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Full text of "Nuova traduzione delle Georgiche di Virgilio"

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NUOVA 
TRADUZIONE 

DELLE 
GEORGICHE 
DI VIRGILIO 

Publius Vergilius Maro, 
Francesco Silvio Orlandini 



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1 l.« tra Ito iIjIi Afi»:s luci, 
delle Letture di Famigtia . 



NUOVA TRADUZIONE 



DELLE 



GEORGICHE DI VIRGILIO 



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NUOVA TRADUZIONE 

DELLE 

> 

GEORGICHE DI VIRGILIO 



AL LETTORE. 

Nel dare alla luce questo saggio di una uuova tradu- 
zione delle Georgiche di Virgilio , mi sembra necessario dirli 
poche parole circa allo scopo di questa pubblicazione. A me 
parve sempre che di quel sovrumano Poema, ad onta delle 
molte che Le abbiamo, manchi veramente all' Italia una tra- 
duzione, non dirò che ga reggi coll'originale , mentre ciò nelle 
lingue moderne mi sembra impossibile a conseguire , ma che 
almeno faccia gustare la metà delle infinite bellezze che lo 
adornano ; una traduzione la quale nel suo genere possa so- 
stenere il confronto di quella dell'Eneide fatta dal Caro. 
Coli' intento dunque, o colla presunzione, se cosi ti piace 
chiamarla , di riempire questo vuoto della patria Letteratura 
io, più anni or sono, mi accinsi a tal fatica; ed ora mi 
arrischio a divulgarne il presente saggio per provocare gli 
avvertimenti , i consigli ed anche i biasimi degl' intendenti 



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— 2 — 

di siffatte materie , onde io possa chiarire me stesso *e mi 
sia riuscito di fare un poco meglio degli altri traduttori 
che mi hanno preceduto; o se, ad onta delle infinite cure 
che vi ho impiegate , non abbia potuto conseguire lo scopo. 
Nel primo caso , io prenderò coraggio a pubblicare anche 
gli altri tre libri : nel secondo mi rassegnerò tranquillamente 
al silenzio , cbè il mondo può benissimo seguitare ad andar 
avanti (o indietro) senza una nuova traduzione delle virgi- 
liane Georgiche. 

Pubblico dunque il solo primo libro, lasciando indietro 
per ora l'adulatoria introduzione ad Augusto , perchè siffatti 
vituperj , anche ove siano riprodotti gli ultimi, vengono sem- 
pre troppo per tempo. 

Livorno, 25 Aprile 1856. 

F. S. Orlandini. 



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LIBRO PRIMO 



«te» 

I 



Quando vien Primavera, e su' canuti 

Monti la congelata acqua si scioglie, 

Ed al fiato di Zefiro la gleba 

Compenetrata in polvere disfassi, 

Per me allora il bue lento cominci 

A gemer sotto il presso aratro, e luccichi 

Dirugginito il vomere nel solco. 

Ai voti alfin dell'avido colono 

Quel suol risponderà seminativo , 

Che provò due fiate e caldo e gelo; 

Sempre a lui per l'amplissima ricolta 

Il granajo scricchiò. — Ma pria che '1 ferro 

Squarci all'ignota superfìcie il seno, 

De' venti il predominio, i varii climi, 

Il far degli avi, le locali usanze, 

E ciò ch'ogni terren produca o nieghi, 

Sia tua cura saper. Quivi la spica , 

Ivi felice più ride la vigna; 

Là più prosperan gli arbori, ed altrove 

Di spontanee la terra erbe verdeggia. 

Non vedi come l'odorato croco 

Tmolo ne mandi, India l'avorio, e '1 molle 

Sabeo, suo speziai dono, l'incenso? 

Ma ferro i nudi Calibi, fragranti 

Castori il Ponto manda, e manda Epiro 

Le create alle palme, elee cavalle. 

Tai salde leggi e tali eterni patti 

Natura impose a ciascun loco, allora 

Che Deucalion nel vuoto mondo 

Quelle pietre lanciò, nuova semenza 

Di nostra stirpe alle fatiche dura. 

Orsù via dunque, a primavera il pingue 



Àrrovescin terreno i buoi robusti, 

E presto incuoca le zolle giacenti 

Co* suoi stellon la polverosa estate. 

Se però d' ubertà povero sia , 

Basterà che sul riedere d'Arturo 

Leve leve co' solchi lo sollalzi. 

Cosi fia che nell'un le biade liete 

La malerba non soffochi , e che l'altro, 

Ariduccio per sè, non si risecchi. 

Nè sieti greve che riposi alterni 

11 mietuto rinnuovo abbia, ed il campo 

Infruttuoso in lento ozio s'induri. 

Poscia colà , volti i celesti segni , 

Raccorrai biondo farro, onde dappria 

Tratti fasci ne avrai di ben graniti 

Legumi balzellanti entro il baccello; 

O della veccia la minuta prole 

Od i fragili calami e la selva 

Dell'amaro lupin roco- sonora. 

