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Full text of "Carlo Goldoni: discorso di Ernesto Masi nel salone dei Cinquecento il 25 febbraio 1907. Si ..."

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CARLO GOLDONI 






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DISCORSO 

DI 

ERNESTO MASI 

NEI. SAI.ONB DEI CINCIUBCENTO 
IL. SS FEBBRAIO 1907. 




Ui iSmOEO BEL LUNGO uiHAKKi al 

MONDUKSTO NETi* PliZZECTi raTlTOLATA 

AL Goldoni, il testo dell'bpiobAfk jN 
Santa Chocb dettata da 0tni»0 MAZ- 
ZONI, E AI,TBa KOnZIE BELL'OPERA DEL 

Comitato Ooldoniabo Fioeestwo. 






FIRENZE, 

G. BARBÈRA, EDITOBE. 

1907. 





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CARLO GOLDONI 



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CARLO GOLDONI 



DISCOESO 



DI 



ERNESTO MASI 



NEL SALONE DEI CINQUECENTO 



IL 2S FEBBRAIO 1907. 



Si aggiungono le parole pronunziate 
DA ISIDORO DEL LrXGO dinanzi al 
monumento nella Piazzetta intitolata 
AL Goldoni, il testo dell' epigrafe in 
Santa Croce dettata da GUIDO MAZ- 
ZONI, E ALTEE notizie SULL'OPERA DEL 

Comitato Goldoniano Tiorentino. 



FIRENZE, 

G. BARBÈRA, EDITORE 



1907. 



FIRENZE, 692-1007. - Tipogratta Barbèra 
ÀLFANi K Vkxturi proprietari. 






no 3) 



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Altezza Eeale^ Signori ! * 



A METTERE insieme tanta grandezza ideale e 
^ storica, tanta solennità di nomi e di ricordi, 
quanta ce ne rievocano alla mente Palazzo Vecchio 
e questa sala dei Cinqttecento, con la decadente Ve- 
nezia del secolo XVIII, con Carlo Goldoni, la sua 
opera d^ autor comico, la sua vita misera e randagia 
fra cattiverie di commedianti, invidie di emuli, in- 
fedeltà, pregiudizi e capricci di pubblico, vi con- 
fesso. Signori, che non so difendermi da un certo 
senso come d' intrinseca sproporzione fra V argo- 
mento, di cui, per cortese invito del Comitato, debbo 
parlarvi, e l'imponente maestà deir ambiente, che 
ci circonda. 

* Assisteva S. A. R. il Conte (li Torino. 



— 6 — 

Per buona sorte la mia dev' essere ed è sicu- 
ramente una falsa impressione e non più. Ohe se 
quella sproporzione esistesse in realtà, non varrei 
io a superarla, ingrandendo a parole Carlo Goldoni, 
il suo tempo, la gentuccia, fra cui gli toccò di vi- 
vere quasi sempre, siccome non posso di certo im- 
promettermi di vincere colla voce questa distesa di 
spazio, che mi si apre dinanzi. 

Ma che quella sproporzione non esista, oltre a 
dimostrarlo la nobile iniziativa del Municipio pel 
secondo Centenario Goldoniano e le deliberazioni 
del suo Comitato, lo conferma una considerazione 
che basterebbe da sola, ed è questa. Carlo Goldoni 
fu un uomo di genio ed un galantuomo vero. Ora, 
quale grandezza storica vale V unione di queste due 
parti ? con qual altra può dubitarsi eh' essa non sia 
sempre proporzionata ? Celebrare quest' unione, che 
così di rado si riscontra, anche purtroppo in gra- 
dazioni intellettuali assai minori del genio, direi anzi 
<5he per la storia stessa è un ripigliar fede, un ri- 
poso, quasi una rivincita; ad ogni modo una bella 
occasione, che va colta a volo. 

Per la storia e per noi I 

Per noi pure, ai quali riaffissarci nella buona 
figura del Goldoni rasserena l'anima, e richiamare 
-a lui i pensieri di molti, a quella felice indole di 



puro artista e di galantuomo, sembra, nei tempi che 
corrono, adempiere non solo un dovere di legittimo 
orgoglio nazionale, ma di alta moralità pubblica, let- 
teraria e civile, in uno di quei momenti, in cui più 
vivo se ne sente il bisogno. 

Non v'aspettate da me novità a proposito del 
Goldoni. Già ch'io sia, poco o molto, uno specialista 
di studi goldoniani è (per valermi appunto dell' in- 
tercalare d'un personaggio del Goldoni) una spi/ri- 
tosa invenzione di qualche amico benevolo, e non 
altro. In ogni caso a minuzie d' indagini e d' analisi 
né il tempo, né il luogo, né l'occasione si preste- 
rebbero e, quanto a novità di critica rivelatrice, 
non v' ha, secondo me, gran strada da fare, ma piut- 
tosto un pericolo da evitare, quello d'andar giù di 
strada e finire in una trasfigurazione del Goldoni 
(i sintomi allarmanti non mancano) da non ricono- 
scerlo più. 

Determiniamo il posto del Goldoni nella storia 
letteraria del secolo XVIII, di quel fatidico secolo, 
ch'egli ha vissuto quasi intiero, dal 1707 al 1793, 
di quel fatidico secolo così pieno di intimi e strani 
contrasti, in cui tanto della vecchia storia e della 
vecchia vita italiana finisce e tanto della nuova in- 
comincia. Pino a verso la metà del secolo XVIII 
il Seicento protende ancora la sua ombra. L'aspetto 



— 8 — 

vero del nuovo secolo si delinea soltanto dopo 
il 1748; per l'Italia nella pace di oltre quarantanni, 
che segue al trattato d' Aquisgrana, sebbene certe 
tendenze nuove comincino a palesarsi, anche prima ; 
V Arcadia, per dirne una, la quale pretendeva d' es- 
sere una riforma. 

Ma che cosa riformava l'Arcadia? Il di fuori 
appena ! Il contenuto no ! Gliene sostituiva, se mai, 
uno più ridicolo e più vano. Il Goldoni, che, com- 
plimentoso com'è, si arreca a gloria d'essere stato 
accolto tra gli Arcadi col soprannome di PoUsseno 
FegeiOy è il primo a riderne, siccome è il primo a 
sentire, quasi istintivamente (l' arte del Goldoni non 
è fiore di stufa, né di biblioteca), quel che bisogna 
davvero mutare, il di dentro cioè, l'intrinseco, il 
contenuto, sostituendo alle falsità della vecchia let- 
teratura seicentista, nonché ai tentativi di riforma 
del Metastasi© e dell' Arcadia, la natura, il vero, la 
realtà. Così è, che la vecchia letteratura muore con 
l'Arcadia, e l'Arcadia con essa. Il Metastasi©, no; 
il Metastasi©, poeta vero, di cui si dilegua bensì, 
come un'ombra, il pseudo-eroico mondo dei suoi 
melodrammi, ma con cui la parola, quantunque né 
ricca, né colorita, sfoggia talmente tutta la sua 
potenza musicale da finire tutt'una colla musica e 
dar luogo all'unico capolavoro artistico del Sette- 



i 



— 9 — 

cento Italiano, che sia divenuto veramente mon- 
diale, SbìT Opera in musica. 

