi ai fili argentei che s’in- 
siuuaiio nella chioma della sua donna — cerca 
di sviare l'anima dallo sfiorire della bellezza 
fisica per richiamarla allo spirito, il fluido del 
tempo lo vela leggermente: c la melanconia 
della bclln amata scivola in lui. 

Aut delner mllden Frauenaugcn 
Btlchlgat su melanchollich Lkhl... 


O tdiaudre nielli/ Ob auch uninerkllch 
Der tckamle Sonnenicheln vernimi... 

Et IH der Sommar nur, der schaUat... 

IVa i geli! danti uni der Sommer ani 
(Dai tuo! dolci occhi femminei rompe una melan¬ 
conica luce... 


Ohi non temerci Anche *e inav\ertito il più bello 
aplcndorc del oole è scomparso — è solo l’estate che 
se n’ù andata A noi che importa dcU’cstatel). 

E' solo l’estate che passa conforta il poeta . 
ma con l’estate egli sente che passa anche la 
vita — c gli ultimi versi si colorano di un'ama¬ 
rezza pensosa. 

Iti Doris il ixjeta canta l’amore proibito — 
che è desiderio, passione non destinata ad 
aver soluzione: e la pocs : a vibra di questo 
tormento che arrossa l’anima impotente a 
sgropparsi c sfogare. Di fronte al pittoresco 
c al musicale della poesia di Costanza c della 
famiglia — ed a quel tono sentito ma som¬ 
messo, conte il circolare caldo della luce so¬ 
lare nelle penombre della bruma — questo per 
Doris è tutto uno scoppiettare : è un’accen¬ 
sione rapida che fissa l’anima del poeta iu uqa 
immagine di cui non può liberarsi; perchè, 
quanto più cerca d’uscirnc, tanto più vi si 
abhandona doloroso e gaudioso. 

hi, dock die Sede meln 
So ganz geworden dein, 

ZUlerl In delner Hand, 

Tltu Ihr keln leldl 

(U min anima * dunque diventata tutta tua: trema 
nelle tue moni. Non farle inaici) 

E* un tormento: c tanto più grave, perchè la 
linuticia a cui il poeto è costretto è accompa¬ 
gnata dal sentimento deH'incsUnguibilità della 
sua fiamma. C’è dell’amarezza nelle strofe 
nervose, dn cui tralucc — accanto alla scon¬ 
finata tristezza del sacrificio, del dolore del¬ 
l'abbandono — l’inquietudine della donna che 
si morde a sangue le labbra e tace c cammina 
cd ha » la mano bianca » ne dolce il viso ». 

Dn blltetl die zarlcn lippen n und. 

Dai flint ht daitach gejlotsen.. 

(Tu ti *ci morse le belle labbra a sangue, ed il son- 
«tic nc ò spettato...). 

E c’è rimpianto — un ritornare continuo al 
passato dalla rinuncia del presente. Il bisogno 
d'amnrc ed il dovere di fuggire — il ricordo 
della passione vissuta c la visione della line, 
nell'impossibilità di rinnovare il tempo che 
fn — drammatizzano questa vicenda d'amore, 
clic nella lirica Rosai ha un'accoratez¬ 

za commovente c maliosa : 

Der Mmid, der felzi zn niellici Qual 
Steli il munì voi m/r ve ridille iti. 

Idi Imhe Uni fa io lanieiidmat. 

Vldlantendnial gekdssl. 

(I.n Imicci» che oro per min sventura innanzi a me 
ammutisce mute volte io l’ho baciata). 

E’ c'è l'ahhaudono : la strada solitaria — 
la donna che si allontana. Poi il giardino clic 
t ice, il sentiero clic s'nhhuin, le nuvole che 
scivolano nel ciclo, il vento autunnale che 


mormora. Il poeta è stanco fino a morire : con 
l’amata se tic va il meglio della sua vita, c 
tutto ciò che è d’intorno, è vuoto — inutile 
cosa. 

lei i bin so mfld rum Sterben; 

Pruni blieb Uh gem zu Hans, 

Und idi Ifc/o gern dot Leben 

Und Luti imi d Leiden ani. 

Storni vive minuto per minuto l'angoscia 
della separazione; la nostalgia che nasce dal 
ricordo dei canti e dei baci del passato si fonde 
ai bagliori dell'ultima ebbrezza — a rendere 
più straziante la riuuucia. Con voluttà egli 
coglie le ultime gocce di questo sua sensuale 
amore : e vuole che la donna — ora clic è 
nella colpa — si conceda tutta. Finire, sì; ma 
finire nella piena accensione, nell'abbandono 
pieno dell’uno all’altra. E’ l'estremo deside¬ 
rio; esaurirsi, prima di abbandonarsi; desi¬ 
derio tanto più ardente perchè il poeta sente 
che la stessa ansia è nel cuore della donna : 

... ddrlner Putte Uefei Schlagen 

Tut lleblichcs Gehelinnh kund. 

(Il ptofuudo battilo del tuo polwo t«ude umifero il 
tuo caro ««greto). 

La poesia qui canta con la sommessa ac¬ 
coratezza d’un violoncello, a frasi larghe, vel¬ 
lutate, su un ritmo appetta affiorante daila 
trama melodica della lirica. Le quartine, direi, 
s’impastano a formare un’unica massa liquida 
nel circolare luminoso della passione oosì dolce 
nella sua dolorosa verità. Quando l’ultimo 
verso si chiude — resta in noi un’eco che è 
più cullante di ciò che si è letto. Le frasi che 
s'iugrnnano in quel tema lento c appassionato 
residuano un scuso di stanchezza che: è anche 
amore di pace: una volontà d’abbandono che 
è desiderio d'oblio — ma con l'oblio e la pace 
anche la dolcezza del ricordo che esprime 
tutta la vita. 

So lai» mkh demi, bevor du welt von mlr 

Im Leben gelili, noci i r.lmmal danken dir... 
(Permettimi che, prima che vada lontana da me nel 
mondo. — Ancora una volta tl ringrazi) 

Quanta finezza c raffinatezza in quella mano 
nervosa della donna che porta impresso il de¬ 
siderio che la bocca tace: quella fine traccia 
di dolore che rivela l’ansia vissuta nella notte 
che posò su un cuore ammalato! 

Die Hand, an der meln Auge kdngt, 

Zelgl fendi felne » Zug der Schnurtcn 

Und dais In sdilutmnerloser .Vachi 

SU lag auf elnem Kranken Herztn 
(!.a mano, alla quale fl mio occhio al poaa, porta i 
lini segni dei dolori, e mostra che nella notte insonne 
po*!> su un cuore ammalato). 

Poi Costanza mori — cd il poeta trovò nella 
donna che aveva amuta l’cducatrice dei figli; 
un’anima a cui affidare la sua stanca delle 
traversie. 

Ma — oltre e più che nell’amore — la poe¬ 
sia di Storm vive nel («tesaggio : senso davvero 
moderno, modernissimo, della natura — sen¬ 
tita nella luce, nel colore, nella musica infi¬ 
nita, negli infiniti profumi : impressionistica¬ 
mente. Fuori, direbbe un pittore, dalle forme 
contornate, il paese è reso a contrasti c vibra¬ 
zioni di colori c di luce. La vita delle cose è 

- come negli impressionisti — decomposta, 
riflessa in mille modi, c resa a volte in lince 
mobili viventi, con formicolio di luci in dire¬ 
zioni vanissime; e in quelle linee e in quei 
lumi — in quelle macchie e in quelle sfran¬ 
giature — l’anima del mondo scorre fluida, 
calda di pathos nelle efflorescenze mutcvolis- 
sitne del colore. Un colore a volte impregnato 
di luce — su un piano pittorico palpitante: 
a piccoli tocchi irregolari, a rendere i diversi 
momenti del quadro che si presentano, nello 
stato d'animo in cui vive il poeta — accen¬ 
dendosi rapidamente l’uno dietro l’altro — 
come voci musicali concorrenti da direzioni 
opposte a formare la trama polifonica. Non 
c’è mai in Storni un disegno accanito — un 
perseguire della linea, forme plastiche in tutte 
le loro minuzie; è tutto un fare aereo, direi; e 
mobilissimo. Attimi appena, clic lasciano nel 
lettore il senso d’una forma-colore, una im¬ 
pressione di paesaggio in riverberi, in ombreg¬ 
giature : tanto più fascinosi quando vaporano 

— riverberi ed ombreggiature — penetranti 
onde di profumi. 

Paesaggio — stato d’animo. Coinè vive — 
in Waldircg — in quel meriggio estivo, l’ar¬ 
sura, la calura, la stasi ! e nel sole che spossa 
c balugina in inquieti barbagli — quel compa¬ 
rire e* scomparire, lontani, vicini, il ronzio 
d’api, un fruscio di foglie, il grido della 
ghiandaia, il serpere d'un rettile. E là il nibbio 
che si bilancia sulle ali : qua unn pica che 
stride, c su tutto un profumo di foglie ingial¬ 
lite e di resina ! 

Heht ir or die Luft und alle 1 Vindt ichUefcn. 

Und vor mlr lag eln sonnlg offner loum, 

IVo 1/nrr hhulurck tehulzlot die Sldge Uefen. 
(Calda era l'aria, tutti 1 venti tacevano, e innanzi a 
ine ifhiecvn un'assolato aperto spazio per dove i e«n- 
tieii cinno senza difesa). 

Nella massa afosa della campagna — i par¬ 
ticolari del paesaggio saettano c scompaiono 
appena suggeriti, con una mobilità luminosa, 
in quella diffusa hnrhagliantc impressione di 
silenzio. Vibrazioni di luci, accordi di toni cro¬ 
matici, contrasti di percezioni auditive, ac¬ 
cenni di suoni arrivano ai sensi protesi e reat¬ 
tivi in un murmurc sospeso cd indistinto. 
Tutti quegli umili particolari che emergono 
rapidamente dalla massa paesistica — sono 
come i melismi guizzanti, contrapposti, so¬ 
vrapposti, in molte musiche contemporanee; 
direi quasi, è tutta un'attrazione e repulsione 





Pag. 42 


IL BAHETTI 


di temi nella macchia generale del paesaggio; 
un decomporsi e ricomporsi immediato della 
vita naturale. Come grumi di colore, disposti 
a dare uua impressione di forma o di luce, 
senza continuità di linee, uiiioruno in una spon¬ 
tanea umiliazione da un quadro abbozzato e 
iu sè completo. 

Itami uiar's critichi, un il itile un KircheniJiuelte 

Umschauerte die Schallcnktlhle mici i. 

(Vi (giunsi allora, e come alta soglia d'ima chiesa 
ui'avvoisc una ombrosa ((«scora). 

