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Full text of "Antologia della melica greca"

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ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 



ANTOLOGIA 



MELICA GEECA 

CON INTRODUZIONE, COMENTO E APPENDICE CRITICA 

Dr. ANGELO TACCONE 

CON FREPAZIONE 

Prof. GIUSEPPE FRACCIROLI 



TORINO 

ERMANNO LOESQHEB 

1904 



^ 3/f, 



y- 




M..& } uta^ìific (/Op**^ 



PROPRIETÀ LETTE(tARlA 



Torino ~ Stabilimento Tipografico VINCENZO BONA. (9684). 



PREFAZIONE 



Nel comporre questa Antologia il Dr. Taccone si propose lo 
scopo di fare un libro utile alla scuola e servibile insieme alle 
persone di cultura alquanto superiore, esclusi (soggi unge vami 
egli modestamente) i filologi, i quali naturalmente hanno fonti 
più ampie e copiose cui attingere, oltre una ricca e svariata 
letteratura monografica. Che per altro anche ai filologi questo 
libro possa tornar utile, io non metto punto in dubbio: esso 
infatti è tanto poco una compilazione quanto meno per natura 
sua poteva essere ; e un criterio rigoroso, consentaneo e, quanto 
scientificamente poteva darsi, indipendente e personale lo in- 
forma tutto, mentre non mancano le osservazioni nuove su sin- 
goli luoghi in particolare. 

Le difficoltà scientifiche che il Dr. Taccone doveva superare 
erano gravi e molteplici, tanto era diversa e così mal sicura 
la materia ch'egli aveva tra le mani ; e altrettanto gravi erano 
le difficoltà editoriali, non meno legittime delle prime, poiché 
i libri si fanno per venderli, e perciò devono essere adatti alle 
esigenze di chi ha da comperarli. Avevamo infatti in Italia, 
oltre le altre più propriamente scolastiche ed elementari, la 
assai buona e sempre utile Antologia del Michelangeli, desti- 
nata per altro più alla consultazione che alla lettura, la quale 
complessivamente costa 22 lire, e non è perciò da pensare possa 
in alcun modo diventar testo scolastico. Il Dr. Taccone aveva 
lo stesso compito del Michelangeli, ma non aveva disponibili 
le sue 650 pagine. Egli dovette dunque scegliere, condensare 
e, senza trascurare ciò che di buono e di utile era stato prima 
detto, approfittare d'ogni espediente che conducesse a brevità 
e stringatezza: riuscì per tal modo a rinchiudere in meno di 
17 fogli, oltre Tillustrazione delle diverse forme che la melica 
assunse in Grecia e che nel Michelangeli manca, un maggior 
numero di frammenti che il Michelangeli stesso non abbia rac- 



VI 

colto, e a lasciarsi addietro per copia anche le buone antologie 
straniere, airinfuori di quella copiosissima, estesissima ed ot- 
tima di Herbert Weir Smyth. 

E opportuno fu il criterio della scelta. Un'antologia della 
melica greca non poteva essere costituita soltanto da una serie 
di frammenti di alto valore letterario: talora da una rovina 
anche informe si può ricostruire con la critica un monumento 
di capitale importanza; e per la storia dell'arte e per cono- 
scere le sue ragioni importa non solo la conoscenza del capo- 
lavoro, ma altresì quella della sua degenerazione. Occorreva 
dunque che nella raccolta fossero rappresentati tutti i momenti, 
e ciò che conserva ancora il suo valore letterario e ciò che lo 
ha perduto, e ciò che è documento dell'arte e ciò che è docu- 
mento dei fatti, e ciò che è caratteristico per la forma e ciò che 
è importante per il concetto, e ciò che illustra la storia e ciò 
che rappresenta la vita. E il Dr. Taccone, agevolato in ciò anche 
dal Michelangeli e dallo Smyth, raccolse appunto con la maggior 
varietà ciò che è più tipico e caratteristico di ogni singolo mo- 
mento, dallo strano e per noi ostico Partenio di Alcmano all'inno 
filosofico e ragionevole d'Aristotele, dandoci gli esempi più sa- 
lienti di ogni genere, dall'impeto d'Alceo e dalla passione di 
Saffo all'eleganza d'Ibico e di Anacreonte, all' accurata perfe- 
zione di Simonide, alla pretensiosa vanità di Timoteo, che come 
poeta non vale certo meglio del librettista del Ballo in ma- 
schera. Così all'infuori di Pindaro e di Bacchilide, che nella 
raccolta per ragioni troppo ovvie non potevano entrare, lo stu- 
dioso trova qui riunita e condensata la storia e i documenti 
della lirica greca, illustrati quanto è sufficente e rispetto all'arte 
e rispetto alla tecnica. 

Tutti i dialetti letterari sono qui rappresentati e alcuni di 
essi nei loro principali monumenti. Non era per altro né op- 
portuno né possibile aggiungere per illustrazione un trattato dì 
dialettologia: d'altra parte, essendo quest'antologia destinata 
anche alle scuole, non si potevano supporre nei suoi lettori co- 
noscenze sempre sicure in questa materia. Perciò il Dr. Tac- 
cone molto saggiamente si accontentò di notare volta per volta 
le differenze con la lingua comune, non disdegnando di scendere 



TII 



spesso anche ad osservazioni elementari. Più importante, più 
nuova e più interessante è la trattazione della parte metrica. 
II Dr. Taccone accetta senz'altro in questo campo le nuove 
teorie e ne fa per il primo in Italia un'applicazione generale 
e sistematica. Gli schemi pertanto ch'egli ci dà sono nuovi in 
massima parte, e importano conseguenze notevoli per la critica 
dei testi, i quali così hanno assai minor bisogno di esser de- 
viati dalla lezione tradizionale; e questo può essere alla sua 
volta argomento della bontà delle teorie nuove. Naturalmente 
neanche un trattato di metrica poteva per incidenza qui trovar 
luogo, e perciò non se ne danno che le conclusioni e gli schia- 
rimenti più necessari (1), i quali, si capisce, sono più copiosi 
nelle prime pagine che nelle ultime : dopo un certo numero di 
esempi chiariti si può anche legittimamente fare a fidanza con 
la perspicacia dei lettori. 

Ho detto di sopra che questo libro è fatto per le scuole: 
— aggiungo e chiarisco — per quelle scuole liceali dove il greco 
non si prende in burletta. E naturalmente anche per questi 
licei il professore dovrà fare una scelta: il Parlenio di A1- 
cmano, per esempio, è troppo difficile per giovani di liceo, ed 
altri squarci hanno piuttosto valore tecnico e storico che non 
letterario: in Alceo invece, in Saffo, in Ibi co, in Anacreonte, 
in Simonide si possono trovar brani di maggiore o minore fa- 
cilità, che l'insegnante può adattare utilmente alla capacità 
della sua scuola. Ma se per gli studenti di liceo parzialmente, 
per gli studenti universitari quest'antologia è indispensabile e 
sarà utilissima nel suo intero. Pochi libri contengono un così 
gran numero di cognizioni necessarie a chi aspira a diventare 
sufBcente filologo, come per sua natura ne contiene questo, e 
tutte espresse con brevità, chiarezza e precisione non equivoca. 
L'amore allo studio ed alla ricerca critica può essere acceso o 



(1) Il Dr. Taccone desidera sì avverta che per mancanza di apposito 
segno tipografico fu costretto ad usare quello delle due brevi ravvici- 
nate, v'^, non solo per le risultanti dalla soluzione di una lunga, ma anche 
per due brevi appartenenti ad un piede misurato irrazionalmente, che ora 
si sogliono più esattamente rappresentare con due brevi legate insieme. 



vili 



soffocato fino dai primi passi : rincertezza , il dubbio , il non 
sapere dove pescare le risposte ai quesiti molteplici che si pre- 
sentano scoraggiano molte volte i giovani più volenterosi: la 
meticolosità delle quisquilie e la vanità delle formule retoriche 
li corrompono in modi che paiono diversi e sono analoghi: la 
misura, la giusta misura, che nasce più dal buon senso che 
dall'acume, è la qualità più rara e più preziosa, quanto è più 
tttik, così negli insegnanti come nei libri, — e in questo mi 
pare ci sia. 

Sono lieto pertanto di presentare insieme con esso agli stu- 
diosi il suo autore, ai filologi il nuovo collega, mio valoroso sco- 
laro, che vola già da solo e sicuro con le sue proprie ali. 

Milano, lo luglio 1904. 

G. Fbaccarow. 



INTRODUZIONE 



§ 1. 

MEAOZ - MIMA - CIAH - AYPIKOI. 

Nell'età classica i Greci indicarono col nome di ^é\oq (c&., ad 
esempio, Erod., Y, 95) ognuna di quelle conrposizioni poetiche 
le quali non soltanto fossero cantate, ma ayessero pure di ne- 
cessità un accompagnamento musicale: dai ^é\ì\ restavano quindi 
esclusi, a non parlare dell'epica, l'elegia e il giambo, generi 
questi per cui l'accompagnamento della musica, se non era loro 
estraneo, era però ben lungo dal formare una essenziale carat- 
teristica. Oli antichi grammatici (cfr. Mario Vittorino, 184, 8) 
per spiegare tale significato della parola \xé\oq non ne ricon- 
giunsero già la radice a quella del verbo ^Attu), sibbene ricor- 
sero al senso di < membro », che il vocabolo ha costantenaente 
nell'uso omerico (ove trovasi adoperato solo al plurale) e che 
conserva anche dappoi. La poesia melica adunque così si chia- 
merebbe in quanto è costituita di vari membri. Se però cotal 
divisione pel rispetto de' versi appare manifesta in particelar 
maniera in quasi tutte le forme di melica corale, ove la strofe 
è composta di membri di estensione differente, ikon si vede come 
possa applicarsi ad un genere come il nomo, scritto, almeno fino 
al secolo quinto a. Cr., per lo più in esametri. In tal caso è 
da penssure che la divisione si palesasse nell'accompagnamento 
musicale. Occorre del resto sempre tener presente che il \ié\<>^ 
consta di tre parti concepite dagli antichi Oreci come organi- 
canoeate collegate l'una coU'altra, e cioè del Xóto^, della óp- 
Hovia, e del ^ue^ó^ (Plat., Bejp., 398 D). 

In Platone, Protag.^ 339 B, incontriamo $(T)yia adoperato nel 
senso di ^ékoq : $a|ia è però, per solito, la parola generica equi- 
valente al nostro « canto ». Anche (libri pi^ ^^^di corrispimde 
a fjiéXo^, e ne abbiamo un esempio in Aristide Quintiliano, per 
l'appunto in un passo (I, 6) che viene a dire la stessa cosa di 
queUo poc'anzi addotto dalla « Repubblica » di Platone: XP^ 
Tàp Kai jLieXipòiav 6€Ujp£i(J6ai xal ^uOfióv xai XéEiv, òirui^ &v 
Tò TéXciov Tf\q 4^bn( àn€pjàlr\iai. Ma 4>òr) nel significato più 

Taooosb, Antologia éUUa tnéUea grtea. 1 



2 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

ristretto e più frequente designa il componimento poetico in 
quanto viene cantato. 

L'aggettivo XupiKÓ^ non compare se non all'età degli Ales- 
sandrini : lo troviamo per la prima volta nella Téxvri TPOMM«- 
TiKrj di Dionigi Trace (p. 6, 1. 10 Uhlig). Esso vien riferito da 
principio alla poesia accompagnata dal suono della lira, e poscia, 

Ser estensione inesatta sì, ma abbastanza naturale e spiegabile, 
el suo ambito, a tutta la poesia il cui canto è associato colla 
musica. 

§2. 

Meliga monodiga e Meliga corale. 

In Aristotele, Polit, Vili, 7 s'incontra una classificazione 
delle melodie in melodie etiche (^8iKd), melodie di azione 
(npaKTiKd), e melodie appassionate (èvOcuaiaOTiKÓ). A cotale 
classificazione corrispondono le distinzioni di Aristosseno in f]CTu- 
xacTTiKf'i, (yuaxaXTiKifi, biaCTaXTiKfi ^eXciroiia, e di Aristide Quin- 
tiliano in vo)iiKÓq, TpQTiKÓ^, òiOupajLipiKÒ^ TpÓTTO^. Ma una 
divisione della melica con limiti assai più nettamente definiti è 
quella, in generale adottata, di melica monodica e melica corale. 

Della melica monodica, ossia cantata da una sola voce, la 
prima forma a fiorire è il nomo, il quale rimane monodico fino 
al secolo quinto a. Cr. Ma i principali rappresentanti di questo 
ramo della melica sono poeti che nomi non scrissero, sono cioè 
i poeti eolici di Lesbo ed il j onice Anacreonte. La melica mo- 
nodica ama la disposizione de' versi xaià cTtìxov od in brevi 
strofette che si ripetono indefinitamente: i suoi metri sono in 
generale Karà paKxeiov eTòo^ : è accompagnata dal suono della 
cetra. Quanto al contenuto, avendo essa carattere individuale, 
è atta ad esprimere tutti gli affetti, le passioni che agitano 
l'animo del poeta, l'amicizia, l'amore, l'odio, la letizia e il do- 
lore nelle più svariate manifestazioni. E questi sono infatti i 
temi de' versi di Alceo, di Saffo, di Anacreonte. La melica mo- 
nodica è insomma, in quanto XéSi^, la lirica quale la concepi- 
scono e la posseggono i popoli moderni. 

Ben diversa è l'indole della melica corale, fatta però astra- 
zione da' più antichi poeti. I sentimenti che la pervadono non 
sono quelli dell'uno, ma de' molti : essa ha quindi maggior di- 
gnità, solennità, calma della monodica, né le s'addice 1 espres- 
sione di affetti vivaci o la descrizione del tumulto delle pas- 
sioni. Di parecchie delle sue forme costituisce il contenuto la 
manifestazione del rispetto o del culto per gli dei e per gli eroi, 
ed anche nelle altre il pensiero religioso ha, in genere, conside- 



INTRODUZIONE — BfELIGA. MONODIGA. B MELICA CORA.LB 3 

reyole parte. Essa nasce e si svolge presso ì Dori, presso popo- 
lazioni cioè per le quali la vita dell'individuo in confronto della 
vita dello Stato è considerata ben poca cosa, anzi in tanto solo 
è stimata in quanto è parte di questa. Parecchi poeti corali non 
sono Dori di nascita, ma entrano tuttavia, poetando, nel campo 
d'idee che abbiamo descritto. I più antichi poeti per altro non 
sono ancora giunti a tal concezione : i loro componimenti corali 
non sono, spesso, che gl'interpreti del pensiero di chi li scrive. 
Del resto anche più tardi non è a credere che la nota soggettiva 
sia bandita affatto dal carme corale: la caratteristica di sog- 
gettiva data alla melica ad una sola voce e quella di oggettiva 
alla melica a più voci, non sarebbe, se intesa in senso asso- 
luto, esatta : essa designa invece assai opportunamente l'elemento 
che in ciascuno dei due generi poetici prevale. — Quasi tutte le 
specie di melica corale sono accompagnate dalla danza od almeno 
dalla marcia. Di danza lirica i Greci ne ebbero tre sorta: la pir- 
rica, guerresca e rapida, la solenne ginnopedica, e la festevole 
iporchematica. I cori erano composti più spesso di uomini o di 
fanciulli, in taluni casi però anche di fanciulle: di solito aveano 
forma quadrangolare, ed erano disposti in Ixì-^ól pel rispetto della 
larghezza, in otoTxoi per quello della profondità. La melica 
corale presenta la varietà più grande di metri: i versi ora hanno 
la disposizione monostrofica, ora quella in triadi: talvolta non 
sono raggruppati in alcun modo. La strofe prende un'ampiezza 
ed una complessità di struttura ben maggiori che nella metrica 
monodica. La melica corale richiedendo quasi sempre il con- 
corso della poesia, della musica, e della danza riunite, fu 
ritenuta da' Greci genere più perfetto della monodica. 

§3. 

Canone dei poeti melici. 

Il canone alessandrino de' poeti melici comprende in generale 
nove nomi, che sono i seguenti: Alcmano, Alceo, Saffo, Stesi- 
coro, Ibico, Anacreonte, Simonide, Pindaro, Bacchilide. Taluno 
vi aggiunse anche quello di Corinna, e così rimane spiegato 
come, mentre Quintiliano, X, 1, 61 dice: « novem lyricorum 
longe Pindarus princeps», Petronio, Satir,, 2, abbia: «Pindarus 
novemque lyrici ». 

§4. 

Classificazione delle forme di poesia melica. 

Fino all'età alessandrina non sappiamo di alcun tentativo di 
classificare i vari componimenti melici: nessuna pretesa di clas- 



4 ANTOLOGIA MBLLA MBUCA GRECA 

sificaziose hanno di certo le enumerazioni fatte da Pindaro, 
fr. 139, ove si ricordano il peana, il ditirambo, il treno, il 
eanto di Lino, l'imeneo, Tialemo (il eeeondo ed il terzo con una 
circonlocuzione), e da Platone, Leggi, 700 B, ove si fa cenno 
dell'inno, de' canti funebri, del peana, del ditirambo, e del nomo. 
Se non fossero andati perduti il trattato aristotelico nepì ttoiiituìv 
e quelli di tìtolo uguale o simile dovuti a' Peripatetici, proba- 
bilmente l'asserzione che facemmo in principio di questo para- 
grafo dovrebbe essere modificata; ma dalle fonti che ora pos- 
sediamo non abbiam conoscenza che di una sola distinzione delle 
forme meliche, ed è quella che leggesi nella < Crestomazia » 
di Proclo, a p. 243 degli Scriptores narici graed del Westphìx, 
voi. I (l'unico del resto che sia comparso). Essa distinzione, 
fatta nell'epoca alessandrina, giunse a Proclo attraverso allo 
scritto iT€pl XupiKdiv iToinTuàv di Dìdimo Galchentero. Proclo 
adunque stabilisce dapprima tre grandi categorie della poesia 
melica, secondo che essa sì rivolge agli dei, agli uomini, oppure 
tanto agli uomini quanto agli dei. Veramente, a voler essere 
esatti, la terza delle categorie poste da principio da Proclo non 
è quella che noi abbiamo riferito, sibbene quella delle oecor- 
renee casuali (TTpoaniTrToucTat TTcpiaTdaei^). Ma nell' esporre 
l'enumerazione delle diverse forme meliche Proclo parla in realtà 
delle tre divisioni che noi gli attribuimmo, e poscia aggiunge: 
là bè €Ì^ tà^ TrpoaTriTTTouaa^ ir€piaTd0€i^ oùk lari \kiv Abr\ 
T^q ^eXiKfì^, ÙTT* auTujv bè Twv TTOiiiTUJV èiTiKcxcipiiTai. Gho cosa 
egli voglia dire con ciò vedremo tosto dopo d'aver accennato 
a' componimenti poetici da lui messi in ciascuna delle tre grandi 
divisioni. Agli dei egli riferisce l'inno (6^vo^), il prosodio (irpo- 
aóbiov), il peana (Traidv), il ditirambo (bi6upa)LipoO» il nomo 
(vójio^), radonidìo (àbujviòiov), l'iobacco (iópaKxo^» l'iporchema 
(Ù7TÓpxnM«); s-g'ì uomini l'encomio (èTKui|iiov), l'epinicio (èm- 
viKiov), lo scolio (cTKÓXiov), il Carme erotico (èpiwTiKÓv), l'epi- 
talamio (èm8aXà|Liiov), l'imeneo (ujiévaioO, il siilo (aiXXo^ — 
nome della satira personale dopo il tempo di Timone di Fliunte 
(280 a. Or.) : non è però una speciale forma di melica), il treno 
(Opf^vo^), l'epicedio (èTriKrjbeiov) ; agli dei ed agli uomini il 
partenio (TrapOevcTov), il dafneforico (òaq)vriq)opiK6v), l'oscoforico 
(d)(Txo(popiK6v od òaxoqpopiKÓv), i canti invocatori (eùicriKd). I 
canti el^ rà? TrpocymTrToucya^ TrepiCTàaci^ di cui Proclo parla 
come vedemmo, e del cui contenuto egli tocca soggiungendo 

TOUTUJV hi èatl TrpaYlLiaTlKd, è)ÌTT0plKd, àTToaToXiKd, YVui^oXo- 

TiKd, T€U)pTiKd, èmaTaXTiKd, hanno dato filo da torcere agli 
studiosi. Si volle ammettere tra l'altro, contro l'esplicita affer- 
mazione di Proclo, ch'essi fossero speciali forme meliche. Ohe 



INTRODUnONE — GLASSIFIGAZIONB DELLB FORME DI POESIA MELIGA 5 

il modo di esprìmersi deirautore della < Crestomazia », il quale 
a me sembra qai del tutto piano, possa condurre a tale inter- 
pretazione, nego recisamente : mi pare invece che, considerando 
spregiudicatamente le sue parole, un altro senso assai migliore 
ne risulti, intelligibile e chiaro, ed è questo: che, oltre alle 
speciali forme tecniche di poesia melica enumerate dianzi, e 
che aveano per iscopo l'esaltazione di una divinità o di un 
uomo, altri componimenti poetici vi potessero essere di carat- 
tere indeterminato e occasionale: questi, essendo privi di una 
forma tecnica fissa e ben definita, vennero da Proclo indicati 
con denominazioni riferentisi, non più alla forma, sibbene al 
contenuto. 

I difetti della classificazione procliana furono già rilevati da 
parecchi: essi, d'altra parte, saltano agli occhi d'ognuno. La 
netta separazione che vi si stabilisce fra l'elemento divino e 
l'umano non appare nella maggior parte delle forme della se- 
conda categoria, alle quali spesso è tutt'altro che estraneo il 
carattere religioso. Di più essa non considera l'evoluzione del- 
l'indole de' singoli componimenti, indole che non rimane ognora 
la medesima: se il carattere religioso sovente non manca alle 
forme della seconda categoria, quelle della prima, per contro, 
col procedere del tempo si vanno umanizzando. Anche vi è troppo 
accentuata la differenza tra forme che nel concetto degli antichi 
Greci per poco non dovettero essere equivalenti: infine ci lascia 
incerti sul nome da dare a non piccolo numero di carmi. 

Gontuttociò la classificazione di Proclo è stata fatta in un'epoca 
in cui si possedeva ancora intero il tesoro della maravigliosa 
produzione poetica de' Greci, e noi non abbiamo il diritto di 
sostituirgliene un'altra basandoci (e vi saremmo costretti almeno 
il più delle volte) sopra scarsi e poco significanti frammenti. 
Essa ci servirà pertanto di punto di partenza per le brevi trat- 
tazioni che intorno alle singole forme della melica greca ver- 
remo esponendo. 

Inno. 

II significato etimologico della parola u^vo^ altro non è se 
non quello di «cosa cucita insieme », poiché u^vo^ si ricon- 

fiange alla radice donde proviene il latino suere. Di tal signi- 
cato etimologico troviamo ancora traccia abbastanza evidente 
in due luoghi della poesia greca, e cioè al v. 429 del libro 
ottavo dell'Odissea, ove leggesi àoiò% fi^vov, e nel /r. 227 di 



6 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

Esiodo, ove il poeta dice di se stesso e di Omero èv v€apoi^ 
lijivoi^ ^ài|iavT€^ doiòi^v. 

Dall'etimologia passando a considerare il senso nel quale i 
Greci adoperarono il vocabolo, ricorderemo com'esso da principio 
indicasse ogni sorta di canto sia sacro sia profano. Tale è il 
senso che appare in Omero, da cui vien detta Hixvoq la narra- 
zione della parte che ebbe Ulisse nella presa di Troia. 

Ma quando la parola « inno > incominciasi ad usare in rap- 
pòrto con la poesia melica, il suo ambito si viene restringendo. 
Essa ci si presenta allora in due significati, più ampio e vago 
Tuno, più ristretto e determinato Taltro. Nel senso più esteso 
« inno » vuol dire un carme che contenga un elogio od una pre- 
ghiera ad una divinità senza specificazione alcuna né delle mo- 
dalità del carme né della divinità cui esso è rivolto. Talora 
anzi sembra che la sfera, già molto vasta, abbracciata da questo 
primo senso, si aggrandisca ancor maggiormente, come appare 
da Proclo, p. 244 W., ove si dice che tutti i componimenti melici 
non sono altro se non forme speciali deirinno ed accanto al- 
Tu^vo^ irpoaoòiou ed airu)ivo^ Traiavo^ si fa pure menzione 
deirujivo^ éTKUJ)iiou, come parimente appare da Platone, Bep., 
p. 468 D, ove si accenna ad u^voi in onore di uomini, da Ana- 
creonte, /V. 171 b. e da Eurip., l>o., 512, ove si designa con 
ujivo^ un canto funebre, e infine da altri luoghi ancora, che non 
citiamo per non dilungarci di soverchio. 

Nella significazione più limitata l'inno è una particolare forma 
melica che ha per iscopo (almeno nel tempo più antico) Tono- 
rare gli dei (non però Apollo e Dioniso), e le cui caratteristiche 
sono semplicemente Tessere accompagnato dal suono della lira 
e cantato da un coro stazionario disposto intorno alTaltare degli 
dei (Proclo, p. 244 W.: 6 òè Kupiu)? ujìvo? irpò^ KiGàpav ìJòeTO 
éaruiTUJv). Eiguardo alla seconda anzi manca il pieno accordo 
tra gli studiosi, poiché si disputò se TéariuTUJv di Proclo sia 
da interpretare letteralmente, oppure in maniera analoga a quella 
di aTaOi^ov, la quale spiegazione sarebbe confortata da un passo 
di Ateneo, XIV, 631 D, ove dicesi che toiv ujìvujv d'i jièv iwp- 
XoOvTo, o'i òè ouK ujpxoOvTO. Ma forse Ateneo intendeva la parola 
nel più ampio de' due sensi. (A proposito di che giova far notare 
come non solo qui, ma bene spesso riesca assai difficile stabi- 
lire se {ì)ivo^ sia adoperato nella generale o nella speciale si- 
gnificazione.) La conclusione accolta dai più è che nell'età più 
remota il coro non cangiasse mai la posizione che avea preso 
vicino all'ara, ma che più tardi, all'epoca del massimo fiore 
della poesia corale, qualche grave, solenne movimento fosse per- 
messo. Finché l'inno conservò una spiccata indole religiosa 



INTRODUZIONE — INNO 



dovette essere cantato nelle feste degli dei sabito prima o dopo 
il sacrifizio. La divinità cui esso rivolgevasi in particolar modo 
era Zeus: seguivano quelle altre pel culto delle quali non esi- 
steva una forma melica esclusiva (massimamente Hera, Afro- 
dite, Hermes, Atena). 

Non essendo legato da troppe pastoie, si capisce che l'inno 
dovesse presentare una considerevole varietà di forme. Il retore 
Monandro (JRc^. (?r., IX, 135 e sggf.) stabilì due categorie d'inni. 
Anche di questa distinzione facciamo cenno, più che per il va- 
lore ch'essa abbia (il quale non è davvero soverchio), perchè ne 
giunse dall'antichi^ greca. Non è nemmeno certo poi che Mo- 
nandro abbia voluto parlare dell'inno nel senso più ristretto e 
più proprio. Egli adunque menziona gl'inni « invocatori », nei 
quali la divinità è invitata a lasciare il luogo che presentemente 
abita ed a recarsi dove la si chiama. Il poeta vi si diffonde 
spesso nella descrizione dei monti, dei boschi, delle praterìe, 
ove si suppone che il nume si trovi al momento in cui è invo- 
cato. Nei frammenti a noi giunti ricorrono parecchi esempi 
d'inni invocatori: si veggano il fr, 21 b. di Alcmano (Kóirpov 
l|Li€pTàv XmoTaa kqì TTdqpov Trepippùiav), il fr. II d'Alceo, i 
frr, I e Y di Saffo. Una parodia bellissima di cotal maniera 
s'incontra in Aristofane, Nuv,^ 269-274. Un esempio magnifico 
non d'inno, ma d'iporchema invocatorio tiene il posto del quinto 
stasimo neir « Antigone » sofoclea (vv. 11151154). Il retore 
greco ricorda poi gl'inni « àTroTT€|i7rTiKOi ». Questi, supponendo 
la partenza del nume, rappresentavano con particolari più mi- 
nuti, che non gl'inni dell'altra categorìa, la località da lui ab- 
bandonata e quella ov'egli si doveva recare, pregandolo di far 
presto ritorno. Sembra che in cotal genere Bacchìlide abbia 
superato ogni altro poeta. 

I Greci composero inni monodici ed inni corali: tutti quelli 
di Terpandro, di Alceo, di Saffo, di Anacreonte furono mono- 
dici. Presso gli Eoli e gli Joni, assumendo sovente un carattere 
erotico simpotico, l'inno man mano perdette della sua solen- 
nità e della religiosità della sua indole : è vero che la forma 
s'avvantaggiava in grazia, in leggiadria, in squisitezza, ma il 
contenuto s'andava denaturando. Sorte presso a poco identica 
toccò, dall'altra parte, all'inno corale, che con Stesicoro, salendo 
ad altissimo splendore di poetica bellezza, discese però dalla 
contemplazione del mondo degli dei a cantar le lodi degli eroi, 
e con Ibico (vedi i cenni premessi a' frammenti d'Ibico) giunse 
ad esaltare un amabile giovanetto: l'inno era divenuto encomio. 
Ci mancano sufficienti indizi per poter determinare con preci- 
sione la materia dell'inno corale: ammettono però d'accordo gli 



8 A.NTOLOGIA. DELLA MELIGA. GRECA 

studiosi ch'essa non versasse già intorno ad alcun fatto secon- 
dario nella vita del dio o dell'eroe celebrato, ma che ne toc- 
casse i punti più salienti, come la nascita, le nozze, la morte 
(nel caso degli eroi). Non sarebbe tuttavia impossìbile anche 
dagli scarsi avanzi a noi pervenuti rilevare qualche strappo a 
questa legge. 

L'inno ebbe in generale un tono calmo e stile schivo di orna- 
menti soverchi. In antico si servì, con molta probabilità, del- 
l'esametro dattilico: poscia, col procedere del tempo, fece uso 
de' metri più svariati. La sua armonia fu più spesso la dorica, 
^rave e solenne: non gli furono estranee però, benché adoperate 
di rado, l'eolica ed anche la frigia. 

§6. 
Prosodio. 

Secondo che c'insegna Proclo, p. 244 W., il prosodio (irpo- 
aóbiov, sott. $(T|ia) dovette il suo nome all'essere cantato dal 
coro mentre s'avvicinava ad un altare o ad un tempio (èXéTero 
òè TÒ Trpoaóbiov, èireiòàv irpoaiacTi toT^ PujiìoT^ f| vaoT^ Kal 
èv Tt^ npoaiévai fjòeTO...). 11 prosodio avea lo scopo d'invocare 
l'assistenza di una divinità o di porgerle grazie per l'aiuto ri- 
cevutone. Oli dei cui esso venne in special modo rivolto furono 
Apollo, ed Artemide : e così a Delo come a Delfo affluivano gl'in- 
viati di città e di popoli per onorare con prosodii i figli di Leto. 
La più antica di tali ambascerie, di cui abbiamo ricordo, è quella 
della quale tocchiamo ne' cenni intorno ad Eumelo. Da un passo 
dello scoliaste d'Efestione sembra si possa indurre che anche al 
culto di Dioniso non fossero estranei i prosodii (p. 134 W. ó Kal 
TcpocToòiaKÒ^ Kal TrojiTreuTiKÓ^, òià tò èv Trpoaoòfoi^ fijbivoiq 
ouTU) KaXoujbiévoi? Kal èv rai? AiovuCiaKaT^ irojiitai^ èrriTn- 
òeio^ elvai). 

Forme speciali di prosodii furono i irapOeveia. Talora il pro- 
sodio appare in relazione assai stretta col peana: un iratàv 
irpoaoòiaKÓ^ è quello a Lisandro (/r. 45 dei Carmina popularia 
nel Bergk). 

Da Ateneo, IV, 139 E, ove si parla dei prosodii laconici nelle 
feste in onor di TàKivOo^, si comprende che anticamente tanto 
la cetra quanto il flauto dovettero servire ad accompagnare i 
prosodii : più tardi il secondo strumento fu preferito per questo 
uf&cio. Le prove di ciò non mancano. A non parlar della espli < 
cita testimonianza di Proclo, il quale termina colle parole npòq 
auXóv la definizione da noi riferita poc'anzi, si potrebbero ri- 



INTRODUZIONE — INNO, PROSODIO 9 

cordare le nnmerose figure di flautisti che appaiono nelle rap- 
presentazioni di processioni (ad esempio nel fregio del Partenone, 
ov'è istoriata quella delle Panatenee): ma forse meglio d'ogni 
altra cosa giova il rammentare il leggendario racconto che 
attribuisce all'auledo Clona l'invenzione de' prosodii. Ognun 
sa che la leggenda non è tutta favola : essa ha di solito un fondo 
di vero^ e questo fondo nel nostro caso lo rappresenta forse il 
rapporto fra il prosodio e la musica del flauto. 

Sul metro degli antichi prosodii non abbiamo alcuna precisa 
informazione: forse fu l'esametro dattilico misurato a dipodie. 
Con lo svolgersi e perfezionarsi della melica viene in uso il pro- 
sodiaco nella forma acataletta e (alla chiusa de' periodi) nella 
catalettica. Pindaro preferì ne' suoi prosodii {frr. 87-93) il metro 
dattiloepitrito, Bacchilide il xaià paKxeTov elòo^. I movimenti 
eseguiti dal coro erano solenni : l'armonia adoperata la dorica. 

Il più antico prosodio di cui sia giunto a noi un frammento 
è il Trpoaóòiov €Ì^ AfìXov di Eumelo Corinzio: i più famosi 
sappiamo che furono quelli di Pindaro e di Bacchilide. Come 
gli altri componimenti melici, così pure questo col volger del 
tempo venne perdendo il carattere di canto riservato al culto 
divino, e dalle lodi degli dei passò a celebrar quelle degli uo- 
mini. Il peana prosodiaco a Lisandro, cui dianzi fuggevolmente 
accennammo, è il più antico esempio della profanazione. L'av- 
verte Plutarco nella vita del generale spartano, e. 18, riferendo 
il principio del carme : TTpi&TOV |ièv t^p, ib^ icTTopet AoOpi?, 
*EXXrivtt)v èKcivtp Piw|ioù<; al rróXci^ ò.vi(5TX\aa>i tb^ Get?» Kat 
Guaia^ lOuaav, ef^ irpifiTOv ^è rraiclve^ fi(T9ii(Tav, (Lv évò^ 
àpx^v )iVTì)Liov€UVOU(Ti TOiàvòe' Tòv 'EXXdtòo^ àT«eéa^ | arpa- 
TttTÒv à,Ti eòpuxópou | Zirópia^ ó)Livr|(Jo|Li€v, ùii | ì?| TTaiàv. 
Anche Demetrio Poliorcete venne festeggiato con cori prosodiaci. 

Carattere ritmico affine a quello dei prosodii ebbero gli e m - 
baterii, canti di marcia e di guerra, adoperati in ispecial 
modo dagli Spartani, che li cantavano nell' uscire a campo e 
Dell'attaccare il nemico. Veggasi in proposito Mario Vittorino, 
p. 77, 24, VIK.: « idem (metrum) et embaterion dicitur, quod 
est proprium Carmen Lacedaemoniorum. Id in proeliis ad incen- 
tivum virium per tibias cannnt incedentes ad pedem ante ipsum 
pugnae initium». Lo strumento che li accompagnava era adunque 
in generale il flauto : dal fr. *35 d' Alcmano però ("EpTici yàp 
fivra Tif> (Tibàpijj I Tò KaXujg Ki8aptcfòr]v), riferito da Plutarco 
nella vita di* Licurgo, e. 21, dopo le parole )Liou(TiKUJTàTou^ Tàp 
fijia Kttì TToXejiiKUJTàTOu^ àTtoqpaivouO'iv auToii? (AaKeòai^o- 
viou^), s'indusse che la cetra talora lo sostituisse. Quanto al 
metro, ricordiamo che i due frammenti di embaterii attribuiti 



10 ANTOLOGIA DBLLA MELIGA GRECA 

a Tirteo sono in anapesti (frr. 15 e 16). Anche il prosodiaco od 
enoplio fa volontieri nsato in cotale specie di carmi (cfr. Senof., 
Anah.^ VI, 1, 11 fleaav èv ^u9mjj Tipo? tòv èvónXicv |iuO|iòv 
aùXoù)yievoi). Oli embaterii pure ebbero stretta affinità coi peani. 
Imitazioni de' canti di marcia sono i parodi anapestici che 
s'incontrano nel drama. 

§7. 

Peana. 

Il nome di peana venne a questa forma melica dal ritornello 
ìf| TTQiàv, il quale, secondo Ateneo, XV, p. 696 E, non vi potea 
mancare assolutamente. Non sembra tuttavia che in colai modo 
la pensassero i detrattori di Aristotele, che lo accusarono di 
empietà stimando Tede di lui ad 'Epimeia^ un peana, non ostante 
l'assenza del naiaviKÒv ènippima. Da principio il peana fu esclu- 
sivamente connesso col culto d'Apollo: il dìo vi s'invocava in 
modo specialissimo come protettore contro la peste (cfr. lo sco- 
liaste di Platone, Simp,^ p. 177 A Tiaidva^ : Sjuivou^ eì^ *ATróX- 
Xujva èTTÌ KUTaTTaùaei Xoi^oO), ma eziandio come soccorritore 
in generale (àXeHiKaKO^) e quindi anche nel caso che una città 
fosse minacciata dal nemico (Eustazio ad A, 473 — kqXòv àei- 
òovT€^ irairiova — : fijivo^ ti^ eì^ 'AiróXXuiva ou jióvov èiri 
iraùaei XoijìgO (jiòójievo^, àXXà xal éirl Trauaei TToXéjiou. Cfr. Teo- 
gnide, vv. 773 e sgg.: Ooipe fivaH, autò^ \Ay/ èTrùpTuiaa^ nóXiv 
àpKr]v, I 'AXKaGóip TTéXoTro^ iraiòl xofpiCójievo^' | aÙTÒ^ òè 
Oipatòv ùppicTTf|v Mnòu)v àirépuKC | ifìaòe nóXeo^, iva toi 
Xaoì èv eùcppoatjvij | fjpo^ èTrepxojiévGU KXeità^ iréjiTruxy' éKa- 
TÓjipa^, I T€p7ró|i€voi KiOàpij (t ^ò*) èpatq GaXlq | naiàvuiv re 
XopoT^ iaxQcTi T€ 0ÒV nepl ^ui^óv ktX.). Cessata la calamità 
la minaccia del pericolo per l'assistenza del nume, cantavasi 
in onor suo il peana di ringraziamento. Il peana cui accenna 
negli addotti versi Teognide veniva cantato regolarmente, senza 
alcun particolare motivo, a Delfo ogni anno nel primo mese 
della primavera, a significare l'esultanza degli animi per il ri- 
torno della bella stagione dopo i tristi dì dell'inverno. La tra- 
dizione attribuì ad Apollo stesso l'istituzione del peana: dopoché 
egli ebbe ucciso il serpente Pitone, al suon della cetra guidò 
i Cretesi al proprio santuario in Delfo, e colà KpfìTe^ ... iiinaii^ov' 
àeiòov {Inni omer., 2, 337). Lasciando stare quanto può essere 
di favoloso in sififatto racconto, sembra che l'origine cretese del 
peana sia provata e dal principio del verso 338 del citato inno 
(olol T€ Kpì]Tiùv TTairjove^) e dal fatto che il primo poeta di 
ditirambi del quale sia a noi giunta notizia, Taleta, tanto se- 



INTRODUZIONB — PROSODIO, PEANA li 

condo la tradizione che, stando alla testimonianza di Pausania, 
I, 14, 4, risale a Polimnasto (questa fa Taleta nativo di Cor- 
tina), quanto secondo quella di Snida (quest'altra pone il luogo 
della nascita di Taleta in £liro od in Onosso), fu cretese. 

Accanto ad Apollo venne pure, quantunque in più modesta 
proporzioni, onorata ne' peani, prima che l'indole di cotal forma 
poetica s'inquinasse, Artemide: veggasi quanto dice Proclo, 
p. 244 W.: Tò òè TiaXaiòv lòiw^ ànevéneTO (scil. 6 iraiàv) n?» 
'AiTÓXXuivi Kai tQ 'ApTéjiiòi. Si consideri anche Pindaro, fr. 139, 
vv. 1-2 "EvTi jièv xpw(JaXaKàTou T€Kéujv AaioO^ doiòaì | dipiai 
Tcaiavibe^, e Sofocle, Ed. Be, vv. 160 e sgg., ove Artemide è 
invocata quale dXeHìiiopo^ contro la peste insiem con Apollo, 
ed ancora vv. 203 e sgg., ove l'invocazione a' due Letoìdi contro 
TÒv àTrÓTijiGV èv 0601^ 0€Óv vìcuc ripetuta. 

Prima assai dell'età di Proclo, il quale a p. 244 W. ne av- 
verte: 6 bè iraidv èativ clbo^ ^òf\q el^ Trdvia^ vOv Tpa^ó- 
|Li€vo^ Oeou^, il peana cessò d'essere una forma melica riservata 
al culto d'Apollo od anche d'Artemide. Senofonte nell'^ Anabasi», 
III, 2, 9, tocca di un peana a Zeus, e nelle « Elleniche», IV, 
7, 4, di uno a Posidone: di un peana di Sofocle ad Asclepio 
parla Luciano e di un altro di Dionigi il Giovane fa cenno 
Ateneo, VI, 250 C (per i peani che in epoca tarda cantaronsi 
regolarmente o^ni anno in onor d'Asclepio vedi la prima nota 
al carme d'Anfrone): Arifrone scrisse un peana ad Trieia: 
forse un peana alle Moire è il fr. II degli Adespota: di un 
peana delfico a Dioniso si può veder notizia in Bulletin de 
Gorrespondancc Relléniqm, XIX (1895), pp. 393 e sgg.: TTaiàv 
è detto non solo Apollo od il figlio suo Asclepio, ma eziandio 
Pane {Inni orf., 11, 11), ed ancora Helios {Inni orf.^ 8, 12 e 
Timoteo, fr. 25 v. wil. = 13 b,). 

Col volgere del tempo il peana perdette anch'esso il carattere 
di canto in onor degli dei, ed Ateneo nel libro XV, a pag. 696 B-P 
ed a p. 697 A, ricorda parecchi esempi di peani che celebrarono 
uomini. Il primo di cui egli fa menzione è il peana prosodiaco 
a Lisandro: di esso già tenemmo parola nel paragrafo prece- 
dente. Seguono nell'enumerazione un peana a Cratero Macedone 
composto da Alessino dialettico ; un altro ad Agemone, cantato 
dai Corìnzi; un altro a Tolomeo I, cantato dai Eodii; altri ad 
Antigono ed a Demetrio Poliorcete, scritti da Ermippo Ciziceno 
e cantati dagli Ateniesi. 

Sebbene d'indole lieta, perchè anche quando invocavasi la 
divinità acciocché allontanasse una sciagura od un pericolo la 
fiducia prendeva il sopravvento sul timore, il peana conservò 
costantemente un carattere di compostezza, e rifuggi sempre 



12 ANTOLOGIA T)ELLA MELIGA GRECA 

da Ogni sorta d'eccesso. Secondo la testimonianza di Elio Ari- 
stide verso la fine delForazìone decimaquarta, il peana soleva 
terminare con una preghiera, cosa naturalissima del resto in un 
componimento poetico che potrebbe esser detto il canto della 
preghiera per eccellenza. 

11 peana fu dapprima accompagnato dalla cetra, piii tardi 
dal flauto (Archil., fr. 76; Eur., Tro., 126; scoi. Pind., Pit 
12, 45; Plut., Lisandro^ 11), talora dai due strumenti riuniti 
(Teogn., 761). Dice Ateneo, XIV, '631 D, che talvolta il canto 
era unito con la danza, talvolta no. Ciò ha forse relazione con le 
circostanze in cui il peana veniva eseguito. Quando l'esecuzione 
facevasi sopra una nave naturalmente il coro restava fermo: 
prima e dopo la battaglia dovea essere cantato in marcia: in 
una festa religiosa potevalo accompagnare una vera danza. 

Il coro non era composto di un numero fisso di membri: 
essi furono piti spesso uomini, talora fanciulli, come a Delfo: 
a Delo poterono essere fanciulle (cfr. Eur., Eracle fu/r.^ vv. 687-690 
iraidva fièv AriXidòe^ | ùjivoOa' àjicpì nupà^ tòv | AotoO^ 
cuTraiba tóvov | eUiaaouaai KaXXixopov •)• L'armonia adottata 
fu la dorica: i metri furono assai vari ne' diversi tempi. Gli 
antichi poeti di peani Taleta e Senodamo si servirono del metro 
peonico e delUanapestico, più tardi invece furono piii in uso i 
dattili e i dattilo-epitriti. Peonico è tuttavia il /r. *26B di 
Simonide nel Bergk, peonica V 01. 2 di Pindaro, che ha carat- 
tere di peana, peonico il fr. 53 pure di Pindaro. È dattilico 
il parodo dell'* Edipo Re» di Sofocle dal v. 151 al 166, ana- 
pestico il peana di Timoteo {fr. 25 v.wil. = 13b.); dattilo- 
epitriti s'incontrano nel fr. 4bl. di Bacchilide. Anche i così 
detti logaedi (Karà paKxcTov elòo^) furono comuni nel peana: 
Isillo d'Epidauro scrisse in j onici. 

Prima di finire questi pochi cenni ricorderemo di volo due 
forme speciali di peana, il simpotico ed il guerresco. Il primo 
era cantate dopo il banchetto, come introduzione al vero e proprio 
simposio, da tutti i convitati in coro, senza accompagnamento 
di danze e talora anche senza quello della musica: quando al 
canto univasi la musica, era di solito quella del flauto. Il più 
antico frammento che ne possediamo è il fr. 22 b. di Alcmano 
(0oivai^ òè Kai èv Biacroiaiv | àvòpeiwv rrapà òaiTU)ióv€(Taiv | 
TTpéiTCì Tiaifiva Kaidpxeiv). Al peana seguivano poscia gli scolii. 
Il secondo, in uso specialmente presso gli Spartani, eseguivasi 
prinia della battaglia sia navale sia terrestre, e dopo la vit- 
toria dai soldati in marcia (è)iPaTr)pio^ iraidv). Il peana che 
Achille esorta ad intonare dopo d'aver ucciso Ettore (X, 391), 
è un peana guerresco (v. anche Eschilo, Pers.^ 3924). 






INTRODUZIONE ^ PSANA, DITIRAMBO 13 

Composero peani Alcmano (un intero libro), Stesicoro, Simo- 
nide, Pindaro, Bacchilide, fra i poeti del canone alessandrino, 
ed altri molti, parecchi de' quali abbiamo avuto occasione di 
nominare. Del peana di Tinnicodi Calcide Platone (Zona, p. 534 D) 
disse che era il più bel carme esistente e che ben avea avuto 
ragione il suo autore di chiamarlo €uprma ti Mourav. Qualcosa 
di simile leggiamo pure in Porfirio, De ahstin., II, 18: tòv 
ToOv Atox'JXov <paai, tuùv AcXcpaiv à£ioóvTUJV el? tòv Beòv 
Ypdipai nouava, eiTreiv 6ti fiéKTìOja TuvvixiV w€7T0ÌiiTai • napd- 
paXXó^evov òè tòv aÙToO irpò^ tòv èKcivou TauTÒv Trei0€a9ai 
ToT^ àTdXjiacyiv toT^ xaivoi^ irpò^ tq dpxaiot* TaOra fàp^ Kainep 
ànXu»^ TT€TTOiTin^va, 9€Ta vojyii&aGai , tò òè xaivà nepiipTUJ^ 
elpYacTiLiéva 0au|LiàZ€(J9ai |i^v, OeoO òè òó£av tìttov ?X€iv. 

§8. 
Ditirambo. 

Come Tetimologia del vocabolo izaidv, così pure quella di 
òiOupojipo^ è oscura. Dall'antichità greca a venire fino ai nostri 
giorni molte spiegazioni etimologiche di òiOùpafi^oq furono date: 
una parte di esse però non presenta neppure la più lontana pro- 
babilità di coglier nel vero. A tìtolo di curiosità ne ricorderemo 
alcune. In Et Jf., 274, 50 (= fr. 85 di Pindaro) si accenna 
ad una derivazione di òi6ùpajipo^ da X09i ^d]Li)ia con queste 
parole: AiGùpaiiiPo? . . . TTivòapo^ ò^ q>r]ai Xu9ipanpov • Kaì Tdp 
Zevq TiKTOjiévou aÙToG èTiepóa XC9i {ià^ixa, X09i pà^xa, \v* ^ 
Xu9ipa)i|Lio^, Kaì òi9upa)uiPo^ kotò TpOTTf)v xal 7TX€0vacT)ióv. La 
possibilità di siffatta etimologia è ricordata pure da Proclo, 
p. 244 W. : *0 òè òi9upaM.po^ . . . irpocTaTopeucTai ... fj òid tò 
Xu9évT(uv TUJV ^ajytjudTiwv toO Aiò^ €Ùp€9nvai aÙTÓv . . . Nei 
vv. 526-529 delle « Baccanti » d'Euripide (i9t, Ai9upa^3\ èfiàv 
àp-|(r€va TdvÒ€ Pa9i vr]òuv' | dvaqpaivui a£ tóò*, (b BdK|xi€, 
Qf\^iq òvojLidZeiv) si allude ad un'altra provenienza del vocabolo, 
pur essa toccata da Proclo (f| òióti ò\^ òokcT T€vé09ai, diraH 
jièv èK Tf\q Ze\ié\r\q, òeuTcpov òè èK toO mpov), alla provenienza 
cioè da un òi^ 9iìpa^ ^aiveiv (impossibile anche a cagione della 
quantità) o da un Aiò^ 9. p. Lo Schmidt, Diatribe etc,, p. 181, 
vide in òi9ùpa|Lipo^ un Tirupiaiiipog (TiTupo? = adrupo^). Il 
Hartung, Philol., I, 398, spiegò Aiò^ 9p(a^Po^ = 9ópupo^, 
rievocando la scena in cui Zeus apparve a Semole in tutta la 
sua maestà, in mezzo al fulgore de' lampi ed allo strepito dei 
tuoni. Di altre parecchie spiegazioni proposte non tocchiamo per 
amor di brevità : un cenno merita però quella del von Wila- 



14 ANTOLOGIA DILLA MKLIGA GRECA 

MOwiTZ (Euripidea' HeraJcles, Berlin, 1889, voi. I, p. 63), che 
si presenta finora come la più probabile. Secondo il v. Wila- 
mowitz òi6upa)uipoq significberebbe un Oiìpo^po^ o 6p{o]Lipo<; 
(equivalente a Qvpa^poq) divino^ onde in modo speciale hello o di- 
vertefiie (« besonders sch5nen oder erfreulichen >). Per la forma- 
zione della parola egli confronta bmóXia, AiaujTripiov, AiKcia^. 
Il Croiset, II, p. 299, n. 2, accettando retimologia del filologo 
tedesco, vorrebbe modificare il senso interpretando «eópo)ipog 
en rhonneur des dieux ». Però il senso di Opiappo^ a sua volta 
non ci è noto: sembra che il vocabolo si possa confrontare col 
iriumpe del carme de' fratelli Arvali. 

Quale sia stata la patria del ditirambo non è certo. Nell'età 
classica lo vediamo fiorire a Corinto, a Sicione, a Tebe, a Nasse, 
ad Atene, in tutti quindi, si può dire, i centri ove si svolse la 
poesia greca. Le prime delle località nominate disputavansi la 

floria di averlo veduto nascere e, stando allo scoliaste di Pin* 
aro, 01 13, v. 18, il grande poeta tebano avrebbe volta a 
volta, secondo la città della quale era ospite, sostenuto i diritti 
di tutte. Ad ogni modo, qualunque sia il paese della Grecia, 
che per primo abbia fatto solennemente eseguire ditirambi, 
sembra che la vera origine di cotale specie di melica sia da 
ricercare fuori dell'Eliade, o nella Tracia, che largamente con- 
tribuì alla formazione del culto di Dioniso in Grecia, o nella 
Frigia, cui ricordano e l'indole appassionata del ditirambo e più 
di un particolare nell'esecuzione di esso, come l'uso del flauto 
e delle armonie frigia ed ipofrigia. 

La prima menzione che del ditirambo incontriamo nella let- 
teratura greca è in Archiloco, /r. 77 \h<; Aituvùaoi* Svqkto^ 
KaXòv èSdpgai )iéXo^ | oTòa biéupaiupov, oivip (TuTK€pauvu)Oe\g 
q>péva^. Dall'espressione èHàpxeiv tòv òi0vpa)Lipov, che rimase 
nella lingua corrente e che s'incontra anche nella « Poetica » 
d'Aristotele, e. 4 (ove gli antichi autori di ditirambi vengon 
chiamati ci ègópxovTC^ tòv biGupaiiipov), s'indusse che il diti- 
rambo fosse dapprima monodico e che il coro altro non cantasse 
se non un ritornello. Tale forse fu eziandio la struttura primi- 
tiva del peana. 

L'apparizione del ditirambo corale è dalla tradizione connessa 
col nome di Arione, cui viene attribuita l'invenzione del kukXio^ 
Xopóq, quella del rpaTiKÒ^ TpÓTToq, e l'altra di Zaiùpouq €l0€- 
V6TK61V imxejQa X^Tovra^. Ma Arione, come spieghiamo nei 
cenni premessi al carme che a noi giunse sotto il nome di lui, 
è un mito: d'altra parte un solo poeta ben difficilmente potè 
fare tutte e tre le accennate invenzioni, perchè se la terza è da 
interpretare, e non sembra possibile in altro modo, nel senso 



INTRODUZIONE — DITinAMBO 15 



che le assegna il Croiaet, II, p. 308, nel senso cioÈ che un per- 
sonaggio, postosi in faccia al coro, venisse a un dialogo con 
esso, sì giunge ad un risultato inconciliabile col conBiderare 
quell'unico poeta eziandio come l'inventore del ditiramlio corale, 
e inconciliabile in quanto, ammettendo questo, si verrebbe a 
distruggere ogni intervallo fra il ditirambo informe delle ori- 
gini ed il drama incipiente, si toglierebbe, in altre parole, ogni 
distanza fra il punto di partenza e quello d'arrivo. Come si 
Tede adunque, riguardo alle origini del ditirambo siamo nella 
tenebra perfetta, e se da essa tenebra si vuol tentare ad ogni' 
costo di far scaturire un raggio di sole, non si riesce invece 
che a renderla piti fìtta. 

La materia del ditirambo venne dapprima fornita dalle ro- 
manzesche e dramatìcbe vicende della vita di Dioniso. Ma col 
tempo (e non sembra nemmeno che ne sia trascorso molto) altri 
soggetti estranei al culto del dio del vino s'introdussero nella 
forma melica per lo innanzi a lui riservata: i titoli a noi giunti 
dei ditirambi di Simonìde (« Europa », * Mennone ») mostrano 
che l'inquinazione è già avvenuta. All'epoca in cui la tragedia 
nasce dal ditirambo ì conservatori possono dire con ogni ragione 
che in esso non v'è piti nulla che sì riferisca a Dioniso, ou&iv 
npòc Aióvu<Tov (1). Al cambiamento del contenuto non corri- 
spose però una variazione nell'indole del carme : al ditirambo 
greco di qualunque età si addicono le parole di Proclo, p. 245 W.: 
eOTtv oCv 6 ... biGupa^ipog KeKivrm^vo? koì tioXù tì èvflouOiilibEj 
perà xops'f^S èficpaivLuv, Kal (T£aó^t]Tai . . . 

I ditirambi si eseguirono con solennità presa'a poco pari a 
quella delle rappresentazioni dramatiche. Nell'Attica eseguivansi 
ule grandi Dionisiache (28 Marzo-2 Aprile), alle Dionisiache 
minori (19-22 Dicembre), alle Panatenee (13 Agosto) a cominciar 
dal 446, alle Targelie (25 Maggio), alle Lenee (28-31 Gennaio) 
a principiar da verso la line del sec, quarta a. Or. In antico al 
vincitore donavasi un bue (trùv pOTi\aTt;i . . . !)i6upàp^i4J Fiud., 
01. 13, 19), al secondo un'anfora, al terzo un capro: dal quinto 
secolo in poi il premio fu abitualmente un tripode. Come per 
le tragedie così pel ditirambo fu in uso il sistema delle coregie : 
il corego, oltre al sostenere le spese della rappresentazione, dovea 
raccogliere il coro e &rto istruire dal xopobibdcTKaXoq. Il coro 
fa dapprima composto di cittadini, ma col tempo la parte mu- 
sicale essendo venuta a prevalere sulla poetica, si richiese ne' co- 
risti un'abilità tecnica assai maggiore, ed allora (sec. IV) si 
ricorse a professionisti, cantanti, sonatori di flauto, danzatori. 



(1) Lft locarione direnne proverbiale. 



16 ANTOLOGIA DILLA MELICA GRECA 

La prevalenza dell'elemento musicale sul poetico fece sì che 
nelle iscrizioni coregiche il nome del flautista fosse posto innanzi 
a quello del poeta. Se altre fonti non c'informassero dell'impor- 
tente alterazione avvenuta nella tecnica del ditirambo, baste- 
rebbe questo fatto a rendercene sicuri. Nelle iscrizioni coregiche 
dell'Attica durante il secolo quinto si fa menzione della tribù 
delle tribù vincitrici, della composizione del coro (se cioè lo 
formassero uomini o fanciulli), del corego della tribù vincitrice, 
e infine del poeta che era eziandio xopoòiòdcTKaXoq : Oivr\x<; 
èviKtt 7Taiòu)v, Eò^évTlq MeXcTCUJVoq éxoprJTCì, NiKÓarpaioq 
èòiòa(JK€ (C. L A., I, 336). Nel secolo quarto si aggiungono 
il nome del flautista e quello dell'arconte : Aimoq MvriaipoijXou 
ZcprJTTio^ XOPHT^V èviKtt *AKa)LiavT(òi TTavbioviòi iraiòiuv, 
EÒKXflq èòiòaaK€, Euòa^(c^Koq riuXei, Xiujv ?ÌPX€v (Dittenb., 
SylP., 704. È del 365-364 a. Cr.). Poco dopo la metà del se- 
colo quarto il nome del flautista precede quello del poeta: 
AuaiKpdTTi^ AuaiOetòou KiKuvveùq èxoprJYei, 'AKa^avTÌq Traiòu)v 
èviKa, 6éu)v n^Xei, AumdÒTi^ *A9TivaToq èòiòoaKC, EùaivcTO? 
fjpxe (iWrf., 707. È dell'anno 335-334) (1). 

Il coro del ditirambo disponevasi in forma circolare, non ret- 
tangolare, onde ebbe l'appellativo di kukXio^. Poteva essere 
composto, come già fuggevolmente accennammo, di uomini o di 
fanciulli. Talora lo troviam denominato anche tpaTiKÓq. Del- 
l'espressione rpariKÒ^ xopó^ furono date parecchie spiegazioni 
una più improbabile dell'altra: chi sia curioso di conoscerle può 
vederle annoverate dallo Smyth, p. XLIX, n. 3. La vera inter- 
pretazione di essa è che vi si alluda a' satiri (coreuti coperti di 
pelli di capro) i quali composero da principio il coro ditiram- 
bico. Più tardi, quando gli argomenti trattati in questa specie 
di poesia melica divennero estranei al culto di Dioniso, il coro 
venne formato di personaggi adatti al tema. Il numero dei co- 
reuti fu da principio di cinquanta (Simonide, fr. 147, v. 4 
TrevTriKovT* àvbpujv KaXà ^a9óvTl xop*?*)» © probabilmente durò 
inalterato fin dopo il 300 a. Cr.: poscia venne ridotto d'assai. 

La danza ditirambica, di carattere tumultuoso, venne chia- 
mata TuppacTia (Polluce, IV, 104 tupPacrfa bè èKaXeiTO tò 
òpxrijLia TÒ biOupaiiPiKÓv). L'accompagnamento musicale, fatto 
dapprima colla cetra, fu più tardi eseguito dal flauto (il flau- 
tista stava nel mezzo de' coreuti : cfr. scoi, ad Eschine, xaTà 
Tl^dpxou, 10: èv ToTq xopoi? ToTq kukXioi^ \iéaoq icTTaTO 
aùXtiTiig), e, quando poi l'instrumentazione raggiunse la maggior 
complessità, dalla cetra e dal flauto riuniti. 



(1) I tre esempi sono quelli addotti dallo Smyth, p. LI, n. 3. 



INTRODUZIONE — DITIRAMBO 17 

Qaanto ai metri adoperati dal ditirambo ricorderemo che nel 
citato fr. 77 di Archiloco s'incontra il tetrametro trocaico, cioè 
il verso delle parti dialo^che della tragedia primitiva. Se l'esa- 
metro sia stato in uso nel periodo più antico non possiamo affer- 
mare: più tardi se ne servi certamente Prassilla. In Pindaro 
(/rr. 72, 74, 77, 78, 79, 81), in Bacchilide {frr. 14, 20 bl.), 
in Lamprocle {fr. 1), in Licinnio {frr. 1, 3) incontriamo una 
preferenza abbastanza spiccata pel dattiloepitrito (kot' èvÓTiXtov 
€7òo^). Anche i ditirambi di Melanippide non rifuggono dal 
dattilo-epitrito, ma l'indole del metro non è più la stessa che 
nelle età anteriori. Del resto i metri prescelti dal ditirambo 
furono in generale piuttosto quelli adatti ad esprimere uno 
stato di eccitazione, di esaltazione dell'animo, furono quindi i 
metri con arsi urtantisi Tuna coll'altra, come in ispecial modo 
i eretici, i bacchiaci (cfr. scoi. d'Efestione, pag. 134 W.: èKX/|6Ti 
òè ofiTwq — 6 paKxeToq — lireiòf) ol tujv òiBupainpOTroiuiv 
TTpòq AióvucTov d)Livoi ib? erri tò irXeTcTTov ^k toótou toO 
^érpou ficTav). Le soluzioni furono nel ditirambo più abbon- 
danti che in ogni altra specie di carmi. Quanto alla disposizione 
de' versi pare che fino a Melanippide sia steta a preferenza in 
triadi: Melanippide abbandonò ogni sorta di raggruppamento. 
Per l'uso ch'egli fece di dvapoXai vedansi i cenni premessi a' suoi 
frammenti. La struttura del ditirambo fu modificata ancora da 
Pilosseno, che v'introdusse degli a sólo (cfr. Plut., De mus.^ 
e. 30: *ApiaTO(p(ivTiq 6 KiwiniKÒq |livti|liov€U€i OiXoEévou KaC 
q)T]cyiv, ÒTi €!^ Toùq KUKXfouq xopoù^ \ii\r\ elcJTìvéTKaTo). 

Le armonie di cui si servirono i poeti ditirambici furono la 
frigia e l'ipofrigia. Narrasi (Aristot., Polita Vili, 7) che avendo 
Filosseno tentato una volta di comporre un ditirambo in tono 
dorico, finì, senza accorgersene, nel frigio. 

Una caratteristica del ditirambo, notevole in tutte le età, ma 
in ispecie nel periodo più recente, è la predilezione per i com- 
posti, sovente strani o per lo meno arditi assai. Questi composti 
appunto sono indicati da Orazio allorché (lY, 2, 10 e sgg.) egli 
dice di Pindaro sen per audaces nova dithyramhos \ verha de- 
volva numerisqtie fertur \ lege solutis: ad essi pare che alluda 
Aristotele, Bei., Ili, 3, 3: xpn^i^wTdrn f| òiTrXn XéEi<; b\6u- 
paMpOTTOioK (cfr. Ateneo, X, 445 B TrpOÙTog eiSpe — sdì. 'Av- 
Qéaq ò Aivòio? — Tf|v òià rdiv auvGérujv òvo|LiàTu)V itoìt\(Tiv). 



Tacooxb, Antologia éMXa meliea greca. 



18 ANTOLOGIA DBLLA MELIGA GRECA 

§9. 
Nomo. 

L'orìgine del nomo fu certamente assai antica. Proclo, p. 245 W., 
ne riferisce che Crisotemi cretese pel primo cantò, e da solo, 
accompagnandosi con la cetra, il nomo (XpuaóOc^iq ó Kpf)^ 
TTpoiToq aToXrì xpilcJdiLievog èK7Tp€7Tei Kttì KiBdpav dvaXapdiv eìg 
)Lii|uiTi^iv ToO 'AttóXXujvo^, ^óvo? ^oe vó^ov), ed a Filammone, 
figlio di Carmanore o, secondo un'altra tradizione, di Crisotemi 
stesso, furono da' Greci attribuiti alcuni dei nomi citarodici di 
Terpandro (Plut., De mus., 5; Esich. (Snida) sotto T^pnavòpoq). 
Ma Crisotemi e Filammone sono figure mitiche: agli occhi dei 
Greci adunque l'invenzione del nomo confondevasi con le origini 
mitiche della loro civiltà e della loro arte. Il vocabolo compare 
per la prima volta nell'inno ad Apollo Delio, v. 20 Tràvrn fàp 
Toi, OoiPe, vófioq pepXrjaTai tfjòfiq (la lezione, guasta, si cor- 
regge dai più in vó|uioi pepXriax àoiònq, ed il verso è ritenuto 
un'interpolazione, quantunque assai antica). Ma forse già gl'inni 
liturgici, donde l'epopea doveva uscire, chiamavansi nomi. 

Della parola furono date spiegazioni assai varie. Gli antichi 
ritennero in generale ch'essa fosse nata dalla regolarità della 
struttura della forma melica che designava: Proclo riporta l'eti- 
mologia che riattacca v6\xoq ad Apollo denominato vó^l]lioq, ed 
Aristotele (Probi, 19, 28) l'altra etimologia più fantastica an- 
cora oTi npiv èiiicJTaaBai fp&piyiaTa ^bov loxx; v6\xov(; òvcwq 
)xf\ èmXdGwvTai. I moderni tentarono più d'una interpretazione 
in base ad uno stretto rapporto fra vójLioq nome della specie di 
poesia melica e vójLioq legge. Il Westphal pensò che tale deno- 
minazione dovesse provenire dalla forma regolare che distingueva 
quest'inno poetico e musicale dal linguaggio ordinario e fami- 
gliare. Il Volkmann ed il Bernhardy invece trovarono il punto 
di contatto fra i due significati di vóixoq nel contenuto del 
carme e più precisamente nel contenuto della invocazione al 
nume, la quale dovette esprimere i sentimenti radicati nella 
coscienza morale del popolo, sentimenti che aveano quindi un 
valore uguale per lo meno a quello delle leggi poste dal legisla- 
tore. Non si può negare che la spiegazione de' due dotti tedeschi 
sia ingegnosa : non pare tuttavia altrettanto probabile. Io credo 
che siasi più d'ogni altro accostato al vero il Croiset opinando 
(II, pp. 52-53) che v6\xo(; in origine significasse semplicemente una 
« manière de chanter », un'aria. Il nomo sarebbe stato adunque, 
dal punto di vista etimologico, secondo che lo stesso Croiset 
continua ad osservare, un'aria, e nel senso più ristretto un'aria 



INTRODUZIONE — NOMO 19 

religiosa. Ciò s'accorda abbastanza bene con quel che noi cono- 
sciamo della natura del nomo. Ed invero, per quanto a noi 
consta, esso, almeno nell'età più antica, fu un componimento 
musicale oppure un inno di carattere liturgico eseguito da un 
solista in onor di un dio. Quale fu questo dio? Secondo Proclo 
fu Apollo (6 ^€VTOi vÓMO^ TP<i<P€Tai ^èv €Ìq 'AiróXXujva), e 
l'attestazione sua potrebbe essere accettata (1) se non si fondasse 
soltanto sopra il raccostamento, di cui abbiamo già toccato, 
di vó^o^ e Apollo \6\i\}ioq. D'altra parte sappiamo che fin dai 
tempi più antichi si composero de' nomi in onore non solo di 
Apollo, ma anche di Zeus, di Ares, di Atena. Più tardi il con- 
tenuto del nomo suM la sorte di quello di altre forme meliche, 
ed anch'esso divenne d'indole profana: veggansi, ad es., i Per- 
siani di Timoteo. 

Di nomi son da distinguere due categorie, quella de' nomi 
semplicemente musicali, e l'altra de' nomi musicali e poetici. 
A seconda che lo strumento adoperato fosse la cetra od il flauto, 
il nomo musicale fu appellato citaristica od auletico, il musicale 
e poetico eitarodico od aulodico. 

n nomo citaristico fu il meno fortunato di tutti. Non venne 
in uso se non dopo il citaro<dico e, sembra, anche dopo l'aule- 
tico: non godette mai molta popolarità: fu ammesso nelle feste 
a Delfo nell'ottava Pitiade. 

Il nomo auletico ebbe la più lunga vita di tutti. Il suo prin- 
cipio si perde nelle nebbie del mito, perchè i primi nomi au- 
leticì vengono attribuiti ad Olimpo (2); d'altra parte nell'età 
più tarda sopravvive al nomo eitarodico. I nomi auletici più 
famosi furono il policefalo ed il pitio. Sul significato di poli' 
cefalo gli eruditi non sono d'accordo: chi sia curioso dì cono* 
scere le varie interpretazioni proposte (tra cui una antica è dello 
scoliaste di Pindaro, Pit 12, 9 e sgg.) vegga il Flach, pp. 128-129 
e n. 1* a p. 129. Il nomo pitio rendeva le vicende della lotta 
di Apollo col serpente Pitone e la vittoria finale del dìo. Il 
nomo auletico fu ammesso nell'agone musicale a Delfo sino 
dalla prima Pitiade, nella quale, come pure nelle due susse- 
guenti, avrebbe vinto Sacada (Paus., X, 7, 4 Tn^ òè reaaapa- 
KOiTTn^ òXu^m(4bo^ Kttì ÒTbónq, f^v rXauKiaq 6 KpOTuiviaTn? 
ìyÌKf\(Se, TauTTì<; ftei TpiTip fiGXa JGecTav o\ 'AjLicpiKTUóveq KiGa- 
piuò(a^ jLièv KaÓà Kal èE dpxn^i irpocTéGeaay òè xai aòXu)ò(a<; 



(1) Apollo fu il dio dorico per eccellenza ed il nomo fiori in ispecial 
modo in paese dorico. 

(2) La maggior parte degli studiosi ha però molta, troppa fede nelFe* 
sistenza d*Olimpo« 



20 ANTOLOGIA DELLA MKLIGA GRECA 

àf\IJv\(S\ìa Kttl (ròXt&v àvTiTop€Ó©Ti<Jav bi viKd&VT€^....., raK&òa^ 
bk *ApT€Ìo^ èiTÌ ToT^ aOXoTq • àvcfXcTo bk 6 Zaxdbaq oCto^ Kaì 

Il nomo citarodìco ebbe anch'esso vita assai lunga. La sua 
prima apparizione si riconnette col nome dì Terpandro, i cui 
vójLioi sembra siano stati di due sorta, quelli che fra un proemio 
ed un epilogo melici comprendevano un tratto di Omero, e quelli 
la cui composizione era tutta dovuta al poeta. Come si può ve- 
dere dal passo or ora^ddotto di Pausania, il nomo citarodico 
avea posto nelle gare musicali di Delfo già prima del riordi- 
namento del 586 a. Cr. L'agone citarodico ad Atene ci è atte- 
stato parecchi anni prima che Pericle lo inaugurasse solenne* 
mente alle Panatenee. 

L'invenzione del nomo aulodico si collega in generale col nome 
di Clona, personaggio, sembra, di esistenza più mitica che sto- 
rica, fatto da taluni nativo di Tegea in Arcadia, da altri di 
Tebe. L'Arcadia e la Beozia furono le regioni della Orecia in 
cui l'arte del flauto raggiunse il più vivo splendore. L'esecu- 
zione del nomo aulodico richiedeva l'opera di due persone, il 
poeta e cantore ed il sonatore di flauto. Anche le gare aulodiche 
furono istituite a Pito nel 586 (vedi l'addotto luogo di Pau- 
sania), e nella Pitiade prima vi fu vincitore Echembroto, ma, 
come Pausania stesso ne riferisce nei numeri 5 e 6 dello stesso 
capitolo 7® del libro X, l'aulodia venne giudicata troppo lugubre 
per il carattere lieto che doveano avere le feste d'Apollo, e 
l'agone aulodico fu tolto. Il nomo aulodico ricompare più tardi 
a lunghi intervalli (ci è attestato a' tempi di Siila), ma la sua 
vita è tutt'altro che fiorente. Ricorderemo i titoli dei nomi aulo- 
dici attribuiti a Clona: essi sono 'AiróGeTO^, "EXcto^, Kul^dpxloq, 
Zxoivfiuv, KriTriuDv, Tevébioq (te xal beio^ lez. manoscritta, 
Tevébio? Amyot e Volkmann, re xaì Telo? Burette, èTTiKtibeio^ 
Westphal, ecc. ecc.), e TpiineXyiq (Tpiiiepi^q Westphal). L'ultimo 
di questi nomi, che dicesi constasse di tre parti, di cui la prima 
composta in tono dorico, la seconda in frigio, la terza in lidio 
(Plut, De mus.^ e. 8), fu pure ascritto a Sacada. 

Prima di Terpandro sembra che il nomo constasse di tre o 
quattro parti : Terpandro le portò a sette, che, nell'ordine tra- 
mandatoci da Polluce, IV, 66, sono l'àpxa, la ^€Tapxa, la ko- 
xaTpoTrà, la iLLeTaKaTarpond, ^ò^q)aXóg, la <T<ppaTiq, rétriXoToq. 
Io credo più probabile la disposizione data loro dal Westphal, 
il quale pose la ^€TaKaTaTpoTrd dopo ^ò^(paXó^. Taluno invece 
opinerebbe (Crusius) che l'dpxà e la ^€Tapx<4, la KararpOTrà e 
la ueTaKararpoTra non formassero se non due gruppi. Siffatta ipo- 
tesi ravvicinerebbe la struttura del nomo citarodico di Terpandro 



tNTRODU^IONB — NOMO 21 

a quella del Domo pitio auletico di Sacada, della forma del 
quale non abbiamo un'analisi diretta, ma possiam farci un'idea 
dalla descrizione che di un nomo pitio di cotal genere ci fa 
Strabene, IX, 421, aggiungendo ai nomi delie singole parti un 
opportuno schiarimento. Ecco le denominazioni di Utrabone (tra 
parentesi son date le sue chiose): &TKpouai^ (npooi^iov), àjiiTTeipa 
(KaxdTTeipa toO àTiwvo^), KaTaK€X.€u<Jfió^ (dTu*v), Ia^po^ Kal 
òàKTuXo^ (èmiraiaviajLiói;), 0ùpiTT€^ ({kXcuiii^ toO ©npiov)- 

La forma data da Terpandro al nomo citarodico durò a lungo 
anche per Faulodico. La KaraTpoiTd e la fieTaKararpoTTÓ furono 
parti di passaggio : ròjbicpaXóg fu la parte di mezzo, contenente 
il mito; le altre trattarono la realtà. Nei «Persiani» di Timoteo, 
scoperti nel papiro d'Abusir, la (T(ppaTÌg contiene la menzione 
del poeta. 

Sembra che il nomo siasi, almeno di regola, mantenuto mo- 
nodico assai a lungo. Clemente Alessandrino, Strom., 1, 308, ne 
dice che vóimou^ irpOÙTo^ ^aev èv xop^ ^al KiGàpqi Tl^ó9€oq. 
Tuttavia l'autore del JDe musica^ parlando del nomo TpijuieXrig 
Tpiimeprig attribuito anche a Sacada, oltreché a Clona, ac- 
cenna pure al coro che l'eseguiva. Gli studiosi tentarono più 
d'una spiegazione di tale notizia (v. Smyth, p. LXII, n.): ma 
quand'anche altra interpretazione non fosse possibile che la let- 
terale, si potrebbe pur sempre considerare il caso del nomo 
TpijneXr)^ come un esempio isolato fuori dell'uso comune, non 
essendovi alcun'altra testimonianza di antichi scrittori che ci 
provi l'esistenza del nomo corale prima di Timoteo. 

L'accompagnamento musicale era fatto al nomo citarodico 
dalla cetra, all'aulodico dal flauto : pare tuttavia che Terpandro 
abbia fornito il nomo citarodico anche di un accompagnamento 
col flauto. 

All'esecuzione del nomo non andavano unite danze, onde nes- 
suna divisione di strofe e d'antistrofe in esso: la mancanza di 
cotal distribuzione era compensata da quella nelle parti che 
dianzi accennammo. 

Le armonie adoperate nel nomo furono assai varie: gli si 
attribuiscono l'armonia dorica, la frigia, la jonia, l'eolica e la 
lidia. Del nomo TpifieXrj^ abbiamo ricordato come ci venga 
detto che comprendesse tre parti ciascuna in un'armonia di- 
versa. 

Il metro maggiormente usato nel nomo fino al secolo quinto 
a. Cr. fu l'esametro dattilico: anche i solenni trochei semantì, 
giambi ortii e spondei maggiori non gli furono ignoti. Il nomo 
aolodico fu composto in ispecial modo in distici elegiaci. Sembra 
che il passaggio da un metro all'altro entro la stessa parte 



22 ANTOLOOTA DELLA MELIGA GRECA '< 

del nomo fosse vietato^ ma che i metri potessero variare col 
variar delle parti. 

L'andamento dell'antico nomo fu lento e maestoso, conforme 
così alla solennità, alla religiosità del contenuto. Proclo con- 
trappone l'uno all'altro il nomo ed il ditirambo. 

Durante il più vivo splendore della melica corale pare che 
il nomo siasi eclissato. Risorse a nuova e fiorente vita sul finire 
del secolo quinto con Frinide e poi con lo scolaro di lui Timoteo, 
ma quanto cambiato dall'antico ! Delle innovazioni di Frinide e 
del suo discepolo tocchiamo rapidamente ne' cenni premessi al 
brano che riportiamo dai « Persiani ». La forma data al nomo 
da Timoteo durava ancora all'età di Proclo (Tijiióeeo^ òè fiaiepov 
eiq Tfjv vOv aÒTÒv — sdì. vó^ov — fJTcìTC itóiv). Poco dopo 
l'età del poeta milesio però il nomo auletico fu preferito a 
quello poetico e musicale. 

§ 10. 
Adonidio. 

L'adonidio fu di origine siriaca o fenicia e giunse al mondo 
greco per il tramite dell'isola di Cipro. In Siria ed in Fenicia 
Fu un canto lamentevole accompagnato dal suono del fiauto. 
Pare che la prima festa greca in onor di Adone sia stata cele- 
brata da' Samii. 11 nome del carme, datoci nella forma àòuj- 
viòiov da Proclo, compare invece in quella di àòuiviacrfió^ in 
Aristof., Lisistr., 389, ed in Et. M., 19, 20 {àbwviaaixòq. ó 
èm Tij) 'Aòu)viòi Gpnvo^): il nome della testa ha la forma di 
'Aòu)via in Aristof., Pace^ 420, e in Ferecrate presso Snida 
('Abojvi' fiTO^ev Kaì tòv ''Abwviv KXàofiev). Cantato dalle donne, 
l'adonidio piangeva la morte del giovane Adone, simbolizzante 
la breve durata della bellezza e dell'amabilità della natura. Le 
Adonie celebra vansi in Atene alla metà dell'estate: furono pure 
in uso in altre numerose città, come Sicione, Alessandria, An- 
tiochia: Pausania ne riferisce che in Argo, presso il tempio di 
Zeus Sotere, trovavasi un olKima dove le donne degli Argivi 
piangevano Adone. Dal fr. 15 di Cratino si rileva il poco o 
nessun conto, per non dire il disprezzo, in cui gli Ateniesi tene- 
vano le Adonie: 8v (scil. Gnesippo) oùk &v t^Hìouv èjù) \ è\xoì 
bibàoKeiv QUO* av €i^ *Aòu)via. 

Poeti assai antichi composero adonidii. Di uno di Saffo ci 
rimangono due versi, che costituiscono il fr. *62 del Bergk: 
KaievaiaKei, Kueépti', fippo^ "Abwvig , ri k€ Geijiev ; | Kattù- 
nT€<T9€, Kópai, Ktti KaT€p€iK€a6€ xiTujva^. (Veramente Efestione, 



INTRODUZIONE — ADONIDIO, lOBACGO, IPORGHEMA 23 

che ce lo ha conservato, non ci attesta che il frammento sia di 
Saffo: Io si induce però con sufficiente probabilità confrontando 
Paus., IX, 29, 8 Zancpib òè f] Aeapia toO OItoXìvou tò òvofia 
èK Tuùv èiraiv Tuiv Tfà^cpijj ixaQovOa "Aòwviv ójuioO Ka\ OItó- 
Xivov fjcJev). Il fr. *63b. della poetessa probabilmente è TècpO- 
^viov di un adonidio. Veggasi anche il fr. 108. Avanzi di un 
adonidio sono da considerare eziandio le parole alai 'Abujviv e 
KÓTTieaG* "Aòuiviv che s'incontrano rispettivamente al v. 393 ed 
al 396 della « Lisistrata ». Canti che lamentassero la morte 
di Adone furono composti in ispecial modo dai poeti bucolici : 
ognuno ha presente il famoso èiriTàcpio^ 'Abuivibo^ di Bione, 
che forse derivò dal ditirambo "Abu^vi^ di Prassilla. 

§ 11. 

lOBACCO. 

Deiriobacco abbiamo scarsissime notizie. Tutto quanto ne sap- 
piamo si riduce presso a poco a questo: che esso derivò il proprio 
nome dall'esclamazione iniziale io (od Idi) BdKXc, che origina- 
riamente venne cantato alle feste di Dioniso, che fa diverso 
dairiporchema, che la sua introduzione nella letteratura si do- 
vette probabilmente ad Archiloco. Si vegga il fr. 120 del poeta 
Ai^jLiilTpo^ oiTvfìq kqI KÓpTì? T^v TiavriTi^piv (Tépuiv. Il metro è 
il dimetro giambico acataletto -f- il dimetro trocaico catalettico. 

§ 12. 
Iporchema. 

Proclo, p. 246 W., scrive: ùrrópxnMa bè tò \xeT* òpxnaeuj^ 
(Jibó|yievov iLiéXo^ èXéreio : Tiporchema fu adunque per eccellenza 
il canto accompagnato dalla danza. Ciò appare anche da un 
passo delle «Questioni convivali» di Plutarco (IX, 15, 2): 
òpxn^TiK^ bè. Ktti TTOinTiK^ Koivuivia rrSaa xal fiéGeHi^ àXXnXiuv 
ècJTi, Kttl fidXicJTa liijioùfievai nepi tò ùttopxtìMÓituìv t^vo(; 
èvcpTÒv à|yi(pÓT€pai Tfjv ò\à tujv (TxhMCÌtujv Kaì tujv òvofiaTiuv 
lii^TicTiv àTToteXoOm. 

L'origine cretese dell'iporchema è accennata nel fr. 31 di 
Simonide 5na bè tapOaai | auv t' èXaqppòv 6pxr]\x àoiòqi ttoòoiv 
liiTVUMCV I KpiÌTd ^lv KaXéoucJi Tpóirov , tò b' òpTavov Mo- 
XocTCJóv (1). Primo a comporre iporchemi fu il cretese Taleta, 



(1) Ho dato il frammento secondo la lezione seguita dallo Smyth (p. 58). 



2i ANTOLOGIA DELLA MELIGA 6RBCA 

l'autore della seconda Karàaraat^ musicale in Sparta (Plut., 
De miis.^ 9): sabito dopo di lui furono cultori di coiai forma 
melica due poeti della sua scuola, Senodamo dì Citerà e Seno- 
crito di Locri Epizefiria. 

In origine Tiporchema andò congiunto col culto di Apollo: 
veggasi Monandro, De encam.^ p. 381, 21, 111 Sp.: toù^ ^iv tàp 
€i^ 'ATióXXujva Tiaiavag Kai uiropxrmara òvofidCoinev. Più tardi 
anche l'indole di esso vennesi alterando: attempi di Fratina 
incontriamo il primo grado deirinquinazione : il carme che di 
questo poeta riferiamo è un iporchema in onor di Dioniso: 
anche il fr, 15 bl. (= 23 b.) di Bacchilide proviene da un ipor- 
chema che celebrava non già Apollo, ma Atena di Itone ia 
Beozia. Pindaro ci mostra Tumanizzazione delle specie melica 
di cui stiamo trattando: il fr. 106 esalta Jerone Siracusano, 
il 107 descrive minutamente la costernazione di Tebe durante 
un'eclisse solare. 

Sembra che per gli stessi critici appartenenti all'antichità 
greca non sempre tosse la cosa più agevole il distinguere un 
iporchema da un peana: ciò appare almeno dall'insistenza che 
Plutarco, De mt4S., e. 9, mette nell' affermare che il peana e 
l'iporchema sono due componimenti diversi, e da quest'altro 
fatto, che Plutarco medesimo confessa come soltanto dal ritmo 
e' potesse distinguere l'uno dall'altro i due generi. E per vero 
il contenuto delie due forme, dal momento che entrambe eb- 
bero per oggetto, per lo meno in epoca non tanto recente, la 
esaltazione della stessa divinità, dovette presentare ben poche 
differenze e tutt'altro che essenziali; ma le modalità dell'ese- 
cuzione furono assai' disparate. La danza che, come vedemmo, 
non accompagnava sempre il peana, non potea mancare assolu- 
tamente aii'iporchema. Di più i caratteri della danza iporche- 
matica differirono assai dai caratteri di quella che occasional- 
mente andava unita all'esecuzione del peana. D'indole piuttosto 
gl'ave la seconda, avvicinavasi invece la prima al KÓpòaS della 
comedia (Ateneo, XIV, 630 E fi b' ÙTTopxTiMctTiKfi — sdì. 6p- 
Xr\oiq — Tq KUJ|iiKq oiKeioOTai, fiTiq KaXeitai KÓpòaE * Traifviu»- 
ò€i$ ò' elaiv àiicpòTepai): del KópòaH era però ben lungo dal- 
l'avere la licenziosità scurrile. Lo stesso Ateneo, che istituisce 
il paragone fra il KópòaE e la Ù7TopxniiciTiKf| òpxncJt^ (paragone 
giustissimo per il TraiTVioibei^), osserva altrove (XIV, 628 U-D) 
che la seconda era ia danza delle persone ben educate, e rife- 
risce la narrazione erodotea (VI, 129) dell'insuccesso che Ippo- 
elide Ateniese, andato a Sidone come aspirante alla mano della 
figlia del tiranno distene, riportò per a^er danzato 9opTiKai^. 
importantissime pel caso nostro sono le osservazioni che poscia 



INTRODUZIONE — IPORCHEMA 25 

Ateneo aggiunge: xal jàp èv òpxii(T€t xat iropeiqi xaXòv fyièv 
evOxwoavyfX] xai KÓajLU)^, ai(Txpòv òè àraHia kqì tò qpopTiKÓv. 
olà TouTO fàfì Ktti éE àpXTÌ? auvéiaTTov o\ iTOiiiTai Toiq èXeu- 
G^poi^ Tà^ òpxr|(J€i5 Kal éxpiwvTO toì^ axr\\ioiO\ ar\\i^\o\<; jlióvov 
TUJV (^ÒOMévu)v, TiipoGvT€^ alei tò eÙT€vè^ icai àvbpwbc^ èTr' 
aÙTUJV, 66€v Kttl ù 7t p X n M et T a xà ToiauTa TTpoaT^TÓpcuov. 
La danza iporchematica era infine ancora, ed anzi in ispecial 
modo, imitativa, cosa questa che appare evidente da piti d'un 
luogo de' greci scrittori, e, tra gli altri, dal passo d'Ateneo or 
ora addotto e dall'inno omerico ad Apollo Delio (vv. 160-164), 
il quale presenta una viva pittura degli iporchemi di Dolo, in 
cui le fanciulle che attendevano al servizio del dio imitavano^ 
senza dubbio raccontando e rappresentando i viaggi di Leto, 
con la voce e co' gesti il linguaggio e le abitudini de' diversi 
popoli visitati dalla dea. 

La danza iporchematica non venne sempre eseguita da tutti 
i componenti il coro: ciò accadde, secondo Luciano, JDe salt.y 30, 
ne' tempi più antichi: iidXat... ol auToi Kai ^òov xai djpxoGvTO* 
eÌT* èTreiòfi Kivoujuiévujv tò àaOjLia Tf|v i|)bf}v èxdpaTTev, àficivov 
lòoEev àXXou^ òirqiòeiv. A siffatta prima maniera si allude 
pure in Gramer, Anecd. Paris.^ I, 1920: óirópxim^^ ^' &v eXr\ 
^fiXXov TUJV JaTÙpuiv * èKeivoi fàp ^bovieq &\xa loxi òpxoGvTat. 
Ma nello stesso scritto, più sopra (16), Luciano dice: év Ar|Xt)i 
bé fé oubè ai Oucriai àvev òpxx\aewqj dXXà aùv TauTi^ xal 
^CTà jLiouaiKTJg èTiTVOVTO. Tiaibwv xopoì (JuvcXOóvTe^ ùir' aòXij) 
Kal KiBopqi ol ^èv èxóp€uov, uttwpxoOvto òè oi àpKTTOi irpo- 
Kpi0évT€^ èH auTu>v. TU ToOv Toì? xop^K Tpcwpó^eva toùtoi^ 
^aixaia UTTopxi^MaTa èKaXeiTO Kai é^7Té7TX^(JTO tójv toioùtujv 
f| Xupa. Stando ad Ateneo, 1, 15 1), questo secondo uicopxn- 
liiaTiKÒ^ Tpóirog fiorì ènl Zevobriliou Kai TTivòàpou. Egli me- 
desimo però lo riconosce nella Odissea, colà dove (6, 262 e sgg.) 
al canto di Demodoco giovani Feaci barmoveg òpxTiGMOio ven- 
gono intrecciando danze, ed ancora nella Iliade, in quello dei 
quadri dello scado achilleo che rappresenta (Z, 590-606) un 
coro di giovani e di fanciulle che ballano al suon della cetra 
toccata dEfcirdoibóg. Le indicazioni cronologiche di Luciano non 
sono pertanto da prendere alla lettera. 

Qualche differenza ancora tra l'iporchema ed il peana la si 
potrà rilevare paragonando ciò che notammo ne' cenni intorno 
al peana con quanto ora verremo esponendo. 

11 coro dell'iporchema poteva essere composto tanto di uomini 
quanto di &nciulli od anche di fanciulle o, infine, di persone 
d'ambo i sessi. 

L'accompagnamento musicale venne fatto ne' tempi più an- 



26 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

tìchi dalla cetra, più tardi invece di preferenza dal flauto e 
talora anche dai due strumenti riuniti. 

11 metro preferito dall' iporchema fu il eretico in un con le 
forme peoniche: ne abbiamo Tattestazione in Eeil, Anal. gramm., 
7, 21: 9iX€i òè tà ùiropxrmaTa xciiTip Tt^ ttoòi KaTa^€Tp€la6al, 
otov * Oóx Sbpa^ SpTOV oóò' àjiPoXdq ktX., e nel nome di « piede 
iporchematico > dato al peone quarto. 11 metro cretico-peonìco 
fu adoperato da Taleta, da Senodamo, da Bacchilide {frr. 15 
e *16 BL. = 23 e 31 b.), ed anche da Simonide (cfr. v. 2 del 
fr. 31 B.). Pindaro fece uso de' così detti logaedi. I solenni 
dattilo-epitriti non s'incontrano nell'iporchema, ed è facile com- 
prenderne il motivo. La divisione in triadi, se anche non ne 
tu del tutto esclusa, non vi si usò abitualmente, perchè riusciva 
d'impaccio per la mimesi. 

Con lo svolgersi del drama sembra qhe l'iporchema abbia ces- 
sato d'esistere come forma lirica indipendente. L'ultimo poeta 
di cui sappiamo che abbia composto iporchemi è Bacchilide. 
Nel drama satiresco l'iporchema fu più frequente forse che 
nella tragedia e nella comedia. Per la prima anzi ritiensi in 
generale dagli studiosi che non ve ne sia stato esempio fuori 
di Sofocle, sul che mi limito per ora ad esprimere un forte 
dubbio, sperando di poter, in altro mio lavoro, dimostrare che 
la cosa non fu precisamente a questo modo. 

Ql'iporchemi più famosi furono quelli di Simonide, il quale, 
al dir di Plutarco, vi superò se stesso, e quelli di Pindaro, che, 
per il gran pregio de' carmi o per le novità introdottevi, fu 
detto persino inventore di questa forma di poesia melica. 

§ 13. 
Encomio. 

Etimologicamente èTKuijiiQV altro non significa se non il canto 
del KuijLioq (èv KUJ^^l - cfr. Pind., Nem. 8, 50 èmKUijiiio^ fijiivo^), 
la qual parola indicava la rumorosa fine del banchetto accom- 
pagnata da frequenti libazioni, oppure la brigata stessa de' ban- 
chettanti, che, dopo il lauto pasto, irrompevano con chiassosa 
allegria nella strada e andavano a far la serenata all'amica di 
qualcuno de' loro o si accontentavano di accompagnare a casa 
qualche compagno di baldoria. In origine l'encomio potè essere 
il canto de' convitati in onor dell'ospite cui fosse toccato un 
felice evento (cfr. Aristof., Nuv., 1205 èir* cÓTuxlaicJiv (jiatéov 
|ioÙTKdj|iiov). 

Come il vocabolo ujivo^ in correlazione con la poesia lirica si 



INTRODUZIONE -* IPOaCUBMA, ENCOMIO 27 

adoperò da* Greci in due sensi, più ampio l'uno, più ristretto 
Taltro, cosi avvenne del vocabolo éTKuj|iiov. Nel significato più 
esteso encomio indicò un canto qualsiasi il quale celebrasse in 
alcun modo le lodi d'un uomo: encomio fu pertanto il contrario 
di inno in quanto questo designava un carme ove si esaltasse 
una divinità. Sifiiatta contrapposizione fra i due generi appare 
da più luoghi degli scrittori greci: noi ricorderemo natone, 
Eep.j p. 607A lifivoug 6eoi^ Kal éTKU)|iia toi^ dyaOoig, ed 
Et. Gud.^ p. 540 ò jLièv lijuivo^ éni GcoO Xéreiai, tò òè éTKUjmov 
elfi àv6pu)TTou. Nel signiticato più esteso T encomio raccolse 
adunque sotto di so le due forme dell' epinicio, il carme che 
gloritìcava i vincitori ai giuochi nazionali delle popolazioni el- 
leniche, e del treno, il panegirico poetico del defunto. Circo- 
scritto in ambito più limitatOy encomio designò invece un com- 
ponimento melico in onor di un personaggio vivente illustre 
per natali o per nobili azioni. Di encomii rivolti ad un nume 
non conosciamo che una sola menzione, la quale s'incontra nella 
•E9nMepì€ <ipX- del 1869, p. 347, n. 412, 1. 13 : quivi si ricorda 
un éTKU)|iiov eig 'AicóXXoJva (vedi Smyth, p. lxxvi, n. 2). 

Come l'encomio sia stato il frutto della umanizzazione del- 
l'inno, la quale così efficacemente fu preparata da Stesicoro, 
come gl'inizi di questa forma melica debbansi ricercare nella 
poesia d'ibico, e come essa forma abbia con iSimonide rag- 
giunto la perfezione, sono cose di cui discorriamo ampiamente 
ne' cenni premessi a' frammenti dei tre poeti : a que' cenni per- 
tanto rimandiamo. Di un vero encomio composto da Polimnasto 
in onor di Talete (probabilmente Taieta), encomio da cui sa- 
rebbero portate assai indietro le origini del genere poetico del 
quale stiamo trattando, non sembrami si possa indurre l'esi- 
stenza da Pausania, 1, 14, 4 GàXriTa ò' eivai ^x\(5\ Topruviov 
TToXù|yivaaTO$ KoXocpu)vio$, ini(\ AaK€bai|iovioig i^ aOiòv Troir|- 
0a^. Così pure non è da credere, come bene osserva anche lo 
Smyth (p. Lxxvmj, che l'uso del metro encomiologico da parte 
di Alceo (/r. 94 b.) e di Anacreonte (fr. 70 b.) implichi l'esi- 
stenza di un encomio monodico. 

intorno alle modalità dell'esecuzione dell'encomio non siamo 
troppo bene informati. Sembra non tosse indispensabile ch'esso 
venisse cantato ad un banchetto : ad ogni modo l'indole sua fu 
sempre assai più modesta che quella deli epinicio, ed affine piut- 
tosto a quella dello scolio. L' accompagnamento musicale era 
fatto dalla cetra o dal flauto od ancne da entrambi gli stru- 
menti insieme. Quali armonie vi fossero adoperate non ci è 
detto in modo esplicito: pare si preferissero la dorica sopra 
tutto, e poi la lidia. Quanto ai metri, gli avanzi che dell'en- 



28 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

comio a noi giunsero sono nel metro xaj évónXiov o nel Karà 

POKX€IOV. 

De* frammenti pervenutici di Simonide io reputo sia di en- 
comio il II, quello cioè in onore di Scopa. Il fr. I, ossia quello 
che celebra i caduti alle Termopili, fu da taluni ritenuto, ed 
io credo a ragione, piuttosto un treno. Del libro di encomi 
composto da Pindaro a noi rimangono i frr. 118 e 119 rivolti 
a Terone Agrigentino, ed i frr. 120 e 121 ad Alessandro di 
Macedonia, figlio d'Aminta. Il Bergk vorrebbe vedere un en- 
comio anche nel fr. 123 a Teosseno di Tenedo, ed il Fennell 
nella Nomea undecima. Degli altri poeti dell'età classica scris- 
sero encomi Diagora, Jone, Euripide (il suo carme in lode di 
Alcibiade è citato tanto come un encomio quanto come un epi- 
nicio), Timoteo. Neirepoca alessandrina Teocrito (17) tosse Te- 
logio di Tolemeo Filadelfo. 

§ 14. 

EPINICIO. 

Una trattazione minuta intorno all'epinicio non sarebbe op- 
portuna in questo libro, che di Pindaro e Bacchiiide, i mag- 
giori poeti di cotal genere, non tocca. Ci contontoremo adunque 
di esporre le cose più essenziali, presso a poco come facciamo 
per le altre forme meliche. 

L'epinicio venne composto specialmente per le vittorie ripor- 
tate nelle quattro grandi feste nazionali agonistiche de' Greci: 
non saranno pertanto qui fuori dì posto alcuni brevissimi cenni 
intorno e ad esse feste e alle gare che vi si solevano proporre. 

I quattro àriuve^ Upoi ellenici furono gli Olimpici, i Pitii, 
i Nemei, e gli Istmici. 

De' giuochi Olimpici fu mitico fondatore Eracle dopoché, 
nell'impresa contro Augea^ re dell'Elìde, ebbe ucciso dapprima 
i Molioni, Ctoato ed Eurìto, e poscia Augea stesso, e sì fu im- 
padronito delle molte sostanze dì luì (Pind., 01, X, vv. 24 e sgg.). 
Dal regno del mito passando a quello della storia, ricorderemo 
che i giuochi Olìmpici, in onore di Zeus, si celebrarono inin- 
terrottamente a cominciare dal 776 a. Cr. Essi avevano luogo 
ad intervalli dì quattro anni (ogni quinto anno, secondo la 
maniera d'esprimersi de' Greci) nel mese di Luglio-Agosto, nel 
plenilunio, e duravano (dopo il 472) cinque giorni. Le gare 
erano equestri e ginniche: il vincitore riceveva (a principiar 
dalla settima olimpiade) una corona di ulivo selvatico, aggiu- 
dicata dagli *EUayobÌKai. 



INTRODUZI0NÌ& — ENCOMIO, EPINICIO 29 

Anche pe' giuochi Pitii, in onore di Apollo, non manca la 
leggenda che attribuisce loro origine mitica: ne tocca Fansania 
(II, 32, 2), e secondo esso li avrebbe insti tuiti il Tidide Dio- 
mede. Riordinati nel 582 o nel 586, si celebrarono questi pure 
ogni quattro anni, nell'anno terzo di ciascuna Olimpiade, alla 
metà d'Agosto. Le gare erano musicali, equestri e ginniche: 
le prime tenevansi a Delfo, le altre nella vicina pianura di 
Crìssa. Era premio del vincitore una corona d'alloro, giudici 
gli Amfizioni. 

L'instituzione mitica dei giuochi Nemei, dedicati a Zeus, si 
ricongiunge coi Sette che marciarono contro Tebe. Riordinati 
nel 573 i giuochi Nemei si celebrarono ogni due anni, nei se- 
condo e nel quarto anno di ogni Olimpiade, e precisamente 
nel mese di Luglio al tempo del novilunio. Le gare durante il 
periodo classico furono in ispecial modo ginniche: anche la 
corsa colla quadriga però vi venne ammessa. Al vincitore da- 
vasi una corona di apio fresco: erano giudici que' di Cleona, 
ai quali sottentrarono piti tardi gli Argivi. 

Secondo una tradizione i giuochi istmici sarebbero stati insti- 
tuiti in onor di Melicerte-Palemone per comando delle Nereidi 
da Sisifo, signor di Corinto e fratello di Atamante, padre di 
Melicerte; secondo un'altra invece in onor di Posidone dal 
figliuol suo Teseo. Dal 580 celebraronsi regolarmente il secondo 
ed il quarto anno di tutte le Olimpiadi nel mese di Aprile. 
Le gare erano equestri e ginniche: il vincitore riportava una 
corona che fu da principio di foglie di pino e poscia, nell'età 
classica, di apio secco. Furono giudici in origine i capi della 
lega amfizionìca, più tardi i Corinzi. 

Oltre alle feste agonìstiche nazionali i Greci ne ebbero altre 
numerose locali: ricorderemo tra esse le Eree ad Argo, le Pa- 
natenee ad Atene, le lolee e le Eraclee a Tebe, le Pitie a 
Sicione, ecc. ecc. 

Le gare equestri, di cui già più volte toccammo, ebbero a con- 
sistere, nell'epoca classica, della corsa colla quadriga (dal 680) (1), 
di quella col carro da mule (solo dal 500 al 444), e di quella 
col celete (dal 648). 

Le gare ginniche, alle quali pure accennammo ripetutamente, 
si coaiposero della corsa, che era di quattro specie, e cioè stadio 
(dal 776 per uomini, dal 632 per fanciulli), diaulo o doppio 
stadio (dal 724, per uomini e per fanciulli), dolico ossia dodici 
volte lo stadio (dal 720), e corsa armata (dal 520); della lotta 
(per uomini dal 708, per fanciulli dal 632); del pugilato (per 



(1) Le date si riferuscono aU'iostituzione delle gare in Olimpia. 



30 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

uomini dal 688, per fanciulli dal 616); del Pancrazio (lotta e 
pugilato combinati, dal 648 e solo per uomini: a Nomea anche 
per fanciulli); del pentatlo, consistente de' cinque esercizi riu- 
niti del salto, della corsa, del getto del disco, di quello del 
giavellotto, e della lotta. 

L'agone musicale, che ricordammo solo a proposito de' giuochi 
Pitii, non si tenne, durante l'epoca classica, ne^li altri: consistè 
nel cantare coli' accompagnamento della cetra o del flauto 
oppure nel sonare l'uno o l'altro strumento. 

Dell'importanza attribuita dalle popolazioni elleniche alle 
vittorie agonali basterebbe a dare un'idea quel luogo di Cice- 
rone ove si dice che una vittoria olimpica agli occhi de' Greci 
era alcunché di più glorioso di quel che fosse il trionfo agli 
occhi dei Eomani {Pro Fiacco, 13). Gli onori concessi in patria 
a coloro cui la fortuna aveva arriso nelle gare erano veramente 
sommi: a Sparta il vincitore olimpico acquistava il diritto di 
stare accanto al re sul campo di battaglia : d'un altro ci narra 
Plutarco {Quest conviv,^ II, 5) che la città natia aprì una 
breccia nella mura per riceverlo, quasi a indicare che non avea 
bisosmo di mura per essere difesa quella città che produceva 
cotali eroi: altrove il vincitore agonale riceveva una conside- 
revole somma di danaro, o la sua immagine veniva riprodotta 
sulle monete: ovunque egli era tenuto dai concittadini nella 
più alta stima. 

L'onor più grande lo ricevea però senza dubbio il vincitore 
dal canto che ne celebrava il successo, canto il quale consa- 
cravalo all'immortalità. Commettevano l'epinicio al poeta o il 
vincitore stesso oppure i parenti o gli amici di lui. Esso ese- 
guivasi poscia in una occasione solenne, per lo più nella patria 
dell'eroe, e sul luogo stesso della vittoria solo quando chi 
l'avea riportata indugiavasi colà tanto tempo che fosse suffi- 
ciente al poeta per adempiere all'incarico ricevuto. Generalmente 
sul campo dell'agone, quando, venuta la sera, era proclamato 
dall'araldo il nome del vincitore e questi avviavasi fra i com- 
pagni festanti ad un tempio a render grazie agli dei, cantavasi 
un'odicina improvvisata lì per lì dal poeta (cfr. Pind-, Oh 11, 
Pit 7; Bacch., 4), oppure il TifjveXXa KaXXiviJce (1) di Ar- 
chiloco, che anzi aa principio fu il solo componimento poetico 
che celebrasse la vittoria agonistica. 



(1) TfivcXXa KaXXCviKe. 

Xa!p' dvaE *HpdKX€€(;, 
aÙTÓ<; T€ Kal MóXaoc alxMHT* ^^o. 



INTRODUZIONE — EPINICIO 31 

L'esecuzione del vero epinicio avveniva o quando il vincitore 
entrava solennemente su di un carro in patria, accompa^ato 
da' parenti e dagli amici anch'essi sopra carri od a cavallo, ed 
avviavasi al tempio del nume protettore della città o di quello 
adorato in partìcolar modo dalla sua famiglia, per consacrarvi 
la propria corona (cfr. 01. 14 e Nem. 2), oppure, e ciò accadeva 
piti spesso, ad un sontuoso banchetto, sìa che il coro si arre- 
stasse alle porte della dimora (cfr. Nem. 1, v. 19 Jarav b* érr' 
auXeiai^ Gupai^, Istm. 8 (7), 3 trapà TtpóGupov), sia che can- 
tasse attorno alla tavola del convito {01.1, 17 à|Liq)l... tpàireCav). 
Talora il teatro della esecuzione era il Pritaneo oppure una 
pubblica piazza. Quando il vincitore era un personaggio assai 
ricco od un re, facevasi talvolta comporre anche più d'un epi- 
nicio per un medesimo successo: i vari epinici erano eseguiti 
in tempi e luoghi differenti. Il coro era spesso formato di amici 
di concittadini del vincitore che offrivano volontariamente 
l'opera loro: il più delle volte dirigevalo il poeta, che talora 
però afBdava la sua ode ad un abile maestro di cori. 

Due parole ora sulla materia dell'epinicio. La vastità di essa 
era pari all'importanza che i Greci attribuivano alle vittorie 
agonistiche. Per comprendere come ciò potesse accadere occorre 
notare che il poeta faceva oggetto del suo canto non solo la 
vittoria della quale dovea trattar di proposito, ma, per rispetto 
alla persona del vincitore, anche i successi riportati anterior- 
mente da lui da altri della sua stirpe. Essendo poi la vit- 
toria agonistica dell'individuo anche un avvenimento glorioso 
per la città che gli aveva dato i natali, il campo dell'ode al- 
largavasi sì da comprendere pure la glorificazione di questa. 
Ma il teatro de' giuochi era Olimpia, o Delfo, o Nomea, o 
l'Istmo, era cioè una delle località più illustrate dalle nume- 
rose leggende riferentisi a' principali dei ed eroi ellenici : ecco 
un'altra sorgente pressoché inesauribile di poesia. La felice 
riuscita in una delle gare dovea considerarsi come una prova 
di speciale favore di Zeus o di Posidone o di Apollo: era quindi 
necessario render grazie a' numi della loro benigna protezione. 
Ancora: la gloria, quanto più grande, tanto più facilmente 
avrebbe potuto forse far insuperbire colui al quale era toccata: 
accanto all'elogio dovea pertanto trovar posto il consiglio, e 
questo ebbe invero parte non piccola nell'epinicio: si ricordi 
che l'età dei lirici è nel medesimo tempo quella de' gnomici. 
In rapporto con quanto dicemmo riguardo al vincitore ed alla 
città sua, rammenteremo ancora che poteva succedere che la 
celebrazione della vittoria agonistica coincidesse con qualche 
altra occorrenza festosa o per l'uno o per l'altra, oppure con 



32 ANTOLOGIA DELLA MBLICA GRECA 

r anniversario dì essa vittoria: in ciò eziandio stava una 
fonte a cui attingeva il poeta. Si pensi infine che qualunque 
mito, il quale avesse in alcun modo relazione con qualsiasi 
delle accennate sorgenti dì poesia, potea venire inserito nell'e- 
pinicio; si tenga conto ancora dell'espressione de' sentimenti 
del poeta, e si vedrà che l'affermazione da noi fatta poc'anzi 
circa la vastità, della materia dell'ode trionfale non è punto 
esagerata. 

Quale era la disposizione generale della materia? Ridotta 
alla forma più semplice cotal disposizione presentava questo 
schema: l'attualità, in principio ed in fine, il mito nel mezzo. 
Naturalmente la parola attualità debb'essere qui intesa in si- 
gnificato alquanto più ampio di quel che indichi proprio la 
lettera: d'altra parte ciò appar chiaro da quanto pur ora siam 
venuti esponendo. Sono rari assai gli epinici che abbiano il 
mito in fine o, caso più eccezionale ancora, in principio. Lo 
schema semplicissimo, che enunziammo, poteva complicarsi in 
vario modo: a mo' d'esemplificazione noi ricorderemo due forme 
più complesse, quella cioè in cui l'attualità del principio si 
spezzasse in due parti per venire a comprendere fra l'una e 
l'altra un mito secondario, e quella che si avea invece quando 
era il mito a scindersi per lasciar posto ad un terzo gruppo 
d'attualità. 

Passando a considerare i metri dell'ode trionfale, ricorderemo 
che di quelle giunte a noi la maggior parte sono in dattilo- 
epitriti (KaT* évónXicv eibog); numerose abbastanza sono pure 
quelle in logaedi (Kaxà paKxeiov elòo^; ^^^^ invece quelle in 
metro peonico. I versi sono il più delle volte distribuiti in triadi, 
fra le quali non pochi sono i casi d' enjambement: non man- 
cano tuttavia esempi della distribuzione monostrofica (cfr. Pind., 
01 14, Pit 6, 12, Nem. 2, 4, 9, Ist. 8 (7); Bacch., 4, 6). 

L'accompagnamento musicale dell'epinicio si fece tanto con la 
cetra quanto col flauto, quanto infine co' due strumenti riuniti : 
le armonie adoperate furono la dorica, l'eolica, la lidia. 

L'epinicio ebbe una vita assai breve: nato con Simonide, non 
ne troviamo già più traccia dopo il 420 a. Or., al quale anno 
si riferisce l'epinicio (encomio?) di Euripide per Alcibiade : nel 
volger di un secolo ebbe tuttavia la fortuna d'incontrare tre poeti 
che lo resero più glorioso di tutte le altre forme di melica corale. 



INTRODUZIONE — XPINIGIO, SCOLIO 33 

§ 15. 

Scolio. 

n vocabolo (TKÓXtov si rìconnette coll'aggettìvo (TkoXió^, col 
quale è nella stessa relazione dì iLxpog con d)X9à^> Perchè i 
canti convivali siano stati appellati (XKÓXia gli antichi ed i mo- 
derni critici spiegano in parecchie maniere. Tra gli antichi 
Dicearco (vedi scoi. Fiat., Gorgia, 451 E) intese che la deno- 
minazione di aKÓXiov fosse provenuta al carme dal venir esso 
cantato non già da tutti i banchettanti insieme, né da ciascuno 
di loro Tun dopo Taltro, ma soltanto dai (ruveroi, stando questi 
nel posto che ognuno occupava al convito. Àristosseno» scolaro 
d'Aristotele come Dicearco, diede una spiegazione (cfr. scoi. 
Piai, ibid.) molto afBne alla precedente, riconducendo Tori- 
gìne di (TKÓXtov alla disposizione delle KXivai attorno ad una 
tavola ne' banchetti nuziali. In entrambi i casi aKoXid era la 
linea condotta fra tutti i dicitori di aKÓXia. Altri invece rife- 
riscono r idea di « non diritto » alla melodia (Eustazio ; scoi. 
Aristof., jRane, 1302); altri ancora presero aKoXió^ non nel 
senso di « non diritto », ma in quello di « difBcile », e pen- 
sarono alla difBcoltà del canto (Plutarco; scoi. Aristof., Vespe, 
1222; Esichio); vi fu persino chi escogitò che i commensali, 
al momento di dire gli scolii, per le troppo abbondanti liba- 
zioni trovassero difficile ciò che era invece della massima sem- 
plicità (Orione, Proclo). 

Alle poco soddisfacenti interpretazioni degli antichi tennero 
dietro con esito ad un di presso uguale quelle de' moderni, 
che sovente altro non sono se non le prime presentate sotto un 
aspetto alquanto diverso. Così la spiegazione dell'Engelbrecht, 
che ha per base fondamentale la (TkoXiótii^ della melodia; così 
quella del Hanssen, la quale, congiungendo (TkóXiov con ck^Xo^, 
ammette che aKÓXiov porti seco la idea di moto, per ritornare 
all'ipotesi di Dicearco della linea a zig-zag fra i dicitori degli 
scolii. 0. MuUer pensò che giustificassero il nome le licenze e 
le irregolarità permesse nella improvvisazione. Di altre conget- 
tare più meno felici non diciamo per non andar troppo per 
le lunghe. Noi ci accontenteremo di rilevare che la parola al- 
lude senza dubbio ad una opposizione con òpOóq ocon eòBùg: 
determinare con certezza l'oggetto cui essa opposizione doveasi 
riferire non sembra più possibile. Tuttavia se tra le accennate 
ipotesi si avesse a scegliere, quella del MùUer sarebbe da pre- 
ferire come la più verisimile. 

^AOOOHK, Antologia della melica greca. 8 



34 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

La parola ctkóXigv non indicò un solo e ben determinato ge- 
nere di carmi. Sulla testimonianza di Dicearco e di Artemone 
(presso Ateneo, XV, 694 A- B), che a Dicearco probabilmente 
attinse, possiamo affermare che tre specie di scolii vi furono, 
fiorenti tutte nel sec. quinto a. Cr., e cioè quelli cantati dai 
banchettanti in coro, quelli cantati da uno solo di essi, quelli 
infine cantati dai auveroi. 

Gli scolii della prima specie altro non furono se non i peani 
simpotici, de' quali già altrove abbiamo discorso. 

Quello de' convitati che accingevasi a cantare uno scolio 
della seconda specie prendeva in mano un ramoscello di mirto 
d'alloro che, finito il canto, passava ad altro banchettante. 
Secondo Plutarco il ramoscello trasmettevasi nell'ordine se- 
guente: il primo cantore della prima kXìvii lo passava al primo 
della seconda, questi al primo della terza, e così via, mentre 
il secondo cantore della prima kXivii lo consegnava al secondo 
della seconda, questi al secondo della terza, e via di seguito. 
La spiegazione di (TKÓXtov data da Arìstosseno invece presup- 
pone che nel trasmettere il ramo non vi fosse alcun salto. 
Nella scena rappresentata in Aristofane, Vespe, 1217 e sgg. 
il primo cantore ha la facoltà di designare chi vuole a con- 
tinuar lo scolio. Quello de' convitati che dava principio al cantar 
degli scolii poteva cantare una strofe intera oppure un solo 
verso: colui che dovea continuare non avea però l'obbligo di 
attenersi strettissimamente al metro od al tema del prede- 
cessore. 

Gli scolii della terza specie, che soli furono da Dicearco ri- 
tenuti veri scolii, si distinsero da quelli della precedente se- 
conda categoria per un valor letterario assai maggiore. A questa 
terza classe dovettero appartenere in ispecial modo gli scolii 
della lirica dorica. 

Non era necessario che il cantore di scolii improvvisasse 
sempre: spesse volte invece i versi non erano suoi, ma e' li 
toglieva da componimenti di poeti lirici assai famosi: egli dimo- 
strava con ciò, come diremmo noi, la sua conoscenza de' clas- 
sici. Naturalmente si avea cura che i versi trascelti fossero 
adatti, pel contenuto, alla circostanza. Più tardi alla conoscenza 
de' lirici si preferì dimostrare per cotal modo quella de' tra- 
gici e poi anche de' comici: Eschilo fu il favorito della gene- 
razione de' Mapa6u)vo|iàxai, Euripide il beniamino delle gene- 
razioni posteriori, che crebbero imbevute degli insegnamenti 
della sofistica. 

Due parole ora intorno agli scolii attici, parecchi de' quali 
riferiamo verso la fine del libro. Frutto senza dubbio d'improv- 



INTRODUZIONE SCOLIO, CARBfE EROTICO 35 

vìsazìone, sono ben lungo dal presentare ì caratteri d'elabora- 
zione degli scolii d'Alceo, di Pindaro, di Timocreonte, e non 
fuor di proposito furono da taluno raccostati a' canti popolari. 
In una forma semplice assai, della quale tocchiamo altrove, 
essi amplificano qualche ben nota sentenza, o riproducono il 
pensiero di qualche famoso componimento poetico, o ritraggono 
una scena di una storia che ha acquistato grande popolarità. 
I numeri 2, 3, 4, 5 rassomigliano a brevi inni. 

Non sarà qui fuor di proposito l'osservare che non tutte le 
poesie cantate ad un banchetto furono comprese nelle tre classi 
di (TKÓXia di cui abbiamo discorso: altri carmi vi poteano es- 
sere cantati, che non aveano uno scopo simpotico, carmi d'in- 
46ìe guerresca, politica, erotica : era questa una delle maniere 
di pubblicare una poesia. Una gran parte dei versi d'Alceo 
vennero cantati in conviti. 

I metri adoperati negli scolii furono di preferenza i così detti 
logaedi (Kaià PaKxetov elbo^): Pindaro fece uso de' dattilo-epi- 
triti (Kax èvónXicv elboq\ e così pure Bacchilide nel fr, *20bl. 
(*27 B.), mentre il *21 (*28) è in trochei (1). Fino a Pindaro 
ed a Timocreonte gli scolii furono monodici : anche quelli di 
Bacchilide non sono classificati dai più tra i corali. 

L'accompagnamento musicale si fece tanto colla lira quanto 
col flauto: l'uso del secondo strumento è provato da un luogo 
di Gratino (236) : KXcixaTÓpa^ $b€iv, Srav 'Ab|LiifÌTOu }ié\o<; aùXyj. 

Delle armonie adoperate non sappiamo gran cosa: la jonia 
si menziona in Ateneo, XIY, 625 C, e sarebbe stata introdotta 
da Pitermo di Teo: <t>aa\ bk TTuGepiiiov tòv Tniov èv tCD r^vei 
Tfi^ àpiiiovia^ aòxCp tgutiij {seti, èv tiD rfl^ 'lacTiì àpjLiovia^ 
fév€i) TTOificyai OKaià (leggi (JKoXià) jiéXn, kqì bxà tò elvai tòv 
7roiT)Tf|v liJuviKÒv MadTÌ KXriefivai Tf|V àpiiioviav. 

§ 16. 
Carme erotico. 

Nella significazione più ampia l'èpuiTiKÓv, riunendo sotto di 
sé tutte le forme di poesia amorosa, comprende eziandio l'imeneo 
e l'epitalamio; in un scuso più ristretto esso è uno speciale 



(1) Qaesti dae frammenti sono dal Bergk raccolti sotto il titolo di 
irapoivta. TTapofviov sembra adoperato come equivalente di okóXiov dallo 
scoliaste d'Aristofane al v. 1232 delle « Vespe » (cfr. scoi, al verso pre' 
cedente), ma Proclo, p. 246 W., spiega: Tò bè, jkoXiòv jiiéXo^ flb€TO napà 
Toù^ irÓTOU»; ' h\ò kolì nopoCviov aùxò eoe* 6t€ KaXoOaiv, dalle quali pa- 
role pare piuttosto che trapo(viov fosse il genere, okóXiov una specie. 



36 ANTOLOGIA DVLLA METRICA ORKCA 

funere poetico che TwatKAv Kal Trafttuv koì trapO^vuiv èpui- 
TiKà^ $Ò€i TrcpMJTdaci? (Proclo, p. 246 W.) ; deir^purriKÓv in- 
teso nel secondo significato diremo breyemente. 

La classificazione di Proclo mette rèpumKÓv fra quei generi 
di melica che si rivolgono agli nomini : errerebbe però di gran 
Innga chi credesse che al carme erotico l'elemento divino fosse 
del tutto estraneo. Il poeta la cui anima era conquisa da una 
infelice passione dovea sovente rivolgere una preghiera alla dea 
degli amori perchè ella gli krgisse benigna la sua efficace as- 
sistenza: una delle più splendide odi che la melica greca abbia 
prodotto, la prima di Saffo, non è appunto altro se non un'ap- 
passionata invocazione ad Afrodite. 

Data l'indole delle popolazioni elleniche assai proclivi all'a- 
more ed al canto, si comprende come la poesia erotica dovesse 
presso di loro essere molto fiorente. Alcmano fu detto l'inven- 
tore del canto erotico, ma prima del sorgere della melica i 
sentimenti amorosi de' Greci aveano già trovato bella veste 
poetica nell'elegia, ne' giambi e ne' trochei. 

De' poeti melici del canone alessandrino quasi tutti dedica- 
rono agli épujTiKa non piccola parte dell' opera loro. Alcmano 
sembra abbia composto di cotali carmi uno de' sei libri in coi 
l'intera sua produzione poetica fu distribuita. Ne' partenii egli 
potè introdurre, come appare del resto anche dall'unico esempio 
a noi giunto, elogi a questa o a quella delle fanciulle compo- 
nenti il coro: è però assolutamente erronea l'interpretazione che 
spiega il iTap6€V€Tov come un canto indirizzato a fanciulle e 
non come un canto destinato ad essere da fanciulle eseguito: 
il partenio non fa un carme erotico. 

La poesia d'Alceo è, in parte considerevole, amorosa. In luì 
troviamo la prima menzione di Traibe^, ai quali, come ad ognuno 
è noto, più che alle donne fu rivolta la poesia erotica dei Greci. 
Di un Mévu)v si parla nel /r. *46 b. KéXoinaf riva tòv xapCevra 
Mévuuva KàXecrcJai, | al XP^ (Tu|LiTro(y(a^ èrr' òvacTiv ?|ioi T€T^- 
vìiaGai, di un Aùko^ nel fr. 58 OuKér' ?tw Aukov | èv MoicJai^ 
dX^TU). Il carattere della poesia di Saffo è esclusivamente amo- 
roso: quello de' carmi d'Anacreonte è amoroso e satirico ad un 
tempo. La maniera d'Anacreonte fu con qualche ragione da 
taluno raccostata a quella d'Archiloco. 

Stesicoro non scrisse, per quanto noi sappiamo, vere poesie 
erotiche, ma in alcuni de' suoi inni epicolirìci , ad esempio 
nella Eupiftireia e nella *EXéva, introdusse racconti di amorose 
vicende. Null'altro che storie d'amore furono altri carmi di lui, 
come la 'Pabivd e la KaXÙKa. 

Ibico fu in particolar modo noto pe' suoi componimenti ero- 






INTRODUZIONB -*> GARUB BROTIGO, IBIBNBO, XPITALAMIO 37 

tici ne' quali egli, come altrove notiamo, unì le opposte ten- 
denze della poesia dorica e della eolica. A' suoi iraibiKoi d^voi 
probabilmente allude Pindaro là dove, sul principio deiristmia 
seconda, dice: 01 ^èv rrdXai, (b GpoaùpouXe, (pa>T€^, o'i XP^* 
aafiTTUKUiv I éq òiqppov MotaSv 2^alvov kXut^ (póp^iTT^ <^uv- 
avTÓ^€vo(, I f^i\X(pa iraibeiou^ éróEeuov peXiTàpua^ u^vou^,| 
6cn<; éu)v KaXò^ cTxev *Aq>pobÌTO^ | eOOpóvou |xvaaT€tpav 
àbiaTav òiriupav. 

Delle poesie amorose di Bacchilide possiam dire, basandoci 
sui tre frammenti che ce ne rimangono, che trattavano del- 
l'amor de' fanciulli (fr, *18 bl. = *25 b.) e di quello delle 
etere {frr.ll e *19 del Blass = 24 e *26 del Bergk). 

Nel periodo attico fiorì una falange di poeti erotici licen- 
ziosi e lascivi, di nessuno de' quali sopravvissero le opere: i 
nomi li conosciamo in generale ds^li attacchi fatti loro dai co* 
mici. Bicorderemo alla sfuggita Gnesippo, il iraiTviaTPiiqpo^, 
figlio di Cleomaco; Oleomene di Reggio, forse contemporaneo 
di Filosseno; Lamintio di Mileto; Battalo di Efeso. 

1 carmi erotici, scritti tanto da poeti eolici quanto da dorici, 
presentarono la più grande varietà di metri, e furono ora mo- 
nodici ora corali. Per l'accompagnamento musicale servirono e 
la cetra e il flauto: le armonie preferite, quantunque talvolta 
si facesse uso anche della dorica, furono la eolica e la lidia. 



§ 17. 

Imeneo, Epitalamio. 

Quando presso gli antichi Qreci si celebrava uno sposalizio, 
carmi nuziali erano cantati da un coro in tre momenti della 
cerimonia, e cioè al banchetto che avea luogo il più delle volte 
in casa della sposa dopo che il padre di lei avea offerto i sa- 
crifizi d'uso alle divinità protettrici del matrimonio, durante 
l'accompagnamento della sposa dalla casa paterna a quella 
dello sposo, ed infine sulla porta del talamo. La parola upé- 
vaio^ venne adoperata come termine generico per indicare tutti 
e tre i canti e come termine speciale per i primi due, mentre 
l'ultinio ebbe il nome particolare di éiTi9aXà|Liiov (Proclo, 
pp. 246-247 W. Kal rà èni6aXdfyiia bè toI^ fipri OaXa^€uo|Liévoi^ 
S^a ol f)t6coi Kal al TrapOévot iiA tuiv OaXdjLiuiv ^bov). 

Dell'imeneo nel senso più ristretto del vocabolo, ossia delle 
due prime specie di carmi nuziali, sappiamo ben poca cosa. 
Del eanto eseguito al banchetto non conosciamo anzi quasi nulla, 
perchè non ci apprende gran che d'importante il passo di Più- 



38 ANTOLOGIA DELLA MELICA GREGA 

laico che vi si riterisce [(^uest conv.^ iV, 8, 2): n òè TaMrjXio^ 
TpàireCa KaxriTopov Éx^i tòv ùjiiévaiov jiéTa poilivra, e niente 
affatto poi il fr. XV d'Alcmano, il quale assai probabilmente 
descrìve un banchetto di nozze. 

Deirimeneo processionale alcunché di più ci è noto dalla fa- 
mosa descrizione omerica (Z, 491 e sgg.) che ognuno ricorda: 
èv TQ ^év ^a Tct^iot T* Éaav ciKanivai xe, | vùjicpa? ò* ék Ba- 
Xà|iU)V batòu)v UTTO Xa|i7ro|Li€vàu)v | i^T^veov àvà diaru, TroXù^ 
ò' ó)i€vaiog òpubpeiv, | KoOpoi ò' òpxTlcTTfìpe^ èòiveov, èv ò' fipa 
ToTaiv I aùXoì q)óp|iiTTè? te pofiv éxov • ai òè TuvaiKC^ | \(Siàr 
fi€vai 6a\jfiaZ[ov ém irpoOupoiaiv éKà(TTr), e dalla imitazione 
che di essa s'incontra in Esiodo, ScìAdo d' Eracle ^ 272 e sgg. 
Toì ò' àvòpe^ èv àTXdìai? re xopoi^ te | répipiv èxov • Toi ^èv 
Tàp èuacJuJTpou èli* àTirivri^ | fJTovT' àvbpl TwvaiKa, ttcXCi^ b* 
òjLièvato^ òpujper | Tf^Xe b' air' ai6ofiévu)v baibuiv aèXa^ eiXù- 
qpaZle | x^pcJiv évi b|iu)u)V rai b* dTXaiij TeBaXuiai | 7Tpóa6* 
Ikiov * T^cTiv bè xopoi TraiZ[ovTe^ Sttovto. Da questi due luoghi 
si ricava che Uno dai tempi omerici accompagnavano l'imeneo 
processionale danze al suono tanto della cetra quanto del flauto. 

L'imeneo trasse il suo nome dal ritornello, che non dovette 
mancare in nessuna delle tre forme di canti nuziali. Dagli 
esempi che di cotal ritornello a noi sono giunti si vede ch'esso 
era composto de' nomi Tfir)v ed TjiiévaiGg variamente disposti 
e ripetuti, e coll'epiteto di divaS talvolta unito al secondo: noi 
incontriamo Tpf|v 'Yjiévai' ui in Aristof., Pacej 1332, T|Lif|v 
iD Tjiévai' iB in Vcc, 1743, T^if|v iS Tjuièvai* àvag in Eur., 
Tro., 314, Tjuifiv ifi Tfièvai' T|ir|v ihid., 331, T|if|v T^f|v 
nel fr. 781, v. 14 (dove però è probabile si tratti non di un 
imeneo, ma di un'ode ad Afrodite), Tjuifiv ili TjLiévaie in Teo- 
crito, 18, 58. 

Intorno all'epitalamio abbiamo qualche più precisa notizia 
che per l'imeneo grazie ai frammenti di Saffo, al carme 62 di 
Catullo, e ad alcun'altra fonte. Corale anch'esso come le due 
forme dell'imeneo, fu cantato sovente da un coro composto di 
sole fanciulle (cfr. Pind., Pit 3, 17 e sgg. TrajLicpiwvwv laxàv 
ù^evaiu)v, &Xik€^ | ola TiapOèvoi q)iXèoiaiv éraipai | éaTrepiai^ 
ÙTT0K0Upi^ea6* àoibaig, Esch., Prom,, 556 e sgg. ót*^ à^q)i 
XouTpà I Kai Xéxo^ aòv ujievaiouv | iÓTaxi tÓ|ìu)v, òt6 tàv òfio- 
TTàrpiov 2bvoiq I (ÌTCtT€? 'Haióvav TieiGwv bd^apra KoivóXeKTpov 
— è il coro delle Oceanine che parla — , ecc.); talvolta invece 
il coro era costituito in parte di fanciulle e in parte di gio- 
vani amici dello sposo, ed allora, nei versi che quelle e questi 
a vicenda cantavano accompagnandoli con danze, mentre le 
prime, dopo le lodi della bellezza della sposa, facevan dello 



INTRODUZIONB — IMENEO, EPITALAMIO 39 

sposo la mira a' loro motteggi ed a rimproveri per avere strap- 
pato una fanciulla dal fianco della madre, i secondi invece lo 
felicitavano della fortuna che gli era toccata, e si permettevano 
spesso all'indirizzo de' novelli coniugi allusioni non del tutto 
irreprensibili. Da un paio di frammenti di Saffo (/r. 96 'AiTidp- 
Gevo? lacTOfiai e fr. 102 *Hp' fri irapGevia^ èTripdXXofjiar,) 
sembra che anche la vu^(pr] prendesse parte qualche volta alla 
esecuzione dell'epitalamio, il quale dovette allora essere un 
carme amebeo fra la sposa e il coro. In un altro frammento 
della poetessa (109 TTapGevia, napGevia, ttoi jie Xiitoio* àTroixq;| 
— OÙK^Ti T^Eu) irpò^ a^, ouKéTi f]Hu)) incontriamo un dialogo 
tra la vOjiqpri e la TiapGevia, che, una volta fuggita da lei, non 
tornerà più. Forse in questa forma d'epitalamio al coro non 
spettava altro ufficio se non quello di ripetere, a certi inter- 
valli^ il ritornello. In tale ipotesi potrebbe essere la via di con- 
ciliare il comune modo di vedere de' filologi, i quali ritengono 
corali gli epitalami di Saffo, e l'opinione di chi, come il Flach 
(p. 507), scorge in ciò un errore grossolano. 

Il vero epitalamio veniva cantato alla sera. Una specie di 
carme nuziale affine ad esso fu il canto del risveglio (òterep- 
TiKÒv od òpGpiov) eseguito al mattino successivo da un coro di 
garzoni e di fanciulle o di fanciulle sole. Vi allude Eschilo in 
un frammento (43): K&TT€iTa ò' elai XafiTrpòv f)Xiou (pào^, | £uj^ 

èreipU) TTpeU|i€V€l^ TOÙ^ VUjiCpiOUq I ...aÙV KÓpOl^ T€ KOI KÓpttl^. 

Cfr. anche Teocrito, 18, 56 e sg. 

L'elemento mitologico spesso adornò i canti nuziali. Le nozze 
mitologiche di cui i poeti trattarono a preferenza furono quelle 
di Feleo e Tetide, di Cadmo ed Armonia, di Menelao ed Elena: 
dello sposalizio di Zeus e di Hera si tratta nell'imeneo di 
TTetaGéTaipog e di BaaiXeia alla fine degli « Uccelli ». 

Come anche l'epitalamio, alla stessa guisa dell'imeneo, fosse 
accompagnato dalla danza, abbiam già ricordato dianzi : i metri 
che vi si adoperarono furono, per quanto ne possiamo giudicare 
di sugli avanzi che di questo genere di melica possediamo, 
oltre all'esametro, in ispecial modo brevi versi xarà PaKxeTov 
elòo^. L'accompagnamento musicale venne fatto sia dalla cetra 
sia dal flauto: l'armonia preferita fu la lidia (Saffo, pare, fece 
uso anche della eolica e della missolidia). 

L'imeneo e l'epitalamio furono coltivati solo dagli Eoli e dai 
Dori. Fra gli ultimi ebbe la più bella fama come poeta di 
carmi nuziali Alcmano, tra i primi Saffo, che in cotal genere 
venne dagli antichi ammirata come inarrivabile. L'ode decima- 
nona di Bacchilide è, secondo ogni probabilità, un imeneo in 
onor delle nozze di Ida e di Marpessa, ma ce ne sono rimasti 



40 ÀNtOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

avanzi troppo scarsi per poter portare un contributo di qualche 
valore alla nostra conoscenza di questa forma melica. Di canti 
nuziali ^eci interi noi non possediamo che i due imenei (epi- 
talamii?) che si trovano rispettivamente alla fine degli « Uc- 
celli » e della « Pace ». Veggasi anche Eur., Tro.^ 308 e sgg. 

8 18, 
Treno, Epicedio. 

Come abbiamo fatto a proposito dei carmi nuziali, così pure 
per quelli funebri incominceremo col ricordare quali fossero le 
occasioni in cui venivano cantati. La prima di tali occasioni 
ricorreva il giorno susseguente a quello della morte dell'indi- 
viduo, il giorno cioè della esposizione (npóGem^) del cadavere 
nel vestibolo: i parenti, gli amici, le donne della &miglìa^ le 
ancelle della casa, tutti riuniti attorno al defunto facevano udire 
il canto di lamento : in epoca relativamente tarda alle persone 
accennate si unirono o sostituirono piagnoni dell'uno e dell'altro 
sesso. Il canto funebre si ripeteva durante TéKcpopà e poi anche 
quando ne' giorni sacri al culto del trapassato (il terzo ed il 
nono dopo la morte) gli si facevano offerte, ed ancora al ban- 
chetto che allestì vasi dopo la purificazione della casa ch'egli .avea 
abitato. In Atene altre offerte al defunto ed un altro banchetto 
funebre aveano luogo il trentesimo dì dalla morte: anche questa 
poteva essere una circostanza adatta alla ripetizione del canto 
di lamento, ripetizione la quale avveniva infine pure nella ri- 
correnza del doloroso anniversario. 

Abbiamo visto che nella classificazione di Proclo si distin- 
guono due specie di carmi funebri, il treno e l'epicedio: la 
definizione procliana dell'epicedio è andata perduta : quella dei 
treno c'insegna che òiaqpépei ... toO èiriKiiòciou 6 Opfìvo^, fin tò 
jièv èiriKiibciov Tiap' aùTÒ tò khòo^, èri tou aoifiaio^ irpoKCi- 
^évou, Xérexai, 6 bi Gpfivo^ ou TTcptxpdcpeTai xpóviu. Tale di- 
stinzione fra il treno e l'epicedio, adottata anche in Et. M,j 
454, 50, Et. Gud., 200, 30, Servio a Virgilio, Ed 5, 14, ecc., 
non fu seguita da Aristocle di Rodi, grammatico dell'ultima 
parte del sec. primo a. Cr., che considerò tanto l'una quanto l'altra 
forma come non vincolata da alcun limite riguardo al tempo 
dell'esecuzione. Il significato del vocabolo epicedio si andò poscia 
evolvendo per modo da giungere ad essere presso a poco equi- 
valente a quello di epigramma (Plutarco). Altre parole s'incon- 
trano talvolta ad indicare un canto funebre, ad esempio òbupjióc, 
oTkto^, ma non son nomi tecnici di forme speciali, sibbene sono 



INTRODUZIONB «- TRENO, BPIGBDIO 41 

da considerare quali denomìnaiioni alludenti al carattere pre* 
dominante del treno o dell'epicedio: riàX€^o^ (od ì/jXcmon^, da 
io od ii^) fa invece ana specie di lamento improvvisato dì ori- 
gine onentale: più tardi iàXcfioc si adoperò anche come equiva- 
lente di 9pfìvo<s. 

Prima ciie si svolgesse il canto funebre melico ne tenne le « 
veci l'elegia, la quale continuò del resto a fiorire pure contem- 
poraneamente ad esso : il carattere de' due generi fu però al- 
quanto diverso: l'elegia non fu cantata a' funerali e, pur non 
escludendo l'elemento laudativo per il defunto, non ne fece la 
sua parte essenziale, mentre il treno e l'epicedio e vennero 
cantati alle cerimonie funebri e consistettero in generale in un 
encomio, spesso esagerato, del defunto. 

11 canto funebre ebbe origine popolare come l'imeneo. Nella 
sua forma popolare fu amebeo : il lamento degli uomini prece- 
deva, quello delle donne seguiva : il coro intero poi diceva il 
ritornello. Talora non mancavano degli a scio: veggasi la de- 
scrizione omerica de' lamenti sul cadavere di Ettore (Q, 720-776). 
11 Komióc della tragedia ritrae della struttura del canto funebre 
popolare. 

