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Full text of "Commedia di Dante Allighieri"

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*££<?. 3 




HARVARD 
COLLEGE 
LIBRARY 



Canto l!UP«raaiso 



Teraina 16, 




Quando Beatrice in> snl ' suturerò fiorisco 
fidi rivolta, e riguardar nel sal& . 



COMMEDIA 



DANTE ALLIGHIERI 



Dante. Paradiso, 



& 



COMMEDIA 



DI 



DANTE ALLIGH1ERI 



CON RAGIONAMENTI E NOTE 



>i 



NICCOLÒ TOMMASEO 



IL PARADISO 



FRANCESCO PAONONI, TIPOGRAFO EDITORE 

4869 



AV.fc*«4 



Harvard Collepre Library 

G-ift of 

THEODOKjU w. KOOH, 

Class of 1893, 

22 May !£&& 



•xjà 



Tip. di Franco vo Paglioni.* ^ ^ 



IL PARADISO 



IL PARADISO 

CANTO I. 



▲RGOViPfTQ. 



Sorge il sole. Beatrice in lui guarda, Dante in Bea- 
trìce; s'innalzano alla sfera del fuoco. Ella gli spiega com'è 1 
possa vincere la gravità propria , e salire, perchè tratto 
verso il suo principio , a cui lo porta invincibile amore. 
Amore è, per Dante, ogni affetto, ogni istinto, V attrazione 
de' corpi. È questo rammenta la dottrina del Canto XVIII 
del Purgatorio. 

Parte del primo Canto é comentata dal Poeta stesso nella lettera 
a Cane, ma In modo scolastico e pedantesco. Pure dimostra come 
ogni invenzione ed espressione sua fosse ponderata : sebbene assurdo 
sarebbe imaginare che egli a tutte quelle cose pensasse innanzi di 
comporre o nelP atte. 

Nota le terzine 1, 3, 5, 7, 8, 10; li alla 15; 17, 18, 20. fH, 83, 
«, 36, 37, 31, 35, 38, 39, 45, 46, 47. 

1. Lia gloria di Colui che tutto muove, 
Per T universo penetra ; e risplende 
In una parte più, e meno altrove. 

«. (F) Gloria. Ezech,, XMII, 5 : La liai., LXVT, J : // cielo è mio seggio, 

casa era piena della gloria di Dio. — la tetra sgnimtlo tte' piedi miei, - 

Vsfirf. Joan ,1,5: Tutte te co*p per Y! t s: La tetra è Bietta della gloria 

- furono falle. AugusL: t'.m tutto dì Ini. Habac, 111,1?: La giuria di ini 

MìtQic né egli é mosso* — Penetra, risaperne ì eletti e detta ina lode e 

Ifeoie, ietterà alCane: Pentirà qua ti- piena la terra. l»sai. XV ni, t : ì cieli 

td aireiscnza > risplende guanto al* narrano ta gloria iti tuo. Eccli. XLI1, 

l'eMcre. Conv. , HI, il: // prima t&\ Detta gloria dei Stawrt è piena 

agmte t cioè Dio^pìnge la sua virtù t'opera *im, Jer.. XX Ih, ai: It citta 

in cote per modo di diritta raggio t e ta terra io riempio. PsaUCXXXVJII, 

t In cose iter modo di splendore rin- :,!&: Dove me n'andrò dotto spirito 

mbcratùi onde nette intelligenze i tuo. e dove dalia faccia tua fuggirò? 

magìa la divina luce senza meìi.o p Se ascenda ut cielo, ivi sei; sedi* 

utth attre si ripercuote da queste scendo all' abisso* eccoti. Rao. \, :: 

tutiitigeìnc prima illuminate. Dan- Lo Spirito dei Signore ha ripieno 

i' 1 , lettera a. Caoe: La ragione evi* V universo, Parmhl di qiieeil passi 

finemente dimostra che II lume {fi- sono risalì da Danlu nella le itera u 

r ino, cioè ta bontà, sapienza e prov- Cane. Ditìn., Div, Moni.: tt proceder? 

t'ftfeftxa, ri&ptende per ogni dove, della virtù divina penetrante ogni 

dunosi.; Iddio è tutto iti cielo , in i:o*a. Sona. : La virtù spiri ivate pt- 

trtra ; per ogni dove egli ti tutto, ne ir a per tutti i corpi. 



PARADISO 



2. Nel ciel, che più della sua luce prende, 

Fu* io; e vidi cose, che ridire, 

Ne sa né può qual di lassù discende. 

3. PerctY, appressando sé al suo disire, 

Nostro intelletto si profonda tanto, 
Che retro la memoria non può ire. 

4. Veramente, quant'io del regno santo 

Nella mia mente potei far tesoro, 
Sarà ora materia del mio canto. 

5. buono Apollo, all' ultimo lavoro, 

Fammi del tuo valor sì fatto vaso, 
Come dimandi a dar l'amato alloro. 



9. (L) Qual : qualunque. 
(F) Ciel. Tropologicamente, dice 
Pietro, ti Paradiso è lo sialo dei vir- 
tuosi che sono in gioia ed in fama. 

— Fu*. Ovid. Fast , I ; Felice* ani- 
mos, quibus hatc cog no scere primi*, 
Jnque domos supera» scandere cura 

Ìuitt Citato da Pietro. -> Ridire. 
)aoie, Rime: Quel ch'ella par quan- 
d' un poco sorride, Non si può dicer 
né tenere a mente. - Amor.,. Move 
cose di tei meco sovente, Che l'intel- 
letto sovr" esse disvia... non son pos- 
sente di dir quel ch'iodo della donna 
mia. E certo e* mi convien lassare in 
pria, S' io vo' cantar di quel eh' odo 
di tei. Ciò che lo mio intelletto non 
comprende; E di quel che s'intende 
Gran parie., perche dirlo non saprei. 

— Sa. Ad Corinih., 1, 44. 9: Né occhio 
vide né orecchio udì , né xalsero in 
cuore d'uomo le cose che Dio ha pre- 

§ aralo a co turo che l'amano. • 11, 
II, 4 : Udii arcane parole che non è 
lecita ad uomo ridire — Discende. 
Joan , III, 43: Nessuno ascenderà al 
cielo se non discende di cielo. Una 
visione ne' Bollandisii : Né il cuor 
mio può ritornare a intendere alcuna 
cosa di lui, e neppure a pensarne ; ne 
può trovarsi parola ehe lo esprima 
o risunni; e neanco il pernierò può 
ragq fungere quelle cose. Essi Boll , 
t, 49t: Vidi cosa verace, piena di 
mne*tiì. immensa , ta quale V non so 
ridire, 

s tu ùi*lre; ntl' oggetto del suo 
de£i(lt!irio* a Dio, — ire riandando 
qui-l Hu> l^tiiLuiii-itn pensò 

(SLi f)Uìre. Purg.,XXiV,t. 37: 
Tlen alto tur tlixio. — Desiderium 
chiami Catullo hi donna amala. 

iV) Pereto: 'a,: Molte cose in- 
tendiamo iti Dio . the esprimere non 
possiamo. •— Dixxr?. Dante, lettera a 
Cane : il desiderio dell' intelletto 



umano, che è Dio, in questa vita, es- 
so intelletto , per essere connaturale 
ed alfine alla sostanza intellettuale 
separata dalla materia, si leva a con- 
siderar lo; ma attor a e' *' innalza tanto 
che la memoria, dopo il ritorno di 
lui, viene meno, per essersi trasceso 
V umano modo. - Intelletto. Dante , 
lettera a Cane: Molle coseper intel- 
letto, vediamo alte quali i segni vocali 
mancano , il che Platone dimostra 
ne' libri suoi, assumendo forme tras- 
late a significarle. — Memoria. Aug. 
sup. Gen. XII: Paolo, dopo veduta 
nel suo rapimento V essenza di Dio , 
si ricordo di molte delle cose vedute 
(non tulle). 

4 (t) Veramente : pure. 
(SD Veramente Purg., VI, t. 45 — 
Tesoro. Inf., Il, l. 3 Agostino: Traggo 
dalla mia memoria, quasi da tesoro , 
le cose. Alberi. I, so: Te sa uri del tuo 
sapere. 

8. (L) Fammi : ispirami si che il 
mio canio sia crual lu richiedi per 
dare la corona dell'alloro amalo da 
le per amore di Dafne. 

(SD Buono , JEa., I : Bona Juno. 
Ha senso amicissimo di bene. — La- 
voro. Bue, X: Extremum hunc, Are- 
thusa, mihi concede laborem. — Vaso. 
Eccli., XLIII 3: Sol .. vas admir abile, 
opus Excelsi. Inf II, l 40: Vas d'ele- 
zione. •- Come. JEa.,\i: Pii vaies , 
et Phebo (tigna loculi . — Dimandi. 
Altri legge dimanda dar, intendendo 
Impersonai nenU richiedevi a dare : e 
potrebbe a lanino piacere di più -- 
Amalo Ovid M»;l , I : Semper fiabe- 
buni Te coma, tecilharae, te no s trae, 
laure, pharetrae, 

(K) Apollo. Pietro per Apolline in- 
tende ta virtù intellettiva delle co- 
se celesti. Apollo e le Muse In Dante 
son simboli. 



CANTO I. 



6. Infino a qui l'un giogo di Parnaso 

As^ai mi fu: ma or con amendue 
M'è uopo entrar nell'aringo rimase 

7. Entra nel petto tuo, e spira tue, 

Sì come quando Marsia traesti 
Della vagina de le membra "sue. 

8. divina Virtù, se mi ti presti 

Tanto, che F ombra del beato regno, 
Segnata nel mio capo, io manifesti; 
9 Venir vedràmi al tuo diletto legno, 
E coronarmi allor di quelle foglie 
Che la matera e tu mi farai degno. 

10. Sì rade volte, padre, se ne coglie 

Per trionfare o cesare o poeta 

(Colpa e vergogna delle umane voglie), 

11. Che partorir letizia in su la lieta 

Delfica Deità dovria la fronda 
Peneia, quando alcun di sé asseta. 



, e. (L) Amendue : coll'aura che spira 
d' ambedue: 

(SD Giogo. Ovid. Met.,1: Mons 
ibi verticibus petit arduus a* ir a duo- 
bus, Nomine Pamassus, tuperatque 
cacumine nubes. Lucan. , III : Par» 
nassusque jugo. . desertus utroque. - 
V: Gemino petit aelhera colle. Slat. 
Theb. : Bicorni jugo. Bue. , X : Par- 
nassi... juga y£n , VII; Pandi te ti une 
Helicom , Drae, contusa uè movete. 
Elicone e Cilerone , Cirra e Nisa so- 
no! due gioghi. Con Bacco sul Citerò» 
ne stavano , dice Probo (al 111 delle 
Georgiche, v 43), le Muse, invocate 
da Dame sinora. Ora chiama ad Apol- 
lo. Ovid. Mei. , X : Nunc opus est le- 
viore tura Georg. , III : Nunc [vene- 
randa Pales, magno nunc ore sonati- 
dum.— Con. Entrar nell'aringo coi 
gioghi, non pare bello. 

(?) Giogo. Parnaso, dice Pietro, 
è l' universale dottrina : I' un giogo , 
la scienza ; 1* altro, la sapienza. Ago- 
slino (de Duci. Chr.) distingue la 
scienza umana e la capienza di Dio. 

7. (D Tue: tu. — Marsia: lo vinse 
nel canto e lo scorticò. 

«SL» Petto. jEiì , VI: Siimulos sub 
pectore verlit Apollo. — Spira. Ala , 
VI: SU mini fan nudità loqui. sii 
numine v estro Fondere res... — Mar- 
Ma. Ovid. Ilei., VI. Gl'indotti audaci. 
Nel I del Purgatorio rammenta le pi- 
che. Indegna compagna la vendetta 
alla gloria. 



8. (L) Mi ti; me a le. >- Ombra: 
quel po' che rammento. 

(SD Virtù, vffn., VI : Ardens ève- 
xit ad aelhera virtus. — Presti. Ovid. 
Fasi., I: Da mini te placidum: de- 
deris in carmina vires. — Ombra. E 
negli aurei Latini e ne' Padri, adum- 
bratus vale leggermente delinealo, 
come a contorni d'ombra. — Segnata. 
Purg., XXXIII, i. 27 : Segnato è or da 
voi lo mio cervello. Ancora più ma- 
teriale di qui. 

9. (L) Vedràmi : mi; vedrai. — Le- 
gno: alloro. — Foglie. Di cui mi Tara 
degno l'alio soggetto e la tua ispi- 
razione. 

(SL) Diletto. Ripete il dello nella 
terz. 5 

40. (SD Padre. Titolo di tulli gli 
Dei, dice Servio. — Cesare. Petr. , 
son. sss : (all'alloro) Onor d'impera- 
tori e ài poeti. Mene a paro poeta e 
Cesare, ma il nome di poeta é quel 
che piùdura e più onora. Purg., XXI, 
t 29 * 

44 (D Dovria: tu dovresti ralle- 
grarli quando alcuno desiderala tua 
corona — in su: nella. 

(SD Partorir... in su non pare 
hello; segnatamente, soggiunta V i- 
uiagine dell' assetare. -- lieta. Pro- 
prio della divinità. Purg . XVI , 30 ; 
Par., Il, 40, 48. — Delfica. Uor. Carni., 
I, 7 : Apoltine Delphos Insignes. — 
Pentia. Ovid. Met. f I. 



10 



PARADISO 



12. Poca favilla gran fiamma seconda. 

Forse diretro a me con miglior* voci 
Si pregherà perchè Cirra risponda. 

13. Surge a' mortali per diverse foci 

La lucerna del mondo : ma da quella 
Che quattro cerchi giunge con tre croci, 

14. Con miglior corso, e con migliore stella 

Esce congiunta, e la mondana cera 
Più a suo modo tempera e suggella. 



is (L) Seconda : segue a piccola 
favilla, a'acceode di lei. — Si pregne- 
rà da altri. - Cirra : il giogo sacro 
ad Apollo. 

(SL) Poca, liberiano, 1, ss: Di 
pìccola favilla nasce gran fuoco , e 
piccolo incominciamenìo qenera gran 
Tatti. — Seconda, peir. Tr. -delia Fa- 
ma : Ed un gran vecchio il secondava 
appresso." Piretro. Georg., IV: Alis 
posi me memoranda retinquo, — Ri- 
sponda : Bue, X : Non canimus sur* 
als: respondent omnia silvae. Purg., 
Vili, t. 94; Chiami Là dove agl'inno- 
centi si risponde. 

45. (M Foci: ond'esce 11 sole. — 
Quella foce. Quand' è in Ariete. — 
munge: congiunge. ., , 

(SL) Foci Quasi fiume di luce. 
— Lucerna. jGn. t 111 : Phaebeae Lam- 
padis. Segneri : II sole che è un mon- 
do di splendore , con tutto ciò nel 
concavo del suo cielo non compari- 
sce quasi più che una tampona so- 
spesa dalla sua volta. Hai biasima il 
Casa questo lucerna, che non è lucer* 
nina d'olio, né lanterna di sbirro; 
ma suona luce, e con la piccolezza 
dell'imaglne fa anzi risaltare la gran- 
dezza de mondi , e presagisce al di 
là della dottrina tolemaica >la coper- 
nicana. 

(F> Quattro. C Ant. 1 Siccome , 
giunto il Poeta all'isola dei Purgato- 
rio, cominciò le sue osservazioni ce- 
lesti all' oriente : così da considera- 
zioni astronomiche su quella regione 
del cielo in prospetto della quale ter- 
minava la seconda cantica, muove Pul- 
ii ma parte del sempre più mira bile suo. 
viaggio, lo virtù del moto annuo dei 
sole per un cerchio massimo diffe- 
rente dall'equatore, questa sublime 
Lucerna del mondo sorge a' mortali 
per diversi luoghi delr orizzonte a 
oriente , spuntando ora più presso , 
ora più remoto rispetto ai punti di 
tramontana e di mezzogiorno: ma 
da quel luogo o da quella foci 1 del- 
l'orizzonte medesimo , che viene de- 
terminata per l' incontro simultaneo 
di altri tre cerchi, l'equatore, l'eclit- 
tica e ileoluro degli equinosil , re- 



puta Il Poeta che la luce solare esca 
a noi Più propizia, quando sia diret- 
ta a miglior corso e trovisi congiunta 
a stella migliore. Coi quattro cerchi 
pertanto, che con la loro tlntersezlo- 
ne formano tre croci . è indicato 11 
punto cardinale di levante; ma sic- 
come per tal foce sortfe il sole due 
volte ranno ai mortali, Il Poeta to- 
glie l'ambiguo notando la circostan- 
za del miglior corso del sole slesso 
e della sua congiunzione con stella 
migliore, circostanza che addila la 
primavera , nella quale li grande lu- 
minare è con le stelle d'Ariele, favo- 
risce le nostre regioni di maggior 
luce e calore, è in via di recarci l'e- 
state, e con questa la maturazione 
delle biade e del frutti. Insomma il 
Poeta ha voluto significare come al 
gran volo che imprende a narrarci , 
concorrevano le migliori condizioni, 
che la natura potesse offrirgli: e per 
lai modo riconfermasi la speranza 
da lui concepita allorché gli fu dato 
uscire dalla selva selvaggia (lof., 1, 
37 a 45). — L'anonimo: Li quali quat- 
tro circoli s'intersecano in un punto, 
cioè nel principio dell'Ariete, quan- 
d'è in Ariele che tocca l'orizzonte. 
Quivi, dice Pietro, Il sole ha la sua 
maggiore efficacia. 11 Postillatore 
• Caetano per le ire croci Intende le 
virtù teologiche, perchè la croce è 
il segno della fede; pe' quattro cir- 
coli, le virtù cardinali; e il sole di 
giustizia che le illumina. 

u (L) Modo. Simile a sé. — Sug- 
gella: con vivifico lume dispone ed 
Informa le cose mondane. 

(SL) Miglior. Perchè rende uguale 
il giorno a tulli gli abitatori della 
terra. — stella. L'ariete prossimo 
all'equatore. Coov., Il, 4 : Le stelle... 
sono più piene di virtù... quando 
sono più pretto a questo cerchio. Poi 
■nella primavera è più piena la vita, 
lof., I, t. is: E'I sol montava in su 
con quelle stelle... Coov. : Altrimenti 
è disposta la terra nel principio del- 
ta primavera a ricevere in sé la in- 
formazione dell'erbe e delti fiori, e 
altrimenti lo verno, Petr.» Canz. ss: 



CAATO 1. 

15. Fatto aveà di là mane e di qua sera, 
Tal foce, quasi; e tutto era là bianco 
Quello emisperio, e l' altra parte, nera : 

10. Quando Beatrice in sul sinistro fianco 
Vidi rivolta, e riguardar nel sole. 
Aquila sì non gli s'affisse unquanco. 

17. E sì come secondo raggio suole 

Uscir del primo, e risalire insuso 
(Pur come peregrin che tornar vuole); 

18. Così dell'atto suo, per gli occhi infuso 

NelFimagine mia, il mio si fece ; 

E fissi gli occhi al sole oltre a nostr' uso. 



li 



Alla slagion che il freddo perde, B 
le tulle migliori acquistati fona. - 
Modo. Par., VI : Pretto al tempo che.] 
tutto, il del volle Ridar lo mondo , 
a tuo modo, sereno. 

a. (I) Sera: sul monte sorgeva II 
sole , alla (erra nostra cadeva , — 
Quello del Purgatorio. — Altra: no- 
«ira. 

(F). Bianco. [Ant.D Di là, cioè sul 
sommo della montagna, ov' era il 
Poeta, aveva Tatto giorno a levante; 
e di qua nell'emisfero di Gerusalem- 
me era quasi sera a lai foce. Si am- 
miri la coerenza delle locuzioni che 
adopera il Poeta : il sole era già nato 
per quella sommità, e intanto di qua 
non era ancora sera affatto; lutto 
quello emisperio era là bianco, dal 
«ole, cui Beatrice rivolse lo sguardo ; 
ma l'altra parte, eioè l'opposta, non 
dice che fosse tutta nera : e ciò per- 
chè? Per la grande elevatezza del 
Paradiso terrestre, dalla quale pro- 
cederà una notevolissima depressio- 
ne d'orizzonte, siccome dicemmo a 
suo luogo: per il qual fallo come 
nella penultima sera prosegui a ve- 
dere || sole; ancorché tramontato 
ali orizzonte razionale del Purgato- 
rio, e ricomparso a Gerusalemme, 
cosi io questa mane dovea vedere 
quell'astro prima che si occultasse 
all'opposto emisfero, o che queir o- 
riuome dalla parte orientale toccas- 
te. Quel che soggiunge che Beatrice 
si volse In sul sinistro fianco a ri- 
guardare nel sole , è pur detto pro- 
priamente; perchè, se avevano in 
Prospetto per l'appunto il levante. 
Per guardare 11 sole bisognava di- 
nuire gli occhi dalla parte sinistra, 
avendo esso una declinazione borea- 
* di circa I) gradi, e però trovandosi 
tra oriente el>orea. Che più dobbia- 
mo ammirare la fantasia poetica, o 
la valentia matematica > 

•ML) Unquanco .mai. 



(SL) sinistro. Il Purgatorio è ao- 
tipodo a Gerusalemme. Quella, posta 
di qua dal tropico di (Cancro; onde 
il monte dev'essere di là dal tropico 
di Capricorno : e come di qua sorge 
il sole a destra, di là deve a manca. 

— àquila. Agostino . dell 1 aquila (lo 
Joan. XXXVI): Chi degli aquilotti 
guarda fiso il sole è riconosciuto per 
figlio ; se l' occhio gli trema , \è la- 
sciato dall' artiglio cadere. — C7*i- 
quanco. Compito e franco come oel- 
llnf. XXXIV : Vele di mar non vid'io 
mai cotalA. Forma simile nella terzi- 
na 87. 

(F) Beatrice. Quella il cui amore 
gli innalzò 1' anima al cielo , al cielo 
gli è guida. Ecco ragióne perchè Bea- 
trice era simbolo della scienza divi- 
na; perchè ella al bene, e. quindi a 
Dio lo innalzò. Conv. : Per cielo in* 
tendo la sdentale per cieli le sciente. 

47. (L) Sì come: come raggio rifles- 
so segue al diretto e risale; cosi ve- 
dendola guardare in su, in su guardai. 
(SL) Peregrin, Bella imaglne e af- 
fettuosa nella bocca d'uomo esule. 

(F) Secondo. [Aot.3 In quella gui- 
sa che . un raggio venente dall' alto , 
ritorna in su, pur come peregrio che 
tornar vuole, quando sia giunto alla 
mela del suo cammino ; cosi dell'atto 
di Beatrice guardante il sole si fece 
l'alto del Poeta, cioè fu il medesimo 
alto, ma come riflesso , procedendo 
da Beatrice per direna maniera, per- 
colendo in qualche modo nell' anima 
del Poeta, e da essa tornando, non al 
luogo di sua origine, ove neppure 
torna il raggio reflesso , ma all' o- 
bielto di queir allo . che era il sole. 
Jl Poeta dunque s'aflisò anch' egli in 
quest* astro, al contrario di quel che 
usiamo di fare, che non possiamo af- 
fisarvici. 

18. (L) imagine: senso e pensiero. 

- Uso : non abbaglialo. 



