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Full text of "Poesie di Vincenzo Monti ferrarese. Tomo 1. 3."

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BIBLIOTECA LUCCHESI • PALLI 

III. SALA 



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37TI 



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• BIBLIO , tCA • 

-Vcchesi • palli 


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PARNASO 


DEGL • 


ITALIANI VIVENTI 


VOLUME XVII. 


MONTI 


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5 U/' *• • 1LL\ ? 2 'UT, 

POESIE 

D I 

VINCENZO MONTI 

FERRARESE 



•PISA 

BALLA. NUOVA TIPOGRAFIA 
I 8 O O 


* 


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. AL COLTO 

PUBBLICO ITALIANO 

GÈI EDITORI 

(jr iunti ad arricchire il nostro Parnaso 
delle produzioni del celebre Vincenzo 
Monti, non possiamo a meno di premet- 
tervi alcuni ridessi , e alcune proteste , 
che non crediamo del tutto inutili. An- 
nunziatosi il nostro Poeta all’Italia fìn 
dalla sua prima gioventù con uno stile 
energico ed una fantasia pittoresca si pio- 

i * ... ’ 

cacciò ammiratori e partigiani, e ad un 
tempo invidiosi e nemici. Situato in Ro- 
ma felicemente spiegò in varie occasioni 
i suoi talenti, e se molti gli contrastaro- 
no il vanto di spiccare nell’insieme dei 
suoi componimenti, niuno gli contrastò 
un merito straordinario nelle bellezze 
di dettaglio, che giunsero a fare obliare 


6 


* 

a’più schivi quella castigatezza, di stile 
che talvolta vi si desidera, ed a coprire 
al più de’ lettori quell’incertezza di con- 
dotta rimproveratagli, e qualche volta, 
osiamo dir, non a torto da critici. Vi è 
di più : che le sue poesie fuggitive, mol- 
ti sonetti , varie canzoni sono veramente 
belle da cima a fondo, e molte volte non 

» 

lasciano al par de’ Classici cosa a desi- 
derare . 

Sotto questo aspetto dunque , qua- 
lunque sia l’argomento ch’ei tratta, sie- 

no pur quali si vuole i sentimenti ch’ei 
•' * * 
vi sparge, e di cui solo egli è garante in 

faccia al pubblico, noi lo ponghiamo 
nella nostra Collezione, e sotto questo 
aspetto solo ci protestiamo di riguardar- 
lo, nell’istesso modo che si ammirano i 
bei versi di Lucrezio senza curar la sua 
dottrina . 

Questa protesta è tanto più neces- 


7 

saria in quanto che conosciuto ormai 
troppo dall’ Italia, e fatto segno di varie 
opinioni sul conto suo dopo le ultime di 
lui vicende, noi non vogliamo per veruna 
parte mischiarci in cosa che non riguar- 
da l’ufficio nostro, e non si è ristampa- 
to di lui se non quelle produzioni ch’e- 
rano già di pubblica ragione, parte di- 
sperse , parte affogate in qualche raccol- 
ta volgare, ma tutte degne certo di com- 
parire riunite tra quelle de’ più celebri 
Autori viventi. 

E non sarebbe stato ridicolo , per ta- 
cer delle altre, il sopprimere la Cantica 
in Morte di Bassville, dopo 18 edizioni 
che se ne fecero in sei mesi ? E in que- 
sto lavoro imperfetto non vi spicca forse 
un’immaginazione si sublime, da desta- 
re il riso quando si è veduto poi un’altro 
pigmeo, voler giocar la parte di rivale in 
un poema veramente risibile, ne’cui pri- 


9 

mi 5 canti ) i soli per fortuna del pub- 
blico e dello stampatore dati alla luce 
finora ) non vi è nominato che una sola 

«rane. * 

volta l’Eroe da cui s* intitola? La Bass- 
villiana ebbe molti detrattori: varj ne 
furono i .pretesti, un solo il motivo; la 
superiorità cioè del poeta: nè noi crede- 
remo mai , . qualunque sarà la sorte 
dell’ Autote, ch’ei vorrà sopprimere ( per 
de* motivi tutti suoi) se non la più. bel- 
la, la più famosa certo delle sue produ- 
zioni , quantunque interrotta allora ina- 
spettatamente , e ormai non più termi- 
nabile . * 

Se il plauso di un pubblico che a- 
scolta, se il favor della moltitudine, e 
l’approvazione di varie persone di lette* 
re bastassero a suggellare la reputazione 
d’ un componimento teatrale, l’ Aristode- 
mo dovrebbe esser riguardato come una 
felicissima tragedia. Poche ebbero il di 


9 

lei incontro, e l’avidità con cui fu biasi- 
mata dà un grand’ indizio de’ pregi che 
racchiude. Ma la mancanza assoluta di 
catastrofe, ad onta della bellezza talvol- 
ta soverchia dello stile, farà sempre ri- 
guardar questo componimento come im- 
perfetto, nell’atto però che farà deside- 
rare a’ più che l’autore continui, o per 
meglio dir riprenda questa carriera. Ren- 
dendo i suoi versi un poco meno canta- 
bili, scegliendo un soggetto che fornisca 
di per sè stesso un azione che abbia un 
principio, un mezzo, e un fine diversifi- 
cato, e ben disposto, egli è sicuro di co- 
glier nella scena quell’alloro che da’ più 
gii si contrasta per l’Aristodemo. Ma con 
tutto questo sarà forse da escludersi que- 
sta Tragedia dalle altre cose del Monti? 
Noi osiamo di dire che no, e ci sembra 
che abbia in sè bellezze grandi , se non 
tragiche, bellezze certo, e i più cercano, il 



beltò ovunque lo trovano, poco curando- 
si se i critici vi abbiano o no che ridire. 

I lettori sensati, almeno ce ne voglia- 
mo lusingare, converanno di quanto ab- 
biamo osato di esporre , e il giudizio 
dell’Italia ormai portato su’ talenti del 
Monti ce ne assicura. Ci lusingheremo 
della stessa indulgenza dall’Autore? Noi 
speriamo che vorrà saperci grado della 
nostra schiettezza. Egli ha troppi titoli 
alla fama di gran Poeta perchè voglia 
sdegnarsi delle nostre riflessioni. 

Intanto siccome tra tutti i poeti d’ I- 
talia, il Monti è certo quegli che scrive 
con maggior facilità e prestezza di mol- 
ti, speriamo in conseguenza che dovre- 
mo presto aggiungere un’appendice a 
questa collezione per le circostanze di 
per sè imperfetta, ornando il nostro Par- 
naso di molte poesie ch’egli tiene tutto- 
ra nascoste . 

ì 


* 

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* 


IN MORTE 

» 

DI 

UGO BASS-VILLE 

SEGUITA IN ROMA 

V 

II. DÌ XIV GENNAIO 

1793 


* 



# 


« 


* 


. * 

* 





NOTIZIE 


* 


13 opo molte diligenze , poche notizie ab- 
biamo potuto raccogliere della vita di Nic- 
cola Ugo de Bass-ville . Noi le daremo 
senza sdegno e parzialità , e collo jstesso 
candore con cui ci sono state comunicate . 

Egli era nativo d’ Abbe ville città ri- 
guardevole della Francia , dopo Amiens la 
più popolata della Piccardia inferiore , e , 
rinomata per l’eccellenza delle sue tinte, 
di cui provvede tutta l’ Europa . Suo pa- 
dre, che ivi esercitava, e tutt’ ora vi eser- 
cita l’arte del tintore, osservando dei ta- 
lenti nel figlio, e desiderando migliorar- 
ne la fortuna e la condizione, 1’ mcam- 
M oriti T. 1‘ I 






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miuò per la strada ecclesiastica . 11 giovi- 
ne , per secondare la paterna intenzione , 
più che da propria inclinazione, che lo 
traeva particolarmente verso le belle let- 
tere, si applicò di proposito agli studi 
teologici : nei quali cadde il sospetto , che 
la purità delle massime non andasse del 
pari colla rapidità del profitto. Comun- 
que sia, ottenuta prestamente una catte- 
dra di teologia, prestamente se ne dimi- 
se; e disgustato di quegli studi all' indole 
sua non confacenti , si abbandonò nuova- 
mente all’ amenità delie lettere, e si por* 
tò a cercare nell’ antica Parigi un! altra 
fortuna • 

Ivi giunto a 3 insinuò, destro com’era, 
nella grazia d’ un gran personaggio , che 
seco il tenne qualche tempo in qualità di 
bibliotecario, e di bello spirito . Fu allo- 
ra, che due ricchi giovani Americani del- 
le colonie Inglesi essendo capitati a Pari- 
gi con raccomandazioni particolari a quel 
Ministero , fu scelto il Bass-ville ( for4e 
per la mediazione dell’ illustre 6u0 pfotet- 


tore ) a compagno ed ajo di questi due 
viaggiatori nel giro che intrapresero della 
Germania: nel che egli liberò così bene 
il suo debito , che ne fu premiato colla 
cospicua pensione di tremila lire : in che 
consisteva tutta la privata sua rendita.' 

Durante questo viaggio scontrossi a Ber- 
lino con Mirabeau il maggiore j quello 
cioè che nelle prime scosse del regno di 
Francia mostrò, e fè valere de’ vizi, e 
de’t alenti pari alla grandezza di quel tem- 
po calamitoso ; e consonando di massime e 
d’ opinioni , si strinse con òsso in legami 
di particolare amicizia . 

Nella sua dimora a Berlino, qnella 
reale Accademia lo ascrisse a’ suoi mem- 
bri, con uno de’ quali sostenne fortuita- 
mente un’ acre contesa letteraria sul me- 
rito degli Scrittori Francesi, che l’ altro 
aveva malmenati in certo suo libro. Fu ' 
questi il celebre Carlo Denina Istòrfogra- 

fo del gran Federico, autoTé dell’ opera 
• • 
tanto applauditi delle - Rivoluzioni d’Ita- 
lia, e dell’ altra tanto mediocre dell’lsto- 




4 \\*.- 

• * . • 

ria Letteraria della Grecia, e di un’ altrat 
ancora , che fa compassione , intitolata la 
Bibliopea, o sia l’arte di compor libri . 

Di là venne in Olanda a fine distrarr- 
si profondamente nel commercio : e scris- 
se sopra il commercio medesimo un poe- 
, * » * 
ma, che dicesi, non fè disonore al suo 

nome . Pubblicò in appresso i suoi ele- 
menti di Mitologia, opera ragionata, e 
nei giornali di Francia ricordata con lo- 
de : ed inoltre un volume di poesie d’ ogni 
genere, le quali però se per. una parte lo 
palesarono uomo di brillante immagina- 
zione , lo scopersero per l’altra un consu- 
mato libertino : avendole egli sparse in 
più luoghi di quelle scellerate ed empie 
eleganze , di cui Marot aprì la fonte,, e 
che Voltaire poscia dilatò tanto , che ne 
fu inondata ( così non fosse ! ) e contami- 
nata tutta la Francia . •* . 

» • • 4 * v , . * Sw 

Cominciò intanto la Rivoluzione , il 
più grande e il più funesto degli, avveni- 
menti politici che siano mai accaduti sul 
globo) Rivoluzione che spaventa il pen- 



fiero* quando vuol meditarla, é a. cui la 
tarda pacata posterità, difficilmente pre- 
stefà fede • Nei primi tempi della mede- 

^ , rf— • * 

sima' egli fu abbastanza savio ed onestò 
per attenersi "tutto al partito, del re ; e lo 
ft conoscere nella compilazione ed esten- 


sione. d’ un 

grafe; Il faut un Roi aux Francois: u 
* • , • »" * 

quali sentimenti sviluppò in parte anche. 

nella Istoria, che intraprese della Rivo- 
luzione , pubblicata in due tomi , e de- 
dicata al Marchese de la Fayette suo gran- 
de amico : e indi a non molto magnifica- 
mente ristampata , ma %on terminata . 
Dalla lettura di quest’opera è agevole co- 
sa il comprendere ; che i suoi principi non 

tendevano allora a quel democratico fa- 

* • <*. . * * * 

natismo , a cui sedotto o*dal timore, o 
dall' ambizione , o dal bisogne*, o da tutti 
insieme questi motivi, si diede sventura- 
tamente in appresso. Lo stile è facile e 

H \ . « r 

* pronto , ma non esattissimo : e questa sua 

, prodigiosa facilità di esporre e colorire le 

• • * 

proprie idee , gli costituiva una certa ar- 


giornale, che aveva per epi- 


© 


6 


dita ma naturale eloquenza , die ingan- 
nava e persuadeva . Aggiungi significante 
cotopostezza di volto , pazienza della fati- 
ca , audacia di animo , incredibile scaj- s 
trezza d’ingegno, e maniere quanto sub- 
dole ,, altrettanto attraenti e pericolose * 
le quali in quel tempo malvagio deside- 
rate e fortunate prerogative, gli guada- 
gnarono la confidenza di parecchi indivi- 
dui dell’Assemblea, fra cui ricordava par- 
ticolarmente Biron , e Brissot ; ed inoltre 

• » 

la considerazione del generale Dumourier, 
che il fè nominareJSegretario di Legazio- 
ne alla reale corte di Napoli . Niuno igno- 
ra glfspeciosi motivi, che poi da Napoli 

d 

lo spinsero a Roma : niuno ignora il gran- 
de ed iniquo fine di questa sua misteriosa » 
missione , la quale non sarebbe forse riu- 1 
scita totalmente vuota d’effetto , se egli 
vi avesse trovata 9 come sperava, la Roma 
di Giugurta. Ma convinto fin dai primi \ 

jnomenti di sua venuta dell’ insuperabile 

« 

attaccamento del Popolo alia sua Religio- 
ne non meno che al suo Sovrano,, e sba- 

♦ - * — -, 4 -*.V*»* * ~ 






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L*' 


7 ’ 

lordi to dalla fermezza e grandezza dei 
sentimenti romani ,• egli ebbe a dire e a 
scrivere , che Roma era inelevable : il qual 
detto manifesta tutto ad un tempo e 1* acu- 
tezza del suo intendimento,* e la malva- 
gità del disegno, che lo aveva condotto. 
Contuttociò v'ebbe dei pazzi compatriot- 
ti , anche più tristi di lui , che parte mi- 
nacciando , e parte farneticando lo strasci- 
narono suo malgrado ad insultare , come 
poi fece, la maestà del Prìncipe e la di- 
gnità dei Popolo; insulto che gli costò la 
vita, e ch’egli stesso prima di spirare al- 
tamente detestò ripetendo: je meurs la vi~ 
dime (T un fou . 

La sua età, a giudicarla dal volto, 
non poteva oltrepassare i quaranta : se pur 
vi giungeva . Quando per conformarsi alla 
volontà del padre intraprese la carriera 
ecclesiastica , obbedì a condizione di non 
essere forzato a legarsi negli ordini sacri 
prima dei trenta anni : il che poi non fe- 
ce nè di trenta, nè dopo. Per lo che è 
falso eh’ ei fosse sacerdote, e curato, sic- 


8 


come alcuni han creduto . Libero dunque 
di sè medesimo ei prese moglie nel primo 
anno della rivoluzione , e n’ ebbe un fi- 
glio , che la pietà del glorioso Pio Sesto , 
e ' la provvidenza del Governo misero in 
salvo unitamente alla madre nella notte 
dei i3 digennaroj e che egli stesso mo- 
rendo raccomandò nel suo testamento 
all’Amico Brissot e ad uno dei due Ame- 
ricani, dei quali abbiamo di sopra par- 
lato . 




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9 


IN MORTE 


D i 


UGO BA SS- VILLE 


t 

CAN TO PRIMO 


Oià vinta dell’infèrno era la pugna,' 

E lo Spirto d’ abisso si partia , 

Vuota stringendo la terribil’ugna. 

Come lion per fame , egli raggia 

Bestemmiando l’ Eterno ; e le commosse 
Idre del capo sibilar per via • 

Allor timide Tali aperse e scosse 
L’ anima d’ Ugo alla seconda vita 
Fuor delle membra del suo sangue rosse : 
E la mortai prigione , ond’ era uscita , 
Subito in dietro a riguardar si volse, 
v Tutta ancor sospettosa e sbigottita. 


\ 


- ** 






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TO 


Ma dolce con un riso la raccolse , 

E confartolla 1* Angelo beato, 

Che contro Dite a conquistarla tolse . 

E salve, disse, o spirto fortunato, 

% 

Salve , sorella del bel numeri una , 

Cui rimesso è dal cielo ogni peccato ! 

Non paventar : tu non berrai la bruita 
Onda d’ Averno , da cm volta è in fuga 
Tutta speranza di miglior fortuna . 

Ma la giustizia di lassò , che fruga 
Severa e in un pietosa in suo diritto , 

Ogni labe dell’alma ed ogni ruga , 

Nel suo registro adamantino ha scritto. 

Che all’ amplesso di Dio non salirai , 
Finché non sia di Francia ulto il delitto . 
Le piaghe intanto , e gl’ infiniti guai , 

Di die fosti gran parte, or per emenda 
Piangendo in terra e contemplando andrai. 
E supplicio ti fia la vista orrenda 

Dell’ empia patria tua , la cui lordura 
Par che del puzzo i firmamenti offenda ; 

Si che l’ alta vendetta è già matura ; 

Che fa dolce di Dio nel suo segreto 
L'ira, ond’è colma la fatai misura. 


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V 


% 


IT 

Così parlava : e riverente e cheto 
Abbassò V altro le pupille , e disse : 

Giusto e mite, o Signore , è il tuo decreto - 
Poscia l’ultimo sguardo al corpo affìsse. 

Già suo consorte in vita , a cui le vene 

* t 

Sdegno di zelo e di ragion trafisse : 

Dormi in pace , dicendo , o di mie pene 
Caro compagno, infin che del gran die 
L’orrido squillo a risvegliarti viene : 

Lieve intanto la terra , e dolci e pie 

Ti sien l’aure e le pioggie , e a te non dica 
, Parole il passegger scortesi e rie . 

Oltre il rogo non vive ira nemica ; ' 

E nell’ ospite suolo , ove io ti lasso , 

Giuste son l’alme, e la pietade è antica* 

Torse , ciò detto , sospirando il passo 

Quella mest’ ombra, e alla sua scorta dietro 
Con volto s’ avviò pensoso e basso; 

Di ritroso, fanciul tenendo il metro. 

Quando la madre a’ suoi trastulli il fura , 

Che il pi'è va lento innanzi , e l’ occhio indietro. 
Già di sua veste rugiadosa e scura . 

Copria la notte il mondo ; allor che diero * 
Quei duo le spalle alle Romulee mura* 




<4 


* 


* 


# 


* 






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E nel levarsi a volo $ ecco di Piero 

» * • 

Sull’ altissimo tempio alla lor vista 
Un Cherubino minaccioso e fiero . 

Un di quei sette, che in argentea lista 
Mirò fra i sette candelabri ardenti 
Il rapito di Patmo Evangelista . 

. Rote di fiamme gli occhi rilucenti , ‘ ' 

E cometa che morbi e sangue adduce , 

Parean le chiome abbandonate ai Venti , 

* t « 1 

Di lugubre vermiglia orrida luce 

Una spada hrandia / che da lontano 

* 4 * ■ 

Rompea la natte, e la rendea piò truce : 
E scudo sostenea la manca mano 
Grande cosi, che da nemica ofiesa 
Tutto copria coll’ ombra il Vaticano, 

, Com’ aquila , che sotto alla difesa 
Di sue grand’ ali rassicura i figli , 

Che non ban l’arte delle penne appresa, 
E mentre la bufera entro i covigli 

Tremar fa gli altri augei, questi a riposo 
Stansi allo schermo dei materni artigli 
Chinarsi in gentil atto ossequioso, 

Oltre volando i due minori Spirti , 

. Dell’ alme chiavi al difensor sdegnoso • 



4 





t 



* » 







♦ 


‘ * 


#0 


Indi veloci in men che noi so dirti , 

Giunsero dove gemebondo e roco 
Il mar si frange tra le Sarde sirti • * 

Ed al raggio di luna incerto e fioco 
Vider spezzate antenne , infrante vele 

. Del regnator Libecchio orrendo gioco : 

♦ 

E sbattuti dall’ aspra onda crudele 

« 

Cadaveri, e bandiere: e disperdea 
L’ ira del vento i gridi e le querele . . 

Sul lido intanto il dito si mordea •. * 

La temerària Libertà di Francia, 

. Che il cielo e 1* acqua disfidar parea • - 
Poi del suo ardire si battea la guancia, 

Venir mirando la rivai Brettagna 
* A ferirla nel fianco e nella pancia: 

E dal silenzio suo scossa la Spagna 

Tira* la spada anch’ essa , e la vendetta 
" Accelerar d’ Italia, e di Lamagna . 

Mentre il Tirren, che l’empia preda aspetta 
Già mormora , e si duol che la sua spuma 
Ancor non va di Franco sangue infetta i 

EV ìrp nelle sponde invan consuma , • 

% » » 

Di Nizza inulto rimirando il lutto , - * 

_ . ' * # . * « • *• 

Ed Oneglia che ancor combatte , e fuma < * 


J 4 

% • 

Allor che vide la ruina , e il brutto 
Oltraggio la Francese anima schiva, 

Non tenne il ciglio per pietade asciutto : 

Ed il suo fido condottier seguiva 

Vergognando e tacendo , infin che sopra * 
Fur di Marsiglia alla spietata riva. 

Di ferità , di rabbia orribil’ opra ’ 

Ei vider quivi , e libertà , che stolta 
In Dio medesmo l’ empie mani adopra . 

Videro, ahi vista! in mezzo della folta 
Starsi una Croce col divin suo Peso’ 
Bestemmiato e deriso un’ altra volta . 

E a piè del legno redentor disteso 

Dora coperto di sangue tutto quanto , 

Da cento punte in cento parti offeso . 

Ruppe a tal vista in un più largo pianto 
L’ eterea Pellegrina , ed una vaga 
Ombra cortese le si trasse accanto. 

Oh ! tu cui sì gran doglia il ciglio allaga ^ 
Pietosa anima, disse, che qui giunta 
Se’ dove di virtude il fio si paga 2 

Sostati , e m’odi. In quella spoglia emunta 
D’alma e di sangue ( e l’accennò ) per cui 
Sì dolce in petto la pietà ti spunta; 


Albergo io m’ ebbi : manigoldo fui , 

£ peccator , ma 1’ infinito amore 
Di quei mi valse , che mori per nui . 
Perocché dal costoro empio furore 

A gittar strascinato , ahi ! parlo , o taccio ? 
De’ ribaldi il capestro al mio Signore : 

Di man mi cadde l’ esecrato laccio , 

£ rizzarsi le chiome ; e via per l’ ossa 
Correr m’ intesi , e per le gote il ghiaccio . 
Di crudi colpi allor rotta e percossa 
Mi sentii la persona , e quella Croce 
Fei del mio sangue anch’ io fumante e rossa 
Mentre a Lui, che quaggiù manda veloce , 

Al par de’sospir nostri il suo perdono. 

Il mio cor si volgea, più che la voce . 
Quind’ei m’accolse Iddio clemente e buono. 
Quindi un desir mi valse il Paradiso , 
Quindi beata eternamente io sono « 

Mentre V un si parlò, l’ altro in lui fiso 

Tenea lo sguardo , e si piangea , che uri velo 
Le lagrime gli fean per tutto il viso : 
Simigliente ad un fior, che sullo stelo 
Di rugiada si copre , in pria che il sole 
Co’ raggi il venga a colorar dal cielo • 


I 


i6 

Poi gli amplessi mescendo e le parole,' 
De’proprj casi il satisfece anch’esso. 
Siccome fra cortesi alme si suole . 

E questi , e l’altro, e il cherubino appresso 
Adorando la Croce , e nella polve 
In devoto cadendo atto sommesso ; 

Di Dio cantaro la bontà , che solve 

Le rupi in fonte, ed ha sì larghe braccia 
Che tutto prende ciò che ai lei si volve . 

Sollecitando poscia la sua traccia 
L’alato Duca, l’ Ombre benedette 
Si disser vale, e si baciaro in faccia . 

Ed una si rimase alle vedette , 

Ad aspettar che sulla rea Marsiglia 
Sfreni Parco di Dio le sue saette . 

Sovra il Rodano P altra il voi ripiglia , 

E via sovresso d’ Avignon la valle 
Passa di sangue cittadin vermiglia : 

D’ Avignon, che smarrito il miglior calle. 
Alla pastura intemerata e fresca 
Dell’ Ovile Roman volse le spalle : 

Per gir coi ciacchi di Parigi in tresca 
A cibarsi di ghiande , onde la Senna 
Novella Circe gli amatori adesca » 



I- 


>7 

Lasciò Garonna addietro , e di Gebenna 
Le cave rupi , e la pianura immonda , 

Che ancor la strage Carnisarda accenna . 
Restò l’irresoluta e stupid’onda 

D’ Àrari a dritta , e Ligeri a mancina 
Disdegnoso del ponte e della sponda • 

Indi varca la felda Tigurina, 

A cui fè Giulio delFaugel di Giove 
Sentir la prima il morso e la rapina . 

Poi Niverno trascorre, ed oltre move 
Fino alla riva , u*d’ Arco la donzella 
Fè contro gli Angli le famose prove . 

