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Full text of "Dei pregiudizi popolari intorno agli animali"

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DEI 

PREGIUDIZI POPOLARI 

INTORNO AG1.I ANIMALI 



DI 

G. GENÉ • 


CON NOJE E BIOGRAFIA 

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MICHELE I.ESSONA 




Seconda Edizione 
adorna del ritrailo delP autore 



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TORINO\ * 

'fOMMÀsO VACcÀrIIVO 

Kia Cavour, i7. 





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DEI PREGIUDIZI POPOLARI 

INTORNO AGLI ANIMALI. 


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Lit Giord&ra e Salussolia 


GIUSEPPE 


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DEI 


PREGIUDIZI POPOLARI 

INTORNO AGLI ANIMALI 

DI 

G. GENÉ 


CON NOTE E BIOGRAFIA 

PEA 


MICHELE LESSONA 



^ V ^^-^econda Edizione 
- del ritratto dell’ autore 

^ * 


1869 

Torino — TOMMASO VACCARINO - Editore 

Via Cavour, N. 17. 


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Tip. e Lit. Foa, Piazza Vittorio Emaouele, 1. 


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OIXJSEI»I>E OEIVE 


Asseriva un cotale che fra i requisiti per un buon 
naturalista primeggiano questi due : — che non sia 
medico — che sia nato in campagna. 

Il naturalista medico, proseguiva, non vede che 
l’uomo negli animali, non conosce che gli animali più 
affini all’uomo, e così non intende bene nè l’uomo nè 
gli animali: perchè tanto l’uomo quanto gli animali 
più elevati vogliono essere studiati negli animali più 
semplici, e senza un giusto concetto di questi, quelli 
non si comprendono. 

Inoltre, il medico naturalista raramente è naturalista 
per verace spontanea inclinazione : tradito dalla clien- 
tela, si è dato alla storia naturale per bisogno, e vive 
con essa come il marito povero colla moglie ricca. In- 
vece il naturalista non medico è l’amante che venne 
alla scienza preso per essa da passione irresistibile, 
non le ha domandato nulla, le ha sagrificato tutto, ed 
è sempre pronto a tutto sagrificarle. 

Il naturalista poi che è nato in campagna, ha pas- 
sato almeno un po’ di tempo fra le scene della natura: 
anzi il tempo migliore, siccome quello in cui non 


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— VI — 


aveva ancora idee preconcette, non aveva imparato 
come le cose debbano essere, non aveva paura, gfuar- 
dando, di sbagliare. 

In quel primo tempo della vita in campagna il na- 
turalista ha veduto senz’altro molti fatti che gli si 
sono impressi nella memoria, e quando anche non 
abbia acquistato più altro, gli rimane almeno questo 
buon capitale, che non ha sempre il naturalista edu- 
cato sui libri. 

Giuseppe Gené, naturalista segnalatissimo, ebbe que- 
ste due venture, una negativa e 1’ altra positiva, di 
non essere medico , e di essere nato in campagna. 
Probabilmente, dirà più d’uno, sarebbe stato natura- 
lista parimente segnalato se fosse stato medico e nato 
in città. Certo le condizioni della sua prima esistenza 
hanno avuto azione sui suoi lavori scientifici , e sul 
modo in cui ne ha fatto partecipe il pubblico, con u- 
niversale vantaggio. 

Giuseppe Gené nacque in Turbigo, terra del mila- 
nese presso il confine del Piemonte, addì 9 dicembre 
1800. La sua infanzia e la prima sua giovinezza si 
passarono tutte nella libera vita campestre: nella pic- 
cola terra nativa fece le prime scuole, poi nel collegio 
di Busto Arsizio, poi in quello maggiore di Gorla, ed 
i maestri che ebbe allora, alcuni dei quali gli sopra v- / 
vissero, parlando di lui divenuto celebre con quella 
compiacenza con cui parlano i buoni maestri degli 
scolari che si son fatto onore come se essi ci avessero 
pure non poco merito, rammemoravano nel Gené fan- 
ciullo indole aperta e riflessiva, abito d’osservazione 
ed agevolezza di esprimere le cose osservate, memoria 
felice, fino criterio, amore allo studio, gusto letterario, 
applicazione e perseveranza, fermezza di volere e co- 
stanza di propositi. 

In quei primi anni il Gené studiò con passione i 
classici, attingendovi quella altezza e potenza di con- 


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— VII — 


cetto e quella peregrina maestria del dire, che ne 
hanno fatto poi uno scrittore così originale e leggia- 
dro. S’era dato pure con amore agli studi filosofici e 
matematici, tantoché, imparato a Gorla tutto quello 
che là gli si poteva insegnare, in età di sedici anni 
se ne andò a Pavia per dare opera in quella univer- 
sità allo studio della filosofia e delle scienze mate- 
matiche. 

Una lunga gravissima malattia che lo incolse in 
quella città durante gli studi e lo portò in fin di vita, 
ebbe non poca parte nella definitiva sua vocazione, ed 
in tutto il suo avvenire. 

Durante la convalescenza, non reggendogli la mente 
ad una troppo intensa applicazione e non sapendosene 
stare inoperoso, si diede a leggere libri di storia na- 
turale, e fu preso dalle meraviglie che da quei libri 
gli venivano rivelate. Tutti i suoi pensieri si volsero 
alle cose lette, tutti i suoi discorsi aveano quelle let- 
ture per argomento. 

Visitavano il Gené malato, siccome giovane ottimo 
e di grandi speranze, parecchi professori, che tratte- 
nendosi più a lungo con lui nella convalescenza, no- 
tarono con meraviglia come da quelle poche letture 
intorno a cose di storia naturale avesse preso argo- 
mento a discorsi tanto vari ed assennati, ed amore 
così vivo a quel genere di cognizioni : quei professori, 
e segnatamente il Mangili, valoroso naturalista, lo in- 
cuorarono a coltivare in modo speciale la storia na- 
turale, con buon presagio di ottima riuscita. 

Il Gené rinunziò allora a studiare le matematiche 
siccome era suo primiero intendimento: uno studio 
apposito di scienze naturali con laurea non era allora 
in .Pavia , come in nissun’ altra università italiana : 
c'era una laurea di filosofia, e nel corso degli studi 
per quella laurea l’insegnamento della storia naturale 


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— vili — 

aveva una parte più larga che non in qualsiasi altro. 
11 Gené si deliberò adunque a studiare filosofia ; ma, 
senza trascurare il resto, consacrò la maggior parte 
del suo tempo allo studio della storia naturale. 

Fra le cose che più lo avevano colpito nelle letture 
della sua convalescenza, erano alcuni capitoli riguar- 
danti i caratteri , le metamorfosi , i costumi , e ì fatti 
in generale della vita degli insetti. Appena ricuperate 
le forze volle verificare in natura almwio parte di 
quello che aveva letto, e si diede a girare per la cam- 
pagna. Furono giorni di voluttà ineflEabile, che con 
gioia malinconica ricordava talora più tardi siccome 
dolcissima fra tutte le sue rimembranze. 

Allora si fece in lui così grande quell’amore per la 
entomologia, che lo portò a studiare ad un tempo la 
struttura e i caratteri degli insetti e i loro costumi, 
comparando costumi e caratteri ed investigandone i 
reciproci rapporti, onde vennero da lui molte nuove 
ed importanti cognizioni. Si giovava dei consigli e 
degli ammaestramenti dei segnalati maestri che gli 
erano amorevolissimi, Zendrini, Brugnatelli, il Mangili 
già nominato. Mauro Rusconi, uomo veramente dot- 
tissimo e ricercatore originale e profondo : ma tutto 
subordinava al lavoro della diretta osservazione , al 
proprio giudizio intorno ai fatti, ed alla deduzione di 
giuste conseguenze da essi ; e mostrava di ben posse- 
dere quella qualità tanto necessaria alla buona riuscita 
qualunque cosa s’imprenda e si faccia, l’applicazione 
assidua, costante, tenace, instancabile al lavoro. 

La laurea in filosofia del Gené fu un avvenimento 
memorabile nella Università di Pavia; dopo il riordi- 
namento degli studi, era la prima laurea di tal sorta 
che si desse in quella Università, e ciò avrebbe bastato 
a destare una certa curiosità, e dare al fatto una certa 
importanza: ma una importanza ben più grande de- 


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— IX — 

rivava dalle qualità del candidato, che nel corso degli 
studi era venuto in voce di giovane eccezionale per virtù 
ed ingegno, e d-indole così affettuosa, di modi tanto 
piacevoli, che s’era fatto caro a quanti lo avean cono- 
sciuto, e noto e stimato anche da molti che non lo 
conoscevano di persona. 

Il Gené aveva allora ventun anno. Appena laurato 
si ritirò in famiglia, ed ebbe la ventura di vivere sei 
anni a suo modo nella quiete del paesello nativo. 

Questo ci dà ragione del capitale tanto ricco e vario 
di cognizioni che gli ornavano la mente, e facevano 
la meraviglia di chi aveva famigliarità con esso. 

In quei sei anni, insieme colle escursioni assidue e 
lo studio sui libri con cui, oltre agli insetti, si veniva 
facendo padrone dei vari rami della zoologia che trattò 
maestrevolmente più tardi, tanto pel riguardo dei ca- 
ratteri come per quello dei costumi degli animali, oltre 
ad un profondo studio intorno agli animali del pro- 
prio paese condotto con applicazione e discernimento, 
ed allo acquisto anche di buone cognizioni intorno ai 
corpi naturali degli altri regni, egli diede opera ad 
ammaestrarsi ancora nella filosofia, nella storia, nelle 
lettere, nella geografia, nei viaggi, esercitandosi nella 
lingua nostra e lavorando a farsi uno stile di cui , 
quanto più veniva facendo progressi, tanto meno sem- 
pre si trovava contento. 

Il Gené era lavoratore infaticabile: e sei anni, in 
quella prima età e nel più pieno vigor delle forze, 
passati tutti in un lavoro ben inteso e ben diretto, 
danno una somma di buoni effetti di cui non è tanto 
facile apprezzar tutto il valore. Invero, poco egli mandò 
fuori per le stampe in quei primi anni; pensava ad 
ammaestrarsi assai più che non ad ammaestrare; ma 
si mise in rapporto con tutti i migliori naturalisti d’I- 
talia, sovratutto entomologi, e coi più segnalati di 
Europa, e ne ottenne la stima. 


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— X — 

Esplorati palmo a palmo i contorni di Pavia e di 
Turbilo, visitò i monti dell’alta Lombardia, i colli Tra- 
spadani e geli Apennini liguri, poi si spinse ad un 
viaggio importante fuori d’Italia, e percorse gran parte 
deirUngheria, recandone larga messe di oggetti e di 
cognizioni. 

Allora, in età di ventisette anni, fu chiamato al posto 
di assistente alla cattedra di storia naturale nell’Uni- 
versità di Pavia, tenuta dal professore Zendrini. 

Nel breve tratto di tempo in cui rimase in quel posto 
fece importanti pubblicazioni, lasciò una traccia del 
suo passaggio con lavori di riordinamento in quel 
museo zoologico, ed annodò nuovi rapporti scienti- 
fici con naturalisti rinomati , e fece più intimi quelli 
che già teneva. Non v’era cultore di un qualsiasi 
ramo della storia naturale in Italia, cui fo.sse ignoto 
il nome del giovane Gené, e non avesse inteso par- 
lare dei pregi dell’ indole sua , pari a quelli dell’ in- 
gegno. 

Nel 1829 il professore Borson,che teneva la cattedra 
di mineralogia e la direzione del museo mineralogico 
nell’Università di Torino, fece un viaggio a Pavia col 
professore Angelo Sismonda, allora suo assistente, e che 
poco dopo ne ebbe il posto, che tuttora tiene. 

Tanto il Borsou quanto il Sismonda avevano molto 
inteso parlare, e con molta lode, del Gené dal profes- 
sore Bonelli, che come direttore del Museo zoologico 
di Torino, dotto naturalista ed ardente entomologo, 
era col Gené in rapporti epistolari assai stretti, e, preso 
dalla bontà deU'indole del Gené, che gli si veniva ri- 
velando nelle sue lettere, aveva messo in lui molto 
affetto. 

Il Borson e il Sismonda, appena giunti a Pavia, cer- 
carono del Gené, e trovatolo non si saziavano di star 
seco, tratti dalla piacevolezza del suo conversare. Gené 
lodò molto il Bonelli, mostrandosi consapevole di tutto 


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— xt — 

quello che egli aveva fatto pel Museo zoologico di 
Torino di cui, piuttostochè il direttore, si poteva ben 
dire il creatore, poiché l’avea trovato appena provve- 
duto di pochissimi materiali ed in istato rudimentale, 
e, giovandosi della buona volontà del conte Prospero 
Balbo, ministro, e di Carlo Felice, re, e mettendovi 
tutte le sue forze, l’aveva portato. a segno da gareg- 
giare coi più rinomati d’Italia. 

Ma lodava pure il Gené, siccome era giustizia, il 
ministro ed il re che avevano così bene compreso la 
mente e secondato gli sforzi di quell’uomo segnalato, 
e lasciò vedere un ardente desiderio di venire in Pie- 
monte, dove, fin d’allora, gli uomini intelligenti scor- 
gevano fondate speranze di buon avvenire, ed efficace 
progresso : egli avrebbe molto di buon animo lasciato 
il suo posto d’assistente al museo zoologico di Pavia, 
per venire assistente al museo zoologico di Torino. 

Il Borson e il Sismonda lodarono molto questo .suo 
desiderio, e promisero di secondarlo all’uopo. L’ultimo 
dei due, più vicino per ragion d’età al Gené, si legò 
anche più strettamente d’aflètto a lui fin da quei primi 
giorni, e la loro amicizia durò poi sempre. 

Oltre ai menzionati, il Gené aveva in Piemonte altri 
dotti con cui si trovava da tempo in rapporto episto- 
lare, e che desiderava ardentemente di vedere, o di 
rivedere : segnatamente il barone Peiroleri, entomologo, 
ed il Moris, botanico. 

L’anno 1830 fece una gita a Torino, e fu accolto fe- 
stosamente da tutti ; ma ebbe il dolore di trovare molto 
male in salute il Bonelli. 

Invero, questo uomo benemerito s’ era repentina- 
mente ammalato, e il suo morbo non lasciava guari 
speranza di un ritorno di lui allo stato primiero. 

Gli amici del Gené, appena egli fu ripartito, parla- 
rono al conte Bruno di San Giorgio, che reggeva al- 
lora gli studi in Piemonte, della convenienza di nomi- 


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— XII — 

nare il Gené a supplente al Bonelli : il Bonelli, inter- 
pellato, approvò calorosamente. 

Il Gené non era nato nello Stato Sardo, ma un miglio 
al di là del confine ; questo avrebbe potuto essere una 
diflicoltà, ma non fu. 

La pratica procedeva quindi regolarmente, quando 
una sventura preveduta venne ancora ad accelerarla. 

Morì il Bonelli, e si trattò quindi di nominargli non 
un supplente, ma un successore. Questo successore fu 
naturalmente il Gené. Egli ebbe la sua prima nomina 
come reggente la cattedra di zoologia e la direzione 
del museo zoologico di Torino addì 4 febbraio 1831, e 
quella di professore e direttore effettivo addì 13 otto- 
bre 1832. 

Qui cominciava per lui una nuova vita : s’era assunto 
un grave compito. 

Prendeva la direzione di un museo che era in via 
di grande progresso mercè gli sforzi indicibili del suo 
predecessore, e si trattava di mantenerlo nella buona 
strada: la conservazione e lo sviluppo delle collezioni, 
il governo dell' amministrazione e del personale , la 
cura di tanti minuti particolari e il disturbo che essi 
danno, la necessità deH’assidna presenza per ogni ac- 
cidente imprevisto, la responsabilità di tutto, avreb- 
bero bastato a prendergli tutto il tempo e tutte le 
forze: ma ciò non era tutto: non basta che in un 
museo le collezioni si conservino e si aumentino : bi- 
sogna che servano a dovere alla scienza, e quindi che 
siano ben disposte ed esattamente determinate, e, per 
quanto possibile, l’aumento segua proporzionatamente 
in ogni ramo. Gené sentiva questa necessità, e sentiva 
l’altra di estendere più che mai le sue relazioni in 
ogni parte del mondo civile , non più solo per van- 
taggio scientifico suo personale , ma pel bene dello 
stabilimento , per ’ dovere d’ufficio , per senso anche 
d’amor proprio nazionale. Poi c’era l’insegnamento, 


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— XIII — 


cui egli con tutta ragione dava la più grande impor* 
tanza. 

Tuttociò egli sentiva, e a tutto deliberò di far fronte 
sagrificando forze, tempo, pensieri, tutto sè stesso. Ri- 
nunziò agli studi dal vero nelle dolci escursioni in cam- 
pagna, rimembrandole poi spesso come rimembra i 
campi aperti, i prati verdeggianti e i lieti clivi, il pri- 
gioniero o il malato. Rinunziò allo studio esclusivo- 
dei suoi prediletti insetti per occuparsi di altri rami 
della zoologia secondo la ragione o il bisogno: ma 
troppo desiderando che le belle collezioni entomolo- 
giche del museo non dovessero soffrire delle altre sue- 
occupazioni, ne affidò la cura esclusiva al cav. Vit- 
tore Ghiliani, che egli conosceva siccome tale da fare 
quanto avrebbe fatto egli stesso; e invero quelle col- 
lezioni sotto il buon governo del degno naturalista al 
quale vennero affidate, e che dura tuttavia, s’accreb- 
bero ordinatamente con vantaggio della scienza ed 
onor del paese. Nello insegnamento, secondo le esi- 
genze speciali dei tempi e l’indole della scolaresca 
che gli era toccata, e le condizioni del posto, dettò le- 
zioni che destarono un generale entusiasmo, e, stam- 
pate dopo la sua morte^ sono anche oggi a dotti e non 
dotti lettura gradevole ed istruttiva, come, pregio assai 
più bello e raro in cosifatti libri, sono modello di stile 
ad un tempo semplice ed elegante, facile e forbito. 

In mezzo a tutte queste fatiche, ed a quelle difficoltà 
ed a quei contrasti di cui più o meno s’intesse ogni 
umana vita, ma più quando l’uomo è più in vista e gli 
infingardi e i maligni invidiano in lui come dono di 
fortuna quello che è effetto di merito e di fatica, il 
Gené dava opera a vari ed importanti speciali lavori, 
ed a pubblicazioni scientifiche in diversi rami della 
zoologia, quali si vedono nella lista dei suoi scritti in 
fondo a questo cenno, che ricavo dalle notizie biogra- 
fiche intorno ad esso pubblicate dal professóre Eu- 


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XIV — - 


g*enio Sismonda (1), ove più lungamente di questi scritti 
è discorso. 

E mentre quest’uomo benemerito dava così efficace- 
mente opera al progresso della scienza, trovava pur 
qualche ritaglio di tempo a diffonderla e farne scen- 
dere i benefizi sulle masse. Così naquero quegli arti- 
coli sui pregiudizi popolari intorno agli animali, che 
egli venne pubblicando in un giornale diretto da Lo- 
renzo Valerio, intitolato prima Letture popolari e poi 
Letture di famiglia^ i quali vennero dopo la morte del- 
Fautore pubblicati in un volume, di cui questo che 
qui oggi si ristampa è appunto una seconda edizione. 

Come Bonelli del re Carlo Felice, così il Gené s’era 
cattivata la benevolenza del re Carlo Alberto: e in 
molti lavori impresi da quel re a vantaggio del paese, 
riguardanti la statistica, Tagricoltura nelle sue varie 
parti, rigiene pubblica, od altro dove il Gené potesse 
in qualche modo giovare colle sue molteplici cogni- 
zioni e colla giustezza dei suoi giudizi e del suo cri- 
terio , sempre egli vi fu chiamato : come fu consul- 
tato quando in sul finir del suo regno Carlo Alberto 
chiamando al governo degli studi il marchese Alfieri 
di Sostegno, si proponeva di operare in essi larghe ed 
importanti riforme. Gené propose allora due nuove cat- 
tedre , una di anatomia comparata, l’altra di storia na- 
turale generale: questa seconda aveva per scopo l’espo- 
sizione dei caratteri e dei rapporti dei corpi naturali 
in generale: l’altra doveva far parte del corso di me- 


(1) Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino, 
serie ii, tomo xi. 

Scrissero pure intorno al Gené il sig. Carlo Bassi (Notice 
nécrologique sur M, Gené, — Annales de la Societé entomo- 
dogique de France, Séance du 12 janmer 1848) ed il De Fi- 
lippi — Alla memoria di Giuseppe Gené. — Antologia Ita- 
liana. Marzo 1818. 


▼ 


— XV — 

dicina. Molti anni dopo, questa seconda cattedra fu 
poi istituita: non mai la prima. 

Uno dei desideri! più afdenti di Carlo Alberto du- 
rante tutto il suo reg-no, fu quello di migliorare le 
condizioni della Sardegna : ma egli comprendeva bene 
che la prima cosa per migliorarla si era di ben co- 
noscerla. 

Alberto della Marmora ha fatto stupendi lavori in- 
torno alle condizioni fisiche della Sardegna, alla geo- 
logia, ed anche alla storia antica e moderna, ed ai 
costumi. Il Moris, di cui lamentasi la recentissima 
morte, ne 'studiò i vegetali. 

Il Gene fu incaricato da Carlo Alberto di studiarne 
la zoologia, e dal 1833 al 1838 vi fece quattro viaggi, 
ripetutamente accompagnato dal Ghiliani e dal valen- 
tissimo preparatore cav. Francesco Comba, e frutto di 
quei viaggi fu la descrizione di molte specie, come 
appare dalla citata nota degli scritti del Gené più sotto 
riferita. 

Egli vagheggiava la pubblicazione di un prospetto 
generale degli animali della Sardegna, condotto se- 
condo le migliori norme di descrizione e di compa- 
razione: e a questo lavoro si proponeva di dedicarsi 
con tutte le sue forze, quando appunto queste forze, 
che avea troppo in tante e così penose fatiche ado- 
perato, gli vennero a un tratto a mancare. 

I ... Le soverchie occupazioni di tavolino, scri- 
veva egli ad un amico, cominciano a portare i loro 
frutti: il mio stomaco disimpara la funzione della di- 
gestione Vedo già la sera della vita, e 

se non proprio la sera, certo una bass’ ora molto a- 
vanzata . . . • 

Pur troppo, non s’ingannava. 

Dopo brevissima malattia, egli moriva addi 14 lu- 
ÉTlio 1847, e la notizia della sua morte destava dolore 
in tutta Italia. 


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— XVI — 

Poco dopo la sua venuta a Torino il Gené avea spo- 
sato una giovane signorina novarese della famiglia Mel- 
chioni, che gli fu ottima cotopagna nella vita, e lo fece 
lieto di cari figli, che troppo brevi ebbero le carezze 
dell’amorevole padre. Ma il buon albero portò buoni 
frutti. I due figli del Gené sono nell’esercito italiano, 
nno maggiore nel Genio, l’altro nello Stato maggiore, 
ed in giovane età largamente già e nobilmente hanno 
soddisfatto al loro compito verso la patria. Le figliuole 
imitano degnamente le virtù materne. 

Scrivendo del Gené, il De Filippi sciamava : 

« Chi ha vissuto nell’affetto e nell’ estimazione dei 
contemporanei, e muore nel compianto universale, 
lascia una preziosa eredità di affetti ed un esempio 
non perituro. La sola rinomanza ad altro non vale 
che a render più giusto e più severo il giudizio tosto 
o tardi pronunciato dai posteri : ma ben fortunati co- 
loro ai quali questo giudizio tributa un’eterna corona! 
A questo eletto numero appartiene la candida e va- 
lente anima di Giuseppe Gené, di cui tutta Italia a- 
maramente piange la troppo precoce dipartita ...» 

Io non mi so por fine più degnamente al mio dire,, 
se non che ripetendo queste belle parole. 

Tcn'ino, i9 aprile i869. 


Michele Lessona. 



PRINCIPALI SCRITTI 

pubblicati dal professore Gené. 


Cenni sai progressi deU’eatomologia — Giornale di Fisica, 
ecc. di Pavia, decade seconda, voi. 4, pag. 160. 

Notizie intorno al 1° volume della entomografia russica del 
signor Gotthelf Fische — Giornale di Fisica ecc. di Pavia, 
decade seconda, voi. 7, pag. 158. 

Saggio sugli insetti più dannosi all’agricoltura, agli animali 
domestici ed ai prodotti della rurale economia , coll’ indi- 
cazione de’ mezzi più facili e sicuri di diminuirli o di di- 
struggerli. Milano 1827. Biblioteca agraria diretta dal pro- 
fessore Moretti , voi. 7 — Ristampato a Milano nel 1830 
dalla tipografia Stella, ed a Torino nel 1853 dalla tipografia 
Ferrerò e Franco. 

Nota sui bruchi che danneggiano gli alberi dei viali attorno 
alla città di Torino e specialmente le querele dei ripari. — 
Calendario georgico della R. Società agraria di Torino per 
l’anno 1834. 

Rapporto fatto col conte Yalperga di Civrone intorno a vari 
documenti e disegni relativi agli insetti che danneggiarono 
le viti della provincia d’Ivrea, nella primavera dell’anno 1833, 
stati presentati alla R. Società agraria di Torino dal socio 
libero dottore Lorenza Gatta. — Calendario georgico della 
R. Società agraria di Torino per l’anno 1834. 

Considerazioni sui danni, che dalla distruzione degli uccelli '' 
insettivori provengono all’agricoltura — Calendario geor- 
gico della R. Società agraria di Torino per l’anno 1834. 

Istruzione sugli insetti più dannosi all’agricoltura nei R. Stati 
di terraferma e sui mezzi più facili di distruggerli — Stam- 
peria reale, Torino 1840. 


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— xvin — 


Osservazioni sulle memorie relative alla larva ed alla mosca 
delle olive (Dacus oleae Fab.) state presentate alla sezione 
di agronomia dell’ottavo congresso degli scienziati italiani 
— Gazzetta dell’Associazione agraria di Torino, N. 20. 

Memoria per servire alla storia naturale dei crittocefali e 
e delle elitre. — Biblioteca italiana , voi. 55, tradotta in 
francese dall’Àudouin, e pubblicata negli A nnales des Sciences 
naturelles, voi. 20. i 

Giudizio intorno all’opera del signor Froelich, Enumeratio 
Tortricum Wurtembergiae — Biblioteca italiana, voi. 53. 

Osservazioni intorno alla larva ed alle abitudini AeAT Apalus 
bimaculatus Fab. Annali delle scienze del Regno Lombardo- 
Veneto, voi. 1, tradotte in francese e riprodotte negli An- 
nales des Sciences naturelles. 

Giudizio intorno all’opera del sig. Van der Linden Sur les 
Hyménoptères fouisseurs — Annali delle scienze del Regno 
Lombardo- Veneto, voi. 1. 

Memoria per servire alla storia naturale di una cecidomia 
ebe vive sugli iperici. — Memorie della R. Accademia delle 
scienze di Torino, voi. 36, prima serie. 

Memoria intorno alla Tiliguerta o Caliscertula di Getti (La- 
certa Tiliguerta Gmel.) Memorie della R. Accademia delle 
Scienze di Torino, voi. 36, prima serie. 

Osservazioni per servire alla storia naturale deW Anthidium 
contractum Latr. e della Cerceris Aurita Fab. Annali delle 
scienze del Regno Lombardo- Veneto, voi. 2. 

Saggio di una monografìa della Forficola indigena. — Annali 
delle scienze del Regno Lombardo-Veneto, voi. 2. 

Della Forficula Orsinii — Annali delle scienze del Regno 
Lombardo-Veneto, voi. 3. 

Descrizione di cinque nuove Forficule d’Europa, con alcune 
osservazioni intorno a varie specie già conosciute — An- 
nali delle scienze del Regno Lombardo-Veneto, voi. 7. 

Observations sur quelques particularités organiques du cha- 
mois et des moutons — Memorie della R. Accademia delle 
scienze di Torino, serie prima, voi. 37. * 

Description de quelques espèces de la collection zoologique 
de Turin, indiquées par feu le professeur Bonetti comme 
inédites ou mal connues. Memorie della R. Accademia delle 
Scienze di Torino, serie prima, voi. 37. 


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— XIX 


Descrizione di una singolare varietà di pecore a coda adi> 
posa, e della femmina del becco selvatico dell’alto Egitto. 

— Memorie della R. Accademia delle scienze di Torino, 
serie prima, voi. 37. 

Considerazioni generali sulle pecore e sulle capre, con alcune 
speciali riflessioni sul muffione africano, Oms Tragelaphus 
Auct. — Annali delle scienze del Regno Lombardo- Veneto, 
voi. 4. 

Osservazioni suU’Iconografia della Fauna italiana di Carlo 
Luciano Bonaparte, principe di Musignano, divise in quaU 
tordici fascicoletti — Biblioteca italiana, dal volume 7l 
al 95. 

De quihùsdam insectis Sardiniae novis aut minime cognitis, 

— Per la prima parte. Memorie della Reale Accademia 
delle Scienze di Torino, serie prima, voi. 39. — Per la 
seconda parte, serie seconda, voi'. 1. 

Synopsis Reptilium Sardiniae indigenorum, — Memoria della 
Reale Accademia delle Scienze di Torino, serie seconda, 
voi. 1. 

Descrizione di un nuovo Falcone di Sardegna. — Memoria 
della R. Accademia delle Scienze di Torino, serie seconda, 
voi. 2. 

Memorie per servire alla storia naturale di alcuni imenotteri. 

— Atti della Società Italiana delle Scienze residente in 
Modena, voi. dell’anno 1842. 

Memoria per servire alla storia naturale degli Issodi. — Me- 
morie della R. Accademia delle Scienze di Torino, serie 
seconda, voi. 9. 

Elogio storico del professore Franco Andrea Bonelli. — 
Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino, serie 
prima, voi. 37. 

Notizie biografiche sul commendatore Giuseppe Gautieri. — 
Biblioteca italiana. Voi. 70. 

Notizie biografiche sul professore Stefano Borson — Biblio- 
teca italiana, voi. 70. 

Amori di alcuni serpenti nostrali. — Antologia italiana, vo- 
lume 1, fase. 3. 

' Brevi cenni su un acaridio del genere dei Sarcopti, che 
vive sulla Strix Flammea. — Studi entomologici pubblicati 
per cura di F. Baudi e S. Truqui, fase. 2. 


— XX — 


Pregiudizi popolari intorno agli animali. — Pubblicati nel 
giornale torinese L*tturt di famiglia, e raccolti in un vo- 
lumetto dopo la morte deU'autore. — Torino, Tipografia j 
Ferrerò e Franco, 1853. (Si ristampa ora). * ì 

•Storia naturale degli animali (pubblicata dopo la morte del- ' 
l’autore), volumi 2, Torino, Tip. Paravia e Comp. 1853. ' 

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DEI PREGIUDIZI POPOLARI 

INTORNO AGLI ANIMALI 


I. 

DELL’ UOMO. 

Ne' tempi andati gli uomini erano più alti e più ì'obusti 
di quei che vivono oggidì^ ed eranvi inoltre razze d'uo- 
mini gig’anti : di questi ultimi si sono trovati in più 
luoghi e trovansi continuamente gli ossami, i quali ac- 
cennano per ordinario una statura moUiplice della 
nostra. 

Gli uomini di qualsivoglia antichità, collettivamente 
considerati, non ebbero mai statura maggiore di quella 
che bau gli uomini d’oggidì. Le casse mortuarie degli 
Egiziani del tempo dei Faraoni, gli usci delle case, le 
armi da caccia e da guerra, gli attrezzi d’agricoltura, 
gli utensili domestici e perfino i calzoni, le vesti, gli 
anelli ecc., sono di tali dimensioni e peso, che potreb- 
bero perfettamente usarsi anche da noi posteri lonta- 
nissimi. Ciò poi che toglie ogni più leggier dubbio in 
proposito è il numero grandissimo di mummie che ai 
nostri tempi o vennero trasportate in Europa, o furono 
dai viaggiatori osservate in Egitto. Nissuno di codesti 
antichissimi cadaveri eccede l’ordinaria statura degli 

Gink — Pregiudizi popolari 1 


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— 2 — 

uomini che compong’ono le attuali generazioni. Le ossa 
poi , che in molti paesi , e copiosamente in Italia , si 
trovano sepolte nella terra, ossa veramente gigante- 
sche, non sono già d’uomini, ma di elefanti, di rino- 
ceronti, d’ippopotami, di balene e d’altri immani animali 
che in altri tempi e, a quanto pare, sotto altre condizioni 
fisiche, abitavano le nostre e le altre contrade del globo. 
L’esame di queste ossa, quand’anche scompagnato dalle 
cognizioni ordinarie dell’anatomia, ne porge una chiara 
e indubitata assicurazione. Le storie di quasi tutti i 
tempi e di quasi tutti i popoli fanno menzione d’uo- 
mini straordinari per istatura e per vigorìa; ma co- 
testi giganti furono individui e uon razze, nè lasciano 
di sorgere di quando in quando anche a’nostri tempi 
e ne’nostri medesimi paesi, ed ognuno ne avrà proba- 
bilmente veduto mostrarsi per mezzo nelle città, sopra- 
tutto in occasione di fiere e di feste popolari. E siccome 
i sostenitori di questa credenza paiono appoggiarsi alla 
Sacra Scrittura , cosi senza mancare a quel religioso 
ossequio che noi le protestiamo con tutta l’effusione 
deU’aniraa , ed appoggiati all’autorità d’uomini che la 
stessa chiesa cattolica consulta e venera, piglierem 
brevemente a far conoscere come debbasi intendere la 
parola gigante^ che in più luoghi vi si legge. 

I primi dei quali si fa menzione sono 1 "“iganti an- 
tidiluviani, nati dai congiungimenti dei figli di Dio colle 
figlie degli uomini, che è quanto dire dei discendenti 
di Seth colle figlie della stirpe di Caino. Ma molti scrit- 
tori gravissimi e molti fra i Ss. Padri avvertono che 
nel linguaggio scritturale la parola gigante non deve 
ritenersi come qualificativa d’uomini di corpo smisu- 
rato, ma sibbene d’uomini robusti , feroci, prepotenti, 
nemici di Dio, delle leggi ecc. Infatti il vocabolo ebraico, 
al quale nelle traduzioni si è fatto corrispondere quello 
di gigante^ trovasi nella Bibbia applicato tanto a Nem- 
hrot, il più famoso di questa stirpe gigantesca, quanto 


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— 3 — 

a Balaam , che a niuno venne mai in pensiero di re- 
gistrare fra i giganti. Per ciò che riguarda il gigante 
egiziano ucciso da Giojada,e Golia ucciso da Davide, 
il primo, alto siccome era cinque cubiti, che equival- 
gono a sette piedi e mezzo (metri 2, 44), non può dirsi 
assolutamente un gigante, di cui ogni città non ne 
vanti qualcuno ; quanto all’altezza del secondo faremo 
osservare essere indicata variamente nei varii codici, 
dicendosi in alcuni di sei cubiti ed una spitama, che 
fanno all' incirca dieci piedi (m. 3, 25) , in altri di soli 
quattro cubiti ed una spitama (m. 2, 14). Ammettendo 
la seconda di queste misure , sarà Jorza il convenire 
che la parola gigante non si debba Altramente inten- 
dere che nel significato morale pur sopra riferito : atte- 
nendoci invece alla prima, si vedrà bensì che Golia fu 
uomo veramente straordinario, come lo furono l’arabo 
Gabarra e Pusiane e Secondina^ alti anch’essi circa 
dieci piedi, vedutisi a Roma ai tempi d’ Augusto e di 
Plinio il vecchio ; ma non se ne potrà ugualmente de- 
durre che Golia fosse figlio o nipote, e per continua- 
zione padre ed avo d’altri giganti; giacché noi ripe- 
tiamo questi essere stati non razze , ma individui , i 
quali come apparvero per lo passato, così potranno nei 
tempi presenti e nei futuri apparire. 

Altri due luoghi del sacro Testo, nei quali inciden- 
temente si fa parola di giganti, sono la relazione fatta 
dagli esploratori mandati da Mosè a riconoscere la 
terra promessa, e la descrizione del letto di Og re di 
Baran. I primi tornarono dicendo: vi abbiam vediUoi 
mostruosi figli di Enalh di razza tanto gigantesca che 
al loro paragone noi sembravamo quasi locuste: quanto 
al letto di Og, che conservavasi in Rabath, capitale degli 
Ammoniti, esso vien detto lungo nove cubiti e largo 
quattro. Ma gli esploratori, come avverte lo stesso Mosè, 
avevano dette quelle parole ad arte, cioè per distogliere 
il popolo dallo entrare nella terra promessa , con che 
viensi a dire che avevano mentito. Dalla misura poi 


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— *4 — 

del Ietto di Og’ non puossi in alcun modo dedurre, sic- 
come alcuni fanno, la statura di chi lo possedeva, cou- 
ciossiachè i letti grandi e spaziosi furono mai sempre 
un oggetto di lusso in Oriente, come lo sono anche al 
dì d’oggi, ed inoltre, come la storia de’primi tempi lo 
attesta, servivano eziandio di trono, sedendovi non solo 
il principe, ma anche il successore dell’impero e i più 
fedeli ministri. 

Anche la storia profana e le relazioni dei viaggia- 
tori accreditarono per qualche tempo la esistenza di 
popoli di straordinaria statura. Alludiamo agli antichi 
Germani ed ai Paragoni. Ma quanto ai Germani vuoisi 
notare che la crwenza delle loro forme gigantesche 
andò diminuendo' e poi si spense affatto dacché i Ro- 
mani gli ebbero meglio avvicinati e conosciuti. Dei 
Patagoni poi, che i primi navigatori dissero dell’altezza 
di sette a otto piedi (m. 2,27 ai 2,60) , avvenne presso 
a poco lo stesso, giacché impicciolirono a misura che 
furono meglio osservati, ed ora si sa che la media loro 
statura non eccede i cinque piedi e sette pollici, o sia 
metri 1,82. 

Più vera (vedi nota A) e più consentanea alla natura 

Nota à. Alcuni anni or sono, secondocliè fu riferito, certi signori 
inglesi discendenti da antiche nobilissime famiglie di guerrieri, vollero rin- 
novare un torneo all'uso antico, vestendo le armi dei loro antenati. Ma 
la cosa loro non riuscì, perchè trovarono quelle armi troppo strette pel 
loro corpo. 

Ciò proverebbe non solo che i nostri antenati non erano nè più forti 
nè più membruti di noi, ma che invece erano più piccini. 

Ma vi ha di questo fatto un'altra prova ben più grande e concludente. 

In questi ultimi anni, in varie parti d'Europa si trovarono ossa, crani, 
d’uomini che hanno vissuto prima d'ogni rimembranza storica : l’ esame 
di questi residui di quegli antichissimi nostri predecessori ha dimostrato 
indubbiamente che essi erano più piccoli di noi. 

Nè si può dire che gli antichi abbiano dato prove di maggior vigore 
fisico : le gesta dei soldati romani, che certo erano gli uomini più robusti 
del loro tempo, per quello che riguarda vigoria tìsica, resistenza alle fa- 
tiche, ai disagi, all'azione di climi malsani, sono superate oggi dai sol- 
dati francesi in Africa e dagli inglesi in Asia. 

I popoli più vigorosi, più forti e robusti e meglio sviluppati fisicamente, 
sono stati e sono i popoli più civili. 


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— 5 — 

fisica deiruomo è invece Taltra credenza popolare, che 
gli antichi fossero più robusti dei moderni, giacché il 
viver loro era altramente libero e frugale, e ben più as- 
siduo e violento Tesercizio del corpo: ma che la robu- 
stezza maggiore o minore debba trar seco di necessaria 
conseguenza un aumento o una diminuzione neH’altezza, 
è falso, 0 se è vero, lo è entro limiti ristrettissimi ed 
appena degni d’essere tenuti in considerazione. Guar- 
disi una popolazione di laboriosi agricoltori e una po- 
polazione di molli ed oziosi cittadini, una nazione civile 
e una nazione selvaggia: tutto, fuorché la statura, le 
farà discernere l’una dall’altra. 

Conchiudasi adunque che gli antichi poterono bensì 
esser più robusti dei moderni , ma non sensibilmente 
più alti, e che vi furono bensì de’giganti, ma non po- 
polazioni 0 razze di giganti ; e se da queste conclusioni 
un’altra se ne vuol trarre a consolazion nostra e dei 
nipoti, questa sia, che il nostro preteso impiccolimento 
progressivo del- genere umano é una favola, appena 
scusabile col naturale istinto di ingrandir sempre il 
passato ( 1 ). 

IL 

DEI SERPENTI. 

• S 1. 

Dei Serpenti in genere. 

Nelle valli di certe alte montagne^ nelle rovine degli 
anticìii castelli ecc, si trovano serpenti di straordinaria 

( 1 ) La più stravagante di quante opinioni siano state annunziate intorno 
a codesto impiccolimento appartiene al signor Herrion , e vuol essere qui 
riferita a divertimento dei lettori. Nel 1817 egli calcolò e scrisse, che Adamo 
doveva esser alto 123 piedi e 9 pollici, Noù un po’più di 100, Abramo 80, 
Mosè 30, Ercole 10, Alessandro 6, Cesare 5. Ammessa questa gradazione, 
noi dovremmo essere alti tre piedi, e i nostri posteri diverebbero Lilipuli 
quali descrivonsi dallo Swift ne^suoi viaggi di Gulliver. 


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— 6 — 

grossezza, serpenti colla eresia, serpenti co'piedi, ser- 
penti colle ali, serpenti colla coda fatta a freccia, ser- " 
penti zufolato ri ecc. 

In natura non vi sono nè serpenti colla cresta , nè 
serpenti co’piedi (1), nè serpenti con le ali, nè serpenti 
con la coda fatta a freccia, nè, per quanto si sa, ser- 
penti zufolatori. Serpenti di gigantesche dimensioni ve 
n’ha, e ve n’ha di più sorta, ma non in Europa, ove 
VElape a quattro righe o Cerviotto , che è quello che 
vi giunge a maggiore lunghezza, non eccede forse mai 
i cinque o sei piedi. Il Boa ucciso ai tempi di Claudio 
sul Vaticano, e al quale fu trovato nel ventre un bam- 
bino ancora intatto , non potè essere altro rettile che 
questo; solo si potrebbe dubitare della veracità della 
novella. L’unico suono che questi animali possono pro- 
durre è il fischio 0 sibilo, il quale può bensì essere più 
o men forte o sensibile a varia distanza secondo la gros- 
sezza e r ira dell’ animale , ma non mai modularsi in 
modo da riuscire un vero zufolamento, nel significato 
che volgarmente ha questo vocabolo oggidì. 