12 



PARADISO 



19 Molto è licito là, che qui non lece 
Alla nostra virtù, mercè del loco, 
Fatto per propio dell' umana spece. 

20. V noi soffersi molto, né sì poco, 

Ch' io noi vedessi sfavillar dintorno, 
Qual ferro che bollente esce del fuoco. 

21. E di subito parve gforno a giorno 

Esser aggiunto, come Quei che puote 
Avesse il ciei d'un altro sole adorno. 

22. Beatrice tutta nell'eterne ruote 

Fissa con gli occhi stava: ed io, in lei 
Le luci fìsse, di lassù rirnote, 

23. Nel suo aspetto, tal dentro mi fei 

Qual si fé' Glauco nel gustar dell'erba 
Che '1 fé' consorto in mar degli altri dei. 

24. Trasumanar, significar per verba 

Non si poria : però Y esemplo basti 
A cui esperienza Grazia serba. 



(SL) Infuso. Slat. Achill., I : Oculi 
infusum sensere diem. 

(F) Imagine dice e l' idolo della 
cosa sensibile, e l'idea che lo spirilo 
in sé ne stampa. — OccM La scienza 
di Dio guarda in allo; l'uomo in lei, 
e s' innalza. La scienza sacra , dice 
Agostino, perfeziona C intelletto , e 
indirizza l'affetto. 

49. (Li Loco : paradiso terrestre 
(F> Licito. Aug. : A' viventi in que- 
sta carne , e con inestimabile virtù 
crescenti nell'attività della contem- 
plazione, nuò farsi vedere della chia- 
rezza di Dio, 

80. (L) / noi... : il sole io non... 

(F) Fuoco. [Ani.] È eingoiare che 
il Poeta nel descriverci i fenomeni lu- 
cidi che si vedrebbero nel sole se pò- 
lesse riguardarsi a nostro beli* agio 
coli' occhio nudo , viene a supporre 
che alla superficie del grande lumi- 
nare abbia luogo una combustione; 
come quella che sperimentiamo qui 
sulla terra; e questo concetto si con- 
cilia colla opinione d'astronomi mo- 
derni valenti, 1 quali si appoggiano a 
scoperte dianzi fatte che confermano 
la probabilità dell'ipotesi. Questo che 
non può essere a caso , trattandosi 
dell' Allighleri, sembra confermare e 



la straordinaria potenza e ricchezza 
della sua menie, e la finezza delle os- 
servasi! ni de' nostri amichi ; tanto 
più ammirabile, quanto meno alutala 
da mezzi quali oggidì possiamo ado- 
prare. 

31. (L) Quei : Dio. 
(SD Giorno Entra nelja sfera del 
fuoco per salire aio luna. 

ss. il,) Rimoie: rimosse da guardar 
Il sole. 

33. (L) Glauco. Al vedere che I pesci 
da lui presKnel toccar dell' erba sal- 
tavano in mare, assaggiò di quell'er- 
ba e fu Dio marino. 

(SD Glauco. Ovid.,Het., XIII» v. 905. 
Virgilio due volle lo nomina (Georg., 
I; iEo M V). 

(F) Tal. Aug. : Quando sarai tale 
che nulla di terreno l'allei ti ; in quel 
punto di tempo, credimi, vedrai quel 
che Orami. 

s* (L) Verba: parole.— Porta: po- 
trebbe — Esemplo di G lauro. - Cai: a 
chi la Grazia riserba il provarlo. 

(SL) Significar. Som. : Significatiti 
quaeest per verba -Verba. lacopone: 
Di Dio te sanie ver ha.- Grazia. Gram- 
maticalmente ambiguo , ma non o- 
scuro. 



CANTO I. 



13 



25. S'io era sol, di me, quel che creasti 

Novellamente, Amor che il ciel governi, 
Tu '1 sai, che col tuo lume mi levasti. 

26. Quando la ruota che tu sempiterni 

Desiderato, a sé mi fece atteso 

Con l' armonia che temperi e discerni ; 

27. Parvemi tanto allor del cielo, acceso 

Dalla fiamma del sol, che pioggia o fiume 
Lago non fece mai tanto disteso. 

28. La novità del suono, e '1 grande lume, 

Di lor cagion ra' accesero un disio 
Mai non sentito di cotanto acume. 

29. Ond' ella che vedea me sì com' io, 

* Ad acquetarmi l' animo commosso, 
Pria eh' io a dimandar, la bocca aprio ; 

30. E cominciò : — Tu stesso ti fai grosso 

Col falso imaginar, sì che non vedi 
Ciò che vedresti se l'avessi scosso. 



, u. (L) Sol.» col corpo lassù, o in 
Ispirilo. - Tu: io noi so. 

(F) Sol Ad Cornuti . Il, XII, 9 : So 
eh uomo è stato rapito In Cristo in- 
tono al terzo cielo. Se nel corpo non 
*o,nè soie fuori di quello: Dio il sa. 
Mland: Bro posta in cotesto altissi- 
mo staio inenarrabile : e non so s'io 
fossi net corpo o fuori d'ego. Nel co- 
ntento di Jacopo , Paolo dicesi aver 
visitalo altresì l'inferno - Novella- 
. mente. Nel canto XXV del Purgatorio, 
ieri n, i' anima ragionevole infusa 
nel telo umano già formalo, la chia- 
ma spirito nuovo. — Governi Boel. : 
y Qui perpetua mundum ratione gu- 
"trnas, Terrarum coelìque sator t qui 
lempus ab aevo ire fubes. 
*«. IL) Ruota de'cieli. — Sempiterni: 
'« eterna. - Temperi : fai una e va- 
na. 

. .(SL) Temperi. Hor. Epist. , 1, 12 : 
JJttitf temperet annum - Carm., III. 4*: 
Qui terram inertem. qui mare tempe- 
ri Ovid U«-t , iV : Siderei qui lem. 
Pwqi omnia luce. Clc. , Somn Scip. : 
*'. . mens mundi ti temperano. Cìc. 
voigar: Tempera la celerà. Dicevasi 
anco dell'accordar gli oriuoii. 

IP) Desiderato Aggeo, II. - Iddio, 
"ttondo Aristotele , muove come a- 
■paio e desi de aio. E Platone dice 
JJe i cieli si muovono sempre cer- 
eaQao l'anima del mondo, e deside- 



rano trovarla, perchè non è in luogo 
determinalo, ma spai sa per lutto? la 
quale anima è Dio. Nel Convivio dice 
che l'empireo è cielo immobile e 
luogo di Dio; onde il primo mobile 
che sotto, si muove velicissimo, per 
lo ferveniissimo appetito che ha di 
unirsi a quello. — Temperi. L'armo- 
nia e varietà e proporzione di pani ; 
oude con viene che si discernano, cioè 
si moderino a legge certa. Platone e 
Cicerone (Somn Scip.) pongono l'ar- 
monia delle sfere. E il simile Orfeo. 
Aristotele (De coelo et mundo) nega 
cotesti suoni de' cieli. Aggiungeva 
Platone che le muse contemplano la 
armonia mandata dagli astri. 

37. (L) Tanto spazio. 

ss. (L) Suono delle sfere. 
(SL) Acume. J»Urg. , XXIV, t. 37 : 
Voglia acuta. 

so. (D Grosso : pensi troppo mate- 
riale. — Scossò IMmaeinar. 

(SL) Grosso : Inf. XXXIV : La qente 
gròssa (ignorante) il pensi , che non 
vede... E Purg., XV : Però che tu ri- 
picchi La mente pure alle cose terre- 
ne. Di vera luce tenebre dispicchi. — 
Falso. Dante, Rime: L'imaginar fal- 
lace — Scosso. Boel..* Tuuc me di- 
scussa liquerunt nocie tenebrae. La 
seconda parie della terzina ridice la 
prima. * 



14 



PARADISO 



31. Tu non se' in terra, sì come tu credi; 

Ma folgore, fuggendo il proprio sito, 
Non corse come tu che ad esso riedi. — 

32. S* io fui del primo dubbio disvestito 

Per le sorrise parolette brevi, 
Dentro a un nuovo più fui irretito. 

33. E dissi: — Già contento requievi 

Di grande ammirasion: ma ora ammiro 
Com' io trascenda questi corpi lievi. — 

34. Ond' ella, appresso d' un pio sospiro, 

Gli occhi drizzò vèr me con quel sembiante 
Che madre fa sopra figliuol deliro; 

35. E cominciò: — Le cose tutte quante 

Hann' ordine tra loro : e questo è forma 
Che l'universo a Dio fa simigliante. 

36. Qui veggion l' alte creature 1' orma 

Dell'eterno Valore, il quale è fine 
Al quale è fatta la toccata norma. 



si. {I) SUo: la sfera del fuoco.— 
Riedi: dall'alto spirala, scese nel 
corpo l'anima tua : questo 6 11 luogo 
a te destinato. 

(F) Silo. Arisi.: Eia terra come it 
centro dei mondo net mezzoidi tutte 
te cose, intorno atta quale t acqua , 
intorno all'acqua t' aria, intorno al* 
Varia il fuoco» qui puro t chiaro, che 

Jliunge infino alla luna. — Corse. L'e- 
evaiione della scienza é volo dell'a- 
nima. Abacuc é trasportato dall' an- 
gelo in impeto spiritus (Dan., «XIV, 
ss). - Medi. [Aot.3 Coo Baissimo ac- 
corgimento il Poeta dice d'avere ri- 
cevuto li soprannaturale Impulso a 
salire in quell'atto nel quale a' affisò 
a riguardare nel sole ; perciocché, se 
avesse, in quella vece, avuto sol l'oc- 
chio l' orizzonte o qualche- altro og- 
getto terrestre , avrebbe provato la 
terribile Impressione, che si prove- 
rebbe vedendo fuggirci di sotto ai 
piedi la terra con la velocità ch*é pro- 
pria del nostro movimento. Questa 
velocità, poi. nel Poeta era tale che 
Beatrice gli dichiara essere maggiore 
di quella del fulmine nell' abbando- 
nare li proprio sito, cioè la sfera del 
fuoco , a sentenza de' Osici antichi ; 
ai qua! sito dicendo Beatrice che Dan- 
te ritornava, viene a confermare quel 
che s'è detto del comparire d'un nuo- 
vo giorno: e forse poeticamente ac- 
cenna che. quanto all'attività del no- 
stro essere, qualche cosa sia in noi 
che da quella sfera sia attinta. 



ss. (L) Disvestito : sviluppato. — 
Sorrise : dette sorridendo. — irreti- 
to: avviluppato. 

(SD Disvestito. La Chiesa : Pecca* 
tis exuas. • Indui i Latini per entrare 
nel làccio, E diciamo investire in uno 
scoglio.- irretito. Prov. VII. Il : ir* 
retivi t eum mul tis sermoni tf us. Som.: 
Laquels erroris. 

55. (L) Requievi : riposai. — lo mor- 
tale. 

(SL) Audivi : udii (lnf. XXVl) ; Gi- 
vi, andai (Purg., XII). 

si. (L) Appresso: dopo. - Detiro : 
delirante. 

(SD Pio. Hor. E pisi . 1,4$: Veiuti 
pia mater. — Aladre. Psaf.CII, 1S: Quo* 
modo miseretur pater filiotum, mi- 
sertus est dominiti tlmentibus se. — 
Deliro. Pelr. : Delira impresa. 

(?) Figliuol. Prov. |. ss: Vsque- 
ouo, par vali, diligiti*, (nfanltam... ? 
Conv., 1, 4: La maggior parte degli 
uomini vivono secondo senso , e non 
secondo ragione, a guisa di pargoli -* 
e questi colali non conoscono te cote 
se non semplicemente di fuori f e la 
loro bontade, la quale a debito fine è 
ordinata, non veggiono perchè hanno 
chiusi gli occhi della ragione. 

ss (SL) Cose. Tutte le cose hanno 
un fine ; dell'uomo è Dio : però l'uo- 
mo tende a salire. — Forma. Dà unità 
e vita al mondo. 

ss. (L)Qui: io tale ordine. ~ Tocca- 
la : detta. - Norma : deirardtfiiT 



CANTO I. 



15 



37. Neil' ordine, eh* io dico, sono accline 

Tutte nature, per diverse sorti ; 
Più al principio loro, e men, vicine. 

38. Onde si muovono a diversi porti 

Per lo gran mar dell'essere; e ciascuna 
Con istinto a lei dato che la porti. 

39. Questi ne porta il fuoco Invér la luna; 

Questi ne' cuor mortali è promotore ; 
Questi la terra in sé stringe e aduna. 

Ne pur le creature che son fuore 
D' inteliigenzia, qùest* arco saetta, 
Ma quelle eh* hanno intelletto e amore. 

La Provvidenza che cotanto assetta, 
Del suo lume fa '1 ciel sempre quieto 
Nel qual si volge quel ch'ha maggior fretta. 



40, 



41 



(SL) Alte. Terz. 40 : Ch' hanno in- 
lellttio e amore. — Toccata. Purft. 
XXU; La parola tua sopra toccata. 

(F) Orma. Som.: Siccome nella 
creaturaragionevote trovasi la somi- 
glianza dell' imagine , così nella ir- 
ragionevole la somiglianza dell' orma 
<Utm t ~ Pine. Pro*. , XVI, 4. : Uni- 
vetta propter semetipsum operante 
e»t Dùmlnus. — Norma. Boezio, a Dio: 
Mundm menu gerens i sJmitique in 
imagine formane. 

st. (L> Accline : disposte. - Sorti : 
condittòai di [dignità. - Principio : 

, (SL) ordine. Con*. I , io : la dif- 
ferenza delie cose, inquanto sono ad 
alcuno fine ordinate. — Accline. Hor. 
Sai.. Il, 6 : Acclinis falsis animus. - 
Sorti. Som.: Sor tee possessionum. 

U- (F) Porti di più o meno profonda 
quiete e lettila. Psal. CVI, so : Deduxit 
eos in pottum Muntati* eorum. Se- 
deri, lucr. : \Senza questo supremo 
intelletto, nessuna delle nature infe- 
riori potrebbe andare sì diritta al 
'io line, quasi nave al porlo. 

"•,(!<) Queir! .* l'istinto, (promotore 
oi vita che vien dal cuore. 

(SU Porrà. Arist. Phys. , Vili : ti 
moto di luogo ditesi portamento : 
? 3pa. - Fuoco. Lo credevano impon- 
derabile, e che tendesse alla sua sfe- 
ra lassù (Purg. XVIII). —Aduna. Po- 
nili. Cassio. : Conglutinai in globum 
*t penduto sustinet. Nel dialetto cor- 
tirese e la altri, radunarsi è ràccorsl 
dei corpo In minore spasio. 
., (F) Luna. Con*.: Ogni cosa ha 
il *msp&ctùlt amore. Come le corpo- 
r * semptieinanno amore naturato in 



tè ai luogo proprio E perù il fuoco 
u.*Ci'tnte alta circonferenza di sopra, 
lungo it ckttì delta Luna. — Aduna. 
[Ani. ; k\V ìsLinio pure attribuisce il 
Poeta Li Gravila de 'ila mah' ria terre- 
aire, in viriti ittita quale pravità que- 
sto tiiobo da noi ahiialo s'è reso com- 
patto, e ha preso forma dt sfera. Ed 
accoppiando q ne sin al celebre verso, 
accennante al centro dèlia terrà, 

« Al qual si traggon d' ogni parte i 
pesi,» 
viene a rilevarsi che, nella mente del 
Poeta l'istinto di queste nostre mate- 
riali molecole consiste nel molo vir- 
tuale verso un medesimo punto. 

40. (L) Fuore: irragionevoli. — Arco 
d'aruore. 

(SL) Arco. Nel convivio parla del* 
1* amore delle piante fai suolo in cui 
nacquero. 

41. (L) Assetta: dispone cosi grandi 
cose. — Quel : il primo mobile. 

(SL) Assetta. Gio. Vili.: Rassetta- 
re il reame. 

(P) Quieto. Doet. : Tu cuncta su- 
perno Ducìm ab exemplo , pulcrum , 
puteherrimus ipse, Mundum mente 
gerens... Tu requtes tranquilla pits < 
tu... finis* Principium , vector , dux t 
semita, terminus.... Con?.: Il Cielo" 
immobile è luogo di quella somma 
Deità che sé sola compiutamente ve- 
de. — Volge. CAnt.] il cielo più velo- 
ce è il più remolo dal centro; e il 
cielo più remoto, giusta il sistema di 
Tolomeo . è II primo mobile. .Dice 
dunque il Poeta che questo si rivol- 
ge nel cielo, che è fallo sempre quie- 
to dal lume immediato di Dio. e che 
appella»! cielo empireo. — Fretta. 



1G PARADISO 



42. Ed ora lì, com' a sito decreto, 

Cen porta la virtù di quella corda 

Che, ciò che scocca, drizza in segno lieto. 

43. Vero è che, come forma non s'accorda 

Molte fiate àll'intenzion dell'arte 
(Perch' a risponder la materia è sorda) ; 

44. Così da questo corso si diparte • » 

Talòr la creatura, eh' ha podere 
Di piegar, così pinta, in altra parte 

45. (E sì come veder si può cadere 

Fuoco di nube), se l'impeto primo 
A terra è tòrto da falso piacere. 

40. Non dei più. ammirar, se bene stimo, . 
Lo tuo salir, se non come d'un rivo 
Se d' alto monte scende giuso ad imo. 

47. Maraviglia sarebbe in te, se, privo 

D' impedimento, giù ti fossi assiso, » » 

Come, a terra quieto, fuoco Vivo.,— : v 
Quinci rivolse invèr lo cielo il viso. _ . 

Conv, : Il quale per lo suo ferventi*- mo, l'opera di lui jión. 8' agguaglia ; 

Simo appetito d'essere congiunto col . anzi se oe torce, per r abuso del li- 

dlvinissimo cielo e quieto , in quello . bero arbitrio, che, lasciandosi trarre 

si rivolve con tanto desiderio che-la a| piacere falso, piega a terra, contro 

tua celerità è qua*i incomprensibile: I* istinto della propria natura : cosi 

Purg. XXXIII : // del che, più [alto , come il fuoco, che pur sempre sale, 

festina. nel fulmine piomba giù. In quesl' i- 

43 (L) Decreto : segnato. — Vtrtù magine la passione è dipinta come 

divina. impeto che fa forza a natura , e in- 

45 (F) Forma concepita. — Sorda : sieme come impeto distruggitore, 

resila al concetto. 45. (D Cadere , sebben tenda in su 

iF) Forma Convoli, 1: Jmppssi- di natura. - ■ » 

bile è, la forma vanire, se la materia, (SD Torto. Purg. , XII , t. ss. O 

cioè lo Suo soggetto, non è prima di- gente umana , per volar su nata, Per- 

sposta ed apparecchiata i né la for- che, a poco vento, così cadi? -. 

ma dell' arca venire se la materia , 46. <L) Rivo...: come cosa naturale. 

cioè lo legno , non è prima disposto (SD Rivo. Nola ie similiiudioi , 

ed apparecèliiato che qui sono non pure ornamento, 

44. (D Corso : d'intatto. — Podere : ' ma argomento, 

può errare — Pinta : spinta al male. (F) Imo. Som. , 3, 3, 475. Il ratto 

(F> Podere. Il libero arbitrio non dello spirito è paragonato ài salir 

toglie la Grazia , nò questa quello, della pietra. 

Siccome, per la insufficienza della 47< (SD Impedimento. Figuratamen- 

-"lateria, l'opera dell'artista non cor- te, la colpa. — Quieto. Dipinge co' 

■ nnniia lll'irloo . aa.ì oll'l/tailii Hai ninni I* In/lnlalA HJItal I ani Hallo 



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sponde alridea ; così all'ideale del suoni 1' inquieto dibattersi della 
bene, che è nella coscienza dell' uo- fiamma. 



L'insolita lunghezza del proemio, e direi la semplicità , che adesso par- 
la dicitura avviluppala alla fine, non rebbe prosaica, di parecchie locuzio- 
ci tolgano di riconoscere nuoto bel- ni; In una parie piùe meno altrove— 
lezze in cui s'apre la tersa Cantica de- Più al principio loro e men vicine -- 
guarnente. Poco meno .che bellezza lo noi soffersi mollo, né H poco -• il 



Canto V? II Paradiso 



Terxin* 36. 









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Canto li" Paradiso 



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£, forse ut httUv, ut yuaitSìp un qiHJtinel posa, 
JS Tho?€t- e- dalLt noce> su dischùuxL . 



CANTO I. 



17 



quale è line Al quale è fatta la toc- 
cata norma. 

L'invocazione all' amante di Dafne 
è da scusarsi in quanto rammenta 
almeno una vergine pura, che dalla 
sua ghirlanda fa sorger» a « gni glo- 
ria di potenza e d'ingegno- in. mori arti 
corone. In non so p* r vero se Dante 
pensasse questo o altra cosa , ma cre- 
do che con più deliberalo intfn'li- 
mcnto accennasse alia favola «i Glau- 
co, la quale, sola forse tra tulle . gli 
forniva il concetto del trasmutarsi di 
una inferiore in una natura superio- 
re. Onde in queste slesse stranezze è 
da riconóscere ingegno di singolare 
potenza; 

Ma quat)rfe«ll non sa se ascendesse 
a cieli €°' corpo moriate: con questo 
dubbio viene: già a sciogliere II dub- 
bio che muove poi a Beatrice, del co- 
me iT còrpo suor possa ascendere in 
allo. Bello-, del resto . che la forza 
dell'ascensione gh venga dal mirare 
in Beatrice rimirarne non in lui ma 
nei deli. Bèllo tra molti II verso: E 
qvtttaCke redea me stecòm* in: il 
qua Iodio*, come I' amore; provvido e 
puro si -faccia all' amato coscienza. 
Bella, tra molte, la terzina deii'intel- 
elio cbé sj profonda nell'oggetto su- 



premo del desiderio, a) ebe la memo- 
ria non lo può seguitare per racco- 
glierne e riportarne all' anima le vi- 
sioni, non avend'esso del suo inlento 
coscienza ri essa. Bimane in lui Se- 
guala u ti' ombra di quelle visioni bea- 
te, perche troppo egli s' è internalo 
nel mare dall'essere. 

E «ia nel salire , doppia gli appare 
la 6 a in ma nel sole, in a Uro senso che 
all' invasaio del Poeta Ialino : Et *o- 
Itm qemmum et duplice* te osten- 
ótre Thebas. E in tulio il cielo di- 
stendersi il sole come lago di fiam- 
ma, entro il quale egli ascende nuo- 
tando Agii splendori insoliti ci pre- 
parava la pittura in sul primo di que- 
sto cielo, direi quasi, terreno : e tulio 
era là bianco nostro emisfero E sic- 
come con raumrast sveglia quaggiù 
I* armonia delle cose , così votando 
egli sente una novità di tuono net 
lume; onri'e ispirilo a cantare: Quan- 
do la ruotache tu sempiterni Deside- 
ralo a né mi fece atteso Con r armo- 
nia che temperi e di scemi : perché la 
Bellezza vera . cioè a dire la stessa 
Verna e la Bontà , è temperala nel- 
l'intenso, discreta nel vario, cioè ra- 
gionala e disliotà : il che la fa essere 
desiderabile e sempiterna. 



Dante. Paradiso. 



18 PARADISO 



ALTRA MACCHINA DEL POEMA. 