Perchè '1 seme del lin, quel della vena, 

E, di sonno mortifero cosperso, 

Il papavero ancor dissucca il campo. 

Ma | el noveto è ciò mite disastro, 

Purché su quel terreno inaridito 

E munto di vigor sparger non schivi 

Ben grasso fimo e cener sozzo a macca. 

Nè nien riposa il suol germi mutando, 

Ed uom tragge alcun prò da inculta terra. 

Spesso ancora util fu lo steril campo 

Tentar col foco, e le stoppie leggiere 

Far divorar da crepitanti fiamme. 

Ossia che occulte forze e virtù nuova 

Fecondatrice indi concepa il suolo; 

O che ogni germe rio ne resti incotto, 

E l'inutil umor se ne svapori; 

Ossia che quel calor più strade e ciechi 

Spiragli allarghi , onde '1 succo fluisca 

All'erbe rinascenti; o che l'induri, 

E gli aperti meati ne ristringa, 

Sicché nè la suttil pioggia vi filtri, 

O '1 sol quando più ferve edace, o il freddo 



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t 
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_ — 5 — 

Penetrante di Borea non le bruci. 
E ben provvede al buon lavor del campo 
Chi con marre le gran zolle ne spezza, 
E a tritarle vi trae l'erpice sopra. 
Lui non invano placida rimira 
Cerere bionda dal sublime Olimpo: 
E lui non meno, che, in obliquo solco 
Vólto T aratro, a sfracellar ritorna 
Gli enormi dossi ch'avea sollevati 
Sullo sbranato spazzo; ei che sovente 
Il suol rivolta , e a voler suo lo doma. 
Piovose estati, o agricoltore, invoca 
Ed inverni aierini: ove fu polve 
Nel freddo inverno, a meraviglia poi 
Ivi il farro accestisce, e la bellezza 
Delle messi dispiegasi. Nò vanti 
La Misia più le sue pingui culture; 
Tanta ubertà Gargaro stesso ammira. 
Che dirò di colui, che, sparso il seme, 
Via via lo segue marreggiando , e sbatte 
I mal fecondi cumuli di terra , 
E sul pian seminato indi rivolge, 
Spartito in cento rivoletti, il fiume? 
E, se '1 campo riarso illanguidisce 
Per l'erbe moribonde, ecco dischiude 
Dall'argine, e fa scendere pel clivo 
L' acqua , la qual , giù giù caggendo , move 
Pei lisci sassi un rauco mormorio, 
E con mille spillanti zampilletti 
Tempra l'ardor dell'erba che la bee. 
E che dirò di lui, ch'onde lo stelo 
Per le spighe pesanti non ricaschi, 
Cima le troppo rigogliose biade 
Ancora in erba, ed alte un solco appena? 
O di colui che l'acqua morta scola 
Dall'avido terren che n'è impregnato? 
Anzi tratto, se '1 fiume, ai malsicuri 
Mesi gonfiando, supera le sponde, 
E tutto intorno d'importata melma 
Ingombra si, che trasuda ogni buca 
D'uliginoso umor. Pur, dopo tante 




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Fatiche oprate in lavoro la terra 

Dagli uomini o da' buoi, flagel del campo 

Soli l'oca iniqua, la slrimonia i;rue, 

E la cicorea dalla libra amara, 

O l'ombra che l'occupa, c te l'aduggia. 

Lo stesso Giove, via elidici! , dura 

Quella del coltivar volle che fosse; 

E primicr, colle cure il nostro ingegno 

Aguzzando, il terren mosse per arte, 

Ne consenti, che, lui regnante, un vile 

Stupido oblio le nostre alme assonnasse. 

Nessuno anzi 1 suo regno i campi arava , 

Nè licito era per confin segnarli, 

O dipartirli. In comunanza tutti 

Vi cercavano il vitto, e fin la stessa 

Terra, più liberal senza richiesta, 

Tutte cose spontanea porge a. 

Ei di veleno armò gli atri colubri, 

Predon fè '1 lupo, il mar gioco de 1 venti; 

Scosse giù dalle foglie il mele, ascose 

Il foco, ed i ruscei, che ad ogni tratto 

Almo vino correvano, represse; 

Acciò che, meditando, appoco appoco 

All'arti varie Esperienza desse 

Vita, e dal solco trar cercasse il pane, 

E della selce dalle vene occulte 

Sprizzar fesse la vivida favilla. 

Allor dapprima lo scavato Ontano 

Sentian i fiumi galleggiar leggiero; 

E '1 navigante poi novero e nome 

Alle stelle assegnava : e le piovose 

Plejadi, e la bell'Orsa onor del polo. 

L'industria indi nascea di córre al laccio 

Le fere, d'ingannar gli augei col visco, 

E co' bracchi aggirar l'alte foreste. 

Scaglia il giacchio ove il tonfo è più profondo 

Altri frattanto; altri la sua stillante 

Rete pel mar lentamente strascina. 