Nella forma artistica il treno e l'epicedio furono invece inte- 
ramente corali. L'elemento mitologico vi ebbe una parte consi- 
derevole: il racconto delle sventure degli antichi eroi dovea 
servire a lenir alquanto il dolore di chi avea perduto una per- 
sona cara. Un conforto vero, all'infuori di quello che potea de- 
rivare dalla narrazione del mito, non pare si trovasse ne' carmi 
funebri di Simonide, ne' quali l'attualità comprendeva di solito 
le osservazioni, frequenti nella poesia greca, che nessuno può 
evitare la morte, che vita perfettamente felice non condussero 
neppure gli eroi, e simili. La concezione simonidea della vita 
futura è ancora ad un di presso quella de' famosi versi di Achille 
ad Olisse nella véKuta. Kispetto a questo punto di vista Pin- 
daro è progredito più oltre di Simonide: per lui se gl'ingiusti 
ricevono dopo morte la pena delle proprie iniquità, le anime 
de' giusti, più meno presto, secondo i loro meriti, ottengono 
una vita felicissima. 

11 canto funebre artistico fu accompagnato da una danza grave 
e solenne. Quanto a' metri, vi vennero adoperati di preferenza 
i dattiloepitriti ed i così detti logaedi (Karà paKxctov clòo^). 
11 parodo trenodioo delle « Troadi » (vv. 153-229) è in anapesti. 

L'accompagnamento musicale fu eseguito esclusivamente dal 
flauto: l'armonia usata fu quasi sempre la lidia (qmrulus 
Lydius modus). Troviamo eziandio menzione del tono misso- 
lìdio e del sintonolidio (= iperlidio) come adatti all'indole del 



iZ ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

treno. Forse Pindaro si servì pure dell'armonìa dorica, comune 
ne' lamenti della tragedia. 

Oltre ai treni di Simonide e di Pindaro si ricorda un dpfìvog 
ToO 'Obuaaéu)^ di Timoteo. Non di rado i canti corali de' tra- 
gici hanno un carattere afBne a quello de' treni. 



§ 19. 
Partenio. 

Il nome di questo genere di poesia melica s'incontra non solo 
nella forma properispomena napGevetov, ma anche in quella 
proparossitona napGévetov e nella proparossitona debole rrap- 
eévtov. La distinzione fatta da qualche grammatico greco fra 
irapGéveiov, carme cantato da vergini, e irapGeveTov^ carme can- 
tato in onor di vergini, è erronea. 

Come già avemmo occasione di osservare più sopra, il par- 
tenio altro non fu se non una specie particolare di prosodio. 
Tra il partenio ed il prosodio tuttavìa intercedettero abbastanza 
considerevoli differenze. Una consistette intanto nella pompa 
assai minore da cui fu accompagnata l'esecuzione del primo, il 
quale poi (e questo importa massimamente notare) fu pure 
molto meno solenne del prosodio a causa della combinazione, 
ch'esso presentò, dell'elemento divino e dell'umano, combina- 
zione che indusse, a quel modo che vedemmo, Proclo a porlo 
nella categoria mista comprendente le forme di poesia melica 
che fossero rivolte tiq Qeoxx; Kai àv0pu)Trou^. L'elemento di- 
vino del partenio esprimevasi in un mito il quale dimostrasse 
la potenza del nume che volevasi onorare, oppure tornasse a lode 
d'un qualche eroe cui fosse consacrato un particolare culto nel 
luogo ove il partenio si cantava. L'elemento umano compren- 
deva l'elogio delle fanciulle del coro. Una parte del partenio 
avea adunque un certo carattere di galanteria che sembra non 
sia stato da nessun poeta trascurato, se è vero quanto ci attesta 
Dionigi d'Alicarnasso (trepi xn^ Xckt. Ar\\iooQ, òeiv., e. 39) che 
lo stesso grave Pindaro adoperasse in questo genere melico uno 
stile tutto diverso da quello delle altre odi. 

Disgraziatamente di partenii noi abbiamo ben scarsi avanzi: 
la reliquia più preziosa è il /r. lY d'Alcmano, il quale ne 
scrisse almeno un libro. Da Alcmano bisogna poi che veniam 
fino a Simonide per trovare in un piccolo frammentino (/r. 72 b. 
TTopcpupéou I ànò (TTÓjLiaTO^ leiaa q)u)vàv irapOévo^) una traccia 
di questa forma melica. Pindaro scrìsse tre libri di partenii : 



INtRODOZIONE — PARTBNIO, DA^NEPORICO, ECC. 43 

uno de' tre portava lo strano titolo di KexiupicxjLiéva 7Tap6€veiu)V : 
forse i carmi contenuti in esso trattavano argomenti alquanto 
diversi da' soliti. De' frammenti che de' partenti pindarici a noi 
son giunti alcuni celebrano Pane, altri Apollo. Di Bacchilide 
sappiamo che coltivò il genere di cui ci stiamo occupando, ma 
nulla de' suoi partenii è sopravvissuto. Avanzi di partenii sono 
forse da ritenere l'unico frammento che possediamo di Telesilla 
ed il fr. 20 B. di Corinna. Taluno pensò che ritraesse dell'in- 
dole del partenio il canto finale della « Lisistrata » d'Aristofane. 

I metri de' partenii furono vari assai: vi si adoperarono i 
metri dattilici, gli anapestici, i logaedici, e quelli che compren- 
diamo sotto le denominazioni di Karà paKxeiov e di kot' èvóirXiov 
elòoq. 

L'accompagnamento musicale venne eseguito di regola dal 
flauto, talora però, sembra, anche dalla cetra. L'armonia pre- 
ferita fu la dorica: qualche volta pare si sia ricorso anche 
alla lidia. 

Al canto andò sempre unita la danza : non è certo se succe- 
desse il caso che mentre le cantatrici cessavano dalle loro evo- 
luzioni orchestiche un altro gruppo continuasse a danzare. 

§20. 
Dafneforico, Oscoforico, Canti invocatorii. 

II dafneforico e l'oscoforico furono due specie del partenio 
delle quali a noi non è rimasto nulla. Nell'antichità greca fu- 
rono famosi i dafneforici di Pindaro. Il dafneforico si cantava 
in onor di Apollo alla festa del ramo di alloro in Beozia e a 
Delfo. Dell'origine e del cerimoniale della festa dice diffusa- 
mente Proclo nelle pagine 247-248 degli Scriptores metrici 
graeci del Westphal. L'oscoforico cantavasi in occasione della 
festa attica della (baxo<popia, nella quale ciascuno de' membri 
del coro, che procedeva processionalmente dal tempio di Dio- 
niso ad Atene a quello di Atena iKipd^ al Falero, portava una 
uiaxn» ossia un tralcio di vite carico di grappoli. Chi sia cu- 
rioso di conoscere l'orìgine ed il rito della djaxocpopia vegga 
lo stesso Proclo, pp. 249-250, 

Qual potesse essere l'argomento de' canti invocatori (eÙKTiKd) 
ognun può comprendere dalla loro denominazione medesima: 
nessuno però de' componimenti melici a noi giunti è dagli an- 
tichi compreso in questo genere. 



44 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 



INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE 



A) Antologìe Meliche. 

Foeminarum novem illustrium, Sapphus^ Erinnae^ Myrus^ Mirtidis 
Corinnae^ Telesillae^ Praxillae, NossidiSy Anylae^ fraamenta et elogia 
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auct. vet. testimoniìs et supplementis variis aucta cara et studio Joa. 
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lect. variet. et indicibus locupl. ìnstruxit Th. Gaisford. Editio nova 
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SimonidiSj Tyrtaei, Empedoclis^ Parmenidts^ Sapphonis^ Alcaei^ Stesv- 
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rumque lyricorum graecorum selecta fragmenta et scholia continens. 
Edidit cum notis criticis et metrorum expositione Frid. Mehlhorn. 
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u. erklàrenden Anmerkungen. 6 Bde, Leipzig, 1855-57. V Bd. : Archilochos 
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die sieben Weisen und die ShoUen, Sappho und die anderen Diehte* 
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Die Wett' und Preisdichtung der Dithyramben u, Nomen^ «. 5. to. 
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INDICAZIONI BIBUOOBAFICHB 45 

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Tbrpandro. 

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46 ANTOLOGIA DELLA MELICA ORBGA 

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Gryphiswaldiae, 1884. — Seeliger, Die ueherlieferung der griech. Hel- 
densage bei Stes. 1, Meissen, 1886. — Grusius, Stesichoros u. die epo' 
dische Komposition in der griech. Lyrik. In Comment. philologae in 
onore di 0. Ribbeck, Leipz., 1888. — G. Rizzo, Questioni stesicoree, I. 
Estratto dalla Rivista di storia antica e sdente affini, a. 1, n. 1 e 2, 
Messina, 1895. — M. Paulcre, De tabula iliaca quaestiones Stesichoreae, 
Konigsberg, 1899. — Vedasi anche il cemento al fr. IV. — G. Atelardi, 
La più antica leggenda di Elena, Livorno, 1901. 

Ibico. 

F. G. Schneìdewin, Ibyci Rhegini carminum reliquiae, Gottingae, 
1833. — E. GoBLLBR, De situ et origine Syracusarum etc, Lipsiae, 1818. 

— G. Hermann, Jahn's Jahrbb., 1KJ3, pp. 371 e sgg. — Welcker, Der 
Delphin des Arion u. die Kraniche des Ibykos. In Rh. Mus., 1833, 
pp. 392-410 (Kl. Schrft., I, 1844, pp. 89-109). Ancora: Ibyhos. In Kl. 
Schrft., I, pp. 220-250. — Schneìdewin, In Ibycum, 1836. Vedi Exercitt. 
crit, cap. 4. — K. Schwenck, Zu Ibycus. In Eh. Mus., 1843, pp. 456 e sg. 

— I. ScHUBRiNG, Achradina. In Rh. Mus., 1865, pp. 15-63. Ancora: Die 
bewdsserung von Syrakus. In Philol., 1865, pp. ÈffSdS. — W. Schaum- 
BERG, Quaestiones de dialecto Simonidis Cei, Bacchylidis, Ibyd, Gellae, 

1878. — Per Muckb ed Holstbn vedi sotto Stbsicoro. — Cavallari e 
HoLM, Topografia archeologica di Siracusa, Palermo, 1883 (con un atl. di 
15 tavole). — B. Lupus, Zur topographie d. antiken Syrakus, e Achror 
dina. In Neue Jahrbb. f Philol. u. Paedag., 1885, 7, e 1890, 1. — Frac- 
CAROLi, Ibico, Simonide, Teognide, saggio di versioni. Verona, 1893. 

Anacreonte. 

F. G. Born, Anacreontis et Sapphus carmina graece, Lìm., 1789. — 
Bbrqk, Anacreontis carminum reliquiae, Lips., 18Ì34. — Fr. W. Richter, 
Anacreùn nach seinem Leben beschrieben und in seinen poét. Ueber- 
resten nebst deren Nachahmungen ùbersetzt und erkldrt, Qaedlinbarg 
u. Leipzig, 1834. — Welcker, Anahreon (1835). In Kl. Schrft., 1, 251 e sgg. 

— G. B. Stark, QuaesHonum Anacreonticarum libri duo^ Lips., 1846. 

— I. Fr. Hollt, Quaestiones Anacreonteae, Marbargi, 1885. — G. F. Un- 
gbr, Zeitrechnung der Griechen und Rómer {Handbuch d. Klass. Al- 
tertumsw,), Nordlingen, 1886. — Fr, Alvino, J calendari^ Firenze, 1888. 



48 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GBEGA 

— CO. ZuRETTi, Anacreonte ed Anacreontee^ Torino, 2^ edìz., 1893. — 
Odes of A. translated by Tb. Mooee. With ali the originai notes and 
designs by G. Db Rousst. London, 1901. 

LaSO D*ERìaONB. 

ScHNEiDBwiN, De Laso Eermionensi commentatio^ Gottingae, 1842. — 
V. anche il comento. 

Tblesilla. 
FVi. Nece, De TeUrìllae Argivae reUquiis commentatio^ Dorpati, 1843. 

SlMONIDE. 

Schneidbwin, Simonidis Cei carminum réUquiae^ Brunsvigae. 1635. 

— P. G. DuKER, Diss. de Simonide Ceo poeta et philoBOpho, Traject. 
ad Rhaa.4 1768. — W. M. Schmidt, Diatribe in dithyramhum poeta- 
rumgtie ditTiyrambicorum réUquias^ BeroL, 1845. Niim. IV: De Simo- 
nidis Memnone. — K. Seidbnadel, Simonides von Keoè in den Vers- 
massen der Urschrif't ùbersetzt^ Karlsruhe, 1861. — Per Schaumbsrg 
vedi sotto Ibico, e per Mugkb sotto Stesigoro. — Y. Mbnghtni, Alcuni 
frammenti di Simonide di Ceo e di Ipponatte tradotti^ ForlL 1892. — 
Per Fraggarou vedi sotto Ibigo. -^ Nameroae indicazioni bibliografiche 
V. nelle note ai frr. il e XI. 

TlMOGREONTB RODIO. 

A. BoECKH, De Timocreonte RTiodio, Berol., 1833 (Kl Schrft,, IV, p. 375 
6 ^^')' — ^- Hermann* Opuso,, V, pp. 198 e egg., Lips., 1834. -^ H. L. 
AflRENS, Timocreontis Bhodii reliquiae doriche. In De graecae linguae 
dialectis, li, pp. 477 e sg^., Gottingae, 1843. Vedi ancora: Rh. Jiius.^ 1843, 
pp. 457 e ugg. «^ Altre indicazioni bibliografiche si trovano nel comento 
al /r. I. 

Corinna. 

BoEGKH, Corinnae frammenta. In C /. G,, I, 720. — Per Wblcker 
vedi eotto Erinna. — Ahr£N8« Corinnae fragmenta. In De graecae lin- 
guai dialectis^ I, pp. 277 e sgg., Gott., 1839. — Vedi anche sotto Alceo. 
-- Berok, Corinna, Halle, 1868. 

DiAGORA. 

I. L. Mounier, De Diagora Melio, Rotterd., 1838. — Th. MCnchen- 
berg, De Diagora Melio, Halis Sax., 1877. 

Prassilla. 

Ger. Fr. Nbue, De PracoiUae Sicyoniae reUguiit oommentatio^ Dot* 
pati, 1844. 

Melanippide. 

Sghnbidewin, Melanipp, fragmentum traci* (1837). Vedi Emerdtt, crit., 
cap. 7. -< Per Sghmidt vedi sotto Simonide (Diatribe eto., n. I). — 
E. ScHEiBEL, De Melanippide Melio dithyramborum poeta^ I e II, Guben, 
1848, 1853. 



INDICAZIONI BIBMOGBAFICHE 49 



FlLOSSENO. 

G. BippART, Philoxeni Cytherii, Timothei, Telesiis dithyrambogra- 
phorum reliquiae^ Lipsiae, 1843. — Wittbnbach, Diatribe de Philoxenis. 
In Opusc.^ 1, pp. 294 e sgg., Leyden, 1821. — L. A. Bsrglbin^ De Phi- 
loxeno Cyterio dithyramborum poeta^ Gottingae, 1843. — W. Klin- 
GENDER, De Philoxeno Cytherio^ Marburgi, 1845. — Per Schmidt vedi 
sotto SiMONiDB (Nr. 1: De Philoxeno Cytherio. De Melanxppide utroque 
et Licymnio). 

Timoteo. 

Per BippART vedi sotto Filosseno. — Jdrenka, Der neuaufaefUndene 
TimotheoS'Papyrus und die Editto princeps. In Zeitschrift fùr die 
Òsterreich, Gymnasien^ 1903, pp. 577-o87. — J. van Leeuwbn, Ad Ti- 
mothei Persarum carminis turici fragmentum nuper repertum. In 
Mnem., 1903, pp. 337-340. — K. T., Les Perses de Timothée. In Revue 
des études grecques^ 1903. — Vedi altre indicazioni bibliografiche nel 
comento. 

Tbleste. 

Vedi BippART sotto Filosseno. 

Canti Popolari. 

Zell, In Ferienschriften^ Freiburg, 1826. — Koestbr, De cantilenis 
popularibus veterumGraecorum, Berol., 1831. — Ritschl, Ode (Volkslied) 
der Crriechen (1830). Gfr. Opuse.^ I, pp. 245 e sgg. — Bbnoist, Des 
chants populaires dans la Grece antique^ Nancy, 1857. — Gerrato, / 
canti popolari della Grecia antica. In Riv. di FiloLy XIII (1884-85), 
pp. 193 e sgg., 289 e sgg. 



C) Generi di poesia melica. 

a) Scritti dandole generale. 

H. Walther, De graec. poesia melicae generibus. Hai. Sax., 1866. — 
Ed. Lohan, Poesis melicae generum nominibus quae vis subiecta sit a 
clcLSsicis scriptoribus Graecis. P. I (tratta del peana^ deirmno, del trenn\ 
Lauban, 1898. — Westphal, Die metrische Komposition der lyrischen 
Dichtungen. In Metrik\ pp. 271 e sgg. == IIP, 1, pp. 207 e sgg. 

p) Scritti intomo ai singoli generi melici. 

Prosodio. 

H. Reimann, Studien zur griech. Musikgeschichte. B. die Prosodien, 
Glatz, 1885. Ancora: Disputationi de prosodiorum similiumque apud 
Graecos carminum natura nuper editae additamentum, Gleiwitz, 1886. 

Peana. 

Sghwalbb, Ueber die Bedeutung des Pdan als Gesang des apollini- 
scihen Cultus, Marburg, 1847. — A. Fairbanrs, A study of the greek 
paean, New-York, 1900. 

Tacooitk, Antologia deìla méUca greca. 4 



50 antologia della meliga greca 

Ditirambo. 

F. W. LuETGKE, DissertaHo de Graecorum dithyramhis et poetis dithy- 
rambicis. Berci., 1829. — Per Schmidt vedi sotto Simonide. — Hartdng, 
Ueber den Dithyrambus. In Philol.^ 1846, pp. 397 e sgg. — Scheibel, 
De dithyramborum Graecorum argumentis, Liegnitz, 1862. — W. Schmidt, 
^ur Geschichte des griechischen Dithyrambus, Tubìngen, 1901. 

Nomo. 

R. Westphal, Der Terpandrische Nomos. In Prolegomena zu Ac- 
schylus Traqoedxeny Leipzig, 1869, pp. 69 e sgg. — H. Guhrauer, Der 
Pythiscke Nomos. In Jarhbb. f. class, Philologie, Vili Suppl.-Band, pp. 311 
e sgg., Leipzig, 1876. — Ancora: Zur Geschichte der Aulodik bei den 
Griechen, Waldenburg, 1879. — H. Reimann, Studien z. griech. Musik- 
geschichte. A. Der Nomos^ Ratibor, 1882. — Ed. Lùbbert, De priscae 
cujusdam epiniciorum, formae apud Pindarum vestigiis, Bonn, 1885. 
— Ancora: Melet. de Pindari studiis Terpandreis^ ibid., 1886 — An- 
cora: De Pindaricorum carminum compositione ex nomorum historta 
illustranda, ibid., 1887. -— 0. Grusius, Ueber die Nomosfrage. In Yer- 
handlungen der 39. PhiloL-Versammlung (Zùrich\ Leipzig, 1888, 
pp. 258-76; e Wochenschrift f. hlass. PhiMogie^ II, pp. 1293 e sgg., IV, 
p. 1380 e sgg. — A. DipPE, Ueber die Frage der terpandr. Komposition, 
InWochenschrift f. hi. Philol.^ 1888. — J. Jùthner, Terpanders NomoS" 
gliederung. In Wiener Studien^ XIV (1892), pp. 1-17. -- Otto Sghrosder, 
TToXuKécpaXo; vójlio<;. In Hermes, XXXIX, 2, pp. 315-20 (1904). 

Iporghema. 

H. Walther, Commentatio de Graecorum hyporchematis^ I, Bo- 
chum, 1874. 

Scolio. 

Ilgen, ZKÓXia hoc est carmina convivalia^ Jenae, 1798. — Hallstróm, 
De scoliis Graecorum comment. academ., Londini Gothorum, 1827. — 
Grim, Prolusio scholastica de scoliis Graecorum, Dordraci, 1839. — 
Koester, Comment. de scoliis, I, Flensburj?, 1846. — A. F. Ribbegk, 
Ueber die Tafelgesdnge der Griechen, Berlin, 1848. — Runcr, De sco- 
liorum origine et usu, BeroL, 1876. — A. Engelbrecht, De scoliorutn 
poesi, Vindob., 1882. — R. Reitzenstein, Epigramm und Skolion, 
Giessen, 1893. — U. v. Wilamowitz, Die attische Sholiensammlung. In 
Aristoteles u. Athen, II, 316 e sgg., Berlin, 1893. — P. Pasblla, La 
poesia convivale dei Grecia Livorno, 1901. 

Epitalamio ed Imeneo. 

SiEBDRAT, De carminibus veterum nuptialibus. In Theocr. Epithala- 
mium^ Lips., 1796. — Hartung, Hymendus (Brautlied). In Philol., 1848, 
pp. 228 e sgg. — W. KoERBER, De Graecorum hymenaeis et epithalamiis^ 
Vratisl., 1877. — Schmidt, De Hymenaeo et Talasio dis veterum nup- 
tialibus, Kiliae, 1886. 

D) Antichità, Arte, Mitologia, Religione. 

Panopka, Bilder antiken Lebens, Berlin, 1843. — Pauly, Real Ency- 
clopddie der classisclien Altertumsvoissenschaft, Stuttgart, 1844-52 (2* ed. 
per G. WissowA — in continuazione — ). — Grasberger, Erziehung 



INDICAZIONI BIBLIOORAFICBB 51 

und Unterricht im hlassischen Alterthum, 3 voli., Wurzbupg, 1864-81. 
— > Hartung, Die Religion ti. Mytkologxe der Griechen^ Leipzig, 1865-73. 
— > Darembebo et Saglio, Dictionnaire des antiquités grecques et ro- 
mainesn d^après les textes et les monuments^ Paris, 1873 e sgg. (in con- 
tinuazione). — MuLLER-WiESBLBR, Benkmdler der alien Kunst^ 3® Au- 
flage, Gdttingen, 1877. — P. Decharme, Mythologie de la Grece antique, 
Paris, 1879. — Stoll, Manuale della Religione e Mitologia dei Greci 
e Romani, tradotto da R. Fornaciari. 3» ed., Firenze, 1883. — Roscher, 
Ausfuhrl, Lexikon der griechischen und róm. Mythologie, Leipzig, 1884 
e sgg. (in continuazione). — Rbisgh, De musicis Graecorum certaminibus, 
Vindob., 1885. — Baumeister, Denkmdler des klass. Altertums, 3 voli., 
Mùnchen n. Leipzig, 1885-88. — Guhl e Koner, La vita dei Greci e 
dei Romani, tradotta da C. Giussani. Voi. l: La vita dei Greci. 2* ed., 
Torino, 1887 (neiroriginale l'opera intera ha raggiunto la sesta edizione, 
carata da R. Engelmann). — v. Jan, Die musischen Festspiele in Griechen- 
land. In Yerhandl. der 39. Philol.-Versammlung, Leipzig, 1888, pp. 71 
e sgg. — Overbeck, Geschichte der griechischen Plastik, 4« Àuflage, 
Leipzig, 1892-94. — Bruchmann, Épitheta deorum, Lips., 1893. — 
pRELLER, Griechische Mythologie, 4* ed. curata dal Robert. Berlin, 1894. 
— 0. Gruppe, Griechische Mythologie u, Religionsgeschichte. In Hand- 
buch der klass. Alter tumsmss., V Bd., Mùnchen, 1902. 

H) Lingua e Dialetti. 

M. Maittaire, Graecae linguae dialecti (totum opus recensuit emen- 
davit auxit Frid. Guil. Sturzius), Li psiae- Lendini, 1807. — A. Giese, 
Ueber den Aeolischen Dialeht, Berlin, 1837. — Ahrens, De Graecae 
linguae dialectis. Voi. 1: Dialetto eolico. Voi. II: Dialetto dorico. Got- 
tingae, J 839-43. Ancora: Ueber die Mischung der Dialecte in der griech. 
Lyrik. In Yerhandl. der Goti. Phil.^Versamml., 1852. — Krì5qer, 
Griechische Sprachlehre, 5* Aufl., 1875-79. — FShrer, De dialecto Boeo- 
tica, Gott., 1876. Ancora : Die Sprache und die Entwichelung der griech. 
Lyrik, Mùnster, 1885. — 0. Schrader, Quaestionum dialectologicarum 
graecarum particula. In Curtius u. Brugman, Studien, X, pp. 259-327, 
Lipsiae, 1877. — Curtius, Grundzùge d. griech. Etymologie, Leipzig, 
4879. — V. Inama, Grammatica greca, 2* ed., Milano, 1882-88. . — 
Meistkr, Die griech. Dialekte, Gòttingen, 1882-89. Voi. 1 : Eolico, Beo- 
tico, Tessalico. — D. Pezzi, La grecità nonjonica, Torino, 1883. Ancora : 
La lingua greca antica, Torino, 1888. — A. Brand, De dialectis aeolicis, 
quae dicuritur, particula L Berol., 1885. — FiCK, Die Sprachform der 
altionischen u. altattischen Lyrik. In Beitrdge zur Kunde der indO' 
germ. Sprachen, XIII (1888), pp. 173 e sgg. Ancora: Die Sprachform 
der Usbischen Lyrik. Ibid., Xvll (1891), pp. 177 e sgg. — Brugmann- 
Dblbruck, Grundriss d. vergi. Grammatik d. indogerm. Sprachen, 
5 voli., Strassburg, 1886-1900 (2" ed. del voi. I, 1897). — Kuhner, Aus- 
fùhrliche Grammatik der griech. Sprache, 3* ed. Morfologia (2 voli.) 
per Blass, 1890-92 ; Sintassi per Gerth, 1898; Leipzig. — Hofpmann, 
Die griech. Dialekte, Gòttingen, 1893-98. — Mbyer, Griechische Gram- 
matik, 3* ed., Leipzig, 1896. — Henry, Compendio di Grammatica com- 
parata del Greco e del Latino, tradotto da A. Arrò sulla 5» ed. fran- 
cese, Torino, 1896. — Brugmann, Griechische Grammatik, 3" ed. In 
Handb. d. klass. Altertumswissenschnft, voi. II, parte 1*. — Laurent et 
Hartmann, Vocabulaire étymologique de la langue grecque et de la 
languì latine, Paris, 1901. — L. Mbyer, Handbuch der griech. Ety- 
mologie, 4 voli., Leipzig, 1901-1902. 



52 ANTOLOGIA DELLA M&LICA ORECA 



F) Letteratura. 

BoDB, Geschichte der kellenischen Dichtkunst, 3 voU^ Leipzig, 183&-39. 
Voi. 11: Gesch. d. lyr, Dichtkunsi. — Mure, Criticai History of the 
Language and Literature of Aniient Chreece, 5 voU., London, 1850-57. 
Il voi. ili riguarda la poesia melica. — 1. G. Mollerà, De origine paesis 
melieoe apttd Graecos, Monasteri!, 1869. — Bernhardy, Grundriss der 
grieck, Litteraiur, 2 voli. Voi. II, parte I (3* ed.. Halle, 1877) si riferisce 
alla melica. — Berqk, Griechische Literatur geschichte^ 4 voli., Berlin, 
1872-87. 11 voi. II riguarda la melica. — 0. Mùllbr, Histaire de la Ut- 
tarature grecque. Trad. par K. Hillebrand, Paris, 1883. — H. Flach, 
Geschichte d, griech. Lyrik, Tùbingen, 1884. — K. Sittl, Geschichte 
der griech, Literatur bis auf Alexander den Grosseria 3 voli., Mùncbeo, 
1884-87. — Fraccaroli, Del realismo nella poesia greca. Verona, 1887, 
— E. Naqeotte, Histoire de la poesie lyrique grecque, 2 voli., Paris, 
1888-89. — Groiset, Histoire de la littèrature grecque. Voi. II, ed. 2% 
Paris, 1898. — Christ, Geschichte der Griechischen Litteraiur^ 3* ed., 
Mùnchen, 1898. — F. B. Jmvons, A history of Greek literature from 
earliest period to death of Demosthenes^ 3^ ed., London, 1900. — 
H. N. FowLER, A history of ancient Greek literature^ New-York, 1902» 



G) Ritmica e Metrica. 

G. Hermann, De metris poetarum Graecorum et Romanorum^ Lips., 
1796. Ancora : Handbuch der Metrik^ Leipzig, 1799 ; Elementa doctrinae 
metricae^ Lips., 1816 ; Epitome doctr, metr.^ Lips., 1818 (i^ ed. 1869). 
— A. BoscRH, De metris Pindari (nel voi. I della ed. di Pindaro). — - 
E. Munck, Die Metrik d. Griechen u. Rómer, Glogau, 1834. — E. v. 
Lbutsgh, Grundriss zu Vorlesungen ùber die griech. Metrik^ Gòttingen, 
1841. — A. Rossbach u. R. Westphal, Metrik d, griech. Dramattker 
u. Lyriker nebst den begleitenden musischen Kùnsten. I. Griech. Rhythmik^ 
von A. R., Leipzig, 1854. 11. 1. Harmonik u. Melopoie d. Gr., vonR. W., 
1863. II. 2. Allgem. griech. Metrik, v. R. W., 1865. III. Griech. Metrik 
nach den einzelnen Strophengattungen u. metr. Stilartene v. A . R. u. R. W., 
1856. Supplemento alla Ritmica greca è Die Fragmente u. die Lehrsdtze 
d. griech. Rhythmiker^ v. R. W., 1861. La seconda ediz. deirintera opera ò 
dei Westphal, Leipzig, 1867-68, 2 voli. I. Rhythmik u, Harmonik nebst d. 
Geschichte d. musischen Disciplinen. II. Die allgemeine ti. spez, Metrik, 
La 3* ed. porta il titolo Theorie der musischen Kùnste der Helleneny 
von A. R. und R. W. I. Griech, Rhythmik^ von R. W., Leipzig, 1885. 
IL Griech. Harmonik u. Melopoie^ v- R. W., 1886. IIL 1. Allgemeine 
Theorie der griech, Metrik, v. R. W. u. H. Gleditsch, 1887. IH. 2. 
Spezielle griech. Metrik, v. A. R., 1889. — Grasbr, De stropha Alcaica^ 
Magdeburgi, 1865. — J. H. Heinrich Schmitt, Die Kunstformen der 
griech. Poesie und ihre Bedeutung, Leipzig, 4 voli. I. Die Eurhythmie 
in den Chorgesdngen der Griechen, 1868. II. Die antike Komposition»- 
lehre aus den Meisterwerken der griech. Dichtkunst erschlossen, 1869. 
III. Die Monodien u, Wechselgesdnge d. alt. TragÒdie, 1871. IV. Griech, 
Metrik, 1872. Ancora: Leitfaden in d, Rhythmik u. Metrik, Leipzie, 
180;^. — Christ, Metrik d. Griechen u. Ròmer, Leipzig, 1874 (2» ed. 
1879). — G. Welke, De metrorum polyschematistorum natura atque 
legibus primariis, Gottingae, 1877. — Za mb aldi, Metrica Greca e jUl- 
tina, Torino, 1882. -^ Joh. Luthmeq, De choriambo et ionico a minore 



Indicazioni BiBLtoaRAPicitE 53 

diiambi loco positis. In Dissert. philoL Argentoratenses, Argentorati, 
1885. — H. Gleditsch, Metrik d. Griechen u. Rómer mit einem Anhang 
ùber die Musik der Griechen, In Handb. d. hlass. AlCertumsto., voi. II. 
Ed. 1* 1885, 2* 1890, 3» i901. — U. v. Wilamowitz, Joniker bei den 
Lyrihern. In Isyllos von Epidauros (Philol. Untersuch.^9^ Heft, Berlin, 
li^). Ancora: Commentariolum metricum (I e II), Gottingae, 1895; De 
ver su Phalaeceo (Mélanges Weil), Paris, 18V8; Choriambische Dimeter 
(in Sitzungsberr. derKònig. Preussischen Akademie der Wissenschaften, 
1902, pp. 865-896). — Havet et Duvau, Cours élémentaire de métrique 
grecque et latine, Paris, 1886 (4» ed. 1896). — F. Blass, Kleine Bei- 
froge zur griech, Metrik. In Neue Jahrb. f. Philol. u. Paedag., 1886, 
pp. 451-64. Ancora: Bacchylidis Carmina, 2» ed., Lipsiae, 1900, pp. xxviii- 
Liii. — S. Reiter, De syllabarum in trisemam tongitudinem produc- 
tarum usu Aeschyleo et Sophocleo, Lipsiae et Pragae, 1887 (Dissert. 
Vindob., I). — A. E. Ghaignet, Essai de Métrique grecque, Paris, 1887. — 
Plessis, Tratte de métrique grecque et latine, Paris, 1889. — W. Mayer, 
Caesur im Eendekasytlabus. In Sitzungsberr. d. k, Bayer, Akad, d, 
Wissensch., 1889, 2 voli., pp. 208-227. — * Butzer, Der lonicus a maiore, 
Frankfurt a. M., i889. - — Kalkner, Syn^bolae ad historiam versuum 
logaoedicorum, Marburg, 1892. — M. Dufour, Traité de rhythmique 
et métrique grecque, Paris, 1893. — H. Jusatz, De irrationalitate studia 
rhythmica. In Leipziger Studien, 1893, pp. 173-351. — L. Vernier, 
Petit traité de métrique grecque et latine, Paris, 1894. — H. Weil, Un 
péan delphique à Dionysos. In Bull, de Corresp. Bellén., 1895, pp. 393-418. 
Ancora : Remar ques sur la versification des lyriques grecs à propos de 
Bacchylide, In Journal des Savants, 1898, pp. 174-183. — Lamer, De 
choriambicis Qraecorum, poetarum versibus, Lipsiae, 1896. — P. Mas- 
QUERAT, Traité de métrique grecque, Paris, 1899. — 0. Schroeder, Die 
neueste Wendung in der griechischen Metrik. In Verhandlungen der 
Versammlung deutscher Philol. u. Schulmdnner, 1899, pp. 52-55. An- 
cora: De metro dactylo-'Cpitritico (in Pindari Carmina, Lipsiae, 1900, 
pp. 497-509); Die enhoplischen Strophen Pindars (in Hermes, 1903, 
pp. 202-243); Pindarica. Y, Aeolische Strophen (in Philol,, 1903, pp. 161- 
181). — G. A. M. Fbnnell, A new system of analysing Greek lyric 
stansas. In Classical Review, 1900, pp. 292-295. — H. Jurenka, Die 
nei4en Theorien d. griech, Metrik. In Zeitschrift far d, osterr. Gym- 
nasien, 1901, pp. 1-26. — Fr. Leo, Zur neuesten Bevoegung in der 
griechischen Metrik. In Neue Jahrbb, f. das klass, Altertum, 1902, 
pp. 157-168. 



ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 



EUMELO. 



Eamelo, figlio di Amfilito, della stirpe de' Bacchiadi, nacque in Corinto 
(Paos., Il, 1, 1). Le testimonianze degli antichi ne fanno un contempo- 
raneo della prima guerra raessenica. Eusebio lo pone nella terza e nella 
nona Olimpiade (la seconda data è la giusta): Clemente Alessandrino, 
Strom.y I, p. 107 (Dind.), ne dice ch'egli fondò Siracusa con Archia (anno 
734 a. Cr.). Pausania, V, 10, 9, lo indica, dubbiosamente però, quale au- 
tore delle scritte sulla cassa di Cipselo. Ed il suo dubbio ha ragione 
d essere, perchè sappiamo che Cipselo solo nel 624 a. Cr. lasciò la si- 
gnoria al figliuolo Feriandro. Lo stesso Pausania del resto altrove (IV, 
4, 1), parlando del prosodio, avverte che €Tvai ((i<; d\r)6<Iy^ EòfuifiXou vo- 
|yii2;€Tai |yióva rà lm\ TaùTa. Ad Eumelo vennero attribuite un'epopea 
storica Kopiv6iaKd e parecchie mitologiche (BouTOvCa, Eòpwirta, Titqvo- 
\iaxia, NóOTOt): è probabile che sia successo con lui alcunché di simile 
a quanto accadde con Omero, e che tutta la primitiva produzione poetica 
corinzia sia stata raccolta sotto il suo nome. Quanto al prosodio, di cui 
ci rimase il frammento che qui sotto riferiamo, esso venne mandato al- 
l'agone musicale in onore di Apollo in Delo (cfr. Tucid., Ili, 104), allor- 
quando, sotto il re Finta (anteriore alla prima guerra messenica), i Mes- 
seni parteciparono ad esso agone per la prima volta. Sul significato di 
cotale partecipazione di un popolo dorico ad una festa jonica non si può 
decisamente sentenziare: forse l'attrito co' vicini Lacedemoni era già ar- 
rivato a tal punto da far prevedere non lontana una guerra ed i Mes- 
seni studiavan di procacciarsi alleati; forse erano semplicemente mossi 
da ragioni d'indole commerciale. 

nPOIOAION Eli AHAON. 

jL y^ \j jL ^ ^s^v/ ^v^s^ jL \^ \^ «^C 



^ 3 



Tip fàp 'lOuijuiàTqi KaTaOùjLiioq JrrXeTO MoKTa 
à KaOapà Kal èXeuOepa adjipaV ^x^^^^* * 

Pausania, IV, 33, 3: &yo\)a\ hi Kal éopr^iv èTiéreiov 'l9u)|Liata (ol MecJ- 
(y/|vioi)* TÒ bè dpxatov xal àfiliva èTOccxav |uioucjiKfì<;* T€K)uia(p6a9ai b* Sotiv 
dXXoi^ T6 Kttl Eù)yi/|Xou TOt^ éireaiv inoir]ae toOv Kal rdbe èv T(|i irpo- 
aobiip TCp k<; Af)Xov ti?i yàp ktX. — 1. MOuiiuldTqi: sing. come in béSo, 
FdvaE Kpoviba, KaXòv dfaXiia IXrjFtp 9u|LiCp Tt|) AaK€bai|Liovii4J, /. G. A., 75. 
— KaTa6ii|yiio<; = èv8ù)uuo(; , non dpcOTÓ^ : cfr. Lehrs , De Aristarchi 
studiis HomericiSy 146. -^ Mdiaa: sotto l'influenza dell'uso corrente nella 
lirica corale più tarda la forma eolica Motoa, che è accettata dal Bergk, 



56 ANTOLOGIA. DELLA MELICA GRECA 

venne a torto sostituita alla dorica, che noi collo Smyth (Gr. M. P., 
p. 164) ripristiniamo. — 2. Come abbiam visto, Fausania, citando 

questo frammento, parla di Unr] : il Bergk prese alla lettera Tespressione 
e volle ridurre anche il secondo verso alla forma di un esametro datti- 
lico leggendo à Kadapà(v xiBapiv) ktX. Ma sul metro degli antichi irpoa- 
óòia nulla di sicuro ci è noto e l'aggiunta del Bergk, non essendo so- 
stenuta da troppo validi argomenti, è forse alquanto audace. — aà^paX* : 
lesb. (ma s* incontra anche altrove: vedi Kùhn.^ § 28, p u. b) per aàv- 
baXa: cfr. Safib, /r. 98 Bergk. 11 Buchholz in nota al fr. 14 b. diAnacreonte, 
V. 3 (p. 172) osserva : « Zd^paXov non è tanto, come dicono i grammatici, 
forma dialettale eolica per advbaXov, quanto piuttosto una parola diventata 
usuale per il generale uso fattone dai poeti ». — £x^^<>* ^^^' P^^ éxoxjaa^ 
che fu non correttamente trascritto da EXOZA. Nota la rima finale. 



Tekpandro. 

Terpandro nacque, secondo la più autorevole attestazione degli antichi 
(quella di Aristotele), in Antissa dell'isola di Lesbo. Altri gli assegnano 
per patria Metimna, città pur essa di Lesbo, altri ancora Arne in Beozia 
o Cuma nell'Asia Minore. La causa delle due ultime designazioni è da 
cercar senza dubbio nei desiderio di spiegare talune particolarità del- 
l'opera poetica di Terpandro. Quanto ai tempo in cui egli sarebbe fiorito, 
non v' e accordo tra le varie fonti. Si narra eh egli sia riuscito vincitore 
nel primo concorso dello feste Carnee a Sparta, l'anno 676 a. Gr. (Ella- 
nico presso Aten., XIV, p. 635 E). Dicasi pure che sia vissuto, come 
Olimpo, ai tempo del regno di Mida 11 (738-695). D'altra parte il Marmo 
Pano ne porge la data dell' Olimpiade 33, anno 4 =64ò, ed Eusebio 
quella dell Olimp. 36, 2 = 635 a. tSr. Ma considerando che in De mus,^ 
e. 9, egli vien detto autore della prima KaTdOTaai^ musicale in Sparta, 
è forza porlo assai prima di Taleta e, più ancora, di Alcmano. Onde la 
data del regno di Mida il diviene la più probabile. La conforta anche 
il fatto che per Satìo (/r. 92 b.) Terpandro appare già come un antico 
degno di venei'azione e inarrivabile per poetico valore. Per conciliare poi 
cotale data coUaitra^ che lo fa vincere nelle feste Carnee, bisogna am- 
mettere eh' e' vi abbia preso parte essendo già in età molto avanzata. 

Quantunque Terpandro sia nato in Lesbo, il suo nome va tuttavia più 
strettamente congiunto con Sparta. Vi fu chiamato, secondo un racconto, 
che meglio si direbbe leggenda (la quale si ripete poi con poche e non 
essenziali varianti ne' casi di Taleta, di Alcmano, di Tirteo), dietro ordine 
d'un oracolo per comporre le civili discordie sórte dopo la fine della 
prima guerra messenica. L'ordine fu da lui ristabilito (De mus., e. 42). 
Probabilmente é qui da intendere che, essendo scoppiati dissidi in Sparta, 
essi vennero definiti per l'influenza benefica di un oracolo pacificatore: 
che, per solennizzare il ritorno della pace, si celebrarono feste religiose 
con canti: che la composizione di cotaii canti venne affidata a Terpandro: 
che, avendo essi incontrato il gusto della cittadinanza. Sparta abbia in 
compenso concesso grandi onori al poeta. Ad ogni modo è fuor di dubbio 
che questi, mentre dapprima dovette condurre vita randagia dall'uno al- 
l'altro de' santuari ove ricorrevano feste accompagnate da canti e da 
suoni, ad un certo punto prese stabile dimora in Sparta, che lo consi- 
derò quale suo figlio, e de' più gloriosi. 

Quali siano state le innovazioni di Terpandro non si può dire con as- 
soluta precisione. Stando si fr.W e più ancora alle parole di Strabone 




TERPANDRO 57 

che lo riferìsce, egli avrebbe inventato la cetra di sette corde, ma questa 
neirinno omerico ad Hermes (vv. 47-51) è già attribuita al dio, il che 
accenna, 
presentati 

già molto prima nelFuso popolare e che Terpandro 
suoi capolavori. Da un passo de' « Problemi » d* A risto tele (XIX , 32) 
sembra risultare «che le tette corde della lira esistessero prima di 
Terpandro e che la riforma di lui sta consistita nel sopprimere una 
delle sette note (la terza a partire dall'alto) per aggiungerne una alfot- 
tava della prima : la cetra di Terpandro sarebbe stata un eptacordo com- 
prendente per la prima volta un ottava intiera, ma con una specie di 
vuoto nel mezzo della scala diatonica, in seguito alia soppressione di un 
graidino delia scala » (Groiset). Di Terpandro si disse pure che abbia in- 
ventato l'armonia eolica e la beotiea. Anche qui la parola invenzione è 
da prendere nel senso ch'egli abbia tolto dall'uso popolare ciò che senza 
l'opera artistica di lui sarebbe forse ancora per molto tem|K> rimasto nel- 
l'oscurità. Di metri, almeno a giudicare dagli scarsissimi frammenti a 
noi giunti, pare ch'egli abbia adoperato l'esametro dattilico e serie dei 
solenni spondei maggiori, giambi ortii, trochei sementi. 1 titoli a noi noti 
de* suoi nomi sono AlòXio^, BoiUmo<; (appellazioni derivate dalle armonie 
che vi s' impiegarono), *Op6io<; forse identico con 1' 'OEó^ , Tpoxalo^> Tc- 
Tpaoiòio<; (di significato oscuro), Tcpudvòpeiot;, Kaniujv (dal nome d'uno 
scolaro). Terpandro scrisse ancora scolii e proemii. De' primi non sappiamo 
assolutamente nulla ; pe' secondi vedasi la nota metrica al /r. 11. La 
scuola del nostro poeta fiorì per lungo tempo: essa durò sino a Frinide, 
il quale visse nell epoca delle guerre persiane. 

I (i). El£ AIA. 



A / 
A A 



Zeu névTUJV 4px<i, ttàvroiv àT/jTuip, 
Zeu, aoì tT€|iTra) laùiav ufivuiv àpxdv. 

i (1). (I numeri tra, parentesi sono quelli del Bergk^). Clemente Ales- 
sandrino, ^''^m.., VI, p. 7d4 (ed. Potter, Oxford, 1715): t\ roivuv 6p^ov(a 
ToO pappdpou HiaXriipiou tò OEfivòv è^qpaivouaà toO m^^ou<; dpxaiOTdni 
Tutxdvouaa ùiróbciY/jia T€pirdvòpip ^dKiaxa TCvexai iipò<; àpiuioviav xi^v 
Aiùpiov ùiuivoOvTi Tòv A(a (Lòé irtu^- ZeO ktX. — 1. ZeO irdvTuiv 

à^xà ' c'fr. Alcmano, fr. 2 b. ^Efdjvfa b' deiooiiai | èK Aiò^ dpxojnéva, 
Pìnd., Nem. 2, 1 e sgg. •08€VTT€p kuI 'Oianplbai I ^aiTTUiv èiréufv xa- 
TTÓXX* àoibol I dpxovxai, Aiò<; èK ttoooimìou, e 5, 26 al hi irpdjxiaxov pèv 
fiMVTl<yav Aiò<; dpxó)i€vai a€|uivàv Óéxiv, Esiod., Teogon.^ 47 Zfjva ... àp- 
XÓ|bi€vai 9' OfAv€Oai eeal XfiYouoai x* doibfl<;, Teocr., 17, 1 'Ek Aiò(; dp- 
xUiMeaOa Kal è<; Aia Xf\y£Te. Vedi Grap, Die 'Apxd Terpanders, in Rh. 
Mus,, XLIV, p{). 469-71. — àT^ixwp, non àt^xuip, perchè il verbo àfé- 
ojuiai coi derivati avca nel dialetto laconico lo spirito dolce (cfr. Ahrens, 
2>. gr. L d., 11, 4, 3). — 2. iréjiTrui: come bene osserva il Miche- 

langeli, Fr, d. M. gr.^ I, p. 2, il Bergk senza bastevole radono scrive 
airévòuj invece di icé^nuj : egli stesso però riconosce che la lezione néfiTrai 
si può mantenere. Noi aggiungeremo collo Smyth, Gr. M, P., p. 167, che 
anzi iié^iru) è il verbo appropriato nel caso di ofierte agli dei: cfr. Teogn., 



58 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GB EGA 

V.777 ..KX€iTà<; iréfiirufa* éKaTó)uipa<; (Xaol <t>o(Pip), Eup., Ifig. Taur,^ 171 iIk; 
q)6i|yiév(|i TdÒ€ aoi (Oreste creduto morto) iréjbiTrui, una iscrizione di Dodona 
(Rheinisches Museum^ XXXIX, 197} Z€0 Auiòdivi]^ |yi€béu)v, TÓbc aoi 
bdfpov iréfiiiufi ecc. Similmente anche delle bestemmie di Gapaneo: 
Esch., Sette^ 443 iréibnTei f^T^và Zr|vl ku|lioivovt* iwi\» — tì)ivujv : il ge- 
nere del componimento è qui indicato esplicitamente. 

Metro. — Lo schema metrico del frammento è tutf altro che sicuro: 
i vari filologi lo hanno distribuito in un vario numero di linee e le hanno 
considerate come composte di una grande varietà di piedi. Il Rossbach 
parla di due versi composti di quattro trochei semanti ciascuno: T ipotesi 
si presenta forse come poco seducente, perchè con questa divisione oc- 
correrebbe ammettere alia fine di ciascun verso otto tempi in pausa. Il 
Gaesar opina si tratti di (0)1^01 6p9ioi distribuiti in due versi, il primo 
dei quali terminerebbe coi voc. ZeO. Per il Ritschl qui abbiamo tre pa- 
remiaci: ma per giungere a questo risultato egli deve leggere TaOrav 
(Tdv) Ofuivujv dpxdv. 0. Mùller parla di molossi. Il Bergk dà uno schema 
di quattro versi, dei quali i primi due sono doppi trochei semanti (in- 
tero il primo trocheo, catalettico in duas syllabas il secondo) e gli altri 
due sono spondei maggiori, dimetro il terzo, trimetro il quarto. Forse il 
miglior modo di considerare la nostra strofe, nonostante la pausa di otto 
tempi alla fine di ognuno dei tre versi, è ancora quello del Rossbach. 



II (2). ElZ AnOAAtìNA. 
'A|iq)i fioi aOre àvaxO* éKarapóXov fieiò', \b q)pnv. 

II (2). Lo scoliaste ad Aristofane, Nuvole, 595: Tò bé àficpi fioi 
aOT€ èK Td»v Tepirdvbpou irpooi|ui(ujv xal tdp èKdvo^ oOtui^ fjpEaxo* 
àyicpi |yioi aCTK; dvaKTU, Kai tò Trpooi^id2l€J9ai bè djnqpiavaKTiZ^eiv 
?X€Yov. Ancora: ^ijictrai bè tOùv bieupdjjtptuv xd irpoolfiia* auvextft? fàp 
XpCùvrai ra<ìTi} xfl Xélev biò kuI d|uiq)idvaKxa<; aùxoù<; éxdXouv. Éaxi bè 
Teptrdvbpou' djiKp' éfiol dvaxxa éxaxrjpóXov. Ed Esichio: à^qA 
dvaKxa * dpxi^ KiOapqjbiKoO vófuiou. E Suida : *A)jiq)iavaKx(2!;€iv* xò irpooi- 
mdZ[€iv ... n€p(avbpoq (leggi Tépiravbpoc;) • d|uiq)i fuiot aOxi? dvaxxa. 
Ancora: djKpiavaKxiZ^eiv (jibeiv xòv Tepirdvbpou vó)iov, xòv KaXoù^evov 
"OpSiov, oO xò iipooi|Liiov xaùxTiv xf|v dpxV €lx€v *A|ui(pl juioiaÒTÒv 
dvax6' èxaxnlJòXov dbéxuj cppifiv. -— èKaxapòXo(;: = omer. éicìj- 
póXo^. 

Metro. — Il Bergk sulla testimonianza di Suida ha creduto che il 
nostro frammento facesse parte di un proemio melico del vò|uio^ dpOio^ 
di Terpandro, ed avendo spiegato Tespressione vójuio^ dp9io^ nel senso 
che questo vòfio^ venne cosi chiamato perchè Terpandro vi mescolò il 
metro dattilico col giambico (il giambo da principio pare sia stato detto 
6p6to^), ha distribuito il frammento in due versi, di cui il secondo monco, 
e cioè un tetrametro dattilico ed un pentemimere giambico. Noi, seguendo 
la testimonianza di Plutarco che in De mus.<, ì, dopo d'aver detto dei 
vó^oi di Terpandro, aggiunge : TreTToinxai bè xdp Tepirdvbpip koiI iroooC^ia 
Kieap(|)biKd év ètreaiv, abbiamo disposto, come, tra gli altri, il Hiller e 
lo Sm^th, le parole dèi frammento nella forma di un esametro. I motivi 
per cui il Bergk crede di poter attribuire a Terpandro non solo, ma allo 
stesso carme che questo laitro frammento « dXXd dvaH /bidXa x^^P^ ^f ^^^ 
ci persuadono. 



^tbrpanDro 50 

♦III (*3). ElZ AnOAAQNA KAI MOYZAZ. 



liTévbu)|i€v Tai^ Mvàjma^ iraiaiv. 
MuicTai^ Kal t({> 
Muj(Tdpx((i Aqtui^ uUT. 

*111 (*3). Keil, AnaL Gramm., 6, 6: lTTOvb€!o(; 6' èKXf|0n toO f^uOiioO 
dirò ToO èv Tat( oirovòaK è1lauXou^évou t€ Kal éirqibojiiévou, olov* Zizév- 
b\u\x€v ktX. — 11 Bergk attribuisce questo frammento a Terpandro: 
r incertezza della paternità Tabbiamo indicata anche noi premettendo, 
come si usa, al numero del frammento Tasterisco. — 2. Mdjjai^ : dor. 
per Moóaai^. — 3. Muiodpxip : dor. per Mouadpxip : la forma più 

comune dell appellativo è MouaaTéTn^. — AaTÙi<;: dor. per AìitoO(;. 

Metro. — Anche di questo frammento si diedero parecchie analisi me- 
triche: il von Leutsch, ad es., lo disse composto di trochei semanti, il 
Nauck, invece, togliendo fAoùaai^ e t^i, di dimetri anapestici, il fìergk ^ 
di due ta)yi0oi 6p6ioi dimetri, acataletto il primo e catalettico in duas 
syllabas 1 altro, alternati con'^due dimetri spondaici maggiori acataletti. 
Noi lo distribuiamo come già il Bergk nella edizione seconda, e lo con- 
sideriamo composto di tre versi spondaici maggiori, tetrametro acataletto 
il primo, dimetro acataletto il secondo, tetrametro catalettico il quarto. 

*1V (*4). ElZ AIOZKOYPOYZ. 



*Q Zayòq kqì Ar|òa^ KdXXiaToi aiuinpe^. 

*IV (*4). Dionigi d'Alicarnasso, De compos. verborum, 17: irapdbciTlia 
òé aÙToO (del molosso) tóòc di Zt^vò^ ktX. — Il Bergk attribuisce il 
frammento a Terpandro. — Zavò^ Kal Af)òa<;: nota come i Dioscuri ab- 
biano qui la stessa paternità che negli Inni omerici (17, 3), mentre nella 
NéKuia (X, 299-300) sono detti figli di Tindaro. 

Metro. — Gome si vede dal passo citato, Dionigi considera il verso 
come esempio di molossi : noi seguiamo Topinione del Bergk, che lo crede 
composto di (afiPoi 6p6ioi: il von Leutsch vi scorge quattro trochei se- 
manti, il Bachhoitz anapesti, il Rossbach è incerto fra i trochei semanti 
e gli lapLfiox 6p6iot. 

[V (5)]. 

Zol ò' fi|i€i^ xexpdTnpuv àitocTTépEavTe^ àoibdv 

énraTÓvi}) q>óp|yiiTTt véou^ KcXaòrjaofuiev 8|ivou^. 

[V (5)]. Strabene, XllI, 618: oOto<; fApiuiv) jièv oOv Kieapipbó^;* Kal 
Tépiravbpov bè Tf^^ aOT^^ ^ouaiKf)^ Tcxvirriv T^TOvévai cpaoìv Kal xf)? 
aÙTfi^ vfiaou, TÒv irpilJTOv AvtI Tfì<; Tcxpaxópbou Xùpa^ éiCTaxópbip XPI* 
od^ievov, Ka6diT€p Kal £v toI^ dvaq>€po)uiévoi<; fircaiv ei^ aÒTÒv Xé^CTat* 
Zol b' ktX. U frammento è pure citato e riferito a Terpandro nella 
EtooTurfi^ ópfioviKf) la quale si attribuisce ad Euclide (Papp. Gram., An, 
Par., 1, 56, 10). 11 secondo verso ò riportato anche da Clemente Alea- 



60 ANTOLOGIA DELLA MELIGA QRECA 

baudrmo (ò^om., Vi, 814), che ne dice aatore un poeta oùk dai^OC. 
Molto probabilmente questi versi sono opera di un tardo scrittore che 
volle in essi far porgere dal poeta stesso un documento dell'invenzione 
musicale generalmente attaccata al suo nome. — Il frammento è in parte 
atticizzato. Come nota il Bergk, per soddisfare alle leggi del dialetto si 
dovrebbe leggere nel primo verso à^é^ e TETpdTapuv e nel secondo véuit; 
ed d|Livuj(;. — 1. TCTpdpipuv ... doibdv : è il canto accompagnato sulla 
lira di quattro corde, com'essa, secondo questo laogo, sarebbe stata prima 
di Terpandro, il quale, portandole a sette, avrebbe inventato la éirrd- 
Tovo<; q)óp|LiiYE. 

VI (6). 

"EvO* aixiLid T€ véwv 6àXXei xaì pifiaa XÌY€ia 
Kai òiKa eùpuÓTUia, KaXuiv èniTappoGog ipjwv. 

VI (fi). Plutarco, Licurgo^ 21 : 6Xuj^ b* fiv tk; èiri0Tì?iaa<; to!^ AaKUh 
viioo!^ iroiif\jLiaaiv ... où kokìIi^ i'jYnaaiTO xal tòv Tépiravbpov Kal tòv 
TTivòapov Tf|v dvbpeiav t^ ^quoik^ auvduxeiv ò jièv T^p (TépiraybpoO 
oCtuj^ iteTToiriKC irepl tuiv AaK€bai|Lioviu)v' "EvB* alxi^d ktX. Il fram- 
mento è pure riferito nella Tattica di Àrriano, 44, 3. Forse esso appar- 
teneva al canto col quale Terpandro avrebbe composto la discordia dei 
Lacedemoni, onde Évtìa del primo verso sarebbe Sparta. — 1. aixMÒ... 
véuiv: = alxjLiilTal véoi. Gfr. Pind., htm. 5, 33 Kdaxopo^ b* aixMd TTo- 
XubeÙKeo^ T* éit* Eùpilixa /)€é0poi^, Nem. 10, 13 Spéipe b* alxM^v *A|Li(pi- 
Tpi)UJvo<;. — X{Y€ia: proparossitono sebbene il maschile Xiyùc; ed il neutro 
Xifù siano ossitoni. Cfr. Arcadie, 95 : Td dirò òHutóvuiv irpoTrepiairdJvTai 
... irXfjv ToO Xiyeia xal èXdxcia dirò toO XiyO^ Kai èXax^^- — 2. cO- 
pudyuia : lo Schneidewin corresse €0 dpaputa {ben ordinata) ed il Bergk 
congetturò cùpudvoaoa (largamente dominante) od €Ò6udtuia {dalle 
rette vie), ma Tespressione di giustizia dalle larghe vie ha un^ottima 
ragion morale di essere, perchè la giustizia dev'essere ampia ed aperta 
per tutti : una ragion materiale dell'epiteto ce la dà poi il passo di Arato, 
0aivó|Li., 105 e sg. : Aìkt] ... dtcìpoiiA^ii bè 'iépowac^ \ ^è ttou clv- dyopQ 
f^ eùpuxòpM; èv dTUifj. — èmTd^^oBo^ : in Omero e sempre detto di un 
dio soccorritore, ed in tale sensj s'incontra pure in Carm. pop., 47, 7. 
Nei Frgg. mei. adesp., 33 A troviamo la forma senza preposizione : rdp- 
poe€, Mdiaa Xiteia. 

Alcmano. 

Alcmano, il quale venne dagli antichi ritenuto il creatore della poesia 
corale, nacque in Sardi nella Lidia. Di ciò egli medesimo si vanta nel 
fr. V. Non è a credere però ch'egli non fosse di stirpe ellenica. In Sardi 
viveano nella condizione di iiiéToiicoi non pochi Greci, e probabilmente uno 
di essi fu il padre di Alcmano. 11 nome di entrambi, padre e figlio, è 
eminentemente greco: quello del primo lo troviamo indicato o come 
Damas o come Titaros. DaìVAnt. Pai., VII, 709, vv. 3-4 (vOv bé jioi 
*AXK|Lidv I ouvojLia) si potrebbe forse inferire che Alcmano portasse un 
tempo un nome lidio: ma la fonte è troppo poco sicura per poter su di 
essa arrischiare una ipotesi sufiScientemente prc^abile. Nonostante l'affer- 
mazione del poeta stesso nel fr. V, egli fu creduto, a cagione, più che del 
suo Bpmto, del suo linguaggio in massima parte dorico, un Laoo&e di 
Messoa. La causa di taie credenza venne spiegata in due modi. O essa 
provenne dalla confusione fra MEZZO ATAZ, abitante di Messo» (che 
Strabene, Villi, 364, dice «ma parte di Sparta) « MEZZOflTAZ, il)itaBte 



ALCMANO 61 

del monte Messogis in Lidia (Grusius), oppure dal fatto che il Lacede- 
mone signore di Alcmano (secondo la versione che del poeta fa uno 
schiavo fatto poscia libero) avea in Messoa dimora (Flach). Riguardo alla 
venuta di Alcmano in Sparta abbiamo due tradizioni. L*una è quella che, 
come già avvertimmo parlando di Terpandro, si ripete in modo presso 
a poco identico per Terpandro, Taleta, Alcmano, Tirteo: secondo essa 
egli venne chiamato dietro ordine d*un oracolo per ristabilire la pace 
nella città (Eliano, Stor. var., XII, 50). L*altra narra ch'ei giunse nella 
metropoli de* Lacedemoni in condizione di schiavo, avendolo comperato 
uno spartano di nome Agesida (Eraclide, in Frgff, hisior. graec. del 
Mùller, II, 210). Se si dovesse prestar fede a questa seconda versione, si 
potrebbe pensare che Alcmano sia stato fatto prigioniero di guerra nelle 
scorrerie de* Gimmerii (cfr. Gallino, 1 ; vedi Sm^rth, p. 171) e poscia da 
loro venduto ad Agesida. forse egli cadde i)rigione in alcuno de* com- 
battimenti fra i Lidi e gli Joni, e dalle mani degli ultimi passò poi a 
Snelle del nobile spartano (Flach, p. 302). Il quale, cenando si fu avve- 
nto deir indole signorile e del talento musicale di lui, lo avrebbe libe- 
rato. Ma, lasciando stare siffatti racconti, ne* quali troppo difficile oramai, 
ed anzi impossibile è il discernere la verità dalla leggenda, questo pos- 
siamo fuor di dubbio affermare, che Alcmano in Sparta dovette essere 
tenuto in gran conto« se egli occupò la posizione ufficiale di maestro de* 
cori dello Stato e più ancora se gli Spartani Io seppellirono fra gli impcpa 
degli Ippocoontidi e Tiepóv d' Eracle (Paus., Ili, 15, 2-3). 

Quanto al tempo in cui fiori Alcmano, abbiamo i seguenti indizi. Sap- 
piamo dal De mus.<t e. 5, che fu posteriore a Polimnasto, perchò di lui 
fece menzione ne* suoi versi : d*altra parte Snida, sotto 'AXKjbidv, *Ap{u;v, 
ZTT)0(xopoq, c*informa ch*egli fu anteriore ad Arione ed a Stesicoro e che 
fu uno de* più antichi poeti i quali abbiano rinunziato alKesametro. Di 
più Eusebio lo pone nell'Olimp. 30* (656 a. Gr.), ed Apollodoro nella 27* 
(672 a. Gr. — Si sa che siffatte designazioni cronologiche indicano l'dKiLiY'i, 
ossia ad un di presso il quarantesimo anno di vita) : la prima indicazione 
è più probabile della seconda, perchò Apollodoro di regola mette le date 
più indietro d ogni altro. 

Le poesìe d*ATcmano, secondo che ne dice Suida, formavano sei libri: 
erano partenii, inni, iporchemi, peani, canti erotici, imenei. Taluna do- 
vette avere indole non molto disforme da quella degli scolii, a giudicare, 
ad es., dal /V. 22b. L'arte d' Alcmano tradisce nel poeta dorico il sangue 
eolico che doveva scorrergli nelle vene: egli è galante, grazioso, pieno 
d*immaginazione: ha un delicatissimo sentimento della natura. La maggior 
perfezione la raggiunse nel partenio, nel quale non riuscirono ad ag- 
guagliarlo i sommi poeti del sesto e del quinto secolo. NelKuso de* metri 
mostra una notevole varietà: adopera squisitamente Tesametro, ma pre- 
ferisce versi dattilici più brevi, ed in ispecie il tetrametro nel quale di 
rado 8*incontra lo spondeo. Si serve pure di metri trocaici, giambici, ana- 
pestici. I suoi logaedi (logaedi veri e versi xarà ^aKXclov €lbo(;) sono 
disposti in forme semplici e graziose. I eretici mostrano 1* influenza di 
Taleta, gli jonici di Polimnasto. Nella disposizione de* versi egli ricorre 
tanto al sistema quanto alla strofe. Per primo forse usò, almeno rudi- 
mentalmente, la triade (cfr. la nota metrica al fr. IV). Il suo dialetto è 
il laconico del tempo con qualche traccia d'eolismo ed una influenza 
abbastanza spiccata della lingua d'Omero. 

Alcmano m posto il primo nel canone de* poeti melici stabilito dai 
grammatici alessandrini. La sua poesia ebbe una vita lunga e gloriosa. 
Egli era ancora cantato in Atene a* tempi di Pericle: da Pausania (III, 
26^ 2) appare che leggevasi ancora nel secondo secolo dopo Cr, 



62 ANTOLOGIA DELLA MELIGA 6RIGA 

1(1). 



-^ \j \j ^v/Vy \y A 

v^ — v/^v/» vy — vy I • ^ 

Mujcy' àf€^ MojcTa Xitcìa TtoXu^iueXè^ 

aÌ€vdoiò€ \ié\oq 

vcox^òv ftpx€ napaévoi^ àeibcv. 

I (1). Massimo Planude, Ret., V, p. 510 (ed. Walz), dopo d'aver rife- 
rito il frammento 36 Bergk, soggiunge: èÉ dvo|Lio{uiv bé (arpoqpf) auy- 
KCi^évTi) di? TÓb€- tAtha* drc ktX. 11 v. 3 lo cita anche Prisciano, De 
metris Terent.^ II, 425 ed. Keil : « Alcman autem in primo catalectum 
trimetrum fecit habentem in quarto loco modo iambum, modo spondeum 
sic: Ncox^òv ktX. ». (Il trimetro con spondeo nella quarta sede citato da 
Prisciano è il /r. 4 Bergk, che, come pure il fr. 6, appartiene certo allo 
stesso carme che questo di cui stiamo dicendo). Il v. i senza fare il nome 
del poeta si adduce pure in Et. M., 589, 47: MOtiod T€ MOùoa XiTeia. II 
frammento si crede sia il principio d*un inno a Z€ù<; AuKaTo? (cfr. Imerio, 
Or. 5, 3, e Prisciano, I. e). — 1. XÌT€ia: v. Terpandro, VI, n. 2* al 
verso 1. — iroXu|ui)ui€Xé(;: per ragione metrica, invece di iroXufjicXéc;. — 

2. al€vdoi&c: sull'analogia di alévuTrvo<;» Sofocle, Ed. a Col., v. 1578. — 

3. irapaévoK;: lacon. per irapBévoK. — dcfòcv: dor. per dd&civ. L'accento 
è acuto secondo Fuso dorico (Spiess, D. Alcm. poet. dialect, pp. 367-8; 
Meister, Zur griech. Dialektol.^ 1; Kùhner^ § 80, 3). 

Metro. ^ Abbiamo qui una strofe di tre versi, dei quali il primo è il 
metrum alcmanicum ossia una tetrapodia dattilica acataletta, il secondo 
un trimetro dattilico catalettico in unam syllabam (meglio unire questi 
due primi versi in uno e considerarlo come un ettametro dattilico cata- 
lettico in unam syllabam o come un esametro ipercataletto), il terzo un 
trimetro giambico catalettico. Ma acciocché sia possibile lo spondeo nella 
quarta sede il Bergk ritiene il trimetro giambico come composto non di 
tre dipodie, sibbene di due tripodie. Cosi abbiamo fatto anche noL II 
Westphal ritiene la composizione della strofe come dattilico-trocaica, 
scandendo l'ultimo verso come una pentapodia trocaica preceduta da ana- 
crusi. Così la strofe diventa logaedica. Noi non crediamo affatto sia da 
accettare questa scansione. 

II (9). Eli AIOIKOYPOYI. 

V^^ y^ ± 

— — ««'— — L • \j 

KdCTTUJp T€, TTliXuJV WK^UJV 

ò^ainpe^, iTTTTÓTai aoq)Oi, 
Kal TTujXubeuKTi? Kubpóq. 

II (9). Erodiano, Belle figure^ 61 : 'AXkjuqvikòv axn^a tò Mcad21ov ti^v 
èiraXXi^iXuiv òvojLidTuiv f\ /^njLidruiv Oéaiv itXt]6uvtiko!(; f{ buiKo!<; òvó- 



ALGMANO 63 

Haffiv ij (fiimaai irX€ovd2!€i òé toOto tò axfi^a irap' 'AXKiudvi tiJi 

XupiKijp, 66€v Kal *AXK)uiaviKÒv d)vó^a<TTat. €Ù6ù^ toOv èv Tf| b€UTép<)i 
ipò^ irap^iXTiirTat * Kd<TTUjp T€ ktX. Il frammento è pure riferito con 
varianti dallo scoliasta a Pind., Pitia 4, 318, da quello a Odiss.^ k, 513, 
e da Eustazio, 1667, 34. È l'unico frammento certo deirinno d*Alcmano 
ai Dioscuri (y. Bergk, frr. 10 e 11). — 1. Kdorwp: Castore (rad. xab, 
rendo nitido, lat. candeOy castus) e Polluce (TToXuÒ€ÓKr)<; forse per dis- 
similazione da TToXuX€OKr)(;, lat. Pollux, il molto lucente^ secondo una 
leggenda (seguita, come già avvertimmo al /V. •IV di Terpandro, nella 
NéKum (X, 209-300) ) figli di Tindaro e di Leda, erano due antiche divi- 
nità nazionali della Laconia protettrici dei naviganti, che li invocavano 
nelle tempeste. II culto di esse fu accettato dai Dori dopo l'invasione dei- 
Peloponneso. Secondo un*altra leggenda invece solo Castore era figlio di 
Tindaro, e Polluce era nato di Zeus, che avea visitato Leda sotto la 
forma di un cigno. Polluce era auindi immortale e Castore mortale, ma 
tanto era Tamore che univa i aue fratelli, che alla morte di Castore 
rimmortale Polluce alla eterna dimora fra gli dei preferì, per non dover 
abbandonare Castore, irdvruiv ... ànohàaaaaQax Fiaov con lui e restare 
i\mav M^v ... fcda<^ òirév€p6€v..., f\\xìav h* oòpavoO kv xpuaéoic bó^ioiaiv 
(Pind., Nem. 10, vv. 86-8). Nota il Preller che i due fratelli vennero 
poi chiamati Dioscuri non essendo forse Tindaro altro che un appellativo 
di Zeus stesso. -^ 1 e 2- iTd)Xujv diKéwv òfLiaTf^pcq: lo schema alcma- 
nico, che si contiene in queste parole, è già definito neiraddotto passo 
di Erodiano : una definizione, che apparirà forse più chiara, la dà il Wil- 
pert, De schem. pind. et alcm.^ cap. 6, stabilendo < schema alcmanicum 
esse figuram grammaticam (vel rhetoricam), e qua verbum vel nomen 
ad duo nomina spectans, quamquam priori nomini succedens buie arctis- 
sime coniunctum et accomodandum esse videatur, tamen plurali sit nu- 
mero ». — Esempi di schema alcmanico in altri autori cne nel nostro, 
sono, fra i parecchi, E, 774 fjxi ^oàc; Zijlióci^ 0U|yi3dXX€T0v ^òè Zxd^av- 

bpo(;, Pind., Pitia 4, 178-9 iTéMir€ b* 'Epudt; òiòOmouc; utoù<; ... | tòv 

uèv *Ex(ova, K€xXdbovTft^ fiBa, tòv b' "Epuxov. Cfr. anche y, 138 e k, 
513-14. 

Metro. — Per il Bergk il metro del frammento è il tetrametro giam- 
bico acataletto: il Welcker, Rh. Mus., X, 405, leggeva a questo modo: 
KdoTuip T€ TTibXuiv UiKéuiv bajLidvTope, i lirirÓTa aoqpd), I xal TToXubcOKiit; 
Kubpó<;. Cfr. il nostro schema con Blass, Rh, Mus.^ XL, p. 22. 

Ili (16). 



JL s^ J. y^ JL -. 



Kai Tiv euxofxai q)€poiaa 
TÓvb' éXixp^cTu) TTuXeuJva 

KTlpaTUJ KUTTaipUJ. 

Ili (16). Ateneo, XV, p. 681 A : Mvrumovcùei aùxoO (xoO éXixpùaou) 
*AXK|Liàv èv toOtok;* xai tiv* ktX. — 1. t(v : dor. per ao(. — 

(pépoioa: eoi. per cp^pouaa. — 2. éXixpOouj: gen. dor. per éXi- 

Xpóaou. — iTuX€ULiva: Ateneo, XV, 678 A: TTuXcidv odxui^ KoXctrai 
ó aTé9avo<;, 8v xfl "Hpqi irepixiGéaaiv ol AdKUive<;, 05(; <pr\ai TTdiLKpiXoq. 



64 



ANTOLÒOIA DELLA MELTGA GRKCA 



Di qui si deduce che il frammento faceva probabilmente parte di un 
inno in onor di Hera. — 8. xi^pariZi:. crasi dorica per icoét èpartS 

(Kuhn.', § 51, 7), — KUTrafpui: gen. dor. = KUTra{pou al par di èpaxui 
= èparoO. Quanto poi alta forma KÙTraipov invece di xi^ircipov, Eustazio, 
Od., 1648, 7, ci avverte che xal KOircipov KÙnaipov irap* *AXk|jiAyi. 

Metro. -" Strofe compoeta di due tetrapodie trocaiche (in TruX€«Z)va 
y*è sinizesi) acatalette seguite da una tripodia trocaica acataletta come 
chiusa (probabilmente quest^ultima ha il valore di una tetrapodia brachi» 
cataletta ^ ^ ^ v/ l1 . l1 .). 



IV (23X 



«. 



a . 



p. 



\^ ■— Kj 

v^ — e» 



-i V-» — 1^ 



— V-' — j ~ — V/<M» 



- *-» iJl • i— • (e a) 

-^ v^ ., G J' \J \^KJ 0' 



vy - v^ 



— Kf\J — V-'V» — . \J\^ 



^^^^^^ww z^^ e jtHV- 



OTp. a'. 



v^\^ 



jt wv^ - A 



10 



n]ujXub€UKTl?. Col. L 

ouK èTw]v AÙKaicTov Iv KajLuBcriv àXéTU), 

àXX* 'Eva]pcrq)ópov te kqì Zeppov iioòiwKri, 

Bjl)kóXo]v t€ tòv piaiàv, [iTTTtoBaiJv le tòv Kcpuaiav, (5) 

Eùieixn T€, FàvaKtd t' 'Apn'iov, 

"AK^jiovjd t' ?Eoxov f)|iiaiujv. 

OTp. p'. 

kSXki)lio]v tòv ttYpéiav [(TTpaio)] \xi^o.v Euputóv T€ 
"Apeoq Sv] Tiiipu) kXóvov ["AXKuuvà] xe xibq àpiaTuag (11) 
ouò' djiibq 7T]apri(Jo^€q. [Kpàiriae TJdp Alaa TravTwv 
KQÌ TTópo(;,] T^potiTàToi [(Jiaiv dtTrJébiXo^ dXKÓ. (15) 

^riTl^ àv9]pa)iTujv è^ ibpavòv TroTn00w, 
innbè n€i]pr|TUJ Yafif\v ràv 'Aq)pobiTav, 



ALGMANO 65 

Kuirpiav] fivaaaav, fi tiv' [^u€iò]f\ iraiba TTópKUj 
elvaXiu). XaJpiTcg bè Aiòq bó^ov (20) 

15 €l(ypa{vou]aiv époTXecpdpoi. 

<iTp. Y- 
'{Quattro versi troppo mutilati). 

20 - ^ - G . fPa- Tujv b* aXXog i(Si (30) 

l(p6iT\ àXXoq b' ai»T€] )iap)idpi{j )iuXdKp()i, 

(Ì7n verso frcij^o mutilato). 

- w,. - ^v^ - ^ fiXaaxa bè 35 (Col. II) 

IpTa iid(Tov KttKà \ir\aa\xéyo\. 

arp. ò'. 

25 {(jTi Tiq aiaiv Tiaiq* 6 b*[6X]p[i]o5, óaiig cucppiwv 
djiépav [bi]aTiX^K€i fiK[Xau](TTog' èfiliv b* deibiw 
'ATibiGg TÒ cpuig* ópdl F* ujt' SXiov, òvircp fiiniv (41) 
'Aribui )LiapTÙp€Tai cpalvnv èinè b' out* ènaivnv 
o6t€ mu^jfjaOai viv d KXevvd xopaTÒq 

30 oub' ó^Jiib^ èQ* boK€i rdp fj^ev aura (45) 

éKTrp€Trf|^ TO)^, i&aTTep at ti^ èv potoTq (Tidcreiev Kttttov 
iraTÒv deOXocpópov Kavaxdnoba 
TUJV ùiroTrcTpibiujv òvelpujv. 

axp. €'. 

fi oùx òprjq; 6 jièv k^Xt]^ 'Evctikó^- d bè x^ixa (51) 
35 tS^ è^fig dvcipiaq 'Atn^JiXÓpaq èiravOei 

X]pucTÒ^ Obq dKi'ipaTog' tó t' dpTupiov ttpócToìttov — (55) 

biacpdbav ti toi Xériw; 'Arn^^iX^pa ^èv aOta. 

d òè òeuTépa ireb* 'ATibubv tò Feiboq 

iTTTTo^ Eipr)Vi|i KoXaEaio^ bpa^ckai. 
40 Tal TTeXcidbeq rdp à[x\v 'OpBiqi cpapoq cpepoiaaiq (61) 

vuKTa òi' djLiPpoaiav &t€ arjpiov 

fiaTpov dPeipo^évai jidxovTai. 

axp. r. 

ouTC TÓp TI TTopcpupaq TÓaaoq KÓpo^ uiaT* d^jiuvai, (65) 
o6t€ TTOiKiXoq bpdKujv TTaTXP^cJioq, OÙbè ILllTpa 
45 Aubia, vcavlbujv | lavorXecpdpwv firci^MCi» Col. III. 

Taocomb, Ànioìogia della meUea grtca. 5 



66 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

oubè TCiì NciyvOiq KÓMav, à}X pub' 'ApéTQi (Ti.€ib,ric» (71) 

cube Z!uXaK(^ t€ Ka\ KXeiiaia^pa, 

oùb* èq Aivii(Ti|iPpÓTa^ èveoiaq^ q>aa€T^' 

«•AcTiacpig Té jioi T^voiTO Kaì ttotiyX^ttoi 0iXuXXa (75) 

50 AajiapéTa t* èpatd t€ PiavOc^ig », 
àXX* 'ATn^*X<ip<» ^€ TTipcT. 

arp. r\*. 
CU T^p à K^ajXXiacpupo^ ^^.f^axxòpa nàp* aÙTcT, 
'Atiboì b' [T]KiTap ^év€^ 0«iiOlTi^MÌ t' &\x' ènaivei; (81) 
à\Xà tSv [eux]d^, (Tioi, béSa^Oe* [OìiuE^Jv TÒip iva 

55 Kttì téXo^. xopoaxàTi^ cTi^oWi k'* èxwv mj^v^ (ròta (85) 
Ttapa^vcq ^àiav Atto Opdvuj XéXaKa 
yXouE — étùjv bè iql fièv 'AuÙTi inaXicTTqi 
avbavT|v èpoj* ttóvuiv yàp à\x\v idiwp Itcvto — , 
èH 'AtiicHxópa^ bè vcdvibe^ (90) 

60 clpjnvaq èpata^ Iné^av. 

arp. e'. 

Tip T€ TÒp (Jnpa^ópW owTujg ?[TTeTai] inér* [fipMa, 
Tfp Kupepydyrqi i^è XP^ ki^v. vqi iiiaX* [àiey] ujKa* (95) 

a bè Tciv ZìipTìvibujv àoiboT^pa inèv [oàxi« 
(Tial Tdp, dvTi b' ^vbeKa iiaibu^v, beK[ài^ o7 à€i]b6>. 
65 cpe^TTCTai b' [fip*] ujt' ém Hàveu) ^oaTm (100) 

KUKVoq* d b' èTri^€pi|i EavBqi KO^icTKqi 

•R 'p •« *^ •p 

IV (23). Per trattare degnamente del partenio d*Alcmano altro spazio 
oi vorrebbe che quello concessone in q^uesta antologia : ci limiteremo alle 
cose principali. — Il partenio ci ò giunto in un papiro scoperto Tanno 
1855 dai Manette in una tomba presso la seconda piramide ai Saqcarah. 
Il papiro fu dallo scopritore inviato a Parigi all'Egger, il quale nel 1863 
ne diede una descrizione nelle Mémoires cPhistoire ancienne et de phi- 
lologie^ più il testo dei primi versi. Le dimensioni del papiro di §ac- 
carah sono largh. cm. 26 e alt. 22; lo scritto è diviso in tre colonne, dì 
cui la prima e la seconda comprendono. 34 linee ciascuna» Ift. terza 33. 
La scrittura della prima colonna è la più leggibile, ma uno strappo in 
senso longitudinale ha as{)ortato il principio ai tutte le linee ; la seconda 
colonna e guasta da buchi e da macchie a'umidità ; la terza ha un grosso 
buco tra le linee 25 e 29 e presenta le fibre cosi disgregate da rendere 
la lettura difficilissima. Tra runa colonna q Taltra, come pure ia alto e 
in basso, sono molti scolii (uno dei auali, al v. 6 della col. I, prova Tau- 
tenticità del frammento^ dimostrata del resto anche dal* fatto eoe le linee 
30-31 della col. II (v. 43) sono citate dal grammatico Aristofane* presso lo 



ALCMANO 67 

scoliaste d^Omero (II., Y, 206) ) anch'osai malagevoli a leggersi per le stesse 
cause ora accennate. La data del pamro yeiuìe fissata dai Wessely al 
tempo d'Augusto: il fìlass daireaame di testi non. letterari scritti sui mar- 
gini inferiori fu indotto a portarla alquanto più indietro, e cioò avanti 
alla conquista d'Alessandria. — Dopo i Egger una scliiera di studiosi ha 
rivolto le sue cure al non meno famoso che oscuro partenio. Ne serisaero 
il TsN BRiNR nel PkiMogm^ XXI (1863); il Brunbt ok Prbsle nelle 
Noiiee» ei eociraùa des mamuscrits de la bibUotkèque imperiale^ XYIII 
(1865 — puhhUc. àél pap. con fae-simiW) ; il BsaeR nel FhiM^ XXIU 
e oftUa terza edizioske det lirici greci; TAhrens in due memorie pubbli- 
cate nel PhiM., XXVII (pp. 241-285 e 577-629); il Niggbmbtsr,. Le 
AlcmoMB poeta laconico (Monasterii , 1869>; il Blass nel Bermes, 
Xm e XlV; il Ghrist n«l Phihl^ XXIX; il Canini,. FragmetU du 
Parthénie d'Alcman pour lea féies de^ DUscure^, restarurér com" 
mente et traduit (Paris, 1870); di nuovo il Berak nella 4* e^iss. dei 
Poetae lyrici graeci (1882); il Picgolomini negli Studi di /Uohgia 
greca (Torino, 1882, 1, pp^ 193-205); iì Sitzler nella Pkihl Rundschau, 
1883; ancora il Blass nel Rhein. Mmeum, XL (1885), pp^ 1-22; il 
DiBLS nel Hermes, XXXI; il v. WiLAMOvraz nel Herme$t^ XXXII; il 
JuRENKA nei Wiener Siud., XVÌI, nei Serta Harteliana, p. 36, nei 
Sitzungsberr. d. Wiener Akad., CXXXV, nel Philolr LVI; il Mica»' 
LANGBLi nei Frammenti della Melica Greca^ I, pp^ 14-21; il Bruschi 
nella Rw. di filoL e d'Istruì. Classica, XXHI (1895), pp. 504-56»; lo 
Smtth nei Greeh Melie Paets (1900X pp. 175-188. — Anche cosi monco 
cornee il partenio lascia capire evidentemente che componevafii di due 
partì, la prima, comprendente il mito, fino al principio della colonna H, 
la seconda, da questo pasto alla fine, celebrante le lodi, di due fanciulle 
del Coro, Agido ed Agesìeora. Il mito è qaeUo della morte degli Ippo^ 
coontidi, avvenuta per mano di Eracle. Lo scoliaste di Clemente Ales- 
sandri ao, IV, 107, riferisce: Mititokóujv tic ^Tévero Aoiccbcnfióvio^, e^ 
uioi atto ToO ini.tpò^ X€YÓ]Li€voi 'iTriroxouuvTÀat éq>òv€uaav tòv Aucu^vieu 
utòv, Olujvòv ò VOTOTI, auvóvTa ti|i *HpaMX^ èfavoKTiiaavTe; èrèi tiXi 
ii€<povc0a6ai M oùtoO KÙva oòtCEiv * ioal bt\ àYavaKxfiooi^ èra toOtqiÌ; 
ó 'HpaxXfì^ iTÓXcjytav ouTKpOTct xax* qùtiìiv ical icoXXod^ èvoipelf óre koI 
oAtò^ ti^ X^pa èicXf)Yr)> jucé^vitrai òè ical 'AXkjuìAv èv a'. Può darsi che 

10 scoliaste abbia voluto alludere al partenie. Nella parte a noi giunta 
Eracle non è nominato esplicitamente, ma, come bene osservava già il 
Blass, le parole icp e juap^dp^i luuXdicpiju deUe linee 30-1, cui. 1, accen- 
nano ad armi molto appropriata al figlio d'Akmena. Di più il nome di 
TTujXuòeéKTi^ che leggesi nella prima riga del papiro, può far sospettare 
che il poeta narrasse come, ferito Eracler, sottentrasse nella pugna contro 
gli Ippocoontidi Polluce, amico d^Eracle e nemico, anche per conto pro- 
prio, della famiglia di Ippocoonte (ricordisi che Ippocoonte^ fratello di 
Tindaro (padre, almeno putativo, di Polluce) lo cacciò dal regno, che 
Tindaro non potò riavere più se non alla morte del fratello e de nipoti). 

11 numero degli Ippocoontidi è dato variamente; Aoollodoro (III, 10, 5) 
ne annovera dodici, i quali furono tutti uccisi: Dioooro (IV, 33, 6) dice 
che essi wano venti, ma che caddero solo il padre e dieci figliuoli. Quanti 
e quali fossero secondo Alcmano si com{>rende che è afiaito impossibile 
stabili]^ — Un'altra questione su cui si possono fare congetture, ma 
che non può venire definitivamente risolta, è quella del numero delle 
strofe del partenio. Se si ritiene che a noi sia giunta intera la seconda 
parte (queHa che celebra Agido e Agesicora), tranne, s*intende, Tultimo 
tratto deir ultima strofe, si può supporre per ragion di simmetria che 
anche la prima constasse di cinque strofe. (Questa è Topinione più diffusa. 



68 ANTOLOGIA DELLA HILIGA GRECA 

Il Bergk invece (III \ p. 27) pare la pensi diversamente : < Portasse 
Carmen XII strophis constabat, sex stropnis fabulare argumentam absol- 
vebatar, totidem lusibus et lasci viae puellari erant destinatae ». Ma a 
sostegno della sua ipotesi non ha altra ragione se non questa: cln 
utraque autem parte tres priores strophae versa iogaoedico, tres poste- 
rìores versu dactylico terminabantar » (ibid., ihid.). L*affermazione è ab- 
bastanza gratuita. — A quale divinità era rivolto il carme? L*Egger, il 
Canini, ed altri lo credettero composto in onore de' Dioscuri, ma in realtà 
non conforta quest'opinione altro che il nome di Polluce al v. 1': ora 
Polluce può essere stato nominato dal poeta quasi solo incidentalmente, 
come spiegammo più sopra. L* ipotesi più pronabile è che fosse dedicato 
ad Artemide Ortia: a sostenerla non v*é però altro che la lezione del 
papiro al v. (61) opOpiat con una linea che cancella il secondo p (òpBim 
nello scolio corrispondente). — Il partenio fu cantato di notte: v. (&l). 
(Cfr. Euripide, Eraclidi, vv. 782-3: ÒXoXOtMaTa iravvuxioiq ùttò iraplOévuiv 
lax€t irobiùv KpÓTOiaiv: cfr. anche Pind., Pit. 3, 77-79). 

1. TTuiXuÒ€OKf}<: con allungamento dorico nella prima sillaba: cfr. in 
jon. TTouXubd^ac;, TTouXupÓTCìpa. V. la nota mitologica al v. 1 del fr. II. 

— 8. ètibv: dor. — AÙKaiaov: lacon. = AóxaiOov. — Ka|LiiI»atv: dor. 

— dXéTui: cfr. Pindaro, 01.2, 78: TTiiXcO^ t€ kqI KdbjLio^ èv TOtaiv dX^- 
YovTat. Negli epici dXétui, generalmente preceduto da où, significa darsi 
pensiero : cfr. anche Simonide, fr, 37 b., v. 10. — 8. 'Evapocpópov : = 

,8^ là Ivapa q>^p€i: èvapa- è la forma debole di èvapeo- parallelo a 
èvapo-. — Zéppov: è lo stesso che T^ppo< nella enumerazione degli Ippo- 
coontìdi data da Apollodoro. — 4. *linro6d»v : da *6odu) = 9od2;uj. 

Nota lo Smyth che il nome appare su di un vaso (C. I, 6., 7434 b)» Tanto 
questo nome come il precedente BujkóXo<; sono intesati da Apollodoro. — 
6. FdvaKTa: dvaE precede il nome a cui si riferisce, come in O 453 e 
V 588. — *ApfiTov: uno scolio integrato dal Blass dichiara: <t>€p€Kubr)^ 
Iva tC&v *linroKUivTi&i&v *ApfjiTov . . . f| tòv 'Apf^iTov ó 'AXxfidv Apfjiov. 

— 6. ''AKfjiova: cfr. Ovidio, Metam.<, XIV, v. 484. AopKéa dato dal- 
TAhrens e dal fìergk, come il Bergk stesso poi riconobbe (III^, p. 36), 
non è permesso dal metro. — i^iiiialuiv: lacon. s=y||biieéuiv. — 7. "AX- 
Kifuiov: in Apollod. 'AXk{vou(;. — d^p^Tav: Esichio spiega = VJYefyióva. 
Per OTpaTdi cfr. 0TpaTif)<; drcpOK; in Erodoto, VII, 5. — 8. irdjpuj : 
dor. irOtipo^ = belli tumuUus (Bergk). L' interpretazione della parola è 
però semplicemente congetturale e dipende anche dalla integr. 'Apeo^ 
dv, che potrebbe essere falsa. — "AXxuiva: da Apollodoro. — xdx; dp{- 
<TTU)<;: accuB. dor. — 9. oùò* àjLid)^ iTap^ao|Li€(: dor. Per racconto di 
&|ud)q vedi V. 30. In -|yi€q vedesi la desinenza primaria (sanscr. mas) che 
il dorico ha conservato e che gli altri dialetti hanno sostituito colla secon- 
daria -^€v. — iràvTiIiv è Taccentuazione del papiro secondo Tubo del dialetto 
dorico, il quale presenta, sebbene non in modo così spiccato, la tendenza 
opposta a quella del dialetto eolico (Kùbn.^ § 80, 3). — 10. TTÓpo^: figlio 
di MfjTi<; e padre di "Epwc; secondo Platone, Simp., 203, B. Per il signi- 
ficato cfr. ircp-dui, Trop-aOvui, ir€-irp-ui|Liévov. — TcpalTdxoi: accentuaz. 
segnata nel pap. (Kùhn.^ §80,3). — aidiv: lacon. = Ocdiv. — dirébiXo^: 
d- copulativo, non privativo. — 11. |Lif)Ti<;...: fin qui la narrazione del 
fatto, che fu punizione di 03pi<;: ora viene il consiglio di guardarsi dal- 
rincorrere nell'Apple; stessa. — irori^aGuj: dor. come pure iT€ipf)Tui al 
verso seguente (cfr. Kuhn. 3, § 247, a. Cfr. Pind., Pit, 10, 27). — 12. ya- 
ILifìv: un infinito cópnv (Teocrito, 11, 4) in Kùbn.^, § 26, r\u. €i, e § 20, 
0, è spiegato come dorico. — 13. iraiba: accent. segnata nel pap. 
(Kuhn.', § 80, 3). — TTÓpKui: Esichio a Nnpeu^ chiosa: OaXdaoio^ òai- 
|Liu)v. 'AXK|Liàv Kol TTópKov òvo|LidZ€i. Ora è bensì vero che, se noi guar- 



ALCMANO 69 

diamo alla forma esteriore del nome, siamo tratti a credere che Eaichio 
sia caduto in errore e ad identificaro TTópRO^ con <t>6piai^ (Bmschi, p. 515), 
ma, facendo invece attenzione al concetto che qui si vaole esprimere, 
bisogna ammettere che la spi^azione di Esichio è retta* Nereo, il buon 
yec(mìo marino ognor placido e sereno (cfr. etimol. probabile di N?)p€i&^ 
da vn-pÀu, Neduus)^ che dimora nel fondo del maro sempro quieto, 
è padre di belliasime figlie che abitano presso di lui in una grotta 
splendente d'argento, intente a lavori femminili, in ispecie al filare (xpv- 
aoXdxaToi Pind^ Nem. 5, 36); una di esse ò Tetide, che fu desiderata 

Per la sua bellezza dagU I>ei più potenti. Forai invece rappresenta 
aspetto mostruoso e spaventoso del mare ed ò fatto genitore o proge- 
nitore solo di mostri: m sua figlia Toosa, la madre di Polifemo. Altro 
che dppK il pretendere alle nozze di cosà graziose signorine! — Coi 
vv. 12-13 lo Smyth molto a prooosito confironta Pindaro, Pit. Z, 34 : Aiòq 
fixciTiv èncip&TO (IssioneX 4, 90 e 92: Tituòv 3éXo^ 'Apréfuiibo^ . . • àtpga 
Tiq Tdv èv òuvaTtp qnXoTdruiv éfni|iaOciv Sparai, Eschilo, PromeU^ wM 
6 Sgg. ^f|icoT€ ^finoTc Toi ^*, di I iTÓTviai Motpai, Xcx^uiv Aiòq €ùvd- | 
TCipov IboiaOc iréXouoav* | ^T)òé irXaOciiiv '^^ayÀtq. rivi tiBv £E oòpavoO. 
(W.) — 15. èpoTX€<pdipoi: èpo- = èpttiTO-: yXéqpapov dor. per pxépapov 
(Kùhn.^ § 28, b, T u. 3). — 20. rOtiv: pron. dimostr. — 24. irdoov: 
lacon. ss irdOov = ^iraOov. — ^fjoàfAévoi : accent. segnata nel pap. 
(Kùhn.^, § 80, 3). — Nei vv. 20-24 parecchi credettero vedere un rife- 
rimento ad un altro caso di dppiq castigata: il Beigk pensò alla pugna 
tra gli Aferetidi (Ida e Linceo: cfr. Teocrito, 22, Pindaro, Nem, 10) e 
i Dioscuri, lo Smyth alla battaglia d^li Dei e de* Giganti colla compar- 
tecipazione di Eracle (v. 21). Io ritengo si tratti sempre degli Ippocoon- 
tidi (cfr. v. 21 (Eracle) e un avanzo del v. 18 iliXco f|pa (Oionos)). — 
26. oiiXrv: vedi v. 10. — 26. &^épav biairXéxci dxXauoroc;: conse- 

guenza di €Cq>pu)y. Per Tespressione cfr. Erodoto, V, 92, 6. ^ èrUiv...: 
anche il poeta si accinge in certo modo a seguire la massima or ora 
espressa, passando ad argomento assai più sereno di quello toccato dianzi. 

— 27. 'ATi&tDq: dor. = 'ATiboOq. — F*: Agido. — ifir': dor. =OBaT*. 

— 28. qiaivT)v: eoi. -*- fivncp... q>a{vr)v: intendi: e la bellezza di Agido 
è tanta che, anche ora che è notte e il sole non lo vediamo, basta essa 
a farci persuasi che il sole c'ò, perchè il fulgore che da essa bellezza 
emana e identico a anello che spande il sole ». — éiTaivf)v: infinito dor. 
secondo Kùhn.^, § 26, t) u. et, come pure ^utFifiadai al verso seguente. 

— 29. xXewd: dor. — 30. oùò* àjiidx; è la scrittura del Blass. Nel 

papiro Tultima sillaba porta racconto grave. — k\ki è^j: delle in ter* 

pretazioni date di questo difficile luogo nessuna mi soddisfa. Io propongo 
aintendere viv = il sole, e spiego : < ho paragonato Agido al sole, ma 
con ciò non ho mica detto nulla che sia fuor di posto, nulla che non 
sia perfettamente equilibrato, ragionevole, perchò se il sole è eccelso fra 
quanto esiste, non e men vero che Agido spicca fra tutte le fanciulle 
come... ». In altre parole i due infiniti èicmvf^v e ^uj^fiaOai non bisogna 
prenderli alla lettera: la frase ha assunto questa forma, perchò cosi è 
più piena, precisamente come in K, 249, dove Ulisse dice a Diomede, 
dopoché questi gli ha fatto un grande elogio in pubblico, \xì\t dp |ji€ 
^dX' afv€€ MnT€ TI v€{k€1. Quì oguuno capisce che Tunico verbo vera- 
mente significativo è il primo, a(v€€, e che Tantitesi del vcìkci è formale, 
ma non sostanziale. Un caso molto simile abbiamo nel passo d'Alcmano, 
dove, però, se uno degli infiniti è proprio significativo, è il secondo in* 
vece cne il primo: Agido è tale, che non si fa torto al sole a parajg^o- 
nar^liela. — fifuicv: l accent. è segnata nel pap. (Kuhn*., § 80, 3): inf. 
donco di cifii (Kùhn.^ 299, 3). — 31. at: dor. eoi. ep. per €Ì. — 



70 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

82. iroYÒv d€i8Xo<pòp<»v: cfr. I, 123-4 Ytnrou^ t mTTO^^ àOKoqpópou^. — 
wnaxàitoba: cfr. L, 82 KavaxV) ... i^miòvouv. — 88. òvnmcTpÀiufv: lo 
Smytfa, €hr. M, P., p. 181, non anunette la apieganone dì metatesi per 
fmtmiep^ «be piima bì dava, ma osserva che «óiroir€Ti>. contieoe la 
forma forte, impóv la debole della radice ». firvov 6in>ic. òv : ixrtendi «n 
cavallo cosi Mio come può apparire 9oUanto in alati sogni, — Si noti 
l^esagerazione delle lodi tributaie ad A^o, esagerazione che ci lasce- 
rebbe del tutto freddi, o ci farebbe addirittara sorridere, se non ne fòsse 
temperato re£5»tto dallo splendido (juadro che chivuie la strofe. Ma pas- 
sando a celebrare Agesicora ben akninenti il poeta, sebbene in apparenza 
la metta dopo Agido, farà vibrare di sentimento le siae parole. Questo con- 
tegno è per me la miglior prova che la eoirega dovette essere Agido, 
che è anche la prima ncnninaia, e non Agesicora (Bergk, Smvtli). Ad 
Agido, che dovette pur essoie di non comune belleeca, si danno in 
apparenza Je lodi massime e si dichiara ehe il primo posto (vedremo in 
ene cosa) spetta a lei (v. 38), ma perché essa è corega, e non sarel:d)e 
certo né la cosa più garbata né la più opportuna spoiferar in feccia a 
chi fii scelta a diriger le altre che fra ({tieste ve n*è una ehe vai più di 
lai: chi trionfa però in realtà è Agesicora, perchò in essa e non in Agido 
confida massimamente il Coro (v. 51), ed Agido non avrà nulla a temere 
finché le starà presso Agesicora (v. 53). Questa fu quindi, secondo ogni 
verisimigiianza, non corega, ma wÀo una fanciulla del Coro, di M- 
lesza assai maggiore ehe non Agido, preferita perciò dal poeta, il 
quale fu tattavia dalla convenienza costretto a velare in qualche modo 
il suo buon gusto. — 34. òp^: dor. — ó<.. ieéXi^<; 'Ev€tiw6^: 

cfp. B, 852 Ss, *Ev€T(&v, ^Bcv i^^òvwv y^vo<; àfpor^myf^ e Frgg, 
meL adesp^ 43 B (Bergk) 'Evcribac; nubXuj^ «TcqMXva^ópuK;. In questo 
verso terminano le iperboliche lodi ad Agido , e colle parole 6 hk 
XaÌT« ioceminciano quelle ad Agesicora. La frase ò jiiéy xéX. *Ev. va 
interpretata nel senso che Agido eccelle per beliesta tra io altre fan- 
ciulle come per velocità un cavallo 'Evenicò<; fra quelli d'altra raiza. 
Dico per bMezza^ come dimostra alleviden^a la minuta descrizione che 
nei versi immediatamente seguenti si fa o, meglio, s'incomincia, della 
bellezza d' Agesicora. Escludo affatto che si voglia alludere tanto qui 
quanto poi ne' vv. 38-39 a superiorità dall'una o dell'ai tra vergine nella 
velocità alia corsa (Piccolomini, Bruschi), nonostante che nel paragone 
fra esse più d'una volta ai ricorra ad imagini tolte dalla celerità de ca- 
valli. -<-* 85. dvcM/tét^: dì qui pare che le componenti il Coro fossero 
unite da vincoli di parentela. — 36. <(iq: per la sua posizione cfr. X, 
413 rrdvovTo aù€q \b^ dptidòovrcc;. -^ Con questo v. 36 molto opportu- 
namente lo Smyth confronta C, 232. — 88. frEÒ(d): eoi. e dor. per 
^lerd (Kùhn.«, § 32, jn u. ir). — tò Ftìbo*;: = Ox;. — 39. EV^vqi: 

forse ess. 'ipfjvtp con ei dovuto a iotacismo. Gli *lpT)voi erano un popolo 
della Lidia, la quale trovasi lodata parecchie volte come buona produt- 
trice di cavalli. Cfr. Atiibtov éip^a Pind., fr, 206, òaMaoiirirou AubCa^ 
Bacch., 3, 23-4. Per la spiegazione che prima davasi di E19f|vip e, in 
conseguenza, di tutto il passo, v. Bruschi, pp. 528-30. Lo Smyth crede 
che il dat. sia retto da òpa^ciTai: si potrebbe però far dipen<fere anche 
da un òcÓT€po(; sott., coneord. con Vnxtoc, KoX. e ricavato dal beurépa. — 
KoXoSato^ : KoXdEaiq fu, secondo Erodoto (IV, 6 e 7), un antico re della 
Scizia, paese assai famoso pe' suoi veloci destrieri. — bpa|yi€(Tai: l'accento, 
conforme all'uso del dialetto dorico, è segnato nel papiro. — 40. TTc- 
X€tdh€(;: cfr. fr. X di Saffo, n. al v. 2. -^ *OpOI<](: Artemide Ortia, a cui 
anticamente in Sparta offrivansi sacrifizi umani, costume che sarebbe 
stato mitigato da Licurgo, il quale avrebbe ridotto que* sacrìfizf al fla- 



ALGMANO 71 

gelìafe efebi intorno all^altafe della dea per modo però che questo he 
restasse macchiato di sangue (Paudania, fìl, 16). — cpèpolodK;: eoi. — 
41. dM^poCrfav: i*epiteto non significa già oscura (Canini), ma è dato alla 
notte in quanto essa vien considerata come divinità o in ì*eIaìiohé coìta 
sua belletòa. — dfipiov: = ocfpiov: agg.,lion nome. — AÈ. fiórtpov: nel 
senso di costellazione: cfr. Schol. veti, in Pina. 01. l,9d. (ed. Drachmàhh, 
p. 21)! Tà tÒip ÌK ìtoXXOùv (JUtK€(^J€va ddt^pujv t^hxa Xérovtai ftatp'di, 6 bè 
fÌXio<; à(Ttf|p. — àFiEipojiévei : cfr. in questo senso Taltlvo iil Sofocle, FlMt.^ 
1331. -^^ 40^42. Chi voglia conoscere le varie interpretazioni di questo 
oscuro passo (reso più oscuro ancora da uno scolio éuì margitae inrerìoiè 

apórpov 
della col. 11: òpOim tpapò<; ìu)(ti(pdvii<; dpotpov. 6ti Tf\S> PAtOZd) «cól 
•ATfjOixópttv K«0itrttpatc VKdZouOivj veda Bruschi, pp. S30-5, e special- 
mente Smyth, pp. 182-4. Noi sefi^uiamo la spiegaziohe dello Smyln, che 
ci pare la meno improbabile: « Agesicora combàtte con Àgido in bellezza 
come córtbàttòno con noi (fanciulle del Coro) portanti ad Artemide Ortia... 
le Pleiadi sórgenti come splendente costellazione ». Le due difficoltà che 
ad essa si possono opporre vengono ribattute abbastanza persuasivamente 
dallo Smyth, ì. e. Quanto alla parola (papoq, ognuno scelga fra i due 
sensi che Id si possono attribuire secondo che si accentua (|^fipo<; (velo, 
peplo «^ é allora la scena può essere riscontrata con 2, 289 e sgg.) op- 
pure (pdp6^ (s& ijLidttov e dpotpov) ; ma nel caso che èì preferisca afàifo 
ci troviamo dinanzi ad una offerta di cui non conosciamo il significato. 

— 48. KÓp6<; : $cil, à^iv kóti — djLiOvai : aécent. dor. segnata nel pap. 
Quanto al si^ificato, il Bergk cita il grammatico Aristoifane presso Io 
scoliaste ad e, 20(5 : (pif\ó\ fòip ó TPaMMtttiKÒ< 'ApioTocpdviK tò dfuiùve- 
(^6m.... ir(0€a6ai itoti dvtl iplXoO toO à}i€Ì\\iaóQai- (pépei yàp xpn<JiV ?*: f€ 
'AXKlUdvòc TÓ' oò T*P 1topq)\jpa<; tóoo^ KÓpoc; U5at' djLiOvdaGaì, 

e poi notft : € df^Ovdodai ex libraril errore ortum nam media forma 

versus numero aperte adversatur sententia baec est: purpureàrum 

véstium non tanta est copta^ ut mutare liceat ». Si potrebbe anche 
intendere « non abbiam tante vésti di porpora da non saper òhe 
farcene », ma T espressione sarebbe forse un po' troppo esagerata. 
-^ 44''5. iLiirpa Aub{tt: Lydia mitra ancne in Properzio, IV, 

17, 30. — • 46. tavotXÉopdpujv : dor. per éavoYX. (Kùhn.3, § 24, è, 

t u. e). ^^ 46. ai€iòfì^: lacon. Omero ha 9€0€iftf|(;. — 47. ÌU- 

\aKÌ^ KXeiitfiofipa : laconismi. — 48. Alvtioi^iBpÓTa;: molto probà- 
bilmente maestra nelKarte musicale delle quattro fanciulle che vengob 
nominate subito dopo. — èv6o(aa : ibrido di eoi. e di dor. (per lo scambio 
di V e X cfr. Kuhn. ^ § 29, a, v u. X). L'accento secondo l'usò dor. è 
segnato nel patì. — » (paoctc;: fut. dor. — 40. troxiYXéTroi : vedi al v. 15. 

— <t>iXuXXa e l'accent. del pap. — 51. dXX' *At. m- t.: il Coro adunque 
spera di vincere anche senza tanti ornamenti e senza il concorso di al- 
cuna delle bellezze spartane più conosciute come pure senza alcuna delle 
scolare di Enesimbrota. La vittoria (s'intende, sopra altri Cori) è quindi 
su due punti: bellezza e valentia nell'arte musicale: non si parla, come 
ffià ho sostenuto dianzi, di esercizi del corpo. E la speranza del Coro si 
londa tutta nell'essere Agesicora uno de' suoi membri. Notisi poi come 
subito, appena detto ciò, il poeta torni a far menzione di Agido, Aia 
quanto freddamente ! Come lascia proprio capire che lo fa solo per con- 
venienza! Agido non ha nulla da temere, ma ciò perchè le sta a fianco 
Agesicorfl. L'ipotesi che la corega sia Agido é coniortata assai da questo 
passo. — * 62. itép*: = itdpeOTi. — aùrct: scoliaste: dvxl aÒToO (avv.). — 
6d. Qtu(iti]p\a: uno scolio sul margine destro della terza col., integrato 
dal Blass, dà B{uaii]p\a iop[Tf\], Esichio ha eujanfìpia* eòujxrìTifipia Kal 



72 ANTOLOGIA DBLLA MELIGA GRECA 

6vo|uia éopTfV;. — àjx*: = Vj^éTcpa. — 64. [<jmÌi]v: il Blass integra 
invece [buuijv riferito ad Agido è Agesicora: anche cosi si avrebbe un 
buon senso. — dva: il primo a è segnato lungo nel pap. Quanto al 8i« 
gnificato, lo dichiara uno scolio sul margine destro: òri tò dva dvuai<;. 
— La punteggiatura de* vv. 55 e sgg. ò assai varia ne' diversi editori : 
naturalmente variano di conseguenza anche le interpretazioni. Coir in- 
terpunzione che ho dato io intendo (non senza molte incertezze e dubbi) 
il aifficile luogo : € se fossi al posto della corega, il mio sarebbe un di- 
scorso (e gui si loda Agido) : io, quanto a me, non sono che una povera 
ragazza (singolare da non prendersi alla lettera, ma come riferito a tutte 
le ragazze cne cantano la strofe) che schiamazzo vanamente come una 
nottola dal soffitto (espressione evidentemente proverbiale), ma — senza 
disconoscere Taiuto di Artemide — c*ò chi ha supplito alla mia inettitudine, 
e questa è Agesicora, principale autrice della nostra vittoria ». — 
66. Opdvu): nel senso di trave del soffitto, — XéXaxa: in Omero sovente 
di animali. — 67. t^ci^H: accent. dor. segnata nel pap. -*-'Ai£fti: assai 
probabilmente un epiteto di Artemide; forse connesso con dtb^: cfr. Ar- 
temide TTpoOTiil^a. Alcmano aveva il vezzo di usare nomi poco comuni. 
Del resto del gran numero di epiteti con cui egli indicò Artemide ci fa 
fede Monandro (Walz, Ret., IX, 135): tì\v "ApTCìniv ex ^upCuiv òpéuiv, 
|iup{ujv bé iróXcuiv, Iti òè Ttoraiiiutiv dvaKoXet ('AXKMdv). — |uiaX(aTqi: dor. 
= ILidAiara. — 68. dvbdviiv: dor. secondo Kuhn.^, § 26, n u. ci. — 
€t€vto: sincop. per èr^vero. — tióvujv t- d. L èr- non credo col Jurenka 
e col Diels che qui vi sia alcuna allusione alle vicende della seconda 
guerra messenica dapprima assai disastrose per gli Spartani, poscia voi- 
tesi in meglio: è molto più probabile che si tratti sempre della stessa 
gai'a di bellezza e valentia musicale. — 60. clpfiva^: = y)auxtci<;» 1a 
placida tranquillità che in chi ha riportato un successo segue alForgasmo 
■che lo agitava dapprima. — 61 : anpaqpópiij : il acipaqpópo^ vinro<; 

•era quello attaccato alle tirelle; girando la meta esso dovea per conse- 
guenza fare un più lungo percorso degli altri, onde era scelto fra i più 
veloci. — aÙTili?: accent. segnata nel pap.: è = qÒtujc;. — 62. k^v: 
crasi dorica (Kùhn.s, § 51, 7). — vflt: aor. — dtev: inf. dor. — (bKai 
accent. dor. — 11 senso dei vv. 61-6^ è questo: la vittoria del Coro si 
dovette ad Agesicora, precisamente come alla velocità del acip. firir. si 
deve in massima parte il trionfo nella corsa coi carri, e come dalla 
valentia del nocchiero dipende la salvezza dei naviganti. — 64. Man- 
candoci ogni esatta indicazione sulla distribuzione del Coro nel cantare le 
strofe del partenio (uno scolio sui margini destro e inferiore della col. 
Ili è troppo malandato per potercene servire), io credo che il meglio sia 
per ora tenere la interpretazione del Grusius, colla quale le parole di 
•questo verso vengono a significare nient^altro che una scherzosa lode 
:ad Agesicora: « Poeta ludens dicit vai virginem dicentem facit: ' Sirenes 
'Cantu — non quidem vincitj nam deae sunt, sed sola undecim virginum 
instar est^ si e decuriae cantu coniecturam facias * ». 

Metro. — 1 vv. 1-4 di ciascuna strofe sono serie composte di un di- 
metro trocaico acataletto + un dimetro logaedico brachicataletto; i vv. 5-«6 
sono trimetri trocaici acataletti; il v. 7 è un tetrametro trocaico acata- 
letto; i vv. 8-9 formano una serie logaedica come dimostra la chiusa 
._ v^ — che s'incontra tre volte. Le virgole che si vedono nei primi quattro 
Tersi dello schema indicano la divisione dei KutiXa. Le soluzioni ammesse si 
possono vedere nello schema. Non devono poi fare difficoltà alcune irrego- 
larità apparenti facilmente spiegabili, come ad es. *Ev€Tikó^ al v. 34, dove la 
sillaba ve è lunga per una licenza analoga a quella che s'incontra al v. 1 in 
TTujXuòeOKii; (solo questa licenza non è graficamente espressa); come | Iv- 



ALGMANO 73 



Ò€Ka ira{|òu;v al v. 64, dove Tanaclasi spiega Tapparente coriambo per 
la dipodia trocaica; come, tanto meno, an apparente iato quale òé £pYa 
^serie logaedica de* vv. 23-4). Si noti la sinizesi in aiijùv (v. 10), fj oùx 
(V. 34X lavoYXccpdpuiv ^v. 45), aiai (v. 64). Si osservi poi che ciascuna 
strofe, come appare dallo schema, si può dividere in due periodi metri- 
camente uguali seguiti da un terzo disuguale, nel che possiamo vedere 
un preludio alla distribuzione in triadi stabilita e perfezionata da Ste- 
sicoro. 

V (24). 

I •— v/ J. \j — \j ...^vr^ 

ó\^ \j ^ \j 2. \j ^ \j J. \y ^ A 

L_ • \j\y \J ^ v/ — V-» I • I • 

J. \j ^ \j JLv^— .. 

OuK è(Ja' dvfjp àrpoiKo^ oòbk (JKaiò^ 
Tiapà (TocpoTaiv oòbè QecraaXàq T^voq 
oòb* 'EpuaixaToq oòòè iroiinriv, 
àXXà Zapò(ujv àn* àxpav. 

V (24). I vv. 1-3 ci sono riferiti da Stefano Bizantino, il quale, alla 

voce 'Epuaixn* scrive: TTóXi<; 'Axapvaviaq tò èOviKÒv 'Epuoixato<; 

ib<; è<iTl hf\kov irap* *AXK|yidvi èv dpxfl toO òcurépou tOùv TTapGcvciunr 
^ajLidTuiv* q>r\aì ^dp* Oùk...;. 'Epuaixatoc;, e poco dopo, discorrendo 
intorno a due sensi della parola, che portano a due accentuazioni diverse, 
aggiunge: oùb' èpuaixaTo<; oòbè iroi|Lifiv. 11 v. 4 si ricava da Stra- 
bene, X, 460: Tfh bè n€(ToYaia<; Karà juèv ti?iv *Axapvaviav *Epuoixa(où<; 
Tivd^ q)Tiaiv *AiroXXó&wpo<; XéTcaGm, O&v *AXK)Liàv ^éiuvriTar Oòb' *Epu- 
<Tixato^, [KaXubUjviO(;] oòbè iroijLirt'^i dXXà Z. dir'dKpav. Uv. le 
citato anche da Grisippo, fr. 180, n. 21 (v. Arnim). — 1. iaa*(kaai): dor. per 
€l: cfr. Sofr., 134 k., Epic, 272 e 274 (Kaibel), Pind. e Teocr. La forma i^^ 
del papiro di Grisippo, adottata dallo Schneidewin, dalFAhrens, dal Grusius, 
dallo Smyth, dal v. Arnim, non è confortata da altri esempi; TcTc; del 
Bergk e del Michelangeli è forma ionica (Kuhn.3, §§ 299, 4, e 300). — 
dYPOtKoq: Taccent. di (questo vocabolo non ò sicurissima. Ammonio fa 
una distinzione di significato fra dtpoixoq = 6 aKatò<; toO<; rpóirou^, e 
drpotKO^ = 6 èv Tili dTpCfi kotoikOùv. Ma in Kuhn.', § 81, 7, si presta 
poca fede ad Ammonio e si spiega piuttosto dYpoiKO^ accent. attica 
attestata da Thomas Magister, e àTPotKO^ accent. primitiva (da dTpó- 
FoiKO^). Gonfrontinsi Tpoiratov, t€Xoto(;, ójiiolo^, éTotfAO<;, èpnjiioq, dxp€toq, 
che, properispomeni negli altri dialetti ed in ispecie nella Koivf), se- 
condo la testimonianza degli antichi grammatici erano proparossitoni 
ne^li Attici di mezzo e nei più recenti, properispomeni in Tucidide e 
nei tragici. — 2. irapà oocpotaiv: i coad. danno oòbè ir. aoq)., e 

in generale gli editori notano corruttela in tt. ao(p. Il Michelangeli 
nota assai bene che la menda non gli pare sia nel ir. aoq).,« che vale 
a giudizio dei savi^ analogamente al irap' fjjutv di Sofocle (Tra- 
chinie, 589), al irap' ^|lioiy€ di Euripide (Baccanti , 399) , al itapà 
atpiax aÙToTai di Erodoto (I, 86), al irapà 'Puj|Lia(oi(; di Dione Gassio (19, 
4; 66, 34) e via dicendo; ma o in queiroùòè ripetuto per errore d'aina- 
nuense, errore facile fra tanti oùòé, o neilomissione d'altro aggettivo 



74 ANTOLOGIA DBLLA MELIGA GRECA 

affine ad fi^poiKO^ ^ aKaióq, che era tra Vùòhk e il irapd >. Il Michel, 
preferisce però la prima spiegazione, ed io m'accordo peritamente con 
lui : soltanto non credo che iropà iJOfpo\aw significhi a ginditiù dei tatfi^ 
sìbbene a giudizio di coloro che s'intendono di musica e di poesia. *^ 
GcooaXÓ; : i Tessali erano famosi per doppiezza e ghiottoneria : cfì*. fiur., 
Fen.^ Ì4ff7 e segjg.; Aristof., Vespe, 1271 e^segg. — 4. taphtuiv: dor. 
per Ìàpb€U)v (Kuhn.s, § 24, 2, i u. €). --* È opinione generalmente se» 
guìta che Alcmano in questo frammento si faccia rivolgere la parola 
dalle fanciulle del Coro, che lo difenderebbero dalla malignità de* suoi 
detrattori, i quali, oltre al negare il suo merito come poeta, gli avreb- 
bero rinfacciato oscurità di nascita. 

Metro. — 11 primo verso è un trimetro trocaico acataletto (le ultime 
quattro sillabe formano un apparente ionico a maiore), il secondo un 
trimetro trocaico catalettico, il terzo un trimetro trocaico brachicataletto, 
il quarto un dimetro trocaico acataletto. 

VI (25). 
,^-v^v/ -t**w-.j:^ oppure ^^^^^ -ww^ -^ 

l-ll.wvy ^v/o- v^v/iiA oppure ,_^,^^ ^ww^ yj yj^À 

"Eltn TàÒ€ Kttl iLiéXo^ *AXK)Llàv 

€6p6, TeTXoxraaii^vov 
KaKKapibujv axò\ia auvOéfxcvo^. 

VI (25). Ateneo, IX, 390 A: xaXoOvTai òè ol wépbiKe^ ùtt* èv(ujv kqk- 
Kd3ai, é^ Koì ÒTT* *AXKviàvo<; XéYovxo; oCtui^' èirfìYC ktX. — 1. *Eini... 
Kul ^éXo^: il genere dei versi e la musica che li accompagnava. — 
3. t€rf\ìD0aanéy/Qv: =» che dà note: da un tXuxTdduj di cui però non si 
conoscono altri esempi. — 8. aTÓjLia 0uv6é>i€vo^: cfr. dira OOv0€to 
in u, 92. 

Metro. -* li primo verso si può scaadere come un trimetro ionico a 
maiore catalettico in unam syllabam (lo schema deirultimo piede si può 
anche scrivere J_^ /{) anaclastico nel secondo piede, oppure come un tri- 
metro giambico brachicataletto (lo schema dell*uItimo piede può essere 

anche ,_ 'J^) anaclastico fuorché nel qaarto piede ; il secondo verao si può 
considerare come un apparente dimetro trocaico catalettico osm in rciltà 
ad un dimetro ionico a maiore anaclastico, oppure come un dimetro giat&«- 
bico pure catalettico, anaclastico nella prima dipodia; il terzo è un tri» 
metro ionico a maiore catalettico, anaclastico nel secondo e nel tento 
piede, oppure un trimetro giambico catalettico anaclattioo fuorché nel 
quarto piede. Per la forma w - w ^^ del ionico a maiore v. la nota metrica 
al /V. 11 d*Alceo. 

VII (26), 

Ou ^' ÌTìf irapdeviKaì ^eXlTapue( i)U€póq)ujvoi, 
Tuia cp^pTiv bùvatar pàXe bfj pdXc Kr\pv\o(i einv, 
ocJt' ini KÙjLiaTO^ fivBoq &\x deXKuóveaai iroinTai 
VTtòeè^ fJTop ?x^v, àXiTTÓptpupoq etapoq 6pvi$. 



jiLCMA2«0 



75 



VII (26). Antigono di Gamlio, Suor, mera»^ 21 : Tuiv hi dXxudvttiv oi 
dp0€ve( Ki^pùXoi KaXoOvTai' ^tqv oCv óiró toO T^pui^ daOcvi^ujai kqI 
|Lir|KéTi bùvwvTai TcéT6a9au qpépouaiv aÒToO<; ai 6/|Xeiai ètri tiS^v iTT€pti^v 
XojpoOoai* Ka{ èjTi tò òitò toO 'AXKfidvo^ XeYÓMCvov ToÙTip auvipKCiw- 
jLiévov <pr\aìy yàp da9€vf|(; Cl»v bià tò ffipa<^ Kai toT^ XOp<>K oò buvd- 
)ji€vo^ aui^TTcpiqpépcadai oObèTfl tuiv irapOévuiv òpx^(76i* OG fi' Sti ktX. 
— 1. OC |i €Ti = oÙKéTi )ji6. — irapGeviKd: soslant. come in Bacchi- 
lide, 17, 11. — 2. (pépnv: eoi. per qpépciv. — fdXe: usato qui come inte- 
riezione (:= uiinam). — Ki^pOXo^ : il maschio delle alcioni. — 8. Questo 
verso è imitato da Aristofane, Uccellù 251-2: O&v t* tn\ ttóvtiov ot&)jia 
QaXóaar\^ \ <pOXa u€t' dXicuóveaai noxélTai. — Òdj": = 6^. Nota assai 
opportunamente il Michelangeli, I, p. 26 : « Siffatto uso spiegasi pensando 
cne il pron. S<; era in orìgine dimostrativo (Ò^ t€, e questo) ». — kO- 
fiaro^ fiv0o<;: cfr. Esch., Agam,, 659 òptl^jnev dvOoOv iréXaTo^- — wo- 
Tf)Tai: dor. per iroTSTai. — 4. viibeéc;: la lez. d'Antigono è vnXeé^, 
evidentemente errato. Fozìo alla voce 6pvtc cita il v. 4 del nostro fram- 
mento, e dà àb€é^: dalle due lezioni combinate il Boissonade ricavò la 
bella congettura vriòcét;. — &KiiTÓpq)Upo(; : indica il colore del cerilo, il 
« marìn-purpureo co* suoi cangianti riflessi » (Michel.). •— dapoc; : ep. <— 
Cfr. colla seconda metà di quest'ultimo verso Carducci Cerilo purpureo 
nunzio di primavera. 

Vili (33). 

± yj sj J. sj sj J. yj ^ -^G 

Kai TTOKd TOl ÒUICTUJ TpiTTOÒO^ KUTO^, 

ib k' 2vi (ani* àoX)Xé' ÓTeipijq' 
àXX' Iti vOv t' fiTiupoq, làxa bè irX^o^ 
Itv€0^, olov 6 iTa]Liq)àTO^ 'AXK|iàv 
5 iipàa9ii xXiepòv ireòà làq xpoTraq* 

Ol5 TI t«P Àii T6TUT)iÉV0V ?a0€l, 

àkkà xà Koivà T<xp, &0n€^ ó bd|AO^, 
Zatcùei. 

Vili (33). Ateneo, X, 416 C : Kai *AXK|iAàv bè ó iroinTVic éauTÒv àbr\' 
(pdTov eTvai iropaMòuiaiv èv t(?i Tp(Tip bià toòtujv Ka( iroxa ktX. — 
1. iroKd: dor. per iroxé (cfr. Kùhner^^ § 24, 1, a u. €, e § 28, k u. t). — 
Toi: = ooi. — TpiTzohoc, KÙToc- wn capace tripode. — 2. k': = xd 
dor. per xé = fiv. — ^vi: anastrofe. — 4. €tv€0^: ?tvo(; dicevasi una 
poltiglia di legumi. — iraincpdTO^t Ateneo, com'abbiam visto, lo interpreta 
nel senso di vorace (dbT](pdYo<;), e nello stesso modo intende Eliano, Stor. 
var,, I, 27, riferendosi a onesto luogo (iroXupopdbTaTov egli chiama 
Alcmano). Il Michelangeli, I, 30, nota a ragione che il vero significato 
deli'agg. iTa|uiq>dY0(; è invece che mangia ai tutto^ che si contenta di 
qualsivoglia dbo, come prova la classificazione che degli animali dà Arì- 
stotele, Poi. I, 3, 3 in Iipotpdra, Kapiroqpdfa, e iraiLKpdYa. — 5. ^pdaOTi : 
coiraccos. Cfr. ©irfdvoi al fr, 38, !|yi€(pui in Sofocle, Ed. Re, 58-59, ?X- 
òojuiai in E, 481, a, 409. Il significato è qui assai affine a quello dell'aor. 



76 ANTOLO&IA DELLA MELICA GRECA 

gnomico. — x^icpóv: la forma dorica sarebbe x^ictpóv. -^ ireòd: cfì*. la 

nota al /r. IV, v. 38. — xpoira?: cfr. ^4€Ta xpOTiat; ^€X(oio, Esiodo, Op. 
e G., 564. Qaanto al senso, alcuni, come il Gasaubono e lo Schweighàuser, 
intendono dopo il solstizio d*invemo^ il Michelangeli spiega invece dopo 
l'equinozio ctautunno, osservando che « rpoiral significò non solamente 
i solstizi, ma anche ^li equinozi e in generale cambiamento di sta" 
gione it. L* interpretazione migliore io credo stia in auesf ultima parte 
della frase del nostro comentatore. Ad ogni modo 1 epoca in cui ad 
Alcmano piace di più T^tvo^ è Tinverno. — 6. ^aOci poet. per èaOiei. — 

7. dXXà Ydp : « dà ad un tempo Topposizìone e la ragion delFopposi- 

zione » (Smyth). -- 8. 2aT€Ù€i : = Iìitc!, come oivoxoéui ed olvoxocOuj, 
TUpéuj (/V. ói) e TupeOui. — Non a torto lo Smyth osserva che il fram- 
mento fa pensare piuttosto ad uno scolio cantato da una sola voce che 
ad un canto corale. 

Metro. — I versi 1, 3, 5 sono tetrametri dattilici acatalettici, i vv. 2, 
4, 6, 7 tetrametri dattilici catalettici in disyllabum. Ma siccome nessun 
verso dattilico può terminare col dattilo puro, così è probabile si tratti 
qui di una strofe di tre ottametri dattilici chiusa da un tetrametro. 

« 

IX (34). 

TToXXdKi ò' év KopuqpaT^ òp^uiv, 5Ka 

9€0iaiv Sòr) TToXùcpavo? éoptct, 
XpucJiov Stto? fxoicr» jut^rav (JKÙcpov, 

olà T6 7T0i|i^v€^ fivòpe^ ?xou(Tiv, 
5 X^pcri XeóvTcov èv ^à\a 9ei(Ta, 

Tupòv èiùpTiaaq jn^rav fitpuqpov 
àpYiJcpeóv T6. 

IX (34). Ateneo, XI, 498 F: 'AaKXnwidÒTit; bè 6 Mup\€avò(; èv t<|i ircpl 
Tf)<; NcaToplòo? cpriaiv, fin xCp OKÙcpci xaì xCp Kia(7u3iip tuiv |jièv èv 
darà xal juterpiuiv oùòeì^ éxpfjTo, aupiBrat òé xal vo)ji€t(; xal oi èv t^i 
dYpqj* ..• Kttl 'AXK|Liàv bé (pr\ai' TToXXdKi ktX. — 1. òxa: dor. per 6t€: 
cfr. fr. Vili, V. 1, n. — 2. iToXu(pavo<;: dalle molte fiaccole (qpavoi). 
— 8. xp^<Jiov: dor. = xpOoeov (Kùhn.^, § 25, 2, i u. e): il rozzo vaso, 
adoperato in una cerimonia divina, è del più prezioso metallo. — ixoxoa: 
eoi. per ^xo^^ci (Kuhn.^ § 26, oi u. ou). — OKÙcpov: ó aKÓ<p0(; come in 
Sofrone, 15 k., Eurip., CjW., 256, Anacr., 82: tò OKÙcpo? in Epicarmo, 83k., 
Eurip., del., 390: Pindaro ha entrambi i generi. — 4. Troiiutéveq dv- 
bp€<;: locuzione che sa di epico. Lo Smyth confronta alnóXoq dvfip di 
A, 275 (Saffo, fr, 94, 1). — èxouaiv: forse si deve scrivere èxoiaiv: cfr. 
èxoiaa al v. 3. — 5. èv ... Oelaa: tmesi secondo la lezione dello Smyth, 
mentre in quella del Hermann ^Iv) si avrebbe l'anastrofe. La correzione 
dello Smyth è dovuta al fatto eoe in An. Ox., 1, 171, si dice che il dia- 
letto dorico non ama Tanastrofe. ^ 6. Tupòv èTOpi^aa^ : « come pouXf)v 
pouXcùeiv, viKdv viKrjv » (Smyth). — dTpuqpov; = ìepUTiTOv. — Proba- 
bilmente il poeta si rivolge in questo frammento ad una Baccante. 

Metro. — È lo stesso del frammento precedente. Manca il primo ot- 
tametro nella prima strofe. Si noti la sinizesi in Beotaiv alla linea 2. 



ALCMANO 77 

X (36). 

"Epiuq fl€ òa3T€ KÓTipiòO^ F^KOTl 

YXuKÙq KaTcipuiv Kapbiav iaiv€i. 

X (36). Ateneo, XIII, 600 F : •ApxOTa<; ò' 6 fipimoviKÓc;, iD<; <pnoi Xa- 

fiaiXéwv, (dice) *AXKfidva XéTCìv bi tivi ti&v mcXOùv "Epux; ktX. — 

1. òaOTc: crasi. — KaT€(pu)v: poet. per xaTaXeipufv. — Kapbiav iaivci: 
cfr. Pind., Più 1, 11 laivci xapòiav, ed o, 379, Gujiiòv ...•• laCvet. — Questo 
frammento, come ben nota lo Smyth, richiama piuttosto la personale 
lirica eolica che non la corale dorica. 

Metro. — Due trimetri giambici catalettici. 

XI (37). 

-.-.V^^ \J m^ \J J, 

ToOO* àbefiv MuiCTav ( èjiiiv ) fòeiHev 
òiupov jiÓLKaipa irapO^vujv 
a EavGà MeraXocJTpdTa. 

XI (37). Ateneo, XIll, 600 F: Aèrei bè CApxwxaO xaì Ok; Tn<; Mc^a- 
XooTpdxTic; où |ji€Tp(u)<; èpaa66in ('AXxiJidv), TroiTiTp(a<; luèv oOoì|<;, òuva- 
Mévri^ òé xal òid Tf|v d|LiiX(av toO^ èpaaTà<; TrpoO€XK0aaa6ai. XéT€i ò* oO- 
Tiu? iT€pl aOTf^<;- ToOe* àòetav ktX. — 1. dòcdv; dor. per yjòeiuiv 
(quanto ad e per ci cfr. Kuhn,'*, § 27). — èjjiiv : dor. = k^oL La termi- 
nazione -IV di èjjiiv fu originariamente lunga, ma più tardi venne ado- 
perata anche come breve per analogia di fjiuiiv, O^tv, accanto ad i^imtv, 
o^tv (cfr. Kùhn.^ § 161, e n. 2 a pag. 583). — 3. jiiàKaipa: poet. 
femm. di jiidKap. — jjidK. irapOévuiv : « come TdXaiva irapOévwv, (p(Xa 
YuvaiKiliv, sancte deorum » (Smyth). 

Metro. — Il primo verso Tho ridotto alla forma di un trimetro giam- 
bico catalettico valendomi d*una congettura del Bergk antecedente a 
quella seguita nelFediz. IV e spostando rèjufv, integrazione del Berck 
stesso. Notisi che questo trimetro presenta la dieresi dopo il terzo piede, 
invece che una cesura. Il secondo verso è un diraetro giambico acata- 
letto, il terzo è un gliconeo così detto secondo dalle vecchie dottrine 
(v. frr. Ili d'Alceo e XXIII di Saffo) : la prima delle due dipodie giam- 
biche, in cui lo scandono le nuove teorie, è sostituita nel nostro caso da 
un antispasto che ha per prima sillaba una lunga irrazionale. 

XII (38). 

*AqppoòiTa jièv ouk IcTti, jidpToq ò' "Epiuq ola naiq iraiabei 
Skp* èn fivGri xapaiviuv, & \ii\ \xo\ 9iTr|<;, tuj KUTTaipicJKUJ. 

XII (38). Efestione, pp. 42-3 W.: AOvaxai òè xal luiéxpi toO éHainéxpou 
TrpoxÓTTTCìv TÒ ^érpov olà tò TpiaxovTdainLiov \xi\ ùtccppdXXeiv xal ^\r\ 



78 ANTOLOGIA DSLL4 MILIGA GRSCA 

dv éSd^crpov KaraXriKTiKÒv [tò koXoO^cvov] tò toO 'AXKjiidvo^ èK móvujv 
dfjiqpijLidKpujv' *Aq>poò{Ta ktX. — 1. irafaòci: eoi. ^r iTa(2l€i (Kuhn.', 
§ 33, ah u. Z). — 2. KaPoCvujv: per ragione metrica invece di xap- 
pa{vu)v, apocope e assimilazioae per luiTa^ivuiv. -^ ^i : dat. etico. — 
d ... OItT)^ • ^*u^ ^^ BiYTdvui colraccus. è assai raro. Se ne citano due 
esempi, oltre questo : Archit.^ fr, 71 X^^ ^koPG^Xn^ 6iy€Tv, e Sof., An- 
iig.^ d46-7 \ja\h^ Si \kì\ '9iTe^ | iroioO acauTfìq. li Jeob nel suo ben noto 
comento a Sofocle nega tuttavia che siavi nella grecità classica esempio 
di Oiipf^vui colFaccus. e spiega il caso delF « Antigone » come attrazione 
per TaOxa ij&v. Ma cfr. ancha fr. YllI, v. 5, n. — Ku-rraiptoicuj : diminu- 
tivo di KÙtTaipov; cfr. fr. III, v. 3« n.: probab. è il cyperus esculentus, 
— Il senso del frammento non e mica il più chiaro del mondo, tanto 
che vi fu chi pensò che i due versi siano stati presi da Efestione in 
luoghi differenti (Welcker): altri si Kmitò a cangiare T interptinzione 
(Pauw). Opinione de* più è però che il senso continui dalFun verso al- 
l'altro. Ciò posto, il Michelangeli (I, p. 37) dichiara: « Forse qui parla 
una verginella alludendo a se stessa sotto Timmagine del ciperetto ». Lo 
Smyth ( Gr. M. P., p. 196) aggiunge qualcosa ali opinione del Michelan- 
geli scrivendo: « Forse il frammento proviene da un epitalamio, od è un 
avanzo di un canto erotico, in cui una fanciulla paragona se stessa ad 
un cipero ». Lo Schubert, citato dallo Smyth, pensa che Afrodite signi- 
fichi bellezza ed Eros grazi^ sicché, secondo lui, la fanciulla a cui il 
carme si riferisce è piuttosto graziosa che bella. Le due spiegazioni, 
dello Schubert e del Michelangeli (Smyth), s'integrano a vicenda, ma 
credo che in entrambe sia da modificare qualche cosa. 11 paragone tra 
la fanciulla e il cipero esiste: ma dall'interpretazione del Michel, escludo 
collo Schub. che i versi sian detti da una giovinetta la quale vi alluda 
a se stessa: intendo poi bensì Afrodite == bellezza^ ma Eros piuttosto 
= petulanza lascivettay sicché il senso del frammento verrebbe ad es- 
sere ad un di presso questo: « La fanciulla non è balla> ma un^arra di 
petulantella birichina le sta sul volto (dicpa ìvQy\ KUTcaipiCaKUj), cui guar- 
dati dal toccare ». 

Metro. — Due esametri eretici ^catalettici in duas syltabas colla die- 
resi alla fine del quarto piede. È quindi possibifó anche la descrizione 
metrica d^l Pomtow, che dk due tetrametri acataletti alternati con due 
dimetri catalettici. 

XIII (45), 



Moia* àye, KaXXióira, Guxaxcp Aiió^ 
fipx' èpaxuiv èiréuDV, itA h* ìfjEiepov 
ujLiviji Kal xap^tvia ti8€i xopóv. 

XIII (45). Efestione, p. 24 W.: •AXxiiidv W Kal 6Xa<; (TTpotpà? Toórq* 
xCp luiéTpip KotT€iui^TpT](r€: Mt&o' àj£ ktX. II frammento é riferita pure 
da Mass. Pian., V, 510, da Arsen., Viol.^ 360, da Apost., XI, 94, 4. — 
1. KaXXióira : in Teog.^ 79 è a capo delle Muse : più tardi é la Musa del 
canto epico. Per la invocazione cfr. Stesicoro, fr. 45 b., AeOp* dye KaX- 

XiÓTTCìa XÌY€ia. — 2 e 3. èni tOci tmesi. Da M alla fine costruisci: 

èmT{6€i bè tjtiepov <i^y[\> Kai t(6€i xapkvja xopdv- Nota Io zeugma. Non 
sembra che Ti9ei debba correggersi in tìQy] (Michel., I, 38): cfr. Timo* 
Creonte, fr. 2b., 2. 

