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Full text of "Analecta romana; dissertazioni, testi, monumenti dell'arte riguardanti principalmente la storia di Roma e dei papi nel medievo .."

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FOLIO  BR  878   .R7  G74  1899 
Grisar,  Hartmann,  1845-1932. 1 
Analecta  romana 


I 


Analecta  Romana 


Digitized  by 

the  Internet  Archive 

in  2014 

https://archive.org/details/analectaromanadiOOgris 


Grisar,  Analecta  romana  I 


C.  Tulianelli  dis.  Cromo-Fot.  Danesi 


GIOVANNI  IV.  PAPA.  S.  PIETRO  APOSTOLO  S.  MAURO  VESCOVO 

S.  ANTIOCHIANO  MILITE      S.  SETTIMIO  DIACONO        S.  ASTERIO  PRETE      S.  ANASTASIO  CHIEIUCO  (?) 


DAL  MUSAICO  DELL'  ORATORIO  DI  S.  VENANZIO 
NEL  BATTISTERO  LATERANENSE    (CIRCA  L'ANNO  642) 


H.  GRISAR,  d.  C.  d.  G. 


Analecta  Romana 

DISSERTAZIONI,  TESTI,  MONUMENTI  DELL'ARTE 

RIGUARDANTI  PRINCIPALMENTE 

la  Storia  di  Roma  e  dei  Pap 

NEL  MEDIO  EVO 
VOLUME  PRIMO 

con  una  tavola  cromolitografica,  dodici  tavole  fototipiche 
e  molte  incisioni. 


ROMA 

LIBRERIA  CATTOLICA  INTERNAZIONALE 

DESCLÈE  LEFEBVRE  e  C.1  EDITORI 
1899 


PRANCISCUS  M.  CARINI 

PRAEPOSITUS  l'ROVINCIAE  ROMANAE  S.  I. 


Cuoi  librimi,  cui  titulus:  Analecta  Romana  a  P.  Hartmann*)  Grisar  nostrae 
societatis  Sacerdote  conscriptum  aliqui  eiusdeni  socictatis  revisores,  quibus  id  com- 
misimus,  recognoverint  et  in  luceni  edi  posse  probaverint,  facultatem  datnus  ut 
tjpis  mandetur,  si  iis  ad  quos  pertinet,  ita  videliitur. 

In  quorum  fldem  has  litteras  marni  nostra  subscriptas  et  sigillo  Societatis 
nostrae  munitas  dedimus.  ( 

Romae  dio  21  Septembris  1890. 

P.  Franciscus  M.  Carini  S.  I. 

Praep.  Pro».  Rovi. 


IMPRIMATUR 
Fr.  Albertus  Lepidi,  0.  P.  S.  P.  A.  Magister. 

IMPRIMATUR 
Iosepiius  Geppetblli,  Archtep.  Mvr.  Vicesgerens. 


Tipografia  Vaticana 


PREFAZIONE 


I]  titolo  «  Analectà  Romana  »  con  ciò  che  segue 
posto  in  fronte  alla  presente  opera  non  abbisogna  di 
ulteriore  esposizione,  affin  che  s'intenda  il  contenuto 
e  lo  scopo  della  medesima:  la  (piale  altro  non  vuol 
essere  che  un  supplemento  alla  Storici  di  Roma  e 
dei  papi  nel  medio  evo  dello  stesso  autore  ',  e  ciò 
trattando  più  diffusamente  certe  materie  particolari 
appartenenti  alla  detta  Storia  ed  illustrandole  tanto 
per  mezzo  dei  testi  presi  dalle  loro  fonti,  (pianto, 
dove  occorre,  colia  riproduzione  dei  monumenti  di 
arte  antica. 

Già  al  principiare  il  lavoro  della  sua  Storia  do- 
vette nascere  nell'autore  il  pensiero  d'un  cosiffatto 
ampliamento.  Egli  sentiva  il  bisogno  d'  informare  più 
largamente  il  lettore  sulle  fonti,  che  vengono  di  con- 

1  (l 'escludile  Róms  und  do-  l'apule  im  MìUelaliéf.  Mit  besonderér 
Berucksichtigung  von  Gultur  und  Kunst  tìach  den  Quellen  dargestellt  von 
Hartmann  Grisar  S.  L  Professor  an  dér  UniversitàÉ  Innsbruck.  Mit  videa 
liistorischen  Abbildùngen  und  Pianeti.  Freiburg  im  Breisgau,  Herder'sche 
Verlagshandlung,  I,  Band.  1891).  —  Storia  ài  Roma  e  dei  papi  nel  medio 
evo.  Traduzione  dal  tedesco.  Voi.  I:  Roma  alla  fine  del  mondo  antico.  Tre 
parti.  Roma,  Desclóe  e  Lefebvre  1899. 


VI 


Prefazione. 


tirmo  citate  nella  narrazione,  e  di  elucidare  certe 
questioni  principali  con  tatto  il  corredo  della  storica 
investigazione,  colle  prove  critiche  delle  sentenze  ab- 
bracciate da  Ini  nella  Storia  e  colle  risposte  alle  as- 
serzioni ed  argomentazioni  contrarie.  Dall'altro  lato 
non  pareva  opportuno  inserire  nei  volumi  stessi  della 
Storia  tali  dissertazioni  ed  i  relativi  testi,  sia  nuovi 
sia  già  conosciuti,  per  non  togliere  all'  opera  quel 
carattere  di  facile  esposizione  e  narrazione  inteso 
dall'autore,  e  per  non  allargarne  oltre  il  debito  le 
misure.  Divisando  dunque  una  pubblicazione  separata 
egli  compose  man  mano  e  stampò  già  in  parte  in 
diversi  periodici  quei  lavori,  donde  si  compongono 
ora  gli  Analecta  romana.  Per  mezzo  della  riunione 
dei  medesimi  egli  ottiene  il  vantaggio  di  poterli  citare 
rimandando  ad  una  pubblicazione  sola  (come  ha  già 
fatto  nell'edizione  tedesca  e  originale  della  Storia) 
invece  di  allegare  or  questi  or  quei  periodici,  che  ri- 
mangono alla  maggioranza  dei  lettori  inaccessibili. 

Le  prime  cinque  dissertazioni  degli  Analecta,  con 
cui  si  apre  il  primo  volume,  si  occupano,  conforme 
allo  scopo,  delle  più  importanti  fonti  della  storia  di 
Roma  nel!,'  antichità  cristiana  e  nel  primo  medio  evo, 
cioè  della  cronaca  della  chiesa  di  Roma,  se  si  può 
chiamare  così  il  libro  dei  papi,  liber  pontificalis , 
(Diss.  I),  delle  lettere  dei  pontefici  romani  e  delle  col- 
lezioni dei  loro  documenti  (Diss.  II),  delle  iscrizioni 
della  città  di  Roma  tanto  abbondanti  di  informa- 
zioni storiche,  con  la  loro  sorte  e  la  loro  tradizione 
(III),  poi  dei  più  antichi  forni ularii  liturgici  e  cere- 
moniali,  che  toccano  la  persona  dei  papi  (IV),  final- 
mente degli  antichi  elenchi  dei  santi  principalmente 
del  primitivo  calendario  romano  (V). 


Prefazione. 


VII 


Quel  palladio  di  Roma  cristiana,  elio  sono  i  se- 
polcri di  san  Pietro  e  di  san  Paolo,  succede  degna- 
mente nella  trattazione  con  uno  studio  proprio  (VI), 
e  vi  si  annettono  immediatamente  due  estesi  lavori 
sul  primato  della  chiesa  romana,  I  nno  sulle  preroga- 
tive della  sede  di  san  Pietro  al  tempo  di  san  Leone 
Magno,  epoca  con  la  quale  incirca  comincia  la  nar- 
razione della  Storia  (VII),  l'altro  sulle  relazioni  della 
sede  pontifìcia  coi  regni  dei  Franchi,  cioè  con  quei 
paesi,  che  nel  seguente  medio  evo  saranno  il  più  po- 
tente sostegno  della  potestà  dei  papi,  e  ohe  secondo 
le  asserzioni  di  molti  storici  moderni  non  sarebbero 
stati  sottomessi  al  governo  spirituale  dei  romani  pon- 
tefici (Vili).  La  condanna  di  Onorio  papa  dalla  parte 
del  sesto  concilio,  difficoltà  primaria  contro  l'autorità 
del  primato  romano  nell'antica  chiesa,  viene  poi  esa- 
minata in  una  propria  dissertazione,  nella  quale  si 
espone  anzitutto  il  lato  giuridico  e  storico  della  sen- 
tenza emanata  dai  padri  di  quel  consesso,  e  il  'giu- 
dizio che  ne  hanno  tatto  i  secoli  susseguenti.  Dopo 
tanto  però  che  si  era  scritto  negli  ultimi  tempi  su 
quella  celebre  causa  non  s' intendeva  di  trattarne  di 
nuovo  tutte  le  circostanze,  e  molto  meno  di  fare  l'a- 
pologia o  di  Onorio  o  dei  vesco\  i  del  concilio  (IX). 

Fra  le  altre  dissertazioni  del  nostro  volume  le  tre 
prime  che  succedono,  illustrano  tre  dei  più  importanti 
monumenti  di  arte  della  Roma  cristiana  dei  primi  se- 
coli del  trionfo,  cioè  la  maravigiiosa  porta  della  ba- 
silica di  santa  Sabina  sull'Aventino  dove  -  figura,  fra 
le  altre  sculture,  la  più  antica  rappresentazione  del 
crocifisso  (X),  poi  la,  celebre  basilica  vaticana  di 
san  Pietro,  la  quale  ivi  vien  messa  in  nuova  luce  per 
mezzo  d"  un  antico  disegno  del  sècolo  undecimo  (XI), 


Prefazione. 


ed  il  musaico  dell'  oratorio  lateranense  di  san  Ve- 
nanzio con  la  rappresentazione  degli  abiti  liturgici 
(XII).  Due  dissertazioni  inoltre  riguardano  le  materie 
di  topografia  sacra  e  storia  locale  di  Roma,  tanto 
proprie  alla  nostra  opera,  e  sono  in  primo  luogo  le 
antiche  chiese  urbane  rappresentanti  o  contenenti 
memorie  di  Terrasànta,  cioè  santa  Croce  in  Gerusa- 
lemme, l'oratorio  Lateranense  della  Croce,  santa  Pu- 
denziana  e  santa  Maria  maggiore  col  suo  venerato 
presepio  (XIII);  in  secondo  luogo  due  chiese  erette 
come  imitazioni  di  santuari!  di  Costantinopoli,  cioè 
santa  Anastasia,  l'Anastasis  orientale  trasferita  a 
Roma,  e  la  chiesa  dei  santi  (xn)  Apostoli,  eretta  come 
ri  pris  ti  nazione  della  chiesa  costantinopolitana  del  me- 
desimo titolo  (XIV).  Si  chiude  finalmente  la  serie 
delle  dissertazioni  con  un  lavoro  di  archeologia  e  di 
critica  artistica  sulla  famosa  statua  di  bronzo  di 
san  Pietro  Apostolo  nella  basilica,  vaticana,  dove  si 
mostra  che  questa  opera  d'arte  appartiene  al  tempo 
antico  cristiano  e  non  al  secolo  decimoterzo,  come  è 
stato  asserito  da  molti  negli  ultimi  decennii  (XV). 

E  chiaro  che  codeste  dissertazioni  offrivano  mol- 
teplici occasioni  a  toccare  altri  soggetti  coerenti  col- 
l'intento  dell'opera  Storia  di  Roma  ecc.,  di  elucidare 
cioè  principalmente  la  storia  dell'incivilimento  e  dei 
costumi  della  capitale  cristiana,  sede  dei  papi;  e 
l'autore  confessa  che  non  si  lasciava  fuggire  tali 
propizie  occasioni.  Così  forse  più  d*  uno  dei  lettori 
sarà  contento  di  trovare  nel  presente  volume  degli 
Analecta  delle  note  più  o  meno  larghe  sulla  storia 
della  venerazione  e  della  conservazione  delle  reliquie 
in  Roma,  sulla  storia  dei  pellegrinaggi  all'eterna 
città,  su  (piella,  delle  processioni  stazionali,  sul  culto 


Prefazione. 


[X 


religioso  in  generale,  sulla  decorazione  artistica,  ed 
epigrafica  delle  cinese,  sugli  studii  delle  scienze,  sulle 
leggende  dei  santuarii  romani  e  su  molti  altri  punti. 

Chi  confronta  le  quindici  (XV)  dissertazioni  cogli 
studii  relativi  già  pubblicati  dall'autore  quasi  sotto  gli 
stessi  titoli  in  diversi  periodici,  si  accorgerà  che  tali 
studii  vengono  quivi  per  lo  più  presentati  in  una 
nuova  forma,  più  ampia,  compiuta  e  rimaneggiata  '. 
Ciò  si  intenda  massimamente  di  quelle  dissertazioni 
che  prima  furono  pubblicate  in  lingua  italiana.  Queste, 
nella  forma  più  antica,  sono  in  molte  parti  soltanto  i 
lavori  preliminari  delle  presenti  dissertazioni.  Le  altre, 
apparse  prima  in  lingua  tedesca,  si  trovano  qui  tra- 
dotte nelF  italiano  e  fornite  delle  necessarie  muta- 
zioni. La  traduzione  delle  dissertazioni  I  e  II  debbo 
al  ,r.  padre  Giovanni  Perciballi  S.  I.,  il  quale  anche1 
ha  tradotta  dal  manoscritto  la  dissertazione  V,  ap- 
parsa originariamente  in  lingua  italiana. 

1  La  dissertazione  VII  apparisce  ora  per  la  prima  volta.  Nella  Zeit- 
schrift  far  kàlkolische  Theologie  di  Innsbruck  erano  state  pubblicate  per 
intero  quattro  dissertazioni  intedesco,  cioè  la  I  nel  1887  tomo  11  pag.  417 
sgg.,  la  II  nel  1888  t.  12  pag.  487  sgg  ;  la  III  nel  1889  t.  13  p.  90  sgg. 
(fuori  del  n.  9  e  10  colle  note  epigrafiche  e  le  tavole  paleografiche),  poi  la 
Vili  nel  1890  t.  14  p.  447  sgg.  Nello  stesse  periodico  apparirono  in  parte 
due  similmente  tedesche,  cioè  la  IV  nel  1885  t.  9  p.  385  sgg.  e  la  IX 
nel  1887  t.  11  p.  675  sgg.;  per  la  IX  si  veda  inoltre  il  mio  articolo  rela- 
tivo nella  2:1  edizione  del  Kirrìtenìcxihon  1.  0  col.  230  sgg.  Due  altre  dis- 
sertazioni si  pubblicarono  in  tedesco  nella  RòniiscKe  QuartaUchrift  di  mons. 
de  Waal,  cioè  la  X  nel  1801  t.  8  p.  1  sgg.,  la  XI  nel  1795  t.  9  p.  237 
sgg.  La  VI,  scritta  già  originariamente  in  italiano,  ha  tatto  parte  del  perio- 
dico romano  Studi  e  documenti  di  storia  e  diritto  nel  1892  t.  13  p.  321  sgg. 
Le  ultime  quattro  sono  sorte  da  lavori  pubblicati  dall'autore  in  italiano  nella 
Archeologia  della  Civiltà  Cattolica  ;  per  la  XII  si  veda  Civiltà  Cattolica  1898, 
t.  1  dell'annata,  p.  211  sgg.;  p.  717  sgg.;  per  la  XIII  cf.  1805,  t,  2  p.  710 
sgg.,  t.  4  p.  407  sgg.,  1807  t.  4  p.  473,  sgg.;  por  la  XIV  cf.  1896  I. 
p.  727  sgg.  e  1807  t.  2  p,  468  sgg  ;  per  la  XV  filialmente  1898  t,  2  p,  15!)  sgg. 
La  V  formava,  parie  della  Cirilla  dittai .  nel  1803  t.  2  p.  202  sgg.  e  653  sgg. 


X 


Prefazione. 


Siccome  la  stampa  del  presente  volume,  comin- 
ciata e  condotta  notevolmente  innanzi  già  da  qualche 
anno,  è  stata  interrotta  per  cagioni  indipendenti  dalla 
volontà  dell'  autore,  non  si  sono  potute  nel  corpo  del 
volume  mettere  a  servigio  delle  indagini  tutte  le  re- 
centissime pubblicazioni^  ma  queste  sono  state  ado- 
perate, quanto  pareva  necessario,  nell'appendice  per 
alcuni  supplementi. 

Si  scelse  la  lingua  italiana  per  tutte  le  disserta- 
zioni di  questo  volume  invcee  della  lingua  tedesca 
nativa  dell"  autore,  per  rendere  più  tacile  il  loro  uso 
a  quei  lettori,  che  non  sono  tanto  versati  nel  tedesco 
ed  ai  quali  per  altro  la,  Storia  di  Roma  e  dei  papi  nel 
medio  evo  diventa  nota  nella,  traduzione  italiana  già 
in  parte  comparsa,  o  nella  traduzione  francese  che 
ora  si  sta  preparando.  Si  è  veduto  per  altro  dai  lavori 
dei  dotti  Romani,  come  Giov.  Batt.  de  Rossi  ed  i 
suoi  scolari,  che  le  pubblicazioni  su  materie  storiche 
ed  archeologiche,  scritte  in  lingua  italiana,  facilmente 
diventano  un  bene  comune  della  letteratura  scien- 
tifica di  tutti  i  paesi.  Principalmente  gli  studii  serii 
italiani  sulle  antichità  di  Roma  posseggono  oggidì 
senz"  altro  cittadinanza  nella  repubblica  dei  letterati. 

L' autore  si  contenta  di  un  modesto  cantuccio  nella 
detta  repubblica;  giacché  egli  avrà  ottenuto  il  suo 
intento,  se  le  sue  dissertazioni  rischiarino  con  più 
luce  alcuni  campi,  che  i  lettori  della  sua  Stoica  ivi 
trovano  qua  e  là  scarsamente  illustrati.  Non  tarderà  di 
troppo  un  secondo  volume  degli  Analecta,  se  questo 
primo  viene  accettato  con  benevolenza. 


Roma,  giugno  ISO!). 


IT.  Grisar  S.  I. 


INDICE  ANALITICO 


i. 

11  «  Liber  pontificali*  »  fino  al  secolo  nono. 

1.  Osservazioni  generali,  gag.  1. 

2.  Origine  del  Liber  ponti f/cttlis,  I. 

3.  Le  continuazioni  del  Liber  pontificalvs  sino  ad  Adriano  II,  10. 

4.  I  cataloghi  liberiano,  l'elidano  e  cononiano,  14. 

5.  La  prima  e  la  seconda  redazione  del  primitivo  Libar  Punti fìcalis.  Mano- 

scritti, 10. 

0.  Proprietà  del  Liber  ponti ficalis,  specialmente  rispetto  all'uso  dei  fonti,  19. 

II. 

Sulle  collezioni  stampate  d'antiche  lettere  dei  papi. 

1.  Il  bollano  romano,  27. 

2.  I  Regesta  pontificum  rorftanorum  di  [affé  (Kaltenbrunner,  Ewald.  Loweri- 

feld),  34. 

3.  Collezioni  di  mons.  Thiel  e  del  cardinal  Pitra.     Constant.  Mansi,  Mignè,  Denz- 

inger  ed  altri,  48. 

4.  Atti  e  lettere  dei  papi  di  Pflugk-Harttung  e  di  Lòwenfèld,  57. 

5.  Il  corpus  iuris  canonici.  Friedberg. 


III. 

Le  iscrizioni  cristiane  di  Roma  negli  inizii  del  medio  evo. 

(Con  le  tavole  I-VI) 

1.  Introduzione. 

Le  iscrizioni  di  Roma  comune  patrimonio  dei  popoli  dell'occidènte,  Perdita 
del  maggior  numero.  Le  Tnscripliones  chrislianac  urbis  Ramar  del 
de  Rossi,  77. 


xii  Analecta  romana. 

2.  Iscrizioni  di  diverso  genere  nelle  basiliche,  76. 

a.  Dedicazioni  dell'edilìzio.  70.  b.  Iscrizioni  in  altari  dei  corpi  santi;  cata- 
loghi di  reliquie.  82.  e.  Iscrizioni  votive,  85.  d.  storiche,  87  e.  le- 
gali. 8!».  f.  liturgiche.  00.  r/.  Iscrizioni  nelle  dipendenze  delle  basi- 
liche, 94 

3.  Iscrizioni  sopra  edificii  profani,  95. 
1.  Iscrizioni  sepolcrali,  101. 

5.  La  fede  della  chiesa  romana  nelle  iscrizioni,  105. 

I  sacramenti,  100.  L' incarnazione  e  Maria  Vergine,  108.  San  Pietro  e 
il  primato  della  chiesa  romana,  111. 

0.  Pregio  estetico  delle  iscrizioni  cristiane.     Loro  sviluppo  storico,  113. 

I  tempi  prima  di  Costantino,  11  1.  Età  costantiniana  e  secolo  quarto,  110. 
Secolo  quinto  e  sesto.  118.  Papa  Onorio  e  il  secolo  settimo,  110.  Elogi- 
dei  papi  specialmente  nel  settimo  ed  ottavo  secolo,  124. 

7.  Le  raccolte  epigrafiche  anteriori  al  secolo  X. 

1  primi  raccoglitori,  129.  Silloge  einsidlense.  133.  Corpus  inserì ptionum 
laureshamense,  134.  Raccolta  vaticana,  turonènse,  centulense,  virdu- 
nense,  135. 

8.  Le  raccolte  epigrafiche  dal  secolo  XII  a!  XVI. 

Pietro  Mallio  e  Giovanni  Diacono,  139.  Cola  di  Rienzo  e  i  suoi  seguaci.  140. 
Ciriaco,  Giocondo,  Leto.  1 4L     Pietro  Sabino.  141. 

9.  Tavole  paleografiche  e  testi  per  i  secoli  IV-VII. 

Osservazione  generale.  N.  1.  Ann.  366-384  (Parnaso  p.)  tav.  I,  1,  pag.  145; 
N.  2.  Ann.  422-432  (Celestino  p.)  tav.  I.  2,  p.  146.  N.  3.  Ann.  432-440 
(Sisto  III  p.)  tav.  II,  1,  p.  147.  N.  4.  Ann.  440-401  (Leone  I)  tav.  I,  3, 
p.  147.  N.  5.  Ann.  401-408  (Paro  p.)  tav.  I,  4,  p.  149.  N.  0.  id.  id. 
tav.  I.  5,  p.  150.  N.  7.  Ann.  514-532  (Mercurio  presbitero)  tav.  I,  0, 
p.  150.  N.  8.  Ann.  532  (Bonifazio  I)  tav.  II,  0.  p.  151.  N.  9.  Ann.  533-535 
(Severo  presbitero)  tav.  II,  3,  p.  152.  N.  10.  Ann.  578  (Boezio)  tav. 
I,  2,  p.  153.  N.  11.  Ann.  580  (Wiliaric)  tav.  V,  5,  p.  155.  N.  12. 
Sec.  VI  fine  sec.  VII  principio  (Eusebio)  tav.  Ili,  4,  p.  150.  N.  13. 
Ann.  004  (Gregorio  M.)  tav.  Ili,  2,  p.  157.  N;  14.  Ann.  (104  (Gre- 
gorio M.)  tav.  II,  5.  p.  101.  N.  15.  Ann.  605  (Sabiniam.  p.)  tav.  IV,  3, 
p.  102.  N.  10.  Sec.  VII  (Basilica  dei  santi  Giovanni  e  Paolo)  tav.  IV,  8, 
p.  103. 

10.  Tavole  paleografiche  e  testi  por  i  secoli  Vili— XH. 

N.  17.  Ann.  705-707  (Giovanni  VII  p.)  tav.  II,  7,  p.  107.    N.  18.  Ann.  731-741 


Indice  analitico. 


XIII 


(Gregorio  III)  tav.  Ili,  3,  p.  169.  N.  19:  Ann.  741-742  (Gregorio  III) 
tav.  Ili,  4,  p.  171.  N.  20.  Ann.  741-752  (Gregorio  presbitero)  tav.  IV,  2, 
p.  172.  N.  21.  Ann.  755  (Reliquie  nella  basilica  di  s.  Angelo)  tav.  111,5, 
p.  173.  N.  22.  Ann.  757-701  (Reliquie  nella  basilica  di  s.  Silvestro) 
tav.  IV,  7,  p.  170.  N.  23.  Ann.  772-705  (Gregorio  notario)  tav.  Ili,  1, 
p.  178.  N.  24.  Ann.  783  (Reliquie  nella  basilica  vaticana)  tav.  IV,  5, 
p.  179.  N.  25.  Ann.  817  (Reliquie  nella  basilica  di  s.  Prassedc)  tav.  V, 
2,  p.  181.  N.  20.  Ann.  817-855  (Leone  IV)  tav.  V,  1,  p.  183. 
N.  27.  Ann.  807  (Nicolao  I)  tav.  IV,  0,  p.  185.  N.  28.  Ann.  872 
(Adriano  li)  tav.  IV,  4,  p.  187.  N.  20.  Ann.  999  (Gregorio  V)  tav.  IV, 
lrt,  0,  p.  188.  N.  39.  Ann.  1990  (Reliquie  nella  basilica  di  s.  Ce- 
sario) tav.  Vr  3,  p.  190.  N.  31.  Sec.  XII  e  XIII  (Bonifazio  IV)  tav.  V, 
4.  p.  193. 


IV. 

L'Ordine  primo  romano,  formulario  della  processione  e  messa  pontificia. 


1.  Gli  Ordini  romani  e  il  primo  Ordine  in  generale.     Varie  opinioni  sul  primo 

Ordine,  195. 

2.  Composizioni1  dell'Orerò  I  romaniis.     Il  nucleo  più  antico,  p.  201. 

3.  Indizii  e  congetture  intorno  all'età  della  liturgia  stazionale  del  primo  Ordine,  207. 

4.  L' Orcio  primus  romanus  del  codice  sessorìano  n.  52,  214. 

Il  testo  del  medesimo,  217. 

5.  Appendice  del  detto  codice.     Laudi  in  onore  del  papa  Nicolao  I  e  dell'impe- 

ratore Lodovico  II,  229. 


V. 

Le  origini  del  Martirologio  romano. 


1.  Introduzione,  231. 

2.  Usuardo  e  il  suo  Martirologio,  234. 

3.  Adone  di  Vienna  ed  altri  scrittori  di  martirologii,  238. 

4.  Il  Martt/rologìum  romanum  parvi/m,  2  lo. 

5.  Il  Marlyrologium  hieronymianum,  243. 

0.  Il  primitivo  calendario  romano,  uno  dei  fonti  del  Martirologio  geronimiano,  2  17. 

7.  Il  primitivo   calendario  orientale,  parimente   l'onte  del   Martirologio  geroni- 
miano, 251. 


xiv  Analecta  romana. 

8.  Altri  fonti  del  Martirologio  geroniioiano,  "253. 

9.  Epoca  e  tradizione  del  Martirologio  geronimiano,  254. 

10.  I  lavori  recenti  per  la  ricostruzione  de]  Martirologio  geronimiano,  256. 


VI. 

Le  tornite  apostoliche  al  Vaticano  ed  alla  via  ostiense. 

(Con  le  lavol.-  VII- VII!) 


1.  Oggetto  del  presente  studio.     Descrizione  della  lastra  sepolcrale  di  san  Paolo. 

Il  suo  titolo,  251». 

2.  L'età  costant  iniana  dell' iscrizione  di  san  Paolo  concorda  coll'origine  della  ba- 

silica ostiense,  201. 

3.  I  tre  pozzetti  al  sepolcro  ostiense  e  l'uso  del  principale  fra  essi.  Somiglianza 

colla  confessione  vaticana,  207. 

4.  L'uso  degli  altri  due  pozzetti.     Le  reliquie  santificate  alle  tombe  aposto- 

liche, 271. 

5.  La  tomba  di  san  Pietro  e  l'antica  lastra  della  medesima.     Lo  stato  pre- 

sente, 274. 
G.  Umbilicus,  calamela,  fenestella,  283. 

7.  Monumenti  sepolcrali,  dal  cui  confronto  si  illustrano  le  tornite  apostoliche.  280. 

8.  Relazione  delle  due  lastre  sepolcrali  colle  basiliche  ostiense  e  vaticana,  290. 

9.  11  rapporto  del  Lìber  ponlificalis  sulle  due  confessioni  apostoliche,  394. 

10.  Illustrazione  del  passo  del  Liber  pontifìcalis  per  mezzo  di  altre  relazioni. 
Risultato,  297. 


VII. 

Il  primato  romano  nel  secolo  V  secondo  i  detti  di  san  Leone  Magno 
e  dei  suoi  contemporanei. 

1.  L'unità  della  chiesa  e  la  dignità  di  san  Pietro,  307. 

2.  L'ufficio  di  san  Pietro  permanente  nei  suoi  successori,  i  romani  pontefici,  311. 

3.  Il  primato  nel  secolo  quinto,  appoggiato  sull'autorità  ecclesiastica,  318. 

4.  Il  papato  riconósciuto  dalla  chiesa  universale,  320. 

5.  L'ecumenico  concilio  di  Calcedonia  riconosce  san  Leone  come  capo  della 

chiesa,  320.  ^ 


Indice  analitico. 


xv 


Vili. 

Roma  e  la  chiesa  dei  Franchi,  principalmente  nel  secolo  sesto. 

L.  1  papi  prima  del  secolo  sosto. 

Antica  relaziono  della  Gallia  con  la  santa  sede,  333".  Papa  Zósimó  e  il  vi- 
cariato di  Arles,  335.  Leone  I,  330.  Raro  papa,  338.  Anasta- 
sio II,  311. 

2.  San  Cesario  di  Arles.     Sant'Avito  di  Vienna. 

Papa  Simmaco,  343.  Cesario  qual  vicario  pontificio,  344.  Il  suo  viaggio 
a  Roma,  3 15.    Lotta  coi  pelagiali,  346.    Sant'Avito  e  i  Borgognoni,  3 18. 

Il  primato  romano  presso  i  Franchi  nel  secolo  VI. 

La  chiesa  sotto  i  Franchi,  351.  L'ingerenza  dei  re  merovingi  nelle  cose 
ecclesiastiche,  352.  La  sede  romana  e  i  concilii  trancili,  354.  I  ve- 
scovi e  i  papi,  355.  Pellegrinaggi  a  Roma.  I  principi  e  la  sede  apo- 
stolica, 358. 

4.  I  vicarii  della  sede  apostolica  in  Arles  al  tempo  dei  Franchi. 

Serie  dei  vicarii,  300.  Le  loro  facoltà,  361.  Commercio  del  papa  Vigilio 
coi  vicarii  Ausanio  e  Aureliano,  :>'i.'5;  di  Pelagio  I  con  Sapaudo,  363; 
di  Pelagio  II  con  Aunacario,  367;  di  Gregorio  M.  con  Virgilio,  307. 
Gregorio  M.  esercita  il  primato  nelle  Gallio,  309. 

5.  Riconoscimento  del  vicariato  apostolico  di  Arles  dalla  chiesa  dei  Franchi. 

Il  vicariato  non  verifica  l'idea  della  sua  istituzione,  373.  Opinioni  diffe- 
renti, 373.     Il  primato  arclatense  nei  concilii  franchi,  37  I. 

<i.  I  pallii  conferiti  a'  vescovi  trancili. 

Errori  di  certi  scrittori,  377.  In  che  senso  la  concessione  del  pallio  dipen- 
deva dall'imperatore,  :i78.  Papa  Vigilio,  370.  S.  Gregorio,  381.  11 
pallio  di  Siagrio  d'Autun,  382,     Risultato,  .'583. 

IX. 

Papa  Onorio  I  e  il  concilio  ecumenico  del  GS0-(»s| 

1.  Lettera  di  Sergio  patriarca  di  Costantinopoli  a  papa  Onorio,  del  0IM,  385. 

2.  Prima  lettera  di  Onorio  a  Sergio,  389. 


XVI 


Analecla  romana. 


3.  Legazione  ili  san  Sofronio  al  papa.     Seconda  lettera  di  Onorio  a  Sergio,  391. 

4.  Commenti  e  dichiarazioni  dopo  la  morte  di  Onorio,  'A'.Y.Ì. 

5.  Conclusione  dai  l'atti  finora  esposti,  396. 

6.  L'anatema  contro  Onorio  nel  concilio  ecumenico  del  680-681,  4<L'. 

7.  Papa  Leone  II  e  l'anatema  contro  Onorio,  106. 

8.  Risultato  e  supplemento  storico  e  teologico  dei  l'atti  riguardanti  la  condanna 

di  Onorio,  400. 

9.  Il  giudizio  sul  caso  di  Onorio  nella  storia.     Dal  secolo  IX  al  XV,  411. 
10.  Continuazione.     Dal  secolo  XV  al  X  V  ili,  4111. 

X. 

La  più  antica  immagine  della  crocifissione 
scolpita  sulla  porta  di  santa  Sabina  in  Roma. 

(Con  Li  tavola  IX) 

1.  Stato  presente  degli  studi  sulla  famosa  porta  di  santa  Sabina,  127. 

2.  Il  crocifisso  ed  i  ladroni  in  una  delle  tavole,  130, 

3.  La  scena  della  crocifissione  in  santa  Sabina  è  un  tipo  all'atto  unico.     Le  altre 

più  antiche  scene  della  crocifissione,  435. 

4.  Le  croci  su  varie  tavole  della  porta  di  santa  Sabina,  440. 

5.  La  scena  della  glorificazione  di  Cristo  e  della  croce  (chiesa);  v.  agg.,  44  1. 

6.  Sul  carattere  artistico  e  sull'origine  delle  sculture  della  porta.     La  concordia 

celeris  et  novi  testamenti.  450. 

•  XI. 

Il  prospetto  dell'antica  basilica  vaticana. 

(Con  le  tavole  X  e  XI-X1I) 

1.  Introduzione.     Pubblicazioni  fin  qui  fatte,  463. 

2.  11  codice  di  Farfa  nel  collegio  di  Eton.     Fedeltà  del  suo  disegno  della  basi- 

lica vaticana. 

Un  nuovo  disegno  della  basilica  di  san  Pietro,  del  secolo  undecimo,  465. 
Il  codice  di  Farfa  e  la  sua  età,  466.  Sicurezza  generale  di  questo  di- 
segno, 1<>8.     Le  sue  imperfezioni,  469. 

A.  I  particolari  del  disegno  nel  codice  di  Farla.     11  più  antico  musaico  della 
fronte.  ' 

Il  tetto  del  portico,  471.     I  due  pavoni  sul  pinacolo,  473.  '  Il  fregio  sul 


Indice  analitico. 


XVII 


vertice  al  posto  della  croce,  477.  Il  musaico  della  fronte,  478.  No- 
tizie anteriori  di  questo  musaico  di  Leone  I,  470.  Lavori  sotto  Sergio  I 
e  Gregorio  IX  per  il  musaico,  481. 

4.  Il  disegno  di  Domenico  Tasselli  neW  album  di  Grimaldi;  qua!  fede  meriti.     Le  sue 

riproduzioni. 

La  seconda  più  antica  veduta  della  facciata  di  san  Pietro,  disegnata  dal 
Tasselli  nei  primi  anni  del  secolo  decimoscttimo,  483.  Parte  che  vi 
ebbe  il  Grimaldi.  Fede  da  darsi  al  disegno  di  Tasselli,  48 1.  h' album 
dell'archivio  capitolare  di  san  Pietro  serve  di  base  ai  disegni  seguenti,  485. 
Il  dipinto  nelle  grotte  vaticane,  480.  Dosio,  Raffaello  da  Urbino,  487. 
Difetti  del  disegno  di  Tasselli,  487.  I  testi  ivi  scritti  dalla  mano  del 
Grimaldi,  488. 

5.  Il  musaico  della  fronte  dell'antica  basilica  di  san  Pietro. 

Trasformazione  della  facciata  sotto  Gregorio  IX,  4'.)0.  Il  musaico  fin  da 
questo  tempo,  401.  Confronto  col  musaico  contemporaneo  absidale  della 
basilica  di  san  Paolo,  4!>2.  Le  ligure  dei  santi  sul  musaico  vaticano,  494, 
La  parte  inferiore  dello  stesso  musaico,  400.  Sguardo  retrospettivo 
sul  musaico  del  codice  farfense,  407. 

6.  Di  altri  particolari  del  disegno  di  Tasselli. 

Gli  ingressi  della  basilica,  408.  Le  finestre,  400.  Eugenio  IV,  Nicola  V,  500. 
Le  volute  sul  comignolo,  il  timpano,  l'atrio,  501.  La  pina  aenca.  502. 
Statua  di  san  Pietro.  Di  nuovo  il  dipinto  nelle  grotte  vaticane,  500. 
Lastricato  del  vestibolo.  Sarcofagi  di  Ciazio  e  dell'  imperatore  Ot- 
tone II,  504.     Gli  edificii  che  rinchiudevano  l'atrio,  505. 

Conclusione  e  ricapitolazione,  506. 

XII. 

Il  musaico  dell'oratorio  lateranense  di  san  Venanzio 
e  gli  antichi  abiti  liturgici  e  profani  ivi  rappresentati. 

1.  Origine  del  musaico.     Scene  che  lo  compongono,  507. 

2.  Le  scoperte  archeologiche  a  Salona-     I  vescovi  Dominone  (e  compagni), 

Venanzio,  Mauro,  512. 

3.  Le  scoperte  salonitanc,  continuazione.     I  martiri  Anastasio,  Settimo  e  Asterie 

del  descritto  musaico,  518. 

4.  Gli  abiti  sul  musaico  dell'oratorio  di  san  Venanzio.     Osservazioni  gene- 

rali, 521. 


xvin  Analecla  romana. 

5.  Tunica,  pallio,  clamide,  521. 

6.  Pianeta  [paenula,  casula,),  521). 

7.  Alcuni  testi  relativi  agli  abiti  profani  e  liturgici,  533. 

8.  La  dalmatica,  538. 

Q.  11  vestito  liturgico  dei  vescovi  e  dei  papi  sul  musaico.     Il  pallio  sacro,  542. 
10.  Parti  del  vestito  liturgico,  die  mancano  sul  musaico:     La  stola.     La  mitra 
(tiara).     11   bacolo  {ferula).     I  compagi.     La  tunicella.     Il  mani- 
polo, 511. 

XIII. 

Delle  due  antiche  basiliche  di  Roma  rappresentanti  Gerusalemme  e  Betlemme 
3Ieinorie  dell'oriente  cristiano  in  Roma. 

1.  La  basilica  Romana  di  santa  Croce  in  Gerusalemme  e  l'oratorio  lateranense 

della  santa  Croce,  556. 

Origine  della  basilica  Hierusalein  in  Roma.  La  chiesa  della  Croce  sul  Gol- 
gota a  Gerusalemme  e  la  sua  analogia  architettonica  colla  chiesa  di 
Roma,  557. 

L'oratorio  di  santa  Croce  dal  papa  Ilaro  eretto  presso  il  Battistero  latera- 
nense. Riti  in  venerazione  della  Croce.  Altri  riti  dell'oratorio  della 
santa  Croce,  558. 

Paralleli  liturgici  del  venerdì  santo  di  Gerusalemme  cogli  usi  di  Roma,  501. 
Le  chiese  costantiniane  dei  luoghi  santi  secondo  la  Peregrinano  Silviaè,  e 
i  loro  ufficii.  Analogie  con  Roma,  502. 

2.  Il  musaico  di  santa  Pudenziana  con  la  scena  del  Calvario  e  con  gli  ediflzii  della 

Terrasanta.  Altre  memorie  palestinerisi,  564. 

La  scena  architettonica  della  Croce  sul  detto  musaico.  Diverse  spiega- 
zioni. Vi  sono  riprodotti  veri  ediflzii  dei  luoghi  santi  di  Palestina. 
Le  scene  separate  di  Gerusalemme  e  di  Betlemme  negli  angoli  di  altri 
musaici  di  Roma,  565-567. 

Paralleli  colla  scena  topografica  a  santa  Pudenziana.  Monumenti  palesti- 
nènsi  in  antiche  opere  dell'arte  cristiana  secondo  l'Ainalov.  La  carta 
musiva  di  Palestina  colla  pianta  di  Gerusalemme  del  secolo  vi  scoperta 
in  Màdaba.  Confronto  di  dotta  pianta  col  musaico  di  santa  Puden- 
ziana.    La  forma  dell' Anastasis,  567. 

Appendice.  Altre  memorie  della  Terrasanta  in  Roma.  L'altare  di  Abramo 
e  l'altare  della  presentazione,  575. 

3.  La  basilica  di  santa  Maria  maggiore,  la  Betlemme  di  Roma,  577. 


Indice  analitico. 


XIX 


Il  praesepium  a  santa  Maria  maggiore  era  fin  dal  principio  una  imitazione 
della  spelonca  della  natività  di  Cristo  presso  Betlemme,  577.  I  testi  anti- 
chi intorno  alla  venerata  grotta  di  Betlemme,  578. 

I  testimoni  sull'oratorio-presepio  di  santa  Maria  maggiore  nel  secolo  vm  e 
seguenti,  579.  Testimonii  più  antichi,  581.  Origine  del  nome  della 
basilica  ad  praesepe,  583.  Probabilità  dell'erezione  del  presepio  sotto 
Sisto  III  (432-440),  586.  Vicende  posteriori  della  cappella,  588.  Papa 
Liberio  e  la  leggenda  della  neve,  585  in  nota. 

Osservazioni  sul  srtcrum  cunabulum  o  la  venerata  culla  del  Salvatore,  589. 

Le  stazioni  del  sacro  Natale  a  santa  Maria  maggiore,  59:!. 

XIV. 

La  chiesa  di  sant'Anastasia,  l'Anastasia  di  Roma. 

1.  Anastasis  di  Gerusalemme,  di  Costantinopoli  e  di  Ravenna,  595. 

2-  Origine  della  chiesa  di  sant'Anastasia  in  Roma.  L'Anastasis  romana  e  la  mar- 
tire Anastasia,  597. 

3.  Singolare  posizione  locale  di  sant'Anastasia.  Architettura  dell' edilìzio.  L'antico 

culto  di  Ercole  nella  vicinanza,  601. 

4.  Sant'Anastasia,  chiesa  della  corte  palatina,  ed  i  privilegi  delle  sue  stazioni. 

La  seconda  messa  del  Natale,  608. 

5.  La  basilica  romana  dei  santi  (xn)  Apostoli  e  l'Apostoleion  di  Costantinopoli. 

Origine  e  forma  dell'ultima  basilica,  611. 
0.  Il  primitivo  altare  della  chiesa  romana  dei  santi  (xn)  apostoli,  619. 
7.  La  scoperta  delle  reliquie  degli  apostoli  Filippo  e  Giacomo  nella  chiesa  dei  santi 

Apostoli  (1873),  624. 

XV. 

Della  statua  di  bronzo  di  san  Pietro  apostolo 
nella  basilica  vaticana. 

Li  Stato  della  questione.     Varie  opinioni,  specialmente  di  quelli  che  alla  statua 
assegnano  l'origine  nel  medio  evo.    Osservazioni  tecniche  sull'opera,  627. 

2.  Esame  artistico  ed  archeologico,  634. 

3.  L'origine  della  statua.     Essa  spetta  all'antichità  cristiana  e  non  al  medio 

evo,  642. 

4.  Altre  difficoltà  contro  l'origine  medioevale  della  statua,  618. 

5.  Osservazioni  e  congetture  per  determinare  più  accuratamente  l'età  della  sta- 

tua, 653. 

XVI. 

Aggiunte. 
Indice  alfabetico. 


XX 


ELENCO  DELLE  TAVOLE  ED  INCISIONI 


Tavola  I.       Iscrizioni  cristiane  di  Roma  1.  (In  fine). 
»      IL  »  »  »     2.  » 

»      III.         »  »  »     3.  » 

»      IV.         »  »  »     4.  » 

»      V.  »  »  »     5.  » 

»      VI.     L'ascensione  di  Cristo.     Affresco  del  secolo  ix  nel  sotterraneo  di 

san  Clemente  in  Roma.  (In  fine). 
»      VII.    La  lastra  sepolcrale  di  san  Paolo  apostolo.  (In  fine). 
»      VIII.  Sepolcro  di  san  Pietro  apostolo,  sezione.  (In  fine). 
»      IX.     La  crocifissione  e  la  Chiesa  sulla  porta  di  santa  Sabina  in  Roma. 

(In  fine). 

»      X.      Il  prospetto  dell'antica  basilica  vaticana  nel  codice  f'arf'ense  del 

collegio  di  Eton  sec.  xi.  (In  fine). 
»      XI-XII.  Il  prospetto  dell'antica  basilica  vaticana  disegnato  da  Tasselli 
nell'  album  di  Grimaldi  nei  primi  anni  del  sec.  xvn.  (In  fine). 
Tavola  cromotipica.  Sette  figure  del  musaico  dell'oratorio  di  san  Venanzio  nel 

battisterio  lateranense  (circa  l'anno  642).  Al  frontespizio. 
Incisione    1.  Pozzetti  sotto  la  lastra  sepolcrale  di  san  Paolo.     Sezione  verticale. 
Pag.  267. 

»        2.  Pavimento  presente  dell'arca  di  san  Pietro  in  Vaticano,  275. 
»        3.  Sezione  verticale  della  confessione  nella  moderna  basilica  di  san  Pie- 
tro, 292. 

»        4.  Sezione  verticale  della  confessione  nell'antica  basilica  di  san  Paolo,  203. 

»        5.  Simone  Cireneo  sulla  porta  di  santa  Sabina,  410. 

»        6.  La  croce  della  chiesa  ;  ivi,  441. 

»        7.  Tosta  di  Cristo  col  monogramma,  ivi,  443. 

»        8.  Prospetto  dell'antica  basilica  vaticana.     Ricostruzione,  400. 

»        0.  Musaico  dell'oratorio  di  san  Venanzio  a  Roma,  510. 

»       10.  Pianta  antichissima  di  Gerusalemme,  571. 

»       11.  Pianta  di  sant'Anastasia  di  Roma  e  dei  contorni,  602. 

»       12.  Chiesa  di  sant'Anastasia  nel  1500.     Disegno  antico,  605. 


Elenco  delle  tavole  ed  incisioni 


XXI 


Incisione  13.  Sezione  dell'altare  primitivo  della  basilica  dei  santi  (xn)  apostoli, 
Roma,  620. 

»  14.  Lastra  sopra  l'altare  primitivo  dei  santi  (xn)  apostoli,  Roma,  621. 
»  15.  Altare  primitivo  della  chiesa  dei  santi  Cosimo  e  Damiano,  Roma,  02ì5. 
»  16.  Statua  di  bronzo  di  san  Pietro  apostolo  nella  basilica  vaticana,  028. 
»  17.  Statua  di  un  filosofo  anonimo  nel  museo  nazionale  di  Madrid,  637. 
»  18.  Statua  di  san  Pietro  nel  sotterraneo  della  basilica  vaticana,  039. 
»       19.  Statua  di  Carlo  d'Anjou  nel  palazzo  dei  Conservatori  a  Roma,  644. 


SOPRA  ALCUNI  FONTI  PRINCIPALI 
PER  LA  STORIA  DEL  PAPATO  E  DELLA  CITTÀ  DI  ROMA 
NE'  PRIMI  TEMPI  DEL  MEDIO  EVO 


I. 

IL  LIBER  PONTIFICALA  SINO  AL  SECOLO  IX. 

1.  Osservazioni  generali. 

Se  il  Liber  ponti  ficalis  fu  sino  a  poco  tempo  fa  tanto  legger- 
mente attribuito  ad  Anastasio  Bibliotecario,  ciò  si  deve  ad  (  )no- 
frio  Panvinio.  Questi  senza  sufficienti  motivi  affibbiò  al  nome  del 
detto  abate  romano  del  secolo  ix  una  tale  opera,  che  ha  grande 
importanza  per  la  storia  dei  papi.  In  vero  il  Baronio  rettificò 
in  qualche  modo  la  falsa  opinione;  ma  la  prima  edizione  del 
Libro  pontificale  fatta  a  Magonza  nell'anno  1602  recava  per 
titolo  Liber  ponti  ficalis  Anastasii  Bibliothecarii,  ed  i  bei  lavori 
sul  libro,  che  ha  sempre  mai  richiamato  a  sè  l' investigazione 
degli  eruditi  (nominiamo  solo  fra  i  più  antichi  l' Holsten,  lo  Schel- 
strate,  il  Possevino  ed  il  Ciampini),  benché  dimostranti  all'evi- 
denza la  successiva  origine  del  Liber  ponti  ficalis,  non  poterono 
impedire  che  il  bibliotecario  Anastasio  n'ottenesse,  per  così  dire, 
il  diritto  di  possesso.  L'autore  o  meglio  gli  autori,  eccetto  alcuni 
pochi  tratti,  sono  ignoti. 

Il  Liber  ponti  ficalis  dà  notizie  su  i  papi  e  lo  fa  per  i  primi 
quattro  secoli  in  una  forma  e  maniera  sempre  eguale,  abbozzata 
e  schematica.  Nel  più  nudo  e  semplice  stile  lapidario  la  cro- 
naca parla  di  tutti  i  successori  di  Pietro,  distribuiti  secondo  la 
successione  de'  tempi,  della  loro  nascita,  della  durata  del  governo, 
della  coincidenza  coi  sovrani  o  consoli,  dei  decreti  disciplinari, 
delle  fabbricerie,  delle  donazioni  alle  chiese,  a  volte  anche  di  grandi 


i  .i.i  ai;,  .inaicela  romana,  voi.  I. 


1 


2 


I.  Il  ÌAbor  pontificalis  n.  1.  —  Osservazioni  generali. 


avvenimenti,  massime  ecclesiasticopolitici  del  tempo,  ma  sempre  in 
fine  della  biografia  o  notizia,  del  numero  delle  ordinazioni  fatte, 
del  luogo  e  del  tempo  della  sepoltura  e  della  durata  della  vacanza 
della  sede.  La  forma  ed  il  costrutto,  di  cui  diamo  un  saggio,  ne 
sono  affatto,  come  suol  dirsi,  stereotipati:  N.  natione .  .  ex  patre . . 
sedit  annos  .  .  menses  .  .  dies  .  .  Fuit  autem  temporibus  .  ;  Hic  fecit 
ecclesiam  .  .  Hic  obtulit  in  ecclesia  .  .  Hic  constituit .  .  Hic  fecit  or- 
dinationes  .  .  per  mensem  Decembrium,  presbiteros  .  .  diaconos  .  . 
episcopos  per  diversa  loca  .  .  Qui  etiam  sepultus  est .  .  et  cessavi! 
episcopatus  dies  .  .  Dopo  il  quarto  secolo  le  notizie  biografiche 
crebbero  alquanto  più  secondo  le  circostanze.  Quelle  dell'ottavo 
e  del  nono  secolo  sono  si  estese,  che  ben  possono  dirsi  piccole 
'sposizioni  di  vite.  Con  Adriano  II  (867-872)  fu  interrotta  la  serie 
delle  biografie  ;  la  continuazione  dell'opera  s'ebbe  una  lunga  sosta 
fino  al  principio  del  secolo  xn. 

Sin  dai  primordii  del  medio  evo  l'opera  da  Roma,  ove  era  nata 
e  poi  fu  continuata,  si  estese  e  propagò  per  molte  parti.  Il  venera- 
bile Beda  (f  735)  si  servì  spesso  del  Liber  pontificalis,  come  mo- 
strano le  sue  citazioni  :  egli  avea  già  nell'  alto  settentrione  una 
copia  della  Vita  Gregorii  II,  cominciata  quando  questo  papa 
viveva  ancora.  Dopo  il  Beda,  lo  storico  dei  Longobardi,  Paolo 
Diacono ,  fe'  parimente  grand'  uso  dei  Gesta  ponti ficum ,  come 
l'opera  è  anche  detta;  e  già  molto  tempo  prima  del  Beda  il  libro 
si  vede,  benché  in  compendio,  cioè  nel  così  detto  catalogo  feli- 
ciano,  fra  le  mani  di  Gregorio  vescovo  di  Tours  (f  594)  nel 
paese  de'  Franchi.  Si  può  agevolmente  mostrare  che  differenti 
vescovadi  cominciarono  per  tempo,  ad  imitazione  di  questo  la- 
voro sul  vescovo  di  Roma,  a  notare  a  mo'  di  cronaca  le  Gesta 
dei  loro  vescovi.  In  mille  dati  sulla  storia  dei  papi  ritorna  nei 
fonti  del  medio  evo  parola  per  parola  il  testo  del  Liber  pon- 
tificalis. Si  era  certi  di  trovare  nelle  biblioteche  delle  chiese  e 
dei  chiostri  a  lato  degli  scritti  dei  santi  padri  e  dei  volumi  di  di- 
ritto canonico  il  codice  delle  vite  dei  papi  come  il  più  necessario 
ed  indispensabile  manoscritto,  seppure  non  era  già  in  una  colle- 
zione di  diritto  canonico  a  maniera  di  aggiunta.  Le  lezioni  del 
breviario  romano  sopra  i  santi  papi  antichi  conservano,  eccetto 
alcune  correzioni,  sino  a'  dì  nostri  il  contenuto  tradizionale  del 
Libro  pontificale  sancito,  per  modo  di  dire,  nel  medio  evo. 


Propagazione.  Caratteristica . 


3 


A  determinare  una  general  proprietà  o  caratteristica,  che 
voglia  dirsi,  del  Libro  pontificale,  si  oppongono  insuperabili  diffi- 
coltà. Queste  sono  riposte  nella  grande  differenza,  onde  le  biografie 
si  dispaiano  in  ciò  che  s'attiene  al  loro  critico  valore.  Sin  dal 
secolo  quinto  esse  si  appalesano  in  molti  modi  per  lavoro  dei 
contemporanei  e  tale  da  riscuotere  intera  fiducia;  laddove  dal 
principio  fino  al  quinto  secolo  s'incontrano  siffatti  svarioni  contro 
la  verità  istorica,  da  dover  senz'  altro  rinunziare  al  supporre  au- 
tori delle  notizie,  delle  quali  parliamo,  i  contemporanei.  Così  Teo- 
filo  di  Alessandria  (+  412)  vi  si  legge  contemporaneo  di  Vittore 
papa  (  f  108);  l'invenzione  della  vera  croce  viene  trasferita  al 
pontificato  di  Eusebio  (309  o  310):  i  vescovi  della  Pannonia, 
Ursacio  e  Valente,  vi  diventano  di  punto  in  bianco  preti  romani 
e  così  del  resto. 

Inoltre  nei  punti,  che  risguardano  i  tempi  antichi,  spicca  una 
costante  propensione  a  trasportare  in  piena  antichità  stati  e  con- 
dizioni di  cose  che  solo  più  tardi  si  formarono,  propensione  che 
sì  facilmente  signoreggia  scrittori  sprovvisti  di  cognizioni  storiche 
e  solo  pieni  di  venerazione  per  le  istituzioni  del  loro  tempo.  Così 
nel  Liber  ponti ftcalis  i  vescovi  d' Italia  persino  a  tempo  dell'  im- 
peratore Adriano  si  adunano  a  regolari  sinodi,  non  altramente 
che  ai  dì  dei  papi  Leone  I  e  Simmaco  ;  sette  notai  ecclesiastici 
esercitano  il  loro  uffizio  in  Roma  sotto  il  terzo  successore  di 
san  Pietro,  come  nel  secolo  iv,  ed  a  ciascuno  è  assegnata  una 
delle  sette  regioni  ecclesiastiche  della  città,  che  non  esistevano  an- 
cora; il  digiuno  è  esteso  dallo  stesso  papa  Telesforo  tanto,  quanto 
era  in  uso  nel  secolo  vi,  e  di  simil  sorta  molte  altre  cose. 

Dunque  un  vero  giudizio,  che  abbracci  in  una  caratteristica 
tutte  le  biografie  dei  papi,  è  impossibile  a  farsi.  Obbietto  della 
critica  sono  il  componimento  o  la  riunione  e  la  diversa  origine 
del  tutto,  come  anche  le  particolari  notizie,  recate  su  ciascun  papa. 

Un  sufficiente  e  critico  giudizio  sul  valore  del  nostro  libro 
non  poteva  aversi,  se  prima  non  si  stabiliva  con  esattezza  il  suo 
proprio  testo.  Ma  nella  quistione  del  testo,  ecco  di  nuovo  più 
grandi  difficoltà.  Non  solamente  il  testo  dei  manoscritti  appariva 
sotto  forme  fra  loro  molto  differenti,  ma  bensì  tre  scritti,  i  ca- 
taloghi liberiano,  feliciano  e  cononiano,  che  han  somiglianza  ed 
un  certo  riscontro  col  Libro  pontificale,  richiedevano  una  defi- 


1 


I.  //  Liber  pontificalis  n.  2.  —  Origine. 


/ 


ti  iti  va  disamina  sul  loro  rapporto  coli'  opera,  di  cui  essi  furori 
considerati,  in  parte  a  torto,  lavori  preparatomi. 

La  migliore  edizione  era  finora  quella  di  Francesco  Bianchini, 
che  fu  fatta  in  Roma  nell'anno  1718  ss.,  in  quattro  volumi  in 
foglio,  e  che  arriva  sino  ad  Adriano  II  e  rispettivamente  sino 
a  Stefano  V  (f  891).  Il  Muratori  ha  preso  quest'edizione  per 
fondamento  alla  sua  negli  Scriplores  Italiae  tomo  III,  e  il  Migne 
l'ha  ristampata  con  tutto  l'apparato  nei  tomi  127-129  della  sua 
Patrologia  latina.  L'edizione  del  Vignoli,  che  uscì  più  tardi 
(Roma  1724  ss.,  3  voi.  4"),  e  che,  benché  non  finita,  fu  stimata 
ordinariamente  come  di  più  valore  che  quella  del  Bianchini,  ora 
apparisce  come  deteriorata. 

Da  alcun  tempo  noi  possediamo  finalmente  una  grande  e  so- 
lida pubblicazione  del  Liber  pontificali*  elaborata  in  Parigi  dal- 
l'abate Luigi  Duchesne:  Le  Liber  Pontificalis.  Teocte,  Introdu- 
ci ion  et  Commentaire.  2  Tomes.  Paris  1886  ss.,  Thorin  (Biblio- 
thèque  des  ècoles  franraises  d'Athènes  et  de  Rome.  2  sèrie).  Con 
questi  volumi  è  stato  a  rigor  di  termini  regalata  alla  scienza 
un'opera  monumentale.  Il  Liiber  pontificalis  vi  riposa  sopra  fon- 
damento critico  e  durevole. 

2.  Origine  del  «  Liber  pontificalis.  » 

Il  più  importante  successo  o  risultamento  rispetto  all'istoria 
dell'origine  del  LUer  pontificalis,  intorno  a  cui  già  prima  del 
Duchesne  s' era  lavorato  ed  apprestato  molto,  ma  eh'  egli  in  ma- 
niera definitiva,  come  crediamo,  ha  potuto  ormai  stabilire,  si  rac- 
chiude in  questa  proposizione  :  Tutta  la  serie  delle  biografie  da 
san  Pietro  fino  a  Felice  IV  (j-  530)  fu  composta  al  più  tardi  sotto 
il  successore  di  quest'  ultimo,  Bonifacio  II  (f  532),  e  la  prima 
compilazione  del  Liber  pontificalis  appena  può  trasferirsi  al  di 
là  del  tempo  di  papa  Ormisda  (f  523)  ;  il  suo  autore  fu  contempo- 
raneo dei  papi  Anastasio  II  e  Simmaco.  Più  sotto  esporremo  su 
questa  proposizione  una  più  determinata  specificazione. 

Dunque  tutta  la  prima  parte  del  Liber  pontificalis  sino  ai 
primi  decennii  del  secolo  vi  vuol  essere  tenuta  per  qualche  cosa 
d'assoluto  e  d'indipendente,  per  la  serie  originaria  delle  vite  dei 


Prima  compilazione  nel  secolo  VI. 


■  > 


papi,  e  deve  esser  giudicata  secondo  un  solo  punto  di  vista.  Le 
biografie,  che  vengon  dopo  queste,  sono  solo  aggiunte  in  gruppi 
più  o  meno  grandi,  e  derivano,  parte  da  scrittori,  che  vissero 
coevi  ai  papi,  dei  quali  parlano,  parte  da  tali  persone,  che  vis- 
sero dopo  i  medesimi. 

L'argomento  per  provare  il  limite,  fin  dove  arriva  la  prima 
parte,  ci  viene  tutt'  insieme  e  dalle  citazioni  del  Liber  pontificali* 
presso  altri  scrittori  e  dal  contenuto  e  tenore  delle  sue  parti 
e  finalmente  dai  manoscritti. 

Poiché  il  Beda  cita  l'opera,  bisogna  che  la  sua  compilazione 
rimonti  ai  tempi  anteriori  al  secolo  vili  ;  poiché  il  manoscritto 
del  secolo  vii,  scoperto  in  Napoli  dal  Waitz,  chiude  il  catalogo 
dei  papi  con  Conone  (f  087),  bisogna  rifarsi  ad  un'epoca  ante- 
cedente a  tale  tempo  ;  poiché  Gregorio  di  Tours  conobbe  il  libro 
nel  già  noto  compendio,  questo  v'era  sin  dal  tempo,  in  cui  fu 
fatta  la  raccolta  dei  canoni  di  san  Mauro  (circa  590),  e  poiché 
la  recensione  del  martirologio  geronimitano,  ch'ebbe  principio 
in  Auxerre  nella  seconda  metà  del  secolo  vi,  mostra  avervi 
influito  il  Liber  póntificalis,  siamo  ricondotti  quasi  al  principio 
del  periodo  bizantino  in  Italia  (dal  552).  Con  ciò  siam  ben  lungi 
dall'ammettere  in  quest'  epoca  la  compilazione  del  Liber  póntifi- 
calis. Un  autore  di  questo  tempo,  massime  uno  scrittore  di  sì 
poco  critica  libertà  e  indipendenza,  come  lo  dimostrano  le  antiche 
vite  de'  papi  del  nostro  libro,  non  avrebbe  potuto  contenersi  dal- 
l' intessere  al  suo  lavoro  lo  stato  e  condizione  ecclesiastica  ed 
ecclesiasticopolitica  mutatasi  abbastanza  da  quel  eh'  era  prima, 
al  tempo  bizantino.  Eppure  non  ve  n'  è  vestigio  :  anzi  vi  s' in- 
contran  parecchie  cose,  che  senza  dubbio  non  sarebbero  state 
scritte  da  autore,  che  avesse  lavorato  in  questo  periodo;  così, 
per  modo  d'esempio,  nell'annoveramento  dei  concilii  ecumenici 
non  si  fa  nella  vita  del  papa  llaro  menzione  veruna  del  co- 
stantinopolitano dell'anno  3S1,  laddove  il  medesimo  concilio  si 
soleva  sotto  l'influsso  bizantino  sin  da  Vigilio  (-J-  555)  connume- 
rare anche  in  Occidente  fra  i  concilii  ecumenici.  Con  ciò  arri- 
viamo all'epoca  gotica  in  Italia;  essa  comincia  coll'espugnazione 
di  Ravenna  per  mezzo  di  Teodorico  (a.  493). 

Se  si  prende  questo  tempo  come  termine  fìsso,  cominciando 
dal  primo  secolo,  si  vede  che  da  san  Pietro  sino  allo  scorcio 


6 


I.  Il  Liber  pontificali»  n.  2.  —  Origine. 


del  secolo  v,  corre  un'  egual  forma  e  naturale  disposizione  delle 
vite  dei  papi.  Di  più  si  -scorge  che  fino  allo  stesso  pontificato 
di  san  Leone  Magno  (f  461)  vengon  fuori  e  ci  si  parano  innanzi  i 
più  sorprendenti  errori  storici.  Questi  svarioni  sono  tanto  gros- 
solani che  neppure  si  può  pensare,  lo  scrittore  vivesse  proprio 
al  tempo  delle  cose  e  persone  di  cui  imprende  a  narrare:  è  gioco- 
forza conchiudere,  ne  fosse  lontano.  Inoltre  nello  stendere  sif- 
fatte biografie  si  pare  un  ampio  e  continuo  uso  di  fonti  apocrifi, 
di  narrazioni  leggendarie,  la  cui  origine  è  da  porsi  nel  pontifi- 
cato di  Simmaco  ed  in  particolare  nell'anno  501.  Dopo  san  Leone 
Magno  tali  errori  vanno  sempre  più  scemando.  A  dire  il  vero, 
le  controversie  dei  Monofìsiti  dopo  l'enotico  (482)  vi  sono  an- 
cora narrate  con  rilevanti  inesattezze  e  gli  spropositi  di  crono- 
logia vi  fanno  la  loro  comparsa  anche  nelle  notizie  di  Gelasio 
(f  496);  p.  e.  l'arrivo  del  patriarca  Alessandrino,  Giovanni  Ta- 
laia  in  Roma  è  collocato  sotto  Gelasio,  mentre  ciò  fu  sotto  il  pre- 
decessore di  questo,  Felice  III,  483;  ma  sotto  Anastasio  II  (496- 
498)  principia  per  l'avvenire  una  serie  di  fatti  accertati  e  positivi. 
Eccetto  alcuni  pochi  sbagli,  si  deve  alla  soggettiva  condizione  ed 
allo  stato  dell'autore  o  degli  autori,  se  talvolta  parecchie  cose 
sono  messe  sotto  falsa  luce. 

Appunto  questa  maniera  soggettiva  di  narrare,  unita  ad  una 
grande  evidenza  e  copia  di  ragguagli,  dà  alle  biografie,  delle 
quali  è  quistione,  un  proprio  stampo.  Vi  si  scerne  chiara  la  con- 
temporaneità dello  scrittore.  In  tal  guisa  la  vita  del  papa  Simmaco 
dimostra  nell'  autore  grand'  agitazione  per  cagione  dell'  antipapa 
d'allora,  Lorenzo,  e  tanto  calore  nel  favorire  il  legittimo  papa, 
quanto  ne  palesa  il  brano  veronese  d'un  Liber  pontifìcalis  nel 
prendere  le  difese  di  Lorenzo;  e  simili  vestigia  di  avvenimenti 
contemporanei  si  possono  osservare  sino  al  pontificato  di  Felice  IV 
cioè  sotto  Ormisda  e  Giovanni  I. 

A  ciò  s'aggiunge  come  cosa  di  momento  decisivo,  che  dai 
manoscritti  si  può  dimostrare  positivamente  che  vi  fu  una  prima 
compilazione  del  Liber  pontifìcalis,  che  arrivava  a  Felice  IV. 

Su  tal  punto  si  noti  per  ora  sol  questo.  Dopo  Felice  IV  è 
da  fare  un  capo  separato  nella  storia  dell'origine  dell'opera  con- 
forme alla  tradizione  dei  manoscritti.  Il  così  detto  catalogo  feli- 
ciano,  che  arriva  fino  a  questo  papa,  fu  estratto  dalla  prima 


Prima  compilazione  nel  secolo  VI. 


7 


compilazione  del  Liber  pontificalis;  parimenti  il  catalogo  cononiano 
indica  una  prima  compilazione,  che  arriva  sino  a  Felice  IV.  Noi 
non  possediamo  più  questa  compilazione,  ma  ben  può  essa  essere 
in  qualche  modo  restituita  e  supplita.  Il  Liber  pontificalis  l'abbiamo 
solo  in  una  seconda  recensione,  che  è  alquanto  mutata  e  venne 
fuori  non  molto  dopo  la  prima  origine.  Questa  nuova  forma  si 
può  vedere  nei  manoscritti  colle  continuazioni,  che  hanno  mag- 
giore o  minor  estensione  \ 

È  dunque  ben  fondato  il  parere  di  chi  vuole  che  la  prima 
parte  del  Liber  pontificalis  sia  separata  e  diversa  dal  resto,  scritta 
sotto  il  successore  del  papa  Felice  IV,  Bonifacio  II.  Non  abbiamo 
qui  bisogno  d'  addentrarci  in  certi  argomenti  di  confermazione, 
come  p.  e.  il  riapparire  le  date  de*  consoli  nelle  ultime  quattro 
vite,  di  Simmaco,  di  Ormisda,  di  Giovanni  e  di  Felice  IV. 

Il  Duchesne  vorrebbe  specificare  più  l'origine  dell'opera  in 
questo  tempo.  Le  Vitae,  die' egli,  arrivarono  in  origine  fino  ad  Or- 
misda, scritte  sotto  il  suo  pontificato  d'un  sol  tratto,  e  solo  in 
seguito  il  medesimo  autore  od  altri  le  finì  tutte,  facendovi  l'ap- 
pendice fino  a  Felice  IV. 

Quest'  opinione  non  mi  pare  avere  bastante  fondamento;  anzi 
alcuni  punti  d'appoggio  potrebbero  volgersi  a  provare  il  contrario, 
cioè  la  prima  compilazione  essere  stata  fatta  d'un  tratto  fino  a 
Felice  IV.  Alcune  poche  osservazioni  su  ciò  serviranno  forse 
a  maggiore  schiarimento  del  fine  e  dell'occasione,  per  cui  l'opera 
venne  compilata. 

Nelle  biografie  di  Anastasio  e  di  Simmaco  il  tono  ed  il  colo- 
rito di  avvenimenti  immediati  e  recenti,  non  spicca  tanto  in  re- 
lazione alle  biografie  seguenti,  da-  poter  subito  dire,  come  crede 
il  Duchesne,  che  vi  sia  alcunché  a  testimoniare  una  più  antica 
origine  delle  medesime.  Le  date  consolari,  che  abbiamo  accennato, 
col  loro  ordine  sistematico  si  spiegano  anche  nell'opinione  di  chi 
ammette  la  compilazione  di  tutt'  intera  la  prima  parte  sotto  Bo- 
nifacio II,  che  arrivi  inclusivamente  a  Felice  IV.  Le  piccole  dif- 
ferenze del  testo,  nelle  quali  si  vuole,  si  appalesi  la  mano  di  un 
contemporaneo,  che  abbia  ritoccate  le  biografie,  io  vorrei  consi- 

1  Questi  importanti  risultati  gli  dobbiamo  principalmente  ai  nuovi  lavori  del  Duchcsno. 
E  indispensabile  farne  qui  di  tratto  in  tratto  come  un  epilogo,  almeno  de'  più  fonda- 
mentali. 


8 


I.  Il  Liber  pontificali*  n.  2.  —  Origine. 


derarle  c*ome  una  troppo  malsicura  base  a  trarne  un  giudizio 
qualunque. 

Comincio  dall'occasione  della  composizione  dell'opera,  come 
questa  è  indicata  nel  proemio  del  Liber  pontificalis.  Sembrami 
che  tale  occasione  accenni  un  autore  che  sentissi  mosso  a  scri- 
vere dai  due  pontificati  che  precedettero  Bonifacio  II,  cioè  dagli 
straordinari  casi  di  Giovanni  I  e  Felice  IV.  Giovanni  morì  mar- 
tire nella  prigione  di  Ravenna  per  opera  di  Teodorico.  «  Bea- 
tissimi^ Johannes,  episcopus  primae  sedis,  papa,  .  .  .  defunctus  est 
martyr,  »  come  il  presente  Liber  pontipcalis  con  viva  espressione 
fa  rilevare  o  come  il  primo  scritto  avea,  «  defunctus  est  in  gloria.  » 
Quest'ultima  è  anche  l'espressione  del  catalogo  liberiano  per  la 
morte  del  papa  Cornelio  in  esilio.  L'altro  papa,  Felice  IV,  no- 
minò lui  stesso  per  suo  successore  Bonifacio,  atto  contrario  ai 
canoni,  contra  canones,  come  lo  chiama  il  Liber  pontificalis  in 
occasione  che  Bonifacio  lo  ripete  rispetto  al  diacono  Vigilio  \ 

Ora  si  raffrontino  con  questi  fatti  dell'  istoria  di  Giovanni  e 
di  Felice  le  lettere  apocrife,  che  secondo  l'uso  d'allora  formano 
il  proemio  del  IJber  pontificalis  e  palesano  l'occasione  ed  il  fine 
dell'opera  2.  Nella  prima  lettera  il  Pseudogirolamo  richiede  dal 
papa  Damaso,  che  gl'invii  autentiche  comunicazioni  sulla  storia 
dei  vescovi  romani  fino  al  suo  tempo,  affinchè  egli  potesse  cono- 
scere, «  qui  meruit  de  episcoporum  (sic)  supradictae  sedis  martyrio 
coronari,  vel  qui  contra  canones  apostolorum  excessisse  cognosca- 
tur.  »  Nella  seconda  lettera  il  Pseudodamaso  annunzia  l' invio  di 
quanto  si  desiderava.  Qui  si  scorge  immantinente  che  lo  scrittore 
pensa  a  Giovanni  I  ed  a  Felice  IV.  La  storia  di  questi  due  papi 
con  tutto  quello  che  vi  si  rannodava,  dovè  recare  profonda  im- 
pressione ai  contemporanei.  Il  glorioso  martire  (il  primo  papa  che 
andò  a  Costantinopoli  e  ciò  coi  noti  trionfi)  dovette  come  ri  et  ima 
Christi,  chè  così  è  chiamato  nell'iscrizione  sepolcrale,  e  come 
operator  di  miracoli  ridestare  e  richiamare  nel  corso  degli  anni 
i  pensieri  e  le  idee  del  tempo  a  quei  grandi  che  sulla  sedia  pon- 

1  «  Quia  contra  canones  fuerat  hoc  factum  et  quia  culpa  eum  respiciebat,  ut  succes- 
sorem  sibi  constitueret,  ipse  Bonifatius  papa  reum  se  confessus  est  maiestatis.  » 

s  Naturalmente  esse  valgono  di  proemio  solamente  pel  tempo  che  corse  sino  al  pre- 
decessore di  Damaso,  papa  Liberio,  fino  a  cui  arriva  anche  il  catalogo  liberiano.  L'autore 
potè  da  principio  aver  l'intenzione  di  scrivere  solamente  sino  a  questo  punto  secondo  l'a- 
nalogia di  questo  catalogo,  di  cui  si  serviva. 


Prima  compilazione  nel  secolo  VI. 


9 


tificale  testimoniarono  col  proprio  sangue  la  fede.  D'altra  parte 
i  movimenti  elettorali  suscitatisi  dopo  Felice  IV,  e  sotto  e  dopo 
Bonifacio,  nel  seno  della  chiesa  romana,  movimenti  che  ora  con 
maggior  esattezza  conosciamo  dai  documenti  di  Amelli,  poterono 
molto  facilmente  indurre  qualcheduno  a  colorire  il  disegno  di  dare 
un  connesso  ragguaglio  sui  papi  più  antichi  in  relazione  alla  di- 
sciplina ecclesiastica. 

Il  Liher  pontificalis,  com'  io  credo,  nacque  sotto  questo  doppio 
impulso.  Con  ciò  concorda  e  si  spiega  la  ragione  per  cui,  mentre 
l'autore  mostra  entusiasmo  pel  martire  Giovanni  \  quanto  a  Fe- 
lice si  tiene  in  un  silenzio  circospetto  e  studiato.  Nella  vita  di 
Simmaco  egli  manifesta  che  condanna  Felice  IV  e  che  gli  sta  molto 
a  cuore  che  l'esaltazione  al  papato  sia  fatta  per  mezzo  di  elet- 
tori a  ciò  autorizzati.  L'ordinazione  di  Lorenzo  e  l' insediamento 
di  Pietro  d'Aitino  ad  amministratore  del  vescovado  romano  gli 
sembrano  contrarii  ai  canoni  2.  Il  suo  continuatore  innalzerà 
ancor  più  la  voce  sotto  Bonifacio  II  contro  il  decreto  di  questo 
papa  e  indirettamente  contro  quello  di  Felice,  ristringendo  am- 
bedue la  libertà  dell'elezione.  —  Il  trasferire  l' intero  compimento 
della  prima  forma  del  testo  al  tempo,  che  succede  immediata- 
mente dopo  Felice  IV,  ha  un  altro  vantaggio,  prescindendo  da 
questo  che  la  quistione  dell'origine  si  render  vieppiù  semplice. 
L'autore  con  ciò,  a  mio  parere,  viene  un  po'  più  allontanato  dal 
tempo  di  Simmaco,  sotto  cui  sorsero  parecchi  documenti  falsi, 
di  cui  egli  si  servì.  Siffatto  suo  uso  di  queste  finzioni  si  spiega 
più  agevolmente.  Le  medesime  poterono  nel  frattempo  arrivare 
a  quel  grado,  benché  piccolo,  d'autorità  e  di  credito,  che  il  nostro 
autore  sembra  ognor  ascriver  loro. 

Si  può  dunque  assegnare  il  primo  gran  nucleo  del  Liber  pon- 
tificali* sino  a  Felice  IV  inclusive  al  tempo  di  Bonifacio  II. 

1  Egli  dice  del  suo  viaggio  a  Costantinopoli:  «  Iohannes  papa,  egrotus  iufirmitate  cimi 
lieta  ambulavit. .  Occurreruut  omnes  civitas  cum  cereos  et  cruces  in  honore  b.  apostoloruin 
Petri  et  Pauli . .  Liberata  est  Italia  a  rege  Theodorico  heretico.  »  Dice  poi  del  ritorno  a 
Ravenna:  «  Revertentes  Iohannes  venerabilis  papa  et  senatores  cum  gloria  »  etc. 

1  «  Rex  dedit  Petrum,  Altinae  civitatis  episcopum,  quod  canones  prohibebant . .  Ab  om- 
nibus episcopis  et  presbiteri*  et  diàconibus  et  omni  elero  vel  plebe  reintegratili-  sedis  apo- 
stolicae  beatus  Symmachus  cum  gloria  apud  beatimi  Petruin  sedere  praesul.  »  Si  osservi 
l'affinità  dello  stile  fra  le  due  biografie  dei  papi  Simmaco  e  Giovanni.  Dò  le  citazioni  sud- 
dette secondo  il  latino  volgare  del  tosto,  come  è  ora  nell'edizione  del  Duchesne. 


10 


I.  Il  Liber  pontificalis  n.  3.  — 


Le  continuazioni. 


Il  libro  è  un  debole  corrappresentante  del  secondo  e  breve 
rifiorimento  della  letteratura  latina,  un  prodotto  della  vigilia  della 
guerra  bizantinogotica,  che  annientò  di  nuovo  ogni  slancio.  Il 
Duchesne  avrebbe  potuto  accennare  che  le  scienze  specialmente 
durante  quell'epoca,  avean  preso  ad  incitamento  del  saggio  go- 
verno di  Teodorico  un  certo  moto  e  progresso.  Cassiodoro  e 
Boezio  son  nomi  celebri,  che  principalmente  fan  conoscere  un 
tale  sforzo  al  rinnovamento  degli  studi,  nomi  tali  certamente  che 
vicino  ad  essi  il  nostro  autore  appena  si  lascia  scorgere. 

Il  volere  indovinare  qual  fosse  la  persona  determinata  del- 
l'autore sarebbe  un'oziosa  congettura.  In  nessuna  parte  si  offre 
un  punto  d'appoggio.  Ci  è  solo  lecito  affermare  quel  tanto  che 
sostiene  il  Duchesne,  che  cioè  l'autore  di  questo  lavoro  affatto 
privato  secondo  tutta  probabilità  sia  un  chierico,  non  commen- 
dato per  grandi  dignità  e  neppure  adorno  di  eccellente  istruzione, 
il  quale  fu  addentro  nell'amministrazione  ecclesiastica  del  Late- 
rano.  Egli  non  fa  prò  veruno  dell'archivio  dei  papi;  la  loro  cor- 
rispondenza non  gli  era  nota.  In  compenso  dà  tanto  più  abbondanti 
notizie  sulle  donazioni  e  fondazioni  ecclesiastiche.  Queste  notizie 
autentiche,  oggetto  di  speciale  attenzione  anche  presso  i  suoi  con- 
tinuatori, fanno  in  qualche  modo  supporre  in  lui  ed  in  questi  al- 
cuni di  quelli  uffiziali  pontifìcii,  che  eran  sotto  i  vestiarii  (vesta- 
rarii)  del  Laterano. 

3.  Le  continuazioni  del  «  Liber  pontificalis  » 
sino  ad  Adriano  II. 

La  prima  continuazione  dopo  Felice  IV  abbraccia  i  pontifi- 
cati di  Bonifacio  II,  Giovanni  II,  Agapito  I  (f  536)  ed  il  prin- 
cipio di  Silverio.  Queste  vite  derivano  da  autore  di  qualità  molto 
spiccate.  Egli  è  testimone  dell'assedio  di  Roma  dell'anno  537-538, 
che  egli  oltre  il  dovere  fa  risaltare;  è  avversario,  senz'essere 
per  questo  scismatico,  di  Bonifacio  II,  eh'  egli  per  favorire  il  suo 
rivale  Dioscoro,  oltre  ogni  convenevole  abbassa  ed  avvilisce;  qua- 
lifica Silverio  nella  prima  parte  della  sua  biografìa  con  malcelato 
astio,  come  levatus  a  ti/ranno  Theodato  sine  deliberatione  decreti 
(senza  decreto  degli  elettori). 


Continuazioni  nel  secolo  VI  e  VII. 


Il 


Il  tono  favorevole,  anzi  al  tutto  panegiristico,  con  cui  viene 
continuata  questa  biografia  di  Silverio,  ci  costringe  ad  ammet- 
tere col  Duchesne  per  questa  seconda  sua  parte  un  altro  autore. 

Dopo  Silverio  è  da  fare  una  gran  distinzione.  Le  seguenti 
vite  dei  papi  mancano  di  qualunque  carattere  contemporaneo. 
Contengono  di  nuovo  fatti  erronei  e  concetti  biechi  e  partigia- 
neschi.  Gli  assedii  di  Roma  degli  anni  546  e  549  sono  fusi  in 
uno.  Al  tempo  di  Pelagio  I  la  quistione  dei  tre  Capitoli,  vera 
cagione  della  sua  difficile  condizione,  è  affatto  ignota  all'orizzonte 
dello  scrittore.  Sugli  avvenimenti  dell'  istoria  de'  Franchi  in  re- 
lazione all'  Italia  il  libro  parla  in  maniera,  che  è  tutto  un  vi- 
luppo ed  un  imbroglio.  Ora  il  Duchesne  crede  di  dovere  trasferire 
l'origine  di  queste  vite  ai  tempi  di  Pelagio  II.  Dopo  questo  gruppo 
secondo  lui  sarebbero  seguite  sotto  Onorio  (f  638)  le  biografie 
che  fan  capo  sino  a  questo  papa  (ed  innanzi  tutto  Pelagio  II 
con  Gregorio  e  poi  gli  altri,  seppure  tutte  le  parti  da  Pe- 
lagio II  sino  ad  Onorio  non  fossero  state  aggiunte  separatamente). 

Qui  non  v'  è  terreno  sicuro,  su  cui  poggiare.  Ciò  nonostante 
io  crederei  che  tutte  le  vite  da  Vigilio,  successore  di  Silverio, 
inclusivamente,  ebbero  origine  sotto  Onorio.  In  favore  di  ciò  si 
può  citare  una  doppia  circostanza.  Solo  da  Onorio  in  poi  appaiono 
di  nuovo  le  date  della  sepoltura  dei  papi,  laddove  in  tutta  questa 
serie  da  Vigilio  ad  Onorio  (esclusivamente)  esse  sono  regolar- 
mente omesse.  In  questa  serie  con  simile  regolarità  si  fa  anche 
menzione  (e  questo  uso  si  dispaia'  da  quello  delle  vite  antecedenti), 
delle  ordinazioni  fatte,  e  solamente  dopo,  della  deposizione  della 
salma:  disposizione,  che  avea  speciali  motivi  là  dove  occorre  presso 
Vigilio  e  i  suoi  due  predecessori,  ma  qui  non  è  altro  che  una 
semplice  imitazione.  Al  contrario  a  me  sembra  che  i  motivi,  i 
quali  si  propongono,  onde  frammettere  presso  Pelagio  II  un  in- 
ciso, non  abbian  peso. 

Sulle  biografie  da  Onorio  in  poi  il  Duchesne  dice  che  vero- 
similmente sono  da  riguardare  come  lavori  di  contemporanei  sorti 
successivamente  e  che  ciò  non  ci  toglie  punto  dall' ammettere 
qua  e  là  una  sola  mano  per  parecchie  d'esse,  come,  a  mo'  d'e- 
sempio, per  quelle  sette  che  si  estendono  da  Adeodato  sino  a 
Conone,  672-687.  Quest'opinione  è  da  approvarsi  al  tutto.  In 
fatti  le  ultime  vite,  che  abbiam  nominato,  indicano  che  sono  dello 


12  I.  Il  Liber  jjontifìcalis  n.  )5.  —  Le  continuazioni. 

stesso  colore:  esse  notano  tutti  i  varii  e  straordinarii  fenomeni 
di  natura,  eccetto  quelli  di  Dono  ed  in  fine  nel  lodare  i  papi 
hanno  certe  formolo  sì  continue  che  paiono,  come  suol  dirsi,  ste- 
reotipate. 

Dalla  metà  del  secolo  settimo  sembra  che  già  cominciassero 
a  scriversi  le  notizie  biografiche  dei  papi,  mentre  essi  erano  an- 
cora in  vita.  La  vita  di  Gregorio  II  del  tempo  seguente  n' è  un 
chiaro  esempio.  Abitiamo  già  detto  che  il  venerabile  Beda  se  ne 
servì  nella  sua  cronaca  e  quest'  opera  egli  condusse  a  termine 
più  anni  prima  della  morte  del  papa.  Del  resto  se  nel  secolo  vii 
le  notizie  biografiche  in  generale  erano  ancora  brevi,  alla  fine  del 
medesimo  e  nel  secolo  vm  diventano  per  parecchie  particolarità 
più  importanti  e  nella  copia  e  gravità  maggiore  di  ragguagli  van 
finalmente  sempre  più  scemando  quelle  monotone  narrazioni  di 
donativi,  che  forniva  la  cancelleria  del  vestiarìum.  Al  tempo  di 
Sergio  (f  701)  i  fortunosi  casi  dell'elezione  formano  una  materia 
molto  istruttiva;  sotto  Gregorio  II  il  libro  dei  papi  s'indugia 
negli  importanti  intrighi  politicoecclesiastici  d' Italia  ;  nel  ponti- 
ficato di  Gregorio  III  lo  scrittore  è  tutt'  inteso  a  descrivere  con 
ogni  più  minuta  particolarità  le  grandi  cautele  prese  dal  papa 
a  difesa  del  culto  delle  immagini.  I  biografi  dei  papi  Zaccaria, 
Stefano  II  e  Stefano  III  son  veri  narratori,  i  quali  tutto  ciò  che 
avean  veduto  o  sperimentato  consegnavano  copiosamente  allo 
scritto  sotto  le  recenti  e  vivaci  impressioni  dell'  immagina- 
zione. Ciò  nondimeno  la  vita  di  Paolo  I  è  alquanto  digiuna  di 
notizie. 

La  vita  di  Adriano  I,  di  cui  tanto  si  è  trattato  ai  nostri  dì,  ab- 
braccia una  prima  parte,  generale  e  istorica,  che  va  dall'anno  772 
al  giugno  del  774,  ed  una  seconda  parte,  probabilmente  aggiunta 
solo  dopo  la  morte  del  papa  (795),  che  enumera  le  fondazioni 
e  le  donazioni,  ma  non  senza  ripetere  qualche  cosa  due  volte 
e  vi  si  palesa  la  mano  d'uno  scrittore,  che  ha  ritoccato  l'opera. 
Questa  seconda  parte  si  sbriga  dal  fare  qualunque  pur  menomo 
cenno  della  rilevante  istoria  politicoecclesiastica  del  papa,  mentre 
la  prima  parte  offre  la  tanto  discussa  notizia  sull'estensione  della 
donazione  di  Carlo  Magno.  Il  rispettivo  testo  (a  Lunìs  cum  in- 
sula Corsica  ecc.)  senza  dubbio  deve  essere  tenuto  col  Duchesne 
per  genuino;  e  può  anche  riguardarsi  per  buona  la  supposizione 


Continuazioni  nel  secolo  Vili  e  IX. 


13 


(che  il  relatore  sembra  avere  come  testimone  oculare)  che  cioè 
al  re  Carlo  in  Roma  nell'anno  774  fosse  proposta  una  promessa  di 
donazione  di  Pipino,  di  similissimo  tenore,  cioè  quella  di  Kiersy. 
Il  Duchesne  è  di  parere  che  la  Promissio  del  774  venisse  ristretta 
e  limitata  da  Carlo  nell'anno  781  d'intelligenza  col  papa,  come 
cosa  inutile  ed  ineseguibile;  ciò  nondimeno,  dacché  di  questa  li- 
mitazione come  avvert'egli  non  si  fa  parola  nella  continuazione 
della  T7/a  Hadriani  del  Liber  pontificalis,  di  cui  abitiamo  detto 
che  è  abbozzata  in  maniera  affatto  differente,  cosi  avvenne  che 
in  Roma  più  tardi  si  facesse  continuo  richiamo  alla  gran  promessa 
della  prima  parte  ed  Innocenzo  III  in  buona  fede,  stante  la  man- 
canza di  altri  documenti,  s'attenesse  a  siffatto  ragguaglio  come 
a  punto  d'appoggio  per  promuovere  il  dilatamento  de' territori. 

La  biografìa  di  Leone  III,  successore  di  Adriano,  è  molto 
copiosa  ed  estesa;  ma  punto  completa.  Poiché  certi  avvenimenti 
più  rilevanti  del  suo  pontificato  non  sono  neppur  tocchi.  La  vita 
di  Eugenio  II  non  solo  è  imperfetta,  ma  neanche  finita.  Quanto 
a  Sergio  II  solamente  la  seconda  recensione,  più  particolareggiata, 
della  sua  vita,  che  il  Duchesne  ci  ha  comunicato  insieme  colla 
prima,  ha  una  vera  importanza  istorica.  Ma  la  vita  di  papa  Nic- 
colò I  fra  le  seguenti  notizie  dei  papi  si  solleva  al  grado  di  pic- 
cola istoria  del  papato  per  una  certa  arte  e  per  certe  vedute 
generali.  Alla  sua  compilazione,  come  forse  anche  a  quella  di 
Adriano  II,  prese  parte  il  bibliotecario  della  chiesa  romana  Ana- 
stasio. (Cf.  Duchesne.  Liber  pontificalis  II,  p.  VI  s.). 

La  maggior  parte  di  queste  biografie  del  secolo  ix,  da  Stefano  IV 
sino  a  Leone  IV,  son  prive  di  date  esatte  ad  indicare  il  tempo 
della  morte  dei  papi;  sovrabbondano  stucchevolmente  di  super- 
ficialità, come  a  dire  delle  notizie  sui  doni  dei  papi  alle  singole 
chiese,  e,  benché  sien  sicure  per  le  altre  loro  cose,  pure  quel 
loro  tono  officiale  e  quel  perpetuo  magnificare  i  papi  nuoce  al- 
quanto al  loro  credito  ed  alla  loro  autorità.  La  ampollosità  del- 
l'espressione contrasta  in  particolar  maniera  colla  goffaggine  e 
barbarie  della  lingua.  Spesso  pare  che  la  materia  sia  scelta  alla 
buona  ed  andrebbe  di  molto  errato  chi  in  molte  reticenze  cer- 
casse qualche  recondito  intento  in  vece  di  assegnarne  per  vera 
cagione  la  trascuratezza  e  la  poca  istruzione.  A  dir  breve,  il 
Liber  pontificalis  anche  in  quest'epoca  continua  ad  essere  il  frutto 


14 


I.  Il  Liber  pontificalis  n.  4.  —  /  cataloghi. 


di  privati  chierici,  che  a  mala  pena  sollevansi  sul  basso  livello 
della  civiltà  del  loro  tempo. 

4.  I  cataloghi  liberiano,  feliciano  e  cononiano. 

Questi  cataloghi  che  a  primo  aspetto  mostrano  avere  scam- 
bievole affinità,  narrano  con  quello  stile  del  Liber  pontificalis,  di 
cui  abbiamo  parlato  più  sopra,  la  durata  del  governo,  la  vacanza 
della  sede  di  ciascun  papa  ed  in  maniera  brevissima  di  questo 
o  di  quel  fatto  della  loro  storia. 

Il  calalo f/o  liberiano,  che  si  chiude  con  papa  Liberio,  ha,  oltre 
le  date  cronologiche,  brevissime  notazioni  storiche,  solo  dove  parla 
di  Pietro,  di  Pio,  di  Ponziano,  di  Fabiano,  di  Cornelio,  di  Lucio, 
di  Marcellino  e  di  Giulio.  Esso  ci  è  pervenuto  per  mezzo  della 
collezione  cronologica  dell'anno  354,  che  fu  detta  «  il  calendario 
officiale  romano  »  di  quel  tempo.  Suo  autore  è  ritenuto  comune- 
mente, com'è  noto,  Furio  Dionisio  Filocalo.  Abbiamo  ora  una 
buona  edizione  del  Duchesne,  che  nel  suo  Liber  pontificalis  col- 
loca il  catalogo  liberiano  a  capo  degli  scritti  originali,  pubbli- 
cati da  lui  nell'istesso  libro  insieme  colla  depositio  episcoporum 
e  colla  depositio  martyrum.  Egli  s'attiene  all'antica  edizione  di 
Mommsen  \  ina  pone  in  due  separate  colonne  da  una  parte  il 
catalogo  liberiano,  dall'altra  il  testo  del  Liber  pontificalis  per 
raffrontarli  e  quindi  tenta  di  fare  nella  pagina  vicina  del  suo 
volume  la  correzione  del  testo  del  catalogo  liberiano.  Il  pregio 
di  questo  bel  lavoro  è  in  ciò  che  il  catatogo  liberiano,  per  quel 
tempo  che  abbraccia,  è  il  fondamento  del  Liber  pontificalis.  Poiché 
il  compilatore  del  Liber  pontificalis  non  ha  fatto  propriamente 
altro  che  estendere  il  catalogo  liberiano  per  mezzo  d'aggiunte, 
peraltro  non  senza  discostarsene  molte  volte.  Perciò  i  due  scritti 
offrono  un  mezzo  per  fare  la  critica  comparativa  del  testo.  Per 
restituire  il  testo  esatto  del  catalogo  liberiano  sono  dal  Duchesne 
adoperati  altresì  i  cataloghi  feliciano  e  cononiano. 

1  II  Mommsen  ha  fatto  nell'anno  1891  una  nuova  edizione  del  catalogo  liberiano  e  delle 
due  depositiones  nei  Monumenta  Germ.  Histor.,  Scriptores  antiquissimi,  toni.  IX.  Un  testo 
più  antico  e  peggiore  divulgato  dal  Bianchini  si  trova  nel  Migne  P.  L.  13,  447.  4G4. 
Vedi  anclie  le  stampe  del  de  Smedt  nella  sua  Introducilo  in  Hist.  eccles.  (1876)  pag.  509 
e  di  F.  S.  Kraus  Roma  sotter.  2  odiz.  1879,  pag.  593  ss. 


Cataloghi  liberiano,  feliciano  e  cononiano. 


15 


Il  catalogo  liberiano  ha  ora  ricevuto  nuova  luce  non  pure 
rispetto  al  suo  verbale  testo,  ma  bensì  anche  pel  suo  contenuto 
e  per  la  sua  autenticità.  » 

Benché  sia  uno  scritto  di  carattere  affatto  privato,  esso  è  nondi- 
meno la  più  antica  lista  estesa  dei  papi,  e  corredata  di  date  cro- 
nologiche. I  fonti,  onde  il  catalogo  ha  attinto  le  notizie,  gli  danno 
autorità  fino  a  un  certo  grado;  ma  il  suo  procedere  è  nato  fatto 
per  ritorgliela.  Sino  al  papa  Ponziano  l'autore  prese  i  nomi  dalla 
lista  dei  papi,  che  trovò  nel  Lìber  generationis  d'Ippolito;  per 
il  tempo  seguente  si  valse  di  diverse  continuazioni  della  mede- 
sima lista.  Egli  non  solo  fa  due  personaggi  differenti  di  Cleto  ed 
Anacleto  e  pone  per  errore  Aniceto  prima  di  Pio,  ma  anche  con 
un  sistema  escogitato  da  lui,  riunisce  arbitrariamente  le  date  con- 
solari, attinte  dai  fasti  officiali  della  raccolta  fìlocaliana,  con 
quelli  anni  della  durata  di  governo  dei  papi,  eh'  egli  trovò  nelle 
dette  liste  forse  insieme  co'  mesi  e  giorni.  Un  tale  catalogo  ha 
dunque  bisogno  per  le  sue  date  di  accurato  esame. 

Il  catalogo  feliciano  non  è  un  lavoro  come  il  catalogo  libe- 
riano, che  precedesse  il  Liber  ponti fìcalis  e  fosse,  a  così  dire,  da 
questo  utilizzato.  L'opinione  sinora  seguita  su  ciò  è  falsa.  All'op- 
posto esso  è  un  compendio  del  Liber  ponti 'fìcalis.  Questo  risulta- 
melo fu  dappertutto  ricevuto.  Una  ristampa  critica  del  catalogo 
feliciano  era  del  tutto  necessaria  per  l'edizione  del  Liber  ponti- 
ficalis.  Il  Duchesne  l'eseguì,  servendosi  specialmente  di  tre  ma- 
noscritti, dei  quali  uno  apparteneva  all'antico  chiostro  di  s.  Mauro 
(Liber  canoniim  del  secolo  ìx,  ora  parisinus  1451),  l'altro  pro- 
viene dal  monistero  di  san  Cibario  di  Angoulème  (parimente  Liber 
canonum  del  secolo  ìx,  ora  vaticanus  rerj.  1127)  ed  il  terzo  è 
il  codex  bernensis  225  del  secolo  ìx  (un  frammento  che  arriva 
sino  a  Liberio).  Allato  al  catalogo  feliciano  compare  il  cononiano 
in  una  seconda  colonna  della  nuova  edizione  e  nella  pagina  di 
rimpetto  si  fa  un  importante  lavoro  sul  testo,  che  citeremo  più 
sotto. 

Il  catalogo  cononiano,  così  detto  dal  papa  Conone.  a  cui  si 
estende,  ciò  stato  trasmesso  in  due  manoscritti,  nel  code.r  pari- 
sinus 2123  del  secolo  ìx,  in  cui  dopo  Conone  sono  semplicemente 
enumerati  i  nomi  dei  papi,  e  nel  codex  veronensis  lii,  50,  anche 
questo  del  secolo  ìx,  da  cui  fu  preso  il  catalogo  cononiano  pub- 


16  I.  Il  Liber  pontificali»  n.  5.  —  Redazioni.  Manoscritti. 


blicato  dal  Bianchini.  Questo  catalogo  fu  anche  adoperato  nella 
compilazione  d' una  cronaca  dei  Franchi,  composta  al  piii  tardi 
nell'anno  800  od  801  e  la  quale  comparve  stampata  nel  tredice- 
simo tomo  degli  Scriptores  dei  Monumenta  Germaniae  historica  l. 

5.  La  prima  e  la  seconda  redazione 
dei  primitivo  «  Liber  pontificalis.  »  Manoscritti. 

La  compilazione,  che  abbiamo  ora  della  prima  parte  del 
Liber  pontificalis,  non  è  l'originale.  Come  gli  atti  di  tanti  mar- 
tiri ebbero  ritoccamenti  e  correzioni,  e  come  la  cronaca  di  Pro- 
spero, la  summentovata  cronaca  de'  Franchi  e  la  compilazione  di 
Fredegario  2  furon  messi  in  circolazione  sotto  forma  di  diversi 
rimaneggiamenti  e  continuazioni,  così  anche  la  prima  parte  del 
Liber  pontificalis  non  molto  dopo  la  sua  nascita  soffrì  una  trasfor- 
mazione. Noi  possediamo  il  testo  dell'opera  non  più  nella  prima, 
ma  solo  nella  seconda  compilazione. 

Vero  è  che  tanto  il  catalogo  feliciano,  quanto  il  cononiano 
furon  cavati  dal  testo  della  prima  redazione.  Perciò  essi  ci  danno 
la  possibilità  di  far  congetture  sull'origine  prima  del  Liber  pon- 
tificalis. 

E  un  lavoro  di  molto  merito  quello,  a  cui  il  Duchesne  ha 
messo  mano  dopo  il  raffronto  dei  due  cataloghi  e  del  presente 
testo  del  Liber  pontificalis.  In  esso  egli  tenta  restituire  per  ap- 
prossimazione la  prima  forma  della  redazione  del  Liber  pontificalis. 

Il  riscontro,  che  l'occhio  in  questa  riunione  di  testi  e  di  mol- 
teplici esempi  può  fare  agevolmente,  ci  fornisce  anche  la  prova 
principale  per  la  suddetta  relazione  dei  due  cataloghi  col  Liber 
pontificalis.  Imperocché,  ove  essi  si  discostano  dal  presente 
Liber  pontificalis,  ivi  stesso  concordan  fra  loro  e  testificano  per 
conseguenza  l'esistenza  d'una  recensione  comune  deperdita  del 
Liber  pontificalis,  la  quale  era  differente  dalla  presente. 

Questa  recensione  vuole  essere  più  antica.  Giacché  1"  dove  il 
contenuto  del  Liber  pontificalis  è  stato  preso  da  fonti  storici,  noti 

1  Vedi  Waitz  nel  Neues  Archio  fì'ir  altere  deuische  Geschichtskunde  5,  475  ss.  e 
contro  lui  il  Duchesne  p.  r,vi 

2  Vuili  Kl'usch  nel  Ncucn  Archi  e  7,  42  i  ss. 


/  cataloghi  e  la  prima  redazione.  Waitz. 


17 


già  per  altre  vie,  ivi  i  cataloghi  concordano  più  coi  fonti  che  il 
Liber  pontificalis  e  ciò  è  reso  evidente,  p.  e.,  dal  confronto  con 
san  Girolamo  De  vìris  illustribus  e  cogli  scritti  apocrifi  del  tempo 
di  papa  Simmaco.  2"  11  presente  testo  del  Liber  pontificalis  ac- 
cenna indubbiamente  a  glosse  relative  ai  cataloghi,  le  quali  sue 
glosse  presuppongono  un  ritoccamento,  fatto  più  tardi.  3°  I  ca- 
taloghi seguono  ancora  il  computo  pasquale,  che  fece  Vittorio 
d'Aquitania,  almeno  non  gli  sono  niente  contrari,  laddove  il  Liber 
pontificalis  esclude  già  codesto  computo  e  s'attiene  a  quello  di 
Dionisio  il  Piccolo. 

E  degno  d'esser  notato  il  differente  carattere  dei  due  cata- 
loghi. Questo  deve  hen  considerarsi  nelle  conseguenze  che  si  de- 
ducono intorno  alla  prima  recensione  del  Liber  pontificalis. 

Il  catalogo  feliciano  nel  suo  lavoro,  inteso  ad  abbreviare,  ha 
un  andamento  meccanico,  appunto  perchè  egli  taglia  il  testo 
del  Liber  pontificalis,  non  lo  restringe  mutandolo  :  le  sue  frasi 
nel  loro  abbozzo,  che  spesso  è  tutto  proprio  e  difettoso,  fanno 
chiaramente  riapparire  e  scorgere  il  modello.  All'opposto  il  ca- 
talogo cononiano  nell' estrarre  le  notizie  dal  Liber  pontificalis  si 
serve  volentieri  di  locuzioni  e  di  frasi  più  succinte  e  naturalmente 
queste  ci  permettono  solo  una  debole  congettura  sulla  forma  del 
luogo  originale  del  testo  relativo. 

Sulla  relazione  dei  cataloghi  feliciano  e  cononiano  con  lo  scritto 
primitivo  del  Liber  pontificalis  il  Waitz,  che  preparava  l'edizione 
del  Liber  pontificalis  per  i  Monumenta  G.  H.,  ha  messo  fuori 
un'opinione  differente  da  quella  del  Duchesne.  Egli  trovò  il  comun 
fonte,  a  cui  i  due  cataloghi  ci  fecero  risalire,  troppo  difettoso 
per  essere  il  vero  e  proprio  Liber  pontificalis.  Anche  su  altre 
quistioni  vi  furono  diverse  e  molto  profittevoli  discussioni  fra  il 
Duchesne  ed  il  Waitz,  prima  che  fosse  pubblicata  l'edizione 
del  Duchesne.  Questi  enumera  alla  fine  della  prefazione  le  trat- 
tazioni fatte  dall'una  parte  e  dall'altra,  e  cita  in  pari  tempo 
una  trattazione  di  Lipsius  consecrata  ai  suoi  studi.  Le  sue  teorie 
in  queste  controversie  si  mantennero  in  guisa  da  reggere  alle 
prove ,  e  poco  tempo  dopo  la  morte  del  Waitz  fu  concesso 
dal  Krusch  persino  nel  N.  Archw,  XII,  236  che  il  Waitz  non 
potè  in  tutto  mantenere  il  suo  argomento  contro  i  tentativi 
di  restituzione  fatti  dal  Duchesne  per  mezzo  dei  due  cata- 


Grisar,  .inaitela  romana,  voi.  I. 


2 


18  I.  Il  Libèr  pontificalis  n.  3.  —  Redazioni.  Manoscritti. 


loghi  contro  la  sua  preferenza  del  code.r  lucanus  fondato  su  i 
medesimi. 

Imperocché  una  controversia  tra  il  Waitz  ed  il  Duchesne  si 
riferiva  anche  alla  quistione,  in  quale  manoscritto  il  testo  della 
seconda  recensione  del  Liber  pontificalis  fosse  meglio  guarentito. 
Questa  quistione  era  tanto  più  pratica  di  qualunque  altra,  in 
quanto  nelle  edizioni  disegnate  da  ambidue  Insognava  si  trattasse 
di  fare  appunto  la  pubblicazione  di  questa  seconda  recensione, 
che  sola  ci  è  pervenuta.  Il  Waitz  si  pensava  di  avere  il  miglior 
testo  nel  manoscritto  IV,  A.  8,  scoperto  in  Napoli  da  Pertz 
l'anno  1822.  Il  Duchesne  al  contrario  preferisce  decisamente  il 
code.r  lucanus  490,  che  attribuisce  al  secolo  vili,  anzi  lo  pone 
a  capo  dei  molti  manoscritti,  dei  quali  egli  s'  è  servito,  come 
quello  che  più  concordi  col  modello,  dal  quale  son  sorti  i  cata- 
loghi feliciano  e  cononiano  ;  al  codex  neapolitanus  egli  dà  invece 
minore  importanza,  come  mostra  il  seguente  specchietto  : 

Primo  gruppo  del  Duchesne  (A).  Principali  rappresentanti 
d'una  prima  e  grande  famiglia  di  manoscritti  con  proprietà  di 
testo  concordi  sono  il  lucanus  490,  laurentAanus  s.  Marci  604, 
parisinus  317,  hafniensis  1582,  vaticanus  5269,  vindobonensis  632. 

Il  lucanus,  che  in  origine  arrivava  a  papa  Costantino  nel  715, 
di  cui  ho  avuto  occasione  di  servirmi,  cimelio  dell'antica  e  ricca 
biblioteca  del  capitolo  di  Lucca,  deve  certamente  appartenere 
all'ottavo  secolo  !.  È  un  codice  di  miscellanee.  Una  breve  parte 
di  esso,  cioè  la  poesia  encomiastica  su  Gregorio  I,  che  comincia 
«  Gregorius  presul  meritis  et  nomine  dignus,  »  l' ho  pubblicata 
poco  tempo  fa  2.  I  primi  quattro  quaderni  del  codice  sono  scritti  in 
lettere  minuscole  e  verosimilmente  prima  eran  separati.  La  parte 
seguente  del  manoscritto  contiene  una  mescolanza  di  caratteri 
minuscolo  ed  onciale,  ma  l'ultimo  vi  predomina.  Ora  le  lettere 
onciali  erano  adoperate  ancora  nel  secolo  ix  e  x  in  iscritti  li- 
turgici od  altri  che  si  dovean  presentare  in  forma  solenne.  Per- 
tanto il  codex  lucanus  non  appartiene  a  questa  sorta  di  produ- 
zioni. Del  resto  si  veggano  rispetto  all'età  i  facsimili  che  il  Duchesne 
dà  di  questo  e  di  altri  manoscritti. 

1  Vedi  Bethmann  in  krchiv  fur  alt.  deutsche  Gesch.  12,705;  Ewald  in  N.  Archiv  3,  342. 
1  Zeitschrifl  f.  halholische  Theol.  14  (1890)  555. 


Manoscritti.  Fonti. 


19 


Secondo  gruppo  (B).  Due  altre  famiglie  colle  loro  comuni 
anomalie  di  testo  si  fondano  sopra  un  manoscritto,  che  sorse 
poco  dopo  la  morte  di  Stefano  II  (757);  delle  quali  famiglie  l'una 
possiede  continuazioni  dopo  il  tempo  di  Stefano,  l'altra  ne  manca. 
Principali  rappresentanti  della  prima  classe  sono,  secondo  il  Du- 
chesne,  il  coloniensis  1(34,  il  parìsinus  13729  e  il  vossianus  41; 
parimenti  della  seconda  classe  sono  il  brusoellensis  8380  e  il  vin- 
dobonensis  473.  11  summentovato  codeoc  neapolitanus  ed  il  tauri- 
nensis  F.  IV,  18  si  assomigliano  come  frammenti  antichi  ed  im- 
portanti al  presente  gruppo  o  al  seguente. 

Un  terzo  gruppo  (C)  ha  per  rappresentanti  principali  i  seguenti 
codici:  il  vossianus  60,  il  guelferbytanus  10,  11,  il  bernensis  408 
ed  il  parìsinus  5140. 

Fra  questi  gruppi  il  Duchesne  discute  non  meno  d'un  50  ma- 
noscritti. Ho  nominato  solamente  quelli  eh'  egli  preferisce  per  la 
restituzione  del  testo.  Ma  egli  aggiunge  due  altri  gruppi  coi  ti- 
toli «  manoscritti  misti  »  e  «  estratti  »  sotto  i  quali  riunisce  di 
nuovo  un  considerevole  numero  di  manoscritti. 

6.  Proprietà  del  «  Liber  pontifìcalis.  » 
specialmente  rispetto  al  suo  uso  dei  fonti. 

In  quanto  all'uso  delle  fonti  può  prima  di  tutto  interessare 
il  lettore  ecclesiastico  la  questione  sul  senso  e  l'origine  dei  dati 
intorno  alle  consecrazioni  fatte  dai  papi,  dati  che  si  trovano  anche 
nei  cataloghi  feliciano  e  cononiano.  Questi  dati  contengono  per 
lo  più  il  tempo,  il  luogo  e  il  numero  delle  consecrazioni  e  dei 
consecrati.  Riguardo  al  tempo  è  assegnato  per  tutte  le  ordina- 
zioni sino  al  papa  Ilaro  il  mese  di  dicembre  (cioè  il  sabato 
delle  quattro  tempora  in  dicembre),  il  che  risponde  all'uso  della 
chiesa  antica.  Presso  Ilaro  troviamo  ancora:  Hic  fecit  ordina- 
tionem  imam  in  urbe  Roma  per  mens.  Decemb.  presbiteros  XXV 
diaconos  VI  ;  episcopos  per  diversa  loca  XXII.  Ma  presso  il  suo 
successore  Simplicio  appare  il  mese  di  febbraio  allato  al  mese 
di  dicembre  e  d'allora  in  poi  si  veggono  generalmente  avvicen- 
darsi i  tempi  delle  ordinazioni  che  sono  anche  adesso  in  uso. 


20  I.  Il  Liber  pontiflcalis  n.  6.  —  Ordinazioni  a  Roma. 

Si  noti  che  l'indicazione  del  tempo  (come  anche  del  luogo) 
non  è  da  riferirsi  ai  vescovi,  i  cui  gruppi  sono  sempre  annove- 
rati ultimi  fra  i  consecrati,  poiché  i  vescovi  potevano  essere  con- 
secrati  ogni  domenica.  Inoltre  l' indicazione  del  luogo  in  urbe 
Roma  di  regola  è  da  supplire  tacitamente  dappertutto,  ove  manchi, 
per  i  sacerdoti  ed  i  diaconi;  questa  forinola  dice  eh'  essi  sono  con- 
secrati nella  città  di  Roma  pel  servizio  ecclesiastico.  Al  contrario 
i  vescovi  son  sempre  consecrati  per  diversa  loca,  cioè  per  occu- 
pare le  differenti  sedi  vescovili  fuori  di  Roma,  ordinariamente 
in  Italia  nel  dominio  della  metropoli  romana. 

Il  papa  Ilaro  (per  non  dipartirci  dall'esempio  arrecato)  fece  una 
unica  ordinazione,  con  cui  dovea  compiersi  il  numero  del  clero 
romano,  e,  poiché  egli  governò  un  po'  più  di  sei  anni,  il  numero 
di  25  presbiteri  e  6  diaconi,  la  cui  consecrazione  gli  viene  attri- 
buita, può  ammettersi;  fra  le  ordinazioni  di  vescovi  che  diconsi 
anch'  esse  fatte  da  lui  e  montano  al  gran  numero,  relativamente, 
di  22,  possono  esservi  state  ordinazioni  di  tali,  che  furono  spediti 
a  reggere  lontane  diocesi. 

Presuppongo  nel  citato  esempio  che  i  numeri  siano  esatti. 
Ciò  nondimeno,  benché  tali  numeri  sullo  scorcio  del  secolo  v  e 
sicuramente  al  principio  del  vi  possono  ritenersi  per  esatti,  pure 
nel  tempo  anteriore  la  certezza  e  la  sicurezza  della  loro  esat- 
tezza, quanto  alle  ordinazioni  e  molto  più  agli  ordinati,  è  più  che 
dubbia.  Non  già  ch'essi  perdono  la  loro  autorità  ed  autenticità 
solo  per  eventuale  divergenza  dei  manoscritti,  ma  per  gli  evidenti 
errori,  che  vengon  fuori  nell'accreditato  testo  dell'autore. 

Giova  qui  recare  alcuni  esempi.  Lucio  e  Sisto  II  nel  loro 
breve  pontificato  non  videro  che  un  solo  dicembre,  e  tuttavia  il 
Liber  pontiflcalis  fa  loro  tenere  le  ordinazioni  in  due  mesi  di 
dicembre  ;  cioè  assegnò  per  isbaglio  o  arbitrio  a  Lucio  tre  anni, 
tre  mesi  e  tre  giorni  di  governo,  ed  a  Sisto  un  anno,  due  mesi  e 
ventitré  giorni;  così  finalmente  credè  di  dovere  accrescere  anche 
le  ordinazioni. 

I  papi  Eusebio  e  Marco  ne'  loro  molto  brevi  pontificati  non 
videro  verun  dicembre;  ciò  nonostante  nel  Liber  pontiflcalis  il 
primo  riceve  un  governo  di  sei  anni,  un  mese  e  tre  giorni,  e 
cosi  può  fare  l'ordinazione  almeno  una  volta  in  dicembre  ;  il  se- 
condo ottiene  due  anni,  otto  mesi  e  venti  dì  con  due  ordinazioni 


Uso  dei  fonti. 


21 


in  dicembre.  Non  si  fa  all'autore  nessun  torto,  rispetto  alla  li- 
bertà di  moto  da  lui  altre  volte  pretesa,  col  dire  eh'  egli  ha  ar- 
bitrariamente compartito  i  numeri  delle  ordinazioni  secondo  il 
tempo  di  governo  da  lui  scelto  ed  esposto. 

Sicuramente  sin  dal  principio  fu  steso  in  Roma  un  catalogo 
autentico  delle  ordinazioni  da  parte  degli  officiali  ecclesiastici  ; 
ma  che  questo  si  conservasse  ancora  al  tempo  della  prima  com- 
pilazione del  Liber  pontificalis,  anche  solo  in  forma  di  copie, 
non  è  verosimile  ;  e,  quand'  anche  si  avesse  potuto  trovarlo,  pure 
la  trascuratezza,  colla  quale  il  compilatore  trasanda  i  documenti 
romani,  che  sicuramente  esistevano,  ci  autorizza  a  credere  che 
egli  fu  parimente  trasandato  nelle  liste  delle  ordinazioni. 

Genuini  documenti  scritti  della  chiesa  romana  trovansi  più 
spesso  addotti  nelle  continuazioni  del  Liber  ponti ficalis.  Ma  non 
si  può  dire  eh'  esse  abbiano  tratto  utile  da  una  ricerca  della  cor- 
rispondenza pontifìcia,  degli  atti  di  concilii  o  di  altri  documenti 
dell'archivio  lateranense. 

Non  è  il  contenuto  di  documenti,  ma  bensì  la  vita  della  chiesa 
manifestatesi  al  di  fuori,  che  in  generale  sì  fedelmente  si  riflette 
nelle  Vitae,  le  quali  a  poco  a  poco  vennero  crescendo.  In  ciò 
consiste  l' importanza  ed  il  merito  storico  del  Liber  ponti  ficalis, 
ma  non  nelle  comunicazioni  prese  dai  documenti  o  dagli  scritti 
di  antichi  autori. 

Se  p.  e.  (per  prendere  alla  ventura  due  racconti,  l'uno  di 
soggetto  ristretto,  l'altro  di  più  ampio)  se  contro  Conone  mal- 
grado la  sua  veneranda  canities  ed  il  suo  aspectus  angelicus  si 
muove  querela,  perchè,  ingannato  da  scaltri  consiglieri,  aveva 
in  antipathia  ecclesiasticorum  posto  ad  amministrare  il  patri- 
monio di  s.  Pietro  in  Sicilia,  un  indegno  diacono  della  chiesa 
di  Siracusa  e  gli  aveva  concesso  l' uso  di  una  certa  sorta  di 
gualdrappa  nelle  funzioni  liturgiche  (sed  et  mappulum  ad  caballi- 
candum  uti  licentiam  ex  concessit),  -  se  inoltre  il  successore  di  Co- 
none,  il  papa  Sergio,  ci  viene  rappresentato  come  colui  che  si 
vede  in  Roma  costretto  dall'esarca  imperiale  di  Ravenna,  Gio- 
vanni Platys,  ad  ingiustissimo  pagamento  di  denaro  sino  a  dover 
impegnare  gli  ornati  della  sepoltura  di  san  Pietro,  come  colui  che 
si  oppone  sino  al  pericolo  della  propria  vita  al  concilio  frullano, 
favorito  dall'  imperatore,  e  finalmente  viene  liberato  per  mezzo 


22 


I.  Il  Liber  pontifìcalis  n.  6.  —  Fonti.  Fondazioni. 


dell'esercito  ravennatese  dal  suo  oppressore,  il  bizantino  spataro 
Zaccaria,  rifuggitosi  nel  Laterano  sotto  il  letto  del  papa  -  questi 
racconti,  dico,  sono  affatto  caratteristici  per  la  cerchia  delle  nar- 
razioni, in  cui  il  Liber  pontifìcalis  si  muove  nelle  sue  continua- 
zioni. Il  molto,  ch'esso  mette  fuori  in  cose  piccole  sugli  uffizi 
della  curia,  il  cerimoniale  del  papa,  la  limosina,  i  movimenti 
elettorali  e  simili  altre  cose  interne  della  chiesa  romana,  non 
lascia  nulla  a  desiderare  quanto  a  sicurezza. 

Però  è  a  dire,  ch'esso  dispiega  una  gran  dovizia  di  notizie 
certissime  nelle  enumerazioni,  delle  quali  abbiamo  già  fatto  men- 
zione sopra,  sulle  fondazioni,  donazioni  e  fabbriche  dei  papi.  In 
questa  materia  l'autorità  e  credibilità  del  libro  si  estende  anche 
al  tempo  prima  delle  continuazioni  a  cagione  dell'  uso  fatto  delle 
liste  del  vestiariato. 

La  lista  dei  territori  legati  dall'imperatore  Costantino  alla 
basilica  di  san  Pietro  conduce  il  lettore,  con  ogni  più  minuta  par- 
ticolarità di  nomi  quanto  ai  beni  immobili,  fino  ad  Antiochia  e  ad 
Alessandria;  la  lista  poi  delle  donazioni  imperiali  alla  basilica  di 
san  Paolo  lo  mena  sino  alla  contrada  di  Tarso.  Senza  dubbio  que- 
st'  ultimo  luogo,  e  ciò  sia  notato  per  incidenza,  era  prescelto  da 
Costantino  nelle  sue  donazioni  per  la  sua  relazione  a  questo 
apostolo,  come  anche  Antiochia  ed  Alessandria  per  le  loro  rela- 
zioni alla  storia  di  s.  Pietro  potevano  essere  state  preferite  fra 
le  donazioni  al  principe  degli  apostoli.  GÌ' inventarli  del  Liber 
pontifìcalis,  tanto  de'  beni  immobili,  quanto  de'  beni  mobili  ed  or- 
namenti donati  alle  chiese,  hanno  un  riscontro  nella  Tabula  cor- 
nutiana  dell'anno  471  '. 

Quanto  alle  fabbriche  ed  ai  ristauramenti  delle  basiliche  ro- 
mane, i  dati  del  Liber  pontifìcalis  non  sono  punto  completi  ;  tut- 
tavia tutto  ciò  ch'esso  ci  comunica,  vien  per  lo  più  confermato 
dalle  nuove  indagini  e  scoperte  archeologiche. 

Però  bisogna  guardarsi  bene  dal  dare  special  peso  alle  no- 
tizie, sparse  nelle  biografie  degli  antichi  papi  prima  del  secolo  vi, 
sullo  svolgimento  della  disciplina  ecclesiastica  interna.  Le  pro- 
posizioni, che  spesso  occorrono  nella  forma  Hic  constituit  ecc.  sono 
molto  fallaci.  Esse  forniscono  molte  volte  solo  materiali,  che  il 

1  Presso  il  Duchesne  Liber  pont.  I,  p.  cxlvi;  già  prima  stampato  fra  gli  altri  dal 
Bianchini,  Anastas.  Bibliot.  (Liber  pont.)  voi.  3,  p.  xxxi.  (Migne  P.  L.  t.  127-129). 


Constituta.  —  Scritti  apocrifi. 


23 


compilatore  ha  preso  da  fonti  apocrifi.  Così,  a  mo'  d'  esempio,  i 
suoi  decreti  del  papa  Silvestro  derivano  dall'apocrifo  Constitutum 
Silvestri.  Così  egli  s'è  servito  del  sinodo  apocrifo  dei  275  ve- 
scovi sotto  Silvestro  per  compartire  senz'  altro  una  quantità  dei 
loro  decreti  disciplinari  fra  i  papi  Evaristo,  Zefìrino,  Silvestro, 
Siricio  e  Bonifacio  I. 

In  generale  i  falsi  documenti,  sorti  nelle  agitazioni  sotto  Sim- 
maco e  nominatamente  raggruppati  intorno  all'istoria  di  Silvestro, 
formano  una  miniera  troppo  ricca  pel  materiale  del  primo  com- 
pilatore del  Liber  pontifìcalis. 

Oltre  il  Constitutum  Silvestri  ed  il  concilio  dei  275  vescovi, 
gli  fornisce  materia  la  Vita  Silvestri  apocrifa  per  il  creduto 
battesimo  di  Costantino  in  Roma  dopo  la  fuga  ed  il  soggiorno 
del  papa  sul  Soratte,  e  per  la  liberazione  dell'imperatore  dalla 
lebbra;  inoltre  i  tre  scritti  non  genuini,  per  mezzo  dei  quali  il 
Constitutum  è  messo  in  relazione  col  concilio  niceno,  gli  ser- 
vono almeno  per  la  notizia  della  condanna  fatta  di  Ario,  Sa- 
bellio  e  Fotino  a  Nicea;  finalmente  le  Gesta  Liberii  per  l'istoria 
dei  papi  Giulio,  Liberio  e  Felice  II,  e  le  Gesta  Xysti  III  per 
l' istoria  di  questo  papa. 

Al  contrario  le  false  Gesta  Polychronii  rimasero  fuori  del  suo 
tema  ed  anche  pare,  non  si  sia  servito  dell'ultimo  scritto  che  ci 
rimane  a  nominare  di  quel  ciclo  apocrifo,  le  Gesta  Marcellini  o 
De  synodo  Sinuessana.  Anzi  egli  narra  la  caduta  di  Marcellino, 
a  quanto  pare,  secondo  i  racconti,  che  fecero  il  corso  nella  tra- 
dizione. Quanto  al  cosidetto  concilio  di  Suessa  ed  alla  sua  sup- 
posta proposizione  Prima  sedes  a  nemine  iudicatur,  V  autore  si 
getta  tutto,  come  suol  dirsi,  dietro  le  spalle,  e  ciò  è  una  prova, 
che  a  torto  gli  fu  rinfacciato  dal  Dòllinger  ed  altri  l' aver  usato 
ed  accreditato  delle  «  finzioni  in  favore  del  papato.  » 

Del  resto  da  quell'  ingenua  franchezza,  eh'  egli  palesa  nell'ado- 
perare  tutto  il  detto  materiale,  e  dalle  isolate  contradizioni  contro 
il  medesimo,  è  mestieri  tirare  la  conseguenza,  ch'egli  non  avea 
già  l'intenzione  d'attribuire  agli  scritti  apocrifi  la  più  alta  autorità. 

Come  chiusa  a  queste  notizie,  facciamo  anche  un'osservazione 
sulle  date  della  prima  parte  del  Liber  pontifìcalis  riguardo  al 
luogo  della  sepoltura,  al  dì  della  morte  ed  alla  durata  del  go- 
verno dei  papi. 


24  I.  Il  Liber  pontificali?  n.  6.  —  Deposizioni  dei  papi. 


I  dati  sul  luogo  della  deposizione,  dove  si  possono  riscon- 
trare, reggono  per  lo  più  alla  prova;  la  moderna  archeologia 
gli  conferma,  fatte  poche  eccezioni.  In  ciò  i  fonti  per  l'autore  eran 
quasi  sempre  i  pubblici  monumenti. 

Per  i  sepolcri  dei  papi  del  primo  e  secondo  secolo  noi  siamo 
informati  solamente  dalle  sue  comunicazioni,  secondo  le  quali 
ciascun  papa  fu  sepolto  iuxta  corpus  sancti  Petri,  dunque  nel 
Vaticano.  Questa  notizia  è  affatto  credibile,  benché  forse  Fautore 
non  potè  più  vedere  i  rispettivi  monumenti. 

All'opposto  i  dì  della  morte,  che  v'appone  il  Liber  ponti fi- 
calis,  sono  per  tutto  il  tempo  prima  di  Gelasio  (j-  496)  molto 
incerti;  in  molti  casi  essi  son  confutati  dai  dati  certi  del  mar- 
tirologio geronimiano.  Non  si  può  neppure  stabilire  verun  fonte, 
a  cui  si  sia  attenuto  l'autore  per  i  dì  della  morte  dei  papi  nei 
primi  due  secoli. 

Anche  i  computi  della  durata  del  governo  si  palesano  alla 
prova  bisognevoli  di  revisione.  Fu  detto  sopra,  che  il  Liber 
pontificalis  sino  a  un  certo  grado  s'  è  servito  del  catalogo  libe- 
riano. Ora  rispetto  alla  durata  del  pontificato  è  da  aggiungere, 
che  l'ha  lasciato  affatto.  Esso  si  attiene  piuttosto  in  generale  a 
quei  dati,  che  trovò  nelle  liste  dei  Papi  del  quinto  secolo,  cor- 
redate di  anni,  dì  e  mesi 

Finora  se  ne  conoscono  nove  1  di  tali  liste,  ed  offrono  se- 
condo la  divisione  del  Duchesne  due  tipi:  divisione,  che  si  fonda 
sulla  generale  concordanza  di  alcune,  non  ostante  certe  diver- 
genze. Il  primo  tipo  è  rappresentato  dalle  liste  di  Arras,  Corvey  I, 
Chieti,  Reims  e  Laon  ;  il  secondo  da  quelle  di  Colonia,  Albi, 
Corvey  II  e  dalla  lista  di  Fredegario.  Il  Duchesne  fa  merita- 
mente notare,  che  il  Liber  pontificalis  prende  sempre  le  date 
concordanti  di  queste  liste,  e  che  ove  poi  sia  divario  fra  loro, 
si  attiene  al  secondo  tipo.  Poiché  l'autenticità  di  queste  liste, 
come  anche  del  catalogo  liberiano,  per  la  durata  del  pontificato 
è  solamente  relativa,  e  poiché  come  loro  fonte  possono  essere 
indicati  con  sicurezza  solamente  Ippolito  ed  i  numeri  dell'  istoria 
ecclesiastica  d'Eusebio  nella  cronaca  di  s.  Girolamo,  con  ciò  s'è 
aperto  un  vasto  campo  alla  critica  revisione. 

1  Duchesne  Liber  poni.  1,  13  ss. 


Cataloghi  dei  papi. 


25 


Questa  revisione  ha  da  prendere  in  considerazione  ancora  due 
altre  tradizioni  di  numeri,  cioè  primieramente  gli  anni,  i  mesi 
ed  i  dì  iscritti  nelle  antiche  immagini  dei  papi  della  basilica  di 
san  Paolo  presso  Roma  (ora  conservate  in  parte  nel  monastero  ivi 
stesso),  i  quali  sono  una  combinazione  insieme  del  catalogo  li- 
beriano e  del  Libar  pontifìcalis,  combinazione,  che  anche  fu  rice- 
vuta in  parecchi  manoscritti  del  Liber  pontifìcalis  ;  ed  in  secondo 
luogo  il  catalogo  cononiano,  il  quale  nei  divarii  dal  Liber  ponti- 
fìcalis mostra  un  influsso  del  catalogo  liberiano  ed  in  pari  tempo 
del  primo  tipo  delle  liste  del  quinto  secolo,  delle  quali  abbiamo 
parlato  sopra. 


IL 


SULLE  COLLEZIONI  STAMPATE  D'ANTICHE  LETTERE 

DEI  PAPI. 

1.  Il  Bollarlo  Romano. 

Riserbandoci  di  trattare  in  altro  luogo  della  cancelleria  pon- 
tificia, dello  scomparso  archivio  lateranense  e  della  tradizione  dei 
manoscritti  delle  antiche  lettere  papali,  vogliamo  nel  presente 
trattato  dare  uno  sguardo  solamente  alle  pubblicazioni  più  im- 
portanti, ove  racchiudonsi  i  documenti  dei  papi  dei  tempi  an- 
tichi, e  quindi  qualificarle. 

Prima  di  tutto  è  da  considerare  il  così  detto  bollano  romano. 

Questo  ha  fra  tutte  le  rispettive  pubblicazioni  il  più  vasto 
piano.  I  poco  intelligenti  hanno  ordinariamente  del  suo  contenuto 
e  della  sua  dovizia  idee  molto  grandiose.  I  titoli  che  recano  in 
fronte  le  sue  differenti  edizioni,  come  p.  e.  bidlarìum  locupletis- 
simum,  absolutissimum  o  accuratissimum  son  proprio  fatti  per 
confermare  tale  aspettazione.  Quanto  ad  essi  risponda  la  verità, 
si  mostrerà  più  sotto. 

Sin  dall'anno  1550  furon  fatti  sforzi  per  pubblicare  più  ampie 
raccolte  di  bolle.  Queste  dovean  innanzi  tutto  avere  quelle  costi- 
tuzioni o  lettere  apostoliche  dei  papi,  che  non  erano  state  ac- 
colte nelle  collezioni  già  finite  del  diritto.  Il  primo  e  vero  Bul- 
larium  Romanum  era  frattanto  fornito  per  disposizione  del  papa 
Sisto  V  dal  giurisperito  romano  Laerzio  Cherubini  nell'anno  1586. 
La  sua  raccolta  venne  alla  luce  in  Roma  e  recava  in  un  tomo 
in  foglio  922  lettere  apostoliche  da  Leone  I  sino  a  Sisto  V.  Una 
nuova  edizione,  accresciuta  di  molto,  fu  pubblicata  dal  mede- 
simo editore  in  Roma  nell'anno  1617.  Dopo  la  sua  morte  si 


28 


II.  Lettere  dei  papi  n.  1.  —  Bullarium  rom. 


incaricò  dell'opera  il  suo  figlio  Angelo  Maria  Cherubini,  bene- 
dettino di  Montecassino  ;  egli  la  fe'  ripubblicare  con  continuazioni 
e  supplementi  in  quattro  volumi  in  foglio  nel  1643.  Come  parti 
di  questa  edizione  furon  divulgate  in  Roma  negli  anni  1672  e 
1699  le  continuazioni  per  gli  altri  pontificati  del  secolo  xvn. 

Una  nuova  ed  intiera  edizione  del  Bullarium  Romanum  seguì 
poi  in  Lussemburgo  l'anno  1727  di  otto  volumi  in  foglio.  Questa 
edizione,  molto  diffusa,  si  estese  con  supplementi  e  continuazioni 
sino  all'anno  1758  e  s'accrebbe  d'altri  undici  volumi.  V'è  un'altra 
edizione  furtiva,  che  comparve  sin  dal  1742  ed  è  d'ugual  numero 
di  volumi. 

Frattanto  fu  impresa  di  nuovo  a  fare  l'edizione  romana  in 
Roma  stessa.  Carlo  Cocquelines  s' impegnò  di  oltrepassare  di  gran 
lunga  il  «  bollano  meschino  e  pieno  di  lacune  »  di  Angelo  Maria 
Cherubini  e  dei  suoi  continuatori  e  condurre  a  termine  l'arse- 
nale più  completo  che  mai  fosse  possibile  delle  lettere  aposto- 
liche. Il  suo  bollario,  che  arriva  a  Benedetto  XIV,  venne  in  luce 
negli  anni  1739-1744  ed  i  primi  cinque  tomi  recano  il  titolo: 
Bullarum,  privilegiorum  ac  diplomatimi  Bomanorum  ponti ficum 
amplissima  collectio.  Invece  le  nove  seguenti  han  quest'altro  ti- 
tolo: Bullarium  Romanum,  seu  novissima  et  accuratissima  col- 
lectio apostoli  carimi  constitutionum,  eoo  authographis,  qxae  in  se- 
cretiori  vaticano  aliisque  sedis  apostolicae  scriniis  asservantur.  La 
parte,  che  propriamente  toccò  al  Cocquelines  in  quest'opera,  pare 
si  estendesse  solo  ai  primi  cinque  volumi  e  ad  una  parte  del  sesto, 
cioè  sino  agli  atti  del  governo  di  Urbano  VIII  (1623-1644). 

Da  quest'ultimo  dato  si  vede  anche  che  in  questa  collezione 
s'è  tuttavia  avuta  molto  minor  cura  degli  antichi  tempi  del  pa- 
pato che  dei  moderni.  Nel  sesto  dei  quattordici  volumi  si  è  già 
nel  secolo  xvn. 

Solamente  i  due  primi  volumi  sono  per  noi  di  speciale  consi- 
derazione; essi  arrivano  fino  a  Gregorio  VIII  (1187).  Ora  il  Che- 
rubini ci  avea  offerto  per  tutto  il  tempo,  che  precede  questo  papa, 
solo  trentadue  documenti.  Il  Cocquelines  invece  ce  ne  reca  al- 
meno un  mille.  Ma  che  cosa  vuol  mai  significare  questo  piccolo 
numero,  quando  qui  è  quistione  di  compimento  ?  Pure  al  presente 
conosciamo  tra  15000  e  16000  documenti  de'  papi  fino  a  Gre- 
gorio VIII  ! 


Cherubini.  Cocquelines.  —  Edilio  iaurinemis. 


29 


L' idea  di  compire  una  siffatta  opera  del  Cocquelines,  special- 
mente pel  tempo  antico,  fu  accolta  in  Torino  l'anno  1857.  In 
questa  città,  e  ad  un  tempo  in  Roma,  si  sollecitò  di  colorire  tal 
disegno  con  molta  attività  e  con  mezzi  in  apparenza  efficaci. 
E  stato  certo  tràffico  destino,  che  malgrado  ciò  la  nuova  edizione 
abbia  appena  superata  quella  del  Cocquelines;  e  si  può  credere 
che  v'ebbero  colpa  non  solo  le  pubbliche  e  sfavorevoli  condizioni 
d' Italia,  ma  anche  la  mancanza  di  perspicacia  e  di  direzione  scien- 
tifica nella  stessa  impresa. 

Maurizio  Marocco,  sacerdote  torinese,  quegli  che  tradusse  in 
italiano  la  piccola  istoria  su  i  papi,  d'Arnaud,  fu  prima  a  capo 
del  lavoro,  poi  Luigi  Tomassetti,  il  quale  sul  titolo  del  nuovo 
bollano  è  nominato.  Secondo  il  disegno  degli  editori  il  bollano 
torinese  dovea  avere  tutti  i  documenti  dei  papi,  che  mai  si  po- 
tessero rinvenire,  non  pure  negli  archivi  romani,  ma  anche  negli 
archivi  ecclesiastici  e  profani  di  tutte  le  diocesi  del  mondo  cri- 
stiano !  Avean  per  ventura  i  direttori  perspicacità  e  occhio  da 
misurare  con  uno  sguardo  le  colossali  dimensioni  del  materiale? 
E'  sembra  che  no.  I  Rerjistres  de  V Ecole  de  Rome,  i  regesti  su 
Leone  X  del  cardinal  Hergenròther  ed  i  27000  documenti  pon- 
tificii presso  il  Potthast  quasi  esclusivamente  appartenenti  al 
secolo  xiii  e  presi  da  opere  stampate,  possono  bene  in  oggi 
ammaestrarli  sul  numero  dei  documenti  papali  conservati  del 
medio  evo  e  dello  scorcio  del  medesimo.  Inoltre  neWeditio  tau- 
rinensis  si  voleva  porre  la  tragrande  giunta,  che  dovea  risul- 
tare per  tutto  il  tempo  già  abbracciato  dal  Cocquelines,  in  una 
«  appendice,  »  benché  una  siffatta  appendice  avrebbe  oltrepas- 
sato di  molto  il  corpo  stesso  del  bollano.  Ma  poiché  qualche 
cosa  bisognava  pur  fosse  mandata  fuori  presto,  si  decise  di  co- 
minciare con  una  ristampa  del  Cocquelines. 

L'istoria  di  quest'impresa  offre  particolarità  istruttive.  Oltre 
la  società  dei  torinesi,  che  si  sarebbero  consecrati  all'opera,  vi 
era,  stando  alle  prefazioni,  anche  un  colìegium  theologorum  et  ca- 
nonistarum  romano  tutto  intento  a  prestarvi  la  sua  operosità. 
I  promotori  della  pubblicazione  ottennero  da  Pio  IX  la  nomina 
del  cardinale  Francesco  Claude  a  protettore.  Spinsero  la  cosa 
a  tal  segno  che  il  primo  dicembre  dell'anno  1857  fu  spedita  let- 
tera per  mezzo  delle  nunziature  a  tutti  i  vescovi  colla  domanda 


i 


30 


II.  Lettere  dei  papi  n.  1.  —  Bullarium  rom. 


di  far  copiare  nelle  loro  diocesi  le  bolle  papali.  Anzi  il  car- 
dinal Gaude  il  7  luglio  del  1859  notificò  a  tutti  i  vescovi  a 
nome  del  papa,  che,  se  un  canonico  del  capitolo  di  cattedrale  o 
collegiata  volesse  sottomettersi  alla  fatica  di  ricercare  e  trascri- 
vere quei  documenti,  poteva  esser  dispensato  dall'assistenza  al 
coro  senza  perdita  degli  emolumenti  ;  giacché  il  tempo  del  suo  la- 
voro poteva  validamente  computarsi  uguale  alle  ore  del  coro. 
Non  è  da  meravigliare  se  fu  raccolto  moltissimo  materiale;  si 
trattava,  leggevasi,  di  10,000  e  più  documenti;  può  essere  che  la 
maggior  parte  provenissero  da  Roma  stessa,  ed  io  credo  princi- 
palmente dai  volumi  dei  registri  dell'archivio  vaticano;  sull'età 
di  quei  documenti  non  si  diceva  nulla  di  certo. 

Dopo  tante  e  sì  grandi  fatiche  fu  divulgata  solamente  la  ri- 
stampa del  bollano  di  Cocquelines  in  23  volumi  in-4,  e  (1867) 
un  solo  mezzo  volume  della  divisata  appendice.  L'anno  1872 
l' impresa  s' arenò. 

Son  forse  queste  edizioni  accurate? 

La  ristampa  dell'antico  bollano  ha  solo  pochissime  correzioni. 
E  quasi  semplice  lavoro  di  proto  ed  anche  questo  non  è  scevro 
da  errori  di  stampa;  non  di  rado  sbagli  grossolani  recano  noia 
e  disordine.  Solamente  i  registri  han  fatto  qualche  progresso  ;  nel 
resto  siamo  allo  status  quo  ante. 

Inoltre  in  questo  bollano  le  parti  antiche  brulicano  di  docu- 
menti inutili  od  anche  non  genuini. 

Così  Pelagio  II  v'  è  rappresentato  con  due  lettere,  una,  che 
risguarda  l'erezione  di  Grado  a  sede  metropolitana  della  Venezia 
e  dell'  Istria,  ed  un'altra  diretta  a  Paolo  d'Aquileia  sul  chiostro 
di  santa  Maria  ad  Organum  di  Verona.  Tutte  e  due  sono  ricono- 
sciute per  spurie,  e  ciò  non  v'  è  notato.  All'opposto  sono  trala- 
sciate affatto  le  magnifiche  lettere  di  Pelagio  II,  ugualmente  im- 
portanti pel  domina  e  per  l' istoria,  che  egli  spedì  contro  gli 
scismatici  d' Istria. 

Giovanni  IV  è  parimenti  provveduto  di  due  documenti,  cioè 
di  privilegi  per  un  monistero  di  monache  nelle  Gallie  e  per  l'ab- 
bazia di  Luxeuil.  L'uno  e  l'altro  son  pura  falsità  ed  ivi  non  se 
ne  dice  nulla.  Indarno  vi  si  cercano  in  iscambio  d'esse  presso 
Giovanni  IV  le  sue  forti  ed  istruttive  lettere  contro  i  Mono- 
teliti. 


I 


Edilio  taurinensis.  31 


Per  questa  via  si  continua  pur  troppo  ad  andare.  Tra  le  19  let- 
tere, che  il  bollano  prende  dalla  massa  delle  note  lettere  di  Gre- 
gorio Magno,  io  ne  ho  notate  tre  spurie,  e  quelle  che  sono  ge- 
nuine, son  quasi  tutte  si  poco  rilevanti  che  non  si  capisce  come 
mai  sieno  state  trascelte.  Le  falsificazioni  di  Lorch  fanno  la  loro 
comparsa  nel  bollano,  senza  che  loro  si  faccia  opposizione  ve- 
runa; sono  nel  primo  tomo  pp.  282,  405,  441  ecc. 

Ci  saremmo  aspettati  alcunché  di  più  dall'appendice  dell'edi- 
zione torinese  del  bollano,  poiché  essa  dovea  pur  recare  qualche 
cosa  di  nuovo  degli  antichi  pontificati.  Ma  anche  qui  si  è  dis- 
illusi. 

L'appendice  è  consecrata  quasi  per  metà  al  pontificato  di 
Leone  I,  col  quale  comincia,  e  va  sino  a  Silverio  (536-537)  in- 
clusivamente.  Le  due  lettere  stampate  di  quest'  ultimo  non  pure 
sono  vaiale  dubiae  (come  si  dice  a  pagina  525),  ma  di  ricono- 
sciuta falsità.  Al  contrario  le  lettere  di  Leone  vengono  ristam- 
pate secondo  l'edizione  dei  fratelli  Ballerini,  servendosi  anche  di 
quella  del  Cacciari  :  perciò  sono  raccolte  in  un  buono  esemplare 
di  stampa.  Ma  la  collezione  delle  lettere,  che  sono  dei  pontificati 
tra  Leone  e  Silverio,  mancano  e  di  compimento  e  di  sceveramento; 
esse  furon,  per  quanto  s'attiene  alla  critica  dei  testi,  superate 
di  gran  lunga  per  il  tempo,  che  corre  da  Leone  I  sino  ad  Or- 
misda inclusive,  dalle  Epistolae  Romanorum  ponti ficum  genui- 
nae  di  monsignor  Thiel  sin  dal  primo  anno  che  comparve  l' ap- 
pendice. 

Con  ciò  si  vede  che  il  Bullarium  Romanum  anche  nella  sua 
più  recente  forma,  cioè  neWeditio  Taurinensis,  per  ciò  che  ri- 
guarda le  parti  antiche,  generalmente  è  troppo  malsicuro  e  pieno 
di  lacune  per  poter  rendere  quei  servigi,  che  si  possono  a  buon 
diritto  richiedere.  Non  si  deve  per  questo  negare  in  alcun  modo 
l'utilità  del  bollano  nelle  sue  parti  più  recenti.  L'accumula- 
mento di  tante  bolle,  quante  se  ne  veggon  qui  sino  all'anno  1740, 
è  certamente  molt' utile;  sotto  molti  rispetti  il  bollano  è  per  i 
tempi  più  vicini  a  noi  indispensabile,  e  perciò  non  ostante  i  di- 
fetti biasimati,  ognuno  saprà  grado  ai  raccoglitori,  che  non  si 
sono  lasciati  spaventare  dalla  fatica  dell'edizione. 

Non  è  qui  il  luogo  da  trattare  delle  collezioni,  che  vennero 
alla  luce  come  continuazioni  dell'edizione  romana,  o  come  boi- 


32 


II.  Lettere  dei  papi  n.  1.  —  Bullarium  rom. 


larii  di  ordini  o  chiese  particolari  Vogliamo  solamente  far  men- 
zione di  un  tentativo  di  riprendere  il  gran  disegno  torinese  per 
compiere  perfettamente  ciò  che  manca  di  volumi  degli  antichi 
bollarii. 