V Invocazione che ó nel Canto secondo dell' Inferno, non piglia più 
di tre versi, perchè il Poeta s'affretta ad esprimere le cose delle quali 
ha grave l'anima : e nel principio, più che altrove, intende che sia po- 
polare il suo canto, nò si compiace tanto nelle memorie dell'arte: ma 
nel XXXII dell'Inferno un'altra invocazione s'allarga per quattro ter- 
zine ; e di 11 a quattro Ganti, 11 Purgatorio si apre con un' altra Invo- 
cazione di terzine quattro ; e nel ventinovesimo n' abbiamo un'altra di 
due : e il Paradiso incomincia da una di nove, e nel secondo Canto ec- 
cotene un'aitra di diciotto versi e una nel vigesimo terso di dodici. 
Nella invocazione che apre il Paradiso, non comprendo i primi sei versi; 
che sono una Intonazione e lirica ed epica delie più alte che abbia la 
poesia d'ogni secolo e d'ogni gente : ma da quell'altezza è misera cosa 
cadere a Marsia scorticato, imagine e corporalmente e moralmente turpe. 
Nò II verso Poca favilla gran fiamma seconda (1) è, per disgrazia del- 
l' Italia, riuscito un vaticinio, se non come 1 falsi oracoli de' pagani, 
dacché troppo somiglia all'ho te , Macida.,. nò sai se a poca favilla 
debba seguire gran fiamma, o a gran fiamma poca favilla. Fatto è che 
dalie altezze e religiose e civili della poesia di Dante nossuno spiccò il 
volo più in alto, quasi tutti si tennero troppo più giù. 

Beatrice dalla cima del monte altissimo riguarda al sole oriente; 
e li riguarda anch'egll il Poeta; e vede quasi un giorno raddoppiato 
e un sole nuovo aggiungersi al soie : e rivolge gli occhi alla donna, 
e in quel mirarla si sente trasumanato. Allora quella luce di sole so- 
prafiammante gli si dilata tutt'intorno.com'acqua di lago, e per quelle 
correnti di luce egli vola , e parla e ascolta volando. E qui un' altra 
macchina del Poema, giacché quel maraviglioso. che nella epopea pa- 
gana é in sua meschinità dal principio alla fine sempre il medesimo, 
e si vien ripetendo in atti o uguali o talvolta l'uno dell'altro minori 
tanto quanto più si procede innanzi nel canto, quel 'maraviglioso nel 
Poema di Dante si viene nella ampiezza e altezza sua variando e rap- 
presentandosi in aspetti nuovi, sicché pare tutt'altra cosa, e, nell'in- 
timo, é uno. A dichiarare perché Dante vola in su più leggiero de' 
corpi leggieri, ecco il ragionamento che Beatrice gli fa. 

Tutte le cose sono ordinate tra loro ; e l'ordine è che informa V u- 
niverso , e lo fa simile a Dio , a Dio che é fine di tutto. A questo 
grand'ordlne tendono, per vari! gradi e vie, le nature varie degli enti; 
l'istinto dell'ordine ò un moto d' amore, che opera e sui corpi inani- 
mati, e sugli animali, e sugli spiriti che intendono ed amano libera- 
mente. Dal cielo superno sono governati tutti i moti inferiori , e ad 
esso tendono tutti, e gli umani massimamente, se la libertà abusata 
nell' uomo, o altra forza ne' corpi , non ne li storni. Ed ò però, Bea- 
trice conclude, che tu sali in alto, e il tuo salire, ò come scorrere di 
ruscello alla china; e li non salire, pur ideato come tu sei, sarebbe 
come vedere la punta della fiamma piegarsi alla terra. 

Or ecco le dottrine a cui questo passo accenna, e che lo rischia- 
rano, le cose tutte quante hanno ordine tra loro. - Quello che è ot- 

(i) Ten. 4 J. 



CANTO I, 1t 

timo nelle cote, è il bene dell'ordine universo (4). l'ordine deWuni- 
verta è proprio intento di Dio, e non accidentale incettitene Mie 
cote (*). 

« E questo e forma Che V universo a Dio fa simigliarne (3). „• — ' 
Nella mente divinale la forma alla cui similitudine fi mondo e fatto: 
e in eia ita la ragione dell' idea (4). - Alla forma eomegue V incli- 
nazione, al fine razione (5), • La forma è il fine che la co$a ha dalla 
propria natura (6). - Delle eoa che non ti vogliano generate dal 
caso, è necessario che una forma o idea tla fine della generazione 
di ciascheduna di quelle (7). * Il fine è all'oggetto al quale è ordinato 
come alla materia è la forma (8), 

« Qui veggion l'alte creature l'orma Dell'eterno Valore 11 quale è 
fine Al quale è fatta la toccata norma 7 (9). — Vuniverto delle creature 
è ordinato a Dio come all'ultimo fine (40). - Tutti gli enti appetirono 
assomialiarsi a Dio, come ad ultimo fine e primo principio (44). • Del 
savio e V ordinare, come dice il Filotofa (41) : or non ti ordina che 
ad un fine (43), 

« Nell'ordine, ch'io dico, sono accline Tutte nature (14). » — L'in- 
clinazione ad alcuna cosa estrinseca, avviene per cosa sopraggiunta 
all'essenza; come l'inclinazione al luogo e per gravità o legge- 
rezza (45). • Le cose sono inclinate a bene per naturale abitudine, 
siccome creature di Dio, quali le piante e i corpi inanimati ; altre 
per cognizione d' un bene particolare, ma tenza taverne la ragione, 
siccome il senso che conosce il colore e il sapore (46). 

< Tutte nature, per diverse sorti ; Più al principio loro e men vi- 
cine (47). » — Non solo l'intelletto ma anche la natura, opera per 
un fine (48). - Ogni cosa ha tale abito verso la forma naturale, che, 
quando non V ha, tende ad essa; e quando l'ha, in lei riposa. E 
quest'abito nelle cose prive di conoscenza dicesi naturale appe- 
tito (19). 

« Onde si muovono a diversi porti Per lo gran mar dell' essere ; e 
ciascuna Con istinto a lei dato che la porti (20). » — Il desiderio del 
fine è moto verso il fine (94) - V appetito di ciascuna cosa naturai' 
mente ti muove e tende a quel Une che le è connaturale (Si). - Muove 
al debito fine come il nocchiero che conduce la nave in porto (13). 

« Questi ne Storta '1 fuoco invér la luna ; Questi ne' cuor mortali é 
promotore (34). • — Dittingue l'appetito naturale delle cote tenza ra- 
gione; l'animale, de' bruti; e l'intellettuale* che è la volontà (25), 

« Né pur le creature che son fuore D'inteiligenzia. quest'arco saetta, 
Ma quelle eh' hanno intelletto e amore (16;. > — Tutte le cose, mll' ap- 
petire le proprie perfezioni, appetiscono Dio, in quanto le perfezioni 
delle cose sono certe somiglianze dell' essere divino. Altre conoscono 

(1) Arist. Net., XII. (43) Som., 4, 3, f OS. 

/S) Som., 1, 4. 45. (14) Teri., 37. 

(3)Ters.35. (45) Som., 4, 59. 

(4) Som., 1. e. 146) Som., 4, 59. 

(5) Som., 4, 4, 5. }17) Teri. 37. 

(6) Som., 4, 4, 48. }18) Arist. Phys, II. 

(7) Som., 4, 4, 45. }49) Som., 4, 4, 49. 

(8) Som., 4, 3, 4; 2, 2, 4. hoyTerc. 38. 

(9) Terz 36, (ti) Som,, 4, 3, 3. 
(40) Som., i, 2, 3. (22) Som., 3, 4, 62. 
(14) Som., 1. e. - Som., S, 4, 449 : (23) Som., 3, 3, 102. 

Ogni eoea tende ad assomigliarsi a (24) Ters. 39. 

Dio, secondo il suo modo. - Som., 1 , (25) Som., 4, 4, 49. 

2, 3. (26) Ten. 40. 
(42) Ariel. Mei., I. 



30 PARADISO 

lui secondo lui stesso ; che è proprio della creatura ragionevole. Altre 
conoscono alcune partecipazioni della bontà di lui che si estende 
anche alla cognizione sensibile. Altre hanno l'appetito naturale senza 
la cognizione, come inclinate ciascuna al suo fine da un conoscente 
superiore (I). - Propinquius attingere ad Deum per cogitationem et 
amorem (2). - Non può essere volontà negli enti privi di ragione e 
d'intelletto, perchè non possono apprendere l'universale (3). 

Quest' arco saetta ... la virtù di quella corda Che, ciò che scocca , 
drizza in segno lieto (4). » — L'intelletto e la natura operano ad un 
fine. Necessario è che nell' operante per natura sia predeterminato il 
fine da un intelletto superiore, siccome alla saetta è predeterminato 
il segno ed un certo moto dal saettante (5). , 

« Vero è che, come forma non s'accorda Molte fiate all' intenzìon 
L dell'arte (Perdi' a risponder la materia è sorda); Così da questo corso 
si diparte Talor la creatura (6). » - La natura è duplice; una come 
materia, V altra come forma; e la forma è anche fine (7). - La forma 
della cosa, esistente oltre a essa cosa, può riguardarsi o come esem- 
plare di quella, o come principio del conoscerla (8). - Quelle opere 
artificiali sono false, che fallano alla forma dell'arte (9). - L'artefice 
quando Mende la forma delVedifizio nella materia, dicesi che intenda 
Vedifizio ; e quando intende la forma deWedifizio, .n quanto è pensata 
da lui, in quanto intende d' intenderla , intende V idea o ragione 
delVedifizio (10). • La scienza dell'artefice non produce tutta la cosa, 
ma soltanto la forma (li). - Il soggetto o materia non può operare 
se non in virtù della forma (12)."- La materia non può conseguire la 
forma se non sia nel debito modo disposta ad essa (13). 

« Questi ne porla 'I fuoco in vèr la luna ... (E sì come veder si 
può cadere Fuoco di nube) . . . Come, a terra quieto,- fuoco vivo (14). » 

— La natura opera sempre al medesimo se cosa non la impedisce (15). 

- Ogni cosa, se non sia impedita, tende al suo proprio luogo , altra 
in alto, altra in basso (16). - Il fuoco non sempre si muove in su, 
ma quando egli è fuori del luogo suo (17). - Il fuoco nella sua spera 
si riposa (18). 

Paragoninsi l be' versi : « Principio, ccelum ac terras, camposque 
liquentes ...» (19), che non sono il panteismo moderno, il quale, se 
non rinnega sé stesso, non può dare all'arte che confusione mostruosa, 
ma confessano la distinzione dello spirito e della mente universale, e 
nel gran corpo distinguono membra ; paragonasi a ciascuna e a tutte 
insieme le idee espresse e sottintese ne' semplici versi di Dante; pa- 
ragonasi a non altro che alla prima terzina di questo Canto e alla 
terza, dove è assegnato un ordine ascendente alla creazione, e la po- 
tenza motrice è rappresentata nel concètto di gloria, cioè, d' uh giu- 
dizio dello spirito fatto nella gioia dell' anima ammirante ; e dove la 
memoria e l' intelletto e il desiderio sono distinti insieme e congiunti 
in modo dalla filosofìa pagana internato : e si riconoscerà quello che 
il Cristianesimo aggiunse all'arte, alla scienza, alla vita. 

(1) Som., 1, 1, 6. (ti) Som., 1, 1, 14. 

(2) Som., 3, 7; 1, 2, 1. (12) Som., 2, 2, 2. 

CO Som., 1, 2, l. (13) Som., 1, 2, 4; I, 2, 5. 

(4) feri. 40, 42. (14) Teri. 39, 45, 47. 
(5)Som., 1,1, 19; 1,1,2. (1 3) Arist Pliys., 11. 

(6) Ter*. 43, 44. (16) Arist. Phys.. II. 

(7) A i-Ut. Phys., II, 8. (17) Som., 1, 2, 10. 

(5) Som., 1,1.15. (18) Quicicit. Som., *, 1, 6. 

(9) Som., 1,1, 47. (19)^., VI. 

(10) Som., 1,1, 15. 



21 



CANTO II. 



ABOOMEHTO. 



Salgono nella luna. Danti, che nel Convivio aveva detto 
le macchie di quella venire da maggiore o minore densità, 
per la quale la luce sia più o meno vivamente riflessa , qui 
combatte la ^propria opinione di prima. Se la densità , dice 
Beatrice, fosse cagione del lume, tutte le stelle avrebbero la 
stessa virtù d'influenza; differirebbero solo nel grado. Più: o 
le parti rade attraversano tutto il corpo lunare, e allora il 
sole nell' eclissi _ ci darebbe per mezzo; o il rado è a strati 
col denso, e allora la luce delle parti più rade sarà più lan- 
guida, macchia non sarà. La cagione vera, secondo Dante, di 
quelle macchie è la virtù che dal primo mobile si diffonde 
ne'cieli sottoposti e nella luna è meno che in altri. 

Arido il Canto: par nota le terzine i, 3, 4, 5. 7, 8; 40 alla 15; 
18, 19, 26, 3*, 37, 38, 39; 43 alla 48. 

1. U voi che siete in piccioletta barca, 

Desiderosi d'ascoltar, seguiti 

Dietro al mio legno, che cantando varca; 

2. Tornate a riveder li vostri liti: 

Non vi mettete in pelago ; che forse, 
Perdendo me, rimarreste smarriti. 

3. L'acqua eh' io prendo, giammai non si corse. 

Minerva spira, e conducemi Apollo, 
E nuove Muse mi dimostran l' Orse. 

USL) Piccioletta. Inf. Vili, t: 5 ; Occnrrit tei las , maria undique, et 

fave piccioletta. — Barca. Con meta- undique cortum. Cmv , ì o: lo pela- 

fora simile, eh 'è di Virgilio, il Purga- go del trattato {dette canzoni) Bier., 

Jorio comincia; ma nel Purgatorio Et> CVil: Mentre tien dietro all'idea 

"logegno del Poeta è piccola nave, e dell' Apostolo , egli è portato in pe- 

qui a chi lo segue in piccola nave taqo cosi profondo che seguttarvelo 

egli dà, come guida, consiglio. Oli.: è paura grande , acciocché con la 

A volere perfettamente intendere la grandezza dei sensi non lo opprima 

presente commedia abbisognano mol- quasi con immensa onda. — Perden» 

le scienze, imperocché l' autore usa do. Par., ili, t. 48 : La vista mia... poi 

notti argomenti, esempli e conclu- che la perse, 

sioni 3 (L) Orse: ti segno a cui tendere. 

*• (SL) Pelago. Mn.. V : Ut pelagus (SD Spira. Ovid. Met. . nel prln- 

Itnvere rates, net jam amplms ulta clplo; Di* coatti*,.... adspirate mets. 



M 



Paradiso 



4. Voi altri pochi, che » drizzaste '1 collo 

Per tempo al pan degli Angeli, del quale 
Vivesi qui, ma non sen' vien satollo ; 

5. Metter potete ben per l' alto sale 

Vostro navigio, servando mio solco 
Dinnanzi all' acqua, che ritorna eguale. 

v 6. Que' gloriosi che passaro a Coleo, 
Non s' ammiraron, come voi farete, 
Quando Jason vider fatto bifolco. 

7. La concreata e perpetua sete 
Del deiforme regno cen' portava 
Veloci, quasi come '1 ciel vedete. 



— Nuove. Molte visioni dell'Inferno e 
de» Purgatorio correvano ftttof^ po- 
che del Paradiso. Lucrci-, I ; A via pie* 
ridarti perogru loca, tinti ìus ante Tri* 
la noto, Georg., 111 : lavat ire furti* , 
qua natta priarum Costattam inaiti 
divertUttr orbita divo. Stai, .Idilli , I: 
ila [onte* mihi, Piìaebe, nnvos. 

tfl orse, Nel Pur^ ,, XXX, chiama 
Settentrione i selle candelabri ohe 
guidano al porto del dovere; enei 
primo couiuìanae il Set tentr tonai ve- 
dovo sito ( che non vede te u uà uro 
«ielle, I macine dello quattro umane 
virtù principali. 

4. {LI Vieri.- diviene. 
t$Lì Coito Rammenta il XXXI del 
Purgatorio uert, is\: Alza fa barba; 
eli jclogo rlie grava II collo a' super- 
bi ll'urg t XXIII. 

{P> Pachi, Dice *. Tommaso scon- 
tra Ceni, i die a potili e data la co-» 
Rotatone profonda delle cose divine. 
Con*., U t : oh beoti que 1 pochi che 
seggono a guetla mensa ore il patte 
diitìti angeli ai mangia t e miètrt tinti- 
ti che cuti te picare Hanno comune 
cibai — Pati Joan. , Vi, ss: fo tino 
It pane di vita. — .So loffi). Fsal XVI, 
f|ì Stirò tastato allorché apnar irti ta 
ma giuria, dm*., IV, ti \\ La nntcu- 
tastatici in (inetta vita per fattamente 
to tuo uso avere non può* il tinaie a- 
vere è lètta ch'i .Mimmo inteiiigibite, 
« non in f}anni o considera ini e mira 
lui per ti a noi effetti. 

L (Li Saie ; mare. - Servando ; se- 
unendo dappresso la spuma del legno 
mio aiantl the i' acqua, lui paajaio, 
s'appiani. 

iSLi Sate* lloral. Epod.. XVII : Al* 
to.. tata, .ilo., I: inumai tattn aere 
rnebatu. — Georg:, Il '. Maria atta. 
Ala.., X; Campai natii aerettecohant, - 
V : Satin placidi vttltnm. - A*iidHo„ 
mie tara somttant. - Servando* ,Cn., 
Il :~ Server vestitila* - fcteo, \Ln. t V ; 



InAndunt pariter sulcos. - X : Longa 
salcat marta atta carina. — Dinnanzi. 
U cne trasposto a un dipresso come I 
Latioi t la cui lingua però meglio lo 
contentiva. Georg., 1:41 prtus igno- 
tum ferro quam ectndimus aequor. — 
Eguale. Sap., V,io ! : Siccome nove c/ie 
pa*5a per V acqua flati dosa, che pas- 
sata , non c'è da frotrare erma né 
traccia di sua carena nell'onda. Stai. 
Achill. i : Qua cana parumper Spu- 
ttani slgna fugae et liquido' perii or- 
otta ponto. Pont nolani, detentque 
pedum vestigia cauda. 

6. tL) Que* : Argonauti. Videro se- 
minare i denti del serpe, e arare. 

(SL) Passaro. Passaggio valeva, 
nel soo , tragitto di navigazione , se- 
gnatamente per impresa di guerra. — 
Jason. Ovld. Met., vii. - Semini.: 
Giasone fabbricatore della prima na- 
ve.* Bifolco. Ovid., Het. VII. — Hor. 
Epod : IH. ignota tauri $ Mlligaturum 
Ioga. Jnsonem. Georg. Il: Baecloca non 
tauri spirantes nari bus ignem I aver- 
tere, satis Immani» dentibus hydrt ; 
Necgateis dtnslsque virùm seges hor- 
rutt hnstis. Porse raffrontava questi 
•olcbl con quelli del mare : Marie oe- 
quor arandum {Ma., Ih. 

7. (L) Concreata all'umana natura. 
— Deiforme : informato da Dio.— del 
stellato, ebein ventiquattr'ore com- 
pie il suo graode giro. 

(SD Sete. Purg., XXI, 1. 1 : La sete 
naturate (del: vero superno). Purg.* 
XXXI, t. 43 : Cibo Che sanando di sé, 
di sé asseta. 

. (F) Concreata. Boat : Omnibus 
est insita* appetltus coetl. — Deifor- 
me, som. : Secondo il lume sopr ag- 
giunto dalla Gratta, le anime sì fan- 
no deiformi, cioè simili a Dio ; come 
in Giovanni : Quando apporrà saremo 
a lui simili, e io vedremo siccome egli 
è (Spisi. 1,1 11, J). 



CANTO II. 



23 



8. Beatrice in suso, ed io in lei, guardata; 

E, forse in tanto in quanto un quadrel posa 
E vola e dalla noce si dischiava, 

9. Giunto mi vidi ove mirabil cosa 

Mi torse il viso a. sé. E però quella 
Cui non potea mia ovra essere ascosa, 

10. Volta vèr me sì lieta come bella, 

— Drizza la mente in Dio grata, mi disse, 
Che n* ha congiunti con la prima stella. — 

11. Pareva a me che nube ne coprisse 

Lucida, spessa, solida e pulita, 
Quasi adamante che lo sol ferisse. 

12. Per entro so l'eterna margherita 

Ne ricevette, com' acqua recepe 
Raggio di luce, permanendo unita. 

13. S'io era corpo, e qui non si concepc 

Com' una- dimensione altra patio, 

Ch' esser convien se corpo in corpo repe; 



s. (L) Dischiava : si libera, e quasi 
icbioda, dall'arco. 

j SL Beatrice. L'idea del farla gui- 
da alle cose celesti é| chiaro espres- 
sa in un verso delle rime giovanili : 
Onde la nostra fede è aiutata : Però, 
fu lattali' Eterno* ordinata. — Tanto. 
Centoquaraoiouomila cinquecento- 
trenta miglia lODtan dalla terra, cosi 
Pietro. Ogni miglia di quattromila 
cubili. - Quadrel Ma. , X : Odor et 
mulo et vento» acquante sagitta. — 
Al : Teli ttridorem murasque sonantes 
Audlil una Arane, aesitque in corpo- 
re fermiti. Vedasi io Aristotele (Ptays., 
TDlasimiiitudine della saetta. - Vo- 
to. Ma. IV: Votatile ferrum. Beilo 
che cominci da posa ; e poi vegga il 
volo e il liberarsi dall'arco. 

t. il) Ovra più interna. 
(F) Ovra. Bello che cosi chiami il 
pensiero, asionc vera. 

io. (L) stella .• luna. 
(F) Stella. Cic, Somn. Scip : Sic- 
come tra l'etere e l'aria la luna è il 
confine, coti tra te cose divine e le ca- 
duche. 

il. (SL) Nube. Al cielo de* Calmuc* 
chi conduce una via tutta d'oro su un 
alto monte ; e aopra il monte è una 
nube di diaspro dove risiede lo spirilo 
dell'aria; e appiè del monte molte 
volpi che divorano le anime ree. ve- 
nenti verso il basso soggiorno. Sotto 

a via aurea è una argentea che mena 
là dove nasce il sole, e dov'abita un 



altro spirito; e sotto ancora è una 
strada di rame che mette al soggior- 
no di trentatrè spiriti benefici ali uo- 
mo. Lì presso è il Paradiso de' bam- 
bini e delle anime mediocremente 
buone. Alle falde del monie è la via 
dell* Inferno. <-» Ferisse, -fin., Vili : 
lumen... ferit laquearia. 

(Fi Nube. Cortv., Il, 4 : Ed é lor- 
dine del Aito tfueìto , ette it primo 
cielo che numerano £ quello dov't la 
luna, la secondo é ansila dov'è Mer- 
curio, io terzo t fi ite ilo dov*è Venere t 
lo quarto è quello dov' i it Sole , to 
quinto è quatto dov'è Marte, lo Jic&io 
è queiio dì Giove, it settimo è quello 
di Saturno , r ottava i quello delle 
Stelle ; lo nono i anello che noni itn- 
sil>lté\ t te non per questo movimento 
ch'i delio di sottra, lo quale chiama- 
no molti crìjiallino. 

ia .il.l Rccepe: riceve. 