Metro. — È il metrum alemanicum, ossia la feetrapodìa dattilica aca- 
teletta, senza èin)iòó(. 



A.LCMANO 78 

XIV (60). 

l 

J. \J ^ \J ^v^— -_ 

L-l. * — \j I • — ^ JL Kj — \j I . I • 

^ l1.-v^ l1.-v^ v^-v^v^ ^v/3A 

Jl 

— — — S-» V/ I t v^ 

Euòouaiv b* òpéujv Kopuqpai t€ Kal <pdpaTT€?, 

TTpiJùFove? T€ Ka\ xopàbpai, 

qpuXXa 9' épireià 6' 8(T(Ta Tp^qpet in^Xawa TO^ot» 

5 Ktti KvuibaV èv pév0€(Ji 7Topcpupia<; àXó^* 

qpB.Xa TavuJXTepjuTUiv, 

XIV (60). ApoUon» Sof., Less, omer.^ 101, 18, a KvtiiòaXov: Svioi 

bè. Ofipai; itièv xal GripCa Xérovrec. Xéovxa^ xal irapbdXEK; Kal Xukou(; xal 
irdvTa xà irapairAfiaia toótoi^, épTrerà Òé irdXiv koiviIk; xà T^vii xiwv 
6qp€U)V» KvdibaXa Òé xà 6aXdaaia. k/^xt), (paXa{va<; Kal òaa xoiaQxa, Ka- 
OdiT€p Kal *AXK|Liàv òio(7xéXX€i XéY^'v oflxux;- EObouaiv kxX.,— 1, ECI- 
bouaiv: forma omerica (Buchholz) che può stare: ci si aspetterebbe però 
l'eoi. €CIÒ(n0iv ^senssa psilosi). La dorica edòovxi non sarebbe ostacolata 
dal metro, percnè con essa avremmo semplicemente la figura del pseudo- 
antisoasto sostituita con quella del pseudo-ionico a maiore. — 1 e 2. Gfr. 
M, 282 ói|iTiXdtiv òpéuiv Kopu(pà(; koI iTpibova(; dxpou^. — 3. (pOXXa: 
la correzione del Bergk sembrami sia da accettare perchè con una lieve 
modificazione agffiunge un'idea. — ^ci^a: ep. = iffl- — iropqpupfai; : dor. 
= TTopqpupéaq (Kuhn.8, § 24, t u. e). — 6. òiuivOtiv : tetrasillabo. — 
7. xavuirx€pÓYuiv : « l'epiteto stereotipato, quantunque l'attività indicata 
dall'aggettivo sia cessata, come in Z 108, oùpavò^ daxepóei^, di giorno ; 
€ 65 6pvi9€<; xavucJiirxepoi €Ùvd21ovxo; le ' navi rapidamente solcanti il 
mare * sono stazionarie, Soph., Aias, 710 » (Smyth). Con òiujvdtiv ... xa- 
vuirxcpOywv cfr. M, 237 olujvotat xavunxepOTsacri. — Alcmano descrive 
in questo frammento la quiete notturna, non il sonno invernale della 
natura (Hartung). Numerosi luoghi di poeti antichi e moderni sono op- 
portunamente paragonati col nostro dallo Smyth a p. 199. 

Metro. — L vv. 1-5. (prima (1-2) e seconda (3-5) parte della strofe 
fiNiggemey^r) ) sono trocaici,, i vv. 6-7 (terza parte della strofe)' giambici. 
11 V* 1 è. un tetrametro trocaico braohicataletto anaclastico nella, prima 
dipodia. (appronto antispaato colla prima irrazionale) a nella seconda 
(ionico a maiore: cfr* n. metr. al fr.W d'Alceo); il v. 2 un dimetro tro- 
caico acataletto; il v. 3 un tetrametro trocaico brachicataletto anacla- 
stico solo nella seconda dipodia ; il v. 4 un tetrametro trocaico brachi- 
cataletto; il V. 5 un tetrametro trocaico catalettico anaclastico nella terza 
dipodia; il v. 6 un ferecrazio secondo (considerato dalle vecchie teoria 



80 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

come una tripodia logaedica acataletta col dattilo ciclico nella seconda 
sede e col primo piede libero come la cosi detta basi eolica^ dalle nuove 
invece come un dimetro giambico catalettico, anaclastico nella prima 
dipodia (che nel nostro caso è un antispasto)); il v. 7 un dimetro giam- 
bico catalettico anaclastico nella seconaa dipodia e nel primo piede. 

XV (74 B). 

G-v/-t 3-v-t v/i_.^ 

— — W — \J I • W 

KXtvai )Lièv éTTxà xaì xóaai ipàtieabai 
jiaKUJviòujv àpTUiv èmaTéqpoiaai 
Xivuj T€ aaad|iu} le xriv ircXixvai? 
naibeacTi xP^^^oKÓXXa. 

XV (74 B). Ateneo, III, 110 F: MaKUiv{òu)v dpruiv )jivtiiìov€0€i 'AXKfiàv 
èv Tij) TréfJiTrTqi odrui^' KXlvai ktX. Iotì ppwfidTiov òià fJiéXiTO^ kqI 
X{vou. — 1. Tpdtr€aòai : v. n. al verso 1 del fr, XII. — 8. fjiaKU)- 
v(òu)v : conditi con sticco di papavero (jutf^KUiv papavero). — èiriaxé- 
qpoioai : eoi. per èiriOTécpouoai. Se la lezione non è guasta, il verbo è qui 
usato in senso neutro (èniaTéqpoiaai = èmoTccpófuievoti). — 8. aaodfjiuj: 
gen. dor. come il preced. XCvui. « Il sesamo si coltivava assai pe* suoi 

semi che si mangiavano cotti da soli o mescolati con altre sostanze, 

abbrustoliti e conditi con miele » (Michelangeli, I, 42). -~ 3 e 4. k^v 
Ti€X. iraiò. xpucTOK. : e in piattelli colla d'oro (= torta con miele) pei 
fanciulli, Kì^v è crasi dor. per xal èv (Kùhn.^, § 51, 7). — Il Welcker 
pensa che il carme si riferisca ad un banchetto nuziale. 

Metro. — Strofe di tre dimetri giambici catalettici con un dimetro 
pure giambico catalettico come èiri^jòóq. 

XVI (76). 



— \J J. y^ — \J ^ 



"Qpaq ò' I(Jtik€ Tpeiq, Gépoq 
Km x^i^ot KUJTTiwpav xpliav, 
Ktti T^xpaTOv xò Fnp, ÒKa 
aàXXei inév, èaOiev b* fibav 
5 oÙK faxiv. 

XVI (76). Ateneo, X, 416 D: Kdv tiI» Tié|jiTrT^) bè CAXx^àv) èMcpaviZci 
aÙToO TÓ àÒTiqpdTOv Xéyujv oOtux;* "Qpat; ktX. — 1. Sotikc: lacon. = 
£6tik€ (Kùhn.^ § 31, a u. 6): il soggetto, che doveva essere espresso nei 
versi precedenti, è evidentemente ZcO^. — rpctc;: ci aspetteremmo piut- 
tosto un T|)U, accus. eoi. -dor. (Kùhn.^ § 188, 5). — 8. xibirdj^av: 
la crasi dorica avrebbe dato Kàirdjpav. « òirUipa è tecnicamente il periodo 
dalla fine di Luglio (dal sorgere di Sirio) al sorgere di Arturo in Set- 
tembre » (Smyth). Infatti due soli mesi le assegna Euripide, fV, 980 
(Nauck, Èurip., Ili), come pure due soli air Sap, mentre ne attribuisce 
quattro ciascuno al ÓépO(; ed al x<e\\k\bM (Plut., Mor.^ p. 1028 F). — 8. xé- 



ALCMANO 81 

Tparov: metatesi epica per xérapTOv. — Fnp: dor.: fjp è anche neojo- 
nico (Kùhn.3, § i22, n. 3, e § 50, 6). — Nota lo Smyth (p. 202) che 
questa è la prima distinta menzione delle quattro stagioni. Omero ed 
Esiodo ne conoscono solo tre: £apo^ 0&pr|, 6ép€0<; di., x^^MOC^oì; ifi. Ippo- 
crate dà alle quattro stagioni i nomi di xciM^v, fjp, Òépo^, q)6ivÓTruipov. 

— 6x0 : cfr. n. al v. 1 dei frr. Vili e IX. — 4. cjdXX€i: lacon. ^GdXXci : 
usato impersonalmente. — èoOicv : inf. dor. = éaOictv (Kùhn.^, § 210, 9). 

Metro. — Dimetri giambici acataletti. 

XVII (87). 

w — w i^ \j L_ t \j 

\j — \j JL \j \j —. ^^ v./^-.^ 

\j -^ \j ^ <^ \j .^ \j 

*Avf|p ò* èv ò.a]xivo\(5\v 

àXixpò^ fiai èirl 6(ìku> Kaxà Tiérpa^, 

ópéuiv ]xbi oóòév, bOKéUJV hL 

XVII (87). Lo scoliaste a Pind., 01. I, 62: *AXKat0(; bè kqì 'AXkmòv 

X(6ov q)aalv èiraiuipdaSai t<^ TavrdXip* ó juèv 'AXxalo^ d hi 'AXKjuiàv 

oCtui^ (emend. Bergk): 'Avfip ktX. — 1. da^évotoiv: » beati, gli dei. 

— 2. Invece di mettere la virgola dopo irérpa^, il Michelangeli (I, 46) 
la pone dopo Odxuj, ed allora interpreta Kard ... ópéuiv tmesi per Ka6o- 
péuiv, e ir^Tpac; ... oùbév «» oòÒ€)ji{av iréToav. Ciò non porta del resto ad 
alcuna mutazione sostanziale nel senso del frammento. — 8. ópéuiv: 
«epico e forse anche dor. per ópCtiv (ópduiv): Kuhn., 247, nota 1; 251, 
3» (Michel.). — hoKéuiv bé: scil. ópf)v (xfiv trérpav). — In questi versi 
ci vien rappresentato il supplizio di Tantalo alla mensa degli dei. Tan- 
talo, figlio di Zeus, ammesso vivo al banchetto de* beati, s'ebbe dal padre 
la promessa ch*ei gli avrebbe adempiuto un desiderio, qualunque esso 
fosse. Ma avendo il malaccorto domandato di vivere la vita de celesti, 
sdegnato il sommo iddio di tanta audacia, gli diede bensì Timmortalìtà, 
ma gli appese sul capo un masso che, incutendo in lui la paura di ve- 
nirne da un istante all'altro schiacciato, gli tolse il poter fruire della 
chiesta felicità. Cosi la mancanza di moderazione procacciò a Tantalo 
più sciagure in una, e cioè la paura della rupe, la rame e la sete ch'ei 
venne in conseguenza a patire, perchè la paura impedivagli di stender 
la mano al cibo, e infine la stessa agognata immortalità, che perpetua- 
vagli la sua disgraziata condizione (cfr. Pind., 01. 1, 62, e T interpreta- 
zione del Fraccaroii a questo passo in Le odi di Pindaro ecc., pp. 176-7, 
e n. 2* a p. 176). La forma della leggenda che pone il supplizio dì Tan- 
talo alla mensa degli Dei si trova in Ateneo, VII, 281 B, e risale a* poeti 
ciclici: la seguirono i lirici e i tragici. In Omero invece (X, 582 e sgg.) 
il figlio di zeus è punito nell'Ade. Vedasi per il nostro frammento la 
dissertazione del Welgkbr Alcmanis fragmentum de Tantalo, in Rhein. 
Mus., X, pp. 242 e sgg. (dove però è erronea Tinterpretazìone del citato 
luogo di Pindaro). 

Metro. — Il primo verao è un dìmetro giambico catalettico; il se- 
condo si può considerare come un trimetro giambico acataletto (anacla- 
stico nella 2* e nella 3^ dipodia) o come un trimetro ionico a minore 
acataletto (anaclastico nella 1* dipodia); il terzo è un dimetro giambico 
acataletto anaclastico nella seconcia dipodia. Notisi la sinizesi in ópéwv 
ed in boKéuiv. 

Taooohi, Antologia della rmliea greca, 6 



82 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 



♦XVIII. 

"HvGoincv iq ^xe-xoKatq Aa|iàT6poq èw^* èàaaai 
TTaiaai irapOeviKai, iraiaai KaXà i\xpLaT èxoiaai 
xaXà fièv i^ixaj* éxoiaai, àpiTTpeir^a^ bè xal 6p|iuj^ 
Tipiatiù il èX^qpavTO^ lòflv TTOTCoiKÓiaq aPr^a. 

*XV1I1. Papiri (TOssirinco, I, N. Vili. Il frammento fu attribuito ad 
Alcmano dal Blass: è probabile che non sia se non una felice imita- 
zione appartenente all'età alessandrina. — 1. "Hvdofjiev: per lo scambio 
fra V e X cfr. fr. IV, v. 48, n. Quanto alla desinenza -juicv, mentre ci 
aspetteremmo la dorica -|Lie<;, essa si può considerare di provenienza eolica 
epica: come ben notarono già gli editori, fu adoperata assai probabil- 
mente per evitare l'incontro cacofonico di -|li€(; è^. — ^<saa\: dor. = 
èoOaai. In Filolao e nei Pseudopitag. si trova iaaoa (Kùhn.^ § 299, 3J. 
— 2. irapOcviKai: cfr. fr. VII, v. 1, n. — ^miiaTXa): eoi. per cIjuaTa: 
cfr. èircjuiMéva in Saffo, fr, 70 B (Mass. Tirio, 24, 9). — kx^iaax: forma 
eoi. con accent. dor., come pure i due Trainai pre(>3denli. Per l'accent. 
dor. in questo frammento cfr. le note al partenio. — 8. K5Xd : al verso 
precedente invece si ha K&Xd. — àpiirpciréa^: il doriamo più antico ado- 
pera talora anche le forme aperte dei temi in ca-: cfr. cò^ap^o, Epi- 
carmo, 42 (Kùhn.^, § 124, 2). — òpjjiuK - accus. plur. dor. — 4. irpiard»... 
èXé(pavT0(;: cfr. a, 196 XeuKOTépTiv ò' dpa luiv 6fÌKe irpiOToO èXi§qKXVT(Ki 
6, 404 KoX€Òv... veoirpioTOU èXécpavTO^. — lòf^v : cfr. /r. IV, v. 12, n. — 
iroT(i): dor. = irpóc; (Kùhn.s, § 325, 7). — « Se il frammento sia con- 
nesso con VII è incerto > (Smyth). 



[Arione]. 

Secondo la tradizione Arione, che fu detto T inventore del ditirambo, 
sarebbe nato in Metimna, una delle principali città dell'isola di Lesbo. 
Snida ne dice che il padre suo chiamavasi KukXcOc;: Tinscrizione suU'diraXua 
al capo Tenaro dava la forma KOkXuiv. Eusebio pone rdKimifì del poeta nella 
40* Olimpiade, Apollodoro nella 38*. Da Metimna, sempre secondo la tra- 
dizione, Arione sarebbe venuto a Sparta, perchè egli ngurava nella lista 
dei vincitori alle feste Carnee (Ellanico, fr. 85 Muller). In questa città 
sarebbe stato, conforme alla testimonianza di Suida, scolaro di Alcmano. 
A proposito di che molto opportunamente notava il Rohde (Rh. Mus , 
XXXlIl, 201) come Eusebio abbia {)osto fra Alcmano ed Arione la di- 
stanza di 10 Olimpiadi, la distanza cioè che gli antichi sogliono mettere 
fra la àKixi\ del maestro e quella dello scolaro. Ma non fu Sparta la re- 
sidenza preferita del nostro poeta, sibbene Cotanto, ove e^Ii dimorò presso 
il tiranno Periandro. Di là fece anche un viaggio in Italia, e quivi accu- 
mulò gran quantità di denaro. Volendo poscia fare ritorno a Corinto, im- 
barcossi a Taranto, sopra una nave cormzia. I marinai però, avidi d'im- 
padronirsi delle ricchezze di lui, giunti in alto mare complottarono di 
ucciderlo. Di che egli avvedutosi, pregoUi di lasciargli la vita, offrendo 
loro tutto quanto possedeva. Ma ordinandogli quelli, inesorabili, di ucci- 
dersi di saltar in mare, e' chiese ed ottenne di poter cantare un'ultima 
volta prima di gettarsi dalla nave. Abbigliatosi allora del ricco suo co- 



ARIONE 83 

stume di citaredo, cantò il vójliik 6f^o^, e poscia, così com'era, lanciossi 
nelle onde. Un delfino, che era accorso alla dolcezza del canto, portotlo 
sul dorso fino al promontorio Tenaro, donde Arione recatosi a Corinto, 
ottenne da Perianoro la punizione dei marinai traditori. Un 'Apiovo^ . . . 
dvàOr||Lia x<ì^k€Ov où uéta ènl Taivdpip, èirl Ò€X(p(vip èircdjv dv6pu)iro^ 
fu posto a ricordare 1 avventura (Erodoto, I, 24). 

Evidentemente qui siamo in piena leggenda. La critica moderna non 
ammette più resistenza di un poeta Arione : essa spiega Torigine del mito, 
che gli diede la vita, con una falsa interpretazione del monumento sul 
Tenaro. Questo fu poi dagli eruditi dichiarato in vafia maniera. Taluno 
volle vedere nella ngura che cavalca il delfino il corinzio Melicerte-Pa- 
lemone, tal altro vi scorse invece Taras, il figlio di Posidone, che dal Te- 
naro viaggiò fino a Taranto sol dorso d*nn delfino. Il Hartung pensò ad 
Orfeo: più generalmente s'intende Posidone od Apollo (cfr. Tinno omerico 
ad Apollo ritio, ove si narra che il Dio di Delfo, trasformato in delfino, 
guidò al capo Tenaro la nave dei Cretesi) : non mancano però altre spie- 
gazioni ancora. Quanto al nome stesso del poeta, i più ritengono 'Apiuiv 
= dpi-Ftujv, molto celere (Maass): il nome del padre ognun vede come 
sia oa riattaccare al kókXio^ Xopòq, la cui invenzione fu ad Arione attri- 
buita. Tanto del kOkXio^ X^pd<; quanto del TpatiKÒ^ Tpóiro^ abbiamo già 
toccato trattando del ditirambo. Per la questione deir autenticità del 
carme che ci giunse sotto il nome di Arione vedasi l'ultima nota ad esso. 



^ V^ V^ ^ '» \J l_ • \J \y — ^ 



^ \^ .^ \J V/V^ v/ -* — 



..v/— — v/V.» — 



■~^v^v/ ^ ^ \^ \y 



10 



. ^ ^ y^ \^ ^ -^ 



1"^ 

^s^v/. \^ ^ \J \^ — w — A 

.k^wv/ — Vi/».— _v^^3 

°Yv|iiaT€ ecdùv, 

iróvTie XPw^Joxpiaive TTóaciòov, 

Yttwiox', èTKÙfiov' &\}xav 



84 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

PpdTX^oi népi aé fé irXiUTol 
5 ^^P^^ Xop€uouai kukXi[j, 

Koucpotai TToòujv /li^^aaiv 

èXdqpp' àvaTTaX\ójLi€VOi, m^ioi, 

(ppiEaùx€V6^, diKubpofioi (TKuXaKC^, qptXójiouaoi 

beXqpivcq, ?vaXa Gp^jiiiiaTa 
10 KoupSv Nripeiòuiv Geav, 

àq èreivai* *A|Li(piTpÌTa • 

di }i* €l^ TTéXoTTO^ Tctv ènl Taivaplav dKTàv 

èTTop6Ù(JaT€ iiXaCóiLievov ZikcXi?) évi TTÓVTI}!, 

KUpTOTai VOITOiq 6X^0VT€?, 

15 àXoKa Nìipeta^ TtXaKÒ? 

TéjiVOVTeq, àaxiPn nópov, <piùT€? òóXioi 
lij^ jLi' àqp* àXmXóou TXacpupfiq veihq 
ei% olò^' àXiiTÓp(pupov Xijiva^ IpiMiav. 

Eliano, Storie degli Animali^ XII, 45: Tò tiIiv beXqpivuiv qpOXov ifl^ 
dai qpiXqi&oi t€ xai (plXauXoi, T€K|LiTipiuiaai ÌKavò<; xal 'Ap{(uv d Mti6u- 
^vato^, €k t€ toO àTdXMaTO(; toO èirl Taivdpt|), xal toO òir* aùroO ypaqpév- 
Toq èmTpdMI'AaTOi; • laxi òè tò éirirpamua' 

'AeavÓTtov iro|unrataiv 'Apfova, KOkXovo^ ulóv, 
*Ek IiK€XoO Tr€XdYou<; autiacv 6xr\na tóÒ€. 

•Ymvov bè x^pi^T^ipiov Til) TToaeibuivi xal jiidpTupa Tfjq Tdiv beXqpCviuv 
(piXo^ouaia^) olovel xal toutok; Iwà'xpxa èKT(vujv, d 'Apituv ifpaìv^' xal 
éOTiv ó d|jivo<; oOto<;' *TiiiiaT€ ktX. — 2. xpuaoTpiaivc: lez. dei 

codd. che si può difendere comparando xpuOTiXdKaTO(; (i^XaKdTri), xo\)oo- 
Ké(paXo(; (K€(paXfi). Il Hermann ed il Bergk leggono xpiJ<70Tp(aiva da un 
nom. xpuflroTpiaCvìic.ft'^alogo * XPwaoxa(Tii(;, xP^<7okÓ|ìati<; ecc. L* epiteto 
ricorre anche in Aristof., Cavai., 559. — TTóacibov: è forma attica. — 
8. taidox*: T^idoxo<; è a ragione spiegato dallo Smyth come ==:faiiy^ 
KivTiTfip. «Cf. Lacon. Y^i^f^oxo?» Pamfil. Fcx^tu), veho. -(F)oxo(; fu più 
tardi confuso con -(a)oxo<; (in iroXidoxoc, jiaPboOxoq ecc.), ed Artemide è 
chiamata Taidoxoq, Soph., 0. T. 160 » (p. 208). — 4. Ppdyxioi: « se 
è corretto, è un neologismo » (Smyth, ibid.). — ir^pi : anastrofe : regge 
èTKÙiui. dX. La mia lievissima correzione rende inutile T inserzione di un 
dv' (dvd), che tra Taltro guasta il metro, fatta dal Hermann ed accettata 
in generale. — Coi vv. 4 e sgg. cfr. N, 27 e sg. Pn b' èXdav (Hoa.) èiii 
xOfia • dTttXXe bè xfiTe* òtt' gòtoO | irdvToScv ex K€u6|idiv, oùb* ^Yvoiiiaev 
dvaxTQ. — 5^ 6fìpe(;: appos. a &€Xq)tv€(;: usato in senso di bestia in 
genere. In Archil., fr. 74, v. 7 invece si mettono in contrapposizione i 
6f)p€(; cogli animali che popolano il mare (b€X(p!ai sinedd. per ixOOai). — 
XOp€uou(Ji: cfr. Eurip., EÌena, 1454-5 xopayé tOùv xaXXixòpuiv | beXqpCvujv. 
— 6. iroòO^v: così sono poeticamente dette le pinne. — 7. èXdqpp*: 
n. plur. usato in forza d'avv. — 8. axOXaxe^ : cfr. Eurip., IppoL, 1278 
(TxuXdxujv TTcXaTiuiv. — cpiXófiouaoi : Eurip., Elett., 435-6 ó q){XauXo^... 
b€X q)((;, Pind., fr. 235 (v. Pap. d'Ossir., Ili, 408, v. 69) òeXq)!vo^ óiTÓxptaiv,[ 
TÒv I aùXiXJv èxivTio* èpaTÒv MéXo^. — 10 e 11. Amfitrite, secondo 



▲RIONS 85 

Teogon, v. 243, era essa stessa una delle Nereìdi, figlie di Nereo e di Doride. 
La frase del nostro poeta non è da interpretare alia lettera: intendi le 
Nereìdi che ebbero t natali nel mare (Amfitrite =s il mare; cfr. E, 422, 
fi, 97). Si potrebbe anche pensare forse ad un'alterazione del mito, e 
questa sarebbe allora un'altra prova della non somma antichità del fram- 
mento: ma io non credo probsmile tale spiegazione. •— Gol v. 11 termina 
Ja prima parte del carme (invocazione di Posidone intorno al quale fan 
festa i delfini) : segue la menzione del salvamento del poeta. — 18. « Zi» 
K€Xò(; iróvTo^, [s'incontra] per la prima volta in Euripide » (Smyth, p. 209). 

— 15. dXoKO : « la forma dXoE non si trova prima del quinto secolo » 
(Smyth, ibid). — 16. cpOtJTCc; òóXioi: i marinai Corinzi. — 17. \bc: 
temporale. — Y^<X9vpd<^* epiteto omerico della nave; cfr. B, 454, ò, 35o. 

— 18. àXiiTÓptpupov : solo qui riferito al mare. — ^pmiav: per l'as- 
senza di raddoppiamento del p cfr. anche ir, 379 e Pind., Pit o, 37. — 
L'autenticità oel carme fu per la prima volta revocata in dubbio dal 
Van der Hardt nel 1723. 11 Welcker, KL Schr., 1, pp. 89 e sgg., 
lo giudicava, se non di Arione, certo assai antico. 11 Boecrh, Accada 
Beri., 1836, 74, pur non attribuendolo ad Arione, lo credeva anch'obli 
opera di un antico scrittore di nomi. Il Lehrs, Popul. Auftdtze^ 204, 
ne sospettò autore Eliano. 11 Bbrgr, 111^ p. 80, lo disse « novicium 
omnino... Carmen, quod ante Euripidis aetatem vix potuit componi ». 
Lo Smttb (p. 207), modificando alquanto un'ipotesi del Rossbach, pensa 
che sia « produzione di un poeta ditirambico ateniese dell' ultimo pe- 
riodo di Euripide o più tardo ». Ciò sarebbe provato dallo stile, che 
«nonostante la sua parziale levigatezza, richiama la stucchevolezza e 
Timpiallacciatura del ditirambo più tardo », dal metro « assai adorno colle 
sue frementi soluzioni... » e infine dal dialetto^ che è « attico diluito 
con dorico, mistura che fu assai usata nel secolo quinto ». Quest'ultima 
opinione si presenta come la più probabile. 

Metro. — Il metro è, a parar mio, una forma degenerata di quello che 
le vecchie teorie metriche chiamano dattilo-epitrito^ e che il Blass nel 
suo « Bacchilide », seguendo la nomenclatura degli antichi scrittori di 
metrica, designa coU'espressione tò kot* èvóirXiov €tòo^. Il tipo di questo 
metro è il irpoooòiaKóv (Efest., pp. 48 e 49 W.; Scoi. Efest., p. 202 W.), 
ma non considerato come una tripodia dattilica (- v/ v/ - v^ w — ) od 
anapestica ( — v-» v - ^ ^ -)» sibbene come coriambo + ionico f- w v^ - 
\j\j — ) oppure come ionico + coriambo ( — ^ ^ - v/ w -). Una trat- 
tazione elementare, ma in compenso chiarissima, del dattilo-epitrito se- 
condo le nuove dottrine metriche si può trovare nella 3* ed. della Metrica 
del Gleditsch, pp. 168 e sgg., e ad essa rimandiamo, non essendone concesso 
di entrare, in queste poche note, in particolarità che escano dallo scopo 
diretto del libro. Venendo all'esame del nostro frammento ^la cui com- 
posizione astrofìca ben s'accorda, come osserva lo Smyth, coli attribuzione 
fattane ad un tardo poeta ditirambico), il v. 1 è un monometro della forma 
d'una dipodia giambica : il v. 2 è un trimetro acataletto (procataletto) colle 
forme del coriambo, della dipodia trocaica (con catalessi interna), del io« 
Dico a minore : il v. 3 è un dimetro acat. anaclastico che presenta le forme 
della dipodia giambica e della trocaica: il v. 4 è un dimetro acat. colla 
figura della dipodia trocaica in entrambe le sedi (la prima lunga della 
seconda dipodia è sciolta): il v. 5 è = dipodia giambica -f coriambo: 
il V. 6 è = due ionici a maiore : il v. 7 è un trimetro catalettico in duas 
syllabas (primo jnérpov = ionico a maiore : cfr. n. metr. al fr, 11 d'Alceo : 
secondo fiérpov = coriambo) : il v. 8 è un tetrametro catalettico in duas syl- 
labas (ion. a mai. + cor. -f ion. a mai. con 1* sili, sciolta -f- dip. brachicat.J: 
il V. 9 è =3 due ionici a maiore (il secondo ha la prima sili, sciolta) : il 



86 ANTOLOGIA DSLLA MELIGA GRECA 

Y. 10 è =: molosso + ionico a minore: il v. 11 è un dimetro trocaico: il 
V. 1^ è un tetram. catal. in duas Byll. (due ion. a mai. 4" cor. -f dip. bra- 
chioat.): il v. 13 è anche un tetram. catal. in duas «yll. (ion. a mai. con 
1« 9ÌU. sciolta in 1* e 3* sede, cor. in 2«, dip. bracbicat. in 4*^: oel 
V. 14 cfr. il V. 3 : il v. 15 è s=:dip. troc. con 1* sili, sciolta + dip. giamp.: 
il Y. 16 è un trim. giamb. acat. : il y. 17 è un trim. catal. anaclastico fra 
il secondo ed il terzo jiéxpov (coriambo 4* dipod. giamb. + ion. a min.) : 
il Y. 18 è un trim. acat. (ion. a mai. + due dipod. trocO* Si notino le 
sinizesi in BeiXiv al y. 1, 6€dv al y. 10, òx^ovTcq al y. 14, òóXioi al y. 16. 



AlC£0. 

• 

Alceo nacque in Mitilene, nell'isola di Lesbo, di nobile famiglia. Quanto 
al tempo in cui egli fiorì, ricorderemo che Eusebio ne pone FdKH^ nella 
Olimp. 46, a. 2 (595 a Gr.), e il Marmo di Paro tre anni più tardi. £* fu 
adunque un contemporaneo del savio Pittaoo, ma un oonteoaporaneo più 
giovane (ràx^f) di Pittaeo è messa airOIimp. 42). Delle vicende della sua 
vita qualcosa sappiamo, ma la difficoltà di attribuir loro una data anche 
solo approssimativa è somma. Fin da giovane si trovò immischiato nelle 
agitazioni interne che in queir epoca straziarono la sua patria, militò 
nelle file del partito aristocratico, facendo sempre aspra guerra ai tiranni 
che Tun dopo T altro sconvolsero col loro malo reggimento Mitilene. 
Prese parte anche ad un'impresa esterna, e precisamente a quella contro 
gli Ateniesi per il possesso di Sigeo nella Troade; in una pugna du- 
rante cotale spedizione egli, come già prima di lui aveva fatto un altro 
poeta greco, Archiloeo, buttò via lo scudo. E come Arcbiloco (fr. 6), 
anche Alceo cantò la propria, diciamo così, disavventura (fr, 32 b., 
corrottissimo : secondo la lezione^ molto congetturalet del Bergk sarebbe 
Zihc, 'AXkoIoc "Apij, J "EvTca b* oO* kùto; (aOov) dvdicTopoY è<; rXauicUiiiui| 
*lpov òvcKpéjLiaoav i *Attikoi). Tutto ciò accadde assai probabilmente nella 
giovinezza del poeta, onde non pare sia da prestar fede ad Erodoto in 
quanto (V, 94 e s^.) narrando quelFazione militare la riferisce a dopo il 560, 
quantunque, a dire il vero, possa far meraviglia il vedere gli Atemiesi 
guerreggiare nella Troade verso la fine del settimo secolo a. Gr. In pat^ria 
Alceo ai oppose sempre, come dicevamo, a' tiranni, pur non essendo af- 
fatto un apostolo di libertà: che anzi, se dobbiamo credere a Strabone 
(XIU, p. 6ì1\ non fu neppure a lui del tutto estranea la libidine del 
potere (oOÒ* aÙTÒ^ Ka6ap€0wv t(I»v toioOtujv vcwTcpiaMuiv). Forse un ne- 
mico più ardente la tirannide ebbe nei fratello di Alceo, Antimenida, 
anello che più tardi si coprì di gloria combattendo in Asia per conto 
oe' Babilonesi (fr, VII). Pare che nel 612 sotto i colpi di Pittaeo e di 
Antimenida sia caduto il tiranno Melancro. A Melancro tenne dietro Mir- 
silo : a Mirsilo, ucciso esso pure, altri ancora. Può darsi che a circa il 595 
sia da assegnare Fesilio di Alceo, del fratel suo, di Safio, e di altri membri 
della fazione aristocratica, in seguito a prevalenza della democratica (cfr. 
Flach, p. 467). Il nostro poeta errò per più luoghi : fu in Tracia e in Egitto, 
non cessando però mai oal macchinare per poter rimettere piede in patria. 
I tentativi de* fuorusciti ebbero per efietto che que* di Mitilene nomina- 
rono Pittaeo olou|Livif|Tr)^ (= airincirca al dictator de' Romani) coIVinca- 
rico e di opporsi agli sforzi degli esuli e di riordinare lo Stato (590?). 
Sotto il suo saggio governo la pace fu restituita alfisola, ed Alceo, che 
avea inveito violentemente contro Pittaeo {fr, XI), alla fine fu contento 
di accettare dalla clemenza di lui quanto non avea potuto ottenere colla 



ALCEO 87 

forza, e dopo un esilio di quindici anni rivide la patria. Dal /r. XIV 
sembra ch^egli sia morto in età abbastanza matura. 

Le i)oesÌ6 di Alceo furono divise dagli Alessandrini in almeno dieci 
libri. Noi le distingueremo semplicemente in tre categorie, e cioè in poesie 
politiche (corrispondenti alle OTaouDTiKd), in erotico-convivali, ed in inni. 
Le prime mostrano la violenza de' sentimenti dai quali dovette essere agi- 
tato l'animo del poeta (cfr., ad es., i frr. V, VI, XI), l'altezza de' suoi pen- 
sieri (ad es. il /r. 23b.: "Avbpe^ iróXr^o^ TrópYO<; dpcùiioi), la sua potenza 
nell'arte del descrivere {frr. Ili e IV) ; dalle seconde appare sensualità, è 
vero, ma anche grazia e leggiadria; degli ultimi non possiamo giudicare 
direttamente, perchè gli scarsi frammenti che ce ne sono pervenuti non 
si possono dire certo pregni di signifìcato, ma, se consideriamo il sommario 
che ci dà Imerio, Or. f4, 10, dell'inno ad Apollo, possiamo anche solo da 
esso arguire come Alceo vi spiegasse tra laltro e ricchezza d'immagina* 
zione (la anale gli venne da taluno negata: cfr. Smyth, pag. 212) e, nella 
scena finale, un senso squisitissimo della natura, che dovette manifestarsi 
in un'onda di fresca e maravigliosa poesia, che traluce persino dalla non 
bella prosa d'Imerio. Apollo dagli Iperborei viene a Delfo, e quivi tutta 
la natura lo festeggia: fbouai m^v ànbòv€<; a^Tip, dirotov cIkò^ faai nap* 
'AXxadfj Tà<; 6pvi6a^ * f^ouai òé kqI x^^^<^v€^ kqI réTTiTC^, où tViv éou- 
Tuiv tOxtiv t^v èv dvépUiTTOi^ dYT^^^ov^ciii dXXà ndvTa tò jiéXr) kotù 
6€oO (p6€TTÓ|yi€vai * j^€t koI àpirupo!<; l'i KaaraXCa xarà troinotv vd^aot kqI 
Ktypiaaò<; Méya^ alp£TOi icopqpOpuiv toK KO^aoi, tòv *Eviir4a toO 'Ofii^- 
pou Mi|LioiiiLi€vo^. Dello stile del nostro poeta Dionigi d'Alicarnasso esal- 
tava {De vet, script, cens.^ 8) la magnificenza e la brevità, la grazia unita 
alla forza, le figure notevoli per la chiarezza. Quintiliano ripeteva a un 
dipresso le medesime cose (X, 1, 163). Alceo ha talvolta anche un fare 
sentenzioso o cita sentenze di altri (cfr. il già addotto fr. 23 b., ed i frr. XVII 
e XXI). 

Il dialetto d'Alceo è il lesbico del tempo, influenzato dall'epico. Quanto 
ai metri da lui adoperati, ricordiamo che la strofe alcaìca porta il suo 
nome : egli fece uso anche della strofe safiica, di dattili eolici e non eolici, 
di jonici isolati oltreché ne' metri xarà ^axxctov Etòoq. 

Alceo credette grande popolarità in Atene nel secolo auinto a. Gr. I suoi 
scolii rallegrarono i banchetti de' ricchi Ateniesi. Gli Alessandrini fecero 
de' canti di lui edizioni e ne scrissero comenti. 

I (5). Eli EPMHN. 

— vy — — ~- \j \j JL \j t ■ JL 



— v/->— — v*»v*»~ \^ L^ • 



r 



— *-*—— ^ \j \j J- \^ L— , I \j ~. \j \j L-j. t \j /\ 

Xaipe KuXXava(; 6 inéòei^, aè TÓp Moi 
OCjuioq u^VT^v, TÒV Kopùq)a(; èv auTCìiq 
Maia T^vva t(£i Kpoviòqi ^al€l(Ta TrafiPaaiXrji. 

I (5). Efestione, Manuale, p. 44 (ed. Westphal): fan bè xal Trap* 'AX- 
KaUy (èmxopiOMPiKÓv, tò ZaTrcpiKÒv KaXoOfievov évbcKaauXXapov), kqI 
dÒTiXov diTorépou iaiìv cOpTUna, el koI ZairqpiKÒv KaXetxai, oloy xatpe 
:.... ^01. 1 vv. 2-3 fino al cosi detto adonto vennero aggiunti dal Mei- 
neke (Zeitschr, fùr Gymn. Wesen^ X, 6, p. 521), e l' adonio dal Hoer- 
schelmann (p. 464), di sulla lezione del codice saibantiano della biblioteca 



1 



88 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

bodleiana, il quale porta : Oujuò^ òfjivetv tòv Kopucpfiaiv aùyaU Maia Y^va 
TfS) KpoviÒTi ^aieia iraiLipaaiXfìt. — 1. 6: pron. rei. con pallosi eolica 

{Meister, voi. 1, § 39, IV, 3; Inama, 4, osa.) = 6^. — ji^òcic: 2* pera. ind. 
pres., e non participio, come dichiarava Apollonio, Sititi 92 (v. Berffk, 

§p. 148*9). — KuXXdva^ 6 jnébcK; : =: Hermes, nato di Zeus e di Maia (figlia 
1 Atlante, e la maggiore delle Pleiadi) sul monte Gillene in Arcadia. — 

2. BO^o^: con bantonismo eoi. = 6u|ió^ (In., 51, n. 1). — O^vtiv: eoi. 
= ójLivclv. ~ TÓv: pron. relat. = 6v. — Kopi3q>a(; èv at^raK^ Kopucpfl^ èv aò- 
Yat^. La lezione coi caratteri delFeolismo è dovuta al Michelangeli : quanto 
al senso però non è nuova, perchè già il Westphal nelPed. del Manuale di 
Efestione, a p. 44, scriveva KopucpQq èv aòYatc;. Il senso che ne deriva 

negli splendori di una vetta, in vetta luminosa (MichJ) è dal Miche- 
angeli stesso acutamente difeso nella nota mitologica in Fr. d» M. Gr., II, 
pag. 5. Contro di esso sta, è vero, quanto si dice negli Inni omerici (II 
« A.VI1) ad Hermes, « ove si canta che Maia abitava un antro ombroso, 
lontana dalla compagnia dei beati, e che quivi con lei si congiunse il 
figlio di Gronos a notte alta, mentre Hera dormiva », ma la variazione 
nella leggenda cantata da un poeta ben diverso da quello degli Inni è 
cosa tutt altro che impossibile. Certo la lezione che sedurrebbe di più è 
quella del Hiller « Kopucpata* h dYvai^ » (coiraccentuazione Kopùq)at<; dello 
Smyth), ma si allontana troppo dalla lezione manoscritta. Il « KO^0q)ai^ 
èv aòraiq » del Meineke, accettato del Bergk, è assai poco poetico. — 

3. Yèvva : impf. senza aumento = èY^vva. Il verbo è per vero più propria- 
mente usato pel padre che per la madre. — futaicioa : part. pres. eoi. da 
un ^adiMi = *Ma(ui o ^juaidi, analogo a |uia{o^ai, bramare. Il dittongo ai 
della prima sillaba è breve (v. Zambaldi, pp. 173-4). Questa correzione 
del |uiai€{a del cod. è dovuta al Michelangeli, ed è veramente bella sia pei 
senso sia per Tallitterazione con Mata. Il juiCYCioa del Bergk non è brutto, 
ma è troppo libero. — irafi3aaiXii*i: eoi. := ira^ipaaiXct. 

Metro. — Il metro è la strofe saffica, la quale secondo le vecchie teorie 
sarebbe composta di quattro versi, tre endecasillabi saffici ed un adonio. 
L'endecasillabo saffico sarebbe una pentapodia logaedica acataletta colla se- 
conda sede occupata di regola da uno spondeo irrazionale e col dattilo ciclico 
nella terza sede, senza cesura stabile. L*adonio sarebbe una dipodia lo- 
gaedica acataletta col dattilo ciclico nella prima sede. Invece secondo le 
nuove teorie, le guali sottraggono ai log^aedi la strofe saffica, questa ri- 
sulta composta di tre versi che sono tutti serie giambiche. La prima e la 
seconda serie sono esapodie (volendo essere pedantescamente esatti biso- 
gnerebbe esprimere sempre la misura in dipodie) giambiche catalettiche 
anaclastiche nella prima metà: la terza serie è una decapodia giambica 
catalettica anaclastica nei primi tre piedi e nel settimo. 

II (9). Eli A0HNAN. 



.^ ^^ \J J. vy — V^<^ __V^Vy .- KU \J J. \J I • Jl 

CQv)aaa' 'AGavda TroX€(|idòoKO<;), 

fi TTOi Kopujvriaq ènì (tt{(t)€wv 

vaùuj TTdpoiGev à|Liq)i(Paiveiq) KwpaXiuj TroT<i)uiiu irap' òxOai^» 

11 (9). Strabone, IX, 411: i^ jnèv oOv Kopdjveia èYYÙ<; toO 'EXikOùvòì; èoriv 
èq)' dijiou? lbpi)|jiévii, KareXdpovTO ò' aÒTfjv èiravióvT€<; ex Tf|(; 0€TTaXiKf)(; 



ALCEO 89 

'ApvTi^ ol Boiurrol ixerà rà Tpuiixd, 6t€ ircp Kftl tòv 'OpxoMCvòv éaxoy ' 
KpaTf^aavT€<; òè Tf^ KopwvcCac; év ti|) irpò aÙTflc; Tr€Ò{(jp tò rfì^ *Itu)v(o^ 
*A9ìivfi^ Upòv lòpOaavTO djLiUivufiov Tit» GcxTaXiKù, Kal tòv irapappéovra 
iroTaiiòv Koudpiov TTpoJTiTÓpEuaav 6|jio(pUivu)<; Tt?> èxtì ' 'AXxato^ bè xaXct 

KwpdXtov, XéTuiv* 'Aoa* 'A6dva diroXc dirò Koipuiv{a(; éirt- 

b€uiv auuj irdpoiOcv d|Li(pÌ KuipaXiui irorafid) irap* dx^ai^. 

— 1. (*Qy)aaa*: crasi per <b dvaaa*. — iToX€|jidboKO<;: eoi. = iroXefin- 
bÓKO(;. Gfr. Pind., Pi*. 10, 14. — 2. d: eoi. = fl. — irci: ha senso di 
'nox) =: forse. — Kcpuiv^^a^: eoi. =:Kopuiv€(a^. — èirì: le proposizioni e le 
congiunzioni non sono sottoposte alla legge del baritonismo eolico (Kuhn.^ 
§ 80, 1). — 8. vaów: eoi. = vaoO. — irdpoidcv: prep. che regge il gen. 
preced. vaOui: in Omero però ò sempre anteposta al gen. che ne dipende. 

— KujpaX(u) iroTdjuiu): eoi. = KoupaXioO iroTaMoO. Cfr. Callimaco, 5, 63 f^ 
wì Kopiuveia^, fva ol TcOutuiiiévov àKao<; \ xal Piu^ol iroTaiu^i kcWt' liti 
KoupaXt<|i. — V. le varie etimologie del nome *A6T]vd in Michelangeli, 
Fr, d. M, Gr., II, p. 9: oltre di che, s'intende bene, per quanto si rife- 
risce al culto, alle leggende relative non solo a questa, ma anche alle 
altre divinità greche, consulta sempre in ispecìe VAusfùhrl. Leasthon 
d. griech. u. rem. Mythol. del Roscher. 

Metro. — Il metro è la strofe alcaica, che, secondo le antiche teorie, 
sarebbe composta di quattro versi, due endecasillabi alcaici, un ennea- 
sillabo alcaico ed un decasillabo alcaico. L'endecasillabo sarebbe una 
pentapodia lo^aedica catalettica, collo spondeo irrazionale nella se- 
conda sede e il dattilo ciclico nella terza, preceduta da anacrusi, senza 
cesura stabile: renneasillabo una tetrapodia trocaica acataletta con ana- 
crusi: il decasillabo una tetrapodia logaedica con due dattili ciclici nelle 
prime due sedi. Invece secondo le nuove teorie, che anche la strofe al- 
caica escludono dal campo dei logaedi, essa risulta formata di tre versi 
che qui pure, come nella strofe saffica, sono serie giambiche. Le prime 
due serie sono esapodie giambiche catalettiche con un apparente ionico 
a maiore al posto della seconda dipodia (il ionico a maiore .^ - v^ v^, che, 
come ci avverte Efestione, Manuale, p. 37 W.^ può anche avere la forma 

^ - v/ w , si riduce coiranaclasi alla dipodia giambica: v-» v-», - v^ - v^, 

^ - "-/ — ): la terza è una decapodia giambica catatettica anaclastica nella 
terza dipodia, dove troviamo il ionico a maiore, e nella prima parte 
della quarta che è un apparente coriambo. — V. un bel confronto ira le 
due strofe, saffica ed alcaica, nel trattato del Masqueray, §§ 281-3. 



Ili (15). 

Mapjiaipci òè \ktf(i(^ hò\xo% x^i^^V naicTa b* "Apq K€KÓ(T|LiTiTai 

[(TTeira 
Xd^TTpatcTiv Kuvioiai, xài tcìv XcCkoi KatuTtcpOev iTrmoi Xóq)ot 
veuoKJiv, KeqxxXaicTiv fivbpiuv àTaXimaia' xó^Kiai òè TtacrcrdXoiq 
KpuiTTOKTiv Tr€piK€Ì|i€vai XàjLiTrpai KvdjLiiòcq, fipKo? lax^Pu'J 

5 OoipaK^^ T€ véci Xivuj KÓiXai te kot fiamòc? pepXr||ji€var 



90 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

iràp bè XaXxibiKai aTràOai, nàp bk lé^aja TióXXa xal 

[KUTTÓTTlbC^* 

Tiiv ouK Ioti Xà6€<J6', èneibfi TrpuJTiaT' vnò FépYOV fcrrafiev 

[TÓb€, 

III (15). Ateneo, XIV, 627 A: 'AXKato<; 6 iroir|Tfi<;, e! ti<; xal dXXo<;, |liou- 
a\KibjaTO(i Y€vó^€vo^, irpÓTcpa Tdiv xaTà itoiv)tiki^v t& kotò ti^v dvòpciav 
Ti6€Tat, MdXXov ToO béovTog iToXefitKÒi; Y€vó^€vo( * hiò Kal M toI^ toioO* 
TOK <J€|Livuvóf4€vo^ q)ìia(v • Map^aip€l ktX. — 1. x<ìXk4; : eoi. = 
XaXKu). — irataa: eoJ. = ndaa. — "Api]: dativo di favore, non di mezzo, 
-w 2. Xd^irpataiv Kuviaiai: eoi. ;= XainirpaK Kuvéai^. — KàT Tdv:=: 
KCTà Tftv (apocope in KOTd) = Karà t6jv = kqG' Jjv. — X€Okoi : eoi. = 
X€UKo(. — KaTOwpBev: eoi. = Kae0ir€p6€v. — liririoi: eoi. = tiririoi. — 

3. v€uoiaiv: eoi. r:: veOouaiv. — K€(pdXaiaiv dvbpuiv: eoi. = K€q>aXaI( 
dvbpdfv. •— x<i^Kiai: eoi. =» x^^Xxcai. — iraaadXoiq: eoi. acc. pi. masch. 
(In., 71, e; Meyer, 363; Meister, voi. 1, § 16, 11,5; Henry, § 189, 2). — 

4. KpùiTToiaiv: eoi. = KpOirrouaiv. La vulgata era KpuiiTotaiv, che s*in- 
terpretava dativo concordante con iraaodXoi^. — Xd^Trpal: eol.=Xa^npau 
— Kvd|Lii&€q: eoi. =: Kvrijmtbc^ : si noti Tabbreviazione della penultima sil- 
laba. — dpKoq: Esichio interpreta: dpxcavia, 3of|e€ia. — lax^pw: eoi. 
= l<JXupoO. — péXeu?: = péXou(; (Pezzi, L. gr, a., II, 33, p, 385). — 

5. Xivui: eoi. =. Xivou. — KÓiXai: v. l'osserv. sul metro.— dombcc;: eoi. s= 
dairiòcq. — KaT* ...p€3XrìM€vai: tmesi = KaraPc^Xi^MCvai con accentuazione 
eoi. per KaTa^ePXrmévai. 11 Michelangeli in nota traduce deposte. Il Mazzoni 
un monte f di seudi]^ il Fraccaroli Vun su V altro. — 6. irdp : con apocope 
= irapd- L accento è omesso come pure in Kdr (v. 2), dal Bergk, dallo Stoll, 
dal Buchholz, dallo Zambaldi, dal Pomtow, dallo Smyth: lo segnano ffli 
editori precedenti, il Michelangeli, e le grammatiche deirinama, del 
Kriiger, del Kùhner, del Meyer, del Meister, dell'Henry. — XaXicfòtKai: 
eoi. =XaXKibiKa{. — oirdear. propr. spatole dei tessitori, e poi spade con 
lama allargata verso l'estremità (v. Zambaldi, Le parole greche delVuso 
italiano^ 2* ed., p. 161). Stefano Bizantino dice che le airdOai sono qui 
dette Calcidiche bid tò x^^KOupTcta irpilirov èv aÒTo!<; (XaXiabeOai) 
ò(p6f^vai. Certo è che Galcide nell'Eubea era famosa per i suoi layori in 
metallo. Cfr. Eschilo, fr. 356 aÙTÓBaxTov EùpoiKÒv HCcpoc, e meglio Ari- 
stofane, Caval.^ 237 tò XaXxibiKÒv iroT^ìpiov, e C /. A., 1, 149. ^- Kuicdr- 
TiÒ€<; : Polluce^ VII, 60 : ó Ktiiraaaig Xivou nenoi^ro, amxp^^ x^'fWiviaKO^, 
dxpi jLiéaou |LiT)poO. Riguardo alle specie di armi ricordate nel frammento 
V. Guhl e Koner, 6» ediz., pp. 388, 384-5, 389, 386, 389 e sgg., 840, 387 
(Zuioxfìp, lévY\). — 7. tOjv : = Jjv. — ^ari : = ^Hcoti. — XdSeoB*: eoi. = 
XaeéoG* s= XaSéaem. — irpUiTiar' òtto: eoi. = iTpd)Tia9* óiró. — ùiró: 
secondo i grammatici gli Eoli dissero ùird per ùttó, ma la forma òicó è 

data dalle iscrizioni (cfr. Meister). — ùirò éaTajLicv: tmesi = òiréara- 

^€v, che è eoi. per (iiréaTriiLiev. — Riguardo al senso di quest'ultimo verso 
e più precisamente delle parole èircib^ irpiÒTiOT* Onò Fépyov éOTa^ey TÓbe 
noteremo che il Flach, G. d. gr. L., p. 475, crede che crui il poeta voglia 
alludere alla guerra con gli Ateniesi per il possesso ai Sigeo: il Sittl, 
G. d. gr. L. usw.^ voi. 1, p. 320, opina invece che Alceo si riferisca al- 
l'intendimento degli aristocratici di sostenere le proprie ragioni colle 
armi. Noi crediamo assai migliore Tinterpretazione che dà alla frase un 
senso generale, e questo opinarono pure il Fraccaroli, che traduce poi che 
scegliemmo in pria guest* opera^ ed il Michelangeli, il quale nel cemento 
rende finterò verso te armi non dobbiamo porre in obliOy perchè questo 
è V officio che sopra lutto assumemmo. 



ALCEO 91 

Metro. — Il metro è ralcaico maggiore nella dispoaizione icarà otìxov. 
L'alcaico maggiore secondo le vecchie teorie metriche è considerato come 
composto di due gliconei secondi, il primo catalettico ed il secondo aca- 
taJetto, e di una chiusa trocaica (- v/ -). Il gliconeo secondo è una te- 
trapodla logaedica catalettica, se si tratta di un gliconeo catalettico, aca- 
taletta, se di un gliconeo acataletto, col primo piede che può presentare 
le forme della così detta basi eolica e col dattilo ciclico nella seconda 
sede. Io propongo invece di considerare, in conformitii delle nuove teorie, 
l'alcaico maggiore come una decapodia giambica anaclastica nella prima 
e nella terza dipodia. Se si vuole, si potrii anche parlando conforme alle 
nuove teorie continuare a dire Talcaico mag^giore composto di due gliconei 
secondi (di otto sillabe, non di nove) a cui sia ancora aggiunta in fine una 
dipodia giambica, la quale va perfettamente d accordo col resto, perchè se* 
condo le nuove teorie il gliconeo secondo è precisamente una serie giam- 
bica. Anzi questo modo di considerare Talcaico maggiore serve a spiegarci 
una apparente irregolarità che incontrammo nel v. 5, dove le parole 
KÓiXai T€ d&nno una dipodia deiraspettow* ^ > v^ (cfr. Masquerajr, Traité^ 
§ 260), senza dover ricorrere al prolungamento della prima sillaba per 
effetto delibarsi, come pensò qualche editore meno ardito di chi scriveva 
addirittura Kibi\ai, come TAhrens, o KOiUai, come il Bergk, o infine KoO^Xai, 
come lo Smyth. 

IV (18). 

*A, OUVéTìlfll TOIV (ivé^UjV (JTdcJlV ' 
TÒ jilèV TÒp £v6€V KU^a KUXÌVÒ€Tai, 

TÒ b' ivOev • fijuiMe^ b' 6v tò \iioaov vai 9Opri^€0a (Jùv ^eXaivtjt, 

X€i|iiovi nOxOcOvTC^ p€T<iXtp MÓXa* 
5 irèp ^èv TCip àviXo^ laTonibav ?X€»i 
Xatq)05 bè Tiàv ZàbiiXov fjbii Kai XdKibc^ fieta^ai Kat* aOto* 

XÓXaicji b' àTKuXcti.. 

IV (18). Eraclide Pontico, Allegorie omeriche^ cap. 5: "Ev ixavoTc 6è 
Kttl TÒv MiTuXiivaìov imeXoiTOiòv €Ùpftao|Ltev àXXT)YopoOvTa. tò; t^P tu- 
pavviKà<; Tapaxà<; èEiaou X^^MCP^M^ npootxK&Ux KaraoT^iitaTi GaXdaar)^, 
àouvéTTiv Kal tìIiv dvéfbiujv oxdaiv* xò iiièv Tàp... dx^u- 
pai. Tiq oÙK dv €Ù9ù(; ex rf^q irpoTpcxoùari^ iicpl tòv itóvtov cUcaCa^ 
dvbpdiv irXuiiZo|Liévuiv SaXàrTiov etvai vojuiocic q)óPov; dXX* oùx oClxujq 
?X€i. MupoiXoq YÒp ó biiXou|U€vó^ èoTi Kttl TUpavviKi?! Kaxà MiTuXnvaiuiv 
^T€ipo^évr| oOotook;. — 1. *A, ouvérriiui: intorno alla lezione del prin- 
cipio di questo verso primo del frammento si è fatto dai filologi un monte 
di discussioni e di ipotesi: delle quali vietandoci e lo spazio e 1* indole 
del nostro lavoro ai parlare adeguatamente, rimandiamo lo studioso 
a quanto ne dice il Michelangeli , II , pp. lB-9, e Appendice alla 
parte IL ì^oì accettiamo la lezione '^A auvérrmi delTincani (Riv, di Filol.^ 
XXU). — 3. à\x.\i^^\ eoi. ed om. per ViincU. — 6v: eol. = dv, apocope 
per dvd. — ^éaoov; forma primitiva dialettale e poetica per \iiooy. — 
vài: eoi. = vr)t — qpopi^McOa: eoi., secondo la coniug. in -^l, corrisp. a 
qpopou^cSa. — 4. xci^uivr. eoi. = x^^M^vu — jiox9€0vt€<;: = no- 



92 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

x6o0vT€(, ma non è forma eolica, perchè il dialetto eolico non ha la forma 
di coniugazione in -dì, alla quale sostituisce quella in -mi (Kùhn.^ §206, 1). 

— 6. frép: apocope invece di ir€p( (per racconto v. la nota a trdp 

sotto fr. Ili, 6). — irèp ix^\ : tmesi = irepi^x^^* " loToirébav : eòi. 

= l0T0irébT)v. — 6. irdv : breve presso gli Eoli e i Dori (v. Meister, 
1, § 5, 1, 36). — tdòri^ov ; dialett. e poet. per òidbT)Xov. Non è neces- 
saria la correzione delPAhrens {De gr. l, a., II, 6, alla voce ^aXéo^ai) 
ZdbaXov, perchè il suono dell^ lungo v'era anche nel dialetto eolico, 
sebbene non diffusissimo (cfr. Meister, 1, § 12, 1; Meyer, 37). Per il 
senso V. il Fraccaroli, che traduce traspare: il KocR {Alkdos und 
Sappho , Berlin, 1862) rendeva pure durchsichtig (trasparente): il 
dilacerato del Michelangeli dà un concetto che sarebbe ripetuto nelle 
parole immediatamente susseguenti. — XdKibec; ^étaXai kot* oOto: eoi. 
= XaKibec; |Lirf dXai xar' aÙTÓ, che è anche la lez. vulg. : Taccentuazione 
fu corretta già dalFAhrens. — 7. x^^^at^'i: corrispondente a xaXdiai: 
è secondo la coniug. in -|lii, conforme all'uso eoi. — dTKuXai : eoi. = ày- 
xOXai. Bella correzione del Michelangeli della vulg. dYKupai, che nel 
nostro caso è assurda. Per il senso di dYxOXai cfr. Thesaurus, voi. 1, 
parte I, ^45 : « 'ATKOXai ansae quae mediam antemnam in malo con- 

iinent » e più sotto < ansa videtur caput funis repUcatum ut quasi 

annulum efficiat », ed anche Polluce, I, 91, che, parlando delle parti 
delle navi, scrisse: rà hi éKarépuiBev ouvéxovxa, dYKÙXai. — 1 migliori 
critici moderni, come 0. Muller, il Bernhardy, il Bergk, il Sittl, il Flach, 
sono tutti d'accordo con Eraclide Pontico nell* ammettere che qui Alceo 
parli allegoricamente e voglia coir immagine della nave sbattuta dalla 
tempesta accennare a Mitilene agitata dai disordini politici. Ma in gene- 
rale si fa corrispondere alla nave l'intera città di Mitilene : il Michelan- 

feli invece nella Appendice alla parte II della M. qr,, p. 6, afferma e 
imostra che < la nave allegorica d* Alceo non è quella di tutta la citta- 
dinanza ; è la nave aristocratica, sbattuta dai marosi democratici ». E noi 
crediamo ch'egli abbia ragione. — Cfr. la stessa immagine della città le 
cui vicende sono descritte come quelle di una nave, in Pindaro, Pitia 1, 
86, e 4, 274; Teognide, vv. 671-80; Eschilo, Sette, vv. 2, 62, 758-65, 795, 
1077; Sofocle, Edipo Re, vv. 22-4 e 101, Antigone, v. 163; [Euripide], 
Reso, V. 248; Orazio, Odi, 1, 14. Cfr. anche lo scoi, ad Aristof., vespe, 
29: dei oi froiriTal tò^ itóXck; itXoìok; irapapdXXouat. 

Metro. — È la strofe alcaìca: la lunghezza della prima sìllaba in 
ouvéTriJUi si comprende di leggeri dalla natura della consonante che 
segue all'u. 

V (20). 

NOv XPH |i€6ua0rìv Kai riva irpò^ pCav 
TTUJVTiv, èireiòf) KOiTGave MùpaiXo^. 

V (20). Ateneo, X, 430 A: Kaxà yàp irdaav ifipav xal ircpioTaoiv ir(- 

vujv ó TroiT)Tì^<; ouxo^ ('AXxaìoO cópiOKCTai èv bè xatc; cùcppóvaic (cù- 

(ppoa\jvai<; corr. il Meineke) • NOv bé ktX. — 1. xpfl: eoi. per xP^ 
<Kùhn.s, § 80, 1). — incGùoenv: eoi. per ^€0uaef^val (Kùhn.s, § 210, 9). 

— TTpò<; p(av: anche per forza, — 3. Tribvrjv: eoi. = iriv€iv. Tivà 

iTibv»}v = cAe si beva. Cfr. Curtius, 4756, 4, a. — Al posto di Ka( Tiva 
irpòc; Piav | irObvrjv un anonimo in E. Porto, Ad Lyric. Frgg, (Heidelb., 
apud Commel., 1598), p. 181, propose di leggere xal x^óvo irpò^ Piavi 
Tra(€iv, confrontando il luogo di Orazio, Odi, I, 37 : Nunc est bibendum. 



ALCEO 9^ 

nunc pede libero \ pulsanda tellus. Ma il senso che dà la lezione dei 
codici è soddisfacentissimoy per alterarla in tal modo cosi alla leggera, 
ed Orazio può aver imitato da un altro punto del carme stesso di cui 
faceva parte il nostro frammento. — KdrOavc: soppressione dellaumento 
nel verjbo e apocope nella prep. Kard: = xaréOave. 

Metro. — - 1 due versi del frammento sono i due endecasillabi alcaici 
che incominciano la strofe alcaica (v. nota metrica al fr. II). 

VI (25). 

"QvTip ofiio? ò fiaió|ui€Vo^ tò juiéta kp^to^ 
òvTpéipei idxa làv ttóXiv d ò' Ix^tai ^óira^. 

VI (25). Aristofane, Vespe, 1232 e sg.: "QvGpuKp', oOtoc; ó inaiò- 
M€vog TÒ inéTa KpÒToq, I dvTpéui€i<; ^ti tòv iróXiv • à b' 
^X^TOi ^oird^. Elo scoliaste osserva : napò tò 'AXxaiou * "Qyrya^y 
gOto(; Kal |iiaivò^€vo^ tò ^. KpdTO^ Tdxa Tpéi|i€K ti^v ir., 
à h* i. p., dvTl ToO inéYa KpdT0<; * oOtux; AtoXet(;. Più rettamente lo sco- 
liaste ravennate a Tesmof., v. 162: *Ev IqpriHlv (irapibbriTai lò)* QvT)p 
oCto<; ò ^aiò)uievo(; tò ^. xpdTo^. — 1. 'Qviip: eol. = àvfip, 
crasi per ò dv/|p. — oOtoc; ò: eol.:=oOTO^ ò. — xpéTO^: eoi. s=s xpdTO^ 
(Kùhn.^, § 24, 1, e u. a). — 2. òvTpé^lel: eoi. e con apocope nella pre- 

rsizione: = dvaTpéip€i. Come già vedemmo in nota al v. 3 del fr. Iv 6v 
forma eoi. per dv apocopato per dvd. Il Michelangeli, Fr. d. M, or., II, 
p. 31, osserva che < anche la preposizione dv (dvà) è nella tradizione 
epigrafica eolica (Meister, I, §9, 3)». — d: eoi. = i^. — ^óira(;: eoi, = 
^oirfì^. — Probabilmente qui il poeta alluse a Pittaco, che forse procu- 
rava di ottenere l'ufficio di alau^vflTr)^ con pieni poteri. 

Metro. — E il oaircpixòv TcooapaKaiòCKaoOXXaPov, ma non conside- 
rato come un tetrametro dattilico acataletto, preceduto da basi eolica 
(Smyth, Gr. M, P., p. 225) sibbene come una esapodia logaedica cator 
lettica col primo piede che può avere le forme — , - ^, ^ -, v/ v/, e 
con tre dattili cosi detti ciclici nelle sedi 2% 3*, e 4*. 

VII (33). 



\j — 



*HXe€^ èK irepdiuiv Tct? èXeqpaviivav 
Xdpav TU) Sicpeo? xP^^o^^^av fx^v, 
[éireiòf) netav fiOXov BaPuXuivioi^ 
(Juiifidxei^ TéXeaa?, ^uaaó t* èK ttóviuv,] 
5 KTévvai^ dvbpa ^axaiTav ^amXiitiuv 

TraXaicJTav diruXeiTTOvia fióvov fiiav 

TTaX^UDV diTÙ TtéjiTTUJV. 

VII (33). Efestione, p. 34^.: Tò bè dKOTdXTiKTOv (Tpi|Li€Tpov dvTiaira- 
OTiKÓv), TÒ ^òvov Ti?)v TcXcuTatav l%o^f la|ipiKi?)v KoXctTai 'AaKXi]mdb6iov, 
olov TÒ 'AXxaiou • ì^XSc^... ^\^ì}^f. Libanio, I, 406 (ed. Reiske), si riferisce 



94 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

ai primi due versi del frammento, di cui d& alcune parole. Strabene, XIII^ 
617: dvbpftc; b* ^(JX€v èvòòEou<; (MiTuXifivri) tò itaXaiòv jiièv TTittaKÓv, 
Kal Tòv iròiTjTfiv 'AXKtttov Kal Tà?v dòcXqpòv 'AvTiiucvCbov, 8v cpT|alv *AX- 
Koto^ BapuXuivIoi^ (TuviimaxoOvTo reXéaai jiérav a9Xòv koÌ ^k itóviwv où* 
Toùc; P<ìaaaQai Kxdvavta dvòpo [laxairav, (&(; <pi\au fia(f\K^wv itaXoiaTàv 
(iraXooTàv DFhi) diroXiiróvra ilióvov dviov irax^ujv (t* àx^ujv moxz) àicv- 
iréjLiTTUuv (diroiréimiTuiv tutti i codd. meno F). — 2. Xd^av: eoi. =« Xa3f\v. 

— T&: eoi. e dor. per toO. — xpv»<JoòéTav : nota la forma femminile di 
XpuJÓbero^, il quale, fuori di questo caso, è un aggettivo a sole due voci. 

— 4. au|Li|Lidx€i(;: part. pres. eoi. per oumiiaxiliv, da un (Tu|Li|Liàxr||ii per 
au^^ax^uj. — ^i3aao: con psilosi per ^Oaao poet. e dialett. = éppOouj. 

— I vv. 3-4 nella lezione che abbiamo dato li ricostruì il Bergk dalle 
parole del citato passo di Strabone. — 6. KTévvai^: part. eoL = KTe(vaq 
(cfr. Kuhn.», § 26, ai u. a (n), e § 66, 2). — ibiaxairav: eoi. per ^axilTrìv 
(cfr. Kuhn.3, §26, ai u. a (aor.) od. r\). — padiXi^tUiv : dialett. e poet. 
per PaaiXiliujv: concorda con iraxéujv. — 6. iTaXaCarav: eoi. = ira- 
XaiOTì^lv e, pel significato, =^ iTaX(i.unV' — diruXciTrovra : eoi. = diroXci- 
TTovTa (cfr. il verso seg. e il fr. 84 b.) — 7. iré)LiTrujv: gen. invece del- 
rindechnabile ité^ne eoi. =:: irévre (cfr. Kùhn.^, 28 ir u. t; Meister, I, § 25, 
1 e 540; Meyer, 189 e 401). — Gostruz. dei vv. 5-7: KTéwai^ d |ui. 
dTTuXetTTovTa luióvov |Li(av ttaXa((rrav duù uéiiitwv pacriXi^tuiv Trax^tii'v. -* 
Nota il Bergk che il gigante ucciso da Antimenida superava di (quattro 
dita la statura attribuita ad Eracle (cfr. Eroderò presso lo scoi, di Pin- 
darò, Ist. 3, 87} ed agguagliava quella di Perseo, di cui dice Erodoto, 
VII, 117, che atro... irévTC it»ix^ujv padiXritujv dir^Xciite Téoacpo^ baKxOXouq. 
Lo stesso scrittore ne riferisce altrove (I, 178) che ó paoiXf\io^ tif\X^<i 
ToO iLierpiou èarl Tnf)X€o^ jiéZuiv rpvsì baKTÓXoic;. — Il frammento celebri 
un fortunato atto di valore compiuto da Antimenida, fratello d'Alceo, 
combattendo al servizio di Nebucadnezar, signore di Babilonia. V'ha dis- 
sidio intorno alla data in cui Antimenida avrebbe prestato i suoi servigi 
ai Babilonesi, opinando alcuni per Tanno 604 a. Cfr. (0. Mtlller, R. d. l. 

I. gr., II, 355; Kock, 9-10; E. Curtius, I, 373, 600 e 614), altri invece per 
il periodo tra il 590 e il 580 (cfr. Flach, pp. 467^). Vedasi anche la 
dissertazione di 0. Mùller Ein Bruder des Dichters Alhdos fichi unter 
Nehukadnezar in Rh. Mus.^ 1, 1827, pp. 287-96, e Bergk, Or. Litgesch,, 

II, p. 11 e n. 15, p. 272, n. 5. 

Metro. — E Tasclepiadeo minore, il anale secondo le vecchie teorie sa- 
rebbe una pentapodia (considerando neiF enunciazione il coriambo come 
un piede) logaedica catalettica col primo piede = basi eolica, col coriambo 
nella seconda sede e il dattilo ciclico nella terza: la dieresi dopo il co- 
riambo, costante presso Orazio, non è tale ne* Greci. Secondo le nuove 
teorie invece Tasclepiadeo minore è una esapodia giambica acataletta col 
primo piede che può presentare le forme v^ -, - v^, - -, v^ v, il secondo 
anaclastico e Tantispasto al posto della dipodia di mezzo, il che porta di 
conseguenza un'anaclasi ancne nel quarto piede. 

Vili (34). 
"Yei fièv ò Z^vq, èK b' òpàvuj M^ta? 

XeijUlUJV, 7T67TàTCtCflV ò* ùòdiuiv ^óot. 

KCtppaXXe TÒV x^f^wv*, ètti juièv TiGei^ 



ALCEO 95 

TTup, èv bè Kipvai(; oTvov dqpcibéuuq 
5 jiéXixpov, aOrap àjiupl KÓpaqi jLiàXOaKOV àfiqpi ...YVÓqpaXXov. 

Vili (34). V. la citazione da Ateneo, X, 430 A, al /r. V. Dopo «cùpiaKcrm» 
Ateneo continua: x^mOtivo^ |Lièv 4v toioOtok; • " Yei ktX. — 1. 'Yci: eoi. 
=3(i€i. È costrutto personalmente: il soggetto è ZcO^ (eoi. per Zeù<;: cfr. 
Kùhn.8, §80, 1). — òpdvui: eoi. = oùpavoO. — 2. x^i^uiv: eoi. = xcijuiitiv. 
Sott uà verbo come ^ari, Kardppeit &r\a\ o simili. — ùbdxujv ^óai: eoi. 
= óòdTUJV ^oa{. — 3. KdppaXXe: apocope nella prepos. e assimilaz. per 
KQTdpaXXc. — x€i|Liu>v'; eoi. = x^iM^tiv . — ini |nèv TiSei^: tmesi ed accent. 
eoi. per éiriTiOeiq fbiév. — 4. év òè Kipvaic;: tmesi per èifKipvai^ he. 

Kipvm^ è partic. da Klpvatm eoi. =: Kipvdiu =: KcpdvvujLii (cfr. ir, 14, 
Kipvdq da Kipvimi). — dq)€ibéuj^: dialett. e poetico per d<peibCj^ ^ 
6. ^éXixpov: eoi. =. pcXixpóv. — aCrap: eoi. = a(ÌTdp (v. Michelangeli, 

Fr, d. M.gr,y li, p. 37), — iiidXOaKOv: eoi. per ^aXOaKÓv. — djLiqpi : 

nella lacuna assai probabilmente v'era un participio di un verbo composto 
con à\x.(^i. Lo Stoll ha proposto à^<pi(6dXuiv), il Pomtow d^(pi(Ti9€i<;). — 
Yvó(paXXov : eol.=^ yvdqpaXXov. Micnelangeli, II, p. 37 : « Per fvótpaXXov qui 
devesi intendere guanciale. Ma jvdcpaXXov o KvdqpaXXov (da KvdtiTui o 
YvdicTUJ, raschio) indicava probabilmente la lanugine tratta al panno, la 
cimatura che serve per imbottire. Onde Yva<pàXiov fu detta un'erba dalle 
foglie bianche e molli (XcukoIc; oOoi Kal jLiaXaxotOi ^^lle ({uali pure usa- 
vasi per imbottitura (rivèq dvil TvacpdXou xpuivxai: Dioscorìde, III, 132)». 
Quanto al rendere yvóqpaXXov con guanciale può darsi che il Michelangeli 
abbia ragione: sarebbe però tutt*altro che assurdo intendere che si trat- 
tasse invece di una berretta. 

Metro. — Due endecasillabi alcaici prima, e poi una strofe alcaica in- 
tera (v. nota metrica al fr. 11). 

IX (35). 

OÒ XPn KÓKOim OOjLlOV èmipéTHiv' 

TTpoKÓ^io^cv Tàp oiibev àaducvoi, 

\h BuKXi, cpàp^aKOv ò' Spi0Tov olvov èveiKajiiévoi^ neOùaOiiv. 

IX (35J. V. al fr. V la citaz. da Ateneo, X, 430 A. Nella enumerazione 
dei casi in cui Alceo €Òp{aK€Tai tt{vuiv Ateneo (p. 430 B) mette anche 
questo: 'Ev bè To!<; ouiUTTTibiLiacnv Où XPA '«fX. — 1. KdKOioi eO|nov 
èiriTpéiniv: eoi. = kokoIc; eujnòv èiUTpéirciv. — 2. irpOKÓipoiLiCv : prò/?- 
eiemus. Cfr. Eurip., Afc., 1079: t( b* dv TrpOKÓTTTOi^, ci 6éXoi(; del aréveiv; 
Ecub.y 960-1 dXXd raOra \xbf ri bel | Bpiivctv ttpokóittovt* oùbèv €l<; 
itpóoecv icaKtlJv; — oOÒcv: eoi. = oùbév (cfr. Michelangeli, II, p. 38). 
— dad>ji€Voi: da un dodjLiai: forma eoi.: =dado)biai (Erod.). — 3. èv€i- 
KaM^voi^: eoi. =: èv6iKa)Liévou(;. Sottint. il sogg. dmie eoi. e om. = Vjiid^. 
Il verbo ha significato causativo: fattoci portare. — |uiee0a9iiv: v. nota 
al fr. V, V. 1. 

Metro. — Strofe alcaica (v. not. metr. al fr, II). 

X (36). 

'AXX' dvriTui jièv wepi lai^ bépaiaiv 

trcpOéTU) irXéKTaiq ÙTroGùjjitbà^ ti^, 

Kàb bè x^wciTUJ liùpov fibu Kàx TU) arriGeoi; fijui^i. 



96 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

X (33). I vv. 1-2 del frammento sono riferiti da Ateneo, 674 G: *EKd- 
Xouv he Kal o!(; ircpiebéovro tòv Tpdx^lXov arccpàvou^ òiroBu^idòa^, ij(i<; 
*AXKato<; èv toùtok;' 'A XX* àvi]Tiu ktX. Il v. 3 lo abbiamo pure da 
Ateneo, 687C: 'AXkqTo^ Ìq>r\' Kàò ò' èx^OcraTO juiOpov àbù ktX. 
— 1. dv^TUi: eoi. per dvf^Oou. — ircpl: cfr. fr, II, v. 2, n. — bépaioiv: 
Michelangeli, li, p. 40: « eoi. per b€(paiq (Meyer, 48 e 76: In., 6o, d, P; 
46, oss. 2: Meyer, 380». — 2. ircpB^TUi: apocope eolica nella prepo- 
siziono per TTCpiOéTui. — iTXéKTm<;: acc. pi. eoi. =irX€KT(i<; (v. Henry, 
195, 2). — {)Tro6ó)Liiòac;: eoi. per ÓTroGuiLiCba?. óiro0u|uiià&€^, t5iro6u|yi(b€<;, 
lett. che di sotto mandati profumo^ erano corone che i Greci nei banchetti 
si mettevano al collo: secondo Plutarco (Quest, conv,^ III, 1, 3, 11 e sg.) 
erano intrecciate di fiori: secondo Ateneo (p. 678) erano formate d^un 
ramoscello di mirto a cui si intessevano viole ed altri fiori. — 3. kòò 
bé xcudrui: tmesi per xaTaxcudrui bé. In xdb abbiamo apocope ed assi- 
milazione. X€udTU) = •x€FàTUi=x€^TUi. — jLiópov: Michelangeli, II, p. 43: 
« voce orientale (forse originariamente eguale a juiOppa, [ofbiuppa] OfuiOpva: 
vedi Ateneo, XV, 37-39: Schweighàuser, Animadv. in Athen,, t. VIII, 
p. 203 e sg., e il Thesaurus alla voce fjiùpov : cfr. Meister, I, § 36, 2 : 
Meyer, 246), Valbero della mirra, quindi la resina che ne cola, poi l'un- 
guento che se ne faceva, da ultimo qualsivoglia unguento ». — Kdr : 
apocope ed assimilazione. — tiIi: eoi. e dor. per toO. — à^yn: eoi. ed 
ep. per yjintv. 

Metro. — Strofe saffica (v. not. metr. al fìr. I). 



XI (37 A). 



vi 



Tòv KaKOTiàrpiba 
fTiTTaKov TTÓXioq Tfi^ àxóXuj Kal papubaifiovo^ 
èaTàaavTO tùpavvov ^^t' èTraivéovie? àóXXee^. 

XI (37 A). Aristotele, Politica, III, 9,5: AtiXo! b*'AXKal0(; fin rOpavvov 

cfXoVTO TÒV TTlTTaKÒV iv TlVl TOIV OKOXlUJV |Ì€XlI)V * èlTlTI)i9 fàp 6X1 ' 

Tòv ktX. — 1. KaKoirdTpiba : = wa/0 d* ignobile padre. Pittaco era 
nato di padre trace e di madre lesbia. — 2. TTlTTaKOv: eoi. per TTit- 
TaKÓv. — dxòXu): eoi. e dor. per dx<5Xou. Credo anch'io col Michelangeli, 
II, 44, che il senso dato da dxòXui, che è la vulgata, e cioè avvilita^ sia 
assai migliore di anello della seconda congettura del Bergk, bixóXuj, e 
anche di quello della prima, ZlaxóXuj, che però sarebbe sempre immensa- 
mente preferibile a bixóXuj. — 3. ixéy': agg. neutro accus. usato come 
avverbio. — èiraivéovrci; : nota la sinizesi. — dòXX€€^: eoi. per doXXet^. 
— Riguardo a Pittaco v. il cenno su Alceo. 

Metro. — È Tasclepiadeo maggiore e cioè, secondo le antiche teorie, 
un verso logaedico con un coriambo di più che Tasclepiadeo minore (v. 
not. metr. al fr. VII), secondo le nuove invece, una serie giambica con 




del nostro frammento le ha tutte e due, il 3 non ne ha nessuna. 



ALCEO 97 

XII (39). 

T€TT€ 7rX€Ù|jiova Foivqi* tò fàf> fiarpov 7T€piTéXXeTai, 

à b' uipo xctXéira, iràvra òè òiqiaia' ònò KaOjiaTo^. 

àxei ò' èK ircTàXuJV Fabia létTiE, TrrepuTUiv ò' uno 

KaKX^ei XiTÙpav (ttukvov) àolbav, <6épo?) ònnoTa 

5 (pXÓTiov Kae^iav n€mà\ii.yov (nóvia) Kaiaudvq. 

4v9€i Kttl aKÓXunoq" vOv òè T^vaiKc^ )uiiapuiTaTat, 

XéitTOi b* fivbpc^, ina (kui) KCcpàXav kqI tóva Z^ipio^ 

6lex, 

XII (39). Il primo verso, parte del secondo, parte del terzo, il sesto ed 
il settimo ci sono riferiti da Proclo ad Esiodo, Op. e G., v. 5o4 : ToiaOra 
bè ica\ TÒv 'AXxatov $b€iv olvip 1lv€0^ova riffe' tò yàp à- 
aTpov iTcpiTéXXcTai' à b' ijjpa xaXevà' dx^t b' ex ircrdXujV 
Tdbedv T^TTiS, dvGct he xal OKÓXu^o^t vOv òé tbiiapObraTai 
TuvalKC^ X61TT0Ì bé TOi dvbpec, ènei KcqpaXi^v koI TÓvara 
£€(pio^ dZci. I vv. 1 e 2 ci sono dati anche da Ateneo (L, 22E, e X, 
430B: nel secondo passo ò notevole la costruz. (accompagnata da una 
variante) t^tYc uXeO^ova^ oIvip), il v. 1 pure da Plutarco (Quest, 
conv., VII, q. i, 1, e Delle repugn. degli Stoici^ XXIX, 4), da Gellio 
(XVII, 11) e da Macrobio ^Satum.^ VII, 15). Il Bergk ricostituì il nostro 
frammento sulla scorta dei luoghi ora ricordati e di Demetrio Falereo, 
Mia eloc,9 142, ove, senza fare il nome dell'autore, si riferisce : TTtc- 
pÙYuiv b' ÒTTOKaKxéei XiT^pàv doibdv, 6 ti itot' dv qpXótiov 
KQdéTav éirtiTTdMCvov KaTauòcir). Gfr. tutto il frammento con 
Esiodo, Scudo (T Eracle, vv. 393-7, e Ojp. e Giorni, vv. 582-8. — 
1- irXeO^ovo : irXcOfiuiv è la forma che la scienza moderna ha dimostrato 
originaria (cfr. lat. pu/mo, sanscr. kloman), mentre irveùfiuiv la crede 
proveniente da un ravvici oamento popolare al verbo irvéui. — Aarpov: 
iett. la costellazione. Intendi la costellazione del Cane. — ircpiTéXXcTai : 
w orhem redit et sic denuo oriri et apparere incipit (Jani). U Thudicum 
rende rollet im Kreis {volgesi in giro), il Kock loandelt (cammina), il 
Mazzoni volaesi, il Fraccaroli torna a sorger, — 2. d b* dipa xciXlTra : 
^1' per yj b (Bpa x^i^^'^fi* ^ bC^jaio* : eoi. corrisnondente a bii|fitioi. — 
— Ond: «ol. per ùird- — 8. dxei: eoi. corrisponaente ad i^x^ "^ Fdb^a: 
eoi. per /jbcta* — iiiro: psilosi ed anastrofe per ùicó. — 4. Kaxx^ei; 
apocope ed assimll. nella preposizione. -^ XitOpav: eoi. •= Xirupdv- — 
(ir<jKvov) e {&épo(^) sono aggiunte fatle dal Bergk con£rontanao i citati 
passi di Esiodo. — dolbav: aol. = doibfiv (att. ijjbftv). — j^rriroTa; eoi. = 
óirÓT€. — 5- KaGéTov: è la vulg. di Demetrio ed il Michelangeli la 
conserva interpretandola come un'antica forma avverbiale del genere di 
fwicpàv, dvTììv, 0X€Ò{t)v, e significante a piombo. — nenTdjAevov: 90I. per 
Tr€1lTa^évoy. *- KOTaudvq: eoi. per KOTauoivi}. — 6. dv6£i: eoi cor- 
rispondente ad dyOjEt. '— T^voiKC^ : eoi. per T^votHCC. — 7. XéirTOi: eoi. 
per XeittoC. — xecpdXav: eoi. ^= K€(paXf|v. — tdvo: Michelangeli, li, p. 53: 
< La forma potè esser eolica {Yóva, semplificazione di tdvva da xovFa, 
cfr. genua : Ahrens, De gr, l d., 1, § 8, 7:ÌCuhn., 130: Mover, 75: Meister, 
I. § 34, 4) >. 

Metro. — E Tasclepiadeo maggiore (v. not. metr. al frammento pre^ 
cedente). 

TAOoon, Antologia dtUa moUea gr§ea, 7 



98 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

, XIII (41). 

TTivuj^ev TI Tà Xiixv* ò|Li|uiévo^€v; òaKTuXo^ àfnépa. 

KÒb b* fi€pp€ KuXixvai? ^€TCtXai?, aXj fi ttou, OIki, Xaiq* 

oTvov T^p Ze^éXa^ Kal Aio^ uTo^ XaOiKdbea 

àvGpujTTOiaiv ?bujK*; ?tX€€ Kipvai? ?va xaì bue 

5 nXéaiq kòk KcqpdXaq, à b* irépa Tàv èrépav kuXiS 

ibOriTUJ. 

XIII (41). Ateneo, X, 430 C: Aùtò yoOv tò iroiT)|bidTiov, qprjal léXeuKOc;, 
àvTijLiapTupet toI(; oOrujq èKÒexoiiévoi^ (che cioè Alceo fosse vnqxiXioc;), 
<pTial Tdp (*AXKa!o^) • TT ( v m ili e v ktX. I vv. 1-4 e la prima parola del 
V. 5 si leggono anche nello stesso Ateneo, XI, 481 A. — 1. ò|Li^évo|i€v : 
eoi. = dva^évo^€v. — d^épa : eoi. = i^pépa. òdxTuXoc; dpépa = il giorno 
è un dito, cioè un attimo (cfr. Erone che, in McTpixd, 308, dice che il 
òdKTuXo^ è la più breve delle misure). Con questo primo verso il poeta 
invita a dar principio al bere, senza perder tempo, prima che giunga Torà 
di accendere le lucerne. Gli stessi concetti troviamo in Antol. PaUtt.^ 
XII, 50 : TT(vuj|Li€v BdKxou Zujpòv iró|uia • bdKTuXo<; àOb<;. | fj irdXi KOjiiOTàv 
XOxvov lb€tv )Liévo|LiEv; Tanto i Greci quanto i Romani, se di integri co- 
stumi, usavano attendere rimbrunire prima di sedere a convito: Torà 
sembrava troppo tarda agli amanti del gozzovigliare, i quali» anticipavano 
di parecchio. Di qui nacquero le espressioni come partem solido aemere 
de die e morantem diem mero franaere (Orazio, Odi, 1, 1, 20 e II, 7, 
6-7). — 2. KÒÒ b' dcppE*. V. not. al verso 3 del fr. X. fieppe è forma 
eoi. per d€ip€ = alpe (assimilazione del jota con la liquida). — xuXixvaiq 
^€YdXai(;: accus. eoi. = KuXixva(; incTàXa^ (v. n. al fr, X, v. 2). — atx* 
d 1T0U, OIki, Xal^: per il testo, vedi la discussione che ne fa il Miche- 
langeli, 11, pò. 54-5. atx': eoi. per ctx*. d: n. pi. con psilosi eolica. OÌki: 
Bergk, p. lo5: «OIkk; sive FotRiq Alcaei sodalis est: Et. M. 216, 48: 
BOkxk;* òvo^a AtoXiKÓv, irapd tò pdKxo^, pdKXi^ xal pÙKXKi d)< firiroq 

tiTTrl^ Kttl oIkoc; oIk(<;, ubi "Ittiik et OIkk; scribendum Ut Bòkxk; 

ex Àlcaeo fr, 35 petitum, ita etiam OIki^ ». Xal(;: Michelang^eli, 

11, p. 54 « forse eoi. per Xfl<; >. — 3. A{o<;: eoi. per Aióq. 

— uto^: eoi. per ulóc;. — XaSiKdbea: eoi. per Xa6iKiiòéa = Xa6iKn6f). 

— 4. xCpyai^: v. not. al verso 4 del fr. Vili. — ^va: eoi. per éva. 
éva Kal ÒOo indica la proporzione nella mescolanza del vino e delFacqua. 
Ad èva sott. KÙaGov, a oOo sott. KuàBou^. Il *KÙa0ov*, è di vino, i *Kud6ou<;' 
sono d^acqua, e su ciò non può cader dubbio, perchè Ateneo, nella stessa 
pagina poc'anzi citata, alla lettera D, ne dice che Anacreonte vuole vino 
più puro di Alceo chiedendo cinque e tre. Ora ciò non potrebbe essere 
ammettendo indicati dal numero maggiore i ciati di vino, perchè evidente- 
mente cinque parti di vino e tre d'acqua darebbero un vino meno generoso 
che due di vino ed una d'acqua. Supponendo invece il contrario, la cosa 
è perfettamente possibile. Per le proporzioni più in uso presso i Greci 
nel mescere T acqua ed il vino, cfr. Ateneo, pp. 430 e 43l; v. anche la 
nota dello Smyth al passo d'Alceo. — 5. irXéaK: eoi. per irXéa^: si 
riferisce a KuXCxvai^ u6YdXai^. — kòk K€(pdXa<;:==KaTà K€(paXf|^. Intendi 
(tazze) piene fino all'orlo, piene si da traboccare. — èTépa... èrépav: 
psilosi eoi. Per il testo v. Michelangeli, II, p. 57. — 6. diOf^Tui: = 
iI)6€(tuj. 

Metro. — È l'asclepiadeo maggiore (v. not. metr. al fr. XI). 



ALCEO 99 

XIV (42). 

KÒT Tcl^ TTÓXXa iraGoiaaq KcqpdXa? KaKxeàiuj ^ùpov 

Kai KÒT TU» TTOXiuJ aTrÌ0€O^. 

XIV (42). Plutarco, Quest. conv., Ili, quest. 1, §3: to!^ diròroO- 

Tiuv (ÙTroeu^iòulv) iLiOpoK ^xpiov Tà a'zi\Qr\. ^aprupet òè •AXKatO(; kcXcOuiv 
KQTaxéai TÒ ^Opov aÙToO xarà tQc; iroXXà iTa9o(aa<; xeqpaXd^ 
Kai tA iroXidi aTÌ\Qeo<^. Il Bergk ricostituì il frammento distinguen- 
dolo dal /r. X, con cui lo credettero identico il Walckenaer ed il Mat- 
thiae. — 1. Kdx: apocope ed assimil. — iróXXa: eoi. = iToXXd. — ira- 
Ooiaa^: eoi. = iiaSoùaTii;. — xeqpdXa^: eoi. = KeqpaXf^c;. — Kaxxcdruj: apoc. 
ed assimil. nella prepos. — 2. itoX(uj : eoi. = iroXioO. 

Metro. — È l'asclepiadeo maggiore (n. not. metr. al fr. XI). 

XV (44). 

Mf\Ò€v àXXo qpuTcOaijq Trpóxepov bévbpiov à^ir^Xuj. 

XV (44). Ateneo,XI, 481 A: Kai KaBóXou hi oumPouXcùujv tpìialv ('AX- 
KOtoq) • M 11 b è V ktX. Il frammento è pure riferito da Eustazio, -R., 
p. 1163, 10. — ^fìb€v: eoi. = MTi&év. — òévòpiov: lesb. per òévbpcov (cfr. 
Meyer, 60, Anm.). — duTréXuj: dor. ed eoi. per diuiréXou. — Il concetto 
fu ripetuto da Orazio, Òdi, l, 18, v. 1 Nullam, Vare, sacra vite prius 
severis arborem. 

Metro. — È Tasclepiadeo maggiore (v. not. metr. al /V. XI). 

XVI (45). 

'Hpo? àv0€|jiÓ6VToq èiràiov èpxo)uiévoio 

^^w ^^fc ^^^ ^^^ ^^^ ^^^ ^^^ ^^^ ^^^ 

èv bè Kipvaie Toi ^eXidòco^ 6tti iòl^xo-iol 
KpdTTipa. 

^ XVI (45). Ateneo, X, 430 B (v. la citazione al /r. V): ToO h* Éapo<; • 
*Hpo<; ktX. Kol wpocXeiùv èv bè Kipvarc ktX. — 1. èpxo)iévoio: 
genitivo jonico-epico. — 2. èv bè Kipvare : tmesi per èYK{pvaT€ bé. 

— )ui€Xidb€0<;: eoi. per ^cXitibéo^. — 6tti: eoi. per 6tti, che è epico 
per 6ti. — 3. xpdTi^po : eoi. = Kparfìpa. Scriviamo Kpdrtipa e non 

KpdTT)p* come vorrebbe il Michelangeli {Fr. d, M. gr., il, 6o), perchè 
per avere la terza sillaba del verso lun^a bastava che le seguisse pa- 
rola cominciante con due o più consonanti. 

Metro. — È il così detto esametro eolico, che per contro è tutt* altro 
che un esametro. È una esapodia logaedica acataletta col primo piede 
che può presentare le forme - '-', — , v^ -, v/ ^, e con quattro dattili cu 
elici nelle sedi 2', 3*, 4' e 5*. 



100 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

XVII (49). 

"^Q^ TÒp ònnoT* 'Apiaióba^óv q)aia* ouk àiràXafivov èv ZirópToi 

[XÓTOV 
cIttìiv «xpnjiaT* fivnP'» Trévixpo^ V oflòei? TréXei laXoq oùbè 

XVII (49). Lo scoliaste a Pindaro, Istm, 2, 11 (Xpfmora, XP^I'*»^' 
dvfip) chiosa : toOto àva"Tp6<p€Tai fièv el^ Tà<; irapoiiLi(a(; ótt* èvfuiv, dtió- 
q)0€Y^a bé èariv *ApidTO&/||Liou, KaGdirep (piial XpOoiirTro^ èv ti?) irepl ira- 
poi|uinI»v toOtov bé TÒv 'ApiOTÓÒimov TT(v6apo<; \xèv oò TtOncJiv èS 6v6- 
MaTO(;, ifa^ b^Xou òvToq, ò<; èariv ó toOto dirtdv, jnóvov Òè èoimeiiiiaaTO 
Tf|v iraxpi&a, òti 'ApTcto^ • 'AXxato^ he koI tò dvo|uia xal rfjv irarpCba t{- 
ei^aiv, oÙK 'ApTOi;, àXXà Znéprryv *Q^ t^P b^iroTC cpaoiv 'Apiaró- 
ÒT)|iov èv Zìi. Xó^ov oùk dirdXaiiiov clnclv ktX. 11 frammento è 
pure riferito da Diogene Laerzio, I, 31 e da Suida. Il primo verso è stato 
ricostituito dal Bergk. — 1. "Q^: eoi. per tSj<;. — 'ApiOTÓÒa^ov : Aristo- 
demo Spartano fu annoverato da Androne Efesio tra i sette sapienti. — 
(paia* (qpaKJi): eoi. per qpaoi. — 8. eliriiv: eoL per ciiictv. — dviip: 
accentuazione eoi., come pure nei susseguenti irévi^^po^ (= ircvixpóó ^ 
oCÒ€i( (= odòclO* — èoXov : eoL per èa6Xó(; (cfr. Meister, 1, § 36, 1). — 
Quanto alla sentenza di Aristodemo, io crédo collo Smyth, Gr, M. P., 
pag. 22, che si debba limitare alle parole « XP^^^*^* ^vru> » del paaso di 
Alceo e non estendere oltre (vedi Snida), e ciò parmi risulti evidente 
dalla citazione di Pindaro e dal comento dello scoliaste ad essa. Per il 
concetto che il denaro è ciò che fa l'uomo cfr. Esiodo, Op. e Q., y. 685 
Xpiìixara ydp vuxi^ iréXcrm beiXoToi PpoTotoi, Teognide, 181-2 (Killer) 
T€evd>ji€vai, (piX€ KOpve, wevixptp pcXrcpov dvbpl 1 f\ ZìIkiv x<*X€TriJ t«- 
pó|Li€vov ir€v(t), 699-700 TTXfiSci ò* dvBpubiTUJv dp€Ti^ |ui(a Y^vcrai flb€, | 
irXouTCtv • TOtiv h* dXXwv oòòèv dp' fjv òcpeXoq, 929-30 f\v ^èv yàp irXou- 
tQ^, TToXXol (p{Xoi, f)v &è névrim, | naOpoi, KOÙKée* 6\vS)^ aòròk àvi\p dYa6ó<;, 
Orazio, Od.^ Ili, 24, 42 Magnum pauperies opprobrium, Sat.^ Il, 5, 8 Et 
genus et virtus^ nisi cum re^ viì4or alga £st^ Giovenale, Sat.^ 3, 164 e sg. 
Baud facile emergunL, qttorum virtutiàus obstat | res angusta domi. 

Metro. — E Talcaico madore (v. not. metr. al /r. HI). 

XVIII (53). 
Olvo^ TÒtp dvOpiUTTOl^ òioiTTpov. 

XVIII <53). Tzetse, SwlH a Lioofrone, v. 212: Oi oivweèvrc^ rè to& 
XoY^'^'MO^ dtróppiiTa èx^aivoumv * ^9€v Mai *AXKafoq (^imfCv* OIvoi^ kt^. 
^ Cfr. Teognide, v. dOO dvbpòi; ò* oivo^ &e&€ vóov, ed fischilo, fr. 393 n. 
K<drroiTT]M>v ^Smu^ X^Xkó^ ècrr*, oÌvb^ hi voO. 

Metro. — B frammento è metricamente il princii»o del terzo yereo 
della strofe alcaica : corrisponde a quello che !e vecchie teorie chiamano 

enneasillabo alcaico. Lo schema metrico ne è — ^ -^ _^v^^ ii La 

longhezKa deila ouinta sillaba, che sembrava una epeeie di ^errore owlrìco 
al &irney il quale voleva correg^^ere dyòpéoiv per dv6pdi«oic (aosteneiido 
egli dote Alceo xnò sempre breve questa aillaba), aoB deve «ppariM punto 
strana, dato Tandamento giambico del verso. 



ALCEO tOl 



XIX (55). 

\^ ~~ \J jL ,m~ ^ KJ \J _V^ — _ 

IóttXok' àjva ^eXXixójLiciòc Hdircpoi. 

XIX. (55). Efestione, pag. 45 W.: Tpi^CTpov òè dKOTdXiiKTOv (iminviKòv 
émà ricfi[ovo<) TÒ TOUTOu (éviuiv. a. ^. Tp. KaTaXi^KTiKoO) ircpiTTEOov ouX- 
Xa3tl '^4 TcXcuToUt;^ koXoOmcvov bè *AXKa'iKòv tutbeicaaOXXapov, olov* 
'lóirXox* ktX. — ^lónXoK* dirva: eoi. per ióirXox' dTvf|« L'aggettivo ió- 
irXoKO^ fa interpretato in tre diversi modi: 1) coronata di viole {vtiich&n- 
òehrdnzte Kock), 2) che intreccia viole (loirXÓKO<; negli altri dialetti), e 
così si interpreta nel Thesaurus, dove ai spiega: € significare mdetur 
violarum contextrix..... », 3) dalle trecce violacee (veilohengelochte Thii- 
dicum, veilchenhaar nartung, dal crine di viola Fraccaroli). L* ultima 
interpretazione ha l'appoggio di Esichio, il quale avverte toTTXÓKO(;, ió- 
tteitXo^ dirò toO xpdi^aroq. Ed a questa (ancne per Taffinità con toirXó- 
Kafioq, Pind., Pit, 1, 1) noi ci atteniamo. Come ben nota il Michelangeli, 
II, pp. 70-1, bisogna correggere in Esichio ìòhAoko^. — fAcXXixÓMCibe : 
eoi. per |yi€iXixÒM€i&€ cfr. Meister, I, § 34,5, a. «— Zdirqpoi: eoi. per 
Zampo!. — U Bergk congiunse con questo frammento T altro « GéXui 
TI Fciiniv, dXXd Mi kuiXi>€i oIòw^» riferitoci da Aristotele, Ret.^ 1, 9, 
20, insieme col fr. 28 a. di Saffo. La sua ipotesi fu da taluni accolta, 
da altri invece oppugnata: i punti principali della (questione si toocano 
in Michelangeli, I, pp. 73-4 L'opinione più accreditata ora ò sempre, 
nelle sue linee generali, quella del Gomparetti, S, e F., p. 266, che il 
frammento 6éXi^ ktX. e il 28 b. di Saffo appartenessero ad un carme 
amebeo della poeteasa, ove questa non parlava in proprio nome. Tale 
opinione del resto si trova già accennata in uno scotio al passo di Ari- 
itotele ora addotto (v. lo scolio tradotto in Michel., I, 74, dove si riassu- 
mono pure» e in parte si accettano, in parte si oppugnano, le induzioni 
che da esso seolio fece il Blass). 

Metro. — È, come abbiamo visto in Efestione, Talcaico dodecasillabo. 
Questo verso secondo le vecchie teorie venne considerato come costituito 
deiralcaico endecasillabo accresciuto d*una sillaba finale o del saffico en- 
decasillabo accresciuto dairanacrusi. Noi, seguendo le nuove teorie, lo 
diremo una serie giambica acataletta di sei piedi, col ionico a malore 
(apparente) al posto della seconda dipodia e con una dipodia apparente- 
mente 'trocaica in luogo della terza dipodia giambica. 



XX (59). 

V/V^JL» \J \J J- mm \J \t J. .m. yj \^ M .^ 

*E)i€ beiXav, f^ie iratoav KaKoidTujv Tiebéxoiaav. 

XX (59). Efestione, p. 38 W.: Kal 3Xa ^év oOv $auaT(i YéTP<iitTai lui*- 

viKd 'AXkqìiv òè iroXXd, djaucp xal TÓbe • ' E m é ktX. — "£>!€ : eoi. per 

è^é. — bciXav : eoi. per òeiXnv. — uai Juv : eoi. per naaOùv. — trcbéxoiaov : 
6ol. per fiCTéxouaav. 

Metro. *- Tetrametro ionico a minora (v. Michel., li, 74-5).- 



102 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

XXI (92). 

'ApTàXiov Tievia kókov àcJxeTOV, & fièra òdfivai^ 
Xaov àMaxaviqi aùv àbcXqpiqi 

XXI (92). Stobeo, XCVI, 17: 'AXKaiou iroinToO * 'ApTaXéov ktX.— 

1. 'ApTàAiov KdKov: eoi. per dpYaXéov kqkóv. — à: eoi. per f^. — 

^éya: in forza d*avverbìo. — > òdjuvai^: eoi. corrispondente a &a^v9^, da 
un òdiuvaiMi per òajuivdui. — 2. Xdov: eoi. per Xaóv. — dbeXcpiqi : eoi. 
per dbcXcpc^ = dÒ€X<p€i<jl = dòcXcpf) (v. Michel., II, 83). — Gfr. Teognide, 
vv. 384-5 ir€v(Tiv | ixryrép* d|LiTixav{T|<;, Erodoto, Vili, 111 Kal 6€o0^ ÒOo 
dxp^OTOU^ oiìK éKX€{iT€iv 0(péujv (*Avòp(uiv) tVjv vfjaov, dXX* aUl qpiXo- 
Xuipéciv, TTcvdiv re xal 'Ajarixaviriv, e Bacchìiide, 1, 33 (ed. 2» Blass) 
ireviou; t' d^axdvou. 

Saffo. 

Della vita di Saffo ben poco sappiamo con certezza. E probabile ch*ella 
sia nata in Ereso, piccola città della costa occidentale di Lesbo (Esichio 
(Snida) e Ant» Pal.y VII, 407), ma, poiché visse abitaalmente in Mitilene, 
si credette pure che quivi avesse veduto la luce (Ateneo, X, 424 F; Stra- 
bene, XIII, 617; Polluce, IX, 6, 84). Il padre suo sembra siasi chiamato 
Scamandronimo (Eliano, Stor. var., XII, 19; Erodoto, 11,135), la madre 
Gleide. Al padre si attribuiscono però nientemeno che sei altri nomi 
(Flach, p. 485, n. 1). Ella ebbe tre fratelli, Larico, Garasso ed Eurigio: 
deirultimo non sappiamo più in là del nome, che anzi il Bernhardy vor- 
rebbe modificare in Eerigio per renderlo uguale ad uno di quelli assegnati 
al padre. Di Larico ci è noto che fu coppiere nel Pritaneo di Mitilene, 
e poiché pare che tale ufficio non fosse tenuto se non da giovani di no- 
bile stirpe, si dedusse da ciò che la famiglia di Saffo appartenesse alla 
nobiltà. Di Garasso narra Erodoto (II, 135) che, andato m Egitto a Nau- 
orati per negoziarvi con vini di Lesbo, innamorossi della famosa etera 
Dolica (Ateneo, XIII, p. 596 B) conosciuta col vezzeggiativo di 'Pobdiiriqt 
la quale era Trace d'origine, ed era stata compagna di schiavitù di Esopo; 
che, compratala per una grande somma da Xanto Samio, dimorò a lungo 
con lei, cosa che eccitò lo sdegno di Saffo, da cui furono mossi al fra- 
tello rimproveri per la sua poco onesta condotta. A tale avventura sembra 
riferirsi un*ode della nostra poetessa, scoperta ne* papiri greci provenutici 
dall'Egitto (Pap. d'Ossirinco, I, n. 8), ma deplorevolmente in istato 
troppo frammentario. Garasso alla fine abbandonò TEgitto e Dolica e fece 
ritorno in patria. Siccome queste vicende di Garasso si svolsero sotto il 
regno di Amasi (dopo il 570), così si volle da ciò trarre un argomento 
per determinare con qualche approssimazione Tetà di Saffo, almeno ri- 
spetto a quella d'Alceo. Se la poetessa, si ragionò, dopo il 570 avea an- 
cora un fratello capace di simili follie, e per conseguenza giovane, non 
potea essere ancora neppur lei gran fatto innanzi negli anni, onde ella 
tu certo più giovane d Alceo, msi la nessuna sicurezza di siffatta indu- 
zione salta agli occhi di ognuno, né é necessario spendere parole a di- 
mostrarla: noi non abbiamo alcuna valida testimonianza per stabilire 
quale delle due somme glorie poetiche di Lesbo abbia preceduto Taltra. 
n marmo Parlo c'informa che lairqpd) kf MiTuX/jvri^ €l<; IiKcXiav ^irXeuac 
(puYoOoa. La data dell'esilio non si legge più, ma essa fu compresa fra 



SAFFO 103 

il 605 ed il 591. È assai probabile che si tratti deirespulsione degli ottimati 
di cai parlammo trattando di Alceo (595?). Il Lunak, p. 68 e sg., vorrebbe 
negare Tesilio della poetessa, ma la sua argomentazione, se è ingegnosa, è 
però tutt'altro che inconfutabile. Colla dimora di Safifo in Sicilia si spiega 
invece assai bene la conoscenza che pare ella abbia del cullo di Afrodite 
in Palermo (/r. V). Se ella sia tornata in patria con Alceo verso il 580 
e se vi abbia ancora vissuto a lungo, o quando e come sia venuta a 
morte, non sappiamo affatto. L*amore d'Alceo per lei non è notìzia certa : 
è una semplice supposizione fondata su interpretazione del tutto arbitraria 
di un frammento del poeta (/r. XIX) e di alcuni della poetessa (frr, VI 
e 29 B.). È facilissimo invece, tale almeno è Topinìone de' più ed anche 
mia, che due genii potentissimi, nati nella stessa patria, appartenenti alla 
stessa casta, ravvicinati da comunanza di sventure {politiche, siano stati 
in relazione amichevole e siansi scambiati cortesie in versi. Che Safio 
abbia avuto marito ed una figlia non pare da mettere in dubbio: Taffer- 
mazione di Massimo Tirio (vedi fr, *XVIII) è molto esplicita: ma che 
poi il primo si chiamasse Gercila e la seconda Gleide nulla ci dà il di- 
ritto di crederlo. Veramente a favore di una figlia Gleide starebbe il 
nome della madre di Saffo, ma q^uesto non è ancora argomento decisivo 
(y. n. al fr. *^XVII). La notizia invece intorno ad un marito Gercila o 
Cercola di Andro è, secondo ogni probabilità, falsa: sembra che non vi 
sia da vedere altro che una sconcezza escogitata da qualche laido comico. 
Anche qui il Lunak (pag. 80) con ingegno, ma con poca probabilità, 
vorrebbe ad Andro sostituire Antandro (città sul continente, a nord- 
est di Lesbo), ed intendere KepxóXa^ non in senso osceno, ma come 
= KpcKÓXac;, Kp€KÓXao< (ó Kpéxujv t(|i XaCp). L*amore della poetessa per 
Paone ed il salto dalla rupe di Leucade sono pura leggenda, non difficile 
a spiegarsi. Secondo che narra Eliano, Sior, var.^ Xll, 18, Faone fu un 
vecchio nocchiero di Lesbo, il quale traghettava la gente dall'isola alla 
terraferma. Un dì presentossi a lui Afrodite sotto forma di donna attem- 

f)ata: il barcaiuolo la passò. Ma la dea non avea denaro da pacarlo: ai- 
ora gli diede in compenso dellopera sua un unguento che lo ringiovanì 
non solo, ma lo rese il più bello degli uomini, di una bellezza tale che 
nessuna donna potea resistergli ; egli però rimase sempre insensibile ai 
vezzi di tutte. (5rbene questo Faope, creazion della fantasia popolare di 
Lesbo, o fu cantato, come da altri, pure da Saffo, la quale fors anco rap- 
presentò in alcuna delle sue ardenti poesie il disperato amore di qualche 
donna per lui, e la comedia, che di nulla ebbe rispetto, attribuì alla 
poetessa ciò ch'ella aveva riferito ad un'amante immaginaria : oppure la 
comedia in taluna delle numerose < Saffo » od in altro lavoro di diverso 
titolo e di analogo o simile contenuto (ad es. il < (t>dujv » di Platone il 
Comico) inventò addirittura di sana pianta il ravvicinamento della poe- 
tessa dell'amore e dell'uomo ad amore insensibile. Per il salto dalla rupe 
di Leucade vedansi le note al fr. IX d'Anacreonte. Le relazioni di Saffo 
con le fanciulle che nell'arte aelle Muse le furono scolare (tra le quali 
scolare sembra che carissima siale stata Attide) furono anch'esse inter- 
pretate in senso men che onesto. Or è bensì vero che la poetessa si ri- 
volge alle alunne con linguaggio che pare più proprio di impetuosa pas- 
sione che non di tenerezza di maestra, ma, senza contare che molto 
devesi concedere all'indole focosa di Saffo, per parte mia io credo che 
rettamente intendesse Otfried Mùller quando alle poetesse eoliche (che 
scuola di poesia in Lesbo non fu solo Saffo a tenerla: si fanno, ad es., 
anche i nomi di due sue rivali, Andromeda e Gorgo (v. fr. VII, v. 3, n.)), 
applica la sua teoria sui rapporti tra gli uomini più insigni del mondo 
greco dorico e i giovani che per bellezza e buoni disposizioni si segnalassero 



104 ANTOLOGIA DBLLA HBLICA GRECA 

sugli altri, rapporti che, ben lungi dalPayere alcunché d'inonesto, forma- 
vano gli efebi 4 ad una nobile e maschia tfirtù >. 

Le poesie di Saffo vennero distribuite, assai probabilmente dagli Ales- 
sandrini, in nove libri, ora col criterio, così almeno pare, del metro in 
cui erano composte, ora colfaltro, del loro contenuto. Secondo le testimo- 
nianze de* grammatici il libro 1 comprendeva i carmi scritti in strofe saffiche 
(Mario Plozio, Scoi. metr. a Pind., Pit. 1), i libri II e III i carmi disposti in 
sistemi (Kfestione); gli epitalami formavano un libro a parte (Servio a 
Virg., Georg); forse altrettanto era delle elegie e degli inni. Di tutta 
quella produzione a noi rimangono i centosettanta frammenti raccolti dal 
Ber^k, a' quali i papiri greci d'Egitto fecero qualche aggiunta di gran- 
dissimo valore pel contenuto, ma di mole non gran fatto considerevole. 
Saffo è la poetessa deiramore : è questo quasi Tunico suo tema (spesso ella 
esprime ne* suoi versi anche un profondo sentimento della natura), e d*amore 
canta talvolta con tenerezza squisita, ma quasi sempre con trasporti pieni 
di fuoco. Nello stato di mutilazione in cui sono i suoi frammenti non ci 
è possibile stabilire sempre snella parli per conto proprio o pon^a le parole 
in bocca ad altre donne abitate da veemente affetto; in ogni caso però 
onesto è certo, che è T anima sua eh* ella esprime, e quest*anima è ar- 
dente ed appassionata. Il fr. 11 resterà sempre il tipo delle descrizioni di 
un amore violento e profondo cosi da divenire per chi ne è preso per- 
sino una tortura fisica. Fu giustamente osservato che lo stile di Saffo è 
una combinazione di estremi. Essa congiunge colla veemenza la dolcezza, 
colla semplicità Teleganza; è profonda e ad un tempo d*una lucidità me- 
ravigliosa; Tespressione sua è forte e pur sempre piena d*armonia. 

Il dialetto di Saffo è, come quello a Alceo, il lesbico del tempo non 
senza infiuenza della lingua omerica. Nessun altro poeta forse giunse alla 
varietà di metri che riscontrasi nella c^rande poetessa. Ella introdusse 
l'armonia missolidia, adatta per canti lamentevoli, ed usata forse negli 
àhixivihia. 

La fama di Saffo presso i Greci fu grandissima: ella venne chiamata 
« la Poetessa » per antonomasia, come Omero era < il Poeta ». Platone 
la disse « la decima Musa ». 

1(1). 

TToiKiXóOpov*, àGàvat' 'Acppóòita, 

Trai Aioq, boXóirXoKe, Xiaaojjiai Ce, 

\xi\ \x* &aaii(S\ ixif\T* òviaicTi bd|yiva, ttÓTvia, eO|biov' 

dXXà Tuiò* iX9* at Trota xàT^puira 
5 Tci^ Ì\xa(; afiòu)^ àioicTa iióXXa^ 

licXu€?, ttàrpo^ òè Wjiov XiwoicTa xpwcTiov f^XOc^ 

dip^' ÒTToteùEaiaa • KàXoi hi (f dtov 

ujK€€(; arpoOOoi nepi fàq ^eXaivag 

nuKva biveOvTcq irr^p' àn* libpdvu) a!d€po? bià ixitstna. 

10 alMio V èHiKovTO* aò b\ (b MÓKaipa, 
M€iòidcTai(f àOavdTV|i TrpoCTainip, 

^pl\ ÒTTI bnOT€ It^nOVe» Kd&TTl òr|OT€ KdXY))L(l, 



SAFFO 105 

kJìtti ?)Liiji ^óXicTia OéXio T^vecrOai 
MatvóX(ji OùfLup' ^^Txva òiiOre TTeidui 
15 jLiaT^ ìt^IV è^ aàv (piXÓTaia, ti^ O*, \h Ydncp*, àòiKf|€i; 

kqI xàp ai 9€UT€i, Tax^u»^ òiu)£ei, 

at bè òd>pa ^f| òéKCT , àXXà òui(T€i, 

al òè ^f| q>iX€i, Taxéuj^ 9iXr|a€t kuìùk è9€Xoi(T[av. ,, 

{Xd€ ^01 Kal vOv, x<xXétrav òè XOcTov 
20 èK )i6pi)ivav, dacTa òé jiioi réXecrcTai 

6C^o^ ifiéppei, TéXeaov* aù ò' aura (Tu^^axo^ £0(To« 

I (1). Dionigi d*AHcarnasso, De Compos. verb.^ 23: 'Eiroirotùv ^èv oOv 
?yuiT€ >idXi(JTa voyXùoi toutovI tòv xapoiKTf)pa (tòv TXacpupòv) èir€&pT<i- 
aaoOai *Ha{obov, ^eXoiroiiIiv hk Zaircpib xal fiCTà raùrnv 'AvaKpéovrd t€ 

Kal Zt^uivibi^v* fipEo^ai òè dirò TTÌq picXoiroioG* TToiKiXóOpov' ktX. 

— 1. TToiKiXóGpov*: fitraS XcjóiLievov. Pindaro, /«^w. 2, 5, chiama Afro- 
dite c^Opovo^. — 'Aq>póbtTa: abbreviaz. della finale ed accento ritratto 
secondo l'uso eolico. — 2. A(o<;: eoi. per Aió^. — òoXóttXokc: cfr. 

Frgg. mei. adesp., 129 AoXotrXÓKa; .. KuTTpoT€véo^. — 8. òv{aai: eoi. 
per dv(ai^. — bd^va: cfr. Esiodo, Teogon., 122 ("EpoO bd^vàrai èv oxfi- 
hsaai vóov. — 0O)liov: eoi. per Ou^óv (v. Alceo, fr. I, v. 2, n.) : acc. di 
rei.— 4. Tutò': eoi. per Tflò(€) (cfr. Henry, 187, 10). — at Ttoxa: 

= €l iroT€. — ■ Kàrépiura : crasi per xal èrèpuira che è = xaì dXXore 
Acfr. Dindorf in Thesaurus, III, 2149). — 6. rdc; ?)uia^ aObujq 

moioa ivóXXa^: eoi. per rf\<; éuf)^ aiìbf\^ d(ouaa iToXXf)(;. Invece di 
iróXXac il Bergk legge ir/|Xui (eoi. per rr^Xc o ty\\6(J€ o TnXó0€v). Ma la 
lez. iTÓXXa^ è assai più poetica e più vicina alla grafia dei codd. Cfr. 
Michel., 1, 53. — 6. irdTpo^: eoi. per irarpóq. — Xiiroioa: eoi. per 

XiiroOaa. — xP^^wv: eoi. per xpù(J€ov=xpucroOv. Meglio si unirà con fip^(a) 
che con òóuov. Cfr. Sofocle, Ed. a Ù>1., 693 xpvi<TdvtO(; 'Acppci^ira. — 
7. dp^*: eoi. per dpiua. — ùitole{ìlaiaa: eoi. per ònot€(ììaaa. — xdXoi: 
eol. = KaXo{. — 8. (IiKce^ arpoOOoi: eoi. per diKéei; (poet. per diKCtq) 
arpouOoi. — ircpl fà<^: il Michelangeli, I, 54, dopo d'aver addotto los- 
aervazione del Bergk € iT€pl ydc; est idem quod ùirèp Tdt; »« soggiunge: 
€ TAhrens (1,28, 3) e il Buchholz avvertono che irepl sta per ùiTEp(=3 
ótrép. Credo anch'io che irepC in questo luogo sia forma eolica da un 
primitivo òirep{ (cfr. il sanscr. upari). Del resto laffinità di ùirép e irepC 
si mostra anche per Fuso scambievole che poeti e prosatori fecero di 
esse preposizioni col genitivo (In., 402, 15, a; Kuhn., 450). Gfr. inoltre il 
valore di ircpC nel verbo irEpicifii sono superiore tf. Che nel nostro caso 
ircpl T^^ ^^^ abbia un senso gran che difierente da ùirép Yd^ e che ùirép 
e irepi siano spesso scambiate (specialmente nell'uso degli oratori) è veris- 
simo, come pure è verissimo che iT6p(€iMi significa sono superiore^ ma 
da ciò ad afiermare l'identità dell'origine di ùirép e ir€p( ancora ci 
corre, né il sanscrito upari, corrispondente ad ùirép, è una cosa sola con 
pari = iT€p{. — 9. iTÙKva: eoi. = iruKvd, non « acc. pi. n. usato av- 
verbialmente » (Michel.), ma agg. concord, con irrép* ed usato nello stesso 
senso che in V, 879. — òiv€0vt€^:=5Òivo0vt€<;. — dipdvui: eoi. per où- 
povoO. — alOcpo^ ... néaaoi: eoi. per alOépo(; ... liiéaou. Fra l'ultima sillaba 
di (bpdvu) e la prima di ateepo^ v'ò sinizesi. — 10. jutdKmpa: femm. 



106 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

poet. di ^dxap. — 11. |yi€i&iàaaia*: eoi. per \i€\biàaaa\ Gfr. f, 424 

(piXo)yi^€iòf|<; *A(pp., Inn, omer,^ 4, 49 /jòù Y€Xo(n(Taaa (piXo^. *Aq)p., e 10, 
2 è(pt|ii€pTip òè irpoaibnq) aicl ^cibidci. — 12. 6tti: psilosi per òtti 
ep. per 6ti. — SiiOtc: crasi eoi. per hi\ oOtc. (Kuhn.*, § 51, 6). — kcIitti: 
crasi per xal 6TTi = Kal Òti. — xdXrmr. eol.= KaXéuj. — 18. kcIitti 
?|UW4): )1 i è qui consonante. — Yévcoèai : eoi. per Ycvéofìai. — 18 e 

14. é^ui ... ^aivóX(;i OOfULip: eoi. per è)Lii|) ^aivóXi^ 6u)li(I). È dat. di favore. 

— 14. biiOrc: v. al v. ,12. — TTeiOuj: eoi. per TT6161I;. « Peitho vuol 
dire colei che persuade. E un personaggio del corteggio di Afrodite, e 
personifica Teffìcacia delle parole d*araore che inducono a riamare ». 
(Gomparetti, S. e F.), — 15. \iaì(^: eoi. 2* pers. sing. ind. pres. att. 
Della forma attiva non si conosce però altro esempio. — dyiiv: eoi. per 
ÓT^iv. — Ydncp* (forma eolica per Zdircp') può stare per Ydncpoi e per 
Ydirtpa. — dòiKnei : = dòixct. — 16. al : v. al verso 4. — 17. òéxcr' : 
eoi. per ò^x^t* = ò^x^Tm. — dXXd: bene osserva il Michel., I. p. 56: 
« dXXà è qui usato pleonasticamente per meglio contrapporre Tapodosi alla 
protasi ». — 18. (piXci*. eoi. corrispondente a qpiXct. — kuiòk: crasi per 
Kal oÙK. — èGéXoioav: v. al verso 5. Ho preferito la correzione èOéXoia[av] 
all'altra è6éXoio[a] per due motivi, e cioè 1) perchè non ha Paria di voler 
risolvere arbitrariamente una auestione che attende ancora la sua solu- 
zione finale, matematica (se 1 oggetto dell'amore di Saffo sia in questo 
caso di sesso mascolino femmmino), 2] perchè, per dirla col Gompa- 
retti (S, e F.) € più in armonia coi contrapposti che precedono ». — 
19. ?X6€: eoi. per èXGé. — 19 e 20. xa^éirav... fiepifivav: eoi. per x<x- 
XetkXiv... ^€pi|iv(l)v. Gome al /r. XX di Alceo, così qui ho allontanato dal- 
l'ultima sillaba della parola l'accento, secondo Tuso degli Eoli, i quali 
cosi dovettero pronunziare anche i genitivi plurali se proferivano TToaciòav 
(l'ultima sillaba è contratta da du)v: cfr. Kuhn.*, § 80, 1). — 20. òaaa: 
psilosi per òaaa epico = òaa. — réXcaaai : accent. eoi. per TeXéaaai ep. 
per TcXéaai. — 21. l^éppci : eoi. = i^eipci. — aOra: eoi. per aÙTn- 

— laao: imperat. eoi. corrispondente nel significato ad taOi (è formato 
dalla radice io- al grado normale (Henry) e della desinenza -ao, desi- 
nenza secondaria del medio passata all' imperativo medio, 2* pers. sing. 
La forma insomma non è attiva, ma media). 

Metro, — E la strofe saffica (v. not. metrica al fr. I di Alceo). 



II (2). 

Salverai )xo\ kt^vo^ tao? Oéoiaiv 
èmuev' uivTìp, Saxig èvàviióq xci 
i^Iàvei, Kttl TiXàaiov 5bu 9UJV€ÙcTa^ ònaKOuci 

Ktti teXaicJa^ Ijnepóev, tó jlioi liàv 

KQpbiav èv airiGecTiv èTTTÓaaev 

uj^ ae TÒp Fibu), ppox^ui(; ine q)a)va<; oObev ìt cIkci" 

àXXà Kà|Li lièv yXoKJcJa FéFaire, Xéiriov b' 

auTiKa XPM^ TTup ùirabebpóiLiaKcv, 

òiTTtdTecyai b' oijbev òprm', èitippóiLipeicTi b' àKouar 



SAFFO 107 

10 àhé m' Tòpuj^ KaKX^CTtti, rpóino^ òè 
naicTav &fp€\j x^ujpoTépa òè noia^ 
f)Lifxi, TcOvÓKTìv ò* òXiYUJ 'iribeuTi^ (paiYO)iai. àXXà? 

Tiàv [fjyioi] TÓXfioTOV, èiteì... 

II (2). Longino (pseudo-Long.)^ Del Sublime, 10: OIov fi Zairqpib rà 
aupPa{vovTa Tate; ^pujTixat^ ^Qv{ai(; iraBi^fiiaTa èK t(X)v irapcTio^évwv xa! 
ex Tfi^ dXii6€{a^ aÙTfì<; éxdoTOTC Xappdvci. TToO 6è xfiv àpcrViv diroòcì- 
KvuTai; 6t€ rà dxpa aÙTiXiv xal OnepTCTapéva òeivfi xal èxXéHai xal eU 
dXXriXa auvòfìom. Oaivcxai xtX... (pa{vo)biai *AXXà irdv xoX^a- 
Tòv èircì névriTa. Perlo stesso carme cfr. FIuìatco, Libro amatorio, 
18, 6 e Vita di Demetrio, 38, 3. — 1. xfjvoq: eoi. per èx€tvo<;. — 

2. ?^l^€v*: = ?ibi|bi€vai infin. eoi. per elvai. — (fivìip: psilosi, crasi ed accent. 
eoi. per ó dvfip. — ÒOTiq: psilosi per 6otk. — èvdvTio^: aqcent. eoi. per 
èvavxio^. — Tor. = aoi. — 3. fZdvci: eoi. per iZdvei. — irXdaiov fibu 
q)U)V€Oaa^ òiraxoiìci: eoi. per nXiiaCov fjòù cpiuvoOaii^ ùiraKoOci. d&u è 
neutr. sing. in forza d avverbio. tjuaxoOEi: attente et cum silentio audit 
(Weiske). — 4. t^Xaioaq: eoi. corrisp. a YcXdboiit;. È retto per zeugma 
da ùiraxoOct. — t^cpócv: eoi. per ijucpócv; neutro in forza d avv. come 
àhv al v. preced. — tó: relat. — 5. èTCTÓaacv: aor. gnomico. — 

6. ^^: psilosi per ifiq. — ppox^ux;: eoi. per Ppax^ux; (Pezzi, L. ^^r. a.. Il, 
33, p. 385; Kùhn.^ § 24, 1, o u. a). — <pàva<;: eoi. per <puivf1<;. — oOòev: 
eoi. ^er oòòév. — tlxci: eoi. = €tx€i dor. foc.=!x€i. — 7. xd)Li: apoc. 
e assimil. per xard. xd^... F^Faye tmesi per xaxaF^FaTC. — Xéirrov: eoi. 
per Xeittóv. — 8. aOTixa: eoi. per aòrixa. — diraòcòpó^axev : eoi. 

per ùnobeòpd^rixcv. — 9. òirTrdTeaai: eoi. per òmm^teooi cp. per 6|i- 
\iaa\ (Kùhn.8, § 32, inr u. ^u). — àpY\^*: eoi. per òpéw jon. per ópdtu. 
Nel dialetto eolico invece dei verbi contratti in -ui troviamo forme cor- 
rispondenti che seguono la coniugazione in -^i. — èiTippÓMPcioi : eoi. 
corrisp. ad èirippoiiipoOoi. — tìxouai: eoi. per dxoua( ep. per dxoai — 
10. dbé::=i^bé. — ^ := |uoi. — tbptu?: eoi. per Ibpil)^. — xaxxécxar. v. 
al verso 7. — 11. irataav: eoi. = irdoav. irfìq qui è = 6Xo^ (cfr. Teocrito, 
2, 106). — fiTp€i: eoi. corrisp. ad d^pct. — - itoiat;: = rtàai;. — 12. ?|H|lii: 
eoi. per eìiui (cfr. Henry, 249, 1,B). — xeGvdxriv: eoi. per teGviixévai. — 
ÒX(yui: eoi. e dor. per òXitou. — 'iribcOiìc;: aferesi per èTrife€OTi<; eoi. per 
èmÒ€f|^. — 18. irdv ?^oi TÓX^axov: eoi. per Trdv è^ol toXmtitóv. — 

Per la discussione del testo da à\\à (v. 12) alla fine vedi Michelangeli, 
I, pp. 64-5. — L*ode fu tradotta, quantunque con modificazioni, da Ca- 
tullo, 51. Imitazioni ne abbiamo in Teocrito, 2, 106 e sgg., Apollonio 
Rodio, III, 962 e sgg. Lucrezio, 111, 152 e segg., trasportò alla pauia i 
sintomi che qui si attribuiscono all'amore. 

Metro. — È la strofe saffica (v. not. metr. al /r. I d'Alceo). 

Ili (3). 

"Aarepe^ )ièv àiiq>\ KdXav cTeXàvvav 
aTip* àiTUKpÙTTTOiai q)d€vvov eTòo^, 
dmroTa nXriOoiaa jLiàXiaia \a\xnr} xav... 

Ili (3). Eustazio ad II, Vili, v. 555: Mot^ov 6ti èv xCp tpaeivi^iv 
d^9l aeXi^VTiv où ti^v irXr]ai<paf) voiixéov xal TcXrjpoaéXìivov • èv aùxfl 



108 ANTOLOGIA DBLLA MELIGA GRECA 

yàp d^aupd dai tò darpa \b^ óir€pauTo2;ó|yi6vat icadd koI i\ Zannili icou 
q)iia(v *AaTép€^ ... Tflv. — 1. "Aarcpc^: eoi. per daTép€(;. — xdXav 
acXdvvav: eoi. per KaXfjv acXftvriv. — 2. diruKpOirroKit : eoi. per diro- 
KpóiTTOuai. — q)d£wov: eoi, per cpaevvóv (v. not. al /r. VII d'Alceo, v. 5). 

— 3. óiriTOTa irX^Goiaa: eoi. per óitót€ irXfjGouaa. — 11 Neue com- 
parando un passo d'Aristide (Panaten.^ 105), ove pare si imiti questo 
luogo di Saffo, integra in fine del v. 3 èirt irdoov (éni tratoav Ahrens). 

— Giuliano neirepistola XI K dice: Zairqpd) if\ koXi^ ti^v ocXfiviiv àfyfupéav 
<pr\a\ Kai òià toGto tOùv dXXuiv dOTépwv dnoKpOiTTeiv Tf|v 6qiiv. Chi 
voglia divertirsi a vedere gli sforzi dei filologi per trovare un oosto a 
questo dpTupéa (o dpTupia Bergk) veda Michelangeli, I, pp. 68-9. 

Metro. — Strofe alcaica (v. not. metr. al /V. I d'Alceo). 

IV (4). 

*A)Liq)i òè ipOxpov KcXdbei bi Cabuav 

)LiaXivuiv, al9u(Tao|uiéviuv òè (pùXXujv KU)|ia xaTappei. 

IV (4). Ermogene di Tarso, ircpl lÒ€Ot»v, II, 4 (RetOr., Ili, 314-15 Walz, 
II, 358 Spengel): Kai tò^ imèv oòk aloxpd^ f)òovà^ ^otiv àirX(X»(; éK<ppàZav, 
olov KdXXo^ x^pt<>u Kai (puTciaq òiaq)ópou^ xat ^cuimdTwv TioiKtXiav koì òffa 
ToiaOTo. TaOxa Tdp Kai tiq óijiei iTpoa3dXXei i^òov^v ópU»|yieva xal Ttl àKoiJI, 
ÒT€ èEaxréXXoi Ti<;. "Qoiicp fj ZoTTq)iIj' 'Aiiqpl hi fiÒuip M^uxpòv ktX. 

— L\ (jòwp » della citazione fu espulso dal Neue (S, A£, frgg,^ p. 3S), il 

2uale lo considerò giustamente come aggiunta di uno scoliaste ignorante, 
■a bontà della correzione è provata, come osserva il Michelangeli, dal 
fatto che con essa si ristabilisce il metro. — 1. ipOxpov: eoi. per 

Miuxpóv: agg. neutr. sing. in forza d'avv. Nota la bellezza poetica del- 
Tespress. ifiOxpov KeXdòei. — K€Xd&€i: corrisp. a K€Xabet da una forma 
eoi. KeXdÒTìfit per KcXaòéui. — daòuiv: eoi. per 521u)y (cfr. In., 15, osa. 3: 
37, B, X; Kùhn.^ § 33, oò u. 2!; Meyer, pp. 73-5; Pezzi, L. gr, a., li, 
33, p. 385). — 2. alOuaaofuiévuJv... cpOXXwv: è retto da KOTappet. •— ko- 
Tapp€t: lo Smyth, pp. 237-8, sospetta bensì tanto di xard, che non trovasi 
intero altrove in Saffo, quanto della contrazione nel verbo: tuttavia man- 
tiene la forma tal quale la riproduciamQ anche noi. Invece di limitarci 
a sospettare, noi afiermiamo addirittura che questa forma non è eolica, 
ma entrata nell'uso poetico eolico per la trafila della tradizione letteraria, 
ed è anche perciò che non seguiamo nelF accentuazione il Michelangeli, 
che (I, p. 71) ne fa un parossitono. Numerosi luoghi che si possono mettere 
a confronto con questo frammento sono citati dal Bergk (p. 91) e dallo 
Smyth (p. 238). L opinione del Bergk che qui si descrivano gli orti delie 
Ninfe non ha fondamenta abbastanza sicure. 

Metro. ^ 2° e 3» verso della strofe saffica (v. fr. I d'Alceo). 

V (6 e 6). 
"H (Te KuTTpo^ Kai rTàq)o^ fj TTdvopuo^ 

*^^a ^^P ^^ ^^ ^^ ^k 

^^fc ^^fc ^^ ^^ ^^ ^w^ 

"EXOe, KuTipi, 

■ 

XpucyiaKJiv èv KuXiKeaaiv fippuiq 
(Tu|Li|Lie^eÌT^evov GaMaidi vcKTap olvoxoeCaa. 



SAFFO 109 

V (6 e 5). Strabene, I, 40: Kal £air(pib* "H <i€...TTdvopjio^. Il fr. 5b. 
inyece lo leggiamo in Ateneo, XI, 463 E: Kal kotà tVjv kqXi^v oOv Zaitcptii* 
*EX6é ktK. 1 due frammenti furono ravvicinati dal Pomtow. Il Miche- 
laageli aggiunse ancora il /^* '7b. — 1. TTdcpo^: città in Cipro. — 
TTiWopfiio^: Palermo. — 2. *EX6€: accent. eoi. per èX0é. — 8. xpu- 
aioKJiv: eoi. per xpvcr^ounv. — kuXikcooiv: ep. = KÓXigiv. — djSpuK;: eoi. 
per ^td<: va congiunto con olvoxoeOoa. — 4. au|ui|ui€|ui€ÌTfievov = 
au|yifi€fitTM^v. — 6oX(ai<n: intendi voluttà. 

Metro. — il /V. 6 B. è un endecasillabo saffico, Faltro è una strofe saffica 
(v. fr. 1 d'Alceo) monca in principio. 

VI (28). 

OéXui TI F611C11V, àWà |i€ KuiXuct 

avbu)^ 



Al V fìx€? l<fK{DV Tiiepov fj KaXujv, 
Kal [ii\ TI ?eim\v tX^^<^' èKUKa kokov, 
5 albiw^ Ké <i* ou K(aT)fìx€v diriraT*, SXX' fXrre? irepl xuj 

[òticaiuj. 

VI (28). Aristotele, Ret., I, 9, 20: Tà y^ aìfjxpà alaxOvovTai icai Xé- 
YOVT€<; Kttl >iéXXovT€<;, Cbanep xal Zair9di Tr€Tro(ì]K€v [cliróvxói; xoO *AX- 
xaioo] • OéXui ktX. — 1. F€(iir)v: eoi. per eIit£!v. — 2. albu)<;:s= 
albdi^. — 8. al: eoi. per ci. — ^X^?» eoi. per €Tx€<; (cfr. Meister, I, 
g 12, 6). — ^aXuiv: v. n. al fr. XVII d'Ale, v. 2. — l^cpov: psilosi. — 
Ki&Xujv: accent. eoi. — Fcdtiiy: cfr. v. 1. — «dicov: accent. eoi. — 4. o': 
Bs 001 oppure oc, nel qual caso OiriraT' (eoi. per 6]U|uiaT') sarebbe accus. 
di relazione. — éX€Y€^: sott. xé dalla proposizione precedente. — tiX» òt- 
xaiui : gen. = toO òikoìou. — Per la collocazione della prima parte del 
nostro frammento vedi Alceo, fr. XIX, nota ultima. 

Metro. — Principio di una strofe alcaica, e poi una alcaica intera (v. 
fr. II d'Alceo). 

VII (40 e 41). 

'Epo^ òriuT€ \i 6 XuaifyiéXii^ òóv€i, 
tXukuttikpov àfiàxavov dpTTCTOv; 

sK 3K He ite * a|E 

"AtOi, 0ol ò' ?^€9€v nèv àTTnxOexo 
(ppovTiabiiv, èirl ò* *Avòpo|Li6bav ttótij. 