Non c’è paese di montagna ove non siavi, special- 
mente tra i pastori, chi dica d’aver veduto co' propri 
occhi alcuno di codesti portentosi serpenti ; ma ove si 
sappia astutamente incalzarli e stringerli colle inter- 
rogazioni , odesi da quei buoni uomini , che pur sono 
semplici anche quando mentiscono , cambiare il fatto 
in pura asserzione tradizionale , ed ascendere questa 
dal figlio al padre, dal padre all’avo, dall’avo al bisavo, 
e così perdersi nel regno delle favole. 

I serpenti si attaccano talvolta ai capezzoli delle 
vacche e ne succhiano il latte, di cui sono ghiottissimi. 

(1)1 Piloni, grandissimi serpenti deli’Àsia, dell'Africa e dell' Australia, 
hanno due uncini ai lati dell'ano, ma non hanno la forma, nè fanno offizio 
di piedi. 


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— 7 — 

Noi cominciamo dal negare che i serpenti amino ed 
appetiscano il latte, a ciò indotti dal risultamento di 
molte e molte prove da noi fatte con ogni possibile 
diligenza: neghiamo quindi che vadano a succhiarlo 
dalle vacche. Può darsi, benché da noi non si creda, 
che, come fu le cento volte narrato, siasi qualche biscia 
attaccata ne’ pascoli o nelle stalle ai capezzoli delle 
vacche; ma se il fatto è vero, noi lo reputiamo male 
interpretato riguardo aU'iuteuzione. Le bisce, siccome 
animali che traspirano pochissimo, sentono rarissima- 
mente e debolmente la sete; è dunque improbabile che 
spingansi a quell’atto per dissetarsi. Se invece lo fanno 
per soddisfare la fame, avranno piuttosto il capezzolo 
di mira che non il latte che vi si contiene; giacché 
il loro alimento consiste unicamente e senza eccezione 
di sorta alcuna nelle carni di animali vivi che esse 
addentano ad una delle estremità e che iughiottono 
interi, quantunque più grossi di loro, in grazia della 
enorme dilatabilità delle loro mascelle, delle loro fauci 
e del loro esofago. Del resto, che l’azione del poppare 
sia fisicamente impossibile ai serpenti , lo dimostrano 
la struttura generale delle parti della bocca, e il modo 
e le vie della respirazione. Il vuoto non può farsi nella 
cavità della bocca di questi animali per la mancanza 
di labbra carnose, per la soverchia brevità del tragitto 
delle nari, pel difetto di un velo al palato, e per quello 
di una epiglottide sull’ingresso della trachea. I denti 
poi essendo curvati, a punta acuta e rivolti all’indietro, 
fanno bensì, e molto utilmente, l’ ufficio d'uncini per 
rattenere la preda vivente , ma nell’azione dei poppare 
aderirebbero sì fortemente al capezzolo della vacca, e 
tanto vi penetrerebbero, da non essere più in balia del 
serpente medesimo il distaccar.sene. Sia dunque con 
buona pace dei mandriani; noi non sappiam prestar 
fede a una diceria , la quale , benché sia ripetuta da 
più e più secoli, non potè mai ottenere, come cosa av- 
verata, un posto negli annali della scienza. 


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— 8 — 

I serpenti si introducono talvolta per la tocca nello 
stomaco di coloro che dormono. 

ì 

Se il sonno fosse sinonimo come soltanto è imma- 
gine della morte, questo fatto potrebbe agevolmente 
essere creduto. Ma nel corpo che dorme vi è una sen- 
tinella, la quale, nel generale assopimento dei sensi^e 
delle facoltà deH’anima, veglia alla sua custodia, e co- 
desta sentinella è la irritabilità dei tessuti. Ognuno sa 
come le. mosche, col loro passeggiare sul volto, bastino, 
sebben tanto piccole e leggiere, per isvegliare gli ad- 
dormentati , od almeno per obbligarli a macchinali 
corrugamenti e contorsioni del viso. Ora che è mai la 
irritabilità della pelle a paragone di quella delle lab- 
bra, della lingua, del palato e specialmente delle fauci? 
E come potrà mai credersi che lo insinuarsi e lo stri- 
sciare d’una biscia possa riuscire insensibile a parti 
tanto dilicate e solleticabili, e non rompere nella testa 
di un uomo il più alto sonno di cui sia capace? E poi 
credesi forse che l’esofago stia là, in fondo alla bocca, 
aperto come un tubo di latta, entro il quale senza al- 
cuna difficoltà possa la biscia sdrucciolare e profon- 
darsi? Si provi chi ne ha bisogno a cacciare un dito 
nella gola , e sentirà se quello sia un passaggio mal 
custodito dalla natura. Ma, dirà qualcuno, codesto fatto 
non è soltanto narrato ed asserito dagli uomini delle 
campagne; sonovi storie bell’e stampate, che lo danno 
per avvenuto le più e più volte. È vero, e sarebbe scioc- 
chezza il negarlo; in parecchie opere si tratta di ser- 
penti che diconsi entrati in corpo a’mietltori e ad altri 
lavoratori addormentatisi ne’ campi; ma le opere si 
risentono dei tempi, ne’ quali furono scritte, e. delle 
persone che le dettarono. Quando la medicina stava 
nelle mani degli empirici e degli ignoranti, quando la 
storia naturale non era che un viluppo di favole e di 
assurdità simili a quelle che stiam confutando in questo 


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— 9 — 

libro, ogni concrezione mucosa era un verme, una rana, 
una lucertola , una biscia , e trovata nello stomaco o. 
negli intestini era tosto creduta o nata colà per gene- 
razione spontanea, o penetratavi dal di fuori per la 
via dell’esofago. Ma la medicina e la storia naturale,, 
uscite da quelle tenebre e da quelle mani, ridono oggi 
di codesti svarioni, e non ammettono per credibili se 
non le cose possibili, le quali sono già abbastanza ed 
anche troppo numerose, perchè l’umano intelletto abbia 
a tenersi obbligato di accrescerle colle sue fantastiche 
concezioni. 


.§ 2 . 

Dell’Àspide, o Scorzone, o Scnltone. 

L'aspide^ serpente velenosissimo che si trova in certe 
'iuontagne e in certi luoghi selvatici^ è rosso come il 
fuoco, grosso quanto il braccio di un uomo, e non più 
lungo di due spanne. 

I naturalisti, che da tanto tempo, in tanto numero- 
e con tanta attenzione vanno frugando in ogni cespu- 
glio delle nostre selve, che van percorrendo la base, i 
fianchi, la cima d’ogni nostra montagna, che van scru- 
tinando col lume in mano ogni caverna, ogni sotter- 
raneo in cerca de’più grossi come de’più minuti animali, 
i naturalisti assicurano che codesto aspide è un essere 
immaginario da porsi in un fascio coi serpenti cre- 
stati, pedati, alati ecc. Chi ha veduto una vipera e un 
serpe uccellatore (1) , può dire e credere fermamente 
d’aver veduto le forme di tutti i serpenti europei,, 
giacché tutti sono fatti a somiglianza dell’una o del- 
l’altra di queste due specie. 

(1) Serp Olièra, Piem. Smirold, Milò, Lomb. — Si dice anche- 
serpente da macchia , milordo , bello, sfrustacchione, e laettone ; ma 
questo nome più propriamente si dà ad un altro serpe affine a. questo. 


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— lo- 
ia fantasia degli antichi non si contentò di crear 
i’aspide e di farne un essere mostruoso e soprammodo 
malefico; gli attribuì ben anche la proprietà di gene- 
rare e di portare nel proprio capo una pietra preziosa 
che denominavano carbonchio o carboncolo. Sulla qual 
strana credenza, che pur vive tuttora in alcune nostre 
provincie, è inutile spender parola. 

§ 3 . 

Della Vipera. 

La vipera per dar in luce i viperini è costretta di 
stracciarsi il ventre contro le spine dei 7'ovi. 

Così fosse, giacché non vi sarebbero vipere vecchie! 
ma la cosa va pur troppo altrimenti. La vipera mette 
in luce i novelli alla maniera di ogni altro serpente, 
colla sola differenza che laddove- la maggior parte di 
questi sono ovipari , quella è ovo-vivipara , partorisce 
cioè i novelli dopo che già uscirono dalle uova nel suo 
ventre medesimo. Del resto questa credenza del parto 
forzato della vipera è molto antica in Italia, giacché 
trovasi registrata nelle opere di frà Siraoue da Cascia, 
di S. Gregorio Magno e di varii altri scrittori di quei 
tempi. Quanto all’origine sua, non crediamo di andar 
errati ripetendola dalla etimologia che per più secoli 
si volle dare al nome stesso di codesto serpente. Lo si 
credette composto delle radici latine vi e pario (parto- 
risco per forza) , mentre non è che la contrazione del 
vocabolo vivipara. 

Se tagli il capo ad una vipera, il capo riproduce 
l'intero corpo (i). 

(1) Han la vita nel capo, chè te elli è reciso, e rimanga pure due 
dila, non more (Br. Lai. Tes). 


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Se tagli il capo ad una vipera, sii certo che le togll^^ 
ogni possibilità di ricomporsi , ed infatti vedrai dopo 
qualche ora estinguersi la vita in ambedue le parti. 
•Ogni fatto in contrario asserito dai garzoni delle far- 
macie, dai preparatòri della triaca e dai falciatori del 
fieno, è favola o menzogna. 

Il veleno della vipera sia nella lingua forcuta che 
■continuamente e celeremente fa uscire dalla bocca. 

\ 

La lingua della vipera, come quella d’ogni altra biscia 
e d’ogni altro rettile, lungi dall’essere velenosa, è del 
tutto inetta a qualsiasi genere di offesa. Il veleno, nei 
-serpenti che ne sono forniti, ha tutt’altra sede, e vien 
trasmesso con tutt’altri organi, siccome apparirà dalla 
-seguente brevissima descrizione. Sotto a ciascun occhio 
nella massa del capo vi è una vescichetta, nella quale 
si produce e si conserva un liquido giallognolo , tra- 
. sparente, che è il veleno: nel palato, e propriamente 
.alla base di ciascuna vescichetta, stanno impiantati 
due, quattro o più denti, lunghi, acutissimi, mobili a 
volontà dell’animale, vuoti internamente come una 
penna da scrivere ed aperti alle due estremità : questi 

• denti, che nello stato di inazione stanno applicati con- 
tro il palato, pescano colla radice nella vescichetta cor- 
rispondente. Quando l’ animale è irritato spalanca la 
bocca , la raddrizza e morsica con essi , facendo colla 
pressione del morso colare il fluido velenoso dalla ve- 

.scichetta nella piaga. Tale, e non altra, è la sede del 
veleno nella vipera, e tale è la maniera con che se ne 
vale contro chi la tocca od offende. I ciarlatani lo sanno; 

• e perciò strappano que’denti alle serpi velenose per poi 
maneggiarle confidentemente e senza averne danno in- 
nanzi al volgo stupefatto; che se talvolta accade che 

. la vipera morde il ciarlatano, ciò proviene dalla proprietà 
'Che ha questo rettile di produrre a poco a poco nuovi denti 


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— 12 — 

al luogo dei perduti , proprietà che i ciarlatani igno- 
rano, e dalla quale non seppero sempre guardarsi, dando 
così origine ad uno dei più bei motti proverbiali che 
siano nella nostra lingua. 

La vipera avvelena i funghi e i fruiti che denticchia; 
anzi gli avvelena col solo passarvi sopra o coll'alito. 

La vipera non si cura di cose vegetabili perchè è 
nata per pascersi di soli animali viventi ; quando anche 
poi fosse di tal natnra da mangiare o funghi o frutta, 
non vi adoprerebbe che i denti mascellari, non quelli 
del veleno, giacché ella non usa di questi che per to- 
gliere alla preda la possibilità di fuggire e di difen- 
dersi: e quand’anche facesse spreco di fluido velenoso 
su i funghi 0 sulle frutta, non ne verrebbe general- 
mente danno all’uomo che dopo di lei se ne pascesse, 
dappoiché si sa che il veleno della vipera inghiottito 
è del tutto innocente, fuorché nel caso non facile a 
supporsi in uomo sano, che siavi qualche lacerazione 
sulle pareti interne della bocca o dell’esofago o dello 
stomaco, capace di versarlo nel torrente della circola- 
zione. Ma, ripeto, la vipera non si pasce nè di funghi, 
nè di frutta, e quelle smangiature che di frequente si 
osservano su i funghi e sulle frutta sono opera di lu- 
maconi e di insetti, non mai di vipera o di altra biscia 
come il volgo crede. Che poi lo strisciar della vipera 
su questi od altri oggetti mangerecci, o l’alito suo, 
possa renderli velenosi, son baie da fanciulli. 

Quando la vipera ha sparso tutto il veleno., se ne ri- 
fornisce col mangiare un rospo. 

Il rospo è veramente uno di quelli animali che più 
sovente servono di pasto alla vipera; ma è falso che 
egli solo valga a rinnovare in questo serpente la pro- 


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- 13 - 

dazione del fluido velenoso. Cotesto fluido è una se- 
crezione, come in noi sono secrezioni la bile, la 
saliva, ecc. Ora in quel modo che la bile e la saliva 
produconsi in noi non per la qualità del nutrimento, 
ma pel solo fatto della nutrizione, cosi nella vipera 
producesi indifferentemente il veleno, sia che si pasca 
di rospi, sia che si pasca di rane, di sorci, di lucer- 
tole ecc. 

La vipera è sorda. 

Se talvolta la vipera non fug*g‘e aU'appressarsi del- 
Tuomo 0 delle bestie, ciò avviene perchè è animale 
pigro, 0 fors’anche perchè confida nel tremendo mezzo 
di difesa che la natura le ha concesso. Ma, comunque 
siasi, non manca nè di orecchio interno, nè di udito. 

La vipera fascina il rossignolo., e fa sì che da se 
stesso venga a porlesi in bocca. 

• Che lo spavento cagionato dairimprovvisa appari- 
zione di un essere, del quale o per istinto o per espe- 
rienza si conoscano le malefiche proprietà, agghiacci 
il sangue nelle vene ed instupidisca non solo gli* ani- 
mali, ma anche Tuomo il men pauroso, egli è un fatto 
che mal saprebbesi negare. Ma dal fascino, come il 
volgo lo intende, alla stupidità cagionata dallo spa- 
vento, vi è grandissima differenza. Dal fascino Tanimale 
è attirato, dallo spavento è reso immobile e dissennato ; 
pel primo egli va da se medesimo a mettersi in potere 
del fascinatore; pel secondo divien sua preda perchè 
non ha forza di fuggirlo. Ora il fascino non si fa nè 
dalla vipera al rossignolo, nè da altro ad altro animale; 
e col negare il fascino noi dichiariamo indegne di fede 
le molte storielle che si narrano per accreditarlo. Ab- 
biamo fatto di molte e ripetute sperienze tenendo li- 


— 14 — 

bere in una stanza più vipere e più uccelletti, fra i 
quali varii rossig'nuoli, e se qualche cosa vi abbiamo-, 
osservato, fu il disordine e il g*ridìo con cui quei po- 
veri animali svolazzavano di qua e di là ad ogni muo- 
versi delle serpi. Abbiamo perfino osato turbare una- 
delle più sante cure materne d’una rossignola ponendo 
vicino all’arbusto, sul quale aveva il nido e covava,.' 
una grossa vipera rinchiusa entro una gabbia di sot- 
tili vimini : la covante abbandonò il nido più volte, 
dando segni di profondo spavento; ma trascinata dal- 
l’amore di madre vi ritornò mai sempre, e se la pietà 
non ci avesse fatto interrompere quella prova crudele, 
abbiam ragione di credere che sarebbesi avvezzata alla 
vista di quell’essere abborrito. Vi è poi una ragione 
che forse non parrà a tutti di molto peso, ma che a 
noi pare gravissima,, la quale rende per se stessa im- 
probabile codesta facoltà fascinatrice della vipera. La 
Provvidenza fu parca assai nel distribuire armi o mezzi 
di offesa, e se uno ne concede, raramente ne concede 
più d’uno. Ora la vipera non fu essa sufficientemente 
dotata' quando ricevette il suo mortifero veleno? E 
d’altra parte, non possiede essa la facoltà d'arrampi- 
carsi su gli alberi, per sorprendervi gli uccelli, perchè 
le sia necessario il privilegio di farli scendere da colà 
per fascino? Non neghiam dunque che un usignuolo 
posto improvvisamente a riscontro d’una vipera possa 
perdere il sentimento o la forza della fuga e divenirne 
preda, ma rigettiamo come cosa improbabile e priva 
dell’appoggio di veraci osservazioni la facoltà di affa- 
scinare che alla vipera si attribuisce. 

Le vipere e gli altri serpenti velenosi si distinguono 
dagli innocenti pel color rosso di cui sono macchiati. 

Quantunque il color rosso o ferruginoso si vegga 
talvolta su i serpenti velenosi, e specialmente su le 


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— 15 — 

vipere, è però lungi dal trovarvisi costantemente o sa 
tutti ; e se si aggiunga che parecchi serpenti inno- 
centissimi hanno il ventre macchiato o totalmente co- 
perto da siffatto colore, agevolmente se ne dedurrà che- 
li color rosso, come ogni altra tinta, non può valere a 
far conoscere e distinguere l’una dall’altra le qualità di- 
serpi. Ma per altri rispetti siffatta cognizione non esige 
per lo più nè gran sforzo d’occhi, nè lungo esercizio per 
essere acquistata. I serpenti velenosi sogliono avere la 
testa molto triangolare, più larga del collo, schiacchiata 
e ricoperta da scaglie piccole, somiglianti a quelle che 
loro ricoprono il dorso : gli innocenti sogliono avere la 
testa più presto ovoidale che triangolare, poco o nulla 
più larga del collo, elevata e ricoperta da larghi scu- 
detti 0 piastrelle poligone, affatto differenti dalle scaglie 
triangolari che loro vestono il dorso. I primi hanno la 
coda breve in proporzione della lunghezza del tronco,^ 
e sottile per modo da potersi facilmente con lo sguardo 
conoscere il punto ove comincia: i secondi l’hanno 
assai lunga, grossa all’origine sua quanto il tronco, e 
per gradi insensibili assottigliantesi dalla base alla 
estremità. La maggiore larghezza della testa ne’ ve- 
lenosi è cagionata dal contenersi in essa gli organi 
del veleno oltre agli organi e alle parti che conten- 
gonsi in quella degli innocenti; delle altre differenze- 
che abbiamo accennate, mal si saprebbero da noi o da 
altri assegnare le ragioni. L’Italia sulle sue montagne, 
su i suoi colli, nelle sue pianure non ha che tre ser- 
penti velenosi (1). Essi sono la vipera propriamente 
detta o la vipera aspis dei moderni naturalisti, la quale 
trovasi quasi dappertutto; il Marasso o Pelias heruSy 
che, comune in Inghilterra, nelle parti settentrionali 

(I) Alcuni naiuralisli hanno annunzialo trovarsene su i monti dell’A- 
bruzzo una quarta specie, cioè la Pelias chtrsea; ma questa noliziai 
merita ulteriore conferma. 


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- 16 - 

della Francia, in Svezia, in Germania, nella Svizzera, 
abita in Italia la sola Lombardia orientale negli Stati 
Veneti; e la vipera cornuta o vipera ammodytes, che 
vive anch’essa in qualche luogo orientale del setten- 
trione della Italia, segnatamente nei contorni di Fer-t 
rara; queste tre specie vogliono essere con ragione 
temute e a tutto potere perseguitate. Tutte le altre 
biscie della penisola sono aflfatto innocenti, nè sola- 
mente innocenti, ma anche utili, perchè distruggono 
grandissima copia d'animali dannosi, quali sono i sorci, 
o d’animali schifosi, quali sono i rospi, le salaman- 
dre ecc. Ma fu sempre disgrazia gravissima il somi- 
gliare ai tristi, e le povere bestie, delle quali parliamo, 
sono ovunque abborrite e con accanimento persegui- 
tate perchè colla rea vipera hanno comuni le forme 
più apparenti. 

§ 4 . 

Degli effetti del morso viperino, 
e dei rimedii da usarsi per guarire si l'aomo 
che gli animali domestici. 

Siccome la scienza del popolo è molto imperfetta e 
pregiudicata in ciò che riguarda questi due argomenti, 
<;he ninno vorrà dire di poca importanza, cosi stimiam 
prezzo deir opera riferire qui quelle principali notizie 
che ci paiono dover fare anche ai più idioti abban- 
donare le false per le giuste idee, e le pratiche empi- 
riche per le razionali. 

Egli è un fatto con ogni chiarezza dimostrato dalle 
sperienze, che il veleno della vipera non è costante- 
mente mortale che per piccolissimi animali, e che per 
grandi esso riesce tanto più pericoloso, quanto è mag- 
giore la quantità di veleno che la vipera versa nella 
ferita, quanto più ripetuti sono i morsi, e i luoghi 
ne’ quali son fatti, e probabilmente quanto è più ele- 


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— 17 — 

vata la temperatura della stagione in cui la vipera 
morde. Un passero muore in cinque od otto minuti ; 
un piccione in otto o dodici; un gatto già qualche 
volta vi resiste; un montone spessissimo; perciò un 
uomo nel clima nostro, e a più forte ragione nei climi 
settentrionali, non deve di soverchio temere le conse- 
guenze di un unico morso che gli accada di ricevere. 
Due cavalli, siccome narra il signor Bose, furono mor- 
sicati in America, nello stesso recinto e nel medesimo 
giorno, da una vipera nera, uno a una gamba poste- 
riore, l’altro alla lingua ; il primo guarì dopo una en- 
fiagione di alcuni giorni e una debolezza d’alcune 
settimane; il secondo morì in meno di un'ora: ma il 
signor Bose è d’avviso che le cagioni principali della 
sua morte siano state l’infiammazione che gli aveva 
chiusa la glottide, e l’asfissia che ne fu la conseguenza. 
Questo fatto sembra insegnarci che quando un uomo 
è morsicato da una sola vipera e una sola volta ai 
piedi 0 alle mani, il veleno può sperdersi nel sangue 
senza cagionare la morte, mentre la morte non può 
a meno di tener dietro alla ferita, ogni volta che questa 
sia fatta al capo o in vicinanza del cuore. 

Un centesimo di grano di veleno introdotto in un 
muscolo basta per uccidere un passero ; ne abbisognano 
invece sei centesimi per far morire un piccione: si 
può dunque argomentare che ne abbisognerebbero 
circa tre grani per produrre la morte di un uomo, e 
(dodici per far morire un bue. Una vipera mezzana non 
contiene nelle sue vescichette che due grani circa di 
veleno che essa non esaurisce se non dopo molte mor- 
sicature. Noi possiam quindi ricevere il morso di cinque 
a sei vipere senza morirne, a meno che non si facciano, 
come sopra si è detto, in prossimità agli organi più 
necessari alla^vita. 

Il veleno della vipera agisce distruggendo l’irrita- 
bilità della fibra muscolare e portando nei fluidi un 

— Pregiudizi popolari 2 


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- 18 — 

principio (li putrefazione. I sintomi che risveglia sono 
primieramente un dolore acuto nella parte della ferita, 
con una enfiagione rossa, che in seguito divien livida, 
e invade a poco a poco le parti vicine : vi si aggiun- 
gono poi sincopi considerabili, un polso frequente, pro- 
fondo, irregolare, sconvolgimento di stomaco, movi- 
menti biliosi e convulsivi, sudori freddi, e talvolta 
dolori nella regione umbilicale. La piaga manda spesso, 
dapprima un sangue nero, poscia della sanie, e finisce 
per gangrenarsi quando i patimenti devono terminar 
con la morte. 

Si vantano in Europa numero-si rimedii contro gli 
efietti del morso della vipera, e ognun d’essi, a sen- 
tirne il banditore, produce cure maravigliose, quan- 
tunque non siano spesso che inutilissime preparazioni 

0 ridicoli amuleti. Nè ciò deve recar maraviglia, giac- 
ché non essendo che assai di rado il morso della vi- 
pera, come abbiam detto poc’anzi, mortale per l’uomo, 
avviene che le novanta volte su cento si attribuisca 
ai rimedii l’effetto che è unicamente dovuto alla pic- 
cola quantità di veleno introdotta nella piaga. La- 
sciando perciò di ricordare le moltissime prescrizioni 
inutili 0 di dubbia efiìcacia, verremo qui indicando 
quelle poche che le sane induzioni e le sperienze rac- 
comandano alla fede di tutti. 

Se è vero, come i fatti lo provano, che l’introduzione 
del veleno della vipera nel sangue tenda a coagularlo 
e a distruggere l’irritabilità nervosa, offresi da sè l’idea 
che i rimedii proprii ad impedire l’azione debbano es- 
sere quelli che accrescono la fluidità degli umori e 
stimolano i nervi. Ora, l’esperienza di tutti i secoli, e 
quella principalmente dei popoli semi-selvaggi dei paesi 
caldi dell’Asia, dell’Africa e dell’America, nei quali i 
serpenti velenosi sono in grandissimo numero e so- 
prammodo pericolosi, ci assicura che i sudorifici sono 

1 mezzi più potenti che possansi in tal caso adoperare. 


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/ 


In Asia si fa uso delle radici deU’O^oma e del- 
VOflosa; in America di quelle di^W Aristolochia ser- 
perUaria, àéiVAristolochia anguicida, della Dorste- 
nia contrajerva, della Pongala Seneca ecc. ecc., vege- 
tabili tutti eminentemente sudorifici e per sè soli di 
effetto quasi sempre salutare. Ma in Europa, ove non 
paiono esistere piante tanto possenti, l’alcali volatile 

0 l'ammoniaca liquida è il migliore di quanti rimedii 
si possano adoperare per guarire gli uomini e gli a- 
nimali morsicati dalla vipera, sì nel caso che il morso 
dovrebbe riuscire mortale, come in quello che non 
potrebbe divenirlo, giacché nell’uno come nell’altro 

1 primi sintomi sono ugualmente allarmanti e dolo- 
rosi. 

Così, quando una persona sarà morsicata da una 
vipera, deve fare o far fare una forte legatura imme- 
diatamente al di sopra della piaga, succhiarla o farla 
succhiare da qualcheduno, scarificarla o farla scarifi- 
care con uno stromento tagliente, e farne uscire la 
maggior copia di sangue: o meglio ancora la caute- 
rizzerà con un ferro rovente, colla pietra infernale od 
altre analoghe sostanze. Queste operazioni preliminari 
diminuiscono singolarmente la gravità dei sintomi 
facendo uscire, trattenendo e disnaturando una parte 
del veleno; ma se non si sono fatte nel primo quarto 
d’ora, diventano inutili, e non servono più che a far 
patire il malato. In ogni caso è d’uopo mettere sulla 
piaga pannolini o filacciche inzuppati d’alcali volatile, 
e darne a bevere il più che si possa, cioè da due goc- 
cie fino a dieci o dodici entro un grande cucchiaio 
d’acqua. Siccome questo liquido cauterizza quando è 
amministrato internamente a dose troppo forte, e ciò ^ 
nulla di meno produce tanto migliori effetti quanto 
maggiore ne è la quantità, così dovrassi necessaria- 
mente porre ogni studio per sapere quanto il malato 
ne possa sopportare: ma infrattanto ciò che grande- 


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— 20 — 

mente importa’di schivare si è di affaticarlo. Egli sarà 
posto in un letto ben coperto, e quando suderà si farà 
in modo che nel medicarlo o nel dargli a bere, non 
abbia a pigliar freddo. Contuttociò queste due cose 
devono essere frequentemente rinnovate, se vuoisi che 
producano gli effetti desiderati, e spetta alla prudenza- 
dei medico, o di chi ne fa le veci, il regolarne la pra- 
tica e la durata. Quando Tenfiagione sia cresciuta a 
tanto da rendere la legatura dolorosa al malato, questa 
si torrà via senza timore alcuno, perchè lo scopo pel 
quale fu fatta era solamente quello di ritardare la cir- 
colazione del sangue intrigandolo in codesta parte, e 
tale scopo è ora. raggiunto. I sudori abbondanti e il 
sonno sono i sintomi che si devono desiderare, e si 
otterranno immancabilmente se sarannosi praticate le 
indicazioni accennate fin qui. Sul principio, non si 
darà al malato altro alimento che vino caldo con zuc- 
chero ; ma poi, quando la fame comincierà a tormen- 
tarlo, gli si concederanno delle zuppe, dapprima leg- 
giere, poco copiose e rare, poscia, a proporzione del 
ritorno delle forze, di mano in mano più frequenti e 
sostanziali. 

§ 5 . 

fk 

Del Chelidra, deirJacalo, della Farea 
e del Cenerò. 

Chelidro è una specie di serpenti che sta in terra e 
in acqua^ e fa fumare la via onde passa, e sempre va 
dritto, chè se egli torcesse creperebbe. 

Jaculo è spezie che si lancia e trafora quel che per- 
cuote come una lancia o una saetta. 

Farea è spezie che va ritta, e solamente la coda stra- 
scina per terra. 

Genero è una spezie,, che sempre va torcendosi, o 
non va mai diritto. 

\ 

i 


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— 21 — 

Così il fiuti , commentatore della divina Commedia, 
ha definito e descritto, come gli avesse veduti, quattro 
serpenti che non hanno mai esistito fuorché di nome, 
regalandovi per ognuno una assurda fanfaluca. Vuoisi 
però esser giusti e riconoscere che il fiuti non d’altro 
è reo che di smodata credulità, avendo tolte e seria- 
mente trasportate ne’ suoi commenti codeste notizie, 
che già trova vansi registrate nelle opere di scrittori più 
antichi di lui, e specialmente nella FarsagliadX Lucano. 

I moderni naturalisti hanno applicato i nomi di Che- 
lidro, di Jaculo, di Farea, di Cenerò ad altrettante serpi 
esotiche; ma lo fecero a caso, o come il capriccio lor 
venne, giacché gli antichi non ci trasmisero con quei 
nomi alcuna vera notizia atta a farci conoscere la spe- 
cie , cui erano attribuiti ; e le serpi che portano ora 
que’nomi, strisciano, addentano e vivono come tutte le 
altre serpi. 


§ 6 . 

Della Dipsa. 

La Dipsa è un serpente tormentato da wia sete tede, 
che V eccesso col quale esso si soddisfa, gli fa disten- 
dere il ventre a segno di farlo crepare {!). 

Codesta sete tormentosa, codesto eccesso nel bere, e 
la morte che gli si fa tener dietro , avrebbero estinta 
la specie nel paradiso terrestre, se la specie fosse stata 
creata con tanto malore in corpo. Ma la Dipsa, o a 
meglio dire il serpente che i naturalisti conoscono sotto 
questo nome, è una specie solleticata, come ogni altra, 
da appetiti moderati, e che si tuflta sovente nell’acqua, 
a somiglianza della nostra biscia dal collare, non per 
bere, ma per nuotare e per darvi la caccia a quelli 


(I) Agricola, De re rtulica. 



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- 22 - 

aniraaK, di cui più volentieri si pasce. Abita lungo i 
fiumi dell’Africa, ed è velenosa. 

§ 7. 

Della Cerasta. 

V 

Cerasta è un serpentello che ha alla testa due comi- 
celle nere, e in Etiopia in quelli paesi caldi entra sotto 
la tana col corpo , e con tutta la persona , lascia solo 
di fuori le due cornicene; gli uccelli che volano, veg- 
gendole , credono che siano due lombrichi , scendono 
d'aria per pascersi, come col becco toccano le coma, 
e il serpente li piglia, e pascesene. 

La sola verità che si contenga in questo racconto, 
che togliamo alle opere diverse di Franco Sacchetti, 
si è che la Cerasta è un serpente africano guernito di 
due piccole protuberanze o corna, situate al di dietro 
di ciascun occhio; tutto il resto è diceria favolosa o 
per lo meno ipotetica, perchè non si appoggia ad al- 
cuna osservazione diretta, nè ad alcun esempio di ana- 
logia nell’istinto degli altri serpenti. Avvertasi inoltre 
essere la Cerasta uno dei serpenti velenosi che giun- 
gono a maggiori dimensioni, ed essere quindi impro- 
prio il qualificativo di serpentello datogli dallo scrittor 
fiorentino. 

§ 8 . 

Delle Anfesibene. 

Gli antichi ebbero di questa sorta di serpenti idee 
tanto false e spropositate da muovere piuttosto a com- 
passione che a riso chiunque si ponga a meditare sulla 
storia dello spirito umano. Avendo questi rettili la 


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— 23 — 

coda ottusissima e grossa quanto la testa, gli anti- 
chi sentenziarono senza più, che avevano due teste; 
siccome poi non attribuivano maggior eccellenza al- 
l’una che all’altra di tali teste, così scrissero esser cosa 
affatto indifferente per le anfesibene il far cammino 
direttamente o il retrocedere senza voltarsi. Ma da tanto 
insigne ed unico privilegio di natura parve forse pec- 
cato il non derivare ogni altra maggiore utilità che 
fosse possibile a immaginarsi , oltre a quella del pro- 
gredire e del rinculare con uguale facilità; si aggiunse 
quindi che l’ una delle due teste vegliava e stava a 
guardia del corpo mentre. l’altra dormiva, e che ove 
avvenisse che un colpo traditore tagliasse alle anfesi- 
bene il corpo per lo mezzo, i due pezzi, fornito come 
era ciascuno d’una propria testa, si ricercavano, si rap- 
piccavano l’ uno all’ altro e tornavano a formare , per 
pronta adesione e saldatura, un pezzo solo. Il povero 
Orrilo deir Ariosto non aveva che la metà di questo 
magico attributo! Ma da cosa nasce cosa, e dai fatti 
falsi colano a furia le conclusioni assurde: perciò si 
disse pur anco che le anfesibene, seccate e ridotte in 
polvere, erano un eccellente specifico per guarire le 
fratture . . . Finalmente gli antichi attribuivano alle 
anfesibene la facoltà di uccidere collo sguardo , e di 
slanciare a grandissima distanza un loro potentissimo 
veleno, mentre in fatto sono le più innocenti e le più 
inermi creature che si conoscano nella famiglia dei 
serpenti. 


§ 9 . 

Dell' Angue fragile (1\ 

L'angue fragile è cieco, velenoso, e di tanta fragi- 


li) Aguglioun, Nizz. — Orbaceu, Piera. — Orbiseu, Mil. — Or- 
bettino, Ghiacciòlo, Subborgola presso alcuni scrittori, ed anche Cecella^ 
Cicigna, Luscengola, Fienarola. 


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- 24 - 

liià di corpo, che si spezza nel distendersi che fa per 
la collera. 

L’angue fragile ha un par d’occhi piccoli sì, ma bril- 
lantissimi , permodochè è difficile a concepirsi come 
ridea della loro mancanza abbia potuto sostenersi e 
durare dalla più remota antichità fino ai tempi nostri. 
Di veleno non ne ha nè punto nè poco, e per soprap* 
più è caso rarissimo che egli apra la bocca per mor- 
dere. Per quanto riguarda la sua fragilità, essa è vera- 
mente grandissima, ma non è vero che essa sia un 
difetto dell’intero corpo e che questo si spezzi pel solo 
efiètto della tensione prodotta dalla collera L’angue, 
come la lucertola , non ha di fragile che la coda , la 
quale però è lunghissima a paragone del tronco, e 
tanto gli somiglia da illudere l’osservatore, dandosegli 
a credere continuazione o parte del tronco medesimo: 
perchè poi questa coda si spezzi , abbisogna d'essere, 
sebben leggermente, percossa o piegata da forza stra- 
niera, oppure è necessario che l’animale la agiti con 
violenza, o la raccolga in giri troppo angusti di spira. 
Del resto non è gran danno .per l'angue la perdita di 
quest’organo. L’animale mutilato ritirasi nella sua buca, 
d’onde dopo pochi giorni lo si vede uscire con la piaga 
già ben cicatrizzata. In capo a un mese è già visibile 
la nuova coda, e al compiere dell’anno è al tutto rifatta. 
Se non che,infrattantoche il tronco riproduce la coda, 
è falso, come da taluni si crede, che la coda staccata 
riproduca il tronco, e si trasformi in angue perfetto. 
Dapprima si contorce e si dimena, come la coda delle 
lucertole posta in ugual condizione, ma a poco a poco 
que’movimenti vitali diminuiscono e poi cessano afiatto, 
per lasciar luogo al processo della putrefazione. 


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— 25 — 

III. 

DEL COCCODRILLO. 

Il coccodrillo uccide l'uomo e poi lo piange (1) : manca 
di lingua. 

Il coccodrillo dopo aver ucciso l’uomo, lo inghiotte 
se è da tanto da poterlo fare, o lo mangia a brani, poi 
si nasconde per digerirlo più tranquillamente che può. 
Il pianto , come il riso , propri! dell’ uomo e del solo 
uomo, sono commozioni straniere per lui, e quand’anche 
gli fosser proprie, non manifesterebbe la prima nel 
soddisfacimento di due naturali bisogni, quali sono la 
fame, o la propria dife.sa. Quanto alla lingua, essa fu 
oggetto di disputa nei tempi antichi. Alcuni natura- 
listi pretesero che i coccodrilli veramente mancassero 
di quest’organo; altri sostennero che lo avevano, ma 
brevissimo, e collocato all’ingresso delle fauci ; gli scul- 
tori poi e gli antiquari, che si aiutano dei lumi della 
storia naturale per fare le opere loro, o per restaurare 
quelle dell’antichità, si affaccendarono per lunga pezza 
ora a mettere, ora a togliere la lingua ai coccodrilli,, 
secondo che prevaleva o Luna o l'altra di quelle opi- 
nioni. Ma per isfortuna, se non dell’arte, almeno della 
scienza, la prima era falsa, la seconda era erronea. I 
coccodrilli hanno la lingua, e l’hanno esattamente pro- 
porzionata all’ampiezza della loro bocca: però essa ade- 
risce per di sotto e pei margini alla mascella inferiore,, 
dimodoché non può essere dall’animale sollevata; verso- 
la base poi forma un rialto o una sorta di valvula, la 
quale, abbassandosi o sollevandosi, apre o chiude Ta- 
li) Quindi nacque il proverbio lagrime del coccodrillo, per dire di. 
colui che a bella posta si fa male, e poi mostra che gliene incresca. — 
fDitionario della lingxta Hai. Bologna, 


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— 26 — 

pertura delle fauci. Coloro adunque che negavano af- 
fatto la lingua ai coccodrilli la scambiavano col piano 
della mascella, e coloro che la dicevano brevissima pi- 
gliavano una parte per il tutto, cioè pigliavano il rialto 
della lingua per la intera lingua. De' quali errori sa- 
rebbe durezza il far rimprovero agli antichi , perchè 
nel primo caso negavano il nome di lingua ad un or- 
gano che non ne compie gli uffizi, nell'altro poi chia- 
mavano lingua la parte che sola le rassomiglia per la 
mobilità. 

V 

Vive in Egitto un animale somigliante a una mar- 
tora e chiamato icneumone o ratto di Faraone, il quale 
elitra in corpo al coccodrillo mentre dorme a bocca 
aperta^ e lo uccide, 

s. 

Non è favola che i coccodrilli dormano o stiano per 
molte ore immobili sulle rive dei fiumi con la bocca 
semiaperta; ma è favola che l'icneumone colga que- 
tempo per introdursi nel loro corpo. Converrebbe che 
i coccodrilli, come già abbiam detto degli uomini con- 
futando nel parlar dei serpenti una egualissima cre- 
denza, dormissero un sonno di morte, per non sentirsi 
arrampicare su parti tanto dilicate l’audace animale, 
«e per. non farne, issofatto , un boccone. Per altro , se 
non è vero che l’icneumone uccida in questa maniera 
i coccodrilli, egli è certo invece che ne distrugge gran- 
dissimo numero mangiandone le uova. Esso ne è ghiotto, 
e le ricerca nell’ opportuna stagione con diligenza e 
Assiduità. Ed è per questo che gli antichi Egiziani , i 
<iuali adoravano il coccodrillo per timore, adoravano 
l’ icneumone per riconoscenza. • . , 


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— 27 - 


IV. 

DEL CAMALEONTE. 

Il camaXeorde prende i colori dei corpi, su i quali si 
posa, 0 die gli stanno vicini. 

La proprietà che veramente possiede questo rettile 
di cambiare ad ogni istante di colori , lo ha reso ce- 
lebre e proverbiale fino dai tempi più remoti. Alla pa- 
rola di camaleonte svegliansi nello spirito nostro mille 
•idee di versatilità, d’incostanza, d’ingratitudine, di bassa 
adulazione : sono camaleonti quegli uomini che per pia- 
cere ai potenti condannano oggi ciò che lodavano ieri: 

- sono camaleonti quelli che vi accarezzano finché la for- 

• tuna vi arride, e vi calpestano quando la fortuna vi 
lascia: sono camaleonti coloro, che spregiando ogni 

• convinzione, ogni affetto, ogni dovere, piegan di qua, 
piegan di là secondo il vento che spira ; infine la parola 

-camaleonte significa l’ultimo grado di vigliaccheria 

- cui l’uomo possa discendere. Ma se è vero che i cama- 
leonti della società prendano i colori dalle persone e 

' dai tempi, non è vero che accada lo stesso dei cama- 
leonti della natura. I corpi su i quali si posano, o ai 
•quali stanno vicini, non hanno influenza veruna sul ^ 
mutamento del loro colore. Da grigiastri, quali sono* 
allorché dormono o assolutamente riposano, coloransi, 

• a poco a poco e successivamente, di fascie o mac- 
chie giallognole, porporine, violette o scure. Il ti- 
more 0 la collera, lo stimolo o la sottrazione della 
luce, l’elevaaione o l’abbassamento della temperatura, 

-sono le cause di que’cangiamenti,i quali perchè appa- 
iono simmetrici su i due lati del corpo, e perchè si ri- 
producono in qualsivoglia condizione di luogo e di 
■circostanze, accennano chiaramente di provenire da 


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- 28 - 

interne disposizioni organiche dell’ animale , anziché 
dagli oggetti esterni, i di cui colori si riflettano dalla 
sua pelle, come da uno specchio. 

Il camaleonte vive d'aria. 