Dopo l'aspra calura del sole pieno, l'ombria 
nel bosco; la frescura riposaute di contro ai 
riverberi fastidiosi della piena campagna. E il 
motivo deliu chiusa è buttalo u risolvere lo 
stato d’animo, con uua modulazione tanto più 
bella perchè ardita e non sciupata iu inutili 
elaborazioni successive. Lo spirito del lettore, 
come quello del poeta, assapora tìuo iu foudo 
l’inatteso refrigerio. 

Accanto alla pittura del meriggio, quella del¬ 
la notte. La natura che traspare uel chiaro di 
luna; iu un immateriale fluire di luce argentea, 
iti cui i rumori si diafauizzaiio a poco a poco 
lino a perdersi in uu mormorio ludistinto — 
lino a confondersi con i profumi, coi colori 
impalliditi, con la luce che filtra attraverso le 
foglie ed i rami: più bianca, meno bianca... 
Wie liegl Im Mondcnllchte 
Begraben nun die IVeit 
Wie sellg iti det Frlede, 

Der ile um/angcn MII... 

(Come giucc sepolto uel chiaro di luna, il rnoudo; 
come betta è la pace che lo ciicondal). 

Un paesaggio aereo, dirci; svuotato di mate¬ 
rialità, e semiio nella chiaria che è pace, come 
iu uua biuuca piumosa staticità. 

Alle chiazze violeute e contrapposte di luce 
ed ombra uel meriggio aulente — subentra il 
pallore del plenilunio che smuorc e laugue in 
uua dolcezza che fa svenire. 

Die Winde masse» schwetgen. 

So vanii ili dleier Schein; 

Sle sduseln nur und weben 
Und schla/en endlich eia. 

(I venti debbono tacere, lauto è dolce questo splen¬ 
dore, essi bisbigliano, si agitano, infine si addoiuicn- 
tuuo). 

Come iu quel divino « chiaro di luna u della 
Suite llergamasca di Debussy, la natura tra- 
luce blanda da uu sottile velo argenteo, leg¬ 
germente diafana; ferma liquida uel silenzio. 

I versi — come le note del musicista - sem¬ 
brano uou fluire, ma arrestarsi in un'estasi, in 
uua beatitudine di contemplazione cristallina. 

II poeta vive iu uu sogno leggero; ina ha tutti 
i sensi pronti a cogliere le sfumature, le voci 
più lievi. Al sensitivo acuisce la vita dei sensi 

10 stesso silenzio, quella stessa diffusa chia¬ 
rità ■—, che rende più evidenti a lui il mor¬ 
morio d'un'acqua tra il verde, un fruscio di 
foglie, un frullo d’ala: il fiatare stesso della 
notte, come l'alito lieve d’uua donna amata. 
Tutte piccole vibrazioni che formano la melo¬ 
dia del plenilunio dai miti acquei bagliori : 
uel ritmo del respiro della terra che dorme — 
come sul tremolio largo di note in arpeggio. 
« Ein Atemzug, das Atnien der Sommer* 
nacht », in un ricamo di trasparenti ombre 
immobili c di riflessi perlacei. 

E poi il mattino 1 con l'indistiuto brusio 
nelle pcnombre fluide del crepuscolo : in quel¬ 
la verginea frescura avvivata appena dalle 
prime luci dell’alba scialbe c fredde. Un canto 
qua trilla : un altro là : uno, due gridi sol¬ 
inolo — è la voce del gallo silvestre, lontano... 

Goldslrahle.il schiene» iibers Dach, 

Die //Aline krtihn de» Morgen wach... 

(1 raggi d'oro saettano il tetto; cantano i galli desto 

11 mattino). 

D’intorno è ancora silenzio; gli uomini dor¬ 
mono, sognano... 

Sle sehlafen Immtr. Immer noch . 

(Essi dormono scmj.tc, sempre ancora...). 

E — se è un mattino di primavera — egli 

10 sente battere alla finestra con le dita di 
rosa — «Morgenrot » — nel bisbiglio di pas¬ 
seri c di fanciulli; e con la luce festosa in cui 
ride la terra, gli arriva lo scampanìo lontano 
della Pentecoste: 

Singende Burnite» ricini iiben Feld 
//Inciti in die btiihende klingende Well. 

(Giovani che cantano vanno oltre la campagna verso 

11 mondo che rtsuona, che è in fiore). 

O se dorme accanto all’amata — lu gioia del 
risveglio è nella luce dorata che illumina la 
casa, nel bacio del giorno — suggello d'amore. 

Sun glb eln MorgcnhQsschenl 
Su n tchtitile von der Stime 
Der Traùme blasse Spuri 

(Dammi il bacio del mattino! Scuoti dalla fronte la 
pallida traccia dei sogni). 

Le rose — continua il poeta — del tuo giar¬ 
dino sbocciano nella Ilice del sole: e si strug¬ 
gono dal desiderio di essere colte dalla tua 
mano: 

Sie kdnnen /ranni erwarten 
Dati deine Hand sie bricht... 

(Si struggono dal desiderio di essere colte dalla tua 
mano). 

Spira da queste strofe che cantano la vita 
che sorge un che di virgineo, di bianca tenera 
frescura; i motivi appena bisbigliati in un 
murmurc d’arpa misterioso — come quel tema 
freschissimo clic sale dalle pcnombre alla luce 
danzante nella Morgcnstintmung di Gricg. Un 
brivido di gioia che serpeggia, s'afferina, poi 
canta — e muore nei trilli delle rondini. 

E c’è anche il crepuscolo nel canzoniere di 
Storm : con un senso delicato della luce di¬ 


scontinua, che s'uiicuua e scivola e colora di 
incluucoutu le cose : la poesia delle mezze 
tinte, delle penembre nostalgiche — tra voci 
clic muoiono iu lontananza, nel bosco, nella 
landa deserta — c il brusio dei passeri uel 
fogliame c il ronzare dei moscerini azzurri e 
il tremito leggero delle foglie: tutta una vi¬ 
brazione die si va attcuuaudo e prepura alia 
pace della sera. E come delicate contro la luce 
che muore le ligure degli innamorati che si 
leggouo ucU'auima attraverso gli occhi pensosi 

— e bevouo il loro liuto, silenziosi 1 

Ini Sene t Uu, und lek su Jelnen Ftissen, 

Das llaupt su dir gcwcndet, sane» wir... 

Uh unire Augen, IncJnaiidci saii/ten 
Und t vlr bcrauschl der Sede /tieni tieniteli. 

(Sedevamo, tu aulta sciita — iu ai tuoi piedi, eoa 
il capo a te rivolto... i-inché i nostri occhi a'iucoutru- 
tono — c uoi bevemmo il respiro dell'anima, ebbri). 

Come mesto e melodico il scuso dello scor¬ 
rere del tempo 11 

Und ian/ler fulilten wh die Sluudc» Jtlencn... 

(li dolci uoi acuti vaino passate le ore). 

E come suggestivo quel rivivere l'uddor- 
m cu tarsi progressivo della vita; lo svanire leu- 
io dei suoni; il profumo delle viole che uccow- 
pagua il partire del giorno come una nenia. 

E l'ombra che scende : le torme evanescenti 
che oscillano come fantasmi : il scuso della 
solitudine che guadagna con tono di mistero 
la natura i 

Der lag war am; ichoii noni hevkojeubect 
Ini Garteii Jnibcn kam der Abenddu/l ; 

Die Schatlcn il eli», Olùnllch Ini Ccbilsch 
Wie Sebel scliwannn es. 

(li gtuiuo se ite sudava, già di là, dalle uiuole 
di viole a ciocche uel giardino atrivava il piofumo ve* 
spinino, l.c ombre sccudcvauo: come una nebbia ax- 
aura lluttuava uef boschetto). 

Impressioni auditive e visive, che si assom¬ 
mano iu uua sintesi purissima di ingretiieuli 
estranei — a mostrare lo stato d’uuiiuo del 
sensitivo uclla sua bella originalità; impres¬ 
sione cromatica o musicale. 

Coli la poesia delle ore del giorno, c'è anche 
quella delle stagioni. Chiazze, macchie. A 
volte, uel giro d'unu frase, il poeta individua 
uel passaggio la siagioue, impregnata dcll’al- 
flato emotivo del suo stato intimo: spesso egli 
(issa iu tuia strofa il primo reagire della sua 
sensibilità al mondo esteriore. Una notazione 
di colore; uu’itnprcssionc di suono - - uu cor¬ 
rugarsi appena della sua aunnu. Marzo — è 
sentito nel candore della neve che involge il 
paesaggio; ma nel freddo che persiste il poeta 
avverte già la line dell'inverno; e tutto ref¬ 
luito poetico è in quel Alleine noch — « sol- 
lauto aucora » — che ci riporta ai mesi della 
stagione passata, con nostalgia; c con nostalgia 
ci fa presentire la primavera.- 

Olii! iiui der lirde sehaut nur 
Alleine noch Sclineegtóckchen; 

So Itali, io kall hi noch die Flur, 

Et frlerl in wchsen Uockchen. 

(Guardano solo dalla letta le bucane vi uucota; cosi 
fredda, cosi (icdda è ancora Iu cumpagna — che rab¬ 
brividisce nel bianco manto). 

Altre volte è uu serpeggiare lieve lieve di 
motivi brevissimi che concorrono dirci polifo¬ 
nicamente a costruire la lirica. Luglio: un 
canto di uiuiiauauna, il sole allocato della 
campagna, il grano che piega le spighe, le 
rosse bacche tra le spine.-, uu'aria di benedi¬ 
zione nella natura; ma poi una domanda 
/unge i-'mu. mai slnnsl dut 

(Giovine donna, a che pensi tu?). 

L’ultimo tocco è come la velatura del qua¬ 
dro; l’errar vago dell’auima slaua la scena, e 
le dà quell’apparenza di contemplazione esta¬ 
tica che concorre uou poco al fascino della 
rappresentazione. Non di rado il poeta si in¬ 
dugia un po' di più; e ricama con un fare d’ara¬ 
besco, a tùli d’aria, il suo tema: dell’Aprile c 
della primavera. 

Das ist die Dronel, die da schlagt, 

Der FrtiliUng, der » nel» Iter: bcwegl... 

(U* il tordo che canta: la primavera che agita il 
mio cuore). 

A questa frase di spunto — il poeta inse¬ 
risce subito incisi mor Indissimi, clic precisano 
coti uua delicatezza di piuma la scena, c la 
guidano diritta alla rappresentazione di fan¬ 
ciulli che raccolgono i fiori nella fossa del mu¬ 
lino per adoruarne la primavera. E c’è uu 
verso che segna la vetta... 

Das heben flllenet wie eln Traimi. 

(tal vita /lutee come un sognò). 