La letteratura nuova, la letteratura, che può 
chiamarsi del Bisorgimento Italiano^ comincia dun- 
que col Goldoni. In essa, ripeto, il Goldoni riporta 
il sentimento del vero, della natura, della realtà, e 
fu perciò giustamente paragonato a Galileo, che 
avea reso alla scienza uguale servigio. Il Goldoni 
raccoglieva così la sola tradizione, anzi la sola forza, 
che dell'infelice Seicento rimanessero ancor vive in 
Italia, e questa tradizione, questa forza, allorché si 
scontreranno, dopo la metà del Settecento, con quel 
moto largo, vario, potente, universale di emanci- 
pazione morale, intellettuale e sociale, che è il fatto 
predominante, la caratteristica principale del Set- 
tecento ed ha nella letteratura filosofica francese 
il suo maggiore strumento d' espansione, produr- 
ranno in Italia uno spirito di riforma, che è la prima 
mossa del suo Bisorginiento, e, letterariamente, pro- 
durranno, dopo il Goldoni, il Parini, il quale mira 
a rinnovare la depressa individualità italiana, e final- 
mente l'Alfieri, il quale per questa individualità rin- 
novata o rinnovantesi reclama a gran voce una pa- 
tria indipendente, libera ed una. Riassumiamo qui 
con Giosuè Carducci, con quel grande Maestro, che 
tutti piangiamo, e di cui nella critica storica della 



— 10 — 

nostra letteratura ogni parola vale un libro. La rea- 
lità del Goldoni borghese, la moralità del Parini popo- 
lano, Videalità dell'Alfieri gentiluomo (scrive il Car- 
ducci con la sua solita precisione scultoria) « tre 
modi, e tre termini, che congiunti fanno l'arte 
sovrana. » 

Nel 1748, l'anno stesso della pace d' Aquisgrana, 
il Goldoni, stato assente da Venezia cinque anni, 
rientra in patria, e scritturatosi col Capocomico e Im- 
presario del teatro Sant'Angelo, Girolamo Medebac, 
inizia veramente la sua riforma teatrale. Non per 
altro. Signori, metto in rapporto il Goldoni col 
grande fatto storico, che nel Settecento chiude le 
guerre di Successione, se non perchè quell'anno è 
decisivo anche nell' umile vita del nostro poeta, sic- 
come è decisivo per l'Italia, in cui il 1748 inizia 
quei quarantaquattro anni di pace, durante i quali 
s'andò compiendo così profonda trasformazione nei 
suoi costumi, nei rapporti delle sue classi sociali, 
nel suo pensiero civile, nelle forme e nel contenuto 
della sua letteratura. « La via era quella, dice il 
De Sanctis, e in capo alla via trovi Goldoni. » 

Carlo Goldoni ha narrato esso stesso la sua vita 
nelle sue Memorie, uno dei libri più schietti, più pia- 
cevoli, più belli, che abbia la letteratura moderna. 
Più ancora i)erò che la storia della sua vita, le sue 



— 11 — 

Meìnorie, da lui compiute a 80 anni, sono la storia 
del suo teatro, che, quanto all'agitata vita da lui 
vissuta, o non ricorda o non vuol ricordare; con- 
fonde e sbaglia le date; è come quel viaggiatore, 
che, dopo molti anni, ricorda bene le maggiori cose 
che vide ed in confuso le minime. ìfarra quanto 
basta, comunque, a dimostrare, che, messo alle pili 
dure prove, non ha piegato, se non per rialzarsi 
più forte, che è passato puro e incontaminato a 
traverso le vicende e le compagnie più corrotte e 
più corruttrici, che perseguitato e svillaneggiato 
dalle invidie, dai pettegolezzi malevoli, dalle guerre 
letterarie più accanite, dall'ingratitudine della pa- 
tria, egli può jjrendersi all' ultimo la più nobile delle 
rivincite e la più degna di lui, dimenticare le of- 
fese, non fare a' suoi offensori neppur l' onore di no- 
minarli, e per la patria, di cui è l'ultima gloria e 
da cui nonostante ha dovuto esulare per trent' anni, 
non aver parola, che non sia d'amore, mentre poi, 
con un lampo estremo di legittimo orgoglio, non 
scevro d'amarezza, dovrà pur esclamare: «sappia, 
ahimè!, la posterità, che in Francia soltanto Gol- 
doni ha trovato jjace, benessere, riposo ; » solenne 
tributo di gratitudine al grande e amabile paese, 
che l'ospitò e neppur oggi lo ha dimenticato! 



— 12 — 

La vita del Goldoni dalla sua prima fuga, nel 1721, 
da Eimini, ove il padre Pavea messo ad un'uggiosa 
scuola di logica e donde scappa a Ohioggia, ove abi- 
tava sua madre, viaggiando su un barcone preso in 
affitto da una compagnia di comici, dalla sua prima 
fuga da Eimini nel 1721 al 1736, che prende in mo- 
glie Mccoletta Conio di Genova, la donna modesta 
e gentile, di cui, dopo quasi cinquantanni di ma- 
trimonio, scriverà : « ella è la mia consolazione e lo 
è sempre stata, » la vita del Goldoni, dico, dal 1721 
al 36 e dal 36 al 48, è un po' una vita d' avven- 
turiere. 

Il Carducci (quanto mi è caro citarlo ancora !) ha 
descritto quella prima fuga del Goldoni, così profe- 
ticamente simbolica del suo genio e del suo destino, 
in questi versi bellissimi: 

.... Al sol d' aprile 

Te fuggente la logica importuna 

Presago accolse il comico navile 

Veleggiando la tacita laguna. 
E Florindi e Lindori e Pantaloni 

Fùr la famiglia tua: d'entro i suoi scialli 

Bosaura ti dicea — Bon dì, putélo, — 
Fumavan su la tolda i maccheroni, 

Su l'albero le scimmie e i pappagalli 

Garrian. Su l'Adria ridea grande il cielo. 