Molti gravissimi storici, a cominciare da Plinio, hanno* 
dolcemente inghiottita questa carota; i moralisti poi,, 
i rettorie! e i poeti la usarono con maligna compia- 
cenza per flagellare i vanagloriosi e i superbi, ai quali,, 
perchè bene sta il dire che si pascono d’aria, applica- 
rono dai pergami e nei libri il nome di camaleonti.. 
Ciò che può aver dato origine a codesta credenza è- 
forse l’ampiezza straordinaria dei polmoni che si os- 
serva in questi animali per ogni rispetto curiosissimi:: 
essi riempion quasi tutto il corpo, e procacciau loro* 
la facilità di gonfiarsi oltre misura, fino a raddoppiare* 
di volume. Ma l’aria inspirata in tanta quantità serve- 
alla respirazione o a manifestazione di collera, non già'i 
alla nutrizione dei camaleonti. Per quest’ultimo bi- 
sogno fanno preda in modo assai singolare di mosche** 
ed altri insetti viventi. Incominciamo dal dire che gi- 
rano i due occhi per ogni parte e a loro libera voglia,, 
senza che uno segua il movimento dell’altro. Essi non 
sono obbligati di voltargli ambedue da un canto o 
dall’altro, come facciamo noi o come fanno tutti gli. 
altri animali che hanno gli occhi mobili, ma per pro- 
prio e particolar privilegio ne movono uno non mo- 
vendo l’altro, cioè guardano con uno in alto, coll’altro 
in basso, o con uno gli oggetti dietro e perfin sopra 
le spalle , e coll’altro quelli che stanno loro dinnanzi. 
Fermi sul ramo di un albero aspettano-, con quella 
strana guardatura e con una immobilità sorprendente, , 
che venga a passare innanzi a loro qualche mosca od r 
altra alata besticciuola : ed ove ciò accada fanno istan- - 
teraente uscire dalla bocca un bitorzolo carnoso e vi- 


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— 29 — 

scido, somigliante a un cono rovesciato o a un imbuto 
posto all’estremità della lingua, e con esso colgono e 
impigliano il povero insetto. Codesta lingua è cilin- 
drica, e non solamente è presta come fulmine a uscir 
dalla bocca , ma è ’altres'! estensibile in modo affatto 
maraviglioso ; essi la spingono fuori per un tratto mag- 
giore della lunghezza del loro proprio corpo ; e siccome 
mirano con incredibile giustezza, così fanno 'dal ramo 
a cui sonosi abbrancati , e senza dar segni di movi- 
mento nelle altre parti del corpo , copiose caccie in 
poche ore. 


V. 

DEL RAMARRO (1). 

Il ramarro è un appassionalo ammiralore ed atnico 
dell'uomo : se gli passi vicino fissa in te immòbilmente 
lo sguardo: se hai vicina una vipera te ne avverte. 

Dalla prima di queste credenze trasse origine il modo 
di dire italiano aver l'occhio del ramarro., che vale 
averlo bello e attrattivo e che guarda volentier l’uomo (2). 
Ma quando ti avvicini ad un ramarro, il più delle volte 
fugge precipitosamente e si rintana ; che se non fugge, 
tiensi immobile e ti segue attentamente collo sguardo 
onde spiare ogni tuo atto e movimento, se ostile o non 
curante. Provati di avanzare di un passo verso di lui, 
e vedrai che con una celerissima fuga antepone la 
propria sicurezza alla contemplazione delle tue forme 
dignitose. E se il ramarro teme l’uomo, assai più teme 
la vipera, giacché l’istinto, che parla chiaro nel cuor 

(1) Ramno, Roma. — Liguro , Bologna. — Lambert, Nizza. — 
Jhezs, Milano. — Ajeul, Piemonte. 

(2) Dizionario della lingua Italiana. Bologna, 1833, alla parola 
Ramarro. 


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- 30 - 

delle bestie, gli fa sapere essere codesto serpente uno 
de’suoi più capitali nemici : ove dunque gli avvenga di 
mirarlo ascoso fra le erbe, fa forza di gambe e scappa,, 
senza brigarsi (chè non ne ba nè voglia nè mezzi) di 
dartene avviso. 

Jl ramarro assale qualche volta la vipera^ si baite 
coraggiosamente seco lei e la vince. 

Quanto abbiam detto- poc’ anzi rapporto al naturale^ 
spavento che ravvicinarsi della vipera cagiona al ra- 
marro, fa già presumere della improbabilità di siflfatta 
battaglia. A renderne poi la vittoria vieppiù improba- 
bile, anzi del tutto impossibile, giova il riflettere che 
il ramarro ha pelle poco dura e nissuni altri mezzi di 
offesa oltre i denti, i quali sono minuti e deboli, men- 
tre la sua nimica è coperta di forti scaglie, e, ciò che 
è più, ha i denti formidabilissimi del veleno. I tenta- 
tivi di fuga, i contorcimenti, gli sforzi disperati e d’ognr 
maniera che fannosi dai ramarri addentati dalle vipere 
ad una delle estremità, avranno probabilmente fatto 
nascere la credenza dell’indole guerresca dei primi. 

Il veleno della vipera non nuoce al ramarro., percìiè 
corre tosto a mangiare un'erba che ne distrugge l'a- 
zione. 

Coloro che primi fecero del ramarro un campione di 
tal valore da combattere e da vincere la vipera, pare 
siansi accorti essi stessi che porgevano al pubblico un 
fatto soverchiamente diflflcile a credersi. Si avvisarono 
quindi di temperarlo e di renderlo più accettabile con 
uno spediente che molto non si discosta da quello che 
i poeti usarono spesso per rendere credibili i fatti in- 
credibili degli eroi. Omero ed Ariosto fatarono dal capo 
alle piante i loro Achilli, i loro Orlandi, facendoli in- 


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— 31 - 

vulnerabili ; gli antichi naturalisti , se pur conviensr 
questo stórne a chi inventò le favole di cui ci occupiamo^ 
attribuirono al ramarro la cognizione di un’erba, sparsa 
necessariamente ovunque possono incontrarsi il ra- 
marro e la vipera , che da quello denticchiata fra un 
morso e l’altro di questa, ne annulla gli effetti mici- 
diali. Ma anche lo spediente è di tale natura da non 
potersi inghiottire, sicché le vittorie del ramarro sulla 
vipera sono e saranno sempre vane e ridevoli storielle,, 
non altrimenti che i suoi combattimenti con essa. 

VI. 

DELLE LUCERTOLE (1). 

Le lucertole dal venire rosso sono velenose. 

Fra le moltissime varietà di lucertole che si cono- 
scono, quella dal ventre rosso, come dice il popolo, o- 
dal ventre ranciato, come si direbbe da noi, non è la 
meno vistosa o la più rara. Incontrasi principalmente 
su i colli molto soleggiati,e il popolo la teme perché 
crede che il colore rosso, come già si è accennato par- 
lando dei serpenti, sia nei rettili indizio certo di veleno. 
Ma siccome l’abito non cambia l’indole degli uomini,, 
così il colore non cambia l’organizzazione degli ani- 
mali, e la lucertola, abbia o non abbia la pancia ros- 
seggiante, è mai sempre una lucertola, cioè un ani-, 
maletto innocentissimo. 

Le lucertole da due code portan fortuna (2). 

Nei tempi antichi correva tra la gente di cervello» 

(1) Slrapioun, Nizz. — Laseria, Lazerta, Piem. — Filiguerta, Ca- 
liscerlula, Sard. 

(2i Difesi in proverbio aver la lucertola da due code e vale essere- 
aflbrlunato eco. (Dizionario della lingua Ital. Bologna, 1823;. 


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e 


- 32 - 

debole la superstiziosa voce che uno, il quale tenesse 
addosso una lucertola con due code, dovesse essere per 
necessità fortunatissimo e grandemente privilegiato da 
Plutone, perchè a questo Dio delle ricchezze attribui- 
vansi due code. Nei tempi moderni, benché spento il 
credito di Plutone e perdutasi la memoria delle sue 
code, quella voce non venne meno, anzi si rinforzò 
per ridea, continuativa e poco diversa dalla prima, 
che le lucertole di due code sappiano scegliere numeri 
•di certa vincita al lotto. Questa credenza è comune, 
più che non si crede, fra le persone del popolo, nè 
l’esperienza, che disinganna da tante cose quaggiù, 
valse finora a disingannarle da tante assurdità, giacché 
è uso degli uomini poco riflessivi il menar rumore di 
quei rarissimi casi che favoriscono le loro idee, e il 
tacere o cacciar tosto dalla memoria i mille fatti che 
le condannano. Meno dunque per la speranza di otte- 
nere conversioni, che per l’opportunità offertaci dal- 
l’argomento, narreremo qual sorta di buona ventura 
abbia recato, sono circa dodici anni, uno di codesti 
animaletti a due giovani abitanti di Maccagno, villag- 
gio posto sulla riva sinistra del Verbano. Trovata da 
costoro e raccolta con festa una lucertola a doppia 
coda, fu chiusa in un recipiente, ove erano state messe 
novanta cartoline tagliate a foggia d’anelli, e segnate 
*coi novanta numeri del lotto. Cinque volte le fu per- 
.messo di uscire, ed ogni volta portò seco a maniera 
di collare una delle cartoline, che correndo aveva im- 
broccata col capo. Fatta la cabala e certi di arricchire, 
quei poveri giovani non poser tempo in mezzo ; benché 
l’ora fosse già tarda, gittaronsi in un barchetto, e a 
forza di remi si spinsero a Intra, sull’opposta riva, ove 
in quella sera medesima dovevansi chiudere i registri 
del lotto. Avean giuocato, eran di ritorno, tenevano 
,già il mezzo del lago, quando sorse una fiera procella, 
che ambidue sommerse e miseramente annegò. Si chie- 


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— 33 - 

derà se quei numeri uscissero almeno dairurna mentre 
gli infelicissimi giuocatori erano ingoiati dalle onde... 
Neppur uno. 


VII. 

DEL GECO (1). 

Il geco corro7npe i cibi toccandoli con le zampe^ e 
agghiaccia istantaneamente il sangue di coloro, cui 
giunge a strisciare sul petto. 

Vedi un esempio della ingratitudine degli uomini, 
sciama con ragione il principe di Musignano (2). Questa 
innocente lucertola, intenta di continuo a purgare i 
luoghi in cui vive, e sono quegli stessi in cui viviam 
noi, da ragni, da zanzare e da una infinità di altri 
insetti molesti, non ha saputo trarre altre ricompense 
dai benefizi che ci rende, fuori che calunnie e perse- 
cuzioni. Il lurido e tetro suo aspetto, Tapparire tacito 
e improvviso, la strana facilità con cui, sovrastando 
,alle nostre teste, corre sul soppalco o sulla vòlta delle 
stanze, e queirincerto ribrezzo che sogliono destare i 
rettili in generale, sono forse le cause che comincia- 
rono a renderla sospetta. Il nome volgare poi di Ta- 
rantola, che in più paesi le si dà non altrimenti che 
ad un ragno malefico del quale parleremo a suo luogo, 
contribuì senza meno a far sì che i sospetti si cam- 
biassero in accuse. Ma noi preghiamo instantemente 
i nostri fratelli dellltalia littorale e meridionale, della 
Corsica, della Sardegna, della Sicilia, ove il geco è 
comune nelle case, di non temerlo per ragione alcuna. 

(1) Lagramua , Nizz. — Tarantola, Ilal. lUlor. e raerid. — Scurpiony 
Oenova. — Tarantola, Ascurpi, Pistilloni, Pistilloni murru, Sard. 

(2) Iconografia delia Fauna italiana. Articolo deìVAscalaboies mauri- 
ianicus. 


Gemè — Pregiudizi popolari 


ì 


, — 34 - 

Egli è affatto innocente, non corrompe i cibi che 
tocca, non agghiaccia il sangue di coloro su i quali 
passeggia. E per prova adduciamo noi stessi : noi non 
saremmo a scrivere qui del geco, se il geco fosse tanto 
atroce animale. Non una, ma le più e più volte strisciò 
egli sul nostro viso, sulle nostre braccia, sul nostro 
petto in Sardegna, quando affranti dalla fatica e dal 
calore pigliavamo discinti un po’ di riposo sotto ai 
tetti ospitali di Porto-Torres, di Alghero, di Terra- 
nova, ecc.: due fastidii ci arrecava col venirci addosso: 
ci turbava il sonno, e ci vellicava molestamente la 
pelle con quella sorta di ventose che porta alle dita. 
Ma se ciò debba bastare per rendere tanto esecrato un 
animale, ognuno sei pensi. 

Vili. 

DEL BASILISCO. 

Il basilisco nasce dalVuovo del gallo ed è tal animale 
che se. è primo a fissare lo sgvxirdo sulVuomo^Vuomo 
muore; se invece vien guardato prima daXVuomo^ 
muore egli stesso (1). 

Questa è una favolaccia che non ha particella di vero 
0 di verisimile in natura. Primieramente i galli non 
fanno, nè possono far uova per ragioni facili a conce- 
pirsi; le uova che diconsi di gallo sono uova mostruose 
di galline, oppure, uova imperfette di pollastre: in 
secondo luogo da queste uova e da qualsiasi altro uovo 
d’uccello se qualche cosa si sviluppa, è costantemente 

' (1 ) Ancor più terribile era il basilisco de’ nostri buoni antichi : Bada- 
lischio, scrive Franco Sacchetti, è un serpente, che pure col suo sguardo 
uccide, e già non ha in sé per niun tempo misericordia, e non trovando 
alcuna creatura, o fiera, o altra cosa di poter attossicare, con uno strido 
fa seccare gli arbori, le piante e le erbe che gli stanno intorno, per Io 
fiato che gli esce dal corpo tanto pieno di tosco. (Op. div. 90). 


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— 35 — 

un pulcino della specie de’ genitori. Quindi il basilisco 
e i suoi attributi sono immaginarii, come è immagi- 
nario l’uovo del gallo. — I ciarlatani fabbricavano 
per lo passato dei basilischi con la pelle delle piccole 
razze (1), di cui rivolgevano in su a foggia d’ali le 
nuotatole dei fianchi, e alla quale aggiustavano con 
moltissima arte un becco, un paio di piedi e una coda, 
tolti a vari animali ; e codeste fraudolenti preparazioni 
erano ricercate, comperate, esposte nei musei, e figu- 
rate nei libri come vere e naturali rarità. Il tempo 
e il progresso delle scienze ne fecero poi buona ra- 
gione : e se qualcuna, scampata ai denti del tarlo, rin- 
■ viensi anche ai di nostri, non tarda a diventare pro- 
prietà e balocco dei fanciulli. 

« I naturalisti diedero corpo e significazione al nome 
vano di basilisco applicandolo a certo genere di lucer- 
tole americane , che hanno la testa piramidale, sor- 
montata da una bizzarra appendice cutanea sottile e 
triangolare, che somiglia a- una mitra. Ma codeste 
lucertole, in onta al nome e all’aspetto che hanno, 
sono poveri ed innocenti animali che vivono di insetti 
nei boschi e fra le rovine degli edifizi. 


DEL DRAGO. 

n drago è uno sterminato * serpente colle ali, coi 
piedi ecc. 

Vi è una scienza chiamata Geologia, la quale ha per 
iscopo la cognizione della struttura del pianeta che 
abitiamo e delle vicissitudini alle quali andò soggetto 
prima di ridursi allo stato e alle condizioni, nelle quali 

(1) Pesci marini di corpo mollo schiaccialo orizzontalmcnle, di forma 
quasi romboidale e di coda sottile. 


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— 36 - 

presentemente si trova. Questa scienza coltivata ai 
giorni nostri da uomini ne’ quali la dottrina è pari al 
retto intendimento, è giunta a provare col mezzo di 
scoperte sensibili e fisiche una verità, che noi vene- 
ravamo di già per debito di fede nella Genesi, e co- 
desta verità si è, che le varie classi degli esseri orga- 
nici o viventi furono create l'una dopo l’altra, a in- 
tervalli di tempo che nulla vieta, anzi tutto consiglia 
di credere periodi lunghissimi; che nel crearle Iddio 
procedette dal semplice al composto, e che l'uomo, 
siccome il più perfetto di tutti codesti esseri, fu l’ul- 
tima sua fattura. Infatti, gli esseri che secondo Mosè 
furono creati nel terzo yom (1), cioè dopo la materia, 
dopo la luce e dopo la separazione della terra dalle 
acque, furono i vegetabili erbacei e gli alberi ; a questi, . 
poiché nel quarto Iddio dispose e ordinò gli astri nel 
firmamento, succedettero nel quinto yom gli animali 
acquatici e gli uccelli; nel sesto poi vennero i rettili 
terrestri, poscia i mammiferi, e da ultimo l'uomo. Que- 
sta successione di creazioni fu dalla Geologia ricono- 
sciuta nelle impronte o nelle parti dure degli esseri 
organici, che trovansi nei terreni o negli strati diversi 
che compongono, per così dire, la corteccia del globo, 
i quali terreni o strati sono a non dubitarne il risul- 
tamento di altrettanti cataclismi o sconvolgimenti ge- 
nerali, che cambiarono la faccia della terra, e che o 
per azione meccanica o per alterazioni indotte sia nel 
suolo, sia nell’atmosfera, distrussero molte generazioni 
di quelle creature primordiali. Ora, nei terreni che 
immediatamente riposano sul più antico, cominciansi 

‘(1) Così suona la parola ebraica, alla quale i traduttori latini della 
Genesi fecero corrispondere la parola dies (giorno): ma per essere certi 
che Musé non ha voluto intendere con essa un giorno di ventiquattr'ore, 
sibbene uno spazio di tempo indeterminalo, basterò riflettere che egli l'a- 
dopera ; 1 . per indicare anche i periodi che trascorsero innanzi alla crea- 
zione della luce; 2. per indicare collettivamente i cosi detti sei giorni 
della creazione. 


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— 37 — 

a scoprire le impronte, prima dei vegetabili più sem- 
plici quali sono le felci, le palme ecc., poscia dei grandi 
alberi legnosi: le prime conchiglie, i primi pesci, i 
primi uccelli trovansi negli strati addossati ai prece- 
denti e perciò meno antichi di loro: i rettili terrestri 
poi e i mammiferi occupano co’ loro avanzi, quelli la 
inferior parte, questi la superiore del terreno che cuo- 
pre tutti i precedenti, e che per conseguenza si è for- 
mato dopo di essi. 

Questo preambolo, che avrà già eccitato la curiosità 
dei nostri lettori, fu da noi stimato necessario per e- 
sporre e per far capire un nostro pensiero sul drago. 
Noi non osiamo credere od affermare che esso non 
abbia mai esistito. Un animale di cui parlano i libri 
sacri e le tradizioni di tutti i popoli dell’universo, un 
animale che vedesi rappresentato sotto forme tanto 
somiglianti nei monumenti, su i vasi e nei libri della 
China, del Giappone, di Siam, della Grecia, del Mes- 
sico, merita bene che non sia a occhi chiusi senten- 
ziato e riposto fra gli esseri aflfatto immaginarii. Ve- 
diamo impertanto come si possa il consenso di tanti 
popoli e di tante età accordare coi fatti o con indu- 
zioni siffattamente plausibili che paiano almeno aver 
valore di fatti. Abbiamo detto che i rettili terrestri 
furono creati da Dio al principio di quel periodo di 
tempo, in fine del quale fu creato l’uomo. È ora a sa- 
persi che fra i rettili fossili, che le ricerche geologiche 
trassero dalle viscere della terra, alcuni ve ne sono 
che per le loro forme ricordano in modo sorprendente 
l’idra di Lerna e il drago della tradizione. Il plesio- 
sauro, lungo circa nove metri, aveva il corpo poco 
diverso da quello di un quadrupede ordinario, il collo 
smisurato, somigliante a un enorme serpente boa, e i 
piedi brevi, allargati a foggia di palette, e perciò fatti 
pel nuoto. I pterodaUili poi avevano le mascelle strette 
e lunghissime, simili a un becco di pellicano, ma ar- 


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— as- 
inate di denti, e il collo serpentiforme : le loro gambe 
posteriori erano molto elevate, quelle d’innanzi termi- 
navano in quattro dita, Testerno dei quali, eccessiva- 
mente prolungato, doveva come nei pipistrelli soste- 
nere un’amplissima membrana; eran dunque rettili 
volanti, nè già tutti di piccola statura, ma taluni' di 
cinque piedi almeno d’estensione dall’un apice all’altro 
delle ali. Ora chi ci impedirà dal credere che qualcuno 
di codesti animalacci non vivesse ancora quando l’uomo 
comparve sulla terra, .e che al plesiosauro non abbiasi 
a riferire la ricordanza tradizionale dell’idra , come ai 
pterodattili quella del drago? Non chiediamo ai geo- 
logi il sacrifizio dei loro sistemi per appoggiare la 
nostra ipotesi: chiediamo soltanto che ci permettano 
di far isparire dal mondo i plesiosauri e i plerodattili^ 
non tutti in una volta e repentinamente, ma poco a 
poco, e con quella sola interposizione di tempo che 
può credersi bastevole perchè gli uomini ne abbiano 
avuto una notizia qualsivoglia.' 

Ma lasciati gli spazi delle congetture, scendiamo ora 
alle basse regioni della realtà. Abbia il drago o non 
abbia esistito ai tempi dei nostri primi padri, certo è 
che non esiste presentemente, e che non potè mai a- 
vere certi attributi e certe forme, che la varia fantasia 
dei popoli gli prestò. È vero che nei musei di storia 
naturale mostrasi il drago, ma è proprio la parodia 
di quello, che la buona gente vorrebbe vedere. I na- 
turalisti, trovato senz’uso e senza significazione positiva 
il nome di drago, l’applicarono a un genere di piccole 
e deboli lucertole, abitatrici delle Indie orientali e 
delle isole dell’Oceania, le quali non hanno altro di 
singolare che le ravvicini al loro famoso omonimo, 
se non la pelle dei fianchi orizzontalmente distesa, in 
modo da formare a ciascun lato del corpo una specie 
d’ala. 


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— 39 


X. 

DEL ROSPO (1). 

I rospi nascono dalla .polvere bagnata da quei goc- 
cioloni che precedono le grandi pioggie estive. 

I rospi nascono dalle uova dei rospi, come ognuno 
sa che le rane nascono dalle uova delle rane. Ai primi 
tepori della primavera i due sessi lasciano le loro di- 
more e da ogni parte accorrono alle pozze o ai fossi 
pieni d’acqua stagnante; in essa si accoppiano, e in 
essa le femmine depongono piccole e innumerabili uova 
riunite da una gelatina trasparente in due lunghissimi 
cordoni. Da codeste uova escono indi a poco i rospetti, 
ma con forme ed abitudini affatto dissimili da quelle 
dei genitori: vivono nell’acqua, sono nericci, mancano 
di piedi, hanno grossissimo ventre e lunga coda, e 
somigliano molto a que’ pesciatelli che volgarmente 
diconsi botte : i naturalisti li chiamano allora girini., i 
piemontesi ranabotte. I girini avanzando in età man- 
dano fuori a poco a poco le gambe, e a misura che 
queste si sviluppano perdon la coda. Ridottisi in fine 
ad avere le forme dei loro genitori, nel qual tempo 
sono grossi non molto piii di una fava, escono dall’a- 
cqua, e per poco che la stagione corra asciutta e calda 
vanno tosto, da animali ancor teneri quai sono, ad 
appiattarsi sotto ai sassi, fra le erbe, nella terta ecc., 
alle prime goccio di pioggia poi, essi che abbisognano 
e godono della umidità, escono in frotta dai loro na- 
scondigli e dànnosi vivacemente a saltellare per le 
strade e pei campi. Ed. è allora che il volgo, il quale 

(1) Babiy Ntzz. e Pieni. — Sciati., Zatt, Lomb. — Rana, Raìia di 
terra., Sard. 


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— 40 — 

prima non li vedeva, inarca le ciglia e li crede na- 
scere dalle goccio di pioggia che percuotono la pol- 
vere, o venir dalle nuvole con esse. 

I rospi non si pascono che di terra. 

Anche Franco Sacchetti scriveva nel secolo decimo- 
quarto Botta è una ferucola che vive di terra, e per 
paura che ella non le venga meno, non ardisce mai 
di torsi fame ( 1 ) : l'idea dunque è bastevolmente antica, 
ma è falsa. I rospi si pascono, come le rane, di vermi, 
d’insetti ed altri somiglianti animalucci. La terra non 
serve di pascolo che ai lombrichi , i quali la inghiot- 
tono, ma poi la rigettano dopo averne estratte le parti 
organiche, cioè quelle parti che provegnendo da ani- 
mali 0 da vegetabili disfatti, sono atte a nutrirli. Ma 
anche codesta credenza del pascersi di terra del rospo 
può essere derivata in origine da un fatto male inter- 
pretato : i suoi escrementi hanno l’aspetto di pura terra 
0 creta, a tal che se non si trovassero frammiste le 
zampe, le ali e le altre parti indigeste degli insetti, 
de’ quali il rospo si pasce, piglierebbersi davvero per 
semplici grani di terra molto fina e ben impastata. 
Se l’errore nacque veramente da questa apparenza, 
dovrà ascriversi a precipizio d’induzione, anziché a 
mala fede o ad assoluta ignoranza. 

I rospi sono velenosi. 

II morso, la saliva, l’orina, le carni e l’umore che 
trasudasi dai rospi furono, a parte e collettivamente, 
dichiarate velenosissime ; eppure sono tutte innocenti, 
se si faccia una leggiera eccezione per l’umore nove- 


fi) Op. div. 90. Quesfullima credenza, che durò per molti secoli, 
fece si che il rospo sia stalo preso per simbolo delPavarizia. 


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— 41 — 

rato da ultimo. Perchè non si duri fatica a credere- 
che il morso dei rospi non fa, nè può fare alcun male, 
basterà sapere che essi mancano di denti alle mascelle^ 
e che una specie sola, fra le nostrali, ne offre sulla 
parte anteriore del palato alcuni pochi e minuti: la 
saliva, siccome in animali che non masticai^ gli ali- 
menti, è talmente scarsa, che noi non sapremmo come- 
ottenerne dalla loro bocca una goccia ; la lingua è 
bensì spalmata in questi rettili da un fluido viscoso- 
che serve a impigliare le mosche e gli altri insetti, dei 
quali fanno caccia, ma non lo versano, per quanto ci 
è noto, come mezzo di offesa, nè offesa potrebbe arre- 
care, non avendo proprietà alcuna malefica; l’orina o 
a meglio dire l'acqua che schizzano dall’ano quando 
sono minacciati o percossi, ha la insipidità e l’inno- 
cuità dell’acqua comune (1): le carni poi sono bensì 
alquanto tigliose, ma non hanno in sè principio alcuno 
che le renda nè pericolose nè ingrate al palato di co- 
loro cui tocchi inscientemente di mangiarle ben con- 
dite e ben cotte. Per testimonianza di Bosc e di Cloquet 
i parigini comperano al mercato e mangiano non pochi 
rospi fra molte rane, nè per questo ne han danno (2). 

Resta che si spieghi l’eccezione che abbiam fatta per 
l'umore che i rospi trasudano, quando siano tocchi, 
dai pori della pelle e principalmente da certe protu- 
beranze che osservansi ai lati posteriori della lora 
testa; codesto umore, che ha il coloree la densità del 

(1) Vedi le sperienze del professor Lavini (noi. stor. del Tom. 31 delle 
Mem. della R. Accad. delle Scienze) e del signor Toppia (Calend. Georg. 
Soc. Apr. 18131. 

(3) Per dimostrare quanto diversifichino da paese a paese, anche non 
lontani fra loro, i pregiudizi su questo particolare, basterà dire che le 
rane che mangiansi dui torinesi appartengono per un buon quarto ad 
una specie che i vercellesi, ì novaresi e i Jomellini non mangerebbero 
scientemente per nessuna forza del mondo. È dessa la -rana temporaria 
dei naturalisti, la quale agevolmente si distingue dalla vera rana comme- 
stibile pel colore rossigno del corpo e per una macchia nera posta ai due 
lati del capo. 


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— 42 — 

latte, sente d’aglio, è caustico, ed inghiottito eccita 
■ stringimento e bruciore di fauci, nausee ed altri peg- 
giori incommodi. Ma chi sarà il matto, che vorrà por- 
selo in bocca? Si faccian dunque coraggio gli abitatori 
delle ville e delle campagne : schivino i rospi come 
animali immondi, ma non li temano come velenosi. 
E se non rifuggono dal desiderio di pigliar questi ret- 
tili in qualche benevolenza, ascoltino la storia del rospo 
del sig. di Arscott, quale vien riferita da Pennant. 
Esso abitava sotto a una scala. La cura che si prese 
per nutrirlo, lo rendè tanto famigliare che ogni sera 
entrava nella casa dacché vedovaci lume, e alzava la 
testa come per chiedere che lo si prendesse e si met- 
tesse sulla tavola; colà, egli trovava il suo pasto bell’e 
preparato: erano vermi, mosche, ragni, ed altri insetti. 
Quando uno di codesti animali venivagli innanzi, lo 
fissava cogji occhi, stava immobile per qualche minuto 
secondo, poi tutt’a un tratto scoccavagli addosso la 
lingua colla prestezza del fulmine e tiravaio in bocca 
impigliato nell’umor viscido di cui la lingua medesima 
è spalmata. Non ha mai cercato di far del male, e cosi 
visse trentasei anni in domesticità. Probabilmente aveva 
già molti anni quando fu veduto la prima volta, e 
morì per un accidente che gli fece perdere un occhio, 
- senza del quale è a credersi che avrebbe potuto vivere 
ancora lungamente. 

Gli antichi attribuivano allo sguardo del rospo la 
facoltà di ammaliare ; ma sif 03 .tta credenza pare essersi 
-spenta fra noi: vive al contrario e vive rigogliosa in 
Sardegna, ove fa compassione il vedere le apprensioni, 
lo spavento, e spesso anche i sinistri accidenti, che 
essa cagiona. 


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- 43 - 
XI. 

« 

DELLA SALAMANDRA. 

La salaìnandra posta nel fuoco non muore: è ani- 
male velenoso. 

JLX 

^ La prima di queste credenze è antichissima, ma il 
fatto si è che la salamandra, posta su i carboni ardenti 
o nelle fiamme, muore prontamente ed abbrucia ; come 
muoiono ed abbruciano le rane, i rospi, le lueerte, 
le biscie, ecc., poste ad uguale martirio. Dico pronta- 
.giacché sarebbe sofisticheria il voler tener conto 
•di qualche minuto secondo di cui vi prolunghi la vita, 
o a meglio dire il tormento, per l'effusione d’un umore 
viscido e biancastro che trovasi copioso in certe glan- 
•dulette della sua pelle , e che ammorza momentanea- 
mente gli accesi carboni su cui cade. Nè è necessario 
gettare in una gran vampa o su un largo strato di 
brace la salamandra, perchè vi muoia; basta lo acco- 
-starvela, basta perfino il tenerla esposta per qualche 
tempo in luogo secco e percosso dal sole, perchè perda 
•quel suo umore, avvizzisca, nè mai più si riabbia. >4- 
Quanto al veleno, esso non manca affatto nelle sala- 
mandre; se non che, mentre il popolo lo arguisce va- 
gamente dai colori nero, giallo e talvolta rosso, de’quali 
questi rettili sono macchiati, esso non è altra cosa che 
•quel medesimo umore lattiginoso, che esce dal corpo 
loro, ogni volta che siano tocchi o irritati. Una goccia 
di codesto liquido fornito dalla salamandra terrestre 
{piovàna ) , che è la specie più temuta dal popolo, fatta 
inghiottire ad un passero, lo fece morire in un mi- 
nuto ; data a una rana comune, la fece cadere in con- 
vulsioni; è quindi probabilissimo, anzi certo, che come 
-quello dei rospi, cagionerebbe gravi disordini nella vi- 


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— 44 — 

tale economia dell’ uomo. Ma torna qui la considera- 
zione da noi messa innanzi parlando dei rospi : codesto 
umore non vien schizzato a distanza dalle salamandre, 
nè fa male alcuno alle mani, al viso, o alle altre parti 
esterne del corpo, cui venga applicato : vuoisi dunque 
per ammalare o per morire di sì fatto veleno una de- 
liberata volontà, vuoisi la matta risoluzione o di spre- 
merlo daH’animale per beverie, o di succhiarlo dall’a- 
niraale medesimo. Ne’ quali casi non è più una sala- 
mandra che avvelena , ma un uomo che si avvelena 
{vedi nota B). 


XII. 

DEL LUPO. 

Avviene iàlvioUa che la lupa, dopo essersi accoppiata • 
col lupo, s'accoppi con un cane e resti anche da que- 
sto fecondata: per distinguere i figli lupi dai figli cani 
poiché son nati, li conduce a bere: quelli che sor bona 
l'acqua sono lupi e la lupa li ritiene ; quelli che la lam- 
biscono saru) cani e la lupa li scaccia. 

Nello stato di libertà nè la lupa cerca d’accoppiarsi 
col cane, nè questo con quella, essendovi, come ognun 
sa, invincibile antipatia fra queste due specie. Supposto 
poi anche possibile codesto accoppiamento dopo altro 
già avvenuto col maschio lupo, e supposto altresì che 
l’accoppiamento della lupa e del cane riesca proli- 

Nota B. In questi ultimi anni furono fatte investigazioni diligenti in- 
torno al veleno delle salamandre e dei rospi, in Italia dal prof. Albini, 
in Francia dai signori Gratiolet , Cloez, in Inghilterra dal signor Raincy. 
Trattando convenientemente il liquido che si secerne sulla pelle di questi 
animali, se ne ottiene una sostanza veramente velenosissima. L’effetto ve- 
neOco del liquido poi si mostra senza paragone più forte, se invece di far 
ingoiare questo agli animali su cui si sperimenta, venga loro inoculai» 
sotto la pelle. 


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- 45 - 

fico, è a notarsi che il criterio dedotto dal modo di be- 
vere non condurrebbe la madre ad alcuna utile con- 
clusione, giacche tanto i veri lupi che i cani attrag- 
gono in ugual modo l’acqua, cioè la lambiscono. 

I lupi, che scendono talvolta alla pianura e che vi 
divorano gli uomini, non sono lupi ordinarii, ma lupi 
cervieri. 

I lupi che dal principio del secolo fin verso il 1820, 
per non parlare che dei tempi nostri, scesero non di 
rado a infestare le pianure dell’Italia superiore, erano 
tutti veri ed ordinarii lupi. Tale è quello, che conser- 
vasi nel museo di Pavia, che reo di parecchi omicidi i 
fu ucciso nel 1811 nella provincia milanese ; tali sono 
i due che vedonsi nel museo di Torino, che rei ugual- 
mente di molte atrocità furono uccisi nel 1816 e nel 1818 
in Piemonte, e tali eran pure quei molti altri che, do- 
tati del medesimo istinto sanguinario, vennero e prima 
e dopo in differenti luoghi uccisi od osservati. I lupi, 
al dire di Buffon, usi una volta alla carne umana, spe- 
cialmente su i campi di battaglia dove i cadaveri sep- 
pellisconsi tardi e con negligenza, la preferiscono ad 
ogni altra , s’ avventano al pastore piuttosto che alla 
greggia, divoran donne, portan via fanciulli, ecc. Non 
è dunque una natura diversa, ma un diverso appetito 
che distingue il lupo omicida dal lupo divoratore delle 
pecore e delle capre, e la comparsa di codesti animali 
più del solito audaci e inferociti vuol essere per le cose 
dette poc’anzi considerata siccome altra delle molte ca- 
lamità che accompagnano e che seguitano la guerra. 

Nei libri e nei discorsi delle colte persone il nome 
di lupo cerviere applicasi alla lince , sia perchè è di 
colore cervino, sia perchè questo colore è sparso di 
piccole tacche quali vedonsi a un dipresso nei giovani 
cervi; ma ad ogni modo sarebbe stato assai meglio. 


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— 46 — 

anziché lupo, chiamarlo gatto cerviero, avendo nissu- 
nissima somiglianza coi lupi, e invece moltissima coi 
gatti, al genere de’quali appartiene. 

Il lupo è di sua natura poltrone, e quando si mette 
ad inseguire un animate di rapida corsa , noi fa che 
nella speranza che un altro lupo abbia ad attraver- 
satme la fuga e a dividerne poscia la spoglia con lui. 

La naturale poltroneria del lupo è falsa, come è falsa 
la speranza, che gli si suppone quando insegue una 
preda, che un altro lupo abbia ad aiutarlo per pren- 
derla. Il lupo, scrive Federico Cuvier, non è poltrone 
che in que’paesi of e l’uomo regna da padrone. Quanto 
alla speranza, è un sentimento che provasi soltanto 
dagli esseri pe’quali esiste un avvenire, nè vi può es- 
sere avvenire che per la specie umana , perchè essa 
sola pensa e prevede. 

I lupi si uniscono per assalire le gregge e concer- 
tansi fra loro per modo, che un d'essi si esponga ad 
essere inseguito dai cani, e gli altri possano frattanto 
avventarsi ai montoni e portarli via sicuramente. 

II lupo fa poco uso dell’astuzia, e ricorre alla forza 
quando è obbligato di predare animali viventi per nu- 
trirsi. La sola ignoranza dei pastori può aver veduto 
in un concorso fortuito di circostanze l’effetto del ra- 
ziocinio e della riflessione, come la sola smania di ag- 
grandire l’intelligenza dei bruti può aver indotto alcuni 
scrittori di merito e di fama a far gran conto di un 
fatto, che svestito da ogni gratuita supposizione ridu- 
cesi a uno dei casi più semplici e più volgari. Due o 
più lupi, ugualmente stimolati dalla fame, s’avvicinano 
a una greggia, della quale in egual tempo sentirono 
l’odore e udirono i belati. I cani ispiran loro diffidenza 


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- 47 — 

e li tengono in rispetto, ma questi mettendosi poi sulle 
traccio del lupo più vicino , lasciano agli altri l’ op- 
portunità di avventarsi alla greggia, di addentare i 
montoni e di sparire con essi. È egli d’uopo, per fatto 
tanto naturale il supporre un ragionamento, un ac- 
cordo, una premeditazione qualsivoglia da parte deii 
lupi? 

Jl lupo, tormentalo dalla faìne, mangia la terra. 

Il lupo tormentato dalla fame, gratta la terra, come 
la volpe per cercarvi insetti e persino radici di piante, 
inghiottendo le quali inghiotte pur anco qualche por- 
zione di terra. Ma non è a dirsi o a credersi che si 
pasca di questa. 

Il lupo ha un solo osso nel collo, perlochè non può- 
torcerlo e guardar indietro. 

Così scrisse Aristotile e cosi crede il volgo; ma Ari- 
stotile e il volgo s’appongono male. Il lupo, come il 
cane e ogni altro quadrupede, ha il collo composto di 
parecchie vertebre, e lo può muovere, incurvare e tor- 
cere alla stessa foggia di quelli. Chi scrive trovossi un 
giorno, e inopinatamente, faccia a faccia con un lupo: 
la fiera erasi mossa per fuggire, ma venutale poi qual- 
che tentazione s’arrestò e stette fissamente per più mi- 
nuti guardandolo, col capo debitamente rivolto all’in- 
dietro, sicché fatto ogni suo conto, stimò meglio di 
cacciarsi in una selva vicina. 

Le lupe nutriscono i fanciulli gittaU e difendongli 
dalle altre bestie. ^ 

Siccome questa favola discende in linea retta da quella 
di Romolo e di Remo, così non sarà discaro al popolo » 


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— 48 — 

l’udirla da noi, ristretta in pochissime parole. Narrasi 
adunque che codesti gemelli, i quali furono poscia i 
fondatori di Roma, siano stati, appena nati, esposti dagli 
ignoti ma certamente barbari genitori in luogo deserto 
e selvatico , ove o sarebbero morti di fame , o sareb- 
bero divenuti pasto di bestie feroci; se non che, im- 
battutasi in essi una lupa, e veduta tanta miseria, fu 
vinta dalla pietà, porse loro le proprie mammelle, e 
così li nutrì e li crebbe finché poterono da sé mede- 
simi correre il paese, far il ladro e campare. Forse non 
v’ha sillaba di falso in questo racconto, ma divenne 
favola pel significato che quasi universalmente si at- 
tribuì al nome di Lupa, sia per ignoranza, sia per quella 
smania, che fu propria di tutti i popoli antichi, di voler 
rendere strana e maravigliosa l’infanzia degli uomini 
che il valore o la fortuna chiamarono ad altissime cose. 
I latini nominavano lupe non solamente le femmine 
del lupo, ma ben’anche le donne di mala vita, perchè 
sono ^agagi, come le lupe: e in prova di ciò basti il 
ricordare come dai latini si dicessero, e da noi pure si 
•dicano lupanari le case, ove quelle infelici fanno il 
loro turpe mercimonio. Non fu dunque una lupa di 
quattro piedi , ma una meretrice , che raccolse i ge- 
melli e li nutrì ; permodochè l’unico fatto, al quale si 
è finora appoggiata la credenza popolare della pietà 
delle lupe verso i bambini, si risolve nell’arafibologia 
e nella falsa interpretazione di una parola. 

XIII. 

DEL LEONE. 

Il leone ha per tutto il corso della vita la febbre ter- 
zana : con ciò volle la Provvidenza diminuire le stragi 
che un animale si robusto e vorace farebbe nelle con- 
trade da esso abitate, se come gli altri animali godesse 
coìitinuamente di ferina salute. 


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- 49 — 

Ser Brunetto Latini, il celebre maestro di Dante, scri- 
veva egli pure, in quella sua piccola Enciclopedia che 
chiamasi il Tesoro^ essere il leone molalo Ire di della 
settimana di ìnalallia^ si come di febbre che mollo ab- 
bassa lo suo orgoglio : e questa credenza era già antica 
a’suoi tempi. Con tutto ciò la febbre del leone è del 
tutto favolosa , nè ci è nota veruna malattia cui egli 
vada regolarmente o irregolarmente soggetto nello 
stato di nativa libertà. Il leone è veramente animai 
robusto , non però gran fatto vorace : come tutti gli 
animali che vivono dei prodotti non sempre ovvii, nè 
sempre sicuri della caccia, sopporta lungo tempo il di- 
giuno , nè poi vuoisi grandissima copia di carni per 
saziarlo, supplendo nei carnivori alla quantità la qua- 
lità eminentemente nutritiva degli alimenti, de’ quali 
fanno uso. Soltanto gli erbivori sono, per così dire, 
condannati a tener quasi di continuo il muso a terra, 
perchè ne’vegetabili le parti alimentari sono scarse a 
paragone delle indigestibili. 