L'anno  1883  il  libraio  napolitano  Enrico  Caporaso  venne 
fuori  con  un  avviso,  che  un  10,000  documenti  raccolti  per  l'edi- 
zione torinese  erano  stati  spediti  a  Napoli  e  che  sarebbero  stati 
subito  pubblicati  da  lui  con  una  continuazione  del  bollarlo  tori- 
nese. Anche  qui  non  mancò  nulla  in  fatto  delle  più  alte  prote- 
zioni ecclesiastiche,  una  nuova  prova  che  da  parte  del  governo 
ecclesiastico  si  è  continuamente  avuta  l'intenzione  di  promuovere 
simiglianti  imprese.  Il  Caporaso  avrebbe  voluto  cominciare  la 
pubblicazione  dei  tanto  aspettati  nuovi  volumi  dell'appendice  al- 
lora soltanto,  quando  avesse  già  mandato  fuori  una  ricca  conti- 
nuazione del  bollano  torinese  per  il  tempo  dopo  l'anno  1740, 
parte  colla  ristampa  delle  continuationes  frattanto  divulgate,  parte 
con  una  nuova  edizione  di  bolle  di  data  più  recente.  Sino  ad  ora 
è  comparsa  una  sola  parte  della  continuazione,  che  abbiamo  men 
tovata  in  ultimo,  stampata  l'anno  1885.  A  questa  parte  si  è  dato 
l'enimmatico  titolo:  Magnum  bullarium  Neapoli  editum;  series  II, 
tomus  V,  distributio  I.  Ma  con  questa  parte  pare  che  anche  il 
nuovo  tentativo  abbia  fatto  naufragio.  Non  è  da  meravigliare 
sulla  male  riuscita,  se  si  guarda  alla  condizione  del  clero  in  Italia, 
alle  circostanze  del  commercio  librario  di  colà  e  specialmente 
alla  mancanza  di  direzione  ed  organizzazione  scientifica  per  la 
nuova  impresa. 

Quest'ultima  cosa,  cioè  la  mancanza  d'una  buona  direzione,  è 
un  difetto  che  in  generale  prevale  nella  letteratura  dei  nostri 

1  Nel  mio  articolo  su  i  bollarii  nella  seconda  edizione  del  lessico  ecclesiastico  Kirchen- 
lexihon  (Herder,  Freiburg)  ho  indicato  i  titoli  di  queste  continuazioni  dei  bollarii.  A  rao' 
di  supplemento  è  da  notare,  che  la  continuazione,  cominciata  a  Prato  nell'anno  1843  in 
14  volumi  in-4  va  da  Benedetto  XIV  a  Pio  Vili  inclusivamente.  Il  bollano  torinese  è  fi- 
nito con  23  tomi  e  l'appendice.  La  nuova  impresa  del  Caporaso,  di  cui  si  parla  sopra  nel 
testo,  non  era  ancora  cominciata,  quando  io  scriveva  l'articolo.  —  Il  card.  Pitra  fece  l'a.  1885 
nei  suoi  Analecta  novissima  I,  363-365  la  lista  delle  edizioni  dei  diversi  bollarii.  Egli  dice 
del  tanto  diffuso  bollario  lussemburghese  (1727)  :  Luxemburgi  in  titillo,  re  autem  vera  Ge- 
neoae;  editto  multis  scatens  erroribus,  indice  carens  adeoque  involuta  et  inordinata,  ut 
vix  ullius  usus  esse  possit.  —  Il  bollario  della  congregazione  de' Benedettini  cassinesi 
(Venet.  1650-1670),  quello  della  basilica  vaticana  (Romae  1747-1762)  e  quello  del  Laterano 
(Romae  1727)  contengono  pel  medio  evo,  come  è  naturale,  molti  ed  importanti  documenti. 


Ultimo  tenlaiivo.    Comuni  inconvenienti. 


33 


bollarli.  I  bollarii  eran  tutti  più  o  meno  imprese  di  librai  e  non 
di  veri  dotti.  Quindi  le  loro  lacune  ed  i  loro  tradizionali  errori, 
non  ostante  l'assicurazione  che  recavano  in  fronte,  nel  titolo, 
di  un'  amplissima  o  accuratissima  collectio. 

Un  comune  inconveniente  e  svantaggioso  è  qui  riposto  in  ciò 
che  i  bollarii  non  cominciano  i  loro  documenti  o  bolle  papali  se 
non  con  Leone  I,  ch'ò  quanto  dire  l'anno  440.  Non  v'era  stato 
prima  nessuna  bolla  od  ordinazione  papale,  ovvero  non  se  n'  è 
conservata  veruna?  Il  bollano  torinese  ha  l' aria  di  credere  que- 
st'ultimo caso.  «  Vitae  pontificum,  quorum  bullae  desiderantur  > , 
così  dice  il  titolo  delle  vite  di  tutti  i  papi,  che  precedono  Leone 
Magno.  E  Cocquelines  ci  assicura  apertamente  di  aver  ricercato 
le  bolle  di  questi  antichi  papi  e  di  non  averne  trovata  nessuna 
e  perciò,  continua  egli  a  dire,  ha  preso  le  mosse  dal  tempo 
scelto  già  dal  Cherubini,  cioè  dal  pontificato  di  Leone;  del  pe- 
riodo più  antico  esistono  secondo  lui  solamente  le  decretales 
epislolae,  mentre  il  bollano  è  riserbato  ad  accogliere  le  bolle 
propriamente  dette,  cioè  quei  documenti,  «  quibus  aliquid  ad 
fìdei  dogmata  vel  ad  disciplinam  et  mores  spectans  decernitur  ». 
E  persino  queste  belle  cose  ha  preso  dal  giurista  Cocquelines 
e  ristampato  il  bollano  torinese  (I,  23).  Non  vogliamo  ora  dispu- 
tare sull'idea  affatto  arbitraria  della  parola  bolla.  Ma  dato  pure 
che  le  bolle  siano  ciò  e  non  altro ,  ognuno  sa ,  senza  essere 
teologo  nè  storico,  che  prima  del  tempo  di  san  Leone  v'è  un 
numero  abbastanza  grande  di  tali  bolle  e  se  solamente  bolle  di  tale 
sorta  hanno  un  diritto  d'essere  nel  bollano,  allora  bisogna  che 
l'edizione  di  Cocquelines  e  la  torinese,  le  quali  han  nondimeno 
accolto  nelle  loro  pagine  cose  affatto  differenti,  diminuiscano  più 
di  tre  quarti  '.  L'uso  di  cominciare  solo  da  Leone  I  è  tanto  più 
inconcepibile  pei  nostri  bollarii,  in  quanto  essi  si  raccomandano 
nella  prefazione  al  lettore  cattolico  coll'accennare  che  dal  loro 
contenuto  risalta:  «  romanam  sedem  semper  et  ubique  primatus 
iura  exercuisse  ..,  eius  vestigia  remotiori  aevo  adesse  »  ecc.  (Ed. 
Taur.  I,  14,  preso  dal  Cocquelines). 


1  Certamente  il  Cocqnolinos  dico  di  voler  recare  anche  i  diplomata.  Anche  di  questi 
il  suo  concetto  è  ugualmonte  arbitrario  ed  è  tale  che  appunto  in  virtù  di  esso  molte 
lettore  papali  prima  di  Leoao  avrebbero  dovuto  aver  luogo  noi  suo  bollarlo. 

Grisab,  Analecta  romana,  voi.  I.  3 


34  II.  Lettere  dei  papi  n.  2.  —  Regesta  del  Iaffé. 


Il  lavoro  dell'acattolico  Iaffé  sui  documenti  papali,  che  ora 
qualificheremo,  ha  dimostrato  molto  meglio  la  suddetta  proposi- 
zione sul  primato  e  ciò  senza  averne  l'intenzione.  Eppure  i  re- 
gesti di  Filippo  Iaffé  eran  da  molto  tempo  usciti  alla  luce,  quando 
cominciò  1'  edizione  torinese  !  Le  parti  di  tutti  i  bollarli,  ohe  ver- 
sano sui  primi  dieci  secoli,  poste  allato  di  questi  regesti,  ap- 
paiono sotto  una  luce  assai  sfavorevole. 

2.  Regesto,  poniifìeum  romanorum  di  Iaffé. 

In  quest'opera,  di  cui  sin  dall'anno  1888  v'è  la  seconda  edi- 
zione \  non  vi  sono,  com'è  noto,  i  testi  delle  lettere  dei  papi, 
ma  i  sommarii  delle  medesime  colle  indicazioni  delle  migliori 
stampe  e  tutto  in  ordine  cronologico. 

Già  la  prima  edizione  poteva  esser  considerata  come  un'opera 
gigantesca.  Iaffé  v'avea  riunito  in  forma  d'estratti  da  11000  do- 
cumenti papali;  egli  li  aveva  estratti  da  circa  1700  volumi,  in 
cui  essi  erano  stampati  alla  rinfusa.  Gli  venne  fatto  di  fare  colla 
sua  opera  per  la  storia  della  santa  sede  nei  primi  undici  secoli 
qualche  cosa  di  simile  a  ciò  che  avea  fornito  il  Bohmer  nei  suoi 
regesti  degli  imperatori  per  la  storia  dei  sovrani  tedeschi.  Am- 
bedue le  opere  hanno  gittato  un  sì  saldo  fondamento  per  la  critica 
e  l'istoria  della  materia  da  loro  trattata,  che  fu  una  necessità 
di  continuare  a  fabbricare  su  questo  fondamento,  e  secondo  gli 
stessi  principii  dar  forma  e  ordine  alla  materia  dei  fonti,  che 
man  mano  venivasi  aggiungendo  nuova;  anche  dell'opera  del 
Bohmer  esce  ora  la  nuova  edizione  di  molto  ampliata  2. 

i  Regesta  pontificum  ecc.  Edidit  Philippus  Iaffé.  Berolini  1851.  Veit  et  socius  XXIII 
e  951  p.  4.  _  Regesta  pontificum  ecc.  Editionem  secundam  correctam  et  àuctam  auspi- 
ciis  Gulielmi  Wattenbach,  professoris  Berolinensis,  curaverunt  F.  Loewenfeld,  F.  Kalten- 
brunner,  P.  Ewald.  Berolini.  t.  I  1885,  t.  II   1888.  Veit  et  comp.  4°.  XXXI  e  919,  Vili 

e  823  pp.  . 

*  La  precedenza  del  Bohmer  fa  d'eccitamento  al  giovane  Iaffé.  Questo  infaticabile 
storico  di  Berlino  cominciò  il  suo  lavoro  in  età  di  circa  27  anni,  dopo  aver  già  pubbli- 
cati i  suoi  scritti  su  Lotario  il  Sassone  e  su  Corrado  111.  Alcune  cose  inedite  gli  diedero 
il  Pertz  ed  il  Wattenbach;  per  altro  il  lavoro  è  solo  uno  sguardo  o  quadro  sul  materiale 
stampato,  lavoro  però  tale  che  è  stato  eseguito  con  illimitato  sacrifizio  ed  infaticabile  at- 
tenzione. Il  frutto  dello  fatiche  tornò  molto  più  in  bene  d'altri  che  dell'autore.  Non  ostante 
la  sua  celebrità  in  materia  d'istoria,  Iaffé,  onde  avere  di  che  vivere,  s'era  rivolto  alla 
professione  di  medicina,  quando  fu  chiamato  ad  uno  stato  onorevole  e  sicuro  nella  roda- 


i 


Scopo  e  disposizione  dell'opera. 


35 


Se  cercasi  un  Bullarium  magnum,  quello  del  Iaffé  gli  è  desso, 
almeno  nel  suo  abbozzo,  sino  all'anno  1198.  Se  si  ha  bisogno 
di  schiarimento  sulla  genuità  o  falsità  d' un  documento  dei  papi, 
qui  lo  stato  della  quistione  si  presenta  ordinariamente  in  modo, 
che  riscontrasi  vero  ed  imparziale,  benché  in  molte  parti  vi  sieno 
ancora  delle  controversie. 

La  nuova  edizione  cominciò  l'anno  1881  sotto  l'alta  direzione 
del  Wattenbach  in  Berlino.  Tre  dotti  si  divisero  la  revisione  e 
l'ampliamento  dell'opera,  compilata  dal  solo  Iaffé,  cioè  F.  Kal- 
tenbrunner,  P.  Ewald  e  S.  Lòwenfeld.  Il  primo  fornì  il  nuovo 
lavoro  dei  regesti  da  san  Pietro  fino  a  Gregorio  Magno  (590), 
il  secondo  dei  regesti  di  Gregorio  e  dei  suoi  successori  sino  alla 
morte  di  Giovanni  Vili  (882),  il  terzo  della  più  gran  parte,  che 
restava,  fino  al  principio  del  pontificato  d'Innocenzo  111(1198). 
La  straordinaria  estensione,  che  l'istorica  investigazione  ha  tro- 
vato da  tre  decennii  dopo  la  pubblicazione  di  IafFé,  ci  ha  som- 
ministrato tali  dovizie  e  perfezionamenti,  che  ora  colla  seconda 
edizione  ci  vediamo  innanzi,  per  così  dire,  una  nuova  opera. 
D'un  volume  se  ne  son  fatti  due,  ed  i  primi  circa  11,000  numeri 
sono  ora  montati  a  circa  17,700. 

Le  mie  osservazioni  per  qualificare  l' opera  si  ristringono 
a  questa  seconda  edizione;  esse  sono  innanzi  tutto  destinate  a 
coloro  che  non  sono,  come  suol  dirsi,  specialisti,  e  sono  rivolte 
nominatamente  ai  teologi,  dei  quali  la  maggior  parte  sinora  non 
si  è  servita  abbastanza  dei  regesti  di  Iaffé. 

In  un  moto  progressivo  affatto  regolare  sono  citati  con  or- 
dine cronologico  per  ciascun  pontefice  romano  1°  il  contenuto 
o,  con  moderna  espressione,  il  regesto  di  tutti  i  singoli  docu- 
menti del  medesimo,  e  la  concisa  dicitura  del  regesto  si  con- 
nette, per  quanto  è  possibile,  col  testo  istesso  del  documento; 
2°  la  data  del  documento,  cioè  il  tempo  ed  il  luogo;  3°  le  opere, 
nelle  quali  il  testo  intero  del  medesimo  è  stampato  bene  o  rela- 
zione dei  Montone»/"  Germanvtr.  Historica.  In  questa  condizione,  e  con  non  minoro  successo 
dopo  toltosi  dall'opera  dei  Monumenta,  dispiegò  ila  vero  maestro  nelle  cpiistioni  della 
critica  esterioro  la  sua  rara  arte  di  trattare  e  dare  alla  luce  gli  autori  del  medio  evo. 
Avrebbe  tatto  molto  più,  se  la  sua  infelice  e  subitanea  fine  non  avesse  nell'anno  1870 
troncato  i  suoi  disegni. 


36 


II.  Lettere  dei  papi  n.  2.  —  Regesta  del  Iaffè. 


tivamente  bene,  coll'esatta  citazione  del  luogo  rispettivo;  4"  le 
parole  iniziali  del  documento. 

Le  lettere,  della  cui  spedizione  si  ha  notizia,  e  non  se  ne  co- 
nosce il  testo,  vi  sono  anch'esse,  ma  contrassegnate  da  una 
stella  posta  innanzi.  I  concilii  celebrati  dai  papi  vi  sono  accolti 
colla  citazione  dei  loro  decreti  principali,  parte  questa  essenziale, 
la  quale  viene  tanto  più  in  acconcio  ai  teologi,  in  quanto  i 
bollarli  guardansi  bene  dal  pur  nominare  tali  concilii  e  molto 
più  dal  farne  estratti.  Sono  inoltre  citate  l'elezione  e  la  conse- 
crazione  dei  papi,  la  morte  e  la  sepoltura,  le  ordinazioni  e  le 
sagre  fatte  dai  medesimi ,  i  dignitari  della  cancelleria  antica 
pontificia  insieme  ai  cardinali,  i  cui  nomi  compaiono  nelle  firme, 
in  fine  i  viaggi  dei  papi,  mentre  dall'altra  parte  anche  la  colonna 
coi  luoghi,  donde  partirono  le  varie  spedizioni,  forma  quasi  un 
itinerario  papale. 

I  documenti  spurii  vengono  distinti  dai  genuini  con  una  croce 
messa  innanzi.  Nella  seconda  edizione  essi  trovansi  distribuiti  fra 
i  genuini,  e  proprio  in  quelle  sedi  cronologiche,  nelle  quali  la 
loro  pretesa  origine  gli  rilega.  Nella  prima  edizione  il  Iaffé  avea 
riunito  gli  spuria  alla  fine  in  un  gruppo  speciale.  La  nuova  dis- 
posizione è  per  sè  migliore,  seppure  non  si  debba  temere  che  la 
piccola  crocetta  venga  traveduta,  massime  da  coloro  che  più  di 
rado  han  da  fare  coi  regesti. 

La  lingua  latina,  in  cui  tutta  l'opera  è  composta,  la  renderà 
tanto  più  agevole  ai  dotti  stranieri.  A  ciò  s'aggiunge,  che  a  tor- 
narla vieppiù  comoda  ai  teologi  in  ispecialità,  viene  citata  alialo 
ad  altre  opere  la  patrologia  del  Migne,  quando  in  quest'ultima 
i  relativi  documenti  sono  stampati  ;  il  che  occorre  innumerevoli 
volte.  Così  abbiamo  nel  Iaffé  un  repertorio  del  Migne  per  le 
lettere  dei  papi,  sparse  dappertutto  nella  sua  edizione.  V'è  pari- 
menti citata  di  continuo  la  gran  collezione  dei  concilii  del  Mansi, 
e  così  il  Iaffé  è  anch'e  un  repertorio  per  i  primi  22  volumi  in  folio 
del  dotto  lucchese,  non  solamente  rispetto  alle  lettere  dei  papi, 
ma  bensì  ancora  quanto  ai  concilii  pontificii  che  racchiudono. 
Del  resto  era  cosa  ben  desiderabile  che  accanto  al  Migne  ed 
al  Mansi,  nelle  citazioni  vi  avesse  figurato  sempre  anche  il 
Corpus  iuris  canonici.  È  anche  da  osservare  che  per  le  lettere 
dei  papi,  le  quali  incontransi  nelle  opere  dei  santi  padri,  sven- 


Seconda  edizione.    Parte  del  Kaltenbrunner. 


37 


turatamente  gli  editori  non  hanno  sempre  fatto  prò  delle  migliori 
e  più  recenti  edizioni  patristiche. 

Il  nuovo  editore  della  prima  parte  dei  regesti  dei  papi  sino 
all'anno  590,  F.  K  altenbrunner,  ha  senza  dubbio  seriamente 
compreso  il  suo  compito,  e  vi  ha  cooperato  di  molto  per  con- 
durre l'opera  del  laffé  alla  debita  perfezione.  Contuttociò  non  si 
pena  molto  a  riconoscere,  che  il  sig.  Kaltenbrunner  non  solo  non 
è  teologo,  ma  neppure  istorico  ecclesiastico  ed  archeologo. 

Taccio  dei  ritoccamenti,  di  cui  avrebbe  avuto  bisogno  la  prima 
compilazione  di  parecchi  regesti  sui  decreti  dominatici,  fatta  dal  laffé, 
e  che  indarno  vi  si  cercano.  Più  importante  è,  che  vi  manca  il  me- 
todo e  la  conseguenza  del  lavoro  in  interi  gruppi.  Cosi  il  materiale 
epigrafico  è  quasi  solamente  addotto  per  gli  epitaffii  dei  papi  ed  una 
volta,  presso  Marcellino,  per  un  ordine,  che  probabilmente  non  era 
dato  in  iscritto  ;  al  contrario  è  messo  da  banda,  quando  trattasi 
d'iscrizioni  per  le  dedicazioni,  che  vincono  di  gran  lunga  in  cele- 
brità i  diplomi.  Alle  iscrizioni  romane,  che  anche  oggidì  esistono, 
i  papi  han  consegnato  come  a  documento,  Siricio  il  compimento 
e  la  dedicazione  del  gran  ristauramento  della  basilica  di  san  Paolo 
il  18  novembre  390,  Ilaro  la  dedicazione  delle  memorabili  cappelle 
del  battistero  lateranense  dopo  il  pseudoconcilio  di  Efeso,  Sisto  III 
la  dedicazione  della  basilica  liberiana  rinnovata  coi  suoi  musaici 
e  così  di  seguito.  Tutto  ciò  non  è  nominato  nel  laffé.  Quanti  do- 
cumenti sono  nelle  iscrizioni  di  papa  Damaso,  in  cui  egli  mostra 
quanto  ha  impreso  nelle  catacombe  e  nelle  chiese  romane  e  ne 
fa  la  dedicazione  !  Certamente  non  si  ha  a  perorare,  affinchè  sia 
ammessa  e  ricevuta  per  buona  ogni  sorta  di  iscrizioni  ;  ma  pure 
si  può  dimandare,  se  i  suddetti  documenti  fossero  da  tralasciare 
per  la  sola  ragione  che  non  furono  scritti  su  pergamena  o  papiro. 

Inoltre  i  constituta  pontifìcii  ed  i  documenti  apocrifi  son  trat- 
tati dal  Kaltenbrunner  in  maniera  difettosa.  Il  Liber  pontifìcalis 
contiene  serie  di  dati  sui  constituta  dei  papi,  decreti,  ora  genuini, 
ora  spurii,  i  quali  nella  nuova  opera  non  han  trovato  accesso. 
Eppure  la  loro  menzione  da  quella  fonte  avrebbe  potuto  sommi- 
nistrare all'investigatore  buoni  punti  d'appoggio  sulle  leggi  pon- 
tifìcie e  contribuire  a  chiarire  l'origine  di  certi  falsi  documenti. 
Quanto  ad  alcuni  decreti  apocrifi  il  Kaltenbrunner  rinvia  alla 


38 


II.  Lettere  dei  papi  n.  2.  —  Regesta  del  Iaffè. 


vera  origine,  invece  rispetto  ad  altri  mancano  somiglianti  indi- 
cazioni, anche  dove  son  già  da  altri  date. 

Nella  cronologia  dei  papi  dei  primi  tre  secoli  il  Kaltenbrunner 
ha  trasandato  i  lavori  fondamentali,  che  abbiamo  nell'edizione  del 
Liber  pontificalis  del  Duchesne.  Dovea  trarsi  profìtto  dei  risulta- 
menti  del  Duchesne  nelle  Addenda,  dacché  l'edizione  uscì  troppo 
tardi  per  il  testo.  Ma  il  Kaltenbrunner  si  rimane  pago  delle 
esposizioni  di  Lipsius,  il  cui  valore  del  resto  era  già  stato  prima 
messo  in  dubbio. 

Il  suddetto  Liber  pontificalis  del  Duchesne  ha  avuto  certo 
poca  parte  nel  nuovo  Iaffé  anche  sotto  altri  rispetti,  e  di  ciò  si 
risente  ancora  il  lavoro  dell'  Ewald,  giacché  i  testi  del  Libro  pon- 
tificale, che  i  due  collaboratori  citano  secondo  il  Vignoli,  sono 
stati  in  molti  luoghi  rettificati  a  forza  di  sana  critica  dal  Du- 
chesne, e  parecchie  opinioni,  che  finora  eran  ricevute,  son  messe 
da  parte  e  scartate  colle  introduzioni  e  note  dell'eccellente  pub- 
blicazione. Sicuramente  nelle  Addenda  si  fa  a  più  riprese  allu- 
sione al  Duchesne,  ma  ciò  non  è  tanto,  che  basti.  Se  il  lavoro 
del  dotto  francese  fosse  venuto  alla  luce  prima,  il  IafFé  avrebbe 
sicuramente  in  molti  punti  un  altro  aspetto. 

Il  lavoro  del  Kaltenbrunner  s'introduce  molto  svantaggiosa- 
mente col  primo  capo  sopra  san  Pietro.  In  vero  egli  conferma 
di  nuovo  con  lodevole  decisione  l'episcopato  romano  dell'apostolo 
(...  antiquissima  sunt  testimonia  ecc.).  Ma  è  cosa  da  maravigliare 
che  il  Kaltenbrunner  cancelli  dalle  testimonianze  prodotte  dal 
Iaffé  quella  di  san  Clemente  (...  iv  ^(aìv).  Cosa  più  da  maravigliare 
ancora  è  ch'egli  delle  lettere  apocrife  di  san  Pietro  nomini  solo 
il  frammento  Profer  imagìnem.  Cosa  stranissima  in  fine  appare 
che  trasandi  aflatto  le  due  lettere  canoniche  di  san  Pietro  e  non 
le  citi,  né  come  genuine,  né  (volendo  giudicarne  altrimenti)  come 
spurie.  Certamente  la  più  fondamentale  maniera  per  iscartarle 
è  il  non  concedere  loro  neppure  la  non-genuinità  in  un'  opera 
che  ha  per  altro  accuratamente  indicate  migliaia  di  documenti 
spurii.  Eppure  la  credenza  cattolica  nella  loro  genuinità  s'appog- 
gia a  testimonianze  scientifiche  e  pienamente  sufficienti. 

Quanto  alla  parte  della  compilazione  del  Iaffè  elaborata  da 
Paolo  Ewald,  che  va  dall'anno  590  sino  all'anno  882,  vi 


Seconda  edizione.    Parie  dell'Eioald. 


39 


spicca  nominatamente  la  grande  collezione  di  lettere  di  Gre- 
gorio I,  che  consta  di  un  900  numeri.  È  noto  che  il  benemerito 
dotto  si  consecrò  alla  intiera  edizione  del  registro  di  Gregorio 
Magno  per  i  Monumenta  Germaniae  Historica.  Sventuratamente 
egli  ha  potuto  dare  alle  stampe  solo  le  lettere  dei  primi  quattro 
anni  del  pontificato  ;  ma  di  tutta  la  collezione  delle  lettere  egli  ha 
dato  nell'opera  del  Iaffé  almeno  i  regesti  nell'ordine  della  nuova 
disposizione  della  collezione,  divisata  da  lui,  in  guisa  che  qui  si 
ha  almeno  la  cornice  del  ricostruito  registro  di  quel  papa.  Inoltre 
torna  nel  campo  di  questi  studii  la  sua  trattazione  sul  registro 
di  Gregorio  Magno,  pubblicata  nel  terzo  volume  del  periodico 
Neues  Archiv  fur  altere  deutsche  Geschichts/nmde;  ivi  si  ha  un 
modello  di  fina  e  metodica  penetrazione. 

Nuove  lettere  di  Gregorio  l'Ewald  non  poteva  produrre. 
Presso  di  lui,  come  presso  il  Kaltenbrunner,  gli  accrescimenti 
di  lettere  di  ciascun  papa  derivano  per  lo  più  dalla  collezione 
britannica.  Così  per  il  papa  Onorio,  le  cui  lettere  si  sono  accre- 
sciute di  cinque.  Così  anche  per  Giovanni  Vili,  la  cui  univer- 
sale ed  instancabile  operosità  al  presente  risalta  un  po'  più  che 
non  fosse  per  lo  innanzi. 

L' Ewald  nella  registrazione  del  relativo  materiale  epigrafico  si 
mostra  più  industre  e  più  sollecito  del  Kaltenbrunner.  Ma  manca 
nel  primo  ed  ultimo  dei  papi  da  lui  studiati  la  notizia  sulle  loro 
iscrizioni  sepolcrali  ;  eppure  gli  epitafii  di  Gregorio  I  e  di  Gio- 
vanni Vili  sono  abbastanza  noti.  Nel  documento  epigrafico  di 
Leone  III  per  la  basilica  di  san  Paolo  n.  2535  è  stata  tralasciata 
l'osservazione,  che  qui  trattasi  d'un' iscrizione.  Nell'iscrizione  della 
donazione  di  Gregorio  I  n.  1991  viene  assegnato  un  luogo  non 
suo.  Tutte  e  due  sono  murate  in  uno  dei  corridoi  del  chiostro 
di  san  Paolo.  Per  esse,  com'anche  per  l'iscrizione  di  Gregorio  III 
n.  2254,  a  preferenza  d'ogni  altra,  dovea  citarsi  per  i  testi  l'opera 
di  Nicolai  sulla  mentovata  basilica.  E  omessa  l'iscrizione  di  Aga- 
pito II,  che  parimente  conservasi  in  san  Paolo  in  un  frammento, 
e  recava  una  bolla  di  confermazione  del  chiostro,  di  cui  si  fa 
menzione  nel  Buìlarium  casinense  tom.  II  constit.  1 12  pag.  109. 
Dell'iscrizione  con  una  bolla  di  Gregorio  VII  in  san  Giovanni 
e  Paolo  di  Roma  n.  5292,  tratta  il  de  Rossi  nel  suo  Bullettino 
del  1873. 


40 


II.  Lettere  dei  papi  n.  2.  —  Regnsta  del  Iaffè. 


La  terza  ed  ultima  parte  dei  regesti,  su  cui  ha  lavorato  il 
Lòwenfeld,  è  a  gran  pezza  la  più  vasta;  essa  sola  va  dal 
n.  3387  al  n.  17679.  Figuriamoci  per  un  poco  la  materia,  che  era 
da  vincere,  sterminatamente  estesa  e  sparsa  in  mille  volumi,  inoltre 
il  contenuto  sì  minuto  e  particolareggiato  d'infiniti  documenti  di 
pura  importanza  locale,  e  non  potremo  non  sentire  per  l'annega- 
zione  e  pazienza  dell'editore  la  più  viva  riconoscenza.  Che  piena 
di  bolle  quasi  uniformi  di  privilegii!  Quelle,  che  cominciano  colla 
forinola  Religiosam  vitam  eligentibus,  in  questa  parte  non  sono 
meno  di  quattrocento  ottantaquattro,  secondo  la  lista  degli  Initia; 
le  altre  che  principiano  col  formulario  Iiistis  petentium  desi- 
dèrio, sono  quattrocento  novanta.  Son  dunque  senza  dubbio  rag- 
guardevoli forieri  di  quelle  bolle  di  privilegii,  le  quali  nel  se- 
colo xni  ricorrono  più  spesso  e  colmano  per  lunghe  pagine  i 
regesti  dei  papi  di  quel  tempo  compilati  dal  Potthast,  continua- 
tore di  Iaffé. 

Un  bel  colpo  d'occhio  ci  si  offre  subito  nell'  istoria  dei  pon- 
tificati del  medio  evo,  se  percorriamo  anche  solo  nell'opera  di 
Iaffé  i  regesti  ordinati  d'un  papa,  che  singolarmente  sugli  altri 
si  sollevi  e  primeggi,  come  a  mo'  d'esempio  quelli  di  Gregorio  VII. 
Che  chiarezza  e  conseguenza  nel  rappresentare  ed  attuare  i  più 
sublimi  pensieri  della  religione  in  tutte  le  azioni  della  vita  !  che 
grandiosa  universalità  del  potere  ! 

Le  lettere  di  Gregorio  VII  per  il  loro  numero  relativamente 
piccolo  si  lasciano  in  questa  collezione  in  qualche  maniera  scor- 
rere dall'occhio.  Ora  sono  cinquecento  quarantanove ,  laddove 
nella  prima  edizione  erano  quattrocento  cinquantanove.  La 
trasmissione  delle  medesime  riposa  in  generale  su  quell'antico 
estratto  del  registro  primitivo,  estratto  che  ancora  al  presente 
esiste  nell'archivio  vaticano.  Secondo  il  Lòwenfeld  sarebbe  il  re- 
gistro compendiario,  di  cui  il  cardinale  Deusdedit  adoperò  un 
esemplare  per  la  sua  Collectio  canonum.  Il  Lòwenfeld  per  buone 
ragioni  non  si  è  dipartito  dalla  disposizione  delle  lettere,  eh' è  in 
questo  piccolo  registro. 

Nei  nuovi  regesti  del  Iaffé  si  è  potuto  arricchire  il  gran 
papa  Alessandro  III  con  lettere  sinora  sconosciute  od  omesse, 
più  che  non  s'è  fatto  con  Gregorio  VII.  I  suoi  documenti  am- 
montano a  tremila  ottocento  novantanove,  da  duemila  dugento 


Seconda  edizione.    Parte  del  Lòwenfeld. 


41 


cinquanta  che  erano.  11  frammento  di  registro  di  Cambridge  ha 
fornito  una  parte  rilevante  a  tale  aumento. 

Le  parecchie  sviste  e  gli  sbagli,  che  sono  nei  regesti,  voglionsi 
riputare  affatto  inevitabili  per  la  tragrande  mole  di  materiale 
sminuzzolato  e  disperso  \ 

Il  lavoro  di  Lòwenfeld  per  la  terza  parte  del  Iaffé  fu  più 
difficile  non  pure  pel  sempre  crescente  numero  dei  regesti,  ma 
anche  per  le  liste  dei  cardinali  e  le  indicazioni  sulla  cancelleria, 
per  i  quali  quivi  le  notizie  tornano  a  molto  più  che  nella  parte 
antecedente.  Inoltre  l'editore  si  accollò  la  fatica  di  assegnare  ai 
rispettivi  luoghi  l'esistenza  di  originali  e  di  facsimili,  ed  a  questo 
riguardo  invece  di  citare  in  ciascun  posto  gli  Speci?nina  chartarum 
Rom.  pontificum,  di  Pflugk-IIarttung  (cento  quarantacinque  ta- 
vole con  facsimili  della  scrittura),  vi  ha  provveduto  con  citazione 
fatta  una  volta  in  generale  nella  prefazione.  Finalmente  il  Lòwen- 
feld dovè  prendersi  cura  delle  aggiunte  per  l' Ewald,  ch'era  al- 
l'improviso  mancato  ai  vivi,  e  similmente  dell'indice  pei  prin- 
cipi delle  bolle  e  della  concordanza  dei  numeri  delle  due  edizioni  ; 
sicché  a  giusto  titolo  potè  il  Wattenbach  nella  sua  osservazione 
d'introduzione  encomiarlo  così:  «  Totum  diei  pondus  sustinet 
S.  Lòwenfeld  ». 


È  certo  opera  di  pregio  una  raccolta  di  documenti  sto- 
rico-teologici dei  papi,  che  nella  nuova  edizione  dei  re- 
gesti di  Iaffé  vengono  allegati  per  la  prima  volta' e  sono 
un  accresciuto  e  bramato  tesoro  per  l' istoria  e  la  teologia. 

La  seconda  edizione  reca  fra  i  numerosi  regesti,  che  ha  ac- 
colto nel  suo  seno  dalla  cosidetta  collezione  britannica,  scoperta 
ultimamente,  il  regesto  n.  998  d'un  documento  del  papa  Pelagio  I 
(555-560),  in  cui  si  parla  in  maniera  notevole  del  primato  di 
Pietro  e  della  relazione  di  lui  colle  altre  chiese  apostoliche  2. 

1  A  miglior  tempo  e  luogo  intendo  di  divulgare  le  mie  correzioni  ed  i  supplementi 
alla  2a  edizione  dei  regesti  di  Iaffé.  Intanto  vedi  Zeitschrift  fùr  halli.  Theologie  12  (1888) 
p.  500.  508  ss. 

2  Ad  uno  scismatico:  «  ...  Quod  si  legeras  [super  apostolorum  principem  a  Christo  Deo 
nostro  ccclesiam  esse  fundàtam],  iibinam  praéter  ipSum  esso  credebas  ecclesiam,  in  quo  uno 
oniucs  sciliect  apostolicae  sedes  sunt?  Quibus  pari  ter,  sicut  illi,  qui  claves  acceperat,  ligandi 


42 


II.  Lettere  dei  papi  n.  2.  — 


Regesta  del  Xaffè. 


Il  regesto  n,  2042a  (suppl.  p.  739)  accenna  per  la  prima  volta 
ad  una  lettera  di  Giovanni  IV  sulla  quistione  del  monoteletismo, 
cioè  ad  una  lettera  di  quel  papa  all'imperatore  Costantino  III, 
edita  dal  cardinal  Mai  nella  Nova  bibliotheca  Patrum. 

Una  nuova  lettera  di  Leone  IV  (847-855).  appartenente  alla 
collezione  britannica,  s'esprime  con  tutta  risolutezza  por  la  va- 
lidità delle  consecrazioni  fatte  colla  debita  forma  da  vescovi  scis- 
matici (n.  2611).  Leone  IV  in  ciò  s'appella  alla  decisione  di 
Anastasio  II  (n.  744)  nella  questione  dei  consecrati  da  Acaeio.  La 
lettera  di  Leone,  se  fosse  stata  universalmente  conosciuta  ed  ap- 
prezzata, avrebbe  potuto  ovviare  all'oscurità,  in  cui  sin  dal  suo 
secolo  s'avvolse  presso  parecebi  teoreticamente  e  praticamente 
la  quistione  della  riordinazione,  e  ebe  più  tardi  comparisce  sì 
sfavorevolmente  presso  Graziano.  Colla  summentovata  lettera  di 
Leone  è  da  raffrontare  un'altra  dello  stesso  papa,  ove  ordina  di 
distruggere,  di  erigere  e  di  consecrar  di  nuovo  l'altare  eretto  da 
un  eretico  (n.  2643).  Una  decisione,  che  non  è  nella  prima  edi- 
zione di  Iaffé  e  non  era  allora  nota,  è  quella  del  papa  Anastasio  II 
(496-498)  sopra  la  dottrina  del  generazianismo  rispetto  all'origine 
delle  anime  (reg.  n.  751).  Il  generazianismo  è  rigettato  con 
espressioni  molto  forti.  La  lettera  è  diretta  alle  Gallie,  ove  eran 
sorti  errori,  che  si  rannodavano  a  Tertulliano.  Il  bollario  di  To- 
rino manifestò  dubbii  inutili  sulla  genuità  di  questo  documento. 
Se  si  raffronta  il  testo  dato  dal  Maassen  (Oesterreichische  Vier- 
teljahrsschrift,  1866,  p.  556),  con  quello  del  bollario,  che  viene 
da  un  altro  manoscritto,  si  ottiene  un  testo  migliore,  come  quello 
che  è  elucubrato  secondo  il  Vierteljahrsschrift  presso  mons.  Thiel 
Epist.  Bom.  Pont.  p.  634  ss. 

Rispetto  a  papa  Liberio  ed  alla  sua  pretesa  caduta  nell'eresia 
ariana,  la  seconda  edizione  di  Iaffé  offre  nuova  e  varia  materia. 
Così  essa  registra  fra  le  Addenda  n.  281  una  lettera  di  papa 
Anastasio  I  (398-401),  presa  dalle  Anaìecta  novissima  del  car- 
dinal Pitra,  divulgate  per  le  stampe  l'anno  1884,  la  quale  ricorda 
Liberio  lodandolo  fra  i  difensori  del  sinodo  niceno,  «  prò  qua  exi- 

solvendique  potestas  indulta  osi..  Sed  ideirco,  uni  primum  quod  daturus  erat,  etiam  omnibus 
dedit,  ut  sec nudimi  beati  Cypriani  martyris,  id  ipsum  exponentis,  sententiam  una  esse  nion- 
stretur  ecclesia.  »  Si  La  intero  presso  Lòwenfeld  Epistola?  Pont.  Rom.  inedìtae  (1885) 
p.  15  n.  28. 


Nuovi  documenti  slorieo-tcologici. 


43 


liuin  libenter  tulerunt  qui  sancti  tunc  episcopi  sunt  probati  »,  come 
«  sanctae  recordationis  ecclesiae  Romanae  episcopus  » .  In  questa 
guisa  Anastasio  1  non  avrebbe  nominato  il  suo  predecessore 
allato  dei  santi  e  celebri  vescovi  Dionisio  di  Milano  !,  Eusebio 
di  Vercelli  ed  Ilario  delle  Gallie,  se  il  medesimo  si  fosse  nel- 
l'esilio reso  colpevole  di  biasimevole  condiscendenza.  -  La  nuova 
edizione  registra  di  più,  parimente  nelle  Addenda  (n.  217),  l'epi- 
taffio d'un  papa,  nella  cui  persona  si  riconosce  Liberio;  fu  pubbli- 
cato dal  de  Rossi.  L'iscrizione  vanta  con  energia  la  sua  orto- 
dossia e  la  sua  difesa  del  concilio  niceno  2.  Non  era  dunque  oramai 
tempo  da  perdere  ad  indicare  in  questa  nuova  edizione  per  ispu- 
rie,  come  si  è  fatto,  anche  quelle  tre  lettere  di  Liberio,  che  tro- 
vansi  nei  frammenti  di  sant'  Ilario,  per  cui  parve  che  Liberio  s'ap- 
palesasse favorevole  agli  Ariani.  Il  Iaffé  stesso  le  aveva  ritenute, 
non  ostante  le  prove  in  contrario,  che  da  molto  tempo  sono  state 
prodotte.  Nelle  Addenda  fu  di  più  (altro  progresso)  cancellato 
il  sinodo  del  papa  Damaso,  nel  quale  il  medesimo  secondo  la 
prima  edizione  avrebbe  l'anno  366  o  367  in  Roma  condannato 
Liberio.  Ora  io  proporrei  riguardo  a  tutto  ciò  un  contegno  anche 
più  ritenuto  pel  regesto  all'anno  358,  che  senza  più  fa  sottoscri- 
vere al  papa  Liberio  la  terza  forinola  sirmiana. 

Tanto  gli  storici,  quanto  i  teologi  sapran  pregiare  l'orienta- 
zione, per  così  dire,  che  offre  loro  l'opera  di  Iaffé  nel  presente 
ritoccamento  fattovi,  ed  in  parte  anche  nel  primiero  stato,  ri- 
spetto alla  genuinità  e  falsità  dei  documenti  antichi 
pontificii. 

Innanzi  tutto  i  decreti  pontificii  pseudoisidoriani  e  graziani,  i 
quali  son  tante  volte  spurii,  sono  stati  per  tali  contrassegnati  e 
qualificati.  Essi  hanno  continuato  per  un  tempo  troppo  lungo  a 
recar  il  loro  disordine  e  confusione  nelle  opere  antiche,  perchè 
allegati  in  queste  come  autorità.  Nel  presente  Iaffé  ordinaria- 
mente una  semplice  citazione  d'  Hinschius,  di  Maassen,  di  Fried- 

1  II  regesto  presso  Iafl<5  parla  qui  erroneamente  di  Dionisio  d'Alessandria.  Nel  testo 
v'è  in  maniera  inintelligibile  dopo  dyonisius  un  inde,  forse  letto  male  invece  di  rned  (me- 
diolanensis).  -  Codesta  lettera,  diretta  a  Venerio  di  Milano,  combatte  l'origenismo,  e  serve 
di  confermazione  alla  lettera  antiorigenistica,  già  nota  per  lo  innanzi,  dello  stesso  Anastasio 
a  Giovanni  di  Gerusalemme. 

2  Vodi  Duchesne  Lib.  ponti f.  I,  209  ss.  e  II,  564. 


44 


II.  Lettere  dei  papi  n.  2.  —  Regesta  del  laffè. 


berg  o  d'altri  aiuta  a  togliere  con  sicurezza  le  difficoltà.  Solo 
che  si  è  disgraziatamente  costretti  a  consultare  troppo  spesso  ed 
in  maniera  increscevole  le  Addenda  e  le  Corrigenda,  perchè 
gli  editori  non  si  avvidero  se  non  all'ultim'ora  di  parecchie  cose, 
ch'erano  state  tralasciate  durante  la  stampa.  Osservasi  anche  che 
le  relative  indicazioni  per  il  Fseudoisidoro  sono  più  numerose  e 
più  sicure  che  non  sono  per  il  decreto  di  Oraziano.  La  diffe- 
renza viene  dalla  maggior  mancanza  di  lavori  preparatorii  per 
Graziano. 

Una  lettera  pseudoisidoriana,  che  nelle  opere  recenti  per  inav- 
vertenza degli  autori  sa  sostenersi  molto  pertinacemente,  è  quella 
di  Pelagio  II  sui  sinodi  e  sul  primato.  Questo  papa  nella  sup- 
posizione della  suddetta  lettera  avrebbe  dichiarato,  che  egli  con- 
dannava (condanna  che  realmente  ebbe  luogo  in  una  lettera,  che 
non  v'ò  più)  il  sinodo  tenutosi  a  Costantinopoli  colla  sua  deter- 
minazione sul  titolo  «  patriarca  ecumenico  »  ;  avrebbe  insegnato  : 
«  non  debere  absque  sententia  romani  pontificis  concilia  cele- 
brari  >  ed  avrebbe  raffermato  come  usanza  antica  e  necessaria: 
«  maiores  et  difficiliores  quaestiones  ad  sedem  apostolicam  semper 
referri.  »  Questo  numero  1051  è  segnato  con  ogni  maggior  diritto 
colla  croce;  essa  indica  ai  teologi,  che  per  provare  simili  ed  ottime 
loro  tesi  debbon  rivolgere  gli  occhi  ad  altri  argomenti  dell'an- 
tica dottrina  e  pratica  della  chiesa. 

Nelle  Addenda  si  ha  inoltre  un  avviso  necessario  sulla  fal- 
sità d'un  frammento  di  Pelagio  I  (n.  954),  che  è  stato  raccolto 
e  compilato  colle  parole  della  summentovata  e  finta  lettera. 

Le  cinque  lettere  dommatiche  del  papa  Giulio  I  sull'  incarna- 
zione e  persona  di  Cristo  sono  ora  parimenti  passate  per  buona 
ventura  nel  novero  delle  spurie,  dopo  essere  state  ritenute  dal 
IafFé  nella  prima  edizione  per  genuine.  Ma  anche  qui  v'è  una 
delle  cinque  lettere,  quella  diretta  a  Prosdocio,  la  quale  non  è 
stata  contrassegnata  dalla  sua  croce,  se  non  nella  giunta. 

Secondo  l'antica  opinione  Felice  IV  (526-530)  avrebbe  scritto 
una  lettera  per  raccomandare,  un'  opera  di  Cesario  d'Arles,  De 
grafia  et  Ubero  arbitrio,  diretta,  come  si  suppone,  contro  Fausto 
Regiense  e  la  sua  dottrina  sulla  grazia.  Ora  secondo  le  prove 
del  Krusch  sarebbe  da  ammettere,  che  la  lettera  non  fu  mai 
scritta  (n.  *876  Addenda). 


Documenti  falsi. 


45 


Molto  spesso  vengono  citati  i  belli  svolgimenti  dominatici  sulla 
venerazione  delle  immagini,  che  ricorrono  in  una  lettera  di  Gre- 
gorio Magno  a  Secondino  (Ep.  ix  52  presso  i  Maurini  e  Migne; 
n.  1073  del  Iaffé).  Non  v' è  dubbio  che  la  lettera  fu  interpo- 
lata, e  che  appunto  la  parte,  che  li  contiene,  è  sospetta;  ciò 
appare  chiaro  e  sicuro  nel  riscontrarne  i  passi  nei  manoscritti. 
Già  l'antica  edizione  di  Iaffé  avrebbe  dovuto  rendere  avvisati  i 
teologi  con  quell'aggiunta  che  fa:  «  epistola  falsis  haud  caret 
accessionibus  ». 

Il  rapporto  del  potere  spirituale  col  temporale  ha  trovato 
una  grandiosa  espressione  nelle  lettere  di  Gregorio  II  all'icono- 
clasta Leone  l'Isaurico.  Le  parole  del  papa  sono  ripetute  cento 
volte.  Sono  queste  lettere  genuine?  Sembra  che  no.  Non  è  molto 
che  il  Duchesne  nella  sua  edizione  del  Liber  pontificalis  ha  messo 
fuori  gravi  motivi  in  favore  dell'opinione,  che  la  presente  forma 
è  un  lavoro  fatto  in  tempo  molto  antico  su  quelle  lettere  per- 
dute, che  realmente  vennero  spedite.  Le  Addenda  di  Iaffé  citano 
l'opinione  del  Duchesne  (n.  2180  e  2182).  Frattanto  i  dubbi i 
contro  la  genuinità  delle  due  lettere  sonosi  confermati  in  uno 
scritto  di  Guérard.  Vedi  il  Zeitschrift  fur  kath.  Theologie  t.  14 
(1890)  p.  573  ss. 

Un  privilegio  di  Leone  Vili,  rilasciato  in  un  sinodo  romano 
dell'anno  964  all'imperatore  Ottone  I  sull'innalzamento  alla  di- 
gnità papale  e  vescovile,  ha  fornito  agli  antichi  teologi  e  cano- 
nisti parecchi  impacci.  La  croce  apposta  nel  nuovo  Iaffé  gli  libera 
dalle  pastoie.  Secondo  le  ricerche  di  Giesebrecht,  di  Hefele  e  di 
Bernheim  (ai  quali  si  potrebbero  aggiungere  altri)  s'  è  stabilita 
come  cosa  certa,  che  è  una  colossale  falsificazione,  se  il  docu- 
mento in  questione  fa  cedere  dal  papa  Leone  al  «  re  dell'impero 
romano  »  per  sempre  il  diritto  di  creare  i  papi,  di  eleggere  i  ve- 
scovi («ut  si  quis  episcopatum  desiderat,  ab  eo  reverenter  anulum 
ac  pastoralem  suscipiat  virgam  »)  e  da  se  stesso,  quando  il  voglia, 
di  costituirsi  un  successore  (n.  3705).  Nel  lavoro  di  Iaffé  v'era 
ancora  fra  i  documenti  genuini  siffatto  regesto,  benché  questo  si 
riferisse  ad  un'  altra  forma  del  documento  ed  il  Iaffé  ne  volesse 
far  valere  per  vero  solo  il  contenuto,  e  non  la  forma  del  me- 
desimo documento.  (Iaffé  la  ed.  n.  2842;  vedi  2a  ed.  n.  3704). 
E  cosa  ben  notevole,  che  questo  privilegio,  dopo  essere  stato 


40 


II.  Lettere  dei  papi  n.  2.  —  Regesta  del  J<ijfè. 


accolto  da  Graziano,  sia  giunto  ad  avere  gran  credito  ed  autorità 
in  tempi,  che  non  si  occupavano  di  storia  e  di  critica. 

In  quella  guisa  che  molti  documenti  papali,  ritenuti  prima 
per  genuini,  sono  ora  da  ritenersi  per  ispurii,  cosi  all' incontro 
nel  nuovo  Iaffé  vengono  dichiarati  per  genuini  o  fannosi  rimon- 
tare ad  un'  età  più  antica  o  più  condegna  di  quella  che  era  rice- 
vuta, certi  altri  documenti  de'  quali  dubitavasi. 

Il  celebre  decreto  del  papa  Gelasio  I  De  recipiendis  et  non 
recipiendis  libris  (n.  700)  viene  giustamente,  dopo  gli  studii  di 
Thiel,  attribuito  quanto  alle  sue  prime  parti  (De  spiritu  sancto, 
De  canone  scripturae  sanctae,  De  sedibus  patriarchalibus)  al  papa 
Damaso  (366-384)  e  ad  un  sinodo  romano  dello  stesso  papa, 
forse  dell'anno  382  (n.  251  cogli  Addenda).  Gelasio,  come  si 
suppone,  reiterò  questi  decreti.  Poi  alle  cosidette  nuove  deter- 
minazioni gelasiane  del  decreto  col  novero  e  sceveramento  degli 
scritti,  che  allora  circolavano  nella  chiesa,  la  nuova  edizione  fa 
la  sola  osservazione,  che  queste  determinazioni  esistono  in  diffe- 
renti versioni,  e  dice  negli  Addenda,  che  le  obbiezioni  di  Le  Roux 
contro  la  loro  genuinità  appaiono  infondate.  Io  credo  che  quest'ul- 
timo giudizio  si  fondi  solo  sulle  superficiali  osservazioni  di  Langen 
contro  Le  Roux  e  tengo  per  almeno  gravi  i  dubbii  di  questo  bio- 
grafo di  Gelasio  l.  Nel  primo  quaderno  dei  resoconti  delle  sedute 
dell' Akademie  der  Wissenschaften  di  Monaco  (philos.  Klasse)  1888 
Giovanni  Friedrich  fe'  parimenti  gravi  obbiezioni,  ma  non  affatto 
nuove,  contro  la  genuinità  del  decreto  gelasiano.  Secondo  lui  sa- 
rebbe un  lavoro  privato,  venuto  fuori  dopo  l'anno  533  in  parte 
da  materiali  già  esistenti  2. 

1  Vedi  Zeitschrift  fiir  hath.  Theologie  t.  8  (1884)  p.  205. 

s  Molto  meno  potrà  uno  consentire  con  Friedrich,  se  egli  non  vuole  punto,  che 
quella  parte  del  decreto,  la  quale  s'esprime  per  l'origine  del  primato  come  cosa  di  fon- 
dazione divina,  non  di  determinazioni  di  concilii,  passi  per  opera  del  papa  Damaso,  come  la 
medesima  parte  recentemente  è  riguardata.  Il  manoscritto,  ch'egli  cita  in  contrario,  o  di 
cui  nomina  non  Damaso,  ma  bensi  Gelasio  come  autore,  non  ò  che  della  fine  del  secolo 
settimo  o  del  principio  dell'ottavo  (Delisle  nello  Notices  et  extràits  des  mss.  XXXI,  33  ss.). 
Oltre  a  ciò  egli  reca  contro  la  provenienza  damasiana  solamente  prove,  le  quali  suppon- 
gono il  suo  proprio  domma,  che  cioè  allora  non  esisteva  un  primato.  Se  ancora  al  tempo 
d'Ennodio  verso  l'anno  500  «la  teoria  del  primato  romano  era  tentennante;  »,  allora  tutti 
i  pontificati  di  Gelasio,  di  Leone  Magno  ed  altri  colle  testimonianze  che  si  sono  avute  da 
loro  son  puramente  un'  interpolazione  storica. 


Documenti  fatai  e  genuini. 


47 


Contro  Langen  si  stabilisce  la  genuinità  per  la  lettera  di 
Anastasio  1  al  vescovo  Simpliciano  sulla  condanna  dell'origenismo 
(n.  276  e  Addenda  281). 

Parimente  vengono  con  Thiel  restituiti  al  papa  Anastasio  II 
gli  svolgimenti  sulla  Cristologia  n.  747,  benché  Iaffé  con  altri 
gli  aveva  indicati  come  estratti  non  genuini  degli  scritti  di  papa 
Gelasio. 

D' una  confessione  di  fede  attribuita  finora  a  papa  Vigilio  ci 
viene  almeno  istoricamente  comunicato,  che  al  presente  n'  è  fatto 
autore  dal  Duchesne  il  papa  Pelagio  I  (Addenda  n.  908).  La 
medesima  s'estende  sull'unità  delle  nature  in  Cristo  e  s'esprime 
in  favore  di  Teodoreto  e  d'Iba  quanto  alla  loro  persona. 

Come  conclusione  di  quanto  siamo  venuti  divisando  e  qualifi- 
cando in  questa  opera  del  Iaffé,  si  vogliono  fare  anche  risaltare 
dalla  sua  ricca  materia  alcuni  numeri  di  maggior  mo- 
mento per  la  storia  ecclesiastica,  che  offrono  insieme  occa- 
sione ad  alcune  osservazioni  d'importanza.  L'istoria  eccle- 
siastica specialmente  deve  trarre  utilità  da  tutto  ciò  che  in 
quella  è  discusso  e  vagliato. 

Quante  volte  non  ha  dovuto  far  pompa  e  comparsa  di  sè, 
quasi  fosse  vera,  la  magnifica  lettera  di  congratulazione  del  papa 
Anastasio  II  al  neofito  Clodoveo!  Questi  rallegramenti  per  la 
nascente  nazione  cattolica  dei  Franchi  è  tutto  frutto  d'immagi- 
nazione, maturatosi  nella  testa  di  Girolamo  Vignier  del  secolo 
decimosettimo.  Le  Addenda  n.  745  si  esprimono  con  soverchia 
indulgenza  verso  un  siffatto  documento.  Dopo  i  lavori  di  I.  Havet 
nessuno  dubiterà  più  sì  facilmente  della  sua  falsità. 

L'approvazione  del  papa  Zaccaria  (741-752)  dell'avvenimento 
di  Pipino  al  trono  dei  Franchi  viene  nel  nuovo  Iaffé  con  ragione 
ritenuta  come  un  fatto  vero  (p.  268)  e  confermata  coi  regesti 
di  Bòhmer-Mùhlbacher  contro  Uhrig.  S'avrebbe  potuto  citare 
negli  Addenda  il  lavoro  del  benedettino  Beda  Plaine,  tutt'  inteso 
a  discutere  questa  quistione,  il  quale  decide  nello  stesso  senso 
affermativo  (Studien  des  Benedictiner^  und  Cistercienserordens , 
t.  7  [1886]  p.  26  ss.). 

Se  nella  seconda  edizione,  a  differenza  della  prima,  le  bolle 
per  la  supposta  sede  metropolitana  di  Lorch  sono  indicate  come 


48  II.  Lettere  dei  papi  n.  '•>.  —  Regesta  del  Iaffé. 


una  falsificazione,  le  indagini  di  Diimmler  in  simil  materia  han 
dato  il  tracollo  alla  bilancia.  Un  lavoro  del  P.  Villibaldo  Hauthaler, 
che  è  molto  a  proposito,  uscì  alla  luce  troppo  tardi;  poiché  non 
lo  trovo  citato.  Il  suo  titolo  è:  «  Die  Ueberlieferung  der  ge- 
falschten  Passauer  Bullen  und  Briefe  »  (nei  Mittheilungen  des 
Inslitutes  fur  òsterreichische  Geschichlsforschting  t.  8  1 1887] 
p.  604  ss.). 

Le  tanto  discusse  bolle  di  privilegii  di  Gregorio  I  per  Autun 
(n.  1875  ss.)  sono  dichiarate  genuine  contro  Sickel.  Infatti  le 
ragioni  in  favore  della  genuinità  sono  preponderanti. 

Fra  i  nuovi  documenti,  che  provengono  dalla  cosidetta  col- 
lezione britannica,  meritano  d'esser  messi  in  vista  rispetto  al- 
l'istoria ecclesiastica  la  sentenza  tra  Fausto  ed  Eucaristo  n.  720 
pronunziata  da  Gelasio  I  in  un  sinodo  —  La  nuova  lettera  di 
Gelasio,  derivante  dalla  stessa  fonte,  con  cui  egli  raccomanda 
alla  protezione  di  due  vescovi  una  vedova,  è  per  la  sua  antichità 
una  prova  pregevole  della  sollecitudine  dei  papi  pei  derelitti  ~.  — 
Sulla  condizione  degli  scismatici  dei  tre  capitoli  la  lettera  di 
Pelagio  I  al  conte  Giovanni  si  esprime  con  ammirabile  chiarezza 
e  brevità  (n.  997  Lowenfeld  p.  15). 

3.  Collezioni  del  vescovo  Thiel  e  del  cardinal  Pitra. 
Constant,  Mansi,  Migne  ed  altri. 

Mentre  i  lavori  di  Iaffé  e  dei  suoi  nuovi  editori  offrono  solo 
estratti  e  prospetti  di  lettere  papali,  le  opere  invece,  che  siamo 
per  considerare,  contengono,  come  i  bollarii,  dei  quali  abbiamo 
parlato,  i  testi  interi.  Questi  nell'  opera  di  Thiel  sono  dati,  per 
dirlo  qui  subito,  incomparabilmente  meglio  che  non  dai  bollarii. 
Ciò  si  spiega,  se  si  pensa  che  codesta  collezione  si  occupa  nella 
sua  critica  solo  di  un  gruppo  limitato  e  ristretto  di  documenti. 
Se  mai  altrove,  qui  senza  dubbio  la  divisione  del  lavoro  ha  i 
suoi  vantaggi. 

1  Stampata  presso  Lowenfeld  Epistolare  Rom.  Pont.  (p.  11,  dove  si  deve  leggere  quod 
veriehatur  invece  di  quo  vertebatur  e  ed.  sec.  720  invece  di  496). 

%  «  ..  nichil  magis  couvenit  officio  sacerdoti*,  quam  viduae  inferre  subsidium  »  n.  629. 
Lowenfeld  pag.  1. 


Thiel,  Epistolae  rom.  pontificum. 


Le  Epistolae  Romanorum  pontificum  genuinùe  di  A.  Thiel, 
il  presente  vescovo  di  Warmia,  son  da  molto  tempo  note  ed  ac- 
colte a  grande  onore.  Formano  una  continuazione  delle  più  an 
tiche  lettere  dei  papi,  che  il  Maurino  Pietro  Coustant  die  alla 
luce  l'anno  1721  Il  Coustant  era  arrivato  nella  sua  edizione, 
che  nel  tutto  insieme  sino  ad  oggi  non  è  stata  superata,  solo  fino 
al  principio  del  governo  di  Leone  Magno  (440)  ;  quindi  il  Thiel, 
lasciando  da  parte  le  lettere  di  Leone,  edite  con  buona  critica 
dai  fratelli  Ballerini,  conduce  la  serie  delle  lettere  pontificie  in 
esatta  ed  autentica  edizione  fino  al  papa  Ormisda  inclusive  (f  523). 
Il  Thiel  potè  giovarsi  per  questo  tempo  dei  lavori  preparatori 
del  Coustant,  conservati  nel  Vaticano,  ma  perfezionò  da  sè  in 
tutto  i  testi  secondo  i  più  antichi  e  migliori  manoscritti,  e  so- 
lamente in  alcune  poche  parti,  ove  gli  vennero  meno  i  mezzi  e 
gli  aiuti,  a  mo'  d'esempio  per  i  documenti  provenienti  dalla 
Collectio  Arelatensis  2,  prese  per  fondamento  il  testo  dei  la- 
vori preparatorii  del  Coustant,  raffrontandolo  con  altri  testi 
esistenti. 

Sulla  disposizione  dell'edizione  del  Thiel  notiamo  solo  le  cose 
seguenti.  Dopo  una  lunga  introduzione  sui  fonti  manoscritti  l'e- 
ditore in  una  prima  parte  rende  conto  del  lavoro  critico  per 
ciascuna  lettera  e  della  relazione  del  suo  contenuto  all'istoria 
contemporanea;  è  un  quadro  o  prospetto  di  tutto  il  volume,  in 
cui  egli  segue  l'ordine  cronologico  delle  lettere.  Poi  dà  la  stampa 
delle  lettere,  e  le  accompagna  con  note  critiche  ed  isteriche  ;  al 
principio  di  ciascun  nuovo  pontificato  dà  un  piccolo  abbozzo 
della  vita  del  rispettivo  papa. 

1  Epistolae  Romanorum  pontificum  et  quae  ad  eos  scriptae  sunt ..  tisque  ad  Inno- 
centi um  111 ..  Studio  et  labore  Petri  Coustant  0.  S.  B.  Tomus  I  ab  anno  67  ad  annum  440. 
Parisiis  1721,  fol.  L'anno,  che  fu  pubblicata  l'opera,  morì  l'editore.  Dal  primo  volume  in- 
fuori non  venne  alla  luce  altro.  L'opera,  se  fosse  stata  realmente  eseguita,  come  ve  n'era, 
l'intenzione,  sino  ad  Innocenzo  III,  sarebbe  stato  un  Iaffé  con  testi  pieni,  giacché  anche  il 
Iaffé  va  fino  a  questo  limite  di  tempo.  Ma  la  possibilità  dell'esecuzione  di  sì  tragrande 
impresa  è  ben  altra  cosa.  —  Il  Thiel  ha  scelto  un  più  modesto  scopo,  il  quale  è  espresso 
in  questo  titolo  :  Epistolae  Rom.  pont.  et  quae  ad  eos  scriptae  sunt  a  S.  Exlaro  usque  ad 
Pelaijium  II...  recensuit  et  edidit  Andreas  Thiel..  in  facultate  theol.  lycei  regii  Hosiani 
Brunsbertjensis  prof.  Tomus  I  ami.  161-523.  Brunsberr/ae,  Peter,  1868,  XL  e  1006  pag. 
Sventuratamente  anche  questo  più  breve  termine,  Pelagio  II  (-[-  590),  non  è  stato  finora 
raggiunto  dal  Thiel. 

2  Questa  preziosa  collezione  di  lettere  pontificie  fu  stampata  poco  fa  da  W.  Gundlach 
nei  Monumenta  Germania?  Jiistorica,  Epistolae  t.  3  (1892). 

(ìmsAR,  Anulecla  romana,  voi.  I.  1 


50 


II.  Lettere  dei  papi  n.  '.ì.  —  Thiel. 


L'utile  storico-teologico,  che  si  può  incavare  da  questa  ec- 
cellente collezione  si  fa  manifesto,  ove  si  considerino  i  grandi 
movimenti  dominatici  di  quel  tempo,  dai  quali  derivano  in  gran 
parte  le  lettere  qui  raccolte.  Vi  si  scorgono  i  possenti  sforzi  di 
animo,  che  fu  d'uopo  dispiegare  ancora  dopo  il  concilio  di  Cal- 
eedonia,  finché  fu  doma  l'eresia  dei  Monofisiti.  Nella  sfera  dei 
pensieri  di  queste  copiose  e  spesso  anche  formalmente  insigni 
lettere  riluce  a  preferenza  d'ogni  altra  la  dottrina  cristologia  ; 
ma  anche  altri  punti  di  dottrina  hanno  un  considerevole  svolgi- 
mento. Nelle  lettere  del  papa  Simplicio  ad  Acacio  di  Costanti- 
nopoli ed  agli  imperatori  Basilisco  e  Zenone  la  cristologia  forma 
quasi  sempre  il  fondo  del  quadro,  e  sotto  Felice  III  nella  con- 
danna di  Acacio  i  temi  cristologici  forinan  di  nuovo  l'oggetto 
della  lotta.  Gelasio  I,  lodato  da  Niccolò  il  grande  comp  «  plurium 
destructor  haeresium  »,  si  rivolge  non  pure  contro  l'eresie  cri- 
stologiche,  sia  in  lettere  d'occasione,  sia  in  grandi  trattati  ma 
anche  contro  la  dottrina  pelagiana,  eh'  egli  comhatte  con  dotta 
discussione  in  un  Tractaft's  2  e  con  autoritativo  rifiuto  nei  suoi 
decreti  3.  In  pari  tempo  Gelasio  delinea  con  potenti  tratti  un'im- 
magine dei  diritti  e  della  condizione  del  vescovo  romano,  fa  ri- 
levare  con  precisione  teologica  ed  istorica  la  relazione  degli  altri 
vescovi  e  specialmente  dei  patriarchi  al  primate,  e  presenta  nei 
suoi  molti  decreti  disciplinari  le  particolarità  della  vita  ecclesia- 
stica d'allora,  che  debbono  essere  di  grande  importanza  per  lo 
storico  e  per  il  teologo.  Anche  i  successori  di  san  Gelasio,  Ana- 
stasio II,  Simmaco  ed  Ormisda  si  fanno  avanti  nelle  loro  lettere, 
che  sono  presso  Thiel,  sotto  vario  rispetto  come  difensori  della 
purità  della  dottrina  e  della  disciplina  ecclesiastica.  Dopo  essersi 
verificato  nelle  definizioni  romane  l'assioma  teologico:  «  Prima 
Petri  apostoli  sedes ..  non  hahens  maculam  neque  rugam  nec  ali- 
quid  huiusmodi  »  4,  il  riconoscimento  del  mondo  cristiano  verso 
la  maestra,  che  ha  salvato  l'oriente  dall'eresia,  ha  finalmente  il 

1  Veggasi  il  suo  Traetntus  de  dunbus  naturis  in  divisto  presso  Thiel  ]).  530  ss.  I 
Nestoriani  ed  Kutichiani  vi  son  combattuti,  principalmente  con  testimonianze  della  tradi- 
zione greca. 

*  Tractaius  contra  Pelngianos,  Thiel  pp.  571  ss. 
3  Thiel  p.  321.  324.  325. 

*  Parte  damasiana  del  suddetto  decreto  De  libris  recipiendis,  presso  Thiel  p.  455. 


v 


Mansi.    Labat.    Ewald.  51 


suo  apice  nelle  parole  della  forinola  del  papa  Ormisda  sotto- 
scritte dappertutto  :  «  sedes  apostolica ,  in  qua  est  integra  et 
verax  christianae  religionis  et  perfecta  soliditas  »  \ 

Col  Coustant  e  col  Thiel  è  già  sventuratamente  finita  la  serie 
delle  edizioni  critiche  e  complete  di  lettere  papali  del  tempo  più 
antico.  Per  l' epoca,  che  corre  da  Ormisda  fin  a  Gregorio  Magno, 
bisogna  consultare  il  Mansi  ed  il  Labat. 

Domenico  Mansi,  il  dotto  religioso  di  Lucca,  accompagna, 
come  si  sa,  coi  suoi  testi  l' investigatore  anche  per  tutto  il  medio 
evo.  Nella  sua  collezione  dei  concilii,  la  migliore  e  più  copiosa 
di  tutte,  in  generale  ha  rivolto  alle  lettere  dei  papi  tutta  quella 
cura  e  sollecitudine,  che  gli  permetteva  la  sua  immensa  impresa. 

Il  Maurino  Labat  trent'anni  dopo  il  principio  della  pubbli- 
cazione del  Mansi  diè  alle  stampe  il  suo  volume  in  folio  sui  con- 
cilii delle  Gallie,  nel  quale  furono  anche  accolte  le  lettere  dei 
papi.  L' opera  però,  interrotta  dalla  rivoluzione  francese,  arriva 
soltanto  all'anno  591. 

Per  il  pontificato  di  Gregorio,  dall'  anno  590,  l' edizione  del 
relativo  registro,  cominciata  da  Paolo  Ewald ,  sarà  finita  da 
L.  Hartmann.  I  primi  quattro  anni  2,  pubblicati  da  Ewald,  per 
la  solidezza  del  lavoro  fanno  che  il  desiderio  di  vederlo  finito 
sia  tanto  più  vivo.  Fintantoché  il  continuatore  non  abbia  con- 
dotto a  termine  il  già  cominciato,  conviene  in  molte  cose  con- 
tentarsi dell'  edizione  delle  lettere  di  Gregorio,  fatta  dai  Maurini 
o  dal  Gallicciolli. 

Il  rimanente  del  medio  evo,  per  ciò  che  s'attiene  alle  lettere 
dei  papi,  trovasi  parimente  rappresentato  solamente  da  opere 
separate  su  papi  e  periodi  speciali,  o  da  opere  contenenti  mi- 
scellanea, se  facciamo  astrazione  dai  bollami  e  dal  Mansi,  cogli 
altri  suoi  colleghi,  editori  dei  concilii.  Delle  pubblicazioni  di 
simil  sorte  del  Muratori,  di  Baluze,  di  Iaffé,  di  Horoj,  di  Theiner, 
di  Pressutti ,  di  Rodenberg  e  di  molti  altri  si  può  qui  par- 
lare tanto  poco,  quanto  della  pubblicazione  dei  volumi  dei  re- 

1  Tale  è  secondo  il  Thiel  795  l'espressione  di  questo  luogo  ripetuto  nei  decreti  del 
concilio  vaticano. 

*  Gregorii  1  papae  Registrum  epislolarum  toni.  I  pars  I  liber  I-IV.  Edidit  Paulus 
Ewald.  Berolini,  apud  Weidmannos,  1887  (Mon.  Germ.  hist.  Epislolarum  t.  I). 


52  II.  Lettere  dei  papi  a.  3.  —  Muratori.    Migne  ed  altri. 


gistri  vaticani  del  secolo  xm,  intrapresa  d-dWEcole  de  Rome  dei 
Francesi. 

La  patrologia  del  Migne,  con  ristamparle,  ha  fatto  sue  pa- 
recchie delle  summentovate  collezioni ,  che  esistevano  al  tempo 
della  sua  pubblicazione.  Il  Migne  ci  fornisce  di  nuovo  i  lavori 
di  Coustant  e  dei  fratelli  Ballerini  per  le  lettere  dei  papi  dei 
tempi  più  antichi,  sebbene  gli  autori  avrebbero  buono  in  mano 
per  protestare  contro  le  piccole  alterazioni  e  deformità  fatte 
dal  proto. 

Ugo  Hurter  S.  I.  ha  procurato  nei  suoi  Ojmscula  ss.  Patrum 
t.  17.  18.  25.  2(>  una  comoda  ristampa,  con  note  teologiche, 
delle  più  importanti  lettere  papali  sino  a  Leone  I  inclusivamente. 

ÌS  Enchiridion  di  Denzinger,  di  cui  v'è  già  la  sesta  edizione  l, 
ha  il  suo  incontrastabile  merito  e  nessun  giovine  teologo  ne 
dovrebbe  esser  privo.  Una  tale  collezione  di  sì  discreto  vo- 
lume e  di  si  aitile  scelta  non  pure  può  far  da  guida  al  princi- 
piante, ma  anche  al  teologo  già  progredito;  una  volta  che  questi 
n'abbia  conoscimento,  rende  parecchi  e  buoni  servigi.  Ma  af- 
finchè essa  perfettamente  raggiunga  il  suo  scopo ,  fa  mestieri 
che  sia  di  stampe  affatto  corrette,  e  quanto  più  piccolo  n'  è  il 
volume,  tanto  più  deve  in  ciascuna  sua  riga  esser  sicura  ed 
ispirar  fiducia.  Denzinger  stesso  avrebbe  senza  dubbio  avuto  le 
maggiori  cure  del  suo  Enchiridion ,  se  lunga  e  grave  infermità 
ed  una  fine  prematura  non  1'  avesse  incolto.  Perciò  alla  colle- 
zione manca  pur  tuttavia  di  molto,  i  mezzi  di  critica  non  si  sono 
adoperati  abbastanza  e  la  sesta  edizione  ha  lasciato  il  libro,  nel- 
l'essenziale, tale,  quale  era  prima.  Non  solo  parecchi  documenti 
pontifìcii ,  accolti  nella  collezione ,  ma  anche  alcune  determina- 
zioni di  concilii ,  che  hanno  relazione  coi  decreti  romani,  sono 
trattati  in  guisa,  che  colui,  il  quale  se  ne  servisse,  n'  andrebbe 
fuorviato  2. 

1  Enchiridion  symbolorum  et  defnitionum,  quae  de  rebus  fidei  et  morum  a  conciìiis 
oecumenicis  et  swnmis  pontificibns  emanarunt,  in  ouditorum  usum  ed.  H.  Denzinf/er,  Wir- 
ccbunjensis  professor.  Eilitio  VI  aucta  et  emendata,  Wirceburgi,  Stahel,  1888.  Neo-Ebo- 
raci ecc.  Benziger  445  p.  8  min. 

1  Per  la  ragione  che  YEnchiridion  è  adottato  in  molti  luoghi  e  vien  citato  come 
un'  autorità,  crediamo  opportuno  rilevare  qui  alcune  particolarità,  che  risguardano  gli  spro- 
positi, che  sono  poi  incorsi  in  opere  teologiche.  Il  testo  giusto  ed  esatto  degli  anatema- 
tismi  del  papa  Damaso  contro  la  falsa  dottrina  dei  Macedoniani  e  di  altri  lo  leggiamo 
presso  Constant  Ejrist.  Rotti,  poni.  p.  513  e  p.  516,  mentre  il  tosto  noli' Enchiridion  p.  11 


benzvnger,  E 1 1  <  • 1 1  i  i  ■  i  (  1  i  o  n . 


Fra  le  compilazioni  degli  ultimi  anni,  che  con  documenti 
pontificii  inediti  arricchiscono  grandi  periodi,  son  da  nominare 
le  Analecfa  novissima  del  cardinal  Pitra  l. 

è  alle  volte  talmente  deformato  che  è  irriconoscibile.  Nel  primo  verso  vi  manca  dopo  Ni- 
caenum  un  et,  la  qual  mancanza  perturba  il  senso;  nel  primo  anatematismo  manca  la 
parola  Spiritum  s,  in  cui  si  assomma  tutto  il  contenuto,  poiché  in  esso  viene  appunto 
definita  la  divinità  dello  Spirito  Santo.  Nel  n.  10  è  parimente  rimasto  fuori  Patrem  semper; 
al  contrario  nel  n.  24  1.  5  vi  sta  di  soverchio  Deum  e  rompe  la  concatenazione.  Queste 
importanti  sentenze  dommatiche  non  appartengono  all'anno  378  o  379,  ma  bensì  al  3X0 
(laffè  2a  ed.  Add.  n.  235). 

Sotto  il  papa  Damaso  si  dovevano  indicare  i  suoi  decreti  intorno  alla  dottrina  dello 
Spirito  Santo  ed  al  canone  della  sacra  scrittura,  i  quali  si  ripetono  nel  così  detto  decreto 
gelasiano  De  libris  recipiendis  dell'  anno  495  o  496  (non  perù  494);  gli  studii  del  Thiel  e 
dopo  di  lui  di  monsignor  Storti  hanno  mostrato,  che  Damaso  ne  è  autore. 

I  decreti  del  papa  Innocenzo  I  sui  sacramenti  della  confermazione  e  dell'estrema  un- 
zione son  dati  nella  p.  16  secondo  i  testi  da  molto  tempo  antiquati  ed  inesatti,  invece  di 
starsene  al  Constant  p.  858,  cui  cita  Iaffé  (2a  ed.)  n.  311.  11  simile  è  avvenuto  della  celebro 
forinola  d'  unione  d'Ormisda,  che  è  citata  tanto  spesso  in  dommatica.  Questa  forinola  vo- 
leasi  togliere  dal  Thiel  Epistolae  Rom.  pont.  p.  759  (laffe  n.  788);  ivi  la  dicitura  non  solo 
è  più  sicura,  perchè  deriva  da  una  lettera  di  Ormisda  stesso,  ma  anco  più  espressiva  del 
testo,  che  si  trova  nell'  Enchiridion. 

Nel  concilio  d'Ippona  fu  esposta  una  lista  dei  libri  canonici,  che  fu  rinnovata  nel  con- 
cilio di  Cartagine  del  397.  L' Enchiridion  dà  anche  quest'importante  decreto  nella  più 
antica  e  più  imperfetta  forma  del  tosto,  mentre  la  miglioro  sta  nell'edizione  dell'opere 
di  san  Leone,  fatta  dai  fratelli  Ballerini  (Migne  Patr.  kit.  t.  56,  428);  di  questa  ci  avvisa 
anche  Hefele  Concilien-Geschichte  2a  ed.  t.  2  p.  55. 

I  canones  de  ordinationibus  (p.  15)  sono  attribuiti  nell'  Enchiridion,  come  usavasi  una 
volta,  al  concilio  cartaginese  del  398,  mentre  non  gli  appartengono,  e  non  furori  composti 
se  non  noi  secolo  sesto  da  mano  ignota,  che  gli  raccolse  da  differenti  documenti.  (Vedi 
Hefele  1.  c.  pag.  68). 

Parimente  l'origine  dei  quindici  canones  cantra  Origenem,  stampati  a  pagina  57  ss., 
sono  tuttavia  ricondotti  erroneamente  al  quinto  concilio  ecumenico.  Non  hanno  veruna  au- 
torità ecumenica,  bensì  sono  di  molto  minor  conto;  derivano  dal  sinodo  tenutosi  l'anno  543 
in  Costantinopoli  sotto  il  patriarca  Menna  e  formano  una  ripetizione  del  giudizio  di  ri- 
provazione di  Giustiniano  contro  Origene,  fatta  dal  patriarca  sott'  altra  forma. 

La  lettera  dottrinale  del  papa  Dionisio  (f  268)  sulla  divinità  del  Figliuolo,  che  Iaffé 
cita  n.  135,  contiene  una  decisione  dommatica  sì  giusta,  che  l'Arianesimo  ne  fu  coi  suoi 
argomenti  prima  della  sua  origine  snervato  e  scientificamente  ridotto  al  nulla;  Hefele  la 
chiama  (I,  255)  «  una  lettera  molto  notevole  per  l'istoria  dell'ortodossia  ».  La  sua  parto 
principale  è  stata  conservata  da  sant'Atanasio.  Disgraziatamente  è  stata  tralasciata  affatto  da 
Denzinger.  -  Dei  primi  tre  secoli  egli  reca  solamente  il  frammento  del  decreto  di  Stefano  1 
sul  battesimo  amministrato  dagli  eretici;  il  che  in  parte  si  spiega  colla  scarsità  dei  do- 
cumenti rimastici.  Ciò  nondimeno  avrebbesi  pur  potuto  citare  il  frammento  del  papa  Zefirino 
sulla  remissione  dei  peccati  (Iaffé  n.  79)  almeno  come  un  ordine  disciplinare  molto  no- 
tevole, e  forse  anche  la  professione  sull'unità  della  chiesa  e  dell'episcopato  imposta  agli 
scismatici  nel  concilio  romano  sotto  il  papa  Cornelio  (Iaffé  n.  Ili;  Cypriani  Opp.  ed.  Har- 
tel  1868  t.  I  p.  608). 

1  Analecta  novissima,  Spicilegii  solesmensis  altera  continualo.  Tom.  I.  De  epistolis 
et  registris  romanorum  ponfificum  dissentii  Toainies  Baptista  card.inalis  Pitra,  s.  r.  e.  bi- 
bliofliecariits  Typis  Tusculanis  1885.  -  Tom.  II.  Tusculana.  Pari  si  is  1888.  L'esattezza  della 
stampa,  massimo  nel  primo  volume,  lascia  molto  a  desiderare. 


54 


II.  Ledere  dei  papi  n.  3.  —  Pilra. 


Con  questa  opera  quel  principe  di  santa  chiesa,  rapitoci  sì 
presto  dalla  morte,  cominciò  la  continuazione  delle  sue  antiche 
opere  di  collezioni ,  la  quale  promise  di  darci  qualche  cosa 
d'utile.  Quanto  al  contenuto  del  primo  volume,  di  cui  solamente 
ci  occupiamo,  s'appartiene  al  soggetto  di  questa  trattazione  una 
dissertazione  in  francese  dell'editore,  sulle  Lettere  dei  papi, 
lunga  non  meno  della  metà  del  volume  (1-312).  In  questa  dis- 
sertazione la  cancelleria  e  le  lettere  papali  sono  svolte  secondo 
il  loro  lato  storico  e  diplomatico,  senza  che  sieno  fatte  le  pub- 
blicazioni  di  testi.  Seguono  nel  volume  sotto  il  titolo  Mèlanges 
differenti  lavori,  fra  gli  altri  un  vecchio  trattato  sull'istoria  del 
papa  Vigilio,  composto  dal  Coustant  insieme  con  Mopinot  e 
Durand.  Questo  trattato  unitamente  a  certe  note  dell'editore  sui 
regesti  di  IafFé  ci  darà  occasione  d'intrattenerci  più  sotto  su  al- 
cuni scritti  teologici  di  Vigilio.  Chiude  l'opera  la  terza  ed  ultima 
parte,  che  contiene  115  lettere  finora  affatto  o  in  parte  scono- 
sciute da  Ilaro,  relativamente  da  Anastasio  I  fino  ad  Onorio  IV 
(f  1287). 

Oltre  la  lettera  di  Anastasio  I,  della  quale  abbiamo  già  par- 
lato a  pag.  42  s.,  ha  speciale  importanza  teologica  la  lettera  di 
Pasquale  I  (817-826)  a  Leone  l'Armeno,  che  il  card.  Pitra  (p.  469) 
prende  dalla  sua  opera  più  antica  Iuris  ecclesiastici  Graecorum 
hisloria  et  monumenta  e  ce  la  richiama  alla  memoria,  essendo 
stata  omessa  nella  nuova  edizione  dei  regesti  di  IafFé,  almeno  nel 
corpo  d'essa  (ora  sta  nel  Suppl.  n.  2552  a).  La  lettera  appartiene 
alle  migliori  esposizioni,  che  possediamo,  sui  motivi  della  vene- 
razione cattolica  delle  immagini;  è  da  deplorare  che  non  ci  sia 
stata  trasmessa  del  tutto  intera,  e  la  parte  conosciuta  altro  non 
sia  che  la  versione  greca. 

Sotto  Gregorio  VII  il  card.  Pitra  ci  comunica  il  testo  del 
giuramento  di  fedeltà  e  di  omaggio,  prestato  da  Roberto  Viscardo 
al  papa,  secondo  la  sua  più  antica  redazione.  Egli  l'ha  preso  da 
un  manoscritto  del  chiostro  romano  di  san  Paolo. 

Le  lettere  d'Innocenzo  III,  ammesse  nella  collezione,  formano 
per  lo  più  parte  del  suo  registro,  e  finora  erano  state  trascurate. 
Fra  queste  risalta  la  duodecima,  in  cui  il  papa  da  una  parte  col 
riconoscere  il  secondo  luogo  di  dignità,  che  avea  la  chiesa  di 
Costantinopoli,  fa  rilevare  la  fine,  che  era  avvenuta  nel  frattempo, 


Pitra,  Analecta  novissima. 


55 


della  secolare  contesa  con  Roma,  dall'altra  parte  poi  in  occasione 
delle  prescrizioni  date  da  Innocenzo  per  l'elezione  del  patriarca 
rammenta  con  energia  il  sommo  e  pieno  potere  della  sede  apo- 
stolica '. 

Il  cardinale  Pitra  raccoglie  (pag.  465  ss.)  parecchi  risulta- 
menti,  i  quali  gli  vengono  dal  Coustant  e  dai  suoi  proprii  studii  sul 
papa  Vigilio,  per  la  correzione  dei  regesti  di  questo  papa  presso 
laffé,  che  allora  già  erano  puhblicati  in  seconda  edizione.  E  cosa 
singolare,  che  nelle  Addenda  del  nuovo  laffé,  invece  di  trovarvi 
una  stima  giusta  di  cotali  serii  lavori  del  card.  Pitra,  si  leg- 
gono queste  pure  parole:  «Pitra..  vehementer  invehit  (sic)  in 
eos  qui  epistolam  n.  909  et  n.  920,  921,  92(5  a  Vigilio  scriptas  esse 
censent  »,  dopo  di  che  si  è  rinviati  semplicemente  ad  Hefele  e 
Duchesne.  All'  opposto  valeva  certamente  la  pena  di  ponderare 
le  vedute  e  i  pareri  del  cardinale,  ch'egli  propone  con  grande 
gravità.  Non  si  può  rimproverare  a  lui  di  voler  difendere  una 
volta  per  sempre  il  tanto  biasimato  papa  Vigilio;  non  nega  il 
Pitra,  che  nella  difesa  si  è  andato  tropp'  oltre  da  parecchi,  i  quali 
nemmeno  volevano  concedere  in  lui  una  certa  incostanza  nel- 
1  agire  . 

Rispetto  al  primo,  al  secondo  e  al  terzo  dei  documenti  men- 
tovati, io  credo  che  si  può  bene  stare  al  giudizio  del  cardinale, 
che  cioè  sono  spurii,  e  richiedere  dall'opera  dei  regesti  di  desi- 
gnarli per  tali  o  almeno  come  molto  dubbii. 

Il  primo  documento  è  la  lettera,  che  Vigilio,  stando  a  quel 
che  riferiscono  i  suoi  acerbi  avversarii,  avrebbe  spedito  ai  capi 
dell'eresia  monofìsitica  in  oriente,  per  annunziar  loro  il  suo  rifiuto 

1  «  . . .  Constantinopolitana  ecclesia  primum  locum  obtinet  post  romanam,  et  antistes 
ipsius  a  romano  pontifice  est  secundus  ».  E  prima:  «Apostolica  sedes,  quae  mater  est 
ecclesiarum  omnium  et  magistra,  nulli  prorsus  iniuriam  facit,  cum  utitur  iure  suo,  nec 
minores  ecclesiae  in  suum  debent  praeiudicium  allegare,  cum  quidquam  in  eis  ex  collata 
sibi  potestate  disponit,  utpote  quae  sic  vocavit  alios  in  partem  sollicitudinis,  ut  sibi  reser- 
varet  in  omnibus  plenitudinem  potestatis  ». 

2  Anche  il  giudizio  del  Coustant  nella  dissertazione  stampata  dal  card.  Pitra  ha  bisogno 
di  qualche  piccola  modificazione  in  disfavore  del  papa  Vigilio.  Il  Coustant  scrive:  «  Si  quis 
ex  rerum  a  Vigilio  gestarum  superficie  indicare  velit,  ab  omni  levitatis  et  inconstantiae 
[nota?]  aliena  huius  pontificis  agendi  ratio  non  videbitur;  at  cum  [eum?]  eodem  animo  (licet 
alia  aliis  temporibus  egerit)  et  constanti  servandae  aut  instauraudae  pacis  voluntate  gessisse 
se  semper  contendo  ».  (Presso  Pitra  p.  416).  L'uguaglianza  di  questo  impegno  del  papa  e  la 
costanza  nel  suo  sforzo  può  concedersi  e  nondimeno  biasimarsi  la  disuguaglianza  ed  inco- 
stanza adoperata  nei  mezzi  e  la  poca  prudenza  nel  prevedere  gli  inconvenienti  ed  i  pericoli. 


5G 


II.  Lettere  dei  papi  n.  ?>.  —  Pitra  su  papa  Viijilio. 


al  concilio  di  Calcedonia;  e  sarebbe  stata  scritta  presto,  dopo 
che  era  pervenuto  illegittimamente  alla  dignità  del  papato.  Alla 
lettera  intrinsecamente  incredibile  e  nella  forma  assai  sospetta 
manca  anche  l'estrinseco  testimonio.  Mons.  Ilefele  non  protegge 
punto  la  sua  genuinità  e  Duchesne  si  esprime  piuttosto  contraria- 
mente {Eevue  des  quesl.  hist.  1884,  II  p.  373). 

Le  obiezioni  del  card.  Pitra  contro  i  n.  920  e  921,  nei  quali 
Vigilio  promette  all'imperatore  ed  all'imperatrice  l'anno  547  il 
rigetto  dei  Tre  Capitoli,  fondansi  innanzi  tutto  sulla  circostanza, 
che  il  vi  concilio  ecumenico  fe'  togliere  queste  lettere  dagli  atti 
del  v  concilio  come  falsificate  e  quale  contrabbando  corredato 
d'una  giunta  monoteletica.  Si  conceda  pure  che  le  lettere,  pre- 
scindendo dalla  giunta  monoteletica,  rispondono  affatto  alla  po- 
sizione, che  occupava  l'infelice  Vigilio  al  tempo  della  pretesa 
loro  compilazione,  cioè  dopo  di  essersi  arrogata  la  dignità  pon- 
tificia l;  ma  appunto  questa  posizione  di  Vigilio,  insieme  con  quel 
che  si  è  detto  di  sopra,  favorisce  l'opinione  che  il  falsario  a  bella 
posta  vi  rannodasse  il  filo.  Nello  stesso  luogo  degli  atti  del 
v  concilio  v'  era  anche  la  lettera  di  Menna,  inventata  di  sana 
pianta,  cui  del  pari  fece  cassare  il  vi  concilio.  Già  i  fratelli  Bal- 
lerini han  mostrato  con  buone  ragioni  la  falsità  dei  n.  920  e  021. 

Resta  il  n.  926,  la  promessa  giurata  di  Vigilio  (allora  papa 
legittimo)  a  Giustiniano  del  15  agosto  dell'anno  550,  di  far  opera, 
affinchè  fossero  rigettati  i  Tre  Capitoli.  Qui  le  ragioni,  colle  quali 
il  card.  Pitra  attacca  il  documento,  non  sembrali  certamente  per- 
suasive. Egli  dice  che  il  papa  non  può  in  pari  tempo  avere  scon- 
fessato il  Iudicatum  diretto  contro  i  Capitoli  ed  avere  dato  queste 
promesse.  Ma  colla  disdetta  del  Iudicatum  è  sempre  conciliabile 
da  parte  del  papa  la  speranza,  che  in  un  concilio,  ove  sarebbero 
rappresentati  l'oriente  e  l'occidente,  i  vescovi  latini  si  lasciassero 
muovere  a  rigettare  i  Tre  Capitoli,  che  infatti  sarebbe  stato  un 
appianamento  della  controversia  da  tranquillare  gli  animi. 

La  posizione,  che  il  card.  Pitra  prende  di  contro  il  n.  922  (son 
frammenti  del  Iudicatum  di  Vigilio  contro  i  Tre  Capitoli)  è  affatto 
trasandata  nelle  Addenda  presso  Iaffé.  Qui  bisogna  altresì  disco- 
starci, così  mi  sembra,  dal  Pitra,  in  quanto  egli  muove  dubbio 

1  Vedi  Hoi'elo  Concilicn-Gesehichte  t.  II  pag.  857. 


Pftugk-jffwtlung,  Acta  potìtificurrh 


57 


contro  la  genuinità,  anzi  stabilisce  come  provata  la  falsità  \  Pare 
eh'  egli  abbia  avuto  in  vista  specialmente  il  primo  frammento  ; 
ma  questo  viene  letto  nel  v  concilio  per  genuino  e  risponde  allo 
stato  delle  cose  altrove  attestato.  Gli  altri  cinque  frammenti  ha 
a  mio  parere  mostrati  l' Hefele  con  sicurezza  come  parti  del 
Constitutum  di  Vigilio,  che  indubitatamente  è  genuino  (1.  c. 
pag.  823  ss.).  Dappoiché  nel  resto  il  Pitra  conviene,  che  Vigilio 
al  tempo  della  redazione  del  Indicatimi,  che  è  messo  in  dubbio, 
parlò  e  trattò  in  sostanza  nel  senso  del  medesimo  (p.  407),  perciò 
il  punto  controverso  è  di  minor  conto. 

In  fine  il  cardinale  ebbe  pien  diritto  di  manifestare  il  suo 
lamento,  che  il  fondamento  storico  e  la  vicendevole  concatena- 
zione dei  regesti  del  papa  Vigilio  nella  prima  e  seconda  edizione 
di  Iaffé  siano  presi  con  parzialità  dagli  odiosi  libelli  contro  il 
papa  e  perciò  non  sempre  si  soddisfi  alle  esigenze  della  verità. 

4.  Pflugh-Harttung .  Lòwenfeld. 

Con  molto  maggiore  ampiezza,  che  non  l'ultima  collezione, 
di  cui  si  è  discorso,  hanno  arricchito  il  numero  degli  antichi 
documenti  papali  le  Acta  ponti ficum  di  Giulio  von  Pflugk- 
Harttung  ~.  Questo  dotto  ha  fatto  sua  specialità,  per  adoperare 
l'espression  moderna,  i  documenti  de'  papi,  e  durante  dieci  anni 
fra  i  periodici  tedeschi,  che  accolsero  nelle  loro  pagine  questa 
materia,  a  mala  pena  si  trovò  un  volume,  che  non  contenesse 
almeno  un  lavoro  della  penna  di  Pflugk-Harttung  sulle  lettere 
dei  papi.  Intorno  alle  sue  opinioni  nel  campo  della  diplomatica 
pontificia  i  pareri  si  son  divisi;  ma  pel  ricco  materiale,  ch'egli 
ha  dischiuso  ai  dotti,  può  contare  sulla  gratitudine  e  riconoscenza 
di  tutti. 

Le  Acta  son  frutto  di  viaggi  in  Francia  ed  in  Italia,  che 
l'editore  imprese  in  parte  coll'appoggio  dell'accademia  berlinese. 

1  P.  4fi5:  «  Dubia  sunt  fragmenta  ».  Vedi  p.  407.  P.  47:  «  le  fanx  fragment  du 
iudicatum  ». 

2  Acta  pontifìcum  Romanorum  medita.  Urkunden  der  Pàpste  bis  znm  Iahro  1 198. 
Gesammclt  und  herausgegeben  von  I.  v.  Pflugk-IIarttung,  Prof,  ati  der  Università t  Basel. 
3  volami.  Stuttgart,  Kohlhammer,  1881-1888. 


58 


II.  Lettere  dei  papi  n.  4.  —  Pflmjk-Harltung . 


Con  instancabile  perseveranza,  di  continuo  intento  al  suo  fine 
sino  ad  ammalarne  gravemente,  ha  dimostrato  coli' indagine  di 
moltissimi  archivii  e  biblioteche,  quanti  tesori  potevansi  ancora 
ricavare  da  quel  suolo,  che  sembrava  già  pienamente  esplorato  l. 
Il  primo  volume  delle  Ada  offre  453  monumenti  pontificii,  il 
secondo  467,  il  terzo  487,  tutti  del  tempo  prima  d'Innocenzo  III. 
Questo  materiale  fu  tutto  messo  al  servigio  del  nuovo  Iaffé,  col 
cui  lavoro  egli  seppe  intrecciare  i  suoi  viaggi  di  scoperta. 

In  parecchi  luoghi  della  collezione  desta  maraviglia  la  copia 
e  dovizia  dei  minuti  e  particolareggiati  schiarimenti,  che  proven- 
gono dalla  vasta  corrispondenza  dei  papi.  Temi  di  storia,  o  geo- 
grafìa, sacri  canoni,  civiltà,  gerarchia,  monachismo  vi  ricevono 
svariata  e  nuova  luce.  La  teologia  deve  starsene  paga  a  ciò  che 
vi  vien  prodotto  pel  diritto  e  la  storia  ecclesiastica;  le  altre  sue 
discipline  non  son  lasciate  del  tutto  sprovviste,  ma  non  posson 
più  pretendere  a  grandi  acquisti  su  questo  terreno,  perchè  l'edi- 
tore, in  ciò  naturalmente  simile  al  rispigolatore,  non  è  in  grado 
d'estrarre  documenti  di  teologia  tanto  rilevanti,  quanto  i  già  noti 
da  molto  tempo.  Le  lettere  dei  papi  riunite  nelle  Ada  risguar- 
dano  per  lo  più  soggetti  di  cerchia  molto  ristretta  e  trattano 
di  quistioni  locali  e  di  controversie  puramente  personali.  Vi  si 
rimira  bene  il  potere  del  pontificato  nelle  svariatissime  relazioni, 
ma  è  sempre  più  la  curia  ed  il  cancelliere,  i  quali  si  fanno  in- 
nanzi che  non  il  sommo  pastore  nel  senso  teologico. 

Per  le  cose  ecclesiastiche  antiche  sono  specialmente  degni 
d'esser  notati  i  documenti,  quasi  tutti  spurii,  che  ci  ha  traman- 
dato un  codex  canonum  di  Torino,  appartenente  al  duodecimo 
o  decimoterzo  secolo.  Benché  falsificati,  pure  riflettono  le  con- 
dizioni interne  o  tendenze  nella  chiesa  de'  primi  tempi  del  medio 
evo.  Essi  son  pubblicati  nel  secondo  volume  delle  Ada  e  cor- 
redati di  alcune  poche  indicazioni  sulla  loro  origine  e  sulla  loro 
relazione  con  altri  simili  testi.  Questa  collezione  di  canoni  ha 
ancora  bisogno  d'un  esame  profondo,  anche  dopo  le  discussioni 
di  Pflugk-IIarttung  nel  suo  Iter  italicum  (p.  786  ss.)  e  nel  perio- 
dico del  Dove  Zeitschrift  fur  Kirchenrecht  (1884).  Quest'esame 


1  Defili  archivi  o  dolio  biblioteche  d'Italia  trattò  la  sua  opera  Iter  italicum  (Stutt- 
gart 1883-1884,  Kohlhammer),  a  cui  sono  aggiunte  differenti  pubblicazioni  (irose  da  ma- 
noscritti d'Italia. 


Pfliujk-Harttung,  Acta  pontificami. 


59 


dovrebbe  concernere  segnatamente  quelle  parti ,  che  si  suppon- 
gono dubbie,  le  quali  egli  nella  sua  edizione  contradistingue  dalle 
sicuramente  spurie  (*)  col  segno  f. 

Quanto  sia  ingenua  la  collezione  torinese  nell' assegnare  i 
decreti  ai  più  antichi  papi,  lo  addimostra  il  n.  2  nelle  Acta,  ove 
Zefìrino  pubblica  la  legge  d'adoperare  in  certi  casi  di  sospetto 
le  ordalie  («  prò  quibus  suspectis  divina  experimenta  aque  vel 
ferri  dudum  fuerunt  inventa  »  ecc.).  Questa  finzione  di  Zefìrino 
non  ci  si  para  innanzi ,  nè  presso  il  Pseudoisidoro ,  nè  fra  le 
altre  falsificazioni,  come  in  generale  il  contenuto  del  mano- 
scritto torinese  sopravanza  sotto  varii  rispetti  i  canoni  spurii 
finora  noti. 

All'opposto  l'editore  non  ha  veduto  che  il  Pseudoisidoro  con- 
tiene diversi  dei  suoi  numeri,  ma  in  tal  guisa,  che  il  loro  testo 
ci  si  presenta  sminuzzato  in  differenti  decreti  pseudoisidoriani, 
non  già  in  forma  d' un  unico  decreto ,  come  ora  sono  erronea- 
mente stampati  nelle  Acta.  Dico  erroneamente;  chè  nel  n.  17 
pag.  5,  secondo  il  senso  dell'autore  dell'antica  collezione,  la  cita- 
zione di  san  Girolamo  e  la  proposizione  del  Toletanum  non  for- 
mano certamente  un  tutto  col  decreto  pseudoisidoriano  di  Siricio 
sull'avanzamento  negli  ordini  sacri;  parimente  la  collezione,  nel 
n.  13  pag.  4  non  avrà  in  origine  sicuramente  riunito  sei  diffe- 
renti decreti  sul  primato  romano,  persino  col  titolo  di  differenti 
papi,  sotto  il  solo  nome  del  papa  Marcello.  Non  è  chiaro,  sino 
a  qual  segno  tale  conglomerazione  può  contare  come  deteriora- 
zione del  manoscritto.  Il  Kaltenbrunner  nelle  aggiunte  al  Iaffé 
vi  ha  il  più  delle  volte  rimediato  felicemente. 

Del  resto  nelle  Acta  di  Pflugk-Harttung  fanno  ancft  comparsa 
varie  altre  negligenze.  Tanto  i  ritoccamenti  in  varianti  aperta- 
mente guaste  e  la  correzione  di  falsa  ed  incomoda  punteggia- 
tura delle  trascrizioni,  quanto  la  correttezza  della  stampa  lascian 
parecchio  a  desiderare. 

In  una  gran  parte  di  documenti,  che  sono  già  stampati  in 
altre  opere,  questa  circostanza  non  è  accennata;  ciò  che  special- 
mente vale  del  primo  volume.  L'editore  può  recare  a  sua  discolpa, 
eh'  egli  la  stampa  allora  solamente  rinnova,  quando  le  rispettive 
opere  offrono  stampe  molto  cattive  o  sono  estremamente  rare  ed 
a  mala  pena  si  possono  avere.  Maggiore  argomento  di  discolpa 


00 


II.  Lettere  dei  pòpi  n.  4.  —  Pftugk-Harttung. 


è  in  ciò  ch'egli  col  ristampare  quei  pezzi  per  lo  più  intende 
ridarci  gli  originali  quali  sono. 

Quanto  agli  originali,  Pflugk-Harttung  ne  descrive  la  parte 
estrinseca  con  penosa  esattezza.  Egli  pensò  di  dare  in  questa  guisa 
nella  collezione  allo  stesso  tempo  un  fondamento  alla  sua  divisata 
opera  sulla  diplomatica  pontificia,  senza  che  perciò  nelle  sue 
notizie  diplomatiche,  che  sarehbero  seguite  ai  documenti  delle 
Acta,  dovesse  cadere  «  in  uno  scrivere  pesante  ed  illeggibile  >, 
così  egli  s'esprime  (I  p.  v).  Credo  ch'egli  sia  caduto  nondimeno 
in  questo  sproposito  e  non  in  piccolissima  parte  per  cagion  della 
singolare  terminologia,  ch'egli  presceglie. 

Le  sue  teorie  sulla  diplomatica  pontificia  per  molte  ragioni 
non  sono  meno  singolari.  Le  comuni  notizie  di  questa  disciplina 
non  bastano  punto  per  tenergli  dietro  nelle  annotazioni  alle  sue 
Acta.  Dappertutto  egli  vuole  creare  nuovi  fondamenti  ed  espone 
teoremi,  de'  quali  si  può  dimandare,  se  siano  per  sopravivere 
lungo  tempo  a  lui. 

Cito  solo  la  sua  strana  divisione  dei  documenti  papali,  la 
quale  in  pari  tempo  è  un  esempio  della  sua  inintelligibile  lingua  !. 
Innanzi  tratto  havvi  secondo  lui  tre  classi  :  Prunkbulleri,  Mil- 
telbulten  e  Gemembreven.  A  queste  sottentrano  quali  membri 
mediani  le:  Prunkmittelbullen ,  Halbbullen ,  Constitutìonsbullen , 
Cernir actbullen  (rappresentate  da  un  unico  e  preteso  esemplare  !), 
Episcopalbullen  (due  soli  esemplari  e  disputabili!),  Indicale  (non 
sono  neppur  atti  papali!),  Grossbreven  e  Secreten.  Secondo  le 
forme  di  trasmissione  tutti  questi  documenti  di  nuovo  si  divide- 
rebbero in  Originalausfertigungen,  Se  Ite  inoriginale  e  Copialur- 
hunden  e  così  via,  tutta  roba  d'ipotesi  nuovamente  escogitate, 
le  quali  lungi  dal  chiarire  le  cose,  le  avviluppano  a  maraviglia. 
Se  il  fare  arbitrario  del  diligente  investigatore  si  appalesa  in 
siffatta  guisa  di  fronte  ai  rigidi  prodotti  della  cancelleria,  che 
cosa  potrà  mai  uno  aspettarsi,  ove  egli  si  dedichi  alla  sposizione 
narrativa  dell'istoria  del  medio  evo,  tema,  che  sì  largo  campo 
schiude  alle  idee  partigianesche  ? 


1  Le  espressioni  iuintelligibili  resistono  ad  ogni  tentativo  d'una  traduzione  italiana. 
Lo  lasciamo  come  sono. 


Lówenfeld.    Friedberg,  Corpus  iuris  canoa. 


(il 


Il  Lówenfeld,  principale  cooperatore  alla  nuova  edizione 
del  Iaffé,  die  alle  stampe  l'anno  1885  nelle  sue  Epistolae  rom. 
font,  ineditae  (Lipsiae,  Veit)  in  tutto  424  testi  di  documenti  pa- 
pali del  tempo  prima  d'Innocenzo  III. 

Questi  testi  derivano  parte  dalla  così  detta  Collectio  britan- 
nica, scoperta  da  Edmondo  Bishop  nel  museo  britannico  di 
Londra,  parte  da  un  frammento  di  registro  di  Cambridge,  parte 
da  differenti  manoscritti  della  biblioteca  nazionale  di  Parigi. 
Della  prima  fonte  l'editore  ha  divulgato  tutti  quei  tratti,  i  quali 
non  erano  stati  ancora  pubblicati  dall' Ewald  o  nella  sua  tratta- 
zione sulla  collezione  britannica  1  ovvero  nel  nuovo  Iaffé  ;  dalla 
seconda  fonte,  ch'egli  descrive  nel  Neues  Archiv  tomo  10,  ha 
attinto  le  lettere  di  Alessandro  III,  indicate  sopra  (p.  40);  final- 
mente dai  codici  di  Parigi,  che  egli  durante  un  lungo  soggiorno 
in  quella  capitale  indagò ,  deriva  la  parte  di  gran  lunga  mag- 
giore dei  documenti  editi  da  lui. 

La  collezione  si  presenta  con  minor  pretensione  che  non 
quella,  di  cui  or  ora  abbiamo  parlato,  essendo  anche  di  minor 
volume,  ma  nello  svolgerla  ci  fa  di  subito  l' impressione  d' un 
lavoro  molto  accurato.  Rispetto  alla  teologia,  a  più  riprese  nelle 
precedenti  pagine  in  occasione  dei  regesti  di  Iaffé,  abbiamo  richia- 
mato in  ispecial  modo  l' attenzione  del  lettore  sui  tratti ,  tolti 
dalla  collezione  britannica. 


5.  Il  Corpus  iuris  canonici. 
Edizione  di  Friedbenj. 

Gli  antichi  storici  e  teologi  citano  spesso  tratti  di  lettere 
pontificie,  presi  dal  Decreto  di  Graziano  e  dall'opera  delle  De- 
cretali di  Gregorio  IX  e  delle  sue  continuazioni.  L'ordine  reale 
delle  materie  ed  i  loro  comodi  indici,  come  anche  la  loro  autorità, 
gli  invitavano  a  servirsi  di  queste  collezioni.  Di  più  una  volta 
gli  studii  generali  rendevano  il  dotto  più  familiare  coi  fonti  della 
scienza  del  diritto  canonico  di  quel  che  sia  oggidì.  Si  era  molto 
contenti  di  avere  alla  mano  la  copia  e  dovizia  di  documenti  pa- 

1  Neues  Archi»  t.  5  (1879)  p.  275-414  e  p.  505-596. 


62 


II.  Lettere  dei  papi  n.  5.  — 


Friedberg. 


pali,  la  quale  presso  Graziano  arriva  fino  ad  Innocenzo  II  (f  1 143) 
e  comincia  coi  pretesi  decreti  di  Anacleto. 

Ma  il  rimontare  che  si  faceva  a  siffatte  collezioni  non  sempre 
veniva  in  acconcio  per  la  giustezza  e  l'esattezza  delle  citazioni. 
Ciò  vale  specialmente  pel  Decreto  di  Graziano. 

Presso  il  dotto  teologo  Lainez,  a  ino'  d'esempio,  si  accumu- 
lano nelle  sue  false  citazioni  le  prove  e  gli  esempii  che  dimostrano 
che  è  appunto  Graziano,  il  quale  introduce  nelle  discussioni  dei 
teologi  allegazioni  di  documenti  pontifìcii  non  genuini  \  È  cosa 
saputa,  che  Graziano  non  ricavò  le  sue  testimonianze  dai  primi 
fonti,  e  molto  meno  dagli  originali,  ma  bensì  dalle  collezioni  già 
esistenti,  le  quali  alla  lor  volta  non  provenivano  da  fonti  af- 
fatto puri  ed  erano  infette  di  molti  errori  ;  e  nei  tempi  poste- 
riori al  primo  lavoro  di  Graziano  (che  non  conosciamo  esatta- 
mente) s' accrebbero  gli  sbagli  e  gli  spropositi  coi  raffazzonamenti 
d'un  tempo,  che  era  troppo  lontano  dalla  critica  isterica. 

Al  presente  gli  storici  e  i  teologi  non  prenderanno  più  a 
fondamento  per  i  testi,  che  voglionsi  dare  secondo  il  Corpus 
iuris  canonici,  le  due  edizioni  di  Giusto  Bòhmer  (1747)  e  di 
Emilio  Puchter  (1839),  le  quali  finora  erano  in  voga  e  molto 
benemerite,  ma  V  editio  Tauchnitziana  di  Emilio  Friedberg,  ve- 
nuta alla  luce  in  Lipsia  negli  anni  1879-1881. 

Nelle  annotazioni  della  suddetta  edizione  si  pone  in  chiaro 
l'origine  e  il  carattere  di  ciascun  documento  del  corpus  con 
richiamo  ai  più  antichi  fonti  e  con  citazioni  di  Iaffé  (la  edizione), 
di  Potthast,  di  Hinschius,  di  Maassen  e  di  altri;  inoltre  vengono 
in  esse  stabilite  e  dilucidate  con  critica  le  varianti,  che  sono 
nel  testo. 

Per  ciò  che  s'attiene  ai  testi  stessi,  dovranno  i  lettori  essere 
avvisati  d'una  rilevante  differenza,  che  è  fra  il  primo  ed  il  se- 
condo volume  dell'  opera.  Il  primo  volume,  che  è  riempito  dal 
solo  Decreto  di  Graziano,  cerca  per  la  prima  volta  di  restituire 
il  Decreto ,  per  quanto  è  possibile,  alla  forma  fedele,  quale  era 
nel  secolo  duodecimo,  laddove  il  secondo  volume,  che  contiene 
le  Decretali  di  Gregorio  IX  e  le  continuazioni  fino  alle  Extra- 

1  Vedi  Iacobi  Lainii  Disputationes  Tridentinae,  ed.  H.  Grisar  (Oeniponte,  1886) 
toni.  I  pag.  51*.  52*.  3s.,  70.  78  ss. 


Fricdberg,  Corpus  iuris  canon. 


63 


vagantes  communes  inclusivamente,  riproduce  quest' istesse  opere, 
almeno  nel  testo,  solo  in  quella  redazione,  che  hanno  ricevuto 
nell'edizione  dei  correttori  romani  del  1582. 

Quest'ultima  scelta  è  stata  fatta  per  maggior  riguardo  della 
proprietà  del  testo  romano,  qual  unico  officiale,  che  è  in  uso  nei 
tribunali  ecclesiastici. 

Al  contrario  nel  Decreto  di  Graziano  il  metodo  dell'edizione 
potè  essere  diverso,  perchè  qui  l'uso,  che  la  scienza  storica  ha 
da  fare  del  testo,  dovea  dar  maggior  tracollo  alla  bilancia.  Perciò 
il  Decreto  vien  ricondotto  dal  Friedberg  secondo  i  manoscritti, 
dei  quali  tre  ancora  rimontano  al  secolo  di  Graziano,  quasi  a 
quello  stato  del  testo,  che  avea  nella  sua  prima  diffusione  e  nel 
suo  vasto  influsso  negli  studii  del  medio  evo.  Un  vero  e  perfetto 
ristabilimento  dell'originale  non  era  più  affatto  possibile,  perchè 
non  si  poteva  abbandonare  l'usata  divisione,  che  si  venne  facendo 
in  progresso  di  tempo.  Ora  con  tal  disegno  dell'edizione  il  Gra- 
ziano di  Friedberg  ci  si  presenta  sotto  forma  ben  differente  tanto 
dal  lavoro  di  Bòhmer,  quanto  da  quello  di  Richter. 

Il  Bòhmer  con  un  procedere  soverchio  radicale  si  sforzò  di 
formare  la  collezione  di  Graziano  nel  suo  testo  secondo  quegli 
antichissimi  fonti,  di  cui  si  sarebbe  dovuto  servire  Graziano,  ma 
di  cui  infatti  non  si  servì  ;  egli  gli  fa  dire  di  belle  e  giuste  cose, 
che  non  ha  detto  mai.  Il  Richter  all'opposto  ha  ripubblicato,  tanto 
per  le  Decretali,  quanto  per  il  Decretimi  solamente  il  testo  del- 
l'edizione romana  officiale  del  1582  ed  in  ottima  stampa. 

Dunque  il  Friedberg  rispetto  al  testo  è  frammezzo  ai  due, 
Bòhmer  e  Richter;  egli  realizza  i  fini  ben  giustificati  di  ambidue 
nelle  note,  mentre  da  una  parte  presso  Graziano  reca,  allato  al 
restante  apparato,  le  varianti  e  le  osservazioni  critiche  dei  cor- 
rettori romani,  e  dall'altra  presso  le  Decretali  parimente  da  diversi 
manoscritti  annota  le  varianti  degli  autori  delle  collezioni,  che 
si  discostano  dall'edizione  romana. 

Non  si  vede,  perchè  dovesse  esser  fondato  il  biasimo,  che  il 
Vering  ha  espresso  contro  il  sistema  di  Friedberg  del  rimaneg- 
giamento di  Graziano.  Non  ostante  tutta  la  sua  lode  pel  lato 
scientifico  della  laboriosa  opera,  il  Vering  giudica,  che  il  lavoro 
del  Friedberg  è  «  nella  sua  disposizione  sbagliato  ed  inutile,  perchè 
il  testo  scelto  da  Graziano  vi  prende  la  preferenza  a  petto  del 


01 


II.  Lettere  dei  papi  n.  5.  —  Friedbenj. 


reale  »  \  Certamente  il  desiderio  è  molto  giustificato,  che  si  abbia 
una  volta  il  testo  di  Graziano  del  tutto  spurgato,  come  ebbe  idea 
di  fare  il  Bòhmer.  Ma  ancora  e'  è  che  ire,  e  per  il  Friedberg 
sarebbe  stata  impresa  affrettata  e  prematura. 

Perocché  al  presente,  delle  quattordici  collezioni  intermedie, 
delle  quali  Graziano  si  servì  come  fonti,  non  tutte  sono  stampate; 
delle  stampate  poi  appena  ve  n'  è  una  o  due  che  sieno  accura- 
tamente edite.  Restituire  gli  originali  è  estremamente  difficile  in 
molti  passi,  e  di  139  di  tali  passi  il  Friedberg  neppure  potè  in- 
dicare la  provenienza.  Dunque  finché  non  si  sia  ottenuto  maggior 
successo  su  questa  materia,  si  può  approvare  il  disegno  seguito 
dal  Friedberg,  cioè  di  dare  l'opera  di  Graziano  nella  sua  genuina 
forma,  quale  avea  nel  secolo  duodecimo. 

Ciò  nondimeno  si  pare  molto  pratico  per  i  lettori  del  Friedberg 
l'avviso,  che  scorgesi  nella  summentovata  critica  di  Vering,  che 
cioè  nessuno  nell'uso  del  Graziano  friedberghiano  s'esponga  ad 
errori  col  trascurare  le  note  e  per  esempio  <  prenda  per  vera 
espressione  d'un  papa  Leone  o  d'un  altro  papa  il  testo  di  Gra- 
ziano, appalesatosi  spesso  decisivamente  falso  e  perciò  non  stato 
mai  legge  ecclesiastica». 

L'illusione  è  tanto  più  facile,  in  quanto  nel  testo  non  pure 
son  lasciati  quei  titoli  scorretti,  che  Graziano  diè  ai  passi  della 
sua  collezione,  ma  anche  di  più  vi  furono  aggiunte  dentro  uncini 
o  grappe  le  iscrizioni  e  citazioni  degli  antichi  correttori  romani, 
le  quali  anche  esse  fan  tanto  fuorviare.  Queste  giunte  in  fatti 
spesso  dimostrano  soltanto  che  in  Roma  al  tempo  dei  cor- 
rettori le  lettere  pontificie  pseudoisidoriane  erano  ancora  presup- 
poste indubitatamente  come  genuine.  La  rettificazione,  che  vi  fu 
più  tardi,  ha  luogo  presso  il  Friedberg  nel  corpo  delle  anno- 
tazioni, che  sono  stampate  con  lettere  oltremodo  piccole  ! 

Inoltre  una  tabella,  annessa  all'estesa  prefazione  critica,  col 
titolo:  Ex  quibus  fontibus  Gratianus  hauserit  canones,  reca  un 
quadro  compendioso  degli  emendamenti;  solo  è  a  dire  che  la 
stampa  alquanto  scorretta  di  questa  e  di  altre  tabelle  del  Friedberg 
toglie  loro  la  sicurezza  dell'uso.  Quanto  all'uso  del  primo  volume 
si  deve  specialmente  raccomandare  la  disamina  delle  citazioni, 

1  Archio  fùr  Kirchenrecht  t.  39  (1878)  p.  149  ss. 


Friedberg,  Corpus  iuris  canon. 


65 


mentre  il  secondo  pare  che  sia  stato  protetto  dagli  sbagli  con 
maggior  sollecitudine. 

Del  secondo  volume,  cioè  dei  libri  delle  Decretali,  è  da  notare, 
che  le  lettere  papali,  le  quali  erano  state  abbreviate  nella  col- 
lezione di  Gregorio  IX,  vi  sono  supplite  nelle  parti  mancanti, 
come  in  parte  era  già  stato  fatto  nelle  antecedenti  edizioni.  Nel 
testo  il  Friedberg  inserisce,  con  altra  stampa  o  dentro  parentesi, 
le  parti  omesse  da  san  Raimondo.  Così  ha  potuto  aver  luogo  un 
compimento  assai  ricco  delle  lettere  dei  papi.  I  regesti  di  Iaffé 
e  di  Potthast,  colle  loro  indicazioni  di  molte  e  rare  stampe,  han 
qui  reso  buoni  servigi.  Frattanto  son  già  stati  dati  certamente 
molto  migliori  testi  nei  registri  del  secolo  xm,  che  sinora  a  mano 
a  mano  si  sono  venuti  stampando.  Nondimeno,  poiché  l'edizione  del 
Friedberg  è  dall'ultima  circostanza  superata  solamente  in  cose 
accessorie,  così  nulla  s' oppone  a  che  altri  ne  tragga  il  maggiore 
e  migliore  utile  possibile. 


Grisab,  Analecia  romana,  voi.  I. 


5 


III. 


LE  ISCRIZIONI  CRISTIANE  DI  ROMA 
SUGLI  INIZII  DEL  MEDIO  EVO. 

1.  Introduzione.  Le  iscrizioni  di  Boma  comune  patrimonio 
dei  popoli  delV  occidente.  Perdita  del  maggior  numero.  Le 
Inscriptiones  christianae  urbis  Romae  del  de  Rossi. 

I  pellegrini,  che  in  sul  cominciare  del  medio  evo  si  recavano 
a  visitare  la  tomba  di  san  Pietro ,  godevano  in  Roma  il  raro 
spettacolo  di  una  città  cristiana,  la  quale  innalzavasi  con  im- 
pronta del  tutto  nuova  tra  le  mura  dell'antica  capitale  del  mondo, 
e  in  mezzo  ai  monumenti  ognora  grandiosi  e  splendidi  del  clas- 
sico tempo  dei  pagani.  Erano  al  certo  questi  monumenti  della 
romana  grandezza  già  scemati  di  numero,  e  specialmente  veni- 
vano trascurati,  non  custoditi,  e  lasciati  andare  in  rovina  quelli 
appartenenti  a  religione  ;  nondimeno  la  maestosa  regina  del  mondo 
avea  sino  ai  tempi  di  Carlo  Magno  conservato  i  lineamenti  della 
sua  primitiva  sembianza. 

Inoltre  Roma  cristiana  avea  ereditato  dall'antica  il  costume 
di  ornare  gli  edifìzi  e  monumenti  suoi  di  numerose  iscrizioni. 
Quindi  alla  stessa  maniera  che  nelle  piazze ,  basiliche ,  e  statue 
pagane  infinito  era  il  numero  che  se  ne  offeriva  agli  occhi  dei 
riguardanti,  in  altrettante  s'imbattevano  ora  gli  sguardi  nelle 
cristiane  basiliche,  nelle  cappelle,  nelle  torri  campanarie,  negli 
ospedali,  chiostri,  e  mausolei.  Le  iscrizioni  cristiane  erano  rive- 
stite per  lo  più  della  forma  di  esametri  o  di  semplice  ritmo. 
In  esse  celebravasi  il  fondatore  dell'edifizio,  si  dichiarava  lo  scopo 
a  cui  questo  era  destinato,  e  si  aggiungeva  alcun  pensiero  reli- 


68 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  1.  —  Introduzione. 


gioso,  onde  aver  dovesse  l'animo  pieno  colui  che  entrava.  11  lin- 
guaggio che  la  nuova  capitale  del  cristianesimo  parlava  con 
queste  innumerabili  voci  dovea  tanto  più  penetrare  e  con  tanto 
maggior  forza  nell'animo  di  un  pellegrino  ben  educato  e  ben 
disposto,  quanto  maggiore  era  l' impressione  che  riceveva  dalla 
splendidezza  non  ancora  del  tutto  svanita  delle  passate  grandezze. 

Immaginiamoci  a  modo  di  esempio  un  Alcuino,  il  quale  se- 
gnalossi  egli  stesso  con  tanti  poetici  componimenti  sì  profonda- 
mente cristiani.  Nei  suoi  scritti  rimangono  alcuni  vestigi  impressi 
delle  poetiche  iscrizioni  di  Roma  cristiana,  ed  egli  ne  aveva  i 
migliori  testi  innanzi  agli  occhi.  Anzi  varii  epigrammi  sono  pub- 
blicati dal  Diimmler  nella  sua  edizione  dei  Poetae  latini  aevi  ca- 
rolini, e  attribuiti  erroneamente  ad  Alcuino,  perchè  da  lui  tro- 
vati nei  manoscritti  di  questo  autore;  i  quali  vi  si  trovano  ap- 
punto perchè  Alcuino  copiò  le  iscrizioni  romane,  e  ne  trasse 
con  grande  diligenza  buon  partito  l. 

Angilberto,  il  novello  Omero  della  corte  di  Carlo  Magno,  vi- 
sitò più  volte  ai  tempi  di  Alcuino  la  città  eterna;  e  se  non  erra 
la  congettura,  a  lui  andiamo  debitori  di  quella  preziosa  raccolta 
di  cristiane  iscrizioni  copiate  dagli  originali,  che  è  giunta  fino 
a  noi  nella  Silloge  centulense.  Il  dotto  Aldelmo ,  abate  di 
Malmesbury  e  poi  vescovo  di  Sherborne,  fu  chiamato  a  Roma 
da  papa  Sergio  I  (f  701).  Anche  di  lui  sappiamo  che  procurò 
si  traessero  copie  delle  iscrizioni  romane;  ne  aveva  una  raccolta 
a  suo  uso,  come  palesano  le  sue  opere.  Egli  è  pure  autore  di 
iscrizioni,  che  nel  medio  evo  decoravano  parecchi  monumenti 
di  Roma,  perocché  dalle  sue  poesie  furono  tolti  i  testi  di  due 
epigrafi  poste  nel  mausoleo  rotondo  di  sant'Andrea  presso  la 
basilica  vaticana  2.  San  Bonifazio,  l'apostolo  della  Germania ,  il 

1  A  questo  numero  appartiene  il  carme,  che  comincia:  His  solidata  fides,  his  est  tibi, 
Roma,  catenis,  e  celebra  le  catene  di  san  Pietro.  Esso  ornava  la  chiesa  di  san  Pietro  in 
vincoli,  come  dimostra  il  de  Rossi  Tnscriptiones  christ.  urbis  Romae  t.  2  pars  I  p.  285. 
L'autore  dei  versi  è  Aratore,  e  dalla  sua  opera  poetica  De  aclibus  apostolorum  furono 
trasferiti  alla  detta  chiesa.  Il  Diimmler  gli  stampa  erroneamente  come  versi  di  Alenino 
nella  sua  edizione  dei  Vocine  t.  1  p.  345  n.  111. 

2  Una  era  l'iscrizione  del  portico  della  rotonda,  che  ebbe  principio  con  questi  versi, 
secondo  che  li  dà  il  de  Rossi  (1.  c.)  p.  257:  «Petrus  porticum  et  liane  sanctorum  sorte 
coronat  Claviger  aetherius,  qui  portam  pandit  in  aethram,  |  Ianitor  aetern[a]e  recludens 
lumina  vitae.  I  Omnibus  hlc  gemintim  digessit  dogma  per  orbem,  j  Quem  Deus  aeternis 
ornatimi  iure  triumphjs  |  Arbiter  pmnjpotens  ad  coeli  culmina  vexit  ». 

Nel  secondo  verso  si  dove  leggere,  io  credo,  acihra,  e  nel  terzo  limino.  I  primi  quattro 


Le  iscrizioni  comune  patrimonio  dell'occidente. 


60 


quale  scrisse  pure  versi  latini,  e  più  volte  venne  a  Roma  e  ne 
conobbe  le  iscrizioni,  ebbe  poi  l'onore  che  il  luogo  della  sua  ul- 
tima dimora  fosse  ornato  di  un  elogio  poetico,  i  cui  versi  furono 
presi  in  prestito  dalla  iscrizione  posta  già  sul  sepolcro  di  papa 
Bonifazio  II:  Membra  beata  sene.r  Boni  fati us  hic  sua  clausit  ecc.  l. 
Tanto  è  vero ,  che  le  iscrizioni  cristiane  di  Roma ,  erano  per 
così  dire  un  comune  patrimonio  dei  popoli  d'occidente. 

Già  da  gran  tempo  prima  del  secolo  ottavo  le  iscrizioni  ro- 
mane erano  state  dai  forastieri  vòlte  a  loro  prò  e  ripetute  in  altre 
città.  Per  le  recenti  escavazioni  fatte  nel  settentrione  dell'Africa 
sono  tornati  in  luce  i  frammenti  di  due  iscrizioni  appartenenti 
a  cristiane  basiliche  del  sesto  secolo.  Or  è  manifesto  che  quelle 
iscrizioni  sono  riproduzioni  di  altre  due,  che  stavano  nel  tempio 
di  san  Pietro  in  Vaticano  e  in  quello  dell'Esquilino  (san  Pietro 
ad  vincula).  La  prima  contiene  i  versi  scritti  una  volta  sotto  il 
musaico  dell'abside  di  san  Pietro  in  Vaticano  2,  l'altra  ripete,  colle 
necessarie  mutazioni,  quasi  l' intero  testo  dell'  iscrizione  monu- 
mentale di  Sisto  III ,  ricordante  i  suoi  grandi  lavori  nella  se- 
conda delle  suddette  basiliche  dell'apostolo  3.  Taluno  per  avven- 
tura venuto  pellegrinando  dall'Africa  a  Roma,  per  venerare  la 
memoria  apostolorum,  e  contemplare  in  immagine  la  celeste  Ge- 
rusalemme (secondo  l'espressione  di  Fulgenzio  di  Ruspe  4,  che 
appunto  ai  tempi  di  Teodorico  fece  tal  peregrinazione)  taluno, 

versi  sono  presi  dall'  inizio  e  gli  ultimi  quattro  dalla  fine  del  carme  di  Aldelmo  in  onore 
di  san  Pietro,  stampato  nell'edizione  di  Giles,  ripetuta  dal  Miglio  Patr.  lai.  89,  291. 
Il  verso  claoiger  aetherius  ecc.  vien  adoperato  da  Aldelmo  anche  in  un  altro  suo  carme, 
che  mostra  nel  titolo  la  sua  origine  romana  (dum  auctor  ecclesiam  apostolorum  Romae 
intraret),  ma  ivi  il  verso  ha  la  seguente  forma: 

Claviger  aetherius,  portam  qui  pandis  in  aethra. 

Le  parole  qui  portam  pandit  in  astris  occorrono  nei  versi  di  Aratore,  citati  nella  nota 
precedente. 

1  De  Rossi  Tnscript.  christ.  II,  1  p.  lvii  e  126. 

2  Iustitiae  sedes  fidei  domus  aula  pudoris  ecc. 
Vedi  più  sotto  ]).  78. 

3  «  Cede  prius  nomen,  lievitati  cede  vetnstas  »  ecc.  De  Rossi  BulletHno  di  arch.  orisi.  1878 
p.  14.  Vedi  sotto  p.  77.  Queste  prime  parole  dell'iscrizione  romana  servirono  anche  al  ve- 
scovo Neone  di  Ravenna  pel  principio  della  sua  iscrizione  metrica  del  battistero  presso  la 
basilica  Ursiana. 

4  L'aulica  Vita  s.  Fulgentii  c.  K$;  Migne  Patr.  l"t.  05,  130. 


70 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  1.  —  Introduzione. 


dico,  avrà  trascritto  quegli  epigrammi  e  seco  recatili  al  ritorno 
in  patria. 

Ma  anche  prima  di  tal  tempo  abbiamo  già  reminiscenze  di 
romane  iscrizioni  nel  principe  dei  latini  poeti  cristiani,  vo'  dire 
in  Aurelio  Prudenzio. 

Si  sa  quanto  egli  ben  conoscesse  la  città  di  Roma,  e  quanto 
si  giovasse  dei  monumenti  romani  per  le  sue  descrizioni  di  scene, 
prese  dalla  vita  e  dagli  atti  del  martirio  degli  antichi  cristiani. 
In  una  delle  sue  poesie  egli  introduce  Roma  che  parla  all'im- 
peratore Onorio,  e  le  fa  dire  intorno  al  magistero  di  Cristo  :  Quo 
ductore  meum  trahis  ad  caeìestia  regnimi  1.  Nelle  quali  parole 
il  de  Rossi  ragionevolmente  trova  un'allusione  al  testo  della  ce- 
lebre iscrizione  posta  in  fronte  all'arco  trionfale  di  san  Pietro 
in  Vaticano,  iscrizione  postavi  nei  giorni  di  Costantino  Magno 
in  lode  del  divin  Salvatore  qual  rinnovatore  del  mondo: 

Quod  duce  te  munrìus  surrexit  in  astra  triumphans 
Hanc  Constantinus  victor  tibi  condidit  aulam  2 


Se  quei  secoli  con  tanta  diligenza,  con  tanto  amore  ricerca- 
vano ed  usavano  il  tesoro  delle  iscrizioni  cristiane  di  Roma,  non 
dovrà  certo  esser  minore  la  diligenza  e  l'amore  nei  moderni  cul- 
tori della  scienza  cristiana.  Questo  campo  è  pieno  di  attrattive 
per  chiunque  non  sia  privo  di  sentimento  per  la  bellezza  e  la 

1  Contro,  Symmachurn  II  v.  759. 

2  Inscript.  christ.  II,  1  p.  346.  AI  testo  citato  alluderebbe  secondo  il  de  Rossi  (ibid. 
p.  lvhi)  anche  Floro  di  Lione  in  un  carme,  dove  si  lagna  della  divisione  del  regno  di 
Carlomagno  (Diimmler  Poetae  2,  561  v.  65)  scrivendo: 

0  fortunatura,  nosset  sua  si  bona,  regnimi, 
Cuius  Roma  arx  est  et  claviger  auctor... 
Qui  terrestre  valet  in  coelum  tollere  regnum. 

Solamente  qui  si  attribuisce  l'elevazione  del  regno  non  a  Cristo,  ma  a  san  Pietro.  —  Bi- 
sogna però  confessare,  che  l'allusione  all'iscrizione  vaticana,  così  in  Prudenzio  come  in 
Floro,  non  è  assolutamente  certa;  è  però  assai  probabile,  supponendo  la  grande  conoscenza 
che  ebbero  ambedue  delle  iscrizioni  di  Roma.  Quanto  si  attiene  a  Floro,  è  cosa  manifesta 
ch'egli  si  giova  spesso  di  queste  iscrizioni  romane.  "Si  confrontino  p.  es.  coli' iscrizione  va- 
ticana Iustiiiae  sedes  citata  più  sotto  (p.  78)  i  versi  di  Floro  presso  Diimmler  2,  547: 

Christi  sancta  domus,  praepollons  aula  piorum... 
Haec  est,  quam  cernis  ecc. 


Attrattive  dì  questo  studio.    Valore  storico  e  letterario.  71 


dignità  delle  cose  antiche  del  cristianesimo,  e  sappia  gustare 
quella  loro  sovranaturale  grandezza  e  quello  spirito  di  reli- 
gioso fervore,  onde  sono  penetrate.  Ma  anche  coloro,  cui  non 
faccia  impressione  questo  spirito  puramente  religioso,  assai  presto 
concepiranno  stima  di  un  cotal  genere  di  studii,  trovando  in 
essi  una  dovizia  di  cognizioni  utili  sotto  ogni  riguardo  per  ciò 
che  spetta  alla  storia  tanto  della  vita  esterna  quanto  dell'  interna 
di  cotesti  secoli,  dei  quali  infine  le  iscrizioni  stesse  sono  un'opera 
del  tutto  caratteristica. 

Esse  contengono  belle  pagine  della  storia  dell'arte  e  ci  nar- 
rano come  essa  si  sviluppò  e  come  dovè  soccombere  nella  più 
celebre  città  del  mondo;  gli  epitaffi  di  persone  storiche  ne  rac- 
contano i  fatti  o  ne  celebrano  almeno  le  lodi;  le  epigrafi  mo- 
numentali parlano  in  linguaggio  più  o  meno  poetico  delle  fon- 
dazioni, costruzioni  ed  atti  di  beneficenza  sia  dei  papi  o  prin- 
cipi, sia  dei  privati  ;  in  somma  l' intiero  insieme  di  quei  testi 
epigrafici  rappresenta  un  quadro  della  civiltà  cristiana  di  Roma 
al  principio  del  medio  evo  pieno  di  svariati  e  naturalissimi  colori. 

Pertanto  il  lato  propriamente  poetico  o  letterario  delle  iscri- 
zioni occupa  per  vero  dire  l'ultimo  posto  tra  i  loro  pregi. 

Certamente,  se  un  colto  Romano  dei  tempi  di  Augusto  fosse 
tornato  a  passeggiare  per  le  vie  della  città  o  per  i  monumenti 
sepolcrali  fuori  di  essa,  e  si  fosse  posto  a  leggere  i  versi  dei 
nuovi  autori  di  epigrammi  o  epitaffisti  (come  si  chiamarono  con 
nome  già  per  sè  abbastanza  barbaro),  avrebbe  sentito  più  d'una 
volta  fastidio  e  nausea  assai  forte  nel  trovar  qua  una  sgram- 
maticatura, là  un  piede  monco  o  troppo  allungato,  altrove  ripe- 
tuti per  intiero  alcuni  tratti  più  belli  dei  classici  poeti,  o  spez- 
zati e  malamente  innestati  colle  forinole  della  decadenza.  Certo 
non  mancava  ad  un  gran  numero  di  questi  poetici  componimenti 
quel  che  è  l'essenza  d'ogni  poesia  religiosa,  cioè  sentimenti  pro- 
fondi e  pensieri  sublimi;  ma  nella  forma  si  palesano  per  lo  più 
qual  frutto  d'un  tempo  di  crescente  debolezza  nelle  arti  e  nello 
scienze;  anzi  essi  stessi  esprimono  quasi  testimonii  parlanti  il  pro- 
cedere successivo  di  codesta  decadenza. 

Al  tempo  del  rinascimento  delle  arti  e  scienze  classiche  in 
Roma  fu  appunto  il  poco  valore  letterario  delle  dette  iscrizioni 


72 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  1.  —  Introduzione. 


cristiane,  ciò  che  diventò  una  delle  più  efficaci  cagioni  della  loro 
rovina.  Quelle  che  erano  rimaste  ancora  dopo  la  strage  che  ne 
aveva  fatto  già  il  medio  evo,  furono  per  lo  più  gittate  via  o 
distrutte  da  un  tempo,  che  non  le  rispettava  e  che  avidamente 
cercava  nelle  memorie  e  nei  monumenti  dell'antichità  con  pas- 
sione troppo  esclusiva  le  belle  forme  del  dire.  Cosi  tanto  per 
la  poca  cura  che  ne  ebbe  il  medio  evo  quanto,  e  più  ancora, 
per  le  distruzioni  dei  monumenti  cristiani  nell'epoca  della  rina- 
scenza, il  numero  delle  iscrizioni  dei  primi  sei  od  otto  secoli  cri- 
stiani si  ridusse  relativamente  a  ben  poca  cosa.  Chi  si  prende 
la  cura  di  farne  raccolta,  le  ritrova  non  di  rado  al  posto  primi- 
tivo nelle  gallerie  dei  cimiteri,  nelle  basiliche  e  ne'  loro  portici, 
sotto  i  musaici  delle  tribune  antiche,  ma  molto  più  spesso  qua 
e  là  disperse  o  miste  alla  rinfusa  per  la  città  e  fuori,  nei  musei, 
nelle  ville,  e  spesso  in  luoghi,  dove  meno  se  lo  aspetterebbe.  Ma 
altro  inconveniente  poi  si  è  che  tante  volte  (e  ciò  vale  delle  iscri- 
zioni dei  musaici)  i  ristauri  fatti  dopo  la  distruzione  dei  caratteri 
hanno  adulterato  il  testo,  sostituendo  parole  diverse  alle  pre- 
cedenti. 

Negli  originali  le  iscrizioni  dei  suddetti  secoli  si  sono  con- 
servate, secondo  che  stima  il  de  Rossi,  meno  del  venti  per  cento. 

Ma  le  iscrizioni  distrutte  sono  esse  andate  del  tutto  perdute, 
talché  non  se  ne  conosca  neanche  il  testo  ? 

Per  buona  sorte  la  perdita  non  si  estende  sino  a  tal  punto. 
Imperocché  di  un  gran  numero  abbiamo  almeno  copie  antiche, 
mentre  gli  originali  non  esistono  più. 

Vero  è  che  per  la  paleografia  epigrafica  il  danno  rimane 
sempre  grande,  mancando  per  certe  epoche  iscrizioni  originali 
con  certa  e  sicura  data,  le  quali  poi  per  mezzo  dei  proprii  ca- 
ratteri fornirebbero  un  mezzo  per  determinare  l'età  di  iscrizioni, 
che  ne  sono  destituite.  Ciò  non  ostante  il  solo  grandissimo  nu- 
mero di  testi  copiati,  che  abbiamo,  somministra  già  per  sé  ma- 
teria di  studii  utili  e  fecondi  sulla  epigrafia  cristiana,  special- 
mente poetica,  dei  primi  secoli  del  medio  evo. 

Non  ha  guari  che  i  cultori  della  scienza  archeologica  e  sto- 
rica hanno  ricevuto  codesta  materia  in  forma  genuina  ed  ordi- 
nata. Vogliamo  accennare  al  volume  secondo  dell'opera  gran- 


Perdita  del  maggior  mimerò.    Le  Inscriptiones  del  de  Rossi.  73 


diosa  del  de  Rossi,  Inscriptiones  christianae  urbis  Romae  septimo 
saeculo  antiquiores  ì. 

Quest'ampia  pubblicazione,  condotta  colla  usata  erudizione  ed 
accuratezza  del  celebre  autore ,  presenta  per  la  prima  volta  un 
aspetto  totale  della  superba  serie  di  iscrizióni ,  conservateci  al- 
meno nel  testo,  attraverso  le  rovine  del  medio  evo  e  dalla  ri- 
nascenza recate  agli  originali.  Parlano  ora  a  noi  dai  codici  ma- 
noscritti in  vece  di  parlare  dal  marmo. 

Nella  detta  pubblicazione  si  danno  i  commentarii  storici  e 
critici  dei  codici  adoperati,  si  illustrano  le  origini,  la  tradizione, 
i  nessi  vicendevoli  delle  antiche  raccolte  manoscritte,  in  quanto 
si  può  ottenere  luce  sia  collargomentazione  sia  colle  congetture, 
e  si  esaminano  le  lezioni  dei  codici,  che  spesso  divariano  fra  loro 
intorno  al  medesimo  testo  epigrafico.  Quelle  iscrizioni  poi  tra- 
mandate dai  medesimi  raccoglitori,  le  quali  appartengono  ad 
un'epoca  posteriore  ai  primi  sei  secoli,  termine  a  sè  prefìsso 
dall'autore,  vengono  accompagnate  anche  da  note  storiche  illu- 
strative ;  e  lo  stesso  si  fa  per  tutte  le  iscrizioni  similmente  tra- 
mandate, che  non  sono  romane;  l'autore  non  intende  tornare  su 
questo  doppio  genere  nel  decorso  della  sua  grande  opera,  mentre 
i  testi  delle  altre  iscrizioni  delle  raccolte,  ora  semplicemente  pro- 
posti, verranno  commentati  ampiamente  nel  seguito  della  stessa 
pubblicazione. 

Non  vogliamo  lasciare  di  menzionare  l'eccellente  proemio,  il 
quale,  se  non  l'estensione,  ha  certamente  il  merito  d'una  opera 
particolare,  tracciando  esso  per  la  prima  volta  le  linee  d'una 
storia  dell'epigrafìa  metrica,  o  solamente  ritmica,  nei  primi  tempi 
cristiani,  talmente  che  si  apre  qui  un  campo  affatto  nuovo  della 
patrologia  2. 

Stimo  bene  di  aggiungere  alcuni  cenni  sulla  relazione  di 
questo  secondo  col  primo  volume  delle  Inscriptiones  christianae 
urbis  Romae. 

Allorquando  il  de  Rossi  nel  1861  diede  al  pubblico  il  primo 
volume,  avea  concepito  il  disegno  di  dare  la  raccolta  di  tutte 

1  Edidit  Ioannes  Baptista  de  Rossi  Romanus.  Voluminis  secundi  pars  prima.  Romae 
ex  officina  libraria  Philippi  Cug giani,  1888  (LXIX  et  536  pp.  fot.). 

2  II  titolo  del  proemio  e.*  De  tilulis  christianis  melncis  et,  rfiytlitntcis  eorumque  an- 
tiquis  syllogis  atque  anthologiis. 


74 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  1.  — 


introduzione. 


le  epigrafi  romane  anteriori  al  600,  inaugurando  l'edizione  con 
quelle  iscrizioni  sepolcrali,  che  si  trovavano  munite  di  certa 
data  consolare.  L'esame  di  questo  gruppo  fornito  di  data,  intra- 
preso nel  primo  volume,  doveva  preparare  la  via  per  i  lavori 
posteriori  sulle  iscrizioni  senza  data  e  solo  datate  vagamente; 
perchè  i  criterii  che  dovean  servire  per  determinarne  l'età,  si  po- 
tevano solamente  ottenere  per  mezzo  della  cognizione  delle  varie 
regole  concordemente  osservate  nelle  iscrizioni  di  data  certa  se- 
condo la  loro  diversa  età.  Dovevano  far  seguito  al  primo  vo- 
lume, secondo  il  disegno  dell'autore,  in  primo  luogo  i  testi  delle 
iscrizioni  di  carattere  storico,  accompagnati  da  storiche  illustra- 
zioni; e  la  scelta  disposizione  era  assai  huona,  perchè  tali  iscri- 
zioni storielle  (appellativo  usato  dall'autore)  sogliono  contenere 
in  se  stesse  gli  elementi  con  che  fissare  una  data  approssimativa. 