<F> Eterna. Incorruttibile, se- 
condo I Peripatetici* La luna, dice* 
T-itìLro, è «ette volle minor ridia ter- 
ra. — accette. Som, : La diversità riti 
colore e causala dalla divertila del 
corno diafano die to riceve, t _ 

1». (L) corpo: non sa te ci rosse 
col corpo. — Una : uno spailo pene- 
iro in altro. - Ch* esser, Il che con* 
vien che sia. — Repe : s'insinua. 

(SD Concepe. Nel Cavalca. - /ie- 
ne. Rettili nella Bibbia guisaanti per 
Tacque. Hor. Epist., 1. "**ȣ$& 
stam tenui* vutpeeuta rimmm Reps** 



24 



PARADISO 



14. Accender ne dovria più il disio 

Di veder quella Essenzia in che si Tede 
Come nostra natura e Dio s* unio. 

l6! Lì si vedrà ciò che teném per fede, 
Non dimostrato; ma fia per sé noto 
A guisa del ver primo che Tuoni crede. 

16. Io risposi: — Madonna, sì devoto 

Quant' esser posso più, ringrazio Lui 
Lo qual dal mortai mondo m'ha rimoto. 

1 7. Ma ditemi, che son li segni bui 

Di questo corpo, che laggiuso in terra 
Fan di Cain favoleggiare altrui? — 

18. Ella sorrise alquanto, e poi: — S'egli erra 

L' opinion, mi disse, de' mortali v 
Dove chiave di senso non disserra; 

19. Certo non ti dovrien punger li strali" 

D' ammirazione ornai, poi dietro a' sensi 
Vedi che la ragione ha corte Tali, 



rat incumeram frumenti. [Coltimeli., 
Vili : Spatium radicibus,qua repant, 
lapide* praebenf) ' 

(F) R*pe Arisi. Nel., IV. 
U. (D/Vc: ci — Eisenzia: Dio. — 
Unio neH'incarnaz-onc. 

(F) Unto Damasc. Ili: Tutta la 
divinità nett' una delle persone è 
unita all' umana natura in Cristo. 
Som.: Salvo la distinzione delta na- 
tura, assunse il corpo in unità di 
persona - Dio unì a sé fa natura 
umana. Bello il singolare unio della 
natura nostra e di Dio insieme. 

45 IL) Teném: leoiaino. — Fia: 
sarà. 

(SD Teném. Som. : Fide tenere. 

(F) Vedrà. Aug. : Qui crediamo, 
là vedremo. — Ver Assiomi di senso 
comune, delti dai Greci comuni no- 
tili* ; principia demnnstralianis da 
Aristotele (Poster , II) Da' principii 
indimostrabili, naturalmente noti, 
denuconsi le cognizioni delle diverse 
scienze (Som _8 3 u. Cerca se 1 og- 
getto delia fede sìa il Vero primo. 
Altrove : L'intr Uetto assente alta co» 
gain doppio modo: mosso dolio 
stesso oggetto, che* é conosciuto per 
sé, come appare ne* principii primi, 
o per altre cose conosciute, com' è 
nette conclusioni. Pe' principii 8i ft« 



intelligenza, delle conclusioni è la 
scienza. 

46 (Li Lui: Dio. 

<SL> Quant' Col sì è Irregolarità 
bella e vera La qualità è una speci» 
di quantità, e viceversa. 

47 (L) Segni: macchie. — Cairn 
vedevano nella luna Caino con uà 
fascio di spine — Altrui. Il volgo. 

(SD Cain Ini"., XX, t 43. 

(Fi lini Som. : La luna ha certe 
macchie nebulose quasi accostantist 
a opacità, (arisi'., De coeloetmun- 
do. Ih 

48 iL) Erra: se l'opinano umana 
erra nelle cose non sensibili, a te 
non deve far maraviglia, poiché vedi 
eh' anco in cose sensibili la ragione 
s'inganna. 

(SL) Enti Riempitivo, come Inf., 
XXill : Di fuor dorate san, sì eli' eoli 
abnug Ha. - Disserra Chiuso per na- 
scosto Ita più volle il Poeta. 
4». L> Poi: polche 
(SL) Strali. (K'tii impressione pro- 
fonda è con <ue.sio tropo dipinta. 
Ezt-rh., V, 46: Manderò saette dt fa- 
me pessima in toro. Lucret. : Tells 
perfixa pavoris. 

(F) Ragione. Il senso è de' parti- 
colari, la ragione degli universali. 



CANTO li. 



20. Ma dimmi quel che tu da te ne pensi. — 

Ed io: — Ciò che n'appar quassù diverso, 
Credo che '1 fanno i corpi rari e densi. — 

21. Ed ella: — Certo, assai vedrai sommerso 

Nel falso il creder tuo, se bene ascolti 
L'argomentar, ch'io gli farò, avverso. 

22. La spera ottava ne dimostra molti 

Lumi, li quali, nel quale e nel quanto, 
Notar si posson di diversi volti. 

23. Se raro e denso ciò facesser tanto; 

Una sola virtù sarebbe in tutti, 

Più e men distribuita, ed altrettanto. 

24. Virtù diverse esser convegnon frutti 

Di principii formali. E quei, fuorch' uno, 
Seguiterieno, a tua ragion, distrutti. 

25. Ancor, se raro fosse di quel bruno 

Cagion, che t\i dimandi; od oltre in parto 
Fora di sua materia sì digiuno 
20. Esto pianeta; o, si come- comparte 

Lo grasso e- il magro un corpo, così questo 
Nel suo volume cangerebbe carte. 

so. (L) Ne: delle macchie. le influenze de'planetl differirebbero 

_ IF) Credo. Opinione esposta nef di grado, ma non di natura. Or dif- 

codvkìo tll, il), il qua le fu dunque feriscono di natura secondo. Albu- 

scruto innanzi che il Paradiso, ivi masar e Tolomeo. 

"'ce. le macchie della luna non e*- si. (L) Convegnon: conviene che 

*«f« altro che rarità del suo corpo, siano. — Quei : seguirebbe dal tuo 

Manuale non possono terminare t ragionare che di que* varii principii 

'aggi dtl sole, e ripercuotersi così rimarrebbe sol uno. 

fo»<e nelle altre parti. Secondo Dan- (SU Seguiterieno. Sequeretur : in 

•e. i corpi solidi ripercuòtono me- questo senso, Torma scolastica. 

Slio la luce. (F) Formali. La prima materia 

H (L) Vo4tl: stelle diverse d'aspcl- era. secondo fili scolastici, in tutti 1 
to e per luci e per mole. corpi la medesima : la Torma soslan- 
, (SL) Volti Georg, I, del sole: ziale costituiva W varie specie e vir- 
ate* in vutttt Semiot.: Era uno tu de* corpi Or sedala densità ve- 
volto di natura in tutta la rotondi- nisse il divario , uno solo sarebbe il 
là. Ovid Mei . I : Unus... naturae principio Tormale. 
rating in orbe. Caro : Così le persone, 85 iL) Ancor : innoltre, se dal raro 
come le cose, possono avere due venissero le macchie; <» la luna sa- 
tolti. rebbt- bucata da banda a banda, o 
(Fi Ottava. Delle stelle fisse. Que- avrebbe strali densi e strali radi, 
«a, lice Pietro , può dirsi il quinto come grasso e mauro, 
elemento, distinto Ua«li altri per (SL) A ncor. Cosi spesso comincia 
naturale proprietà, — Quanto. Tolo- il Crescenzio iso-i costruiti. — Oltre. 
nu*o, Almag , vi, i. Armannino: Oltre in parte tutto to 

25. IL) Tanto: solo.— Altrettanto': perfora. , . . 

ilei pari. 36 (SL) Carte. Traslato Trequente in 

. (F) Virtù. Se dalia maggiore o Dante, qui non assai opportuno. 
minor densità venisse la dUTerènia, 



l 26 PARADISO 



27. Se '1 primo fosse) fora manifesto 

Nell'eclisse del sol, per trasparere 
Lo lume, come in altro raro, ingesto. 

28. Questo non è. Però è da vedere 

Dell'altro: e s'egli avvien ch'io l'altro cassi, 
Falsificato fia lo tuo parere. 

29. S'egli è che questo raro non trapassi, 

Esser conviene un termine, da onde 
Lo suo' contrario più passar non lassi; 

30. E indi l'altrui raggio si rifonde, 

Così come color torna 'per vetro 

Lo qual diretro a sé piombo nasconde. 

31. Or dirai tu, ch'el si dimostra tetro 

Quivi lo raggio più che in altre parti, 
Per esser lì rifratto più a retFO. 

32. Da questa instanzia può diliberarti 

Esperienza, se giammai la pruovi, 
Ch'esser suol fonte a' rivi di vostr'arti. 

33. Tre specchi prenderai : e due rimuovi 

Da te d' un modo ; e 1' altro, più rimosso, 
Tr' ambo li primi gli occhi tuoi ritruovi. 

34. Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso 

Ti stea un lume che i tre specchi accenda, 
E torni a te da tutti ripercosso. 

27. (L) Se: se fosse bucato, neir e- (SL) SI. lnf., XXVII, t. 4. — Af- 
flisse, dal buco, o dal rado cbe al- fratto, Purg , XV, t. 8. 
traversasse per dìruto tutta* la mole, sa (L) Distanzia: questióne, 
passerebbe la luce, penetrante come (F) Instanzla. lo Lattanzio e net- 
ta altro corpo raro. le scuote. Arist., Prior., Il : L'tnstan- 

98 (L) Altro: degli strati. — Gassi : za è proposizione contraria ad altra 

confuti. — Falsificato: provato falso, proposizione. — Di li ber ani. Il dub- 

(SL) Falsificato. Per mostrato bio è catena. Ma può desiare più vl- 

falso, nel senso ,dcl verificare mo- vo r amore al libero jvolo. Par., I : 

derno. Disvestito del dubbio , Irretito nei 

s«. (L) S'egli : se 11 rado non e da dubbio. - Arti. Arist , Mei., I : Dal 

banda a banda, e* et sarà un punto senso nasce la memoria, e da motte 



dove II denso s'opporrà al passag- memorie l'esperienza, e^da molle 
Ilo del lume; e di là il raggio d'ai- esperienze l'arte. {V. Tasso nel dia* 
ro corpo lucido si rifletta come da lo$o : II Ficino , edlz. di Firenze, 



[SD Termine. Som.: Sit aliquls 54. (D Dopo: dietro. — Accenda: 

termlnus ultra quem non progre- Illumini. 

dia tur. (SD Accenda. Georg., I : Accen- 

so. {SD Ri fonde. Georg., \\: Ponto... dlt lumina vesper.— fìipercosno. 

refuso, ripercosso dagli argini. — JEn., Vili : Lumen... sole repereussum. 

Piombo, lnf., XXtil, 1. 1 : Impiombato Ovid. Mei. Il: Clara rtper cusso redde- 
. ..._ ^ . ..__.„ ^ eir ._. .. — ..__ 



84. <L) Or : dirai che dove II rado è cbe tu vedi è di quella ripercossa ima- 
.>iù fondo e il denso però più ionia* atne. Tasso : Come sogliono rimirare 
no ; quivi il lume riflesso è più lan- Il sole non iji sé «fesso ma netta 



guido e pare macchia. sua imaglne ripercossa da ti' aequa. 



CANTO II. 



27 



35, 



36, 



37, 



Benché, nel quanto, tanto non si stenda 
La vista più lontana; lì vedrai 
Come convien eh 7 igualmente risplenda. 

Or, come, ai colpi delli caldi rai, 
Della neve riman nudo '1 suggetto, 
E dal colore e dal freddo primai; 

Così rimaso te nello 'ntelletto, 
Voglio informar di luce sì vivace 
Che ti tremolerà nel suo aspetto . 
38. Dentro dal ciel della divina pace 
Si gira un corpo, nella cui virtute 
L' esser di tutto suo contento giace. 

Lo ciel seguente» eh' ha tante vedute, 
Queir esser parte per diverse essenze, 
t)a lui distinte, e da lui contenute. 

Gli altri giron', per varie differenze, 
Le distinzion' che dentro da sé hanno, 
Dispongono a lor fini e lor semenze. 



39, 



40, 



35. (L) benda: la tace dal più loa* 
Uno e tDcn ? iva, macchia non è. 

($D Stenda. Som. : Virtù che si 
Mende agli oggetti di fuori. 

H.{1) Rimani la materia ai strug- 
ge. - frimai : di prima. 

(SD Colpi. Ov\d. *el. f \l :]Llquttur 
ut giuda incerto saucia sole. Se- 
mini,: Ghiaccia fedita dallo incerto 
iole. 

(F) Suggetto Arisi. Phys* : // me» 
tallo e la pietra è il soggetto della 
{orna. Som. : Varia è il soggetto net 
quale è lì calore. - V uno accidente 
diteti soggetta dell'altro come la su- 
perficie, ani colore , in quanto la so- 
iiakia riceve l'uno accidente meùian- 
te V alito.- Distrutto il soggetto, non 
pad rimanere accidente. 

37. CL) Tremolerà scintillante. 
(F) cosi. Doet , I : Disperse te te- 
nebre delle fallaci affezioni, tu possa 
conoscere lo splendor e della luco 
vera. 

SML) Ciel : empireo. — Un: primo 
mobile. Da lui viene virtù a quanto 
contengono cielo e terra. — Contento. 
Contenuto. 

(F) Ciel. Quièto d'ogni movimen- 
to, e (juicio per beatitudine. Conv., 
Il, i: Del numero de' Cleti e del sito 
inettamente 6 sentito damolti, av- 
vegnaché la verini ali* ultimo sia irò- 
vara. Aristotele credette , segui tunao 
solamente V antica grossezza degli 
Mitologi che fossero pure otto cieli, 
ad(i qaaii / estremo e che contenesse 



tutto, fosse quello dove le sitile (li** 
sono , cioè la sfera ottava : e che di 
fuori d'esso non fosse altro alcuno... 
Tolomeo poi accorgendosi che V ot- 
tava sfera si movea per più movimen- 
ti, veggendo it cerchlo\suo par tire dal 
diritto cerchio che volge tutto da 
oriente in occidente , costretto dai 
principi! di filosofia, che di necessità 
vuole un mobile primo semplicissi- 
mo , pose un altro cielo essere fuori 
detto stellato, il quale facesse quella 
rivoluzione da oriente in occidente ,• 
la quale dico che si compie quasi in 
ventiquattr'ore. —Contento. Inf. , 11, 
t. se. Anche voce scolastica. Questa 
teoria accenna Aristotele nel f delia 
Metafisica: e più chiaro Alberto Ma- 
KRO(De mineralibusj. li, tr. HI, cap. 
5). Arisi. Phys., IV : 11 cielo non è con* 
tenuto da alcun corpo. 

39. (L) Seguente t l'ottavo. —, Vedu- 
te: sielle fisse. - Parte: distribuisce 
la virtù dell'empireo per i cieli sog- 
getti. 

(F) Ciel. Som. : Coelum siUeruw. 
*- Vedute. Con?., 11,5: Sono nove li 
cieli mobili : lo sito de' quali è mani- 
festo e determinato secondo che per 
un* arte che si chiama prospettiva 
aritmetica , e geometrica , sensibil- 
mente e ragionevolmente è veduto e 
per altre esperienze sensibiti. 

40. (L) Giron': Gli altri cieli opera- 
no ciascuno In modo proprio quella 

(SÌ) Semenze. Ad.,?!: semina 



28 



PARADISO 



41. Questi organi del mondo cosi vanno, 

Come tu vedi ornai, di grado in grado, . 
Che di su prendono, e di sotto fanno. 

42. Riguarda bene a me, sì com'io vado 

Per questo loco al ver che tu disiri, 
Sì che poi sappi, sol, tener lo guado, 

43. Lo moto e la virtù de* santi giri, 

Come dal fabbro l'arte del martello, 
Da* beati motor 7 convien che spiri. 

44. E il ciel, cui tanti lumi fanno bello, 

Dalla Mente profondu che lui volve, 
Prende l'image, e fassene suggello. 

45. E còme Y alma dentro a vostra, polve, 

Per differenti membra, e conformate 
A diverse potenzie, si risolve ; . 



Ilammae. - Igneus est ollis vigor , et 
coeletti* ori'go Seminibus 

(F) Giron' : Coiiv. Il , 7; IV, 24 : 
Ogni cielo destina la propria iltflnen- 
za a fine a cui fa ordinata, e ai snni 
di nature che in sé contiene. Desìi 
angeli motori del cieli, vedi la Somma 

(3 3,406) 

44 tL) Fanno: passivi da* cieli su- 
periori, attivi sugi* inferiori. 

(F) Organi. Arisi. . de eoo lo et 
mundo, 11. — Dante de Hon.: // cielo 
è l'organo dell' arie divina — Pren- 
dono. Aiig., de lib. aro.. Ili : Le natu- 
ture delle celesti e sopract lesti pote- 
stà alte quali solo Dio impera , e ad 
esse /' universo mondo è soggetto. — 
Fanno. Leti a Cam:: Ogni essema e 
virtù procede da Quel che è primo : 
e te intelligenze inferiori prendono 
•da lui quasi da raggiarne, e rendono 
i raggi superiori agli enti inferiori a 
sè t a modo di specchi. 
42 (L) Sol : ragionare da te. 
(SL) Riguarda Terzina non della 
solita parsimonia: ma gì' importava 
notare elicli discepolo deve adde- 
strarsi a pensare eoperare da sé, an- 
che p'ù là del maestro.— Guado. 
Pur* Vili, t 83: Colui che si nascon- 
de Lo suo primo perchè , che non gli 
è guado. 
43. (L) Santi : mossi dagli Angeli. 
(Fi Giri. Coiiv., Il, s. L* monitori 
{de* cieli) tono sostanze separate da 
materia . cioè Intelligenze , te quali 
la volgare gente chiamano angeli ... 
Il, 6 : ' Fanno la loro operazione con- 
naturale ad essi , cioè, to movimento 
del {toro) cielo... Questi muovltori 
muovono, solo intendendo la clrcuta- 



zione in quello suggello proprio, che 
ciascwìo muove, ba forma nobilissima 
del cielo, eh' ha in si principio di 
questa natura passiva , gira toccata 
da virtù motrice, che questo intende: 
e dico, toccata non corporalmente, ma 
per tanto di virtù, ta quale si dirizza 
in quello... II, 1 : sapere si vuole, che 
li raggi di ciascuno cielo sono la 
via per la quale discende ta loro vir- 
tù in queste cose di quaggiù. — Fab- 
bro Conv., 1, 43: Il fuoco e il martel- 
lo sono cagioni efficienti del coltello ; 
avvegnaché massimamente è il fab- 
bro. Sim laudine del labbro anco la 
Aristotele (de ah.. Il) —Motor', Inf., 
VII. t. 95 : Fece ti cieli , e die lor chi 
conduce. Cic , Soran., Scip : Animate 
da divine memi compiono l cerchi lo- 
ro ed i qirl con ammirabile velocità, 
A ogni cosa anco t Rabbini danno un 
Angelo per motore (Bartol., Blbl rab., 
I). Haimonide vuole che le sfere sien 
angeli. 

41 (L) del: il cielo delle stelle tts- 
8h, ha forza da Do e la Imprime nei 
cieli di sotto. 

(F) Suggello. Boet : Tulrlplicls 
mediam naiurae cunpla movenitm 
Connectens anlmam per consona mem- 
bra rrsolvis\ Qnae cum sta a duos 
motum glomeravit in orbes. In semel 
reditura meat, mentemque profun- 
dam Circuit, et simili convertii ima- 
ginecneium. Agli Angeli del terso cie- 
lo in una canzone: Il ciel che segue 
lo vostro valore. 

4». (L) Conformate : alte. — Poten- 
zie senzienti. 

(SL) Polve. Gene». , Hi , 49 : Put« 
vis et, 



CANTO li. 



20 



4G. Così T intelligenzia sua bontatc, 
Moltiplicata, per le stelle spiega, 
Girando sé sovra sua unitate. 

47. Virtù diversa fa diversa lega 

Col prezioso corpo eh' eir avviva, 
Nel qual, sì come vita in voi, si Ioga. 

48. Per la natura lieta onde deriva, 

La virtù mista per lo corpo luce, 
Come letizia per pupilla viva. 

49. Da essa vien ciò che da luce a luce 

Par differente, non da denso e raro; 
Essa b formai principio, che produce, 
Conforme a sua bontà, lo turbo e '1 chiaro. — 



(F) llembra.^o , VI • infusa per 
or lus Mens agitai mntem. Arisi. % De 
coelo el luuodo: Cor pax est ad omntm 
pattern dimensionai um. — Co ti for- 
male. Dice e la forma Intima e 1' e- 
slrioseca uniformila delle membra 
iteseeeon le (unzioni dell'anima. 
Quasi co-i h formate. — Potenzie Som. 
Le potenze dell'anima sono a lei con- 
create Aug., de Trin IX : Le potenze 
non sono nell'anima come in sogget- 
to , al modo che t colori o te figure 
del corpo o altra qualità o qua utitù 
Som. : Le vinti dell'anima derivatisi 
dall'essenza di lei. "-Risolve La vir- 
tù spirala dall' Angelo , quasi anima 
del mondo , si risolve » si spiega, si 
svolai:, si com parie per le varie na- 
ture, come l'anima umana per le va- 
rie parli del corpo Qui risolvere non 
cartine a dissolvere; e quasi sno- 
darsi, aprire la potenza negli alti. 
46. (D Intelliglenzia divina 
(SL) Spiega. Della vaa delle pian- 
te, Virgilio tGeorg .. 11)? Fronde* ìx- 
plieat omnes.- Longa cohortes expti- 
euit legio. • Spiegare dice più e me- 
glio di sviluppare. 

(F) Moltipllcata. Som. : La virtù 
unita è superiore se si estende ad 
uguali; ma la virtù moltiplicata è 
superiore se più numero di enti sia 
a lei sottomesso. ~ S$tieqa De Mori : 
Per il cielo, siccome per organo , la 
similitudine dell'eterna bontà si spie* 



ga nella materia ondeggiante. — Gi- 
rando Boel.: In semel rediturameat. 

47. (L) Col : il pianeta è Come corpo 
alla virtù superiore diversa, ed esso 
la viene con la varietà della sua na- 
tura propria ancora più variamente 
atteggiando. 

(SD Lega. Imagine della vita : e 
e tn Virgilio (ito., IV), e più nel lin- 
guaggio cristiano — Corpo. Som. : 
Questi corpi inferiori. 

48. (L) Lieta di Dio. Mista di spiri- 
tuale e corporeo. 

(SD Lieta. Purg XVI, t. so: Mossa 
da lieto Fattore, luf VII, l. 33 : Con 
l'altre prime creature lieta Vulve sua 
spera* e Peata si gode. Baruch, III, si: 
Lt stella diedero lume nelle vedette 
loro e furono liete. 

(F) Mista. Del divino potere e 
dell'angelico, e delle proprietà di cia- 
scun corpo e di quelle che ad esso 
vengono da tulli i corpi superiori e 
da ciascheduno. 

49. (D Tur Po: buio. 

(F) Formai. La ragione è falsa : 
superfluo il notarlo. L' Ottimo do- 
manda perchè la luna ha sola queste 
macchie, e non altri pianeti ? Perchè, 
risponde, ella è 1' ultimo, e la virtù 
de' cieli ci opera con meno vigore. 
La quale diversità si fu cagione alla 
-terra della corruzione e della gene- 
razione de' corpi. 