— 13 — 

Presagio d'autor comico; esordio d'avventuriere; 
dvventìiriere onorato , com'egli s'intitola da sé, ma 
avventuriere non meno, tipo frequente nella società 
del Settecento e quasi sfogo e ribellione ad un or- 
ganismo sociale e politico, che era chiuso e sbarrato 
da tutti i lati. Anche il Goldoni s'attiene un po' a 
questo tipo e se, nativamente onesto, è una felice • 
varietà della specie, se dal 1736 al 1743 traversa 
un periodo di quieta e regolare prosperità, eccolo 
nel 1743 lanciato di nuovo nelle avventure e nelle 
oscurità dell' ignoto. Quante volte in questo tempo, 
dal 1721 e sino al 1748, non ha egli creduto di po- 
ter posare il piede, e il terreno gli è mancato di 
sotto? Quante forme di utile attività, quante pro- 
fessioni, al pari del Rousseau e di altri, non ha egli 
tentato, senza però mai liberarsi da quell' istinto ir- 
resistibile, che lo spingeva al teatro, ma ancora non 
persuaso di potere abbandonarglisi del tutto? È il 
tempo, che il Goldoni, riformatore del teatro, non 
ha ancora intieramente ritrovato sé stesso ; il tempo, 
ch'egli compone intermezzi, libretti per musica, 
tracce di commedie a soggetto, arie di iravura, che 
i comici imparavano a memoria e trasportavano in- 
differentemente da una commedia all'altra, o scrive 
nelle commedie la parte sola del protagonista o 
qualche scena per atto, lasciando il resto all'improv- 



— 14 — 

visazione dei comici, o finalmente tragedie, che di 
tragedia vera, die' egli stesso, non aveano che il 
nome. Vagheggiava bensì fin da ora la riforma del 
t-eatro comico, ma non osava imprenderla, sfidando 
la tradizione dei comici e i gusti del pubblico. Ciò 
dal 1736 e anche prima fino al 1743, che dovette 
' fuggire da Venezia. 

Ohe cosa gli era accaduto ? Una tempesta di guai. 
Suo fratello, soldato di ventura e pessimo arnese, 
ricapitatogli appunto ora fra i piedi, gli tira in casa 
un capitano di Eagusi, al momento preciso, eh' era 
vscoppiata la guerra di successione al Ducato di 
Parma. Costui mescolavasi d'arruolamenti clande- 
stini, che compromisero il Goldoni, suddito della 
neutrale repubblica di Venezia e Console di Genova 
fino dal 1741. Di più il Eaguseo gli scrocea seimila 
lire con una cambiale falsa, e in pari tempo le poche 
rendite, che il Goldoni ritraeva da Modena, donde 
originava la sua famiglia, gli erano state sospese per 
causa della guerra. Che fare in tale frangente! 
Mutar aria, e diffiatto parte colla moglie, poi si 
ferma a Bologna, incerto se va a Genova per giu- 
stificarsi, o a Milano in busca di guadagni, o a Mo- 
dena per riaver le sue piccole rendite. Per consiglio 
d'un comico, che avea incontrato a Bologna, andò 
invece a Bimini, quartier generale dell'esercito spa- 



— 15 — 

gnuolo in questa fase della guerra per la Successione 
Austriaca. Ecco dunque il Goldoni di nuovo fra 
armi ed armati, come già gli era accaduto contro 
ogni sua voglia, a tempo della guerra per la Suc- 
cessione Polacca, ed eccolo divenuto una specie di 
poeta e direttore di spettacoli al servizio del Gene- 
rale De Gages, comandante dell' esercito spagnuolo. 
Ma al sopravvenire degli Austriaci gli Spagnuoli 
si ritirano. Fra i due contendenti il Goldoni e sua 
moglie, smarrito tutto il loro bagaglio, restano soli, 
abbandonati, traversando a piedi campagne deserte ; 
il Goldoni pigliandosi in collo la moglie per guadar 
torrenti e ruscelli. Finalmente, tornato a Eimini, 
il Goldoni s' imbatte negli Austriaci e da vero rap- 
presentante della neutralità veneziana è bene ac- 
colto da questi, come lo era stato dagli Spagnuoli ; 
anzi senza uno scrupolo al mondo (quale scrupolo 
del resto! che cosa doveva importare al Goldoni, 
ehe la prammatica sanzione assicurasse o no a Maria 
Teresa la successione imperiale di Carlo VI?) senza 
uno scrupolo al mondo accetta subito dal principe 
Lobkowitz, comandante l'esercito austriaco, l'inca- 
rico di comporre una serenata, clie ebbe questo ti- 
tolo magnifico : La Pa^e consolata per le felicissime 
nozze della Serenissima Duchessa Marianna d^ Au- 
stria col Serenissimo Principe di Lorena. Musicò 






— 16 — 

tutta questa felice serenità, un Napoletano, Fran- 
cesco Maggiore, detto Ciccio, e il Lobkowitz com- 
pensò poeta e nmestro con una borsa piena di zec- 
chini di Venezia, doppie di Spagna e quadrupli di 
Portogallo, elle i due artisti si divisero fraterna- 
mente. 

11 Goldoni se ne venne a Firenze. Vi è venuto 
due volte; tre se si conta una breve gita, che vi 
fece da Pisa, e la prima volta fu nel 1744. Venne 
anch' esso, come poi il Manzoni, pel famoso bucato 
dei suoi cenci letterari nelle acque lustrali dell'Arno 
e per famigliarizzarsi coi Fiorentini, « testi viventi, 
dice esso, della buona lingua italiana, » e non fece 
in sostanza né l'una cosa, né l'altra. Il che non gli 
impedì tuttavia di foggiarsi da sé più tardi lo stru- 
mento migliore pel suo dialogo comico, di cui non 
s' ebbe in Italia, e non s' avrà forse mai, un altro 
più eflScace, più rapido, più gaio del suo. Lo dice 
un Fiorentino, che se ne intende, Ferdinando Mar- 
tini ! La dimora del Goldoni in Toscana é ad ogni 
modo una sosta nella sua vita d'autor comico. Sia 
stanchezza delle passate traversie, sia che dubiti di 
sé e della sua vocazione (sgomenti passeggeri d'ar- 
tista vero), si fissa in Pisa per quattro anni pastore 
Arcade ed avvocato, e poco più pensa al teatro, fin- 
ché nel 1748 gli si presentano due commedianti fa- 






i 






— 17 — 

mosi, il D'Arbes e il Medebac, i quali, come i mes- 
saggeri di Goffredo Buglione, che richiamano Rinaldo 
all' onore delle armi, richiamano il Goldoni sul suo 
campo di guerra. 

E guerra vera fu il suo ritorno a Venezia e il 
suo ridarsi tutto al teatro ; guerra lunga di 14 anni 
con tutte le sue vicende di vittorie e di sconfitte, 
d' insidie e di sorprese, di soldati, che si sbandano, 
di alleati, che tradiscono, di gioie supreme, di ama- 
rezze crudeli, di sorrisi lusinghieri e di abbandoni 
imprevedibili di fortuna; guerra, che avrebbe pro- 
strato qualunque anima meno perfettamente equili- 
brata di quella del Goldoni ; guerra, in cui il trionfo 
finale fu suo e in cui nondimeno dovette cedere il 
campo ad avversari, che non lo avevano vinto. 

La riforma del teatro italiano, quale la pensava 
e vagheggiava il Goldoni, e che fino a questo mo- 
mento era stata da lui appena appena accennata e 
tentata, è ora intrapresa a tutt'uomo, ed il punto 
massimo di essa consiste nel sostituire la commedia 
di carattere e di costums a tutti gli informi e deformi 
spettacoli, allora in voga, e più di tutto alla com- 
media delVarte, o commedia all' improvviso, ricaduta 
ormai quasi del tutto alle sue umili origini, alla 
mimica e ai lazzi convenzionali dei saltimbanchi e 
dei giocolatori di piazza. 