Se  non  che  nei  venti  sette  anni  decorsi  dopo  la  pubblica- 
zione del  primo  volume  l'autore,  estendendo  gli  studii  so] tra  una 
infinità  di  manoscritti  sino  allora  sconosciuti,  stimò  bene  di  mu- 
tare alquanto  il  suo  primo  divisamente.  Il  de  Rossi  andava  esa- 
minando tutte  le  sillogi  ed  antologie  manoscritte  delle  biblioteche 
europee,  che  contengono  delle  iscrizioni  romane  cristiane.  In 
queste  ricerche  trovava  molto  più  testi  nei  paesi  settentrionali 
che  non  in  Italia,  perchè  è  da  sapere  che  molti  dei  pellegrini 
del  settentrione,  i  quali  nelle  prime  epoche  medievali  visitavano 
la  città  di  Roma,  s'interessavano  talmente  delle  memorie  epi- 
grafiche cristiane,  che  ne  prendevano  seco  le  copie,  e  cosi  fu- 
rono conservate  nelle  città,  nelle  chiese  o  nei  monasteri,  a  cui 
essi  appartenevano,  raccolte  talvolta  preziosissime  di  testi  romani. 
Le  lontane  regioni  offrono  non  di  rado  iscrizioni,  che  in  Italia 
e  in  Roma  non  si  conservano  più  da  lunghi  secoli.  Quasi  un  simile 
caso  è  intervenuto  al  de  Rossi  nei  suoi  studii  sulla  topografia 
dei  primitivi  cimiteri  cristiani.  Egli  dovette  andar  in  cerca  dei 
cimiteri  sulle  vestigia  dei  pellegrini  del  settimo,  ottavo  e  nono 
secolo,  e  potè  trovare  nei  codici  delle  biblioteche  di  Germania 
e  di  altri  paesi  lontani  quel  che  in  Roma  stessa  erasi  dimenti- 
cato intorno  al  sito  dei  cimiteri  e  dei  sepolcri  di  martiri,  una 
volta  tanto  venerati. 

Quei  semplici  pellegrini  nella  loro  rozza  età  erano  ispirati  da  un 
sentimento  molto  più  vivo  per  i  luoghi  storici  di  Roma  cristiana 


Le  Inscriptiones  christ.  del  tic  Rossi. 


75 


e  per  le  iscrizioni  poetiche  dei  medesimi,  che  non  certi  cotali  in 
tempi  a  noi  più  vicini,  i  quali  vantano  i  loro  studii  e  la  loro  civiltà. 

Le  scoperte  dunque  fatte  dal  de  Rossi  ed  i  suoi  risultati  in- 
torno ai  manoscritti ,  le  loro  origini  e  parentele,  apparvero  di 
tale  importanza,  che  egli  si  dovette  risolvere  a  consecrare  l'ac- 
cennata prima  parte  del  secondo  volume  esclusivamente  alle  rac- 
colte epigrafiche  manoscritte.  Egli  le  pubblica  per  ora  tutte  in- 
tere con  ricchi  commentami  sulla  loro  origine  e  loro  proprietà. 
In  seguito  ne  ordinerà  i  singoli  testi,  giusta  la  materia  o  la  cro- 
nologia, e  ne  farà  la  definitiva  edizione  critica  col  commentario 
storico,  dal  quale  ora  si  astiene. 

In  questo  modo  il  de  Rossi  ha  aperto  all'uso  comune  i  fonti 
critici  del  suo  lavoro.  Ora  ogni  intelligente  di  tali  studii  può 
tutto  esaminare  ;  e  può  riscontrare  l'origine  e  lo  sviluppo  della 
tradizione  nei  manoscritti,  i  quali  nulla  nascondono  della  loro 
molteplice  e  mutua  dipendenza.  Per  ognuno,  sarà  cosa  molto 
istruttiva  vedere  per  esempio  (citiamo  uno  dei  casi  più  frequenti 
nell'uso  ch'egli  fa  dei  manoscritti),  come  il  romano  archeologo 
bene  esperto  ed  esercitato  in  simili  ricerche,  là  dove  nei  codici 
non  è  segnato  il  luogo  di  provenienza  delle  iscrizioni ,  sappia 
nondimeno  riconoscerlo  dal  contesto  o  dalla  connessione  delle 
raccolte  tra  loro  o  da  altri  indizii,  ed  indicare  la  basilica,  il  se- 
polcro, il  monumento,  in  cui  l' iscrizione  fu  una  volta  collocata. 

Vero  è  che  numerose  iscrizioni  del  volume  non  riescono  nuove; 
parte  furono  già  tratte  fuori  dai  codici  per  opera  di  coloro , 
che  precedettero  il  de  Rossi  in  simile  campo ,  parte  si  cono- 
scono o  intere  o  in  frammenti,  quali  si  conservano  ancora  negli 
originali.  Ma  1'  autore  citando  dapertutto  le  opere  del  Grutero, 
del  Doni,  Fabretti,  Muratori,  Cancellieri,  Marini  (presso  A.  Mai 
nel  5°  volume  della  Scriptorum  vett.  nova  collectió)  ed  altri,  di- 
mostra qual  fosse  fino  ai  dì  nostri  lo  stato  delle  cognizioni  in 
ordine  alle  singole  iscrizioni.  Da  ciò  si  scorge  a  prima  vista, 
qual  maraviglioso  progresso  siasi  fatto  per  sì  gigantesco  lavoro. 
Lo  spazio  pur  troppo  non  ci  consente  di  esporre  nelle  partico- 
larità il  guadagno  che  indi  la  scienza  ha  ritratto. 

I  manoscritti,  che  il  de  Rossi  nel  suo  volume  o  accenna  so- 
lamente o  tratta  di  proposito,  oltrepassano  i  trecento.  Così  la 
grande  opera  diventa  in  certo  modo  un  archivio,  nel  quale  tro- 


76  III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  2.  —  Basiliche. 


vansi  raccolti  insieme  tutti  gli  elementi  che  possono  trarsi  dai 
manoscritti  per  formare  una  storia  della  letteratura  epigrafica. 

2.  Iscrizioni  di  diverso  genere  nelle  basiliche  -  a.  Dedicazioni  del- 
l'edificio. -  b.  Iscrizioni  in  altari  dei  corpi  santi;  cataloghi  di 
reliquie.  -  c.  Iscrizioni  votive;  d.  storiche;  e.  legali;  f.  litur 
ijiche.  -  g.  Iscrizioni  nelle  dipendenze  delle  basiliche. 

Ora  ci  convien  passare  alla  considerazione  dei  varii  generi 
di  cristiane  iscrizioni,  le  quali  meritamente  trassero  a  sè  la  spe- 
ciale attenzione  di  qualsivoglia  erudito  tra  i  pellegrini  che  visi- 
tarono l'eterna  città  circa  gli  anni  800. 

E  qui  è  cosa  assai  naturale,  anzi  necessaria,  che  usiamo  ben  di 
frequente  e  portiamo  aperta,  per  modo  di  dire,  lungo  la  nostra  via 
la  sopra  descritta  opera  del  de  Rossi.  Essa,  a  dir  vero,  nella  sua 
tessitura  molteplice  ed  implicata  non  ci  può  dispensare  da  una 
non  piccola  fatica,  quale  è  quella  di  ricercare  ed  investigare  la 
disposizione  propria,  e  direi  lo  stato  epigrafico  di  Roma  nel  detto 
tempo;  poiché  l'opera  sua  con  nessun  altro  libro  ha  meno  rasso- 
miglianza che  con  una  guida.  Vedremo  anche,  che,  non  ostante 
la  sua  pienezza,  essa  non  presenta  tutto  ciò  che  si  richiede,  ab- 
bandonandoci per  esempio  fin  dal  bel  principio,  senza  stabilire 
una  divisione  delle  iscrizioni,  la  quale  divisione  sarebbe  molto 
utile  al  nostro  scopo.  Facciamoci  adunque  da  questa. 

E  in  prima  diamo  la  dovuta  precedenza  alle  iscrizioni  dei 
monumenti  cristiani,  i  quali  erano  certamente  i  principali  di 
Roma,  cioè  le  basiliche.  Fra  tutte  poi  le  iscrizioni  delle  basiliche 
tengono  senza  dubbio  il  primo  posto  le  dedicatorie,  che  si  rife- 
riscono all'intero  edificio. 

a.  La  dedicazione  dell'edifìcio  a  Dio  ovvero  ai  santi  tro- 
vasi espressa  ora  sopra  la  porta  d'ingresso,  nella  parte  esterna 
o  interna  della  medesima,  ora  nel  grande  arco  innanzi  alla  nave 
trasversale  o  innanzi  all'abside,  ora  intorno  alla  tribuna;  e  ciò  si 
fa  spesse  volte  per  mezzo  d' una  iscrizione  metrica,  la  quale  sta  in 
relazione  con  una  grande  pittura  a  musaico,  che  le  si  trova  di 
sopra.  Con  ciò  intendevasi  di  tener  viva  nella  mente  del  visita- 
tore la  destinazione  dell'edilìzio  e  la  protezione  dei  santi  titolari. 


Dedicazioni  delle  basiliche. 


77 


Così  leggevasi  nell'  interno  della  basilica  di  santa  Maria  Mag- 
giore, che  era  tutto  un  monumento  del  concilio  di  Efeso,  sulla 
parete  interna  d'ingresso,  la  dedicazione  di  Sisto  III  (f  440)  alla 
madre  di  Dio. 

Virgo  Maria  tibi  Xystus  nova  tecta  dicavi, 

Digna  salutifero  mimerà  ventre  tuo. 
Tu  genitrix  ignara  viri,  te  denique  foeta 

Viscerihus  salvis  edita  nostra  salus. 
Ecce  tui  testes  uteri  tibi  praemia  portant, 

Sub  pedibusque  iacet  passio  cuique  sua  : 
Ferrum,  fiamma,  ferae,  fiuvius  saevumque  venenum 

Tot  tamen  has  mortes  una  corona  manet  l. 

Gli  ultimi  quattro  versi  mostrano,  che  in  una  immagine  sopra- 
stante erano  rappresentati  varii  martiri,  i  quali  offrivano  alla 
santissima  Vergine  le  loro  corone,  ed  aveano  a'  piedi  i  simboli 
della  diversa  maniera  di  lor  morte,  la  spada,  il  rogo,  le  bestie, 
l'acqua,  il  veleno.  Era  questa  una  maniera  simbolica  di  effigiare 
i  martini  adoperata  nei  più  antichi  tempi  dell'arte  cristiana,  che 
nel  procedere  dei  secoli  fu  troppo  spesso  sostituita  da  scene 
crude  e  sanguinose. 

Dal  medesimo  papa  Sisto  III  si  ebbe  l'iscrizione  dedicatoria 
in  metro,  che  stava  sopra  l'entrata  della  chiesa  di  san  Pietro 
ad  vincala,  detta  pure  basilica  eudossiana.  Eccone  il  testo  che 
nomina  nel  settimo  verso  il  presbitero  Filippo,  legato  pontificio 
al  concilio  di  Efeso ,  come  quello  che  aveva  la  cura  della  co- 
struzione. Eccone  il  testo: 

Cede  prius  nomen,  novitati  cede  vetustas, 

Regia  laetanter  vota  dicare  libet. 
Haec  Petri  Paulique  simul  nunc  nomine  signo, 

Xystus,  apostolicae  sedis  honore  fruens. 
Unum,  quaeso,  pares,  unum  duo  sumite  munus, 

Unus  honor  celebrat,  quos  habet  una  fides. 
Presbyteri  tamen  hic  labor  est  et  cura  Pbilippi, 

Postquam  Ephesi  Christus  vicit  utrique  polo, 
Praemia  discipulus  meruit  vincente  magistro, 

Hanc  palmam  fidei  rettulit  inde  senex  2. 

1  De  Rossi  lnscript.  II,  1  p.  71.  98.  139.  Il  canne  era  già  prima  noto;  ma  il  de 
Rossi  no  propone  il  testo  da  tre  codici. 

2  De  Rossi  lnscript.  II,  1  p.  110.  134. 


78 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  2.  — 


Basiliche. 


Ma  la  propria  destinazione  della  chiesa  fu  celebrata  nell'  iscri- 
zione dell'abside: 

Inlaesas  olirti  servant  haec  tecta  catenas, 
Vincla  sacrata  Petri,  ferrum  pretiosius  auro  *. 

Sulla  entrata  della  basilica  vaticana  di  san  Pietro  si  offeriva  al- 
l'occhio del  pellegrino  una  iscrizione  consecrata  dal  papa  Sim- 
plicio (f  483)  al  principe  degli  apostoli: 

Qui  regni  claves  et  curara  tradit  ovilis, 
Qui  coeli  terraeque  Petro  conmisit  avenas  2, 
Ut  reseret  clausis,  ut  solvat  vincla  ligatis, 
Simplicio  nunc  ipse  dedit  sacra  iura  tenere, 
Praesule  quo  cultus  venerandae  cresceret  aulae  3. 

Il  de  Rossi  lasciò  di  notare,  che  anche  sopra  questi  versi  do- 
veva essere  una  immagine  di  san  Pietro,  probabilmente  colla 
consegna  delle  chiavi;  il  che  pare  si  confermi  dal  luogo  insigne 
ove  fu  posta  l'iscrizione;  e  tal  immagine  avrebbe  un  riscontro 
nel  gran  bassorilievo  moderno  sulla  porta  maggiore  dell'atrio 
della  presente  basilica;  anche  qui  il  Signore  dà  le  chiavi  a 
san  Pietro. 

Entro  la  basilica  vaticana  lo  sguardo  andava  facilmente  alle 
grandiose  lettere  di  oro  in  fronte  all'arco  trionfale,  e  vi  leggeva 
appiè  del  musaico  la  dedica  della  chiesa  fatta  da  Costantino  a 
san  Pietro:  Quod  duce  te  ecc.  (sopra  p.  70).  Invece  l'iscrizione 
dell'abside  non  parlava  di  Pietro,  ma  ricordava  in  istile  manie- 
rato i  meriti,  che  il  padre  (Costantino)  ed  il  suo  figlio  (Costante) 
avevano  colla  basilica.  A  quest'  ultimo  si  doveva  il  compimento 
dei  lavori. 

Iustitiae  sedes,  fidei  domus,  aula  pudoris 
Haec  est  quam  cernis,  pietas  quam  possidet  omnis, 
Quae  patris  et  filii  virtutibus  inclyta  gaudet, 
Auctoremque  suum  genitoris  laudibus  aequat  4. 

1  Do  Rossi  ib.  p.  134.  157.  286.  290.  352.  410. 

2  habenas. 

3  De  Rossi  ib.  p.  15.  80.  144.  Solamente  all'ultimo  luogo,  cioè  nella  prima  silloge 
del  Corpus  Laurcshamense  i  versi  hanno  il  titolo:  Super  limìn.  in  introilu  eccL  [s.  Petri.J 

*  De  Rossi  ib.  p.  21.  47.  55.  145.  156.  341. 


Dedicazioni  delle  basiliche. 


79 


Anche  nella  basilica  di  san  Paolo  sulla  via  ostiense  colpiva 
subito  la  vista  di  chi  entrava  l'iscrizione  dedicatoria  posta  pa- 
rimente sull'arco  trionfale.  Essa  ricordava  l'imperatrice  Pla- 
cidia  e  il  papa  Leone  Magno  quali  autori  dei  restauri  fatti  al 
medesimo  tempo  che  l' iscrizione.  E  come  supplemento  si  aggiun- 
gevano a  destra  ed  a  sinistra  due  distici  sotto  i  musaici  di  san 
Pietro  e  san  Paolo.  L'iscrizione  principale  diceva  così: 

Placidiae  pia  mens  operis  decus  omne  paterni 
Gaudet  pontificis  studio  splendere  Leonis. 

Sotto  l'immagine  di  san  Pietro  a  destra  del  riguardante  si  leg- 
geva : 

Ianitor  hic  coeli  est,  fìdei  petra,  culmen  honoris, 
Sedis  apostolicae  rector  et  omne  decus. 

Sotto  l'immagine  di  san  Paolo  a  sinistra: 

Persequitur  dum  vasa  Dei  fit  [Paulus  et  ipse] 
Vas  fìdei  electum  gentibus  [et  populis]  l.  . 

Verosimilmente  nel  semicerchio  dell'abside  dell'antica  basilica 
di  san  Paolo  dovea  trovarsi  l'iscrizione  dell'imperatore  Onorio, 
colla  quale  egli  dedicava  all'apostolo  delle  genti  il  nuovo  edi- 
lìzio, incominciato  da  Valentiniano  HI  e  Teodosio,  e  da  lui  con- 
dotto a  termine.  Trovasi  al  presente  questa  iscrizione  sull'arco 
trionfale  pur  ora  ricordato: 

Theodosius  coepit,  perfecit  Honorius  aulam, 
Doctoris  mundi  sacratam  corpore  Pauli  2. 

Papa  Simplicio  dedicò  al  santo  apostolo  Andrea  la  grande  aula 
del  palazzo  di  Giunio  Basso,  che  sorgeva  nel  predio  di  Flavio 

1  De  Rossi  ih.  p.  OH.  81.  98.  105.  Le  iscrizioni,  che  nella  moderna  basilica  di  san 
Paolo  stanno  ne'  medesimi  posti,  non  sono  più  le  antiche  La  seconda  ha  ora  eziandio  un 
testo  differente  dal  sopra  recitato,  cioè  dal  primitivo,  il  quale  è  probabilmente  dei  tempi 
di  Leone  Magno.  La  terza  nei  manoscritti  non  è  completa;  il  supplemento  aggiunto  nella 
nostra  stampa  è  proposto  dal  do  Rossi. 

1  De  Rossi  ib.  p.  28.  81.  98.  254. 


80 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  2.  —  Basiliche. 


Valila  sull'  Esquilino,  mutandola  in  chiesa,  e  vi  pose  nell'abside 
questo  carme  in  onore  di  Cristo  : 

Haec  tibi  mens  Valilae  decrevit  praedia,  Christe, 

Cui  testator  opes  detulit  ille  suas, 
Simplicius  quae  papa  sacris  coelestibus  aptans 

EfFecit  vere  muneris  esse  tui; 
Et  quod  apostolici  deessent  liraina  nobis  l, 

Martyris  Andreae  nomine  composuit. 
Utitur  hac  beres  titulis  ecclesia  iustis, 

Succedensque  domo  mystica  iura  locat. 
Plebs  devota  veni,  perque  haec  commercia  disce, 

Terreno  censu  regna  superna  peti  2. 

Nella  basilica  di  sant'  Agnese  sulla  via  nomentana  si  leggeva 
prima  di  Onorio  I  un  acrostico  fattovi  porre  da  Costantina 
figliola  di  Costantino  imperatore.  Le  iniziali  di  ciascun  verso 
davano  il  nome  di  Costantina,  e  tutto  il  carme  celebrava  san- 
t'Agnese (martyr  deuotaque  Christo)  ivi  sepolta.  Fra  gli  altri 
versi  era  questo  :  Sacravit  templum  victricis  virginis  Agnes  {Con- 
stantina),  la  qual  Costantina,  fondatrice  della  basilica,  esclama 
nella  chiusa  del  carme:  0  felix  virgo  memorandi  nominis  Agnes  3. 
Molto  inferiore  per  arte  e  quasi  inintelligibile  è  la  lunga  iscri- 
zione metrica,  che  nella  stessa  chiesa,  rinnovandosi  l'abside, 
fece  il  papa  Onorio  (f  638)  e  pose  in  luogo  della  suddetta  di 
Costantina. 

AVREA  CONCISIS  SVRGIT  PICTVRA  METALLIS  4 
ET  COMPLEXA  SIMVL  CLAVDITVR  IPSA  DIES 

FONTIBVS  E  NIVEIS  CREDAS  AVRORA  SVBIRE 
CORREPTAS  NVBES    RORIBVS  ARVA  RIGANS 

VEL  QVALEM  INTER  SIDERA  LVCEM  PROFERET  IRIM 
PVRPVREVSQVE  PAVO  IPSE  COLORE  NITENS 

1  Fin  a  quel  tempo  in  Roma  non  vi  era  nessuna  chiesa  dedicata  a  sant'Andrea. 

2  De  Rossi  ib.  p.  436;  cf.  de  Rossi  Bullettino  di  archeol.  crist.  1871  p.  5  ss.  La 
chiesa  ebbe  dipoi  il  nome  di  sani' Andrea  Catabarbara  Patricia.  Essa  era  un'aula  con  ricchi 
e  classici  ornamenti,  e  stette  in  piedi  fin  dopo  la  metà  del  secolo  decimoquinto. 

3  De  Rossi  Inscript.  II,  1  p.  44. 

4  La  parola  metalla  nel  senso  complessivo  di  lavori  di  musaico,  argento  ed  oro  oc- 
corre anche  nei  carmi  Virginis  aula  e  Aula  Bei  claris ,  che  tosto  seguono ,  ed  in  altre 
iscrizioni. 


Dedicazioni  delle  basiliche. 


si 


QVI  POTVIT  NOCTIS  VEL  LVCIS  REDDERE  FINEM 

MARTYRVM  E  BVSTIS  HINC  REPPVLIT  ILLE  CHAOS 

SVRSVM  VERSA  NVTV  QVOD  CVNCTIS  CERN1TVR  VNO 
PRAESVL   HONORIVS   HAEC  VOTA   DICATA  DEDIT 

VESTIBVS  ET  FACTIS  SIGNANTVR  ILLIVS  ORA 
LVCET  ET  ASPECTV  LVCIDA  CORDA  GERENS  1 

Questa  iscrizione  fa  appena  menzione  della  patrona  titolare  della 
basilica,  probabilmente  perchè  Onorio  sopra  i  versi  fece  eseguire 
in  musaico  l'immagine  della  medesima  santa  eroina,  insieme  colla 
sua  propria  (v.  l'ultimo  distico),  ambedue  fin  oggi  conservate. 
La  dedicazione  della  chiesa  a  sant'Agnese  era  fatta  nota  per 
mezzo  dell'altra  iscrizione  posta  parimente  da  Onorio  nel  grande 
arco  avanti  l'abside.  Essa  suonava  così: 

Virginis  aula  rnicat  variis  decorata  raetallis, 

Sed  plus  namque  nitet  meritis  fulgentior  amplis  2. 

La  dedicazione  della  chiesa  dei  santi  Cosma  e  Damiano  fu  posta 
da  Felice  IV  (f  530)  nell'abside  sotto  il  musaico  dei  due  santi 
e  compagni.  Ancora  oggidì  si  ammira  la  pittura  colla  sua  severa 
maestà  e  l'antica  iscrizione  a  grandi  caratteri.  Si  scorge  subito 
che  il  primo  distico  servì  di  esemplare  ai  recitati  versi  di  Onorio 
nell'arco  di  sant' Ao-nese. 

o 

AVLA  DEI  CLARIS  RADIAT  SPECIOSA  METALLIS 
IN   QVA   PLVS   FIDEI  LVX  PRETIOSA   MICAT  3 

MARTYRIBVS  MEDICIS  4   POPVLO  SPES  CERTA  SALVTIS 
VENIT  ET  EX  SACRO  CREVIT  HONORE  LOCVS 

OPTVLIT  HOC  DOMINO  FELIX  ANTISTITE  DIGNVM 
MVNVS  VT  AETHERI A  VIVAT  IN  ARCE  POLI  5 

1  De  Rossi  ib.  p.  89.  104.  137.  249.  Nei  suoi  Musaici  delle  chiese  di  Roma  fase.  3  e  4 
il  de  Rossi  dà  la  cromolitografia  di  tutto  il  musaico  insieme  coli' iscrizione.  Col  commen- 
tario del  de  Rossi  sull'iscrizione  (nei  Musaici)  si  confronti  quello  del  Duchesne  Liber  yonti- 
ficalis  t.  1  p.  325  s.,  il  quale  sembra  in  qualche  riguardo  preferibile.  Noi  diamo  l'iscrizione 
con  caratteri  maiuscoli,  perchè  l'originale  è  ancora  conservato  ;  e  lo  stesso  faremo  colle 
altre  iscrizioni,  che  tuttora  esistono. 

2  De  Rossi  Inscript.  II,  1  p.  63.  89.  104.  137.  249. 

3  II  senso  è:  L'aula  (una  volta  profana)  ora  cambiata  in  chiesa,  splende  nei  suoi  or- 
namenti, ma  il  suo  proprio  ornamento  è  la  fede. 

4  Si  sa  che  secondo  la  tradizione  questi  due  martiri  orientali  erano  medici. 

5  De  Rossi  ib.  p.  71.  134.  152. 

Grisar,  Analecta  romana,  voi.  I.  g 


82 


III.  Iscrizioni  di  Roma  ti.  2.  —  Basiliche. 


b.  Ma  non  fa  mestieri  addurre  altri  esempii  di  tali  dedica- 
zioni di  basiliche  intere.  Sebbene  esse  occupino  il  primo  posto  fra 
le  iscrizioni  delle  basiliche  stesse,  pure  vi  erano  altre  iscrizioni, 
le  quali  attraevano  più  vivamente  il  cuore  dei  pii  pellegrini 
venuti  per  onorare  i  sepolcri  dei  santi.  Le  confessioni,  dove 
riposavano  i  corpi  dei  martiri,  ed  anche  gli  altari,  che 
contenevano  le  reliquie  dei  santi,  solevano  venir  ornati 
con  iscrizioni  particolari. 

Anche  qui  la  modesta  arte  poetica  di  quei  tempi  in  molti 
modi  si  manifestava.  Papa  Damaso  (f  384)  avea  già  data  come 
l' intonazione  di  simili  encomii  sopra  le  tombe  dei  santi,  nei  suoi 
sì  numerosi  carmi  per  le  catacombe  e  loro  oratorii  sopra  terra  l. 
Quando  poi  più  tardi  s'incominciarono  le  traslazioni  dei  martiri 
dai  cimiteri  suburbani  nelle  chiese  della  città,  cioè  verso  il  pon- 
tificato di  Paolo  I  (f  767),  cosiffatti  elogii  nelle  chiese  insignite 
di  tali  reliquie  si  moltiplicarono  senza  numero. 

Basta  che  noi  accompagniamo  i  nostri  pellegrini  per  il  san- 
tuario di  san  Pietro  e  per  gli  attigui  edifìcii ,  per  imparare  a 
conoscere  un  gran  numero  di  iscrizioni  caratteristiche  in  onore 
dei  santi  che  quivi  riposavano.  Entriamo  da  prima  con  essi  nella 
rotonda  di  sant'  Andrea  verso  il  sud-ovest  della  basilica;  qui  il 
Salisburgense  dell'ottavo  secolo  comincia  in  giro  la  sua  pere- 
grinazione. Nella  detta  rotonda  leggiamo  sui  sette  altari,  che 
stanno  addossati  ad  altrettante  nicchie,  iscrizioni  poetiche  l'una 
dall'altra  diverse,  fattevi  porre  da  papa  Simmaco.  Quella  per 
esempio,  che  era  sull'altare  dei  santi  Proto  e  Giacinto  onora  le 
reliquie  dei  due  martiri  nella  semplice  forma  seguente: 

Martyribus  sanctis  Proto  pariterque  Hyacintho 
Symmachus,  hoc  parvo  veneratus  honore  patronos, 
Exornavit  opus,  sub  quo  pia  corpora  rursus 
Condidit;  his  aevo  laus  sit  perennis  in  omni  2. 

Passando  i  pellegrini  dalla  rotonda  di  sant'Andrea  nella  ba- 
silica vaticana,  venerano  fra  gli  altri  santi  il  papa  Leone  Magno. 

1  Un  esempio  presenta  la  tavola  fototipica  I,  n.  1. 

2  De  Rossi  ib.  p.  42;  cf.  p.  207.  L'iscrizione  dedicatoria  della  rotonda  di  sant'Andrea 
era  similmente  dei  tempi  di  papa  Simmaco.  Essa  cominciava  con  un  pensiero,  che  ha  co- 
mune colla  precedente  iscrizione  di  Felice  IV  a  san  Cosma  e  Damiano,  cioè:  «  Tempia 
micant,  plus  compta  fide  quam  luce  metalli  ».  De  Rossi  ib.  p.  246. 


Tombe  e  reliquie  dei  santi. 


83 


Papa  Sergio  I  (f  701)  ha  collocato  nella  chiesa  stessa  il  corpo 
di  questo  santo,  che  prima  riposava  nell'atrio.  Al  suo  altare 
Sergio  esalta  la  gloria  di  Leone  e  l'annunzia  ai  visitatori  con  i 
seguenti  versi  i  quali,  a  paragone  degli  altri  dello  stesso  carme 
e  per  il  settimo  secolo,  sono  abbastanza  ben  riusciti.  Dobbiamo 
immaginare  che  tutto  il  carme  fosse  anche  esso  sotto  una  pittura 
del  santo  a  musaico  : 

Commonet  e  tumulo  quod  gesserai  ipse  superstes, 

Insidiane  ne  lupus  vastet  ovile  Dei. 
Testantur  missi  prò  recto  dogmate  libri, 

Quos  pia  corda  colunt,  quos  prava  turba  timet. 
Rugiit,  et  pavida  stupuerunt  corda  ferarum 

Pastori sque  sui  iussa  sequuntur  oves. 
Hic  tamen  extremo  iacuit  sub  marmore  templi 

Quem  iam  pontificum  plura  sepulcra  celant  '. 

Non  potevano  i  pellegrini  discendere  alla  cella  inferiore  del  se- 
polcro di  san  Pietro,  adornata  già  per  opera  di  Costantino.  So- 
lamente lo  sguardo  vi  poteva  penetrare  per  un  pozzetto  o  piut- 
tosto pertugio,  ed  anche  questo  fu  chiuso  al  più  tardi  dopo  i 
terribili  guasti  recati  dai  Saraceni  alla  basilica  di  san  Pietro 
nell'anno  846.  Cosi  ci  rimane  unico  testimonio  dell'  iscrizione, 
che  era  ivi  sul  sepolcro  fin  dai  giorni  di  Costantino,  l'autore  del 
Liber  ponti ficalis  nel  sesto  secolo.  Si  indo  alla  sua  relazione  tro- 
vavasi  quivi  sotterra  sul  sepolcro  dell'apostolo  una  croce  d'oro 
con  queste  parole:  Constantinus  Augustus  et  Helena  Augusta 
hanc  domum  regalem  [auro  decorante  quamj  simili  fulgore  cor- 
ruscans  aula  circumdat  2. 

Qui  la  guida  salisburgense  invita  i  pellegrini  a  versare  la- 
crime di  pentimento  presso  il  principe  degli  apostoli,  quasi  co- 
mune tributo.  È  appunto  il  sentimento  insinuato  con  tutta  l' in- 
genuità propria  di  quei  secoli  nelle  iscrizioni,  che  si  trovavano 

1  De  Rossi  ib.  p.  98.  139.  158.  290.  Cf.  201  s.  Mi  pare  che  sotto  il  musaico  si  avesse 
a  leggere  espressamente  il  nome  di  Leone.  A  questo  nome  si  doveva  riferire  il  primo 
verso  colle  parole  Huius  apostolici  primum  est  hic  corpus  humatum. 

2  De  Rossi  ili.  p.  200.  Liber  pontiftealis  ed.  Duchesne  t.  I  p.  17(3.  195.  Vedi  la  Dis- 
sertazione Le  tombe  apostoliche  nel  presente  volume,  specialmente  al  cap.  9. 


84 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  2.  —  Basiliche. 


nelle  vicinanze  della  basilica  di  san  Pietro.  Ecco  come  si  dava 
sfogo  alla  vena  degli  effetti: 

Flagita  hic  veniam,  eie  frequens  intima  cordis 

Et  fessa  diutinis  contunde  pectora  pugnis, 

Ut  placidus  purget  tua  Christus  vulnera  mentis. 

Queste  parole  si  leggevano  secondo  il  de  Rossi  nella  chie- 
suola d' un  ospizio  eretto  presso  gli  antica  Saxonum.  cioè  nelle 
rovine  del  circo  di  Gaio  presso  san  Pietro.  La  chiesuola  sa- 
rebbe stata  edificata  da  Leone  III  (f  816),  il  quale  avrebbe  fatto 
trasportar  colà  dalle  catacombe  corpi  di  santi  In  un  altro  dei 
sacri  edificii,  i  quali  circondavano  in  gran  numero  la  basilica  di 
san  Pietro,  cioè  nella  maggiore  o  minore  chiesa  di  santo  Ste- 
fano, le  reliquie  depostevi  erano  ornate  d'una  semplice  iscrizione 
in  prosa:  «  Servantur  in  hac  ara  reliquiae  sanctorum  martyrum 
atque  levitarum  Stephani  et  Laurentii  »  2.  Naturalmente  il  numero 
di  queste  iscrizioni  in  prosa  era  più  abbondante,  specialmente 
dove  non  possedevansi  corpi  interi  di  santi,  ma  solamente  parte 
di  essi,  o  anche,  cosa  più  frequente,  alcun  oggetto  che  avesse 
toccato  il  corpo  od  il  sepolcro. 

A  queste  iscrizioni  sono  affini  quelle  che  presentano  le  liste 
de' nomi  dei  santi,  i  quali  nella  chiesa  riposavano,  o  conten- 
gono i  calendarii  delle  loro  feste.  Generalmente  tali  liste  e  ca- 
lendarii  erano  affissi  negli  atrii.  Pellegrini  e  cittadini  erano  cosi 
avvisati  della  santità  del  luogo  3.  Una  tavola  marmorea  di  questo 
genere  ci  è  stata  conservata  nella  basilica  vaticana  ;  essa  però 
si  riferisce  solamente  alle  reliquie  e  non  ai  corpi  interi  dei  santi 
che  vi  sono  nominati.  Quella  tavola  rimonta  circa  all'ottavo  se- 
colo e  trovasi  di  presente  nei  sotterranei  della  basilica  4.  I  santi 

1  De  Rossi  ib.  p.  278.  Bisogna  però  avvertire,  che  la  lezione  del  de  Rossi  antro,  Sa- 
xonum  non  è  abbastanza  sicura.  Le  difficoltà  del  Duchesne  {Liber  Pòntificalis  t.  II  p.  47) 
contro  il  luogo  assegnato  all'  iscrizione  sono  di  grave  peso. 

*  De  Rossi  ib.  p.  275. 

3  Si  vedano  più  sotto  le  iscrizioni  mira.  1  del  capo  9  e  mira.  21.  24.  25.  30,  del  capo  10 
colle  relative  tavole  fototipiche. 

4  De  Rossi  Ballettino  di  archcol.  crist.  1882  p.  41.  La  tavola  sta  presso  Dionysius 
Crypt.  Vado.  Monum.  tab.  39,  e  meglio  presso  Marini  nel  5°  voi.  del  Mai  Script,  vel.  nova 
collectio  p.  44  n.  1. 


Cataloghi  delle  reliquie.    Iscrizioni  votive. 


85 


stessi  posti  in  quel  catalogo,  furono  da  Paolo  I  tratti  dai  cimi- 
teri e  trasferiti  nella  chiesa  di  san  Silvestro  innalzata  da  lui  sul 
luogo  della  sua  casa  paterna.  Anche  oggidì  si  leggono  nell'atrio 
di  san  Silvestro  (in  capite)  i  due  calendarii  scolpiti  allora  in  ta- 
vole di  marmo,  l' una  delle  quali  contiene  i  nomi  dei  santi,  l'altra 
delle  sante  K  Il  de  Rossi  potè  reintegrare  la  seconda  delle  sud- 
dette tavole  per  mezzo  di  un  frammento  tornato  in  luce  ultima- 
mente negli  scavi  di  Roma  2. 

c.  Un  terzo  gruppo  d'iscrizioni  delle  basiliche  ci  riconduce  alle 
predilette  forme  poetiche  di  quel  tempo;  vo' dire  le  votive, 
le  quali  testimoniano  un  voto  fatto  a  Dio  od  ai  santi  della  ba- 
silica in  alcuna  particolare  occasione,  ed  esprimono  preghiere,  o 
rendimento  di  grazie,  sia  con  relazione  ad  alcun  donativo  o 
senza,  il  che  vale  anche  per  le  fondazioni  o  qualunque  lavoro 
nella  basilica. 

Ora  senza  allontanarsi  dalla  basilica  vaticana  possiamo  ivi 
trovare  tipi  svariatissimi  di  tali  e  sì  frequenti  iscrizioni  votive. 
Esse  si  leggono  non  solamente  nelle  mura  degli  atrii  e  nelle 
pareti  interne  delle  chiese,  nelle  confessioni,  negli  altari  e  nei 
battisteri,  ma  anche  sugli  oggetti  donati  per  ornamento  dell'al- 
tare e  spesso  pendenti  dal  sacro  ciborio. 

Così  papa  Adriano  I  ornò  di  versi  una  corona,  che  egli  so- 
spese alla  tomba  di  san  Pietro,  ed  il  de  Rossi  fu  il  primo  a 
darne  la  giusta  lezione  e  spiegarne  il  vero  senso,  ciò  che  non 
avevano  fatto  i  precedenti  editori,  non  escluso  il  Dummler  3. 
Tanto  la  poesia  quanto  il  dono,  che  appartengono  probabilmente 
al  774,  anno  della  presa  di  Pavia  per  opera  di  Carlo  Magno, 
sono  notevoli  per  la  storia  del  patriziato  romano  e  per  i  vin- 
coli, che  dovevano  collegare  la  dignità  imperiale  colla  sede  di 
Pietro. 

Coelorum  Dominus,  qui  curri  Patre  condidit  orbem, 
Disponit  terras,  virgine  natus  homo. 

1  II  testo  si  trova  presso  Marini-Mai  (v.  nota  precedente)  p.  56  e  58. 

2  De  Rossi  Bui  leti,  di  archeol.  crisi.  1882  p.  40.  È  la  nostra  iscrizione  n.  22  al  capii  10 
colla  fototipia.  In  più  chiese  anche  fuori  di  Ruma  ci  restano  dai  primi  tempi  medievali  simili 
cataloghi  di  santi  o  di  reliquie. 

:!  Dummler  Poetae  t.  I  p.  100. 


8G  III.  Iscrizioni  di  Roma  ri,  2.  —  liasilicJit'. 


Ut  sacerdotum  regumque  est  stirpe  creatus, 

Providus  huic  mundo  curat  ulrumque  geri. 
Tradit  oves  fìdei  Petro  pastore  regendas, 

Quas  vice  Hadriano  crederci  ille  sua. 
Quin  et  Romanum  largitur  in  Urbe  fìdeli 

[Patrièiafnm]  famuli[s],  qui  placuere  sibi. 
Qu[em|  Carolus  [merito]  praecellontissimus  [et]  rex 

Susc|  e  |pit,  dextra  glorificante  Petri. 
Pro  cuius  vita  triumpbique  haec  inunera  regno 

Obtulit  antistes  congrua  rito  sibi  '. 

Quasi  due  secoli  innanzi  avea  Pelagio  II  (f  590)  fatto  un 
simile  donativo,  cioè  probabilmente  ima  corona,  all'altare  di  san 
Pietro,  e  nell'iscrizione  aveva  espresse  le  grandi  calamità  di  quei 
tempi,  quando  Roma  non  avea  ancora  un  difensore  come  Car- 
lomagno.  Ivi  si  prega  per  gli  imperatori  romani  allora  nel  Bo- 
sforo, Maurizio  e  i  suoi  figliuoli: 

Vox  arcana  patris,  caeli  quibus  aequa  potestas, 

Descendit,  terras  luce  replere  sua. 
Hanc  Deus  humanam  sumens  de  virgine  formam, 

Discipulos  mundo  praecipienda  docet. 
Quae  modo  Pelagius  praesul  cum  plebe  fideli 

Exercens  offert  munera  sacra  Deo. 
Ut  romana  manu  caelesti  sceptra  regantur, 

Sit  quorum  imperio  libera  vera  fides. 
Pro  quibus  antistes,  reddens  haec  vota,  precatur, 

Saecula  principibus  pacificata  dari, 
Hostibus  ut  domitis  Petri  virtute,  per  orbem 

Gentibus  ac  populis  pax  sit  et  ista  fides  \ 

All'  altare  di  san  Pietro  fu  donato  un  pallio  o  per  coprire 
la  mensa  o  per  sospenderlo  tra  le  colonne  del  ciborio;  il  qual 
pallio  portava  i  nomi  di  Carlomagno  e  della  sua  consorte  Ilde- 
garda, che  erano  i  donatori,  e  similmente  una  formola  poetica 
di  dedicazione.  Questa  cominciava  : 

Pastor  ovile  Dei  servans  si  ne  crimine  Petre  3. 

1  De  Rossi  lnscript.  II,  1,  p.  146  Cf.  Duchesne  Liber  pontificalis  I  p.  510.  517.  — Quello 
che  nell'iscrizione  sopra  stampata  sta  in  parentesi,  è  correzione  proposta  dal  de  Rossi. 

2  De  Rossi  ib.  p.  145;  cf.  p.  459. 

3  De  Rossi  ib.  p.  147. 


Carmi  volivi. 


87 


In  generale  sembra,  che  sui  palili  e  sui  veli  spesso  si  rica- 
massero i  testi  di  carmi  votivi.  Il  pallio  donato  all'altare  di 
san  Pietro  dal  re  visigoto  Chintila  (f  640)  aveva  la  seguente 
preghiera  : 

Discipulis  cunctis  Domini  praelatus  amore, 

Dignus  apostolico  pronità  lionore  coli. 
Sancte,  tuis,  Petre,  meritis  haec  munera  supplex 

Giuntila  rex  offort.  Pande  salutis  opem 

Per  amor  di  brevità  dobbiamo  tralasciare  esempi  di  iscri- 
zioni votive,  che  esprimono  azione  di  grazie  a  san  Pietro  o  ad 
altro  santo  per  i  favori  ottenuti.  Fra  le  iscrizioni  in  prosa  col- 
l' usato  votimi  solvit,  e  sono  più  numerose  ancora,  una  io  ne 
scelgo,  la  quale  si  trovava  nell'  entrata  di  san  Pietro  sotto  i 
simboli  a  musaico  degli  evangelisti,  e  facea  menzione  del  papa 
san  Leone  Magno:  Marinianus  vir  ini.  ex  pf.  fpraet. ]  et  cons. 
ord.  |  cum  Anastasia  ini.  fe|m.  eius]  debita  vota  1  beatissimo 
Petro  apostolo  persolvit  !  qu[a|e  precibus  pap|a|e  mei  (provo- 
cata sunt  atq.  perfecta  2.  Tra  i  ruderi  della  piccola  chiesa 
cimiteriale,  che  stava  sulla  collina  al  di  là  di  san  Pietro, 
Matteo  Vegio  trovò  la  seguente  iscrizione  appartenente  del  pari 
ai  tempi  del  pontefice  Leone  I:  Salvo  papa  Leone  Agnellus  pre- 
sbyter  ornai  i. 

d.  Se  non  che  questa  iscrizione  ci  trasporta  naturalmente  al 
gruppo  di  quelle,  che  contengono  cenni  storici  sulla  fabbrica 
delle  stesse  basiliche.  Anche  allorquando  queste  non  indicavano 
altro  che  l'origine  dell'edilizio  ossia  i  fondatori,  i  continuatori  o 
ristoratori  del  medesimo,  erano  spesso  rivestiti  di  solenni  forme 
poetiche. 

Uno  dei  più  belli  esempii  e  storicamente  più  importanti  è 
senza  dubbio  la  grandiosa  iscrizione  in  musaico,  che  si  conserva 
ancora  intatta  nell'  interno  della  basilica  di  santa  Sabina  sul- 

1  De  Rossi  ib.  p.  254. 

2  Così  l'iscrizione  fu  restituita  dal  de  Rossi,  ib.  p.  55. 

3  De  Rossi  ib.  p.  349.  —  Iscrizioni  votive  si  danno  in  fototipia  al  capo  9  unni.  5.  6. 
10  ed  al  capo  10  n.  20  e  23. 


88 


III.  fcwizioni  di  Roma  n.  2.  —  Basiliche. 


l'Aventino,  sin  dai  giorni  di  Celestino  I  (f  432),  o  piuttosto  del 
suo  successore  Sisto  III    (f  440). 

CVLMEN  APOSTOLICVM  CVM  CAELESTINVS  HABERET 
PRIMVS  ET  IN  TOTO  FVLGERET  EPISCOPVS  ORBE 
HAEC  QVAE  MIRARIS  FVNDAVIT  PRESBYTER  VRB1S 
ILLYRICA   DE  GENTE  PETRVS  VIR  NOMINE  TANTO 
DIGNVS,  AB  EXORTV  CHRISTI  NVTRITVS  IN  AVLA 
PAVPERIBVS  LOCVPLES  SIBI  PAVPER  QVI   BONA  VITAE 
PRAESENTIS  FVGIENS  MERVIT  SPERARE  FVTVRAM  1 

Non  meno  celebre  per  la  storia  della  fabbrica  antica  di  san 
Pietro  è  il  testo  originale  d'una  iscrizione  di  papa  Damaso  af- 
fìssa di  presente  nei  sotterranei  della  stessa  basilica.  Essa  in 
versi  abbastanza  eleganti  ci  dà  notizie  storiche  dei  grandi  lavori 
del  papa  per  la  erezione  del  battisterio  nella  basilica  di  san  Pietro 
e  specialmente  per  la  condottura  dell'acqua  pei  battesimi. 

CINGEBANT  LATICES  MONTEM  TENEROQVE  MEATV 
CORPORA  MVLTORVM  CINERES  ATQVE  OSSA  RIGABANT 
NON  TVLIT  HOC  DAMASVS  COMMVNI  LEGE  SEPVLTOS 
POST  REQVIEM  TRISTES  ITERVM  PERSOLVERE  POENAS 
PROTINVS  ADGRESSVS  MAGNVM  SVPERARE  LABOREM 
AGGERIS  INMENSI   DEIEC1T  CVLMINA  MONTIS 
INTIMA  SOLLICITE  SCRVTATVS  VISCERA  TERRAE 
SICCAVIT  TOTVM  QVIDQVID  MADEFECERAT  HVMOR 
INVENIT  FONTEM   PRAEBET  QVI  DONA  SALVTIS 

HAEC  CVRAVIT  MERCVRIVS  LEVITA  FIDELIS  2 

Per  dare  un  esempio  in  prosa  di  tali  iscrizioni  ricorderemo 
quella  storica  posta  ai  tempi  di  papa  Ilaro  (f  468)  intorno  alla 
cornice  delle  colonne,  che  formavano  il  triportico  davanti  all'o- 
ratorio della  santa  Croce  presso  il  Laterano.  Essa  diceva  che  lo 
spazio  necessario  alla  edificazione  dei  portici  si  ottenne  sumptu 
et  studio  Christi  famuli  Hilari  episcopi  cogli  scavi  fatti  fare  da 
lui  togliendo  le  macerie,  le  quali  si  levavano  fino  all'altezza 

1  De  Rossi  ib.  p.  24.  111.  155.  341.  443.  Vedi  la  fototipia  tav.  I  n.  2. 

*  De  Rossi  ib.  p.  56.  350.  411.  Cf.  Duchesuc  Liber  pontificali  t.  1  p.  cxxii. 


Canni  storici.  Leggi. 


89 


della  detta  iscrizione  nel  nuovo  triportico  \  Ciò  mostra,  che 
tali  memorie  monumentali  non  sono  proprie  solamente  dei  tempi 
moderni  o  del  medio  evo.  Già  la  colonna  traiana  in  Roma  sin 
dall'anno  113  porta  scolpita  nel  contesto  della  dedica  una  si- 
mile memoria,  la  quale  dice,  che  la  colonna  si  alza  a  tanta  al- 
tezza precisamente  ..  ad  declarandvm  qvantae  altitvdinis  mons 
et  locvs  tan[tis  ope]ribvs  sit  egestvs  2.  L'iscrizione  storica  di 
san  Leone  Magno  sul  restauro  del  tetto  della  basilica  di  san  Paolo 
diamo  nella  tavola  I  n.  3. 

e.  Seguono  ora  iscrizioni  di  carattere  storico  ed  insieme  per 
così  dire  legale.  Esse  ricordano  ai  visitatori  della  basilica  fatti 
o  date  con  certe  obbligazioni.  A  questo  gruppo  appartengono  per 
esempio  le  iscrizioni,  che  danno  notizia  dei  concilii  celebrati  nella 
basilica,  indicandone  i  decreti,  poi  le  iscrizioni  che  inculcano 
leggi  papali,  riferendone  il  testo,  o  che  servono  a  perpetuare  e 
custodire  il  possesso  dei  beni  della  chiesa,  proponendo  le  liste 
dei  fondi  ed  altre  cose  somiglianti. 

Fra  i  testi  dei  concilii  è  noto  quello  del  concilio  tenuto  da 
Gregorio  III  nel  732,  forse  l'unico  esemplare  di  tali  iscrizioni 
in  Roma.  Tutto  il  protocollo  di  questo  sinodo,  per  ciò  che  ri- 
guarda il  decreto  intorno  alle  solennità  natalizie  dei  santi,  era 
esposto  nella  basilica  vaticana  entro  un  oratorio  innalzato  dal 
medesimo  Gregorio  III  3. 

Un  decreto  fatto  senza  autorità  di  sinodo,  ma  con  un  terri- 
bile anatema  contro  i  trasgressori,  si  leggeva  in  una  colonna 
della  basilica  di  san  Paolo.  Il  de  Rossi  l'attribuisce  con  verosi- 
miglianza a  Leone  IV.  Esso  proibisce  ogni  violazione  dei  dona- 
tivi e  delle  offerte  fatte  all'apostolo  san  Paolo  e  dei  beni  e  di- 
ritti della  sua  chiesa     (Nostra  tav.  V  n.  1). 

1  Do  Rossi  il),  p.  147.  E  cosa  molto  caratteristica,  che  Onofrio  Panvinio  (f  1568)  do- 
vette trovare  i  frammenti  di  questa  iscrizione  adoperati  in  tutt' altro  luogo,  vale  a  dire 
nelle  cornici  dell'oratorio  di  san  Tommaso,  eretto  da  Giovanni  XII  presso  la  basilica  la- 
teranense. 

2  Corpus  inscript,  lat.  t.  VI  Inscr.  urbis  Romae  Int.  pars  I  (1876)  p.  176  n.  960. 

3  De  Rossi  ib.  p.  412.  414-417;  Bulletiino  di  archeol.  crist.  1890  p.  154.  Neues  Arrìde 
t.  XVI  (1891)  p.  237  ss.    Duchesne  Liber  pontificalis  t.  I  p.  417.  422;  t.  II  p.  565. 

4  De  Rossi  Inscript.  II,  1  p  .423.  Il  testo  presso  Marini-Mai  p.  215.  La  parto  della 
colonna  coli'  iscrizione  si  vede  ora  nel  monastero  di  san  Paolo. 


90 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  2.  — 


lìasiliche. 


Appunto  la  basilica  di  san  Paolo  ricorda  in  molti  frammenti, 
giunti  sino  a  noi,  l'antico  costume  di  affiggere  in  luogo  pub- 
blico le  copie  in  marmi  dei  decreti  pontifìcii  a  tutela  dei  sacri 
diritti  della  chiesa.  Nell'atrio  di  questa  basilica  era  una  volta 
esposta  l'ampia  tavola  di  marmo  col  testo  verbale  della  dona- 
zione di  oliveti  fatta  da  Gregorio  al  beato  Paolo  ed  al  suo  san- 
tuario l.  (Tav.  Ili  n.  2).  Parimente  la  basilica  di  san  Pietro  esi- 
biva nell'atrio  agli  sguardi  di  chi  entrava  la  bolla  di  Gregorio  II, 
contenente  una  simile  donazione  a  codesta  basilica;  parte  di 
quella  bolla  in  due  tavole  di  marmo  è  superstite  e  visibile  nel- 
l'atrio della  moderna  basilica;  in  origine  fu  scritta  sopra  tre  di- 
verse tavole  2. 

f.  In  oltre  gli  antichi  pellegrini,  che  pigliavano  interesse  in 
materia  di  epigrafia,  trovavano  un  attraente  soggetto  nelle  iscri- 
zioni liturgiche  delle  basiliche.  Per  buona  sorte  non  tutte  le 
iscrizioni  di  tal  genere  erano  in  forma  così  grossolana  e  barbara 
come  quella  prosa  di  Gregorio  III  nella  basilica  di  san  Paolo, 
la  quale  determinava  le  sei  ohlah'ones  o  oblatae  da  offrirsi  ciascun 
giorno  ai  relativi  altari  :i.  Sono  abbastanza  eleganti  le  tre  ora- 
zioni in  suffragio  dell'anima  del  medesimo  Gregorio  III,  che  si 
leggevano  scolpite  in  marmo  nella  basilica  vaticana  dentro  l'ora- 
torio di  questo  stesso  pontefice  sulla  sua  tomba;  sono  mirabil- 
mente conformi  col  ritmo  e  con  lo  stile,  che  nelle  orazioni  li- 
turgiche vediamo  usati  anche  oggidì  nella  chiesa  \ 

Iscrizioni  liturgiche  in  metro  si  offrono  agli  occhi  del  pelle- 
grino, ove  egli  si  volga  a  rimirare  gli  amboni,  le  immagini  ed 
altri  oggetti  liturgici  della  basilica  di  san  Pietro. 

Così  per  esempio  nell'ambone  papa  Pelagio  II  scriveva  pa- 
role di  esortazione  ai  lettori  e  cantori  coi  due  versi  seguenti  : 

1  L' iscrizione  è  conservata  nello  stesso  monastero  di  san  Pàolo.  De  Rossi  ih.  p.  411. 
423.  L'ultima  edizione  è  «lei  cardinal  Pitra  Analecta  novissima  1.  I  \>.  4(17  s.  Cf.  Iaffé- 
Ewald  Regesta  Roman,  l'unii/',  a.  1991  e  Addenda  p.  098. 

2  De  Rossi  ib.  p.  209;  Iaffé-Ewald  ih.  n.  2184. 

:t  De  Rossi  ib.  p.  423.  Quest'  iscrizione  non  si  trova  nelle  più  antiche  raccolte  epi- 
grafiche, ma  solo  in  quella  di  Pietro  Sabino.  Cf.  Iaffé-Ewald  n.  2254.  Si  legge  stampata 
anche  presso  Marini-Mai  p.  214.  Una  parte  dell'originale,  col  supplemento  di  ciò  che 
manca,  sta  nel  monastero  di  san  Paolo.  V.  la  tavola  III  n.  3. 

*  De  Rossi  ib.  p.  417. 


Oggetti  della  liturgia. 


91 


^candite  cantàntes  Domino  Dominumque  legentes. 
Ex  alto  populis  verba  superna  sonent 

Sopra  la  fonte  battesimale  un  verso  dell'  iscrizione  di  papa  Da- 
maso  inculcava  l'unità  del  potere  ecclesiastico  e  del  sacramento 
della  rigenerazione  : 

Non  haec  humanis  opibus,  non  arie  magistra 


Sed  praeslanle  Pelro.  cui  tradita  ianua  caeli  est, 

Anlistes  Qhristi  composuit  Damasus. 
Una  Pelri  sedes,  unum  verumque  lavacrum. 

Vincula  nulla  tenent  [quem  liquor  iste  lavai]  \ 

Un'  altra  iscrizione  sulla  medesima  fonte  invitava  a  ricevere 
la  vita  della  grazia  dalle  acque  battesimali. 

Sumite  perpetuami  sancto  de  gurgite  vitam. 

Cursus  hic  est  fidei,  mors  ubi  sola  perii 
Roborat  hic.  animos  divino  fonte  lavacrum. 

Et,  dum  membra  madent,  mens  solidatur  aquis. 
Auxit  apostoliche  geminatimi  sedia  honorem 

Christus,  et  ad  coelos  hunc  dedit  esse  viam. 
Nam  cui  siderei  commisit  lumina  regni, 

Hic  habet  in  templis  altera  claustra  poli 3. 

Qual  «  doppio  onore  »  sia  accennato  nel  penultimo  distico  (f/emì- 
natmh  /nmorem),  e  come  «  meni  al  cielo  »,  ci  viene  indicato 
da  una  terza  iscrizione  liturgica  di  sapore  veramente  classico,  la 

1  De  Rossi  ib.  p.  21.  55.  231  ecc.  L'iscrizione  fu  già  copiata  dall' Einsidlense.  Nel 
medio  evo  fu  adoperato  lo  stesso  testo  pei"  ornare  1'  ambone  della  chiesa  dei  santi  Silvestro 
e  Martino.  De  Rossi  ib.  p.  137.  Ditchesne  Liber  pontìficalis  t.  Il  p.  103.  Armellini  Chiese 
di  Roma  2a  ed.  p.  215. 

2  De  Rossi  ib  p.  147.  Cf.  Bulleit.  di  archeol.  crist.  1867  p.  33;  1877  p.  9.  Manca  il 
pentametro  del  primo  distico  e  1'  ultimo  emistichio  del  terzo.  Le  parole  finali  sono  supplite 
dal  do  Rossi,  per  mostrate  (piale  sia  stato  probabilmente  il  pensiero.  Lo  stesso  avverte  che 
il  primo  verso  è  preso  dall'  Eneide  XII,  427. 

3  De  Rossi  Inscript.  II,  1  p.  138.  I  versi  sono  tramandati  solamente  nella  silloge 
di  Verdun.  Nel  penultimo  verso  leggerei  limina  invece  di  lumina,  come  sopra  p.  69  nel 
3°  verso  dell'iscrizione  sul  portico  della  rotonda  vaticana  di  sant'Andrea. 


02 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  2.  —  Basiliche. 


quale  secondo  il  de  Rossi  è  da  cercarsi  sopra  la  cattedra  del 
romano  pontefice  collocata  appunto  presso  la  fonte  battesimale 
di  san  Pietro.  Or  da  quella  veneranda  cattedra  si  dispensava  per 
mano  del  «  sommo  pastore  »  il  sacramento  della  confermazione 
immediatamente  dopo  quello  del  battesimo. 

Istic  insontes  codesti  flumine  lotas 

Pastoris  sturimi  dextera  signat  oves. 
Huc  undis  generate  veni,  quo  sanctus  ad  unum 

Spiritus  ut  capias  te  sua  dona  vocat. 
Tu,  cruce  suscepta,  mundi  vitare  procellas 

Disce  magis  monitus  hac  rationo  loci  f. 

Accennerò  qui  una  mia  congettura,  che  cioè  Ennodio  di  Pavia 
abbia  lette  ed  avute  presenti  le  due  iscrizioni  pur  ora  riferite, 
quando  scrisse  quel  tratto  sì  spesso  citato  intorno  al  battesimo 
e  alla  cresima,  che  si  amministravano  nella  basilica  vaticana; 
sembra  che  le  sue  parole  alludano  proprio  a  quella  iscrizione  2. 
E  egli  pure  Ennodio,  il  quale  in  maniera  accuratissima  ci  chia- 
risce del  significato  della  apostolica  sedes  ricordata  nella  prima 
di  queste  iscrizioni  e  della  Petri  sedes,  di  cui  Damaso  papa  par- 
lava verso  la  fine  dei  suoi  sopra  citati  versi  Non  haec  huma- 
nis  ecc.  3  La  sedes  non  era  altro,  come  si  credeva,  che  la  celebre 
cattedra  di  san  Pietro,  e  come  tale  riscoteva  venerazione;  essa 
è  identica  alla  sella  gestatoria,  la  quale  di  presente  sta  sopra 
T  altare  dell'  abside  della  basilica  vaticana.  Pare  che  di  questa 
sedes  Petri  e  della  sua  relazione  col  battistero  parli  anche  l'epi- 
taffio del  re  Ceadwalla,  che  alquanto  più  abbasso  (p.  102)  ripor- 
teremo. 

1  De  Rossi  ib.  p.  139. 

2  Ennodio  introduce  la  città  di  Roma,  orbis  parens,  come  parlante  :  «  .  .  Ecce  nunc 
ad  gestatoriam  sellam  apostolicae  confessionis  vestra  mittunt  limina  candidato?,  et  nberibus, 
gaudio  exactore,  fletibus  coniata  Dei  beneficio  dona  geminantur  ».  Apol.  prò  synodo  n.  134. 
Ed.  Vogel  (Moti,  Germ.  hist)  p.  67.  Per  significare  il  doppio  sacramento  adopera  l'espres- 
sione geminare,  che  occorre  nella  prima  iscrizione.  In  questa  iscrizione  le  parole  limina 
regni  siderei  si  riferiscono  al  sacramento  del  battesimo,  chiamato  parimente  porta  coelo- 
rum  regni  e  fons  vitae  nell'  iscrizione  del  fonte  battesimale  lateranense  (v.  sotto  p.  100); 
Ennodio  col  limina  vestra  non  accenna  ad  altro.  Come  l'iscrizione  enumera  fra  gli  effetti 
del  battesimo  dona  Spiritus,  così  parla  anche  Ennodio  di  collata  Dei  beneficio  dona. 

8  Sopra  ]>.  91. 


Liturgìa.    Immagini  dei  santi. 


93 


Delle  iscrizioni  poste  sotto  le  immagini  dei  santi  alcune  pas- 
sarono nel  decorso  dei  tempi  nella  liturgia  delle  ore  canoniche. 
Tale  è  il  notissimo  distico  : 

Hic  vir  despiciens  mundum  et  terrena  triumphans 
Divitias  coelo  condidit  ore  marni, 

il  quale  verosimilmente  fu  scritto  sotto  qualche  immagine  di 
san  Gregorio  Magno  \  Parimente  l'epigramma  in  icona  sancii 
Petri  (congetturiamo  fosse  nella  basilica  vaticana). 

Solve  iubente  Deo  terrarum,  Petre,  catenas, 
Qui  facis,  ut  pateant  coelestia  regna  beatis  2. 

Questi  due  versi  già  nel  quinto  secolo  si  trovano  fuori  di  Roma; 
Achille,  vescovo  di  Spoleto,  ne  fa  uso,  e  vi  aggiunge  due  esametri, 
nella  splendida  iscrizione,  onde  egli  adornò  la  sua  basilica  dedi- 
cata a  san  Pietro  stesso  l'anno  419.  Anche  quivi  furono  adope- 
rati quei  versi,  non  altrimenti  che  ora  nell'  ufficio  divino ,  per 
onorare  le  catene  di  Pietro ,  delle  quali  Achille  possedeva  re- 
liquie nella  suddetta  chiesa  3. 

Dobbiamo  qui  noi  tralasciare  le  numerose  iscrizioni  metriche 
poste  sotto  altre  immagini,  specialmente  di  fatti  biblici.  Un  mo- 
dello di  cotali  iscrizioni  si  trova  nel  Laureshamense  e  sono  i  versi 
copiati  dalla  chiesa  dei  santi  Giovanni  e  Paolo  sul  Celio.  Essi 
leggevansi  sotto  immagini  prese  dalla  storia  dei  re  di  Giuda  4. 
Tali  immagini  coi  loro  testi  erano,  come  è  noto,  assai  frequen- 
temente usate  nel  medio  evo  per  supplire  all'  ignoranza  di  coloro 
che  non  erano  abili  a  leggere  per  se  stessi  la  santa  scrittura. 
Nella  chiesa  di  san  Pietro  ad  vincula  in  Roma  furono  dipinte 
sulle  pareti  nel  sesto  o  settimo  secolo  storie  degli  atti  degli  apo- 
stoli, e  per  dichiararle  al  popolo  vi  si  scrivevano  sotto  versi  presi 
a  verbo  dai  carmi  di  Aratore  5. 

1  De  Rossi  Inscript.  II,  1  p.  253. 

*  De  Rossi  ib.  p.  257. 

3  De  Rossi  ib.  p.  80.  114.  257.  Ma  a  Spoleto  i  versi  incominciavano  così:  Solve  iu- 
vante  Deo. 

*  De  Rossi  ib.  p.  150. 
5  De  Rossi  ib.  p.  111. 


94 


111.  Iscrizioni  di  Roma  n.  2.  —  Basiliche. 


g.  Il  visitatore  mette  ormai  il  piede  fuori  della  basilica  ed  ecco 
incontrarsi  nell'atrio  col  canlharus,  colla  torre,  con  i  portici, 
che  corrono  intorno  per  i  chiostri  ed  ospizii,  e  qui  un  nuovo 
gruppo  di  iscrizioni.  Le  possiamo  chiamare  iscrizioni  delle  atti- 
nenze basilicali.  La  più  bella  iscrizione  d'un  canlharus  può  dirsi 
quella,  che  Leone  I  pose  sulla  fontana  dell'atrio  della  basilica  di 
san  Paolo.  Il  de  Rossi  riuscì  a  determinare  il  tempo,  in  cui  fu 
fatta  la  bella  iscrizione,  e  1'  ordine  dei  distici,  i  quali  giravano 
lungo  le  cornici  che  poggiavano  sopra  le  colonne  sostenenti  il 
tetto  della  fontana. 

Perdiderat  laticum  longaeva  incuria  cursus, 

Quos  tibi  nunc  pieno  cantharus  ore  vomii 
Provida  pastoris  per  totum  cura  Leonis 

Haec  ovibus  Cliristi  larga  fluenta  dedit. 
Unda  lavat  carnis  maculas,  sed  crimina  purgat 

Purificatque  animas  mundior  amne  fides. 
Quisque  suis  meritis  veneranda  sacraria  Pauli 

Ingrederis  supplex,  ablue  fonte  inanus  '. 

Esempio  di  iscrizione  apposta  ad  una  torre  campanaria  e 
molto  importante  è  quello,  che  ci  offre  la  basilica  vaticana.  La 
torre  fu  edificata  da  Stefano  II,  e  giustamente  congettura  il  de 
Rossi,  che  ad  essa  debba  attribuirsi  l'iscrizione,  la  quale  fu  presa 
dalle  Gallie,  dove  leggevasi  nella  torre  della  basilica  di  san  Mar- 
tino in  Tours.  Adunque  Roma  nell'  ottavo  secolo  dovea  prender 
in  prestito  un  carme  dal  santuario  di  san  Martino,  il  quale  dopo 
la  tomba  apostolica  era  a  quei  dì  il  più  celebre  luogo  di  pelle- 
grinaggio. A  tanto  di  incapacità  si  era  venuto  nell'arte  di  ver- 
seggiare e  di  ogni  letteraria  cultura  per  le  tristi  vicende  dei 
tempi.  E  ciò  che  è  più  strano  nella  suddetta  iscrizione,  senza 
pigliarsi  briga  del  metro,  si  cacciò  dentro  il  nome  di  Stefano  in- 
vece di  Martino.  Quindi  in  Roma  sonava  così: 

Haec  tuta  est  turris  trapidis,  obiecta  superbis. 
Elata  excludens,  mitia  corda  tegens. 

1  De  Rossi  ib.  i>.  80.  328.  399.  Neil'  indice  Inilia  carminum  p.  498  questo  epigramma 
manca  per  errore. 


Attinenze  basilicali. 


95 


Celsior  illa  taraen,  quae  caeli  vexit  ad  arcem 

Stephanwn,  astrigeris  ambitiosa  viis. 
Unde  vocat  populos,  qui  praevius  ad  bona  Christi 

Sidereum  ingressus  sanctificavit  iter  '. 

Con  questi  versi  gareggiano  1  seguenti,  presi  dal  medesimo  luogo 
di  Tours;  legge vansi  presso  la  porta  dell'  atrio  della  basilica,  vi- 
cino alla  torre,  e  anche  qui  a  Martino  si  sostituiva  Stefano  (e 
sembra  che  sia  Stefano  II)  : 

Ingrediens  templum  refer  ad  sublimia  vultum, 

Excelsos  aditus  suspicit  alta  fides. 
Esto  lmmilis  sensu,  sed  spe  sectare  vocantem. 

Stephanus  reseràt,  quas  venerare  fores  2. 

Ma  simili  plagi  faceva  pure  la  basilica  di  san  Paolo,  appro- 
priandosi poesie  tolte  dalle  Gallie.  Nel  primo  verso  dell'  ultimo 
carme  pur  ora  recitato  ne  abbiamo  un  esempio.  Difatti  l'entrata 
dell'atrio  della  basilica  di  san  Paolo  si  adornava  di  quel  verso: 
Ingrediens  ecc.  Del  resto  tal  forma  di  verso  era  ben  adattata  per 
invitare  il  visitatore  a  raccoglimento  e  riverenza. 

3.  Iscrizioni  sopra  edìficii  profani. 

Passiamo  ora  a  dire  qualche  parola  intorno  alle  iscrizioni, 
che  si  leggevano  sui  profani  edifìcii.  Tale  maniera  di  iscrizioni, 
siccome  cosa  non  sacra,  era  dai  pellegrini  e  raccoglitori  del- 
l' alto  medio  evo  riguardata  come  in  seconda  linea.  Il  Corpus 
inscriptionum  latinarum  dell'  accademia  di  Berlino  nel  VI  vo- 
lume (1876)  ha  già  pubblicate  parecchie  di  queste  iscrizioni;  molte 
altre  ne  darà  più  tardi  3.  Ma  anche  dal  volume  del  de  Rossi  sulle 

1  De  Rossi  ib.  p.  275.  Intorno  al  luogo  dell'  iscrizione  si  veda  la  risposta  data  dal- 
l' autore  pag.  462  al  Duchesne  e  la  replica  del  Duchesne  Liber  pontificalis  II  p.  566. 

2  De  Rossi  ib.  Nei  manoscritti  il  precedente  carme  forma  la  continuazione  del  presente. 

3  Ma  le  iscrizioni  del  culto  cristiano  e  di  edifìcii  puramente  religiosi  dei  cristiani  re- 
stano escluse  dalla  detta  pubblicazione  accademica.  Esse  furono  lasciate  al  de  Rossi  ed  ai 
suoi  volumi  delle  Jnscriptioncs  christianae,  le  quali  si  volevano  considerare  quasi  parte  della 
pubblicazione  berlinese.  Si  sa  per  altro,  che  il  de  Rossi  è  uno  degli  editori  del  Corpus. 
Vedi  sul  disegno  del  Corpus  relativamente  alle  cose  cristiane  di  Roma  voi.  VI  p.  v. 


96 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  3.  —  Edificii  profani. 


iscrizioni  cristiane  e  da  altri  lavori  del  sommo  archeologo  im- 
pariamo una  lunga  serie  di  testi  appartenuti  a  questo  gruppo. 

Gli  esempi  eh'  io  scelgo  si  trovano  nella  via,  che  gli  antichi 
pellegrini  doveano  percorrere,  quando  essi,  come  solevano  fare, 
il  primo  giorno  dell'arrivo  dopo  la  visita  della  basilica  vaticana 
si  recavano  a  quella  dell'altro  apostolo  sulla  via  ostiense.  Neil'  iti- 
nerario del  codice  einsidlense  si  va  nominando  lungo  questa  via 
da  prima  porta  s.  Petri,  dipoi  dopo  passato  il  ponte  Elio  «  ad  si- 
nistram  s.  Laurentii  [in  Damaso,  aedes]  et  theatrum  Pompeii  »;  si 
dice  in  seguito:  «  per  porticum  usque  ad  s.  Angelum  et  templum 
Iovis;  in  dextera  theatrum  [Marcelli],  iterum  per  porticum  usque 
ad  Elephantum;  inde  per  scolam  Graecorum  .  .  inde  ad  portam 
Ostfijensis  [viae];  inde  per  porticum  usque  ad  ecclesiam  Menne; 
et  de  Menne  usque  ad  s.  Paulum  apostolum  »  ecc.  '.  Sulla  porta 
s.  Petri,  la  quale  era  quasi  contigua  alla  mole  adriana,  tra  gli 
altri  si  leggevano  questi  versi  : 

1.  Innovat  antiquum  melior  pictura  decorem, 
Sànctorum  meriti*  frons  reparata  nitet. 

Pestes,  bella,  famem,  insidias  casusque  nefandos 
Erecta  omnipotens  arcet  ab  urbe  manu. 

2.  Nunc  coelo  est  similis,  vere  nunc  inclita  Roma, 
Cuius  claustra  docent,  intus  inesse  Deum. 

Non  hic  fallacem  lusit  pictura  decorem, 
Sed  domini  populos  urbs  titulata  probat. 

3.  Ianitor  ante  fores  fixit  sacraria  Petrus, 
Quis  neget  has  arces  instar  habere  poli? 

Parte  alia  Pauli  circumdant  atria  muros, 
Hos  inter  Roma  est:  hic  sedet  ergo  Deus. 

4.  Admitti  ad  coelos  mortalia  corpora  credas, 
Sub  pedibus  Domini  dum  pia  porta  patet. 

Sic  oculis  hominum  Christi  praestatur  imago, 
Nani  verum  sola  cernere  mente  licei 2. 

5.  Letior  occubuit  Paulus  cervice  secanda. 
Cui  caput  est  Christus  despicit  ipse  suum. 

1  De  Rossi  Inscript.  christ.  II,  1  p.  31. 

2  De  Rossi  ib  p.  458.  Cf.  p.  99.  110.  Le  iscrizioni  della  porta  sono  già  contenute 
quasi  tutte  nella  IV  parte  (o  silloge)  del  codice  di  Lorsch,  la  quale  parte  data  dal  secolo 
settimo  incirca.  I  quattro  distici  stampati  con  caratteri  corsivi  stavano  a  destra  di  ciascuno 
degli  altii  stampati  con  cauitteri  tondi,  ed  il  quinto  distico  era  isolato. 


La  porta  sancii  Petri. 


97 


Dai  quali  versi  ricavasi,  che  dovessero  esser  quivi  le  imma- 
gini di  san  Pietro  e  san  Paolo,  inoltre  probabilmente  la  mano 
divina  protesa  a  custodia  della  città,  e  sopra  la  porta  la  figura 
di  Cristo  stante  in  piedi,  finalmente  la  decapitazione  di  san  Paolo. 
Questa  porta  ricevè  un  ristauro  in  occasione  dei  grandi  lavori  di 
Leone  IV,  il  quale  chiuse  dentro  le  mura  la  basilica  vaticana  colle 
sue  adiacenze,  e  formò  la  città  leonina.  Fin  dai  tempi  di  questo 
papa  si  leggeva  sul  lato  della  porta,  che  riguardava  la  città: 

Romanus,  Francus  Bardusque  viator  et  omnis, 

Hoc  qui  intendit  opus,  cantica  digna  canant. 
Quod  bonus  antistes  quartus  Leo  rite  novavit 

Pro  patriae  ac  plebis  ecce  salute  suae. 
Principe  cum  summo  gaudens  [haec  cuncta]  Holotharo 

Perfecit,  cuius  emicat  altus  honor. 
Quos  veneranda  fides  nimio  devinxit  amore, 

Hos  Deus  omnipotens  perferat  arce  poli  > 

E  sotto: 
Civitas  Leonina  vocatur. 

La  mole  adriana,  attigua  alla  porta,  e  che  aveva  in  cima 
la  chiesuola  di  sant'  Arcangelo  inter  nubes  o  usque  ad  coelum, 
era  probabilmente  ancora  ornata  dal  maggior  numero  delle  sue 
classiche  iscrizioni;  parecchie  furono  tramandate  a  noi  dall'au- 
tore della  raccolta  einsidlense,  sebbene  egli  le  abbia  trascritte 
non  dagli  originali,  ma  da  più  antiche  copie. 

Sulla  riva  opposta  (sinistra)  del  fiume  s' innalzava  il  grande 
arco  di  Graziano,  Valentiniano  e  Teodosio;  il  quale  arco  dopo 
le  recentissime  escavazioni  possiamo  fissare  che  si  trovasse  sul- 
l'estremo punto  del  declivio  che  incominciando  dalla  presente 
chiesa  di  san  Celso  saliva  dolcemente  e  menava  al  colmo  del  ponte. 
In  fronte  all'  arco  era  la  seguente  iscrizione,  postavi  dai  suddetti 
cristiani  imperatori  :  Imperatores  caesares  domini  nostri  Gratianus, 
Valentinianus  et  Theodosius,  pii,  felices,  semper  augusti,  arcum 

1  De  Rossi  ib.  p.  324  ss.  Alla  porta  viridaria  della  città  leonina  venne  posta  un'altra 
iscrizione,  che  cominciava  così:  Qui  venia  ac  vadis,  decus  hoc  adlende,  viator,  ed  alla  fine 
della  quale  Roma  era  celebrata  col  verso:  Roma  caputi  urbis,  splendor,  spes,  aurea  Roma. 
De  Rossi  ib.  p.  325. 

GrisaBj  Analecta  romana,  voi.  I.  7 


98 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  .'!.  — 


Edificiì  profani. 


ad  corichi dendìtm  opus  omne  portìcuwm  maximarum  aeterni  no- 
minis  sui  pecunia  propria  fieri  ornar it pie  iusserunt  \ 

Da  codesto  arco  adunque  ebbero  principio  i  lunghi  portici 
( po r ficus  ma.rimae).  Questi  portici  formavano  la  via  dei  pellegrini. 
Anche  ai  nostri  giorni  se  ne  conserva  la  memoria  nella  così  detta 
via  del  pellegrino  e  nella  chiesa  di  sant'  Ambrogio  della  Massima 
(in  maxima).  Presso  la  chiesa  di  san  Lorenzo  in  Damaso  i  portici 
passavano  innanzi  al  grande  edilìzio  destinato  una  volta  a  con- 
servare gli  archivi  della  chiesa  romana.  Siili'  ingresso  di  quell'edi- 
lizio leggevansi  i  versi  di  papa  Damaso,  che  ivi  ebbe  la  casa 
paterna  : 

Hinc  pater  exceptor,  lector,  levita,  sacerdos 
Creverat  hinc  meritis  quoniam  melioribus  actis. 
Hinc  mihi  provecto  Christus,  cui  surnma  potestas, 
Sedis  apostolicae  voluit  concedere  honorem. 
Archihis  fateor  volui  nova  condere  tecta, 
Addere  praeterea  d extra  laevaque  columnas, 
Quae  Damasi  teneant  proprium  per  saecula  nomen  2. 

Dopo  l'edifizio  damasiano  i  suddetti  portici  guidavano  al  teatro 
di  Pompeo,  che  si  lasciava  a  sinistra.  Una  iscrizione  di  tempi  cri- 
stiani avvisava  di  restauri  fatti  a  quel  teatro,  forse  l'ultimo  restauro 
prima  della  sua  rovina,  e  portava  i  nomi  di  Arcadio  ed  Onorio  3. 

Non  dobbiamo  qui  tralasciare  una  iscrizione  parallela  alla 
suddetta  di  Damaso,  la  quale  ornava  le  pareti  della  biblioteca  fon- 
data da  papa  Agapito  nel  suo  palazzo  paterno  sul  Clivo  di  Scauro. 
La  biblioteca  passò  in  proprietà  di  Gregorio  Magno  e  formò  part  ; 
del  suo  monastero  di  sant'Andrea: 

Sanctorum  veneranda  cohors  sedet  ordine  (longo), 

Divinae  legis  mystica  dieta  docens. 
Hos  inter  residens  Agapetus  iure  sacerdos 

Codicibus  pulchrum  condidit  arte  locum. 
Gratja  par  cunctis,  sanctus  labor  omnibus  unus; 

Dissona  verba  quidem,  sed  tamen  una  fìdes  4. 

1  De  Rossi  ib.  p.  22.  38.  Corpus  inscript,  lai.  VI  n.  1184. 

2  De  Rossi  De  origine,  hi  storia,  indicibus  scrinii  et  bibliothrcae  sedis  apostoheae 
(nell'opera  Codices  Paint.  Latini  Bibl.  Vatic.  t.  I)  xxxixss. ;  Inscript.  christ.  II,  1,  135. 
151.  L'archivio  fu  presto  trasferito  alla  residenza  later  anense  dei  papi. 

3  De  Rossi  Inscript.  christ.  II,  1  p.  28.  Si  veda  il  supplemento  dell'  iscrizione  propo- 
posto  dal  Mommsen  Corpus  inscript,  lat.  VI  a.  1191. 

*  De  Rossi  ib.  p.  1G.  28. 


La  via  dalla  basilica  vaticana  alla  ostiense. 


99 


La  veneranda  coorte  dei  santi  mostra  chiaramente,  che  ivi 
erano  dipinte  le  immagini  di  padri  e  dottori  sopra  la  serie  degli 
scaffali,  giusta  l'uso  dei  classici  tempi  romani,  e  tra  esse  l'imma- 
gine di  Agapito. 

Presso  alla  porta  ostiense ,  che  allora  si  diceva  già  porta 
sancii  Pauli,  s' incontrava  il  pellegrino  nella  piramide  di  Cestio. 
Volgarmente  era  chiamata  nel  medio  evo  sepolcro  di  Remo,  in 
corrispondenza  del  così  detto  sepolcro  di  Romolo  presso  la  porta 
sancii  Petri.  Quelli  antichi  raccoglitori  non  copiarono  la  grande 
iscrizione  della  piramide  di  Cestio  ;  il  primo  a  ciò  fare  fu  Cola 
di  Rienzo. 

Di  là  si  protendeva  il  portico  fino  alla  basilica  di  san  Paolo, 
ed  era  costeggiato  da  sepolcri  con  iscrizioni  latine  e  greche  '. 
La  lunghezza  sua  era  quasi  di  due  miglia  romane.  Prima  di 
giugnere  a  san  Paolo  s' incontrava  la  chiesa  di  san  Menna  o 
Mena,  il  noto  santo  egiziaco.  Essa  apparteneva  secondo  la  con- 
gettura del  Duchesne  ad  una  corporazione  di  Alessandrini  resi- 
denti in  Roma.  Tal  congettura  appoggiasi  sopra  un'  iscrizione 
greca  del  <KO(/.axiov  (corpo)  di  questi  Alessandrini  dell'  anno  589, 
illustrata  dal  de  Rossi  nelle  Inscriptiones  christianae.  L'iscrizione 
appartenuta  probabilmente  alla  chiesa  di  san  Menna,  ha  pure 
importanza  per  ciò  che  ci  rivela  il  nome  d' uno  sconosciuto  esarca 
d' Italia  per  il  suddetto  anno;  e  questi  è  Giuliano  2. 

Ma  lasciamo  le  cose  greche,  che  sono  troppo  alte  per  i  no- 
stri pellegrini  d'occidente.  A  questi  sarà  più  gradito  il  suono 
dei  mediocri  versi  posti  al  terminar  del  portico  sull'  ingresso  del 
castello  detto  Iohannipolis.  Questo  castello  ci  conduce  agli  ultimi 
decennii  del  secolo  nono.  Esso  circondava  di  forti  mura  la  ba- 
silica ostiense,  ed  il  suo  fondatore  fu  Giovanni  Vili  (f  882).  La 
sua  opera  era  celebrata  sull'ingresso  dai  seguenti  versi: 

Hic  murus  salvator  adest  invictaque  porta, 
Quae  reprobos  arcet,  suscipit  atque  pios, 

1  L' iscrizione  'Apy.ispe?  'AXe;av6psia;  ecc.,  conservata  nel  codice  einsidlense,  è  stampata 
presso  do  Rossi  ib.  p.  31  ;  cf.  p.  457.  Corpus  inscript,  graec.  n.  5900.  L'iscrizione  è  dedicata 
all' àpx'epeu?  L.  Iulius  Vestinus,  cui  nomina  amministratore  delle  biblioteche  latine  o  li  roche 
di  Roma  e  maestro  dell'  imperatore  Adriano. 

*  De  Rossi  ib.  p.  455. 


100 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  3.  — 


Edificii  profani. 


Hanc  proceres  intrate,  senes  iuvenesque  togati 
Plebsque  sacrata  Dei,  limina  sancta  petens. 

Quam  praesul  Domini  patravit  rite  Iobannes, 
Qui  nitidua  fulsit  moribus  ac  meritis. 

Praesulis  octavi  de  nomine  facta  Iohannis 
Ecce  Iohannipolis  urbs  veneranda  cluit  l. 

Un  grosso  frammento  ci  rimane  delle  parole  centrali  di  questa 
iscrizione,  e  si  conserva  ancora  nel  monastero  di  san  Paolo. 

Giunti  che  erano  i  pellegrini  al  termine  della  lunga  via  e 
passati  al  cimitero  fiancheggiato  da  portici,  s'incontravano  fra  le 
altre  in  una  iscrizione  in  prosa,  la  quale  esponeva  per  ordine  i 
lavori,  che  sullo  scorcio  del  sesto  secolo  o  al  principio  del  settimo 
aveva  intrapresi  un  cotal  Eusebio,  divoto  di  san  Paolo,  per  i  re- 
stauri del  cimitero,  del  portico  colle  sue  colonne,  dei  tetti,  delle 
finestre,  degli  acquedotti  e  sin  anche  del  bagno  (balineum).  L'iscri- 
zione mutila  esiste  ancora  nel  monastero  di  san  Paolo.  La  diamo 
qui  coi  supplementi  del  de  Rossi  (non  senza  qualche  nostra  mo- 
dificazione) in  lettere  comuni  e  coli'  interpunzione  per  facilitarne 
la  lettura: 

(In)  nomine  Dei  pàtris  omnipot(enti)s  et  domini  nostri  Iesu  )f(  fil(ii  eius  et 
Spiritus  s(ancti  paracliti  Eusebius  inf(r)a(scriptus  ren)ovavit  cymeteriu  totu 
(et  restituit  c)olumnas  in  porticos  (et)  pictur(as  qu)as  in  ruinas  erat  totas;  et 
(refecit  tec)tu  cum  tegulas  et  tablin.  .  .  n(umero)  et  acutos  et  materi(a  reli- 
qu)a  tota;  balineu,  marmo(ra)  quae  minus  abuit  et  scamna,  (fenes)tras,  speclara; 
item  in  s(up)eriora  marmoravit  pal(atium,  c)lostra,  incinos  et  clabes  (p)osuit; 
ut  potuit  usque  d(um  es)set  in  seculo  fecit  reliqu(a  f)abrica.  Quando  exivit 
de  (s)eculo  remisit  alumnis  sui(s  pe)cunia;  et  isti  fabricaverunt  introitu  at 
martyres  (qu)od  est  in  publicu  a  fund(amentis);  f(a)bricabit  mesas  at  martyr(es; 
r)otas  fecit,  aquam  in  valine(o)  per  mangana  fecit;  at  con(cb)a  cubiculu  et 
cancellu  fec(it),  causa  fures  fecit,  eia  mul(ta  m)ala  facent:  item  sart(a  tect)a 
suscepit;  sigilla  cinque  in  por(tis  p)osuit,  compodiola  2.  (Tao.  Ili  n.  4). 

Già  è  noto,  che  dei  bagni  trovavansi  presso  quasi  tutte  le 
maggiori  basiliche;  quelli  dei  santuarii  più  frequentati  non  ser- 
vivano solo  al  clero,  ma  anche  ai  pellegrini.  Ciò  posto  lasciamo 

1  De  Rossi  ib.  p.  326.  327. 

z  De  Rossi  Roma  sotterranea  III  p.  463  s.  con  un  commentario  assai  istruttivo. 


Attinenze  della  basilica  ostiense.    Epit  affli. 


101 


che  i  nostri  compagni  dei  lungo  viaggio  da  san  Pietro  a  san 
Paolo  si  godano  questo  sollievo,  anche  perchè  un'iscrizione  del 
secolo  circa  quinto,  posta  non  sappiamo  in  quale  di  questi  bagni, 
conforta  anche  gli  ecclesiastici  ad  usarne,  ma  con  una  certa  mo- 
derazione e  cautela.  Eccone  il  principio  ed  alcuni  versi  dal  mezzo 
della  iscrizione  ridotta  in  frammenti: 

Balnea  quae  fragilis  suspendunt  corporis  aestum, 
Et  reparant  vires,  quas  labor  afficerit 

Tu  tamen  ista  magis  cautus  servare  memento, 

Grex  sacrate  Deo  corpore,  mente,  fide; 
Cui  bellum  cum  carne  subest,  quae  et  vieta  resurgit; 

Quam  cohibere  iuvat,  si  refovere  paras  ecc.  1 

4.  Iscrizioni  sepolcrali. 

Dopo  la  visita  alla  tomba  di  san  Paolo  il  viaggio  dei  pel- 
legrini secondo  l' itinerario  einsidlense  si  continua  verso  le  ca- 
tacombe di  santa  Domitilla  o  di  san  Callisto.  Potrebbonsi  qui  da 
questi  venerati  ipogei  produrre  iscrizioni  in  ricchissima  copia  e 
di  forme  assai  caratteristiche.  Ma  siccome  tali  iscrizioni  sono 
state  sì  spesso  illustrate,  non  c'intratterremo  di  esse.  Anche  fuori 
delle  cripte  sotterranee,  nei  cimiteri  a  cielo  aperto  e  nei  loro 
oratorii,  risuonavano  carmi  pieni  di  fede,  scolpiti  sui  marmi,  sia 
per  onorare  i  santi  del  luogo,  sia  in  memoria  dei  fedeli ,  quali 
che  si  fossero  ivi  sepolti.  In  mezzo  alla  moltitudine  degli  elogi 
e  degli  epitaffi  si  fa  sentire  singolarmente  il  papa  Damaso  coi 
suoi  tanti  carmi  storici  sui  martiri  2.  Con  essi  unironsi  i  testi 
poetici  dei  sarcofagi,  collocati  negli  atrii  delle  basiliche,  o  quelli 
dei  marmi  sepolcrali  entro  le  basiliche,  chiese,  e  mausolei;  e  for- 
mano un  tutto  proprio  di  note  funebri,  il  quale  consiste  più  nella 
profondità  del  sentimento  che  nella  bellezza  artistica  del  dettato. 

1  De  Rossi  11  museo  epigrafico  Pio-Lateranense  \  VII  (nell'opera  Triplice  omaggio 
alla  Santild  di  Papa  Pio  IX,  1877)  p.  107  colla  tavola  fotografica  (n.  II)  dei  relativi  fram- 
menti suppliti  nel  palazzo  latoranense.  Bullettino  di  archeol.  crist.  1877  p.  15.  Marini-Mai 
]>.  179. 

2  V.  sui  carmi  di  san  Damaso  de  Rossi  nel  Bulle tt.  di  archeol.  crisi.  1884-1885  p.  12  s. 
Uno  dei  migliori  esempii  si  veda  nella  nostra  tav.  In.  I. 


102 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  4.  —  Sepolcri. 


Ci  limitiamo  a  quei  pubblici  epigrammi  sepolcrali,  che  nel 
medio  evo  furono  spesso  copiati  od  imitati,  recandone  qualche 
esempio.  Cominciamo  da  quelli  del  cimitero  sopranominato  di 
Domitilla,  ove  papa  Damaso  eresse  una  piccola  basilica,  e  vi  pose 
a  se  stesso  il  seguente,  che  leggesi  in  molte  antiche  raccolte: 

Qui  gradi  ens  pelagi  fluctus  compressi!  amaros, 
Vivere  qui  praestat  morientia  semina  terrae, 
Solvere  qui  potuit  letaHa  vincula  mortis, 
Post  tenobras  fratrem  post  tertia  lumina  solis 
Ad  superos  iterum  Marthae  donare  sorori, 
Post  cineres  Damasum  faciet  quia  surgere  credo  *. 

Toccò  a  questi  versi  la  poco  buona  ventura  di  essere  imitati, 
stroppiati  ed  ampliati  da  un  pessimo  poeta.  L'infelice  carme  di 
costui  leggesi  presso  il  de  Rossi,  e  comincia:  Qui  mare  gradiens 
undas  planavit  tumentes.  Era  stato  posto  non  sappiamo  in  qual 
luogo  dell'alta  Italia  2. 

Del  resto  in  Roma  stessa  già  gli  epitaffi  si  giovavano  del 
suddetto  carme  di  Damaso  sin  dalla  fine  del  quarto  secolo.  Esso 
apparisce  pure  all'ottavo  secolo  in  Treviri  coli' introdurvisi  il 
nome  di  Enrico  invece  di  Damaso,  e  nel  nono  secolo  se  1'  ap- 
propriò in  parte  l'abate  Eigil  di  Fulda  per  ornarne  la  propria 
tomba. 

Una  delle  tombe  più  ricercate  dai  pellegrini  del  nord  era  quella 
del  re  anglo-sassone  Ceadwalla  (f  689).  Il  pio  re  appena  rice- 
vuto in  Roma  il  battesimo,  era  uscito  di  questa  vita.  La  lapide 
del  sepolcro ,  che  era  nel  secretarium  della  basilica  vaticana, 
narrava  di  lui,  che  era  venuto  pellegrinando  a  Roma. 

Culmen,  opes,  subolem,  pollentia  regna,  triumpbos, 
Ex(c)ubias,  proceres,  moenia.  castra,  lares, 

Quaeque  patrum  virtus  et  quae  congesserat  ipse 
Ceadval  omnipotens  liquit  amore  Dei, 

Ut  Petrum  sedemque  Petri  rex  cerneret  bospes, 
Ouius  fonte  meras  sumeret  almus  aquas, 

1  De  Rossi  Inscript.  christ.  II,  1  p.  252.  287.  Cf.  275.  Della  basilica  non  fu  ancora 
ritrovato  nessun  vestigio. 

2  De  Rossi  ib.  p.  170. 


Papa  Dumoso.    Re  Ceadicalla.    Papa  Gregorio  1. 


103 


Splendificumque  iubar  radianti  carperct  hausiu, 

Ex  quo  vivificus  fulgor  ubique  fiuit, 
Percipiensque  alacer  redivivae  praemia  vitae, 

Barbaricam  rabiem  nomen  et  inde  suura 
Conversus  convertit  ovans  Petrumque  vocari 

Sergius  antistes  iussit,  ut  ipse  pater 
Fonte  renascentem  quem  Cbristi  gratia  purgans 

Protinus  albatum  1  vexit  in  arce  poli, 
Mira  fides,  regis  clementia  maxima  Christi, 

Cuius  consilium  nullus  adire  potest. 
Sospes  enim  veniens  supremo  ex  orbe  Britann(us?) 

Per  varias  gentes,  per  freta  perque  vias 
Urbem  romuleam  vidit  tempi umque  verendum 

Aspexit  Petri,  mystica  dona  gerens. 
Candidus  inter  oves  Christi  sociabilis  ibit, 

Corpore  nam  tumulimi  mente  superna  tenet. 
Commutasse  magis  sceptrorum  insignia  credas. 

Quem  regnum  Cbristi  promeruisse  vides. 
Hic  depositus  est  Ceadval,  qui  et  Petrus,  rex  Saxonum 
sub  die  XII  kal.  Maiarum  indici.  II,  qui  vixit  annos  plus  minus  XXX, 
imperante  dom.  Iustiniano  piissimo  augusto,  anno  eius  consulatus  II II. 
pontificante  apostolico  viro  dorano  Sergio  papa  anno  II 2. 

Beda  e  Paolo  diacono  riportano  intera  nelle  loro  opere  co- 
desta iscrizione.  Già  sino  dal  settimo  secolo  essa  trovasi  in  varie 
raccolte  epigrafiche.  Il  poeta  Ermoldo  Nigello,  favorito  del  re 
Pipino  d'Aquitania  (821-838),  fece  suoi  alcuni  tratti  di  quella 
lunga  iscrizione  nei  carmi  da  lui  composti  in  honorem  Hludovici 
Augusti.  —  Anche  maggiore  attrattiva,  crediamo,  avrà  avuto  per 
gli  Anglo-sassoni  il  sepolcro  del  loro  grande  apostolo  Gregorio  I, 
ivi  nominato  consul  Dei.  Questo  sepolcro  prima  si  trovava  in- 
nanzi al  detto  secretarium,  cioè  nell'atrio  di  san  Pietro,  in  quella 
parte  del  quadriportico,  che  immediatamente  si  stendeva  innanzi 
alle  porte  della  basilica  e  si  chiamava  porticus  pontificum.  Sotto 
Gregorio  IV  (f  844)  il  corpo  del  santo  fu  trasportato  nelF  in- 
terno della  chiesa,  ma  l'antica  tomba  ritenne  l'epigrafe  e  rimase 
luogo  di  venerazione.  Eccone  i  versi: 

1  Vuol  dire:  ancora  nella  veste  bianca  del  battesimo. 

1  De  Rossi  ib.  p.  288.  70.  79.  111.  122.  2G7.  287.  Cf.  p.  xlv  e  sul  luogo  del  sepolcro 
p.  233  n.  141. 


104 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  4.  —  Sepolcri. 


SUScipe,  terra,  tuo  corpus  de  corpore  sumptum, 

Reddere  quod  valeas  vivificante  Deo. 
Spiritus  astra  petit,  lethi  nil  iura  nocebunt, 

Cui  vitae  alterius  mors  magis  ipsa  via  est. 
Pontificis  summi  hoc  clauduntur  membra  sepulcro, 

Qui  innumoris  semper  vivit  ubique  bonis. 
Esuriem  dapibus  superavit,  frigora  veste, 

Atque  animas  monitis  texit  AB  hoste  sacris. 
Implebatque  actu  quicquid  seRMOne  docebat, 

Esset  ut  exemplum  mySTIca  verba  loquens. 
Ad  Cbristum  Anglos  conveRTIT  pietate  magistra, 

Adquirens  fidei  agMINa  gente  nova. 
Hic  labor,  hoc  studium,  haec  tibi  cura,  hoc  pastor  agebas, 

Ut  Domino  offerres  plurima  lucra  gregis. 
Hisque  Dei  consul  factus  laetare  triumphis, 

Nam  mercedem  operum  iam  sine  fine  tenes. 
Hic  requiescit  Gregorius  papa,  qui  sedit  annos  XIII  menses  VI  dies  X,  de- 
positus  IIII  idus  martias  l. 

Quando  noi  troviamo  in  altri  sepolcri  ripetuto  assai  spesso 
il  principio  di  questo  epitaffio,  giudichiamo  con  ragione,  che  ciò 
debba  ascriversi  alla  bella  espressione,  onde  in  esso  si  magnifica 
la  speranza  della  resurrezione.  Nel  palazzo  lateranense  si  con- 
serva una  iscrizione,  proveniente  dalla  piccola  terra  di  Orte,  la 
quale  in  rozzissimi  caratteri  ripete  quel  primo  distico.  In  Pavia 
si  trovò  pure  verso  la  fine  dell'ottavo  secolo  nella  basilica  di 
san  Michele  sopra  una  tomba.  Presso  Beda  e  nelle  raccolte  del 
settimo  secolo  tutta  quanta  l'iscrizione  viene  ripetuta. 

Le  iscrizioni  sepolcrali,  delle  quali  ora  ci  occupiamo,  si  mol- 
tiplicavano per  ogni  guisa  in  san  Pietro  e  nelle  vicinanze  della 
chiesa.  Esse  correvano  lungo  il  portico,  che  dalla  chiesa  menava 
al  ponte  Elio,  secondo  che  provano  i  varii  esempii  che  dai  ma- 
noscritti pubblica  il  de  Rossi. 

Qui  recherò  per  ultimo  l'iscrizione  della  Helpis  od  Elpis  di 
Sicilia,  la  cui  tomba  era  nell'atrio  di  san  Pietro.  Così  chiudiamo 
la  rapida  rassegna  fatta  degli  epitaffi  con  un  carme,  il  quale  sia 
per  il  suo  sentimento  sia  per  l'eleganza  della  forma  già  incontrò 

1  De  Rossi  ib.  p.  52.  78.  112.  209.  253.  266.  275.  278.  290.  Vedi  su  questa  iscrizione 
quel  che  si  è  detto  nella  mia  Storia  dei  papi  voi.  I,  alla  fine  del  libro  III.  I  superstiti 
franimonti  si  dànno  nella  tav.  II  del  presente  volume  n.  5. 


Gregorio  I.    Helpis.    Dottrine  teologiche.  105 


tanto  le  simpatie  nelle  più  antiche  raccolte  e  più  ancora  nelle 
antologie  della  rinascenza. 

Helpis  dieta  fui,  Siculae  regionis  alumna, 

Quanti  procul  a  patria  coniugis  egit  amor; 
Quo  sine  moesta  dies,  lux  anxia,  flebilis  hora, 

Nec  solura  caro,  sed  spiritus  unus  erat. 
Lux  mea  non  clausa  est.  Tali  remanente  marito 

Maiorique  animi  parte,  superstes  ero. 
Porticibus  sacris  iam  non  peregrina  quiesco, 

Iudicis  aeterni  testificata  thronum. 
Ne  qua  manus  bustum  violet,  nisi  forte  iugalis 

Haec  iterura  cupiat  iungere  membra  suis, 
Ut  thalami  tumulique  comes  nec  morte  revellar, 

Et  socios  vitae  nectat  uterque  cinis  l. 

5.  La  fede  della  chiesa  romana  nelle  iscrizioni. 

Richiedono  speciale  considerazione  le  epigrafi,  che  conten- 
gono testimonianze  della  fede,  che  Roma  professava  innanzi  al 
mondo.  Sono  scritture  pubbliche  e  solenni,  esposte  nella  più  fre- 
quentata città  del  cristianesimo,  eseguite  sotto  gli  occhi  del  papa. 
Nè  solo  doveano  aver  valore  per  i  contemporanei,  ma  anche 
per  le  future  generazioni,  fino  a  tanto  che  quelle  pietre  ne  mo- 
strassero scolpite  le  parole. 

A  cagione  della  loro  pubblicità,  anzi  solennità,  le  sentenze 
teologiche  ivi  sostenute  ci  offrono  la  migliore  guarentigia,  allora 
specialmente  quando  è  il  vescovo  di  Roma  quello  che  insegna. 
Vero  è,  che  intorno  alla  cosidetta  teologìa  monumentale  si  è 
da  taluno  esagerata  la  dovizia  delle  verità  dommatiche  conte- 
nute nelle  iscrizioni.  Almeno  in  paragone  cogli  scritti  dei  santi 
padri,  ove  si  ha  la  pienezza  ed  il  debito  svolgimento  di  tali  dot- 
trine, esse  sono  ben  poca  cosa.  D'altra  parte  però  quella  cosi 
grande  pubblicità  e  quella  precisione  epigrafica  dei  testi  relativi 
alle  verità  della  fede  hanno  un  pregio  del  tutto  caratteristico. 

1  De  Rossi  ib.  p.  79.  130.  2G8;  Cf.  426.  Helpis,  come  dimostra  l'autore,  fu  tonata  a 
torto  per  consorte  del  filosofo  Boezio.  A  lei  si  ascriveva  un  inno  in  onoro  di  san  Pietro 
e  di  san  Paolo,  il  quale  è  la  forma  primitiva  dell'odierno  inno  del  breviario  romano:  Beale 
■pater  Petre  (29  giugno). 


100 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  5.  — 


La  fede. 


Quanta  elevatezza  di  pensieri  per  esempio  si  trova  in  quella 
iscrizione  del  battistero  vaticano,  ove  trattasi  della  virtù  delle 
acque  battesimali  1  (per  incominciare  dal  primo  dei  sacramenti)  ! 
Quanta  precisione  di  dottrina  e  nello  stesso  tempo  delicatezza 
di  forme  nell'iscrizione  di  Sisto  III  sul  battesimo  scolpita  in- 
torno alla  cornice  che  corona  la  fonte  battesimale  presso  il  Lu- 
terano !  Ivi,  descrivendosi  ad  uno  ad  uno  gli  effetti  del  battesimo, 
si  tocca  fra  le  altre  cose  la  distinzione  fra  il  peccato  originale 
e  personale  (crimen  patrium,  crimen  proprium  nel  quinto  distico). 
Quasi  in  tutte  le  pubblicazioni  è  alterato  l'ordine  dei  distici  di 
questo  celebre  monumento  teologico,  per  la  qual  cosa  qui  ne  sog- 
giungiamo il  testo  attenendoci  meritamente  all'ordine  restituito 
dal  Sarazanio  e  tenuto  dal  de  Rossi: 

1  GENS  SACRANDA   POLIS  HIC  SEMINE  NASCITVR  ALMO 

QVAM    FECVNDATIS  SPIRITVS  EDIT  AQVIS 

2  MERGERE  PECCATOR  SACRO  PVRGANDE  FLVENTO 

QVEM  VETEREM  ACCIPIET,  PROFERET  VNDA  NOVVM 

3  NVLLA  RENASCENTVM  EST  DISTANTIA  QVOS  FACIT  VNVM 

VNVS  FONS  VNVS  SPIRITVS  VNA  FIDES 

4  VIRGINEO  FETV  GENITRIX  ECCLESIA  NATOS 

QVOS  SPIRANTE  DEO  CONCIPIT  AMNE  PARIT 

5  INSONS  ESSE  VOLENS  ISTO  MVNDARE  LAVACRO 

SEV  PATRIO  PREMERIS  CRIMINE  SEV  PROPRIO 

6  FONS  HIC  EST  VITAE  QVI  TOTVM  DILVIT  ORBEM 

SVMENS  DE  CHRISTI  VVLNERE  PRINCIPIVM 

7  CAELORVM  REGNVM   SPERATE  HOC  FONTE  RENATI 

NON  RECIP1T  FELIX  VITA  SEMEL  GENITOS 

8  NEC  NVMERVS  QVEMQVAM  SCELERVM  NEC  FORMA  SVORVM 

TERREAT  HOC  NATVS  FLVMINE  SANCTVS  ERIT  2 

Adunque  vergine  è  la  chiesa,  e  questa  vergine  partorisce  i 
fedeli  per  alito  divino  (distico  4°),  e  dalla  ferita  del  costato  di 
Cristo  il  sacramento  riceve  la  sua  origine  (dist.  6°).  Uno  è  il 
battesimo  ed  unifica  in  una  fede  il  corpo  dei  fedeli.  Il  lettore  si 

1  Accenniamo  all'epigramma  Sumite  perpetuam  sancto  de  gurgite  viiam,  stampato 
sopra  a  pag.  91. 

2  De  Rossi  ib.  p.  424  dalla  raccolta  epigrafica  del  Sabino,  colla  correzione  dell'ordine 
dei  versi  nella  nota  44.  Sarazanius  Damasi  Opera  ad  Carmen  XVII  p.  175;  Migne  Patr. 
lai.  13,  col.  414.  Nella  nostra  tavola  II  n.  1  si  trova  il  primo  distico. 


Il  battesimo  e.  la  cresima. 


107 


rammenta,  che  il  papa  Damaso  nella  sua  iscrizione  sopra  la 
fonte  battesimale  nella  basilica  vaticana  (sopra  a  pag.  91)  esprime 
il  nesso,  che  è  tra  l'unità  del  supremo  regime  nella  chiesa  (una 
Pelvi  sedes)  e  l'unità  del  battesimo.  Con  molta  grazia  lo  stesso 
Damaso  nei  versi  sopra  l'ingresso  della  sua  basilica  di  san  Lorenzo 
dipinge  l'universalità  della  chiesa  ed  il  suo  amor  materno  nell'ab- 
bracciare  riuniti  i  suoi  figliuoli:  Cunctis  porta  pafet,  quis  por- 
r/gii ubera  mater  !.  ( Quis  invece  di  quibus). 

Dopo  che  la  chiesa  avea  per  mezzo  del  battesimo  rigenerati 
i  suoi  figliuoli,  immediatamente  li  confortava  col  sacramento  della 
cresima.  Essa  vien  denominata  geminatus  Jionor  2,  per  la  succes- 
sione immediata  che  avea  dopo  l'altro,  cioè  dopo  il  battesimo. 
Essa  offre  aperta  un'altra  porta  3  del  cielo  (altera  claustra  poli 
ibid.);  quegli  cui  segna  (signat)  la  mano  del  pastore  riceve  i 
doni  dello  Spirito  e  «  naviga  sul  legno  della  croce  tra  le  tem- 
peste della  vita  »  (ih.).  Il  sacramento  della  consignatio  4,  ossia 
della  cresima,  si  può  ricevere  una  sola  volta,  e  perciò  nell'epi- 
taffio al  sepolcro  del  presbitero  Marea  (f  555),  vicario  del  papa 
Vigilio,  così  a  lui  si  dirige  la  parola: 

TVQVE  SACerdotes  docuisti  crismate  sANCTO 
TANGERE  BIS  Nullum  iudice  posse  Deo  5. 

Per  la  cristologia  è  ben  importante  tra  le  iscrizioni  pubblicate 
dal  de  Rossi  quella,  che  stava  vicino  al  sepolcro  di  papa  Ce- 
lestino I,  sotto  una  pittura  da  lui  fatta  eseguire.  Il  sepolcro  di 
quel  pontefice  si  trovava  nella  basilica  pur  ora  disseppellita  di 
san  Silvestro,  sopra  il  cimitero  di  Priscilla.  L'iscrizione  è  nei 

1  De  Rossi  ib.  p.  332.  Quest'unico  verso  stava  nell'epistilio  della  porta. 

2  Nell'iscrizione  Sumite  perpetuavi,  più  sopra  pag.  91. 

3  Nell'iscrizione  Istic  insontes  coelesti  flamine  lotas,  sopra  la  cattedra  di  san  Pietro 
al  Vaticano;  v.  pag.  92.  % 

*  Cf.  de  Rossi  ib.  p.  509.  Da  questo  nome  derivava  l'appellazione  consir/natorium  pel 
luogo  della  cresima. 

5  De  Rossi  p.  83.  117;  cf.  Bullett.  di  archeol.  crist.  18G9  p.  19  s.  L'iscrizione  è  con- 
servata in  parte,  e  si  trova  nel  portico  di  santa  Maria  in  Trastevere.  Essa  comincia: 

f  DIGNE  Tenes  premium  Marea,  prò  nomine  Christi. 


108 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  5.  — 


La  fede. 


suoi  primi  versi  una  reminiscenza  del  decreto  dommatico  del 
concilio  di  Efeso  tenuto  sotto  il  medesimo  papa.  Essa  dice  così: 


Qui  natum  passumque  Deum  repetisse  paternas 
Sedes  atque  iterum  venturum  ex  aethere  credit, 
Iudicet  ut  vivos  rediens  pariterque  sepultos, 
Martyribus  sanctis  pateat  quod  regia  caeli, 
Respicit  interior,  sequitur  si  praemia  Christi  l. 


Nella  iscrizione  del  papa  Onorio  sulla  porta  argentea  della  ba- 
silica vaticana  era  notevole  il  punto  riguardante  l'incarnazione 
del  figliuolo  di  Dio,  con  relazione,  a  quanto  pare,  con  le  con- 
troversie cristologiche  dell'oriente  : 

Lux  arcana  Dei,  Verbura,  Sapientia  lucis 

Atque  coruscantis  splendida  imago  Patris 
Ad  nos  descendit,  nec  quo  fuit  esse  recessi t, 

Ut  caecas  mentes  erueret  tenebris. 
Plenus  homo  in  nostris  et  verus  nascitur  isdem 

Virginis  ex  utero  totus  ubique  Deus. 
Discipulis  praecepta  dedit,  Petrumque  beatum 

Hos  inter  primum  sanxit  et  egregium, 
Cuius  in  arbitrio  coelum  terramque  reliquit 

Pandere  vel  potius  claudere  cumque  velit  2. 


Che  poi  l'incarnazione  del  Verbo  si  operò  per  la  salute  del 
mondo,  viene  espresso  da  Costantino  Magno  nell'  iscrizione  del- 
l'arco trionfale  di  san  Pietro,  sebbene  in  maniera  alquanto  ve- 
lata e  generica  3,  Questa  stessa  verità  trova  una  bella  e  precisa 
espressione  in  una  epigrafe,  che  si  leggeva  in  un  non  si  sa  qual 
luogo  dell'Italia  settentrionale,  sotto  una  croce  di  colore  pur- 
pureo. Pare  che  essa  rimonti  al  di  là  dell'ottavo  secolo  : 

1  De  Rossi  Inscript.  divisi..  II,  1  p.  62.  138.  La  pittura  rappresentava  l'ingresso  dei 
martiri  Felice  e  Filippo  nel  paradiso  (regia  coeli). 

2  De  Rossi  ib.  p.  145.  Cf.  p.  XLIV.  Alla  parola  nostris  nel  verso  5°  forse  bisogna 
supplire  una  parola  come  qualitatibus.  I  versi  non  si  volgono  contro  il  Monoteletismo,  il 
quale  da  Onorio  non  fu  conosciuto  (v.  la  Dissertazione  sopra  Onorio  in  questo  volume), 
ma  contro  gli  errori  dei  Monofisiti  e  dei  Nestoriani  in  generale. 

3  Quod  duce  te  mundus  surrexit  in  astra  triumpJtans  ecc.  sopra  a  pag.  70. 


Cristologia.  Mariologia. 


109 


En  me  purpureo  decoravit  sanguine  Christus, 
Magna  qui  domuit  mortis  virtute  gehennam. 
Morte  sua  Dominus  detraxit  fauce  draconis 
Praedam,  quam  dudum  frangendo  dente  tenebat. 
Isto  vos  fidei  signo  munite  fldeles, 
Quo  Christus  sancta  Dominus  nos  morte  redemit. 
Sanguine  me  proprio  roboravit  mundi  creator, 
Vincula  qui  mortis  fregit  tartarea  potens 

La  gratitudine  e  l'onore  dovuti  al  figliuolo  si  estendono  me- 
ritamente anche  verso  la  madre.  L'eccelsa  prerogativa  della  per- 
petua verginità  di  Maria  viene  nelle  iscrizioni  in  modo  singola- 
rissimo celebrata.  Sisto  III  allorché  fece  adornare  sì  magnifica- 
mente la  basilica  di  santa  Maria  Maggiore,  quasi  immediata- 
mente dopo  il  concilio  di  Efeso,  volle  che  si  inculcasse  la  detta 
prerogativa  nella  grande  iscrizione  Virgo  Maria  Ubi  Xystus  nova 
teda  dicavi  2  ecc.  Anche  Cartagine  ebbe  nel  palazzo  del  re  dei 
Vandali  una  iscrizione  del  quinto  o  sesto  secolo,  la  quale  si  ri- 
feriva a  questo  mistero  della  verginità  di  Maria,  ed  esigeva  che 
i  fedeli  lo  credessero  con  semplicità  e  senza  discussione: 

Qualiter  intacta  processit  virgine  partus 
Utque  pati  voluit  natus,  perquirere  noli. 
Haec  nulli  tractare  licet,  sed  credere  tantum  3. 

Il  de  Rossi  colloca  presso  l'entrata  della  basilica  vaticana,  e 
precisamente  nella  capella  di  santa  Maria  in  turri,  terminata  da 
Paolo  I,  un'  iscrizione  in  onore  della  Vergine.  Quella  iscrizione 
invita  con  assai  vivo  sentimento  tutti  i  popoli  a  lodare  Maria  : 

Alma  parens  capiat  nostr(i)  rector(i)s  ab  ore 
Florida  virgineas  Christi  per  tempora  laudes, 
Quam  celebrat  latus  discreto  cardine  mundus, 
Cui  similis  fuera(t)  nusquam  per  s(a)ecula  virgo, 
Cingere  quae  Dominum  meruit  nam  sola  sub  alvo 
Lucis  (et)  aethere(ae)  quae  servat  scept(r)a  superna. 
Virginis  hoc  cunct(a)e  gentes  intendite  Carmen, 

'  De  Rossi  ib.  p.  1G8.  Anche  san  Paolino  di  Nola  ha  un  carme  che  si  riferisce  ad 
una  croce  rossa  come  sangue.  Mancava  ancora  quivi,  come  parimente  sulla  croce  dell' alta 
Italia,  la  rappresentazione  del  crocifisso  stesso. 

1  Sopra  a  pag.  77. 

3  De  Rossi  ib.  p.  241. 


110  111.  Iscrizioni  di  Roma  n.  5.  —  La  fede. 


Dicite  quae  tantum  tenuitqu(e)  puer(p)era  f(oe)tum(?) 
Adsiduo  laudate  piani  rumore  puellam 
Regis  et  imperimi!  servantis  culmine  vastum. 
Psallite  nunc  matri,  men(t)es  huc  vertite  caste, 
Qu(a)e  solem  radiis  complente(m)  saecula  celsis 
Vobis  in  st(y)giis  quondam  sedentibus  umbris 
Prom(p)sit  et  ingenitum  sacrato  corpore  foetum. 
0  quam  sancta  fuit  membris  meritoque  beata  l. 

Un  earme  altresì  in  onore  di  Maria,  fatto  da  un  cotal  Andrea 
orator,  fu  posto  con  ogni  verosimiglianza  nel  palazzo  di  Kusti- 
ciana,  vedova  di  Boezio,  sotto  una  immagine  della  Vergine  stessa 
col  suo  figliuolo  in  seno.  Quel  carme  era  tutto  dommatico  e  non 
senza  eleganza.  Eccone  il  testo: 

Virgo  parens  hac  luce  Deum  virumque  creavit, 

Gnara  puerperii,  nescia  coniugii. 
Obtulit  haec  iussis  uterum  docuitque  futures, 

Sola  fides  Christi  quod  queat  esse  capax. 
Credidit  et  tumuit,  verbuin  prò  semine  sumpsit. 

Clauserunt  magnum  parvula  membra  Deum. 
Conditor  exstat  opus,  servi  rex  induit  artus, 

Mortalemque  domum  vivificator  habet, 
Ipse  sator  semenque  sui  matrisque  creator, 

Qui  Deus  est  hominis,  qui  pater  est  hominum. 
Adfulsit  partus,  lucem  lux  nostra  petivit 

Hospitii  linquens  ostia  clausa  sui. 
Virginis  et  matris  servatur  gloria  consors. 

Mater  das  hominem  noscere  virgo  Deum. 
Unius  colitur  duplex  substantia  nati  ; 

Vir  Deus,  haec  duo  sunt  unus  utrumque  tamen. 
Spiritus  buie  genitorque  suus  sine  fine  cohaerent, 

Triplicitas  simplex  simplicitasque  triplex. 
Bis  genitus,  sine  matre  opifex,  sine  patre  redemptor, 

Amplus  utrisque  modis,  amplior  unde  minor. 
Sic  voluit  nasci  domuit  qui  crimina  mundi, 

Et  mortem  iussit  mortuus  ipse  mori. 
Nostras  die  suo  tueatur  numine  vitas, 

Protegat  ille  tuum,  Rusticiana  genus  2. 

1  De  Rossi  ib.  p.  276.  Ma  è  solamente  una  congettura,  che  l'iscrizione  sia  stata 
affissa  noli'  indicato  oratorio. 

2  De  Rossi  ib.  j).  109.  Riese  Anthol.  lat.  a.  !('>(>.  11  medesimo  carme  fu  ripetuto  nel 
palazzo  d'un  Greyorius  praesul,  probabilmente  Gregorio  Magno,  con  questa  sconcia  mu- 


Mariologia.    L'eucaristia.    Il  primato. 


Ili 


Iscrizioni  relative  alla  santa  eucaristia  furono  poste  e  al  luogo 
dove  si  amministrava  quel  sacramento  e  negli  utensili  che  ad 
esso  si  riferivano.  Nella  Spagna,  probabilmente  in  Siviglia,  leg- 
gevansi  presso  un  battistero  questi  due  versi,  che  riguardano  a 
un  tempo  i  tre  sacramenti  dell'eucaristia,  del  battesimo  e  della 
cresima  : 

Carne,  cruore  pio,  lymphaque  et  chrismate  sacro 
Hic  Deus  est  homines  vivificare  potens  l. 

Sopra  una  patena  era  l' iscrizione  seguente,  comunicataci  pure 
dal  de  Rossi: 

Clypeus  hic  vividam  dat  postulantibus  escam  2 

ed  intorno  ad  un  calice  quest'altra: 

Agitur  haec  summus  cunctis  per  pocla  triuraphus, 
Pectora  quis  Dominus  roborat  pe(r)  data  fidei  3. 

Ora  passiamo  ai  testi  teologici ,  che  riguardano  san  Pietro 
ed  il  primato.  E  cosa  ben  naturale,  che  nella  sede  del  principe 
degli  apostoli  abbondino  tali  testi  con  isvariatissime  espressioni 
di  riverenza  e  di  onore  verso  il  primo  pastore  e  gli  eredi  della 
sua  dignità.  Già  ne  abbiamo  alcuni  indicati  di  sopra.  «  Pietro, 
preferito  agli  altri  discepoli  per  il  suo  amore  verso  il  Signore, 
è  da  onorarsi  come  il  primo  apostolo  »  (a  pag.  87);  egli  guida 
«  le  greggi  della  fede  »  (p.  86),  e  le  <  preserva  da  colpa  >  (p.  87). 
L'altezza  ed  eccellenza,  il  vigore,  il  potere  della  sua  dignità  sono 
sì  grandi  che  una  iscrizione  della  basilica  vaticana  esclama: 

Terruit  angelicas  acie(s)  concessa  potestas 

Tanta  Petro,  reserare  polos  et  pascere  caulam 

Ereptam  de  fauce  lupi,  (nos  protegat  ille 

Atque  aulam  liane  servet  sanctam)  sibimetque  dicatara  4. 

tazione  dell'ultimo  verso:  «  Protegat  ille  tiuim,  Gregorii  praesulis,  gonus  »,  o  forse  «  Pro- 
tegat ille  tuum,  Gregori  praesul,  genus  ». 

1  De  Rossi  ib.  ]>.  296. 

2  De  Rossi  ib.  p.  244. 

3  De  Rossi  ib.  p.  244.  Quis  equivalo  a  quibtis.  Più  sotto  bisognava  leggere  fidei. 
L'espressione  data  fidei  sembra  alludere  alle  parole  del  canone  della  messa  :  «  oflerimus.. 
de  tuis  donis  ac  datis  hostiam  puram  »  ecc.  Il  primo  verso  si  ripete  senza  cunctis  sul 
così  detto  calice  di  san  Liudgaro  (v.  de  Rossi  1.  e). 

4  De  Rossi  56';  La  copia  nel  end.  Paris.  8071  è  monca,  e  la  restituzione  nella  pareo* 
tesi  vien  proposta  dal  de  Rossi. 


112 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  5.  —  La  fede. 


Poiché  a  lui  furono  consegnati  «  i  freni  del  cielo  e  della  terra  » 
(p.  78),  la  sua  preminenza  viene  significata  nel  pentametro  d'un 
carme  colle  parole:  Arbiter  in  terris,  ianitor  in  superisi  Cristo  ha 
voluto,  che  la  chiesa  «  rimanga  fissa  nel  fondamento  di  Pietro  »  2. 
Egli  conferisce  a  lui  perciò  il  potere  di  soggiogare  i  nemici  e 
proteggere  la  pace  dei  credenti  (p.  86).  La  città  di  Roma,  «  im- 
magine della  celeste  »,  è  sicura  del  suo  schermo  (p.  96),  essa 
Roma,  per  la  prerogativa  del  principe  degli  apostoli,  è  «  la  luce, 
la  speranza,  il  capo  del  mondo  »  (p.  96).  E  sebbene  il  principe 
degli  apostoli  comunicava  con  Paolo  «  un  solo  onore  »  (p.  77), 
una  nondimeno  è  la  sede  di  Pietro,  come  uno  è  il  battesimo 
(p.  91).  In  questa  sede  egli  rimase  come  perpetuo  «  rettore  » 
della  medesima  (p.  79),  egli  è  la  «  pietra  della  fede  »,  (ib.)  ed 
a  ragione  nella  famosa  iscrizione,  nella  quale  egli  era  rappre- 
sentato in  piedi  sopra  una  rupe  d'oro,  così  si  fa  parlare  : 

  tÒv  Seòv  Xóyov 

'Ev  ri  (3e(37i)«ì>i;  où  x.'Xov(o)up.(at)...  3. 

Pietro  così  stante  in  piedi  sopra  una  rupe  era  pure  rappresen- 
tato nella  basilica  di  san  Felice  in  Nola,  come  si  ricava  da  una 
iscrizione  di  san  Paolino  Nolano  :  Petram  super  stat  ipsa  petra 
ecclesiae  4. 

Pietro  consegna  ai  vescovi  di  Roma  suoi  successori  le  pecore 
«  in  sua  vece  »  (p.  86)  e  conseguentemente  la  sopra  descritta  po- 
destà di  guidarle;  anzi  Cristo  stesso  dà  al  successore  di  Pietro 

1  È  la  fine  del  carme  citato  a  pag.  93,  della  chiesa  di  san  Pietro  a  Spoleto  del  quinto 
secolo.  De  Rossi  ib.  p.  114.  80.  Si  celebra  quivi  in  bella  maniera  la  consegna  delle  chiavi 
a  san  Pietro. 

2  Ultimo  pentametro  dello  stesso  carme  di  Spoleto,  dove  si  indirizza  a  san  Pietro 
anche  il  verso  : 

In  te  per  cunctas  consistit  ecclesia  gentes. 

3  Questo  testo  è  conservato  solo  nel  codice  di  Einsiedeln  ed  ha  ivi  il  titolo:  In  icona 
sancii  Petri.  Erroneamente  si  credeva,  che  fosse  stato  sotto  l'antica  statua  di  san  Pietro 
a  Roma.  Mabillon  lo  traduce  cosi:  «  Deum  verbum  intuemini,  auro  divinitus  sculptam 
petrain,  in  qua  stabilitus  non  concutior  ».  Il  de  Rossi  ib.  p.  33,  nel  commentario  a  questa 
iscrizione,  risponde  alle  difficoltà  di  Miller  intorno  alla  genuinità  del  testo.  Nella  forma,  che 
essa  ha  nella  nostra  stampa,  la  dà  il  Kirchhoff  Corpus  Inscript.  (ìraec.  n.  8816  come  fram- 
mento d'un  poema  iambico  di  cattivo  metro.  Cf.  Garriteci  Storia  dell'arie  cristiana  I  p.  579. 

*  De  Rossi  p.  191. 


Il  primato  di  san  Pietro. 


113 


il  sacro  diritto  di  governare  (Simplicio  mine  ipse  dedit  sacra  tura 
tenere,  p.  78),  e  rivestito  di  tale  dignità,  il  pastore  di  Roma 
risplende  come  il  «  primo  vescovo  in  tutto  l'universo  »  (p.  88). 

Ci  dispiace  di  dover  qui  interrompere  per  amor  di  brevità 
la  nostra  rassegna  di  dommatiche  iscrizioni,  quantunque  l'opera 
del  de  Rossi  ci  offrirebbe  abbondante  materia  di  proseguire. 
Saria  pregio  dell'opera,  che  del  lavoro  del  de  Rossi,  almeno 
quando  esso  sarà  terminato,  facesse  il  suo  prò  un  qualche  abile 
teologo  versato  del  pari  nella  storia,  e  in  forma  più  pratica 
facesse  quello,  che  ha  inteso  di  fare  il  protestante  Piper  nella 
sua  Introduzione  alla  teologia  monumentale  l.  Da  Anton  Fran- 
cesco Zaccaria  abbiamo,  come  è  noto,  un  lavoretto  di  tal  genere, 
il  quale  anche  a'  dì  nostri  è  utile  abbastanza:  De  veterum  in- 
scriptionum  usu  in  rebus  theologicis  2  ;  e  il  de  Rossi  stesso  ha 
scritto  un  capitolo,  tracciando  in  esso  quasi  un  modello  di  si- 
mile lavoro,  nella  sua  illustrazione  delle  iscrizioni  cristiane  rac- 
colte nel  museo  lateranense  3. 

6.  Pregio  estetico  delle  iscrizioni  cristiane. 
Loro  sviluppo  storico.  Elogii  dei  papi. 

Prima  di  andar  più  oltre  bisogna  soffermarci  alquanto  per 
dare  un'occhiata  al  pregio  estetico  delle  iscrizioni,  che  abbiamo 
percorse.  Il  che  per  altro  non  può  farsi  senza  dare  uno  sguardo 
anche  all'origine,  progresso  e  pieno  sviluppo  storico  delle  me- 
desime. 

Non  intendiamo  con  ciò  di  tessere  una  storia  dell'epigrafìa 
nella  chiesa,  ma  ci  contenteremo  di  notare  le  grandi  differenze, 
che  ci  presentano  i  varii  secoli,  improntati  quasi  di  una  cotale 
fisionomia  propria  di  ciascuno. 

I  primi  secoli  formano  il  primo  stadio  (seppure  altri  non 
voglia  introdurre  nei  medesimi  altre  divisioni).  Di  tali  iscrizioni, 

1  Einleitung  zur  monumentalen  Thcologie.  Gotha  1867. 

2  Venetiis  1761,  ristampato  nel  suo  Thesaurus  theologicus  I  p.  321  ss.  c  nel  Migne 
Cursus  completus  V  t.  207  ss.  —  Gf.  Marini-Mai  p.  xv. 

3  Epitaffi  alludenti  ai  dammi  ed  illustranti  la  gerarchia  ecc.  nel  Triplice  omaggio 
e  nel  Bullettino  di  arch.  crist.  V.  sopra  pag.  101  not.  1. 

Gbisar,  Analecta  romana,  voi.  1.  8 


114 


IH.  Iscrizioni  di  Roma  n.  6.  — 


Pregio  estetico. 


come  abbastanza  aliene  dalla  presente  dissertazione,  poco  o  nulla 
ci  siamo  occupati  di  sopra. 

Allorché  un  pellegrino  dell'ottavo  secolo  poneva  niente  a 
quelle  iscrizioni  della  primitiva  chiesa  (e  per  i  più  colti  se  ne 
presentava  spontanea  l'occasione  nella  visita  delle  catacombe),  do- 
veva senz'altro  accorgersi  della  grande  differenza,  che  passa  fra  le 
iscrizioni  più  recenti  e  quelle  antichissime.  Nelle  antichissime 
laconismo  e  semplicità,  nelle  altre  abbondanza  di  frasi  e  di  for- 
inole. Quelle  indicavano  solamente  il  defunto,  e  spesso,  secondo 
l'uso  classico,  coi  fria  nomina,  aggi ugne vano  un  qualche  sim- 
bolo figurato  o  qualche  brevissima  acclamazione ,  significando 
con  ciò,  quale  fosse  la  fede  del  sepolto  o  la  speranza  dei  su- 
perstiti. Perfino  i  martiri  deposti  nelle  catacombe  non  si  di- 
stinguevano se  non  per  brevissime  formolo ,  il  che  proveniva 
naturalmente  anche  dallo  stato  di  persecuzione  in  cui  si  tro- 
vava la  chiesa.  Basti  ricordare  il  solo  esempio  dell'antica  tomba 
del  papa  e  martire  Cornelio  e  del  brevissimo  titolo  che  vi  fu 
posto. 

Nondimeno  si  trovano  anche  nei  primi  tre  secoli  epitaffi  al- 
quanto più  lunghi  e  chiusi  in  metro  o  semplicemente  ritmici, 
cosa  sotto  riguardo  letterario  assai  notevole. 

Prima  dei  lavori  del  de  Rossi  si  conoscevano  solamente 
pochi  di  questi  primi  tentativi  di  poesia  epigrafica  degli  antichi 
cristiani.  Di  presente,  per  la  moltiplicazione  del  loro  numero,  se 
ne  può  formare  più  facilmente  un  giudizio  sufficiente.  Una  delle 
note  caratteristiche,  che  dà  subito  agli  occhi,  è  che  in  quelle 
iscrizioni  si  ripetono  senza  nessuno  scrupolo  versi  o  emistichii 
o  forme,  che  si  trovano  in  epigrammi  sepolcrali  dei  pagani,  sup- 
posto che  il  pensiero  non  sia  specificamente  pagano.  Perfino  si 
adoperano  interi  passi  degli  antichi  poeti,  specialmente  di  quello, 
che  era  più  degli  altri  letto  nelle  scuole,  vogliam  dire  Virgilio. 
Le  belle  forme  antiche  non  di  rado  servono  anche  per  vestire 
senz'  altro  un  pensiero  essenzialmente  cristiano. 

Così  a  mo'  di  esempio,  per  implorare  la  liberazione  d'un'anima 
dal  purgatorio,  un  poeta  cristiano  anteriore  a  Costantino  ado- 
pera in  un  epitaffio  il  verso  dell'Eneide: 

Set  Pater  omnipotens,  oro  miserere  laborum. 


I 


I  primi  tre  secoli.  115 

Il  medesimo  aveva  nello  stesso  carme  premesse  le  altre  parole 
tolte  in  prestito  dal  medesimo  luogo  di  Virgilio: 

Hic  tibi  finis  erat  vitae,  dulcissime  nate  l. 

Un  tale  uso  della  poesia  pagana  non  può  recare  maraviglia,  se 
si  rifletta  in  generale  alla  posizione  dei  cristiani  antichi  in  mezzo 
alla  civiltà  romana.  Essi  nè  dovevano  nè  potevano  sciogliersi 
dai  vincoli,  che  li  legavano  alla  vita  pubblica  e  privata,  in  quanto 
cioè  questa  non  era  infetta  dal  culto  degli  idoli  o  dalle  teorie 
della  falsa  religione.  Di  qui  nasce,  che  l'arte  cristiana  primitiva 
si  serve  di  forme  neutrali  che  sono  comuni  al  mondo  pagano. 
Solamente  per  le  idee  cristiane  del  tutto  nuove  era  per  lo  più 
necessario  creare  forme  nuove ,  e  ciò  si  faceva  con  un  lavoro 
lento  e  con  una  evoluzione  naturale  ed  appena  sensibile. 

Ma  l'uso  dei  versi  dei  poeti  pagani  si  spiega  inoltre  col  ca- 
rattere decadente  ed  indebolito  delle  lettere.  Le  lettere  nel  terzo 
e  quarto  secolo  non  conservano  più  l'originalità  ed  il  vigore  an- 
tico; si  moltiplicano  le  imitazioni  e  si  vive  di  reminiscenze.  Se 
il  cristianesimo  in  molte  opere  poetiche  non  si  alza  sul  comune 
livello,  non  è  certo  colpa  della  religione ,  la  quale  si  prefigge 
un  diverso  scopo,  quello  cioè  tanto  più  sublime  e  più  nobile,  di 
salvare  le  anime. 

Dei  primi  tre  secoli  abbiamo  anche  epitaffi  di  qualche  valore, 
affatto  liberi  dal  suddetto  influsso  materiale  degli  antichi  poeti. 
Fuori  di  Roma  sono  di  tal  genere  per  esempio  la  celebre  iscri- 
zione sepolcrale  greca  di  Autun  ed  il  bello  e  tanto  istruttivo 
epitaffio  greco  di  sant' Abercio.  A  Roma  la  catacomba  di  santa 
Priscilla  ha  fornito  diversi  frammenti  di  epigrammi  greci  simili 
in  qualche  punto  alle  dette  due  famose  iscrizioni.  E  nel  mede- 
simo cimitero  si  sono  trovati  due  epigrammi  latini,  che  termi- 
nano in  una  preghiera,  d'uno  stile  assai  notevole;  nelle  preghiere 
i  defunti  stessi  vengono  introdotti,  come  raccomandantisi  affet- 

1  Aen.  II,  143  s.  L' iscrizione  fu  por  la  prima  volta  pubblicata  dal  de  Rossi  In- 
scripi.  II,  1  p.  ix.  Kssa  nell' originalo  ò  accompagnata  dalla  palma  e  dalla  parola  sim- 
bolica IXHTC.  Dal  tempo  dopo  Costantino  vi  era  nella  basilica  vaticana  un  epitaffio  cri- 
stiano col  seguente  testo  di  Virgilio:  «  Extinxisli  me,  teque  soror  populumquo  patresquo  », 
trasformato  così:  «  Extinxisti  to  meque  simul  natuinque  patremque.  »  Aen.  IV,  (582.  De 
Rossi  ib.  nota  4.  Il  testo  di  questo  epitaffio  ò  stampato  nel  Fabrotti  Insctiptiones  p.  191 
n.  445. 


116 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  6.  —  Pregio  estetico, 


tuosamente  all'  intercessione  dei  fedeli  vivi,  per  ottenere  da  Dio 
il  perdono  e  la  remissione  della  pena: 

dixit  et  hoc  pater  omnipotens  cvm  (pelleret  Adam) 

DE  TERRA  SVMPTVS  TERRAE  TRADERIS  HV(mandus) 
SIC  NOBIS  SITA  FILIA  ET  AGAPE  CRHIST(z  fidelis) 
BIS  DENOS  SEPTEMQVE  ANNOS  EMESA  (qtliescit) 

haec  illi  per  crhistvm  fverat  sic  {piena  senectus). 

EVCHARIS  EST  MATER  PIVS  ET  PATER  E(^  mihi  ...) 

VOS  PRECOR  O  FRATRES  ORARE  HVC  QVANDO  VEN(z'ÌÙ) 

ET  PRECIBVS  TOTIS  PATREM    NATVMQVE  ROGATIS 

SIT  VESTRAE  MENTIS  AGAPES  CARAE  MEMINISSE 

VT  DEVS  OMNIPOTENS  AGAPEN  IN  SAECVLA  SERVET  1 

Dalla  somiglianza  dell'altro  testo  parallelo  il  de  Rossi  deduce, 
che  negli  epitaffii  poetici  si  ebbero  anche  delle  forinole  comuni, 
che  si  applicavano  secondo  le  circostanze  e  mutando  i  nomi.  Egli 
vi  rileva  eziandio  gli  indizii,  che  sembrano  additare  un  carme  co- 
mune dei  primitivi  tempi  della  chiesa,  nel  quale  erano  descritte  la 
morte  come  pena  del  peccato  e  la  beata  speranza  della  risurrezione. 

Si  ebbero  in  quel  tempo  altresì  epitaffii  cristiani  scritti  nè 
in  metro  nè  in  semplice  prosa,  ma  in  un  certo  ritmo,  il  quale 
ricorda  i  quasi-versus  di  Commodiano.  A  questo  genere  ap- 
partiene l'epitaffio  del  diacono  Severo  nel  cimitero  di  Callisto; 
esso  parla  dei  lavori  quivi  eseguiti  da  Severo  iussu  papae  sui 
Marcellini  2.  Vi  appartiene  similmente  l'iscrizione  sepolcrale  di 
Teodulo  nel  medesimo  luogo,  la  quale  celebra  le  virtù  mostrate 
da  lui  nella  carriera  militare.  La  poesia  di  queste  due  iscrizioni  è 
piuttosto  poesia  popolare,  come  il  linguaggio  è  piuttosto  del  volgo. 

A  cominciare  dalla  gloriosa  epoca  di  Costantino  Magno  le 
iscrizioni  cristiane  di  Roma  assumono  un  altro  carattere.  L'av- 

1  De  Rossi  ib.  pi  xxx;  Bullet.  di  arch.  crist.  1884-85  p.  72 ss.  Lia.  4.  1.  crvensa; 
1.  3.  5  christ. 

*  L'  Oxé  nei  prolegomeni  alla  sua  edizione  del  Carmen  adversus  Mardoniias  di  Com- 
modiano (Lipsia  1888)  conferma  l'opinione,  che  questo  Carmen  non  può  essere  scritto  prima 
del  quarto  socolo.  Pare  inoltre,  sia  stato  composto  a  Roma.  Nel  Carmen  si  trova  un  verso 
(I,  228),  che  consuona  affatto  con  un  verso  della  suddetta  iscrizione  di  Severo.  Dunque  si 
deve  credere,  che  Commodiano  si  sia  servito  dell'  iscrizione  e  non  viceversa.  Il  de  Rossi 
so  era  pronunciato  in  questo  senso  già  prima  del  lavoro  dell'Osò. 


Prima  e  dopo  di  Costanlino  Magnò. 


117 


venturata  mutazione  fattasi  nell'impero  in  quanto  alla  religione 
esulta  in  esse  con  linguaggio  festoso  e  solenne. 

Le  iscrizioni  precedenti,  a  noi  pervenute,  sono  tutte  di  uso 
sepolcrale,  e  ripiene  solo  di  quei  sentimenti  di  fede,  di  speranza, 
di  preghiera,  che  ispirava  il  cimitero  ai  fedeli.  Ma  dopo  i  primi 
decennii  del  quarto  secolo  comincia  la  serie  delle  iscrizioni  ri- 
cordanti il  trionfo  della  chiesa,  la  gratitudine  per  la  vittoria 
ottenuta,  gli  atti  pubblici  della  chiesa,  nei  quali  si  spiega  la  sua 
vita  rigeneratrice  del  mondo:  Quod  duce  te  surreocit  in  astra 
triumphans  l.  Pare  che  colla  bellezza  della  materia  crescano 
anche,  fin  ad  un  certo  punto,  lo  slancio  nelle  forme  poetiche  e 
la  copia  e  varietà  delle  espressioni. 

Si  scorge  un  riflesso  dell'antico  classico  splendore  delle  let- 
tere specialmente  in  certi  epigrammi  composti,  per  ordine  della 
corte  imperiale  o  di  famiglie  più  nobili,  da  poeti  non  volgari. 
Uno  di  cotali  poeti,  scelto  dalla  corte,  deve  essere  stato  autore 
de'  bei  versi,  che  all'ingresso  della  basilica  di  san  Pietro  sotto 
una  immagine  di  Costantino  Magno  celebravano  la  guarigione 
dell'imperatore  ottenuta  per  intercessione  dell'apostolo: 

Credite  victuras  anima  remeante  favillas 

Rursus  ad  amissum  posse  redire  diem. 
Nam  vaga  bis  quinos  iam  luna  resumpserat  orbes, 

Nutabat  dubia  cum  mihi  morte  salus. 
Irrita  letiferos  auxit  medicina  dolores, 

Crevit  et  bumana  morbus  ab  arte  meus. 
0  quantum  Petro  donavit  Christus  honorem  ! 

Ille  dedit  vitam,  reddidit  iste  mihi  2. 

Anche  F  acrostico  di  Costantina,  figlia  di  Costantino  impe- 
ratore, citato  a  pag.  80,  manifesta  gusto  e  delicatezza.  I  testi 
invece  delle  iscrizioni,  poste  sotto  Costantino  ed  i  suoi  figliuoli 
sull'arco  e  nell'abside  della  basilica  vaticana,  non  hanno  un  eguale 
valore  poetico. 

La  decorazione  ed  i  versi  delle  tombe  dei  martiri  fecero  eco, 
più  degli  altri  monumenti,  alla  gioia  comune  pel  trionfo  della 
religione. 

1  Dai  versi  nell'abside  della  basilica  costantiniana  di  san  Pietro.  V.  sopra  p.  70. 

2  De  Rossi  Inserì i>t.  II,  1  p.  2P)0;  cf.  p.  xxxv. 


118 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  6.  —  Pregio  esie/ico, 


E  ciò  ebbe  luogo  specialmente  allorché  papa  Damaso  spiegò  la 
sua  nota  ferventissima  attività,  nel  cercare  nei  cimiteri  di  R,oma 
i  corpi  degli  eroi  dei  primi  secoli,  e  nell'ornarne  le  cripte  facen- 
dole accessibili  ai  pii  visitatori.  San  Girolamo  dà  a  questo  fecondo 
poeta  di  epigrammi  sacri  la  meritata  lode,  chiamandolo  elegans 
in  versibus  componendis  \  Ed  in  fatti,  nei  versi  di  Damaso  si 
riconosce  abbastanza  l'elegante  scuola  di  Virgilio,  sebbene  le  sue 
espressioni  non  siano  sempre  graziose  e  svelte,  ma  piuttosto  piene, 
solenni  e  gravi,  a  cagione  dei  suoi  grandi  concetti  cristiani  e 
dei  fatti  eroici  che  suole  descrivere.  Il  papa  si  vale  della  poesia 
per  istruire  i  pellegrini  dei  luoghi  sacri,  per  fissare  nella  me- 
moria dei  tempi  futuri  i  fatti  gloriosi  da  lui  sollecitamente  esplo- 
rati, e  vuol  cantare  con  ampie  parole  la  gloria  degli  amici  e 
martiri  di  Cristo.  Egli  non  teme  di  ripetere  qua  e  là  le  stesse 
frasi,  cosa  facilissima  ad  accadere,  perchè  gli  oggetti  delle  sue 
poesie  si  rassomigliano  assai  fra  di  loro.  In  somma  la  solennità 
prevale  all'eleganza. 

Un  certo  carattere  di  solennità  mostrano  perfino  le  grandi  e 
ben  eseguite  lettere  delle  sue  iscrizioni.  Ognuno  che  anche  per 
poco  si  occupi  dell'epigrafia  antica  cristiana  le  riconosce  subito 
fra  cento  altre  forme  di  lettere  dalle  loro  aste  larghe,  che  nelle 
estremità  sogliono  finire  in  coda  bipartita.  Esse  sono  opera  della 
scuola  calligrafica  di  Furio  Dionisio  Filocalo.  In  ogni  caso  le 
iscrizioni  di  questo  «  papa  delle  catacombe  »  erano  un  vero  or- 
namento estetico  e  religioso  dei  sacri  luoghi,  tanto  per  la  forma 
esterna  quanto  per  i  versi  stessi.  (Vedi  tav.  In.  1). 

Dopo  i  tempi  di  Damaso  la  forma  esterna  delle  iscrizioni 
viene  a  poco  a  poco  negletta,  sebbene  certe  iscrizioni  non  solo 
della  fine  del  quarto,  ma  anche  del  quinto  secolo  rappresentino 
ancora  tipi  squisiti.  Ma  in  esse  il  valore  interno  artistico  si 
trova  in  maggiore  decadenza.  L'epigrafia  cristiana  di  Roma  dei 
secoli  quinto  e  sesto  diventa  così  in  certo  modo  un'  immagine 
delle  triste  vicende  della  città  e  del  misero  stato  dell'impero. 

Le  iscrizioni  dei  tempi  del  goto  Teodorico  riflettono  anch'esse 
in  qualche  maniera  il  nuovo  tentativo,  che  si  fece  a  Roma  dietro 
l'impulso  di  questo  re,  e  più  ancora  dei  suoi  consiglieri,  come 

1  De  viris  ìllustr.  c.  103. 


Damano.    Tempo  dei  Goti  e  dei  Bizantini. 


119 


Cassiodorio,  di  rinvigorire  le  arti  e  le  lettere,  prima  che  si  spe- 
gnessero affatto  le  scuole  antiche  colle  loro  tradizioni.  Proprio 
sotto  Teodorico  la  rotonda  di  sant'Andrea  apostolo  presso  la 
basilica  vaticana  fu  ornata  di  quei  versi  di  Simmaco,  relativa- 
mente pregevoli,  che  abbiamo  citati  in  diverse  occasioni  (pag.  68). 