Di là ripiega verso la Roccella 

Il remeggio dell’ ali , e tutto mira 
Il 6uol che l’ Aquitana onda flagella • 

Quindi ai Celtici boschi si rigira , 

Pieni del canto , che il chiomato Bardo 
Sposava al suon di bellicosa lira : 

Traversa Normandia, traversa il tardo 
Sbocco di Senna , e il lido che si fìede 
Dal mar Britanno infino al mar Piccardo . 
Poi si converte ai gioghi , onde procede 
La Mosa , e al piano che la Marna lava , 

E orror per tutto , e sangue , e pianto vede . 

Monti 2\ I . a 


* 


i8 

4 

tibera vecìe andar la colpa, e schiava 
La virtù, la giustizia : e sue bilance 
In man del ladro e di vii ciurma prava * 
A cui le membra grave-olenti e rance 
Traspajono da' sai sdruciti e sozzi:» 

Nè fur mai tinte per pudor le guance . 
Vede luride forche , e capi mozzi % 

Vede piene le piazze e le contrade 
Di fiamme , d’ ululati , di singhiozzi . 
Vede in preda al furor d’ingorde spade 
Le caste Chiese , e Cristo in sacramento 
Fuggir ramingo per deserte strade : 

E i sacri bronzi in flebile lamento 
Giù calar dalle torri , e liquefarsi 
In rie bocche di morte e di spavento . 
Squallide vede le campagne, ed arsi 
I pingui colti : e le falci e le stive 
In duri stocchi e in lance trasmutarsi» 

Odi frattanto ri suonar le rive , 

» , * 

Non di giocondi pastorali accenti , 

Non d’avene , di zuffoli, e di pive : 

Ma di tamburi , e trombe, e di tormenti; 
E il Barbaro soldato al villanello 
Le messi invola , e i lagrimati armenti . 






*9 

E invan si batte Tanca il mesehinello , 
Invan si straccia il crin disperso e bianco 
In sulla soglia del tradito ostello : 

Che non pago d’ avergli il ladron franco 
Botta del caro pecoril la sbarra , 

I figli i figli strappagli dal fianco : 

E del pungolo invece e della marra , 

D’ armi li cinge dispietate e strane , 

Eia ronca converte in scimitarra . 
All’orbo padre intanto, ahi ! non rimane 
Chi la cadente vi^a gli sostegna , 

Chi sovra il desco gli divida il pane . 
Quindi lasso la luce egli disdegna, 

E brancolando per dolor già ceco 
Si querela che morte ancor non vegna . 
Nè pietà di lui sente altri che l’eco , 

Che cupa ne ripete e lamentosa 
Le querimonie dall’ opposto speco . 

Fremè d’ orror , di doglia generosa 
Allo spettacol fero e miserando 
La conversa d’ Ogon alma sdegnosa : 

E si fè del color , eh’ il cielo è quando 
Le nubi immote e rubiconde a sera 
Par che piangano il dì che va mancando. 




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, * 

E tutta pinta di rossor , com’ era * 

Parlar , dolersi , dimandar volea , \ 1 

Ma non usciva la parola intera $ 

Chè la piena del cor lo contendea ; - -1J 

E tutta volta il suo diverso affetto, 

1 

Palesemente col tacer dicea . 

♦ 

Ma la scorta fedel , che dall’ aspetto 
Del pensier s’avvisò , dolce alla sua 
Magnanima seguace ebbe sì detto : 

Sospendi il tuo terror , frena la tua 
Indignata pietà : che ancor non hai 
Nell’ immenso suo mar volta la prua . 

S’or sì forte ti duoli : oh ! che farai , 

Quando l’ orrido palco e la bipenne . . . . 

Quando il colpo fatai .... quando vedrai ? . * ; 

E non finì : chè tal gli sopravvenne 
Per le membra immortali un brividio. 

Che a quel truce pensier troncò le penne * 

Sì che la voce in un sopir morio . 

\ 

* -• * * * 


1 


* 




CANTO SECONDO 


Alle tronche parole, all’ improvviso 
Dolor, che di pietà V Angel dipinse, 

Tremò quell 5 Ombra, e si fe smorta in viso. 
E sull’ orme così si ri sospinse 

Del suo buon Duca , che davanti andava , 
Pien del crudo pensier che tutto il vinse .* 

Senza far motto il passo accelerava : 

* 

El’ aria intorno tenebrosa e mesta 
Del suo volto la doglia accompagnava . 

Non stormiva una fronda alla foresta , 

E sol studia tra’ sassi il rio lagnarsi , 
Siccome all’ appressar della tempesta. 

Ed ecco manifeste al guardo farsi 
Da lontano le torri ; ecco l’ orrenda 
Babilonia Francese approssimarsi . 

Or qui vigor la fantasia riprenda : 

E 1’ Ira e la Pietà mi sian la Musa, 

Che all’ alto e fiero mio concetto ascenda . 

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Curva la fronte , e tutta in sè racchiusa 

La taciturna coppia oltre cammina ; 

E giunge alfine alla città confusa, 

Alla colma di vizj atra sentina, 

A Parigi , che tardi e mal si pente 

Della sovrana plebe cittadina . 

0 

Sul primo entrar della città dolente 
Stanno il Pianto, le Cure , e la Follia , 

Che salta , e nulla vede , e nulla sente . 

Evvi il turpe Bisogno, e la restia 
Inerzia colle man sotto le ascelle , 

L’uno all’ altra appoggiati in sulla via. 

Evvi 1’ arbitra Fame, a cui la pelle 
Informasi dall’ ossa , e i lerci denti 
Fanno orribile siepe alle mascelle. 

Vi son le rubiconde Ire furenti, 

E la Discordia pazza , il capo avvolta 
Di lacerate bende e di serpenti . 

Vi son gli orbi Desiri : e della stolta 
Ciurmaglia i Sogni , e le Paure smorte , 
Sempre il crin rabbuffate, e sempre in volta. 
Veglia custode delle meste porte , 

E le chiude a suo sennò e le disserra 
L’ ancella e insieme la rivai di Morte j 


aS 

La cruda, io dico 5 furibonda Guerra, 

Che nel sangue s’abbevera e gavazza : 

E sol del nome fa tremar la terra . 

Stanno intorno l’ Erinni , e le fan piazza; 

E allacciando le van l’elnjo, e la maglia 
Della gorgiera, e della gran corazza. 

' Mentre un pugnai battuto alla tanaglia 
De’ fabbri di Cocito in man le caccia, 

E la sprona e l’incuora alla battaglia, 

Un’altra Furia di più acerba faccia, 

Che in Fiegra già del cielo assalse il muro 
E armò di Bri areo le cento braccia : . 

Di Diagora poscia, e d’ Epicuro 

Dettò le carte ; ed or le Franche scuole 
Empie di nebbia e di blasfema impuro; 

E con sistemi, e con orrende fole 
Sfida l’ Eterno, e il tuono e le saette 
Tenta rapirgli, e il padiglioni del Sole . 

Come vide le faccie maledette , 

Arrestossi d’Ugon 1’ ombra turbata; 

Che in inferno arrivar là si credette. 

E iaquel sospetto sospettò cangiata 
La sua sentenza , e dimandar volea , 

Se fra l’alme perdute iva dannata? . 


« 

Quindi tutta per tema si atringea 
AI suo conducitor , che pensieroso 
Le triste sòglie già varcato avea . 

a 

Era il giorno , che tolto al procelloso 
Capro il Sol monta alla Trojana stella, 

Scarso il raggio vibrando e neghittoso . 

E compito del dì la nona ancella . * ; 

L’ufficio suo , il governo abbandonava 
Del timon luminoso alla sorella : 

Quando chiuso da nube oscura e cava 
L’ Angel coll’Ombra inosservato e queto 
Nella città di tutti i mali entrava . 

Ei percedea depresso ed inquieto 

Nel portamento ; i rai celesti empiendo 
Di largo ad or ad or pianto segreto i 
E P ombra si stupia quinci vedendo 
Lagrimoso il suo duca , e possedute 
Quindi le strade da silenzio orrendo : 

Muto de’ bronzi il sacro squillo , e mute 
L’opre del giorno, e muto lo stridore 
Dell’ aspre inondi , e delle seghe argute . 

Sol per tutto un bisbiglio ed un terrore , 

Un domandare, un sogguardar sospetto. 

Una mestizia che ti piomba al cuore . 


* 

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a5 • 

E cupe voci di confuso affetto , 

Voci di madri pie, che gl* innocenti 
Figli si serran trepidando al petto : 

Voci di spose, che ai mariti ardenti 
Contrastano l’uscita, e sulle soglie 
Fan di lagrime intoppo e di lamenti. 

Ma tenerezza e carità di moglie 

Vinta è da Furia di maggior possanza, 
Che dall’ amplesso conjugal li scioglie . 

Poiché fera menando oscena danza 
Scorrean di porta in porta affaccendati 

Fantasmi di terribile sembianza; 

* \ * 

De’ Druidi i fantasmi insanguinati , 

Che fieramente dalla sete antiqua 
Di vittime nefande stimolati , 

A sbramarsi venia la vista obliqua 

Del maggior de’ misfatti , onde mai possa 
La loro superbir semenza iniqua. 

Erano in veste d’ uman sangue rossa : 
Sangue e tabe grondava ogni capello, 

E ne cadea una pioggia ad ogni scossa . 

Squassan altri un tizzone , altri un flagello 
Di chelidri , e di verdi anfesibene : 

Altri un nappo di tosco , altri un coltello 






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• 26 

E con quei serpi percotean le schiene 
E le fronti mortali : e fean, toccando 
Con gli arsi tizzi, ribollir le vene . 

Allora delle case infuriando 

Uscian le genti, e si fuggia smarrita 
Da tutti i petti la pietade in bando . 

Allor trema la terra oppressa e trita 
Da cavalli , da rote , e da pedoni , 

E ne mormora l'aria sbigottita, 

Simile al mugghio di remoti tuoni, 

Al notturno del mar roco lamento, 

Al lontano ruggir degli aquiloni . 

Che cor, misero Ugon, che sentimento 
Fu allora il tuo , che di morte vedesti 
L’atro vessillo volteggiarsi al vento? 

E il terribile palco erto scorgesti , 

Ed alzata la scure, e al gran misfatto 
Salir bramosi i manigoldi e presti? 

E il tuo buon Rege , il Re più grande , in atto 
D’ agno innocente fra digiuni lupi , 

Sul letto de’ ladroni a morir tratto : 

E fra i silenzj delle turbe cupi 
Lui sereno avanzar la fronte e il passo 
In vista che spetrar potea le rupi . 



1 

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a 7 

Spetrar le rupi seiorre in pianto un sasso , 

Non le Galliche tigri . Ahi ! dove spinto 
L’ avete, o crude ? Ed ei v’amava ! Oh lasso? 

Ma piangea il Sole di gramaglia cinto, 

E stava in forse di voltar le rote 
Da questa Tebe, che l'antica ha vinto . 

Piangevan l’ aure per terrore immote '> 

E l’ anime del cielo cittadine 

Scendean compianto anch’esse in sulle gote. 

L’ anime che costanti e pellegrine 
Per la causa di Cristo e di Luigi 
Là su per sangue diventar divine. 

Il duol di Francia intanto e i gran litigi 
Mirava Iddio dall’alto : e giusto e buono 
Pesava il fato della rea Parigi . 

Sedea sublime sul tremendo trono, 

E sulla lance d’or quinci ponea 
L alta sua pazienza, e il suo perdono : 

Dell’iniqua città quindi mettea 

Le scelleranze tutte : e nullo ancora 
Piegar de’ due gran carchi si vedea; 

Quando il mortai giudìzio e l’ultim’ora 
Dell’augusto infelice alfin v’impose 
L’Onnipotente, cigolando allora 




*8 

Traboccar le bilance ponderose : 

Grave in terra cozzò la mortai sorte ; 

Balzò P altra alle sfere , e si nascose . 

In quel punto al feral palco di morte 

Giunge Luigi* Ei v’alza il guardo , e viene 
Fermo alla scala imperturbato e forte . 

Già vi monta, già il sommo egli ne tiene; 

E va sì pien di maestà P aspetto , 

Ch’ ai manigoldi fa tremar le vene . 

E già battea furtiva ad ogni petto 
La pietà rinascente ; ed anco parve 
Che del furor sviato avria P effetto . 

Ma fier portento in questo mezzo apparve 
Sul patibolo infame alP improvviso 
Asceser quattro smisurate larve • 

Stringe ognuna un pugnai di sangue intriso : 

* Alla strozza un capestro le molesta ; 

Torve il cipiglio , dispietate il viso; 

E scomposte le chiome in sulla testa , 
Come*campo di biada già matura , 

Nel cui mezzo passata è la tempesta ; 

E sulla fronte arroncigliata e scura 

Scritto in sangue ciascuna il nome avea t 
^Nome terror de’ Regi , e di Natura . 


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29 

Damieng l’uno ; Ankastrom l’altro dicea , 

* # 

E r altro Ravagliacco ; ed il suo scritto 
Il quarto colla man si nascondea « • 

Da queste Dire avvinto il derelitto 
Sire Capoto dal maggior de’ troni 
Alla mannaja già facea tragitto . 

E a quel giusto simil , che fra’ ladroni 
Perdonando spirava , ed esclamando , 
Padre, Padre , perchè tu m’ abbandoni ? 

v « 

Per chi a morte lo tragge anch’ ei pregando , 
Il popol mio , dicea , che sì delira , 

E il mio spirto, Signor, ti raccomando . 

In questo dir con impeto e con ira 
Un degli spettri sospingendo il venne 
Sotto il taglio fatai : l’altro ve’l tira : 

Per le sacrate auguste chioma il tennne 
La terza Furia ; e la sottil rudente 
Quella quarta recise alla bipenne • 

Alla caduta dell 9 acciar tagliente 

S’aprì tonando il cielo $ e la vermiglia 
Terra si scosse , e il mar orribilmente . 

Tremonne il mondo ; e per la maraviglia 
E pel terrór dal freddo al caldo polo 
Palpitando i potenti alzar le ciglia . 



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Tremò levante ed occidente. Il solo 
Barbaro Celta in suo furor più saldo 
* Del ciel derise e della terra il duolo. 

E di sua libertà spietato e baldo 

Tuffò le stolte insegne e le man ladre 
Nel sangue del suo Re fumante e caldo . 
Ei si dolse , che misto a quel del padre 
Quello pur anco non scorreva , ahi rabbia 
Del regai figlio, e dell’augusta madre. 
Tal di lioni un Branco, a cui non abbia 
L’ ucciso tauro appien sazie le canne , 
Anche il sangue ne lambe in sulla sabbia 
Poi per la selva seguitando vanne * 

La vedova giovenca , ed il torello , 

E rugghia , e arrota tuttavia le zanne . 

Ed ella , che i ruggiti ode al cancello , 

Di doppio timor trema, e di quell* ugna 
Si crede ad ogni scroscio esser macello. 
Tolta al dolor delle terrene pugne 
Apriva intanto la grand’alma il vólo , 
Che alla prima cagion la Kcongiugne . 

E ratto intorno le si fea lo stuolo 
Di quell’ Ombre beate , onde la Fede 
Saette, e di Francia sanguinossi il suolo 


E qual le corre al collo : e qual si vede 
Stender le braccia; e chi l’amato volto , 

E chi la destra, e chi le bacia il piede . 

Quando repente della calca il folto 

Ruppe un" Ombra dogliosa , e con un rio 
Di largo pianto sulle guance sciolto ; 

Me , gridava ; me me lasciate al mio 

Signor prostrarmi : oh date il passo! e presta 
Al piè regale il varco ella s’aprio. 

Dolce un guardo abbassò su quella mesta 
Luigi : e chi sei? disse ; e qual ti tocca 
Rimorso il core, e che ferita è questa? 

Alzati , e schiudi al tuo dolor la bocca . 


1 


3 * 

CANTO TERZO 


La fronte sollevò , rizzossi in piedi 
L’addolorato spirto, e le pupille 
Tergendo, a dire incominciò : Tu vedi , 

Signor, nel tuo cospetto Ugo Bass-ville, 
t Della Francese libertà mandato 

Sul Tebro a suscitar Tempie scintille . 

Stolto! che volli coll’ immobil fato 

Cozzar della gran Roma j onde ne porto 
Rotta la tempia, e il fianco insanguinato . 

Che di Giuda il Leon non anco è morto ; 

Ma vive , e rugge , e il pelo arruffa e gli occhi 5 
Terror d’ Egitto, e d’ Israel conforto . 

E se monta in furor , l’aste e gli stocchi 
Sa spezzar de’ nemici : e par che gridi : 

Son la forza di Dio ; nessun mi tocchi ! 

Questo Leone in Vaticano io vidi 
Far coll’antico e venerato artiglio 
Securi e sgombri di Quirino i lidi • 


A -ir - 



33 


E a me , che nullo mi temea periglio , 

Fè con un crollo della sacra chioma 
Tremanti i polsi, e riverente il ciglio. 
Allor conobbi, che fatale è Roma, 

Che la tremenda vanità di Francia 
Sul Tebro è nebbia che dal Sol si doma; 

E le minacce una sonora ciancia , 

* 

Un lieve insulto di villana auretta 
D’abbronzato guerrier in sulla guancia. 
Spumava la Tirrena onda soggetta 
Sotto le Franche prore, e la premea 

Il timor della Gallica vendetta; 

■> * 

E tutta per terror dalla Scillea 
Latrante rupe la selvosa schiena 
Infino all’Alpe V Appennin scotea . 
Taciturno ed unni volgea l’arena 
L’Arno frattanto ; e paurosa e mesta 
Chinava il volto la regai Sirena . 

Solo il Tebro levava alto la testa: 

E all’elmo polveroso la sua donna 
In Campidoglio rimettea la cresta. 

E divina guerriera in corta gonna 

Il cor più che la spada all’ ire e all’ onte 

Di Rodano opponeva e di Garonna : 
MontiT.I. A 


34 

In Dio fidando , che i trecento al fonte 
D 1 Arad prescelse, e al Madianita altero 
A suon di tuba fe voltar la fronte ; 

In Dio fidando, i’ dico, e nel severo 
Petto del santo suo Pastor, che solo 
Pè salva la ragion di Cristo e Piero. 

Dal suo pregar, che dritto spiega il volo 
Dell’ Eterno all’ orecchio , e sulle stelle 
Porta i sospiri della terra e il duolo, 

I turbini fur mossi e le procelle 

Che del Varo sommersero P antenne 
Per le Sarde e le Corse onde sorelle . 

Ei sol tarpò del Franco ardir lo penne; 

L’onor d’ Italia vilipesa , e quello 
Del Borbonico notne Egli sostenne : 

E cento volte sul desti n tuo fello 
Bagnò di pianto i rai . Per lo dolore 
La tua Roma fedel pianse con elio . 

Poi cangiate le lagrime in furore*, 

Corse urlando col ferro : ed il mio petto 
Cercò d’orrende faci allo splendore : 

E spense il suo magnanimo dispetto “ 

Sì nel mio sangue , eh’ io fini pria di rabbia $ 
Poi di pietade miserando abbietto. 


« 


35 


Eran sangue i capei, sangue le labbia, 

E sangue il seno ; fè del resto un lago 
La ferita , che miri , in sulla sabbia . , 

E me, che tema e amor rendean presago 
Di maggior danno, e non avea consiglio, 

Più che la morte , combattea 1* imago 
Dell’innocente mio tenero figlio, 4 
E della sposa, ahi lasso! onde paura 
Del lor mi strinse, non del mio periglio. 

Ma come seppi , che paterna cura 

Di Pio salvi gli avea , brillommi il core $ 

E il suo sospese palpitar natura . / 

Lagrimai di rimorso j e sull’ errore , 

Che già lunga stagion l’alma travolse, 

La carità poteo più che il terrore . 

Luce dal ciel vibrata allor mi sciolse 
Dell’intelletto il bujo ; e il cor pentito 
Al mar di tutta la pietà si volse. 

L’ali apersi a un sospiro : e l’infinito 
Amor nel libro, dove tutto è scritto'. 

Il mio peccato cancellò col dito . 

Ma Giustizia mi nega al ciel tragitto , 

E vagante Ombra qui mi danna , intanto 
Che di Francia non venga ulto il delitto . 






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36 

Questi mel disse, che mi viene accanto 

( Ed accennò ’l suo Duca ) e che m'ha tolto 
Alla fiumana dell’ eterno pianto • 

Tutte drizzaro allor (Juell’alme il volto 
Al celeste campion, che in un sorriso 
Dolcissimo le labbra, avea disciolto . 

Or tu per l’alto Sir del paradiso , 

Che al suo grembo t’aspetta , e il ciel disserra 
( Proseguì l’Ombra più infìmmata in viso ) 

Per le pene tue tante in sulla terra , 

Alla mia stolta fellonia perdona* 

Nè raccontar lassù, che ti fèi guerra . 

Tacque , e tacendo ancor dicea : perdona : 

E P affollate intorno ombre pietose 
Concordemente replicar : perdona . 

Allor l’Alma regai con disiose 

Braccia si strinse l’avversaria al seno , 

E dolce in caro favellar rispose ; 

Questo amplesso ti parli ; e noto appieno 
Del Re, del padre il core, e dell’amico 
Ti faccia , e sgombri il tuo timor terreno . 

Amai, potendo odiarlo, anco il nemico ; 

Or m’è tolto il poterlo ; e V alma spiega 
Più larghi i voli dell’ amor antico *. . 


3 ? 

Quindi là dove meglio Iddio si prega , 

Il pregherò , che presto ti discioglia 
Dal divieto fatai , che qui ti lega . 

Se i tuoi destini intanto, o la tua voglia 
Alla sponda giammai ti torneranno. 

Ove lasciasti la trafitta spoglia ; 

Per me trova le due che là si stanno 
Mie regali Congiunte, e che gli orrendi 
Piangon miei mali , ed il più rio non sanno. 

Lieve sul capo ad ambedue discendi 
Pietosa vision ( se la tua scorta 
Lo ti consente ) e il pianto ne sospendi c 

Di tutto , che vedesti , annunzio apporta 
Alle dolenti , ma del mio morire 
Deh ! sia l’ immago fuggitiva e corta. 

Pingi loro piuttosto il mio gioire , 

Pingi il mio capo di corona adorno, 

Che non si frange , nè si può rapire . 

Dì lor , che feci in sen di Dio ritorno. 

Ch’ivi le aspetto, e là regnando in pace 
Le nostre pene narreremci un giorno . 

Vanne poscia a quel grande , a quel verace 
Nume del Tebro, in cui la riverente 
Europa affissale pupille , e tace ; 




1 


38 

Al «omino Dittator della vincente 

Repubblica di Cristo , a lui che il regno 
Sortì minor del core della mente . . 

Digli , che tutta a sua pietà consegno 
La Franca Fede combattuta : ed egli 
Ne sia campione e tutelar sostegno . 

Digli , che tuoni dal suo monte ; e svegli 
L’addormentata Italia, e alla ritrosa 
Le man sacrate avvolga entro i capegli -, 

Sì chetai fango suo la neghittosa 
Alzi la fronte, e sia delle sue tresche 
Contristata una volta e vergognosa . 

Digli che invan l’ Ibere, e le Tedesche, 

E 1’ armi Alpine , e l’ Angliche, e le Prusse 
Usciranno a cozzar colle Francesche : 

Se non v’ ha quella , onde Mosè percusse 
Amalecco quel dì , che i lunghi preghi 
Sul monte infino al tramontar produsse. 
Salga egli dunque sull’ Orebbe , e spieghi 
Alto le palme : e s’ avverrà , che stanco 
Talvolta il polso ai pio voler si nieghi : 

Gli sosterranno il destro braccio e il manco 
Gl’ imporporati Aronni , e i Calebidi , 
De’quai solfolto e coronato ha il fianco. 




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3 9 

Parmi de’ nuovi A maleciti i gridi 
Dall’ Olimpo sentir j parmi che PIO 
Di Francia } orando, ei eoi li cacci e snidi . 

Quindi ver lui di tutto il dover mio 

Sdebiterommi in cielo: e finch’ei vegna, 
Di sua virtù ragionerò con Dio . 

Brillò ciò detto , e sparve ; e non è degna 
Ritrar terrena fantasia gli ardori , 

Di eh’ ella il cielo balenando segna . 

Qual si solleva il Sol fra le minori 
Folgoranti sostanze , allor che spinge 
Sulla fervida curva i corridori , 

Che d’ nn solo color tutta dipinge 

L’eterea volta, e ogni altra stella un vela 
Ponsi alla fronte , e di pallor si tinge : 

Tal fiammeggiava di sidereo zelo , 

E fra mille seguaci ombre festose 
Tale ascendeva la bell’ Alma al cielo. 

Rideano al suo passar le maestose 
Tremule figlie della luce $ e in giro 
Scotean le chiome ardenti e rugiadose . 

Ella tra lor d’amore e di desiro 

Sfavillando s'estolle : infin che giunta 
Dinanzi al Trino ed io^eato Spiro , 


* -V- M •- 




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Ivi queta il suo volot ivi s’appunta 
In tre sguardi beata : ivi il cor tace , 

E tutta perde del desio la punta . 

Poscia al crin la corona del vivace 
Amaranto immortai , e sulle gote 
11 bacio ottenne dell’eterna pace . 