VII (40 e 41). Efestione, p. 25 W. : Tò òè (AIoXikòv) TCTpd^CTpov àxa- 
TdXnKTÓv èOTi tovoOtov Epo<; ktX. — 1. "Epo^: poot. per 'Epw^. 
— XuoijuiéXn^: accent. eoi. L'epiteto è dato ad Eros anche in Carm.pop., 
44 B., 3. — òóv€i: eoi. oomsp. a frovet. Cfr. Aristof., Comc., 954 ipw<^ ^e 



110 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

bov€t, e Mese, 5, 5 vóov ipwri &ov€0m€VO^. — 2. TXuróinKpov: 

cfr. Tdognide 1353-4 TTiKpòq xat t^ukO(; kOTi | 6q)pa TéXeio^ ^g, 

KOpv€, véoiaiv £pui^« Catullo, 63, 18 {dea) quae dulcem curis miscet 
amaritiem^ Orazio, Odi^ IV, 1, 4 e sg. dulcium \ tnater saeva Cupi^ 
dinum. — dfidxavov: non privo di mezzi, ma che non può esser 
preso con nessun mezzo = invincibile. — òpircTov: eoi. corrispon- 
dente ad épirCTÓv (cfr. Kuhn.^, 24, 1, o u. €). lo non credo che il 
vocabolo sia qui adoperato nò nel senso etimologico né in quello di 
€ animale in genere » (Michelangeli — è incerto fra i due lo Smyth), 
ma piuttosto in un significato molto affine a quello del latino monstrum. 
— 8. ''AtOi: chi fossero Attide ed Andromeda dichiara il seguente 

passo di Massimo Tirio (24, 8): *'0 ti yàp èK€(vi4i (ZuiKpdTCì) 'AXki- 
Pidbii(; Kal Xap|bi{&ii^ xal Òatòpoq, toOto Tf) Atafiiq. PÒptvva koX 'At6ì^ 
Kal 'AvQKTOpia* Kal 6 ti irep luiKpdTCì ol dvTÌTCXvoi TTpóòiKO? xal Vopyia^ 
Kal 6paoO>iaxo^ xal TTpuiTaTÓpaq, toOto Tfl Zairepot fopyw Kal 'Avòpo- 
^éòo. — ^|i€9€v: accent. eoi. per è^^Scv epic. = è^oO. — i. q)povTÌab€v: 
eoi. per qppovTCZciv (cfr. Kùhn.^, 32 (ab per Z) e 26 (r^ per ei). — 'Avbpo- 
juiébav: v. ad "AtGi. — irÓTq: 2* pers. sing. da un lesb. TrÓTimaissTTOTdofiai 
e iTOTéo^ai, forme secondarie di iréTO^ai (Kùhn.^ § 343 alla voce iréTO- 
^al). — i quattro versi citati da Efestione furono distinti dal Bergk in due 
frammenti di uguale estensione: al Michelangeli invece parve che il senso 
dai primi due aeli altri corresse così bene che egli ne fece un solo passo 
continuato: il Biass, 2^u den griech, Lyrikern (Rh. Mus., Neue Folge, 
XXIX, 1874, pp. 150-1), pensò che Efestione, par dare un esempio di tutte 
le forme che può avere il primo piede delle serie dattiliche così dette eoliche^ 
abbia scelto la prima coppia iniziale de* versi di un carme di Saflfo e poi 
una coppia più innanzi. (Questa è Topinione che abbiamo seguito noi pure. 

Metro. — I versi del frammento sono i così detti tetrametri dattilici 
eolici^ che noi consideriamo come pentapodie logaediche catalettiche (o, 

forse meglio, come trimetri logaedici brachicataletti ^ e; - ww -i v^v^ . ^ 
4_^ . /7) col primo piede che può presentare le forme — , - v^, ^ -, %^ v^, 
e con due dattili ciclici nelle sedi seconda e terza. 

Vili (42). 

q)pévaq ibq Svejno? Kax' òpòq òpùdiv èfiiréduiv. 

Vili (42). Massimo Tirio, 24, 9: 'EKPaKxeùeToi (IujKpdTn<;) ètri 0a(- 
bpijj ÒTTO ToO "EpuiTO?, tIJ òè ZaTrq)o! ó "Epuic; èTlva^e Tà<; qi>péva(; 
d)<; dv€|uio^ ktX. — Ho dato il frammento nella forma a cui Tha ridotto 
lo Smyth. — 1. "Epo^: v. fr. VII, verso 1. — ?^ai^: eoi. acc. pi. 

femm. conc. con qppévai;. — 2. ib;... òpùoiv èjunréouiv: = ili^... bpuolv 
^^TTEOtdv. — Eros è paragonato ad un vento impetuoso anche in Ibleo, 
fr. 1, vv. 6-8. 

Metro. — Cfr. il fr. VI d'Alceo. 

IX (51). 
1-3 j-^s. 



KJ __._ S^ SU — ^ 



JL ^ X^ KJ J. ^ 



y^ \^ JL \u ^ \^ 



Kx\ ò* àjuiPpoala? jnèv Kpàxiip èK^Kpaxo, 
"Epfia^ ò' IXev 6\ttiv eeoi? olvoxóncxai. 



SAFFO 111 

Kfìvoi ò* fipa TTdvT€? KapxnOià (t') fixov 
KàXeiPov àpàaavTO òè iiainrav la\a 
5 iCji T^iiPpiu. 

IX (51). Ateneo, X, 425 G: 'AXxato^ bè xal tòv *EpiJif)v eladrci aÙTd»v (Geuiv) 

olvoxóov, iJb(; xai Zairqxb XéTouaa ' xab ò* à|Lippoa(a(; olvo- 

Xofjaau II medesimo tratto è riferito, con varietà di lezione, dallo stesso 
Ateneo, II, 39A: Kal ZaTTcpib he (pryoiv ' à^fipoaiac;,.. h* éXibv Ipiriv 
6€0t(; 4jvox<^ii<7€v. Vedilo anche in Eustazio, 1633, 1. La seconda parte 
del frammento la troviamo in Aten., XI, 475A : Mvi^^ov€0€i he xiliv Kapxn- 
aiiuv xal ZaTr9ib év toOtok;* Koivf) 6' dipa irdvT€<; ktX. V. eziandio 
Macrobio, Sat,, V, 21, 6. Il primo a congiangere i due luoghi fu TAhrens. 

— 1. Kfì: eoi. per èxe! come Kf^voi al v. 3 per èxelvoi: cfr. Meister, 

I, § 12, 1. — KpdTTìp: accent. eoi. — 2. "Ep^iaq: eoi. per *Ep^fì<;. L'ac- 
centuazione eolica di questo nome però non è sicura. — £X€v : poet. con 
psilosi eoi. — ÒXttiv: óXitk; si ritiene = dXirni che, secondo la testimo- 
nianza d'Ateneo, XI, 495, fu il nome di una specie di piccoli vasi usati 
nelle Panatenee per attinger vino. II vocabolo ^ptti^, che si leffge in Aten., 

II, ed anche in Eustazio, significò, secondochè aggiunge quest ultimo, vino 
in lingua egizia : ma senz'alcun dubbio è preferibile la lez. ÒXmv all'altra 
Spmv. Senza contare che il senso con ÒXiriv corre splendidamente e 
con ^piTiv invece è press'a poco impossibile, per parte mia credo assai 
poco probabile che Saffo facesse uso di parola egizia là dove poteva 
soccorrere all'uopo una greca molto appropriata. — 6€0t(;: monosill. 

— olvoxónaai: accent. eoi. — 8. xapxi^oia; per questo vaso cfr. 
Ateneo, Xl, 474 E: KaXXiE€ivo<; 6 'Póbi0(; èv to!(; -rrcpl 'AXtEavbpeCat; cpiialv 
6x1 (tò Kapxi?l<yiov) iroTi^ipióv èoriv èiriiniiKe^, auviiTinévov e\^ liéoov 
èiTi€iKd»(;, djTtt ì^xov jiéxpi ToO iru9)Liévo(; Ka9/|K0VTa. Vedi anche Guhl 
e Koner, 6* ed., p. 277. — flxov: v. fr, VI, verso 3. — 4. xfi- 
Xei^ov : crasi per xal AeiPov. — dpdaavxo : senz'aumento. — ^oXa : v. 
fr. XVII di Ale, verso 2. — yduPpii): nel senso di sposo. Cfr. i fram- 
menti 91, 99, 104 e 105 del Bergk. — Quanto alla scena descritta nel 
brano giustamente osserva il Michelangeli, I, p. 79vche €se la congiun- 
zione delle due parti fosse sicura^ potrebbe forse inferirsene coll'Ahrens 
che si accenni alle nozze d' Ercole ed Ebe, o coli' Hartung a quelle di 
Peleo e Teti ». 

Metro. — Notisi che ciascuno dei versi che costituiscono il frammento 
così come l'abbiamo dato era auddiviso^ nelle vecchie edizioni, in due ver- 
setti: il verso com'è ora fu rStabilito dal Lachmann). Preporrò due ana- 
lisi metriche secondo le vecchie teorie e poi farò seguire la mia conforme 
ai principii delle nuove. Il Michelangeli dice : < I v. 1-3 sono dimetri 
dattilici catalettici in bissillabo con anacrusi, raddoppiati: il 4 è un 
trimetro coriambico (formato o di un coriambo seguito da -una serie 
logaedica o di due coriambi e un eretico — evidentemente il M. volle dire 
bacchio invece di eretico — ) con anacrusi». Lo-Smyth scrive: «Metro: 
logaedico (anacr. -f- coriambo -f- ferecrazio). Il v. 4 col ferecrazìo primo 
(ipertesi) può indicare la chiusa della strofe ». — Come insegna alreyi- 
denza la struttura del v. 4, noi riteniamo di essere qui dinanzi a ionici a 
maiore. I quattro versi interi del frammento probabilmente costituirono 
una strofe : cosi almeno si può interpretare l'aspetto del quarto differente 
da quello degli altri tre: non è però necessario. II quarto verso è un tri- 
metro ionico a maiore colla dipodia trocaica al posto del terzo ionico; 
gli altri pure debbono essere trimetri ionici a maiore. Quella serie di 
quattro lunghe consecutive nel mezzo di ciascun verso però sembra fatta 



Ii2 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

apposta per metterae negli impicci: ma in realtà la spiegazione non è 
dimoile, basta pensare ad un^anaclasi tra la fine di q[uesto piede appa- 
rentemente mostruoso di quattro lunghe ed il principio del susseguente. 
Ed allora giungiamo allo schema ^^ -v/-^, e cioè antispasto (la 

f»rima lunga è irrazionale come può essere in ogni dipodìa giambica, e 
^antispasto comincia infatti con un movimento sia in apparenza sìa in 
realtà giambico) e dipodia trocaica. Si potrebbe anche ricorrere a qualche 
leggero cambiamento per ridurre i primi tre versi del frammento a fórma 
più Tediare di trimetri ionici a maìore. Basterebbe lasciar fuori nel primo 
Kf) ò* m principio^ scrivere &C nel secondo al posto di £X€v, e tenere nel 
terzo la lezione di Macrobio (eolizzata s'intende). E allora si leggerebbe 

*A|bippoa(a(; ^èv KpdTr)p éK^Kparo, 
"Ep^a; b' ?X* SXttiv Qeo\<; o\yoxàr]oai. 
Kfjvoi 6' àpa iràvTC^ xapxn^i* flxov 
collo schema 

J. \J Kf ^ J. ^ ^ V^V^ — «^ 
J. ^ \J .m. ^«_- V>V»- — 

JL .^ \J \J J^ ^ — ^ \J mm, ^ 

Meglio torse ancora sarebbe lasciar fuori nel primo verso il fiév (lo schema 
sarebbe allora ^-^v z«. m^/^::^). I cambiamenti ora accennati non 
sono punto necessari, ma ne ho voluto far menzione, perchò, se oon oasi 
si altera leggermente la lezione de* vr. 1-2, si evita aaltra parte Tinser- 
zione del (t) nel v. 3. Per le forme -v^v/- e ^v~w si pensi airana- 

olasi : per le altre ^ ^ ^ — 9 e --v~ai confronti Masqueray, 

§ 217, n. 1 e 5, e § 218. 

*X (*62). 

— -m. \^ \J J. \J ^ SJ 

AébuK€ pìv à (TeXdvva 
Kat TTXiiiabe;, ^écsai òè 
vuKxe^, Tiapà ò' Èpxei' uipa, 
Ix^ ^è l^óva KaT€ubui. 

♦X (*52). Efestione, p. 37 W.: 'Ev(ot€ U èvaXXàH toc Iwvikòc toIc; xpo- 
XaiKa!<; irapaXajupdvouoiv, àvTl fxèv tCùv Iwvikwv éoB* 6t€ rài; beuTépa^ 
iraiuiviKài; irapaXa^pdvovTC^, dvTl òé Ttliy éSaa/mujv TpoxaÌKiXiv ^06* 6t€ 
TÒ^ éiTTOofmouc rpoxalÌKd^ olov bébuKC ktX. Il frammento fu attri- 
buito a Sa£Éo dallo Stefano: lo Smyth lo crede un brano di canto popo- 
lare. — 1. AébuKc: intr. — oeXdvva: eoi. per acXfjvii. — 2. rrXT)tìi6€(;: 
ep. e accent. eoi. per TTXeiàbeq. Le Pleiadi erano sette figlie di Atlante 
e di Etra di Pleione. Per dolore della morte delle ladi loro sorelle si 
uccisero: gli dei le posero tra gli astri. Un'altra leggenda dice che, dopo 
d*essere state inseguite per cinc^ue mesi dal gigantesco cacciatore della 
Beozia, Orione, furono, a loro richiesta, trasmutate in colombe (ireXeidbcc) 
e quindi in stelle. A questa versione accenna Pindaro. Nem, 2, vv. li-l!3. 
Quanto ai nomi delle Pleiadi lo Stoll, p. 103, ne dice: « I nomi delle 
Pleiadi furono dati diversamente: i più usitati sono: Alcione (Vuccello 
marino^ poiché cova di primavera, quando sorgono le Pleiadi, e il noe- 



SAFFO 113 

chiero ritorna in mare), Merope (genere umano)^ Celeno (KeXatvtd, la 
oscura^ che rappresenta probabilmente la oscura nube carica di pioggia), 
Elettra (la lucida)^ Sterope (la lampeggiante)^ Taigete, e Maia, la più 
antica e la più bella. I due ultimi nomi accennano al Peloponneso, pe- 
rocché Taigete si nomina dal monte laconico Taigeto, e Maia è una diva 
arcadica, madre di Erme». — 2 e 8. juiéoai... vùktcc;: vOE nel plur. è 
== le ore della notte, onde iiéaax vókt€^ è = le ore medie della notte, 
cioè le ore in cui la notte è più profonda, — 8. ^px€t* d[ipa: psil. 
per ^px€6* (Xipa, che è anche la vulgata. — 4. éiftu: accent. eoi. — 
KaTcObuj: psil. per KaOcOòui, che è pure la vulg. — Una specie di parodia 
di questi versi trovasi in Aristofane, Cono,, 912 e pg. dal, t{ iroT€ it€(- 
oopai, I oùx flK€i ^oùratpo^- | ^óvti b* aÙToO X€Ìiro|uiat. Cfr. Teocrito, 
20, 45 jLioùv?) b' dvà vOxTa KaOeOboK, Bione, 2, 28 aòràp tfih ^oOva, 
jLioOva bè ai) y<ì^q>a Ka6€ùb€t^. 

Metro. — Quattro dimetri ionici a malore. La seconda metà del verso 
è costituita dalla dipodia trocaica uguale per anaclasi al ionico. 

XI. (53). 

J. ^ y^ \j J. \^ ^ y^ JL ^ /\ 

TTXrjpri^ jièv èqpaivei* à aeXdvva* 
al ò* u)^ 7T€pì Pai)uiov ècTTàOriaav 

XI (53). Efestione, p. 36W.: Kal (luivixà òtto mcCZovoO Tp(|ui€Tpa Ppa- 
XUKaTdXìfKTO, Tà KaXoO^eva ÌTpagiXXcia ' h ti^v ^év irptiiTiiv ^x^i luiviKfiv, 
Tf|v bè b€UTépav Tpoxaixfiv • old èaxi xà ToiaOTa Zairq)oO<; * IT X fi p ti ^ 
ktX. — 1. Ì<pa(v€T' d acXdwa: eoi. per è<pa(v€9' i^ acXifivii. — 2. al 
b* Ui^: psilosi: al ha il valore di pron. dimostrativo. — Puijuiov: accent. 
eoi. per Pui|yióv, che è anche la vulgata. 

Metro. — È indicato nelFaddotto passo di Efestione. 

*XII (*54). 

±^^^ ± ±^.z 

Kpflcraai vu not' luò' émneX^u)? nóbeacTiv 
iwpxeOvT* àTiàXoi^ àpqp* èpóevTa pw^ov, 
iTÓa^ T€p€v &v6o^ ^dXaKov ]aaT€i(Tai. 

•XII (•54). Efestione, p. 35W.: Td bè (luiviKd dirò pciZovoO xpi^ierpa 
dKoxdXTiKxa bixOù^ ouvéGeaav o! AloX€t(;' xd \xky yòp ìk bOo IwvikO&v 

Kal TpoxatKf)^ èiToliioav pdocwq, otov • Kpf^aoai pdiimov. Lo 

stesso Efestione, p. 37 W.: 1Tapaxiip€tv bè xp^^» 6ti xi^v irpibTHv (xtìrv x€- 
xpaiLiéTpuiv) ou2uYiav xaì dirò ppaxcia^ dpxoM^vr^v iroioOaiv (ol AloXd?), 
iBaiT€p Kal èv xo!<; xpi^éxpoit; • ir ó a ^ kxX. I due frammenti sono in ge- 
nerale ritenuti di Saffo e furono congiunti in uno già dal Santen, Terent, 
Maur., p. 118. Il Blass, Zu den griech. Lyrik.^ in Rh, Mus,, 1874, p. 150, 
opina che tanto il presente frammento quanto il precedente appartenes- 
sero ad uno stesso carme di Saffo composto di strofe nelle quali si alter- 
nassero trimetri ionici a minore brachicataletti e acataletti. — 1. irox* 
ibb*: eoi. per iroO* \Jjb\ che è anche la vulg. — è^ncX^uj^: = tn tempo, 

Taoooiii, Aniologki della ntél^a gr$ca, 8 



114 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

— 2. tbpxcOvT* dirdXoi<;: = aipxoOve' AirttXoK. — 8. irótt^ répey 
dveo<;: cfr. i, 449 Tép€v' élvOca troiTi<;, Alceo, fr. 61b. tcpévaq dveo^ òmli- 
^t:^. Cfr. anche Teocr., 6, 45 dipxcOvT' èv imaXouc^ Troiqf. — ^dXaxov: eoi. 
È accus. sing. neufcr. in forza d avverbio. — judreiaai: corrisp. a iraTO^hJai 
(Bsichio : juiaTEt = iraTcl). 

Metro. — E dichiarato da Efestione neli^addotto passo. 

XIII (68 e 69). 

KaT0dvoi0a bè KcicJeai oòbé Troia ^vajuiocruva créOcv 
Èac€T oùò* èpo^ (€lO uaicpov où t^p neWx^^ Ppóbuiv 
Tujv èK TTiepia?* àXX* dqpdvri? ki^v *Aiba bójioi^ 
qpoiTà(T€i^ Tceb* à^aùpiDV vckùujv èKTrcnoia^éva. 

5 Oùb* !av boK{^ol|Lll trpocTiboKTav cpào^ àXiu) 

JcTcyecyeai aocpiav TidpGevov e!^ oubevd ttiu xpóvov 

TOiaUTttV. 

XIII (68 e 69). Stobeo, Fiorii., IV, 12: lawcpoOc wpò? diraCòcuTov Tu- 

vafKa* KarOavolaa èKiT€TroTa^éva. Alcuni tratti di onesto 

passo sono pure riferiti in Plutarco, Precetti coniug.^ 48, cap. 48^ Quest. 
conv., Ili, quest. 1*, cap. 2, e Clemente Aless., Pedagogo^ p. 21o (Potter). Il 
secondo frammento ce Io tramandò Grisippo, ircpl diroqpaTiKiXiv, fr, 180, 13 
(v. Arnim): el Zaircptd oOtuk; direcpfivaTO* Oùb* lav ktX. I due frammenti 
sono stati ravvicinati dal Pomtow e dal Michelangeli. Del resto anche il 
Bergk, sebbene li dia distinti, nota al secondo: «est haud dubie ex eodeox 
Carmine ex quo /r. 68». — 1. K€((J€ai: ha un significato intensivo: 

= sarai proprio ridotta al nulla, — K€{j€Gn oùòé: nota la sinizesi. — 
2. iT€béx€i<;: eoi. per |ui€Téx€i^ (Pezzi, L. gr. a., Il, 28, p. 332). — ppóbuiv: 
eoi. per jióbuiv (Meister, voi. I, § 24, II, 1). — 8. TTi€piac: la Pieria, 
regione della Macedonia, culla di poesia, diede alle Muse Tappellativo di 
Pieridi. — Kif^v: crasi eoi. per xal èv (non è però la più normale: cfr. 
Kùhn.3, § 51, 6). — 4. ircb': v. al v. 2. — 6. !av: per ^liav. La 
forma s'incontra in Omero. — òokìilioi^i: «eoi. per [boici|i4ui] = boxi- 
\xàX.\xìi> (Michel.). — àX(uj: = y)Xiou. — 6. ao(p(av: accus. di relazione. 
Quanto al senso della parola è lo stesso che quello di oocpóc; in Pindaro. 

Metro. — I versi sono asclepiadei maggiori (v. /V. XI di Alceo). 

XIV (72). 

'AXXd TI? oÙK ì\i\x\ iraXiTKÓTOiV 

fipTOV, dXX* dpdKTiv xdv q)pév* ìx\xì .... 

XIV (72). Etym. Afagn., 2, 43: *A3aKf|<;- KéxpnTOi a(m|» Zavqnb, 

olov *ÀXXd TK ktX., àvTl ToO i^aùxtov xal up^ov. — 1. xiq oòk 
^}à\ìl: cfr. Teocrito, 7, 38 èyd) bé tic oè TaxuTr€ieiftC. Per ^^^i (eoL =s 
d^O cfr. Henry, §249, 1,B. — òpyav: gen. pi. eoi. — à9àKT)v: è spieg. 
neiraddotto passo deWEt. M. 

Metro. — Aadepiadei maggiori monchi. 



^ 



SAFFO 115 

XV (75). 

'AXX* luiv qptXo^ àfyiMiv Xéxo^ Spvn 0ù vcuiTcpov 
06 TÒp TXà(TOfi' fy^w EuvFotKTìV fWa T^paitépa. 




e;, si me amas, come intesero il Neae e Io Schneidewin. — Apvr): im- 
perat. da una fornia eoi. dpvnjuii. — 2. laoa: eoi. = oOoa. 

Metro. — La disposizione in dae asclepiadei maggiori, che anche noi 
abbiamo dato, ò dovata al Michelangeli: per vero lo Smyth ha qualche 
dubbio sulla dieresi SuvFotKnv, che chiama a strange Aiolic diaeresis^ 
ma il suo ferecrazio seguito da tre gliconei non è troppo convincente. 11 
Bergk dà due gliconei acataletti alternati con due catialettici, ma, per 
giungere a <)ue8to risultato, deve aggiungere due parole (dXXo e véi|i)ed 
ammetter» sinizesi in vciÙTepov mentre fa véqi bisillabo. 

XVI (78). 

Zù òè (JTCcpàvoi^, iS AtKa, TrépOcaO' èpàiai? qpópaiaiv, 
òpiraKa^ àvfJToio auvéppaia' à7TàXai0i xé^aiv 
eòavOcta fàp néXerai xal xàpxf^ i^ liaicaipa^ 
fiaXXqv irpoiépiiv' àareipavuiTotai ò* àTTuaTpéqpovTat. 

XVI (78). Ateneo, XV, 674E : Zairipdj b' àirXo6aT€pov rf\v altiav àiro- 
bCbujoi ToO aTC9avoO<7tet i^Md<;« Xérovaa Tdbc * £ ù ò i icrX. ^ 1. are- 
<pàvoK: eoL accus. pi. — Aiica: forse per MvoaiMxa (cfr />. 76 b.). — 
iépèeoB*: ìnf. con rorza d'imperativo. — 2. ouvéppata*: eoi. part. 

aor. d^. c= auveCpooa. — 8. còovOcta: nota il Michelangeli, 

1, 95 : « In questo vocabolo sta il punto debole delF emendazione n«r- 
manniana, chò non è esso confortato da veruna autorità nò de' tempi 
classici né della decadenza. Nel ThesaurtM son registrati due soli esempi 
di cùavOia, Tuno di Foca in senso proprio Xeiiiiìjvuiv eòavO(<;^ (pél quale 
THase nota: Scribendum potius ^òaydeiq.\ e Taltro di Agatangelo in senso 
traslato. Tuttavia non è impossibile che siffatta voce fosse adoperata da 
Saffo ». — è^ ^QKatpa^: al cospetto delle beate, delle dee. — 4. trpo- 
Tépi^v: eoi. = iTpoT€petv. È infin. consecut. dipendente da xdpi^* -^ ddTC- 
<pavUjT0iai: dat. di sfavore. — diro-: cfr. /r. VII d'Alceo, 6, n. 

Metro. — I versi sono tetrametri ionici a maiore acataletti colla di- 
podia trocaica al posto del quarto ionico. 

*XVII (*85). 

"Eaxi laoi xdXa rcàxq, x^valoiaiv àv9é|Lioiaiv 
èli(pépr\yf ixoxaa ^ópq)av, KXeCi^ 'àtaTTÓra, 
àvTi Tcl^ ?TW oùbè Auòiav naicrav oùb* èpàvvav 



116 ANTOLOGIA DELLA BIBLICA GRECA 

•XVll (•85). Efestione, p. 54W.: 'AXXo douvdpTiiTOv ójlioCuk kotA Tf|v 
irpdiTiiv dvTtirdOctav, ex rpoxaiKoO òifi^rpou dxaTaXfiKTOu xal tappixcO 
é(p6ii|uii|yi€poOCy 6iT€p, èdv irapoXXdS^ Tf|v TO|uifiv, fivCTai rpoxa'ÌKÒv irpo- 
KaToXiiKTiKÓv * iati ^01 ktX. 1 versi non sono dati da Efestione come di 
Saffo : a lei li attribuì pel primo TOrsino, e la sua opinione fu in generale 
seguita dagli studiosi. — 1. irdiq: questo api)ellativo porse ampia ma- 
teria di discussione ai filologi, sostenendo alcuni che qui Saffo parli della 
propria figlia, negandolo altri. Che Saffo abbia avuto una figlia sembra 
che apparisca da quanto dice Massimo Tirio, 24, 9: 'AvOdirrcTai Iw- 
KpdTii^ Tfl HavOdnrq òbuponévij, fin dir^6vr]0K€v, i^ 6è Zairqpdj t^ Gu- 
yarpi * o ò y à p ktX. Ma nel nostro caso troppe cose sono incerte perchè 
ci possiamo prendere Tarbitrio di affermare alcunché. E incerto anzitutto 
se 11 frammento appartenga a Saffo, poi se Saffo parli di se stessa : dato 
infine che si fossero assodati questi due punti, potrebbe ancora la poetessa 
parlare qui di una scolara diletta. — xp^^^Coioiv : sinizesi, come pare al 
V. 3 in £yu) oùòè e in AuMav. — 2. ì}i(pépì]v: eoI.sa^M<p€pnt che è 

gure la vulg. — KX€Oi^: è la forma cbe più logicamente si possa rista- 
ilire dalla vulgata KX€t^ non tollerata dal metro. — 'dyairdTa: Tapostrofo 
è messo ad indicare la crasi (& dyair.) che negli altri dialetti appari^ 
rebbe dallo spirito aspro. — 8. Td<;: relativo. 

Metro. — Tetrametri trocaici brachicataletti. 



XVIII (90). 

\^ Jim \^ J. V^_-«V<' \^ -^ \J JL SJ I • — 

rXuKeia M&T€p, ouxoi òuva^ai KpéKiiv tòv icTtov, 
TTÓOip òd)i€iaa TTaiòo? Ppabivav bi 'A9POÒ1TOV. 

XVIII (90). Efestione, pp. 34.5W.: "Eoti òè ttukvòv (èv toi<; àvxioira- 
OTiKott; TCTpaiiéTpoi^ KaTaXìiKTiKol<;) kqI tò tV|v òcurépav ^óvi^v àvxioiia- 
OTiKfiv ^x^v, ip ^éxpip £Ypat|i€v (Jlofiaxa xai IaiTq)d) èirl toO épbó^ou* 
r X u K €t a ktX. — 8. ppabivav: eoi. per j^aòtvfjv. 3 per F (v, fr. VII, 
verso 2, n.). — Taluno pensa (v. Flach, VII, 3, pp. 520-1) che qui si 
alluda ad Erinna, autrice dell' 'HXaKéTii. 

Metro. — Ottapodia giambica, o tetrametro giambico che dirjsi voglia, 
catalettica colFantispasto al posto della seconda dipodia] (quindi anada- 
dtica nel quarto piede). 

XIX (91). 

-i _ _ \^\j J. v> 



V^ _ \^ — 



V^ — Vi/ — 

Jt ^ - wv^ J. ^w^" 



»-/ — V-» — 



6 ^ 



\j ^^ \j ^ 



SAFFO 117 

Tqioi bi\ TÒ |LiéXa9pov 

- 'YjLirivaov - 
déppere, léKTOveq àvbpe^* 

3 - *Y|ii^vaov. - 

Tàjippo? Xaaoq "Apeui, 

- (*Y|ifivaov) - 
fivbpo^ ^eTaXui nóXu peiZIuiv. 

6 . (Tia/ivaov) -. 

XIX (91). Efestione, p. 72W.: "Oxav bè tò èq>0|yivtov ni\ jicxà orpocpfiv 
àXKà |Li€Tà jtCxov KériToi irepiXaimpavófievov dXXqi (Jrix}P% |i€aO|iviov xa- 

X€lTai TÒ iroiiifia, olóv èari tò irapà £air(pot * dt|ii bV| "Apn'i- 

(Gol Bergk credo si debban sopprimere nel passo d'Efestione le parole 
€ TÒ irodma >). Qaesto frammento d'epitalamio ci è pare dato da Demetrio 
Falereo, JDella elocuz,, GLXVllI, senza il mesinnio, ma in compenso 
colle parole dvòpò<; fieyàXou iroXXCp |i€Uuiv^ ^ 1. Tnioi: eoi. 
per *òi|iot in cai vece troviamo 6(|fo0. — dépp€T€: eoi. t= ddpcTC = at- 
p€T6. — > téKTOve^ dvbpcq: cfr. irotfiév€( dvòp€^ al flr, 34 b. di Alcmano e 
al fr. 94 B. di Saflfo stessa (troiimcvcO» — à. T|uif|voov: = T|Liévoiov = 
il dio Imeneo. È accasativo esclamativo retto da un verbo come ^Airui, 
ddòui simili, sottinteso. — 4. ydiiippo^: v. fr, IX, verso 5. — Ho 
tolto il verbo ^px€Tat (eìaépi%eta\ Demetrio), che potè benissimo essere una 
glossa di qualche grammatico. — dvòpo^ fi€YdXui iròXu ^éZwv : nota la bel- 
lezza di (juesta ^cTa^oXf) (v. Demetrio, 1. e.) colla quale pare che Sa£fo 
voglia spiegare il perchè, e ad un tempo scusarsi, delPavere ardito para- 

Sonare un uomo ad Ares. — )yi€ÌZuiv: Michelangeli, p. 101 : « L'Abrens 
, , 7, 4) sostiene che gli Eoli di Lesbo mantenevano la Z^ quando essa 
non proveniva da un ò, come in ndZxuv da ^crCuiv ; per contrario i loro 
più antichi poeti conservarono ab, se questo ah era originario come in 
Oabo^, o se la Z; degli altri dialetti proveniva da un h come in moltis- 
simi verbi in tiu ». 

Metro. — Due cosi detti esametri eolici (v. />. XVI d'Alceo) interrotti 
dopo la cesura kqtò TpóxuTov (vera nel primo esametro, apparente nel 
secondo) da un monometro giambico. Ho ristabilito due volte il mesinnio 
e tolto nel v. 4 il verbo, che del resto ha un'aria ben poco sincera, per 
ragion di simmetria. Del frammento furono date parecchie descrizioni 
metriche. Cfr. Bergk, p. 119, Smyth, pp. 33 e 248, e specialmente Miche- 
langeli, I, pp. 101-2. 

XX (99). 

- j. 

— ^-» v/ -t- v,/ L_ • \j 

"OXpic T^iiippe, croi ^xèv 
òfj TàMO<s, \h<; fipoo, 
éKTCTéXeai', ?xn? ^è 
ndpdevov, &v &pao. 

XX (99). Efestione, p. 57W.: Kal tò ex xopia^ipiKuùv éqpenmjicpiliv Tdiv 
€l<; Ti\y Ìa|yi3iKf)v KaTaxXdbo, i^ oùti?| iroitfiTpio (laTrqpdi) • " X p i € ktX. 



418 ANTOLOOIA DELLA MELIGA GRECA 

— 1. "OXpic: è r epiteto che si dà di regola agli sposi novelli. Gfr. 
Esiodo, /r. lì, Teocrito, 18, 16: v. anche Tubo di ÒXPiZIui in Euripide, 
Elena^ o40. — > yàyifQe: cfr. /V. IX, v. 5. — 2. dpSo: Smyth, p. 251: 
« sa ^pd», da àp&€ao se da dpdo^oi; da Apa0o ae da dpSfiai ». — 2. éxr\<^' 
eoi. per fx^K (cfr. Meister, I, § 43, 2). 

^ Metro. — Ferecrazi primi che le vecchie teorie dicono acataletti, con- 
siderandoli come composti di nn dattilo ciclico in prima sede e di due 
trochei nelle sedi seconda e terza. Secondo le nuove dottrine metriche 
invece il ferecrazio primo è una tetrapodia giambica, o un dimetro giam- 
bico che dir si voglia, catalettica, col coriambo al posto della prima di- 
podia, il che porta di coQflegoenza un'anaclasi nel primo piede. 

XXI (101). 

'0 nèv T^P KdXo5, SacTov Tòriv, rréXcrai (xdXo^)* 
ò òè K&TCtdo^ adTiKa ical xàXo^ loaejau 

XXI (iOl). Galeno, TTporpcirr- irpò<; t^oc cap. 8: 'AMavov o5v 
èariv, èirvttiKÓTa(; t^v |ièv tiZiv MCipoK^uiv i&pav toI^ i/^pivolc; dv6€(ni^ lot- 
Kulav, òXiTC^póvióv T£ ritv T^p^iiv ixovaay^ é«cnv€!v t€ tiP|v Aeopiav 
XéYOuaav *0 fjiév t^P xtX. ' i¥€Ì9ca6at bà koì ZóXtiyvt rify aÒTiP)v yvih 
lÀìiV évboKvuiiévqi. -^ 1. dvcov: osalo avverbialmente in sento limi- 
tativo. baoQv lbY\y^HtiQ* òoov tòcfv ècrri. — iréXcrm: =:=èati. — 2. &^' 
aerai: epioo. 

Metro. ^ V. fr, VI d'Alceo. 

XXIL 

-^ N? — Kjy^ — ^-» ^ A 

— G — wo J. %u \j A 

T60vàKTiv ò' àbóXu)^ 6éXu). 
à jyie ipiaÒGM^va KaTeXijATravev 

TTÓXXa Ktti TÓb* hin[é ^0l• 
" dil^' dì<; òeiva Tr6Tr[óv6a]|i6v, 
5 YdTrqp'* f\ judv O* d^KOia* diruXifburdvui „ • 

Tàv ò* ÈTUJ Tdò* à)Li€ipó)Liav 

laéjLivacy©** oTaGa yàp ix; <Te ireòriTTO^cv. 

al bè jLirj, àXXà Bé\w G^Xui 
10 òjyivaaai ...... 

. . . . Kal KdX* é7Td(TxojH€V. 



SAFFO 119 

ir[óXXoi^ fàp aT€(pd]vot^ tiuv 
Kal pp[óbu;v] dKivuj t* Cfioi 
Kai [^.] icap' l|Liot iiepeOrJKao, 

15 Kal ii[óXXai^ U7To]0ó)Liiba? 

7rXéK[Tai^ àficp* àjTiàXai bdpai 
àvGéuiv i^[apivu)v] TTcnormévaK • 

xaì TTÓXXuj[i GajidKi]^ |uiiipu)[i 
9p€vOeiuii p[aaiXTii]u}i 
20 èSaXeCipao Ka[XXiKOfiov Kdpa. 

XXII. Questo frammento ed il seguente furono pubblicati insieme con 
un terzo (che è però di ben minor estensione e valore) nei Sitzungiberr* 
deirAccademia delle Scienze di Berlino (20 febbraio 19(12) dallo Scbubart, 
che li rinvenne in un manoscritto pergamenaceo scritto in unciali da lui 
attribuiti al sec. Vl-Vll d. Cr., dai Blass invece creduti alquanto più re- 
centi. Dopo lo Scbubart si occuparono dei nuovi versi di Saffo in ispecie 
Th. Eeimach nfXWRevuedesétudesgrecques^ 1902, Janvier-Avril, pp: 60-70; 
P. SoLMSSN nel Rheinisches Museum^ LYll, 3, pp. 328-336; G. rB acca- 
boli nel Bollettino di filoL class.^ VII], maggio lv02; H. Jubenka nella 
Zeitschrift fùr die òsterreich, Gymnasien, 1902, 3, pp. 289-298 e 1903^ 
6, pp. 481-49Ì ; Fr. Blass nel Éermes, 1902, 3, pp. 456-479. — 11 seneo 
generale di questo primo frammento è chiaro; Saffo richiama alla memoria 
e narra la scena della partenza di una cara discepola od amica, che pò* 
trebbe anche essere stata Attide. 1 vv. 12 e sg. si possono ritenere tanto 
come appartenenti all'allocuzione di Saffo ali amica quanto come ricordi 
suscitati nella mente della poetessa dalla rievocazione dell' istante della 

Eartenza. Ma v*è discrepanza tra i filologi neirassegnere il orimo verso, 
o Scbubart crede che fosse detto dalla partente, e la sua iaea è condi- 
visa dai Solmsen, il quale trova assai bello e naturale che sia cosi: la 
partente, coli esuberanza che la gioventù mette in ogni cosa, vuol mo- 
rire al dividersi da Saffo: ma questa possiede già esperienza assai mag- 
giore della vita, sa che il dolor della separazione passerà ben presto, e 
quindi si contenta di chiedere al remica un ricordo, senza pretendere anzi 
nemmeno quello. Ma il Fraccaroli ed il Jurenka mettono il verso in 
bocca alla poetessa. Osserva assai giustamente il Fraccaroli che per tal 
modo resta «più esatto Talternarsi dei personaggi nel dialogo»: ancora 
egli confronta il v. 11 del terzo frammento, che « suona icaTOdviiv b' 
tjLtcpó^ TK... e questo concetto pare pronunciato da Saffo, poiché precede 
un clicov >. E noi ci accostiamo alla sua opinione. — 1. teGvàKiiv: 
cfr. fr, li, V. 12. — 2. tpioòo^éva: Esichio spiega ipicOM^v?)' xXaiouaa 
{ah lesb. per t: Kùhn.^, § 33, ab u. l), — KaT€Xi)yiiTavev: = KaTéX€iir€v. — 
8. KÒXXa: n. pi. in forza d'avv. con i|itaòojLiéva. — 4. òcTva ircnóv- 
6a^6v: cioè la separazione. — 5. Vdiiq)' : cfr fr. I, v. 15. — Per àwu- 
cfr. fr. \II d'Alceo, v. 6. — 8. )Lié|Livaoe': infinito con valore d'impe- 
rativo. — ircbfnroucv: eoi. = ^cOedrojyicv. >ji€eéiT€iv Tivd =at?cr cura di 
qualcuno, -^ Colla terza strofe il Fraccaroli paragona Orazio, Odi, ili, 
S7, 13-14 : Sis licei felix^ ubicumque mavis, | et memor nostri, Galatea^ 
vivas, — 9. 6éXu) QìXmì: cosi legge il Blass. Al i)Osto del primo BéXui 
nel ma. si trova, a detta delFillustre paleografo, prima una lettera che 



120 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

può essere stata un 6, poi uà e, poi una lacuna che lascia però ancora 
visibile a sinistra il principio di una lettera che lo Schubart giudicò un 
ui, il Blass invece piuttosto un X, a destra la fine di un*altra lettera la 
quale al Blass parve presentare uno spiccato carattere di uj e non di v 
(Schubart)- Lo Schubart lesse adunque 6€ujv, che corresse in 6€dv, a cui 
riferì un al[(;] ch'egli vide nel verso seguente (ó^vata*, at[(....)- Egli so- 
stenne poi che il concetto dei primi due versi di questa strofe quarta 
continuasse nel terzo e nelle strofe ulteriori, interpretando: « se l'amica 
si scordasse di SafR), si ricordi della dea e del grazioso culto che con Saffo 
le aveva prestato, dei fiori che aveva portato a Saffo per ornare il tempio, 
come dirà poi, ecc.» (Fraccaroli). Il Fraccaroli invece negò tale conti- 
nuazione di concetto, sicché intese Kal KdX* Itiàaxàyiey non nel senso di 
piaceri comuni che Saffo e V amica avrebbero provato nel culto della 
dea, ma in senso di plurale di maestà riferito a Saffo stessa, nel senso 
quindi di piaceri che Saffo aveva ricevuto^ in contraccambio di quelli 
da lei procurati alVamica, E nelle strofe seguenti il Fraccaroli non vide 
la descrizione di cerimonie religiose, ma di prove d^affetto date dalla 
partente a Saffo. La fine intuizione artistica del nostro critico lo 
na guidato un'altra volta ancora sulla retta vìa: la lezione del Blass con- 
ferma, in quanto v'ha di più sostanziale, le sue ipotesi. — * 10. ò|i- 
v&aai: eoi. = àva|uivf)aai. Del rimanente del verso il ms. non lascia scor- 
gere che un gruppo di lettere ipeai in fine, e poco prima un'altra lettera, 
che lo Schubart prese per un X e che al Blass pare fuor di dubbio un u. 
— 12. TtóXXoK;... arecpdvoK : accus. eoi. — 18. ^póhujv: cfr. fr. XIIL 
v. 2. — dKCvuj: gen. dor.-eol. Per il significato cfr. Ateneo, XV, 680 D: 
dK{vivoi. orécpavoC Tive^ KaXoOvTai odruii; of ÌK Tf)q dKivou toO (puToO 
irX€KÒ)ui€voi, e Blass, Hermes^ p. 469, dove si dice che di questa pianta 
parla anche Dioscoride, e che essa era simile al basilico. •— òjLiot : = 
ÓMoO, filmo. Gfr.C. /.G., 111,4737. -- 14. Io proporrei di riempire la la- 
cuna con [èvOpóaKuiv]. Cfr. Esichio: évOpuOKOv * Xdxoivov Kdptp òimoiov. 
(pép€i bè Kal dvOoq (fiaT€ etvai xal 3puiTÒv Kal arecpavuiTÓv. Anche il sem- 
plice [OpOoKUJv] (v. il frammento seguente, v. 11) potrebbe stare. •— 14. irc- 

p€Of||Kao: il Jurenka confronta /V. 78 b., v. 1 (TT6(pdvoi(; iTép6€ad*. — 

Le integrazioni dei vv. 15 e 16 sono date dal fr. 46 b. ^- 16. òiroOO- 

|uiiba<; • cfr. fr. X d*Alceo, v. 2. — 16 e 16. itóXXqk TrXéKTai?: accus. 

eoi. — 16. dirdXai: a ragione il Fraccaroli a sostegno della sua ipo- 
tesi che si trattasse qui di Saffo e non di Afrodite fondavasi su quest'ag- 
gettivo, che detto di una statua sarebbe assurdo, e adduceva poi Ateneo, 
XV, 674 D, ove, citandosi il fr. 46 b., si dice: èKdXouv òè Kal olq irepie- 
òéovTO TÒv Tpdxn^ov OTEqpdvouc; óiroèuimidba^. — dirdXai bépai: in tutto 
il frammento ho ascritto, invece di sottoscriverlo, il i, per consentaneità 
col V. 18, dove è necessario ascriverlo, perchè non si legge nel pa- 
piro. — 17. ^[aptvujvl: integr. del Blass, che confronta dvOeatv 
clapivotai di B, 89. Lo Schubart dava èp[dTU)v], ma il Blass dice che 
il p è più che incerto (mehr als unsicher) e che invece delPe egli ri- 
conobbe piuttosto la metà sinistra e la inferióre di un ri (naturalmente 
in scrittura unciale). — iT€tToriiLiévai(;: accus. eoi. — 18. Le integra- 
zioni son del Blass: manco a dirlo, OajutdKic; è affatto ipotetico. Invece di 
iroXu) nel ms. lo Schubart aveva letto iroXai^. — 19. È integrato col 
fr. 4'9 B. Per ppevOeCwi cfr. la glossa d'Esichio Ppeveivip- dveivit». — Al v. 20 
seguono ancora i principii di altri sette versi, troppo monchi per risarcirli 
con qualche probabilità di apporsi al vero. — Quante stofe mancassero a 
finire Tede non si può dire affatto, come, meno ancora, quante ne pre- 
cedessero al punto in cui comincia il frammento : m^ ben osserva il Frac- 
caroli che « non pare però andasse (la poesìa) molto in lungo, poiché il 



SAFFO 121 

frammento della seconda colonna appartiene ad un*altra (poesia) e non 
ne è certo il princìpio ». 

Metro. — Strofe di due trimetri e di un tetrametro tutti dattilici 
eolici aeataletti. Noi considerando, come al solito, collo Zambaldi, pag. 257, 
ì dattili eolici come logaedici, diremo dite tetrapodie ed una pentapodia^ 
tutte logaediche catalettiche, o, meglio ancora, due dimetri logaedici ca- 
talettici ed un trimetro logaedico brachicataletto. 

xxin. 



— s^^vy \J — \^ \J 



aè e^aio" iKéXav àpi- 

TviDTa, (Tai bè ^àXiax' Ixaxpe ^6XTTa[u 

vOv òè AiibaiOiv iiiTxpéneTax tuvai- 
Kcaaiv, uj? ttot' àeXiu; 
5 bùvTog d ppobobdKTuXog \if\yoL, 

TTÓvra Tieppéxoia* àcTTpa, q)do? b' èm- 
ax€i OdXaaaav in dXjyiupav 
Tcru)^ Kal iroXuavOé^oi^ dpoi3pai<;, 

d b* éepcTa xdXa K^x^xai, leOd- 
10 Xaiai bè Ppóba KàiiaXa 

OpucJKa Ka\ ineXiXojTO^ dvOe^iubri^. 

itóXXa bè CaqpoiTaicf, dydva^ èiri- 
^vdaOcia' "AiOibo?, Ifiépuii 
Xéirtav juioi qppéva Kapbia pdpiìxai. 

XXIII. Anche di questo frammento il concetto generale non presenta 
alcuna difficoltà: Sano ricorda la scolara ed amica Attide, la quale ora 
risplende per la sua maravigliosa bellezza fra le donne della Lidia, e 
tal ricordo (le; agita il cuore dal desiderio di rivederla. Manca però rac- 
cordo fra gli studiosi nel determinare chi sia la persona indicata col 
« aé » del primo verso e quale sia il soggetto di éxoxpe (ed in conse- 
guenza a chi si debba riferire la commozione descritta nella quinta strofe, 
potendosi al v. 14 leg^rere anche iroi invece che imoi). L* ipotesi più in- 
felice è quella del v. Wilamowitz (presso lo Schubart), il quale, leggendo 
collo Schubart aé Séaia' iKéXav àpi-|YvibTa Tflihc indXiOT* €xaiv€ MÓXira, 

Sensava che con queste parole Saffo si rivolgesse ad una comune amica 
i Attide e sua, forse ad Andromeda. Anche ad Andromeda si riferirebbe 
la strofe quinta. Se Andromeda potesse esser amica della nostra poetessa 
ce lo dicono il fr, VII ed il passo di Massimo Tirio quivi addotto in nota 



122 ANTOLOGIA DELLA MELICA ORICA 

al V. 3. Del resto, Andromeda od altra che foaee, una tena donna ò qui 
perfettamente inutile. 11 Fraccaroli colla solita genialità, dopo aver in* 
taito Bulla imperfetta lezione dello Schubart la leaàone vera, na spiegato 
che Saffo nella violenza del sentimento abbia qui diretto la parola ad 
Attide stessa, come se questa le fosse dinanzi, di sé parlando poi in terza 
I>ersona, il che, egli nota, « non è disforme dalla concitazione dramma- 
tica e passionata di questa poesia, come è usato anche da GatuUoi che 
è pur nel sentire e nel concepire per molti rispetti vicino a Saffo ». Io 
aggiungo anzi che nella stessa vita quotidiana, quando più ci vogliamo 
dimostrare affezionati ad alcuno, gli rivolgiamo la parola dicendogli di 
noi come di una terza persona. I genitori e i figli, i fratelli, gli amici, 
ma specialmente gli amanti, separandosi, non diranno di preferenza € ricor- 
dati di me, che ti voglio tanto bene, che penso sempre a te, ecc. », ma 
< ricordati del tuo amico, della tua arnica^ che ti vuole tanto bene ». 
Passando poi a dire della dimora di Attide in Lidia, la poetessa, che 
non se la figura più presente, ma lontana, ne parla di nuovo in terza 
persona. Nel v. 14 il Fraccaroli propende a leggere fioi, ed a proposito 
deirattribuire ad altri che a Safib 1 agitazione della strofe quinta, con- 
fronta molto opportunamente i vv. 4-d del fr. II, dove Saffo dice di se 
stessa Tó Moi M&v | Kopbiav èv aifficaiv èiTTÒaacv. La possibilità di leg- 
gere ^01 è stata riconosciuta dal Blass medesimo, quantunque paleogra- 
ficamente egli abbia creduto di vedere piuttosto un koi, e si può con- 
fortare anche col fatto che il copista del nostro manoscritto sembra 
avesse una certa disposizione a sostituire il ir al fi, come ad es. fece al 
V. 2 del frammento precedente, scrivendo KaxcXiTnravev per KaTeXijbmavcv. 
11 Blass, pur lodando neirinterpretazione del Fraccaroli Tesclusione del 
terzo inoportuno, vi trova troppe incongruenze (!) per accettarla e intende 
che Safifo nei vv. 1-2 rivolga il discorso a se stessa, e che il soggetto 
di ^X<xip€ sia Attide. Anche leggendo col Blass dpiYvibTo non so quanto, 
spiegando a questo modo, ci guadagni la modestia della poetessa, che. 




parole 

per vero nel ms. ci sono avanzi di tre versi prima di questo, ma non 
sono sufScienti per ricostituire meno che fantasticamente la lezione. Solo 
noto che nel primo pare certo il nome di Sardi, perchè vi si leggono 
le lettere apò e davanti alla il Blass trovò resti della parte inferiore 
del 0. — 1 e 2. àpiYvuixa: accus. sing. cono, con aé. — 3. atìi: 
anche in questo frammento, per la stessa ragion che nel precedente, ho 
ascritto e non sottoscritto Ti. — 3. éfnirpéircTai : finora non si cono- 
scevano esempi che dell'attivo. — 8 e 4. YuvofKcaoiv: da questa pa- 
rola s*inferi che Attide fosse andata sposa. — 4 e 5. àeXiui bOvro^: 
quindi, come ben nota il Blass, nel plenilunio, perchè appunto allora il 
sorger della luna coincide col tramontar del sole. — 6. ppofeobdKTu- 
Xo^: l'epiteto omerico di Eos è qui trasferito a Selene. — \xi\ya: è la lez. 
del papiro. Vi si volle sostituire ocXdvvo, con cui la forma metrica del 
V. 5 verrebbe ad essere perfettamente uguale a quella del terzo verso 
delle altre strofe: ma la sostituzione non è punto necessaria. -^ 6. iicpp^- 
Xoio*: = nel senso ad (iircpéxouoa: cfr. fr. 92 b. ir^ppoxoc = tiircipoxoc 
omer. — 6-7. éuioxei: si può interpretare sia, come transitivo (sogg. 
uf|vo, ogg. qpdo^) sia come intransitivo (sogg. q}doc. 11 Biase confronta 
Tucidide, I, 23 octopol èirl irActOTOv \iipo^ ff^ inìox^^)- — 8. tto- 
XuavS^jjoK dpoOpoK; : accus. eoi. Dopo dpoOpai<; il Blass per una ragione 
davvero tutt altro che poetica mette punto. Notisi quanto ciò tolga di 
bellezza alla descrizione. Ben diversamente il Fraccaroli, guidato dal suo 



SAFFO — BRINNA 123 

fine istnito cl*srti8ta : < Qui la rappresentazione eccede di molto il ter" 
tiwn comparatt<mi$; ma sta appunto in questa eccedenza la squisita bel- 
lezza di questa poesia. L'anima del poeta vive insieme alla natura e vive 
d^la vita della natura: nella notte chiara e laminosa della luna piena 
scende la rugiada quasi a fecondare le erbe ed i fiori ». — 9 e 10. tc- 
OdXaioi: eoi. <= T€6r)Xa<n. -* 10. ^póbo: cfr. /V. XIII, v. 2. — 
11. BpóOKo: Esichio: dYpm Xdxctva. — 13. iróXXa: cfr. framm. preced., 
V. 3. — 21o(po(Taio<a) : eoi. corrisp. a bta(|)otT<d<T(a). — 14. pdpv)Tai: 
eoi. «3 pap€tTm. Nel senso ò uguale alPattivo. 

Metro. — Il secondo verso della strofe è un gliconeo secondo (tranne 
il v. 4, che è nn gliconeo terzo), il terzo un fiilecio, e cioè un gliconeo 
secondo + ^^ figura v^ w. • -^, il primo è un verso finora sconosciuto, cosi 
composto: figura * w. w -^ 4. gliconeo secondo. Le vecchie teorie metriche 
considerano il gliconeo secondo (come già osservammo al /V. HI d'Alceo) 
una tetrapodia logaedica catalettica col primo piede irrazionale, meglio 
libero come la basi edica, e col dattilo ciclico nella seconda sede. Le 
nuove teorie invece lo scendono come una tetrapodia giambica, dimetro 
giambico che dir si voglia, col primo piede più libero ancora della basi 
eolica (cfr. Masqueray, § 260) e col secondo anaclastico. Il gliconeo terzo 
ha, secondo le vecchie dottrine, il dattilo ciclico nella terza sede, secondo 
le nuove il coriambo al posto della seconda dipodia, il che porta un*ana- 
clasi di più, e cioè nel terzo piede. Il falecio ha, conforme alle vecchie 
dottrine, lo schema -^vz-tv/w» J-yj J.s^ j.z (-i^^-tw^^-^vuL.^- alv. 5) 
invece di quello da noi dato in principio; il primo verso lo schema 

Ebinna. 

Erinna ebbe assai probabilmente i natali nell'isoletta di Telo situata 
a nord-ovest di Bodi. Stefano Bizantino per vero la fa nascere in Teno; 
in Snida ella è detta Tr|{a; altrove (Taziano, Adv, Graec, 33; Esichio 
(Suida); Eustazio, IL, II, p. 356 e sg.; Ant. Pai, VII, 710, IX, 190 (ti- 
toli)) la si indica come' oriunda di Lesbo; altri ancora le assegnano come 
patria Rodi. Ma Teno e Teo sono ioniche, *ed Erinna scrisse in dialetto 
dorico; onde son da vedere in questi due nomi errori di grafia, se pure 
il primo non venne sostituito a bella posta a Telo perchè in uno degli 
epigrammi di Erinna che ci restano essa rivolgesi ad una cara amica, 
la anale vien detta Trivio. La confusione fra Telo e Rodi non appar dif- 
ficile a chi pensi che, essendo le due isole assai vicine, probanumente 
ne* canti della poetessa si fece sovente menzione anche della maggiore, 
sicché questa potè venire scambiata per il luogo natale di lei. L indica- 
zione di Lesbo poi sembra dovuta a scambio fra la nostra Erinna ed 
QD^altra più recente^ alla quale neirOlimp. 95 lo scultore Naucide fece 
osa statua, e cui Eusebio pone neirOlimp. 107, a. 1. Esichio ci riferisce 
che Erinna fu amica di Saffo: di sifi&itta amicizia non sappiamo però 
altro. Si. volle vedere un accenno alla nostra poetessa nel /r. 77 di Safibi 
ma la lezione è quivi cosi disperata che mal se ne caverebbe una notizia 
anche soltanto probabile. Delle vicende di Erinna non sappiamo alcuna 
cosa se non che sembra ella sia morta in età di soli diciannove anni 
(Esichio (Suida) sotto "Hpivvo: Anf. Pai., VII, 11, 2, IX, 190. 4). 

Erinna scrisse epigrammi, di cui tre giunsero fino a noi, ed un poe^ 
metto 'HXoKdTT) in 300 esametri. De' tre epigrammi (frr, 4, 5, 6, del 
Bergk) due sono per una disgraziata fanciulla, Bauco, amica della poe- 
tessa, e morta poco avanti al di in cui dovea celebrare le nozze: nel 
primo (fr. 5 b.) si volle scorgere una imitazione di quello di Saffo a Ti^ 



124 ANTOLOGIA DILLA MBUGA ORBCA 

made(/r. 119b.)« L*altro epigramma tocca di un ritratto somigliantissimo 
che uà pittore fece ad una giovane di nome Agatarchide. La meazione 
di Prometeo che ricorre nel v. 1 ha fatto pensare al Flach che Tepi- 
gramma sia stato composto in Lesbo, nella quale isola, vicina a Lenno, 
Prometeo dovette avere un antico culto, come, a parer del Flach, dimostra 
fra Taltro anche Tessere stato il mito di Prometeo trattato da Saffo (cfr. 
/>. 145 B.). Si vede chiara nel dottissimo tedesco Tintenzione di confortare 
con qualche argomento la testimonianza di Esichio intomo airamicizia 
delle due poetesse, ma la sua induzione non poggia su basi molto solide. 
1 tre frammenti rimastici deir'HXaKdrn (cinaue versi in tutto, di cui 
quattro sono da noi riferiti) non ci dicono nulla sul contenuto del poe- 
metto. Se dobbiamo prestar fede ad uno deg[li epigrammi scritti su Brinna 
(Ant Pai., IX, 190, 5 e sg.), essa lagnavasi nell HXaKdTri che la madre 
la facesse lavorare colla rocca mentr'ella sentivasi chiamata a seguire 
le Muse. Anche questa però è troppo scarsa ed insufficiente notizia. Gli 
esametri di Brinna furono giudicati dagli antichi superiori a quelli di 
Saffo ed ug[uali a quelli di Omero: la grande poetessa lesbica l'avrebbe 
invece lasciata indietro nella melica. 



I (1). 

TToinmXe, vaiitaiaiv TTé|LiTTu)V itXóov cOttXoov IxOù, 
1To^7T€l3aal^ iTpù^vaOev èjiàv àbcTav éTafpav. 

I (1). Ateneo, VII, 283 D: Mvr||uovcO€i toiv iro|UTr(Xu)v Kai Ti»jiax(ba<; ... 
"Hpivvd T€ f^ ó iT€iToiriKdj<; tò €l<; aÙTf|v dvaq)epó)ui€vov iroiinuidTiov • 
TTo|biiiiX€ ktX. — 1. TTojairiXe: per Ateneo è il pesce sacro, per Op- 
piano è affine ad esso. 11 nome di ito|liitiXo; g;\ì venne dato bt& tò Ik 
iT€XdTou^ irpoiT^^iTEiv Tà? vaO^ lui? €l? Xi|uéva (Ateneo, 1. e). Cfr. Ovidio, 
Halieut., 100-101: Tuqtte, comes ratium tractique per aequora sulcù \ 
qui semper spumas sequeris, pompile, nitentes. Nota la paronomasia in 
iTo^iTiXc, iréibiiTUJv, iTO)uiiT€0aai(;. 

II (3). 

TouTÓOev eiq *Aibav Kcveà òiavrixeiai àxui| 

aiT^i ò* èv vcKueaar tò òè aKÓro^ fiacre Karéppei. 

II (3). Stobeo, Fiori/., GKVIll, 4: Elpf|vn<;. Il Meineke corresse *Hp(v- 
vr\^: la correz. venne accolta in generale. ^- 1. toutó6€v: dor. per 
aÒTóecv (cfr. toutóBe in Teocrito, 4, 10). — 'Aibav: non solo gli Eoli, 
ma anche i Dori qualche volta usarono attenuar lo spirito (cfr. Pezzi, 
Ir. gr. n. lon., § 11). — 2. vcKOeaai: dor. eoi. ep. =avéicuoi. — <jkó- 

T0(;: neutro. È maschile in Omero (t, 389) e in Eschilo; neutro in Epi- 
carmo e in Sofrone (/r. 90); maschile e neutro in Pindaro, Sofocle, Euri* 
pide e Platone; più spesso neutro che maschile in Tucidide e Senofonte. 
— KOTépp€i: transitivo. Molti verbi intransitivi componendosi con pre- 
posizioni possono divenir transitivi: cfr. ad es. KaTaiToX€|Uiéui, KaraKp&uj. 
Teocrito (I, 5) e Bione (I, 55) invece costruiscono il verbo xarappéui 
con i<; e l*accusativo. 



STESIGORO 125 

Stesicoro. 

Stesicoro nacque, secondo le testimonianze della maggior parte degli 
antichi scrittori (le quali incominciano con Platone, FedrOy p. 244A), in 
Imera, città di Sicilia fondata Tanno 648 a. Gr. da Joni Calcidesi di 
Zancle e da Dori di Siracusa. Altri però, ad es. Stefano Bizantino sotto 
MÓTQupo^, seguendo una notizia desunta da Erennio Filone di Biblo, gli 
assegna per patria Matauro nella Magna Grecia. In due maniere si tentò 
di togliere la discrepanza fra le diverse informazioni : o supponendo che 
il poeta sia nato in Imera e che più tardi la famiglia sua (od anche Ste-' 
aicoro solo) siasi trasferita a Matauro (e questa ò l'ipotesi del Welcker) ; 
oppure ammettendo, cosa più probabile, con 0. Mùller che gli antenati 
di Stesicoro abbiano per qualche tempo vissuto in Matauro, donde il 
padre di lui sarebbe poscia andato a stabilirsi in Imera, nella quale città 
il poeta avrebbe visto la luce. Una terza tradizione dice Stesicoro oriundo 
di TTaXXdvTiov in Arcadia: di qui avendo egli dovuto esulare, venne a 
porre dimora in Catana, ove dopo morte fu seppellito davanti ad una 
porta della città, porta a cui rimase in seguito il nome di lui. Chi abbia 
curiosità di sapere come tale tradizione sia stata spiegata consulti il 
Flach, p. 319. Sul tempo invece in cui il nostro poeta fiori non v*è in- 
certezza, anzi la precisione con cui se ne indica tanto Tepoca della na^ 
scita quanto quella della morte ci dimostra che siamo ormai giunti al-* 
Tetà in cui la storia prende il predominio sulla leggenda. ApoUodoro 
presso Esichio assegna per la nascita TOlimp. 37 e per la morte TOlimp. 56: 
fa seconda indicazione è confermata anche da Jeronimo. Il nome origi- 
nario del poeta non fu Stesicoro, che altro non significa se non < ordi^ 
natore di cori », ma Tisia, secondo che ne riferisce Esichio. Notisi come 
Tisia sia un nome eminentemente siciliano: esso riappare nella storia 
delle origini della retorica in Sicilia. Il padre di Stesicoro, stando alla 
fonte più autorevole, si sarebbe chiamato Euforbo: gli vengono però at- 
tribuiti anche i nomi di Eufemo, Euclide, ed altri ancora (cfr. Flach, 
p. 319 e n. 4). Accenniamo di volo alla leggenda che unisce il nostro 
poeta con Esiodo, facendone un figlio od un nipote (per la interpreta- 
zione di essa vedi Flach, p. 320 e nn. 1 e 2). Di Stesicoro si ricordano 
due fratelli, Ameristo, che fu un celebre matematico, ed Elianatte. le- 

fislatore. Delle vicende della vita di Stesicoro non sappiamo nulla. Non 
nemmeno certo se e quando egli siasi recato in Grecia, perchè il Marmo 
Pario, che ci dà la notizia, è qui troppo lunge dal vero, in quanto e am- 
mette resistenza di due poeti portanti il nome di Stesicoro e ne dice 
che il primo avrebbe viaggiato alla volta dell'Eliade nell'Olimp. 73, a. 3, 
il secondo neirOlimp. 102, a. 3. L'aneddoto che si legffe in Aristotele, 
Rety II, 20, circa Tammonimento che Stesicoro avrebbe dato a' suoi con^ 
cittadini di non mettersi nelle mani di Falaride, tiranno d'Agrigento, col 
raccontare loro l'apologo del cavallo, del cervo, e dell'uomo, mostra che 
il nostro poeta lasciò rama di uomo di grande autorità presso i contem- 
poranei. La cecità da cui sarebbe stato colpito per aver, nelle sue poesie, 
detto male di Elena, e di cui sarebbe guarito dopo d'aver fatto la ritrat^ 
tazione delle proprie calunniose espressioni, è una storiella inventata 
forse dalla comedia attica. È pure da credere una storiella eh' e' sia stato 
ucciso dal malandrino Icano. 

Le poesie di Stesicoro formavano ventisei libri e comprendevano in 
massima parte inni. All'inno furono recate dal nostro poeta profonde 
modificazioni. Con lui esso non celebrò più gli dei, ma di preferenza gli 
eroi del ciclo troiano che erano in modo speciale onorati nelle città della 



1% ANTOLOGIA DBLLA MELIGA GRECA 

Sicilia e della Magna Orecia, le quali amavano far risalire fino ad essi 
le proprie origini e volontieri univano la propria storia alla leggenda 
de* NoaTou Anche altri eroi furono cantati dairinno stesicoreo, purché 
il loro mito porgesse materia ad un ampio, epico svolgimento del carme, 
il quale, conservando con tale contenuto sempre la forma lirica ed es- 
sendo accompagnato dalla cetra, veniva così a costituire, secondo che 
ottimamente esprimevasi il Bergk, una vera epopea musicale. Uno degli 
inni di Stesicoro di cui abbiamo memoria. Te Orestia >, svolgevasi in due 
libri. Un* idea di ciò che dovette essere la poesia stesicorea, la cui per- 
dita è una delle più gravi nel campo della letteratura greca, la porge la 
maravi^liosa Pitia quarta di Pindaro. Di cosi importante produzione poe- 
tica noi non possediamo più che una cinquantina di linee in tutto (com- 
presi i frammenti d'indole diversa da quella degli inni) e tredici titoli, 
che sono *AB\a M TTcXiiiu ff^pomfvf^ KépPcpo^ K6kvo^ ZróXXa, £uo- 
8npdi, Eùpvbircra, 'EpupOXa, MXiou irépin^, 'EXéva, TTaJImsbki, Nóotoi. 
'OpcoTcia. Per la materia de' miti Stesiooro attinse indubbiamente ad 
Omero, ad Esiodo, a' Ciclici, ma bene spesso trovossi in disaccordo colle 
sue fonti. Egli fu il primo poeta ad aiterare i miti adattandoli al proprio 
sentimento, che non seinpre fu religioso come quello che spinse Pinaaro 
a fare altrettanto (cfr. òl, 1, 53 e sgg.). Gl'inni di Stesicoro erano can- 
tati da un coro imoM^ile: ma forse tale immobilità non è da int^pre- 
tare in senso proprio assoluto, e qualche solenne movimento fu talora 
permesso. 

Stesicoro compose anche de' peani, di quelli che si cantavano a tavola 
fitrà tò òcliTVOv (Ateneo, VI, p. 250 fì), ma di essi non sappiamo nulla. 
Maggiore attenzione meritano altri suoi carmi, la classificazione de' quali 
è incerta. Tobivé e KoXùxa (vedi le note al fr, IX di Anacreonte) si 
ritennero a ragione ^li antesignani del romanzo greco: sembra che alla 
loro stregua sia da giudicare l'altro racconto, svolto da Stesicoro secondo 
la testimonianza del grammatico Gratete presso Eliano, di un y&jap^ò^ 
il quale, avendo liberato un'aquila dalle ^ire d'un serpente, ebbe a sua 
volta salva la vita dall'aquila stessa. Eliano, dopo d'aver raccontato {Sior. 
var., X, 18) la storia di Dafni divenuto cieco per castigo dell'infedeltà 
alla ninfa che l'amava, nota come sifl^tta avventura abbia dato origine 
ai canti bucolici che hanno per soggetto la cecità di Dafni, e che Ste- 
siooro d'Imera fu il primo autore di tal sorta di carmi. Male s*interpre- 
terebbe però l'indicazione d' Eliano nel senso che il nostro poeta abbia 
composto bucoliche del genere di quelle di Teocrito: egli cantò in qualche 
luogo la leggenda di Dafni e venne così ad essere in certo modo il lon- 
tano antenato de' poeti bucolici. Ma che specie di componimenti poetici 
dovettero esser quelli che compresero narrazioni del genere delle accen- 
nate? Io credo che abbia ragione il Groiset nel giudicarli inni^ anch'essi. 
« Le poète qui avait eu l'idee de transporter dans l'hymDe l'epopèe hé- 
roique avait peut-étre fait un pas de plus et piace dans le méme cadre 
une sorte d'epopee romanesque et familière: c'était son Odyssèe après 
son Iliade » (11, p. 326). 

Lo stile di Stesicoro è di un'ampiezza che gli conferisce in generale 
un carattere di nobiltà, ma lo fa parere talvolta un pò* sovrabbondante. 
11 nostro poeta ama la frequenza degli epiteti; la qaal cosa se quasi 
sempre avvantaggia la magnificenza, è spesso a scapito della forza. È 
famoso il giudizio che sullo scrivere di Stesicoro diede Quintiliano, X, 
1, 62: Ste$ickorum quam sii ingenio validus, materiae quoque Oiten- 
dunt^ maxima bella et clarissimos canentem duces et epici carminis 
onera lyra sustinentem. Reddit enim personis in agendo simul loquen" 
doque debìtam dignitaiem oc, ti tenuisset modum^ videtur aemulari 



STISIGORO 127 

proximuM Eòmerum pohtisse, sed redundat ai^ìie effUnditur, qued, ut 
est reprehendendum, ita eopioé vitiutn est. Oli antichi onirono sovente 
i nomi di Stesieoro e <l*Omero. L'aatore del trattato ncpl 0t|rou< disse il 
nostro poeta ó^nP^KÓraTOVw Antipatro dì Sidone scrisse (Ant. Pai,, VII, 
75) che ranima di Omero passò in Stesieoro. E per verità ben si può 
dire che questi sia stato un Omero lirico, che ali*epico forse soltanto per 
mioor sobrietà riosci inferiore. 

La lingua di Stesieoro è una combinazione dì dorico e di epico, com- 
binazione che non è punto da attribuire ad influenza de* due dialetti par- 
Iati in Imera, ma che fu studiata dal poeta. Ad eccezione di rare forme 
il doriamo dì Stesieoro si può dire superficiale, e forse meglio si giudi- 
cherebbe la lingua di lui dicendo ch'essa è quella deirepopea con una 
leggera tinta di dorico datale perchè la poesia acquisti < Faccent mo- 
derne et lyrìque » (Croiset, li, p. 323). 

Particolarità metriche nelfuso stesicoreo se n'incontrano parecchie. 
NelFadoperare metri dattilici si servì a preferenza di versi più Innehi 
deiresametro. Sembra che in lui pel primo si trovi il metro che le veccnie 
teorie conoscono col nome di dattilo-epitrito. Forse qualche traccia ne 
appare fìk in poeti antecedenti: è certo ad ogni modo elisegli fu il primo 
a dargli un considerevole sviluppo. La triade, che vedemmo mdimen- 
talmente accennata in Alcmano, si svolge e si perfeziona in Stesieoro. 
Di armonìe egli adoperò di regola la dorica e qualche volta la frigia. 

Nell'antichità Stesieoro ebbe fama grande e durevole. Simonide lo citò 
insieme con Omero (fr, XIX, v. 4) : Euripide s'inspirò a lui specialmente 
nell'c Elena >: Polignoto nelle pitture che fece nella Lesene di Delfo 
rappresentò scene tolte dalla 'IXiou itépji^ stesicorea: nell'età della de- 
cadenza la tavola iliaca riprodusse la presa di Troia secondo il nostro 
poeta. L'inflnenza di lui sulla lirica corale fu immensa. Mi piace a questo 
proposito riferire qui le bellissime parole del Croiset: « Il luì enseigna 
là grandeur; il lui donna le soufflé épique, Tart de puiser la poesie à 
pleines mains dans le trésor des antiques légendes, et il mit entro les 
mains des Simonide et des Pindaro, par ses réformes métrìques et mu^ 
sicales, un instrument appropriò à la grandeur de leur inspiration » (II, 
p. 328). 

AGAA Eni nEAIAI. 

1(1). 

X ^ J. ^ J. ^ JL ^j y^ 

'Ep^eiaq <|)X6t€ov |yièv Sbwxe Ka\ "ApTatov, tùicéa réicva TTo- 

[bàpYO?, 
"Hpa òè — àv6ov Ka\ KiìWapov 

I (1). Questo frammento e ì due seguenti facevano parte di un coro 
intitolato S9Xa ètri TTeX^, in cui canta vansi i giuochi funebri celebrati 
in lolco da Acasto in onore del padre Pelia. Cfr. la rappresentazione che 
di essi giochi fu fatta, conforme al coro di Stesieoro, su di un vaso di 
Cere, nella collezione Monuift^. Inst^ X, 4. — U presente frammento ci 
è riferito in Etym. Magn.y 544, 54 : KùXXapo; ' liriro^ Kdaropoc;, irapà 
Tò KéXXeiv, ó raxO^- t.Tr\^ixQ^o<:, (èv xOp ireXioK; 4^9Xok cod. Sorb.) tòv 



128 ANTOLOGIA DELLA MBUCA ORBCA 

Mèv 'EpjLifìv bcòtuKévai 9110I 4>Xótcov xaX "Apiroxov diKÌa Téicva TTobdp- 
ipl^i "Hpav b' 'EE<iXi6ov xai KOXXapov. Salda a KuXXapo^ scrive : iTiia. 
q>r\a\ tòv 'Ep^fìv bebuiKévoi to1( AioaKoOpoi^ * 0X. kqI "A. Ui. t. TTobdp- 
Ya^ Kttl KOXXapov. E in Etym. Gud.^ 353, 22, leggiamo: lTT]a. èv to!^ 
éiciircXioK dOXoK (èirl UcUq, dOXoK corr. Sturz) tòv fjièv 'Ep)jif)v bebu)- 
xévat (pi^ol Totq AioaKÓpOK (pXój€ov koI éfpicaTOv, d). t. itobdpTT]<;« 'Hpav 
b* — 1. Tp^€(a^: forma ionico-epica. — OXó^cov: il Bergk vor- 
rebbe scrivere invece <t>XoTÌov, confrontando Quinto Smirneo, Postomer.,, 
Vili, 241-2 qpópcov bé \x\y (Ares) é<; \xòQov tniroi | ATOuiv xal <t>XÓTi0(;r 
KóvaPo(; b*èirl rotai Oó^o^ t€, e aggiungendo: « Nomen appellativum 
est q>XÓY€0( et q>XÓT€i0(; (hoc grammatici testantur), proprium 0XoTÌo<;, 
quod vulgo proparoxytonon fertur, sed paenultimam acuendam esse prae- 
cipiunt grammatici ». — 2« HdvOov correz. certa del Hemsterhuys 

dalla lez. deWEt. M, Per Xanto e Gillaro dati da Hera a' Dioscuri cfr. 

Probo a Yirg., Oearg.^ 1, 12 : « poetae tradunt ab eo (Neptuno) equum 

donatum Adrasto Ariona, et lunoni Xanthuni et Gyllarum, quos illa de* 
derit Castori et PoUuci ». Y. inoltre lo stesso ProDO, ibid,<, III, 89, ed i 
luoghi citati dal Michelangeli (III, 3), il quale confronta poi col nostro 
frammento, oltre ai due luoghi di Virgilio or ora anche da noi addotti, 
II., XVI, 148-154; XIX, 400; Ovidio, Jfc^., XII, 399-401 ; Valer. Fiacco, 
I, 426; Stazio, Teb.y VI, 327; Claudiano, De IV cons. Honor,, 557. 

Metro. — Ottapodia dattilica catalettica in duas syllabas. 



II (2). 

ZaaajbiiÒQ^ X<^v&pov t6 kqì èTKpibag, àXXa t€ iT€|Li]LiaTa koì 

[lnéXi x^wpóv. 

Il (2). Ateneo, IV, 172 D: TT€|Li|LidT(Uv bé irpOùróv <pr]ai ^vrmovcOoai 
TTavOaoiv lAeuKOt;, èv oU ircpl Tf\<; irap' AItuittioi^ dvGpwiroOuaia^ hir^ 
TCtrai, TfoXXà jnèv èiriGcTvai Xéyiuy iré|Li|LiaTa, iroXXà^ bè voaadba^ 6pv€i(;, 
irpOTépou ZxTioixópou f\ NpOKou èv "ABXoit; èTriTpaq)o^évoi^ €tpT]KÓTO^ 
q}ép€a6ai Tf) irapG^vip bitipa: Zaoafiibaq ktX. — l,aaa}xiba<^ : Aten., 
XIV, 646 F: ar\aapLÌh€(^' ìk luéXiToq xal arjod^uiv ir€(ppuYM^vu;v kqI èXaiou 
aq)aipo6ibfì Tréin^aTa. — x<^vbpov: il significato di questa parola è dubbio* 
Galeno, De fac. alim.^ 1, ne dice che il x<^vbpo(; apparteneva al genere 
dei frumenti: toO y^vou? tcùv irupOùv èaxiv ó xóvbpo^. Ateneo, III, 109C, 
riferisce che secondo Trifone Alessandrino il xovbpiTTi^ è una specie di 
pane che y^vctqi ... ex tijùv Zcidiv (spelta) • ìk top xpiOfi^ x<^vbpov }i^ 
YivcoGm. SulPautorità dì questi luoghi il Michelangeli (ÌII^ 6) propone 
d'intendere x<ivbpo<; = focaccia di spelta, — èYKpiboq: Aten., XIV, 645E: 
èYKpibet;* ir€|Li|LidTiov éipó^evov èv IXai'iu xal \xì.tòl toOto ^€XitoO|li€vov. 

— irèjLiMaTa: iré|u|Lia era in generale Trdv tò Tr€'iTTÓ|Li€vov, in particolare 
poi, come s*è potuto comprendere dagli addotti passi di Ateneo, focaccia, 

— X^wpóv: SI può intendere in due modi, biondo oppure fresco, secon- 
dochè si creda che l'aggettivo si riferisca qui al colore od alla qualità 
del miele. — Nel frammento, come appare dal primo luogo citato di 
Ateneo, assai, probabilmente si enumerano doni offerti ad una vergine 
vincitrice ne' giuochi funebri. 

Metro. — Lo stesso del frammento precedente. 



STESICORO 129 

HI (3). 

6puKTKuiv ^èv jaQ {t) 'A^q>làpaoq, aKOvri òè viKacrev Me* 

[XeoTpoq. 

Ili (3). Ateneo, IV, 172E: •Qn H tò iroifiua toOto Zniaixópou èaTiv, 
{Kavd)TOTO(; ^àpru^ ZtuurvibT)^ ó itoiiiTfi(;, 6^ ircpl toO McXcdTpou tòv 
Xóyov iToioO^evói; «piioiv *0c; boupl iràvrac; viKaoe véou^ bivdcvra 3a- 
Xibv 'Avaupov fjnsp iroXu3ÓTpuo<; éE MujXkoO - o5tui top *0^l^po^ H^^ 
Iraaixopoq àetae Xaoì^. *0 T^p T'n\aixopo<^ oOtui^ opi^Kev év tui irpo- 
Kci^évuj à0^aTl Toì^ 'ÀeXoiQ- GptbaKuiv ktX. — Dal frammentò I ab- 
biamo appreso che ai giochi funebri in onor di Pelia presero parte, tra 
gli altri, secondo Stesicoro, i Diosctiri: in questo si dice che v'interven- 
nero pure Amfiarao, il re indovino, che mal suo grado dovette andare 
alla guerra contro Tebe pel tradimento della consorte Enfile, e Meleagro, 
l'eroe etolo, l'uccisore del famoso cignale. V. la forma più antica della 
leggenda di Meleagro in I, vv. 529-99, e la più recente in Ovidio, Met.^ 
Vili, vv. 270 e sgg. Cfr. del resto, come al solito, il Lessico del Roscher. 

Metro. — Uguale a quello dei due frammenti precedenti. 

rHPYONHII. 

IV (5). 

' ( ' . ) 

-^ _ — Vy(-» — \^\^ — Vyvy — V^Vy ^ \^\y — ^ V I • I - •/ 



.^ — — vyv-' — 



axeòòv dvTiicépa^ KXeiva^ 'Epudeia^, 
TapT6(y<yoO TiOTaMoG irapà iraTà? àTreipovaq àptupopiloug, 
év kcuOm^ùvi nerpa^. 

IV (5). Questo frammento e i due seguenti provengono dairinno fì)- 
puovTii^ (v. la dissertaz. di E. von Leutsch Geryoneis in Ersch und 
Grubers Encykl. d. W. h. K.^ erste Section, LXll, pp. 209-17), ove il 
poeta narrava la decima ^Apollod., Il, 5, 10; Pedias., 25) delle fatiche 
d'Eracle, e cioè la conquista de' b'joi di Gerione. Era questi un mostro 
alato, fornito di tre corpi, sei mani e sei piedi, figlio di Crisaore, fra- 
tello gemello di Pegaso, e di Calliroe, figlia dell'Oceano (cfr. Teogon., 
vv. 2o7-94 e scoi, al v. 287), dimorante nell'isola Eritia, situata nell'e- 
stremo occidente: la sua mandra era guardata dal gigantesco pastore 
Eurìtione e dal cane bicipite Ortro, fratello di Cerbero. Sull'ancata di 
Kracle ad Eritia vi sono due tradizioai, più antica l'una, più recente 
Taltra: ma noi, lasciando per ora le minute distinzioni a chi si è occu- 
palo di proposito dell'argomento, 'liremo che Eracle, percorsa l'Africa 
settentrionale e giunto all'Oceano, vi rizzò due colonne che da lui poscia 
si appellarono: indi, teso l'arco contro Helios, ne ebbe l'aurea coppa 
nella quale passò all'isola di Gerione 'cfr. il fratiiniento di Ferecide in 
Aten., XI, 470G). Uccisi colà il pastoie, il cane, al il signore triforme, 
ne traghettò per mezzo della coppa di Helios, che snlito dop) restituì, 
i buoi sul continente, e per l'ibena, la Gallia, l'Italia, la ifioilia, la Grecia, 



130 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

li spinse a Tirinto. — Può darsi che Stesicoro abbia sentito nel suo inno 
r influenza di Pisandro Rodio (vissuto circa il 645 a. Gr.), epico autore 
di un'Eraclea, — Per le rappresentazioni del combattimento di Eracle 
con Gerione cfr. Roscher, I, 1630, 2203, e Baumeister, sotto Seracles. — 
Questo primo frammento ci è riferito da Strabone, 111, 148: *Eo{Kaai b* oi 
TiaXaiol KaX€tv tòv Botxiv Tapriiaaóv, rà hi fdhctpa Kal xà^ irpò(; aù- 
Ti'iv vifiaouq *EpOd€iav bióircp oOtw^ cliretv ùiroXa^pdvouai Zrriaixopov 
iT€pl ToO fTipuòvot; pouKÓXou, òiÓTi T^wriOcdi X € b ò V ktX. — 1. Per 
àvTi'iTépa<; ed àvriirépav cfr. Holsten, De Stesich, et Ihyc. dialecto etc.^ 
14. -> kX€ivA(;: « Nota nella prima sillaba T allungamento suppletorio 
jonico, cfr. la forma perfettamente dorica xXcvvà di Alcmane (fr. 23, 44, 
Bergk) e vedi Holsten, 17 e 63» (Michelangeli, III, 11). — Epu6€(a<;: 
il nome, come bene osserva lo Smyth, indica la terra toccata dai rossi 
raggi del sole che tramonta. Ma quale località indicasse non si può de- 
terminare con assoluta precisione- Strabone, come abbiam visto nelFad- 
dotto passo, dice che gli antichi chiamavan col nome di 'EpuOeia Cadice 
e le isole vicine ad essa: Plinio il Vecchio (Stor. Nat^ IV, 22) scrive 
che due isole v*erano in ipso capite Baeticae: la maggiore era la più 
lontana dal continente: la minore, compresa fra guesto e quella, appel- 
lavasi Eritia o Afrodisiade o Giunoniae. Che si trattasse di un'isola 
però sembra accertato: vedasi Tepiteto di irepippuTo^ che ad Eritia si 
dà in Teog., 290, Strabone, che la chiama vfìaoc; €Òba{|Uiuiv, e Stefano 
Bizantino, il quale, enumerando le città e le isole che ebbero il nome 
di *A(ppobioidq, dice: rpirri vf^ao<; i^ irpórepov 'EpùGeiot, n^Tati) '\^Y]pia<; 
Kal fabeipuiv. — , 2. TapriioooÓ: il Baetis^ dei Latini, Todierno Gtia- 
dal^uivir. — iraTa^*. cfr. xpoirat; in Alcm., fr. Vili, 5: abbreviazione 
dorica che il von Wilamowitz {Hermes, XIV, 169) non vuole ammettere 
in un poeta calcidese, sicché egli distribuisce in altro modo il fram- 
mento. — dpYupopiZou^: fiiroS Xetóiìcvov. Quanto alle miniere d'argento 
del Tartesso cfr. Aristotele, ircpl 6au^. ÒKCua., GXXXV, dove si dice 
che i primi Fenici che navigarono questo fiume, dopo d'aver permutato 
colle loro merci tanto argento che la nave ne fu carica, per poterne 
portar via ancora, si fabbricarono d'argento gli utensili e perfino le àn- 
core. — 3. èv Keu6ml»vi irérpat;: cfr. Inni om,^ 3, 229 iréxprit; èc; 
KEuG^OJva. — Il frammento significa adunque che Euritione nacque quasi 
di contro ad Eritia, in un antro, presso le estesissime sorgenti del Tar- 
tesso, sorgenti dalle radici d'argento. Quest'ultima parte s'accorda be- 
nissimo con quanto testifica Strabone poco prima dell'addotto passo, che 
cioè il monte da cui nasce il Beti vien detto Argenteo per le miniere 
d'argento che sono in esso. Quanto poi all'espressione axebòv àvTnrépo<; 
kXeivSc; 'Epudeiaq, come benissimo nota il Michelangeli, III, p. 14, essa 
« afferma soltanto che il monte, sui quale nacque Euritione e donde il 
Tartesso scaturisce, sorge quasi di rincontro ad Eritia, ma non dice che 
distanza corra da quella vetta all'isola, né confonde la sorgente con la 
foce del fiume > come parve al Bergk, il quale alla lez. vulg. del fram- 
mento osservava: « Haec verba manifestum vitium contras.erunt : nam 
incredibile, Stesichorum adeo situs locorum imperitum fuisse, ut fontem 
fluvii ibi collocaret, ubi in mare efFunditur » e trasponeva quindi « Tap- 
TTiaooO TTOxaiLioO ax^^àv .... *Epu9€ia(; *Ev kcuOilìuivi irérpac; irapà iraTà^ 
ktX. h. e. natus est Eurythion prope Tartessum fluvium (h. e. haud 
procul ab ostie) antro propter argenti metalla. lam iraYal non sunt fluvii, 
sed argenti... ». Quest ultima davvero brutta interpretazione del Bergk è 
confutata egregiamente dal Michelangeli, III, pp. 14-15. 

Metro. — Ettametri dattilici eolici, ossia ettapodie logaediche acata- 
lette 0, meglio, tetrametri logaedici brachicataletti. 



STESICORO 131 

V (7). 

* v^ V/ - v/^ J. s^^ ^y^y^ J. y^^ ^y^y^ J. A \ lL , a") 

iKÙcpiov bè Xapibv b67ra<; Ijujiieipov ib^ ipiXaTUVOv 
TTi* è7TiaxójLi€vo<;, TÓ ^d o\ TtapéGiiKc 0óXo<; Kcpdaa^. 

V(7). Ateneo, XI, 499 A : ZTiiaixopo; bè tò irapà <t)óXtM xCp Kevxauptp 
TTOT^ipiov aKÙirtpeiov (axucpiov PVL) òéiraq xaXet èv toip xCp aKU(po€iòéq' 
XéY€i b' ènl ToO 'HpaKX^ou; * ZkO<P€iov ktX. — 1. ZKÙqpiov: agg. 
dor. per uno aK0q>€Ov o aKÒcp€iov: non se ne conosce altro esempio. L*agg. 
è formato da OKuqpo^, pel quale, in origine vaso rustico (cfr. la citaz. da 
Ateneo al fr. IX d'Alcmano), vedi Guhl e Koner, I, p. 215. Lo OKuqpo^ 
è generalmente indicato come bicchiere d*Eracle (Roscher, I, 2914). — 
ijbq: airincirca. Nota il Michelangeli (III, 17) che questo è il più antico 
esempio della particella usata in tale significato. — TpiXdyuvov: fiiraS 
X€YÓ|Lievov: = di tre XdYuvoi. Del Xd^uvoc; (usato talora anche come 
femm., cfr. Aten., 1. e, D) dice Ateneo alia sez. B della pagina addotta: 
Xdtuvov bè iLiéTpou XéTOuaiv elvm 6vo|uia irapà to\<; "EXXriaiv, dx; xoòc; 
Kal kotuXti^. xwpctv b' aùxò KoxùXaq 'Axxixà^ bd)b€Ka. La KOxiHXri (anche 
KÓxuXo<;) conteneva a un dipresso un quarto abbondante del nostro litro. 

— 2. irf: poet. per ^irie. — èiriaxóiuievoq : portandoselo alle labbra^ 
non d'un fiato (Hermann): cfr. Platone, Fedone^ 117 G: èiriOxójuGvoc; 
èEéirie, Apoll. Rod., I, 472-3 fl koI èmaxó^cvo^ irXtìov béirac; àjuqpoxé- 
priaiv I it!v€ xci^^^^PH^ov Xapòv ju^Gu. — xó: relat. — pà oi: iato (Foi). 

— irapéBiiKc: cfr. I, 90 irapà he acpi xOei |ui€vo€iKéa batxa. — <t)óXo(;: 
Folo, Centauro che ospitò Eracle sul gruppo montagnoso Foloe posto fra 
l'Arcadia e 1* Elide. Dopo un lauto pasto Folo diede all'ospite a bere di 
un certo vino che eragli stato donato da Dioniso. Ma il profumo del 
vino attirò gli altri Centauri sparsi per il paese, i quali, chiedendo la 
loro porzione della divina bevanda, assalirono Teroe con tronchi d'albero 
e con macigni. Eracle, sebbene a grande stento, riusci a vincerli, parte 
uccidendone, parte inseguendone fino a Malea, dove si rifugiarono presso 
Ghirone, là cacciato dal Pelio per opera de' La pi ti. Per le rappresenta- 
zioni della lotta fra Eracle ed i Centauri vedi Roscher, I, 2193, II, 1040. 
Questa pugna è collegata generalmente colla caccia al cignale d' Eri- 
manto, ma Ateneo, 1. e, E, dice chiaro che il frammento è della fr]- 
puovTìlq di Stesicoro. 

Metro. — Un esametro dattilico eolico catalettico in duas syllabas, 
ossia esapodia logaedica acataletta (trimetro logaedico acataletto) ed un 
ettametro pure dattilico eolico catalettico in syllabam = ettapodia logae- 
dica catalettica = tetrametro logaedico brachicataletto. 



VI (10). 



J. y^ ^ ± SU yj ± SU ^ ± ^ y^ J. ^ yu J. Z 

J. \y su 'i- su \^ J. \j \j -L \j \u — — 

\U su — \u\J -L \u\J —susu ^ \j\u — — 

^ yu ^ suy^ JL su^:^ - ^su J- yyyy ^ suy^ -t A ( 1.1 . A") 

v/ VX — yu\u J. / \ \ I . ' \ / 

^ .^ su \^ -i'yj — -~\u^su\^ 



132 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

'AéXio<; ò' Tirepioviòaq òénaq èaKai^^aivev 
XpùcJeov, òqppa bi 'QKcavoio Ttepàaaq 
àcpiKTìG' Upa^ 7T0TÌ pévGea vuktò^ èpcjuvaq 
7T0TÌ inaiépa Koupibiav t' fiXoxov Tràiòdq t€ qpiXou^ • 
5 6 ò' èq SiXaoq ?Pa 

òàcpvaicJi KaiàaKiov uoaax naxq Aióq. 

VI (10). Ateneo, XI, 469 E: *'Oti bè koI ó "HXioc; ènl wottipiou òi€ko- 
jutiZcTO ènl Ti^v òOaiv Zxnaixopo^ ^èv o(Ituj<; q)r\aiy "AXioì; ktX. — 
1. Tn€piov{ba<; : nota ottimamente lo Smytb, p. 262, che secondo ogni 
probabilità Stesicoro. come i più de' poeti posteriori, seguì la tradizione 
esiodea che Helios sia figlio del Titano Iperione ( Tco^o»., vv. 371-4), la 
quale derivò dalTintendere Tirepiovibil^i come patronimico. Ma origina- 
riamente Iperione non fu il nome del padre di Helios, sibbene un nome 
di Helios stesso. In Omero (a, vv. 8 e 24) Iperione è Helios. In 'HéXio<; 
Tir€pioviòii<; (|lì, v. 176) quest'ultimo non è un patronimico, ma un equi- 
valente di Tircpiuiv. — òétrat;: la storia della coppa di Helios con molta 
verisimiglianza possiam credere che Stesicoro Tsibbia tratta da Pisandro 
Rodio. Infatti Ateneo, prima di citare il nostro frammento, avverte: TTei- 
aavòpo^ èv òcuTéptp 'HpaKX€Ìa<; tò béTra<; èv ijj biéuXeuGcv ó *HpaKXfì<; 
TÒv 'QK€avòv elvai jiév cpr\a\v 'HXiou ... Sempre secondo lo stesso Ateneo, 
pag. cit., della coppa di Helios fecero menzione anche Antimaco (tót€ 
bè xpvaéij^ tv béirai | 'HéXiov 'ITÓ^T^€U€v àTOKXu^évn *EpO0€ia), Eschilo 
in un frammento delle « Eliadi » che ci giunse molto corrotto (£v6' ini 
buofjiatc; I laou iraTpò<; 'HcpaiOTOTeuxè^ I béuaq, ktX.), Ferecide, del cui 
racconto circa il passaggio di Eracle ad Eritia Ateneo ci dà un sunto a 
p. 470 C e D. In Mimnermo (fr. 12 b.) non è un béTra<;, ma una iroXufi- 
paToq eùvn, I ttoikìXti 'HcpaiOTOu x^paiv èXriXa|Li€VTi | xpv<^oO Tiiuncvroq, 
ì)TTÓiTT€pO(;, che trasporta Helios dormente dalla regione delle Esperidi 
alla terra degli Etiopi. — 2. 'QKcavolo: forma jon.-epica. — 3. à(pi- 
KTi8*: lez. vulg. dei codd. Il Blomfield correggeva àq)iKoi6\ ma ben os- 
serva il Michelangeli, III, 21, che non è qui necessario alcun cambiamento 
potendo stare benissimo anche il cong. in una prop. finale retta da un 
tempo storico. — t6pcì(; : quest*epiteto è dato alla notte anche nel v. 7 del 
poc'anzi ricordato frammento delle «Eliadi» di Eschilo. — ttotì: dor. = 
TTpóq. — èp€|uivaq: èpejLivr) vukti in X, 606. — 4. jLiax^pa: «la Notte; 
Soph. Tradì, 94». (Smyth). — Koupibiav t' dXoxov: l'espressione è 
epica: lo Smyth richiama anche a Tirteo, fr, 8 (Hiller), v. 6. — iràibac; : 
per cagion metrica. — 5. ó ò': prenunzia irate; Aió^: uso epico. — 
dXaoq: forse quello degli Iperborei. — 6. ttoooC: « la lingua greca 

ama aggiungere ad un verbo di moto il dativo strum. della parte del 
corpo che si muove. Così p 27 ttooI irpopipdq, Z 599 OpéHaOKOv iróbeaai, 
Theocr. 8. 47 ^aivci Troaiv, 7. 153 iroool xop^Oaai, Hymn, 5. 57 tbov òq)6aX- 
|Lio!aiv, 6|U|uaai bepKÓjievo^ Ibyk. ii. 1, 6|Li|uaaiv pXéTiouaa Anakr. xxvii ». 
(Smyth, p. 2ò3). — irai^ Aió<;: Eraole. — Che il frammento sia della 
fìipuovni*; mi sembra lo provino a sufficenza le parole di Ateneo, XI, 
781 A : TÒV bè "HXiov ó ZxriaCxopoc; iroTripiiu biaTiXctv q>r\ai tòv *QK€a- 
vóv LJj Kal TÒV 'HpaxXéa ircpaiwe rivai èirl toc; fripuóvou póaq ópMu^vra. 
Esso riproduce V istante in cui Eracle si diparte da Helios, al quale ha 
stituito il béiiac;. — V. Eracle nella coppa di Helios rappresentato su di 
un vaso in Roscher, 1, 2204. 

Metro. — Il V. 1 è un esametro dattilico catalettico in duas sillabas, 



STESICORO 133 

il V, 2 un Tr€VTd|ui€Tpov KaraXriKTiKÒv de; òiaùXXaPov, tò KaXoOjuevov Ii|ui- 
|uii€iov (Efest., p. 23 W.), i vv. 3 e 4 corrispondono metricamente a quelli 
del frammento precedente, il v. 5 è un trimetro dattilico eolico catalet- 
tico in syllabam (ossia una tripodia logaedica catalettica o^ meglio, un 
dimetro logaedico brachicataletto), il v. 6 è un trimetro trocaico anaclastico 
nella prima e nella terza dipodia. Sicché si potrebbe considerare la strofe, 
se essa è intera, come composta di due periodi; il primo, comprendente 
i vv. 1-2, sarebbe dattilico, il secondo (vv. 3-6) logaedico chiuso da trochei. 



lAlOY nEPZII. 
VII (*18). 

"QiKTipe fàp auTÒv ubwp aieì 9opéovTa Aiò(; Koùpa Paai- 

[XeOaiv. 

VII (*8). Ateneo, 456F-457: 'AvqkoiliìZIovto^ b' aÙTolq (ci àXXoi kqI 
oi TTcpl TÒv Zi|LiujviÒT]v) TÒ Ciòuip òvou, 8v èKÓXouv 'Eueiòv olà TÒ )uiu6o- 
XoT€to6ai toOto bpclv èKctvov xal àvaTeTpdq}6ai èv TCp toO 'AiróXXujvoq 
i€pi?j TÒV TpujiKÒv |Li06ov, èv ilj ó 'Etteiòì; ùòpoqpope! Tot<; 'AjpcibaK, Ujq 
Kai ZTTiaixopó^ qpHCJiv • 'fì i k t e i p e ktX. V. anche Eustazio, 1323, 57, 
dove si legge però i3ÙKT€ip€ b* e Aiòq Koupoi<;. — aÙTÓv: Epeo, il fab- 
bricator del cavallo di legno (8, 493). — Aiò^ Koupa: il Suchfort e lo 
Schneidewin interpretano Elena, figlia di Zeus e di Leda, e propendono 
quindi a ritenere il frammento come appartenente all'inno da lei intito- 
lato^ ma in generale s'intende Atena, che aiutò Tartefìce greco nell'opera 
colossale (cfr. il citato luogo dell'Odissea e vedi Epeo rappresentato su di 
un vaso con Atena in Roscher, I, 1279), e il frammento si riferisce airinno 
'IXiou irépaiq, che fu la sorgente a cui attinse per questa parte del suo 
lavoro l'autore della Tabula Iliaca del Museo Capitolino rlXicu irépaiq 
KQTà ZTTiaixopov. -— Cfr. Jahn-Michaelis, Griechische Bilderchronihen, 
Bonn, 1873, pp. 32 e sgg., e le tavole A ed A* in fine del voi.). Proba- 
bilmente la prima menzione della venuta d'Enea in Italia fu fatta nella 
'I. ir. di Stesicoro. La lez. d'Eustazio, tenuta dallo Schweighàuser (Animaci., 
V, 593) e dal Michelangeli, verrebbe a costituire per ^aoiXeOaiv un epi- 
teto che richiama Tomerico &ioTp€(pr|(< 

Metro. — Sei ^éTpa kqt' èvónXiov cTòo^, di cui l'ultimo incompiuto o 
catalettico. 

EAENA. 
Vili (*26). 

>-^v^v^ .v./ — «m' — \^ \j .^ \^ \^ — — 

— v^ — — — vy— V-» —v^—A 



\J — \y ^ — V-» 
— «M» V-/ — '-'V 



134 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

OuveKa Tuvòdpeujg 

^éZujv TToiè Troiai 8€oi<; |Liia<; XaGei* ìimoòdipou 
KuTTpiòo^* K€iva Ò€, Tuvòópeu) KÓpai<; 
XoXuDcrajiiévri, òiTa|Liou<; le Kai TpiYà|Liou<; TiOriaiv 
5 Kai XiTreaàvopa^. 

Vili (*26). Lo scoliaste d' Euripide, Or.^ 249 : Zxnoixopóq qpnoiv, ub^ 
60iuv Totc; GcoTc; Tuvbdpeuj^ 'AcppoòiTii^ èireXàGeTO • biò òpTioSetaav ti^v ecòv 
òllfd^ou<; T€ Kai Tpiydiiuioix; kqÌ X€iHidvòpou<; aùroO xàq eu^arépa^ èiTo(r|- 
a€v • éx€i bè i^ X9f\o\^ oCJtujc; • v € k a ktX. — 2. iroxé : nella col- 
locazione di questo avverbio ho seguito il Bergk : alla lez. ^oOvaq invece, 
correz. del Bergk da |uióva( dei cod. A, ho preferito, come il Michelan- 
geli, quella dei codd. fìMl juiidc;, seguendo il Suchfort, il Blomfield, ecc., ecc. 
— ^TTioòibpou : non è necessaria per Tuso dorico la correz. iPjictoòiiipui del 
Bergk (Kùhn.^, §§ 108 e 109, 4), Questo appellativo è dato ad Ecuba in 
Z, §51. — 4. xoXwoafjiévri : lez. vulg. dei codd. Il Blomfield corresse 
XoXuiaaiiiéva, perchè a poca distanza, pur secondo la scrittura dei codd., 
si ha K€(va, ma ben osserva il Michelangeli (III, 29) che «anche altri 
esempi (oltre il nostro e quello del v. 2 del /r. 32 b.) di r\ jonico si hanno 
nella tradizione stesicorea: onde è temerario il sostituir da per tutto Va 
dorico ». — òiyd^ou^: allusione a Glitennestra e Timandra. — rpiYdinouq: 
Elena fu di Teseo (Paus., II, 22, 6), di Menelao e di Paride. È pure detta 
Tpidvwp in Licofr., Aless., 851. — Si è fatto dai filologi un gran dispu- 
tare intomo airinno a cui avrebbe appartenuto il presente frammento. Il 
Blomfield sostiene che tanto il vituperio quanto la palinodia d' Elena fa- 
cessero parte del medesimo carme, che forse fu la '\\iov Tcépaic; : questa è 
Topinione che restringe maggiormente il numero dei componimenti poetici 
di Stesicoro riferentisi in qualche modo alla figlia di Zeus e di Leda, ri- 
ducendoli ad uno solo. Il Kleine distinse la TTaXivtpòCa dal canto conte- 
nente il vituperio, che potè essere la *IXiou irépai^ : del nostro frammento 
tuttavia dubitò se sia da riferire alla MXiou irépaiq od alla 'Opcareia, 
contenendo esso anche il biasimo di Glitennestra. Il Bergk pose in sodo, 
valendosi delle testimonianze degli antichi scrittori, che Stesicoro in un 
carme speciale intitolato 'EXéva (e non per via d*incidenza in un inno che 
trattasse d'altro) vituperò Elena, ed a questo carme è da riferire il pre- 
sente frammento: in un altro poi (TTaXiviubia) il poeta fece la ritrattazione. 
Questi i punti essenzialissimi della questione: chi brami avere indicazioni 
più minute, le potrà trovare assai abbondanti in Bergk, IIM, pp. 214-15, 
e in Michelangeli, III, pp. 26-7. 

Metro. — Il metro è Kar* èvóirXiov eìòo^ (dattilo-epitriti). Il v. 1 è un 
dimetro catalettico (coriambo -\- ion. a min. catal.), il v. 2 è un tetrametro 
acataletto (ion. a mai. + dip. trocaica -\- coriambo -h ion. a min.), il v. 3 
è un trimetro catalettico (tre dip. troc. di cui l'ultima catal.), il v. 4 è 
un tetrametro acatal. (ion. a mai. (cfr. not. metr. al fr. Il d'Alceo) -|- cor. 
■\- ion. a mai. -\- dip. troc), il v. 5 non è compiuto. Notisi la sinizesi in 
e€oT(; al V. 2 e in Tuvbdpeuj al v. 3. 

IX (29). 



\j \^ ^ Kj ^ — \j 



— \J 



STESIGORO 135 

IToXXà )Lièv Kuòuivia fiaXa noTfppiTTTOuv itoti òiqppov SvaKxi, 

TToXXà òè jLiupmva qpijXXa 

Kttì ^oòivou^ (JTeqpdvou^ tuuv le Kopujviòa^ oCXa^. 

IX (29). Ateneo, III, 81 D : KuòujvIujv òè |ir)Xujv )ivr)|uioveOei Zrriaixopo^ 
kv 'EXévQoiiriu^' iroXXà ktX. — 1. Kuòidvia j^ótXa: v. Plinio, Stor. 
Nat.^ XV, 10, dove, dopo d'aver detto delle noci di pino, soggiunge: 
« His proxima amplitudine mala, quae vocamus cotonea, et Graeci cy- 
donia, ex Creta insula advecta ». La mela era sacra ad Afrodite e man- 
davasi in dono tra amanti. — itOT€pp(iTTouv : lez. vulg. conforme ai 
codd. PL, ristabilita dal Michelangeli. Sono perfettamente inutili tanto 
runa quanto Taltra delle due correzioni dello Schneidewin iroTéppiirrov 
e TroT€pp{iTTeuv, perchè il dialetto dorico non rifuggiva dalle forme con^ 
tratte e contraeva € + o non solo in €u, ma eziandio in ou (Kùhn.^, § 50, 
4). La prepos. iroT(i) è dor. per irpó^. — 3. Kopujv(òa(;: ÌEt. Magn. spiega 
Kopu}v(<; * €lbo^ OTcqjdvri? ircirXeYfiévri^ èE tou. — Quanto al contenuto del 
frammento cfr. Pind., Pit. 9, vv. 123-4 -rroXXà |uèv xetvoi òìkov | q)OXX* 
^iri xal 0T€q)dvou(;, Eurip., £c., 573-4 di juèv aÙToiv xfiv GavoOaav èK 
X€puiv I qpOXXoi^ ^paXXov. — Probabilmente il frammento fu tolto da quella 
parte dell'inno stesicoreo che descriveva le nozze di Elena con Menelao. 

Metro. — Kar' èvótrXiov elòoq. Nel secondo juérpov della terza linea è 
forse da portare a tre tempi la sillaba lunga vouq di arécpavouq piuttosto 
che supporre usata come lunga la prima sillaba di lujv. Del resto il verso 
si può anche spiegare come un òijUETpov irpoaoòiaKÓv raddoppiato. (Un altra 
spiegazione possibile starebbe nellammettere anaclasi fra il secondo juiérpov 
ed il terzo il quale verrebbe così a prendere la forma ^ ^v^ • l_). 



nAAINQIAIA. 
X (32). 

— m^ \^ y^ _\^V^_ \^ \J — 

'— ^vy_ — — _ — \^ \j — \j \j — — 

OuK lat' fTu|Lioq XÓYoq oijToq, oub' Ipaq 

èv vrìualv euaéX)ioiq, oùb' keo TrépTaiia Tpoia<5. 

X (32). Platone, Fedro, 243 A : "Eoti òè To!q àjuaptdvouai trcpl iliuGo- 
XoYiav KoBapiLiòq àpxatoq, 8v "Ojuripot; |Lièv oùk ^oGcto, ZTìiaixopo^ òé. 
Tiiiv Ycip òmudTUiv aT€pr|e€l(; òià ti'iv 'EX^vri^ KaxTiTopiav, oòk rjYvóndev, 
ùjaircp "OiLiripo^, àXX' (5it€ |liouoikÒ(; Cjv ^tvui ti^v alTiav xal Troie! €C>6ù^* 
ò X ktX. xal TTOifiaaq òì*j nSaav ti^v xaXou|aévr|v TraXivqiòiav TrapaxprJMa 
àvé3X€i|i€v. Cfr. inoltre Cicerone, Ad Att., IX, 12; Dionigi d'AIicarnasso, 
Ep. I ad Ammeo, 3; Massimo Tirio, Diss. 17, 1; Ateneo, XI, 505 B; 
Filostrato, Vita di Apollonio Tianeo, VI, 11. 1 numerosissimi luoghi poi 
di autori antichi che si riferiscono alla TTaXivipòia Stesicorea sono rac- 
colti dal Bergk, p. 219. — 1. Xóyo^ oì5to(;: Bergk, p. 218: « Hi... versus 
legebantur in exordio carminis nobilissimi, quod vulgo TTaXivqjòia voca- 
batur; sed consentaneum est, nonnulla praegressa esse. Poeta videtur 
orsus esse: dicunt Eelenam amore Alexandri captam Troiamque ah- 
ductam esse : haec retractaturus subiecit oiix (toT* éTUjbioq Xóyo^ oOto(; p . 
— 2. viiuoiv : vulg. dei codd. : la correz. vauaiv del Naeke non è ne- 



136 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

cessarla: cfr. n. al v. 1 del frammento precedente. Con ^paq èv v. €. lo 
Smyth confronta a, 211 ^pav KoiXi^c; évi vnuoiv. — - Trépyaiuia: senza la 
prep. Si noti l'uso del neutro plurale di nome comune che occorre in 
Stesicoro per la prima volta, per indicare una dKpóiroXiq in genere. Tale 
uso ha riscontro in Sofocle, Filott., vv. 353 e 611 xànì Tpoiqi irépTa^ia. 
In Omero invece i^ TTépYaiiioq, sing. femm. n. pr., è rdKpóiroXiq di Troia. 
Pindaro, 01. 8, .42 segue l'esempio omerico. — Per la TTaXiviubia vedi 
n. al fr. Vili. E indubbiamente da accettare la constatazione del Miche- 
langeli, III, pp. 34-5, che Stesicoro abbia narrato non solo che Paride ra- 
pisse d'Elena soltanto un simulacro (Plat., Rep., IX, 586, G; Dione Crisost., 
Or., 11, 162, A; Aristide, II, 72; Tzetze, Licofr., 113), ma che questo 
simulacro lo rapisse fino da Sparta (non condusse quindi seco la vera Elena 
fino in Egitto, dove Proteo gliel'avrebbe cambiata con un simulacro di 
lei : versione questa seguita dallo scoliaste d'Aristide). Ed è naturale che 
tale debba essere stata la versione Stesicorea, altrimenti Elena non avrebbe 
avuto piena riparazione. Vedi in Michelangeli, III, p. 35, l'esposizione 
delle cmque versioni sull'andata di Elena a Troia. 

Metro. — Kax* èvónXiov elboc;. 

OPEZTEIA. 

XI (*35). 

-v^.^- v^v^-v^ -v^^- V^W-A 



— V-» I • V-» L 



_ — V./-. V./vy__ _0'—«>^ 



.^ \^ \J —. \j \j ^ — — v^ — __ — v^—A 

MoOaa, aù )ièv 7ToXé|Liou(5 àTrujaa)iévTi luei* è)ioO 

ToO q)iXou xópeuaov, 

KXeiouaa Geojv t€ yÓ|liou^ àvòpdiv tc baìia^ 

Kai GaXiaq juaKcipcuv aoì t^P toiò* èE àpxn? jiéXei. 

XI (♦35). Sono i versi 775-80 della « Pace » d'Aristofane (ed. Bergk). 

Lo scoliaste alle prime quattro parole chiosa aOxTi òè irXoKn èaii 

Kal 2Xa9€v • ocpóbpa òè yXaqpupòv elprirai, Kai ^oti Zrriaixópeioc;. Lo 
scolio è guasto : il Bergk (pp. 220) lo aggiustò a modo suo. Quello però 
che dallo scolio, anche nello stato in cui è, si capisce indubbiamente, 
è che con MoOoa <jù juièv TroX6jLioU(; incomincia un intrecciamento 
(TTapaTrXoKì?! corregge il Bergk confrontando Ermog., Tucpi tÒ€Oùv, H, 
p. 362 e 8g.) di parole d'Aristofane con parole di Stesicoro. Fino a qual 
punto esso intrecciamento durava? Sembra almeno fino a uaKdpu)v, perchè 
a KXeiouoa e segg. lo scoliaste annota: òri aùvr^Beq f^v toK iraXaioK 
$b€iv 0€a)v re xal ì^pibuiv T<i^ouq. Quali poi siano le parole di Stesicoro 
non è più possibile determinare, onde ciascuno qui ha detto la sua. In- 
tanto la fine ool yàp t. è. à. \i. è stata espulsa dalla maggioranza degli 
editori, e la stessa sorte ha avuto il v. 2: il Hartung tolse via inoltre 
|U€t' èimoO nel v. 1 ed il Bergk dapprima tutto il v. 1 ad eccezione del 
principio MoOaa aO inèv, poi nell'ed. IV riammise |U€t' èinoO notando però 
che devesi scrivere èineO. Non potendosi giungere più ormai con qualche 
probabilità al vero, noi preferiamo col Kleine, con lo Schneidewin, e col 



STESICORO 137 

Michelangeli, dare intero il passo quale trovasi in Aristofane, pur senza 
voler affermare che appartenga tutto al poeta imerese. — 1. MoOoa: 
ci si aspetterebbe Mofoa (Pind.) o Mutiaa. Si noti anche la forma del 
participio KXciouaa. — diruiaaiLiévTi : non è necessaria la correzione àiru;- 
aaiiéva (Grusius, Smyth); cfr. fr. Vili, v. 4, n. — ènoO: quanto alla 
correzione del Bergk èineO osserva assai a proposito il Michelangeli : « se 
nella tradizione dorica si ha il gen. k\xioc^ e la sua duplice contrazione 
è|uioO^ ed è|Li€0^, se si hanno le forme enclitiche jlioO e jueO, per ragion 
di analogìa accanto alla forma èfieO, della quale ci pervennero esempi, 
deve riconoscersi non impossibile la forma èjLioO, che perciò io qui con- 
servo, anche perchè non si può giurare che tutte le parole del frammento 
siano di Stesicoro ». — Il Bergk, il Hartung, il Pomtow riferirono il fram- 
mento alla «Orestia » (nella quale Stesicoro seguì o l'epopea ciclica o forse 
il lirico Xanto (cfr. Ateneo, XII, 512 F)), di cui sarebbe stato l'esordio. 
Gli argomenti per dimostrare questa provenienza si desumono dalla ugua- 
glianza del metro con quello del fr. 37 b. appartenente alla « Orestia » 
secondo ràfifermazione dello scoliaste d'Aristofane, dall'accordo del con- 
tenuto de' due luoghi, e dal fatto che il nostro frammento è, a breve di- 
stanza dal fr. 37 b., dallo stesso scoliaste atttribuito ad uno stesso poeta. 

Metro. — Kax' èvótrXiov €lboq. Per la forma v^ v^ - v^ del secondo pérpov 
del V. 1 vedi le spiegazioni date in nota al fr. IX. Notisi la sinizesi in 
6€0liv al V. 3. 

XII (*36). 

"Oiav fìpoq ùjpa KcXaò^ x^^i^uf^v. 

XII (*36). Aristofane ai vv. 800-1 della «Pace»: òxav rjpivà jièv 
(puivfj x^Xi^^v I é^ofutévri KcXaòf). Lo scoliaste alle prime due parole chiosa: 
Kal aOTTì irXoKf^ (TrapaTrXoKi^ corr. Bergk) ZxTidixópcioc; * qprial yàp oOtuj<; • 
ÒTttv ktX. — KcXabfj: il Mucke {De dialecL Stesich., Ibyci, ecc. ecc., 
37-8) vorrebbe leggere con sinizesi KeXaò^f) secondo Tuso epico, non tro- 
vandosi nei poeti corali altro esempio sicuro della contrazione di -eri in r|. 
— Il frammento fu attribuito alla «Orestia» sulla scorta de' medesimi 
argomenti che il precedente. 

Metro. — Kax' èvóirXiov €Tòoq (anaclasi fra il primo ed il secondo 
M^Tpov). 

XIII (37). 

Toiàòe XP^ XapiTuJv òaino) fiata KaXXiKÓ|Liujv 

ù^v€lv OpuYiov )ié\oq èHeupóvra^ dppujq fipoq è7T€pxo)iévou. 

XIII (37). Aristofane, Pace, vv. 797 e segg. : Toidbe XP^ Xapixuiv òa- 
pLibyxara KaXXiKÓjLiuiv | tòv ao<pòv ttoiiiti^v | ó|uv€iv, òxav... (v. frammento 
precedente). Lo scoliaste alle prime tre parole dichiara: "Bari bé irapà 
Tè ZTT^aixópou Ik Tf\(; 'OpeOTCìaq* Toidòe ktX. — 1. XapÌTu>v: lo 
Smyth confronta Pind., 0/., 9, 27-S XapiTUiv véjuoibioi Karrov • | KCtvai yàp 



138 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

dbiraaav rà répnv\ — ba)Li(b|LiaTa: Esicbio spiega irairvia, ma lo scoi. 
d'Aristofane, 1. e, ha: baiLiUiMaTO bè briiuioaii^i (|i6ó^eva. Ottima Tinterpre- 
tazione del Michelangeli « canti di eroico argomento composti da poeti 
d'arte ed eseguiti con pubblici cori ». — 2. <t>pOYiov inéXo^: V armonia 
frigia era «appassionata e piena d'entusiasmo». (Zambaldi, p. 657). — 
àppu)q: lagg. à3pó^ è specialmente ionico (ma non omerico): è usato 
però anche da Safiò (es. fr. 60 b. AcOTé vuv d3pat XdpiTC^ KaXXiKoiioi 
T€ Motaai). — f\poc, èpxoinévou: lo Smyth richiama al fr. 45 b. d'Alceo, 
V. 1 *Hpo(; àve€|uÓ€VTo^ èirdiov èpxojuévoio. 

Metro. — Kar' èvótrXiov €lbo(;. 

XIV (42). 

— v«« v^ — <^ ^^ I I • — \> v^ — «^ W — A 

Tqi bè òpàKuiv èbÓKTiaev iiioXeiv Kcipa pePpoTOjjLiévo^ fiKpov 
èK ò* apa ToO paaiXeùq TTXeiaOevibaq ècpàvri. 

XIV (42). Plutarco, De sera numin. vind., e. 10: UjaT€ irpò<; xà x^vó- 
)U€va Kaì irpòc; ttìv àXfi0€iav àiroTrXàTTCoeai tò rnq KXuxainvfjOTpa^ 
èvuTTviov TÒv ZTTiai'xopov, oÙTUJoi TTUji; XéyovTa* T^ bè ktX. — 1. T^: 
Glitennestra. t^ è qui pron. dimostr. come nel v. 2 toO. — Il frammento, 
sebbene ce ne manchi una testimonianza diretta, fece parte senza dubbio 
della « Orestia ». Esso non è interpretato in un'unica maniera. Alcuni 
(ad es. lo Schneidewin) intendono che si accenni qui ad Oreste, chiamato 
mirpoqpóvrric; bpdKwv da Eurip., Or., vv. 479 e 1424 (ed. Nauck — cfr. 
Eschilo, Coef, vv. 527 e 533, dove si dice che a Glitennestra parve in 
sogno di T€K€Tv bpdKovT*, il quale, posto da lei al petto, succhiò èv fà- 
Xqkti Bpóp^ov al'iLiaToq), e detto poi re Plistenide a quella guisa che Aga- 
mennone viene appellato TTeXonibìì? e TavTaXCbii^. Ma io credo più pro- 
babile l'altra opinione, più generalmente seguita, secondo la quale si 
tratta di Agamennone, ucciso con un fendente di scure che ^li spaccò il 
cranio (axitouoi xdpa qpoiviip TreXéKCi Sof., Eleit., v. 99), e indicato col 
patronimico di Plistenide, perchè, conforme ad una versione seguita da 
Esiodo, egli ebbe per padre Plistene, figliuolo di Atreo. 

Metro. — Kax' èvóirXiov eìboq. 

PAAINA. 

XV (44). 

*'Ay€, MoOaa XiTCì', àpEov àoiòa^ èpaTcuvu)iou 
Za|Liiujv 7T€p\ TTaibujv èpaioi q)0eTTO|Liéva Xùpqi. 

XV (44). Strabene, Vili, p. 347: if] Pabivi\ bé, fjv iTiioixopo^ iroiijaai 
boK€ì, fjc; dpxn* "A Te ktX., èvreOSev (cioè di Samo nella Trifilia) Xéfei toò^ 
iratbac; {seti. Radine e Leontico). Proseguendo Strabone narra la pietosa 
storia de' due infelici amanti: èKboeeioov yàp ti^v 'Pabivì?|v €l<; Kópiveov 
Tupdvviu q)ìialv (scil. Stesicoro) èK xfic; Zd^ou iiXcOaoi irvéovroq Zc- 
(pupou , où briTTOuBev Tf\(; 'Iujvikìì<; Zàjuou* tuj b' aÒTip àv^iiiij xal 
dpXi6éuipov €l<; AeXtpoùq tòv dbeXqpòv aùrfìc; èXeeW* xal tòv dveipiòv 



STESICORO 139 

èpwvxa aÙTfi<; dpiuaTi €l^ KópivOov èHopiiifìaai irap' aÙTfiv • 6 T€ TÙpavvoc; 
KTciva^ àix(porépov<; fipiuaTi àtroiTéiuTrci xà aibiuara, ^CTayvoù^ V àva- 
KaXct xal GdtTrTCt. Pausania invece, VII, 5, 13, riferisce la storia alla Samo 
jonica, e narra che Za|u(oi<;... xarà tt^v ó&òv tt^v è<; tò 'Hpatov tò 'Pa- 
ò{vY}(; xal AeovTixou juvfiiuid èaxi, xai toT<; ùttò ?pu*TO(; dviujiiiévoK; cCxcaGai 
Kaeéaxrixcv loOoiv èirl tò luvn^a. — 1^ MoCaa: cfr. fr. XI, v. 1, n. 
— XÌY€i*: cfr. Terpandro, fr. VI, v. 1, n. — épaTuivO^ou: di (questo vo- 
cabolo non si conosceva altro esempio prima della scoperta di Bacchi- 
lide: ora se ne incontra uno anche nel v. 31 del carme 16(17) del risorto 
poeta di Geo. 

Metro. — Due asclepiadei maggiori (v. fr. XI d'Alceo). 



E= AAHAQN EIAQN. 
XVI (49). 

KoiXujvuxuiv 17T7TCUV TTpuTttVK;, (TTocJeibàv). 

XVI (49). Lo scoliaste a Z, 507 : ZrTiaixopot; xoiXuivùxwv I'tiitujv TupO- 
Taviv TÒv TToaeiòujvd cpriaiv. Dato il metro (xar* èvoirXiov cTòoq) ed il 
contenuto del frammento, si potrebbe congetturare ch*esso appartenesse 
alla MXiou irépoi^. 



XVII (50). 



\^ K^ —. \^ — \^ 



_ \^ vy — \J ^ » 1_ _ «^ _ — 

ILidXa Toi jLiaXicTra 
iraiTlnoauvaq qpiXei )ioXtrdq t* 'AtróXXiwv 
Kobea òè aTovaxci<; t 'Aiba^ IXaxev. 

XVII (50). Plutarco, De EL ap. Delph., e. 21: Kai irpÓTepot; Iti toO- 
Tou ó ZTiiaixopo(; • MdXa xtX. — 1. fiàXa toi iiiàXiaTa: è la vulg. 
dei codd. ristabilita dal Michelangeli, il quale la difende ottimamente in 
III, p. 46 jidXa Toi è semplicemente locuzione asseverativa che significa 
certamente. — 2. iraiTiLiocJuvaq : afferma il Michelangeli che non si 
conosce altro esempio di questo vocabolo. — 3. KÌ\bea : non è neces- 
saria la correz. xdòea dello Schneidewin : cfr. fr. Vili, v. 4, n. — Col 
Pensiero di questo luogo di Stesicoro lo Smyth confronta Saffo, fr, 136 b., 
latone, Leggi, 947 B, Eschilo, Sette, 868, e fr. 161, Sofocle, Ed. Re, 30, 
Ed. Col, 1221, Euripide, Elett., 142, If Taur., 184, Callimaco, 2, 20. — 
11 frammento fece pensare al Bergk che Stesicoro possa aver partecipato 
alle gare musicali di Delfo, che furono novamente organizzate durante 
la vita di lui. (Cfr. Bergk, Gr. Lit., 11, p. 289, n. 55). 

Metro, — Kot' èvóirXiov clòoc. 



140 ANTOLOGIA DILLA MELICA GRECA 

XVIII (51). 

'AieXécTTaTa t^p Kai àinrjxctva toù^ Gavóviaq 
KXaieiv. 

XVIII (51). Stobeo, Fiorii, CXXIV 15* iTnmxópou- 'AreXéara-^a 
ktX. — 1. djufixciva: ristabilito dal Michelangeli secondo i codd. Il 
Blomfield correggeva àiadxava. — Per il concetto cfr. Sem., fr, 2 ToO 
ILièv OavóvToq oùk flv èveu^olM€9a, 1 el ti q)povot|U€v, irXeìov t^fiépìi^; mfì<;- 
V. anche Archil., fr. 9 (Hiller). 

Metro. »- Il primo verso è una esapodia logaedica col {)rimo piede li- 
bero come la così detta basi eolica e con tre dattili ciclici nelle sedi 2', 
3", e 4». Del secondo ci rimane troppo poco per occuparcene. 

XIX (52). 
©avóvTO^ àvòpò(; iraa' ànoXeiTreTai àvGpuuiruJV x^tpK. 

XIX (52). Stobeo, Fiorii., GXXVI 5: ZxTjaixópou • 0avóvTO(; ktX. 
— Con lo Smyth richiamo al fr. 59 (Hiller) d'Archiloco Oìjtic, aìboloc, 
M€T* dOTiJJv oùòè Tr€p((pii|no<; 9avdiv | Y^TveTai* xàpw òè iiaXXov toO ZooO 
òiU)KO|uev I o( looi' KdKiara 6* aUl tCIj 0avóvTi ^lYvcTai, e a Sof., Ai., 
vv. 1260-7 <pfeO • ToO 9avóvT0<; dbc; raxetd tk; PpoTotq | x^P^^ òiappeì. 

Metro. — Kax' èvónXiov elboq. 



Ibico. 

Ibico nacque in Reggio, città della Magna Grecia fondata da Joni e 
da Dori. Tucidide (VI, 43, 79) ne chiama Calcidesi gli abitanti, ma sotto 
il reggimento di Anassilao (500-470) Reggio fu più dorica che jonica. 
Antiche inscrizioni della città mostrano un elemento non dorico. Se il 
poeta abbia appartenuto a gente dorica o jonica o se sia stato di sangue 
misto non ci è noto. Nell'epigramma sui nove lirici gli viene assegnata 
(in maniera dubbia però) un'altra patria, Messana. La confusione si spiega 
abbastanza facilmente: nelle sue peregrinazioni Ibico con molta proba- 
bilità fece una lunga dimora nella vicina città sicula, ond'essa potè venir 
da taluni scambiata pel luogo de' natali di lui. Nel medesimo epigramma 
si cita anche del padre del poeta un nome che non si ricorda altrove, 
Eelida. Sembra invece che il nome vero sia stato Fitio (Ouxiotì- Esichio 
(Suida) rammenta pure che secondo alcuni Ibico fu figlio dello storiografo 
Polizelo, secondo altri di un tale Kerdas. La prima notizia non può 
avere fondo di verità perchè di nessuno storiografo antecedente ad 
Ibico si ha memoria : la seconda evidentemente è una satirica invenzione, 
poiché ognuno scorge tosto il rapporto intimo che corre fra Kerdas e 
KépÒoq lucro. Per il tempo in cui il nostro poeta sarebbe fiorito non ab- 
biamo se non la indicazione che nell'Olimp. 54 (564-560) egli fu invitato 
a Samo dal padre (nonno?) di Policrate. Ora poiché, secondo ogni veri- 
simiglianza, a Samo e' fu chiamato per essere maestro al giovanetto Po- 
licrate, e' dovea a queir epoca già avere varcato il limite della prima 



IBICO 141 

giovinezza ed essersi procacciato non piccola fama : d'altra parte, siccome 
lo troviamo poi alla corte di Policrate, il quale regnò dal 532 (o 530) al 
523 (o 522), cioè da trenta a guarani' anni dopo, così è quasi certo 
che neirOlimp. 54 non avesse raggiunto ancora il periodo della piena 
àK\xif\. Pare quindi abbastanza a proposito il dare ad Ibico circa il 560 
una trentina d'anni o poco oltre (Flach). Più forse prima di recarsi 
a Samo che dopo sembra che il nostro poeta abbia condotto una vita gi- 
rovaga, del genere di quella de' rapsodi, ed abbia visitato in ispecie le 
città della Sicilia. Imerio, Or. 22, 5, narra la storiella che, andando egli 
da Catana ad Imera, cadde dal carro e si ruppe un braccio, pel che 
e' fece della propria lira un'offerta ad Apollo. In Imera Ibico potè cono- 
scere Stesicoro. Mori in età avanzata (vedi /r. II). Intorno alla sua morte 
giunse fino a noi la seguente fiaba. Un di egli senza compagnia alcuna 
facea cammino su di una spiaggia deserta, ove poc'anzi era disceso da 
una nave, quando all'improvviso fu assalito da predatori che, per rubargli 
Taver suo, lo uccisero. Mentre stava per spirare, passogli sopra il capo 
un volo di gru; egli allora raccomandossi a quelle che fossero le sue 
vendicatrici. Poco dopo, trovandosi i malandrini nella città vicina, uno di 
loro, viste a caso alcune gru, esclamò: lòé, al 'Ì^Okou ^kòikoi. Le quali 
parole intese dagli astanti condussero all'arresto degli assassini ed alla 
scoperta del delitto. Come teatro di questa leggenda si adducono di pre- 
ferenza le vicinanze di Corinto e Corinto stessa: le indicazioni della lo- 
calità sono però varie. La storiella evidentemente è di origine tarda, perchè 
non se ne trova menzione in alcuno de' poeti contemporanei o di non 
molto posteriori ad Ibico, né in Platone, a cui secondo ogni probabilità 
non sarebbe sfuggita, ed il primo che ne tocchi è Antipatro Sidonio, 
400 anni circa dopo la morte d'ibico. Essa nacque senza dubbio a) dalla 
supposizione che i poeti viaggiassero soli, senza mezzo di difesa, portando 
seco il frutto dell'arte loro b) da un altro elemento diverso secondo lopi- 
nione di vari filologi. Il Welcker {Kleine Schrip., 1, 100 e sgg.) pensò 
ch'esso fosse la credenza popolare in una giustizia, diciamo, poetica, i 
cui strumenti fossero gli uccelli, gli abitatori dell'aria, ove regna la luce 
del sole che scopre le cose occulte. Ma il Flach osservò a ragione che, 
dato lo spirito dell'età in cui pare che la leggenda sia sorta, sinatta spie- 
gazione non regge. Ed egli credette piuttosto all'opera di un retore o di 
un grammatico appassionato di etimologia, che avrebbe congiunto il nome 
del poeta con IpuH preso come equivalente di ^épavo^. La città di Reggio 
mostrava un cenotafio di Ibico. Non sappiamo, mancandoci ogni precisa 
informazione, qual conto debbasi fare di una notizia dataci da Diogeniano 
e da Apostolio paremiografi che, potendo il nostro poe^a essere Tupavvoq 
nella sua città, preferì esularne f ApxaiÓTCpoq 'IPÙKOU- ouToq yàp xupav- 
v€tv &uvd|uievo^ àirebriMn^^v). 
Le poesie di Ibico iformavano sette libri (Suida), dei quali a noi riman- 

f;ono a mala pena una quarantina di versi interi. Nell'attività poetica di 
ui si distinguono due periodi separati l'uno dall'altro dalla sua andata a 
Samo (la divisione non è però da prendere assolutamente alla lettera) : 
al primo sembra che appartengano inni del genere di quelli di Stesicoro « 
al secondo carmi erotici. Che Ibico abbia composto inni epico-lirici pare 
lo dimostrino il fatto che gli "AOXa ènl TTcXict vennero talora a lui attri- 
buiti invece che a Stesicoro, e l'altro ch'egli è citato sovente per certi 
particolari mitologici da lui raccontati (Schneidewin). Tra i quali ricor- 
deremo, ad esempio, ch'ei fece sposi Achille e Medea nell'Eliso, che diede 
a Jasone una sorella^ Ippolita, che precedette Pindaro nel descrivere la 
spedizione degli Argonauti, che accennò alle Arpie ed a Fineo, che trattò 
di parecchi eroi della guerra troiana, in ispecie di Ettore cui disse figlio 



142 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

di Apollo, ma anche di Ulisse, Diomede, Idomeneo, Menelao. Ma Ibico 
lasciò nellantichità maggior fama di sé come di un cantor dell'amore. In 
Suida egli è èptuTOiiavéaTaTo^ ircpl juctpdiaa: Cicerone dice di lui (Tusc.^ 
IV, 33, 71): «maxime vero omnium flagrare amore Rheginum Ibycum 
apparet ex scriptis ». Alla corte di Policrate egli attese, se non in modo 
esclusivo, certo in massima parte a componimenti erotici, ne* quali uni le 
opposte tendenze della poesia dorica e della eolica, in lui la poesia corale 
de Dori assunse Tardor passionale che pervade la lirica monodica degli 
Eoli. Ch'egli scrivesse alla maniera de poeti eolici non è da credere: 
da' frammenti che possediamo, per lo meno, risulta il contrario, né è 
probabile che nessun vestigio, nessun ricordo fosse per rimanere di una 
sì grande anormalità in un poeta dorico. Lo scoliaste d'Apollonio Rodio 
(111, 153) fa menzione di un ode d'Ibico ad un tale Gorgia, ode in cui si 
raccontavano i miti di Ganimede rapito da Zeus e di Titone da Eos. Come 
cotali miti fossero svolti noi non possiamo più determinare, ma ciò non 
è per ora quello che più c'importi: l'essenziale è il poter stabilire che, 
essendo l'uno e l'altro racconti d'amore, e l'uno poi in special modo di 
amore per un giovane, l'ode dovette essere un elogio amoroso di Gorgia, 
che fu indubbiamente un iratq noto per la sua bellezza. Per tal maniera 
comparve con Ibico l'encomio, destinato a sì alto avvenire per opera di 
Simonide e di Pindaro. 

Il giudizio sullo stile d'Ibico non può essere che incompiuto, non es- 
sendo a noi giunti frammenti di (gualche estensione se non del genere 
erotico. In questi il nostro poeta si rivela ad un tempo grazioso ed ap- 
passionato; le sue espressioni sono piene di vivacità, il suo modo di de- 
scrivere è elegante; egli ha un fine sentimento della natura. 1 metri da 
lui adoperati sono all'incirca (juelli di Stesrcoro: il suo dialetto è una fu- 
sione di dorico e di elementi jonico-epici con qualche leggera traccia 
d'eolismo. 

L'eredità letteraria del nostro poeta fu tra le più maltrattate. Ciò fu 
dovuto forse « à l'inspiration un peu étroite de sa poesie, enfermée presque 
tout entière dans l'encomion amoureux, et qui, après avoir eu la gioire 
d'inaugurer le genre, a eu le malheur d'y étre surpassée par des génies 
plus variés et plus puissants, mieux servis aussi par les circonstances » 
(Groiset, II, 334). 

I (I). 



J. \y\^ _ \^y^ 



JL >^\y — \^\^ — >-/ — A 



f 



•L \j\j — Kj\^ — 



w - A 
w - A 



V-i'V-' — \J\^ 



10 



^ \^V^ _ yj\j .£. \yyj — . \u\J 



■L \j\j — \^\^ ^ v^ _ A 



J. \j\j — \j\^ JL -^ ^ \j\j 



±sj ^^ lì. - A 



iBico 143 

arp. a'. 

'Hpi jLièv olì T€ Kuòojviai 
juriXi&eq àpbó)Li€vai ^oav 

èK 7T0Ta|LlUJV, \'va TTttpOévUJV 

KTÌTro^ àKrjpaToq, ai t' òivavGibe^ 
5 aùEó|i€vai cTKiepoTcTiv ócp' ?pv€aiv 

olvapéoiq GaXéeoiaiv èfioì ò* Ipo^ 

OUÒ€|iÌaV KaTÓKOlTOq UJ - 

pav, ciG' ÙTTÒ aTepoTTcl^ cpXéTUJV 
©pTiiKio^ popca^, ciaaujv trapà 
10 KuTipiòo^ àZaXéai^ fiaviaicTiv è - 

p€|Livò<; à9a)iPf)^ èTKpaT€UJ^ 
TiaiòóGev qpuXdcraei 

arp. p'. 
il^eiépaq qpp^vaq. 