Quindi l'orecchie lo stridio ferio 

Dell'aspro ferro e della cruda sega, 

Perchè gli antichi con forzate zeppe 



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— 7 - 

Soltanto il legno facile^ fendeano. 
Sursero allor le varie arti: ostinata 
Fatica il tutto vince, ed il bisogno 
Sospinge pur con dure strette al meglio. 
Cerere in prima a rivoltar la terra 
Ne insegnò cogli arnesi , allor che manco 
Già venian le corbezzole e le ghiande 
Bella sacrata selva , e non donava 
Più cibo il bosco dodoneo: poi venne 
Le messi il morbo a funestar, la trista 
Ruggine che le spighe si manuca, 
E T inutile cardo che s'attenta 
Pei campi a sollevarsi orrido ed irto. 
Periscono le biade: in loco d'elle, 
Una intralciata sorge ispida selva 
Di lappole, di triboli; ed in mezzo 
A' si bei colti domina il funesto 
Loglio, e la vena ad isfruttar sol nata. 
Che se assiduo la marra addosso al campo 
Tu non terrai, nè i vorator pennuti 
Spesso con gran frastuon non fugherai; 
Se non terrai con buon pennato a segno 
Le frasconaie, e invocherai la pioggia. 
Ah! indarno guaterai del tuo vicino 
Le grosse biche, ed ingannar nel bosco 
Dovrai la fame da bacchiata querce. 
Quali del duro agricoltor sien 1' arme , 
Senza le quai , nè seminar si ponno , 
Nè pon sorger le messi, or cantar deggio. 
Il vomere anzi tutto, e la massiccia 
Solidità del curvo aratro, e i lenta- 
mente ruotanti eleusini carri; 
E' correggiati , e le tregge, e le marre 
D'improbo pondo; di vimini fatta 
La vile supeUettil di Celéo; 
Graticci di corbezzolo intrecciati, 
E di Bacco ai misteri il vaglio sacro: 
Arnesi tutti, che, provvisti innante, 
Accorto riporrai, se a gloria degna 
La divina ti chiama arte dei campi. 
Nelle selve con gran forza si doma 



— 8 - 

Un giovin olmo a bure, e cosi piegasi 
Che forma prenda dell'adunco aratro. 
Qui s'appicca il timoo, che per bene otto 
Piedi donde è incastrato si dilunga: 
Ambo le orecchie quindi, e a doppio dors 
11 duplice dentai vi si commette. 
Tagliasi leggier tiglio od alto faggio 
Per farne il giogo e l'attergata stiva, 
Ch'util manubrio, regola l'aratro: 
£ tai legnami, appo il cammin sospesi, 
Provigli innanzi il fumo, e li stagioni. 
, se a schivo noi prendi, e non ti grava 
Di più picciolo cure aver contezza, 
Molti precetti io riferir ti posso 
De' nostri antichi. Con un gran cilindro 
L'aja de' farsi prima tutta piana, 
£ ripicchiarsi a palme, e rassodarsi 
Pur con tegnente mattajon, chè poi 
Filolin d'erba non vi spunti, od essa 
Screpoli al tempestar de' correggiati , 
E faccia polve ; e perchè varie pesti 
Non emergano quinci a danneggiarti. 
Fuori sovente il topolin ne schizza, 
Che sotto vi piantò casa e granajo; 
O vi scavar le cieche talpe il covo: 
£ talotta perfin, dentro le buche, 
Vi si trovò accosciato il sozzo rospo, 
£ mille altri del suolo osceni figli. 
Lietamente il tuo bel monte di farro 
Il tonchio ti saccheggia, e la formica 
Timorosa di povera vecchiezza. 
E nota ancor quando, fra l'altre piante 
Primo fiorendo, il mandorlo rinverde, 
Ed i rami odoriferi giù piega. 
Se i fior vincon le foglie, anco fia pare 
L'abbondar del ricolto, e tu ti aspetta 
Una gran tribbiatura ed un gran caldo. 
Ma se il fogliame fia maggiore e l' ombra , 
Batterai paglia molta e grano poco. 
Medicar da più d'uno, anzi che al solco 
Desselo il seme dei legumi io vidi, 