E allor s’ udirò consonanze e note 
D’ ineffabil dolcezza, e i tondi balli 
Ricominci&r delle stellate rote - 
Più veloci esultarono i cavalli 

Portatori del giorno, e di grand’ orme 
Stampar l’arringo degli eterni calli . 
Gioiva intanto del misfatto enorme 
L’accecata Parigi, e sull’arena 
Giacea la regai testa, e il tronco informe. 
E il caldo rivo della sacra vena 

La ria terra bagnava . ancor più ria 
Di quella che mirò d’ Atréo la cena 
Nuda e squallida intorno vi venia 

Turba di larve di quel sangue ghiotte , 

E tutta di lor bruna era la via . 

Qual da fesse muraglie e cave grotte* 
Sbucano di Minéo l'atre figliuole, 
Quando ai fiori il color toglie la notte : 


4 1 

Ch’ ir le vedi , e redire , e far carole 
Sul capo al viandante , o sovra il lago , 

Finché non esce a saettarle il Sole : • 

Non altrimenti a volo strano e vago 
D’ogni parte erompea l’oscena schiera: 

Ed ulular s’udiva a quella immago 

Che fan sul margo d’una fonte nera 
I lupi sospettosi e vagabondi , 

A ber venuti a truppa in sulla sera . 

Correan quei vani simulacri immondi 
Al sanguigno ruscel , sporgendo il muso 
L’un dall’altro incalzati , é sitibondi. 

Ma in guardia vi sedea nell’arme chiuso 
Un fiero Cherubin , che steso il brando,' 

Quel barbaro sitir reridea deluso . 

E le larve a dar volta , e mugolando 
A stiparsi , e parer vento che rotto 
Fra due scogli si vada lamentando . 

Prime le quattro comparian, che sotto 
Pocanzi al taglio dell’infame scure 
L’infelice Capeto avean tradotto. 

Di quei tristi seguian l’atre figure, 

Che d’uman sangue un dì macchiàr le glebe 

Là di Marsiglia nelle selve impure. 

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4 » 

Indi a guisa di pecore e di zebe 

Venia lorda di piaghe il corpo tutto 
D’ombre una vile miaerabìl plebe . 

Ed eran quelli, che fecondo e brutto 
Del proprio sangue fecero il mal tronco 
Che diè di libertà sì amaro il frutto . 

Altri forato il ventre, ed altri ha cionco 
Di capo’l busto, e chi trafitto il lombo, 

E chi del braccio , e chi del naso è monco . 

E tutti intorno al regio sangue un rombo. 
Un murmure facean , che cupo il fiume 
Dai cavi gorghi ne rendea rimbombo . 

Ma lungi li tenea la punta e il lume 
Della celeste spada, che mandava 
Su i foschi ceffi un pallido barlume . 

Scendi : Pieria Dea , di questa prava 
Masnada i più famosi a rammentarme , 

Se 1* orror la memoria non ti grava . 

Dimmi tu che li sai , gli assalti e l’arme 
Onde il Soglio percossero, e la Fede: 

E di nobile bile empi il mio carme . 

Capitano di mille alto si vede 

Uno spettro passar lungo ed arcigno 5 
Superbamente coturnato il piede . 


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4 * 

È costui di Ferney Tempio e maligno 
Filosofante, ch’or tra’ morti è corbo, 

E fu tra’ vivi poetando un cigno . 

Gli vien seguace il furibondo e torbo 
Didero tto : e colui che dello spirto 
Svolse il lavoro-, e degli affetti il morbo. 

Vassene solo l’eloquente ed irto 
Orator del Contratto , e al par del manto 
Di sofo, ha caro l’afrodisio mirto: 

Disdegnoso d’aver compagni accanto 
Fra cotanta empietà : che al trono e all’ara 
Fè guerra ei si, ma non de’ Santi al Santo. 

Segue una coppia nequitosa e rara 
Di due tali accigliate anime ree , * • * 

Che il diadema ne crolla e la tiara. 

• L’una raccolse dell’ umane idee 
L’infinito tesoro , e T oceano , » 

Ove stillato ogni venen si beo. • 
v Finse F altra del negro Americano 
Tonar la causa; e Regi e Sacerdoti 
Col fulmine ferì del labbro insano . 

Dove te lascio , che per V alto roti - 

Sì strane ed empie le Comete e il varco « 
D’ogni delirio apristi a’ tuoi nipoti ? 


\ 




'44 

E te , che contro Luca e contro Marco , 

E contro gli altri duo così librato 
Scocchi lo strai dal sillogistic’arco . 

Questa d’insania tutta e di peccato' 
Tenebrosa falange il fronte avea 
Dal fulmine celeste abbrustolato. 

E della piaga il solco si vedea 

Mandar fumo e faville ; e forte ognuno 
Di quel tormento dolorar parea . 

Curvo il capo, ed in lungo abito bruno 
Venia poscia uno stuol quasi di scheltri. 
Dalle vigilie attriti e dal digiuno. 

Sul ciglio rabbassati ha i larghi feltri , 
Impiombate le cappe, e il piè sì lento, 

Che le lumache al paragon son veltri. 

Ma sotto il faticoso vestimento 

Celan ferri e veleni : e qual tra’ vivi , 

Tal vanno ancor tra’ morti al tradimento . . 

Dell’ ipocrito d’ Ipri ei son gli schivi 
Settator tristi , per via bieca e torta 
Con Cesare e del par con Dio cattivi . 

Sì crudo è il Nume di costor, sì morta , 

Sì ripiena d’orror del ciel la strada, 

Che a creder nulla, e a disperar ne porta . 


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Ir*. ~ 


- -'Jmimt- 




> 


. 45 

Perlor sovrasta al Pastoral la Spada, 

Per lor fcant’ alto il Soglio si sublima ! 

Ch’ alfine è forza che nel fango cada . 

Di lor empia fucina usci la prima 
Favilla, che segreta il casto seno 
Della Donna di Pietro incende e lima « 

* 

Nè di tal peste sol va caldo e pieno 
Borgofontana ; ma d’ Italia mia 
Ne bulica e ne pute anco il terreno « 

Ultimo al fier concilio comparia 
E su tutti gigante sollevarse 
GolP omero sovran si discoprila , 

•w v 

E colle chiome rabbuffate e sparse 
Colui che al discoperto e senza tema 
Venne contro l’Eterno ad accampale ; 

E ne sfidò la folgore suprema, 

Secondo Capaneo , sotto lo scudo 
D’un gran delirio che chiamò sistema ♦ 

Dinanzi gli fuggia sprezzato e nudo 
De’ minor spettri il vulgo: anche Cocito 
N' avea ribrezzo , ed aborria quel crudo . v 

poi eh’ ebber densi e torvi circuito 
Il cadavero sacro : ed in lui sazio 
Lo sguardo, e steso sorridendo il dito : 


* 






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46 

Con fiera dilettanza in poco spazio 
Strinsersi tutti , e dier3Ì a far parole , 

Quasi sospeso il sempiterno strazio . 

A me ( dicea 1* un d’essi ) a me si vuole 
Dar dell’opra 1’ onor, che primo osai 
Spezzar lo Scettro e lacerar le Stole . 

A me piuttosto , a me , che disvelai 
De’ Potenti le frodi, { un altro grida ) 

E all’uom dischiusi sul suo dritto i rai * 

Perchè l’uom surga, e il suo tiranno uccida, 
Uop’è (ripiglia un’altro} in pria dal fianco 
Dell’eterno timor torgli la guida . 

Questo fe lo mio stil leggiadro e franco , 

E il sai samosatense, onde condita 
L’empietà piacque, e Tuoni di Dio fu stanco. 

Allor fu questa orribil voce udita: 

l’fei di più, che Dio distrussi : e tacque: 

Ed ogni fronte apparve sbigottita . 

Primamente un silenzio cupo nacque : 

Poi tal s’ intese un mormorio profondo, 

Che lo spesso cader parea dell’ acque , 

Allor che tutto addormentato è il mondo,- 



4 1 


V 


CANTO QUARTO 


K 


Batte a voi più sublime aura sicura 
La farfalletta dell’ ingegno mio , 
Lasciando la Città della sozzura • 

£ dirò come congiurato uscio 

A dannaggio di Francia il Mondo tutto 
Tale il senno supremo era di Dio!* 
Canterò V ira dell’ Europa , e il lutto : 
Canterò le battaglie, ed in vermiglio 
Tinto de’ fiumi , e di due mari il flutto* 
E d’altro pianto andar bagnata il ciglio 
La bèlla alma vedrem , di che la Diva 
Mi va cantando l’ affannoso esiglio . ~ 

11 bestemmiar di quei superbi udiva 
La dolorosa': ed accennando di Duce 

* La fiera di Renallo ombrai cattiva; 

* 

Come , disse , fra morti si conduce 
'* Colui ? Di polpe non si veste e d’ ossa? 
JNon bee per ^li occhi tuttavia la luce ? 




* 48 

E P altro : la sua salma ancor la scossa 

* 

Di morte non sentì : ma la governa 
Dentro Marsiglia d’un deraon la possa * 

E l’alma geme fra i perduti eterna- 
mente perduta ! nè a tal fato è sola : 

Ma molte , che distingue Tra superna . 

E in Èrebo di queste assai ne cola 

Dall’ infame Congrega, in che s’affida 
Cotanto Francia ; ahi stolta ! e si consola « 
Quindi un demone spesso ivi s’annida 
In uman corpo , e scaldane le vene , 

E siede e scrive nel Senato , e grida : 
Mentre lo spirto alle cocenti pene 
D’ Averno si martira . Or leva il viso, 

E vedi ali’ uopo chi dal ciel ne viene . 

Levò lo sguardo; ed ecco all’improvviso 
Laddove il Cancro il piè d’ Alcide abbranca 
E discende la via del Paradiso , 

Ecco aprirsi del Ciel le porte a manca 
Su i cardini di bronzo ; e una virtude 
Intrinseca le gira , e le spalanca . 

Ri suonò d' un fragor profondo e rude 
Dell’ Olimpo la volta , e tre guerrieri 
Calar fur visti di sembianze crude , 


i 


f 


49 

Nere sul petto le corazze , e neri 
Nella manca gli scudi, e nereggianti 
Sul capo tremolavano i cimieri $ 

E furtive dall’ elmo e folgoranti 

» • » 

Scorrean le chiome dalla bionda testa 
Per lo collo, e per l’omero ondeggianti : 
La volubile bruna sopra vvesta / 

Da brune penne ventilata, addietro 
Rendea rumor di pioggia e di tempesta ; 
Del sopracciglio sotto V arco tetro 

Uscian lampi dagli occhi , uscia paura ; . 

► 

E la faccia parea bollente vetro . 

Questi , e l’altro campioni seduto a cura 

• * i 

♦Dell’estinto Luigi, angeli sono 
Di terrore , di morte, e di sventura . 

Venir son usi dell’ Eterno al trono , ' • 
Quando cruda a’ mortai volge la sorte , 

E rompe la ragion del suo perdono . 
D’Egitto il primo l’ incruente porte 
Nell’arcana percosse orribil notte, 

Che feo de’ padri le speranze morte . 
L’altro è quei qhe sul campo estinte e rotte 
Lasciò le forze , che il superbo Assiro 
Contro V umile Giuda avea condotte . 
Monti 2 \ 2 . 4 


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» 


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5 o 


Dalla spada del terzo i colpi uscirò 

Che di piando sonanti e di mina , . 

' Fischiar per Paure di Sion s’ udirò * 

Quando la provocata ira divina 
Al mite genitor fé’ d’ Absalone 
Caro il censo costar di Palestina », 

L’ ultimo fiero volator garzone , 

Uno è de’ sei, cui vide l’ accigliato ;; 

Ezechiello arrivar dall’ aquilone , , * 

• » 

In mano aventi uno stocco affilato , • \.t 

E percotenti ognun che per la via 1 ; 

Del Tau la fronte non vedean segnato . •. / t 
Tale fi tanta del ciel se ne venia < 

Dei procellosi Arcangeli possenti « 

La terribile e nera compagnia * 

Come gruppo di folgori cadenti 

Sotto piovoso ciel , quando sparute . 

Taccion le stelle, e fremon Tonde e i venti « 

Il sibilo sentì delle battute . . 

• * 

Ale Parigi ; ed arretrò la Senna 
Le sue correnti stupefatte e mute * 

Vogeso ne tremò, tremò Gebenna * 

E il Bebricio Pirone : e lungo e roco 
Corse un lamento per la mesta Àrdenna . 


5r 

Al lor primo apparir dier ratto il loco 
L’ assetate del Tartaro caterve , 

Un grido alzando doloroso e fioco . 

Come fugge talor delle proterve 
Mosche tmo stuolo , che alla beva intento 
Sul vaso pastoral bulica e ferve : 

Che al toccar della conca in un momento 
Levansi tutte; e quale alla muraglia , 

Qual si lancia alla mano , e quale al mento : 
Tal si dilegua 1* infernal ciurmaglia ; 

Ed altri una pendente nuvoletta , 

D’ira sbuffando , a lacerar si scaglia : 

Sovra il mar tremolante altri si getta , 

E sveglia le procelle : altri s’ avvolve 
Nel nembo genitor della saetta . 

Si turbina taluno entro la polve : 

E tal altro col guizzo del baleno 
Fende la terra, e in fumo si dissolve. 

Dal sacro intanto error del Tempio uscieno 
Di mezzo alle atterrate are deserte 
Due Donne in atto d’^amarezza pieno* 

L’ una velate , e l’ altra discoperte 
Le dive luci avea : rna di gran pianto 
D’ ambo le gote si parean coperte . 


Èra tm vel bianco della prima il manto , 
Che parte cela, e parte all’ intelletto 
Rivela il corpo immacolato e santo . 

Una veste inconsuntile di schietto 
Color di fiamma l’altra si cingea : 
Siccome il pellican piagata il petto ; 

E nella manca l’una e l’altra Dea, 

Nella diritta in mesto portamento 
Una lucida coppa sostenea . 

E sculto ciascheduna un argomento 
Avea di duolo, in bei rilievi espresso 
Di nitid’oro e di forbito argento . 

In una sculto si vedea con esso 

Il figlio e la consorte il Re fuggire, 
Pensoso più di lor che di sè stesso . 

E un dar subito all’arme , ed un fremire 
Di cruda plebe, e dietro al fuggitivo, 

Siccome veltri dal guinzaglio, uscire, 

» 

Poi tra le spade ricondur cattivo , 

E tra Ponte quel misero Innocente, 
Morto al gioire , ed al p^tir sol vivo . 

Mirasi dopo una perversa gente 

Cercar furendo a morte una Regina , 
Dir non so se più bella o più dolente ; 


53 


Ed alleisi i custodi alla meschina , 

E per rabbia delusa ( orrendo a dirsi ) 
Trafitto il letto 3 e la regai cortina . 

V’era l’urto in un'altra, ed il ferirsi 

Dei cinquecento incontro a mille e mille j 
E dell’ armi il fragor parea sentirsi . 
Formidabile il volto e le pupille 

La Discordia scorrea tra 1 * irte lance , 

Tra la polve , tra ’1 fumo , e le faville * 
E i tronchi capi, e le squarciate pance, 
Agitando la face , che sanguigna 
De’ combattenti scoloria le guance. 

Vienle appresso la Morte ,'che digrigna 
I bianchi denti , ed i feriti artiglia 
Con la grand.’ unghia antica e ferrugigna ; 
E pria l’ anime felle ne ranciglia 

Fuor delle membra, e le rassegna in fretta 
Fumanti e nude all’infernal famiglia. 

Poi ghermite le gambe , ne si getta 

I pesanti cadaveri alle spalle, 

Nè più vi bada , e innanzi il campo netta . 
Dietro è tutto di morti ingombro il calle j 

II sangue a fiumi il reo terreno ingrassa, 

E lubrico s’ avvia verso la valle . 


L 


* 


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Scorre intorno il Furor coll* asta bassa : • 

Scorre il Tumulto temerario : e il Fato , 

Ch’un ne percuote, ed un ne salva, e passa 

Scorre il lacero Sdegno insanguinato , 

E F Orror co’ capei li in fronte ritti , 

Come V istrice gonfio e rabbuffato . 

Alfine in compagnia de’ suoi delitti 

Vien la proterva Libertà Francese 

Ch* #bra il sangue si bee di quei trafitti : 

E son sì vivi i volti e le contese , 

Che non tacenti, ma parlanti e vere 

Quelle immagini credi e quelle offese • 

Altra scena di pianto , onde il pensiere 

Rifugge , e in capo arricciasi ogni pelo. 

Nella terza scultura il guardo fere. 

% • 

Sacro all’inclita Donna del Carmelo. 

Apriasi un tempio; e distendea la notte 
Sul primo sonno de’ mortali il velo . 

Se non che dell’ oscure Artiche grotto 
Languian le mute abitatrici al cheto 
Raggio di luna indebolite e rotte . 

S trasci navasi quivi un mansueto 
Di ministri di Dio sacro drappello , 
Ch’empio dannava popolar decreto . 


55 


Un barbaro di lui si fea macello : 

Ed ei , che scherno non avean di scudo 
Al calar del sacrilego coltello , 

Pietà, Signor, porgendo il collo ignudo , 
Signor , pietà , gridavano : e venia 
In quello il colpo inesorato e crudo . 
Cadean le teste , e dalle gole uscia 
Parole e sangue j per la polve il nome 
Di Gesù gorgoliando e di Maria . 

E l’un sull’altro si giacea, siccome 
Scannate pecorelle ; e fean ribrezzo 
L’ aperte bocche e le riverse chiome . 

La luna il raggio ai visi esangui in mezzo 
Pauroso mandava e verecondo , 

A tanta colpa non ben anco avvezzo : 
Ed implorar parea d’un vagabondo 
Nugolo il velo , ed affrettar raminga 
Gli atterriti cavalli ad altro mondo . 
Chi mi darà le voci, ond’io dipinga 
Il subbietto feral , che quarto avanza , 
Si che ogni ciglio a lacrimar costringa? 
Uom d’affannosa, ma regai sembianza, 

A cui rapita la corona e il regno , 

Sol del petto rimasta è la costanza , . 


\ 


56 


Venia di morte a vii supplizio indegno < . 

Chiamato, ahi lasso! e vel tfaevan quell».. 
Che fur dell’ amor suo poc’anzi il segno * 
Quinci e quindi accorrean sciolte i capelli.,. 
Consorte e suora ad abbracciarlo, e gli occhi 
Ognuna avea. conversi in due ruscelli . « 
Stretto al seno egli tiensi in su i ginocchi 
Un dolente fanciullo, e par che tutto 
Negli amplessi e ne 5 baci il cor trabocchi : j * 
E si gli dica : da 5 miei mali istrutto 

Apprendi , o figlio , la virtude, e cogli . . 

Di mie fortune dolorose il frutto . 

Stabile e santo nel tuo cor germogli 

Il timor del tuo Dio : nè mai d’un trono, . 

• \ 

Mai lo stolto desir l’alma t’invogli . , 

E se l’ira del ciel sì tristo dono 

■ - » * * 

Faratti; il padre ti rammenta, o figlio ; 

Ma serba a chi l’.uccide il tuo perdono . , . 
Questi accenti parea, questo consiglio 

Proferir l’infelice; e chete intanto » /.* ... 

Gli d iscorrean le lagrime dal ciglio. , 

> 

Piangean tutti d’intorno , e dall’un canto. . 
Le fiere guardie impietosite anch’ esse . 
Sciogliean, poggiate sulle lance, iL pianto . 


5 ? 

Cotai sul vaso acerbi fatti impresse 
* L\ artefice divino : e se vietato. 

Se conteso il dolor non gliel’ avesse, 

Il resto de’ tuoi casi effigiato 
V’avria pur anco, o Re tradito , e degno 
Di miglior scettro , e di più giusto fato . 
£ ben lo cominciò, ma P alto sdegno 
Quel lavoro interruppe $ e alla pietà te 
Cesse alfin Parte, ed all’orror P ingegno 
Poiché di doglia piene e d’ onestate 
Si fur Palme due Dive a quel feroce 
Spettacolo di sangue approssimate, 

Sul petto delle man fero una croce, 

E sull’illustre estinto il«guardo fise 
Senza moto restarsi e senza voce : 

Pallide e smorte , come due recise 
Caste viole,* o due ligustri occulti, 

Cui nè Paura nè l’alba ancor sorrise. 
Poi con lagrime rotte da’ singulti 
Baciar l’augusta fronte, e ne serraro 
Gli occhi nel sonno del Signor sepulti 
Ed il corpo composto amato e caro, 

Vi pregar sopra l’eterno riposo, 

Disser P ultimo vale , e gospiraro. 




v* • 


58 


E quindi in riverente atto pietoso 
11 sacro sangue , di che tutto orrendo 
Era intorno il terreno abbominoso, 

Nell’ auree tazze accolsero piangendo : 

Ed ai quattro guerrier vestiti a bruno 
Le presentar spumanti; una dicendo : 

Sorgi da questo sangue un qualcheduno 
Vendicator , che col ferro e col foco 
Insegua chi lo sparse; nè veruno 
Del delitto si goda , ttè sia loco 

Che lo ricovri: i flutti avversi ai flutti , 

I monti ai monti, e l’armi all’ armi invoco 
Il tradimento tradimento fratti , 

L’esilio, il laccio, latprigion, la spada 
Tutti li prenda, e li disperda tutti . 

E chi sitia più sangue, per man cada 
D’una virago : ed anima funebre 
A dissetarsi in Acheronte vada . 

E chi riarso da superba febre 

Dei capo altrui si fa scahello al soglio , 

Sul patibolo chiuda le palpebre : 

E gli emunga il carnefice l’orgoglio r 

Nè ciglio il pianga, nè cor sia , che , fuora 
Del suo tardi morir, senta cordoglio . 


5g 

La venerando Dea parlava ancora : 

£ già fuman le coppe , e a quei campioni 
Il Cherubico volto si scolora i 
Pari a quel della Luna , allor che proni 
Ruota i pallidi raggi , e in giù la tir* 

II poter delle Tessale canzoni; 

E l’occhio sotto l’elmo un terror spira, 

Che buja e muta l’aria ne divenne, 

E tremò di quei sguardi e di quell’ ira , 
Dei quattro opposti venti in sulle penne 
Tutti a un tempo fer vela i Cherubini , 
Ed ogni vento un Cherubici sostenne . 
Già il so 1 lavava lagrimoso i crini 
Nell’ onde Maure, e dal timon scioglie» 
Impauriti i corridor divini 
Chè la memoria ancor retrocedea 
Dal veduto delitto , e chini e mesti 
Espcro all’ aure stalle ’i conduce». 
Mentre la notte di pensier funesti , 

E di colpe nudrice e di rimorsi , 

Le mute i iprendea danze celesti . 
Quando per l’aria cheta erte levor$i 
Le quattro oscure visiou tremende , 

E 1’ una all’ altra tcnea volti i dorsi. 



6o 

• ! 

Giunte là dove la folgore prende 
L’acuto volo, e furibonda il seno 
Della materna nuvola scoscende : 

In versero le coppe : e in un baleno 
Imporporossi il cielo : e delle stelle 
Livido fessi i\ virginal sereno . . 

I riverserò le coppe: e piobber quelle 
Il fatai sangue , che tempesta roggia 
Par di vivi carboni e di fiammelle . 

Sotto la strana rubiconda pioggia 
Ferve irato il terren che la riceve, 

E rompe in fumo , e il fumo in alto poggia 

E i petti invade penetrante e lieve, 

E le menti mortali : e fa che d’ira . 

Alto incendio da tutte si solleve . 

% 

Arme fremon le genti , arme cospira 
L’orto e l’occaso , 1’ austro e 1’ aquilone 
E tuttaquanta Europa arme delira . 

Quind’ escono del fier Settentrione 

• L’ aquile bellicose, e coll’ artiglio 
Sfrondano il Franco # tricolor bastone. 

Quinci move dall’Anglico coviglio 
11 biondo imperator della foresta 
Il tronco stelo a vendicar del Giglio , 




\ 


«- 


» 




6r 


Al fraterno ruggito alza la testa 
L’Annoverese impavido cavallo, 

E il campo colla soda unghia calpesta. 

L’ altra parte sdegnosa esce del vailo, 

E maestosa la gran Donna Ibera 
Al crudele di Marte orrido ballo : 

E scossa la cattolica bandièra 
In sulla rupe Pirenea s’ affaccia , 

Trattoli brando , e calata la visiera : 

E la Celtica Putta alto minaccia ; • 

E l’ osceno berretto alla ribalda 
Scompiglia in capo, e per lo fango il caecia 
M i del prisco valor ripiena e calda 
La Sovrana dell’ Alpi in sull’entrata 
Ponsi d’Italia , e ferma tiensi e salda ; 

E alla nemica la fatai giornata 

Di Guastalla e d’ Assiema ella rammenta, 
E l’ombra di Beliisle invendicata j 
Che rabbioso s’ aggira e si lamenta • 

In vai di Susa ; e arretra per paura 
Qualunque la vendetta ancor ritenta . 
Mugge frattanto tempestosa e scura 
Da lontan l’onda della Sarda Teti, 

Scoglio del Franco ardire e sepoltura . 




Mugge l’onda Tirrena, irrequieti 
Levando i flutti : e non aver si pente 
La pria sommersi i mal raccolti abeti ; 
Mugge l’onda d’ Atlante orribilmente; 
Mugge l’onda Britanna ; e al suo muggito 
Rimormorar la Baltica si sente . 