— 18 — 
Cito ancora il Carducci, così esatto sempre: 

La commedia dell'arte si dormìa 
Ebra vecchiarda^ ed ei con un suo gesto 
Le spiccò su dal fianco disonesto 
La giovinetta verità giulìa. 

La novella Eva è creata! E a tanta impresa il 
Goldoni fu mosso prima di tutto dal suo istinto e 
dal suo genio d' artista, poi altresì da quello spirito 
novatore e riformista, che agita, come dissi, tutto 
il secolo XVIII e a cui il Goldoni partecipa, non 
dirò colla determinatezza del Parini e degli altri 
riformisti nostri di quel tempo, ma partecipa esso 
pure e gli farà anzi esagerare talvolta V uflScio mo- 
rale, a cui può pretendere il teatro, il quale non è 
né pulpito, né cattedra, né tribunale, bensì rappre- 
sentazione della realtà. Ed in questa rappresenta- 
zione della realtà, con evidente intenzione di satira, 
il Goldoni precorre il Parini e gli altri riformisti 
nostri del secolo XVIII e spesso li sorpassa, tant' é, 
che quando, nel 1748, imprende a rinnovare il teatro, 
se anche fa da prima qualche concessione al mal 
gusto del suo pubblico, non tarda però a palesare 
i suoi intenti artistici e morali nelle due forme, che 
saranno il fondamento dei suoi trionfi maggiori, la 
commedia popolare e la commedia di costume, la 
Futa Onorata^ vero dramma della povertà onesta. 



— 19 — 

elle resiste alle seduzioni della ricchezza, ed il Ca- 
valiere e la Dama, satira del cicisbeismo patrizio, 
una moda divenuta ormai nel Settecento un'insti- 
tuzione sociale, in cui, come poi nella Dama Pru- 
dente, nelle Femmine Puntigliose, nel Festino e in 
altre di tali commedie, le passioni e le scempiaggini 
umane, che sono sempre le medesime, sono messe 
in contrasto col costume, che può mutare e che la 
commedia si propone di mutare; eccellenza d'arte, 
che fa della commedia un' azione presente e nel 
tempo stesso un documento storico del passato. 

Ma e' è di più. Ricordiamoci che la filosofia filan- 
tropica e razionalista del secolo XVIII, siccome poi 
le primitive associazioni massoniche e le teorie del 
Rousseau, muovono da un concetto astratto, che era 
allora comune e si respirava, per così dire, nell' aria, 
il concetto della bontà nativa dell' uomo e della po- 
tenza indefinitamente progressiva della ragione. 
L' uomo nato con queste due qualità (l' ipotesi dia- 
metralmente opposta al primordiale gorilla del Taine) 
avea diritti inalienabili, anteriori ad ogni legge scritta, 
provenienti dalla legge di natura, e in nome di que- 
sti assalì poi tutto l'ordine sociale esistente, e non 
tanto i governi in particolare, quanto e pii\ gli abusi, 
i privilegi, le superstizioni, su cui quell' ordine so- 
ciale poggiava. 



— 20 — 

Orbene, di questo concetto si risente pure il Gol- 
doni. ISon è filosofo di professione, né di sistema, 
ma lo è di sentimento, e questo sentimento, oltre- 
ché dall'indole e dall'ingegno, gli proviene dalla 
sua già lunga ed aspra lotta per la vita, dai suoi 
molti ed intimi contatti con persone di condizioni e 
di opinioni diverse, e ancora da' suoi studi del di- 
ritto, la parte forse più solida e meno irregolare 
della sua coltura. Se non si tien conto di ciò non 
si conosce intiero il Goldoni ; non si spiegano certe 
uscite improvvise di qualche personaggio delle sue 
commedie: ad esempio, le identiche teorie, che il 
Rousseau espone nel Discorso sulV origine delU ine- 
guaglianza fra gli uomini, che é del 1754, e nel Con- 
tratto Sociale, che é del 1762, compendiate dal Gol- 
doni per bocca di Madama Jevre nella Pamela, che 
é del 1750; non si apprezza abbastanza l'aspetto 
sanamente democratico e profondamente simpa- 
tico della sua commedia popolare di fronte al di- 
sprezzo non dissimulato, e che il contemporaneo 
Carlo Gozzi denunziava come un crimenlese, con 
cui é atteggiata per lo più la classe dei nobili, e 
finalmente la trasformazione graduale, che il Gol- 
doni fa del carattere di Pantalone, da lui trovato 
abbiettissimo nella Commedia delV arte e via via in- 
nalzato sino a farne uno degli interpreti principali 




— 21 — 

delle idee morali e civili, che lia voluto propugnare 
sul teatro. 

Nelle commedie del Goldoni Pantalone è il hor- 
ghese, non ancora conscio pienamente de' suoi di- 
ritti, ma che già li sente e vuole rialzarsi, recla- 
mando contro ogni sopruso in nome del buon senso 
e della giustizia o, se costretto a piegare, non rasse- 
gnantesi senza protesta, la sola difesa, che resti alla 
ragione e al diritto, quando la prepotenza vi sopraffa. 

Se in fatto di morale però le idee del Pantalone 
Goldoniano sono ferme e sicure, nei rapporti fra le 
classi sociali si ferma invece in un probabilismo un 
po' ambiguo, che scarta la lotta come inutile e con- 
siglia una morale pratica, che, se non altro, insegni 
a vivere senza urti e coi minori contrasti possibili. 
La filosofia un po' scettica, la morale un po' pessi- 
mista del Goldoni (scetticismo e pessimismo inevi- 
tabili in chi osserva l' uomo davvero) si fermano in 
questo termine medio e non vanno più oltre di così. 

Il Goldoni è un riformista, molto probabilmente 
(ed io lo credo) un Massone ; un Massone (intendia- 
moci!) della prima maniera y come dimostrano la sua 
intrinsichezza coi due Inglesi, il Murray e lo Smith, 
che avevano appunto istituita la Massoneria in Ve- 
nezia, e la sua commedia Le Donne Curiose, evi- 
dente apologia dei Massoni. 



— 22 — 

Ma chi del Goldoni, per sua maggior gloria, vuol 
fare un rivoluzionario, sbaglia non meno di quello 
ingenuo editore sonzogniano delle Memorie, il quale 
mette insieme il povero Goldoni, dopo trent' anni di 
vita appena mediocre, morto fra i debiti e la miseria, 
coi grandi epicurei, provocatori, coi loro sperperi e 
le spensierate baldorie, della Eivolùzione francese. 