Il leone è animai generoso e magnanimo. ^ 

Secondo che dicono i filosofi, magnanimo è colui, 
che, guidato dalla propria ragione, segue le cose grandi 
in tutto ; comincisi dunque dal togliere al leone la ma- 
gnanimità , dacché è virtù , che per essere definita e 
per essere praticata ha bisogno di un elemento che 
manca alle bestie, cioè la ragione. Generoso poi è chi 
per indole naturale sa non abusare de’propri vantaggi ; 
quindi generoso diciamo il vincitore che dona la vita 
al nimico, generoso il potente che perdona le offese 
al debole, ecc. Ora quand’è che il leone rattiensi dalle 
stragi? Quando è satollo. Ma allora non dovrà egli dirsi 
generoso verso sè medesimo , anziché generoso verso 
gli esseri che risparmia? Chi digiuna quando non ha 
fame non fa sacrifizio alcuno al proprio stomaco, bensì 

GmÉ — Prrgiuditi popolari 4 


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— 50 — 

ne rispetta le forze o la capacità, e lungi dal praticare 
un atto di lodevole astinenza, non fa che rifiutarsi a 
cosa che gli darebbe fastidio. Storie maravigliose si 
narrano in prova della nobile indole del leone ; ma, se 
fra quelle storie qualcuna ve n' ha che sembri meri- 
tare credenza, tutte le altre sono evidentemente false 
o piene di falsità. Ne citeremo alcune ad esempio. El- 
pide di Samo, sbarcato in Africa, vide un leone far- 
segli incontro con la bocca spalancata. Dapprima cre- 
dette che voles.se divorarlo, ma poi s’accorse che chiedeva 
soccorso. Un osso, su cui crasi gettato con soverchia 
avidità, gli si era fortemente conficcato tra i denti per 
modo da impedirgli di ravvicinare le mascelle e di pa- 
scersi. Elpide si fè coraggio, s’avvicinò al leone, che 
erasi convenientemente atteggiato, e lo liberò da quel- 
l’osso. Per tutto il tempo che il vascello del buon greco 
stette alla costa, il leone diè prova della sua ricono- 
scenza recandovi gran quantità di selvaggina (1). 

San Gerasimo abbate, passeggiando un giorno su la 
sponda del Giordano, incontrò un leone che ruggendo 
teneva sollevato un piede, nel quale era penetrata una 
lunga scheggia di canna; il vecchio presegli il piede, 
ne estrasse la scheggia, pulì la piaga dalla sanie che 
vi si era formata, e fasciatala con un panno, lasciò che 
il leone se n’ andasse ; ma il leone risanato non volle 
partirsi dal vecchio^ si pose ad accompagnarlo dap- 
pertutto^ e vìsse poi dei legumi che quegli gli appre- 
stava (2). Macario confessore guari dalla cecità i figli 
di una leonessa, che aveva il covo presso alla sua cella, 
e la fiera, memore del benefizio, recavagli la pelle degli 
ammali che,predava{3). Androdo condannato, con molti 
altri servi, ad essere in Roma lacerato dalle fiere, era 

(1) PuNio. Storia nat. Vili. Ciip. xvi. 

(2ì Aldhovàndi. De quad. diyii. vivip., lib. I , pag. 23 sulla fede 
di Sofronio. 

(3) AI.Daovl^DI. Ibid. sulla fede di Testure. 


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- 51 - 

stato introdotto nel circo. Un terribile leone lo vede 
appena, che ristà siccome preso da maraviglia, poscia 
a lenti passi avanzandosi, e dimenando la coda a guisa 
di cane amorevole, si pone a lambire la mano del servo 
quasi esanime di paura. A quelle carezze il perduto 
animo ricuperando, Androdo, riguarda a sua volta il 
leone, e riconosciutolo ponsi egli pure con infinita ma- 
raviglia ed acclamazione del popolo ad accarezzarlo. 
Allora Androdo, interrogato da Cesare, narrò d’ avere 
alcuni anni addietro, trovandosi in Africa, medicato a 
questo leone un piede ferito, ed ora ricevere da lui il 
premio del non dimenticato benefizio. I primi racconti 
si tradiscono da sè , perchè a fatti poco probabili od 
impossibili aggiungono conclusioni impossibilissime. 
Degno di fede invece, perchè accaduto in presenza di 
molto popolo e di Cesare, se Aulo Gellio non mente, si 
è il fatto di Androdo. Ma che prova egli mai se non 
che il leone, come il cane, Telefante, ecc, si ricorda dei 
benefizi e se ne mostra riconoscente? 

Atto invece di ver^generosità sarebbe queU'altro che 
raccontasi di un leone, che addentato in una via di 
Firenze un bambino, il restituì poscia alla supplice e 
disperata madre; ma notano gli storici fiorentini che 
quel leone era allora fuggito dalla gabbia in cui pro- 
babilmente da molti anni viveva. Ora, ognuno sa che 
fra le molte cose che le fiere imprigionate sono costrette 
d’imparare, vi è quella di obbedire non solo alle mi- 
nacce, jna anche ai cenni dei custodi, e che alla lunga 
molto 'vi rimettono della loro nativa ferocia. È quindi 
a credersi che il leone di Firenze siasi piuttosto lasciato 
imporre dai gridi e dai gesti in apparenza minacciosi 
della povera madre, anziché commovere dal suo dolore. 

Del resto, più che i fatti, i quali sono pochi, dubbii 
e per la maggior parte ignorati dal popolo , contri- 
buirono a dar fama di generoso e magnanimo al leone 
gli scritti degli autori, e principalmente quelli del Buffon 


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— 52 — 

che hanno il privilegio ben meritato di trovarsi nelle 
sontuose biblioteche, come nelle anticamere dei grandi, 
nelle mani dei dotti, come nelle mani del popolo. Ma 
leggendo Buffon è necessario guardarsi, come racco- 
manda Federico Cuvier, dalla magìa delle sue espres- 
sioni, ed aver sempre presente che i colori che egli 
adopera per dipingere gli animali sono piuttosto rica- 
vati dal sentimento che essi ispirano comunemente, 
che dalla loro vera natura. Il leone somiglia ai gatti 
per l’indole, come per l’organizzazione, e i viaggiatori 
che meglio e più a lungo lo studiarono ne’ suoi paesi 
nativi, assicurano concordemente ch’egli è un animale 
traditore, non affrontando scopertamente la preda, ma 
attendendola al varco come il gatto, e cogliendola per 
sorpresa. Soltanto il lungo digiuno, il pericolo della 
prole, o le ferite, lo spingono talvolta ad imprese aperte 
ed arrischiate. 

I leoni vanno diminuendo di numero e di coraggio 
a misura che crescono di numero e di coraggio le po- 
polazioni che vivono con essi sotto allo stesso cielo, e 
che in esse i mezzi di offesa si aumentano o si perfe- 
zionano. Per queste ragioni sono ora divenuti raris- 
simi nelle parti settentrionali dell’Africa e dell’Asia, ove 
anticamente erano oltremodo numerosi, nè basterebbero 
oggidì i tesori dei più ricchi Stati d’Europa per racco- 
glierne tanti quanti ne raccolsero per gli spettacoli del 
circo Pompeo, Cesare e Marco Aurelio ai tempi di Roma 
repubblicana e di Roma imperiale. 

Ma se non è vero che il leone sia nè generoso, nè 
magnanimo, nè pertìn coraggioso, nel significato più 
nobile della parola, egli è invece un fatto provatissimo, 
che preso giovine s’addomestica sommamente, che ri- 
cambia di molta affezione chi ne ha cura, che si ricorda 
dei buoni, come dei cattivi trattamenti, che si piace 
della compagnia d’animali assai più deboli di lui, ecc. 
Le quali doti, giunte alla maestà dell’aspetto e alla agi- 


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— 53 — 

lità e vigoria delle membra, bastano bene, perchè non 
iscada da quell’altezza, in cui gli uomini lo hanno col- 
locato quando lo salutarono re degli animali. 

XIV. 

DELLA TIGRE. 

La tigre è una fiera segnata di rnaccìde' rotonde. 

La vera tigre, quella sola che deve portar questo 
nome, è segnata sopra un fondo di pel fulvo, da liste 
nere che si stendono dall’alto in basso su tutto il corpo. 

Gli animali tigrati non sono tigri, e le pellicce che 
nel linguaggio comune e nel commercio diconsi tigrate, 
sono pelliccie di leopardi, di pantere, di lonze, di ocel- 
lotti, ecc. I proprietari dei serragli ambulanti, per cu- 
pidità di guadagno, abusano continuamente della pa- 
rola tigre, in quegli avvisacci a stampa, coi quali in- 
formano il pubblico del loro arrivo nella città. Un 
mezzano leopardo, una piccola pantera, è per essi la 
gran Tigre del Bengala, la gran Tigre Africana, il 
Leopardo-tigre, ecc. I curiosi accorrono e pagano : se •* 
son dotti alzan le spalle, chè già s’eran preparati; se 
non sanno di storia naturale credono, perchè non po- 
trebbero fare di meglio, e colla falsità del nome ri- 
portano false idee circa l’animale che credettero di 
vedere. 

La tigre è d'una ferocia cìie nulla può ammansare, 
ed ììa una sete inestinguibile di sangue. 

Risponderemo a quéste esagerazioni colle parole di 
Federico Cuvier, che non esitiamo a chiamare il più 
grave e il più giudizioso naturalista che ai tempi 


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— 54 - 

Do.stri abbia scritto dei costami degli animali {ijecli 
nota G). 

Veramente non ai saprebbero dipingere con colori 
troppo forti la ferocia di questo animale, le stragi che 
fa, lo spavento che inspira; ma tutto ciò che si narra 
del suo naturale intrattabile, del furore che l’agita 
senza posa, del bisogno insaziabile che ha di spandere 
il sangue, della sua insensibilità ai buoni trattamenti, 
della sua ingratitudine verso coloro che l’hanno in cura, 
non è che un tessuto di iperboli e di errori. Anche la 
tigre è un gatto, e sotto qualunque riguardo la si con- 
sideri, essa somiglia a questo animale. In generale si 
addomestica &cilmente quanto il leone ;'diventa fami- 
gliarissima con coloro che la nutrono e li riconosce 
fra mille altre persone; quando non è tormentata da 
alcun bisogno, e che non ha motivi di paura, rimane 
tranquillissima, e dacché si è pasciuta passa quasi tutto 
il suo tempo a dormire ; ama le carezze, e vi risponde 
in maniera sommamente dolce ed espressiva : in questo 
caso somiglia moltissimo al gatto domestico; inarca 
nello stesso modo il dorso, fa il medesimo rumore gut- 
turale, soffregasi con ugual vezzo; verso le persone 
che conosce e che ama, in una parola, ha le stesse di- 
sposizioni naturali. Il giardino delle piante di Parigi ne 
ha possedute parecchie, e tutte presentarono queste abi- 
tudini e questi fatti. Abbiasi dunque per positivo che 
nessun animale manca della facoltà di mansuefarai, ed 

f. 

Nota C. Dopoché vennero scriue dairaiitore le linee che qui si leg- 
gono, altri scrittori hanno trattato dei cosliinii degli animali con autore- 
volezza pari a quella del signor Federico Cuvier, e con maggior corredo 
di fatti. 

Uno dai moderni die con maggiore ampiezza e maggior criterio non 
disunito da una certa piacevolezza e buona sedia di fotti abbia trattalo 
dei costumi degli animali, é il tedesco dottore A. C. Brehm. 

L'opera del Brehm si viene oggi Iraducendo in francese ed in inglese, 
e dalla sodelà l'Unione lipograflco^itrice torinese se ne pubblica una 
tiaduzione italiana adorna di nuneroei ed eleganti dise^, e provveduta 
di note per quello che riguarda io special modo gli animali dell'Italia. 


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— 55 — 

ha un carattere assolutamente intrattabile. Tutti amano 
il bene e fuggono il male, come noi, e non imparano 
a conoscere positivamente Tuno e Taltro che con Te- 
sperienza. Se gli uomini fan loro del bene, vi si affe- 
zionano per quanto è in loro d’affezionarsi; nel caso 
contrario gli fuggono: e se alcuni individui rifiutano 
per lungo tempo di mansuefarsi, la ragione sta in ciò, 
che il sentimento della diffidenza, naturale in tutti gli 
animali ed uno dei doni più preziosi che la natura 
abbia loro concessi, è troppo forte, perchè il bene che 
loro viene fatto possa essere da loro facilmente sentito; 
ma in nessun caso la loro ferocia è assoluta. Coloro 
che vollero accreditare questa idea a riguardo del lupo, 
della jena, e più specialmente della fiera di cui trat- 
tiamo, non pensarono che un animale, il quale avesse 
si fatta disposizione, perirebbe infallibilmente: ruomo 
non è per lui che un essere, come tutti gli altri esseri 
della natura : rimpossibilità assoluta d’abituarsi con lui, 
trarrebbe seco quella d’abituarsi con gli altri. E come 
mai un animale, che fosse perpetuamente in uno stato 
di diffidenza assoluta per tutto ciò che lo circonda, po- 
trebbe egli esistere? 

Ma tornando alla'' tigre e alle sue analogie col gatto, 
è a sapersi che, non ostante la sua forza prodigiosa, 
pur rassomiglia a questo debole animale anche pel ca- 
rattere timido e simulato, e pei suoi modi di agire. Vil- 
lamson nella sua opera sulle caccie dell’India rappre- 
senta una tigre che si avvicina ad un villaggio per 
rapirvi una preda: essa è col ventre a terra e s’avanza 
a passi lenti e in maniera che tutto rivela in lei il ti- 
more di essere veduta. Nè fa miglior mostra di corag- 
gio quand’è assalita all’aperta campagna. Trovasi de- 
scritto nel viaggio dei Padri Gesuiti a Siam il combat- 
timento di una tigre contro due elefanti, nel quale il 
feroce .auimale si lasciò vincere, per cosi dire, senza 
difendersi : cercò dapprima di far resistenza, ma cono- 


— 56 — 

sciuto il pericolo schivò a tutto potere i nemici, che la 
uccisero poco dopo senza alcuna fatica. 

Che se in alcune occasioni furono vedute delle tig-ri 
assalire la preda con audacia e temerità, come sarebbe 
difficile di dubitarne dopo ciò che ne scrissero viag"- 
giatori degni di fede, è forza credere che esse fossero 
tratte fuori del lor naturale dalla violenza della fame; 
ed in tal caso, come anche in quelli che si sono accen- 
nati parlando del leone, ne’ casi pure di pericolo della 
prole 0 di ferite ricevute, il furore e l’accecamento 
delle tigri debbono essere veramente estremi e orribili 
a vedersi. 

Tutti gli autori, da Plinio sino a Linneo, dicono che 
la velocità della tigre è spaventevole (animai tremendae 
velocitatisj, ma sotto tale parola non devesi intendere 
rapidità di andatura o di corsa, bensì celerità nei salti 
e negli slanci. Le gambe corte non le permettono di 
raggiugnere correndo animali meglio di lei confor- 
mati sotto questo rispetto, quali sono, ad esempio, le 
antilopi : però i suoi salti devono essere proporzionati 
alla forza dei suoi muscoli, che è prodigiosa. Un gatto 
in furore si slancia a quindici o venti piedi di distanza; 
or si faccia ragione dello spazio che un animale tanto 
maggiore deve varcare quando è reso furioso dai pe- 
ricoli 0 dalla fame. 


XV. 

DELL’ELEFANTE. 

L'elefaììte non può coricarsi: dorme appoggialo ad 
un albero, e se cade non può più rialzarsi. " 

É molto probabile, che questa falsa credenza sia stata 
suggerita dalla contemplazione o dalla notizia della 
mole enorme dell’elefante. Il volgo trovò impossibile 


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- 57 — 

di rialzare sì grave massa ove mai venisse a ca- 
dere, quasiché alle sue braccia dovesse essere aflSdata 
l’uffìzio, e quasiché la divina sapienza non avesse sa- 
puto proporzionare la forza delle membra alla corpu- 
lenza di quella sua creatura. Ma egli è un fatto facile 
ad osservarsi ovunque tengonsi elefanti^ che questi 
animali, sebbene smisurati, possono piegare le ginoc- 
chia, sdraiarsi sul terreno, voltolarsi, risorgere, al- 
zarsi sulle gambe posteriori, ecc. Soltanto gli individui 
vecchissimi od ammalati schivano di sdraiarsi, e se si 
sdraiano non sono capaci di risorgere. Ma un indivi- 
duo abbandonato dalla natura od infermo non deve 
essere considerato come il modello della specie. 

L' elefante si accosta alVuomo per VirUelligenza. Molti 
autori gli attribuiscono una schifiltosa verecondia^ una 
religione innata, l'adorazione del sole, fuso delle ablu- 
zioni avanti l'adorazione, la pietà verso i suoi si- 
mili, ecc. ecc. _ 

Gq^ siam fatti ! L’amor del mirabile pi fa dimenticare 
i pi^ volgari precetti della logica e della filosofia, e 
per sublimare i bruti abbassiamo noi stessi al di sotto 
della nostra natura. Altro é Tintelligenza, sotto al qual 
nome noi intendiamo la percezione sensitiva più o 
meno sviluppata, più o meno perfetta, altro la ragione : 
quella é facoltà che abbiamo in comune con parecchi 
animali, questa é interamente ed esclusivamente nostra; 
che poi la sola intelligenza quale Tabbiamo definita, 
possa produrre la religione, il culto, la pietà, ecc. lo 
dica, 0 lo creda chi non ha lume di ragione. 

Se non che, gli europei devonsi rimproverare d’a- 
vere accettate con credulità affatto cieca le favole che 
corrono sull’elefante, anziché d’averle inventate. La 
pazzia di codeste concezioni appartiene agli Indiani, i 
quali, imbevuti del dogma della metempsicosi, pensano 


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58 ~ 

che le anime dei re e degli eroi passino dopo morte 
nel corpo degli elefanti : da quest’idea nacque in loro 
il rispetto, e dal rispetto, come al solito, la gratuita 
supposizione d’ogni virtù. Dairindia dunque, insieme 
agli elefanti, vennero in Europa le iperboliche ampli- 
ficazioni della loro intelligenza e del loro istinto; la 
rarità poi di questi animali, la massa enorme del loro 
-corpo e la loro strana conformazione, li resero fra noi 
oggetto di maraviglia, e la maraviglia, come ognun 
sa, è tal sentimento che, finche dura, comprime o 
guasta i giudizi dello spirito. 

L’elefante, considerato senza prevenzioni, è da meno 
di un cane; chè se pare da più, vuoisene dar merito 
alla sua proboscide, come vuoisi dar merito alla li- 
bertà del pollice dei piedi aifteriori di una gran parte 
‘*di quelle azioni che resero tanto famoso l’ourang-ou- 
tang. Tolti i sentimenti religiosi che gli Indiani e i 
non Indiani dovrebbero arrossire d’avergli attribuito, 
in che consistono le sue virtù? La lentezza dei suoi 
movimenti, effetto del peso delle sue membra, fu in- 
terpretata per gravità morale; l’attenzione cbe^ette 
nello schivare i pericoli, effetto di timidità, fu chia- 
. mata prudenza; il vivere in truppe, che è il distintivo 
degli animali paurosi, fu-detta affezione e pietà di fa- 
miglia; lo impolverarsi, lo aspergersi d’acqua, il vol- 
tolarsi nel fango, che sono operazioni necessariè per 
la conservazione della sua pelle, furono credute ablu- 

:zioni Dicevàsi di tanto pudore da rifiutarsi nello 

statò di schiavitù agli atti d’amore; ma una copia di 
elefanti vissuti a Parigi, per tacer d’altre, diede a 
questa diceria una solenne mentita: dicevàsi che si 
affezionasse , in modo inalterabile a’ suoi custodi, ma 
esempi terribili vennero a provare ohe la sua affezione 
non è sentimento nè sì naturale nè sì radicato che 
non si lasci più volte soperchiare dagli accessi di un 
furore brutale. E quanto alle sue vere attitudini, che 


— 59 — 

per modo di dire chiameremo morali, qual è quella 
che non posseggasi dal. cavallo e dal cane? Leggasi 
quanto sta scritto del cavallo degli Arabi, rammen- 
tinsi le storie dei cani celebri, e si vedrà che se l’e* 
lefante può stare fra l’uno e l’altro di questi animali, 
certo non li sopravanza per titolo alcuno. 

XVI. 

DELL’ISTRICE. 

L'istrice o porco-s^no slancia, i suoi acuÀei contro 
chi tenia di pigliarlo o di offenderlo. 

È; cosa umiliante il pensare come non pochi autori 
€ viaggiatori di grido, si antichi che moderni, siano 
andati d'accordo nell’asserire fatto si falso! Alcuni di 
essi dicono d’aver ricevuto di codeste ferite; altri af- 
fermano partire gli aculei con tanto impeto da tra- 
passare un tavolato sebben molto distante dall’animale; 
nè mancano perfino taluni che scrivono internarsi 
que’ dardi da se medesimi ne’ corpi, una volta che vi 
si siano impiantati colla punta: Claudiaao ebbe perfino 
a congetturare che dall'istrice abbiano gli uomini ap- 
preso l’uso e l’arte del saettare. Ma chi tien viva nel 
popolo la persuasione di questo fatto è la suprema 
impudenza di molti fra coloro che nei serragli am- 
bulanti fanno uffizio di dimostratori ; ed ecco come le 
più belle e più opportune occasioni di spargere nel 
popolo giuste idee di storia naturale, fannosi invece 
servire a radicarne e a moltiplicarne le assurde cre- 
denze! Ma raccolgansi una volta i pensieri sul fatto 
in se medesimo. Come potrà mai concepirsi che l’istrice 
possa slanciare i suoi aculei contro ch^chessia, se 
eodesti aculei non sono altro che sorta di setole, im^ 
piantate, come le setole ordinarie, nella pelle dell’a- 


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— 60 - 

nimale? Tanto varrebbe il dire che i tori slancino le 
loro coma contro gli alani, o che i leoni slancino i 
loro denti e le loro ugne contro il cacciatore. E per 
verità, se il popolo fosse un po’ più riflessivo, non tro- 
verebbe egli nei serragli medesimi la prova della fal- 
sità di questo fatto? I dimostratori, dopo avere con 
goffissime parole e con isvarioni d’ogni maniera, ac- 
cennata la patria, l’indole e quel preteso modo di di- 
fendersi 0 di offendere dell’istrice, lo stuzzicano col 
bastone, lo aizzano, lo percuotono perchè sorga e si 
mostri in atto di rabbia e di minaccia: s’arrabbia dif- 
fatti il povero animale e raddrizza sul dorso e su i 
fianchi i suoi lunghi pungiglioni ; ma fu egli mai ve- 
duto scagliarne qualcuno fuori della gabbia? Eppure, 
dovrebbe allora, a costo benanche di rimaner nudo, 
saettarli tutti contro coloro che sì barbaramente lo 
tormentano: ma egli fa tutto ciò che è in poter suo 
di fare sia tra le pareti d’una gabbia, sia nell'assoluta 
libertà delle native foreste, oppone cioè a’ suoi perse- 
cutori una superficie irta e pungente, la quale se nulla 
giova contro l’uomo, molto giova contro le fiere, cui 
quasi sempre fa passare la voglia di stringerlo fra ì 
denti. Che se a questa semplice mobilità dei pungi- 
glioni si aggiunga la potenza del morso e la robu- 
stezza delle ugna, si avrà il novero compiuto dei mezzi 
di difesa e di offesa che l’istrice ha ricevuto dalla na- 
tura {vedi nota D). 

Nota D. Un naturalista vivente sostiene anche oggi con calore questa 
opinione che Pistrice slanci ì suoi aculei, ed asserisce di avere ripetuta- 
mente egli stesso veduto tal cosa. 

Gli aculei dell'istrice cadono e si rinnovano : può avvenire quindi che 
gli aculei vecchi che stanno per cadere cadano appunto nel momento in 
coi l'istrice drizza tulli i suoi aculei a difesa: anzi è naturale che cadano 
appunto allora piuttostochè in un altro momento. Può avvenire ancora 
che gli aculei che così cadono s' infiggano nella pelle o restino fra i peli 
di un cane da caccia, quando il cane incalza l'istrice dappresso. 

Forse è taluna di queste apparenze che ha ingenerato e mantenuto l'er- 
rore nella mente del naturalista di cui parliamo. 


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— 61 - 
XVII. 

DELLA. LEPRE. 

Le lepri sonò ermafrodite : ve n'ha poi molte che 
dapprima sono femmine^ indi si trasformano in maschi. 

Il timore di non eccitare qualche fiammella di ros- 
sore sul viso delle donne g-entili, se qualcuna ve n’ha 
che deg-ni di uno sguardo i miei poveri scritti, mi 
rattiene dal dire con chiare e tecniche parole su che 
si fondi questa assurda credenza, la quale è oltremodo 
diflFusa e radicata, specialmente nel ceto dei cacciatori. 

Io mi limiterò a chiedere per questa volta un voto di 
confidenza, impegnando per la verità di quanto sono 
per dire sulle generali la mia fede e quella ben più 
autorevole di Cuvier, di Gilibert, di Desmarest e dei 
migliori zootomi d’ogni paese sì antichi che moderni. 
La lepre non è per modo alcuno ermafrodita; o è ma- 
schio o è femmina : lungi poi dal mutare di sesso nel 
corso della vita, il che sarebbe cosa infinitamente an- 
cora più strana, vive e muore colle condizioni orga- 
niche che recò dalla nascita. Per verità, Yermafrodi- 
tismo non è nè sconosciuto nè raro nella natura 
normale: ve n’ha anzi di due sorta; uno, che non basta 
a se stesso, si osserva, per citarne un esempio, nelle 
lumache commestibili, nei lumaconi nudi ecc.; l’altro, 
che è attivo su se medesimo, fu dalla Provvidenza 
conceduto a certi animali, che non potendo muoversi 
da uno ad altro luogo, non possono per conseguenza 
andare in cerca degli individui della loro specie ; tali 
sono le ostriche: ma negli animali di più perfetta na- . 
tura, nei pesci (vedi nota Ey, nei rettili, negli uccelli. 

Nota E. Si sa oggi che due specie di pesci del Mediterraneo, del ge- 
nere degli sciarrani, presentano un caso costante e normale di ermafro- 


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— 62 — 

nei mammiferi, i sessi sono costantemente distinti e 
ripartiti su individui diversi, immutabili poi e durevoli 
quanto gli individui medesimi. Ciò che ha potuto far 
sorgere la contraria opinione rispetto alle lepri sono 
alcune singolarità di forma o di struttura delle parti 
segrete di questo animale, le quali se fino a un certo 
pulito possono sorprendere e tradire il giudizio dei poco 
esperti osservatori, si risolvono facilmente in false ap- 
parenze sotto allo scalpello di chiunque abbia qualche 
pratica di anatomia. 

Del resto, chi volesse meglio illuminarsi circa questo 
curioso argomento, legga l’articolo Lièvre del Nuovo 
Dizionario francese di storia naturale, nel tomo XVII, 
a face. 574 e 575. 

La lepre rumina. 

Per quanto sia rispettabile la fonte da cui sembra 
essere derivata questa volgare opinione, non v’ha os- 
servazione che la confermi, e vani riuscirono gli sforzi 
che da molti si fecero per giustificarla. Per la funzione 
e pel meccanismo della ruminazione sono indispensa- 
bili varii stomachi distinti, o, per parlare più esatta- 
mente, varie parti o camere distinte dello stomaco, 
quali si conoscono nel bue, nella pecora, nella ca- 
pra ecc., sotto ai nomi di rumine., di reticolo., di omaso 
e di abomaso : ora, la lepre ha uno stomaco semplice, 
e basta ciò solo perchè essa manchi della facoltà di 

dismo, e di queirermifrodismo che qui Paulore diiama attivo^ su se me- 
desimo, e che propriamente si suol cliiamare anlogamo. 

Questo fatto, menzionato dubitosamente da Aristotele, poi da i^recchi 
scrittori deirantidiità sulla asserzione del primo, venne riconosciuto in 
modo positivo da un naturalista italiano, Filippo Cavolini di Napoli, in 
sul finire dello scorso secolo. Le osservazioni dei moderni hanno piena- 
mente confermato la cosa. 

É questo il solo fatto fino ad oggi noto di ermafrodismo normale ne- 
gli animali vertebrati. 


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— 63 — 

ruminare; cioè di richiamarè alla bocca gli alimenti 
grossolanamente divisi e ingoiati per sottoporveli a. 
una perfetta masticazione. Nè questa facoltà si accor- 
derebbe colla restante sua organizzazione o le sarebbe' 
di alcuna utilità, giacché è noto che la lepre, come 
ogni altro animale roditore, sminuzza già troppo fina- 
mente le erbe e le corteccie di cui si nutre, perchè,, 
inghiottite una volta, abbisognino d’essere nuovauìente 
raccomandate all’opera dei denti. È ben vero che le 
lepri hanno l’abitudine di muovere e di agitare so- 
vente il naso e le labbra, con che paiono occupate a 
masticare o a ruminare; ma questo movimento, se 
può in certo modo scusare il pregiudizio, di certo non 
lo cambia in un fatto, perchè è del tutto estraneo, e- 
le mascelle non vi partecipano nè punto nè poco. 

La lepre è tanto timida che mcà non dorme. 

Il sonno è un compagno' inseparabile della vita: L 
muscoli, i sensi, non possono mantenersi continuamente' 
attivi: dopo un certo .tempo la loro eccitabilità dimi- 
minuisce e gli sforzi di questa poten^ya si fanno penosi. 

Gli animali si . ingegnano allora di collocarsi in luogo 
e positura che valgano a procurar loro riposo, e ca- 
dono in quello stato di temporanea letargia, che chia- 
masi sonno. Le lepri, in ragione appunto della vita 
inquieta, cui sono condannate specialmente nei paesii 
civili e popolosi, provano forse più fortemente e più, 
spesso di molti altri animali questo prepotente bisogno: 
dormono quindi e dormono più che non si creda: chè' 
se pare altrimenti, la ragione si è che dormono ad,^ 
occhi aperti. 


— 64 — 


XVIII. 

DEL CANE. 

L'ululare d'un cane pronostica morte in qualche casa 
vicina. 

# 

L’ululato dei cani, specialmente nel silenzio della 
notte,. eccita melanconia e ribrezzo, perchè è una e-, 
spressione di patimento, ed anche i patimenti dei bruti 
ci turbano e ci attristano. Ma lo attribuire a questi 
animali il presentimento della vicina morte degrli uo- 
mini, o il. trarre dai loro lamenti un pronostico d’altra 
sciagura qualunque per sè o per altri, è superstizione 
da donnicciuola. Il numero grande dei cani che vivono 
nelle città e nelle campagne, i quali sono appunto 
tanto più trascurati e tapini quanto più numerosi, fa 
sì che non di rado coincida il loro ululare cogli ultimi 
aneliti di qualche moribondo: ma chi mai può avere 
sì corto l’intendimento da non vedere l’assoluta scon- 
nessione di questi due fatti? Oltre all’abbandono in 
cui spesso vengono lasciati dai padroni, oltre alla fame 
e al freddo che patiscono nelle vie, è causa d’ululato 
pei cani il suono, sebben lontano, di certi stromenti 
musicali. Nelle città, massime dopo rinvenzione^degli 
organetti portatili, non vi ha penuria di suoni, e di 
suoni d’ogni misura e d’ogni espressione : sono quindi 
frequenti per questi animali le occasioni di manifestare 
con quella maniera di lamento le loro antipatie, senza 
che il bene o il male dell’umana famiglia v’entri per 
titolo alcuno. Credesi da certuno che il cane s’accorga 
dello spegnersi della vita nel corpo umano, perchè, 
botato d’organi finissimi per l’odorato, sente i primi 
effiuvii cadaverici che dal corpo stesso si diffondono. 
Ala ammesso ciò che non è ammissibile, ammessa cioè 


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— 65 — 

quella esag-eratissima finezza d’olfatto e quella ema- 
nazione d’effluvii cadaverici innanzi che il corpo sia 
fatto cadavere, io dico che un cane avvertito da’ suoi 
sensi della prossima morte di un uomo, dovrebbe, in- 
vece di ristarsi ad ululare nella via, mettersi in buona 
lena e far opera di penetrare nella casa del morente, 
perchè i cani si dilettano dell'odor dei cadaveri e con 
ingordigia si pascono dei cadaveri stessi; del che fa 
prova il loro voltolarsi su gli spazi di terreno, nei 
quali si disfecero materie animali, e lo accorrere che 
fanno ai luoghi ove si seppelliscono i cavalli ed altre 
bestie di simil natura. 

I Romani spingevano ancor più oltre che noi fac- 
ciano certi deboli cervelli d’oggidì, le idee superstiziose 
sul conto dei cani. Per essi 'era di sinistro augurio non 
solamente l’ululato di questi animali, ma ben anche 
l’apparizione di un cane nero, e rincontro di una cagna 
pregnante. Ma ognuno sa quànto peccasse dal lato di 
siffatti pregiudizi quel popolo valoroso. 

XIX. 

LA VOLPE. 

La volpe è il più astuto di tutti gli animali. 

I principali tratti d’astuzia, che, segnatamente dai 
vecchi autori, si attribuiscono alla volpe, possono es- 
sere raccolti nel cenno seguente. 

Quando è famelica si stende nei campi con la bocca 
aperta e con la pancia in su fingendosi morta, e poi 
si avventa agli uccelli che traggono a lei per divo- 
rarla. Ciò narravano Isidoro e Costantino alcuni secoli 
fa, e ciò narrano alcuni cacciatori e campagnuoli di 
oggidì. Ma Ciao Magno ci fa sapere che quando la 
volpe non trova nulla da mangiare, si volta e rivolta 

GfKÉ — Prtgiwiiii popolari S 


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- 66 - 

nella terra rossa finché abbia preso l’apparenza di ca- 
davere sanguinoso; sdraiasi allora come morta, e in 
questa guisa, e non altrimenti, attira gli uccelli, li 
prende e li divora. Scrive Ulisse Aldxovandi che un 
bifolco, imbattutosi un giorno in una volpe così at- 
teggiata, la gettò sopra il carro che aveva carico di 
pollame, in mezzo al quale, prima che il buon uomO' 
se ne addasse, il falso animale aprì gli occhi e si diede 
a menare dei denti. Ove accada alla volpe di vedere 
una gallina posata su una pertica, o in altro luogo 
ove non possa avventarsele, la spaventa e la fa scen- 
dere a terra vibrando la coda e fingendo, quasi fosse 
un proiettile, di lanciargliela addosso. È ghiotta dei 
ricci (1), ma siccome questi animali si aggomitolano 
al suo avvicinarsi e le presentano una superficie tutta 
irta di pungentissime spine, così la volpe empie loro 
la bocca di orina, li soffoca con essa, e poscia a bel- 
l’agio li divora. Quando è inseguita dai cani, talvolta 
ne scampa imitando i loro latrati, tal altra si caccia 
in una greggia, e balza sul dorso d’una capra, la quale, 
spaventata di questo strano fardello, fugge a precipizio 
seco portando a salvamento la perseguitata. La volpe 
sa, e forse lo seppe da Giovanni Battista Porta, che il 
lupo ha una invincibile antipatia per una sorta di ci- 
polla che i botanici e i farmacisti chiamano scilla: 
guernisce quindi di scille gli ingressi della sua tana 
e poi si ride dei lupi. La volpe quando vuol liberarsi 
dalle pulci pigliasi in bocca un fascette di fieno e di 
peli e rinculando s’immerge a poco a poco nell’acqua, 
.sicché quei parassiti, per non annegare, siano costretti 
di radunarsi sul capo: allora immerge lentamente 
anche il capo ed obbliga le pulci a raccogliersi nel 
fieno; ciò fatto abbandona e fieno e pulci nell’acqua, 
e snella si ripara alla riva. Ma tutto ciò é un nulla a 

(1 )/?!«, Aris, Piem. — Hérisson, Frane. 


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- 67 - 

paragone deH’ingegno che mostra nel giudicare dello 
spessore del ghiaccio. Racconta Olao Magno che quando 
per andar in cerca d’alimenti s’imbatte in fiumi o 
laghi gelati, non si decide al tragitto se prima non 
ha applicato al ghiaccio l’orecchio, e fatto a un di- 
presso il seguente raziocinio: ciò che è acqueo mor- 
mora e si muove; ciò che si muove non è agghiac- 
ciato; ciò che non è agghiacciato è liquido; ciò che 
è liquido cede al peso; ciò che cede al peso non può 
calcarsi senza pericolo ; dunque conviene retroce- 
dere (1). 

Neppur una di queste storielle può essere sospettata, 
non che creduta, veritiera. Ciò che chiamasi l’astuzia 
della volpe si riassume nella sua timidità, nella squi- 
sitezza de’ suoi sensi e nell’agilità delle sue membra. 
Timida, sceglie per ricovero il sito più recondito e 
men frequentato delle foreste, in che molto le giova 
l’istinto di scavar tane profonde o di impadronirsi di 
quelle dei tassi o dei conigli salvatici, adattandole ai 
propri bisogni e praticandovi parecchie uscite o porte 
di scampo : quando poi esce da colà noi fa che a passi 
dubbiosi e leggierissimi, e dopo essersi col mezzo del- 
l’udito e della vista assicurata che tutto taccia e tutto 
sia quiete all’intorno: chè se scorge qualche oggetto 
nuovo e non prima veduto, per tanto tempo si sofferma 
a fissamente considerarlo, quanto glie ne può abbiso- 
gnare per imparare a non curarlo o a fuggirlo ; e da 
ciò viene che raramente incappa nei lacci e nelle al- 
tre insidie. Dotata di finissimo orecchio, ode da lungi 
il chiocciare dei polli e il belare degli agnelli e il la- 
trare dei cani e il confuso rumore delle rustiche fac- 
cende : ma sa sceverare quelli da questi, e quando 
tacciono gli uomini e i cani si pone in via e, sempre 
guardinga, sempre strisciando fra i cespugli o lungo 
i muri e le siepi, s’insinua nelle corti, nei pollai, ne- 

(1) Aldrov. De quadr. digit, vivip., pag. 499. 


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— 68 — 

gli ovili, dove, se nulla sopravviene a disturbarla od 
anche semplicemente a insospettirla, fa strage di polli 
e di agnelli che trasporta ad uno ad uno e nasconde 
in vari siti poco distanti, d’onde poi li ritrae per pa- 
scersene con suo agio. Ma questo istinto di mettere in 
serbo la preda quando è soverchia, non è proprio sol- 
tanto della volpe, e perciò straordinario : oltre i cani, 
non esclusi i cani domestici, altri animali, che non 
ebbero mai lode di grande intelligenza, lo posseggono, 
siccome i ghiri, i criceti, le piche ecc. Quando poi si 
accorge d’essere attorniata da’ cacciatori e inseguita 
dai cani, tutte le sue facoltà si raccolgono e mettonsi 
in guardia, le nari sono rivolte al vento, l’occhio in- 
quieto, l’orecchio teso ai richiami dei bracchieri, al 
latrar della muta, il corpo atteggiato fra l’ansia di 
vedere e il timore d’essere veduta. In quelli istanti 
sta il supremo piacere della caccia, ed io conosco un 
paese ove chiamasi felice e invidiasi quell’ uomo, cui 
una volta nella vita sia accaduto di poter mirare da 
luogo opportuno la povera besticciuola in quel crudele 
travaglio. Spesso delude e cani e cacciatori svignando 
pei passi men guardati, ma spesso non può uscire 
dalla cerchia fatale: tesse allora e ritesse a piccoli e 
presti passi gli intricati sentieri della foresta, e col 
ripetere e coll’incrocicchiare le sue corse, sbranca e 
svia la muta : talvolta, quando è più d’appresso incal- 
zata, si ficca nel cavo tronco di un albero, tal altra 
sbalza perfino o si arrampica sulle capitozze e vi si 
acquatta tra i rami, tormentando lunga pezza per l’im- 
provvisa sua sparizione e cani e cacciatori : ma raro 
avviene che quest’ultimo stratagemma le giovi : sco- 
perta dagli uni o sentita dagli altri muore trapassata 
dal piombo fatale. Nè qui devonsi tacere due fatti che 
onorano la volpe nei più tristi momenti della vita: 
presa alla tagliola, rode spesso la gamba, e se ne va; 
percossa col bastone, trafitta dalle palle, sbranata dai 
cani, spira senza gettare un grido. Molti autori chia- 


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— 69 — 

mano coraggio questa fermezza e questa pazienza, 
che forse è l’ultimo termine della timidità. 

Tale è la storia delle volpi felici ed infelici. Nei mi- 
nori accidenti e nelle ordinarie necessità della vita 
esse si comportano a un dipresso come gli altri ani- 
mali che vivono di preda e che sono dotati della fa- 
coltà di allargare e di restringere la pupilla, come i 
gatti. Se non che le volpi sono da dirsi assai più for- 
tunate di questi, perchè più difficilmente accade che 
possano difettare di viveri. Le carni dei volatili e dei 
piccoli 0 giovani quadrupedi sono i bocconi che me- 
glio appetiscono : ma in mancanza di esse si accomo- 
dano di rettili e di insetti che ricercano grufolando 
nei prati, ed anche di cadaveri, di radici, di frutti, di 
miele ecc. Sono infestate da un numero grande di 
parassiti, siccome suole di preferenza accadere agli 
animali che vivono entro tane, ma se ne liberano o 
cercano di liberarsene colle unghie e coi denti, cioè 
coi mezzi e coi modi che si usano dai cani e dai gatti. 
Tutto il più od il meglio che narrasi di esse è favola 
0 menzogna. 

XX. 

DELLA MARMOTTA. 

Le marmotte per portare il fieno nelle tane sten- 
dono supina una delle loro compagne, su di essa ca- 
ricano il fieno, e traendola per la coda entrano nella 
tana. 

Le marmotte guerniscono di fieno, di foglie, di mu- 
schi la tana, nella quale vogliono chiudersi per pas- 
sare, profondamente assopite, l’intera stagione inver- 
nale; ma vi portano quelli oggetti con la bocca, e 
non nel modo accennato, che taluni rendono ancor 


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— 70 — 

più strano dicendo che la marmotta che serve di carro 
stenda rigidamente in alto le gambe, affinchè, facendo 
uffizio di antenne, tengano in sesto il fieno, di cui è 
carica. Ho detto altrove che le più assurde credenze 
provengono spesso da fatti male interpretati: quello 
che probabilmente ha dato origine a codesta fola del 
carro si è che non di rado si trovano delle marmotte 
col dorso spelacchiato. Si volle spiegarne il come e il 
perchè, e la favola nacque ; la quale,, come tutte le 
cose maravigliose, ottenne subito grazia e fede dal 
popolo. Ma il cattivo stato o la nudità del dorso d’al- 
cune marmotte può ricevere più facile e più naturale 
spiegazione, ove si pensi allo strascinarsi che fanno nelle 
anguste fenditure delle rocce e nelle profonde loro 
tane : è probabile altresì che questo animale , come 
molti altri, vada soggetto a quella malattia cutanea 
che dicesi stizza: insomma, tutto può essere, meno ciò 
che abbiam detto credersi dal volgo. 