E’ il tono fondamentale che colora dallo sfon¬ 
do l’atmosfera paesistica, con una leggerezza 
di sogno. 

Questa fine sensibilità — tutta intesa a co¬ 
gliere e fissare nel verso fantasmi istantànei e 
fugaci - si rivela anche nella poesia patriot¬ 
tica di Storm, che non ha nulla a che fare 
con quella di altri poeti contemporanei — non 
distruggendo in lui, la praticità d’origine, la 
bellezza artistica. Anche nell’amore per il suo 
paese, nell’esprimere il suo anelito all’unione 
della sua piccola terra alla più grande patria 

— alla Germania egli lascia fluire motivi 
nostalgici; c assume Patteggiamento — ha 
ben notato PAI fero — più di uu contempla¬ 
tivo che di uno spirito attivo, perchè « era 
più capace di vivere intensamente l’ora tor¬ 
mentosa della sua patria, che di afferrare egli 
stesso Ull'àrnia ». I suoi canti sono suggestivi; 
spirano l’accortezza di chi contempla la lotta, 
uè sente la bellezza — ma ne prevede la fine 
amara. E' l’accortezza del vinto, che si sente 
già esule; clic ha speranza, ma ha anche viva 


tristezza nell'anima — perchè la patria è per¬ 
duta. La patria che Storni cauta come la donna 
amata, con passione, con velata dispcra/.iour; 
e clic irradia di un suo amore, che è amore 
per il paesaggio naturale, per la tradizione, 
(ter lu storia, per la vita dello Stato; una vi¬ 
sione in cui la terra, la famiglia, la nazione 
sono una sola cosa. C’è iu Ostein — Ir poesia 
di- Pasquu — uua accorata voce umana clic 
esprime uu amore integrale : — che va dulia 
contemplazione umorosa c dolorosa della diga 
contro cui butte l'onda de) mare, .din nostal¬ 
gia della campana pasquale : dal senso di gioiu 
che destati a primavera le allodole festose, 
all'odore salmastro che il mare diffonde in¬ 
torno : particolari paesistici clic nel verso fi¬ 
nale che li racchiude vcugouo trasfigurati : 

Das Land hi unscr, unset soli es blelbenl 
Perchè nella Patria si assommano. N-lla Pa¬ 
tria che è tutto: la natura c la vita nazio¬ 
nale : la tradizione paesana e lo squarcio di 
ciclo che sorride sulle case, sui campi. Nella 
poesia politica di Stomi non ci sono rulli di 
tamburo: l’atmosfera è sempre d’uua diffusa 
melanconia, d'unu profonda tristezza, nel can¬ 
tare i morti sulle cui tombe vengono deposte 
le corone, e con i quali so ne vanno tante 
speranze... 

A/l I Krilnsen haben tvlr das Grati teli mi ilici. 

(Con corone abbiamo ornata la tomba). 

o nel cogliere di lontano l'eco dei passi dei 
soldati stranieri clic calpestano la sua terra. 
Sle lialeu, Sieges/eil, ile siclten die Stadi vnllang, 
Sle meliteli Schleswlg - llolsteln sm begraben... 
(Itasi /anno /cala; vanno j.cr la città; pensano di 
seppellire lo Schlcswig-Holslcin). 

o in quel contrapposto lamentevole ma pacato, 
tra l'epilogo triste di quell'anno 1850 e la pri¬ 
mavera clic sorgerà intorno : 

Und dar eh 1 leu gausen lìlninitl ralle» 
ll'/rrf diesar triste Doimerschlag ; 

/tali» wlrd et wlrkllch FrfUdlng werden 
Und holier, hetler, goldencr Tùg. 

(K per mito il cielo pannerà quest'ultimo colpo di 
tuono; poi verrà certamente primavera, e uu chiaro, 
mi lieto, un dorato canno). 

11 paesaggio è lo sfondo di questi stali d'ani¬ 
mo. Accompagna, come un canto funebre, i 
('< rii ber an der Kliste: l’odore salmastro - 
lo specchio luminoso dell'acqua che nel dif¬ 
fuso chiaro di luna getta i! suo splendore sulle 
tombe sacre — l’anno clic offre a formare co¬ 
rona i suoi fiori le foglie che cadono negli 
ultimi profumi circolanti nelle |>euomhrc d’au¬ 
tunno sono conte la cornice che il poeta 
chiude iu quel verso: 

Audi diesel Somnien Franz gehdrl den Tote». 

IA nche la corona di quatta culate appartiene ai 
morti). 

La voce dell'uomo e del poeta è sempre pre¬ 
sente in quella de) patriota . e la sua sugge¬ 
stione aumenta quando chi canta è esule — 
etl uu esule che ha una sensibilità d'eccezione, 
pronta a cogliere anche nel lontano le più 
piccole voci del paese abbandonato — con i 
suoi ombrati angoli tristi di ricordi, col giar¬ 
dino sempre vivo uclla memoria, c clic a lui 
fuori della patria si colora di un color di fiaba, 
iu quel suggestivo silenzio «li crepuscolo sfio¬ 
rato dalla luce che si spegno tra i fiori clic 
esalano più intensamente il loro odore. E die¬ 
tro la visione fantastica, in quella ombra mo¬ 
notona c languida — direbbe Vcrlninc — 
della melanconia del passato, spunta la realtà, 
la dura spinosa rappresentazione del presente, 
con la* tristezza di un amaro risveglio. E con 
l'amara convinzione clic lontano da quel cu¬ 
mulo di ricordi, da quelle macchie di paese 
clic hanno l’impronta della storia di un cuore, 
di mille cuori, la vita non è possibile, l'uomo 
non vive. 

Kcln Mann gedelhel oline Valerlandf 
t Nessun uomo prospera senza In patria). 


Tale - nelle lince generali - la poesia di Storni 
sta tra l'ultimo romanticismo e l'impressioni¬ 
smo. Noti mancano nel canzoniere elementi 
romantici : romantici sono i ricordi del Do¬ 
sato, la nostalgia degli angoli remoti nella 
solitudine estiva, In Ddmonisierung del pae¬ 
saggio solitario, la predilezione per il Kilns- 
ticrromane : l'avevano rilevato lo Schmidt c 

10 Schfltzc - clic, tracciando con passione la 
figura dell’uomo, ne ha rivissuto con amore c 
acume anche il mondo ittico: l’hanno riaf¬ 
fermato il Mcycr e l'AIfero. Ma nel supera¬ 
mento — è stato giustamente osservato del 
dissidio tra l’idea c la realtà, è superato anche 

11 romanticismo: ; 1 ricordo del passato, più 
che un angolo, un rifugio all'inquietudine del 
presente, diventa come un leit-motiv che 
accompagna nella sita vita il poeta profonda¬ 
mente nostalgico di temperamento. Anche se 
alle radici della sua anima passato e presente 
sono in contrasto, questo si risolve presto iu 
un sospiro che non distrugge In realtà — ma 
la vela tutto al più di uua leggera melanconia. 

E* stato anche osservato che la poesia di 
Storm è realistica —c clic il distacco maggiore 
dal romanticismo è in quell'iipprcssarsi alla 
realtà da cui i romantici si allontanavano. Rea¬ 
listica infatti è la sua poesia clic nasce da un 
contatto diretto con il inondo esteriore : ma 
alla parola realismo bisogna attribuire il si¬ 
gnificato clic le davano è danno gli impressio¬ 
nisti — o i critici che dell'impressionismo si 
sono occupati : da Roberto de la Sizernnne a 


Julcs Lnforgue. U11 uscire dall’afa dello stu¬ 
dio per tuffarsi uclla natura : il paesaggio che 
i romantici iugcuuamcutc c a volte come fan¬ 
ciulli creavano nel loro io quasi uua quiutes- 
senzn del paesaggio di natura di cui sintetiz¬ 
zavano alcune note ideali — rivissuto c pla¬ 
smato direttamente. Alla pittura creata alla 
luce artificiale dello studio — nei romantici, 
l’io chiuso in sè — sostituita quella fatta al¬ 
l’uria aperta: al sistema della luce del Rina-- 
sci mento l'altro della luce solare. Da questo 
diverso punto di vista deriva il* carattere di¬ 
verso della lirica di Storm da quella di Eiehcn- 
dorf, dello stesso Heine da cui pure incomin¬ 
ciò — dello stesso Mòrikc che pure amò. Storni 
è diverso da questi poeti, come è diverso Ma¬ 
lici o Matissc o Rizzano — Cremona o Se¬ 
gantini — dai coloristi del '400 o del '500. 
Un senso nuovo del colore c della melodia : 
che non hanno più carattere tonale, ma quello 
di vibrazione sonora o cromatica clic si risolve 
iu luminosità. I,'impressione che si riceve dnl- 
lu sua poesiu è quella d'unu modellatura a 
piccole masse di colore, che sono masse di luce 
che si decompongono in mille vibranti contra¬ 
sti : piccoli tocchi rapidi e diversi sostituiti 
alle gradazione d'uu unico tono: lince mobili c 
fuggenti su uu piano ondulato, sostituite al 
disegno fermo cd accademico. Giochi di colore 
c di luce, impressione di forma, colti in uu 
ultimo, e perciò vivi in quelle piccole quantità 
melodiche o cromatiche che serpeggiano iu 
una calda atmosfera, e assumono dirci l'aspet¬ 
to di grumi luminosi clic- contrastano in di¬ 
verse direzioni. In Storni c’è assenza assoluta 
di elementi elaborativi, di oratoria poetica : 
clic egli ha saputo schivare anche nelle lìri¬ 
che patriottiche, ove è facile scivolare : tutto 
è ricondotto alle notazioni rapide, alle fusioni, 
ni contrasti — alle giustapposizioni c sovrap¬ 
posizioni (li quegli clementi naturali che 
il suo stato d'animo compone e ricompone 
sempre diversamente in quei quindici minuti, 
che secondo un critico — debbono bastare 
nirimprcssionistn per fermare il suo paesaggio. 