Queste estremità superlative, in un senso o nel- 
V altro, non convengono al Goldoni, né come uomo, 
né come artista. Fra chi ne fa un reazionario gau- 
dente, un leggerone timido e superficiale e che non 
la vuol rotta coi nobili e coi potenti, e chi, per le 
sue due commedie, V Amante Militare e la Guerra, 
lo gabella per un pacifista ed un antimilitarista dei 
giorni nostri, come se tutti i nostri riformisti mag- 
giori, da Pietro Verri all'Alfieri, non avessero di- 
sprezzate ugualmente le vili milizie mercenarie del 
Settecento ed il Goldoni per di più non ne avesse 
avuto in famiglia uno dei peggiori esemplari; fra 
chi vuol vedere nelle Baruffe OMozzotte, perché 
Pa/ron Toni s'augura di potere, senza intermedio 
di rivenditori, contrattar esso il pesce coi consuma- 
tori, un accenno preciso alla necessità di mutare le 
relazioni tra capitale e lavoro, o nélV Impresario 
delle Smirne, perchè vien proposta una società per 
carati fra i cantanti, aflSne di fare a meno dell' Im- 






— 23 — 

presario, un vero programma d'aflfrancamento dei la- 
voratori dagli sfruttatori capitalisti, fra queste estre- 
mità fantastiche, dico, sta il Goldoni vero ; ed è un 
altro. Su tali questioni anzi egli lia, per caso, una 
volta occasione di dire il suo pensiero nella dedica 
della sua commedia La Castalda, e se ammette 
certe premesse morali del socialismo odierno (e chi 
non le ammette?), la sua però è P opinione d'un 
conservatore liberale (mi duole affibbiargli una qua- 
lifica, che oggi in alto ed in basso ha così poca 
fortuna) e nulla più. 

Quanto a ritrarre l'immagine storica della so- 
cietà del Settecento, ricorderò le parole del Car- 
ducci: « Che fecondità, e quanta fluidità di colori! 
ma che tristi disegni ! » Per questo appunto il Gol- 
doni la rappresenta così al vivo. Non assalì l'oligar- 
chia veneziana, perchè egli idolatrava la sua vecchia 
repubblica. Ma tutti quei Conti, Marchesi e Duchi 
Ifapoletani, Lombardi, Eomani, Bolognesi, Toscani, 
o grulli, o corrotti, o corruttori, che compariscono 
nelle sue commedie, sono una satira amara della 
decadente aristocrazia italiana, la veneziana com- 
presa, e sia pure il Goldoni affetto da una specie 
di sordità politica (sarebbe oggi il caso di dire : « fe- 
lice lui ! »), tuttavia non è dubbio, che nei tipi di 
bonarietà e rettitudine borghese e plebea, che suol 



— 24 -- 

contrapporre a quei nobili, v'è un vago presen- 
timento di catastroli o per lo meno d'imminenti 
trasformazioni sociali. H Goldoni dà torto a quei 
nobili, cicisbei e cavalieri serventi, che, abbassando 
sé stessi, hanno abbassata la classe, la quale, poste le 
condizioni del terzo stato, come erano jmma della 
Eivoluzione francese, raccoglieva in sé quasi ogni 
decisiva azione sociale e guastava quindi di riflesso 
anche la borghesia e la plebe; non dà segno però 
di augurare una ribellione ; pare che vagheggi tutt'aì 
più un giusto messo, la futura gran dottrina costi- 
tuzionale e borghese; ma dà torto altresì a quei 
Musteghiy nella commedia immortale, che pensano 
trovar rimedio a tutto nell' immobilità, nelle vecchie 
massime, nelle vecchie tradizioni. Oltrepassa essa 
questa commedia le quattro mura borghesi della casa 
di Sior Limar do Or ossola e mira essa più in alto? 
È forse troppo ardito affermarlo, ma certo è che 
qui la vita ed il tempo sono così profondamente 
scrutati dal (loldoni nelle intimità domestiche da 
dovere di necessità trovare applicazioni e riscontri 
anche al di fuori e al di sopra di quelle intimità. 
Poco o nulla sfugge insomma all'acutezza dell'os- 
servazione del Goldoni e all' ironia del suo sorriso. 
Non gli sarebbero sfuggiti nei)x>ur gli abati e il pre- 
latume arcadico di Eoma, tijn da commedia, dice 



— 25 — 

lui, ma purtroppo interdetti alla scena, e dovette 
quindi contentarsi, allorché fu in Eoma fra il 1758 
e 59, di ritrar dal vero gli Innamorati. 

Consoliamoci che questo pure è uno de' suoi ca- 
polavori, ed uno di quelli soprattutto, i quali con 
più evidenza dimostrano, che se egli ha saputo va- 
lersi della vivacità, della varietà di movimento sce- 
nico e della moltiplicità di situazioni comiche, che 
erano proprie della vecchia Commedia deWa/rte^ tanto 
da superare in questo il Molière, è arbitraria ed in- 
giusta quella tendenza critica odierna, che, accata- 
stando ricerche vane e conclusioni paradossali, vuol 
provare non aver esso fatto altro in sostanza che 
perfeziona/re la Commedia delVarte, come se le poche 
tracce, che ne possediamo, potessero darci idea 
esatta di quel eh' essa era in realtà, mentre con- 
sisteva tutta nella genialità degli attori, e come se 
il Goldoni l'avesse vista in pieno Seicento e cioè 
nel fulgore della sua gloria, e non già decaduta e 
ridotta appena un'ombra di quel eh' era stata. 

I quattordici anni, che il Goldoni, con poche in- 
terruzioni, passò a Venezia dal 1748 al 1762 segnano 
la parabola ascendente del suo genio, e in essi la 
sua riforma teatrale è compiuta. In quei quattordici 
anni, la foga, la fecondità, la spontaneità della sua 
creazione artistica sono vertiginose. La sera del 



— 26 — 

10 febbraio 1750 (Martedì grasvso), per rialzarsi con 
un colpo d'audacia da una grande sconfitta, pro- 
mette per l'anno comico seguente 1750-51 sedici 
commedie nuove e tiene la promessa; anzi ne dà 
diciassette, poi, scioltosi dal sordido Medebac, passa 
al teatro San Luca, dove per tener testa alla ri- 
valità dell'abate Chiari, cervello sgangherato e ba- 
lordo, e per le esigenze del teatro più ampio, ri- 
corre alle commedie eroiche, romanzesche, « sforzi 
d' ingegno, dice il Tommaseo, abbandonato dagli 
uomini, tradito dai tempi. » E così è in realtà. — 
Non si perdonava al trionfatore ! — Oggi erano i 
pettegoli dei caflFè e del BidottOj che lo assalivano ; 
domani i pedanti e retrivi, che con Carlo Gozzi e 
l'Accademia dei Granelleschi lo colmavano di vitu- 
perii ; un altro giorno il Baretti, che con la Frusta 
letteraria gli s'avventava alle calcagna; un altro 
ancora Carlo Gozzi, che opponeva sul teatro le Fiabe 
alle sue commedie, e il pubblico le gradiva. Con- 
tuttociò fino a tutto il Carnevale del 1761 si nove- 
rano del Goldoni ben altre sessanta commedie, com- 
prese molte delle sue opere maggiori, la trilogia della 
Villeggiatura, la Locandiera, gli Innamorati, la Casa 
Nova, le Baruffe CMoszotte, i BustegM; liete, fresche, 
gloriose commedie, spiranti *anche oggi una giovi- 
nezza immortale. 