— 9 - 

E d'atra morchia spargerlo e di nitro, 
Acciò che poi più polputa e più bella 
Del fallace baccel fosse la prole , 
E cocesse, sebben per bollor lento. 
E quelli, pur con lungo studio eletti, 
E spiati a gran pena, io pur li vidi 
Degenerar, se persistente umana 
Cura ogni anno i maggior non trascegliea ; 
Così per fato in peggio tutto cade, 
E sempre indietro indietro si ritira. 
Tale il nocchier che contro alla corrente 
Sua barca spinge per forza di remi, 
Se la voga un sol attimo rallenta , 
Vien travolto precipite nel gorgo. 
Di Boote alla stella inoltre, a' giorni 
In che i Capretti e '1 lucido Serpente 
Regnano in cielo, noi del suol cultori 
Deggiam cauti mirar, come fan quelli, 
Che vèr la Patria per le ventos'onde 
Portati, superar tentan V Eusino, 
O la foce abidea d'ostriche altrice. 
Poi che del sonno uguali e della vegghia 
Rese l'ore la Libra, e pari il giro 
Diurno parte fra la luce e l'ombra, 
Pungola, o valentuom, pungola i buoi, 
E, finché rieda l'intrattabil verno 
Rimenando il mal tempo, la sementa 
Spargi dell'orzo: la stagione è quella 
Pur di dare al terren del lino il seme, 
E 1 cereal papavero : e la schiena 
Sull'aratro incurvar fin che l'asciutto 
Suolo il concede, e invan pendon le nubi. 
Quando il candido Tauro alla novella 
Stagion germinatrice apre le porte 
Coli' aureo corno, e nell'opposto cielo 
La maligna canicola tramonta, 
Semina allor le fave, e parimente 
Te, gentile trifoglio, in grembo accolga 
La ben disciolta terra; e pure allora 
Del miglio l'annual cura ricorre. 
Ma se il terren lavori solo a grano, 



— 10 — 

Ovvero a farro» e solo a spiche agogni, 

Pria che i dovuti semi , preziosa 

Speme dell'anno, ad affidar ti affretti 

Al campo che ritroso hagli in disdegno , 

Attendi che le Plejadi al tramonto 

Scendano in sul mattino, e che ne' cieli 

Il serto arianneo più non fiammeggi. 

Molti voller di Maja anzi all'occaso 

Incominciar, ma l'aspettata messe 

Anche ben gì' ingannò con vacue spighe. 

Se poi getti la veccia e '1 vii fagiuolo, 

Nè spregi coltivar l'egizia lente, 

Certo segno ten dia cadendo Arturo. 

Da quel punto principia, e la sementa, 

Se vuoi, prolunga infino al cor del verno. 

Per questo il sol la radiante rota 

Con misurato corso in giro mena 

Pei costellati suoi dodici segni, 

Influenze alla terra. Occupan cinque 

Zone il ciel quanto è vasto: è roggia l'una, 

E sempre del solar foco fervente ; 

A cui d'intorno, a destra e all'altra mano, 

Duo se ne sprolungano sull'orlo 

Stremo del mondo: ivi s'ammassa ognora 

Ceruleo ghiaccio, ed atro nembo scroscia. 

Fra queste e quella che sta in mezzo, i numi 

Benignamente ne concesser due 

Ad abitarsi a'miseri mortali: 

E qui la via delinear, per cui 

L'obliquo si volvesse ordin de' segni. 

Come alla Scizia e alle rifee montagne 

Arduo 1 mondo s'eléva, così prono 

Verso la parte d'Affrica s'abbassa. 

Questo polo a noi sempre alto sovrasta; 

Sotto i piè veggion l'altro inabissarsi 

L'atro Stige e le morte Ombre profonde. 

Quivi lo smisurato Angue, attorcendo 

L'enormi spire, si ravvolge e sguizza; 

E qual fiume travolvesi fra l'Orse, 

L'Orse e'han di tuffarsi in mar pavento. 

Narra una fama, che gravosa notte 



£ sempre mai silente abita là, 
£ il vel di sue tenèbre ognor raddensa; 
O cbe l'aurora, se da noi si parte, 
Ivi ritorna, e vi rimena il giorno; 
£ quando il bel mattino i primi fiati 
Sentir ne fa de' cavalli anelanti, 
In quella ignota reg'ion le tarde 
Sue faci il porporino Espero accende. 
Quinci possiam , pel variar del cielo , 
Ogni stran tempo antivedere, e quinci 
Della sementa l'ora e della messe; 
Quando, a mercar, pel mar vogar fidenti 
Possiamo; o quando sciogliere dal pòrto 
Le armate , ovvero , a fabbricar navigli 
In buon punto atterrar nei boschi il pino. 
£ non a torto speculiam degli astri 

La nascita e '1 tramonto , e l' anno sempre 

In sue diverse quattro parti uguale. 

Se fia talvolta che la fredda pioggia 

Confini in casa il buon cultor, gli è dato 

Molte a suo agio oprar cose, che poi 

Far dovrebbe avacciandosi al bel tempo. 

Va sottigliando il resistente dente 

Del vomere già ottuso: un tronco scava 

£ un trogolo ne fa: marchia l'armento, 

Ovver con numerate schedolette 

A' monti delle biade impone il segno. 

Chi pali aguzza, e chi forche a due rebbi; 

Chi de 1 salci onde Amelia è sì prestante 

Alla vite pieghevole ritegni 

Apparecchia. Or su via, di rossi vinchi 

Quei con facile man tessa canestri ; 

Questi risecchi le granaglie al foco, 

O con rapida mola le sfarini.. . 