I (1). Ateneo, 601 B, parlando della poesia erotica: Kal ò TriYtvoq òè 
'ipuKOi; fio^ Kol KéKpaYCV *Hpi ktX. — 1 e 3. Kuòdbviai ^T^Xib€(;: 
V. n. al fr. IX di Stesicoro, v. 1. ixr\\i<^ è la pianta, inaXov (iiifìXov) il frutto. 
Per Tri di |[xiiX{Ò£<; (secondo la lez. dei codd., tranne A, che porta |uo- 
\ih€Ci: l'Orsini correggeva luaXibcq) cfr. Stesicoro, fr. Vili, v. 4, n. Di 
nr\\i^ in questo senso non si conoscono che due esempi, il nostro e Teocr., 
8, 78 T^ juaXCbi ixàka (Holsten, De Stesich. et Ib. dial. etc.^ p. 59). — 
2 e 3. àp&ó|Lievai f^oSv èK iroTaiiuiv: non=:àpb. èK. (ì. ir., ma dpò. costruito 
col genitivo. Il Michelangeli lo chiama genitivo di materia. Lo Smyth 
(p. 273) cita due casi analoghi, Inni omer., 9, 3 lintou^ dpaaoa Po6u- 
axo{voio MéXr|T0^, ed Eufor., 75 Zi|lió€vto<; 'Axaiibac; fipaaiiiev tinrouc;, e 
soggiunge poscia: «Questi esempi sono stati paragonati con XoOeoèai 
iroraiLioto come opposto a X. {{bari. La costruzione di XoÙ€a6ai col 
gen., considerato come quasi partitico dal Monro, H. G. § 151, è ancor 
oscura (Delbrùck nei Grundriss del Brugmann, 3. 1, 330: Kùhner- 
Gerth 2, § 417.3. n. 4) ». — 8. trapOévujv: il Boissonade e lo Schnei- 
dewìn scrissero TTap6évujv ed intesero le Esperidi. Ma non risulta che 
queste fossero mai designate con tale appellativo. L'espressione Trap6évu)v 
Kfjin. dx. è da intendersi nel senso più generico possinile, ed altro non 
significa se non luoghi ove sia fresca verzura innaffiata da pure acque, 
luoghi quindi ove si possa supporre che dimorino ninfe: onde non sem- 
brami esattissima neppure l'interpretazione dello Smyth (p. 273). Che poi 
qui s'abbia a vedere un'allusione ai cipressi che, come narra Pausania, 
vili, 24, 10, crebbero attorno alla tomba di Alcmeone, e che, lasciati 
sempre intatti, venivano detti da quei del paese irapOévoi, è, a parer mio, 
assolutamente da escludere. — 4. Kfiiioq: inutile la correz. KSnoq del 
Naeke (v. sopra, ai vv. 1 e 2). — àKi^iparo^: lo Smyth confronta Inni 
omer., 3, 72 X€i|uOjva(; dKrìpaa(ou(;, Gherilo, 1 dKripaxo? X€i|uidiv delle 
Muse, Eur., Ippol. vv. 73 e sgg. aol Tóvb€ ttXcktòv orèqpavov èE dKTi- 



144 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

pdrou I X€i|Lidivoq... | ^v6' oOre ttoiiliì'jv dHiot qpépgciv poxà | o(5t* ^\Qé nu) 
aiÒTipo<;, àiX dKnpaxov | ^éKioaa Xeipubv* i^pivòv òUpxcTai. — òivavOiòe^: 
unico esempio del vocabolo: altrove incontrasi sempre olvdv0r|. Lo Smyth 
adduce il notissimo luogo di Pindaro, Nem. 5, 6 Tépcivav ^arép* olvdv6a^ 
ÒTTiJjpay, e Eur., Fen., 229 e sgg. otva 0*, à xaGainépiov | OTdZcic; tòv ho- 
XuKapTTÒv I olvdvSac; Ictaa 3ÓTpuv. — 5. aKiepotoiv: oxicpó^ è forma 
epica, la dorica era OKiapó^: cfr. Pind., OL 3, 14 (Michel.). — 6. Ga- 
XéGoioiv: eoi. — 7. KaxdKoixo^: fiiraS Xeyóiiievov. — 8. ùttò axe- 
poTcfi^: fra: cfr. Anacr., /V. 20 b. òn' aùXdiv, Pind., 01. 4, 3 óir' doiòat;, 
Eur., Ione, 1474 ùirò Xa^ndòujv. — 9. Opr|tKio^: forma jon.-ep. per 
OpétKio^. — 10. dJ^aXéai^: in Omero è passivo. Attivamente, come qui, 
è pure usato in Esiodo, Scudo d'Erode, v. 153 Z€ip{ou d2^aXéoio, e in 
Apollonio Rodio, IV, v. 679 dZaXéoio... rjcXfoio. — 10 e 11. èp€|uivó(;: 
agg. unito da Omero con XatXa»^; (M, 375). — 11. dGain^fic;: detto di 
"Yppic; in Bacch., 14 (15), v. 58. — 12. iraibóGcv: sin da fanciullo. 
Chi sia curioso di sapere in quanti modi le due parole iraibóGev qpó- 
Xaaoei (lezione dei codd. e lez. vulg., che dà un chiaro ed ottimo senso) 
siano state cucinate ed interpretate, veda Michelangeli, III, pp. 56-7. 

Metro. — La descrizione metrica, in sostanza, è quella dello Zamhaldi 
(p. 559). I vv. 1, 2, 3, 7, 8, 11 sono tetrapodie logaediche catalettiche con 
due dattili di tre tempi nelle sedi prima e seconda (eccetto il v. 11, che ha 
nella seconda sede uno spondeo irrazionale), i vv. 4, 5, 6, 9, 10 sono tetra- 
podie dattiliche (del valore però di tre tempi) acatalette pure (eccetto il v. 9), 
il v. 12 è una tetrapodia trocaica brachicataletta. La strofe è composta 
di un solo grande periodo. Notisi la sinizesi in èxKpaxéu)^ al v. 11. 

II (2). 



— \j 



— \j y^ — \j — \j '^j 



— — Kj yj .^ \j \j -i- \j Kf ^ 

— \j \j J. v^w — w 

\j — \J \J —. \j \J J. v^«^ — 

. .. . / . .. . .... / ... . 



"Epoq auTé )i€, KuavéoKJiv ùttò pX€q)dpoi5 xaKép' 6|Li)iaai òep- 
KTiXr||Lia(Ji TTavTOÒaTToTq èq aireipa [KÓ)i€Voq, 

biKTua KÙTTpiòoq pàXev 

fi )iàv TpO|Ll€Ui VIV è7TepXÓ|Ll€V0V, 

5 uj(JTe q)epé2uT0^ I'titto? 
àe6Xoq)ópo5 troTi Tilpot'i àéKuuv 
aùv 6x€(Jq)i 9ooiq èq SjiiXXav ?pa. 

II (2). Platone, Parmen.^ 137 A: Kaixoi òokOù |lioi xò xoO M^ukciou 
hzuox) iT€TTOvGévai, (1j èxeìvoq d0Xr|xr) òvxi Kaì TrpeoPuxépip ùcp* ótpiuaxi 
l^éXXovxi dYUiviefaGai koI òi* èjLAircipiav xpé^ovxi xò luéXAov, éauxòv 
direiKà^mv, dxujv èqpri xal oòxòq oCJxui Tipea^Oxiiq u)v eie; xòv ^puuxa 
dvaYKdZeaGai levai. Dove lo scoliaste, p. 329, nota: Tò toO jueXoiroioO 



iBico 145 

'I^ÙKOU fiiTÓv* 'Epuiq ktX. Il passo è pure riferito da Proclo, V, 316 
\éf€\ he iruK oOtuii; ó iieXoiroióq ("IPUKOO" 'EpWQ ktX. — 1. aOT€ : 
cfr. Àlcmano, /r. X, v. 1. — xuavéoiatv: Tu è allungato come aell'uso 

omerico. — Taxép' : n. pi. usato avverbialmente : cfr. qpBovEpd 

3Xéicu}v Pind., Nem. 4, 39. Il senso dell'agg. è qui languido, Iclscìvo: 
cfr. Ant. Pai., IX, 567 TaK€pat<; XcOaaouoa KÓpai^. — 6mLiaai: cfr. Stesi- 
coro, fr. VI, V. 6, n. — 3. diT€ipa: cfr. Eschilo, Apam., 1382, ove 
Sireipov d^(pi3XiiaTpov è detta la rete che Clitennestra avvolse ad Aga- 
mennone per paralizzarne i movimenti e poterlo uccidere impunemente. 
La stessa è indicata dalla parola direipu) ... ù<pda^aTi in Euripide, Or., 25. 
— 4. fi luidv : formula di forte asseverazione, che già s^incontra, come 
osserva il Buchholz (p. 170) in Omero (es. I, 57 f\ \ii\v xaì v^o<; iooi) e 
nello Scudo d'E., 11 ^ jif|v ol irar^p* èaÒXÒv ditéicTavcv. Nei tragici l'uso 
ne è assai frequente. — viv: dor. = aÙTÓv (cfr. Kùhn.^, § 161). — 
5 e 6. apepéZ. tinr. dcGX.: asindeto. — 6. d€6Xoq)ópo^: bene il Miche- 
langeli interpreta : che riportò vittorie. — itori : dor. = irpó^. — ir. yi]- 
pa'i: la spiegazione migliore di questa espressione sta nel irpcaPurépu) 
del sopra addotto luogo di Platone. Un uso analogo del irpó^ vedilo in 
Sof., Ed. Re, 1169 irpò<; aòrCtt y* dui tiIj òcivtp Xéreiv. — 7. 6x€a<pi: 
forma venuta ad Ibico dal linguaggio epico. — #Pa: aor. gnomico. — 
Co' vv. 5-7 cfr. A, 699 e sg. dOXoqpópoi tirnoi aÙTOtaiv óxtaqpiv | èXOóvT€<; 
M€T* ficeXa, e X, 22 acudiievoq (&<; 6' twiioq d€6Xoq>ópo<; aùv òxcorcpiv. 
Pe' poeti posteriori ad Ibico v. Ennio (presso Cic, Cat. mai. de sen., 5, 
14: fr. 2S8 del Valmaggi, il quale però legge hic ut nel primo verso 
invece di sicut^ e non nel secondo, invece di nunc) sicut fortis equus^ 
spatio qui saepe supremo | vicit Olympia, nunc senio confectu qiiiescii, 
Tibullo, 1, 4, 31-2 quam, iacet^ infirmo e venere ubi fata senectae, \ qui 
prior Eleo est carcere missus equus^ Orazio, Epist., 1, 1, 8-9 solve sene- 
scentem mature sanus equum,, ne \ peccet ad extremum ridendus et ilia 
ducat. — Gol concetto generale del frammento cfr. Orazio, Odi, IV, 1 
intermissa, Venus, diu \ rursus bella moves? parce precor, precor. j non 
sum qitalis eram bonae \ sub regno Cinarae. — Da questo e dal fram- 
mento precedente si può indurre, se non che il poeta abbia raggiunto 
una tarda vecchiaia, certo che egli sia arrivato ad età abbastanza matura. 

Metro. — I vv. 1 e 7 sono d'andamento anapestico, gli altri di anda- 
mento giambico. Tra il primo ed il secondo ^éTpov del v. 6 c'è ana- 
elasi, di modo che lo schema di essi inérpa verrebbe ad essere ^ - ^ - 
^ ^^ . ìL (due dipodie giambiche). Notisi la sinizesi in déxujv al v. 6. 



Ili (3). 

0X€Y€9u)v, fiirep làv vuKxa jHQKpàv 
aeipia TTa)iq)avóu}VTa. 

ni (3). Teone Smimeo, p. 146: Koivtl»^ t€ ydp, (pr]Oiv ó "Aòpoaro^, 
TtdvTaq Toò^ doxépaq ot uonixai aeip{ou<; KaXoOoriv, iLq 'IpUKOc;- 9X6- 
TéSuiv ktX. Esichio: Zeipioq * ò fSXio<;... 'ipuKot; bè Trdvxa tò óarpa. Si- 
milmente Suida a Zeipiov. Fozio, 513, 10: ''I3uko(; bè irdvxa tu dorpa 
<J€(pia XéY€i. — 1. firep: dor. per fjiTcp. — uQKpdv: «qui vale alta, 

pi'ofonda » (Michel.). — 2. oeipia: aeipioq vale ardente, splendente, 

Taccosb, Antologia della melica greca. 10 



146 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

onde poteva applicarsi benissimo a tutti gli astri (cfr. Alcmano, fr. IV, 
y. (62), n.): più comunemente però indicava la stella principale della 
costellazione del Cane maggiore. — irafiiqpavóuivTa : come in O, 435: 
unico esempio di parola distratta nei poeti melici. 

Metro. — Un dimetro anapestico acataletto seguito da un altro bra- 
chicataletto. 

IV (4). 
Ale! jLi*, i5 qpiXe 0u)ié, TavÙTTiepo^ ili? oKa tropqpupiq 

IV (4). Ateneo, 388 D, dopo aver parlato delFuccello cbiamato irop- 
<pup{ujv, passa alla rropcpupiq e dice: KaXXiiixaxo^ &* èv tCP irepi òpviOujv 
òieOTdvai ^y\Q\ iropqpupCuiva iropcpupibo^, Vb\x^ éxàTCpov KarapiefioOiicvoc; ■ 
Tì?|v Tpocpriv T€ XafiPdvciv tòv iropcpupiuiva èv OKÓTip Karabuó^cvov, !va 
fin Ti^ aÙTÒv Oedar^Tai • èx0pa(v€i yàp toù^ irpoaióvrat; aÙToO tQ Tpocpfl. 
Tf)^ bè iropqpupiòoq xal 'ApiOToqpdvriq èv "Ópviai iuvriiioveOer "ipuxoq bé 
Tiva^ XaGnropcpupiba^ (corr. Scbweighàuser, Xaéiirópcpupa^ codd.) òvo- 
ludZci bla toOtujv *toO iièv TrerdXoiaiv èu' dKpoTdToioi Havéotai iroiKiXai 
TTavèXoTTcq, aloXóbcipoi XaGiiropcpupibcc; (corr. Schweigh. da aboiiTopq>up{Ò€^ 
codd.), xal dXxuóve^ TavuoiTrTCpoi*. èv fiXXoK bé q)n<yiv* AUi xtX. Del primo 
frammento (fr. 8b.) non s*è fatta la ricostruzione: ad ogni modo bo voluto 
qui riferirlo e percbè le parole cbe lo compongono sono certamente di 
Ibico e perchè si connette, pel contenuto, con quello di cui ci stiamo occu- 
pando. — AUi: jon. e poet. per dei (Kùbn.^, § 27, a u. ai). — Gujié: per 
quest'invocazione cfr. Arcbil., fr, 62 (Killer), Pind., 01, 1, 4, Nem. 3, 26, 
fr. 123, 1, fr. 127, 2. — òxa : dor. = 6t€: cfr. Alcmano, fr. IX, 1. — irop- 
(pup{(;: quest'uccello non è stato precisamente identificato. Lo Schneidewin 
ha creduto di riconoscerlo nella gallina sultana^ ma il Michelangeli du- 
bita forte deiridentifìcazione. — Quale il senso del frammento? Lo Schnei- 
dewin spiegava: « Instar avis in altum se efferentis, anime mi, rapisme 
in amorem ». Io credo tale interpretazione affatto erronea. Fino a prova 
contraria amo supporre che la iropqpupiq fosse, come il porfirione, un uc- 
cello poco atto al volare, sicché il poeta, piuttosto che alla propria cor- 
rività, accennava qui dolorosamente alla sua inettitudine agli amori, inet- 
titudine causata dagli anni e paragonabile a quella dell uccello che fa 
vani sforzi per levarsi a volo o per volare a lungo. Né ad intendere in 
tal modo s'oppone punto l'agg. TavuiiTepo^ unito a iTopq)Up{(, e ciò per 
quanto già si disse in nota al fr. XIV d'Alcmano, v. 7. Il concetto qui 
espresso verrebbe così ad essere non molto disforme da quello de' fi*am- 
menti I e II. (Cfr. un'immagine analoga in Dante, Purg.^ XXV, vv. 10-12. 
E quale il cicognin che leva Vaia Per voglia di volare^ e non s'attenta 
D" abbandonar lo nido, e giù la cala...). 

Metro. — Un esametro dattilico acataletto, così detto ibicio. 



V(5). 

J, KJ \J J. — -i. \J \J -L \J \J 

-to^^w^-t- J. yj yj J. sj K^ J. ^j yj J. Z 



iBico 147 

EùpuaXe, Y^ciUKéujv XapiTUiv GàXoq, 



KaXXiKÓjLiujv imeXéòrma, (Tè ^lèv Kùirpiq 

fi t' àtavopXéqpapo^ TTeiGib ^oòéoicTiv èv fivGecTi 0péi|iav. 

V (5). Ateneo, XIII, p. 564, per provare che la maggior bellezza umana 
sta negli occhi, arreca passi di parecchi poeti che essa lodarono sovra le 
altre; poscia soggiunge: '0 hi toO KuGiipiou OiXoSévou KOkXuihj épu)v 
Tn<; faXarciaq xal ènaivujv aÙTrì<; xdXXot;, irpo|LiavT€uó)i€vo^ Tfjv tu- 
(pXuiaiv, TidvTa luàXXov aùrf^c; èiraivci f| rdùv ò<p6aX|Lia)v jLivimovcuei Xé- 
Yujv d>Ò€' "Q KaXXiirpóauiiTC, xpwocopóaxpuxe TaXàTcìa, xcipi'^<^<PUJV€ 
K&XXo<; èpdiTUiv. Tiiq)XÒ(; ó ^iraivoq kqì kot' oùSèv 6ilioio<; tCD MPukcììij èK€iv(p* 
EùpuaXe ktX. Gfr. Eustazio, p. 1558, 17. — 1. yXauKéujv : unico esempio, 
nella poesia corale, di questa forma jon.-ep. di gen. plur. in un tema 
in 5. — XapiTUJV BdXo^ : cfr. Arist., fionc, 974 XapiTurv ep^jui|ua, Teocr., 
28, 7 XapiTuiv iepòv cpuTÓv. — 2. KaXXiKÓjLiuiv: il Michelangeli, seguendo 
lo Schneidewin in Ib. Rheg. carm. rell.^ crede che quest*ag^ettivo sia 
qui usato sostantivamente : in generale il passo fu corretto e chi aggiunse 
Mou(Td)v, chi *EpiJjTUJv, chi altro, come si può vedere àoW Appendice cri- 
tica: il Hermann segnava lacuna tra il verso primo ed il secondo, e 
c[uest*ultima via, seguita pure dallo Smyth, credo sia la migliore. Soltanto 
io non segno lacuna indeterminata fra i due versi, ma opino che sia ca- 
duto un verso solo. — jueXébinua : cfr. Pind., fr. 95 ac^vav xap^TUiv lué- 

XTiiLia TcpiTvóv. — KìJirpK; : nota lo Smyth che Ibìco è il solo poeta corale 
che ammetta la attica correptio in questa parola. — 3. TTcìOdj: « la 
dea della soave e lusinghevole persuasione ^ (StoU, trad. Fornaciari), 
Suada o Suadela de' Latini, appare per la prima volta in Esiodo, Op. 
e G., v. 73. Saffo, ft. 135b., ed Èschilo, SuppL, 1039-41, la dicono figlia 
di Afrodite. Saffo nel fr. 57 A la chiama xP^c^oqpdT] Gepdiraivav *Acppo- 
biraq. Suadela e Venere appaiono insieme in Orazio. Epist,^ I, 6, 38 ac 
bene nummatum decorat Suadela Venusque, TTeiOdj'si vede nella scena 
in cui Afrodite persuade Elena (Baumeister, fig. 708). 

Metro. — Due tetrametri dattilici acataletti seguiti da un ettametro 
pure dattilico, catalettico in duas sìUabas. L'ultimo verso, detto, secondo 
Servio, metrum Stesichoreum^ è considerato da taluno (cfr. Zambaldi, 
p. 255) come un tetrametro brachicataletto (considerando i dattili come 
ciclici). Seguendo questa descrizione metrica lo schema delle due ultime 
sillabe dovrebbe essere ^..3 7;). Notisi la sinizesi in irXauKéwv al v. 1. 



VI (6). 

— <y/W — \J^ ^ N^ — V-/ I . — / > 

MÙpTtt T€ Kttl la KQÌ éXlXPU(yO^ 

jiSXà T€ KQÌ ^óba Kai répeiva bdq)va. 

VI (6). Ateneo, XV, 681 A: Kal "IpuKoq (mvtiiuiov€ù€i toO èXixpOaou)- 
MupTa* ktX. — 1. éXixpuoo^: è menzionato anche al fr, III d'Al- 
cmano, v. 2. Nota lo Smyth che Telicriso ebbe il nome di xpuadv9€|40v 



148 ANTOLOGIA DSLLA MELICA GRECA 

ne' tempi antichi, e di òàKpua Tf)(; TTavaTia^ (la Vergine) presso i Greci 
moderni. — 2. imdXa: a ragione il Michelangeli pensa che si tratti 

qui di juifiXa Kubibvia. — Il trammento secondo ogni probabilità descrive 
una q)uXXoPoXia (cfr. fr, IX di Stesicoro). 

Metro. •— Tetrapodia (o dimetro] di dattili di tre tempi seguita da un 
trimetro logaedico brachicataletto. Notisi la lunghezza ael primo xai al 
V. 1 prodotta dal F primitivo di lev. 

vn (7). 

_ I i 

~ \J Kj J. _v^v^jt v^ A 

S^_..^ \J m^ \J \J 

Ta|Lio^ óiuTTVoq KXuTÒq dp0po^ 
èTCìpiiaiv àriòóvaq. 

VII (7). Erodiano, irepl oxim-i 60, 24; tò òè (axniLia) 'ipOK€iov xal Xé- 
H€u;^ Kul auvxdHeU;^ èoTiv, yìvctoi òè èv toI^ óiroTaKTiKotc; xpiroK Tipo- 
aUjTTOi^ (terze pers. (sing.) soggiuntive) Tutiv j^r^iLidTUJV xarà irpóaOcaiv 
Tf)^ ai ouXXaPfj(;... KaXctxai òè MpOxeiov, oùx 6ti "IPuko^ upOùTo^ èxp^^^TO' 
ò4b6iKTai Q^ggi XéXcKxai (Bergk)) yàp trap' '0\ìx\^\^ irpórcpov • dXX' ènei 
TToXù Kai KOTaKCpàq irap' aÒT^j. Kal T^p T^c^uKUiiriba (v. frammento se- 
guente)... Kol òi' éxépuiv Ta>io^ ktX. dvxi xoO èYeipij. — 1. fiuirvo; 
kXuxÓ(;: asindeto. xXuxóq qui significa diiaro. Molto bene lo Smy th confronta 
Shakespeare Full many a glorious morning. Male interpretarono quest'ap- 
pellativo gli antichi. Plutarco spiega che il mattino vien detto kXutó(; 
Forche allora gli uomini incominciano ad udire e parlare (Michel.), 
Etym. Magn.j 440, 53, dà xòv xoO kXuciv atxiov, lo scoliaste ad i, 364, 
ó KaXoOjUEvo^. — 2. èyeipTioiv: per lo schema ibiceo che s'incontre- 
rebbe in questa parola vedi, oltre l'addotto passo di Erodiano, Michelan- 
geli, IH, pp. 70-/4, (iove trovasi una dotta esposizione delle molte discus- 
sioni che, in base alle diverse interpretazioni di grammatici antichi, 
intorno ad esso fecero i filologi. Col nostro egregio cementatore io 
intendo èT€Ìpriaiv 3^ pers. sing. indie, pres. (per analogia di qpiXrioi dall'eoi. 
q){Xr||ai colla desinenza come nella comune coniugazione de' verbi in -m). 

Metro. — Un trimetro giambico (trimetro coriambico), catalettico, se- 
guito da un dimetro pure d'andamento giambico (antispasto -f dip. giamb.j, 
acataletto. 

vm (9). 

^ JL \u yj m. ^ J. \j \^ — \^ \j J. ^ ^ v^v^ 'i— 1 • C 

rXauKduTTiba Kaaadvòpav, épaaiTtXÓKainov Koupav TTpid)ioiOt 
(pà}x\q Ixn^i ppOTUJv. 

Vili (9). Erodiano, irepl axim-» 60, 31 (v. frammento precedente): 

r^auKiIiTTiba KxX. — 1. rXauKdiiTiòa èpaaiirXÓKaiaov : da questi 

due epiteti dati a Cassandra lo Schneidewin voleva inferire che si allu- 
desse qui alla violenza fatta alla figlia di Priamo da Aiace Oilide nel 
tempio di Atena (detta da Omero Y^auKiDirK); d&I cui Eóavov il guerriero 



iBico 149 

la divelse trascinandola per le chiome. Ma ciò a ragione sembrava al 
Michelangeli «nn eccesso di sottigliezza critica ». — Kao0dvòpav: varia 
la scrittura tra questa forma e quella con un solo a, ma la 1" sillaba 
è però sempre lunga. — TTptd|Ltoio: gen. epico. — 2. ?xn^*' vedasi 

Suanto si disse nel frammento precedente a proposito di èTciprioiv. — 
li Cassandra parlano tanto riliade quanto I Odissea. Nell'episodio di 
Otrioneo (N, vv. 363 e ngg.), imitato poi da Quinto Smirneo, Postom.^ XIII, 
vv. 168-77 in auello di Gorebo, Cassandra è detta la più bella delle figlie 
del re Troiano. L'elogio vien ripetuto, sotto altra forma, in Q, y v. 687 e sgg., 
dove la donzella, che per prima s'accorge del padre che torna dal campo 
de' Greci colla salma di Ettore, è chiamata (v. 699) iKéXri XQvair} *A(ppo- 
hÌTi}. Nella véKUia (X, vv. 421-22) Agamennone narra ad Ulisse che mo- 
rendo udì olKTpoTdTriv ÓTia TTpiduoio GuYOTpó^, | Ka<Tadvbpr|<;, tt^v 

KT€lv€ KXuTai|Livi?\OTpri boXófuriTiq. La prima menzione della facoltà pro- 
fetica di Cassandra pare che fosse nelle KOirpia di Stasino (cfr. Proclo, 
KpriQT. YpOMM» P- 234W.). L'ultima figura della 'lXià<; |ui><pà "^^la ^^- 
bula Iliaca ci mostra sulla T.Ka\à TrOXri * ^^ contro al traditore (Si none), 
al quale si presta fede, la profetessa Cassandra, da' suoi tenuta a vile. Il 
suo portamento mostra la più viva eccitazione: la mano destra essa la 
tiene sollevata in alto, forse per dare maggior forza alla sua ammoni- 
zione La sinistra stesa m avanti, colla quale essa vorrebbe respin- 
gere indietro quelli che trascinano [nella città il cavallo], viene affer- 
rata da un Troiano » (Jahu*Michaelis, Griech. Bilderchrr., p. 31). 

Nella 'iXiou népaici di Aretino di Mileto si toccava della violenza, cui 

Poc'anzi accennammo, patita dalla donzella (cfr. Proclo, ibid,, p. 239 W.). 
la quale fu poi celebrata come profetessa dai poeti lirici e dai arammatici 
(cfr. Eschilo, Agam., vv. 1072 e sgg.), dagli Alessandrini (cfr. la «Ales- 
sandra » « Cassandra » di Licofrone), dai tardi epici (Quinto Smirneo, 
Tà vi€8* "OjUTipov, XII, vv. 526 e sgg.; Trifiodoro, "AX^ok; MXiou, vv. 358 
e sgg.; Colluto, 'ApTray^ 'EXévri<;, vv. 389-90). 

Metro. — Il V. 1 è un tetrametro anapestico catalettico, il v. 2 è in- 
compiuto. 

IX (16). 

— v-» — — -.«^ — A 

— \J \J «-»V V-» W l—^ • V-» V-» — — 



— ^-^ w — 



TOU^ T€ XeUKÌ7TIT0U<; KÓpOU(; 

T^Kva MoXióvaq Kiàvov, 
aXiKQ^ l(TOKeq)dXouq, éviYuiou?, 
à|Liq)OTépouq TeTaujia? èv ibéip 
àpTupéui. 

IX 



(16). Ateneo, II, 57-8: "I^ukoì; òè èv iréiLiirrtp incXiIiv ircpl MoXio- 
vibiìjv qpTiai • Toùc; t€ ktX. (cfr. Eustazio, 1686, 47). — 1. XcuRiTrirout; : 
quest'agg. appare per la prima volta in Stesicoro (fr. 86 b. = Eust., 524, 



150 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

28: Kai yàp XeOkittito^ XéycTm irapà ZxTiaixópi^) èmOETiKiXi^). Gli eroi 
greci hanno bianchi cavalli. 1 cavalli di Reso erano X€UKÓT€poi xióvo(; 
(K, 437); i Dioscuri sono detti XcukóitujXoi in Pind., Pit. 1, 66, e X€Ù- 
KiiTiTOi in Eorip., Elena, 639 ; l'epiteto di XcukóhujXoi è pure dato ad Àm- 
fione e Zeto in Eurip., Er. fur., 29, Fen.^ 606 (erroneamente lo Smyth, 
p. 278, crede che in guest* ultimo luogo si tratti degli dei in generale, 
invece che dei figli di Zeus e d'Antiope). — 2. MoXióva(;: gen. sing. 
femm., non MoX(ova(; acc. pi. masch., (cfr. MoXiove in A, 750, MoX{ov€(; 
in Pind., 0/. 10, 34). — KTdvov: sogff. iy\ij {scil. 'Hpakkf]^), — 3. évi- 
Yuiou<;: Snida spiega questo vocabolo nel senso di zoppo o di guercio, 
ma qui vale unito di membra. — 4. yctailiTac;: ep.: cfr. B, 866. — 
(bévi): (lieov s'incontra in Epicarmo, 152, (Iiiov in Saffo, fr. 56b., ^fiea{= 
*(bt€a, cfr. lat. ovum) nel dialetto argivo secondo la testimonianza di 
Esichio. — 11 frammento proviene da un inno lirico con soggetto epico 
secondo il genere di quelli di Stesicoro. Nella spedizione contro Augea, 
figlio di Elio e re dell' Elide, per punirlo di averlo defraudato di parte 
della mercede pattuita per la pulitura delle famose stalle, Eracle perdette 
gran parte del proprio esercito per opera di Cteato e di Eurito, i quali 
lo sorpresero dall'alto mentre attraversava le gole dell'Elide (cfr. Pmd., 
01., vv. 31-34). Cteato ed Eurito erano figli putativi di Attore, fratello 
di Augea, e in realtà figli di Posidone e di Molione. Dicevasi che fossero 
nati da un uovo di superficie argentea. Fra tutti e due componevano un 
solo mostro gigantesco di due teste, quattro braccia e quattro gambe, ma 
di un tronco solo. Erano detti Molioni forse dalla madre (alcuni vogliono da 
Molo, loro avo materno) come Chirone venne chiamato Filirid^ dalla 
madre Filira; forse è più probabile che MoXiovcq (o MoXiove) non fosse 
un matronimico, ma semplicemente un appellativo (cfr. A, 750, dove ap- 
punto la giustaposizione del patronimico e del matronimico (*AKTopiiuv€ 
MoXiovc) è assai sospetta e fa pensare all'altra spiegazione di MoXiov€ 
preferita del resto dagli antichi). Eracle, per vendicarsi di Cteato ed Eu- 
rito, li attese in agguato presso Cleona (cfr. Pind,, 01. 10, 30) quando 
andavano ai giuochi Istmici, e li uccise. Nel nostro frammento evidente- 
mente Eracle narra la sua impresa. 

Metro. — KttT* èvóirXiov elbo^. In iJbéip v'ha sinizesi. 



X (21). 



_ v^ - - A 



Aapòv TTapà oT xpóvov f\aTO làcpex ixe'nr\fdj(;. 

X (21). Erodiano, ircpl |liov. XeH-, 36, 2: xdqpoq óirÓTe... èiri Tf\<^ 

èKirXnScu)^ TTapaXa|Li3dv€Tai, févo(; èTribéxexai tò oùbéTCpov **H ò' fiveu) 
bi\v f\OTo, Tdqpoq bé ol i^Top Ixave (ip, 93). *AXX* louw; toOto diiiqpipoXov 
ó iLiévTOi ''lpuK0(; òiéOTCìXe tò ^évo^ èv Tip irpiiiTip, axebòv tò *0)uiT]piKÒv 
jucTttXapdjv (corr. Lehrs da )Li€TaPaXdjv) • Aapòv ktX. — •iT€TtT)Ydi(; : se- 
condo i codd.: non è necessaria la correz. TreTraYib^ dello Schneidewin. 
— Di chi si tratti in questo frammento si può congetturare in mille 
modi, ma precisarlo non è assolutamente possibile. Un uomo che a lungo 
sta presso una qualche persona colpito da stupore è indizio troppo vago 
perone dai miti greci non soccorrano tosto alla memoria decine di solu- 
zioni senza alcun argomento probabile per scegliere la vera. Onde male 
dichiarava lo Schneidewin Ulixes juxta Penelopem^ indotto a tale spie* 
gazione certo dall'essere il verso omerico, citato da Erodiano insieme con 



IBICO 151 

quello d'Ibico e dal nostro poeta imitato, tratto daJrdvaYvuipia|Uiò(; 'Oòua- 
aiwq ÒTTO TTnvcXÓTnic;. 

Metro. — Probabilmente il verso è un tetrametro kot' èvónXiov €l6o(;, 
catalettico, anaclastico fra il terzo ed il quarto jLiéTpov (onde ^ ^ — 

^ - A : è per questo che sul segno della pausa nello schema dato dianzi 
ho indicato la juaxpà Tpiarwioc,), 

XI (22). 

v^ «>^ -» ^ 
v^v^v^ — — — v-»»-».^ 0\-»— A 

— \-» — vy v^ I • — 

.- \j \j -L \^ \j l._l • vy I « \^ 

TTapà x^P^ov 
XiGivov ?kX€ktov iraXd^aiai ppoxuùv • 
7Tpóa9€ viv Tieb' àvapTÓiv 
iXOùeq uj)Lioq)dTOi -V€)liovto. 

XI (22). Lo scoliaste di Pindaro, Nem. 1, 1 : *H 'OpruTia irpórepov 
Mèv o^aa vf^ooq eira irpoaxwoectaa xcppóvriaoq YéY0v€v, \bci kqI 'ipuKoq 
taTopet* TTapà ktX. A questo passo d'ibico si riferiscono pure Strabone 
ed Ateneo. Strabone, I, 59: *EttÌ Tf\<^ irpò? ZupaxoOaai; vfioou vOv iiièv 
técpupA èoTiv f\ auvduTouoa aÙTf|v TTpò<; t^jv fJTrcipov, irpÓTepov hi x^Jùina, 
iSJ^ qpiioiv "IpUKOc;, Xo^aiou X{8ou, 6v KaXct ^kXcktov. Ateneo, li, 86 B: 
ToO ò' àvap(Tou (^léMVT^Tai) 'IpuKOc;. — In questo frammento si allude 
senza dubbio a quell'argine o molo che univa l'isoletta Ortigia alla Si- 
cilia e che, secondo lo Schubring, fu costrutto fra la 20* e la 25» Olim- 
piade. All'argine fu più tardi sostituito un ponte, come abbiam visto dal- 
raddotto passo di Strabone. Per le vicende dell'argine e del ponte anche 
in relazione col progressivo ampliamento di Siracusa (che, fondata prima 
da Archia Eraclide in Ortigia, si estese poscia in Sicilia nel prossimo 
altipiano di Acradina) vedi Michelangeli, III, p. 83, e la Bibliografia 
sotto Ibico. — In Orligia era particolarmente venerata Artemide (Pind., 
Nem. 1, 3), onde lo Schneidewin congetturava che il frammento appar- 
tenesse ad un inno in onore della dea. — 1. x^P<^ov: Vagg. x^pao<^ 
sostantivato indica qualunque terra arida, secca, onde potè qui essere 
adoperato a designare l'argine o molo. Sostantivo è poi di gen. femm., in 
quanto gli si sottintende y^: taluno però credette che fosse adoperato anche 
come maschile, sottintendendo TÓiro(;: il Michelangeli, riferendosi alla 
forma neutra plur. usata da Eschilo (Bekk., Anecd., 116, 7), vorrebbe 
vedere nel nostro caso la forma neutra singolare, senza però escludere 
la possibilità del femm. Come si vede, ce n' è per tutti gusti. — 




osserva assai a proposito che la forma àv(ipTa<; sincopata e dorica sog- 
giunta da Ateneo subito dopo d'aver ricordato che Ibico fa menzione del- 
ràvapiTTi<;, ha tutta l'aria di una chiosa alla citazione di Ibico, onde legge 
àvapTfitv secondo la congettura del Bergk. Che razza d'animale sia poi 
l'àvapÌTii<; ce lo dice lo stesso Ateneo in continuazione a' passi che rife- 



152 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

rimmo: koyx<I»^€<; bé 6v tò dOTpeov irpoaéxcxai rate; iréxpai^ O&aircp ai 
XcTTdbeq. Ed Esichio spiega pure (COJov KoxXiubbeq. 

Metro. — Le parole Trapà x^P^Jov costituiscono la chiusa di un verso 
di andamento giambico: i versi 2 e 4 sono trimetri catalettici di ritmo 
giambico, il v. 3 è un dimetro pure catalettico di ritmo giambico. 

XII (24). 



— v^ 



AéòoiKa, ixr\ ti rràp 9€oi^ 

à)LipXaKuJv Ti)Liàv irpòq àv6pu)Trujv àjLieiipua. 

XII (24). Plutarco, Quest. conv., IX, 15, 2: Alò kqì -aénovBev (Varie 
della danza), 8 cpoPriBeì^ 'IBukoc; ènoir]ae Aéboixa ktX. Platone, Fedro, 
242 G: ébuaujiTOù|Lir|v KaT^'IpoKOv, |un ti ktX. Cominciando da ^r\ ti il 
frammento è riportato pure da Snida (vedi ad à|uiTrXaKiÌJv, *I3^k€iov ^ti- 
oeCòiov, e \xi\ toi), e con qualche cangiamento da Sinesio, Epist. 115, e 
da Marino, Vita di Proclo, e. 1. — 1. iràp 0€ot<;: = apud deos, al 
cospetto degli Dei. — 2. à|ui3XaKiJjv per à|unrXaKvbv (Kuhn.», § ^, P 
u IT, § 69, i, § 343 ad óinrXaKicTKUj). — 11 frammento male era inter- 
pretato da E. Porto, Nov. lyr., 187 : « Verebar, ne quid in deos delictum 
admisissem, prò quo vicissim poenas hominibus merito luerem ». — Il 
Bernhardy (ur. a. qr.L., 11,681), certo non male, ma non saprei con 
quanta probabilità di cogliere nel vero, congettura che con questa sen- 
tenza il poeta chiudesse la narrazione di un qualche mito. 

Metro. — Kax' èvóirXiov elbo;. Il v. 1 ha l'aspetto d'una dipodia 
giambica. 



Anacreonte. 

Anacreonte nacque circa TOlimp. ,52 a quanto sembra (Esichio (Snida): 
efr. Flach, p. 523, n. 1), in Teo, una delle dodici città della confedera- 
zione ionica dell'Asia Minore. Il padre suo pare si chiamasse Skythinos: 
l'altro nome, Partenio, che gli vien pure attribuito, è probabilmente frutto 
d'invenzione: ognun vede com'esao richiami la denominazione de' carmi 
cantati da cori di vergini. Strabone ci narra che ai tempi di Anacreonte 
gli abitanti di Teo espatriarono ed andarono a fondare la colonia di 
Abdera sulle coste della Tracia. Or sappiamo da Erodoto (1, lf^8) che ciò 
avvenne in seguito alla invasione persiana condotta da Arpago neirO- 
limp. 58, a. 3 (= 545 a. Cr.): il nostro poeta era adunque allora sul fior 
degli anni. Quanto tempo egli sia rimasto in Abdera non ci è dato stabi- 
lire: si potrebbe credere ch'esso non fu molto lungo se fosse da prestar 
fede alla notizia che ci dà Imerio (30, 5), secondo la quflje Anacreonte 
sarebbe stato chiamato a Samo dal padre di Policrate per essere maestro 
al suo figlinolo. Ma la stessa cosa abbiam già visto riferita (e, sembra, 
con maggior probabilità di coglier nel vero) a proposito d'ibico, e ciò 
rende assai sospetta l'informazione del sofista. Ad ogni modo è certo che 
delle difficoltà che s'incontrarono nella fondazione della colonia anche il 
poeta dovette superare la sua parte : forse fu allora eh' e' partecipò a 
qualche combattimento: forse questo era accaduto prima che partisse 



I 

j 



ANACREOXTE 153 

da Teo. Che come soldato egli abbia tenuto un contegno tutt altro che 
da valoroso, meritandosi d'esser posto in compagnia d'Archiloco e d'Alceo 
nella disgraziata avventura del getto dello scudo, non credo per nulla 
provato (cfr. le note al fr. XII). Quando dalla nuova patria egli abbia 
fatto vela alla volta di Samo non ci è noto: nell'isola fu senza dubbio 
durante la tirannide di Policrate. Ch'egli abbia avuto colà altra occupa- 
zione più seria di quella di rallegrare co' suoi dolci canti la splendida, 
ma viziosa corte (Flach, pp. 525-6), è cosa di cui dubito fortemente: 
anche non saprei fino a qual punto egli abbia potuto e voluto esercitare 
una benefica influenza suiranimo del signore moderandone le passioni e 
mitigandone sovente i consigli (Mass. Tir., 37, 5, — Flach, p. 525). 
Quando Policrate fu ucciso, un altro munifico protettore della poesia, 
Ipparco, il figlio di Pisistrato, invitò presso di sé Anacreonte: stando a 
quanto attesta Platone (Ipparco, 228), mandò a prenderlo una nave a cin- 
quanta remi. In Atene il nostro poeta ìncontrossi con Laso d'Ermione e 
con Simonide, che fu, come lui, carissimo al Pisistratide : egli vi strinse 
amicizia con illustri ed opulenti uomini, quali Santippe, il vincitore di 
Micale e padre di Pericle, e Critia, il nonno del Gritia, che fu poi uno 
de* trenta tiranni. Pausa nia (I, 25, 1) ci narra che gli Ateniesi posero la 
statua d'Anacreonte accanto a quella di Santippe. Ma nel 514, come 
ognuno ricorda, Ipparco pure venne spento. Noi non sappiamo se Ana- 
creonte sia rimasto ancora in Atene fino alla cacciata d'Ippia (510) o se 
l'abbia abbandonata tosto dopo la tragica fine dello splendido mecenate : 
anzi a partire dal 514 possiamo dire che ci venga a mancare ogni sicura 
notizia intorno alle vicende della vita del poeta. È probabile però (cfr. 
fr. 103 B.) ch'ei sia stato alla corte degli Aleuadi in Tessaglia. Che vi- 
sitasse ancora una volta la patria non è impossibile (cfr. /r. 36 b. Alvo- 
iraOn 'Tarpiò' érróiiJouaO: sembra invece tutt altro che certo l'indurre dal- 
l'epigramma dedicatogli da' suoi compatrioti ed ascritto generalmente a 
Simonide (/r. 184 b.). ch'ei fosse in Teo sepolto. Dubbio ritengo eziandio 
quanto ci riferisce Esichio che al tempo della rivoluzione della Jonia 
Anacreonte abbandonasse la città natia per veleggiare nuovamente verso 
Abdera : checché ne pensi il Flach, ciò ha tutta 1 aria di una ripetizione 
della prima migrarione (0. Mùller). L'età del poeta non si potrebbe però 
addurre ad oppugnare la notizia data da Esichio, se è vero ch'egli sia 
morto ad 85 anni (Pseudo-Luciano, Macrob.^ 26). Tutti conoscono la 
storiella raccontataci da Plinio, Stor. Nat., VII, 5, 44, dell'acino d'uva 
che avrebbe soffocato il vecchio poeta. La sua patria ne impresse l'ef- 
figie sulle proprie monete (altrettanto fece, e più a ragione, Imera in 
onor di Stesicoro). 

Le poesie di Anacreonte furono divise dagli Alessandrini in cinque 
libri contenenti, oltre ai canti, giambi, ed anche elegie ed e)3Ìgrammi. 
Come scrittore di elegie Anacreonte continua la tradizione jonica in 
ispecie di Mimnermo, quantunque la concezione dell'amore sia diversa 
ne' due poeti; ne' giambi, ed in particolare ne' componimenti che risul- 
tano dalla combinazione di giambi e coriambi, egli si mostra il successore 
di Archiloco e di Ipponatte. Questo è un lato della poesia di Anacreonte 
che il gran pubblico non conosce, quel gran pubblico che é solito unire 
il nome di lui alle < Anacreontee », delle quali la massima parte è in* 
dubbiamente apocrifa. Più ancora esso ignora un Anacreonte che si di- 
letta nella descrizione di cose pertinenti alla guerra (vedi le note al fr. XII). 
È però fuor dì dubbio che gli argomenti preferiti dal nostro poeta nei 
SUOI carmi sono il vino e l'amore, massimamente l'amore per bei giova- 
netti, quali Megiste dalia dolce indole, Smerdi dalle belle chiome. Rac- 
contasi che, essendogli un giorno stato domandato perché la sua poesia. 



154 ANTOLOGIA DELLA MSLICA GRECA 

invece di glorificare gli Dei, celebrasse giovani garzoni, egli rispondesse: 
« Questi sono i nostri Dei ». Tal genere fu da lui coltivato forse più che 
altrove alla corte di Policrate: questa fu la vera sua occupazione colà; 
dove col finissimo spirito che possedeva riuscì a farsi desiderare da tutti. 
Anacreorte ebbe in sommo grado Tarte di destreggiarsi nel corrotto 
ambiente che circondava il tiranno di Samo. Un aneddoto riferitoci da 
Eliano (Stor. var., IX, 4; ce lo prova. Il poeta avea cantato Smerdi per 
ordine di Policrate: ma il bel giovanetto prese sul serio la parte di Ana- 
creonte e non voile vedere come dietro di lui si celasse il signore. Questi 
allora, irritato e geloso, fece tagliare la magnifica chioma di Smerdi: 
Anacreonte, posto in una situazione scabrosetta, se la cavò splendida- 
mente fingendo di credere che Smerdi di sua propria volontà si fosse 
reciso la chioma e biasimandonelo in un ode. L'aneddoto è caratteristico, 
e non solo per T indole del poeta, ma in gran parte anche per quella 
de' suoi versi. Per il contenuto e la forma di essi egli, quantunque jonico 
di nascita, venne compreso, mi si passi Tespressione, nell'ambito della 
poesia eolica, ma di questa è ben lungo dall'aver Tefficacia derivante 
dalla veracità del sentimento. Con Saffo comprendiamo e quasi proviamo 
i palpiti deiramore, a meno di esservi del tutto refrattari; con Alceo ci 
riposiamo neiroblìo che delle sciagure porge il vino generoso ; le poesie 
erotiche di Anacreonte le leggiamo conservando la calma più perfetta, 
il pieno equilibrio delle nostre passioni. Efficacissimo quando morde, 
perchè allora è sincero, ci lascia freddi se canta d'amore, perchè allora 
e convenzionale. Ma la forma in cui tale convenzionalismo si svolge è 
s({uisita. Il nostro poeta ha una straordinaria dolcezza, urbanità, sempli- 
cità, grazia: egli stesso conosce di far versi in special modo graziosi, e 
sa che ciò è la causa precipua che gli acquista le simpatie generali 
(/r. XVIII). Ricchezza di splendidi colori o immaginazione molto varia 
egli non possiede. Gli antichi retori lo classificarono tra gli scrittori dello 
stile piano (yAacpupà a0v6€Oi<;). 

In un frammento (33 b.) 0\W dpYup^r) KibKox' ÉXaiiiirc ir€i6d)) sembra 
che Anacreonte affermi di non aver mai prostituito la propria Musa per 
denaro: tale, testimonianza di chi è in causa è da valutare con certa 
discrezione. E probabile che il contegno tanto di lui quanto d'ibico alla 
corte di Policrate sia stato assai meno nobile di quello di Pindaro alla 
corte di Jerone. 

I metri adoperati da Anacreonte furono assai vari. Noi non staremo 
ad enumerarli: ci limiteremo a notare un tratto caratteristico nell'uso 
metrico del poeta, ed è questo, che non vi si trova traccia né della 
strofe saffica né dell'alcaica : egli non ha voluto copiare da* suoi prede- 
cessori. E^Ii si serve invece sovente di una strofetta di quattro versi, 
tre gliconei chiusi da un ferecrazio: talora la strofe si estende ad otto 
versi distribuiti in due parti, due gliconei seguiti da un ferecrazio e altri 
quattro gliconei chiusi da un altro ferecrazio (cfr. la nota metrica al 
fr. I). Un verso che si trova pure spesso nel nostro poeta è il dimetro 
jonico a minore acataletto anaclomeno, usato probabilmente tanto nella 
disposizione a sistema quanto in quella a strofe. Come si vede, la scelta 
de' versi si accorda assai bene coirindole del contenuto. Anacreonte ado- 
però le armonie dorica, lidia, e frigia. 

II dialetto è il jonico letterario con qualche leggera traccia di eolismo. 
La fama di Anacreonte fu assai durevole nell antichità. 1 suoi carmi 

vennero ritenuti più adatti di quelli d'ogni altro poeta a rallegrare i 
simposii. Egli trovò una quantità innumerevole d'imitatori. Il giudizio 
che l'antichità diede di lui è compendiato assai bene in due epigrammi 
attribuiti a Simonide, ma certamente apocrifi (frr. 183 e 184 Bergk). Nel 



ANACREOISTE 155 

primo il poeta domanda che una vite, piantata sulla tomba d*Anacreonte, 
fornisca ancora sotterra il vino alKamabile bevitore dai dolci canti; nel 
secondo e* dice, tra l'altro, che ad Anacreonte sceso air Ade non rincresce 
già d'esser morto, ma di non poter più amare Smerdi o Megiste. 

Eli APTEMIN. 

I (1). 

1-2 e 4-7 ^ ^^^é 

3 e 8 






rouvoO)Liai cj', ^XacpiiPóXe, 
Eavef) Trai Aió^, àTpiwv 

òeaTTOiv' *ApT6)Lii GnpOùv ' 
f\ Kou vOv èm AnGaiou 
5 bivricTi GpaauKapbiiuv 

àvòpujv ècJKaTopqiq ttóXiv 
Xaipoua'* ou t^p àvrijuépoug 
TTOijuaiveig TToXirJTac;. 

I (1). Efestione, pp. 69-70 W.: Koivòv bé èaTi xarà oxéaiv tò òi»o 
ouaTfmaoiv ùitoirciTTUJKÓ^ , KaOdirep tò irpOÙTOv 'AvaxpéovToq ^Ojaa • 

rouvoOjLiai Gripdùv. 1 vv. 4-8 sono aggiunti dallo scoliaste 

d' Efestione, p. 221 W., il quale riporta Finterò frammento. I vv. 1-5 
e 7-8 (meno x^ipcuo' in principio del v. 7) li troviamo eziandio in 
Giovanni Siceliota (ed. Walz, VI, p. 128) ; i vv. 1-3 in un grammatico 
che tace il nome di Anacreonte (Keil, Anal. gramm,, 10, 26), e in 
Apostolio, V, 59a; i vv. 1-2 ancora nello scoliaste d' Efestione (pp. 105- 
6W.); il V. 1 in Attil. Fortun. (pp. 356, 357,358, ed. Gaisford)i il v. 3 
nello scoi. d'Omero, <J>, 470, ed in Eustazio, 1247, 9; il v. 4 di nuovo in 
Efestione, p. 5W. — 1. fouvcOiLiai: allungamento jon.-ep. delFo in ou 
nella prima sillaba. Quanto al significato, esso è qui semplicemente sttp- 
plico (origin. supplico abbracciando le ginocchia del supplicato). — 
èXaqprjPóXe: quest epiteto è pure dato ad Artemide in Inni omer., 27, 2 
irapOévov alòoirjv, èXacpriPóXov Icx^aipav, ed in Sofocle, Trach,, 214 
(èXaq)a3óXov). — 3. Cfr. 0, 470-1 irÓTYia Giipiuv, | "ApTeiuuq àfpOTépx). 
— 4. Kou: jon. per irou. — ATi9aiou: il dittongo ai è abbreviato da- 
vanti ad ou. Il Leteo era un affluente del Meandro. — 5. òivrjoi: jon. 
per Mvqk;. — 6. èaKOTop^c;: corresse il Bergk dalla vulg. èYKaSópa 
basandosi sul seguente passo di Apollonio (Sint., p. 55): èircl Tà \piXà 
)i€TaTi0éaaiv ci 'Iujvcì; kqì tò òaaéa eie; v|jiXd, ib^ ini toO Td(po(; t€8ti- 
iTÓT€^, èvTaOGa èv6aOTa, koI éirl tujv auva\oiq)OL>v • éoKaTOp^i; nóXiv. 
La correz. è confermata dal cod. E dello scoliaste d' Efestione, ove leg- 
gesi éoKaTÓp€(; ed èOKaTÓpaiq. — iróXiv: intendi assai probabilmente la 
città di Magnesia, che sorgeva presso il Leteo. Cfr. Teogn., vv. 1215-6 

ttóXk; I KttXfi, AriBaiiJM KeKXijnévii ircbivy. Erroneamente taluni (es. 

Schneider, Nobbe) credettero qui indicata Efeso, pel cui territorio non 
passava il Leteo. In Magnesia fiori assai il culto di Artemide. Strabene, 
p. 640, scriveva: èv he Tfj vOv iròXei (di Magnesia) tò Tf]<; AeuKoqppuifi- 



156 ANTOLOGfA DELLA MELICA GRECA 

v»i<; Icpòv ^ariv *ApTÌ|Liibo^, 8 tiIi imèv |Li€Yé9€i toO vaoO Kal tCji irXr|6€i 
Tdùv dva6r)|ui4TUJv XeiircTai toO èv *E(péJ(|i, Tf^ ò* €Ùpu6|ui{<;( Kal xfl xéxvr) 
Tf| ir€pi Tf|v KaTaaK€i)f|v toO ar\KOÙ ttoXù òiaqpépei' xal t^i imcréóei ùttc- 
pa(p€i irdvrac toO<; èv 'Aa(<;i ttX^v òuctv, toO èv 'E(péa\\j kqI toO èv Ai- 
bOjaoK;. Per maggiori particolari sulla determinazione della ttóXk; accen- 
nata nel nostro frammento consulta Michelangeli, IV, pp. 5-6, dove si 
dimostra falsa anche Ti nterpretazione del Koeppen {Griech, Blumenlese, 
li, p. 214), che supponeva trattarsi di Leucofrie, non stimando possibile 
intendere Magnesia, ch'ei diceva al tempo d'Anacreonte distrutta e non 
ancora riedificata. — 7- dvr||uièpou^: ffiiicpo^ è ingentilito dalla civiltà. 
Gli abitatori di Magnesia non sono adunque gente come ad es. i XdXu|)€<; 
di Eschilo, Promet.^ vv. 715-6 (dvfjiuiepoi yàp oòbè TrpóaTrXaxoi Eévoiq). 
— 8. iroiMaivcK; : rammenta l'omerico iroiiufiv Xaujv (A, 296). — tto- 
XirìTac;: jon. per iroXiTa^. — Questo frammento d'inno (di carattere, pare, 
religioso) contiene un'invocazione ad Artemide, che il poeta pensa si 
trovi in una delle sue città predilette. Ho detto frammento d'inno perchè 
non credo assolutamente sia da ammettere che il carme intero compren- 
desse questi soli otto versi, come intesero taluni (ad es. Tlnama, leg- 
gendo I'kou al V. 4 ed èTKaBópa al v. 6), indotti in errore, tra Tal tre, 
assai probabilmente da falsa interpretazione di un passo di Efestione che 
or ora vedremo. 

Metro. — I vv. 1-2 e 4-7 sono gliconei secondi (cfr. net. metr. al 
fr. XXIII di Saffo), i vv. 3 ed 8 ferecrazi secondi. 11 ferecrazio secondo, 
ritenuto dalle vecchie dottrine metriche una tripodia logaedica acataletta 
col primo piede libero come la basi eolica e col dattilo ciclico nella se- 
conda sede, è considerato dalle nuove una tetrapodia giambica (o dimetro 
giamb.) catalettica col primo piede ancor più libero della basi eolica 
(cfr. Masqueray, § 260) e col secondo anaclastico. Quanto alla composizione 
della nostra strofe Efestione, di seguito al luogo addotto in principio, 
spiega: Kaxà juèv yàp ti^v vOv ^kòoctiv ÒKTdKUjXÓ*; èOTiv l'i aipocpi], xal 
TÒ dia\xà èOTi iLiovoOTpoqpiKÓv. Aùvarai he Kal éTépuj(; ÒiaipctaOai €t<; te 
rpidba Kal Trevxdba t\ arpocpr), iììote <J>€p€KpdT€iov cTvai tò TcXcuratov 
ToO auaTi?i|LiaTo<; toO ex tiXiv rpiOjv Kd)Xujv f\ tOljv 'irévT€. Dove il Bergk 
(p. 253) intendeva: « Igitur in vulgaribus quidam editionibus hi octo 
versus una perpetuitate decurrebant, legebatur enim v. 3 Giipiujv (come 
ancor ora leggiamo nel gramm. del Keil), non ut nunc est ap. Heph. OiipOùv, 
quam lectionem qui probaverunt grammatici in duas strophas disposue- 
runt ». Ma a ragione il Michelangeli osservava (IV, p. 9) che dal passo 
d' Efestione «deve inferirsi che la strofa si considerava o come un sol 
corpo d'otto membri (di cui il terzo e l'ottavo eran versi ferecratei) o 
come l'unione di due sistemi (l'uno di tre, l'altro di cinque membri) ter- 
minanti col ferecrateo: ma non che, giusta la prima redazione me- 
trica indicata da Efestione, si dovesse leggere 6r|piujv facendo gliconeo 
anche il terzo membro ». Quanto al luovooTpocpiKÓv si noti che non vale 
qui di una strofe sola, ma di strofe uniformi. 



Eli AIONYION. 

II (2). 

'QvaH, Ji bajLiaXii^ *'Epujq 
Koì Nù|Liq)ai Kuavu)TTib€c; 
Tioptpvpéx] t' 'Aq)pobiTTi 



ANACREONTE 157 

(Tu)LiTrai2!oucfiv, èmarpécpeai b' 
5 ùqjTiXuJV òpéuuv Kopuqpd^, 

TouvoO)Liai ere • aù ò' eu|Li€v^^ 

ÉX6' fifiiv, Kexotpiajuéviiq b' 
€ÙxujXfìq ènaKoùeiv. 

KXeupoùXifj ò* àTa0ò(S T^veO 
10 aufiiPouXo^ • TÒv èfiòv ò* èpujT*, 

Il (2). Dione Crisostomo, Or. 2 (t. I, 36): toùtoi^ T€ mi^v Suvéircrau 
ILivibé €Ùxà(; cdx^^'Oai '^òv PaoiXéa to!(; dXXoK; dimoia^, ^r]bè oOv toù<; 
8€o0q KaXeìv oOtuuc; €ùxóm6vov, ifiairep ó 'Idiviuv itohit^i^ 'Avaxpéuiv • 
QjvaS ktX. — 1. *QvaÈ: esempio di crasi, la quale presso Ànaci-eonte, 
come in generale presso i poeti ionici, è piuttosto rara. — • (L: è retto da 
au^irai2Iouai. — òaiuidXT)^: finag Xc^óiuevov. La parola però risulta sicura 
da quanto osserva Stefano Bizantino ad 'AoKdXujv : AéY€Tai oOv "AokqXoc; 
Kal éH aÒToO *AaKdXii^, ibq Aà^aikoc; Aa)LidXii<; (il ms. del Salm. aggiunge 
épn^ ed il Yrat. épwq). Esichio la spiega in una glossa a noi pervenuta 
guasta : Aa^dX tòv Ipujja fJTOi tòv òa^d21ovTa f\ àfépwxov- Cfredo però 
anch*io col Michelangeli che assai più conforme al vero di quella di 
Esichio sia la spiegazione data dal Dindorf in Thes.^ II, 886, di luvencus, 
Puer. — 2. Nù|Li(pai: Dioniso è sovente menzionato in unione colle 
Ninfe. Cfr. Sofocle, Ed. Re, 1109 Nuinqpciv EXikujvìòwv (secondo la lez. 
del Porson, èXiKUjnibujv Wilam., éXiKUJvidòujv L), alq irXetOTa ouiuiraiZei. 

Le prime Menadi furono le Ninfe. Cfr. lo scolio 5b., v. 2 BpoiuiaK; 

NO|Liq)ai^. — KuavdiiTibcq : dagli occhi cerulei. V. la nota, che meglio si 
chianaerebbe addirittura dissertazione, del Michelangeli a questa parola 
(IV, pp. 11 e sg.). — 3. TTopqpupéTi: non ce nessuna ragione di cor- 
reggere TTopcpupfi (Hiller), forma contraria alla tendenza del dialetto jo- 
nico. Quanto poi al significato dell'aggettivo, è certo possibile determi- 
narlo in modo preciso, pensando ad esempio che sì riferisca al colorito 
delle guance d'Afrodite, come XP^^^féri potrebbe alludere a' suoi capelli 
biondi, ma io crederei che il modo migliore d'interpretare entrambi gli 
appellativi sia appunto quello di non attribuire né all'uno né all'altro un 
senso ben delineato, e quindi ristretto, ma solo un senso indefinito di 
vaghezza, bellezza^ con un contorno di sfumature che possono variare 
secondo che più o meno artistica sia Tanima del leggitore. -^ 'AqppoòiTr): 
per Afrodite m unione con Dioniso v. Roscher, 1, 1065. — 4. k'^xa'xpi- 
qpcai: forma jonicamente sciolta. — b': qui, e più sotto, a' vv. 7 e 10, 
abbiamo esempi di èiTiauvaXoi<p/i od €lb0(; ZocpoKXetov (nome che pro- 
venne a questa figura dall'essere in Sofocle più frecfuente che presso ogni 
altro poeta, almeno al dire dello scoliaste d'Efestione: nelle tragedie a 
noi pervenute se ne incontrano dieci casi, e cioè Antig., v. 1031, Ed. Re, 
vv. 29, 332, 785, 791, 1184, 1224, Elett., v. 1017, Ed. Col., yv. 17 e 1104). 
— 5. òpÉujv Kopuq)dq: questa è la lezione data da tutti i codici, lez. 
che io ristabilisco, mentre essa è generalmente abbandonata per la cor- 
rezione del Barnes Kopucpàc; òpéujv, la quale riduce ad un gliconeo se- 
condo anche il v. 5, che colla lez. de' codd. sarebbe un gliconeo terzo. 
Lo Smyth (p. 286) notava che tale caso di trasposizione del dattilo ci- 
clico ne' gliconei sarebbe unico esempio. Questo non può più dirsi dopo 
la scoperta de' nuovi frammenti di Saffo (cfr. fr. XXIII, dove il v. 4, 



153 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

« 

che è un gliconeo terzo, corrispoade a' vv. 7, 10 e 13, che sono gliconei 
secondi). Le nuove dottrine metriche del resto non trovano punto strano 
il fatto, che è spiegabile senza difficoltà alcuna. Secondo Tindole di esse 
gli schemi ^ ^-v-e « -^v/_si equivalgono perfet- 
tamente. — 6. YouvoO^ai: v. il frammento preced., v. 1, n. — 

7. inxXy: nota il plur. dopo il sing. YouvcO^ai: ctr, fr. 43, vv. 1 e 4, 
fr. 62, vv. 2 e 4, fr, 63, vv. 1 e 3. — KexapiOjiiévii^: riferito per prolessi 
ad €Òxu)Xfì(; invece delPavv. K€xapia)iévu)(; unito col verbo éiraKoOav. — 

8. èiraKoOciv : inf. in forza d'imperat. — Per il pensiero de' vv. 6-9 cfr. 
Archiloco, fr. 72 (Killer) KXOG* dva£ 'Hqpaioxc Kai inoi ou|Li|Liaxo(; Tou- 
vou|uiévi4) I tX€U)^ Y€v60. — 9. KXeupoOX^j: jon. = KXcopoOXip: fan- 
ciullo bellissimo che Anacreonte amò alla corte di Policrate. V. Massimo 
Tirio, 8, 96: 21, 218. — Y€V€0: jon. = tcvoO. — 10. aùinpouXo^: 
nota il giocnetto di parole fra KXeupoOXqj e aó^^ouXcc. — 11. AcO- 
vuac: jon. per ^Aeóvuoe (cfr. Tepigraf. di paese ionico A€ovO(;) = Aió- 
vuae. — 11. béxcaOai: altro inf. in forza d'imperat. — Il carme, evi- 
dentemente di carattere erotico, ci è pervenuto nella sua integrità, a 
giudizio del Bergk (p. 254) : ne dubita invece il Groiset (H. d, l. L gr.^ 
Il, pp. 247-8). 

Metro. — Il metro è quello del frammento precedente (gliconei con 
ferecratei). (}uanto alla composizione della strofe, essa è uguale a quella 
del fr. I + in fine un sistema di tre versi uguale al primo. Abbondano 
le sinizesi, come in generale presso i poeti jonici (v. 3 iropqpupéii, v. 4 
èmoTpécpeai, v. 5 òpéuiv). Nel v. 3 il primo piede presenta la forma - ^. 

III (3). 
KXeuBouXou iiièv ^t^t' èpa», 
KXeupoùXip b' èTri^aivojLiai, 

KXeùpouXov òè òiocJk^uj. 

Ili (3). Erodiano, ircpl axnin-, 57, 5: irepl iroXuirTd^Tou TTapà hk 

'AvaxpéovTi èiri xpiuiv (cioè in Anacreonte si ha la ripetizione della pa- 
rola con tre diverse terminazioni)- KXeuPouXou ktX. — 1. KXcu- 
pouXou: V. al frammento preced. Come termine deiraspirazione indicata 
da èpui è messo al gen. — èpili: lo Schneidewin correggeva secondo il 
dialetto ionico èpéui, emendamento accolto dal Hartung e dal Hiller, i 
quali però si dimenticavano di fare, come lo Schneidewin {Beitr., 124), 
la stessa correzione al fr, 89 b. Lo Smyth scrisse, seguendo lo Schnei- 
dewin, èpéu) in entramni i frammenti, mostrando cosi di credere alFaf- 
fermazione dello Stark (Quaesi. Anacr. Uh. duo, p. 19) che « semper so* 
lutas apud Anacreontem invenies formas, quae exeunt in cu; ». — 
8. òioOKéui: Esichio spiega bióOKCiv (òiookcW)* òiapXéireiv auvexOù^ ti?|v 
òpaaiv M^i^<^P<^^^ovTa. 

Metro. — Identico a quello de' primi tre versi dei due frammenti pre- 
ced. In òiooKéui v'ha sinizesi. 

IV (4\ 

'Q Trai 7Tap0éviov pX^Triuv, 
òiCriiLiai CJ€, aù ò' où Koeiq, 
oÒK elòu)^, 6ti ttì^ èjLifì? 

vpuxn? fìVlOX€Ù€ig. 



ANACREONTE 159 

IV (4). Ateneo, XIII, 564 D: *0 ò* 'Avaxpéujv ti qpriaiv; *Q ira! ktX. 
— 1. irat: pare che si tratti di Gleobulo: cfr. Massimo Tirio, 8, 96: 
^eaxà aÙToO ('AvaxpéovTotì Tà ^a/Liaxa ty]<; Zinépòio^ KÓ|uiiq koì tuiv 
KX€o3ov»Xou òqpeaXiuuiv. — irapOéviov pxéiruiv: il Buchholz confrontava 
Ibico, fr. II, V. 1 TCKép* 6)Li|aaoi Ò€pKÓfi€vo<;. Lo segui lo Smyth (p. 287); 
ma assai probabilmente ha ragione il Michelangeli affermando che il 
)oeta qui «parla d'ingenuità, non di lascivia». — 2. biZiiiuiai: parola 
ionica. — K0€Ì(;: jon. per voct^: « forse etimologicamente unito con caveo. 
La stessa radice in 6uoaKÓO(;, djuvoKOjv 'di sentimenti da agnello* Ari- 
stoph. Eq. 264 » (Smyth). — 4. yjvioxcùciq: cfr. Ò€ivò<; yjvioxoc; detto 
di Eros m Ermesianatte, 84. Il verbo è costruito col genitivo come in 
Platone, Fedro, 246 B. 

Metro. — Gliconei chiusi da un ferecrazio come nei frammenti che 
precedono. 

V(6). 

Mexq fièv bì] TToaibTi'iibv 
?aTr|K€v, veqpéXaq ò' ubuup 
Pap\j[v€i, Aia] t' àTPWi 
xeiliujveq KaTÓTouaiv. 

V (6). Lo scoliaste d'Omero (II., XV, 192) riferisce (ma la citaz. d'Anacr. 
non è a posto: cfr. Bergk, p. 256): 'AvaKpéujV |li€U M^v òfi TToaci- 
ÒTiìdjv loTiiKev, vcqpéXri ò' Oòuip Papù b' ftypioi x€1|iiul>v€(; 
KaTdYOuoiv. Con notevoli varianti troviamo lo stesso frammento in 
Eustazio, //., 1012, 1 : Meìq |ui. b. T7. ?ottik€, vcqpéXai ò' ubari papOvov- 
Tai, djpioi bè x€iml»v€<; TraTayoOaiv. — 1. M€(<;: lo scoi, a T, 117, dove 
pure s'incontra questa forma, dichiara t |ui€(<;* }àì\v' AIoXikuù^. È forma jon.- 
eol. — TToaibn'idjv: cfr. TToaibniov in B, 506: = att. TToaibcibv. < 11 mese 
Posideone andava, pare, da mezzo decembre a mezzo gennaio del nostro 
calendario (cfr. Richter, 125), dal 25 decembre al 23 gennaio presso i 
Joni d'Asia secondo l'Alvino (p. 333); era sacro a Posidone e negli anni 
embolimi (di tredici mesi) si ripeteva col nome di Posideone Secondo 
(cfr. Unger, 575; Alvino, 282-283). Plutarco lo nomina (Vita di G. Ce- 
sare, XXXVII), dicendo solamente: iaxaiiiévou *lavvouapiou larivòi; (oì)to(; 
b* dv eXt] TToaeibediv 'A9iiva(oi(;) ktX. » (Michelangeli, IV, p. 18). — 
2. §<yTr|K€v: cfr. nel citato luogo delllliade, T, 117, 6 b' gpboiuoc; éoTnKei 
|Li€{(;. — La lezione dei vv. 2-3, in quanto s'allontana da quella dello 
scoliaste d'Omero, è emendamento del Bergk, il quale confronta col v. 3 
Orazio, Epodi, 13, 1-2 imbres \ nivesque deducunt lovem. — 3 e 
4. ^YPioi x^^l^^vcq: il x^^M<2 (^^ senso figurato) è detto ftypiov anche in 
Eurip., Androm., 748. 

Metro. — Ancora gliconei chiusi da un ferecrazio. Il primo imérpov 
del v. 3 è un antispasto. 

VI (8). 

*'Etu)t o6t Sv 'AnaXOein? 
PouXoi^Tiv KÉpaq out' ?T€a 

TTeVTfJKOVTa T€ KOI éKQTÒV 

TapTTicraoO pacTiXeOaai. 



160 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

VI (8). Strabene, III, 151 : TiroXdPoi 6* dv Ti^ ex xn^; iio\\f\<i €Ù6ai- 
jLiovia^ kqI ^QKpaiujvaq òvofaaaOiiìvai toO^ èv6db€ dvOpòbirou^ xal judXiaTa 
Toù^ f|Y€)Lióva(;, Kaì òid ToOt'o 'AvaKp^ovxa pèv oOtux; ctirety 'Et il' x' 
dv oOt* ktX. a questo luogo si riferisce Plinio il Vecchio, Stor. Nat., 
VII, 154: € Ànacreon poeta Arganthonio Tartessiorum regi CL trihuit 
annos, Cinyrae Cypriorura X. annis amplius, Aegimio GG ». A proposito 
delle quali parole nota il Bergk, p. 257 : « De Ginyra et Aegimio nihil 
dixisse videtur Ànacreon, et nisi ipse Plinius negligenter ut solet haec 
scripsit, librarìorum subest error ». Segue poscia Plinio: « Sed ut ad 
confessa transeamus, Arganthonium Gaditanum octoginta annis regnasse 
prope certum est, putant quadragesimo coepisse » (cfr. Erodoto, I, 163). 
V. anche Luciano, De Macr., 101; Flegone di Traile, De' Macr., 4; 
Gicer., De sen., 19, 69; Val. Mass., Vili, 13, 4; Silio Ital., Ili, 398; 
Gensor., De d. n., 17. — 1. 'A|uia\e€ÌTì<;:, jon. Notisi l'abbreviaz. del 
dittongo, come in AtiOaiou al fr, I, v. 4. È perfettamente inutile la cor- 
rezione 'A|LiaX0(n<; del Tyrwhitt. Amaltea (nutrice) è la capra che nutrì 
col suo latte Zeus partorito segretamente da Rea in una grotta del monte 
Diete in Greta perchè il marito Grono noi potesse ingoiare. Secondo Gal* 
limaco, 1, 49, da un corno di questa capra scorreva nettare, dall'altro 
ambrosia. Secondo un'altra leggenda Zeus ruppe un corno della capra 
Amaltea e ne fece il cornu copiae. Onde Tespressione Képaq *A^aX8€ll^q 
significa grande abbondanza di ricchezze. TOxìi, come datrice de' beni, 
veniva rappresentata con in braccio talora Pluto, talora il corno d'Amaltea. 
— Appare da questo luogo, come pure dal fr. 33, il non grande conto 
che Anacreonte faceva della ricchezza (cfr. Archi!., fr. 19 h. OO |lioi rà 
rOTCUJ ToO iToXuxpOaou \xé\^\ ktX.); appare eziandio dal frammento del- 
Taristotelico irepl xp€i*I»v riferito da Stobeo, Flor.^ XGIII, 38: 'Avaxp^wv 
ó )i€XoiTOiò(; Xapùjv TdXavTov xpwoiou irapà TToXuKpàxouq toO Tupdvvou, 
dir^bujKCv elirdjv • MiaOD òujpeàv t^tk; àva^Kd^ei dYpuitvetv. Ma questa 
sua aocpia (cfr. Plat., Fedro, XI), ben lunge dal renderlo un precursore 
di Socrate (Massimo Tirio, 24), non era, come ottimamente osserva il 
Michelangeli (IV, p. 22) che « una saviezza mondana ». — 3. t€ koi: cfr. 
Pind.,OZ. 1, 81 ènei Tp€!(; re Kal 6éK* dvòpaq. — 4. TapTì]aaoO: v. al fr. IV 
di Stesicoro, v. 2, n. — Il re che, secondo il nostro poeta, avrebbe regnato 
sui Tartessii per centocinquant'anni, è Argantonio, pel quale v. i luoghi ad- 
dotti dianzi. Visse poco prima di Anacreonte e fu principe magnifico, 
come appare dairaccoglienza che fece a que' di Focea, città della Jonia, 
secondo che narra Erodoto nel già citato luogo, 1, 163: toOtuj hi] tu) 
dvbpl (seti. 'ApYav0u)v(i|j) irpoacpiXécc; ol <J)u)Kaié6c; oOtuj hi) ti èyévovTO, 
ifaq Tà |Lièv irpuiTà acpeaq èKXnróvTa(; 'Iu/vitiv èKéXeuE Tf\^ éujuToO x^P^^i 
oUnaai 6kou poOXovTai, |U6Tà bè, ilx; toOtó y€ oùk èirciGe toù<; <t>u)Kaiéa(;, 

èbibou acpi xpilMo^Ta Tctxoq ir€pi3(xXéo8ai Tf|v iróXiv. èbibou bè dqpei- 

héwc,' Kal yàp xal i^ itepioboc; toO t6ÌX€o^ oòk òXi^oi OTdbioi dai, toOto 
bè nàv XOujv juieTdXwv Kal cO auvapiao(j|Liévu)v. 

Metro. — Gliconei chiusi da un ferecrazio. Il primo ^éTpov del v. 1 è 
un antispasto. Notisi la sinizesi in ?T6a al v. 2 ed in Kal éKaTÓv al v. 3. 

VII (14). 

Zcpaipr) òr|UTé jiie 7Topq)up6ri 
pàXXujv XP^^0KÓJLIT1(S ''Epiu^ 
vrjvi TTOiKiXoaajLipdXip 
au)Li7TaiZ!eiv TrpoKaXeiiai • 



ANACREONTE 161 

5 f\ b\ èaiiv T^p alt' eÒKTiTou 

AécjpOU, Tf|V ^ièv èflflV KÓfiTlV, 

XeuKfi YÓp, KaTajLié^ipeTat, 
TTpòq b* SXXtiv Tivà XÓ^KCl. 

VII (14). Ateneo, XIII, 599 G: *Ev toùtok; (cioè in un carme, prece- 
dentemente riferito, sugli amori d'illustri poeti) ó *Ep|Lii^aidvag acpdXXeTai 
auYXPOvctv o(ÓM€vo< Zaitqpib xal 'AvoKpéovTa, tòv m^v kotò KOpov xai 
TToXuKpdTiiv T€vó|Li€vov, T^iv he KttT* 'AXudTTT)v TÒV KpoCaou irarépa. 
XajLiaiXéujv b' èv Ttp ircpl ZaircpoO^ xal Xéreiv Tivdq (priaiv cl^ aÒT^iv 
iT€itoif)a8ai Ù1TÒ 'AvaKpéovTo<; rdòe* Z (pai pi} ktX. Per Tautenticità del 
frammento diremo subito che il Bergk (p. 258) osservava : < Ipsius haud 
dubie Anacreontis Carmen est, sed male poetam ad Sapphonem respezisse 
putaverunt. Welcker (Mus. Rhen. XI 230 sq^.) censet priorem tantum 
stropham Anacreontis, versus novissimos subditicios esse ». Ma i sospetti 
dei Welcker (per cui vedi anche Kleine Schrift,^ III, 71 e sgg.) sono 
proprio eccessivi, nò hanno altra ragion d'essere se non il fatto che la 
fanciulla, cui si accenna nella seconda strofe, ò detta di Lesbo. Or se ò 
impossibile che Anacreonte abbia amato Saffo, non vedo però nessuna 
difficoltà nelFammettere che siasi invaghito di qualche fanciulla dell'isola 
di Lesbo. -^ 1. Zqpaipr): «In primae declinationis formis fereubique 
ì] prò a positum est praecedentibus vocali i aut littera p in nominativo » 
(Stark, Quaest. An., p. 17). — òtiìStc: crasi: cfr. Saffo, fr. I, v. 13, Al- 
cmano, fr. X, 1. — itopcpupéi]: per la palla purpurea si potrebbe forse 
anche intendere una mela. Era costume degli amanti mandarsi una mela 
addentata o lanciarsi mele a vicenda: entrambi questi atti dimostravano 
la corrispondenza dell'affetto (ricordisi che la mela era sacra ad Afrodite). 
Cfr. Teocr., 5, 88: pdXX€i kgI ^àXoiax tòv atiroXov à KXeapiora, Ant. 
Pai., V, 79 : tiSi ^i\K^i pdXXu) ae • ai) h\ eì }xiy éXoOoa q)iX€t<; lae, | òe- 
la}xévr\ Tf)^ af\(y napSeviTic; )ui€Td&o^. Ma molto probabilmente la palla 
purpurea è qui da interpretare semplicemente come un simbolo della 
mela. — 2. xpw<J« 'Epui^: cfr. "Epw^ ó xpvaoKÒ}xa(; in Eurip., /. A., 
548. — Meleagro in Ant. Pai, V, 214, chiama Eros aqpaipiOTdv, ed in 
Apoll. Rodio, IH, 135, Afrodite offre ad Eros una acpatpa cùTpóxoXo^ 
colla quale avea giocato Zeus fanciullo. — 3. vf^vi: yf\v\(; contraz. jon. 
per vedviq ci è dato in Ee. Af., 604, 5. Per vf|vi poi contratto da vfyfxi 
cfr. Et. iÓr., 448, 23, Dracone di Stratonica, p. 46. — TroiKiXooa|npdX^j : 
per oduPaXov v. Eumelo, v. 2, n. — 7. XcukVi ydp: sott. èaTiv: di 
siffatte propos. incident. ellitt. fa molto uso Anacreonte (cfr. Stark, p. 22). 
— 8. dXXriv: è la lez. dei codd. che io non credo affatto necessario 
cambiare con l'dXXov del Barnes, dando essa un ottimo senso. Si rife- 
risce a KÓjLiTiv. Non credo possibile nel nostro caso l'interpretazione dello 
Schweighàuser e del Nobbe, i quali, tenendo dXXrjv, mtendono però 
altra fanciulla, pensando si alluda qui ad amori lesbici. — xàOKex: nota 
l'evidenza estrema del quadro. 

Metro. — V. i frammenti precedenti. In iropcpupér) al v. 1 v'ha sinizesi. 

vm (17). 






'HpiCJTTlCya ^èV ItpioU XcITTOO jUlKpÒV ÓTTOKXa^, 

oìvou ò' éH^TTiov Kdbov, vuv b' àppuj^ èpóeaaav 
ipdXXu) TTTiKTiòa Tf] q)iXij KUJ)LidZ!ujv Trdiò* àpprj. 

Tacconi, Antologia della melica grtca. Il 



162 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

VIII(i7). Ef68tione,p. 34W.: Tò bè t^v bcuxépav laiiiPiKyiv ^xov {scil 
dvTiaitaaTiKÒv T€Tpà)Li€Tpov) KaXetxai TTpidiTEiov, olov • *H piani a a 
ktX. Che il frammento sìa ai Anacreonte si rileva da Ateneo, XI, 472 E: 

Kdòo^' Zi|Li^ia(; iroTf|piov, tiapaTiOé^cvoi; *AvaKpéovTo<; * f| pi or ti a a 

Kdbov. Gfr. lo stesso Ateneo, XIV, 646 D, e Polluce, X, 70: xal 'Ava- 
Kpéuiv bé oDTiaiv Olvou ò'èHéiriov Kdbov. V. ancora Apollonio, Lcss. 
Omer.^ 16o, 6. 1 vv. 1-2 e la parola. i|idXXui si trovano pure in Apost., 
Vili, 68c. — 1. irpiou: Ateneo nel secondo luogo citato: "Irpiov* 
iTCfxiuidTiov XciTTÒv bxà an<Td|Liou Kai ^éXiToq Y€vó/yi€vov. Di una festa pre- 
parata da* Samii, nella quale si mangiarono di cotali focaccette, parla 
Erodoto, 111, 48. Samo era assai rinomata per la fabbricazione delle focacce 
(Ateneo, IV, 130 D, XIV, 644 C). — dTroKXd(;: part. aor. f. (Kùhn.3, § 311). 
— 2. Kdbov: evidentemente errò Simmia elicendo xdòoq = uoTfipiov. 
La forma precisa di questo vaso, destinato a conservare il vino, non si 
sa indicare: probabilmente apparteneva alla classe delle anfore (Gahl 
e Koner*, p. 273). — dppObq: cfr. Stesicoro, fr, XIII, v. 2. — épóeaaav: 
cfr. Inni om., 3, 31^ dove la x^^^^ ^i Hermes è detta q^uViv èpÓ€oaa. Nel 
/>. 22 B. il nostro poeta dice kqX/i la iniKTi<;. — 3. tpdXXui: detto del 
sonare uno strumento a corde colle dita, senza il plettro, airuso asiatico. 
-^ TTTiKTiba: strumento del genere della lira, di origine lidia (Guhl e 
Koner*, p. 345). — KUJ|uid2ujv: facendo la serenata: cfr. Alceo, fr, 56 b. 
< Qui durante il giorno » nota lo Smyth (p. 289), mostrando quindi d'in- 
terpretare TdpiOTov {'HpiaTr\aa) nel senso più comune di ' colazione fatta 
verso il mezzogiorno* (Guhl e Koner^ p. 444). Ma vedi Michelangeli, 
IV, p. 26: «L'dpiOTOv in origine fu il cibo del mattino, la colazione; 
poi corrispose alla nostra merenda (per il che si disse anche dpiarov 
b€iXivóv per contrapposizione al irpuiivóv) e finalmente anche al nostro 
pranzo o alla nostra cena ». — itdiò*: per Telisione del i del dat. sing. 
cfr. E, 5 doTép* òiTUipiv<|i èvaXlYKiov, K, 277 xcitpc bè xCp 6pvi6* 'Obuffcù;, 
TT, 385 fliuar ÒTcujpivip, Esch., Pers., 850 òiravTidtcìv iroib' è|Lin?i, Sof., 
Ed, Col., 1436 OavóvT*, ènei, ecc. (v. Kùhn.^, § 53, G). Del rèsto con 
molta probabilità Telisione del iota non è neppur necessaria, e basta, 
perchè il verso torni, ricorrere alla sinizesi. — d^pfj: cfr. à^pi\ irap- 
eévo<; in Esiodo, fr. 242 Rz. 

Metro. — E il verso priapeo (così detto « èneibfi Eùqpopiuiv ó YPa|Lii.uci- 
TiKÒ; èirl Tujv TTToXeiLiaiwv èv *AX€cavbp(6()(;i èypaipev €lq TTpiairov toOto 
TÒ luérpov » (scoi. Efest., p. 188 W.) ) nella forma di un gliconeo secondo 
-f- un ferecrazio pure secondo. La cesura è, come al solito, fra i due 
membri che lo compongono. 

IX (19). 



— — — w v>— v-»w 



'ApGeìg bìiuT* ÒTTO AeuKàbo^ 

Tréipr]^ iq ttoXiòv Ku^a koXujuPuj ineOùuav JpujTi. 

IX (19). Efestione, pp. 7i-2\V.: "Otav bè ^iniiaXiv i^ rdEi^ Jj, irpoipbòq 
KaXetxai, ili<; irap' 'AvaKpéovn* 'ApGeU ktX. Il frammento è pure rife- 
rito in Apost., Ili, 90 e, e le parole |li€8ùujv ^pujTi sono anche in Filostr., 
Imagg.^ 1, 15. — 1 e 2. Aeuxdboq 'iréTpTi<;: dicevasi che il salto dalla 
rupe di Leucade nell'Acarnania avesse la virtù di guarire, qualora se 
n'uscisse vivi, dalPamore non corrisposto, anzi persino di far passare IV 



ANACREOXTE 163 

more nella persona fin allora amata e non amante. La tradizione di 
questo salto e assai antica. Da Ateneo, 619 D, apprendiamo che, secondo 
un carme di Stesicoro, si espose alla pericolosa prova la giovinetta Ca- 
lice : 'ApiOTóEcvoc; hi èv TcràpTui Trepl iiiouaiKfì^, flbov, «piiaiv, al dpxatai 
TuvatKC^ KaXOKìiv Tivà dibfjv. ZTnoixópou ò' ^v Trofima, èv Cj KaXÙKr) 
TK òvoiLia, èpuiaa EùdGXou vcavioKOU, auuq)póvu)< cOxerai t^ 'Acppobixij 
YaMìlOnvai aùrCp- èitel òè ùircpetòev ò v€avioKO(;, Karexpi^iiLiviaev éaux/iv 
èyévcTO bé TÒ irddoc icep) AeuKdba. < La più ricca raccolta di notizie su 
questi saiti trovasi in un'opera di Tolomeo Chenno (scrittore dei tempi 
di Traiano e di poca autorità), della quale Fozio ci ha dato un estratto » 
(Michel.). — 2. TToXiòv KO)uia: cfr. A, 248 'iToXif)<; GaXdaariq, Lucr., 11, 
767 canos fluctus, Gatull. 66, 70 canae Tethyi. — fiieOOujv épujTi; cfr. 
fr. 163 B. 'EpujTa irivuiv, Virg., En.^ I, 749 longumque bibebat amorem. 
— Credo assai preferibile Tinterpretazione del Michelangeli (IV, pp. 32-3) 
« Saltato giù dallo scoglio di Leucade nell onda canuta me ne vo nuo- 
tando, ebro d*amore » a (|uella del Comparetti {S. e F., p. 284) « Gittan- 
domi ... andrò ... ». La prima, dando come avvenuto il caso strano d'uno 
che ha fatto il salto e non è né morto né guarito dalla passione amo- 
rosa, riesce spiritosa e burlesca: la seconda viene a dare al frammento 
un'aria di presunzione che urta e che non mi sembra punto conciliabile 
coir indole della poesia anacreontica. 

Metro. — Un gliconeo seguito da un simmiaco. Il verso simmiaco non 
è che una delle tre forme secondarie dell'asclepiadeo maggiore, come dice 
lo Zambaldi (p. 409), o, per dirla con Efestione, non é che il T€Tpd)Li€- 
Tpov dvTiaTiaaTiKÒv ùirepKaTdXiiKTov, che prese il nome di ZijuiataKÓv 
perchè Simmia lo usò continuato. Per Tasclepiadeo maggiore v. not. metr. 
al fr. XI d'Alceo. 

X (21, vv. 3-14). 
...z ...^ ^-l^^s c^ 



TTpiv jLièv Ixwv pepPepiov, KaXu^^ai' èa(pT]Kuj)Liéva, 
Km HuXivouq àaTpaTotXouq èv iLai, m\ ipiXòv irepi 

TrXeup^cTi [OPPILI* fjei] Poóq, 
vcóttXutov €iXu)Lia KaKfì^ àaiTiòo^, àpxoTTUjXiaiv 
5 Ktti èOeXoTTÓpvoiaiv ójLiiXéujv ó irovripòq 'ApTé^njuv, 
KipòTiXov eùpiaKuuv piov, 
TToXXà ^ièv èv òoupi òeOei^ aùxèva, iroXXà ò* èv ipoxtu? 
TToXXà bè vuiTOv cJKUTivri iLiàaiiTi GujjuixOeig, KÓjuriv 

TTUJTUJVd t' èKT6TlXjLlèV0S • 

10 vOv b* èmpaivei aaiivéiuv, xP^^ca q)opèiuv KaGèpinaia, 

Tfàig KuKTi^, Ktti cJKiaòiaKnv èX€q)avTivr|v q)opei 

TuvaiEiv auTiug . . .' 

X (21, vv. 3-14). Ateneo, XII, 533 E: XoMaiX^wv b* 6 novTiKÒc; èv 
T(p Tiepl *AvaKpéovTO(; ttpoGcIì; tó- EavOfl 6' EùpuTiOXij iiiéXei ò ire- 



164 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

piqpópiiTO^ *ApT^|LiU)v, Tf|v irpoOìxxopiay toùttìv Xap€tv tòv 'Apxé- 
^ova olà TÒ Tpufpcpu)^ PtoOvTa Tr€pi(p^p€a6ai éirl kXìvti^. koI yàp *Ava- 
xp^uiv aOtòv ìk tT€v(a^ €(^ Tpuq)f|v òp\if\aai q>r]axv év toùtok* TTplv 
Héy ktX. Per la prima citazione v. più sotto, al /r. 86 b. — Il carme, 
secondo ogni probabilità, come già opinarono il Blass (Rh. Mus., XXIX) 
ed il Bergk (p. 261), ci è giunto intero, salvo lultimo verso, che è monco. 
— P€pp^piov : il Dindorf nel < Thesaurus » dichiara : < ignotum vesti- 
menti genus ». Il Bergk nelFediz. del 1834 spiegava: < genus vestimenti 
vulgare ac servile, quod resti arcte constringebatur ». dome ben nota il 
Michelangeli (IV, p. 37), Tinterpretazione è tratta dalle due susseguenti 
parole. Lo Schòmann {Index scholar,, etc) intendeva < capìrìs ouoddam 
tegumentum, pileum aut mitnam ab Asianis nescio quibus aut Tnracibus 
Abderae vicinis gestari solitam, eamque fortasse in apìcis formam su- 
perne constrictam et coarctatam », vedendo indicato il vestito ne' vv. 2-4. 
di tentò anche di correggere Pep^épiov, e lo Schweighàuser propose k€p- 
3épiov, spiegando ijudTiov, triste, vile et miserum amiculum (Ésichio ha 
KcpPépioi * do6ev€l(; e KiM^^pioi), il Dalecampe Pcpp^via (da scrivere Pcp- 
péviov, se mai, per ragion del metro), intendendo vestes vilissimas (Ési- 
chio: oi òè yivo^ TI 'ApKQÒiKÒv Toù( BcppcvCouO- Noi riteniamo Peppé- 
piov e ci accontentiamo d'intendere veste indubbiamente vile, come 
appare dal contesto, senza investigar più oltre, mancandoci ogni sicuro 
punto d appoggio. — xaXOMMaT* éacpriKUJfiéva: era uso de' poveri portare 
vesti legate molto strettamente alla cintura. Gfr. Aristof., Plut,^bÒÌ, 
dove sono detti oqpT)Kdiòet<; gli ioxvot figli della Povertà. Coloro che spie- 
gano Pcppépiov = capitis tegumentum, intendono poi k. è. o, come lo 
Schweighàuser, (vilem pileum) capiti adstrictum, o, piuttosto, come il 
Villebrun, un bonnet pointu. Per il plurale messo in apposizione al sing. 

cfr. Scudo d'Er,, 313 xpCiToq, kXutò ^PY^t Sof., FiL, 35-6, ^Kirui^o, 

T6Xvf|MaT(a), Eurip., Or,, 1053 \kvf\\x.a, Kébpou xcxvdaiiiaTa. Nota l'ef- 
fetto comicissimo di questo dignitoso plurale nel nostro caso. — 2. SuX. 
darpay. : bene lo Schòmann < H. d. haud dubie tessellae sunt ligneae, 
prò bacia aut gemmis inaurium a pauperibus usurpatae. Et inaurium 
usum in Asianis gentibus etiam apud viros obtinuisse novimus. Gfr. Plin., 
H, N., XI, 37, 50 ». Assai a proposito il Fischer faceva notare qui Tan- 




Fer questo bépiia ktX. intendi una cintura. — 4. vcóttXutov: cfr. Z, 
64 veóirXuTa €t|LiaT(a), Erodoto, Il 37 efjiiaTa òè Xivea (popéouai aUl vcó- 
irXuTO. — V. €lX. K. dOTT. : nota l'estremo disprezzo contenuto in questa 
espressione, e specialmente nel KaKf](;. — dpToirdiXioiv: la fama di queste 
donne in Grecia era assai cattiva: cfr. Aristof., Rane, vv. 857-8 XoiÒo- 
pctaeai b* où 9é|Lii(; | dvòpaq iroiriTàc; djatrep dpTOirdiXiba*;. Polluce, VII 
(da Ermippo) dà ad una di costoro gli epiteti di iraaiirópvr) xal xdirpaiva 
Kol oairpd. — 5. è8€Xoirópvoiaiv : drentrambo i sessi. — ó Trovppòq 
'ApTéjLiwv: pare che costui sia stato un farabutto di bassissima estrazione, 
il quale, arricchitosi per vie certo né lecite né oneste, si diede alla vita 

f)iù effeminata. Lo Scnòmann, con molta probabilità di coglier nel vero, 
reputava un servo o un liberto che, datosi a commerci frodolenti, ebbe 
spesso giusta mercede delle sue bricconate (vv. 7 e 8), ma riuscì alla 
fine a farsi ricco. Alle fonti di guadagno ammesse dallo Schòmann sembra 
però sia da aggiungerne un'altra, non vietata dalla legge, ma più lurida. 
V. fr. 86 B., ed il cemento ad esso, dove si discorre pure della causa 
della feroce satira d'Anacreonte contro di lui. — 6. xf^ònXov : impuro: 
detto propriamente di metalli. — ^lov: come in Esiodo, Op. e G,, 232; 



ANACREONTE 165 

Omero ha in questo senso ^Cotcc;. — 7. òoupi : il Reenen notava « li- 
gnurriy instrumentum ligneum sive collare ligneum, c^uod gestabant servi 
propter maleficia ». Meglio, credo, lo Schòmann dichiarava év òoup{ = 
^v lùXi|j e 2OX0V = KO(puiv (OKcCoq EOXivov ip tòv aùx^va èvGévxa òet 
ILiaaxiYoOaeai tòv ircpl Tf|v à^opàv KQKOupYoOvTa (Polluce, X, 177) \ 
Per Tpoxó^, che segue poco dopo (èv Tpox<l[i)t devesi intendere natural- 
mente ruota da supplizio. Non merita neppure d essere presa in consi- 
derazione la spiegazione del Mehlhorn e del Petit che si accenni qui ad 
esercizi da giocoliere. — 8. 0uj|liix6€((; : Esichio spiega iiiaaTixOciq. — 
8 e 9. KÓ|LiT]v ird)Tuivd t* èKTCxiX^évo^: la pena degli adulteri (Smyth). 
— 10. aaTivéu»v: Esichio: ZaTtvai* diLiaEm. Troviamo adoperato con t 
anche aaTivaq al v. 1311 dell' «Elena» d'Euripide. — KaOép^ara: creo- 
chini: cfr. a, 297. — 11. KCikt)^: «soprannome, forse perchè essa era 
una q[)apMaKeOTpia. Cfr. kuk£iiXi • ttotòv ÒT|XT|Tfipiov Esich. » (Smyth). Il 
Toup (Epist. crit,, 148) congetturava irati; tOxii<; : cfr. Sof., Ed. -Re, 1080 
èydj b* éfiauTÒv iratòa ttV; TóxTjq véinuiv. — OKiaòiaKiiv : i jparasoli ave- 
vano precisamente la forma dei nostri. Da un passo dei « Cavalieri » di 
Aristofane si può forse arguire che essi si distendessero e si chiudessero 
pure alla guisa de' nostri (vv. 1347-8 xà b* (tira yàp aou vi?| Ai* èEcire- 
rdvvuTo I djaircp (TKidbciov Kal irdXiv EuvifiT^To). Che si potessero chiu- 
dere è negato invece in Guhl e Koner^ p. 316. — èX€(pavTiviiv : s'in- 
tende «col manico e le bacchette d'avorio». — cpopet: la forma è 
alquanto sospetta, essendo l'unico esempio in Anacreonte di €€i contratto 
in €1. — 12. Il Fischer notava : « AdTWC hoc loco idem est quod 
ójioìuk;, ita ut inde pendeat casus tertius nominis YUvatKeq* quam adverbii 
vim Hesichius, auctor Etymologici M., aliique grammatici veteres, etiam 
Phavorinus in Lexico, notarunt ». Lo Schvtreighàuser, non reputando 
greco tale uso di adrux;, accettava la congettura del lacobs f^vi^ tév 
aÒTCp. Lo Schòmann aggiungeva in fine éimqicpfiq. Ma Fuso di adrwq col 
dat. è stato ammesso dal Dindorf nel « Thesaurus », dal Bergk, e dal 
Kùhner, ed io ho indicato lacuna non perchè stimi necessario (come lo 
Smyth, p. 291) un vocabolo quale è^qiEpf)^ simili per compiere il co- 
strutto, ma semplicemente perchè il verso non è compiuto. II Bergk 
(p. 262) vorrebbe leggere d^patq j^vaiSlv aCfTui^, ammettendo come ca- 
talettico quello ch'egli crede Tultimo verso del carme. Piacque la con- 
gettura al Blass, il quale però preferirebbe mettere dopate; m fondo al 
verso precedente, al posto di cpopct. Siamo però sempre nel campo delle 
supposizioni, che possono, è vero, essere ingegnose, ma novantanove volte 
su cento colpiscono fuori del segno. 

Metro. — È la terzina anacreontica, composta di due tetrametri co- 
riambico-giambici acataletti seguiti da un dimetro giambico pure acata- 
letto. Frequenti sono le sinizesi: v€óitXutov al v. 4, óvuXéwv al v. 5, 
aarivéuiv, XP^^^^ ^ <popéwv al v. 10. Al v. 5 la prima lunga è sciolta 
in due brevi. Il frammento, o carme che sia, ha un'importanza metrica 
veramente somma, perchè dimostra all'evidenza Teqùivalenza perfetta tra 
il coriambo e la dipodia giambica, che, come vedesi dallo schema, si 
scambiano indiflérentemente l'uno coU'altra. Le nuove dottrine metriche 
hanno in questo frammento uno de' più sicuri punti d'appoggio. 



XI (24 e 25). 

K^\J \J \J -i- ^ yj \^ J. — v^Vw»— vy I • J- 

'AvaTTéTO|Liai òt| irpòg "OXujlittov TTT€puT€<Jai KOuq)aiq 



166 ANTOLOGIA BELLA MELICA GRECA 

olà Tòv ''EpiuT'- ou yàp èjaol (traT^ è)eéX€i auvnPciv. 

* 9|c He :)( 9|c 

(''Epuj(;) &q jLi' ècTiòibv Téveiov 
ÓTTOTTÓXiov xpw^oqpa^vvujv TTiepuTiwv àriiai^ 
5 TrapaTréT€Tai, 

XI (24 e 25). 11 v. 1 è riferito da Efestione, p. 31 W. : 'Avaxpéuiv he 
è7i€Ti?lb€ua€ Tf|v TTpibTy]v ovlv'fiav òi' 6Xou ^ainaroc; èK rpi^paxéoq Kal 
idfipou iroifiaai, ijbq clvai koivi?)v XOoiv Tf|<; t€ xopiainpiKfiq kqI xf)^ !aiui- 
PiKf)^ * 'AvaTréTOjuiai ktX. Lo troviamo pure in un Graìnm. ined, del 
cod. Par. 2881, fol. 141, con la variante ittcpOtéoi. I vv. 1-2 si leg- 
gono in scoi. Aristof., Uccelli, v. 1372. Anzi il v. 1372 è il primo di 
questo frammento. I vv. 3-5 vennero ricostituiti dal Bergk dal seguente 
passo di Luciano, EracL Gali,, e. 8: Ujotc laxùq piiv xai Tdxoc; xal 
KdXXoc Kal òoa a{b\xajo<; àyaQà x^tpéTui, kqI ó épui^ ó oó^, (b Tf\\e 
iroii^Td, claiòibv (éaibiv FQ) |li€ òfroiróXtov T^v€iov, xpu<7oq>aév- 
vujv (xpuooqpacwdiv A, xp^oàv cpacvvuiv B, xPU<^<)<P<^^uiv aY), et PoO- 
Xcrai, iTTcpÙYUJv r\ dcTotq TrapaircTéaOuj. 1 due luoghi fecero parte 
evidentemente di un medesimo carme, quantunque non sia più possibile 
determinare quanti versi siano caduti tra Tuno e laltro. A questo carme 
alludono Giuliano, Epist. ad Eug., 18, ed Imerio, Or. 14, 4. — 1. itt€- 
pÓY€0ai: « runico esempio in Anacreonte della desinenza -eaoi aggiunta, 
secondo Tuso eolico, ad un tema non sigmatico » (Smytb). — 2. auv- 
Tipdv: vocabolo amatorio, equivalente a au|Liiiai2l€iv. — 8. fui*: ogg. di 
èoibilfv. — Y^vciov: acc. di rei. — 4. ùitoitóXiov: conc. con \x\ — 
Xpuoo(paévvurv : di xpu<^oqpd€vvo(; = xp\)ao{pai\c, non si conosce nessun 
altro esempio. — xp- tttcpOywv: per le auree ali di Eros cfr. Aristof., 
Uccelli, vv. 696-7 'Epujq ó iroOcivói;, | ariXpuiv vdiTOv TrTcpùyoiv xpuoatv. 
— 11 concetto del frammento è senza dubbio quello che appare, almeno 
in parte, dal passo d'imerio cui poc'anzi accennammo. Anacreonte si è 
invaghito di un bel giovinetto, che non si cura punto di lui. Allora eeli 
va air Olimpo a far le sue rimostranze ad Eros, ma questi, quando ha 
visto il mento di lui già alquanto grigio, sfiorandolo con lieve sbatter 
delle sue auree ali, se ne va e lo pianta in asso. 

Metro. — Tetrametri coriambici catalettici (rultimo iJiérpov è una di- 
podia giambica) colla prima lunga sciolta. 



XII (28). 

^yjyjL ^^^J. ^yjyjJ- v^v^-À 

'AcTTriòa ^iip* èg TTOiaiuioO KaXXipóou Trpoxoà^. 

XII (28). Attil. Fortunaziano, De metris, 359: Secundum colon Ano- 
creon sic: 'Aairiòa ktX. — Che Anacreonte sia da annoverare tra i 
poeti ì quali gittarono via lo scudo in battaglia non si può inferire af- 
fatto da questo frammento. Coloro che ad o^ni costo vollero il nostro 
poeta pan ad Archiloco, ad Alceo, e ad Orazio nella malaugurata av- 
ventura, modificarono secondo le loro viste la lezione del presente verso 
((ii\\fa^ Bergk) ed a questo congiunsero, naturalmente alterandone il metro, 
il /r. 29b. (Eyd) ò* dtr' aòrnq q)€UYUj Ujotc kókkuH. Il Hartung lesse dn* 



ANA.CREONTE 167 

aÙTflq cpùTOv ((puYov è dello Schneidewin, che leggeva però - v^ w xdtib 
ò* àfr' duTìiOi il Bergk àn aOric «pOyov). Ma il fr. 29 b. è assai più pro- 
babilmente di genere erotico. Del resto i frammenti 31 (AaKpuóeaadv 
T* èqpiXnff€v aixMdv), 70 ('OpaòXofro^ Mèv 'Apric; cpiXéci MCvdxMav), 72 (NOv 
b' dirò |Lièv OTécpavoq ttóXco^ (cioè rà tcCxi) fiXiuXcv), 85 (TTdXai kot* ì^aav 
dXKi^oi MiXf|aioi)y 91 (Ala òtiOtc KapiKocptéoc; | òxdvoio x^tpa TiGéjievoi), 
92 ('0 jLièv O^Xujv MdyeaOai, | ndpEOTi yàpy ^axéoQwì) mostrano, come 
bene osserva lo Smyth, in Anacreonte non pusillanimità, ma piuttosto 
spirito guerresco o almeno compiacimento non piccolo nel narrare le 
cose della guerra. 

Metro. — Tetrametro coriambico : Tultimo fiérpov, se la lezione è sana, 
è un ionico a minore catalettico. Il fr. 29 b. è un trimetro giambico ca- 
talettico. 

XIII (32). 

•.v^\^_ ^ \j \j ^ \j L_^ • C/ 

~ — S,^ ^S/\^ —. KJ \J ^ \U I ■ \J 

'Qivoxóei b' àficpiTToXo^ jneXixpòv 
olvov, TpiKuaGov KeXePnv Ixouaa. 

XIII (32). Ateneo, XI, 475F: 'AvaKpéujv 'fìivoxÓ€i ktX. — le 
2. *J2ivoxÓ€i... oTvov: cfr. f, 472 oTvov olvoxoeOvreq évi XP^^^^OK bend- 
caaiv. — 2. TpiKOaeov: il KÙa6o(; era adoperato talora per attingere 
il vino dal KpaT^ip, talora per bere. 11 primo uso era veramente il più 
proprio, come lo dimostra la forma stessa del K0a6o(;. Non molto dissi- 
mile dalle nostre tazze da caffè, avea però da un Iato un manico che si 
innalzava assai al disopra dell'orlo superiore della tazza, per impedire 
che neirattingere si bagnassero le dita nel liquido. Vedi Guhl e Koner^ 
p. 271, figura 327, nrr. 10, 13 e 14. — xeX^Piiv : della celebe non possiam 
dire di certo se non che essa era un vaso per bere. Ateneo stesso non 
pare che ne sapesse gran fatto di più. E^li riferisce (p. 475 D) su c^uesto 
vaso le opinioni di parecchi senza concludere però nulla di positivo: 
d^n^ov òè irÓTcpov elòóq èari TroTTip(ou f\ iictv iroTi^ipiov KcXépii KaXttxai 

dirò ToO x^eiv cU aÙTÒ Tf|v Xoipf|v fJTOi Xcipeiv IiXiivòq bè kqI KXci- 

Topxo^ Toùq AloX€i<; qpaaiv outuj KaXtìv tò iroTnpiov. TTd|Li<piXo^ bè tò 
iTOTfipiov GcpiLioTrOTiòa xaXoOfuievov Tf|v xeXé^riv clvai. Nixavbpoq 6* ó 
KoXoqiibvioq èv rat^ rxdjoaaic; noi^eviKÒv àfyfXov pcXiTTìpòv t^v KcXéPriv 
€ivai. Alle quali spiegazioni aggiungi quella dello scoi, a Teocrito, 2, 2: 
KcXépil iroT^piov HOXivov xuXiKUjbcq. 

Metro. — Due trimetri coriambici catalettici: l'ultimo luiérpov è una 
dipodia giambica. Nel secondo verso la dipodia giambica è pure sosti- 
tuita al coriambo nella prima sede. 

XIV (41). 

(*0) MeTicJTTi^ b* 6 q)iXócppujv òéKa òf| MHve? ^Trei T€ 
aTeq)avouTai t€ Xùtiv kqì TpuTa nivei ^eXiribéa. 

XIV (41). Ateneo, XV, 671 E: Aid ti irapà tui aÙTip TtoiriTq ('Ava- 
Kp^ovTi) Xùtip Tivèq aT€q)avoOvTai ; 9tìoI ydp èv ti?) bcuxépip tOùv |li€- 



168 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

XOùv fAeyiaQr\<^ ktX. — 1. *0: ille notus (Smyth). — McYiaTTic;: 
abbreviazione per M€YicTTOKXf,q o simile. Megiste Samio, a cui si rife- 
risce pure il /r. 16 b., fu amato dal poeta (cfr. Ani. Pal.^ 7, 25, 27, Ant. 
Plan.^ 4, 306). — cpiXócppuiv : dolce^ mansueto. — béxa bt\ |inv€<; : quan- 
tunque Anacreonte mostri una certa predilezione per le proposizioni in- 
cidentali ellittiche, non so proprio come faccia il Michelangeli (IV, p. 51) 
a scorgere in queste parole una di esse. Piuttosto il costrutto è uguale 

a quello di Tucidide, 1, 6 koI ol irpeopùTcpoi oò iroXò^ XP^^o^ èirciif) 

YiTiXivdq T€ XivoO^ èiraùaavTo cpopoOvTcq. — éireC t€: come in Erodoto, 
V, 18, IX, 84, — 2. XOYip: il Xùifoq, vimine^ fu adoperato per farne 
corone la prima volta dai Garii, primi abitatori dell'isola di Samo: l'uso 
in seguito fu adottato dai Greci dell'isola. Ateneo, pp. 672 A''673 B espone 
in un lungo racconto il motivo che indusse i Garii alla curiosa costu- 
manza. — TpOTCì: mosto, vino nuom, non feccia. 

Metro. — Due tetrametri ionici a minore acataletti. Notisi la sinizesi 
in ^€Xiriòéa al v. 2. 



XV (42). 
KaGapQ ò' èv KeXéprj névie (xe) Km tpeìg àvaxeicTGiu. 

XV (42). Ateneo, X^430D: '0 ò' 'AvoKpéujv ^ti ^uipÓTepov, èv oU 
q)T|ai- KaGapfl ktX. — KcXéPq: v. fr. Xlll, v. 2, n. — irévre t€ koI 
Tpet(;: sott. Kuddouq. 1 cinque ciati sono d'acqua e i tre di vino. — dva- 
XcioBu) : io intendo 3* pers. sing. in senso medio : il soggetto è un otvo- 
XÓ0(; sim. sott. Questa interpretazione della forma fu data per la 
prima volta dal Hartung. Il Bergk, che la interpretava in senso pas- 
sivo, la giudicava insostenibile e correggeva dvaxeiaOwv. Ultimamente 
lo Smyth tenne dvax€ia6uj come 3* pers. pi. passiva, annotando : « L'im- 
perativo plurale in -eoBuj non è attestato altrimenti nella poesia ionica, 
eccezion fatta di étréaBu) v. l. II. I 170. Noi troviamo aui^éo6uj in Taso, 
e forme somiglianti appaiono in Corcira e forse neir Elide. La forma 
sembra essere analogica di òibóaOw (^bibóvoBui ». 

Metro. — V. frammento precedente. 



XVI (43). 



^ \^ J. \J _v>~ — 



OBxX \j \^ J. .^ Kj Kj -i- \^ 

OTp. a'. 

TToXioì |Lièv fiiLiiv fióri 
KpÓTaq)oi KdpTi t€ XeuKÓv, 
xapieaaa ò' ouKéG' f]Pri 
Trdpa, TiipaXéoi b' óòóvtc^, 

5 YXUKCpoO ò* OÙK^Tl TTOXXÒq 

PiÓTOu XPÓvog XéXeiTTTai. 



' ANACREONTE 169 

CTTp. P'. 

olà TauT àvaaiaXùZiuj 
GajLià Tdpiapov beòoiKii^' 
'Aiòeiu TÓp èaii bewòq 
10 M^xó^, àpTaXén ò' iq aÙTÒv 

KdGoòo^ ' Kal YÒp éToT|Liov 
KaiapdvTi ixì] àvaPnvai. 

XVI (43). Stobeo, Fiorii, CXVIII, 13: •AvaKpéovTO<; • noXioi ktX. — 
1 e 2. Confronta con questi versi X, 74 ttoXióv re Kdpii iroXióv t€ t^- 
v€iov, G, 518 iroXioKpoTdcpouq... Y^povra^, Bacch., fr. *3b., vv. 2-3 iro- 
XioKpÓTacpov I TnP«?» Teocr., 14, 68-9 aitò KpoTdq)Uiv ireXójueaGa | irdvTcq 
yilpaXéoi, Ovid., Metam., Vili, 568 raris iam sparsus tempora canis. — 
4. irdpa: = irdpeOTi. — 5. itoXXÓ(;: jon. ed ep. = iroXù^. — 7. dva- 
araXOZui: pare piuttosto che sia da dividere dva-araXOZui che dv-daxa- 
\\ilKU. ardk^tlw si ricongiungerebbe a ordK&csaiu. Gfr. la glossa d'Esichio 
v€oaTdXuY€^ * v€obdKpuToi. È vero che d'altra parte Esichio ha pure un 
doTaXOxeiv che spiega per KXaiciv. Uà di daTaXùxeiv è copulativo. Il 
nostro verbo è un diraH XcyóiLievov. — 8. TdpTapov: « In origine in- 
dicò il luogo ov'eran chiusi i Titani ed altri mostri, poi tutto il regno 
dei morti soggetto ad Ade » (Michel.). — 9 e 10. 'A(Ò€uj ... |liux^^- 
cfr. Esch., Prom., 433 KcXaivòq "Aiòo^ ÓTToPpé|Li€i |iuxòq yd^i Sof., Ai., 
571 Muxoùq ... ToO Kdruj BeoO, Eurip., Eraclidi, 218 *'Aiòou t' èpcjjivujv 
..... Muxiliv, Er. fur,, 607-8 èS dviiXiujv |liuxu)v | "Aiòou. A jLiuxoi Esichio 
dichiara: ol èvòdraroi Kal dTiÓKpuqpoi tóttoi. — 11. éxcljuiov: accen- 
tuaz. ep.-jon. ed attica antica: per Tomissione delle forme di cljui con 
quest'aggettivo cfr. Solone, fr. 2h., v. 7; Sof., Ed, Re, v. 92; Eurip., 
Eraclidi, v. 502. — 11 e 12. Cfr. I, 408-9 dvbpò<; bè i|;uxi*l irdXiv 
èXBelv oÓt€ XeTaxi?) | oOO' éXcr/j, ènei dp k€v dfi6Ìi|;€Tai SpKoc; òòóvtujv, 
Esch., Pers., 688 e sgg. èoxl ò' oùk eùéSobov, | dXXuiC t€ irdvTUjq xoX 
Kard xOovòc; e€oi | XaPetv d|ui€Ìvou<; clolv f^ jueeiévai, Teocr., 17, 120 fiecv 
irdXiv oÙKéxi vóOToq, Catullo, 3, 11 e sg. qui nunc it per iter tenebri- 
cosum I illuc, unde negant redire quemquam, Virg., En., VI, 126 e sgg. 
facilis descensus Averno; | noctes atque dies patet atri ianua Ditis; \ 
sed revocare gradum superasque evadere ad auras, | hoc opus, hic labor 
est. — Gol concetto generale del frammento cfr. Mimnermo, frr. 1-5h., 
Teogn., v. 768, Epitafio di Seìhilos, vv. 3-4 npò^ ÒXìyov èorl tò lf\v' \ 
Tò TéXo( ó XP<Ìvo^ diraiTCt, Orazio, Odi, II, 14, 1 e sgg. Eheu fugaces. 
Postume, Postume, \ labuntur anni, nec pietas moram | rugis et instanti 
senectae \ afferei indomitaeque morti. -^ L'autenticità del frammento 
venne da taluni (Pauw, Bergk, Bernhardy) a torto revocata in dubbio. 
Esso ricorda assai da vicino, come bene osservava l' Inama, « le lamen- 
tele di Mimnermo sulla brevità della gioventù e i mali della vecchiaia ». 
L'ipotesi che questi versi possano essere opera di un monaco è sempli- 
cemente ridicola. LMntonazione loro è affatto pagana, e lo dimostrano 
all'evidenza gli ultimi due versi, i quali contengono il motivo per cui 
Anacreonte geme nel pensare prossima la sua discesa all'Ade. 

Metro. — Dimetri ionici a minore acataletti anaclomeni, eccetto il 5® 
e l'Ho, che sono puri. Sinizesi in ytìPO^^oì sii v. 4, *Aib€UJ al v. 9, |lii*i 
dvappvai al v. 12. La descrizione metrica da noi seguita venne data per 
la prima volta dal Mehlhorn. 



170 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

XVII (44). 

\j %^ -L \j ^ \j J. ^ . 

\^ \J J. \^ m, \J J. ^ 

"Epa^ai (òé) toi (TuvriPciv 
XapiTcOv lx€ns Tàp fì9o(S. 

XVII (44). Massimo Tirio, 24, 9 : 'AX\à xdv toi'itok; Tf|v auxppoaOviiv 
('AvaKpéovToO òpa' Ipoiiiai toi auvnpav xàpx^v tàp €x€i< fl6o^. 
— 1. TOi: jon. = aoi (Kùhn.s, §§ 162 e 163). — ouvriPav: v. fr. XI, 
V. 2, n. — 2. xapiT€Ov: jon. = xapiTÓcv, per la quale ultima forma 
cfr. Erod., irepl inov. XéE., 14, 21. 

Metro. — Due dimetri ionici a minore acataletti anaclomenì, come la 
maggior parte de* versi del framm. precedente. 

XVIII (45). 

\j \j 2. \j ^ \j J. ^ \^ \j J. \j ^ \j J. ^ 

*E|uiè TÒp XÓTuuv (|Li€Xéu)v 6') e'iveKa iraTòe^ fiv (piXoiev 
XapÌ€VTa jLièv top ^bcu, xcipi^via b* olba XéHai. 

XVIII (45). Massimo Tirio, 24, 9: "Hòn U ttou xal tì»|V réxvnv dire- 
KaX0v|;aTO (scil. ó Tri'io^ oocpiOT/ìc;, Anacreonte)- 'Ejuè ktX. — 1. XÓYWV 
lueXéujv e*: cfr. Aleni., fr. VI, v. 1. Quanto alla integrazione (jiiEXéuiv 6') 
noto che il Blass {Rh, Mus.^ XXIX, p. 155) congetturò ^cXdiv t': lo 
Stadtmùller {Ed., pp. xv-xvi), senza sapere della correzione del Blass, 
almeno a quanto egli stesso afferma, scrisse jueXéiuv Xóyuiv 6' < duce 
versu sequenti et coni. Alcm. 25 » : il Michelangeli tenne jmcXuùv del 
Blass, ma scrisse 6*, richiamando assai a proposito il |Lir)K€6' del fr. 63 b., 
dato da tutti i codici senza psilosi ionica ; lo Smyth assai bene, a parer 
mio, scrisse incXéujv invece del jneXiIiv del Blass, ma credette di dover 
ritenere la psilosi nel t\ 

Metro. — Forse si tratta di due tetrametri ionici a minore acataletti 
anaclomeni. Sinizesi in jLieXéujv. 



XIX (47). 



..'a- 



MeTaXifi briuxé \x "Epujq ?KOipev u&aie xotXKeò^ 
TTcXéKei, x^i^cpii] b' IXouaev èv xctpabpij. 

XIX (47). Efestione, p. 39 W. : Kal Tip PpaxuKaxaXi^iKTip òè *AvaKpéiuv 
6Xa ^OjuaTa auvéeriKe* MeydXiy ktX. — 1. briOTe: crasi eoi. (v. Saffo, 
fr. 1, V. 12, n.) e forse anche ionica per òi^ aOxe. — ''Epuiq: nota la di- 
versità enorme fra la rappresentazione di Eros in questo frammento e 
quella che si trova nelle Anacreontee. — 2. iTéX€KU(;: qui = mar- 
tello, non scure. — Lo Smyth fa osservare l'artistica disposizione \yir 
TdXtp — neXéKCi, x^iinepir) — x^pd^P^J- — H Bergk riferisce questi versi 
ad un carme per Z|LiépbK • non ha torto però il Michelangeli (IV, p. 63) 
di non vedere « ragione alcuna sulla quale possa fondarsi tale opinione »• 

Metro. — Tetrametri jonici a minore brachicataletti anaclomeni. 



ANACREONTB 171 



XX (50). 

\J \^ J. \^ ^ \J 2. m^ \^ \J J. ^ 

\j \j JL \j ^ \j J. ^ \^ \^ -L ^ 

*Attó ^01 GaveTv t^voit • ou top Sv Q.\\r\ 
Xxìaiq èK TTÓvuuv t^voit' oùba^à Tuivbe. 

XX (50). Efestione, pp. 39-40 W.: Tdiv òè Tpi|LiéTpu)v tò juèv ÒKard- 

Xtiktov Tiapà rfl Zairtpo!* irapà hi Tip *AvaKpéovTi éiépwc; èaxTHnd- 

Tiaxai* 'Aitò kt\. 11 frammento è riferito anche in Apost., Ili, 606. — 
t 'Aitò... eavetv: tmesi. Cfr. frr. 58 b.; 63 b., 6; 72; 80. — 2. où- 
ba)id: avv. (Ktìhn.^ § 336, d, b). 

Metro. — Trimetri jonici a minore acataletti anaclomeni. 

XXI (51). 

V/V.' — '» \J \^ 2 ^ K^ \^ J. .^ 

\j \j J. \j .^ \j J. ^ v/\^-^ — 

\^ \^ 2 ^ \j \^ M \j .^ \^ J. .^ 

'Aravui^ Olà Te veppòv v€o0T]Xéa 
TaXaOrivóv, 6aT* év uXr] KepoéacTT]^ 
à7ToXei(p6eig uttò iLiii'rpò? èirroriGri. 

XXI (51). Ateneo, IX, 396 D: Kal 'AvaKpéujv bé (pnoiv Old t€ ktX. 
Il passo è pure addotto da Eliano, Storie degli anim., VII, 39: "Oaoi 
XéTouoi GfìXuv ^Xacpov tò Képara où <pù€iv, oùk alboOvxai toùc; toO 

èvavTiou judpTupaq xai 'AvaKpéuJv èirl BriXciaq (^^aiv old t€ ktX. 

TTpòc bè Toùq Moix<I)VTa^ tò X€x6èv xal inévTOi xal cpdOKOVTac; b€Tv 
époéoari^ YP<i<P€iv, dvTiXéyci xarà xpdxo^ 'ApiatocpdvTic; ó BuZdvxioc; 
Kttl éjuié T* cilp^^ Tfj dvTiXoyicjf- La congettura èpoéaoTic; è di Zenodoto, 
come ne dice lo scoliaste di Pindaro , il quale, in nota a 01. 3, 52, ri- 
porta pure il luogo anacreonteo: TéTaxrai bè xal irapà 'Avaxpéovri- 
Atovoh xtX. Zr|vóboTO(; bè |ui€T€TroiTia€v époéoaric;. Cfr. ancora Eust., 
//., 711, 34. Allude pure a questo passo Polluce, V, 76. — 1. old re: 
cfr. Alcm., fr, IX, v. 4. — 1 e 2. vePpòv veoGiiXéa YCiXa6Tivóv: nota 
la pienezza della descrizione assai più propria della poesia epica. Un 
altro esempio se ne ha presso il nostro poeta nel /r. 67 b. 'Hbu|ui€Xé(; 

Xapicaoa x^Xibo!. Cfr. collespressione d'Anacreonte b, 336 veppoùq 

vcnyevéaq TaXa9iivoO<;. Per YciXaenvóv vedi Ateneo alla lettera C della 
pagina poc'anzi citata. — 2. ÒXr|: questa è la lez. vulgata. Il Ber^k 
da òXaiq dello scoliaste correggeva OXijq, ma si noti che ne' poeti più 
antichi non è in uso il plurale di i^\r\. — xepoéoariq: già Aristotele, 
Stor. degli anim., IV, 11, scriveva: xépaTa ^Xaqpoc; èf|Xeia oùx Ix^i. E 
Polluce (V, 76) a sua volta : dxépux; l'i GifiXcia, xal 'Avaxpéujv a9dXX€Tai 
inèv K€pÓ€aaav ÉXacpov irpcaenrcdv. Contuttociò avea perfettamente ra- 
gione Aristofane di Bisanzio di, pigliarsela con chi voleva alterare il 
testo. Le cerve sono cornute prèsso i poeti greci: cfr. Pind., 01. 3, 29 
Xpuaóx€pu)v ÉXacpov eifiXciav, Simonide, fr. 30 b., vv. 2-3 x€poéaaqi 



172 ANTOLOGIA. DKLLA MELICA GRECA 

^Xd(p(4J, Sof., fr. 86, 2 xEpoOaa* SXaqiot;, Eurip., Eracl. fur., 375 xàv xpw- 
aoKdpavov òópKa, fr, 857 ÉXaqpov xcpoOaaav. — 8. Cittó: non credo 
punto che indichi intenzione. — Imitazione del presente frammento tro- 
viamo in Orazio, Odi, l, 23, vv. 1 e sgg. Vit<xs hinnuleo me similis, 
Chloe, I quaerenti pavidam montibus aviis | matrem^ non sine vano \ 
<iurarum et siluae metu. 

Metro. — Trimetri ionici a minore acataletti, puro il primo, anaclo- 
meni gli altri due. Le due ultime sìllabe di v€o6nXéa al v. 1 si fondono 
in una sola per sinizesi. Notisi però che accanto alla terminazione sciolta 
-éa trovasi in Anacreonte anche quella contratta -f]. Si vegga il fr, 36 b. 
<AlvoTraefl). 

XXII (54). 

'Etti ò' òcppuaiv (TeXivujv (TtecpaviaKOu^ 
Gé^evoi GàXeiav ópTfjv àTÓYUJjuiev 

AlOVUCTlJfJ. 

XXII (54). Ateneo, XV, 674 G: *EaT€q)avoOvTo hi koI tò p^rwirov, 
ib(^ ó KaXòc; 'Avaxpéuiv ^911 • 'EttI ktX. 11 frammento è pure riferito da 
Eustazio, 1908, 56, eccetto la parola Aiovóaip. E lo scoliaste di Pindaro, 
01. 3, 19, nota : *AvaKpéuiv • èirl ò' òqppOoiv aeXivujv arécpavov (cod. are- 
qpdvujv) èé|ui€voi. — 1. ocX. 0x69. : con l'apio si usò incoronare i vin- 
citori ai giochi Nemei dopo le guerre Persiane, e quelli a* giochi Istmici 
fino circa al principio dell'Era volgare : se ne ricingevano pure convitati 
a banchetto, fanciulli : in ispecie poi s'incoronavano d'apio le tombe. Gfr. 
Teocr., 3, 23, Virg., EgL, 6, 68, Graz., I, 36, 16, li, 7, 24, IV, 11, 3. - 

1 e 2. 'Eni ò' Ò9pùaiv ... eéiievoi: cfr. Pind., 01. 3, 12-13 yXefpàpwv 

<n|;óe€v I àjU9l KÓjiaiai pdXi] T^ciWKÓxpoa KÓafiov èXa{a<;. — 2. 6à- 
Xeiav: osservava Eustazio (1. e.) che la festa è detta fiorente perchè 
rende fiorenti coloro che la celebrano, ma non a torto il Michelangeli 
(IV, 68) a questa spiegazione preferiva l'altra di uno scoliaste d'Omero, 
il quale a òafxa SdXeiav (H, 475) chiosava GdXXouaav toU dTaeol<;. — 
óprfiv: jon. per éoprfiv. S'incontra in Erodoto e in Eronda. — -8. Aio- 
vùoip: fiorente era il culto di Dioniso in Samo, ove il dio veneravasi 
sotto i nomi di 'EXuycOq, fopTuieùc, 'Evópxr|<;. Onde il Bergk opinò che 
questi versi siano stati da Anacreonte scritti in Samo. 

Metro. — V. il fr. XX. La descrizione in trimetri pare sia stata data 
la prima volta dal Richter. 



XXIII (62). 

0ép* uòujp, q)€p' olvov, (b irai, 
(pépe ò* àv9€|Li€0vTag f||ui\v 
(TTeqxivouq, IveiKOv, ibg òr) 
Ttpò^ '"EpujTa TiuKiaXiCu). 

XXIU (62). Ateneo, XI, p. 782 A: 'AvaKpéujv Oép Oòuip ktX. il 
primo verso é riferito anche da Demetrio, De eloc, e. 5. La fine del v. 3 
ed il V. 4 li troviamo pure in Eust , IL, 1322, 53: napdywTov Mjìo tò 



ANACREONTE 173 

TTUKTaX(Z€iv, oO xpn<^i^ irapà *AvaKp€OvTi, tliq mi^ 'Tpòq tòv 'E. ir., ed 
in Orione, p. 62, 31: 'Avaxpéujv* iL^ òi^ irpòq Ip. tt. Alla chiusa del 
frammento allude ancora VEt. Af., 345, 39. — 1. 0€p' (ibwp, cpép* oV 
vov: i Greci mettevano nella tazza prima Tacqua e poi il vino. Gfr. Se- 
nofane, /V. 4 H. Oiìbé K€V èv KuXlKI TipÓTCpOV K€pda6lé Tl<; oTvOV | ^YX^d^f 

àXX' Cibuip Kol KaOOirepBc yiiQv. — 2. dv9€M€0vTaq: contr. jon. — 
3. ^v€iK0v: jon.-ep. = Ivcykov. Lo Smyth fa notare il cambiamento di 
tempo nella ripetizione. — Ui( òf) : il hf\ serve a dare maggior forza al-- 
Tespressione. Gfr. E, 24-25 aduia€ òé vuktì KaXOMiaq, | £q òfi ci Mf| 
Ttàfxv yépiuv àKaxi^|yi€voc €{r|, V, 207 tva bf| koI èydi |ui€Taba{oo|yiat ipiX»v. 
— 4. TTUKTaXi^ui: "ilm è qui intensivo. — La forte rappresentazione 
di Eros può essere paragonata con quella del /V. XIX. ruotisi come il 
concetto anacreonteo sia contrario a quello espresso da Sofocle, Trach,,^ 
441-2 "Epuin m^v vuv óotk àvraviaraTai | irOicriiq òiruiq è^ X^^pa<;« oò 
KaXdi^ (ppov€l. — 11 Bergk pensava, probabilmente a ragione, che questi 
versi formassero Tesordio dei carme da cui ci provennero le due parti 
dei frammento seguente. 

Metro. — V. /V. XVII. 

XXIV (63). 
"Are òn, q)€p* fìiLiiv, w ttoT, 

TTponiu), là jLièv béK èrx^a? 
ubaio^, là Tr€VT€ ò' oivou 
5 KudOou^, dìq àvu^piariug 

ava ÒTìUTC paaaaprjauj. 

* * * 

are ^eOie |LiTiKé0' oiìtuj 
TTaTaYUj Te KàXaXriTijj 
ZKuBiKfiv TTÓaiv Tiap' otviii 
10 ^6X€Tai|Li6V, àXXà KaXoT^ 

ÙTTOTTlVOVieq èv U|LlVOiq 



XXIV (63). Ateneo, X, p. 427A: TTapà bè 'AvaKpéovTi él<; otvou irpòt; 

bOo ObaTO^- "Ayc fiaaaapY\a{u, Kal Trpo€X0d)v Tf|v dKpaTOTroaiav 

lKu6iKf)v KaXc! TTÓaiv "A te bcOrc ktX. 1 vv. 1-5 fino a xudBouq sono 
anche riferiti dallo stesso Ateneo, XI, 475 G, e da Eustazio, Od., 1476, 31 ; 
e i vv. 7-10 fino a iucXctOùiucv anche dal comento Gruquiano ad Orazio, 
Od., 1, 27, V. 1. — 2. KcXéPiiv: vedi /r. Xlll^ v. 2, n. — 6kux;: jon. = 
Òttok;. — diLiuOTiv: come bene osserva il Michelangeli, questa forma è 
acc. sing. di d|LiuaTi(;, in origine gran tazza adoperata da' Traci (v. Orazio, 
I, 36, 14 Threicia amystid^. Non si deve quindi intendere avverbialmente 
tutto (Tun fiato (del resto l'avverbio è ò^uotì: cfr. Anacreontee^ 8 b., 
V. 2, 17-18, V. 2), ma piuttosto una lunga sorsata: cfr. Esichio: diiuOTiv 
ouvexff TTÓoiv. Tengasi conto deirdvuPpioTUK; e dell' ùitoitivovt€<; che si 
incontrano più sotto. — 8. èTX^a^* scil. èv KcXépi]. * 8-5. La 



174 ANTOLOaiA DELLA MELIGA GRECA 

proporzione tra l'acqua e il vino gai indicata è la stessa che già ve- 
demmo in Alceo, /V. XIII, v. 4. Ctr. ivi la nota. — 5. Kuddouq: per 
la forma del K0a8o^ v. fr. Xlll, 2, n. — dvuPpiOTUjq: il cod. A porta 
5lv OPpiOTiiu^, i codd. PVL àv ùppiOTioiaav. Il Baxter scriveva AvuppiOTi, 
il Blass preferiva leggere àvu^pioTui^i lezione già accolta dal Pauw e 
dal Fischer, la quale toglie Fiato. >- 6. dvà ... paaoapfiaui: tmesi. 
Per il significato è ==: àvaPoKX€Ùauj. Baa<7àpai e BaacrapibE^ erano dette 
le Baccanti Tracie dal genere di vestito che esse (ed anche le Baccanti 
Lidie) indossavano (3aaadpa = volpe in lidio od in tracio). Gfr. candide 
Bassareu detto di Bacco in Oraz., I, 18, 11. — òtìOtc: v. fr. XIX, 1, n. 
— 7. liTiKéG': il Mehlhorn scriveva lUìiKér' con psilosi jonica, ma il 6 
è dato da tutti i codd. — 8. KàXaXnttp: cfr. fr, lì, 1, n. — 9. Iku- 
6iKf)v TTÓoiv: gli Sciti erano (ÌKpTìTOirÓTai (Erod., VI, 84). Narra Erodoto 
in questo capitolo che il re Spartano Gleomene, avendo dimorato presso 
gli Sciti, ne apprese la àKpriTOiToaiTi, e che per essa ^avfivai niv vo|ai- 
Zouai iLirapTifìTai. ?k tc toO, iJbq aòrol Xétouai, éircàv ZujpÓTcpov |5ou- 
XuivTQi Trietv, èiriaKÙGiaov, Xéyouai. In Teogn., v. 829, un beone viene 
apostrofato come iKuBa. — iiap olvi^i : cfr. Sof., Ed. Re, 780. La locu- 
zione corrisponde alla latina in vino. — 11. ùnoirCvovrec;: cfr. il |a€- 
rpiujq OTroTTÌvovT€<; di Platone, Rep.^ 372 D, e la citazione di Ateneo (II, 
40 G) da Astidamante, ovvextSj^ pèv yàp èMiriTrXdiicvo^ d)i€Xf)(; Yiverai I 
dvOpiuiTo<;, ùttoit(vuìv bè irdvu (ppovTiaiiKÓ^, ed intendi bere moderata- 
mente (dvuPpiaTiuO- E un consiglio questo che Anacreonte ripete volen- 
tieri : si veggano il fr. 90 b. (tAr\h* diOTC xOjua ttóvtiov 1 XdXaZc, Tfl tto- 
XuxpÓTr) I oùv raaTpobibpi;! KaTaxOòìiv | irivouaa Tf)v èirioTiov) ed il 94 
(Où q)iXéuj, 8^ KpriTfipi irapà iiXéiu olvoiroTdZujv | vciKca kqI iróXcimov 
baKpuóevTC Xéyei, | dXX' fiOTiq Mouaéiov t€ koì àfXaà bOùp' *Aq)pob(Tri(; I 
av}x^iaywy èpaTfjq ^vi\aKen:ai €Ò9poaiivTìO' — Dopo il v. 11 il Meineke 
crede ne sia caduto un altro, che egli ricostituirebbe colle parole xXet- 
aujjuiev Aióvuaov. Lasciamo andare la ricostruzione, che, possiamo già 
dire a priori, non sarà questa, anche perchè il dimetro mancante do- 
vrebb*essere anaclomeno : V ipotesi invece è assai probabile, perchè pare 
che il carme fosse scritto in strofe di sei dimetri ionici. Ad ogni modo, 
anche facendo punto dopo Oiuvok;, si ha un senso compiuto. Go' vv. 7-11 
confrontisi la libera imitazione di Orazio, I, 27, 1 e sgg. Natis in usum 
laetitiae scyphis \ pugnare Thracum est; tallite barbarum | morem, 

verecundumque Bacchum | sanguineis prohibete rixis. \ impium \ 

lenite clamor em, sodales, | et cubito remanete presso. Il ravvicinamento 
venne fatto già dagli antichi comentatori dellode oraziana. 

Metro. — V. fr. XVI. Sinizesi in èYX^a(; al v. 3. 

XXV (65). 

(Tòv) "EpuuTa TÒp TÒv àppòv 
jLiéXo|Liai ppùovTa juiipaK; 
TToXuavGéjnoiq deibeiv 
6b€ Tctp GeOùv òuvdaTTiq, 
5 6Ò€ Kttì PpoToùq ba|LiàZ[€i. 

XXV (65). Glemente Alessandrino, Strotn., VI, 745: *AvaKpéovTO^ iroifi- 
oavTO^' *'EpU)Ta ktX. Gfr. anche Arsenio, Viol„ HO. — 2. |uiiTpai(;: 
nel senso di ghirlanda di fiori. — 2 e 8. |LiéXo|Liai ... delbciv: néXoMai 



ANACREONTB 175 

coirinf. anche in Eurip., Eraclidi, 96 |li€XÓ|li€voi Tuxctv. — Quanto al 
concetto del frammento cfr. Esiodo, Teog.^ 121-22 iràvruiv T€ 8€0ùv, 
irdvTUJV T* dvSpibTrujv | baiuiv^ t' èv OTifiOcaoi vóov xal èirlqppova PouXfjv, 
Sof., Awft^., 787-790 xal o' oOt* dBavdxujv cpùHiMO? oùòclq | oC9* diiepiujv 
aé T* (Nauck) dvBpiIfiruiv, ó b* ^x^J^v |iéMT]V€v, Trach,, 443 oOtoc; y^P 
fipX€i xal Seoiv 6ttui(; OéXci, Eurip., Ippol, 538 "Epuira òè tòv TÙpavvov 
dvSpiBv, 1268-69 aò tòv ecOùv dxaiLiirTov <pp^va • xal ppoxdiv | dy^Ki 
fr, 269 "Epuira ò* Sotk |lii?| Bcòv xp(v€i ^é^av | xal tu)v dirdvTùiv bai- 
juióvuiv ùirépTarov, | i\ axaió(; èariv f) xaXCtiv direipoi; djv | oùx oTbe tòv 
^tfiarov dv9pibiroK ©cóv, /r. 136, 1 di rùpavvc Ocdiv t€ xdv6pu)iTuiv 
*Epu)^, /r. 431 "Epujq t^P dvbpa(; où jióvou^ éirépxcrai | où6' aO Twvatxa^, 
dXXà xal 0€a>v dvuj | M^uxd? xcipdaa€i xdirl tióvtov ?px€Tar | xaì xóvb' 
dTT6(pT€iv oùb* ó TraTxpari^c; a6év€i | Z€0^, dXX* ùtt€(x€i xal GéXiov èfxXi- 
v€Tat. — L'autenticità del frammento è stata revocata in dubbio, ma gli 
argomenti, che si addussero a sostenere questa tesi, sono assai deboli. 
La somiglianza di locuzione coiranacreontica 53 (vv. 1-5) non dimostra 
nulla, perchè potrebbe provenire da imitazione d*Anacreonte da parte di 
uno dei poeti delle Anacreontee ; di più non è provato assolutamente che 
nessuna anacreontica possa essere opera di Anacreonte stesso. La frase 
juiéXo^ai ... àeibEiv è congetturale. 11 dire che buvdOTriq lo s'incontra usato 
solo dagli Attici non significa punto che non abbia potuto essere adope- 
rato anche fuori del campo dell'atticismo. L'unico argomento, che a 
prima giunta sembra di qualche valore, è questo : che la rappresentazione 
di Eros data nel nostro frammento si accosta assai a quel^ delle Ana- 
creontee ed è invece dissimilissima da quella de' frr. XIX e XXlll. Ma 
si confuta anch'esso facilmente e, piuttosto che collosservare che in 
una vita lunga come quella d' Anacreonte poterono benissimo aver luo^o 
due atteggiamenti diversi rispetto al ritrarre Eros, col provare che in 
alcuni de' brani da tutti ammessi come autentici, la figura di Eros, ben 
lungo dall'essere terribile, ci si presenta come quella di un giovinetto 
scherzoso e birichino. Nel fr. Il Eros, qualificato coU'epiteto di bajidXiiq, 
ou|u[irai2^€i con Dioniso, e nella compagnia ci sono le NO|Liq>ai xuavd^mbEc; 
e la iropqpupéf] *AcppobÌTii: nel fr. XI, come il più sfacciato furfantello 
del mondo, Eros, vista la barba di Anacreonte che incomincia ad inar- 
gentarsi, lo pianta in asso nel bel mezzo dell'udienza, e se ne vola via: 
nella prima parte del fr. VII, dall'universale consenso de* filologi attri- 
buita al poeta di Teo, Eros invita il poeta a far una dichiarazione vrivi 
iroiKiXoaa)ui3dXi|j. Altro che trattare il martello o lottare! 