Fin dall’estremo Americano li to 

Il mar s’infuria :e il Lusitan n’ascolta 
Nel buio della notte il gran ruggito . 
Sgomentassi, ristette, e a quella volta 
Drizzò l’orecchio di Bass-ville anch’essa 
L’attonit’ Ombra in suo dolor sepolta . 
Palpitando ristette, e alla convessa 
Region sollevando la pupilla , 

Traverso all’ ombra sanguinosa e spessa : 
Vide in su per la truce aria tranquilla 
Correr spade infocate x ed aspri e cupi 
N’ intese i cozzi, ed un clangor di squilla : 
Quindi gemere i boschi, urlar le rupi , 

E piangere le frondi , e le notturne 
Strigi solinghe , e ulular cagne, e lupi . 

E la quiete abbandonar dell’ urne 
Pallid’ ombre fur viste , e per le vie 
Vagolar sospirose e taciturne. 


63 


Starsi i fiumi : stufar sangue le pie 
Immagini de’ templi : ed involato 
Temerle genti eternamente il die. 

O pietosa mia guida, che compato 

M’hai dal lago d’ A verno, e che mi porti 
A sciogliere per gli occhi il mio peccato : 
Certo di stragi, di sangue, e di morti 

Segni orrendi vegg’io! ma come? e d’onde? 
E a chi propizie volgeran le sorti? 

Al suo Dttca sì disse : e avea feconde 
Di pianto la Francese Ombra le ciglia . 
Vienne meco, e il saprai , l’altro risponde : 
Ed amoroso per la man la piglia . 


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A SUA ECCELLENZA 

LA SIGNORA 

M. ANNA MAL ASPIN A 

DELLA BASTIA 

LETTERA PREMESSA ALLA SUPERBA 
EDIZIONE BODONIANA 
DELL’ AMINTA (*) 


bei carmi divini, onde i sospiri 
In tanto grido si levar d’ Aminta, 

Sì che parve minor della zampogna 
L’ epica tromba , e al paragon geloso 
Dei primi onori dubitò Goffredo , 

Non è, Donna immortai, senza consiglio 
Che al tuo nome li sacro , e della chiara 
Per senno , e per beltate amabil figlia 
L’ orecchio , e il core a lusingar gli reco : 
Or che di prode giovinetto in braccio 
Amor la guida . Amor più che le Muse 
Monti T.I. 5 



•>— » — — ■ ir j- 




A Torquato ispirò questo gentile 
Ascreo lavoro , e infino aliar sì dolce 
Linguaggio non avea quel Dio parlato , 
Almeno in terra $ benché assai di Grecia 
Erudito l’avessero i maestri , 

E quel di Siracusa, e l’infelice 
Esul di Ponto . Or qual v’ha cosa adunque 
Che ai misterj d’ Amor più si convenga 
D’ amoroso volume? E qual può dono 
Al genio Malaspino esser più grato 
Che il canto d’Elicona? Al suo favore 
Più che all’ ombre cirree crebbero sempre 
Famose e verdi P apollinee frondi 
,, Onor d’imperatori e di Poeti. 

Del gran padre Alighier ti risovvenga; 
Quando ramingo dalla patria , e caldo 
D’ira e di bile ghibellina il petto , 

Per l’ itale vagò guaste contrade , 

Fuggendo il vincitor Guelfo crudele , 
Simile ad uom, che va di porta in porta 
Accattando la vita. Il fato avverso 
Stette contro il gran Vate, e contro il fato 
Morello Malaspina. Egli all'illustre 
Esul fa scudo : liberal l’ accolse 



6 ? 

L amistà stilla soglie, e il venerando 
Ghibellino parea Giove nascoso 
Nella casa di Pelope. Venute 
Le fanciulle di Pindo eran con esso , 

L itala Poesia bambina ancora 
Seco traendo, òhe robusta e grande 
Si fe di tanto precettore al fianco : 

Poiché un Nume gli area fra le tempeste 
Fatto quest’ozio. Risonò il Castello 
Dei cantici divini, e il nome ancora 
Del sublime Cantor serba la Torre . 

Fama è eh’ ivi talor s’ oda uno spirto 
Lamentoso aggirarsi , ed empia tutto 
Di riverenza, e d’orror sacro il loco . 
Quella del Vate è la magnanim’Ombra, 
Che tratta dal desiò del nido antico 
Viené i silenzj a visitarne , e grata 
Dell’ospite pietoso alla memoria , 

De’ nipoti nel cor dolce e segreto 
L’ amor trasfonde delle sante Muse. 

E per Cornante già tutto l’area , 

Eccelsa Donna , in te trasmesso : ed egli 
Lieto all’ ombra de tuoi possenti auspicj 
Trattando la maggior lira di Tebe 


M* * •• 


68 

Emulò quella di Venosa, e fece .1 

Parer men dolci i Savonesi accenti, . J , 

( ■ • * • . » » 1 k * 1 ' 

Padre incorrotto di corrotti figli , 

» 

Che prodighi d’ ampolle e di parole 
Tutto contaminar d’ Apollo il regno * . . 

Erano d 5 ogni cor tormento allora 
Della vezzosa Malaspina i neri 

Occhi sereni , e corse grido in Pindo .r ; 

Che a lei tu stesso , Amor, cedesti un giorno 

* * 4 * 

Le tue saette, pel mutato arciero - . 

Non men certe , o men care ; e se il destino 
Non $’ opponeva, nel tuo cor s’apria , 

Da mortai mano la seconda piaga . 

> #■ 

Tutte allor di Mnemosine le figlie 

Fur viste abbandonar Parnaso e Cirra 

, * ‘ i 

• E calar sulla Parma , e le seguia _ t 

* 1 • ** • 

Minerva anch’ essa, cpn dolor fuggendo a 
Le cecropie ruine . E qui , siccome • 

Pi Giove era il voler , l 5 egida e V asta 
Trasportò lieta, e 1 oleosa coppa.,.,*... 

E la dotta lucerna, e d* Academo , 

Fè riviver le selve , e sonar feo, . * A . , f-, . 

Di romor filosofico le volte ff !; 

* 

D’nn altro Peripato, e più sicuro '. ,.. 





Al suo mistico augel compose il nido ; 
Perocché, Duce , ed Auspice Fernando, 
D’nn Pericle novel l’opra, e il consiglio 
E la beltate, l’eloquenza, il senno 
D’ un’ Aspasia miglior scienze, ed arti 
Trassero in luce, e di non vani onori. 
Giovando , rallegràr Febo, e Sofia . 

Tu fulgid’austro dell’ ausonio cielo , 
Pieno d’alto saver, tu vi splendesti. 
Dotto Paciaudi mio $ nome che dolce 
Nell anima mi suona, e sempre acerba, 
Cosi piacque agli Dei , sempre onorata 
Rimembranza sarammi . Ombra diletta 
Che sei sovente di mie notti il sogno , 

E pietosa a posarti in 6u la sponda 
Vieni del letto , ov’ io sospiro , e vedi 
Di che lagrime amare io pianga ancora 
La tua partita, se laggiù ne’ campi 
Del pacifico Eliso, ove tranquillo 
Godi il piacer della seconda vita. 

Se colà giunge il mio pregar, Torquato 
Per me saluta , e avvisalo con quanto 
Leggiadri tipi di mia mano sculti 
In candido volume al cupid’ occhio 


7 ° 

I lai del suo Pastor fan npvo invito ; 

»<i < * » > *i j. < >• 

Qual nome accresce ai fogli onor . pi gioja 

Certo al buon Vate rideran le luci ; 

• /« . ’ , . * 

Ed Anna M alaspina andrà por Vonjbre 

X / t A 1 » « A» 

Ripetendo d’ Eliso? e fia che dica : 

Perchè non V ebbe il secpl mio ! memoria 

* • * \ 

Non sonerebbe sì dolente al mondo 

4 » 

Di mie tante sventure . E se domato 

. * 

Non avessi il livor ( che tal nemica 

' . ♦ v * > » 

Mai non si doma? nè Ma.ron lo vipse , 

Nè il Meonio Cantor ) pon tutti almeno 
Chiusi a pietade avrei trovato i petti . 

Stata ella fora tutelar .mio Nume 
La Parmense Eroina ; e di mia vita, 

^ m r ' * * T 

Ch’ ebbe dall* opre del febee ingegno 
Sì lieta aurora , e splendido meriggio , 

Non forse allora la crudel fortuna 

_ M * 9 * 

P* ombre sì nere e tempestose aurore 

j , « . * 

Avvolto avrebbe il torbido tramonto . 

j . * * 

« * 

(*) Questa lettera che in nome del celebre Bodoni pre- 
cede la di lui superba edizione, dell’ Aminta , fu scritta origi- 
nariamente dal' Monti. Si vuole che visieno stati fatti de*can. 
giamenti , ed abb^aipo tutte le ragioni per crederlo . Il fondo 
per altro è suo ; e a noi basta d’ averlo avvertito . , 


7 1 


INVITO 

* « 

> V * 

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D’ UN SOLITARIO 

- * M 

AD UN CITJDINO 

' . / I 

I • • . 

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* < 

Tu che servo di corte ingannatrice > 

« 

I giorni traggi dolorosi e foschi, 

Vieni , amico mortai , fra questi boschi. 

'Vieni, e sarai felice . 

Qui nè di spose nè di madri il pianto., 

Nè di galliche trombe udrai lo squillo., , * 

Ma sol de Paure il mormorar tranquillo, 

£ de gli augelli il canto . 

Qui sol d’ amor sovrana è la ragione , 

Senza rischio la vita , e senza affanno ; 

Ned altro mal si teme, altro tiranno, 

Che il verno e l’aquilone . 

Quando in volto mi sbuffa ,• e col rigore » ‘ 

De’ suoi fiati mi morde , io rido, e dico : 

• y i 

Non è certo costui nostro nemico , 

' 

Nè vile adulatore . , 



i 

\ 



- 2 » 


\ * 


v. A 




* 




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Egli del fango Prometèo m’attesta 
La corruttibil tempra , e di colei , 

Cui donaro il fatai vase gli Dei , 

■ al 

L’ eredità funesta • 

Ma dolce è il frutto di memoria amara , 

E meglio tra capanne* in umil sorte , 

Che nel tumulto di ribalda corte 

4 

Filosofia s’ impara . , 
Quel fior , che sul mattin sì grato olezza , 

E smorto il capo su la sera abbassa, 
Avvisa in suo parlar, che presto passa . 

Ogni mortai vaghezza . 
Quel rio , che ratto all’ Oceàn cammina , . 
Quel rio vuol dirmi, che del par veloce 
Nel mar d’ eternità mette la foce 

Mia vita peregrina . 

Tutte da 1’ elee al giunco han lor favella , 
Tutte han senso le piante : anche «la rude 
Stupida pietra t’ammaestra, e chiude 

Una vi tal fiammella . 
Vieni dunque^ infelice, a queste selve ; . 
Fuggi l’empie città , fuggi i vestigi .. 

Di Marte sanguinosi , e di Parigi % . .. 

f . JLe vagabonde belve . 


Fuggi l’ avaro suol di colpe infetto , 

Ove crudo piagar si vede il ferro , 

Non il pigro terren , non l’ olmo , e il cerro 

Ma de’ fratelli il petto . 

Ah di Giapeto iniqua stirpe ! ahi diro 
Secol di Pirra ! Insanguinata e rea 
Lasciò la terra un 9 altra volta Astrea , > 

E riserrò V Empirò . 

Quindi l’ empia ragion del più robusto. 
Quindi falso V onor, falsi gli amici, 

^ Compre le leggi, i tradi tor felici, 

. E sventurato il giusto . 

Quindi vedi calar tremendi e fieri 
De’ Druidi i nipoti, e violenti 
Scuotere i regni , e sgomentar le genti 

Con Y arme e co’ pensieri . 

0 

Enceladi novelli anco del Cielo 
Assalgono le torri ; a Giove il trono 
Tentano rovesciar , rapirgli il tuono , 

E il non trattabil telo . 

Ma non dorme lassù la sua vendetta ; 

Già monta su Tirate ali del vento , 
Guizzar già veggo , mormorar già sento 
• * 11 lampo e la saetta . 


AD AMARILLI ETRUSCA 


IN embo di guerra intorno freme , e morte 
E di Gradivo la crudel sorella 
Gli anelanti cornipedi flagella 

Su 1* italiche porte . 

Sotto T ugna immortai fuma, e si scuote 
De l’Alpe il fianco j dei percossi fonti 
Alzano i fiumi le atterrite fronti 

Al passar delle rote ; 

E tortuoso giù per 1* erta china 
Cercano 1* onde liquefatte il calle, 
Meste avvisando per l'ausonia valle 
La marzial ruina . 

Che faremo , Amarilli ? Ai dolci canti 
De le fanciulle ascree, l’ aspre tenzoni 
Mal di Bellona si confanno , e i tuoni 
De’ bronzi fulminanti . 

Nè questo, che le fiere alme lusinga 
Clangor di trombe , e nitrir di cavalli , 
Ben si concorda a gli apollinei balli, 

E al suon della siringa . 


e 

E nondimeno sacerdoti e servi 

* 

Non siam d’imbelle* iddio . Come la cetra 

i * * * 

Febo al fianco sonar fa la faretra, 

JE di grand’arco i nervi . 

Delfo e Troia la sanno , il sa di Tebe 

* ^ • 

La mal feconda donna x e un giorno trutte 
Del sangue de’ Ciclopi orride e brutte > 

Le siciliane glebe . 

Lungi dunque il timor : che non s’offende 
Impunemente la castalia fronda 3 
E quel crine è fatai che si circonda 

De le delfiche bende . 

Di Crise il dica la vendetta ajcerba, 

• 9 * ^ 1 

Quando Apollo sonar fè 1’ omicide 
Frecce su i Greci , e castigò d’ Atride 

La ripulsa superba . 

Auspice un tanto Dio, sciogli tranquillo. 
Ninfa divina, il canto, e l’alme scuoti 
Ai severi difficili nipoti . 

Di Curio e di Camillo. 

0 far ti piaccia le virtù romane 
Segno a li strali de’ veloci carmi , 

O d’ Ilio i campi lagnatosi) o l’armi , 

E le colpe tebane : 


SE 




■mj .. : 


7 6 

O de F Aurora i furti , o le fatiche 

Narrar d* Argo ti giovi , e maga in Coleo 
Impallidir su F incantato solco , 

0 sospirar coh Psiche ; 
Teco vien la pietà , teco il diletto , 

Teco eleganza ne’ bei modi ardita, 

E quel che al cor si sente , e non s’imita, 

« 

Parlar nettareo e schietto 
Questa di carmi amabil arte in alto 

Di Teo levò la gloria, e di Venosa, « ' 
E 1* onor di colei , che dolorosa 

Spiccò di Leuca il salto. 
Di lesbia musa che le valse il vanto ? 

Che le valse il favor di Citerea , 

« 

Che i passeri aggiogando a lei scendea 

Ad asciugarle il pianto ! 

Nume più grande Amor con le divine 

Eterne punte le piagava il fianco; 

Finché l’Ionio a l’egro spirto e stanco , 

» * 

E al suo furor diè fine . 


7 


* 


77 

SULLA MORTE DI GIUDA 
SONETTO 

\ \ 



Gittò T infame prezzo , e disperato 
L’albero ascese il venditor di Cristo ; 
Strinse il laccio , e col corpo, abbandonato 
Da F irto ramo penzolar fu visto . 

Cigolava lo spirito serrato 
Dentro la strozza in tuon rabbioso e tristo , 
E Gesù bestemmiava , e il suo peccato , 
Ch’empia F Averno di cotanto acquisto . 
Sboccò dal varco al fin con un’ ruggito . 

Allor Giustizia l’afferrò, e sul monte 
Nel sangue di Gesù tingendo il dito , 
Scrisse con quello al maladetto in fronte* 
Sentenza d’ immortai pianto infinito ; 

E lo piombò sdegnosa in Acheronte . 


És 






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7» 


* SO N E T TO 

. 4 


H. 

Piombò quell’alma a l’infernal riviera, 

E si fè gran tremuòto io quel momento : 
Balzava il monte , ed ondeggiava al vento 
La salma in alto Strangolata e nera . 

Gli angeli del Calvario 1 in su la sera 
Partendo a volo taciturno e lento , 

La videro da funge, e per spavento 
Si fer de 1* ale a gli occhi una visiera . 

I demoni frattanto a 1* aere tetro 
Calar 1* appeso , e l’ infocate spalle 
A 1’ esecrato incarco eran feretto . 

Così ululando e schiamazzando , il calle 

i 

Preser di 9tigej e al vagab ondo spetto 
Resero il corpo ne la morta valle . 1 ' ' ‘ •• 


4 

« 



* # 




% 

* 


79 


SONET TO 


\ 


III. 


P oichè ripresa avea l’ alma digiuna 
L'antica gravità di polpe e d’ ossa , 


La gran sentenza su la fronte bruna 
In riga apparve trasparente e rossa . 

A quella vista di terror percossa ' 

Va la gente perduta : altri s'aduna 
Dietro le piante , che Oocito ingrossa , 
Altri si tuffa ne la rea laguna . * » 

Vergognoso egli pur del suo delitto - 

Fuggia quel crudo, e stretta la mascella, 
Forte graffiava con la man lo scritto . j ' 
Ma più terso il rendea V anima fella - 
Dio tra le tempie glieP avea confìtto 
Nè sillaba di Dio mai si cancella . 


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* 


8o 


* 


PER MONACA 



Qui presso a P ara desolate injÀeme 
Piangean le Grazie nel tuo cria reciso , 

E là in^mbiante di chi duolsi e freme 
Stava in disparte Amor vinto e deriso . 

Allor del folle a ravvivar la speme 
Scoperse libertate il suo bel viso , 

E oprò contro il tuo cor sue forze estreme 
Con un sovrano tentator sorriso . 

Ma nel chiuso fatai tu sorda , il passo 
Inoltrasti, e sparisti . Ogni più schiva * 

Alma allor pianse, e n’avria pianto un sasso . 

Sol nel nostro cordoglio il ciel gioiva , 

E ben d’ onde n’ avea , che al mondo , ahi lasso! 
L’ornamento più bello in te rapiva . 



* 


♦ 


8 * 

« 

% 

IN MORTE 

t 

D’ ILLUSTRE DONNA 

* 

% 

i ' 

SONETTO 


* 

« 

Al letto > ove languia smorto il bel viso, 
Atropo venne, e in man la force avea ; 
Amor, che stava in su la sponda assiso 

% 

Supplice accorse a la tremenda Dea . 

* Ferina, e uno stame non voler reciso 
Così caro a la terra, egli dicevi; 

Scoss’ ella in capo V infernal narciso , 

i 

E sorda le bramose armi stendea . 

Torse lo sguardo Amor da la ferita. 

Ed ir lasciando al suolo arco e quadretta , 
Fè un velo, a gli occhi de le rosee dita . 

E la stessa del sonno empia sorella 


Ebbe orror del suo colpo 5 e fu pentita 
Qua ndo vide, cader vita si bella . 



9 




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SONETTO 


<• 


Sdegno ? possente iddio de le tremende 
Furie fratello, a cui simil non parme 
Ch’altri possa d’ Amore spezzar l’arme, 

E de l’arco privarlo , e de le bende ; 
Contro costei , che il cor mi strazia e fende 
Perchè forte non vieni ad aitarme F 
Perchè vile nè 1* uopo abbandonarne , 

E dileguarti in faccia a chi m’offende? 
Non vedi come per tradir prometta , w 
E ridendo tradisca ? E la tiranna 
* Ha forse in sua difesa un maggior nume ? 
Ahi ! ehe senso di rabbia e di vendetta 
Un sasso prenderla. Ma l’ ire inganna 
Un girar di quel ciglio , e il mio costume . 



SONETTO 


Passa il terranno, Amor, eli’ io mi lamento 
Del tuo crudele doloroso impero . 

' Cessa, io grido, deh cessa , iddio severo, 
Pietà del mio ti stringa aspro tormento . 

Ma più, lasso ! dal cor cacciarti io tento. 

Tu il cor m* afferri più tenace e fiero , 

E ogni desir legando , ogni pensiero , 

Sol de’ mali mi lasci il sentimento . 

Nè sdegno vale, nè ragion che morta 

Più non risponde , nè cangiar d’ obbietto , 
Nè soccorso di pianto e di sospiro . 

Dunque a snidarti , Amor, da questo petto 
Che mi riman P Noi so ; ma mi conforta , 
Che immortale non sono , e che deliro . 


* 



» 


SONETTO 


Sciolta Palma gentil dal terreo manto*/ 

L’ali aperse, ed al cielo erta levosse y 
» Ogni stella ver lei dolce si mosse, 

Di foco ardendo più pudico e santo. 

Parea che presa d’amoroso incanto 
Tutta de gli astri la famiglia fosse . 

Lunge il lume rotò sol Marte , e scosse 
Sangue nel seno dell’ Europa e pianto « 

Fra tante luci errava irrequieta * 

L’eterea pellegrina , e ancor divise 
Fra questo avea le brame , e quel pianeta $ 
Quando il Sole comparve , e le sorrise ; 

Cors’ella in grembo del grand’astro, e liete 
Nel maggior padiglion di Dio s’ assise . 


— aw, 










k 


SONETTO 


J 


I 

* 


Ben di tragiche forme pellegrine 
Spesso il pensier Melpomene mi stampa , 
£ fiera in campo di terror m’ accampa , 

£ il piè mi calza , e mi rabbuffa il crine , 
Ma surge fuori Amor da le vicine 
Del cor latebre dove l’ alme avvampa, 

£ con affetti di contraria stampa 
Quelle forme cancella alte e divine. 
Quindi la chioma mi compone e il manto, 

£ mi slaccia il coturno , il crudo invece 
Vi pon la sua catena grave e dura. 

Poi mi guata ridendo , e a me non lece 
Neppur lagnarmi,. Quella Diva intanto 
Mi sparisce dagli occhi , e non mi cura • 



86 

? 

IN LODE 


* 

DI MONSIGNOR SPINELLI 

GOVERNATORE DI ROMA 

# 

SONETTO 


Questa che muta or vedi a te davante 
Starsi con fronte rispettosa e china , 

Questa è, signor, ravvisane il sembiante, 
La popolar licenza tiberina . 

Questa è colei, che schiva e intollerante 
Di consolar severa disciplina * ' 1 * 

Fè temeraria tante volte e tante 
Tremar la prisca autorità latina . * 1 
Tu la freni, e di pace infra i tranquilli ' 
Trionfi or sei dei Tebro in su V arene 
Dei Cesari più grande e dei Cammilli * - 
Che il frenar di costei V ira e P orgoglio 
Vanto è maggior, che in barbare catene 
Trarre i Galli e i Scambri al Campidoglio . 


* 



* 


t 


# * 





* 


4 

CANZONE 

L 

* » * 


Finché l’età n’ invita 
Cerchiamo di goder ; 
L’istante del piacer 

Passa , e non torna • 

* ^ ■ « * 

Grave divien la vit$. 

Se non si coglie il fior ; 
Di fresche rose Amor 
Solo s’ adorna . 

A che vantar , mia cara , 
Del cor la libertà ? 
Quest’ alta va nità y 
Ben mio , disdice . 

I nostri cori a gara 
Lasciamo palpitar $ 
Chi sa costante amar 
Sempre è felice . 


» 


Cagion d’ affanni espianti 
Si crede Amor , lo so j 
Tu non pensarlo , no , 
Sgombra il sospetto • 

Per due veraci amanti 
Tutto è un dolce gioir j 
Nè destasi un sospir 
Senza diletto . 

Più sei bella , più devi 

* » * * • f * 

Ad Amor voti e fè • 

Altro beltà non è 

T t* ' • 

Che un suo tributo . 
Amiam , che i dì son brevi : 

» 4 . | * * , * • 

Un giorpo senza amor 
È giorno di dolor , 

Giorno perduto . 

*»*'’• 'T' - - 1*. . 


.»’* r> > ?» », •* 

V 


* 

* 



~ -’- y- * 


* * 



\ 


ARISTODEMO 


TRAGEDIA 


I» 

* 

PERSONAGGI 


ARISTODEMO . 
CESIRA . 

. GONIPPO . 
EUMEO . 
LISANDRO. 

PALAMEDE. 

\ 

\ 


La Scena è in Messene . 



s 


ATTO PRIMO 


* 

/ 


SCENA' I. 

LISANDRO E PALAMEDE. 

LISA KDRO, 

&ì, Palamede . Alla regai Messene 
Di pace apportator Sparta m’invia : 

Sparta di guerre è stanca, e i nostri allori 

r 

Di tanto sangue cittadin bagnati, 

Son di peso alla fronte , e di vergogna . 

Ira fu vinta da pietà . Prevalse 
Ragione , e persuase esser follia 
Per un’ avara gelosia di stato 
Troncarsi a brani , e desolar la terra . 
Poiché dunque a bramar pace il primiere 
Fu l’inimico, la prudente Sparta 
Yolentier la concede, ed io la reco . 

Nè questo sol, ma libertade ancora 
A qualunque de’ nostri è qui tenuto 
In servitude , e a te , diletto amico , 
Principalmente, che bramato e pianto, 
Compie il terz’ anno, senza onor languisci 


4 ATTO 

Illustre prigioniero in queste mura : 
PALAMEDE. 

Ben ti riveggo con piacer , Lisandro , .. . 

E giocondo mi fia, per la tua mano. 

Racquietar libertade, e fra gli amplessi 
Ritornar de’ congiunti , e un’altra volta 
Goder la luce delle verdi Amicle. i 

Sebben serbirmi non potea fortuna 
Più dolce schiavitù. Sai che Cesira, 

Leggiadra figlia di Taltibio, anch’essa 
Prigioniera .qui vive. Or sappi ancora. 