Coloro che amano di vedere nei bruti i primi mae- 
stri dell’uomo in fatto d’arti e mestieri, dicono che, 
come l’istrice gli insegnò l’uso delle freccie, e il ca- 
storo quello della cazzuola, e lo scoiattolo quello delle 
vele, e l’ippopotamo quello del salasso, e Tibis quello 
de’ clisteri ecc., così la marmotta abbiagli insegnato 
l’arte di salire su per la canna de’camini. Veramente 
la marmotta è abilissima in questo genere di ascen- 
sioni, e le compie, come l’uomo, applicando alterna- 
‘ mente i piedi posteriori alle pareti dei crepacci delle 
rupi; si può ben anche aggiugnere che gli spazza- 
camini, almeno fra noi e presso altre nazioni, vengono 
dai paesi oVe abbondano le marmotte : ma povero l’u- 
mano intelletto, povera V umana ragiope se non a- 
veisse saputo immaginare di per sè sì fatti usi e sì 
fatti spedienti ! 


— 71 


XXL 

DELL’ASINO. 

L'asino è uno sciocco animale. 

Non è mia intenzione di prender qui di proposito le 
difese di questa povera bestia, e molto meno di tes- 
serne il panegirico.' Lasciando di ricordare i moltiplici 
servigi che presta al povero, lasciando di ricordare, 
come ha fatto Buffon, che diventerebbe la perla degli 
animali domestici se mai venisse a spegnersi la razza 
dei cavalli, io* piglierò soltanto a parlarne in rapporto 
a que’ difetti che più generalmente gli vengono ap- 
posti. 

Cotesti difetti consistono principalmente nella sua 
forma inelegante e in ciò che chiamasi la caparbietà 
del suo carattere. Ma quanto al primo, se a qualcuno 
dev’essere rimproverato, dev’esserlo all’uomo, e non a 
lui 0 alla natura che lo fece. Gli Onagri, che è quanto 
dire gli asini selvatici, dai quali provengono i dome- 
stici, sono eleganti e briosi animali, di statura elevata, 
forniti di orecchie meno larghe e meno lunghe, di 
raglio più sommesso, e velocissimi al corso. A molta 
memoria poi uniscono sensi in generale eccellenti, e 
quindi nasce che le impressioni che ricevono sono 
precise, nette e durevoli. Gli Orientali, che conoscono 
queste loro doti e che le coltivano, ne formano ani- 
mali grandemente pregiati, i quali, se non sono asso- 
lutamente preferiti ai cavalli, di certo vengono più 
universalmente adoperati per l’uso della sella. Che se 
gli asini domestici non offrono, nella maggior parte 
dei paesi d’Europa, queste belle qualità, vuoisene dar 
colpa, come già dissi, all’uomo che trascurò di soste- 
nerne ed or trascura di migliorarne le razze. Infatti, 


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/ 

/ • 

- 72 — / 

mentre sorgono dappertutto e mandrie e stalle e ma- 
neggi e lizze per la propagazione, per l’alloggio, per 
Taminaestramento de’ cavalli, qual è fra noi il tratta- 
mento, qual è l’educazio'ne che si dà all’asino? Nato- 
da madre, cui neppure nel tempo della pregnezza fu- 
rono risparmiate le privazioni e le fatiche, condannata 
esso stesso, prima del compiuto sviluppo delle forze, 
al tiro 0 alla soma, nutrito scarsamente e, di pessime 
erbe, coutìuato nel peggior angolo della casa e quel 
che è più, affidato alla custodia d’uomini rozzissimi e 
senza cuore, che non sanno parlargli che colle ingiu- 
rie e col bastone, è da meravigliare che non sia peg- 
giore, anziché migliore, di quello che è. Eppure, nè 
anche in questo stato d’avvilimento può dirsi animale 
sciocco 0 povero d’intelligenza. La sua caparbietà pro- 
viene spesso da non intendere i cenni o i comandi di 
chi lo guida, perchè non gliene fu insegnata la si- 
gnificazione; il suo portamento dimesso è l’espressione 
della stanchezza e dei patimenti : ma conosce il pa- 
drone e la famiglia di lui ; si presta senza esservi for- 
zato al basto, al carro, alla macina, all’aratro ; si ri- 
corda delle vie una volta fatte, comunque lunghe e 
selvagge, e nei passi difficili è tuttora l’ animale più 
guardingo e più sicuro che forse si conosca. 'Perfino 
nella sua stoica rassegnazione dà prova, se male non 
mi appongo, d’ intelligenza, sì perchè non è quella 
una virtù, mi si perdoni il vocabolo, che si possa dir 
propria degli animali stupidi, i quali sono anzi più 
insofièrenti e più rivoltosi degli altri, e sì perchè la 
pone in opera quando s’accorge di non poter farne di 
meno. Corre in bocca del popolo un proverbio deriso- 
rio per l’asino ed è che più è carico^ meglio m. Il 
proverbio è giusto, riposa su una vera abitudine di 
questo animale, e pur troppo gli asinai se ne giovano 
a suo danno: ma chi dicesse con Sonnini ( 1 ), che essa 

(ì) Nouv Dici, d’hist. noi., art. Àne, pag. BiO. 


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— 73 — 

ciò fa per giugnere più presto alla meta e per essere 
più presto disgravato dal peso , sotto al quale gli si 
piegano e gambe e dorso, o chi dicesse che una certa 
celerità nell’andatura sminuisce la sensazione del peso, 
non finirebbe per trarre da questa derisa abitudine un 
argomento di lode pel povero animale? 

L’asino vien tacciato di caparbietà allora principal- 
mente che lo si vuol spingere a traverso a fiumane o 
a paludi, e per verità se non le conosce, se già altra 
volta non le guadò, rifiuta sovente d’entrarvi. Gli an- 
tichi, che favoleggiarono su tutto, riflettendo a questa 
sua ritrosia non che al suo modo di bevere, che con- 
siste nel sorbir l’acqua coll’estrema punta delle labbra 
tenendo il collo disteso, dissero che ciò faccia per non 
essere costretto a specchiarsi e a vedere le proprie 
orecchie (1). Ma l’avversione che l’asino mostra per 
l’acqua è con ogni probabilità una continuazione o un 
residuo dell’istinto de’suoi maggiori. Infatti, tutti i viag- 
giatori o naturalisti si accordano nel dire che gli asini 
selvatici abitano le parti più elevate ed asciutte dei 
grandi deserti dell’Asia, e che schivano a tutto potere 
i siti bassi e fangosi. Ma, qualunque ne sia la ragione, 
è certo che l’asino teme l’acqua, e volendo io finire 
questo capitolo con qualche utile avviso, raccomanda 
di non imbarcar asini in piccole e fragili navicelle senza 
prima aver loro bendato gli occhi, lo vidi quattro po- 
vere donne e due rematori correr rischio di perire nel 
» TJicino, furiosamente ingrossato, perchè un asino che 
stava ritto fra loro, preso da paura o da vertigine nel 
bel mezzo del fiume, cadde improvvisamente come corpa 
morto sul fondo del battello, e quasi lo sommerse. 

(1) Cardano. De iUblil.., lib. 10. 




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- 74 - 


XXII. 

DEL CERVO. 

Il cerco vive lunghissima vita. 

Molto fu detto e scritto, specialmente dag’li antichi, 
sulla longevità dei cervi. Esiodo, come leggesi in Pli- 
nio, dava loro 3G00 anni di vita. Pausania racconta es- 
sere stata veduta da un certo Arcesilao una cerva de- 
crepita, ornata di un collare sul quale leggevasi che 
era stata presa giovanissima nel tempo in cui Aga- 
penore partì per l’assedio di Troia: dal che Pausania 
conchiude che il cervo è più longevo dell’elefante che 
a’suoi tempi credevasi vivere fino a 300 anni. Aristo- 
tile parla di un cervo preso da Agatocle, re di Sicilia, 
che su un collare portava scritto Diomedes Dianae: 
chi ha pratica di storia sa che fra Diomede e Agatocle 
corsero almeno otto secoli (1). Narrasi che Carlo VI re 
•di Francia, uno ne trovasse nella foresta di Senlis, che 
del pari avea un collare sul quale era scritto: Caesar 
hoc me donavit (2): Cesare nacque cento anni prima 
dell’fira volgare, Carlo VI nella seconda metà del se- 
colo XIV, dunque quel cervo avea almeno mille e tre- 
cento anni. E la opinione della straordinaria longevità 
di questo animale era tanto radicata nella mente degli 
antichi, che Teofrasto, sebbene sia vissuto fino all’etò 
di 85 anni, morì, siccome scrive Cicerone, maledicendo 
alla natura che ai cervi e alle cornacchie, animali da 
nulla, vita lunghissima, all’uomo invece , nobilissima 
creatura, vita si breve concedesse. Ma Esiodo era poeta, 


(t) Secondo Pelli Radei, Diomede avea 30 anni quando cominciò la 
guerra di Troia (Panno 1209 avanli G. C.); Àgalocle nacque nell’anno 390 
avanli G. C. 

(2) Cesare me lo donò. 


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— 75 — 

Pausania racconta il fatto sulla fede degli arcadi, e 
Aristotile confina il ricordo del cervo di Diomede nel 
libro De mirabilìbus auscuUationibus, ove quell’acutis- 
. simo e sensatissimo filosofo ha radunato tutto ciò che 
alla sua ragione ripugnava e pareva incredibile (l). 
Quanto al cervo trovato da Carlo VI io non so se sia 
storia 0 favola : ma nel primo caso, quell’animale po- 
teva essere venuto di Lamagna, ove gli imperatori ^i 
sono sempre appellati Cesari, ed aver ricevuto da alcun 
di loro, anziché da Giulio Cesare, conquistatore delle 
• Gallie, la collana. Le asserzioni flei cacciatori, e più di 
tutto la considerazione del tempo che la femmina im- 
piega nella portatura, e il cervo giovane nei crescere, 
fanno credere che il cervo non possa vivere oltre a qua- 
rant’anni. 

L'età del cervo si determina contando i rami delle 
sue corna: ognuno di essi corrisponde ad un anno. 

Questo metodo, di cui si valgono quasi tutti i cac- 
ciatori, conduce a risultamenti falsissimi. L’armatura 
del cervo va crescendo in gro.ssezza, altezza e numero 
di rami soltanto dai due compiuti insin agli otto anni ; 
dopo questo tempo mantiensi sempre bella e quasi la 
stessa finché il cervo è vigoroso: quando egli invec- 
chia, invecchia essa pure e si abbassa. Il numero poi 
-dei rami dipendendo, come ogni altra produzione ani- 
male, dalla quantità relativa d’alimento e di riposo, 
non che dalle altre condizioni fisiche necessarie alla 
prosperità del cervo, questo numero, dico, può variare 
non solo negli individui della stessissima età, ma ben 
-anche sminuirsi nell’individuo medesimo considerato 
in due o più anni consecutivi, per modo che succede 

(3) Parecchi critici credono che questo libro sia falsemente attribuito ad 
Aristotile. 


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- 76 — 

talvolta che un cervo, il quale aveva p. e. tredici rami 
alle corna, ne metta soltanto undici o dodici nell’anno 
seguente. Ed aggiungendo a tutto ciò la considerazione 
che di rado interviene che i cervi d’ Europa , anche 
quando hanno l’armatura più bella e vigorosa, mo- 
strino più di venti o ventidue rami, non sarà difficile 
il persuadersi che il loro novero non può fornire alcun 
criterio per giudicare della età dei cervi adulti. 

XXIII. 

♦ 

DEI PIPISTRELLI. 

I pipistrelli sono brutti e schifosi animali. 

Fra le varie ragioni che ci rendono antipatici certi 
animali, sono, se non erro, da noverarsi come primarie: 
1. La troppa somiglianza delle loro forme a quelle del- 
l'uomo e degli esseri temuti dall’ uomo. 2. La devia- 
zione più 0 meno grande di codeste loro forme da certi 
tipi di struttura che l'uomo crede e chiama normali. 
3. I confusi ricordi delle antiche favole e superstizioni. 
La prima ragione ci fa odiare le scimie e i serpenti 
privi di veleno, perchè in quelle ci par di vedere una 
parodia di noi medesimi, e in questi le vipere: la se- 
conda e la terza poi si uniscono per farci avere in ri- 
brezzo i pipistrelli. 

Dall’impressione prodotta dalla vista dei mammiferi (1) 
e dal modo del loro muoversi, l’uomo, siccome osserva 
Geoffroy de S. Hilaire (2), trasse primamente l’idea e 
il nome di quadrupede: e d’allora in poi, quattro so- 
stegni, attaccati a giusta distanza sotto al tronco, gli 

(I) Cosi cbiamansi dai natoralisli gii animali fornili di scheletro, di 
sangue rosso e caldo, e di mammelle. Sono i quadrupedi del linguaggio 
comune. 

(2j Dici, des Sviene, nat., art. Cheiroptìree. 


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— 77 — 

parvero la combinazione più atta a mantenere 1’ ar- 
monia e la convenienza fra le varie parti del corpo. 
Da questa idea preconcetta e prestabilita viene di con- 
seg’uenza che tanto più un mammifero pare strano al 
comune deg-li uomini , quanto più si scosta da quel 
piano primitivo: se poi la modificazione e lo sviluppo 
che proviene da codesta deviazione, passa og’ni propor- 
zione ed ogni regola, l’animale non dicesi più strano, 
ma mostruoso, e come tale vien guardato con ribrezzo. 

Tali sono le sensazioni e le idee che fin dal principio 
del mondo dovette far nascere la vista dei pipistrelli. 
Quella loro natura di quadrupede associata alla natura 
di uccello, quel loro corpo vestito di peli e quelle ampie 
ali membranose preoccuparono sinistramente gli animi 
e svegliarono in essi le idee di deformità e di brut- 
tezza ; e siccome l’esagerazione sembra essere per l’uomo 
una necessità, così si andò tant’ oltre da riguardare i 
pipistrelli come animali impuri, e da schivare non so- 
lamente di toccarli, ma perfino di conoscerli. A questa 
causa prossima ed evidente di avversione un’ altra se 
ne aggiugne più lontana, più oscura e forse ignorata 
da tutti coloro che tengonsi in corpo le proprie idee 
buone o cattive, senza curarsi di indagarne le origini. 
Le arpie, i genii della notte, le furie e i demoni ave- 
vano presso gli antichi ed hanno tuttavia, nella mente 
del popolo e sotto al pennello dei pittori, ali da pipi- 
strello. Ma le arpie furono e sono mostri immaginarii, 
i genii della notte e le furie creazioni fantastiche, e i 
demonii, non occorre il dirlo, sono spiriti che pur troppo 
non abbisognano nè di corpo nè d’ali per compiere i 
fatti loro. Meriterebbe adunque una compassione ben 
grande chi, traendo dalle forme che furono prestate a 
questi esseri simbolici o incorporei argomento d’odio 
0 di paura pei pipistrelli, continuasse a confondere la 
finzione con la realtà. I tipi di normalità organica poi, 
fissati dall’uomo, sono affatto contrari o suggeriti dal- 


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— 78 — 

l’uso che egli ha di tutto riferire a sè stesso, e di tutto 
giudicare secondo le idee di bellezza che egli si è for- 
mato considerando sè medesimo o gli animali che ha 
in maggior pregio o famigliarità. Le maniere e le con- 
dizioni d’organizzazione e di vita sono svariatissime 
in natura, e tutte, senza essere paragonabili fra loro, 
sono belle e perfette in sè stesse, perchè sono opere 
d’una sapienza infinita. Perciò il pipistrello con le sue 
ali non dovrebbe eccitare in noi sentimenti diversi di 
quelli che' eccita l’ elefante con la sua proboscide , il 
cervo col suo cespuglio di corna, il delfino col suo corpo 
di pesce ecc. Lungi poi dal trovarsi nei pipistrelli di 
Europa qualità alcuna malefica, la quale possa giusti- 
ficar l’odio che loro si porta, più d’una ne posseggono 
che dovrebbero invece farceli avere in grazia, se ai 
giudizi dell’ occhio potessero sempre prevalere quelli 
della ragione. Questi animali sono lodati dai naturalisti 
per l’amore che portano ai novelli , la loro femmina 
essendo la sola tra le femmine degli animali volanti 
che li porti seco negli spazi dell’ aria fortemente at- 
taccati al proprio corpo, non a nido, non a segreto na- 
scondiglio fidandoli finché non possono volare da sè. 
Non si pascono poi che di insetti vespertini , e spe- 
cialmente di moleste zanzare e di dannose farfallette, 
rendendoci per tal guisa un servigio che, per essere 
inosservato, non lascia d’essere men reale e men grande. 

10 trovo ragionevole che i pipistrelli siano odiali nel- 
TAmerica meridionale, perchè fra essi noverasi colà il 
vampiro^ il quale sugge il sangue degli animali addor- 
mentati (1); trovo ugualmente ragionevole che siano 
veduti di mal occhio nelle isole dell’Arcipelago indiano, 

(1) Ciò fa coll'opera della lingua clic può allungarsi di molto e che è 
terminata da papille disposte in maniera da formare un organo succhiantc. 

11 vampiro , che è grande quanto una pica, fu accusato di far perire uo- 
mini e grossi animali, ma in realtà si limila a far loro piccolissime piaghe, 
che il clima soltanto può qualche volta inasprire e rendere pericolose. 


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— 79 — 

ove alcune loro gfrandi specie, che chiamansi rossette (1), 
mangiano i datteri ed altri frutti che servono d’ali- 
mento all’uomo : ma fra i nostri pipistrelli, fra i pipi- 
strelli di tutta quanta l'Europa non vi sono nè vam- 
piri nè rossette , e quindi non si appoggia ad alcuna 
buona ragione l'odio in che sono tenuti. 

XXIV. 

DELLA LINCE. 

La lince ha si chiara veduta^ che .co' suoi occhi passa- 
i corpi opachi: manca di memoria. 

La lince appartiene al genere dei gatti, ha gli occhi 
fatti come quelli del gatto, e non vede più o meglio 
di questo animale: chè se arriva a conoscere ciò che 
sta riposto in un luogo chiuso o dietro un corpo opaco, ■ 
ciò devesi attribuire non a miracolo di vista, ma a 
squisitezza di odorato. Di memoria poi tanto ne ha, 
quanto a natura di gatto si conviene. Ciò che proba- 
bilmente ha fatto nascere l’idea che ne manchi del tutto, 
si è che, dopo aver ucciso una preda, lé sugge il san- 
gue, le apre il cranio per mangiarne il cervello e so- 
vente l’abbandona senza curarsi del resto. Ma, come 
ognun vede, ciò è effetto di gusto e d’istinto, non già 
mancanza di memoria. 

Gli antichi scrissero della lince cose ancora più strane 
che non le precedenti. Ciao Magno racconta che va 
sempre difilato senza volgersi indietro col capo: altri 
autori assicurano che l’orina della lince si converte 
sotto terra in una pietra preziosa detta lincurio. Molto 
si è poi disputato sul perchè la lince usi coprirla; qua- 

( 1 ) Per compenso del danno clic recano, le rossette porgono colle loro 
carni un pregialo alimento a coloro che nelle Indie non professano il cullo - 
di Brama, cioè che non rifuggono dai cibi animali. 


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— 80 — 

sichè i gratti in grenerale e i domestici specialmente, 
non facciano tuttodì e sotto gli occhi di tutti la stes- 
sissima cosa ! Isidoro ed Eliano credono che la nasconda 
per invidia , che è quanto dire a fin che l’ uomo non 
la trovi quando è mutata in lincurio, e non se ne 
adorni; altri invece fanno derivare questa abitudine 
da un generoso sentimento dell’animale, siccome quello 
a cui dolga e riesca di vergogna il veder l’uomo, la 
più nobile di tutte le creature, adornarsi degli escre- 
menti di un bruto. Ma lasciando queste follie dei nostri 
buoni maggiori, diciam qualche cosa sull’indole di que- 
sto animale, che trovasi non infrequente nelle Alpi pie- 
montesi, e segnatamente nelle alte foreste della valle 
d’Aosta. 

La lince, armata d’unghie retrattili ed acutissime 
come il gatto, tiensi il più sovente su i grandi alberi: 
vive di martore, di donnole, di scoiattoli, di lepri e di 
uccelli, che attende al varco e sorprende alla maniera 
dei gatti: soltanto quando è tormentata dalla fame, il 
che succede di rado, perchè è animai sobrio e pazien- 
tissimo al digiuno, assale le capre ed i montoni. Non 
avvi esempio d’offesa ch’ella abbia mai recato ad uomo 
adulto 0 bambino, e per questo motivo nel settentrione 
■d’Europa, ove è di gran lunga più comune che sulle 
nostre montagne, non è compresa nel novero delle fiere, 
'di cui i governi premiano l’uccisione. Grande strage 
se ne fa ogni anno in Polonia e nelle adiacenti pro- 
vincie della Russia; ma essa non è provocata che dal 
pregio in cui tiensi meritatamente la sua pelliccia, e 
'dal guadagno che ai cacciatori proviene dal metterla 
in commercio. 

Il signor Gilibert ne allevò una, che era stata presa 
giovanissima nelle foreste della Lituania: non era più 
grossa di un coniglio, ed in pochi giorni divenne fa- 
migliarissima : giocava come un piccolo gatto, non 
graffiava , e rispondeva con un dolce mormorio gut- 


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— 81 — 

turale a chi le faceva carezze. Ma verso il quindice- 
simo mese, quando parve esser giunta al suo pieno 
sviluppo, si fece meno ‘agevole , ed a poco a poco di- 
ventò affatto intrattabile. Una notte , liberatasi dalla 
catena, sgozzò tutti i polli del cortile e si salvò nelle 
foreste. Avvenne dunque di lei ciò che avvien sempre 
dei lupi, delle volpi, delle martore e degli altri animali 
carnivori e selvaggi, che taluni tentano di educare: 
fu mansueta finché fu debole, e finché, per difetto di 
età, non sentì gl’istinti della propria specie; ma dac- 
ché le forze e i naturali appetiti si svilupparono, ogni 
mansuetudine cessò. 

Il grido di quest’animale non somiglia al miagolare 
del gatto: é invece un urlo prolungato, che esso fa 
udire specialmente di notte, quando sceso dagli alberi 
0 sbucato da’suoi nascondigli, sente il bisogno di ac- 
compagnarsi agl’individui della sua specie. 

Gli antichi diedero alla lince il nome di lupo cer- 
viero , forse perché urla come il lupo e perché ha il 
pelame sparso di piccole tacche bianchiccie come quello 
di giovani cervi. Ma codesto nome é affatto improprio, 
e meglio sarebbe il supplirlo, sì negli scritti che nel 
comune discorso, con quello di gatto cerviero. Ad ogni 
modo vuoisi ben distinguere questo lupo cerviero degli 
scrittori dal lupo cerviero del volgo, il quale, come dissi 
altra volta (1) , non è che il vero lupo o il lupo ordi- 
nario, quando, abituatosi ad umana carne , assale e di- 
vora gli uomini, invece delle pecore e delle capre. Parve 
poco alla fantasia popolare di designare col tristissimo 
nome di lupo un animale tanto atroce, e involata alla tra- 
dizione od ai libri quell’appellazione più sonante, l’ap- 
plicò all’oggetto della sua maraviglia e del suo terrore. 

Trattando del lupo abbiamo detto essere uso volgare 
di chiamar lupo cerviero il lupo ordinario quando, in- 
li) Vedi l'articolo Lu-po, pag. 44. 

Gi»i — ^rt^iudizi popolari fi 


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- 82 - 

■vece di pecore o di capre, assale e divora g-li uomini : 
ma abbiara detto pur anche essere il nome di lupo cer- 
viero sinonimo di lince nella ling’ua scritta e nella bocca 
delle colte persone. Ora la leg’g’e che determinava in 
Piemonte i premi da darsi dai regii intendenti agli 
uccisori delle fiere (1) assegnò per una lupa pregnante 
L. 100, per una lupa non pregnante L. 75, per un lupo 
adulto L. 50, per un lupicino L. 12 50, per un lupo cer- 
viero L. 100 (2). Il legislatore si lasciò ingannare dal- 
l’opinione del popolo, e gl'interpreti della legge, tirando 
il vocabolo alla sua vera significazione, fallirono al. pen- 
siero del legislatore. 

Premiano infatti con L. 100 gli uccisori del lupo cer- 
viero, 0 sia della lince, che divora soltanto scoiattoli, 
lepri, agnelli e capretti, e non danno che L. 50 o 75, 
e rarissime volte L. 100 all’uccisore del lupo ordinario, 
il quale da un giorno all’altro può diventar il lupo 
omicida, cioè il lupo cerviero del volgo. Qualche au- 
tore pretende essere talvolta accaduto che la lince abbia 
assalito de’ bambini; ma gli esempi che ne adducono 
sono dubbii e , fossero anche veri , sono in sì piccol 
numero da non poter giustificare il prezzo comparati- 
vamente grandissimo, cui mettesi fra noi la vita di 
questo animale. 

XXV. 

DEL CASTORO. 

I castori , formata la società loro , fanno schiavi i 
viandanti e gli stranieri^ servendosene poi a condurre 
terra e legna; usayxo lo stesso trattamento ai compagni 

^1) Decisioni dell'Ecccll. Consiglio di Finanze dei e 31 agosto 4815. 

(2) Con lettera circolare del Regio Ministero delle Finanze del 23 set- 
tembre 1839, il premio da pagarsi all’uccisore di un lupicino cerviero, 
sia maschio, sia femmina , fu ridotto a lire 25 , ma rispetto ai lupo cer- 
viero adulto, senza differenza pel sesso, fu conservato il premio di lire 400. 

Per r uccisione degli orsi i premii si computano nelle istesse somme e 
proporzioni Gssate pei lupi ordinarii. . ■ 


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— 83 — 

c}ie non vogliono ed ai vecchi che non possono lavo- 
rare ; non si congregano mai che in numero dispari 
affinchè nei loro consigli siavi sempre un parere pre- 
ponderante : la società in corpo ha un presidente , e 
ciascuna tribù un intendente ; hanno inoltre delle sen- 
tinelle disposte per la sicurezza generale^ eco. 

Se a questo mondo alcuno viene in fama d’uomo sa- 
gace, non v’ha tratto di sagacità che non gii si attri- 
buisca, nell’egual modo che se altri ha la disgrazia di 
salire in opinione di sciocco, non v’ha sciocchezza di 
che il discreto pubblico si rimanga dal crederlo ca- 
pace. Ciò che ogni giorno suole avvenire degli uomini, 
avvenne già da lunga pezza delle bestie, e si può dire 
che nel render conto delle loro attitudini siasi sempre 
stranamente abusato deU’argomento dal meno al più. 
Si disse che il leone è generoso, ed ogni più incredi- 
bile atto di generosità fu attribuito al leone ; si disse 
che la volpe è astuta, e tutte le operazioni mentali e 
fisiche d’astuzia che l’uomo seppe immaginare, furono 
rapportate alla volpe; si disse che l’elefante è molto 
intelligente, e non si ebbe difficoltà di concedergli per- 
fino una religione innata e l’osservanza di un culto. 
Ad esagerazioni di simil fatta doveva pur andare sog- 
getta la nota indole sociale e l’industria del castoro, 
e vi andò. Non è bastato il dire che i castori vivono 
in numerose e pacifiche società e che costruiscono 
dighe e comode abitazioni ; si è voluto perfino assicu- 
rare che, essi hanno delle idee maravigli ose di polizia 
e di governo. Quindi gli schiavi, i forzati, le senti- 
nelle, quindi i presidenti e gli intendenti, e quindi an- 
cora un parlamento modellato a somiglianza , e forse 
meglio, di quei di Francia e d’Inghilterra [vedi nota F). 
Tutte queste stravaganze non fanno che eccitare le risa 

Nota F. Quando il professore Gené scriveva queste linee, non v’ era 
ancora un Parlamento in Italia. 


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— 84 - 

degli uomini sensati , ma non lasciano di essere un 
umiliante testimonio della propensione che ha rumano 
intelletto di correre al sofisma ed all’ errore. 

Ecco la storia genuina dei castori , quale la porge 
•Federico Cuvier (1). 

I castori abitano sempre in vicinanza dei fiumi e dei 
laghi nel settentrione deU’antico e dei nuovo conti- 
nente, dal grado 30 di latitudine fin oltre il 60: in 
estate tengonsi entro tane che scavano nelle sponde ; 
in inverno , entro capannucce accuratamente costrutte 
in mezzo o sul margine delle acque. Quando s’avvicina 
la stagione delle nevi , questi animali lasciano le tane, 
in cui vivevano solitari, e si uniscono talvolta in nu- 
mero di due 0 trecento per tagliar piante coi denti e 
per lavorare alla costruzione delle loro nuove dimore. 
A questo fine scelgono un lago o un fiume che sia 
alto abbastanza per non gelare sino al fondo. Se l’a- 
cqua è tranquilla e stagnante, fabbricano immediata- 
mente le loro capanne sulla riva; se al contrario l’a- 
cqua è corrente , cominciano dal costruire una diga a 
scarpa, alla quale danno sempre una forma convessa 
dal lato opposto alla corrente. Codesta diga , che per 
lo più ha da dieci a dodici piedi di spessezza alla base, 
è principalmente destinata a mantener l’acqua a una 
altezza costante, ed è fatta di rami intralciati gli uni 
cogli altri, di pietre ’e di mota che ne riempiono tutti 
gl’ intervalli , e di un intonaco spesso e solido che tutta 
la riveste. La sua estensione è talvolta grandissima , 
e dopo molti anni vedesi ordinariamente coperta di ver- 
dura ed anche di alberi folti, perchè i rami e le piante 
che servirono alla sua costruzione, quasi sempre salci 
o hetule, mandarono forti e numerosi germogli. 

Non appena i castori han terminata la diga, si spar- 
tono in un certo numero di famiglie, e danno opera 


(1) Dici, det Scienc. nat . , art. Ca$for. 


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— 85 — 

a costruire le capanne, in cui dovranno abitare. Cia^ 
scuna famiglia ha una propria abitazione , e si com- 
pone di un numero vario d’ individui , ma per lo pili 
d’un maschio, d’una femmina adulta e di molti giovani. 

Le capanne vengono costrutte contro la diga e nel- 
l’egual modo di essa, ma con minore solidità; le loro 
pareti, tanto interne che esterne, sono ugualmente ri- 
vestite d’un intonaco di fango, dopo che i rami ne fu- 
rono tagliati rasente l’edi^io. La forma generale di 
queste abitazioni è affetto irregolare, ma press’a poco 
ovale, ed hanno un diametro di sei a sette piedi nello 
interno. La famiglia tiensi abitualmente nella parte 
più alta di questa camera, ed ivi mette le provvigioni 
d’ inverno, che consistono in radici di certe piante a- 
cquatiche e in corteccie d’alberi, specialmente di be- 
tule, di salci ecc. L’animale non comunica coH’esteruo 
che per mezzo di un foro, il quale si apre al fondo 
dell’acqua : per di là esso fugge quando è minacciato, 
e solo per di là può recarsi a visitare gli individui 
delle altre famiglie. Tutti que’ domicilii sono ordina- 
riamente isolati , e sia che abbisognino di riparazioni, 
sia che .occorra di costruirne di nuovi, i castori non vi 
lavorano che al cominciar dell’inverno e nel tempo 
dei geli. 

La forma singolare della coda dei castori la fece cre- 
dere dotata di qualità straordinarie ; si volle ravvisare 
in essa lo strumento al quale l’animale doveva tutta 
quanta la sua industria ; si disse che l’adoperava come 
una cazzuola, come un martello, in una parola a quel 
modo che un muratore adopera i suoi diversi stru- 
menti. Ma egli è certo che la coda non serve al castoro 
che per nuotare : esso taglia i legai co’ suoi forti in- 
cisivi ; scava co’ piedi , in fondo all’acqua o nelle rive, 
la terra che adopera; trasporta il tutto colle sue ma- 
scelle o co’ suoi piedi anteriori , di cui usa liberamente 
come lo scoiattolo, e co’ piedi e co’ denti prepara e^iàh- 


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— 86 — 

dio e dispone i materiali. Però sembra risultare da pa- 
recchie osservazioni che quando deve fabbricare su 
un’acqua corrente, egli vada a tagliare i legni neces- . 
sari all’ insù del luogo che ha scelto per istabilirvisi (1), 
che li metta a galla e che nuotando con essi li spinga 
al sito ove importa che approdino. 

Tutti questi lavori non si fanno che nel corso della 
notte, ma si compiono con una rapidità del tutto ma- 
ravigliosa. Le capanne vengono riparate ogni anno al 
tempo in cui- devono essere abitate, perchè #i castori 
ritornano per lo più in quelle che precedentemente 
hanno costruite ; e se talvolta .le abbandonano, il mo- 
tivo si è che 0 vi corsero gravi pericoli , o no trpva^ . 
rono altrove di più comode. * 

Castoro è una bestia che sa pèr natura perchè i cac- 
ciaiori lo vogliono pigliare^ e questo è per aver i suoi 
granelli^ de'" quali si fanno alcune medicine^ onde se 
viene a tanto che essendo perseguitato non possa fug- 
gire^ coi suoi denti li tronca e gUtagli nella via accioc- 
ché i cacciaiori abbiano da lui quello che vogliono^ ed • 
egli rimanga in pace (2). 

f 

La materia detta che ebbe tanto uso e tanto 

grido in medicina, non è già contenuta nei. granelli, < 
ma si bene in due grandi vesciche o serbatoi che non 
han di comune con quelli che la posizione. Ma, am- 
mettendo quanto scrive il Sacchetti , al povero castoro ' 
rimarrebbe a farsi un altro sacrifizio oltre quello dei 
granelli : ei dovrebbe cavarsi anche la pelle e gittarla 

nella via, perchè i cacciatori d’pggidi la pregiano as- 

• « * * 

(1) Ho più volte osservalo un istinto analogo nel cane. Quando vuole 

attraversare un fiume di grosse e rapide acque per guadagnare un dato 
punto della riva opposta , misura coIPocchio la corrente, tanto più corre 
in su quanto essa e maggiore, e poi gettasi a nuoto. • « 

(2) Franco Sacchctti. Op.. div. 9K). • 


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— 87 — 

sai più <iel castoreum^ e forma, come ognun sa, un 
oggetto di estesissimo commercio. Alcuni ne mangiano 
anche le carni , quantunque non siano troppo delicate ; 
è però falso che le parti posteriori abbiano gusto di 
pesce, come da taluni fu scritto. 

XXVI. 

DELL’ UNICORNO o LIOCORNO. 

L'unicorno o liocorno è una specie di cavallo che 
ha un corno lunghissimo e diritto nel mezzo della fronte. 

Liocorno, soggiunge Franco Sacchetti (1), é una be- 
stia che ha tanta dilettazione di stare con una donzella 
vergine, che come egli ne vede alcuna, cosi egli va a 
lei, ed addormentasi nelle sue braccia, poi vengono i 
cacciatori, e si lo pigliano. 

Lasciando la favola del novelliere fiorentino, e ridu- 
cendoci aH’unicorno, quale viene descritto dagli anti- 
chi e quale si osserva sullo stemma d’ Inghilterra, esso 
è senza più un animale immaginario. Le corna che fu- 
rono credute appartenergli, sono denti o difese di Nar- 
valo (2), ed è facile il convincersene guardando le fi- 
gure che l’Aldrovandi ne ha date. Ma se è favoloso 
l’unicorno degli antichi , non è , secondo alcuni , da 
riguardarsi come affatto improbabile Desistenza di un 
quadrupede fornito come quello di un solo corno fron- 
tele, che dicesi abitare le parti più interne e inesplo- 
rate dell’Africa e dell’Asia. 

Uno schiavo di Koldagi (Africa .centrale), che nel 
1824 accompagnò il signor Edoardo Rùppel nel suo 
viaggio alle cataratte del Nilo, gli raccontò , senza es- 

(1) Op. div. 90. 

<2) Enorme animale marino dell'ordine dei cetacei. 


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— es- 
serne stato menomamente richiesto, che nel suo paese- 
esisteva un animale chiamato Nilukìna, grande quanto 
una vacca, con la forma svelta della gazzella, la pelle 
coperta di pelo corto, e giallo tirante al rosso, e una 
riga bianca sulla fronte e sul naso, il di cui maschio- 
porta sulla fronte un corno lungo e diritto, del quale' 
la femmina è priva. Cotesto schiavo, con altre indica- 
zioni dì simil genere state poscia avverate, aveva già. 
dato prove al signor Rùppel d’essere uomo veritiero 
ed esatto. 

In quanto all’ unicorno d’Asia, la gazzetta del go- 
verno di Calcutta, e il giornale asiatico di dicembre 
1824, pag. 4é, rendendo conto dell’adunanza del 7 lu- 
glio 1824 della società asiatica, si esprime così : Il si- 
gnor Hodgson ha mandato da Katmandon al museo 
della Società un gran corno spirale, che dicesi pro- 
venire da un unicorno, col disegno deil’animale fatto 
da un abitante di B’hote. Si assicura che questo di- 
segno fornisca un’idea esatta deU’auimale vivente e 
che il corno vi si vegga sorgere dal mezzo dell’osso 
frontale. È una specie di cervo che vive in branchi, 
che è> erbivoro, e le di cui carni sono buone a man- 
giarsi : chiamasi chiro, è di color baio chiaro, ed abita 
il paese selvoso, conosciuto dagli indigeni sotto al 
nome di changdung, situato a poche giornate al nord- 
owest di Digurche. La testimonianza dei poveri abi- 
tanti di B’hote, che il commercio o la divozione con- 
ducono ogni anno a Nepaul, sembra essere unanime 
rapporto all’esistenza di cotesto animale : non osano 
perù assumersi l’incarico di prenderlo, non ostante la 
promessa di una buona ricompensa, perchè dicono che 
il chiro è troppo forte e troppo grande per poter es- 
sere pigliato vivo, e per essere ucciso dalle loro de- 
boli armi ; ritrovano qualchevolta il corno che l’animale 
perde mentre è vivo o che proviene da individui morti, 
e lo consacrano alle loro divinità. Quello che il signor 


% 


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- 89 - 

Hodgson si è procurato era stato portato a Katmandon 
per essere sospeso nel tempio di Sumb’hownat’ah. 

A questi documenti che paiono importanti è prezza 
dell’opera lo ag^giung-erne un altro, fornito dal mag- 
gior inglese Lattar, il quale dalle montagne che sono 
all’oriente di Nepaul inviò all’aiutante generale Ni- 
cholh un rapporto, in cui gli annunzia che l’unicorno, 
animale riguardato fino ad ora come favoloso, esiste 
realmente nell’interno del Tibet. Ma per quanto vo- 
gliasi deferire a tutte queste testimonianze, esse non 
sono tali da pienamente convincere coloro i quali, più 
che alle relazioni, amano d’acquetarsi ai fatti ; e la e- 
sistenza dell’unicorno non cesserà d’essere argomento 
di dubbio e di disparere, se non quando l’animale, o 
il suo teschio sarà stato osservato, esaminato e rico- 
nosciuto in natura da persone perite, ciò che non è 
avvenuto finora, come lo prova l’ulteriore silenzio della 
società asiatica di Calcutta, e quello degli altri dotti 
che abbiamo nominati (vedi nota G}. 

XXVII. 

DELLA SIRENA. 

Sirena è un animale ovvero pesce che dal mezzo in 
su ha forma di donzella, e dal mezzo in giù è come 
un pesce, con due code rivolte in su, e sta sempre in 
luoghi pericolosi di mare, e canta si dolcemente, che 


Nota G. In questi ultimi tempi ha riparlato dell’anicorno il viaggiatore 
inglese Baickie. Viaggiando lungo il Niger egli dice di aver parlato con 
molte persone che hanno veduto runicorno, e gli hanno minutamente de- 
scritto il corno di questo animale che, secondo quelle relazioni, non ha 
nulla che fare col rinoceronte. 

Il sig. Baickie dà la lista dei nomi con cui viene chiamato runicorno- 
nei vari dialetti di quella parte deirAfrica. 

Ma con tutto questo finora quel corno in Europa non si è veduto, 
sta sempre la conclusione soprariferita del nostro autore. 


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fa addormentare ì marinai e chi l'ode; e quando sono 
addormentali li fa pericolare (l). 

Ho voluto riportare per intero la descrizione di 
Franco Sacchetti, perchè contiene tutte le credenze po- 
polari antiche e moderne circa questo essere fittizio. 

Lo chiamo essere fittizio, perchè in realtà non ha mai 
esistito che nella immaginazione degli uomini, come 
ogni persona mezzanamente colta ai nostri giorni lo 
sa. Di sirene molte se ne mostravano per lo passato, 
e qualcuna se ne mo.stra anche oggidì; ma, come i ' 
basalischi, de’ quali già abbiamo parlato, erano e sono 
composizioni artifiziali, fatte con le parti di vari ani- 
mali, con molta finezza e magistero combinate e riu- 
nite fra loro. Alcuni naturalisti sono d’avviso che la 
fantasia degli antichi nel creare sì fatto mostro abbia 
avuto a modello le foche o i lamantini, i quali avendo 
la testa rotonda, il collo ben distinto ed il corpo pro- 
lungato come quello di un pesce, ma gonfio verso il 
- petto, possono infatti, veduti a una certa distanza nel- 
l’atto che escono dal mare per trascinarsi sul lido, 
mentire in qualche modo la figura d’una donna. Ma 
io porto opinione che non sia questo il caso di deri- 
vare la favola da cosa mal veduta o da un fatto male 
interpretato; d’accordo con uno o più scrittori, de’ quali 
non so rammentarmi nè i nomi nè le opere, io penso 
che le sirene non siano state in.origine che pure crea- 
zioni allegoriche immaginate per significare le Capue 
dei naviganti e i pericoli che vi corrono. Infatti le si- 
rene, secondo la sapiente mitologia, tenevansi lungo 
le spiagge Partenopee e lungo la Sicilia, ove e terra 
e cielo allettavano, come allettano tuttavia, e naviganti 
-e viaggiatori, non pochi addormentandone, cioè disto- 
gliendo dalla cura dei traffici e perfino dal pensiero dei 

(I) Fbanco Sàcchitti, Op. div. 90. 


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— 91 - 

luoghi nativi. Servio scrive che le sirene erano mere- 
trici, le quali perchè impoveriscono gli incauti che a 
loro si abbandonano, così furono dette cagionare i nau- 
fragi. Ma, con buona pace di Servio, io non credo che 
in alcuna età del mondo sia mai stato necessario di 
navigare fino a Napoli o Sicilia per trovare di cosi 
fatte sirene. 


XXVIII. 

DELLO SCOIATTOLO. 

{Pron, Piena.). 

Lo scoiattolo quando è forzato di traversare un'acqua 
si serve di un pezzo di corteccia d'cdJbero per nave e 
della sua coda per vela e timone. 