In questo è la sua modernità: certi me¬ 
riggi affocati mi riconducono con il pensiero 
al mncchiaiolo Giovanni Fattori — certe sla¬ 
nature e velature della forma alla passiona¬ 
lità fioccosa del Cremona — quei piccoli toc¬ 
chi di colori vivi e battagliami a Segantini 
dei paesaggi alpini. Storni è un colorista: c 
melodico solo nel gioco del colore che ha un 
valore costruttivo, essendo in esso soltanto la 
ragione della sua poesia. Un colore, il cui tono 
si assottiglia leggermente in velatura di me¬ 
lanconia clic gli dà una apparenza musicale; 
cd è fatto di risonanze nostalgiche, di armonie 
clic vengo» ili lontano, di inurmurì misteriosi, 
di tutti quegli hcimischc Eindruckc clic il mare 
monotono del suo paese o la terra deserta e la 
deserta città evocavano nella sua natura lirica, 
a formare quella « Stinmung elegisclier ttn- 
hcsslimmlcr Schnsucht •» che è la caratteristica 
del canzoniere e delle novelle. Storm, ha ben 
detto Mcyer, era una di quelle » Ly rise he Nn- 
turcit, von so zarter uno zuglcich .tiefer Sen¬ 
sibilità!, dass schon in Jnhren, die sonst noch 
vor (lem •< Aufbliihen der Ausscnwelt » lie- 
gcti, sie Sich vollsaugeti von Empfiudungen 
ftir jede Stinnming, die sie umgbibt », Natura 
sensibilissima, e appunto |>erchè tale mute¬ 
vole : più pronta n passare da una vibrazione 
all’altra su una scala leggerissima d'impres¬ 
sioni, clic capace di approfondire un solo stato 
d’animo. E questo è quanto di più caratteri¬ 
stico c’è in lui : la |>ocsia cioè dell'abbozzo, 
che nel suo genere è finita e clic in lui coin¬ 
cide con la pura liricità : ed è un suggerire al 
lettore l’impressione nella sua immediatezza, 
senza elaborarla. Anzi, il più delle volte, i 
momenti di una intuizione sono posti vicini 
come una serie di modulazioni senza anticipa¬ 
zione o preparazione intermedia : tanto più 
fresco l’accento lirico per questa primaverile 
immediatezza che non si sciupa nella logica 
eloquente dei paesaggi c dei contropacsaggi. 
C’è in Storm tutta la sensibilità e diciamo 
pure le forme dell'impressionismo musicale c 
pittorico dell’arte europea contemporanea, ma 
senza preoccupazioni intellettualistiche. 

Ita 1.0 Maionh. 

Le Edizioni del Baretti 

1928 

hanno pubblicato : 

H. W. Lonofkm.ow. - Ita Divina Tragedia - 
I/. 12 ; prima traduzione italiana di Raffaello 
Cardamone preceduta da un saggio su Long- 
fellow di V. G. Galliti. 

Con questa edizione tecnicamente corretta 
e criticamente accurata, il grande poema tra¬ 
gico del Longfoltow viene fatto conoscerò an¬ 
che in Italia. 

taa versione del Cardamone no rende tutta 
('efficacia originale ed è esempio classico di 
nitidezza o di fedoltà. Il saggio introduttivo 
avvia pienamente 0 limpidamente a una com¬ 
piuta e sicura conoscenza del poeta e della 
opera. 

Si spedisce franco di porto dietro invito del prezzo del 
l'opera. 






IL BARBITI 


Bug. 43 


Un Carducci 

La figura di Carducci, in ciò eh'essa ha di 
più grande e di più saldo, di più antico e di 
più ninnilo, è lontana da questi nostri tempi 
decaduti e vili. Obliati o sprezzati i suoi ideai] 
semplici, ed un- po' ingenui anche, intorno 
alla vita civile e sociale; dimenticato il suo 
insegnamento umanistico, il suo lnlmrioso e 
sapiente metodo critico, in omaggio alla moda 
filosofica e schematica di oggi; non compresa 
nò letta In migliore sua poesia. Carducci ò 
un assente : e anzi a molti già riesce difficili* 
spiegarsi 1* ammirazione e 1' entusiasmo che 
l’opera di lui ha saputo, in altri tempi, susci¬ 
tare. Talvolta il suo nome ritorna, come ò ac¬ 
caduto nnclui in questi mesi, nelle cronache, 
per obbligo commemorativo, o per altra occa¬ 
sione: ina si tratta quasi sempre d’un inte¬ 
resse meramente biografico, del vagheggia¬ 
mento nostalgico e disperato d’una vita più 
semplice, più schietta, più appassionata. Tale 
ò anche l'atteggiamento del Serra, nella sua 
commemorazione carducciana e nello sctitto 
Per ini catalogo; del Serra, che pure ha la¬ 
sciato alcune delle pagine più belle e più sen¬ 
tite, tra quelle dedicate dai moderni a Car¬ 
ducci. Ogni giudizio preciso e chiaro sull’ope¬ 
ra poetica, ogni distinzione tra parte e parte 
di quest'opera, clic sarebbe giù per sò una va¬ 
lutazione. son cautamente evitati. E infatti, a 
parte i saggi crociani, che appartengono ad 
una generazione più antica e più nobile, 
manca intorno al nome del Carducci quella 
moderna letteratura critica e quella relativa 
concordia di giudizi, clic esistono invece in¬ 
torno ai nomi di poeti più recenti e minori : 
Pascoli, D'Annunzio. Perchè Carducci appare 
a molti come il poeta che si legge nelle scuole, 
e clic si ammira a quindici armi, nell'etA in 
cui il nostro gii sio s'appaga anche d’uu’cspres- 
sionc approssimativa e retorica : e così il suo 
nome e la sua poesia sono abbandonati ai pro¬ 
fessóri e agli accademici e agli studenti in 
cerca d’un tema per la loro tesi di laurea. E 
utili tesi di laurea si direbbe anche, con la sua 
andatura prolissa e sfiancata, con la sua mole 
ponderosa, ma in gran parte inutile, il libro 
più vasto e compiuto dedicato al Carducci in 
questi ultimi anni, voglio dir quello di A. 
Meozzi. 

Oggi il Petrilli, in un suo opuscolo ricco e 
denso (i), mentre s'. propone proprio di mo¬ 
strar le ragioni di questo distacco profondo 
che è tra l’età nostra e il Carducci, e anche 
<Ii certe preferenze moderne rivolte alla parte 
più caduca e musicale e meno ricca di sostanza 
della poesia carducciana, porta intanto il suo 
esame direttamente sulle forme e sui modi di 
questa poesia, e ofTre alcuni criteri originali 
ed acuti di distinzione e di giudizio. Il lettore, 
che s’avvicina -— inconsapevole dei menli che 
vi son racchiusi a quest'opuscolo del Pe¬ 
trilli, rimarrò forse sconcertato della Premessa 
al volume, nella quale si ragiona in modo un 
jw>’ vago intorno ad un problema del resto fra 
i più interessanti dell’estetica moderna; la 
possibilità cioè di costruire una storia dell’arte 
o della poesia, che non sia mera storia della 
vita morale, ma bensì storia del gusto, cioè 
dei mezzi stilistici e tecnici. E più rimarrò 
sconcertato forse dallo stile del Petrilli, così 
rotto ed irrequieto, che talora riesce difficile 
seguirne la trama; stile che si rispecchia an¬ 
che ncirilisufficicnte costruzione del libro, la 
cui tessitura non ò concepita in modo com¬ 
patto ed organico, bensì si avvolge su sò stessa 
e s’accrcsce, ma non senza inutili ripetizioni 
e deviazioni Scuonchè il lettore, che saprò 
superare questi difetti o queste difficoltò este¬ 
riori, si troverò di gran lunga compensato del¬ 
la sua fatica dalla ricchezza e dalla novitò 
delle idee, che il Petrilli propone e svolge in 
questo suo saggio. Egli muove da alcune pa¬ 
gine scritte dal De Lollis, con quella acutezza 
e quel garbo che crau consueti al Maestro di 
recente scomparso, ncil’occnsioue di una nuova 
edizione delle oliere del lkirchet : nelle quali 
pagine s’accenna per incidenza al Carducci, 
descrivendo il passaggio dai Cambi alle Odi 
Barbare, come un progressivo distacco dal 
realismo romantico verso un ideale di.perfe¬ 
zione costruttiva e classica II Petrilli, pui ac¬ 
cettando nella sostanza la linea ideale trac¬ 
ciata dal De Lollis, corregge profondamente 
e, a parer nostro almeno, non senza ragione 
il criterio di giudizio da lui offerto, descri¬ 
vendo lo svolgimento dai Giambi alle Odi non 
giù come un progresso verso la riconquista 
della tradizione classica, bensì come un dis¬ 
solversi ilei mondo romantico, ricco di reaitò 
e d’unmiiitò, verso una ricerca di pure forme 
musicali e coloristiche, e cioè sulla linea del 
postromanticismo parnassiano e decadente. 

11 Petrilli disegna, i larghi tratti, la storia 
dello svolgimento poetico carducciano, ricol¬ 
legandolo a quello più ampio e grandioso di 
tutta la nostra moderna letteratura. Il novi¬ 
ziato classicista del Carducci, quale ci appare 
nelle prime Rime, dovette — egli dice — fare 
i conti con il rinnovato senso realistico del¬ 
l’arte bandito dai romantici del primo Otto¬ 
cento. I quali, anziché distaccarsi dalla nostra 
più vera tradizione letteraria, l’avevano in 
reaitò continuata, riconoscendo come loro di¬ 
retti maestri il Parini, PAlficrk, il Foscolo; 
mantenendo le forme consacrate del « discorso 
profetico » — nesso armonico di poesia e di 
eloquenza guidato dalle leggi del gusto e del- 


parnassiano ? 

la ragione raffrenanti i voli dell’ ispirazione 
pura —; inserendo in queste forme antiche e 
classiche la vita e la rcaltò dei tempi nuovi, 
con un procedimento non diverso, se pure più 
consapevole e più sicuro, da quello usato dai 
poeti delle precedenti generazioni. Nonostante 
la sua poetica parnassiana, tutta intesa a ri¬ 
valutare Labilità tccnicn e la costruzione for¬ 
male, contro le abitudini facili e borghesi del 
suo tciii|>o ,i! Carducci si trovò almeno da 
principio a continuare l’opera iniziatn dai 
grandi romantici, di inserire nelle forme clas¬ 
siche C .(radizioiiali il nuovo realismo roman¬ 
tico, sulla strada cioè giù percorsa dal Man¬ 
zoni, o anche più direttamente dal Bcrchot* 
E, come la sua teoria schifiltosa e rigida s’op¬ 
poneva a questi che giudicava ibridi compro¬ 
messi, così sulla grande strada della nostra 
letteratura moderna egli giunse solo per via 
traversa, la via della satira e dell’invettiva, 
con i Giambi : al realismo infatti delle sue 
poesie satiriche, Carducci poteva trovare nel¬ 
la nostra tradizione letteraria illustri, se pur 
rari, modelli. Senonchò la nuova tecnica crea¬ 
ta dal Carducci nei Già tubi doveva più tardi 
progredire e svilupparsi autonoma, libcran- 
dosi dai vincoli della satira, ma conservando 
la sostanza realistica — materia di storia e 
d i confessioni —, conservando le forme 
espressive nuove rudi e schiette, clic rinne¬ 
gavano le regole e i modi dell’arte classicistica 
nella sua solennità un po’ generica. Tutto 
la poesia, per intenderci, della Faida e del Co¬ 
mune rustico, del Parlamento e del (a ira, 
dell’ Idillio nui re minano e di Davanti San 
Guido, è poesia di storia o di -confessione, 
poesia romantica, calata entro le forme più 
pure del discorso poetico tradizionale. « E' 
la rivoluzione bercliettinnn rifatta con mano 
maestra da chi veniva da lunga consuetudine 
con le lettere classiche nostre, e al romantici¬ 
smo non s’era accostato, che attraverso In sa¬ 
tira, attraverso i Giambi n. Il Carducci è dun¬ 
que, nel suo momento migl : orc, quasi un Bcr- 
chet più compiuto e più grande, e soprattutto 
più esperto e meglio legato alla nostra tradi¬ 
zione letteraria. Questa definizione del Petrini 
ci par suggestiva e, (ciò che più importa), 
nella sostanza, vera e profonda. E sarò '.iene 
citare ancora alcune parole sue : «i Carducci 
chiuse con la sua poes a storica e di confes¬ 
sione il romanticismo italiano, |>er quel clic 
ebbe in sò di esigenze realistiche, cioè per 
quel che ebbe di richieste profonde iiell’artc. 
E lo chiude anche per quel suo raccogliere e 
rinnovare le passioni clic furono dcll'cti clic 
non capì nella sua giovinezza, quando era an¬ 
cora un'età vicina. Poiché al fondo della poe¬ 
sia carducciana, a ricollegarla intorno ad una 
intuizione animatrice, clic fonda gli elementi 
del pensiero a sollevarli all’arte, c'ò la pas¬ 
sione civile del romanticismo nostro •. 