Che favor tanto nel reai cospetto 
Di Cesira trovar Palme sembianze 
E i dolci modi e le parole oneste , 

Che Aristodemo di servii calena 
Non la volle mai carca; anzi col molla 
Di benefizi » e me permise ir sciolto 
Per la reggia , qual vedi , a mio talento , 
Partecipando della sua ventura . 

LISAHDBO. 

Dunque il Re l’ ama , o Palamede ? 

PALAMEDE-. 

Ei l’ ama 

Con cuor di padre , e sol dappresso a lei 



Quel misero talor sente Yiel petto 
Qualche stilla di gioia insinuarsi , 

E P affanno ammollir, che sempre il grava • 
Senza Cesira un lampo di sorriso 
Su quell’ afflitto e tenebróso volto 
Non si vedrebbe scintillar giammai . 

LISANDRO. 

Di sua mortai malinconia per tutta 
Grecia si parla, e la cagion sen tace. 

Ma sarà , mi cred’ io , qui manifesto 
Quel che altrove s’ ignora . Han sempre i regi 
Mille dintorno osservatori attenti 
Ch’ ogni detto ne sanno , ogni sospiro , 

Anche i pensieri . Or qui fra tanti sguardi 
Quale di sua tristezza si scoperse 
Vera sorgente? 


PALAMEDE. 

Narrerò sincero , 

Qual mi fu detta, la pietosa istoria 
Di questo sventurato. Era Messene 
Da crudo morbo desolata , e Delfo 
Della stirpe d’ Epito una donzella 
Avea richiesta in sacrificio a Pluto . 
Poste furo le sorti , e di Licisco 


6 


ATTO 


*>L 

Nomar Ripiglia * Scellerato il padre, 

E in un pat^o, con segreta fuga 
La sottras'S^BTa inorte , e un’ altra vittima 
Il popolo chiwdea , Comparve allora 
Aristodemo , e la sua propria figlia , 

La bellissima Diree , al^ sacerdote 
Volontario offerì . Dirce fu dunque 
Dell’altra in vece sull’ aitar svenata ; 

E col virgineo sangue l’infelice 
Sbramò la sete dell’ingordo Averno, 

Per salvezza de’ suoi dando la vita * 

l i s ANDRO. 

Io già questo sapea , chè grande intorno 
Fama ne corse, e della madre insieme 
Dicea caso nefando . 

PALAMEDE. 

Ella di Dirce 

Mal soffrendo la morte , e stimolata 
Da dolor, da furor, squarciossi il petto 
Spietatamente, ed ingombrò la stanza 
Cadavere deforme e,sanguino$o , 
Raggiungendo così nel morto regno, 
Forsennata e contenta ombra, la figlia . * 

Ed ecco dell’afflitto Aristodemo 



/ 


P Jt I M 0 


7 


La seconda sventura, a cui successe 

* 

Poscia la terza , e fu d’ Argia la trista 
Dolorosa vicenda. Era del padre 
Questa V ultima speme , una vezzosa 
Pargoletta gentil che mal sicure 
Col piè tenero ancor Torme segnando, 
Toccava appena il mezzo lustro. Ei dunque 
Stretta al seno tenendola sovente, 

Sentia chetarsi in petto a poco a poco 
La rimembranza del sofferto affanno, 

E sonar dolce al core un’altra volta 
Di padre il nome , e rallegrargli il ciglio . 
Ma fu breve il contento, e questo pure 
Gli fu tolto di bene avanzo estremo ; 

Chè l'esercito nostro allor repente 
D'Anféa vincendo la fatai giornata, 

E stretta avendo di feroce assedio 
La discoscesa Itóme, Aristodemo, 

. Che ne temea la presa e la ruina, . 

Dalle braccia diveltasi la figlia , 

Al fido Eumèo la consegnò, che seco 
Occultamente la recasse in Argo. 

Molto pria dubitando, e mille volte 
Raccomandando una si cara vita . . 


* 



« 

\ 


\ 


* 


*»• 

5 


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8 ATTO, 

Vano pensier. Là dove nell’ Alfeò 
Si confonde il Ladon , stuolo de’ nostri 
Della fuga avvertiti , o da fortuna 
Spinti colà , tagliar le scorte a pezzi, 

Nè risparmiar persona, e nella strage 
Spenta rimase la reai bambina . 

LISANDRO. 

E di questa avventura, o Palamede , 

Altro ne sai? 

PALAMEDE. 

Nuli’ altro. 

LISANDRO. ' 

Or dunque impara 

Che duce di quel l’armi era Lisandro j 
Ch’io fui d’ Eumèo l’assalitor. 

t 

PALAMEDE. 

Che ascolto ! 

Tu l’uccisor d’ Argia? Ma se qui giunge 
A penetrarsi ... ' 

• LISANDRO. 

Il tuo racconto segui. 
Parleremo del resto a miglior tempo . 

PALAMEDE. 

Dopo il fato d’ Argia , tutto lasciossi 


\ 


9 


\ 

PRIMO 

t 

A sua tristezza in preda Aristodemo , 

Nè mai diletto gli brillò sul core , 

0 se brillovvi , fu di lampo in guisa , 

Che fa un solco nell’ ombra e si dilegua , 

Ed or lo vedi errar mesto e pensoso 
Per solitarj luoghi , e verso il cielo 
Dal profondo del cor geme e sospira : 

Or vassene dintorno furibondo ; 

E pietoso ululando , e sempre a nome 
La sua Dirce chiamando, a’ piè si getta 
Della tomba che il cenere ne chiude 5 
Singhiozzando V abbraccia, e resta immoto » 
Immoto sì , che lo diresti un sasso: 

Se non che vivo lo palesa il pianto 
Che tacito gli scorre per le gote , 

Ed inonda il sepolcro . Ecco , o Lisandro , 
Dell’infelice il doloroso stato. * 

» 

* • • 

LISANDRO. 

Misero stato ! Ma sia pur qual vuoisi. 

Di ciò non calmi . A servir Sparta io venni , 
Non a compianger l’inimico. Ho cose 
Su questo a dirti d’ importanza estrema . 

Ma più libero tempo alle parole 
Sceglier fa d’uopo. Già qualcun s’appressa, 


TO 


ATTO 

Che ascoltarne potria . 

* PALAMEDE. 

Guarda : è Cesira . 

SCENA ir. 

CESIRA, E DETTI. 

PALAMEDE. 

Vieni , bella Cesira . Ecco Lisandro, 

Bell’ inclito tuo padre illustre amico . 

CESIRA.' 

Da Gonippo , che al Re poc’anzi il disse , 
Seppi, Signor, la tua venuta, e tosto 
Ad incontrarti io mossi. Or ben: quai nuove 
Del mio diletto genitor mi rechi? 

Il buon vecchio che fa ? 

LISANDRO. 

La sola speme 

Di rivederti gli mantien la vita . 

Da quel momento che da man nemica 
Ne’ campi terapnei tolta ne fosti. 

Grave affanno mortai sempre l’oppresse ; 

E tutti in danno tuo temendo i mali 
Di dura schiavitù: ragion non avvi 




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■ - , iB* e ‘ 3t r' s/itiì* '■ìufii fiiVr * 


% 


PRIMO 

Che lo conforti , e gli è rimasto il solo 
Tristo piacer degl’ infelici, il pianto . 

C E S I R A. 

Egli non sa di quanto amor, di quante 
Beneficenze liberal fu meco 
Il generoso Aristodemo, e come 
Tenerezza , pietà, riconoscenza 
M’hanno a lui stretta di possente nodo, 
Possente sì , che nel lasciarlo, il core 

Parrà sentirmi distaccar dal petto . 

• * 

LISANDRO* 

E per lui ti rattristi a questo segno? 

s 

G E S I R A. 

Parlano ad ogni cuor le sue sventure , 

E più d’ogni altro al mio; nè dirti io so 
Che mi darei per addolcirle e tutta 
Penetrar la cagion di sua tristezza, 

PALAMEDE* 

A giudicarne dagli esterni segni 
Ella è tremenda. 11 sol Gonippo, a cui 
Liberamente egli apre il sue pensiero , 
Sol Gonippo potria dal cor strappargli 
L’orribile segreto. . / 




i 


ATTO 


io. 


C E 6 I R A. 

Eccolo . Oh quanto 
Vien turbato ed afflitto! 


SCENA III. 

GONIPPO, E DETTI. 


C E S I R A. 

Ah ! perchè mai 

Così mesto^, o Gonippo? E perchè piangi? 
c o n i p p o. 

E chi non piange? Aristodemo è giunto 
A tal tristezza , che furor diventa . 

Smania , geme , sospira , e come fronda 
Gli tremano le membra : spaventato 
Erra lo sguardo, e su le guance stanno 
Le lagrime per solchi inaridite . 

Dopo lung’ ora di delirio, alfine 

Le sue stanze abbandona , e in questo luogo 

Desia del giorno riveder la luce . 

Quindi vi prego allontanarvi tutti , 

Libero sfogo il suo dolor chiedendo . 

LISANDRO. 

Quando opportuno il crederai , Gonippo , 


\ 


« 


PRIMO i3 

Al tuo signor ricorda che Lisandro 
Per favellargli il suo comando attende . 

COBIPPO. 

A suo tempo n’avrai pronto l'avviso . 

SCENA IV.- 
GONIPPO , indi ARISTODEMO. 

G o w i p p o. 

Ch’è mai la pompa e lo splendor del trono; 
Quanta miseria, se dappresso il miri. 

Lo circonda sovente ! Ecco il più grande , 

Il più temuto regnator di Grecia 
Or fatto sì dolente ed infelice , . 

Che crudo è ben chi noi compiange !.. : Vieni , 
Signor. Nessuno qui n’ ascolta, e puoi 
L’ acerba doglia disfogar sicuro . 

Siam soli . 

ARISTODEMO. 

O mio Gonippo , ad ogni sguardo 
Vorrei starmi celato , e , se il potessi , 

A me mede6mo ancor. Tutto m’attrista 
E m’importuna; e questo Sole istesso, 

Che desiai poc’ anzi , or io detesto 


E sopportar noi posso . 

g o n i p p o . 

Eh via , fa core ; 

Non t’avvilir così. Duve n’andaro* „ 

D’ Aristodemo i generosi spirti, 

La costanza, il coraggio? 

ARISTODEMO. 

Il mio coraggio ? 

La mia costanza? Io l’ho perduta . Io 1’ odio 
Sono del cielo •, e quando il ciel gli abborre , 
Anche i regnanti son codardi e vili . 

Io fui felice, io fui possente :or sono 
L’ultimo de’ mortali . 

GONIPFO. 

. E che ti manca j 

Ond’ essere il primiero ? Io ben lo veggo 
Che un orrendo pensier, che mi nascondi, 
T’ attraversa la mente . 

ARISTODEMO. 

Sì , Gonippo , 

Un orrendo pensiero , e quanto è truce y 
Tu non lo sai . Lo sguardo tuo non passa 
Dentro il mio cor, nè mira la tempesta 
Che lo sconvolge tutto . Ah ! mio fedele , 


* 


P R I M 0 

Credimi , io sono sventurato assai , 

Senza misura sventurato : un empio * 

Un maledetto nel furor del cielo , , 

* 

E T orror di natura e di me stesso . 

g o n i p p o • 

Deh , qual strano disordine di inente ! 
Certo il dolore la ragion t’offusca; 

E la tristezza tua da falso e guasto 
Immaginar si crea . 

ARISTODEMO. 

* 

Cosi pur fosse! 

Ma mi conosci tu? Sai tu qual sangue 
Dalle mani mi gronda ? Hai tu veduto 
Spalancarsi i sepolcri e dal profondo 
Maudar gli spettri a rovesciarmi il trono? 
A cacciarmi le mani entro le chiome 
* E strappar la corona ? Hai tu sentita 
Tonar dintorno una tremenda voce 
Che grida : Mori > scellerato , mori . 

Sì, morirò; son pronto: eccoti il petto, 
Eccoti il sangue mio; versalo tutto. 
Vendica la natura, e alfin mi salva ♦ 
Dall’ orror di vederti 7 ombra crudele . 



i6 ATTO 

GONIPPO. 

Il tuo parlar mi raccapriccia ; e troppo 
Dicesti tu, perch’io t’intenda e vegga 
Che dai rimorsi hai l’anima trafitta. 

In che peccasti? Qual tua colpa accese 
Contro te negli Dei tanto disdegno? 
Aprimi i ?ensi tuoi . Del tuo Gonippo 
La fedeltà t’ è nota , e tu più volte 
De 5 tuoi segreti l’onorasti. Or questo 
Pur mi confida . Scemasi de’ mali 
Sovente il peso col narrarli altrui . 

ARISTODEMO. 

I miei , parlando , si farian più gravi . 
Non ti curar di penetrarne il fiondo , 
Non tentarmi di rompere il silenzio : 

- Lasciami per pietà . 

gonippo. 

No , non ti lascio 9 
Se tu siegui a tacer . Non merta il mio 
Lungo servire e questo bianco crine 
La diffidenza tua . 

ASIS TODEMO. 

* Ma che pretendi 

Col tuo pregar? Tu fremerai d’orrore , 








4 


*7 


* 


PRIMO 

Se il vel rimovo del fatai segreto . 

COHIPPO. 

E che puoi dirmi , che all’orror non ceda 
Di vederti spirar sugli occhi miei? 

Signor ! . . per queste lagrime eh’ io verso , 

Per V auguste ginocchia che ti stringo. 

Non straziarmi di più . . . parla . 

ARISTODEMO. 

Lo brami? 

Alzati . . ; ( Oh ciel! che gli rivelo io mai? ) 

G o m i p p o . 

JParla , prosegui . . . Ohimè ! che ferro è quello ? 

ARISTODEMO. 

Ferro di morte. Guardalo. Vi scorgi 
Questo sangue rappreso? 

* GONIPPO. 

Oh dio! qual sangue?’ 

Chi lo versò P < 

ARI8TODEMO. 

Mia figlia . E sai qual mano «■ 

» Glielo trasse dal se n? 

V 

(?0 KIPPO. 

Taci : non dirlo 3 

Che già t’ intesi . 

Monti a . 





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i8 


ATTO 

ARISTODEMO. 

E la cagion la sai p 
oosif pò. 

Io mi confondo . 

ARISTOD E M O . 

Ascolta dunque . In petto 
Ti sentirai* d’ orror fredde le vene : 

Ma tu mi costringesti. Odimi, e tutto 
L’atroce arcano e il mio delitto impara . 

Di quel tempo sovvengati, che Delfo 
Vittime umane comandate avendo, 

AH’ Èrebo immolar dovea Messene 
Una vergin d’Epito. Ti sovvenga 
Che, dall’urna fatai solenuemente 
Tratta la figlia di Licisco, il padre . 

La salvò colla fuga , e un altro capo 
Dovea perire 5 e palpitanti i padri 
Stavano tutti la seconda volta 
Sul destiti delle figlie. Era in quei giorni 
Vedovo appunto di Messenia ìl trono : 
Questo pur ti rimembra. 

c o w I t p 0 >. 

Io l’ bo presente, 

E mi rammento che il reai diadema 


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*9 


PRIMO 

Fra te , Darai e Cleon pendea sospeso, 

E il popolo in tre par(i era diviso . . 

% 

Aristodemo. 

Or. ben , Gonippo . A guadagnar la plebe, 
E il trono assicurar, senti pensiero 
Che da spietata ambizion mi venne. 
Facciam , dissi tra me , facciam profitto 
Dell’altrui debolezza . Il volgo è sempre 
Per chi P abbaglia, e spesse volte il regno 
.E del più scaltro . Deludiamo adunque 

1 insensata 5 e di Licisco 

Si corregga l’error : ne ,ia l’emenda 
-11 sangue di mia figlia , e col suo sangue 
Il popolo si compri e la corona . 

GONIPPO. 

AH , signor, che di mai?. Come potesti 
1 reo disegno concepir? 

ARISTODEMO,. 

Comprendi - 

Che 1 uomo ambizioso è un uom crudele. 
Tra le sue mire di grandezza e lui , 

Metti Jl capo del padre e del fratello : 
Calcherà l’uno e V altro e farà d’arabo 
Scabello ai piedi per salir sublime . 




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20 


ATTO 

Questo appunto fec’ io della mia figlia ; 
Così de’ sacerdoti alle bipenne 
La mia Dirce profersi . Al mio disegno 
S’oppose Telamon di Dirce amante. 
Supplicò, minacciò ; ma non mi svelse 
Dal mio proposto . Desolato allora 
Mi si gettò , perdon chiedendo , ai piedi , 

E palesommi nen potersi Dirce 
Sagrificar : dal Nume esser richiesto 
D’ una vergine il sangue; e Dirce il grembo 
Portar già carco di crescente prole ; 

Ed esso averne di marito i dritti . 
Sopravvenne in soccorso anche la madre, 

E confermò di Telamone il detto, 

Onde piena acquistar credenza e fede . 

COSIPPO. 

E che facesti allora ? 

ARISTODEMO. 

Arsi rabbia : 

E pungendomi quindi là vergogna 
Del tradito onor mio, quindi più forte 
La mia delusa ambizion , che tolto 
Così di pugno mi credea l’ impero , 

Guardai nel viso a Telamon , nè feci 



PRIMO 

Motto ", ma calma simulando, e preso 
Da profondo furor, venni alla figlia. 
Abbandonata la trovai sul letto. 

Che pallida, scomposta ed abbattuta 
In languido letargo avea sopiti 
Gli occhi , dal lungo lagrimar già stanchi 
Ah, Gonippo? qual furia non avria 
Quella vista commosso? ma la rabbia 
M’ avea posta la benda , e mi bolliva 
Nelle vene il dispetto ; onde impugnato 
L’esecrando coltello, e spento in tutto 
Di natura il ribrezzo, alzai la punta, 

E dritta al core gliel’ immersi in petto. 

Gli occhi aprì l’ infelice , e mi conobbe j 
E coprendosi il volto : Oh padre mio , 

Oh padre mio , mi disse ; e più non disse . 
g o n i p p o. 

Gelo d’ orrore . 

I 

ARIS TODEMO. 

L’ orror tuo sospendi , 

Che non è tempo ancor, che tutto il senta 
Sull’ anima scoppiar. Più non movea 
Nè man , nè labbro la trafitta j ed io 
1 utto asperso di sangue e senza mente. 



Che stupido m’ avea reso il delitto , 

Della stanza n’uscia . Quando al pensiero 
Mi ricorse l’ idea del suo peccato , 

E quindi l’ira risorgendo , e spinto 
Da insensatezza, da furor, tornai 
,Sul cadavere caldo e palpitante ; 

Ed il fianco n’apersi , empio! e col ferro 
Stolidamente a ricercar mi diedi 
Nelle fumanti viscere la colpa . 

Ahi ! che innocente eli’ era . Allor mi cadde 
Giù dagli occhi la benda; allor la frode 
Manifesta m’apparve, e la pietade 
Shoccò nel cuore . Corsemi per Tossa 
Il raccapriccio . e m' impietrò sul ciglio 
Le lagrime scorrenti : e così stetti ,• 

Finché impprovvisa entrò la madre, e- visto 
Lo spettacolo atroce , s’ arrestò 
Pallida* fredda, muta . Indi , qual lampo, 
Disperata spiccossi , e stretto il ferro 
Ch’era poc’anzi di mia man caduto, 

Se lo fisse nel petto, e sulla figlia 
Lasciò cadessi e le spirò sul viso . 

Ecco d’ambo la fine ; ecco l’arcano 
Che mi sta da tre lustri in cor sepolto . 





PRIMO, 

E tuttor vi staria . se tu non eri . 

• % 

G O W I P P O. 

Fiera istoria narrasti ; e il tuo racconto 
T utte di gelo strinserai le membra , 

E nel pensarlo ancor V alma rifugge. 

Ma dimmi : e come ad ogni sguardo occult 
Restar poterò sì tremende cose? 

ARISTODEMO. 

Non ti prenda stupor. Temuto e grande 
Era il mio nome, e mi chiamava al trono 
Il voto universal . Facil fu dunque 
Oprar l’inganno ; e tu ben sai che l’ombra 
. D’ un trono è grande per coprir delitti . 

I sacerdoti che del Giel la voce 
Son costretti a tacer , quando i potenti 
Fan la forza parlar , taciti e soli 
Col favor delle tenebre nei tempio 
La morta Dirce trasportar© , e quindi 
Creder fero che Dirce , in quella notte 
Segretamente sull’ aitar svenata , 

Placato avesse col suo sangue i Numi y 
E che di questo fieramente afflitta, 

Sè medesma uccidesse anche la madre. 
M%vegliano su i rei gli occhi del Cielo , 



f 

*4 ATTO 

E un Dio v’è cèrto , che dal lungo sonno 
Va nelle tombe a risvegliar le colpe , 

E degli empj sul cor ne manda il grido . 
Rivelarlo dovrò? Da qualche tempo 
Un orribile spettro . . . 

G O Tf I P P O. 

Eh lascia al volgo 

Degli spettri la tema , e dai sepolcri 
Non suscitar gli estinti . Or ti conforta 
Che , con tanti rimorsi , esser non puoi 
Finalmente sì reo . Chetati , e loco 
Diasi a pensier più necessario . È giunto 

Di Sparta 1* orator, tei dissi, e reca 

* » 

Le proposte di pace . Odilo , e pensa 
Che la patria ten prega , e questa pace 
Ti raccomanda e le sue mura e i pochi 
Laceri avanzi del suo guasto impero . 

ARISTODEMO. 

Dunque alla patria s’ obbedisca . Andiamo . 


* 


t 







ATTO SECONDO 


SCENA I. 

PALAMEDE, E LISANDRO. ' 

* « 

PALAMEDE. 

Che mi narrasti mai ? Pieno son io 

« 

Di tanta meraviglia , che mi sembra 
Di sognar tuttavia. D’ Aristodemo 
Figlia Cesira? 

LISANDRO. 1 

• » 

Più dimesso parla ; 

Sì, Cesira sua figlia, la perduta 
E deplorata Argia. Come ad Eumèo 
In sulla foce del Ladon la tolsi, 

Son già tre lustri , e come allor mi vinse 
Pietà dell’ innocente ,. io già tei dissi. 

Or seguirò che per giovarmen contro 
Lo stesso Aristodemo, ove 1 avesse 
Chiesto il bisogno , ad educar la diedi 
All* amico Taltibio , e lo costrinsi 
Con giuramento ad occultar V arcano . 

Ei la crebbe , e l’ amò qual propria figlia 


> • * 


a.6 ATTO 

• •> • 

Ne fu padre creduto, e sen compiacque; 

E se natura noi fè tal, l’amore 

1 - 

Supplì ai difetto. 

PALAMEDE. 

E nulla mài Cesira 

Ne sospettò ? 

LISANDRO. 

Mai nnlia . 

palamede. 

E che fu poi 

D'Eumèo che la scortava? 

' * LISANDRO. 

Eumèo fu posto 

In carcere sicuro . Io volli in esso 
Serbarmi all’uopo un testi mon del vero : 
E per mia sola utilità privata , 

Non per pietade, gli lasciai la vita. 

PALAMEDE. 

Vive egli più? » 

LISANDRO. 

♦ Noi so ; chè me finora 

Lungi trattenne dalle patrie mura 
Il mestiero dell’ armi ; ma Taltibio 
Ben lo saprà, che a parte era di tutto. 




A 


SECONDO 


/ 


a 7 

PALAMEDE. 

Strano racconto! Ma con tanto danno 
Di questi sventurati , or perchè vuoi 
Un segreto celar che più non giova? 

LISANDRO. 

Giova all’odio di Sparta, e a’ suoi nascosi 
Politici disegni , e giova insieme 
Alla vendetta universal . Rammenta 
Che il maggior de’ nemici è Aristodemo . 

Del nostro sangue, che il suo brando sparse 
Son le valli d’ Anfea vermiglie ancora . 
Piangono ancor su i talami deserti 
Le vedove spartane, e piango aneli io, 

Trafitti di sua man, padre e fratello . 

PALAM ED E. 

Ei nel campo gli uccise , e da guerriero, 

Non da vile assassino. 

LISANDRO. 

E perdonargli 

Dovrò per questo, ed ahborrirlo io meno? 

PALAMEDE. 

Abborrirlo! perchè? Scusami : anch’io 
La strage mi rammento e le faville 
Dalle case paterne , e parmi ancora 



a8 ATTO 

Veder tra quegTincendj Aristodemo 
Passar sul petto de’ miei figli uccisi . 
Non l’aborro però : ch’io pur lo stesso 
Gli avrei fatto, potendo ; anzi d’assai 
Grato gli son , chè a me cortese i ceppi 
Sciolse , come ad amico , e l’amerei, 

S’ io non fossi spartano , egli messeno . 

LISANDRO. 

Ben si ravvisa che i severi e forti 
Sensi di prima , schiavitù corruppe . 
Ma se cangiasti tu , non io cangiai ; 

E se qualche' virtù nel cor m’alberga. 
Non è certo pietà pel mio nemico j 
Chè male servirei la patria mia , 

Se scordando il dover d’alma spartana. 
Per un debole affetto io la tradissi . 

PALAMEDE. 

Pietà debole affetto? 

LISANDRO. 
Ingiusto ancora 

E vergognoso se alla patria nuoce . 