Caduto  il  regno  de'  Goti  l'età  bizantina  si  manifesta,  come 
nell'arte  in  generale,  così  anche  nei  testi  delle  iscrizioni,  che  per 
altro  diventano  a  mano  a  mano  più  rare  e  prive  di  grandi  concetti. 
Uno  dei  sentimenti,  che  meglio  rispecchiano  l'epoca  e  che  tro- 
viamo più  spesso  nelle  iscrizioni  di  Roma,  è  il  desiderio  della 
pace  pubblica  e  la  preghiera  per  ottenerla.  Innanzi  a  queste 
iscrizioni  il  pensiero  corre  senz'  altro  allo  stato  delle  cose  nella 
Roma  bizantina,  quando  essa  si  vedeva  minacciata  dai  Longo- 
bardi. La  capitale  del  mondo  teme  quasi  di  continuo  la  sua  rovina, 
finché  colla  distruzione  del  regno  dei  Longobardi  le  viene  procu- 
rata la  sicurezza  e  l'indipendenza  per  parte  dei  Franchi.  Abbiamo 
recitata  più  sopra  (p.  86)  la  calda  preghiera  di  papa  Pelagio  II, 
il  quale  chiede  a  Dio,  ut  romana  manti  coelesti  sceptra  regantur. 
Ed  ecco  come  nell'iscrizione  dei  suoi  grandi  lavori  a  san  Lorenzo 
fuori  le  mura  la  preghiera  per  la  pace  si  congiunge  colla  men- 
zione dei  pericoli  della  guerra: 

Demovit  Dominus  tenebras,  ut  luce  creata 

His  quondam  latebris  sic  modo  fulgor  inest. 
Angustos  aditus  venerabile  corpus  habebat, 

Huc  ubi  nunc  populum  largior  aula  capii 
Eruta  planities  patuit  sub  monte  reciso, 

Estque  remota  gravi  mole  ruina  minax. 
Praesule  Pelagio  martyr  Laurentius  olim 

Tempia  sibi  statuit  tam  pretiosa  dari. 
Mira  fides,  gladios  hostiles  inter  et  iras 

Pontiflcem  meritis  baec  celebrasse  suis. 
Tu  modo  sanctorum  cui  crescere  constat  bonores 

Fac  sub  pace  coli  tecta  dicata  tibi l. 

E  pure  nei  tristi  tempi  d'Italia  il  pontificato  di  Onorio  I  (f  638) 
segna  di  nuovo  un'  epoca  di  grandi  ristauri  ed  abbellimenti  nelle 
chiese  di  Roma  e  di  un  qualche  rifiorimento,  non  diciamo  della 


1  Do  Rossi  htscript.  II,  1  p.  63«  100.  157.  Cf.  Dtichesno  Liber  ponti ficalis  I  p.  310  not.  5. 


120 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  G.  — 


Pregio  estetico, 


poesia  epigrafica,  ma  del  verseggiare.  Diversi  edificii  sacri,  eretti 
od  ornati  da  Onorio  I,  furono  da  lui  decorati  con  versi,  l'autore 
dei  quali  probabilmente  fu  egli  stesso.  Non  gli  era  però  dato 
di  risplendere  come  un  Damaso;  i  suoi  versi  sono  troppo  lontani 
dall'arte  classica,  anzi  deturpati  da  errori  grammaticali  e  me- 
trici. Solamente  si  nota  in  essi  una  certa  naturalezza  e  libertà, 
pregi  molto  notevoli ,  perchè  nei  tempi  seguenti  le  iscrizioni 
metriche  di  Roma  sotto  l' influsso  irresistibile  del  bizantinismo 
mancano  anzitutto  di  questa  libertà.  La  scioltezza  delle  forme 
risalta  specialmente  in  un  Epigramma  de  aposiolis  in  Christi  ad 
coelos  ascensione  obslapescentibus,  il  quale  dall'antichità  a  lui 
viene  attribuito.  Dal  contesto  è  chiaro  eh'  esso  deve  essere  stato 
scritto  sotto  qualche  pittura  rappresentante  l'ascensione  di  Cristo 
e  gli  apostoli  raccolti  ai  suoi  piedi: 

1  Luce  videt  Christum  Petrus,  quem  nocte  negavit, 

Et  cecinit,  Dominum  porgere  ad  astra  suum. 

2  Territus  Andreas  orat:  Miserere,  Magister, 

In  regnimi  Patris  collige  discipulum. 

3  Iacobus  expavit,  hominem  per  nubila  ferri; 

Supponit  scapulas,  dat  pia  vota  Deo. 

4  Haeret  ab  aspectu  tremulus  per  membra  Ioannes, 

Et  turbatus,  adhuc  sic  stetit  ut  placeat. 

5  Quem  sequimur?  Te,  Christe,  vocat  sine  voce  Philippus: 

Num  proiectus  ego,  liber  et  implicitus? 
c    Bartholomaee,  pedes  Christi  pendere  tremiscis, 

Et  vis,  si  capias,  tendere  posse  manus. 
7    Thomas,  ex  toto  nondum  satiatus  amore, 

Se  palpare  putat  vulnera,  membra,  latus. 
s    Matthaeus,  muto  similis  per  scripta  locutus; 

Nam  timor  invasit  nota  tacere  senem. 
o    Iacobus  Alphaei  pallet,  sine  morte  sepultus, 

Dans  comites  oculos,  reddere  quod  potuit. 
io   Hic  stupet  attonitus  Simon  migrasse  Tonantem, 

Et  fugit  affectans  fulgura  velie  pati, 
n   Matthias  portae  coeli  defixus  inhaeret, 

Omnia,  cuni  Christo  teste,  abiisse  putans. 
12   Iudas,  e  cunctis  corpus  sine  fronte  levatus, 

Conspicit  occisum  vivere  in  orbe  Deum  l, 

1  Bibliotheca  Patrum  ed.  Lugdunensis  12,  214;  Migne  Pat.  lat.  80,  483.  Primo  pub- 
blicato da  Georg.  Fabricius  PoetaPtòM  eccles.  opp.  (1564),  commeut.  p.  10. 


Tempo  bizantino.  Un  epigramma  di  Onorio  1. 


121 


La  rappresentazione  degli  apostoli  descritta  in  questo  epi- 
gramma era  facilmente  eseguita  secondo  il  tipo  d'una  immagine 
a  fresco,  che  esiste  ancora  nella  chiesa  sotterranea  di  san  Clemente 
alle  falde  del  Celio.  È  una  pittura  assai  rozza  dei  tempi  di  papa 
Leone  IV,  il  quale  vi  è  anch'  esso  rappresentato.  Ne  diamo  una 
riproduzione  presa  colla  fotografia  nella  tav.  VI  di  questo  volume. 

Confrontando  l' immagine  col  carme  sopra  citato  si  riconosce 
senz'  altro  in  mezzo,  nel  primo  apostolo  a  destra  di  chi  guarda, 
san  Pietro,  che  occupa  il  posto  di  onore  e  sembra  guardare  col 
gesto  d'uomo  confuso  in  alto  a  Cristo  (quem  nocte  negami  dist.  1°). 
L'apostolo  secondo  per  dignità,  il  primo  a  sinistra  di  chi  guarda, 
è  sant'Andrea  nell'attitudine  in  cui  gli  antichi  solevano  pregare 
(Andreas  órat  dist.  2°).  Di  poi  si  vedono  nella  pittura,  con  una 
certa  simmetria  disposti  a  destra  ed  a  sinistra  due  apostoli,  che 
stanno  inclinati,  e  due  altri,  che  stendono  il  braccio  in  alto. 
Quello  che  si  curva  presso  Pietro  deve  essere  san  Giacomo  (sup- 
ponit  scapulas  dist.  3°),  e  l'altro  presso  Andrea  l'apostolo  Simone 
(fugit  affectans  fidgura  velie  pati  dist.  10°).  Dei  due,  che  stendono 
il  braccio,  l' uno  sarà  Bartolomeo,  il  quale  giusta  il  poema  cerca 
di  afferrare  i  piedi  di  Cristo  elevato  (Et  vis,  si  capias  ecc.  dist.  6°), 
ed  il  secondo  sarà  quello  che  nel  poema  segue  immediatamente, 
cioè  Tommaso  pieno  di  desiderio  di  porre  la  mano  nelle  ferite 
del  suo  Signore  (se  palpare  pittai  ecc.  dist.  7°). 

Rimangono  gli  altri  sei  apostoli,  fra  i  quali  si  possono  al 
mio  credere  riconoscere  due,  cioè  Matteo  nell'ultimo  a  destra, 
il  quale  tiene  la  mano  sulla  bocca  (muto  similis  dist.  8°)  e  porta 
il  rotolo  (per  scripta  locutus),  e  Giuda  nell'apostolo,  che  a  sinistra 
della  serie  si  eleva  colla  testa  sopra  tutti  gli  altri  (e  cunctis  ..  le- 
vatus  dist.  12). 

In  un  luogo  separato,  nel  centro  della  scena  e  sopra  il  vano, 
dove  pare  che  fosse  incastrata  una  pietra  rappresentante  il  monto 
Oliveto,  sta  degnamente  la  madre  di  Cristo,  espressa  nell'atteg- 
giamento di  orante,  collo  sguardo  volto  al  figliuolo,  dal  quale  si 
deve  separare. 

Il  gruppo  del  Salvatore  fra  gli  angeli  è  il  solito  delle  antiche 
rappresentazioni  dell'ascensione 

1  II  de  Rossi  adduce  otto  altre  iscrizioni  metriche  poste  da  Onorio  su  diversi  edificii 
od  oggetti  {Inscrivi.  II,  1  p.  xi.iv).  La  principale  è  l'iscrizione  del  battente  sinistro  della 


122 


HI.  Iscrizioni  di  Vtoma  n.  6.  — 


Pregio  esletico, 


Così  adunque  la  pittura  di  san  Clemente  ci  avrebbe  conser- 
vato in  qualche  maniera  i  lineamenti  della  perduta  pittura  di 
Onorio  I,  descritta  da  lui  nei  versi  sopra  recitati. 

Nei  tempi  posteriori  ad  Onorio  le  iscrizioni  ebbero  la  sorte 
delle  pitture  e  dei  musaici,  cioè  d' una  deplorevole  decadenza. 
In  fatti  i  musaici  delle  chiese  romane  del  secolo  settimo  corri- 
spondono in  quanto  all'arte  alle  iscrizioni  che  vi  furono  messe 
sotto;  per  esempio  la  imperfetta  rappresentazione  dei  martiri 
Primo  e  Feliciano  nell'abside  di  santo  Stefano  Rotondo  sul  Celio 
corrisponde  all'iscrizione  postavi  da  Teodoro  I  (f  649): 

Aspicis  aut'ATVM  coelesti  culmine  tectum 
AstrifeRVMque  micans  preclaro  lvmine  fvltvm  1 

e  così  le  immagini  dei  santi  nell'oratorio  di  san  Venanzio  presso 
il  battistero  lateranense  trovano  un  riscontro  nei  versi  sottoposti 
da  Giovanni  IV  (f  642): 

MARTYRIBVS  CHRISTI   DOMINI  PIA  VOTA  IOHANNES 

REDDIDIT  ANTISTES  SANCTIFICANTE  DEO 
AC  SACRI  FONTIS  SIMILI  FVLGENTE  METALLO 

PROVIDVS  1NSTANTER  HOC  COPVLAVIT  OPVS 
QVO  QVISQVIS  GRAD1ENS  ET  CHRISTVM  PRONVS  ADORANS 

EFFVSASQVE  PRECES  MITTAT  AD  AETHRA  SVAS  2. 

Soggiungiamo  infine  la  riproduzione  fototipica  di  questa  im- 
portante opera  musiva.  Come  le  figure  dei  detti  musaici  sono 
fuor  di  natura  lunghe,  senza  espressione  di  vita  e  con  esagerata 
solennità,  insomma  una  storpiatura  di  disegno,  così  anche  ai 
versi  manca  la  naturale  bellezza;  vi  si  trova  un'  arte,  o  piut- 
tosto un  artificio  pedantesco,  congiunto  a  debolezza  di  pensiero 

porta  di  san  Pietro  in  Vaticano,  la  quale  abbiamo  recitata  sopra  p.  108.  Quella  del  bat- 
tente destro  cominciò:  «  Lumine  sed  magno  vibrare  ianua  cerno  »,  e  diede  in  sette  distici 
una  descrizione  della  porta.  La  differenza  fra  gli  otto  epigrammi  suddetti  e  l' epigramma 
De  apostolis  ..  obstupescentibus  non  è  tanta,  che  non  tutti  possano  essere  di  Onorio  me- 
desimo, il  quale  come  colto  ed  erudito  vien  lodato  nella  sua  piccola  biografia  nel  Liber 
pontificalìs  (ed.  Duchesne  I  p.  323  n.  119)  e  nel  suo  epitaffio  (doctrina  potens;  vedi  p.  125 
di  questa  dissertazione).  Non  so  perchè  il  de  Rossi,  come  autore  degli  otto  epigrammi 
voglia  piuttosto  ammettere  un  certo  Bonus  o  Donus,  di  dubbia  lezione,  discepolo  di  Onorio, 
che  ha  composto  l'epitaffio  del  pontefice,  secondo  l'ultimo  distico  del  medesimo. 

1  De  Rossi  Musaici  fase.  15  s.  Duchesne  Liber  pontificalìs  I  p.  334  not.  9.  Ciampini 
Velerà  Monim.  II  tav.  32. 

*  De  Rossi  Musaici  fase.  13  s.;  Inscr.  II,  1  p.  148.  425.  Duchesne  ib.  p.  330  not.  3. 
Si  veda  la  tavola  cromotipica  di  una  serie  di  figure  di  questo  musaico  noi  primo  volume 
dolla  mia  opera  /  papi  del  medio  eoo. 


Tempo  bizantino,  secolo  VII  e  VITI. 


123 


e  di  stile.  Una  simile  osservazione  vale  pei  versi,  che  a  santo 
Stefano  Rotondo  ornavano  altri  lavori  del  suddetto  papa  Teodoro. 

Exquirens  pietas  tectum  decorare  sacratimi 
Pastoris  summi  Theodori  corderai  erexit. 
Qui  studio  magno  sanctorum  corpora  cui  tu 
Hoc  dedicavit,  non  patris  noglecta  reliquit 

Alla  fine  del  secolo  settimo  la  vita  letteraria  e  l'arte  in  Roma 
sono  per  così  dire  spente,  e  non  risorgono  per  tutto  il  secolo  se- 
guente, finché  i  Franchi  sotto  Adriano  I  e  Leone  III  fanno  rifluire 
nuova  vita  nelle  vene  dell'eterna  città.  Una  prova  della  decadenza 
nel  secolo  ottavo  è  fra  le  altre  cose  il  non  trovarsi  nè  anche  una 
sola  iscrizione  metrica,  che  sia  stata  composta  a  Roma;  in  alcuni 
casi  si  prendevano  in  prestito  i  versi  da  altre  città.  Le  iscrizioni 
romane  in  prosa  poi  sono  per  gusto  e  forma  assai  cattive.  Diamo 
il  testo  di  una  iscrizione  composta  in  una  prosa  ritmica  e  che  fi- 
nisce perfino  con  un  verso  rimato.  Essa  si  trova  ancora  nell'  ori- 
ginale a  san  Clemente  e  rappresenta  un  genere  di  iscrizioni  più 
frequente  di  altri  in  quel  secolo,  cioè  di  donazioni  fatte  alle  chiese: 

1      HIISRAHELITICVS  DEO  OFFEREBAT  POPVLVS  RVRI 

ALIVS  QVIDEM  AVRVM  ALIVS  NAMQVE  ARGENTVM 

Q       VIDAM  COQVE  AES  QVIDAM  VERO  PILOS  CAPRARVM 

INFELIX  AVTEM  EGO  GREGORIVS  PRIMVS  PBRESBYTER  ALMAE 

5      S        EDIS  APOSTOLICAE  HVIVSQVE  TITVLI  GERENS 

CVRAM  BEATI  SVPPREMVS  CLIENS  CLEMENTIS 

O       FFERO  DE  TVIS  HAEC  TIBI  CHRISTE  THESAVRIS 

TEMPORIBVS  SANCTISSIMI       ZACCHARIAE  PRESVLIS  SVMMI 
P       ER  MARTVREM  ET  SANCTVM  PARVA  MVNVSCVLA  TVVM 
10  CLEMENTEM  CVIVS  MERITIS  MEREAR  DELICTIS  CARERE 

A       TQVE  AD  BEATAM  AETERNAM  INGREDI  VITAM 

AISTI  QVANTVM  HABES  REGNVM  VALET  CAELORVM 
S        VSCIPE  HOS  DOMINE  VELVT  MINVTA  VIDVAE  QVESO 

VETER1S  NOVIQVE  TESTA MENTORVM  DENIQVE  LIBROS 
15      O       CTATEVCHVM  REGVM  PSALTERIVM  AC  PROFETAR V  M 
SALOMONEM  ESDRAM  STORIARVM  ILICO  PLENOS 

REQVIRE  SYLLABARVM  LECTOR  SEQVENTIAM  HARVM  2 

1  De  Rossi  Inscr.  II,  1  p.  152.  L'iscrizione  sembra  dire,  che  i  lavori  relativi  furono 
già  cominciati  dal  padre  di  Teodoro.  Il  de  Rossi  preferisce  di  trovarvi  un'allusione  alla 
traslazione  del  corpo  del  padre  nella  chiesa,  traslazione  per  altro  non  nota.  Forse  nel 
verso  quarto  in  vece  di  neglecta  reliquit  si  dove  leggere  relieta  neijlexit. 

2  Dall'originale  nella  basilica  di  san  Clemente.  Cf.  Marini-Mai  pag.  224.  Bartolini, 
Santo  Zaccaria  papa  p.  [1].  Galletti  Inscript.  Rom.  I  p.  coevi.  La  riproduzione  fotogra- 


124 


III.  Iscrizioni  di  Poma  n.  Ci.  — 


Pregio  estetico, 


Chi  esamina  quest'iscrizione  coi  suoi  poveri  quasi  versus  ed 
insieme  gli  altri  miseri  avanzi  epigrafici  in  prosa  del  secolo 
ottavo,  troverà  che  non  a  torto  dice  il  de  Rossi:  «  Desuetudo 
rectae  versificationis  latinae  R.omae  eo  pervenerat,  ut  vix  quis- 
quam  grammaticorum  urbis  capax  iam  esset  condendi  ab  integro 
titulos  metricos  sive  aedium  sacrarum  sive  sepulcrorum  sive 
codicum  » 

Perfino  gli  elogii  sepolcrali  dei  papi,  che  scarseg- 
giavano già  dopo  la  metà  del  secolo  settimo,  nell'ottavo  ammu- 
toliscono affatto. 

Gli  epigrammi  delle  tombe  pontificie  fin  dai  primi  tempi  dopo 
Costantino  si  erano  sempre  mantenuti  in  qualche  altezza,  talmente 
che  esse  come  le  migliori  opere  poetiche  delle  relative  età,  rispec- 
chiano in  certa  maniera  il  grado  della  civiltà.  E  da  dolersi,  che 
non  conosciamo  più  tutta  la  serie  di  questi  testi,  importanti  anche 
per  il  loro  contenuto  storico.  Il  primo  conservato  dopo  l'età  di 
Costantino  è  quello  di  Liberio  (f  366),  pubblicato  e  commentato 
tanto  sagacemente  dal  de  Rossi  2.  Del  settimo  secolo  abbiamo 
solamente  i  sette  epitaffii  dei  papi  da  san  Gregorio  Magno  (f  604) 
fin  ad  Onorio  (f  638),  e  poi  di  quello  di  Teodoro  (f  649)  il  prin- 
cipio, e  di  quelli  di  Agatone  (f  681),  Benedetto  II  (f  685)  e 
Giovanni  V  (f  686)  il  testo  intero. 

L' iscrizione  sepolcrale  di  Bonifazio  III  (f  607)  può  servire 
come  esempio  degli  epitaffii  pontificii  dei  quattro  predecessori 
di  Onorio.  Essi  hanno  tutti  uno  stesso  carattere,  abbondano 
tutti  nella  lode  delle  qualità  personali  del  defunto ,  e  tutti 
fanno  la  medesima  apostrofe  alla  morte,  che  ha  rapito  un  tal 
uomo  alla  vita.  Così  dunque  si  verseggiava  in  onore  di  Boni- 
fazio III: 

fica  della  prima  metà  si  trova  nella  tavola  IV  n.  2  in  fine  del  presente  volume.  Le  parole 
non  sono  staccate  l'una  dall'altra,  ed  in  fine  di  ogni  verso  è  aggiunta  l'edera.  Non  si 
vede  chiaro,  so  l'ultimo  verso  scolpito  in  carattere  più  piccolo,  eoll'espressione  sequenlia 
syllàbarum  accenni  ad  un  acrostico  nell'epigrafe. 

1  De  Rossi  Ihscript.  II,  1  p.  xi.vn. 

2  De  Rossi  Bullcllino  <ìi  archeol.  crisi.  1883,  p.  5  ss.  ;  Inscript.  II,  1  p.  83.  87;  e 
di  nuovo  Bullett.  1890,  p.  123  ss.;  Duchesne  Liber  pontifìcalis  I,  p.  210  not.  19;  II,  p.  5P>4.  — 
Dopo  Liberio  abbiamo  le  copie  degli  epitaffii  dei  seguenti  dicci  papi  (fin  al  secolo  settimo): 
Damaso,  Silicio,  Celestino  I,  Anastasio  II,  Ormisda,  Giovanni  I,  Felice  IV,  Bonifazio  II, 
Giovanni  li  e  Pelagio  I. 


Elogii  dei  papi  nel  secolo  VII. 


125 


Postquara,  mors,  Christi  prò  nobis  morte  peristi 

In  Domini  famulos  nil  tibi  iuris  erit. 
Pone  trucem  rabiem,  non  est  saevire  potestas; 

Aut  quid  vieta  furis  non  nocitura  piis? 
Hoc  siquidem  melius  dimisso  vivitur  orbe, 

Cum  tamen,  ut  vivat,  hic  sibi  quisque  facit. 
Hoc  sita  sunt  papae  Bonifati  membra  sepulchro, 

Pontificale  sacrimi  qui  bene  gessit  opus, 
Iustitiae  custos,  rectus  patiensque,  benignus, 

Cultus  in  eloquiis  et  pietate  placens. 
Fletè  ergo  mecum  pastoris  funera,  cuncti 

Quos  taedet  citius  his  caruisse  bonis. 
Hic  requievit  Bonefatius.  qui  sedit  menses  vii  dies  xxn.  Depositus  pridie 
idus  nov.,  imperante  dom(no)  n(ostro)  Foca  p(er)p(etuo)  aug(usto)  anno  vi, 
indict(ione)  xi 

L'iscrizione  della  tomba  di  Onorio  è  molto  più  istruttiva 
sotto  riguardo  storico.  Essa  dimostra  la  grande  stima  che  ebbero 
i  contemporanei  delle  gesta  del  suo  pontificato  e  dei  suoi  costumi 
formati  sul  modello  di  Gregorio  Magno  (..  Magistri  ..  Gregorii 
tanti  vestigia  insti  dum  sequeris)  ;  essa  parla  del  felice  esito 
degli  atti  del  papa  contro  lo  scisma  dei  tre  capitoli  in  Italia  e 
contro  l'arroganza  dei  Giudei;  loda  anche  la  pacifica  azione  di 
Onorio  in  prò  di  Roma  e  dell'Italia: 

Pastorem  magnimi  laudis  pia  praemia  lustrant, 

Qui  functus  Petri  hac  vice  summa  tenet. 
Effulgit  tumulis  nani  praesul  Honorius  istis, 

Cuius  magnanimum  nomen  bonorque  manet. 
Sedis  apostolicae  meritis  nam  iura  gubernans 

Dispersos  revocat,  optima  lucra  refert  ; 
Utque  sagax  animo,  divino  in  Carmine  pollens, 

Ad  vitam  pastor  ducere  novit  oves. 
Histria  nam  dudum  saevo  sub  scismate  fessa 

Ad  statuta  patrum  teque  monente  redit. 
Iudaicae  gentis  sub  te  est  perfidia  vieta, 

Sic  unum  Domini  reddis  ovile  pium. 
Adtonitum  patriae  sollers  sic  cura  movebat, 

Optata  ut  populis  esset  ubique  quies. 
Quem  doctrina  potens,  quem  sacrae  regula  vitae 

Pontificum  pariter  sanxit  habere  decus. 


1  De  Rossi  ib.  II,  1  p.  12G.  141. 


126 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  C.  —  Pregio  esletico, 


Sanctiloqui  semper  in  te  commenta  magistri 

Emicuere  fui  tanquam  fecunda  nimis. 
Namque  Gregorii  tanti  vestigia  iusti 

Dum  sequeris  cupiens  et  meritumque  geris. 
Aeternae  lucis  Christo  dignante  perennem 

Cam  patribus  sanctis  posside  iamque  diem. 
His  ego  epytaphiis  merito  tibi  carmina  solvi, 

Quod  patris  eximii  sim  Bonu3  (?)  ipse  memor  l. 

Aggiungiamo  gli  epitaffi  di  Agatone  e  di  Giovanni  V,  sola- 
mente per  mostrare,  che  era  impossibile  ai  verseggiatori  di 
quell'età  ritornare  alla  modesta  bellezza  ed  alla  forma  concisa, 
che  abbiamo  ancora  trovato  nell'  epitaffio  di  san  Gregorio 
Magno  (p.  104).  L'epitaffio  di  Agatone  ci  è  conservato  in  tre 
raccolte  epigrafiche. 

Pontificalis  apex  virtutum  pondcre  fultus 

Ut  iubar  irradiat,  personat  ut  tonitrus. 
Quae  monet  hoc  peragit,  doctrinae  fomes  et  auctor; 

Format  enim  gestis  quos  docet  eloquiis. 
Dum  simul  aequiperat  virtus  et  culmen  honoris, 

Officium  decorat  moribus,  arte  gerit. 
Praeditus  his  meritis  antistes  sumraus  Agatho 

Sedis  apostolicae  foedera  firma  tenet. 
En  pietas,  en  prisca  fides!  insignia  patrum 

Intemerata  manent  nisibus,  alme,  tuis. 
Quis  vero  dinumeret  morum  documenta  tuorum, 

Formula  virtutum  dum  tua  vita  foret? 2 

Mentre  la  precedente  iscrizione  d'un  papa  così  importante 
nella  storia,  come  fu  Agatone,  non  ne  sa  ricordare  alcun  fatto, 
tenendosi  esclusivamente  sulle  generali,  la  seguente  di  Giovanni  V 
nota  almeno  del  tempo  prima  del  suo  pontificato  la  sua  presenza 
nel  concilio  ecumenico  sesto  convocato  sotto  Agatone.  Essa  ci 
è  conservata  intera  solamente  nel  codice  laureshamense. 

Iohannem  tumulus  vatem  tegit;  astruat  aetas 

Optima  coepta  viri,  si  foret  et  spatium. 
Hic  et  in  extremis  sollers  fidusque  minister 

Claruit  et  primus  iure  levita  fuit. 

1  De  Rossi  ib.  II,  1  i>.  127.    Duchesne  Liber  pontiflcalis  I  p.  326. 
*  De  Rossi  ib.  II,  1  p.  52.  129.  157. 


Epitafjli  dei  papi  nel  secolo  VII  ed  Vili. 


127 


Missus  ad  imperium  vice  praesulis  extitit  auctor, 

Hunc  raemorant  synodus  pontificisque  tomus. 
Cum  titulis  fidei,  vigilantia  quanta  regendi, 

Commissas  animas,  ne  lupus  hostis  oves 
Carperet  ammixtus,  premeretve  potentior  imum  ! 

Iustitiam  cunctos  nisus  habere  parem  ; 
Providus,  humanus,  firmus  verusque  sacerdos 

Nil  temere  atque  nimis  pendere  cuncta  gerens  *. 

Abbiamo  detto  di  sopra,  che  nel  secolo  ottavo  ammutoliscono 
le  iscrizioni  sepolcrali  dei  papi.  Ecco  gli  unici  testi,  che  a  noi 
si  offrono.  Giovanni  VII  (-J- 707)  fece  scrivere  sul  suo  sepolcro: 

(focus)  IOHANNIS  SERVI  SANCTAE  MA  RIA  E  2. 

Gregorio  III  (f  741)  ebbe  l'iscrizione: 

Tertius  hic  papa  Gregorius  est  tuinulatus  3. 
Di  Stefano  II  (f  757)  abbiamo  nelle  copie  l'unico  verso: 
Subiacet  hic  Stephanus  romanus  papa  secundus  4 

e  del  suo  immediato  successore  Paolo  (f  767)  solamente  le  parole: 

Hic  requiescit  Paulus  papa  3. 

Il  de  Rossi  ritiene  il  verso  della  tomba  di  Stefano  II,  tra- 
mandato (come  anche  l' iscrizione  di  Paolo)  dal  solo  Pietro  Mallio, 
per  il  principio  d'un  epitaffio  più  lungo.  Ma  pare,  che  la  digiuna 
forma  dell'iscrizione  in  prosa  del  suo  successore  renda  impro- 
babile la  supposizione  d' un  intero  carme  in  memoria  di  Stefano. 

Migliori  tempi  annunzia,  almeno  per  un  breve  spazio,  la  sopra 
accennata  iscrizione  sepolcrale  di  Adriano  I  (f  795),  composta, 
come  sembra,  da  Alcuino  e  fatta  scolpire  da  Carlo  Magno  amico 
e  fautore  di  Adriano  su  quella  tavola  di  marmo  nero,  la  quale 
ancor  oggi  nell'atrio  di  san  Pietro  in  Vaticano  si  offre  a  chi 
entra.  Come  monumento,  tenuto  in  ispeciale  onore  dai  pellegrini 
che  venivano  dai  paesi  settentrionali  a  visitare  la  città  eterna, 
non  deve  omettersi  nelle  presenti  pagine: 


1  De  Rossi  ib.  II,  1  p.  129;  cf.  p.  207. 

2  Vedi  cap.  10  n.  17  colla  tav.  II  n.  7. 

3  Mallio  presso  de  Rossi  ib.  II,  1  p.  201  a.  3  o  pag.  460. 
*  De  Rossi  ib.  II,  1  p.  212. 

5  De  Rossi  ib.  II,  1  p.  203. 


128 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  0.  —  Pregio  estetico, 


HIC  PATER  ECCLESIAE  ROMAE  DECVS  INCLYTVS  AVCTOR 

HADRIANVS  REQVIEM  PAPA  BEATVS  HABET 
VIR  CVI  VITA  DEVS  PIETAS  LEX  GLORIA  CHRISTVS 

PASTOR  APOSTOLICVS  PROMPTVS  AD  OMNE  BONVM 
5     NOBILIS  EX  MAGNA  GENITVS  IAM  GENTE  PARENTVM 

SED  SACRIS  LONGE  NOBILIOR  MERITIS 
EXORNARE  STVDENS  DEVOTO  PECTORE  PASTOR 

SEMPER  VBIQVE  SVO  TEMPLA  SACRATA  DEO 
ECCLESIAS  DONIS  POPVLOS  ET  DOGMATE  SANCTO 
10         IMBVIT  ET  CVNCTIS  PANDIT  AD  ASTRA  VIAM 
PAVPERIBVS  LARGVS  NVLLI  PIETATE  SECVNDVS 

ET  PRO  PLEBE  SACRIS  PERVIGIL  IN  PRECIBVS 
DOCTRINIS  OPIBVS  MVRIS  EREXERAT  ARCES 

VRBS  CAPVT  ORBIS  HONOR  INCLYTA   ROMA  TVAS 
15     MORS  CVI  NIL  NOCVIT  CHRISTI  QVAE  MORTE  PEREMPTA  EST 

IANVA  SED  VITAE  MOX  MELIORIS  ERAT 
POST  PATREM  LACRIMANS  KAROLVS  HAEC  CARMINA  SCRIBSI 

TV  MIHI   DVLCIS  AMOR  TE  MODO  PLANGO  PATER 
TV  MEMOR  ESTO  MEI  SEQVITVR  TE  MENS  MEA  SEMPER 
20         CVM  CHRISTO  TENEAS  REGNA  BEATA  POLI 
TE  CLERVS  POPVLVS  MAGNO  DILEXIT  AMORE 

OMNIBVS  VNVS  AMOR  OPTIME  PRAESVL  ERAS 
NOMINA  IVNGO  SIMVL  TITVLIS  CLARISSIME  NOSTRA 

HADRIANVS  KAROLVS  REX  EGO  TVQVE  PATER 
25     OVISQVE  LEGAS  VERSVS  DEVOTO  PECTORE  SVPPLEX 

AMBORVM  MITIS  DIC  MISERERE  DEVS 
HAEC  TVA  NVNC  TENEAT  REQVIES  CARISSIME  MEMBRA 

CVM  SANCT1S  ANIMA  GAVDEAT  ALMA  DEI 
VLTIMA  QVIPPE  TVAS  DONEC  TVBA  CLAMET  IN  AVRES 
30         PRINCIPE  CVM  PETRO  SVRGE  VIDERE  DEVM 
AVDITVRVS  ERIS  VOCEM  SCIO  IVDICIS  ALMAM 

INTRA  NVNC  DOMINI  GAVDIA  MAGNA  TVI 
TVNC  MEMOR  ESTO  TVI  NATI  PATER  OPTIME  POSCO 

CVM  PATRE  DIC  NATVS  PERGAT  ET  ISTE  MEVS 
35     O  PETE  REGNA  PATER  FELIX  CAELESTIA  CHRISTI 

INDE  TVVM  PRECIBVS  AVXILIARE  GREGEM 
DVM  SOL  IGNICOMO  RVTILVS  SPLENDESCIT  AB  AXE 

LAVS  TVA  SANCTE  PATER  SEMPER  IN  VRBE  MANET 
SEDIT  BEATAE  MEMORIAE  HADRIANVS  PAPA  ANNOS  XXIII  MEN- 
40         SES  X  DIES  XVII  OBIIT  VII  KALENDAS  IANVARIAS  l. 


1  De  Rossi  L'inscription  du  tombeau  <(' Ihulrìen  1  nelle  Mclanges  (Varch.  et  d'hist. 
t.  Vili  (1888)  p.  478  ss.    Inscript.  II,  1  p.  xlvmi.  411. 


Adriano  I.    Le  raccolte  epigrafiche. 


129 


7.  Le  raccolte  epigrafiche  anteriori  al  secolo  decimo. 

Non  nel  secolo  ottavo,  come  si  credette  finora,  ma  molto 
prima  si  cominciò  a  Roma  a  fare  raccolte  delle  iscrizioni  cri- 
stiane, ed  insieme  delle  pagane,  poste  dentro  e  fuori  della  città. 

Si  era  avvezzi  ad  ascrivere  alla  scuola  di  Alcuino  ed  agli 
alacri  studi  letterarii  dei  Franchi  l' iniziativa  di  simili  raccolte. 
Si  appellò  specialmente  alle  due  sillogi  epigrafiche  dell'età  caro- 
lingica,  l'una  del  monastero  di  Einsiedeln  in  Svizzera,  l'altra 
del  codice  palatino  n.  833  nella  biblioteca  vaticana,  solite  chia- 
marsi i  precursori  più  antichi  della  scienza  epigrafica  moderna. 
Spesso  inoltre  si  aggiunse  la  falsa  supposizione,  che  ambedue  le 
dette  sillogi  fossero  state  composte  a  scopo  esclusivamente  sco- 
lastico, cioè  per  offrire  modelli  di  testi  epigrafici  a  chi  voleva 
lare  simili  iscrizioni  ;  quasi  che  gli  autori  non  avessero  meno- 
mamente pensato  allo  scopo  storico  e  letterario  proprio  della 
scienza  epigrafica. 

Frattanto  già  il  Mommsen  avea  riconosciuto,  che  i  due  ac- 
cennati raccoglitori  non  possono  stimarsi  i  primi  fra  tutti,  e  che 
particolarmente  l' Einsidlense  compilando  la  sua  raccolta  doveva 
avere  innanzi  a  sé  iscrizioni  copiate  già  da  altri  !.  E  merito  del 
de  Rossi  aver  dimostrato,  che  bisogna  far  risalire  i  primi  ten- 
tativi di  somiglianti  sillogi  romane  a  quasi  due  secoli  e  mezzo 
prima  dell' Einsidlense.  Nello  spesso  citato  secondo  volume  delle 
sue  Inscriptiones  egli  porta  argomenti  decisivi,  che  dimostrano, 
esser  tali  sillogi  non  solo  esistite  ma  già  divulgate  al  tempo  di 
Boezio  e  di  Cassiodorio,  ed  aver  esse  compreso  ugualmente  iscri- 
zioni cristiane  e  pagane,  testi  di  edificii  pubblici,  di  chiese  e  di 
sepolcri.  Impariamo  di  poi  dalla  sua  argomentazione,  come  cotali 
raccolte  traevano  origine  dal  bisogno  pratico  e  locale,  e  come  si 
prefiggevano  insieme  fin  ad  un  certo  grado  uno  scopo  scientifico. 

I  primi  compilatori  delle  suddette  sillogi  epigrafiche  non  erano 
uomini  letterati,  come  Boezio  o  Cassiodorio;  nessun  vestigio  si 
trova  d'una  collaborazione  dei  due  nominati  sommi  uomini  nè 
di  altri  grandi  eruditi  a  simili  opere.  Gli  autori  erano  piuttosto 

1  Silzungsberichte  der  S'ichsisclien  Gesellschaft  d.  ìViss.  1850  pag.  288.  Corp.  In- 
script.  Int.  VI  pag.  ix. 

Gkisab,  Analecta  romana,  voi.  I.  9 


130 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  7.  — 


Le  raccolte  epigrafiche. 


le  guide  dei  viaggiatori,  che  accompagnando  i  forestieri  per  le 
strade,  le  chiese,  i  cimiteri  cristiani  di  Roma,  spiegavano  il 
senso  dei  monumenti  per  mezzo  anche  delle  loro  iscrizioni.  Tali 
guide  si  trovavano  in  tutte  le  grandi  città  dell'antichità;  in  Ales- 
sandria per  esempio  chiamavansi  TtcpirjyYiTa^  ed  erano  per  lo  più 
grammatici  o  pedagoghi.  Dalle  mani  di  codeste  guide  uscirono 
quei  fogli  con  copie  d' iscrizioni,  dei  quali  gli  autori  delle  raccolte 
dei  secoli  ottavo  e  nono  si  sono  serviti,  come  di  fonti,  aggiugnendo 
altre  cose  tolte  dagli  originali.  Non  esiste  più  nessun  esemplare 
dei  detti  fogli,  ma  a  giudicare  dalle  posteriori  raccolte  si  deve 
dire,  che  quelli  i  quali  furono  adoperati  negli  accennati  secoli 
erano  già  in  istato  guasto,  consumati  come  pare  dal  lungo  uso. 

Il  nuovo  risultato  piace  per  la  semplicità  e  naturalezza.  Le 
usanze  delle  guide,  che  dal  de  Rossi  vengono  recate  in  mezzo, 
dovevano  infatti  aver  luogo,  ed  erano  corrispondenti  ai  bisogni 
dei  viaggiatori.  Molti  di  quelli,  che  venivano  a  Roma,  alla  sede 
delle  maraviglie  del  mondo  pagano  e  cristiano,  certamente  desi- 
deravano di  conoscere  le  memorie,  di  che  si  interessavano,  dai 
testi  stessi,  solenni  e  pubblici  delle  iscrizioni,  ed  anche  di  portare 
seco  in  patria  nelle  copie  di  iscrizioni  i  testimoni!  così  della  loro 
visita  a  luoghi  tanto  memorabili  come  delle  storie  e  degli  avve- 
nimenti, che  con  essi  luoghi  si  collegavano;  per  tacere  del  pio 
desiderio  di  tanti  divoti  pellegrini  di  poter  celebrare  i  santi  delle 
chiese  e  dei  cimiteri  e  volgere  ad  essi  le  preghiere  col  nobile 
linguaggio  delle  loro  epigrafi.  E  così  sotto  l' industria  delle  guide 
dovevano  nascere  di  per  sè  quei  libretti  o,  se  si  vuole,  fogli  che 
formarono  il  fondamento  delle  nostre  sillogi  epigrafiche. 

L'editore  delle  Inscriptiones  christianae  ebbe  inoltre  ad  osser- 
vare, che  i  detti  libretti  lasciarono  nelle  posteriori  raccolte  dei 
vestigii  d' un  ordine  topografico,  col  quale  erano  composte  in 
corrispondenza  alla  loro  pratica  destinazione.  Questa  impronta 
topografica  ci  rimanda  di  nuovo  alla  loro  origine  sopra  descritta. 
Per  la  topografìa  dei  luoghi  sacri  di  Roma  abbiamo,  come  ognun 
sa,  i  preziosi  itinerarii  dei  pellegrini  del  secolo  settimo  ed  ottavo. 
I  libretti  epigrafici  adunque,  ordinati  anche  essi  con  un  sistema 
topografico,  erano  un  complemento  naturale  degli  itinerarii;  l'un 
lavoro  dipendeva  dall'altro,  e  talvolta  doveano  formare  ambidue 
un  tutto  solo. 


Origine  delle  raccolte. 


131 


Prima  di  entrare  nella  rivista  delle  prime  raccolte,  rimane 
a  fare  un  cenno  intorno  al  carattere  paleografico  delle  medesime 
raccolte.  È  cosa  certa,  che  le  più  antiche  raccolte  imitavano 
accuratamente  le  iscrizioni,  adoperando  lettere  maiuscole,  certo 
indizio  che  le  copie  si  facevano  dall'originale  stesso.  Così  la 
raccolta  einsidlense,  eziandio  nella  forma  in  che  ci  è  pervenuta, 
contiene  le  iscrizioni  greche  scritte  in  maiuscolo,  e  perfino  colle 
stesse  forme  proprie  di  ciascuna  età  in  cui  le  varie  iscrizioni  fu- 
rono incise.  Le  iscrizioni  latine  per  contrario  sono  nella  medesima 
raccolta  già  scritte  in  minuscolo.  Quella  così  scrupolosa  imitazione 
dei  testi  greci  si  può  solamente  spiegare  coli' ipotesi  che  il  co- 
pista non  intendesse  più  il  significato  delle  lettere  greche  e  non 
conoscesse  altro  mezzo,  che  il  facsimile,  per  rendersene  padrone. 

Accingendoci  ad  esporre  la  serie  ed  il  nesso  vicendevole 
delle  raccolte  epigrafiche  fa  d'uopo  avvertire,  che  noi  scegliamo 
un  metodo  diverso  da  quello  adoperato  dall'  illustre  nostra  guida. 
Mentre  il  de  Rossi  prende  in  esame  l'una  dopo  l'altra  le  rac- 
colte esistenti  anche  oggidì  nei  codici,  e  mostra  in  ciascuna  le 
compilazioni  anteriori,  messe  in  essa  a  profitto,  risalendo  così 
fino  alle  origini,  noi  invece  intendiamo  di  considerare  prima  le 
origini,  per  vedere  di  poi  in  maniera  più  chiara  e  comoda  la 
genesi  delle  raccolte  presenti.  Se  il  metodo  del  de  Rossi,  ne- 
cessariamente adoperato  da  lui  nelle  sue  indagini,  è  analitico,  la 
nostra  esposizione  si  potrà  dire  sintetica. 

1.  Il  primo  luogo  per  l'antichità  ottiene  una  raccolta  di  iscri- 
zioni non  solamente  di  Roma  ma  anche  di  Ravenna,  di  Rimini, 
di  Treviri  e  forse  di  altre  città.  Tutte  le  città  erano  ordinate 
in  gruppi  separati.  Questa  raccolta  doveva  comprendere  senza 
distinzione  iscrizioni  pagane  e  cristiane,  di  monumenti  pubblici 
e  di  sepolcri  privati.  Quel  poco  che  ce  n'  è  rimasto  sono  testi 
solamente  in  prosa.  L'origine  di  quest'album  epigrafico  d'un  viag- 
giatore, per  chiamarlo  così,  può  appartenere  al  secolo  sesto. 

Il  de  Rossi  ne  dà  stampato  l'unico  frammento  della  copia  ora  esistente, 
mostrando  che  già  ai  giorni  di  Alcuino  la  raccolta  si  era  conservata  in  fogli 
sciolti  assai  sciupati  e  quasi  illeggibili.  Egli  intitola  il  frammento  velus  mem- 


132         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  7.  —  Raccolte  epigrafiche, 


bruna  Scaligeri  i.  Pare  che  provenga  dalla  biblioteca  d'un  antico  mona- 
stero delle  Gallio.  Fu  scoperto  nel  secolo  decimosesto  da  Pietro  Pithou,  ed 
è  conservato  solo  nella  copia  fatta  da  Giuseppe  Scaligero  nel  codice  vati- 
cano lat.  n.  9146.  Nell'edizione  del  de  Rossi  forma  la  Sylloge  I. 

2.  Una  seconda  raccolta  fu  composta  anch'essa  probabilmente 
nel  secolo  sesto,  che  non  si  scostava  molto  dalla  precedente,  ma 
questa  conteneva  iscrizioni  di  Roma  esclusivamente.  Pare  che 
in  essa  i  testi  pagani  prevalessero  di  numero  ai  cristiani.  Vi  oc- 
correvano iscrizioni  metriche  e  prosaiche,  ed  il  tutto  aveva,  sembra, 
una  disposizione  topografica.  Che  essa  abbia  avuto  origine  nel 
secolo  sesto,  si  conchiude  dall'assoluta  mancanza  di  iscrizioni 
composte  dopo  il  detto  secolo  fra  le  incirca  sessanta,  che  si  sa 
aver  appartenuto  alla  raccolta  2;  dopo  il  sesto  secolo  un  rac- 
coglitore non  avrebbe  tralasciato  certe  posteriori  iscrizioni,  che 
si  trovavano  nel  medesimo  luogo  delle  antiche  da  lui  copiate. 
La  più  recente  iscrizione  ammessa  fra  le  sessanta  è  quella  della 
biblioteca  di  Agapito  I  (j-  536)  postavi  da  questo  papa  3.  L'au- 
tore della  silloge,  come  si  raccoglie  da  diversi  indizii,  era  un 
uomo  istruito  e  capace,  che  sapeva  giudicare  di  difficili  e  dis- 
parati materiali  e  metterli  insieme  con  diligenza  ed  accuratezza. 
Quelle  parti  che  hanno  insieme  una  relazione  topografica,  egli 
le  ha  congiunte  insieme  in  maniera,  che  è  lecito  pensare  ad  una 
compilazione  da  fogli  preesistenti. 

3.  Una  propria  raccolta  si  riferiva  alle  iscrizioni  della  mole 
del  mausoleo  di  Adriano,  chiamato  oggi  Castel  sant'  Angelo  4. 
Essa  è  parallela  alla  precedente. 

4.  Al  settimo  secolo  si  deve  attribuire,  come  pare ,  una  sil- 
loge di  iscrizioni  suburbane  di  Roma,  della  quale  ci  restano 
ancora  sette  testi  epigrafici  5.  Principalmente  fin  dal  pontificato 
di  Onorio  I  furono  composti  tali  lavori  come  altresì  gì'  itinerari 
sopra  accennati,  ma  l'origine  di  essi  deve  reputarsi  anteriore. 
Colla  presente  silloge  del  settimo  secolo  fu  congiunto  forse,  fra 
altri  cataloghi  topografici,  un  itinerario  per  la  via,  che  menava 


1  Inscvipt.  christ.  II,  1  p.  3-4. 

2  De  Rossi  Inscript.  christ.  II,  1  pag.  18  n.  1-60. 

3  Vedi  sopra  a  pag.  98. 

4  De  Rossi  ibi  p.  1!'  h.  4-5Ó;  p.  29  n.  'il -71. 

5  De  Rossi  ib.  p.  30  n.  72-77. 


Nel  secolo  VI  e  VII 


133 


dalla  basilica  di  san  Pietro  a  quella  di  san  Paolo,  ed  addietro 
a  Roma  per  i  santuarii  delle  vie  ardeatina  ed  appia  l. 

5.  Della  fine  del  settimo  o  del  principio  dell'ottavo  secolo 
è  la  famosa  descrizione  di  Roma  stampata  da  Urlichs  2,  da  Iordan  3 
e  da  Laudani  4.  Essa  fu  fatta  evidentemente  coli'  aiuto  d' una 
pianta  ora  perduta  della  città.  Ciò  si  vede  dalla  maniera  colla 
quale  l'autore  enumera  i  monumenti  disposti  lungo  le  singole  vie, 
che  compongono  il  suo  itinerario  urbano.  La  descrizione  era 
differente  dagli  itinerarii ,  che  entravano ,  come  abbiamo  detto, 
nella  raccolta  n.  4;  le  denominazioni  dei  monumenti  nella  pre- 
sente descrizione  differiscono  da  quelle  usate  nell'altra  raccolta. 

Dalla  riunione  delle  diverse  compilazioni  notate  sotto  i  numeri  2,  3,  4 
e  5  nacque  la  cosidetta  Sylloge  Einsidlensis.  Il  codice  326  della  biblioteca 
dei  Benedettini  in  Einsiedeln,  il  quale  la  contiene,  è  del  secolo  nono  o  de- 
cimo, ed  il  suo  primo  possessore  fu,  per  quanto  si  può  vedere,  il  monastero 
di  Keicbenau.  La  accennata  riunione  dei  materiali  in  esso  presentati  fu  proba- 
bilmente fatta  verso  la  fine  dell'  ottavo  secolo.  Ma  quello,  che  la  fece,  disordinò 
le  raccolte  da  lui  adoperate,  separandone  falsamente  o  confondendone  le  ma- 
terie, quando  non  voglia  dirsi,  che  le  raccolte  stesse  si  trovavano  già  in  dis- 
ordine. L' autore  della  nuova  compilazione  escluse  le  iscrizioni  in  onore 
delle  divinità  pagane,  che  trovò  nelle  suddette  fonti,  ma  ammise  testi  pa- 
gani di  carattere  indifferente.  Egli  aggiunse  inoltre  iscrizioni  della  città  di 
Pavia,  dove  si  solevano  trattenere  i  viaggiatori  del  secolo  ottavo,  che  andavano 
a  Roma;  e  fra  queste  aggiunte  è  la  celebre  iscrizione  greca  sopra  citata, 
che  parla  di  san  Pietro  e  della  sua  rupe  (pag.  112). 

E  un  gran  vantaggio  per  gli  studii  topografici  su  Roma,  che  l'autore 
abbia  riunito  nella  sua  silloge  la  descrizione  delle  vie  e  dei  monumenti  della 
città  (sopra  n.  5).  Inoltre  gli  studii  liturgici  gli  debbono  esser  grati  d'un  appen- 
dice aggiunta  da  lui  a  quest'itinerario  romano,  appendice  che  tratta  delle  ceri- 
monie papali  nella  settimana  santa.  Quivi  abbiamo  esatte  indicazioni  sui  riti 
relativi,  quali  erano  in  uso  dopo  l'anno  G87,  e  le  indicazioni  possono  essere 
della  stessa  età  dell'itinerario  medesimo.  11  de  Rossi  pubblica  quel  testo 
liturgico  pur  la  prima  volta.  Ma  egli  stampa  di  nuovo  anche,  e  con  ragione, 
tutta  la  silloge  delle  iscrizioni,  sellitene  essa  si  contenga  o  tutta  o  in  parte, 
irià  nelle  pubblicazioni  del  Mabillon,  del  Haenel,  dell'Urlichs,  dell' Henzen  e 
del  Iordan.  L'edizione  del  de  Rossi  ora  è  la  più  accurata  e  la  più  com- 
pleta. Pei'  altro  già  il  Poggio  ed  il  Ciriaco  conoscevano  almeno  in  parte 

1  E  (|iiclln  che  fu  adoperato  a  ]>ag.  96. 

-  ('mici'  urbis  lìomae  topographicus  pag.  70  s. 

3  Topographie  der  Stadi  Rom  ìtn  Alterthum  II  pag.  G4G  ss. 

4  L'itinerario  di  Einsiedeln  (Monumenti  antichi  I  fase.  3)  pag.  7  ss. 


134 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  7.  — 


Raccolte  epigrafiche, 


questa  silloge  oggi  chiamata  Einsidlense.  Se  ne  hanno  quattro  antiche  copie 
manoscritte.  Presso  il  de  Rossi  la  Silloge  Einsidlense  è  la  seconda  ed  egli 
le  dà  anche  il  nome  di  Sylloge  Reichenauensis. 

6.  Nel  secolo  settimo  un  altro  anonimo  compilò  una  rac- 
colta epigrafica  contenente  iscrizioni  pagane,  iscrizioni  di  edifìzii 
pubblici  ed  iscrizioni  cristiane.  Vedi  più  sotto  n.  14. 

7.  Della  stessa  età  è  una  piccola  raccolta  di  tredici  epitaffìi 
pontificii  della  basilica  vaticana.  Il  papa  più  recente,  che  vi  oc- 
corre, è  Giovanni  V  (f  686);  dopo  il  secolo  settimo  nessun  papa 
vi  ha  l'iscrizione. 

8.  Nel  nono  secolo  troviamo  nell'alta  Italia  una  raccolta  di 
iscrizioni  pertinenti  a  quelle  regioni.  Il  de  Rossi  la  nomina  col- 
lectio  circumpadana  et  subalpina. 

9.  Similmente  nel  secolo  nono,  cioè  nei  suoi  primi  decennii, 
un  raccoglitore  anonimo,  forse  un  monaco  di  Lorsch  (monaste- 
rhim  Laureshamense)  nel  Wùrtemberg  in  Germania,  mette  in- 
sieme un  gran  numero  di  iscrizioni  metriche  di  Roma.  Egli  non 
dipende  da  altre  compilazioni,  ma  prende  i  suoi  testi  diretta- 
mente dai  monumenti  urbani.  L'autore  vede  ancora  a  Roma  doni 
votivi  sospesi  al  sepolcro  di  san  Pietro  da  papa  Adriano  I  e 
da  Carlomagno,  e  legge  l'iscrizione  poetica  di  papa  Onorio  I 
nella  porta  argentea  della  basilica.  Si  sa  che  tutte  queste  cose 
nell'846  divennero  preda  dei  Saraceni.  La  raccolta  è  dunque  certo 
anteriore  a  questa  data. 

Le  raccolte  enumerate  sotto  i  nn.  6,  7,  8  e  9  formano  il  Corpus  in- 
scriptionum  Laureshamense  nel  codice  della  biblioteca  vaticana  Palat.  n.  833. 
Uno  dei  più  bei  risultati  ottenuti  dal  de  Rossi  è  l'aver  potuto  disimpacciare 
questa  importante  raccolta  imbrogliata  in  maniera  singolare  nell'edizione 
fattane  dal  Grutero. 

Il  de  Rossi  ne  distingue  bene  i  quattro  elementi  che  la  compongono; 
anzi  li  separa  di  maniera  che  li  stampa  in  diverse  parti  della  sua  opera  se- 
condo il  loro  ordine  cronologico.  I  quattro  elementi ,  o  le  quattro  differenti 
sillogi  della  raccolta  [corpus),  ricevono  da  lui  le  seguenti  denominazioni  : 

Corporis  Laureshamensis  sylloge  quarta  (corrisponde  alla  raccolta  men- 
zionata da  me  sotto  il  numero  G;  è  nella  serie  del  de  Rossi  la  Sylloge  Vili. 

Corporis  Laureshamensis  sylloge  secunda  (sopra,  numero  7;  presso  il 
de  Rossi  Sylloge  XI. 

Corporis  Laureshamensis  sylloge  prima  (sopra,  numero  9  ;  presso  il  de 
Rossi  Sylloge  XIII. 


Net  secolo  Vii. 


135 


Corporis  Laureshamensis  sylloge  ierlia,  vel  circumpadana  et  subalpina 
(sopra,  numero  8;  presso  il  de  Rossi  Silloge  XVI). 

Anche  in  altro  luogo  il  de  Rossi  tratta  del  Corpus  Laureshamense,  con- 
siderandone altri  elementi  non  essenziali  l. 

Ora  si  vede,  che  il  fondamento  della  grande  raccolta  Laureshamense, 
fu  posto  dall'  autore  a  Roma,  colla  compilazione  che  qui  stesso  fece  della  sil- 
loge sopra  menzionata  al  numero  9.  Egli  cercò  iscrizioni  cristiane,  e  spe- 
cialmente metriche;  e  quindi,  si  servì  senz'altro  da  prima  della  silloge 
dell'alta  Italia  aggiugnendola  come  supplemento;  dipoi  sfruttò  la  raccolta 
n.  6,  per  le  iscrizioni,  che  fin  allora  non  erano  entrate  nella  sua  opera; 
scrisse  anche  su  alcuni  posti  lasciati  vuoti  delle  sue  pergamene  le  iscrizioni 
pagane  prese  dalla  medesima  raccolta  n.  6;  ma  la  raccolta  n.  7  cogli  epi- 
taffi pontificii,  i  quali  si  trovano  quivi  più  corretti  che  in  ogni  altra  rac- 
colta, gli  dovette  servire  per  prenderne  una  intera  copia  ed  unirla  al  corpo 
del  suo  codice. 

Questa  adunque  è  l'origine  della  Sylloge  Laureshamensis  o  Palatina  tanto 
frequentemente  citata  nelle  opere  epigrafiche.  Da  ora  innanzi  si  dovrà  chia- 
mare col  de  Rossi  Corpus  veterum  syllogarum  Laureshamense. 

Dobbiamo  tralasciare  diversi  frammenti  di  raccolte  più  an- 
tiche, riconosciute  dal  de  Rossi  ;  esse  doveano  esser  formate  in 
parte  nel  sesto  secolo,  come  quella  posta  da  me  al  numero  1. 
Prima  della  metà  del  sesto  secolo  fu  anche  composta ,  come  pare, 
la  raccolta  delle  iscrizioni  del  monastero  e  della  basilica  di  san  Mar- 
tino di  Tours,  ottimamente  pubblicata  dal  Le  Blant.  Essa  è  con- 
forme alle  raccolte  romane,  in  quanto  congiunge  l'elemento  topo- 
grafico coli' elemento  epigrafico.  I  pellegrini,  che  visitavano  il 
santuario  del  confessore  Martino,  avevano  in  quella  raccolta 
gallica  non  solo  la  serie  delle  iscrizioni  in  ordine  topografico, 
ma  vi  trovavano  anche  in  fine  una  descrizione  sommaria  del  sacro 
luogo.  E  questo  metodo  lo  vedremo  subito  ripetuto  nella  se- 
guente raccolta  di  Roma. 

10.  Nel  secolo  settimo  ebbe  origine  una  silloge  di  almeno 
dodici  iscrizioni  di  san  Pietro  in  Vaticano ,  accompagnate  da 
indicazioni  locali  assai  accurate.  L'iscrizione  più  recente  è  del- 
l'anno 682.  In  fine  vi  era  una  sommaria  descrizione  della  ba- 
silica. Questa  raccolta  è  la  prima  fra  quelle,  che  si  riferiscono 
a  tutto  il  complesso  della  chiesa  vaticana. 


1  Jnscript.  christ.  II,  1  p.  36.  119.  158. 


l.°)G  III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  7.  —  Raccolte  epigrafiche, 

È  fondata  congettura,  che  le  moltéplici  sillogi  epigrafiche 
per  i  cimiteri  e  santuarii  suburbani  avessero  tutte  quante  a  capo 
una  cotale  raccolta  o  guida  vaticana;  ed  in  fatti  nella  silloge 
Centulense  (v.  sotto)  le  cose  suburbane,  che  quasi  sole  riempiono 
ventiquattro  logli  del  codice,  sono  precedute  dai  versiculi  in  ba- 
silica sancii  Petri.  Si  noti  bene,  che  anche  le  iscrizioni  vaticane 
della  presente  raccolta  n.  10  hanno  per  titolo:  Versus  in  basilica 
sancii  Pelvi  apostoli. 

La  raccolta  è  conservata  in  parto  nel  codice  vaticano  Palat.  591,  ma 
è  copia  del  secolo  xv.  In  essa  è  andata  perduta  disgraziatamente  la  descri- 
zione della  basilica  di  san  Pietro  tranne  un  piccolo  frammento  l.  Una  tale 
descrizione  si  trova  nel  codice  lai.  Paris.  8071,  dove  varii  frammenti  del 
secolo  ix  formano  una  raccolta  tutta  analoga  sulla  basilica  vaticana.  Il 
de  Rossi  ha  l'atto  l'edizione  della  raccolta  vaticana  e  della  parigina  inse- 
rendole nella  sua  opera  come  Sylloge  V. 

11.  Nel  settimo  secolo  si  compilò  inoltre  una  raccolta  epi- 
grafica per  le  vie  suburbane  battute  dai  visitatori  dei  cimiteri 
cristiani;  essa  dava  cenni  sui  monumenti,  cioè  sepolcri,  cripte 
e  chiese,  conteneva  notizie  topografiche  ed  era  assai  completa. 
L'autore  fa  il  giro  dei  santuarii  cominciando  dalla  parte  setten- 
trionale delle  mura  di  Roma  e  volgendosi  poi  ad  oriente ,  al 
sud,  all'ovest. 

12.  Del  medesimo  secolo  è  una  compilazione  si  può  dire  an- 
tologica di  iscrizioni  urbane,  non  suburbane  ;  essa  nè  è  completa 
nè  ha  ordine  topografico;  mancano  sopra  i  testi  i  titoli,  che  po- 
trebbero servire  a  fissare  l'appartenenza  locale.  Questa  compila- 
zione forma  uno  dei  più  antichi  esempii  di  antologie  epigrafiche. 

13.  Nel  settimo  secolo,  ai  tempi  di  Aldelmo  e  di  Beda,  si 
conosceva  già  in  Inghilterra  una  raccolta  diversa  da  tutte  le 
precedenti,  contenente  iscrizioni  cristiane  tanto  urbane  quanto 
suburbane. 

Dalla  congiunzione  di  quest'ultima  colle  altre  due,  numero  Pie  11,  sorse 
la  Sylloge  Turoncmis,  conservataci  in  due  manoscritti;  l'uno  è  il  codice  l'S.Ì 
di  Claustroneoburgo  (Klosterneuburg)  presso  Vienna  del  secolo  duodecimo 
od  undecime,  l'altro  è  un  codice  un  po'  più  recente  dell'abazia  di  Gòttweih 
(Gottwicensis)  nell'Austria  inferiore.  Il  de  Rossi  chiama  questa  silloge  Tu- 
ronensis,  perché  certe  aggiunte  relative  a  Tours  nelle  Gallie  additano  questa 

1  De  Rossi  ib.  II,  1  j>.  5?  n.  18  b. 


« 


Nel  secolo  VII. 


137 


città  come  luogo  della  sua  origine.  Di  più  il  vescovo  Chrodobertus  di  Tours 
(-J-  670)  viene  ancora  nominato  come  vivente.  La  silloge  è  dunque  da  da- 
tarsi un  poco  prima  dell'anno  accennato. 

L'autore  ebbe  in  mano  l'antologia  menzionata  al  numero  13,  la  quale 
ancbe  altrove  si  trova  separata  ;  la  mise  alla  testa  del  suo  lavoro  ;  poi  fece 
seguire  iscrizioni  suburbane  ed  urbane  prese  dalle  raccolte  num.  11  e  12. 
Egli  scelse  solamente  iscrizioni  metriche.  I  testi  del  num.  1 1  privò  dei  loro 
importanti  titoli  locali.  Pare  che  della  medesima  raccolta  suburbana  non 
avesse  un  esemplare  completo.  Gliene  mancavano  proprio  il  principio  e  la  fine, 
i  primi  cioè  e  gli  ultimi  fogli  del  manoscritto,  e  questo  è  fatto  palese  dalla 
mancanza  di  quei  luoghi  suburbani,  con  i  quali  soleva  cominciare  il  cammino 
dei  pellegrini  e  con  i  quali  soleva  terminare  ;  si  cominciava  al  nord  colla 
via  flaminia  e  poi  si  passava  alla  pinciana,  alla  salaria  vetus  e  seguivano 
i  primi  santuarii  della  salaria  nova  (fin  qui  manca  la  materia  del  codice); 
si  terminava  colla  via  porluensis  e  colle  due  vie  aurelie  (altra  mancanza). 
Forse  si  spiegano  le  mancanze  col  lungo  uso,  che  si  era  fatto  della  copia 
consumata  nelle  prime  e  nelle  ultime  pagine. 

In  generale  è  una  curiosa  osservazione,  che  in  nessuna  raccolta  si  tro- 
vano più  le  iscrizioni  cristiane  dei  cimiteri  della  flaminia,  le  quali  dovevano 
stare  in  capo  delle  suburbane  raccolte;  e  di  più  che  non  si  trovano  se  non  po- 
veri avanzi  delle  iscrizioni  copiate  sulla  portuense  e  sulle  aurelie,  che  stavano 
appunto  in  fine.  Il  de  Rossi  parla  con  ragione  del  grandissimo  uso,  che  si  doveva 
fare  delle  dette  raccolte,  portandole  seco  su  e  giù  per  le  vie  sopra  e  sotto  terra. 
Il  lavoro  del  Turonense  vien  messo  da  lui  al  sesto  posto  (Si/lloge  VI). 

14.  L'operosità  indefessa  dei  raccoglitori  produsse  nel  secolo 
settimo  anche  due  altre  sillogi,  i  vestigli  delle  quali  si  riscontrano 
in  compilazioni  posteriori.  La  prima  è  affine  alla  silloge  posta 
al  n.  0.  Essa  contiene,  interrompendo  il  suo  ordine  topografico, 
una  iscrizione  di  Ravenna  e  tre  di  Spoleto  \  le  quali  occorrono 
similmente  nella  silloge  n.  0,  ed  ha  di  più  altre  peculiarità  nella 
disposizione  e  singolari  errori  comuni  colla  detta  silloge;  talmente 
(die  il  de  Rossi  lo  deriva  ambedue  da  una  sconosciuta  comune 
fonte  di  tempi  anteriori.  Egli  crede  altresì  che  questa  nostra 
silloge  n.  14  ha  qualche  nesso  colle  sillogi  n.  10  e  n.  11. 

Da  codesta  silloge  n.  14,  anch'  essa  smarrita,  proviene  la  nostra  preziosa 
Sylloge  Centulensis.  Ma  l' autore;  della  Centulensis  ebbe  della  silloge  n.  1  1 
solo  un  esemplare  incompleto  e  probabilmente  con  fogli  sciolti  e  disordinali. 

Quanto  è  confusa  la  materia  della  Sylloge  Centulensis,  altrettanto  grande 
è  il  suo  valore. 


1  Vedi  sopra  a  pag.  03  e  112. 


138  III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  7.  —  Raccolte  epigrafiche, 


Già  nel  Bullettino  il  de  Rossi  ne  avea  trattato  e  ne  avea  pubblicato 
l'epitaffio  famoso  del  papa  Liberio,  come  pure  l'iscrizione  in  onore  del  martire 
Ippolito  *.  Ora  egli  conferma  l'origine  della  detta  silloge  nel  monastero  di 
san  Richario  in  Centula  (ora  Saint-Riquier)  nelle  Gallie  al  secolo  ottavo  ;  il 
luogo  dell'origine  vien  additato  da  un  epigramma  aggiunto  in  fine  in  onore 
di  san  Caidoco,  il  quale  era  sepolto  in  Centula.  Autore  del  carme  è  il  noto 
amico  di  Carlomagno,  Angilberto,  abate  Centulense  fin  dall'anno  790.  Sic- 
come Angilberto  fu  quattro  volte  a  Roma ,  si  può  credere  eh'  egli  di  qui 
portasse  i  fogli  staccati  della  silloge  n.  14  al  suo  monastero,  dove  i  loro  testi 
furono  conservati  ai  posteri  per  mano  d'un  copista. 

La  copia,  che  ne  possediamo,  pare  scritta  ancora  nel  secolo  ottavo.  Ma 
il  copista  non  godeva  certo  della  savia  direzione  di  Angilberto,  perchè  com- 
mette grossi  errori.  Egli  ripete  per  esempio  due  volte  la  stessa  iscrizione 
con  qualche  differenza  del  testo,  anzi  nel  copiare  l'epitaffio  citato  di  Liberio 
gli  accade  di  ripeterne  senza  avvedersene  una  parte,  similmente  con  alcune 
varianti.  Le  piccole  differenze  del  testo  però  fanno  credere,  ch'egli  abbia 
avuto  di  qualche  foglio  dell'antica  silloge  due  diversi  esemplari. 

La  nostra  copia  uscita  dalle  sue  mani  si  conservava  al  secolo  duodecimo 
nell'abazia  di  Corvey  presso  Centula,  ed  ora,  dopo  diverse  vicende,  essa 
appartiene  alla  biblioteca  imperiale  di  Pietroburgo  (F.  XIV.  1).  Nelle  In- 
scripliones  chrisiianae  la  Sylloge  Centulensis  ha  il  numero  VII. 

15.  Un  altro  raccoglitore  del  settimo  secolo,  che  ci  resta 
ancora  da  nominare,  deve  aver  messo  insieme  nella  sua  perduta 
raccolta  un  gran  numero  delle  memorie  epigrafiche  suburbane  di 
Roma  cristiana.  Si  distingue  da  altri  simili  autori  per  l'accura- 
tezza delle  note  topografiche  intorno  ai  cimiteri  ed  ai  loro  san- 
tuarii.  Nessuna  iscrizione  posteriore  al  secolo  settimo  è  entrata  nella 
sua  raccolta.  Abbiamo  il  suo  lavoro,  ma  in  forma  rimaneggiata, 
anzi  strapazzata,  in  una  silloge  manoscritta  del  secolo  decimo. 

Intendiamo  parlare  della  Sylloge  Virdunensis  tramandata  a  noi  nel  co- 
dice 45  della  biblioteca  comunale  di  Verdun.  Il  codice  fu  scritto  nel  mo- 
nastero di  san  Vintono  della  medesima  città  nel  secolo  X,  pur  ora  detto,  ma 
l'origine  della  Sylloge  Virdunensis  risale  più  addietro,  cioè  alla  fine  del 
secolo  ottavo ,  ma  non  prima  del  761  ;  il  che  si  deduce  dal  modo,  in  cui 
parla  del  sepolcro  di  papa  Silvestro  :  «  ad  sanctum  Silvestrum  ubi  ante  pausavit 
super  ilio  altare  ».  San  Silvestro  fu  trasferito  dalla  basilica  del  cimitero  di 
Priscilla  in  città  nell'anno  indicato.  L'origine  della  Silloge  dedicata  ai  san- 
tuari suburbani  deve  coincidere  coi  pontificati  di  Adriano  I  o  Leone  III  in- 
circa, quando  sotto  l'influenza  benefica  dei  Franchi  la  città  ed  i  suoi  cimiteri 
colle  memorie  dei  martiri  attrassero  con  nuova  forza  i  pellegrini  forestieri. 


1  Bullett.  di  archeol.  crist.  1881  pag.  5  ss. 


Dal  secolo  VII  al  IX. 


139 


L'autore  Centulense  arricchisce  la  raccolta  n.  15  di  importanti  iscrizioni 
tanto  urbane  quanto  suburbane  ;  e  sembra  aver  copiato  egli  stesso  dagli  ori- 
ginali un  certo  numero  di  esse;  perchè  nei  titoli  adopera  espressioni  come 
la  seguente:  «  Ista  epitaphia  invenimus  in  ecclesia  sancti  Petri  ».  Altre  iscri- 
zioni aggiunte  deve  aver  preso  da  diverse  raccolte  epigrafiche.  Ma  con  tutto 
lo  studio  e  con  tutto  l'amore  ch'egli  mostra  per  le  iscrizioni,  sembra  non 
sia  riuscito  a  leggere  senza  difficoltà  ed  intoppi  quella  silloge  n.  15,  sua 
fonte  principale  ;  egli  ne  salta  interi  passi  e  li  supplisce  dopo,  tornandoci 
sopra  un'  altra  volta  ;  se  pure  li  supplisce  e  non  lascia  in  vece  la  lacuna 
colla  nota  require  ;  poi  tronca  il  suo  lavoro  prima  della  fine  e  rimanda  per 
le  iscrizioni  mancanti  ad  un  altro  codice  della  sua  biblioteca.  Presso  il  de  Rossi 
la  Sylloge  Virdunensis  è  la  XI  Ia. 

Al  secolo  nono  appartengono  solamente  le  parti  prima  e  terza 
della  raccolta  epigrafica  conservataci  nel  codice  Laureshamense, 
delle  quali  parti  abbiamo  già  sopra  parlato  a  pagina  134  s.  (Cor- 
poris  Laureshamensis  sylloge  I  et  III  secondo  il  de  Rossi),  ed 
una  sua  appendice,  poi  la  piccola  Sylloge  Wircehurgensis  scritta 
nello  spazio  vuoto  d' un  codice  wirceburgense  di  Cicerone  de  arte 
rhetorica  con  dieci  epigrafi,  delle  quali  soltanto  una  è  esclusiva- 
mente propria  ad  essa,  cioè  quella  di  san  Lorenzo  fuori  le  mura, 
ricordante  i  ristauri  fatti  dal  presbitero  Leopardo  alla  fine  del 
quarto  ed  al  principio  del  quinto  secolo. 

Dopo  il  secolo  nono  cessa  a  Roma  la  produzione  non  sola- 
mente di  iscrizioni  ma  anche  di  raccolte  epigrafiche.  Mentre 
quelle  prime  diventano  sempre  più  rare,  nessun  vestigio  ci  è 
rimasto  delle  secondo  fino  al  secolo  undecimo  inoltrato. 

8.  Le  raccolte  epigrafiche  dal  secolo  XII  al  secolo  XVI. 

Le  prime  raccolte  che  s'incontrano  dopo  una  lunga  interru- 
zione, datano  dal  pontificato  di  Alessandro  III  (1159-1181).  Non 
si  manifesta  in  esse  ancora  un  interesse  più  generale  a  cotali 
studii,  ma  sono  raccolte  che  appartengono  a  chiese  di  Roma  in 
particolare  e  sono  destinate  ad  illustrarne  piuttosto  i  pregi  e  le 
glorie.  Accenniamo  alle  due  raccolte  l'una  di  Pietro  Mallio 
intorno  la  basilica  di  san  Pietro,  incorporata  alla  sua  opera  sulla 
detta  chiesa,  opera  ch'egli  scrisse  sotto  il  ricordato  papa;  e  l'altra 
raccolta,  molto  più  piccola,  e  ristretta  ad  iscrizioni  moderne,  in- 


140 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  8.  —  Raccolte  epigrafiche, 


torno  alla  basilica  lateranense  ;  la  quale  raccolta  parimente  fa 
parte  d'un  libretto,  detto  di  Giovanni  Diacono,  sulla  chiesa 
or  ora  nominata.  L'una  e  l'altra  è  scritta,  secondo  che  dimostra 
il  de  Rossi,  in  modo  che  vi  traspare  un  cotale  spirito  di  rivalità 
fra  le  due  chiese  e  vi  si  scorge  la  polemica  intorno  alla  mag- 
giore dignità.  L'illustre  editore  fa  l'esatta  pubblicazione  delle 
cose  epigrafiche  e  monumentali  contenute  nel  Mallio,  ed  in  quanto 
a  Giovanni  Diacono  e  alle  suo  tarde  iscrizioni  (o  piuttosto  fram- 
menti di  iscrizioni)  si  contenta  di  mostrare  lo  sviluppo  storico 
del  relativo  libretto  fin  dal  secolo  undecime.  Le  investigazioni 
sopra  il  Mallio  offrono  all'autore  l'opportunità  di  entrare  in 
moltissimi  particolari  dell'antica  basilica  vaticana  ed  illustrarli 
sotto  forma  di  commentami  al  piccolo  itinerario  salisburgense 
scritto  nella  seconda  metà  dell'ottavo  secolo  ed  alla  pianta  della 
basilica  lasciata  dall'Alfarano. 

Dal  decimo  al  decimoquarto  secolo  il  de  Rossi  non  può  pro- 
durre nessun'  altra  raccolta  di  epigrafi.  I  tempi  erano  del  tutto 
alieni  da  simili  studii.  Occorrono  presso  l'autore  esempii  assai  cu- 
riosi, che  mostrano  l'impossibilità,  in  cui  trovavansi  sino  i  più  dotti 
uomini  del  secolo  decimoterzo  di  arrivare  a  pur  leggere  giusta- 
mente le  antiche  iscrizioni.  E  cosa  notevole  che  il  famoso  tribuno 
Cola  di  Rienzo  tornasse  il  primo  a  fare  una  raccolta  di  romane 
epigrafi.  La  compilava  egli  prima  del  1344,  cioè  prima  di  appa- 
rire sulla  scena  politica,  ma  già  entusiasta  della  antica  grandezza 
romana;  essa  contiene  non  solamente  testi  del  periodo  pagano, 
ma  anche  alcuni  di  origine  cristiana,  anzi  alcune  delle  importanti 
iscrizioni  cristiane  si  debbono  a  cotesto  Niccola  di  Lorenzo. 

Il  de  Rossi  ha  potuto  indicare  diverse  recensioni  di  questa 
raccolta  rimasta  tanto  tempo  sconosciuta;  una  breve  ed  incom- 
pleta forma  della  medesima  può  arrogarsi  il  diritto  di  essere 
come  il  taccuino  del  futuro  tribuno. 

Anche  il  Petrarca  si  è  occupato  di  iscrizioni  romane,  ma 
senza  lasciarne  una  raccolta  propriamente  detta.  Frattanto  il 
progresso  della  rinascenza  non  mancò  di  ridestare  l' inclinazione 
a  tentativi  simili  a  quello  di  Cola  di  Rienzo,  ma  sotto  forma 
più  estesa.  Il  de  Rossi  tien  dietro  a  tal  movimento  colla  più 
grande  diligenza.  Egli  tratta  della  silloge  di  Poggio  Bracciolini, 
dei  lavori  di  Ambrogio  Traversari,  di  Maffeo  Vegio,  Pietro  Do- 


Dal  secolo  XII  ni  X  I". 


141 


nato  ed  altri,  ma  nominatamente  e  diffusamente  della  raccolta 
di  Ciriaco  Pizzicolli,  detto  Ciriaco  Anconitano  (f  circa  1457). 
Questo  insigne  erudito,  cui  il  de  Rossi  mostra  il  primo  fondatore 
di  una  raccolta  universale  di  iscrizioni ,  lasciò  nei  vari  mano- 
scritti e  volumi  i  segni  del  raro  zelo  e  ardore,  che  ne'  suoi  lunghi 
viaggi  dispiegò  per  le  iscrizioni  e  in  generale  per  le  antichità. 
Il  de  Rossi  presenta  un  esatto  itinerario  di  Ciriaco  ;  molte  no- 
tizie e  documenti,  che  riguardano  Ciriaco  stesso,  fanno  palese 
una  nuova  e  perfetta  immagine  dei  suoi  studi  e  insieme  della 
sua  destrezza  nel  maneggio  di  pubblici  negozi. 

Dopo  lui  si  noverano  varii  altri  autori,  tra  i  quali  fra  Gio- 
vanni Giocondo  col  suo  Corpus  insevi ptionum  veterum,  e  Pom- 
ponio Leto,  il  ponti  fe.r  maooimus  dell'  accademia  romana  da  lui 
fondata,  unitamente  a'  suoi  amici  e  compagni. 

Per  ciò  che  riguarda  il  primo,  fra  Giocondo,  i  codici  della 
biblioteca  ashburnhamiana  passati  non  ha  molto  alla  laurenzi ana 
di  Firenze,  fornirono  molti  nuovi  schiarimenti.  Chi  poi  consideri 
lo  stato  in  cui  si  trovavano  a'  suoi  tempi  molti  monumenti  del- 
l'antichità cristiana  trova  caratteristico  il  tratto  del  medesimo 
fra  Giocondo  e  scorge  la  sua  industriosa  diligenza,  nell'aver  lui 
trovato  «  in  marmore  proiecto  inter  urticas  et  spineta  »,  come 
egli  si  esprime,  un  frammento  dell'iscrizione  posta  da  Leone 
Magno  sopra  la  fontana  dell'atrio  della  basilica  di  san  Paolo  ; 
egli  trascrive  quei  versi  senza  saperne  l'origine  e  probabilmente 
senza  conoscere  che  fossero  cosa  cristiana.  Il  secondo,  Pomponio 
Leto,  possedeva  una  considerevole  raccolta  di  epigrafi  nella  sua 
abitazione  sul  Quirinale.  Tra  esse  ne  ammise  egli  una  sola  cri- 
stiana, perchè  era  metrica  e  nella  sua  forma  elegante  mostrava 
un  certo  colorito  pagano. 

Pur  nondimeno  in  tali  condizioni  di  tempo  dalla  cerchia  dei 
compagni  di  Leto  sorse  il  primo  raccoglitore  di  cristiane  iscri- 
zioni, Pietro  S  a  b  ino,  professore  di  letteratura  latina  nell'uni- 
versità di  Roma.  Per  mezzo  di  lui  furono  rivendicate  nel  loro  di- 
ritto le  iscrizioni  cristiane  dei  primi  tempi  e  del  medio  evo.  Egli 
potè  riunire  circa  240  iscrizioni  storico- cristiane ,  la  massima 
parte  prese  dai  romani  monumenti.  Nel  1494  offerse  la  raccolta  a 
Carlo  VITI  di  Francia,  nella  venuta  di  questo  re  a  Roma.  Così 
ebbesi  finalmente  un  rannodamento  con  i  lavori  degli  antichi  pel- 


142         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  —  Tavole  paleografiche. 

legrini  cristiani,  e  di  chi  guidavali  per  la  città  santa,  e  dei  rac- 
coglitori di  epigrafi,  la  cui  attività  era  cessata  dopo  il  nono  secolo; 
poiché  i  letterati,  che  sopra  abbiamo  ricordato  prima  di  Sabino, 
aveano  solo  per  incidenza  rivolta  la  loro  attenzione  ai  monumenti 
superstiti  degli  antichi  cristiani.  Le-  industrie  di  Sabino  caddero 
per  avventura  in  buon  punto;  poiché  nel  decimosesto  secolo  co- 
minciavano già  il  Bramante  ed  i  suoi  seguaci,  i  così  detti  maestri 
guastanti,  l'infelice  lavoro  di  annientare  tanti  monumenti  della 
cristiana  antichità. 

La  raccolta  di  Sabino  fu  trovata  dal  de  Rossi  l'anno  1853 
fra  i  codici  di  san  Marco  in  Venezia.  La  quale  essendo  la  più 
importante  tra  tutti  i  lavori  degli  umanisti  che  si  riferivano  al 
suo  scopo,  meritò  di  esser  pubblicata  per  intero  nel  suo  volume. 
Alcuni  estratti  di  quella  raccolta  erano  già  apparsi  in  altre  pub- 
blicazioni. Essa  chiude  degnamente  le  notizie  epigrafiche  comu- 
nicate dal  de  Rossi,  le  quali  giungono  sino  all'anno  1500. 

9.  l'avole  paleografiche  e  testi  per  i  secoli  IV- VII. 
Osservazione. 

1.  Comincia  qui  una  serie  di  iscrizioni  con  tavole  paleografiche,  la  quale 
proponiamo  come  saggio  per  una  piena  raccolta  (quale  si  desidererebbe)  di 
iscrizioni  romane  del  medio  evo  illustrate  con  riproduzioni  in  fotografia.  E 
simili  saggi  non  mancherà  forse  l'autore  di  pubblicare  a  mano  a  mano,  se- 
condochè  le  circostanze  gliel  permettano,  per  contribuire  così  quanto  è  da 
lui  alla  suddetta  raccolta. 

La  serie  di  31  iscrizioni  è  dedicata  particolarmente  a  scopo  paleografico 
ed  intende  con  una  scelta  di  esempii  mettere  innanzi  agli  occhi  le  forme  dei 
caratteri  epigrafici,  specialmente  proprii  al  tempo  del  passaggio  dall'antichità 
ecclesiastica  al  periodo  del  medio  evo. 

In  riguardo  a  questo  speciale  scopo  non  pareva  d'uopo  esibire  in  questa 
serie  iscrizioni  inedite  o  solamente  tali,  che  fin  ad  ora  non  fossero  se  non 
difettosamente  stampate.  I  testi  dunque,  che  presento,  si  trovano  già  presso 
altri  autori  ;  anzi  non  mancano,  almeno  per  una  parte  di  essi,  facsimili  già 
pubblicati.  Ma  in  quanto  ai  facsimili,  ognuno  sa,  quanto  poco  fedeli  siano 
per  lo  più  le  antiche  riproduzioni  epigrafiche.  Solamente  la  fotografia  ci  rende 
le  iscrizioni  come  sono  in  realtà,  e  bisogna  pur  dire  che  le  arti  grafiche  coi  loro 
mezzi  meccanici  tanto  sviluppati  hanno  aperto  un  nuovo  campo  agli  studii 
di  paleografia.  Alla  maniera  ordinaria  però  dei  facsimili  antichi  fanno  una 


Tavole  paleografiche  e  testi.    Osservazione.  143 


eccezione  favorevole  le  tavole  pubblicate  dal  commendatore  de  Rossi;  e  di 
queste  tavole  ho  fatte  copiare  due  per  la  presente  serie  epigrafica,  cioè  quella 
dell'iscrizione  damasiana  delle  catacombe  di  san  Callisto  e  quella  dell'iscrizione 
grande  di  Celestino  I  nella  chiesa  di  santa  Sabina  all'Aventino  (tav.  I  n.  1  e  2), 
non  riuscendomi  tanto  facile  di  avere  la  fotografia  dell'originale. 

2.  Nel  testo,  che  accompagna  le  iscrizioni  \  sarà  indicato  in  primo  luogo 
il  posto,  ove  di  presente  trovasi  l'iscrizione,  e  la  sua  provenienza. 

Segue  la  misura  della  sua  altezza  e  larghezza,  espressa  in  metri.  Si  av- 
verte però,  che  i  numeri  relativi  appartengono  allo  spazio  occupato  dalle  sole 
lettere,  non  a  tutta  la  lastra.  Ove  non  si  dice  il  contrario,  la  lastra  è  di  marmo 
bianco  ed  intera. 

Viene  poi  l'allegazione  di  alcuni  autori  più  principali,  che  hanno  già  pub- 
blicata l'iscrizione  ;  una  piena  enumerazione  di  tali  autori  stimo  fuor  di  pro- 
posito, non  essendo  le  mie  pubblicazioni  ordinate  a  fare  una  intera  raccolta 
di  epigrafi  romane  del  medio  evo,  ma  solo  a  contribuire,  come  ho  detto,  ad 
un  cosifatto  lavoro  pieno  e  perfetto. 

3.  Si  stampa  indi  l'iscrizione  dividendo  le  singole  parole,  sciogliendo  tutte 
quante  le  abbreviature,  ed  usando  caratteri  eguali  maiuscoli  senza  imitazione 
delle  particolarità  paleografiche.  Per  i  casi  ove  si  hanno  le  riproduzioni 
fotografiche  (come  in  questa  prima  serie  del  cap.  9  e  10)  s'intende  per  sè 
la  ragionevolezza  di  tal  metodo  di  stampa.  Ove  poi  manchi  la  riproduzione, 
sembra  che  tal  metodo  debba  pure  preferirsi,  quando  almeno  non  vi  sieno 
delle  speciali  ragioni  in  contrario.  Imperocché  nel  medio  evo  si  usavano  per 
parecchi  secoli  spesso  segni  di  abbreviazione  così  arbitrarli  e  nessi  di  lettere 
così  artificiali  e  capricciosi  da  non  potersi  se  non  imperfettissimamente  imitare 
nella  stampa,  anche  dalle  tipografie  meglio  provviste  di  caratteri  epigrafici. 
Ho  potuto  osservare  coll'esperienza,  che  in  quei  libri  dove  fu  tentata  tale 
imitazione  tipografica,  si  riuscì  per  lo  più  ad  oscurare  ed  inviluppare  le  cose 
in  vece  di  metterle  in  chiaro.  Le  Iscrizioni  del  Forcella  dànno  un  triste  esem- 
pio della  mala  avventura,  a  cui  va  incontro  chi  non  può  disporre  che  di  una 
mediocre  tipografia  2.  Quel  metodo  di  sciogliere  tutte  le  abbreviazioni  nella 
stampa  a  buona  ragione  non  viene  adoperato  nelle  edizioni  di  epigrafi  del- 
l'antichità, sia  pagana  sia  cristiana,  perchè,  essendo  in  esse  l'uso  delle  ab- 
breviazioni non  solamente  più  raro  ma  anche  fatto  secondo  leggi  più  eguali  e 
stabili,  l'imitazione  tipografica  dell'iscrizione  riesce  più  facile  e  più  sicura  ;  in 
somma  quivi  non  si  sta  in  una  selva  di  tratti  artificiali  sempre  nuovi  e  l'uno 
diverso  dall'altro  perfino  nel  medesimo  testo.  Per  non  perdere  poi  con  questo 
nostro  sistema  l'utile  paleografico,  non  solo  adopereremo  frequentemente  le 
tavole  fototipiche,  ma  noteremo  eziandio  sotto  qualunque  iscrizione  i  partico- 

1  Credo  opportuno  di  faro  in  questo  luogo  alcune  osservazioni  sul  metodo  stabilito  per  tali 
mie  pubblicazioni  di  epigrafi  medievali,  acciocché  in  seguito  colla  sola  citazione  mi  possa  rife- 
rire alle  presenti  linee  senza  spiegare  o  giustificare  di  nuovo  il  sistema  da  me  prescelto. 

2  Forcella  V.  Iscrizioni  delle  chiese  e  d'altri  edifici  di  Roma  dal  secolo  XI  fino  ai 
giorni  nostri,  14  voli.  (Roma  1869-1884).  Si  confronti  por  esempio  la  stampa  cho  dà  il 


1  1 1         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  —  Tavole  paleografiche. 


lari  più  importanti,  specialmente  le  sigle  poco  comuni  o  di  qualità  più  istrut- 
tiva ;  in  ogni  caso,  dove  la  lezione  data  nel  testo  di  una  abbreviazione  lasciasse 
alcun  dubbio,  la  forma  abbreviala  dovrà  presentarsi  sempre  nella  nota. 

4.  Il  sistema  introdotto  ci  dispensa  eziandio  dal  riprodurre  l'interpunzione 
dell'originale  ordinariamente  non  meno  arbitraria  dell'abbreviazione  e  dell'in- 
nestamento dei  caratteri.  NTon  perù  ci  dispensa  dalla  riproduzione  di  tutti  gli 
errori  dello  scrittore  o  dello  scultore,  dove  si  trovano. 

A  mio  parere,  tanto  in  riguardo  dell'interpunzione  quanto  in  riguardo 
degli  sbagli,  l'uso  scientifico  dei  moderni  nello  stampare  gli  antichi  manoscritti 
offre  un'  utile  analogia  e  può  servire  di  sicura  guida;  perocché  a  ragione  si 
sogliono  trascurare  nel  testo  stampato  i  segni  di  interpunzione  adoperati  dal- 
l'amanuense, almeno  d'ordinario,  mentre  vi  si  inseriscono  gli  errori  della 
scrittura  secondo  l'originale,  i  quali  vengono  poi  corretti  nelle  note. 

5.  Per  toccare  ancora  la  divisione  del  testo  epigrafico  in  linee,  pare 
che  nelle  nostre  iscrizioni  basti  andare  sempre  a  capo  accuratamente  collo 
scultore,  senza  attenersi,  in  genere  almeno,  alle  differenti  distanze  ch'egli  fa 
fra  linea  e  linea.  Nei  casi  però  dove  l'originale  adopera  per  qualche  linea 
o  per  qualche  parola  forme  straodinariamente  più  grandi  o  piccole  di  carat- 
tere, quostà  differenza  deve  apparire  in  qualche  maniera  anche  nella  stampa. 

0.  Le  iscrizioni  che  sono  solamente  conservate  in  manoscritti  0  in  opere 
stampate  saranno  riportate  in  caratteri  minuscoli.  Il  maiuscolo  dunqu\  dove 
viene  adoperato,  mostra  di  per  se  stesso  all'occhio,  che  si  tratta  d'un  origi- 
nale ancora  conservato. 

7.  I  supplementi  fatti  nei  testi  (tanto  in  quei  che  si  prendono  dagli  ori- 
ginali, quanto  in  quei  che  dipendono  solo  da  manoscritti  0  stampe)  si  da- 
ranno con  caratteri  corsivi,  e  si  aggiungerà  la  parentesi  ai  supplementi 
solamente  indovinati. 

8.  Ciascuna  iscrizione  avrà  in  fine,  se  occorre,  un  breve  commento 
storico,  destinato  alle  osservazioni  indispensabili  per  l'intelligenza  della  me- 
desima. 

Forcella  4,  517  n.  1265  della  nostra  iscrizione  aura.  30  colla  ri  produzione  fotografica  sulla 
nostra  tavola  V  n.  3.  (L'altra  iscrizione  dopo  il  mille,  che  diamo  in  fotografia,  mira.  31, 
fu  da  ini  omessa,  come  tante  altre).  Invero  nessi  di  lettere,  come  i  seguenti,  dei  quali  i 
primi  sode  stanno  nell'iscrizione  mini.  30,  egli  altri  tre  neh'  iscrizione  rium.  31,  non  sono 
adatti  per  la  riproduzione  in  semplice  stampa  : 

,  "E,    V.  ,  QWX  . 


1.  S.  Damaso  papa. 


145 


Num.  i.    Ann.  366-384.    Tav.  In.  1. 

Nella  cripta  dei  pontefici  al  cimitero  di  san  Callisto,  all'al- 
tare. Frammenti ,  ricomposti  e  suppliti  per  mezzo  dei  mano- 
scritti dal  de  Rossi.  E  uno  dei  più  bei  tipi  della  calligrafìa  di 
Damaso  (366-384). 

Altezza  0,83  m.    Larghezza  1,63  m. 

De  Rossi  Roma  sott.  2  tav.  11  n.  2  e  pag.  23;  da  lui  Kraus  Roma  sott. 
tav.  I  e  pag.  164;  ed  altri.  Il  de  Rossi  nelle  Inscripliones  christ.  presenta 
le  copie  dalla  Silloge  Turonense  (p.  66  n.  23)  e  dalla  Laureshamense  (p.  105 
n.  43). 

HIC  CONGESTA   IACET  quaeRXS  SI  TVRBA  PIORVM 
CORPORA  SANCTORVM  r«/z'«ENT  VENERANDA  SEPVLCHRA 
SVBLIMES  ANIMAS  RAPVIT  SIBI  REGIA  COELI 
HIC  COMITES  XYSTI  POR/ANT  QVI  EX  HOSTE  TROPAEA 
5       HIC  NVMERVS  PROCERWWZ  JERVAT  ^VI  ALTARI  A  CHR1STI 
HIC  POSITVS  LONGA  VIXZT  QVI  IN  PACE  SA^RDOS 
Aie  CONFESSORES  SANCTI  QVOS  GRAecia  WISIT 

hic  ?'«VENES  pveriqve  sENes  castique  nepOTRS 
qvis  mage  virginevm  placvit  retinere  pudoREM 

10       HIC  FATEOR  DAMASVS  VOLVI  MEff  COIldere  MEMBRA 

seu  ciner^  /imvi  sanctos  vexare  fiioRVM 

Lin.  1.  Colla  parola  congesta  san  Damaso  accenna  probabil- 
mente ad  un  gran  numero  di  martiri,  sepolti  insieme  nella  cripta 
dei  papi  in  uno  dei  consueti  pozzi  (poìyandrium).  Anche  Pru- 
denzio Peristephanon  XI  v.  11  s.  parla  di  tali  sepolcri  :  «  Quanta 
virum  iaceant  congestis  corpora  acervis  |  Nosse  licet  quorum 
nomina  nulla  legas?  »  -  Lin.  4.  Comites  Xysti,  cioè  i  compagni 
di  martirio  del  papa  Sisto  II  (257-258),  intendiamo  dire  i  dia- 
coni Gennaro,  Magno,  Vincenzo  e  Stefano  ;  i  diaconi  Felicissimo 
ed  Agapito,  anch'essi  martirizzati  col  papa,  erano  sepolti  nel 
cimitero  di  Pretestato.  Il  papa  stesso  riposava  nell'  accennata 
cripta  di  san  Callisto  ed  ebbe  la  sua  particolare  iscrizione  da- 
masiana  :  «  Tempore  quo  gladius  secuit  pia  viscera  matris  »  ecc. 
De  Rossi  Roma  sott.  2  tav.  II  n.  2.  -  Lin.  5.  I  proceres  sono  i 
papi  ivi  sepolti.  -  Lin.  6.  Sacerdos.  Pare  che  si  alluda  a  san  Mil- 


Grisar,  Analecta  romana,  voi,  I. 


10 


146         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  —  Taoole  paleografiche. 


ziade  papa  (311-314),  deposto  nel  medesimo  cimitero  in  cripta 
separata.  -  Lin.  7.  Quos  Graecia  misit,  i  martiri  greci  del  cimi- 
tero callistiano,  p.  e.  Ippolito,  Adria,  Maria,  Neone,  Paolina. 


Num.  2.    Ann.  422-432.    Tav.  I  n.  2. 

Nella  chiesa  di  santa  Sabina  siili'  Aventino ,  al  posto  antico, 
cioè  nella  parete  interna  sopra  l'ingresso  principale.  L'iscrizione 
è  un'  opera  magnifica  in  musaico  con  lettere  d'oro  su  fondo  tur- 
chino. 

Altezza  circa  4  metri.    Larghezza  13,30  m. 

U  gonio  Stationi  f.  6  r.  Garrucci  Arte  crisi.  4  p.  16  tav.  210.  Armel- 
lini Chiese  2a  ed.  p.  581.  De  Rossi  Musaici  fase.  3-4  (disegno  a  colori)  e 
nei  luoghi  sopra  pag.  .  .  .  citati.    Duchesne  Liber  poni.  I,  236. 

CVLMEN  APOSTOLICVM  CVM  CAELESTINVS  HABERET  ecc. 

Il  testo  si  trova  sopra  alla  pag.  88.  Liber  poni.  I,  235  n.  64 
Xystus  III  :  «  Huius  temporibus  fecit  Petrus  episcopus  basili- 
cam  in  urbe  Roma  sanctae  Savinae  ».  L'iscrizione  contiene  la 
commemorazione  dell'origine  di  questa  basilica  sotto  Celestino 
papa  (422-433).  Pietro  di  Illyricum,  il  quale  allora  e  quando  si 
eseguì  l'iscrizione,  era  semplice  prete,  stando  al  Liber  poni,  era 
vescovo  quando  si  compì  la  basilica  sotto  l'immediato  succes- 
sore di  Celestino,  Sisto  III  (432-440).  Si  veda  il  commentario 
storico  del  de  Rossi  nei  Musaici  citati.  A  destra  dell'iscrizione 
apparisce  nel  medesimo  musaico  la  figura  simbolica  della  genti- 
lità convertita,  cioè  una  donna  coli' iscrizione  ai  piedi:  eclesia 
ex  gentibvs,  e  similmente  a  sinistra  la  figura  muliebre  della 
sinagoga  convertita,  colle  parole  :  eclesia  ex  circvmcisione. 


2.  S.  Celestino  papa.    3.  S.  Sisto  III  papa. 


147 


Num.  3.    Ann.  432-440.    Tav.  II  n.  1. 


Nel  battistero  di  san  Giovanni  in  Laterano  nel  posto  antico, 
cioè  nell'epistilio  sopra  il  fonte  battesimale. 
Altezza  0,15  m.    Larghezza  3,50  m. 

Panvinius  De  septem  eccl.  p.  153.  Marini-Mai  p.  107  n.  2.  Rohault 
de  Fleury  Le  Lalran  p.  420;  cf.  tav.  33.  34.  Vedi  de  Rossi,  Duchesne  e 
gli  altri  citati  sopra  p.  100. 


Seguono  negli  altri  sette  epistilii  dell'ottagono  i  magnifici 
distici  di  Sisto  III,  descriventi  gli  effetti  soprannaturali  del  bat- 
tesimo, che  dall'originale  abbiamo  stampato  alla  pag.  106  con  un 
breve  commento  teologico.  Liber  poni.  I,  234  Xystus  III  n.  64: 
«  Hic  constituit  columnas  in  baptisterium  basilicae  Constanti- 
nianae  ..  n.  Vili,  quas  erexit  cum  epistolis  [epistiliis]  suis  et 
versibus  exornavit».  Notiamo  che  nel  terzo  distico,  avendo  lo 
scultore  dato  due  d  alla  parola  distantia,  vi  si  scorge  una  can- 
cellatura; nel  quarto  è  scritto  fetu  e  nel  settimo  celorum,  senza 
il  dittongo,  che  vi  pongono  quasi  tutti  gli  editori.  Nel  sesto 
non  è  xpi  ma  Christi,  nell'ottavo  non  quenquam  ma  quem- 
quam.  Nel  settimo  distico  il  senso  richiede  nam  recipit  in  vece 
di  non  recipit;  il  che  dimostra,  che  nemmeno  in  una  ~ 


iscrizione  così  solenne  manca  un  grave  errore  del  marmo- 


rario. Tutti  i  versi  cominciano  e  chiudonsi  coli' edera: 


GENS  SACRANDA  POLIS    HIC  SEMINE  NASCITVR  ALMO 


QVAM  FECVNDATIS  SPIRITVS  EDIT  AQVIS  ecc. 


Num.  4.    Ann.  440-461.    Tav.  I  n.  3. 


Nel  monastero  di  san  Paolo  sulla  via  ostiense.  Al  tempo  di 
N.  M.  Nicolai  si  leggeva  sulla  porta  principale  (della  basilica) 
dalla  parte  interna. 

Altezza  1,23  m.    Larghezza  2,52  m. 


148         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  —  Tavole  paleografi  cìie. 


Panvinius  De  septem  eccl.  p.  72,  il  quale  erroneamente  l'attribuisce  a 
Leone  III.  Margarini  Inscr.  s.  Pauli  III,  19.  Nicolai  Basii,  di  san  Paolo 
p.  186  n.  347.  De  Rossi  Bullelt.  di  arch.  crist.  1877  p,  9  e  tav.  Ili  n.  1 
(dal  Triplice  omaggio  ecc.)    Duchesne  Liber  pont.  I,  240. 

EXSVLTATE  PII   LACRIMIS   IN  GAVDIA  VERSIS 

ET  PROTECTORI  REDDITE  VOTA  DEO 
CVIVS  SIC  TENVIT  RESOLVTVM  DEXTERA  TECTVM 
IN  VACVVM  VT  CADERET  TANTA  RVINA  SOLVM 
5     SOLVS  ET  INVIDIAE  PRINCEPS  TORMENTA  SVBIRET 
QVI  NVLLVM  EX  AMPLA  STRAGE  TVLIT  SPOLIVM 
NAM  POTIORA  NITENT  REPARATI  CVLMINA  TEMPLI 

ET  SVMPSIT  VIRES  FIRMIOR  AVLA  NOVAS 
DVM  CHRISTI  ANTISTES  CVNCTIS  LEO  PARTIBVS  AEDES 
10         CONSVLVIT  ET  CELERI  TECTA  REFORMAT  OPE 

DOCTOREM  VT  MVNDI  PAVLVM  PLEBS  SANCTA  BEATVM 

INTREPIDE  SOLITIS  EXCOLAT  OFFICIIS 
LAVS    ISTA    FELIX    RESPICIT    TE  PRAESBITER 
NEC   TE    LEVITES    ADEODATE  PRAETERIT 
15     QVORVM    FIDELIS    ATQVE    PERVIGIL  LABOR 
DECVS    OMNE    TECTIS    VT    REDIRET  INSTITIT 

Si  osservino  nella  fototipia  le  sei  edere  intercalate  ai  sei  pentametri,  e 
le  altre  due,  che  attorniano  il  nome  di  Cristo,  scritto  in  forma  monogram- 
matica nel  verso  9.  -  Lin.  9.  aedes  in  vece  di  aedis.  -  Colla  lin.  13  comincia  un 
testo  di  metro  diverso  (sono  giambi  senari)  e  scolpito  a  caratteri  più  profondi 
e  larghi. 

L'iscrizione  si  riferisce  ai  restauri  eseguiti  da  papa  Leone  I 
nella  basilica  di  san  Paolo  dopo  rovinato  il  tetto.  «  Beati  Pauli 
(basilicam)  post  irjnem  divinum  renovavity»,  così  l'autore  della 
vita  di  Leone  nel  Liber  pontifcalis  (Duchesne  I,  239  n.  66),  at- 
tribuendo il  danno  al  fulmine.  Nelle  prime  dodici  linee  viene 
descritta  la  sciagura  senza  menzione  del  fulmine  e  celebrato  Yan- 
tistes  Christi  Leo  per  la  sua  cura  del  ristauro  dell'  aula  doctoris 
mundi.  Nell'aggiunta  si  fa  grata  commemorazione  del  prete  Fe- 
lice e  del  diacono  Adeodato,  direttori  dei  lavori  pel  nuovo  tetto. 
Abbiamo  nel  monastero  di  san  Paolo  anche  l'iscrizione  sepol- 
crale di  Felice  (f  471),  la  quale  menziona  similmente  la  parte 
sua  avuta  nel  ristauro  {Presbyter  hic  positus  ecc.  De  Rossi  Inscr. 
christ.  I,  366  n.  831;  Duchesne  Liber  pont.  I,  240).  Un  monu- 
mento del  medesimo  ristauro  è  l' iscrizione  di  Placidia  col  nome 


4.  S.  Leone  1  papa.    5.  $.  Itaro  papa. 


uè 


di  Leone  papa,  sopra  a  pag.  79.  Cf.  pag.  94  coli' iscrizione  di 
Leone  I  al  nuovo  cantaro  della  basilica  ostiense. 


Num.  5.    Ann.  461-468.    Tav.  I  n.  4. 

Nel  battistero  di  san  Giovanni  in  Laterano  sopra  l'ingresso 
dell'oratorio  di  san  Giovanni  Battista,  al  posto  antico. 
Altezza  0,06  m.    Larghezza  1,82  m. 

Panvinius  De  sept.  eccl.  p.  160.  Ciampinus  Vet.  Monimenta  1,  241. 
Marini-Mai  p.  100  n.  3.  De  Rossi  Inscr.  christ.  II,  1  p.  424  (Sylloge  Petri 
Sabini).  Duchesne  Liber  poni.  I,  245.  Garrucci  Arte  crisi.  4  p.  87.  Nes- 
bitt  On  the  churches  at  Rome  (ArcJiaeologia  t.  XL)  p.  190  con  disegno 
tav.  IX. 

-j-  H1LARVS  EPISCOPVS  -J-  SANCTAE  PLEBI  DEI  -j- 

Vedi  il  testo  del  Liber  pont.  citato  all'  iscrizione  seguente. 
Nello  zoforo  superiore  si  legge  l'iscrizione  ervnt  aspera  in  vias 
planas,  alla  quale  corrispondono  sopra  la  porta  dell'oratorio  di 
san  Giovanni  Evangelista  (vedi  l'iscrizione  seguente),  le  parole 
diligite  altervtrvm.  Nè  l'uno  nè  l'altro  di  questi  testi  mostra 
caratteri  di  grande  antichità,  ma  piuttosto  del  tempo  della  prima 
rinascenza;  possono  essere  ripetizioni  di  epigrafi  messe  da  papa 
Ilaro  nei  relativi  oratorii.  Antica  però  e  contemporanea  al  detto 
papa  è  l'altra  iscrizione,  che  si  legge  sui  due  battenti  della  porta 
di  bronzo  dell'oratorio  di  san  Giovanni  Battista:  in  honorem 

BEATI  IOHANNIS  BAPTISTAE  |  HILARVS  EPISCOPVS    DEI    FAMVLVS  OFFERT 

con  una  croce  sopra  la  prima  metà  delle  parole  (primo  battente) 
ed  una  sopra  l'altra  (secondo  battente).  Le  lettere  e  le  croci  sono 
di  argento,  come  anche  le  croci  che  ornano  le  lunette  a  rilievo 
della  medesima  porta. 


150         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  —  Tavole  paleografiche. 


Num.  6.    Ann.  461-468.    Tav.  I  n.  5. 

Nel  battistero  di  san  Giovanni  in  Laterano  sull'  architrave 
della  porta  dell'  oratorio  di  san  Giovanni  Evangelista,  al  posto 
originario.  -  Nella  parola  Christi  è  innestato  il  monogramma  : 

Altezza  0,05  m.    Larghezza  2,40  m. 

Panvinius  De  septem  eccl.  p.  1G3.  Ciampinus  Vet.  Monimenta  I,  238. 
Marini-Mai  p.  100  n.  3.  De  Rossi  Inscr  christ.  II,  1  p.  424  (Sylloge  Petri 
Sabini).  Ducliesne  Liber  poni.  1 ,  245.  Garrucci  Arte  crisi.  4  p.  47. 
Rohault  de  Fleury  Le  Latravi  tav.  39  (piccolo  disegno  d'una  parte). 

LIBERATORI  SVO  BEATO  IOHANNI  EVANGELISTAE  HILARVS  EPISCOPVS  FAMV- 

LVS  CHRISTI. 


Liber  pont.  ed.  Duchesne  I  p.  242  Hilarus  n.  69  :  «  Hic 
(a.  461-468)  fecit  oraturia  III  in  baptisterio  basilicae  Constan- 
tinianae,  sancti  Iohannis  Baptistae  et  sancti  Iohannis  Evangeli- 
stae  et  sanctae  crucis,  omnia  ex  argento  et  lapidibus  pretiosis  » . 
La  parola  liberatori  dell'iscrizione  allude  al  pericolo  occorso  ad 
Ilaro  prima  del  suo  pontificato,  quando  si  trovò  nel  pseudosinodo 
di  Efeso  del  449  ;  alla  tomba  dell'evangelista  Giovanni  implorò 
l'aiuto  del  santo.  Cf.  Martin  Actes  du  brigandage  d'Ephèse, 
Paris  1874,  p.  10. 


Num.  7.   Ann.  514-523.   Tav.  I  n.  6. 

Nella  basilica  di  san  Clemente  al  Celio  sulla  scala  del  sot- 
terraneo. Frammento  dell'architrave  d'un  antico  ciborio  di  altare, 
scoperto  nella  basilica  dal  p.  Mullooly  nei  lavori  del  decennio 
1860-1870.  Una  linea. 

Altezza  0,05  m.    Larghezza  1,70  m. 


6.  llaro  papa.    7.  Mercurio.    8.  Epitaffio  di  Bonifazio  II.  151 


Mullooly  Saint  Clement  and  his  basilica  (1869)  p.  281.  De  Rossi  Bul- 
lelt.  di  arch.  crisi.  1870  tav.  X  e  pag.  143.    Duchesne  Liber  pont.  I,  285. 

ALTARE  TIBI   DEVS  SALVO  HORMISDA  PAPA  MERCVRIVS  PRESBYTER  CVM  SO- 

CIIS  OF(fert). 

Il  prete  Mercurio  è  quello  che  poi  diventò  papa  Giovanni  II 
(533-535).  Ch'egli  poi  fosse  prete  del  titolo  di  san  Clemente,  lo 
insegna  anche  l'iscrizione,  che  segue  al  num.  9  colla  data  del 
suo  pontificato.  A  san  Clemente  Mercurio  ha  lasciato  due  altre  me- 
morie. Il  capitello  d'una  colonna,  probabilmente  dell'altare  accen- 
nato nella  premessa  iscrizione  Altare  Ubi  Deus  ecc.,  porta 

il  titolo  :  f  MERCVRIVS  PRESBYTER  SANCTAE  Ec(clesiae  rO- 

manae  servu)s  domini  ,  ed  i  parapetti  marmorei  della 
schola  cantorum  sono  ornati  del  monogramma  ioannes, 
lavori  in  rilievo  del  secolo  sesto. 


Num.  8.    Anno  532.    Tav.  II  n.  6. 

Nel  sotterraneo  della  basilica  vaticana  n.  124.  Avanzo  unico 
dell'epitaffio  di  Bonifazio  II  (530-532).  Sepultus  est  in  basilica 
beati  Vetri  apostoli.  Liber  pont.  I,  281  n.  92.  L'epitaffio  in  ec- 
clesia b.  Petri  fu  copiato  nel  codice  vat.  palat.  n.  833  e  nel  cod. 
virdunense  n.  45.  Il  Torrigio  {Grotte  vat.  p.  421)  vide  il  no- 
stro frammento  nel  detto  sotterraneo,  ma  l'attribuì  per  errore  al 
sepolcro  di  Innocenzo  VII.  Lo  trasse  dal  pavimentimi  medianae 
cryptarwn  navis  il  Sarti,  facendolo  affiggere  nel  muro  del  sot- 
terraneo (Sarti  Crpptae  p.  79  s.) 

Altezza  0,19  m.    Larghezza  0,41  m. 

L'intero  testo  danno  Gruterus  Imcr.  p.  1165  n.  5  (dal  cod.  palat.,  senza 
la  nota  cronologica),  Mabillon  Vet.  anal.  3,  431  (coli' aggiunta,  dal  cod.  vir- 
dunense), Sarti  1.  c.  e  tav.  28,  de  Rossi  Inscr.  christ.  I,  467  n.  1029; 
cf.  II,  1  p.  126  n.  2;  p.  141  n.  32,  e  Duchesne  Liber  pont.  I,  283. 

Sedis  apostolicae  primaevis  miles  ab  annis 
Post  etiam  toto  praesul  in  orbe  sacer 


152         Ìli.  tsanzioni  di  Roma  n.  0.  —  Tavole  paleografiche. 


Membra  beata  senex  Bonifatius  hic  sua  clausit 

Certus  in  adventu  glorificartela  Dei. 
5    Mitis  adunavit  divisum  pastor  ovile 

Vexaios  refovens  hoste  cadente  greges. 
Iram  supplicibus  humili  de  corde  remisit, 

Debellans  cunctos  simplicitate  dolos. 
Egit  ne  sterilis  Romam  consumeret  annus 
io       Nunc  orando  fugans  nunc  miserando  famem. 
Quls  te,  sancte  pater,  cum  Cbristo  nesciat  esse, 

SPLENDIDA  quem  tecum  vita  fuisse  probat? 
SED  ANN  II  DIES  XXVi.  Dep.  in  pace  xvi  kal.  nov. 

iter,  post  cons.  ffll.  Lampadi  et  Orestis  vv.  ce. 

Lin.  13:  Sedit  annos  n  dies  xxvi,  depositus  in  pace  xvi 
kalendas  novembris  iterum  post  consulatura  Flaviorura  Lampadi 
et  Orestis  viroruni  clarissimorum.  -  Lin.  2  toto  praesul  in  orbe 
cf.  iscr.  num.  2,  dove  lin.  2  si  dice  di  san  Celestino  I  primus 
et  in  toto  fulgeret  epìscopus  orbe.  -  Lin.  3  Membra  beata  ecc.; 
sulla  ripetizione  di  questa  parte  del  carme  nella  Germania  v.  sopra 
pag.  69.  -  Lin.  5  adunavit.  I  versi  5-8  alludono  allo  scisma  di 
Dioscoro;  cf.  Liber  pont.  I,  281  n.  91  s. 


Num.  9.    Ann.  533-535.    Tav.  II  n.  3. 

La  piccola  tavola  di  marmo  sta  a  san  Pietro  in  vincoli  nel 
muro  a  sinistra  dell'  aitar  maggiore.  Deve  essere  sempre  stata 
nella  detta  chiesa,  della  quale  l'autore  dell'  iscrizione  Severus  si 
chiama  presbyter  nella  lin.  5.  L'iscrizione  comprende  sei  linee. 

Altezza  0,26  m.    Larghezza  0,58  m. 

Gruterus  1059  n.  3.  De  Rossi  Bull,  di  archeol.  crist.  1870,  144  (una 
parte).    Duchesne  Liber  pont.  I,  285. 

SALVO  PAPA  NOSTRO  IOHANNE  COGNOMEN 

TO  MERCVRIO  EX  SANCTAE  ECCLESIAE  ROMANAE  PRESBYTE 
RIS  ORDINATO  EX  TITVLO  SANCTI  CLEMENTIS  AD  GLO 
RIAM  PONTI FICALEM  PROMOTO  BEATO  PETRO 
5  APOSTOLO  PATRONO  SVO  A  VINCVLIS  ElVS  SEVERVS  PRESBYTER  OFERT 

EI  ITERVM   POST  CONSVLATVM   LAMl'ADI  ET   ORESTIS  VIRORVM  CLAR1SSIMORVM  VRBI  T  CLVS  CED  RI  NVS  EST 


9.  Severo  presbitero.    10.  Epitaffio  ci* un  Boezio. 


153 


Lin.  6.  Nella  parola  cedrinvs  è  fra  le  lettere  d  e  r  un  ramo  di  palma 
e  fra  le  lettere  i  n  un'  edera ,  mentre  la  parola  vrbiclvs  è  interrotta  da 
una  croce. 

Lin.  2  Liber  pont.  I,  285  n.  93:  «  Iohannes  qui  et  Mercu- 
rius,  natione  romanus,  ex  patre  Proiecto,  de  Caeliomonte  »  (a.  533- 
535).  -  Lin.  6  Sulla  formola  et  fr  pc.  lampadi  et  orestis.  vv.  ce. 
vedi  de  Rossi  Inscr.  christ.  1  p.  611.  Si  tratta  d'un  dono  vo- 
tivo, del  quale  Yorbic/tlus  di  legno  cedrino  probabilmente  fa- 
ceva parte. 


Num.  10.    Ann.  578.    Tav.  II  n.  2. 

Chiesa  sant'  Angelo  in  Borgo.  Nel  muro  d'una  stanza  presso 
all'altare.  Lastra  sepolcrale  di  grande  mole,  proveniente,  secondo 
il  Bosio,  dall'antica  basilica  vaticana. 

Altezza  0,16  m.  (cioè  la  parte  inferiore  rappresentata  nella 
fototipia).    Larghezza  1,15  m. 

Bosius  Fonia  sott.  p.  107.  Torrigio  Grotte  vaticane  p.  405.  Fabretti 
Inscr.  p.  191.  447.  Galletti  Inscr.  rom.  3  p.  470.  Ada  SS.  Boll.  t.  VII 
Sept.  p.  247.  De  Rossi  Inscr.  christ.  1,  512  n.  1122  con  disegno  e  com- 
mentario critico. 

18-]-  DEPOSITVS  EST  BOETIVS  CLARISSIMVS  PVER  OCTAVO  KALENDAS  NOVEM- 

BRIS  INDICTIONE  XI  IMPERANTE 
DOMINO  NOSTRO  IVSTINO  PERPETVO  AVGVSTO  ANNO  XII   ET  TIBERIO  CON- 

STANTINO  CAERare 

ANNO  III     DEPOSITA  EST  IN  PACE  ARGENTEA  MATER  SVPRASCRIPTI  XIII 

KALENDAS  DECEMBRIS 

21  QVI  SVPRASCRIPTVS  BOETIVS  VIXIT  ANNOS  XI  MENSES  Villi  DIES  XXIII  ET  MATER  EIVS 

VIXIT  ANNOS  XXX(V)I  MENSES  II  DIES  XII 

A  queste  quattro  ultime  linee  dell'epitaffio  (18-21)  comprese  nella  ta- 
vola nostra  precede  la  seguente  parte  più  lunga,  cioè  un  carme  di  otto  di- 
stici ed  un'aggiunta  in  prosa  a  destra  ed  a  sinistra. 

1  -j-  SEPVLCHRVM  EVGENI  NOTARII  CVM  SVIS 

-J-  IMPIA  MORS  RAPIENS  TENERIS  TE  NATE  SVB  ANNIS 
INVIDIT  MERITIS  CRISCERE  MAGNA  TVIS 


154 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  —  Tavole  paleografiche. 


TE  FORALE  DECVS  PRIMO  CVM  CARMINE  CEPTO 
5  DOCTOREM   DOCTOR  VIDIT  ET  OBSTVPVIT 

VICISTI  PRISCOS  LONGEVA   ETATE  PARENTES 

ANNIS  PARVE  QVIDEM  SED  GRAVITATE  SENEX 
NON  LVXVS  TIBI  CVRA  FVIT  NON  GRATIA  PONPAE 
DOCTILOQVM  CVPIDVS  CARMINIS  ARDOR  ERAS 
10       TV  MERITIS  ORNATE  TVIS  MONVMENTA  RELINQVIS 
QVAE  RECOLENS  SEMPER  SIT  SINE  FINE  DOLOR 
MORTE  TV  A  GENITRIX  OPTAVIT  SVMERE  MORTE 

SE  QVOQVE  FELICEM  SI  POTERITVR  AIT 
TER  DENOS  PRIMVM  QVAM  LVNA  RESVMERET  IGNES 
15  CONIVNCXIT  MEMBRIS  MEMBRA  SEPVLTA  TVIS 

NVNC  COMMVNE  NOBIS  CVSTVS  TV  SERVA  SEPVLCRVM 
QVE  NOS  HEC  TECVM  MOX  TEGET  ORNA  SIMVL 

18     depositvs  est  boetivs  ecc.  sopra. 
A  sinistra  in  un  cerchietto  oblungo: 

22  -J-  DEPVTAVI 

MVS  IN  ISTA  SE 
PVLTVRA  NOSTRA 
25  EX  TESTAMENTI  PAGINAM  AD  O 

BLATIONE  VEL  LVMI 
NARIA  NOSTRA  ORTI 
TRANSTIBERINI  VNCI 
AS  SEX   FORIS  MVROS  IY 
30  XTA  PORTA  PORTVEN 

SE  QVOD  FVIT  EX  IVRE 
QVONDAM    MICINI  CANCEL/arzV 

mutstris  WRBanae  sfdìs  pa 

TRIS  MEH 

Ed  in  un  simile  cerchio  a  destra 

35  -j-  SET  QVA 

TTVOR  VNCI 
AS  FVNDI  EVCARPI 
ANI  QVOD   EST  CONSTI 
TVM  IVXTA  SANCTVM  CYPRIAN 
49  VM  VIA  LABICANA  INTER  A 

FFINES  FVNDI  CAI'ITINIANI 
IVRIS  SANCTAE  ECCLESIAE  ROMANAE  SE 
D  ET  FVNDI  FLAVIANI 
IVRIS  PVBLICI  IVXTA 
45  SABINIANVM 

EXPLICIT 


10.  Epitaffio  d'un  Boezio  e  dei  suoi  parenti. 


155 


Lin.  1  notarii  n°t.  -  Lin.  3  criscere  in  vece  di  crescere.  -  Lin.  13  po- 
teritur,  ma  è  da  leggersi  potiretur.  De  Rossi  p.  513  dal  Burmannus.  - 
Lin.  19  caer.  erroneamente  per  caes.  -  Lin.  25  ex  tm  paginm.  -  Lin.  32 
qd  micini.  -  Lin.  33.  Si  veda  il  de  Rossi  1.  e,  il  quale  cita  Marini  Papiri 
p.  258.  -  spedis  invece  di  sedis.  -  Lin.  34  meh  in  vece  di  mei.  - 
Lin.  38.  39  constitum,  da  leggersi  constitutum.  -  Notiamo  an- 
cora che  nella  lin.  4  1'  f  del  vocabolo  forale  ha  questa  forma 

Il  de  Rossi  1.  c.  p.  514  dice  di  questa  iscrizione:  «  Prae- 
clarum  hoc  monumentimi  romanae  nobilitatis  ultima  fere  tibi 
vestigia  sistit,  quae  in  bis  titulis  rimari  possis  et  deprehendere  ». 
È  il  titolo  sepolcrale  della  famiglia  del  nobile  notario  Eugenio, 
figlio  di  Micino  (vìr)  inlustris.  Micino  era  stato  cancelliere  d'un 
prefetto  urbano  a  noi  ignoto  (lin.  32).  Insieme  con  Eugenio  erano 
sepolti  nella  medesima  tomba  la  sua  moglie  Argentea  ed  il  gio- 
vane figlio  Boethius  clarissimus  puer,  morto  nell'anno  577,  quasi 
tredici  mesi  prima  della  madre  (lin.  14).  A  questo  giovane  si 
riferisce  quasi  tutto  il  carme  affettuoso.  Egli  avea  tratto  il  nome 
Boethius,  al  parere  del  de  Rossi,  dalla  grande  famiglia  dei  Boezii 
celebre  nel  secolo  sesto  per  alti  officii  e  per  lettere.  Del  fan- 
ciullo di  undici  anni  si  vanta  il  talento  e  l'ingegno,  del  quale 
avrebbe  rilasciato  i  monumenta  (lin.  10);  si  dice  perfino  che 
vinceva  i  priscos  parentes,  cioè,  come  sembra,  gli  antichi  Boezii. 
Importanti  assai  sono  le  notizie,  che  si  contengono  nell'iscri- 
zione dei  due  cerchietti.  In  questa  Eugenio  rende  pubblica  te- 
stimonianza d'un  legato  fatto  nel  suo  testamento  per  le  oblationes, 
da  offerirsi  ogni  anno,  e  per  i  luminaria.  Rispetto  a  queste  no- 
tizie ed  insieme  ai  nomi  topografici  adoperati  per  designare 
l'orto  nel  Trastevere  ed  il  fundus  iuxta  sanctum  Cyprianwm 
via  labicana  dice  il  de  Rossi  (p.  513):  «  Titulus  est  inter  singu- 
laris  piane  pretii  inscriptiones  recensendus  » . 


Num.  11.    Anno  589.    Tav.  V  n.  5. 

Nella  cripta  della  chiesa  di  santa  Prassede,  dove  la  vide 
anche  il  Marini.  Sono  quattro  linee. 
Altezza  0,31  m.    Larghezza  1,10  m. 


156  III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  —  Taoole  paleografiche. 


Mai-ini  Papiri  p.  293  (come  tuttavia  inedita).  De  Rossi  Inscr.  christ. 
1  p.  516  n.  1126  col  disegno. 

-j-  HIC  REQVIESCET  IN  PACE  VVILIARIC  NEPV(Y) 

MAGISTRI  MILITVM  TRASARIC  QVI  V1VIXIT  ANNOS  PLVSMINVS... 
DIES  XXVII  DEPOSITVS  MENSE  IVLIO  INDICTIONE  VII 
-J-  MAVRICIO  TIBERIO  PERPETVO  AVGVSTO  ANNO  VII  POSTCONSVLATVS  EIVS- 

Dem. 

Una  piccola  parte  dell'iscrizione  è  coperta  al  lato  destro  dal  muro.  - 
Oltre  alle  due  croci  vi  è  una  terza  sotto  le  parole  anno  vii,  ma  tutte  e 
tre  sono  martellate,  «  id  quod  indicio  est,  olim  liane  tabulanti  pavimento  in- 
stratam  fuisse,  et  tum  cruces,  ne  pedibus  protererentur,  deletas  ».  De  Rossi 
1.  c.  -  Lin.  2  vivixit  in  vece  di  vixit. 

Codesto  epitaffio  del  giovane  Wiliaric,  nipote  d'un  magister 
militimi  Trasaric  altrimenti  ignoto,  è  una  bella  memoria  dei  Goti 
a  Roma,  dove  lungo  tempo  dopo  la  caduta  del  regno  gotico 
continuavano  a  fiorire  ed  essere  insignite  di  alti  onori  diverse 
famiglie  dell'infelice  popolo. 


Num.  12.    Sec.  VI  fin.  -  Sec.  VII  in.    Tav.  Ili  n.  4. 

Nel  monastero  di  san  Paolo.  La  lapide  proviene  probabil- 
mente dal  cimitero  attiguo  alla  basilica.  Fu  veduta  già  rotta  da 
Celso  Cittadini  (v.  de  Rossi  Roma  sott.  3,  463)  e  dal  Bosio. 
L'ultimo  dice  che  è  rotta  da  due  pezzi,  manca  e  mutila  da  ogni 
lato,  e  che  sta  nel  pavimento  della  basilica  nella  nave  di  mezzo 
non  molto  lungi  da'  scalini,  per  i  quali  si  saglie  alla  nave  trans- 
versale e  sacro  aitar  maggiore,  alla  man  sinistra  entrando  in 
chiesa  [Roma  sott.  p.  148).  Colà  rimase  fin  all'incendio  del  1823. 

Altezza  0,51  m.    Larghezza  1,36  m. 

Bosio  1.  c.  Margarini  Inscr.  s.  Pauli  p.  xvi  n.  220.  Marini-Mai  178 
n.  3.    Nicolai  Basii,  di  san  Paolo  142  n.  212.    De  Rossi  Roma  sott.  1.  c. 


(in)  nomine  dei  patris  ecc. 


11.  Epitaffio  di  Wiliaric.    12.  Eusebio.    13.  Gregorio  I. 


157 


Si  veda  la  stampa  sopra  alla  pag.  100,  dove  si  parla  anche  del- 
l'oggetto di  questa  «  insignissima  epigrafe  (cioè)  dei  restauri  fatti  da 
un  cotal  Eusebio  circa  il  secolo  sesto  o  nei  principi  del  settimo  nel 
cimitero  circostante  alla  basilica  di  san  Paolo.  Niun  monumento 
potrebbe  darci  un'  idea  più  completa  e  grandiosa  del  complesso 
delle  fabbriche,  che  erano  attenenti  e  in  qualche  guisa  incorpo- 
rate a  quel  cimitero  ».  (De  Rossi  1.  e).  Però  la  forma  dei  ca- 
ratteri dà  un'idea  assai  sfavorevole  dell'arte  di  certi  marmorarii 
di  quel  tempo,  ed  al  poco  gusto  dell'esterno  dell'epigrafe  corri- 
spondono gli  infiniti  sbagli  grammaticali. 


Num.  13.    Aimo  604.    Tav.  Ili  n.  2. 

Nel  monastero  di  san  Paolo.  Pietro  Sabino  la  vide  in  por- 
licu  templi  divi  Pauli  (de  Rossi  Inscr.  chrìst.  II,  1  p.  423  n.  38), 
dove  fu  collocata  probabilmente  fin  da  principio  (cf.  Ioh.  Diac. 
Vita  s.  Gregorii  M.  2  c.  20  :  prae  foribus  eiusdem  basilicaé). 
Ang.  Rocca  Opp.  (1719)  2,  408:  in  porticu  s.  Pauli  ..  in  editis- 
simo loco,  hinc  perpaucis  et  fere  nemini  nota.  Cf.  p.  406.  Al 
tempo  di  Rocca  (f  1620)  fu  trasferita  nella  chiesa,  e  Severano 
dice  che  stava  in  una  colonna  che  sostiene  Varco  maggiore  della 
chiesa  (Sette  chiese  p.  390).  Questo  posto  viene  così  indicato 
dal  Margarini:  inter  vig esimam  columnam  et  gradus  ad  sinistram 
(Inscr.  s.  Pauli  p.  18  n.  243).  Ciampini  De  s.  aedificiis  p.  110: 
ante  maius  altare  prope  alteram  eoe  duabus  columnis,  quae  prima- 
rium  fulciunt  arcum,  a  denterà  parte  collocata.  Dal  Nicolai  (Basii, 
di  san  Paolo  p.  205  n.  426  A)  si  vede,  che  fin  all'  incendio  del 
1823  si  conservò  in  questo  luogo. 

Altezza  1  m.    Larghezza  2,11  m. 

Pietro  Sabino,  Rocca,  Severano,  Margarini,  Nicolai  11.  ce.  Maurini  Opp. 
s.  Gregorii  M.  4,  333  e  329.  Galletti  Inscr.  rom.  I  p.  5  n.  9.  Marini-Mai 
213  n.  1.  Puccinelli  Memorie  sepolcrali  dell'  abbadia  Fiorentina  ed  altri 
monasteri  (1664)  p.  53.  Pitra  Anal.  noviss.  1,  467.  Cf.  de  Rossi  1.  c.  dove 
allega  Sabino. 


158 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  — 


Tavole  paleografiche. 


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13.  Gregorio  Magno,  donazione  a  san  Paolo. 


159 


Lin.  5  isdem  non  per  errore,  ma  secondo  l'uso.  Cf.  Rocca  1.  c.  407,  che 
dà  molti  esempii.  -  Lin.  7  aqua  salvias  in  vece  di  aquas  salvias  come  nella 
lin.  18,  o  ad  aquas  salvias  o  aquae  salviae.  -  Lin.  8.  Dopo  Corneli  manca 
il  punto  adoperato  per  distinguere  gli  altri  fundi.  Pare  però  che  Corneli 
Tessellato  siano  due  diversi  fundi.  -  Lin.  10  hortos  duo  v.  Rocca  ib.  - 
Lin.  13  idem  in  vece  di  item.  -  Lin.  19  horlus  si  legga  hortos.  -  Lin.  23 
experentia  in  vece  di  experientia.  -  Lin.  24  Fhoca  in  vece  di  Foca  (cf. 
iscrizione  num.  15);  consolatus  in  vece  di  consulatus.  -  I  due  buchi  alla  parte 
inferiore  della  lastra  servivano  per  l'affissione. 

Questo  praeceptum  (lin.  22)  di  san  Gregorio  I  (590-604)  forma 
parte  del  suo  Registro  (XIV  n.  14;  Iaffé-Ewald  Beqesta  rom. 
pont.  n.  1991;  ed.  Maurin.  L.  14  n.  14  pag.  1273;  Migne  77, 
1318)  e  porta  la  data  del  25  gennaio  604.  Sulla  forma  crono- 
logica della  data  vedi  Ewald  nel  Neues  Archiv  3  (1878)  p.  549. 
Questa  aggiunta  della  data,  poi  il  bene  vale  ed  il  principio  Gre- 
gorhis  episcopus  servus  servorum  Dei  mancano  nel  Registro,  il 
quale  suole  omettere  queste  parti  anche  nelle  altre  lettere  gre- 
goriane. Vi  sono  alcune  piccole  differenze  fra  il  testo  del  marmo 
ed  il  testo  della  lettera  nel  Registro  ;  ma  non  occorre  enume- 
rarle, non  essendo  ancora  apparsa  la  lettera  nella  nuova  edizione 
del  Registro,  la  quale  è  in  corso  di  stampa  (Monum.  Germ.  hist. 
Epistolae).  La  storia  della  cancelleria  pontificia  avrà  da  trarre 
profìtto  dall'ordine  espresso  in  fine  del  marmo  e  della  lettera  nel 
Registro  :  hoc  praeceptum  in  scrinio  ecclesiae  nostrae  experientia 
tua  restituat,  e  dalla  menzione  dei  brevia  o  catasti  del  rettore 
del  patrimonio  dell' Appia  lin.  19:  de  brevibus  suis  delere  debeat 
(experientia  tua). 

Il  dono  offerto  da  san  Gregorio  alla  basilica  di  san  Paolo 
colla  massa  ad  Aquas  salvias,  coi  due  giardini  presso  il  fiume 
Aimone  e  le  terrulae  della  fossa  latronis,  è  assai  grande  e  ricco. 
Siccome  era  esclusivamente  destinato  per  le  lampade  e  candele 
della  basilica,  e  specialmente  della  sacra  tomba  (quidquid  exinde 
accesserit,  luminaribus  eius  [sancti  apostoli]  inpendi  lin.  17J, 
l'osservazione  del  Baronio  (ad  a.  604  n.  15)  ci  sembra  giusta: 
«  Ex  quibus  intelligas,  quam  abundans  esse  soleret  copia  lam- 
padum  incensarum,  quarum  tantum  usui  tot  tantaque  inservire 
debeant  oliveta  » .  Si  confronti  fra  tanti  altri  testi  quel  che  dice 
il  Liber  pont.  sotto  Adriano  I  (772-795)  intorno  al  numero  delle 


KiO  111.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  —  Tavole  paleografiche. 

candele  presso  il  sepolcro  di  san  Pietro  :  «  Eius  beatitudo  fecit 
farum  maiorem  in  eadera  beati  Petri  ecclesia,  in  tipum  crucis, 
qui  pendet  ante  presbiterium,  habentem  candelas  mille  CCCLXV, 
et  constituit  ut  quattuor  vicibus  in  anno  ipsum  farum  accendatur». 

Egli  è  però  un  errore  del  Baronio,  se  nel  medesimo  luogo 
allega  altre  due  iscrizioni  di  Roma  con  donazioni  di  fondi  fatte 
a  chiese,  come  testi  del  medesimo  san  Gregorio  Magno;  la  tavola 
nel  portico  della  basilica  vaticana  contenente  i  loca  vel  praedia 
cum  olibetis,  donazione  fatta  ai  santi  Pietro  e  Paolo  prò  concin- 
natione  luminari orum  vestrorum,  è  piuttosto  di  Gregorio  II 
(715-731),  e  l'altra  nella  chiesa  dei  santi  Giovanni  e  Paolo  è  di 
Gregorio  VII  (1073-1085),  il  quale  però  inserisce  una  tavola 
più  antica  (v.  più  sotto  l'iscrizione  n.  16). 

Lin.  1.  Sul  patrimonium  Appiae  e  sulla  divisione  dei  patri- 
monii  di  san  Pietro  in  massae  e  funài  (lin.  6.  7)  ho  trattato 
nella  Storia  dei  papi  nel  medio  evo  1.  3  c.  6,  e  più  ampiamente 
nel  Zeitschrift  fur  kath.  Theologie  1  (1877)  347  s.  325.  329.  - 
Lin.  6  illa  ..  possessio ,  in  qua  palmam  sumens  martyrii  ca- 
pite est  truncatus,  cioè  la  massa  ad  Aquas  salvias  (lin.  7.  18) 
col  luogo  chiamato  di  poi  Le  tre  fontane,  dove  stava  già  nel 
secolo  sesto,  e  forse  prima,  una  chiesa  di  san  Paolo  (de  Rossi 
Bullett.  di  arch.  crist.  1869,  85;  1887,  79).  Il  testo  citato  della 
nostra  iscrizione  forma  il  testimonio  più  antico  della  tradizione 
romana  sul  luogo  del  martirio.  Cf.  P.  Kirsch  nel  Ròmische  Quar- 
talschrift  1888,  233  ss.  e  I.  Giorgi  nell' Archivio  della  soc.  rom. 
di  storia  patria  1888,  49  ss.  -  Lin.  11  porticus  ipsius  ecclesiae 
euntibus  a  porta  civitatis  (cf.  lin.  14).  Qui  viene  designato  il 
portico,  che  menava  dalla  porta  ostiense  fino  alla  basilica  del- 
l'apostolo, menzionato  anche  dal  codice  di  Einsiedeln  (Iordan 
Topographie  der  Stadt  Rom  2,  659).  -  Lin.  15  monasterii 
s.  Aristi.  Il  Registro,  almeno  nell'edizione  dei  Maurini,  ha  mo- 
nasterii s.  Eudisti  (s.  EJwdislii),  e  un  sant'Edisto  aveva  culto  a 
Roma  (v.  sulla  domus  eulta  s.  Edisti  alla  via  ardeatina  Liber 
pont.  I,  505.  519  Hadrianus  I  n.  333).  Ma  nell'itinerario  salis- 
burgense  vien  nominata  non  lontano  dalla  basilica  di  san  Paolo 
ecclesia  sancii  Aristi  et  sanctae  Christinae  et  sancti  Victoris 
(de  Rossi  Roma  soft.  1,  182).  Il  Ballar,  casin.  2,  112  nomina 
anch'esso  un  monasterium  s.  Eristi. 


13.  «S1.  Gregorio,  donazione.    14.  <S.  Gregorio,  epitaffio. 


101 


Num.  14.    Anno  604.  ,  Tav.  II  n.  5. 

Due  frammenti  nel  sotterraneo  della  basilica  vaticana  al 
num.  125.  Sono  gli  unici  miseri  avanzi  dell'iscrizione  sepolcrale 
di  san  Gregorio  Magno,  la  quale  colla  tomba  stava  prima  fuori 
dell'ingresso  principale  della  basilica,  nel  porticus  ponti  fcum,  a 
sinistra  dinanzi  alla  sagrestia.  Il  luogo  è  espresso  così  da  Gio- 
vanni diacono,  biografo  del  papa:  in  eoctrema  porticu  basilicae 
sancti  Petri  apostoli  ante  secretarium  (lib.  4  c.  68),  mentre  il 
Liber  ponti f.  I  p.  312  meno  chiaro  avea  detto:  in  basilica  beati 
Petri  apostoli  ante  secretarium.  Quivi  rimanevano  l'iscrizione  e  l'an- 
tica tomba,  quando  il  corpo  del  santo  fu  trasferito  nella  basilica 
sotto  Gregorio  IV.  Mallius  vide  questa  tomba  al  luogo  primitivo 
ante  secretarium  inter  columnas  porticalium  (de  Rossi  Inscr. 
chrìst.  II,  1  p.  209  n.  38),  e  nel  medesimo  luogo  la  indica  ancora 
la  pianta  dell'antica  basilica  vaticana  di  Alfarano  al  num.  136 
(de  Rossi  ib.  p.  229.  233).  L'iscrizione  fu  senza  dubbio  spezzata 
e  dispersa  nella  riedificazione  di  questa  parte  della  basilica.  I 
due  frammenti  ritrovò  in  pavimento  australis  cryptarum  navis 
il  Sarti  (v.  sotto),  il  quale  gli  incorporò  ai  loro  luoghi  nel  testo 
dell'iscrizione  scolpito  per  ordine  di  Gregorio  XVI  in  una  lastra 
di  marmo  ed  esposto  nel  sotterraneo,  che  è  pur  una  qualche  sod- 
disfazione per  la  mancanza  di  pietà  degli  architetti  della  rina- 
scenza verso  un  tal  monumento.  —  Il  primo  frammento,  con  la 
croce,  è  il  principio  del  carme  sepolcrale,  l'altro  contiene  di- 
verse lettere  dei  distici  4.  5  e  6. 

Altezza  0,6  e  0,29  m.    Larghezza  del  2°  frammento  0,19  m. 

Panvinius  De  basii,  vai.  1.  6  c.  22  presso  Mai  Spicilegium  9  p.  350. 
Gruterus  Inscr.  p.  1175  n.  1.  Sarti  Cryptae  tav.  29  colla  spiegazione  p.  SI  ; 
p.  125  testo  dal  cod.  palat.  591.  Duchesne  Liber  poni.  I,  313.  Si  vedano 
le  altre  citazioni  sopra  pag.  104. 

Il  testo  si  ha  sopra  alla  pag.  104. 

L'aggiunta  cronologica  dell'epitaffio  è  genuina  e  contempo- 
ranea; all'asserzione  contraria  del  Sarti  p.  81,  fondata  sulla  falsa 
<;opi;i  fatta  già  dal  Mallio  (ora  presso  de  Rossi  Inscr.  chrìst.  II, 
1  p.  209  n.  38:  Hic  requiescit  Gregorius  I  papa  ecc.)  risponde  il 

Gbisar,  Analucta  romana,  voi.  1.  11 


162 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  — 


Tavole  paleografiche. 


de  Rossi  ib.  p.  52  n.  1  colla  vera  lezione  del  codice  vat.  pala- 
tino, che  non  ha  il  numero  I. 


Num.  15.    Anno  605.    Tav.  IV  n.  3. 

Nel  sotterraneo  della  basilica  vaticana  n.  154.  Unico  frammento 
dell'epitaffio  di  Sabiniano  papa  (f  605),  il  quale  era  sepolto  in 
ecclesia  beati  Petri  apostoli  (Liber  poni.  I,  315  n.  114).  Ivi  il 
Mallio  copiò  dal  sepolcro  il  quarto  distico  del  carme  (de  R,ossi 
Inscr.  christ.  II,  1  p.  211  n.  41),  e  lo  ripete  da  lui  il  Panvinio 
{De  basii,  rat.  1.  6  c.  22  presso  il  Mai  Spirile  gium  9  p.  350), 
il  quale  dice,  che  la  tomba  di  Sabiniano  era  in  portici  (ante 
vetus  secretarium).  Cf.  de  Rossi  1.  c.  Pare  che  già  prima  del 
tempo  di  Panvinio  la  lastra  fosse  stata  distrutta.  Quel  frammento 
fu  ritrovato  nel  sotterraneo  di  san  Pietro  in  australis  navis  pa- 
vimento dal  Sarti  (Cri/ptae  p.  99),  il  quale  riconobbe,  che  ap- 
parteneva all'aggiunta  cronologica  dell'iscrizione,  stampata  da  lui 
alla  pag.  126  con  una  qualche  restituzione  della  forinola  finale. 

Altezza  0,12  m.    Larghezza  0,15  m. 

Mallio  e  Panvinio  11.  ce.  Gruterus  Inscr.  p.  1165  n.  9  dal  cod.  vat. 
pai.  833.  Sarti  1.  c.  e  tav.  23  n.  2.  De  Rossi  1.  e.  p.  127  n.  6.  Duchesne 
Liber  poni.  I,  315.  Diamo  tutto  il  testo  colla  forinola  finale  proposta  dal 
Duchesne  : 

i     Saeva,  vorax,  nil  posse  tuas,  raors,  aspice  vires, 
Vivit  in  aeternum  quem  peremisse  putas. 
Nani  bona  distribuens  qui  nil  migrando  reliquit 
Per  te  post  missas  ire  videtur  opes. 
5    Hic  primam  subita  non  sumpsit  laude  coronam 
Sed  gradibus  meruit  crescere  sanctus  homo  ; 
Atque  hominum  vitium  blando  sermone  removit, 

Nec  iudex  culpis,  sed  medicina  fuit. 
Praesule  quo  nullum  turbavit  bellicus  horror 
io       Saeva  nec  angelici  vulneris  ira  fuit  ; 

Quem  famis  ira  dapes,  quem  nudus  sensit  amictum, 
Vincebat  lacrimis  omnia  dira  suis. 
Hic  roquieseit  sabinlANus  papa  qui  sedit  annum  i  menses  v  dies  vini. 
Dep.  vili.  kl.  mari.  p.  c.  d.  n.  FOCAE  Augusti  anno  zìi. 