Il verso: Madonna, sì devoto Quan- 
i esser posso più , ringrazio Lui... . 
nella sua schiettezza è più bello a 
me, che il pomposo proemio, dov'egll 
dall' alio del suo legno respinge le 
barene picciotti le che, merendoni in 



pelago e perdendo lui, non rimanga- 
no smarrite; e a coloro slessi che 
drizzarono il collo per tempo a rice- 
vere il pane deRll angeli , quasi via- 
tico del passaggio, a questi stessi fa 
Invito che lo seguano , purché s'at- 



30 



PARADISO 



tengano al solco che fa egli nell'on- 
da, innanzi che si rappiani : e annun- 
zia maraviglie simili a quelle che vi- 
dero gli Argonauti. Ha ben presto 
Beatrice gli farà vedere II suo crede- 
re stesso sommerso net falso , e di- 
sfarà il pregiudizio di lui , come II 
soggetto della neve ai colpi del sole 
rimane nudo E dal colore e dal fred» 
do primal ; che non mi pare, per ve- 
ro, delle imaglol più felicemente di- 
pinto. Più semplice quella del tenere 
da sé il guado per giungere a verità 
sicuro e spedito ; e quella che fa l'e- 
sperienza essere fonte, e le arti uma- 
ne rivi di lei ; e quella che presenta 
lui entrante nel solido del pianeta lu- 
cente , com* acqua riceve Raggio di 
sole permanendo unita. Due imagtnt 
abbiam viste del sole : e II solido del 
pianeta e Quoti adamante che lo sol 
ferisse — eterna margherita. B ve- 
dremo più allo oro % argento* e gioie 
• e gemme, e lapilli, e rubini e topazi? 
e il suo bisarcavolo anch'esso un vivo 
topazio. Più modesta la comparazio- 
ne : Cosi come color torna per vetro j 
la quale rammenta del Canto seguen- 
te, Il meno schietto : Tornan de' no* 
stri visi te postille. Né bello è qui il 
cangiare carie nel volume delta luna; 
a cui non so se sfa scusa l'equivoco 
di volume per glro t come altrove 
egli l'usa . con locuzione non chiara 
ma grandiosa: Lo maggiore manto 
di tutti i volumi Del mondo, che pia 
ferve e più s'avviva Nell'adito di Dio. 



Notabili, a ogni modo, non pochi dei 
traslati che ammantano e avvivano 
l'arido e il freddo del Canto. Egli 
giunge^ dal monte al pianeta in 
quanto dall'arco giunge al segno lo 
strale e vi posa. Gli strati di maravi- 
gli a lo pungono. Il tento è chiave 
che apre il vero de' fatti; ma la ra- 
gione ci giunge suìVaii. il moto e la 
potenza de' cieli spira dagli angeli 
come dal fabbro rarte che fa ubbi- 
diente il metallo} il desio altissimo 
dalla mente divina prende f imaglne 
e sene fa suggello, e imprime visibile 
e rilevata ne'moodl l'Idea. A chi 
troppo umile -paresse la similitudine 
del grasso e del magro che tono 
comparila nel corpo (ma a me ren- 
de ai vivo il concetto, e tien vece 
qui d'argomento: come le Imaglol 
sogliono negli scrittori e net dicitori 
potenti, e In tutte le anime rette), 
ammiri quella dell'anima mondiale, 
comparala allo spirito animante la 
polve umana, il quale In essa svolge 
sé e lei , e, per diversi organi e po- 
tenze esercitandola, esercitate; la 
ammiri ripreseniarsi nella vita che 
si lega non al corpo de' m'ondi ma in 
esso corpo , come nelle membra 
mortali si stringe e si spande la vi- 
ta ; l' ammiri da ultimo nella celeste 
virtù, temperata variamente, che per 
le moli immense degli astri sfavilla 
e sorride : Come letizia per pupilla 
viva : dove 1 suoni stetti dipingono 
Io scintillare giulivo. 



canto n. 31 



OSSERVAZIONI DEL CH. P. ANTONELLA 



« Veloci quasi come il ciel . . . , • (t. 7) 

Ritornando sai moto che a lui, fatto puro, aveva impresso l'istinto 
d'ascendere al cielo, ci dice il Poeta che la sete del deiforme regno, 
nata con noi e inestinguibile, portavalo con velocità quasi eguale a 
quella che vediamo avere la spera stellata, che è Tunica visibile. Nel 
Canto precedente disse che la sua velocità era più della folgore : sa- 
rebbe mai, dunque , che nel pensiero del Poeta fosse maggiore di 
quella del fulmino la velocità della ottava spera ? Si. AI tempo suo 
non si sapeva che l'elettricità, generatrice di quella meteora , sì dif- 
fondesse con tanta velocità da percorrere nell'aria qualche diecina di 
migliaia di miglia In un minuto secondo, cioò in una battuta di polso ; 
e dovevasi pur avere idea che le stelle 1 fossero ad una distanza ec- 
cessiva, per non dire immensa : perciocché nen poteva sfuggire a 
quegli Ingegnosi astronomi un fatto semplice ed ovvio , di cui tenne 
buon conto il Copernico : ed è, che T orizzonte reale alla superficie 
terrestre divide in due parti eguali la sfera stellata come si fa dal- 
l'orizzonte razionale che passa pel centro della terra, nonostante che 
questo disti dalla superficie tre o quattro mila miglia. Ora, un tal fatto 
non potrebbe sussistere se questa distanza , enorme per le nostre mi- 
sure negli usi civili comuni, non fosse come nulla al paragone della 
distanza che ci separa dalie stelle ; la quale però doveva esser creduta 
incomparabile e quasi infinita. Supponendola pertanto non più che dieci 
volte quella di Saturno, 11 più remoto tra 1 pianeti allora conosciuti; 
e supponendo che credessero Saturno tanto più lontano dal sole, 
quanto più tempo spendeva a compiere la sua orbida col suo moto 
proprio , giacché l' astronomia antica non ebbe modo nemmeno di 
tentare la soluzione del problema delle distanze planetarie, fuorché 
del sole e della luna ; poiché Tolomeo assegnava circa quattro milioni 
dì miglia alla distanza tra il sole e noi (venti volte minore del 
giusto), ed oltre a ventinove anni il tempo di una rivoluzione siderale 
di Saturno ; se ne inferirà che il nostro Poeta doveva credere non 
minore di li 60 milioni di miglia la distanza delle stelle dalla terra. 
Ma con questo raggio si ha una circonferenza di ben 7390 milioni di 
miglia, e questa sul cerchio massimo equatore celeste deve trascorrere 
in ventlquattr' ore, giusta il sistema di Tolomeo : dunque la velocità 
in un minuto secondo sarebbe di oltre 84 mila miglia , molto mag- 
giore che la velocità della corrente elettrica aerea. Onde si manifesta 
la giustezza e la coerenza delle due comparazioni di Dante, e l' ac- 
cordo col brevissimo tempo che dice speso a salire alla luna , posta 
da Tolomeo a una distanza maggiore di ductnto mila miglia da noi, 
con bella approssimazione al vero accertato dalla scienza moderna. 



32 PARADISO 



« Che n' ha congiunti con la prima stella. » (t. 40) 

Gli antichi astronomi posero anche i pianeti tra le stelle; e perù 
distinsero queste in erranti e fisse. La prima stella, cioè la più vicina 
a noi, era dunque la luna. Tolomeo, come s'era avvicinato al giusto 
nella misura della distanza dol nostro satellite, cosi non andò lungi 
dal vero nel determinare il diametro lunare; assegnandolo di cinque 
diciassettesimi di quel della terra, ossia di circa miglia due mila 
cento, di sessanta al grado : mentre oggi sappiamo non essere che 
di tre undecimi della slessa unità: la qual porzione, per le misure 
odierne tanto più precise, del nostro globo, rappresenta miglia mille- 
novecento prossimamente, il volume poi della luna risultava allo stesso 
astronomo tra la trentanove sima e la quarantesima parte del volum e* 
della terra; e veramente non giunge bene alla parto cinquantesima; 
cioè a dire che del pianeta da noi abitato farebbersi cinquanta parti, 
ciascuna delle quali equivarrebbe alla luna. 

« Lucidai spessa, solida, e. pulita. * (t. il) 

Il Poeta, mancando di telescopi! per esplorare la superficie dei pia- 
neti, s' attiene, alle opinioni del suo tempo su ciò. I tre primi attributi 
sono convenienti: il quarto è improprio, essendo scabrosissima la faccia 
della luna che sempre sta volta' alla terra :' contiene grandi- catene di 
monti, disposte circolarmente: e vi si osservano dei picchi elevati sul 
fondo, anch'e più di sette mila metri; che «è quanto dire straordinaria- 
mente più' alti delle' più alte cime delle nòstre montagne, avuto ri- 
guardo alla tanto maggiore piccolezza della luna rispetto alla terra. 



t'eterna margherita. » (t. 13) 



La chiama eterna in significato volgare , che indica perennità d' e- 
sistenza. L' imagine, poi , del raggio di luce che penetra una massa . 
-d'acqua senza disunirla, è felicissima, e Tunica che la Fisica ci som- 
ministri per vedere come sensibilmente possa venire un'; eccezion e ad 
una delle leggi della natura, la impenetrabilità de' corpi. Con quella 
imagine viene a ri trarci , meglio che con lunga dissertazione filo- 
sofica , la felice trasformazione avvenuta nel corpo suo. E da questa 
specie di miracolo , del penetrare la sostanza di quel pianeta senza 
disunirla, si fa strada a. contemplazione di più alti misteri, e. al desi- 
derio di conoscere quel che concerne V ineffabile incarnazione del 
Verbo divino. 



che son li segni bui.... » (t. 47) 



Per nou dividere i concetti di questo lungo ragionamento, tenen- 
dogli dietro, esporremo senza interruzione la dottrina professata dal- 
l'astronomo nostro. 

Col principio della perfezione e incorruttibilità dei cieli e de* corpi 
celesti, principio vigente allora nelle scuole, era una grave difficoltà 
la parvenza di macchie sul disco lunare, visi-bili da tutti, si che venne 
favoleggiato di Caino e delle spine dal volgo; e noi sappiamo. quanto 
costò a Galileo il persuadere della reale esistenza di macchie d'altro 
genere nel grande luminare diurno. Dante nel Convito aveva dato 
una spiegazione della notabilissima diversità di splendore che si scor- 
geva nella superficie della luna, .attribuendo ciò a varia distribuzione 
nelle varie parli della superficie medesima ; cioè che alcune fossero 



Canto iH, Paradiso 



Terzina 52.' 




Las do7trva ches per» lui V assenso diede,', 
ffide-' nel- •S'oitruf ii/ mifiaètle, jfì*u&t> 
Cfc zurcù* dentea, di lui, e- dell ' erede*,. 



CANTO II. 33 



più, altre meno dense ; e da questa maggiore o minore densità proce- 
desse la diversa capacità ri (lei Lente: ma questa spiegazione urtava al- 
quanto col ricordato principio, e non gii avrebbe permesso di consi- 
derare la luna, « Quasi adamante che lo sol ferisse , » come richiedeva 
la perfezione di un corpo celeste. Bisognava dunque ripudiare quella 
sua opinione; e per farlo con buon garbo, da uomo di scienza e da 
poeta, introduce la sua celestini donna ad argomentare cosi: Prima 
di tutto, non può essere in astratto, che ta diversità di cui trattasi, 
come quella che si vede nel colore e splendore delle stelle , derivi 
soltanto da pani più rare o più dense, dovendo virtù diverse esser 
frutto di principi'! formali ; né può stare in concreto ia tua supposi- 
zione : percioccné, o la rarità delle parti, a cui attribuisci la minore 
luce, si estende per tutta la grossezza del corpo lunare, o nell'interno 
del medesimo ha un limite. Se fosse il primo supposto , si dovrebbe 
vedere diafana la luna negli ecciissi del sole, restando essa tra questo 
e la terra: se il secondo, la riflessione della luce solare proverrebbe 
da parti più remote che non sono le superficiali, ma dovrebbe acca- 
dere ; i raggi verrebbero un po' più di lontano , ma non potrebbero 
mancare , e quindi non potrebbe nascere la parvenza di macchia ve- 
runa. E in vero, se (a imitazione del fatto su cui si ragiona) si ponga 
un lume in alto dietro le spalle, e tre specchi dinanzi, per modo che 
i due laterali siano ad un' eguale distanza , e il terzo nel mezzo nn 
po' più remoto ; vedrai che tutti e tre risplendono in eguat maniera , 
sebbene dal più lontano la tua vista non riceva la quantità stessa di 
luce ; ma certo non discoprirai parvenza di macchie : e così dovrebbe 
avvenire nel secondo supposto. Se dunque il fatto non si spiega con 
l'ipotesi delle parti più rare o più dense ; dovrà darsene un'altra ra- 
gione , la quale è ia segueute. Ciascuna spera è governata da una 
beata intelligenza, la quale manifesta la molteplice sua virtù nell'astro 
aWual ella presiede, come fa 1' anima umana per le varie membra 
del corpo che informa. Queste diverse virtù de' cieli fanno diversa 
lega, formano cioè diverse composizioni, producono diversi effetti, co' 
preziosi corpi che avvivano, e nei quali si legano, come la vita in noi. 
Da questa unione nasce una virtù mista, la quale, per la natura lieta 
da cui procede, risplende pel corpo, come ieiizia nell'anima nostra si 
fa manifesta per viva pupilla. Pi questa virtù periamo, e non da denso 
e raro, deriva ciò che pir differente da luce a luce: e la stessa mista 
virtù è formale principio, che, a norma di sua bontà, produce il chiaro 
e il lorbo nei diversi volti dei varii lumi celesti. 

Fin qui Beatrice. Ora , lasciando a parte quest* applicazione della 
scienza teologica dei due beati Cori angelici , appellati nelle Sante 
Scritture Dominazioni e Virtù dei cieli, e prendendo la quistione più 
umilmente e semplicemente (tanto più che alla gloria del sommo Fat- 
tore nulla si toglie, perchè le cose sono eminentemente buone come 
egii ha voluto farle»; diremo che il Poeta nostro ha giustamente ri- 
pudiato la dottrina del denso e del raro, la quale però non lascia di 
aver luogo nel fenomeno «ielle riflessioni o Tiene; e è venuto ad ac- 
cennare alla principale cagione delle macchie lunari, ammettendo una 
diversità nella costituzione degli astri , almeno a guisa di membra 
aventi diversità di uffleio in un medesimo corpo. Il fatto è che gli 
astri, anco considerati singolarmente, constano di materie diverse, 
giusta il nostro modo di cognizione sugli elsm< nti della materia e 
sulle loro combinazioni ; e sostanze materiali diverse, in rapporto con 
la luce , sono diversamente capaci di assorbire essa luce, sia per la 
quantità, sia per ia qualità, rispetto ai raggi elementari de' quali com- 
ponesi la luce solare ; il perchè, più ne assorbono, e meno ne respin- 
gono; e quanto più sono avide d'una specie di raggi lucidi compo- 

Dante. Paradiso. 3 



34 PARADISO 



nefHi, tagto più sono Risposte a lasciar liberi gli altri ; d'onde la Im- 
mensa diversità delle riflessioni lucide e della colorazione de' corpi. 
Ma questa semplici ;slma dottrina non era nata in quel tempo; 9 il 
sistema filosofico della incorruttibilità dei corpi celesti non poteva far 
buon viso al supposto di una eterogeneità di materia nella loro com- 
posizione; il perche è da ammirare che il nostro filosofo abbia potuto 
leyarsi onorevolmente d' impaccio , rifiutando una causa non buona, 
come inetta a spiegare un effetto; e, giacche e? non poteva averne di 
meglio in natura, al sovrannaturale facendo ricorso. 



CAtfTO il. 35 



I MOTORI DE' CIELI. 



11 proemio non breve di questo Canto termina con un cenno al pas- 
saggio degli Argonauti, del quale toccasi anco nell'ultimo Canto; • 
di Gia*ono e della sua impresa con lode nel diciottesimo dell'Inferni: 
ma qui il rammentarlo bifolco (voce a Dante non bassa, se la ritro- 
vava non bassamente ad opra ta in Virgilio, e se quella imagine nella 
sua mente si conveniva con le altre parecchi- della sementa del bene 
e del vero), il rammentare questo re come bifolco (1) ha forse inten- 
zione a quegli uomini che dai seminati denti della serpe ebbero na- 
scimento, e che, aizzati da esso Giasone, si combattettero poi tra loro; 
nel che Danto vedeva forse adombrate le discordie e delle italiane 
repubbliche e delle greche aizzate o da' re v o da balii o frammenti 
di re, 

11 volare del Poeta nel vano fiammante é tanto rapido quanto lo scoc- 
care e il dare nel segno che fa la saetta. Or com' é che il ragiona- 
mento di Beatrice Intorno al trascendere che fa Dante, volando, quel 
corpi leggerissimi, incominci cominciato già il volo, e, prima che re- 
stato quello , abbia Une? Non resta a dire se non rbe cosi nel moto 
della parola di Beatrice e sua , come in quello del corpo di lui , le 
leggi umane dello spazio e del tempo fossero trasvolate. 

S'è detto già che il paradiso terrestre era creduto giungere al 
confini del cielo (2) , e che sotto il globo lunare vedovasi la regione 
del fuoco (3). All'entrar nella luna pare che una nube lo copra solida 
e massiccia e tersa e lucente come diamante ove il scie ferisca. Né 
tanto egli ha in mente la nube circonfusa che avvolge Enea (*», e la 
notte che abbraccia nella cava ombra i combattenti (5); e Diana che 
in una cava nube trasporta il corpo armato della compianta vergine 
al patrio sepolcro (6) ; quanto le imagini di Ezechiele e di Giobbe : 
Firmamenti quasi aspectus cristalli... extenti super capita eorumtf). 
I cieli sono solidi e puliti come uno specchio di rame e di bronzo (8). 
Dante col eorpo suo penetra nel corpo lunare, e sa bene essere con- 
trario alio leggi già note che Vuna dimensione patisca V altra. - Il 
corpo empie il luogo in quanto non patisce seco altro corpo (9). • Non 
possono in un luogo esser due corpi; né l'intervallo è cosa corporea; 
perchè il corpo è quello che sta tra gli estremi del luogo (iO). • Moti 
non pare che ci possa essere se non ci sia vuoto ; dacché quel eh* è 
pieno non può essere capace; e se cosa ci cape e i due corpi sono nel 
medesimo luogo sarebbe possibile che quante mai cose si vogliano, nel 
medesimo luogo capissero (11). A spiegare il mistero naturale della im- 

«) Quante aspetto reale anco ritiene ! (6) jEo., XI. 

(lQf„ XVIII, t. 59.) (7) Exech., 1, 22. 

(2) Brda In Cor., fi, 4$. (8) Giobbe, X*XVU, 1S. 

(•) Som.. %, *, 40 1 . (9 ) Som., i, 4, 8 : Non pattiur. 

(l)Mo.,L UO) Aritt. Phys., IV. 

(*)£o.,H. <41) Arlst., I. e. 



36 PARADISO 



?enetrabilltà gli giovava in parte la sua bella similitudine stessa del- 
'acqua che , rimanendo unita , riceve raggio di sole ; che rammenta 
quell'altra efficace imagine : E come in vetro , in ambra , od in eri" 
stallo Raggio risplende sì che dal venire AlV esser tutto non è inter- 
vallo <1). Ma a lui piace meglio farsi argomento di qui al ben più alto 
mistero della incarnazione del Verbo, sottintendendo che tutto quanto 
circonda l'uomo è mistero , e lo dice più chiaro di lì a poco laddove 
argomenta, non essere maraviglia che nelle cose soprasensibili s'in- 
ganni la mente quand'ell' é sì corta nelle sensibili stesse. E aspira a 
quello stato dove le verità ora credute ci saranno evidenti non per 
dimostrazione di discorso , ma come le prime verità che l' Intuito ri- 
ceve. Non dimostrato ma fia per sé noto A guisa del ver primo che 
Vuom crede (2). - Ai primi princlpii V intelletto aderisce immobile 
senza discorso (3). - Quelle cose diconsi a noi per se note la cui co- 
gnizione è in noi naturalmente, siccome è manifesto da' primi prin- 
cipii delle dimostrazioni i cui termini sono certi Comuni che nessuno 
ignora, come Vessere ed il non essere, il tutto e la parte (4). - Prinr 
cipii per sé noti son quelli che, appena conosciuti i termini, inten- 
donsi in Quanto ti predicato è compreso nella definizione del soggetto {$). 
- Sono veri e primi principii che acquistano fede per sé, e non per 
altri principii (6). - II principio di tutto l'ordine delle cose morali è 
il fine ultimo, che nelle cose operative è quel che è nelle speculative il 
principio indimostrabile , come è detto nel settimo dell' Etica 7). - I 
primi principii indimostrabili sono la sostanza della scienza, perchè 
il Primo che in noi è della scienza sono siffatti principii , e in loro 
virtualmente contiensi tutta la scienza (8). 

Domanda Dante a Beatrice le ragioni delle macchie della luna, am- 
maestrato com'egli era dal filosofo sua guida a lungamente indagar 
le cause (9) : e la non ò questione oziosa per confutare in versi quel 
eh' egli ne aveva nel Convivio detto in prosa , al contrario dei mo- 
derni che nella prosa confutano i versi ; ma era assunto del suo 
poema accennare alle più notabili delle cose naturali allora note, e 
alle soprannaturali subordinarle. Che se e prima e dopo di lui non 
parve anco a' poeti veri illecito comporre lunghi poemi didattici, per- 
donisi a lui l'aver fatta didattica del suo alcuna parte. Né ripete egli 
già le cose più volgarmente note, ma cerca li nuovo del vero , e del 
noto trasceglie 11 più certo, e lo condensa in sentenze talvolta potenti; 
e del cercare li vero segna anche la via , poeta logico non meno che 
teologico : siccome ià dove pone ii dubbio (10) modesto ed onesto, come 
fonte di scienza; e qui dice dell'esperienza Ch'esser suol fonte a* rivi 
di vostr'arti (11); i due dettami che a taluno paiono rivelati all'uma- 
nità dal Cartesio e da Bacone. Ma ancora più alta ragione ba il con- 
cetto della discussione presente ; che si fa occasione a svelare un'altra 
delle macchine del poema, cioè V influenza dei corpi celesti sopra i 
terrestri, e de' celesti l'un sopra l'altro non per moti meccanici ma 
per l' impressione d' Intelligenze pure, alle quali tutte é motrice la 
Mente suprema. 

(1) Par., XXIX, t. 9. (40) lnf., XI; Par., IV. 

(2) Par., Il, t. 15. (li) Ter*. 32. - Arigt. Phya, VII : 

(3) Som., 1,110. Ex singulorttm rxperkntia, universum 
U) Som., «, 4, 5. se tentivi m naneiseìmur Artst. Mei. , 
}5) Som. 1,1,17. Post.: Di molte tperienze tifa un prin- 
}6) Arisi, e Som., 1,2, 8. eipio universale. Id. , 1: La scienza 
>7) Som., 2, 1, 72. umana prende origine dagli esperi- 



M Som., 2. 2, 4 ; 1, 1, 1 . menti. 

V Aristotele fPhys ., Il) ragiona 
delle cause a lungo. 