Così scrissero Vincenzo ’Belluacense, Olao Magno e 
Klein; ma la testimonianza dei due primi autori, le di 
cui opere ridondano di stranissime fole, è troppo so- 
spetta; Klein poi non parla dell’istinto nautico degli 
scoiattoli che sulla fede d’un suo commesso viaggia- 
tore. Può essere accaduto che qualcuno di questi gen- 
tili animaletti, sorpreso e trascinato da repentina inon- 
dazione, sia stato veduto rifugiarsi su qualche pezzo 
di cortéccia galleggiante, o starvi assiso con la sua 
bella e larga coda appoggiata alla schiena. Ma questa 
è la posa naturale dello scoiattolo, e il giovarsi dei 
corpi galleggianti è istinto di tutti quanti gli animali 
pericolanti nell’acqua. 


XXIX. 

DELL’ALCE. 

L'alce., bestia per altro si paurosa, che a qualunque 
ferita, nel mirarne che faccia il sangue grondante, cade 


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- 92 — 

sulrìto a terra di raccapriccio, tuttavia vince i lupi, sce- 
•gliendo contro essi per campo di battaglia i fiumi gre- 
lati, sopra dei qvMi può tenersi ben ella ferma con 
l'unghia acuta e biforcata che ell'ha, ma non possono 
ienervisi fermi i lupi (1). 

L’Aldrovandi e Gaspare Scotto raccolsero queste no- 
tizie dalla bocca dei loro contemporanei, e il Segneri 
le ripetè fidandosi alla scienza di quegli scrittori, cioè, 
alla scienza del suo secolo, nel quale albeggiava bensì, 
ma non ancora erasi diflRasa la luce della vera filosofia 
naturale. Se dell’alce, animale poco noto agli abitanti 
del mezzodì dell’Eùropa, non avessero favoleggiato che 
lo Scotto e l’Aldrovandi, i di cui libri sono ora poco meno 
che dimenticati, io avrei stimato inutil cosa il parlarne; 
ma il Segneri è autore gravissimo, letto da molti e 
e da molti proposto allo studio della italiana gioventù. 
Non sarà quindi inutil cosa lo avvertirla dei pochi 
passi ne’ quali dovette quell’uomo dottissimo accogliere 
per vere alcune istorie sognate, dando in tal guisa 
manchevoli appoggi a taluna delle più care e più 
giuste induzioni cui ci guidino la ragione e la fede. 
Oh perchè il Segneri, sì sublime di sentimento e sì 
potente della parola, non visse in tempi di maggiori 
verità fisiche ! Quanto non sarebbesi egli giovato delle 
belle e positive osservazioni, di che ora abbonda la 
storia naturale, per provare, per far toccare con mano,, 
la sapienza, la provvidenza infinita di Dio! E poiché 
sono nella espressione di desideri, mi si conceda di 
chiedere perchè mai i moralisti d’oggidì sdegnino o 
non si curino di attingere, come il Segneri faceva, a 
questa fonte copiosissima di inspirazioni, di concetti, 
di persuasioni. Eppure, ad essi più che ad altri ciò 
dovrebbe tornar utile e caro, perchè la più bella via. 

(1) L’tneredulo semm scusa. Parte i, cap. 43. 


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— 93 — 

di lodare l’artefice ai è quella di lodarne le opere, e 
perchè la più agevole scala per cui possa l’umana 
mente innalzarsi al Creatore si è la cognizione delle 
maraviglie del creato. I naturalisti cercano nelle loro 
pagine di supplire a questo silenzio, ma sfortunata- 
mente la loro scienza è costretta il più delle volte di 
adoperare un linguaggio che non è inteso dal popolo, 
e i loro libri medesimi non sono fatti, almeno in mas- 
sima parte, per divenir mai popolari. Del resto, a cia- 
scuno il proprio ufficio: ai naturalisti il cercare e il 
versare nella scienza i frutti delle loro ricerche; ai 
moralisti il toglierne e il diffondere nel popolo ci|^ che 
meglio può contribuire a renderlo buono per senti- 
mento e religioso per convinzione. 

L’alce, al quale ora discendo, è una specie di cervo, 
grande come un cavallo, fornito di larghe corna pal- 
mate, che vive nel settentrione dell’Europa, dell’Asia 
e dell’America. È anipiale robustissimo, e la sua forza 
può argomentarsi dalla inspezione dei suoi muscoli, 
che sono più grossi e più spessi di quelli di un ca- 
vallo d’uguale statura, e dalle sue azioni, giacché mi- 
■ nistra calci spaventosi (1) e può facilmente trascorrere 
in un sol giorno trenta o quaranta leghe. Ora, queste 
sue doti lo mettono, se non in sicuro dall’assalto dei 
lupi, almeno in istato di combatterli ogni volta che 
ne venga assalito, senza che gli torni necessario di 
rifugiarsi su i fiumi gelati per averne vittoria : infatti, 
nissun autore moderno fra i molti che in Russia prin- 
cipalmente e in Polonia scrissero dell’alce, gli attri- 
buisce questo istinto o questa malizia. È poi falso che 
a qualunque ferita, nel mirare che faccia il sangue 
grondante, cada subito a terra di raccapriccio : le pic- 
cole ferite non fanno zsfyix che raddoppiare in lui, come 

(1) Gilibert, che studiò le abitudini dell'aloè nelle foreste della Lituania, 
scrive che il brise d'un coup de pied des arbres groi comme la cuiste. 
Hist. des Mammif., pag. 443. 




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— 94 — 

in ogni altro animale, l’energia d^l corso e lo sforza 
della fuga, e siccome è vestito di pelo, di cuoio e di 
muscoli spessissimi, così non basta per lo più un primo 
colpo per atterrarlo, se non siagli tratto molto da vi- 
cino, e non penetri addirittura nelle parti più vitali del 
corpo. 

Una credenza analoga a quella espressa dal Segneri, 
ma ugualmente erronea, si è che l’alce venga preso 
da epilessia dopo una lunga corsa. Gilibert ne ha ve- 
duti alcuni correre inseguiti e bersagliati le intere 
giornate, e non cadere giammai. In quasi tutte le fa- 
miglie della Lituania veggonsi degli anelli ne’ quali è 
incastrato un pezzetto d’unghia dell’alce, e oredesi 
sovrano rimedio contro l’epilessia; ma, checché pensi 
o creda quella buona gente, nè sì fatto amuleto, nè il 
corno polverizzato di questa sorta di cervo, di che altri 
si vale, non ebbero mai efficacia di ritardare d’uu solo 
giorno gli accessi di quella terribile malattia-» negli 
infelici che la patiscono. 

XXX. 

. DEL CAVALLO. 

Il cavallo ha Vorina diffusa per tutto il corpo. 

Non so quanto sia estesa in Italia questa credenza; 
questo so bene che al di là del Ticino è molto vol- 
gare, e che da essa si ripete il cattivo gusto delle 
carni di questo animale. Ma è cosa arcipositiva che 
il cavallo ha, come ogni altro mammifero, una ve- 
scica, nella quale va a raccogliersi l'orina prodottasi 
nei reni.*» ^ 

Le lingue affumicate di Zurigo sono lingue di ca- 
vallo. 




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— 95 — 

I cavalli non si macellano nè a Zurigo nè in altra 
parte deU’Europa civile {vedi nota H), e quelli che muo- 
iono di vecchiezza o di malattia, vengono colà, come al- 
trove, scorticati e seppelliti. Le lingue, delle quali fa 
tanto commercio quella industre città, sono le lingue di' 
bue, di vacca, di vitello o di porco, e chi tuttavia ne du- 
bitasse non avrà per assicurarsene che ad esaminare- 
la superficie di quelle lingue medesime. La lingua del 
cavallo è liscia, e solamente sulla sua parte mediana 
offre dei fili esilissimi, che ivi la rendono come vellu- 
tata: al contrarlo quella del bue ha tutta la faccia su- 
periore e laterale irta di papille dure e rivolte all’in- 
dietro, permodochè producono Teffetto di una grattugia, 
sulla mano che la rasenti a rovescio : la lingua del 
porco poi è liscia come quella del cavallo sulla mas- 
sima parte della sua superficie, ma in vicinanza della 
base è, come nei buoi, coperta di papille cornee e ri- 
volte aU’indietro. 

I tartari , che amano e mangiano abitualmente la 
carne del cavallo, devono trovare squisita la sua lingua,, 
per le stesse ragioni per le quali piacciono a noi quelle 
del bue e del porco. 


XXXI. 

DELL’IPPOPOTAMO o CAVALLO MARINO. 

L'ippopotamo malato cammina sulle canne per trarsi 
sangue. 

L’uomo, che si è fatto una necessità del salasso, ha 
sognato questa stessa necessità per l’ippopotamo, forse' 

Nota H. Oggi in parecchie città dell Europa civile si macella la carne 
(li cavallo, e se ne la uno smercio abbastanza considerevole. 

Il sig. Isidoro Geoffroy St. llilaire ha scritto un libro per dimostrare- 
il profitto che si può ricavare da questa carne salubre e gustosa, e la. 
prova che si è Tutta gli ha dato ragione. 


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— 96 — 

perchè è corpacciuto o perchè è creduto animale vo- 
racissimo, e quindi sovente più zeppo di sang*ue, che 
a stato di sanità non si convenga. Aggiungendo poi 
al sogno Tanacronismo lo disse insegnatore di quella 
operazione chirurgica all’uomo. 

Che l’ippopotamo, il quale vive lungo i fiumi e nei 
luoghi palustri, debba spesso camminare pei canneti, 
è cosa che facilmente si capisce; che camminando 
pei canneti debba qualche volta posare i piedi su i 
tronchi scheggiati delle canne e ferirsi, neppur ciò 
è difficile a comprendersi r ma che un bruto si muova 
•deliberatamente a quelle passeggiate per trarsi san- 
gue, è supposizione che passa ogni termine di proba- 
bilità. 

Nissun animale ricevette forse dall’uomo nomi più 
improprii di questo. Egli non ha la benché menoma 
somiglianza col cavallo, e fu chiamato ippopotamo, 
che in greco vuol dire cavallo di fiume: egli non 
ha forse mai veduto il mare, giacché non fu trovato 
a memoria d’uomini che lungo il Nilo, lungo il Niger 
e lungo i laghi dell’Etiopia, e chiamasi cavallo ma- 
Tino. A parer mio, ciò significa che fu conosciuto assai 
tardi, e che molto si favoleggiò prima di scriverne 
la storia. 

XXXII. 

DELL’ORSO. 

L'orso entra a ritroso nella sua tana per mostrare 

di esserne uscito quando v'entrò (I). 

< 

. ì 

Evidentemente questa diceria deriva dalla favola di 
*Caco, insigne ladrone che ai tempi del re Evandro 


(ij Segnem : senta $cuta. Parie I, cap. 43. 


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— 97 — 

rapiva g'ii armenti e, perchè non fossero scoperti, trae- 
vali a ritroso nell’antro in cui aveva posto sua sede. 
Ma, per aver tanta malizia, converrebbe che l’orso 
fosse uomo, o che, essendo bestia, qual è, fosse dotato 
di ben altra facoltà che non siano quelle che costitui- 
scono il discernimento delle bestie. 

Colg’o volentieri questa occasione per isminuire la 
taccia di ferocità, della quale il popolo gratifica questo 
animale. L’orso, e parlo dell’orso nostrale, è fra tutte 
le fiere d’Europa quella cui meno si conviene il nome 
di fiera. Egli è fatto per pascersi di radici, di frutti, 
di semi, e veramente non tocca a cibi animali, se non 
quando i primi vengongli a mancare sia per gelo che 
induri il terreno, sia per soverchia neve che lo ricuo- 
pra. Anche in ischiavitù dà a conoscere s’i fatta in- 
clinazione e alle carni preferisce costantemente il pane. 
Che poi non sia di natura grandemente selvaggia lo 
prova eziandio la facile sua educabilità. Preso piccino 
diventa in pochi giorni raanso e piacevole; impara, 
come tutti sanno, a ballare al suono del piffero e del 
tamburino, a gesteggiare, a far d’armi ; vive da buon 
amico co’ cavalli, coi cani, coi gatti ecc. Gilibert ne 
vide alcuni si bene educati da tenersi ritti dietro al 
padrone, mentre era a tavola, e al menomo comando 
porgergli i tondi. Un signore di Lituania introdusse 
il gran generale di Polonia Braniski nella sua sala 
fra una doppia fila di dieci orsi, che stavano ritti e 
presentavangli le armi. Gilibert soggiunse che per 
bravo che fosse il generale, sostò un momento prima 
d’attraversare quella formidabile guardia. Sono poi 
celebri a Parigi gli orsi del Giardino delle Piante, i 
quali impararono a fingere il morto, a rizzarsi su i 
piedi posteriori, a porsi in atto di preghiera, a fare 
capitomboli, a rampicare sull’albero ecc., senza altro 
ammaestramento che quello ricevuto con grande irre- 


GE'^É — Prfi^iudizi popolari 


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- 98 — 

polarità di modi e di tempo dai curiosi che vanno a 
g’uardarli dall'alto della fossa in cui vivono. 

10 non vogrlio dire con tutto ciò che l’orso non sia 
un vicino pericoloso e da persegmitarsi : le occasioni 
che possono renderlo famelico e quindi carnivoro si 
ripetono ogni anno nelle alpi coll’arrivare del freddo 
e della neve; l’orsa poi, quando ha seco i novelli, è 
grandemente sospettosa e pronta, come alle difese, così 
anche alle offese : soltanto è mio intendimento di scusarlo 
col far riflettere che nel primo caso l’animale è da un 
bisogno prepotente, per così dire, tratto fuori dalla 
propria natura, e che nel secondo obbedisce a un sen- 
timento fortissimo che Iddio pose nel cuore di tutte 
le sue creature, dall’uomo fino all’insetto. 

XXXIII. 

DEL RINOCERONTE. 

11 corno del rinoceronte non resiste al contatto dei 
veleno, e perciò se ne fanno delle coppe: il vino schietto 
vi s'innalza e spwneggia; ma seni liquido è avvele- 
nato la coppa si fende (1). 

Questa credenza, benché quasi spenta oggimai in 
Europa, merita per la sua singolarità d’esser almeno 
ricordata nella rassegna che andiamo facendo delle 
favole e dei pregiudizi zoologici. Venuta dalle Indie» 
ove dicesi vivere tuttavia, propagossi fra noi nel medio 
evo, tempo di pugnali e di veleni, e senza aver impe- 
dito un tradimento, senza aver salvato una vita, si 
dissipò col dissiparsi della barbarie. Ma non fu inutile 
a tutti, e l’enorme prezzo al quale vendevansi siffatte 
coppe profittava di certo a coloro, ed erauo principal* 

(i) Gli scrittori di cose naturali da File e Tzetzes fino a Kolbe. 


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— 99 - 

mente giudei, che le recavano dall’Africa o dalle Indie. 
Nel secolo xvi una ne aveva a Windsor il re d’In- 
ghilterra, una a San Dionigi il re di Francia, una in 
San Marco la repubblica di Venezia. Clemente VII ne 
donò una a Francesco I re di Francia, e gli storici Pa- 
radino e Paolo Giovio lamentano, fra le cose più pre- 
ziose che andarono perdute pel sacco dato dai Francesi 
alle case di Pietro de’ Medici in Firenze, una di codeste 
coppe. Vi fu sempre chi speculò sulla umana credulità, 
ed è noto quanto il povero Redi sudasse per convin- 
cere d’impostura due zoccolanti che spacciavano alla 
corte del granduca Ferdinando II certe pietruzze, ge- 
nerate, dicevano essi, nel capo di alcuni serpenti in- 
diani, e dotate della maravigliosa proprietà di assor- 
bire il veleno viperino, togliendolo dalla ferita cui 
venivano applicate. I belzuari, concrezioni calcolose 
che si formano nel corpo e principalmente negl’inte- 
stini di parecchi animali, vendevansi fino a cento pa- 
tache (1), perchè quelli d’iguana sanavano i dolori 
nefritici, distruggevano i calcoli, aprivano le vie ori- 
narie; quelli dei serpenti di Mombaza, allacciati sulla 
faccia interna della coscia della donna, promovevano 
il parto e lo rendevano facile e senza dolore, traendo 
anche i feti morti dall’utero; quelli dei coccodrilli e 
dei caimani, applicati alle tempia, guarivano la febbre 
quartana e l’emicrania; quelli dell’istrice preservavano 
dai contagi, ecc. Ed è naturale il pensare che se questi 
pretesi alessifarmaci venivano a gran dispendio com- 
perati dai ricchi malati, o dagli speziali che ne face- 
vano il loro prò’ rivendendoli o dandoli a prestito in- 
teressato, le coppe di corno di rinoceronte dovevano 
di preferenza essere ricercate ed a larga mano pagate 
dai principi, de’ quali neppur uno poteva forse in quelle 
età calamitose dirsi sicuro fra le gioie dei pubblici o 

(1) Moneta spagnuola d'argenlo, del peso di un'oncia. 


— 100 — 

dei domestici conviti. Ma la vera coppa che li affrancò 
dal timore de’ pug’nali e de’ veleni fu quella della ci- 
viltà, fu lo spegnersi dei partiti, fu il migliorarsi dei 
costumi pubblici e privati, e dacché si compì questa 
felice rivoluzione sociale, le corna del rinoceronte ces- 
sarono ovunque d’essere in pregio fuorché nei musei 
e nelle officine dei tornitori. 

Se non che io feci forse troppo onore all’età pre- 
sente col parlare in modo dei belzuari e d’altri siffatti 
specifici, da far credere che le sole età trascorse li a- 
vessero in istima ed in uso. In Portogallo si ha fede 
tuttora nella virtù del belzuaro d’istrice e lo si presta 
per dieci o dodici franchi al giorno; anche in Olanda 
è molto stimato, e lo si porta indosso. in iscatole d’oro 
e d’argento, od in reticelle di filigrana; in Ispagna 
portasi un ciottolino di giada (1) contro la renella; in 
Germania l’etite o pietra d’acquila (2) per agevolare 
i parti ; a Napoli le zanne di porco e le- corna di vari 
animali contro la iettatura^ cioè contro il fascino, e 
perfino tra noi, alla giusta metà del secolo xix, v’ha 
chi pretende di guarire le febbri e Dio sa quanti altri 
malori, col far impugnare una calamita. Che mai 
conchiudere da ciò? che l’uomo, dal più o meno, è 
al presente ciò che fu per lo passato, o che, come 
il ferro, pulito e ripulito, tenda pur sempre ad irru- 
ginire. 


XXXIV. 

DELLA. BALENA. 

La balena è un pesce che ricevette Jona nel ventre 
suo, secondo che le storie del vecchio Testaìnento ne 


M) Pietra selciosa di color verde. 
(2) Minerale di ferro palustre. 


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- 101 - 

contano, che gli pareva essere ito in inferno^ per lo 

grande luogo che egli era. E questo pesce sporge tanto 

dall'acqua, che il suo dosso si pare disopra a tutte le 

onde del mare, poi il vento vi rauna suso rena e na- 

^ sconvi erte, tanto che molte volte ne sono ingannali 

li marinari, che quando veggiono dò, si credono che 

sia isola e scendonvi suso e ficcanvi suso i pali nella 

rena per cuocere (1), 

\ 

Le credenze espresse dal maestro di Dante in que- 
sto suo passo durano tuttavia inalterate nella mente 
del popolo; ma in parte sono false, ed in parte esa- 
geratissime. 

Primieramente la balena, benché abbia la forma di 
pesce, non è un pesce, ma un vero mammifero. Ed a 
nulla monta che essa abiti perpetuamente in seno al- 
l’Oceano. I polpi, le conchiglie, i granchi vivono in 
esso senza che partecipino in altro, fuorché per questo 
fatto, della natura dei pesci. Anzi la balena é, per così 
dire, men pesce ancora di tutti gli animali che ab- 
biamo nominati, perché questi respirano con organi 
analoghi alle branchie dei pesci, mentre quella respira 
per mezzo di veri polmoni. Del resto, ha il sangue 
caldo al pari di tutti i mammiferi, e, come questi, é 
fornita di mammelle per l’allattamento dei novelli. Le 
sue dimensioni sono veramente gigantesche e tali, che 
fra gli animali terrestri i più grandi, quali sono l’ip- 
popotamo, il rinoceronte e l’elefante, nissuno può es- 
serle paragonato, ma con tutto ciò non é poi sì smi- 
surata da poter essere scambiata con un’isola, tanto 
più che é affatto favoloso quell’ammucchiarsi della 
rena e quel nascer di piante sul suo dorso. Prima che 
le balene divenissero da parte degli uomini oggetto 
di ricerca e di avida persecuzione, narrano varii scrit- 

(1) Brunetto Latini. Tesoro, 70. 


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— 102 — 

tori che non poche se ne vedessero che oltrepassavano 
i cento metri, o trecento piedi di lunghezza ed i cen- 
cinquanta kilogrammi (trecentomila libbre) di peso . 
ma le maggiori che s’incontrino a’ di nostri, non ec-’ 
cedono, anzi raramente arrivano ai quaranta metri, 
misurate dall’apice del muso all’estremità della coda. * 
Che poi la balena sia l’aniraale marino che ricevette 
Giona nel ventre suo, è un fatto che può con uguale 
facilità e con uguale rettitudine d’intenzione asserirsi 
e negarsi. Considerato come miracoloso, non ammette 
disamina o discussione in alcuna delle sue parti ; con- 
siderato come naturale, solo in ciò che riguarda l’in- 
ghiottimento del profeta, esso non è credibile, perchè la 
balena, non ostante l’enorme sua mole e l’amplissima 
apertura della sua bocca, ha l'ingresso dell’esofago, ossia 
del canale degli alimenti, tanto angusto da non am- 
mettere che piccoli animali, quali sono aringhe, sardelle, 
polpi, meduse, ecc. La Santa Scrittura dice bensì che 
Giona fu inghiottito da un ceto, ma non devesi attri- 
buire a questa parola il significato ristretto che oggi 
le danno i naturalisti, e il ceto scelto da Dio per quel 
miracolo potè ben essere uno squalo o pesce cane, 
come lo pensano Scheutzer ed altri gravissimi inter- 
preti. 

La balena, universalmente più nota di fama che di 
veduta, ha la forma di un grandissimo cilindro irre- 
golare, il cui massimo diametro uguaglia press’ a poco 
il terzo della lunghezza totale. La testa, che equivale 
al quarto od anche al terzo dell’intera massa, ne forma 
la parte anteriore, e il fesso della bocca stendesi, da 
una parte e dall’altra, fin presso le spalle. È priva di 
denti, ma in loro vece porta molte centinaia di lamine 
falcate, cornee ed elastiche, alcune delle quali lunghe 
da tre a quattro metri, infisse per la base nei due lati 
d’una specie di gengiva, che dalla punta del muso 
scorre per la linea mediana del palato fino alle fauci. 


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~ 103 — 

Codeste lamine applicansi con la loro parte convessa 
alla volta della bocca dirigendosi verso le labbra e 
sporgendosi d’alcun poco, sono sfilacciate sul margine 
libero, servono a impigliare e a ritenere i piccoli a- 
nimali, di cui abbiamo detto nutrirsi questo gigante, 
e sono quelle che nel linguaggio del commercio e 
delle arti chiamansi impropriamente ossa di balena. 
I suoi organi di movimento non consistono che in due 
grandi nuotatoie, situate, una per parte, presso gli 
angoli della bocca, e in quella della coda, che è oriz- 
zontale e breve, ma assai larga e robustissima. 

La balena, fornita di polmoni per respirare, e di 
una bocca spaccata fino al terzo della sua totale lun- 
ghezza, non avrebbe potuto mantenersi nell’Oceano, 
se nel resto fosse stata organizzata come un mammi- 
fero ordinario; giacché e avrebbe dovuto spingere 
fuori dalle onde, nè si sa con qual giuoco d’equilibrio, 
l’intera testa per inspirare l’aria, e sarebbesi soffocata 
col mandar giù ad ogni deglutizione di cibo la enorme 
quantità d’acqua che con esso chiude nella bocca. Ma 
la natura, non fallibile artefice, provvide la balena, 
come i delfini ed altri cetacei, d’organi particolari che 
l’assolvono e dal sollevare al di sopra delle onde l’im- 
mensa sua testa, e daU’iughiottire l’acqua che abbocca 
cogli alimenti. Codesti organi sono gli sfiatatoi., cioè 
due canali, che partono dal fondo della bocca, salgono 
a traverso della testa e vengono ad aprirsi esterna- 
mente verso la metà della sua parte superiore. Per 
questi canali, che in sostanza non sono che le narici 
altrimente collocate, e coll’aiuto di una particolare 
disposizione del velo del palato, di un sacco in cui 
l’acqua si raccoglie, e di robustissimi muscoli che lo 
comprimono, l’acqua viene spinta fuori dal capo con 
tanta forza da formare due getti altissimi, stupendi 
a vedersi, come attestano i naviganti, ma spesso fatali 
alla povera balena, perchè da lungi la rivelano a’ suoi 


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— 104 — 

persecutori. E per quelle istesse vie inspira l’aria atmo- 
sferica, bastando a tal fine ch’ella sorga orizzontal- 
mente col corpo a fior d’acqua. 

Il lardo, di cui è vestita, alto assai volte molti piedi, 
e da cui traesi un’immensa quantità d’olio, arma ogni 
anno intere flotte contro la balena. Un tempo percor- 
reva tutti i mari, e non era infrequente nel Mediter- 
raneo ; ma a poco a poco , disturbata dal soverchio 
crescere della navigazione ed ovunque balestrata con 
accanimento si ritirò nel fondo del nord, ove va facen- 
dosi d’anno in anno più rara [vedi nota I). 

XXXV. 

DEL DELFINO. 

Il delfino è amico dell'uomo. 

Il fatto che diede origine a questa credenza si è che 
i delfini accorrono in folla verso i navigli, e li circon- 
dano e li accompagnano sovente per lunghi tratti di 
mare, guizzando, facendo capitomboli e carolando lie- 
tamente intorno ad essi. Ma non inganniamoci. Il mo- 
tivo che li determina a far quella corte e quelle feste 
ai navigli, non è simpatia od amor per l’uomo che vi 
sta dentro, è ingordigia, è avidità di abboccare gli 
avanzi di cucina che gettansi da bordo, e le immon- 
dezze che la nave lascia dietro di sè. Il pesce cane ha 
il medesimo istinto e perciò le medesime abitudini: 
anzi segue con ostinazione ancor maggiore i vascelli: 
nissuno però ha mai sognato o sognerà ch’ei lo faccia 
per amore dell’uomo. 

Nota I. La balena, che in passalo si trovava nell'Allantico in prossi- 
mità del Mediterraneo e da quel mare veniva frequentemente in questo, 
apparteneva ad una specie ora distrutta appunto per l'accanitissima pesca 
che se n'è fatta. Le balene che si trovano ora presso le regioni circum- • 
polari dei due emisferi sono di specie diverse, e proprie di quelle regioni. 


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— 105 — 

Gli antichi fecero del delfino un grande amatore 
della musica; ma probabilmente ciò fu dopo la favola 
d’Arione, che io voglio qui riferire per allungare d’al- 
cun poco questo breve capitolo. 

Arione di Metimna, città dell’isola di Lesbo, era un 
nobile citaredo e poeta lirico, inventore, per quanto si 
crede, del ditirambo. Venne nella Magna Grecia, e a 
lungo dimorò a Taranto, ove, come in altre città, 
guadagnossi coll’arte sua moltissimo danaro. Imbar- 
catosi per ripatriare, il capitano e la ciurma delibe- 
rarono d’ucciderlo per togliersi quelle ricchezze. L’in- 
felice poeta supplicò perchè fessegli concesso un breve 
spazio di tempo, nel quale, come cigno morente, can- 
tare le proprie esequie, e l’ottenne. Ritto allora sulla 
nave, non so bene se a poppa o a prora, sciolse un 
canto agli Dei marini, quindi precipitossi nelle onde. 
Accorse immantinente un delfino, che sobbarcatosi ad 
Arione, lo portò sano e salvo e lo depose sulle coste 
della Laconia, d’onde ricoverossi presso Periandro, ti- 
ranno dei Corinzii. Periandro spedì navi ed armati in 
traccia dei ladri, i quali, poiché vennero in sua mana 
ed ebbero confessato il delitto, furono puniti coll’ e- 
stremo supplizio. Nè Giove intanto volle lasciare senza 
premio il delfino ; lo accolse fra gli astri e lo ingemmò 
di nove stelle. 

Gli scultori ed i pittori espressero le mille volte in 
marmo ed in tela questa favola o, dirò meglio, questa 
gentile allegoria del potere della poesia e della mu- 
sica : ma sformarono affatto il povero delfino, dando- 
gli una faccia corta e rincagnata, come di capro ti- 
betano, ed una coda scagliosa, ritta e volubile da boa. 
Nissun delfino uscì mai con tali forme dalle mani della 
natura; tutti somigliano al tonno, tutti mancano di 
squame e tutti hanno il muso più o meno sporgente- 
nella direzione dell’asse del corpo: però non sono pe- 
sci, come il volgo li crede, sibbene cetacei, che è quanto> 


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— 106 — 

4ire animali forniti di sangue rosso e caldo, di mam- 
melle per l’allattamento dei piccoli, di due sole estre- 
mità conformate a guisa di palette o nuotatole, poste, 
una per lato, al principio del tronco, e di una coda 
breve e conica, terminata da una larga pinna orizzon- 
tale. A dirla schietta, il delfino è 1’ animale il men 
pittoresco che forse si possa vedere : sono quindi da 
compatire, anzi da lodare gli scultori ed i pittori, se, 
traendone uno dalla loro fantasia, procurarono al li- 
rico di Metimna una più bella e più poetica caval- 
catura. 

XXXVI. 

DELL’ OURANCx-OUTANG. 

V ourang-outang si acoosla all'uomo per la forma 
e per V intelligenza. 

Finché stette in favore l’idea della catena degli es- 
seri, e quando a questa idea innocente succedette quel 
trabocco di falsa filosofia, che tentò di confonderli tutti 
in una sola origine ed in un sol fine, l’ourang-outang 
fu il tema favorito, fu il cavallo di battaglia di coloro 
che gettavano l’uomo nel fango per livellarlo coi bruti. 
Ed era tanta la furia di far prevalere questo pazzo 
concetto, che furono uditi uomini del resto gravissimi 
ed oculatissimi lamentarsi che nissun carattere fisico 
distinguesse quest’animale dall’uomo : il che prova che 
quando la mente non vuol vedere, gli occhi del corpo 
non vedono. Ma la teoria di Bonnet, teoria seducente 
e, fino ad un certo punto, conforme a quelli ordina- 
menti della natura coi quali la veggiamo procedere 
nelle divisioni subordinate degli esseri, dovette cedere 
il luogo al sistema dei tipi distinti e delle linee pa- 
rallele. L’altra dottrina poi ebbe tanta vita, quanta ne 
■ebbero le violenti commozioni politiche che la parto- 


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! 



rirono, e disparve col quietarsi e col rinsavire delle 
menti. 

Liberi adunque dalla tirannia delle idee preconcette, 
ma fermi nel volere che l’uomo si riconosca superiore 
a tutti gli esseri creati, ed inferiore soltanto a Dio, 
piglieremo a succintamente analizzare le azioni di 
questa scimmia e i sentimentf, di cui sono, o ragio- 
nevolmente ci paiono essere l’espressione. 

Innanzi tutto è d’uopo riflettere che la storia del- 
l’ourang-outang, sul quale si spesero tante parole e 
tanto inchiostro, è, perfino al dì d’oggi, poco cono- 
sciuta, anzi del tutto ignorata, nella sua parte più 
importante e decisiva. Gl’individui che fin qui giun- 
sero vivi in Europa e che formarono oggetto di studio 
positivo pei naturalisti, furono individui addomesticati 
e giovani, che tutti morirono innanzi alla pubertà, 
colla quale soltanto si rivelano l’indole e le attitu- 
dini degli animali. E l’ourang-outang adulto quasi 
ci è ignoto per ciò che riguarda i costumi, ed in 
quanto alle sue maniere di vivere, siamo forzati o 
di ripetere le contraddittorie dicerie che i Malesi , 
uomini ignoranti e superstiziosi, ci trasmettono per 
mezzo dei naviganti, o di martoriarci la mente per 
scegliere ciò che meno ripugni alla probabilità. Ora' 
suppongasi ad esempio, che un europeo volesse dalle 
abitudini del lupo giovane e .schiavo argomentare le 
abitudini del lupo adulto e libero , e che desiderando 
di conoscere l’indole della volpe s’indirizzasse ad uno 
de’nostri campagnuoli. Nel primo caso, vedendo i lu- 
picini scherzare faraigliarmente coi cani, coi gatti e 
coir uomo , conchiuderà sulle generali essere il lupo 
inchinevole alla società dei cani, dei gatti, dell’uomo; 
nel secondo caso udrà narrarglisi tante maraviglie , 
tanti tratti d’astuzia, quanti non ne seppero immagi- 
nare nelle loro favole Esopo e Lafontaine. 


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— 108 — ‘ 


XXXVII. 

VERME DEL CANE, DEL PORCO E DEL GATTa 

n cane, il porco ed il gatto hanno un verme, quelli 
sotto alla lingua, questo nella coda, che è necessario’ 
strappare affinchè non vadano soggetti alla raVbia. 

Questo pregiudizio, molto diffuso e forse generale 
nelle campagne, procura un atroce ed affatto inutile 
supplizio alle povere bestie che abbiamo nominate. I 
calderai ambulanti ed i maniscalchi vengono d’ordi- 
nario chiamati per cotesta operazione, e la praticano 
sui cani e sui porci, appena spoppati, insinuando loro 
con grosso ago sotto alla lingua una cordicella, che 
poi tirano violentemente a sè; sui giovani gatti, ad- 
dentandone e stirandone l’estremità della coda, in- 
modo da svellerne le ultime vertebre. Ora che cosa sono 
in realtà i corpi che in siffatti modi si strappano a 
questi ammali ? Il preteso verme del cane è un pic- 
colo legamento, particolare a questa sorta d’animali,, 
che serve a facilitar loro l’azione del lambire, siccome 
hanno dimostrato ad evidenza Morgagni, Heydecker 
ed altri autori ; il preteso verme del porco è lo scilin- 
guagnolo, cioè quel filetto o freno membranoso, che- 
è posto nel mezzo della parte inferiore della lingua; 
finalmente il preteso verme del gatto non è che la 
porzione estrema della coda, fatta dalle ultime vertebre- 
coi legamenti e tendini che vi sono attaccati. Non è 
d’uopo possedere cognizioni speciali di notomia o di zoo- 
logia, basta anzi avere un par d’occhi afiatto comunali 
per assicurarsi della verità di questi fatti. Quale in- 
fluenza poi possano avere nello sviluppo della rabbia il 
legamento de’ cani, lo scilinguagnolo dei porci e l’estre- 
mità della coda dei gatti, nissun medico o veterinario,. 


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- 109 — 

nissun uomo di buon senso lo seppe finora immaginare. 
Forse, per ciò che spetta al cane ed al porco, il pregiu- 
dizio nacque daH’antica idea, stata, non sono molti anni, 
riprodotta dal dottor Marocchetti , che negli animali 
cólti da rabbia il veleno si depositi in una o due pu- 
stule che si formano sotto alla lingua, ai lati del 
freno. Ma, oltrecchè l’apparizione di codeste pustule è 
lungi dall’essere costante in tutti gli animali che spon- 
taneamente 0 per altrui morso diventano rabbiosi, re- 
sterà sempre a domandarsi qual sorta di relazione 
possano mai avere i legamenti od il freno della lingua 
colle sue pustule future, e resterà pur anche a do- 
mandarsi per qual motivo, se la pratica è buona, non 
in bocca, ma sibbene nella coda vadasi a martoriare 
il gatto, il quale, quando arrabbia, manifesta gli stes- 
sissimi sintomi che si osservano nei cani, nei porci ed 
in ogni altro animale preso da codesta terribile ma- 
lattia. 

E qui s’aggiunga un’altra considerazione. Il porco 
non è annoverato tra gli animali che arrabbiano spon- 
taneamente. Per questo riguardo rimane quindi senza 
scopo l’operazione che gli si fa sopportare. Tutti gli 
individui poi di questa specie, nei quali fu osservata 
la rabbia, l’avevano contratta da cani che n’erano af- 
fetti e che l’avevano inoculata col morso. Ora vorrà 
egli credersi che l’estirpazione d’organo tanto insignifi- 
cante qual è il freno della lingua, possa sitfattamente 
modificare l’intero organismo del porco, da renderlo 
per sempre insensibile all’azione di un veleno che get- 
tasi con indubitabile e spaventosa energia su tutto il 
sistema nervoso e su tutto il sistema digestivo ? 

Dal fin qui detto si conchiuda: 

1. Che non esiste alcun verme nè sotto la lingua dei 
cani e dei porci, nè nella coda dei gatti; 

2. Che le parti di questi animali, che dal volgo si 
credono vermi, sono parti normali della loro organiz- 
zazione ; 


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— no — 

3. Che l’estirpazione di codeste parti non può gio- 
vare per modo alcuno a togliere negli animali dome- 
stici la disposizione a generare od a ricevere la rabbia ; 

4. Finalmente, che l’operazione, della quale si è fin 
qui trattato, è non solamente assurda in se stessa ed 
inutile pe’ suoi fini, ma ben anche dannosa, perchè 
capace di compromettere la salute e la vita dei gio- 
vani animali, sui quali vien praticata. 

XXXVIII. 

DEI GUFI. • 

Il signor Alerino Como ha già con savie ed eleganti 
parole combattuto (1) il vecchio pregiudizio, che fa del 

(1) Ecco lo scritto a cui allude il Gené. — Facilmente le false opinioni 
e gli errori si diffondono nel popolo, ma tardi assai e con molta pena si 
arriva a distruggerli. Gli è come la gramigna che ove nei campi metta 
radici, per isradicarla ci vuol lunga e paziente cura deiragricoltorc. 

Tra i molti pregiudizi popolari havvi quello, che quando la civetta canta 
sul tetto, 0 sul balcone di una casa, gli è presagio che alcuni di quelli 
che l'abitano debbono fra breve morire. E sovente ti avvien di sentire 
fra i popolani che pochi momenti di vita rimangono ancora ad un malato 
perchè nella notte la civetta cantò sopra la sua casa. Ma sopra la casa 
di quante persone, le quali vivono tuttora, non fece sentire la sua voce 
questo notturno augello? 

Nè gli è meraviglia se talora si riposi sopra il tetto d'nn 'abitazione ove 
si trovi un malato. La vita di questo volatile si compie nella notte come 
quella degli altri augelli nel giorno. E di notte si aggira or qua or là 
come il suo talento lo porta, e come fanno in piena luce i passeri e i 
colombi, e in quella guisa che or si sofferma sopra il coperto d'uiia casa 
or su quello d'un 'altra, non dee stupire se il caso lo arresti pure sopra 
ano di quelle dove siano persone malate. 

Nè ad una misteriosa cagione si dee attribuire questo suo aggirarsi di 
notte tempo, ma solo alla debole conformazione della sua pupilla per cui 
non potendo reggere alla luce del sole, è costretto a fuggire il chiarore 
e rintanarsi nella buca delle torri e de' campanili ove tranquillo riposa 
finché le tenebre della notte ricoprono il crealo. Infatti coloro che hanno 
abitazione vicina alle torri, o campanili, sentono più che gli altri il grido 
della civetta, e più che gli altri son minacciati dalla sua roca e stridula 
melodia. 

Il paganesimo che, come voi sapete, derivava lieti o sinistri augurii 
dagli oggetti esterni, impresse in questo animale il marchio di triste au- 
gurio. E (vedete come sia funesta in un popolo la superstizione) quei su- 


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— Ili — 

canto innocentissimo dei gufi un canto di sinistro pre- 
sagio e di morte. Io vo più in là e dico che i gufi, 
lungi dall’essere per ragione alcuna malefici, sono anzi 
animali utilissimi, e che l’uso tanto comune d’ucci- 
derli per l’insulso piacere di appiccarli alla porta, do- 
vrebb’esser da tutti e dappertutto abbandonato. Per 
convincere di ciò chi mi legge, dirò brevemente come- 
vivano e di che vivano questi uccelli, pigliando ad 
esempio, od a lor rappresentante, la strige ossia la 
dama o dona del dialetto piemontese (1), sì perchè di 
tutte le specie nostrali è la più ovvia e la meglio co - 
nosciuta, e sì perche non v’ha differenza notabile dalle 
sue abitudini e dai suoi alimenti alle abitudini e agli 
alimenti del gufo reale, dell’allocco, dell’allocco di pa- 
lude, deU’assiòlo, della civetta e del gufo selvatico, che 
sono appunto la specie alla quale si riducono tutti i 
gufi che stanziano in Piemonte e nel resto d’Italia (2). 

perbi Romani, quei dominatori dui mondo che non temevano le falangi 
nemiche, erano colpiti da terrore quando vedevano uno di quei volatili 
notturni: si ricoveravano nei tempii, offrivano sacrifìcii agii Iddìi, e gii 
auguri purificavano la città. 

Sebbene or si rida di queste sciocche credenze che vernano alimentate 
dai sacerdoti pagani (cui certo conveniva di fomentarle;, pure un avanza 
ancora di tale pregiudìzio rimase nel pojioio. E forse la bruita figura di. 
questo augello, la sua voce melanconica, quei suo aggirarsi di notte, igno- 
randosi il motivo per cui egli fugga la luce, i racconti delie donnicciuole 
lo fecero avere in orrore ed in ribrezzo dai popolani. Ma tutte queste son 
fole, 0 miei fratelli ; e se conoscete che taluno fra voi credulo di troppo 
si attenga ancora a tali pregiudizi, fate di tutto per togliergli un'idea cosi 
sciocca ed erronea, e ditegli che come non abbiam paura del passero che 
canta sui coperto della casa nostra, cosi non dobbiamo temere la povera 
civetta la quale poiché di giorno non iiuò, di notte or sovra un tetto or 
sovra un altro va innocentemente cantando. 

(Estrailo dalle Letture di Famiglia, anno 1843, p. 165). 

' 1 ) Strix flammea dei naturalisti; Barbagianni dei Toscani ; Monega,. 
Dama, Sussa-lampea dei Nizzardi; Oùceo ^onco dei Genovesi; Istria, 
Stria, Slrea dei Sardi. 

(,2) Gufo reale. — Strix bubo dei naturalisti, Gran Due o Diaóu. 
d'montagna dei Piemontesi. 

Allocco — Strix olus. Duso, Ciouch d’montagtìa, Piem. 

Allocco dì palude — Strix hrachyotus. Sivitoulòn, Piem. 

Assiòlo — Strix scops. Ciouch, Cioucól, Doseul, Piem. 

Civetta — Strix passerina. Sivitoula, Piem. 

Gufo selvatico — Strix aluco. Ciùs, Piem. 