Metro. — V. frr. XVII e XXIll. 

XXVI (74). 



'Etib òè |Lii<Jéuj 
Ttàvrag, 6aoi x^oviouq fxo^^i (ivaixovq 
Kttl xa^CTTOug* jLiejLiàGriKa a\ (b Mctìcttti, 
tOjv àpaKi2^o|Li€vujv. 

XXVI (74). Etym. M., 2, 45: TTapà tò dPaxi^c; oOv Yiverai àpaxOù, 
Ojairep eùacpfic; còae^ui, rtvcTai bé xal dPaxiZw • (pr\a\v *Avaxpéu)v • ' E Y dj 
ktX. àvTl ToO tOùv f|aux(u)v xal juf| eopuPwboiv. Cfr. anche Filemone 
tecnologo, Tt€pl t)r\}i., 135, e Gramer, Anal, Par., IV, 84, 28. — 2. x^o- 



176 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

v(ouq: Esichio spiega x6<^via * ùiTóif€ia, Kcxpuim^éva, 3apéa, q)oP€pa. 
— ^uaiuoOq: jon. per ^u0MoOq. Gfr. Archiloco, 62 h., 7 yixvuiaKC ò' oIo(; 
(juainò^ dvGpiLiTOu^ €x€i. — 4. à^aKxto^xévmv : cfr. /r. XIV di Saffo. 
V. 2, e vedi ivi la citazione dair^^ M. Bene osservava il Michelangeli 
(IV, 80): «11 poeta chiama dpaKiZó|ievoi coloro che hanno Tanimo sem- 
plice, aperto e quieto. Erra V Hartung intendendo, coir£'^ i(f., che il 
poeta qui significasse d'odiare la gente chiassosa e rozza e d'amar Me- 
giste perchè dolce e placido ». — Quanto a Megiste cfr. fr. XlV, v. 1, 
e la nota. 

Metro. — Trimetro kct* èvóirXiov ciboc;. Fra il secondo ed il terzo 
lui^Tpov v'ha anaclasi. In ^laéui al v. 1 c'è sinizesi. 



XXVII (75). 

J. \J ^ ^ JL \J ^ ^ ^ \J m^ ^ Jl\^.3 
— «-' — C — W — 3 ^O— V^ ^O I • 

TTuliXe 0pT)Kir|, ti br\ fie XoEòv dja^aaiv pXéTrouda 
vriXeuj^ cp€UT€iq, ÒOK^eiq bé m' oùòèv eiòévai (Toq)óv; 

i(T6i Toi, KaXoiq fièv fiv TOi tòv xctXivòv è|jpdXoijLii, 
fiviaq ò' Ixiwv aTpéqpoijLii {&) dficpl Tép^iaxa bpó|iou. 

5 vOv òè Xei^divdq t€ pócTKeai KoGq)d t€ (TKipTujcra iraiCe^' 
beHiòv tdp ÌTT7T0(T€ÌpTiv oÙK ^x^iq èTrCMPdTTÌV. 

XXVll (75). Eraclide Pontico, Alleg. omer., e. 4: Kal |Lif)v ó T/iio<; 
'Avaxpéujv éTaipiKÒv (ppóvr^yia xai aoPapd<; y^voikò^ {incpricpavfav òvei- 
bi2[u)v, TÒV èv aÙTlj oxipTiùvTa voOv il^q tnicov i^XXìiYÓpriacv, oCtuj Xétuiv 
TToiXc ktX. — 1. TTOùXc: Esichio spiega TrdiXo^* éToipa. Ma ttujXo^ 
è detto da' poeti greci di qualunque fanciulla: cfr. Eurip., Ec, 142, dove 
così viene indicata Polissena. — GpijKir) : i cavalli Traci erano famosi 
(cfr. quanto si dice de' cavalli di Reso in K, 436), onde i Traci sono 
detti da Omero liriroiióXoi (N, 4, E, 227) e da Euripide q)(Xnnroi (Ec., 428), 
ed eOmirov yéyoc^ {ibid.^ 1089-90). — XoEòv òmnaaiv pXéTrouaa: cfr. So- 
lone, 30-31 h., V. 5 Xo(5òv) òcpGaXiLiota* ópu)ai irdvTC^ ÈoTe òfiiov, Teocr., 
20, 13 6jU|Liaai XoHà pxéirouaa, Plaut., Mil. Glor., 1217 aspicUo limisi 
Terenz., Eunuco, 111, 5, 53 ego limis spedo. Quanto alla struttura della 
frase cfr. fr. IV, 1 irapOéviov pxénuiv. — ómioai: cfr. Stesicoro, fr, VI, 
6, n. — 2. vT|X€iIi^^eOY€i(; : cfr. Teocr., 11, 30 YivdiOKU), xapicaffo 

KÓpa, Tivoq oOv€Ka (p€\JY€i<;. — ÒOKéeic KaXóv: cfr. Sof., Phil., 960 

TTpò^ ToO boKoOvToq oùòèv elòévoi KaKÓv. — 8. Tor. il primo è usato 
in forza d'avverbio, il secondo è pronome (forma jon. = aoi : cfr. Kuhn.^, 
§§ 162 e 163). — 4. TépinaTa : detti anche vOaaai = metae. Chi gi- 
rava più stretto alla meta naturalmente aveva il vantaggio di fare un 
più breve percorso, ma la cosa portava seco non lieve pericolo (cfr. Sof. 
Eleit, 680-763, dove il iraiòaYUJYèq narra la finta morte di Oreste e le 
attribuisce per causa appunto l'avere urtato coli' estremità dell'asse la 
meta), onde occorreva grande abilità da parte del cocchiere e docilità 
somma da parte de' cavalli. Anacreonte qui si vanta adunque ch'ei sa- 
rebbe capace di annientare affatto la protervia della superba che lo 



ANACREONTE 177 

sfugge, non solo, ma di sostituirvi anzi altrettanta arrendevolezza. -^ 
5. póOKCai: cfr. èTriOTpé9€ai al/r. Il, v. 4, e vedi la nota. Quanto a Xei- 
puivaq... pó0K€ai lo Smyth, confrontando pooKójncvoq Xeifittivi in q>, 49, 
interpreta Xeiiiiwva^ non come oggetto, ma come accusativo di estensione. 

— KoO<pa: cfr. Bacchil., 12 (13), 54-7 i^Ot€ v€ppò<; àircvei?)^ | àvecfiócvra^ 

è-rr'iWoud I KoO<pa | BpdiiaKoua*. Per l'agg. pi. n. usato avverbialm. 

cfr. fr. 10 B. ÒMiT^Xà v€vu)Mévo<;, Ibico, fr, II, 1 tok^p h\kysix5\ b€pKÓiLi€vo(;, ecc. 

— 6. IfTirojeCpriv : is dicttur, qui equum vinculo injecto domai 
(Bergk, 1834^ — èirciipdTnv: cfr. lirirujv èTt€|Ji3dTa^ Eurip., Bacc.^ 782. 

— Cfr. con questo frammento Teogn., 257 e segg. tirnoq éTib KaXf| Kai 
àcGXiii, dXXà KdKiarov | dvòpa cpépui, Kai fioi toOt' dviripóraTov* | iroX- 
Xdxi ò' i^MéXXiioa òiappf^Eaaa xoXivòv | (peÙTCv, dnujaapévr) tòv kokòv 
i^vioxov, Teocr., 11, 19 e sg. il) Xcukò TaXdxeia, t( tòv cpiXéovr* diro- 
3dXXi;i; I iLióoxuj '^a\){iOTÌpa^ Oraz., Ili, 11, 9 e sgg. quae velut latis equa 
trima campis | ludit exsuUim metuitque tang%^\ nuptiarum expers et 
ad huc protervo | cruda marito, — 11 Flach (524^ n. 2) dal principio TTwXe 
QpriKir] vorrebbe indurre che il carme venne da Anacreonte composto in 
Abdera^ ma la base della sua ipotesi è ben poco sicura. — II Bergk opi- 
nava, ma anche qui siamo nel campo delle congetture possìbili, ma non 
probabili, che la irdiXoq fosse Euripile (v. fr. XXIX). 

Metro. — Distici composti di due tetrametri trocaici, acataletto il 
primo, catalettico il secondo. Si noti come ogni distico racchiuda un pen- 
siero compiuto. Ciò è secondo Tusanza de' poeti più antichi. V'ha sini- 
zesi in ÒOKéeic; al v. 2 ed in póoKcm al v. 5. 



XXVIII (76). 
KXOGi )Li€u YépovTog eùéGeipa x^vaóneuXe Koupa. 

XXVIII (76). Efestione, p. 21 W.: Kai tOùv dKaraXriKTUJv òè tò Tcrpd- 
ILierpov ^vòoHóv èaxiv, otov toutI toO 'AvaxpéovToq • K X i ktX. — 
KXOei: omerico: cfr. ad es. p, 262. — \x€\ì: jon. per jiiou (Kuhn.3, §§ 162 
e 163). — KoOpa: per Tuso della forma con ou (anche pindarico) cfr. 
Kùhn.3, § 27 cu u. o. Quanto a' dorismi in Anacreonte cfr. fr. 31 b. 
Aaxpuóeaadv t* èqìiXriaev alxndv, fr. 67 'AòujueXéq, xapieaaa x^^i^ot, 
fr. 70 'OpoóXoTTO^ ILièv "Ap^c; <px\ée\ ficvalxnav, fr. 78 CEv) |Li€XaMq)OXXi|j 
bdcpvqi X^wipfl^ T^* ^^OLxq. TavTttXiJei, e vedi quanto osserva lo Stark (19), 
il quale non crede punto che queste forme debbano lihrariorum incuriae 
tribui, ma che siano invece state adoperate d§l poeta per dare maggior 
forza e gravità alFespressione. 

Metro. — Tetrametro trocaico acataletto: v. il frammento precedente. 
Nota la mancanza della cesura o, meglio, dieresi alla fine del quarto 
piede. Il nostro caso si spiega come quello del v. 1402 del « Filottete » 
di Sofocle El òoxet, OTcixwiLiev. — di if€vvatov elpriKibc; ^iroq. La pausa 
voluta dal senso cade in entrambi i luoghi (sebbene nel verso anacreon- 
tico non sia cosi forte come nel sofocleo) dopo il terzo piede. 



Taccone, Antologia della melica greca. 12 



178 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 



XXIX (21, vv. 1-2, e 86). 



v^v> 



EavGrì b{é f') EópumiXij \ié\e\ 

6 TiepiCpÓpTìTO^ 'ApTé|LlUJV 

* 4e * ik >|c jK * 

Kal 6à\a|Lio^, èv Tip KeTvog ouk fr^mcv, àXX* èTn^aTO. 

XXIX (21, vv. 1-2, e 86). Per i versi 1-2 vedi al /V. X; il v. 3 ci è 
riferito da Ammonio grammatico, Sulla differenza dei vocaboli affini, 
p. 37 (ed. Valckenaer) : 'AvaxpcUJv òiaaOpujv xivà èirì 0ij\utiiti • K a ì 
6dXa|uio^ ktX., da Erodiano (Boissonade, An,, 111,263; Bachmann, 
An., Il, 375; cod. Ven., App. ci. il, 4, e cod. Vindob., 172 (n. 205)), 
óxWEtim. Gud.^ 125, 4, e da Eustazio, Oi., XI, 1678, 59 (senza il nome 
deirautore). — 1. EùpuirOXi}: menzionata anche altrove come amica 
del poeta (Dioscoride, ep. XXIV (Ant. Pai., VII, 31); Antipatro Sid., ep., 
LXXIII (AnL Pai, VII, 27)). Il Flach (535) opina anzi che solo di Eu- 
ripile il poeta sia stato veramente innamorato, e nella preferenza concessa 
da lei ali effeminato Artemone vede la causa dello scherno di Anacreonte. 
2. TrepKpópnTO^: come abbiamo visto in Ateneo (v. fr, X), Arte- 
mone fu COSI soprannominato òià tò TpucpepiXiq ^loOvra ircpicpépeadai 
èiri kXìvtì^. Di un altro Artemone 'ir€piq)ópnTo^ ci parlano parecchi scrit- 
tori antichi (Plinio il Vecchio, Stor, iV., VII, 56: Diodoro Siculo, XII, 2R; 
Servio, Cam. alVEn., IX, 505): visse al tempo di Pericle e fu valente 
meccanico: si faceva portare attorno in lettiga, perchè zoppo. Plinio 
{Stor. Nat., XXIV, 8) ricorda V Artemone periforeto, statua di Policleto : 
non sappiamo però quale de' due essa rappresentasse. — 3. t4i: = iL. 
— K€!voc;: jon. ed ep. per èxEtvo^. — 3. ^tim^v: uxorem duxit. — 

èYHMCiTo: nupsit. Eustazio (1. e.) adduce un verso molto esplicativo di 
Eterio: PaivójLicvoc; Paivwv óre vu|Li(pi0(; dXXore vù^q)»!. — Accogliendo 
interamente le conclusioni del Michelangeli (IV, pp. 88-89), ho raccostato 
la citazione d'Ateneo che precede il fr. X (21 Bergk) ed il fr. 86 b. Il 
Bergk (p. 261), confermando un'opinione già prima esposta, scriveva: 
« Geterum valde dubito an v. 1 et 2 cohaereant cum reliquìs ; videntur 
enim hi duo versus ad aliud Carmen referendi, quod dime tris iambicis 

conscriptum »: il Blass in Rh. Mus.. XXIX (1874), p. 154, gli aveva già 

dato ragione. 11 Michelangeli accolse l'ipotesi bergkiana, sostenendo però 
essere il metro della prima citazione d'Ateneo non il dimetro, ma il tetra- 
metro giambico acataletto, e ravvicinò poi ad essa citazione quella d'Am- 
monio basandosi sui seguenti persuasivi raffronti : « I. non sappiamo di 
altr'uomo effeminato e molle contro cui il nostro poeta volgesse lo scherno: 
li. il tono derisorio è quel medesimo: il metro nell'uno nell'altro fram- 
mento è il tetrametro giambico acataletto : IV. la licenza metrica di scio- 
gliere una lunga in due brevi s'incontra in entrambi i luoghi: V, nella 
citazione d'Ammonio si direbbe che Artemone nel talamo faceva la parte 
di donna; nella seconda d'Ateneo, che riferiscesi di certo ad Artemone, 
è affermato che s'aggirava tra le fornaie e i palici (àpTOiribXiaiv Kà9€- 
XoTTÓpvoioiv) ». 

Metro. — Il metro è già stato dichiarato nel corso del cemento. Questo 
verso è detto da Servio Anacreontius. 



ANACREONTE — LASO d'ERMIONB 179 



XXX (89). 

'Epa» T€ òriure kouk èpoi 
Kai ^aivojLiai koù |Liaivo|Liai. 

XXX (89i. Efestione, {>. 17 W.: 'Eari òè èiriariibia èv a£iTi|i (tui la|i- 
PiKd)) dKardXTiKTa luèv bijucrpa, ola tò 'AvaKpeóvreia òXa ^ainara yé- 
Ypaìrrai- otov èpOù ktX. Gfr. anche scoi. Efest, p. 149 W., ed Apostolio, 
VII, 88 b. li secondo verso è pure riferito dallo scoliaste d'Aristofane, 
Plut., 253. — 1. bTiOre: cfr. fr. VII, v. l,n., ed anche yV. XIX, 1, n. 
— koùk: cfr. fr. II, v. 1, n. — Dell'autenticità di questi due versi il 
Bergk dapprima (1834) dubitò, perchè Efestione non dice proprio ch'essi 
siano di Anacreonte. Nella quarta edizione però non fa più cenno alcuno 
de' suoi dubbi. E per vero osserva con molto buon senso il Michelangeli, 
« non essere probabile che Efestione traesse da altri l'esempio del dimetro 
giambico acata letto, chiamato anacreonteo, mentre lo aveva nello stesso 
Anacreonte (cfr. il fr. seg.) ». 11 frammento a cui il Michelangeli si ri- 
ferisce, è il 90 B., da noi citato in nota al fr. XXIV. 

Metro. — È dichiarato nell'addotto passo di Efestione. 



Laso d'Ermione. 

Laso, nato ad Ermione nell'Argolide, fiorì probabilmente nella seconda 
metà del secolo VI a. Gr. Suida ne assegna TàK^i^ alFOlimp. 58 portando, 
sembra, troppo indietro la data. Delle vicende della vita di questo poeta 
che, secondo una notizia dataci da Eustazio nella « Vita di Pindaro », 
sarebbe stato maestro del grande lirico tebano, non sappiamo con certezza 
se non ch'e' fu alla corte de' Pisistratidi contemporaneamente a Simo- * 
nide, col quale ebbe a gareggiare. Ch'egli sia stato uomo di fine ed acuto 
senso critico ce lo prova quanto riferiscono di lui Erodoto, VII, 6, ed 
Ateneo, Vili, p. 338 d. Narra Erodoto come Laso scoprisse che Onoma- 
crito avea introdotto in un componimento poetico attribuito a Museo un 
vaticinio di propria fattura. Ateneo riporta di Laso due giochetti di pa- 
role, de* quali uno è il seguente, basato sul doppio significato diÒTiTÓc;. 
Affermò una volta il nostro poeta in un'accolta di persone che il pesce 
cnido è òirróq. Stupendo gli astanti, che tutti, per l'antitesi suggerita dal 
crudo, avevano inteso òittó^ nel senso di cotto^ spiegò Laso che come 
ciò che si può udire è dKcuOTÓv e ciò che si può intendere votitóv, così 
ciò che si può vedere è òtttóv (visibile). A Laso è attribuito da Suida il 
primo lavoro teorico intorno alia musica. Stando alla stessa fonte, il poeta 
avrebbe anche avuto la gloria di concorrere pel primo con un ditirambo, 
il che significa di certo ch'egli inaugurò in Atene cotale specie di con- 
corsi. Al ditirambo Laso arrecò parecchie importanti modificazioni, acce- 
lerandone il movimento, rendendone l'accompagnamento più vario, e 
facendo uso di più ricche melodie (Plut., De Mus., e. 29). Per l'asigma- 
tìsmo del ditirambo Kévraupoi, di cui taluni antichi negarono l'autenti- 
cità, e dell'inno a Demetra, vedi, in principio del comento, i due passi 
che adduciamo da Ateneo. 



180 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

(1). YMNOZ ElZ THN EPMIONI AHMHTPA. 

— — Vi/ » — V-» I • ^vyCr. VV^CA 

\j\j ^ \j ■-. .» «^ . _ 

^ \j s^ Ky\^ vy^wv^ m^ \j \^ — 

Adfiarpa fiéXTTuu Kópav t€ KXufiévoi' àXoxov 
MeXi^oiav 6|livu)v àvarveuiv 
AioXib' oi^a papu^po^ov àpjioviav. 

Ateneo, XIV, 624 F : Mtì] Tdp laxiv (ùiroòUipio^ xaXouiLiévr) àp^oyid), 
q)naiv ó 'HpaxXeiòiiq, f\v èKdXouv AloXiba, ili^ Kal 6 AQao^ (Dindorf, Adaoq 
vulg.) ó 'EpjLiiovcùq iv Ti^ €U Tf|v 'EpjLiióvi Ai^fjiTiTpa dfjivqj Xèfujv odruiq * 
A d fi a T p a ktX. TaOra b' f òouai iràvre^ ÒTroòtbpia rd fLiéXr), èirei oOv 
TÒ ^é\o(^ iOTÌv ùiTobtbpiov, £ÌKÓTui^ AloXiba (f>r\aìy elvat Tf)v àpjiiov(av ó 
Aàaoi;. Lo stesso Ateneo, X, 455 G: TaOra (il /r. 56 di Pindaro) or)|ui€t(Ìj- 
oaiT* dv TK irpò^ Toii^ voOcùovtq^ Adaou toO 'Ep)Liiovéu)< Tf|v àovf^ov 
djbfiv, fÌTi<; éiriTpdcpcTai KévTaupoi. Kal 6 eli; ti?iv AfmiiTpa Òé Tfjv èv 
'Èpimióvi] iTòiTiOeic; ti|i Adatti (ifivo^ daitMÓ^ éariv, djq (p^aiv 'HpaKXeìÒnq 
6 TTovTiKÒc; èv Tpirip iT€pl ^oualKfì^ * ou èorlv dpxV Aà|uiaTpa ktX. 
Cfr. anche Eust., 1335, 52. — Per i canti asigmatici vedi Boeckn, Pind. 
Fragm.y 582. Un tour de force assai più erculeo (è proprio il caso di 
esprimerci così) di quelli di Laso dovette però essere la asigmatica 
«Odissea» (!!) di Trifiodoro. — 1. AdfLiaTpa: chi s*interessi deireti- 
mologia del nome vegga la nota del Michelangeli, IV, p. 98. — jiiéXicu): 
assai opportunamente il Michelangeli fa notare T intonazione epica del- 
l'esordio. — KXufbiévoi": epiteto eufemistico di Hades. Snida a KXu^cvo^ 
spiega dKouó)Li€vo(; dirò irdvTUiv oppure òti icpoOKaXelTai eU éauróv. Più 
probabilmente l'epiteto vale c^^eòra^o: cfr. TTepiKXii|ui€vo^ detto anche di 
Hades. — 2. McXtpoiav: in nessun altro luogo Cora o Persefone viene 
così chiamata. Nella Laconia era detta noXù9oia. Il Wide pensa che 
MeXipoia indichi la potenza che riempie la terra con dolce nutrimento. 
Sintatticamente è, come KXufuiévoi' dXoxov, apposizione a Kópav. — De- 
metra, Cora e Climeno appaiono insieme in due iscrizioni d'Ermione: 
C. L G., 1197 'A iróXi^ tiIiv 'Epiiiiovéuiv NIkiv 'Avbpujviòa AdMorpi KXu- 
jLiévip Kòpq.^ 1199 [AdfbiaTJpi KXuMévqj Kòpcf. dvé[6nK€ |. Demetra, Gora e 
Plutone erano congiunti anche su di un altare a Sparta: cfr. Pausania, 
III, 19, 4 TienoiriTai òé èirl toO ^uijuioO Kal i\ Ar]^r]Tì\p koì Kópi] xai 
TTXoÙTUiv. Quanto fosse fiorente il culto di Demetra in Ermione, lo si può 
vedere da Paus., 11, 35, 4-8. Anche Hades vi avea un tempio sotto il 
nome di Climeno : Paus., ibìd.^ ibid., 9 : éari bè xai dXXo^ vaó^ * cUóve^ bé 
iT€pì ndvxa éaTi?)Kaoiv aùróv. outo^ ó vaó^ èoTiv diravTiKpù toO Tfj^ 
XOoviac;, KaXclrai bè KXujbiévGO, xai ti|i KXujitévtv 6ùou0iv èvraOOa. Ed a 
proposito di KXù)bi€vo(; notisi quanto Pausania quivi soggiunge : KXu^€vov 
bè oÙK dvbpa *ApY€tov èX0€tv ^fìuf€ è(; 'Ep^lóva /jToOMai, toO GcoO bé 
éOTiv éiTÌKXiiai(;i. òvTiva éx€i Xóyoq ^aoiXéa ùirò yf\y elvat. Sulle feste sacre 
di Ermione vedi Wide, De sacris Troezeniorum Bermionensium Epi- 
dauriorum commentano academica (Upsalae, 1888). — dvaifvéuiv: dfveìv 
è, secondo Esichio, uguale ad flyciv presso i Laconi ed i Cretesi. Per 
l'uso lo Smyth confronta Traidva dvdyeTe Sof., Trach.^ 210; dvd^cxc kuj- 
KUTÓv Eurip., Fen.^ 1350; dvd b' d^a^ov éq cpdoq ofav fLiotpav C)lìvuiv 
Pind., Istm. 6, 62. — 8. AloXib': la congettura del Bergk AioXtiba 



LASO D*£RMION£ — TELESILLA 181 

è non solo « tutfaltro che sìcara > (Michel.), ma pessima, perchè, non 
essendo punto necessaria, sopprime il susseguente à^a dato dai codici. — 
Papu^pOjiov: lo Smyth trova che Tepiteto è strano per Tarmonia eolica. 
Ma se si pone mente agli aggettivi co' quali Eraclide Pontico presso 
Ateneo (p. 624 E) la qualifica, questa stranezza scompare affatto. Dice per 
vero Eraclide : tò òè tiXiv AioXéuiv 1^60^ ^x^i tò raOpov kqì òykìIiòc^, £ti 
òé ùiTÓxauvov. E soggiunge tosto: ó|bioXoT€! òé raOra Ta!^ iirirorpocpiaK; 
aÙTiIiv Kai Eevoòoxiaq. Considerando ora la definizione che lo stesso Era- 
clide (p. c.,D) dà deirarmonia dorica, si comprenderà di leggeri come 
Tarmonia eolica potesse esser chiamata ipodorica : ^i jiiév oOv Adjpio^ àp- 
^ov{a TÒ dvòpiX»&£(; éfiq>aiv£i kqI tò jieTaXoiTpCTréc; xal où òiaK€XU)biévov 
oùò' iXapòv, àkkà OKuépwrròv kqì aq)obpóv, oCt£ òè itoikìXov oÒte ito- 
XuTpoiiov. 

Metro. — KttT' èvÓTrXiov €lòo^. Sinizesi in dvayvétuv al v. 2. 

Telesilla. 

Telesilla, appartenente allaristocrazia di Argo, fiori, sembra, in sul 
principio del sec. V a. Cr., airepoca della guerra che contro Argo mosse 
lo s{)artano re Gleomene (494 a. Gr. Flach, p. 667, n. 4). Della sua vita 
sappiamo ben poco e questo poco è troppo misto a favole per poterne 
ormai discernere le briciole di vero. Narrasi che, essendo ella sempre ma- 
laticcia, Toracolo la esortasse a dedicarsi al culto della Muse; il qual con- 
siglio avendo seguito, ella godette dappoi d'una florida salute. Plutarco (Del 
coraggio delle donne, 4) riferisce che alla testa delle Argive, quantunque 
dopo grande strage di esse, ella riuscì a cacciare in fugagli Spartani. La 
notizia, così com'è data da Plutarco, è da relegare senza dubnio nel do- 
minio delle fiabe (cfr. Flach, p. 668, n. 2, ove a ragione la si interpreta 
come una poetica s[)iegazione della festa argiva denominata 'TPpiOTiKd, 
nella anale gli uomini indossavano le vesti delle donne, e oneste gli abiti 
di quelli): sfrondandola debitamente però, dietro l'esempio ai quanto fece 
già un antico (Massimo Tirio, 37, 5), si può giungere a stabilire con 
qualche probabilità che, sconfitto Tesercito argivo da* nemici, Telesilla 
abbia animato alla difesa della città i superstiti non solo, ma anche i 
vecchi, le donne e i fanciulli, forse col proprio esempio, forse, com'è più 
verisimile, coi canti. Ad ogni modo la sua patria la onorò dedicandole 
una statua che la rappresentava con a' piedi i suoi carmi, ed in mano 
un elmo al quale era diretto lo sguardo di lei (Paus., Il, 28, 8). Anche 
lo sposo EùSeviòac; pare le facesse erigere, dopo ch'ella fu morta, un mo- 
numento. All'epoca della nobile condotta di Telesilla venne riferito l'inizio 
del culto che ad Ares in Argo prestavano non solo gli uomini, ma anche 
le donne. 

Delle poesie di Telesilla sappiamo all'incirca quanto della sua vita. C'è 
noto ch'ella compose inni, per cori di vergini, in onore di Artemide e di 
Apollo. Nel secondo ella cantò delle figlie di Niobe. Del primo ci rimane 
il frammento che riferiamo, e che costituisce tutto ciò che dei versi della 
poetessa argiva è giunto fino a noi. 

— — W V.» — sj I ■ 

*'Ab* *'ApT€fii?, ili KÓpai, 
q>e\)fo\aa tòv 'A\q)€Óv. 

Efestione, p. 35W.: 'Eoti toìvuv èmaTma èv TCp luiviKCp, è<p6imi|Li€pn 
yiéy, Tà TOiaOTa otq i\ TeXéaiXXa èxpif)CJaTo * "Ab* ktX. — 1 due versi 



182 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

provengono assai probabilmente da un inno composto per un coro di fan- 
ciulle. La leggenda in essi toccata è originaria dell'Elide, ove Artemide 
era venerata sotto i nomi di *AXq>eitAiv{a (Strabene, Vili, 343), *AX(p€iaia 
(Pausania, VI, 22, 10), *AXq)€iuiaa (Ateneo, Vili, 346 G), ed *AX(p€itì»o 
(scoi. Pind., PiL 2, 12, Nem, 1, 3) e dove pure c'era una sorbente chia- 
mata Aretusa. Secondo essa leggenda Artemide (come divinità tutelare 
delle sorgenti e dei fiumi detta TtoTa^la) fu inseguita sotto il mare dal 
fiume Alfeo, di lei innamorato, fino ad Ortigia, ove la corrente del fiume 
eleo si rende di nuovo visibile nella fonte Aretusa. Gfr. Pindaro, Nem. 1, 

1 e sgg. *A|biirv€U|Lia ae^ivòv 'AXqp€oO | *OpTUYÌa, | òé|Liviov 'Apxé- 

jLiiòoc. — 2. (p€ÙYOiaoi : la forma, se non è corrotta, è eolica. — *AX- 
q)€óv: dor. per 'AXqpeióv (Kùhn.^ § 27, € u. 6i). 

Metro. — I due versi sono dimetri jonici a maiore catalettici anaclastici 
nel secondo ^érpov, ove al jonico è sostituita la dipodia trocaica. 

SlMONIDE. 

Simonide nacque nella città di Juli situata nell'isola jonica di Geo, una 
delle Gicladi, vicinissima alFAttica. Ghe Fanno della sua nascita sia il 
556-555 a. Gr. e che il padre suo abbia portato il nome di Leoprepe lo 
ricaviamo con certezza da un epigramma del poeta medesimo (/r. 147b.), 
nel quale egli ricorda una vittoria riportata nelle Dionìsie essendo in età di 
ottantanni, sotto l'arconte Adimanto (OIimp.75, 4=477-476 a.Gr.). Addetto 
prima al culto di Dioniso in Juli, fu poscia maestro di cori a Gartea, altra 
città di Geo, in un xopHT^ov posto su di un'altura, lontano dal mare, presso 
il tempio d'Apollo (Ateneo, X, 456 F). Forse fin dal principio del governo 
de' Pisistratidi (527) abbandonò la patria per Atene, ove lo splendido Ip- 
parco ambiva circondarsi di artisti e di poeti, che invitava presso di sé 
|bi€YdXoi(; |Liia6ot^ kqI bdbpoiq ttcOujv (Platone, Ipparco^ p. 228 G). Nella 
corte de' tiranni ateniesi incontrossi, come già altrove notammo, con Ana- 
creonte e con Laso d'Ermione. Ucciso che fu Ipparco nel 514, Simonide 
partì, non sappiamo però se subito o dopo quanto tempo, da Atene, e 
recossi, per invito degli Scopadi, a Grannone m Tessaglia. Quanto sia du- 
rata la sua dimora quivi noi non possiamo determinare: certo ne dovette 
partire dopo la improvvisa rovina degli Scopadi. A proposito della quale 
osserviamo che, se non si può mettere in dubbio che sia accaduta e re- 
pentinamente, perchè così ci attestano antichi scrittori degni di fede, non 
è, d'altra parte, punto sicura la veridicità della tradizione che riferisce 
come gli Scopadi siano periti per la caduta del sofiìtto della sala ove si 
trovavano a banchetto. Forse è più probabile che, malvisi com'erano alla 
popolazione tutta per il loro malo governo, siano stati trucidati. Anche 
Simonide sarebbe stato presente al banchetto menzionato dalla tradi- 
zione, la quale, diventando qui favolosa del tutto, narra come l'avrebbe 
salvato l'intervento de' Dioscuri. I figli di Leda in un carme del nostro 
poeta in onor di Scopa aveano ricevuto più lodi che il principe stesso, 
onde questi, poco soddisfatto, avea ritenuto a Simonide metà della pat- 
tuita mercede, dicendogli che l'altra metà se la facesse dare dai Dioscuri: 
essi pagarono il proprio debito salvando la vita a chi li aveva celebrati. 
Dalla corte degli Scopadi il poeta passò a quella degli Aleuadi in Larissa: 
con Antioco, figlio di Echecratida e di Diseri, strinse vincoli d'amicizia, 
e lo cantò, dopo la morte di lui, in un treno che gli antichi ammirarono 
assai (/*r. 34 b.). Al tempo della battaglia dì Maratona noi vediamo Si- 
monide nuovamente in Atene, ove gareggia con Eschilo per un'ele^a in 
onor de' caduti e lo vince. L'anno dopo (489) egli è in Sicilia, amico di 



smoNiDE 183 

Senocrate agrigentino, del quale celebra la vittoria pitia (Pind^ Pit. 6). 
Ad Agrigento entra pure in amichevoli rapporti col tiranno Terone, fra- 
tello di Senocrate, a Siracusa con Jerone, alla corte del quale s*incontia con 
Pindaro. Forse di quegli anni il nostro poeta si recò anche nella Magna 
Grecia, a Reggio, ove cantò Anassilao, ed a CSrotone, ove ebbero da lui 
tributo di poetica lode i successi agonistici di Astilo. Le grandi vittorie 
de* Greci nella seconda guerra persiana trovano nuovamente Simonide 
neirEllade, dov eeli passa da Atene a Corinto, da Corinto a Sparta. 
Nell'anno 477-476 egli è ancora in Atene, ove ottuagenario vince nelle 
Dionisie, come dianzi ricordammo. Nel corso deiranno 476 lo si ritrova 
in Sicilia ove riesce a pacificare Terone e Jerone, che stavano per ve* 
nire a guerra tra di loro; e più tardi compone un carme per la vittoria 
istmi ca di Senocrate (Scoliasta a Pind., Istm. 2, Argom.). Che Simonide 
sia dopo d'allora ancor tornato in Grecia non è probabile: morì in Siracusa 
in età di 89 anni, e fu colà sepolto. 

Oltre alle elegìe ed agli epigrammi, di cui non è qui il Inogo di par- 
lare, Simonide scrisse inni, peani, ditirambi, partenii, iporohemi, prosodii, 
encomii, epinici, treni. I suoi inni ebbero piuttosto, almeno per quanto 
ne possiamo giudicare di sulle testimonianze degli antichi, ui forma di 
preghiere che di epopee liriche come quelli di Stesicoro: ma non è a cre- 
dero perciò che il nostro poeta fosse dotato di un sentimento profonda- 
mente religioso, che anzi, quand'egli si riferisce agli dei, traspare dalle 
sue parole un'ombra di scetticismo: egli è, come nota molto a propoi>ito 
lo Smy th, quantunque con un periodo non troppo fortunato, « sopra tutto 
un artista e non viene toccato da quell'onda di teologica speculazione da 
cui Pindaro fu influenzato profondamente » (pp. 303^304). 1 suoi ditirambi, 
come ci apprendono i due titoli giunti fino a noi (€ Europa », cMennone»), 
trattarono cose afiatto estranee al culto di Dioniso. La umanizzazione, mi 
si passi la brutta parola, della poesia corale, che avea già fatto un passo 
considerevole con Stesicoro, il quale vi avea sostituito alle lodi degli dei 
quelle degli eroi, con Simonide si compie definitivamente e diviene rego- 
lare. Ibico ne avea dato forse qualche esempio (noi non ne conosciamo 
che uno e, come vedemmo, per via indiretta) : molti de' carmi del nostro 
poeta celebrano contemporanei illustri per vittorie agonistiche o per al- 
tezza di natali. 

Le forme meliche in cui Simonide si accostò maggiormente alla per- 
fezione furono le due encomiastiche deirepinicio e del treno. Della prima 
per vero non possiamo farci per esperienza dirotta un'adeguata idea, e 
dobbiamo starcene contenti quasi solo alle impressioni che ne riportarono 
gli antichi, perohè troppo scarsi frammenti ne sono giunti fino a noi. È 
doloroso che la mancanza di un epinicio intero, almeno, di Simonide, ci 
impedisca di faro un confronto tra Tarte di lui e quella di Pindaro in 
tal genere di componimenti poetici. È certo che anche Simonide vi do- 
vette far larga parte a* miti: l'aneddoto relativo a' Dioscuri, che dianzi 
ricordaoìmo, basterebbe a provarlo. È pure fuor di dubbio che i miti 
vennero da lui scelti tra quelli che avean relazione colla famiglia o colla 
città del festeggiato: questa non fu legge solo al tempo di Pindaro, ma 
legge che s'impose di natura. Ma in qual modo il racconto mitologico 
venne dal nostro poeta congiunto con la realtà? Di tale punto importan- 
tissimo non possiamo dire nulla. E nemmeno si presenta come sicuro 
quanto, su indicazioni troppo vaghe, crede di poter afi^ermare (p. I>04) lo 
Smyth, che Simonide mostri tendenza a svolgere i particolari minuziosi, 
i quali furono invece trascurati da Pindaro. De* treni simonidei ci è pos- 
sibile giudicare meglio che degli epinici. 11 poeta che fu sommo nelfelegia 
sì mostrò maestro anche in questo genere, in cui si richiede sovra ogni 



184 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

altra cosa tenerezza, delicatezza e quasi femminilità di sentimenti. Ed a 
Simonide nessuna di cotali qualità fa difetto : egli tocca il cuore e strappa 
le lagrime. Le madri greche, cui furono tolti i figli nel fior degli anni, 
dovettero provare un qualche conforto sentendo narrare pateticamente i 
casi miserandi degli antichi eroi ed eroine. 

Due parole intorno al carattere di Simonide, del quale tanto e in così 
disparati modi si discoise, non saranno spese fuor di proposito. Caddero 
in esagerazione tanto coloro che al poeta negarono ogni senso morale 
quanto quelli che impresero a troppo vivamente difenderlo. Appartenente 
per nascita alla stirpe jonica, ebbe de^li Joni Tamore alla brillante vita 
mondana e la duttilità estrema dell'indole. Fine conoscitore de* suoi 
tempi, possedette in sommo grado Parte di adattarsi agli eventi senza pa- 
rere : ond'è ch'egli potè comporre un epigramma in onor della morta *Ap- 
XCÒCky), figlia d' Ippia, e poi un altro per la statua de^li uccisori d* Ip- 
parco, Àrmodio e Aristogitone; potè celebrare i caduti a Maratona e, a 
poca distanza, le vittorie agonistiche delle famiglie regnanti in Sicilia o 
nella Magna Grecia, senza ricevere tuttavia, in grazia della propria ac- 
cortezza diplomatica, biasimo soverchio, ed anzi riuscendo in generale a 
conservare alta la stima di coloro che da* suoi canti venivano esaltati. Sol- 
tanto alla corte degli Scopadi si può credere non facesse la miglior figura : 
pare del resto ch'egli medesimo se ne sia accorto se nell'encomio di Scopa 
ad un*ampia trattazione dell'attualità preferì Tintesser l'elogio de' Dioscuri. 
Più ancora che per la pieghevolezza del carattere s'inveì contro Simonide 
per l'avidità del denaro, e corsero a tal proposito aneddoti del genere di 
quello riferito da Aristotele nel passo da noi citato in principio del ce- 
mento al fr. 111. Orbene il nostro poeta meritò siffatta accusa né più né 
meno, ed io sto anzi piuttosto per il meno che per il più. de' suoi pre- 
decessori Ihico ed Anacreonte e del suo successore Pindaro. L'accusa nacque 
dal fatto che pare ch'egli pel primo stabilisse come prezzo de' suoi carmi 
una somma fìssa: il che fu (e ciò credo che nessuno vorrà negare) più 
dignitoso del contegno di certi altri poeti, i quali, se non riceveano una 
pattuita mercede dell'opera loro, viveano però continuamente e ad ogni 
agio a spese dei propri mecenati. Pindaro stesso, d'altra parte, non ostante 
i suoi fin troppo noti versi delTlstmia seconda, si affrettò a seguire l'e- 
sempio di Simonide, ed ebbe, pare, esigenze per lo meno non inferiori a 
quelle di lui. 

Lo stile di Simonide è in generale piano : la sua caratteristica speciale 
è una semplice eleganza : talvolta, come nel fr. I, si eleva ad un consi- 
revole grado di forza. Eflìcace egli riesce sempre, perchè ama il dire 
adorno d'immagini, che ci presenta vive e racchiuse in breve giro di pa- 
role. Egli non esaurisce la descrizione di un quadro, ma la porge in 
modo che la fantasia del lettore possa agevolmente compierla. Secondo 
l'autore del trattato ircpl dipouc; egli ebbe la facoltà di far vedere le cose, 
ed i pochi frammenti che ci restano confermano per intero tale giudizio. 
Il nostro poeta adopera, nelle poesie meliche, il dialetto dorico, o, per 
meglio dire, adopera una lingua letteraria il cui fondo è formato dalla 
lingua omerica, la quale è modificata da una superficiale tinta di dorismo, 
com'è quella che s'incontra anche ne' cori della tragedia attica. Sembra 
non sia mancata ne' carmi di Simonide pure qualche traccia di forme di 
dialetti locali (eolismi, ad es. nel fr, 59 b.). Di metri Simonide preferì il 
KQTà Paxxetov elbo^ al xar' èvóirXiov €Ìbo(;: di armonie usò in ispecie la 
dorica, ma anche la lidia, l'eolica, la frigia. 

La fama di Simonide visse lunga e gloriosa vita nell'antichità, massi- 
mamente in Atene, dove i versi del nostro poeta corsero per le bocche 
di tutti, dove lo citarono frequentissime volte ne' loro scritti Platone, 



SIMONIDB 185 

Senofonte, Aristofane, il prìmo mettendolo a paro d*Omero e di Esiodo. 
Fra i Latini egli trovò in Orazio un traduttore ed un imitatore. Ha ragione 
lo Smyth quando, nelle pagine 307 e 308, afferma che, dopo Saffo, noi 
non abbiam perduto nulla di più prezioso nella lirica greca che i carmi 
di Simonide, e che molti degli epinici di Pindaro si potrebbero dare vo- 
lentieri per un papiro che ci portasse qualche ode del sommo poeta 
di Geo. 

I (*4). Eli TOYI EN eEPMOnYAAII eANONTAZ. 

— VyV/ ~m *>J \^ -^ .._\^\^ V^Vy l__ • \J 

— \J \J — \^ s^ \^ ■_ — ~/ 

O —. \j \j JL vy— vy^ ___».^vy 

— -.«^Vy — \^ \^ J. vy__vy-i — — \J — 






Taiv èv OepjLioTTÙXaiai Gavóviiuv 
cuKXen^ ILièv à Tiixa, xaXòq ò' 6 ttótmo?, 
PuD^ò^ ò* 6 Taqpoq, TTpò TÓujv bè jivctaTiq, ò b* oIkto? iTiaivo^* 
èvTàq)iov òè TOiouTOv ouT eupib^ 
5 ou6* 6 Tiavòa|idTU)p dinaupiuaei XPÓvo^. 
dvòpujv àtaOuiv óbe (Jtìkò^ oUcTav eùboSlav 
*EXXdbo^ eiXero* MapTupeT bè xal A€uiviba<; 
6 ZirdpTa^ PamXeùq, dperd? ILiétav XeXomib^ 
KÓOjiov dévaóv T€ KXéoq. 

1 (*4). Diodoro Siculo, XI, 11 : Aióirep oùy ol tiIiv toxopii&v auTTpa^Ptlq 
^óvou d>cXà Kai ttoXXoÌ tóùv itoititiùv KaOù iuvriaav aùrOùv Tà(; dvòpaya- 
eio^' ijDv yéYovc xai IiMuiviòiii; ó mcXottoiòc; dEiov if^ dpCTfìc; oùtuiv 
iTOinaac éYKibMiov, èv di Xérei* T Où v ktX. Gfr. Arsen., Viol.^ 342. —- 2. TÙxa 

hótmoì;: TÙxa è ia sorte d'aver potuto illustrarsi partecipando alla 

pugna delle Termopile, itótmo<; è la morte in essa pugna incontrata (cfr. 
Michelangeli, V, pp. 4-5). — 3. ^ujinót;: il Buchholz intende: « il tu- 
mulo è un altare, cioè per il solenne culto tributato come aó eroi ai 
gloriosamente caduti». Migliore è però Tinterpretazione dello Schneidewin, 
che spiega in generale: cara sepulcrum, h. e. sacrum et venerabile ». — 
irpò Tdujv b. )Li.: irpó è qui = àvxf. Per il concetto cfr. Plut., Consol. 

ad Apolli XXV (p. 114 D) oòbelc; yàp droGòc; «Eio<; Tréveou(;, dXXà 

MvftMn^ cùkXcoOc;. — oTkto^: per la differenza tra -^òoi ed oÌkto<; bene 
osservava lo Schneidewin : « yóoi ab ofKTijp ita differunt, ut illud sit luctus 
cum lacrimis et planctu in etlerendo mortuo fundi solito: oIkto^ autem 
illam respiciat animi affectionem, quae nos amicorum hominum obitum com- 



186 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

miserari iubet ». — 4. èvràcpiov : sost., o, meglio, aggettivo sostantivato, 
sottintendendoglisi cljiia. Cfr. Isocrate, 6, 44 kqXòv évrdqpiov i\ Tupavviq. 

— iravbajLiÓTUjp : lo stesso epiteto è dato a xp^voq da Bacchilide, 12, 205 

— Gol concetto de' versi 4-5 cfr. Pind., 01., 6, 97 fxi\ Opauaoi (Hermann) 
Xpóvoc ÒXPov èqpépnuiv, Istm. 5, 56-57 oOtoi TCTÙcpXujTai fLtaKpò^ | |uió- 
XOo^ àvbpiìiv, Orazio, Odi, III, 30, 1 e sgg. Exegi monumentum aere pe- 
rennius \ regalique situ pyramidum altius, \ qiiod non imber edax, non 
Aquilo impotens \ possit diruere, aut innumerabilis \ annorum series et 
fuga temporum, ma in ispiecial modo cfr. Pind., Pit. 6, 10-14, e vedi 
Tacuto rafifronto che tra il luogo simonideo e quello pindarico ìnstituisce 
il Fraccaroli , Le odi di Pindaro dichiarate e tradotte, pp. 445-7. 
Anche il passo oraziano poc'anzi citato è quivi i)reso in considera- 
zione. — 6. olKéTav : la correzione dello Schneidewin (v. Append. 
crit.) è basata su Esch., Aaam., 733 fijuaxov fiXyoc olKéTai<;, ove oUéTiiq 
ha lo stesso significato che nel nostro caso. Notisi poi che otKéTav, 
forma di un sostantivo maschile, è in posizione predicativa rispetto ad 
ctiboHiav, forma di sostantivo femminile. Non mancano esempi di questo 
fenomeno: cfr. Sof., Elett., 850, dove Elettra dice di sé stessa Kdtvb toOÒ' 
lOTUjp, ùfrepiOTu^p, Filott., 1470-71 NO|Liq)ai(; àXiaiaiv èir€uEd)uievoi | 
vóarcu auJTfjpa^ ÌKéa6ai. Ed. Re, 80-81 tùxij... auirfìpi, Antig.^ 
1074-75 XujpTiTfìp€(; . . . 'Epivii€(;. In nota agli ultimi due luoghi il Jebb 
ricorda Esch., Agam.,ììì x€pi irpdKTopi, 664 Tuxr) oujt/ip, Eum., Ì86-7 
KapaviaTfìp€<;... òìkqi aqpoYai re, Suppl., 1041 eéXKTOpi TT€i0ot. Aggiungi 
Eurip., //*. Taur., 1431-32 tOTOpa*;... ifuva!Ka(;, Med., 360, Òó^ov f| xOóva 
oujTfipa, Lucano, Fars.. IX, 720 natrix violator aquae. Lo Smyth (p. 309) 
richiama anche òaairXfiTa Xdpupbiv al v. 1 dei fr. 38 b. di Simonide, e 
poscia l'uso femm. di "EXXtiv, qpoveOc; ecc. — Per il concetto de' vv. 6-7 fino 
ad etXcTo cfr. Tucidide, II, 43, 2 tòv xdqjov èmaiiibiÓTaTov, oùk èv iji KeWrai 
ludXXov, àXX* èv CD 1*) òóEa aùrdiv... KaTaXeiTiETai. — 7. inapTupet ktX.: il 
Farnell, seguendo le orme dell' Il^en, il quale non credeva autentica quest'ul- 
tima parte, dice essere difficile il vedere a che cosa si riferisca il iiiapTupEt. 
lo trovo soddisfacentissima la spiegazione dello Schneidewin, che, come 
il Jacobs ed il Mehlhorn, non vede ragione di riputare sparii i vv. 7-9: 
« Leonidas autem testari dicitur, gloriam Graeciae sepulcro ilio conditam 
esse, quoniam is, praeclari facinoris pars magna, et ipse ibi conditus 
erat ». Molto a proposito è qui il confronto coi vv. 1-2 dell'epigramma 
simonideo che forma il frammento 95 b.: EÙKXéa(; ala xéKCuOc, AcujviÒa, 
01 |bi€Tà a€To I Tflb* ?0avov, IiidpTTi(; eùpuxópou paaiXcO. — Che il pre- 
sente frammento provenga da un carme scritto da Simonide appositamente 
pe' caduti alle Termopile non è stato ammesso da tutti i filologi, nono- 
stante le parole abbastanza esplicite di Diodoro Siculo. Taluni anzi (Bergk, 
p. 383, Flach, p. 637, n.) vollero in queste parole stesse vedere un ap- 
piglio a credere che l'elogio de' compagni di Leonida formasse solo un 
episodio di un carme comprendente argomento più vasto. Certo non è 
impossibile, lavorando di fantasia, giungere a tale risultato, ma il buon 
senso pare che guidi per altra strada. Da un castello in aria passando 
ad un altro il Bergk, alla già citata p. 383, opinò poi che il frammento 
appartenesse al carme €Ì^ t^v èir' *ApT€)Liiaii|i vau^ax(av, e che i primi 
cinque versi costituissero l'ultima parte di una strofe e gli altri quattro 
il principio dell'antistrofe, dimodoché, essendo la strofe del carme, secondo 
ch'egli non si perita d'affermare, di otto versi, il v. 1 ed il v. 9 verreb- 
bero a corrispondersi. Manco a dirlo, per ottenere la corrispondenza, egli 
cucinò a suo modo il v. 9, ove lesse, con una trasposizione punto com- 
mendevole, KÓa^iov àévaov KXéo<; re. Nel v. 1 si attenne alla vulgata 0€p- 
(LiOTTuXaK;, mentre noi abbiamo preferito col Michelangeli la lez. 6ep^o- 



SIMONIDE 187 

TTviXaiai dei codd. AH. Infine sostenne ancora il Bergk (p. 384) essere le 
lodi di Leonida e de* suoi esaurite nella strofe, e celebrarsi al principio 
delFantistrofe quelle de^li Ateniesi che caddero nella pugna navale!! Senza 
scendere a determinazioni minute che hanno del fantastico, mancando 
ogni solido argomento a provarle, noi ci limitiamo a credere, secondo 
che tanto le testimonianze interne quanto quella esterna fornitaci da 
Diodoro appaiono, a rigor di logica, indicate, che il nostro frammento 
derivi da un carme in cui Simonide celebrava i gloriosi che perirono 
alle Termopile. Solo osserveremo collo Smyth (p. 308) che € Diodoro 
probabilmente usò èfKidiLiiov in un senso non tecnico, in quella stessa 
maniera in cui è usato di un epinicio in Ateneo, XIII, o73F; altri- 
menti noi dovremmo supporre che gli encomii, sebbene in generale di 
natura privata e piuttosto affini agli scolii, fossero anche cantati in pub- 
bliche feste ». Prima di finire poi ricorderemo ancora i due epigrammi 
che formano i frr, 91 e 92 del Bergk, e che trattano lo stesso soggetto 
del nostro frammento. 

/»•. 91 Mupidaiv iroTè Tf|Ò€ xpiaKoafai^ èjudxovTO 
èK TTeXoirovvdaou x^XidÒ€<; Téxopc^. 

/r. 92 "Q E6tv\ àrY^XXciv AaK€òai|LiovioK 6ti T^be 

K€<|bl€ea, Tote; KCivUlV ^flfiaOl TT€l6Ó|bl€V0l. 

Metro. — Introdurrò qui senz*altro (qualcuno potrebbe osservarmi che 
avrei {>otuto e, magari anche, dovuto farlo prima) una denominazione 
messa innanzi dal Slass nella prefazione al suo < fìacchilide > , e cioè la 
denominazione tò kotò 3<xkx€Iov eTòoc;, che del resto ho già ricordata, e 
che forse (almeno secondo T integrazione del Blass stesso in un fram- 
mento d*Aristosseno ne* papiri di Ossirinco) fu già adoperata da Aristos- 
seno Tarentino. Essa comprende que' versi che, classificati dalle vecchie 
dottrine metriche tra i logaedi, risultano in realtà composti di coriambi 
o ionici od antispasti o giambi o trochei, que' versi, in altre parole, il 
cui tipo è rappresentato da* gliconei, e che io credo, col Masqueray, di 
andamento giambico. A dichiarazione del mio schema poi non farò che 
un* osservazione. Alla fine dei versi 4 ed 8 ho segnato rispettivamente 
pausa di uno e di tre tempi dopo ^érpa in apparenza di sei e di quattro 
tempi. Gli è che nel primo caso l'ultimo luéxpov del verso non è che di 
cinque in seguito alfanaclasi fra il secondo ed il terzo ^éTpov, e nel 
secondo caso un tempo è pure portato via alla pehultima lunga in causa 
delle due anaclasi che precedono. L'ultimo verso è forse incompiuto. 



II (5). IKOnAI TQI KPEONTOI TEIIAAQI. 

>.vyvy— \J \J — \J — v./ — _ \J \J \^ I \ 

^m — \y — «../%_/ — V^.— i_N_/— .^^ \J .^ \J J. \J ^m \^ \J 

\j \j ~~ \^ — — O— \J \J ~~ \^ — — s^— v^\-/ — \y — 



vy — — w -^ ^ A 



_v^-.vy \^ — — — \^ — \J 



' V. •- 



188 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

OTp. a'. 

"Avbp' àTttOòv fièv àXa9éu)^ T€véa9ai xa^eiróv, 
xepaiv T€ Kaì iroal kqì vóip TexpàYUJvov, &v€u ijiótou 

[T€TUT|LlévOV. 

Mancano cinque versi. 

axp. p'. 
oùbé ^01 èfijieXeu)^ tò TTiTTdKeiov V€fi€Tai^ 
KaiToi aocpoO napà cpujTÒq eipTìjiévov xa^eiròv qpàt' 

[èaOXòv ?fiji€vai. 
5 060^ Sv jióvo^ toOt' ix^i fépaq • dvbpa ò* ouk Jaxi |uif| 

[OU KOKÒV ?|Ul)Ll€Vai, 

8v àjiàxavo^ (Jujicpopà KaO^Xij. 

TTpdEa^ yàp €u Tià^ àvfjp aTaOó^, 

KttKÓ^ b\ el KaKuj^ (ir) 

KàmTrXeicTTOV SpicTToi, lovq k€ 0eol cpiXéiuvTi. 

axp. t'- 
10 TOuv€K€v outtot' èfùj TÒ ^f| Y€V6CT0ai buvaTÒv 

bi21n)Li€vo^ K€V€àv è^ fiirpaKTOV èXmba inoipav aiujvo^ 

Travdmwfiov àvGpujTrov, eùpuébouq óaoi Kapnòv aivu)Li€9a 

[X^ovóq- 
ini T U|Li)Liiv eùpibv àTraTTeXciw. 
TiàvTa^ b' èTTaivTiiLii Kal qpiXeuj, 
15 éKibv òaiiq epbri 

ILiTibèv aicJxpóv àvdYKqi b' oùbè Geoì )idxovTai. 

axp. b'. 
[ouTTOTe a* èvpeyov Sv iitéaui^ XérovTa. biónep 
OU vOv (Te, TTiTTaK , èyùj ipcTiw, UJ? cpiXóvpoYO? ujv •] ?|uioit' 

[èEdpK€(Jev, 
8? Sv fi KaKÒ^ iir\b' drav dTrdXajiivo?, eibuj(; t' òvaaiiroXiv 

[blKQV, 

20 ùyifiq dvnp* oubè jun jiiiv èrùj 
|Liuj)LiricTo^ar tujv tdp dXiGiiuv 
direipouv T€vé0Xa. 
TidvTa Toi KaXd, toìcJì t* aicTxpà ^f\ fié^ieiKTai. 



SIMONIDE 189 

]1 (5). Il frammento ci è giunto nel « Protagora » di Platone, dalla 
pag. 339 alla pag. 347, ma in brani spesso così intimamente uniti al 
testo del dialogo, che i filologi hanno avuto la maggior briga che mai 
per ricomporlo. Noi incominceremo col dare i passi del dialogo, con cui 
ci pervennero i versi di Simonide, e questa volta, avuto riguardo alle dif- 
ficoltà non poche né piccole dell'argomento, riferiremo, a scopo di maggior 
chiarezza, le citazioni tradotte. Pag. 339A-B: E per vero anche ora la 
questione sarà intomo a quella stessa cosa^ di cui io e tu stiamo discor- 
rendo, intomo alla virtù, ma sarà trasportata nel campo della poesia: 
in questo solo consisterà la differenza. Dice adunque in un luogo Si- 
monide a Scopa, il figlio di Creonte il Tessalo, che dvbp* àraOòv 

TCTUTH^vov (vv. 1-2), Pag. 339 G: Sai dunque, disse, che, procedendo il 

carme, dice (Simonide) ad un certo punto: ùòhé )lioi £|ui|ui€vai 

(vv. 3-4). Pag. 341 E: Dacché che Simonide noi% dice xotXciróv nel senso 
di KQKÓv è gran prova quanto vien subito dopo ciò soggiunto : dice egli 

infatti che 6€Ò^ tépa^ (prima parte del v. 5). Pag. 344 B-C (per 

questo tratto è il testo che importa, come si vedrà in seguito^ onde lo 
riferiamo tal quale) : yevéaQax ^èv dvòpa àtaGòv xaXcnòv àXa6éui<;, olóv t€ 
ILiévTOi èiri Y€ xp<^vov Tivd • ycvòfjievov òè Òiaiiiévciv èv Tauri;) t^I ?Eei xal 
eìvai dvòpa àyaQóv, ifi^ aù XéTCìq, ili TTiTTaxé, òbiivaTov xal oùk dvBpUi- 
iT€iov. E poi si continua : ma ècò^ dv póvoc; ..... xaOéXij (vv. 5-6). 
Pag. 344 É: E tu dici, o Pittaco, difficile V essere un valentuomo: dif- 
ficile è il divenirlo, cosa tuttavia possibile, ma l esserlo è impossibile : 

iTpdEa^ KttKilK; (vv. 7-8). Pag. 345 B-G: Sicché anche questo tratto 

del carme ha lo scopo di far vedere che non è possibile V essere un va- 
lentuomo per tutta la vita, ma che valentuomo si può divenire, allo 

stesso modo che uomo di nessun conto : erri irXetOTOv q)iXiIiaiv 

(v. 9). E si procede alle lettere G e D: Questi argomenti tutti adunque 
sono stati detti contro Pittaco, ed il seguito del carme ancora maggior- 
mente lo prova: dice infatti: to(5v€K€v diraTTC^^u' (w. 10-13), 

dice : e con tale foga per tutto il carme combatte il motto di Pittaco : 

ndvTa^ fidxovTai (vv. 14-16). Pag. 346 G: Questo precisamente 

dice pure a Pittaco: ètUÌ, di "Rittok^, où bià TaOxd oc lyéTui, 6ti ^\\k\ 

(piXóifOYo^, ènei ^ilìoit' èSapKc! yevéOXa (ultima parte 

del V. 18 e vv. 19-22), sicché, se taluno si gode nel biasimare, potreb- 

besi a sua posta saziare biasimando costoro, irdvra ^é^lKTal 

(v. 23). Segue la spiegazione di Socrate a queste parole, della quale im- 
porta ancora al nostro scopo il testo dell'ultima parte (pp. 346È-347À): 
oi oOv, Kal €l Méaux; ^Xcycq ènieiKfi xd dXìiGf^, ili TTiTTaKé, oòk dv itot€ 
^Hieyov • vOv he, acpàbpa ydp xal ircpl Tttiv \i€yiaiwv l|l€uòó^€vo^ òox€ì<; 
àX?]8f) XéYCiv, bid TaOxd oe ìjOj lyéYui. — intorno alla ricostruzione di 
questo carme si travagliarono molti egregi filologi a cominciare da cento- 
quarant'anni addietro. La bibliografia deìrar^omento è stata raccolta in 
principio della Nota critica (V, p. 28) dal Michelangeli. Al quale (V, 
pp. 8-39) rimandiamo lo studioso che desideri avere intorno alla questione 
le migliori e ^m ampie informazioni, più ampie assai di quelle che pos- 
siamo dare noi nel ristretto spazio concessone. Gontribuirono alla ricom- 
posizione del canto di Simonide specialmente G. 0. Heyne in Opusc, l, 
p. 160 (1764), lo ScHLEiERMACHER in Platons Werke, 1, 1, p. 414 (1804), 
G. Hermann in Plat. dial. sei. del Heindorf, p. 597 (1810), il Boeckh 
in Pindari opera, 1, p. 337 (1811), lo Schneidewin in Sim. Gei carm. 
rell, (1835), il Bergr nelle edizioni dei lirici greci dal 1843 al 1882, il 
Hartung in Diegriech. Lyr., VI (1857), il Blass in Rhein. Mus., N. Folge,^ 
XXVIl (1872), il Bonghi in Dialoghi di Plat. trad.. Ili, app. I (1882), 
il PoMTOW in Poet, lyr. graec. min. (1885), I'Aars in Das Gedicht des 



190 ANTOLOGIA DELLA MELICA QREGA 

Simonides in Platons Protagoras (Gbrìstiania, 1888), il Hiller in Deutsche 
Litteraturzeitung, X Jahrgang, Jahresber. ùb. d. Fortschritte d. class. AU 
tertumswiss»^lLVÌ Jahrg., Antk. lyr, etc. post Th, Bergkium quartum ed. 
(aggiungi 1 ediz. del Causiusnel 1897) (1889-90), lo Schwenk in Dos Simo- 
nideische Gedicht in Platons Protagoras usto. (Progr. Graz 1889), il 
Peppmùller in Beri. Philol.Wochenschrifì^ X Jahrg. (1691), il Sitzler in 
Jahresb. ùb. d. Fortsch. ttsvo. (1894). — Le controversie si aggirano su quattro 
punti : la qualità e quindi lo scopo del carme, la sua estensione, Tordine da 
dare alle citazioni di Platone, il metro. Una minuta disamina delle opinioni 
espresse riguardo a tutti e quattro i punti la si può trovare nel Miche- 
langeli. Quanto al primo ricorderemo che lo Schneidewin disse il canto 
un epinicio: meglio, io credo, s* apponeva il Bergk quando (pp. 385-6), 
contro ciò che già avea sostenuto nella sua Griech, Literaturgeschichte, 
li (pubblicato però sola dal Hinricbs di su manoscritto del Bergk), 359, 
scriveva : « quod (caimen) non fuit epinicìum, scd quemadmodam veteres 
grammatici Pindari epiniciis etiam paraenetica carmina aliaque id 
genus inseruerunt, ita Simonideum quoque poema hunc locum com- 
mode obtinebit, quod veteres quoque verisimile est non separavisse a re- 
liquis carminibus in Scopae honorem conditis ». Per conto mio è evidente 
che il carme ebbe il fine di dimostrare a' sudditi di Scopa commessi po- 
tessero starsene contenti del reggimento di lui; ma il motivo che indusse 
il poeta a comporre il suo canto encomiastico non credo già che fosse 
facinus aliquod commissum pel quale Scopa fosse caduto in pravem ho- 
minum reprehensionem (Bergk, p. 3S5), sibbene ed il tirannico governo 
e la poco lodevole vita privata condotta dal figlio di Creonte (cfr. Ateneo, 
X, p. 438 G : Oaiviaq òè ó *Epéaio(; èv tjI) èrriTpacpojLiéviu Tupdvvmv èvai- 
peatq èK Tijuwpiac; Ikóitov (pr\a{ tòv Kpéovro^ m^v ulóv, ZKÓira bè to€ 
iraXaioO ulboOv, (piXoiroToOvTO biaxeXéoai Kaì tV)v èudvoòov ti?iv ànò 
tOùv aujUTTOoiwv iT0i€ta6ai ètri Opòvou Ka8f|jLi€vov Kal òtto Tcaadpuiv Paora- 
2!ó|Li€vov o(ÌTU)(; oIkqòc diriévat). Ed al fine del poeta servi mirabilmente 
l'impugnare la sentenza di Pittaco «Difficile è Tessere valentuomo» ed 
il sostenere che valentuomo si può divenire, cioè essere in un qualche 
momento della vita, ma non essere, cioè rimanere costantemente. Mal 
però s'apporrebbe chi credesse, conforme si afferma da Socrate nel Pro- 
tagora, scritto il carme simonideo col proposito di combattere il motto di 
Pittaco; perchè bisogna ben tenere presente che Socrate ha qui lo scopo 
di dimostrare falso il metodo che avevano i sofisti d'interpretare i poeti 
per fare sfoggio di vasto sapere e per loro speciali mire d'indole dialet- 
tica, e che a tale dimostrazione vuol giungere con le armi stesse de' so- 
fisti. — Passando a fare un cenno intorno all'estensione del carme, no- 
tiamo che alla fine della sua interpretazione sul modello delle sofistiche 
Socrate (p. 347A) conchiude: TaOrd moi òokcì, d» TTpóbiKC koì TTpuiraTÓpa,... 
2!iMUJviÒTi(; òiavooi»|U6voc; itiitoi^Kévai toOto tò ^ajiia. Ed Ippia soggiunge: 
EO liév |Lxoi boK€T<; . . . , (b Ii^Kparci;, koì ai) 'Tr€pì toO ^.o^iaro^ òieXi^Xu- 
6évat. Sono da accettare (quantunque la 1^ con moltissime restrizioni) 
le due prime induzioni che il Michelangeli (V, p. 37) fa da questo passo, 
e cioè: « l*» che il carme nella conversazione socratica fu percorso da 
cima a fondo, omettendo tuttavia qualche parte che non interessava al 
proposito di essa; 2» che perciò incominciava con la sentenza *Avbp* 
d^aGòv ktX. e finiva con l'altra iràvra toi KoXd, ktX. ». Ma per la terza in- 
duzione « che (il carme) non era poi tanto breve quanto parve a qualcuno » 
a sostegno della quale il Michelangeli richiama anche 339 B toOto èm* 
axaaai tò $a|bia, f^ irtìv aoi bieSéXGuj ; e 344B ibiaKpòv dv eb] <xòtò oOtu; òicX- 
6€!v,non posso convenire col nostro egregio filologo. Intanto per essa il passo 
della pag. 347 non prova nulla: la citaz. della pag. 339, lett.B, non significa 



SIMONIDE 191 

altro se non « conosci questo canto, o c*è bisogno che, prima di accingermi a 
discorrerne, io te lo reciti?», ed anche questo non dimostra niente: quanto 
poi al iLiaKpòv ktX., tale frase serve alFassunto del Michelangeli ancor meno 
delle precedenti, perchè nel senso in cui la dice Socrate si potrebbe ap- 
plicare benissimo anche ad un carme di brevità assai maggiore che non 
sia quella del nostro frammento. E cotal senso appare chiaro ove si consi- 
deri la proposizione non cosi isolata, ma nel discorso cui appartiene: 
iroXXà juiév T^p Ioti koI irepl éKdarou Td)v iv ti|» <JlO|uiaTi Elpimévtuv dico- 
òetSai iÌk; eO irciroiiiTai' Trdvu t^P X^pi^vruic; kqI ^€^eXr)|ulévul(; Cx^i* dXXà 
^aKpòv tìv €tìi aÒTÒ oOtuj bicXÒctv dXXà tòv tOitov aùxoO tòv 6Xov 
òi€SéX6(U|ui€v Kai tViv ^oùXr|Olv, òri iravròq ^dXXov ÉXcrxé^ èori xoO TTit- 
tokeìou t>^}iaro^ òià TravTÒ(; toO (][a|LiaTd<;. Ond'è che io, poiché tanto 
per il senso come per il metro è più che sufficiente ammettere una la- 
cuna di cinque versi tra il v. 2 ed il v. 3 (e non di cincone versi + una 
intera strofe, come, seguendo in massima il Blass, opina il Michelangeli), 
e poiché il senso tra il v. 4 ed il v. 5, considerando che si tratta di poesia 
e non di dimostrazione sillogistica, corre ottimamente, e non è quindi 
necessario segnare la lacuna (di altri sette versi la nota il Michel.)i sono 
persuaso che il carme fosse compiuto nelle quattro strofe che, intere o 
frammentarie, sono giunte fino a noi. Al principio della strofe quarta è, 
se non sicura, certo assai commendevole Vintegrazione del Michelangeli 
(fondata sul passo, sopra addotto, delle pp. 346E-347A), che ho riferito 
con una leggerissima variante causata dalla diversità dello schema metrico 
da me seguito in questo punto. ^ Riguardo all'ordine da dare alle citazioni 
del dialogo di Platone ricorderò soltanto che la questione più grossa è 
stata intorno al posto da assegnare alle parole ^jLioiy* éSapK€!... M^MCtKTai. 
Chi ne voglia conoscere lo svolgimento, consulti il Michelangeli (pp. 29 
e 35-36) od anche lo Smyth (p. 311). Essa fu definitivamente risolta 
dal nostro filologo, che svolse e compiè quanto era stato intuito, ma 
imperfettamente, dal Hartung e propugnato dal Bonghi. 11 Michelangeli 
al principio della sua strofe quarta (avanti il nostro v. 5) inseri due versi 
che ricompose dal passo, da noi dianzi citato, della pag. 344, lett. B-G. 
Una piccola parte di questo passo (olóv t€ jnévTOi ^n( ye xpóvov Tivd) 
era già stata rivendicata a Simonide dal Bonghi, il quale la poneva dopo 
il brano iniziale del carme. Orbene non le parole del Michelangeli ("Avòp* 
àjaQòv }iéy àXaeéuj(; YcvéaGai | xa^€iróv, oIóvt€ juiévTOt erri xpóvov y- èyA^é- 
v€iv TCTO'JiTa ò' oÙK àvOpdjTTivov), che stavolta hanno troppo poca pro- 
babilità d'aver colto nel segno (ed anzi nessuna per il primo verso), ma 
il concetto all' incirca espresso dal suo secondo verso io lo collocherei 
dopo ì vv. 1-2. La congettura può ricevere conferma dallantitesi tra 
Questo concetto e quello dei vv. 1-2, perchè ad un'antitesi con quanto 
dovea seguire accenna il juév del v. 1. Naturalmente con questa ipotesi 
io vengo ad ammettere, del resto colla grandissima maggioranza de' cri- 
tici, che le parole imerà toOt* òXiya òieXGibv, le quali si leggono prima 
del passo che adducemmo dalla pag. 344 B-G, altro non siano se non una 
semplice ripetizione del concetto espresso in 339 G irpoióvroc; toO $aiuia- 
T0<; e D òXìyov òè toO iroifiiuaTOQ de; tò irpóaGev TrpoeXGdjv. — Per 
quanto spetta alla disposizione strofica, alcuni vollero ravvisare nel fram- 
mento la composizione epodica (Hermann, Boeckh, Schneidewin), altri la 
monostrofica (Bergk, Hartung, Blass, Aars, Killer, Schwenk, Peppmùller, 
Pomtow, Michelangeli, Smyth ecc.). Varia poi ne' diversi editori ed il 
numero e l'estensione de' versi componenti la strofe o (in coloro che am- 
misero la composizione epodica) l'epodo. Vedi i particolari in Michelangeli, 
pp. 22-27 ed anche 28-29. La nostra descrizione è quella che il Boeckh 
diede della strofe. 



192 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

1. dXaOéux; : Socrate lo congiungeva con x<x^cicóv, riconoscendo qui un 
caso di ÓTr€ppaTÓv. Notisi che questa è la prima menzione che di tal 
figura retorica s'incontri nella letteratura greca. 11 Bonghi voleva che 
dXaOéui^ si riferisse a yevéaOau In realtà esso è in posizione di dirò koi- 
voO tra dtaOóv e Y€véa6ai. Una volta per tutte avvertiamo che le spie- 
gazioni di Socrate, dato il principio che, come dianzi notammo, le in- 
formava, non debbono essere ritenute corrispondenti a verità. ^ YCvéaOai: 
a questo punto deve essere bastevole comento quanto già abbiamo pre- 
cedentemente avvertito. — 2. xcpalv t. k. tt. k. v. TCTpdYUJvov: aato 
il senso che Tappellativo TcrpdYuivoq avea secondo la filosofia pitagorea. 
nella quale il numero quattro ed il quadrato erano simboli del perfetto, 
del divino, questa espressione indica la perfezione del corpo e dello spi- 
rito, la perfezione assoluta. Essa espressione, rinforzata ancora dalle 
parole che seggono (fiv€u lyÓYou TCTUYnévov: cfr. Temer. dfjiO|biujv), mostra 
quale sia il significato da dare qui ad dtaOó^, che mal sarebbe reso pel 
semplice buono. Lo Smyth, spiegando TCTpdtujvo^, ricorda la formula di 
giuramento de' Pitagorei: vai \ià tòv à\AeTépq. ipux^ irapaòóvxa rerpa- 
KT1JV, I TraYàv dcvdou (póaeuj^ PiZibuar* ^xouaav. Gol verso simonideo cfr. 
Arist., Et. a Nicom.^ 1, 10, il tò? Tuxa<; otoci KdXXiara kqI irdvTij 
'iTdvTU)(; è)i|Li€Xuj^ 6 y* ^<i à\r\QiSì<; dYaOò^ xai TCTpdYUJvoq dveu ipÒYou. 
Cfr. anche Ret.^ Ili, 11, 2. Il concetto, sebbene la forma considerata come 
simbolo della perfezione sia non più la quadrata, ma la rotonda, è lo 
stesso in Orazio, Sat., II, 7, 86 fortis^ et in se ipso totus teres atgue 
rotundus. V. anche Dante, Par., XVU, 24 Ben tetragono ai colpi di 
ventura. — Per la lacuna v. sopra. — 8. juoi: dat.-ai agente. — èn- 
jLicXéuK;: sott. relpT^évov del verso seguente, non cipfìoOat, come notalo 
Smyth. Qui ha il senso di acconciamente, senso del quale il Michelan- 
geli afierma non conoscersi altro esempio; forse egli non avea pre- 
sente Plat., Leggi, 757A òp60j<; etpfirai kqI è|Li)i€XiI»(;. — tò TTiTTdKCiov : 
Pittaci illud. Forma più comune deirespressione è Taltra, che s'incontra, 
ad es., in Erod., I, 86 tò toO ZÓXwvoq. Per Pittaco v. i cenni premessi 
ad Alceo. — véM€Tai: = vo|Li(Z!€Tai. Di un uguale uso di v^inui lo Smyth 
riferisce tre esempi sofoclei: Ed. Re, 1080 èYÙJ ò' è|biauTÒv iratòa Tfìq TOxti*; 
vé|biujv, EL, 150 aè V ^y^yc véjnuj 8€Óv, Ai., 1331 q)(Xov a* èYdi iLiéYMJTov 
'ApYcfujv vé^UJ. — 4. KaiTOi: è seguito da un participio, uso questo 
molto raro: se ne cita un altro esempio da Lisia (31, 34) Ixavd jiiot vo- 
|LiiZ!uj eipfjaOai, xaiTOi iroXXd Y€ irapaXiiribv. — Tvapd: coi verbi passivi 
o di significato passivo è più regolare l'uso di Otto. — èoOXóv: non credo 
punto necessaria la correzione del Boeckh èaXòv (^aXov Michelangeli): la 
massima di Pittaco, a' tempi di Simonide certo conosciutissima, poteva 
essere ricordata anche in altro dialetto che l'eolico, né r^jiiiuievai, che fa 
parte delia sentenza del nostro poeta, adduce argomento alcuno a favore 
della correzione, essendo anche forma epica (non dorica secondo TAhrens, 
D. gr. l. d., II, p. 315: la crede invece anche dorica l'Henry^ § 115, 5), ol- 
treché eolica. L osservazione poi di Socrate, o, meglio, Platone (p. 346D-E) 
airènaivìiiui del v. 14, che Simonide Tfj (puivfl èvraOOa Kéxpi\TOn Tfl Tdiv 
MuTiXrivaiujv, lix; irpòq TTiTTaKÒv XéYUJv, non deve avere alcun valore pei 
filologi. — Simonide fa dunque uso di citazioni come Pindaro: cfr. Pit. 4, 
vv. 277-8 Tuiv b' 'OjLiifìpou koI tóÒ€ ouv0é|Li€vo(; I Mm<* Trópauv'* dYYC- 
Xov èaXòv é(pa Tijuàv }i€^iotav irpdYlbiaTi iravxl q)épeiv, e Istm. 2, 9 e sgg. 
vOv ò* ècpdiTi TÒ TdbpY€(ou q)uXd5ai j Min* dXaOeiac; òbiliv dYXi^^a patvov, | 
XpnibiaTa, xP^M<it' dvf)p, Se; epa KTcdvuiv 6' &\ia Xei(p6ei(; xal (piXuiv. Nota 
tanto in Pint^aro come in Simonide l'inserzione del verbo q)r\ni conforme 
all'uso della lingua parlata. — Colla sentenza di Pittaco il Michelangeli 
confronta quella, ch'egli dice opposta, sebben l'opposizione non sia che 



SIHONIDE 193 

parziale, di Esiodo, Op. e G., 289-292 (287-290) Tìì? ò* àpcTr^ ibpOna 
ècoi TrpoiTdpoi6€v ^Otikov | ddàvaroi ' jLtaxpòq òè kg! 6p6iO(; otfjio^ è^ aù- 
Ti\v I Kal Tpiixù<; TOTTpCùTov • ém^v ò' €l^ dKpov tKiiTai, 1 jini^^»n ^'^ ^nciTO 
iréXci, xci^ciri?) ircp èoOaa. — 5. T^pac; : predicato. — oùk (Laii jit"! dò : 
la costruzione corrisponde alla latina non potest fieri guin, — 6. d^d- 
Xavo<;: contro cui non si può resistere. — 7. npdEa^: la correzione 
irpdSai^ del Boeckh non è punto necessaria. — irpdEac;... €0 : vedi la di- 
stinzione fra €ÙirpaH(a ed cOruxia in Senof., Mem.^ Ili, 9, 14 TTdv iièv 
oOv Toòvavriov Ìyw^\ ?q)ìl, tùxtiv kqì irpdStv Vj^oOinai • tò fjièv yàp [ii\ 

ZT)TO0vTa èlTlTUXÉtV TlVl TlIlV Ò€ÓVTUJV €Ì}TV%ÌaV 0l)iai dvai, TÒ bè fiO- 

0óvTa T€ Kal )bi€X£Tif)aavTd ti eO iroiclv eòirpaSCav vo|uiiZui, xaì ol toOto 
èinTr|Ò€OovT€(; òokoOoI ^ot cO npdTTCìv. L'eùnpaEia è dunque consciente, 
TeÙTuxia inconsciente. -* 8. L integramento (ti) del Bergk è assai pro- 
babile per le rosoni da lai a p. 388 esposte : € kokiSx; ti scrìpsi, sive ti^ 
praeferas, quod m ed. 3 addidi: apud Platonem ti deest, quod potuit 
facile oblitterari, quoniam p. 345 A haec continuo subsequuntur t(( oOv 
ei( TpdmiaTa draOi*! irpdSi^ èJTt, quamquam potuit etiam ipse Plato 
abjicere, quemadmodum deinde eadem haec in orevius contracta repetit 
Kaxòc; òè KaK<&( >. — 9. toO<;: = oO(;. — cpiXéuivTi : dor. = q)iXi)[»ai. — 
11. Kcvedv: prolettico. — èq dirpaxTOv èXidÒa.... ^aX^ui: cfr. Pind., Pit, 
2, 35-36 edval bè irapdTpoiroi è^ KQKÒTaT" dOpóav | l3aXov. — fbioìpav 
altiivoc: cfr. Sof., Antig,^ 896 |uu>tpav ... piou. — 12. 1TOvd|ul(u^ov dv- 
OpwTTOv: appos. a tò |yi^ T^vèoOm buvaTÓv. — €Ùp. 6. k. alv. x^ovó^: 
cfr. Z, 142 ppoTurv, ol dpoOpn^ Kapnòv fóouoiv. V. anche 0« 222 òaaoi 
vOv ppOToi claiv èirl x^ovl otTOv ^bovTcq, e Oraz., Odiy II, 14, 10 qui- 
cumque terrae munere vescimur. Nota in òaoi la brachilogia e la co- 
struzione a senso, in aivO|Lic6a il passaggio alla prima persona dove sa- 
rebbe più logica (non dico però migliore pel senso) la terza. — 13. Ciii^iv: 
eoi. ed ep. (Kùbn.^, §§ 160 e 162) per òjliW. Chi poi Simonide abbia vo- 
luto indicare con questo OjLtfbiiv è stato spiegato in varie maniere. Si cre^ 
dette che qui il poeta si rivolgesse 1) ad un*udienza immaginaria, 2) agli 
Scopadi, 3) agli amici e parenti di Scopa, 4) ai cittadini, al cospetto dei 
quali Simonide si era proposto di giustincare la condotta del tiranno. Lo 
Smyth dichiara senz'altro che la prima di queste interpretazioni è prefe- 
ribile. Ciò potrebbe darsi e neppur io Io voglio escludere proprio assolu- 
tamente: credo però di gran lunga preferibile T ultima. — 14. èirai- 
vr\pL\: uno dei pochi eolismi infiltratisi nel nostro poeta forse per la sua 
dimora in paese eolico. — 15. éK^iv: è in antitesi con àvàyKCf. del 

verso seguente. Sembra dunque che Simonide ammettesse la possibilità 
di essere furfanti per deliberato proposito: egli era quindi più pessimista 
di Epicarmo, 78 k. dXXà inàv èydjv dvdyKc^t toOto irdvTa iroiéui • | oIofLiai 
ò' oòòeìc; éKd)v TrovT)pò<; ... — òotk; : riferito al plurale iràvraq. Cfr. T, 
259-60 èpivùcQ, a! 0' óirò ya^av | dvepdjirouc; tivuvtqi, 6ti<; )c éiriopKov 
òfLiòaan, Y, 285-6 dXXoi bè OTéXXcaBc xard OTpaTÓv, ò<; tk; 'Axaiiliv | 
tititoioiv T€ TréiroiOe... Tucid., VII, 29, 4 èq)óv6uov... irdvToq éEni;, ÓTip 
lvTÙxoi€v. — 16. dvdTK(]i b* où. 0. |bi.: la forza invincibile dell'dvdYKìi 
è concetto espresso spessissimo volte nella letteratura greca: Pind., /r. 122, 
9 aiìv b* àv&fKqi irtìv kqXóv, Esch., Prom., 105 tò Tf^q dvdyKr)? ^ctt' 
dòì'ipiTOv a8évo<; (cfr. anche il v. 514 Téxvr) b' dvdyKiiq doOcvcoTépa jua- 
Kpf|»), Sof., Antig., 1106 dvdyKi] b* oòxl òuofmaxnT^ov» Eurip., Elena, 513-14 
aoqxliv V ?'no<;, | bcivr^^ dvdYKTi^ oòbiv loxOciv irXéov, Plat., Leggi,, 818B 
dXV ^oiK€v ò TÒv 8€òviTpijtiToviTapoi)yuaad|Li€vo^ TaOxa diro^Xéipa^ etiicfv, d)g 
oòòè 0€Ò<; dvdtKij fuifiiroTC cpav^ )Liaxó|Lievo(;. Altri luoghi ancora sono 
accennati dallo Smyth (p. 316). — Per l'integrazione della lacuna v. sopra. 
— 19. KaKÓ( : davanti a questa parola occorre sottintendere la nega- 

Tacoohb, Antologia dèlia méUca greca. 13 



194 ANTOLOGIA DILLA MELICA GRECA 

tiva ^^. Di casi consimili si possono citare abbastanza numerosi esempi. 
Cfr. Pind., 01. 14, 9 XopoOq oÓtc òatra^, Pit, 3, 30 £pYOi^ oOtc 3ouXat(;, 
Esch., Agam., 532 TTdpK fàp oOtc auvTcXi^q itóXk;, Sof., Filott.^ 771 
éKÓvra \ìì\t' AKOvra, Antig., 265-7 Kal 0€oO? òpKtU|uioT€tv | tò ^ì\t€ òpdaai 
)Lif)TC Tip Suv€i&évai I TÒ Ttpàrf\ìa pouXeOaavTi fii^T* dptaa^évip. Ed, a Col^ 
ì2dQ-7 oOt€ viK^aaq Xóyip | oOt* €U éXctXOv xcipòq oOt* £pTou pusXiby 
(dove non è proprio necessaria la correzione delr Hermann oùò* Cptou), 
Eurip., Ec., 5/3 Xérouaa ^r]bè hpthaa^ Aristof.,27cc., 694 yrì h' oòb* df)p oòb* 
oòpavò(; fjv, Tucid., Vili, 99 al <t>oiviaaai v^€( oòòè ó Tiaaa<pépvTi( iruj 
^Kov. Notisi però che, quando oùò4 nega un termine che precede, gene- 
ralmente tien dietro alla congiunzione un'altra parola di senso negativo: 
Tucid., VI, 55, 1 GeaaaXoO ^év oùò* *linrdpxou oòòci^ iraU yérpaitTai 
V, 47, 2 òirXa bè }ii\ iUarw èinq>ép€tv... Téxvi] juuibè ^iixav^j mh^I^i^ 
Demost., Or. 22, § 4 dirXoCv ^év oòbi òìkuiov oòòèv dv clirEtv ^xoi» — 
dirdXaiivoc: l'interpretazione passiva evita qui una ripetizione ed è assai 
più conforme a quello che noi stabilimmo essere stato lo scopo del carme. 
— clbvb^... b{Kav: cfr. u, 287 dvf|p d6£|ui(jTia clbdi^. — Si potrebbe fino 
ad un certo punto considerare come illustrato il concetto di questo verso 
simonideo in Sof., Antig.^ 365 e sgg. aoqpóv ti tò MTixavócv | Téxva(; 
Oirèp èXirCb* ^uiv TOTè ^lèv xaKÓv, dXXoT* èir' èoOXòv ÉpiT€i' | vó^ou^ ye- 
paipuiv (Reiske, irapdpuiv mss.) xOovò<; Gediv t* Ivopxov òCxav, | òiiiìitoXk; * 
diroXic, 6T^l TÒ ^1^ KaXòv | Eóvcoti tòX^oc xàpw- — 20. 6jii)(; dvfip: 
notisi la meravigliosa pienezza dellespressione. Il raffironto col dantesco 
inteUetti sani (Jnf.y IX, 61), fatto dal Michelangeli e ripetuto dallo Smyth, 
non mi sembra però opportunissimo. — ^iv: jon.-ep. = aÙTÓv. — 21. luuh 
^^aoMOtl: in generale è stata accolta la correzione dello Schneidewin imuH 
^dao|Llal, ma ben osserva lo Smyth (p. 316) che la prima forma può es- 
sere difesa da ^ul^éo)Llal che appare in Teognide, w. 169 (^ul^€1!)|Ll€vo(;) 
e 369 (jmuijuieOvTai). — 22. dTrc(puiv: con ycvéBXa, non con dXiBCuiv 
(Stallbaum). — 28. TOtai t*: nota lo Smyth che « ne' poeti lirici 

casi di t€ sogg[iunto al dimostrativo usato quale relativo (come in TT 157) 
sono assai rari ». 

Metro. — KttTd paKX€!ov etboc- Anaclasi fra il 2» ed il 3o jièrpov nel 
V. 1, fra il lo ed il 2« e fra il 3» ed il 4o nel v. 2, fra il 1« ed il 2» nel 
V. 4. I jbiéTpa che ammettono la soluzione della prima lunga in due brevi 
devono essere considerati come forme di jonico a maiore. S* incontra la 
sinizesi in \xi\ oò al v. 5, in 6€0i e in (piXéwvTi al v. 9, in paXéui al v. 11, 
in ecoi al V. 16. 



EniNiKOI. 

m (7). 

Xaipex' àeXXoTTÓÒuiv GÙYaipe^ iirniuv. 

Ili (7). Aristotele, Ret., Ili, 2: '0 Il^ulv{bì^<;, 6t€ Mèv khiho\) moSòv 
ÒXiyov aÒTi^p ò viKfiaa^ Totq òpeOaiv, oùk fJOeXc iroielv Jk; buax€pa(vuiv d^ 
/jliióvouQ iioietv. èitel b* Uavòv fòuncev, èiroii^ae • X a ( p e t € ktX. — Il 
frammento proviene da un epinicio che Eraclide Pontico, Polita e. 25, 
ne dice composto per Anassilao di Reggio: éTupdvvT)J€ bè aÒTdtiv *Ava- 
5iXa? M€aaifìvio(;, xal viirfiaa^ *OX0|biTria S^iuióvoiq d^Tiaoc toù^ *EXXtiva<; • 
Ka( TK aÙTÒv lTréoKUiv|i€v eludiv O0to(; tì dv èiroict viKi^oa^ tTrirot^; 



SIMONIDE 195 

èiroir|a€ òé kqI èirtviKiov £i|uiuiviòr|q * X a i p € t € ktX. Ateneo invece (I, 
p. 3 E) riferisce la vittoria a Gleofrone, che fu figlio di Anassiiao: 'AXki- 
PidÒT^q òè 'O\0|uinia viKfiaa^... Giiaa^ *OXu|uiTr(ip Aiì Ti\y iravfiTvpiv iraaov 
€Ì(JTÌaa€. TÒ aÙTÒ èiroiìioe xai Aeubqppuiv (leggi KXcóqppiuv) 'OXu|unr(aaiv, 
èirivtKtov YpdipavT0(; toO Kciou Ziimuivtòou. — àeXXotróòuiv tiTTC. : cfr. àcX- 
Xdòwv I lirinuv Sof., Ed. Re, 466-7, irdjXov deXXoòpófiav Bacch., 5, 39. 

Metro. — Kax' èvóirXiov €lbo(;. 



IV (8). 

— v-f \y\j — — \^ — A 

— v^ — _ .v^v/— v^w-> — 

— V-rV-r— KJ \^ — — «teV/ — A 

oùbè TToXub€UK€oq pia 
XeTpaq àvreivaiT Sv èvavTiov aÙTijj, 
oùbè (Tibàpeov *AXK)idvaq T^Koq. 

IV (8). Luciano, Per le Imag., e. 19 : 'AXXd uil)^ èin5v€a€ TroiTiTf|(; bò- 
Ki\io<; TÒv rXaOKOv, Oùòè TToXuÒ€ókeo(; p{av cpì\aa(; dvaTcivaaOoi 
àv aùT(|i èvavTiac; Tà<; X£^P<>^ oòòè a. 'A. t.; — Il frammento fu 
ricostituito dal Bergk. Esso venne dapprima attribuito a Pindaro, ma, dopoché 
il Boeckh {Framm., p. 558) ebbe dimostrato che non può essere cosa di lui, 
fu assegnato universalmente a Simonide. Noi, seguendo Topinione del Bergk 
e del Brunn (Geschichte der griechischen Kunstler, \, 83), lo crediamo 
proveniente dairepinicio sìmonideo per la vittoria olimpica di Glauco di Ga- 
risto, giovinetto pugilatore, nella olimpiade 65^. 11 Meineke, il Welcker e lo 
Schneidewin lo stimavano parte di altro carme, pure simonideo (v. Mi- 
chelangeli, Y, p. 40). Di Glauco Garistio, che avrebbe vinto una volta ad 
Olimpia, dieci a Pito, otto a Nemea ed altrettante suiristmo, parla diste- 
samente Pausania, VI, 10, 1-3. Narrasi quivi tra Taltro che il padre di 
Glauco, Domilo, s'indusse a condurre il figliuolo alle gare del pugilato in 
Olìmpia quando Tebbe visto un dì ch'era caduto il vomere dall'aratro, 
rimetterlo a posto servendosi del pugno come di martello. Ma il giovane, 
per la sua imperizia nell'esercìzio, stava per essere sopraffatto, allorché 
il padre gridogli ' di ira! ii\v dir* dpÓTpou . Alle cruali parole rianimatosi 
Glauco con un colpo più potente degli altri abbattè Tantagonista. — 
1. TToXu6€Ok€0(; Pia: perifrasi all'uso omerico. Per Polluce cfr. fr, II 
d'Alcmano, v. 1, n. Egli é il pugilatore per eccellenza: durante la spe- 
dizione degli Argonauti egli abbatte in singoiar tenzone dì pugilato il 
fortissimo re de' Bebrici, Amico (v. A poli. Rod., 1). — 8. dvTeivoiT*: 
apocope nella prep. dvd, oppure sincope nel composto. — 3. 'AXKpdvai;: 
il Meineke, il Boeckh, ed altri, vorrebbero *AXK|uii^va(; come in Pindaro. 
— Nota la mancanza di scrupoli nel poeta, che non si perita di parago- 
nare un mortale co' più famosi eroi, anzi di giudicarlo ad essi superiore. 
L'osservazione la faceva già Luciano ^1. e), che soggiungeva poi umori- 
sticamente: oOt€ èK€tvoi (Eracle e Polluce) ^inOvavTO f\ tòv fXaOKOv f\ 
TÒV iroiìiTifiv, ib(; doepoOvTO Tr€pl tòv ?iraivov, dXXà €ÙboK(|Liouv d|Li(puj 
kqI èTifuii&vTO ÙTTÒ tOùv *EXXfivu)v, ó luièv èirl t^ dXK^ 6 fXaOKOc;, ó hi 
iroiìiT^iq èiri T€ Totq dXXoK; xal èir' aÙTCp TOÙTqj ludXiOTa tiIj $a|uiaTi. 

Metro. — Kot' èvóirXiov clòoc;. Sinizesi in TToXuòcOkco^ al v. 1. 



196 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 



V (12). 



...^ .cV 

^WW-t O^L-J. -wv^-i V/V^l—J. WWU.À 

I 

Vi/Vi/—'— V^^^d.— W— A 



— «^ «^ 



*Q^ ÓTiÓTav x^iM^piov Katà ^fjva TiivùcTKq 
Zeù^ àjiaTa récTcrapa Kal òéxa, 
Xa6àv€^óv Té ^iv lijpav KaXéoucTiv èTtixOóvioi 
lepàv nmboTpócpov noiKiXa^ 
5 àXKuóvo^. 

V (12). Aristotele, Storie degli anitn,^ V, 9 : *H ò* dXxuubv tikt€i ircpl 
Tpoirà^ Tà^ X€iM€pivd^ {solstizi d'inverno) • òiò Kal KaXoOvTai, ótov €Ù- 
òieival YévtuvTai ai xpoirai, 'AXKUÓveiai i^juiépai, éirrà ^év irpò TpoirCùv, 
éiTTd hk Mcxà Tpoirdq, KaOdirep Kal Iijmuivfòii^ inoiì\a^v * \h(^ ótrórav 
ktX. Allude a questo luogo Bekker, An., I, 377, 27, donde apprendiamo 
che il frammento appartenne ad un epinicio. — 1. irivOaKi;): aveva 
ben ragione il Bergk (p. 392) di notare: « Vocabuli elegantiam non ani- 
madvertunt, qui coniecturis tentant ». itivOokuj ha qui il valore di ao<ppo- 
v{2Iu) e significa «che Giove assenna^ riduce alla ragione alcuni giorni 
invernali rendendoli sereni e tepidi » (Michel.). — 3. Xa6dve)Liov : 

dor. = XTi8dv€|uiov. — miv: forma jon.-ep., qui= aùx/jv. — KaXéouoiv: lez. 
vulg. a torto abbandonata dallo Schneidewin, il quale correggeva eolica- 
mente KaXéoiaiv. — 4. iepdv: la mia descrizione metrica, conforme 
alle nuove dottrine, non rende necessario Temendamento ipdv dello Schnei- 
dewin e del Bergk. — Lo Schneidewin premetteva a questo frammento, 
congiungendoli in un brano solo, i frr. 40 e 41 del Bergk, ed osservava: 
€ Gopulatis bis quae apud tres auctores divulsa leguntur, succum suum et 
sanguinem reddidimus poetae ». Forse egli avea ragione. — Gfr. col nostro 
frammento Teocr., 7, 57-60 xàXKuóvec; OTopeaeOvTi tò KOfiara xdv xe Gd- 
Xaaaav, ] tóv t€ vótov tóv t' eOpov, 8^ ^oxaxa cpuKia Kivet, | &Xkuóv€^, 
YXauKatq Nripi^toi xaiTC judXiaTa | òpvi'xuiv è(p(Xa6ev, òaai(; Té ircp èE d\ó<; 
dypa. — De' giorni alcionii fanno menzione parecchi scrittori greci (ed 
anche Plinio il vecchio, Stor. Nat,, X, 32): Éliano, Degli anim., I, 36: 
Esichio e Suida sotto *AXkuovìÒ€(;; Apostolio, II, 20; Arsenio, 40; Eudocia, 
YioL, 35; Enstazio, II, 776. In questi due ultimi autori essi giorni sono 
detti cinque. 

Metro. — Kaxà PaKxetov €lòo<;. 



VI (14). 
TTive, mv' ènì (Tu|Liq)opaTq. 

VI (14). Aristofane, Cav., 405-6: "Aiaai^i t^p tòt' dv ^óvov' | ttIvc, 
TTtv* èirl ou|uiq)opat(;. Dove lo scoi, nota: tót€ T<ip> <pn<^iv, ì'^((.aaxyX ffoi 



SIMONIDB 197 

TÒ £l^uJv(bou fiéXoq' TTtvc, iitv* èv Tat^ (FUfKpopal^. ex Td)v Zijyiuivtbou òè 
toOto TcOpiirmuv. tò òi au|i (papati in éóoXol^- Td)v ^éauJv yàp t\ 
au^<popd. — Contro l'affermazione dello scoliaste lo Schneidewin neli*ediz. 
di Simonide credeva che aufiqpopd avesse qai il senso di sventura e col 
presente frammento conginngeva Taltro, dato da Ateneo, X, 447 A, otvov 
àjLiOvTopa buaqppoouvdiuv, frammento che non si trova nella collezione 
del BerRk, bensì però in quella del Hiller colla correzione buaqppocnivdv. 
Di più Io Schneidewin voleva leggere évi invece di ètri (vedi a tal pro- 
posito Michelangeli, V, p. 45). Nel Delectus poi, quantunque nel testo 
proponesse èv, in nota mostrava di preferire la lezione aristofanea (con- 
fermata del resto anche da Snida sotto GX)^(popd e da Eustazio, Optisc*, 
279, 13) ed anche il senso dato a (TU)uiqi>opd dallo scoliaste, perchè si pen- 
tiva più che a mezzo delFaggiunta del frammento d'Ateneo. «- Pel con- 
cetto cfr. il fr, V d'Alceo. 

Metro. — Gliconeo secondo (v. Alceo, fr. III, e Saffo, fr, XXIII, not. 
metr.). 

VII (*18). 

-^ \j \j ^ ..vyv/ ^ \J VJ I . — A 

V.» — v/— — — — v/ \^ I . • G 

/ *-— 

w->v^<^ — v^w — A 

AibuJTi b' 6u Tiv 'Epiifi^ èvarwvio?, 
Maióòo^ oupeia^ éXiKopXeqxipou TiaT^* 
?TiKT€ b' "AtXa^ Tàv t' fHoxov €lbo^ 
éTTTà loTrXoKàjbiujV q)iXav GuTatpujv, xaì KaXéovtai 
5 ITeXetdbe^ oùpàviai. 

VII (*18;. Ateneo, XI, 490 F : Kal IiMuiviòìiq bè xàq nX€idòa(; ncXci- 
dba^ €!piiK€v èv toOtok; • AibuiTi b* eOxc^ (A, b* cO ré a* VL, bcOxè a' 
P) 'Ep^d( èvaT(i»vio(;, Maia< €Ò1rXoKd^olO naie;, èTiKT€ b' 
'AtXo*;, éiTTà ioirXoKdjuiujv (p(Xav SuTarépuiv xdv y* èEoxov 
elboq, al (VL, ayi A, àyi P) KaXéovxai TTcXEidbcc; oùpdviai. Il 
frammento apparve essere incompiuto da scoi. Pind., Nem. 2, 16 (il): 
ZiMuiv{bii<; bè jiiov xi&v TTXcidbuiv Matav òpeiav irpoonTdpeuacv clirdiv • 
Maidb0(; oùp6(a<; éXiKOpXctpdpou, e da Tzetze, Licof, 219: Kal 
IifiuivibTi^' Maidboc òpciii^ éXiKo^Xecpdpoio t^vcBXov. Lo si rico- 
strusse tenendo conto anche di questi due luoghi. — 1. Aibuixt: dor. 
per bibuKJi (Kùhn.3, §§ 209, 6, e 282, a). — èvaTibvioc; : cfr. Pind., Pit. 2, 

10, Aristof., Plut, 1161. Vedi anche Pind., 01, 6, 79 *Ep|uidv , 8(; 

dTdivaq èx€i ^olpdv x' dé6Xuiv, dove Io scoliaste chiosava: 'EvaTtlJvioq 
Tàp ó ecó^, H 6x1 Kf)puE, Kf\p\ìl bè koI èv dyuxnv, f^ 6xi xfK irdXìi? €0- 
p€xf|^. — 2. oùpcia^: jon.-ep. per òp€{a(;. Maia partorì Hermes a 
Zeus sul monte Gillene in Arcadia. Cfr. fr. I d'Alceo. — èXiKO^Xecpdpou : 
Baichio dichiara èXtKO^Xècpapo^ con KaXXipXèqf>apo(;, Eustazio con èXinOi- 
m^. Intendi dalle cip Ha ben arcuate, e, per naturai conseguenza, dai 
grandi occhi, e, poiché gli occhi grandi hanno in generale un'espres- 



198 ANTOLOGIA DILLA MBLIGA GRECA 

sione languida, dolce, dUC dolci occhi, come traduce Tepiteto il Fraccaroli 
in Pind., Pit. 4, 172. L'còirXoKdfuioio d'Ateneo a ragione sembrava sospetto 
allo Schneidewin ed al Bergk a causa dell' loiiXoKd)Liuiv che sMncontra 
a poca distanza. — 8. xdv t*: dimostr. =t aùrf^v. — Koxov: cono, 
con Tdv» — £lboq: acc. di rei. — 4. ioirXoKduuiv : cfr. IóitXok* al 
fr. XIX d'Alceo. — Ta(: dor. = a\ (Kùhn.s, § 174, 2). — neXadòe^: 
cfr. Saflfo, fr. «X, v. 2, n. 

Metro. — KoTÒ paxxctov €!bo(;. 



YnOPXHMATA. 

Vili (30). 

— \j 

— O — W ^ ^ \j yu — A 

O ^ \j ^ \j — V/ — V./V/— — W— A 

•~. \j — \j 

àvà AlUTtOV àv6€jblÓ€V TT€b(0V 

TT^Tatai Gàvaiov Kcpoéacrqt 
€upéji€v jiaT€iJU)v èXàcpi))' 
5 Tàv b* èiT* aòxévi aTp^q)oiaav lieip' 8v Kdpa 

TTCtVT* èTT* oTjiOV. 

vili (30). 11 presente frammento è citato, insiem coi frr, 29 e 31 del 
Bergk, da Plutarco, Quest. coni?., IX, 15, 2, alio scopo di provare che 
le relazioni tra la poesia e la danza sono più strette ancora di quelle 
fra la poesia e la pittura (di cui la famosa antitesi simonidea già diceva 
tuttavia la poesia e pittura parlante, la pittura poesia muto); questo 
appare, secondo Plutarco, massimamente dagli iporchemi, ed in modo 
specialissimo poi dagli iporchemi di Simonide, i quali, mentre sono re- 
citati e cantati, eccitano per tal modo alla danza, che è impossibile trat- 
tenersene. — 11 Bergk scriveva il suo primo verso così : OtO(; (òè kOuiv) 
àvà A. a. IT. Lo Schneidewin si limitava ad inserire un ò\ ma avver- 
tiva: « kOujv vocuia ab initio absorpta esse potest >. E per verità^ se 
pure questo kOiuv non va ricercato in qualche altro luogo de' due versi 
seguenti (il Hermann al v. 3 congetturava appunto 6Òpé|U€vai kOujv), la 
cui lezione è ben lunge dall'essere certissima, è ragionevole credere che 
fosse espresso da principio. — 2. AdjTiov àv6. Treòiov: pef la pianura 
Dotia cfr. Strab., IX, p. 442: xal b^ xal XéT€Tai òtto tOjv Oarcpov èirt 
Xpóvov auxvòv fj olKiiai(; tOjv Aìvidvu>v èv rCp AwrCqi tcvéoSai itcòìmj, 
toOto ò' iarì yi\r\aioy if\(; dpxi XexGcCan»; TTeppaifia^ Kal tì)<; 'Oaary^ 
Kol ^Ti Tfj<; Boi^iiiòo^ Xi|uivTi(;, èv \iiori |uév iruiq Tf| 0€TTaX(<;t Xócpoi^ bè 
iòioiq iT€ptKX€ió|ui€voVy TTcpl oC 'Hoioòoi; oOtuk; Ctpi^KEV € fj otf^ AtbO^ou^ 
Ì€poù^ vaiouaa koXu)voO(; Awtìvj èv Tr€Ò{ip, iroXupÓTpuoc; àvr' 'A^upolo, 
v(ipaTo Boi3idòO(; Xiiuivi^q ttóòo napOévo^ àò^l^q p. Secondo gli Inni ome- 



8IM0NIDB 199 

rici (16) essa pianura fu la patria di Asclepio. -— 3 e 4. Kepoéaaqi ... 
èXdq)i4i : cfr. Anacreonte, /r. X.XI, v. 2, n. — 4. cCipéfuiev : la desinenza 
-fuiev, frequentissima in Omero, non s* incontra in Simonide che qui e 
nel /r. 31 b. Per Tespressione OdvaTOv cópéfuiev cfr. Eurip., Eletta 650 
€Òp{aK€K bè fiiiTpi ttiÌk; q>òvov; — arpécpoioav: il Michelangeli corregge 
arpépcvaaVf perchè, egli dice, « gli eolismi in Simonide non sono am- 
missibili ». Che non se ne debbano aggiungere là dove i codici con pieno 
accordo danno altra forma che Teolica, io pel primo sono disposto ad 
ammetterlo, ma confesso che davvero non so vedere le ragioni delFim- 

f)0S8Ìbilità addotta dal Michelangeli. — Lo Smyth, accettando pel v. 5 
a lezione del Hermann (colla correzione del Hiller), che anche noi ab- 
biamo riprodotto, notava : « Come il cervo inseguito da' cani volge il 
capo dall'una parte e dall'altra per trovare qualche mezzo di scampo, 
cosi i danzatori si raccolgono e si distendono nelle loro complicate evo- 
luzioni ». 

Metro. — Kaxà ^aKxctov elbO(;. 



0PHNOI. 

IX (32). 






— — — v-^ — v-^wA 

*Av0pu>7TO^ èibv ^rJTroTe (pàaxìq 5 ti Tiveiai aiipiov, 
jbiTi^* fivòpa lòibv oXpiov, òacov xpóvov ?a(T€Tai" 

UIK€ia TÒp OUbè TaVUTTT€pÙYOU ^Ultt^ 

ouTuj^ a )i€TdaTaai(;. 

IX (32). Stobeo, jPton7., C V, 9 : IijiujvCbou Gpifivujv •Avepuiiroqèibv 
\xr\ TioT€ <pr\aì)<; (A qp fiori), ÓTiYiTvexai pLxyb' fivbpa lòdiv òoaov 
Xpóvov SaacTUi' djK€!a ktX. 1 primi due versi si leggono pure in 
un passo di Favorino presso lo stesso Stobeo, CV, 62: 'AvGpujiro^ djv 
pL^béttore cpfl^ (V <pr|(;, AB ctiriaO» àtx fiv^Tax aCpiov, pLY\b^ dvbpa ìbOjv 
òX3iov, fioov xPóvov (AB òoaov xpóvou) ?a€TOi (Vind. ?ao€Tai)' àXXà 
\ir\bè oIkov, djoirep àfuiéXei ó iioiiiTfi^ òieHépxcTUi t^iv tiIjv ZKOTraòujv 
àOpóav diidbXeiav. — Molto probabilmente adunque ci troviamo qui da- 
vanti ad un frammento del famoso treno di Simonide sulla fine degli 
Scopadi, sopra ì quali sarebbe caduto il soffitto della sala ove banchet- 
tavano. Da questo carme sorse la leggenda della miracolosa salvazione 
del poeta mediante V intervento de* Dioscuri (cfr. Cic, De orai,, II, 86, 
352). — 3. TavuiTT€pÙT0u : quest'aggettivo s'incontra pure in Alcmano, 
fr. XIV, 7. — 3 e 4. Costruisci: oùbè yàp oCìtu)(; dìKeXa àt jLicrdoraOK; 
luiuiac; Tav. — Col contenuto de* vv. 1-2 cfr. Sol., fr. 13 b. (e il racconto 
di Erod., I, 32), Teogn., 159-60 olòe yàp oùÒ€Ì<; | àvOpOiTTUiv 6 ti vùE 
X^^épTi àvòpl tcXeT, Pind., 01. 12, 7 e sgg. aOimfoXov ò* oO udì ti<; im- 
xBoviuiv I iriOTÒv àjAcpl irpdHioq èoaofiéva<; cOpcv e€Ó6€V | tOùv bè imcXXóv- 
Tujv TCxOcpAujvTai qppabd, Pit. 10, 63 xà b' €l; èviauxòv àxéKinopTov 
irpovofìaai, Esch., Agam., 928-9 òXPioai bè xP^ I Piov xeXcuTfiaavx* èv 



200 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

còeOTOt (pi\i], Sof, Ai., 131-2 t\\iépa kXìvci t€ Kàvày&, irdXiv | StravTa 
Tàv6pibiT€ia, Trach,^ 2-3 oòk Av aiiXiv* èKjuidOoiq ppOTdiv, irplv dv | 6dvi] 
TK, gÒt* ci XP^<3FTÒ(; oCt* d Tip KaKÓ^, Ed. Re, 1528-30 Ovi^tòv fivra 
èKcivTiv Tf|v T€\€UTa(av tóctv | i^^épov èinaKOiroOvTa |iii^^ ÒXP(2€iv, 
irplv àv I Tép^a toO piou ircpdoij jutibèv dXyeivòv iraOdiv, Earip., Andram., 
100-102 xpih fe' oOiTOT* clirctv oòòév' dXPiov Pporuiv, | irplv dv 6avóvT0(; 
Ti?|v T€X€UTa(av Ibi]? I 6iTuiq ircpdaa^ fjimépav f\Ì€ì KdTUJ, Eraelidi, 865-66 
TÒv eÙTUX€!v ÒOKoOvxa |uif| ^nXoOv, irplv dv | eovóvT* Ibi] tv;* il>^ èqpn- 
fACpoi TÒxaXf Troadù, 509-10 t«&v b' €bbal^óvuJv | liiibéva vo|iìZ€t' €ùtu- 
X6!v iTplv dv edvij, fr. 4M (Eur. frgg., N.), vv. 2-3 ^V f^piépa \ xà luièv 
Ka6c!X€v ÙMióGev, xd b* f|p' dvui, fr. 553 dXX* f\^ap €v toi |ui£TapoXà(; 
iToXXdq ?x«» /"'■• 558 iToXXd(; t* à ba(|uiuiv toO PCou fi€TaaTda€i<; | èbuiKCv 
i^fitv ^€TapoXd( T€ Tfì(; TÙxn<;- Gfr. infine anche il proverbio TéXo? dpa 
piou, ed Orazio, Odi, I, 9, 13 quid sit futurum eros, fuge quaerere. 

Metro. — Kaxd paKxelov tlboc;. La forma di ffran lunga prevalente è 
quella del jonico a malore. L'ultimo verso potrebbe anche essere incom- 
piuto. Nota come al secondo verso tra dvbpa e Ibdiv si faccia sentire 
Tinfluenza del primitivo digamma. 



X (36). 

... \J \J J' \J \J — \J\J \J I ^ • v^ 

... mm. \J .L -. \J \^ J. ^ \J ... \J — A 



\J\J 



\J ~ — \J \J .- \J ._ — v^ wA 



— — V>— — m^ \J \J \J I • V^ 

Ouòè YÒp oì irpÓTcpóv ttot* èTréXovio, 
0€UJV b' èE àvàKTUiv ét^vovO* uTe^ f])ii0€Oi, 
finovov oùò* àq)6iTOV oub* òkivòuvov Piov 
èq THPO? èHiKOVTO T€Xé(yavT€q. 

X (36). Stobeo, JP7ort7., XCVIII, 15: Iiinuivibou Gpfivwv: Oùbè ktX. 
— 1. èiréXovTo: ep. ==, pel senso, ad flaav. — 2. èH: generalmente 
si adopera ad indicare la immediata discendenza, mentre si usa dirò a 
designare la provenienza remota: cfr. Isocr., 12, § 81 xoù<; juièv dirò OeCtiv, 
xoO(; b* èE aùxiBv xdiv Oeujv T€Yovóxa<;. — ulei;: forma epica = uloi. — 
4. xeXéoavxe^: è affatto inutile la correzione del Bergk xcXéooavxeq. — 
Cfr. M, 22-3 ÒGi iroXXà podTpia Kal xpuqpdXeiai | Kdinreaov èv Koviqoi 
Kaì fJimiOéujv Yévo(; dvbpOùv, Pind., Pit. 3, 86 e sgg. aldiv b* daqpaXi^c | oòk 
Éyevx* oOx' AloKiòcy irapà TTiiXet | oOx€ iiap* dvxiBéip Kdb|uiip. — Il con- 
cetto espresso da questo frammento ha molta relazione con quello del 
frammento precedente. Lo Schneidewìn congetturava che questi versi 
facessero in origine parte di un treno per la morte di un giovane rapito 
a' suoi da malattia o morto in battaglia. 

Metro. — Kaxd PaKxelov elboc;. Anaclasi fra il secondo ed il terzo fxé- 
xpov al V. 3. Sinizesi in Sediv ed f||Li(6eoi al v. 2. 



SIMONIDE 201 



XI (37). 
OTp. (vv. 1349). 

KJ \j ^. — —. \j \j JL \j ^. \j J. \j .^ \j JL 

Vi/— _w — v^v/~ v^.w^ v/ I • J- 

— \j \j JL s/ 3 yV 

— w v^ ^ v^ v/ v/v/ G 

— w — — yu \j \j J. ^ ^ \j J. 

àvT. (vv. 1-7). 



\j\j — t^vf — — — — v^vy~— • L- \J w 
r f f -^ 

^ \j \j •£- .v^ — vy v^_vy^ vy |_^ • J. 

— vy sy -^ \j \u A 

èiT. (vv. 8-12). 

— WV^»^ ^ \J \J J. 

— -^ m^ \J ^ m^ \J \J — V^V^ \J \J -^ ^ \^ \J 

dvT. 

''Ore XàpvQKi èv baiòaXeqi 

fiV€jblÓ^ li jbllV TTvéuiV KlVT]0eT(Tà T€ Xi|iva ÒeifJiaTl 

épemev, oòk (^) f' àbiàvTOiaiv irap€tai^ à|iq)( t€ 
TTepcTò pàXXev qpiXav x^P«» ^Itré t** iL TéKO(; (moi), 

OIOV ÉXW) TTÓVOV. 

XdGei Kviùcraci^ èv àiepTrei boùpati 



202 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

XaXK€OTÓji(pqj, vuKTiXajLiTT€i Kuavéqi T€ òvócpip 
TaGeiq* oKixay ò* uTiepGev Tcfiv 
10 Ko^av pa0€iSv Tiapióvio^ Kiifiaio? 
oììk àX^Y€i?, ouò* àvé|iou 
q)0ÓTTOv, TTOpcpup^qt Kcijievo? èv x^avibi, tcqóOìdixov koXòv 

axp. 
Tipocpaivujv. el bé toi beivòv tó fé beivòv 
fjv, Ktti Kcv è^ujv ^rmÓTiuv XeTTTujv ÓTr€iX€^ oOaq. 
15 KéXojbiai, €(5b€ Ppéqpo?, eùbéiiu bè ttóvto^, cubétu) 
fi^eipov KttKÓv jbi€TaPouXia bé ti^ qpaveiri, 
ZeO TTàiep, èK aio. 
OTTI bè GaptyaXéov inoq 
€uxo)Liai, T€Kvóqpi b(Ka^ aÙYTVUjGi fioi. 

XI (37). Dionigi d^Àlicarnasso, De compos. verb.^ e. 26 (anche qui, a 
scopo dì maggior chiarezza, do il passo tradotto) : E dalla melica questo 
luogo di Simonide : è scritto secondo le distinzioni non de* memori che 
stabilì Aristofane od alcun altro^ ma di quelli che richiede la prosa. 
Rivolgi adunque V attenzione al carme e leggilo secondo le interpun- 
zioni : ben sappi che ti sfuggirà il ritmo del canto e che non riuscirai 
a ravvisare né strofe né antistrofe né epodo, m,a esso ti apparirà una 
sola prosa continuata, È Danae sbattuta pel m.are^ la quale piange i 
proprii tristi casi: *'0t€ ktX. Ed Ateneo, IX, 396 E: Zt|yiuiv{bn<; ò* ini 
ToO TTepaéujq Tf|v Aavàiiv TToiet XéTouaov dì TéKo<;, oTov éxiu iróvov 
aù ò' aOT€ €l<; Y^^^^^^nvCp b* fJTopi xvdboaei^. — Del frammento 
si occuparono, qual più quai meno, tutti gli editori di antologie de* poeti 
lirici greci: Io stu(noso consulti però in modo specialissimo, oltre alla 
edizione dello Sghnbidbwin ed alle varie del Bergk, ancora Volckmar, 
De Dan. Simon,y in Philologus, 1852, pp. 743 e sgg.; Ahrens, Simon. 
Lament. Dan, emendata^ in Jahresber. des Lyceums zu Hannover u5to., 
J853; Nietzsche, Der Dan. Klage^ in Rhein. Mus,, 1868, pp. 480-9; 
Blass, Simon. Klage d, Dan,, in Philol., 1872, pp. 140-6; v. Wilamowitz, 
Isyllos von Epidauros (Philologische Untersuchungen, IX Heft, 1886), 
pp. 144-150; Michelangeli, V, pp. 56-79. Una bella versione, accom- 
pagnata da un breve, ma acuto esame critico, si può vedere nel recente 
importantissimo libro del nostro Fraccaroli, L'irrazionale nella Let- 
teratura, Torino, Bocca, 1903, pp. 483-4. — Per il mito di Danae 
veggasi il Roscher, dove trovasi anche (I, 948) una rappresentazione 
figurata di Danae che emerge dal XdpvaS. I punti principali della favola 
di Danae e di Perseo, favola argiva, sono i seguenti. Acrisio, re d*Argo, 
avea una bellissima figliuola, Danae. Ma avendo saputo dall'oracolo cne 
il figlio di lei gli avrebbe tolto la vita, la serrò in un 6dXa)uio<; sotter- 
raneo di bronzo. Zeus però, innamorato di Danae, entrò nel carcere sotto 
la forma di pioggia doro, e la rese madre di Perseo, udvTWv dpiòei- 
KETov dvòpOjv (E, 320). Quando Acrisio si fu avveduto della cosa, fece 



SIMONIDE 203 

rinchiudere madre e figlio in una cassa, che venne abbandonata in mare. 
La cassa fu sbattuta dalFonde e da' venti all'isola Serifo, una delle Ci- 
cladi, ove Ditti con una rete la trasse a terra, e consegnò Danae e Perseo 
al fratello Polidette, signore dell'isola. Questi prese cura dell'una e del- 
l'altro, ma più tardi, invaghitosi di Danae, volendola sposare contro la 
voglia di lei, mandò Perseo, il quale, cresciuto, era d impedimento ai 
suoi disegni, alla conauista del capo della Gorgone Medusa, colla spe- 
ranza ch'ei perisse nelrimpresa. Ma il giovane eroe, ottenuto dalle Grazie 
l'elmo di Hades, che rendeva l'uomo invisibile, da Hermes una falce, e 
da Atena uno specchio, avviossi alla riva dell'Oceano, in vicinanza di 
Tartesso, ove abitavano le tre Gorgoni. Trovatele che dormivano, s'avvi- 
cinò a Medusa guardando nello specchio datogli da Atena, per non 
esporsi al rischio d'essere impietrito» e le tagliò il capo. Dal busto della 
Gorgone essendo balzato fuon il cavallo alato Pegaso, Perseo, salitovi 
sopra, s'involò all'inseguimento delle sorelle di Medusa mediante la virtù 
dell'elmo di Hades. Passando sopra l'Etiopia liberò Andromeda, figlia del 
re Gefeo, dal mostro marino che dovea divorarla, impietrendolo col capo 
di Medusa. Sposata poscia la fanciulla, fece con essa ritorno a Serifo, 
ove impietrì Polidette e diede a Ditti il governo dell'isola. Poscia con la 
madre e con la sposa si diresse alla volta d'Argo, dalla quale Acrisie si 
affrettò a fuggire: più tardi però fu ucciso per caso dal nipote a Larissa 
(cfr. Apollod., Bibliot., Il, 4, 1 e sgg.). — Il nostro frammento è ritenuto 
in generale parte di un treno: non mancò tuttavia chi lo volle prove- 
niente da un ditirambo (Smyth, p. 321). Lo Schneidewin credette il 
treno composto per alcuno degli Scopadi o degli Aleuadi, che si vanta- 
vano d'essere Eraclidi, e quindi anche discendenti da Perseo (Elettrione, 
figlio di Perseo, fu padre di Alcmena, ed Alceo, altro figlio pure di 
Perseo, padre di Amfitrione). Gfr. la menzione di Perseo che giunge agli 
Iperborei nella Pitia 10% composta per Ippocle tessalo, unito da vincoli 
forse di parentela, forse d'amore, con Torace, uno de' tiranni di Larissa, 
dal quale fu data a Pindaro la commissione dell'ode. 

11 principio del nostro frammento dimostra all'evidenza che Danae do- 
veva già essere stata nominata antecedentemente. — 1. Xdpvaxi: la 
Xdpval era una grande cassa, una specie di arca : in una XàpvaS Efesto 
depone i suoi arnesi di fabbro prima di presentarsi a fare accoglienza 
onesta e lieta a Tetide (I, 413), in una XdpvaE pure i Troiani depongono 
le ossa di Ettore (Q, 795). Apollodoro usa il vocabolo a designare 1 arca 
di Deucalione (1, 7, 2), quella di Danae (II, 4, 1), quella in cui i figli dì 
Fegeo chiusero Arsinoe (III, 7, 5), quella ove Afrodite nascose Adone 
(III, 14, 4). Siccome Esichio spiega èK XdpvaKOc;* vó6o(;, cosi si volle da 
taluno inferire (ma io credo con poca o nessuna probabilità), confron* 
tando il caso di Danae e di Perseo, che un tempo in Grecia i figli ille- 
gittimi (Smyth, 322), o questi colle loro madri (Michelangeli, V, 61), 
fossero rinchiusi in casse ed abbandonati in balìa delle onde. — XdpvoKi 
èv: iato all'uso epico: cfr. P, 196 uaibl 6iraao€v. — 8. ^p€i- 

Ticv: lez. vulg., che io mantengo. 1 codd., tranne il Guelferbitano che 
porta épitr€, danno {pinev, lezione che, corretta in f^piircv dal Brunck, 
venne seguita da molti (cfr. Michel., V, p. 63). Male però lo Schneidewin 
dava ad f)piiT€v significato transitivo, appoggiandosi dapprima ad Erod., 
IX, 70 iné&^aav toO Teix€o^ xaì flpiirov (dove però leggesi comunemente 
fipcinov), e poi a Quinto Smirneo, XIII, 452 |u€aób|Liìi ^imircae..., ènl b* fjpi- 
iT€v aiiTÙv ÒXcGpov (ma il Koechly corregge ainix^ ÒXcepoO» ^d a Pau- 
sania, X, 32, 6 (dove, come pure in IV, 25, 2, all'aoristo è da sostituire 
l'imperfetto). Per le varie congetture a questo luogo si consulti, come 
sempre, il Michelangeli, che le ha raccolte con la massima diligenza. — 



204 ANTOLOGIA DELLA MELICA GEECA 

oÙK... dòidvT. irap.: litote. — 4. <p{Xav: secondo il ben noto uso ome- 
rico : cfr. A, 569 dxéouaa Ka6f)OTo, im.yyànì^aaa qpiXov Kf)p, q), 433 à^cpì 
òè x€tpo <pi\r]y pdXcv^TX^t Cfr. anche Tirteo, 8 (Hiller), 25 ai^aróevT* 
alòota (p(\ai(; èv x^palv ^x^vra. — Xépa^ etire: iato spiegabile coli* in- 
fluenza del primitivo digamma di €tTr€ e colla pausa. — 6. ai) ò' aO 
Téuiq: invece della correzione del Hermann molti seguono (niella del 
Gasaubono ai) b* dujTetq. Ma in Omero, dove solo questo verbo s incontra, 
esso ha sempre il complemento dnvov (cfr. K, 159, k, 548) ; di più, come 
già osservarono altri (v. Michel., V, 65), vi sarebbe ripetizione di con- 
cetto nel susseguente KViboaei^, nò le ragioni con cui lo Smyth (pp. 322-3 ) 
impugna questo valido argomento, riescono nel nostro caso gran fatto 
persuasive. — 7. Xd6€'i: come bene osserva il Michelangeli (1. e), 
questa congettura del Bergk è assai probabile, perchè da essa « a tra- 
verso delle grafie Xf^Oct, òfiBet (scambio del A col A) poterono prove- 
nire il -Ò€! 6€i- e il -Ò£t b€i- de' codd. di Dionigi e la brutta correzione 
ò* fjTopi di quelli d'Ateneo ». Di i^Top poi, secondochè attesta Eustazio, 
non furono usati nell'età classica se non il nom. e Tace. sing. Sintatti- 
camente il dat. yaX. XàOei può essere considerato come un. dativo di 
causa od anche come un dat. di luogo con . V èv sottinteso. La seconda 
interpretazione ha forse più gusto poetico. -— Kv\baa€x^: cfr. b, 809 fjbù 
fjiàXa KvUiooouo*, Pind., 01. 13, 70-71 èv òpqiv<;t ( icv<i(iaaovT( Foi, Pit. 1, 
8 ó òè Kvutioauiv. — òoOpoTi: ep. per bópaTi: cfr. Sof., Filott.^ 721. 
Per la sineddoche cfr. anche nel citato luogo di Sofocle irovroitópqj bou- 
pQTi, e Pind., Pit 4, 27 elvdXiov bópu. — 8. xaXK€0TÓ|Liq>qj: il Volckmar 
osservava : « Gum bópu proprie tignum, trabem significete et tantum per 
synecdochen de tota navi dicatur, non puto adj. xoiXK€ÓYO|Liq>oq huic voci 
convenire ». Ma cfr. Esch., Suppl,^ 846 YO|Liq>obéTi|j T6 bop». — vukti- 
XafiiT€t: forse non v'è bisogno di correzione e l'aggettivo presenta un 
caso di ÒSùjuiujpov e vale che splende come la notte, quindi buio e, rife- 
rito a bvó(p4i, profonda (oscurità). L'Ahrens però sosteneva ch'esso non 
può significare se non noctu splendens. — 9. Tcdv: dor. = adiv 
(Kùhn.^ § 170). ^- 10. PaGcidv : piuttosto che andando a cercare nello 
scoliaste d'Apollonio Rodio (IV, lOÒl) la testimonianza (quanto decisiva, 
Dio lo sa) che Perseo, airepoca della sua esposizione nella cassa, era già 
TpièTT^^ f\ T€TpaéTii5« ^^^^^ ^^^ ^^ nostro caso si debba spiegare come 
quello di Meleagro, il quale in Esch., Coef,, 609-10 ^oXdiv | ^aTpódcv 
KeXdbriac (strepitò, mentre un altro bambino qualunque avrebbe sempli- 
cemente vagito). È il concetto della futura grandezza del bimbo che si 
presenta improvviso dinanzi alla mente del poeta e gli fa parere me- 
schina cosa che il futuro uccisore di Medusa somigli né più né meno ad 
un altro qualsiasi marmocchio. (Cfr. Pind., 01, 6, 30: iratba ÌóitXokov 
Eùdbvav T€Ké]acv). Tuttavia, per chi trovasse indigesto onesto modo 
di concepire, anche la lez. dei codd. Padelav, tenuta dal bergk stesso 
nella 4^ edizione, soddisfa alle esigenze della logica, ed allora si può 
confrontare col Berfi:k Pind., Nem. 4 (non 6, come, certo per errore 
di stampa (VI per 1 V) leggesi nel Bergk), 36 PaOcta irovriàc àk^a^ Pit. 1, 
24 faSetav iróvxou irXdxa, ecc. ecc. — 11. àXéY€t<: non è molto 
spesso usato coU'accus. Cfr. TT, 388 dewv 6inv oùk àXéT0VT€(;. — 13. xoi : 
ep. =3 oot. — 14. XeiTTCùv: è perfettamente inutile la correzione Xc- 
TTTÓv dello Stefano. — oOa^: unico esempio della forma del nom. accus. 
sing. : in Omero sono frequenti il gen. smg. oCaro^ e il nom. ed il dat. 
plur. oCoTa, oGaai. — Notisi la costruzione della perifrasi òtz&x^^ o^^^ 
identica a quella del verbo ùiraKoOu). — 16. KèXojuai, cGbe: Tiato è 
spiegabile colla forte pausa. — 11 Michelangeli e lo Smyth (p. 324) con- 
frontano con questo luogo simonideo l'altro di Teocrito, 24, 7, ove Al* 



SIMONIDE 205 

cmena, rivolgendosi a' saoi due pargoli, dice : edbcT* èfuià 3péq)£a fXv- 
K€pòv Kal èYépaijLiGv (fiTvov, I cOòet" èjuià Miux<ii bO* dòeXqpeUi, cOaoa 
Téxva- I dX3ioi €ÙvdZoia0€ Kal ÓXPioi àili tboire. — cCibéTUJ... ttóvto^: il 
mare dorme anche in Eschilo, Agam,, 565-6 eOrc ttóvto^ èv \x€ai\nfif)i' 
vaU I Ko(Tai<; àKUjuiuJv vi^véiuiOK; cOòoi ireadiv. — 15 e 16. eCiòérui djii. 
Kaxóv: cfr. Earip., SuppL, 1147 oOnuu kqkòv tóò' cObci. — 17. aio: 
jon. — 18. òtti: ep. — 19. TCKvóqpi: forma strumentale epica: 
== per meszo del figlio^ e quindi per ragion del figlio. — òìkq^: gen. 
sing. complemento di aOyrvujOi. 

Metro. — La ricostruzione metrica di questo frammento ha messo alla 
disperazione i filologi. Colla sua disposizione del brano simonideo Dio- 
nigi è riuscito perfettamente a celare la distinzione fra strofe, antistrofe 
ed epodo, se però la difficoltà estrema di giungere a ristabilire le tre 
parti non devesi attribuir piuttosto a guasti avvenuti nel testo, o se le 
parole di Dionigi non sono da intendere, come vollero taluni, nel senso 
che nessuno saprebbe vedere nel passo di Simonide diviso secondo le 
pause né strofe né antistrofe nò epodo, senza che significhino tuttavia 
esservi compresa esattamente, o press*a poco, una triade intera. Una triade 
non venne data da nessuno di coloro che si accinsero alla ricostruzione 
seguendo le vecchie teorie metriche: il Hartung ed il Blass riuscirono 
a ricomporre strofe ed antistrofe, ma giungendo ad una lezione che non 
ricorda più se non vagamente quella de^ manoscritti. Ad avere una strofe^ 
un'antistrofe ed un epodo arrivò, applicando le nuove teorie, il v. Wila- 
mowitz, e, seguendo le sue orme, quantunque con molte discrepanze, ed 
alterando forse ancor meno di lui il testo de' codici, sono arrivato io 
pure. La mia descrizione metrica però ammette (e quella dei v. Wila- 
mowitz pure, sebbene in proporzioni minori) una grande libertà nella 
corrispondenza tra le varie forme del fondamentale ttoOc; éEdaTijLio<; delle 
nuove teorie (il che sembrerà forse a taluno *- sebbene a torto, secondo 
il mio modo di vedere — poco buona garanzia della certezzadel la mia ri- 
costruzione dei frammento). Ed è appunto perchè meglio si possa scorgere 
questa libertà di corrispondenza che ho presentato distinti gli schemi 
della strofe e delFantistrofe. Chi desideri conoscere le altre opinioni sulla 
metrica del nostro frammento consulti i lavori sopra citati o, in mas- 
sima, anche il solo Michelangeli, V, pp. 58-9 e 76-79. 

XII (*39). 

— —. — V/ Vy_~ V^._ \J\J .m. \J \J 

^ ^ \J \^ _ — V^V^ — \^ K^ J. 

v^v^-v^v^ -^_v^ v^_0^ GA 

• I — I 
— — \j \j ^ \j — \j \j ^ \j \j — A 

'AvGpUJTTlUV ÒXlTOV Jlèv KdpTO^, fiTipaKTOl bè |i€XT]bÓV€q, 

alarvi bè TTaupifi ttóvo^ à^icpi nóvifj* 
6 ò' fiq)UKToq ófiifiq èmKp^iiaTai Oàvaioq* 
K€Ìvou TÒp icTov Xdxov fJiépo^ 01 t' àToGoi 
5 8aT\^ T€ KaKóc;. 

XII (*39). Plutarco, ConsoL ad Apoll,, e. 11: '0 toOv Zi^jiwviòii? àv- 
OpUfiTUjv (pr\a\v òXitov ktX. Il passo di Simonide è citato da Plutarco 



206 ANTOLOGIA DILLA MELICA GRECA 

insieme con Pind., Pit, 3, 81, Sof., /r. 761, Eurip., A/c, 780, per illu- 
strare la sentenza KpelTTÓv èoTi tò T€6vdvai toO lf]y. — 1. KdpTO(;: 
metatesi per xpdTo^. ^ dirpaKTOi: il Boeckh, in nota a Pind., Istm,ly 
7, osservava: e dirpiirrov, inutile, quo nihil profìcias; dirpaicrov, qnod 
perfici non potest ». Seguendo questa osservazione lo Schneidewin leg- 
geva nel nostro luogo dirpTiKToi, ma bene il Michelangeli confutava il 
Boeckh e dimostrava inutile la correzione dello Schneidewin scrivendo 
(V, 78): € Che dirpoKTOC valga quod perfici non potest, ineffettuabile, 
nessun dubbio: cfr. dello stesso Simonide ìi<i dirpaKTov èXiriòa del fr. Il, 
V. 13. Ma ben ha torto il fìoeckh di asserire che dirpaKToq non possa 
anche valere inutile^ che non giova, Cfr. di Polibio (VI, 25, 5) rà bè 
òópaTa KttTà ÒOo rpóiroui; dnpaKxa f\v aÙT0f(; ». — fi€Xiiòóv€q : cfr. Apoll. 
Rod., Ili, 812 eujLiTi^eU PiÓTOio |yi€Xnbóv€(. — 2. Cfr. Sof., Ai., 866 
iróvo^ Tióviu TTÓvov <pép^i9 Eurip., Ippol., 189-90 iid^ b* òbuvripòi; pio(; 
dvOpJiiTUJv, I KOÒK ^OTi iTÓvu)v dvdirauai(;. Nota come in tutte e tre le 
frasi che compongono i vv. 1-2 si sottintendano le forme di €t)ui(. — 
3. ^^w^: forse aveva ragione il Yoss, che leggeva ó ò' dq)UKTo^ dì\iòq 
di su tre codd. Wyttenb. che hanno ó ò* dqpUKT* iii|yió(;. — èniKpéiLiaTai: 
lo Smyth confronta Mimn., 5, 6 fi]pa<; ùnép xeqiaX^ ÓTrepKpéimaTai, 
Teogn. 206 dTr|v ... iraialv ètrcxpé^aacv, Pind., Istm, 8, 14 òóXio^ Ydp 
aiibv éir* dvòpdai xpé^arai. — 4. Xdxov: senza aumento. — 4 e 
5. d^adol ... KaKÓ<; : intendi in senso tanto morale quanto materiale. Col 
concetto di quest'ultima parte del frammento cfr. 1^ 319-20 èv bé l^ 
Tl^tl i^juièv kokòì; ^bé Kal éodXóq* | KdrOav' ó^ìIk; ò t€ d€pYÒ(; dvf|p 5 t€ 
iroXXà èopYdi^. 