Anzi, ne* dì festivi stessi, il dritto 

Nè consente e la legge alcun lavoro. 

Nulla religion fé mai divieto 

D'aprir canali per devolvere acque, 

Munir di siepe i colti, a' vaghi augelli 

Tendere insidie, dar foco a spinai, 

Ed attuffar la belante famiglia 



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— 12 — 

De' lanuti in salubre onda corrente. 
Spesso Y incitator dell'asin lento 
Sulle schiene gl'impon pesante soma 
D'olio o di vili frutta; e, ritornando 
Da città, forse il macinel di pietra 
Ribattuto , od un gran tòcco di pece. 
Diversi giorni con diverso metro 
All'oprar favorevoli ne diede 
La stessa luna: il quinto fuggi; in esso 
L'Erinni al mondo, e '1 pallid'Orco usciéno. 
La terra inoltre con parto nefando 
Dall'alvo allor sgombrò Geo, Già peto, 
Il feroce Tifeo, e que' fratelli 
Che congiuràr di porre in brani il cielo. 
Per tre volte con gran sforzo affannarsi 
Sovresso il Pelio a por l'Ossa, e sull'Ossa 
Accavallar con sue foreste Olimpo. 
Tre volte Giove quei monti ammassati 
Precipitò co' folgori tonanti. 
Quel di che i nove addoppia, un ne togliendo, 
Propizio sorge a piantar vigne, al giogo 
Assuefar giovenchi al laccio colti, 
Ed alla tela porre i licci; avverso 
Ai ladri il nono, al viatore è amico. 
Molte faccende poi compionsi meglio 

Per lo fresco notturno, o quando imperla 
Le campagne Piroo col nuovo sole. 
Meglio di notte le stoppie leggiere 
Falciansi, e me' le inaridite prata : 
D'ammolliènte umor la notte abbonda. 
E tal del foco al tremulo chiarore 
Siede vegghiando ad otte strane il verno, 
E con acuto coltelletto foggia 
Fiaccole a modo di restosa spiga. 
La moglie intanto assisa al suo telajo, 
Allo stridulo pettine percorrere 
Fa lo strigato, e del suo lavorìo 
Col prolungato canto si consola; 
E'1 dolce mosto cuoce a far la sapa , 
E d'un pampineo fascettino, schiuma 
Il denso umor che nel pajuol borboglia. 



i — 



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Ma la dorata Cerere si sega 

Nel bel meriggio, e pur nel bel meriggio 

Fa l'aja sgretolar l'aride ariste. 

Solca e sementa allor che nudo il puoi: 

Stagion d'inerzia pel colono è'1 verno, 

£ quando agghiada, riposatamente 

Spesso godesi'l ben ch'ei s'è prodotto, 

E fra mutui convivii si gavazza. 

GÌ' invita il gen'ial verno , e le cure 

Ne risolve. E cosi fanno i nocchieri, 

Poi che toccàr le onuste navi il porto, 

Ed ei lieti la poppa incoronaro. 

Pur di bacchiar le ghiande è tempo allora, 

E cor le bacche dell'alloro, e córre 

Le ulive, eì frutto del sanguigno mirto. 

Il tempo è quello ancor di teuder lacci 

Alle gru, reti a* cervi, e le orecchiute 

Lepri inseguir; e, rapida rotando 

Con arte balearica la fromba, 

Colpir le damme e stramazzarle estinte, 

Quando giace la neve alta, ed i fiumi 

Travolvon giù scabri lastron di ghiaccio. 

E che dirò del variar d'autunno? 

Che delle stelle allor regnanti? e quali 

Cose il cultor vigilar deggia, allora 

Che son più brevi i giorni, e men cocente 

L'estate? E quando gli acquazzon di maggio 

Rompono dalle nuvole, e le biade 

Ornai spighite al ventolin s'increspano, 

E sovra il verde stel turgono in latte? 

Sovente, in quel che a' biondeggianti campi 

Il capofalce i mietitor traea, 

E già le frali paglie aggavignava , 

Proromper vidi a tutta zuffa i venti, 

Che, la gravida messe sradicando, 

Per un gran tratto prostravano a terra 

Lei lestè si superba ; e '1 negro turbo 

Cotanto imperversar, che fin rapia 

Al campo, e disperdea per le vane aure 

Le lievi paglie e le volanti stoppie. 

Sovente ancora il ciel stroscia a torrenti, 



— 14 — 

E le nubi nell'àer condensate 

Portan procella orrenda con gran piova ; 

L'etere dall'altissimo mina, 

Ed i bei colti insieme e le fatiche 

De' bovi colle immense acque dilava: 

I fossati se n'empion; ne ringorgano 

Con gran strepito gli ampi alvei de' fiumi, 

E con fervidi flutti il mar ne freme. 

Cinto del tenebror folto de' nembi 

Lo stesso Giove per lo ciel viaggia, 

E della man rovente il folgor vibra. 

Scossa a quel moto , la terrestre trema 

Immensa massa; fuggono le fere, 

E l'orgoglio degli uomini s'adima. 