Ma nel decennio fra il '73 e 1*83, e prima 
del C a » r ° (che ò un ritorno all’arte più gran¬ 
de), furon composte le maggiori tra le Odi 
barbare. Nelle quali Io spirito romantico del 
Carducci si metteva d’accordo con la sua poe¬ 
tica parnassiana. Le- Odi infatti, ben lungi 
dall’essere un ritorno al puro classicismo, rap¬ 
presentano l'esasperazione del sensualismo ro¬ 
mantico, l'inserzione nel romanticismo italia¬ 
no, che si era iti fondo mantenuto fedele alla 
tradizione, del decadentismo europeo. Arte 
preziosa, chiusa nel compiacimento della sua 
bellezza; ricerca stilistica e musicale, che si 
vale di tutti i mezzi tecnici e preannunzia le 
maggiori raffinatezze dei poeti posteriori; « una 
lingiiA sensuale che vuole e sa godere di sé >»; 
motivi puramente decorativi e lineari : gusto 
del particolare vagheggiato per sò a danno 
dell’impressione totale; lavoro di cesello. Le 
dhnnc clic compaiono nelle Odi sono statue 
immobili, lontane dai tumulti della vita; i ri¬ 
cordi storici bassorilievi freddi e composti. Il 
Petrilli si sofferma ad analizzare i caratteri pre¬ 
ziosi e decadenti ili queste poesie un po' astrat¬ 
te e decorative, e ne descrive i modi tecnici 
(ricerca del colore, avvicinamento dei colori 
per creare col contrasto un barbaglio più vi¬ 
vace, gusto dei nomi proprii e nelle forine più 
rare e-sonanti, coinparazion usate come me¬ 
ravigliosi strumenti retorici, immagini musi¬ 
cali « tendenti a creare intorno alla parola un 
sognante alone di risonanze >•) modi tecnici 
che torneranno poi, raffinai- ed isolati, nel¬ 
l’arto pnscoliana e in quella dannunziana, di¬ 
lette continuatrici delle Odi Barbine. In que¬ 
ste pagine dedicate all'analisi delle Odi la pe¬ 
rizia critica ilei nostro autore mostra le sue 
dot: più segrete e sottili, e realizza in qualche 
modo Liticale bandito nella Premessa d’una 
critica direttamente stilistica e formale. Ep¬ 
pure in questa definizione delle Barbate ii let¬ 
tore sente, insieme con mollo di vero, alcun¬ 
ché d’esagerato e di frettoloso. Non giù — si 
badi bene — che le Odi carducciane non rap¬ 
presentino veramente, come sostiene a parer 
nostro benissimo il Petrilli, l’estremo dissol¬ 
versi della mcntalitò romantica in un inondo 
di pure forme. Ma si desidererebbe di veder 
meglio ricordato quel tanto di passione umana 
e civile che pur resta nelle Odi e dò un'ins ilò 
profonda ai frammenti preziosi e decorativi 
e giustifica 1’ intonazione solenne e ieratica, 
che non troveremo più, o troveremo soltanto 
deformata e falsa, nelle poesie degli epigoni, 
D’Annunzio e Pascoli. Anche l'amore, che 


nelle Odi si dimostra, verso un mondo lon¬ 
tano e mitico di bellezza e di civiltà, di armo¬ 
nia e di grazie, è, sin pure stilizzato e reso più 
gracile, l'erede diretto della passione civile e 
umana che ispira la maggior poesia del Car¬ 
ducci. Vogliam dire, in una parola, che l’ani¬ 
ma carducciana rimane, con tutta la su4 pri¬ 
mitiva forza di sentimenti, anche nelle Bar¬ 
bare, pur sotto le spoglie d’una tecnica pre¬ 
ziosa e parnassiana, della quale a tratti anche 
rompe, con slanci e moti improvvisi ed -^li¬ 
beranti, le (rame. 

La linea dello svolgimento descritto dal Pe¬ 
trilli ò però nel suo complesso giustissima, e 
viene a dar le ragioni profonde d'un giudizio 
ch’era giù, sin pur sotto forma d’impressione 
immediata, nella mente degli uomini di gusto, 
per esempio di Croce. Senza dire clic essa vale 
a.porre il |>oeta nel quadro generale della no¬ 
stra storia letteraria, tra la grande esperienza 
romantica, della quale è diretto continuatore, 
e l’esperienza moderna sensuale e tecnica, par¬ 
nassiana e decadente, della quale egli offre 
nelle Odi Barbare le linee direttive e i primi 
spunti d’ispirazione. Ma come si passa dalla 
poesia maggiore alla minore, dalle Rime Nuo¬ 
ve alle Odi? Qui il metodo critico del Petrini 
rivela in parte la sua insufficienza : difetto 
voluto d'altronde e teorizzato dall'autore nella 
Premessa giù ricordata'. Invero ad Un’analisi 


Poetica pascoliana e 

Caratteristico Pascoli dinanzi a Leopardi. 

Miracoli di un realismo assorbito in una si¬ 
cura visione appassionata, in cui nulla stona con 
tocchi troppo crudi, che attentino alla limpi¬ 
dezza della linea schiva di ogni punta troppo 
marcata, i quadretti recanatesi di Leopardi, di 
un artista che al romanticismo .arrivava da una 
intransigente educazioni) classicista, e perciò 
sempro vigile a non violare la generalità de'la 
forma, sottratta, come in suo ciclo più limpidi, 
a ogni troppo vicina realtà. 

Anche dove più la schifiltà classica si adat¬ 
tava ad accòglierò toni più vivi, come noi versi 
sulla notte d'estate nello Ricordarne, che* pia¬ 
cevano a Pascoli proprio perchè qualche tono 
realistico si sforzava d’affiorare cou più deci¬ 
sione : la rana querula per la campagna, la luc¬ 
cioli fra il vordo dello siepi, i cipressi mormo¬ 
ranti il loro cuore alla notte nel silenzio della 
selva Ma come tutto fuso, conio tutto armonio, 
sanieutc dimenticato nell'integrità del canto, m 
cui questo realismo, classicamente tornito « 
classicamente perfotto, s’intona pienamente a! 
fondo dell'espressione: la rana rimata, canto, 
senz'altro; la lucciola erra apjro’ le siepi; e pri¬ 
ma dei cipressi i viali odorati. Realismo cho 
passa sotto la mano livellatrice, ma anche for¬ 
matrice, dell'artista consumato. Con più sicu¬ 
rezza altrove, nel Sabato del villaggio. Che a 
Pascoli non piaceva, e non poteva piacerò, con 
pienezza di consenso. Il mondo recanatese (ma 
in che e perchè recanatese?) di Leopardi dovova 
un po’ apparirgli come il suo mondo, ma senza 
gli echi di tutti i mormorii, senza lo luci di 
tutti i colori. 

La poetica, dice Pascoli, sviò dal cammino 
dell'arte Leopardi: era ]a poetica nostra da 
Dante. 

« E io sentiva cho, in poesia così nuova, ii 
poeta cosi nuovo cadeva in un errore tanto co¬ 
mune alla poesia italiana anteriore a lui: l’or- 
roro doll'indotorminatczza, per la quale, a mo- 
do d'esempio, sono goneralizzAtj gli ulivi a 1 
cipressi col nomo di alberi, i giacinti « i roso¬ 
lacci con quello di fiori, le capinere e i falchot- 
ti con quello di uccelli. Erroro d'indetermina¬ 
tezza che sì alterna con l’altro del falso, per il 
quale tutti gli altieri si riducono a faggi, tutti 
i fiori a rose o viole (anzi rose e violo insieme, 
unite spesso più nella dolcezza del loro suono 
•che nella soavità del loro profumo), tutti 1 gli 
uccelli n usignolo». 

« Poesia eoa] nuova », la sua stessa poesia, 
quella di Mhrycac e dei Poemetti, pensava Pa¬ 
scoli. 

Ma vista coti |e> preoccupazioni che Leopardi, 
un artista che dal gusto romantico educato al 
realismo, traeva solo qualche colore al suo clas¬ 
sicismo, non aveva avuto. 

Ma Pascoli, incalzava, riprendendo il motivo 
dcW'Kìogia degli uccelli : 

• Quante volte si sarà soffermato il I-coparii 
ad ascoltare quelle risso vespertino, risse sul¬ 
l’ora di scegliere il miglior posto per attendervi, 
con una tampina su, l'aurora| Egli amava «Io 
più liete creature del mondo», il filosofo soli¬ 
tario. Pure nell'elogio che ne scrisse, non riuscì 
a infondere la |>oesia cho sentiva in quello ohe 
egli chiamava lo «riso» in quella vispezza o mo¬ 
bilitò jier la quale egli Io assomiglia a fanciulli. 
Ciò che no dice, è troppo gonorieo, lasciando che 
non è tufo esatto. Per quanto l'assunto del fi¬ 
losofo dovesse in qneH’elogio contrastare al sen. 
tire del poeta, tuttavia noi vi desideriamo il 
particolare perchè sia e legittima 1'induzione del 
filosofo 0 viva l’espressione del poeta. Ma non 
un nome di specie: tutti gli uccelli, tutti can¬ 
terini ». 