— 27 — 

Nondimeno nel 1762 il Goldoni accetta la pro- 
posta, già fattagli da tre anni, di andare a Parigi 
a scrivere per il teatro della Commedia Italiana. Fu 
stanchezza di tante lotte, disgusto di tanta ingrati- 
tudine, speranza di nuova gloria e di lucri maggiori ? 
Porse di tutto un poco! Si dolse bensì di lasciar 
Venezia, ma tanta era l'elasticità della sua fibra, che 
non tardò a riaversi, e le festose accoglienze, rice- 
vute nel suo viaggio a traverso l'Italia, finirono di 
consolarlo. Impiegò quattro mesi e mezzo per an- 
dare da Venezia a Parigi (un ricordo storico, che 
potrebbe servire ai difensori obbligati del disservizio). 
Partì da Venezia il 15 aprile; giunse a Parigi il 
26 agosto 1762. 

Ma qui lo aspettava un cruccio forse maggiore, 
quello di dover subito sconfessar quasi l'opera sua 
e tornare a tutta quell' arte vecchia e barocca, che 
aveva detronizzata in Italia. Trov^, ciò nonostante, 
la forza di conseguire la più bella corona, cui po- 
tesse ambire uno scrittor comico italiano, quella di 
dare una commedia perfetta al teatro comico fran- 
cese, mentre poi colla meravigliosa commedia il Ven- 
taglio (certo superiore, per valore artistico, al Bourru 
Bienfaisant) s'era già vendicato, per così dire, del 
suo forzato ritorno aUa Commedia deWa/rte^ costrin- 
gendola al servizio dell' arte comica più premeditata 



— 28 — 

e più raffinata, perocché il Ventaglio è quasi l'ultima 
parola, l'ultima varietà della trasformazione assoluta, 
che il Goldoni ha fatto della vecchia commedia del- 
Varie nella sua commedia popolare. 

Furono luci di tramonto, ma tramonto degno di 
così splendida giornata!! 

La sua vita però si dibatte sempre fra mediocri 
agiatezze e difficoltà dolorose, le quali, dal 1763 al 67,. 
lo aveano già tirato giù di strada e fatto di lui un 
maestro d'italiano alle principesse reali. Ne ritrasse 
prima una condizione discreta, poi una pensione,, 
che, aspettata per anni, lo rialzò, mentre affogava 
nei debiti. Scoppiata poi la rivoluzione e soppres- 
sagli la pensione nel 1792, i suoi giorni finirono 
nella più squallida miseria. 

Come non dà segno il Goldoni d'essersi avvista 
in Francia di quelli che furono i sintomi e i pre- 
cedenti morali, politici e sociali della rivoluzione, 
così non ci risulta quali giudizi e impressioni essa 
destasse nell'animo suo, quantunque vi vivesse in 
mezzo fino al giorno della sua morte, che fu il 6 feb- 
braio 1793, sino quindi alla vigilia dell' interregno 
del Terrore, durato dal 2 giugno 1793 al 27 lu- 
glio 1794. Argomentando da ciò, che è noto, dai lieti 
I>ronostici, eh' egli fa delle prime riforme tentate da 
Luigi XVI, si direbbe aver egli creduto, come poi 



— 29 — 

il Manzoni, che quelle riforme bastassero, e la ri- 
voluzione non facesse altro che sciupare ciò che s'era 
avviato così bene da sé. 

Comunque, è una strana antitesi di destino, che 
la tragedia rivoluzionaria, come ha scritto il Car- 
ducci, 

Alii, la tragedia, orribil visiono, 

Al ^aii comico autor chiuda l' etate! 

B si ripensa anche oggi con tristezza profonda 
al padre della commedia italiana, che nella solitaria 
stanzetta della me pavée Saint-Sauveur, mentre gli 
giunge r eco dei tumulti e delle stragi, che infuriano 
nell'immensa città^ agonizza vecchissimo, quasi cieco, 
miserabile, assistito dalla povera moglie, la sola, che 
può avergli dato in nome d'Italia l'ultimo addio. 

Pure le antitesi pel Goldoni non erano ancora 
finite, e se fa grande onore alla Convenzione avergli 
il 7 febbraio 1793, sulla proposta di Giuseppe Ma- 
ria Chénier, restituita la pensione, c'è da stupire, 
sentendo il Chénier vantare il civismo del pacifico 
e riformista Goldoni, e quanto il Goldoni si com- 
piacesse di morir Francese e repubblicano. Vuoisi che 
il Chénier fosse interrotto da un precursore del- 
l' odierno galatèo parlamentare, il quale gli gridò: 



•"•* 



— 30 — 

« scendi dalla tribuna, canaglia ! Perchè non hai tu 
fatto prima il tuo rapporto ? gli avresti impedito di 
morir di fame, e invece già da ieri è morto ! » Ma 
al Chénier non era mai riescito prima di farsi ascol- 
tare. E il 9 febbraio ripropose e la Convenzioìie 
decretò un minore assegno aUa vedova. Non ba^ta 
ancora! Il 17 il Clavière, Ministro delle Contribu- 
zioni pulMielìv, invita gli attori del Teatro Fran- 
cese a fare una recita del Bonrru Bienfaisant a be- 
neficio della vedova e li assicura che il Goldoni 
apparteneva corpo e anima alla rivoluzione e che 
anzi il Bonrru Bienfaisant era stata un'augurale 
I)rofezia di tutto quanto stava accadendo. Il trave- 
stimento giacobino del i)overo Goldoni, abbozzato 
dal Chénier, diviene così, per bocca del Clavière, 
pieno e compiuto. 

A traverso ciueste rettoriche e forse, in quel mo- 
mento, opportuniste trasfigurazioni del Goldoni, resta 
per noi che egli ha dato all' Italia un vero e grande 
teatro comico, ritraendo la povera vita italiana del 
Settecento, (juale s'era ristretta nel cuor di Vene- 
zia; di Venezia, decaduta bensì, ma libera ancora, 
e forse da quella qualunque libertà trasse egli la 
forza di elevarsi ad un concetto di riforma, con cui 
la vecchia letteratura finì e s'inaugurò quella del 



H 



I 
f 



— 31 — 



Bisorginiento d'Italia. Non è soltanto un poeta ver- 
nacolo il Goldoni e autore d'una commedia locale. 
j JJ italianità sua sta nel concetto della sua riforma, 

che si vale in tutto, trasformandole, di tradizioni 
letterarie e teatrali italiane; sta nella sua vita, per- 
chè egli percorre l'Italia, non col vagabondaggio 
j galante, gaudente o ciarlatanesco, allora in voga, ma 

1 perchè ógni città d'Italia accolga e sanzioni la sua 

i 

l riforma; sta finalmente nella sua stessa commedia, 

perch'egli coglie i suoi tipi ovunque in Italia, o 
eleva a tipi umani le individualità speciali o locali, 

j che ha ovunque osservate. 

Signori, l'Italia è accusata, e non a torto del 
tutto, di moltiplicare un po' troppo queste celebra- 

' zioni di centenari, di giubbileì, d'anniversari, non 

T sempre con piena sincerità, spesso anzi, più a be- 

neficio dei vivi, che dei morti, o per pretese glorie. 