Ma vien Cesira. Ritiriamci . Altrove 
Parlerem più sicuri . Io vo’ che tutta 
Di questo arcano l’importanza intenda 


» " 


SECONDO 

*- 

SCENA IL 

CONIPPO, E GESIRA. 

G O KIPPO, 

Essi di pace parleran, Cesira; 

Ma qual debba il successo esser di questo 
Singoiar parlamento, ognun l’ ignora. 

Occhio volgar non vede entro il profondo 
Pensier de’Tegi . Il sai, loro è il disporre, 
Nostro il servir. Ma pace ioNpero;, e pace. 
Purché discrete le proposte sieno, 
Aristodemo ancor cerca e sospira . 

GESIRA. 

Ed io la temo : nè il perchè so dirlo , 

Ed ho l’alma frattanto in due divisa. 

Quindi a Sparta mi chiama un padre afflitto, 
Quindi in Messene a rimaner m’ Invita 
Pietà d’ Aristodemo ; e sallo il cielo, 

Se dovendo lasciarlo , al cor funesto 
Mi fearà l’abbandono. Io non intendo 
Questa dolce segreta intelligenza , 

Ch’han sull’anima mia le sue sembianze , 

E più di queste la miseria sua : 


* 


* 



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3o ' ATTO 

Intendo solo che da lui lontana 
Io trarrò mesti e sconsolati i giorni. 

c o xr i p p o . 

E credi tu che , te perdendo , ei debba 
Trarli più lieti ? Il misero al tuo fianco, 
De’suoi mali solea dimenticarsi . 

Un tuo detto sovente, un tuo sorriso 
Gli chetava dell’alma le tempeste, 

E meno acerba gli rendea la vita . 

Or pensa, da te lungi , il suo cordoglio . 

COIRÀ. 

Vedilo che s’appressa , e manifesta 
In volto più sereno alma più cheta . 

OORIPPO. 

Egli di pace a conferenza viene, 

A trattar causa da cui pende tutta 
La salute del regno ; e quando in lui 
Parla questo pensier, gli altri gon muti . 

SCENA III. 

ARISTODEMO, E DETTI. 

ARISTODEMO.. 
Venga di Sparta V orator . . . 





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K * 


SECONDO 

« 

• « 

. SCENA IV. 

\ 

ARISTODEMO, E C E S I R A. 

« 

ARISTODEMO. 

Se fausto . 

Il Cielo mi seconda , oggi , o Cesira , 

Di Messenia e di Sparta alfin vedrassi 

* * * 

Terminar la querela , e pace avremo ; 

E fia primo di pace amaro frutto 
Perderti, e qui restarmi egro* dolente , 
Mentre tu lieta te n’ andrai «Li Sparta 
A riveder le sospirate mura . . • ^ 

C E S I R A. 

Mal dunque leggi nel mio core . Il Cielo 
Ben vi legge e 1* intende ... 

ARISTODEMO. 

* Oh generosa ! 

E sceglieresti rimanerti meco? 

E bramarlo potresti ? E non rimembri 
Il padre che t’aspetta, e che sol vive 
Della speranza di vederti ? ^ 

c e s i r a. 

; Il Padre 






Mi sta nel core , ma vi stai tu pure , 

E il cor per te mi parla , e il cor mi dice 
Che tu so vr’ esso hai dritto , e te lo danno 
La gratitudine mia , le tue sventure , 

E un altro affetto che nell’ alma incerta 
Mi fa tumulto , nè so dir che sia . 

ARISTODEMO. 

I nostri cuori si scontraro insieme. 

• > . 

Ma tutti , e al solo genitor tu devi 
Questi teneri sensi. A lui ritorna, 

E lo consola . Avventuroso vecchio! 
Almen di quelli tu non sei , che il Cielo 
Fece esser padri per punirli . Almeno 
Avrai chi nel morir ginocchi ti fchiuda 
E le tue gote sentirai scaldarsi 
Dai baci d’ una figlia . . . Oh se lasciata 
Me V avesse il destino ! aneli’ io potrei 
Di tanta sorte lusingarmi , e» tutte 
Fra le sue braccia deporrei le pene . 

c e s i r a . 

Di chi parli , Signor? 

ARISTODEMO. 

Parlo d’ Argia ; 

, Scusa se spesso io la ricordo . Eli’ era, 



Lo sai , l’ultimo bene ond’io sperava 
Racconsolar la mia vecchiezza . Or tutto 
Me la rimembra ; in tutto una crudele 
IUusion me la dipinge , e parrai 
Te vedendo vederla , e il cuor frattanto 
Mi palpita, mi tremaV e si fa giuoco 
Della mia vana tenerezza il cielo . 

GÌ8IBA. 

Misero padre ! 

• ARISTODEMO. 

* . Ella d’etade adesso 

A te pari saria, nè di' bellezza 
Minor, nè di virtude . 

c e s i r a. 

Egli fu invero 
Fatai consiglio quel mandarla in Argo , 
Nè il rischio preveder , che ten fè privo . 

ARISTODEMO. 

Sì, consiglio fatai , stolta prudenza. 

E non era abbastanza al fianco mio 
Sicura l’ infelice ? Han forse i figli 
Scudo migliore del paterno petto? 

c e s i r A . 

Oh perchè il cielo te la tolse ! 

M oriti 3 


ATTO 


AEI8TODEUO 


11 cielo 


Volea compiti i miei disastri . 


C E SIEA. 


E s’ ella 

Vivesse ancora, ti faria contento? 


ARISTODEMOì 


Cesira, un solo degli amplessi suoi. 
Un solo amplesso , e basterebbe. 


CESIRA. 


lo quella dunque ! 


Oh fossi 

« % + • • 


ARISTOD EMO. 


Se lo fossi . Oh figlia ! 


cesira. 


Perchè figlia mi chiami? 


**■ * 


ARISTODEMO. 


Il cor mi spinse 
Questo nome sul labbro . 


cesira. 

• * 


E a me pur anche 

11 cor consiglia di chiamarti padre. 

ARISTODEMO. 

Si , sì chiamami padre : in questo nome 

& 


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. —JcasKir ' * 


SECONDO 


35 


Un incanto contiensi , una dolcezza 
Che mi rapisce ; e per gustarla intera , 
Egli è bisogno aver, com’io , bevuto , 
Tutto il calice reo delle sventure ; 

Aver sentito di natura il tocco 
Profondamente, aver perduti i figli 
E perduti per sempre . 

CESIE A'. 

( Il cor mi spezza . ) 

S C JE N A V. 

GONIPPO, E DETTI. 

. * r 

o o ir i p P o. 

Signor , di Sparta l’orator s’avanza, 

ARISTODEMO. 

In qual punto mi coglie ! Ite, partite 
Cesira , addio J ci rivedrem . 

SCENA VI. 
ARISTODEMO. 

-Ti sveglia , 

Addormentata mia virtù . Del regno 


1 



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17 


v À 
»• * 


\ 


.36 


ATTO 


Dobbiatn la causa sostener, far pago 

» * 

De’ popoli il desio. Sì , questa volta 
Il suddito comandi, il re obbedisca. 

Ma da re s’obbedisca , e non si vegga 
< Supplice e timoroso Aristodemo 
La pace mendicar dal suo nemico ; 

Nè sian tutti di pace i detti miei , 

Qual già orede in suo cor questo superbo . 

SCENA VII. f 

ARISTODEMO, E LISANDRO. 


ARISTODEMO^ 
Lisandro, siedi , e libero m’esponi 
Di Sparta amica, od inimica i sensi • 

LISANDRO. 

Sparta al re di Messene invia salute 
E pace ancor, se la desia . 

ARISTODEMO 

La chiesi , 

Dunque la bramo ; ed or m’ è dolce udire 
Che , dopo tante stragi e tanto sdegno. 
Da ingiusta guerra desistendo alfine , 

. All’ antica amistà Sparta ritorni • 






4 


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SECONDO 


3 7 


LISANDRO. 

Ingiusta guerra? Non è tal, cred’ io, 
Quando è vendetta d’ un’ingiusta offesa. 
Voi nel sangue di Téleclo macchiaste , 

Di Limna i sagrificj $ ed era , il sai , 

Téleclo il nostro re . Questa , e non altra 
Fu la sorgente di sì gran contrasto. 
Rammentalo , Signor . . 

* ARISTODEMO. 

Io lo tacea 

» 

Per uou farti arrossir. Dove imparaste 
A mentir gonne femminili , e altrui 
Tramar la vita in securtà di pace , 

Fra le danze e le feste accanto all’ are? 

LISANDRO. 

Suona del fatto assai diverso il grido : 

Nè Sparta è tal, che, guerreggiar volendo 

Ed un nemico sterminar* discenda 

* 

Alla bassezza d’ un pretesto indegno . 

" * * ¥ \ 

f ' ARISTODEMO. 

È ver , sua dignità Sparta non dee 
Co’ pretesti avvilir, quando aver crede 
La ragion del più forte . Ove la spada 
Le contese decide , inutil fassi 


ATTO 


38 

Idea dannosa , veritade e dritto . 

Nè il dritto è certo la virtù di Sparta, 

Ma prepotenza col modesto marito 
Di libertà . Quindi è fia voi costume 
Fuggir F onesto , se vi nuoce , e pronti 
Al delitto volar, quando vi giova . 

Porre in discordia i popoli vicini , 
Dismembrarne le forze , e poi divisi , * 

Combatterli repente ; e strascinarli , 

Più. traditi che vinti , a giogo indegno, 

« 

E cosi tutta debellar la Grecia . 

Bell’arte inver di conquistar gl’ imperi ! 

E voi 1’ esempio delle genti , voi 
Concittadini di Licurgo? ed egli 
Vi lasciò queste leggi ? Eh via , spogliate 
Le pompose apparenze . Iu faccia al mondo , 
Men leggi abbiate, e più virtudi ; e regni 
Anche fra voi l’onor, la fede , il giusto. 

LISANDRO. 

Sire , vi regna la clemenza ancora ; 

E «e non fosse, che saria di voi? 

Già rovesciate al suol dell’arsa Itóme 
Stan le rupi e le torri . E se prosegue 
La vincitrice Sparta il suo trionfo 



Qual nume vi difende ?.. 

« ARISTODEMO. 

* Aristodemo; 

4 « . t J 

E basta ei solo, finché vive ; e quando 
Sarà sotterra, il cenere vi resta, . 

Che , muto ancora, vi darà terrore . 

. LISANDRO. 

* * * 

Signor , chi vivo non ti teme, estinto 
Ti temerà? Ma se garrir qui <d’ altro 
Non vogliami che d* oltraggi ^ ho già finito . 
A Sparta io riedo , e le dirò ohe il ferro 
Nel fodero non ponga, chè l’avanzo 
De’ suoi nemici a disfidar la torna . 

I' 4 » 

A R I S T O DEMO. 

* 4 » 

Riedi a Sparta qual vuoi y ma dille ancora 
Che per domar cotesto avanzo,, è duopo 
Che fiato ella riprenda, .e nuovo sangue « 
Prima rimetta .nelle vuote vene. 

LISANDRO. 

/ 

Men di quel che a Messeci^ pr ia bisogno 
Per sanar le ferite _, onde ancor molto 
Piange e sospira . 

A R I S T O/P e m o. 

, Se M esserli a pia nge 


* 


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I 


40 ATTO' 

Sparta non ride • 

LISANDRO. . 

Ma neppur s’abbassa 
A chieder pace . * 

ARISTODEMO. 

Io la richiesi , e Sparta 
Paventa che pentito or la ricusi . 

Sa che d’ Elide, d’ Argo e Sicione 
Son pronte l’ armi a mio favor : sa quanto 
Di vendetta desio s'aduna e bolle 
Ne 5 messenici petti . e come acute 
Abbiam le spade e disperato il braccio: 

Sa che varia dell’ armi è la fortuna, 

E si rammenta che qualor ci vinse , 

Di frode vinse , di valor non mai . 

Ecco , Lisandro , la pietà spartana : 
Accordar pace e millantar clemenza. 

Per tema di restar battuta in guerra . 

LI SAI D R O. 

Dunque scegliti guerra . 

ARISTODEMO. 

Io scelgo pace ; 

E sceglier guerra a me non lice „ allora 
Che pace il popol mi dimanda . Oh fosse 


41 


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1 


* 


f 


SECONDO 4 

Stato pur ver !... Ma via . . .‘torniamo amici - , 

Torniam fratelli , e rimettiamo il brando : 

. 

Gli umani sdegni dureranno eterni ? 

M * 9 

Forse avemmo dal ciel la vita in dono 
Sol per odiarci e trucidarci insieme? 

Natura si lasciò forse dal seno 
Svellere il ferro , perchè V uom dovesse 
Darselo in petto l’un con l’altro , e farlo 
Istrumento di morte e di delitti ? 

v 

Se fine all’ira non porrem, tra poco' 

Un deserto saran Sparta e Messenia , 

Nè rimarravvi che uno stuol mendico 
Di vedove piangenti e di pupilli . 

E frattanto di noi Grecia che dice? 

Dice che tutta rinnuoviam di Tebe 

i 

L’atrocità : che d’un medesmo sangue 
Gli Spartani son nati ed i Messeni : 

Che fur due soli in Tebe i fratricidi, v» 

E qui tanti ne son , quanti sul campo 
Lascia il nostro furor corpi trafitti . 

E sì gran rabbia perchè mai? Per poche 

» 

Aride glebe , che bastanti appena 
Ne fian per seppellirci, e che vermiglie 
Van del sangue de’ padri e de’ fratelli , 


4. 


» 


> 



ATTO 


Di cui siamo assassini* Ah! non si nani 
Più per Grecia di noi tanta vergogna . f 


E se la fama non ci move , almeno * 

IT interesse ci mova . Abbia,mo al fianco 
La fiera Tebe e la gelosa Atene , 

Che il fine attendon <Ji cotanta lite," À 
Per calar sullo stanco vincitore, - 
Rapirgli la vittoria e rovesciarne 
La nascente grandezza . Or che v* è tempo 
Assicuriamci , e ragioniam di .pace . 

LISANDRO. 

E V accettarla e il ricusarla , a tutta 
Tua scelta l’abbandono.. ■ # 

ARISTODEMO. 


Udirne i patti 
Pria d’ogni altro conviensi* 


♦ 


* 


. LISANDRO. 

Eccoli , e brevi . 

* 

Anfèa darete e il Taigèto } e in Limna 
Più non verrete a celebrar le feste . 

ARISTODEM 0 ; , 

Il primo accetto ed il secondo patto j 
Il terzo lo ricuso , e ragion chieggo. 

Perchè di Limna i «acrificj escludi , 




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f * 


SECONDO . 43 

E dì quel Nume protettor ne privi . 

LISANDRO. ■ 

Fra i conviti Limnei scoppiò la prima 
Favilla della guerra, e ad ammorzarla 
Trentanni ancora non bastar di sangue. 

Se non ne viene la cagion rimossa, • * 

Scoppierà la seconda. È d’uopo adunque. 

Or che l’ ire tra noi son calde ancora , 
Comunanza troncar sì perigliosa . 

ARISTODEMO. 

Con onta dei suo nome Aristodemo 
Pace non compra . Cedere si ponno 
Le sostanze , gli onori , e vita e figli, 

E tutto in somma: ma gli Dei, Lisandro, 

I tutelari Dei ! la veneranda 
Religion de’ nostri padri ! il primo 
D’ogni nostro dover, de’ nostri affetti! . . . 

LISANDRO. 

E degli errori, aggiungi. Io parlo ad uomo 
Non sottoposto all* opinar del volgo. 

Parlo a un guerrier che questi Dei , quest' ombre 
Dell’ umano timor , guarda e sorride , 

E tien frattanto il pugno in su la spada. 

Non so quanto finor n’abbia giovato 


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ATTO 


44 

Questo Nume Limneo . So ben che molto 
Nocque in addietro, e in avvenir più ancora 
Ne nocerà , se non gli scema a tempo 
Le vittime e i devoti un altro Nume 
Miglior del primo , la Prudenza . 

ARIS TODEMO. 

\ 

A franco 

Parlar risponderò franche parole . 

Sì mal finora mi giovar gli Dei , 

Che lodarmi di lor certo non posso . 

Non gli sprezzo però . Molte ho nel core 
Ragion segrete e veementi , ond’ io 

Temer li debba ed adorar . Se alcuna 

* 

Tu n’hai per confessarli , abbine ancora 
Per venerarli . Se non l’hai, rispetta 
Del popolo F error , tremendo al pari 
De’ Numi stessi , che comanda ai regi , 

A nessuno obbedisce . E poi lo stesso 
Vostro esempio, mi vaglia . Elide un giorno 
Dalle olimpiche feste , e tutti il sanno , 
Esclusi vi volea . Quanto tumulto 
L’jmgiuria non destò ? Con quanto d’armi 
E di sdegni apparecchia , alla ripulsa 
Non v’ opponeste? Eppur diversa molto 






Era l’offesa . Un libero suo dritto 
Elide esercitava in propria sede, 

E per Nume non suo Sparta pugnava . 
Ma qui si pugna per li templi aviti, 

Pe’ domestici Dei . Nostro è il terreno. 
Nostri gli altari ; e per serbarli illesi, 
Pugnerem finché mani avremo e braccia 
E tronche queste , pugnerem co’ petti ; 
Chè dove alzar Religion si vede 
Lo stendardo di guerra, si combatte 
Colla benda su gli occhi , e la.pietadc, 
La medesma pietà, rabbia diventa, 

E pria che il ferro , si depon la vita . 
Finiam . Se Sparta a vera pace inclina, 
Sia primo della pace fondamento, 
Lasciarci i nostri Dei . Se lo contrasta , 
Si torni in guerra. 

■ 

LISANDRO. 

» No : si torni in pace • 

Mia gloria nou ripongo in ostinarmi 
Nel mio pensier . La debolezza è questa 
Delle piccole menti, ed io mi credo 
Grande abbastanza per lasciarti tutto 
L’onor d J avermi persuaso e vinto . 


46 ATTO 

Vada di Limna la pretesa. All* altre , 
Signor, ti piace acconsentir? 


ARISTODEMO. 


Mi piace. 


Ecco la destra . 


LISANDRO. 


Ecco la mia . 


ARISTODEMO. 


Ti resta 

Da me nuli’ altro a desiar? 

LISANDRO. 

■NT„n»oU 


ARISTODEMO. 


Addio, Lisandro . 


LISANDRO. 

Aristodemo , addio . 


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ATTO TERZO . 


* ' 


V 


fi 


SCENA I. 


ARISTODEMO , seduto accanto alla tomba . 


* 

# 


No, no • Se eterna V esistenza foste , 

10 sento che del par sarebbe eterno K » t 

11 mio martiro. Oh Ciel, dammi costanza 
Per sopportarlo . Non tentar la mano, * 
Non offuscarmi la ragion . . . Che dissi V 
La ragion ?... Me infelice ! e se giovasse 
Perderla? . . ♦ se dovesse un colpo solo 
Tutti i miei mali terminar? ... Si ^ tutti 
Una sola ferita? . . . Allontaniamo 
Questo pensier; non vo’ seguirlo: ei troppo 
Già comincia a sedurmi . E tu , spietata 
Ombra importuna, placati una volta, 

Placati dunque, e mi perdona. Io fui* 

Tuo padre alfine; di gran colpa reo, * 

Lo so, ma padre nondimeno, e figlia 
Tu che tanto mi strazj e mi persegui 






* 


* 

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V * 


48 


ATTO 


\ 

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SCENA II. 


CÓNirPO, E DETTO 




f A 


gonippo. 

Signor , questo non è tempo di pianto , 
4)r che tutta rallegrasi Messene 
.Della pace ottenuta . And»am ; t’ invola 
A questo luogo di dolor ; vien meco $ 

All* esultante popolo ti mostra , 

Che dimanda il suo re, che ti sospira, 

E suo padre ti chiama . * 

fi ARISTODEMO.* 

* Io padre ? Io l’ ebbi 

Questo nome una volta , e con diletto 

Lo sentia risonar dentro il cor mio . 

-^1 

» 

Or più noi sento . Me lo diè natura 
Nome sì santo, e il mio furor mel tolse . 

g o n 1 p p o . 

Non pensarvi più dunque . Ora di cose 
Nuov 5 ordine incomincia. 

ARISTODEMO. 

Eppur del tutto 
Non averlo perduto mi parea 




•- j* , . ’JL m 


11 'éif-'fr 


f 


TERZO 49 ' 

Questo nome adorato, e tornar padre 
Credei sovente di Cesira al fianco . 

O sia che il cuor degl’infelici ha sempre 
Di spandersi bisogno, e facilmente 
S’abbandona al piacer d’intenerirsi ; 

0 sia degli anni già elidenti ed egri 
Funesta conseguenza ; o certa ignota 
Tenerezza che iàmmi alta de’ figli 
La mancanza sentire, e si feroce 
Me ne risveglia ihdesiderio in petto; 

0 sian diretti da un occulto Dio 

1 palpiti ch’io sento e non intendo ; 

Questo so dirti, che vicino a lei 

Par che cessi l’orror delle mie pene, 

E una tacita gioia mi seduce, 

Che dolce insinuandosi nell’alma 
I rimorsi ne placa , e mi sospinge 
Dagli abbissi del cor su gli occhi il pianto , 

Or questa cara illusion tra poco 
Mi sarà tolta. 

COKIPPO, 

Se tuo ben lo credi 
Che Cesira qui resti, e tu frapponi 

Indugio a sua partenza , e manda intanto 
Monti a 


5o 


ATTO 


. v 

A supplicar Talt ibio . . . 

» * ' 

ARIS T OD EMO. 

* E vuoi che questo 
Genitor desolato , a cui di vita 
Poco rimane, e quanta sol gli basta 
Per abbracciar la figlia e poi Bftorire , 

Vuoi tu ch’egli consenta? Ah tu non fosti 
Padre gimmai : tu non intendi il prezzo 
Di si tenero nome , e quanto è dolce 
, La presenza d’ un figlio*, e tormentosa 
La lontananza : tu non gai qual sia 
Immenso inesplicabile diletto 
In rivederlo , in avventargli al collo 
Tremanti dal piacere ambe le braccia, 

E confonderne i volti, e lungamente 
Star negli amplessi , e lagrimar di gioia. 

Or altri avrassi un tanto bene. Io solo * ; 

Più non V avrò $ mai più . 

GOKIPPO. 

Cercane altronde 

.Dunque il compenso , e con soverchio affanno 
L’ alta bontà non irritar del cielo 
Che placato si mostra , e tu noi vedi . 

Credilo , tu medesmo i mali tuoi 




Di troppo aggravi , e se un dì reo ti festi 
Di grande eccesso, ti scordasti poi 
Che debole Vuoiti pecca , e il ciel perdona 

ARISTODEMO. 

1 

Ma punisce pur anco , e la mia pena 
Sento ben io che ancor non è compita. 

Oh dirupi d’ Itóme , oh sacre sponde 
Del sonante Ladone e del Pamiso , 

Più non udrete delle mie vittorie' 

I cantici guerrieri ! Oh reggia ! Oh casa 
De' generosi Eraclidi infamata, 

E di sangue innocente ancor vermiglia. 
Ricopriti d’ orror, piomba sul capo 
D’ un empio padre, e nelle tue rovine 
L’ in fainia tua nascondi e il mio delitto . 

g o n i p p o. 

Deli! calmati , mio re; le andate cose 
Oblia per sempre, nè inasprir tue piaghe 
Con memorie sì rie. 

% 

ARISTODEMO. 

Caro Gonippo , 

In questo petto comandar poss’io 
Ai rimorsi il silenzio? E lo dovrei 
S’anco il potessi? Io ti contristo , il veggo 


ATTO 


5a 

Ma degli afflitti , il sai , grave fa sempre 
La compagnia . Perdonami se d’ altro 
Parlar. non m’odi che di mie sventure, 
Gode il cordi trattar le sue ferite, 

E le ferite mie son la memoria 
De’perduti miei figli. Ti ricordi. 

Ti ricordi d’ Argia? 

G o N i p v o. 

Signor, che giova ?... 

ARISTODEMO. 

Ti risovvien la dolorosa notte 
Che P innocente consegnai d’ Eumèo 
Alle fidate braccia? È questo il loco. 
Questa la porta . Tu mi stavi accanto, 

E mesto lagrimavi. Alto gridava 
La pargoletta, e non volea dal seno 
Staccarmisi, e piangea . L’hai tu presente , 
Gonippo,dì, non tei rammenti? 

G o w i p p o. 

Io tutto 

Mi rammento j ma deh! . . . 

• ARISTODEMO. 

Parmi vederla , 

Parrai sentirla. Oh Dio ! Tre volte io stetti 




TERZO * 53 

Per consegnarla, ed altrettante al petto 
Me la ripresi, e l’inondai di baci, 

Ultimi baci , e piansemi in segreto 
Il cor presago della rea sventura . 

Oh! n’ avessi l’occulto avvertimento 
Secondato per tempo ! Ita a morire 
Non saresti così , misera figlia : 

Ancor vivresti , e la presenza tua 
Mi renderebbe ancor dolce la vita . 

Nè sul volto verria d’ una Spartana 
A tormentarmi la»tua cara imma^o, 

A straziarmi il pensiero . Orsù Gonippo, 

Va, compi il mio voler ; parta Gesira, 

Parta, e se puossi ancor, senza vedermi. 

• 

SCENA III. 

CE SIRA, E ARISTODEMO. 