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— 112 — 

La strige abita non solamente nei castelli appartati 
e nei villaggi, ma anche nel bel mezzo delle più grandi 
e popolose città. D'ordinario ella pone sua stanza nelle 
torri, su i solai delle chiese, nei covili delle travi, nelle 
fenditure delle alte e vecchie muraglie ecc., ed ivi 
passa dormendo l'intera giornata. Soltanto sul far della 
sera esce da quelle tacite dimore, e al chiaror della- 
luna vola in cerca d'alimento, adoperandosi in questa 
bisogna tutta quanta la notte, fino al sorgere dell’alba. 
Vedesi allora rasentare le umane abitazioni, non che 
i giardini e i prati e i campi contigui, e ricercare i 
topi domestici e da campagna, le talpe; i ghiri, le don^ 
nole, i quali, per essere non altrimenti che la strige, ani.- 
mali notturni, escono appunto in quelle ore medesime 
dai loro profondi nascondigli. Nè vale a salvar questo 
animale l'udito finissimo o la agilità: la strige giunge 
loro addosso affatto improvvisa, perchè la natura ri- 
vestì tutte le sue penne remiganti di una sottile pe- 
luria, di un delicato velluto che smussa l'urto dell'aria 
•e non cagiona verun rumore. Essa visita ben anche 
le colombaie, ma non è vero che ciò faccia per pre- 
darne i colombi, come è opinione di alcuni scrittori. 
Il signor Naumann (1) la vide più e più volte entrare 
-e uscire dalle sue colombaie, ma vide altresì i colombi 
avvezzarsi in breve tempo alla vista di quell'ospite 
strano, non darsene alcuna briga, e durare nel tran- 
quillo possesso delle loro uova e dei loro pulcini, senza 
■che mai siagli accaduto di rinvenire un indizio che gli 
facesse sospettare un rapimento o una uccisione. Una 
giovane coppia di questi uccelli erasi perfino stabilita 
in .una delle colombaie del sig. Naumann : al venir 
della notte, svolazzavano in essa e intorno ad essa, e 
facevano risuonare di continuo, sì dentro che fuori, 

il loro canto lugubre con tutto ciò, nissun colombo 

muovevaisi o dava segno d’inquietarsene. E se di giorno 

• 

(1) Nalurgescliichte der Vògel Denlschlandi. Tom. I, pag. 489. 


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^ 113 — 

si saliva tacitamente nella colombaia, vedevansi quei 
g-ufi posar confidenti e dormir tranquilissirai, su una 
trave o in un angolo, in mezzo ai colombi : il che prova 
ad evidenza, che non è nell’istinto delle strigi di nuo- 
cere a questi uccelli domestici. V’ha chi assicura che 
rapiscano e divorino le uova delle galline; ma è cosa 
provatissima che le strigi allevate in domesticità ri- 
fiutano, anche dopo lunghi digiuni, questo alimento: 
non sembra per conseguenza ch’esso debba essere di 
loro gusto neppure nello stato di libertà. Il solo danno 
che si possa con fondamento rimproverare a questi 
animali, si è il predare qualche piccolo uccello che 
trovau dormente su gli alberi; talvolta ghermiscono 
ben anche, attraverso alle gretole delle gabbie, gli 
uccelli canori che nelle notti d’estate si lascino espo- 
sti su i balconi o fuori delle finestre. Ma che sono mai 
questi danni in confronto della utilità che ci recano 
col divorare i nocevolissimi animali, che abbiam detto 
essere i loro più cari e abituali alimenti? Il sig. Nau- 
mann, che studiò la natura e le abitudini degli uc- 
celli europei con una pazienza veramente germa- 
nica, con che voglio dire con una pazienza maravi- 
gliosa e superiore ad ogni lode, il signor Naumann, 
che nissuno di quanti conoscono le sue opere, vorrà 
dire inclinato alla esagerazione, fa ascendere a più di 
due mila i ratti domestici e da campagna che una 
sola strige consuma nel corso di un anno ; giacché è 
a sapersi che gli abbranca ed uccide non solamente 
quando ha fame, ma anche quando è satolla. Ma ridu- 
casi pure il numero di queste prede alla metà od al 
terzo: ne rimarrà sempre più che non ne abbisogni 
per obbligarci a benedire la Provvidenza ohe creò que- 
sti uccelli, a riconoscere ingiusto l'odio che loro si 
porta e a riguardare come affatto sconsigliata la guerra 
che loro si fa. 


Ginì — Pregiudizi popo'ari 


H 


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- 114 - 


XXXI/ 

DEGLI AVOLTOI. 

Gli avoltoi divorano il cuore degli uomini. 

Prometeo osò un giorno involare al sole un pochino 
di fuoco per animare con esso certe sue statue di fango. 
Giove sdegnato di tanta audacia, comandò a Mercurio 
di legarlo nudo e supino in cima al monte Caucaso, 
ove un avoltoio venne tosto a squarciargli il petto e 
a divorargli il cuore, che per volere di Giove non fi- 
niva mai di ricomporsi sotto a quello strazio crudele. 
Quella fu la sola volta che fu veduto un avoltoio di- 
vorare il cuore e far ingiuria a un uomo vivente. Ma 
l’avoltoio di Prometeo è un avoltoio da favola, un avol- 
toio allegorico, stato, dalla sapiente mitologia imma- 
ginato per simboleggiare il rimorso, che attende co- 
loro che si arrogano i diritti della divinità, o che al- 
trimente la offendono (1): i veri avoltoi, gli avoltoi 
della natura, sono uccellacci d’indole abbiettissima e 
codarda, se è lecito il qualificare con sì fatte parole 
di spregio l’istinto stato loro assegnato da una sapienza 
qual è la sapienza di Dio. Forniti d’unghie robuste ma 
non ricurve, potenti di volo ma scarsi d’agilità, non 
sono nè possono essere animali aggressori e sangui- 
narii: infatti traggono soltanto alle carogne, ai cada- 
veri privi di sepoltura, nè si curan dell'uomo o degli 
altri esseri fiorenti di vita e di sanità. A prima giunta 
potrà sembrare un paradosso, ma appunto per questo 

(1) Con altra signiGcazione, ma non meno beila eJ appropriala, il Tasso 
cantava di Solimano; 

Roso gli è il petto c laceralo il cuore 
Dagli interni avoltoi sdegno e dolore. 

Gerus. X. 6. 


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— 115 — 

istinto, la di cui sola notizia ci muove a schifo e ri- 
brezzo, la presenza degli avoltoi riesce uno dei più 
grandi benefizi che a molti popoli comparta la Prov- 
videnza. Nei paesi sottoposti per tutto o per gran parte 
dell’anno alla sferza cocente del sole, nei paesi ove il 
clima invita alla pastorizia più che all’agricoltura o 
all’industria, e nei quali abbondano per conseguenza 
le gregg’ie e gli armenti, i cadaveri, se prontamente 
non siano tolti dalla faccia della terra, diventano fo- 
miti d'infezione e di pestilenza. La previdenza degli 
uomini non è sempre in giusto ragguaglio nè colle 
esigenze dei bisogni presenti, nè colla gravità dei pe- 
ricoli vicini ; che anzi nei popoli meridionali essa dorme 
sovente sì innanzi a quelli, che a questi ; muoiono le 
greggie, muoiono gli armenti, e i loro corpi restano 
ove la morte li colse, e i loro cadaveri si scompongono 
alla faccia del sole. Ma l’amorevole natura ha supplito, 
fino a un certo punto, all’incuria degli uomini: essa 
ha creato un gran numero di animali necrofagi, sorta 
di sepolcri viventi, che dotati di squisitissimi sensi ac- 
corrono al primo difibndersi di una putrida emana- 
zione, e spartono e divorano e consumano il corpo che 
la tramanda. Principalissimi fra codesti animali ne- 
crofagi sono le iene, i giacali (1), gli avoltoi ; e Iddio 
li pose appunto, e grandemente li moltiplicò nei paesi, 
ove la loro presenza era più necessaria. Muoia di vec- 
chiaia o di malattia un montone, un cavallo, nei piani 
dell’Africa, dell’Asia, o, senza trasportarci sì lungi, nei 
campi della nostra Sardegna, e si attenda che il calore 
del sole cominci appena a strigare da quel corpo i primi 
effiuvii della corruzione; l’atmosfera è tutta sgombra: 
per quanto l’occhio più acuto può scorgere tutt’all’ingiro, 
per quanto l’orecchio può udire, nissun uccello la solca, 

(1) Specie di lupo, della statura e quasi del colore della volpe, die 
vive in torme numerose nell’Africa e nell’Asia. 


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— 116 - 

nissun grido la turba; ma ecco apparire da tutte le 
parti dei punti neri appena percettibili, e codesti punti 
dilatarsi a misura che s’avanzano, e a mano a mano 
disegnarsi all’attonito sguardo dell'osservatore, e fi- 
nalmente darsi a conoscere per avoltoi, alla loro mole, , 
al loro lento roteare e ai rauchi monosillabi, co’ quali 
paiono chiamarsi a vicenda o rallegrarsi del banchetto 
che gli attende. Per qualche tempo volteggiano a grande 
altezza nell’aria, forse per espiare la campagna e per 
assicurarsi che non v'abbia cosa alcuna a temere; po- 
scia si abbassano a larghe ruote, investono il cadavere, 
con una furia da disperati si mettono a dilaniarlo, e 
in meno che non si pensi lo spacciano, riempiendosi 
talvolta di carname e di ossa si sprofHjsitataraeqte da 
non saper più riprendere il volo e da lasciarsi ucci- 
dere a colpi di bastoni. Ma, checché siasi di questa 
loro specie d’intemperanza, quel cadavere che abban- 
donato a sé medesimo o alla sola azione degli insetti, 
poiché in Sardegna non vi sono nè iene, uè giacali, 
sarebbe rimasto in putrescenza per otto o dieci dì am- 
morbando ampio tratto di paese e di atmosfera, spa- 
risce in poche ore e sovente in pochi quarti d’ora, co- 
sicché prima ch’ei possa diventar causa di infezione e 
di morte, passa a ristorar nuove forze e a rallegrar 
nuove vite. 

Si ignora qual sia positivamente il senso che avverte 
gli avoltoi della presenza dei cadaveri; ma, ove si ri- 
fletta che essi non sogliono calarsi che su quelli che 
già cominciano a corrompersi, é forza credere che vi 
siano guidati dall’odorato, anziché dalla vista, comun- 
que questa vogliasi supporre acutissima. Né il fatto 
resta per ciò men maraviglioso. A qual distanza e con 
quale prontezza non devonsi diffondere i primi effiuvii 
del corpo che si corrompe, e quale squisitezza d’or- 
gani non deve la natura aver concesso a questi uc- 
celli, perchè possano sulle romite e lontanissime rupi. 


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— 117 — 

ove posano neghittosi, sentirli immantinente, discer- 
nerli e pigliarli a guida del loro aereo cammino? 

Nè gli avoltoi compiono nella sola maniera che ab- 
biamo accennata l’ufBzio che loro fu commesso dalla 
Provvidenza. L’uruhu in America (1), e la vaccaia nelle 
calde regioni dell’antico mondo (2), seguono a stormi 
numerosissimi le carovane nel deserto, calano nei vil- 
laggi, nelle città, e frammisti confidentemente agli 
uomini e agli animali divorano tutte le immondezze 
nelle vie e nei cortili, e consumano tutto ciò che vi muore. 
Gli antichi egiziani li rispettavano per questo insigne 
servizio che rendevano al loro paese, e frequentemente 
li effigiavano e li scolpivano su i loro monumenti. 
Anche al dì d’oggi si lasciano liberamente vagare nelle 
popolose vie d’Alessandria, del Cairo e delle altre città 
dell’Oriente, senza che alcuno de’ passanti, sia adulto 
0 fanciullo, s’avvisi d’inquietarli o di offenderli ; dirò 
perfino esservi dei divoti musulmani, i quali, trascen- 
dendo ogni limite di ragionevole riconoscenza, lasciano 
nei loro testamenti con che albergarne e nutrirne un 
numero considerabile. 

Noi non abbiamo nè grandi nè piccoli avoltoi; ma se 
il clima comportasse la loro presenza nelle nostre cam- 
pagne e nostre città, io non so veramente se il nostro 
popolo sarebbe sì savio da rispettarli come li rispet- 
tano i moderni popoli meridionali. Una sfrenata pas- 
sione di caccia, come mi accadrà di lamentare in altro 
luogo di questo stampato, ha invaso da gran tempo ogni 
ceto della nostra società, ed ogni maniera di uccelli, 
siano essi dannosi o siano utili, sono con ugual furia 

(1) Avolioio di piume alTaito nere, e di statura alquanto minore di 
quella di un'oca. 

(2) Avoltoio di color scuro cupo, macchiato di bruno-giallastro nel 
primo anno di sua vita, e di un bianco più o meno puro quando è adulto. 
La sua statura sorpassa d'alcun poco quella di un'ordinaria gallina. Tro- 
vasi anche, ma non gran fatto comune, nelle maremme toscane, ove è 
conosciuto sotto il nome di Capovaccaio. 


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- 118 - 

e in og’ni loro recesso perseg’uitati e sagfrificati a quel" 
Timprovvida passione. La qual cosa, se può sembrare 
di piccolo 0 di nissun momento a coloro che non co- 
noscono l’azione di questi animali nell’economia della 
natura, non lascia d’essere agli occhi dei meglio veg- 
genti la cagion prossima e necessaria di certe cala- 
mità, che ora affliggono la nostra agricoltura. 

XL. 

DELL’AQUILA. 

L' aquila è il più forte e il più generoso degli uc- 
celli; ha la miglior vista del mondo, e vola tanto alto 
da dileguarsi allo sguardo dell'uomo. 

La forza dell’aquila, e specialmente la forza del suo 
becco e de’ suoi artigli è certamente maggiore di 
quella d’ogni altro uccello; ma l’acutezza della vista 
e la potenza del volo, comunque grandissime in lei, 
sono molto lontane dall’essere uniche al mondo. È fa- 
vola innanzi tutto ch’ella fissi gli occhi nel sole senza 
essere abbagliata; l’atteggiamento fiero e diritto che 
suole prender nella sua posa, la fece credere dotata di 
questa prerogativa, la quale, anziché delicatezza, ac- 
cuserebbe in lei una grande stupidità d’organi visivi. 
Ferma su una rupe, o librata negli alti spazi dell’a- 
tmosfera, essa vede e discerne il più piccolo animale 
che vi si muova: ma lo veggon ugualmente e dalle 
stesse distanze lo discernono i falconi ed i nibbi. Al- 
zasi nell’aria fino a perdersi totalmente di vista, 
ma i nibbi, gli avoltoi, io grù, le cicogne, senza 
parlare di molti uccelli minori, volano alle medesime 
altezze, o a dir meglio, dileguansi ugualmente allo 
sguardo dell’uomo. In che consista poi la sua gene- 
rosità, io non lo so punto immaginare. Quando ha fame. 


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— 119 — 

non la perdona nè a lepri, nè a topi, nè a uccelli, nè 
a rettili ; quando è satolla non li cura, come fanno gli 
altri carnivori ugualmente satolli. Gli antichi, per 
quanto si raccoglie da varii scrittori, e fra gli altri da 
Franco Sacchetti, credevano che l’aquila cedesse la 
metà d’ogni sua preda agli uccelli che le stavan d’in- 
torno (1); e in verità, ove ciò fosse, l’aquila sarebbe 
non solamente generosa, ma tale esempio di generosità, 
da doversene al paragone vergognare i più liberali e 
i più elemosinieri degli uomini. Ma prima di tutto è 
a domandarsi quali siano gli uccelli che tanto si con- 
fidino, da mettersi ai fianchi deH’aquila per aspettarne 
le liberalità ; in secondo luogo si potrebbe chiedere, se 
non fosse un perder parole, se la carità verso gli e- 
stranei, sentimento complesso e interamente morale, 
possa mai annidarsi nel cervello o nel cuore di un’a- 
quila. Ricercando fra me d’onde abbia potuto trarre 
origine sì strana credenza degli antichi, ho creduto 
che d’altronde non s’avesse a ripetere che dall’essersi 
osservato che questo uccello rapace abbandona nei 
luoghi di sua dimora, o lascia cadere dall’alto del suo 
nido, gran quantità di carname. Ma codesto carname 
è quanto riman di soverchio dei pasti suoi e dei pasti 
dei suoi figli, e il supporre, non che il credere, che 
siano risparmi generosi in prò d’altri uccelli, sarebbe 
bonarietà eccessiva. 

L'aquila tiene una cura grandisshna de" suoi artigli; 
e se ella è ferma, par che sempre gli miri, arrotan- 
dogli su una pietra quando hanno perduto il filo e ri- 
sparmiandoli quando sono affilati, col non cammùiare 
ira i sassi. — Segneei. 

L’aquila ha gli artigli acutissimi, e perchè sono i 

(1) Aquila é un uccello che non ha mai tanta fame che quando piglia 
uccelli, in su ch’ella si pasce, che non lasci la metà del cibo agli uccelli 
che gli sono presso. Franc. Sacch., op. div. 90. 


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— 120 — 

principali stromenti con cui si procura la preda e l’a- 
liinento, così ci andrebbe della sua vita semai venis- 
sero a logorarsi. Ma la natura, madre amorevolissima 
e sollecita, provvede essa stessa alla loro conservazione, 
e i suoi provvedimenti consistono nelle abitudini che 
assegnò all’aquila e nella struttura medesima che diede 
ai suoi artigli. Essa non è nè uccello passeggiatore, 
nè uccello razzolante : non posa che sugli alberi e sulle 
scoscese rupi, e su queste ultime accade rarissime 
volte che si muova o cammini: gli artigli poi sono 
retrattili, sul far delle unghie del gatto, sebbene in 
grado minore: restano quindi inguainati e colla punta 
alquanto sollevata dal suolo quando l’aquila riposa o 
si tramuta co’ piedi da uno ad altro luogo, nè l’ani- 
male gli sfodera che nell’atto di afferrare la preda e 
per rattenerla. Di qual cura adunque e di quali arti- 
fizi possono essi abbisognare per conservarsi affilati? 

L'aquila^ che si pasce volentieri di lepri, usa snidarle 
dai cespugli lasciando cadere dei sassolini che essaporta 
fra gli artigli. 

Mi fu narrata questa singolarità da un abitante della 
valle di Susa, che mi assicurava d’aver veduto la cosa 
co’ suoi propri occhi... Io non dubito punto della buona 
fede del mio narratore ; ma non si potrebbe per avven- 
tura sospettare, e sospettar fortemente, che i corpi la- 
sciati cadere dall’aquila sotto ai suoi occhi non fossero 
della natura di quelli che accecarono Tobia? 

Io ho rifiutato all’aquila la generosità dell’indole, la 
incomparabilità della vista e l’esclusivo imperio delle 
più alte regioni dell’atmosfera : non si creda però che 
io sia tanto apatico da riguardar questo uccello come 
un altro uccello qualunque. Spogliata d’ogni attributo 
favoloso, ridotta alla sua vera e schietta natura, essa 
è pur sempre un uccello eminentemente poetico per 


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— 121 — 

la maschia eleganza delle sue, forme, per l’arditezza 
delle sue pose, e per l’audacia delle sue imprese. 11 
leone sulla terra e l’aquila nell’aria saranno sempre 
gli emblemi della forza e del potere: e se Giove tor- 
nasse a sedere nell'Olimpo, non altri che l'aquila vorrei 
vedere ai suoi piedi, depositaria e ministra dei fulminei 
strali: ma appunto perchè è animale che ha già nella 
sua natura tutto quanto abbisogna per comandare H 
rispetto dei bruti e Tammirazione degli uomini, parmi 
inutile, se non assurdo, il magnificarla oltre la verità. 

XLL 

DEI CORVI, DELLE PICHE, DELLE GHL\NDAIE. 

I corm^ le piche^ le ghimxdaie^ sono uccelli che sen- 
tono da lontano l'odore della polvere da schioppo; ed 
è questa la ragione^ per cui riesce difficilissimo ai cac- 
ciatori lo avvicinarli e Vucciderli. 

I più potenti mezzi di difesa e di conservazione, che 
la natura abbia concesso ai bruti, sono la cognizione 
istintiva dei loro nemici, la squisitezza dei sensi e la 
diffidenza grandissima in che passano quasi di con- 
tinuo la vita. I denti, le corna, le unghie, il rostro, 
gli artigli, il veleno, oltreché sono armi che compa- 
rativamente si posseggono da pochi, non giovano a 
. chi le porta che nell'estremo pericolo, cioè negli af- 
fronti 0 nei combattimenti che si fanno corpo a corpo. 
I corvi, le piche, le ghiandaie (1) possono a mala pena 
dirsi fornite di sì fatte armi; per altra parte sono di 
.troppo piccolo corpo per non avere, al di sopra di loro 
un numero grandissimo di più forti nemici: supplisce 

(1^ Pica — .4*0550, Berta dei Piemontesi; Pia dei Nizzardi. 

Giiiaiidaia — Gai dei Piemontesi e dei Nizzardi; Gazzanna dei 
Genovesi; Gasgiu, Sgasa oltre la Sesia. 


— 122 — 

dunque in essi quella vigilanza continua che è figlia 
della diffidenza. Mostrisi un cane nella campagna, muo- 
vasi una volpe fra le ombre della foresta, sorga un fal- 
cone nell’aria: questi uccelli, posati sulla cima degli 
alberi, d’onde scoprono gran tratto di paese e di cielo, 
e aiutati da una vista quanto acuta altrettanto sicura, 
scorgono tosto il cane, la volpe, il falcone, e con subiti 
gridi d’allarme non solamente mostrano di conoscere 
il nemico che loro si accosta, ma paiono ben anche 
significarlo agli individui della loro specie che sono 
sparsi nei contorni. Ora, questa medesima vigilanza 
e questa medesima eccellenza della vista sono le ra- 
gioni per cui codesti uccelli levansi con tanta pre- 
stezza d’innanzi ai passi insidiosi del cacciatore. L’o- 
dorato non vi ha parte o merito alcuno; e a coloro 
cui non sembrasse sufficientemente fondata la mia as- 
serzione, io darò a considerare un fatto che è notis- 
simo a quanti si dilettano di caccia. Uno dei molti 
■ stratagemmi co’ quali si attirano e si uccidono parec- 
chie sorta di uccelli, consiste nello esporre supino in 
un’aperta campagna, e a opportuna distanza da un 
cappannuccio, entro il quale il cacciatore si appiatta, 
il cadavere o la pelle di un carnivoro, per esempio, di una 
volpe riempiuta di paglia. I corvi, le piche, le ghian- 
daie che vedono quell’odiato animale, traggono a lui 
^ da tutte le parti, gli svolazzano intorno, stridono, e 
col disordine dei movimenti e delle voci paiono sfo- 
gare l’antico odio insultando al suo stato di morte : 
posansi poi su gli alberetti che la natura o l’arte col- 
locaron là presso, e allora cadon facilmente e in gran 
numero sotto agli spari del cacciatore. Ciò prova fino 
all’evidenza, e forse meglio d’ogni ragionamento, che 
essi 0 non sentono l’odore della polvere, o che questo 
odore non è la causa che gli scampa da chi li cerca 
collo schioppo alla mano. 


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— 123 — 

La pica, quando ella s'accorge che le uova sue sono 
state vedute, che prudenza usa ella nel tramutarle ? 

Appiccandone due per volta ad un fuscello le porta 

altrove. — Gelli, la Circe. 

Il Gelli è scrittore noto soltanto agli spositori di 
Dante e ai più caldi studiosi del nostro idioma, ed io 
non avrei riferito questo suo passo se altri non si fosse 
avvisato di toglierlo dal libro in cui l’autore lo pose. 
Ma il vocabolario della Crusca lo registrò sotto al vo- 
cabolo pica per provarne la classica bontà, e alcuni 
altri vocabolari lo riprodussero alla loro volta: ora, 
giudicando da quanto avvenne a me giovinetto, che 
raccoglieva con avidità le fanfaluche di questo genere, 
e, perchè stampate, credevale verità, stimo di far cosa 
utile coll’indicarle almeno alla sfuggita, e col dimo- 
strare in qual conto si debbano tenere. Per altro, non 
mi darò quest’ultima briga relativamente all’accorgi- 
mento che il Gelli presta alla pica, non essendo per 
modo alcuno concepibile che ella possa appiccare le 
uova ai fuscelli, se non se o col forarle, nel qual caso 
tanto varrebbe il lasciarle manomettere e distruggere 
'da chi le scopre, o col sospendervele col mezzo di un 
glutine, per la quale operazione manca alla pica la 
materia e forse l’ingegno. 

XLII. 

DELLE GRUE. 

In un branco di gru, che riposano e che pascolano-, 
ve n'ha sempre qualcuna che fa la guardia: di notte 
poi, acciocché il sonno non la sorprenda, codesta gru 
tiene stretta e sollevata in una delle zampe una pietra 
la quale cadendo la risveglia, se il sonno la piglia. 

È vero che nelle truppe di varie sorta d’animali so- 


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— 124 — 

cievoli, ed anche delle gru, vedonsi ordinariamente- 
uno 0 più individui che, durante il pasto o il riposo 
degli altri, paiono stare sulla guardia per avvertire i 
compagni d’ogni animale straniero che alla truppa si 
avvicini : ma che le gru in sentinella ricorrano a quello 
spediente della pietra per non lasciarsi cogliere dal 
sonno, è una credenza priva di fondamento, e sarebbe- 
azione troppo superiore a qualsiasi grado d’intelligenza 
che pur si volesse ai loro piccoli cervelli concedere.. 
Ciò che realmente si osserva in questi animali, si è 
che piglian riposo stando fermi su una sola gamba, e- 
tenendo l'altra applicata al ventre sicché non si vede; 
ma questo atteggiamento, innanzi al quale si fermano- 
estatici e con lunghe parole d’ammirazione gli antichi, 
scrittori, è comune a moltissimi uccelli, e perfino ai 
polli che abbiam continuamente sotto gli occhi : pare- 
“^lunque incredibile che in alcun tempo abbia potuto 
passare per istraordinario e proprio soltanto delle gru. 
Comunque siasi, le antiche credenze si mantennero- 
vive a traverso ai secoli nella tradizione, nei libri, nei 
monumenti, e gli stessi pittori e scultori dell’età nostra, 
non sanno in miglior modo simboleggiare la vigi- 
lanza che col rappresentare una gru che posa su un 
]>iede , e che stringe coll’altro e tien sollevata una 
pietra. 

Aristotile e Plinio narrano, quegli con parole di dub- 
bio, questi con istorica gravità, che vi aveva, verso- 
le sórgenti del Nilo, un popolo di pigmei o di piccoli 
uomini, abitatori di caverne, i quali scendevano ogni 
anno dalle loro montagne per guerreggiare colle gru,, 
dalle quali finirono per essere vinti e distrutti. 

Per quanto assurda possa sembrare questa favola,, 
non lascia, come tante altre, di prestarsi ad una spie- 
gazione, se non certa, almeno probabile. È noto che- 
varie scimie, le quali vivono in branchi numerosi nella . 
maggior parte delle regioni dell’Africa e dell’India, 


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— 125 — 

fanno una guerra continua agli uccelli, non per amore 
delle loro carni, ma per ingordigia delle loro uova. 
Le covate delle gru, ove si ammetta che questi uccelli 
nidificassero colà in maggior numero che altrove, do- 
vevano essere mira principale di quelle incursioni, e 
le gru, per l’istinto fortissimo che obbliga tutti gli es- 
seri all’amore e alla conservazione della prole, dove- 
vano difenderle a tutto loro potere. Ora si notino le 
forme e le abitudini di queste due sorta d’animali : da 
un lato le scimie con que’ loro visi e con que’ loro at- 
teggiamenti che tanto ritraggono dell’umano; dal- 
l’altro le gru coll’alta loro statura e con quello spirito 
d’ordine che par dirigere ogni loro movimento, ogni 
evoluzione delle loro schiere. Le prime, vedute da lon- 
tano, 0 vedute da gente poco istruita, poterono sem- 
brare una truppa di piccoli uomini; le seconde dovet- 
tero porgere l’idea, non di una mischia confusa, ma 
di una difesa strategica. E all’amore del maraviglioso 
che fu tanto potente neU’iufanzia delle umane società, 
non abbisognava!! di certo nè maggiori dati, nè più 
ingannevoli apparenze per trascorrere alla favola e alla 
persuasione. 

Fu tempo in cui pare che le gru abbondassero abi- 
tualmente in tutta l’Italia; ma forse per la molestia 
che poi ricevettero dalla popolazione .soverchia o dalle 
perfezionate armi da caccia, ora non vi càpitano più 
che raramente e di passaggio nel mese di marzo, che 
è il tempo in cui lasciano le isole della Grecia e i paesi 
oltra marini, ove hanno svernato, per ritornare nel 
settentrione dell’Europa, ove passano il resto dell’anno 
e nidificano. « Viaggiano questi uccelli ad un’altezza 
tale che l'occhio non li può discernere, giacché sor- 
passa quella delle nebbie e nuvole che ordinariamente 
veggonsi regnare nel tempo delle loro emigrazioni. 
Con tutto ciò è facile accorgersi del loro passaggio al 
grido rauco e forte che sogliono di tempo in tempo 


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— 126 — 

mandare. Se l'atmosfera è quieta o mossa solo da quel 
dolce vento capace di facilitare e non impedire il loro 
cammino, volano disposti in una schiera che posterior- 
mente si biforca, ed imita perfettamente un Y. Se al 
contrario il vento è forte, o la comparsa di un’aquila 
inquieta la truppa, essi allora si fortificano concen- 
trandosi in cerchio » (1). 

Molti antichi scrittori pretesero che dall’ordine che 
le gru conservano volando sia venuto in Palamede, 
secondo alcuni, in Simonide, secondo altri, l’idea della 
lettera Y, che fa parte del greco alfabeto : ma sono 
puerilità che quasi non meritano di essere ricordate. 

XLIII. 

DEI PASSERI. 

/ passeri non son ì>uoni a nulla^ e non fanno che 
danneggiare le campagne. 

Certamente sarebbe pazzia il negare che i passeri 
non rechino del danno all’agricoltura ed ai prodotti 
dell’economia rurale : convengo adunque che rapiscano 
molto frumento nei campi e sulle aie, che inghiottàno 
molto miglio, che becchino molta uva, molte cilie- 
gie, ecc. : ma è egli poi vero che siano solamente dan- 
nosi ? Si incominci dal rifiettere, che forse non vi è in 
natura un solo uccello, il quale si nutra di sole so- 
stanze vegetabili; que’ medesimi che si dicono grani- 
vori per eccellenza sono ben lontani dal vivere di soli 
grani, e il passero, che appartiene a quella categoria, 
ne fa buona testimonianza, giacché si alimenta esclu- 
sivamente d’insetti nella giovinezza, nè lascia di ricer- 
care e d’inghiottire avidamente i bruchi, le mosche, 

(1) Savi, Omit. tose., Tom. II, pag. 333. 


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— 127 — 

le farfalle, g-li scarabei, le cavallette nell’età adulta. Si 
consideri in seg’uito, che i semi, che i passeri man- 
giano ne’ campi, non sono tutti di piante economiche, 
e che, al contrario, moltissimi appartengono a vege- 
tabili inutili o nocivi. — 11 sig. Rougier de la Bergerie 
ha preteso che un passero consumi ogni anno venti 
libbre di grano, e supponendo che in Francia esistano 
almeno dieci milioni di passeri, ha conchiuso che questi 
uccelli involino annualmente alla Francia duecento mi- 
lioni di libbre di grano. — Veramente a me pare che 
quelle venti libbre annue di grano assegnate ad ogni 
passero siano cosa soverchia e affatto impossibile ad 
ammettersi, dappoiché le campagne di Francia, come 
le nostre, non ne sono fornite che per pochissimi mesi 
dell’anno, e per soprappiù, come ho accennato poco fa, 
l’alimento di questi uccelli, neppure in quei mesi, non 
consiste unicamente in grani di coltivazione : tuttavia 
ammetto qual è il calcolo del sig. Rougier, ed anch’io 
ne fo uno a mia volta. — Riccardo Bradley ha osser- 
vato che un solo paio di passeri, il quale abbia i ni- 
diaci a nutrire, distrugge 480 insetti al giorno, che ò 
quanto dire 3360 insetti per settimana. E siccome han 
luogo per questa specie almeno due generazioni per 
anno, e i novelli vengono dai genitori alimentati d’in- 
setti pel corso di quattro settimane, così ne conseguita 
che un solo paio di passeri consuma ogni anno, per t 
l’alimento delle proprie nidiate, 26880 insetti. Ora, par- 
tendo anch’io dalla supposizione che vivano in Francia 
dieci milioni di passeri, dico, che nelle sole otto setti- 
mane, nelle quali imbeccano i novelli, distruggono 
centotrentaquattro bilioni e quattrocento milioni d’in- 
setti. Restano poi da mettersi in conto quelli, che i me- 
desimi uccelli già adulti o fattisi adulti divorano in 
tutto il resto dell’anno: non è soverchio il credere che 
possano sommare ad egual numero : saran dunque du- 
centosessantotto bilioni e ottocento milioni d’esseri ma- 


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- 128 - 

lefici, che i passeri terranno annualmente dai campi 
della Francia: ma io non insisto nè su questi calcoli, 
nè sulle basi, sulle quali si fondano: a me basta di 
aver fatto sentire al popolo, che se i passeri sono dan- 
nosi, sono anche utili, e che se nuocono direttamente 
a certe coltivazioni e a certi prodotti, g-iovano indiret- 
tamente al bene universale delFagricoltura. Se non che 
i danni immediati ed evidenti parlano ben altrimenti 
nel cuore dell’uomo che non qualsiasi benefizio che 
arrivi per vie remote e che abbisogni di un ragiona- 
mento per essere conosciuto: quindi nasce che i pas- 
seri, di cui si vedono le male opere e non si vedono 
le buone, sono universalmente annoverati tra i prin- 
cipali nemici dell’agricoltura e, come tali, con ogni 
maniera d’insidie perseguitati. Nè questi poveri uccelli 
ebber sempre a patire la sola e irregolare persecuzione 
dei contadini o dei proprietari ; più volte udirono ban- 
dirsi addosso una guerra formale , una vera crociata, 
da pubbliche autorità e da governi. In tempi diversi, 
ma non molto lontani da noi, l’Inghilterra, la Prussia, 
la Westfalia ed altri Stati di Germania, ne raccoman- 
darono la distruzione, ordinandosi perfino in taluno di 
quei paesi, perchè pronta riuscisse e generale, che 
<luegli uccelli, sotto date norme, in luogo e valore di 
effettivo contante si ricevessero dai percettori delle 
pubbliche gravezze. I passeri vennero in poco tempo, 
se non affatto distrutti, grandissimamente sminuiti, ma 
nembi di insetti rovinosi coprirono le campagne. Fu 
quindi forza rivocare i primi bandi, e con opposti de- 
ereti porre i passeri sotto alla protezione delle leggi. 

Se adunque è per lo meno assai dubbia l’utilità di 
uccidere questi animali, sebben rechino innegabilmente 
dei danni, chi non vorrà meco apertamente lamentare 
e condannare la caccia continua, e la distruzione che 
«i fa quasi in tutta Tltalia di quegli uccelli che non 
toccano ai grani e che vivono unicamente d'insetti ? I 


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— 129 — 

passag-g-i delle Alpi, g^li sbocchi delle valli, le vette dei 
colli, le pianure, sono chiuse o coperte di rag'ne, di 
paretene, di roccoli, di brescianelle, di lanciatoie, di 
alberi a vischio, di lacci, d’insidie d’ogni sorta e d'og’ni 
nome (1): i fanciulli oziosi delle città e dei villagg’i, 
nè sempre i soli fanciulli, scorrono le selve, rampicano 
sug'li alberi, si mettono tra precipizi, a rischio ben 
anche della vita, per trovarne e predarne i nidi colla 
tenera prole. Intanto sono deserte di que’ festivi abi- 
tatori le foreste e le campagne, muti delle allegre loro 
voci i boschetti, tolto cosi uùo de’ più graziosi orna- 
menti al bel cielo d’Italia. Ma a questo danno, che altri 
dirà di leggieri comportabile, un altro se ne aggiunge 
di ben maggiore gravità. Gl’insetti, liberi da que’ loro 
naturali nemici, non impediti rjell’esercizio della loro 
maravigliosa facoltà generativa, invadono i campi, de- 
cimano le vendemmie, guastano le olive, sfrondano le 
selve ed i frutteti, fanno insomma ciò che in essi è 
necessità di fare, e che in noi è necessità d’impedire. 
Il contadino guarda con dolore queste rovine e ne ac- 
cusa la nebbia, l’inverno mite, la primavera anticipata, 
perchè nella sua scusabile ignoranza ei crede ferma- 
mente che dalla nebbia e dal calore si generino quegli 
animali. Le autorità, poste a tutela della cosa pubblica, 
ne bandiscono, ne comandano la raccolta, e con somme 
talvolta considerabili la^ incoraggiano e la premiano. 
Ma questi sono sforzi più lodevoli che utili, sono ri- 
medii di debole efficacia, e considerando il hissun ac- 
cordo con cui vengono posti in opera nelle provinole 
e nei contadi, io non so a qual manifesto vantag- 
gio abbiano finora condotto o possano condurre in 
avvenire. Alcuni degl’insetti devastatori sfuggono alle 

(1) Chi ha percorso in autunno le provincie che si stendono dal Ti- 
cino, per le quali si effettua il maggior passaggio degli uccelli che dal 
settentrione recansi a svernare nei paesi meridionali, non troverà alcuna 
esagerazione in queste mie parole. 


OSNÉ — Pregiudizi popolari 


9 



— 130 — 

ricerche e alle persecuzioni dell’uomo ; altri ne stan- 
cano la pazienza e perfino l’avidità del guadagno, sia 
per la piccolezza del corpo, sia per la natura delle 
abitudini, sia per il numero eccessivo; e quelle po- 
che specie che l’uomo potrebbe con molta probabi- 
lità far quasi sparire dai terreni coltivati mediante 
uno sforzo generale, simultaneo e bastantemente pro- 
tratto, trovano scampo nella ignoranza che crede 
inutile, e nella inerzia che dichiara impossibile questo 
medesimo sforzo. 

Se dunque l’opera nostra o non vale, o non è baste- 
vole a diminuire, secondo i bisogni dell’agricoltura, 
le schiere degl’insetti dannosi ; se continuando a la- 
sciarli padroni delle nostre terre non ne avverrà sem- 
pre che peggio, parmi bene che altro spediente non 
ci resti che quello di rimetterci ai provvedimenti della 
natura; ma la natura si vale principalmente degli uc- 
celli per moderare la moltiplicazione degl’iusetti; dun- 
que si rispettino gli uccelli. 

XLIV. 

DEL TACCHINO. 
fPito, Piem.y 


Jl tacchino dicesi anche pollo d’india perchè origi- 
nario dell'India. 

Veramente i gallinacei, che da tempo immemorabile 
rallegrano i nostri cortili, i nostri parchi, e da ultimo 
le nostre mense, provengono per la maggior parte 
dall’India, ove hanno tuttora i loro rappresentanti in 
istato di nativa libertà (1) : così è del pavone, del gallo 

( 1 ) È da eccettuarsi la gallina di Faraone, la quale, come il suo nome 
giuslaraente lo accenna, è originaria dell’Africa. 


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— 131 — 

e dei fagiani. Ma il tacchino è originario deU’America, 
donde fu introdotto in Francia sotto il re Francesco I, 
e in Inghilterra sotto Enrico Vili, nel sedicesimo se- 
colo, alcuni anni dopo la grande scoperta fatta da Cri- 
stoforo Colombo. Che se fu chiamato pollo d'india, la 
ragione si è che gli europei usarono da principio e 
per lunga pezza chiamare India occidentale l’America, 
e indiani gli uomini e gli animali che l’abitavano. 

Il tacchino selvatico, del quale i naturalisti non ave- 
vano che imperfette notizie, è stato, non ha molto, stu- 
diato con rara sagacità dal sig. Audubon, che dimorò 
più di quindici anni nelle foreste dell’America al solo 
fine di conoscere le abitudini degli animali che vi 
stanziano. La storia che egli ne pubblicò è piena di 
assai curiose particolarità, ed io le verrò in questo 
luogo compendiando, nella speranza che possano riu- 
scire gradite. 

Le parti selvaggia degli Stati dell’Ohio, del Ken- 
tucky, degrillinesi ed Indiani, immensa estensione di 
paese che occupa il nord-ovest di queste provincia sul 
Mississipì e sul Missurì, e le vaste regioni che bagnano 
questi due fiumi dal loro confluente fino alla Luigiana, 
comprendendovi le parti selvose degli Arkansas, del 
Tennessee e deH’Alabama, sono i luoghi in cui più so- 
vente e in più gran numero incontrasi questo magni- 
fico uccello. Propriamente parlando egli non è nè uc- 
cello che emigri, nè uccello che viva sempre attrup- 
pato. Quando in una contrada gli alberi abbondano 
più che altrove di grani e di frutti, egli è ben vero 
che i tacchini, mossi da un comune istinto o bisogno 
vi si volgono da tutte le parti, e finiscono per racco- 
gliervisi in numero prodigioso: ma queste emigrazioni 
non han nulla di regolare : esse abbraccianp una vasta 
estensione di paese, e si compiono nel modo seguente. 