Leopardi non violava di realismi la limpi¬ 
dezza della poesia, fatta di materiali, tutti va¬ 
gliati e controllati nella loro pienezza alla lin¬ 
gua della poesia nostra, cho no n era la lingua 
della prosa, perchè non sopportava neppure io 


puramente tecnica, non integrata dall'inda¬ 
gine psicologica, sfuggono le ragioni- profonde 
che guidano anche lo svolgimento esteriore e 
formale d’un'animn poetica. Del resto anche 
qui il Petrini offre degli.spunti e dei suggeri¬ 
menti preziosi (« La sensualità romantica na¬ 
sce da un individualismo svolto in una dolo¬ 
rosa solitudine morale, in un doloroso crollo 
di passioni e d'affetti ») ma sono spunti e sug¬ 
gerimenti ancor vaghi e generici. Si vorrebbe 
veder l’anima del Carducci, studiata daU’in- 
terno e scrutata, a quel modo stesso che dal 
Petrini sono analizzati la forma e i colori della 
sua poesia. Noi crediamo che dalle due inda¬ 
gini complementari risulterebbe una definizio¬ 
ne compiuta : con il che si risponde anche, 
in parte, alle preoccupazioni manifestale dal 
Petrini nella Premessa. Ma è inutile cercare 
quello che l'autore non ha voluto darci. E 
dobbiom pure riconoscere ch’egli ci ha dato 
molto, e clic per la primo volta e definitiva¬ 
mente, nel suo opuscolo, troviamo descritti i 
molli della dissoluzione del « discorso poeMeo», 
forma classica della tradizione letteraria ita¬ 
liana, un capitolo cioè (come voleva l'autore) 
— e de' più importanti — della storia del 
gusto romantico europeo. 

Natauno Sapkgno. 

(I) Domenico I’i.trim, Poesia e poetica carducciana, 
Roma, C. De Alberti, ed., 1927. pp. 131. 


poetica eopardiana 

tenui realtà elio potevano affiorare noi discorso 
sciolto da ritmo. 

Ma Pascoli non poteva volor sapere di distin¬ 
zioni, 0 sicuro proseguiva: 

• Nò molta varietà è, a questo proposito, nello 
poesie, in una cauta al mattino «la rondinella 
vigile» o la sora i| «flebile usignol»; 0 il «mu¬ 
sico augel » in uu’altr^ canta il rinascente anno 
e lamenta le suo anticho sventuro « noll'&lto ozio 
dei campi»; e in un'altra ò «il ennto dei colo¬ 
rati augelli insieme col murmure do’ faggi, e 
via dicendo». 

E molta varietà non dovova esserci 0 non po¬ 
teva: il 26 giugno 1821 , Leopardi, in uno di 
quei suoi pensiori che sapevano tanto di libri, 
ma spesso, anche, tanto di passione avova ap¬ 
puntato: 

«Allo scienziato lo pardo più convenienti -to- 
no lo più preciso od esprimonti un’idea più nu¬ 
da Al poota e al letterato per lo contrario lo 
parole più vaghe ed esprimenti ideo più incerto 
o un maggior numero d’ideo » f concludendo: 
«Ilo dotto, o' ripoto, che i termini in lotteio- 
tura, « massimo in poesia, faranno sempre pes¬ 
simo 0 bruttissimo effetto ». 

Perché lo poesia si rivolge al vago, non quel¬ 
lo del simbolismo, fatto d'un incanto di suoni 
che non lascia più presa alla precisiono della 
realtà, ma quello che poteva uscire da una vi¬ 
sione individualo il cui orgoglio ora di ritrovarsi 
nella generalità d'una visiono socialmente edu¬ 
cata. 

Non poteva esser altrimenti per chi voIova 
che dalla lingua parlata alla scritta si risalisse 
solo attraverso Io sforzo doll'arte: in un suo 
pensiero del 23 luglio 1823 , a soi anni dalla 
Lettera semiseria, tutta porvasa dal tormentoso 
problema d'una letteratura pppolare, quello stes¬ 
so cho anche nel più tardo Manzoni teorico ai 
riprescnterò corno problema della lingua, Leo¬ 
pardi scriveva ancora: 

«Resta dunque por allontanare dall'uso vol¬ 
gare le voci e frasi comuni l'infletterlo e condi¬ 
zionarle in maniero inusitato al presente...*; o, 
col suo fine sentimento d’umanista, d'un uma¬ 
nesimo cho era pienezza di vita, si era chiesto: 

«Questa divora» e poetica inflessione 0 pro¬ 
nuncia di vocaboli correnti che altro è per 
l’ordinario, se non inflessione e pronunzia an¬ 
tica ? » 

Così sempre, teorizzava, «in ogni lingua che 
ha linguaggio poetico distinto». 

Foscolo non la ponsava diversamento e il pò- 
vero Bcrchet s’ora trovato impigliato a scriverò 
in una frase mal controllata dolla Lettera te¬ 
miseria cho altro è svero la libertà dolla prosa, 
« altro è lo staro ristretto ai confini determi¬ 
nati di un linguaggio poetico»; e Manzoni teo. 
rizzerò anche lui la differenza, con l'esperienza 
sopratutto della sua lirica, tutta In pieno della 
tradizione eloquente nostra. Por Leopardi e por 
Pascoli i] nomo scientifico, il termino non va: 
la parola, por Leopirdi, nella poesia dove su¬ 
scitare tutte le idee concomitanti che si sono 
legate ad essa nella sua vita nello spirito dol- 
Tnonio, invccq «s’io nomino una pianta 0 un 
animalo col nome linneano invece del nomo u- 
sitalo io non desto nessuna di queste idee ben¬ 
ché dia chiaramente a conoscor la cosa»; per 
il Pascoli «Ora se vi provate a diro il nomo 
proprio loro o eco cho il nome di Linneo non 
va... • 

Ma l'uno muoveva verso i particolari, vita 
delle coso 1 anima ili ogni poesia, l’altro verso 
il generico che era in fondo, frutto di una vi¬ 
sione individuale si, ina che si sforzava d’ag¬ 
guagliarsi ad un perfetto piano, dovo si smor¬ 
zasse ogni concretezza troppo vivace. Pascoli non 
voleva saper© di confini alla sua libertà di poo- 
ta: la natura nell’infinita varietà sua, va tra¬ 
dotta tutta in canto, nell’arto. I termini d»I 
dialetto di Lucchesia cho infittiscono di rarità 
contadinesche i Canti di Castelvcuhio stanno 
Il proprio in nomo della verità: «ce fond d’hi • 




Po(!. 44 


IL BAEETT 


itoirc et de viriti»: «Ci sono parolctto cbo mai 
■'intendono. E' voro, sono i termini dell’agri- 
coltoro; e chi non è agricoltore, non lo sa: sono 
vivo aucora dopo tanti secoli, su qreste appar¬ 
tata montagne; o chi in questo montagne non 
è stato, crede che siano parole morte, risusci¬ 
tate por far rimanero malo lui. Ma no, non per 
questo io Io rimetto in giro; bensì ora per amo¬ 
re di verità, ora por irtudiodi brevità». 

Amore dì verità e vicino studio de brevità, 
che voleva dire ricerca di impersonalità ; l’e- 
sprcssiono esatta nel termine stesso che tuUi 
sanno, nella nudità sua.. 

Qui stesso: «Si: lo scrittore o dicitore che 
spende due parole per uu’idea sola b come l’uc¬ 
cellatore che spreca duo cartucce per un solo 
pettirosso e non lo coglie». Ciob adeguazione, 
proprio come non voleva Leopardi del termino 
con la poesia. E il vago, l’indeterminato?, do¬ 
manderebbe Leopardi. 

Ma Pascoli volevi mostrare agli italiani «cho 
possono molto spesso usare bellamente e retta¬ 
mente in i< aliano vocaboli del loro, a torto ora 
prediletto ora spregiato, linguaggio materno », 
$ il Leopardi appuntava in uno dei più ricchi 
suoi pensieri : ■ In verità i dialott* particolari 
sono scarso sussidio j font© al linguaggio poe¬ 
tico e all’eleganza qualunquo». 

Il dialetto era qua o là spuntato nella fitti 
roto dello terzine dantesche, proprio porchò fat. 
te dalla lingua della Commedia , ma tutta la 
tradizione nostra, lo notava Leopardi, lo aveva 
respinto, meno gli scoloriti imitatori, che non 
oontavnno proprio porchò imitatori. 

All© «voci o frasi comuni» che salgono nel 
verso bisogna dare un sapore ietteiario ripor¬ 
tandolo a forme già usate dagli amichi perchè 
«riescano pellegrine < rimote da'l'uso o perciò 
producano eleganza». 

Da qui una poesia senza le cose, come le in¬ 
fondeva Pascoli, por il quale Omero, il poeta 
della perfezione esatta, nativa come polla che 
rompe pur ora il seno dèlia terra, lucente com3 
l’alba del giorno sulle cose, «inmitava sem¬ 
pre nel dùcono una nota a cui riconoscere la 
cosa ». 

Anche Omero cercatore di cose, appunto por¬ 
chò grande poeta e perchè non c'ò grande poe¬ 
sia senza di esse. 

In un pensiero del 16 ottobre 1521 Leopardi 
appuntava: • Posteri, posterità (o questo perchè 
più generale, futuro, passato, eterno,'lungo ìd 
fatto di tompo, morte, mortale, immortale e cen¬ 
to simili son parole di senso e di significazione 
quanto indefinita tanto poetica e tubile, e per 
ciò cagione di nobiltà, di bollczza, ecc. a tutti 
gli stili». Quel cho coincide con la poesia è ’a 
nobiltà, che vuol dire bellezza, che si racoog.-e 
tanto più dove la parola più perdo i suoi con¬ 
torni nell’indefinito. 

Ancora il 20 dicembre: •Antichità, antico 
posteri, posterità sono parole poeticissime ecc., 
perchè contengono un’idea 1. vasta, 2. indefinita 
ed incerta, massimo «posterità» dolla quale non 
sappiamo nulla, ed antichità similmente ò co** 
oscurissima per noi. 

Del resto tutto le parole che esprimono gene¬ 
ralità o una cosa in generale, appartengono a 
queste considerazioni». 

L'indefinito si determina nel generale, in 
quello cho sfugge ad ogni determinazione con¬ 
creta, quello che. risponde ad una sensibilità, 
che si fa orgogliosa del porsi come una sensibi¬ 
lità in cui di particolare, individuato, non c è 
più nionte. 

Por arrivare alle cose, la perifrasi prima, in- 
tnizione nata da un'educazione letteraria, che 
era insieme umana, e poi forma rettorica. 

Ma Ilugo si vantorà : 

J’ai de la périphrasc écrasé Its epirales. 