CANTO li. 37 



La ragione seconde Dante men vera , da lui addotta per prima , è 
che le macchie lunari vengano da diversa rarità o densità ; le quali 
due parole trovansi contrapposte in Virgilio due volte, e l'una In senso 
filosofico a rendere ragione del mutare che fa negli animali V umore 
e certi atti loro col mutare del tempo: Verum ubi Umpe$ta$ et coeli 
mobilis humor Mutavere via*, et Jupiter uvidus Austrie Dentat, erant 
quae rara modo , et quae densa , relaxat : Vertuntur specie* animo- 
rum (i). Ma Aristotele stesso non solamente ha di passaggio li mede- 
simo contrapposto (2); si lo pone come principio di scienza : Di tutte 
le affezioni de' corpi sono principio il raro e il denso, dacché il grave 
e il leggiero, il molle e il Suro, il caldo e il freddo sono varie specie 
di radezza o di densità: Or il raro e il denso sono secrezione e con- 
crezione che dicesi essere cagione di generazione o di morte (3>. Pa- 
role feconde che la scienza avvenire for*e In modo ammirabile Illu- 
strerà, dimostrando che il perfezionamento e de* corpi che dlconsi 
bruti e de' viventi, e , in senso traslato, ma tanto più vero, degli enti 
ideali e morali e civili, consiste in quella temperata condensazione di 
parti o principi! che si allontani egualmente e da vanità e debolezza 
e da durezza e insensitività, e che renda l'ente alto non solo a resi- 
stere alla invasione delle vite di fuori, ma ad influire su quelle; al 
che s'egli è troppo rado e vano, non ha vigore; s'egli ò troppo denso, 
o non può con le influenze sue penetrare si addentro , o penetra per 
dissolvere e per lacerare. 

Beatrice ribatte l'opinione di Dante prima con quest'argomento : gii 
astri sono e in qualità e in quantità di luce differenti ; or se ciò ve- 
nisse dalla più o meno densità loro, una virtù sola sarebbe in tutti 
distribuita in varie proporzioni. Codesto sarebbe, intende Dante , po- 
vertà della creazione, la quale congiunge varietà Incomputabile alla 
suprema unità. Né solo in si gran corpi come sono i celesti, ma in 
ciascheduno ente, per dappoco che paia , é una forma, una virtù es- 
senziale, che in qualche rispetto ha del comune agli enti tutti, in 
qualche rispetto ha del comune agli enti segnatamente della medesima 
specie, ma nella esistenza sua possiede individue proprietà. Questo 
principio é fecondo, se non forse con tutta fecondità svolto: la somi- 
glianza che non distrugge la differenza, ma si ta determina, il co- 
mune che richiede il proprio e il proprio che richiede il comune, e si 
conciliano entrambi non già per indulgente bonarietà nelle teste de' 
filoso Q, ma per invincibile necessità nell'intimo delle cose. Tale va- 
rietà di virtù ne' corpi celesti ed in tutti gli enti é frutto dunque di 
principil formali diversi: Ogni essere è secondo una qualche forma (4). 
- L'operazione di natura procede da un principio che èia forma della 
cosa naturale (5). - Dal principio formale nelle cose naturali è spe- 
cificata Vazione, come il riscaldamento dal calore (6). - Le cose incor- 
poree sono di, più formale e più universale virtù (7). - Dio non viene 
in composizióne d'alcuna cosa né come principio formule né come ma- 
teriale (8). 

Dopo soggiunta un'altra argomentazione sperimentale, procedesi a 
rendere la ragione delle macchie che, secondo Dante, ó la vera. Nel 
cielo ultimo ò la virtù che comprende quelle degli altri cieli in lui 
contenuti ; il cielo stellato che viene sotto , scomparte questa virtù 

(1) Georg., I - E li : Bara sii, an su- (A < Som., 1,4,5. 

pra morrm srt densa, r equi ras. (5; Som., 2, 2, 95. 

S) Arisi., Phys., I. (frt Som., 1, 2, 9. 

) Arist Pbys. , Vili. Platone pò- (7) Som-, 1. e. 

nera per principio materiale il grande <8) Som., 1,4,3. 
e il piccolo ; altri , il denso e il raro. 



38 *AftADISO 



ne* corpi celesti soggetti ch'egli contiene, ma che sono distinti ita taso, 
e ciascuno de» quali ha fini suoi propri!, é suoi propri I germi di vita 
e d'operazioni: ciascun cielo dunque, e ciascuna ?ita di quello, riceve 
l'influenza dal cielo a dalle vite superiori, e, appropriatasela , negli 
Inferiori la spande. Queste virtù e questi moli, che dalle virtù intime 
èl distinguono, ma consuonano ad esse, son opera d'Intelligenze bette 
moventi, che operano come I' artista sulla materia d% lui modellata 
e animata. Il cielo stellato poi è diretto suggello della Mente stessa 
divina, da cui piovono le virtù sottoposte; e la gioia del vero e del 
bene e della bellezza ch'è In quella mente beatissima si dispiega per 
gli organi del mondo, più attivi o meno, come la virtù dell'anima si 
dispiega per gli organi corporei più o men nobili ed efficaci. Dalla 
maggiore o minore dignità del corpo o dell'organo a cui lo spirilo si 
comunica, esso corpo od organo acquista virtù maggiore o minore, e 
tramanda la Iure superna, come la gioia dell'anima brilla negli occhi 
vivi. Quindi negli astri la differente vivacità della luce; la quale è 
come l'espressione dell'interiore virtù, della forza imprimente. 

Or illustriamo la poesia con la scienza. La virtù universale del primo 
cielo (*). - Nel maggiore, contlensi quel eh* è meno (fc). - Il moto del 
cielo è naturale per attitudine del corpo celeste a tal moto, sebbene il 
movente sia wlontario (3). • Conveniva nelle cose naturali che le su- 
periori movessero le inferiori alle loro operazioni per eccellenza di 
naturale virtù conferita da Dio (4). - V ordine delle parti dell' uni» 
verso tra loro è in quanto le creature superiori operano nelle infe- 
riori f5). • Li movitori de' cicli sono sostanze separate da moUtia, 
cioè Intelligenze té). - Gli angeli possono adoprare sostanze naturali 
a ottenere eerti effetti, siccome il fabbro adopera il fuoco a ridurr» il 
ferro (7). • Tutta la creazione corporea è amministrata da Di* per 
mento degli angeli (8). 

E acciocché vedasi che questo de* cieli non è che simbolo di mondi 
spirituali (la quale convenienza é confermata da tutta la natura vi- 
sibile le cui proprietà sono imagfnl di più alta natura , ond' hanno 
origine e i traviati e tutta la poesia); rechiamo i passi seguenti, senza 
Il concetto de' quali non apparrebbe compiuta l'idea del Poeta. • La 
rivelazione perviene in certo ordine agli uomini per gli angeli, e agli 
angeti inferiori pe' superiori (9). Gli angeli inferiori per mezzo de 9 
superiori ricevono le divine illuminazioni (40 . 

Dio per le sostanze più prossime opera sulle cose che sono più re- 
mote (14). • Le inferiori creature riduconsi a Dio per\le superiori (44). 
- La Mente (43) e la Natura è necessario che sia la prima eausa di 
questo universo (44). E quanto più nobile nella semplicità sua 11 verso : 

(1 ) Som. , 4 , 4 , 4 9 . ffa «orno, nella distinguono gli dei sostanze intellettuali 

' sui vfrtute L'esstr di tulio suo contento sopra' la luna, e i demoni sotto. 

giace «t. 38». (lì Som., 4, 4 10. Dell'influenza de- 

(2) Som , 2, 2, 406 - Esxenze da lui gli angeli sulle cose, ivi, 4, 400 e 44). 

disfi-te e da l»i contenute (l. 39). - Come dal fabbro l' prtt del martello 

(3) Som., 4, 5, 6. - Lo moto è la crir- (t 43). 

là de* nauti giri ., Da' beati motor* con- (8) Som., 1 , 63 ; Aug., de Triti., III. 

vien che sp H (t. 43). (** ) Dion., Hicrarch , IV, 7 ; Som. , 4 , 

(i) Sem., 2, 2, 404. -Aug. de Trio., 406. 

III. («0) Som., 4, 412. 

(5) Som., 4, 2,5; 4. 2, 9.- Par., I: (II) Dion, Div. uom,IV. 
Le cose tutte quante Bonn' ordine tra (42) Dion., Hierarcu , V. 

loro. (18) 'L del Dalla Mente profonda che 

(6) Conv. li, 5. Agostino (deCiv. Dei, lui volte, Prende l'immota (t. 44.)- 
VIU) reca la wntenia oV Platonici cha (44; Aritt. Pbys. 9 IL 



CANTO li. 99 



Girando sé sovra sua untiate (4), dei concetto platonico : L'anima del 
mondo dal mezzo dell'universo all' ultimo cielo si spande , e tutto in 
giro di fuori lo cinge ; e sé medesima in sé rivolgendo t (2). Pia- 
tone con la rettitudine ancor più che con la sottigliezza della mente 
attenuava e con la bellezza delie forme fantastiche palliava 11 vizio 
del panteismo d'Oriente e di taluni della scuola italica ; non se ne li- 
berava però, che è cosa quasi impossibile sfuggire al materialismo 
più o meno velato e non incappare nel panteismo, che è anch'esso un 
materialismo in digrosso, senza la filosofìa cristiana. 11 semplice verso 
Da lui distinte e da lui contenute (3) contiene e distingue la verità, 
nulla esclude e nulla confonde, ed é creazione di scienza matura, lad- 
dove il panteismo vecchio é fattura di fanciulli adolescenti, e il nuovo 
di decrepiti rinfanciulliti. 

Notisi, tra l'altre espressioni feconde di questa esposizione, quella 
de' cieli che dispongono le virtù loro proprie, distinte in loro e quasi 
digerite ciascuna a lor fini e a lor semenze dove la fecondità casuale 
e la provvidenza finale vengono sapientemente constante non solo nel- 
l'ordine universo, ma in ciascheduna parte di quello, e a ciascheduna 
parte è assegnato non solo un germe di fecondità passivo e attivo, 
ma un intendimento premeditato nella mente dello spirito che la go- 
verna: e notisi quell'altra espressione dell'Intelligenza suprema che 
spiega la propria bontà per le stelle moltiplicata ; e fa non solamente 
pensare all'unità produttrice di tanta varietà, ma eziandio all'Incom- 
putabile moltiplicarsi del bene per tutte le creature e per ciascuna 
pane di quelle con ciascuna parte , e con tutte le parti e co' tutti , e 
di ciascuna delle relazioni loro per latte le relazioni e par ciasche- 
duna. 

(i) Terz. 46. ptr altro dislitto : Ma gH aìtrison mi- 

(1) Timeo. aurati da questa (Par., XXY1I , t. 39), 

(3) Ter*. 39. E perchè non paia ca- per indicare ohe senza distinzione non 

snaie il cenno , ripete : Le dintinzion' è misura, e però non proporzione o ra- 



ck dentro da si hanno (t. 40) ; che gioite, 
rammenta quell'altro : iY<w è suo moto, 



40 " PARADISO 



CANTO III. 



ARGOMENTO. 



Nella luna le anime di coloro che non interamente adem- 
pirono % voti a Dio fatti Piccarda e Costanza , una Fioren- 
tina. parente del Poeta, e una Sveva imperatrice. 

Canto d'argenteo nitore; e se Io paragoni al terzo dell' Inferno, al 
terzo del Purgatorio, vedrai mirabile varietà d'ingegno, d'affetto, di 
stile , di lingua. Quasi s* mpre ad arida discussione scientifica succede 
nel Nostro una vena abbondante di poesia. E la slessa discussione scien- 
tifica o tosto o tardi riscuote la poetica fiamma. Vedete, nel Canto pre- 
cedente , quella macchina quasi epica de' beati mo'orì gì' ispira sulla 
line del Canto cinque o sei terzine, tra le più notabili del poema. 

Nota le terzine 1 alla 9; 12, 13, 14, 16; 20 alla 23; 27, 29, 30, 31, 
36, 37 ; 40 alla fine. 

1. vjuel sol che pria d'amor mi scaldò '1 petto, 
Di bella verità m' avea scoverto, 
Provando e riprovando, il dolce aspetto. - 

% Ed io, per confessar corretto e certo 
Me stesso, tanto quanto si convenne, 
Levai lo capo, a profferer, più erto. 

4. (L) Sol: Beatrice. — Riprovando Cosi la mente del nostro poeta addi- 
li mio errore. lava la vera via del progresso nelle 
(SL) Riprovando. Som. : Ripro- scienze naturali , anzi in tulle le 
vando la risposta Altrove, in questo scienze. Ma è pur giusto darne mirilo 
senso: improbare — Dolce. Dolce anche all'umile Francescano malese, 
e bella, bri li e dolci aggiunti. Buggero Bacone, appellato il Dottore 
(Fj Sol. Conv., IV, I: Per mia Ammirabile t the di mezzo secolo 
doma intendo sempre... quella luce precede ile il nostro Alighieri, e con 
virtuosissima, filosofia; li cui raqgi la profondila del suo ingegno e con 
fanno i fiori ri nf vomite . e fruì t fi- le mai aviglie delie sue scoperte <juel- 
care la verace drqli uomini nobiltà, la medesima stradii agli studiosi dei- 
Som : La sat>i mia . come virtù httel- la natura additava. 
lenitale , considero le. cose divine in S iL> Corretto del mio errore in- 
quauto sono investigabili alla ruqio- torno aite macchie lunari — Certo 
ne umana; tua la virtù teologica vtr- del dimostratomi da Beatrice. -- 
sa intorno alte cose divine in quanto Prcfftrer: panare —Erto* per poi 
eccedono la ragione. — Provando e chinarlo c«»n cenno d'assenso 
riprovando. [Ani] Questa sentenza (SL) Erto.G\o. Vili.: Faceano tf 
racchiude tulio il metodo della Fi- cavalli) .. ergere in dietro. Quindi il 
losofia sperimentale; ed è il motto comune Slare all'erta. 
della celebre Accademia del Cimento. 



CANTO III. 



41 



3. Ma visione apparve, che ritenne 

A se me tanto stretto, per vedérsi, 
Che di mia confession non mi sovvenne. 

4. Quali, per vetri trasparenti e tersi, 

Ovver per acque nitide e tranquille, 
Non sì profonde che i fondi sien persi, 

5. Tornan de' nostri visi le postille 

Debili si, che perla in bianca fronte 
Non vien men tosto alle nostre pupille ; 

6. Tali vkT io più facce a parlar pronte : 

Perch'io dentro all' error contrario corsi 

A quel ch'accese amor tra l'uomo e il fonte. 

7. Subito, si com' io di lor m' accorsi, 

Quelle stimando specchiati sembianti, 
Per veder di cui fosser, gli occhi torsi: 

8. E nulla vidi: e ritorsili avanti, 

Dritti nel lume della dolce guida, 

Che, sorridendo, ardea negli occhi santi. 



3. (L) Per : per esser 'vista da me. 
— Confession : di dirmi certo e cor- 
retto. 

(SD Stretto. Pur*.. XIV, t 49: Sì 
m'ha vostra ragion la mente stretta. 
• XVII, t.S: Futa mia mente *l ristret- 
ta Dentro da sé, che ai fuor non ve- 
nia Cosa eht fosse ancor da tei ricet- 
ta. Mn. t 4 : Obtutuque haerel dtfixus 
in uno. 

4. (L) Persi di vista. 

(SU Vetri. Mn.. vii: Vitrea. . un- 
da. — Nitide Ovid. Met., HI: Fons 
eral iHimin, nilidis arqenteus undis. 
Di questa riflessione vedi Aristotele 
(De- ad.. II) — Persi. Non intendo di 
color bruno, che sarebbe un ripetere 
il nitide, ma persi di rista. 

(F» Quoti CAnt 1 Per indicare in 
sterne delicatezza e debolezza di ri- 
flessione di lineamenti d'umano vol- 
to, non poteva II Poeta scegliere 
esempi! più felici di questi. Egli pro- 
segue a in strarsi acutissimo osser- 
vatore; perciocché non gli sfugge 
che anco i corpi meglio disposti a 
dar libero passo alla luce, ne respin- 
gono «empre uria qualche porzione, 
e «fanno luogo a reflessi della mede- 
sima. Le circostanze poi di questi re- 
flesai vengono qui descritte con tutta 
esattezza di verità. 

5. (L) Postale: lince, lineamenti.— 



Men : bianca perla è cosi difficile a 
scernere in fronte bianca. 

(SL) Vini Pr..»., XXVII. 49: Come 
nell'acque rtsptende il viso di chi le 
riq uarda, cosi i cuori degli uomini 
a savi sono evidenti. Altro giro ha 
rimanine in Dante: pure rammenta 
questa -- Postille. Qui per lineamen- 
ti ne'qualisi legge il nome rtelia per- 
sona eia si riconoscednf.. X). Il boc- 
caccio usa postille in senso simile, 
ma oscuramente. - Bello non è; e 
sente la chiosa. •- Perla. Buonarroti, 
Tancia: Boccuccia rubi no sa Che, a 
porvi su cor al, non si vedrebbe. 

6 (L> Corni: credetti i veri visi, 
imagini: come Narciso credette ri- 
magi ne. vero viso. 

(SD Pronte In viso si leggeva la 
voglia E cosi fioco per lungo silenzio 
il Solomos spiega: in vistasi rat" 
colto e disusato dal parlare che , 
quando e" dirà, l'udrai fioco. 

(F) Tati Le fa tenui e poco lu- 
centi, a indizio dell'incerto a (Te Ito 
che dimostrarono al bene desiderato. 
7. (D Veder la vera persona. — 
Cui, chi. 

(SD Torsi... Rime alquanto gros- 
se, che non consuonano alla tenuità 
dell'ìmagìne 
(D Guida; Beatrice. 

(SL) Ardea : Ma. . V : Ardens 
oculis. - Il : Ardentia lumina. 



42 PARADISO 



9. — Non ti maravigliar perch'io sorrida 
(Mi disse) appresso '1 tuo pueril coto, 
Poi sopra '1 vero ancor lo pie non fida, 

40. Ma te rivolve, come suole, a vóto. 
Vere sustanzie son ciò che tu vedi, 
Qui rilegate per manco di voto. 

11. Però parla con esse, e odi; e credi 

Che la verace Luce che le appaga, 
Da sé non lascia lor torcer li piedi. — 

12. Ed io air ombra che parea più vaga 

Di ragionar, drizzami, e cominciali ' 
Quasi com* uom cui troppa voglia smaga: 

13. — ben creato spirito, che, a' rai 

Di vita eterna, la dolcezza senti, 
Che, non gustata, non s'intende mai; 

14. Grazioso mi fia se mi contenti 

Del nome tuo, e della vostra sorte. — 
Ond' ella pronta e con occhi ridenti: 

15. — La nostra carità non serra porte 

A giusta voglia, se non come quella 
Che vuol simile a se tutta sua corte. 

16. Io fui nel mondo vergine sorella: 

E, se la mente tua ben mi riguarda, 
Non mi ti celerà Tesser più bella; 



f>. (L) appresso : dopo. — Coto : pen- Rime , df Beatrice :., Una dolcezza , 

siero. — Poi : poiché. Che intender non la può chi non la 

{SD Coto. Inf . XXXI, t. 9«. — prova. Som.: Dulctdinem veritalis 

Pie. Frequente nella Bibbia a deno- experirL 

lare 1 moli dell'animo. (F) Vita. Joan., XVII. 8 : QueiCè 

io. (L) a roto .«all'apparenze.*» Man- vita eterna, che conoscono te Din »*» 

co: per volo non adempiuto. ro ed uno. -• Gustala, Psal , XXXIII , 

<SL> Vedi Ma., Ili : Pie dubita , 9: Gustate e redete che soave è il Si- 

nam vera vides. gnor e. CCO Pelr., I, li. s : Si gustati s t 

(Fi Rivolve. AD*. Cnnf., IV : S'io quoniam fluidi est Domina*, 

mi sforzavo porre nell'errore l'anima 44. <U Grazioso: graio. — Se: ae 

mia . chi ci riponi ; ed ella, per il mi di' chi sei e perché siete qui. 

vuoto non si tenendo, ricadeva sopra 45. (L) Serra: Don nrga sod disfa - 

a me • - Vóto. Falso è contrario di «ione, perché la carità di Dio con la 

sodo. Bugia da bugio. nega. 

„ 44 <L) Piedi: non lascia loro dire (F) Quella. Boet.: Né Indarno son 

falso. poste in Dio fé speranze e te preci ,- 

(SL) Luce. Joan.. I, t : Lux vera. che. se rette t non possono essere fwe/- 

4t. <L> Smaga $ lurba. fteaci 

is.(SL) Ben. Inf.. XXXII, t. s: Mal 46. (SD Mente. Qui vale più ette 

creata plebe. — Dolcetta Vita nuova : memoria : è la mente che riguarda , 

La frale ànima mia sente tanta dot- ansi la memoria del cuore. 
cezza , ohe ne smuore 'l viso, Welle 



OANTO ih. 



43 



17. Ma riconoscerai ch'io son Piccarda, 

Che, posta qui con questi altri Beati, 
Beata son nella spera più tarda. 

18. Li nostri affetti, che solo infiammati 

Son nel piacer dello Spirito Santo, 
Letizian, del suo ordine formati. 

19. E questa sorte, che par giù cotanto, 

Però n' è data, perchè fur negletti 

Li nostri voti, e ▼òti in alcun canto. — 

20. .Ond' io a lei : — Ne' mirabili aspetti 

Vostri risplende non so che divino, 
Che vi trasmuta da* primi concetti. 

21. Però non fui, a rimembrar, festino : 

Ma or m' aiuta ciò che tu mi dici ; 
Sì che raffigurar m' è più latino. 

22. Ma dimmi : voi che siete qui felici, 

Desiderate roi più alto loco, 

Per più vedere, o per più farvi amici? — 

23. Con queir altr' Ombre pria sorrise un poco ; 

Da indi mi rispose, tanto lieta 

Ch' arder parea d' amor nel primo foco : 



il. (I) Tarda: la lana, più vicina 
i la (erra, gira più leuU degli altri 

n (SL) Piccar da. Figlia di Simone 
Donali Pur*., XXIV, l. 4.- Tanta. 
Più vicina alia terra. Sì come rota 
pi» presso atto stelo tPurg. , Vili, 
l. SI). 

, n. (L) Formati: hanno Torma dal- 
l'ordine In che lo Spirilo Saato 11 

(SL> Ordine. Cani. Canlic , II. 4 : 
Ordinami in me charitatem. — Fot* 
"»o//. e informati lo sé e disposti 
tra sé 

u (U Rotte, dell'essere nella luna. 
(SL) Voti , e vóti. Giuochi etra 
Dime non cerca e non fugge. Ini., I, 
Hi: Pi* volte rètto 

.». <L> concetti eoe di voi ha chi già • 
vi conobbe. 

(Fi concetti Concetto e sembian- 
ti qui »m tuli' uno. I lineamenti 
della Ostinomi.-!, il popolo sa pie u le - 
mente li 4 Ice Videa. 
, Si il) Festino: pronta. — Latino : 
facile. r 

. (SD Festine. Fminart ènei XXXìU 
<tei Purgatorio (t. so); la prosa l' ha 



il Boccaccio. — Aiuta : Questa favilla, 
tutta mi faccene Mia eono*cen*a alla 
cambiata labbia {Pur* XXIII, I 16). 
Cambiata in peggio, qui trasmuta in 
bello. -• Latino. Latine tortai ai tali* 
ni valeva dire chiaramente. Con*. Il, 
s: A più latinamente vedere la sen- 
tenza. Vili.. XI. so: Assai era latino 
di dare audienza (facile). - Latino al- 
lora valeva i lattano ; e parlare per 
grammatica valeva latino. 