Ei col telo fiammante, ora le vette 

D'Ato, or quelle di Rodope, ed or quelle 

Degli acuti Geraunii scoscende. 

Gli austri intanto il soffiar van raddoppiando; 

Densissima rovesciasi la pioggia, 

Ed all'immane infuriar del vento 

Ora gemono i boschi ed ora i liti. 

Di ciò temendo, il mensual del cielo 

Cangiar tu nota e delle stelle i segni; 

'Ve, di Saturno il freddo astro ricovre, 

Ed in quali sue strane orbite vago 

S'aggiri il foco del cillenio Dio. 

Ma pria venera i Numi, e sovra l'erba 

Di sue fatiche lunghe riposando, 

À Cerere possente i sacri onori , 

Secondo l'annual rito, tributa, 

Poiché del verno ogni asprezza disparve, 

E primavera ornai ride serena. 

Àllor pingui gli agnelli, allora i vini 

Più delicati eh' unqua sieno, allora 

Soavi i sonni e d'ombre ameni i monti. 

Tutta la gioventù della campagna - 

Per te Cerere adori; e tu, con favo 

Commisto a latte e grazioso vino, 

Fa'libamenti, e fa' che addutta intorno 

Alle tenere biade, la propizia 

Vittima tre fiate si raggiri : 



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— 15 — 

£ tutto il coro e la folla compagna 
La seguano esultanti, e schiamazzando 
Chiamili la Dea benigna alle lor case. 
Né ponga alcun giammai la falce al piede 
Della matura messe, anzi che, il crine 
D'un ra mescei di quercia inghirlandato, 
Di Cerere in onor con villan garbo 
S'agiti in rozze danze, e carmi intuoni. 
Ed acciò possiam noi per segni certi 

11 caldo antiveder, la pioggia, e i venti 
Che ne apportano i brividi del freddo, 
Giove medesmo statuì di quali 
Cose ammonisse la mutabil luna; 
Dell'imminente quietar degli austri 
Ciò che indicio ne porga, e ciò che mille 
Volte osservato dal cultor, l'induca 
Più presso a casa a ritener l'armento. 
Se di subito il vento si scatena, 
O tosto la marea si rabbaruffa, 
Ed un fragor che non annunzia piova 
S'ode stormir dalle montagne; o i lidi 
Suonano da lontan come un lamento , 
E cresce, e cresce il mormorio de' boschi. 
Coi curvi pini già crucciasi l'onda, 
Se dal' liquido piano interminato 
A gran foga rivolano gli smerghi, 
E portano il gridio loro alle rive; 
E se sovra l'asciutto la marina 
Folaga si sollazza, e l'aghirone, 
L'usate sue paludi abbandonando, 
Spicca il volo e travalica le nubi. 
E spesso allor che sulle mosse è'1 vento , 
Vedrai cader precipiti dal cielo 
Notturni fuochi; e retro lor per l'ombra 
Splender biancagna lunghissima striscia: 
E le pagliuzze spesso e le coscoglie 
Vedrai far molinello, ovver natanti 
Sopra dell'acqua giocolar le piume. 
Ma se'l fulmine scoppia dalla plaga 
Del truce Borea, o -se la magion tuona 
D'Euro o Zefiro, i fossi acqua a ribocco 



— 16 — 

Versan per tutti i campi, ed il nocchiero 
Ammaina sul mar Tumide vele. 
Unqua pioggia improvvisa uom saggio colse: 
O'I segnale ne dier r aeree grue, 
Ch' anco in vapore la vider levarse 
Dal fondo della valle e fuggir via; 
Ovver la vaccarella alzando il muso 
Nell'aer fiutolla ad allargate nare; 
O la stridula rondine volando 
Girossi e rigirossi attorno al lago; 
O nel pantano l'antiqua querela 
Vociferanti gracidar le rane. 
Anche più spesso , fuor de' ciechi alberghi , 
Le formiche pel trito angusto calle 
Portaron l'uova lor; dal mar, dai fiumi 
Linfe bevve l'immenso arco dell' Iri; 
Ed in quel cbe riedea dalla pastura, 
Un branco innumerabile di corvi, 
Agitando le dense ale, fé romba. 
Già i varj augei del mare , e quei che attorno 
Agli asii prati, ove il Gaistro in dolci 
Stagni impaluda, van spiando il cibo, 
A gara puoi vederli sparnazzarsi 
Per ispruzzar di larga acqua la schiena: 
Ora il capo attuffare, or l'onda fendere 
A nuoto, e del disio struggersi indarno 
Ch' han di lavarsi. A pioggia anco la ria 
Cornacchia accenna, e a voce alta la chiama 
Quando solinga sulla secca arena 
A suo bell'agio spaziando va. 
E pur, se'l tempo si volgea piorno, 
Ben se n'addieder le notturne ancelle, 
Mentre, il filo traendo alla conocchia, 
Videro dell'ardente lu cornetta 
11 lucignol schizzar faville, e sovra 
Funghirvi la fetente moccolaja. 
Non manco i soli e gli aperti sereni 
Antiveder potrai dopo'l mal tempo, 
E certi indizi averne; allor degli astri 
Nè radi sembran, nè debili i rai, 
E di tanto splendor bella è la luna, 