\ { sulla cui indiscutibile realtà non tutti possono con- 

cordare. Ma noi possiamo, la Dio mercè, celebrare 

i ! con intiera e tranquilla coscienza il centenario della 

nascita di Carlo Goldoni. Penso, con orgoglio d'ita- 
liano e con tenerezza d' amico, che tra ventott' anni 
potranno dire altrettanto quelli, che celebreranno il 
primo centenario della nascita del Gra^ide^ che testé 
abbiamo perduto, di Giosuè Carducci. Siamo certi 






— 32 — 

noi e saranno certi essi di non essersi lasciati pren- 
dere all'amo di nessuna fatua celebrità, strombaz- 
zata a comodo di settari e di politicanti ; siamo certi 
noi, e saranno certi essi, di celebrare un uomo 
buono, un vero grande i>oeta, una vera e grande 
gloria italiana. 



PAROLE PRONUNZIATE 

DA 

ISIDORO DEL LUNGO 

DINANZI AL MONUMENTO 
NELLA PIAZZETTA INTITOLATA AL GOLDONI, 



Giosuè Carducci, — il Poeta che su questa riva 
d'Arno educò la forte giovinezza nella visione del 
passato, e presentì, annunziò, minacciò la rivendi- 
cazione imminente della patria; — il Poeta che in 
Santa Croce, donde or noi qui veniamo, pianse il 
« verno » che incombeva grigio e silenzioso sul- 
l'Italia già fiorente alle sue primavere di rinasci- 
mento, e giovane e ignoto fremeva che in quei sacri 
avelli vivesse « qui solo, e invan, la patria nostra 
antiqua^ » vivesse fra quei grandi morti coi quali 
oggi la nazione a lui accomuna, se non può la 
tomba, la gloria ; — Giosuè Carducci in sonetti del 
suo bronzo fiammante gettò la figura di Carlo Gol- 
doni, quale dalle vicende della vita venturosa emerse, 
nella giocondità dell'arte, pittore insuperato del- 
l'umano e del vero. 

E tale, in una delle sue piazze frequenti di po- 
polo e gaiamente rumorose del più agevole e snello 
fra i dialetti d' Italia, Venezia ha dedicata la statua 
del suo Poeta. Dinanzi a quella statua, si dimen- 



— 34 — 

tica il doloroso distacco dalla patria che lo lasciava 
andare a finire oltr' alpe, direttore non fortunato di 
teatro, e scrittore d' altre commedie e delle sue Me- 
morie nella lingua straniera, e precettore di prin- 
cipesse e pensionato di Corte, poi, nella bufera della 
rivoluzione, sino alla vigilia della morte gittato in 
disparte ; si dimentica tuttociò volentieri, dinanzi 
a quella statua : nella quale rivediamo invece, e sa- 
lutiamo fra i suoi cari Veneziani, il Goldoni poeta 
della città sua ma per l' Italia (così abbiamo testé 
scritto e consacrato in Santa Croce), poeta de' tea- 
tri di Sant'Angelo e di San Luca, e su que' teatri 
restitutore della commedia dalle licenze della pla- 
teale recitazione alla rappresentazione della realtà 
secondo gì' intendimenti morali dell' arte. 

Quel Goldoni in campo San Bartolommeo è come 
un reduce festeggiato in famiglia : anche i colombi 
della laguna gli svolazzano intorno, e gli si posano 
sulle spalle vezzeggiando. Da quasi ormai un quarto 
di secolo, Venezia libera, Venezia italiana, ha per 
tal modo degnamente ammendato verso il grande 
e affettuoso figliuolo i torti di Venezia decadente 
e prossima alla sua trista rovina. Sia lecito alla no- 
stra Firenze compiacersi che questa bella statua, 
appiè della quale noi deponiamo oggi la corona del 
secondo centenario, fosse da gentili spiriti pensata 
più di cinquant' anni fa e voluta con perseverante 
proposito, dalle autorità cittadine e dallo Stato fa- 
vorita; per le difficoltà dell'eseguire indugiata sol 
quanto, e con migliori auspicii, il Terenzio italiano, 
nelle forme geniali con che lo evocava dal marmo 
lo scalpello valente di Ulisse Cambi, potesse alla 



— 35 — 

luce, non pur del sole ma della libertà, salutare i 
nuovi destini d' Italia. La statua, collocata nel 1873, 
senza rito di cerimonie, in una estate travagliata 
di ansietà e pericoli di pubblica salute specialmente 
nel Veneto, fu, dopo esitanze sulla scelta del luogo, 
assegnata a questa piazzetta, che oggi, nel dì cen- 
tenario, riceve e porterà d'ora innanzi il nome glo- 
rioso di Lui; Egli è qui da trentaquattro anni fra 
gli allegri rumori del passeggio signorile de' nostri 
Lungarni: e nel grazioso recinto sul quale ei so- 
vrasta, il chiacchiericcio popolano della borghesia 
e della plebe a lui care fa a' suoi piedi come un 
coro festoso di quella toscanità, di cui egli fu am- 
miratore sgomento ma tuttavia ricercatore amoroso. 
Firenze e Pisa, le due città dell'Arno, lo ebbero 
autor comico e avvocato ; e le memorie di quel sog- 
giorno allietano più d'una pagina del libro dov'egli, 
straniato ormai dall' Italia, le memorie di tutta la 
sua, non sempre lieta, vita con filosofica serenità 
raccolse e descrisse. I nostri eruditi e i nostri gen- 
tiluomini furono suoi amici e suoi protettori : le 
nostre incipriate Accademie, con le loro esercitazioni 
ingegnose, gli offersero piacevole trattenimento ; la 
luminara di San Eanieri e gì' ipogei di Volterra ri- 
masero fra le ricordanze sue più vivaci : e del no- 
stro paese raffigurandosi quanto di bello e di buono 
ci aveva trovato, esclamava : « È un paese incan- 
tevole. » Quel salutare sgomento poi della sincerità 
della lingua, che qui più vivamente gli si faceva 
sentire, tradusse in uno scatto di comica impa- 
zienza : « Mio Dio, bisogna dunque esser proprio 
nati in Toscana per arrischiarsi a scrivere italiano ? » 



— 36 — 

Ma tu non sapevi, o grande artefice del sorriso, 
effigiator della vita, fedele interprete del nostro na- 
turai conversare, come e quanto, per le armonie 
che il dialetto congiungono all'idioma e unificano 
le plebi d'Italia nella primogenita delle genti la- 
tine, come e quanto toscana fosse nello spirito e 
nelle forme, che non son fatte di desinenze, quella 
tua veneziana sincerità. Non sapevi quanto ne' tuoi 
BiUstegM, nelle tue CMozzotte, ne' tuoi Gortesani, 
nel tuo Pantalone y si ravvivasse di pensiero e di 
sentimento italiano, soflfocati e semispenti da quando 
la caduta della libertà fiorentina avea segnato al- 
l' Italia i secoli tristi della sua decadenza servile, 
e lo snaturamento del suo pensiero e della sua pa- 
rola. È vero ; il tuo italiano non vale di gran lunga 
il tuo veneziano : ma se, come tu ci hai narrato, 
la Mandragora del Machiavelli, uno de' capilavori 
di nostra lingua, fin dalla prima giovinezza ti fece 
sentire quella commedia di carattere della quale tu 
dovevi assorger maestro ; Firenze può ben aggiun- 
gere alle glorie sue italiche ancor questa : che dalla 
grande letteratura umanistica che qui fu dal sug- 
gello dell' idioma consacrata, abbiano avuta ispira- 
zione e l'uno e l'altro de' due instauratori del teatro 
italiano; e che il Segretario della nostra Eepub- 
blica come all'Alfieri fu esempio e maestro nell' in- 
terpretare la gloria di quella Eoma antica che egli 
risuscitava sulla scena, così a te additasse dal vivo 
e dal vero quotidiano gli avvolgimenti e i variabili 
aspetti dell'umana natura. 