Generalità: era ancora in Leopardi, ultimo 
figlio dell’umaiiesimo, f universalità, che la poe 
sia nostra aveva attinto dalla ragione fin dallo 
soglie del rinascimento: quella per cui Petrar¬ 
ca s’era provato a togliere dalla poesia d'amore 
dol dolce stil nuovo ogni nota cho avesso saper 
locale, dando alla sua passione l’infinito sfonio 
di una natura cho non vuole contorni precisi, 
per piegarsi ad accogliere l’incanto dolla voce 
del poeta. 

E perciò Leopardi potevo copior-i approvan¬ 
do questo appunto tolto a De PAHemugne del¬ 
la Staci su un carattere dolla lingua todesca: 
* La facilitò de renverser à son gré la construc- 
tion de la phrose est aussi tròs favorable à la 
poesie, et permei d’oxcitor, par les moyens vo- 
riés do la versification, des impressiona analo- 
gucs à cellcs de la peinture et de la musiquo»; 
ma sottolineava l’tiltima frase già così rioca 
della ricerca d’un valore musicale nella parola, 
commentando fra parentesi « impressioni va¬ 
ghe». Vaghe, cioè nnte da una real*à cho tutti 
vedono, intorno a cui la parola rievoca senti¬ 
menti che ricorrono all’anima di tutti : la pa¬ 
rola è bella per questa risonanza generale in cui 
si raccoglie il senso clic secoli d’arto lo hanno 
dato. La nobiltà più elevata è nella risonanza, 
più perfetta, in quella che ne| generale assorbe 
interamente ii caratteristico, cho si pone come 
vnlorc di poesia non per !u via della realistica 
concretezza sua, ma per la via dell'espressione 
individualmente elaborata nella tradizione più 
viva. 

E ora possiamo comprendere che volesse dire 
nell'appuntare: « vagheggiare, bellissimo verbo». 
Cioè qualcosa di diverso dalle coeo belle in sò, 
attraverso la parola che conserva lo splendore 


della cosa, clic sarà la gioia di un Gautier, di 
un D'Annunzio, lettori infaticabili del vocabo¬ 
lario, e anello di un Pascoli. Due poetiche, due 
gusti: Pascoli sa che «la poesia consiste neba 
visione di un particolare, fuori c dent ro di noi » ; 
Leopardi teorizza elio l’« analisi dello coso è 
morte della bellezza o della grandezza loro o la 
morte della poesia». 

Pascoli, in cui è in pieno la crisi del roman¬ 
ticismo, cioè dol realismo nostro fin allora re¬ 
stato una poetica mal risolta nollo sue promesso 
in una poesia, non poteva non concludere di 
Leopardi : • Ora da questi e simili esempi si pò- 
irebbe inferire (io ponsava) cho il Leopardi non 
fosse quel poeta che tutti dicono, perche non 
colse quel fxirticolare noi quale c p?r così dire, 
l'effluvio poetico delle cose, o non lo colse por 
primo». 

E sia puro che poi volesse concedere. «Ma '1 
nuovo e il vico vi abbonda». 

Domenico Pethini. 

(Dallo studio di prossima pubblicazione : Pa¬ 
scoli maggiore e minore). 

Matteo Bandello 

Bandoilo passa, zie] comune giudizio, come il 
novelliere tipico del cinquecento, il più diretto 
eredo del Boccaccio, e ad ogni modo, nell’epoca 
sua, il prosatore più vario, armonico © comple¬ 
to nell’arto di narrare. Ora, di questo giudizio, 
non è agevole rendersi ragiono; specie a chi 
abbia assaporato la sàpida prosa doi toscani, 
non sarà così dilettoso muovorsi traverso le 
complicate trame del lombardo. 

Tutto ciò, del resto, uon è per ora che Im¬ 
pressione: Bandello (ormai sarà ammesso da 
tutti) va giudicato come Bandello o uon — ad 
esempio — come Firenzuola. Rosta, ad ogni mo¬ 
do, l’nsaenza quasi assoluta nel nostro, di quel 
rilievo, di quel.tono gaiamente ironico, che la- 
scia intender bone, nella sua natura di ripiego 
inoralo, i bisogni c le deficienze dell’epoca. Fi 
tratta di i na maggiore sensibilità, e forse, col¬ 
tro lo apparenzo, di una moralità maggiore nei 
toscani. 

Su queste basi, si giunge agevolmente a esclu¬ 
dere cho la minuzia cronistica del Bandoilo pos¬ 
sa derivare da interesse macchiettistico, o cari¬ 
caturale, o insomma, da una attività (seppure 
ironica) che miri a porre in rilievo uno spunto 
umano individuale. Fatto e figura sono per il 
Bandello materia, non scopo di narrazione; nò 
il ritratto balza completo da pochi tratti, ma 
piuttosto, nell’andamento dol discorso si scopi e 
pian piano, quasi che lo parole, piuttosto cho 
costruirlo, facessero impaccio a una costruzione 
preesistonte. E sono spesso figuro scialbe (come 
quo] don Faustino, ammaestrato poi da am >re 
«mezzanamente letterato e bel parlatore, ma por 
altro tanto grosso e materiale cho di leggiero se 
li sarebbe dato a intendoro tutto ciò che l’uomo 
avesse voluto...») interessanti più che altro per 
una corta lor goffaggine naturalo, accompagna¬ 
ta da lampi d’una grossolana o spesso involon¬ 
taria malizia; come le sue donne, piene di lan¬ 
guida mollezza, in balia deU'avvontura e ds] 
destino; personaggi tutti, riprendendo il primi¬ 
tivo discorso, che, nonché morali, non sono poi 
neppuro turbi, coms le immaginazioni di mol- 
t'altri novellieri, i quali acutamente intuiscono 
in tale pratica qualità un motivo di interesse, 
un centro di congiunzione, sul quale proiettar 
l’attenzione del lettore. 

Non ci dove quindi sorprendere, in tale dima 
spirituale, la larghezza di mosse, il rifarsi « ab 
ovo* di ogni novella; il che non ò sforzo d’accli- 
inalazione o ambientazione, nja un modo mera¬ 
mente estrinseco di esordire, modo di chi non 
ha fretta o non va diritto all’argomento come al 
più essenziale : modo tutto contrario a quello dei 
giovani o degli entusiasti, cho pessionalmonte 
oorrono a quel che han da dire, prima di chia¬ 
ramente vederlo, schematizzandolo con energia. 
C’ò nel Bandoilo una certa «senectus», un cer¬ 
to cho di frateria, un gusto per gli aneddoti c i 
ripiochi o i pettegolezzi teologici, per corti e 
venti di predicazione o certi conflitti con i su¬ 
periori ecclesiastici, che sono sì conipiutamouto 
la satira dei frati, ma come ò data dallo cose 
stesso, ma non gustata^ gibbone vissuta. E qui 
appunto (anticipando da un argomento la con 
clusione di tutto il discorso) qui sta la tipicità 
del Bandello; in questo interesso scarso all’Ar¬ 
gomento, ma grande alla conversazione, in que¬ 
sto narrare per trascorrere dolcemente il tempo, 
»n questo molle abito mentale. 

Ora, ini pare, comprendiamo meglio il giro¬ 
vagare dolla novella, lo scarso rilievo dolio par¬ 
ti, l’andamento stilistico carico o sommesso; pi; 
grò. insomma, non per deliberato proposito (ar¬ 
tifìcio di lauta gaiezza toscana!) ma per abito 
montale, per disposizione di natura. Ovvio cho 
in simile dima non nascano facilmente capila 
vori, ovvio altresi che il meglio del nostro au¬ 
tore sia però nel rispetto sostanziale a questa 
sua qualità. Incapace di commuoversi, o di su¬ 
scitare .nonché il gigantesco epico riso, neppure 
lo scherno malignetto, gira però nei suoi periodi 
una certa linfa ricca e calma, attenta alle os¬ 
servazioni so non emotiva, curiosa di sensazioni 
se non suscitatrice di curiosità. Quello strano 
carattere d’indifferenza che circonda le avven¬ 
ture dello sue donne, scambiate tranquillamente 
da un amante all’altro e passate magari tra cali 
inauditi, si caratterizza in un autentico inte¬ 
resse per il caso ohe le ha condotte in ques:o 


modo. So il protagonista non è abile, non ò pas¬ 
sionato, o la sua passione ò stata lungamente 
inutile (che c in fondo la stessa cosa) ò la for¬ 
tuna cho si mette in mozzo, e dà, o toglie gli 
amori con un girare di «venti. So il caso ò stra¬ 
ordinario o lacrimevole, meglio. In tale circo¬ 
stanza esso esco libero a proclamarsi tale; o al¬ 
lora si vedono, anche per Bandello, uomini e 
donne di passiono o di virtù. Spiegheremo me¬ 
glio tutto ciò In seguito. Per ora uou impres¬ 
sioniamoci ; ricordiamo piuttosto che il roman¬ 
zesco cho si fa in lalo novella una parto così 
larga ha appunto conio fonte l'amore per il caso 
da raccontare, nuovo e proprio avvenuto; quol- 
Vincredibile ma vero cioè cho ò il bisogno popo- 
lare di espandersi d’una fantasia troppo costrut¬ 
ta in formo concettuali; ina limitato moralmen¬ 
te dall'ozio, esteticamente più che altro adom¬ 
brato; e non dominato dall'ironia nò liberavo 
dalla passiono. 