15.  Sàbiniano  papa.    16.  Fondi  di  s.  Giovanni  e  Paolo. 


163 


Lin.  14:  Depositus  vili  halendas  martias  post  consulatum 
donimi  nostri  PJiocae.  -  Lin.  2  bona  distribuens  ecc.  Pare  che 
l'elogio  voglia  opporsi  ai  detrattori,  che  accusavano  il  papa  di 
avarizia  (Paul.  Diac.  Vita  s.  Gregorii  I,  c.  29,  aggiunta  poste- 
riore). -  Lin.  6  gradibus  meruit,  cioè  passava  per  gli  ufficii  ec- 
clesiastici più  bassi.  Sàbiniano  era  sotto  Gregorio  I  diacono  ed 
apocrisiario  alla  corte  di  Costantinopoli.  (Greg.  Begistr.  3,  52. 
65  ecc.).  -  Lin.  9  nullitm  (neminem?)  turbavit  bellìcus  horror. 
Cf.  Lì  er  poni.  I,  315  n.  114:  facta  pace  cum  gente  Langobar- 
dorum.  -  Lin.  10  angelicum  vulnus,  forse  la  peste.  Al  tempo 
della  peste  in  Costantinopoli  (Procopius  De  bello  persico  2  c.  22) 
gli  abitanti  si  immaginavano,  che  gli  ammalati  fossero  stati  toc- 
cati da  spiriti. 


Num.  16.    Sec.  VII  incirca.    Tav.  IV  n.  8. 

Nel  muro  della  navata  destra  della  chiesa  dei  santi  Giovanni 
e  Paolo  al  Celio,  vicino  all'altare.  La  tavola  forma  parte  d'una 
bolla  incisa  in  marmo  d'un  papa  Gregorio  (probabilmente  il 
settimo),  la  quale  comincia  in  una  seconda  lastra,  che  sta  al  lato 
sinistro  della  prima.  La  nostra  iscrizione  fu  sempre  in  questa 
chiesa,  i  cui  beni  in  essa  sono  registrati,  e  probabilmente  avea 
il  suo  posto  primitivo  nel  portico.  Nella  tavola  fototipica  si 
danno  solamente  le  prime  nove  linee  del  catalogo  marmoreo, 
come  saggio  di  paleografia  del  secolo  settimo  incirca. 

Altezza  0,33  m.    Larghezza  0,58  m. 

Martinelli  Roma  ex  elhnica  sacra  (1653)  p.  279.  Rondinini  SS.  Ioannes 
et  Paulus  (1707)  p.  78;  cf.  p.  107.  Borgia  Storia  di  Velletri  (1723)  p.  137. 
Galletti  Inscr.  rom.  1  p.  7  s.  Marini-Mai  p.  211  n.  2.  Cf.  de  Rossi  citato  più 
sotto,  e  Bibliothèque  de  fècole  des  Charles  34  (1873)  p.  260. 


164 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  — 


Tavole  paleografia) ìe. 


y  TERRITORIO  BELETRINO  MILIARIO  XXII 


"  FVNDVS  MVCIANVS  IN  INTEGRO  t 

N  C 

JL     Q  FVNDVS  COSCONIS  IN  INTEGRO  VBI  SVPRA  Q 

T  FVNDVS  PRETORIOLVS  IN  INTEGRO  VBI  SVPRA  N 

5       1  FVNDVS  CASACATELLI  IN  INTEGRO  VBI  SVPRA  S 

T  FVNDVS  PROCLIS  IN  INTEGRO  VIA  APPIA  MILIARIO  XIII  T 

I  A 

.  FVNDVS  VIRGINIS  IN  INTEGRO  VIA  APPIA  MILIARIO   II  CVM  PANTANO 

A  N 

F  FVNDVS  CAPITONIS  VIA  ARDEATINA  MILIARIO  III  T 

v  FVNDVS  FONTEIANVS  IN  INTEGRO  VIA  SVPRASCRIPTA  MILIARIO  V  I 

10    N  FVNDVS  FAVSIANVS  IN  INTEGRO  VIA  SVPRASCRIPTA  MILIARIO  PLVSMINVS  XII  N 

D  V 

0  FVNDVS  LAVSIANVS  IN  INTEGRO  VIA  SVPRASCRIPTA  MILIARIO  SVPRASCRIPTO 

R  FVNDVS  CARBONARIORVM  IN  INTEGRO  VIA  SVPRASCRIPTA  MILIARIO  PLVSMINVS  Villi  S 

v  FVNDVS  PVBLICA  IN  INTEGRO  VIA  LATINA  MILIARIO  PLVSMINVS  XI  E 

M  K 
FVNDVS  CASAQVINTI  IN  INTEGRO  VIA  LATINA   MILIARIO  PLVSMINVS  XI 

1  V 
15     v  FVNDVS  LACITIANVS  IN  INTEGRO  VIA  LAV1CANA  MILIARIO  XV  v 

R  FVNDVS  SERGIANVS  IN  INTEGRO  VBI  SVPRA  S 

1  I--VNDVS  SEPTEMINIS  IN  INTEGRO  VIA  S 

S  FVNDVS  CAESARIANVS  IN  INTEGRO  VIA  PENESTRINA  MILIARIO  XXX  O 


.       FVNDVS  STAGNIS  IN  INTEGRO  VIA  LATINA  MILIARIO  PLVSMINVS  XXX 
1  R 
20     T      FVNDVS  CASA  LVCI  IN  INTEGRO  VBI  SVPRA  y 

V  M 
L 

I 

H 
V 
I 

V 

s 

Le  lettere  disposte  a  sinistra  perpendicolarmente  a  colonna  danno  il  titolo 
proprio  del  catalogo  :  -j-  Notitia  fundorum  iuris  tituli  huius.  Quelle  a  destra 
insegnano  il  nome  del  compositore  della  tavola:  -j-  Constantinus  servus 
seroorum  (dei).  Solamente  il  principio  delle  lettere  a  sinistra  poteva  entrare 
nella  fototipia.  L'appellazione  servus  seroorum  dei  non  accenna  al  papa  Con- 
stantinus,  ma  secondo  il  mio  parere  a  qualche  fautore  del  monastero,  o  am- 
ministratore o  donatore  dei  beni ,  alla  maniera  come  anche  san  Gregorio 
Magno  nella  donazione  al  monastero  di  sant'  Andrea  sul  Celio,  che  fece  nel- 
l'a.  587,  quando  era  ancora  diaconus  apostolicae  sedis,  si  chiama  servus 
seroorum  Dei,  cioè  servo  dei  monaci,  i  quali  solevano  antonomasticamente 
chiamarsi  servi  Dei.  V.  la  mia  Storia  dei  papi  voi.  I  p.  13. 14.  -  Il  titolo  -j-  Ter- 
ritorio Beletrino  (Veletrino)  ecc.  veramente  non  è  il  titolo  del  catalogo,  ma 
il  suo  inizio,  ed  appartiene  solo  alle  linee  2-5.  -  Lin.  17.  Manca  sul  marmo 
il  nome  della  via. 

Il  de  Rossi  nel  Buìlettino  della  commissione  archeol.  munic. 
1872  p.  54  ss.  ha  illustrato  le  due  tavole,  distinto  la  nostra  antica 
da  quella  aggiunta  più  tardi,  ed  attribuito  quest'  ultima  con  gran- 
dissima probabilità  a  Gregorio  VII,  mentre  tutti  gli  altri,  che  ne 


10.  Fondi  di  s.  Gio ranni  e  Paolo. 


ior> 


trattarono,  aveano  considerato  ambedue  come  bolla  di  Gregorio  I 
confermata  da  Costantino  papa.  Solo  il  Suarez  (Praenesfes  an- 
tiqua p.  20)  le  prende  come  bolla  di  Gregorio  IL  II  de  Rossi 
assegna  alla  paleografia  della  più  antica  tavola  «  il  periodo  corso 
dal  declinare  del  sesto  secolo  agli  inizii  dell'  ottavo  »  (p.  58); 
dell'altra  afferma  con  diritto,  che  i  caratteri  portano  tutti  gli 
indizii  «  di  stile  piuttosto  posteriore  che  anteriore  al  mille  ». 
Nel  Iaffé-Lòwenfeld  Regesta  rom.  pouf,  il  testo  della  bolla  al 
num.  5292  fu  segnato  come  appartenente  a  Gregorio  VII.  Si  può 
aggiungere,  che  anche  le  lastre  sono  distinte,  essendo  l'antica  di 
marmo  bianco  assai  migliore  del  marmo  bianco  dell'altra. 
La  tavola  posteriore  porta  questa  iscrizione: 

-j-  GREGORIVS  EPISCOPVS  SERVVS  SERVORVM 

DEI  DILECTISSIMIS  IN  CHRISTO  FILIIS  DEVSDEDIT  CARDINALI 
ET  IOH ANNI  A RHIPRESBYTERO  TITVLI  SANCTORVM  IOHANNIS  ET  PAVLI 
ET  PER  VOS  IN  EODEM  TITVLO  IMPERPETVVM  CREDITE  SPECVLATI 
5     ONIS  INPELLIMVS   CVRA  ETIAM  ARDORE  CHRISTIANE 
RELIGIONIS  ET  STVDIO  DIVINI  CVLTVS  PERMOVEMVR 
PRO  VENERABILIORVM  PIORVMQVE  LOCORVM  PERCOGITARE 
STABILITATE  ATQVE  DEO  SERVI  ENTI  VM  SECVRITATE 
VT  HOC  PROVENIENTE  PIO    LABORE  ET  ANIME  CHRISTO 

10     DICATE  EI  QVAE  SE  ILLI  DIEBVS  VITE  EORVM  SERVI 
RE  DECREVERVNT  PERSEVERENTE  INPERTVRBATE 
NEC  NON  IN  ILLA  MANEANTE  FINE  TENVS  FIRMA  QVE 
A  CHRISTIANIS  IN  DEI  LAVDE  CONSTVCTA  SVNT 
QVIA  IGITVR  DILECTIO  ATQVE  RELIGIOSITAS  VESTRA 

15     PETIIT  NOBIS  QVATINVS  HOS  FVNDOS 

IN  INTEGROS  SITOS  TERRITORIO  BELLITRINENSI 
MILIARIO  XXII  AC  IN  ALIIS  LOCIS 

Segue  l'altra  tavola  più  antica  colla  seguente  aggiunta  d'un 
fondo  fatta  ai  tempi  di  Gregorio  VII  e  con  questa  chiusa  della 
bolla: 

FVNDVM  CASACELLENSEM  VIA  APIA  MILIARIO  XIII 
VESTRE  AECCLESIE  CONFIRMAREMVS 
20     ET  NOS  ITA  CONFIRMAMVS  VT  SI  QVISDAM 
TEMERATOR  EXTITERIT  ANATHE 
MATIS  VINCVLO  SVBIACEAT  IN  PERPETVVM 


lfifì 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  9.  — 


Tavole  paleografiche. 


Lin.  4.  L' esordio  Creditae  speculationis  è  comune  a  molte 
bolle  di  conferma  dei  beni  o  diritti  del  medio  evo.  Si  veda  Iaffé- 
Lòwenfeld  Regesta  rom.  pont.  II  pag.  781.  Il  privilegio  di 
Leone  IX  pel  monastero  di  Montecassino  ivi  citato  (n.  4165, 
dell'anno  1049,  presso  Migne  Patr.  lai.  143,  605)  offre  le  se- 
guenti correzioni  del  testo  del  nostro  marmo  :  Lin.  5  impellimur  ; 
lin.  10  dicatae  quae  se  Mi  (presso  Migne  erroneamente  illis)  ; 
lin.  11  perseverent ;  lin.  12  nec  non  Ma  maneant  fine  tenus. 
Oltre  a  ciò  nella  lin.  3  si  corregga  archipresbgtero  ;  nella  lin.  4 
bisogna  leggere  in  eodem  titillo  inservi entibus  ;  lin.  7  venerabi- 
lium;  lin.  13  constructa;  lin.  15 petiit  a  nobis;  lin.  16  in  integro; 
ih.  belletrinensi ;  lin.  18  appia;  si  noti  che  la  lin.  18  si  distingue 
dalle  precedenti  non  solo  per  la  paleografìa  ma  anche  per  la 
forma  accusativa;  lin.  20  quisquam..  La  chiusa  della  bolla  lin.  19  ss. 
è  forse  abbreviata  per  mancanza  di  spazio,  come  manca  anche  la 
data.  -  Recentemente  le  lettere  dell'iscrizione  furono  colorite  in 
nero  e  rosso,  ma  non  abbastanza  accuratamente. 

Per  i  beni  del  territorio  di  Velletri  si  veda  Borgia  Storia  di 
Velletri  1.  c.  e  Tomassetti  La  campagna  romana  (via  appia)  nel- 
Y  Archivio  della  soc.  rom.  di  storia  patria  2  (1878)  p.  157;  per 
i  beni  dell' Appia:  Tomassetti  p.  148;  per  quelli  delle  altre  vie: 
lo  stesso  nelle  continuazioni  relative. 

Nel  1871  fu  trovato  a  Roma  un  frammento  d'un'  altra  copia 
del  nostro  documento,  incisa  in  marmo  allo  stesso  tempo  di  Gre- 
gorio VII,  ma  non  terminata  dallo  scalpellino.  Se  ne  ha  la  fototipia 
nel  Bullettino  della  commissione  archeol.  1.  c.  tav.  4  n.  3,  col 
commento  del  de  Rossi  p.  54-58.  Dopo  i  vocaboli  fundus  Vir- 
ginis  (sopra  lin.  7)  rimase  il  resto  dello  spazio  libero.  Quivi  si 
volle  riunire  le  due  tavole  in  una,  ma  poi  si  abbandonò  il  la- 
voro, e  credo  di  poterne  indicare  la  ragione.  In  questa  tavola 
l'autore  intese  di  accorciare  le  indicazioni,  di  trasferire  i  nomi 
dei  fondi  nell'accusativo,  come  lo  richiede  il  testo  della  bolla,  e 
di  mettere  il  fundus  Casacellensis  via  appia  miliario  XIII  (Un.  18), 
che  stava  fuori  del  suo  posto,  con  gli  altri  beni  siti  sulF  Appia 
(1.  6  e  7  dell'antica  lastra);  ma  si  imbrogliò  talmente  che  cessò 
dall'opera;  perocché  dopo  le  parole  in  aliis  locìs  omise  l'inciso 
territorio  beletrino  miliario  XXII,  e  così  i  fondi  Mucianus, 
Cosconis  e  Pretoriolus  rimasero  senza  indicazione  di  luogo;  fece 


16.  Fondi  di  s.  Giovanni  e  Paolo.    17.  Giovanni  VII. 


167 


seguire  il  fundas  Casacellensis  (nella  parte  mancante  della 
sua  tavola,  come  suppongo),  e  gli  diede  la  giusta  indicazione 
via  appÌA  mil  xin  ;  ma  aggiungendo  il  fundus  Proclis  non  disse 
ubi  supra,  anzi  gli  annesse  la  falsa  indicazione  mil  ii,  invece  di 
miliario  xm,  mentre  il  fundus  Virginis  doveva  avere  il  il.  Così 
nacque  una  confusione  insanabile. 


10.  Tavole  paleografiche  e  testi  per  i  secoli  VIII-XII. 
Num.  17.    Anno  705-707.    Tav.  II  n.  7. 

Nel  sotterraneo  di  san  Pietro  in  Vaticano  al  num.  28.  Appar- 
teneva prima  all'oratorio  di  santa  Maria  eretto  da  papa  Gio- 
vanni VII  (705-707)  nell'interno  della  basilica  vaticana  all'angolo 
destro  presso  l'ingresso,  dove  essa  stava  fin  da  principio  innanzi 
all'  altare ,  e  poi  nel  secolo  xi  fu  adoperata  come  materiale  nel 
costruire  il  ciborio  del  sacro  sudario. 

Altezza  0,14  m.    Larghezza  1,64  m. 

Severano  Sette  chiese  p.  71.  Dionysius  Cryptae  vat.  tal).  18  p.  42.  De 
Rossi  Musaici  fase.  23. 

T 

+  IOHANNIS  SeRVI  SANCTAE  MARIAE 

Lastra  in  forma  di  tabella  securiclata,  rotta  per  lo  mezzo  in  due  parti. 
Caratteri  belli  lavorati  a  rilievo.  Sopra  la  lettera  m  del  nome  Mariae  vi 
è  una  piccola  croce  simile  a  quella  che  precede  il  nome  Iohannis.  Si  veda 
la  tavola  IV  n.  2,  dove  sopita  il  nome  del  papa  Zaccaria  nella  Un.  8  si  trova 
parimente  la  crocetta,  come  segno  di  riverenza  (Cf.  tav  IV  n.  1  b). 

Liber  poni.  I,  385  Iohannes  VII  n.  167:  «  Hic  (Johannes) 
fecit  oratorium  sanctae  Dei  genitricis  intro  ecclesiam  beati  Petri 
apostoli,  cuius  parietes  musibo  depinxit  ».  Petrus  Mallius  Descr. 
basii,  vat.  (de  Rossi  Inscr.  christ.  II,  1  p.  212)  n.  61:  «  Io- 
hannes VII  ..  fecit  oratorium  infra  ecclesiam  beati  Petri  sanctae 
Dei  genitricis  virginis  Mariae  in  parte  sinistra  iuxta  portam  Giù- 


168        III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  10.  —  Tavole  paleografiche. 


daniam  [Guidoneam]..  Qui  etiam  sepultus  est  ad  beatum  Petrum 
iuxta  altare  oratorii,  quod  ipse  construxit,  sub  xv  kal.  Novem- 
bris  ».  Le  ultime  parole  si  trovano  già  quasi  verbalmente  in 
una  recensione  posteriore  del  Liber  pontifìcalis,  pag.  386,  ma 
coll'indicazione  ante  altare.  L'iscrizione  è  l'avanzo  dell'accennato 
sepolcro  di  Giovanni  VII.  Vedi  de  Rossi  Musaici  fase,  cit.,  dove 
si  commentano  i  musaici  (nascita  di  Cristo  ecc.)  ed  anche  le 
altre  iscrizioni  dell'oratorio,  chiamato  molto  tempo  dopo  oratorio 
del  sacro  sudario  o  di  Veronica.  Fu  un  errore  del  Grimaldi 
(cod.  Barber.  XXXIV,  49  f.  38  r.;  XXXIV,  50  f.  73;  v.  Sarti  Cry- 
ptae  p.  29)  il  dire:  «c  Haec  inscriptio  indicat  nomen  conditoris  ci- 
borii  (sacri  sudarii)  >;  il  luogo,  dove  egli  vide  l'iscrizione,  intra 
fenestram  sudarii,  non  era  più  l'antico.  Egli  si  avvicina  più  al  vero, 
dove  fa  la  relazione  sopra  una  lastra,  tutta  simile  alla  nostra, 
trovata  nel  medesimo  oratorio  di  Giovanni  VII  o  del  sacro  su- 
dario {cod.  Barber.  XXXIV,  50  f.  222).  Codesta  l'astra,  o  fram- 
mento di  lastra,  anch'essa  securiclata,  conteneva  le  parole  greche 
ttq;  SeoTox-ou.  Era  la  traduzione  greca  della  fine  del  nostro  titolo, 
ed  il  de  Rossi  congettura,  che  in  altra  iscrizione  sia  stato  il  vo- 
cabolo ìocus  o  sepulcrum;  così  Giovanni  VII,  greco  di  nascita, 
avrebbe  ancor  vivente  espresso  in  latino  ed  in  greco  il  titolo 
della  sua  sepoltura  ed  il  suo  ossequio  verso  la  Vergine  innanzi  al- 
l'altare dedicato  a  lei  nel  suo  sontuoso  oratorio:  Locus  Iohannis 
servi  sanctae  Mariae.  -  Nell'oratorio  fu  venerato  nel  secolo  ottavo 
il  praesepe  sanctae  Mariae  (Enchiridion  de  sacellis  et  altaribus 
basii,  vatìc.  presso  de  Rossi  Inscr.  christ.  II,  1  p.  227),  cioè  una 
rappresentazione  analoga  a  quella  di  santa  Maria  Maggiore.  Di 
questo  oratorio  e  del  suo  ricchissimo  ornato  di  musaici  trattano  il 
de  Rossi  (oltre  al  luogo  citato)  nelle  Inscript.  christ.  II,  1  p.  418 
n.  15,  il  Garrucci  Arte  crisi.  4  (1877)  tav.  279-281,  p.  97-103 
e  nella  Civiltà  cattol.  1878,  I,  339  ss.;  II,  206  ss.;  il  Muntz  E. 
Notes  sur  les  mosaiques  chrét.  de  l'Italie.  IV.  Uoratoire  du  pape 
Jean  VII  nella  Revue  archèol.  1877,  II,  146-162,  ed  il  Ficker  I. 
Die  altchristlicìien  Bildwerke  im  christl.  Museum  des  Laferans 
(1890)  p.  20-23. 


17.  Giovanni  VII.    18.  Gregorio  III.  160 


Num.  18.    Anno  731-741.    Tav.  Ili  n.  3. 

Monastero  di  san  Paolo.  Stava  prima  nella  basilica  ostiense 
ad  partem  sinistrarti  (Pietro  Sabino  presso  de  Rossi  Inscr.  christ. 
II,  1  p.  423  n.  41),  fra  Vallare  di  san  Dionigi  e  la  prima  co- 
lonna a  sinistra  (Nicolai  Basii,  di  san  Paolo  p.  187  n.  349), 
e  pare  che  originalmente  sia  stata  affissa  presso  l'altare  maggiore 
(lin.  36  s.).  Frammenti  suppliti  per  mezzo  delle  copie  fatte  prima 
della  rovina  del  marmo,  la  quale  avvenne  al  tempo  dell'incendio 
del  1823. 

Altezza  2,3  m.    Larghezza  0,88  ni. 

Margarini  Inscr.  s.  Pauli  n.  30.  Nicolai  1.  c.  Marini-Mai  p.  214  n.  1. 
De  Rossi  1.  c.  citando  Sabino. 

4-  In  nomine  domini  Dei  saN  atorìs  nostri 
lesu  divisti  breue  facta  a  me 
Gregorio  terno  vApae 
de  oblationes  que  offer 
5      re  debentur  per  singulos 
dies  in  ecclesia  beati 

PAVLI  APOSTO/z  Statui 
ENIM   OFFERRI   ÌDESt  in 
PRIMA   MISSA  Ad  COf 

io     pvs  oblatatzz  imam  in  sec 

vnda  missa  ad  sanctum  Timotheum 

oblatam  vnam  in  ter tia  mi 

ssa  ad  imaginem  Saluatoris 

qui  et  apostoloruu  OBLAlam 
ìs      unam  in  quarta  miss  a  ad 

SANCTVM  GREGORIVM  aD  IANVAS 

oblatam  vnam  deinde  in 

MISSA  QVINTA  AD  alt  ARE 

maiore  oblatas  duAS  oyod 

20       SIMVL   FIVNT  COTzV/mNIS  di 

ebvs  oblatas  sex  quae 
ab  eclesia  ovferantur  in 
basiiAQA  TVa  Domine  meus 
beate  Patite  apostole  quem 
25      breuis  tìtuhim  auctorita 


170         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  10.  —  Tavole  paleografiche. 


te  apostolica  omni  tempo 

re  confirmamus  sub 

anathcmatis  interdi 

ctv  7it  nulli  lìceat  sue 
30     CESSorum  nostrorum 

M inveri  PRaediclas  obla 

nones  sed  si  uoluerit  ad 

laudem  et  ad  hojiorem  eius 

dem  beati  pauli  apostoli 
35     ANgeri  augeat  nos  uero 

ideo  dedimus  hoc  malore 

altare  monachi  ut  hec  omnia  fiant 

omni  tempore. 

Il  testo  ha  molti  e  singolari  spropositi,  che  non  occorre  cor- 
reggere con  apposite  note.  Essi  manifestano  non  solo  l'ignoranza 
dello  scultore,  ma  eziandio  dell'autore,  il  quale  tentò  di  fare  un 
sunto  d'un  breve  di  Gregorio  III  (731-741)  ora  perduto.  Le  let- 
tere di  questo  papa  e  gli  scritti  della  curia  romana  di  allora 
non  sono  soggetti  a  tale  barbarie  di  stile.  Si  fece  un  cenno 
dell'  iscrizione  sopra  alla  pag.  90.  -  Lin.  9  missa  ad  corpus.  Sulla 
tomba  dell'apostolo  vi  era  un  altare  inferiore  ed  uno  superiore 
(altare  maius  lin.  19  s.  36  s.).  Cf.  Liber  poni.  I,  312  Gregorius  I 
n.  113:  «  Hic  fecit  ut  super  corpus  beati  Petri  missas  celebraren- 
tur  ;  item  et  in  ecclesiam  beati  Pauli  apostoli  eadem  fecit  » .  Vedi 
la  dissertazione  VI  di  questo  volume  Le  tombe  apostoliche  c.  10. 
-  Lin.  lì  ad  sanctum  Timotheum.  È  il  martire  sepolto  in  vici- 
nanza dell'  altare  dell'  apostolo ,  non  il  Timoteo  degli  Atti  degli 
apostoli.  -  Lin.  15  ad  sanctum  Gregorium  ad  ianuas.  Ecco  uno 
dei  primi  documenti  del  culto  di  san  Gregorio  I  papa.  L'altare 
suo  ad  ianuas  era  forse  un'  imitazione  d'un  altare  del  santo  ad 
ianuas  della  basilica  vaticana,  dove  appunto  fuori  dell'ingresso 
a  sinistra  si  trovava  la  sua  tomba.  -  La  forma  Y  in  vece  di  V, 
adoperata  in  questa  iscrizione,  come  mostra  la  fototipia,  non  è 
infrequente  in  quella  età.  Vedi  p.  e.  tav.  Ili  n.  5,  tav.  IV  n.  8, 
tav.  II  n.  4  e  2. 


18-10.  Gregorio  III. 


171 


Num.  19.    Anno  741-742.    Tav.  II  n.  4. 

Ora  nel  sotterraneo  della  basilica  vaticana  al  num.  30,  una  volta 
nella  stessa  basilica  al  sepolcro  del  papa  Gregorio  III  (731-741), 
super  tumulum  (Pietro  Sabino,  presso  il  de  Rossi  Inscr.  christ. 
II,  1  p.  417  n.  10).  Il  papa  ebbe  la  sua  tomba  nell'  oratorio 
della  beata  Vergine,  da  lui  costruito  intra  eandem  basilicam, 
iuxta  arcum  principalem,  parte  virorum  {Liber  pont.  I,  417  Gre- 
gorius  III  n.  194),  in  choro  canonicorum  (Mallius  presso  il  de 
Rossi  Inscr.  II,  1  p.  200  n.  2);  si  veda  la  pianta  dell'Alfarano 
(de  Rossi  ib.  p.  232)  n.  38.  L'iscrizione  presenta  le  tre  ora- 
zioni da  recitarsi  nella  messa  per  l'anima  del  defunto,  in  agenda 
commemorationis  eìus,  sive  quotidiana  sive  anniversaria  (de  Rossi). 
La  tavola  ora  è  ricomposta  di  tredici  frammenti,  che  non  danno 
più  l'intero  testo. 

Altezza  c.  0,(30  m.    Larghezza  c.  1  m. 

Petrus  Sabinus  1.  c.  Torrigio  Grotte  p.  86  (incompleta).  Dionigi  Cryplae 
tav.  8  p.  17  ss.  (con  supplementi  erronei).  Marini-Mai  p.  27  n.  1  (coi  sup- 
plementi del  Dionigi).  De  Rossi  1.  c.  (coi  supplementi  veri  presi  dal  Sabino, 
che  fece  la  sua  copia  quando  l'epigrafe  era  ancora  intera  e  sul  primitivo 
posto).    Duchesne  Liber  pont.  I,  423  1.  114-125. 

1    EXAVDI  NOS  0MNIPOTENS  ET  MISER1CORS  DetiS  et  grego 

rivm  tertivm  qvem  tv  A  gratia  ivssit  esse  pastorem  cuius  memoriam 

AGIMVS  AETERNAE  BEATITVDINI   ET  CONSORTIO  TVORUtn   Iti  apO 
JTOLICA  FIDE  RELIGIONIS  CHRISTIAN  A  E  PREMIA  VITAE  AETERtt££  et  refH 

5    GERII  CVM  FIDELIBVS  TVIS  PREPARES  MANSIONEM  PEr  d.  n. 

miiMERA  DOMINE  OBLATA  SANCTIFICA  ET  ANIMAM  FAMVLI  TVI  GREGORzV  tertìi 
maculis  «MVNDA  ET  PERPETVAE  VITAE  FACIAS  esse  VARticipem  per  d.  11. 
purificet  quaesumus  domtNE  indvlgentia  tva  animam  famvli  tvi  Gregorii 
papae  et  huias  ^rporis  et  sangvinis  participatio  SACRAmenti  f lertii 

io  aeterna  refectione  ^aginet  et  sempiterna  redemptione  mvnia/  per  d.  n. 

Lin.  1.  Le  prime  lettere  sono  tinte  male  e  perciò  non  riuscite  chiare 
nella  fotografia.  -  Lin.  3  agimus.  Anche  in  altre  parole  di  questa  iscrizione 
V  s'avvicina  alla  forma  dell'Y,  ma  più  spiccatamente  in  questo  luogo.  Si 
veda  l'altra  iscrizione  di  Gregorio  III  al  num.  18.  -  Lin.  4.  Il  Sabino  ha 
prima  scritto  fide  e  poi  corretto  falsamente  sede;  pare  però  che  lo  scultore 


172         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  10.  —  Tavole  paleografiche. 

abbia  inciso  sede.  Il  de  Rossi  osserva,  che  dopo  la  parola  chrislianac  man- 
cano per  inavvertenza  dello  scultore  le  parole  pontifìcum  aggreges  eique 
(o  simili).  -  Lin.  7.  Sabino  aggiunge  alla  fine  della  linea  in  vece  di  per  d.  n. 
le  parole  ad  completa.  Nell'originale  vi  è  in  questo  luogo  una  delle  lacune. 
Ad  completa  sarebbe  il  titolo  della  seguente  terza  orazione.  Ma  siccome  la 
prima  e  la  seconda  sono  prive  d'un  titolo  corrispondente,  e  qui  alla  seconda 
manca  il  solito  per  d.  n.  precisamente  al  posto  dell' ari  completa,  si  può 
credere,  che  Sabino  abbia  letto  male;  restituisco  dunque  per  d.  n.,  al  posto 
dell'ad  completa,  giacche  per  tutte  le  due  forinole  insieme  non  basta  lo 
spazio. 

Si  fece  un  cenno  dell'iscrizione  sopra  alla  pag.  00.  Le  tre 
orazioni,  in  una  età  di  grande  decadenza,  conservano  uno  stile 
scelto  ed  elevato,  perchè  si  attengono  al  formolario  antico  e 
classico  delle  preghiere  ecclesiastiche.  Si  scorgono  facilmente  le 
assonanze  colle  orazioni,  le  quali  ancor  oggi  sono  in  uso,  sia 
pei  defunti  in  generale,  sia  specialmente  pei  defunti  degli  alti 
gradi  gerarchici.  Neil'  oratorio  di  Gregorio  III  alla  basilica  va- 
ticana vi  erano  oltre  questa  iscrizione  altre  sue  memorie  epi- 
grafiche, cioè  il  suo  breve  titolo  sepolcrale  (sopra  p.  127)  ed 
il  testo  del  sinodo  romano  tenuto  da  lui  nell'anno  732,  dove 
istituì  tre  messe  quotidiane  in  onore  dei  santi,  testo  che  com- 
prendeva tre  tavole  di  marmo  (vedi  de  Rossi  Inscr.  christ.  II, 
1  p.  412  ss.  e  Duchesne  Liber  pont.  I,  422),  e  conteneva  fra 
le  altre  cose  le  tre  orazioni  per  la  funzione  nuovamente  isti- 
tuita (v.  sopra  p.  89). 


Num.  20.    Ann.  741-752.    Tav.  IV  n.  2. 

Nella  basilica  di  san  Clemente  al  Celio  a  sinistra  dell'  ingresso 
principale.  Fu  trovata  nel  1715,  quando  Clemente  XI  fece  ri- 
staurare  la  chiesa,  apposita  arae  aversa  facie  (Marini-Mai  p.  224 
n.  2),  adoperata  fra  le  lastre  di  marmo  che  componevano  lai- 
tare  (Bartolini  Santo  Zaccaria  papa  p.  261),  e  probabilmente 


19.  Gregorio  III.    20.  Gregorio  presbitero.    21.  &  Angelo.  173 


era  stata  prima  nella  chiesa  inferiore  di  san  Clemente  fino  alla 
costruzione  della  superiore  sotto  papa  Pasquale  II. 
Altezza  0,52  m.    Larghezza  1,38  m. 

Alle  edizioni  notate  sopra  alla  pag.  123  si  aggiunga  Mullooly  Saint  Cle- 
ment  and  his  basilica  (1873)  p.  351.  -  La  nostra  fototipia  dà  la  metà  supe- 
riore. 

Tutto  il  testo  è  stampato  sopra  p.  123. 

HIISRAELITICVS  DEO  OFFEREBAT  POPVLVS  RVRI  ecc. 

Lin.  3  coque  in  vece  di  quoque.  -  Lin.  6  suppremus  cf.  lin.  8  Zac- 
chariae.  -  Lin.  8.  Si  osservi  nella  fototipia  la  piccola  croce  sopra  il  nome 
di  Zaccaria  papa.  -  Lin.  17.  Questa  linea  è  scolpita  in  caratteri  più  piccoli. 
-  Il  testo  è  composto  nei  quasi-versus,  che  occorrono  nell'epigrafia  cristiana 
in  ogni  età,  fin  dai  primi  tempi;  cf.  sopra  pag.  116.  L'ultima  linea  presenta 
di  più  la  così  detta  rima  leonina.  -  Alla  prima  lettera  dell'  iscrizione  è  forse 
innestata  la  croce  :  -J-  hisraeliticvs. 

Gregorius,  primus  presbyter  sedis  apostolicae ,  del  titolo  di 
san  Clemente  (lin.  4),  che  fa  l'offerta  dei  libri  sacri  alla  sua  ba- 
silica, sottoscrive  i  due  concilii  romani  di  Zaccaria  papa  degli 
anni  744  (743?)  e  745  nel  primo  luogo  fra  i  preti  sottoscrittori 
ed  immediatamente  dopo  Ioannes  archipresbyter  (Iaffé-Ewald 
Regesta  rom.  pontiff.  p.  265),  la  seconda  volta  coli' aggiunta 
humilis  presbyter  sanctae  romanae  ecclesiae,  titilli  sancii  Cle- 
menti s.  -  Lin.  1  offerebat.  Cf.  Exod.  25,  3  ss.;  35,  5  ss.  -  Lin.  7 
de  tuis  thesauris.  Cf.  l'iscrizione  num.  23.  -  Lin.  12  aisti.  Cf. 
Matth.  13,  44.  -  Lin.  15  octateuchiim,  cioè  i  primi  otto  libri  dell'an- 
tico testamento,  che  precedono  il  (corpo  dei  quattro  libri)  regum. 


Num.  21.    Anno  755  (770?)    Tav.  Ili  n.  5. 

Incastrata  nel  muro  di  sant'Angelo  in  Pescheria  presso  la 
porta  principale  (a  man  dritta  nelV  entrare ,  Torrigio  Grotte 
p.  540).  L'iscrizione  dovea  fin  da  principio  trovarsi  nella  detta 
chiesa.  » 

Altezza  0.45  ni.    Larghezza  0,88  m. 


174         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  10.  —  Tavole  paleografiche. 


Torrigio  1.  c.  Galletti  Inscr.  rom.  I,  13.  Marini-Mai  p.  40  n.  1.  Du- 
chesne  Liber  poni.  I,  514  (dà  solo  la  fine). 

26       -J-  EST  ENIM  DEDICATIO  ECCLESIE  ISTIVS 

AT  NOMEN  BEATI  PAVLI  APOSTOLI  CALENDAS 

IVNIAS  PER  INDICTIONE  OCTABA  ANNO 

AB  INITIO  MVNDI  SEX  MILIA  DVCENTOS 
30       SEXXAGINTA  TRES  TEMPORIBVS  DOMN1 

STEPHANI  IVNIORIS  PAPAE  THEODOTVS 

HOLIM   DVX  NVNC  PRIMICERIVS  SANCTAE  SEDIS 

APOSTOLICAE  ET  PATER  VIVS  BENERABILIS  DIACONIAE  A  SOLO 
EDIFICAVIT  PRO  INTERCESSIONEM  ANIMAE  SVAE 
35       ET  REMEDIVM  OMNIVM  PECCATORVM 

La  nostra  tavola  fototipica  dà  solamente  questa  ultima  parte 
della  lunga  iscrizione,  cioè  le  linee  2(3-35.  La  parte  omessa,  com- 
posta da  varii  frammenti,  contiene  il  seguente  catalogo  di  reli- 
quie; lo  diamo  con  lezione  più  corretta  che  gli  autori  citati. 

1        HAEC  SVNT  NOMINA  SANCTORVM  CORVM 
BENEFICIA  HIC  REQVIESCVNT  IDEST 

DOMINI  ET  SALVATORI  NOSTRI  IESV  CHRISTI  SANCTAEQVAE 
EIVS  GENETRICIS  MARIAE  DOMINAE  NOSTRAE 

5        SANCTI  MICHAEL  ET  GABRIEL  A RCH ANGELI 

SANCTI  PETRI  SANCTI  PAVLI  SANCTI  ANDREAE 
SANCTI  IACCOBI  SANCTI  IOHANNI  SANCTI  THOMAE 
SANCTI  IACCOBI  SANCTI  PHILIPPI  SANCTI  BARTHOLOMEI 
SANCTI  MATTHEI  SANCTI  SIMONIS  SANCTI  THADDEI 

10       SANCTI  IOHANNI  BAPTISTAE  SANCTI  SELBESTRI 

SANCTI  STEPHANI  SANCTI  ZINI  SANCTI  LAVRENTII 
SANCTI  CESARII  SANCTI  NICANDRI  SANCTI  CELSI 
SANCTI  EVPLI  SANCTI  PETRI  SANCTI  MARCELLINI 
SANCTI  BALENTINI  SANCTI  DONATI  SANCTI  NICOLAI 

15       SANCTI  PANCRATII  SANCTI  ANASTASII  SANCTI  IVDA 

SANCTI  THEODORI  SANCTI  GEORGII  SANCTI  CHRISTOPHORI 
SANCTI  ALEXANDRI  SANCTI  ERASMI  SANCTI  THOTHAELII 
SANCTI  ABBAQVIR1  SANCTI  IOHANNIS  SANCTI  DOMET1I 
SANCTI  PROCOPII  SANCTI  PA  NT  A  LEONI  SANCTI  NICASI 

20       SANCTI  COSMAE  SANCTI  DAMIANI  SANCTI  ANTHIMI 
SANCTI  LEONTII  SANCTI  EVPREPII  SANCTI  ANTIPAE 
SANCTA  ANNA  SANCTA  ELISABET  SANCTA  EVPHVMIA 
SANCTA  SOPHIA  SANCTA  THECLA  SANCTA  PETRONELLA 
SANCTA  THEODOTAE  SANCTA  THEOPISTI  SANCTA  AVREA 

25       SANCTA  ATHANASIA  SANCTA  THEOCTISTI  SANCTA  EVDOXIA 


21.  Reliquie  di  sani' Angelo  in  Pescheria. 


175 


Lin.  1  corum  in  luogo  di  quorum.  -  Lin.  3  salvatori  in  luogo  di  sal- 
vatoris;  sanctaequae  in  luogo  di  sanctaeque.  Iesu  Christi  è  scritto  IHV 
XPI.  -  Lin.  5  archangeli  in  vece  di  archangelorum;  la  mancanza  di  spazio 
in  fine  delle  linee  può  esser  ragione  di  simili  sbagli  in  questo  lato  dell'iscri- 
zione. -  Lin.  10  Selbestri,  Silvestri  come  lin.  14  Balentini  e  lin.  28  octaba.  - 
Lin.  11  Zini  in  vece  di  Ciri,  o  Zeno,  o  piuttosto  Lini  perchè  segue  ad 
altri  due  papi.  -  Lin.  15  Inda  in  vece  di  ludae.  -  Lin.  17  Thothaelii,  forse 
Theoduli,  del  diacono,  compagno  di  sant'Evenzio  prete,  martiri  romani.  - 
Lin.  18  Abbaquiri;  è  il  santo  abbas  Cyrus,  v.  Mabillon  Mus.  Hai.  I,  285; 
Martinelli  Roma  ex  ethnica  sacra  (1653)  p.  335;  Armellini  Chiese  2a  ed. 
p.  180.  -  Lin.  19  Pantaleoni  in  vece  di  Pantaleonis ;  Nicasi  in  vece  di  Ni- 
casii.  -  Lin.  22  sca  anna  in  vece  di  scae  annae,  e  così  sino  alla  fine  il  no- 
minativo in  vece  del  genitivo.  Euphumia,  lo  stesso  che  Euphemia.  -  Lin.  24 
Theodotae,  l'unico  genitivo. 

Nella  lin.  33  si  ricorda  l'origine  della  chiesa  di  sant'An- 
gelo in  Pescheria,  la  quale  fu  prima  dedicata  a  san  Paolo  apo- 
stolo (lin.  27).  Il  Teodoto,  che  la  edificò  (lin.  31),  holim  dux 
nunc  primicerius  [notariorum]  sanctae  sedis  apostolicae ,  viene 
anche  nominato  nel  Liber  pont.  I,  486  Hadrianus  n.  291,  dove 
si  legge,  che  papa  Adriano  I  (772-795)  <  parvulus  suae  nobi- 
lissimae  genetrici  relictus,  studiose  a  proprio  thio  [avunculo] 
Theodoto ,  dudum  consule  et  duce,  postmodum  vero  primicerio 
sanctae  nostrae  ecclesiae,  ..  educatus  est  ».  Le  date  cronologiche 
dell'edificazione  contenute  nell'iscrizione  danno  l'anno  755  o  770, 
secondo  che  si  prende  l'èra  costantinopolitana  o  l'èra  alessan- 
drina (v.  Duchesne  Liber  poni.  I,  514).  Ma  pare  da  preferirsi 
il  primo  anno ,  col  pontificato  di  Stefano  II  (752-757) ,  al  se- 
condo anno  col  pontificato  di  Stefano  III  (768-772).  E  verosi- 
mile poi  che  il  titolo  di  san  Paolo  sia  stato  scelto  per  la  chiesa 
in  riguardo  al  papa  Paolo,  come  si  vede  più  spesso  in  quell'età 
che  il  nome  d'un  papa  dava  ad  una  nuova  chiesa  la  propria 
appellazione  (v.  Armellini  Chiese  2l  ed.  p.  296  sopra  la  chiesa 
dei  santi  Silvestro  e  Stefano,  cominciata  da  Stefano  IL  fratello 
di  papa  Paolo).  Siccome  il  fondatore  della  chiesa  viene  chia- 
mato pater  huius  venerabilis  diaconiae,  si  potrà  forse  conchiu- 
dere, che  la  diaconia  esisteva  già  prima  della  chiesa. 

Il  catalogo  delle  beneficia  sanctorum  (lin.  2  ss.)  mostra,  quanto 
erano  ricche  di  reliquie  le  chiese  di  Roma,  anche  dei  santi  estra- 
romani  ed  orientali,  già  molto  tempo  prima  delle  crociate.  Il 


176         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  10.  —  Tavole  paleografiche. 

vocabolo  beneficia,  in  luogo  di  reliquiae,  occorre  anche  nel  Liber 
diurnus  ed.  Sickel  1889  pag.  12  form.  14.  E  noto,  che  queste 
parole,  come  le  altre  equivalenti  sanctuaria,  pignora  ecc.,  non 
importano  necessariamente  parti  del  corpo,  ma  possono  significare 
qualunque  oggetto  o  santificato  per  mezzo  del  contatto  col  corpo 
o  venerabile  per  qualche  appartenenza  alla  persona  del  santo. 
Quest'ultimo  si  applichi  p.  e.  alle  beneficia  ..  lesu  Christi  sanctae- 
que  ..  Mariae  (lin.  3  s.).  Le  beneficia  sancti  Michael^)  erano  o 
pietre  del  luogo  della  sua  apparizione  sul  monte  Gargano  o  pallii 
d'alcun  altare  assai  venerato  dell'arcangelo,  e  precisamente  alla 
pagina  citata  del  Liber  diurnus  si  contiene  la  furinola  della  can- 
celleria romana  De  danda  beneficia  sancti  archangeli.  (Cf.  Gar- 
nier  alla  forinola  7  del  libro  V  del  Diurnus  =  form.  14  Sickel, 
Migne  Pafr.  lat.  105,  90).  Così  ancora  probabilmente  si  conser- 
vava nella  nostra  chiesa  qualche  pallio  d'un  altare  di  san  Raf- 
faello. Avrebbe  la  chiesa  da  queste  beneficia  angelorum  avuto 
il  nome  posteriore  di  sant'  Angelo  ? 


Num.  22.    Anno  757-761.    Tav.  IV  n.  7. 

Nel  portico  di  san  Silvestro  in  capite.  E  una  lastra  composta 
di  due  parti,  delle  quali  quella  a  destra  fu  trovata  nell'anno  1880 
nei  muri  degli  edificii  a  lato  della  detta  chiesa,  quando  vi  fu 
eretta  la  posta,  mentre  quella  a  sinistra,  che  è  la  maggiore, 
era  fin  dal  medio  evo  esposta  nella  chiesa  di  san  Silvestro. 
Dopo  la  scoperta  della  prima  si  conobbe,  che  i  supplementi  fatti 
alla  seconda,  e  ripetuti  da  tutti  gli  autori,  erano  sbagliati.  Della 
restituzione  del  marino  tratta  il  de  Rossi  nel  Bidlett.  di  archeol. 
crist.  1882,  39  ss.  La  nostra  fototipia  offre,  come  saggio  paleo- 
grafico, solamente  le  sei  ultime  delle  tredici  linee,  onde  si  com- 
pone l'iscrizione.  Il  tutto  è  un  catalogo  delle  sante  martiri,  le 
reliquie  delle  quali  da  papa  Paolo  I  (757-767)  fra  gli  anni  sopra 
indicati  furono  deposte  nella  suddetta  chiesa  e  nell'attiguo  mona- 
stero, fondati  da  lui  nella  casa  paterna.  A  questo  catalogo  delle 
sante  corrisponde  un  altro  catalogo  contemporaneo,  conservato 


22.  Reliquie  dì  s.  Silvestro  in  capile. 


177 


nel  medesimo  portico,  il  quale  contiene  la  lista  dei  santi  trasfe- 
riti alla  chiesa  nella  stessa  occasione;  esso  comincia  similmente 
colle  parole:  In  nomine  domini.  Haec  est  noticia  naf alici orum 
sanctorum  Me  requiescenti  um.  Ambedue  hanno  egualmente  la 
forma  di  calendario,  premettendo  al  nome  dei  santi  e  delle  sante 
il  giorno  della  loro  commemorazione  liturgica. 
Altezza  0,35  m.    Larghezza  0,74  m. 

Sabino  cit.  dal  de  Rossi  Inscr.  chrisl.  II,  1  p.  448  n.  212.  Carletti 
Chiesa  di  san  Silvestro  in  cap.  p.  154  (con  insufficiente  disegno).  Galletti 
Inscr.  rota.  1  p.  505  n.  3.  Marini-Mai  p.  58  n.  1.  De  Rossi  Bull, 
cit.  p.  40. 

DIE  XII  MENSIS  SVPRASCRIPTI  NATALICIVM  SANCTAE  CONCORDIAE 
MENSE  SEPTEMBRIS  DIE  XXX  NATALICIVM  SANCTARVM  SOFIAE 
10       PISTIS  HELPIS  ET  AGAPE 

MENSE  OCTOBRIS  DIE  XIII  NATALICIVM  SANCTAE  CONCHYLE 

DIE  XVIII  MENSIS  SVPRASCRIPTI  NATALICIVM  SANCTAE  TRIFONIAE 

DIE  XXVIII  MENSIS  SVPRASCRIPTI  NATALICIVM  SANCTAE  CYRILLAE 

Lin.  1  XII  mensis,  secondo  il  de  Rossi  1.  c.  errore  del  lapicida,  perchè 
i  martirologii  storici  assegnano  il  xin.  -  suprascripti  cioè  Augusti.  -  natali- 
cium;  scrivo  così,  e  non  natalitium,  perchè  al  principio  dell'altro  catalogo, 
quello  dei  santi,  sta  scolpito  nataliciorum. 

«  Uno  dei  più  solenni  ed  autorevoli  monumenti  per  l'agio- 
grafìa romana  del  periodo  delle  traslazioni  »,  così  chiama  il 
de  Rossi  i  due  cataloghi  del  portico  di  san  Silvestro  in  capite 
(1.  e).  Si  vedano  le  sue  note  sopra  le  sante  martiri  ivi  enume- 
rate alla  pag.  39  ;  sopra  santa  Sofia  e  le  sue  figliuole  Pisti , 
Elpi  ed  Agape  specialmente  Roma  soft.  2,  171-180  ed  Allard 
Histoire  des  persècntions  1  (1885)  p.  223  s.  L'esempio  di  simili 
nomi  non  è  infrequente  presso  i  cristiani  dei  primi  tre  secoli. 
Le  dette  quattro  martiri,  che  aveano  sofferto  sotto  Adriano,  erano 
sepolte  alla  via  aurelia  nelle  vicinanze  della  chiesa  di  san  Pan- 
crazio, donde  papa  Paolo  le  trasferì  alla  suddetta  chiesa.  L'autore 
dell'itinerario  Salzhurgcnsc  vi  visitò  ancora  le  loro  tombe:  «  in 
antro  s.  Sóbiam  martyrem  et  duae  filiae  eius  Agapite  et  Pistis 
martyres  >  (Roma  sott.  1,  182).  Cf.  ih.  Notilia  portarum  ecc.: 


Gkisau,  Analecta  romana,  voi.  1. 


178 


III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  10.  —  Tavole  paleografiche. 


«  S.  Sapientia  cum  tribus  fìliabus,  Fide,  Spe,  Charitate  »,  e  X Index 
degli  olii  portati  da  Giovanni  alla  regina  Teodolinda:  «  Sane  te  Sofìe 
cum  tres  filias  ».  Con  questi  quattro  sepolcri  non  si  hanno  a 
confondere  i  sepolcri  di  altre  quattro  martiri  di  identico  nome, 
siti  alla  via  appia.  I  nomi  delle  quattro  sante  della  via  aurelia  oc- 
corrono anche  in  un  catalogo  di  reliquie  conservato  nel  sotter- 
raneo di  san  Pietro,  scolpito  nel  secolo  ottavo  incirca,  e  pub- 
blicato dal  Dionigi  Cryptae  tab.  39  e  dal  Marini-Mai  p.  44  n.  1  : 
«  sanctarum  Sofiae,  Pistis,  Helpis  et  Agapae  » .  L'ultimo  catalogo 
vaticano  è,  come  s'esprime  il  de  Rossi  (Bull.  1.  c.  p.  41)  «  ge- 
mello a  questo  della  chiesa  di  san  Silvestro  nella  serie  dei  nomi, 
ma  senza  l'annotazione  dei  giorni  delle  natalicia  ...  Ci  insegna, 
che  Paolo  T,  deponendo  i  corpi  traslati  dai  cimiteri  nella  novella 
chiesa  della  casa  paterna,  ne  riservò  parte  delle  reliquie  di  cia- 
scuno, ed  egli  medesimo,  od  uno  dei  suoi  successori  le  pose  nella 
basilica  vaticana».  Non  resta  altro,  che  riferire  la  parte  della 
nostra  iscrizione  omessa  nella  fototipia,  cioè  il  principio  : 

-J-  IN  NOMINE  DOMINI  HAEC  NOTITIA  NATALICIORVM  SANCTARVM 

HIC  REQVIESCENTIVM 
MENSE  MARTIO  DIE  XVIIII  NATALICIVM  SANCTARVM  DARIAE 
ET  HILARIAE  VIRGINVM 
5        MENSE  AVGVSTO  DIE  Vili  NATALICIVM  SANCTARVM  MEMMIAE 

ET  IVLIANAE 

DIE  Villi  MENSIS  SVPRASCRIPTI  SANCTAE  ARTHEMIAE 


Num.  23.    Ann.  772-795.    Tav.  Ili  n.  1. 

Nel  portico  di  santa  Maria  in  Cosmedin.  Lastra  al  principio 
ed  alla  fine  monca.  Fu  ritrovata  fra  le  mine  degli  antichi  edi- 
fizi  esistenti  intorno  alla  chiesa  (Crescimbeni  Santa  Maria  in  Cos- 
medin p.  43).  Sopra  l'iscrizione  corre  una  cornice  decorata  di 
rozze  arcatine  a  bassorilievo.  Il  tutto  faceva  parte  di  qualche 
ornamento,  offerto  alla  chiesa  da  Gregorius  no(tarius?) ,  ed  è 
lavoro  di   stile  italo-bizantino ,  come  lo  chiama  il  Cattaneo: 


23.  Gregorio  notarlo.    24.  Reliquie  della  basilica  vaticana.  179 


L'architettura  in  Italia  dal  secolo  VI  al  mille  circa  (1888) 
p.  147. 

Altezza  0,14 m.    Larghezza  Ini. 

Crescimbeni  1.  c.  p.  44.  Cattaneo  1.  c.  con  disegno  molto  migliore  di 
quello  del  Crescimbeni.    Duchesne  Liber  poni.  I,  520. 

{de  dd)ms  dei  et  sancte  dei  genetricis  UArtae 
{temporiòu)s  domni  Adriani  pape  ego  gregorivs  tio{tarius?) 

Non  si  sa  nulla  nè  di  Gregorius  notarius  (nomenclator ,  no- 
bilis  viri)  al  tempo  di  Adriano  I  (772-795),  nè  del  suo  lavoro 
votivo.  Per  cagione  delle  arcatine  il  Crescimbeni  pensa,  che 
questo  marmo  o  indichi  «  qualche  acquedotto  de'  ristaurati  dallo 
stesso  Adriano  »,  o  indichi  che  il  portico  sia  fatto  da  Adriano. 
Ma  le  arcatine  non  hanno  verun  significato  ;  esse  sono  semplice 
ornamento.  Fra  esse  si  trova  un  buco  quadrato,  e  similmente 
un  altro  fra  le  parole  ego  e  Gregorius;  il  secondo  vi  era  prima 
che  si  scolpisse  l'iscrizione;  in  essi  «  dovette  innestarsi  qualche 
ferro  a  sostegno  di  lampada  o  di  cortina  »  (Cattaneo). 


Num.  24.    Ann.  783.    Tav.  IV  n.  5. 

Nel  sotterraneo  di  san  Pietro  in  Vaticano  n.  27.  Al  tempo 
di  Panvinio  l' iscrizione  era  in  muro  ecclesiae  prope  altare  su- 
darti {De  basilica  s.  Petri  cod.  vat.  7010,  presso  Sarti  p.  26). 
Grimaldi  dice,  che  si  trovava  nelle  incrustationes  sacelli  Iohan- 
nis  VII  veteris  basilicae  (cod.  vat.  G438,  Sarti  p.  27). 

Altezza  0,55  m.    Larghezza  0,19  m. 

Panvinius  1.  c.  Grimaldi  1.  c.  Torrigio  Grotte  vat.  p.  81.  Dionysius 
Cryplae  tab.  17  e  pag.  38.  Sarti  Cryplae  tab.  5  n.  1  e  pag.  25  ss.  Ma- 
rini-Mai p.  44  n.  2.  De  Rossi  Inscript.  christ.  II,  2  p.  431  citando  Pietro 
Sabino. 


180 


III.  Iscrizioni  di  Roma  a  10.  —  Tavole  paleo  cjr  a  fiche. 


■j-  TEMPORIBVJ 

DOMNI  HADRIANI 

PAPAE  HIC  RECVN 

DITA  SVM  RELIQVZ 
5        AS  SANCTORVM  IN 

MENSE  NOBE7WBRZ 

IN  DIE   XXII  INDICTIONE 

SEPTIMA  BINE 

A  CLVSVRA  IN  I 
10       NTEGRO  QVAE  PONITVR  in 

SEPTIMIANV 

L'iscrizione  è  mutila  nella  parte  inferiore.  -  Lin.  2  dn  presso  il  nome 
d'un  papa  nell'età  nostra  è  da  sciogliersi  domnus  non  dominus.  -  Lin.  3.  4 
recundita  sum  reliquias  in  vece  di  recondilae  sunt  reliquiae,  prova  della 
barbarie  del  tempo.  Il  sum  probabilmente  non  è  errore  dello  scultore .  ma 
depravazione  volgare;  si  confronti  l'italiano  sono.  Vedi  Fabretti  Inscr.  c.  5 
p.  34(5  sulla  forma  conparaoerum,  in  vece  di  conparaverunt.  -  Lin.  8.  9. 
Sarti  leggo  bina  clusura;  potrebbe  essere  scritto  bina  a  ciusura,  ma  pre- 
ferisco col  Sabino  e  col  de  Rossi  binca  clusura.  -  Lin.  11  tieptimianu  in 
luogo  di  Seplimiano.  La  lezione  di  quasi  tutti  gli  altri  Scplinia  ..  o  Septiniano 
non  mi  pare  fondata,  scorgendo  io  abbastanza  cbiaramente  le  aste  superiori 
dell'  M  sopra  la  rottura.  -  Il  Sabino  dopo  Septiniana  aggiunge  le  lettere 
Atmviolve  gina  malu  —  fedi.  «  Ab  uno  Sabino  pessime  neque  integre, 
opinor,  descripta  minime  intelligo  ;  videntur  referenda  ad  formulam  commi- 
nationis  adversus  eos,  qui  suprascriptis  vineae  et  clusurae  damnum  dolo  in- 
tulissent  ».  De  Rossi  1.  c.  [Anathema  qui  violaoerit  vincam  vel  malum  fe- 
cerit  ecc.  ?] 

Il  Sarti  1.  c.  mostra  bene ,  che  Dionigi  a  torto  lesse  nella 
lin.  3  ss.  Me  recondita  sum  reliquia  sancii  sanctorum,  e  che 
con  maggior  torto  ancora  riferì  l' iscrizione  al  sacro  sudario  ed 
al  suo  altare,  la  cui  consecrazione  vi  volle  trovare  indicata  colla 
data  del  giorno.  -  Le  relìquie,  delle  quali  quivi  si  tratta,  sono 
ignote  ed  erano  probabilmente  già  ignote  al  tempo  della  loro 
deposizione  fatta  (giusta  il  testo)  da  Adriano  I  (772-795);  altri- 
menti si  sarebbero  certo  nominate  espressamente  ;  è  probabile 
che  furono  trovate  da  Adriano  prive  delle  solite  indicazioni  dei 
nomi.  -  Viene  destinata  l'entrata  annua  d'una  vigna  per  le  lam- 
pade, che  ardevano  innanzi  alle  reliquie,  determinazione  non 
estranea  nò  all'uso  ecclesiastico  e  liturgico,  né  al  linguaggio 
delle  iscrizioni  (cf.  num.  13  e  num.  11). -Come  si  legge  hinea, 


24,  Reliquie  della  basilica  vaticana,    25.  di  s.  Prassede. 


181 


in  vece  di  vinea,  così  più  sopra  lin.  6  nobembri  in  vece  di  no- 
vembri. TI  de  Rossi  interpreta  giustamente  vinea;  egli  si  attiene 
alla  lezione  el usura  (v.  sopra)  e  citando  Marini  e  Muratori  spiega 
ólusura  «.  eo  vocabulo,  quo  designatur  modus  agri  clausi  »,  mentre 
Sarti  con  altri  nella  loro  bina  clusura  vedono  l' indicazione,  che 
le  reliquie  erano  due  volte  chiuse.  Le  forinole  seguenti  non  si 
riferiscono  certo  a  qualunque  custodia  di  reliquie,  ma  a  beni  sta- 
bili, e  l'espressione  clusura  col  significato  d'un  terreno  occorre 
anche  nell'iscrizione  d'una  donazione  fatta  a  Civita  Castellana 
nell'anno  871  (Marini-Mai  p.  234).  Alle  reliquie  vaticane  si  as- 
segna una  chiusa  vigna  in  integro,  quae  ponitur  (la  sigla  QP 
colla  linea  sopra)  in  Sèptimianu.  -  Septimianum  è  la  parte  del 
Trastevere  al  settentrione  della  porta  septimiana  del  muro  aure- 
liano,  la  quale  regione  conservò  per  tutto  il  medio  evo  in  diverse 
forme  l'antico  nome,  che  dura  ancora  oggidì  nell'appellazione 
della  chiesa  ivi  sita  san  Giacomo  in  Settignano.  Cf.  0.  Richter 
Topographie  der  Stadt  Boni  p.  157.  La  vigna  dunque  non  era 
lontana  dalla  stessa  basilica. 


Num.  25.    Ann.  817.    Tav.  V  n.  2. 

Nella  chiesa  di  santa  Prassede,  ora  murata  in  un  pilastro 
della  navata.  Giusta  il  tenore  dell' iscrizione  (1.7  sub  hoc  sancto 
altare)  essa  stava  una  volta  presso  l'altare,  dove  Pasquale  I 
(817-824)  depose  la  maggior  parte  delle  reliquie  che  vi  sono 
nominate,  o  formava  parte  dell'  altare  medesimo.  Pare  che  questo 
fosse  l'altare  principale. 

Altezza  0,52  m.    Larghezza  0,80  m. 

Panvinius  De  VII  ecclesiis  p.  259.  Martinelli  Primo  trofeo  ..  s.  Maria 
in  via  lata  p.  46.  Davanzali  Santa  Prassede  p.  293.  Marini-Mai  p.  38. 
Duchesne  Liber  poni.  II,  64. 

La  nostra  tavola  offre  solamente  le  prime  IH  linee  della  lunga  iscri- 
zione : 


182         III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  IO.  —  Tavole  paleografiche. 


1      |  IN  NOMINE  DOMINI  DEI  SALVATORIS  NOSTRI  IESV  CHRISTI  TEMPORIBVS  SANCTIS 

SIMI  AC  TER  BEATISSIMI  ET  APOSTOLICI  DOMNI  PASCHALIS 

PAPAE  INFRADVCTA  SVNT  VENERANDA  SANCTORVM  COR 

PORA  IN  HANC  SANCTAM  ET  VENERABILEM  BASILICAM 
5     BEATAE  CHRISTI  VIRGINIS  PRAXEDIS  QVAE  PRAEDICTVS 

PONTIFEX  DIRVTA  EX  CYMITERIIS  SEV  CRYPTIS  IACEN 

TIA  AVFERENS  ET  SVB  HOC  SACROSANCTO  ALTARE  SVMMA 

CVM  DILIGENTIA  PROPRIIS  MANIBVS  CONDIDIT   IN  MEN 

SE  IVLIO  DIE  XX  INDICTIONE  DECIMA 
10     NOMINA  VERO  PONTIFICVM  HAEC  SVNT  VRBA 

NI  STEPHANI  ANTHERI  MELTIADIS  FAVIANI  IVLII  PON 

TIANI  SIRICII  LVCII  XYSTI  FELICIS  ANASTASII  ET  CAELESTINI 

ITEM  NOMINA  EPISCOPORVM   STRATONICI  LEVCII  ET 


Lin.  3  infraducta ,  sbagliato,  si  legga  inlroducla.  -  Lin.  6  diruta  in 
vece  di  dirulis.  Gli  altri  più  minuti  errori  non  li  notiamo.  -  Lin.  11  Urbani 
Stephani  ecc. ,  genitivo  in  vece  del  nominativo.  Faviani  cioè  Flaviani. 

Seguono  altre  32  linee  della  medesima  iscrizione  abbastanza 
bene  pubblicata  dagli  autori,  specialmente  dal  Duchesne  1.  c.  In 
questo  luogo  notiamo  solamente,  che  tutti  i  corpi  santi,  o  le 
parti  di  essi,  secondo  il  testo  dell'iscrizione  furono  divisi  per 
quattro  luoghi  :  Il  maggior  numero  fu  posto  nell'altare  (mag- 
giore), ed  una  seconda  parte,  cioè  santo  Zenone  prete  ed  altri, 
nel  presente  oratorio  di  santo  Zenone,  opera  dello  stesso  Pa- 
squale I,  (in  ipso  ingressa  [laterali]  basilicae  manu  deoctra  [re- 
spicientis  absidem],  ubi  utique  henignissimae  suae  genetricis,  sci- 
licet  domnae  Theodorae  episcopae,  corpus  quiescit  lin.  36-39); 
una  terza  parte,  cioè  san  Mauro  con  quaranta  martiri ,  fu  posta 
nella  cappella  di  san  Giovanni  Battista,  a  sinistra  della  chiesa, 
che  serviva  insieme  di  sagrestia  (in  oratorio  beati  Io h anni s  Ba- 
ptistae  manu  leva  prenominatae  basilicae,  qui  et  secretarium 
esse  dinoscitur  lin.  42-44)  ;  finalmente  i  corpi  Alexandri  papae 
atque  Eventii  et  Theoduli  presbyteris  (sic  lin.  50  s.)  furono  por- 
tati nell'aggiacente  monastero,  fondato  da  Pasquale  (in  oratorio 
beatae  Christi  virginis  Agnetis,  quod  sursum  in  monasterio  situm 
est).  Tutti  i  santi,  le  reliquie  dei  quali  allora  furono  trasferite 
nella  detta  basilica,  giusta  la  clausola  finale  dell'  iscrizione  sono 
insieme  2300  (fiunt  etiam  insimul  omnes  sancii  duo  milia  CCC). 

Il  Liber  pont.  parla  di  questa  grande  traslazione,  avvenuta 
il  20  luglio  dell' 817  (de  Rossi  Roma  soli.  1,  221),  con  ter- 
mini più  generali:  «  llic  enim  beatissimus  et  praeclarus  pon- 


25.  Reliquie  della  chiesa  di  s.  Prassede. 


183 


tifex  multa  corpora  sanctorum  dirutis  in  cimiteriis  iacentia  pia 
sollicitudine  ne  remanerent  neglecte,  querens  atque  inventa  col- 
ligens,  magno  venerationis  affectu  in  iamdictae  sanctae  Christi 
martyris  Praxedis  ecclesia,  quam  mirabiliter  renovans  constru- 
xerat,  cum  omnium  advocatione  Romanorum,  episcopis,  presbi- 
teris,  diaconibus  et  clericis  laudem  Deo  psallentibus,  deportans 
recondidit  »  (2,  54  Paschalis  I  n.  434).  Alla  traslazione  di  tanti 
santi  alludono  eziandio  i  musaici  dell'arco  trionfale  della  basilica, 
fatti  eseguire  da  Pasquale  papa,  e  le  parole  della  sua  iscrizione 
nell'abside:  «qui  corpora  condens  |  plurima  sanctorum  subter 
haec  moenia  ponit  » .  Ma  il  più  celebre  monumento  della  trasla- 
zione è  la  nostra  tavola.  Le  sue  parole  dirutis  in  cimiteriis  ia- 
centia sono  verbalmente  ripetute  nel  citato  testo  del  Liber  pont. 
Anche  nella  vita  di  Sergio  II  (844-847),  parlando  d'una  tras- 
lazione fatta  da  lui,  il  Liber  pont.  usa  lo  stesso  termine:  dirutis 
in  cimiteriis  iacentia  (2,  93  n.  491). 

Nel  catalogo  delle  reliquie  si  osservi  l'esatto  ordine  dei  gradi 
fra  i  santi  martiri  ivi  nominati:  pontifices  (romani)  lin.  10,  epi- 
scopi lin.  13,  presbyteri  et  leoitae  con  in  cima  archipresbyter  Ni- 
comedes  lin.  14,  finalmente  i  semplici  martyres,  e  prima  gli  uomini 
lin.  16,  poi  le  donne,  virgines  et  viduae  lin.  31.  Questi  martiri  poi 
sono  disposti  con  tal  ordine,  che  nel  loro  aggruppamento  pare 
sia  in  qualche  modo  indicato  l'ordine  dei  diversi  cimiteri  subur- 
bani, donde  provengono.  Si  vede  peraltro  che  Pasquale  dà  i  loro 
nomi  solamente  quando  ne  ha  piena  sicurezza  ;  altrimenti  parla 
di  ottocento,  di  sessantadue,  sessantasei,  di  mille  centum  viginti 
quattuor  ecc.  colle  forinole  quorum  nomina  sunt  in  libro  vitae 
o  quorum  nomina  scit  omnipotens,  o  semplicemente  alti,  man- 
cando per  essi  nei  cimiteri  le  indicazioni  epigrafiche  più  parti- 
colareggiate (vedi  l'iscrizione  num.  I  lin.  1). 


Num.  2(1    Ann.  847-855.    Tav.  V  n.  1. 

Monastero  di  san  Paolo;  incisa  in  una  colonna,  la  quale  fin 
all'incendio  del  1823  stava  nella  basilica  ostiense  ad  altare  maius, 


184         ITI.  Iscrizioni  di  Roma  n.  10.  —  Tavole  paleografiche. 


ad  làtus  dextrum  fornicis  (Pietro  Sabino  presso  de  Rossi  Inscr. 
christ.  fi,  L,  ]).  423  n.  40);  in  columna  falciente  arcani  maio- 
rem  (Margarini  Inscr.  s.  Pauli  p.  28  n.  384);  in  una  delle  co- 
lonne che  reggono  il  (fronde  arco  di  mezzo  (Nicolai  Basii,  di 
san  Paolo  p.  206  n.  426  B). 

Altezza  2,14  m.    Larghezza  1,37  m. 

Panvinius  De  VII  eccl.  p.  72.  73.  Margarini  e  Nicolai  1.  c.  Marini- 
Mai  p.  215  n.  1.  Migne  Pat.  lat.  129,  971.  De  Rossi  1,  c.  citando  Sa- 
bino. Cf.  laffé-Ewald  Reg.  rom.  pont.  n.  2535. 

f  LEO  EPISCOPVS  SERVVS  SERVORVM  DEI 

OMNIBVS  CHRISTIANIS  NOTITIAM  CONTE 

STATIONIS  QVICVNQVE  DONA  VEL 

OBLATIONES  SACRATISSIMI  AL 
r>        TARIS  GLORIOSI  PAVLI  APOSTOLI 

TOTIVSQVE  TEMPLI  EIVS  AB  VSV  ET 

VTILITATE  HIC  DEO  SERVIENTI 

VM  TOLLERE  PRESVMPSERIT 

AVT  QVI  RECTOREM  PER  PECVNIAM 
10       VEL  ALIQVOD  MALVM  INGENIVM 

IN   HOC  LOCO  CONTRA  STATVTA  PA 

TRVM  NOSTRVMQVE  PRECEPTVM  ORDINA 

VERIT  SIVE  QVI  HEREDITATEM  HVIVS 

LOCI  DESTR VENDO  VENDERE  VEL  COM 
15       PARARE  AVSVS  FVERIT  OMNIPOTEN 

TIS  DEI  MALEDICTIONEM  IN  CORPORE 

SVO  SVISQVE  REBVS  HABEAT  QVOD 

FACERE  PRESVMPSIT  EVACVETVR 

INFAMIS  SACRILEGVS  AB  OMNIBVS 
20       HABEATVR  TESTIMONI  VM  EIVS  IN 

NVLLO  PLACITO  RECIPIATVR 

QVICQVID  POSSEDERIT  AD  REM  PV 

BLICAM  TRANSFER ATVR  ET  SI  NON 

RESIPVERIT  AVCTORITATE  CAELORVM 
25       PRINCIPVM  IN  INFERNO  DAMPNETVR 
FIAT  FIAT  FIAT 

Questa  notitia  contestationis,  scritta  a  grandi  caratteri  ed  esposta 
una  volta  a  canto  del  sepolcro  di  san  Paolo,  minaccia  con  severe 
formole  i  ladri  e  danneggiatori  dei  beni  e  diritti  della  basilica. 
Pare  che  presenti  verbalmente  il  testo  d'una  bolla,  e  non  sola- 


26.  Leone  IV.    27.  Nicola  I. 


185 


mente  un  estratto,  come  l'iscrizione  num.  18.  La  forinola  chri- 
stianis  nolitiam  (lin.  2)  coll'accusativo  è  sottentrata  alla  solita  chri- 
stianis  salutem  ecc.,  le  tre  fìat  in  fine  corrispondono  al  triplice 
Amen  delle  ordinariae  bullae  maiores  di  conferma  o  protezione, 
ed  anche  il  principio  colla  mancanza  del  numero  dopo  il  nome 
del  papa  accenna  al  tenore  verbale  d'una  Lolla.  La  data  manca, 
e  così  si  sono  formati  diversi  giudizii  sulla  persona  di  Leone 
autore  del  decreto.  L' opinione  del  Baronio,  che  sia  Leone  I, 
viene  meritamente  rigettata  dal  de  Rossi  1.  c.  Si  potrebbe  con 
Panvinio,  Margarini,  Muratori  e  Iaffé-Ewald  pensare  a  Leone  III. 
Ma  con  maggiore  probabilità,  fondata  sulla  paleografia,  il  de 
Rossi  vi  trova  Leone  IV  (847-855).  Aggiungo  che  appunto  ai 
tempi  di  Leone  IV,  dopo  succeduta  la  spogliazione  della  detta  ba- 
silica da  parte  dei  Saraceni  tìell'846,  tali  prò  vedimela  ti  rigorosi 
in  favore  dell'impoverito  Scintuario  potevano  esser  convenienti. 
-  Lin.  4.  Si  osservi  nella  parola  oblationes  il  senso  differente  da 
quello  nell'iscrizione  n.  1S  della  stessa  basilica.  -  Lin.  21  Pla- 
citum,  in  vece  di  iudicium,  corrisponde  all'epoca  franca  di  Roma. 


Num.  27.    Anno  807.    Tav.  IV  n.  6. 

Frammento  dell'epitaffio  di  papa  Nicola  I  (858-867),  nel  sot- 
terraneo di  san  Pietro  in  Vaticano  n.  99.  11  sepolcro  fu  ante  fores 
basilicae  (Liber  /xml.  II,  167  n.  (312),  in  atrio  ante  portas  beali 
Vetri  non  longe  a  membris  Benedirti  (III)  praedecessoris  sui  (Ado 
Ckronicon,  Mon.  Gemi,  histor.  Script.  2,  323),  incela  //orfani 
iudicii  (Mallius  presso  de  Rossi  Inscr.  christ.  II,  1  p.  215  n.  80). 
Il  luogo  viene  indicato  con  precisione  nella  pianta  di  Alfarano 
(de  Rossi    ib.  p.  233)  n.  135. 

Il  frammento  dell'iscrizione  fu  trovato  al  tempo  di  papa  Pio  VI, 
(piando  nella  costruzione  della  nuova  sagrestia  si  levò  il  monu- 
mento di  Pietro  Carranza;  l'iscrizione  era  sotto  questo  deposito 
nel  pavimento  in  un  marmo  rivoltato  (!).  Cancellieri  De  secret, 
basii,  rafie.   1  p.  18.*!!). 

Altezza  0,67  m.  (le  lettere  intere).    Larghezza  1  ni. 


186         III.  Inanizioni  di  Roma  n.  10.  —  Tavole  paleografiche. 


Mallius  (de  Rossi  1.  c.)  senza  i  primi  quaitro  versi.  Da  lui  Panvinius 
De  basii,  valic.  presso  Mai  Spicilegium  romanum  9,  355,  dove  però  il  Mai  dà 
il  testo  del  Sarti  (v.  de  Rossi  1.  e).  Baronius  a.  807.  Bosius  Roma  sott. 
p.  39.  Papebrocke  Propylaea,  Conat.  hisl.  (Acta  SS.  Bolland.,  maii  t.  VII) 
p.  130.  Muratori  Scripl.  Ili,  2,  p.  304.  Cancellieri  De  secret,  basii,  va- 
tic.  4,  p.  1021.  Sarti  Cryplae  p.  58  s.,  p.  135,  tav.  XV.  Duchesno  Liber 
poni.  II,  172. 

Scire  volcns  air  /riste  glìnvs  mortale  repente 
{Quisquis  ad  haec  prop)FAihS  eois  partibvs  avlae 
(  Tempia  ve!  occidu)is  pollens  avstroqve  beatae 
{Axe  vel  a  gelido)  Carmen  scrvtare  memento 

5     Conditur  hoc  antro  sacri  svbstantia  carni(j) 
Praesulis  egregii  Nicolai  dogmate  sancto 
Qui  fulsit  cuncns  mvndvm  replevit  et  orbem 
Intactis  nituit  wembris  castoqve  pvdore 
Quae  docuit  z/<?rbis  actvqve  peregit  opimo 

io     Sydereae  pletius  mansit  doctvsqve  sophia^ 

Caelorum  c/aRis  qvem  servant  regna  trìuuphìs 
Ut  vernet  so/is  VRoceruu  per  saecvla  vatvot. 

Il  supplemento  del  primo  e  dell'  ultimo  verso  è  del  Sarti,  quello  dei  versi 
2,  3  e  4  del  Cancellieri;  gli  altri  supplementi  si  hanno  nei  manoscritti  del 
Mallio  e  del  Panvinio.  -  Vers.  1  e  12.  Il  testo  rimasto  è  rotto  più  della 
metà,  ma  la  lezione  è  sicura.  -  Vers.  3  pollens  forse  un  errore  dello  scul- 
tore. Però  nello  stile  cattivo  del  carme  è  difficile  distinguere  gli  errori  ma- 
teriali dai  difetti  della  composizione. 

Il  Sarti  p.  59  confronta  coi  versi  2-4  il  principio  dell'epi- 
taffio metrico  d'un  Crescentius  dell'anno  1010  (Forcella  Iscri- 
zioni di  Roma  4,  63  n.  144),  conservato  ancora  a  san  Cosma  e 
Damiano,  del  quale  epitaffio  Cancellieri  si  sarebbe  probabilmente 
servito  pei  suoi  supplementi,  ed  è  tale:  «  Quisquis  àb  occasu 
properas  bue,  quisquis  ab  ortu  |  Axe  vel  a  gelido,  sive  calente 
polo,  |  Flecte  precor  geminos,  Carmen  lecturus,  ocellos  » .  Il  carme 
di  Nicola  I  si  volge  dunque  per  ordine  ai  pellegrini  dell'oriente 
(eois),  dell'occidente  (occiduis),  del  meridie  (austroque)  e  del  set- 
tentrione (are  gelido),  vuol  dire  esso  appella,  in  maniera  affet- 
tata, tutti  i  visitatori  della  basilica  vaticana.--  Vers.  7  fulsit .. 
mundum.  Queste  parole  ed  i  versi  seguenti  ottimamente  esprimono 
la  grande  niente  e  l' instancabile  attività  dèi  pontefice,  del  quale 
dice  Reginone  abate  (f  U 15)  nel  Chronicon  an.  858:   «  Post 


27.  Nicola  I.    28.  Adriano  IL 


beatum  Gregorium  (I)  usque  in  praesens  nullus  in  romana  urbe 
il  1  ì  videtur  aequiparandus;  regibus  ac  tyrannis  imperavit  eisque  ac 
si  dominus  orbis  terrarum  auctoritate  praefuit».  Ciacconio  asse- 
risce di  Nicola  meritamente:  «  Leonem  et  Gregorium  Magnos,  ut 
cognomine,  sic  gloria,  aequavit  ».  Vitae  pont.  (1677)  1,  647.  Egli 
però  per  isbaglio  ascrive  (ib.  p.  827)  il  nostro  epitaffio  a  Ni- 
cola II  (1059-1061),  seguendo  in  ciò  un  errore  già  commesso 
dal  Mallio.  La  sublime  lode  del  papa  celebrato  nel  carme  non 
conviene  al  secondo,  ma  al  primo  Nicola,  la  paleografia  del- 
l'iscrizione è  del  secolo  nono,  e  già  Panvinio  attribuì  senza  du- 
bitarne l' epitaffio  a  Nicola  Magno ,  appoggiato  forse  anche  su 
altri  indizii  del  sepolcro  ora  ignoti. 


Num.  28.    Anno  872.    Tav.  IV  n.  4. 

Quattro  frammenti  dell'epitaffio  di  Adriano  papa  II  (867-872), 
conservati  nel  sotterraneo  di  san  Pietro  in  Vaticano  al  num.  143. 
Pietro  Sabino  vide  e  copiò  l'epitaffio  quasi  intero  ad  de.rtram 
templi  partem  sub  quodam  inlercolumnio  e  regione  sacrarli  (de 
Rossi  Inscr.  christ.  II,  1,  419  n.  20).  Due  frammenti  ne  trovò 
poi  Torrigio  nel  pavimento  del  sotterraneo;  altri  due  nello  stesso 
luogo  scoperse  Sarti,  il  quale  ricompose  tutto  l'epitaffio  (Cryptae 
tav.  32,  p.  87  ss.)  con  supplementi,  i  quali  solo  in  parte  furono 
in  seguito  confermati  dal  manoscritto  di  Sabino. 

Altezza  1  m.    Larghezza  1,54  m. 

Torrigio  Grotte  332.  440.  Cancellieri  De  secret,  vat.  4,  1750.  Sarti 
1.  c.    De  Rossi  1.  c.  dal  Saltino.    Duchesne  Liber  pont.  2,  190. 

Ei  m\m  composvit  Mortahs  pondera  carnis 
//adrianvs  rraesvi.  hic  sva  mater  Humus 

III  £/NERES   MERSIT  ^«ICQVID   DE   PVLVERE  SV;«/>J?7 
Ast  flNIMAM   CAELO   REDDIDIT  OSSA  solo 

6       Vir  pius  et  placidvs  everat  svper  Aur/iera  clarus 
Paupcribn<à  i.ar<;vs  DIVITIBVSQVE  simul 


188 


Omnibus  et  medivs  nvllis  nisi  carvj  habendus 

Dapsilis  <?£-regivs  rectvs  vbigue  bonus, 
(Compatiens)  LACRi(mis)  AL(wra?«  corde  benigno), 
LO         (Diuini)  u{onitis  nec  fuit  ille  piger). 

Pro  quo  ivr<?  Deum  lachrymis  vencraberc  7iisor, 

vt  sit  cvm  domino  iam  super  astra  suo. 

qvi  legis  hos  (uersus  compunclo  dicito  corde  :  Cimi  Christo  uiuas,  o  Ifadriane,  Deo). 

Vers.  1  Ei  mila  in  vece  di  hei  mi/ri.  Cf.  Aen.  2,  274: 
«liei  mihi,  qualis  erat,  quantum  mutatus  ab  ilio».  -  Vers.  2 
Hadrianus  praesul.  Da  queste  parole  si  era  congetturato  già 
prima  del  Sarti,  che  l'epitaffio  appartenesse  ad  Adriano  II;  ma 
il  Sarti  potè  eziandio  mostrare,  che  i  versi  di  Flodoardo  di  Reims 
in  onore  di  Adriano  II  contengono  il  verso  7  del  nostro  carme 
insieme  con  altre  allusioni  al  medesimo  (Mabillon  Ada  SS.  Ord. 
s.  Benedica  III,  2,  p.  557).  -  I  versi  9.  10.  13.  14  mancano  nel 
Sabino  ;  i  supplementi  sono  suggeriti  dal  Sarti. 


Num.  29.    Anno  999.    Tav.  IV  n.  1  a,  b. 

Lastra  sepolcrale  del  papa  Gregorio  V  (996-999),  in  istato 
buono  conservata  nel  sotterraneo  di  san  Pietro  in  Vaticano  al 
num.  108.  Il  titolo  riprodotto  nel  num.  1  b  della  tavola  IV  foto- 
tipica forma  una  parte  separata,  posta  in  mezzo  sopra  la  larga 
tavola.  Della  tavola  stessa  presento  solamente  le  prime  quattro 
linee,  come  prova  paleografica.  Il  sepolcro  di  Gregorio  V  fu 
secondo  il  Mallio  (de  Rossi  Inscr.  christ.  II,  1,  p.  217  n.  88)  in 
ecclesia  beati  Pelvi  ante  secretarium  iuxta  Pelagium  papam  ;  esso 
è  segnato  nella  pianta  di  Alfarano  al  num.  79  (de  Rossi  ib. 
p.  232).  Il  Sabino  lo  vide  nello  stesso  luogo  :  in  sinistro  latere 
templi  (de  Rossi  1.  c.  p.  410  n.  4).  Nell'edificazione  della  nuova 
basilica  la  tomba  coli' iscrizione  fu  trasferita  al  sotterraneo. 

Altezza  0,21  m.    Larghezza  1,97  m.  (il  titolo  0,16X0,27  m.) 

Mallio  (1.  c.)  con  testo  incompleto.  Sabino  1.  c.  la  copiò  interamente, 
ma  senza  il  titolo.    Torrigio  Grotte  349.    Dionysius  Cryptae  115  e  tav.  46 


28-29.  Epitaffii  di  Adriano  II  e  di  Gregorio  V. 


189 


col  disegno  dell'iscrizione  e  del  sarcofago  (opera  cristiana  con  ricca  scul- 
tura, del  secolo  quarto).    Sarti  Cryptae  145. 

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GREGORIVS 
VP.  V. 

-j-  HÌC  QVEM  CLAVDIT  HVMVS  OCVLIS  VVLTVQVE  DECORVM 

4-  PapK   FVIT  QVINTVS  NOMINE  GREGORIVS 
-j-  Ani'E  TAMEN  BRVNO  FRANCORVM  REGIA  PROLES 
y  Fi-LIVS  OTTONIS  DE  GENITRICE  IVDITH 
5        -j-  Z.ZINGVA  TEVTONICVS  VVANGIA  DOCTVS  IN  VRBE 
-j-  Se'EV)  IVVENIS  CATHEDRAM  SEDIT  APOSTOLICAM 
-j-  AD  BINOS  ANNOS  ET  MENSES  CIRCITER  OCTO 

-j-  TER  SENOS  FEBRVO  CONN VMERANTE  DIES 
-j-  PAVPERIBVS  DIVES  PER  SINGVLA  SABBATA  VESTES 
10  -J-  DIVISIT  NVMERO  CAVTVS  APOSTOLICO 

■j-  VSVS  FRANCISCA  VVLGARI  ET  VOCE  LATINA 

-j-  INSTITVIT  POPVLOS  ELOQVIO  TRIPLICI 
-J-  TERTIVS  OTTO  SIBI  PETRI  COMMISIT  OVILE 
-J-  COGNATIS  MANIBVS  VNCTVS  IN  IMPERIVM 
15       -}-  EXVIT  ET  POSTQVAM  TERRENAE  VINCVLA  CARNIS 
-j-  AEQVIVOCI  DEXTRO  SVBSTITVIT  LATERI 
DISCESSIT  XII   KAL.  MARTII. 

Versi  1-6.  Il  principio  di  queste  linee  fu  per  qualche  caso  mutilato; 
le  lettere  stampate  in  corsivo  sono  un  supplemento  del  secolo  xi  incirca  e 
non  sono  senza  sbagli  ;  nel  verso  5  Liingua,  e  nel  verso  6  Seed. 

Le  lunghe  code  alla  fine  dei  versi  sono  una  proprietà  degli  epitaffii  del 
secolo  decimo  ed  undecime  Si  veggano  p.  e.  le  iscrizioni  nel  chiostro  di 
sant'Alessio  sull'Aventino. 

Vers.  1  decorimi.  Gregorio  V,  della  casa  sassonica,  aveva 
23  o  24  anni,  quando  salì  il  trono  di  san  Pietro.  -  Vers.  3  Bruno 
era  nipote  (in  senso  più  largo)  dell'  imperatore  romano  Ottone  III 
e  suo  cappellano  ;  era  fìlius  Ottonis,  cioè  del  duca  di  Carinzia  e 
marchese  di  Verona.  -  Vers.  5  Wangia  cioè  Vormazia,  Worms.  - 
Vers.  8.  In  verità  ebbe  un  pontificato  di  due  anni,  nove  mesi  e 
quindici  giorni,  cioè  dal  3  maggio  996  al  18  febbraio  999.  Si  veda 
Duchesne  Liber  pont.  II  p.  lxxi  (e  lxxvi),  il  quale  meritamente 
osserva:  «  Son  épitaphe  porte  qu'il  mourut  le  18  fóvrier  [ter 
senos  ecc.  vers.  8;  cf.  l'aggiunta  cronologica!  après  avoir  siegó 
deux  ans  et  menses  circi  ter  odo.  Cet  octo  est  un  leger  sacrifico 


190         III.  Iscrizioni  di  Roma  a.  10.  —  Tavole  paleografiche. 


aux  exigences  du  vers  ».  -  Yers.  0  per...  sabba! a  vestes.  Sulle  lirao- 
sine  della  sede  apostolica,  specialmente  su  quelle  solite  a  di- 
spensarsi al  sabato,  si  veda  Dionysius  Crijptae  1.  c.  -  Vers.  10 
numero  apostolico,  cioè  a  dodici  poveri.  -  Vers.  11  francisca  cioè 
tedesca,  come  anche  nel  verso  3  il  papa  tedesco  vien  chiamato 
franco.  -  Ib.  vulgari  cioè  italiana;  la  lingua  italiana  si  formò, 
come  è  noto,  dal  latino  volgare.  -  Vers.  13  commisti  ovile.  Thiet- 
marus  Chron.  4  c.  18:  «  Rex  (Otto  III)..  Romani  veniens  glo- 
riose, nepotem  suum  Brunonem,  Ottonis  filium  ducis,  in  loco 
Iohannis  papae  nuper  defuncti  cum  omnium  laude  praesentium 
statuti  ».  -  Vers.  14  unctus  in  imperium.  La  coronazione  di  Ot- 
tone III  per  le  mani  di  Gregorio  V  fu  il  21  maggio  996.  Thiet- 
marus  1.  c.  :  «  In  ascensione  Christi,  quae  tunc  erat  xn  kalendas 
iunii  »  ecc.  -  Vers.  1G  Aequivoci  ecc.,  cioè  fu  sostituito  o  deposto 
al  lato  destro  di  un  altro  papa  di  nome  Gregorio,  vuol  dire  di 
Gregorio  I,  il  sepolcro  di  cui  era  nella  basilica  a  mano  sinistra 
fin  dai  tempi  di  Gregorio  IV. 


Num.  30.    Anno  1096.    Tav.  V  n.  3. 

Lastra  incastrata  a  san  Paolo  (Paolino)  della  Regola  nel  muro 
vicino  all'  altare.  Armellini  Chiese  di  Roma  2a  ed.  p.  397  (da 
una  relazione  delle  visite  del  1566  nell'archivio  vaticano):  «Le 
reliquie  della  chiesa  se  dice  che  furono  trovate  nella  chiesa  di 
san  Cesario,  unita  a  detta  parrochiale ,  quale  chiesa  di  san  Ce- 
sario è  sulla  riva  del  Tevere  ivi  appresso  ».  Questa  antichissima 
chiesa  di  san  Cesario,  ora  distrutta  (Armellini  p.  398),  ha  pro- 
babilmente colle  reliquie  fornito  anche  l'iscrizione  alla  chiesa  di 
san  Paolo  della  Regola,  e  così  si  spiega  il  posto  di  onore  as- 
segnato nella  lin.  3  a  san  Cesario ,  diacono  e  martire  di  Ter- 
racina. 

Altezza  0,42  m.    Larghezza  0,94  m. 
Forcella  Iscrizioni  di  Roma  4,  517  n.  1265. 


30.  Catalogo  delle  reliquie  a  s.  Paolo  della  Regola.  191 


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192 


III.  Iscrizioni  di  Roma  ti.  10.  —  Tavole  paleografiche. 


Questo  catalogo  di  reliquie,  opera  di  mano  d' un  ignorante, 
abbonda  talmente  di  spropositi,  che  la  restituzione  del  testo  riesco 
impossibile.  Pertanto  la  paleografia,  e  non  meno  il  testo,  sono 
un  monumento  significante  dello  stato  dell'incivilimento  alla  fine 
del  secolo  undecimo.  Pare  che  il  chierico,  compositore  dell'epi- 
grafe, non  abbia  riconosciuto  come  legittimo  il  papa  Urbano  II 
(1088-1099),  il  quale  era  allora  nella  Francia.  Si  manteneva  an- 
cora nel  settentrione  dell'  Italia  l'antipapa  di  Gregorio  VII,  Gui- 
berto  di  Ravenna  (Clemente  III).  Egli  avea  abbandonato  Roma  fin 
dal  1092,  ed  Urbano  era  fuori  fin  dal  1094  ;  ma  è  falso  quel  che 
dice  l'iscrizione  nella  lin.  2,  la  sede  di  Pietro  non  aver  avuto  un 
sessore  certo.  -  Notevole  è  che  l'autore  chiama  già  antiqua  V  indi- 
zione fino  allora  ordinariamente  adoperata,  cioè  la  così  detta  Co- 
stantinopoli tana,  che  cominciava  col  1°  settembre.  Solamente  fin 
dall'anno  1088  si  principiò  nelle  lettere  pontificie  ad  usare  in  vece 
di  essa  anche  la  ponti f  eia  o  romana,  cominciante  col  1°  gennaio,  la 
quale  dopo  Celestino  III  (f  1198)  si  adopera  unicamente  (v.  Iaffé 
Régèsta  rom.  pone.  2'  ed.  Praefatio).  L'indizione  quarta  della  no- 
stra iscrizione  va  dal  1°  settembre  1095  al  1°  settembre  1096. 

Lin.  3.  Lo  scultore  forse  saltò  qui  una  linea  del  suo  mano- 
scritto. Certo  egli  stesso  non  seppe,  cosa  fosse  il  suo  agar  ed  il  suo 
adra  (lin.  2.  3).  Forcella  legge  lin.  3  adar.  E  vero,  che  con  questa 
lezione  si  ottiene  la  rima  leonina  con  agar,  come  con  sanctornin 
si  ha  quella  di  quorum  (lin.  1);  ma  la  tavola  dà  adra  o  adria; 
una  Adria  martyr  di  Roma  aveva  culto  nella  città,  ed  il  suo 
corpo  si  conservava  secondo  Baronio  (Martyrol.  annot.  ad  2 
decembrem)  nella  chiesa  di  sant'  Agata  in  Subura.  -  Lin.  8  Ioa- 
chìm  et  Anne  profetisse.  Le  crociate  fornirono  alle  chiese  di 
Roma  infinite  nuove  reliquie ,  anche  strane  e  false ,  ma  questa 
associazione  di  sant'  Anna  profetissa  (in  vece  di  sant'Anna,  madre 
di  Maria  Vergine)  con  san  Gioachino  pare  che  venga  solo  al  conto 
dell'incolto  autore  dell' iscriz;one.  Peraltro  il  ricco  Indice  delle  re- 
liquie de'  santi  di  Roma  del  Panciroli  (Appendice  alla  sua  opera 
Tesori  nascosti  dell'  alma  città  di  Roma,  1(325)  di  san  Gioachino 
non  contiene  nulla,  ed  alla  parola  Anna  profetissa  indica  la  nostra 
chiesa  di  san  Paolo  alla  Regola,  probabilmente  solo  dietro  la 
scorta  della  presente  iscrizione.  E  questo  basti  per  le  reliquie. 


30.  S.  Paolo  della  Regola.    31.  Sepolcro  di  Bonifazio  IV.  193 


Num.  31.    Sec.  XII.    Tav.  V  n.  4. 

Nel  sotterraneo  di  san  Pietro  n.  26.  Epitaffio  collocato  nel 
secolo  xii  sul  sepolcro  del  papa  Bonifazio  IV  (608-615)  nella 
basilica  di  san  Pietro,  iu.rta  portam  Ravennatam  (Mallius,  v.  de 
Rossi  Inscr.  christ.  II,  1  p.  211  n.  43).  Pietro  Sabino  segnò  il 
luogo  così:  post  ianuam  templi  in  quodam  angulo  apud  altare, 
ubi  sepultus  est  Bonifacius  octavus  (de  Rossi  ib.  p.  419  n.  19), 
e  più  precisamente  è  notato  il  posto  della  cappella  di  Boni- 
fazio Vili  coli' altare  di  san  Bonifazio  IV  nella  pianta  dell' Al- 
farano  al  num.  55  (ib.  p.  232).  Bonifazio  IV  era  prima  sepolto 
fuori  della  basilica  nel  portìcus  ponfificum,  ed  ivi  il  sepolcro  era 
ornato  d' un'  altra  iscrizione,  il  testo  della  quale  ci  è  pervenuto  ; 
essa  cominciava:  Vita  hominum  brevis  est,  certa  liane  determinai 
hora  (de  Rossi  ib.  p.  128  n.  9;  208  n.  37;  Duchesne  Liber  pont. 
I,  317).  L'anno  della  traslazione  di  Bonifazio  IV  dal  portico  nella 
basilica  stessa  è  ignoto. 

Altezza  0,34  m.    Larghezza  0,94  m. 

Mallius  1.  c.  Bosius  Roma  solt.  p.  30.  Dionysius  Cryptae  p.  32  ss. 
tav.  16.    De  Rossi  1.  c. 

-j-  GREGORIO  QVARTVS  IACET  HIC  BONIFACIVS  ALMVS 
HVIVS  QVI  SEDIS  FVIT  AEQVVS  RECTOR  ET  AEDIS 
TEMPORE  QVI  FOCAE  CERNENS  TEMPLVM  KORE  ROM AE 
DELVBRA  CVNCTORVM  FVERANT  QVO  DEMONIORVM 
5      HOC  EXPVRGAVIT  SANCTIS  CVNCTISQVE  DICAVIT 
EIVS  NATALIS  SOLLEMPNIA  QVI  CELEBR ATIS 
PRIMIS  SEPTEMBRIS  FERT   HAEC  LVX  QVARTA  KALENDIS 
OCTAVVS  TITVLO  HOC  BONIFATIVS  OSSA  REPERTA 
HAC  LOCAT  ERECTA  BONIFATII  NOMINIS  ARA. 

Lin.  1  Bonifacius  ;  però  nell'aggiunta  posteriore  delle  linee  8  e  9  ~Tr" 
due  volte  Bonifalius.  -  Lin.  2  et  e  lin.  1  te  hanno  la  eguale  sigla  Jl 

Lin.  3  tempore  qui  Foce.  Liber  poni.  I,  317  n.  116:  «  Pe- 
tiit  a  Focate  principe  templum,  qui  appellatur  Pantheum,  in  (pio 
fecit  ecclesiam  beatae  Mariae  semper  Virginis  et  omnium  mar- 


Uiusak,  Analcctu,  romana,  voi.  1. 


13 


194        III.  Iscrizioni  di  Roma  n.  10.  —  Tavole  paleografiche. 


tyrum.  »  -  Lin.  4  quo  cioè  quo  loco.  -  Lin.  4.  5  nafalis  sollem- 
pnia;  la  festa  di  san  Bonifazio  viene  fissata  al  quarto  giorno 
dopo  le  ealende  di  settembre,  giorno  della  traslazione  del  corpo 
nella  basilica.  -  Le  lin.  8  e  9  sono  un'  aggiunta  fatta  sotto  Boni- 
fazio Vili,  come  lo  mostra  evidentemente  la  forma  dei  caratteri 
più  recenti.  -  Lin.  8  titulo  hoc  cioè  sotto  questa  iscrizione  o  per 
mezzo  di  essa;  il  titolo  è  dunque  antecedente.  Che  non  sia  però 
il  primitivo,  come  abbiamo  già  detto,  lo  mostrano  anche  le  rime 
leonine  adoperate  in  esso,  come  negli  ultimi  due  versi  di  Boni- 
fazio Vili. 

E 


IV. 


L'ORDINE  PRIMO  ROMANO 
FORMOLARIO  DELLA  PROCESSIONE  E  MESSA  PAPALE. 

1.  Gli  Ordini  romani  ed  il  primo  Ordine  in  generale. 
Varie  opinioni  sul  primo  Ordine. 

Il  più  antico  documento,  che  contenga  la  descrizione  dei  riti 
papali,  specialmente  della  messa,  è  il  così  detto  Ordo  I  romanus. 

Questo  libretto  ha  eziandio  una  singolare  importanza  per 
far  conoscere  la  divisione  dei  diversi  impieghi  della  curia  ro- 
mana, le  incombenze  dei  singoli  ministeri  ed  ordini  del  clero, 
e  sotto  qualche  aspetto  la  vita  ecclesiastica  della  città.  L'Or- 
dine primo  romano  è  strettamente  connesso  colla  solennità  delle 
stazioni,  le  quali  formano  una  parte  così  caratteristica  e  note- 
vole degli  esercizii  di  religione  nella  Roma  medievale. 

Dopo  le  edizioni  di  Giorgio  Cassandro  (1561)  e  di  Mel- 
chiorre Hittorp  (1568)  una  edizione  più  ampia  e  critica  degli 
Ordines  romani  fu  pubblicata  dal  Mabillon  nel  1724.  Essi  for- 
mano parte  del  suo  II  volume  del  Museum  italicum  (p.  3-544), 
e  sono  distinti  in  XV  diversi  Ordines  con  titoli  differenti.  Il 
primo  dei  medesimi  (p.  3-40),  che  c'  interessa  particolarmente, 
si  trova  ristampato  dal  Muratori  nella  Liturgia  romana  vetus 
t.  I  in  fine,  dal  Galliccioli  nel  principio  del  tomo  X  della  sua 
edizione  delle  Opera  s.  Gregorii  Magni,  e  dal  Migne  nella  Pa- 
trologia latina  t.  78  col.  937  ss. 

L'Ordine  primo  romano  presso  Mabillon  contiene  nella  sua 
parte  più  antica,  cioè  la  prima,  i  riti  della  processione  e  della 
messa  stazionale  del  pontefice.  Questa  parte  è  preceduta  da  una 


196 


IV.  L'Ordine  1  romano  n.  1.  —  Osservazioni,  generali. 


osservazione  sulla  divisione  della  città  in  sette  regioni  eccle- 
siastiche e  sulla  relativa  divisione  del  clero  in  sette  gruppi,  i 
quali  nei  giorni  successivi  fanno  il  servizio  in  processione  apo- 
stolici ad  stationem  ecc. 

Non  ostante  la  distinzione  dei  differenti  Ordini  fatta  dal  Ma- 
billon  e  l'accuratezza  della  sua  edizione,  restano  ancora  molte 
questioni,  e  specialmente  intorno  al  primo  Ordine,  al  quale  è  de- 
dicato il  presente  studio 

Il  primo  Ordine  è  anzitutto  da  esaminarsi  intorno  alla  sua 
composizione. 

Che  il  così  detto  Ordo  romanus  I  non  sia  un  lavoro  d' un 
sol  getto,  e  che  le  sue  parti  non  siano  state  scritte  al  medesimo 
tempo,  lo  mostra  tanto  il  contenuto  quanto  la  tradizione  dei 
manoscritti.  L'  autore  non  vien  nominato,  nemmeno  si  trova  fon- 
damento per  una  sicura  indicazione  intorno  ad  esso.  Prima  del 
secolo  nono  non  s' incontra  nè  anche  alcuna  citazione  dell'opera. 
Il  Mabillon  si  contenta  di  illustrare  la  grande  antichità  di  di- 
verse prescrizioni  liturgiche,  dell' Ordine  e  di  accennare  vaga- 
mente, che  i  riti  della  messa  pontificale  descritti  nel  medesimo 
corrispondono  presso  a  poco  all'età  di  san  Gregorio  Magno. 

1  Fra  gli  altri  Ordini  pubblicati  dal  Mabillon  i  più  antichi  sono  quelli  segnati  coi 
numeri  VII,  Vili  e  IX.  L'ottavo  ed  il  nono  appartengono  alla  solennità  delle  ordina/ioni 
sacre  da  farsi  dal  papa.  Essi  s'incontrano  in  manoscritti  del  secolo  nono.  Il  settimo  pre- 
senta le  cerimonie  romane  del  catecumenato,  del  battesimo  e  della  cresima,  o  per  dirlo  bre- 
vemente della  iniziazione  cristiana.  Quest'ultimo  ordino  rimonta  ad  un'età  più  rimota  dei 
precedenti,  perchè  non  solo  si  trova  in  codici  del  secolo  nono,  ma  apparisce  già  quasi 
tutto  incorporato  al  così  detto  Sacramentario  gelasiano.  Il  Probst,  professore  a  Bresslau.  gli 
ha  dedicato  un  diligente  lavoro  nella  sua  ultima  opera  Die  àltestcn  romischen  Sacrauicn- 
taricn  und  Ordines  Munster  1892,  p.  39S-412. 

Una  serie  assai  istruttiva  di  Ordines  romani  fu  p  ibblicata  recentemente  da  Luigi 
Duchesno  nell'appendice  alla  sua  opera  Oriffines  du  culle  chrctien,  Paris  ISSO.  Tale  serie 
proviene  da  un  codice  di  sant'Amando  in  Pabula  (Saint  Amand  en  Puolle)  del  secolo  nono, 
appartenente  ora  alla  biblioteca  nazionale  di  Parigi  (u.  974).  Sono  istruzioni  1°  per  la 
messa  stazionale:  2°  per  le  cerimonie  degli  ultimi  giorni  della  settimana  santa  e  per  la 
settimana  di  pasqua;  3°  per  le  litaniae  maiofes;  4°  per  l'ordinazione  dei  preti  e  dei  dia- 
coni; 5°  per  la  consecrazioue  delle  chiese;  (>°  per  la  processione  del  2  di  febbraio.  Il 
rito  descritto  è  il  romano  e  sembra  sia  quello  dell'ottavo  secolo.  La  raccolta  pare  che 
non  abbia  l'età  delle  nostre  formolo  stazionali  nel  primo  Ordine  romano,  le  quali  appar- 
tengono probabilmente,  come  vedremo,  al  secolo  settimo. 

Similmente  al  secolo  settimo  è  da  attribuirsi  la  descrizione  dei  riti  papali  degli  ul- 
timi tre  giorni  della  settimana  santa,  pubblicata  dal  de  Rossi  nel  II  volume  delle  sue 
Inscriptt nncs  christ.  urbis  Romae  1  p.  34.  L'editore  l'ha  tolta  dal  celebre  codice  di  Ein- 
siedeln,  che  contiene  i  testi  epigrafici  e  topografici  sulla  città  di  Roma.  (Cod.  n.  320. 
Vedi  sopra  p.  133). 


Antichità  di  tali  Ordini  liturgici.    S.  Gregorio  T. 


107 


(590-604):  «  Einsdem  libelli  antiquitatem  probant  inprimis  eucha- 
ristiac  initio  missae  ad  altare  ante  pontificem  delatio ,  fermenti 
vocabulum  prò  eucharistia,  ut  in  epistola  Tnnocentii  ad  Decentia- 
num  n.  22  usurpatimi  ecc.  Totus  missae  pontiflciae  ritus  in  eodem 
ordine  praescriptus  Gregorii  aetatem  meo  iudicio  sapit  » 

Io  credo,  che  si  possa  difendere  la  grande  età  della  proces- 
sione e  della  messa  di  quest'  Ordine  con  più  sicurezza  di  quello 
che  ha  fatto  il  Mabillon,  purché  si  tenga  innanzi  agli  occhi  la 
distinzione  fra  le  singole  parti  dell'  Ordine ,  che  più  sotto  sarà 
proposta.  Credo  anche,  che  per  cagione  del  suo  carattere,  come 
Ordine  stazionale,  questo  formolario  si  possa  mettere  in  una  re- 
lazione più  stretta  con  san  Gregorio,  riformatore  delle  stazioni, 
e  sono  di  parere  che  tale  stretta  relazione  col  grande  papa  venga 
confermata  dal  Sacramentario  gregoriano,  il  quale  anche  esso  in 
certa  maniera  manifesta  una  origine  ed  un  carattere  stazionale. 

San  Gregorio  Magno ,  quando  riordinò,  nel  modo  che  tutti 
sanno ,  la  solennità  delle  stazioni  e  dei  natalizii  dei  santi  2,  do- 
vette necessariamente  estendere  i  suoi  lavori  anche  sui  riti  della 
processione  alle  chiese  stazionali  e  sui  riti  della  messa  da  cele- 
brarsi nelle  medesime. 

Non  è  dubbio,  che  già  anteriormente  esistessero  dei  formo - 
larii  rubricistici  per  queste  funzioni,  siccome  ve  ne  saranno  stati 
pel  servizio  liturgico  in  generale.  Alla  composizione  di  tali  li- 
bretti dovevano  essere  d'impulso  tanto  la  moltitudine  e  compli- 
cazione delle  cerimonie  ed  il  gran  numero  dei  ministri  ordina- 
riamente adoperati,  quanto  l' antica  e  diligente  cura  della  chiesa 
romana  per  tutti  i  particolari  delle  .sacre  funzioni.  E  si  noti  che 
tutte  le  altre  più  antiche  raccolte  liturgiche,  i  Sacramentarii  cosi 
detti  leoniani  e  gelasiani,  come  il  gregoriano,  sono  privi  di  cotali 
cenni  rubricistici.  Essi  non  gli  contengono,  perchè  le  rubriche 
facevano  parte  da  sè. 

Dico  dunque  che  i  libretti  rubricistici  non  si  potevano  affatto 
sottrarre  alla  sollecitudine  del  papa  Gregorio  nella  sua  rifornì;) 

1  Museum  Ualicum  II,  2s.  Oltre  alla  processiono  coli' eucaristia  o<l  alla  parola  fcr~ 
mentum  il  Mabillon  accenna  anche  al  rito  della  settimana  santa,  contenuto  nelF  Ordo  I. 
Ma  questo  rito,  come  vedremo,  non  forma  parte  dell'antichissimo  Ordino. 

*  Ioli.  I)iac.  Vita  s.  Gregorii  1.  2  c.  18;  Migne  l'air,  lat.  t.  75  col.  94;  cf.  1.  4  c.  74, 
ibid.  col.  224. 


198         IV.  L'Ordine  I  romano  n.  1.  —  Varie  opinioni  sull'età. 


della  liturgia.  Le  altre  mutazioni  introdotte  da  lui  negli  ufficii 
ecclesiastici  portavano  di  tanta  necessità  il  miglioramento  delle 
rubriche ,  cioè  della  materia  degli  Ordines ,  che ,  se  mai  non 
fossero  stati  scritti  ancora,  Gregorio  li  avrebbe  dovuti  fare  com- 
porre. 

Contuttociò  non  oso  affermare,  che  la  processione  e  la  messa 
stazionale,  nella  forma,  che  troviamo  nel  primo  Ordine,  proven- 
gano proprio  da  san  Gregorio. 

Non  ne  abbiamo  una  prova  sicura.  Certo  è  solo,  primiera- 
mente che  non  possono  essere  anteriori  a  san  Gregorio,  perchè 
suppongono  la  messa  gregoriana  in  vece  della  gelasiana  (per  ta- 
cere di  altri  argomenti),  e  poi  che  non  sono  scritte  più  tardi  del 
secolo  ottavo.  Ma  credo  probabile,  che  siano  piuttosto  del  se- 
colo settimo  che  dell'ottavo,  e  che,  sebbene  con  qualche  aggiunta 
o  con  qualche  rimaneggiamento,  rappresentino  il  relativo  Ordine 
di  san  Gregorio  Magno.  Il  Duchesne  ( Origines  du  eulte  chrétien, 
p.  143)  mette  il  primo  Ordine  romano  alla  fine  del  settimo  o 
piuttosto  all'ottavo  secolo,  ed  il  Probst  (Die  àltesten  ròynischen 
Sacramentarien  und  Ordines,  p.  393  s.)  lo  tiene  per  lavoro  di 
Stefano  III  (768-772) ,  non  però  nuovo  lavoro ,  ma  quasi  se- 
conda edizione  di  un  Ordine  gregoriano. 

Neil'  anno  1862  il  Meckel  in  una  dissertazione  storica  inserita 
nella  Theologische  Quartalschrift  di  Tubinga  cercò  di  dimostrare, 
che  il  primo  Ordine  romano  contiene  la  liturgia  «  nella  forma, 
a  cui  giunse  solamente  due  secoli  dopo  san  Gregorio  »  (p.  83); 
il  secondo  Ordine  a  suo  giudizio  darebbe  la  liturgia  romana  mo- 
dificata circa  l'anno  800  in  senso  gallicano,  ed  il  primo  Ordine 
sarebbe  scritto  nel  medesimo  tempo,  come  lavoro  preparatorio 
pel  secondo,  per  mostrare  la  vera  liturgia  romana  di  quel- 
l'epoca \ 

Sebbene  la  teoria  del  Meckel  prima  dei  moderni  studii  abbia 
trovato  assenso  presso  moltissimi,  nondimeno  bisognava  dar  ra- 
gione ai  pochi  che  l'hanno  censurata.  Fra  i  quali  il  Rump,  par- 
lando delle  riforme  liturgiche  di  san  Gregorio,  dice:  «  Le  prove 
del  Meckel  in  quanto  al  primo  Ordine  romano  non  sono  convin- 

'  Uober  das  Alter  der  beiden  orsten  ròraischen  Ordines.  Iahrgang  1802  p.  73  ss. 


Il  I  Ordine  è  più  antico  del  li. 


199 


centi  »  \  Infatti  mentre  del  secondo  Ordine  il  Meckel  ha  dimo- 
strato assai  bene  così  il  carattere  gallicano  come  la  tarda  ori- 
gine, la  sua  tesi  in  quanto  al  primo  Ordine  non  è  fondata. 

I  manoscritti  del  primo  Ordine  romano,  dice  il  Meckel,  non 
tornano  affatto  al  secolo  settimo  e  nessuno  prima  di  Amalario 
nel  nono  secolo  fa  menzione  del  medesimo  Ordine. 

Ma  si  può  domandare ,  quanti  siano  quei  manoscritti  della 
liturgia  romana,  o  della  liturgia  romano -gallicana,  l'età  dei  quali 
torni  più  addietro  del  secolo  nono  o  dei  tempi  di  Carlo  Magno. 
Neanche  del  Sacramentario  gregoriano  o  del  gelasiano  abbiamo 
esemplari  più  antichi  e  che  siano  privi  di  elementi  gallicani. 

II  silenzio  poi,  che  si  osserva  intorno  all'esistenza  dell'Ordine 
fino  ad  Amalario,  forma  un  argomento  negativo  assai  debole; 
esso  si  può  spiegare  colla  poca  importanza  pubblica,  che  ebbe 
fuori  di  Roma  una  tale  istruzione  liturgica,  destinata  al  clero 
delle  chiese  di  Roma.  Anche  il  Sacramentario  gregoriano  non 
viene  espressamente  menzionato  se  non  circa  un  secolo  dopo  il 
papa,  che  ne  fu  autore. 

Inoltre  Amalario  commemora  gli  Ordini  romani  in  maniera, 
che  si  vede,  essere  stati  in  uso  già  lungo  tempo  prima  della  sua 
età,  cioè  dei  primi  decennii  del  nono  secolo. 

Un  altro  argomento  del  Meckel  era  il  seguente.  In  due  oc- 
casioni, dove  a  san  Gregorio  si  fecero  domande  intorno  a  cose 
liturgiche,  egli  nella  risposta  non  appellò  ad  una  regola  nè  a 
formolarii  scritti,  ma  alla  consuetudine.  «  Veteres  nostras  con- 
suetudines  reparavimus  »,  scrive  a  Giovanni  vescovo  di  Siracusa 
(Ep.  ix,  12;  ora  nell'edizione  di  Ewald-Hartmann  ix,  26),  ed  a 
sant'Agostino,  vescovo  nell'Inghilterra:  «  Novit  fraternitas  ve- 
stra  romanae  ecclesiae  consuetudinem  »  (xi ,  64  ;  laffé  2a  ed. 
n.  1843).  Dunque,  così  conchiude  l'autore,  «  a  quel  tempo  non  vi 
erano  tali  Ordines,  ma  l'esercizio  quotidiano  e  l'uso  davano  la 
regola,  secondo  la  quale  si  celebrava  la  liturgia  » . 

Se  queste  osservazioni  provassero  qualche  cosa,  molti  altri 
scritti,  come  soverchi,  verrebbero  in  pericolo  di  esser  giudicati 
meno  antichi  di  quel  che  sono.  Peraltro  si  sa,  che  le  consuetu- 
dini meritano  questo  nome,  ancorché  il  loro  oggetto  sia  conse- 

1  Nelle  suo  dotte  note  all'  odi/ione  tedesca  del  Rohrbacher  Kirchen<)c»chichte  t.  IX 
p.  548. 


200        IV.  L'Ordine  I  romano  n.  1.  —  Varie  opinioni  sull'età. 


»-nato  allo  scritto.  E  so  Gregorio,  come  dice  egli  stesso,  stabiliva 
«  antiche  consuetudini  romane  »,  non  si  dovrà  sospettare,  ch'egli 
appunto  per  mezzo  di  scritti  antichi  e  di  formolarii  sia  venuto 
alla  notizia  delle  medesime  consuetudini?  Del  rimanente  fu  già 
accennato,  che  fin  da  tempi  più  antichi  la  chiesa  romana  si  do- 
vette trovare  costretta  a  scrivere  le  sue  usanze  liturgiche  tra- 
dizionali; e  forse  la  prisca  statutio,  che  viene  accennata  nel  n.  1 
del  primo  Ordine  non  è  altro,  che  un  regolamento  anteriore  al 
medesimo  Ordine. 

Che  poi  il  primo  Ordine  sia  un  lavoro  preparatorio  pel  se- 
condo, cioè  pel  manuale  destinato  ai  Franchi,  si  manifesterebbe, 
a  sentenza  del  Meckel,  già  nell'  esordio  del  primo  Ordine;  poiché 
ivi  trova  notate  delle  cose  troppo  ben  conosciute  dal  clero  di 
Roma  ed  importanti  solamente  per  l'istruzione  dei  forestieri, 
come  per  esempio  la  divisione  di  Roma  in  sette  regioni  eccle- 
siastiche. 

Ma  è  duopo  avvertire  che  siffatti  brevi  cenni  dell'introdu- 
zione servono  solamente  a  dare  la  ragione  della  distribuzione 
degli  officii ,  che  si  fa  nel  medesimo  ordine  fra  i  membri  del 
clero  romano  riguardo  alla  liturgia  papale.  Bisognava  comin- 
ciare dalle  sette  regioni,  formando  esse  il  fondamento  di  tutto; 
per  esempio  i  regionarii  debbono  ministrare  successivamente  nei 
sette  giorni  della  settimana,  appunto  perchè  si  hanno  sette  re- 
gioni. Inoltre  il  primo  numero  dell'Ordine  romano  indica  fra 
le  altre  cose,  come  si  debbano  decidere  le  liti  fra  i  diversi  membri 
del  clero.  Tali  indicazioni  non  erano  certo  d'importanza  per  i 
forestieri,  come  i  Franchi,  ma  solamente  per  i  chierici  romani; 
tali  indicazioni  non  hanno  da  fare  nulla  con  un  «  lavoro  prepa- 
ratorio d'un  manuale  pei  Franchi  ».  E  ciò  basti  su  questa  diffi- 
coltà; dovremo  tornare  siili' accennata  introduzione  in  altro  luogo 
della  presente  dissertazione. 

Un  altro  argomento  del  Meckel,  che  pare  più  forte  è  quello 
che  si  fonda  sui  nomi  di  Adriano  I  papa  e  di  Carlomagno  oc- 
correnti nell'Ordine  primo.  «  Sabbato  tempore  Adriani  institu- 
tum  est,  ut  flecteretur  prò  Carolo  rege  »,  così  si  dice  n.  24  ;  e 
n.  28:  «  Dicit  orationem  prò  rege  Francorum  ».  Codesti  passi 
non  possono  esser  scritti  prima  degli  ultimi  decennii  del  secolo 
ottavo. 


Il  1  Ordine  è  più  antico  del  II.  Composizione. 


201 


Il  Mabillon  cerca  di  spiegare  questa  particolarità  dicendo  : 
«  Quaedam  processu  temporis  nova  inserta  fuere,  qualia  sunt  »  ecc. 
(seguono  i  passi  citati).  E  di  ciò  si  potrebbe  essere  contenti,  es- 
sendo troppo  noto  il  costume  dei  libri  liturgici  di  inserire  simili 
aggiunte  nel  processo  del  tempo  a  seconda  dei  bisogni.  In  vece 
di  comporre  un  nuovo  lavoro  si  solea  preferire  di  amplificare, 
aggiungendo  nuovi  elementi,  le  formole  antiche. 

Senonchè  un  attento  studio  delle  singole  parti  del  primo  Or- 
dine romano  mi  ha  mostrato,  che  bisogna  andare  più  oltre  del 
Mabillon  e  dire  :  Nel  primo  Ordine  è  da  distinguersi  da  tutto  il 
resto  una  parte  primitiva,  cioè  la  descrizione  della  processione 
e  della  messa  stazionale  del  papa,  n.  1  fino  a  21  (o  22  ind.), 
sotto  pag.  217  fino  a  pag.  229.  A  questa  parte  furono  annesse 
altre  parti  di  età  posteriore.  Ed  appunto  in  quest'altre  parti  si 
trovano  i  nomi  di  Adriano  e  di  Carlo. 

Ma  bisogna  provare  la  tesi  intorno  alle  diverse  parti  del- 
l'Ordine con  argomenti  presi  dai  manoscritti. 

2.  Composi 'z ione  deli'  Ordo  I  romanus.  Il  nucleo  più  antico. 

Nel  primo  Ordine  romano  si  solevano  distinguere  tre  gruppi 
o  sezioni  di  avvisi  liturgici  : 

1.  La  sezione  n.  1-21,  trovata  dal  Mabillon  in  quattro  ma- 
noscritti, cioè  di  Montecassino ,  Einsiedeln,  Sangallo  e  nel  col- 
bertino  n.  41G.  Il  Bianchini  trovò  la  medesima  sezione  cosi  cir- 
coscritta in  un  codice  di  Verona  e  lo  pubblicò  nel  3'1  volume 
del  suo  Anastasio  Bibliotecario  p.  28  ss. 

2.  La  sezione  n.  22-51  con  altre  istruzioni  per  le  funzioni 
romane,  e  specialmente  (ma  non  esclusivamente)  per  le  azioni 
liturgiche  del  papa. 

3.  L'appendice  dal  Mabillon  segnata  colla  nuova  numera- 
zione 1-18  e  contenente  le  solennità  della  settimana  santa. 

Ouale  è  la  relazione  che  hanno  queste  sezioni  l'una  coll'altra? 

La  seconda  sezione  non  fu  trovata  dal  Mabillon  se  non  nel 
suo  codice  sangallense.  Il  veronense  del  Bianchini,  dopo  finita 
la  prima  sezione,  contiene  ancora  una  piccolissima  parie  presa  dal 
mezzo  della  seconda  sezione,  cioè  le  prime  parole  del  n.  48.  Si 


202 


IV.  L'Ordine  I  romano  n.  2.  —  Composizione. 


vede  nel  codice  veronense,  che  se  lo  scrittore  avesse  continuato  il 
suo  lavoro,  avrebbe  dovuto  copiare  un  pezzo  della  seconda  se- 
zione, a  cominciare  dal  n.  48,  ma  non  tutta  la  seconda  sezione. 
Nel  codice  sangallense ,  prima  delle  stesse  parole  del  principio 
di  n.  48,  si  trova  una  lacuna  di  mezza  pagina. 

Intorno  poi  al  contenuto  della  seconda  sezione,  è  manifesto, 
che  esso  forma  un  supplemento  alla  prima.  Anzitutto  s' incon- 
trano delle  osservazioni  accessorie  sulla  messa  stazionale,  per  il 
caso  cioè  che  essa  non  si  celebri  dal  papa,  ma  da  un  vescovo 
o  da  un  prete  (n.  22);  poi  si  tratta  della  quaresima  (n.  23-27) 
e  molto  diffusamente  della  settimana  santa  e  della  pasqua  (n.  27- 
47  ind.).  In  fine  si  torna  alla  messa  stazionale  (n.  48-51). 

La  terza  sezione,  cioè  l'appendice,  fu  trovata  dal  Mabillon 
solamente  nel  detto  codice  colbertino  e  nel  codice  vaticano  n.  487. 
Questa  sezione  offre,  solamente  in  altra  forma,  la  materia  prin- 
cipale della  seconda  sezione,  cioè  sulla  settimana  santa,  ripetendo 
spesso  perfino  le  parole  di  quella.  L' ha  mostrato  il  Meckel  p.  56 
per  mezzo  di  paralleli.  L'appendice  senza  dubbio  fu  composta 
dopo  le  altre  due  sezioni,  e  perciò  non  sarà  presa  da  noi  in  con- 
siderazione. 

Passando  oltre  diciamo,  che  non  si  può  ascrivere  alla  se- 
conda sezione  una  origine  coetanea  alla  prima  e  affermare,  che 
ambedue  formano  un  sol  tutto.  Il  Mabillon  non  doveva  nella  sua 
stampa  fondere  insieme  queste  due  parti,  che  sono  distinte. 

I.  Lo  proviamo  in  primo  luogo  coi  manoscritti.  Se  le  due 
sezioni  avessero  formato  un  sol  tutto,  certo  il  codice  di  Sangallo 
non  sarebbe  l'unico  ad  unirle,  mentre  gli  altri  codici  nominati 
portano  solo  la  prima  sezione  o  parte.  Inoltre  anche  il  codice 
sessoriano  n.  52,  il  testo  del  quale  verrà  pubblicato  più  sotto 
p.  217  ss.  dà  questa  parte  staccata  e  per  sè  sola.  Lo  stesso  si  deve 
dire  del  codice  vaticano  4973,  adoperato  nelle  note  alla  nostra 
edizione  del  sessoriano. 

IL  La  seconda  sezione  inoltre  non  può  esser  considerata  se 
non  come  una  collezione  di  varii  frammenti  di  diversa  età. 

La  successiva  unione  di  codesti  frammenti  nel  codice  di  San- 
gallo, che  solo  li  presenta  dal  n.  22-51,  è  troppo  manifesta.  Per 
esempio  nel  n.  22  si  dice,  che  il  semplice  prete  solamente  nella 
pasqua  deve  dire  il  Gloria  nella  messa,  e  pure  si  ripete  lo  stesso 


La  prima  delle  tre  sezioni  è  un  tutto  a  sè. 


203 


al  n.  25  come  cosa  nuova.  Nel  n.  22  sono  cominciati  ma  poi 
subito  interrotti  i  supplementi  della  missa  pontificalis  apostolici 
della  prima  parte;  sulle  stesse  cose  si  torna  dal  n.  48-51,  fram- 
mento questo  già  di  sopra  riconosciuto  come  esistente  per  sè 
solo  ;  tutto  ciò  è  indizio  d'  un  agglomeramento  imperfetto  di  cose 
diverse. 

Vero  è  che  nel  n.  50  viene  allegato  espressamente  un  avviso 
fatto  nel  n.  22;  ma  ciò  non  dà  diritto  a  conchiudere  col  Meckel, 
«  che  la  seconda  parte  veramente  ha  un  sol  autore  »  (p.  55). 
Bisogna  dire  piuttosto  cosi  :  Solo  i  due  formolarii,  dei  quali  il 
secondo  (n.  48-51)  allega  il  primo  (n.  22),  si  trovavano  in  un 
tempo  uniti,  e  furono  poi  di  nuovo  separati  con  l'inserzione,  fra 
l'uno  e  l'altro,  di  una  o  più  istruzioni  riguardanti  gli  ultimi  giorni 
della  settimana  santa  e  la  settimana  della  pasqua  (n.  23-47).  Anzi 
il  n.  22  potrebbe  aver  appartenuto  fin  da  principio  alla  prima 
sezione  di  tutto  l'Ordine;  esso  non  presenta  solo  indizii  di  gran- 
dissima età,  ma  è  un  supplemento  necessario  ed  indispensabile 
della  prima  sezione,  e  presto  lo  vedremo. 

All'  Ordine  primo  romano  dunque ,  come  l' ha  pubblicato  il 
Mabillon,  si  potrebbe  dare  in  certo  senso  lo  stesso  nome  usato 
dal  cardinale  Tommasi  per  l'edizione  hittorpiana,  anteriore  al 
Mabillon,  cioè  di  farrago  Ordinum  romanorum. 

III.  La  prima  sezione  o  parte  forma  un  tutto  a  sè,  tanto 
riguardo  alla  materia  quanto  riguardo  alla  forma.  Questo  libretto 
descrive  la  processione  e  la  messa  delle  stazioni  papali  senza 
elementi  eterogenei. 

L'esordio  contiene,  come  si  è  già  detto,  le  osservazioni  ge- 
nerali sulla  divisione  del  clero  romano.  Non  è  allatto  necessario 
prendere  codesto  esordio  per  estraneo  al  libretto  stesso.  Perchè 
siccome  si  doveva  trattare  di  funzioni,  nelle  quali  avevano  da 
intervenire  tutti  i  chierici  secondo  i  diversi  gradi,  una  tale  in- 
dicazione generale,  lo  ripetiamo,  poteva  benissimo  trovar  posto 
al  principio  del  formolàrio. 

Essa  svolge  in  buon  online  le  cose  seguenti: 

Gli  acoliti  e  tutti  gli  altri  ministri  delle  sette  regioni  stanno 
sotto  i  diaconi  delle  medesime,  e  l'arcidiacono  ha  la  giurisdi- 
zione sopra  tutti;  la  superiorità  dell'arcidiacono  si  mostra  in  ciò 
che  egli  ha  da  disporre  immediatamente  dei  ministri  d'una  re- 


2(M 


Composizione. 


gione,  se  il  diacono  della  regione  muore;  e  che  le  liti  dei  mi- 
nistri, le  quali  non  si  possono  decidere  dal  primo  nel  loro  rispet- 
tivo grado,  debbono  essere  deferite  al  tribunale  dell'arcidiacono. 
Il  ministero  poi  si  esercita  dal  clero  di  ciascuna  regione  secondo 
la  serie  dei  giorni,  così  che  la  domenica  tocca  alla  terza,  il  lu- 
nedi alla  quarta  regione,  e  via  via  fin  alla  settima;  chi  manca 
al  servizio  talmente  stabilito,  sarà  punito;  tutto  il  servizio  final- 
mente si  divide  in  due  capi,  quel  che  è  da  farsi  nella  proces- 
sione e  quel  che  si  riferisce  alla  messa.  Mi  pare  tanto  naturale 
una  tale  esposizione  generale  in  questo  luogo,  che  non  posso 
acconsentire  al  Probst,  il  quale  vi  trova  un'  aggiunta  fatta  da 
Stefano  III,  specialmente  per  cagione  di  casi  particolari  che  fos- 
sero accaduti  (p.  396). 

Nei  n.  2  e  3  si  fa  menzione  della  festa  di  pasqua  e  della 
speciale  osservanza  di  questo  giorno  e  dei  due  seguenti,  mentre 
in  seguito  non  si  accennano  mai  feste  particolari.  Anche  qui  non 
trovo  un  fondamento  per  sospettare  col  Probst  che  i  numeri  2 
e  3  siano  inserzioni  posteriori.  Si  cita  la  pasqua  semplicemente 
come  esempio  di  festa,  in  cui  si  fa  la  stazione,  e  così  natural- 
mente si  aggiungono  i  particolari  del  rito  pasquale.  Il  restante 
del  testo  si  riferisce  alle  stazioni  ordinarie  delle  domeniche  e 
giorni  non  festivi,  cosa  che  più  chiaramente  apparisce  nel  nostro 
testo  sessoriano. 

Mentre  poi  i  numeri  2  e  3  dànno  gli  avvisi  pel  servizio  della 
processione,  il  numero  4  si  occupa  dei  ministri,  che  aspettano 
l'arrivo  della  processione  fuori  della  porta  della  chiesa  stazio- 
nale e  conducono  il  papa  alla  sagrestia. 

In  seguito  si  espone  nei  numeri  5,  6  e  7  il  servizio  nella 
sagrestia,  nel  numero  8  l'ingresso  all'altare,  nel  9-21  la  messa 
stessa  ed  il  ritorno  in  sagrestia. 

l)opo  questa  descrizione  delle  funzioni  da  compiersi,  quando 
il  papa  celebra  la  stazione,  il  lettore  si  aspetta  un  avviso  rela- 
tivo al  caso,  il  quale  tante  volte  avveniva,  che  il  papa  stesso  o 
per  malattia  o  per  altra  ragione  non  potesse  in  persona  assi- 
siero  alla  solennità;  giacché  quest'ultima  doveva  aver  luogo  in 
ogni  modo  al  giorno  determinato.  Ecco  dunque  il  numero  22. 
Quivi  si  espone  quello  precisamente  che  mancava:  «  Si  autem 
summum  pontifìcem,  ubi  statio  fuerit,  contigerit  non  adesse,  haec 


La  prima  parte  stazionale. 


205 


sunt,  quae  ab  alio  episcopo  dissimiliter  fiunt  »  ecc.  Vi  sono  con- 
giunti alcuni  cenni  relativi  per  l'arcidiacono  e  per  il  suddiacono 
oblazionario,  e  tutto  il  numero  finisce  :  «  Similiter  etiam  et  a 
presbytero  agitur,  quando  in  statione  facit  missas.  praeter  Gloria 
in  e.vceìsis  Dea,  quia  a  presbytero  non  dicitur  nisi  in  pascha. 
Episcopi,  qui  civitatibus  praesident,  ut  suramus  pontifex  ita  omnia 
peragant».  Io  inchino  a  credere,  che  il  presente  numero  (forse 
fuori  delle  ultime  parole)  abbia  fin  da  principio  formato  parte 
della  prima  sezione  dell'  Orcio  7,  perche  senza  questo  numero  il 
libretto  dei  riti  stazionali  della  chiesa  di  Roma  sarebbe  stato 
incompleto  e  monco.  Il  vescovo  poi,  che  supplisce  in  assenza  del 
papa,  è  senza  dubbio  uno  dei  «  septem  episcopi  cardinales  hebdo- 
madarii  »,  cioè  dei  sette  vescovi  suburbicarii  (vedi  pag.  211). 

Ma  comunque  si  voglia  giudicare  dell'ultimo  numero  22,  resta 
vera  l'affermazione,  che  la  prima  sezione  dell'  Orcio  I  forma  un 
tutto  per  sè,  che  non  ha  da  fare  nulla  col  resto,  cioè  coi  nu- 
meri 23  e  seguenti  e  coll'appendice. 

Bisogna  insistere  sulla  differenza  assai  grande  fra  la  prima 
sezione  ed  il  resto.  Mentre  la  prima  sezione  è  destinata  alle  sta- 
zioni, il  resto  non  mostra  quasi  niente,  che  indichi  un  tale  scopo. 

Giova  in  tal  riguardo  raccogliere  dalla  prima  sezione  quelle 
espressioni,  in  cui  si  fa  menzione  della  stazione.  Già  nel  prin- 
cipio si  palesa  indubitatamente  V Oralo  stationalis.  Si  va  alla  chiesa, 
dove  si  fa  la  stazione  (n.  4),  e  vi  si  portano  i  sacri  utensili,  come 
per  esempio  nei  giorni  festivi  il  prezioso  libro  degli  evangeli, 
proprietà  della  chiosa  lateranense  (n.  11).  Vengono  nominati  gli 
acoliti  stazionarli  (n.  2).  L'arcidiacono  annunzia  la  prossima 
stazione  (n.  20).  Le  croci,  che  accompagnano  la  processione  del 
papa,  sono  le  croci  stazionali  (u.  21).  Possiamo  tacere  del  n.  22, 
che  si  riferisce  tutto  alla  stazione  stando  al  suo  esordio  (so- 
pra p.  204). 

Invece  la  seconda  parte  specialmente  nei  numeri  27  e  se- 
guenti, cioè  nella-  sua  materia  principale,  mostra  una  tutt'altra  de- 
stinazione, ed  è  senza  relazione  collo  funzioni  stazionali.  Ivi  si  deter- 
mina il  rito  della  settimana  santa.  E  poi  non  si  tratta  di  fun- 
zioni da  farsi  dal  papa,  come  nella  prima  parte,  ma  il  celebrante 
è  un  ponti few  qualunque;  di  lui  si  dice  (n.  34)j  dove  si  tratta 
delle  orazioni  del  venerdì  santo,  che  menimi/  apostoliewm,  cioè 


206     IV.  L'Ordine  I  romano  n.  2.  —  Nucleo  primitivo  stazionale. 


prega  pel  papa;  egli  si  nomina  n.  30  semplicemente  episcopus; 
egli  funziona  nella  sua  cattedrale  particolare,  e  così  si  spiega 
quel  che  vien  detto  al  n.  34:  conveniant  in  ecclesia  statuto,  infra 
urbem,  non  tamen  in  maiore  ecclesia. 

Così  si  spiega  anche  la  discrepanza  della  seconda  parte  dal- 
l'uso pontifìcio  del  secolo  settimo  relativo  alla  liturgia  del  venerdì 
santo.  In  quanto  all'uso  pontifìcio  di  quel  periodo  sappiamo  dal 
frammento  einsidlense  pubblicato  dal  de  Rossi  (v.  sopra  p.  196  N.), 
che  nel  venerdì  santo  non  vi  era  nei  riti  papali  nè  comunione 
del  celebrante  o  degli  assistenti  nè  missa  praesanctificatormn: 
«  Attamen  apostolicus  ibi  non  communicat  nec  diaconi  ;  qui  vero 
communicare  voluerit,  communicat  de  capsis  de  sacrificio,  quod 
v  feria  servatum  est.  Et  qui  voluerit  ibi  communicare,  vadit 
per  alias  ecclesias  Romae  seu  per  titulos  et  communicat  » .  De 
Rossi  Inscr.  christ.  II,  1  p.  34.  Si  confronti  il  passo  di  Innocenzo  I 
ep.  ad  Decentianum  (laffé  2a  ed.  n.  311):  «  Traditio  ecclesiae  habet, 
isto  biduo  [cioè  nel  venerdì  e  nel  sabbato  santo]  sacramenta  penitus 
non  celebrari  »,  e  le  parole  di  Uranio  epist.  de  obitu  s.  Paulini 
Nolani  presso  Migne  P.  L.  t.  53  col.  865,  che  confermano  il  me- 
desimo. Nondimeno  la  così  detta  seconda  parte  dell'Ordine  primo 
romano  prescrive  la  comunione  del  pontifex  e  la  missa  prae- 
sanctifìcatorum.  Questa  parte  dunque  certamente  non  dà  una 
descrizione  dei  riti  del  settimo  secolo. 

Peraltro  non  vogliamo  lasciare  di  avvertire ,  che  il  Meckel 
stesso  abbastanza  chiaramente  nega  l'origine  simultanea  e  l'unità 
di  tutto  il  così  detto  Ordo  I  romanus.  Giacché,  mentre  lo 
chiama  un  lavoro  preparatorio  per  l'Ordine  secondo  e  contem- 
poraneo a  quest'ultimo,  pure  avverte,  che  coll'Ordine  secondo 
non  ha  da  fare  nulla  la  lunga  istruzione  dell'Ordine  primo  rife- 
rentesi  al  tempo  quaresimale  e  pasquale,  istruzione  che  forma 
più  della  metà  del  primo  Ordine.  Il  Meckel  dice  :  «  Il  secondo 
Ordine  non  ha  relazione  veruna  colla  seconda  parte  del  primo 
Ordine  »  (p.  74);  ed  egli  deve  dire  così  perchè  infatti  nel  se- 
condo Ordine  non  si  tratta  affatto  del  tempo  quaresimale  o  pas- 
quale, ma  solo  della  messa  solenne  in  generale.  E  nondimeno 
il  primo  Ordine,  come  è,  sarebbe  mai  stato  un  lavoro  contem- 
poraneo e  preparatorio  pel  secondo  Ordine?  Se  l'ipotesi  del  la- 
voro preparatorio  non  fosse  già  da  per  sè  troppo  ricercata  e 


Epoca  della  parte  primitiva. 


207 


perciò  improbabile,  dovrebbe  rigettarsi  solo  per  la  ragione  ora 
esposta. 

Al  sommo  si  potrebbe  concedere,  che  la  prima  sezione  sia 
stata  copiata  e  portata  nelle  Gallie  nell'occasione  dell'introdu- 
zione della  liturgia  romana  presso  i  Franchi  per  opera  di  Carlo- 
magno,  nella  stessa  occasione  cioè,  quando  anche  il  Sacramen- 
tario gregoriano  vi  fu  mandato  dal  papa  Adriano  I.  Il  detto  Sa- 
cramentario vi  fu  adottato  con  certe  lievi  aggiunte  e  mutazioni 
(v.  S.  Bàumer  0.  S.  B.  nel  Historisches  Iahrbuch  14  [1893]  241- 
301);  e  così  la  messa  del  /  Ordo  può  aver  sofferto  allora  le 
modificazioni,  che  si  vedono  nell'Orbo  IL 

3.  Indizii  e  congetture  intorno  all'età 
della  liturgia  stazionale  del  primo  Ordine. 

La  prima  sezione  dell'Orbo  I  romanus,  che  abbiamo  distinta 
dal  resto  come  il  nucleo  primitivo  di  tutto  l'Ordine  primo  ma- 
billoniano  e  riconosciuta  come  l'antico  Ordine  stazionale  della 
chiesa  di  Roma,  offre  diversi  vestigli  d'una  età  più  remota  del 
resto  del  medesimo  Ordine;  e  da  ciò  si  conferma  la  distinzione 
stabilita  per  mezzo  di  altri  criterii. 

Imperocché  nella  detta  prima  sezione  p.  e.  non  si  adopera 
ancora  la  parola  cardinales  per  i  diaconi,  preti  o  vescovi,  che 
appartengono  al  clero  del  papa  in  senso  stretto,  mentre  pure  di 
continuo  si  tratta  di  queste  persone  ecclesiastiche.  Essa  invece  si 
trova  nella  seconda  parte  n.  48:  presbiteri  cardinales.  L'espres- 
sione fu,  come  è  noto,  anticamente  in  uso  solamente  per  indi- 
care, che  un  ecclesiastico  aveva  un  posto  fisso  in  una  chiesa 
titolare,  dove  egli  era  incardinato;  in  questo  senso  la  parola  ve- 
niva adoperata  per  designare  i  membri  del  clero  anche  fuori 
di  Roma.  Gregorio  I  non  ci  presenta  nemmeno  un  esempio 
dell'uso  della  parola  cardinalis  pel  clero  della  sede  apostolica, 
mentre  presso  Giovanni  Diacono,  suo  biografo  del  secolo  nono, 
quell'uso  pel  clero  papale  è  già  molto  frequente;  si  veda  p.  e. 
lib.  3  c.  7.  La  mancanza  dunque  della  parola  nella  prima  parte 
dell'Ordine  accenna  ad  un  tempo  anteriore,  l'uso  nella  seconda 
ad  un  tempo  posteriore  e  più  vicino  a  Giovanni  Diacono. 


208    IV.  L'Ordine  I  romano  n.  3.  —  Epoca  delia  parie  primitiva. 


Nella  seconda  parte  poi  si  citano  espressamente  il  Sacramen- 
tario e  V Antifonario  (n.  28.  29.  39);  niente  di  ciò  nella  prima. 
Nella  seconda  il  libro  delle  epistole  vien  chiamato  capitolare  (n.  28), 
nome  probabilmente  più  recente  di  quello  adoperato  nella  prima 
parte,  cioè  apostolus  (n.  3).  Anche  l'espressione  r/radale  nella 
seconda  parte  (n.  28)  pare  più  recente  dell'espressione  responsum 
nella  prima  (n.  4).  La  parola  dalmatica  occorre  solo  nella  se- 
conda. 

Però  anche  senza  fare  il  confronto  colla  parte  seconda,  tro- 
viamo vestigli  dell'anteriorità  della  parte  stazionale  dell'Ordine 
primo.  Conosciamo  certi  costumi  dei  secoli  nono  ed  ottavo,  che 
non  sono  accennati,  anzi  esclusi,  nella  prima  parte. 

Così  nel  pontificato  di  Leone  III  (795-816)  era  usanza  già 
antica,  che  nella  messa  stazionale  del  papa  un  notaio  della  chiesa 
romana  annunziasse  la  prossima  processione  e  stazione  (Liber 
poni.  Leo  III  n.  368,  ed.  Duchesne  t.  II  p.  4;  Migne  P.  L.  t.  128 
c.  1214);  ma  nella  messa  papale  del  primo  Ordine  ciò  ha  da 
fare  ancora  l'arcidiacono  stesso  (architi iaconus  ..  adnuntians  sta- 
tionem  n.  20),  il  che  concorda  anche  col  formolario  pubblicato 
dal  Duchesne  {Origines  du  calte  p.  457). 

Nei  primi  decennii  del  secolo  nono,  al  tempo  di  Amalario, 
era  già  per  perdersi  il  costume  romano  di  riunire  i  graduali 
in  un  libro  speciale,  detto  cantatorms.  «  Quod  dicimus  graduale, 
scrive  Amalario,  illi  (Romani)  vocant  cantatorium,  qui  adhuc 
iuxta  morem  antiquum  apud  illos  in  aliquibus  ecclesiis  in  uno 
volumine  continetur  ».  De  ordine  cmtiphonarii;  Prol.  Migne  P.  L. 
t.  105  c.  1245.  Secondo  l'Ordine  primo  però,  dopo  letta  l'epi- 
stola dal  suddiacono,  un  cantore  monta  sull'ambone,  porta  come 
cosa  ordinaria  e  regolare  il  suo  cantatoriam,  e  ne  canta  il  re- 
sponsum, cioè  il  graduale  (n.  10). 

Valafrido  Strabene  asserisce  che  circa  l'anno  800  il  credo 
era  di  uso  nella  messa  romana  (sebbene  dopo  scomparve  fino 
a  Benedetto  Vili).  Strab.  De  rebus  eccles  c.  22;  Migne  P.  L. 
t.  Il  i  e  'Jìl.  Ma  nella  messa  stazionale  del  primo  ordine  non 
si  menziona  aneora  il  credo,  come  eziandio  manca  nel  Sacra- 
mentario gregoriano. 

Inoltre  Amalario  non  conosce  più  l'uso  romano  di  portare 
l'eucaristia  innanzi  al  papa  nell'entrata  in  chiesa,  che  è  uno 


Varie  usanze  della  liturgia  romana. 