Metro. — KaTà PaKX€tov €lòo<;. Nel v. 1, eccettuato Tultimo ^éxpov, 
che è un ionico a maiore colla prima lunga sciolta, troviamo solo an- 
tispasti. Essi non presentano però tutti lo stesso aspetto. Il primo ha 
come irrazionale la prima sillaba, il che può accadere in ogni dipodia 
giambica, il secondo ed il terzo invece hanno la lunga irrazionale nel 
quarto posto, cosa possibile in qualunque dipodia trocaica. 

EZ AAHAQN EIAQN. 

xm (40). 

I 

— ~V>W .^ \J \^ JL \^\^ . v^ v^ •« . A 

ToO Kttì àTT€tp6(TlOl TTOTUJVTO 

òpviGeq óirèp K€q)aXa^, àvà b* Ix^ue^ òpOoì 
Kuavéou èH ubaio^ aXXovTO KaXa aùv àoibqi. 

XIII (40). Tzetze, Chil., 1, 316: 'Qq rpàcpci irou ircpì aùxoO ('Opcp^UK;) 
Kol Iijuujvibìiq odTUK;: ToD xal ktX. — 1. ToO: = aÙToO, secondo 

a 

Tuso epico. — 2 e 3. dvà ... dXXovxo: tmesi. — 3. UbaTo^: come 
sempre in Omero. — kqX^ aOv dotb^ : il Herwerden, per tema che Tespres- 
sione non venisse intesa forse nel senso che i muti pesci fossero prov- 
visti della facoltà di cantare, voleva correggere KoXd^ òir* dotbd^, ma la 
correzione è inutile: k. oOv d. significa alVudire il bel canto oppure 
conforme al ritmo del bel canto (d* Orfeo) : cfr. Pind., fr. 75, 20 dxet 
T* ò|Liq>al ^eXéuiv oOv aùXot^. — Per Teffetto del canto di Orfeo sui pesci 



8IM0NIDE 207 

cfir. Apoll. Rod., 1, 569 e sgg. rotai òé q>op|Lin:uiv €Ò6i^|yiovt luiéXTrciv àoxbfji | 

OidTpoto irdiq | 'Aprcmv ... toI òè paOcCiii; | IxOùcc; ài(jaovT€(; Cirepe* 

àXò^, dmuiiTa TTttópoi^ I dirXcTOi, òypà xéXcuOa òiaaKa(povT€< ^itovto. — 
Forse il frammento è da coneiungere, come fa lo Schneidewin, non solo 
col seguente, ma anche col V : vedi ivi la nota. 

Metro. — Karà paxx^ov €tòo^. Sinizesi al v. 3 in Kuavéou kl. 

XIV (41). 

*• w vy -^ V./W _vyvy ^ — w— vyo — A 

— — v^Vi/ — s^v^^ w<:/ — \j \^ . ì_ _ v^ 

^ v,/ . wv-f — \^ w -^ 

Ouòè T^p èvvocriqpuXXo^ àrJTa tòt' i&pT àvé|iiuv, 
&xiq KaT€KuiXu€ Ktòvafiévav jiieXtabéa fàpvv 
dpapeiv àKoaicTi PpoTUJV. 

XIV (41). Plutarco, Quest conviv.^ Vili, 3, 4, 3 : Niiveinia yàp i\x^^<i 
Kal T<xX/jvii Kal Toòvavxiov (b(; Zi^u;v(òii^ mr\aiy' oùòè T^p ktX. — 
1. èvvooiqpuXXo^ : cfr. Tomer. *EwoaÌYaioc. L'Orsini emendava civoa. « ex 
auctoritate vetustorum librorum »: vedi questa forma in B, 632. — àf\Ta: 

dor. = àfyn) : cfr. dvé|yioto ài\Tr\ in 0, 626. — 2. Kiòva^tévav : 

questa correzione dello Schneidewin è a ragione approvata dal Miche- 
langeli (V, 83) nel modo che segue: « A me pare che il contesto richieda 
un accusativo concordante con ^Qpuv anziché un nominativo cono, con 
àf\Ta, sì perchè sarebbe inutil cosa il dire che il vento si diffonde, sì 
perchè il vento qui non si considera in quanto si diffonde, ma in quanto 
fa stormire le foglie, il cui rumore avrebbe impedito Tudire perfetta- 
mente il dolce canto, che allora si diffondeva». — 8. dpapdv: questo 
aorìsto trovasi usato come transitivo ed intransitivo in Omero (trans, in 
M, 106 àXXif|Xou^ dpapov, in TT, 212 Totxov ... àpdpij, in V, 712 toù^ ... 
f)pap€, in €, 95 fipapc 6u^6v, 252 (Upia) dpapdjv, intrans, in TT, 214 ib^ 
Apapov KÓpuSéq T€ Kal dairiòcc; ò|uiq>aXÓ€aaat, e in b, 777 (^06o^) i^papev 
(dove però par» si preferisca spiegare fjpapev =» dpiip€v) ), come intran- 
sitivo in Sof , Eletta 147 dXX' ifié y' à OTovócao' dpapev qppéva^ (v. la 
nota del Jebb a questo luogo : anche qui taluno vorrebbe prendere dpap€v 
come perfetto) e nel presente luogo di Simonide. — Per la collocazione 
che lo Schneidewin dà a questo frammento vedi il fr. precedente ed il V. 

Metro. — Kaxd 3aKX€tov €Ìbo(;. Nel v. 2 Tanaclasi fra il terzo ed il 
quarto membro fa prendere a quest'ultimo la figura dell'antispasto puro. 

XV (42). 
*P6ta 0€ol kX^titoucTiv àvGpuiTTiuv vóov. 

XV (42). Stobeo, Eclog., II, 10: ZiiLiuivfònr 'P^to ktX. — Non è com- 
mendevole la correzione dello Schneidewin KXéiTTOioiv. — Cfr. Z, 234 
€v0' aOT€ rXaÓKip Kpovtòtii; q>péva^ èEéXexo Z€0(;, H, 217 fj x' (Hera) 
CKXeifc vóov itOko it€p q)povcóvTuiv, Eurip., /r. 256, 1 (Eur. Frgg., N.) 
nóXX, ib TéKVOv, aqpdXXouaiv dvOpdjiroui; Oeoi. 

Metro. — Kax* èvóirXtov €Ìòo^. Se si ammette la sinizesi in 6€o(, il 
verso può essere considerato come un trimetro trocaico catalettico. 



208 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

XVI (46). 

...t^V/ — \j Mf J. ^^s^v/ ^ \u \^ J, V/ — #-^ 



'A MoOcTa tàp ouk àirópiu^ t^ùei tò irapòv |ióvov, àXX' ènepxeTai 
TTdvTa 6€pi2^o^€va* jiii^ moi KaraTraùeT', ènedrep àpEaro 
TepTTVOTdTujv ^cXéuiv 6 KaXXtpóa^ TToXùxopòo^ adXóq. 

XVI (46). Aristide, II, 513: Oépc &f| xal TaOra (Zl^luv(bou) kUraaov 

'A MoOaa 6cpt2to^éva. TaOr' oò òoKCt aoi aaqNl»^ ó iT0iTiTf|( éau- 

TÒv éiraivuiv XéT€iv, \b^ yòvxpLov Kal TTÓpl^ov cU Tà fiéXt); t( ò èireiòàv 
\tfi}' \if[ fi 01 ktX. — Il Bergk congiunse in uno i due frammenti. — 
1. diTÓpux;: meschinamente. — - T€ti€i: delibat, non gustandum praebet. 
— TÒ uapóv: è il particolare soggetto del carme. — 2. irdvra 0€pi- 
21o|Liéva: sembra dunque che qui pure Simonide volesse entrare in una 
di quelle digressioni che gli procacciarono, tra l*altro, Taccusa di diva- 
gare dall'argomento da parte de* cortigiani degli Scopadi quando si di- 
lungò a parlare de' Dioscuri. Forse auest'accusa fu aata anche a Pin- 
daro: almeno pare che da essa Pindaro voglia difendersi in Nem, 4, 
33-34 (cfr. Fraccaroli, Le odi di P., p. 55T). Ne' ben noti versi 37-41 
della citata Nemea (acpóbpa bóEo^cv | batuiv ÓTrépTCpoi èv qntei icara- 
Paiveiv * I q>8ovcpà ò* dXXo^ àvfjp pXénuiv | iprubuov Kcveàv axórqi ku- 
Xivbci I x<iMcil ii€TOt0av) lo scoliaste vorrebbe vedere un'allusione a Si» 
monide ed alle sue digressioni. — KaraitaOcT* : rdv MoOaav piuttosto che 
TÒv aòXóv. — 8. KaXXipóaq: questo eoiteto è dato al flauto anche in 
Sof., Trach,, 640, ed in Aristof., UcCj 682. — troXOxopbo^ aùXóg: l'epi- 
teto conveniente agli strumenti a corde si dà ad uno strumento a fiato. 
Intendi qui, come bene spiega il Michelangeli, di molte voci, di molti 
toni, che uguagUa il suono di molte corde. Per lo scambio ora notato 
cfr. Plut., Quest. conv., II, 4, 1 (&(; iiou xal tòv aùXòv ifjpfAÓadai Xérouai, 
xal xpoùiutara t& aùXf)MaTa xaXoOcnv, dirò tt)^ XOpa^ Xa^PdvovT€( tò^ 
iTpo(JTiTop(a(;, Suida: 'OXuiLtiroq tf|T€|uiù>v Tf)<; xpouiutaTiKT)^ imouoiicf)^ Tf)( 
bla Twv aùX(£»v. Vedi ancora un frammento in scoi. Esch., Pers., 937, 
aòXe! Mapiavbuvok xaXdjuioi^ xpoOuiv Maari, il già accennato luogo di 
Aristof., Ucc., 68^ di xaXXipóav xpéxoua' | aòXóv, e Platone, Rep., III, 
399D aùXoTroioù(; f^ aùXTiTà<; Trapabégei eU ti?|v itóXiv; f^ où toOto ico- 
XuxopbÓTQTOv 

Metro. — Karà Paxxctov €tbo(;. L'anaclasi tra il quarto ed il quinto 
fjiéTpov del v. 2 spiega perchè in fine del verso io abbia segnato pausa 
di due tempi. 

XVn (48). 

\J -^ \y J. KJ ^ \J '£■ __v/.^ 

, J. 



*0 b* iK€T è^ KópivGov, où MoTVTiaiav 

vai€v, àXóxou bè KoXxibo^ 

(JùvGpovo^ àajeoq Aexaiou t* àvacaev. 



SIMONIDB 209 

XYII (48). Lo scoliaste d'Euripide, Med., 20: 'Oti 6é xai è^aaCXcuacv 
{f\ Mfibcia) Kop(vOou, loTOpoOoiv EO^n^o^ "«ci^ Iimuvfòìiq \èf\uv oOtui^- 
Oòòè KQT* (6 KdT) €l^ KópivOov, où (B oùòé, ma òè è espunto) 
MaTVìiaiav valcv, àXóxou òè KoXxiòo^ ouvdOTeoq Opdvou Ae- 
xaiou t' dvaoae. — 8. Aexaiou: cfr. Strabene, Y 111^ p. 380: *Apx^ 
Sé tt)^ trapaX{aq éxarépac; xfj^ ^èv tò Aéxaiov tì\^ òè Kerxpectl KdjfiT| 
xal Xi)uif|v diréxuiv rfl^ ttóXcuk; 6aov é3òo^l^xovTa aTaò(ou(; * xcuTip fièv 
oOv xP^I^vTOi TTpò^ Toùq èx T^q *A(j{a<;, irpò<; òè toù(; ex Tf^^ *lTaX{a(; TCp 
A€xaii|J« — Come ognuno di leggeri comprende, nel frammento si parla 
di Giasone, il quale fu compagno a Medea nel trono di Corinto. E per 
vero che a Medea i Gorinzii diedero la signoria della città loro fu nar- 
rato da Eumelo, secondo che ne dice Pausania, II, 3, 10-11: EOjLtr^Xoq ... 

iq>r\ KopivOou... dOTCpov toO Mapa6d)voq oòòèva 6iToX€iiro|Ltévou iratòct, 

Toù^ Kopiv6(ou<; Mi^òciav ^CTa1l€^^la^évou<; èE 'IujXkoO irapaòoOva{ of 

Ti^v dpxf|v. PaaiXcOciv ixèv òf| òi* aòrfiv Mdoova èv Kop{v6(p Secondo 

la favola seguita nella « Medea » d'Euripide invece Giasone sarebbe di- 
venuto signore di Corinto sposando la figlia del re Creonte se Medea 
non avesse impedito Teffettuazione delle nozze col mettere a morte la 
donzella. 

Metro. — 1 primi due versi sono rispettivamente un trimetro e un 
dimetro giambico acataletto, il terzo è un trimetro kotò Paxxelov clòo^. 

XVm (52). 

v/ — v^o _^^V^ \J \J — ^ 

^ -^ \j JL \j -~ \j v^\^ \j \j ^ ^ 

(EùpubiKa^) 
io(TT€q)àvou TXuK€iav èòdKpuaav 
ipuxàv aTTOTTvéovTa T«XaGTivòv t^ko^. 

XVIII (52). Ateneo, IX, 396 E : Kal èv dXXoi^ (ZiMUJv(òn<;) èir' *Apx€- 
fiópou clpnxev' loOTcqpdvou xtX. — 2. ioorecpdvou: epiteto stereo- 
tipato, come il Òt0(; omerico, come il TavuTiTcpÓYiUv del /V. XIV d'Al- 
cmano, v. 7. — èòdxpuoav, sog^. assai probabilmente gli eroi argivi, 
che istituirono i giochi nemei in onore di Archemoro. — 3. Hiuxdv 
dTTOiTv. : il senso del verbo è qui lo stesso che in Eurip., fr. 798 
àiréirv€U0€v aldiva. In Pind., Nem. 1, 47 \{;uxd(; dirèirvcuocv (xp<^vo(;) 
^6XéuJV dqpdTuiv il verbo ha significato causativo. — yaX. réxoq: Arche- 
moro, figlio del principe nemeo Licurgo e di Euridice, ucciso da un 
serpente mentre la sua nutrice Issipile, che Tavea lasciato sulPerba, 
guidava ad una corrente d'acaua t Sette che movean contro Tebe. La 

Sietosa fine del fanciullo e il aisperato dolore dissipile sono ampiamente 
escritti da Stazio nella « Tebaldo » (v. libri IV e V). Cfr. anche Bac- 
chil., 8 [9], 10 e sgg. xctOi q)oivixdainÒ€<; i^iiitócoi, | upidTiarov 'Apteluiv 
xpiTol I dBXnaav €Tr' 'Apx€|iópujt, tòv Hav6oÒ€pKÌ|ic | irécpv* doaYCÓovTa 
òpdxujv ònépouXo^. 11 momento in cui il bimbo, ignaro della morte che 
gli è sopra, si sollazza cogliendo fiori, è rappresentato da Euripide, fr. 754 
?T€pov èqp* érépip aipófievoq | drpeu^' dvOéuiv i^òojLtévqi hiux^ I tò v/\mov 
dirXT>0T0v ^xu^v. 

Metro. — Kard Paxxctov €lòo<; ne' vv. 1 e 2; il terzo è un trimetro 
giambico acataletto. 

Taooohs, Antologia della mèlica greca. 14 



210 ANTOLOaiA DELLA HIUCA GRECA 



XIX (53). 

~- ^ «^ — V^ 

-~ .^ \J \J — — ._ — \J \J .^ 

— — .<M>v/ ..vy — Vi/ — Vi/ \j\j s/ — Vi/ — — 

"Oq òoupl Ttàvxa^ 
vÌKa(T€ véou^ òivdevTa paXdbv 
"Avaupov uTTCp iroXupóxpuo? il IiuXkoO' 
ouTU) fàp "O^iTiPO? i^bè Zraalxopo? fieiae Xaoi^. 

XIX (53). Ateneo, IV, 172 E: "Oti he tò noii\\xa toOto fAOXa) Zrn- 
aixópou koTiy, ixavibraro^ ^tdpru^ Zi^uivfòti^ ó iroiiiTfi^, 8^ rrcpl toO 
M€X€dYpou TÒv XÓYOv 1TOloù^€vó( <pn<Jiv 8<; boupl ktX. — 1. boupi: 
qui bópu è sinonimo di dKwv. •— 3. 'Avaupov: fìome delia Magnesia, 
che passava presso loico e sboccava nel golfo Pagaseo. — "Av. ^irep: 
anastrofe. — 'IuiXkoO: s* intenda qui il territorio della città. Strab., Ix, 
p. 436 KoXctrai he xal ouvéx^^ alTiaXÒ^ MwXkó^. — 4. "0|litu>0(: sic- 
come nella Iliade non si trova cenno della speciale abilità dìi Meleagro 
nello scagliare il giavellotto, cosi si pensò che Simonide abbia adoperato 
il nome di Omero nel senso collettivo di autore della poesia epica, e si 
volle vedere qui indicato Fautore della € Tebaide » ciclica (Schneidewin). 
Gfr. il lavoro del Hillbr, Homer als Collectivname in Rh, A£us.<, XLit 
(1887), pp. 328 e sgg. — Zxaaixopo^ : v. il fr. Ili di questo poeta. — Il 
nostro /rammento « pare fr. d* epinicio per gara di lanciaton, dove epi- 
sodicamente si parlava di Meleagro » (Michel.)* 

Metro. — Kar* èvónXiov etbo^. Gol nostro schema non è necessario am- 
mettere la sinizesi in bivdevra. 

XX (57). 

^ \^ ^ ^ —v.fVy'^ Vi/s/ — — -.Vi/Vi/-. \j \j <^ ^ 
~ v> v> -> %^ \j L— .-J • .~v./v/— v>vy»«3 

^ \J \J ■^ \j \J ^ -. _v/v.>^ — A 

.V>--— i»V^~.. ..V^V>— \J \^ —. m^ — A 

O \J ^ \^ \J m^ SJ \J -m, .!>. ,m. \J —. ZÌ '\ 

^ \^ \J -. V/V/_-i. i>«^^' a^V^a^V/ — —A 

Ti^ K€v alvn(T£i€ vóip Tiiauvo^ Aivbou vaérav KXeópouXov 
àevdoiq TTOTa^ioiq fivOcoi t €ÌapivoT<Tiv 
àeXiou T€ (pXoTÌ xpw^^<*? ^e (JeXàva^ 
Kat 6aXaaaa(at(Ti òivaiq àvT{(a) Gévra jyiévoq ai&Kaq; 
5 Siravia fàg èdii Geuiv f\(J(Ju)* XtGov òè 
Kal ppÓT€oi TraXd)Liai OpaOovTi* )LiujpoO q>uJTÒq &b€ pouXd. 



SIMONIDB 211 

XX (57). Diogene Laerzio, I, 89: Outoc; (KX€ó3ouXo<;) èiroCtiaev <[a^aTa 

KOl Tpi^OU^ €l^ ÉTTT) TpiOXiXia KOl TÒ ÌTtWpa^^à TIV6? tò èiìl M(6<;i TOO- 

TÓv qpaoi TToifìaai* XaXicén rrapOévo^ €i^(. Mibeui b* èirl ammari K€ì^a^ | 
Ìot' Àv dbujp TC vài) Kai òévòpca ^axpà TcOi^Xig, | 'HéXio<; 6* dvidjv Xaiarrn 
XàjLiTTpd Te ocXfivr), | xal 1T0Ta^0l f^ péwaiv, àvakkòlx] he GdXaaoa, 1 
aÙToO Tffi€ ^évouoa troXuicXaìJTiM ènl TÙfi3^i | dn^Xéu) irapioOoi, Miba^ 
ÒTi T^bc TéOaTTTai. Oépouai òè inapTÙpiov Zi^ujviòou faina, òttou (pr\ai' 
Ti( ktX. — li Bergk pensava che in questo frammento Simonide non 
alludesse ai famoso epigramma su Mida, ma ad altra poesia di Gleobulo, 
e ciò perchè nell'epigramma si fa menzione di una xaXxér) irapOévo^ e 
nel nostro poeta invece di un XiOo^, ma la corrispondenza tra i due luoghi 
è, come vedremo, troppo evidente, e d'altra parte è abbastanza facile sup- 
porre, come per primo opinò il Seidenadel, Simon, von Keos usw., p. 5d, 
che la statua posasse sopra una colonna marmorea, e così conciliare gli 
accenni di Simonide e di Gleobulo. — 1. vóqj iriouvo^: ha valore con- 
dizionale. — Aivòou vaérav KXeóp.: Gleobulo fu tiranno di Lindo nel- 
risola di Rodi circa il 600 a. Gr. Di nazione però egli era Cario, onde 
neireepressione Aivòou vaérav è da vedere una puntura di Simonide 
airiadirizzo di lui. Da taluni venne annoverato fra i sette sapienti. U 
nostro poeta pare vada aui (e più ancora nel v. 6) ben d'accordo con 
Plutarco, Deir El in DetfOy 3, ove si dice che tanto Periandro quanto 
Gleobulo furono uomini senza virtù né senno, e che riuscirono a mettersi 
fra i sette sapienti solo per ragion dell'alto stato in cui vissero, in grazia 
del quale abbondando di amici vennero a capo di mandare per la Grecia 
certe loro sentenze. ■— S. devdoiq irora^. dv6. t' clap.: nota la cor- 
rispondenza col V. 2 dell'epigramma di Gleobulo. ^ €Ìapivot<Jiv: forma 
epica. — 3. deXiov: dor. per V(€X(ou, che è en. =3fjXtou. — xpvaiac^: 
sulFautenticità di questa parola si ebbe qualcne dubbio causato dal 
fatto che, mentre acXiou e lasciato senza epiteto alcuno, si dà poi a 
ocXdvo^ un appellativo non solito ad attrìbuirlesi nella poesia greca, che 
anzi trovasi talora riferito appunto al sole (cfr. Eurip., Med.^ 1255). Ma 
ouanto dice il Michelangeli in V, p. 95, e Toaservazione che il v. 3 di 
Simonide corrisponde perfettamente al v. 3 di Gleobulo, ove per indicare 
la luce del sole e ouella della luna si fa uso della stessa radice, dimostra, 
a parer mio, a sufficienza che il xpvoéa^ debKessere conservato. — ac- 
Xàvau^: sott. €piKoyi. — 4. Qa\aaaaiaia\:==>9aKaaaiai^. L'aggett. 6a- 

Xoaaotto^ s'incontra anche in Pind., Pit. 2, 50 OaXaooatov | bcXcptva. — 

6. OpaOovTt: dor. = epaùouat.— Pare che Simonide, sia pure € in dimo- 
strazione di verità più alte », ci pigliasse gusto a mostrare che la sapienza 
attribuita ai famosi Sette non era poi tanto grande quanto si credeva. 
Nel fr, II, come abbiamo visto, egli prova impossibile, e quindi assurdo, 
quanto si dice in una massima di uno di essi ^ ora le asseverazioni d'un 
altro lo conducono alla cotàclusione che questi dovea essere nientemeno 
che stoltol 

Metro. — Kar* èvóirXiov clòo^. Sinizesi in xpvoéa^ al v. 3. 



XXI (58). 

v> ... s/ G A 

\J \J ^ -m ^. \^ .L S^ ^ \J \^ ^|»A 



•^ \J .^ mm \J \^ ^ ^ ^Vi/..t^ 



212 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

5 



— V> — V/ »\y._ \^ 1_^ • v^ 



''Eari T\q \6foq 

làv 'ApcTttv vaieiv òucTa^pàioi^ ènì Trérpaig* 
àTvàv he HIV Geàv x^pov àyvòv à|LicpéiT€iv. 
oùbè TiàvTuiv pXeqpapoi^ Gvaxujv Icjottto^, 
5 ^ V^i\ baKéOujio^ ibpdi^ 

lvbo9€V |iÓXl], IKTlTai T* è^ àKpOV 

àvbpelaq, 

XXI (58). Clemente Alessandrino, Strom.^ IV, 585: cIkótui^ oOv Zl^Ul- 
viòìi^ TP<i(P€i' ÉcJTt ktX. Gfr. anche Teodoreto, XII, 172: oùòè Zi|liui- 
v(ÒTiv Tàv dpCTàv €ÌpTiKÓTa va(eiv (D vaiciv òè) óuaPdroK èirl irérpai^. 

— 1. XÓYo^: €vocen tradizione, dovechè iaTOpia è racconto accertato 
e iLiOOo^ favola, mito > (Michel.). Aggiungi alvo^ (Archil., fr, 81 h.) apo- 
loffo. Per XÓYcu; cfr. Pind., Nem. 9, 6 Jan òé ti? Xóto^ dvOpidiruiv. — 
2. buaa^tPdroi^ : =3 buaava^dToi^. — 3. àyvàv: la correz. dello Schnei- 
dewin, se si allontana dalla lez. manoscritta, è per lo meno molto bella. 
Per altri emendamenti proposti nella prima parte di questo verso vedi il 
Bergk ed il Michelangeli. La lez. di quesf altimo è la più vicina a quella 
de^ codd., ma riesce, se non impossibile, certo durissima. — ^tv: jon. 
(Kùhn.3, §§ 162 e 163) per aùr^v. — dincpéiTeiv : ep. = diuiq>iéiTav. — 
4. irdvTiuv : non necessaria la correz. del Michelangeli TrdvTUj^. — (Laoit- 
To^: sott. èOTi. — ò. djt: per questa posizione del rei. sing. dopo 
iidvTuuv evoTiIiv cfr. Plat., Rep.<, 566 D àaitàtetax irdvxa^ d» dv ttcpi- 
TUYXdvir|. — òaKéOupo^: quest'appellativo è dato ad dra in Sof. Filott., 
705. — 6. }xó\rji : senza Tdv. A rendere meno sensibile Fiato fra iiòXq 
ed tKtiTQi concorre la pausa. — fKiirai: il sogg. è 6^, che devesi ricavare 
dal precedente dji. Gfr. p, 54 boir] b* (b k* èGéXi^ Ka( ot K€Xapta]uiévo( ikOfì- 

— Col presente frammento cfr. in ispecie Esiodo, Op, e Q,, 289 e sgg. 
(vedi fr. II, v. 4, n.), e Quinto Smimeo, V, 49 e sgg. alirOrarov b* èrér 
TUKTO... I Kal TpT^xù taQér]<; 'ApcTfìq fipoq* èv 6è xal aòrì) \ €taTf|K€i <poi- 
viKo<; èiTe^3€pauìa kot* dKpT)^, | óipi^X^, tpaOouaa irpò^ oópavóv, e XIV, 
195 e sgg. Kctvoq b* oCttot' dvftp *Ap€Tf)^ èirl TépiaaG* tnavcv, | ipTivi \vf\ 
vóo^ éOTlv èva(ai)uoc;* otìvcx' fip* ai)Tf\<; [irpé^vov ÒOoParóv éaxi. Il con- 
cetto è assai affine anche in [Epicarmo], 287 k. Tdiv iróvujv irwXoOmv 
ànXv irdvxa Td^de' of QeoU ed m Aristot, 'Apcrd, v. 1 'Apexd, iroXó- 
|Liox6€ yévei ppoTcd^. 

Metro. — Kaxà paxxetov elbo^. Nel v. 2 anaclasi fra il terzo ed il 
quarto laéxpov. Sinizesi in Bedv al v. 3. 

XXII (60). 

"QvepujTTe, Keidai Zcùv ?ti iixdXXov toiv uttò yàq èKeivwv. 

XXII (60). Aristide, II, 513: xdxd ae dvfip xk; Iiiiiuviòeioq àM€iV6Tar 
iXjvepuiTTC KxX. — Lo Schneidewin intitolava il frammento 'Ab/|Xi|i 



SIMONIDB 213 

TTÙKTis, e notava: < Verba sunt pugilis, qui inflatus caede eoram» qaos 
prostratos morti dederat, alloquitur eum, quocum jam est congressarus ». 
Ma è molto più probabile Tinterpretazione del Farnell, secondo il qaale 
il poeta si nvolge qai ad alcuno di coloro la cui vita, fatta astrazione 
del lato animale, ben si potrebbe chiamare morte. Il confronto che il 
Farnell stesso fa con Sof., Antig., 1166-7 où T{Qr\}x* tph | lf\y toOtov, dXX* 
^^ipuxov if)YoO|Liai v€Kpóv, regge nenissimo considerando il brano sofocleo di- 
staccato dal suo contesto, ma, ove a questo si badi, il concetto di Sofocle 
risulta diverso. Nelle stesse condizioni trovasi il paragone, messo innanzi 
dallo Smyth, di Sof., Filott.^ 1018 èv 210t»aiv v€Kpóv. Corrispondenza più 
piena invece è ne' seguenti richiami: Aristof., Ran.^ 420 èv toT^ Avuj 
v€Kpo!<n, Sen., Ep. 60 hos itaqae.., ventri obedientes animalium loco 
numeremus, non hominum: quosdam vero ne animalium quidem sed 
moriuorum^ Dante, /n/l, 3, 64 Questi sciaurati che mai non fur vivi. 

Metro. — KoTÙ Paicxdov €lbo<;. 



xxm (61). 



— vy — — \»/\./__ _ — ^^ J. v>\./_ — 

OOxiq fiveu OeiDv àpeiàv Xàpev, ou iróXi^, où ppoióq. 
9€Ò^ 6 TTa|Li|LiTiTi5 • àntj^avTov b* oùòév èdiiv èv auioT^. 

XXIII (61). Teofilo, Ad Autolico, II, 8: Zijaujviòti^ : OOti^ ktX. 
In Stobeo, Ècl, phys.^ I, p. 28 si ha solo il primo verso in questa forma: 
OO. d. 9. àp. X., où iróXi^ oOxiq oO (oOti? manca nel cod. A). — 1. dpe- 
Tàv Xd3€v: è capace di qualche cosa. — 2. aÙT0t(;: lo Schneidewin 
correggeva Gvarot^, ma la correzione, sebbene in questo caso renda più 
chiaro il contesto, non pare necessaria. — Gol concetto espresso dal v. 1 
cfr. Teognide, 171-2 oOtoi dxcp BcOiv | T^vcrai àvepd)iroK oOt* àrde* 
oOt€ kokó, Pind., 01. 9, 28 draOci òé xai ooqpol xarà ba{^ov' dv&p€<; 
èyévovT*, Eur., Éraclidi, 608-9 oO riva <pimi Octìùv drcp dXpiov, où fapù- 
iroT^ov dvòpa fevéaOai. 

Metro. — 11 Peli (ediz. di Teofilo), alterando gravemente il testo ed il 
concetto, ridusse in esametri il frammento. Generalmente esso è dato in 

Quattro versetti (divisione dopo Oeiliv, PpoTÓ^, he): io Tho ridotto alla forma 
i due tetrametri xarà Paxxetov ctboc;, catalettico il primo, acataletto il 
secondo. Notisi la sinizesi in èeitiv al v. 1 e in Oeóq al v. 2. 



XXIV (62). 






V^ \J\J 



\J ■J. w — — .— y^ sj ^ ^ v^— A 



^ \J \^ J. —■-' \^ \y 



OUK ÉdTlV KttKÒV 

àvemòÓKTiTOV dvOpunroi^, òXiYqi hk xpóvij) 
Tidvxa ^eTappiTiTei Oeó^. 



214 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

XXIV (62). Teofilo, Ad AutoL, li, 37: li»iuiv{bn<; • oòk Iotiv ktX. 
— Vedi in Michelangeli, V, 104 i dubbi mossi dal Éergk intorno a questo 
frammento, e la loro confutazione da parte del M. stesso. — 1 e 2. Oòk 
I. K. dv. dvOpdiTTOK: cfr. Archiloco^ /r. 71 h., v. 1 XpiifLidruiv deXirTov 
oòbév èOTiv oòb* Amb^oTov. 

Metro. -^ Karà Paxxctov €T6o(;. La divisione dei versi é quella dello 
Schneidewin. Il Humphrey con spostamenti ed alterazioni riduceva il 
frammento alla forma di due trimetri giambici: oòk Sot* àvembóioiTov 
Avepflmoi^ KOKÓv, I ÒX(t(|j xP^vqi bé trdv fi€Tapp{iiTa 6€ó(. 

XXV (65). 

*0 ò' aO Oàvaio^ kìxc Kaì tòv q)UT^MCiXov. 

XXV (65). Stobeo, Fhril, CXVIII, 6: Ii|Liujv(bou • *0 b' aO ktX. - 
(puTÓjaaxov: ArraH XeYÓ^€vov: è fatto sulla analogia di <piXó^axo< (Eschilo 
e Pindaro). — Gol concetto del frammento cfr. Gallino, 1, 14-15 iroX- 
XdKi briioTfÌTa qpujibv xal boOicov dicòvTuiv | fpxcTOi, èv b* oIk(4i ^o!pa 
k{x€v 6avdTou, Tirteo, 9h., 11 e egg. o\ jnév ydp ToX|yi(Iiai iiap* dXXrj- 
Xoioi inévovTcq I £<; t* aÒToaxcbinv xal irpofidxou^ Uvai,«| iraupÓTcpoi 
Qvi\aKOva\, oaoOai bè Xaòv òiriooui * | TpcoodvTUiv ò* dvbpi&v irQa' diróXuiX* 
d(TéXii>» e vv. 17-18 (àpTr)aXéov fàp ómoee M£Td(pp€vov èaxl baKeiv | 
dvbpò^ qpcóYovTO^ br)tqi èv 1ToXé^^J, Orazio, IH, 2, 14 e sgg.: mors etfu- 
gacem perseauitur virum (traduzione letterale del verso simonideo), | nec 
pareti imbellis iuventae \ poplitibus timidoque tergo^ Gurzio Rufo, IV, 
14 effugit mortem^ quisquis contempserit ; timidissimum quemque con- 
sequitur. 

Metro. — Kar' èvóirXiov dbo^. 

XXVI (66). 

"EdTi Kttl (JiTclg àKivòuvov féQaq. 

XXVI (66). Elio Aristide, II, 192: 'Opa nf| Xéovxa EupcW ènixeiptti^ev — 
xal <pavQ TI xal beiXia^, ei bè poOXci, aiujTrn^ dxivbuvov r^pa^» ^ 
Ti^ Tijùv KeCuiv ?cpr) irouiTn^. Ove lo scoliaste (IH, 501) chiosava: tò bé 
otuiirfi^ dx. T- ^K ZiiLiuivibouq èarl toO Kiou. Il frammento è pure riferito 
da Stobeo {Fiorii., XXXIII, 5), il quale però erroneamente lo attribuiva 
ad Àtenodoro, nella forma "Eoti xal tò ai^f\<; (cod. Gesn. oitAv) 
dxivbuvov T^pa^;- E Plutarco {Sent. di re e capitani: Cesare Augusto, 
VII): èoTl xal aÌT^<; dxivbuvov Y^P«?- Cfr. ancora Glem. Aless., 
Pedag., II, 203, e Strom., II, 465; Greg. Nazianz., IV, p. 317; Apostoli©, 
Vili, 97; Arsenio, 242, ecc. ecc. — Cfr. col concetto del nostro fram- 
mento Pind., Nem. 5, 18 xal tò oiYdv iroXXdxi^ èOTÌ oocpUiTOTOv dvepilmip 
vof^oai, fr. 180 ?oe' 6t€ irioroTdTa a\yà<; 6bó(;, Eschilo, /V. 188 iroXXot^ 
ydp èOTi xépbo^ ti avfi] PpoTiliv. Vedi anche Eurip., fr, 218 KÒajxtx» 
bè oitn^ aTéq)avo<; dvbpòc; où xaxoO • | tò b' èxXaXoOv toOO* flbovfj^ 
inèv dirT€Tai, | xaxòv b' 6|alXnKi\ dae€vè(; bè xal nóXci, e fr, 977 €10' flv 
d(pu)vov atrèpiLia buoTfivujv PpoTiIiv. Nella stessa ode 2* del libro IH 
in cui abbiamo trovato tradotto il fr, XXV, Orazio tradusse anche questo 



SIMONIDE 215 

(vv. 25-26) : est et fideli tuta silentio \ merces. Di qui appare lecito con- 
getturare che anche in Simonide i frr, XXV e XXVI facessero parte 
del medesimo componimento poetico. Intorno al quale vedi altre pro- 
babili ipotesi del Michelangeli in V, p. 103-9. 

Metro. — Trimetro catalettico kqt* èvóirXiov €lbo^ oppure trocaico. 

XXVII (69). 

I 

w-v-r^ ^ ^y sj J. sj \j ^ \y A 

Tò fàp T€T€vr||idvov oÒKéx' SpcKTOv IcTrai. 

XX VII (69). Lo scoliaste a Sof, Ai., 375: 'Eni TCTcXcaiaévoij; Kal laoiv 
OÙK 2xo^<Jiv • Kaxà tò Zi^uivibou • T ò t à p ktX. — Gfr. Pind., 01. 2, 

15 e sgg. Til»v hi Tr€TrpaT|aévuiv | ànoiiiTov oùb* &v | XPÒvo^ 6 irdvTUiv 

Tiax^p bùvaiTo 6^|Li€v ?pYU)v TéXo^, Teog., 583-4 tà jièv vpofiéfir\K£v àafy- 
Xavóv èoTi T€véa0ai | deptd, Agatone, /r. 5 (presso Aristot., Et. a Nic, 
Vi, 2 TÒ bè Y^TOvò^ OÙK èvbéxcTcì [if\ yewéaQax) jlìóvou y^p aÙToO Kol 
Gcòq OT€p(aK€Tai, I àYévT]Ta iroictv fioo' dv fl tretrpaTKiévo, Sof., Ai., 378 
oO yàp T^voiT* dv tcOG* 6itui? oùx ODb" ?X€iv, Trach.^ 742-3 tò yàp \ 
q)ov0èv t(^ dv ÒOvaiT* dv dréviiTOv itoctv ; Plut., Consol, ad ApolL, e. 26 
TÒ ixèv fàp T€Y€Vìi|Liévov oùbè éeCp òuvotóv èOTi itoi€!v dYévT]Tov, Oraz., 
Ili, 29, 45 e sgg. non tamen irritum \ quodcumque retro est^ efficiet 
neque | diffinget infectumque reddet \ quod fugiens semel hora vexit^ 
Plinio il vecchio, Stor. Nat., Il, 7 deus nullum hahet inpraeterita ius 
praeterquam oblivionis. Ognuno ricorda la strofetta del Metastasio Voce 
dal sen fuggita Più richiamar non vale ; Non si trattien lo strale 
Quando datVarco uscì. 

Metro. — Karà paKX€tov etbo^. 

xxvin (70). 

— \j \y — ^j \j — — — Vi/— . A 

— —. \j \^ _ — _ \j \j — — 

Ouòè Kok&q (Joq)iaq èaxlv X^PKf 
61 |yifi Tiq Ix^i (Je^ivàv ÓTieiav. 

XXVIII (70), Sesto Empirico, Adv. Math., XI, 556: Iiinuivibnq ìxèv 
Yòip ó ^eXoTTOió^ qpTiai, ^r\òé KaXd^ ooqpiac; clvai xdp^v eì }xi\ 
Ti^ ^Xoi ociavi^v ùyCeiav. — Gfr. con questo frammento il carme 
di Arifrone ad *TTÌ€ia, l'antico aforismo mens sana in corpore sano, e 
specialmente il famosissimo scolio (/r. 8b.] Tyioìvciv juév dpiOTOv dvbpi 
BvaTCp, I b€ÙT€pov he xaXòv qpuàv if^véoGai, | tò Tp(TOv bè frXouTCtv 
àòóXu)^;, I Kai tò TéTapTov ffiàv fx^rà tOliv (piXurv^ il anale venne ritenato 
cosa di Simonide, tra gli altri da Clemente Alessanarino e da Arsenio. 

Metro. — KttT' èvóirXiov elboc;. 

XXIX (71). 

— \-/— .\m» ~vyC^A 



^ \y .^ sy — vy— . .._v^_ v>.> 



..V^«^_ V^v^._ ^\^ — _. 



216 ANTOLOGIA DBLLA MELIGA GaBGA 

Hq ràp àòova? fixcp 

OvttTuàv pio^ TToGeivòq f\ Troia Tupavvi^; 

Tci^ ò' 4t€P oàòè Ocujv CaXuJxòq alibv. 

XXIX (71). Ateneo, XII, 512G: Kal ot (ppoviMiljTaTOi òé, qn\aU xai 
\A€xiaTr]v òóEav èirt a(Hpiq. ?xovt€? lu^xiaTov àxaeòv ri\v fj&ovfjv etvai 
voiLiRouaiv* ZijLiuivfòìi^ iLièv otìTU)^ Xéxuiv * T(^ ktX. — 8. rà^: di- 
mostr. — Gfr. Pind., fr, 126 ^nb' dfyiaOpou répHiiv év p(qi * iroXO toi I 
(pépTiaTov àvbpl TepiTvò<; aiiljv. Lo Smyth (p. 331) richiama anche Mi- 
mnermo, 1, 1 t{^ bè p(o^, ri bé rcpirvòv drcp XP^^^^^^ 'Aq>poò{TTi(;; a tale 
stregua egli avrebbe potuto citare anche Antifane, fr. 324 k., vv. 3-4 el yàp 
d<péXoi TK ToO 3(ou Tà^ Vibovdc;, | KaTaXeiireT* oùbèv ^Tcpov f| T€evr|Kévai. 
Ma il senso di yjbovfi nel passo di Simonide è assai meno materiale, e 
corrisponde perfettamente, a parer mio. a quello del tò x^^pciv in Sof., 
Antig,^ 1170, ed anzi a auello di yjbovfi stesso ne* vv. 1165 e 1171. Ecco 
il brano sofocleo (vv. llo5 e sgg.), col quale fa veramente meraviglia 
che questi versi del nostro poeta non siano stati messi a riscontro dai 
precedenti cementatori: Tà^ t^P i^bovà^ | òrav Trpob«S)(nv dvbpc^, où 
TÌQr\}x* iyù) I tfjy toOtov, dXX' €|Lit|iuxov fjYoOfiai v€Kpóv. | irXoÙTCì T€ t^P 
Kttx' oTkov, €l PoùX€i, fiéxa, I Kal tf\ TÙpawov ox^M* ^x^v * èàv b' diTfl | 
xoÙTUiv xò xa^pciv, xdXX' èxd) KairvoO aKifiq } oùk Sv irpiaifitiv dvbpl 
irpò^ xViy yjbovfiv. — Lo Schneidewin, come riteneva rivolto a «Jerone 
infermo il framm. precedente, così stimava pure a lui indirizzato questo, 
fondandosi e sulla parola TupavvCq che in esso, al v. 2, si legge, e sul- 
Tessere il frammento di Pindaro, dianzi confrontato col nostro, detto da 
Ateneo, che lo cita dopo quello di Simonide, rivolto a Jerone (TTivbapo<; 
(bè) irapaivOJv 'l^purvi Tip Zupaxoaiwv dpxovxi) ; ma ottimamente il Mi- 
chelangeli (V, p. HO), dopo d'aver rilevato la futilità del primo argomento, 
osserva, quanto al secondo, che « se Ateneo non dice a chi erano dirette 
le parole di Simonide e poi, riferendo quelle di Pindaro, premette che 
queste erano rivolte ai tiranno di Siracusa, ciò significa proprio che ad 
esso non erano indirizzate quelle altre di Simonide ». 

Metro. — Dal v. 3 appare che si tratta piuttosto di metro xax* èvó- 
itXiov che non di metro xaxà PaKxetov €tboq. La divisione de' versi è 
quella dello Schneidewin. 

XXX (76). 



\j \.j 



Tò òoKcTv Ktti xàv àXdOeiav piaxai. 

XXX (76). Lo scoliaste d' Eurip., Or., 236: Kal ZiMUiviònC' t. ò. k. 
Tf|v àXfiOciav Pifixai. E di nuovo al v. 782: Kal Zin-* x. b. k. tV|v 
àXf|6€iav fixàterax, Platone, Rep.<, II, 365 G: oùkoOv, èireibf| tò bo- 
Kctv, (!)<; bnXoOai ^oi oi ooqpoi, xal xàv dXddeiav ^lAxai. — Per 
la preferenza data al parere suUessere cfr. Esch., Agam.^ 788-9 iroXXol 
bé 3pOTdiv xò boK€tv €lvai I TTpoxCouoi bCicYiv iTapa3dvxe(, e i due accen- 
nati luoghi delFc Oreste» euripideo: v. 236 xpdooov bé xò òokeIv, k5v 
dXìiOcia^ dirq, e v. 782 xal tò irpdxMd t' évòikóv |lioi. - TdJ boK€!v cHxw 
lióvov. 11 contrario si dice d'Amfìarao ne* famosi versi 592-4 de' < Sette 
a Tebe» di Eschilo: oò rdp boK€tv dpiaT0(;, dXX* elvai OéXei, | paOcfav 
dXoxa bla q>p€vò^ KapiroOjaevoc, | èS fjq xò K€bvà pXaaTdv€i PouXeOfiara. 



TIMOGREONTB RODIO 217 

Il parere e l'essere soao entrambi tenuti in conto in Senof., Memorah,y 
I, 7, 1 del T&p ^X€Y€v (Socrate) d)^ oùk ^\r\ xaXXiujv tlbbc, èir* €ÙboS(av f\ 
h\ f\(^ dv TK dTa6ò<; toOto ifévoiTo, 6 xal &0K6tv poùXoiTO. 

Metro. — L'aspetto metrico del frammento prova con molta probabilità 
ch^esso dovea appartenere ad un tetrametro xar' èvóirXiov clbo^. 



TlMOCREONTE KODIO. 

Intorno alla vita di Timocreonte di Jaliso in Rodi abbiam così scarse 
notizie che ben poco possiamo aggiungere a (guanto diciamo nel comento 
al /r. I. Egli ci e noto in ispecie per l'inimicizia che ebbe, oltreché con 
Temistocle, con Simonide, il quale di Temistocle fu grande amico. Si- 
monide pose in ridicolo lo stile sovrabbondante e scompaginato di lui : 
MoOod fioi 'AXK^^VT)^ KoXXiacpOpou uiòv d€ib€* | uiòv 'AXK^fiyr]^ deiòc 
MoOod jaoi KaXXia(pOpou (/r. 170). Timocreonte rispose coi seguenti due versi 
(/r. 10): Krtta jue Trpo(jfìX6€ (pXuapia oùk èGéXovra. | oòk èOéXovrd ^€ 
iTpoai)XO€ Ktita qpXuapia. A Simonide è pure attribuito un burlesco epi- 
gramma sepolcrale pel poeta di Rodi (/r. 169) : TToXXà qpayibv xal iroXXà 
iTidn^ xal iroXXà xdx' €iTTd)v | dvdpdjtrou^ xctpai TijLioxpéujv Tóbioq. Se 
l'epigramma è autentico, Simonide assai probabilmente Io compose quando 
il suo avversario era ancora in vita. Di Timocreonte non sappiamo più 
altro se non ch*e' si distinse assai come atleta e come grande mangiatore 
alla corte del re di Persia, ove, seguendo Pesempio di molti Greci, re- 
cossi quando venne esiliato. 

È notevole nella poesia di Timocreonte Tuso della triade in scolii non 
corali, ma monodici: in essi scolii egli introdusse favole (vedi i frr, 4 
e 5 del Bergk, e cfr. gli scolii attici). Di metri adoperò di preferenza il 
dattilo-epitrito (tò xar èvÓTiXiov etboO* nel fr. 6b. s'incontra il dimetro 
jonico a minore catalettico. 11 dialetto di questo poeta è il dorico; non 
vi appare alcuna speciale forma del linguaggio di Rodi. 

1(1). 

OTp. 

— v^v^_ \y \J ~ \^ — v^^_ — v^. — 

— v-^ vy — \J~0 — — 

V.' V^ A 

-~ ^ \J \J _V^N-» V^— \^— mm —, \J — — /\ 

èTT. 

I 1 

-m ^ \^ \J ..V^Vy— — _V^_ ^ — ^J ^ — >A 

_V^V^^ V^V^ — ... ^m \J — \^ ^ \^ \J mm — -A 

— v/ w _ v^ v^ _ A 

OTp. 

*AXX* €i TUT€ TTauaaviav f| Ka\ ture ZàvOniTrov alvei? 
ì\ TÙT€ AeuTuxibav, èriw ò' 'Apiaxeibav èiraivéiw 



218 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

fivbp* tcpav àn 'Mav&v 

èXeeiv ?va Xi?)aTov, ènei Ge^iaioKXn' f^x^ope Aaiid, 

àvT. 

5 nieiidrav, Sòikov, TTpoòóxav, òq TiibiOKpéovxa EeTvov èóvxa 
àpYupioKTi KupaXiKoTcTi TieKTGeì^ oò KaT&T^v 
iq TTaipib' 'làXudov 
Xapibv òè rpi' àpTupiou rdXavT ifkt, TrXéujv €Ìq dXeGpov, 

èlT. 
TOÙq )ièv KatdTtDV dòiKlUq, TOÙ5 ò* èKÒlWKUJV, TOÙ^ bè XaiVUlV, 

10 àpTupiiuv ùttóttXcuj^* *I(J9|lioT b' èiravbÓKeue T^Xodu^ 
i|;uxpà Kfìéa nap^x^v ' 
o\ b' f\(SQ\ov KTiuxovTO \ii\ uipav Oe^iaTOKXéo^ T€véa6ai. 

1 (1). Plutarco, Vita di Temistocle^ e. 21 : Ti^OKpéuiv b* ó 'Póbio^ jic- 
XoiTOiò<; èv f aiLiari KaGdrrTCTai iriKpÓTcpov toO Oe^uJTOKXéou^, di^ dXXouq 
juév èiri xp^MO<'i <puirdòa^ biairpaSainévou KaT€X6etv, aÙTÒv bè Eévov òvra 
Kal qpiXov irpoejiévou bi' àptOpiov X^t^i b' ofiTUic* 'A XX* el ktX. — 
Per qaesto fì^aiumento consulta in modo specialissimo Ahrens, Timo- 
kreons Schmdhgedicht g^en Themistokles^ in Rh. Mus., N. F., II, 
pp. 457 e sgg., Enger, De Timocreontis Rhodii Carmine a Pluiarcho ser- 
vaio alioque Plutarchi loco, Posen, 1866, e Michelangeli, V, pp. 114- 
125. — Il frammento, che potrebbe anche essere un carme intero (Bergk, 
Fiach, Zambaldi), venne ritenuto a ragione dal Rossbach, dall'Enger, dal 
Flach uno scolio (ipotesi favorita dalla sua composizione in brevi strofe) : 
dopo Tesaltazione ai Pausania, Santippo e Leotichide fatta da altri tre 
commensali, Timocreonte avrebbe fatto quella di Aristide, o, meglio, 
avrebbe vituperato Temistocle, servendosi tra gli altri mezzi, anche d un 
elogio al sommo avversario di lui. — 1. tOtc: dor. = aOT€. La 

forma dorica per intero sarebbe tOto (Kùhn.3j § 161). — TTauoaviav: i 
tre nominati prima di Aristide furono bensì illustri, ma ebbero anche 
gravi magagne. Pausania vinse a Platea, ma più tardi tramò col re di 
Persia contro la libertà della propria patria ; Santippo vinse insiem con 
Leotichida a Micale e rifiutò (Erod., IX, 120) il denaro offertogli da Ar- 
taitte, ch'era prigioniero, acciò lo liberasse (e* si ebbe dagli Ateniesi una 
statua suirAcropoIi e fu da Diodoro paragonato ad Aristide), ma fu Fau- 
tore dell'accusa e della condanna di Milziade; Leotichida, comandando 
con ottimo successo (Erod., VI, 72) le milizie lacedemoni in Tessaglia, 
lasciossi corrompere dall'oro degli Aleuadi. È evidente che Timocreonte 
volle mordere alquanto anche questi tre: ciò appare in ispecie dall'asser- 
zione, fatta dal poeta più sotto, che Atene non ebbe se non un uomo 
ottimo, Aristide (notisi che Santippe fu ateniese). — 2. AcuTUxiòav: 

Sui abbiamo la forma con eu che s'incontra pure nel già citato capitolo 
i Erodoto (72 del 1. VI): la forma strettamente dorica sarebbe AStu- 
xiòav, e fu congetturata dall'Ahrens. — 4. Sva XCparov: cfr. Sof, 

Filott., 1344-5 EXX^uiv gva | xpiOévr' «piaiov, Ai., 1340 ?v* dvbp' Ibctv 
dpiOTOv 'ApYciuiv. Soltanto, mentre ne' due luoghi ora addotti è meglio in- 
terpretare il migliore^ in Timocreonte è più conforme al contesto intendere 



TIMOGREONTE RODIO 219 

uno solo Ottimo. — Ocja. fix6ap€ Aardj : che cosa il nostro poeta abbia volato 
dire con ciò non risalta chiarissimo. La frase si spiegò ricordando Tap- 
pellativo di KoupoTpó<po^ dato a Leto, ed ammettendo che Temistocle fosse 
sin da fanciallo ipeOaTii^, dbiKO^ e irpoòÓTri^. Spiegazione più semplice 
e più probabile Ò Taltra che sappone Leto àHt€u6f)^ come il figliuol sao 
Apollo. ^ 6. irpobÓTav : « il nemico personale, non il generale par7 
teggiante pe* Medi, che fa immischiato nel tradimento di Pausania > 
nota Io Smyth, e Tosservazione è giasta e si potrebbe anche dire acuta 
se si acconsentisse ad abbassare assai la data del carme di Timocreonte. 
Ma essa probabilmente risale fino al 480 o poco lontano, ad an'epoca 
cioè in cui la condotta di Temistocle non avea dato ancora luogo a' gravi 
sospetti che contro di lui si concepirono più tardi. — 6. Eetvov: forma 
adottata dai poeti corali, ma propriamente jonica. — 6. KuPaXiKotai: 
correggendo la vulg. il Bergk avvertiva: « nisi koPqXikoI^ malis ». kó- 
paXo^ ò spiegato iravoOpro^ xaKoOpto^. — Forse 1 odio personale ha 
esagerato ({ai i demeriti ai Temistocle. — 7. *ldXuoov: dor. per Mf)- 

Xuoov. Notisi la scansione della parola: v/. In B, 656 si na Mt]- 

Xuaóv ^ — ^, in Pind., 01, 7, 74 'IdXuoov vy - v> e;, in Dionisio Rodio 
(Ant. Pal.^ VII , 716, 1) nientemeno che 'laXOooio - v> v> - e. — 
8. dpyupiou : il Bergk prima correggeva dpYOpou, ma poi, riprendendo 
la vulg., osservava : < dpTUp(ou, ^uod numeri lex tuetur, fortasse non 
sine contempla poeta dixìt, legiturqae in titulo Boeotio , CIGr. , I , 
1569, 50, et in Laconico, 1511». — xpC àpY» xdXavT*: a tanto ammon- 
tava la fortuna di Temistocle prima della sua carriera politica: se avesse 
valore una notizia che basa suir autorità molto discutibile dell' oligarca 
Gritia, Temistocle, air epoca della sua condanna capitale, possedeva 100 
talenti. — cU 6X€0pov: non già che Temistocle vi sia andato: è il poeta 
che ve lo manda. — 9. xardYUJv: s'intende in patria. — 10. èirav- 
bÓK€U€ : sarcastico. — 12. ^f| O&pav 0€|li. Y^véoBai : il senso letterale 
di questa imprecazione fu variamente interpretato (che Temistocle non 
giungesse fino alla primavera, che non giungesse mai per T. la stagione 
del raccolto, ecc. ecc. v. Michelangeli, V, p. 122, e Smyth, p. 335). 11 
significato sostanziale però non rimane certo nascosto a nessuno. Gfr. una 
formala affine e più comune in Aristof., Lisistr., 1037 dXXà ^f) djpao* 
tKOioe*. — De' fatti accennati nei vv. 5-12 variano le spiegazioni, lo mi 
accordo in parte colle conclusioni del Michelangeli, in parte me ne al- 
lontano. Seguendo il KirchhofiT (Hermes, XI, pp. 38 e sgg,) penso che 
l'epoca di cui c^ui si tratta sia il 480 a. Gr. Probabilmente in una di 
Quelle rivoluzioni, che tennero subito dietro ai primi disastri della spe- 
aizione di Serse, Timocreonte venne cacciato di Jaliso dietro accusa di 
mediamo e forse anche per opera di Temistocle (cfr. Piut., Tem.y XXI, 6 : 
v. /r. III), il quale poscia si sarebbe indotto a procacciare il ritorno 
deiresule, ma ne desistè quando i nemici di Timocreonte gli ebbero dato 
tre talenti. Dimodoché il denaro cui s'allude nel v. 6 e i tre talenti del 
V. 8 sarebbero la stessa cosa. La condotta poi di Temistocle descritta nel 
V. 9 sarebbe da riferire non a Jaliso, o, per lo meno, non alla città di Jaliso 
soltanto, ma a tutte quelle isole dell'Egeo da cui l'Ateniese con minaccie 
riscosse xpi)^axa. E dopo siffatte prodezze Temistocle, venato all'Istmo, 
dove al principio della guerra persiana s'erano raccolti, come ne dice 
Erodoto, VII, 172, irpópouXoi t^ *EXXà&0(; dpaipiiiaévoi dirò tOùv iroXiuiv 
Tiùv TÒ d|Li€{vu) (ppov€Ouaéujv ircp! ti?|v 'EXXdòa, seppe far cosi bene Tin- 
teresse proprio, che delle sostanze estorte toccogli la parte migliore (figur, 
qaanto v'era di meglio nel banchetto), restando ^li altri con poco o nulla 
(figur. con una porzione di carne fredda, ridicola in cosi lauto convito). Gosi 
intendendo non è necessaria nessuna delle numerose correzioni proposte 



220 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

di Miuxpd (per le quali v. Michelangeli, V, p. 121 : anche tc^oìuk; venne 
dal Bergk sostituito con yXou!i( sordidamente). 

Metro. — Kar' ivóirXiov clbo^, abbastanza stranamente adoperato in un 
carme il cui contenuto è satirico e violento. Spesseggiano le sinizesi: 
èTraivéui al v. 2, TijiiOKpéovTa ed èóvra al v. 5, TrXéwv al v. 8, ÓTróirXeui^ 
al V. 10, iLif) dipav e ÓcjuiaToxXéo^ al v. 12. 

n(2). 

^ \j — \j .»Vi/_A 

\jyj Vi/ _ _ — v> — A 

MoOda, ToOÒ€ ToO fiéXeo^ 
KXéo^ àv' ''EXXava^ TiOei, 
\h<; éoiKÒq Kai òiKaiov. 

II (2). Plut., VU. di Tem,, e. 21 : TToXù b* docXYcoTépqi Kal àvaireiTTa- 
|Liévi;i ^dXXov €U TÒv Gc^iOTOKXéa 3Xaa<piim'<;i xéxpiiTat fiera tì*|v <puT^v 
aÙToO xa! ti?)v xaTabixriv 6 Tiiiioxpéujv ^ofia iroifiaa^, oO èaxiv dpxn ' 
M a a xtX. — Queste parole di Plutarco possono essere un argomento 
contro Topinione di coloro che vorrebbero di troppo abbassare la data 
del precedente carme o frammento (Smyth, p. 334). 

Metro. — Kar' èvónXiov elbo^. Sinizesi in iméXeo^ al v. 1. 



Ili (8). 

^ \y \j JL vy-...C7 



OÒK &pa Ti^oKpéuuv ^oCvo^ 
MrjboKJiv ibpKiaxó^ei, 
àXX* èvTi kSXXoi br\ Tiovripoi. 
ouK ifti) ^óva KÓXoupi^* 

5 èVTÌ KàXXai àXlUTI€K€^. 

Ili (3). Plut., Vit. di Tem., e. 21 : AéYCTOi b* ó TiMOxpéuiv èwl imnbwyM* 
cpuY^tv auYKaTai|iii<pioa|Liévou toO Ge^iOTOKXéou^ • dx; oOv ó 0€iuiaTOKXn^ 
alTiav €ax6 jiìibiZieiv, tqOt' èirodioe irpò^ aÒTÓv • O ù x fip o ktX. I w. 3-5 
sono riferiti anche da Apostolio, VII, 28 e da Arsenio, 231. — 1. fioOvo^: 
jon.-ep. = imóvo?. — 3. d)pKtaTÓ|yiei : il verbo ópKiaroiiiéui (dor. per óp- 
Ktr|TO|aéu>) è congetturale. Si ha però esempio di ópkititó|lìO(; in Polluce, 
I, 39: lo scoi, del cod. Ven. delllliade (XlX, 197) usa la forma ópxio- 
TOjuiéui (ópxioTOjitìv). — 3. èvTi: dor. = 6(<j(. — 4. KÓXoupi<;: la 



TIMOGRSONTB RODIO 221 

scodata, ossia la volpe (allusione alla volpe della favola, che perdette la 
coda). Quanto all'accento del vocabolo il Bergk nota: « exspectaveras 
KoXoup((, sed secundum grammatìcorum praecepta etiam XdfyiiToupi^ (i) 
àXubirtiE) erat proparoxytonon, cf. Lobeck Proleg. Pathol. 460 sg.». Di 
KÓXoupK non si conosce altro esempio. 

Metro. — Karà PoKxetov €lbo<;. Sinizesi in Ti^oKpéuiv al v. 1. 



IV (8). 

— Wi— iB _w — \i/ — vy — — . _vy__ —vy— — — vy — G 

— \./aMVi/ ^ \J — — _v> — V^ V^Vy yu — — — Vy — — _v>wA 

''QqpcXév a*, (h xucpXè TTXouie, |Lir|T€ t^ \if\T èv GaXdacJi] pi^i* 

[év ^7T€Ìpt}l <pavfì|i€V, 

àXXà Tdpxapóv re vaieiv Kàx^povia* òià aè fàp nàvj {iox) 

[èv àvepiÙTTOi^ KaKà. 

IV (8). Lo scoliaste d'Aristofane, Acam,, 532: Tmoxpéujv bè ó TóMoc 
fi€Xoiroiò^ toioOtov ^pat|i€ okóXiov xarà toO TTXoùtou, oO A àpx^ ' 
" Q (p € X € ^ ktX. Il passo è pure riferito nello scoi, a Ran., 1*502, ed. 
Aid. (dove si legge Y€ vaiciv) e in Snida a ZkóXiov (dove si ha 6(p€X€^>. 
Cfr. Isidoro Pelusiota, Ep., II, 146: 'EGo^ fjv iraXaiòv Mcrà Tf|v auv€- 
axiaoiv fiTTT€aeai XOpa<; xal ^bciv 'AiróXoio, di TTXoOtc, koI |Lif|T€ 
èv T^ (pavein? }ii\r' èv eaXdaair|. — 1. "fìcpeXcv: impersonale 
come in Pind., Nem. 2, 6 òqpciXei . . . viKdv Ttuovóou tratba. Lo Smyth 
cita ancora Luciano, Dea Sir,, ola ^firc... è^è lòéoOai (IicpeXc. — TuqpXè: 
Tepiteto è dato a TTXoOto^ anche da Ipponatte, /r. 25 h., 1 è^ol bè 
TTXoOto^ - èOTi Tàp XCìiv TuqpXóc; - ktX. — ^jiTcipip : la tautologia fra 
^ncipip e y4 ^u causa che si tentasse di correggere o l'uno o Taltro. Lo 
Schneidewin leggeva oòpav(|) al posto di yjiT€{pqj, il Farnell ixi\ 'iri t4- 
in luogo di |af|T€ Ttl' ^^i come già in parte osservava il Michelangeli, 
nessuna di queste due parole può essere toccata, perchè la stessa, iden- 
tica tautologia che in Timocreonte, occorre pure negli « Acarnesi », ai 
w. 533-34, e ciò è garanzia della bontà della lezione. Quivi Aristofane 
dileggia Pericle, contro cui dice (cominciando dal v. 530) : èvTcOOev òpTt) 
TT€piKXèii(; oùXó^1rlOc | fiarpairr', èppóvxa, SuvExOxa Tf|v 'EXXdba, | èxiOei 
vójaou^ dioiTCp OKÓXta T€Tpamaévou^, | il>^ XP^ tAcfapéat; hì\t€ yfl fif^r* 
èv dTop^ I ^i\T èv OaXdTTij ^f\T* èv ^iireipip ^éveiv. Si dovrà dunque dare 
alle parole un significato alquanto diverso dal loro solito? Certo che, a 
lavorar di fantasia, c'è sempre modo di cavarsi d'impicci. Tanto per 
dire anch'io la mia, noterò che insieme coli* interpretazione del Miche- 
langeli (v. pag. 129) si {)Otrebbe mettere questa, se non altro, meno im- 
possibile, che t4 ^^ riferisca alla Grecia, OaXdoop non al mare, ma alle 
isole sparse nel mare Egeo, ed ^ireipip al continente asiatico. Questa 
spiegazione potrebbe confortare l'ipotesi del Mehlhorn, il quale sospettava 
che anche questo frammento facesse parte di un carme composto « in 
Themistoclis avaritiam..., statim post pugnam Salaminiam, quum Themi- 
stocles ab insulanis pecunias exigeret ». Ma è molto più probabile che 
il poeta sia incorso senza pensare affatto a simili sottigliezze nella tau- 
tologia, che ha qui Tefiètto di dare maggior forza all'espressione del suo 
desiderio. — Si noti l'assenza di forme doriche in questi versi. Può darsi 



222 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

che il frammento sia stato scritto cosi originariamente oppure atticizzato 
dappoi, come gli scolii di Prassilla. 

Metro. — Forse due esametri kot* èvóirXiov etòoq, acataletto il primo, 
catalettico il secondo. 11 metro potrebbe anche essere trocaico. La divi- 
sione in due versi venne data dal Boeckh; il Brunck divideva in sei di- 
metri, di cui il quinto catalettico e gli altri acataletti, TEngelbrecht in 
quattro versi. 

Corinna. 

Corinna nacque in Tanagra da Acheloodoro e da Procratia. Siccome 
la città di Tanagra appartenne per lungo tempo a Tebe e la poetessa 
dimorò, sembra, a preferenza nella capitale beotica, cosi ella potè da ta- 
luni essere ritenuta anche nativa di questa. Delle vittorie o, meglio, della 
vittoria ch'ella riportò su Pindaro, diciamo diffusamente nelle note al 
fr. II: qui aggiungeremo soltanto a tale proposito come F appellativo di 
« porca » beota, che le sarebbe stato gratificato dal vinto poeta dopo la 
patita sconfitta, non è da credere offensivo a quel modo che sarebbe per 
noi : tale epiteto si riferisce soltanto all'arte conservatrice di Corinna, arte 
la quale al gusto raffinato di Pindaro dovea sapere alquanto di contado. 
Di Pindaro, stando alla biografia metrica di lui, la poetessa di Tanagra 
fu maestra : secondo Plutarco, De glor. Athen.^ e. 4, ella gli avrebbe in- 
segnato la giusta misura da tenere nelFunire i miti colla trattazione del- 
Tattualità. Narra infatti Plutarco come, avendo Pindaro fatto vedere a Co- 
rinna un inno in cui la parte mitica facea totalmente difetto, ella ne lo 
rimproverasse: il giovane poeta allora in un secondo inno non seppe 
tenersi dal cadere nell'eccesso opposto, per il che la poetessa ebbe ad 
ammonirlo che tQ X^pl ^^^ aiT€Ìp€iv, àXKà juf| 6Xi^ tiI) OuXdKip. L aned- 
doto può anche essere vero. Dalla biografia esichiana ài Corinna appren- 
diamo ancora ch'ella fu denominata Muta. Il soprannome è assai proba- 
bile che le sia stato dato per la tenuità della sua poesia: si vegga Stazio, 
Selv., V, 3, 158 tenuisque arcana Corinnae^ e si pensi che Sa£R) ed 
Erinna vennero paragonate piuttosto ad un'ape. 

Corinna compose epigrammi e nomi: le sue poesie comprendevano, 
all'età degli Alessandrini, cinque libri. Sappiamo che in un carme cantò 
Atena (cfr. ArU, Pai,, IX, 26), ma in generale furono soggetto de' suoi 
versi gli eroi e le eroine della Beozia. Della Beozia ella celebrò l'eroe 
eponimo Beote, figlio di Posidone e di Arno o Melanippe (fr. 1b.): al- 
trove la sua Musa tessè le lodi di Jolao (fr. 5b.) o narrò della spedizione 
de' Sette contro Tebe (fr. 6b.). 11 più famoso di tali carmi sembra però 
essere stato il KaTdiTXou(;, in cui trattavansi le vicende del celebre caccia- 
tore beotico Orione (/"rr. ^3 e forse^ /r. 8): in altro nomo trovò luogo la 
narrazione delle mitiche origini dì Tanagra, la quale sarebbe stata fon- 
data da TToiimavòpo^, figlio di Apollo e di Atdouoa, e sposo di Tanagra, 
figliuola di Eolo (fr, 28): in un altro ancora, che probabilmente ebbe il 
titolo di < Miniadi », la poetessa raccontò la stona delle tre figlie di 
Minio, Leucippe, Arsippe ed Alcatoe, gravemente punite da Dioniso per 
averne disprezzato il culto (fr. 32). Nella scelta de' metri Corinna, fatta astra- 
zione dell'esametro, mostra l'influenza de' poeti eolici di Lesbo nella pre- 
ferenza che dà a brevi versi kotò 3aKxe!ov elbo^, tra i quali il gliconeo 
ha molta parte. Ella adopera il dialetto beotico (Paus., IX, 22, 3 ^bev 
où Tfji (pujvQ Tfji Auipiòi <&aiT€p ó TTivòapo^, àXXà órroiqi ouvnaeiv SjaeXXov 
AioX€!(; (s'intende, gli Eoli della Beozia)), e questo nocque senza dubbio 



CORINNA 223 

alla diffusione della fama di lei fuori della Beozia. Gontuttociò essa lasciò 
il nome della più grande poetessa greca dopo Saffo, e fu anche da taluni 
inclusa nel canone alessandrino dei poeti lirici. La sua patria, superba 
di lei, le fece erigere una statua. 

1(2). 

- v^ -. v> - G "a" oppure i_ . L_ . o . i_ . i_ 
NiKao* 6 |LieTaXo(J0évTi? 
'Qapiujv, x^pciv T* àn iovq 
TTcldav iuv0^av€v. 

I (2). Apollonio, Dei pron,y 358 B: 'EoOc* a^xì] dxóXouOo^ AwpiK^ Tft 
T€oOc, 3 ouv€x0&5 kqI Kóptvva ^xP^^^oto èv KaTÓirXtj) * Nixao* ktX. — 
1. NiKao*: reminiscenza epica neiromissione dell'aumento. — 2. *Qa- 
piuiv: Nicandro, Ther., lo, ne dice che secondo Corinna Orione, partito 
di Tana^a (sua patria secondo i più), incivili molti paesi e li purgò da 
belve. Di qui pare si possa inferire che il KardTrXou^ celebrasse le im- 
prese di Orione, eroe neotico (Mùller, Orchom.^ 100). A quale terra però 
questi abbia dato il suo nome non è possibile stabilire. Lo Schneidewin 
congetturava trattarsi di Hyria, ma per convenire con lui bisognerebbe 
ammettere che Corinna accettasse la bizzarra etimologia del nome del- 
l'eroe derivato dalla sua miracolosa nascita (cfr. Ovid., Fasti^ V, 535-36 
hunc Hyrieus, quia sic genitus, vocat UHona : | perdidit antiquum Ut- 
ter a prima sonum). La cosa si può supporre, ma non ci è attestata in 
alcun modo. Quanto poi ad un vero ravvicinamento fra il nome deireroe 
beotico ed Tpieùq od oòpetv bene osserva lo Smyth fp. 339) che la forma 
più antica 'Qapiuiv lo dimostra impossibile. — àizi il Killer ed il Meister 
corressero dcp*. — éoO^ : beot. per oO (Kùhn.s, § 160). — 3. divO|aav€v: 
(u beotico = per suono airt« latino): la correzione del Killer e del Miche- 
langeli nella seconda sillaba è motivata dalfessere la scrittura beotica del- 
Tou per u posteriore al tempo di Corinna (cfr. Meister, I, pp. 212, 231-2; 
Fùhrer, De diaL Boeot), Notisi che € la tradizione dei frammenti (di 
Corinna) a noi giunti, per quanto riflette il vocalismo, non è punto rispon- 
dente al vero, perchè i grammatici, che nei secoli 4. e 3. rivolsero la loro 
attenzione alle poesie di Corinna, introdussero in esse Tortografla beotica 
delFetà loro » (Meister, I, p. 212). 

Metro. — Karà paicxetov etboQ. Sinizesi in éoO^ al v. 3. 

n (21). 



— Vi/ — v^ 



wm ^ ^J "^ .v^O~ V./A 



\J\J V./ i_ — \J .^ —. \^ Ky\J Vi/ W V./ 



Mé|iq)0jjiai òè Kai XiTupàv Mupiib* luivTa, 
ÓTiPavà q)Oa' ipa TTivòàpoio ttot' Ipiv. 

II (21). Apollonio, Dei pron,, 324 G: Géfia èariv, 6 ouZOtw^ oÌ aÒTol 
(Boiurroi) qpaol tQ |uièv èTibv Tf|v iibv, rfj hi ^ywYfa xfjv iidvYo* Kópiwa* 



224 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

Mé^qpo^ai ktX. — 1. Méfiicpo^ai... xai: a ragione il Michelangeli 
disapprova le correzioni fxé}iq>o[if\ e kì] del Boeckh, perchè la scrittura 
beotica delitti per ai (dai Beoti pronunziato è) è posteriore al tempo di 
Corinna (cfr. Meister, I, pp. 212 e 238). — Mupxfò': Plutarco, Quest. gr,^ 
e. 40, dopo d'aver riferito la leggenda di Eunosfco e di Ocne, ricorda che 
ne poetò Mirtide di Antedone [in Beozia). Dicesi che essa sia stata 
maestra non solo di Corinna, ma eziandio di Pindaro (v. Suida sotto 
TTivbapoq). — tiiivya: la forma (beot. = éruiTc) appare anche nella risposta 
del BoiuiTÓ(; degli « Acarnesi » al v. 898. 11 Wolf ed il Valckenaer scri- 
vono con spirito dolce. Quanto airaccento ed allo spìrito di questa voce 
osserva il Bergk (p. 549): « de accentu ambigi potest, sed paroxytonon 
tuetur ^rammaticus Etvm. M. 315, 11 quamvis futilibus argumentis usus, 
sed antiquam haud dubie memoriam secutus. Aspiratio, ^uam Thrypho 
testatur, quam non recte Ahrens addubitavit, non caret ratione: nam de- 
bebat lÀv dici, sed traiectus est, ut alias saepe, spiritus asper, qui quidem 
ex gutturali littera exortus est, quae fuit a principio, quamque reliquae 
dialecti graecae linguae servaverunt ». — 2. pavd: Erodiano, irepl 

MOV. XéS., 18, 25: Tò t^P Trapà Kop{vvi3 pdva oò xoivòv oòbè d^ vt) Xfj- 
Tov, àXXà lòiov 6é|aa BoiuiTdiv raaaójaevov àvxl toO yuv^. — pavà q)ua*: 
cfr. Each., Seite^ 1038 Tuvf) Trep oOaa. — TTivbdpoio: se la forma none 
guasta, è un gen. epico. — iroT*:= hotì, dor. per npó^. — ^piv: 
qui adunque Corinna rimprovera Mirtide d*avere osato, donna, misurarsi 
con Pindaro. Ma la tradizione attribuisce anche a Corinna la medesima 
audacia, che anzi fu coronata da buon successo, avendo essa vinto (sempre 
secondo la tradizione) nientemeno che cinque volte Pindaro in Tebe. Come 
conciliare pertanto da una parte il rimprovero di Corinna a Mirtide e 
dall*aitra Tardimento suo? Parecchie ipotesi, tutte assai poco probabili, 
sono state fatte. Due appaiono già in questo passo deirOleario, Depoétriis, 

E.23esg.: « An Myrtidi tribuendae, quas Corinnae antiquiores tri- 
nerunt victoriae? an, poetica magis aucta facultate, animum mutavit 
Corinna? >. 11 Reisch, De mus, certamin., 56, si mostrò disposto a negare 
la tradizione delle gare della poetessa (ed anzi anche di Mirtide) col sommo 
compatriota. A volere assolutamente trovare una conciliazione fra la tra- 
dizione ed il nostro frammento si potrebbe supporre che Corinna abbia 
vinto una volta (Flach, pp. 675-6), non cinque, Pindaro in un certame 
musicale in Tebe, ma, piuttosto che per vera superiorità di merito, per 
effetto della sua bellezza e perchè i buoni giudici provinciali, che diedero 
la gran sentenza, intendevano meglio il dialetto beotico da lei adoperato 
che non la lingua letteraria di Pindaro (Paus., IX, 22, 3): che da buona 
intenditrice abbia però compreso le cagioni del successo riportato, e, lunge 
quindi dal menare scalpore della poco gloriosa vittoria, abbia sinceramente 
biasimato una donna che, non possedendo forse entrambe le qualità che 
avevano fatto trionfar lei, arrischiavasi a scendere neirimpari agone. 

Metro. — Kaxà paxxcTov cTòoc;. In TTivòdpoio al v. 2 la terza sillaba è 
breve perchè Ti è consonante che s'appoggia all'o seguente. La distribu- 
zione del frammento in due versi è del Valckenaer. 



Fratina. 

'Pratina nacque a Fliunte: la sua àKnf\ è posta nell'Olimp. 70 (circa il 
500 a. Cr.). Fu autore di dicìotto tragedie e di trentadue drami satireschi. 
Gareggiò con Eschilo quando questi presentossi per la prima volta al 
concorso dramatico. Dicesi che non abnia riportato se non una sola vit- 
toria. Mori prima del 467. 



FRATINA 225 

La maggior fama ei la dovette ai suoi drami satireschi, che egli pel 
primo introdusse in Atene. Della questione se il fr. (1) sia da credere un 
coro d*uno di siffatti drami o dehbasi considerare come un iporchema a 
parte, tocchiamo nelle note. Esso combatte vivamente la soverchia impor- 
tanza concessa al flauto ed in ispecie poi la prevalenza data, alFetà del 
poeta, airaccompagnamento musicale sulla poesia. In un altro frammento 
{fr. 5b.) Fratina esorta a lasciare le armonie missolidia e jonica (cfr. 
Flach, p. 664 e n. 4) ed a scegliere Teolica. Di un terzo componimento 
poetico, di cui ci è stato conservato il titolo sotto la doppia forma di 
AOoMaivai f\ Kapudribe^, si dubita pure se sia stato un carme o un 
drama satiresco. 

(1). 



v-/ N> ò^ ^ v/ v^«^ vyyy^v^O- sa \j ± sa sa - 

\a v> \asa sa sa -^ sa \a JL \a sy — 

5 2. ""-^ 

•L sasa — sa\a J, sa — sa 2. sa " sj ^^ A 

— sa I. . • J. sa I ( ^ \a -^ sa JL sasa — sasa I . %, — A 

., ± sa ^ su J. sa - A 



-L sa — \a JL sa 



JL sa ^ sa J. sa ^ sa J. sj - sj J. sj \_ . ± 



JL sa - sa J. s^ - A 

10 J. sa [^ . ± sa ^ A 

S. sa — sa JL sa — s^ 

^ù^ sa sas^ sy y^^sa s. sasa A 



./.....,.. .^. . ..^ .. ' 



sa I » JL s^ .^ sa J- sa -^ sa sa 

15 J- sa \ , -iv^l_. JL sa Z A 

J. sa - ^ JL ^ ^ sa ± sa - sa \1. * Z A 

J. sa — sa J. \a -^ sa J. sa 1^^ , J. s^ ^ sa I , — A 

Tiq 6 GópuPo? 6ò€; ti tabe tà xop€Ù|LiaTa; 
TI? uppig JjLioXev èitì Aiovucriàba noXuTràTaTa GujiiéXav; 
è)Liò? è)Liò? 6 Bpó)Liioq • èjiè bei KeXaòeiv, èjiè bei TraTareìv 
àv* òpea Oùjievov jietà Na'idbujv 

5 olà T€ KÙKVOV fiTOVta TTOlKlXÓTtTCpOV )Ll€Xo?. 

Tàv àoibàv Katéaiacre ITiepìg pacriXeiav ó b* aòXòg 
Oaxcpov xopcw^Tuj* Km TÓp èa6' ùitrip^Taq. 

Taccone, Antologia dèlia melica grtca. 15 



226 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

Kui|ii|i jLióvov Gupa^dxoiq t€ TnjTMaxiaicTi veujv GéXei 

£)iji€vai atpaTTiXdTa^. [trapoivcDV 

10 TiaTc TÒv qppuviou 

TTOiKiXou TTVoàv f x^via ' 

(pXéT€ TÒV óXoaiaXoKÓXa^ov 

XaXopapuóira TTapa|i€XopuG)LiopdTav 9' 

UTra(l) TpuTTÓvip bé^aq Tr€iTXa(T|i€Vov. 
15 f\v lòoù- fiòe aoi beEia? 

Kai ixoòòq òiappiqpd, GpiainpoòtOiìpa^pe' 

KiaaóxaiT* fivaE, fiKoue ràv èjiàv Auipiov xopc5«v. 

(1). Ateneo, XIV, 617 B: E Fratina di Fliunte dice che, mentre flau- 
tisti e coristi mercenari occupavano Vorchestra, ctdiravansi taluni perchè 
noni flautisti accompagnavano col suono icori, com'era patria usanza, 
ma i cori seguivan col canto i flautisti : Vira pertanto cKegli avea contro 
coloro che in tal modo operavano Fratina manifesta col seguente ipor- 
chema: Tic; ó Bòpupoc; ktX. — Che questo carme (carme e non fram- 
mento, come risulta fuor di dubbio dalle parole d'Ateneo) fosse un ipor- 
chema è cosa universalmente accettata, ma non tutti ammettono ch'esso 
costituisse un coflaponimento lirico indipendente. 11 Blass in Neue Jahrbb. 
f. PhiloL u. Paed., CXXXVII (1888), pp. 663 e sg., riprendendo un'opi- 
nione eh era già stata espressa da G. 0. Mùller in Kleine Schriften, I, 
519, sostenne che Fratina non fu mai poeta lirico e che il presente canto 
appartenne ad un drama satiresco, di cui fu il principio. L'ipotesi del 
Blass trovò seguaci, in ispecie il Hiller, che l'accolse pienamente. E per 
vero la seconda parte, data l'importanza di Fratina come autore di drami 
satireschi, sembra abbastanza probabile, tanto più che da' vv. 3, 16, e 17 
appare quasi legittimo il congetturare che il carme fosse detto appunto 
da un coro di satiri: la prima parte però dell'ipotesi del dotto filologo 
tedesco non è assolutamente ammissibile, stando contro di essa la testi- 
monianza di Flutarco, che. De mus., 31, accenna a Fratina come a poeta 
lirico. Si comprende di leggeri, né ciò abbisogna di spiegazione, come, 
anche accettando, a quel modo ch'io fo, la seconda delle conclusioni del 
Blass, non sia proprio indispensabile classificare questi versi del nostro 
poeta fra le reliquie del teatro. — La data del carme pare si possa met- 
tere nel lasso di tempo che corse dal 479 al 467, perchè Aristotele, Poi,, 
1341 A 30, ne dice che dopo le guerre persiane i flautisti, i quali per 
pubblico decreto erano stati cacciati da Atene, vennero riammessi in 
città non solo, ma presto salirono in grande onore. — 1. ó Oópupo^ 
òòc: il Michelangeli, in principio del comento metrico (VI, 10), osserva: 
« Deve notarsi che il poeta intende mettere in parodia lo strepito e la 
licenziosità della nuova musica, e in particolare la soverchia tendenza 
alla soluzione delle arsi, soluzione di cui egli pure comicamente usa ed 
abusa nei tv. 1-4 e 12-13, dove essa efficacemente risponde al concetto sa- 
tirico ». Con tali parole l'egregio cementatore mostra di riferire il Gópu^o^ 
alla parte iniziale dello stesso iporchema di Fratina. Ma ci avverte Mario 
Vittorino (li, 11) che « hoc metro (proceleusmatico) veteres satyricos 
choros modulabantur, quos Graeci eiaóòiov ab ingressu chori satyrici ap- 
pellabant », mentre il proceleusmatico non era ammesso negli anapesti di 
composizioni più severe, dimodoché rimane dubbia resistenza della parodia 



FRATINA 227 

veduta dal Michelangeli, ed il Gópupoc; è da attribuire piuttosto ad una 
rappresentazione antecedente a quella di Fratina. A conforto di questa 
interpretazione è da ricordare che nella tragedia stessa (cfr. Sof., FiloU.^ 
202) abbondano le soluzioni in que* luoghi che ritraggono vivo eccita- 
mento. Notisi il senso dispregiativo di ÒÒ€. — In tutto il v. 1 e sulla 
fine del secondo si rilevi laccumulamento di suoni dentali. Simili esempi 
di iTap/|xn^i<^ ^on sono rari negli antichi scrittori greci e romani: per 
il i è famoso il v. 371 dell'* Edipo Re > di Sofocle TutpXòq xd t* (bra 
TÓv T€ voOv Td t' 6)Li|LiaT* €l. Cfr. anche Ai., 528 tò xaxOèv €0 toX)li$ 
T€X€tv, Ed. a Col., 1547 rflò*, iBbc, Tf)Ò€ pftTC • Tf|Ò€ ydp M* dT€i» Ennio, 
Ann., I, 151 o Tite tute Tati tihi tanta tyranne tulisti. Per il p vedi 
At., 1112 iróvou iToXXoO irXéiy, Elett, 210 iTo(vi)Lia ndOca iraOdv itÓ(»oi, 
per Vs poi Ed, Re, 425 & a' èEiadiaei oo( t€ xai toT^ ao!^ Téicvoi<;, Eurip., 
Med,, 476 Haiuaà &• U)^ laaotv 'EXXnvtov òooi. Cfr. infine anche Gic, Pro 
Cluent., 35, § 96 iudicium iudicii simile, ittdices. — Nel v. 1 si osservi 
ancora la differenza di costruzione in t(^, conc. con Gópu^o^, e tì. — 
2. iToXuirdTaToi: notisi Teterodisia introdotta certo per ragione metrica. 
— Ou|iéXav: osserva assai bene lo Smyth come qui il vocabolo indichi 
non l'altare, ma lo spazio intorno all'aitare, l'orchestra. — 3. è)Liò^ èjLi. 
ó BpófLitoc;: chi presta la parte più importante del culto a Bromio (epit. 
di Dioniso : cfr. Elurip., Cicl., 1) è il coro co' suoi canti (secondo l'ipotesi 
dianzi accennata), non il flautista co' suoni. — 4. 60)li€vo^ : la forma 
è difesa dal Curtius come un aoristo del genere di oOfuievo^, KXOjLtevoc;. 
Il Michelangeli (VI, 4) annota: e Questo Q\ì\xì, poetico, che vale mi slancio, 
infurio, non è da confondere col più comune Oùto, brucio profumi, sa- 
crifico i^. — Na'idbuiv: nel fr. Il d'Anacreonte, vv. 2 e 4, abbiamo già 
visto le Ninfe axìiinaiUvv con Dioniso. — 5. iroiKiXóirTcpov : conc. con 
ViéXoc;, non con kùkvov. Il composto inverso di questo (iTT€pono(KiXo^) 
ricorre in Aristof., Ucc, 248. — dyovTa fLiéXo^: l'espressione ha sem- 
plicemente significato analogo a quello di dYCiv yéXwra (cfr. Sof., At., 382), 
dY€iv ktOttov (Eurip., Or.. 184), non vuol dire guidare il canto, fare la 
prima parte. — 6. 3aoiX€iav : cfr. Pind., OL 2, 1 'Avagiq)óp)LiiYT€<; 
O^voi. — Coi vv. 6-7 cfr. il seguente passo di Plutarco, Be mus., 30: 
TÒ ydp iroXaiòv au^3€3i^K€i toù^ aùXriTà^ irapà rttiv ttoititOliv Xaii^dvEiv 
Toùq )Liia6oò^ irpuiroTuiviOToOaTi^ òr^Xovóri if^ iroir^acujc;, Tdiv ò' aù- 
Xt^tuiv òinip€ToóvTuiv Tot^ òiòaoKdXoK;. — 8. }oh\i\^i il canto del 

KUJfxo^ andava unito al suono del flauto ed alla danza: cfr. Anacreonte, 
fr. 20 B. t(^ èpatJ^iiiv | rpé^ia^ Gujiiòv è^ fiPi^v TCpévuiv if)|iióiTuiv ótt' 
aùXuiv I òpxctTQi; Era il canto dei gozzoviglianti, che, dopo un lauto 
banchetto, andavano a far la serenata a qualche fanciulla (cfr. Alceo, 
fr. 56 B. AéSai |lì€ KuifLidZovTa, òéEai, XiaoojLtai oc, XiaaofLiai) oppure ac- 
compagnavano a casa qualcuno della gaudente brigata. — Gol contenuto 
del V. 8 lo Smyth confronta Galeno Hipp. et Plat. dogm. 9. 5 Adjuujv 
ó jiouaiKÒ; aùXriTpibi irapaTCvóiievoc; aùXoOai] tò OpÙYiov vcaviaic; tioIv 
oivuijLtévoK; Kal fLiaviKà drra òiairpaTTOinévoK; èxéXeuc aùXf)aat tò Aibpiov, 
e Cic. de consiliis suis voi. 11. p. 75 (B.-K.) ut cum vinolenti odo- 
lescentes, tihiarum. etiam, cantu, ut fit, instincti, mulieris pudicae fores 
frangerent, admonuisse tibicinam, ut spondeum caneret, Pytkagoras 
dicitur. — 10. irate: per il senso del verbo nel nostro caso è assai 
opportuno il raffronto con Aristof., Vespe, 456 irate toù^ aepr^xa^ dirò tt)^ 
oucia^ (cioè tra{uiv dir^Xauve). ^ 10 e 11. tòv (ppuv(ou iroiK. irv. ì%.'. 
TEmperio avvertiva : « Comparatur tibiae sonitus cum voce rubetae, quibus 
sane aliqua similitudo intercedit. Intellegendum vero illud rubetae genus 
cujus dorsum taenia diversi coloris variatum est, quam nunc Calamitam 
dicunt. Hoc enim genus et vocem mittit tibiis simillimam et in Graecia 



228 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

reperitur etiam nuno. — 12. ÓXoaioXoKdXaiLiov : a ragione osservava 
il Michelangeli (VI, 8 e 9) che la lezione del ood. P (VL con spirito 
dolce, A ÓXoaiaXov KÓXa^ov) dà un senso migliore di quello deiremen- 
damento deirEmperio òXcaiotaXoKdXa^ov, « poiché maggiore efficacia co- 
mica ha il chiamare il flauto canna tutta^saliva che canna rovinarla- 
Uva ». Lo stesso Emperio del resto, proponendo la sua correzione, dichiarava: 
« Antiqui tus traditum ÓXooiaXoKdXo)Liov, in quo fortasse acquiescendom 
est ». -— 13. iTapa^€Xopu6^opdTav : oc, tòv {>u6^òv tiXiv ^eXtXiv irapa- 
3aiv€t. — 14. ófrai: jon.-ep.= ùwó. — bé^o^: accus. di rei. — 

16. 6pia|LiPobi60pa^P€ : formazione press'a poco del genere di quella di 
^axx^PaKXo^. Il significato dell'epiteto dato qui da Fratina a Dioniso è 
trùmfii, trionfo di Zeus (Ot>pa^po^ = 6p(a^po<, lat.-arc. triumpies, e òi 
per bit). — Quanto alllnterpretazione de' vv. 15-16 il Michelangeli (VI, 10) 
avverte: «il coro dei cantori e danzatori, dopo aver rampognato e deriso 
Tarroganza de' rumorosi flantisti e cacciato costoro, volge la parola, non 
ad essi, ma a Bacco e primamente gli dice che Topera propria, cioè di 
mimica (bcSidO e di danza (irobó<;), è veramente convenevole a lui (oot)... ». 
Io credo invece che il coro si rivolga bensì a Dioniso, ma dicendogli al- 
l'incirca : *^ Ecco che razza di suoni e di danze costoro hanno Timpudenza 
di rivolgere a te „. 11 òcHiS^ ed il irobó^ si riferiscono pertanto a coloro 
che hanno dato così soverchia importanza al flauto, ed hanno riscontro il 
hehà^ in XoXopapuóira del v. 13 (significando bcSt&c; bioppicpd lo scorrer 
delle dita su e già pel flauto), ed il irobó^ in irapa^eXopuBjLtopdTav dello 
stesso V. 13. In sostanza a' seguaci della maniera di Leso (che qui sembra 
combattuta), si dice che la loro musica è un confuso frastuono di chiac- 
chere e la loro danza arritmica. — 17. dxouc... xopciav: cfr. Esch., 
Sette, 103 ktùicov b^òopKa, 554 x€lp b* óp^ tò bpdmiLiov, Sof., Fitott., 202 
iTpotxpdvr) ktOito^, ecc. ecc. — Aibptov: nella grave armonia dorica. 
Acciocché le parole stesse, non il solo contesto, esprimessero il contrasto 
con questo luogo (particolare che non era certo punto necessario agli 
uditori di Fratina) il Bergk correggeva a' vv. 10-11 irote tòv <>pÓTCi "tòv 
doiboO I iroixiXou irpoax^ovTa. L'agg. Adipto^ ò a due terminazioni come 
ZKajLidvbpiot; in Sol., At., 418, A)f]Xio^ in Eurip., TVo., 89. 

Metro. — Partendo dal punto di vista delle variazioni del metro il 
carme si divide in sette periodi: il primo, dal v. 1 al v. 4 compreso, è 
anapestico; il secondo, che abbraccia i vv. 5-7, è logaedico-trocaico (nota 
i eretici dei vv. 6 e 7); il terzo (v. 8) è giambico; il quarto (vv. 9-12) 
è trocaico (eretici al v. 10); il quinto (v. 13) è anapestico, come il primo; 
il sesto (v. 14) è giambico; il settimo infine (vv. 15-17) ancora trocaico 
(eretici al v. 15). Per le frequenti soluzioni delle lunghe cfr. quanto si. 
disse in nota al v. 1. 

DiAGORA. 

Diagora, figlio di Teleclide o Teleclito, nacaue in Melo, e fu un più 
giovane contemporaneo di Pindaro e di Baccnilide: la sua àKiii\ vien 
posta neirOlimp. 78. Da Diodoro. XIII, 6, taluni indussero ch'egli abbia 
dimorato e a lungo in Atene (Bergk, Comm. de rell. com. att. ant., e 
Fiach, p. 662) : la cosa rimane però dubbia. È certo invece che gli Ate- 
niesi, i quali volevano esercitare la censura sui costumi ellenici, condan- 
narono Diagora a morte come ateo, con taglia di un talento d'argento 
a chi lo uccidesse e di due a chi lo desse vivo nelle loro mani. Sembra 
che dopo tale decreto Diagora abbia dimorato in Pellene, che rifiutò di 
consegnarlo. Delle relazioni del poeta con Mantinea tocchiamo nelle note 



DIAGORA 229 

al /V. II: forse egli fu colà prima di volgersi aira teismo. Del passaggio 
di lui dalla profonda venerazione per ^11 dei, che pare si manifesti nei 
due frammenti a noi giunti, alla negazione di essi la tradizione riferisce 
una causa che ha tutta Taria di una favola. Un competitore rubogli un 
peana e, dopo d'aver preso giuramento ch*egli non avealo involato, lo 
fece eseguire come cosa propria e riportò un buon successo : Diagora at- 
tese che gli dei punissero il falsario, ma, vista alla fine delusa la sua 
aspettativa, voltò loro le spalle. Può anche darsi che in tale racconto un 
fondo di vero ci sia TBemnardy), ma è più probabile che la conversione 
fìlosofìco-reli^iosa dei nostro poeta sia stata cagionata da studi sulla filo- 
sofia atomistica. Anche qui del resto la leggenda ha messo qualche ra- 
dice, poiché si narra che Democrito comprasse Diagora giovanetto e ne 
facesse poi un suo scolaro. Secondo siffatta leggenda Tetà in cui visse il 
nostro poeta dovrebbe essere abbassata di non poco, come, d altra parte, 
fanno anche Diodoro e Lattanzio (De ira Dei. 9). Tale dissenso d'indole 
cronologica indusse taluno (Glavier) a distinguere due Diagora, uno 
più antico, il poeta, ed uno più recente, il filosofo: ma che il poeta ed 
il filosofo furono una sola persona sostennero e dimostrarono il Tychsen 
(Bibl. der alten Lit. und Èunst^ li, 17) ed il Mùnchenberg, 3. Il Blom- 
field sospettò che a Diagora alludesse Eschilo nei vv. 369 e sgg. dello 
« Agamennone » oùk Éqpa ti<; | 6€oùc; ppoTiIiv dEtoOaOai néXeiv I 6aoi^ 
d6iKTuiv x^PK I iraTOté* • ó ò' oòk eòacp^jc;. Sembra che il poeta sia morto 
in CSorinto. 

Tra i carmi di Diagora è fuor di dubbio che vi furono encomi e peani ; 
non è certo invece eh egli abbia composto ditirambi. In prosa scrisse gli 
'AttottupyìZovtc^ Xóyoi, ne' auali * gli dei furono precipitati dalla loro 
altezza » (Flach, p. 661, n. 3), ed i (t)pOTioi XòYoi, che contenevano la 
profanazione de' misteri. I due lavori vennero spesso identificati, ma il 
Mùnchenberg li distinse l'uno dall'altro con ragioni forse migliori di 
quanto sembrarono al Flach (cfr. la citata nota 3* a p. 661). 



I (1). 



\^ — \j 



— — v;/ «k> _ vy _ , 

—. \j \j — vy v> — \y\^ — v^ -« — . 

0€Óq, 0€Ò^ TTpò navTÒq IpTou PpoTciou 

y/w}xq. <pp^v* ÙTrepTàiav, 

aÙTobafiq b* (ip€Tà Ppaxùv oTfiov ?p7Tei. 

I (1). Filodemo, Della pietà, p. 85 ed. Gomperz in Voi. Bere, nova 
coli.. Il, 11 (Fedro, Degli Dei, pp. 23-24 ed. Petersen): '0 |nèv r^P (^w- 
YÓpaO ^''TaiÉev, ctTiep kqI fipa toOt' aùroO éoTÌv, dXX' oùk feTrevrivcKTai, 
Kaedtr€p èv ToK MavTivéwv IBeaiv *ApiaTÓE€vó(; (priaiv èv hi t^ iroii^aci 
TfJ iLióvr) òoKoOar) kot' dXriGciav ùtr' aÙToO T€Tpd<p6ai Tot^ ÓXoic; oùòèv 
àa€^é^ TTap€vé(pTiv€v, dXX* ^otIv cfiqpTi.uoc;, db^ iroiriTric;, £{<; tò bamóviov, 
KaQànep fiXXa t€ inapTupe! Kai tò Y€Tpa|U|uévov eie; 'Apidv6riv tòv 'Ap- 

Y€tov 060^ ÙTTcpTdTav. 11 frammento intero si trova in Didimo 

Alessandrino, De Trinit, HI, 2, p. 320. — 1. Geòc; Scóc;: questa ripe- 
tizione costituiva una formula religiosa. Cfr. Eustazio, //., 2o8, 26 : Tf|v 
òè paoiXiKfjv eciÓTiiTa ÒriXot Kai tò Oeò^ 6€Ó(;, 6 kqtò tòv TTauoaviav 



230 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

Taì^ dpxoì^ (accingendosi ad alcunché) oi iraXaioi èiréXcTOv èmqpii|Lii2Ió- 
)Li€vot (per buon augurio) * A!Xio( hi Aiovuaioc; qpr^aiv, Òti koì èv Upo- 
iTòiiaK Kol dXXai^ irpàEcat tò 6eò( 6eò^ éireXéYCTO, év òé érépiy XeEikiù 
^riToptK<|i (peperai, Òri iravTÒ^ £pTOU àpx6|bi€voi ^Xefov Seòc; 9€Ó(;. — 
2. vuiM$: =vé^ei. Goirespressione contenuta nel v. 2 cfr. v, 255 alèv évi 
OT^Oeoai vóov troXuKCpò^a vuj)liuiv. — 3. oliiov Ipirci: cfr. éSóòou(; 
ÌpiT€iv in Sof., ilt., 287. — Gol concetto del v. 3 cfr. il v. 1 del fr. XXllI 
di Simonide. Vedi anche Teogn., 169-170 *"0v òè Scoi xi^tìiaiv, ó xal \x\iy 
|Li€0)icvo( alvei' I dvòpò^ òè aTrouòf) Yiverai oùbeiiia. Se si (>ote8se affer- 
mare che Diagora in questi versi parlava in persona propria, Filodemo 
avrebbe certamente ragione nel dirlo eOcpniLio^ €l(; tò baifLióviov. Per la 
data del frammento devesi senza dubbio convenire col Mùnchenberg, Le 
Diag. Mei., 22, nel ritenere ch*esso appartenga a periodo anteriore al- 
l'ateismo del poeta. 

Metro. — KaT* èvóirXiov clbo^. 

II i2\ 



Karà òai)Liova Km TÙxav 

là Travia PpoToìaiv èKieXeiiai. 

Il (2). In continuazione al passo citato al frammento precedente Filo- 
demo scrive: xal tò dq NiKÓbuipov tòv MavTivéa* Karà ... èxTe- 
X€ta6at. TÒ TrapaTrXriaia ò* qùtlD irepiéxei xal tò Mavrivéujv è^Kibiiiiov. 
— 1. Probabilmente è da vedere un'imitazione del v. 1 in Aristof., 
Ucc.y 547, KttTà bai|Liova xal xaTÒ ouvTuxiav. — 2. èxTeXetTOi : questa 
lezione la diedero lo Schneidewin prima, il Bergk poi, confrontando Sesto 
Empirico, Contro i Matemat., IX, 402 ed. Bekk.: Aiayópac; òè ó Mi^Xioq, 
biGupaiLiPotroió^, \b<; q>aaU tò npOÙTov Y€vÓ)li€vo^, Ui<; et ti^ dXXo^ òeicJi- 
&ai)biu)v, 6<; ye xal Tf\(; iroifìoeax; éouToO xaTj^pEaTO tòv Tpóirov toOtov 
xaTÒ b. X. T. TfdvTa TeXetTai. — Come ne dice Filodemo, il carme, cui 
apparteneva il presente frammento, venne diretto a Nicodoro. Questi fu 
pugnatore celebre e poscia legislatore di Mantinea. Nella sua opera di 
legislazione venne aiutato largamente dal nostro poeta. Forse anche 
Ariante (per cui v. Filodemo, 1. e. al fr. preced.) fu uno degli amici dì 
Diagora in Mantinea. — Per il concetto filosofico del frammento notiamo 
che potrebbe darsi che nel Tuxav del v. 1 già faccia capolino la dottrina 
di Democrito. La cosa almeno non è proprio del tutto impossibile, quan- 
tunque i due luoghi, dove il brano è riferito, costituiscano non isprege- 
voli testimonianze del contrario. — DalFaddotto passo di Sesto Empirico 
si può forse inferire che il nostro frammento incominciasse la raccolta 
delle poesie di Diagora. 

Metro. — KaTÒ Paxxelov elboc; (il v. 1 è un gliconeo secondo). 

Prassilla. 

Di Prassilla abbiamo scarsissime notizie. Ella nacque a Sidone : la sua 
àx)Lin è posta neirOlimp. 82: è Tunica poetessa di cui sappiamo con cer- 
tezza che compose ditirambi. Ed essi, come appare dai frammenti chea 



PRASSILLA 231 

noi giunsero, trattarono soggetti estranei al culto di Dioniso: in ciò del 
resto, come vedemmo, Tavean preceduta altri (ad es. Simonide). Stando 
anzi a quanto racconta Erodoto, V, 67, già fin dal 590 circa a. Cr., in 
Sicione, ove assai presto il ditirambo ebbe una vita fiorente, il tiranno 
distene dovette reprimere un tentativo di sostituire il locale eroe Adrasto 
a Dioniso, al quale i TpayiKol xopoi erano sacri. È notevole che ne' suoi 
ditirambi Prassilla fece uso deiresametro, il che indurrebbe taluno a 
porla più indietro assai della metà del sec. Y. Per la notorietà ch'ella 
raggiunse in patria, una raccolta sicionia di scolii, modellati sugli attici, 
fu a lei attribuita. Ma già gli antichi sembra che parlassero di scolii 
non di Prassilla, sibbene ascritti a Prassilla. Una statua di bronzo fu 
innalzata alla nostra poetessa da Lisippo. Antipatro di Tessalonica {Ant. 
Pai., IX, 28) la annoverò tra le poetesse più famose. 

I (1). AXIAAEYI. 
*AXXà T€Òv oOttotc 0u)liòv èv\ air\Qeaa\v èireiGov. 

I (1). Efestione, p. 11 W.: Kal irapà TTpaSiXXij èv òiGupàMpoi^ èv ii)òq 
èniTpoupo^évij *AxiXX€ii^' *AXXà ktX. 11 frammento è addotto anche in 
Scoi. d'Efest., p. 122 W.; Cramer, An. Oa?., IV, 326, 20; Dracone Straton., 
146; Bachmann, An. ^r., li, 180, 17; Eustazio, 12, 25: 805,21: 1372,9; 
Gramm. Harl., 320. — reóy : dor. e omer. per aóv (Kùhn.^ § 170). Esempio 
di quel caso di auvcKqpdjviioiq in cui òùo ^pax^^^^i ^U M^^^v ppaxclav ira- 
paXajLipdvovTat. — èv(: jon.-ep. = èv. — Cfr. q;, 337 àXXà toO oO ttotc 
Ou^òv évi OTi^ecooiv ^irciGcv, ed anche t], 258 ed i, 33 àXX* è^òv oO ir. 
e. è. OT. €ti€i6€v. — Il Neue, De Prax, Sicyon. rell, comm., 8, pensava 
(la congettura del resto, co' dati che si hanno, viene in mente ad ognuno) 
che qui parli ad Achille un membro della irpeo^eia (//., IX. Cfr. vv. 315-16 
oCt* è^é T* 'ArpctÒTiv *ATa^i4|uvova ireiaé^cv otui | oUt dXXou^ Aavaoi»^, 
V. 386 oùòé K€v die; Ì7\ Suiuòv è)Liòv ireCaei' 'AyaiaéiLivuiv). Però, senza con- 
tare rSirciGcv (per cui v. l'appendice critica), ÉireiGov potrebbe anche es- 
sere terza persona plurale. 

II (2). AAQNII. 

KdXXiaiov laèv èfù) Xeiiru) cpàoq iieXioio, 
beùtepov àcJTpa q)aeivà aeXrìvairiq re TtpócJiuTTOv 
^òè Kttì ujpaiouq aiKuouq Kaì lariXa Kaì ÒTXvotq. 

II (2). Zenobio, IV, 21 : *HXieiaiT€po<; toO TTpaHCXXr]^ 'Abdiviboc; (il cod. 
Coisl. aggiunge a dichiarazione del proverbio : èul tCùv àvorìTwv, a pro- 
posito degli stolidi). TTpdHiXXa ZiKuuivia ineXoTTOiòc; éYéveTO, djc; (pr]a\ 
TToXéiLiwv aOxn ^j TTpdHiXXa tòv 'Abuiviv èv xo^q inéXeoiv (cod. Coisl. èv 
Tot? C|hvok) eiaàyex èpu)Tdj|Li€vov òtto tiBv kótuj, ti KdXXiaxov KaToXi- 
Ttdiv èXnXuGev, xpCvaaGai fJXiov Kal aeXVnv ^«^ oiKiiou? xaì lufìXa* ò0ev 
€Ì? Trapoi|uiav irporixGTi ó Xótoi;. 'HXiGiov yòp tò t(|i ifjXiijj TiapaPdXXciv 
Toùq oiKÙou?. 11 cod. Coisl. in una chiusa differente ci dà i versi di 
Prassilla: ... KaTaXnribv èXi^XuGev, èKCtvov òè XéyovTo oOtujc;' KdXXiOTOv 
ktX. Cfr. anche Diogeniano, V, 12; Suida ad 'HXiGidZuj; Apostolio, IX, 
81; Libanio, Epist., 707. — 1. (pdoc; iieXioio: ep. = cpilx; i\\io\). — 
2. 0€XTiva(r)<;: propriamente oeXnvaiTi è il femm. sostantivato dell'agg. 



232 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

aeXr|vato<; : cfr. YoXnvaia = ToXnvri, napOcviKi) = irapBévo^, ecc. ecc. — 
Gol V. 1 cfr. X, 93 Xmibv (pdo( yjeXioio, e col frammento intero cfr. Me- 
nandro, 481, vv. 1-7 toOtov cùrux^aTarov Xéyuj, | òìjti^ Qexupfysa^ àXù- 
iTU)^, TTapjLiévuiv, I Tà acfivà toOt' diTf)X0€v, òécv f|X6€v, xaxO, | tòv 
f^Xiov TÒV KOivóv, fiOTp*, i3bujp, véqpn» I ^OP' TaOTa, xdv éKOTÒv ^T^i pMjit;, 
del I 6i|i€i napóvTO, kAv èviauTod^ aqpóòp' ÒXìtou^, | 0€fivÓT€pa toOtujv 
§T€pa b* oÙK ò^;€i iroTé, ed Eunp., fr. 318, vv. 1-3 q>{Xov ^èv (péffoq 
i\Kiov TÓÒ€, I KoXòv 6è ttóvtou X€0|Li* lòelv cùf^vcfiov, I YH t* f|pivòv 
BdXXouaa irXoOaióv 9' (ibiup. -^ Quanto al significato del frammento vedi 
in Michelang:eli, VI, 23 le opinioni de' vari filologi : noi conveniamo col 
Neoe, diss. cit., 6: e Nobis quidem nihil videtur reconditum toti dicto 
subesse, sed ima^o adumbrari adolescentuli, omnium, quae in vita sup- 
peterent, incuriosi, praeter ea quae puerilem animum delectare possint; 
neque haec poetriam ludibrii caussa scrìpsisse putamus ». 



Ili (5). 



* 



'Q bla tOùv Gupibujv KaXòv èjnpXéTroiaa, 
Trap0^V€ Tàv K€q)aXdv, Tà ò' èvepGe v\j)Liq)a. 

Ili (5). Efestione, p. 25 W.: Kaì tò 'iTpò(; Tpiol (òaKTOXoK Ixov Tpò- 
Xa\*Kf|v a\)Z\}fiav) KaXoOfiiEvov TTpaSCXXciov. *Q ktX. — 1. èM^Xéicotaa: 
eoL = èfLipXéTTOuaa. 11 Meister, 1, p. 22, ritiene quest'eolismo causato 
dairinflusso di Alceo e di Sa£fo: la stessa provenienza assegna all'altro 
q)€ÓYotaa, che già incontrammo in Telesilla. — 2. Keq)aXdv: non so 
proprio vedere la necessità della correzione K€(pdXav. Meno inopportuno, 
quantunque sempre falso, sarebbe eolizzare addirittura tutto il frammento. 
— Tàv KeqpaXdv. e xd ò' £v€p6€ sono due acc. dì rei. La contrapposizione 
fra queste due espressioni richiama quella fra TTpoaibiraoi e vépOc in H, 
212. — vófuKpa: è la donna andata sposa di recente. — Mentre i due 
frammenti che abbiamo visto dianzi appartennero ai ditirambi di Pras- 
silla, questo proviene forse da' suoi carmi erotici. Diciamo forse, perchè, 
per attribuire i due versi alla nostra poetessa, non abbiamo se non le 
sopra riferite, certo non esplicite, parole di Efestione. La donna a cui si 
parla è senza dubbio un'etèra. 

Metro. — È, come ne dice Efestione, il verso prassilleo, trimetro lo- 
gaedico brachicataletto. 



Melanippide. 

Secondo la testimonianza di Suida sarebbero esistiti due poeti dal nome 
di Melanippide, di cui il primo sarebbe stato avo materno dell'altro. È 
assai probabile però che ci troviamo qui davanti ad uno di quegli sdop- 
piamenti che non sono rari in Suida, il quale ci parla di due poetesse 
< Saffo », di due poeti tragici « Nicomaco » e di due < Frinico », ed an- 
cora di due poeti comici e Gratete ». L'unico Melanippide, di cui altre 
fonti ci provino l'esistenza, nac(jue in Melo, ebbe una lunga vita, e mori 
in Maceaonia alla corte di Perdicca II (454-413 a. Gr.). Fu il più famoso 
poeta ditirambico de' suoi tempi. In Senof., Mem.^ I, 4, 3, egli viene sti- 
mato così valente nell'arte sua come Omero nell'epica, Sofocle nella tra- 



AOSLANIPPIDE 233 

gedia, Policleto nella scultura, Zeusi nella pittura. Al ditirambo egli ap- 
portò parecchie ed importanti modificazioni. Fece uso di dvo^oXal (preluaii 
musicali che venivano eseguiti durante la sospensione del canto), e, la- 
sciando la distribuzione de versi in trìadi, di ritmi liberi (àtroXeXu^éva) : 
accrebbe l'importanza deiraccompagnamento musicale, importanza contro 
cui già vedemmo scagliarsi Fratina ai tempi di Laso d*Ermione. La de- 
cadenza della poesia aitirambica si accentua quindi con Meianippide. Ed 
infatti, sebbene la sua lingua sia sovente elegante, è tuttavia il dìù delle 
volte piuttosto artificiosa, ed il pensiero è spesso molto povero. Il metro 
kqt' évóirXtov €lòo^, ch'egli adopera di preferenza, perde di dignità a 
causa della frequenza delle soluzioni (cfr. fr, 1 b.)* Di tre ditirambi di 
Meianippide ci e rimasto un frammento ed il titolo (« Danaidi », e Mar- 
sia », e Persefone »). Forse i frr. 4 e 5 del Bergk fecero parte di un 
ditirambo intitolato OlveOi;. Meianippide scrisse pure elegie ed epigrammi, 
e tentò anche Tepopea. 

I (2). 



,— v^ v> — . — 



_v^^— — v^v^— vyvy — 



— \J 



à jLièv 'AGdva 
TUJpYav' Ippiipév 9* lepci^ Atto X€ipó<;, 
eTné T*- "èpp€T* aiaxea, auuinaTi X\j)Lia, 

OU )Ll€ (TÓÌ)Ò' èTÙJ KaiCÓTaTl blbUJ|Lll „ . 

I (2). Ateneo, XIV, 616 E: TTcpl m^v t^p aùXiùv 6 \xiv ti^ ^qpn tòv 
McXavmiriÒTiv xaXoic; èv tiI) Mapoùqi biaaOpovxa t^jv aùX^TiKi^iv elpr)- 
Kévai ir€pl Tfi^ 'Aeriva<;- *A |nèv ktX. — Questo è adunque un frammento 
del ditirambo Marsia, nel quale svolgevasi la leggenda, sòrta in Atene 
nel sec. V a Gr., di Atena, che, avendo inventato il flauto (cfr. Pind., 
Pit. 12, 7), lo buttò via quando si fu accorta che il sofiìarvi dentro le 
enfiava in modo tutt'altro che artistico le guance. 11 Sileno Marsia, trovato 
lo strumento gittato via dalla dea, lo raccolse, per il che questa sdegnossi 
ed in punizione lo battè spietatamente (Vedi Paus., I, 24, 1 'EvraOSa 
'Aeriva Tr€iro(r)Tai tòv ZiXy)vòv MapaOav iraiouaa, 6ti hi\ Toùq aùXeCic; 
dvéXoiTO, èpptqpGai oqpfi? Tfi<; BeoO PouXo^évriq). Marsia fu scorticato vivo 
da Apollo secondo un'altra leggenda riferita da Apollodoro, 1, 4, 2: 
àiréKTCìve òè 'AttóXXujv xal tòv 'OXù^ttou iratba Mapaùav. oOto^ yàp 
eópdjv aùXoóc;, oOc; ?ppn|i€v 'AGriva òià tò ti?iv 6v|;iv aÒTf\(^ iroictv fi^op- 
(pov, flX0€y cU ?piv iT€pl ^ouaiKfì<; 'AttóXXujvi. auvGejiévujv òè aòrdùv tva 
6 viKf|(Ta? 6 PoOXcrai òiaGfl tòv ^iTTimévov, Tf)<; Kp(a€U)^ Ywo^éviic; Tf|v 
Ki6dpav OTpétpaq i^y"*v(Z€to ó 'AttóXXuiv, xal tqòtò ttoicIv èxéXcue tòv 
MapaOav toO òè àòuvaToOvTO^ cùpeGclq Kpctaoujv ó 'AttóXXujv, xpcfidoac; 
TÒV Mapaùav ?k Tivoq ÒTrcpTCvoOq ttìtuoc;, èKT€)LiuJv tò bèpina oflTwq 
biéq)G€ip€v. Tale seconda leggenda altro non significa se non Topposizione 
che i Greci fecero dapprima al frigio strumento, che poscia acquistò in- 
vece presso di loro grandissimo favore. — 2. tO&pyov': il plurale è 
qui adoperato ad indicare il doppio flauto. 

Metro. — KaT* èvóirXiov eìòo^. 



234 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 



n(4). 



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— v^v^J. — — \^v^ , I- • I 

nàvie? ò' àTTcaiuTeov ubiup, 

TÒ TTpìV éÓVT€^ dtbpie^ OÌVOU, 

xàxa òf) tàxa Toi jièv air' iBv òXovto, 
Toì òè TtapdnXTiKTOv x^ov òjbiqpdv. 

II (4). Ateneo, IX, 429 B : Oi òè dtvooOvTC^ Tfjv toO otvou ÒOvaiiiv 
TÒv Àióvuaov qpdaKOuoi fiiaviiliv clvai atrtov toK dvOpidiroK, pXaa9ii- 
|noOvT€(; où )H€Tp(u>(;' fiScv ó McXaviinriÒTi^ Icprr TTdvTC^ ktX. — 2. xò 
irpiv: cfr. 1, 403 e X, 156 tò irplv èir* clpfivri^, Archil., fr. 85h.,v. 3 
ijc; TÒ irplv ^pfip€io0a, Teogn., 483 tò irplv èibv atdqppuiv. — 3. dir'... 
òXovTo: tmesi. — div: dor. per oOv. — , 4. irapdirXiiKTOv : è usato 
anche in Sof., Ai,, 230 irapairXdKTip x^pi- È più comune la forma na- 
pairXfiH. — Con questo frammento cfr. Pind., fr. 166 'AvòpobdjLtavTa b* 
éiT€l <t>rìp€^ bdev ^tirdv fLieXiaòéoc; olvou, 1 èaaufiévujc; dirò jiièv Xcukòv 
ydXa x^P^^ TpaTieZdv | CbQeov, aÒTÓfLiaToi ò èS dp^upéuiv KepdTuiv I tri- 
vovT€(; èTiXdZovTo. — II Hartung opinava che il frammento provenisse 
da un ditirambo OivcOq. 

Metro. — KoTÒ Paxxetov elòoq. 

Arifrone. 

Di Arifrone non sappiamo altro se non ch*egli nacque in Sicione e 
visse in Atene o durante la guerra del Peloponneso o poco dopo la fine 
di essa. Intorno al peana simpotico ad TTicia a quanto è detto nel ce- 
mento aggiungiamo che taluni (ad es. il Brunck, Tllgen) Io ritennero, 
sebbene in base ad argomenti non molto persuasivi, uno scolio. 

Eli YriEIAN. 

vyv/ — V^V^ — v> — V^ —v-'— .— 

— — \^ ... — _v^v^ _v^vy_ 

^^v/\> .»v^v^-_ _.»v/v^ _v>vy-^ ^.i.^/ — 

O —x^Vi/-. v/\^ — — — v^ — — . 1 vy 3 

_ vy • __ v^v^ vj.— .— ->v>_%^ -_x^__ _^^_^ 






ARIFRONE 235 

TYieia, Ttpeapiaia laaKàpiuv, iLietà aeO vaioiiit tò X€ittÓ|li€vov 
piOTclq, ai) bé jLioi TTpóqppuuv aùvoiKog eiTiq* 

€1 TÓp Tl^ f\ TtXoÙTOU X«Pl? ^ T€Kéu)V 

(f|) rag iaoòat)Liovog àvGpOuTioiq paaiXriiòog «PX^t? ^ ttóGiuv, 
5 oOg Kpucpioig 'AqppobiTag 2pK€aiv 6Tipeuo|i€v, 

f| €1 Tig fiXXa 0€Ó6ev àvGpujTioiai lépipiq li ttóvujv àjiTTVoà 

[Tcecpaviai, 
)Li€Tà <J€io, jLiaKaip* 'YTÌ€ia, xdOaXe 
nàvTQ Kal Xd|iTT€i XapfTwv 6apoq. 
(SéQev òè Xix)p\^ oOtig euòaijiiuv (?<pu). 

Ateneo, XV, 702 A : "Oti iraiava €l^ TyCciav èuoiìiac TÓvòe *Ap((ppuiv 
ó liKuibvioc;' 'yyiexa ktX. Il peana si legge anche, quantunque in uno 
stato molto corrotto, in un'iscrizione che non rìsale al di là del 300 a. 
Cr. (C. /. A., Ili, p. 66 — Kaibel, 1027). II v. 1 e la prima parola del 
Y. 2 (PioTd^) sono citati da Luciano, De lapsu inter. sal,^ e. o ^tva aoi 
Ili] TÒ irvuipimbroTov èK€!vo Kd Tram hxà OTÓ^aro^ XéTU)), e da Mas- 
simo Tino, 13, 229 (^òcxai ti èg dpxaCou ^apa èv cùxnc M^P^O- Le 
parole da ti^ (v. 3) ad dpxd^ (v- 4) ed il v. 9 si adducono da Sesto Em- 
pirico, XI, 49, come facenti parte di ^n carme di Licinnio pur esso in 
onor di Tyicia. È incerto se Sesto abbia errato nellattribuire il passo 
a Licinnio, o se questi abbia copiato da Arifrone, o ancora se sia invece 
accaduto il contrario, o se infine entrambi i poeti abbiano attinto ad una 
sorgente comune. Osserva il Bergk a p. 596 che « Athenis . . die Vili 
mensis Elaphebolionis proxime ante Dionysia, qui dies Aesculapio erat 

consecratus, in eius dei honorem paeanes canebantur Neque Aescu- 

lapii filia expers fuit honoris. lam si quotannis nova carmina non solum 
in Aesculapmm sed etiam in fìliam condenda erant, non est mirum 
poetas, cum omnia fere iam delibata essent, misso novandi periculo, a 
prioribus passim sumpsisse, quae se non melius exornare posse crede- 
rent >. li Rossbach induce dalla forma regolare de' dattilo epitrìti di 
Licinnio (il cui frammento ad 'YYfeia si compone, oltre a* due tratti ci- 
tati, di tre altri versi che precedono, monchi il primo ed il terzo, intero 
il secondo) che questi dovette antecedere ad Arifrone. — 1. TYicia: 
è una personificazione abbastanza tarda. Neirepoca classica essa vien 
considerata in genere come fanciulla, figlia di Asclepio. Soltanto Licinnio 
la invoca colle parole AnTapó)Li|naT€ lu&Tep. In Inni Orf,^ 67, 7, TTieia 
diviene la moglie d'Asclepio (cfr. 68, 2 lufìTep dirdvTuiv). La sede più 
antica del culto di 'TY^eta fu, per quanto ci è noto, Sidone, nella qual 
città questo si svolse fiorente assai, come ci attesta Pausania, 11, 11, 6 xal 
'Yficiaq ò' ÉOTi ... dyaXiLia • oùk dv oùòè toOto Iòok; f qi&iux;, oììtu) irepié- 
Xouaiv aÙTÒ KÓjLiai t€ YuvaiKiIiv, at KCipovTai tìJ G€uj, xal èoGfiT0(; Ba- 
3uXu)v(a(; TcXainOùvec;. — irpeapiara : non s intenda già nel significato di 
la più antica, ma in quello di la più augusta. — )Li€Tà oeO : il Mommsen, 
Griech. Prdposit., osserva che ^exd non è usato col singolare, prima di 
Sofocle, se non quattro o (finque volte in tutto. Cfr. jueTà oeto al v. 7, 
I^CTà e\o in Esiodo, Teog., 392, |li. o€to in Simon., fr, 95 b. 11 caso di 
Stesicoro, fr. XI, v. 1, è dubbio: il perchè appare chiaro dal comento. 
— 1 e 3. va(oi|Lii ... oOvoiko? eìr]<^: cfr. Éur., fr. 889, vv. 7-8 auv- 
eiTiv I ... vaiotjLii. — 3. ttXoùtou: cfr. Inni Orf, 68, 9-10 oOt€ t^P 



236 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

^ÒX^oòÓT^q TTXoOto<; Y^u^cpò^ BaXiqaiv | ... dxcp oéo yivctw. — 4. ìao- 
òaiMovoq ... 3aatX. dpxd^: cfr. Esch., Pers.^ 633 laobaifLiuiv ^aatXeOc;, 
Eur., Tro„ 1169 xf^q taoOéou TupawCbo^. — 6. Gfr. Gritia, 2, 21, 

Ti?iv TCpTTvoTdTTiv T€ ©€»&v OviìTot^ ÓTÌ€iav, Curm. pop., 47, 23 oùv 
T€p7TV0TdTT| ùyiciqi. — TTÓvuiv àiLiirvod : cfr. Pind., 01, 8, 7 )nóxOuiv d^- 
irvodv. — 7. |i€Tà a€\o: v. la nota al verso 1. Quanto ai 0€!o ed al 
<7€0, esse sono forme omeriche. — 8. Xap. dapo^: cfr. 6apoi vu)Li(pdv 
in Callimaco, 5, 66. — È notevole la mancanza ael ritornello \i\ TTaidv. 

Metro. — Kqt* èvóirXiov elòo(. Sono abbastanza frequenti le soluzioni, 
le quali tolgono al metro alquanto della sua solennità. Sinizesi in f\ el 
ed m djLiTTvod al v. 6. Ho trasportato al v. 7 il TéGaXe che in genere si 
dà al principio del v. 8. 

FlLOSSENO. 

Filosseno nacque in Citerà nel 435 a. Cr. Divenuto schiavo quando 
gli Spartani ricuperarono Tisola, fini col giungere in possesso del poeta 
Melanippide, il quale lo educò nella propria arte e gli diede la libertà. 
Passò gran parte della sua vita a Siracusa alla corte di Dionigi il vec- 
chio, con CUI fu stretto da vincoli d^amicizia che si ruppero poi o per 
avere il poeta severamente giudicato i brutti versi del tiranno o per es- 
sersi questi accorto che Filosseno era ramante di Galatea, una bella suo- 
natrice di flauto alle cui grazie il re non era insensibile. Relegato in 
carcere, ne fu tratto una volta per dare il suo parere intorno a compo- 
nimenti poetici di Dionigi: quaitdo li ebbe uditi, non fece che volgersi 
a colui che Tavea accompagnato e dirgli dirayé ^6 eU XaTOjLtia^. In car- 
cere vendicossi del tiranno componendo il ditirambo dal quale proviene 
il frammento che noi riferiamo. Dopoché ebbe lasciato Siracusa, visse a 
Taranto, in Grecia, ed infine in Asia Minore. Morì in Efeso nel 380, 
stando al Marmo Parie, da cui pure è attinta la data della nascita di 
lui. Chi abbia curiosità di conoscere il testamento e la morte che gli 
attribuì il comico Macone, vegga Ateneo, Vili, 341 A-D. 

De* ventiquattro ditirambi che Filosseno scrisse, a noi non sono giunti 
che pochi frammenti ed alcuni titoli (< Ciclope », € Imeneo », « Siro » 
o forse € Satiro », « Misi », < Comaste », < Persiani ». Per gli ultimi tre 
vedi Bergk, p. 616). 11 nostro poeta introdusse degli a solo nel ditirambo, 
avvicinandone quindi la struttura a quella del nomo. La musica ebbe 
nelle sue poesie la prevalenza sui versi, onde gli ammiratori dell'antica 
maniera, come, ad esempio, Aristofane, lo giudicarono un guastatore del- 
l'arte. Al contrario i partigiani del nuovo ditirambo lo esaltarono senza 
restrizioni. Il comico Antifane scrisse di lui (/r. 209): uoXO t* ^«^tI irdv- 
Tuiv Tujv TTOinTcIiv òidqpopo^ I ó OiXóEevoc;. irpdiTiaTa )Lièv ydp òvófiaoiv | 
lòloiai Kal Kaivoiat xPHTai iravTaxoO. | éircira (Tà) inéXii ^CTapoXat^ xai 
XpObiLiaaiv | \b^ eO Kénparai. 6€Ò(; év dvOpObiroiaiv riv | éKCtvo^, €ÌÒUj^ tV|v 
dXr)Ó(!i(; iiouaiK^v. Oltreché ditirambi Filosseno compose anche nomi au- 
lodici, i quali venivano annualmente rappresentati dagli Arcadi al tempo 
di Polibio. Il AeIttvov è probabilmente opera del parassita Filosseno di 
Leucade. 

(8). TAAATEIA. 



-.i- — V-» V-» I 



v^vy vy — Vi/ Ovy yy — — 



FILOSSENO — TIMOTEO 237 

*Q KaXXtTTpÓ(TU)1T€ 

xpuaopóaipuxe faXaieia, 
XapiTÓ(pu)V€, OaXoq épumwv. 

(8). Ateneo, XIII, 564 E: '0 òè toO KuB^pfou OiXoHévou KùkXujui, épu)v 
Tfjc; FaXaTeiaq, Kal èiraivOùv aiiTf\<; tò KdXXo^, Trpo|iavT€uó)Li€voQ r^jv 
TÙtpXtwaiv, Ttdvra iLiaXXov aOTfi<; èiraivc! f\ tOùv òqpGaXm&v jLivrmovcOci, 
Xérujv 0&Ò€* (b KaXXnrpóaajTTe ktX. Cfr. Eust., 1558, 15. — 11 fram- 
mento proviene adanqae dal ditirambo intitolato secondo alcuni KukXuji{i, 
secondo altri foXiTCìa, secondo altri ancora KOxXunii fj PaXàTCìa. Per 
esso ditirambo vedi lo scoliaste d^Aristofane, Pluto, 290: ó 0iXóE€vo^ 6 
òi6upa|yi3oTroiò(; èv ZiKCXiqi i^v irapà Aiovuafi^i' Xéyouai òé, fin iroxè fa^ 
XaT€((jt [tivì] iraXXaxfòt Aiovuafou irpojépaXe* Kal inaed^v Aioviiaioc; èEid- 
pi(T€v aÙTÒv €U Xaroniav (peùywv he èKeìSev f^XGev 6l(; rà 6pn tiBv Ku- 
Ofipuiv, Kal èK€t òpd|Lia Tf|v raXdT€iav èiroiii<T€v, èv Cp €laifiv€YK€ ròv 
KOKXtwiTa èpilivra Tfj^ faXareiac;, toOto òè alviTTÓ)Li€vo<; €l<; Aiovùaiov 
àtrciKoac fàp aùxòv Tip KuKXujiri, èwcl koI aCiTÒt; ó Aiovtiaioc oùk d)5u- 
òópK€i. Cfr. anche Aten., I, 6F-7A èirel bè n^v èpuiin^vriv raXdxeiav 
étpwpàGTi biaqpecipujv, eU Tà<; Xaro^iia^ èv€pXf|6iT èv alt; iroit&v tòv Kó- 
KXujira ouvéGi^Ke tòv iioèov €1^ tò iT€pl aÓTÒv y€vÓ|li€vov 'Trà6o(;, tòv jnèv 
Aiovóaiov KuKXtwTTO Ò7ToaTTiad)Li€vo^, Tfjv b* aòXrixpiba faXdTCìav, éau- 
tòv b' 'Obudoéo. — 2. xpw^JopòOTpuxe : l'epiteto è dato ad Artemide 
in Eur., Fen., 191 (xputTcopóOTpuxov (b Aiò<; ^pvo^). 

Metro. — Sembra trocaico con anaclasi e brachicatalessi nel v. 1, e 
con soluzione della prima arsi nella seconda dipodia del v. 2 e in en- 
trambe le dipodie del v. 3. 



Timoteo. 

Timoteo, figlio ài Tersandro (Suida e Alessandro Etolo), nacque nella 
ricca e fiorente Mileto, la capitale della dodecarchia jonica sulle coste 
dell'Asia Minore. Come gli altri poeti del tempo suo andò errando di 
città in città, dove si celebrassero feste con agoni poetici e musicali. 
Sappiamo che fu ad Efeso, a Sparta, ad Atene. A Sparta gli Efori 
gli avrebbero tolte dalla lira quattro corde per ridurla all'antica 
forma attribuita a Terpandro: ma forse tale racconto è semplicemente 
una favola (simili storie si riferiscono di altri poeti, ad es. di Terpandro: 
vedi Plut., Inst. Lac.y 17): i vv. 219 e sgg. del nomo trovato nel papiro 
di Abusir farebbero però supporre che qualche fondamento di vero ci sia. 
In Atene sembra che il nostro poeta abbia dimorato più che altrove, 
acquistandovi l'amicizia d'Euripiae, il quale comprese che la poesia di 
lui, adatta al gusto de' tempi, avrebbe fatto fortuna. Gli ultimi anni Ti- 
moteo li passò alla corte d'Archelao II di Macedonia, ove mori, secondo 
che troviam detto nel marmo Parlo, nel 357 a. Gr. Suida ci attesta che 
egli oltrepassò il nonagesimo anno d'età. Non molto discordante da tale 
testimonianza è quella di Diodoro, dal quale (XIV, 46) l'ÒKiiifi del poeta 
è posta verso TOlimp. 95, ossia circa il 400 avanti l'era volgare. 

Timoteo fu poeta assai fecondo : Suida ricorda di lui diciannove nomi 
(Stefano Bizantino dice diciotto libri di nomi, che avrebbero composto 
8000 esametri), trentasei proemi, diciotto ditirambi, ventun inno, otto 
biaaK€ua( (che non sappiamo che cosa fossero), encomi, xal dXXa Tivd. 
Se anche la enumerazione di Suida non è da ritenere esattissima (cosa 



238 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

la quale pare dimostrata dal fatto che egli, dopo d'aver nominato un 
genere di componimenti colla cifra relativa, aggiunge poi singoli titoli 
di essi quasi si trattasse d*altra specie di carmi), essa può tuttavia sempre 
servire a darci un'idea approssimativa della produzione poetica di Ti- 
moteo. Dello stile di lui diciamo nel comento, ne i pochi brani che prima 
della scoperta di Abusir possedevamo, e che sono stati raccolti dal bergk, 
valgono meglio, vuoi pel rispetto deirespressione, quasi sempre contorta, 
vuoi eziandio per quello del pensiero. Al nomo il nostro poeta dovette 
la sua rinomanza maggiore, ed al nomo egli apportò modificazioni im- 
portanti, come quella di dargli un'intonazione assai meno grave e mae- 
stosa che per lo innanzi, accostandone cosi l'indole a quella del diti- 
rambo, come l'altra di usarvi metri liberi (rà àTToXeXujLiéva), seguendo in 
ciò e svolgendo la maniera del maestro Frinide, come infine la più ra- 
dicale (messa da taluno in dubbio) di introdurvi l'uso del coro. I con- 
servatori gli gridarono la croce addosso : Ferecrate nel suo « Chirone » 
inveì violentemente contro di lui: ^li amanti delle novità, ed erano i 
più, lo portarono a' sette cieli. Tra i contemporanei ebbe assai più am- 
miratori che avversari: nel sec. II a. Gr. la conoscenza delle poesie di 
lui era stimata in Greta alla pari di quella degli antichi poeti indigeni 
(C. i. G., 3053); nell'età imperiale egli venne tenuto in altissima consi- 
derazione. La forma ch'e' diede al nomo rimase per parecchi secoli. Ari- 
stotele stesso pare lo abbia creduto poeta di gran pregio scrivendo (Me- 
taf., 993 b 15): el fièv T^p TifJióe€o<; |Lif| èrévcTO, itoUi?iv dv jLieXoiTouov 
oÒK €ixo^€v* €l òè ^9] <t)pùvi<;, Ti)Lió6€0<; oùk dv èTévero. 

nEPIAI. 