(P) Fui. So n.: Qh'I che è mani- 
mamente visibile . si fa men vi libile 
a noi per ili fatto della nostra vista o 
cor no rea o intellettuale. 

ss. (L) Vedrre Dìo. - Amici tra'Sao- 
li ; o farvi amici piti a Dio. 

(SL) Dimmi. Mù. , M : Dici te, fé* 
lices animati . Quae regio Anchisen, 
aule habet locus ? 

(Fi Amici. Som : Ad beati tudi- 
nem rrgnirltur societas amicorum. 

SS. (L) Da Indi : poi. 

(SD Primo. Pur*., XXVII. t. ss: 
Neil' ora»., che delr oriente Prima 
raggiò nel monte Citerea, Che di fuo» 
co d'amor par sempre ardente. I due 
primi s'illustrano insieme. Ha meglio 
qui. 



44 PARADISO. 



24. — Frate, la nostra volontà quieta 

Virtù di carità, che fa volerne 

Sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta. 

25. Se disiassimo esser più superne, 

Foran discordi gli nostri disiri 

Dal voler di Colui che qui ne cerne; 

26. Che vedrai non capere in questi giri, 

S'essere in cantate è qui necesse, 
E se la sua natura ben rimiri. 

27. Anzi è formale ad esto beato esse, 

Tenersi dentro alla divina voglia; 
Per eh' una fansi nostre voglie stesse : 

28. Sì che, come noi seni di soglia in soglia 

Per questo regno, a tutto il regno piace, 
Come allo Re che, a suo voler, ne invoglia. 

29. E la sua volontade è nostra pace : 

Ella è quel mare al qual tutto si muove 
Ciò ch'ella cria, o che natura face. — 

30. Chiaro mi fu allor, come ogni dove 

In cielo è Paradiso, etsi la grazia 

Del sommo Ben d' un modo non vi piove. 

21. (L) Virtft. Caso retto. — Fa vo- soglia in foglia, - Regno, Georg.. 1 : 

Urne: ci fa volere. — Assetai rende CoeH .. reqia. 

bramosi. ss (L> Cria: che la volontà di Dio 

ss. (L> Superne : più in alto. — Fo- crea. » le creature sue fanno. 

ran : sarebbero. - Cerne : spartisce. (SU Pace, Virgilio, degli Dei rubali 

SS. (L) Capere..', la qual cosa non (JRn , IVi : Quieto* Hor. Carni.. Ili s; 
ha luogo Incielo, dov'è necessaria la Adscnbi quieti* Orùtmibut. . Deorum, 
carità • la cui essenza é acquetarsi (F> Mare. Par., 1. t. 38: Si maro- 
net volere di Dio. vono a diversi porti Per lo gran mar 
(F) Necesse. Era parola comuni»- dell'essere. Questo faono le creature 
sima nelle scuole, di senso logico e nel tempo: ma l'ultimo lor fine è 
libero, diverso dal materiale e servo Dio. — Natura. Arisi. : Dio e la natura 
senso pagano. •- Natura. Som., s. s, nulla fanno indarno. De Mon :4>io e 
si, I : La carità è nel volere la natura nelle cose necessarie non 

87. (L) Formai: essenziale all'esse- desistono. Gioss. : La natura di c/a- 
re de' Beali -- Per eh* : onde. scuna cosa è quel che Dio opera in 
(SD Esse. Som : Divlnum esse. es-a. Som : Natura da nascere vale 
Queste voci Ialine erano per uso voi- la qenerazwue de' viventi, cioè il Ma- 
gari, come tuttavia exanrupto e al- scimento e la pullulazione : poi . così 
tre. chiamasi ti principio di essa genera- 
(?) Tenersi l/origine di ennten- zione; e quindi ogni intrinseco pr in- 
fo Non è contento senza continenza, ciato di moto: il qual principio è ora 
E uomo che non cape in sé d.illa gio- forma ora materia, 
ia o da altra passione, è tua sul peo- so (D Etsi ; se b ben varia la beali- 
dio di essere non contento, tuo ine. 

ss. iLt Soglia: sfera — invoglia: ci (SL) Etsi. Polrebbesi leggere e 

di la sua volontà. se, come nel XVI dell'inferno ti. <o> ; 

(SD Soglia. Vìrp.. Buca iLimen ma qui non sarebbe chiaro. E I lalì- 

Olympi. Par. . XXXII, della rosa io cui nlsrol, altri usitatl e ailrl do, nel Pa- 

sono I gradi di tutti I Beati, sipete di radiso ricontraosi più frequenti. Vi- 



CANTO HI. 



45 



31. Ma, sì com'egli awien se un cibo sazia, 

E d' un altro rimane ancor la gola, 

Che quel si chiere, e di quel si ringrazia ; 

32. Così fec' io con atto e con parola, 

Per apprender da lei qual fu la tela 
, Onde non trasse insino al co' la spola. 

33. — Perfetta vita ed alto merto inciela 

Donna più su (mi disse), alla cui norma, 
Nel vostro mondo giù, si veste e vela, 

34. Perchè 'nfino al morir si vegghi e dorma 

Con quello Sposo eh' ogni voto accetta 
Che caritate a suo piacer conforma. 

35. Dal mondo, per seguirla, giovinetta 

Fuggimi, e nel suo abito mi chiusi, 
E promisi la via della sua setta. 

36. Uomini, poi, a mal più eh* a bene usi 

Fuor mi rapiron della dolce chiostra. 
Dio lo si sa, qual poi mia vita fusi. 



tono tuttavia quare e quia. — Piove, 
Par , XXV. t ss. Peli*. : Quanta in lei 
dolcezza piov> . 

(Fi Parodino. Jean Epist , I , I v , 
J«: Dio è carilo ,* e chi rimane inca- 
nta, in Dio rimane, e Dio in esso. 

34. (Lt Ouel: cliiedesi quel che non 
8'ha; d«lVavuto ringraziasi 

(SD Cibo, taf., XIV, t. si; Par., 
X, l f . e altrove. 

39 <Lt Co': capo.- — Spota: come 
non adempie t voti suoi. 

(SL) Tela. Traslaio dicevole a 
donna — Co* luf . XX , t 30; XXI , 
Lts;Pun?., ili, i 43. 

ss. (L> inciela: colloca in cielo più 
su 3. Chiara. 

(F) Merio Effetto, e io parte cau- 
sa di buona vita 

54. <L) Spoto: Gesù. 
(F> *po*o Som : La donna che fa 
voto di continenza, fa Quasi uno spi- 
rituale sposalizio con Dio. Vile de ss. 
Padri : Cristo al quale sei disposata. 
— Caritate. S«»m Sup : Opus chari- 
tate in forma tur. — Conforma Som. : 
Conformare la sua volontà alla di» 
vina 

ss (L) Per : per monacarmi — Fug» 
gtmi : ini fuggii « Setta : ordine. 

(SL» Via. C^O Alt.. IX, «: Si quos 
invenisse t hujue viae viro* de mulie- 
rea — Setta. In buon senso. Cvpr : 
Fraterni tati* secta. Purg. , XVUI , 
L 17: Forma... che setta è da mate' 
ria, vale, distinta. • Sezione ne' l fat- 



tali, quel che gli antichi distinzione: 
Nondimeno è parola di non buono 
augurio e troppo seoie delle divi- 
sioni italiani*. [C ] Alt., XIV, XVI. 
36. (L) Futi: si fu. 
(SL) Mal. i Donali avevano so- 
prannome di Male fammi G. Vili. 
Vili, ss - Dio Rodolfo di Tosslgna- 
no iHtsi Seraph real., I, 438) : Carso 
il fratello ... preso seco Farinata, si» 
cario famoso, e altri dodici masna- 
dieri f e, scalale te mura, entro nel 
chiostra e, predala soretta di for- 
za, la trasse alla sua casa; e. strap- 
pato te l'abito retiqioso. vestitala al- 
la sr colare, l'ebbe forzata alle nozze. 
Innanzi che la sposa di Cristo s'ac- 
costasse al tetto nuziale, davanti a 
una imagi ne del Crocifisso la vergi» 
ni là propria raccomandò a Cristo 
sposo : e ben presto il suo cor ito fa 
tutto perco**o di lebbra., e dopo al» 
quanti dì ella passò al Signore con 
la ghirlanda di vergine A non. : Li 
suoi fratelli t' avevano promessa di 
dare prr moglie ad un gentile uomo 
di Firenze, home Roseli ino della To- 
sa, la qual cosa pervenuta atta noli" 
zia del detto M Corso (ch'era al reg- 
gimento della città di Bologna), oqni 
cosa abbandonata, ne venne al .. mo- 
nisterio, e quindi per forza (contro 
al volere della Piccar da, e dette suo- 
re e badessa)... la trasse e la diede al 
detto marito : la quale tmmantenente 
infermò, e /Iwl fi suoi dì... Fmne 



46 



PARADISO 



37. E quest'altro splendor che ti «i mostra 
Dalla mia destra parte, e che s' accende 
Di tutto il lume della spera nostra ; 

38* Ciò eh' io dico di me, di se intende. 
Sorella fu: e così le fu tolta 
Di capo l'ombra delle sacre bende. 

39. Ma, poi che pur al mondo fu rivolta 

Contra suo grado e contra buona usanza; 
Non fu dal vel dei cor giammai discioltn. 

40. Quest' è la luce della gran Gostanza, 

Che del secondo vento di Soave 
* Generò '1 terzo, e V ultima possanza. — 

41. Così parlommi: e poi, cominciò, Ave, 

Maria, cantando : e cantando vanìo, 
Come, per acqua cupa, cosa grave. 

42. La vista mia, che tanto la seguìo 

Quanto possibil fu, poi che la perse, 
Volsesi al segno di maggior disfo: 

43. Ed a Beatrice tutta si converse : 

Ma quella folgorò nello mio sguardo 
Sì che da prima il viso non sofferse. 
E ciò mi fece, a dimandar, più tardo. 



tratta per M. Corso per forza: onde 
ellt ne ricevette danno, vergogna ed 
onta a satisfare aita ingiunta peni- 
tenia; che si eccellente quasi barone 
stette in camicia» 

ss. (L) Sorella : monaca. - Così : a 
forza. 

(SL) Ombra. Ma.» VI : Umbrata... 
tempora nuercu. 

ss. (L) Usanza: era violalo. - Cor : 
fu monaca In cuore. 

(SD Vel. Parad.. IV, t. ss; Vaf- 
fezion del vel Gostanza tenne. 

40. (L) Terzo: Federico II. 
(SD Gostanza Figliuola di Bug- 
geri re di Puglia e Sicilia, sorella a 
Guglielmo. Morto lui sema figli, oc- 
cupo il regno un barone Taocredl. il 
auaie non ubbidiva alla Chiesa. On- 
e per l'arcivescovo di Palermo fu 
lolla dal monastero di Palermo nel 
list, e data moglie a Enrico, figliuolo 
di Federico Barba rossa. Ne nacque 
Federico II. — Vento. Altrove para- 
gona al vento la gloria del mondo 

La similitudine che rammenta Nar- 
ciso (che, oltre all'essere della favo- 



(Purg., XI, t. sì), isid. : Chi empie sé 
di superbia, di vento si pasce. JEa. % 
XI. Ftatuxque remittat (l'orgoglio): 
qui forse suona potenza, come nella 
visione d'Elia. — Vi Urna Con?., IV, 
s : Federico di Soave, ultimo impera- 
tore delti Romani. 

41. (SD Cosa Arist. Phys. : Rei gra- 
vi*, vita Nuova: Come cosa grave e 
inanimata, si moveva. 

43. (SD Seguìo. JBn., vili: Oculis... 
sequuntur Putveream nubem. -Vi, 
delle colombe : Tantum prodire vo- 
lando. Quantum ade posnent oculi 
servare sequemum Vite oVss. Pa- 
dri : la madre e il padre si fecero 
alla finestra, onde il potevano vede' 
re ; e con dolci lagrime e con divo- 
zione il guardavano tanto quanto il 
potevano vedere, e tuttavia benedi- 
cendolo. 

45 (D Viso: vista. 
(SD Folgorò. Tanto più vivo del 
lume di que' Beali era II lume di 
Beatrice, 

la, viene retata lo modo forte trop- 
po ingegnoso, te non contorto); « 



CANTO III. 



47 



l'altra alquanto materiale, di un ci- 
bo ehe saiia, ma d'un altro rimane 
la gola ; e quella che non mollo ag- 
f giunge al concetto , Quatti com' uom 
cui tropea voglia xmotja, e non pare 
s'addica ai soavi versi seguenti, che 
non sor.o punto di mente smagata ; 
e alcuni versi non dell'usala mae- 
stria: Quel sol che pria d' amor mi 
scaldò 'I peno — Da sé non lancia 
tor torcer li piedi ; e alcune locuzio- 
ni altrimenti lavorate da quelle che 
sono nel!" Inferno e nel Purgatorio 
più franche (come — Ritenne A né me 
tanto stretto, per vederti « Che fa 
volerne Sol quel ch'avemo) ; e le for- 
me scolastiche dei necesse, dell'** fo 



beato ette, e dell'etti, che potevansi, 
facendo parlare la vergine fiorentina 
o di lei parlando, evitare; e alcune 
lunghezze qua e la, non appannano 
la limpidezza del canto nelle sue 
parti mieiiorl. Ed è poesia vera non 
solo la chiosa, ma. nel principio, li 
levare la fronte per confessarsi a 
Beatrice persuaso, e in quell'alto ve» 
dersi subito innanzi le candide Ima- 
gini delle donne beate, quasi dise- 
gnate a leageri contorni nel chiarore 
dell'aria luminosa. Ma più che in 
tutto il terzo canto, a me par di sen- 
tire potenza poetica nelle tei tersine 
che precedono all' ultima del se- 
condo. 



48 PARADISO 



LA PRIMA SFERA, 



La vanità dell' Ombre d' Inferno ha forme grosse e enormi , e dal 
buio stesso par che risalti più la sconcezza loro : ma qui cominciano 
a assottigliarsi nella luce eterea le Usure, e per essere trasparenti, si 
fanno vieppiù luminose. 1 versi stessi che dipingono l'apparire delle 
prime anime, simile a imagi ne che riflettesi in ispecchio nitido o in 
nitide acque, tendono di quella trasparenza, e anche un poco di quella 
incertezza : Debili si, che perla in bianca fronte Non vien men tosto 
alle nostre pupille ti); dove, per cogliere il senso, convien fermare 
alquanto il pensiero. Nell'Erebo di Virgilio umbrae ibant tenue* sima- 
lacraque fi). - tenuti sine corpore vitas... volitare cava sub imagine 
formae (3) ; - e nella Tebaide Antlarao che discende vivo, si fa ombra 
per via: Jam tennis visu jamvanesccntibusarmisH). Che se in Plu- 
tarco stesso (5) le anime de' giusti figunnsì trasparenti; tanto più 
nella sottigliezza dei corpi beati dovevano compiacersi le fantasie cri- 
stiane (6). - Le anime spiritualmente illuminate convengono coi luoghi 
luminosi, e le ottenebrate psr la colpa co' luoghi tenebrosi (7) ; e il 
Savonarola : vedete gli spiriti beali, la bellezza de' quali consiste nella 
luce. In Virgilio, Greusa non discesa sotterra, ma ritenuta dilla m idre 
degli Dei là sul monte, da cui riguardare gli avanzi della dolce terra 
natia, appare al marito disperatamente cercamela nota major imago (8), 
che nella sua brevità A più grandioso forse e più pieno che nel Poeta 
cristiano: Ne* mirabili aspetti vostri risplende non so che divino Che 
vi trasmula da' primi concetti (9) ; e questo stesso ram nenia il di- 
vino : Huud Ubi vultus Morlalis, nec vox hominem zonat Et vera 

inctssu patuit Dea (10): dove nell'uguaglianza e sceltezza sovrana 
del dire non rincontri gl'intoppi non fu festino- m'è più latino (II). 
Ma da ultimo i dolci versi: E poi cominciò: Ave, Maria, cantando: e 
cantando vanto Come, per acqta cupa, cosa grave (il) , con quelli 
che seguono , reggono al paragone delle imagi ni virgiliane : La cri- 
maniem et multa volentem Dicere deseruit, tenuesque recnsit in du- 
rai... Hanus ejfugit imago, Par levibus ventis , volucrique si m illima 
somno (13). - ài Èrtale* visus mvdin sermone reliquit, Et procul in te- 
nuem ex oculis evnnuit aurum (li). 

In una visione di aant'Anscario, l'apostolo del settentrione, giovane 
ancora e caduto in tiepidezza di spirilo, ò come già morto, guidalo 

(l)Terr 5. (8)jEa.,H. 

hi Georg., IV. (9) Ter*. 30. 

(8)JEn.,VI. (IO)iEn,I. 

(4) Stai, Vili. (4l)Ten.SI. 

(5) De Sera Num. Vi*d. (13) Tene. 41. 

(6) Som. Sup., 83-Sé. (1 3) Ma. t II. 
(7) Som. (14)JEn.,lV, 



CANTO III. 49 



da san Pietro e da san Giovanni, attraverso alle tenebre del Purga- 
torio ove rimane in digiuno tre di, che gli paiono dieci secoli ; poi le 
guide ritornano, e per via che nulla ha di corporeo, senza che moti 
passo, lo salgono per mezzo a un etere di luce più e più ricrescere, 
per innno alle porte ilei Paradiso; dove i cori beali vólti a oriente, 
al fri tendendo le mani, altri velandosene la faccia, o per il troppo ba- 
gliore, o meglio per raccogliersi nella contemplazione, unanimi can- 
tano; e del lume che spandesi d'oriente non si vedo né principio nò 
termine, e questo lume rin volge tutti gli Eletti e li penetra e li so- 
stiene. Ivi non luceva né sole né luna, non apparivano né terra né 
cieli, e nulla che Tosse materiale ; ma solo un'iride circondava il sacro 
recinto. E dal seno della maestà divina usci voce soavissima, che par 
pareva riempiere l'universo, e, ih», diceva ad Anscario, riverrai mar- 
tire (I). Quanto più sublime questo semplice tratto che il canto di- 
ciassette e i due precedenti, ove Dante non vede che i mail propri! e 
della sua ancor più sventurata che gloriosa città, li vede con dolore 
non puro di spregi e d'iracondia orgogliosa 1 

Nella fine dell'Edda é una visione cristiana, ove angeli radianti leg- 
gono il Vangelo posato sul capo di quelli che fecero elemosina in vita; 
altri s' inchinano a coloro che puriticarono con digiuni la carne ; e i 
figliuoli pii a' genitori volano portati da un raggio di luce; e i già 
conculcali da' prepotenti vengono in cocchio di trionfo (1). 

In una delle visioni di Veronica é un cenno più speciale al soggetto 
del presente Canto. A Veronica, orante per tutte le suore del cenobio, 
e sciolta de' sensi corporei, disse una volta Cristo: La felicità che 
alle suore del tuo monastero e agli altri Eletti miei ho stabilito di 
dare, ti voglio ora far manifesta. Asserì Veronica aver veduto le in- 
numerabili beatitudini de' Santi; delle quali prime eran quelle che 
Dio aveva disposto si dessero ai pastori della Chiesa s*nta di Dio- Le 
maggiori beatitudini dell' alire disposi a' miei servi esimii per vergi- 
nità; minori, alle femmine... Vide anco la vergine dispari beatitudini 
apparecchiate a quelli che di buon cuore spregiarono il mondo ; » a 
coloro che, forzati , entrarono ne'cenobii, e, al fine, la violenza in 
tranquillo amore di virtù convertendo, s'adoprarono di prestare degno 
servigio a Dio. La gloria ch'avranno i coniugati, disse che minore di 
tutti. E affermava la vergine che nessun genere di beatitudine può in 
cor d'uomo ascendere, né con voce essere profferito. I beni mortali 
comparati a questi, son di nessuno momento. Se ad alcuna di voi, so- 
relle amantissime, fosse dato contemplare la gloria superna, nessuna 
fatica o vigilia vi revocherebbe da quel proposito, né l'animo vostro 
potrebbe in alcun modo esserne raffreddato (3). 

Nel primo del Paradiso é posta la dottrina dell'ordine e strumento del- 
l'ordine è posto l'amore; nel secondo, l'idea dell'ordine viene appli- 
cata a' moli de' cieli e all'intelligenze che li muovono amando, e alla 
gioia che da essi traluce come da viva pupilla ; nel terzo mostrasi l'a- 
more come vincolo alla società de' beali e forma di loro beatitudine. 
Dante domanda a Piccarda : Desiderate voi più alto luogo di questo a 
maggiore felicità? Ed ella risponde: La carità è che contenta il no- 
stro volere, il quale ha pace dal conformarsi al volere di Dio; la ca- 
rità é che ci fa godere del bene de' consorti nostri qualunque esso 
sia, dacché Dio vuole che sia. - E questo é il princìpio del cristiane- 
simo, da cui solo può avere anco la vita sociale quel tanto di felicità 
che le é dato sull'i terra; perché sola l'ubbidienza a un volere invitto 
e provvido ed amoroso può renderci rassegnali, ed insieme santamente 

(t) Ozanaro,p.36i, 368, da noi tra- (2) Ozanam, p. 342. 
dotto quasi alla lettera. (3) Bo!land.,l, 903. 

Dante. Paradiso. * 



50 PARADISO 



sdegnosi d'ogni filtro volere contrarlo a quello; solo l'amore de' fra- 
tei li pud nelle Ineguaglianze inevitabili poste dalla natura o cagio- 
nate dalla, volontaria debolezza nostra, costituire alcun principio d'u- 
gurfgllansa. Richiedisi alla beatitudine di ciastheduno ch f egli abbia 
quei che mole e nulla disordinatamente voglia (1). - La divina vo- 
lontà è la prima regola da cui sono regolate tutte le volontà razio- 
nali (9). • Rettitudine del euore è conformare la propria volontà alla 
divina (S>. - Le anime de* Santi hanno volontà pienamente conforme 
alla divina 14). Conformano ad finem per amorem tdj. - Il bene di- 
vino è V oggetto della carità (6). - II vincolo che unisce la citià di Dio 
è a earità (7). 