209 


dei  costumi  più  interessanti  descritti  nell'Ordine  stazionale.  Se 
egli  l'avesse  ancora  incontrato  nella  sua  dimora  in  Roma,  senza 
dubbio  l'avrebbe  riferito,  e  tanto  più,  perchè  nella  sua  patria, 
presso  i  Franchi,  un  cotale  rito  nelle  funzioni  dei  vescovi  non 
era  in  uso.  Però  anche  il  secondo  Ordine  non  menziona  più  il 
medesimo  rito;  pare  che  esso  assai  prima  dell'800  venisse  abro- 
gato, o  piuttosto  cambiato  col  rito  dell'adorazione  ordinaria  del- 
l'eucaristia nella  chiesa. 

Adunque  si  vede  di  nuovo,  che  la  liturgia  della  messa  nel 
primo  Ordine  non  rappresenta  il  rito  romano  degli  anni  di 
Carlomagno,  ma  d'  un  tempo  più  antico. 

Tale  liturgia  torna,  come  è  probabile,  nella  maggior  parte 
dei  particolari  fino  ai  tempi  prima  di  san  Gregorio.  Per  mala 
ventura  non  ci  restano  abbastanza  notizie  assicurate,  per  pro- 
nunziare un  giudizio  assoluto.  Ma  certo  è,  che  dopo  san  Gre- 
gorio, nei  secoli  settimo  ed  ottavo,  non  s'introdussero  più  mu- 
tazioni così  importanti  come  negli  ultimi  tempi  prima  di  lui  e 
sotto  il  suo  pontificato  ;  e  perciò  resta  giustificata  la  congettura, 
che  in  sostanza  sia  sua  la  messa,  che  abbiamo  nel  primo  Ordine. 
Anche  la  processione  in  sostanza  sarà  ancora  il  rito  da  lui  ordinato 
o  migliorato.  Quello  che  dice  Giovanni  Diacono,  che  cioè  al  suo 
tempo,  nel  nono  secolo,  si  facevano  tuttora  le  stazioni  come  sotto 
Gregorio,  quasi  eo  vivente,  lo  possiamo  forse  riferire  anche  alle  ce- 
rimonie della  storica  processione  pontificia  (Lib.  2  c.  18). 

San  Gregorio  ordinò,  che  il  canto  si  eseguisse  dai  suddiaconi 
e  dai  chierici  minori  [Decreta  synodi  ecc.  Migne  t.  77  c.  1335). 
Ed  ecco  nella  messa  stazionale  i  suddiaconi  come  cantori  in- 
sieme alla  sc//oIa  cantoram  composta  dai  chierici  minori  (n.  1G.  20). 
Gregorio  istruiva  ragazzi  appartenenti  a  questa  scuola  (Ioh.  Diac. 
1.  2  c.  6).  L'Ordine  nomina  infantes  come  membri  di  essa  (n.  8). 
11  detto  papa  voleva,  che,  in  luogo  di  laici,  persone  clericali  fa- 
cessero gli  ordinarii  servizii  intorno  al  papa  [Decreta  1.  e).  Ab- 
biamo un  eubicularius  tonsuratus  (n.  6).  Vi  è  anche  un  cubicula- 
rius  laicus  (n.  3),  ma  per  un  servizio  inferiore,  non  appartenente 
alla  persona  del  pontefice. 

Restano  alcune  cose,  le  quali  somministrano  prove  convin- 
centi, che  la  parte  stazionale  dell'  Orda  T  romanus  non  può  es- 
sere scritta  prima  di  Gregorio. 


QUSA&,  Analecta  romana,  voi.  I. 


14 


210     IV.  L'Ordine  I  romano  n.  3.  —  Epoca  della  parte  pi-imitiva. 


La  prima  è  la  menzione,  che  si  fa  più  spesso  di  defensores 
regionari?',  dignità,  che  fu  introdotta  solo  da  Gregorio  Magno, 
come  si  legge  nella  sua  Ep.  vm,  14  (ora  vili ,  16)  a  Bonifazio 
primo  difensore. 

L' altro  rito  si  riferisce  al  pater  noster.  Nella  messa  stazio- 
nale del  primo  Ordine  si  recita  il  pater  noster  alla  fine  del  ca- 
none, come  oggidì.  Ma  fu  Gregorio,  che  gli  assegnò  quel  posto, 
poiché  prima  esso  si  recitava  in  una  parte  posteriore  della 
messa.  (Ep.  ix,  12  ora  ix,  26  a  Giovanni,  vescovo  di  Siracusa). 
Vedi  sul  pater  noster  la  mia  trattazione  nel  Zeitschrift  fur  kath. 
Theolor/ie  t.  9  (1885)  p.  565.  568  ss. 

Finalmente  la  messa  stazionale  ha  tre  sole  orazioni,  come  le 
ha  introdotte  san  Gregorio  ,  mentre  la  messa  gelasiana  ne  nu- 
merava cinque,  cioè  fuori  delle  tre  note,  una  detta  super  sindonem 
all'  offertorio  ed  una  super  populum  alla  fine.  V.  Zeitschrift 
1.  c.  p.  584. 

Perciò  il  Probst  trova  a  ragione  nella  messa  stazionale  del- 
1'  Ordo  I  la  sostanza  del  rito  gregoriano.  Egli  dice  :  «  Siccome 
nel  detto  tempo  (768-772)  la  messa  si  celebrava  a  Roma  senza 
dubbio  secondo  il  rito  gregoriano,  i  numeri  dell'Ordine  che  ne 
trattano,  rappresentano,  come  è  probabile ,  proprio  la  messa  di 
Gregorio  senza  importanti  mutazioni ,  e  nella  descrizione  della 
medesima  messa  si  potranno  adoperare  come  utile  supplemento 
del  Sacramentario  gregoriano  »  \ 

Il  citato  autore  però  crede  di  poter  fissare  la  compilazione 
della  presente  forma  della  prima  sezione  dell'  Ordo  I  proprio  ai 
detti  anni  768-772,  cioè  al  pontificato  di  Stefano  III.  E  per 
quale  ragione  ?  Perchè  nel  Liber  ponti fìcalis  si  trova  sotto  Ste- 
fano III  il  seguente  passo  :  «  Erat  enim  hisdem  praefatus  bea- 
tissimus  praesul  (Stephanus  papa)  ecclesiae  traditionis  observator; 
unde  et  pristinum  ecclesiae  in  diversis  clericatus  honoribus  re- 
novavit  ritum.  Hic  statuit,  ut  omni  dominino  die  a  septem  epi- 
scopis  cardinalibus  ebdomadariis  ,  qui  in  ecclesia  Salvatoris  ob- 
servant,  missarum  solemnia  super  altare  beati  Petri  celebraretur 
et  Gloria  in  excelsis  Beo  ediceretur  »  2.  Questo  testo  sarebbe  un 
testimonio  storico  di  un  rimaneggiamento  fatto  da  Stefano  III 

1  Die  (Utesten  rómischen  Sacramentaricn  ecc.  p.  397. 

2  Ed.  Duchosno  I,  478  ».  284. 


Varie  usanze  liturgiche.    I  vescovi  cardinali. 


211 


con  l' Oralo  I  Romanus,  e  d'una  renovatio,  dalla  quale  sarebbe 
sorto  il  formolario ,  qual  è  di  presente.  Ma  sfortunatamente  il 
testo  è  assai  oscuro.  La  renovatio  potrebbe  aver  consistito  sola- 
mente nell'incombenza  o  concessione  data  ai  detti  cardinali  di 
celebrare  la  messa  domenicale^  san  Pietro  in  Vaticano,  e  nelle 
mutazioni,  che  tale  ordine  importava  negli  ufficii  del  clero;  tutto  il 
clero,  in  quanto  partecipava  a  quella  messa,  partecipava  al  nuovo 
onore,  ed  i  ministeri  dovevano  ordinarsi  a  norma  del  pristino  rito. 
Non  si  vede  che  perciò  fosse  necessario  un  rimaneggiamento  o 
una  «  nuova  edizione  »  dell'Ordine  stazionale  e  della  messa  pa- 
pale ;  il  nuovo  servizio  domenicale  nella  basilica  vaticana  non 
avea  da  fare  colle  stazioni  celebrate  dal  papa. 

Mi  rimangono  poi  alcuni  dubbii  intorno  agli  indizii,  che  l' in- 
signe autore  nella  sua  opera  adduce  per  rendere  verisimile  una 
origine  ,  o  piuttosto  un  ritoccamento  della  parte  stazionale  del- 
l' Or  do  I  in  età  così  tarda.  Il  primo  indizio  sarebbe  la  menzione  dei 
vescovi,  che  assistono  al  papa  e  fanno  un  servizio  regolare  nella 
solennità  della  stazione.  Essi  sono  apertamente  i  vescovi  subur- 
bicarii,  i  medesimi,  a  cui  si  dà  la  prima  volta  il  nome  di  episcopi 
cardinales  nel  citato  luogo  del  Liber  ponti ficalis ;  essi  secondo  il 
Probst  sarebbero  stati  adoperati  nel  servizio  liturgico  del  papa  so- 
lamente dal  tempo  di  Stefano  o  poco  prima  («die  neueingefùhrten 
suburbicarischen  Bischòfe  »  p.  394).  Ma  onde  sappiamo,  che  sola- 
mente allora  e  non  lungo  tempo  prima  furono  introdotti  in  tal  con- 
dizione? Dal  trovarli  menzionati  la  prima  volta  sotto  Stefano  III  non 
si  può  dedurre,  che  non  abbiano  appartenuto  all'assistenza  ponti- 
ficia assai  prima;  tanto  meno,  perchè  il  testo  allegato  li  suppone  in 
questa  funzione,  col  semplice  termine  «  qui  in  ecclesia  Salvatoris 
observant  ».  In  fatti  quest'uso  deve  essere  molto  antico,  ed  ha  forse 
le  radici  nella  fondazione  stessa  delle  sedi  vescovili  nelle  vicinanze 
di  Roma  fatta  dalla  cattedra  romana.  Anche  nel  patriarcato  di  An- 
tiochia, nella  provincia  sottoposta  immediatamente  al  vescovo  di 
questa  città,  erano  sette  vescovi,  i  quali  godevano  di  una  condizione 
speciale,  distinzione  introdotta  probabilmente  assai  per  tempo  e 
notata  nei  documenti  anteriori  alla  invasione  degli  Arabi  in  Siria 
(a.  (311),  cioè  prima  dell'età  di  san  Gregorio  Magno  \ 

1  Questo  fatto,  sul  quale  nessuno  ha  insistito  finora,  vion  rilevato  da  L.  Duehosne 
nell'  Archivio  della  soc.  rom.  di  storia  putriti  15  (18U2)  47S. 


21 2    IV.  L'Ordine  1  romano  n.  3.  — 


Epoca  della  parte  primitiva. 


Un  altro  indizio  di  tarda  età  giusta  il  Probst  sarebbe  la 
menzione,  che  si  fa  nell'Ordine  stazionale,  di  un  primicerius  de- 
fensorum  e  di  un  nomenculat or  nell'assistenza  del  papa.  Nè 
dell'  uno  nè  dell'  altro  si  riscontra  parola  negli  scritti  di  san  Gre- 
gorio. Ma  quanto  ai  defensores  sappiamo  da  san  Gregorio,  e 

10  osserva  anche  il  Probst,  che  egli  ne  ha  costituito  una  schola 
col  titolo  regionarii.  Questo,  mi  pare ,  basta  per  supporre ,  che 
all'  età  gregoriana  non  potè  loro  mancare  il  capo,  ed  è  appunto 

11  primicerius  defensorum.  L' esistenza  poi  d' un  nomenculator 
nella  corte  di  Gregorio,  ancorché  una  tale  dignità  non  si  trovi 
nominata  espressamente,  si  può  ammettere  senza  grande  diffi- 
coltà, essendo  noto  che  sotto  l' influsso  bizantino  prima  dei  suoi 
tempi  si  erano  introdotte  tante  altre  cariche  nella  sede  romana 
a  somiglianza  della  corte  imperiale. 

Restano  solo  due  osservazioni  liturgiche  fatte  dal  Probst 
in  sostegno  della  sua  opinione.  Nell'Ordine  stazionale  al  n.  16 
si  dice  immediatamente  dopo  il  sanctus:  «  surgit  pontifex  solus 
intrans  in  canonem  »  ;  si  dà  dunque  il  nome  di  canon  alla  parte, 
che  comincia  col  Te  igitur  ;  mentre  nel  Sacramentario  ancora 
il  praefatio  col  sanctus  appartiene  al  canone.  Non  credo,  che 
tutti  si  persuaderanno,  che  quest'  ultima  estensione  dell'  appel- 
lazione sia  così  chiara  e  così  stabile  quanto  all'  età  di  Gre- 
gorio. E  similmente  mi  pare,  che  non  sia  di  tanta  importanza 
la  parola  anabolagium  per  amictus  fra  le  vesti  pontifìcie ,  re- 
censite al  n.  6,  appellazione  che  nel  rito  latino  non  si  tro- 
verebbe usata  prima  dell'ottavo  secolo;  altra  cosa  sarebbe,  se 
non  fossimo  in  estremo  poveri  di  notizie  liturgiche  del  secolo 
settimo. 

Fu  osservato  da  altri  \  quale  indizio  dell'età  dell'Orbo/, 
che  nel  medesimo  al  numero  19  si  parla  dell'  agnus  Dei  nella 
messa,  mentre  il  Li  ber  ponti  ficalis  ci  assicura,  che  solamente 
san  Sergio  I  (687-701)  introdusse  quella  preghiera.  Eppure  la 
cosa  sta  come  diremo.  Dice  il  Liber  pontificali*  di  Sergio  papa: 
«  Ilic  statuii,  ut  tempore  confractionis  dominici  corporis  agnus 
Dei,  qui  tollis  peccata  mundi,  miserere  nobis  a  clero  et  po- 
pulo  decantetur  »  (n.  164;  ed.  Duchesne  t.  I  p.  376;  Migne 


1  Duchesne  Orir/ines  du  eulte  p.  143.    Mcokel  in  Theolotjische  Quartalsehrift  1.  c. 


Usanze  liturgiche.    TJffìcii  della  corte.    Gregorio  I. 


213 


P.  L.  t.  128  p.  896).  Dunque  Sergio  ordinò,  se  stiamo  alla  let- 
tera, che  si  cantasse  l' agnus  Dei  dal  clero  e  dal  popolo,  proba- 
bilmente a  vicenda.  In  vece  il  primo  Ordine  romano  dice  n.  19 
che  il  clero,  cioè  la  scuola  dei  cantori,  doveva  cantare  l' agnus 
Dei:  Respicit  (archidiaconus)  in  scholam,  et  annuii  eis,  ut  dicant 
agnus  Dei.  Non  si  dice  che  il  popolo  partecipasse  ;  ed  è  molto 
verosimile,  che  prima  lo  cantassero  i  soli  chierici  della  scuola, 
e  che  solamente  ai  tempi  di  Sergio  cominciasse  ad  entrare  il 
popolo. 

Il  Duchesne  finalmente  si  esprime  in  questo  modo  :  «  La  men- 
tion  des  diaconies,  la  désignation  du  palais  de  Latran  par  le  nom 
àepatriarchium,  le  grand  developpement  de  la  cour  pontificale,  tout 
cela  sent  plutòt  le  septième  siècle  avancé  »  \  In  quanto  alle  dia- 
conie, ne  abbiamo  almeno  qualche  cenno  nelle  lettere  di  san  Gre- 
gorio Ep.  xi,  27,  ora  xi,  17  a  Giovanni  religioso  (Cf.  Ioh.  Diac. 
Vita  s.  Gregorii  1.  2.  c.  51),  sebbene  sia  probabile,  che  il  rela- 
tivo istituto  sia  stato  allora  meno  sviluppato  che  cento  anni 
dopo,  e  forse  solo  mantenuto  dai  monaci.  Di  poi  è  facilmente 
un  mero  caso,  se  la  parola  patriarchhtm  in  vece  di  episcopium 
nel  Liber  poni,  non  occorre  prima  di  Sergio  I  (Lib.  pont.  I,  371). 
E  finalmente  lo  sviluppo  della  corte  papale  nell'  Ordine  primo 
romano  non  è  tanto  differente  dallo  stato  ai  tempi  di  san  Gre- 
gorio ,  quanto  sembra  a  prima  vista.  L'abbiamo  già  accen- 
nato di  sopra  parlando  del  primicerius  notariorum.  Qui  si  ag- 
giunga, che  nell'  Ordine  primo  si  dovevano  nominare  ex  professo 
quasi  tutti  gli  ufììcii  e  tutti  i  dignitarii,  mentre  nelle  lettere  di 
san  Gregorio  e  negli  altri  documenti  della  sua  età  queste  men- 
zioni sono  casuali  e  poco  frequenti;  esse  però  mostrano  già 
assai  numerose  categorie  di  ministri  nella  corte  romana. 

Frattanto  credo  bene  di  ricordare  di  nuovo  che  non  è  mia 
intenzione  far  risalire  V  origine  della  nostra  messa  stazionale  di- 
rettamente a  Gregorio  I  ;  dico  che  non  vedo  finora  prove  strin- 
genti per  assegnare  cotesta  origine  ad  un  tempo  molto  poste- 
riore a  lui,  e  mi  contento  dire,  che  la  presente  forma  appartiene 
piuttosto  al  settimo  che  all'  ottavo  secolo. 


1  Ib.  p.  142. 


214      IV.  L'Ordine  I  romano  n.  i.  —  Testo  sessoriano.  Laudes. 


4.  Tj  Ordo  primus  romanus  del  codice  sessoriano  n.  52. 

Nelle  pagine  seguenti  offro  una  ristampa  dell'  ordine,  che  sin 
qui  ho  esaminato,  secondo  un  manoscritto  fin  ad  ora,  come  pare, 
non  osservato. 

Tale  manoscritto  è  il  codice  n.  52 ,  proveniente  dal  mona- 
stero sessoriano  dei  Cisterciensi  di  santa  Croce  in  Gerusalemme 
a  Roma,  ora  conservato  nella  biblioteca  nazionale  di  Roma  sotto 
il  num.  2096. 

Il  codice  in  pergamena  è  dell'  xi  o  xn  secolo  e  contiene  sol- 
tanto scritti  liturgici. 

Tra  questi  fuori  dell'  Ordo  1  romanus  è  particolarmente  no- 
tevole un  testo  delle  laudes,  che  in  certe  occasioni  si  solevano 
cantare  a  Roma  in  onore  del  papa  e  dell'imperatore  (fol.  126). 
Siccome  in  questo  testo  (stampato  più  sotto  in  fine  dell'  Ordo),  si 
nominano  il  papa  Nicola  (I)  e  l'imperatore  Ludovico  (II)  come 
viventi,  l'accennata  formola  di  laudi  deve  essere  stata  composta 
fra  gli  anni  858  e  867  e  forse  nell'  aprile  858,  quando  Ludo- 
vico II  era  presente  in  Roma  all'  elezione  e  consecrazione  di 
Nicola  I.  Le  laudi  si  cantavano ,  come  mostra  il  principio ,  in 
tempo  della  messa,  prima  dell'epistola  1.  Il  loro  testo  da  un  for- 
molario  di  quel  tempo  passò  nelle  mani  del  nostro  copista  del 
secolo  xn  incirca;  ed  è  la  stessa  mano,  la  quale  copiò  l'Ordine 
e  scrisse  tutto  il  codice. 

L'Ordo  (I)  del  codice  sessoriano  ha  anzi  tutto  questa  partico- 
larità, ch'esso  porta  l'iscrizione:  Ordo  processionis  universalis 
romani  pontificis,  iscrizione  che  corrisponde  solamente  al  suo 
principio,  cioè  alla  processione  verso  la  chiesa  della  stazione. 
Un  titolo  di  questa  forma  non  sembra  poter  essere  originale 
e  proprio  dei  primi  esemplari;  pare  poi  che  esso  indichi,  che 

1  Si  confrontino  le  laudes  di  Roma  del  tempo  di  Carlomagno  pubblicate  dal  Du- 
chosne  Lib.  poni.  II  p.  37  secondo  il  cod.  paris.  lat.  13159.  Più  simile  al  nostro  testo  è 
quello  pubblicato  dal  Goldast  (Rerum  alamari,  toni.  II  p.  175),  anch'esso  dell'età  di  Ni- 
cola I  e  Ludovico  II.  Goldast  gli  ha  dato  il  titolo  Al/nnaiuiicae  ecclesiae  veleris  litania. 
Ma  il  nostro  testo  è  privo  delle  aggiunto  locali,  ohe  ha  l'altro,  nomina  altri  santi  e  ro- 
mani soltanto,  e  presenta  meglio  la  distribuzione  delle  acclamazioni  ed  invocazioni  tra  i 
cantori. 


Il  codice  sessoriano  52. 


215 


l' Ordine  della  processione  faceva  in  qualche  manoscritto  cosa  da 
sè,  come  in  qualcheduno  avrà  fatto  cosa  da  sè  anche  l'Ordine 
della  messa  stazionale.  Che  si  potessero  staccare  le  due  istruzioni 
separate,  l' una  per  la  processione,  l' altra  per  la  messa,  pare  che 
sia  anche  accennato  nelle  seguenti  parole  del  primo  Ordine  (n.  1) 
intorno  all'assistenza  del  clero  delle  singole  regioni  di  Roma: 
«  Horum  ministeria  primitus  secundum  rationem  simplicem  du- 
pliciter  diebus  singulis  dividuntur,  id  est  in  processione  apostolici 
ad  stationem,  et  in  egressu  sacrarii  usque  ad  missarum  consum- 
mationem  » .  Le  due  parti  sarebbero  queste  :  num.  1  fino  a  7, 
e  num.  8  fino  a  21. 

Fra  le  altre  particolarità  del  testo  del  codice  sessoriano  me- 
rita attenzione  questa,  che  egli  parlando  delle  orazioni,  che  il 
papa  doveva  cantare  sulla  cattedra,  omette  l'osservazione  che  si 
trova  nel  testo  del  Mabillon,  vale  a  dire  che  il  papa  si  deve  vol- 
gere verso  oriente.  La  semplice  spiegazione  dell'  omissione  si  è  di 
supporre  il  papa  presente  in  una  basilica,  dove  stando  sulla  cat- 
tedra in  fondo  dell'abside,  si  trova  naturalmente  voltato  all'oriente. 
Di  qui  si  raccoglie,  che  il  testo  sessoriano  presenta  la  funzione 
o  del  Laterano  o  della  basilica  di  san  Pietro,  ma  probabilmente 
della  seconda.  Il  testo  del  Mabillon  al  contrario  si  riferisce,  come 
pare,  alla  basilica  di  santa  Maria  Maggiore,  la  quale  pure  vien 
nominata  al  principio  (n.  3),  ed  ha  ancora  oggidì  la  stazione  in 
die  solemni  paschae  (n.  2).  In  questa  basilica  il  papa  sulla  cat- 
tedra si  trovava  voltato  al  sud-est,  e  perciò  si  dice  nel  num.  21 
dell'  Ordine  mabilloniano  :  «  Dat  orationem  ad  complendum  di- 
rectus  ad  orientem;  nam  in  isto  loco,  cum  dominus  vobiscum 
dixerit,  non  se  dirigit  ad  populum  »  (come  stava  diretto  al  po- 
polo al  Laterano  ed  a  san  Pietro). 

Di  più  il  testo  sessoriano  omette  alcune  particolarità  del  testo 
mabilloniano,  le  quali  tutte  per  altro  fanno  l'impressione  di  ag- 
giunte posteriori,  p.  e.  l'osservazione  nel  num.  19  del  Mabillon: 
quia  ita  observant  (Romani),  ut  dum  missarum  sollemnia  pera- 
fjimtur,  altare  sine  sacrificio  non  sii,  osservazione  che  certamente 
non  è  scritta  per  i  chierici  romani,  ma  aggiunta  per  i  forestieri. 

Così  si  omette  al  num.  8  l'avviso  intorno  alla  conservazione 
dell'eucaristia  nel  condìforium,  e  al  num.  19  la  cerimonia  compita 
dopo  l'agnus  Dei  dal  nomenclator,  dal  sacccllan'Hs  e  dal  nolariiis 


216  IV.  L'Ordine  I  romano  n.  4. —  Testo  sessoriano. 


vicedomini,  i  quali  si  appressano  al  papa  per  prendere  i  nomi 
degli  invitandi  ad  mensam  .  .  .  sive  ponti ficis  sive  vicedomini;  final- 
mente si  omettono  in  genere  le  indicazioni  speciali  per  le  feste, 
come  p.  e.  quella  al  num.  20  sulla  comunione  dei  dodici  membri 
della  schola  cantorum.  Il  nostro  testo,  privo  di  tali  allargamenti, 
pare  più  originale. 

Tuttavia  non  si  potrà  dire,  che  il  testo  sessoriano  contenga 
semplicemente  la  migliore  forma  dell'Ordine  stazionale  del  secolo 
settimo.  Per  le  cose  sopra  esposte,  come  anche  per  non  poche 
migliori  lezioni,  esso  merita  la  preferenza  di  fronte  al  testo  com- 
posto dal  Mabillon,  il  quale  pare  che  segua  or  uno  or  un  altro  dei 
suoi  manoscritti.  Nondimeno  esso  deve  venire  corretto  in  certi 
luoghi  per  mezzo  dell'  edizione  mabilloniana.  Ed  è  perciò  che  ho 
nelle  note  messo  a  confronto  col  testo  sessoriano  le  relative  le- 
zioni del  Mabillon. 

Oltre  il  codice  sessoriano  anche  il  codice  vaticano  n.  4973 
mi  ha  offerto  utili  varianti.  Così  pure  in  un  confronto,  che  ho 
potuto  fare  del  testo  einsidlense  (cod.  110),  adoperato  dal  Ma- 
billon, ho  trovato  diverse  lezioni  notevoli,  che  furono  trascurate 
dal  celebre  editore.  Nelle  mie  note  le  lezioni  dell'  ultimo  codice 
sono  segnate  Eins. 

Quanto  al  codice  vaticano  sopra  nominato  (nelle  note  se- 
gnato Vai.),  esso  è  una  raccolta  di  testi  liturgici,  preparata  per 
la  stampa  da  Onofrio  Panvinio,  sotto  il  titolo:  Vetusti  aliquot  ri- 
tuales  libri,  vulgo  Ordines  romani  de  officio  missae  vel  caeremonia- 
les  appellati.  Tomus  I.  (Cf.  Mabillon  Commentar,  ad  Ordines  roma- 
nos  n.  II).  In  questa  raccolta,  importante  anche  dopo  la  stampa 
del  Ilittorp,  il  nostro  Ordine  occupa  il  secondo  luogo  p.  36.  Non 
ci  dice  Panvinio  donde  l'abbia  preso;  solo  in  generale  scrive  nel 
primo  foglio,  che  gli  ordini  derivano  ex  sanctis  patribus  et  bi- 
bliolheca  romani  pontìficis  vaticana. 

Il  testo  einsidlense  ed  il  testo  vaticano  concordano  col  testo 
del  Mabillon  quasi  in  tutti  i  luoghi,  dove  le  mie  note  nulla  av- 
vertono. 

Non  intesi  di  dare  un  testo  definitivo  dell'  antico  Ordine  sta- 
zionale. Per  giungere  a  tanto  si  richiederebbero  ulteriori  studii 
sopra  un  maggior  numero  di  manoscritti.  Speriamo  di  ricevere 
fra  non  molto  da  abile  mano  una  edizione  critica  non  solo  del- 


Divisione  dei  ministeri. 


217 


l'Ordine  primo,  ma  di  tutti  gli  altri  Ordini  romani,  lavoro  pe- 
noso e  grave,  ma  certo  di  grande  utilità,  attesa  l'importanza 
di  queste  fonti  liturgiche,  fin  ora  non  messe  abbastanza  a  profitto 
per  la  storia.  Io  stesso  mi  chiamo  contento  di  avere  in  qualche 
modo  contribuito  a  sì  nobile  scopo. 

In  nomine  sancte  et  individue  trinitatis.  Ordo  processionis  universalis 

romani  ponti ficis  incipit. 

1.  Primum  omnium  observandum  est,  septem  esse  regiones  aecclesiastici 
ordinis  urbis  Romae,  et  unamquamque  regionem  singulos  habere  diaconos  re- 
gionarios,  et  uniuscuiusque  acolithi  per  manum  subdiaconi  regionarii  diacono 
regionis  suae  officii  causa  esse  subiectos.  Quorum  diaconorum  si  quando  quis- 
piam  moritur,  donec  loco  eius  alius  subrogetur,  illius  regionis  acolithi  *,  cu- 
iuscunque  sint  regionis  2,  causa  aecclesiastici  officii  ad  eum  pertinent. 

Quod  etiam  de  sequentibus  ordinibus  intellegendum  est,  servata  unicuique 
post  eum  proprii  gradus  archidiaconi 3  in  sui  ordinis  dignitate  subiectis  4  ;  ut 
si  quis  verbi  grafia  quelibet 5  passus  fuerit  sive  ab  aecclesiastica  seu  a  qua- 
cunque  militari  persona,  si  a  sui  ordinis  primo  eius  causa  minime  fuerit  ad 
effectum  usque  perducta,  audiat G  archidiaconus,  id  est  vicarius  pontificis,  cau- 
sam,  qualiter  subditi  sui  querelas  absque  notitia  possit  explicare  pontificis. 
Cetera  vero  per  omnes  7  ordines  finiuntur. 

Nam  primo  8  oportet,  ut  post  numerum  aecclesiasticarum  regionum  sciat, 
qui  voluerint,  numerum  dierum  per  ebdomadam,  quo  ordine  circulariter  ob- 
servantur. 

Prima  etenim  feria,  idest  pascila,  regio  tercia;  secunda  feria  regio  quarta; 
tertia  feria  regio  quinta;  quarta  feria  regio  sexta;  quinta  feria  regio  septima; 
sexta  feria  regio  obscquitur  prima;  nam  sabbato  regio  secunda  9  ordines  pro- 
prios  tam  in  processione  quam  in  aecclesia,  vel  ubicunque  eos  propria  dio  ,0 
ratione  sui  gradus  pristina  statutio  ire  vel  ministrare  compulerit,  a  ministerio 

1  Scriptor  lineam  omisit,  quae  sic  hahct  apud  Mabillonium  :  archidiacrmo  obediunt, 
quia  omnes  acolythi.  Noslcr  codex  habet  hic  et  saepe  acolothi  prò  acolithi  (acolythi). 
1  Mabillon  et  Mir/ne:  religioni* [I] 

3  Lacuna  etiam  apud  Einsidlensem.  Mabillon  supplet  [praomgativa].  Vat.  far  san 
melius  propri!  gradus  ministeriali  ordine,  arcidiacono 

4  Mabillon  ordinis  ministerio  Bubditis 

5  Mab.  vim 

6  Mab.  habeat 

7  Mab.  miuores 

8  Mab.  add.  scire 

9  Mab.  sexta  feria  regio  prima,  sabbato  regio  soeunda 

10  Mab.  dies.  Vat.  secunda.  Ergo  unaquaoque  regio  ordines  proprios  tam  in  processiono 
quam  in  ecclesia  habobit,  vel  ubicumquo 


218  IV.  L'Ordine  I  romano  n.  4.  —  Testo  sessoriano. 


pontificis  non  poterit  sino  ullà  sui  deesse  animadversionis  vel  excommunicatio- 
nis  sententia  Horum  ministeria  priraitus  secundum  rationem  simplicem  du- 
pliciter  diebua  singulis  dividuntur,  id  est  in  processione  apostolica  2  ad  statio- 
nem  et  in  ingressi!  3  sacrarii  usque  ad  missarum  consummationem. 

2.  Diebus  itaque  solemnibus,  sicuti  est  pascila,  oinnes  acolithi  regionis  ter- 
tiae  ac  defensores  omnium  regionum  venientes  diluculo  in  patriarchio  Late- 
ranensi  precedunt  pontificem  pedestres  ad  stationem.  Stratores  autem  laici  a 
dextris  4  equi  ambulant,  ne  alicubi  titubet.  Qui  autem  eos  5  equitantes  pre- 
cedunt, hi  sunt  :  diaconus  6,  primicerius,  duo  notarii  regionarii.  defensores  re- 
gionarii  et  subdiaconi  regionarii.  Precedunt 7  vero  divisis  turmis,  spacium  inter 
se  et  apostolicum  facientes.  Porro  post  equum  hi  equitant  :  vicedominus,  ve- 
stiarius,  nomenculator  8  et  sacellarius.  Unus  autem  ex  acolithis  stationarius 
precedit  pedester  equum  pontificis,  gestans  sanctum  chrisma  manu  in  mappula 
cum  anulo  involuta  9.  Sed  et  omnes  acolithi  absque  sacculis  et  sindonibus  si- 
mulque  chrismate,  disponente  stationario.  non  procedunt  10. 

Preterea  si  quis  adire  voluerit  pontificem,  si  equitat,  mox  ut  eum  viderit, 
descendet  de  equo,  ex  latere  viae  expectans,  dum  ah  eo  possit  audiri,  pe- 
titaque  benedictione  discutitur  a  nomenculatore  11  vel  sacellario  causa  eius,  et 
ipsi  hanc  indicantes  pontifici  ad  finem  ducunt.  Quod  et  similiter  observabitur, 
etiamsi  absque  ulla  petitione  ei  quisquam  obvius  fuerit.  Qui  vero  pedester  fuerit, 
loco  suo  tantundem  figetur,  ut  ab  eo  audiatur  vel  benedicatur. 

3.  Die  vero  resurrectionis  dominicele,  procedente  ad  sanctam  Mariani 
pontifice,  notarius  regionarius  stat  in  loco  qui  dicitur  Merulanas  12  ;  post  sa- 
lutationem  subinfert  dicens:  In  nomine  domini  nostri  Iesu  Christi  baptizati 
sunt  hesterna  nocte  in  ecclesia  sanctae  dei  genitricis  Marie  masculi  tot,  fe- 
mine  tot.  Cui  respondetur:  Deo  gratias.  Et  accepit  a  sacellario  solidum  unum. 
Pontifex  autem  pergit  ad  stationem. 

Feria  secunda  similiter  13. 


1  Mah.  acid,  disciplinae 
*  Mah.  apostolici 

3  ('uni  Einsidlensi.  -  Mah.  Sangallensis  et  Vat.  egressu 

4  Mah.  add.  et  a  sinistris 
J  Cum  Vat.  -  Mah.  eum 

6  Mah.  diacones 

7  Mah.  precoci unt 

8  Cud.  nomencalator 

'•'  Mah.  manu  in  ampulla  involuta  cum  ampulla 
10  Mah.  chrismate  non  procedunt,  quod  disponit  stationarius 
u  Cod.  nomencalator 

12  Mah.  Sang.  ei  Eòis.  Merolanas 

13  Mah.  ad  remisaa  simpliciter  -  Sang.  ad  remissa  similiter  -  Vat.  ad  stationem  feria  h 
ad  missam.  Similiter  feria  tertia 


Ministeri.    Processione  del  papa  alla  stazione. 


Feria  secunda  in  reflexione  1  porticus  sancii  Pauli  tantum.  Itemque  pe- 
destres  obsecuntur  2. 

In  die  vero  sancto  3  pascne  omnes  acolithi  regionis  terciae,  similiter 
et  defensores  omnium  regionum,  conveniunt  primo  diluculo  in  patriarchio  la- 
teranense,  et  dum  processerà  pontifex  equum  eius  precedunt.  Acolithi  autem, 
qui  inde  fuerint  *,  chrisma  ante  pontificem ,  aevangelia,  sindones,  sacculos  et 
aquam  ad  manus  5  post  eum,  sicut  supra  diximus,  portant 6.  Nam  apostolum 
subdiaconus,  qui  lecturus  est,  sub  cura  sua  habebit,  aevangelium  archidiaco- 
nus.  Aquam  manus,  patenam  cotidianam,  calicem ,  scifos,  pugillares  7,  alios 
aureos,  gemelliones  argenteos,  colatorium  argenteum  et  aureum,  et  aliu  ma- 
iorem  argenteum,  hamas  8  argenteas,  canta toria  9  et  caetera  vasa  aurea  vel 
argentea  10,  de  Salvatoris  aecclesia  11  per  manum  primi  mansionarii  et  baiuli 
portant. 

Diebus  vero  festis  calicem  et  patenam  maiores  et  aevangelia  maiora  de 
vestiario  dominico  exeunt  12  sub  sigillo  13  gemmar um,  ut  non  perdantur.  Nam 
sellanti  pontificis  cubicularius  laicus  precedens  deportat,  ut  parata  sit  dum  ve- 
nerit  in  sacrarium  ad  denuntiatam  stationem. 

4.  Denuntiata  igitur  statione  14  primo  mane  precedit  omnis  clerus  apo- 
stolicum  15  ad  aecclesiam  16,  exceptis  videlicet  his,  qui  in  obsequio  illius  comi- 
tantur,  ut  supra  iam  diximus,  et  expectantes  pontificem  in  aecclesia  cum  sup- 
plementario,  baiulis  et  ceteris,  qui  cruces  portant,  in  presbiterio  sedent17; 
episcopi  quidem  ad  sinistranti  intrantibus  18,  presbiteri  vero  in  dexteram,  ut 


1  Mnb.  cum  Sang.  et  Vat.  reflexione  contro,  codicem  sessor.,  qui  habet  seflixione 

2  Cum  Eins.  -  Mab.  Pauli,  tantum  itera  qui  pcdestros  obsoquuntur  -  Vat.  Pauli  tantum 
obsequuntur  ii  qui  pedestres 

3  Coti,  sauctum 

*  Mab.  acid,  observant  ut  portent 

5  Mab.  aquamanus 

6  Mah.  orni  Iti  t  portant 

7  Mah.  add.  [alios  argenteos]  et  -  Eins.  Vat.  pugillares  et 

8  Mah.  amas 

9  Mab.  cantatorium 

ln  Mnb.  add.  cereostata  aurea  et  argentea 

11  Cod.  aecclesiae  si  a 

12  Mab.  exigunt 

13  Mab.  add.  vesterarii  per  numorum  -  Eins.  vestiarii  i>er  numorum  -  Vat.  vestos  [ior 
numerum,  ut  non 

u  Mab.  ex  n.  3  dum  in  sacrarium  vonerit  |  4.  Ad  denuntiatam  stationem  diebus  festis 
-  Eins.  et  Sang.  rubrica:  Ad  denuntiatam  stationem  diebus  festis  -  T)ein  litteris  ordihariis 
Primo  mane  etc. 

,r'  Cod.  apostolicam 

16  Cum  Vat.  -  Mab.  add.  ubi  statio  antoa  fuerit  denuntiata 

17  Mab.  sedentos  in  presbytorio 

18  Val.  intrantes 


220 


IV.  L'Ordine  I  romano  n.  1.  — 


Tosto  sos soriano. 


quando  pontifex  sedens  ad  ens  respexerit,  presbiteros  ad  sinistràm,  episcnpos 
vero  suam  contueatur  ad  dexteram. 

Sed  dum  venerit  pontifex  prope  aecclesiam,  exeuntes  acnlithi  et  defen- 
sores  ex  regione  illa,  cuius  dies  1  ad  officium  fuerit,  in  obsequio  prestolantur 
illuni  in  loco  statuto,  ante  quam  veniat,  ubi  descensurus  est.  Sirailiter  et  pres- 
biteri  2  tituli  vel  aecclesie,  ubi  statio  fuerit,  una  cum  maioribus  doraus  aec- 
clesiae  romanae  vel  patre  diaconiae,  si  tamen  illa  aecclesia  diaconiae  3  fue- 
rit, cum  subdito  sibi  presbitero  et  mansionario,  timiamateria  4  deferentibus 
in  obsequium  illius,  inclinato  capite,  dum  venerit.  Acolithus  quidem  cum  defen- 
soribus  primum  5,  deinde  presbiter  6  cum  suis  petita  benedictione,  divisis 
hinc  inde  partibus,  prò  ut  militant,  precedunt  pontifìcem  7  usque  ad  aeccle- 
siam. Advocatores  autem  aecclesie  stant  quidem  cum  maioribus,  non  autem 
procedunt  8  cum  eis,  sed  ipsi  tantum  modo  secuntur  sellarem  pontificis  cum 
acolitbo,  qui  aquam  manus  portai  Quam  9  semper  necesse  est  sequi  pontifì- 
cem, usque  dum  ad  altare  ascendat,  paratus  sub  bumero  in  presbiterio,  quando 
vocetur  a  subdiacono  regionario  ad  aquam  manus  dandam. 

5.  Cum  vero  aecclesiam  introierit  pontifex,  non  ascendet  continuo  ad  al- 
tare, sed  prius  intrat  secretarium,  a  duobus  diaconibus  sustentatus,  qui  eum 
susceperunt  10  de  sellari  descendentem.  Ubi  dum  intraverit,  sedet  in  sella,  et 
diaconi  salutato  pontifice  egrediuntur  a  secretarlo,  et  ante  fores  eiusdem  mu- 
tant  vestimenta  sua;  et  parat  aevangelium  lue  qui  lecturus  est,  reserato 
sigillo  ex  precepto  arcidiaconi  sub  pianeta  12  acolithi  ;  et  si  necesse  fuerit  ob 
magnitudinem  voluminis,  duobus  acolitbis  super  planetas  tenentibus  13  aevange- 
lium, meditatur  Quo  facto  acolitlius  defert  15  aevangelium  usque  ante  altare, 
in  presbiterium,  precedente  eum  subdiacono  sequente,  qui  eum  desuper  pia- 
neta 16  illius  accipiens  manibus  suis  17  ponit  super  altare. 


1  Vat.  om. 

2  Cum  Vat.  -  Mai),  presbyter 

3  Sic  cum  Mah.  et  Eins. 
1  Mah.  thymiaterium 

5  Cod.  acalithus-  Mah.  venerit.  Primum  acolythi  cum  dofensoribus  -  Eins.  et  Vat.  cum 
Sessoriano. 

6  Cum  Vat.  -  Mah.  presbyteri 

7  Vat.  procedunt  cum  pontifice 

8  Mah.  praecedunt 

9  Mah.  Quem  cum  Eins. 

10  Cod.  Busciperint 

11  Cod.  his  -  Mah.  om. 

12  Mah.  melius  super  i>lanotam 

13  Vat.  tendentibus 

li  Mah.  parat  evangelium 

ir'  Mah.  om.  defert  etiam  contra  Eins.  et  Vat. 

16  Mah.  planotam 

17  Mah.  add.  houorifice 


La  Messa  papale.    Azioni  nel  secretarium  d.  chiesa  stazionale.  221 


Egredientibus  ergo  diaconibus  a  secretano,  remanent  cum  pontifìce  pri- 
micerius,  secundicerius,  primicerius  defensorum,  notarii  regionarii,  defensores 
regionarii,  subdiaconi  1  et  subdiaconus  sequens,  qui  tenet  palliura  pontificis  in 
brachio  suo  super  planetara  in  sinistro  bracino  cum  acubus  2. 

6.  Pontifex  autem  per  manus  subdiaconorum  regionariorum  mutat  vestiraenta 
solemnia  3  hoc  ordine.  Defert  ea  plicata  cubicularius  tonsoratus,  accepta  a  raa- 
nibus  hostiarii  iuxta  caput  scanni,  subdiacono  regionario.  Et  tunc  ceteri  sub- 
diaconi regionarii  secundum  ordinem  suum  accipiunt  ad  induendum  ea  [ad 
induendum  4]  pontificem  5,  alius  lineam,  alius  cingulum,  alius  anagolagiura  6, 
alius  dalmaticam.  alius  stolarn  7  et  alius  planetam,  et  sic  per  ordinem  induunt 
pontificem,  primicerio  duntaxat  et  secundicerio  vestimenta  eius,  ut  ordinatina 
sedeant,  componentibus. 

Novissime  autem,  quem  voluerit  domnus  pontifex  de  diaconibus  vel  sub- 
diaconibus  eligi,  qui  sumat 8  de  manu  subdiaconi 9  pallium,  et  induat  super  pon- 
tificem, configens  eum  cum  acubus  10  in  pianeta  retro  et  ante  et  in  humero  11 
sinistro,  et  salutai  domnum  dicens:  Iube  domne  benedicere.  Et  ille:  Salvet 
nos  Dominus.  Tunc  respondent  omnes12:  Amen. 

7.  Deinde  subdiaconus  regionarius,  tenens  mappulam  pontificis  in  sinistro 
brachio  super  planetam  rovolutam,  exiens  13  ad  regiam  14  secretarii  vociferans  15 
dicit:  Scola.  Illa  respondit:  Adsum.  Et  ille  -  Quis  psallit?  Ille  et  ille.  Et  re- 
diens  ad  pontificem  porrigit  ei  mappulam,  et  inclinat  se  ad  genua  eius  dicens: 
Servi  domni  mei  tal is  et  talis  legit  apostolum  subdiaconus,  et  talis  cantat  16. 

Postea  non  licet  alterum  mutare  in  locum  lectoris  vel  cantoris.  Quod  si 
factum  fuerit,  archiparaphonista,  id  est  quartus  scole,  a  pontifìce  communione 
privabitur,  quia  semper  pontifici  nuntiat  de  cantoribus  17. 

1  Mah.  om.  defensores  regionarii,  subdiaconi 

2  Vat.  planetam  sinistro  cum  acu 

3  Mah.  vestimenta  (al.  sollemnia)  sua  -  Eins.  ci  Vai.  ut  Sess. 

4  Sic,  repeiitur. 

5  Mah.  scarnili.  Subdiaconi  regionarii  secundum  ordinem  suum  accipiunt  ad  induen- 
dum pontificem  ipsa  vestimenta 

6  Mah.  auagolaium  id  est  amictum  -  Eins.  auagolaiam  -  Vat.  anabolagium 

7  Mah.  aliu^  lineam  dalmaticam  et  alius  maiorera  dalmaticam  {om.  stolam).  -  Vat.  6l 
alius  dalmaticam  alius  stolam 

8  Mah.  subdiaconibus,  cui  ipso  iusserit,  suini t 

9  Mah.  add.  sequentis 

10  Vat.  acu 

"  Cod.  numoro 

"  Mah.  Dominus.  Rospondot: 

13  Cod.  exigens 

w  Eins.  ianuam 

15  Mah.  om. 

18  Cod.  hnbet  legit  -  cantat  in  nova  linea. 

17  Mah.  archiparaphonista  a  pontifico  (  Val.  om.  a  pontifìce)  oxeommunicabitur,  id  ost 
quartus  scbolae,  qui  semper  pontifici  nunciat  do  cantoribus 


222 


IV.  L'Ordine  I  romano  n.  4.  — 


Testo  sessoriano. 


Cui  dura  nuntiatum  fuerit,  statini  soquitur  subdiaconus  adstans  ante  faciem 
pontifìcis,  usque  durn  ei  innuat  ut  psallat  '.  Et  dum  ei  innuerit  2,  egreditar 
ante  fores  secretairi  dicens:  Accendite.  Accensisque  cerenstatis  statini  subdia- 
conus sequens,  tenens  turribulum  aureum,  pre  3  foribus  ponit  incensum,  ut 
pergat  ante  pontificem.  Et  pervenit  quartus  scole  in  presbiterium  ad  priorem 
scole,  vel  secundum  sive  tertium,  inclinato  capite  dicens  :  Dni  *  iubete. 

8.  Tunc  illi  elevantes  per  ordinem  vadunt  ante  altare,  et  statuuntur  per 
ordinem  acies  duae  5,  paraphoniste  quidem  bine  inde  aforis,  infantes  vero  ab 
utroque  latere  infra  per  ordinem.  Et  mox  incipit  prior  scolae  antiphonam  ad 
introitum,  et  subdiaconi  de  scola  levant  planetas  cura  sinu  6. 

Quorum  voces  diaconi  dura  audierint,  continuo  intrant  ad  pontificem  in 
secretarium.  Et  pontifex  elevans  se  dat  manum  dexteram  archidiacono,  et 
sinistram  secundo,  vel  qui  fuerit  7  in  ordine,  et  illi  osculatis  manibus  illius 
procedunt  cum  ipso  sustentantes  eum.  Tunc  subdiaconus  sequens  cum  8  timia- 
materio  procedit  9  ante  ipsum,  mittens  incensum.  Et  septem  acolitbi  illius  re- 
gionis,  cui  domus  10  fuerit,  portantes  septem  cereostata  accensa,  precedunt  pon- 
tificem usque  ante  altare.  Sed  prius  quam  veniunt  ante  altare,  diacones  intra 
presbiterium  exuuntur  planetis;  et  suscipit  eas  subdiaconus  regionarius,  et  por- 
rigit  illas  ad  acolithos  regionis,  cuius  fuerit  diaconia  a. 

Et  tunc  duo  acolithi  tenentes  capsas  cum  sancta  12  patentes,  et  subdiaco- 
nus sequens  cum  ipsis  tenens  manum  suam  in  ore  capsae,  ostendit  ea  13  pon- 
tifici vel  diacono,  qui  precesserit.  Tunc  inclinato  capite  pontifex  vel  diaconus  14 
salutat  sanctam  15  priusquam  veniat  adscolara,  dividuntur  cerostata,  quatuor  ad 
dexteram,  et  tres  ad  sinistram  partem.  Et  permeat  pontifex  in  capite  16  scolae, 
inclinat  caput  ad  altare,  surgit,  orat,  et  faciens  crucem  in  fronte  sua,  dat 
pacem  uni  episcopo  de  ebdomadariis  et  archipresbitero  et  diaconibus  omnibus. 
Et  respiciens  ad  priorem  scolae  innuit  ei,  ut  dicat:  Gloria  patri  l7.  Mox  prior 

I  Mab.  psallant 
J  ('od.  anniierit 
3  Mab.  prò 

*  Eins.  Vat.  Domini  -  Mab.  Domile 
r'  Mab.  adii,  tantum 

6  Mab.  ohi.  et  subdiaconi  —  sinu 

7  Vat.  secundo,  qui  fuerint 

8  Cod.  eum 

0  Eins.  procedit 
"'  Mab.  cuius  dies 

"  Mab.  fuerint  diaconi  -   Val.  illas  regiouis,  cuius  fuerint,  diacono 

II  Cum  Val.  -  Mab.  sanctis 
13  Mab.  sancta 

u  Eins.  pontifici  vel  diacono 

,r>  Mab.  et  Val.  sancta  et  addunt  et  contemplati^,  ut  si  fuerit  Buperabundans,  praecipiat 
ut  ponatur  in  conditorio.  Tunc  peraccedens  (Vat.  procedens)  antoquam  veniat 
Mali,  et  pertransit  pontifex  in  caput  scholae  \ 
17  Mab.  Gloriam 


223 


scole,  inclinans  se  pontifici,  imporrii  Quartus  vero  scole  precedit  ante  1  pon- 
tificem, ut  ponat  oratorium  ante  altare,  si  tempus  fuerit 2.  Et  accedens  pon- 
tifex orat  super  ipsum  usque  ad  repetitionem  versus.  Nam  diaconi  surgunt, 
quando  dicitur:  Sicut  erat,  et  salutant  altaris  latera,  prius  duo,  et  duo  vicissim, 
ad  pontificem  redeuntes.  Et  surgens  pontifex  osculatili-  aevangelia  et  altare,  et 
accedit  ad  sedera  suam,  stans  versus  orienterei. 

9.  Scola  vero,  finita  antiphona,  imponit  kyrieleyson.  Et  continuo  acolithi 
ponunt  cereostata  in  pavimento  aecclesiae,  tres  quidem  in  dexteram  partem  et 
tres  in  sinistram,  unum  vero  in  medio  spatii  quod  est  inter  eos  3.  Prior  namque 
scole  custodit  ad  pontificem,  ut  ei  irinuat,  quando  4  vult  mutare  numerimi  le- 
taniae,  et  inclinat  se  pontifici.  Quam  dum  5  finierint 6,  incipit  pontifex:  Gloria 
in  excelsis  Deo,  si  tempus  fuerit 7. 

Et  non  sedet,  usque  dum  post  orationem  primam  dicàtur  :  Amen.  Statini 
sumuntur  cereostata  de  loco,  in  quo  prius  steterant,  et  ponuntur  in  una  linea 
per  medium  aecclesiae.  Interea  diaconi,  si  tempus  fuerit,  levant  planetas  su- 
per scapulas,  et  stant  iuxta  pontificem.  Similiter  et  subdiaconi  levant,  sed 
cum  sinu. 

10.  Tunc  ascendunt  subdiaconi  regionarii  ad  altare,  stantes  partim  ad 
dexteram  partim  ad  sinistram  8.  Subdiaconus ,  qui  lecturus  est,  mox  ut  vi- 
derit,  post  pontificem  episcopos  vel  presbiteros  sedere,  ascendens  in  ambo- 
nem  legit. 

Postquam  vero  legerit,  cantor,  cum  cantorio  9  ascendens,  respnnsuin  gra- 
dale in  cantat.  Post  quem  alter  alleluia,  si  tempus  fuerit,  sinon  trachini  can- 
taturus,  ascendet;  si  vero  minime  solum  responsum  suffìciet  u. 

Ad  completionem  autem  alleluia,  tractus  voi  responsorii,  parat  se  diaconus 
ad  aevangelium  legendum.  Si  autem  diaconus  ibidem  non  fuerit,  presbiter  sicut 
diaconus  stat  iuxta  pontificem,  sed  non  relevata  pianeta;  at  ubi  aevange- 

«  Vat.  ad 

*  Cum  Vat.  -  Mab.  om.  si  tempus  fuerit 
3  Mab.  om.  Et  continuo  —  inter  eos 

*  Cum  Eins.  et  Vat.  -  Mah.  si 

5  Ciati  Eins.  -  Mah.  Quando  voro 

fi  MaO.  add.  dirigens  so  con. tra  populum  -  Eins.  om. 

'   finn.   Eins.  -  Mab.  ma.  si   tompilS  Inerii  -  line  ila  ninni  M.ih  :  EI  slatini  regVral  si'  ad 

orientein  usque  dum  finiatur.  Post  hoc  dirigons  so  iterum  ad  populum  dicons:  fax  vobis,  et 
regyrans  se  ad  orientem  dicit:  Oremus,  et  sequitur  oratio;  post  fiuitam  sodot;  similiter 
episcopi  vel  presbyteri  sedent.  -  Eins.  et  Vat.  ut  Sess.  Et  non  usque  Amen.  Deinde  ambo:  Et 
tunc  ascendunt  (n.  10). 

8  Vat.  statuentos  se  ad  dexteram  sivo  -  Mab.  add.  Tunc  pontifex  annuit  episcopis  ot 
presbyteris  ut  sodeant 

9  Mah.  melius  cantatorio 

,n  Mah.  om.  Vat.  cum  cantatorio  et  dicit  responsum 

11  Mah.  loco  Post  quem  etc.  Si  fuerit  tom|ius  ut  dicatur  Alleluia  bone,  sin  autem,  tra- 
chini: sin  minus,  tantuininodo  rospousuin 


224  IV.  L'Ordine  I  romano  n.  4.  —  Testo  sessoriano. 


lium  legere  debet,  ibi  se  parat,  ubi  et  diaconus.  Sed  mox  ut  perlegerit 
aevangelium  et  venerit  ante  altare,  vestitur  pianeta  et  ornat  altare  sicut 
et  diaconi  '. 

1 1 .  Piane  si  diaconus  fuerit 2,  osculatur  pedes  pontificis  et  tacite  ab  apo- 
stolico audit:  Dominus  sit  in  cordo  tuo  et  in  labiis  tuis.  Deinde  venit  ante 
altare,  osculatisque  aevangeliis  levat  manibus  suis  codicem.  Et  procedunt  ante 
ipsum  duo  subdiaconi  regionarii,  levantes  timiamateria  3  de  manu  subdiaconi 
sequentis;  mittunt  incensa4,  precurrentibus  videlicet  duobus  acolitliis  5  cereo- 
stata  deferentibus  6.  Qui  dividuntur  ante  ambonem,  et  transeunt 7  subdiaconi 
et  diaconus  per  medium  eorum.  Verum-  ille,  qui  absque  timiamaterio  est,  ver- 
tens  se  ad  diaconem,  porrigit  ei  brachium  sinistrum,  in  quo  ponat  aevange- 
lium, ut  manu  subdiaconi  aperiatur  sibi  locus,  in  quo  signum  lectionis  po- 
situm  fuerit.  Et  interposto  digito  suo  diaconus  in  loco  lectionis  ascendat  ad 
legendum.  1 1  li  duo  subdiaconi  revertentes  stant  ante  graduisi  descensionis  am- 
bonis. 

Finito  aevangelio  dicit  pontifex:  Pax  tibi.  Dominus  vobiscum.  Et  cum 
spiritu  tuo  8.  Descendente  autem  diacono,  subdiaconus,  qui  prius  aperuerat,  re- 
cipit  librum  et  porrigit  eum  subdiacono  sequenti,  qui  in  ordine  stat.  Quod  te- 
nens  ante  pectus  suum  super  planetam,  porrigit  osculandum  omnibus  per  or- 
dinem  graduum,  qui  steterint,  et  preparato  9  in  pogio  10  acolitho  iuxta  ambo- 
nem cum  capsa,  in  qua  subdiaconùs  idem  ponit  aevangelium,  ut  sigilletur. 
Acolithus  autem  erit  11  regionis  eiusdem,  cuius  et  12  subdiaconus;  et 13  revocat 
aevangelium  ad  Lateranis.  Caeteri  acolithi  sumentes  cereostata  ponunt  ea 
retro  altare  per  ordinem  14. 

12.  Deinde  pergente  diacono  ad  altare,  ac  stante  acolitho  cum  calice  et 
corporale  super  eum,  levat  calicem  in  bracino  sinistro,  et  porrigit  diacono 
corporalem,  ut  accipiat  desuper  calicem  15.  Et  ponit  eum  16  super  altare  a 

1  Mab.  om.  Ad  completionem  —  et  diaconi 

2  Mab.  Deinde  diaconus 

:i  Cum  Vat.  -  Mab.  thymiamaterium 

4  Mab.  incensimi 

5  Cod.  acolithi 

6  Cod.  deferente» 

7  Mab  et  Vat.  et  ante  so  habcut  duos  acolythos  portantes  duo  cereostata.  Venieutes 
ad  ambonem  (Mab.  add.  dividuntur  ipsi  acolythi  ante  amhonem  et)  transeunt 

8  Mab.  add.  Et  dicit:  Oremus 

9  Mab.  et  post  hoc  preparato  -  Vai.  et  per  hoc  preparato 
40  Cod.  Scss.  et  Kins.  poio 

M  Mai),  et  Vat.  om. 
18  Vat.  om. 

13  Mab.  et  Vat.  cuius  subdiaconus  est,  revocat 
u  Mab.  om.  Caeteri  —  ordinom 

15  Cum  Eim.  et  Vat.  -  Mab.  et  accipit  desupcr  calicò 
Vat.  oam 


Messa  papale  nella  stazione.    Evangelo,  oblazioni. 


225 


dextris,  proiecto  capite  altero  ad  diaconum  secundum,  ut  expandantur  l.  Sub- 
diaconus  vero  cum  calice  vacuo  sequitur  archidiaconum. 

13.  Pontifex  descendit  ad  senatorium,  tenentibus  manum  eius  videlicet 
dexteram  primicerio  notariorum,  et  primicerio  defensorum  sinistrami,  et  su- 
scipit  oblationes  principum  per  ordinem  arcuum  2.  Archidiaconus  post  eum 
suscipit  amulas,  et  refundit  in  calice  maiore,  tenente  eum  subdiacono  re- 
gionario. Quem  sequitur  cum  scifo  super  planetam  acolithus,  in  quo  calix  im- 
pletus  refunditur.  Oblationes  a  pontifìce  suscipit  subdiaconus  regionarius  et 
porrigit  subdiacono  sequenti,  et  subdiaconus  sequens  ponit  in  sindone ,  quam 
tenent  duo  acolitbi.  Reliquas  oblationes  post  pontificem  suscipit  episcopus 
ebdomadarius,  et  ipse  manu  sua  mittit  eas  in  sindone,  quae  eum  sequitur  3. 

Pontifex  vero,  ante  quam  transeat  in  parte  mulierum,  descendit  ante 
confessione m  et  suscipit  oblatas  primicerii  et  secundicerei  et  primicerii  de- 
fensorum 4,  quia  diebus  festis  post  diaconos  ad  altare  offerunt.  Similiter  ascen- 
dens  pontifex  in  partem  feminarum,  ordine  quo  supra  omnia  explet. 

14.  Post  quem,  ut  diximus,  episcopus  colligit,  diacono  post  se  amulas 
colligente.  Tunc  tenentibus  primicerio  et  secundicerio  manus  pontificis  redit 
ad  sedem  5.  Arcliidiaconus  stans  ante  altare,  expleta  susceptione,  lavat  manus 
suas.  Deinde  respicit  ad  pontificem,  ut  innuat  ei,  et  ascendat  ad  altare  6.  Et 
subdiaconi  regionarii,  levantes  oblatas  de  manu  subdiaconi  sequentis  super 
brachia  sua,  porrigunt  arcbidiacono.  Et  ille  componit  altare,  subdiaconis  bine 
inde  porrigentibus.  Ornato  vero  altare,  archidiaconus  sumit  amulam  ponti- 
ficis a  subdiacono  oblationario  7 ,  et  refundit  super  colum  in  calice ,  deiade 
diaconorum,  et  in  die  festo  primicerii  et  secundicerei  8  defensorum. 

Post  haec  descendit  subdiaconus  sequens  in  scola,  suscipiens  fontem  9 
de  manu  archiparaphonistae  et  del'ert  archidiacono  ;  et  ille  infundit ,  faciens 
crucem,  in  calicò.  Tunc  ascendunt  diaconi  ad  pontificem.  Quos  videntes  pri- 
micerius  et  secundicerius  et  priinicerius  defensorum,  regionarii  10  et  no- 

1  Mah.  expandant  et  add.  Tunc  ascendunt  ad  sedem  primicerius  et  secundicerius 
et  primicerius  defensorum  cum  omnibus  regionariis  et  notariis 

2  Sic  cod.  -  Mah.  archium  -  Vat.  arcum 

3  Mah.  add.  Post  quem  diaconus,  qui  sequitur  post  arcliidiacoaem,  suscipit  [amulas] 
et  manu  sua  refundit  in  scyphum  -  /lem  Sess.,  sed  suscipit  et  manu  -  Vat.  qui  sequitur, 
et  add.  amulas  suscipit  et  post  archidiaconum  manu  sua  refundit  in  scyphum 

4  Vat.  oblationes  primicerii  defensorum,  nam  defensores  diebus 

5  Vat.  et  Mah.  loco  Post  quem  —  ad  sedom  habent  Post  hoc  pontifex,  tenente  ei 
manum  primicerio  et  secundicerio,  redit  ad  sedem  suam  -  Mab.  add.  abluit  manus  suas  - 
Eins.  cum  Sess. 

r'  Mab.  annuit  ei  et  ille  resalutato  accedit  ad  altare 

7  Vat.  add.  regionario 

8  Mab.  primicerii,  secundicerii,  primicerii 

9  Mab.  accipit  fontem  -  Cod.  om.  fontem 

10  Mab  regionariorum 


liiusAK,  Analetta  romana,  voi.  1. 


15 


226 


IV.  L'Ordine  I  romano  n.  4.  —  Testo  sessoriano. 


tarii  regionarii  et  defensores  regionari] .  descendunt  de  aciebus  et  stant  in 
locis  suis. 

15.  Surgens  igitur  pontifex  descendit  ad  altare  et  suscipit  oblatas  1  de 
manu  presbiteri  ebdomadarii  et  diaconorum.  Deinde  archidiaconus  suscipit 
oblatas  pontificia  ab  oblationario  et  dat  pontifici.  Quas  diun  posuerit  pontifex 
in  altari,  levat  calicem  archidiaconus  de  manu  subdiaconi  regionarii,  et  ponit 
eum  super  altare  iuxta  oblatam  pontitìcis  a  dextris,  involuti»  ansis  cum  offer- 
torio, quod  2  ponit  in  cornu  altaris.  Et  stat  post  pontificem.  Et  pontifex  in- 
clinans  se  paululura  ad  altare  contuetur  scolam  3,  ut  sileat. 

16.  Finitoque  offertorio  episcopi  stant  post  pontificem,  primus  in  medio, 
deinde  per  ordinerà,  et  archidiaconus  a  dextris  episcoporum ,  secundus  dia- 
conus  a  sinistrisi  caeterique  per  ordinem  disposita  acie.  Subdiaconi  regionarii, 
finito  offertorio,  vadunt  retro  altare,  stantes  et  aspicientes  ad  pontificem, 
usque  dum  incipiatur  dici  hymnus  angelicus  A.  Et  dura  expletus  fuerit 5,  surgit 
pontifex  solus  intrans  in  canonem  6. 

Episcopi  vero ,  presbiteri  7,  diaconi  et  subdiaconi  s  in  presbiterio  per- 
manent  inclinati.  Et  dum  dixerit:  Nobis  quoque  peccatoribus ,  surgunt  dia- 
coni 9.  Cum  dixerit:  Per  quem  haec  omnia  40,  levat  cum  offertorio  calicem 
per  ansas,  ac  tenens  exaltat  illum  11  pontificem.  Qui  et  tangit  a  latore  ca- 
licem cum  oblatis,  dicens:  Per  ipsum  et  cum  ipso,  usque  per  omnia  secula 
seculorum. 

Et  ponit  pontifex  oblationes  in  loco  suo,  et  archidiaconus  calicem  iuxta 
eas,  dimisso  scilicet  offertorio  in  ansis  12  eiusdem. 

17.  Nam  quod  intermisimus  de  patena  13,  quando  inchoat  canonem,  venit 
acolithus  habens  sub  humero  sindonem  in  collo  ligatam,  tenetque  patenam 

1  Vat.  oblationes 

2  Mab.  quem 

3  Cod.  scola 

4  Mab.  loco  usque  dum  —  angelicus  habcl  ut  quando  dixerit:  Per  omnia  saecula,  aut 
Dominus  vobiscum,  aut  Sursum  corda,  aut  gratìas ,  ipsi  sint  ad  respondendum ,  stantes 
erecti,  usque  dum  incipiunt  dicere  hymnum  angelicum,  id  est  Sanctus  -  Eins.  et  Vat.  retro 
altare,  aspicientes  ad  pontificem,  stantes  erecti  (in  rasura),  usque  dum  incipiant  dicere 
ymnum  angelicum  id  est  sanctus,  sanctus,  sanctus 

5  Eins.  et  Mah.  Quem  dum  expleverint 

6  Eins.  et  Mah.  et  intrat  in  canonem 

7  Mab.  om. 

8  Mab.  om.  et  presbyteri 

9  Mah.  subdiaconi 

10  Mab.  adii,  surgit  archidiaconus  solus 

11  Mab.  add.  iuxta 

12  Vat.  ansas 

"  Cod.  patenam 


Messa  papale  nella  stazione.    Canon,  confractio  oblationum.  227 


ante  pectus  suuiti  in  parte  dextera  usque  ad  medium  canonem.  Tunc  sub- 
diaconus sequens  accipit  eam  super  pianeta,  et  venit  ante  altare,  expectans, 
quando  eam  suscipiat  subdiaconus  regionarius. 

18.  Finito  vero  canone,  subdiaconus  regionarius  stat  cum  patena  post 
archidiaconum.  Quando  dixerit:  Et  ab  omni  perturbatione  securi,  vertit 
se  archidiaconus ,  et  osculatam  patenam  dat  eam  tenendam  diacono  se- 
cundo.  Cum  dixerit:  Pax  domini  sit  semper  vobiscum,  mittit  in  calicem  de 
sancta  l. 

Et  archidiaconus  pacem  dat  episcopo  priori;  deinde  ceteri  per  ordinem 
et  populus  2,  [sequentem  cum  acolithis  qui  saccula  portant  ad  dextris  et  si- 
nistris  altaris]  3. 

19.  Tunc  pontifex  rumpit  oblatam  ex  latere  dextro,  et  particulam,  quam 
ruperit,  super  altare  sequestrati  4  relinquit.  Reliquas  vero  suas  oblationes 
ponit  in  patena,  quam  tenet  diaconus  5. 

Archidiaconus  levat  calicem,  et  dat  eum  subdiacono  regionario,  quem 
et  6  tenet  iuxta  cornu  altaris  dextrum.  Et  accedunt  subdiaconi  sequentes 
cum  acolithis,  qui  saccula  portant,  ad  dexteram  et  sinistram  altaris ,  tenen- 
tibusque  1  acolithis  brachia  cum  sacculis,  stant  subdiaconi  sequentes  a  fronte; 
parant  8  sinus  sacculorum  arcidiacono  ad  ponendas  oblationes,  prius  a  de- 
xtris, dein  a  sinistris.  Tunc  acoltthi  vadunt  dextera  levaque  per  9  episcopos 
circum  altare,  reliqui  descendunt  ad  presbyteros,  ut  confringant  hostias  10. 
Patena  precedit  iuxta  sedem,  deferentibus  eam  duobus  subdiaconibus  regio- 
nariis  ad  diaconos,  ut  frangant.  Sed  ì Ili  aspiciunt  ad  faciem  pontificis,  et  cum 
eis  innuerit  frangere,  salutato  11  pontifice,  frangunt. 


1  Cum  Eins.  -  Mab.  vobiscum,  faciens  crucem  tribus  vicibas  maini  sua  super  calicem, 
mittit  sancta  in  eum  -  Vat.  vobiscum,  mittit  de  sancta.  Sed  archidiaconus 

2  Mab.  ceteris  per  ordinem  et  populis 

3  Mab.  om.  sequentem  —  altaris.  Haec  verba  erronee  loco  isto  posita  sunt;  sequuntur 
infra. 

4  Mab.  om.  -  Eins.  quam  rumpit,  partem  super  altare  relinquit 

5  Mab.  cum  Eins.  et  Val.  add.  et  redit  ad  sedem.  Mox  primicerius  et  secundicerius 
et  primicerius  defeusorum  cum  omnibus  regionariis  et  notariis  ascendunt  ad  altare,  et 
stant  in  ordino  suo  a  dextris  et  a  sinistris.  Nomouculator  vero  et  saccellarius  et  notarius 
vicodomiui,  cum  dixerint  (Vat.  dixerit):  Agnus  Dei,  tunc  ascendunt  adstare  ante  faciem 
Pontificis,  ut  annuat  eis  scribore  nomina  eorum,  (ini  invitandi  sunt,  sivo  ad  mensam  Pon- 
tificis per  nomenculatorom ,  sive  ad  vicedomini  per  uotarium  ipsius  :  quorum  nomina  ut 
compleverint,  descendunt  ad  invitandum 

6  Mab.  om. 

7  Mab.  extendentibus 

8  Mab.  ut  paront 

9  Eins.  post 
lu  ('od.  hostia 

"  Mab.  rosalutato 


228 


IV.  L'Ordine  I  romano  n.  4.  —  Testo  sessoriano. 


Archidiaconus,  evacuato  altare  oblationibus  l,  respicit  ad  scolarti,  innuens 
ei  ut  dicat:  agnus  Dei,  et  vadit  ad  patenara  cum  ceteris.  Expleta  confra- 
ctione,  diaconus  minor,  levans  a  subdiacono  patenam,  defert  ad  sedem.  ut 
communicet  pontifex.  Qui  dum  communicaverit.  de  ipsa  sancta,  qua  raomor- 
derat 2,  ponit  in  calicem,  in  manus  archidiaconi  3,  dicendo:  Fiat  commixtio  et 
consecratio  corporis  et  sanguinis  domini  nostri  Iesu  Christi  accipientibus  nobis 
in  vitam  aeternam,  amen.  Pax  tecum.      Et  cum  spiritu  tuo  4. 

20.  Deinde  venit  archi  diaconus  cum  calice  ad  cornu  altaris,  adnuntians 
stationem.  Et  refuso  parum  de  calice  in  scypho,  inter  manus  acolithi,  acce- 
dunt  primum  episcopi  ad  sedem,  ut  communicent  de  manu  pontificis  5  secun- 
dum  ordinem.  Sed  et  presbyteri  omnes  ascendunt,  ut  communicent  ad  altare. 
Episcopus  autem  primus  accipit  calicem  de  manu  archidiaconi ,  et  stat  in 
cornu  altaris  sequentis  ordinis  6  usque  ad  primicerium  defensorum.  Deinde 
archidiaconus,  accepto  de  manu  illius  calice,  refundit  in  scjrphum,  quem  supra 
diximus,  et  tradit  7  calicem  subdiacono  regionario,  qui  tradit 8  ei  pugillarem, 
cum  quo  confirmat  populum.  Calicem  autem  accipit  subdiaconus  sequens  et 
dat  acolitho,  qui  et  revocat  eum  in  paratorio. 

Et  dum  confirmaverint 9  quos  papa  communicat,  descendit  pontifex  a  sede 
cum  primicerio  notariorum  et  primicerio  defensorum,  tenentibus  ei  manus, 
cum  communicat  10  eos,  qui  in  senatorio  sunt,  archidiacono  contìrmante.  Post 
pontificem  episcopi  communionem  tribuunt,  diacones  vero  confirmant  dextra 
levaque  u.  Presbiteri,  annuente  primicerio,  iussu  pontificis,  communicant  po- 
pulum, et  ipsi  vicissim  confirmant. 

Nam  mox  ut  pontifex  coeperit  in  senatorio  communicare ,  statim  schola 
incipit  antiphonam  ad  communionem ,  cantantes  12  usque  dum,  communicato 
omni  populo ,  innuat  pontifex ,  ut  dicant  Gloriarli ,  et  repetito  versu  quie- 
scunt  J3. 

1  Cum  Eins.  et  Vat. -Mab.  add.  praeter  particulamj,  quam  pontifex  de  propria  obla- 
tione  confracta  super  altare  reliquit,  (quia  ita  observant,  ut  dum  missarum  sollemnia  per- 
aguntur,  altare  sine  sacrificio  noa  sit) 

4  Mab.  quam  momorderit  -  Eins.  quam  momorderat 

3  Vat.  morderat  ponit  inter  manus  archidiaconi  in  calicem  faciens  crucem  ter  dicendo 

4  Mab.  add.  et  confirmatur  ab  archidiacono 
s  Eins.  illius 

6  Vat.  altaris  ut  confirmet  sequentes  ordincs 

7  Cod.  et  Eins.  tradidit 

8  Eins.  tradidit 

9  Mab.  Qui  dum  confirmavorit  -  Vat.  et  Eins.  confirmaverit,  id  est  quos 

10  Mab.  ut  communicet  -  Vat.  post  defensorum  add.  Hoc  expleto  vertit  so  ad  fomiuas 
et  f'acit  simili  ter,  tenentibus  ei  inaiium  qui  oum  duxerunt,  ut  communicet  eos,  qui 

11  Mab.  et  Vat.  episcopi  communicant  populum,  annuente  eis  primicerio  cum  manu 
sub  pianeta,  porcontato  pontifico.  Post  eos  diaconi  confirmant  (Vat.  om.  Post  —  confir- 
mant). Doinde  transeunt  in  partem  sinistrano,  ut  faciant  similiter 

12  Mab.  communionem,  per  vices  cum  subdiaconibus  et  psallunt 

13  Eins.  et  Vat.  usque  dum  communicat  omnis  populus.  Et  pontifex  mox 


229 


Pontifex  mox  ut  communicaverit  in  parte  mulierum,  redit  ad  sedem,  et 
communicat  regionarios  per  ordinem.  sicut  1  in  filo  steterunt  *.  Finita  anti- 
phona  surgit  pontifex  cum  archidiacono ,  et  secundo  ad  altare  vadit ,  et  ad 
complendura  orationem  dicit  \  Qua  finita,  cui  preciperit  archidiaconus  de 
diaconibus,  innuente  pontifice,  dicit  ad  populum  :  Ite  rnissa  est.  Deo  gratias. 
Tunc  septera  cereostata  precedunt  pontificem,  subdiacono  regionario  cum  tu- 
ribulo  ad  secretarium  precedente.  Descendente  papa  in  presbiterio  episcopi  pri- 
mum  dicunt  :  Iube  donine  benedicere.  i§.  Benedicat  nos  Dominus.  Amen  4. 
Post  eos  presbiteri,  dein  monachi,  deinde  scola,  deinde  milites  draconarii, 
id  est  qui  signa  portant,  post  eos  baiuli,  deinde  cereostatarii ,  inde  acolithi, 
qui  rugas  5  observant  6,  inde  extra  presbiterium  cruces  portantes,  deinde 
mansionarii  iuniores,  et  intrant  secretarium  7. 


5.  Appendice  dal  medesimo  codice  8. 
Laudi  in  onore  del  papa  Nicola  I  e  dell' 'imperatore  Ludovico  IL 
Laudes  in  festis  diebus. 

Expleta  prima  oratione  a  pontifice,  antequam  legatur  apostolus,  pronun- 
tiant  duo  cantores  hoc  modo:  Exaudi  Christe.  Respondet  9  scola  similiter: 
Exaudi  Christe. 

Et  duo  pronuntiant:  Domino  nostro  Nicholao ,  a  Deo  decreto  surnmo 
pontifici  et  universali  pape  vita. 

Per  ter  dicitur,  per  terque  respondetur  in:  Exaudi  Christe. 
Salvator  mundi.  i§.  Tu  illuni  adiuva. 

1  Mab.  et  Vat.  ordinem,  et  eos  qui 

*  Vat.  Eins.  et  Mab.  add.  et  in  diebus  festis  de  schola  XII.  Nam  ceteris  diobus  in 
presbytorio  comraunicant.  Post  hos  omnos  redeuntes  nomenculator  et  saccellarius  et  aco- 
lithus,  qui  patonam  tonet,  et  qui  manutergium  tenct,  et  qui  aquam  dat,  ad  sedem  com- 
municant,  et  post  pontificem  archidiaconus  eos  (Eùis.  as)  confirmat.  21.  Adstat  autem 
subdiaconus  regionarius  ante  faciem  pontificis,  ut  annuat  oi.  Ilio  voro  contemplans  popu- 
lum, si  iam  communicati  sint,  et  annuit  ei.  Et  ilio  vadit  ad  humcrum  {Eins.  numoruni) 
aspicit  ad  primum  sckolae,  faoiens  crucem  in  fronte  sua,  annuit  oi  dicere  Glorienti,  ot  ilio 
resalutato,  dicit  Gloria,  Sicut  erat,  et  versum.  Finita  autem  antiphona  surgit  pontifex 
(Vat.  annuit  eidom  dicere  Gloriam,  Sicut  erat  et  versus.  Finita  antiphona). 

3  Cum  Vat.  -  Mab.  add.  directus  ad  orieutem,  nam  in  isto  loco  cum  Dominus  vobis- 
cum  dixerit,  non  se  dirigit  ad  populum  -  Eins.  udii,  solum  directus  ad  oriontom 

*  Eins.  Dominus.  Amen. 
r'  Mab.  rugarli 

8  Vat.  consorvant 

7  Eins<  add.  Explicit  ordo  occlosiasticus  romanae  ccclesiae. 

8  Vedi  sopra  a  pag.  214. 

9  Cod.  rospondit. 

10  Cod.  respondatur 


230 


L'Ordine  I  romano  n.  5.  —  Appendice.  Làudes. 


Per  tres  alternantiura  vices:  Exaudi  Christe.  scola  similiter:  Eccaudi 
Christe. 

Et  duo:  Donino  nostro  Hludovvico  augusto,  a  deo  coronato,  magno 
et  pacifico  1  imperatori,  vita  et  Victoria. 

Per  ter  2  dicitur  per  terque  respondetur  \ 

Et  duo:  Sancta  Maria.  i§.  Tu  illum  adiuva. 

Per  ter:  Exaudi  Christe.  i$.  scola  similiter. 

Et  duo:  Eiusque  precellentissimis  fdiis  regibus  vita. 

Per  ter  dicitur.  terque  respondetur  alternatim  ut  supra:  Exaudi  Christe. 

Et  duo:  Sancte  Petre.  i$.  Tu  illos  adiuva.  Similiter  per  ter. 

Et  duo:  Exaudi  Christe.  i§.  similiter. 

Et  duo  pronuntiant:  Exercitui  Romanorum  et  Francorum  vita  et  Vi- 
ctoria. 

Per  ter  dicitur  per  terque  respondetur:  Exaudi  Christe. 
Et  duo:  Sancte  Paule.  if.  Tu  illos  adiuva. 
Per  ter. 

Et  duo:  Sancte  Andrea.  i§  Tu  illos  adiuva.  Semel. 
Et  duo:  Sancte  Iohannes.  i§.  Tu  illos  4  adiuva  5.  Semel. 
Et  duo:  Christus  vincit,  Christus  regnat,  Chrislus  imperai. 
Per  ter  dicitur,  terque  similiter  respondetur  6:  Christus  vincit  et  re- 
liqua  7. 


1  Cod.  pontifico  sine  et 

2  Cod.  terque 

3  Cod.  responditur  -  Addendum  Rxandi  Christe 

*  Cod.  n os 

5  Cod.  iuva. 

•  Cod.  responditur 

1  Et  reliqua  scil.  iuxta  typum  laudum,  quas  Duchesne  publicavit  1.  c. 


V. 


LE  ORIGINI  DEL  MARTIROLOGIO  ROMANO 

1.  Introduzione. 

Il  martirologio  romano  ha  una  storia  molto  istruttiva  e  passò 
per  varie  vicende,  prima  di  toccare  la  forma,  in  cui  è  al  presente 
e  eh'  ebbe  sotto  Gregorio  XIII. 

Prima  di  questo  papa,  nel  periodo  del  medio  evo,  le  liste  dei 
santi  in  uso  presso  le  chiese  di  Roma  avevano  altro  aspetto  ;  esse 
rimontavano  tutte  al  martirologio  del  monaco  Usuardo,  ma  va- 
riavano fra  loro  non  poco.  Dei  tempi  anteriori  ad  Usuardo,  eh 'è 
quanto  dire  prima  del  secolo  nono,  conosciamo  il  libro,  dal  Sollier 
in  poi  comunemente  indicato  col  nome  di  Martyrologium  romanum. 
parvum,  e  ad  un'  età  più  antica  ancora  appartiene  il  così  detto 
Martj/rolof/ium  hieroni/miani<m,  che  sin  dal  quinto  secolo  fu  usato 
nella  chiesa  romana.  In  quest'ultimo  poi  è  facile  ravvisare  gruppi 
di  santi  scritti  già  prima,  fin  dai  tempi  della  pace  data  alla  chiesa 
da  Costantino  Magno ,  e  formati  sopra  indicazioni  e  tradizioni 
più  antiche. 

Tale  è,  per  sommi  capi,  la  storia  di  questo  notissimo  libro, 
che  ogni  di  vien  letto  nella  pubblica  ufficiatura  e  nelle  comunità 
religiose. 

È  la  storia  di  sforzi,  nei  quali  si  scorge  la  buona  intenzione 
e  la  sollecitudine  per  istabilire  le  vere  e  storiche  liste,  per  cor- 
reggerle e  supplirle,  ovvero  per  ristabilire  un  testo  più  comodo 
e  più  sinottico;  ma  è  altresì  l'istoria  di  deterioramento  da  parte 
dei  copisti,  d'intrusione  di  parti  leggendarie  e  malsicure,  di  pre- 
tesi miglioramenti,  i  quali  di  fatto  furono  peggiori  sbagli  di  quelli 
che  si  volevano  correggere. 


< 


232  V.  Il  martirologio  romano  n.  1.  —  Introduzione. 


Il  martirologio  è  per  appunto  un'  opera,  la  quale  rappresenta 
sempre  e  solo  lo  stato  della  critica  e  delle  cognizioni  storiche 
dei  tempi,  che  vi  si  affaticarono  attorno.  E  cosa  nota  che  esso, 
per  essere  semplice  prodotto  degli  storici,  non  ha  nulla  che  fare 
coll'infallibità  della  chiesa  o  del  papa.  Dopo  le  esplicite  dichia- 
razioni di  Benedetto  XIV ,  piuttosto  il  Missale  romanum  e  il 
Breviarium  romanum  sono  soli  quei  venerandi  libri  liturgici,  i 
quali  contengono  autenticamente  gli  obiecta  cultus;  cioè  queste 
due  opere  propongono  quei  santi,  per  i  quali  la  chiesa  rivendica 
il  culto,  dopo  che  essa  lo  ha  prescritto  a  tutta  la  cristianità  per 
mezzo  della  canonizzazione  (canonizatio  formalìs  ovvero  aequi- 
pollens).  All'  opposto  la  esistenza  d'un  nome  nel  martirologio 
romano  non  importa  per  sè,  che  vi  sia  intervenuta  la  canoniz- 
zazione, anzi  neppure  importa  che  vi  sia  stata  la  beatificazione, 
in  cui,  secondo  la  sentenza  oramai  comune,  il  giudizio  non  è 
punto  definitivo  e  infallibile. 

L'inserzione  di  un  nome  nel  martirologio  significa  solo,  che 
esso  può  venire  recitato  nel  coro  nelle  liste  storiche  dei  santi; 
ma  non  per  questo  è  tolto  il  pericolo,  che  possa  quandochessia 
espungersi  dal  martirologio ,  se  così  giudichi  la  competente 
autorità. 

Benché  poi  F  approvazione  del  martirologio  fatta  da  Gre- 
gorio XLII  dica  (esprimiamo  le  idee  del  dotto  Benedetto  XIV), 
che  il  martirologio  romano,  com'è  ora,  è  corretto,  che  in  questa 
forma  vien  destinato  per  la  lettura  del  coro  e  che  le  edizioni  non 
possono  (ad  arbitrio  di  uomini  privati)  essere  abbreviate,  aumen- 
tate o  mutate,  pure  da  ciò  non  segue  che  ne  sieno  cancellati  tutti 
gli  errori  e  che  gli  storici  non  possano  muovere  difficoltà  veruna 
contro  il  suo  contenuto  \  Che  se  questo  vale  per  i  nomi  dei 
santi,  molto  più  deve  valere  per  le  particolarità  e  circostanze 

1  Benedictus  XIV  De  servorum  Dei  beatifìcntione  1.  4  p.  2  c.  17:  «  Nec  vero  urgent 
apoatolicae  literao  Gregorii  XIII  niartyrologio  romano  praefixae,  in  quibus  dicitur  emen- 
datimi fuisse  martyrologium  romanum,  idque  esso  legendurn  in  choro,  nec  ulla  in  re  mi- 
nutimi, auctum  aut  mutatimi  esso  edendum.  Ex  hoc  enim  recte  non  infertili1,  omnes  et  sin- 
gulos  erroros  fuisse  a  maityrologio  sublatos,  nec  viris  in  ecclesiastica  historia  peritis 
prohibitum  dici  potest,  confugere  ad  sanctani  sedom,  si  novae  correctiouis  fundamenta  sup- 
petant  ».  Benedetto  XIV  cita  a  questo  proposito  il  passo  di  Florentiuius  (Fiorentini)  nella 
sua  edizione  del  martirologio  gorouimiano  (Admonit.  11  p.  51):  «  Non  equidem  Gregorius  XIII, 
multa  laude  alioquin  dignus,  postromam  ecclesiasticis  tabulis  emendationem  decrevit,  sed 
quantum  potuti,  emendatas  prodiro  curavit  ». 


Autorità.    Approvazione.  Errori. 


233 


della  loro  vita  o  del  loro  martirio  e  per  le  altre  notizie  storiche, 
contenute  nel  martirologio.  Diremo  anzi  che  per  lo  stesso  bre- 
viario, il  quale  per  il  suo  grado  liturgico  è  opera  di  maggior 
momento,  non  ci  corre  nessun  obbligo  da  parte  della  chiesa  di 
ammettere  il  contenuto  delle  sue  lezioni  storiche,  se  vi  si  oppon- 
gano dubbii  fondati  ;  poiché  obiecta  cultus  e  soggetto  della  legge 
ecclesiastica  non  sono  già  queste  narrazioni,  ma  bensì  le  persone 
dei  santi  ]. 

Ed  in  vero  chi  conosca  lo  stato  e  lo  svolgimento  degli  studii 
storici  nei  tempi  passati,  non  fa  le  meraviglie,  se  nella  storia 
primitiva  del  martirologio  romano,  allato  alla  corrente  della  si- 
cura e  tranquilla  tradizione  si  mostrino  parecchi  e  non  piccoli 
errori. 

Si  tenga  a  mente  lo  stato  in  che  trovavasi  ai  tempi  dello 
stesso  Baronio  il  martirologio  riformato. 

Non  solamente  vi  si  incontrava  il  nome  di  Sulpicio  Severo, 
che  fu  tolto  sotto  Urbano  Vili,  e  di  Clemente  di  Alessandria, 
che  fu  cassato  poi  da  Benedetto  XIV,  ma  per  lo  meno  nelle  edi- 
zioni del  1583,  1584  e  1586  vi  si  leggeva  pure  ad  esempio,  an- 
noverata tra  i  santi  sotto  il  dì  24  gennaio,  una  santa  Xynoris,  non 
mai  esistita.  Il  Galesinio,  per  cui  autorità  a  quanto  sembra  fu 
ricevuto  quel  nome,  capì  male  un  passo  di  san  Giovan  Crisostomo, 
dove  si  fa  menzione  di  Babila  e  r?fc  <juvcopi'oo<;  tcòv  àyi'cov  txapTÓpcov. 
Prese  quindi  quella  parola  Sjuvcopfc  per  un  nome  di  persona,  lad- 
dove significa  un  carro  a  due  cavalli  (biga)  ovvero  metaforica- 
mente un  paio,  e  dal  Crisostomo  è  adoperata  nel  suddetto  luogo 
ad  indicare  i  due  martiri  Gioventino  e  Massimo  -.  Un  altro 
esempio  assai  singolare  offrono  i  santi  Barlaam  e  Giosafat  al  dì 

1  Bened.  XIV  ib.  c.  13:  «  Ita  ut  vctitum  existimari  non  possit,  dobita  cum  modestia 
et  gravi  fondamento  quao  occurrunt  in  factis  historicis  (breviarii  romani)  difScultates 
exponero  ...  Quao  ipsa  videtur  esse  sentcntia  plurimorum,  qui  de  historiis  relatis  in  non- 
nullis  loctionibus  secundi  nocturni  breviarii  romani  dubitare  visi  sunt  ».  E  cita  fra  gli  altri 
il  Calmet  (Comment.  Evan;/.  dissert.  in  Ires  Marias  art.  3  p.  370):  «  Quaro  (occlesia)  non 
in  examen  rovocari  tantum  earum  (lectionum  historicaruni)  voritatem  patitili',  sod  laudo 
etiam  dignos  censet  qui  rem  illa  aggrodiautur  ».  Si  vegga  inoltre  l'infinita  serio  di  voti 
per  la  correzione,  cho  puro  si  riferisco  nella  recentissima  storia  del  breviario  dol  Battitoi 
(Ilistoire  da  brèviaire  rornain,  Paris,  Picard,  1893).  Por  recaro  un  solo  esempio,  il  Battifòl 
cosi  dice  a  p.  257  della  correzione  al  tempo  di  Clomcnte  Vili:  «  liollarmin  n'admottait  pas 
l'authonticitd  des  Faussos  Décrótales,  <>t  l'on  s;iil  qu<-  U«  F;uissa«  IWrótnles  soni  i-utnVs 
dans  la  réd action  des  légendos  des  ancions  papos  au  bréviairo  ». 

2  S.  Ioh.  Chrys.  hom.  do  Lazaro  IV  (Migne  Val.  gr.  t.  48  p.  1007). 


I 


234  V.  Il  martirologio  romano  n.  1 .  —  Introduzione. 

27  novembre.  Essi  pure  furono  per  isbaglio  ammessi  nel  marti- 
rologio ,  mentre  ora  consta  che  le  loro  persone  e  la  loro  leg- 
genda medievale  provennero  da  un  rifacimento  cristiano  del 
mito  Buddha  \ 

Ciò  nulladimeno  le  prime  edizioni  del  martirologio  si  danno 
il  titolo  di  :  Martyrologium  romanum  ad  eccìesiasticae  historiae 
veritatem  restitutum.  La  «  verità  storica  »  è  da  prendersi  qui  re- 
lativamente, cioè  in  quanto  la  conobbero  quelli,  che  presero  parte 
alla  correzione  del  martirologio.  Tuttavia  sarebbe  stato  meglio 
che  l'aggiunta  suddetta,  fatta  dagli  editori,  fosse  omessa.  Gli 
studii  storici,  sì  per  il  grande  aumento  e  moltiplicazione  delle 
fonti,  si  per  la  facilità  di  abbracciarle  sinteticamente  e  di  appu- 
rarle colla  critica,  sono  ora  in  un  continuo  progresso.  Da  qui 
a  cent'  anni  la  cerchia  della  verità  positiva  della  storia  sarà  cre- 
sciuta di  maniera  che  l'occhio  appena  potrà  misurarla;  nè  v'ha 
dubbio  che  molti  dati,  i  quali  sinora  sono  tenuti  per  istabiliti  e 
quasi  consecrati  da  una  supposta  tradizione,  passeranno  alla  parte 
negativa. 

Abbiamo  detto  più  sopra,  che  la  storia  primitiva  del  marti- 
rologio romano  mostra  una  corrente  di  schietta  e  tranquilla  tra- 
dizione allato  ad  un'altra  malsicura  e  falsa.  Ciò  sarà  dimostrato 
particolarmente  dalle  osservazioni,  che  più  sotto  a  suo  luogo  fa- 
remo sopra  l'opera,  la  quale  va  sotto  il  nome  di  Martyrologium 
hieroni/mianum. 

Frattanto  sarà  cosa  utile  rifarci  alquanto  indietro  e  richia- 
mare anzitutto  alla  memoria  le  correzioni  intraprese  in  questa 
parte  sotto  Gregorio  XIII. 

2.  Usuardo  e  iì  suo  martirologio. 

Si  suole  comunemente  dire  che  la  riforma  del  martirologio 
fatta  sotto  Gregorio  XIII,  che  diè  l'opera  quale  oggi  è  ancora 
in  uso,  sia  principalmente  lavoro  del  Baronie  Che  questi  nella 
riforma  del  martirologio  (come  anche  del  breviario  2)  cooperasse 
fra  i  primi,  è  senza  dubbio.  Ma  non  si  può  trovare  indizio  ve- 

1  Lo  nota  anche  la  Civiltà  Cattolica  1883,  IV,  p.  431. 

2  IJattifol  Ilisloire  du  bréoiaire  p.  '251  ss. 


Emendazione  del  Baronio.    Usuar  do. 


235 


runo  eh'  egli  prendesse  parte  alla  stampa,  vuol  dire  alla  defini- 
tiva pubblicazione  delle  due  prime  edizioni,  che  furono  divulgate 
l'anno  1583,  nè  della  terza  che  seguì  l'anno  appresso  '. 

Le  due  edizioni  dell'anno  1583  furono  subito  ritirate,  perchè 
mal  riuscite  e  ripiene  di  difetti.  La  terza  invece  ottenne  l'appro- 
vazione di  Gregorio  XIII  colla  lettera  apostolica  del  14  gen- 
naio 1584  Emendato  iam. 

Però  la  seguente  edizione  dell'anno  1586  fu  veramente  fatta 
sotto  la  diretta  revisione  del  Baronio.  Anzi  egli  vi  aggiunse  le 
pregevoli  Notationes  e  un  suo  trattato  sul  martirologio  romano. 
Pare  inoltre  che  si  debbano  a  lui  due  altre  edizioni,  l'una  del- 
l'anno 1589  e  l'altra  del  1598,  delle  quali  l'ultima  contiene  le 
osservazioni  sopra  il  martirologio,  che  fino  allora  egli  era  an- 
dato facendo.  Il  Baronio  lasciò  per  ultimo  altre  annotazioni  mano- 
scritte per  procedere  a  maggiori  correzioni,  ed  esse  servirono  a 
migliorare  i  lavori  precedenti,  quando  nell'anno  1630  fu  pubbli- 
cata la  nuova  edizione  di  poco  mutata,  la  quale  secondo  l'ordine 
della  congregazione  dei  riti  doveva  servire  come  tipo  delle  ri- 
stampe posteriori  2. 

Su  qual  fondamento  s'appoggia  quest'ultimo  martirologio  di 
Gregorio  XIII,  che  possiamo  nominare  baroniano  nel  senso  ri- 
stretto di  cui  abbiamo  detto? 

Esso  riposa  principalmente  sopra  il  libro  del  monaco  bene- 
dettino di  san  Germano  dei  Prati  Usuardo  (Husward),  che  al- 
lora era  il  più  diffuso  e  in  Roma  specialmente  il  più  usato  ; 
quindi  sopra  un  menologio  dei  santi  greci,  compilato  dal  car- 
dinal Sirleto  in  aiuto  dell'agiologia  di  Oriente;  inoltre  sui  dia- 
loghi di  san  Gregorio  Magno,  dai  quali  si  presero  e  si  trasferirono 
tutte  le  persone,  le  cui  virtù  o  cose  mirabili  vengono  encomiate 
da  questo  papa;  finalmente  su  differenti  fonti,  che  riguardano  sin- 
goli santi  e  sono  di  autorità  molto  varia. 

1  H.  Matagno  S.  [.  nella  sua  breve  dissertazione,  stampata  presso  de  Smedt  Intra* 
duetto  ad  historiam  eccles.  (187(1):  ho  martyrologe  romain  nettici,  p.  140.  Più  accurata- 
mente no  tratta  II.  Là'mmor  De  mnr/t/ro/oi/io  ratnnna  (IK7N)  p.  10  ss.  Egli  con  nuovi 
documenti  illustra  la  parte  propria  die  ebbe  Baronio. 

2  ...  «  Baerà  rituum  congregalo  vetuit  (martyrologium)  ab  aliis  'ubiqilfl  Iocorum 
imprimi,  nisi  ad  instar  huius  Romao  impressi,  nihil  omnino  addito,  dempto  vel  mutato  ». 

Decretimi  23  martii  1 030. 


236 


V.  Il  martirologio  romano  n.  2.  —  Usuar  do. 


Ciascun  elemento  del  martirologio  ha  dunque  quel  valore,  che 
posseggono  le  rispettive  fonti,  donde  esso  deriva. 

Il  Martirologio  di  Usuardo  non  fu  punto  officiale,  nè  fu  opera 
proveniente  dall'autorità  ecclesiastica.  Il  monaco  di  san  Germano 
ne  imprese  la  compilazione,  verso  Tanno  875.  per  privata  sua 
diligenza;  egli  lo  dedicò,  come  appare  dalla  prefazione,  a  Carlo 
il  Calvo,  il  quale  gli  era  stato  d'incitamento  agli  studii.  Usuardo 
aveva  osservato,  com'  egli  dice,  <  nei  martirologii  dei  padri  pre- 
cedenti »  parecchi  errori;  ed  egli  si  prefisse  di  correggere  le 
liste  dei  santi  ed  in  pari  tempo  di  compierle. 

Le  sua  opera  per  rispetto  ad  altre  simiglianti  ha  il  pregio  di 
una  forma  breve  e  sobria;  per  la  qual  cosa  fu  preferita  per  l'uso 
pratico  nei  chiostri  e  nelle  cattedrali  al  Martirologio  di  Adone 
di  Vienna,  scritto  un  po'  prima,  ma  prolisso  e  in  tono  narrativo. 
A  ciò  s'aggiunse  il  suo  carattere  più  universale  ;  poiché  il  solerte 
raccoglitore,  oltre  l'adoperare  diverse  fonti,  trasse  profìtto  tanto 
del  Martirologio  geronimiano  assai  ricco  di  notizie  storiche,  quanto 
dei  Martirologii  di  Beda  e  di  Adone  stesso. 

Così  avvenne  che  l'opera  di  Usuardo  nel  medio  evo  fosse 
più  d'ogni  altra  diffusa.  Ma  nel  corso  degli  anni  vi  furon  fatti 
molti  ritoccamenti.  In  diversi  luoghi  s'incorporarono  senz'  altro 
al  testo  di  Usuardo  i  santi  proprii  dei  singoli  luoghi,  allungando 
ed  accorciando  a  piacimento  ogni  cosa  secondo  il  bisogno.  Non 
senza  ragione  si  parla  d'una  infinita  progenie  ipsuo/rdiana  1, 

Anche  in  Roma  le  differenti  chiese  possedevano  il  Martiro- 
logio di  Usuardo  sotto  forma  assai  diversa.  In  san  Pietro  sovra- 
tutto  esso  ebbe  col  tempo  un  carattere  abbastanza  differente  da 
quello  degli  altri  testi. 

Il  libro  non  solamente  soffrì  per  le  aggiunte  e  mutazioni  par- 
ticolari, ma  anche  per  le  molte  alterazioni  delle  date,  dovute  alla 
trascuratezza  dei  copisti. 

S'intende,  quanto  dovesse  essere  grande  nel  secolo  decimo- 
sesto il  desiderio  di  vedere  finalmente  venire  alla  luce  un  nuovo 
martirologio.  Ma  s'intende  eziandio,  quanto  grande  fosse  la  diffi- 
coltà di  un  lavoro,  che  doveva  farsi  sopra  cosiffatti  fondamenti. 
Al  tempo  di  Gregorio  XIII  ben  poco  si  conosceva  la  prima  ed 

1  De  Rossi  Roma  sotterranea  II  p.  xxxu. 


Valore  del  Martirologio  usuardiano.  Errori. 


237 


intera  forma  dell'Usuando.  Il  vero  e  primitivo  Usuardo  ci  è  stato 
restituito  dalle  sole  edizioni  del  Sollier  e  del  Bouillart  l.  Inoltre 
non  era  allora  possibile  fare  esattamente  i  debiti  riscontri.  Poiché 
la  principale  sua  fonte,  che  ora  conosciamo  nel  cosidetto  Mar- 
tyrologium  romanum  parvum  e  nel  Martyrologium  hìeronymia- 
num,  non  era  peranco  bastantemente  conosciuta,  e  quindi  più 
difficile  rimaneva  la  correzione.  Era  riserbato  a  tempo  avvenire, 
ed  in  parte  al  nostro  presente,  il  porre  in  luce  la  grande  impor- 
tanza di  questi  cataloghi,  che  vincono  in  pregio  Usuardo  e  tutti 
i  suoi  discendenti,  ed  il  prepararne  le  edizioni  2. 

Nel  resto,  se  si  considera  attentamente  il  lavoro  di  Usuardo, 
si  conchiuderà  che  esso,  non  ostante  l'affermazione  solenne,  che 
fa  l'autore  di  aver  saputo  trar  profitto  da  questo  e  da  quello,  non 
è  altro  in  sostanza  che  una  compilazione  della  grande  opera  di 
sant'  Adone,  arcivescovo  di  Vienna.  Egli,  conservandone  la  di- 
visione, ne  formò,  per  così  dire,  un'epitome,  ed  anche  ne  tra- 
scrisse, senz'  accorgersene,  gli  errori. 

Cosi  a  mo'  d'esempio,  per  riferire  uno  solo  degli  sbagli,  egli 
al  pari  di  Adone  lascia  fuori  della  serie  dei  santi  il  papa  Liberio, 
mentre  questi  godeva  già  prima  in  diversi  luoghi  e  massima- 
mente in  Roma  l'onore  del  culto,  onore,  che  è  confermato  da 
una  lettera  di  papa  Anastasio  I  (398-401),  recentemente  scoperta, 
e  dall'  iscrizione  sepolcrale  di  Liberio  3.  Il  medio  evo  col  suo 
martirologio  usuardiano  fe'  torto  alla  memoria  di  questo  papa. 
Si  conosce  ora  che  il  nome  di  Liberio  non  fu  iscritto  nel  Marti- 
rologio di  Adone,  e  però  nè  anche  in  quello  di  Usuardo,  per 

1  Sollerius  Ada  sanctorum  bollami,  [un.  t.  VI  e  VII  con  eccellenti  prolegomeni  sui 
martirologi.  —  [Bouillartiue  I.]  Uauardi  martyrologium  sincerum,  Parisiis  1718.  Lo  due 
edizioni  sono  presso  Migne  Patrol.  lat.  t.  123  e  124  (Prolegomeni  di  Sollier  123,  459-582). 

2  Meritamente  il  Làmmer,  nel  suo  scritto  poc'anzi  citato,  pag.  18  deplora  la  man- 
canza di  fonti  e  di  altri  mezzi  ili  quel  tempo:  «  Multa  adirne  del'uerunt  praesidia  nobis 
hodie  pervia  ad  quaestionem  martyrologicam  tenebris  obscuratam  qua  par  est  ratione  hi- 
storico-critica  illustrandam  ».  Ed  aggiunge  p.  21  dei  correttori:  «  At  quo  maiores  difficul- 
tates  ab  ipsis  in  subigendo  solo  paruri»  porperamvo  culto  et  in  eradicandis  zizaniis  orant 
superandae,  eo  aequiorein  postulant  sontentiam,  quae  in  adimplondis  sui  nuinoris  partibus 
revera  praestiterunt.  Nequo  enim  pervigili  diligentiao  et  summae  industriae  poperco- 
runt  »  ecc. 

3  Anastasius  I,  presso  il  card,  l'i  tra  Analecta  nooissima  I,  462.  Vedi  sopra  p.  42. 
L'iscrizione  anonima  presso  il  de  Rossi  Inscriptiones  chrisiianae  II,  83  ss.  e  presso  il  Du- 
chosne  Liber  pontificali*  I,  209  not.  19.  Per  il  culto  del  papa  vedi  de  Rossi  Bullettino  di 
archeologia  crist.  1883,  58. 


238 


V.  Il  martirologio  romano  n.  3.  —  Adone. 


l'unica  ragione,  che  quegli  aggiunse  fede  alle  notizie  apocrife  del 
Libar  pontificalis  sopra  Liborio,  le  quali  derivano  dagli  atti  falsi 
di  sant'  Eusebio  prete,  che  Adone  accettò  come  veri  e  riferi  sotto 
il  dì  14  d'agosto  l. 

A  meglio  giudicare  l'opera  di  Usuardo  conviene  considerare 
alquanto  più  di  proposito  quella  di  Adone. 

3.  Adone  di  Vienna  ed  altri  scrittori  di  martirolotjii. 

Adone  tenne  la  sede  arcivescovile  di  Vienna  dall'  anno  859 
sino  all'anno  874,  che  fu  anche  quello  della  sua  morte.  Egli  pre- 
diligeva oltremodo  gli  studii  storici,  e  di  lui  possediamo  una  di- 
ligente cronaca  universale,  che  arriva  fino  a'  suoi  dì.  Sulla  fine 
di  essa  imprende  a  magnificare  le  virtù  di  Carlo  il  Calvo,  proprie 
d'un  sovrano,  e  la  grandezza  di  Niccolò  I,  allora  papa  2. 

Del  suo  Martirologio  egli  dice  nel  breve  prologo  di  aver  avuto 
l'intenzione  non  solo  di  nominare  i  martiri  e  i  santi,  ma  anche 
di  descrivere,  secondo  i  ragguagli  dei  codici,  i  loro  patimenti  e 
trionfi  ad  edificazione  dei  fratelli  deboli  ;  di  avere  quindi  voluto 
supplire  i  giorni,  lasciati  vuoti  nel  Martirologio  di  Beda  e  del 
suo  rafFazzonatore  Floro,  coi  santi  che  in  essi  codici  ricorrono  3. 
Per  tal  modo,  anziché  un  martirologio,  ci  diede  quasi  un  leg- 
gendario, disposto  secondo  l'ordine  de'  giorni;  insieme  però  ebbe 
occasione  di  fare  più  esatte  indagini  nei  cataloghi  allora  esistenti 
per  la  serie  dei  nomi,  secondo  l'ordine  del  calendario. 

Su  tal  punto  egli  fece  un'  importante  scoperta  a  Ravenna. 
Poiché  quivi,  come  dice  nella  suddetta  prefazione,  gli  fu  mostrato 
un  venerabile  et  perantiquum  martyrologium,  il  quale  una  volta 
sarebbe  stato  spedito  ad  un  santo  vescovo  di  Aquileia.  Ebbe  la 
felice  idea  di  copiarlo  tutto  intero  e  di  premetterlo  tale  quale 
senza  veruna  mutazione  al  suo  leggendario  o  Martirologio  ;  anzi 

1  Veili  so] ira  nella  Diss.  I  sul  Liber  pontificalis  p.  23. 

8  VA.  Man  amenti  i  Germaniae  hisforica;  scriptoves  II,  315  ss. 

3  «  Collodi  undecumque  passionimi  codices  animum  in  tantum  suscitaverunt,  ut  non 
solurn  praeteritas  dierum  festivitates,  veruni  et  aliorum,  qui  per  totum  annum  ibi  notatim 
posili  erant,  latius  et  paulo  apertius  doscribercm  ».  Migne  P.  L.  123,  145,  ove  è  ristampato 
questo  martirologio  secondo  l'edizione  di  Eriberto  van  Roswey  (Rosweidus).  Una  migliore; 
edizione  l'abbiamo  da  Domenico  Giorgi  (Goorgius).  Romae  1745. 


Valore  del  Martirologio  adornano.    Altri  martirologii.  239 


tolse  a  fondamento  del  suo  lavoro  la  serie  stessa  del  martirolo- 
gio di  Ravenna.  Questo  che  forma  la  prima  parte  del  libro  di 
Adone,  e  che  in  confronto  del  resto  è  breve,  è  per  noi  infinita- 
mente più  importante  del  Martirologio  di  Adone,  essendo  quello 
che  fu  adoperato  in  Roma  prima  del  suo  tempo.  Ma,  poiché  nulla 
sapevasi  di  questa  sua  singolare  rilevanza,  fu  omesso  in  quasi 
tutte  le  copie  dell'  opera  di  Adone.  Eriberto  van  Roswey  pel 
primo  lo  scoperse  in  un  manoscritto  adoniano  nel  convento  dei 
Certosini  di  san  Pantaleone  in  Colonia  e  lo  divulgò  per  le  stampe. 
Fu  poscia  sotto  il  nome  di  martyrologiwn  romanum  parvum 
bene  illustrato  dal  Sollier  nella  sua  egregia  trattazione  intorno 
i  martirologii,  premessa  alla  sua  edizione  di  Usuardo,  ed  ai  nostri 
dì  il  de  Rossi  lo  ha  colle  sue  acute  e  dotte  ricerche  restituito 
al  dovuto  onore. 

Ne  riparleremo  più  innanzi.  Qui,  per  ragion  di  ordine  cro- 
nologico, daremo  un'occhiata  agli  altri  martirologii  di  quel- 
l'epoca. 

Il  venerabile  Beda  avea  introdotto  per  la  prima  volta  in  questo 
genere  di  scritti  il  metodo  descrittivo.  Fino  al  suo  tempo,  che  è 
quanto  dire  sino  al  principio  del  secolo  ottavo,  vi  erano  sola- 
mente cataloghi  di  nomi  colle  date  cronologiche.  Egli  con  la  sua 
grande  erudizione  potò  ampliare  di  molto  queste  notizie.  Sventu- 
ratamente nel  fare  un  tal  lavoro  egli  non  seppe  sceverare  i  fonti 
genuini  da  parecchi  falsi.  La  celebrità  del  nome  di  Beda  fece  sì 
che  questo  suo  Martirologio  avesse  vasto  e  lungo  corso;  ma  esso 
soggiacque  alle  solite  trasformazioni  locali  di  simili  documenti 
liturgici.  Breve  tempo  prima  che  Adone  si  mettesse  al  suo  lavoro, 
il  diacono  Floro  di  Lione  avea  già  ampliato  il  Martirologio  di 
Beda.  Adone  non  se  ne  valse  se  non  quando  era  così  trasformato, 
ed  a  noi  è  pervenuto  solo  sotto  questa  trasformazione  lionese. 

Un  Martirologio,  messo  in  versi  mediocri  da  Vandelberto 
monaco  di  Priimm  (composto  verso  Tanno  842),  un  Martirologio 
in  prosa  di  Rabano  Mauro  (circa  Tanno  845),  un  altro  di  Not- 
chero,  monaco  di  Sangallo  (f  912)  ed  altri  simili  lavori  sono  an- 
ch'essi venuti  fuori  in  gran  parte  dai  martirologi,  i  quali  fino 
allora  s'eran  venuti  formando  l. 

1  Le  recenti  edizioni  sono  uniate  presso  Wattenl>ach  Deutschlfmds  Qeschichtsquellen 
im  Mittelalter,  5.  Aufl.  (1885)  1,58  ss. 


240     II  martirologio  romano  n.  4.  —  Martyrol.  rotnanum  parvum. 


Queste  opere  mostrano  il  vivo  interesse,  che  in  quel  tempo 
dei  Carolingi  si  aveva  per  l'agiologia  e  per  il  bisogno  pratico 
del  coro.  In  ciascuna  di  esse  l'investigatore  e  il  critico  incon- 
trano utili  elementi  per  la  ricostruzione  delle  fonti ,  termine  al 
quale  deve  tendere  ora  lo  studio  storico;  ma  per  la  tradizione 
dei  più  antichi  calendarii  ecclesiastici  e  delle  liste  dei  santi  niuna 
delle  suddette  opere  è  così  sicura  e  così  copiosa,  quanto  sono, 
almeno  relativamente,  i  due  Martirologii,  il  romanum  parvum  e 
il  cosi  detto  hieronymianum: 

4.  Il  Martyrologium  romanum  parvum. 

Il  Martirologio  romanum  parvum  deve  la  sua  relativa  sicu- 
rezza a  questa  circostanza,  che  il  suo  ignoto  autore  trasse  pro- 
fìtto dai  calendarii,  i  quali  al  suo  tempo  esistevano  in  Roma  e 
dalle  tradizioni  storiche  romane.  Più  d'  ogni  altro  egli  si  servi 
del  Martirologio  geronimiano,  consultò  in  pari  tempo  lo  storico 
Eusebio  nella  versione  fatta  da  Rufino  ed  aggiunse  alle  liste  an- 
teriori i  santi  africani  della  persecuzione  vandalica. 

Dalla  sua  opera  stessa  si  scorge  chiaro,  ch'egli  scrisse  sullo 
scorcio  del  secolo  settimo  o  al  principio  dell'  ottavo  secolo. 

La  sua  principale  intenzione,  nel  comporre  quest'  opera,  fu 
certamente  quella  di  ordinare  i  calendarii,  i  quali  già  mostravano 
parecchi  errori  e  contraddizioni  fra  loro.  Egli  fece  quel  tanto  che 
potò  e  ci  fornì  un  lavoro,  che  in  apparenza  è  ordinato  e  ripu- 
lito. L' opera  contiene  poche  particolarità  storiche,  aggiunte  ai 
nomi  dei  santi. 

Non  v'  è  ragione  di  credere  che  un  tal  Martirologio  fosse 
compilato  per  autorità  della  chiesa;  giacché  non  si  sa,  che  fosse 
adoperato  nella  chiesa  romana  per  l' uso  pubblico  liturgico.  Ben- 
ché un  papa,  come  dice  Adone,  lo  spedisse  ad  Aquileia  a  un 
santo  vescovo,  non  segue  da  questo  che  il  libro  avesse  un  qual- 
che grado  di  pubblica  autenticità.  Neppure  l'espressione  <  vene- 
rabile el  perantiquum  »      adoperata  da  Adone  rispetto  all'età 


1  «  Huic  operi,  ut  dies  martyrum  verissimo  notare  n  ti  ir,  qui  confusi  in  ealendariis  satis 
invèniri  soleht,  adiuvit  venerabile  et  pgr&ntiquum  martyrologium  ab  urbe  Roma  Aquileiam 
cuidam  sanato  episcopo  a  ponti/ice  romano  directum  et  mihi  postmodum  a  quodam  religioso 


Provenienza.    Carattere  romano. 


241 


della  copia  di  Ravenna,  ci  costringe  a  pensare  ad  un  tempo  che 
rimonti  a  più  secoli  avanti. 

Se,  nonostante  l'affermazione  di  Adone,  che  questo  martiro- 
logio fu  mandato  da  un  papa  ad  un  vescovo  di  Aquileia,  e  non 
ostante  che  tale  origine  romana  sia  comprovata  dal  suo  contenuto, 
qualche  dubbio  fosse  rimasto  sulla  sua  qualità  di  martirologio  ve- 
ramente romano,  esso  venne  affatto  tolto  dalla  scoperta  dell'ec- 
cellente manoscritto,  che  il  de  Rossi  fece  nella  biblioteca  del  mo- 
nastero di  Sangallo.  Porta  il  medesimo  l'iscrizione  seguente: 
Incipit  marti/rolor/ium  romanum  x. 

In  questo  notevole  martirologio  tutto  indica  Roma.  Vi  si 
trovano  santi,  i  quali  solamente  in  Roma  erano  venerati,  come 
a  mo'd' esempio,  per  far  menzione  solo  del  mese  di  gennaio,  le  sante 
Martina,  Dafrosa,  e  i  santi  Papia  e  Mauro.  In  gennaio  incontriamo 
i  papi  Antero  e  Telesforo,  il  martire  Prisco  coi  suoi  compagni, 
santa  Emerenziana  e  la  festa  romana  sanctae  Agnetis  secundo. 

•  A  Roma  pure  e  nello  stesso  tempo  al  secolo  settimo  accen- 
nano fra  le  altre  le  seguenti  feste  e  solennità,  tutte  proprie  della 
chiesa  romana  e  pertinenti  a  queir  epoca  : 

Ianuarii  22.  Ad  aquas  Salvias  sancti  Anastasii  monachi  2. 
Mail  13.  S.  Mariae  ad  martyres  dedicationis  dies  agitur,  a  Bonifatio  papa 
statutus  3. 

Septembris  14.  Exaltatio  sanctae  crucis  ab  Heraclio  imperatore  a  Persis 
Ierosolymam  reportatae,  quando  et  Romae  lignuni  saluliferum  crucis  a  Sergio 
papa  inventum  ah  orimi  populo  venerai ur  \ 

Septembris  29.  Romae  dedicatio  ecclesiae  eiusdem  archangeli  a  b.  Bo- 
nifatio  papa  constructae  in  circo  (circlo),  qui  locus  inter  nubes  dicitur  5. 

fratro  aliquot  diebus  praestitum.  Quod  ego  diligenti  cura  transscriptum,  pnsitus  apud  Ra- 
vennani, in  capite  huius  operis  pouendum  pittavi  ».  Prol,  Migne  123,  144.  Doveva  per  ven- 
tura (pici  «  sanctus  episcOpUS  »  essere  Paolino,  il  quale  presso  Oams  (p.  773;  comparo  fra 
i  vescovi  di  Aquileia-Cividale  solo  col  titolo  di  santo?  Egli  fu  vescovo  dall' anno  77G  sino 
all' anno  802.  Il  papa  Adriano  I  (772-795),  i  cui  sforzi  per  la  diffusione  dei  libri  liturgici 
romani  sono  noti,  può  avergli  spedito  una  copia  antica  del  martirologio. 

1  Roma  sotterranea  II  p.  xxix. 

2  II  capo  di  sant'Anastasio  fu  trasferito  alla  chiesa  di  san  Paolo  ad  aquas  Salvias  (Tre 
Fontane)  sotto  Onorio  I  (625-638),  avendo  il  suo  martirio  avuto  luogo  noli' oriento  alquanto 
prima,  l'anno  027  o  628. 

:1  È  il  papa  Bonifazio  IV  (608-615). 

4  Sergio  I  (087-701).  Sopra  l'invenziono  della  portio  Salutaris  Ugni  domittìcae  crucis 
vedi  Lihcr  pontificala  I,  374  Sen/ius  a.  162. 

5  La  fabbrica  fu  impresa  da  liouifa/.io  IV  sulla  cima  della  molo  adriana 


QBISAft,  A/tateeta  rumane,  voi.  I. 


10 


242     II  martirologio  romano  n.  4.  —  Martyrol.  romanum  parvuin. 


Novembris  1.  Festivitas  sanctorutn ,  quae  Celebris  et  generalis  agitur 
Romae  4. 

Ma  se  l'autore  per  queste  parti  che  si  riferiscono  a  Roma  è 
di  un'  inestimabile  autorità,  in  parecchie  altre  sue  notizie  procede 
in  modo  arbitrario.  Così,  per  esempio,  egli  trovò  per  ben  fatto 
di  assegnare  nel  suo  calendario  ai  profeti  del  vecchio  testamento 
giorni,  scelti  a  suo  piacere.  Per  il  15  di  gennaio  egli  dice  di  suo 
capo:  Abacuc  et  Michaeae  prophetarum ;  per  il  10  aprile:  Eze- 
chielis  prophetae;  per  il  10  maggio  Iob  prophetae,  e  via  dicendo. 
In  simil  guisa  egli  ha  distribuito  i  nomi  di  persone  illustri,  che 
occorrono  nel  nuovo  testamento  od  hanno  attinenza  con  esso;  e 
così  abbiamo  il  10  gennaio  In  Cypro  Nicanoris  de  septem  dia- 
conibus  ;  il  dì  11  gennaio  Philippis  Parmenae  diaconi  de  septem; 
il  13  febbraio  Agabi  prophetae  in  novo  testamento  apud  Antio- 
chiam;  il  16  febbraio  sancti  Onesimi  apostoli,  e  così  di  seguito. 
Poiché  il  25  gennaio  si  celebra  la  conversio  sancti  Paioli,  egli 
senz'  altro  fa  seguire  nel  medesimo  giorno:  Apud  Damascum 
s.  Ananiae,  qui  ipsum  Paulum  baptizavit. 

Dal  che  si  scorge,  quanto  si  estenda  il  carattere  di  lavoro 
semplicemente  privato,  proprio  di  questo  Martyrolorjium  roma- 
num parvum.  Devesi  unicamente  all'opera  di  sant'Adone,  se  esso 
col  tempo  ebbe  quella  grande  estensione  ed  autorità,  che  si  è  ve- 
duta, e  se  le  sue  liste  si  mantennero  a  lungo  nei  martirologi  po- 
steriori. 

Disgraziatamente  da  questa  fonte  anonima  derivarono  ben- 
anco  molti  errori  manifesti  e  da  pigliar,  come  suol  dirsi,  con  le 
molle  ;  intendiamo  dire  delle  aperte  alterazioni  introdotte  nelle 
date  cronologiche  del  calendario  più  antico  e  più  esatto. 

L'autore  volle  ordinare  le  date  fra  loro  opposte ,  ma  non 
sempre  seppe  scegliere  le  meglio  accreditate  e  le  più  comuni  ; 
egli  diede  più  peso  alle  narrazioni  esistenti  e  leggendarie  dei 
santi,  dove  la  cronologia  s'incontra  errata  più  spesso,  che  non 

1  La  festa  fu  istituita  prima  di  Gregorio  III  e  non  prima  di  Bonifazio  IV,  il  quale  con- 
secrò  il  Pantheon  ad  uso  di  chiosa.  Rosveido  ritenne  erroneamente  tutte  lo  summentovate 
feste  per  interpolazioni,  perchè  credeva,  che  Gregorio  I  (590-604)  facesse  già  menzione  di 
questo  martirologio  nel  passo,  di  cui  palleremo  più  sotto.  Rosveido  lo  chiamava  roma- 
num vetus. 


È  opera  privala.  Errori. 


243 


ai  semplici  cataloghi  tramandati  dalle  età  anteriori  '.  Questi,  ad 
esempio,  contenevano  le  commemorazioni  di  san  Ponziano  papa 
sotto  il  dì  13  del  mese  di  agosto  e  di  san  Felice  I  al  dì  29  di- 
cembre. Ma  il  nostro  autore,  avendo  trovato  nei  ragguagli  del 
Liber  pontifìcalis  appartenente  al  secolo  sesto,  e  da  lui  molto 
preferito,  il  dì  20  novembre  per  san  Ponziano  ed  il  30  maggio 
per  san  Felice,  fece  immigrare  i  due  santi  alle  due  suddette 
sedi.  Adone  e  Usuardo  suggellarono  cotale  mutazione  per  Fe- 
lice, e  così  questo  papa  è  rimasto  nel  martirologio  moderno  allo 
stesso  posto.  Parimente  Adone  seguì,  unitamente  a  Beda,  la 
mutazione  della  data  rispetto  a  Ponziano  ;  ma  siccome  alcuni 
manoscritti  dell'usuardiano  non  concordavano  con  loro,  ed  ave- 
vano posto  Ponziano  un  giorno  prima,  il  19  novembre,  così  per 
cagione  di  queste  copie  usuardiane,  anche  oggi  abbiamo  il  papa 
Ponziano  in  questa  data  erronea. 

Un  esempio  di  sbagli  topografici  è  la  data  del  Martyrolo- 
gium  romanum  parvum  per  il  giorno  29  agosto:  Romae  ad  ar- 
cum  Faustini  Sabinae  martyris.  Un  siffatto  arcus  Faustini  non 
si  conosce  affatto  nell'antica  topografia  della  città;  egli  è  piut- 
tosto da  ricercare  nella  distrutta  cittaduzza  di  Vindena  presso 
Terni  nell'Umbria,  ove  realmente  santa  Sabina  patì  il  martirio, 
e  donde  il  suo  corpo  fu  trasferito  a  Roma  nella  basilica  a  lei 
dedicata  sull'Aventino.  Adone,  attenendosi  a  fonti  più  antiche, 
dà  un  qualche  cenno  del  fatto,  poiché  egli  nomina  Vindena,  ma 
la  trasporta  insieme  coìVarcus  Faustini  nientemeno  che  sull'Aven- 
tino di  Roma:  Romae,  die' egli,  in  Aventino  in  o}>j>ido  vindmensi 
ad  arcum  Faustini,  ecc.  2. 

• 

5.  77  Martyrologium  hieronymianum. 

Quali  furono  lo  notizie  e  i  cataloghi  più  antichi,  che  l'au- 
tore del  Martyrologium  romanum  parvum  trovò  compilati,  e 

1  De  Rossi  Roma  sotterranea  II  p.  xxx  :  «  L'autore  di  <piol  documento  non  si  1111011110 
alla  tradizione  dei  calendarii;  ma  la  guastò,  preferendo  ad  essa  gli  storici  testi,  senza  di- 
scernere  so  questi  erano  sincori  od  apocrifi,  intori  0  corrotti  ». 

2  De  Rossi  Bullonino  di  archeol.  crist.  1871  p.  91,  ove  egli  a  buon  diritto  rigotta 
le  esposizioni  dei  bollandisti  Ada  SS.  aug.  t.  VI  p.  199. 


244   II  martirologio  romano  n.  5.  — 


Martyrologium  hieronymianum . 


che  di  tratto  in  tratto  sfigurò  nella  maniera  da  noi  più  sopra 
indicata?  Se  ne  possono  raccogliere  memorie  sicure  a  fine  d'ap- 
purare e  correggere  questo  Martirologio  e  quelli  che  da  lui  sono 
derivati  ? 

Queste  domande  ci  conducono  a  trattare  del  Martyrologium 
hieronymianum,  che  è  l'attribuito  a  san  Girolamo. 

Gregorio  Magno  descrisse  l'anno  598  il  martirologio,  che 
al  suo  tempo  era  usato  in  Roma  per  le  sacre  funzioni,  in  tal 
modo,  che  sembra  far  menzione  di  questo  martirologio.  Egli  dice 
che  il  martirologio  di  R,oma  contiene  solamente  i  nomi  dei  mar- 
tiri, coll'aggiunta  del  luogo  e  del  tempo  del  loro  martirio;  che 
però  non  v'è  nulla  notato  sopra  le  circostanze  della  lor  vita  e 
morte,  neppure  la  maniera  del  loro  martirio.  Secondo  la  sua 
espressione,  quasi  tutti  i  martiri  delle  diverse  contrade  del  mondo 
cristiano  erano  disposti  in  ordine  di  catalogo,  in  riguardo  della 
celebrazione  delle  messe  quotidiane  l. 

Non  era  questo  per  fermo  il  Martyrologium  romanum  par- 
vum,  che  ha  forma  più  estesa. 

Solamente  il  hieronymianum,  il  quale  è  d'assai  più  antico 
che  il  parvum,  offre  cotesto  carattere  d'orditura  sobria  e  sche- 
matica. 

Questo  Martyrologium  hieronymianum  in  somma  si  appa- 
lesa eziandio  per  principal  fonte  del  Martyrologium  romanum 
parvum.  Esso  è  di  sommo  valore,  e  solamente  è  da  dolersi  che 
ci  è  pervenuto  in  pessimo  stato. 

I  dotti  sono  concordi,  che  esso  non  proviene  da  san  Giro- 
lamo. L'autore  è  ignoto.  Per  conciliare  maggiore  autorità  al- 
l'opera mise  innanzi  al  suo  Martirologio  una  lettera  di  Croma- 
zio  e  di  Eliodoro  a  Girolamo  e  la  risposta  di  questo  ai  medesimi, 
ambedue  inventate  di  sana  pianta.  La  posterità  accolse  per  ge- 
nuino un  cosiffatto  commercio  di  lettere,  ed  il  nome  di  Girolamo 
fu  sanzionato  e  aggiunto  per  sempre  al  Martirologio.  Frattanto 

1  Ep.  H,  2H  (ed.  Maur.  8,  29)  Iaffé-Ewald  Regesta  rom.  pontif.  n.  1517,  al  patriarca 
Eulogio  di  Alessandria:  «  Nos  atitem  pene  omnium  martyrum  distinctis  per  singulos  dies 
passionibus,  collecta  in  uno  codice  nomina  habemus,  atquo  quotidianis  diebus  in  eorum 
vcn(*-atione  missanim  solennità  animus.  Non  (amen  in  eodem  volumine,  quis  quali  toc  sit 
passus,  indicatili',  sed  tanturnrnodo  nomon,  locus  ot  dies  passionis  ponitur;  nude  fìt,  ut  multi 
ex  divorsis  terris  atquo  provinciis  per  dies,  ut  praedixi,  singulos  cognoscautiir  martyrio 
coronati  ». 


Non  è  di  s.  Girolamo.    Uso  a  Roma. 


245 


ci  serviremo  quinci  innanzi  del  nome  geronimiano  per  amore  di 
brevità  e  di  chiarezza  l. 

Ai  nostri  dì,  gli  studii  speciali,  impresi  dai  due  dotti  tanto 
benemeriti  dell'antichità  cristiana,  il  comm.  Giambattista  de  Rossi 
e  l'abate  Luigi  Duchesne ,  hanno  gettato  uno  sprazzo  di  luce 
sopra  l'origine  e  sopra  il  valore  del  Martirologio  geronimiano  2. 

Di  questo  Martirologio  avevasi  prima  un'edizione  fatta  su 
quattro  manoscritti  dal  dotto  Francesco  Maria  Fiorentini  3.  Ma, 
il  libro,  non  ostante  i  suoi  lodevoli  commentarii,  rimase  quale  era, 
una  massa  confusa  di  malsicure  date,  provenienti  da  martirologii 
di  origine  fra  sè  molto  differenti.  L'anno  1883  fu  con  miglior 
forma  edito  dai  bollandisti  nel  XIII  volume  di  ottobre,  secondo 
il  testo  più  corretto  del  codice  di  Berna  scoperto  dal  de  Rossi  4. 
Tuttavia  quest'edizione  avrebbe  approdato  poco,  senza  i  lavori 
critici,  che  il  de  Rossi  e  il  Duchesne  ci  hanno  già  forniti,  e  quelli 
che  sono  in  procinto  di  darci  ancora,  per  correggerne  il  testo  e 
rintracciarne  la  storia  5.  Tanto  più  che  si  può  tener  come  cosa 
indubitata,  che  alla  fatica  di  far  ricerche  e  indagini  per  entro  il 
fondo  presente  del  Martirologio  geronimiano,  risponderà  senza 
fallo  il  frutto  preziosissimo  della  scoperta  d'un  primitivo  nucleo, 
che  conterrà  notizie  certe  e  sicure;  nucleo  che,  inquanto  a  Roma, 
ricorda  le  tradizioni  genuine  romane  sui  santi  e  rappresenta  l'an- 
tico calendario  liturgico  della  chiesa  romana. 

1  In  simil  guisa  l'autore  anonimo  del  Liber  pontificalis  nel  secolo  sesto  dà  principio 
alla  sua  opera  con  un  fìnto  commercio  di  lettere  tra  san  Girolamo  ed  il  papa  Damaso. 
(vedi  sopra  p.  8).  Ciò  lece  che  il  dotto  Rabano  Mauro  prendesse  quel  libro  per  un'opera 
spedita  da  san  Damaso  a  san  Girolamo,  e  che  certe  edizioni  fattene  più  tardi,  venis- 
sero semplicemente  citate  col  titolo  Chronica  Damasi  o  Damasus  de  gestis  pontificum. 
(Duchosne  Liber  ponti  I  p.  xxxiv  e  530).  Parimente  san  Girolamo  o  san  Damaso  dovet- 
tero, a  così  dire,  lasciar  spondero  il  loro  nomo  per  lo  tante  volte  citate  (apocrife)  lettere, 
che  risguardano  la  versione  dei  salmi  (Migne  Patrologia  lai.  13,  440;  30,  294).  Inoltre  una 
corrispondenza  apocrifa  fra  i  suddetti  Cromazio  ed  Eliodoro  ritorna  di  bel  nuovo  nell'esor- 
dio dell'  Evangelium  infianliae  «li  Pseudomattia, 

*  Vedi  specialmente  il  do  Possi  Roma  sott.  toni.  II  p.  x  ss.  e  nelle  Mélanges  d'ar- 
cheòlogié  et  ifhistoire  5  (1885)  115  ss.  —  Duchesne  nelle  stésse  Mvlangcs,  ivi,  p.  120  ss. 

3  Frane.  M.  Florentinius  Vrhtstitts  ocrid.  eccl.  marlyrolooiuim  divo  Hierongmo  Iribu- 
tum,  Lucae  1668.  Cf.  Migne  /'.       30,  435. 

4  II  codice,  che  appartiene  alla  fino  dol  secolo  viri  od  al  principio  del  IX,  roca  il  nu- 
mero 289.  In  origino  deriva  dalla  chiesa  di  Metz.  Ai  bollandisti  no  fu  data  copia  (p.  I)  da 
W.  F.  Arndt,  uno  dei  compilatori  doi  Monumenta  (ìcrmaniae  historica. 

s  Si  veggano  più  sotto  le  nostre  notizio  sopra  l'edizione,  proparata  insiomo  dai  duo 
dotti  scrittori. 


246    R  rnartyrologio  romano  n.  5.  —  Martyrologium  hieronymianum. 


La  scorza,  la  quale  in  qualche  modo  racchiude  questo  nu- 
cleo, sono  le  mutazioni,  che  ebbe  a  soffrire  il  Martirologio  ge- 
ronimiano. 

In  nessuna  parte,  per  quanto  si  frughi,  esso  si  trova  nel 
suo  stato  originale,  nella  sua  pura  forma  romana.  Perciò  il  de 
Rossi  non  lo  vuole  chiamare  con  altro  nome  che  con  quello  di 
centone  r/eronimiano.  Ciò  nondimeno  la  mèta,  a  cui  tendono  i 
due  summentovati  dotti,  potrà  essere  raggiunta,  benché  solo  ap- 
prossimativamente ;  perchè  molti  elementi  del  primitivo  geroni- 
miano  sono  nascosti  in  tutti  i  suoi  tardi  discendenti,  e  spesso 
fra  corruttele  assai  singolari. 

La  forma,  in  cui  ci  è  stato  conservato  il  Martirologio  ge- 
ronimiano,  ci  viene  in  sostanza  da  Auxerre  in  Francia.  Tutti 
i  manoscritti  ora  superstiti  rimontano  ad  un  esemplare,  compi- 
lato in  questa  città  sotto  il  vescovo  Aunacario  in  sullo  scorcio 
del  secolo  sesto.  Disgraziatamente  un  tale  esemplare  non  era 
una  semplice  e  pura  copia  del  geronimiano  romano,  ma  bensì 
un  ritoccamento  gallicano  del  medesimo.  Imperocché  Aunacario 
od  un  suo  chierico  ordinò  e  dispose  questo  Martirologio,  spedi- 
togli dall'Italia,  secondo  le  sue  necessità  locali,  e  perciò  v'ag- 
giunse molti  santi  gallofranchi  colle  loro  feste,  istituite  dal  quarto 
secolo  fino  al  sesto.  Le  feste  del  Signore  ricevettero  un'altra 
data,  cioè  quella  del  rito  gallicano. 

Indicazioni  particolari,  spettanti  alla  storia  dei  santi  di  Au- 
xerre e  alle  dedicazioni  delle  chiese  di  cotesta  città,  rivelano, 
senza  lasciare  verun  dubbio,  che  il  martirologio  così  rimaneg- 
giato ebbe  quivi  e  non  altrove  la  sua  origine.  Tutti  i  nostri 
codici  ci  sono  venuti  per  questa  unica  via  della  Gallia  e  pro- 
vengono da  quel  tipo  di  Auxerre,  il  cui  esemplare  primitivo  si  è 
perduto.  Ma  essi  non  ci  ridanno  già  immediatamente  questo  tipo, 
perchè,  come  pare,  il  lavoro  di  Aunacario  soggiacque ,  prima 
dell'  origine  di  quelli  codici ,  ad  un'  alterazione  e  ad  una  confu- 
sione di  nomi  e  di  serie  diverse  ri ì  calendarii  per  mano  di  un 
ignorante  e  malaugurato  raffazzonatore.  Siffatta  mutazione  forse 
avvenne  un  secolo  o  più  dopo  Aunacario 

1  «  L'alterazione  somma,  la  confusione,  la  mescolanza  dei  nomi,  delle  noie  geografiche, 
delle  topografiche  di  Roma  e  delle  scrii:  diverse  'li  calendarii  non  spettanti  alla  Francia, 
mi  fanno  sospettare,  (die  tanta  corruttela  non  sia  primitiva,  e  molto  meno  italica  nò  ro- 


Forma  in  cui  è  conservato. 


247 


I  manoscritti,  che  rivelano  l'impronta  di  questa  origine,  fu- 
rono compilati  in  Francia,  in  Svizzera,  in  Germania  ed  in  In- 
ghilterra. E  cosa  singolare,  che  finora  non  se  n'è  ritrovato  nes- 
suno, il  quale  ripeta  la  sua  nascita  dall'Italia;  quelli  che  al 
presente  esistono  in  Roma  ed  altrove  in  Italia,  ci  son  venuti 
di  fuori. 

L'esame  di  questo  Martirologio  geronimiano  così  modificato, 
sceveratane  la  parte  gallicana,  ha  dato  per  il  suo  contenuto  il 
seguente  risultato  : 

II  libro  chiamato  Martyrologium  sancii  Hieronymi  fu  com- 
posto circa  la  metà  del  secolo  quinto  con  cataloghi,  che  già  da 
tempo  più  antico  esistevano;  ed  ebbe  origine  principalmente 

1"  da  un  primitivo  calendario  romano,  che  è  perduto. 

2"  da  un  calendario  primitivo  orientale,  similmente  perduto. 

3°  da  alcuni  cataloghi  di  santi  africani. 

6.  Il  primitivo  calendario  romano, 
uno  dei  fonti  del  Marfirolor/io  (jeronimiano. 

Un  primitivo  calendario  romano  fornì  al  Martirologio  ge- 
ronimiano certe  parti,  le  quali,  por  quanto  si  possono  riscon- 
trare, sono  assai  pregevoli  per  sicurezza  e  determinatezza.  Si  ri- 
conoscono queste  parti  con  indizii  critici  assai  chiari  ad  un  occhio 
esperto.  Per  lo  più  cominciano  col  vocabolo  Romae  e  dànno 
d'ordinario  note  topografiche  minute  ed  esatte ,  cioè  la  parte 
rispettiva  della  città,  se  trattasi  di  memorie  di  santi  dentro  la 
medesima,  oppure  il  cimitero  e  la  via  consolare  per  i  martiri  del 
suburbio  di  lloma,  ovvero  la  lontananza  da  Roma  in  miglia  per 
i  martiri  della  campagna  circostante.  Eccone  un  esempio  per 
il  dì  29  giugno,  preso  dal  manoscritto  di  Berna: 

III.  Kal.  iul.  Romae,  via  Aurelia,  natalo  sanctorum  apostolorum  Petri 
et  Pauli.  Petri  in  Vaticano,  Pauli  vero  in  via  Ostiensi,  utrumque  in  cata- 
cumbas,  passi  sub  Nerone,  Passo  et  Tusco  eonsulibus. 


mana;  e  che  di  due  0  più  esemplari  laceri  e  lacunosi  un  chierico  di  Auxorre,  ignorante 
dei  luoghi  e  della  storia,  abbia  l'atto  quell'  informo  miscuglio,  che  è  il  centone  giróni' 
tnùxno-antissiodorense  ».  Do  Rossi  Roma  sotterranea  II  j>.  xvm. 


248     II  martirologio  romano  n.  <>.  —  Il  primitivo  calendario  rom. 


In  eadem  urbe  Aurelia  sanctorum  Nevatiani  et  aliorum  nongentorum 
septuaginta  et  septem  martyrum  et  dedicatici  baptisterii  antiqui  Roraae. 
In  Persida  natale  sancti  Simonis  Iudae  apostoli  (sic). 

Gli  antichi  libri  liturgici,  gli  atti  dei  martiri,  quando  pure 
falsi,  finalmente  i  monumenti  di  Roma  e  le  tradizioni  scritte  ci 
mettono  in  mano  varii  mezzi  per  comprovare  ed  illustrare  la 
serie  delle  date  dell'agiologia  romana  contenute  nel  primitivo 
calendario. 

Non  è  certo  esclusa  la  speranza  di  arrivare  un  dì  coll'aiuto 
della  critica  a  ricostruire  per  via  approssimativa  quel  primitivo 
calendario  romano,  almeno  quanto  alla  sua  sostanza. 

Rispetto  al  tempo  della  sua  origine,  pare  certo  che  esisteva 
già  sotto  il  papa  Silvestro  e  che  non  può  rimontare  sino  al  tempo 
anteriore  alla  persecuzione  di  Diocleziano. 

Verosimilmente  l'opera  venne  fuori,  quando  cessata  questa 
persecuzione,  la  chiesa  romana,  nei  primi  tempi  dell'imperatore 
Costantino,  si  vide  nel  punto  di  dovere  riordinare  le  sue  istitu- 
zioni e  le  sue  funzioni  liturgiche.  Il  che  ci  conduce  al  pontificato 
di  san  Milziade  (311-314)  e  all'anno  312  in  circa. 

Chiunque  è  alquanto  famigliare  coli' antichità  cristiana  di 
Roma,  conosce  i  due  cataloghi  officiali  detti  filocaliani,  che  hanno 
per  titolo  l'uno  Depositio  episcoporum  e  l'altro  Depositio  marty- 
rum. Il  primo  comincia  così:  «  VI  kal.  ianuarias  Dionisi  in 
Calisti.  Ili  kal.  ianuarias  Felicis  in  Calisti  »,  ed  in  siffatta  bre- 
vità lapidaria,  la  quale  non  va  al  di  là  di  qualche  aggiunta 
topografica,  dà  il  catalogo  dei  papi,  onorati  di  culto  speciale, 
ma  non  martiri.  L'altro,  ossia  la  Depositio  marti/rum,  scritto 
con  simile  brevità,  contiene  il  catalogo  dei  martiri,  venerati  in 
maniera  peculiare  a  Roma.  Questi  due  documenti,  chiamati  dal 
de  Rossi  col  nome  di  feriale,  si  trovano  nella  così  detta  raccolta 
cronografica  dell'anno  354,  la  quale  è  una  specie  di  calendario 
civile.  Quivi  sono  prolungati  sino  all'anno  354,  ma  erano  stati 
già  composti  l'anno  336  l. 

Codesto  feriale  è  un  estratto  del  calendario  primitivo  eccle- 
siastico di  Roma,  che  anche  il  compilatore  del  Martirologio  ge- 

1  Essi  furono  stampati  ultimamente  dal  Duchesne  nel  suo  Libo-  ponti ficalis  I,  10  ss. 
o  «lai  Mommscu  nella  sua  nuova  edizione  della  cronografia  dell'anno  354  (Monum.  Gena, 
hisi.,  Auctores  antiquiss.  9,  70  s.). 


Composto  c.  V  anno  312  dagli  antichi  fasti.  240 

 V 

ronimiano  ebbe  presente,  come  si  è  detto  sopra,  e  come  si  scorge 
chiaro  dalla  somiglianza,  che  v'  è  fra  le  date  del  feriale  e  del 
Martirologio  geronimiano.  Che  vi  sia  una  somiglianza,  non  e'  è 
dubbio;  ma  essa  non  è  da  prendere  per  modo,  che  il  compila- 
tore si  servisse  proprio  e  solo  del  feriale  filocaliano  ;  è  piuttosto 
da  ammettere,  che  egli  attingesse  da  una  fonte  assai  più  ricca 
ed  officiale,  cioè  dallo  stesso  calendario  di  Roma  \  Un  impor- 
tante vestigio,  che  questo  calendario  lasciò  nella  raccolta  crono- 
grafica  dell'anno  354,  è  la  tavola  della  celebrazione  della  pasqua. 
Essa  comincia  quivi  coll'anno  312,  che  è  quanto  dire  col  sorgere^ 
del  calendario  ecclesiastico  primitivo. 