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- 17 - 

Che doverlo non sembra al suo germano; 
Nè vagan per lo ciel le pecorelle: 
Non al tepido sole l' ale spandono 
Sul lido gli alcion diletli a Teti : 
Perfino il sozzo porco allor gli sciolti 
Covoni air aria di gittar col grifo 
Dimenticosse. Ma a' più bassi fondi 
Piomba la nebbia, e su'campi si stende. 
In guardar dal comignolo il tramonto, 
La Coccoveggia l'aure non contrista 
Col serotino canto. Appar sublime 
Niso nel cielo roteando, e Scilla 
Del purpureo capei paga le pene. 
Dovunque agilemente ella fuggendo 
Fende l'etere liquido col volo, 
Ecco il nemico atroce con stridio 
L'incalza; e d'onde ei le si foga addosso, 
Ella, via trafugandosi veloce, 
Con precipite voi l'etere fende. 
Tre volte e quattro allor s'odono i corvi 
Iterar dalla rauca trachea 
Liquide voci; e spesso anco dall'alte 
Arbori dove stansi appollajati , 
Da non so qual nuova dolcezza tocchi, 
Schiamazzando fra lor menan gran festa. 
Certo lor s'apre alla letizia il core, 
Ch'ornai cessate le piogge importune, 
A riveder la desiata prole 
Rieder securi ei ponno , e i dolci nidi. 
Nè già cred'io ch'abbiano in essi infuso 
Più scorto, i numi, e previdente ingegno, 
Nè maggior sapienza incontro al fato, 
Che negli umani cor. Ma se lor tempre 
Cangino le stagioni, e le incostanti 
Nuvole per lo ciel mutin viaggio; 
Se Giove ch'ogni umor dispensa al mondo, 
Or d'Austro col soffio, or d'Aquilone 
Addensi il raro e rarefaccia il denso, 
Degli animi la tempra anco si cangia, 
E varj moti, or questi, or quei, secondo 
Che il vento assembra o dissipai vapori, 



— 18 — 

Ogni petto concepe. Indi quel misto 
Gorgheggiar degli augei per le campagne; 
Indi del gregge il saltellar giocondo; 
Indi l'allegro crocidar dei corvi. 
Se inoltre il sol fiammante , e le ordinate 
Fasi lunari osserverai, non fia 
Ch'unqua il diman t'inganni, o ti tradisca 
11 bel seren d'insidiósa notte. 
Quando la luna accoglie appoco appoco 
La solar luce che ritorna a lei, 
Se abbraccerà colle pallide corna 
Un aer fosco fosco, a' campi, al mare 
Sovrasterà diluvì'oso nembo. 
Ma di virginea porpora suffusa 
Se avrà la gota , sarà vento ; al vento 
L'alma suora di Febo ognor rosseggia. 
Se '1 quarto di dacché rinacque ( e fede 
Ciò danne idubitata) integra e pura 
Trascorrerà l'etereo sentiero, 
Quel giorno tutto, ed i seguenti, infino 
Che'l mensual periodo s'adempia, 
Senza venti saranno e senza nembi; 
E i salvati nocchier sovra la spiaggia 

I voti scioglierai Glauco cantando, 
E Panopea, e Palemóne Inoo. 

II solo anch'esso, quando nasce, e quando 
In mar si attuffa , darà segni. Il sole 
Sieguono sempre indubitati segni , 

O in cielo spunti , o dia loco alle stelle. 
S'egli di nebulose macchie tinto, 
Quando si riaffaccia all'orizzonte, 
Il vello avrà; se sdegnoso da mezzo 
Il suo cerchio ritraggerlo vedrassi, 
Di pioggia abbi sospetto: indizio è questo 
Che là dai mari, alle semente iniquo, 
Agli arbori, e ali'ovil, Noto è sull'ali. 
Ma quando in sul mattin confusi raggi 
Eromperan diversamente fratti 
Dalle nuvole folte, ovver l'aurora, 
Dal croceo di Titon letto sorgendo, 
La faccia leverà discolorata, 