CE8IRA. 

Senza vederti ? E dal tuo labbro uscia 
Questo fiero comando , 

ARISTODEMO. 

A che ne vieni, 

Fatale oggetto dell’ amor d’un misero? 


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% 

% 

X 

Si * ATTO 

E t l# . 

ra pur meglio T evitarci entrambi , 

* 

E dai nostri occhi allontanar per sempre 
Il funesto piacer di riscontrarsi . 

CE6IRA. 

» * 

Chi resister potea ? Come dal mio 

Benefattore ir lungi , e non vederlo * 

Non ringraziarlo, e disfogar con esso 
Del partir V amarezza? e V un coir altro 
Dirne T ultimo addio ? Son così dolci 
Anche in mezzo al dolor questi momenti ; 
Son di tanto diletto ... # 

ARISTODEMO. 

Ogni diletto 

È cessato per me . Vedi quel marmo ? 

La mia pace , il mio cor là dentro è chiuso , 

E quanto al mondo ho. di più caro e insieme 
Di più tremendo . ' 

C e s i r A . 

Io già, signor, non biasmo 
Il tuo cordoglio : il vuol natura , è giusto . 

Ma sU l’amato cenere de’ figli 
Eterno scorrerà de’ padri il pianto ? 

ARISTODEMO. 

* 

Anche eterno . per me poco saria . 


* 


\ 


V 


Lascia pur ch’io lo versi. Il pianto, o figlia, 
Al mio stato convien . Questa è la sola 
Virtù che mi rimase, il sol conforto 
Che l’ire ultrici mi lasciar del cielo . 

C E S I R A. 

Giudica meglio. Il cielo in te rispetta 
Di buon padre qual fosti e cittadino, 

Di buon regnante la virtù. 

ARISTODEMO. 

. . . Buon padre ! 


Buon cittadino ! 


• c e s I R a. 

E non è tal chi , mosso 
Da generoso amor di patria, cede 
Al comun uopo volontario i figli ? 

ARISTODEMO. 

( Oh dio ! che mai ricorda' ) 

c e s I R A. 

E gli abbandona 

Staccati allora dal paterno amplesso, 

Alla scure fatai del sacerdote ? 

ARISTODEMO. 

( Ah qual furia le pone in su le labb-a 
Questi accenti crudeli? ) 




56 


AITO 

CE6IRA. 

Ove s’ intese 
Più magnanimo fatto ? ove l’eroe 
Che ti somigli P E dimmi, al sagrificio 
Fosti presente? 

ARI8TODEMO. 

Sì ; presente io v’era. 

c e s i R A. 

E la vedesti colle mani avvinte 
Inviarsi a morir? 

ARISTODEMO. 
Taci, Cesira . 

C E 8 I R A. 

E la mirasti agonizzare? 

, ARISTODEMO. 

Ah taci , 

Crudel ; desisti . Ogni tuo detto è spada 
Che mi trafigge . 

c e s I R A. 

Ma ragion non hai 
Qui d’ esser mesto . Gloriosa e bella 
È questa rimembranza ; e più che duolo 
Dee compiacenza meritar d’ un padre . 

* ARISTODEMO. 

( Oh strazio ! oh smania ! ) 


57 


TERZO 

C £ S I R A » 

Ti consoli adunque 

Il sentimento della tua virtude, 

Che per onta di tempo e di fortuna 
Morir non puote , e ti conforti insieme 
De’ sudditi l’amor, la gloria, il regno . 

ARISTODEMO. 

Che dici ? Il regno ! La più grande è questa 
Dell’ umane sventure . Oh se potesse 
L’ uom dalla polve interrogar èul trono 
Lo schiavo coronato ! Intenderesti 
Che solo per punire il ciel sovente 
Uno scettro ne manda , una corona . 

CE8IRA, 

La corona regai sovente è premio 
Pur anche di virtude , e lo fu certo 
Quando cinse il tuo crine . 

ARISTODEMO/ 

( Ah s’interrompa 

Un parlar che m’uccide . ) Assai , Cesira , 

Il tuo cortese giudicar m’ onora , 

Ma tu . . . non mi conosci . Or basta : anch’ io . . . 
Anch’ iodi venni possessor d’ un soglio . 

Felice me , se non P avessi mai , 


ATTO 


* 


58 

Mai conseguito! Oh mille volte e mille 
Colui beato che regnar sol cura 
Su r innocente sua famiglia , ed altro 
Trono non ha che il cuor de’ figli ! il trono 
Di natura; è dal mio quanto diverso ! 

Il mio , lo vedi , è questo sasso . Or lascia 
Ch’ io qui segga , qui pianga ; e va felice . 

c e 8 i R A. 

E in questo stato abbandonar ti deggio? 

I n questo stato ? • 

ARISTODEMO. 

I 

Io ne son degno . Alfine 
Di separarci è tempo ; e non dovremo 
Più vederci, più mai . Tu piangi, o figlia 7 
Mia Cesira , tu piangi 1 II ciel pietoso 
Delle lagrime tue ti ricompensi » 

cesira* 

Morir mi sento . 

M 

ARISTODEMO. 

♦ 

Addio .. . Per me saluta 

II padre tuo : padre felice !, . . e quando 
Chiederà de* tuoi casi , e lo vedrai 
Sollevarsi del letto in su la sponda , 

E psader dal tuo labbro intento e cheto y 


4 


TERZO 5q 

Narragli come io t’ebbi cara, e quanta 
Corrispondenza di soavi affetti 
I nostri cuori insiem confusi avea . 

D’ Aristodemo ancor digli le crude « 
Dolorose vicende , e il tuo raccconto 
D’un sospir, d’una lagrima interrompi , 

Addio dunque , Cesira . 

C E S IRA. 

Ah ! dove vai ? 

/ 

Ferma j ritorna . 

ARISTODEMO. 

* 

E che vuoi dirmi ? 

CESIRA. 

Oh dio ? 

Non lo so : ma rimanti ; io te ne prego . 

ARISTODEMO* 

Cesira • 

CESIRA* 

Aristodemo . 

ARISTODEMO. 

Io non resisto . 

Vieni al mio seno , abbracciami ... Oh diletto f 

Oh inesplicabil tenerezza! Io sento 

Che* nel mio cor stranierà ella non giunge . 


« 


Co 


ATTO 


Un’altra volta io l’ ho provata . Oh cielo. 
La confondi tu forge a’ miei tormenti 
Per raddopiarli? Tu, crudel, m’inganni 
E mi deludi . Ah scostati , Cesira : 

Fu d’ A verno una furia che mi spinse 
Ad abbracciarti ; scostati . 

CESIRA. 

Deh! m’odi. 

ARISTODEMO. 

Lasciami . 


CESI R A. 

* * 

Qual furor? 

ARISTODEMO. 

Fuggi . Una fiera 
Invisibile mano si frappone 
Fra i nostri petti , e ne respinge indietro . 
Lungi , lungi da me . 


•cesira. 

Solo un momento . . . 
ARISTODEMO. 

Non è.più tempo. Addio per sempre, addio. 

CESIRA. 

Ma fermati , ma senti . 


, « 



TERZO 


6i * 


SCENA IV. 

-■ V 

CESIR A 

Egli s’invola 

* Profondamente addolorato $ ed io 

Avrò cor di lasciarlo ? E tanto affetto? . . . 
E sì care memorie ?... Ah no , noi posso . 
E chi se’ mai tu dunque , Aristodemo , 

Che tanta parte del mio core ingombri , 

E sì lo turbi e lo commovi ? 

S C E N A V. 

Lisandro, palamede e cesira 

* 

LISANDRO. 

Appunto 

Di te , Cesira , cercavam . Già pronti 
Tu ne vedi a partire : ed aspettando 
Ne stiam te sola . 

C E s Tr a. 

Ah differiam , Lisandro , 
Quest’ amara partenza. Aristodemo 
In tale stato di dolor si trova 


6a 


ATTO 


Che fa tutto temermi . Ella saria 
Crudeltà, sconoscenza abbandonarlo. 
M’amava ei tanto, mi colmò di tante 
Beneficenze . . . 

li $ A N D R O. 

Io qui di Sparta venni 
L’ambasciata a recar . Spana n’attende 
L’esito impaziente ; e colpa fora 
Qualunque indugio. Tu, se vuoi, rimanti. 
Del padre tuo mi duol , che non vedendo 
Tornar la figlia , avranne al cor rammarco 
Grave , infinito . 

CESIRA. 

E tu lo credi ? 

LISANDRO. 

E certo 

Ne morirà d' affanno . 

c E 8 I R A. 

Ebben ; prevalga 
Dunque del padre la pietà. Gli Dei , 
Spero, intanto l’avran d’ Aristodemo , 

E veglieran sovr’esso. 

PALAMEDE. 

( Or vedi , amico , 






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TERZO 


63 


Quanto barbaro sei. 

L I S A N D R O. 

Taci , rammenta 

La tua promessa ; e fa che Sparta ignori 
Questa tua debolezza . ) 

SCENA VI. 

GONIPPO, E DETTI. 

* GONIPPO. 

Ricevete 

Da me , miei , cari l’ultimo congedo. 

» v 

Tu, Palamede, e tu, Cesira, abbiate . 
Memoria di Gonippo, e vi sovvenga 
D’ Aristodemo , di cui molta ho tema 
Che presto non vi giunga aspra novella . 

CEtIR A. 

Non dir così . Difenderallo il cielo, 

Che il buon monarca e la virtù protegge . 
Ma deh ! che fa quel misero? che dice? 

GONIPPO. 

Ei nulla dice . Immobile s’asside 
Colle mani incrociate 5 e pensieroso. 




( 


64 ATTO 

Torbido, fosco, spalancati affigge 

Gli occhi al terreno , e ad or ad or gli vedi 

Le lagrime cader dalle pupille : 

Poi , come scosso da profondo sonno , 

Balza in piedi repente, e senza modo 
Qua e là s’aggira; e or 1’ una cosa , or l’altra 
Va colla man toccando e percotendo, 

E interrogato guarda e non risponde . 

CESIRA. 

Mi fa pietade l’infelice . 

g o n i p p o. 

* 

Io volli 

0. Da quel delirio , svellerlo , e con forza 

* 

L’attraversai , lo scossi . Istupidito 
M’ addimandò chi fossi , ed io gliel dissi 
- E asciugandomi gli occhi, lo pregava 
Di darsi pace. Allor furente e torvo. 
Fattene > sciagurato , egli proruppe , 

Non parlarmi di pace ; e sì dicendo. 
Declinava la faccia , e con la mano 
Mi rispingeva. Io noi lasciai per questo , 

Ma seguiva a esortarlo , a consolarlo , 
Finché, ragion tornando a poco a poco , 

Mi pregò di perdono , ed abbracciommi * 


V# • 


Ed amico chiamommi . e con un fiume 
Di lagrime slogò T immenso affanno . 
Piangevamo ambidue . C>n questo pianto 
Sollevato ha del cor l’orrido peso; 

Ed or si mostra più calmato * e chiede 
Se Cesira è partita. Ei vuol sapeilo. 

E per quetarlo appunto , io qui ne venni. 

CESIRA. 

A lui dunque ritorna, e diche fosti 

Di mia partenza testimon tu stesso, 

« 

E con quanto dolor, sailo il cor mio . 
Digli che viva , e che di questo il prega 
La sua Cesira . Digli che da forte 
A’ suoi mali resista ; e degli Dei 
Nella bontà confidi . E tu , Gonippo, 

Tu lo reggi e Tassisti. AIE amor tuo 
Lo raccomando . 

g o isr i p p o. 

Questo cor per lui 

Più assai mi dice che il tuo labbro , ed io 
Ben io lo sento . 

CESIRA. 

Il credo , e lo comprendo 

Dallo stato del mio . Questo ancor digli » 
Monti 5 


'i. * 

.a. . % 





x 

j 


66 ATTO 

Che di me si ricordi 3 e eh* io di lui 
Memoria serberò finché lo spirto 
Scalderà questo petto . 

conppo, 

Ogni tuo cenno 

Fedele eseguirò . 

c E 8 i R A. 

Senti : se chiede 

Come afflitta partii \ tu che lo vedi , 

Tu diglielo per me . 

LISANDRO. 

Più si ragiona , 

Più cresce ancora del partir la pena . 

c e s i R a. 

Dunque . . . andiam . # 

LISANDRO. 

Palamede . 

PALAMEDE. 

Ecco , son teco . 

( Ancor son dubbio se tacer mi debba : 

0 la promessa violar . Consiglio . ) 


6 ? 


\ 

TERZO 

SCENA VII. 

GONIPPO , indi ARISTODEMO 

» 

OOUIPP o. 

Che bel cuor ! che bell’alma ! Oh dolci prove 
Dell’ umana pietà, soave incanto 
Dell’ anime infelici ! Alfin Ceeira , 

Signor, partì; nè il suo partir fu senza 
Molto pianto e dolor. 

ARISTODEMO. 

, Bramato avrei ' 

Che partita non fosse . Una possente 
Ragion segreta mi sentia nel core 
Di vederla e parlarle anco una volta. 

Ma sia così t Gonippo , una gran guerra 
Si fa qui dentro . 

GONIPPO. « 

Cesserà, lo spero. 

Si , cesserà : ma non lasciarti tanto 
Da tua tristezza indebolir ; fa forza 
A te medesmo, e deviar procura 
Ogni nero pensier . 

ARISTODEMO. 

* * 

Dimmi , Gonippo , - 


« 



* 









W . 


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68 


ATTO 

Qual ti sembra il mio stato? E non son io 
Veramente infelice? 

C O NI P P O. 

Lo siam tutti , 

Signorj ciascuno ha i suoi disastri . 

ARISTODEMO. 

È vero . 

Tutti siamo infelici . Altro di bene 
Non abbiam che la morte . 

CONIPPO, 

Che? 

ARISTODEMO. 

Sì certo 

La morte . E credi tu, quanto si dice , 
Doloroso il morir? 

coirippo, 

Mio re, che parli? 

ARISTODEMO. 

Doloroso?. .. Io lo credo anzi soave, 
Quando è fin del patire . 

conippo. 

Ah ! che discorri? 

Che vaneggi tu mai ? 

ARISTODEMO. 

Senti , Gonippo . 


i 


6 9 


TERZO 

Io tei confido; ma non far, ti prego, 

Che attristato ti vegga . Ancor quest’oggi ; 
Solamente quest'oggi. . . e poi . . . sotterra. 

g o N i p p o. 

Sotterra! e che vuoi dir? Con questo accento 
Tu mi passasti il cor • 

» ARISTODEMO. 

Ma perchè tanto 
Addolorarti, o mio fedel? T’accheta : 

10 non vo’ che tu pianga : io non son degno 
Delle lagrime tue . Lascia che tutto 

11 mio destin si compia , e che la stella 
Che ne guidava il corso , alfin tramonti . 

Verrà dimani il sole che dall’alto 

\ 

La mia grandezza illuminar solea ; 

Mi cercherà per questa reggia , ed altro 
Non vedrà che la pietra che mi chiude. 

Tu pur. Gonippo, la vedrai. 

GOKIPPO. 

Deh ! cessa 

j 

Di parlarmi così . Scaccia di mente 
Questa orrenda follia . 

ARISTODEMO. 

No, dolce amico, 






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Follia sarebbe il sopportar la vita , 
Quando in mal si cangiò . ^ 

COltlfJO. 

Qualunque sia , 

Ella è dono del cielo . 

ARISTODEMO. 

Io la rinunzio , * 

Se mi rende infelice . 

„ COPIFFO. 

E chi ti diede 
Questo dritto, Signor? 

ARISTODEMO. 

Le mie sventure, 
c o h i p p o. 

Soffrile coraggioso . 

ARISTODEMO. 

Io le soffersi 

Finché il coraggio fu maggior di loro . 
Or divenne minore . Avea pur esso 
I suoi confini : del dolor la piena 
Gli ha superati , ed io soccombo . •* 

g o n i r p o. 


Hai risoluto ? 


Dunque 


TERZO 

ARISTODEMO. 

Di morir . 


7 1 


C O HI P P O. 

Nè pensi 

Che il dritto usurpi degli Dei? Che il cielo. 
Gli uomini offendi, ed una colpa aggiungi 
Della prima maggior? 

ARISTODEMO. . . 

Tu parli, amico, 

Col cor vuoto e tranquillo, e non comprendi 
L’ abbondanza del mio. Tu nelle vene 
De’ tuoi figliuoli non cacciasti il ferro; 

Tu non comprasti col lor sangue un regno 
Tu non sai come pesa una corona , 

Quando costa un delitto . I sonni tuoi ' 

Tu li dormi sicuri , e non ti senti 
Destar da orrende voci, e non ti vedi 
Sempre dinanzi un furibondo spettro 
Che t’incalza e ti tocca . . . 

COHIPPO. 

E parlar sempre 
D’uno spettro t’udrò? Sgombra una volta 
Queste vane paure , e meglio vedi . 


\ 


72 


ATTO 


ARISTODEMO. 

Vane paure! Oh se volessi io dirti 
Quant'egli è truce , ti farei le chiome 
Rizzar per lo spavento , e sul tuo ciglio 
Passerebbe il terror della mia fronte. 

G o n i p p o. 

Ma qual forza vuoi tu che di natura 
Gli ordini rompa e Y infernal barriera , 
Onde trarne gli estinti ? E perchè poi ? 

ARISTODEMO. 

; ^ 

Perchè tremino I vivi . Io non m’inganno , 
Io medesmo l'ho visto , e con quest’ occhi * 


è 








Con queste mani . . . Ma narrar che giova? 
Troppo atroce è il racconto* 

CONIPPO, 

E vuoi eh' io creda ? . . 

ARISTODEMO. 

Non creder nulla . Io delirai , fu sogno . 

Non creder nulla . Oh cenere temuto ! 

Oh nero spettro! oh figlia! in quella tomba 
Sì ché ti sento mormorar . T’ accheta , 

Ti placherò, t’accheta ... E tu, Gonippo, 

L' ascolti tu ? Ben io T ascoi to , e tremo . . 

G O P IPPO, 

C 

‘"ignor, che dirò mai? Le tue parole 





Tale han tuono di vero e di grandezza , 
Che fan gelarmi. È d' uno spettro albergo 
Veramente quel marmo? E tu il vedesti? 
m u P udisti? E come mai? Deh ,, -narra $ 
Narrami tutto . 

ARISTODEMO. 

Ebben : sia questo adunque 
L’ultimo orror che dal mio labbro intendi * 
Come or vedi tu me , così vegg’ io 
L’ombra sovente della figlia accisa, 

Ed ahi quanto tremAiufct ! Allor che tutte 
Dormm le cose, ed io sol veglio e siedo 
ài chiaror fioco di notturno lume, 

Ecco il lume repente impallidirsi, 

. E nell’ alzar degli occhi , ecco lo spettro 
Starmi d’incontro, ed occupar la porta 
Minaccioso e gigante. Egli è ravvolto 
In manto sepolcral , quel manto stesso, 
Onde Dirce coperta era quel giorno 
Che passò nella tomba . I suoi capelli 
Aggruppati nel sangue e nella polve 
A rovescio gli cadono sul volto , 

E piu lo fanno, col celarlo, orrendo . 
Spaventato io m’arretro , e con un grido 


I 


■ . • 

ry 


« • 




? 4 ATTO 

Volgo altrove la fronte , e mel riveggo 
Seduto al fianco . Mi riguarda fiso, 

Ed immobile s tassi , e non fa motto • 
Poi dal volto togliendosi le chiome, 

E piovendone sangue , apre la veste , 

E squarciato m’addita utero e seno 
Di nera tabe ancor stillante e brutto . 
lklo respingo ; ed ei più fiero incalza, 
E c<3\ r^tto mi preme e colle braccia. 

Parmi alloì* sentir sotto \a mano 

** r> \, , \ v 

Tepide e rotte palpitar V* Viscere; 







w 4 ^ » « •- - - 

; ni 5 


E quel tocco d’ orror mi drizzai crini. 
Tento fuggir ; ma pigliami lo spettro 
Traverso i fianchi 5 e mi strascina a piedi 
Di quella tomba, e qui t’ aspetto ? grida : 
E ciò detto, sparisce. 

G O N I P P O. 
Inorridisco. 

0 sia vero il portento , o sia d’afflitta 
Malinconica mente opra ed inganno , 

Ti compiango, mio re. Molto patirne 
Certo tu dei . Ma disperarsi poi 
Debolezza saria . Salda costanza 
D’ogni disastro è vincitrice. Il tempo, 




TERZO 


La lontananza , dileguar potranno 
De’ tuoi spirti il tumulto e la tristezza. 
Questi luoghi abbandona, ove nudrito 
Da tànti oggetti è il tuo dolor . Scorriamo 
La Grecia tutta, visitiam cittadi, 
Vediamone i costumi. In cento modi 
T’ occuperai , ti distrarrai . . . Che pensi 
Oimè, che tenti, sconsigliato? 

ARISTODEMO. 

lo stesso 


Entrar là dentro . 


75 


G O N I P P O . 

In quella tomba? Oh.stelle! 
Ferma : a qual fine? 

. ARISTODEMO. 

A consultar quell’ombra . 
0 placarla, 0 morir. 

COKÌPPO. 

Signor , t’arresta ; 

Mio re, te ne scongiuro . 

ARISTODEMO. 

E di che temi ? 
con 1 p p 0 . 

Di tua medesmt fantasia . Ritorna ; 


I 


? 6 ATTO 

Cangia pensier . 

ARISTODEMO, 

Non lo sperar. 

G o w i p p o. 

Deh m’ odi. * 

Misero me! ma s’egli è ver che quella 
D’uno spettro è la sede . . . 

ARISTODEMO. 

Io già son uso 

Da gran tempo a vederlo . 

g o N i p p o. 

E che pretendi? 
ARIS TODEMO. 

Parlargli . 

G O N I P P O. 

Ah no; noi cimentar . 

ARISTODEMO. 

M’ accada 

Quanto puossi d’atroce, io vo’ quell 5 ombra 
Interrogar. Le chiederò ragione 
Perchè un delitto non ottien perdono 
Dopo tanti rimorsi . Il suo disegno 
Saper mi giova , che comandi il cielo , 

Che si voglia da me . 


i 


TERZO 


77 


G O N I P P.O. 

Seniimi , Oh dio ! 

Qual orrendo consiglio ! 

ARI8T0DEM0. 

^ ■ 

Ornai mi lascia , 

Dammi libero il passo , io tei comando . 

GONIPPO. 

Ma senti per pietà . Giacché sei fermo 
Nel tuo voler, sola una grazia imploro , 

i 

E E imploro al tuo piè. 

ARISTODEMO. 

Parla . Che brami ? 

GOKIPPO, 

Signor , quel ferro che nascondi al fianco . . . 

ARISTODEMO. 

Ebben . 

GOMIPPO. 

Quel ferro ti domando . 

ARISTODEMO. 

' .... Prendi • 

11 mio momento non è giunto ancora . 

Prendi , servo amoroso : il cor mi tocca 
Cotanto affetto Abbracciami, e compensi 
Questo pegno d’amor fede si bella . 

Entra nella tomba . 




/ 


ATTO QUARTO 


S C E N A I. # 

CESIRA con ghirlanda di fiori , c ARISTODEMO 

dentro la tomba. 

CESIRA. 

F u certo amico Dio che a Palamede 
Mise in capo un inciampo alla partenza . 
Profitteronne per vedere di nuovo 
Questi luoghi a me cari . Io qui poc’anzi 
Lasciai 1’ afflitto Aristodemo , e forse 
Qui tornerà . Questa ghirlanda intanto , 

Mio consueto quotidian tributo , 

» 

A quella tomba appenderò. Ricevi 
Questo segno d’ affetto *, .ombra onorata • 

Òh Dirce, oh perchè mai non vivi ancora? 

Io t’amerei pur molto , e tu saresti 
Di Cesira l’amica e la compagna 
E la sorella. Ma pur anche estinta 
T’amo , e sempre mi ha sacra ed acerba 
La memoria di Dirce .... Oimè ! qual s’ ode 
Romor là dentro?. . . Quai lamenti e gridi? 




ut 


QUARTO 79 

ARISTODEMO. 

Lasciami orrendo spettro. 

c e s i r a . 

Oh dio ! La voce 

Panni d’ Aristodemo . Oh santi Numi, 

Soccorso , aita . 

SCENA II. 

% 

ARISTODEMO, E CESIRA . 

ARISTODEMO uscendo impetuosamente e cadendo sul 
davanti del teatro fuori di sentimento 

Lasciami, t’invola. 

Pietà, Grado, pietà. 

CESIRA. 

Dove mi celo ? 

Misera me! . . . nè riguardarlo io posso. 

Nè gridar, nè fuggir. Chi mi consiglia? 

Che deggio farmi? Soccorriamlo . . . Ahi! tutto 
Egli è coperto del pallor di morte . 

Come gli gronda di sudor la fronte, 

E gli s’aìzan le chiome ! La sua vista 
Di spavento mi colma. Aristodemo, 
Aristodemo, non mi senti? 


\ 


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8o 


ATTO 

ARISTODEMO» 


T, 


Fuggi, 

Scostati , non toccarmi , ombra spietata . 

c e s i r a. 

Apri gli occhi, ravvisami: son io 
Che ti chiama, Signor. 

ARISTODEMO. 

Che 9 si nascose ? 

Dove n’andò? Chi mi salvò dall’ira 
Di quel crudele ? 


c e s i r A . 