Nel  resto  potè  bene  codesto  calendario  romano  primitivo 
trarre  origine  sin  dai  più  antichi  tempi  della  chiesa  romana. 
Un  calendario  doveva  sorgere  naturalmente  e  aumentarsi  suc- 
cessivamente col  formarsi  della  liturgia.  Nei  primi  tre  secoli  cia- 
scuna chiesa  aveva  già  i  suoi  dittici  liturgici  ed  i  suoi  calendarii. 
«  Habes  tuos  fastos  »  così  parla  Tertulliano  al  cristiano.  I  fasti, 
siccome  erano  comunemente  adoperati  nella  vita  pubblica  e  civile, 
così  vennero,  pel  corso  naturale  delle  cose,  adottati  per  le  fun- 
zioni ecclesiastiche.  Ai  tempi  dell'  impero  romano  ogni  municipio 
aveva  i  suoi  fasti  o  calendarii  ;  inoltre  nelle  città  più  grandi  si 
formarono  i  fasti  augustales  per  i  cesari  e  fasti  speciali  per  i 
collegii. 

Da  ciò  salta  agli  occhi,  per  così  dire,  la  grande  credibilità 
delle  date  del  Martirologio  geronimiano  riguardanti  l' agiologia 
romana,  purché  esse  sieno  sceverate  dalle  alterazioni  poste- 
riori. 

Il  fondamento  del  geronimiano,  e  perciò  d' una  gran  parte 
del  nostro  moderno  Martirologio  romano,  è  molto  più  sicuro,  di 
quel  che  pare  a  coloro,  che  rivolgono  lo  sguardo  solo  agli  errori 
insinuatisi  nel  corso  dei  secoli. 

Prima  che  il  calendario  romano  primitivo  dell'anno  312  fosse 
accolto  nel  Martirologio  geronimiano,  esso  aveva  avuto  in  Roma 
stessa  alcuni  accrescimenti.  Tali  aggiunte  sono  proprio  quelle, 
che  ci  fanno  dedurre  il  tempo,  prima  del  quale  l'inserzione  non 
ebbe  luogo  nel  martirologio.  Quivi  occorre  la  commemorazione 


Duchosno  nelle  Mèlanges  1.  c.  p.  131)  ss. 


250      II  martirologio  romano  n.  6.  —  Il  primi/ioo  calendario  rom. 


di  quattro  dedicazioni,  tutte  del  tempo  di  Sisto  III  (432-440), 
cioè  del  battistero  lateranense  il  dì  29  giugno  \  di  san  Pietro 
ad  vincula  il  giorno  1°  agosto,  di  santa  Maria  Maggiore  il  5  ago- 
sto e  della  chiesa  dei  santi  Sisto,  Ippolito  e  Lorenzo  (basilica 
s.  Laurentii  maior)  il  2  novembre.  Siffatte  giunte  paiono  da 
ritenersi  fra  le  ultime  inscritte  nel  calendario,  e  il  Duchesne  nota 
che  furono  inscritte  in  quel  calendario,  e  non  già  nel  martiro- 
logio; poiché  esse  sono  notizie  tanto  accidentali,  che  non  si  sa- 
rebbero facilmente  adoperate  nelle  aggiunte  intessute  a  un  mar- 
tirologio già  esistente.  Si  scorge  sì  poco  un  sistema  nell'aggiunta 
di  quelle  dedicazioni  al  martirologio ,  che  le  altre  dedicazioni , 
benché  importanti,  come  a  dire  delle  basiliche  del  Laterano,  di 
san  Pietro  e  di  san  Paolo,  vi  mancano  affatto  ;  solo  quelle  rife- 
rite più  sopra  vi  sono  nominate,  come  per  caso,  ed  è  molto  ve- 
rosimile, che  sieno  derivate  dal  calendario  aumentato  appunto 
al  tempo  di  Sisto  III. 

Dal  calendario  primitivo  dell'anno  312  deve  similmente  essere 
provenuta  nel  Martirologio  geronimiano  una  parte  di  quei  santi, 
i  quali  appartengono  al  resto  d' Italia  fuori  di  Roma  e  delle  sue 
vicinanze  ;  alcuni  di  questi  santi  godettero  anche  in  Roma  l'onore 
del  culto.  Un'  altra  parte  di  santi  d' Italia  derivano  da  elenchi 
autentici  di  chiese,  dei  quali  il  compilatore  doveva  avere  cogni- 
zione. In  ispecialità  vi  sono  rappresentati  con  dati  esatti  i  fasti 
di  Capua,  di  Aquileia  e  di  Milano.  Una  differenza  di  fonti  si  è 
riconosciuta  nella  differenza  della  forma  delle  note  geografiche. 
Imperocché,  coli'  espressione  in  Italia  s' intendono  regolarmente 
le  città  dell'  Italia  superiore,  sioè,  secondo  la  divisione  politica, 
della  dìoecesis  Italia  annonaria;  laddove  ai  luoghi  dell'Italia  me- 
ridionale (Italia  suburbicaria)  suol  preporsi  il  nome  di  provincia, 
senza  l'apposizione  in  Italia.  Siffatta  differenza  di  denominazione 
geografica  in  Italia  nel  secolo  quarto  può  osservarsi  anche  al- 
trove 2. 


'  Vedi  il  testo  rilento  a  pag. 
2  Duchesne  1.  c.  i>.  149. 


Fonti  del  Mariiról.  geronirn.    Calendario  orienf. 


251 


7.  77  primitivo  calendario  orientale, 
parimente  fonte  del  Martirologio  geronimiano. 

Passiamo  ora  a  dire  alcune  particolarità  sopra  il  calendario 
orientale,  fonte  rilevante,  che  anch'esso  facilmente  si  palesa 
nel  Martirologio  geronimiano  ed  al  presente  per  mala  ventura 
è  smarrito  \ 

1  martiri  dell'  impero  romano  in  oriente  vi  erano  riuniti  con 
una  certa  compitezza,  come  eziandio  quelli  dell'  Illirico  orientale 
ed  occidentale. 

Fra  i  modelli,  i  quali  servirono  a  comporre  un  sì  grande 
calendario,  devonsi  anzi  tutto  collocare  i  lavori  di  Eusebio  di 
Cesarea  sui  martiri,  fonte  in  generale  assai  sicura.  In  partico- 
lare fu  di  grande  utilità  pei  tempi  anteriori  a  Diocleziano  la  sua 
EuvaYtoyr)  twv  àp/ai'wv  [/.apTup&ov,  ricca  raccolta  di  notizie  sopra 
i  martiri  dei  primi  tre  secoli,  che  andò  perduta  ed  è  nota  dal 
parlarne  che  ne  fa  a  caso  l'autore  stesso  2.  Indarno  Eulogio  di 
Alessandria  ne  fece  ricerca;  non  gli  venne  fatto  di  rinvenirla 
neppure  in  Roma  presso  Gregorio  Magno  3.  Se  v'  è  cosa,  di  cui 
l'agiologia  debba  rimpiangere  la  perdita,  è  certamente  quest'opera. 
Probabilmente  a  cagione  della  sua  gran  mole  non  ne  se  trascris- 
sero che  poche  copie  ed  ordinariamente  solo  quelle  parti,  le  quali 
risguardavano  la  propria  chiesa  particolare  4. 

Per  ciò  che  spetta  alla  persecuzione  di  Diocleziano,  fu  poi 
di  grande  giovamento  all'autore  del  calendario  orientale  l'altra 
opera  di  Eusebio  sopra  i  martiri  della  Palestina.  Nota  per  lo 
innanzi  solo  in  compendio,  sotto  il  nome  dell'ottavo  libro  della 
storia  ecclesiastica  di  Eusebio ,  quest'  opera  venne  finalmente 
pubblicata  intera  l'anno  1860  dal  Wright  secondo  un  testo  si- 
riaco r>. 

2  II  nomo  di  calendario  orientale  è  stato  dato  ad  un  tale  dociimonto  dal  Duchesno 
(1.  c.  p.  127).  Lo  riteniamo  per  la  sua  brevità  e  dotorminatezza. 

3  Hist.  eccles.  4  c.  15.  48;  5  proocm.  ;  4  c.  21. 

4  In  questa  occasiono  san  Gregorio  scrisse  sul  martirologio  usato  nelle  chiese  di  Roma 
ciò  cho  abbiamo  riferito  nella  p.  244  n.  I. 

5  Duchesno  1.  c.  p.  131. 

1  Nel  Journal  of  sacred  lillerature  di  Londra  H  (1865-1866)  45  ss.  Dell'  importanza 
di  questo  testo  rispetto  al  martirologio  geronimiano  ha  trattato  E.  Stevenson  nella  sua 
dissertazione  La  basilica  <li  santa  Sinforosa  negli  Studi  in  Italia,  anno  2°,  I  (  1 871))  439  ss. 


252   II  martirologio  romano  n.  7.  —  77  primitivo  calendario  orient. 


Fra  gli  altri  aiuti  e  mezzi  che  ebbe  l'autore  del  calendario 
orientale,  primeggiano  naturalmente  i  fasti  delle  province  eccle- 
siastiche particolari;  e  delle  tradizioni  d'oriente  quelle  dell'Asia 
minore  attirarono  più  l'attenzione  sua,  tanto  che  il  Duchesne 
credette  ravvisarvi  degli  argomenti  comprovanti  il  suo  soggiorno 
in  Nicomedia  !. 

Il  lavoro  doveva  essere  già  finito  verso  l'anno  412;  e  che 
un  tal  tempo  sia  il  limite  più  tardo,  che  si  possa  assegnare  alla 
sua  compilazione,  si  ricava  dal  confronto  col  suddetto  testo  si- 
riaco. Imperocché  questo  contiene,  come  lo  dimostra  il  Duchesne, 
estratti  del  nostro  calendario  orientale.  Ora  è  cosa  provata  e 
riconosciuta,  che  il  testo  siriaco  risale  all'anno  412. 

Quanto  poi  si  debba  indietreggiare  dall'anno  412,  per  arri- 
vare a  un  dipresso  al  termine,  quando  venne  composto  il  calen- 
dario orientale,  è  difficile  a  dire.  Certamente  non  prima  del- 
l'anno 363;  poiché  vi  leggiamo  alcuni  martiri  della  persecuzione 
di  Giuliano  l'Apostata. 

Evvi  tuttavia  un  argomento  a  supporre  che  la  compilazione 
del  calendario  orientale  sia  stata  compiuta  piuttosto  nel  iv,  an- 
ziché al  principio  del  v  secolo,  ed  è  nella  maniera  d'indicare 
le  province  dell'impero  romano  in  oriente.  È  noto  che  la  divi- 
sione delle  province  dell'  impero,  stabilita  da  Diocleziano,  sofferse 
nel  secolo  iv  varii  cambiamenti.  Ora  di  questi  non  apparisce 
traccia  nel  nostro  calendario,  ma  sempre  le  province  vi  sono 
nominate  secondo  la  divisione  di  Diocleziano. 

Pertanto  questa  seconda  e  capitale  fonte  del  Martirologio  gero- 
nimiano  appartiene  ancor  essa  a  quello  stesso  secolo  iv,  a  cui  per 
filo  di  argomentazione  e  per  disamina  di  documenti  si  dovette 
attribuire  la  prima  fonte,  cioè  il  calendario  romano  primitivo. 

1  Duchesne  1.  c.  p.  135.  E  singolare  assai  ciò  che  si  leggo  nel  Martirologio  geroni- 
miano  sotto  il  ili  21  giugno:  hi  Cesarea  Palestine  depositio  Eusebii  historior/rafi.  (Codex 
beni,  presso  i  Bollandisti  1.  c.  p.  xvn).  Trattasi  del  dotto  semiariano  vescovo  di  Cesarea, 
che  certo  non  fu  ritenuto  per  santo  dai  cattòlici  ortodossi  (vedi  il  decreto  cosi  detto  ge- 
lasiano  De  libris  recipiendis  c.  3  e  4).  Ciò  provenne,  come  nota  il  Duchesne,  dal  calen- 
dario orientale,  in  cui  può  aver  influito  l'arianesimo  allora  dominante  a  Nicomedia.  Non 
è  ancora  ben  deciso,  so  vi  era  in  quel  calendario  anche  Ario  (vedi  Duchesne  p.  130).  Se 
mai  egli  vi  fu,  fu  espunto  poi1  la  correzione,  che  imprese  a  faro  il  compilatore  ortodosso 
del  Martirologio  geronimiano ;  solo  è  da  aggiungere  che  la  sua  correzione  non  ebbe  pieno 
successo,  come  mostra  l'esempio  già  addotto  di  Eusebio,  il  cui  nome  si  mantenne  in  alcuni 
manoscritti,  peraltro  cortamente  non  romani. 


Origine  nel  IV  secolo.    Elenchi  africani. 


253 


8.  Altri  fonti  del  Martirologio  geronimiano. 

Rispetto  al  terzo  fonte,  cioè  ai  cataloghi  dei  santi  africani 
sopra  indicati,  è  cosa  provata,  che  essi  derivano  dalla  chiesa 
di  Cartagine  e  che  sono  più  antichi  che  non  il  calendario  car- 
taginese edito  dal  Mabillon  \  con  cui  nondimeno  mostrano  di 
avere  una  certa  affinità.  Non  si  trovava  in  quegli  elenchi  nessun 
martire  della  persecuzione  vandalica,  e  perciò  è  da  supporre  che 
fossero  scritti  prima  degli  ultimi  anni  di  Genserico  (f  477),  il 
quale  cominciò  la  grande  persecuzione.  Dall'altro  lato  non  risal- 
gono certo  ai  tempi  prima  di  Costantino. 

Questi  documenti,  incorsi  nella  commi  sorte  della  perdita  o 
della  distruzione,  erano  assai  fedeli.  Imperocché  tutte  le  parti, 
che  da  essi  si  derivarono,  vengono  confermate  o  da  notizie  degli 
scrittori  ecclesiastici  africani,  ad  esempio,  di  sant'Agostino,  o  dagli 
atti  pervenutici  di  martiri  dell'Africa,  o  da  iscrizioni  ed  altri 
monumenti,  o  finalmente  dal  calendario  del  Mabillon. 

Le  iscrizioni  africane ,  che  al  presente  ci  sono  restituite  a 
dovizia,  rivelano  altri  nuovi  martiri,  i  quali  non  erano  neppure 
accolti  nel  Martirologio  geronimiano.  Il  che  mostra  che  gli  elenchi 
cartaginesi  non  erano  punto  compiuti  e  non  racchiudevano  i  nomi 
di  tutti  i  martiri  allora  noti. 

Lo  stesso  vale  (e  vogliamo  notarlo  qui  di  passaggio)  dei 
calendarii  primitivi  orientale  e  romano,  dei  quali  si  servi  l'autore 
del  Martirologio  geronimiano.  Vi  furono  più  martiri,  persino  di 
fama  divulgata  e  di  celebrata  memoria,  che  non  sono  stati  con- 
segnati alle  pagine  dei  martirologii  e  in  generale  alla  tradizione 
scritta.  Così,  a  modo  d'esempio,  le  scoperte  del  de  Rossi  ci  ri- 
velarono diversi  martiri  in  Roma  ed  in  Italia,  dei  quali  ogni 
vestigio  di  tradizione  e  di  memoria  erasi  cancellato.  A  questo 
proposito  e'  si  conviene  rammentare  che  lo  stesso  san  Gregorio 
Magno  mise  in  dubbio  la  compitezza  e  perfezione  del  martiro- 
logio romano  del  suo  tempo,  cioè  del  geronimiano,  quando  affermò 
che  conteneva  pene  omnium  marti/rum  nomina.  Ed  in  ciò,  se- 

1  Analecta  3,  398.  Si  trova  audio  alla  fino  dogli  Ada  aiartijrum  sincera  «lol  Ritinart. 


254      II  martirologio  romano  n.  0.  —  Origine  del  geronimiano. 


condo  il  nostro  parere,  avrebbe  potuto  adoperare  un  modo  di  dire 
ancora  più  reciso. 

In  ispecialità  per  le  cinese  occidentali  d' oltremonti  i  docu- 
menti del  Martirologio  geronimiano  dovettero  essere  ben  poca 
cosa,  poiché  i  martiri  di  queste  contrade  vi  scarseggiano  assai; 
tanto  che  ne  abbiamo  molto  più  cognizioni  e  schiarimenti  per 
altre  vie  e  testimonianze.  Parimente  le  note  geografiche  del- 
l'autore su  quelle  province  sono  non  poco  indeterminate  e  dis- 
simili. In  somma  egli  difettò  di  quelle  notizie  esatte  che  ebbe 
per  l' Italia. 

Nel  resto,  che  Fautore  scrivesse  in  Italia,  come  già  dapprima 
si  suppose,  viene  ora  confermato  dai  lavori  recenti. 

9.  Epoca  e  tradizione  del  Martirologio  geronimiano. 

Quanto  all'epoca,  in  cui  ebbe  luogo  la  compilazione  del  Mar- 
tirologio geronimiano,  si  può  forse  anch'essa  determinare? 

E'  pare  che  se  ne  possa  additare  con  bastevole  sicurezza  il 
principio  là,  ove  cessa  la  continuazione  della  sua  serie  dei  santi. 
Ora  questa  termina  rispetto  a  Roma  sotto  il  pontificato  di  Sisto  III 
(432-440),  e  per  l'Africa  si  estende  a  un  dipresso  ai  due  de- 
cennii  435-455.  Mentre  poi  ì  santi  d'Italia  del  quarto  secolo  vi 
compaiono  numerosi,  parecchi  vescovi  di  grande  venerazione  del 
quinto  secolo  vi  mancano,  come  per  esempio  sant'Eusebio  di 
Milano  (f  462),  san  Pier  Crisologo  di  Ravenna  (f  449),  san  Mas- 
simo di  Torino  (f  circa  470),  sant'Epifanio  di  Pavia  (+  496). 
Dopo  il  papa  san  Bonifazio  I  (f  422)  dei  papi  santi,  che  segui- 
rono, vi  si  incontra  annoverato  unicamente  Leone  Magno  (-}  461), 
il  quale,  stante  la  celebrità  delle  sue  virtù  ed  imprese,  potè  più 
tardi  facilmente  essere  introdotto  da  altra  mano,  quando  il  mar- 
tirologio era  già  composto  e  venuto  in  luce. 

Quindi  ne  segue,  che  a  buona  ragione  possiamo  fermarci  al 
tempo  di  Sisto  III  od  ai  primi  anni  dopo  di  lui;  in  ogni  caso 
non  ci  è  permesso  di  trasferirne  la  compilazione  oltre  la  metà 
del  secolo  v  l. 

1  Duchesne  1.  c.  p.  153. 


Tradizione  del  geronimiano  fin  dal  sec.  V. 


255 


Adolfo  Harnack,  il  quale  ammette  questo  risii ltamento  del 
pari  che  i  punti  principali  risguardanti  i  fonti  del  Martirologio 
geronimiano  esposti  sopra  c.  6 ,  7,  8 ,  osserva  che  conseguen- 
temente la  compilazione  del  grande  martirologio  appartiene 
ad  un  tempo,  «  in  cui  dopo  la  vittoria  riportata  sopra  Ario  la 
chiesa  si  volse  a  stabilire  i  suoi  regolamenti  ed  a  scrivere  la 
sua  storia  »  !.  Infatti,  per  appunto  in  quest'epoca,  che  precedette 
il  concilio  di  Calcedonia  e  le  lotte  coi  Monofisiti,  scrissero  i 
celebri  storici  Sulpizio  Severo,  Socrate,  Sozomeno  e  Teodoreto, 
i  quali  diedero  il  fondamento  agli  scrittori  delle  età  posteriori. 
Per  buona  fortuna  le  loro  opere  non  andarono  soggette  a  vi- 
cende e  mutazioni,  e  poterono  pervenire  a  noi  nella  loro  prima 
ed  originai  forma,  laddove  il  Martirologio  geronimiano  già  nel 
primo  secolo  della  sua  origine  dovè  soggiacere  a  trasformazioni 
locali. 

Si  deve  pertanto  ammettere,  che  il  geronimiano  venisse  am- 
pliato, già  prima  che  fosse  trascritto  in  Auxerre  sotto  Aunacario. 

Così,  ad  esempio,  il  nome  dell'apostolo  san  Giacomo  giuniore 
sotto  il  dì  1°  maggio  è  un'  aggiunta,  che  nacque  e  si  raffermò 
in  Roma  in  questo  mezzo.  Ciò  si  spiega  colla  dedicazione  di  una 
basilica  allora  ristaurata  (l'odierna  basilica  dei  XII  Apostoli)  agli 
apostoli  Filippo  e  Giacomo,  dedicazione  fatta  sotto  il  pontificato 
di  Giovanni  III  (560-573).  Prima  pel  1°  maggio  v'era  nel  mar- 
tirologio soltanto  il  nome  di  san  Filippo  ;  quindi  la  comune  de- 
dicazione a  san  Filippo  ed  a  san  Giacomo  diè  luogo  a  comune 
commemorazione. 

Oltre  a  ciò  appena  è  credibile  che  in  questo  periodo,  sino  ad 
Aunacario,  il  Martirologio  geronimiano  potesse  rimanere  scevro 
di  errori.  Con  quei  suoi  tanti  numeri,  con  quelle  date  sì  frequenti 
e  con  quei  nomi  di  luogo  e  di  persona  tanto  rari  e  strani  esso 
offriva  una  materia  assai  acconcia  ad  essere  alterata  e  deterio- 
rata dalle  mani  degli  amanuensi.  Perciò  non  è  dubbio  che  sin 
d'allora  avessero  principio  parecchi  di  quei  mirabili  sfiguramenti, 
i  quali  si  continuavano  poi  per  mezzo  della  serie  dei  suoi  discen- 
denti, e  traverso  i  quali  oggi  a  mala  pena  viene  svelata  la  ve- 
rità. A  ciò  si  aggiunga  che  lo  stesso  Martirologio  geronimiano 


1  Theologische  Litcraturzeituny  1888  p.  350. 


2r>(> 


II  martirologio  romano  n.  10.  —  Lavori  recenti. 


in  origino  non  andò  del  tutto  esente  da  scorrezioni  e  da  sbagli; 
e  questi  vennero  in  modo  speciale  dal  documento  orientale,  cioè 
dal  summentovato  calendario  delle  province  romane  in  oriente, 
in  cui  erano  alcuni  errori  di  cose  e  di  nomi,  che  col  Martirologio 
geronimiano  ebbero  lungo  e  durevole  corso. 

E  cosa  ben  singolare  che  il  Martirologio  geronimiano  sia 
così  poco  citato  dagli  antichi. 

Eccetto  il  passo  più  sopra  riferito  di  san  Gregorio  Magno, 
soltanto  Cassiodorio  nel  suo  scritto  De  institiMione  divinar um 
Utterarum  verso  l'anno  541  ne  fa  menzione  in  guisa,  che  si  scorge 
chiaro  non  trattarsi  di  un  altro  libro.  Egli  esorta  ivi  i  suoi  di- 
scepoli a  leggere  con  ardore  le  vite  dei  maggiori  ed  «  i  pati- 
menti dei  martiri  »;  «  questi,  soggiunge,  trovansi  nella  lettera  di 
san  Girolamo  a  Cromazio  e  ad  Eliodoro  »  Con  queste  parole 
allude  apertamente  al  martirologio,  introdotto  per  la  ben  nota 
corrispondenza  col  Pseudogirolamo,  il  quale  si  teneva  allora, 
verso  l'anno  541,  per  vero  san  Girolamo. 

10.  I  lavori  recenti  per  la  ricostruzione  del  martirologio. 

I  risultamenti  delle  recenti  indagini  sopra  i  martirologii,  che 
siamo  finora  venuti  esponendo,  sono,  come  si  è  potuto  vedere, 
piuttosto  positivi  che  negativi.  Essi  sono  ben  lungi  dall'esaurire 
il  soggetto.  Imperocché  ancora  rimangono  molte  quistioni  da 
sciogliere,  nelle  quali  farà  le  sue  prove  la  critica  avvenire.  Pa- 
recchie di  esse,  fino  a  questi  ultimi  tempi,  appena  si  sono  toccate 
e  quasi  delibate ,  perchè  il  sustrato  delle  discussioni  non  era 

1  Cap.  32:  «  Passiones  martyrum  legite  constanter,  quas  iuter  alia  in  epistola  sancti 
Hioronymi  ad  Chromatium  et  Heliodorum  destinata  procul  dubio  reperietis,  qui  per  totum 
orbem  terrarum  floruere,  ut  sancta  imi  tati  o  vos  provocane  ad  caelestia  regna  perducat  ». 
(Migne  I'.  L.  70,  1147).  Dalla  frase  di  Cassiodorio,  quas  reperietis,  che  forse  inseri  più 
tardi,  torna  il  senso  (probabilmente  non  inteso),  che  il  Martirologio  geronimiano  con- 
teneva più  diffusamente  lo  passiones.  Laddove  san  Gregorio,  nel  tratto  citato  sopra  a 
pag.  241  n.  1,  dice  che  racchiudeva  soltanto  i  nomi,  il  luogo  e  il  di.  Se  Cassiodorio  voleva 
realmonto  parlare  di  notizie  più  minute,  è  mestieri  dire  che  egli  aveva  l'opera  in  un'altra 
recensione.  Potevano  infatti  trovarsi  altre  recensioni,  tanto  più  che  il  calendario  orientale, 
riguardo  ai  nomi,  di  tratto  in  tratto  aveva  aggiunte  più  diffuse.  Per  una  serie  di  giorni, 
al  principio  e  alla  fino  dell'anno,  si  ò  trovato  in  un  manoscritto  vaticano  un  resto  di 
similo  martirologio  narrativo  ovvero  storico.  Il  de  Rossi  lo  comunicherà  nella  pubblica- 
xiono,  di  cui  faremo  menzione  più  sotto. 


Ricostruzione  del  geronimiano. 


257 


peranche  pronto  e  bastevole,  vogliamo  dire,  perchè  sinora  non 
si  avevano  alle  mani  testi  depurati  del  Martirologio  geronimiano 
e  dei  suoi  ritoccamenti  od  estratti,  fatti  nelle  età  posteriori. 

Pur  tuttavia  possiamo  chiudere  queste  pagine  con  la  lieta 
notizia,  che  ora  appunto  si  lavora  strenuamente  per  dare  alle 
stampe  il  testo  del  Martirologio  geronimiano  puro  e  scevro  da 
deterioramenti. 

Un  lavoro  sul  detto  testo,  impreso  dal  de  Rossi  e  dal  Du- 
chesne,  dovrà  vedere  la  luce  in  Bruxelles  presso  i  bollandisti. 
Esso  formerà  parte  d'un  volume  degli  A  età  sanctonim.  Noi  salu- 
tiamo con  ispeciale  gioia  tale  pubblicazione,  che  figurerà  come 
opera  rilevante  fra  i  ponderosi  volumi,  che  si  fregiano  del  nome 
di  Bollando.  Cosi  il  nuovo  lavoro  viene  bellamente  a  schierarsi 
assai  davvicino  alle  tradizioni  degli  studii  ecclesiastici  ed  agio- 
logici,  che  da  due  secoli  e  mezzo  sono  sì  degnamente  rappre- 
sentate dalla  scuola  dei  bollandisti. 

Quanto  ai  fondamenti,  su  cui  poggia  un  tale  lavoro  ed  al 
metodo  che  in  esso  è  seguito,  il  de  Rossi  si  è  già  espresso 
l'anno  1867  nell'introduzione  del  tomo  2°  della  sua  Roma  sot- 
terranea. In  confronto  dei  manoscritti,  dei  quali  si  servì  il  Fio- 
rentini, i  codici  del  de  Rossi  per  l'edizione  del  hieronymianum 
sono  assai  superiori  per  numero  e  per  valore,  e,  non  pago  di 
questo,  egli  accresce  il  suo  apparato  di  tutte  le  forme  derivate 
dal  Martirologio  geronimiano  ;  poiché  queste  dànno  di  quando  in 
quando  i  migliori  schiarimenti,  ove  provengano  da  buoni  esem- 
plari del  suddetto  Martirologio. 

Il  de  Rossi  mette  a  capo  di  tutti  i  manoscritti  il  codice  di 
Berna  (sopra  p.  245),  il  quale  ha  conservato  i  nomi  e  le  note 
geografiche  e  topografiche  più  compiutamente  e  più  esattamente 
che  qualunque  altro,  e  perciò  viene  ristampato  non  solo  intero, 
ma  anche  con  tutte  le  sue  proprietà  paleografiche. 

Il  secondo  gruppo  è  formato  dagli  estratti  del  geronimiano 
(Martj/rolofiia  hieronymiana  contrarisi,  breviata,  quindi  detti  anche 
breviario);  e  fra  questi  primeggia  il  celebre  codice  di  Kchternach 
(Epternacensis)  dal  secolo  ottavo,  ora  in  Parigi.  Nel  calendario, 
che  precede  questo  codice  ed  è  alquanto  più  antico,  san  Villi- 
brordo,  fondatore  del  monistero  epternacense,  inserì  di  propria 
mano  la  notizia  della  sua  eonseeraziono  episcopale  avvenuta  in 


GtalSAB,  Analecta  romana,  voi.  I. 


17 


258 


Il  martirologio  romano  n.  10.  —  Lavori  recenti. 


Roma  per  le  mani  di  papa  Sergio  I.  Il  manoscritto  viene  stam- 
pato in  una  seconda  colonna  allato  al  codice  bernense,  ed  al  suo 
testo  sono  aggiunti  in  nota  i  passi  importanti  degli  altri  Mar- 
tirologii  geronimiani  contrada,  specialmente  di  un  codice  di 
Reichenau. 

Il  terzo  gruppo  o  colonna  contiene  il  Martirologio  geroni- 
miano  mutato  per  maggiori  trasformazioni.  Esso  è  rappresen- 
tato da  un  codice  di  Vissemburgo,  scritto  l'anno  772,  il  quale 
viene  stampato  tutt' intero  e  corredato  da  rilevanti  note  sul  testo, 
tolte  da  altri  manoscritti  di  questo  gruppo.  Il  gruppo  chiamasi 
classis  corbeiensis  -  fontanellensis  -  senonensis. 

Frattanto  altri  martirologii  antichi,  che  abbiamo  nominato 
più  sopra,  debbono  pur  essi  esser  d'aiuto  agli  editori,  onde  re- 
stituire, per  quanto  è  possibile,  l'antico  calendario  ecclesiastico 
colle  parti  disperse  e  sceverarne  gli  elementi  falsi  1  ;  poiché  tutte 
più  o  meno  sono  state  attinte  dalle  tradizioni  del  Martirologio 
geronimiano.  Un  valore  tutto  speciale  acquisterà  il  dotto  lavoro 
dalle  trattazioni,  colle  quali  in  principio  saranno  dilucidate  le 
liste  e  le  serie  dei  santi.  In  esse  il  de  Rossi  tratta  della  tradi- 
zione di  tutti  i  manoscritti  del  Martirologio  geronimiano  e  il 
Duchesne  ne  discute  i  fonti  storici. 

Con  ciò  si  aprirà  un  largo  e  ricco  campo  alle  fatiche  ed 
alle  investigazioni  degli  eruditi.  Chi  si  sente  voglia  e  lena  di 
restituire  il  primitivo  martirologio  romano  del  quarto  secolo,  o 
il  primitivo  calendario  dell'oriente,  avrà  quivi  riuniti  gli  elementi 
principali. 


1  «  Laceri  e.  confusi  lomlii  del  centone  geronimiano  »,  cosi  il  de  Rossi  (Rimiti  sott.  Il 
p.  xii)  chiama  gli  elementi  «lolla  ricostruzione. 


VI. 


LE  TOMBE  APOSTOLICHE 
AL  VATICANO  ED  ALLA  VIA  OSTIENSE. 

1.  Oggetto  del  presente  studio. 
Descrizione  della  lastra  sepolcrale  di  san  Paolo.  Il  suo  titolo. 

Allorquando,  per  la  ricostruzione  della  basilica  di  san  Paolo 
sulla  via  ostiense,  nel  1838  si  dovette  aprire  l'antico  altare  prin- 
cipale, apparve  nel  medesimo  in  una  lastra  di  marmo  l'iscrizione 

PAVLO 
APOSTOLO  MART 

Il  Diario  di  Roma  ne  diede  notizia  nel  numero  dei  28  di  lu- 
glio del  detto  anno,  descrivendo  una  visita  fatta  alla  basilica 
dal  papa  Gregorio  XVI  per  vedere  il  progresso  dei  lavori.  La 
relazione  dice  che  1'  epigrafe  è  «  scolpita  con  caratteri  irregolari 
sì  e  mal  disposti,  ma  di  originale  antichità  »,  e  che  si  trova  «  sopra 
una  grossa  lastra  di  marmo ,  la  quale  copre  per  ogni  lato  il 
santo  sepolcro  ». 

Fortunatamente  la  lastra  fu  lasciata  intatta  nel  suo  antico 
posto.  «  L'altare  papale  »,  scrive  il  contemporaneo  e  teste  di  ve- 
duta Gaetano  Moroni,  «  fu  soltanto  esternamente  rinnovato  di 
bellissimi  marmi  e  porfidi  »,  mentre  si  lasciò  visibile  dentro  all'al- 
tare «  l'iscrizione  antichissima  PAVLO  APOSTOLO  MART  sco- 
perta nel  tagliare  il  massiccio  superiore,  di  cui  un  tempo  si  leg- 
geva soltanto  la  prima  parola  »  l. 


Dizionario  ili  erudizione,  eccles.  12  (18-11)  222. 


260   VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  1.  — 


La  lastra  sepolcrale  di  s.  Paolo. 


Ma  nessuno  si  accinse  allora  a  determinare,  almeno  appros- 
simativamente, l'età  della  lapide. 

Anche  dopo  quel  tempo  la  lastra  con  la  sua  importante  iscri- 
zione non  fu  più  accuratamente  esaminata.  Nemmeno  il  breve 
testo,  per  quanto  abbiamo  potuto  vedere,  fu  mai  stampato  senza 
qualche,  sebbene  lieve,  difetto. 

Il  dotto  francese  Birbier  de  Montault ,  tanto  versato  nelle 
cose  romane,  dedicò  nel  1866  alcune  parole  alla  iscrizione;  ma 
si  contentò  di  dichiararla  con  termine  generale  per  opera  dei 
primi  secoli,  senza  accennare  al  significato  .Iella  lastra  e  senza 
entrare  nella  questione,  se  essa  sia  il  coperchio  del  sarcofago  apo- 
stolico,  o  piuttosto  una  lapide  da  quello  divisa  e  con  destina- 
zione sua  propria  \  Recentemente  poi  la  lastra  fu  senz'  altro 
identificata  col  coperchio  del  sarcofago,  e  si  parlò  di  essa  erro- 
neamente, siccome  vedremo,  non  altrimenti  che  della  tomba 
marmorea  contenente  il  corpo  di  san  Paolo.  L'ultimo  autore, 
che  tratta  della  tomba  dell'apostolo,  non  fa  nemmeno  una  lon- 
tana allusione  al  marmo  col  suo  titolo;  ed  è  il  sig.  C.  Erbes 
nella  sua  dissertazione  :  Das  Alter  der  Gràber  und  Kirchen  des 
Petrus  und  Paulus  in  Rom  (nel  periodico  protestante  Zeitschrift 
fur  Kirchengeschichte  tom.  VII,  1884-1885,  p.  1  ss.). 

L'avere  così  trascurato  un  monumento  ecclesiastico,  tanto 
degno  del  più  serio  esame,  si  deve  in  parte  spiegare  da  ciò, 
che  la  lastra  per  la  sua  posizione  dentro  l'altare  rimase  quasi 
inaccessibile  allo  sguardo  ed  alle  indagini  degli  archeologi  ;  e  se 
era  difatti  anche  prima  del  1838  leggibile  la  parola  PAVLO , 
come  abbiamo  visto  di  sopra,  pare  che  nè  il  Margarini  2  nò  il 
Nicolai  3  siano  mai  penetrati  colFocchio  sotto  la  mensa;  perchè 
nè  l'uno  nè  l'altro  la  ricordano  nelle  loro  ricche  raccolte  delle 
iscrizioni  di  san  Paolo  fuori  le  mura. 

Tuttavia  possiamo  indubitatamente  asserire,  che  non  saremmo 
rimasti  in  tali  incertezze  intorno  al  monumento  insigne  d'  un 
apostolo,  se  il  de  Rossi  finora  ne  avesse  potuto  trattare  nelle  sue 
Inscriptiones  christianae  urbis  Romae.  Si  sa  che  nei  due  volumi 

1  Description  de  la  basilique  de  s.  Paul  p.  23.  Si  veda  anche  il  libro  «lei  Barbier 
Les  ègUses  de  Rome,  1877,  p.  127. 

2  Inserì pi iones  basilicae  s.  Pauli,  1054. 

3  Dell'i  basilica  di  s.  Paolo,  1815. 


Scoperta  della  lastra. 


261 


dell'opera  fin  qui  pubblicati  la  nostra  epigrafe  non  ha  trovato 
il  suo  posto  conveniente,  perchè  il  primo  volume  si  occupa  solo 
delle  iscrizioni  fornite  di  data  certa,  ed  il  secondo  comprende  le 
iscrizioni  tramandate  nelle  raccolte  epigrafiche  del  medio  evo  ; 
ed  il  nostro  testo  non  appartiene  a  queste  due  classi.  Per  inci- 
denza però  parlando  dell'iscrizione  di  san  Paolo  il  de  Rossi  la 
assegnò  con  ogni  sicurezza  all'età  costantiniana  l. 

Ciò  supposto  sarà  necessario  dare  anzitutto  una  descrizione  ac- 
curata e  compiuta  della  lastra,  del  luogo  che  occupa  e  della  sua 
iscrizione,  come  pure  del  singolare  rapporto  materiale  che  ha  col 
sepolcro  sottostante.  Il  risultato  dell'esame,  che  ho  potuto  fare  ri- 
petutamente nel  luogo  stesso,  gitterà,  come  credo,  qualche  nuova 
luce  sulla  disposizione  interna  dell'antica  confessione  di  san  Paolo. 

Questo  esame  mi  ha  dato  l'occasione  di  studiare  anche  il  se- 
polcro di  san  Pietro  sotto  l'aspetto  archeologico.  Questo  è  di  una 
disposizione  affatto  simile  e  possiede  perfine,  come  mi  fu  dato  di 
scoprire,  la  medesima  storica  lastra. 

Tutto  invita  a  paragonare  la  nostra  lastra  di  san  Paolo, 
conservata  immobilmente  al  suo  primitivo  posto,  e  resa  celebre 
dalle  memorie  dei  riti  pontificali  e  delle  usanze  dei  pellegrini, 
coli'  altra  simile  nella  confessione  vaticana,  dove  i  secoli  onora- 
rono il  primo  vicario  di  Gesù  Cristo. 

Il  posto  della  lastra  (della  quale  diamo  nella,  tavola  VII  la 
riproduzione  fototipica  da  un  calco  dell'originale)  risponde  ac- 
curatamente sotto  la  mensa  del  presente  aitar  maggiore  ad  una 
profondità  di  metri  1,37,  ed  è  parallela  ;illa  mensa  medesima. 
Se,  venendo  dalla  tribuna,  della  basilica,  si  ascende  per  i  gra- 
dini dell'altare  maggiore,  e  si  apre  la  porticina  o  l'inferriata, 
che  si  frova  nel  luogo  ove  sarebbe  il  paliotto,  allora  si  vedo 
senz'altro  una  cameretta,  il  cui  pavimento  è  formato  appunto 
dalla  nostra  lastra  in  tutta  la  lunghezza  e  larghezza. 

La  lastra,  colle  lettere  rivolte  verso  chi  guarda,  misura,  dal 
lato  più  lungo  mei  2,12.  dal  più  breve  1,27  2.  Lo  spessore  della 

1  Bui lettino  di  archcol.  crist.  1KKH  p.  153. 

2  Misurando  la  fototipia, trovai  cho  la  tavola  non  corrisponde  con  tutta  l'esattezza  allo 
vere  misure.  Mentre  la  larghe/za  della  fototipia  n  -Mistissima  secondo  la  misura  indicata, non 
lo  è  egualmente  l' altezza,  che  ò  mancante  di  alcuni  centimetri  per  colpa  del  disegnatore. 


262    VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  1.  —  La  lastra  sepolcrale  di  s.  Paolo. 


medesima  è  solamente  di  0,05.  Non  consiste  di  un  pezzo  solo; 
ma  è  composta,  come  lo  fa  vedere  la  fototipia,  di  quattro  parti, 
delle  quali  una  (quella  a  sinistra  nel  mezzo)  è  assai  piccola. 
Non  vi  ha  ornamenti  nè  sulla  superficie  nè  ai  margini,  ma 
solamente  un  orlo  alquanto  rialzato  all'estremità  della  maggiore 
fra  le  quattro  parti,  il  quale  orlo  corre  dal  margine  di  tutta  la 
lastra  verso  la  sua  metà ,  dove  si  perde  ;  indizio  certo ,  che 
questa  maggiore  parte  della  lastra  ha  servito  ad  altro  scopo 
prima  di  essere  quivi  adoperata;  nè  il  lapidario  si  prese  la  pena 
di  togliere  del  tutto  quel  vestigio. 

La  tavola  ha  tre  aperture  disposte  senza  simmetria,  una 
delle  quali  ha  forma  rotonda  ed  è  di  buon  lavoro,  mentre  le 
altre  due,  di  data  forse  posteriore  alla  prima,  sono  quadrango- 
lari e  guastano  due  lettere.  L' apertura  rotonda  conserva  alla 
sinistra  le  vestigie  d' un  coperchio,  il  quale  vi  era  attaccato  ;  e 
nell'occhio  stesso  si  vede  l'incavo  rotondo  occupato  dal  coper- 
chio mentre  era  chiuso. 

Le  tre  aperture  formano  la  bocca  di  tre  pozzetti,  che  sono 
in  maniera  singolare  fra  sè  congiunti;  ma  qui  non  è  luogo  an- 
cora di  parlarne  (Ved.  fig.  1  p.  267). 

Per  trattare  più  di  proposito  dell'  iscrizione ,  osserviamo  prima 
la  strana  grandezza  delle  lettere,,  le  quali  però  non  sono  tutte 
uguali;  l'altezza  media  è  di  met.  0,23.  Non  istanno  nè  anche 
in  linea  retta,  specialmente  nella  riga  inferiore,  dove  la  diffe- 
renza fra  la  distanza  dell'ultimo  T  dall'orlo  .inferiore,  e  quella 
del  primo  A  dal  medesimo  orlo  monta  a  0,06.  Da  tutto  ciò,  e 
dalla  poca  cura  adoperata  nella  incisione  delle  lettere  stesse, 
come  anche  dalla  sopra  accennata  arbitraria  composizione  della 
lastra  si  vede  chiaramente,  che  l'opera  non  fu  fatta  per  essere 
messa  in  vista,  ossia  come  un'epigrafe  dedicatoria  messa  fuori  al- 
l'altare o  sopra  la  porta  della  basilica. 

Le  lettere  sebbene  grandi  sono  poco  profonde;  la  cavità  non 
è  angolare,  ma  piuttosto  rotonda  ;  nè  vi  ha  traccia  alcuna  di 
colore.  Un  distintivo  delle  lettere  sono  l'esilità  e  l'altezza,  poi 
la  mancanza  di  allargamenti  dei  tratti,  eccettuata  l'estremità, 
e  gli  angoletti  dell'estremità  stessa.  Si  noti  nella  lettera  M, 
come  le  due  aste  del  mezzo  discendano  ancora  fin  sotto  la  metà 
della  lettera;  l'A  ha  conservato,  almeno  nella  parola  APOSTOLO, 


Descrizione  della  lastra.    L'  epigrafe. 


263 


P  asta  destra  stendentesi  fuori  della  sinistra,  mentre  nelle  altre 
due  volte,  dove  occorre  l' A,  le  estremità  delle  aste  si  congiun- 
gono in  un  punto  ;  tutte  le  lettere  A  mostrano  fra  le  aste  la 
linea  retta  di  congiunzione  e  non  la  spezzata,  mentre  la  V, 
prima  che  fosse  guasta,  aveva  apertamente  la  forma  spezzata  ^ 
usata  anche,  e  non  di  rado ,  nelle  iscrizioni  pagane  prima  del 
quarto  secolo,  e  non  la  rotonda  o  l'acuta. 

Il  complesso  di  tutte  queste  particolarità  delle  lettere,  ma  spe- 
cialmente la  loro  forma  esile  tirata  in  su  senza  allargamenti,  ci 
rende  certi  che  l'iscrizione  appartiene  al  secolo  quarto.  Inoltre  il 
confronto  colle  iscrizioni  conservateci  dell'  epoca  costantiniana  ci 
conduce  con  assai  grande  probabilità  precisamente  a  questo  tempo. 

Si  faccia  per  esempio  il  paragone  fra  queste  forme  e  quelle 
della  monumentale  iscrizione  costantiniana  recentemente  sco- 
perta, la  quale  parla  dei  ristauri  dell'  Aqua  Virgo  fatti  da  Co- 
stantino Magno  \  o  coi  titoli  delle  statue  di  Costantino  impe- 
ratore e  di  Costantino  cesare  sulla  balaustra  della  piazza  del 
Campidoglio  2,  o  col  titolo  della  statua  del  magno  Costantino  nel- 
l' atrio  della  basilica  lateranense  3,  e  si  vedrà  senz'altro  una 
quasi  identità  fra  le  une  e  le  altre  lettere.  Non  solamente  il 
comm.  de  Rossi,  ma  anche  altre  autorità  nel  campo  della  paleo- 
grafia epigrafica,  come  il  professore  Giuseppe  Gatti,  mi  confer- 
marono nell'  assegnare  le  lettere  all'  età  di  Costantino  4. 

Il  de  Rossi  mi  accennò  di  più  come  altra  prova  la  man- 
canza dei  così  detti  tratti  damasiani  nell'iscrizione;  imperciocché 
fin  dai  tempi  del  papa  Damaso  (366-384),  il  quale  coltivò  tanto 
l'epigrafia  cristiana  e  formò  la  ben  nota  calligrafia,  è  così  pre- 
valente l' influsso  dei  suoi  caratteri  nelle  iscrizioni  pubbliche 
cristiane,  e  specialmente  nelle  iscrizioni  sepolcrali  dei  martiri, 
che  la  nostra  iscrizione  di  san  Paolo,  se  mai  fosse  stata  ese- 
guita dopo  o  sotto  Damaso,  non  si  sarebbe  sottratta  all'  influsso 
della  sua  calligrafia.  (Si  confronti  la,  nostra,  tavola  I  n.  1  coi 

1  La  riproduzione  fototipica  si  trova  nel  fìullettino  della  commi  ss.  archeol.  comunale 
di  Roma  1  SRI  tav.  XIII  nell'articolo  relativo  del  comm.  II.  Lanciani. 

2  C.  1.  L.  VI  n.  1149.  1150. 

3  G.  1.  L.  VI  n.  1148. 

4  Si  confronti  la  notizia,  cho  dà  dell' iscrizione  noi  suo  libro  l'<t//im  mul  Christian 
Rome  (1892)  p.  157,  il  comm.  Lanciani,  il  qualo  ebbe  una  volta  la  compiacenza  di  accom- 
pagnarmi nei  rnioi  studii  a  san  Paolo. 


2<il       VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  2.  —  Età  del  sepolcro  ostiense. 


nn.  2-6  della  medesima  tavola  e  col  n.  1  della  tavola  II).  Invece 
essa  non  mostra  nulla  delle  proprietà  damasiane. 

Un  ulteriore  argomento  dell'origine  dell'iscrizione  avanti  i 
tempi  di  Damaso ,  e  nella  prima  epoca  della  pace  pubblica  del 
cristianesimo,  ci  viene  fornito  dalla  forma  semplice  e  classica  del 
testo.  Non  vi  si  trova  l'apposito  sanctus;  ed  i  predicati  apostolus 
e  martyr,  messi  insieme  senza  la  copula  et,  non  precedono  ma 
seguono  il  nome.  La  forma  del  dativo  non  lascia  dubbio,  che 
l'iscrizione  non  sia  dedicatoria;  ma  tali  dedicazioni  ai  santi  mar- 
tiri fin  dalla  seconda  metà  incirca  del  secolo  quarto  hanno 
sempre  prima  del  nome  l' apposito  sancto  o  beato  o  beatissimo. 
Così  si  leggeva  a  Roma:  BEATISSIMO  MARTYRI  IANVARIO; 
a  Porto  :  SANCTIS  MARTYRI BVS  EVTROPIO  ecc.;  a  Roma  di 
nuovo:  SANCTO  MARTYRI  SEBASTIANO,  SANCTI  MAR- 
TYRIS  HIPPOLYTI,  SANCTI  MARTYRIS  HIACYNTHI.  Il 
de  Rossi  esaminò  in  una  dissertazione  del  suo  Bullettino  la  se- 
guente iscrizione,  la  quale  proviene  probabilmente  dal  cimitero 
di  Teodora:  ABVNDIO  PBR.  MARTYRI  SANCT.  DEP.  VII 
IDVS  DEC.  Egli  osservò  fra  le  altre  cose,  che  gli  epiteti  pres- 
byter  e  martyr  conservano  qui  ancora  il  proprio  posto  dopo  il 
nome,  e  ne  formò  un  argomento  di  più  per  asserire,  che  questa 
iscrizione  dedicatoria  appartiene  al  primo  tempo  dopo  la  fine 
delle  persecuzioni  \  Come  in  questa  iscrizione,  così  in  quella  in 
onore  di  san  Paolo  seguono  al  nome  gli  epiteti,  primo  quello 
della  dignità  (apostolus)  e  poi  quello  del  culto  (martyr). 


2.  U  età  costantiniana  dell'  iscrizione  di  san  Paolo 
concorda  coli' origine  della  basilica  ostiense. 

Siamo  dunque  costretti  a  mettere  l'iscrizione  ai  tempi  di  Co- 
stantino tanto  per  ragioni  paleografiche  quanto  per  riguardo 
allo  stile  proprio.  Ora  bisogna  mostrare,  quanto  bene  questo  giu- 

1  Bullettino  di  arch.  crisi.  1883  p.  152  c  seq.,  dove  si  alleluio  lo  sopra  accennate 
iscrizioni  di  san  Gennaro  ecc.  Si  veggano  le  osservazioni  del  de  Rossi  nello  stesso  lìullctt. 
1877  p,  S)  sopra  l'iscrizione  trovata  medesimamente  al  sepolcro  di  san  Paolo:  PETRVS 
CVN  (cimi)  SVIS  FECIT  PAVLO  APOSTOLO  CHRISTI  ecc.  Questa  iscrizione  appar- 


V  epigrafe  della  lastra  265 

dizio  convenga  coll'origine  della  basilica  sul  sepolcro  di  san  Paolo, 
la  quale  medesimamente  data  da  Costantino. 

Nessuno  dubita  più,  che  ambedue  le  basiliche  apostoliche,,  la 
vaticana  e  l'ostiense,  siano  state  edificate  dall'imperatore  Co- 
stantino ,  come  basiliche  cimiteriali ,  dietro  preghiera  del  papa 
Silvestro.  Sono  troppo  decisivi  i  testimonii  degli  scrittori ,  spe- 
cialmente l'indicazione  particolareggiata  del  Lìber  pontifìcalis , 
per  tacere  affatto  delle  altre  prove  archeologiche. 

Nella  basilica  dunque  della  via  ostiense,  destinata  dall'im- 
peratore al  culto  libero  e  pubblico  verso  le  spoglie  dell'apostolo 
ivi  conservate,  la  nostra  lastra  dovette  formare  parte  di  quei 
lavori  costantiniani ,  che  si  riferirono  al  centro  della  nascente 
aula  liturgica ,  cioè  al  sacro  avello  ivi  da  tempi  antichi  vene- 
rato, il  quale  nel  nuovo  edifìcio  rimase  nel  suo  sito  primitivo. 
Si  può  solamente  domandare,  quale  relazione  locale  col  sepolcro 
sia  stata  data  alla  lastra  e  quale  fosse  la  disposizione  della  così 
detta  confessione  di  san  Paolo  nella  basilica.  Ci  studieremo  di  ri- 
spondere a  mano  a  mano  a  tali  quesiti. 

Frattanto  si  osservi,  che  non  guari  dopo  Costantino,  ancora 
nel  quarto  secolo,  cominciò  la  riedificazione  totale  del  sacro  edi- 
ficio, iniziata  da  Valentiniano  II.  Questo  imperatore  ordinò  la 
costruzione  d' una  nuova  basilica  di  san  Paolo  sul  luogo  della 
precedente,  ma  con  misure  molto  più  vaste  ;  ed  abbiamo  il  testo 
dell'editto  relativo,  diretto  nell'anno  386  a  Sallustio  prefetto 
della  città  \ 

Siccome  la  basilica  valentiniana  era  quella,  la  quale  persi- 
stette nella  sua  struttura  fin  all'incendio  del  1823,  potrebbe 
nascere  qualche  dubbio  lontano,  che  la  lastra  coli' iscrizione  sopra 
discussa  potesse  forse  avere  avuto  origine  nella  costruzione  va- 
lentiniana. 

Sarebbe  questa  l'unica  ipotesi  possibile  se  non  si  ammetta 
l'origine  costantiniana;  ma  è  possibile  solamente  a  priori,  men- 

tione  alla  prima  mota  del  secolo  iv,  come  l' iscrizione  della  lastra,  e  concorda  con  quella  anche 
noU'omissiono  dol  predicato  sanctus.  Il  tosto  si  riferisce  alla  dedica  d'un  lavoro  o  d'un  og- 
getto votivo,  a  noi  non  noto,  del  sepolcro  doll'apostolo.  Se  no  trova  una  fototipia  in  forma 
molto  minuta  nello  tavole  dol  de  Rossi  aggiunto  alla  sua  descrizione  del  museo  epigrafico 
Pio-Lateranense  (Triplice  omaggio  ecc.  1877)  tav.  1  n.  3. 

1  L'editto,  sognato  da  Valentiniano  insieme  con  Teodosio  ed  Arcadie-,  fu  por  la  prima 
volta  pubblicato  dal  Baronie-  Annui,  a.  380  n.  40. 


206       VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  2.  —  Età  del  sepolcro  ostiense. 

tre  in  fatti  vien  esclusa  dalle  forti  ragioni,  che  abbiamo  ponde- 
rate di  sopra. 

In  oltre  vi  sono  prove  convincenti,  che  la  costruzione  di 
Valentiniano  lasciò  intatto  il  sacro  avello.  La  confessione  ri- 
mase quale  era  prima,  e  tanto  essa  come  l'altare  colla  sua  porti- 
cina o  fenestella  conservarono  la  medesima  postura,  quantunque 
alla  basilica  fosse  data  da  Valentiniano  una  direzione  opposta 
alla  prima 

Anche  nel  recente  edificio,  eretto  dopo  l'incendio  del  1823, 
rimasero  intatte  e  sul  posto  antico  tanto  la  nostra  lastra  quanto 
la  tomba.  Nè  la  lastra  stessa,  presa  in  accurato  esame,  mi  mostrò 
il  più  lieve  indizio,  che  essa  mai  sia  stata  scomposta  o  rimossa  dal 
suo  sito  primitivo.  Credo  dunque,  che  essa  in  riguardo  al  corpo 
del  santo  apostolo  mantenga  ancora  la  posizione  datale  nella 
prima  erezione  della  confessione  e  della  basilica  sotto  Costantino. 

Quelle  vestigie  di  lavoro  affrettato  e  trasandato,  osservate  di 
sopra  nella  composizione  della  lastra  e  nell'incisione  dell'epi- 
grafe, non  ostano  alla  verità  della  nostra  asserzione ,  cioè  che 
abbiamo  ancora  intera  ed  intatta  la  lastra  costantiniana,  anzi 
posso  dire  che  in  qualche  modo  la  confermano.  Imperocché  si 
hanno  diversi  e  notevolissimi  esempii,  i  quali  fanno  palese,  che 
gli  architetti  di  Costantino  in  mezzo  ai  lavori  grandiosi  e  mol- 
teplici, che  dovevano  fare  in  uno  spazio  di  tempo  relativamente 
troppo  breve,  lavoravano  talvolta  assai  affrettatamente,  e  trascu- 
rarono troppo  i  particolari  delle  loro  opere.  Era  fra  loro  quasi 
uso  comune  1'  adoperare  materiali  preesistenti ,  distruggendo 
delle  fabbriche  diventate  inutili;  una  conferma  solenne  ne  som- 
ministrava la  stessa  basilica  vaticana  antica. 

Abbiamo  accennato  alla  riedificazione  della  basilica  di  san  Paolo 
fatta  pochi  decennii  dopo  Costantino;  non  è  dubbio,-  che  l'occasione 
alla  riedificazione  fu  data  in  grande  parte  dalla  cattiva  e  fretto- 
losa costruzione  della  prima  basilica. 

Inoltre  si  spiega  assai  bene  l' irregolarità  delle  lettere  del 
nostro  titolo  nell'ipotesi,  che  l'iscrizione  sia  stata  scolpita  dopo 
che  la  lastra  fu  messa  al  suo  posto,  anzi  dopo  costruito  l' al- 
tare, perchè  allora  riuscì  assai  incomodo  il  lavoro. 


1  Vedi  più  sotto  p.  290. 


7  tre  pozzetti. 


267 


3.  I  tre  pozzetti  al  sepolcro  ostiense  e  fuso  del  principale  fra  essi. 
Somiglianza  colla  confessione  vaticana. 

Ma  consideriamo  più  da  vicino  quei  singolari  pozzetti ,  i 
quali  dalla  tavola  marmorea  discendono  verso  il  fondo  del  se- 
polcro. Anch'essi  rappresentano  uno  stato  di  cose,  che  in  sostanza 
deve  aver  esistito  fin  dalla  prima  erezione  della  Confessione  nella 
basilica,  essendoché  almeno  uno  di  essi  serviva  alla  primitiva 
comunicazione  della  lapide  col  sepolcro  stesso. 

La  seguente  sezione  verticale  dei  pozzetti  contiene  le  misure 
dei  medesimi,  ma  non  la  vera  distanza  che  hanno  fra  loro;  essa 
è  piuttosto  una  rappresentazione,  che  un  vero  taglio  geometrico. 


D  C  B 


Fig.  1.  Pozzetti  sotto  la  lastra  sepolcrale  di  san  Paolo. 


Le  tre  aperture  della  lastra  A  A  furono  da  me  trovato  ripiene 
di  macerie;  ma  si  poterono  sgombrare  colla  mano.  Frammenti  di 
marmo  e  piccoli  pezzi  di  mattoni,  frammisti  alla  terra,  forma- 
rono la  materia  onde  i  pozzetti  erano  otturati.  Nel  pozzetto  più 
piccolo  trovai  il  fondo  murato  già  alla  profondità  di  mot.  0,20; 
nel  secondo  lo  stesso  alla  profondità  di  0,32;  nel  terzo  rotondo 
solamente  alla  profondità  di  0,59  '/2 

1  La  dimensione  della  prima  aportura  è  di  met.  0,22  da  un  lato  o  0,15  dall'altro; 
quella  della  soconda  ò  di  met.  0,20  X  0,17;  il  diamotro  dell'apertura  rotonda  è  di  0,14 
e  col  margino  di  0,17. 


268   VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  3.  —  I  Ire  pozzetti  al  sepólcro  ostiense. 


Il  primo  comunica  nella  parte  inferiore  col  secondo,  il  se- 
condo col  terzo,  ed  il  terzo  D,  prima  di  esser  murato  nel  fondo, 
andava  con  ogni  probabilità  fino  alla  camera  sepolcrale. 

La  tavola  coli'  iscrizione  di  san  Paolo  riposa  dunque  sopra 
opera  murata ,  la  quale  si  estende  in  tutta  la  sua  larghezza 
e  vien  perforata  solamente  dai  tre  pozzetti  che  sboccano  sulla 
tavola. 

Prima  di  illustrare  la  costruzione  finora  descritta  con  testi 
storici  e  con  monumenti,  bisogna  ancora  dare  uno  sguardo  alla 

7  O  O 

costruzione,  che  sorge  immediatamente  sopra  la  tavola.  Ne  ab- 
biamo notizie  solamente  dal  tempo  dopo  l'incendio,  e  pur  troppo 
scarse  più  di  quello  che  sarebbe  a  desiderare. 

Si  sa,  che  la  tomba  e  l'altare  rimasero  del  tutto  intatti  dal- 
l'incendio; anche  il  grazioso  tabernacolo  gotico,  il  quale  si  alza 
tuttora  sopra  l'altare,  fu  relativamente  poco  danneggiato  dalle 
travi  incendiate  cadenti  dall'altezza  del  tetto.  In  quanto  s'attiene 
alla  nostra  lastra,  si  riferisce  che  nei  tempi  precedenti  fu  per 
la  maggior  parte  coperta  dalle  pareti  dell'altare,  il  quale  sopra 
di  essa  poggiava.  Secondo  la  relazione  del  Diario  romano  sopra 
citato  non  altro  sulla  tavola  si  leggeva,  che  la  sola  parola 
PAVLO,  e  questa  a  rovescio;  a  rovescio,  perchè  si  saliva  sul- 
l'altare non  dal  lato  di  oggi,  vale  a  dire  dalla  parte  della 
tribuna,  ma  dal  lato  opposto,  cioè  della  nave.  Per  vedere  la 
tavola  (o  piuttosto  il  pezzo  scoperto  della  tavola),  si  doveva 
aprire  un  piccolo  sportello  sotto  la  mensa  dal  lato  della  nave. 
Allora  si  poteva  spingere  lo  sguardo,  come  oggi,  dentro  ad  una 
cameretta  od  arca,  il  fondo  della  quale  era  formato  dalla  detta, 
tavola,  eccetto  che  la  cameretta  era  molto  più  ristretta  della 
attuale. 

Mentre  le  pareti  esterne  dell'  altare  al  presente  si  alzano  in- 
torno alla  tavola  e  ne  circondano  i  margini,  allora  invece  pare 
che  si  fondassero  in  parte  sulla  tavola  stessa,  particolarmente 
sulla,  parte,  in  cui  sono  scolpite  le  parole  APOSTOLO  MART. 
Probabilmente  le  due  aperture  quadrangolari  od  il  foro  rotondo 
erano  rimasti  sempre  visibili,  ma  su  ciò  non  ci  vien  riferito  nulla 
di  sicuro  ;  siccome  anche  non  si  trova  indicato  il  tempo,  in  cui 
venne  impiccolita  la  cameretta  e  furono  coperte  quelle  parti  della 
tavola. 


Uso  liturgico  del  pozzetto  principale. 


269 


Un  testo  medievale  della  storia  del  sepolcro  di  san  Paolo 
ci  richiama  ad  un'  epoca,  in  cui  manifestamente  la  camera  sotto 
l'altare  era  ancora  più  spaziosa;  esso  c'insegna  l'uso  litur- 
gico che  si  faceva  dell'apertura  rotonda  nel  secolo  xil,  e  senza 
dubbio  anche  in  tempi  molto  più  antichi.  E  un  passo  del  Liber 
polypticus  del  canonico  Benedetto. 

Il  Polypticus  secondo  i  nuovi  studii  di  Paolo  Fabre  1  fu  com- 
posto fra  gli  anni  1140  e  1143;  e  se  questo  dotto  alle  diverse 
parti,  onde  si  compone  il  libro,  assegna  per  lo  più  un'età  an- 
teriore, ciò  deve  intendersi  nominatamente  delle  parti  liturgiche 
del  Polypticus,  le  quali  formano  nel  libro  un  proprio  Ordo  ro- 
manus. 

Giusta  adunque  le  notizie  del  Polypticus,  il  papa  ogni  anno 
nella  festa  di  san  Paolo,  mentre  assisteva  alla  vigilia,  celebrata 
dai  monaci  nella  basilica,  entrava  al  tempo  della  quarta  lezione 
in  un'arca  sotto  l'altare  maggiore,  alzava  il  coperchio  d'un  foro, 
che  si  trovava  sul  pavimento  della  medesima,  e  tirava  fuori  un 
incensiere,  il  quale  era  sospeso  ad  un  uncino.  I  carboni,  che  tro- 
vavansi  nell'incensiere,  spenti  già  da  lungo  tempo,  venivano  su- 
bito spartiti  ai  fedeli  per  mezzo  dell'arcidiacono;  ed  il  popolo  con- 
servava il  dono  benedetto  per  adoperarlo  .  bevendo  la  polvere  dei 
carboni  divotamente  coli' acqua,  come  rimedio  contro  la  lebbre.  Il 
papa  riempiva  di  nuovi  carboni  l'incensiere  vuotato.  Questi  si  ac- 
cendevano insieme  coli' incenso  soprapposto  in  una  candela  di  ve- 
tro 2,  e  l'incensiere  veniva  rimesso  nella  buca,  che  chiudevasi 
col  coperchio.  Pare  che  rimanesse  così  sotto  la  lastra  tutto  ranno 
fino  alla  prossima  festa  del  santo. 

Non  è  possibile  mettere  in  dubbio,  che  l'apertura  rotonda 
sulla  lastra  descritta  di  san  Paolo  sia  proprio  quella,  della  quale 
parla,  il  testo  allegato.  Ciò  che  si  dice  del  coperchio  vi  corri- 
sponde. Vero  è,  (die  non  ho  potuto  più  trovare  l'uncino  \ 

1  Le  Poìyptique  du  chnnoine  Henuit  (Trrwau.e  et  mèmoires  des  facultès  de  Lille  I, 
n.  'A,  ISSI))  p.  7  s.  Il  tosto  di  Benedetto  sta  nell'edizione  del  Mabillon  (Mus.  hai.  toni.  Il, 
1724;  Ordo  Roman.  XI)  n.  fi9  pag.  150;  nel  Migne  P«)r.  lai.  78,  1051. 

2  .  .  «  ponit  super  eos  [carbones]  candelam  vitream  plonam  ineonso  »  ecc.  Candele  di 
vetro  coll'olio  dentro  servivano  nell'uso  commune  por  faro  lume.  V.  Du  Gange  cmideln. 

3  Don  Mariano  Lùttors,  monaco  di  san  Paolo,  il  ijualo  cortesissimamente  mi  ha  aiutato 
nelle  ricerche  alla  tomba  ostiense,  crede  di  potor  riconoscere  il  posto  antico  dell' uncino,  cIm) 
dentro  (mesto  sepolcro  non  esisto  più,  in  un  buco  cavato  nell'interno  dol  po/./.otto  principale. 


270 


VI.  Le  tombe  apostoliche  n.3.  — 


I  tre  pozzetti  al  sepolcro  ostiense. 


Questo  però  si  vede  ancora  nel  pozzetto  corrispondente  della 
confessione  di  san  Pietro. 

Imperocché  a  san  Pietro  in  Vaticano  si  osservava  un  rito 
affatto  identico,  secondo  che  riferisce  un  po'  più  tardi  il  came- 
rario Cencio,  quel  medesimo  che  fu  poi  papa  sotto  il  nome  di  Ono- 
rio III  (1216-1227).  Nel  suo  Ordo  romanus  parla  delle  usanze 
della  basilica  vaticana  nella  festa  di  san  Pietro  e  dice  :  «  Dominus 
papa  post  quartam  lectionem  descendit  ad  arcani  (aream  falsa- 
mente presso  Mabillon  e  Migne)  altaris  et  inde  extrahit  thuri- 
buluin  cura  candela,  quae  alia  festivitate  ibi  a  domino  papa  fuit 
reposita  cum  carbonibus  et  incenso,  et  postmodum  thuribulum 
cum  candela  ibidem  remittit  ».  (Mabillon  Ordo  rom.  XII  n.  71). 

Ma  già  quattro  secoli  prima  troviamo  accennato  l'uso  liturgico 
d'un  turibolo  presso  il  sepolcro  di  san  Pietro,  giacché  nel  Liber 
pontifìcalis  si  legge  sotto  il  papa  san  Leone  III,  ch'egli  fece  fare  di 
oro  puro  due  thuribula  apostolata  e  fece  collocare  l'uno  di  essi, 
pesante  due  libbre,  in  un  vano  sopra  il  corpo  del  principe  degli 
apostoli  ■.  L'espressione  intus  super  corpus  eius,  la  quale  qui  viene 
adoperata,  non  significa  altro,  che  la  parola  sopra  usata  di  arca. 

Per  maggiore  chiarezza  noi  ci  atterremo  in  séguito  all'ultimo 
vocabolo  e  chiameremo  sempre  arca  il  vano  soprapposto  alla 
lastra,  parola  usata  fin  dal  principio  del  medio  evo  (v.  p.  304). 

Di  questo  medesimo  vano  parla  il  citato  Liber  pontifìcalis, 
dove  dice  sotto  Adriano  I  (772-795),  che  questo  papa  fece  fare 
«  intus  in  confessione  beati  Pauli,  intus  super  eiusdem  sacratis- 
simum  corpus  »  una  figura  d'  un  libro  degli  evangeli  di  oro  puro 
del  peso  di  venti  libbre  2. 

Tanto  l'uso  dell'incenso  presso  questi  sepolcri,  quanto  quello 
d'un  evangeliario  rimontano  a  somma  antichità.  Fin  dai  primi  se- 
coli dei  pellegrinaggi  romani  i  di  voti  visitavano  questi  e  gli  altri 
avelli  dei  santi  di  Roma  con  incensieri  in  mano;  e  l'evange- 

1  Lib.  pont.,  Leo  III  n.  401  (II,  18):  «  Hic  fecit  in  basilica  beati  Pauli  turabula  apo- 
stolata (sic)  ex  auro  purissimo  II,  ex  quibus  unum  misit  intus  super  corpus  eius,  qui  pens. 
Iib.  II  »  ecc.  Si  confrontino  le  notizie  sopra  il  turabulum  apostolatum,  quasi  del  medesimo 
peso,  destinato  per  l'altare  di  san  Pietro,  ib.  n.  399  p.  17.  -  Cf.  gabata  apostolata  II,  62  ecc. 

!  lladr.  I  n.  350  (I,  511):  «  imaginom  in  modum  evangelioriun  ».  Frattanto  l'evan- 
goliario  d'oro,  donato  dal  medesimo  papa  alla  confessione  di  san  Pietro  (n.  355  p.  513) 
fu  deposto,  come  pare,  piuttosto  fra  l'arca  od  i  cancelli,  che  noll'arca  (in  corpus)  stessa. 
In  voce  degli  ovangoliarii  scritti  si  solovano  baciaro  quelli  d'oro;  v.  lladr.  I  n.  319  p.  498. 


Rito  al  sepolcro  valicano.    Le  sanctuaria  alle  tombe  apostoliche.  271 


liario  veniva  adoperato  dinanzi  agli  stessi  sepolcri,  come  un  so- 
lenne testimonio  della  fede,  specialmente  quando  si  facevano  ivi 
straordinarii  giuramenti. 

4.  L'  uso  degli  altri  due  pozzetti. 
Le  reliquie  santificate  alle  tombe  apostoliche. 

Un'  azione  religiosa  assai  frequente  presso  le  tombe  degli  apo- 
stoli era  la  così  detta  consecrazione  di  sante  reliquie.  Abbiamo 
un  testimonio,,  onde  può  dedursi  ,  che  per  questa  cerimonia 
servivano  due  dei  pozzetti  descritti. 

Questa  testimonianza  che  è  molto  pregevole,  appartiene  al- 
l'anno 519  e  parla  di  codesta  consecrazione  non  solamente  ri- 
guardo alla  basilica  vaticana,  ma  anche  a  quella  di  san  Paolo  !. 

Nell'anno  indicato  Giustiniano,  allora  comes  e  poi  impe- 
ratore ,  desiderò  di  ricevere  da  Roma  reliquie  delle  ossa  di 
san  Pietro  e  di  san  Paolo  per  una  nuova  basilica  apostolorum 
da  lui  eretta.  Ma  i  legati  pontificii  a  Costantinopoli  gli  oppo- 
sero la  consuetudo  sedis  apostolicae ,  la  quale  non  permetteva 
di  dare  mai  particelle  di  ossa  dei  santi,  ma  solamente  sanctuaria 
prese  dalle  loro  tombe.  Queste  sanctuaria  consistevano  special- 
mente in  pannolini  (brandea),  i  quali  erano  stati  posti  presso 
il  sacro  corpo  e  avevano  così  ricevuto  una  certa  santificazione. 
Nella  suddetta  occasione  sono  chiamati  non  solo  sanctuaria,  ma 
anche  semplicemente  reliquiae. 

1  legati  si  volgono  al  papa  Ormisda  pregandolo  di  fare  le- 
vare tali  reliquie  per  la  nuova  chiesa  di  Giustiniano,  sì  dalla 
tomba  di  san  Pietro  come  da  quella  di  san  Paolo;  e  per  grazia 
singolare  chiedono,  che  le  sanctuaria  vengano  deposte  ad  se- 
cundam  cataractam,  se  ciò  fosse  possibile  2. 

Senza  discutere  ancora  qui  il  significato  di  cataracta ,  dico 
solamente,  che  la  lastra  sotto  l'arca  di  san  Paolo  coi  due  poz- 
zetti comunicanti  col  pozzetto  medio,  ci  presenta  con  ogni  pro- 
babilità una  tale  disposizione,  quale  si  suppone  nella  lettera  dei 

1  Epist.  logatorum  ad  Flormisdam  papam,  inter  opp.  Ilormisdao  n.  77;  TliicI  Epp. 
Barn.  poni.  873;  Miglio  /'.       63,  474. 

2  «  .  .  si  fiori  potost,  ad  socundam  cataractam  dopouoro  ». 


272    VI.  Le  tombe  apostoliche  n.4.  —  Le  reliquie  santificate  alle  tombe. 


legati.  Il  primo,  cioè  il  più  piccolo  pozzetto  B  (pag.  267),  offriva 
solamente  una  comunicazione  remota  col  sacro  corpo  sepolto 
abbasso;  ma  il  secondo  C  ne  aveva  una  più  diretta,  perchè  si 
univa  immediatamente  col  pozzetto  principale  rotondo  D,  il  quale 
scendeva  più  profondamente;  e  quel  secondo  pare  che  segni  il 
luogo  desiderato  dai  legati  per  le  reliquie,  che  si  domandarono. 

Il  costume  romano  di  santificare  in  tal  maniera  degdi  og- 
getti per  essere  venerati  come  reliquie,  deve  rimontare  ad  una 
età  assai  anteriore  all'età  di  Giustiniano.  Imperocché,  quando 
nel  394  Rufino,  prefetto  del  pretorio,  chiese  ed  ottenne  da 
Roma  reliquie  dei  principi  degli  apostoli  per  la  dedicazione  d'una 
chiesa  (ìtzo<jto\zXov) ,  edificata  da  lui  presso  Calcedonia,  queste 
reliquie  certamente  non  erano  particelle  delle  ossa,  ma  piuttosto 
cosiffatti  oggetti  benedetti  per  mezzo  del  contatto  col  sepolcro: 
saranno  state  delle  brandea  \ 

Tali  reliquie  degli  apostoli  Pietro  e  Paolo,  levate,  come  si  so- 
leva dire,  nelle  due  basiliche  romane,  troviamo  nel  secolo  iv  anche 
in  altri  paesi ,  p.  e.  nell'  Africa  settentrionale  e  nelle  Gallie  2. 
Un  poema  di  Venanzio  Fortunato  ci  descrive  le  solennità  e  l'en- 
tusiasmo, con  cui  solevano  essere  ricevute  tali  reliquie  3. 

E  perciò  non  sarà  fuor  di  luogo  l'ascrivere  un'antichità  molto 
grande  anche  a  quella  forinola  del  Liber  diurnus,  la  quale  parla 
della  concessione  di  tali  reliquie  per  le  dedicazioni  di  basiliche 
in  onore  dei  principi  degli  apostoli  4. 

Gregorio  Magno  ricorda  codesto  costume,  aggiungendo  una 
circostanza  particolare.  Egli  dice:  «  In  buxide  brandeum  mittitur, 
et  sic  ad  sacratissima  corpora  sanctorum  ponitur  »  5.  La  buxis 

1  Duchesne  nel  Bull,  de  corresp.  hellcnique  1878,  292  s.  ;  de  Rossi  La  capsella 
africana  27. 

2  La  più  recente  scoperta  relativa  all'Africa  è  quella  d' un' iscrizione  dell'anno  359 
presso  Setif,  nella  (piale  si  menziona  la  deposizione  di  reliquie  di  san  Pietro  e  san  Paolo 
in  una  basilica  nuovamente  dodicata.  La  fototipia  è  nel  Bull,  des  Mits,:cs  1890  sept.  p.  311 
(Bull,  di  arch.  christ.  1890,  26.  28).  Finora  sono  note  almeno  10  di  tali  iscrizioni  afri- 
cane indicanti  lo  reliquie  dei  principi  degli  apostoli.  —  In  quanto  allo  Gallio  appartiene 
al  (piarlo  secolo  la  memoria  doi  due  apostoli  in  Orléausville  (Bull,  di  arch.  crisi.  1877,  105). 

3  Lib.  Ili  carm.  6  ad  Felicem  episcopum,  do  dodicatione  eccl.  suae  (ed.  Mon.  Germ. 
B-ist-,  Àuctt.  ant.  t.  1,  pars  I;.  Nel  poema  si  trova  il  verso  :«  Gallia,  plaude  libons,  mittit 
tibi  Roma  salutem  ». 

4  Formula  22.  Lib.  diurn.  od.  Sickol  p.  16, 

r>  Ep.  IV  n.iJO  ad  Constantinana  augustam;  Registr.  Gregoriì  od.  Ewald  p.  264;  Iaffé 
n.  1302;  la  lotterà  è  del  giugno  594. 


Usanze  simili  fuori  di  Roma. 


273 


era  manifestamente  quella  medesima  cassettina,  che  serviva  poi 
per  conservare  e  spedire  la  reliquia  già  levata.  I  legati  di  Costan- 
tinopoli nella  lettera  sopra  menzionata  la  chiamano  capsella;  ma 
col  nome  bucctula  ritorna  nei  miracoli  aggiunti  da  mano  posteriore 
alla  biografia,  che  Paolo  Diacono  scrisse  di  Gregorio  Magno  \ 
Si  ricorreva  a  digiuni  e  a  preghiere,  come  dice  Gregorio  di  Tours, 
per  ottenere  alle  sacra  pignora,  mentre  stavano  esposte  sui  se- 
polcri, soprannaturali  forze  per  operare  prodigi  2.  E  l'autore  dei 
citati  miracoli  del  papa  Gregorio  fa  di  più  menzione  di  messe, 
le  quali  si  sarebbero  celebrate  ai  sepolcri  relativi  in  tempo  del- 
l'esposizione. 

Ma  eziandio  fuori  di  Roma  si  osservavano  simili  usanze  in- 
torno ai  sepolcri  dei  martiri,  e  queste  suppongono  simili  dispo- 
zioni della  confessione  nelle  chiese.  Secondo  il  Liber  diurnus  si 
solevano  da  diverse  parti  d'Italia  mandare  alle  chiese  di  Roma 
delle  reliquie  levate  dalle  sacre  tombe  3.  Diversi  testi  mostrano, 
come  anche  in  paesi  esteri  i  corpi  de'  santi  erano  in  tal  maniera 
deposti  sotto  le  confessioni,  che  l'altare  comunicava  col  sepolcro 
per  mezzo  di  qualche  apertura.  Presso  Utica  in  Africa  si  mettevano 
al  tempo  di  sant'Agostino  le  oraria  in  un  santuario  di  santo  Stefano 
diacono  e  martire  «  per  fenestellam  memoriae  (cioè  della  confes- 
sione) ad  interiora  loca  sanctarum  reliquiarum  »  4.  A  Tours  nelle 
Gallie  i  fedeli  gettavano  pezzetti  di  vestimenta  di  seta  sopra  il  se- 
polcro di  san  Martino  vescovo,  e  facevano  poi  le  vigilie  pregando 
tutta  la  notte5.  Presso  Costantinopoli,  giusta  In,  relazione  di  Sozo- 
meno,  si  scopersero  l'anno  438  delle  reliquie  dei  Quaranta  martiri, 
le  quali  erano  deposte  sotto  la  lastra  d'un  altare  in  un  oratorio 
sotterraneo.  Nella  superficie  d'un  sepolcro  soprapposto  si  osservò 
una  piccola  apertura,  e  nel  sepolcro  stesso  un'altra,  che  comuni- 
cavano colle  due  pissidi  delle  reliquie  conservate  più  abbasso  6. 

1  Vita  Grer/orii  c.  24;  Migne  P.  L.  75,  54. 

8  In  gloria  mart.  c.  28;  od.  Krusch  in  Mon.  Germ.  Script,  morov.  p.  504;  Migno  71, 
728.  Il  testo  è  citato  intoro  più  sotto  alla  pag.  285  di  questa  dissertazione. 
s  Formula  21  p.  16:  Episcopo  de  levandis  sancluariis. 

4  De  miraculis  s.  Stephani  1.  2  c.  12  (App.  ad  opera  s.  A  notisti  n i)  ;  Miglio  P.  L.  41,  840. 

5  Grogor.  Tutori.  De  minte,  s.  Martini  1.1  c.  11;  Miglio  P.  L.  71,  923:  i  partem 
pàlliì  serici  .  .  super  beatimi  sopulcrum  posuorunt  ». 

K  Sozomen.  Ilist.  eccl.  1.  9  c.  2;  Migne  P.  Gr.  G7,  1002:  Tpuiriojxa  aixpóv  .  .  T;ùirm;/.a 
iràXi-*  àva!f>a-*-'v.  V.  do  Rossi  La  capsella  africana  20.  Si  confronti  ancho  la  notizia  sopra 
l'altare  di  san  Pietro  in  Ormisda  a  Costantinopoli,  più  sotto  p.  284. 

Gxisak,  Analecla  romana,  voi.  I.  1$ 


274 


VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  5.  — 


La  tomba  di  s.  Pietro. 


5.  La  tomba  di  san  Pietro  e  l'antica  lastra  della  medesima. 

Lo  stato  presente. 

Le  notizie,  che  danno  gli  autori  sulla  costruzione  interna  del 
sepolcro  di  san  Pietro  al  Vaticano,  sono  assai  scarse,  ed  anche 
la  grave  e  dotta  opera  del  Dionigi  (1773),  completata  dal  Sarti 
e  dal  Settele  (1840),  non  contiene  quegli  schiarimenti,  che  sa- 
rebbero da  desiderarsi.  Le  migliori  indicazioni  vengono  date  dal 
secondo  volume  delle  Inscrizione  s  christianae  urbis  Romae  del 
corani,  de  Rossi  (1888),  specialmente  alle  pagg.  199,  226,  229  e 
235,  però  non  in  forma  d'una  esposizione  sistematica,  ma  di 
note  sparse  qua  e  là,  come  lo  portava  il  soggetto  proprio  del 
1'  autore  \ 

In  qualche  parte  (in  quanto  cioè  la  difficoltà  locale  e  ma- 
teriale dell'osservazione  lo  permise)  ho  potuto  raccogliere  nel 
luo^o  stesso  notizie  e  misure,  che  servono  a  meglio  illustrare 
questa  tomba  apostolica. 

L' arca  presente  della  confessione  di  san  Pietro  si  vede 
aprendo  la  porticina  di  metallo,  che  si  trova  sotto  l'altare  mag- 
giore innanzi  alla  statua  genuflessa  di  Pio  VI.  Nel  pavimento 
dell'  arca  sta  la  preziosa  cassetta  destinata  pei  sacri  pallii.  Ri- 
mossa questa,  appare  visibile  tutta  la  decorazione  del  pavimento, 
quale  la  presenta  la  seguente  figura  n.  2,  che  diamo  non  per 
cagione  della  decorazione  stessa,  che  è  moderna,  come  quasi  tutto 
il  rivestimento  interno  dell'arca,  ma  per  far  vedere  la  sua  forma, 
specialmente  la  singolare  curva  del  muro  posteriore  e  l'apertura 
del  pozzetto. 

1  Vedi  anche  De  Waal  Des  Apostelfùrsten  Petrus  Ruheslatte,  Regensburg  1871, 
p.  72ss.  ;  p.  85.  Kirsch  Beitràffe  tur  Baugeschichte  der  alien  Peterskirchc  in  Romische 
Quartalschrift  1890,  HOss.;  e  fra  ^li  antichi  scrittori  specialmente  Honanni  o  Lonigo 
Cv.  sotto  p.  2'.n  a.  2).  Il  piccolo  scritto  «li  F.  E.  Mecchi  La  tomba  di  san  Pietro  e  l'iscri- 
lione  della  croce  d'oro  postavi  da  Costantino  (Roma  1803)  non  si  occupa  dolio  slato  de] 
monumento  sotto  il  rispetto  archeologico. 


L'arca  ed  il  suo  pavimento.  275 


E 


B 


C  F  D 

Fig.  2.  Pavimento  presento  dell'arca  di  san  Pietro. 

Il  pavimento  dell'arca  è  stato  decorato  di  metallo  e  di  pre- 
ziosi marmi  da  Innocenzo  X,  il  cui  stemma,  la  colomba,  si  presenta 
vicino  alla  porticina.  Le  presenti  figure  degli  apostoli  Pietro  e 
Paolo  in  musaico  a  destra  ed  a  sinistra  sulle  pareti  dell'  arca 
sono  del  pontificato  di  Urbano  Vili,  ma  il  musaico  del  Sal- 
vatore, che  copre  l'abside  del  muro  posteriore,  è  probabilmente 
opera  di  Leone  III.  I  particolari  su  quest'ultima  immagine,  molto 
rifatta  nei  tempi  posteriori,  si  trovano  esposti  nel  fascicolo  xxm 
dei  Musaici  di  Roma  del  comm.  de  Rossi. 

Dall'età  del  musaico  del  Salvatore  ed  insieme  dell'inferriata 
di  Innocenzo  III  1  avanti  l'arca  si  può  dedurre,  che  l'arca  prc- 


1  Sarti  Appendix  ad  Dionysium,  De  cryptis  Vaticanis,  Roma  1840,  p.  32  s. 


276         VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  5.  —  La  tomba  di  s.  Pietro. 

sente  in  sostanza  non  è  diversa  da  quella,  che  serviva  già  ai  tempi 
di  Cencio  Camerario  pel  solenne  uso  dell'incensiere,  descritto  so- 
pra a  p.  370. 

Nel  pavimento  dell'arca  vi  è  l'apertura  d'un  pozzetto,  la 
quale  sbocca,  fuori  di  simmetria,  sopra  il  braccio  destro  della 
croce.  E  chiusa  da  uno  sportello  metallico  che  viene  aperto  con 
chiave.  Nel  disegno  p.  275  si  ve  le  il  buco  della  chiave  nel  quadro, 
che  sta  sopra  il  braccio  della  croce  a  destra  di  chi  guarda. 
L'apertura  quadrata  misura  solamente  cent.  22  X  17. 

Aperto  lo  sportello  si  guarda  giù  coli'  aiuto  d'  una  lampada 
calata  con  una  fune.  Ma  l'osservazione  riesce  molto  difficile,  per- 
chè la  strettezza  dell'  apertura  non  permette  neppure  di  mettervi 
dentro  il  capo,  nè  la  medesima  può  venire  allargata,  formando 
essa  parte  dell'irremovibile  rivestimento,  sopra  cui  posano  le  pa- 
reti. Si  vede  prima  l'interno  del  pozzetto.  Esso  è  quadrangolare 
e  rivestito  di  bronzo. 

Dalla  sua  apertura  e  giù  per  le  pareti  discende  il  pozzetto 
incirca  nella  medesima  larghezza,  fino  ad  una  profondità  di 
cent.  35,  dove  sbocca  in  una  vuota  cameretta  di  altri  84  cent, 
di  profondità,  sotto  la  quale  secondo  la  tradizione  giace  il  sacro 
corpo  in  altro  rivestimento. 

Si  guardi  l'ottava  tavola  fototipica,  che  dà  la  prospettiva 
d'un  taglio  ideato  innanzi  all'arca  ed  alla  cameretta1. 

La  fototipia  mostra  in  alto  il  fondo  dell'arca,  dove  nella  curva 
si  trova  il  musaico  del  Salvatore.  Sotto  il  pavimento  dell'arca 
si  vede  il  pozzetto,  il  quale  ha  una  parte  superiore  ed  una  parte 
inferiore,  quella  più  larga  di  questa.  Nella  parte  inferiore  è  at- 
taccato ancora  quell'uncino,  da  cui  una  volta  si  faceva  pandere 
l'incensiere.  Tutto  il  pozzetto  è  rivestito  di  bronzo.  Allo  sbocco 
superiore  ha  la  chiusura  dello  sportello;  non  vi  è  nessuna  chiu- 
sura all'inferiore. 

Il  suolo  della  cameretta  sotterranea  è  tutto  coperto  di  ma- 
cerie sciolte.  Mi  riuscì  di  praticarvi  un  buco  di  50  cent,  in- 
circa, e  precisamente  sotto  il  pozzetto,  senza  però  trovare  il 
sodo;  la  massa  sciolta  deve   essere   più   profonda.   Le  pareti 

f  II  disegno,  che  ha  servito  per  la  fototipia,  fu  eseguito  dal  sig.  barone  Rodolfo  Kanzler, 
il  quale  anche  in  altro  maniere  cortesissimamente  ha  voluto  aiutarmi  nelle  osservazioni 
fatto  sul  luogo  stesso. 


L'arca  ed  il  pozzetto.    Scoperta  dell'antica  lastra. 


277 


della  cameretta,  formate  da  costruzioni  murali  assai  trasan- 
date, sono  più  irregolari,  che  non  appariscono  nel  piccolo  di- 
segno del  Sarti  (ripetuto  nella  nostra  fig.  3  pag.  292),  ma  ciò 
che  più  importa,  è  che  tutta  la  cameretta  dovrebbe  essere  in- 
dicata nel  citato  disegno  del  Sarti  più  verso  sinistra  di  chi 
guarda,  cioè  più  verso  l'abside  della  basilica.  Si  confronti  la 
sezione  orizzontale  della  fig.  2  sulla  fototipia  Vili,  dove  A  B  C  D 
indica  il  sito  del  soprastante  pozzetto.  A  destra  vi  è  una  pro- 
minenza del  muro  in  forma  rettangolare,  e  va  quasi  fin  al 
soffitto. 

Dove  il  pozzetto  entra  nella  cameretta  scórsi  una  grande 
lastra  di  marmo  bianco  e  di  cent.  6  di  spessore,  che  forma  quasi 
il  coperchio  della  cameretta.  Ne  osservai,  almeno  in  parte,  l'esten- 
sione da  tutti  i  lati,  eccettuato  quel  lato  che  guarda  l'abside  della 
basilica,  dove  non  si  estende,  ma  finisce  in  linea  retta.  Essa  ha 
ancora  il  taglio  regolare  d'una  apertura  quadrata,  dalla  quale 
era  una  volta  forata. 

Questa  è  la  lastra  che  si  deve  mettere  a  confronto  con  quella 
di  san  Paolo;  essa  forma  una  parte  importante  del  sepolcro 
originale  dei  tempi  di  Costantino. 

La  fig.  Ili  dell'ottava  fototipia  serve  per  dichiarare  lo  stato 
presente  della  detta  lastra.  Essa  mostra  la  sezione  orizzontale 
del  sito  della  lastra  e  precisamente  il  suo  foro  quadrato,  il  quale 
è  segnato  colle  lettere  A  B  C  D.  La  linea  A  B  sta  verso  l'abside 
della  basilica  e  dell'arca  (lato  est),  mentre  la  linea  C  D  è  più 
vicina  alla  porta  della  basilica  e  dell'arca  (lato  ovest).  Il  qua- 
drato formato  dalle  linee  punteggiate  significa  l'altro  foro,  che  si 
trova  più  in  alto,  cioè  quello  dove  sbocca  il  pozzetto. 

L'osservazione  più  importante,  che  ho  potuto  fare  per  deter- 
minare la  destinazione  e  l'uso  di  questa  lastra,  si  è,  che  essa 
mantiene  ancora  nel  suo  foro  a  man  sinistra,  cioè  nell'an- 
golo A  C  D,  il  perfetto  taglio  antico.  Gli  altri  contorni  del  foro 
quadrato  sono  guasti  e  rotti.  Il  foro  stesso  non  può  essere  altra 
cosa,  se  non  l'antica  apertura  liturgica,  che  serviva  per  san- 
tificare le  reliquie. 

Non  solamente  ho  trovato  i  contorni  del  foro  parzialmente 
rotti,  ma  anche  la  lastra  medesima  spezzata  in  due  parti.  La 
rottura  va  dalla  linea  C  D  verso  l'anteriore  parte  del  sepolcro 


278         VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  5.  —  La  tomba  di  s.  Pietro. 


(lato  ovest).  Dal  lato  contrario,  cioè  dove  è  la  linea  A  B,  la 
lastra  conserva  ancora,  a  destra  ed  a  sinistra  degli  angoli  spez- 
zati del  foro,  il  taglio  regolare  antico  in  linea  retta.  Questo 
mostra,  che  ha  quivi  uno  dei  suoi  quattro  margini  ;  ed  è  pre- 
cisamente quel  margine  che,  fatto  il  confronto  colla  lastra  di 
san  Paolo,  corrisponde  al  margine  dell'ultima,  che  corre  sopra  le 
lettere  PAVLO. 

Il  sito  delle  due  lastre,  ostiense  e  vaticana,  relativamente 
al  visitatore  deve  essere  stato  il  medesimo  nell'una  e  nell'altra 
basilica.  Chi  entrava  nella  basilica  ostiense  di  Costantino  (prima 
che  ricevesse  la  contraria  orientazione  sotto  Valentiniano)  aveva 
innanzi  a  sè  la  lastra  sepolcrale  di  san  Paolo  nel  sito  naturale, 
in  quello  cioè  che  offre  anche  la  prima  nostra  fototipia  a  chi 
legge  le  sue  lettere.  E  similmente  chi  entrava  nella  basilica  va- 
ticana trovava  la  lastra  di  san  Pietro  nel  medesimo  sito  natu- 
rale; di  maniera  che  il  detto  margine  col  taglio  retto,  che  ho 
potuto  verificare,  si  estendeva  dalla  parte  dell'abside  della  basi- 
lica e  dell'arca. 

Da  questa  osservazione  poi  si  deduce,  che  l'accennata  aper- 
tura quadrata  della  lastra  vaticana  rispondeva  probabilmente  a 
quella  simile  apertura  quadrata,  la  quale  nella  lastra  ostiense 
si  trova  vicina  al  medesimo  margine.  Ed  in  questo  caso  la  lastra 
vaticana  avrà  avuto  anche  gli  altri  due  fori,  specialmente  il  prin- 
cipale rotondo,  e  tutti  coi  relativi  pozzetti  sottostanti  e  comu- 
nicanti fra  loro.  Un  foro  rotondo  infatti  viene  accennato  dal- 
l'espressione umbilicus ,  ed  in  quanto  ai  pozzetti  si  noti  che  le 
antiche  relazioni  parlano  di  almeno  due  cataractae,  vocaboli  che 
saranno  spiegati  più  sotto.  Intanto  parte  per  la  strettezza  del  luogo, 
parte  per  la  rottura  della  lastra,  non  si  poterono  trovare  vestigli 
di  quegli  altri  fori,  ed  i  tre  pozzetti  non  esistono  più  affitto. 

Stante  la  suddetta  corrispondenza  fra  il  foro  quadrato  nell'una 
e  nell'altra  basilica,  e  stante  la  somiglianza  generale  dell'  uno 
sepolcro  coll'altro,  si  potrebbe  fare  un  passo  avanti,  e  dall'esten- 
sione della  lastra  ostiense  trarre  una  conclusione  sopra  l'esten- 
sione della  vaticana;  allora  il  foro  quadrato  della,  vaticana  da- 
rebbe un  punto  fisso  di  partenza.  Ma  tali  congetture  mi  paiono 
sempre  un  poco  arbitrarie,  e  sarà  meglio  dire,  che  la  misura 
della  lastra  di  san  Pietro  non  è  ancora  esplorabile. 


L'antica  lastra,  ora  spezzata. 


270 


Non  ho  potuto  scorgere  un'  iscrizione  nella  lastra  suddetta, 
e  nemmeno  il  vestigio  di  qualche  lettera  mi  fu  dato  di  scoprire 
col  tasto. 

Come  e  quando  è  avvenuta  la  spezzatura  della  lastra  vaticana? 

Nessun  testimonio  ce  ne  parla.  Le  rotture  descritte  e  l'incli- 
nazione delle  sue  due  parti  (che  si  vede  nella  sezione  verticale 
sulla  fototipia),  non  che  lo  stato  delle  mura  della  cameretta 
sottostante  e  le  macerie  onde  la  cameretta  è  piena,  tutto  dà  a 
vedere,  che  questo  stato  non  è  nè  quello  della  primitiva  dispo- 
sizione, nè  di  qualunque  disposizione  ordinata  e  ben  mantenuta, 
ma  di  violazione  e  distruzione. 

Può  essere  in  primo  luogo,  che  la  lastra  coi  pozzetti  sotto- 
stanti sia  stata  spezzata  per  qualche  disgrazia;  sia  che  nei  re- 
stauri, i  quali  all'altare  di  san  Pietro  tanto  spesso  ebbero  luogo, 
fosse  caduta  sopra  di  essa  qualche  massa  molto  pesante,  sia  che 
qualche  difetto  della  costruzione  sia  stato  cagione  dell'  infortunio. 
Ma  anche  assai  possibile  e  forse  più  probabile  è  una  seconda  ipo- 
tesi, che  cioè  una  volta  mani  sacrileghe  abbiano  adoperato  uno 
sforzo  per  togliere  le  sante  reliquie  o  per  trovare  laggiù  tesori 
d'oro  ed  argento. 

L'avere  però  lasciato  i  papi  la  lastra  spezzata  nello  stesso 
stato,  senza  sostituirla  con  un'altra,  può  servire  a  mostrare,  come 
la  più  grande  loro  preoccupazione  fosse  di  lasciare  quel  sacro 
avello  nello  stato  tradizionale  in  cui  esso  esisteva  ab  antico,  e 
come  non  si  temeva,  che  avesse  a  nascere  il  menomo  dubbio  sulla 
conservazione  del  corpo  di  san  Pietro. 

Noi  vedremo  più  sotto,  che  il  loculus  dell'apostolo,  circondato 
da  Costantino  di  grandi  e  validissime  pareti  di  bronzo  da  tutti 
i  lati,  sta  ad  una  tale  profondità,  che  il  fatto  d'un  violento  apri- 
mento  del  loculus  appena  diventa  verosimile. 

Di  più,  se  mai  si  fosse  estratto  il  corpo  da  quel  loculus,  se 
ne  avrebbero  delle  notizie.  Ma  nessun  testimonio,  nessuna  rela- 
zione comunque  oscura  o  tarda,  del  tempo  antico  o  del  medio  evo, 
ci  parla  d'un  simile  avvenimento. 

Il  momento  certamente  più  critico,  per  così  dire,  per  le  sante 
reliquie  dell'apostolo  fu  l'invasione,  che  delle  vicinanze  di  Hom  i  e 
della  stessa  basilica  vaticana  fecero  le  orde  dei  Saraceni  nell'846. 


280         VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  5.  —  La  tomba  di  s.  Pietro. 


I  Romani  erano  stati  avvisati  del  pericolo,  ed  in  particolare  intorno 
ai  loro  principali  santuari i  aveva  scritto  il  conte  Adalberto  dal- 
l'isola di  Corsica,  «  ut  si  fieri  potuisset,  ipsorum  apostolorum  cor- 
pora  intro  inferrent  Roma,  ne  de  tanta  salute  tra  (sic)  gens  ne- 
fandissima paganorum  exultare  potuisset  »  \  Ma,  supponendo  che 
i  Saraceni  avessero  poche  forze,  non  si  fece  nulla,  almeno  non 
si  misero  in  salvo  tutti  i  tesori  di  san  Pietro.  Anche  al  sacro  se- 
polcro si  adoperarono  forse  solo  provvisorii  provvedimenti.  I  nemici 
dunque,  dopo  una  vittoria  riportata  presso  di  Roma,  «  ecclesiam 
beati  Petri  apostolorum  principis  nefandissimis  iniquitatibus  prae- 
occupantes  invaserunt  »  2.  E  sappiamo,  che  devastarono  la  basilica 
e  «  portarono  via  tutti  gli  ornamenti  e  tesori  collo  stesso  altare, 
il  quale  era  costruito  sopra  la  tomba  dell'apostolo  »  3. 

Queste  cose  accaddero  sotto  il  pontificato  di  Sergio  II.  Poco 
dopo,  sotto  Leone  IV  (847-855),  il  Libcr  ponlificalis,  come  teste 
contemporaneo,  continua  a  parlare  del  sepolcro  di  san  Pietro  e 
della  presenza  del  santo  corpo  negli  stessi  termini  adoperati 
prima  dell'invasione  saracenica  da  tutti  gli  scrittori  e  dalle  vite 
dei  papi  nello  stesso  Liber  ponlificalis,  supponendo  così,  che  nulla 
si  era  mutato  in  quanto  alla  conservazione  del  sacro  corpo. 
(«  In  corpus  beati  Petri  .  .  .  iuxta  altare,  sub  quo  eius  sacratis- 
simum  corpus  requiescit. . .  super  eius  sacratissimum  corpus  »)  4. 
I  Saraceni  dunque  nella  loro  breve  dimora  fra  le  mura  della  basi- 
lica vaticana  non  si  diedero  a  fare  il  lavoro  assai  difficile  e  penoso 
dell'escavazione  e  dell'apri  mento  della  suddetta  cassa  di  bronzo. 

Facilmente  però  il  pericolo  allora  incorso  spinse  i  papi,  suc- 
cessori di  Sergio  II,  a  munire  ancora  più  fortemente  il  sacro 

1  Liber  pont.,  Sergius  II  n  493  (II,  99).  Il  testo  è  guasto  nei  manoscritti. 
s  Ibid.  n.  493  p.  101. 

3  Annales  bertiniani  (Prudenti us  Trecensis)  ad  a.  846:  «  Mense  augusto  Sarraceni 
Maurique  Tiberi  Romam  aggressi,  basilicam  beati  Petri  apostolorum  principis  devastantes, 
ablatis  curri  ipso  altari,  quod  tumbae  memorati  apostolorum  principis  superpositum  fuerat, 
omnibus  ornamentis  atque  thesauris,  quemdam  montem  centum  ab  urbe  milibus  munitis- 
simum  occùpant.  Quos  quidam  ducimi  Hlotarii  minus  religiose  adorsi  atque  deleti  sunt; 
pars  autem  hostium  ecclesiam  beati  Pauli  apostoli  adiens,  a  Campanieasibus  oppressa, 
prorsus  interfecta  est  ».  Vedi  Duchesne  p.  104.  —  Però,  anche  la  basilica  ostiense  ed  il 
sepolcro  di  san  Paolo  coi  suoi  ricchi  ornamenti  hanno  avuto  a  soffrire.  Lo  impariamo  dal 
Liber  poni.  II,  145  Benedictus  III  (au.  855-858)  n.  568:  «  la  basilica  beati  Pauli  argentei» 
tabulis  sepulchrum,  quod  a  Saracenis  destructum  fuerat,  perornavit  ».  Fu  probabilmente  la 
restituzione  del  rivestimento  dell'arca. 

*  Liber  pont.  II,  112.  121.  128.  134.    Ci.  113.  130. 


L' antica  lastra,  quando  spezzata.    Il  musaico  del  Salvatore. 


281 


avello;  e  se  mai  prima  fosse  stato  in  qualche  maniera  visi- 
bile,, dopo  quella  triste  esperienza  dovette  essere  chiuso  intera- 
mente l. 

Dall'irruzione  saracenica  può  venire  la  spezzatura  della  lastra 
e  la  lesione  delle  parti  circostanti  2. 

È  molto  credibile,  che  appunto  nei  restauri  divenuti  allora 
necessarii,  sia  stata  eretta  la  presente  arca  angusta  invece  del- 
l'antica più  larga,  e  che  si  sia  scelto  per  essa  un  sito  più  alto 
e  fatto  un  nuovo  pavimento  ed  un  nuovo  pozzetto,  per  coprire 
così  la  rovina  dello  stato  precedente. 

L'abside  della  nuova  arca  si  decorò  col  musaico  del  Salvatore. 
Questo  musaico  in  fondo  curvo  potè  esser  preso  da  qualche  altro 
luogo.  Forse  esso  ornava  prima  qualche  nicchia  della  basilica,  il 
che  spiegherebbe  la  forma  singolare  della  curva,  la  quale  termina 
il  fondo  dell'  arca.  Può  essere  ancora  che  una  curva  od  abside, 

1  Si  vedano  le  relazioni  del  Liber  pontificalis  su  i  lavori  di  restauro  ed  abbellimento 
eseguiti  alla  confessione  vaticana  da  Leone  IV,  nella  vita  di  questo,  specialmente  n.  512  ss. 
p.  1 1 3  s.  —  Se  si  deve  assegnare  un  tempo  per  la  traslazione  di  reliquie  ex  ossibus  di 
san  Pietro  alla  città,  nessuno  è  più  acconcio  che  quello  dei  detti  restauri.  Nel  secolo  ix 
era  cessata  quell'avversione,  che  si  aveva  prima  a  Roma,  di  distribuire  particelle  dei  sacri 
corpi,  e  che  viene  cosi  vivamente  espressa  da  san  Gregorio  Magno  nella  sua  celebre  let- 
tera all'imperatrice  Costantina  (Registrum  4  n.  30  ed.  Ewald  p.  2G3;  ed.  Maurin.  p.  708). 
Costantina  aveva  chiesto  il  caput  sancti  Pauli  ant  aliud  quid  de  corpore  ipsius.  E  noto 
però,  che  per  la  traslazione  suddetta  non  si  ha  nessun  testimonio  positivo.  La  prima  rela- 
zione che  parla  per  esempio  delle  sacre  teste  degli  apostoli  Pietro  e  Paolo  a  san  Giovanni 
in  Laterano  è  un  inventario  scritto,  come  pare,  fra  gli  anni  1073  e  1118.  Cf.  De  Waal, 
Die  Hdupter  Petri  und  Pauli  im  Lateran  in  Rómische  Quartalschri ft  5  (1891)  340-348; 
Analecta  Bollandiana  11  (1892)  187  s.  Sul  capo  di  san  Pietro  v.  sotto  p.  301.  302.  — 
Non  vogliamo  escludere  la  possibilità,  che  nell' avvicinarsi  del  pericolo  nell'anno  846  il 
corpo  di  san  Pietro  sia  stato  rifugiato  alla  città  e  riportato  alla  tomba  dopo  la  partenza 
dei  Saraceni.  Così  si  spiegherebbe  meglio  ancora,  come  le  chiese  di  Roma  abbiano  avute 
diverse  parti  del  santo  corpo.  Ma  come  viene  che  ne  tace  il  Liber  pontificalis? 

2  Quello  che  vien  riferito  in  una  lettera  testò  pubblicata  sopra  violazioni  del  sepolcro 
di  san  Pietro  nei  giorni  del  sacco  di  Roma  nel  1527,  può  solamente  riguardare  le  parti 
esteriori  della  tomba  e  del  sarcofago.  Sotto  l'impressione  vivissima  del  fatto  e  non  senza 
l'esagerazione,  che  suole  accompagnare  le  prime  notizie  d'un  simile  avvenimento,  cosi  scrive 
in  quella  lettera  del  17  giugno  1527  un  tal  Teodorico  Vafer  (aliys  GescheidJ:  «  Propha- 
narunt  omnia  tempia,  et  homines  supra  aram  divi  Petri  interfecerunt  ;  urnam  sive  tumbam, 
in  qua  requiescebant  ossa  sanctorum  Petri  et  Pauli  effregerunt  et  ipsas  reliquias  prophanarunt. 
Calices  et  ornamenta  ad  rem  divinam  dedicata  rapuerunt  »  ecc.  (Pubblicata  da  I.  Mayer- 
hofor  nel  Historisches  Iahrbuch  1891  p.  751  s.).  Non  occorre  osservare,  che  nessun'  altra  re- 
lazione fra  lo  tante,  che  abbiamo  sull'infelice  sacco  di  Roma,  accenna  ad  un'estrazione  e 
dispersione  delle  sante  reliquie  dell'apostolo.  Sopra  la  restituzione  di  altro  reliquie  rubate 
dai  soldati  nel  sacco  di  Roma  e  poi  da  provvida  mano  raccolte  abbiamo  documenti  auten- 
tici. V.  Armellini  Cronachetta  mensuale  anno  XXIV,  1890  dicembre,  p.  179. 


282 


VI.  he  tombe  apostoliche  n.  5.  —  ha  tomba  di  s.  Pietro. 


preesistente  in  questo  vano,  sia  stata  posteriormente  accorciata, 
in  maniera  da  formare  quell'arco  irregolare  che  vi  è  di  pre- 
sente. Si  veda  la  figura  n.  2  sopra  pag.  275,  dove  ho  fatto  notare 
con  linee  punteggiate  un  qualche  complemento  della  curva  guasta. 
Questo  complemento  insieme  colla  linea  C  D  darebbe  a  vedere 
l'antica  estensione  del  vano  innanzi  all'abside  presente  dell'arca. 
Una  curva  od  abside  si  vede  anche  nel  muro  posteriore  della  came- 
retta a  basso  (tavola  VII!  n.  2).  Però  fa  duopo  confessare,  che 
una  ricostruzione  con  tali  mezzi  sarebbe  troppo  problematica  per 
fondarsi  sopra  di  essa  seriamente. 

Deve  avere  qui  il  suo  luogo  un'  ultima  osservazione,  fatta 
già  più  volte  da  altri  autori,  ed  è,  che  l'asse  della  presente  arca 
non  coincide  coll'asse  dell'altare  maggiore  e  della  basilica  stessa. 
L'arca  mostra  una  divergenza  a  sinistra  di  chi  guarda  di  16  cen- 
timetri. Il  medesimo  dicasi  della  camera  inferiore,  sebbene  questa, 
come  indica  la  sezione  verticale  sulla  fototipia,  sia  posta  un  poco 
più  a  destra. 

La  divergenza  fu  già  trovata  cosi  dal  papa  Innocenzo  III, 
quando  fece  apporre  alla  porta  dell'arca  la  ferrata  di  bronzo,  della 
quale  resta  sul  luogo  una  parte  considerevole,  ornata  di  colonnine 
e  d'un  archetto  con  bellissimi  smalti  ancora  inediti.  Il  Sarti  ne 
presenta  un  qualche  disegno  nella  tavola  III  della  sua  Appendice 
al  Dionigi.  Il  detto  papa  dunque  fece  prolungare  la  ferrata,  al- 
meno nella  parte  superiore,  molto  più  verso  la  destra  della  fe- 
rie stella  dell'arca  che  verso  sinistra,  volendo  così  in  certa  maniera 
togliere  la  dissonanza  fra  il  sito  dell'arca  e  quello  dell'  altare  l. 

Tutto  mena  a  conchiudere,  che  il  loculus  di  san  Pietro  col 
suo  corpo,  come  già  hanno  detto  altri,  non  sia  sull'asse  della 
basilica  e  del  suo  altare  maggiore,  ma  più  a  sinistra  (verso  sud), 
cioè  verso  il  circo  di  Nerone.  Una  legge  di  sacro  rispetto  (os- 
servata anche  nelle  altre  basiliche  cimiteriali  di  Roma)  richie- 
deva, che  nella  costruzione  della  basilica  costantiniana  non  si 
movesse  il  luogo 'della  sepoltura.  Siccome  però  le  difficoltà  della 
costruzione  erano  grandi,  dovendosi  tagliare  la  collina  vaticana  a 
destra  di  chi  guarda  l'altare  (verso  nord),  fu  preferito  di  tol- 

1  Tutta  la  lunghezza  della  l'errata  è  di  met.  3,45  l/t,  mentre  la  parte  sinistra  di  essa, 
dall'arco  cioè  della  porta,  misura  solamente  mot.  0,98  '/»■ 


Divergènza  del  sepolcro  dall'asse  della  basilica. 


283 


lerare  piuttosto  quel  piccolo  inconveniente  della  divergenza,  e 
di  non  avere  la  sacra  tomba  precisamente  sull'asse  della  basilica, 
che  rinunziare  a  certe  economie  architettoniche,  le  quali  si  dove- 
vano presentare.  Ed  il  tener  conto  di  tutte  le  economie  è  cosa 
consueta  presso  gli  architetti  costantiniani. 

In  fine  del  presente  capitolo  aggiungo  alcune  misure,  che  non 
sono  state  ancora  indicate  di  sopra.  L'arca  presente  dal  muro 
esterno  fino  al  principio  della  curva  (linea  A  C  della  fig.  n.  2 
pag.  275)  ha  met.  1,12  di  lunghezza.  La  larghezza  (C  F)  è  di 
mei  0,70.  Dallo  sportello  nel  pavimento  dell'arca  fino  alle  ma- 
cerie della  cameretta  inferiore  si  hanno  met.  1,19.  Il  diametro 
della  cameretta  verso  i  differenti  lati  corrisponde  incirca  alla 
larghezza  dell'arca. 

6.  Umbilicus,  cataracta,  fenestetta. 

Il  Libèr  pontificalis  parla  nella  vita  di  papa  Benedetto  III 
(855-858)  di  un  cooperculum  d'oro  del  peso  di  tre  libbre,  che 
avrebbe  fatto  fare  il  nominato  papa  pel  billicus  della  confessione 
di  san  Pietro  l.  Non  v'  è  dubbio  che  billicus  sia  lo  stesso  che 
umbilicus.  Con  questa  parola  si  veniva  a  significare  l'imboccatura 
superiore  del  pozzetto.  L'  espressione  fa  congetturare,  che  l' im- 
boccatura sia  stata  rotonda,  e  non  quadrata  come  quella  di  cui 
abbiamo  parlato.  «  Circulus  parvulus,  qui  vocatur  umbilicus  »,  dice 
Plinio,  parlando  del  senso  di  umbilicus  in  generale. 

Ma  qual  è  il  senso  proprio  dell'espressione  cataracta  adope- 
rata dai  legati  nella  sopra  citata  lettera  al  papa  Ormisda? 
L' espressione  non  significa  nella  mia  opinione  il  pozzetto  nè 
Yumbilico,  nè  anche  la  finestrella  della  confessione,  ma  giusta 
1'  etimologia  della  parola  (xatapào-ffco,  buttare  giù  con  fracasso) 
una  grata  od  inferriata,  che  cade  e  cadendo  si  chiude  sopra  di  sè  \ 
Questa  grata  non  può  essere  il  cooperculum  d'  oro,  tanto  meno 

1  Bened.  Ili  n.  570  (II,  140.  149). 

2  Si  veda  Forcellini-Corradini ,  Forcellini-Do  Vit,  Georges,  Pape  ecc.  Du  Cange  tra- 
duce: fores  clathratao,  nell'italiano  saracinesca,  nel  tedesco  Fallgitter  o  Fal/thiìre.  Anche 
il  Duchcsne  Liber  pont.  I  p.  194  n.  01  prendo  le  cataractae  del  sepolcro  vaticano  nel  senso 
di  grata,  francese  grilles.  Presso  Plinio  e  Rutilio  la  parola  occorre  nel  senso  della  parola 
italiana  cateratta  (che  chiudo  il  fiume),  presso  Livio  nel  senso  di  saracinesca  e  nel  medesimo 


284     VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  6.  —  Umbilicus,  cataracta,  fenestella. 


perchè  il  cooperculum,  a  quanto  pare,  fu  uno  solo,  mentre  le  ca- 
teratte furono  almeno  due  in  ognuno  dei  due  sepolcri. 

Le  grate  suddette  erano  probabilmente  dentro  ai  pozzetti  se- 
condarli e  chiudevano  i  canaletti,  che  mettevano  i  due  pozzetti 
in  comunicazione  fra  loro  e  col  pozzetto  principale.  La  dispo- 
sizione sotto  la  lastra  di  san  Paolo  ne  dà  una  idea  per  la  prima 
volta.  (Vedi  fig.  1  pag.  267).  Però  vestigli  di  tali  grate  non  vi 
si  trovano  più. 

I  legati  scrivono  :  ad  secundam  cataractam  deponere  (non  in 
secunda  cataracta),  e  vuol  dire  probabilmente  :  presso  la  grata, 
fra  il  pozzetto  secondo  ed  il  principale. 

Oltre  le  citate  parole  dei  legati  pontificii  v'  è  ancora  un  al- 
tro testo  degno  di  considerazione,  ed  è  quello  che  pochi  anni 
dopo  la  domanda  dei  legati  incontrasi  in  una  lettera  del  papa 
Vigilio  ;  egli  dice  della  basilica  s.  Petri  in  Hormisda  a  Costanti- 
nopoli: «  posito  indiculo  (cioè  il  documento  della  sicurezza  pro- 
messagli con  giuramento)  super  altare  et  cataracta  b.  Petri  ».  Dun- 
que a  Costantinopoli  esisteva  la  cateratta  come  al  Vaticano 

Fenestella  confessionis  si  chiamava  invece  l'apertura  verti- 
cale, la  quale  menava  all'arca;  essa,  se  era  abbastanza  grande, 
come  a  san  Pietro  e  san  Paolo,  formava  una  porticina  per  entrare 
nell'arca;  in  ogni  caso  come  finestrella  offriva  ai  devoti  la  possi- 
bilità di  avvicinare  il  capo  al  santuario  mentre  ivi  pregavano. 
Che  il  termine  fenestella  sia  stato  adoperato  nello  stesso  senso 
di  cataracta,  come  scrive  il  Borgia,  non  lo  crederei,  sebbene  dopo 
il  Borgia  lo  ripeta  il  Garrucci  2. 

Di  tali  fenestellae  si  veggono  ancora,  come  è  noto,  a  Roma 
molti  esempii;  altri,  e  più  antichi  ed  interessanti,  sono  conser- 
vati a  Ravenna.  Le  più  notevoli  fenestellae  furono  pubblicate  con 
bellissimi  disegni  nel  tomo  I  e  II  dell'opera  del  Rohault  de  Fieury, 
La  sainte  messe.  Ma  non  possiamo  entrare  in  questo  soggetto, 
poiché  pel  tema  presente  non  è  di  così  grande  importanza  la  co- 
municazione della  confessione  verso  l'esterno  per  mezzo  della  fi- 
senso  anche  nel  Liber  pont.,  dove  si  parla  delle  mura  e  porte  della  nuova  città  di  Ostia: 
«  portis  simul  ac  serris  et  cataractibus  eam  undique  permuuivit  ».  Borgia  (  Vaticana  con- 
fessici p.  161)  trova  nella  parola  in  generale  il  senso  di  fìrmiores  portac. 

1  Vigilii  papae  op.  (olim)  15  n.  5;  Mignc  L.  69,  55;  Iaffé  n.  931.  La  lettera  è 
del  5  fobbraio  552. 

2  Borgia  Vatic.  confessio  p.  161.   Garrucci  Stor.  dell'arte  6  p.  28. 


Gregorio  dì  Tours  sul  sepolcro  vaticano. 


285 


nestrella,  come  è  la  comunicazione  verso  l'interno,  cioè  verso  il 
sepolcro  o  verso  le  reliquie  per  mezzo  di  pozzetti  od  altre  aperture. 

A  quest'  ultima  comunicazione  si  riferisce  il  noto  testo  di 
Gregorio,  vescovo  di  Tours  (*j*  595),  dove  fa  la  descrizione  del 
sepolcro  vaticano.  Un  testo  di  tanta  importanza,  sebbene  molte 
volte  stampato,  non  può  omettersi  nella  presente  trattazione,  spe- 
cialmente perchè  nomina  non  solo  la  finestrella  m;i  anche  i  cancelli, 
un  ciborium  sepulchri  col  sepulchrum  sotto,  le  chiavi  d'  oro  ed 
altre  cose.  Avvertasi  però  che  Gregorio  non  ha  veduto  il  sepol- 
cro, che  perciò  la  sua  descrizione  non  può  offrire  un'  assoluta 
certezza,  e  che  diverse  cose  restano  oscure  nelle  sue  parole. 
Torneremo  sul  significato  di  qualche  sua  indicazione  quando 
in  fine  di  questa  dissertazione  sarà  esposto  il  testimonio  del 
Liber  pontificalis  sulla  costruzione  delle  due  tombe  apostoliche 
ai  tempi  di  Costantino  l. 

«  Sepultus  est  (s.  Petrus,  dice  Gregorio  di  Tours)  in  tem- 
pio, quod  vocitabatur  antiquitus  vaticanum.  .  .  Hoc  sepulchrum 
sub  altari  collocatum  valde  rarum  habetur.  Sed  qui  ornre  deside- 
rai reseratis  cancellis,  quibus  locus  ille  ambitur,  accedit  super 
sepulchrum,  et  sic  fenestella  parvula  patéfacta,  iminisso  introrsum 
capite,  quae  necessitas  promit  efìlagitat.  Nec  moratus  (al.  moratur) 
effectus,  si  petitionis  tantum  iusta  proferatur  oratio.  Quod  si 
beata  auferre  desiderai  pignora,  palliolum  aliquod  momentana 
pensatum  iacet  (al.  iacit)  intrinsecus,  deinde  vigilans  ac  ieiunans, 
devotissime  deprecatur,  ut  devotionis  (al.  devotioni)  suae  virtus 
apostolica  suffragetur.  Mirum  dictu,  si  fides  hominis  praevalue- 
rit,  a  tumulo  palliolum  elevatum,  ita  imbuitur  divina  virtute,  ut 
multo  amplius,  quam  prius  pensaverat,  ponderetur;  et  tunc  scit 
qui  levaverit,  cum  eius  gratia  sumpsisse  quod  petiit.  Multi  enim 
et  claves  aureas  ad  reserandos  cancellos  beati  sepulchri  faciunt, 
cui  (qui)  ferentes  prò  benedictione  priorcs,  quibus  infirmitates 
tribulantum  medicantur  2.  Omnia  enim  fides  integra  praestat.  Sunt 

1  In  gloria  martyrum  c.  27  ed.  Kruseh  in  Mon.  Germ.  hist.  Script,  morov.  p,  504  ; 
ed.  Miglio  I,.  71,  72K  (dove  è  il  cap.  2S  del  medesimo  libro.  11  libro  ivi  è  intitolato:  Mi- 
raculorum  lib.  I  De  gloria  martyrum).  Diarno  il  testo  miglioro  del  Kruseh. 

*  Qnosto  luogo  sta  così  nell'antica  lezione  del  Migno  (il  quale  ristampa  l'edizione 
del  Ruinart):  «  qui  ferentes  prò  bonodictione  priores  accipiunt,  quibus  infirmi  tati  tributa- 
toi'iim  raedeantur  ». 


286      VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  7.  —  Altri  monumenti  sepolcrali. 


ibi  et  columnae  mirae  eleganti ae  candore  niveo,  quatuor  nu- 
mero, quae  ciborium  sustinere  dicuntur  ». 

7.  Monumenti  sepolcrali, 
dal  cui  confronto  si  illustrano  le  tombe  apostoliche. 

Per  venire  ai  monumenti  sacri,  che  sono  da  confrontarsi, 
indicherò  prima  alcuni  di  diversa  età  e  passerò  poi  più  par- 
ticolarmente al  tempo  delle  catacombe,  nelle  quali  si  trovano 
già  manifesti  raffronti  colla  posteriore  usanza. 

L'altare  del  sesto  secolo,  che  fu  scoperto  nei  lavori  cominciati 
l'anno  1869  nella  chiesa  dei  santi  XII  Apostoli  di  Roma,  aveva 
una  tavola  orizzontale  di  marmo  forata  nel  mezzo,  ed  il  foro 
rispondeva  precisamente  sulle  reliquie  chiuse  in  una  piccola  teca, 
mentre  sopra  la  tavola  era  innalzata  un'arca  quasi  d'una  confes- 
sione. L'arca  era  coperta  dalla  mensa  dell'altare,  ed  era  aperta 
nella  parte  anteriore  da  una  fenestella  fiancheggiata  da  due  pila- 
strini. Il  taglio  trasversale  presso  Rohault  de  Fleury,  La  messe 
tom.  I  pi.  37  (v.  p.  137),  mostra  come  quivi  era  riprodotto  in 
piccole  dimensioni  il  tipo  dei  sepolcri  insigni  di  corpi  santi  \ 

Una  simile  costruzione  d'altare  osservai  nella  grotta  così 
detta  di  san  Leonardo  presso  Castel  sant'  Elia  non  lungi  da 
Nepi.  La  grotta,  che  è  difficilmente  accessibile,  è  assai  impor- 
tante per  la  storia  del  culto  e  della  pittura,  e  non  fu  ancora  de- 
scritta. In  un  vano  laterale  della  grotta  sorge  sotto  un  arco- 
solio  un  altare  sepolcrale,,  che  è  tagliato  nel  tufo,  come  tutta  la 
grotta,  e  serviva  probabilmente  nel  primo  medio  evo  in  tempo 
di  pericolo  per  conservare  e  nascondere  qualcuno  dei  corpi  santi 
della  vicina  celebre  abadia  di  Suppentonia.  Lo  spazio,  destinato 
nell'  altare  per  quel  corpo,  si  trova  anche  qui  congiunto  per 
mezzo  d'un  foro  coli'  arca  chiusa  da  una  fenestella;  v' è  solo 
questa  differenza,  che  1'  arca  stava  sotto  e  non  sopra  le  sacre 
reliquie. 

Abbiamo  ricevuti  nuovi  schiarimenti  intorno  alla  deposizione 
di  reliquie  negli  altari  dalla  recente  pubblicazione  del  de  Rossi 

1  Si  veda  la  relaziono  del  Garrucci  nella  Storia  dell'  arte  6  p.  27  coi  disegni  tav.  423 
n.  9-11. 


Roma.    Castel  sani'  Elia.    Bari.  Salerno. 


287 


sulla  capsella  argentea  africana  (1889).  Il  nostro  soggetto  vien 
illustrato  direttamente  dalla  maniera,  colla  quale  quella  insigne 
capsella  di  reliquie,  un  prodotto  dell'arte  cristiana  dell'inizio 
del  quinto  secolo,  stava  deposta  nel  primitivo  altare.  Non  si 
trova  nulla  d'un  pozzetto  di  congiuntura;  la  capsella  riposava 
nella  profondità  d'  una  pietra  scavata  in  forma  quadrangolare, 
che  aveva  un  coperchio  di  pietra;  ma  sopra  il  detto  coper- 
chio era  lasciato  un  vano  (un'arca  soprapposta  al  sepolcrino, 
come  lo  chiama  appositamente  il  de  Rossi  del  quale  non  si 
trovò  nessuna  chiusura.  In  quel  vano,  come  congettura  il  nomi- 
nato illustre  autore,  si  mettevano  gli  oggetti  da  santificarsi,  per 
mezzo  d'  una  finestrella. 

Del  sepolcro  di  san  Niccolò  a  Bari ,  costruito  fra  gli  anni 
1087  e  1089,  abbiamo  una  descrizione  nella  pubblicazione  del 
Bartolini  su  quella  basilica.  La  disposizione  della  tomba  di- 
mostra, che  in  qualche  maniera  fu  ripetuto  il  tipo  più  antico 
di  Roma  e  di  altri  luoghi.  «  La  grande  tavola  di  marmo,  dice 
il  Bartolini  2,  su  la  quale  poggia  la  mensa  dell'altare  [ed  è  la 
tavola,  che  forma  il  pavimento  dell'arca]  ha  nel  centro  un  foro 
circolare,  che  interiormente  allargandosi  a  figura  conica,  penetra 
attraverso  di  due  altre  tavole  marmoree  di  egual  dimensione  e  va 
a  terminare  nella  concava  tomba.  Nel  davanti  della  mensa  apresi 
una  porticina  a  due  partite  [la  fenestella],  per  mezzo  della  quale, 
chiunque  il  voglia,  può  approssimarsi  al  foro  di  sopra  indicato, 
e  tolta  una  piastra  d'argento  [il  cooperculum  dell' umbilicus],  con 
l'aiuto  del  lume,  che  con  una  catenella  d'argento  viene  calato 
nella  tomba,  vede  il  liquore  cristallino,  entro  il  quale  natano  le 
sacre  ossa  del  taumaturgo  ». 

Similmente  il  sepolcro  di  san  Matteo  apostolo  nella  catte- 
drale di  Salerno  fu  costruito  sull' indicato  modello.  Sotto  l'area, 
che  ha  due  fenestellae,  l'ima  opposta  all'altra8,  giace  la  lastra 
forata  da  un  rotondo  pozzetto  della  dimensione  di  circa  15  centi- 
metri. Il  pozzetto,  chiuso  da  due  coperchi  di  argento,  in  forma 

1  La  capsella  ecc.  p.  10. 

?  Su  l'antica  basilica  di  san  Niccolo,  in  Borii  Osservazioni  stor.  artist.  ed  archeol., 
Roma  1882,  pag.  LI. 

8  Quindi  vi  sono  duo  altari,  come  anche  di  presente  nella  basilica  ostiense,  dove 
l'arca  ha  duo  aperture,  l'antica  verso  l'abside,  o  la  più  roconto  verso  la  navata. 


288      VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  7.  —  Altri  monumenti  sepolcrali. 


di  alle  coppe  ed  inchiavati,  discende  in  una  profondità  di  circa 
13  palmi  (c.  mei.  2,90).  Dalla  bocca  del  pozzetto  cala  una  specie 
di  turibolo  per  raccogliere  la  così  dett  i  manna  di  san  Matteo,  e 
solamente  una  volta  l'anno,  il  5  di  maggio,  dischiusi  i  coperchi, 
viene  vuotato  il  contenuto  del  vaso.  La  basilica  di  san  Matteo 
fu  edificata  nel  secolo  undecime,  dopo  la  traslazione  del  sacro 
corpo  a  Salerno  \ 

Nelle  catacombe  di  san  Tolomeo  a  Nepi  osservai,  che  un 
certo  numero  di  loculi  sono  congiunti  fra  loro  per  mezzo  di  pic- 
cole buche,  e  trovai,  che  per  tal  modo  l'uno  per  mezzo  del- 
l'altro stanno  in  contatto  con  alcuni  sepolcri  un  po' più  ornati,  i 
quali  vengono  comunemente  considerati  come  sepolcri  di  martiri. 
La  stessa  osservazione  feci  nella  catacomba  di  san  Giovenale 
a  Sutri.  Sebbene  nelle  catacombe  di  Roma  non  s'incontri  nessun 
esempio  d'un  simile  sistema  di  congiunture,  è  però  notissimo, 
quanto  grande  fosse  il  desiderio  .anche  dei  cristiani  di  Roma  di 
riposare  vicino  ai  santi  martiri  o  in  qualche  contatto  con  essi; 
cosa  che  merita  tanfo  più  di  essere  notata  in  questo  luogo,  perchè 
illustra  un  fatto  relativo  al  sepolcro  di  san  Paolo:  al  rinnova- 
mento della  basilica  la  confessione  dell'  apostolo  fu  trovata  cir- 
condata da  sepolcri  dei  fedeli  fin  quasi  a  contatto. 

Nel  cimitero  ostriano  sulla  via  nomentana,  secondo  che  scrive 
l'Armellini,  nel  fondo  d'un  sepolcro  ad  arcosolio  si  sarebbe  tro- 
vato un  piccolo  pozzo  chiuso  «  da  una  pietra  murata  e  traforata 
da  alcuni  fori  »,  il  quale  pozzo,  secondo  l'autore  citato,  non 
avrebbe  potuto  servire  ad  altro  che  a  contenere  delle  reliquie  2. 

Certo  è,  che  le  catacombe  sotto  qualche  rispetto  offrirono  i 
modelli  per  le  confessioni  pubbliche  dei  martiri  o,o\V  arca  e  col 
pozzetto ,  quando  si  cominciarono  a  costruire  le  basiliche  nei 
primi  tempi  della  pace.  Imperocché  i  cubicoli  sotterranei  dei 
cimiteri  cristiani  avevano  spesso  delle  trombe  o  pozzi  comuni- 
canti coll'aria  aperta  (lucernario),  e  bastava  un'imitazione  di 
queste  trombe  nelle  confessioni  per  avere  i  pozzetti  sì  spesso 
da  noi  nominati  3. 

1  Sopra  la  data  della  traslazione  e  dell'edificazione  v.  Paesano  Chiese  di  Salerno, 
1840  ss.  parte  I  p.  (58.  La  misura  della  profondità  mi  fu  comunicata  sul  luogo  stesso. 

2  Mariano  Armellini  Cimiteri  cristiani  2  ed.  (1893)  nel  cap.  Cimitero  ostriano. 

3  De  Rossi  Roma  soft.  3  p.  425  s. 


Salerno.    Nepi.    Le  catacombe  rom.    La  Platonia. 


289 


Ma  anche  nei  monumenti  sepolcrali  a  fior  di  terra  i  Cri- 
stiani vedevano  una  disposizione  simile  a  quel  tipo,  che  fu  ado- 
perato da  essi  nei  solenni  sepolcri  dei  santi,  cioè  due  spazi  sovrap- 
posti l'uno  all'altro.  Ancora  oggidì  in  molti  di  questi  monumenti 
nelle  grandi  vie  romane  fuori  della  città  si  vede  lo  spazio  supe- 
riore, dove  i  parenti  convenivano  per  celebrare  la  memoria  dei 
defunti,  e  lo  spazio  inferiore,  dove  stavano  i  sarcofagi  o  le  urne, 
e  che  si  chiamava  hypogaeum  o  catagaeum,  congiunto  col  primo 
per  mezzo  d' una  scala.  Lo  spazio  superiore  si  può  paragonare 
coli'  arca  cristiana,  e  la  scala  col  pozzetto  ì. 

Si  conosce  la  disposizione  della  così  detta  Platonia  presso  la 
basilica  di  san  Sebastiano  nella  via  appia,  dove  i  corpi  dei  due 
principi  degli  apostoli  stettero  come  in  un  nascondiglio  al  tempo 
delle  ultime  grandi  persecuzioni,  probabilmente  fin  dall'anno  258  2. 
Vi  è  nella  Platonia  sotterra  la  camera  sepolcrale  col  doppio  sar- 
cofago, sopra  questa  il  pozzetto  quadrangolarè  ;  e  finalmente  sul 
pozzetto  si  trova  la  grande  cappella  (cripta)  semicircolare  colle 
nicchie  intorno  al  muro,  la  quale  nel  suo  giro  rassomiglia  all'arca 
delle  confessioni;  il  piccolo  altare  del  medio  evo,  che  posa  sopra  il 
pozzetto,  ed  ha  la  solita  cella  vuota  colla  fenestella,  può  invece 
considerarsi  come  un  impicciolimento  dell'arca  formata  dalla 
cappella  stessa.  Parlando  in  tal  maniera  della  Platonia  non  voglio 
proferire  nessun  giudizio  sul  suo  stato  primitivo,  che  ha  prece- 
duto a  certe  trasformazioni  anch'esse  di  grande  antichità  3. 

E  bastino  queste  brevi  notizie  sopra  monumenti  affini.  Esse 
dimostrano,  insieme  coi  testi  allegati,,  che  non  andiamo  errati 
mentre  ascriviamo  alle  lastre  sepolcrali  della  basilica  ostiense  e 
della  vaticana  quel  significato  importante,  di  cui  sopra  si  è  parlato, 
e  se  riconosciamo  nelle  dette  lastre  l'anello  di  congiunzione  fra 
le  camere  sepolcrali  sotterra  e  gli  altari  delle  due  suddette  basi- 
liche costantiniane. 


1  Ivi  42G. 

*  V.  Duchosno  Lib.  pont.  I  p.  civ  ss.  C.  Erbes  (Zeitschrifl  fwr  Kirchetu/cschichtc 
t.  VII)  p.  28. 

3  Scavi  recentissimi  hanno  fatto  conoscere  la  forma  primitiva,  e  presto  saranno  pub- 
blicati i  risultati  dei  nuovi  studii.  Vedi  frattanto  lo  relazioni  <lel  prof.  Mantechi  nollo  No- 
tizie deijli  scaoi  marzo  189%  p.  1)0  ss.  e  nel  Rómischc  Quarlulschrift  1892  p.  275  ss. 

Gkisak,  Analecta  romana,  voi.  I.  18 


200  VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  8.  —  Relazione  colle  basii,  ostiense  e  vai. 


8.  Relazione  delle  due  lastre  sepolcrali 
colle  basiliche  ostiense  e  vaticana. 

Stimo  bene  di  fare  in  questo  luogo  alcune  altre  osservazioni 
più  generali  intorno  alla  relazione  delle  lastre  colle  suddette  ba- 
siliche. 

Ed  in  primo  luogo  fa  d'uopo  avvertire,  che  l'orientazione 
dell'antico  altare  di  san  Paolo,  fin  all'incendio,  concordava  sto- 
ricamente col  sito  della  nostra  lastra,  mentre  ciò  non  può  dirsi 
egualmente  della  presente  nuova  orientazione  dell'altare. 

Tutto  il  tempo,  nel  quale  stette  in  piè  la  basilica  valenti- 
niana  della  via  ostiense,  cioè  dalla  fine  del  quarto  fino  al  nostro 
secolo,  la  direzione  del  suo  altare  differiva  in  maniera  singolare 
dalla  direzione  degli  altari  maggiori  di  tutte  le  altre  basiliche 
romane.  In  queste  il  celebrante  era  ed  è  volto  verso  il  popolo 
e  la  nave,  ma  nella  basilica  di  san  Paolo  era  volto  verso  la  tri- 
buna; nelle  prime  il  vano  e  la  scala  della  confessione  sono 
verso  la  parte  della  nave  principale,  mentre  in  quella  di  san  Paolo 
erano  situate  verso  la  parte  posteriore  o  verso  la  tribuna;  e  non 
solamente  la  confessione  si  trovava  in  questo  luogo  insolito,  ma 
anche  il  chorus  cantorum ,  gli  amboni  col  candelabro  pasquale, 
ed  una  serie  di  colonne  cinte  da  antichi  parapetti.  Solo  al  tempo 
di  Sisto  V  fu  tolto  il  coro  col  detto  apparato  ;  però  la  confessione 
fu  lasciata  da  Sisto  al  suo  posto,  ed  all'altare  rimase  l'antica 
orientazione 

Come  si  spiega  questa  disposizione  tanto  insolita  relativa- 
mente alle  altre  basiliche? 

Essa  nacque  da  ciò,  che  si  ritenne  nella  basilica  valentiniana 
la  primitiva  direzione  della  confessione,  della  lastra  e  dell'altare, 
insieme  coli' antico  sito  del  sepolcro,  sebbene  la  basilica  avesse 
ricevuto  da  Valentiniano  una  orientazione  contraria  a  quella 
datale  da  Costantino,  avendo  essa  la  porta  principale  non  più 
come  prima,  dal  lato  delle  colline,  ma  da  quello  del  Tevere  2. 

1  Pompeo  Ugonio  Bistorta  delle  stationi  di  Roma  (1588)  fol.  237.  Onuphr.  Panvi- 
niiis  De  septem  ecclesiis  (1570)  p.  75  s.    G.  Severano  Sette  chiese  (1030)  p.  388. 

2  Sopra  la  basilica  di  san  Paolo  eretta  da  Costantino  v.  l'operetta  di  1'.  Bulloni  La 
primitiva  basilica  Ostiense,  Roma  1853  (con  piante).  —  11  presente  reverendissimo  padre 


L'orientazione  dell'altare  di  s.  Paolo. 


291 


Nella  basilica  di  Valentiniano  adunque,  quando  si  andava 
verso  l'altare  maggiore  venendo  dalla  tribuna  (che  è  pur  oggi 
la  stessa),  tutto  ricordava  la  primitiva  costruzione  di  Costan- 
tino, perfino  le  lettere  della  nostra  lastra  rivolte  verso  il  vi- 
sitatore. Il  detto  sito  delle  lettere  era  naturalissimo  per  i  vi- 
sitatori; nè  era  sconveniente,  che  il  celebrante  avesse  le  mede- 
sime sotto  di  sè  a  rovescio  tanto  nella  basilica  costantiniana 
quanto  in  quella  di  Valentiniano. 

Diverso  però  fu  il  giudizio  degli  architetti  della  basilica  eretta 
dopo  l'incendio. 

Imperocché  in  vece  di  trovare  naturale  lo  stato  delle  cose  e 
di  rispettare  una  disposizione  rimasta  per  quindici  interi  secoli, 
essi  credettero  di  dovere  costruire  l'altare  e  la  confessione  secondo 
l'uso  delle  altre  basiliche.  Voltando  dunque  l'altare  così  come 
sta  al  presente,  si  invocò  erroneamente  la  necessità  di  tornare 
al  solenne  uso  antico  della  liturgia;  e  mentre  si  fece  volgere  al 
celebrante  la  faccia  verso  la  nave  e  verso  il  lato  del  Tevere, 
si  diè  perfino  per  ragione,  che  così  era  richiesto  dal  sito  della  lastra 
antica  e  che  sulla  fede  della  sua  iscrizione  l'altare  doveva  venire 
voltato  ;  altrimenti  il  celebrante  avrebbe  sotto  di  sè  le  lettere 
capovolte  l. 

E  non  si  sapeva,  che  appunto  la  lastra  era  quella  che  pro- 
testava contra  una  innovazione  destinata  ad  estinguere  l'ultimo 
vestigio  che  rimaneva  della  primitiva  disposizione  di  Costantino. 
Ora  la  lastra  ne  mantiene  almeno  il  ricordo  nel  suo  posto  dentro 
all'  altare. 

Nel  tempo  della  moderna  riedificazione  della  basilica  i  ponte- 
fici fecero  sempre  osservare  severissimamente  l'ordine  dato  fin 
da  principio,  che  gli  architetti  non  toccassero  il  sepolcro  stesso 
e  le  sue  circostanti  pareti.  Sebbene  dunque  si  erigesse  un  nuovo 
altare,  e  sebbene  si  facesse  una  così  detta  nuova  confessione 

abate  di  san  Paolo,  F.  L.  Zelli,  mi  ha  favorite  comunicazioni  assai  preziose  sopra  gli  scavi 
eseguiti  al  tempo  dei  restauri  dopo  l'incendio.  Egli  si  ricorda  di  aver  veduto  non  solamente 
gli  avanzi  dell'abside  della  basilica  costantiniana,  ma  anche  il  lastrico  della  strada  antica, 
che  passava  immediatamente  dietro  l'abside,  tagliando  la  basilica  presente,  e  nell'altra  parte, 
cioè  dinanzi  alla  detta  abside,  l'edificio  del  sepolcro  di  san  Paolo  nel  luogo  presente,  cir- 
condato di  antichissimo  spranghe  di  ferro  specialmente  negli  angoli.  —  C.  Erbes  p.  28  e  3f> 
cerca  di  fissare  la  dedica  della  chiesa  costantiniana  nell'anno  336  incirca. 
1  Diario  di  Roma  1838  luglio  28.     Moroni  Dizionario  12  p.  222. 


292  VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  8.  —  Relazione  colle  basii,  ostiense  e  vat. 


nella  profondità  scavata  fra  l'altare  e  la  nave  (confessione  tut- 
t' altro  che  storica),  nondimeno  furono  conservati  scrupolosa- 
mente col  sepolcro  stesso  quei  pozzetti  a  noi  noti  e  la  lastra 
nell'antico  suo  livello  e  direzione  l. 

Con  ciò  veniamo  ad  una  seconda  osservazione  intorno  alla 
relazione  della  lastra  colla  basilica.  La  lastra  indica  il  livello 
della  primitiva  confessione  ed  insieme  della  primitiva  basilica, 
essendo  identico  il  piano  della  basilica  costantiniana  col  piano 
dell'  antica  lastra. 

A  san  Pietro  troviamo  di  nuovo  lo  stesso  stato  di  cose. 

L'antico  visitatore  della  confessione  di  san  Pietro  si  avanzava, 
senza  discendere,  sul  piano  della  chiesa,  sotto  il  doppio  ordine 
delle  colonne  innanzi  alla  confessione,  passava  pei  cancelli  e  così 
arrivava  fino  alla  fenestella,  che  aprivasi  sotto  l'altare  maggiore, 
per  la  quale  egli  si  vedeva  innanzi  ai  piedi  la  spesso  nominata 
lastra,  quasi  come  una  continuazione  del  pavimento  della  chiesa. 
Nella  basilica  moderna  di  san  Pietro,  come  si  sa,  il  livello  è  molto 
più  elevato  di  quello  di  prima.  Solamente  per  questo  si  deve 
di  presente  scendere  nel  vano  per  venire  alla  fenestella  ed  alla 
lastra.  Il  livello  della  chiesa  sotterranea,  cioè  delle  così  dette 
grotte  di  san  Pietro,  è  il  livello  dell'antica  basilica,  ed  in  questo 
sta  ancora  oggidì  la  lastra.  Si  veda  il  seguente  disegno  fig.  3. 


Fig.  3.  Sezione  verticale  della  confessione  nella  moderna  basilica  di  san  Pietro. 


Questo  taglio  trasversale,  che  abbiamo  preso  dal  Sarti  (tav.  2), 
mostra  a  destra  di  chi  guarda  (presso  e)  una  parte  delle  camere 
a  volta,  dette  le  grotte;  presso  la  lettera  a  si  vede  il  vano  in- 

1  Diario  e  Moroni  cit.  Il  racconto,  che  nel  giorni  dopo  l'incendio  sia  stato  veduto 
una  volta  il  corpo  di  san  Paolo,  è  una  pura  invenzione. 


Il  livello  delle  lastre  sepolcrali. 


293 


nanzi  all'altare  colla  scala,  più  a  sinistra  vi  è  l'arca  b  colla 
sua  lastra  nella  linea  delle  grotte,  e  sotto  la  lastra  il  pozzetto, 
che  conduce  al  sepolcro.  Il  livello  della  basilica  antica  è  se- 
gnato de1. 

Come  abbiam  detto,  anche  nella  basilica  di  san  Paolo  cor- 
rispondeva il  livello  della  primitiva  confessione  o  della  lastra  a 
quello  della  chiesa.  Anche  qui  fin  dal  medio  evo  si  discendeva 
per  una  scala  alla  confessione;  ma  solo  per  cagione  dell'alza- 
mento fatto  di  tutta  la  parte  della  basilica,  che  occupava  lo 
spazio  fra  la  tribuna  e  la  nave  trasversale.  Al  tempo  di  Costan- 
tino e  nei  primi  secoli  dell' edificio  valentiniano,  senza  scen- 
dere o  salire,  si  veniva  alla  fenestella  ed  alla  lastra  dal  piano 
della  chiesa. 