E un' altra cosa tu non sapesti, o Poeta di Ve- 
nezia e d'Italia: che quella plebe, la quale tu fa- 



— 37 — 

cevi, pur con le sue maschere motteggiatrici, esser 
popolo consapevole; quella plebe che per le mani 
de' patrizi sfiniti e degeneri perdeva la patria; sa- 
rebbe a distanza di pochi decennii risorta popolo 
eroico, a riassumere e patria e libertà ; e Venezia 
assediata, Venezia schiacciata ma non vinta, avrebbe 
fatto nella coscienza del mondo civile le vendette 
di Venezia tradita. 

Questo dinanzi alla tua gloria noi oggi pensiamo 
e sentiamo, superbi della tua effigie tra noi, qui al 
sole delle miti nostre primavere, o Carlo Goldoni. 
Ed anche pensiamo, e il cuore ci batte più forte, 
che qui a pochi passi da te, sulla Piazza d'Ognis- 
santi, i tuoi Veneti hanno voluta e posta la statua 
di Daniele Manin ; e che dalla collina di Settignano, 
Niccolo Tommaseo, che fu con lui alle estreme di- 
fese contro lo straniero oppressore, inalza la fronte 
pensosa : simbolo, egli dalmata che volle morir fio- 
rentino, di quella italianità che V idea e l'azione, il 
lavoro e il martirio, hanno mantenuta e propugnata 
e fatta trionfare, e riserbano, ne abbiam salda fede, 
alle future immanchevoli vittorie del diritto nazio- 
nale e della giustizia fra le genti pacificate. 



Epigrafe in Santa Croce dettata da Grino Mazzoni. 



CARLO GOLDONI 

CHE GLI AKIMI E I COSTUMI 

OSSERVATI CON SORRISO SAGACE 

NELLA SUA VENEZIA E PER L'ITALIA 

DONÒ VIVI AL TEATRO E ALLA STORIA 

POETA GIOCONDO DI UN POPOLO 

DESTINATO A RITEMPRARSI 

FIRENZE POSE 

NEL XXV FEBBRAIO MCMVII 

SECONDO CENTENARIO DELLA NASCITA 



MANIFESTO DEL COMITATO ESECUTIVO 

PER LE ONORANZE A CARLO GOLDONI 

IN FIRENZE. 



CONCITTADINI, 

Il 25 febbraio si compiono due secoli da che nasceva in 
Venezia Carlo Goldoni, V instanratore del teatro moderno, che 
Oiosue Carducci, un altro gi'ande spirito di cui la patria in 
questi giorni piange la dipartita, invocava : 

O Terenzio dell'Adria, al cui pennello 
Die Italia serva i vindici colori.... 

Alle onoranze che Venezia sua ed altre città italiane pro- 
mossero per tale memorabile data, un Comitato cittadino ha 
pensato dovessero accompagnarsi quelle di Firenze, che al- 
l' itale glorie ha consacrato, non soltanto il Tempio vetiisto 
del suo Comune, ma una secolare tradizione e un culto devoto. 

Renda Firenze tributo di memore affetto al commediografo 
insuperato, il quale dette alla scena italiana umane figure a 
cui l'arte impresse il sorriso d'una giovinezza immortale. 

n dì 25 del corrente mese Ernesto Masi C(m dotta e geniale 
eloquenza, in Palazzo Vecchio, nel Salone dei Cinquecento, 
dirà degnamente di Lui ; e quel giorno stesso si scoprirà una 
targa commemorativa nel tempio di Santa Croce e al nome del 
Goldoni s' intitolerà la piazzetta dove sorge il monumento che, 
prima d'ogni altra, la città nostra gli inalzava. 

Preluderanno a queste onoranze, il giorno 24 febbraio, una 
pubblica mostra di cimelj goldoniani che s' inaugurerà nella 
sala di Luca Giordano a Palazzo Riccardi, e una rappresenta- 
zione goldoniana che la R. Scuola di Recitazi(me farà la stessa 
sera nel Teatro Tommaso Salvini. 



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COXCITTADIXI, 



Firenze, che fu sempre x^itria ospitale agi' ingegni, ad ogni 
battito del cuore della patria rispose ne' nuovi tempi con un 
fremito suo : i)ercbè i nostri campanili si chiamano la Torre 
di Giotto e quella d'cmde Michelangelo folgorava sulle milizie 
straniere. 

Firenze, 19 febbraio 1907. 

IL COMITATO ESECUTIVO : 

Isidoro Del Lungo, Presidente. 

Guido Biagi, Guido Mazzoni, Vicepresidenti. 

Carlo Gabbri elli, Tesoriere. 

Giovanni Barni, Ugo Ojetti, Adolfo Orvieto, Segretari. 

11 Comitato Fiorentino per le onoranze a Carlo Goldoni, 
sotto il x)atronato di S. A. K. il Conte di Torino e la presi- 
denza onoraria di Tommaso Salvini, è cosi composto : 

Annaratoiie sen. cornili. Angelo, Prefetto di Firenze — Niccolini 
march, sen. comm. Ippolito, Sindaco di Firenze — Carpi cav. aw. Ar- 
turo, Presidente della Deputazione Provinciale di Firenze -— Corsini 
principe sen. don Tommaso -- Torrigiani march, sen. comm. Pietro — 
Del Lungo sen. colimi, prof. Isidoro — Mautegazza sen. comm. prof. 
Paolo — Sai vini comm. Tomiuaso — Villari sen. comm. prof. Pa- 
squale — Aiitinori march. Piero — Bastogi conte comm. Giov. An- 
gelo — Biagi comm. prof. dott. Guido — Corcos comm. prof. Vit- 
torio — De Giosuè Enrico — Fucini prof. comm. Renato — Gabbrielli 
cav. av\^. Carlo — Geriiii march. Piero — Malenotti cav. uff. dott. 
Gaetano — Mantegazza comm. Vico — Masi comm. prof. Emesto — 
Merci Oli. cav. avv. Cesare — Ojetti Ugo — Orvieto aw. Adolfo — 
Pandoliìui on. conte Roberto — Placci Carlo — Pucci on. cav. aw. 
Domenico — Rasi cav. jirof. Luigi — Rosadi on. avv. Giovanni — Ser- 
ristori conte Umberto.