E di chi parli mai? 

Signor?, che guardi intorno? ^ 

ARISTODEMO. 

E noi vedesti? 


Non lo sentisti? 


C E S I R A . 

E chi mai dunque? Io tremo 
Tutta in udirti . 

ARISTODEMO. 

E tu chi sei che vieni 
Pietosa in mio soccorso . Se del Cielo 
Un Nume sei, d*h scopriti . A’tuoi piedi 
Mi getterò per adorarti . 




Si 


QUA RTO 

CE8IRA. 

Oh dio! 

Che fai? Non mi ravvisi? Io son Cesira • 

ARISTODEMO. 

Chi è Cesira? 

CESIRA.# 

( Ahi lassa ! egli ha perduta 
La conoscenza tutta ) ... Il volto mio 
Noi riconosci? 

ARIS TODEMO. 

, Io r ho nel cor scolpito ; 

Ah il cor mio parla, e fa cadérmi 11 velo . 
Consolatrice mia, chi ti ritorna 
Fra queste braccia ? Oh lasciami alle tue 
Mescolar le mie lagrime ; mi scoppia 
D’affanno il cor* se non m'aita il pianto. 

CESIRA. 

Sì versalo pur tutto in questo seno 5 
Altro non puoi trovarne che più sia 
Di pietà penetrato I 5 di dolore , 

Uscir parole dal tuo labbro intesi 
Che mi fer raccapriccio . E quale è dunque 
Questo spettro crudei che ti persegue? 

Monti 6 


ATTO 


8a 

ARISTODEMO. 

Un'innocente che persegue un empio . 

CESIRA. 

E quest’ empio ? 

ARISTOflEMO. 

m Son io . 

C E S I R A . 

Tu? Perchè vuoi 

Che ti creda sì reo ? 

ARISTODEMO. 

Perchè io 1* uccisi . 

• c E S I R A . 

E chi uccidesti? 

ARISTODEMO. 

La mia figlia . 

C E S I R A . 

Oh Cielo ! 

Egli delira. E quaP'follia lo spinse 
A por là dentro il piè? Numi clementi , 

Se clementi vi piace esser chiamati , 

Deh gli rendete la ragion smarrita, 

Deh vi desti pietà. Signor, tu tremi ; 

Che mai contempli così fisso? 

ARISTODEMO. 

* Ei torna , 


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83 


Q U‘A R T O 

A *" 

* ' 

Egli è desso, noi vedi? Ah mi difendi, 

Celami per pietade alla sua vista . 

CE SIRA, 

Tu vaneggi, Signor. Nuli’ altro io veggo 
Che quella tomba . 

AH ISTODEMO. 

Guardalo, ei si ferma 
Ritto e feroce su l’aperta soglia; 

Guardalo: immoti in me tien gli occhi e freme: 
Oh placati , crudel. Se di mia figlia 
L’ombra tu sei, perchè prendesti forme 
Così tremende ? E chi ti diede il dritto 
D’opprimere tuo padre e la natura? 

Egli tace , s’arretra, e mi sparisce : 

Ahi quanto è crudo e spaventoso! 

CESIRA. 

A neh’ io 

« 

Or sì che sento andarmi per le vene 
Il gelo della tema. Io non l’ho visto 

à 

Veramente lo spettro; ma quel fioco 

Gemito inteso , il muto orror che viene 

» 

Dall’aperto sepolcro , i detti tuoi, 

Il pallor del tuo volto, e soprattutto 

Il tumulto che l’alma mi solleva, * 




84 aito. 

Più non mi fanno dubitar che questo 
Orrido spettro colà dentro alberghi . 

Ma perchè mai visibile al tuo rguardo 
Egli si mostra, e si nasconde al mio? 

ARISTODEMO. 

Innocente tu sei . Le tue pupille, 

No , non son fatte per veder segreti, 

Che lo sdegno de' Numi al guardo solo 
Scopre de’ rei per atterrirli . Il sangue 
Tu non versasti del materno fianco ; 

Nè ti condanna di natura il grido. 

c e s i r A . * 

Ma dunque è ver che tu sei reo? 

ARISTODEMO. 

Tel dissi . 

Ma non voler più innanzi interrogarmi, 

E fuggimi, te n prego e m'abbandona. 

c e s i r a . 

Ch’ io t’ abbandoni ? Ah no • qualunque sia , 
Il tuo misfatto nel mio cor sta scritti 
La tua difesa . 

ARISTODEMO. 

In Ciel sta scritta ancora 
La mia condanna , e ve la scrisse il sangue 


“ 


k> 



QUARTO 85 

D’ un’innocente . 

* C E 8 I R A . 

E che , signor? Gli estinti 
Non conoscon perdono? 

ARISTODEMO. 

Oltre la tomba 

Tutta a sè soli riserbar gli Dei 
La ragion del perdono E se tu stessa 
Fossi mia figlia , se per empie mire 
Trucidata t avessi , ah dimmi . allora 
Al tuo crudo assassino ombra clemente 
Perdoneresti tu? Dimmi , Cesira, «. 

Perdoneresti? 

c e s i r a . 

Ah taci . 

ARISTODEMO. 

E credi poi 

Che il Ciel lo consentisse ? 

c e s i r a . 

E il Ciel permette 
All’ anime de’ figli ira sì lunga 
Contro de’ padri . e sì crudel vendetta? 

ARISTODEMO. 

Severi , imperscrutabili, profondi 


■i 


^ ■ 


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86 ATTO 

Sono i decreti di lassù, nè lice 
A mortai occhio penetrarne il buio . 

Forse il Cielo ordinò che altrui d’ esempio 
Sia la mia pena, onde ogni padre apprenda 
A rispettar natura, e la paventi . 

Credi al mio detto : eli’ è feroce assai 
Quando è oltraggiata. Impunemente il nome 
Non si porta di padre , e presto o tardi. 

Chi ne manca ai dover, si pente e piange . 

C E 8 IR A. 

E tu piangesti . Or egli è tempo alfine 
D’ asciugarsi le ciglia , e dagli avversi 
Numi implorar del tuo pentire il frutto . 

Fa’ coraggio, signor. Colpa non avvi. 

Ch’ espiabil non sia . Quell’ombra irata 
Placar procura con divoti incensi, 

Con vittime più scelte : 

ARISTODEMO. 

Ebben . . . farollo . . . 
La vittima è già pronta . 

CESIRA. 

Alla sant’opra 

Esser teco vogl’ io . 



*7 


* 


* 


QUARTO 

ARISTODEMO. 

No » non Mirarti 

D' esserne spettatrice ; io tei consiglio . 

c e s i r a . 

Voglio anzi io stessa coronar di fiori 
La vittima, e far preghi , onde si cangi 
Il tuo destin . 

Aristodemo, 

Si cangerà, lo spero; 

Si cangerà . 

c E S I R A. 

Non dubitarne. I mali 
Han lor confine . La pietà del Cielo 
Tarda sovente, ma giammai nou manca . 

A te poi meno mancherà, che tutta 
Col pentimento tuo . . . ( Più non m’ ascolta , 
E fitti ha gli occhi nel terren ; nè batte 
Neppur palpebra, e simulacro sembra. 

Che pensa mai ? ) 

ARISTODEMO. 

(Non più: questa è la via. 
Un istante , e si dorme . . . ) Ho già deciso. 

>C£ 8 I I A, 

Hai già deciso ; E che ? parla . 





*3 awx?» 


V 


*- 


\ 


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83 


ATTO 


t 


ARISTODEMO. 

Nuli’ altro 

Che la mia pace . 

c x s i R a. 

£ sì turbato il dici? 

ARISTODEMO. 

No : son tranquillo , non lo vedi ? io sono 
Pienamente tranquillo. 

C £ s I R A. 

Ah questa calma 

Più mi spaventa che il furor di prima . 

Per pietà . . . ( Non mi bada . E che va mai 
Sotto il manto cercando ? Io non ho fibra 
Che non mi tremi . ) 

ARISTODEMO. 

(Troveronne un altro 
Qualunque sia » mi servirà. ) 

c E 8 I R A. 

Deh! ferma; 

Fermati , non partir. Prostrata ai piedi 
Te ne scongiuro . Ascoltami : deponi 
L* orribile disegno . 

ARISTODEMO. 

E qual disegno 


✓ 


Figurando ti vai ? 

C E s I R A. 

Deh ? mi risparmia 
V orror di proferirlo . Io lo traveggo ; 

E gelo di terror . 

ARISTODEMO. 

Nulla di tristo 

Non paventar per me. Ti rassicuri 
Questo sorriso . 

C E s I R A. 

Quel sorriso è fiero 

Più che non credi , e mi spaventa anch’esso. 
No , non sono innocenti i tuoi pensieri : 

Deh cangiali, signor; non mi fuggire; 
Guardami, io son che prego. (Oh dio? non m 
Insensato divenne. .. Ah son perduta! ) 
Fermati, senti; io ve’ seguirti .... Ahi lassa 

SCENA III. 

CESIRA , indi GONIPPO 

CESIRA. 

Così mel vieta? M’ atterrì quel cenno , 

E quello sguardo . Ah lode al ciel . Gonippo 


9 o ATTO 

Egli è un Dio che ti manda . Aristodemo 
È fuor di sentimento . Ah corri , vola 3 
Salvalo dal furor che lo trasporta . 

! 

SCENA IV. 

CESIRA. 

Assistetelo , o Numi . Oh qual d’ affetti 
Terribile tumulto ! Io non intendo 
Più dove sono . A lagrimar mi spinge 
Non so qual forza , e lagrimàr non posso . 

E nel fondo dell’ anima una voce 
Romor mi desta , nè so dir che esprima. 
Nè che sperar, nè che temer. Sediamo . 
Son così oppressa , che mi manca il piede . 

f 

SCENA V. 

r 

» 

EUMEO* E DETTA. 

. * 

E U M E O . 

Eccoti > Eumeo , dentro Messene . Oh come 
Qui da Sparta arrivai spossato e stanco! 
Ma pure alfine v’arrivai. Pietosi 
Dei) vi ringrazio) che me tolto avete 


9 * 


QUARTO 

Al servaggio di Sparta', e rotti i ceppi 
Che tutta quasi estenuar mia vita . 

Quanto or m’ è dolce libertà ! Riveggo 
La patria e queste sospirate mura, 

£ di gioia confusa il cor mi balza . 

Sol di te duoimi, Aristodemo . lo vengo 
Nuovo pianto a recarti: Eumeò vedrai , 

Ma non vedrai tua figlia * 11 Ciel non volle 
Ch’ io ti salvassi la tua cara Argia ; 

E dispose altrimenti . Or chi mi guida 
Al cospetto reai ? Nessun qui trovo 
Che mi conosca , c desolata intorno 
Tutta parmi la reggia . Inoltrerommi 
Per questa paTte . 

CESIR A. 

Chi s’avanza? Oh scusa, 
Buon vecchio . Che ricerchi ? 

EUMEÒ, 

Al re vorrei , 

Gentil donzella, favellar. So a tale, 

* 

Ch’ egli avrà caro di vedermi . * 

CE8IRA. 

Infausto 

Tempo sciogliesti. Da gran doglia oppressò 


i 


ATTO 


9 a 

Il re s’asconde ad ogni sguardo , e fora 
Parlar con esso un’ irnpossibil cosa. 

Ma se il mio dimandar non è superbo, 

Dimmi, chi sei ? 

eumeo. 

S’ unqua all’ orecchio il nome 
D’Eumeo ti giunse, io son quel desso. 

GESIKA. 

Eumeo? 

Possenti Numi 3 E a chi non noto Eumeo? 

Chi non sa che t’ avea spedito in Argo 
Aristodemo per condurvi in salvo 
La pargoletta Argia? Ma qui venuto 
Era romor , che insiem colla fanciulla 
In su la foce del Ladon t’avea 
Trucidato di Sparta una masnada . 

Ciò credette il re pure ; e fin d’ allora 
Ei pianse e piange tuttavia la figlia . 

EUMEO. 

Se viva l’infelice , e dove e come , 

Affermar nol'saprei . Ma se il nemico 
Alla mia vita perdonò , ben credo 
Risparmiato avrà quella anche d’ Argia, 
Massimamente se sapea di quanto 



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QUARTO 

« 

E di qual prezzo eli’ era . 

cesira, 

E tu da morte , 

Come campasti poi? Come ritorni? 

E U M E O. 

In cupa torre io fui rinchiuso , ed essi , 

Lo sann’ essi quei barbari , a qual fine 

* 

Sì grave mi lasciar misera vita . 

Ogni lusinga , e fin la brama istessa 
Di libertade io già perduta avea , 
Tranne un vivo del cor moto segreto , 
Che sempre rammentar mi fea le care 
Patrie contrade e la beata sponda 
Del diletto Pamiso, e su la trista 
Dolce memoria sospirar sovente • 

Quindi sperai che morte , alfin pietosa, 
Al mio lungo patir tolto m’avria. 
Quando repente del mio career vidi 
Spalancarsi le porte , e udii che pace 
Por termine dovea tra Sparta e noi 
Agli odj antichi , alle guerriere offese 
E eh’ un de’ primi fra Lacòni intanto 
Di mie vicende istrutto , e de’ miei mali 

Fatto pietoso , libertà in’ avea 

# * 




ATTO 


94 

Anzi tempo impetrata. A lui diressi 
Dunque tosto 11 mio passo , il primo essendo 
D’ ogni dover riconoscenza . Un vecchio 
Trovai d’aspetto venerando; ed era 
Già vicino a morir . Mi surse incontro 
Dal letto sollevando il fianco infermo, 

E m’abbracciò piangendo, e disse : Eumeo -, 
Non cercar la cagion che mi condusse 
A sciogliere i tuoi ceppi . A te fia nota 
Quando in Messene giungerai . Ricerca 
Ivi tosto farai d' una donzella % 

Che Cesira si noma . 

GESIRA, 

Oh ciel ! Cesira? 

EUMEO. 

Appunto . E questo le darai , soggiunse; 

E trasse un foglio, e con tremante mano 
Mei consegnò . 

c E 9 IR A. 

Deh dimmi, io te ne prego, 
Dimmi il nome di lui. 

d 

♦ EUMEO.' 

** 

Taltibio. 


9 5 




QUARTO 


CESIRA. 

Taltibio ! Che dì mai ? Taltibio ! 

e u m e o. 

* 

T* era egli noto ? 


Oh stelle ! 


Forse 


, CESIRA. 

Egli è mio padre ; ed io 
Quella Cesira che cercar t* impose . 

e u m e o . 

Ebben . . .se tu sei quella , eccoti il foglio 
Che Taltibio mi diè 

CESIRA. 

Porgi . Cesira , 
Allorché questa leggerai , già morte 
Avrà tronchi i miei di . Pria di morire 
Grande arcano ti svelo . A te mai padre 
Stato non sono che d amor . Lisandro 
Può sol nomarti il genitor tuo vero . 

Ei lo conosce , e se V occulta , è solo. 
Perchè V odia in segreto , e ti tradisce . 
Addio . Dir oltre un giuramento vieta ; 
Ma non mente Taltibio . Ove son io ? 

Che lessi mai ? 


t 


* 


9 6 


ATTO 


E O M E O. 

Comprendo adesso* o figlia 
Perchè Taltibio nel morir sciamava : 

Non avessi ingannata un’innocente! 

E il pianto gli cadea giù per la guancia . 

CESIRA. 

Ei lo conosce, e se V occulta, è solo 
Perchè V odia in segreto e ti tradisce. 

E mi tradisce? Ah scellerato! In traccia 
Di quest’empio si corra. 


SCENA VI. 


LISANDRO* PALAMEDE E DETTI. 


CESIRA. 


Leggi • 


A tempo vieni 


E V M £ O. 

Quel volto io 1’ pur visto altrove : 
Sicuramente. Oh mio pensier, m’assisti 
Perchè mel possa ricordar. 

LISANDRO. 

Bugiardo 

È questo foglio j e delirò Taltibio . 


* 


t 


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i mi «-■r- 


QUARTO 9 

C E S I R A. 

Taltibio delirò? Perfido, menti. 

Questo scritto nun è d'uom che delira. 

E U M E O. 

No, non m’ inganno ; è desso. Oh giusto cielo 
Lascia, lascia ch’io parli . In questo volto 
Fissa lo sguardo. Il riconosci? 

LISANDRO. 

Nuovo 

Non parmi , no ; ma non sovvienmi, o vecchio 

e u m e o. , . 

E non rammenti del Ladon la foce , 

La rapita fanciulla? 

LISANDRO. 

( Or lo ravviso 
Ma come vivo , e qui? ) 

.E U M CO. 

Mira, son io 
Quello a cui l’ involasti . 

c e s r r a . 

E di chi parli ? 
e u m e o. 

Parlo d’ Argia. Costui fu quello appunto 
Che me la tolse . 

31 onti _ 


9 8 


ATTO 


JP A LA MEDE. 

Orsù favella, amico, 

O tutto io stesso svelerò. 

e u m e o. 

Rispondi . 

Dimmi , che fu dell’ infelice? 

LISANDRO. 

È vano 

11 simular. Non più . Quella che cerchi 
E'rh’ io ti tolsi, la perduU.,Argja, 

Tu , Cesira, sei quella . 

E u M e o. 

Ah ' lo previdi. 

CESIRA. 

Come? Che disse ? Chi son io? 

e u m e o. 

Tu sei 

La tanto pianta Argia , d’ Aristodemo 
Tu sei la figlia . Il cor rnel disse . 

o e s I R A. 

Io figlia 

D’Ai ristodemo' E tu, barbaro, tu 
Lo sapevi . e il tacesti?* Anima vile , 

Più vii . più sozza di calcato fango , 

l 


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I 


QUARTO 99 

Comprendo il, tuo disegno; malo ruppe 
La giustìzia del ciel . Va , che non reggo 
All’orror del tuo volto . . . Ove mi perdo ; 

Si voli al genitor , corriamgli in braccio , 

In giubilo a cangiar le sue sventure . 

SCENA VII. 

LISANDRO, E PALAMEDE. 


# LISANDRO. 

Udisti? 

PALAMEDE. 

Udii. • - 

LISANDRO. 

Partiam : si rechi altrove 
Il mio dispetto, il mio rossor . 

PALAMEDE. 

Partiamo . 

Or vado volentier ; chè coll’amico 
Non ho tradito l’onor mio, nè porto 
Meco il rimorso d’un silenzio ingiusto. 


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I 


m ATTO QUINTO 

* 

SCENA I. 

GONIPPO , indi ARGIA 

GONIPPO. 

Dove mai si celò ? Col cor tremante 
Lo vo cercando . Eppur son pochi istanti . 
Peichè ingannarmi! Simular riposo, 

E sì ratto sparirmi? . . . Argia . . . 

A R G I A % 

Gonippo 

G 0 N I P P Oé 

L’ hai trovato? 

ARGIA. 

L* hai visto ? 

GONIPPO. 

Invan lo cerco 

A R G I A . 

Misera me ! 

gostppo. 

Non ti turbar : tuo padre 
.È senza ferro: io gli levai dal fianco 
Il pugnai che tenea . 





QUINTO ioi 

ARGIA. 

L’hai teco? 

G o n i p p o . 

Il vedi . 

A R G I A . 

E se un altro ne trova? Oh dio! torniamo 
A cercarlo per tutto . 

g o w i p p o . 

E se frattanto 

Qui sopraggiunge? 

ARGIA. 

\ Io resterò : va, corri , 

Non perdiamo i momenti. 

S C E N A II. * 

ARGIA. 

Oh qual m’ ingombr 
Feral presentimento ! Aristodemo . . . 

Padre mio . . . non rispondi ?... Ah ! tutto è muto 
E par che solo mi risponda T eco 
Di quella tomba. Oh santi Numi! E s'egli 
Si celasse là dentro? Ah sì, poc’anzi 
Fé pur lo stesso : l’ha sedotto un nuovo 



102 


ATTO 



Vaneggiamento, senza dubbio . Entriamo , 
Vediam.. . Ma se lo spettro ? ...E che degg’io 
Aver tema di spettri, ove d’ un padre 
È in periglio. la vita? Entriam : se tutto 
Vi scontrassi l’ Averno., io noi pavento. 

Argia entra nella tomba . 


SCENA III. 

. . ARISTODEMO. 

Ecco la tomba, ecco l’altar che deve 
Del mio sangue bagnarsi . Finalmente 
Questo ferro trovai . La punta è acuta . 
Dunque vibriam . . . Tu tremi ? Allor dovevi 
Tremar che di tua figlia il petto apristi, 
Genitor scellerato . Or non è giusto 
Di vacillar . . . moriamo . Itene lungi , 

Dalla mia fronte, abbominate insegne 
D’infamia e di delitto. E tu fuor esci : 

Esci adesso eh’ è tempo , orrido spettro j 
Vieni a veder la tua vendetta , e drizza 
Tu stesso il colpo .. . Egli m’intese , ei corre. 
Io ne sento il romor , trema la tomba , 

Eccolo . . .vieni pur : sangue chiedesti : 

E questo è sangue . ( si ferisce . ) 


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QUINTO 


io3 


SCENA ULTIMA 

ARGJA, GONIPPO » EUMEO , E DETTO. 

ARGIA. 

Ahi che facesti? Oh dio ? 

Qual furia ti sedusse? 

«GONIPPO. 

Accorri, Eumèo, 

Reggilo da quel lato e qui lo posa . 

ARISTODEMO. 

Lasciatemi , importuni . È tarda , è vana' 

Ogni pietà; lasciatemi . * 

ARGIA. 

Deh frena 

Questo furor . Sappi . . . Son io . . . Mi tronca 
Il pianto le parole . 

ARISTODEMO. 

A che venisti. 

Malaccorta Cesila ? Io mi moria. 

Senza vederti r più contento e pago . 

Crudel , chi ti condusse ?.. E tu chi sei , 

Pietoso vecchio, che mi piangi accanto, 

E nascondi la fronte? Io vo’ vederti . 


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ATTO 


0 


I 


104* ATTO 

Qual sembiante P 

E U M E jO . 

♦ 

Ah signor, scorgi, ravvisa 

11 tuo fedele . . . 

ARISTODEMO. 

Eumeo ? 

E U M E O . 

Sì ;*quello io sono , 

£ la tua figlia . . . 

ARISTODEMO. 

Argia? 

t * EUMEO. 

« Che a me fidasti , 

E perduta credesti . . . 

ARISTODEMO. 

Ebben i 

EUMEO. 

Già stassi 

Dinanzi agli occhi tuoi; guardala, è quella. 

ARISTODEMO. 

/ Che? Cesira mia figlia? 

A R G I A . 

Ah caio padre , 

E che mi giova , se ti perdo? 


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^ io5 


QUINTO. 

ARISTODEMO* 

, Io dunque 

I 

Ti racquisto così? Del ciel compita 
Or veggo la vendetta ; ora di morte 
Sento lo strazio. Oh conoscenza ! Oh figlia! 
Un atroce furor m’ entra nel petto , 

Ed il momento a maledir mi sforza 
Che ti conosco . 

A R G T A . 

Dei pietosi , ah voi 

* Rendetemi“il mio padre , o qui con esso 
Lasciatemi morir . 

ARISTODEMO. 

Stolta , qual speri 

Pietà dai Numi ? Essi vi son, lo credo ; 

E mel provano assai le mie sventure; 

Ma son crudeli . A questo passo , o figlia , 

La lor barbarie mi costrinse. . 

♦ 

A R G I A . 

Oh cielo , 

M’ascolta , e vedi il mio pianto ; perdona 
Agl’insensati accenti. Oh padre mio, 

Non aggiunger delitti ai mali tuoi , 

t 

Il maggior dei delitti, la bestemmia 

è 


» 




De’ disperati . 

? 

ARISTODEMO, 

Il solo bene è questo 
Che mi rimase . Attenderò clemenza 
In questo stato? E chiederla poss’io, 

E saper se la bramo? 

ARGIA. 

Oh dio ! dilegua 
Quest’ orrendo timor : lo spirto accheta , 
Alza al cièlo le luci . 

GOJflPPO, 

Egli le abbassa , 

* « 

E mormora fra labbri e si scolora , 

ARISTODEMO. 

Ahi dove mi traete ? ctve son’io? > 

Qual oscuro deserto! Allontanate 
Quelle pallide larve . E per chi sono 

Quei roventi flagelli? 

- * 

ARGIA. 

Il cor mi scoppia 
E U M E O . 

Re sventurato . 

OONIPPOi 
L’ agonia di morte 

% 


QTINTO 107 

Lo conduce al delirio . Aristodemo , 

Mio signor, mi conosci? Io son Gonippo; 
Questa è tua figlia. 

ARISTODEMO. 

Ebben . che vuol mia figlia? 
S’io la svenai , la piansi ancor . Non basta 
Per vendicarla? Oh venga innanzi . Io stesso 
Le parlerò. . . miratela ; le chiome 
Son irte spine , e voti Ila gli occhi in fronte . 
Chi glieli svelse? E perchè manda il sangue 
Dalle peste narici? Oimè ! Sul resto 
Tirate un*vel ; copritela col lembo 
Del mio manto regai ; mettete in brani 
Quella corona del suo sangue tinta, 

E gli avanzi spargetene, e la polve 
Sui troni della terra , e dite ai regi, 

Che mal 6Ì compra co’ delitti il soglio, 

E eh’ io morii ... 



GONIPPO. 

Qual morte! Egli spirò. 



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