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— 19 — 

Ahi che allor frale schermo alle mature 
Uve i gracili pampini saranno; 
Tanta grandin sui tetti crepitante, 
Sgomento al buon villan, già già rimbalza. 
E ciò notar più gioveranne quando, 
Al fin della lunghissima carriera, 
Esso, degli astri il re, parte dal cielo; 
Mentre spesso per noi veggionsi allora 
Vagar sul volto suo varj colori. 
Pioggia '1 cilestro annunzia, e l'igneo venti. 
Ma, se le macchie al rutilante foco 
Cominceranno a mescersi , vedrai 
Tutte cose a scompiglio ed a ruina 
Volgersi in un pel vento e per la pioggia. 
Oh! in quella notte, a veleggiar pel mare 
Niun me consigli , od anco a scior dal lido. 
Ma, se quando ne adduce o toglie il giorno 
Mostrerà '1 disco nitido e lucente, 
Indarno i nembi ti daran terrore, 
Ed invece ondeggiar vedrai la selva 
All'aquilon serenator de' cieli. 
E finalmente il sol faratti accorto 
Di ciò che meni i tardo Espero; d'onde 
La vuota nuvolaglia incalzi il vento; 
Di ciò che l'umid'austro in petto covi. 
E chi oserà chiamar fallace il sole? 
Anzi egli spesso sovrastarne ciechi 
Popolari tumulti, e fraudi, e guerre 
Covertamente sobbollir, ne avvisa. 
Ed ei, Cesare spento, anche sentio 
Pietà di Roma, quando il suo lucente 
Capo di ferrugigna ombra ravvolse . 
E'1 secol empio temè notte eterna. 
Quantunque in quella etade anco la terra 
Segni ne desse, e l'oceàn turbato, 
E infausti augelli e lamentose cagne. 
Quante volte pei campi ove i Ciclopi 
Un dì l'orme stampar, dalle squarciate 
Gole vedemmo allor l'ondeggiant'Etna 
A trabocco eruttar globi di fiamme , 
E torrenti travolvere di lava? 



— 20 — 

Germania tutta per l'ampio suo cielo 
Un rintonar di cozzanti armi udìo: 
Scossero l'Alpe insoliti tremoti. 
Anco una voce il silenzio de' sacri 
Boschi rompea con reboato immenso: 
E su quell'ora in che l'aér s'infosca. 
Vedute fur pallide larve in fogge 
Meravigliose, vagolar. Le belve, 
A dirsi orrendo 1 parlano: ristanno 
Le correnti: spalancasi la terra; 
E versan mesto pianto entro i delubri 
Gli eburnei simulacri, e quei di bronzo 
Sudano. Dilago, col furibondo 
Corno a forza abbattendole, le selve, 
Re de' fiumi l'Eridano, e per tutte 
Le campagne travolse armenti e stalle: 
Ed in quel tempo ancor non cessar mai 
Nelle maligne viscere le fibre 
D'apparir minaccevoli, nè i pozzi 
Dal mandar sangue; e le città superbe 
Desiò notturno l'ululo de' lupi. 
Non unqua altre fiate a ciel sereno 
Crosciarono più folgori, nè tante 
Comete unqua infiammaro il crin ferale. 
Perciò, fra loro avverse, e con pari arme, 
Romane schiere poi vide Filippi 
A novella tenzon precipitarsi: 
Nè fu indegno spettacolo ai superni 
Rimirar per due volte il nostro sangue 
Correre ad ingrassar l'emazie valli, 
Ed i campi dell'Emo. — E verrà tempo, 
Si verrà, che il cultor per quelle piagge , 
' Col curvo aratro rompendo la terra, 
Da scabra troverà ruggin corrosi 
Dardi latini, e, la marra pesante 
Levando, batterà vuote celate; 
E nei sepolcri aperti le immani ossa 
Ammirerà di quella fera stirpe. 
O Dei degli avi nostri, e voi che un giorno 
Avi nostri pur foste e Divi or séte ; 
E tu Romolo, e tu Vesta, che 'I santo 



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— 21 — 



Nome hai di madre, e che l'etrusco Tebro, 
Ed il romano Palatili conservi , 
Deh! non vietate almen ch'alia mina 
Del mondo questo giovine soccorra. 
Abbastanza da lunghi anni col nostro 
Sangue scontammo noi le mal giurate 
Promesse del trojan Laomedonte. 
E molto è già che la celeste reggia , 
Cesare, a noi t'invidia, e di lamenti 
S'ode suonar perchè tu cura hai troppa 
D'esti umani trionfi. E certo in terra 
Vedi confusamente agglomerarsi 
E torto e dritto: tante guerre e tante 
Dovunque imperversar: la scelleranza 
Vestir mille sembianti , anzi infiniti. 
Niun degno onore al sacro aratro: i campi 
Squallidi dappertutto, chè strappati 
Via ne sono i cultori, e le ricurve 
Falci mutate in fere spade. A guerra 
Quinci l'Eufrate, e la Germania quindi 
Movono: infra di lor rotta ogni fede, 
Le vicine cittadi escono in armi. 
Marte crudel volge sossopra il mondo. 
Tai le quadrighe, poi che da' cancelli 
Nell'agon si fogarono di lancio, 
Più corrono, più doppiano la lena. 
Invan le briglie al petto il cocchier tira; 
Veloci se lo portano i cavalli , 
Nè più '1 rapido carro intende il freno. 




FIRENZE 

COI TIPI DI MARIANO CELLI NI K C 




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