Al  livello  della  lastra,  ed  insieme  della  nave  grande,  sta- 
vano anche  le  basi  delle  colossali  colonne,  che  sostenevano  l'arco 
così  detto  trionfale  o  di  Placidia.  Ciò  si  vide  quando  nel  tempo 
della  ricostruzione  moderna  fu  tolto  il  pavimento,  che  era  stato 
messo  intorno  e  sopra  le  dette  basi,  nascondendole  all'occhio. 


Fig.  4.  Sezione  della  confessione  nell'antica  basilica  di  san  Paolo. 


La  nostra  figura  n.  4,  presa  dalla  sezione  di  tutta  la  basilica 
antica  presso  il  Fontana  (Les  èglises  de  Rome  t.  V  pi.  2),  rappre- 
senta il  vano  della  confessione  (a),  il  luogo  dell'arca  (6),  sotto 
la  quale  sta  il  sacro  corpo  (al  a  incirca),  e  fa  vedere  la  cor- 
rispondenza dell'arca  col  livello  (d)  della  chiesa. 

1  Nella  parto  delle  grotte  vicina  alla  confessione  si  può  osservare,  che  il  pavimento 
è  un  poco  più  basso  della  linea  d  e,  per  esempio  a  sinistra  nella  cappella  dotta  dol  Salva- 
forino,  dovo  osso  di  presente  è  inclinato  verso  la  storica  lastra  dol  sepolcro. 


294    VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  9.  —  Il  rapporto  del  Liber  pontificalis. 


9.  Il  rapporto  del  Liber  pontificalis 
sulle  due  confessioni  apostoliche. 

Dobbiamo  ancora  dedicare  un  corollario  al  racconto  del  Liber 
pontificalis  intorno  alla  disposizione  interna  delle  due  tombe  degli 
apostoli  fatta  da  Costantino.  Solamente  per  mezzo  di  questo  rac- 
conto ci  è  dato  di  discendere  colle  nostre  notizie  al  piano  dei 
sepolcri  ;  e  che  il  racconto  meriti  grandissima  autorità,  anzi  che 
derivi  da  inventarli  scritti  nell'età  costantiniana,  l'hanno  provato 
di  nuovo  gli  studii  del  Duchesne  nell'introduzione  della  sua  ma- 
gnifica edizione  del  libro  suddetto  (p.  clii  ss.). 

Questa  relazione,  che  data  dall'anno  530  incirca,  parla  del  se- 
polcro di  san  Paolo  così  :  «  Eodem  tempore  fecit  Constantinus 
basilicam  beato  Paulo  apostolo  ex  suggestione  Silvestri  episcopi, 
cuius  corpus  ita  recondit  in  aere  et  conclusit  sicut  beati  Petri  ». 
E  dopo  avere  raccontato,  che  alla  basilica  di  san  Paolo  dall'im- 
peratore si  regalarono  i  medesimi  doni  di  vasi  sacri,  come  alla 
vaticana,  continua  così  a  parlare  del  sepolcro:  «  Sed  et  crucem 
auream  super  locum  beati  Pauli  apostoli  posuit  pensantem  li- 
bras  CL  »  \ 

In  quanto  ai  particolari  dunque  della  reclusione  (conclusit)  del 
corpo  nella  camera  di  bronzo,  veniamo  rimandati  alla  relazione 
del  medesimo  scrittore  sopra  il  sepolcro  di  san  Pietro. 

Ora  egli  dice  del  sepolcro  vaticano,  che  Costantino  fece  cir- 
condare il  loculus  cum  corpus  da  tutti  i  lati  da  un  immobile  rive- 
stimento ex  aere  cypro;  le  misure  di  questa  camera  vengono 
da  lui  indicate  con  una  certa  accuratezza  ;  la  camera  fu  per- 
fettamente chiusa  (quod  conclusit),  e  nell'altezza  soprastante  in 
un  luogo  o  vano,  designato  dall'  imperatore  col  nome  domus  re- 
galis,  fu  messa  una  croce  d'oro,  che  ebbe  anch'essa  il  peso  di 
libbre  150.  La  croce  misurava  esattamente  la  camera  inferiore 
di  bronzo  (in  mensurae  locusj,  e  portava  un'iscrizione  ex  lit- 
teris  nigellis  (niello)  del  tenore  seguente:  CONSTANTINVS 
AVGVSTVS  ET  HELENA  AVGVSTA  HANC  DOMVM  RE- 
GALEM  (auro  decorant,  quamj  SIMILI  FVLGORE  CORRV- 

1  Liber.  pont.,  Silvester  n.  40  (I,  178). 


Lavori  sotto  V  imperatore  Costantino. 


295 


SCANS  AVLA  CIRCVMDAT  \  Il  supplemento  indicato  nella 
parentesi  fu  con  felice  congettura  proposto  dal  de  Rossi  2.  La  la- 
cuna, che  vizia  il  testo  dell'  iscrizione  nel  Liber  pontificatisi  pro- 
viene probabilmente  da  questo,  che  lo  scrittore  lo  prese  da  una 
copia. 

Se  la  descrizione,  che  ho  riportata  dell'interno  del  sepolcro, 
non  ha  più  chiarezza  e  luce,  ciò  non  è  colpa  mia.  L'autore  del 
Liber  pontificalis  disgraziatamente  non  pensava  agli  archeologi; 
ed  anche  se  avesse  voluto  dire  loro  delle  cose  più  accurate, 
probabilmente  non  l'avrebbe  potuto;  perchè  a  ragione  si  suppone, 
che  fin  dall'età  di  Costantino  le  parti  inferiori  appena  fossero  ac- 
cessibili. Si  può  credere  che  quell'autore  abbia  trovato  le  misure, 
insieme  colì'iscrizione,  in  notizie  scritte  3. 

In  osmi  caso  dietro  le  sue  sole  indicazioni  suddette  si  deb- 
bono  distinguere  due  cose:  una  cella  col  corpo  circondata  di 
bronzo,  la  quale  è  da  lui  chiamata  locus  e  loculus,  ed  una  cella 
più  alta  coperta  al  di  dentro  di  oro.  (Non  è  escluso  un  vano  fra 
l'una  e  l'altra  cella).  Probabilmente  la  cella  più  alta  era  decorata 
dalla  croce,  ed  essa  vien  designata  nell'  iscrizione  come  casa 
regale  dell'apostolo;  di  essa  credo  che  si  dice,  che  è  circondata  da 
una  basilica  splendente  d'oro. 

La  cella  della  domus  regalis  con  ogni  probabilità  è  proprio 
quella  che  abbiamo  chiamato  tante  volte  l' arca,  solamente  con 
dimensioni  più  riguardevoli  ed  in  un  sito  un  poco  più  basso  della 
presente  arca. 

L'arca  stava  infatti  isolata,  ed  era  sormontata  dall'altare 
col  suo  ciborio.  Quest'arca  era  circondata  dalla  basilica  vaticana 
per  ogni  lato,  ed  era  proprio  il  piccolo  tempio  del  pescatore  ono 

1  Ivi  n.  38  p.  176.  Il  testo  del  Liber  pont.  per  l' importanza,  che  ha  nelle  pre- 
senti ricerche,  deve  esser  copiato  qui  verbalmente,  e  lo  diamo  secondo  la  edizione  recente 
del  Duchesne:  «  Eodem  tempore  augustua  Constantinus  fecit  basilicam  beato  Petro  apo- 
stolo in  templum  Apollinis,  cuius  Ioculum  cum  corpus  sancti  Petri  ita  reconditi  ipsum  lo- 
culum  undique  ex  aere  cypro  conclusit,  quod  est  inmobile:  ad  caput,  pedes  v;  ad  pedes, 
pedes  v;  ad  latus  dextrum,  pedes  v;  ad  latus  sinistrimi,  pedes  v;  subter,  pedes  v;  supra, 
pedes  v;  sic  inclusit  corpus  beati  Petri  apostoli  et  recondit.  Et  oxornavit  saprà  columnis 
purphyreticis  et  alias  columnas  vitineas,  quas  de  Grecias  perduxit.  Fecit  autem  et  camerata 
[ubsidcm]  basilicae  ex  trimma  auri  fulgentem  et  super  corpus  beati  Petri,  supra  aera  quod 
conclusit,  fecit  crucem  ex  auro  purissimo,  pens.  lib.  cl,  in  mensurao  locus,  ubi  scriptum 
est  hoc:  Constantinus  eie.  (ut  supra)  scriptum  ex  litteris  nigellis  in  cruco  ipsa  ». 

1  Insci-,  christ.  II,  1,  p.  200. 

3  Cf.  Duchesne  Liber  pont.  I  p.  CLIH. 


296  VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  9.  —  II  rapporto  del  Liber  pontificalis. 


rato  come  un  re,  nel  quale  si  conversava  con  lui  per  mezzo 
delle  aperture  della  lastra,  che  scendevano  verso  il  sepolcro  l. 

Non  veggo  perchè  si  debba  dubitare  delle  misure  della  cassa  di 
bronzo  indicate  dall'antico  autore;  anzi  è  probabile,  che  le  misure 
accennate  corrispondano  proprio  all'interno  del  monumento  pri- 
mitivo nella  memoria  (oratorio)  al  Vaticano  2.  Cinque  piedi  ro- 
mani equivalgono  a  met.  1,48  incirca3.  Pare  che  si  debbano  at- 
tribuire misure  assai  piccole  al  monumento  primitivo  4  e  supporre, 
che  sia  stato  murato,  perchè  era  impossibile  di  scavare  nel  suolo 
tutto  arenoso  di  queste  parti  vaticane  e  costruire  grotte  sotterranee. 

M' incresce,  che  la  brevità  non  mi  permette  di  entrare  in  altre 
questioni,  che  hanno  risposta  più  sicura,  cioè  sul  sito  dell'anti- 
chissima memoria  di  san  Pietro  posta  alla  sinistra  del  Gaianum 
o  circo  neroniano,  dove  presso  la  strada  (fra  monumenti  sepol- 
crali pagani)  cominciava  ad  alzarsi  la  collina  vaticana.  Si  ve- 
drebbe allora,  come  tanto  le  indagini  topografiche  sopra  la  via 
Cornelia,  la  quale  costeggiava  questo  lato  del  circo,  quanto  le 
scoperte  archeologiche  di  sepolcri  nel  medesimo  punto  5  si  uni- 
scono concordemente  colla  tradizione  romana  sulla  memoria  o 
cella,  ovvero,  come  lo  chiama  Gaio  presbitero  nel  terzo  secolo, 
trofeo  di  san  Pietro,  custodito  in  questo  luogo  dai  cristiani  fin  dal 
tempo  dei  crudeli  martini  nel  circo  di  Nerone  6. 

Se  sono  differenti  fra  loro  le  congetture  intorno  all'interna 
forma  del  sepolcro,  ciò  proviene  dall'inaccessibilità  della  tomba 
propriamente  detta  e  dall'  estrema  scarsità  delle  notizie.  Fra  le 
congetture  non  poche  sono  senza  fondamento. 

1  Nel  Liber  pont.  si  legge  sotto  Xystus  HI  (432-440)  :  «  hic  ornavit  de  argento  confes- 
sionem  beati  Petri  apostoli,  qui  habet  libras  ecce  ».  Questo  dono  fu,  come  pare,  surrogato 
al  rivestimento  d'oro  dell'arca  o  domus  rer/alis.  Sotto  il  medesimo  papa  fu  regalata  alla  con- 
fessione di  san  Pietro  dall'  imperatore  Valentiniano  III  una  «  imago  aurea  curri  xn  portas 
et  apostolos  xn  »,  decorazione  la  quale  sarà  stata  al  medesimo  posto  sopra  la  fenestclla 
confessionis,  dove  sono  ancora  oggidì  gli  avanzi  di  simile  lavoro  del  tempo  di  Innocenzo  III. 
Doll'ultimo  tratta  il  Sarti  Append.  ad  Dionysii  Cryptas  vatic.  p.  22. 

2  La  memoria  preesistente  è  menzionata  nel  Liber  poni.,  Anacletus  n.  5  p.  125. 

3  Un  piede  romano  secondo  Mommsen-Marquardt  sarebbe  0,2957  met.  (Romische 
Slaatsverwaltuny  t.  II,  1884,  pag.  74). 

•*  Duchesne  Liber  poni.,  Anacletus  1.  c. 

5  Cf.  de  Rossi  Inscripl.  christ.  II,  1,  235.  Si  vedano  le  relazioni  sulle  scoperte  negli 
scavi  intorno  al  sepolcro  vaticano  presso  De  Waal  in  Rómisclic  Quarlalschri  ft  I  p.  1  ss. 

6  Zisterer  Die  Apostelyràber  nach  Gaiits,  Dissertaz.  nella  Theologische  Quarlalschri  ft 
1892,  1  fase. 


I  lavori  sollo  Costantino.    Monumento  primitivo  al  Vaticano.  297 


Crederei  che  anche  nel  Sarti  non  manchino  congetture  non 
provate.  Sul  suo  disegno,  che  in  mancanza  di  migliore  ho  ripe- 
tuto nella  fig.  3  p.  292,  egli  assegna  al  pozzetto  una  troppo  pic- 
cola profondità.  Però  giustamente  colloca  il  sacro  corpo  sotto  la 
cameretta  c  l,  non  dentro,  come  altri  gli  ha  falsamente  at- 
tribuito. 

Supposizioni  poco  fondate  sono  quelle  del  Lonigo,  che  si 
discendesse  all'  arca  della  confessione  per  gradini  e  che  nel- 
l'arca fossevi  un  altare  2.  Non  altro  che  congettura  è  anche 
quel  che  dice  il  Duchesne,  ascrivendo  al  pozzetto  due  ferrate  o 
cataratte  3.  E  storicamente  infondata  ci  pare  la  narrazione 
del  Barbier  de  Montault,  che  i  pellegrini  medievali  mediante 
«  il  pozzetto  di  6  piedi  »  potevano  vedere  la  croce  d' oro  de- 
posta da  Costantino  4. 

10.  Illustrazione  del  passo  del  Liber  pontificalis 
per  mezzo  di  altre  relazioni.  —  Risultato. 

Abbiamo  un  ragguaglio  dalla  penna  del  dotto  Francesco  Maria 
Torrigio,  dove  si  racconta,  come  nei  lavori  dell'alzamento  del 
piano  intorno  alla  confessione  della  moderna  basilica  vaticana 
l'architetto  Giacomo  della  Porta  avrebbe  aperto  per  caso  un 
foro,  pel  quale  si  vedeva  il  monumentum  di  san  Pietro,  e  che, 
dato  da  Clemente  Vili  uno  sguardo  nella  parte  interiore,  venne 
per  ordine  suo  subito  chiusa  l' apertura  5. 

1  Appendix  cit.  p.  22. 

2  Relazione  del  sito  ecc.  della  confessione  di  san  Pietro  (noli' Archivio  dell'eccle- 
siastico, Firenze,  1867  voi.  VII)  n.  3  p.  495.  Questa  dissertazione,  offerta  dall'autore  ad  Ur- 
bano Vili,  fu  stampata,  prima  che  apparisse  nell'Archivio,  alla  fine  della  seconda  edizione  di 
Bonannus,  Numismata  templi  vaticani  fàbricam  indicanti, t,  1700.  Vedi  anche  la  prima  edi- 
zione c.  24  p.  141. 

3  Liber  pont.  I,  194  n.  GÌ. 

4  Les  ccjlises  de  Rome  177. 

5  II  ragguaglio  fu  prima  pubblicato  dal  Ronanni  Numism.  templi  vaticani  c.  24 
p.  149  e  ripetuto  dal  Borgia  Vat.  conf.  p.  42  e  da  altri.  Il  fìonanni  toglie  la  sua  relaziono 
da  notizie  mss.  non  accuratamente  citate  di  Frane.  Maria  Torrigio,  il  quale  non  fu  testi- 
monio del  fatto,  ma  l'aveva  sentito  raccontare  da  due  ecclesiastici;  e  questi  ultimi  non 
raccontarono  cosa  veduta  da  essi,  ma  riferita  dal  cardinale  Sfondrato,  del  quale  non  si 
dice  che  abbia  egli  stesso  veduto  qualche  cosa,  ma  che  si  trovò  cogli  altri  prosonto  mentre 
il  papa  guardò. 


298 


VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  10.  — 


Relazioni  storiche. 


«  Narrat  Torrigius  (ras.)»,  così  suona  la  relazione,  «quum  novi 
templi  vaticani  pavimentimi  altius  deduci  et  aequari  opus  esset 
anno  1594,  Iacobum  a  Porta  retulisse  Clementi  Vili,  detectum 
a  se  foramen,  per  quod  sancti  Petri  monumentum  apparebat  ; 
quo  audito  pontifìcem  ipsum,  ductis  secum  eminentissimis  cardi- 
nalibus  Bellarmino,  Antoniano  et  sanctae  Caeciliae  [Sfondrato]  et 
admota  ab  architecto  ardenti  face,  oculis  perlustrasse  crucem  au- 
ream  sepulchro  impositam,  deinde  iussisse  vetustissimam  aram  in- 
tactam  eodem  in  loco  relinqui,  foramen  se  coram  coementis  oppleri 
novumque  postea  desuper  altare  et  quidem  magnificentius  erigi  ». 

Prenderdo  come  ben  fondata  la  sostanza  del  presente  racconto, 
diremo  che  il  papa  ha  guardato  nella  parte  inferiore  del  sepolcro, 
cioè  sotto  l'arca  e  sotto  il  pozzetto  presente.  Ma  se  vogliamo 
determinare,  dove  sia  stato  il  foro  e  cosa  abbia  veduto,  comin- 
ciano subito  le  incertezze.  E  probabile  però,  che  il  foro  aperto 
sia  stato  un  foro  regolare  ed  antico  fatto  fin  dalla  prima  co- 
struzione della  confessione,  corrispondente  col  pozzetto  e  for- 
mante una  comunicazione  colla  sottostante  cassa  di  bronzo;  anzi 
v'  è  probabilità,  come  l'accenna  anche  il  comm.  de  Rossi,  che 
il  foro  si  sia  trovato  nel  mezzo  del  pavimento  della  cameretta, 
dove  stanno  le  macerie  sciolte,  le  quali  macerie  sarebbero  state 
così  tumultuosamente  gettate  o  rigettate  dentro  sotto  gli  occhi 
del  papa  Clemente  Vili.  Se  il  foro  in  fatti  fu  al  luogo  designato, 
bisogna  ammettere  che  quel  vano,  cui  abbiamo  sempre  dato  il 
nome  di  cameretta,  sia  stato  già  prima  diviso  da  un  pavimento 
o  da  una  lastra  orizzontale  in  due  compartimenti.  Questo  vano 
poi  potrebbe  essere  sostituito  in  parte  all'antichissima  memoria 
od  oratorio ,  dove  il  suo  sepolcro  prima  di  Costantino  soleva 
essere  venerato  dai  fedeli. 

Per  quale  parte  poi  sia  entrato  colà  il  della  Porta,  e  quale 
sia  stata  la  croce  veduta,  non  si  potrà  determinare  ,.  Se  la 

'  Il  de  Rossi  Inscript.  christ.  II,  1  p.  200  cita  il  Borgia  Yalic.  conf.  p.  42,  il  quale 
crede  che  l'architetto  abbia  aperta  la  cameretta  dal  lato  dell'altare,  che  si  trova  ancor 
oggi  nello  grotte  vaticane  a  ridosso  della  confessione.  In  quanto  alla  cameretta  il  do  Rossi 
è  del  parere,  che  fu  probabilmente  «  occultata  ante  Mallii  et  Innocontii  III  tempora,  for- 
tasse  a  Leone  IV  post  saracenicam  invasionem  anni  84G  »  (pag.  199).  Aggiungo  che  questa 
occultazione  verisimilmente  fu  fatta  per  mezzo  di  pietre  e  di  calce  mista  di  ghiaia  minuta 
capace  di  stringersi  in  solido  masso,  appunto  come  fu  occultato  per  esempio  il  sepolcro  di 
sant'Agnese  a  Roma  e  più  tardi  il  sepolcro  di  san  Francesco  in  Assisi. 


Il  racconto  del  Torrigio.    S.  Gregorio  Magno. 


299 


croce  fosse  stata  la  costantiniana,  si  sarebbe  al  tempo  del  re- 
latore più  tosto  (letto  monogramma,  che  croce,  per  designare 
cioè  il    a       a    il   quale  conviene  ai 
segno  ^      ^  tempi  di  Costantino 

Dell'iscrizione  costantiniana  non  si  fa  parola.  Per  altro  non 
è  per  nulla  dimostrato,  che  la  croce  colla  solenne  dedica  sia  stata 
messa  in  quella  cameretta  profonda,  dove  nessuno  poteva  leg- 
gere l'iscrizione  ed  appena  qualcheduno  vedere  il  preziosissimo 
oggetto.  Abbiamo  detto,  che  il  suo  posto  pare  che  sia  stato 
piuttosto  Varca,  ma  non  vogliamo  con  ciò  escludere  altri  pareri. 
Nel  pavimento  dell'arca  posa  ancora  oggidì  una  grande  croce 
di  metallo,  e  questa  è  forse  la  continuazione  tradizionale  della 
croce  costantiniana.  Le  medesime  osservazioni  valgano  pel  sepol- 
cro ostiense,  dove  è  certo  che  fin  dai  tempi  di  Costantino  stava 
una  volta  una  croce  d'oro  super  locum  beati  Pauli  apostoli,  pur 
essa  di  libbre  centocinquanta.  Il  suo  posto  sarà  stato  quell'istesso 
dell'arca.  Siccome  non  ci  viene  riferita  della  croce  ostiense  veruna 
iscrizione,  possiamo  pensare,  che  essa  venisse  supplita  dalla  grande 
iscrizione  della  lastra:  PAVLO  APOSTOLO  MART.,  in  quella 
maniera,  che  alla  tomba  vaticana  l' iscrizione  della  croce  mono- 
grammatica suppliva  all'iscrizione  della  lastra. 

Ma  torniamo  al  Liber  pontificalis  per  continuare  con  altri  dati 
il  commentario  alle  sue  notizie  sul  sepolcro  vaticano.  Esso  servirà 
pure  ad  illustrare  la  tomba  di  san  Paolo,  «  cuius  corpus  ita  reeon- 
dit  (Conslantinus)  sicut  beati  Petri  ». 

Gregorio  Magno  dice  nella  lettera  sopra  citata  all'impera- 
trice Costantina  2,  che  il  suo  predecessore  Pelagio  II  voleva 
rinnovare  un  certo  ornato  d'argento,  che  distava  quindici  piedi 
incirca  dal  corpo  di  san  Pietro:  «quia  argentum,  quod  supra 
sacratissimum  corpus  sancti  Petri  apostoli  erat,  longe  tamen 
ab  eodem  corpore  fere  quindecim  pedibus ,  mutare  3  voluit , 
signum  ei  non  parvi  terroris  apparuit  ».  Allo  stesso  Pelagio  II 
si  debbono  col  de  Rossi  e  col  Duchesne  ascrivere  i  versi  Vox 

1  Così  appositamente  il  Duchesne  Liber  poni.  I,  195  n.  65. 
*  Ep.  IV,  30;  sopra  pag.  272  nota  5. 
3  Vodi  sopra  p.  296  n.  1. 


300 


VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  10.  —  Relazioni  doriche. 


arcana  Patris  ecc.,  che  si  leggevano  nel  secolo  ix  a  san  Pietro 
in  altare  \  Essi  appartenevano  ad  un  solenne  lavoro  votivo, 
e  per  mio  avviso  ad  una  rappresentazione  della  nota  scena  Do- 
minus  legem  dat  (PetroJ  o  della  missione  degli  apostoli  in  ge- 
nerale, perchè  i  versi  3  e  4  «  Hanc  Deus  humanam  sumens 
de  virgine  formam  -  Discipulos  mundo  praecipienda  docet  »  pa- 
iono proprio  la  spiegazione  d'una  simile  scena,  la  quale  pro- 
babilmente, giusta  il  costume  del  tempo,  era  eseguita  in  ar- 
gento martellato.  Di  Pelagio  II  scrive  inoltre  il  Liber  ponii- 
ficalis:  «  Investi vit  corpus  beati  Petri  apostoli  tabulis  argenteis 
deauratis  »,  lavori  che  a  nessun  luogo  più  propriamente  con- 
vengono che  all'arca.  Non  sarà  dunque  una  congettura  mal  fon- 
data riferire  ai  medesimi  preziosi  restauri  nell'interno  dell'arca 
quanto  di  sopra  ha  detto  san  Gregorio  sugli  ornati  argentei 
di  Pelagio  distanti  circa  15  piedi  dal  sacro  corpo.  Così  diventa 
probabile,  che  la  profondità  della  cameretta  (dall'  antica  lastra 
fin  al  sacro  corpo)  sia  di  quindici  piedi  o  quattro  metri  e  mezzo 
incirca. 

San  Gregorio  Magno  condusse  innanzi  i  lavori  d'argento,  ri- 
masti sospesi  al  sepolcro  vaticano  sia  per  la  morte  improvvisa  di 
Pelagio  II  al  principio  della  peste  che  accompagnò  l' inonda- 
zione 2,  sia  anche  per  i  segni  terribili  sopra  accennati. 

Quel  che  fece  Gregorio  vien  notato  così  nel  Liber  ponti fi- 
calis  :  «  Hic  fecit  beato  Petro  apostolo  cyburium  cum  columnis 
suis  ira,  ex  argento  puro.  Fecit  autem  vestem  super  corpus  eius 
blattinio  et  exornavit  auro  purissimo  pens.  lib.  c.  Hic  fecit,  ut 
super  corpus  beati  Petri  missas  celebrarentur  ;  item,  et  in  eccle- 
siam  beati  Pauli  eadem  fecit  »  3.  Dai  testi  su  Pelagio  e  Gregorio 
noi  veniamo  a  conoscere  un  grande  sistema  di  lavori  intrapresi 
alle  tombe  apostoliche  dai  due  pontefici,  dei  quali  il  secondo  era 
stato  il  diacono  del  primo.  Ai  medesimi  lavori  si  deve  aggiungere 
quel  che  fece  Pelagio  per  la  tomba  di  san  Lorenzo  e,  poco  dopo, 
Onorio  I  per  quelle  di  sant'Agnese  e  di  san  Pietro.  Si  tratta  di 
degni  e  grandiosi  abbellimenti  dei  principali  santuarii  di  Roma, 

1  De  Rossi  Inscript.  christ.  II,  1  p.  145;    Duchesne  Liber  font.  I,  310. 
%  Liber  pont.  I'elag.  II:  «  talis  cladis  fuit  qualis  a  seculo  nullus  meininit  fuisse.  Eodem 
tempore  in  vesti  vi  t  corpus  beati  Petri  »  ecc. 
3  Ed.  Duchesne  I,  312. 


Lavori  solio  Pelagio  II   e  Gregorio  I. 


301 


che  allora  più  che  mai  per  l' innanzi,  diventarono  la  pia  meta  dei 
pellegrini.  Gregorio  adunque  nelle  basiliche  vaticana  ed  ostiense 
fece  principalmente  due  cose,  1°  i  ciborii  e  2°  certe  mutazioni  ma- 
teriali (così  le  spiego),  che  permettevano  di  celebrare  il  divino 
sacrificio  super  corpus.  Aggiungo  una  parola,  sopra  l'uno  e  l'altro. 

1°  I  ciborii  colle  colonne  si  debbono,  a  quanto  sembra, 
cercare  super  corpus.  Dunque  in  ambedue  le  basiliche  si  sa- 
rebbe innalzata  l'arca  coronata  da  un  ciborium,  talmente  che  l'arca 
avrebbe  presentato  l'aspetto  d'un  tabernacolo,  ma  d'un  taberna- 
colo così  grande,  che  il  papa  nei  giorni  destinati  vi  potesse  en- 
trare senza  troppa  difficoltà.  Le  colonne  di  argento  doveano 
stare  nei  quattro  angoli  dell'arca  per  sostenerne  la  vòlta  fatta  in 
forma  d'un  ciborium,  a  quella  guisa  che  le  vòlte  delle  cripte  ci- 
miteriali sotterranee  sono  talvolta  sostenute  da  colonne  disposte 
nei  quattro  cantoni  del  vano.  Le  più  antiche  cappelle  laterali 
delle  basiliche  romane  mostravano  per  lo  più  il  medesimo  sistema 
di  colonne. 

2°  Non  così  semplice  riesce  la  collocazione  dell'altare  eretto 
da  san  Gregorio  super  corpus.  Se  si  tratta,  come  sembra,  di  una 
nuova  erezione,  inchinerei  in  forza  delle  parole  del  Liber  pontifi- 
calis,  ad  ascrivere  a  san  Gregorio  Magno  la  costruzione  della  gal- 
leria sotterranea,  per  mezzo  della  quale  si  poteva  (e  si  può  ancora) 
andare  fino  alla  parte  posteriore  della  tomba.  In  questo  altare  della 
confessione,  intorno  al  quale  esiste  un  vano  considerevole,  si  dice- 
vano fino  a  pochi  anni  fa  le  messe.  Molte  fra  le  solennità,  delle 
quali  vien  riferito  che  celebravansi  ad  corpus,  avevano  luogo  ap- 
punto in  questo  recesso  sotterraneo.  Prima  di  san  Gregorio  non  ve 
n' è  afflitto  vestigio  nelle  notizie  storiche;  uè  il  Liber  pontifìcalis 
ne  Gregorio  di  Tours  fanno  menzione  d'un  luogo  che  fu  posterior- 
mente così  frequentato  e  solenne.  L  i  prima  volta,  in  cui  viene 
chiaramente  indicato,  è  nell' Enchiridion  de  saccllis  et  altaribus 
basilicae  vaticanae  scritto  nel  secolo  vili  e  pubblicato  la  prima 
volta  dal  de  Rossi  nelle  Inscriptiones  christ.  II,  1  p.  224.  Ivi  si 
dice:  «  Pervenies  per  cryptam  ad  caput  beati  Petri  »  ecc.  La  gal- 
leria sotterranea  pertanto,  eolle  sue  due  entrate  a  destra  ed  a  si- 
nistra non  lontane  dall'ai tar  maggiore  (girando  il  muro  interno 
dell'abside  e  tornando  verso  il  mezzo  dell'aitar  maggiore)  riu- 
sciva fino  a  quest'altare  in  un  punto,  dove  si  credeva  nel  secolo 


302 


VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  10.  —  Relazioni  storiche. 


ottavo  di  essere  vicino  al  capo  del  santo  apostolo,  forse  stac- 
cato dal  corpo  e  conservato  sotto  1'  altare,  il  che  non  contrari i- 
rebbe  alle  costumanze,  che  allora  cominciarono  ad  introdursi  l. 

A  san  Paolo,  dove  forse  era  una  simile  galleria,  non  ve 
n'ha  più  vestigio  per  ragione  rielle  trasformazioni  architetto- 
niche di  quella  parte  della  basilica  2. 

Vediamo  però  anche  in  altre  basiliche  della  città  di  Roma, 
le  dette  gallerie,  tutte  fabbricate  sul  modello  delle  gallerie  di 
san  Pietro  e  forse  di  san  Paolo  ;  così  a  santa  Prassede,  a  san 
Saba,  ai  santi  Quattro  Coronati,  a  santa  Cecilia. 

Non  si  può  affermare  che  san  Gregorio  ne  abbia  introdotto 
l'uso  con  quei  suoi  lavori  nelle  basiliche  apostoliche;  ma  il  fatto, 
che  una  delle  prime  di  tali  gallerie  (di  forma  però  un  poco  di- 
versa), cioè  quella  della  basilica  recentemente  scoperta  di  san  Va- 
lentino fuori  porta  fl aminia,  è  del  pontificato  di  papa  Onorio  o 
del  tempo  poco  posteriore  a  lui,  fa  opinare,  che  le  gallerie  a 
san  Pietro  ed  a  san  Paolo  potessero  trarre  origine  da  san  Gre- 
gorio, maestro  e  predecessore  di  Onorio  3. 

Per  venire  finalmente  alla  descrizione  che  del  sepolcro  vati- 
cano, quale  era  alla  fine  del  secolo  sesto,  diede  il  vescovo  Gre- 
gorio di  Tours  (v.  pag.  285),  si  vede  facilmente,  come  essa  con- 
cordi colla  nostra  illustrazione  dei  dati  del  Liber  pontificalis.  Im- 
perocché egli  accenna  manifestamente  all'arca,  che  sta  sopra  il 
tumulus,  nel  pavimento  della  quale  si  santificavano  le  palliola. 
La  fenestella  parvula  paté  facto, ,  nella  quale  piega  la  testa  chi 
vuol  pregare  con  maggior  fervore,  è  la  chiusura  ossia  porticina 
dell'  arca,  non  l' apertura  del  pozzetto,  del  quale  Gregorio  non 

1  La  pianta  della  presente  galleria  è  presso  Rohault  de  Fleury  La  Messe  t.  II,  tav.  131 
e  presso  de  Rossi  Inscript.  christ.  II,  1  p.  235. 

2  Parlando  però  della  basilica  di  san  Paolo  il  papa  Gregorio  stesso  dice  nella  lettera 
citata  all' imperatrice  (IV  n.  30):  «et  ego  aliquid  ad  sacratissimum  corpus  sancti  Pauli 
apostoli  meliorare  volui,  et  quia  nocesse  erat,  ut  iuxta  sepulchrum  eiusdem  effodiri  altius 
debuisset  »  ecc. 

3  II  Borgia  Vatic.  conf.  40  ed  altri  però  riferiscono  la  notizia  del  Liber  pontificalis 
ad  un  decreto  di  Gregorio,  quasi  che  egli  avesse  ordinato  le  messe  all'altare  maggioro  della 
basilica.  Ma  il  Borgia,  almeno  nel  Liber  pnnt.,  leggeva  ancora  il  falso  testo:  «  Hic  prae- 
copit  ut  super  corpus  »  ecc.  Non  vorrei  escludere  un  decreto  simile.  Però  anche  l'inserzione 
della  notizia  relativa  alle  messe  in  mozzo  alle  notizie  sopra  opere  eseguite,  pare  che  ac- 
cenni ad  un'opera  fatta  e  non  ad  uu  ordino  dato. 


Le  gallerie  sotterranee.   Gregorio  di  Tours  sulla  tomba  vat.  303 


parla,  e  che  appena  fu  veduto  da  coloro  che  gli  parlarono  del 
sepolcro,  perchè,  come  egli  dice,  «  sepulchrum  sub  altari  collo- 
catum  valde  rarum  habetur  »  *.  Non  parla  similmente  di  scale 
per  venire  alla  confessione,  ma  sa  che  il  visitatore  col  solo  ol- 
trepassare i  cancelli  si  avanza  fino  al  sepolcro. 

Sopra  il  sepolcro  poi,  secondo  lui,  si  alza  un  ciborium  sor- 
retto da  colonne,  che  sono  diverse  da  quelle,  che  si  trovano  in 
altari;  giacché  fuori  delle  quattro  dell'altare,  che  compiscono  con 
quelle  della  basilica  il  numero  di  cento,  ve  ne  sono  quattro, 
«  columnae  mirae  elegantiae  candore  niveo,  quattuor  numero, 
quae  ciborium  sepulchri  sustinere  dicuntur  »  ;  e  questo  sepolcro 
è  sub  altari,  come  s'esprime  poco  innanzi,  parlando  delle  mede- 
sime colonne  («  quae  ciborium  sepulchri  sustentant  »).  Egli  accenna 
all'  arca,  e  alle  quattro  colonne,  che  dovevano  trovarsi  negli  an- 
goli del  suo  interno.  Queste  furono  rimosse  .  quando  san  Gre- 
gorio vi  pose  le  colonne  d'argento.  Non  è  qui  d'  uopo  decidere, 
se  esse  in  séguito  abbiano  formato  parte,  come  sembra,  delle  sei 
colonne,  che  Gregorio  III  trovò  erette  innanzi  all'altare,  ed  alle 
quali  egli  aggiunse  sei  altre  «  columnas  onychinas  volubiles  .. 
circa  presbyterium  ante  confessionem  »  2.  Le  parole  di  Gregorio 
turonense  mostrano  qualche  esitazione:  «quae  ciborium  sepulchri 
sustinere  dicuntur  »;  esitazione,  che  può  venire  sia  dalla  diffi- 
coltà, che  ebbero  i  suoi  relatori  di  esplorare  il  luogo,  sia  dalle 
mutazioni  e  dai  restauri,  che  precisamente  nel  suo  tempo  dove- 
tero  cambiare  l'interiore  forma  dell'arca. 

Peraltro  due  specie  di  colonne  al  sepolcro  di  san  Pietro 
sono  già  notate  dal  Liber  pontifìcalis  nella  vita  di  san  Silvestro: 
«  Et  exornavit  supra  columnis  purphyreticis  et  alias  columnas 
vitineas,  quas  de  Grecias  perduxit  ».  Le  prime  sono  le  colonne 
di  porfido  rosso  del  grande  baldacchino  dell'aitar  maggiore,  che 
si  conservarono  per  tutto  il  medio  evo;  le  altre  sarebbero  quelle 
accennate  da  Gregorio  di  Tours  3. 

1  Questo  sepulchrum  sub  altare  è  probabilmente  l'interno  dell'arca;  perchè  è  quel 
sepulchrum,  il  quale  (secondo  che  egli  dice  nel  medesimo  contesto)  aveva  la  f'encstclla 
parca  ed  il  ciborium  collo  colonne. 

2  Liber  pont.,  (ìre;/orius  III  n.  194  (I,  417). 

3  Si  noti  che  anche  il  sepolcro  di  san  Lorenzo  era  circondato  da  quattro  colonne  (spi- 
rali) diverso  da  altre  quattro  di  porfido;  esso  portavano  similmente  un  ciborio.  Duchcsne 
Liber  pont.  I,  'M0.  Pelagio  II  rivesti  l'arca  di  argento. 


304 


VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  10.  —  Risultato. 


Con  questo  abbellimento,  e  più  ancora  con  quei  di  Pelagio  II, 
di  Gregorio  Magno  e  di  Onorio,  1'  arca  del  principe  degli  apostoli 
doveva  riuscire  un  monumento  imponente. 

L'  altezza  dell'arca  superava  in  maniera  notevole  quella  del- 
l'odierna confessione.  Nè  mancavano  memorie  storiche,  doni  votivi 
ed  iscrizioni  sulle  sue  pareti,  specialmente  all'esterno.  Quivi  in 
arca  super  corpus  leggevasi  p.  e.  nel  secolo  settimo  l'antico  titolo 
d'un  ex-prefetto,  restituito  dal  sagace  editore  delle  Inscriptiones 
christianae  1  in  questa  forma:  Rufius  Viventius  Gallus  (v.  c.) 
et  ini.  expf.  Ur(b).  prò  beneficiis  domini  apostoli  votum  solvit. 


Veninmo  ora  al  risultato. 

Dopo  la  lunga  via,  che  abbiamo  percorso,  di  analisi  dei  mo- 
numenti e  dei  testi,  credo  di  poter  fare  la  sintesi  seguente: 

I.  Quando  il  primo  imperatore  cristiano  fece  alzare  le  due 
basiliche  sopra  gli  avelli  di  san  Pietro  e  di  san  Paolo,  non  fu 
in  guisa  veruna  mutato  il  sito  dei  sepolcri  primitivi;  ma,  chiusi 
i  sacri  corpi,  insieme  coll'antico  loculus,  fra  pareti  di  bronzo, 
si  eseguì  l'edificazione  talmente,  che  le  venerate  reliquie  degli 
apostoli,  cogli  altari  sopra,  stavano  nel  mezzo,  innanzi  al  presbi- 
terio. Nello  spazio  fra  l'altare  ed  i  sottostanti  corpi  sacri  erano 
varie  costruzioni,  le  quali  diventarono,  per  così  dire,  tipiche  per 
molti  altri  illustri  sepolcri.  La  cassa  di  bronzo  stava  in  una  ca- 
mera ornata  e  chiusa  da  grossi  muri,  la  cui  volta  portava  una 
lastra  di  marmo  orizzontale. 

La  lastra  aveva  un  foro  nel  mezzo  ed  al  medesimo  luogo  era 
forata  la  volta  sottostante,  di  maniera  che  ne  risultava  un  poz- 
zetto di  comunicazione  col  sepolcro. 

Sopra  la  lastra  si  ergeva  già  nel  tempo  costantiniano  una 
cella  riccamente  adornata  di  oro  e  di  argento,  quasi  come  una 
cappella.,  e  la  troviamo  fin  dagli  esordii  del  medio  evo  (v.  sopra) 
appellata  con  nome  proprio  arca  del  sepolcro.  L'arca  era  sempre 
fornita  di  una  fenestella  o  sportello  a  grate  verso  la  navata  prin- 

1  Do  Rossi  Inscript.  chrisi  li,  1  p  54. 


Risultato.  305 


cipale  della  basilica,  la  quale  così  aveva  la  comunicazione  colla 
lastra  e  per  mezzo  del  pozzetto  col  sepolcro  stesso. 

Di  più  vi  era,  probabilmente  fin  dal  secolo  settimo,  una  gal- 
leria sotterranea,  fuori  della  costruzione  sepolcrale  sotto  l'altare, 
per  la  quale  da  dietro,  cioè  dalla  parte  della  tribuna,  si  arri- 
vava immediatamente  al  muro  della  camera  e  quasi  supra  corpus; 
quivi  era  uno  sfondo  considerevole  con  un  altare. 

Ma  l'altare  principale  delia  confessio  dell'apostolo  stava  sopra 
la  suddetta  arca;  imperocché  la  volta  dell'arca  (il  suo  piccolo 
ciborium)  portava  un  piano,  e  sopra  questo  si  alzava  l'aitar  mag- 
giore, circondato  da  quattro  alte  colonne,  che  reggevano  il  grande 
ciborium  (o  tabernacolo)  come  al  presente. 

IL  Indicazioni  più  particolari  ci  vengono  fornite  dalla  lastra 
sepolcrale  di  san  Paolo,  di  cui  potemmo  fare  pei  primi  un  ac- 
curato esame. 

La  lastra  ostiense  è  quella  medesima  che  nel  santuario  se- 
polcrale di  san  Paolo,  ed  in  questo  posto  preciso,  fu  collocata 
nell'erezione  della  basilica  ai  tempi  di  Costantino.  Nella  sua  iscri- 
zione dedicatoria  l'imperiale  fondatore  esprime  la  sua  devozione 
verso  l'apostolo.  La  lastra  formava  il  pavimento  dell'arca.  Col 
suo  pozzetto  rotondo  discendente  fino  alla  camera  inferiore  offriva 
una  certa  comunicazione  liturgica  col  sacro  corpo,  mentre  gli 
altri  due  pozzetti,  congiunti  fra  loro  e  col  pozzetto  principale,  ser- 
vivano all'uso  ordinario  di  santificare  degli  oggetti  o  delle  reliquie 
per  l'avvicinamento  al  venerato  apostolo;  essi  sono  probabil- 
mente di  età  posteriore  al  primo. 

La  lastra  indica  il  vero  livello  della  basilica  primitiva  co- 
stantiniana. Essa  dimostra  colla  direzione  delle  sue  lettere,  che 
il  celebrante  dovrebbe  esser  rivolto  verso  l'abside  presente,  come 
lo  fu  in  fatti,  secondo  la  tradizione  costantiniana,  fino  alla  rico- 
struzione della  basilica  nel  nostro  secolo.  Essa  trova  un  riscontro 
nella  lastra  sotto  l'arca  di  san  Pietro,  ora  scoperta,  ed  in  molte 
altre  costruzioni  sepolcrali  dell'antichità  cristiana. 

III.  Quanto  s'attiene  alla  tomba  di  san  Pietro,  la  disposi- 
zione intorno  alla,  storica  lastra  è  stata  simile  nei  particolari  a 
quella  della  tomba  ostiense. 


Ubisàk,  Analecta  romana,  voi.  I. 


306 


VI.  Le  tombe  apostoliche  n.  10.  —  Risultato. 


Nella  lastra  vaticana,  esistente  ad  una  profondità  di  circa 
mezzo  metro  sotto  la  presente  arca,  ho  potuto  mostrare  almeno 
una  delle  aperture  liturgiche,  un  foro  quadrato  regolarmente 
tagliato. 

Sotto  la  lastra  vi  è  un  vano  non  accessibile,  nel  quale  rico- 
nosciamo una  parte  di  quella  camera,  che  circondava  una  volta 
con  maggiore  ampiezza  la  cassa  di  bronzo.  Questo  sepolcro  di 
metallo  si  deve  trovare  ad  una  profondità,  che  congetturiamo 
abbastanza  grande,  sotto  l'intermezzo  delle  macerie,  le  quali  di 
presente,  e  già  da  secoli,  ingombrano  la  camera  ed  occultano  la 
sua  parte  inferiore  (coprendo  forse  anche  un  secondo  suo  pavi- 
mento, che  si  spianerebbe  in  mezzo  e  sarebbe  fornito  di  altro 
foro  centrale). 

Sopra  la  detta  lastra,  e  precisamente  sopra  il  suo  foro  qua- 
drato, ascende  ora  un  pozzetto,  fatto,  come  pare,  dopo  qualche 
rovina  dell'antica  disposizione,  nel  secolo  nono.  Esso  sbocca  nella 
presente  arca  angusta,  la  quale  può  essere  del  medesimo  tempo. 
Quest'arca  è  ornata  d'un  Salvatore  in  musaico  del  medio  evo  e 
conserva  tradizionalmente  lo  sportellino  chiavato  sul  pozzetto, 
e  la  fenestella  per  la  comunicazione  della  basilica  col  sepolcro, 
sebbene  tanto  quello  come  questa  ed  il  rivestimento  dell'arca, 
all' infuori  dell'accennato  musaico  ed  una  ferrata  di  Innocenzo  111, 
siano  di  data  più  recente. 


VII. 


IL  PRIMATO  ROMANO  NEL  SECOLO  V 
SECONDO  I  DETTI  DI  SAN  LEONE  MAGNO 
E  DEI  SUOI  CONTEMPORANEI. 

1.  L'unità  della  chiesa  e  la  dignità  di  san  Pietro. 

La  nuova,  cristiana  unità  fra  i  popoli  della  terra,  introdotta 
dalla  provvidenza  al  tempo  della  caduta  dell'impero  romano,  che 
aveva  unito  le  nazioni  del  mondo  antico,  viene  da  san  Leone 
significata  con  queste  nobili  parole  :  «  In  unitate  fidei  atque  ba- 
ptismatis  indiscreta  societas  »  l. 

In  questa  società  rigenerata  egli  vede  adempito  quell'eccelsa 
promessa  di  san  Pietro:  «  Tanquam  lapides  vivi  superaedificamini 
in  domos  spiritales  »  2.  Pieno  di  maraviglia  per  la  grandezza  di 
questa  ampia  e  pacifica  famiglia  dei  fedeli,  sparsa  per  tutto  il 
mondo,  egli  fa  udire  fino  a  Costantinopoli,  città  erede  delle  an- 
tiche tradizioni  dell'impero,  quella  sua  esclamazione:  «  Per  totum 
mundum  una  nobis  unius  castae  communionis  integritas  »  3. 

La  nuova  unità  è  casta,  è  celeste;  perchè  «virgo  ecclesia 
(est)  sponsa  unius  viri,  Christi  »;  anzi  la  chiesa  è  in  certo  senso 
la  continuazione  del  redentore,  dimorante  ancora  in  essa  sulla 
terra;  «  ecclesia  corpus  est  Christi  ».  Un  vincolo  forte  dell'unione 
di  tutti,  grandi  e  piccoli,  padroni  e  servi,  è  il  sangue  della  vit- 

1  Serm.  4  n.  1.  Opera  ed.  balleriniana  (Venet.  1753-1757)  t.  1  p.  15.  Le  nostre  ci- 
tazioni si  riferiscono  sempre  a  questa  edizione,  la  quale  fu  ristampata  dal  Migne  Patr.  Int. 
t.  54-56. 

8  Ibid.  —  1  Pet.  2,  5  con  testo  un  poco  differente  nella  volgata. 
3  Epist.  80  ad  Anatoliutn  episc.  constantinui>.  n.  1. 


308    VII.  Il  primato  di  s.  Leone  Magno  a.  I.  —  Concetto  della  chiesa. 


fcima  divina,  Gesù  Cristo,  e  la  partecipazione  della  medesima  grazia 
rigenerante. 

Anche  i  pagani  portano  l'immagine  di  I)io,  conte  i  cristiani, 
perchè  viene  impressa  dal  creatore  ad  ogni  nomo,  che  entra  nel 
mondo;  ma  solamente  la  famiglia  dei  cristiani  possiede  il  sigillo 
di  quella  eh'  ei  chiama  «  spiritalis  nativitas  »  '. 

«  Non  spernatur  haec  unitas,  nec  vilis  nobis  sit  tanta  Gom- 
mimi o  »  2. 

«  Omnes  in  Christo  regeneratos  crucis  signum  efficit  reges  .. 
Universi  spiritales  et  rationabiles  Christiani  agnoscunt  se  regii 
generis  »  3. 

Il  capo  invisibile  dell'unità  è  il  Salvatore,  pel  quale  sola- 
mente il  sacerdozio  visibile  riceve  autorità  ed  hanno  forza  i  sa- 
crifizii  espiatorii.  «  Nec  rata  sunt  sacerdotia  nec  vera  sacrificia, 
nisi  in  nostrae  proprietate  naturae  verus  nos  pontifex  reconciliet 
(il  vero  ed  unico  mediatore),  verus  immaculati  agni  sanguis  emun- 
det  » .  Di  codesto  sacerdote  si  può  dire  in  ogni  tempo  :  «  Sacra- 
mentum  propitiationis  exequitur  »  4. 

Perciò  Cristo  l'unico  mediatore  parla  così  a  san  Pietro  (se- 
condo la  perifrasi  delle  sue  parole  Matth.  16, 18  fatta  da  san  Leone): 
«Ego  inviolabilis  petra,  ego  lapis  angularis,  qui  facio  utraque 
unum  ;  ego  fundamentum,  praeter  quod  nemo  potest  aliud  po- 
nere  ».  Ciò  che  può  fare  la  chiesa  ed  i  suoi  organi,  lo  può  il 
Salvatore  potestate  propria,  ed  egli  regge  la  chiesa  principaìiter  5. 

E  effetto  della  sua  onnipotenza,  se  la  chiesa  in  terra  resta 
ognora  preservata  dall'eresia  e  sicura  da  dissoluzione  interna. 
Lo  spirito  di  Dio  l'ammaestra  di  continuo  e  la  custodisce  immune 
da  aberrazione,  anche  nelle  sue  generali  istituzioni  disciplinari. 
«  Dubitandum  non  est  »,  così  comincia  san  Leone  il  suo  ser- 
mone lxxix  sopra  il  digiuno  di  pentecoste,  «  omnem  observantiam 
christianam  eruditionis  esse  divinae,  et  quidquid  ab  ecclesia  in 
consuetudinem  est  devotionis  receptum,  de  traditione  apostolica 
et  de  Sancti  Spiritus  procedere  doctrina.  Qui  nunc  quoque  cor- 

1  Epist.  HO  ad  Anatolium  episc.  constantinop.  n.  I. 

!  Ibid. 

3  Serm.  4  a.  1. 

*  Ep.  80  a.  2. 

5  Serm.  4  a.  2. 


Unità  della  chiesa. 


309 


dibus  fidelium  suis  praesidet  institutis,  ut  ea  omnes  et  obedienter 
custodiant  et  sapienter  intelligant  »  l.  E  lo  Spirito  Santo,  dif- 
fuso fra  i  fedeli,  è  quello  ohe  la  fa  incrollabile  nella  fede,  la 
rende  similmente  guida  alle  porte  celesti  :  «  Haoc  fides  diabolum 
vincit  et  captivorum  eius  vincula  dissolvit.  Haec  erutos  mundo 
inserit  coelo  et  portae  inferi  adversus  eam  praevalere  non  pos- 
sunt.  Tanta  enim  divinitus  soliditate  munita  est,  ut  eam  neque 
haeretica  unquam  corrumpere  pravitas,  nec  pagana  potuerit  su- 
perare perfidia  »  2. 

La  chiesa  di  Dio  non  si  è  solo  salvata  dalle  insidie  e  vio- 
lenze dello  stato  pagano,  ma  eziandio  ha  trionfato  di  esso,  e  se 
lo  è  associato  come  ausiliare.  La  chiesa  è  una  società  indipen- 
dente e  perfetta.  Il  suo  scopo  è  più  alto  di  quello  dello  stato. 
San  Leone  proclama  una  massima  riconosciuta  dallo  stato  ro- 
mano del  suo  tempo,  quando  scrive  all'imperatrice  Pulcheria: 
«  Res  humanae  aliter  tutae  esse  non  possunt,  nisi  quae  ad  di- 
vinam  confessionem  pertinent,  et  regia  et  sacerdotalis  defendat 
auctoritas  »  3. 

La  auctoritas  sacerdotalis,  nominata  nell'ultimo  testo,  è  riposta 
nella  gerarchia  ecclesiastica. 

San  Leone  addita  i  tre  gradi  della  gerarchia  coi  nomi:  sammi 
antistìtes,  secimdi  ordinis  sacerdotes  e  sacrameli  lori  mi  ministri  \ 
vuol  dire  vescovi,  preti  e  diaconi;  da  essi  si  distingue,  come 
grado  essenzialmente  minore,  il  fidelium  numerus  r>,  il  (piale  ri- 
conosce i  suddetti  come  successori  dei  sacerdotes  seniores  et 
levitae  r'  dell'antico  testamento.  Imperocché  tutta  la  comunità 
dei  fedeli  «  distinctis  ordinata  (est)  gradibus,  ut  ex  diversis  mem- 
bris  sacrati  corporis  subsistat  integritas  »  7;  e  non  le  manca  il 
capo  visibile,  necessario  ad  una  unità  e  gradazione  di  tanta 
ampiezza. 


1  Serm.  79  n.  1. 
1  Serm.  3  n.  3. 

3  Epist.  b'O.  Vedi  più  sotto  p.  320  n.  3  la  costituzione  di  Valentin iano  III. 

4  Serm.  48  n.  1. 

5  Ibid. 

6  Serm.  59  n.  7. 

7  Serm.  4  n.  1. 


310    VII.  Il  primato  di  s.  Leone  Magno  n.  1.  —  Dignità  di  s.  Pietro. 


«  De  toto  mundo  unus  Petrus  eligitur,  qui  et  universarum 
gentium  vocationi  et  omnibus  apostolis  cunctisque  ecclesiae  pa- 
tribus  praeponatur;  ut  quaravis  in  populo  Dei  multi  saeerdotes 
sint  multique  pastores,  omnes  tamen  proprie  regat  Petrus,  quos 
principaliter  regit  et  Christus.  Magnum  et  mirabile,  dilectissimi, 
huic  viro  consortium  potentine  suae  tribuit  divina  dignatio...  !. 
'  Et  ego  ',  inquit  Christus,  '  dico  tibi,  quia  tu  es  Petrus  '  2,  id  est, 
cura  ego  sim  inviolabilis  petra  ..  tu  quoque  petra  es,  quia  mea 
virtute  solidaris;  ut  quae  mihi  potestate  sunt  propria,  sint  tibi 
mecum  participatione  communia  »  3. 

«  '  Et  super  liane  petram  aedificabo  ecclesiam  meam  et  portae 
inferi  non  praevalebunt  adversus  eam  '  \  Super  hanc,  inquit,  for- 
titudinem  aeternum  extruam  templum,  et  ecclesiae  meae  coelo  in- 
ferenda  sublimitas  in  huius  fidei  firmitate  consurget...  »  5. 

«  Dicitur  beatissimo  Petro:  '  Tibi  dabo  claves  regni  coelo- 
rum,  et  quaecunque  ligaveris  super  terram,  erunt  ligata  et  in 
coelo,  et  quaecunque  solveris  super  terram,  erunt  soluta  et  in 
coelo  '  6.  Transivit  quidem  et  in  alios  apostolos  ius  potestatis 
istius,  et  ad  omnes  ecclesiae  principes  decreti  huius  constitutio 
commeavit;  sed  ..  Petro  hoc  singulariter  creditur  »  1 . 
San  Pietro  ottiene  un  privilegio  unico. 

Perciò  anche  prima  della  passione  di  Cristo  «c  specialis  a  Do- 
mino Petri  cura  suscipitur,  et  prò  fide  Petri  proprie  supplicatur, 
tanquam  aliorum  status  (apostolorum)  certior  sit  futurus,  si  mens 
principis  vieta  non  fuerit  »  8.  E  di  Pietro  elevato  al  suo  officio 
e  delle  sue  relazioni  a  Cristo  ed  alla  sua  chiesa  dice  san  Leone: 
«  Huius  muneris  sacramentum  ita  Dominus  ad  omnium  aposto- 
lorum officium  pertinere  voluit,  ut  in  beatissimo  Petro,  aposto- 
lorum omnium  summo,  principaliter  collocarit,  et  ab  ipso  quasi 
quodam  capite  dona  sua  velit  in  corpus  omne  manare  ;  ut  exor- 
tem  se  mysterii  intelligeret  esse  divini,  qui  ausus  fuisset  a  Petri 

1  Serm.  4  n.  2. 

2  Maiih.  18. 

3  Serm.  4  n.  2. 
*  Matth.  IH,  IR. 

5  Serm.  cit. 

6  Matth.  16,  19. 

7  Serm.  4  ri.  3. 

»  Ibià. 


311 


soliditate  recedere.  Unno  enim  in  consortium  individuae  unitatis 
assumptum,  id  quod  ipsè  erat  voluit  nominari,  dicendo  :  'Tu  es 
Petrus  et  super  liane  petram  aedifìcabo  ecclesiam  meam  '  »  l. 

Come  gli  altri  padri  della  chiesa  san  Leone  celebra  con  affetto 
la  professione  fatta  da  san  Pietro  della  divinità  di  Cristo  «  Tu 
es  Christus  filius  Dei  vivi  »  (Matth.  16,  16),  e  dice,  che  per  co- 
tale confessione  Pietro  si  è  reso  in  maniera  speciale  degno  della 
sua  prerogativa  di  capo  dei  fedeli  e  maestro  universale:  «  Hoc 
obtinuit  illa  confessio,  quae  a  Deo  Patre  apostolico  inspirata 
cordi  omnia  huraanarum  opinionum  incerta  transscendit,  et  fir- 
mitatem  petrae,  quae  nullis  impulsionibus  quateretur  accepit.  In 
universa  namque  ecclesia  '  Tu  es  Christus  filius  Dei  vivi  '  quo- 
tidie  Petrus  dicit,  et  omnis  lingua  quae  confitetur  dominum,  ma- 
gisterio  huius  vocis  imbuitur  »  2.  E  con  queste  parole  del  santo 
dottore  si  confrontino  quell'altre:  «  Primus  est  in  Domini  con- 
fessione, qui  primus  est  in  apostolica  dignitate  »  3. 

2.  L'ufficio  di  san  Pietro  permanente  nei  suoi  successori, 

i  romani  pontefici. 

Ma  secondo  il  disegno  del  divin  fondatore  della  chiesa  l'uf- 
ficio di  san  Pietro  doveva  essere  perpetuo  nei  suoi  successori; 
perchè  la  chiesa,  comunità  visibile  dei  fedeli,  non  poteva  mai 
rimaner  priva  d' un  capo,  d'  un  centro  della  sua  unità,  d'  un 
custode  e  difensore  nei  pericoli.  Ed  è  perciò  che  san  Leone  in 
un  testo  già  sopra  citato  dice,  il  Signore  avere  eretto  nella  per- 
sona di  san  Pietro  un  aeternum  templum.  Egli  si  spiega  più 
ampiamente  in  altro  luogo:  «  Soliditas  illius  fidei,  quae  in  apo- 
stolorum  principe  est  laudata,  perpetua  est;  et  sicut  permanet 
quod  in  Christo  Petrus  credidit,  ita  permanet,  quod  in  Petro 
Christus  instituit...  Manet  ergo  dispositio  veritatis  et  beatus  Pe- 
trus in  accepta  fortitudine  perseverans  suscepta  ecclesiae  guber- 
nacula  non  reliquit  »  4. 

1  Ep.  10  ad  episcopos  provxnciae  viennensis  a.  1. 

2  Sena..  3  a,  3. 

3  Sorm.  4  n.  2. 

4  Semi.  3  n.  2. 


312    VII.  Il  primato  di  s.  Leone  Magno  n.  2.  —  Dignità  di  s.  Pietro. 


Gli  allievi  particolari  del  santo  apostolo  furono  i  Romani, 
ai  quali  dedicò  un'istruzione  speciale  \  Noi  cittadini  della  grande 
Roma,  dice  Leone  ai  fedeli  della  città  in  un  suo  sermone,  «  in  ipsa 
apostolicae  petrae  arce  (sumus)  fundati  ..  quos  beatus  apostolus 
Petrus  prae  omnibus  erudivit  »  2. 

Ma  come  fondatore  del  vescovato  di  Roma,  san  Pietro  se- 
condo la  volontà  di  Cristo  ha  lasciato  la  sua  dignità  di  capo 
dell'universale  chiesa  ai  suoi  successori  nella  cattedra  romana. 
San  Leone  si  può  chiamare  haeres  Petri  3.  «  In  sede  sua,  così 
afferma,  vivit  potestas  (eius)  et  excellit  auctoritas  »  4.  Qui  a  Roma 
«in  sacro  dormitionis  toro  eadem,  qua  praesedit,  carne  requiescit»  5. 
Il  principe  degli  apostoli  è  morto  a  Roma,  ma  non  è  morta  la 
sua  dignità.  «  Manet  apud  nos  (eius)  ius  ligandi  atque  solvendi  »  6. 
I  vescovi  romani  si  possono  vantare  «  sedis  ipsius  consortes  »  7, 
e  dire  :  «  Eius  vice  fungimur  »  8.  Sebbene  l' apostolica  dif/nitas 
conferita  a  san  Pietro  fosse  personale  e  non  dovesse  perdurare 
dopo  la  sua  morte,  tuttavia  Yepiscopalis  dif/nitas  del  medesimo 
vien  trasmessa  ai  successori  con  tutti  i  suoi  ampii  diritti  9. 

San  Leone  ama  molto  di  attribuire  a  san  Pietro  quello  che 
fa  il  pontefice  in  virtù  del  suo  ufficio.  Il  santo  apostolo,  così  dice 
ai  Romani,  è  praesul  noster  10.  «  Per  moderamen  beatissimi  Petri 
et  condemnatus  ad  poenitentiam  et  reconciliatus  perducitur  ad 
veniam  »  u.  Egli  è  duco  noster,  e  come  totius  ecclesiae  princeps, 
spiega  tanta  autorità  nel  mondo,  «  ut  si  quid  etiam  nostris  tem- 
poribus recte  per  nos  agitur  recteque  disponitur,  illius  operibus, 
illius  sit  gubernaculis  deputandum,  cui  dictum  est:  'Et  tu  con- 
versus confirma  fratres  tuos  ' ,  et  post  resurrectionem: k  Pasce  oves 
meas  '  .  . .  Quod  nunc  quoque  procul  dubio  facit .  .  pius  pastor  »  12. 


1  Serm.  4  n.  4. 
*  Serm.  3  n.  4. 

3  Serm.  2  n.  2. 

4  Serm.  3  n.  3. 

5  Cf.  Serm..  5  n.  4:  «  Petrus  sedi  suae  praeesse  non  desinit  ». 

6  Serm.  5  n.  5. 

7  Serm.  4  n.  4. 

8  Serm.  2  n.  2. 

9  Cf.  Serm.  5  n.  4. 
1,1  Serm.  5  n.  5. 

11  [bid. 

42  Serm.  4  n.  4.   Ioli.- 21,  17. 


Principato  universale  della  sede  di  Roma. 


313 


Così  anche  san  Pietro  è  quello  il  quale  preserva  la  chiesa 
romana  dagli  errori  eretici  «  Catholicae  fidei  petra,  cuius  cogno- 
men  beatus  apostolus  Petrus  sumpsit  a  Domino ,  nullum  recipit 
ab  utraque  impietate  (nestoriana  et  eutychiana)  vestigium  »  1.  — 
«  Soliditas  illa,  quam  de  petra  Christo,  etiam  ipse  petra  factus, 
accepit,  in  suos  quoque  se  transfudit  haeredes,  et  ubicunque  ali- 
quid  ostenditur  firmitatis,  non  dubie  apparet  fortitudo  pastoris  »  2. 
E  poi  mostra  san  Leone,  come  tutte  le  parti  della  chiesa  diffusa 
pel  mondo  ipsius  sollicitudine  sono  rette  e  governate. 

Di  nessun  papa  prima  di  san  Leone  abbiamo  parole  più  pre- 
cise ed  insieme  più  elevate  sull'autorità  della  chiesa  romana  sopra 
tutte  le  chiese  del  mondo.  «  Per  omnes  ecclesias,  così  scrive  ai 
vescovi  dell'Illirico3,  cura  nostra  distenditur,  exigente  hoc  a 
nobis  Domino,  qui  beato  Petro  primatum  .  .  commisit,  universalem 
ecclesiam  in  fondamenti  ipsius  soliditate  constituens  ».  E  lo  stesso 
scrive  alle  chiese  occidentali,  ai  vescovi  della  provincia  di  Arles  4: 
«  Per  beatissimum  apostolorum  principem  sacrosancta  ecclesia 
romana  tenet  supra  omnes  totius  mundi  ecclesias  principatum.  > 
In  ispecie  tutti  i  vescovi  nell'esecuzione  dell'ufficio  loro  sotto- 
stanno alla  sede  del  santo  apostolo  Pietro  :  «  In  quo  (Petro)  et 
omnium  pastorum  sollicitudo  cum  commendatarum  sibi  ovium 
custodia  perseverat,  et  cuius  dignitas  etiam  in  indigno  haerede 
non  deficit  »  r'.  —  «  Per  omnes  ecclesias  cura  nostra  distenditur, 
exigente  hoc  a  nobis  Domino,  qui  beato  Petro  primatum  ..  com- 
misit, universalem  ecclesiam  in  fundamenti  ipsius  soliditate  con- 
stituens »  r'. 

Facendo  il  confronto  della  sede  di  Roma  con  quella  di  Co- 
stantinopoli dichiara,  che  sebbene  la  città  di  Costantinopoli  sia 
residenza  dell'imperatore,  a  cui  soggiacciono  le  province  romane 
d' oriente  e  d'  occidente,  nondimeno  sono  ingiuste  le  pretensioni 
dei  loro  vescovi  di  arrogarsi  perciò  un'autorità  sopra  altri  ve- 
scovi orientali,  ignota  alla  storia  ed  al  diritto.  «  llabeat  constan- 
tinopolitana  civitas  gloriam  suam  ..  Alia  tamen  ratio  est  rerum 

1  Epist.  119  mi  Maximum  antiochcnum. 

2  Serm.  5  n.  4. 

3  Kjjìsi.  5  a.  2. 

4  Epist.  65  n.  2. 

5  ISerrn.  3  ri.  4. 

6  Epist.  5  ad  episc.  metrop.  per  Myricum  a.  2. 


314     VII.    primato  di  s.  Leone  M.  n.  2.  —  Prima/o  spirti.,  necessario. 


saecularium,  alia  divinarum  ;  nec  praeter  illam  petram,  quam  Do- 
minus  in  fondamento  posuit  l,  stabilis  erit  ulla  constructio  2.  Per 
questa  ragione  disapprova  in  una  lettera  diretta  all'imperatore 
di  Bizanzio  il  canone  28  del  concilio  calcedonense. 

Nelle  controversie  col  lontano  oriente  spiccava  in  modo  par- 
ticolare la  verità  della  seguente  proposizione  in  uno  dei  suoi  ser- 
moni: «  Per  sacram  beati  Petri  sedem  (Roma)  caput  orbis  effecta, 
latius  praesidet  religione  divina  quam  dominatone  terrena»  3. 

Cotale  prerogativa  di  Roma  è  tutta  ecclesiastica,  non  politica, 
è  primato  spirituale,  non  secolare.  Per  salvarsi  hanno  tutti  bi- 
sogno di  questa  potestà  spirituale,  perchè  è  volontà  del  Salva- 
tore, che  gli  uomini  appartengano  alla  vera  chiesa;  fuori  di  lei 
non  v'  è  salute  ;  ma  per  appartenere  alla  chiesa  bisogna  stare 
sotto  san  Pietro  ed  in  particolare  credere  la  dottrina  della  sede 
romana,  cioè  la  dottrina  invariabile  del  primo  apostolo;  «  ut  exor- 
tem  se  mysterii  intelligeret  esse  divini,  qui  ausus  fuisset  a  Petri 
soliditate  recedere  »,  sono  le  espresse  parole  di  san  Leone  ai  ve- 
scovi della  provincia  di  Vienna  4.  Secondo  lui  la  missione  del 
principe  degli  apostoli  s' incentra  nella  conservazione  della  fede. 
Perciò  san  Pietro,  così  dice,  doveva  fare  quella  solenne  profes- 
sione della  divinità  del  Signore  (Matth.  16,  16),  acciochè  «  primum 
disceret,  quod  doceret;  et  prò  soliditate  fidei,  quam  erat  praedica- 
turus  audivit  '  Tu  es  Petrus  et  super  hanc  petram  aedificabo  ec- 
clesiam  meam  '  »  5. 

A  ciò  risponde  l' ordine  ecclesiastico,  il  quale  vuole,  che  si 
mandino  alla  sede  romana  da  tutte  le  chiese  le  relazioni  e  que- 
stioni massime  intorno  alla  fede. 

Si  trattava  dell'  haeretica  pravitas  nell'Oriente,  quando  il 
santo  dottore  scrisse  al  patriarca  Massimo  di  Antiochia  :  «  quum 
te  deceat ..  nos  saepius  de  profectu  ecclesiarum,  tuis  relationibus, 
quid  agatur,  instruere;  dignum  est  enim,  te  apostolicae  sedis  in 
hac  sollicitudine  esse  consortem  »  6.  Così  non  si  perturba  l' or- 
dine, ma  si  assicura  l'andamento  regolare  delle  cose  ecclesia  - 

1  Matth.  16,  18. 

8  Epist.  104  ad  Marcianum  auyustum  n.  3. 
3  Serm.  82  n.  1. 
*  Epist.  10. 

5  Serm.  62  n.  2. 

6  Epist.  119  n.  3. 


Responsabilità  del  primato,  il  quale  è  un  ministero. 


315 


stiche.  «  Si  quae  emersermt  causae,  quae  ad  statura  ecclesiasticum 
et  ad  concordiam  pertineant  sacerdotum,  illic  ..  ventilentur,  et 
de  componendis  atque  compositis  omnibus  ad  nos  relatio  piena 
mittatur,  ut ..  corroborentur  »  '.  Così  san  Leone  ai  vescovi  della 
provincia  Mauritania  cesariense.  E  la  ragione,  perchè  da  tutte 
le  chiese  si  ricorre  ai  consigli,  alla  direzione  ed  al  giudizio  della 
chiesa  di  Roma,  la  espone  il  santo  nei  soliti  termini  in  un  di- 
scorso ai  suoi  Romani  «  Nobis  cum  omnibus  (pastoribus)  cura 
communis  est,  neque  cuiusquam  administratio  non  nostri  laboris 
est  portio  ;  ut  dura  ad  beati  apostoli  Petn  sedem  ex  toto  orbe 
concurritur,  et  illa  universalis  ecclesiae  a  Domino  eidem  com- 
mendata dilectio  etiam  ex  nostra  dispensatione  deposcitur,  tanto 
amplius  nobis  instare  oneris  sentiamus ,  quanto  cunctis  maiora 
debemus  >  2. 

Se  il  nostro  pontefice  nella  fine  del  precedente  testo  accenna 
al  peso  ed  alla  responsabilità  del  suo  eccelso  ufficio,  non  usa  cer- 
tamente una  frase  vuota  di  senso,  ma  una  delle  tante  espressioni, 
che  spontaneamente  gli  vengono  sul  labbro  circa  la  gravità  degli 
obblighi  d' un  capo  della  chiesa,  obblighi  che  fanno  dimenticare 
ogni  piacere  dell'  alto  posto  ed  ogni  vanagloria  umana. 

Precisamente  nel  seguito  delle  citate  parole  egli  chiama  il  pa- 
pato materia  trepidationis,  dice  che  tutta  la  sua  consolazione  con- 
siste in  Dio,  vero  custode  della  chiesa,  che  a  lui  è  imposta  una 
servitus,  che  la  sua  amministrazione  è  opus  ministerii  3,  e  che  il 
ministro  e  servo  ha  da  durare  nell'  ufficio  per  motivi  soprannatu- 
rali. Egli  vuol  essere  tanto  lontano  dal  sentimento  della  gran- 
dezza umana,  che  applica  a  sè  quelle  parole  della  sacra  scrit- 
tura «  Iustus  ex  fide  vivit  »  ',  e  fa  voti  di  armare  l'anima  sua 
di  fede,  speranza  e  carità,  per  venire  alla  vera  grandezza:  «  fides, 
spes,  et  caritas,  quae  inde  magna  sunt,  inde  fortia,  inde  pretiosa, 
quia  quod  carnis  oculis  non  attingitur,  id  miro  aff'ectu  et  creditur 
et  speratur  et  amatur  »  r>.  Nella  debolezza  propria,  che  egli  con- 


1  Epist.  12  n.  13. 

*  Serm.  5  n.  2. 
3  Ibid.  n.  4. 

*  Hnl/ac.  2,  4,  dovo  la  volgata  leggo:  «  Iustus  autom  in  fido  sua  vivet  ». 
5  Ibid.  n.  2. 


316     VII.  Il  primato  di  s.  Leone  Magno  n.  2.  — 


Ufficio  di  ministero. 


fessa,  confortasi  col  pensiero,  che  Pelvi  dignitas  etiam  in  indigno 
haerede  non  deficit  \ 

E  con  simili  motivi  a  confortare  od  ammonire  i  suoi  confra- 
telli nel  ministero  vescovile,  «  Discipuli  sumus  »,  così  scrive,  am- 
monendo Anastasio  metropolita  di  Tessalonica,  «  humilis  et  mitis 
magistri...  Dominus  ait:  '  Qui  maior  est  vestrum  erit  minister  ve- 
ster  '  >  2.  Cf.  Matth.  20,  26  ;  Lue.  22,  26.  Ed  in  altra  occasione 
consola  il  patriarca  Massimo  di  Antiochia  minacciato  nei  suoi 
diritti:  «  Etsi  diversa  sunt  nonnunquam  merita  praesulum,  iura 
tamen  permanent  sedium  »  3. 

San  Leone  riconosce  ampiamente  e  con  rispetto  i  diritti  dei 
suoi  confratelli  nel  vescovato,  e  non  istima  detrimento  della 
sua  propria  autorità,  che  vi  siano  intorno  a  lui  altri  pastori 
del  gregge  di  Dio  di  alta  dignità  e  grande  giurisdizione,  come 
i  patriarchi ,  i  primati ,  i  metropoliti.  Si  riconosce  stretto  ad 
essi  coi  vincoli  di  fratello  e  collega,  e  dichiara  di  dividere 
con  loro  le  cure  pastorali  :  «  Necessitatem  sollicitudinis ,  quam 
habemus,  cum  his,  qui  nohis  collegii  cantate  iuncti  sunt,  so- 
ciamus  »  4. 

Quando  il  suddetto  Anastasio  di  Tessalonica  derogò  ai  diritti 
di  altri  vescovi ,  gli  propose  nella  sua  ammonizione  una  mas- 
sima a  se  stesso  molto  cara,  e  regola  del  suo  proprio  governo: 
«  Multi  unum  corpus  sumus  in  Christo,  singuli  autem  alter  al- 
terius  membra»  5.  Cf.  Rom.  12,  5;  I  Cor.  12,  12.  Gli  dice,  se 
stesso  non  volere  «  fraternis  gloriari  iniuriis  »  r>,  senza  tema  di 
venire  disdetto  dalla  storia  del  suo  pontificato.  Anzi ,  un  ob- 
bligo della  somma  sede  consiste  nel  tutelare  e  difendere  coli' au- 
torità attribuitagli  i  diritti  dei  confratelli.  Lo  mostrò  con  energia 
nell'affare  del  perseguitato  patriarca  Massimo  di  Antiochia:  «  Pri- 
vilegia tertiae  sedis  (cioè  di  Antiochia)  in  nullo  cuiusquam  am- 
bitione  niinuentur  »  7.  —  «  Speciale  sollicitudinis  meae  »,  chiama 

1  Semi.  3  n.  4. 
*  Episl.  14  a.  11. 

3  Episl.  119  n.  3. 

4  Episl.  f>  ad  cpiscopos  metr.  per  lllyr.  n.  2. 

5  Episl.  14  ti.  11. 
«  Ibid.  n.  10. 

7  Episl.  119  n.  3. 


Riconoscimento  dei  diritti  vescovili. 


Pietro,  fonte  d.  giurisdizione.  317 


egli  la  custodia  dell'  ordine,  che  richiede,  «  metropolitanis  omni- 
bus illaesam  m anere  ..  dignitatem  »  !. 

«  Magnus  unicuique  honor  est  integritas  sua  ».  Così  al  ve- 
scovo di  Costantinopoli  Anatolio  a. 

I  vescovi  sono  sotto  certo  aspetto  uguali,  ed  anche  il  ponte- 
fice romano  ha  lo  stesso  sacerdozio  con  gli  altri.  «  Sacerdoti  bus 
dignitas  est  communis  »  3.  Ma  questa  uguaglianza  la  intende  del 
sacramento  dell'ordine,  non  però  della  giurisdizione.  Che  vi  sia 
differenza  nella  giurisdizione,  è  cosa  indispensabile  pel  governo 
della  chiesa  e  già  preformata  nel  collegio  degli  apostoli.  Sebbene 
gli  apostoli  sotto  tanti  altri  rispetti  erano  uguali,  nondimeno  «  uni 
datum  est,  ut  ceteris  praeemineret.  De  qua  forma  episcoporum 
quoque  est  orta  distinctio;  et  magna  ordinatione  provisum  est, 
ne  omnes  sibi  omnia  vindicarent,  sed  essent  in  singulis  provin- 
ciis  singuli,  quorum  inter  fratres  haberetur  prima  sententia;  et 
rursus  quidam  in  maioribus  urbibus  constituti  sollicitudinem  su- 
sciperent  ampliorem;  per  quos  ad  unam  Petri  sedem  universalis 
ecclesiae  cura  conflueret,  et  nihil  unquam  a  suo  capite  dissi- 
deret  »  4. 

E  qui  si  noti  una  particolare  prerogativa,  che  san  Leone 
ascrive  a  san  Pietro  sulle  tracce  della  dottrina  dei  maggiori. 
La  pienezza  dei  suoi  poteri  non  è  solamente  tanta,  che  a  lui  non 
manchi  nulla  di  ciò  che  hanno  altri,  «  Sanctus  Petrus  ab  ipso 
omnium  charismatum  fonte  tam  copiosis  est  irrigationibus  inun- 
datus,  ut  cum  multa  solus  acceperit,  nihil  in  quemquam  sine  ipsius 
participatione  transierit  »  5,  ma  tanta  e  tanto  grande,  che  gli  altri 
ricevono  tutto  da  lui,  o  piuttosto  per  lui  da  Cristo:  «  Si  quid 
cum  eo  commune  caeteris  voluit  (Christus)  esse  principibus,  nun- 
quam  nisi  per  ipsum  dedit  quidquid  aliis  non  negavit  »  6.  —  «  Ab 
ipso  (Petro)  quasi  quodam  capite  dona  sua  voluit  (Christus)  in 
corpus  omne  manare  »  7. 


1  Epist.  130  ad  Prolerium  episc.  alexandrinum  n.  3. 

1  Epist.  106. 

s  Epist.  14  ad  Anastasium  episc.  thessalaniccnsem  n.  11. 

*  Ibid. 

'  Semi.  4  n.  2 

«  Ibid. 

'  Epist.  10  ad  BpiSCOpOS  prov.  vicnaensis  it.  I. 


318    VII.  Il  primalo  di  s.  Leone  Magno  n.  3.  —  L'antichità  ecclesiastica. 


3.  Il  primato  del  secolo  quinto, 
appoggiato  sulV  antichità  ecclesiastica. 

E  una  supposizione  gratuita  e  senza  fondamento,  che  fanno 
specialmente  scrittori  protestanti,  cioè  che  papa  Leone  I  sia  so- 
lamente a  mano  a  mano  nel  suo  pontificato  salito  ad  idee  così 
alte  della  preminenza  di  san  Pietro  e  della  potestà  dei  suoi  suc- 
cessori, e  che  abbia  potuto  attuare  queste  idee  solamente  serven- 
dosi con  abilità  delle  circostanze  del  tempo  Questa  così  detta 
evoluzione  nei  concetti  del  papa  e  nel  riconoscimento  della  sua 
autorità  è  una  mera  finzione. 

Basta  osservare,  che  egli  già  nei  primi  discorsi  pubblici  e 
nelle  lettere  dei  primi  anni  parla  nella  medesima  maniera  come 
nel  tempo  posteriore  2,  e  che  similmente  secondo  che  chiarisce  la 
sua  corrispondenza,  è  riconosciuto  fin  da  principio  come  capo 
della  chiesa  3. 

Non  meno  erronea  è  l'asserzione,  che  le  epoche  precedenti 
al  suo  pontificato  siano  state  ancora  aliene  dal  suo  grande  con- 
cetto della  dignità  pontificia  4.  Già  da  altri  fu  tante  volte  giusta- 
mente osservato ,  che  piuttosto  egli  è  il  primo  pontefice,  del 
quale  ci  furono  conservati  scritti  e  lettere  in  maggiore  copia. 

1  Così  fra  i  più  antichi  il  Bower  nella  sua  così  detta  Imparziale  storia  dei  Papi,  e 
più  recentemente  Perthel  Papst  Leo  I  Leben  und  Schriften,  Iena  1843;  K.  Mùller  nella 
Rèai-Ertcyklópaedie  fur  prot.  Theo/.  2a  ed.  t.  8  (1881)  p.  551  ss.;  Gregorovius  Gèschichte 
der  Stadi  Rom  4a  ed.  t.  1  (1886)  p.  183  ss.;  ed  in  parte  anche  il  Langen  nella  sua  opera 
Gèschichte  der  romischen  Kirche  von  Leo  I  bis  Niholaus  I  (1885)  p.  10G,  108,  109,  opera 
scritta  con  tendenze  «  vecchio-cattoliche  ». 

2  Già  nel  primo  e  nel  secondo  anniversario  della  sua  esaltazione  suppone  o  spiega  i 
diritti  del  primato  come  un  tatto  notissimo.  (Serm.  Il  e  III  ed.  Ballerin.  p.  8  e  10).  «  Me 
servulum  smini,  quem  (Deus)  ad  ostendendas  divitias  gratiae  suae  gubornaculis  ecclesiae 
voluit  praesidero  »  ecc.  (Serm.  II  n.  2).  Fra  le  prime  venti  lettere  scritte  da  san  Leone 
non  vi  è  nemmeno  una,  la  quale  non  .somministri  qualche  prova  dell'  esercizio  della  sua 
giurisdizione  universale. 

3  Vodi  sotto,  pag.  320  ss. 

4  II  Langen  (1.  c.  p.  104)  si  vede  costretto  di  concedere  almeno,  che  san  Leone  non 
abbia  introdotte  ideo  affatto  nuove  ovvero  non  prima  messe  in  effetto.  Egli  non  trova  presso 
lui  «  die  SchSpfung  einer  neuen  Idee  »,  e  Leone  non  è  secondo  lui  «  Begrùndei  eines  frùher 
nìcht  geùbton  Prinzips  »;  si  può  dire  solamente  «  dass  er  eine  bestehende  Ueberzeugung 
nachdrucklicher  und  wirksamer  zur  Geltung  brachte  als  einer  seiner  Vorgàngor  »  (p.  108). 
E  similmente  parla  K.  Mùller  (1.  c.  p.  561),  sebbene  egli  coi)  qualche  contradizione  seco 
medesimo  chiama  san  Leone  fondatore  dell'  autorità  propriamente  papale,  «  Grùnder  der 
oigentlichen  Papstgewalt  ». 


<S.  Leone  non  è  fondatore  del  primato. 


319 


Avremmo  al  certo  dei  suoi  antecessori  testi  ed  esempi  della  loro 
somma  potestà  spirituale  ancora  più  numerosi  e  gravi  di  quelli 
che  abbiamo,  e  che  pur  sono  di  numero  e  di  peso  importantis- 
simi, se  la  storia  ce  ne  avesse  conservato  documenti  autentici 
in  maggior  copia.  Puossi  similmente  a  questo  proposito  notare 
la  grande  necessità,  che  proprio  ai  tempi  di  san  Leone  Magno 
nasceva  dalle  complicazioni  così  politiche  come  ecclesiastiche,  di 
far  valere  nel  mondo  cristiano  quanto  più  era  possibile  1'  unità 
della  chiesa  e  1'  autorità  del  suo  capo.  Collo  sguardo  penetrante 
del  suo  ingegno  il  santo  vedeva  assai  bene  l'esigenza  dell'epoca 
e  con  fermezza  romana  si  adoperò  per  soddisfare  ad  essa  piena- 
mente. 

Ma  mi  piace  insistere  piuttosto  sopra  un  altro  punto;  ed  è, 
che  san  Leone  tanto  nei  suoi  detti  sul  primato  quanto  nel  suo 
procedere  come  capo  della  chiesa  fa  vedere,  che  si  sente  intera- 
mente concorde  coli'  antichità  cristiana.  Lungi  dal  mostrare  su 
ciò  il  menomo  dubbio  ed  esitanza,  pel  contrario  fa  vedere  dap- 
pertutto che  si  fonda  sul  concetto  tradizionale  del  primato;  e 
spesso  appella  espressamente  alla  dottrina  ed  alla  pratica  dei 
tempi  passati.  Ognuno  che  studi  imparzialmente  san  Leone  nei 
suoi  atti  e  nei  suoi  scritti,  scorge  in  lui  quella  profondissima 
persuasione  di  aver  un  ufficio  tutto  indipendente  dalla  sua  vo- 
lontà ed  impostogli  da  autorità  superiore.  «  La  coscienza  »,  dice 
il  suo  biografo  cattolico  Arendt  ',  «  di  essere  chiamato  da  Dio 
alle  sue  alte  funzioni,  informa  tutto  quel  dominio,  eh'  egli  eser- 
cita sul  suo  tempo  ».  La  taccia  di  ambizione  appostagli  da  an- 
tichi avversarii  della  chiesa  e  rinnovata  da  Gregorovius ,  non 
trova  nessun  fondamento  nei  documenti. 

Certi  termini  frequentissimi  presso  san  Leone  in  lode  delle 
istituzioni  del  passato  lo  mostrano  per  così  dire  tutto  riverenza 
verso  la  tradizione.  «  Per  omnia,  et  in  fidei  regula  et  in  obser- 
vantia  disciplinae,  vetustatis  norma  servetur  »  2.  Egli  vuole  un 
governo  «  secundum  sanctorum  patrum  canones,  spiritu  Dei  con- 
ditos  et  totius  mundi  reverentia  consecratos  »  3.  «  Non  aliud  in- 

1  Leo  der  Grosse  und  seine  Zeit  (1835)  p.  199. 
1  Ep.  129  ad  Proterium  episcopum  alexandr.  n.  3. 
3  Epist.  14  ad  Anastasiwn  episcopum  thessalon.  u.  2. 


320      VII.  Il  primato  di  s.  Leone  Magno  n.  I.  —  /  contemporanei. 


dicimus,  quam  saneti  patres  salubriter  ordinarunt  »  *.  <  Quae  pie 
sunt  ordinata  salubriterque  disposita,  nulla  concertatone  turben- 
tur  »  3.  «  (v)uod  a  patribus  nostris  propensiore  cura  novimus  esse 
servatum,  a  vobis  quoque  volumus  custodiri  »  3.  «  Tanta  apud  me 
nicaenorum  canonum  est  reverentia,  ut  ea  quae  sunt  a  sanctis 
patribus  constituta  nec  permiserim  nec  patiar  aliqua  novitate 
violari  »  *. 

Ma  specialmente  in  occasione  di  atti,  dove  spiega  i  poteri 
del  primato,  ama  di  appellare  alla  consuetudine,  per  rendere  cioè 
più  facile  1'  ubbidienza  ed  allontanare  da  sé  fin  l'ombra  d'impero. 
Così  nominando  un  vicario  dell'apostolica  sede  per  l'Illirico, 
scrive  a  quei  vescovi:  Abbiamo  dovuto  fare  questo  passo  di 
governo,  «  secuti  eorum  exemplum,  quorum  nobis  est  recordatio 
veneranda  »  5.  E  se  già  nella  prima  di  tutte  le  lettere,  che  ab- 
biamo di  lui ,  egli  alza  seriamente  la  voce  da  pastore  universale, 
lo  fa  perchè  ha  autorità  di  parlare  in  favore  degli  ordini  antichi 
prò  custodia  canonum  et  prò  fìdei  interritale  6. 


4.  Il  papato  riconosciuto  dalla  chiesa  universale. 

I  contemporanei  di  san  Leone  riconoscevano  in  lui  volonta- 
riamente e  con  ogni  devozione  quell'  autorità,  colla  quale  parlava 
ed  agiva  da  erede  dei  sommi  diritti  di  san  Pietro.  Nessuna  voce 
nè  fra  il  clero  nè  fra  le  autorità  secolari  gli  oppone  mai,  ch'egli 
faccia  delle  innovazioni,  o  che  declini  dalle  regole  del  passato  7. 

1  Ibid.  a.  7. 
*  Ibid.  a.  11. 

3  Epist.  9  ad  Dioscorum  episcopum  alexandr.  n.  1. 

4  Epist.  119  ad  Maximum  episcopum  antiochen.  n.  3. 

5  Epist.  5  n.  2. 

6  Ep.  I  ad  aquileiensem  episcopum  n.  5. 

7  In  quanto  alle  autorità  secolari  basti  accennare  in  questo  luogo  l'editto  dell'im- 
peratore Valontiniano  III  dell'anno  445,  nel  quale  si  contiene  una  solenne  conferma  dei 
diritti  del  vescovo  di  Roma.  L'  editto  era  provocato  dalle  discordie  ecclesiastiche  nella  pro- 
vincia di  Arles  ai  tempi  di  san  Leone,  ed  è  per  la  trattazione  presente  tanto  più  importante, 
perchè  ricorre  nel  contesto  alla  usanza,  quae  hactenus  inviolabiliter  fuerit  custodita,  ed  alla 
consuetudo  vetus.  Vi  leggiamo  fra  le  altre  cose:«Cum  igitur  sedis  apostolicae  primatum 
sancti  Petri  meritimi,  qui  priuceps  est  episcopalis  coronae,  et  romanae  dignitas  cjvitatis, 
sacrae  etiam  synodi  firmarit  auctoritas,  ne  quid  praeter  auctoritatem  sedis  istius  inlicitum 
praesumptio  attentare  aitatili'.  Tunc  enim  demani  ecclosiarum  pax  ubique  servabitur,  si 
roctorem  suam  aguoscat  univorsitas  ». 


Il  primato  riconosciuto  nell'occidente. 


321 


Perfino  in  mezzo  ai  profondi  sconvolgimenti  dell'  oriente  nessuno 
fra  gli  avversarli  nega  i  diritti  del  primato,  sebbene  la  passione  e 
1'  ambizione  li  spingano  a  contradire  a  questa  o  quella  misura 
presa  dal  papa. 

Ma  guardiamo  anzi  tutto  all'  occidente.  Già  la  prima  linea 
della  prima  lettera  di  Leone  accenna  al  riconoscimento  del  tri- 
bunale universale  di  Roma  per  parte  di  Aquileia.  Un  vescovo 
suffraganeo  del  metropolita  di  Aquileia  aveva  indirizzate  al  tri- 
bunale del  papa  delle  querele  contra  l' indulgenza  del  metropo- 
lita verso  la  setta  dei  pelagiani 

Dalle  Gallie  abbiamo  nella  raccolta  delle  lettere  leonine  una 
Epistola  synodica  Ravennii  aliorumque  episcoporum  gallorum 
ad  Leonem  papam  2.  Essi  dichiarano  di  accettare  ut  symbolum 
fidei  la  lettera  dommatica  indirizzata  da  Leone  a  Flaviano  di  Co- 
stantinopoli sulle  controversie  cristologiche,  e  mandata  dal  papa 
anche  ad  essi 3.  Leone,  dicono  essi,  avere  ornato  il  mondo  di  questa 
decisione  come  di  un  prezioso  cimelio,  essere  lui  custode  vigile 
sulla  chiesa  diffusa  per  tutto  l'orbe,  essere  la  sede  apostolica  per 
loro  specialmente,  cioè  per  le  Gallie,  religionis  nostrae  fons  et 
oriqo,  pregar  tutti  per  lui  per  ottenergli  lunghi  anni  di  pontificato. 

Similmente  gli  dicono  i  vescovi  delle  Gallie  Cerezio,  Salonio 
e  Verano,  la  dottrina  stabilita  da  lui  nella  suddetta  epistola  ad 
Flavìannm  «  in  omnium  ecclesiarum  conventiculis  celebrari  >, 

Parlando  poi  della  sentenza  promulgata  dal  papa  noi  dotto  affare  così  continua:  «  Et 
erat  quidem  ipsa  seutentia  per  Gallias  etiam  sine  imperiali  sanctione  valitura.  Quid  enim 
tanti  pontificis  auctoritati  in  ecclesiis  non  liceret?  Sed  nostrani  quoque  praeceptionem  haec 
ratio  probavit,  ne  ulterius  .  .  cuiquam  praeceptis  romani  antistitis  liceat  obviare.  Ausibus 
enim  talibus  fides  et  reverenda  nostri  violatili-  imperii  »... 

«  Hoc  perenni  sanctione  censemus,  no  quid  tam  episcopis  gallicanis  quam  aliarum 
provinciarum  contra  consuetudinem  veterem  liceat  sine  viri  venerabilis  Urbis  aeternae  au- 
ctoritate  tentare.  Sed  hoc  illis  omnibusque  prò  lege  sit,  quidquid  sanxit  vel  sanxerit  apo- 
stolicae  sedis  auctoritas.  Ita  ul  quisquis  episcoporum  ad  iudicium  romani  antistitis  evoca- 
tile venire  neglexerit,  per  moderatorem  eiusdem  provinciae  adesse  cogatur  »  ecc.  (Epist.  11 
inter  ep.  Leon.  Ed.  Ballerin.  p.  042;  ed.  Migne  p.  03(5). 

San  Leone  mandò  questa  costilu/ione  imperialo  all' autore  della  turbolenza,  l'arcive- 
scovo di  Arles;  o  probabilmente  furono  spedite  altre  copie  per  mozzo  degli  organi  del- 
l'impero a  tutto  le  altre  provinco  romane  con  indirizzi  simili  a  quello  della  copia  inserta 
fra  le  lettere  leonino:  «  Aetio  vini  illustri  corniti  et  magistro  utriusque  militiao  et  pa- 
tricio  »  (in  Galliis). 

1  Cf.  Epist.  2  ad  Septimum  episcopum  altinensem. 

1  Epist.  99  inter  ep.  Leon.  ed.  Ballerin.  p,  1108;  od.  Migne  p.  966. 

*  Epist.  07  ad  Ravennium  epist.  arelat. 

GBISAB,  Analecla  romana,  voi.  I.  21 


322    VII.    primato  di  s.  Leone  M  n.  ì.  —  Riconoscimento  universale. 


e  continuano  nominando  la  sua  cattedra  (la  quale  non  si  fonda 
sulla  forza  ma  sull'  amore)  con  la  bellissima  parola  charitatis 
specula  eretta  (non  per  dominare,  ma)  per  aver  del  popolo  apo- 
stolica arra  et  sollicitudo;  dicono  a  ragione  trovarsi  «  il  princi- 
pato della  sede  apostolica  »  in  Roma,  «  unde  adhuc  apostolici 
spiritus  oracula  reserantur  »  l. 

Ed  ora  passando  all'oriente  bisogna  prima  ricordare  al- 
cuni fatti  intorno  alla  storia  di  Flaviano  patriarca  di  Costan- 
ti n  o  p  o  1  ì  accennata  dai  vescovi  galli  nelle  sopraccitate  lettere. 

Diverse  furono  le  relazioni  ed  i  ricorsi  indirizzati  negli  anni 
di  Leone  alla  santa  sede,  pe'  quali  l'oriente  riconosceva  il  diritto 
superiore  del  papa  a  decidere  in  ultima  istanza  tanto  sulla  que- 
stione monofisitica  quanto  sulle  somme  sedi  dell'  oriente.  Uno 
dei  primi  relatori  e  ricorrenti  fu  Eutiche  stesso.  Egli  dopo  la 
sua  prima  condanna  a  Costantinopoli  nel  448  appellò  a  Leone  I  2. 
Si  volse  anche  a  san  Pietro  Crisologo  di  Ravenna  per  trovare 
per  suo  mezzo  accesso  al  papa.  Ed  il  dotto  vescovo  gli  scrisse 
nella  sua  risposta  le  celebri  parole  :  «  Ilis  quae  a  beatissimo  papa 
romanae  civitatis  scripta  sunt,  obedienter  attendas,  quoniam 
beatus  Petrus,  qui  in  propria  sede  et  vivit  et  praesidet,  prae- 
stat  quaerentibus  fìdei  veritatem  »  3. 

Il  testo  dell'appellazione  diretta  a  san  Leone  dal  patriarca 
Flaviano  dopo  la  sua  illegittima  deposizione  nel  pseudoconcilio 
di  Efeso  a.  449  non  era  noto  fino  al  1882,  nel  qual  anno  fu 
scoperto  da  Guerino  Amelli  (ora  priore  a  Montecasino)  in  un 
codice  della  biblioteca  capitolare  di  Novara.  Io  ne  riferirò  alcuni 
brani  servendomi  della  edizione  di  Amelli  nello  Spicilegium  Casi- 
nense  t.  I  (1888-1894)  p.  132  ss.,  della  stampa  fatta  dal  Mommsen 
e  d'una  edizione  fatta  da  me,  non  conosciuta  dal  Mommsen4. 
L'interpunzione  correggo  tacitamente. 

1  Epist.  68  inter  ep.  Leon.  ed.  Ballerin.  p.  1003:  ed.  Migne  p.  887. 

2  Ciò  si  prova  contro  Quesnel  anche  dal  codice  di  Novara  recentemente  scoperto 
(v.  nota  4),  dove  la  lettera  di  Eutiche  (n.  28)  porta  il  titolo  Libellus  appellationis  Eu- 
Ujch.es  ad  papam  Leonem.  Questo  codice  offre  insieme  per  la  prima  volta  un  elenco  di 
dotti  dei  santi  padri,  mandato  similmente  al  papa,  col  quale  Eutiche  voleva  giustificare  la 
sua  dottrina  (n.  SI.  Palrum  testimonia  quae  prò  se  proposuit  Eutyches). 

3  Epist.  25  inter  ep.  Leon.  ed.  Ballerin.  p.  775;  ed.  Miglio  p.  739. 

*  Cf.  Amelli  G.  San  Leone  Magno  e  l'oriente.  Disseriazione  sopra  una  collezione  ine- 
dita ecc.  2a  ed.  Mon  locassi  im  1890.  —  Zeitschrip  fùr  hatholische  Tìieoloyic  t.  7  (1883)  p.  191  ss. 
Abhandlung :  II.  Grisar  Die  neu  aufyefundene  Appellalìon  Flavians  an  Papst  Leo  I.  — 


Appellazioni  dell'oriente.    S.  Fioritimi  di  Costantinopoli.  323 


Il  codice  non  è  scritto  senza  qualche  errore  ;  di  più  la  let- 
tera vi  si  trova  solamente  in  una  traduzione  assai  sconcia,  avve- 
gnaché probabilmente  originale,  fatta  dal  greco.  Il  documento  co- 
mincia dopo  il  saluto: 

«  Oportune  quidem  ad  praesens  tempus  mediocriter  referre  1  et  liti  apo- 
stolica appellatone  ad  vestram  sanctitatem,  ut  progrediens  ad  orientem  auxi- 
lium  ferret 2  periclitanti  piae  sanctorum  patrum  fidei,  quam  sudore  ultionis  3 
tradiderunt.  Ecce  enim  confusa  sunt  omnia,  solutae  sunt  ecclesiasticae  ordi- 
nationes,  perierunt  ea  quae  sunt  fidei,  dissensione  retinentur  piae  animae  4. 
Iam  non  patrum  nominatur  fides,  sed  contigit 5  ab  alexandrinae  ecclesiae 
episcopo  Dioscoro  et  iis  6,  qui  haec  sapiuut  una  cura  ipso,  eutychinam  iam 
praedicari  et  nominari  fidem.  Hanc  enim  firmavit  sententia  propria  et  eorum 
qui  per  violentiam  coacti  sunt  consentire  episcoporum  7.  Et  ea  quidem  singula 
nunc  non  8  est  concessum  nobis  referre  ad  vestram  beatitudinem  ;  breviter 
autem  quae  subsecuta  sunt  docebimus  ». 

E  dopo  la  descrizione  dei  fatti  del  così  detto  latrocinio  efe- 
sino continua: 

«  Me  appellante  tbronum  apostolicae  sedis  principis  apostolorum  Petri  9 
et  universam  beatam,  quae  sub  vestra  sanctitate  est  synodum,  statim  me  eir- 
cumvallat  multitudo  militaris.  et  volente  me  ad  sanctum  altare  confugere,  non 
concessit  eia.  Oro  itaque  vestram  sanctitatem,  ne  obdormire  patiamini  super 
bis  quae  insipienti  et  furioso  Consilio  circa  me  gesta  sunt,  cum  nullae  prae- 
cedant  causae,  quae  me  in  reatum  aliquem  adducant,  sed  insurgere  primum 


Neues  Archiv  der  Gesellschaft  fur  altere  éeutsche  Geschichtskunde  t.  11  (188(5)  p.  361  ss. 
Abhaadlting:  Th.  Mommsen  Actenstuche  zur  Kirchengenschichte  aus  tieni  cod.  cap.  Novar. 
—  Il  codice  è  segnato  a.  30  e  sarebbe  secondo  Amelli  e  Maassen  del  decimo  secolo.  V. 
Maassen  in  Sitzungsberickte  der  Wiener  Ahademie  t.  53  (1866)  p.  389. 

1  Mommsen  emenda  il  codice:  Oportuit  quidem  ad  praesens  tempus  me  dignanter 
referre 

2  Cod.  ferre 

3  Così  il  cod.  Ma  forse  si  dovrà  correggere:  sudore  vultus  sui 

*  Così  Mommsen  meglio  di  Amelli,  il  quale  talmente  divide  le  parole:  periorunt  oa 
quae  sunt  fidei  dissentione.  Retinentur  piae  animae  ecc. 

5  Col  Mommsen.  Cod.  conculta.    Amelli:  forte  conculcata 

6  Cod.  et  eorum.  Mommsen  emenda  eorum 

7  Cod.  episcopi 

8  Mommsen,  omette  non 

9  Da  queste  paiolo  si  vedo,  che  è  infondata  l'opinione  di  Queauel,  che  cercava  di  mo- 
strare in  apposita  dissertazione,  avere  Klavia.no  appellato  ad  un  nuovo  sinodo  ecumenico, 
e  non  al  papa  stesso.  (I)is-;.  De  causa  Flaoiani,  ristampata  nell'edizione  balleriniana  dello 
opero  di  san  Leone  t.  2  p.  1133  SS.).  Si  veda  la  buona  risposta  dei  ff.  Ballerini,  ivi 
p.  1153  ss. 


324    VII.  Il  primato  di  s.  Leone  M.  n.  4.  —  Riconoscimento  universale. 


quidem  in  causa  rectae  fidei  aostrae,  quae  quadam  libidine  deperiit1;  deinde 
propter  eversionem  ecclesiasticarum  constitutionuin  curam  lacere  et  simpli- 
citer  per  omnia  narrare  tam  plebi,  quae  numero  praecellit,  quam  amatorem 
Christi  imperatorem  nostrum  litteris  quae  competunt  edocere;  scribere  etiarn 
clero  sanctae  constantinopolitanae  ecclesiae  et  religiosissimi*  monachi»  nec 
non  et  s  luvenali  Hierosolymorum  episcopo  et  Thalassio  Caesariae  Cappa- 
dociae  episcopo,  Stephano  quoque  ephesiensi  et  Eusebio  ancyritano  et  Cyro  3 
afrodisiensi  et  reliquis  sanctis  episcopis,  qui  consensum  super  pravo  Consilio 
adversum  me  praebuerunt  Dioscoro,  qui  velut  1  principatum  sanctae  synodi 
apud  Ephesum  tenuit;  dare  etiain  formata,  quam  Deus  vestrae  menti  inspi- 
rabit 3  ut  tam  occidentali  quam  etiam  orientali  in  unum  mela  patrum  synodo, 
similis  ubique  praedicetur  fides,  ut  praevaleant  sanctiones  patrum,  in  irritum  6 
vero  deduci  valeant  atque  dissolvi  omnia  quae  male  et  umbrative  7  non  sine 
lusu  quodam  modo  gesta  sunt,  afferre  medicinam  horribili  buie  vulneri  quod 
per  totum  iam  poene  orbem  serpendo  pervenit,  qui  autem  subscripserunt  et 
consenserunt  iniustae  sententiae  magna  vi  coacti,  paucissimi  sunt,  qui  vero 
non  consenserunt.  huic  iniquitati  multo  plures  sunt  episcopi,  sicut  etiam  lectio  8 
sanctae  ad  beatitudinem  vestram  relationis  9  poterit  perdocere  ».  (Explicit 
libellus  etc). 

Similmente  appellò  al  papa  il  vescovo  Eusebio  di  Dorileo, 
deposto  dal  pseudoconcilio  efesino. 

Il  testo  del  suo  ricorso  a  san  Leone  venne  in  luce  dal  mede- 
simo codice  poco  fa  scoperto,  che  contiene  l'appellazione  di  Fla- 
viano.  La  novità  del  documento  mi  muove  a  dar  anche  di  esso 
un  brano  più  esteso  (Spicilegi iim  cit.  p.  135).  La  lettera  comincia: 

«  Ab  exordio  10  consuevit  thronus  apostolicus  iniqua  perferentes  defensare 
et  eos  qui  in  inevitabiles  11  factiones  inciderunt,  adiuvare  et  liumi  iacentes 

1  Così  ora  Amelli  con  Mommsen. 

2  Cosi  Zeitschrifi  e  Mommsen  invece  della  lezione  del  cod.  monachis  nec  nionet 

3  Cod.  Cy 

*  Cod.  vel  qui  ut 
5  Cod.  inspiravit 

r'  Amelli  col  cod.  patrum  inritum 
1  Così  Mommsen.  Cod.  umbrati  ut 

*  Cod.  lectiones 

9  Questa  relazione  deve  essere  un  processo  verbale  del  pseudoconcilio,  portato  a  Roma 
probabilmente  dall'arcidiacono  Ilaro,  legato  pontifìcio  in  Efeso  e  poscia  papa.  Sono  noti 
gli  atti  del  pseudoconcilio,  frammisti  agli  atti  del  concilio  di  Calcedonia. 

10  Cod,  Qui  fui  desuper  et  ab  exordio,  che  non  ha  senso.  Amelli  emenda  Quia  f vi i t  desuper 
et  ab  exordio,  Mommsen  Curavit  desuper  et  ab  exordio.  E  possibile,  che  le  parole  del  co- 
dice qui  fui  desuper  et  ab  exordio  appartentjano  all'indirizzo  della  lettera,  il  quale  adesso 
suona  così:  Sancto  et  beatissimo  patri  et  archiepiscopo  Leoni  Eusebius  exiguus. 

11  Cod.  qui  inabitabiles 


Appellazione  di  Eusebio  di  Dorileo. 


325 


erigere,  secundum  pnssibilitatem  quain  habetis  1  ;  conpassionem  enim  supra 
universns  homines  possidetis;  causa  autem  rei.  quod  sensum  rectum  tenetis 
et  inconcussani  servatis  2  erga  dominum  nostrum  Iesum  Christum  fiderò,  nec 
non  etiam  indissiraulatam  uuiversis  fratribus  et  omnibus  in  nomine  Christi 
vocatis  tribuitis  caritatem.  Quam  ob  rem  ego  inevitabilibus  inretitus  ad  solum 
post  domini  relictum  auxilium  adlictus  et  in  extremis  laborans  confugio,  so- 
lutionem  malorum  meorum,  in  quibus  incidi,  repperire  desiderans.  Quod  qui- 
dem  sic  est  » . 

Nel  seguito  espone  la  storia  dell'eresia  e  del  sinodo  e  finisce 
così  : 

«  Quoniam  igitur  dura  et  iniqua  propter  divinos  canones  pertuli  a  Dio- 
scoro  et  ab  aliis  religiosis  episcopis,  qui  timore  et  necessitate  conpulsi  volun- 
tati  eius  obtemperaverunt  et  in  condemnatione  mea  consenserunt  (sicut  sciunt 
qui  a  vestra  sanctitate  missi  sunt  in  loco  vestrae  beatitudinis  religiosissimi 
viri,  quibus  et  libellos  optuli  appellationis  meae  3,  in  quibus  vestrae  sedis  co- 
gnitionem  poposci)  deprecor  vestram  beatiturìinem  et  genua  vestra  tangens, 
si  non  manu ,  et  tamen  linguae  perfungor  4  officio  ;  pronuntiate  evacuari 
et  inanem  fieri  meam  iniquain  5  condemnaiionem  a  religiosissimo  cjiiscop  i 
Dioscoro,  et  eorum  decretum,  qui  inviti  consenserunt  eius  voluniati,  red- 
dentes  mihi  dignitatem  episcopatus  et  vestram  communionem  litteris  vestris 
ad  meam  exiguitatem  datis,  quibus  et  dignitatem  repraesentetis  et  commu- 
nionem; quibus  impetratis  G  gratias  agam  domino  nostro  rectori  et  salvatori 
Christo  prò  vobis,  religiosissimi  patres.  Et  alia  manu.  Eusebius  exiguus  ordi- 
natila episcopus  Dorylaeo  misi  libellos  per  religiosissimuin  presbyterum  Cbry- 
sippum  et  Constantinum  diaconum,  subscribens  manu  mea  ». 

La  sua  sommessione  all'  autorità  del  primato  di  Leone  pro- 
fessa similmente  il  vescovo  della  più  celebre  sede  dell'  oriente, 
Anatolio  di  Costantinopoli.  Anatolio  dopo  finito  l'ecumenico  con- 
cilio di  Calcedonia  scrive  a  Leone  sull'esecuzione  degli  ordini 
dati  dalla  sede  di  Roma  per  ristabilire  la  fede  e  la  pace  reli- 
giosa nell'oriente:  «  Statini  ea  quae  continebantur  eis  (litteris 
apostolicis),  ut  placita  vobis  impievi  »  ;  aver  egli  restituito  a 

1  Così  Zeitschrift  e  Mommsen.  Cod.  habentes 

2  Cod.  scrutatis 

:!  Qui  si  parla  d'una  appellazione,  scritto  differente»  della  presonto  lottora  portata  a 
Roma,  secondo  la  notizia  aggiunta  in  fino,  da  Crisippo  o  Costantino. 

4  Così  Zeitschrift  r  Mommsen.  Cod.  profungor 

5  Zeitschrift  e  Mommsen.  Cod.  inquam 

6  Così  Mommsen.  Cod.  imperatia 


326    VII.  Il  primato  di  s.  Leone  M.  n.  4.  —  Riconoscimento  universale. 


Costantinopoli  il  prete  Ezio  e  promossa  l'accettazione  della  let- 
tera dommatica  a  Flaviano  della  parte  dei  fautori  di  Evitiche. 
Si  scusa  del  canone  xxvm  stabilito  dai  membri  del  concilio,  ma 
rigettato  dal  papa;  non  esserne  egli  in  colpa,  ma  il  clero  di 
Costantinopoli  :  «  et  sic  gestorum  vis  omnis  et  confirmatio  aucto- 
r i tati  vestrae  beatitudinis  fuit  reservata  »,  cioè  il  canone  in  que- 
stione non  poteva  considerarsi  come  definitivo  senza  il  vostro 
assenso  \ 

Di  più  il  permesso  stesso  di  salire  sulla  sede  della  città  im- 
periale l'aveva  dovuto  ottenere  da  Leone;  il  quale  glielo  con- 
cesse dopo  averne  ricevuto  sufficienti  cauzioni,  e  ne  scrisse  al- 
l'imperatore Marciano  in  questi  termini:  «  Vestrae  pietatis  au- 
xilio  et  mei  favoris  assensu  episcopatum  tantae  urbis  obtinuit  », 
dichiarando  insieme  di  non  poter  acconsentire  al  famoso  ca- 
none xxvm  2. 

Ed  a  proposito  delle  vicende  di  codesto  canone  giova  avver- 
tire, che  nessuno  de'  Greci,  tanto  gelosi  del  detto  decreto  in  prò 
del  vescovato  della  capitale,  osò  negare  a  san  Leone  od  ai  suoi 
successori  la  facoltà  di  cassarlo.  Il  canone  non  fu  ammesso  nelle 
raccolte  del  diritto  canonico  greco  prima  dello  scisma  di  Fozio  3. 

Come  la  sede  di  Costantinopoli,  così  anche  .quella  di  Antio- 
chia riconobbe  la  giurisdizione  superiore  di  Leone,  come  suc- 
cessore di  Pietro.  Il  patriarca  Massimo  di  Antiochia  aveva  ri- 
cevuto la  sua  ordinazione  non  regolarmente,  ma  dal  vescovo  di 
Costantinopoli,  «  sine  ullo  exemplo,  contra  instituta  canonum  », 
come  scrive  san  Leone  4.  Mal  sicuro  della  sua  dignità  così  con- 
seguita Massimo  spedì  a  Roma  il  prete  Mariano  ed  il  diacono 
Olimpio  per  ottenere  dal  pontefice  il  riconoscimento  della  sua 
ordinazione.  Al  che  Leone  per  amore  della  pace  non  era  con- 
trario. «  Quod  nos  amore  reparandae  fidei'et  pacis  studio  retra- 
ctare  cessavimus  » ,  sono  le  sue  parole  sopra  ciò  all'imperatore  5. 
Non  volle  che  l'ordinazione  suddetta  gli  generasse  un  pregiudizio; 
anzi  lo  confortò  a  voler  ricorrere  alla  sede  di  Roma,  se  qualche- 


1  Kpist.  132  inter  op.  Leon.  Ed.  Ballerin.  p.  1261  ;  ed.  Migue  p.  1082. 

*  Epist.  104  n.  3.  Ed.  Ballerin.  p.  1141;  ed.  Migne  p.  991. 

3  Hergcnrother  l'holius,  Patriffich  von  Cunstanlinopel  (1807)  t.  1  p.  87;  t.  2  p.  140. 

*  Kpist.  104  ad  Murcianum  àugustum  a  5. 
s  Ibid. 


Costantinopoli.    Antiochia.  Alessandria. 


327 


duno  gli  avesse  da  muovere  delle  difficoltà  intorno  ai  privilegii 
della  sua  chiesa. 

Il  trono  patriarcale  di  Alessandria  sotto  Leone  I  era 
stato  già  lungo  tempo  occupato  da  invasori  eretici.  Ma  quando 
l'ortodosso  vescovo  Proterio  fu  innalzato  a  quella  sede  dall'impe- 
ratore Marciano,  subito  seguì  l'esempio  dei  grandi  patriarchi 
alessandrini  del  tempo  passato  e  riconobbe  il  primato  della  sede 
di  san  Pietro.  Leone  I  ne  diede  avviso  a  Marciano  («  Praeceden- 
tibus  rectoribus  et  fide  concordat  et  vita  »  ecc.)  lodando  special- 
mente la  sua  sottomissione  nell' accettare  il  celebre  decreto  dom- 
matico  diretto  a  Flaviano  *.  Se  san  Leone  nella  medesima  lettera 
all'imperatore  adopera  piuttosto  i  termini  di  fraterna  pax  (custo- 
dita da  Proterio),  che  di  sottomessione  al  primato,  ciò  corrisponde 
all'antico  uso  della  sede  romana,  di  mantenere  la  sua  autorità 
colle  forme  le  più  caritatevoli  e  condiscendenti,  senza  far  pesare 
quello  che  di  fatto  non  è  giogo,  ma  vincolo  di  pace.  Nella  lettera 
a  Proterio  stesso  l'umile  ed  amoroso  pontefice  lo  esorta  a  bat- 
tere la  via  dei  grandi  vescovi  di  Alessandria,  Atanasio,  Teofilo 
e  Cirillo  (devotissimi  della  santa  sede),  e  gli  manifesta  la  sua 
grande  gioia  perchè  lo  scritto,  da  Proterio  indirizzato  alla  sede 
romana,  aveva  mostrato,  «  magisterio  beatissimi  Petri  apostoli 
hoc  ab  initio  per  beatum  Marcum,  eius  discipulum.  didicisse 
Aegyptios,  quod  constat  credidisse  Romanos  »  2. 

San  Marco  discepolo  di  san  Pietro,  e  fondatore  del  vescovato 
d' Alessandria,  giusta  le  riflessioni  che  trovansi  frequentemente 
presso  gli  antichi  scrittori  ecclesiastici,  aveva  messo  il  patriar- 
cato di  Alessandria  in  istrettissima  relazione  colla  sede  di  Roma; 
e  similmente,  secondo  i  medesimi  scrittori,  il  patriarcato  di  An- 
tiochia si  trovava  legato  a  Roma,  per  mezzo  della  fondazione  della 
sua  sede  da  san  Pietro  prima  dell'erezione  della  cattedra  romana. 
San  Leone  parla  della  unione  fra  san  Marco  in  Alessandria  e 
san  Pietro  in  Roma  anche  in  diversi  altri  luoghi  fuori  dell'al- 
legato di  sopra.  «  l>e  eodem  fonte  gratiae  unus  spiritus  et  di- 
scipuli  et  magistri  » 3;  dunque  i  vescovi  d'Alessandria  con  quelli 

1  Epist.  130  ad  Marcianum  augustum  a.  1.    Ivi.  Ballerin.  p.  1200;  ed.  Migne  p.  107S. 

2  Epist.  129  n.  I.  Ivi.  Ballerin.  p.  1235,-  od.  Migne  p.  1075. 

3  Epist.  0  ad  Dioscorum  episcopwn  alexandr.  n.  1.  Cf.  Epist.  102  ad  episcopo*  Gal- 
liarwn  n.  4. 


328    VII.  Il  primato  di  s.  Leone  M.  n.  4.  —  Riconoscimento  universale. 


di  Roma,  così  ama  di  argomentare,  debbono  essere  «  unius  cor- 
poris  et  fidei  ».  Il  patriarcato  di  Egitto,  se  si  vuol  reggere  collo 
spirito  del  discepolo  di  san  Pietro,  non  potrà  discordare  dalla 
sede  di  lui,  «  quum  beatissimus  Petrus  apostolicum  a  Domino  ac- 
ceperit  primatum  et  romana  ecclesia  in  eius  permaneat  insti- 
tutis  »  '.  Ma  dall'  altra  parte  egli  si  mostra  anche  gelosissimo,  nel 
nome  di  san  Marco,  dei  diritti  della  sede  patriarcale  alessandrina: 
«  Nihil  alexandrinae  ecclesiae  eius,  quam  per  sanctum  Marcum 
evangelistam,  beati  Petri  discipulum,  meruit,  pereat  dignitatis  >  *. 
E  la  sua  opposizione  contra  il  canone  xxvm  di  Calcedonia,  de- 
rogativo appunto  al  diritto  d'  Alessandria  in  favore  di  Costanti- 
nopoli, fornisce  la  solenne  prova  che  il  papa  era  risoluto  a  di- 
fendere i  diritti  di  san  Marco  3. 

«Antiochena  quoque  ecclesia»,  così  scrive  san  Leone  della 
seconda  sede  dell'  oriente ,  «  in  qua  primum  praedicante  beato 
apostolo  Petro  christianum  nomen  exortum  est,  in  paternae  con- 
stitutionis  ordine  perseverat,  et  in  gradu  tertio  collocata  (cioè 
in  relazione  a  Roma  ed  Alessandria),  nunquam  se  fiat  inferior  »  4. 
Ed  in  altra  occasione  :  «  (Sanctus  Petrus)  speciali  magisterio  in 
antiochena  et  romana  urbe  fundavit  doctrinam  »  5.  Egli  rico- 
nosce e  vuol  rispettato  il  diritto  che  il  concilio  di  Nicea  attri- 
buisce alla  sede  antiochena;  il  quale  concilio  a  questa  sede 
«  orientales  [scil.  dioecesis  orientis]  ecclesias  deputavit  ».  Per 

1  Epist.  9  ad  Dioscorum  episc.  alexandr.  n.  1.    Cf.  Epist.  102  ad  episc.  Galliarum  a.  4. 

*  Epist.  106  ad  Anntolium  episcopum  constanti nop.  n.  5. 

3  San  Leone  ricorda  al  vescovo  Anatolio  di  Costantinopoli  (ep.  106),  che  la  prima 
chiesa  patriarcale  dell'oriente,  l'alessandrina,  fu  riconosciuta  tale  dal  canone  vi  del  con- 
cilio di  Nicea.  Codesto  canone  confermò  1'  antico  costume  (rà  appaia  ifOm),  secondo  il  quale 
il  vescovo  d'Alessandria  avea  autorità  non  sopra  una  sola,  ma  sopra  diverse  province 
ecclesiastiche  (cioè  come  patriarca):  è-tteiòìò  icaì  tm  iv  rft  'Pmu.-ti  i-Kiax-ÓTtm  toùto  ctuvvi3ì'?  I<mv. 
In  secondo  luogo  parla  del  vescovato  d'  Antiochia,  che  fu  sempre  considerato  come  il  pa- 
triarcato secondo  in  dignità.  Il  vescovo  Hofelo  (Concilieiigesehichte  2a  ed.  tom.  I,  1873, 
p.  397)  mostra  assai  bene,  che  il  medesimo  canone  non  tratta  d'  un  riconoscimento  della 
giurisdizione  primazialo  di  Roma,  la  quale  non  ebbe  bisogno  d'  una  simile  dichiarazione. 
Che  poi  il  canone  non  sia  derogatorio  al  primato  romano,  lo  fa  vedere,  forse  meglio  di 
tutti  gli  altri  scrittori,  Frane.  Ani.  Zaccaria  Dissertationes  de  rebus  ad  historiam  atque 
antiquitatem  eccl.  pertinenlibus  t.  I  n.  (i  (Fulig.  1781)  p.  224-281:  De  decretis  ad  romani 
poutificis  auctoritatom  spectantibus  a  concilio  nicaeno  I  editis.  Della  nozione  di  chiese  sub- 
urbicarie  e  dell'  estensione  del  patriarcato  di  Roma  tratta  il  volume  citato  dell'  Ilofele 
p.  397-403. 

*  Epist.  106  n.  5. 

s  Epist.  119  ad  Maximum  episcopum  antinrh.  u.  2. 


Il  concilio  calcedonense. 


329 


la  quale  cosa  Antiochia  ha  assunto  l'obbligo  d'una  tutela  speciale 
di  quelle  chiese  contro  1'  eresia  '. 

La  chiesa  di  Costantinopoli  all'  incontro,  come  è  noto,  non 
aveva  la  dignità  di  apostolica,  non  avendo  una  fondazione  simil- 
mente antica  e  nobile  come  quelle  d'Alessandria  e  d'Antiochia. 

5.  U  ecumenico  concilio  di  Calcedonia 
riconosce  san  Leone  come  capo  della  chiesa. 

Ci  resta  di  vedere  come  ai  tempi  di  san  Leone  Magno  anche 
un  concilio  ecumenico  riconosce  in  maniera  solenne  i  diritti  del 
primato  romano,  così  spiccatamente  dichiarati  ed  esercitati  dal 
grande  papa. 

«  La  chiesa  orientale  »,  così,  insegna  il  Dòllinger,  «  non  vide 
mai  nè  prima  nè  dopo  un  numero  tanto  grande  e  splendido  di 
vescovi  unito  insieme  come  nel  concilio  ecumenico  di  Calce- 
donia». E  poi  continua:  «  La  presidenza  ebbero  i  quattro  legati 
pontificii  con  a  capo  il  vescovo  Pascasino  di  Lilibeo  »  2.  Gli  altri 
tre  presidenti,  rappresentanti  il  papa  Leone,  non  erano  nemmeno 
vescovi  tutti.  «  Fu  dietro  alla  loro  dimanda,  che  Dioscoro  d'Ales- 
sandria, l'autore  del  pseudoconcilio  di  Efeso,  fin  da  principio 
dovette  prendere  il  suo  posto  fra  gli  accusati  »  :t. 

Infatti  l'autorità  supcriore  dei  legati  presidenti  nel  decorso 
degli  affari  conciliari  viene  attestata  quasi  in  ogni  pagina  degli 
atti. 

Finito  il  sinodo  i  padri  mandarono  a  Leone  I  una  lettera 
intitolata  secondo  il  costume  :  «  sancissimo  et  beatissimo  Roma- 
norum  archiepiscopo  »  \  nella  quale,  dando  relazione  intorno  al 
concilio,  dicono  come  egli  per  mezzo  dei  suoi  legati  avesse  avuto 
l' egemonia  qual  capo  ',  mentre  gli  imperatori  Trpò-  eiko<T|j(.fav 
éljfjp^ov,  o,  come  dico  1'  aulica  versione  «ad  ornandum  decentis- 

1  Ibid. 

2  Lehrbuch  der  Kirchengèschichte  2a  ed.  t.  I,  p.  130. 

3  Dòllinger  1.  c. 

4  Kpist.  98  inter.  ep.  Leon.  Ed.  Ballerin.  p.  1087;  ed.  Miglio  p.  951. 
R  i>t  auy.Ev        y.8(fotXi!j  UfXSv  fiviuóviuif  in  toT;  tì^v  orv  Tot;iv  ÈTrt'^ouoiv. 


330    VII.  Il  primato  di  s.  Leone  M.  n.  5.  —  Il  concilio  calce donense. 


siine  praesidebant  »  \  Essi  dichiarano  di  aver  preso  per  guida 
il  papa,  dato  da  Dio  a  tutti  come  interprete  (IpaYjveu;)  del  verbo 
di  san  Pietro,  per  portare  a  tutti  la  beatitudine  della  fede  del- 
l' apostolo.  Forse  ciò  dicendo  rammentavano  V  esclamazione  fatta 
da  tutti  alla  lezione  pubblica  della  lettera  di  Leone  a  Flaviano 
nella  seconda  sessione  del  10  ottobre  451:  «  Pietro  ha  detto 
queste  cose  per  la  bocca  di  Leone;  così  hanno  insegnato  gli 
apostoli;  con  pietà  e  verità  cosi  ha  insegnato  Leone  »  2. 

E  poi  proseguono  nella  memorai  (ile  lettera  al  papa,  Dioscoro, 
patriarca  d'  Alessandria,  avere  favorito  1'  eretico  Eutiche  fin  al 
punto  di  volerlo  ristabilire  nella  sua  dignità,  onde  era  stato  de- 
posto giustamente  dal  papa  (uapà  ty};  ùjxójv  óo-iótiqto?..  àcpatp£3c'ìcrav 
àH(av);  essersi  il  medesimo  Dioscoro  vergognosamente  ribellato 
al  pontefice  romano,  costituito  dal  divino  Salvatore  custode  della 
sua  vigna  3,  ed  aver  osato  di  scomunicare  il  capo  della  chiesa, 
il  quale  tende  ad  unire  il  sacro  corpo  di  essa.  I  vescovi  del  con- 
cilio, come  recita  il  seguito  della  lettera,  avendo  stabilito  la  vera 
fede  contro  Eutiche  e  Dioscoro  d'accordo  col  pontefice  ed  i  suoi 
legati,  sono  già  precedentemente  sicuri  dell'approvazione  del 
capo  della  chiesa.  Però  in  quanto  al  canone  xxviii,  contro  il  quale 
avevano  protestato  i  legati,  si  credono  obbligati  a  chiedere  for- 
malmente 1'  approvazione  pontificia,  e  cercano  di  scusare  il  de- 
creto in  varii  modi.  Finiscono  col  dire  :  «  Tutta  la  somma  del 
nostro  operato  abbiamo  portata  a  vostra  notizia,  a  fine  di  or- 
dinare le  cose  nostre  per  la  conferma  e  1'  approvazione  di  quel 
che  abbiamo  fatto  »  \ 

Spesso  s' incontra  1'  asserzione ,  che  il  concilio  abbia  chiesto 
dal  papa  1'  approvazione  di  tutti  i  suoi  atti  e  decreti.  Nelle  fonti 

1  E  puro  asserisco  il  Langen,  che  non  i  legati  pontificii  ina  i  commissari  dell' im- 
peratore presiedevano! 

2  Ifirpo?  òià  Asovto;  Taùra  i&wwffiai't.    Mansi  Collect.  concil.  t.  fi  p.  971. 

3  Kar'aÙToy  tsvj  t?;;  ò.'i.tsì\W  tr,s  cp>Aa;cò  irapà  tsù  dwT^po?  ÈwtTa^ay.aeNOU  t/iv  y.aviav 

è§STC(VC. 

4  llàaoc/  ìr.jjX'i  twv  7reirpaTfAev(i)v  ff,'>  BuvajUN  i-pioptaa;./.:-*  si?  crua-aaiv  $(*eTépew,  xai  tùv 
irap  rp.<Sv  TtiTZfxyij.i-iw)  Pìpaiuui-j  ts  y.aì  Tu^/caTàssiiv.  La  traduzione  del  diacono  Rustico 
verte  queste  paiolo  un  poco  liberamente:  «  Omnem  vobis  gestorum  vini  insiuuavimus  ad 
comprobationem  nostrae  sinceritatis  et  eorum,  quae  a  nobis  gesta  sunt,  fiimitatem  et  con- 
sonaiitiam  »  (Mansi  ilj.  155).  La  più  antica  traduzione,  la  quale  è  quasi  coetanea  al  con- 
cilio, dico  così:  «  Omnem  vobis  gestorum  vini  insiuuavimus  ad  consistentiam  nostrali)  et 
eorum,  quae  a  nobis  acta  sunt,  confirmationem  et  dispositionem  »  (Mansi  ib.  158). 


Premìio  dei  legati.    Approvazione  pontifìcia. 


331 


storiche  non  si  trova  un  fondamento  di  tale  affermazione.  Ed  in 
fatti  una  tale  richiesta  generale  non  doveva  avere  luogo,  dopo 
che  il  concilio  nei  suoi  decreti  aveva  consentito  a  quanto  era 
stato  già  dichiarato  dal  papa,  ed  eseguitine  gli  ordini  pel  rista- 
bilimento della  pace  ecclesiastica,  e  tutto  sotto  la  guida  dei  le- 
gati romani.  Solo  intorno  al  canone  xxvm  vi  era  differenza,  e 
solo  per  questo  ne  chiede  la  conferma  colle  surriferite  parole 
della  lettera.  Anche  Bellarmino  è  di  questo  parere:  «  Solum  pe- 
tunt  confirmationem  eorum ,  quae  definierant  praeter  pontificis 
sententiam  »  l.  Ed  il  papa  negò,  come  sappiamo,  il  consenso  al 
l'ingiusto  canone  xxvm,  risoluto  a  difendere  i  diritti  delle  altre 
grandi  sedi  dell'  oriente  contro  l' arroganza  del  vescovo  della 
nuova  capitale  dell'  impero  e  contro  i  prieghi  e  le  rappresen- 
tazioni dell'  istesso  imperatore.  Ma  tanto  più  ampiamente  volle 
raccomandare  e  lodare  gli  altri  decreti  del  sinodo  per  farli  ab- 
bracciare efficacemente  dall'  oriente.  Perciò  espresse  formalmente 
di  nuovo  il  suo  consenso.  «  Ne  per  malignos  interpretes  dubi- 
tabile videatur  »,  così  scrisse  il  21  marzo  453  nella  solenne 
lettera  di  approvazione  diretta  ai  vescovi  del  concilio  2,  «  utrum 
quae  in  synodo  chalcedonensi  per  unanimitatem  vestram  de  fide 
statuta  sunt  approbem ,  haec  ad  omnes  fratres  et  coepiscopos 
nostros,  qui  praedicto  concilio  interfuerunt  scripta  direxi,  quae 
gloriosissimus  et  clementissimus  princeps,  sicut  poposci ,  in  no- 
titiam  vestram  mittere  prò  catholicae  fidei  amore  dignabitur,  ut 
et  fraterna  universitas  et  omnium  fidelium  corda  cognoscant,  me 
non  solum  per  fratres,  qui  vicem  meam  exsecuti  sunt,  sed  etiam 
per  approbationem  gestorum  synodalium  vobiscum  unisse  sen- 
tentiam, in  sola  videlicet  causa  fidei,  quod  saepe  dicendum  est, 
propter  quam  generale  concilium  et  ex  praecepto  ehristianissi- 
morum  principum  et  ex  consensu  apostolicae  sedis  placuit  con- 
gregari »  :i.  Nella  sua  disapprovazione  poi  del  canone  xxvm,  di- 

1  De  conciliis  li  c.  11.  Vedi  Zeitschrift  fur  hath.  Theologie  t.  lo,  ISSO,  Abhandluug: 
I.  Blotzer  Dcr  fi.  Stuhl  unti  die  okumenischen  Synoden  des  Alterthums,  p.  86-100.  llisio- 
risches  Jahrbuch  t.  14,  181)3,  Abhandlung :  voti  Funck  Die  papstliche  Bestàtigung  der  acht 
ersten  ullyemeinen  Synoden,  p.  4sr>-.r>10,  specialmente  p.  48N.  408  ss. 

2  Epist.  114.  Ed.  Ballerin.  p.  11U3;  ed.  Migne  p.  1027;  Iaffc-Kaltenbrimner  n.  490. 

3  E  pine  il  Langen  1.  c.  p.  Ilo  non  solamente  ascrivo  al  solo  imperatore  la  convo- 
cazione, ma  dico  che  san  Leone  ha  riconosciuta  una  colale  convocazione  fatta  «  kraft  seiner 
Auctoritat  »  da  Marciano.  Vedi  l' esposizione  dei  fatti  dedòtti  dallo  varie  fonti  presso 
Blotzor  1.  c.  p.  71-86. 


332       VII.  Il  primato  di  s.  Leone  Magno  n.  5.  —  Conclusione. 


chiarata  nella  medesima  sua  enciclica,  si  esprime  in  questi 
termini:  «  Quantumlibet  enim  extortis  assentationibus  sese  in- 
struat  vanitatis  elatio  et  appetitus  suos  concilio-rum  aestimet 
nomine  roborandos,  infìrmum  atque  irritum  erit  quidquid  a  prae- 
dictorum  patrum  (synodi  nicaenae)  canonibus  discreparit.  Quorum 
regulis  apostolica  sedes  quam  reverenter  utatur,  scriptorum 
meorum,  quibus  constantinopolitani  antistitis  conatus  repuli,  po- 
terit  sanctitas  vestra  lectione  cognoscere ,  et  me ,  auxiliante 
Domino,  catholicae  fidei  et  paternarum  constitutionum  esse  cu- 
stodem  ». 

Paternarum  constitutionum  custos;  con  questo  appellativo,  che 
san  Leone  a  sè  rivendica,  a  buon  diritto  chiudiamo  queste  linee 
dedicate  al  suo  concetto  del  primato  romano  ed  ai  fatti,  che  met- 
tono in  evidenza  la  fede  comune  nelle  prerogative  dei  successori 
di  san  Pietro,  fede  a  quei  tempi  così  salda  e  vigorosa. 

Aggiungiamo  solo,  che  nei  tempi  seguenti  i  papi  continua- 
vano ad  operare  in  prò  della  chiesa  colla  medesima  persuasione, 
fondandosi  volentieri  sui  celebri  detti  e  fatti  del  loro  grande 
predecessore  Leone  I.  Così  papa  Gelasio  I  accennò  alle  lettere 
di  san  Leone  intorno  al  concilio  calcedonense  colle  solenni  for- 
inole: «  Sicut  id  quod  prima  sedes  non  probaverat,  constare 
non  potuit,  sic  quod  illa  censuit  iudicandum,  ecclesia  tota  su- 
scepit  »  '.  liane  (synodum  chalcedonensem)  fieri  sedes  apostolica 
delegavit  factamque  firmavit  »  2.  «  Totum  est  in  sedis  apostolicae 
positum  potestate;  ita  quod  firmavit  in  synodo  sedes  apostolica, 
hoc  robur  obtinuit,  quod  refutavit,  habere  non  potuit  firmi  - 
tatem  »  3. 


1  Ep.  26  episcopis  per  Dardaniam  constilulis  n.  5.  Ed.  Thiol  p.  400  ;    Migne  59,  67. 

2  Traci,  de  annthematis  rinculo  n.  1.    Thiol  p.  55S;    Migne  59,  102. 
:;  Ibid.  ii.  9.    Thiel  p.  5(15;    Migne  59,  107. 


I 


Vili. 

ROMA  E  LA  CHIESA  DEL  FRANCHI 
PRINCIPALMENTE  NEL  SECOLO  SESTO. 

1.  I  papi  prima  del  secolo  sesto.    Leone  I.  Ilaro. 

È  cosa  ben  degna  d'essere  notata,  che  alla  vigilia,  per  così 
dire,  dei  grandi  rivolgimenti,  immediatamente  prima  che  le  istitu- 
zioni gallo-romane  incominciassero  a  vacillare  per  l'invasione  dei 
popoli  germanici,  l'autorità  della  sede  apostolica  di  Roma  riful- 
gesse nelle  Gallie  del  suo  più  grande  splendore.  Parliamo  dei 
pontificati  di  Leone  Magno  (f  461)  e  d' Ilaro,  che  a  lui  suc- 
cesse (f  468).  Questa  favorevole  disposizione  fece  sì,  che  nello 
sminuzzamento  politico ,  il  quale  per  lungo  periodo  di  tempo 
travagliò  le  Gallie,  le  chiese  affermassero  più  facilmente  il  prin- 
cipio vitale  della  loro  unità  fra  loro  stesse  e  con  Roma.  I  nuovi 
dominatori,  Ariani,  Visigoti,  Borgondi,  Ostrogoti  ed  anche  i 
principi  Franchi,  di  natura  indomiti  e  baldi  per  gli  ottenuti 
successi,  preparavano  allo  svolgimento  ed  al  progresso  della 
chiesa  grandi  pericoli;  il  loro  arbitrio  minacciava  in  varii  modi 
l'indipendenza  de'  vescovi,  la  libertà  de'  concilii,  la  forza  della 
disciplina  de'  canoni.  Allora  appunto  l'idea  dell'omogeneità  colla 
sede  di  san  Pietro,  indelebilmente  impressa  fin  dai  tempi  di 
Leone  e  d' Ilaro,  fu  quella  che  sostenne  l'ecclesiastica  gerarchia 
e  mosse  i  vescovi  a  cercar  protezione  presso  il  capo  della  chiesa. 
Al  santo  nome  di  Roma,  centro  del  mondo,  alle  parole  del  suo 
venerando  vescovo  supremo  pastore  delle  anime,  piegavansi  i 
barbari  conquistatori  non  ostante  la  connaturale  tendenza  di  re- 


334    Vili.  Roma  e  la  chiesa  de'  Franchi  n.  I.  —  Prima  del  sic.  VI. 


sistere.  Quindi  essi  rinunziavano  ai  tentativi  di  innalzare  piccole 
chiese  nazionali  e  lasciavano  godere  i  suoi  diritti  alla  chiesa, 
che  loro  si  manifestava  in  tutta  la  sua  ampiezza  ed  universalità 
maestosamente  divina. 

Molto  tempo  però  prima  di  Leone  I  e  d' Ilare  campeggia 
nelle  Gallie  romane  in  modo  preponderante  la  giurisdizione  spi- 
rituale di  Roma. 

Ciò  che  Ireneo  di  Lione  avea  scritto  sulla  necessità,  che  i 
fedeli  di  tutto  il  mondo  debbon  concordare  colla  chiesa  di  Roma 
per  la  sua  alta  supremazia  ',  fu  messo  in  effetto,  quando  il  papa 
Stefano  I  (f  257)  depose  il  vescovo  scismatico  Marciano  di  Arles 
per  impulso  di  Cipriano  di  Cartagine. 

Uscita  appena  libera  dalla  persecuzione,  la  chiesa  vide  riu- 
nirsi a  sinodo  in  Arles  il  1°  d'agosto  del  314,  per  suggerimento 
di  Costantino,  i  vescovi  delle  diverse  province  del  suo  impero. 
Questo  sinodo  generale  di  occidente  in  quella  celebratissima  città 
delle  Gallie  determinò  fra  le  altre  cose  nel  primo  canone  rispetto 
alla  celebrazione  della  pasqua,  che  il  computo  romano  dovesse 
valere  da  per  tutto,  e  che  tutte  le  chiese  secondo  l'usanza  riceves- 
sero da  Silvestro,  vescovo  di  Roma,  la  lettera  pasquale;  lamen- 
tavasi  che  Silvestro  non  avesse  potuto  abbandonare  il  luogo 
«  ove  è  la  sede  degli  apostoli  »  (Pietro  e  Paolo),  per  venire  in 
persona  al  sinodo  e  lo  pregava  di  pubblicare  per  tutto  i  suoi 
decreti  2. 

Dello  stesso  secolo ,  verosimilmente  del  tempo  di  papa  Si- 
ricio  (f  308),  abbiamo  i  canoni  del  sinodo  romano,  diretti  ai 
vescovi  delle  Gallie,  i  quali  furono  colà  spediti  a  richiesta  dei 
vescovi  3.  Avvenuta  la  divisione  dell'  impero  costantiniano  in 
due  metà,  allorché  già  uno  Stilicone  compare  ne'  fasti  quale 
console,  continuano  le  richieste  de'  vescovi  delle  Gallie  presso 
il  vescovo  di  Roma,  come  a  loro  capo.  Ksuperio  di  Tolosa  prega 
Innocenzo  I  l' anno  405  di  dare  decisione  in  alcune  quistioni 

1  Ado.  haer.  3,  3,  2. 

2  Mansi  Coli.  Cono.  2,  471.  469;  vedi  Ilef'elo  Concilienucscliichte  2a  ed.  1,  201  ss. 

3  Mansi  3,  1032;  Ilelele  2,47;  Loouing  12.  Geschichle  dea  deulschen  Kirchenrechtes 
(1878)  1,  459. 


2"  papi  Siricio  e  Zosimo. 


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dubbie  l;  ed  un  anno  prima  Vittricio  di  Roano  ottenne  dallo 
stesso  papa  uno  scritto  didascalico  e  monitorio  da  comunicarsi 
agli  altri  vescovi  delle  Gallie  come  norma  2.  «  Chi  non  sa  » 
dice  Innocenzo  I  in  altra  occasione,  «  che  la  tradizione,  la  quale 
l'apostolo  Pietro  ha  lasciato  alla  chiesa  romana,  e  vi  si  custo- 
disce sino  al  presente,  deve  seguirsi  da  per  tutto?..  Anzi  è  noto, 
che  in  tutta  l'Italia,  nella  Gallia,  in  Ispagna,  in  Africa,  in  Sicilia 
ed  in  altri  luoghi  nessuno  ha  istituito  chiese  fuorché  coloro,  i 
quali  da  san  Pietro  o  dai  suoi  successori  furono  istituiti  ve- 
scovi »  3. 

Ma  anche  la  rilevante  istituzione,  onde  1' operosità  di  diversi 
pontefici  romani  fu  per  la  Gallia  si  memorabile,  la  rappresen- 
tanza cioè  pontificia  o  vicariato  per  mezzo  dell'arcivescovo 
d'Arles,  era  già  stata  fondata  molto  prima  di  Leone  e  d' Ilaro, 
al  principio  del  secolo  quinto. 

Il  vicariato  d'Arles  cominciò  l'anno  417  per  opera  del  papa 
Zosimo. 

Questi  ne  incaricò  l'arcivescovo  di  quella  città,  Patroclo, 
avendo  in  pari  tempo  riguardo  alla  posizione,  che  cui  tempo 
erasi  formata  di  questa  città  come  metropoli  civile  delle  Gallie, 
e  riportandosi  alla  sua  speciale  unione  colla  sede  apostolica,  la 
quale  rimontava  ai  più  antichi  tempi.  Laonde  spedì  le  seguenti 
determinazioni  : 

1"  Che  in  avvenire  tutti  i  vescovi  della  provincia  di  Vienna 
e  delle  due  province  di  Narbona  dovessero  essere  ordinati  dal- 
l'arcivescovo di  Arles; 

2°  Che  ne'  casi  dubbii,  che  inai  nascessero,  si  ricorresse  da 
tutta  la  Gallia  al  medesimo  per  la  decisione,  quando  l'impor- 
tanza del  soggetto  non  richiedesse  esame  anche  da  parte  sua 
(cioè  di  Zosimo). 

1  Ep.  Innocenti  ad  Eiuperium  episc.  Tolosanum,  Miglio  Patlal.  20,495;  lafie-Kal- 
tenbrumior  lieycstn  n.  293. 

2  Ep.  Innocentii  ad  Victricium  episc.  Rotomagensem:  «  Erit  dilectiouis  tuao,  por 
plebea  finitim