Verso il principio d’ottobre, quando appena comin- 
ciano alcuni grani e alcuni frutti a staccarsi dagli al- 


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— 132 — 

beri, questi uccelli si uniscono in branchi più o meno 
numerosi, e muovono a poco a poco verso le profonde 
foreste dell’ Ohio e del Mississipì. I maschi fanno 
schiera da sè, e le femmine camminano appartate, 
traendosi seco ciascuna i proprii novelli, che allora han 
già tocco i due terzi della loro statura. L’amore ma- 
terno e una istintiva previdenza suggeriscono alle fem- 
mine quell’ordine di viaggio, perchè i vecchi maschi 
abborrono i novelli, li percuotono rabbiosamente col 
becco in sul capo, e sovente li uccidono. Del resto, e 
giovani e vecchi, tutti seguono la medesima direzione 
e sempre a piedi, a meno che un fiume o qualche car- 
nivoro non rompa loro la via e li obblighi a prendere 
il volo. Quando arrivano alla sponda di un fiume, si 
raccolgono sulle più alte eminenze, ed ivi si fermano 
tutto un giorno, e talvolta anche due giorni, come se 
avessero a deliberare. In quel tempo odonsi i maschi 
gridare e far molto schiamazzo, e veggonsi passeg- 
giare tronfii e pettoruti, quasi cercassero, con uno 
sforzo su se medesimi, d’innalzare il proprio coraggio 
all’altezza del rischio che li attende. Anche le femmine 
e i giovani imitano qualche volta il solenne contegno 
dei maschi; spiegano la coda, rotano gli uni intorno 
agli altri, chiocciano fortemente e fanno salti strava- 
ganti. Finalmente quando l’atmosfera è tranquilla e 
tutto tace all’intorno, il branco sale sulla cima degli 
alberi più elevati, donde, al segnale che vien dato da 
una delle guide, e che consiste in un grido partico- 
lare, tutti insieme pigliano il volo verso l'opposta riva. 
Gli individui adulti e vigorosi fa,nno agevolmente il 
loro tragitto, quand’anche il fiume abbia un buon mi- 
glio di larghezza; ma i giovani e più deboli cadono 
spesso nell’acqua. Non vi annegan però ; giacché, strette 
al corpo le ali, spiegata la coda e disteso il collo, fanno 
forza di gambe e si dirigono lestamente alla sponda. 
Quando le sono vicini, se il pendìo troppo ripido loro 


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— 133 - 

■vieta di approdare, sostano alcuni momenti, poi scen- 
dono la corrente finché trovino un sito accessibile, e 
allora con uno slancio g-agliardo riescono in generale 
a trarsi dall’acqua. Un fatto ^curioso si è che dopo aver 
in tal guisa attraversato un largo fiume si danno im- 
mantinenti a correre in ogni verso, quasi che siano 
fuori di se stessi o per gioia o per paura. Nel quale 
stato, che dura un po’ di tempo, diventano facilmente 
la preda dei cacciatori. 

Quando i tacchini giungono ai luoghi ove abbondano 
i grani, il che non accade se non verso la metà di no- 
vembre, si separano in piccoli branchi, nei quali si 
confondono individui d’ogni sesso ed età, e a null’altro 
più attendono che a godersi tranquillamente que’ beni 
che la Provvidenza ha loro con tanta larghezza appa- 
recchiati. E in tal guisa, ristoratisi in breve del lungo 
viaggio, passano essi upa parte dell’inverno. 

Alla metà di febbraio cominciano a sentire i bisogni 
della riproduzione. Le femmine si sbrancano e volano 
lungi dai maschi; questi le inseguono con perseve- 
ranza, e gli uni e le altre vanno in ultimo a inalbe- 
rarsi separatamente, ma nell’istessa parte della foresta. 
Quando la femmina fa udire un grido d’invito, tutti i 
maschi le rispondono con note sonanti e precipitate, e 
se il grido è venuto da terra, vi si slanciano furiosi, 
spiegano e drizzano la coda, affondano la testa nelle 
spalle, abbassano le ali con una scossa convulsiva e 
rotando con solenne gravità e spingendo l’aria dal petto 
con iscoppi violenti, si fermano di quando in quando 
ad ascoltare e a guardare. In que’ momenti di passione 
e di orgoglio accade sovente che i maschi s’incontrino 
e allora si abbandonano a combattimenti feroci, che 
terminano spesso con la morte dei più deboli, feriti 
nel capo dalle crudeli beccate dei vincitori, i quali, 
cosa inesplicabile, li calcano poscia coi piedi, non colla 
espressione dell’odio, ma con un sentimento che pare 
d’amore. 


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- 134 - 

Alla metà, o circa, d’aprile, se la stagione corre 
asciutta, le tacchine cominciano a cercare un luogo 
ove deporre le uova. Codesto luogo dee, per quanto è 
possibile, sfuggire alla vista della cornacchia, perchè 
questo uccello ha l’abitudine di spiare il momento in 
cui la tacchina abbandona il suo nido, per toglierne 
e divorarne le uova. 11 nido, guarnito di poche foglie 
secche, è fatto a fior di terra, in una buca scavata al 
piede di qualche albero, »o sotto al volto di qualche 
roveto, ma sempre in luogo asciuttissimo. Le uova di 
un color bianco di crema, sparso di punti rossi, arri- 
vano talvolta a una ventina, ma più spesso non sono 
che in numero di dieci a quindici. Al momento di de- 
porle, la femmina entra nel nido colla massima pre- 
cauzione : egli è raro che vi giunga due volte per lo 
stesso cammino, e quando per procacciarsi alimento è 
costretta di abbandonarlo, lo ricopre di foglie con tal 
arte, che riesce sommamente difficile a coloro che ve- 
dono Tuccollo il conoscere ove giaccia il suo nido. Il 
signor Audubon assicura perfino non esser possibile 
di trovare il nido di una tacchina se non quando essa 
lo abbia improvvisamente abbandonato o quando una 
lince, una volpe o una cornacchia ne abbian mangiato 
le uova, e dispersi i gusci all’intorno. 

Se un uomo o un animale passa vicino alla fem- 
mina quando è occupata a partorire o a covare, essa 
non muovesi, a meno che non si accorga di essere 
stata adocchiata; se ciò non è, rimansi quatta ed im- 
mobile infino a che il pericolo non sia passato. Al si- 
gnor Audubon venne fatto più volte di avvicinarsi fino 
a cinque o sei passi d’un nido che già eragli noto, e 
ciò col fingere una cert’aria di distrazione, e fischiando 
e parlando a se medesimo: la femmina allora rima- 
neva tranquilla; mas’egli avanzavasi con precauzione 
e fissamente guardandola, essa non lasciavalo mai 
accostare a più di venti passi senza salvarsi balzando 


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— 135 — 

dal nido e riparandosi a una certa distanza: colà, as- 
sumendo un fiero ed autorevole contegno, e por- 
tando la coda di traverso, il che è segno di grande 
dispetto, ponevasi a passeggiare di un passo risoluto^ 
e di tempo in tempo chiocciando. Ma l’amore materno 
esaltasi fuor di misura in questi poveri uccelli quando 
le uova sono prossime a schiudersi. Allora per nis- 
suna evidenza di pericolo le madri sanno risolversi ad 
abbandonarle, e la loro perseveranza giugne al punto 
da lasciarsi, da chi il voglia, cingere di palizzata e 
imprigionare. Il signor Audubon fu un di testimonio 
della nascita di una covata di tacchini ch'ei teneva 
d’occhio, coll’intendimento di prenderli tutti e di re- 
carseli a casa. Egli vide la madre alzarsi d’alcun poco 
sulle gambe, guardare con una espressione di inquie- 
tudine le uova che tardavano a schiudersi, togliere i 
gusci di quelli che andavansi vuotando, e accarezzare 
col becco i pulcini che già ritti, ma ancora barcol- 
lanti, si agitavano, si spingevano l’un l’altro, e facean 
opera di uscire dal nido. Questa scena toccò il cuore 
dell’americano naturalista, il quale, rinunziando al suo 
ostile progetto, lasciò madre e novelli a cure migliori 
che non avrebber potuto esser le sue, alle cure del 
Creatore di tutti. 

In capo a una quindicina di giorni, che per l’amo- 
rosa madre furono giorni di continue e incredibili 
sollecitudini, i giovani tacchini cominciano a prendere 
il volo, e al fare della notte vanno ad appollaiarsi su 
i grossi rami degli alberi, ove si collocano sotto alle 
ali materne, spartendosi per ciò in due branchetti 
press’a poco uguali. Più tardi abbandonano, durante 
il giorno, l’interno delle foreste, e si avvicinano ai loro 
margini per cercarvi frutti sugosi e cavallette, e per 
godervi la benefica influenza dei raggi solari. Intanto 
crescono rapidamente, e nel mese di agosto sono già 
in istato di sottrarsi da sè all’assalto dei lupi, delle 


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— 136 — 

Yolpi, delle linci ed anche dei maggiori carnivori, nel 
che riescono coll’alzarsi lestamente da terra e col ri- 
fugiarsi sulla cima dei piccoli alberi. I giovani maschi 
s’adornano del ciuflfo pettorale, e cominciano a schia- 
mazzare e a pavoneggiarsi, e le giovani femmine tron- 
fiano anch’esse, e fanno que’ salti curiosi, de’ quali più 
sopra si è parlato. 

Questo loro sviluppo di forze e di abitudini coincide 
col tempo, in cui i vecchi tacchini già pensano ai ri- 
torno: allora tutta la razza sgombera da quelle pro- 
vincie, e a poco a poco, nell’ordine che tenne venendo» 
si ritira verso il fiume Wabash, verso quello degli II- 
linesi, verso il Rio Negro, e nelle vicinanze del lago 
Eriè. 


• XLV. 

DELL’ALCEDINE (1). 

Jl corpo disseccato dell' alcedine preserva i vesti- 
ruenti dalle tarme. 

Vi sono certe idee, delle quali si può dire ciò che 
nei Promessi Sposi si legge di un lapazio che sorga 
orgoglioso e solitario in mezzo ad un prato: come è 
impossibile lo indovinare d’onde e come il seme di 
quell’erbaccia sia colà arrivato, così è impossibile di 
indovinare d’onde e come siano venute quelle idee ad 
impiantarsi nel cervello degli uomini. Le sostanze a- 
nimali, anziché respingere, attirano gl’insetti, e che 
le carni, la pelle e le piume dell'alcedine facciano ben 

(1) Alctdo ispida dei naluralisli; alcedine, alcione, vilriolo, piom- 
bino, uccello tanla-maria, uccello della madonna, pescatore, re pe- 
scatore, nel l'Italia centrale e meridionale; serena in Piemonte; hladè a 
Nizza; martin pescò a Genova; puzone de santu martinu, pillane de 
santu perda in Sardegna, ecc. 


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- 137 - 

altro che eccezione a questa regola generale se ne ha 
una prova convincentissima nei musei di storia natu- 
rale, ove quest’uccello non solo non preserva i suoi vi- 
cini dai dermesti, dagli autreni, dalle tignuole e dagli 
acari, ma ne divien preda egli stesso e riducesi in pol- 
vere, per poco che non sia riccamente impregnato di 
arsenico o d’altra simile sostanza. Il meglio adunque 
che si possa dire dell’alcedine, considerato sotto questo 
punto di vista, si è che la semplicità o l 'ignoranza ne^ 
han fatto un amuleto, e che, come ad altri toccò in 
sorte l’immaginaria prerogativa di preservare gli u- 
mani corpi dai contagi, dai dolori e dai fascini, così a 
lui toccò quella di difendere le umane vesti dalle 
tarme. E non è a credersi il danno che da si fatta su- 
perstizione proviene a questo povero animale! ma un 
amuleto non vale più di un altro amuleto, ed ogni per- 
sona sensata sa ai nostri giorni in qual conto si deb- 
bano tutti insieme tenere. 

Alcedine od alcione è nome di uccello che la greca, 
mitologia raccomandò all’amore ed al canto dei poeti. 
Figlia d’Eolo e di Egiale, Alcione, per troppo amore 
di Ceice suo sposo, perito in un naufragio, precipitossi 
nel mare. Giove, sebben molto non intendesse la fede 
coniugale, ebbe pietà di quella misera e la cambiò 
nell’uccello marino, che ora porta il suo nome. Nè Eolo 
volle esser da meno di Giove nell’addolcire il destino 
della figlia : nei giorni in cui la tapinella fa le uova e 
le cova, egli tiene chiusi i venti nell’otre perchè non 
turbino il mare e non facciano ingiuria al galleg- 
giante suo nido. Da questa favola in cui è simboleg- 
giata la grazia che trovano presso la divinità i santi 
affetti di sposa e- di madre, trassero i poeti argomento- 
di care e graziosissime immagini. Il mattino è ai navi- 
ganti annunziato dal lamento dell’alcione, che ricorda 
il perduto sposo e le perdute forme; ravvicinarsi od 
il cessare della tempesta è pronosticato dalla fuga o- 


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— 138 — 

dal ritorno di questo pacifico uccello; e giorni alcionei 
sono quelli nei quali tacciono i venti e dormono le 
•onde. Ma non si creda che i poeti intendano con quel 
nome di parlare dell’alcedine nostra. Il loro alcione è 
un uccello ideale, e coloro che si avvisarono di rico- 
noscere in esso l’alcedine, confusero l’ente col mito, 
•cioè la. realtà colla favola. 

L’alcedine è un bellissimo uccelletto, forse il più 
bello di tutti gli uccelli d’Europa. Grosso quanto una 
allodola, vive solitario alla riva dei fiumi e dei ruscelli, 
ove si nutre di pesciolini, che spia con infinita pa- 
zienza dai rami degli alberi o dalle spallette dei ponti, 
e che sa cogliere con maravigliosa destrezza piom- 
bando su di loro a perpendicolo. Il suo grido è un fi- 
schio acuto, ma non ispiacevole, e lo fa udire allora 
specialmente che volando parallelamente ed in linea 
retta al di sopra delle acque tramutasi, spaventato od 
inseguito da un individuo della sua specie, da un al- 
bero all’altro. Fa le uova, senza preparare alcun nido, 
sotto alle radici o nel cavo degli alberi, e più spesso 
nelle buche abbandonate dai ratti acquaioli. 

L’Olina, alla pagina 39 della sua Uccelliera, ci dà la 
ragione di certi nomi singolari che questo uccello ha 
ricevuto in Italia. < A Roma, egli scrive, ed in To- 
scana chiamasi uccel Santa Maria o della Madonna, 
dal molto azzurro che in esso si vede, del quale come 
che i pittori siano soliti ammantarne nei loro quadri 
le figure che della madonna dipingono, l’hanno perciò 
chiamato della madonna » . Questo bel nome e l’inno- 
cenza delle sue abitudini dovrebbero raccomandarlo 
all’amore ed al rispetto di tutti : ma la cosa va molto 
altrimenti; dove per le idee superstiziose che ho ac- 
cennate, dove per ingordigia delle sue carni, dove in- 
fine pel solo e barbaro piacere di uccidere, egli è quasi 
dappertutto fatto segno ad ogni maniera d’insidie e di 
persecuzioni. 


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— 139 — 


XLVI. 

DEL CUCULO. 

Il cuculo depone le uova mi nidi altrui per rispar- 
miarsi il fastidio di covarle. 

Il fatto è vero, non così Tintenzipne. Un uccello che 
non amasse i doveri comunque penosi della maternità, 
non amerebbe neppure i figliuoli, ed in tal caso pre- 
scinderebbe, come dal covare esso stesso le proprie 
uova, così dal darle ad altri a covare. Ma Tamor della 
prole è il sentimento il più caldo, il più universale, 
ed il più necessario che ricorra nella storia degli es- 
seri animati, e dico il più necessario perchè il giorno 
in cui venisse in alcuna specie ad estinguersi, sarebbe 
il giorno foriero della totale estinzione della specie 
medesima. Infatti s’immagini che la rondine domestica, 
per Teffetto di una noia, di cui l’uomo soltanto può 
fingersi la possibilità, cessasse ad un tratto dal co- 
struire il nido, 0 dal covare le uova, o dal vegliare 
con tanta sollecitudine sui teneri pulcini; egli è chiaro 
che le sue generazioni o diventerebbero la preda degli 
animali carnivori, o morrebbero d’inedia. Il cuculo 
ama, quanto ogni altro uccello, le proprie uova; ma 
per una di quelle eccezioni di cui la Provvidenza 
sembra volerci per sempre nascondere la causa e lo 
scopo, codeste sue uova, quantunque non sogliano ol- 
trepassare il numero di sei, e quantunque siano di tal 
piccolezza da Uguagliare a mala pena quelle di un 
^ passero volgare, pure si formano con tanta lentezza 
nell’ovaia, e maturano a si lunghi intervalli di tempo 
le une dalle altre, che mentre le prime sono dalla 
femmina partorite nel maggio, le ultime noi sono e 
noi possono essere che in luglio. Da ciò si raccoglie 


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- 140 — 

che mal converrebbe a quest’uccello, anzi sarebbe ma- 
nifestamente dannoso, l’istinto del nidificare e del co- 
vare, perchè o le prime sue uova infracidirebbero nello 
attendere le ultime , od i primi pulcini , bisognosi di 
pronto e di continuo alimento, impedirebbero ai parenti 
la covatura delle uova tardive : non nidifica adunque e 
non cova, simile in ciò allo struzzo dei tropici; ma 
mentre lo struzzo dei tropici ha ricevuto dalla natura 
l’istinto di confidare le sue uova alle calde arene del de- 
serto (vedi noia 3), il cuculo, uccello migratore e cosmo- 
polita, ricevette quello ancor più singolare d’intruderle 
nei nidi altrui e di commetterle alle altrui cure. E che 
in quest’atto la cucula sia mossa e guidata da un pro- 
fondo sentimento d’amore, la prova si è che essa non 
giovasi indifferentemente di qualsiasi nido che le riesca 
di trovare, ma di quelli soltanto che l’istinto le insegna 
appartenere ad uccelli che alimentano la prole con le- 
sostanze medesime delle quali è d’uopo che i suoi pul- 
cini si pascano. Insettivora, sceglie i nidi degli uccelli 
insettivori, nè ciò basta: egli pare che la sua previ- 
denza la faccia accorta del pericolo che i suoi figli 
correrebbero se fossero posti in balìa di esseri più forti 
di loro, e quindi capaci di balzarli dal nido o di ucci- 
derli a beccate: sceglie perciò i nidi dei più piccoli e- 
dei più deboli di quelli uccelli. Il resto poi lo fa Iddio, 
il quale muta per tal modo l’istinto e le affezioni di 
que’ poveri animaletti, che non paiono nè accorgersi 
dell’uovo straniero, nè curarsi del danno che cagiona 
ai legittimi l’intruso figliuolo: e lo amano, e lo nu- 
trono come fossergli madri davvero, e madri di lui 
solo. In quai modi accadano tutte queste cose, lo dirò- 
in brevi parole. 

Il cuculo, somigliante per istatura e per colori allo- 

Nota J. È nolo oggi , dopo recenti diligentissime osservazioni intorno 
agli struzzi, che lungo il giorno essi affidano bensì le loro ova alle ar- 
denti sabbie del deserto, ma le covano dorante la notte. 


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— 141 — 

sparviero, lascia le coatrade dell’Africa, e giunge in 
Europa nel mese di aprile, per rimanervi sin verso la 
fine di settembre. È uccello solitario e grandemente 
selvatico, e pochi si accorgerebbero della sua venuta 
se non fosse il canto monotono, ma pur pieno di ma- 
linconica dolcezza, di cui fa tosto risuonare le cam- 
pagne e le foreste Verso la metà di maggio la fem- 

mina comincia a sentire il bisogno di deporre le uova: 
visita allora e spia ad uno ad uno gli alberi, gli ar- 
busti, i cespugli delle selve e delle macchie, e ciò finché 
arrivi a scoprire il nido di una cutrettola, di una ster- 
pazzola, di un beccafico, di un pettirosso, di uno scric- 
ciolo, 0 d’alcun altro di siffatti uccellini, che alimen- 
tano la prole di soli insetti, e che appunto in quella 
stagione o preparano i nidi, o vi covan di già (1). A- 


(1) Gli uccelli europei, proprii anche deiritalia, nei di cui nidi ven- 
nero Onora trovate da osservatori degni di fede le uova ed i pulcini del 
cuculo, sono i seguenti, che io accenno coi nomi toscani del Savi , coi 
nomi metodici latini c, ogni volta che il posso , coi nomi vernacoli pie- 
montesi : 

Lo Sltaccino {Sylvia ruhctra Lath.) ; Piltainoute, Pieni. 

il Sallinpalo (Sylvia rubicola Lath.); Punta d’melia, Pieni. 

Il PcUirosso (Sylvia ruòecula Lath.); Piccia rotws, Piem. 

Il Bigione o Beccafico (Sylvia hortensis Bechst.); Canavròla, Ca- 
navròta. Pieni. 

La Bigiarella (Sylvia cuìTuca Lath.) ; Canavròla d’bussòn, Piera. 

La Sterpazzola [Sylvia cinerea Lath.); Bianchèl, Piem. 

Il Forapaglie (Sylvia phragmilis Bechst.). 

Il Forapaglie macchiettato {Sylvia locustella Lath.}; Massacàn, 
Pieni. 

Il Beccafico di palude arundinacea Lath.): Lescarina, Piem. 

La Cannaiola verdognola [Sylvia jMtuslrig Becfist.). 

Il Luì grosso (Sylvia trochilus Lath.); Ciaucin, Piem. 

Lo Scricciolo (Troglodytes curopaeus Leach.); Pcilrè, Pieni. 

La Passera scopaiola (Accenlor modularis Cuv.); Carbounè, Bar- 
bisa, Vittonetla, l’iem. 

La Ballerina (Motacilla alba Linn.); Ballarina dal colar, Piem. 

La Cutrettola (Motacilla boarula Limi.); Boarina, Piera. 

La Slrisciaiola (Motacilla flava Linn.); Boarina verda, Piem. 

Il Pisfìolone (Antlius arboreus Bechst.); Vainetla, Piem. 

La Pispola (Anlhus pratensis Bechst.); Vainetta, Ovina; Piem. 

Il Calandro [Anlhus campcstris Bechst.); Stroubion, Piourousa, 
Certach, Piem. 

La Panlcrana {Alauda arvensis Linn.); Lodna, Pieni. 


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— 142 - 

docchiato che abbia una di quelle culle in tutto op« 
portuna ai suoi materni intendimenti, la cucula posasf 
a terra, fa un uovo, lo nasconde neU’ampia sua bocca, 
indi levasi a volo, e con un tremito d’ali, che ricorda 
l’ansia afiannosa di chi tenta un’impresa di suprema 
importanza, e quasi si direbbe di chi commette un’a- 
zione colpevole, va a deporlo nel nido. E siccome, per 
le ragioni che già abbiamo toccate, essa non ha in- 
pronto che un solo uovo per volta ed a tarde riprese, 
così quest’atto con tutte le particolarità che lo prece- 
dono e che lo accompagnano, vien tante volte ed in 
tanti nidi diversi ripetuto quante sono le uova che nel 
corso della stagione produce. Al suo avvicinarsi gri- 
dano i piccoli padroni del nido, e schiamazzano ed ar- 
ruffano le piume sul capo in segno di odio e di di- 
spetto; ma quest’odio e questo dispetto paiono assai 
meno provenire dalla cognizione del fine che l’animale 
invasore si propone, che dalla profonda antipatia che 
gli uccelli in generale hanno pel cuculo, forse a ca- 
gione delle sue forme e dei suoi colori, che, come ab- 
biam detto, ritràggono assai di quelli dello «parviere. 
Comunque siasi di ciò, raro è che quei clamori rie- 
scano ad intimorire la cucula ed a distoglierla dal suo 
proposito: essa lo compie, e mentre volge altrove il 
suo volo, ogni cosa si ricompone e si acquieta nel nido, 
i cui padroni non paiono neppure avere il sospetto 
della soperchieria stata a loro danno commessa. Ed il 
danno è assai maggiore di quanto si possa credere od 
immaginare, perchè quella intrusione, lungi dal riu- 
scire per grihgannati uccelletti ad un semplice sopra- 
carico di famiglia e di cure, riesce alla totale ruina 
dei legittimi loro figli. Infatti, non appena il giovane 
, cuculo si trasse dall'uovo, e non appena le sue membra 
acquistarono un po’ di sviluppo e di forza, ch’egli si 
accinge ad un atto, che in un essere ragionevole sa- 
rebbe un atto di diabolica ingratitudine. Quasi ch’egli 
capisca che il piccol nido è appena capace di contener 


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- 143 - 

la sua mole, e che gli sforzi dei parenti adottivi deb- 
bano a stento bastare a tenere satolla la sua sola vo- 
racità, egli si sobbarca alle uova in ritardo ed ai pul- 
cini già schiusi, e spingendoli sull’orlo del nido li 
precipita sul suolo, ove quelle si rompono, e questi 
periscono vfttime della fame o preda dei carnivori. 
Veggono i parenti il miserabile eccidio, e non vi ba- 
dano, e lo comportano: e tutte le loro sollecitudini e- 
tutte le loro affezioni si volgono e si concentrano sul 
pulcino traditore. Fanno e rifanno cento volte al giorno 
il viaggio delle campagne e dei boschi in cerca dei 
bruchi e degli altri insetti ch’egli non cessa mai di 
chiedere a bocca spalancata, e che smaltisce non ap- 
pena ingoiati: lo preservano dalle ingiurie atmosfe- 
riche coprendolo delle pietose loro ali, lo difendono, a 
rischio ben anche della vita, dalle insidie e dagli as- 
salti degli animali rapaci : fu perfino veduta una ster- 
pazzola seguire il cuculetto statole rapito col nido, e 
continuare a pascerlo a traverso alle gretole della 
gabbia nella quale era stato rinchiuso. E questo amore 
e questa protezione non cessa che quando il cuculo, 
fattosi forte di membra e di penne, può da se stesso- 
provvedere ai bisogni della vita. Allora togliesi dal 
nido ospitale ; gli uccelletti che lo allevarono volgonsi 
anch’essi ai fatti loro, e l’avversione, che tacque in- 
nanzi al pulcino, risorge fierissima nei loro piccoli 
petti contro il cuculo adulto. Singolare e forse unico- 
esempio d’un istinto che sforza ad amare il nemico 
malefico, e ad abborrirlo innocente ! (vedi nota Kj. 

Per rimettere il cuculo nella grazia di coloro cuì> 
paressero imperdonabili i delitti della sua infanzia, io- 
dirò che se una coppia di questi uccelli distrugge ogni 
anno una mezza dozzina di nidiate di utili e graziosi 

Nota K. Un altro uccello, TiUcro del bestiame (Afo/o/Arw* ;«fcom dei 
naturalisti) delPAmcrica scUciitrionale, dcporie pur esso le ova nei nidi di' 
altri uccelli, nel modo che ó qui detto del cuculo. 


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— 144 — 

uccelletti, questo danno viene ampiamente compensato 
da un servig-io importante, sebbene ignorato dai più, 
che essi rendono aU’agricoltura. Il cuculo, per tutto 
il tempo che dimora fra noi, si nutre quasi unicamente 
d’insetti, cercando con particolare avidità i bruchi pe- 
losi, che gli altri uccelli rifiutano. E siccome non v’ha 
altro uccello che a pari grossezza lo uguagli in am- 
piezza di stomaco, in potenza digestiva e quindi in 
voracità, così la distruzione ch’egli fa di quegli esseri 
nocevoli è più presto prodigiosa che grande. 

XLVII. 

DELL’AIRONE. 

L'airone è uccello tanto pulito e tanto amante della 
pulitezza^ che teme perfino la propria ombra, quasiché 
possa macchiarlo. 

L’airone, o la specie del numeroso genere degli ai- 
roni che porta per antonomasia questo nome, è tutto 
coperto di piume che eguagliano in candore la neve. 
Ma ch’egli si compiaccia tanto di questo suo abito, e 
che viva in tanto timore di macchiarlo da adombrare 
perfino dell’ombra sua propria, è una supposizione in- 
fantile, 0 una iperbole smodata. Gli uccelli destinati 
dalla natura a frequentare le acque (e l’airone è di 
questi), non han molto da fare per tenersi puliti. Quella 
stessa causa, la quale fa sì che si mantengano asciutti 
nell’acqua in cui nuotano, o sotto alla pioggia che li 
inonda, li guarentisce ben anche da ogni lordura. 

Chi si faccia ad osservare un branco d’anitre o di 
oche quando è imminente la pioggia, ei le vedrà oc- 
cupate a strofinare col becco le piume tutte del dorso, 
delle ali e del ventre; alcuni spiegano questo fatto col 
dire che allo avvicinarsi della pioggia le bestie in ge- 


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- 145 - 

nerale sono più del solito molestate dai loro parassiti, 
contro i quali per conseguenza si volgono e si ado- 
prano a tutto potere. Ma non ò questa la ragione che 
muove le anitre eie oche a queU’atto. Sia istinto, sia 
squisita sensibilità organica, questi uccelli pressentono 
la pioggia e vi si preparano. Essi portano sulla faccia 
superiore del codione una o due ghiandole, nelle quali 
si produce una materia giallognola ed oleosa, che di- 
stesa su un corpo qualunque lo rende untuoso ed im- 
penetrabile all’acqua: bagnano quindi la punta del 
becco in questa materia, e ne spalmano ad una ad 
una le piume. E perchè la testa e la superior parte 
del collo non possono essere toccate dal becco, così 
essi le ungono soffregandole direttamente contro le 
ghiandole stesse. Ora, questa materia, la quale è causa 
che l’acqua sfugga dalle piume degli uccelli senza 
potervisi arrestare, è pur causa che la belletta delle 
paludi e qualsiasi altra lordura non possa attaccarvisi 
e. insudiciarle. L’airone che frequenta le sole rive dei 
fiumi, degli stagni e del mare, non produce in quelle 
ghiandole tanto umore quanto ne producono gli uc- 
celli che nuotano abitualmente uell’acqua ; ma ne pro- 
duce quanto il suo genere di vita ne richiede, e dal- 
l’uso di aspergersene, anziché da un guardarsi continuo 
e fastidioso, si deve ripetere la costante pulitezza delle 
sue piume. 

Poiché mi è venuta l’occasione di parlare delle ghian- 
dole che gli uccelli hanno nel codione, e della materia 
untuosa che in esse si contiene, me ne gioverò per 
dare ad alcuni cuochi e ad alcune cuoche nostrali un 
avvertimento, del quale mi paiono grandemente ab- 
bisognare. La materia anzidetta ha in molti uccelli, e 
principalmente negli acquatici, un sapore amarognolo 
e un odore spiacevole, che durante la cocitura si co- 
munica alle carni dell’animale e al brodo che ne ri- 
sulta : e questa è una delle ragioni, se forse non è 

<>tNÌ — PrtgiudM popolmri 10 


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— 146 — 

Tunica, per cui da molti ai condannano e si dicono 
puzzare soverchiamente di selvatico le carni delle oche 
e delle anitre tanto domestiche che da cacciagione. 
Coloro dunque, cui spetta Tammannire i volatili de- 
stinati alle mense, adottino l’uso, che è generale nelle 
migliori e pih civili cucine, di togliere sempre, e di 
gittare quelle ghiandole e quella materia. D’un colpo 
solo essi renderanno un insigne servizio al palato di 
chi mangia, e procureranno a se stessi la lusinghiera 
appellazione d’uomini istrutti e raffinati nell’arte. 

XLIII. 

DEL PELLICANO. 

H pellicano si squarcia il petto per pascere delle site 
carni i figli affamati. 

Anche di questa antica credenza molto si giovarono 
le lettere e le arti belle, che fecero del pellicano T em- 
blema dell’amore paterno; ma non siavi chi creda che 
quest’uccello vada realmente dotato di sì pietoso e 
mirabile istinto, dappoiché, se non fu una semplice ed 
assoluta finzione degli antichi, fu certamente T effetto 
di un precipitato e falso giudizio. Il pellicano porge 
a’ suoi nati i pesci già a mezzo digeriti che egli trae, 
rigurgitandoli, dallo stomaco; il suo becco poi, che è 
lunghissimo, porta alla estremità una sorta di uncino 
di color di cinabro; ora si è creduto, che questi pesci, 
sfigurati dall’azione del ventricolo, fossero le carni che 
l’amoroso animale si strappasse dal petto, e che il co- 
lore delTunciuo provenisse dal sangue della volontaria 
ferita ; giudizi, come dissi pur ora, precipitati e am- 
bidue falsi in egual misura. 

Nelle vecchie opere si leggono molte altre e assai 
più strane favole intorno al pellicano, ma cessarono 


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- 147 - 

da lungti pezza di essere nella tradizione, e pochi le 
conoscerebbero se non fosse, come altre volte ebbi a 
dire, il mal vezzo di certuni che le vanno a togliere 
dai luoghi dove giacciono dimenticate, per farle rivi- 
vere nei vocabolari della nostra lingua. Così i compi- 
latori di quello della Crusca e di quelli di Bologna e 
di Padova puntellano il vocabolo Pellicano con uno 
squarcio di Brunetto Latini, che sarà senza dubbio una 
perla di stile antiquato, ma che, quanto alle cose che 
insegna, è una lunga sequela di assurdità; nè paghi 
di tanto, e quasi che quel povero vocabolo corresse 
tuttavia pericolo di cadere, lo rincalzano con un’altra 
notizia, non meno vana e ridicola, presa dal Buti. Ma 
v’ha di più e di peggio: il vocabolario di Padova, ac- 
cortosi probabilmente della superfluità di quelle cita- 
zioni, le quali sono lontane le mille miglia dal por- 
gere un’idea qualunque delle forme e della natura del 
pellicano, dà di questo uccello una definizione, tratta 
da quello di Bologna, la quale ribocca d’ogni maniera 
di erróri. Le quali cose dimostrano che finché i soli 
letterati daranno opera alla compilazione dei vocabo- 
lari, sarem condannati a udirci perpetuamente le bab- 
buaggini antiche, o, per forma di correttivo, gli spro- 
positi moderni. 

Il pellicano, proprio deU’Africa, dell’Asia e dell’Eu- 
ropa orientale, è uno de’ più grandi uccelli acquatici 
che si conoscano, giacché oltrepassa non di rado i sei 
piedi di lunghezza dalla punta del becco all’apice della 
coda, ed ha un’apertura d’àli più che doppia. Il colore 
delle sue piume, se si tolgano le grandi penne delle 
sue ali che sono nere, è candido sfumato di roseo, e 
sull’occipite porta un bel ciuflfò di penne lunghe e 
ben affliate; ma ciò che lo distingue da ogni altro 
volatile, e che fa maravigliare ognuno che lo guardi, 
si è il sacco membranoso che gli pende dalla mascella 
inferiore. Questo sacco che consta di due membrane, 


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- 148 - 

delle quali Tinterna è una continuazione della mem- 
brana deiresofa^»‘o, e l’esterna un prolungamento della 
pelle del collo, è un organo sussidiario dello stomaco, 
in quanto che serve a ricettare que’ pesci, che l’uc- 
cello continua a pescare dopo essersene riempiuto fino 
alla strozza: i quali pesci passano poi successivamente 
dal sacco all’esofago a mano a mano che si effettua 
la digestione di quelli che furon prima inghiottiti. 

Le genti che vivono nei paesi ove abbondano i pel- 
licani narrano essere oltremodo singolare la maniera 
con cui questi uccelli si aiutano talvolta scambievol- 
mente nel fare la pesca. Entrati cioè ch’essi siano in 
un dato numero nell’acqua o del mare o di un fiume 

0 di una palude, si distribuiscono in una linea cur- 
vata in arco, che ristringono a mano a mano, sino a 
che gli estremi della medesima si tocchino, e sia ri- 
dotta presso a poco ad un cerchio, nell’area del quale 

1 pesci rimangono imprigionati: allora ognuno dei 
pellicani ne raccoglie a suo agio quanti ne può. Ma 
questa ingegnosa maniera di pesca, che sembra aver 
ottenuto la intera fede di parecchi celebri naturalisti 
e fra gli altri di Ranzani, delle cui parole mi valsi 
per descriverla, è posta in dubbio da Naumann, e me- 
rita d’esser confermata da migliori testimonianze, che 
non siano quelle dei popoli più immaginosi che veri- 
dici dell’Oriente. 


XLIX. 

DEL CIGNO. 

Il cigno ha un canto soavissimo, ma non canta se 
non quando sta per inerire. 

Se l’antichità avesse conosciuto l’americano tardi- 
grado (1) e ne avesse fatto il modello della grazia e 

(1) Quadrupede deforme secondo veder nostro, pigrissimo e grande- 
mente impacciato in ogni suo movimento. 


- 149 — 

deiragilità, non sarebbe caduta in magg’iore stranezza 
di quella in cui cadde, facendo del cigno il più ca- 
noro e il più melodioso degli uccelli. Il cigno è pros- 
simissimo parente delle oche e delle anitre, e come 
. queste non cantano ma gridano svenevolmente, così 
esso non canta, ma grida senza garbo di sorta. Pre- 
scindendo da un rombo particolare che produce vo- 
lando, e che è l’effetto della forza con cui le ampie 
sue ali percuotono l’aria, esso non manda dalla bocca 
che una serie interrotta di note uguali e monotone, 
quali uscirebbero da una sola e medesima canna d’or- 
gano, che sempre nello stesso modo venisse tentata. 
Narrano alcuni naturalisti che quando molti cigni di 
vario sesso, di varia età, e per conseguenza di voce 
variamente intonata, fanno udire tutti insieme i tron- 
chi loro versi, producono una tal qual armonia che 
piace. Ma codesta sensazione piacevole non è che re- 
lativa, e si riferisce alla noia che destano quando gri- 
dano soli. Virgilio, nato sul Mincio ove questi uccelli 
non di rado si mostrano, li qualificò egregiamente 
chiamandoli rauchi (1), quantunque poeta. E se è fa- 
vola il dire che i cigni cantano soavemente, è più che 
favola lo aggiungere che cantino soltanto quando son 
presso a morire. Di questa facoltà destinata a mani- 
festare le interne affezioni, essi fanno uso in tutti quei 
casi della vita nei quali suole farne uso ogni altra 
specie, di uccelli. 

Ma come avvenne che il cigno, tanto sgraziato can- 
tore, sia stato prescelto dagli antichi per simboleg- 
giare il poeta e la divina armonia dei versi? Io temo 
di profanare sì nobile argomento traendolo dalle do- 
rate nebbie della mitologia e facendolo scopo di ma- 
teriali ricerche : ma voglio dire ciò che io ne penso, 

M) u Dant sonilnm raud per stagna loquacia cygni. n 

Eneid. xi. 4K8. 




'.aOOglC 


- 160 — 

e sieguane che può. Sacri ad Apollo e alle Muse erano 
rippocrene, il Castalio e gli altri rivi del Pindo, del 
Parnasso, dell’Elicona; e poeti eran quelli che larga- 
mente bevevano alle loro acque inspiratrici. Or quando 
si volle trovare nella natura vivente un emblema di 
questi avventurati mortali, si dovette, secondo che io 
stimo, cercarlo primamente fra gli esseri che frequen- 
tavano quelle acque, e che in esse, per così dire, vi- 
vevano. E allora la scelta non potè stare lungamente 
in sospeso : il cigno, comune nella Grecia, il più belio, 
il più maesto.so degli uccelli acquatici, dovette riu- 
nire tutti i suffragi. Solo mancavagii una bella voce, 
e una bella voce gli venne supposta. 



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INDICE 


Giuseppe Gene Eag . v 

Principali scritti pabblicati dal prof. Gené. . n xjii 

I. DeU’nQmo ^ . « 1 

II. Dei serpenti « 5 

III. Del coccodrillo . , . . ...» 25 

IV. Del camaleonte . . . .... « 27 

V. Del ramarro « 29 

VI. Delle lucertole « 31 

VII. Del geco . « 33 

Vili. Del basiliacQ «34 

IX. Del drago «35 

X. Del rospo . n 39 

XI. Della salamandra « 43 

XII. Del lupo 44 

XIII. Del leone. 48 

XIV. Della tigre « 53 

XV. Dell’elefante « 56 

XVI. Deiristrice ^ . . .... « 59 

XVII. Della lepre . .... « 61 

XVIII. Del cane . . .... n 64 

XIX. Della volpe « 65 

XX. Della marmotta n 69 

XXI. Pell'HBino « 71 

XXII. Del cervo ^ . . .... « 74 

XXIII. Dei pipistrelli ... . « 76 

XXIV. Della lince . . . .... « 79 

XXV. Del castoro . .... « 82 

XXVI. Dell'nnicornQ o liocorno .... w 87 

XXVII. Della airena 89 


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1 


— 152 - 


XXVIII. Dello scoiattolo 

. Pag. 21 

XXIX. Dell’alce 

. Ù2Ì 

XXX. Del cavallo . . . 

fl 94 

XXXI. DeU’ippopotamo o cavallo marino . 

. « 95 

XXXII. Dell’orso 

. tf 96 

XXXin. Del rinoceronte . . . 

oc 

XXXIV. Della balena 

. « ICO 

XXXV. Del delfino 

, 104 

XXXVI. DeU’ourang-outang .... 

. « 106 

XXXVII. Verme del cane, del porco e del gatto « 108 

XXXVIII. Dei gufi 

« no 

XXXIX. Degli avoltoi ..... 

.. U4 

XL. Dell’aquila 

« 118 

XLI. Dei corvi, delle piche, delle ghiandaie 

« 121 

XLII. Delle grue 

. 123 

XLIII. Dei passeri 

« 126 

XLIV. Del tacchino 

«I3Q 

XLV. Dell’alcedine 

» 136 

XLVI. Del cucnlo 

„ 139 

XLVII. Dell’airone 

. 144 

XLVIir. Del pellicano 

. 146 

XLIX. Del cigno 

X 



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OPERE DEL PROF. MICHELE LESSONA 

^ » 

vendibili presso T. VACCARINO, Editore. 


Nozioni elementari di Scienze Naturali ordinate se- 
condo il programma ministeriale per le scuole 
normali e magistrali. Un voi. in 16 con 100 
disegni intercalati nel testo ; 2" edizione rive- 
duta ed aumentata L. 2 — 

Primi elementi di Scienze Fisiche e Naturali, per le 
scuole normali e magistrali femminili, secondo 
il programma governativo ; 2" ediz. riveduta » 2 26 

Primi elementi di Scienze Fisiche e Naturali, per le 
scuole normali e magistrali, ordinate secondo 
il programma ministeriale 9 novembre 1861 , 
con molti disegni intercalati nel testo. — - Ge- 
nova, 1865 » 2 50 

Elementi di Storia Naturale e di Fisico-Chimica, pel 
terzo anno del corso delle scuole tecniche, or- 
dinati secondo il programma ministeriale * 2 — 

Nozioni elementari di Zoologia ad uso degli istituti 

tecnici I 1 75 

Storia Naturale ad uso dei licei, ordinata secondo 
il programma ministeriale 29 ottobre 1863, con 
figure intercalate nel testo. — Genova, 1865 » 2 60 

Parte 1" Fisica terrestre., Geologia e Mine- 

ralogia . . . . .. » — 80 

» 2* Botanica » — 80 

» 3" Zoologia » 1 — 

NB. Ciascuna parie si vende anche separatamente. 


La Pieuvre , cenni intorno ai cefalopodi. Lezione 


serale detta a 

Torino il 4 febbraio 1867. 

0 1 — 

Gli Acquari. 

• • • • « • 

» — 60 

L’Aria 


>> — 70 

11 Mare 

• 

* • • « « • 

« 60 


Torino — TOMMASO VACCARINO — Editore 

• * • / 

LEZIONI > 

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ANIMALI DTILI E NOGEVOLI 

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ANIMALI CALUNNIATF E MALE GiUDICATl 


DI' " ‘ 

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Carlo 'Vog't 


TRADUZIONE ITALIANA 

FATTA COL CONSENSO DELL’AUTORE 

, . ... . . » ^ 

DA. 

MICHELE lESSOHA 


_I • . c. 


con 61 disegni intercalati nel testo. 


Prezzo L. 2. 


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