Pure (già lo nbbiam detto) non mancano in 
questo atteggiamento momenti e modi di felioe 
espressione. La sua prosastica sensualità, dopo 
aver dissolto l'interesse per l’uomo c il suo cuo¬ 
re, si attacca, oltre che alle viccudo, alle cose, 
agli ornati. E’ questa una sorte comuno aU'.st- 
teggiamonto romanzesco, insoddisfatto di sé. 
Tutta una serie di casi burleschi (p. es.. Lo 
scoiare che fa' sue una maritata c una vcdo.vA 
vicine senza cho Luna s'accorga dell’altra) s' s l- 
lumina appunto d’ima allegria sensuale, un po’ 
goffa o serena, cho si dipinge sul grave periodo, 
facendovi un bellissimo vedere ; così una sua 
certa bellezza lombarda vesto lo membra dello 
sue donne, gradevole e sorridente: «E in vero 
una bolla giovine, riccamente'addobbata, stan¬ 
do il dì in un suntuoso c ben apparato letto, del 
modo che stanno lo donne di parto, fa un bel¬ 
lissimo vedere, e pare cho senzà dubbio raddop¬ 
pi le suo bellezze ; e Leno in sò un certo non so 
che di galante, cho le dà mirabilmente, in tutti 
gli atti suoi, grazia». E con la stessa calma sen¬ 
sualità trascorre la grande scala dogli avveni¬ 
menti umani, tutto descrivendo con sottile m - 
nuzia, arredi, paesi, o casi meravigliosi; cru¬ 
deltà di sultani o di ro barbari, o la vendetta 
della spagnola tradita cho quasi tagliuzza a 
brani il seduttore, o quella dol frate sulla cor¬ 
tigiana, o l'altra del Lercari genovese che per 
un affronto manda all'Imperatore di Costanti¬ 
nopoli vasi pieni di rasi mozzi de’ suoi sudditi; 
trame ricche di spunti emotivi senza dubbio, ma 
d’utia emotività tutta superficiale o sensuale, 
cho non trao di sò stessa altro! partito cho di 
far rabbrividire, e non si sviluppa mai in tur- 
monto del narratore. La stessa sua compassione 
dei casi lacrimevoli o crudeli, quel sentimenta¬ 
lismo che ò base di tanto sue ideazioni, è piona 
appunto di questo interesse sonsualistico, che 
altera la semplice pietà che nasce dalle coso (la- 
chrimae rerum) coprendola d’addobbi vistosi. 
Una fanciulla violata si getto nel fiumof (e nel¬ 
la scena della disperazione, la minuzia del Ban¬ 
dello involontariamente si fa commossa). Essa ii 
veste di bianco e viene poi seppellita in un so- 
polcro di bronzo (sono questi elementi di coloro 
che finiscono per costituirò il fondo e ingombra¬ 
re di se la novolla). Duo amanti, dopo lunghi 
errori riuniti, vedon finir la lor vita? E' cerio 
cho morranno la prima notte d’amoro, uccisi 
dalla folgore. Vasto ? il campo imaginativo del 
Bandello,' ma’ liscio, senza luci e senz’ombre. 

E tuttavia (riprendendo con miglior cono 
scenza di causa un discorso interrotto) son pro¬ 
prio qui, al limito di questo spirito, comicaso 
se non uniche, le ragioni dolla fama v. delParic 
(fin dove può giungere) del Bandello. Infatti, 
corno da una parto il racconto avventuroso o po¬ 
polare s’acquista un pubblico vasto (o cosi lo 
stile non scabro) ; d'altronde, nella calma asten¬ 
sione dagli artifici, in una ampia, generica sen¬ 
sualità, che circonfonde tutti gli oggetti dol suo 
racconto (donne, paesi, vicende) scivolando in¬ 
fine (ma dovo si va a cacciaro il sentimento) in 
un pio sentimentalismo, ò pur la nota più schiet¬ 
ta dell’arte sua. E il Bandello, tra i prosatori 
oziosi dell’epoca (gli attivi — Machiavelli, Ca¬ 
stiglione — sono poi anche pensatori) ò puro 
il più sincero,- più sorono c definitivo, senza fal¬ 
sa eccitazione, lo sguardo attento r chi ascolta, 
per non offenderlo col sostituirsi al suo racconto. 

Aldo Garosci. 

Letteratura russa 

Stepàncikovo 

Dopo / fratelli Karnmàiov, Alfredo Polie¬ 
dro ci offro la traduzione di un • romanzo umo 
ristico» di Fiodor Dostojevskij. Il villaggio d* 
StrjKinci'kovo e » suoi abitanti (Torino, Slavia, 
1927). Dostojevskij che ride, dichiarato persino 
in copertina, non può essore che una rivelazione 
quaut’altra mai suggestiva. 

Ma quanto turbamento o quale sottile malinco¬ 
nia non penetra noli'anima se si porcorro d’un 
sol finto questo romanzo ! Dostojevskij resta Do¬ 
stojevskij, con qualche forte tara in peggio; 
giacché quella piccola vena umoristica, quasi un 
sottile filo a traverso una reto fittissima, che 
circola nollo opero maggiori, ingrandita di pro¬ 
posito, anzi gonfiata in Stepàncikovo, perdo il 
suo tono giusto o ci riporta ad altri pensieri 
Difatti, in questo romanzo del 1859, a nulla, 
o ad altro, vale il deliberato proposito di met¬ 


terò sossopra, con furia indiavolata di giocon¬ 
dità, quella sua casa idealo, che conosciamo 
nella tormentata eppuro cosi solida architet¬ 
tura. 

Str/MÌnrikovo ò un romanzo la cui aziono fon¬ 
damentale si svolgo in una enea della Russia 
zarista in duo solo giornate: ma quali giornate | 
Immaginate Dostojovskij dei /Cantmazov o di 
Delitto r i(istigo:, immaginatelo preso dal do- 
mone, o dal capriccio, di croaro un grottesco, o 
di teli ni in quale vortico non si esalterà in tutto 
il romuuzo. Ma il grottesco non sorgo; il riso 
muore in gola; © l’umanità mnlata doatojovs- 
kiana mostrerà i suoi cenci sul tavolo anato¬ 
mico. 

In casa di un possidonto di seicento o più *- 
nini© — ex-colonnollo, vedovo, con duo figlioli, 

— piombano, oomo la maledizione, la madre 

— vedova, generalessa a cinquantanni, stupi¬ 
da e viziosa — e il suo ex-buffone, Fomà Fo¬ 
rnico, sottospecie di grand’uomo, di martire, di 
custode della morale, ma in realtà vizioeo, sen¬ 
sualo, stupido o vanaglorioso sino alla crudeltà. 
Il povero colonnello, cho ò una persona d’oro, 
ma debolo o devoto alla madre, ò messo a tutto 
le torture e lo umiliazioni da questo Fomà, che 
lo convinco da «egoismo sfrenato», di amor pro¬ 
prio imperdonabile, d'immoralità ecc., mentre 
invoco tiond iti casa un folla di parassiti e di 
prepotenti, ai quali non cessa di chiedere con¬ 
tinuamente scusa, ritenendosi da loro beneficato. 
Eppure non è uno sciocco benché abbia un vera 
venerazione, quasi di annichilimento, por il so¬ 
lo nome dolla «scienza», che vode rappresenta¬ 
ta noi!'ignorante Fonia ; e in fondo ò un uomo 
desideroso di pace o di amore. E ama, infatti, 
riamato, una fanciulla povera da lui cresciuta, 
e tenuta in qualità di governante, che ò bersa¬ 
gliata da tutto l'entourage. Ma Fomà c la ma¬ 
dre gli vogliono dare in moglie una pazza zi¬ 
tella ricchissima, ch'egli dol resto sposerebbe, 
pur di vedere nella propria cosai la fanciulla 
elio ama. Pensa, allora, di dnrla in moglio a un 
suo giovine nipote, che ò lo stesso elio racconta 
la vicenda, àia lo cose si complicano: quella, 
cho dovrebbe ?wcre la sua fidanzata scappa con 
un profittatore (cho del resto, non riesco a spo¬ 
sarla), e la governante non vuol saperne dol ni- 
nipote. Scoperti da Fomà (il martire cho fo¬ 
la spia), in un momento di innocente abban¬ 
dono amoroso, il colonnello e la fanciulla sono 
messi a una dura provo/ dal loro persecutore, 
cho li umilia dinanzi a tutta la famiglia. So non 
che il miserabile Fomà questa volta non ha cal¬ 
colato su l’uniro elomcnto vivo <$ puro cho do¬ 
mina questo racconto, cioè l’amore pieno, asso¬ 
luto nel cuore del bistrattato .colonnello. Questi 
infatti, cho «'è sottomesso a tutti i volgari ca¬ 
pricci del parassita, o si ò pcrsinoi umiliato a 
chiamarlo «eccellenza», scatta con la violenza 
del temporale quando rione offesa la sua don¬ 
na, afferra il miserabile per lo spallo o, in moz- 
*o all’assemblea atterrita, lo butta fuori della 
porta. Ma Fomà, fatto un cencio dall» botto 
o dalla pioggia che si ò scatenata in Stopànci- 
kovo, ò ricondotto in casa e, pur continuando 
i suoi capricci, la lezione eloquentissima lo ha 
rifatto, ondo egli stesso, pur declamando secon¬ 
do ii solito, celebra il fidanzamento dei duo in¬ 
namorati, e nella casa ritorna la serenità. 

Un racconto, conio dicevo, tenue, che corre 
aeuza una sosta, come precipitandosi di con¬ 
tinuo nella! catastrofe, c di continuo riprende 
volocerncnto la volata in una sorie d’incidenti 
piccoli, futili, ridicoli, senza soluzione. Il valore 
di Stepàncikovo consiste nei « caratteri » sco¬ 
perti con nnalisi implacabile e sottile, cho, 
por la stessa insistenza dello scrittore su l’ele¬ 
mento nogativo di ciascuno, s’incidono iiolla 
monte o acquistano la forma ridicola del burat¬ 
tino. Ma ii\ sostanza il ridicolo non deriva tanto 
dallo situazioni e dai casi narrati quanto dalla 
malattia di ciascuno personaggio. Fomà ò un 
miserabile pestato sotto i piedi dalla gento più 
piccola, in tutta la sua vita: è un falso lettera¬ 
to e un falso uomo, cho, coll'occasione finge o 
finisco per credere (benché mai interamente) 
di essere un grande pensatore o moralizzatore ; e 
attorno a lui si muovono una dozzina di maniaci, 
su cui si elevano soltanto le animo innamorate 
del colonnello e della sua governante, per 
quanto avvolte di ridicolo. In sostanza queste 
figure sono dominato dalla stessa legge intcrio¬ 
re che muovo le altro più grandi figuro dosto- 
jevskiane: logge inesorabile che segna ciascuno 
eoi marchio della passiona cho gli brucia den¬ 
tro, «che si svolge con un suo determinismo non 
molto conseguente con quel fondo ‘•piritualistico 
di redrinziono cho agisco nel miglior pensiero 
dello scrittore. Ciascun essore ò la marionetta 
della proprio passione, che lo conduce a rovi- 
o lo fa santo, lo rende venerabile o misero zim¬ 
bello. Ironia, dunque, non umorismo. 

Ed ecco perchè i personaggi di questo ro¬ 
manzo non sono giocondi, ma ridicoli, corno 
sono ridicoli i maniaci, i quali in realtà non 
sono cho dogli sventurati. E non era forse di 
questa specio — tragicamente ridicola — anche 
Knramanzov padre? Se non cho in Stepàncikovo 
manca il pithos dramatico, ma si avverto su¬ 
bito che, se Dostojevskij non l’ovitasso di pro¬ 
posito, scoppierebbe sin dalle prime battuto; 
giacché dramatico era il gonio, cho non sapeva 
ridere che por disperaziono. 

Vito G. Calati. 


Dhtllore rtifionuttlle PIERO ZANE I 11 
S. A. UNITIPOCRAFiCA PlNEROLESE -PlNEROLO 1928