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TIMOTEO 



239 



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240 ANTOLOGIA DELLA MELIGA OREGA 

Ourqi òè TidXiv \'€To TT^p- (97) 

ar\(; arparò^ pàpPapo^ èman^pxwv. 
&XXa b* àXXav OpaOev aùprt^ 

|LiaKpaux€vÓTrXou^, (100) 

5 x^tp^v b* ^KpaXXov ÒQeiovq 

TTÓba^ vaóq. aTÓjLiaTo^ 

V èErjXXovTO ^aplLlapo(p€T* 

T€K Tiaibe^ auTKpouójnevoi • 

KardaTepo^ bk ttóvto^ (105) 

10 èK XmoTTvÓTi^ \\ivxoaTepé(Siy 

èràpTaipe aw^aaiv, 
èpplGovTo b* àióv6^. 
o'J] b* kn dKTai^ évdXoiq 

fjILievoi TUMVOTrarei^ (110) 

15 àuT$ T€ Kol òaxpu- 

axaTei [O]oijj aTepvoKTÙTtiji 
TOTiT^ 9piivu)Ò€i KaieixovT* òòup^i!p, 
fi|Lia bk [rfiv] Ttaipiav èirave- 

Ka[X]éovT'- " Idb Mùaiai (115) 

20 òevbpoédetpai TTTuxai, 

(Sua]aaeé M èveév[b'], iv' àrj- 

Ttti^ (pcpópee'' où fàp Iti ttot' d- 

|Liòv [aJj]|Lia béEcTai [iraxpjiq. 
k[Op]€v Tdp X^pì 7ra[X]e[o]vu|Li- (120) 

25 (paTÓvov [d[paT]ov fivxpov 



finex^ ji\ axi Mo[i K]a[Tà 
7TXól^ov *'EXXav 6u[TTaT]fì OTéjr[y Jòeifie (125) 

30 T]T][X€T]€X€07rÓpOV è|LlÒ^ 

òeaTTÓTTiq. oò YÒtp 8i[v T^lI^]Xov oùò* 
daTU Auòòv [XiJttiLv ZapòéujV 
fjXeov ["EJXXav* dirépEiJuv ''A[pTi • 
vOv] bk Tiq. Tiq bua^Kcp€UK[T]ov €fi- (130) 

35 pijj T^UKeiav ^ópou KaTacpuipiv; Col. IV 

IXioTTÓpo^ KOKiùv Xuai- 



TIMOTEO 241 

a ^óva y^voit' fiv, 
el òuvarà irpòq |LieXa|Li7T€TaXo- 

XiTUJva Marpòq oupei- (135) 

40 aq òeaTTÓcJuva TÓvata neaeiv, 

€uuiX€vouq T€ x^ipa? àjucpépaXXov. 
XOaov, xP^^OTiXÓKaiLie Geà 

Mctrep kvoO|Liai, 
èjiòv èfiòv aiijùva buacK- (140) 

45 qpeuKTOv, ènei ^€ 

aÙTiKa XaijiOTÓiLiip ti^ àTroiaeiai 

èy6àÒ€ iLiriaTopi atòdpifi, 
f^ KaraKuinoTaKeTq vauaiqpeópoi 

ciOpai vuKTiiraTei Popéqi b\a- (145) 

50 paiaoviar nepi fàp kXuòujv 

aTpio^ dvéppriEcv Sirav 

Tuiujv cibo? óqpavTÓv, 
èvGa KeiaojLiai oJKxpò^ òp- 

viGiwv ÈOveaiv u)|ioppaiai 9oivd„. (150) 

Dopo la *A6r|vaiu)v iroXiTcCa di Aristotele, dopo Eronda, Bacchilide, e 
frammenti di Saffo, a non voler fare menzione che de* doni più cospicui, 
i papiri greci, che dall'Egitto vennero ad arricchire parecchie delle più 
insigni biblioteche europee, ci hanno regalato un nomo di Timoteo. Il 
papiro che lo contiene fu trovato da Ludovico Borchardt facendo scavi, 
per conto della Società orientale germanica, nel cimitero di Abusir (an- 
tica Busiride, che sorgeva a poca distanza da Memfì). Il rotolo era con- 
tenuto in una piccola borsa di pelle posta presso il capo di una mummia 
che fu giudicata, secondo tutta probabilità, essere di un soldato mercenario 
greco. Egli dovea prediligere in modo speciale il poemetto, che una 
mano pietosa gli mise accanto con pochi altri oggetti nella tomba. II 
papiro misura la larghezza di 18 cm. e mezzo e la lunghezza di poco più 
di un metro (1,11). E scritto da una sola parte ed in sei colonne. La 
scrittura (unciale) è molto chiara; le linee sono lunghe assai, più che 
non siano in genere quelle de* papiri che finora conoscevamo, e sono, 
di numero, ventinove nella seconda colonna, ventisette nella terza, ven- 
tisei nella quarta e nella quinta, e quattro sole nella sesta, perchè il 
nomo è giunto alla fine. La prima colonna è in uno stato veramente mi- 
serando : da* suoi brandelli non si poterono ricavare se non poche lettere 
dalle quali si è costretti a rinunziare a ricavar un senso qualsiasi. Anche 
la seconda colonna è in condizioni abbastanza deplorevoli : tuttavia gran 
parte ne è leggibile. Le colonne dalla terza alla sesta sono ben conser- 
vate: le tre ultime anzi perfettamente. Non esiste separazione né tra le 
parole né tra i versi, ma solo alla fine de* periodi più lunghi e complessi, 
ed allora il segno di divisione coincide anche col termine del verso. 
Nessuna traccia di accenti, spiriti, o d*interpunzione. Anche T elisione è 
generalmente trascurata. L*età del papiro sembra si possa porre circa alla 

Taccone, Antologia delia melica greca. 16 



^2 ANTOLOOIA DELLA MELIGA GRECA 

metà del sec. IV a. Gr., perchè tutto quanto venne fino ad oggi rinve- 
nuto nel cimitero di Abusir appartiene ad epoca precedente quella d'Ales- 
sandro. È adunque il più antico rotolo greco sinora conosciuto. Della 
Subblicazione di esso andiam debitori al Prof. Ulrich vox Wilamowtiz- 
loLLENDORFF, il quale curò redizione del fac-sìmile (Der Timotheos- 
PapyruSy Facsimiieausgabe in 7 Lichtdrucktafeln. Mit Einleitung u. 
Textergànzung. Nebst zwei Abbildunsen. Leipzig, Hinrich, 1903) e con- 
temporaneamente diede alla luce un altro lavoro (Timotheos, Die Perser. 
Aus einem Papyrus von Abusir im Auftrage der Deutschen Orientgesell- 
schaft herausgegeben. Mit einer Lichtdrucktafel) cosi distribuito: una 
introduzione, in cui si dà notizia della scoperta del papiro e lo si descrive: 
una trascrizione del testo come la potè lare l'autore colla coadiuvazione 
di paleografi insigni; il testo, colla divisione non solo delle parole, ma 
ancne de' versi, quale il v. Wilamowitz credette di poter ristanilire ; una 
parafrasi in greco, sul tipo di quelle degli antichi scoliasti; poscia un 
ampio commentario intorno al metro, alla lingua del carme, ed a quanto 
di più meno certo sappiamo intorno a Timoteo ed al nomo; infine i 
frammenti del poeta milesio che già avea raccolti il Bergk, con qualche 
aggiunta. Lo studioso potrà pure consultare con frutta il lavoretto del- 
riNAMA, 1 Persiani di Timoteo di Mileto {Rendiconti del R. htit. Lomh, 
di scienze e lettere. Serie II, voi. XXXVl, 1903, pp. 626-649). Vedasi 
anche 0. A. Daniblsson, Zu den Persern des Timotheos (Frani voi. V), 
M. Mazon, Timothée de Milet — Les Perses — Traduction (Revuede 
phihlogie, de liitérature et d'histoire anciennes, 1903, pp. 209 e sg.), e 
S. SuDHAUS, Zu den Persem des Timotheos (Rh. Mus., 1903, pp. 481- 
499). — 11 nomo restituitoci dal papiro di Abusir non è intero: non ne 
abbiamo che l'ultima parte, e cioè presso a poco duecentocinquanta versi 
secondo la distribuzione del v. Wilamowitz (a cominciare dalla lin. 2 
della col. II). Neppure in tutti questi poi il senso corre con sufficiente 
sicurezza e continuità, ma solo dal principio delia col. III. Che Fautore 
del componimento poetico sia stato Timoteo è fuor di dabbio, perchè 
questi verso la fine si nomina. Si dice infatti a* vv. 234 e sgg. (traduco 
senza badar punto alla eleganza, il più letteralmente possibile di sul testo 
del V. Wilam. cambiandone però alquanto la punteggiatura): « Primo 
Orfeo, il figlio di Calliope, nella Pieria inventò la lira dalle varie ar- 
monie. Dopo di lui Terpandro aggiogò la Musa a dieci suoni (= jportò a 
dieci le corde delia cetra), e generollo Teolica Lesbo apportator di gloria 
ad Antissa. Ora Timoteo tocca la lira con metri e ritmi dagli undici 
colpi (=:trae armonie da una lira di undici corde], aprendo un tesoro 
di molte melodie rinchiuso nel talamo delle Muse: ed e la città che lo 
nutrì Mileto, dell'insigne popolo degli Achei che ha dodici città ». Che 
i versi poi appartenessero al famoso nomo TTépaai lo dimostra alKevi- 
denza il contenuto. Del quale faremo ora un breve cenno. Come già ab- 
biamo avvertito, nella seconda colonna (sulla prima sorvoliamo addirittura 
per le ragioni dianzi esposte) il senso è ancora assai incerto. Vi si de- 
scrive da princìpio l'urto delle armate greca e persiana, i tentativi di af- 
fondamento delle navi, gli sforzi di queste per sottrarsi al nemico che 
sta per prevalere, la mutua strage de' combattenti, e le mutue perdite 
cagionate dagli incendi suscitati dal getto di sostanze infiammate. Poscia, 
per una trentina di versi circa, il testo è rovinato in massima parte e 
non lascia leggere che qualche parola di tratto in tratto. Sembra tuttavia 
se ne possa ricavare che si passa ad un episodio, il quale è il medesimo 
che continua a svolgersi per quasi metà della colonna terza. Un duce 

Persiano cade in mare, e, mentre si dibatte e fa ogni sforzo per salvarsi 
alle onde che stanno per inghiottirlo, con albagia veramente satrapesca 



TIMOTEO 243 

insulta al mare, cui minaccia di grave sconvolgimento da parte del suo 
signore. Dal v. 97 al v. 150 si estende il brano che noi riportammo, 
brano nel quale, dopo un breve tocco su' disastri prodotti dal cozzo delle 
navi, vien rappresentata, con tinte assai cariche e non senza una punta 
d*ironia, la disperazione di que* Persiani che, ridottisi dal mare, ov*erano 
caduti, su* circostanti scogli, sì vedono tuttavia tolta ogni via di scampo. 
La nota buffa si fa molto più palese nel quadro che sussegue, in cui un 
Persiano, acciuffato pe' capelli da un Greco, che lo trae prigioniero, gli 
promette di non venire mai più a combattere in Grecia, se' lo lascerà 
andare, e di essere suo schiavo, ma non in Grecia, sibbene dimorando 
nella sua città natia in Persia. L'effetto comico è accresciuto dal greco 
spropositato che il barbaro parla. La scena, che tien dietro a questa, 
ritrae la compiuta disfatta dell'esercito asiatico, la disperazione e i la- 
menti del re e poscia la sua fuga, e dall'altra parte il giubilo de* vinci- 
tori, i quali innalzano un trofeo e poi, cantando un peana, intrecciano 
danze. Dal v. 215 al 253 è la chiusa. Il poeta invoca pe' suoi canti la 

f protezione di Apollo che glorifica la xpu<^0Ki6apiv jLtoOaav veoTcuxn, si 
agna delle offese che ^li hanno recato ^li Spartani nonostante ch'egli 
am>ia grandi meriti d'inventore (e qui ricorre il tratto ove il poeta si 
nomina, tratto di cui già dicemmo sopra), e, dopo d'essersi paragonato ad 
Orfeo ed a Terpandro, termina facendo voti per la città per la quale il 
nomo fu composto, e che noi non possiamo determinare quale fosse. — Due 
cose appaiono evidenti anche dal breve sunto che del carme di Timoteo 
abbiamo dato, e cioè che la descrizione della battaglia di Salatnina in esso 
contenuta è puramente fantastica, punto conforme alla verità storica, priva 
di qualunque particolare nota atta a distinguerla dalla rappresentazione di 
un'altra pugna navale qualsiasi; in secondo luogo che essa descrizione 
non forma un tutto organico, ma piuttosto una serie di bozzetti ciascuno 
de' auali potrebbe vìvere vita indipendente. Tutto ciò non torna davvero 
a lode di Timoteo: de' meriti poetici del quale scriveva cosi giustamente 
il nostro illustre Inama, ch'io non so far di meglio che riportare qui il 
suo giudizio (v. 1. cìt., p. 641): < Non può negarsi che qua e là vi sia 
vivacità di colorito ed efficacia d'espressione: ma manca ogni since- 
rità di sentimento; anche le scene in apparenza più commoventi sono 
fatte piuttosto per mettere in canzonatura i barban vinti che per destare 
sulla infelice loro sorte la compassione de' lettori. Non v'ò idealità al- 
cuna, nessun nobile sentimento patriottico o morale, non un plauso d'en- 
tusiasmo per i vincitori, non un alito generoso di commiserazione pei 
vinti ». (Sulla comicità dell'episodio del duce persiano che impreca al 
mare, non ammessa dal v. wilam. e dal Mazon, consento pienamente 
coirinama: per parte mia anzi non credo neppure del tutto seria la parte 
del testo che ho riportato). La scoperta di Timoteo non arricchisce 
adunque per nulla il patrimonio de' capolavori della letteratura greca, 
nò sì può dire una fortuna per la fama dell'autore, inquantochè ei di- 
mostra che la celebrità da lui goduta presso i contemporanei e per qualche 
tempo anche presso i posteri non fu dovuta certo a valentìa di poeta, 
ma forse a merito di compositore musicale e dì cantante se pure non 
solamente ad audacia d'innovatore. Gontuttociò l'importanza della scoperta 
rimane grande, poiché, anche fatta astrazione dagli schiarimenti ch'essa 
ci porta sulla composizione tecnica del nomo, è pur sempre utilissimo per 
gli studiosi d*una letteratura poter conoscere eziandio il perìodo della 
decadenza. — De' TTépaai di Timoteo già conoscevamo tre frammenti, de- 
rivati tutti dalla parte che nel papiro di Abusir manca. Uno ci è riferito 
da Plutarco, Vita di Fihpem., e. 11, e da Pausania, Ylll, 50, 3. Narra 
Pausania: M€Tà òé où iroXù (la battaglia di Mantinea) dYÓvxuiv Né|ii€ia 



244 ANTOLOGIA DILLA MELICA GRECA 

'ApT€{ttiv €tuX€ nèv Tdùv KiOapuibd^v t*?» àx^vx ò 0i\oiro(|LXiiv irapiùv 
TTuXdòou òé McTaXoiToXiTOu jixév dvòpòq T^vO(;, KiOapqjòoO òè tuiv è(p* 
aÒToO ÒOKifiuiTdTou kqI àvi]pr)|Lxévou TTuéiicVjv vÌki^v, tót€ ^bovTO^ T\)io- 
6éou vófiov ToO MiXi^aiou, TTépaa^, xal xaTapEafiévou xf^ ^hf^ KXetvòv 
èX€uG€p(a( TcOxujv fiétav 'EXXdbi KÓainov, direlòev è<; tòv 
0iXoiTo()Lteva tó *EXXiivikóv, koì èircaniui^vavTO xCp xpÓTip q>ép€iv !(; éKd- 
vov TÒ ^a^a. Un altro frammeDto ci è noto da Plutarco, De aud. post, 
e. 11: *Aq>* iBv (N, 121) xaf Ti|lió6€oc ópfiiiOciq oò Kaxdic èv toU TTépoaiq 
Toù? "EXXiiva(; irap€KdX€i ZépcaO' albil» auvcpt^v dpcTd^ bopiiid- 
X ou (Bergk, bopufidxou vulg.). Il terzo infine lo l^giamo pure in Plutarco, 
Vita d'AgesilaOy e. 14: 'MbiaTov bè OéajLxa xot? KaroiKoOoi ti?|v 'Aaiov 
*'EXXiioiv i^aav oi irdXai Pap€t(; xal dq>ópiiToi xal btappéovTct; dirò irXoOrou 
xai Tpuq>vì( dirapxoi xal aTpaTiiYol, b€biÓT€^ xal GcpaireOovTC^ dvOpumov 
èv Tpipujvi irepilióvTa XitiI) xal irpò^ hf tif\\ka PpaxO xal Aaxuivixòv àp^d- 
2ovT€<; éauToù^ xal |Li€Taaxii|LxaTÌ^ovT€^ * «Aarc iroXXot^ èmici tò toO Ti- 
ILioOéou XéYCiv "Apri? T^pavvoc;' xP^^^^v bè 'EXXàq oò bèboixc 
2. pdppapo^: il v. Wilam., per ridurre anche i vv. 97-98 al valore 
complessivo di un tetrametro gian\^ico, da lui attribuito a* precedenti 
vv. 93-94 e 95-96, elimina questo epiteto. Ma è assai probabile ch'ali 
abbia torto, perchè al v. 37 Fesercito de* Persiani è qualificato col me- 
desimo appenativo. — 3. aOpTi^: Bsichio a tale parola chiosa (pOopà 
xal \i}\xr\, e) viden temente siffatta interpretazione non fa al caso nostro. 
11 V. Wilam. (p. 44) ricorda le Sirti della costa africana e spiega xara- 
cpopà vediv xaTaaupofiévuiv. Egli mette {)oì la virgola dopo aOpTK e ri- 
ferisce il ^axpaux^vóirXout; del v. 100 ai iTÓba<; vaó(. Meglio, a parer 
mio, rinama, osservando che < aópui è trascinare, aupTÒq trascinato, 
aOpTr](; corda per tirare », intende per oCipTi^ lunga fila di navi; can- 
cella poi la virgola dopo oOpTi^ ed a questo sostantivo unisce Tagg. 
Maxpaux- spiegando Tespressione con oOpri^ v€(!}v ^axpauxcvoirXóuiv. — 

5. Gfr. E, 419 x^^9^ ^* èxpaXcv èYXo<; fl».). = 5 e 6. òpefou^ iróbac; 
vaó^: i montani piedi delle navi, E ciò nel bello stile di Timoteo si- 
gnifica t remi. Né cotali stranezze scarseggiano in lui: abbondano poi 
in ispecie nel brano ch'io ho trascelto, e le vedremo di mano in mano. 
Ne spigolo ancora qualcuna dal rimanente del carme. Al v. 9 incontriamo 
X€tpa(;... èXarCvac;, le mani di pino., anche per indicare i remi; al v. 88 
ir€i3Kaiaiv òpiYÓvoiaiv, co" pini nati sui monti (==i colle navi): al v. 154 
òpcpavòv jLiaxdv vuol dire sbandato dalla battaglia; al v. 190 xujLtaivuiv 
TÙxaiaiv corrisponde al nostro accasciato dalla sventura ; e così via. — 

6. OTÓjLiaToq : va congiunto tanto a èHf^XXovTO quanto a iTa!b€(;. — 7 e 
8. |Liapfiapo(p€YY€t^ iralbe^ : anche nel caso che si dovessero qui intendere, 
col Danielsson, designati i denti de' marinai, sarebbe già abbastanza stra- 
vagante chiamare i denti scintillanti o biancheggianti figli della bocca. 
Ma la stravaganza cresce quando si pensi che con molta probabilità si 
accennano gli scalmi. A scagionare alquanto per questa volta il poeta 
dal ridicolo deirespressione si suppose che essa fosse nel gergo de' 
marinai e che Timoteo ne Tabbia audacemente trasportata in un com- 
ponimento letterario, ma a confortare Tipotesi non venne addotto argo- 
mento alcuno. — 10-11. Costruisci: èYdp. adjjiiaaiv i|iuxoaT€pé0tv ex 
XiTTOirvóric; (Timoteo è anche qui pari a sé stesso). Vedasi la parafrasi 
del V. Wilam. a' vv. 9-11: ó bè ttóvto? Uiairep 6 oùpavò<; toK darpdai 
dTr€itviY|Lxèvoi^ vexpoìt; ènXi^iBuev (djv rà aibixara èmXnróvT0(; toO irveO- 
ILxaToc; TTì^ Iwr^ èarépriTo). Il xaTdaT€po<; del v. 9 è diversamente spie- 
gato dairinama, secondo il quale esso allude allo « scintillare della su- 
perficie mossa dalle onde che pare un luccicare di stelle ». — 13. èPpi- 
GovTo: s'intende od>|Liaaiv ipuxoar. ex. Xm. — 13. o\: que' Persiani 



TIMOTEO 245 

che, caduti in mare, erano riusciti a trarsene fuori. — 14. "fw^voTraYÉt(; : 
irT|Tvù^€voi Tip Kpu€i bla Ti?|v YU|LivÓTiiTa (v. Wilam.). — 16. OoCp : la 
mia integrazione fa più vivamente risaltare la nota comica del passo. — 
17. yoiiT^: in funzione d aggettivo. — 18 e 19. èirav€KaXéovT': forma 
jonica come èiT€KTOir^ov al v. 213 e òuiòcKaTCìxéo^ a' vv. 247-48 : per 
contro si trovano gli attici mfioO|Li€vo(; (v. 81) e iicvoOMai (v. 139). — 
19. Mùoiai : molto probabilmente si ha qui un caso di sinecdoche, essendo 
nominata una piccola parte dell'impero di Persia invece della Persia 
tutta: a meno che il guerriero barbaro abbia già in mente la MdTì)(), che 
invocherà dappoi, la quale, adorata in parecchi luoghi dell'Asia Minore, 
ebbe un culto assai fiorente sull'Ida, posto in sul confine della Troade e 
della Misia. — 30. Ò€vbpoé0€ipai : le TrruxaC della Misia hanno al- 
beri per chiome. L'immagine, del resto, è una delle solite. — 21 e 
22. dif)Taiq (pepó^eO*: siamo sbattuti da' venti. — 22 e 23. dfióv: 

' = i^|iiéT€pov. — [TraTp](<;: l'integrazione dell'Inama si presenta come pre- 
feribile d'assai a quella del v. Wilam. [kóvJk;, perchè, come giustamente 
rinama stesso osserva < il pensiero più tormentoso doveva essere quello 
di non poter più ritornare in patria ». Di più, aggiungo io, i Persiani 
che si lamentavano a quel modo, erano già usciti dal mare, sicché essi 
aveano ormai a temere piuttosto di cader prigionieri o di venire truci- 
dati che di morire fra le onde. Ancora si potrebbe notare che, leggendo 
[kóv]i(;, l'antitesi fra l'ultima proposizione e la precedente sarebbe sba- 
gliata, perchè in questa i barbari pregano di essere salvati. — 24-25. èOiT- 
Tav€ Y^p €{^ X€tpa tò dparov fivTpov, Sttou ìk TiaXaioO al vù^<pai Y€v- 
vt&vrai (v. Wilam.) — 26-27. Sono troppo guasti per poterli redin- 
tegrare. Del resto è chiaro da' loro avanzi e dal seguito del discorso che 
non contenevano un pensiero di grande importanza. — 28. dircxc: 
il Persiano si rivolge alla patria sua. — àx\' dor. : in Omero fjxi. — 
29. irXóijiov "EXXav: invece di EXXfiaTTOVTov ("EXXiic; ttóvtov): rei et 
personae confusio. — cOitaYfì 0TéYr|v: il ponte di navi gettato da Serse 
sull'Ellesponto (cfr. Erod., VII, 36). — 30. TriXcreXeoirópov : imaxpàv 
TTOpeOov (oxnYaaiLia — v. Wilam.). — 31 e 33. où Y^p tìv... i^XBov : s'in- 
tende « se non ci fosse stato il ponte ». — 31 e 32. TmO[)Xov oOb* daxu 
Aubòv... Zapbéuiv : si può considerare come un'endiadi, perchè Sardi sor- 
geva a poca distanza dal Tmolo verso settentrione. — 33. dir^pHiuv: 
jon. A rincontro si trova elpYUi al v. 228. — 34-35. vOv òè irò! rpa- 
iró^€vó^ Tiq cdpri Tf|v YXuKCtav dirocpuYVìv toO Oavdxou, oùk dv |^(;ibiui^ 
KaTop6oufiévr|v ; (v. Wilam.). — 36. MXioTiópo<;: in senso attivo, o, 

per meglio dire, causativo. Notisi la mancanza di qualsiasi particella di 
transizione. Questo è fenomeno comune in Timoteo, che pare non fosse 
troppo amante delle congiunzioni: il bé è in lui presso a poco l'unico 
raporesentante di esse. — 36 e 37. Xua{a: è detto della Mdrrip, la 
quale si nomina solo più giù, al v. 39, in una proposizione dipendente 
ed in un caso obliquo. Cfr. l'epiteto di Xuato^ dato a Dioniso. — 
38. €l òuvaTd : = €l buvaxòv €tri. — 38 e 39. |Li6XaMTr€TaXoxÌTU)va : 
€ Ciò vuol dire che nella veste, la quale copre le ginocchia della madre 
degli dei, sono intessute nere foglie..., come appaiono anche abbastanza 
spesso negli abiti di lusso delle pitture su vasi » (v. Wilam., p. 46, n. 1). 
Quanto alla struttura della parola osserviamo che Timoteo ha una viva 
predilezione per i composti di due ed anche di tre vocaboli. Aristotele 
assegnava ai binXd come sede più appropriata fra tutte il ditirambo, e 
per vero da essi è contraddistinto il bt6upa|LiPoTroió(; Ginesia in Aristof., 
Ucc.^ 1372 e sgg. Numerosi ricorrono pure nella parodia di ditirambo conte- 
nuta nelle Nuv.^ vv. 335 e sgg., ma non sono ignoti né alla poesia di Aristo- 
fane stesso anche quando non ha lo scopo di mettere in ridicolo altre 



246 ANTOLOGIA DELLA MBLIGA GRECA 

forme poetiche, né alFantìca poesia attica (cfr. Solone, fr. 1 h., 6 ZaXa- 
^ivaq}€Titiv, e fr, 20, 2 àfuiapTivóy»). ~ 89 e 40. Marpò^ oùpcio^: 

la Madre montana è la asiatica Cibele. Essa venne poi confusa con altre 
divinità, con Rea dapprima, e più tardi con Gea (cfr. Sof., Filott.^ 391 
e sg. òp€0Tépa irainPd^Ti fd, ^drep aùroO Aió^, | & tòv inérav TTaKTuiXòv 
E^XP^'^'ov vé^€iO e con Demetra (cfr. Earip., Elena^ 1301 e sgg. òp€{a 
icore òpoM<&&i KiòXui I jLiàTiip 8£iXiv èoOOn dv | OXdcvra vdmi | iroxdMióv 
T€ x^^m' òòdruiv I PapOPpofiióv t€ kOjli* dXiov | Tró6(|i tA( dicoixo|iòfa^ | 
dppfiTOU KoOpaq (Persefone) ktX). La confusione del resto si spiega facil- 
mente quando si pensi che tutte queste divinità non sono se non perso- 
nificazioni della forza produttrice della terra. ^ 41. eùuiXévou<; : l'epi- 
teto, riferito a x^^P^^C* 6 abbastanza stravagante. — Per tutto il passo 
dal v. 36 al 41 cfr. la parafrasi del v. Wilam.: €i^ Ti^v Tpuidba (óirèp 
TÒV 'EXXf|0irovTov) iropcùouoa ex tiX^v kokiS^v ^óvti dv dvaoibocicv i[ 
òpcia Mf|TT)p, ci òuvQTÒv €(ì) irpò^ Td Tdvara if^ òeoiroCvii^ ircocfv Tà 
èvÒ€Òu|Liéva xi'ftS'va iixéXaoi <pOXXoic; neicouciXjLtévov xal tù^ X^tpo^ Td^ ènl 
ToK KoXol^ Ppaxioaiv TrcpiXd^oiiiii. — 44 e 46. è|LX. al<X>va 8u0éK<p€UKTov : 
TÒV P<ov iLiou TÒV xaXemX»^ òiacpeOYOvra (v. Wilaqt.). — 46. diroi- 
ocTm: la parola non è certo la più adatta per aggiungere serietà alle 
Querele del Persiano. -- 47. {Lt/^OTopi aiÒdpifi: con fifiOTopt si consi- 
deri intimamente congiunto Xai^oTÓfiqj del verso precedente, e s'intenda 
lyti^TOpt Xal^0TÓ^^l = ^f|aTopl ToO XaijLiOTO^dv. Anche il v. Wilam. 
^iega a questo modo parafrasando t^ )Ltaxa{p<;i iQ toO TpaxnXoKOir^v 
èfiiccipqi. — 48. KOTaxujuoTaKeU : il v. Wilam. dichiara: al xd ia!l- 
fiara KaTaT^KOucai (d>aT6 tòv drimòv Tf^ OaXdxTr)^ t($» dépi (njv€)A<pé- 
pcoOoi). — vauoiqpOópoi : il significato attivo dell'agg. è indicato dalla 
posizione deiraccento. — 49. vuKTiTraTcl Popég: 3opp9 xaTd Tfjv 

vOKTa iraTCTdibci YiTvoiuévip (v. Wilam.). — 52. t^iurv ct&o^ óqnxv- 
TÒv : il v. Wilam. parafrasa tò KaTaaK€\!iaa^a tiùv imeXitfv (Tf|v ^op<pi^ 
Tf|v ex iLieXiXiv ó(paa|Liévr)v «Bare òXov ti <pa(v€a9ai); Tlnama invece in- 
tenderebbe il vestito. Ma la prima interpretazione è più conforme al 
senso del contesto : dopoché le onde hanno sconquassato il corpo dell'in- 
felice, è più facile al gelido vento della notte produrre l'esiziale efietto 
che si descrive ne' vv. 53-54. 

Metro. — La divisione de' versi è quella data dal v. Wilam., la descrizione 
metrica in massima si accorda còlla sua, ma talora se ne allontana. I w. 1-2 
formano una serie giambica: è da notarsi l'anaelasi tra la fine del terzo 
iméTpov ed il principio del quarto (cfr. la nota al v. 2). I vv. 3-S sono 
d'andamento anapestico; i w. 6-14 sono dimetri xard Paicxctov cTòoq. La 

fi^ra , che compare al v. 8, è dal Gleditsch {MetrihP, § 1^) 

spiegata come una dipodia giambica e trocaica nella quale Tirraziosalìtà 
SI è estesa anche a quelle sedi che dovrebbero conservarsi pure: io pre- 
ferirei considerarla come un antispasto, il qual piede, incominciando con 
un andamento in realtà giambico e proseguendo con un altro apparen- 
temente trocaico, venga, mi si passi TespressioBe, a godere de' privilegi 
tanto della dipodia giambica quanto della trocaica, ed ammetta così due 
lunghe irrazionali invece d'una sola. I w. 15-16 costituiscono un tetrametro 

fiambico, il v. 17 un tetrametro bacchiaco, al quale del resto si può anche 
are il valore di un tetrametro giambico ponendo (^ — )=^(^ !><-•-)• 
I vv. 18-25 tornano ad essere dimetri xaTd paKX€!ov ctbo^. Dai frammenti 
de' vv. 26-27 si comprende che il loro andamento dovea essere trocaico, 
a quella guisa che trocaico è il ritmo de' vv. 28-30. I vv. 31-% sono 
trimetri eretici. I vv. 36-41 sono serie giambiche con frammezzati un 
antispesto ed un jonico a minore catalettico; il secondo tetrametro 
(vv. 38-39) si compie colla prima sillaba del v. 40. 1 vv. 42-45 sonoan- 



TBLESTE ^7 

Cora dimetri xarà 0aKX€tov ctbo^. 1 vv. 46-47 debbono forse venir con- 
siderati come d^andamento anapestico. Dal v. 48 al 50 abbiamo due di- 
godie di dattili di tre tempi seguite da un gliconeo secondo: la sillaba 
naie di vauai<p6ópoi è breve perchè il i consuona coirau iniziale di 
aOpai. Nei rimanenti troviamo una volta ancora versi xarà paxxctov 
€!bo^. Un solo caso di sinizesi s'incontra, ed è in koX^ovt* al v. 19. 



Teleste. 

Del poeta ditirambico Teleste abbiamo scarsissime notizie. Egli nacque 
a Selinunte in Sicilia, e fu contemporaneo, quantunque più vecchio, di 
Alessandro Magno, da cui dicesi che fosse letto assai volentieri. Àristrato, 
tiranno di Sicione, ne fece ornare la tomba con pitture da Nicomaco. 
Secondo ÌDion., De compos, verb., 19, egli si compiacque nel variare ritmi 
e melodie, e ne' pochi frammenti che ci rimangono è qualche conferma 
di tale asserzione. Di tìtoli de* ditirambi di Teleste ne conserviamo tre, 
€ Argo », € Asclepio », ed < Imeneo ». Il suo stile è vivace, ma artificioso: 
studiata assai è la collocazione delle parole. 



0). 



10 



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W — VX 


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J. VX 


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J. 

. . VX 


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— VX VX 


— VX VX -^ 


— — VX v^ 


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VX VX -^ 


VX VX — 3 










— 


VX VX -^ 


VX VX — — 


— VX — VX 


— VX VX — 


VX VX 


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w 


- VX -i 


V<> ~ VX — 


VX — VX l_^ 


• ^ / \ 






_ 


VX VX — 


V/ VX — v-»vx 


— VX VX — 


VX 1 . ^ 







— V*-* *«^~ — — VXVX _\XVX— VX — V<» I , — VX -/■ VX I m -L 

**0v aoq)òv aoq)àv XapoOaav ouk éTréXTroiiiai vóip òpu^ioT^ 

òpTttvuiv òiav *A9àvav [òpeioi^ 

òuaóq)6aX|iov alax^? èKq)oPT]8eiaav 

adOiq èK x^po^v PaXeTv, 

vu)iq)aTev€i x^PO^TUirip q)T]pl Mapauqt kX^o^. 

TI Y^P viv €UTipÓTOio KdXX€oq òiù^ Ipujq fxeipev, 

§ TcapOeviav firctMov Kfinaiò' àireveiiie KXojOu); 

àXXà ^dTav dxópeuTo^ 



248 ANTOLOGIA DELLA MELICA OBBCA 

&Ò€ fiaraioXÓTUJV (prJMGi TrpoaéirraO* 'EXXóòa ^ou(TOTtóXuJVf 
10 (Toqpa^ èiricpGovov ppoToT^ T^xva^ 6v€ibo^. 

>|c >|c >|c :ic :ic He ^tc 

Tàv auvepiOoTÓTav BpofLiiip napéòujKc aeiLiva^ 

òaijLiovo^ àepOèv irveO^* aJoXoTtTepÙTUJV (Tùv àrXafiv ujKUTaii 

[X€lpUIV. 

(1). Ateneo, XIV, 616F-617A: 'AXV 6 Y€ IcXivouvtioc; Tekéair\<i tui 
McXoviinribi] dvTiKopuaaójiicvo^ èv *ApTo! ì(pY\, ó bè X<5to<; lari ir€pl xn; 
'Aer)va(;* 8v ao<pòv... KXuiOiò; Uk; oùk àv €Ìi\a^r^iai]<^ Tf)v al- 
oXpÓTTiTa ToO etbouc; bià Tf|v irapOeviav. éE»i^ xé q>r|aiv • dXXàjbidTav... 
6v€ibo^. |Li€Tà ToOra hi tfKwyuélmyf riyv aòXriTiicf)v \tf€\' xàv ktX. 
-^ 1. "Ov: riferito ad aùXó<;, che dovette essere menzionato ne* versi 
antecedenti. — aocpdv: epiteto opportunissimo per Atena, la quale altro 
non è se non la personificazione ael senno di Zeus, come alPevidenza di- 
mostrano le due leggende, di uguale significato, relative alla nascita di 
lei, quella cioè secondo cui ella uscì del capo di Zeus dopoché questi 
ebbe ingoiato Metis, e Taltra conforme alla quale Efesto (o Prometeo) la 
fece balzare vigorosa ed armata di tutto punto dalla testa del sommo tra 
gli dei spaccandogliela con ungasela di rame. — è1TéXT^o^al vóqi : notisi 
la solennità dellespressione, assai conveniente del resto alFintendimento 
del poeta. èicéXiro^ai è parola usata nel linguaggio epico e nel tragico. 

— òpu|Liot(; òpeioiq: dat. di luogo. — 2. òpTdviuv: gen. causale con 
ataxo^. — òiav: Ta è lungo. — 3-4. Gfr. Melanippide, fr. I, n. — ■ 
6. vuM(paY6v€t: a Marsia non è sempre attribuitolo stesso padre: egli è 
fatto figliuolo ora di Olimpo, ora di Jagnide, ora di Eagro. — <pTi]pi» 
questa forma eolica è usata, ad indicare Centauri e Satiri, anche in com- 
ponimenti poetici non eolici. — xXéo^: apposizione ad òv. — 6. viv: 
aùxi^v (Atena). — 8. jLxdxav : va unito a irpooéirxaO' del verso seguente. 

— 9. q)fma: come in Bacchilide, 2, 1; 5, 194; 9, 1. — irpoaéitxaB': 
s*incontra costruito col dativo in Esch., Prom., 555 tò òiaficplòiov bi 
Ibioi néXo^ irpooéiTxa. — |iiouaoTTÓXu)v : coiragg. fioiooiróX^j è indicata 
la casa del poeta in Saffo, fr, 11^ b., v. 1. — 10. Notisi la ricer- 
cata collocazione delle parole ed in ispecie l'antitesi tra il ao<pfi(; e 
réiricpBovov posti vicini. — 11. xdv: che cosa debbasi intendere ac- 
cennato da questo dimostrativo spiegano le parole deiraddotto passo di 
Ateneo; dalle quali appare eziandio la necessità di segnare una lacuna 
tra i vv. 10 ed 11. — 11. auvcpiOoxdxav Bpo|Li{i4j: la musica dioni- 
siaca era fragorosa e appassionata, mentre era composta e quieta l'apol- 
linea. — 13. aloXoTTTCpÙYuiv : la prima sillaba e breve. — aOv: os- 
serva lo Smyth (p. 466) che de* poeti ditirambici più recenti Teleste è 
runico il quale faccia uso di tale preposizione. Fratina, Arifrone, Mela- 
nippide e Filosseno adoperano in sua vece jiicxd col gen. Un'altra ten- 
denza de* medesimi poeti, tendenza che già si manifesta nelle partì liriche 
della tragedia, è quella di evitare l'articolo, ed in Teleste infatti l'articolo 
non s'incontra. — Come ne dice Ateneo nel brano che citammo, Teleste 
nel presente frammento del ditirambo *ApTih, dvxiKopOaaexai a Melanip- 
pide. Non è improbabile che sia stato Melanippide stesso ad inventare la 
favola di Atena e del flauto. 

Metro. — Sotto l'aspetto metrico sono da distinguere nel frammento, 
secondo ogni probabilità, due parti : la prima, breve (è composta de' soli 
vv. 1-2), è trocaica; la seconda, che ha un'estensione ai gran lunga mag- 
giore, è KQxà 3aKX€!ov dòo^. 



ARISTOTELE 249 

Aristotele. 
(6). 



— V/ L_ • — 



\J — 



— W/V^— \^ Ky ^ — 

— W/ — — — \^ \^ — \^ \J — ^ 

— \-/ — — ->v^V^. V/V^ — O 

— V^ Vtf» — \y V^ ' • V^ ^b^ — .^ 



- V . I . I 



10 _^__ ^, 

15 -V.V.. _v. .. 

*Ap6T(Ì, 7T0Xu^0X^€ TéV€l PpOTClLU, 

OripciMa KdXXiaiov Piip, 

aaq népi, TrapGéve, iixopqpdq 

Kaì GaveTv 2TiXu)TÒq èv 'EXXàòi ttótiìo? 
5 Koì TTÓvou^ TXf\vai iLiaXepoùq (ÌKà^avTaq• 

TOiov èirì (ppéva pdXXci^ 

Kapiròv iaaGdvarov xP^^oO t€ Kpeiaau) 

Kaì Tovduiv juaXaKQUTtiToió 6' uttvou. 

(TeO ò' ?v€x' oÙK Aiò^ *HpaKXéTi? Ai\baq t€ KoOpoi 
10 TtóXX* dv^xXaaav fproiq 

adv drpeiJovTe^ buvajiiiv. 

aoxq bk 710001? 'AxiXeù? Aia? i* 'Aiòa bóinov fiX0ov 

aaq ò* ?V€K€v qpiXiou ^opcpa? Kaì 'Arapvéo? {vtpoqpo? 

[dXiou xnP^^^v auTa?* 

TOiTdp dolbl^oq f PToi?, dSdvaióv xé |liiv auòr|(Touai MoOaai 
15 MvajLioaùva? GuTarpe?, Aiòq Seviou aé^a? auSouaai cpiXia? 

[re T^pct? Pepaiou. 

(6). Ateneo (Ermippo), XV, 696A-D: 'AXXà ^i\v xal tò ùirò toO iroXu- 
|iO0€aTdTOu Ypacpèv 'Api<JTOTéXouq eì<; *Epfi€(av tòv 'Axapvéa où iraidv 



250 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

èoTiv ÒTi bé iraidvoc; oùòe^iav ^jLtqpaaiv irapéx€i tò $a|ia, àXXà tu»v 

OKoXCuiv §v TI xal aÒTò clbóq èaTiv èS ai}Tf\(; Tf\c, XéEewq (pavcpòv óiitv 
iroii^iaui • ' A p € T à ktX. Cfr. anche Diog. Laerz.. V, 7. — 1. 'Apcrd : 
più che la personificazione spicca nel carme ai Aristotele rallegoria. 
Personificazione più decisa è invece già in Senofonte, Mem. II, 1, 21 e sgg. 
(Eracle al bivio). Il so^^etto deirode richiama il peana di Arifrone ad 
TYÌ€ia, il fr. 139 b. degli € Adespota» (a Tùxil)» ed in ispecieil/V. XXI 
di Sìmonide. Cfr. anche Tultima nota che a questo facemmo. — iroXO- 
^oxOe: intendi itoXXoìk; ^óxOou^ irapéxovcia» Cfr. Eur.,/r. 916 TroXO|LioxOoq 
pioTn 6vr|Tot(. Bacchilide fa uso, a proposito di dp€Td, delFagg. èiT{)Liox6oq 
in 1, (43). Riferiamo qui non solo il v. (43), ma ancora quelli che susseguono, 
perchè il loro contenuto s'accorda assai bene con quanto segue anche 
ne* versi d'Aristotele: dpcTà b* èTiiMOx6o<; | ^év, T€]X€UTa6€taa b' òpOtXpq] 
dvbpl KJal €0t€ 6dvi3 Xciirci ttoXuZ/^Xujtov eùxXcia? àfdk^a. — 3. irépi: 
per cotale uso del irepi invece di ùitép cfr. M, 243 djLiuvcoOai ircpl ird- 
Tpii^ii n, 497 è^eO irépi ^dpvao x^^'^'l^* Tirteo, 8h., IÌ-14, irepl naibujv | 
evì5<JKui)Li6v, Eur., Ale, 178 oO SviJaKuj irépi. Cfr. anche la nota al v. 8 
del fr. I di Saffo. — fuopcpfi?: il poeta dovea avere in mente la ibéa del 
suo grande maestro. — 5. dKdfnavTac;: = àKafAdT0U(;. Male taluno lo 
riferì ad "EXXrivaq, considerato come soggetto sottinteso di TXfìvai. — 
7. iaaOdvaTov: l'esistenza di siffatto vocaoolo coniato dal v. Wilamowitz 
non ci è provata da alcun esempio: si trova però iaobai^uiv ed ognuno 
ricorda riaòOeo^ d'Omero. — 8. Yovéuiv: e stato interpretato in. due 
sensi, in quello cioè di nascita illustre e neiraltro di amor parentum. 
Coloro che s'attengono alla seconda spiegazione richiamano i, 34-35 djq 
oòbèv yXùkiov fj<; iraTpiboq oùbè TOKriuiv | YiYvCTai, e Pind., htm, 1, 5 
t{ q>{XT€pov K6bv(£iv TOK^uiv dYoBo!^; lo credo di gran lunga preferibile 
l'intendere nel primo senso. — )jiaXaKauYiP)Toio : «che tempera il brillar 
degli sguardi » e quindi < che assopisce ». 11 sonno è ristoratore delle 
forze, onde nel terzo de' beni a cui e superiore il frutto instillato dalla 
virtù nell'animo è da ravvisare appunto la forza. Qual bene poi vi può 
essere maggiore della ricchezza, de nobili natali e della forza? Non al- 
ludendo il poeta alla virtù stessa, la qxiale è indicata come causa di sif- 
fatto bene, a chi consideri i tipi de^li eroi, cui più sotto si accenna, 
una sola spiegazione, a parer mio, rimane, ed è 1 intendere pel Kapiróq 
laaOdvQToc; il coraggio. — 9-11. Già altri ha notato assai opportunamente 
la convenzionalità di cotali ricordi mitologici. Cfr. anche Orazio, 111, 3, 
9-10 hac arte Pollux et vagus Hercules \ enisus arces attigil iffneas. 
— 11. bOvafjiiv: più adatto al linguaggio filosofico che al poetico. — 
12. aoU... iTÓ6oi<;: Tagg. possessivo adoperasi in tale significato anche, ad 
es., in X, 202-203, dove Anticlea dice al figliuolo Ulisse dXXd |li€ <JÓ(; T€ 
iióBoc; ad re juribea, <po(bi|Li' *Obuao€0, | at\ t' dYOvoqppooOvii imcXiT^b^a 
Gujiòv dnnOpa» ed in Sof., Ed. i?e, 797 xpi\a^(by,.. tCùv èfidiv, 969 tùilkIi 
Tió8ip, Ed. a Col, 332 af|, irdTcp, 7rpo|uir|B(qi. — 'AxiX€ù<;: con un solo X 
per ragione metrica. Achille ebbe, com*è noto, la scelta fra una vita 
oscura, ma lunga e felice, ed una gloriosa, ma breve : egli preferi la se- 
conda. 11 caso d'Aiace secondo il nostro modo di vedere sta malamente 
a paro di quello d*Achille; i giudizi degli stolti o de' maligni non intac- 
cano punto l'onore di un valentuomo e lo debbono lasciare imperturba- 
bilmente sereno. — ' bójuiov : acc. di moto a, senza preposizione. — 
18. (piXiou : Tagg. q){Xioq ha qui, come ^épaio^ al v. 15, due sole voci. -^ 
ad^ b' ^v€K€v... |Liopq>d(;: la ripetizione di tale concetto (cfr. v. 3) non è 
certo un fiore poetico. — 'ATOpvéoc; ?vTpo<poc;: cfr. Eur., Ifig. in Aul., 
289 Ataq b\ 6 ZaXaiiitvoq évTpo(po<;. Il poeta accenna qui ad 'EpiuieiaCt il 
quale, schiavo dapprima di Eubulo, lo aiutò a rendersi tiranno di 



FRAGMENTA ADESPOTA 251 

Atarneo in Misia, e più tardi succedette al suo signore. Fu scolaro di 
Platone ed amicissimo di Aristotele, cui tenne per tre anni alla sua corte. 
Preso poi a tradimento da' Persiani, venne messo a morte. Il sommo 
filosofo ne celebrò in questo carme (cfr. v. 15) Tospitalità ricevutane. A 
Delfo 'Ep|Li€(a^ ebbe una statua colla seguente inscrizione: Tóvbc ttot* 
ot^X àainì(; irapapàq iLxaxdpujv eé|Liiv ÓLfvi\v I ?kt€iv€v TTcpatliv ToEotpópunf 
pa<JtX€Oq, I oò (pavepdiq XótXTI <pov(oi<; èv àffSjai KpaT/ioa(;, | dXX' dvòpòq 
marti xpJ]Oà\Ji€vo(; òoX{ou. — x^pu'^J^v : = èxiipiboaro. Forse in Teogn., 
V. 956, si ha un altro esempio deiruso intransitivo del verbo. Cfr. del 
resto traOe, SirciTc, iT^iP^ adoperati abbastanza spesso intransitivamente. 
Leggendo aòfà^ ci guadagnerebbe forse la grammatica, ma ne scapite- 
rebne assai il senso. — 14. àoibifiO(;: sott. kari. — d8àv. ré juiv abh. 
M. : Pind., 01, 10, 93-96 Tp^<povTi ò' ebpiì KXéoi; | KÓpai TTiep(Ò€<; Aióq, 
Oraz., IV, 8, 28 dignum laude virum Musa vetat mori. — 16. Mva- 
^oo\!ivaq èuTarpE^ : molto a proposito le Muse, dopo Tufflcio che si è loro 
attribuito nel verso precedente, sono ricordate quali figlie di Mnemosine. 
— Aiò<; Eeviou: gen. oggettivo. — Quanto al genere di componimento 
melico a cui il carme è da assegnare, vedemmo che in Ateneo (Ermippo) 
lo si considera piuttosto come uno scolio che come un peana (mentre 
quale un peana lo riteneva Demofilo), e per il contenuto e perchè manca 
TÒ TraioviKòv èiT(ppii|Lia (cfr. Aten., ibid.^ ibid.^ D-E). Il Reitzenstein lo 
crede un libero svolgimento degli scolii attici. 

Metro. — KttT* èvÓTrXiov etboi;. 

Fragmenta adespota. 

I (139). 



V^ — *-» \i/ — • 

I . , • L__ • — . v^ ^-' — vy V-» 1— J . v-» I • ^ 

^ \j \j ^ — — \J K* ..«M'vy— V-'v^^A 

—. su — — —v-'V-»— \j\j — \^ \y — Va' vy — 

v>vy_v^w -^^o- ^^w, >. ^3A 



— V^ \^ — . ^ V^ I ■ • <y .m. \J \^ ^Vy__ 



Tuxa, |Li€pÓ7ru)v àpxà 
Kai Tép^a* TÙ Kai aoq)iaq GaKeiq £òpa^, 
Kal Tijiàv Ppoxéoi^ èTréGriKai; IpTOi^' 
Kttl TÒ KaXòv TrXéov t^ kqkòv èK aé0€V, S xe xàQiq 
5 XàiLiTiei Tiepì (Jàv nzéQvja xpwtJéav 

Kai TÒ Teqi irXàcJTiTTt boOèv naKapicJTÓTaTOV TcXéOei* 

TÙ ò* à^axavlaq nópov elòeq èv fiXTcaiv, 

Kai XajiTTpòv q)àoq àTCtT€? èv aKÓTip, 7Tpoq)€p€(TTaTa Oewv. 

1 (139). Stobeo, Ed. Phys., 1, 6, 13. — 1. TOxa: in Esiodo (Teog., 
360) essa è figlia dell'Oceano e di Teti: in Pindaro ora appare come una 



252 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

delle Motpai, superiore in potenza alle sue sorelle (cfr. /r. 41 = Paus. 
VII, 26, 8 tf\h iLtèv oOv ifivbdpou rà T€ dXXa ir€{6ofiai tQ ^hfi, kq 
MoipCCfv T€ elvai \iiav Tf|v Tùxiiv Kal óirèp ràq dòeXcpd^ ti laxOciv), ora 
è posta in relazione con Zeus, del quale, considerato come 'EXcuOépioc;, è 
figlia (cfr. OL 12, 1-2 Aiaaoinai, ira! Zfivò^ 'EX€u6€p{ou, | Mfiépav eùpu- 
oGevé* à^q)iiTóX€i, ZdjTCìpa TOxa). Ed allora, come risulta dairaddotto 
principio deWOl. 12, è protettrice di città. In cotale funzione Pindaro la 
chiamo pure, secondo la testimonianza di Pausania, IV, 30, 6, 0€péiroXi^, 
e suiracropoli di Sicione aveva un Ì€póv sotto il nome di 'Axpaia. Come 
dotata di questa attribuzione benefica era detta TOxn àfaQr\ e rappresen- 
tavasi con in braccio il corno d*Amaltea oppure Fiuto. Più tardi essa 
divenne una dea indipendente, in generale cieca dispensatrice di beni e 
di mali (nel nostro frammento ne vien messo in rilievo l'aspetto benigno). 
Neiretà romana poi le Tóxat corrisposero ad un di presso a* Demoni o 
Genii de' vari luoghi. — ^€pÓT^uJv: usato da solo, mentre in Omero ap- 
pare sempre in unione con ppoTo{ od dv6pumoi. — fiep. dpyd: cfr. Eschin., 
2, 131 T^xn» fl irdvTUJv èoTl Kupia, ed anche Dem.. Olint., 2, 22 tò 
ÒXov 1^ tOxti irapà irdvT* èoTl Tà tCùv dvBpdjiiujv irpdTiiiaTa. — 2. §òpa^: 
acc. interno. Cfr. Esch., Prom.^ 389 BaxoOvTi iiaTKpaT€t<; Ibpaq, Sof., 
Ed. Re, 2 T(vaq ito6' ^bpaq Tdabc iiioi BocU^ctc — 3. Il contenuto di 
questo verso fa ricordare un altra concezione di TOxn^ ^^ ^^i ^^ parla 
Plutarco, De fori. Rom., 4 (fr. 40 di Pind., fir. 62 d^icmano): où jièv 
Ydp dTTEuOf)^ (diT€i6f)(; Reiske) xard TTivòapov, oùòé òibuMOv arpécpouaa 
miÒdXtov, dXXd iLtdXXov Eòvo^(a^ xal TT€i6oO( dòEXcpf) koì TTpo|LiT)9€(a(; 
OuYdTiip, d)<i T€V€oXoT€l 'AXKMdv. — ppOTéoiq: =PpoT€Ìoiq (Kùhn.^, § 27, 
€ u. €i). — 4. Cfr. Demost., FU., 1, 12 Td Tt^c; TÙxn^» ^^^^9 ^1 P^" 
Tiov t\ ijM€t<; i^^ibv aÙTdiv èmMcXou^eOa. — 5. jtrépvya xpuaéav : cfr. 
Orazio, III, 29, 53-54 celeres quatit | pennas. Per alate rappresentazioni 
della Fortuna cfr. Roscher, 1, 1507. ^ 7. d^axavtaq irópov: Cfr. Esch., 
Prom., 59 beivò^ ydp cùpelv xdE d^Tixdvuiv irópout;. - 8. irpo(p€p€- 
OTdTa: intendasi detto di superiorità nella potenza, non negli anni. Cfr. 
K, 352-3 A^ióvwv, ai T^p t€ Podiv Trpoq>€péaT€pa( ciaiv | éXKéjiicvai... dpo- 
Tpov, ed Esiodo, Scud. iVEr., 260 tiIiv ye. fiièv dXXduiv Trpo(|>€p/|<; t' t^v 
TrpcopuTdTT) Te. — Il frammento venne attribuito ad Eschilo ed a Bacchi- 
lide: l'opinione più probabile però io credo sia ancora ouella del Ber^k 
(p. 733): « mihi hi versus ab recentiore scriptore, a pbilosopho potms 
quam a poeta conditi videntur». 

Metro. — KaT* èvóirXiov elboq. Notisi la sinizesi in nXéov al v. 4, Tcf 
al V. 6, Oedbv al v. 8. 

II (140). 

— vy — _ \J\J ..V^v^ ^. \J \J — \J \J — — 

I 

-^^w- v^^-v^^^ -xy^^- wCA 

-v^^^« -»v^v^ -vy-v^ ^-s^s.. -^wA 

— vy— .. \./V/_— .^ \J .^ — ^ \^ — f\ 

•— \J \J — ^ ^ \j ^ 
•~ \J -m .^ sj \j ^ \D 

-.v>s^_ ^^^^.v^ -v^-v^ -w-A 

— \j \j -^ v^vy— _ — yj i_ • \j -^ \j ^ — \j — \j v^ l^ • \J 

10 _ « ^ - 



FRAGMBNTA ADESPOTA 2SÒ 

KXOxe MoTpai, Aiòq oite irapà 6póvov àYXOT<ÌTU) 9€U)V 

é2[ó)i6vai TTcpiuiai' àqpuKTd t€ ^nòea 

TravTobaTTWv PouXSv àbainavTivaiaiv óqpaiveTe KcpKiaiv, 

AT(Ta KXuiGdj Aaxeaiq t*, €Òu)X€voi Nuktò? KÓpai, 
5 €uxo)iévu)v èTTOKOùcTOT', oùpàviai x^oviai Te 

òaijLiove^ (Zi 7TavÒ€Ì|LiaToi * 

né^neT fimiiiv ^oòókoXttov 

Eòvoiniav Xmapodpóvou^ t àòeXcpeàq, AiKav 

Kal (JTecpavTicpópov ElpTjvav • nóXiv Te Tctvbe papucppóvtuv 
10 auvTuxiav. [XeXdGoiTe 

11 (140). Stobéo, Ecl., I, 5, 10-12 (diviso fra tre autori). Il frammento 
dal von Wilamowitz, il quale lo riferisce in Isyllos von Epidauros, 
pp. 16-17, n. (a cominciare però solo da ircpidioi*), è attribuito a Simo- 
nide. Gfr. anche Nauck, Frgiff. Tragg,, XX. Per i vv. 4 (da KXu)6d)) e sgg. 

fià il Meineke avea pensato a Simonide od a Bacchilide. Quanto al senso 
evidente che il coro, da cui vien recitato il carme, implora dalle Motpai 
la pace ed il buon governo in una città travagliata da civili discordie. 

— 1. Motpai : Omero in generale non fa menzione se non della Motpa, 
che fila il destino degli uomini (cfr. Q, 209-210): il plurale s'incontra 
tuttavia in Q, 49 TXrjTÒv fàp Motpai Guiiiòv Séoav àvBpdjitoiaiv, ed in i^, 
197 appaiono le KXdt^Qe^ (TTEiacrai daad oi Aloa Kaxà KXiliOéq t€ Pap€tai | 
Y€lvo^év^) vf^aavTo XCvip). In Esiodo per la prima volta le troviamo in numero 
di tre, designate co* nomi di doto, Lachesi, Atropo. Sono figlie della Notte 
oppure di Zeus e di Temide ( Teog., 217, 904). L'arte plastica le rappre- 
sentava come fanciulle di severo contegno. L'arte più recente pose in 
mano a doto una rocca da filare, ed a Lachesi un globo ed un rotolo 
di scritti contenenti le sorti umane, mentre Atropo taglia il filo o tiene 
una bilancia o mostra, su di un orologio solare. Torà della morte, ecc. ecc. 

— irapà Opóvov: nel!' 'OXu^irtctov di Megara, stando alla testimonianza di 
Pausania, I, 40, 4, le Moire erano rappresentate in unione con le Ore 
óirèp Tfìq K€(pdKf]c, toO Aió^ (al che Pausania dichiara: òfjXa he nàai tì\v 
TT€TTpu)|^éviiv jLióvip ot TTCìecoGai, Kal Tàq O&paq tòv Beòv toOtov véjiieiv 
è^ TÒ béov). — 2 e 3. }xf\b€a iravr. 3ouXfiv: invece della subordina- 
zione si trova la coordinazione in B, 340 pouXai te... }xr\beà r dvbpuiv. 

— 3. àòa|jiavTÌvaiaiv :^ rinforza il concetto espresso dairdcpuKxa del 
verso precedente. — Àìaa : qui tiene il posto di Atropo. S' incontra 
già in Omero. Vedasi, per Y Iliade, Y, 127-128 rà ireiacTai, &aaa ol 
Atoa I T€ivo]uiévip ènévriOE Xiviy, e, per l'Odissea, il già addotto luogo r\^ 
197-8, ove si ripetono a un di presso le medesime parole. In Esiodo Atoa 
non ricorre. Il posto che sembra qui ad essa attribuito una tradizione at- 
tica lo dava ad Afrodite Urania (Paus., I, 19, 2 raùTii^ (sdì, 'Acppo- 
hirr\c,) Y^P t^xn^ci fnèv TeTpdfwvov xarà xaÒTà xal Tot^ *Epfiat^, tò 
bè èir(Ypa|Li|Lia ar||jiaiv€i Tf|v Oòpavidv *A9poò(Triv tul»v KaXoujLiévuiv Moi- 
puiv etvai irpeaPuTdTriv). — NuKTÒq KÓpai: la stessa madre è assegnata 
alle Moire nel 59<» degli Inni Orfici. — 5. x^óviai: in Esch., Èum., 
961-962 il Coro delle Eumenidi cosi invoca le Moire: Beai t* di Motpai j 
HaTpoKaoiYvfìTai. Pausania, lì, 11, 4, ci racconta che i Sicioni onoravano 
le Moire con offerte uguali a quelle che porgevano alle Eumenidi 
(KaTÒ òè ?T0(; §KaoTov éopTf|v i\\xépq. m^ acpiaiv (sciL Eùiixcviai) drouoi 



254 ANTor.06u dblla mbuca greca 

80ovT€^ irpópara èTKÓ^ovO, |ui€XiKpdTi4f bè airovbf) xal dvdcaiv dvrl gte- 
q>óvu)v xph^Octi vojLii^ouoiv. èoiKÓra bè xai èirl xCp PujfLiip tuiv Moipuiv 
òpdiaiv). — 8. Eùvofiiav: secondo la Teogonia esiodea (901 e seg.) le 
Ore sono sorelle delle Moire, essendo anch*esse figlie di Zeus e di Temide. 
Omero conosce le Ore, che aprono e chiudono la porta dell'Olimpo (E, 
749-51), oppure fanno maturare i frutti (u), 344), ma non ne ìndica né il 
numero ne il nome. Tanto Tuno quanto Taltro appaiono, e precisamente 
come nel nostro frammento, in Esiodo. In Atene veneravansi due ore, e 
cioè OaXXd), TOra della primavera, e Kapirdi, TOra dell'estate (Paus., IX, 
35, 2). Più tardi invece si trovan nominate anche quattro Ore. Le Ore 
furono dairarte plastica unite con le Moire, oltreché in Megara al di 
sopra del capo di Zeus in trono, anche sulKaltare di TdxivOo^ ad A micia 
(Paus.| III, 19, 4). — Xiirapo6póvouq : Tepiteto è congiunto con iaxàpa 
in Esch., Eum., 806. — dbeXcpcdq: cfr. Pind., 01. 13,6-7 èv xfll fàp Eù- 
vo|Li{a vaici, xaoiYvfiTa te, 3d9pov iroXiuiv dacpaXé^, | Aixa xal ófiiÓTpoqNx; 
Eipifiva. In Bacchilide, 14(15), 54-55, Dice è fatta dKÓXouBoi; di Eunomia. 
— 9. XeXdOoiTc: aor. radd. con significato causativo come in 0, 60 
XcXdOi] (seti. "Ipi^ "ExTopa) òbuvdujv. 

Metro. — KaT* èvóirXiov €lòo^. Sinizesi in Ociliv al v. 1. 

Seoul ATTICI. 



y^^ 



— ^ \j \^ ^ \.j X Si/ 1.^ , JL 

^^ — \^ v^ — v^^ v^ I. t ^ 

\^\^ ^ \j J. ... v/ W — 

— v^v^J- vy — _V<» \^ -^ \J \^ 

1(2). 

TTaXXà^ TpiTOTév€i*, fivaaa* 'AOiva, 
5pOou xrivbe nóXiv t€ Kal noXiia^ 
fixep dXTéujV Kal axàcTeujv 
Kttl Oavàiuiv àoipojv, aù t€ kcu nairip. 

I (2). Ateneo, XV, 694 G: TCJv oOv Ò€iTrvoao(piaTiJL)v 8 ^lév n^ éXc^e 
Tu>v oxoX(uiv TÓb€, 6 òé Ti^ TÓÒ€* trdvTO b' fjv Td XexB^vto TaOra* 
TTaXXdc ktX. A questo scolio ne tengono dietro altri ventiquattro : tutti 
insieme formano una raccolta di scolii detti attici, come avverte Io stesso 
Ateneo poco prima, alla lettera F della pag. 693: èiré^vnvTo ò* ci iroXXol 
xal Tit»v 'ATTiKiIrv èxEivujv axoXlujv * direp xal aùrd dEióv èari oo\ dtro^viy- 
)Liov€Oaai old tc xi)v dpxaiÓTiiTa xal dqpéXEiov xtXiv iroiijadvTUJV. — 
1. TpiTotévct*: l'epiteto ricorre anche in Omero (ad es. A, 515, y< 378). 
Favoleggiossi che Atena fosse nata sul fìume Tritone lungo il quale sor* 
geva, come ne dice Strabone, p. 407, lantica Atene (... oi b* 'bXeuotva 
xal 'AOf)vac; napd tòv Tpiruiva iroTaiiióv* Xéterai ò' olxiaai Kéxpoiro, 
fivixa T^^ BotujTiaq ènf^pSc xaXoujmévn^; tòte 'QyuYiaq, dqMiviaOnvai bè 
aòrdi; ètnxXua0E(aa^ darEpov). Secondo un'altra leggenda riferita da Ero- 
doto e da Pausania, essa era figlia di Posidone e della palude Tritonide 
in Libia (Erod., lY, 180 t^v bè *A6iiva(T)v <paal TTooctòéumx; elvai Ouya- 
répa Kol Tf)^ TpiTuiviÒ0(; X{^vii(;, xai |yiiv |Li€fLiq)6€!adv ti ti?) iraTpl òoOvai 
éuiuTfjv tCì> Ali, TÒV Òè Aia éwuToO fjiiv noti^aaaOai GuroTépa, Paua., I, 



SCOLII ATTICI 255 

14, 6 TOÙTOK (seti. AipOcJi) fàp èariv Eiprifiévov TTo(J€ibi&vo<; koì X(|avr|<; 
TpiTUJvibo? Buyarépa €lvai, xaì h\à toOto t^qukoCx; €lvai dja-rrcp Kal 
Tiji TToa€ibd)vi ToOq 699oX|yioOO* — fiva^a' *A9dva: cfr. Esch., Èum,^ 
235, 443, 892, Eur., If. in Taur.^ 1475, ecc. ecc. La lezione manoscritta 
è 'AOiivd, riguardo alla quale il Bergk, pp. 643-44, osservava : « haud 
dubie a librariis vulgaris haec forma ascila est, cum poeta 'ABdva dixisset: 
in titulis Atticis usque ad Euclidis annum solenni consuetudine 'ABiivaia, 
raro admodum 'AOr^vda scribitur: post belli demum Peloponnesii exitum 
publica auctoritate recepta est forma *A6nvSi quae quamvis haud dubie 
lam antea populi usu trita fuerit, tamen recientior esse videtur, quam quae 
bis cantilenis popularibus conveniat: consentaneum est'AOdva hic usurpatum 
fuisse, quam formam ex lyrica poesi asciverunt tragici >. — 2. Atena è 
iroXid<; (cfr. Sof., FU., 134, Paus., 1, 27, 1 , li, 30, 6,VI1, 5, 9, Vili, 31, 9, Strab., 
IX, pp. 394 e 396), uoXioOxoc; (cifr. Aristof., Cai?., 581, Nwo., 602, Paus., 
Ili, 17, 2), TToXidTK; (cfr. Paus., Vili, 47, 5). — 3. Cfr. Esch., SuppU 
1044-45 KCKd t' dXT»i | iroXé^ouc; 6' aiimaTÓevra^. — ardacuiv: probabil- 
mente allude alle lotte interne di Atene al tempo de* Pisistratidi. — 
4. Oovdxujv dJjpujv: cfr. Eur., Or,^ 1029-30 irór^ou | Oavdrou t' dtdpou. 
Vedi anche Esch., Eum,, 956 dvbpoKjiifìTa^ V ddipou^ dircvvéTru) rOxa^- 
— aO T€ Kal iraT/jp: anche nella parodos deir« Edipo Re » di Sofocle, 
dopo l'invocazione d'Atena (vv. 159 e 187-8) si prega pure Zeus (vv. 200- 
20è). Già neiriliade Atena e quella, tra le divinità, che possiede maggiore 
influenza sulKanimo del padre degli dei, il quale non sa mai contrastare 
decisamente a' suoi desiaerì (cfr. E, 879, 9, 39-40, X, 183-5). — Quasi 
come una parafrasi de' vv. 2-4 si può considerare il fr, 109 di Pindaro 
Tò KOivóv tk; dardtiv èv €Ùb(<;i TiGciq | épeuvaadrw juiETaXdvopo^ *Hauxia(; 
TÒ qNxtbpòv (pdo^, I ardaiv dirò irpaTribuiv èirinoTOv dvcXdjv, | irevia^ bó- 
T€ipav, I èxBpdv KoupoTpòq>ov. — Il presente scolio ed i tre che seguono 
hanno l'apparenza d'inni. 

Metro. — Lo schema che ho premesso allo scolio si riferisce a questo 
ed a' quattro che gli tengono dietro. Il metro è kotò 9aicX€tov €lbo^. 

n (3). 

TTXouTou MìiTcp', 'OXu^Kiav óeiòuu 
Arj^TiTpa (yT€(pavT]<pópoi^ èv ujpai<;, 
ai T€, irai Aiòq ct)€pa€q)óviT 
XaipcTov, eO òè tóvò* di)i(pé7T€Tov ttóXiv. 

II (3). Ateneo, tòtd., ibid. — 1 TTXoutou \ir\TÌp*i Demetra è madre 
di Plato anche in Esiodo, Teog., 969. Lo Smyth nega la personificazione 
di Plato nel noetro caso: del resto pel senso la cosa è indifferente. De- 
metra è detta irXouTobÒTeipa in Inni Orf.^ 40, 3. — 'OXuMiiiav: Demetra è 
anche XOovia (cfr. Paus., II, 35, 4-5, III, 14, 5, Eur., Eracle fur,, 615), 
ma qui il poeta molto probabilmente non pensò a mettere in evidenza la 
oontrappoaizione. — 2. aT€(pavi]|<pópoi^ èv ifipaic;: di queste parole 

furono date tre interpretazioni, e cioè, 1) nelle ore in cui si porta 
la corona^ ossia nelle ore del banchetto, 2) nella stagione in cui si porta 
la corona, il ohe vai ouanto dire nel mese Antesterione, al tempo delle 
Eleusinie minori, 3) nella stagione che produce fiori per farne corone. 
Trattandosi di un canto in onor di Demetra, la seconda spiegazione si 
presenta come la più probabile. — 3. 0€pa€(póvT): come in Pindaro 
{01. 14, 19, Pit. 12, 2, Nem. 1, 14, Istm. 8, 55). II 9 iniziale è dovuto 
all'influenza del secondo. 



256 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

III (4). 

*Ev Ar\\\\i ttot' Itiktc téKva Aaiu), 
0oipov XQvaoKÓ^av, fivaKi' 'AnóXXuj, 
èXaqpii3óXov t' aTpoxépav 
"ApreiLiiv, a TWvaiKOiv ^ey* fx^i Kpdxo^. 

Ili (4). Ateneo, ibid,, 694 D. — 1. ?tikt€: rimperfetto significa più 
intensamente che Taoristo la relazione di parentela, botisi in questo v. 1 
la iTapf)XTiai(; del t. — 2. xpu^^OKÓfiav : epiteto dato esclusivamente ad 
Apollo, tanto che lo si trova anche da solo ad indicare il figlio di Leto 
(cfr. Pind., 01. 6, 41). — 'AttóXXuj: nota la forma più breve del nome 
usata senza l'articolo.— 8. èXacpriPóXov: osserva il Bergk (p. 644) : 

< exspectaveris éXaqia^óXov, sed in his scoliis plurima inaequalitatis ve- 
stigia deprehenduntur, velut se. 3, 4 rdvò* legitur, ubi rf^vò* convenien- 
tius >. — dTpoT^pav : Artemide 'Ay^OTépo avea un tempio in Atene 
(Paus., I, 19, 6), uno in Megara insieme con Apollo (id., 1, 41, 3), un 
altare ad Olimpia (id., V, 15, 8), un tempio in Egira (td., VII, 26, 3), un 
tempio pure in Megalopoli (id.. Vili, 32, 4). Artemide è nominata con 
tale appellativo anche in d), 471, in Bacchilide, 5, 123, in Aristof., Tes- 
ino f., 115, Lisist, 1262. — 4. fvw. néf* ?X€i Kpàroq: come EtXeieuia- 

IV (5). 

'Q TTdv, 'ApKttòia^ ^ebéujv KXeevvaq, 
òpxn^Tà, Bpojilaiq ÒTTabè Nujicpai?, 
TeXàcTeia^, (b TTdv, èn i\xa\(; 
€Ìjq>QQai TaTaò* àotòai^ KCxaprijiévQq^ 

IV (5J. Ateneo, ibid., ibid. — 1, *Q: la lez. de' codici idi si potrebbe 
tenere facendone un monosillabo. — *ApKab. ineòéuiv : Pane fu in origine 
una divinità arcadica delle gregge e delle selve, che s'aggirava colle 
Ninfe pe' boschi e ne' pascoli. In Arcadia ebbe quindi il culto più fio- 
rente : eragli sacro il monte Adjixireia (Paus., Vili, 24, 4) : avea numerosi 
templi (Paus., Vili, 26, 2; 36, 7; 37, 11; 38, 5; 54, 4). Presso uno di 

?uesti, sulla via da Tegea a Tirea, sorgeva a lui dedicata una quercia, 
ane è pure detto *ApK. fiebéujv da Pindaro, fr. 95, 1. Sofocle, Ai., 695 
e s^., lo chiama dall'arcadico monte Gillene. In Virgilio, Georg., I, 17, 
si rileva la predilezione del dio per il Menalo. — 2. òpxii(TTd: cfr. 
Esch., Pers., 448-9 ó qpiXóxopoc; TTdv, Pind., fr. 99 TTava xopcuxàv t€- 
XeihTaTov Oediv, Sof., Ai., 696 li Oediv xopon&C dvaH, ecc. — Bponiav;: 
per le Ninfe in compagnia di Dioniso cfr. Anacr., fr. Il, 2-4. -^ ònabé 
NOiutcpai^: cfr. l'inno a Pane, vv. 2 e sg. fior* dvà niat] \ bcvòpf^evr' dfiu- 
bi^ (poiT^ xopor]Qeax Nufiqpai?, Aristof., Tesm., 977 e sg. dvTO|biai | Kal 
nava Kttl Nù|Li(pa<; q)(Xa<;, Antol. Pai., IX, 142 Nu|yi(pttlv yjtYiTOpa TTava. 
Vedi anche Sojf., Ed. Re, 1098 e sgg. tic; oc, réKvov, t(^ a' ^tiktc xdv 
jiAaKpaiUivujv dpa | TTavò^ òpeacnpdTa ira- | rpòc; u€Xaa6€ta'; (Lachmann, 
npoanékaoQeXa^ codd.). — 8 e 4. Cfr. il seguito del poc'anzi addotto 
passo delle « Tesmoforiazuse », vv. 979 e sgg. èiriYcXdaai iTpo6ù|biu)^ | xat^ 
?||a6Tépaiai | xcipicvxa xop^^oiK, e l'inno a Pane, 48 xal aù jiièv oOtuj 

?[otp€, dvaH, XiTOimai bé a' doibfj. — Per quanto riguarda il metro si noti 
a sinizesi in fir^béuiv al v. 1. 



SCOLII ATTICI 257 

V (8). 

*YTiaw€iv Mèv apiaiov àvòpl 9van?i, 
Ò€UT€pov òè cpuàv KaXòv yevéaGai, 
TÒ Tpiiov bè nXouTeiv (ìòóXujq, 
Ktti TÒ xexapTov fipav jnexà tujv cpiXujv. 

Y (8). Ateneo, ibid., 694 E. Lo scolio, famosissimo, è riferito in molti 
altri luoghi (cfr. Bergk, pp. 645-646), e si attribuisce ora ad Epicarmo, 
ora a Simonide, assai probabilmente a cagion della somiglianza che offre 
con un passo tanto dell'uno quanto dell'altro poeta. (E per vero Simonide 
nel fìr. XXVIII afferma, come abbiam visto, che neppur la sapienza riesce 
gradita se non si possiede la salute, e forse Epicarmo è autore (opinione 
del Bergk) del verso conservatoci in Arist., Ret^ li, 21 dvbpl ò* ù^ioi- 
v€iv fipiOTóv èoTiv, ifi^ y' flM^v boK€t). Tra i moderni TEngelbrecht lo 
stima fuor di dubbio cosa di Simonide. Ma è a notare che Platone mostra 
di crederlo canto popolare, accennandone lautore (Gorgia, pp. 451 E e 
452 A) colle parole ó iToir|Ti?|^ roO okoXioO e ó tò okoXiòv iroij^iaa^, e lo 
stesso pensa il comico Anassandride, il quale, secondo che si legge in 
Ateneo stesso, p. 694 F, così criticava lo scolio: ó rò okóXiov eOpibv 
èKCtvoq, òotk; fjv, I TÒ fièv ùifiaCveiv irpuiTOv iìk; dpiOTOv 6v | djvójuiaoev 
òpOiIi^* beOTcpov b* dvai koXóv, | tpìtov he vj^oxìieXVy toO0\ ópqtc;, èjuai- 
v€TO* I fiCTà Tf|v ÙYÌ€iav fàp TÒ irXouTCtv biaqpépci* | KaXò(; bè Tr€ivd»v 
èOTiv alaxpòv Biipiov. — Con questo scolio ed in ispecie col v. 1 cfr. 
Teogn., 2o5 KdXXiOTov tò biKaiÓTaTov XCpOTov h' (jYiaiveiv, Sof., fr. 329 
KdXXiOTÓv èoTi ToOvbiKOv Tr€q>UKévai I Xi|iOTov bè TÒ Zr]y fivoaov, fjbiOTOv 
b' ÒTiM I irdpeaTi \f\^f\(; ilìv èp^ Ka6* fijiiépav, Bacchil., 1, (27) e sgg. el 
b' ÙYi€(o(; I 6vaTÒ^ èd)v ?Xax€v, | Zubeiv t' dir' oUeiujv ^x^i» I irpibTOK; 
èpiZci* iravTi toi | T€pipi(; àvèpìlmwy pitp | ^ircTai vóoq)iv y€ vòaiuv \ Tr€- 
via<; t' d^axdvou, il peana d'Arifrone ad TYieia, Filem., /r. 163 aìrù) 
b' ÓYÌ€iav irpilJTov, €1t* €ÙirpaH(av, 1 TpiTov bè x^i^P^w, eW òqpeiXeiv jixii- 
b€yi. — Il Fraccaroli (Le odi di P., p. 90) tradusse i quattro versi nel 
modo che segue: Essere sano è il ben che è dato a noi Sommo^ indi 
vien del corpo aver bellezza; Senza frode esser ricco è il terzo/ e poi 
Con gli amici goder la giovinezza. 



\^ S^ f 

— — ^Iw' Vi/— — Iw' V> — — «M* «m' — ^m' — 

VI (22). 

Zùv ^101 TTive, (Tuvnpa, auvépa, (TuaT€q>avriq)óp€i, 
auv fioi jiatvofiéviu fiaiveo, (Tùv (Tuiq>povi (Tujq)póv€i. 

VI (22). Ateneo, ibid., p. 695 D. Cfr. anche Eust., 1574, 20. — 1. ou- 
vi?ìpa: cfr. Anacr., fr. XI, v. 2, fr. XVII, v. 1. — 2. Cfr. Teogn., 
313-314 'Ev jiièv juaivoMévoic; fidXa iiioivojiiai, èv bè bixaioK; | irdvTUJv dv- 
0pd)7rujv €lfAl biKaiÓTQToc;, Gallia, 20 jii€Tà |uctivo|uévujv (paalv xP^vai imai- 
veoOai TrdvTQc; ó|lioiu)(;. — aùv ... auKppóv€i: auaawqppov^ui s'incontra 
anche in Euripide, If. in AuL, 407. 

Metro. — È il tetrametro antispastico acataletto (cfr. Efestione, p. 35W.). 
Lo schema preposto a questo scolio si riferisce anche al seguente. 

Taccohb, Antologia dèlia mèlica grtca. 17 



258 ANTOLOGIA DELLA MBLIGA GRECA 

VII (23). 

Tirò Ttavrl Xi6u) (TKOpitlo^, iB *Toip\ ÓTTOÒiieiar 
(ppàCeu, \xr\ (Te pàXrj* x^ ò* d<pav€i n&t; Enctai òóXoq. 

VII (23). Ateneo, ibid., ibid. — Gfr. Prassilla, fr. 4 b. ùttò -rravrl XCGi^j 
(7KopTriov, di *Ta!p€, (puXdaffeo, Sof., /V. 34 èv iravrl fàp toi OKopir(oq 
q>poup€l Xtóip, Ariatof, Tesm., 529 e sgg. t^iv irapoiintav 6* énaivu» | Tf|v 
iroXaiav* òirò X{6(4i yàp | iravrì ttou xP^ I M^ ^^r) ^r\TUJp dOpelv, Eliano, 
Stor, degli antm., XV, 26 €l yAp toOto fif| YévoiTO, 6 X'i^po? dParóq 
kaxv tirò iravrl y^P ^^^^^ ^^^ piéXi^) itdorri aKOpirio? èerri. 

Canti popolari. 

(41). 

il . ^ v^u j.- oppure l1 _ ^v i_l . i_ . 



19-20 






.A 



f 



• 



• 



L ^ » v4 



V/v/ Ji \^\j ^■^ ^ w Ov^ — v,/ib« I • 



f ■— 






7-10 ul , i V.. z -. 



JJ vyv^ 



-t 



v/ 



— — -i<^y^s/w ^Si/ii^s^ J. \j ^ /\ 



1 ?5* XO ^_s>^ c^»^^ C — '-z»^ 



•^ N.>Vy _ ^ 



vi» W J. \J\^ — «^^ 



*HXe\ fjXee xeXiòuiv, 
KaXà^ (Lpa^ diToucTa 
Kaì KaXoù^ èviauTotì^, 
étti fttisriQa XeuKé 
5 Kàttl vifira fuiéXaiva. 

TToXdGav (Tu irpoKÙKXei 
èK irfovo^ otKou 

otvOU Te òéTiaCTTpQV 
TUpoO T6 KàvuatpOV. 

10 Kaì TtOpva x^Xibujv 

Kal XeKiBlTav 



CANTI POPOLARI 259 

ouK duTiuOriTai. nÓTep' dmujjacq f[ XapiwjaeOa; 
61 \iév TI bu)a€i5* €l Ò€ jarj, oùk èdao^c^* 
fl Tàv Gùpav qpépuj^ieq f[ eoùrrépOupov 
15 f| TÒv T^vaiKa Tàv èaw KaBimevav 

fiv òè <pépT]^ TI, 

\iéTa hf\ TI q)^poio. 
àvoiT*, fivoiT€ Tttv Gùpav x^Xiòóvi* 
20 oò Yàp T^povTé^ èa)i€v, àWà naibia. 

(41). Ateneo, Vili, 360 B-D: Kai xcXiboviZciv he Ka\€!Tai irapà 'Poòìok; 
àY€pMÓ< Ti( ÒlXXo^, itepi oO qiì\ai ÒéoYvi^ év P' ircp) tiZiv iv 'Póòqj 6u* 
oiCDv TP^9U^ odruK;- 'clbo^ òé ti toO àY€<p€iv xcXtbovtZIciv Tóòiot xa- 
XoOatv, 6 YÌv€Tai T^t BoTfbpofiium itryA. x^Xtòoviletv bà XéyeTai òià tò 
ekju6ò<; èmqNwctodai* 9\\%* fcxX. tòv bi àY^piuòv toOtov xaTéòetEe irp<X)- 
To< KXeóPouXo(; 6 Aivè!io<; éy Aivb(|> XP^^^^ Y€vo|Liéviiq a\}Xk<rff{^ XP^M^- 
Tuiv*. Cfr. anche Exut^ 1914, 45. — 11 nome usato in generale per la 
specie di canti cai appartiene auesto, verainente graziosiAimo, è x^Xibó- 
vto^a. L'esistenza di tale parola non è provata da alcun esempio nel 
greco dassieo: essa ricorre per la prima volta in Bustazio^ p. 1914, 56. 
Ma Tanalogia di KOfRiiviafia, che nelFetà classica s'incontra, e la certezza 
che vi erano in uso xcXiboviZeiv e x^XiboviaTcd concorrono a legittimare 
ÌA supposizione che xcXtòóvtaima pare non vi fosse ignoto. È probabile 
che 1 xcXiboviOToi nelfandar mendicando portassero seco T immagine 
della rondine in legno. -^ Una difficoltà netraccordare il soggetto del 
carme, che è un xcXtbòviO|ua, con Tepoca in cui dovette essere cantato, 
è prodotta dairindicazione, che abbiam visto in Teognide, BonbpoMtdbvi 
luttivi. Il mese Boedromione del calendario attico corrisponde ali incirca 
alla secónda metà di settembre ed alla prima di ottobre, e questo non è 
precisamente il tempo ddi'arrivo delle rondini. Onde si spiegò che rd* 
tepimó^ accompagnato dal canto del xcXtbdvtOjuia, fatto prima di prima- 
vera, si portasse poscia airaatunno, stagione in cui maggiore era la pro- 
babilità di ricevere abbondanti doni (Bergk); oppure che il mese dei 
Rodii Badromios non avesse il suo equivalente nell'attico Boedromione, 
ma rappresentasse quella stagione appunto in cui le rondini arrivano. 
La seconda spiegazione è la più generalmente seguita. Di una terza ipo- 
tesi, messa innanzi dal Farnell ed insostenibile affatto, non vale la pena 
di parlare. — Di x€Xiòov(a^aTa ce ne sono parecchi nel greco moderno: 
quattro si possono vedere nel Passow, Popul. Carni. Graeciae ree, 
nrr. 306, 307, 307 A, 308 : un altro è in Bbnt, Cyclades, 434. Vedi anche 
la raccolta di Canti popolari Toscani, Corsi, Illirici, Greci, del Tom* 
MASEO. — 11 dialetto del presente carme è ben lungo dall'essere il ro- 
diese puro: la KO\yf\ ha esercitato la sua influenza sopra di esso. 

1. "HXe*: il Hermann voleva leggere flv8' (cfr. Alcm., fr. IV, v. 48, 
e fr, *XVI1I, 1). Per la ripetizione vedi Aristof., Ucc.^ 679-80 Eùvepoq)' 
diibot, I fiXOeq, f(X6€^. — 2. KaXà(; (bpa<;: acc. dorico colla termin. 

breve. Cfr. Alcm., fr. Vili, v. 5. L'accentuazione dipa^ è dovuta al 
Hermann. La prima sillaba di xaXdc; potrebbe essere lunga, mentre 
è certamente breve la prima di KaXoO(; al verso seguente. — 3. èviau- 
ToO^: bene lo spiega lo Smyth come < poetica esagerazione ». Coi 



260 ANTOLOGIA DELLA MELICA GRECA 

vv. 1-3 hanno qualche analogia i vv. 10-11 dell' eipiiaiiOvr) < vcO^ai 
Toi, v€0|Liai, éviauoiO(; uiaxc x^Xibibv I laTr\K èv irpoOupoi^... ». — 
6. ai) ttpokOkXci: la vulg. où ttpokukXcT^ venne difesa dairAhrens, il 
quale sostenne, e forse non a torto, che i monosillabi lunghi possono 
essere trattati come brevi nella poesia popolare. Quanto al verbo, male 
lo spiegava il Gasaubono, Animad. in Ath. € in medium proferre, sic 
etiam èKKUKX€!v solet acciai. Translatio ducta est a theatrorum pegmatis, 
in quibus versatione machinae res oculis spectatorum vel admovebantur 
vel amovebantur ». Non è qui da vedere alcuna allusione airéKKUKXriJLia. 
Invece ha colpito perfettamente nel segno il Kóster, p. 74, n. 2 € tipo- 
KuxXctv = provertere, et proprie ad itaXdOav referendum est, quae facete 
éK it(ovo^ oIkou tam magna fìngitur, ut non sino magna difficultate prò- 
volvi queat, deinde per zeugma cum vocibus bénaarpov et Kdviarpov 
coniungendum est». — 7. éK ttìov. oIkou: nota come il digamma ori- 
ginario di otKO^ non influisca più affatto sulla quantità della sillaba pre- 
cedente. 11 gen. dor. in -ou e provato da iscrizioni. Per Tespressione 
cfr. iriova oIkov in i, 35. — 8. bénaarpov: Ateneo, XI, 4^A-B, 

chiosa a questa parola : ZiXiivò<; xal KXcirapxo^ èv rxdbaaai<; itapà KXct- 
TOpiOK Tà uorfìpia xaXetaOai, e dell'uso di òéiraarpov = irori^ptov ri- 
porta esempi da Antimaco di Colofone. — 9. TupoO: ho preferito questa 
alla lez. Tupd)v per simmetria col precedente olvou. — et ^év ti biii- 
0€i^: Tellissi è graziosa quanto mai, e naturalissima in un carme popo- 
lare. È da supplire un qualche cosa come < laeti et gratias agentes 
abibimuB » (Gasaub.) Lo stesso fenomeno al v. 13 deircipeatiiivr) somi- 
gliantissimo a questo: ci }xév ti b(ba€i(;* ci òè m/), oòx éorf^Souev. — 
€doo)yi€<;: si corregge da édaofuicv (come pure Totaoiuic^ del v. 16) sulla 
analogia del preced. àiriui^c<; e del seg. (pépui^c^. — * 14. q>épui|yi€q: 
cong. usato in senso molto afÈne a quello del futuro. Gfr. A, 262 où fdp 
TTUJ Tofouc; Ibov dvépac; oùbè lòuJ^al. -^ 16. jliiv : invece di questa forma 
paleo- e neo-jonica ci si aspetterebbe la dorica viv. — 17. dv: il 

V. Wilamowitz vorrebbe a! Ka bé. Già il Bergk (p. 672) dichiarava: 
€ formam dv soUicitare non sum ausus, quamquam sane dorica dialectus 
ai bè vel al xa bè flagitat, sed supra quoque v. 13 ci le^itur». Quanto 
aird si noti che esso ricorre anche in un'iscrizione dorica del sec. IV 
a. Gr. (Gauer, 177, 30). Si osservi quanto sia grazioso nella sua petulanza 
il concetto espresso nel presente verso ed in quello che segue. 

Metro. — Il metro è logaedico ne' vv. 1-11 e 17-18, trocaico nel v. 12, 
giambico ne' vv. 13-16 e 19-20. De' vv. 17-18 il Dindorf ed il Meincke 
fanno un trimetro giambico, leggendo il primo édv qpépo? bé ti, ^éya 
bi\ TI Koì (pépoi<;, il secondo dv bi\ qiépTi^ ti, \iéfa ti bi\ koùtò^ (KaÒT^O 
tpépoic;- Secondo il mio schema non sono punto incompatibili col metro 
le lezioni vulg. Kai xaXoO^ al v. 3 e Kàni al v. 5, le quali si correggono 
generalmente in KaXou^ ed ém. Notisi la sinizesi in iiif), oùk al v. 13. 



APPENDICE CRITICA 



Terpandro. — li (2). fieib', di Grusius, àoib^TU) Suid. A, àcibérui 
Said. B. 

♦Ili (♦S). 1. aTrévbuijii€v A, airévboiuev GS. — Mvdinac; Keil, |Livd|uiai? 
codd., Mv/ifAttic; G. — iraiaCv A, traai G, iroai S. — 2. fAìhaaic, Bergk, 
|LioOaai<; codd. — 3. MuuadpXMJ Bergk, imouaàpxip codd. — Aardic; Smyth, 
AoT00(; A, AnToO(; S, AaxoOc; e AyitoO^ G. — óTéì A. 

*IV (*4). Zavó(; Bergk, Ztivóq codd. 

[V (5)]. 1. ao\ b* /||Li€t<; Euclid., f\^£Ì<^ toi Strab. — 2, diroaTépHavrc^ 
Euclid., àiroaxpéipavTe^ Strab. — àoibdv cod. Bar. Bryenn., dotbriv 
gli altri. 

VI (6). 1. fiijjaa Arrian., luoOaa Plut. 

Alcmano. — 1 (1). 1. iToXu|Li|Li€Xé<; Ven., TroXu|ui€Xn<; Aid., iroXuimeXéc; gli 
altri. — - 2. aUvdoibc Bergk, delv ficibe ed alèv dcibc codd. — 8. irapaé- 
vok; Priscian., irdp a' èvoK, èir' dpoévoK;, èir* dpaeva^ codd. Pian. 

Il (9). 2. biuarrìpe^ corr. Schneidewin da bfATiTfjpcc; scoi. Pind., bajuidv- 
Topec; Erodian. A, baiuavTfìpfc; Erodian. BGD, éXarfjpc^ scoi. Odiss., èXa- 
Tf)p€ Eust. — linrÓToi ao(po( Erodian. AB, iirirÓTa oocpib Erodian. GD : 
lo Schneidewin tiene la seconda lezione, ma giustamente il Bergk pre- 
ferisce la prima, perchè il duale presso i Dori è piuttosto raro. — 
3. TTi«XubeOKTi<; Bergk, comparando il v. 1 del fr. 23 (il partenio), TTo- 
XubeÙKTi^ codd. (eccetto Eust. che dà TToXub€ÙK6i(;). 

Ili (16). 1. Kttl Ti'v Bergk, kqì tiv' vulg. — 2 e 3. uuXeCiiva K^paru» 
Boissonade, iruXéujva dKtipdxuj Gasaub., iruXcujvaKtipàTUJ e iruXcu) àxì]- 
pdTU)v codd. — 3. Kuiraipuj corr. Welcker, kutt^pu) vulg. 

IV (23). 2. oÒK èyiJbjv Blass, olov o]ù Bergk. — 3. "Evajpacpópov Bergk 
e Blass. — 4. Bu)kóXo]v Bergk e Blass. — 'lTnTO0ui]v Smyth, 'iTTiróeujJv 
Blass. — 7. KfiXKi|U()]v... [orparui] Blass. — 8. "Apco^ fiv] Bergk. — 

S'AXKUjva] Blass. — 9. oùb* àindx;] Bruschi. — Tutte le altre integrazioni 
ella strofe p' sono dovute al Blass, eccetto Tr^ueibjf) al v. 13, che è del 
Grusius. Ai vv. 14 e 15 scriviamo elvaXiu) ed €lopa(vou](Jiv invece che 
€lvaXiav ed èapaCvoiJoiv del Blass. — 21. integr. Blass. — 27. F' Jurenka 

apoTpov 
e Diels, p' papiro. — 33. òv€{pu)v Blass, bvcipujv pap. — 40. tpdpoc; pap. 

— 42. au6ipo|Li^vai pap. — 53. (!)KTap Blass. — 54. [cùxjdc Blass. 

— [ouI)]v Grusius. — 60. 6lp]i?ìva(; Blass. — 61. ?[iT€Tai] \iéy [dp|ua 
Grusius. — 62. à(€v Diels. — 63. [oùxi Weil. — 64. integr. Grusius. 

— 65. integr. Blass. 

V (24). 4. ÒKpav Villebrun, fiKpav codd., fiKpac; Ix e vulg. 

VI (25). 1. iTir] Tabe xal |LiéXo<; Bergk, èTtfìYe bè k. |la. codd. — 2 e 3. €6p€, 
T€TXu)aaaiaévov kqkk. OTÓiua auv0. Meineke, eOpé t€ yX^aodiuevov kgkk. 
òvofLia auv0. codd. 

VII (26). 1. i|Li€pó(pujvoi Barker, Upóqpujvoi codd. 

Vili (33). 2. [aiTi] Grusius^ — [doX]Xé' Jurenka. — ip k' évi... X€' 
àf€Ìpr)<; Hermann, iL k' eviXca T^ipn^ A, 05 xeviXea y etpn^ B. — 5. xXiepòv 
TTcbd Gasaub., xaiepov ixaXba codd. — 7. KOivd Gasaub., xaivd codd. 



262 ANTOLOGIA DILLA MELICA GRECA 

IX (34). 2. OcoTaiv Sbi] Hermann, 6coT^ <iòi] vulg. — 3. xpOaiov Bergk, 
XpOaeov vulg. — 5. Xcóvtcov èv fà\a 0€taa Smyth, X. Iv f, 0. Hermann, 
XcovT^ov èiTaXaBctaa cod. — 7. dpYOq>€Óv t€ VL. 

X (36). 1. FéKaTi Bergk, Ikoti vulg. 

XI (37). 1. ToOe* àbcdv Bergk. 

XIV (60). 1. (pdpaYTÉ^ Villoison, <pàXoTY€<; cod. — 2. TrpiJbFové<; t€ 
Spiess, irpuiTov^CTC cod. — 3. «póXXa 6* Bergk, qpOXd t€ vulg. — 
òaaa Bergk, 6aa cod. — 5. iropqpupla^ Westphal, 'iropqpupf\(; vulg. 

XV (74B). 3. Xivui T€ aaadiuuj t€ Schneiaewin, Xivip re aaadfiip t€ 
codd. — 4. iraibeaai Schweighàuaer, iréòeoai ABDP. 

XVI (76). 3. Ff\p Bergk, ?{p òko Schweighàuser, ripoKa^ A, xpoKa^ PVL. 

— 4. adXXci Porson, dXX* €l codd. — èo0(€v ò* dòav Porson, ^aSci ^v 
bdòav codd. 

XVII (87). 2. dXiTpó^ Welcker, àXiTTipóc; vulg. — 8dKUi Bergk, 
6dKa(; vulg. 

*XV1U. 4. aflrXqi (Blass) non ò sicuro nel pap. 

[Arione]. — 8 e 4. èYKÙinov* fiX|aav... irépi Taccone, ÌYKU|uovdX|Liav 
ircpi a. — 4. aé ye Buchholz, he ai codd. — 17. fi* dcp' Hermann, ime 
dirò vulg. — 18. épiipav Hermann, j^iipav codd. 

Alceo. — I (5). 1. 6 Bergk, 6 A, ó S, 6q FI. — 8. tCìì Meineke, 
tOj codd. 

II (9). I codd. Bkl tralasciano il passo d'Alceo, i codd. no hanno solo 
itoTdjLiui tr. òx. — - 1- (div)aao' Ahrens, (dv)aoo' Friedemann, ^flj V)aaa' 
G. Mùller e F. Dùbner. — 'A8avda iroX6(|LidboKO<;) Ahrene, iroXcuiabÓKoq) 
Welcker. — 2. d iroi Berck, & itoi Ahrens. — M (iriaSeuiv Òergk. — 
3. vauw Ahrens, vauui Welcker. — à|nqp»(Paiv€i<;) Welcker. 

Ili (lo). 1. naiaa Ahrens, ndaa codd. — axiya Schneidewin, ajéyrì 
vulg. — 2. XcOkoi Ahrens, Xcukoì codd. — KaT0ir€p6€v Bergk, Ka0Oir€p6€v 
coda. — 3. veOoiaiv Schneidewin, veuouaiv vulg. — K€<pdXmoiv dvòpuiv 
Ahrens, K6<poXalaiv dvòpiuv vulg. — 4. KpOirToiaiv Welcker, KpunTOlaiv 
vulg. — Xdiuirpai Ahrens, Xa^itpai vulg. — Kvdjuube^ Matthìae, kvomIòcq V, 
KvajLiibcq PL. — 5. véoi Xivu) Bergk, vé^j Xivi^i vulg. — KÓiXai Seidler, 
KoTXai vulg. — 6. KUTcdTTibcc Mehlhorn, Kurrdaaibe^ Ahrens, KUiroTTibcc 
Blomfield, KuimaTibe*; vulg. — - 7. itpUjtiot' Blomfield, irptiiTia6* A, npiii- 
TiOTa PVL. — FépTov Blomfield, Ipyov vulg. 

ly (18). 3. 6v Ahrens, dv AB. — vai Michelangeli, vai Ahrens ecc., 
vat vulg. — 4. iLidXo Gocondrio, xaXdv Eraclide, KaXd AB. — 5. vip 
Michelangeli, ic€p Hermann, irapd vulg., ircpd AB. -^ 6. irdv Ahrens, 
irdv vulg. — 7. xdXaiai Neue, xoXatai vulg. 

V (20). 2. irOuvnv Ahrens, it(v€iv Stefano, irovcìv vulg. 

VI (25). 1. xpéroc; Buttmann. — 2. òvTpéipei Ahrens, dvxpéipei Seidler. 

VII (33). 1. Yd<; Libanio, y^^ vulg. — 5. PaaiXritujv corr. Bergk. — 
6. dTTuXcinovTa corr. Ahrens, àiroXeiwovTa 0. Mùller. — fiiav corr. SlùUer. 

— 7. dTTÙ Tr^jLiTTUJv corr. Ahrens da diruwéviTtu)v F. 

Vili (34). 1. Oei corr. Bergk. — òpdvu) Ahrens, òpavu» Hermann dal 
cod. Farnes., Ujpavu» ABP, dpavCti V, oùpavCp L. — 2. (jbdTWv corr. 
Blomfield. — ^óai Smyth, (ìòax Ahrens, (ìoai codd. •— 3. KdpPoXXe VL, 
Kd|uPaXX€ BP. — Ttòci^ corr. Ahrens. — 5. fjiéXixpov e MdXÒaxov corr. 
Ahrens, |Li(XiXPdv e inaXBaKÓv vulg. 

IX (35). 1. KdKOioi corr. Ahrens, xaKotai vulg. ^ BO^ov Ahrens, Oujyióv 
Stefano, |li06ov vulg. — 3. BOkxi Hermann, BuKxi Schweighaeuser, 
Baxxi vulg. 

X (36). 1. bépaioiv Jacobs, bépai(; vulg. — 2. irXéKTai<; corr. Blomfield, 
TrXéKTa<; vulg. — ÙTro9ÙMiba(; Bergk, STroGùinibac; Ahrens, ùiTo6uM(ba(; 
Blomfield, ùnoGufiidba^ vulg. — 3. dbu Ahrens, àbO vulg. 



APPINDIGS CRITICA 263 

XI (37A). 8. TTlTTaKov Sohneìdewin, TTiTTaKÓv vulg. — 8. dóXX€€^ 
Ahrens, doXXécc; vulg. 

XII (39). 1. Foivijj Schweighauser. — 2. d ò' d&pa xct^^'ra corr. fìergk. 

— b(i|jaia* corr. Seidler. — ùiró corr. Pomtow. — 8. dx€i corr. Ahrens. 

— FdÒ€a Ahrens, Faòéa Seidler, àhia Qraevius. — irTÉpÙYuJv ò* iJno corr. 
Bergk. — 4. òiriroTa Ahrens. — 5. ireTTTdiuicvGv Hartung. — (trdvra) 
agg. Bergk. — Karaudvir) corr. Bei*gk. — 6. dvBci corr. Bergk. — yù- 
vaiKcq Anrens. — 7. Xéirroi Ahrens. — (kqì) agg. Seidler. — yàva corr. 
Bergk. 

XIII (41). 1. xà XOxv' ò|ui|uiévo|yi6v Ahrens, t. X. djnfiévontv Porson, tòv 
XOxvov d|ui^évo|ui€v Ateneo XI. — 2. dcppc Ahrens, d€ip€ vulg. — 8. A(oq 
uto^ Bergk, A(o(; uto^ Ahrens, Aiò(; uÌ6<; vulg. — XaGiKdbca Schweig- 
hauser , Xa6iKdÒ€' L. — 4. fòu)K Jani, ftuJKCv vulg. 

XV (44). {Lif^v Michelangeli. — bévbpiov Ahrens, òévòpov codd. 

XVI (45). 2. K{pvaT€ Matthiae, Kipvfire AB, KipvdTai C, xfpvtu tóv vulg. 

— ÒTTI Blomfield, Stti vulg. 

XVII (49). 1. q>aia* Schneidewin, qpataiv Blomfield, q^aaiv vulg. — 
2. cliTTiv Bergk, clirnv Blomfield, elirctv vulg. — dvi^p Bergk, àvfip vulg. 

— Trévixpo<; Bergk. — ofiòciq Michelangeli. — ia\o<^ Bergk, èoXó? vulg. 

XIX (55). éyva Bergk, dYvd APE. — ^€XXlXd|ul€tb€ Hermann, ^cXixófifibc 
cod. Pai., |Li€iXixÓM6ibE vulg. 

XX (59). Ijui€ Bergk, è^é vulg. -^ bciXav Bergk, bciXdv vulg. — • irataav 
Smyth, Traiodv Ahrens, iraadv vulg. — itebéxoiaav Bentley, néb* Éxoi- 
ffov G, irotb* €xo»<Jav FBH. 

XXI (92). 1. dpYdXtov Smyth, dptdXcov Ahrens, àptaXéov vulg. — 
xdxov Ahrens, kokóv vulg. — & Bergk, d vulg. — bd|yivat(; Bergk, 
bd^viiGi codd. — 2. Xdov Ahrens, Xaóv vulg. — dbcXqpig Ahrens, dbcXtpcg 
Bergk, dbcXcpéa Vind. 

Saffo. — 1. 1. 'Acppóbira Ahrens, 'A(ppobÌTO vulg. — 6. dtoioa iróXXa^ 
Baxter, dtoi^ diróXu RD (diróXaq A, diróXi M). — 6. xptioiov Schneidewin, 
XpOociov codd., xpùacov vulg. — 7. (iiroZcOHaioa Bergk, ÙTTo2€i5Saoo 
vulg. ^ 10. oO Michelangeli, tO vulg. — 11. lactbidoata' Neue, ^cibidoao' 
vulg. — 12. biiOre* Hermann, h' f\VTO P, b' f^v to gli altri codd. — 
bì^OTc' Hermann, b' ì\vt€ P. — 14-16. tCva bi\^re H. \i. d. è. a. qp. 
Bergk da Tiva b. TT. Xa!^ d. è. a. (p. Seidler, rivaO' éuTetTei6w|uiai (fiai 
corr. in xai o pai) aaT»lvéaoav P. — 15. dbixiPiei Hermann, dblxri codd. 

— 17. dXXd Bergk, dXXa PD. — 18. èeéXoiaav Blomfield, é6éXoiaa Bergk, 
èeéXoK PC, xal eéXeic; DMR, xaì èeéXoic; G. 

II (2). 2. Ifui^ev' Ahrens. — èvdvrio^ Hartung, èvavT(o<; codd., èvavT(ov 
vulg. — 8. irXdaiov Smyth. — dbu cpuivcOaaq Bergk, óibuq}U)V€Ùaa(; vulg. 

— 4. Y€Xa(oa^ Buttmann, Y^Xihaa^ vulg. — 6. dir, oc Ydp Fibui... (pdjva<; 
Ahrens, di^ ydp (^ Ibuj... tpujvdi; codd. — €lx€i Bergk, f^xci El. (Laur.). — 
7. F^Fayc Blomfield, ^ayc vulg. — 10. dbé ^' ibpwq xoxx^ctqi Miche- 
langeli, dbcjui* ibpdx; Kaxò( x^^'^^^t Gram., An. Ox. — 11. iraioav dypci 
Ahrens, irdoav d^pci vulg. — 12. *iTib€\jr|<; Bergk, 'iribeui^iq Hermann, 
ntbcOeiv Vat. 2, Tribcuotiv Ambr. Par., iribeÓKiiv Yat. 3 Laur. 

III (3). 1. daTep€<; Ahrens, darépc^ vulg. — acXdvvav Bergk, aeXdvov 
vulg. — 2. attp* Bergk, dvp vulg. — diruKpiliiTTOioi Ahrens, dTTOKpOirToioi 
vulg. — 8. ÒTTiroTa Ahrens, ótiót* fiv, óirÓTav codd. 

IV (4). 2. atduaaoMévujv Scaligero, xal ai6uaa. Ermog. 

V (6 e 5). 1. Kai Bergk, r\ codd. — 3. x^\ìa{a\a\v Neue, xp^c^^^ii^^v 
vulg. — dppuiq Bergk, à3po!(; vulg. — 4. oivoxoeOoa Grotefend, olvo- 
XooOaa vulg. 

VI (28). 1. FeCiriiv Ahrens, Fcmflv Hermann, t' clirfìv e t elirciv codd. 



264 ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

— 4. }ii\ TI FciiiTiv Ahrens, )xi\ ti Fciirf^v Blomfield, |Lif|T* elirclv vulg., ^titi- 
Tcmfìv Ac. — 5. Ké a* où K(aT)f)x€v Smyth eolizzando la corr. del 
Mehlhorn k. a* où K(aT)€tX€v, Kév ae oùk €lx€v vulg. — ÓTriraT' Blomfield, 
^fA^aT* vulg. 

VII (40 e 41). 1. briOT€ Seidler, b' qOtc vulg. — 4. qppovTiobtiv Bentley, 
qppovTU ^' lìv vulg. 

IK (51). 1. Kf) b' Lacbmann da ABP. — 2. IXev Bergk, £Xev Seidler, 
éXdbv vulg. — 8. Kapxf\aià (t*) fjxov Bergk, Kapxi^<Tt' éxo^f Aten., xapxiyai* 
€!xov (Éaxov, ?xov| Macrob. — 4. kóIXciPov Bergk, kqì éXci^ov vulg. 

*X (•52). 3. TTXntab€^ Ahrens, TTXiitóbc^ Pauw, TTXeidbE^ vulg. — 
8. épx€T* Cbpa Blomfield. — 4. KaTcóbui Bergk. 

XI (53). 1. acXdvva Bergk, aeXdva vulg. — 2. Ui^ Bergk, \b<; vulg. — 
Piì)|uiov Bergk. 

*X1I (♦54). a. iJtipx€OvT dTTdXoK Bergk, àitaXotc; Blomfield, UipxcOve* 
àiraXotq vulg. 

XIII (68 e 69). 2. oùb' £po^ Grusius, oObéiroK Stobeo e vulg. -- 3pó- 
buiv Brunck, /^óbuiv vulg. — 4. ir€b* Salmasio, Tiatb' vulg. — djuiaOpujv 
Bergk, d^auptìiv vulff. 

XIV (72). 1. é\ipL\ Neue, è|ui)Li( Orsini, èmuEv codd., èiut^iv DVa. — 2. 6p- 
Xav Bergk, òpydv Orsini, òptdvuiv codd. — d^dKTiv Neue, dpaicnv codd. 

XV (75). 1. Éujv Bergk, èodv vuIr. — djuifjiiv Neue, djuitv vulg. — 
àpyx] o\} Michelangeli, dpvuao codd., dpviiaov AB. — 2. SuvFotKiiv 
Schneidewin, SuvoTiaiv Volger, Euvoixefv vulg. 

XVI (78). 1. di Aixa Welcker, iIibiKa Ateneo. — irépecae* Smyth, irep- 
QiaQ* Bentley, irapOéoO* Ateneo. — 2. dvfjToio Neue, dvfiTUi vulg. — 
ouvéppaia* Schweighàuser, ouvcppai^ Ateneo. — 8-4. Lez. dei codd. 
guasta : €Ùdv6ca yàp iréXerai kqI x^P^te^ (AB, xdpiQTC Gant. L) fidKaipa 
{LidXXov TTpOTéprivo 0T€<pàvui Totai (B, aT€q>avUiToioi Gant. L) bairuaTpé- 
cpovTtti (Gant. L, bciruoTpéqìovTai B), €Ùav0€ta Hermann, xàpi^ è^ ^a- 
Kalpa^ Blass, itpoT^piiv Bergk. 

•XVII (*85). 1. xpuoiotaiv Ahrens, xpu<^^oiaiv vulg. — 2. é^cpépi^v 
Bergk. — KXeOic; Smyth. — 3. uataav Ahrens, ir&aav codd. 

XVIII (90). 1. TXOKcia Bergk. — Icjtov Bergk, ìotóv codd. — 2. bd- 
)Li€iaa Bergk, baimetaa vulg. 

XIX (91). 1. CIhioi Efest. FIGPSA. — dépp€T€ Bentley, d€Ìp€T€ Efest. G. 

— 4. laao<; Ahrens, !ao<; vulg. — ^cYdXu) Neue. — iróXu Bergk, iroXO 
Gasaub. 

XX (99). 1. td^ppc Bergk, tom^P^ vulg. — 2. fb^ Bergk, di? vulg. — 
4. itdpecvov dv Bergk, irapOévov dv vulg. 

XXI (101), 1. ò... KdXo? Bergk, ó... xaXó? vulg. — òaaov Bergk, òaaov 
Volger, 6aov vulg. — tbr|v Ahrens, lb€tv vulg. — (xdXot) Hermann, 

— 2. aOTixa Bergk, aÒTiKa vulg. — ?oa€Tai Hermann, ^otoi vulg. 
XX IL 3. £aTT[é Moi] Blass, èév[v€TT€v] Schubart: ma il Biass lo dichiara 

paleograf. impossibile. — 8. ^é)Livao6' Blass, ^€|Livaia6' ms. — 10. òjuvdaai 
Blass, oiuvaiaai ms. — 12. ir[óXXoi(; ydp aT€qpd]voi(; v. Wilamowitz. — 
18. dKivui Blass. qiKiuiv ms. — t' Blass, y ms. — 14. iT€p€6f|Kao Jurenka, 
TrapeOriKao Schubart, iiap£Qì\Ka(; ms. — 17. ir€iroiiiuifi€vai? ms. — 20. Ka[X- 
XiKOjuiov Kdpa] Blass. 

XXIII. 1. eéaiq Schubart, Oca? ms. — 1-2. dpiyvujTa Fraccaroli. — 
2. odi bé Fraccaroli, Tciibc Schubart, oc b€ ms. — ^xaipe Fraccaroli 
prima che il Blass lo leggesse nel ms. — imóXirarir Fraccaroli. — 
12. dTdva? lesse il Blass, dTdvai Schubart. — èm lesse il Blass. — 14. jiioi 
Fraccaroli e Blass. — pdpiiTQi lesse il Blass. 

Erinna. — I. (1). 1. vauTQiaiv Bergk, vauTriai vulg. — 1x60 Dindorf, 
lx60<; vulg. — 2. iroiUTrcOoaK; Stefano, TTOjUTrcOaa? vulg. 



APPENDICE CRITICA 265 

II. (3). 1. TouTÓBcv Michelangeli, toOtó k€v vulg. — 2. aiy^ Orsini, 
aifà vulg., avfoX Vind. 

Stesicoro. — I (1). 1. 'Ep^€ia(; Blonafield. 
II (2). aaaa^iba(; Orsini. 
Ili (3). (t') Bergk. 

IV (5). 1. àvTiirépo^ codd., àvriirépav vulg. — 'Epu8{a^ codd. — 

3. KCuOiadivi Hermann, K€u6fA(Ìivu}v vulg. codd. 

V (7). 1. OKÓcpiov Blass. — 2. itC Blass, iti* ACP. 

VI (10). 1. àé\\0(; Fiorili., fiXio^ vulg. codd. — 2. òi' Suchfort [se- 
condo lez. Orsini, ò* vulg. 

VII (•18). CpKTipc Smyth, CÙKT€ip€ codd. — aki Kleine, à€( vulg. codd. 
Vili (•26). 3. Kópai^ A, Koupaic; BI. 

IX (^) . 2. ^ópaiva Holsten da jiiupeiva AB notando « sed € est C ». 

XIII (37). 2. èÉeupóvTa^ Kleine, èEeupóvxa vulg. codd. 

XIV (42). 1. T^ he Kleine, TqlÒ€ Reiske, riferendolo al passo di Stes., 
Tabe codd., riferito come di Plutarco. — èòÓKTiocv Bergk, èòÓKiyae 
vulff. codd. 

aV (44). 1. Xiyei' Schneidewin, Xv^eV Suchfort, Xi^ela vulg. — èparui- 
vùlLiou Bergk, ^paTuiv O^vou^ vulg. 

XVII (50). 2. imcXiidic; t' Kleine, fi. t€ vulg. — òé Blomfield, t€ 
vulg. coad. 

aIX (52). ttSo* àTroXeiTterai Bergk, irfìo' òXut* vulg., iraaa iioXid ttot* 
Gesner in marg. cod. Vienn. 

Ibico. — I (1). 4. òivav9(Ò€^ Holsten, òiv. vulg. — 8. 56' Hermann, re 
vulg. codd. — 9. GpTiTKio^ Fiorili., epriTKOic; AB, epTi'ÌKioK; PVL. — ^aauiv 
Bergk, àtaauuv vulg. codd. — 11. à9afiPri(; èYKparéujq Hermann, dOd^- 
pilO€ KparaiOù^ A, àQa\i. Kpaxaióq VL, àQ&\i^r\oev Kparaiuiq P. 

II (2) 1. "Epo^ cod. Darmst. (scoi. Plat.) di 2" mano, "Epujc; gli altri. — 
2. è<; Mehlhorn, cl^ codd. — 3. pdXcv Hermann, pdXX€i codd. — 4. rpo- 
\iéw viv Koen, rpoiaéujv tv vulg. codd. 

Ili (3). 1. 4w€p Martin, fiirep od ànep codd. 

IV (4). 9u^é Vaickenaer, oO ^€ od oOfi€ codd. 

V (5). 2. KttXX. ^€Xébl^^'*Ep^J[JTtuv lacobs, xaXX. jueX. Nuincpu^v Dalecampe, 
KoXX. |ui€X. v€av(bu)v Boissonade, xaXX. Mouadiv fieX. Hecker. 

VI (6). 2. Tép€tva Canter, rapiva vulg. 

VII (7). 2. èycCpijaiv Erodiano. 

Vili (9). 1. KoOpov Schneidewin, KÓpov codd. — TTpid|uioio CD, TTpid- 
imou AB. 

IX (16). 1. KÓpouc; Dindorf, xoOpou^ vulg. — 3. éviYufouc; lunius, évi- 
Yuou^ vulg. — 4. djéifi Eust, Uiei?) vulg. 

X (21). irapà ol Hermann, òdpaoi codd. — rdqpei Bloch, Td(p€i<; codd. 

XI (22). 3. ^kXcktov Boeckh dal cit. 1. di Strab., tóv vulg. — iiaXd- 
luaiffi Hermann, 7raXd|Liai<; vulg. — 3. ir€b* Casaub. iratba scoi. 

XII (24). 1. irdp Mehlhorn, irapd vulg. — 2. djupXaKiibv codd. Clark 
e ATTGT di Plat., dimirXoKiiiv gli altri codd. 

Anacreontb. — 1 (1). 3. 9r]od>v tutti i codd., 6iipiuiv Gramm. Keil. — 

4. txou vulg. scoi. Efest. — 5. 9paauxapò(u)v Giov. Sicel. e Turneb., 
6pcoxapò(uiv scoi. Efest. 

II (2). 11. CD A€ùvua€ Bergk, di b' €uvuo€ V, fljb' cO vO ae P, di bcuvu 
a€ C, u&b' €Ì5 vOv ae BA, iDb' oò vOv oc (vulg.) gli altri. 

III (3). 3. bioaxéuj Bergk, biò^ xvéwv A, bioaxvéui CD, bub€iv èiTiTro9«I» 
(evid. glossa) B. 

IV (4). 2. DÒ xo6t(; Bergk, oùx àXei^ codd. 



266 ' ANTOLOGIA DELLA MELIGA GRECA 

V (6). 1. TTooiÒiiliiibv Barnes, TToaeibtiuiiv codd. 

VI (8). 1. «YUTf' oOt' dv Mehlhorn. — 2. oOt' «T€a Tyrwhitt, oOtc 
Tà codd. 

VII (14). 1. òiiOt€ Seidler, bcOre vulg. — 1 e 8. iropqpvpéij pàXXun/ 
Pauw, irop(pOp* èviPdXXuiv codd. — 8. v^vi irotKiXoaaiipdXip Seidler, vrivi 
iroiKiXo^ XaMfidvw codd. — 5. èOTiv Barnes, ieri codd. — €òkt{tou Barnes, 
cÒKTiKoO valg. 

Vili (17). 8. itdib' àppfl Killer, itatb' àgpf| vuk. 

IX (19). 1. bn\5T6 Bergk, b' ì\^t' vulg. — 2. f; vulg., ck A. 

X (21, vv. 3-14). 7. b€0€{^ Herwerden e Cobet, tiOcu; codcj. — 8. bè 
vOOtov Bergk, bè vibrip P, b' èv iìituj B, b' èv vibxiu VL. — aKUTivr] 
Elmsley, orutìvip ABV, OKuOivip P, OKUTfvqi L. — lì. TràK Killer, ird'i^ 
Dindorf, iraU vulg. 

XI (24 e 25). 3. (iraK è)eéX€i Porson. — 4. àf\Tai(^ Bergk. 

XIV (41). 1. (ó) Gaisford. — McTiarric; B, M€YiaeT)<; vulg. — 3. t€ 
XOtu> P« Tfl XOyu) vulg. 

XV (42). (t€) Dindorf. 

XVI (43). 1. i«||Liiv Stefano, f\\i\v vulg. — 3. 00x49' Bergk, oùk ?e* 
vulff. — 11. èTot|iiov Mehlhorn, ?Toi|aov vulg. 

XVII (44). 1. (bé) Bergk. — 2. xapvTcOv ed ?X€K Ydp Bergk. 

XVIII (45). 2. ^bu) Valckenaer, bibù vulg. 

XXI (51). 8. diToX€tqp8€Ì<; vulg. Alen., ùiroXeiqpOeiq El. e scoi. — ònó 
scoi, e un cod. 4' El., dirò le altre fonti. 

XXII (54). 1. òqppOoiv Barnes da scoi. Pind., òqppOoi Aten. e Eust. 

— 2. óoT^iv Hermann, éoprif^v vulg. 

XXIII (62). 2. Viv Bergk, i\pXy vulg. - 8. bn Bergk da Orione, hy\ 
Aten. ed Eust. 

XXIV (63). 1. i«||Li(v Stefano, /jfitv vulg. — 6. àvà btiOTC Mehlhorn, 
dvabeuTc AB, dvabcu PVL. 

XXV (65). 1. (tóv) Barnes. — 2 e 3. fiéXo^ai... dcibciv Kermann, ^éX- 
TTOimai... dci'bufv codd. Glem. Aless. e vulg., dcibciv cod. Par., juiéXicofACV... 
deib€i Arsenio. — 4. òbe Barnes, ó bé codd. Glem. e vulg. 

XXVI (74). 2. òaox Bergk, oX vulg. — ^ua|LioO(; Bergk, ^uGnoùc; vulg., 
(i\j\io\ì<; Et, M. — 8. x<xX€uoO^- fi6jixà0TiKd a\ di Mc^ìotìì Bergk, xòXcTroOq 
^€|ua6ìfìKaaiv dj^ iirfiari] vulg. 

XXVII (75). 1. 0piaKÌTi Bergk, Gp^ÌKin vulg. — 4. (a*) Bergk. - 
6. iinroaefpiiv lez. ald., iiriToireipnv vulg. 

XXIX (21, vv. 1-2, e 86). 1. b(é f) Bergk. — 3. edXa|Lio<; Scaligero 
sec. Erod. e TEt. G., OdXapov Eust., daXdfio^ Amm. 

XXX (89). 1. bnOT€ Bergk, bf\Ta vulg., b* rfix^ GPE, bnOxe A. 

Laso d'Ermione. — I (1). 1. Kópav Michelangeli, KÓpav edd. — 
KXu|Liévoi* Bergk, KXujiiévoio Ateneo nel primo 1. e; nel secondo kXuó- 
|Li€voi P, KXuo^iévoia B, kXu* ofiévoio L, xXuoi^évoio V. — 2. (i)uivujv lacobs, 
djiivov vulg. — dvaxvéuiv Bergk, àvaYvujv vulg. 

SlMONIDE. — I (»4). 3. TTpÒ YÓUIV IlgCU, ItpOYÓVUJV COdd. — Q?KT0^ 

lacobs, oItoc; codd. — 6. dvbpdiv AyoGoiv 6b€ Mehlhorn, à. ÒYaedFV ó 
hi vulg. — oUérav Schneidewin, oIkctcìv vulg. — 7. ctXcxo Kermann, 
eUoTo vulg. 
II (5). 6. 6v Bergk, 6v dv vulg. — dfudxavot; Boeckh, àMftX<3ivo< vulg- 

— 9. KdTriTrXciOTOv Blass, èunrXelaTov bè xal vulg. — dp., toÙ(; x€ 6€ol 
(piXéuiVTi Michelangeli, dp., toò^ Ocoi q>iXéuiVTi Bergk, àp., ToOq xc Ocol 
(piXuKTiv Hermann, dpiOToi eloiv, o{)<; dv ci Geoi cpiXutioiv vulg. — 13. Ini 
t' Bergk, ?Tr€i6* vulg. — 13. 0|li|ìiv Hermann, ùiutv vulg. — 16. dvdYxc;^ 
Bergk, dvdYxri vulg. — 18. èEdpxcocv Michelangeli. — 19. 6< dv fj xa- 



APPENDICE CRITICA 267 

KÓ^ Bergk, 6(; àv jiii?i xaKÒc; i5 vulg. — 19. y* òvaffCiroXiv Bergk, y^ òv'f\o^\ 
nóXiv codd. — 30. où6è |Lif| mv Bergk, oò \i^y vulg. codd. — 21. dXi- 
0{ujv Schneidewin, if^XiGiujv vulg. codd. 

V (12). 3. dniaia Schneidewin, f||LiaTa vulg. 

VII (*18;. 1. b' €0 Tiv Bergk. — 2. Maiàbo(; Schneidewin. — oùpciac 
aggiunse lo Schneidewin. — éXiKopXcqpdpou ira!^ Bergk, éXiKopXccpdipoio 
TT. Schneidewin. — 8. xdv y* ^^ox- €fò- trasposiz. del pergk. — 4. (piXfìv 
GuYciTpuùv Schneidewin. — Ta( Hartung. 

Vili (30). 2. irebiov Wyttenbach, t€ ucbiov vulg. — 8. Kepoéaaqi Wyt- 
tenbach, xcpàaaaa vulg. — 4. mqtcOujv Schneidewin, juiavOuiv vulg. — 
5. OTpicpotaav (€t€ip')5v K<Spa Hiller da oxp. Ixeipcv (o ÉT€ip€v 6v) k. 
Hermann, orpéqpoiav ^repov Kdpa vulg. — 6. irdvT* èir' cljuiov Schnei- 
dewin, TrdvTa ?TOi|LM)v vulg. 

IX (32). 1. qpdoqc; Bergk. 

X (36). 2. èTévovG' Schneidewin, ètévovro vulg. — 8. oùb* Bergk, 
oùbé vulg. 

XI (37). 2. |uiv Schneidewin, \ii\v Reg. 1, Colb., Guelf., Aid. Vettori 
senza sigla. — te Brunck, bé codd. — 8. (fl) Taccone — oO y' Miche- 
langeli da oCt* vulg. — dbidvToiffiv Taccone, dbidvToiai Brunck; dMav 
rotai Reg. 1, Aid. Vett. s. s. — 4. pdXXcv Taccone, pdXXc codd. — t* 
Bergk, re codd. — (moi) v. Wilamowitz. — 6. b' aO Téw<; Hermann, 
ò* aOxe €U codd. d* Ateneo. — 6 e 7. YCiXa0nvj?i Xd6€t KviiaacK; Bergk, 
èYaXa0ìivu)b€! 96iKvoiJbaa€i(; Guelf., Reg. 1, èYaXaoGtivujbet beiKvoiiiaaciq 
Aid, — 8. x«XK€0YÓ|Li(pip Thiersch, x^^k. bé vulg. — 9 e 10. TaQei<; 
Schneidewin, ólXjLiav b* CiTTcpOev rcfiv xojiiav paScifiv Bergk, rab* elq «ù- 
Xéav b' 5ir€p6€v T€àv KÓjiiav PaOctav Reg. 1, Tdvb* €l(; a. b* Cf. t. k. p. 
Guelf., Tà b* €l<; a. b* H. t. k. p. Aid. — 18. TTpoqpaivujv Ahrens, irpó- 
ouiirov codd. — 18. 6tti bé Mehlhorn, fin hf\ codd. 

XIII (40). 1. ttotOùvto Bergk, ttotiIivt* Orsini, ttujtoivt* vulg. 

XIV (41). 2. Kibvaimévav Schneidewin, OKibvainéva vulg. 

XVI (46). 2. jiioi r, ^iou 0, |Li€ vulg. — dpSttTO Schneidewin, fjpSaTO 
vulg. 

XVII (48). 1. ó b* tK€T' Schneidewin. — kc, Bergk. — 3. (jOvOpovcq 
daT€p<; Bergk. 

XVIII (52). 1. (Eùpubdcac) Bergk. 

XIX (53). 3. tìirep Schneidewin, óirép vulg. 

XX (57). 1. vóiu Hermann, viji vulg. — 2. dcvdoi^ Hermann, dcvvdoK; 
vulg. — elapivotàiv Bergk, €lapivo!(; vulg. — 4. dvT((a) Gévxa ili. ar. 
Bergk, dvriBévTa fiévo(; xdXac; codd. Stef. (onde lo Stef. \iévo^ ardXaO- 
— 6. Ppóreoi Hermann, Ppórcioi vulg. 

XXI (58). 3. &Yvdv Schneidewin, vOv codd. — 6. IkiitoI t' Bergk, 
!kiit' vulg. 

XXII (60). Yfi? Sohneidewin, yfic, vulg. 

XXIII (61). 2. irdfi^nTK; Bergk, irannnxK; vulg. — b* Taccone, bé 
vulg. 

XXV (65). k(x€ Ka( Bergk, Jqpixe Ka( vulg., gKix€ re AB. 

XXVI (66). o\yà<; Schneidewin. 

XXVIII (70). 1. oòbé Schneidewin. — kariv Bergk. — 2. ?x€i aeiiAvdv 
Schneidewin. 

XXIX (71). 2. evari&v Stefano, Ovr^T. vulg. — 8. raXwxói; Stefano, 
Zr[\. vijg. 

TiMOCRBONTE RoDio. — I (1). 3. dvbp* Hermann, dvbpa vulg. — 4. 9€- 
MiaTOKXfj* Hermann, GcjuiaTOKXfìa vulg. — 6. xuPaXiKolai Bergk, oxup. 
vulg. — 7. é<; Boeckh, clq vulg. — irorpib' Ahrens, iraxpiba vulg. — 



268 ANTOLOGIA DILLA MELIGA GRECA 

8. Tpr Hermann sec. codd. ABc, Tp(a vulg. — 9. b* Hermann, bé vulg. 
— 10. ò* èiTQvòÓKeue Bergk, bi iravbÓKeue FaCA. — 13. 6€|LiiaTOKX^o^ 
Ahrens, 6€|LiiaTOKX^ouc vulg. 

Ili (3). 2. (JjpMaTÓ|Li€i Bergk, ópKiaroimct Hermann, òpKia ré |uiot vulg., 
6p. toilaVì Fa, 6p. Té|LAvuj (o xéfiuj) A, òp. xé^vci x. — 5. KdXXai Taccone, 
Kat dXXai codd. 

IV (8). 1. i&qpcX^v o' Ilgen, 0()(p€X€<; scoi. Aristo f. — plì\t€ ytl Brunck, 
yii]T èv Yfl vulg. — BaXàaax] Brunck, 9aXdTTfi vulg. — q)avfì|Li€v Bergk, 
(pavf||Li€vat vulg. — 2. {ìot) Mehlhorn. 

Corinna. — I (2). 2. 'Qapiujv Hermann, cbapdujv vulg. codd. — 8. Uivó- 
fAav€v Michelangeli, (j[JvoO^TlV€v codd. 

11 (21). 1. XiYupdv Hiller, XiYOupdv vulg. codd. — 2. <pOa* Hiller, q>oOo' 
vulg. codd. — TTivbdpoio Wolf, TTivbaptoto codd. 

Fratina. — (1). 4. Naidbu)v Fiorili., Natbujv vulg. — 6. KaréOTaae 
TTi€p(<; Emperio, KaT6(JTa(J€'iri€p€t(; A, Karcoxà^ éTricpcl^ P, KaT€ft<; in. VL, 
Ko6€0Td<; èli. B. — paaiXciav Emporio, 3ao(X€ia vulg. — 8. KiJUm^) Bergk, 
KUJ^ujv AP, KdjfAUjv CVL. — iruYjLiaxiaiai véujv GéXci Dobree , iiuTlLia- 
Xiaoiv ^u)v Qéa €U (€uiv e 9€a A, ìwv P, €l B) ABPVL, iruY^axiaiai véuiv 
ééa epit. Hoesch., truTiiiaxiai aivéujv Bea G. — itapoivwv Bergk, irdpoivov 
BPyt (vulg.). — 10 e 11. Tiate ròv qppuviou ttoikCXou irvoàv ^xovxa Em- 
perio, irat€ TÒv (ppuvaiou itoikiXou irpoavéxovra vulg. codd. — 13 e 14. Xa- 
XoPapuÓTra irapaiiicXopuO^oPdTav 6' òiral Tp. Bergk (6" òirai anche TEm- 
perio) da XaXopopuoTrapa>ji€Xopu6|aoPdTav OuiraTpuircWuj PVL. — 15. f\v 
iboù* (propr. ^viboO) fibc aoi Schweighàuser, vnviboOaòcaoi P, vtivibóva 
bé aoi VL. — b€Eia^ Bamberger (sec. TEmperio), b(.l\& codd. — 16. ito- 
bó^ censor Jenensis, itóXo(; vulg. — biappKpd Dindorf, btdpecpa A, bidp- 
piqpa B, bià(popa PVL. — 17. Kiaoóxaix' Schweighàuser, Kiaaoxa(T* PVL. 

Diagora. — I (i). 2. <ppév* Schneidewin, (ppéva codd. 

Prassilla. — 1 (1). ?Tr€i9€v scoi. Efesi., Drac, Bachm. 
11 (2). 3. 6yxva? Schneidewin, 6xvou(; cod. 

Melanippide. — I (1). 1. 'Aedvo G, dedvara ABPV, dOavaia L. — 2. €p' 
piipév e* Bergk, Éppivpé re PVL. — 4. oO |li6 Bergk, è|Lié codd. — (Tfll)b- 
Hermann, b' codd. 

II (4). 3. dir* div ÒXovro Bergk, oOv dTrujXauovTo A, diroXaOovxo P, 
oOv dtT€XaOovTO VL. 

Arifrone. — 4. (fi) Boeckh da Licinnio. — 5. ?pKeaiv Bergk, cXkcoi 
inscr., fipxuoiv Aten. — 8. òapoi od 6apo^ Aten. A, 6ap E, 6api epit. 
Hoesch. — 9. (?<pu) Boeckh e Mehlhorn da Licinnio. 

Filosseno. — (8). 2. xpyjao^òarpvxe Bergk, xpu<J€0- ABG Eust., xpwcJio- 
PVL. — 8. edXo^ Bergk, edXXo^ Fiorili., KdXXoq codd. 

• 

Timoteo. — 10. vuxoorepécnv v. Wilam., Xiir . arcpcoiv pap. — 
16. [eloCp Taccone [y]óu) v. Wilam. — 18. [y^v] v. Wilam. — 21. èv- 
0év[bj, IV v. Wilam., €v6€v . cvuv pap. — 23. [iraxpji^ Inama. — 
25. -«paYÓvov v. Wilam., -qpaiOYovov pap. — 32. Aubóv v. Wilam., 
Xubiov pap. — 33. dirépSujv v. Wilam., aT€pSu)v pap. — 88. buvard 
v. Wilam., buvaara pap. — 38 e 39. |Li€Xa|U7r€TaXoxÌTU)va v. Wilam., 
fi€Xa^jnT6TaXaKiTUJva pap. — 41 e 42. diutpéPoXXov. XOaov v. Wilam., 
a^qp€paXXu;vXiaaujv pap. — 49. ^opéqi v. Wilam., gopea pap. 

Teleste. — (1). 1. òpeioi^ L, òpioi^ AB, ópiot^ P« — 2. òpYdvuiv 
Bergk, ópYCivov codd. — bCav Meìneke, btav vulg. — 'AGdvav Schweig- 



APPENDICE CRITICA 269 

hàuser, 'AeovSv vulg. — 5. xopoKTuiriv Bergk e Meineke, x^ipoktOttip 
vulg. — 7. dTaiLiov Gasaub., àyavóv codd. — KfiTraiò* Taccone, xal diraib* 
codd. — 8. àxóp€UTO(; Grotefend, dvaxópeuToq codd. — 11. auv€pi6o- 
rdrav M. Schmidt, ou McpiSordrav codd. 

Aristotele. — (6). 7. laa0dvaTov v. Wilamowitz, eie; d6dvaTov codd. 
— 9. «v€x* oÙK Bpunck, gv€K€v ó A, gv€x' 6 E, gvcK* ex Diog. — 12. 'Axi- 
XcO^ Bergk, 'AxiXXcO^ AE. — *A(ba òó^ov v. Wilam., *Aibao òójiouj; AE 
Diog. — 18. àXiou Taccone, i^eXiou codd. — 14. aòbif]aouai v. Wilam., 
aùS^aouai codd. 

Fragmenta adespota. — 1 (139). 2. Tapina- tu Grot., Tapina o xép- 
jiiaTi vulg. — 6aK€t( fòpa<; Jacobs e Meineke, dxoq bp^^ vulg. 

II (140). 4. NuKTÒq KÓpai V. Wiiamowitz, KoOpai N. vulg. — 6. -rrav- 
bcifiaroi Wachsmuth, iravòeiiLiavToi vulg. — 8. db€Xq)cd^ L. Dindorf, 
db€Xq)d( vulg. — 10. auvTUXidv Grot., auvruxiav vulg. 

Scolii attici. — I (2). 8. xai Hermann, t€ kqC codd. 

II (3). 8. <l>€pa€(póvn A, TT€pa€<póvTi vulg. — 4. djuqiéTreTov Canter, 
d^q)eTov vulg. 

Ili (4). 2. 'AttóXJiu) Ilgen, diróXXuiv* od dtióXXuiva codd. 

IV (5). 1 e 3. ili Hdv Hermann, tdb TTdv codd. — 3. Y€Xda€ia(; Val- 
ckenaer, Y€Xaaiai<; codd. — 4. cCtppooi v. Wilam., eò<ppoaOvai(; codd. — 
rataò* dotòatt; Hermann, xa!^ h' doibat^ doibe AB (d€ib€ E). 

VI (22). 2. aùv ailiqppovi auicppóvci Canter, auaaujcppóv€i adbqppovi G Eust.^ 
auaaujcppovr)(TU) odbqppovi A. 

Ganti popolari. — (41). 5. inéXaiva Eust., luéXava BPV. — 6. iraXd- 
6av aù TTpOKiiKXci Hermann. — 9. TupoO L, TupOùv B. — Kdvuaxpov V, 
Kdviaxpov L. — 10. xal irOpva x^^^^^v Bergk, Kal irupotjva x^XibiJbv A, 
Kttl iTupuiv à x^Xibodv B, Kal Ttupujv xcXibdbv VL, xal irupiliv; à xeXibdbv 
vulg. — 17. dv he Bergk, dv h^ vulg. — 18. ti qpéppio Bergk, ti cpé- 
poi<; B, Toi (pépoi^ P, ti xal (pépoi^ VL. 



INDICE DELLE MATERIE 



Prefazione ....... 

Iktboduzione ....... 

§ 1, MéXo^ - àa\i(x - \\ihi\ - Xupixói; 

§ 2. Melica monodica e melica corale . 

§ 8. Canone dei poeti melici 



Fag, 



§ 4. Classificazione delle forme di 

§ 5. Inno 

§ 6. Prosodio . 

§ 7. Peana 

§ 8. Ditirambo 

§ 9. Nomo 

§ 10. Adonidio 

§ 11. lobacco . 

§ 12. Iporchema 

§ 13. Encomio . 

§ 14. Epinicio . 

§ 15. Scolio 

§ 16. Carme erotico 

§ 17. Imeneo, Epitalamio 

§ 18. Treno, Epicedio 

§ 19. Partenio . 

§ 20. Dafneforico, Oscoforico, 
Ihdicazioni bibliografiche 
Antologia della melica obeca 

Eumelo 

Terpandro 

Alcmano 

[Arione] 

Alceo 

Saffo 

Erinna 

Stesicoro 

Ibico 

Anacreonte 



poesia melica 



Canti invocatori 



V-VIII 

1-43 

1 

2 

8 

3 

5 

8 

10 

13 

18 

22 

23 

23 

26 

28 

33 

35 

37 

40 

42 

43 

44.53 

55-260 

55 

56 

60 

82 

86 

102 

123 

125 

140 

152 



272 



ANTOLOGIA DELLA MELIGA QR£CA 



Laso d'Ermione 
Telesilla . 
Simonide . 
Timocreonte Rodio 
Corinna 
Fratina 
Diagora 
Prassilla . 
Melanippide 
Arifrone . 
Filosseno . 
Timoteo 
Telaste 
Aristotele . 
Fragmenta adespota 
Scolii attici 
Canti popolari . 
Appendice ceitica 



Pag, 179 
181 
182 
217 
222 
224 
228 
230 
232 
234 
236 
237 
247 

249 
251 

254 

258 
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