Nella luna, pianeta de'men caldi e limpidi, e men rapido, secondo 
l'astronomia d'allora, nel suo corso intorno alla terra, e sacro da' pa- 
gani alla dea vergine, colloca II Poeta e le verdini che non per colpa 
propria mancarono in qualche parie al voli fatti , e quanti altri per 
debolezza di volere non tennero le promesse strette con Dio e con la 
propria coscienza. Quivi e' rincontra Piccarda Donati, già caramente 
rammentata col fratello di lei e suo amico Forese; nelle quali com- 
memorazioni lo sento una testimonianza d'affetto verecondo resa dal- 
l'esule Infelice alla moglie. E notisi che di Corso nemico egli né qui 

né nel Purgatorio pronunzia il nome ; ma qui : uomini a mal più 

ch'a bene usi (o>; e là: quei che più n'ha colpa (9); e notisi l'altra 
reticente : Dìo 16 si sa, qual poi mia vita fusi (IO), ove Dante né af- 
ferma né nega la quasi miracolosa malattia che tolse Piccarda alfe 
forzate nozze; malattia che poteva essere una specie di migliare, ef- 
fetto dello spavento suo e del dolore, e era certo disposizione del cielo. 
Accanto alla cittadina della repubblica di Firenze e affine sua, Dante 
pone, ma a mano diritta e radiante di tutto il lume di quella sfera, 
una Imperatrice di sangue ghibellino, tolta al chiostro, non per opera 
d'un male fammi, ma d'uu arcivescovo la cut pensata generò a' Papi 
quella tal briga che ha nome Federico II. Né senza perché Dante 
chiama questo Imperatore vento (U) ; né credo felice l' ispira alone del 
professore Parenti, che di vento fa vanto. Sotto tmaglne di vento rap- 
presentasi nelle Scritture la potenza superna ; e In Virgilio più volte 
la forza guerriera é comparafa alla furia del vento, siccome in Omero; 
e a vento, in Dante, Il venire dell' Angelo che gli disserra le negate 
porte di Dite; e II vindice canto del Poeta stesso dicesi vento che pia 
percuote le cime pia alte ; che era, al sentir suo , non piccolo argo- 
mento d'onore (li). 

(I) Sem. Sup. 71. - È formale ùd està (5) Som., 2, 469. • Essere in earitaie 
beato esse Tenersi dentro alla divina i oui neoesse (i 96). 



tutto (t. 97). (6) Som , 4, 51. - A tutto il 

(9) Som. , 9 , 9 , 404. - Per ch'una piate, Come olio Re eh' a suo voler no 

foniinoitre togli* $tr**e (t. 97). invoglia (t. 98). • 

(8) Aug. in Piai. XXXII ; Som. , 4 , (7) Som. Sup., 99 ; Som., 8, 94. 

9, 49. - Che cantate a suo piacer e' in- (8) Teri. 86. 

forma t. 84). (9) Ptirg.. XXIV, t. 98. 

(4) So». Sap , 74. - E la sua volon- (10) Trrz. 36. 

tate è nostra pace (I. 99) (t I) Tei z. 40. 

(19) Inf., IX, Par., XVII. 



51 



OAISTO VI. 



ABGOMEHTO. 



Beatrice confuta l'errore platonico: Vanirne tornare alle 
stelle dove prima abitavano: dice, l'influenza dagli astri ve- 
nire. Poi scioglie un dubbio: perchè, se quelle monache for- 
zate non consentirono al male , abbiano minore merito. Ri- 
sponde : non consentirono al male ; ma non lo ripararono , 
ritornando, allorché potevano, al chiostro. 

Il Canto è arido , ma le terzine sul dubbio valgono per due Canti. 
Neil' Inferno trattò i vlzii umani politicamente riguardati, nel Purga- 
torio 1 difetti riguardati moralmente, nel Paradiso le virtù riguardate 
metafìsicamente e teologicamente. Le più alte questioni degli umani 
destini son qui toccate. In questo Canto la libertà , 11 motivo dell'ope- 
rare, l'influenza, P origine dell'anime, la provvida forza del dubbio 
sanamente adoprata. 

Nota le terzine 2, 4, 6, fi, i6, 28, 29; 39 alla 45 con la 47. 



I 



intra duo cibi, distanti e moventi 
D'un modo, prima si morria di fame, 
Che liber' uomo V un recasse a' denti. 

2. Sì si starebbe un agno intra duo brame 

Di fieri lupi, igualmente temendo; 

Si si starebbe un cane intra due dame. 

3. Perchè, s'io mi tacea, me non riprendo 

(Dalli miei dubbi, d' un modo, sospinto : 

Poich'.era necessario), né commendo. 

.? (Lì Moventi: che non ci fosse Exntimulata fame muqìtibui armen- 
motivo più per l'uno che per l'altro, forum, NcMctt utro potiti* fuat ; et 
<F> Morenti. Ognuno rammenta ruere a rete t utroque. — Dame Georg.,' 
l'asino «Il Buri fi arw. Pone la quest io- III: Tìmidi damae.., in ter... canet. 
ne Hit-dolina San Tommaso (Som, Bue, Vili: Cutn cani bus Umidi... 
«. I; q 4$, art. 6) eia scioglie con damae, Nella prima similitudine è 
dire che in un cibo dovrebbe Tuo- da ambe parti usuale il timore, pel- 
ino alla fine trovare una condizione la seconda la voglia; ma la seconda 
che lo movesse più forte. E ciò av- è la similitudine più propria : che 
viene sempre Anco 11 Montaigne av- nino filosofo ha disputato mai se un 



verte II medesimo. agnello tra due lupi tema oguairaen- 

t ih) 41 i cosi - igualmente : egual- te di questo e di queil k 

mente : — Dame, caprioli. _, non si divide, ma» con 

<SL)ffram«.Ovld.Met M V: Tigri* pia. 
xi, auditit diversa valle duorum 3. (L) Perchè; onde. 



52 paradiso 



4. Io mi tacea ; ma T l mio disir dipinto 

M'era nel viso, e il dimandar con elio, 
Più caldo assai che per parlar distinto. 

5. Fé' sì Beatrice qual fé' Daniello, 

Nabucodònosor levando d'ira, 
- Che V avea fatto ingiustamente fello. 

6. E disse: — Io veggio ben come ti tira 

Uno e altro disio ; sì che tua cura 
Sé stessa lega sì, che fuor non spira. 

7. Tu argomenti : « Se ih buon voler dura, 

» La violenza altrui per qual ragione 
» Di meritar mi scema la misura? » 

8. Ancor, di dubitar ti dà cagione, 

Parer tornarsi 1' anima alle stelle, 
Secondo la sentenzia di Platone. 

9. Queste son le quistion' che nel tuo velie 

Pontano igualemente. E però pria 
Tratterò quella che più ha di felle. 
10. De' Serafin colui che più s'india, 
Moisè, Samùello, e quel Giovanni, 
Qual prender vuogli (io dico, non Maria), 

(SL) Sonplnto. Ovid.Met, X: Sic (P) Platone. Nel Timeo. Che le 

animus vario tabe faci ut vuluere nu» anime fossero create prima òVcorpi 

lat Bue levls, atque il lue ,* momen* e abitami le stelle, e di li sceodes- 

laque sumll utroque. aero in terra, e dopo morie rlaalia- 

4. {U Elio: desiderio. sero al cielo per dimorarvi, più o 

(SL) Uipmto Dante, Rime: le meno lungamente, secondo I meriti 

vedete Amor finto nel viso. quaggiù contratti, s. Agostino tde 

8. (L) 51 : cosi. - Fello : irato. Ci v. Dei. Xill, ity, Proclo, lib. V, 

(SD DanUllo. Spiegò a Nabucco- Comm. ai Timeo, 

donnsor il sonno dimenticalo dal re 9 (D Pontano: s'appuntano nel tuo 

medesimo (di col nel XIV deli'lnfer- volere, chiedono spiegazione. — Pel- 

no), che «Il altri Indovini noi potè- lei pericolo di male, 

rono spiegare, onde il re montò per (SI.) Quistion*. Voce scolastica e 

le furie. - Dan.. Il, il, <s, si, 96, 46: francese G. Villani : Gli fece due que- 

II re In furia d ira grande comandò suoni (domande). — Pontano. Pur*.. 

che perissero tutti f dotti di Babllo- XV, t. 47: S'appuntano I vostri destri 

nia... I dotti erano ammazzati,... in- Dove... Quindi il comune trastalo del 

traducimi al cospetto del re, e gli premere, di cosa che imponsl e ebe 

dirò la soluzione .. Credi tu davvero noi bramiamo. 

potermi additare il sogno eh' io vi" (F> Velie. Modo scolastico : rota 

di. e l'interpretazione di quello?... nella Monarchia. Som : Oli atti della 

Allora il re... cadde boccone e **in- volontà verso il fine sono tre: volere 

chinò a Daniello - Fello. Inf., XVII, {velie), fruire, intendere. 

t. 44: Disdegnoso e fitto. Anos. : io. (D S'india: e più prossimo a 

Pugna fella. Prov. tose. : Dello e ni» - Qual : qualunque de* doe 

fello. _ , l'Evangelista o il Battista. - Maria, 

e. (D Fuor : In parole. più atto ' 

(SL) tega per impedire. Mù., X : (F) Samùello. [C 3 1 due nomi 

' inque tigatus Cedebat. sono accoppiati In Jer., XV. 1 : si 

7. (D voler delle smonacate. sleterit Moyses et Samuel coram %ne .. 

s. (D il «cor : Inoltre. 



CANTO IV. 53 



il. Non hanno in altro cielo i loro scanni 
Che quegli spirti che mo t'apparirò, 
Né hanno, all'esser lor, più o meno anni: 

12. Ma tutti fanno hello il primo giro; 

E differentemente han dolce vita, 
Per sentir più e men l'eterno spiro. 

13. Qui si mostraro, non perchè sortita 

Sia questa spera lor, ma per far segno 
Della spiritual , eh' ha men salita. 

14. Così parlar conviensi al vostro ingegno; 

Perocché solo da sensato apprende 
Ciò che fa poscia d'intelletto degno. 

15. Per questo la Scrittura condiscende 

A vostra facilitate, e piedi e mano 
Attribuisce a Dio, e altro intende. 

16. E santa Chiesa con aspetto umano 

Gabriele e Michel vi rappresenta, 
E l'altro che Tobia rifece sano. 

17. Quel che Timeo dell'anime argomenta, 

Non é simile a ciò che qui si vede, 
Perocché come dice, par che senta. 

18. Dice che l'alma alla sua stella riede; 

Credendo, quella quindi esser decisa 
Quando Natura, per forma, la diede. 

a AL) Scanni: non sono dispersi ti (L) Vostro: umano. - Sinsalo : . 

per i pianeti, né torcano dopo cerll da oggetto sensibile apprende quel 

anni alla terra a che poi diviene intelligibile. 

(SU Scanni: Sede*, «felle celesti, (SD Ingegno Natura, dote di 
ènei Vangelo. — Anni. Può anco di- mente, alia latina - Sensato. Gali- 
re: Il bene di tutti e eterno io du- leo: Averne sentala esperienza per 
rata : In (spazio, é immenso. mezzo ti t teitsconto — Apprende. 

(F) Ci-lo Con»., il. 4: Questo Purg , XVM, t. 8: Vostra apprensiva, 

luogo e di spirili beati, secondo che Termine delle scuole. 

la santa Chiesa vuole, che non può <F) Sensato* Gli aristotelici • Ni* 

dire menzogna. „, hit est in intelieciu quinpriusfuerlt 

il. tL) Primo : 1* Empireo. * Fifa: in sensu. Ha soggiunge il Leiboiilo: 

hanno pi fi o meno beatitudine. Salvo esso iniell* t o. 

(SD Dolce: Mn\ VI: Dulcis vi' u. <D Fuciliate d'Intendere.— Al- 

tae; ma della mortale Irò: atti spirituali. 

n (D segno a te dell* essere meo (SD Condiscende. Som : insegna 

alti in merli». ■ „.. „ a poco m a poco condiscendendo alla 

(SD Sorlila. Inf., XII, t. 95: San- capacità del discepolo, 

gue... che sua colpa sortilte. Greg. J6. (L) Val tro: Raffaello 

Bora . XIX : Retribuzione d' eterna ' (SD Ai fece. Joan., v, u : Sanum 

vita sortirono Som : Immutabilità- fecil. 

tem sor ti un tur a Deo. jEo., VI: Nec 1 7. (L) Senta: creda alla lettera, 

fero hae Mine sorte datae... sede*. - (SD Senta. Conv., Il, 4 : ArUto- 



salita. Parar.* iv , »• »• • * poggio saie w« paro ciò sentire. .... 

tfélV-XI, t. u: Varco... che men t*. ih) Decisa: staccata quasi dalla 
erto cala* «te"»» - Forma ▼italèal corpo. 



54 



PARADISO 



19. E forse sua sentenza è d'altra guisa 

Ohe la voce non suona : ed esser puote 
Con intenzion da non esser derisa. 

20. S'egli intende, tornare a queste ruote 

L' onor dell 7 influenza e il biasmo, forse 
In alcun vero suo arco percuote. 

21. Questo principio, male inteso, torse 

Già tutto il mondo quasi; sì che Giore, 
Mercurio e Marte a nominar trascorse. 

22. L'altra dubitazion che ti commove, 

Ha men veien; però che sua malizia 
Non ti poria menar da me altrove. 

23. Parere ingiusta la nostra giustizia 

Negli occhi de' mortali, ò argomento 
Di fede, e non d'eretica nequizia: 

24. Ma, perchè puote vostro accorgimento 

Ben penetrare a questa veritate ; 
Come desiri, ti farò contento. 



(SL) Dedita. Som. : // seme ha in- 
nanzi a sé l'animate o la pianta on- 
d'i decito (tolto) 

(Fi Mede. f.ic. de Univ.: Chi 
avrà dirutamente finto il corno di 
sua vita, a quell'altra, al quale egti 
è ordinato, ritorna De Somn. Sci». : 
Harum (ci v lutimi) rectores. . li ine 
profectt , hnc revertuntur. Platone 
e altri vollero che le anime proce- 
dessero dalie stélle, e fossero nobili 
più ti meno secondo la nobiltà della 
•iella. Aristotele tD>» An . h combutte 
Platone. — Natura N<*l MI del Para- 
diso flUM ni? oe Db» e Naiura Nel XVI 
e nel XXV del Purgatorio dice l'ani- 
ma ispirata direttamente da Dio. — 
Forma Con? : La una forma, cioè la 
sun anima Som : Siccome ogni cesa 
è formalmente in vir in della sua for- 
ma, coni ti corpo rive per l'anima. 

49 (SD Voce. Som. ! La cosa signi- 
ficata {ter In rocé. 

30 tu Influenza, che non toglie li- 
bertà. — Percuote : dice In parie 
▼ero. 

(SD Influenza. Som. : Cauta in- 
fluente. — Are». Oell'intent'Oiie d*l 
dire, Orazio (Poeti: Feriet quod- 
e urna uè minati tur areus. 

(Fi 0»or. V influenti celeste è 
parte di Gratta: e I meriti i}in*ol 



onortn* Dio è la eMatlone, 

¥§§l tfÉTlòi 



M. (U Tot* 
adorar. 



ifwnntaf i 



(SD Nominar, Coinè invocare è 
adorare. Pronunziare II nome è segno 
d'alleilo. * 

iF) Trascorse. Non ò questa la 
ragione unica dell* idolatria. Qui 
POi limo cita un libro de Sacrificai* 
Deorum, 

22. (L> Altrove: non contrarla al 
domma. 

(SD Dubitazion. Som.: Dubita- 
zione accade in alcuno circa gli ar- 
ticoli delta fede Voce scolastica. — 
C'tmmove. Simo. : Pati tnotum dnbi- 
tailouis. ' Cowmaverr « nel latino 
antico e ne* Salmi è turbare. 

SS. <D Parere : l' ingiustizia appa- 
rente de'gttHizii divini è argomento 
a più credere , non già a dubitare. 
Ma qui può la ragione arrivarci ; pe- 
rò te io spiedo. 

(SD Parere, Costruito non *»!• 
dente. -• Arqnmento Som.: L'argo- 
mento è ragione che fa fede di còsa 
dubbia. 

(Fi Ingiunta CC3Rom.. IX: N um- 
ani d iniquità* apnd Drum ? ab*li. — 
Fede. Ad hVbr.. XI. i : Fede», argo- 
mento di cane nin apporrti ti. Le »r>- 
facenti ingiustizie ci fanno intendere 
In renetta del nostro vedere, e la 
necessità d'una vlia futura, ove a 
tutti ita reto secondo II merito. 

ha m'er/t* dover «motta rifalle »?£- 
ge lo sperimento. 



CANTO IY. 65 



25. Se violenza è quando quel che paté, 

Neente conferisce a quel che sforsa; 
Non fur quest' alme per essa scusate. 

26. Che volontà, se non vuol, non s' ammorsa ; 

Ma fa come natura face in foco 
Se mille volte violenza il torca. 

27. Perchè, s' ella si piega assai o poco, 

Segue la forza. E così queste fero, 
Potendo ritornare al santo loco. 

28. Se fosse stato il lor volere intero; 

Come tenne Lorenzo in sulla grada, 
£ fece Muzio alla sua man severo, 

29. Così le avria ripinte per la strada 

Ov' eran tratte, come furo sciolte. 
Ma così salda voglia è troppo rada. 

30. £ per queste parole, se ricolte 

L' hai, come dèi, ò V argomento casso 
Che t' avria fatto noia ancor più volte. 

31. Ma or ti s'attraversa un altro passo 

Dinnanzi agii occhi, tal che, per te stesso 
Non n' usciresti , pria saresti lasso. 

32. Io t* ho, per certo, nella mente messo 

Ch' alma beata non porla mentire, 

Però che sempre al primo Vero è presso : 



ti.(M Se. Lo «fonalo non deve %i.{L)BUe: la volontà. - Setfuet 

Puoio contribuire con la sua voton* cede alla forca. — Ptroi fecero, 

la: queste contribuirono perchè, pò- <SL> figga. Ma., IV: infiexit 

tendo, non Cornarono «il chiostro. — eensus. 

Paté; patisce. -• Neente: niente. M iL) Lorenzo martire.- Grata* 

_, , (SU Pale. Fuor di rima, okI XX graticola. — Muzio Scevola 

del Paradiso, t. 44 — Neente. Som.: (SD Intero. Cosi saldo, dlcesl del 

// corno niente conferisce alt* opera- volere ferino. — Muzio. Re parlano 

xione detto intelletto nrtia vinone di Valerio Massimo. Seneca . Sani' Ago» 

Dio. — Semate. Non chiaro. alino, e Oh ole nel Convivio. 

(¥)Stt. Gres:.: A quet che tifa j». (L)Hipinie: ricondotte nel ehio* 

per umore alquanto con ferisce la vo- atro. — sciolte: libere di ritornare 

Ionia del temente - Sebbene chi po> alia cella. 

lisce, dice un atiro amico, non con* so (Li Bicotte: raccolta nel peotie- 
ferisce operando, conferisce volendo ro. — Casso : sciolto. 
Patire, non ricusando la forza. ànsi (SD Hicolte. Da lego, coma in- 
sili.. V: Nessuno patisce ingiustizia tetletto. 

ie noti volente. li. iSD Passo. Par., IL t. 4t: Tener 

m. (D Torza : torca. Si rldlrlna. fa guado. -- Lasso. Dante. Rime : Par* 

(SD Torta. La s a la e commu- li faticose e forte. 

Irai Po*., !«> M«5 
Thoro., cont. Gente», IV. 



£vaosi anche oei dialetto toscano : st. iL> fero ; a D 
'temete. l« Amo z violenta , torta (SD Mentirò. 

qot suonano storio. Thora., cont. Genu 



56 PARADISO 



33. E poi potesti da Piccarda udire 

Che T affezion del vel Gostanza tenne : 
Sì eh' ella par qui meco contradire. 

34. Molte fiate già, frate, addivenne 

'Che, per fuggir periglio, contr' a grato 
Si fé' di quel che far non si convenne : 

35. Come Almeone, che, di ciò pregato 

Dal padre suo, la propria madre spense, 
Per non perder pietà si fé* spietato. 

36. A questo punto, voglio che tu pense 

Che la forza al voler si mischia; e fanno 
Sì che scusar non si posson le offense. 

37. Voglia assoluta non consente al danno ; 

Ma consentevi in tanto, in quanto teme, 
Se si ritrae, cadere in più affanno. 

38. Però, quando Piccarda quello spreme, 

Della voglia assoluta intende; ed io 
Dell'altra: sì che ver diciamo insieme. — 

39. Cotal fu l'ondeggiar del santo rio 

Ch' uscia del fonte onde ogni ver deriva : 
Tal pose in pace uno e altro disio. 

40. — amanza del primo Amante, o Diva 

(Diss' io appresso), il cui parlar m'inonda 
E scalda sì che più e più m' avviva ; 



83. (L) Tenne: desiderò sempre il (SD Offense. Som.: Deo in quem 

chiostro. est offerita commina. 

(SL) Tenne. Par., HI, i. 39. 37 (D Voglia: assolutamente non 

54. Frale: fratello. -• Addivenne; assente al peccato, ma per paura 

avvenne. — Si fé' : a mal grado s'o- gli cede. 

pera ma se non si temesse il peri- (SD Assoluta. Modo d'Aristotele 

colo, si potrebbe non operare. (E lh M 111) 

(SD Grato Purg , XXVI, t. is. 38 (D Spreme : esprime intorno a 

Rime antiche :. A servir contro grato. Costanza 

ss. (L) Pietà: al comando del padre. 39. (D Disio : due dubbii, del cielo 

— Spietato alla madre. e del velo 

(SD Spietato Ovid.MeL.IX: Fa- <SL> Fonie Bnet : Felix, qui po- 
eto pia» et sceleraiu* eodem. luf., XX, tuit boni Fontem viaere luci cium 
t. li, d'Anfiarao; Purg.. XII, t. 47, 40. (D Amanza: amata. —Amante: 
d'Erifile. Dio. 

(F) Pietà Inf., XXVI. t. ss: La (SD Aman za Cani. Canile: Ami- 
pi èia Del vecchio padre. Cic, de Inv. ca mea.— Primo Inf., 111. t.s : Primo 
rhet.. Il: Pietas est per quam san- Amore."" Diva. La teologia chiama* 
guine junctis. patriaeque benevolis vano divinità ( Docc. ). — Inonda. 
officium et diligens tribuitur cultus. I/acque e il calore son doni del cielo, 

ss. (D Mischia : c'è un .po' di forza e recano in terra la vita. — Avviva. 

e un po'di volere, quindi un po'di Psal., CXVIll: La tua parola m'avvi - 

colpa. vera . 



CANTO IV. 



41. Non è l'affezion mia tanto profonda 

Che basti a render voi grazia per grazia : 
Ma Quei* che vede e può te, a ciò risponda. 

42. Io veggio ben che giammai non si sazia 

Nostro intelletto se il Ver non lo illustra 
Di fuor dal qual nessun vero si spazia. 

43. Posasi in esso, come fera in lustra, 

Tosto che giunto l' ha. E giunger puollo : 
Se non, ciascun disfo sarebbe frustra. 

44. Nasce per quello, a guisa di rampollo, 

Appiè del vero, il dubbio : ed è natura 
Ch'ai sommo pinge noi di colio in collo. 

45. Questo m'invita, questo m'assicura, 

Con riverenza, donna, à dimandarvi 
D'un' altra verità che m' è oscura. 

46. Io vo' saper se V uom può soddisfarvi, 

A voti manchi, sì, con altri beni, 

Ch' alla vostra stadera non sien parvi. — 



, 4i. (L) voi: a voi -- Quei: Dio ve 
lo dica e rimeriti. 

(SL) Non. Ma., I : Graie» per so t- 
v&e dtgnas Non opis est nosirae.., 
vii Ubi.. Proemia diana (frani. 

«.(SU Sazia. Psal TLXl. 45 : Hi sa- 
tinò quando opporrà la tua gloria. 

« (L> Posasi: l'intelletto in Dio, 
come Aera in suo rifugio raggiunto 
che l'ha : e può raggiungere il vero. 
- Pruina; invano. 

(SL) Lustra. Georg., 11 : Lustra 
ferarum. - Non Arios., X, 49 : Se non 
set morta — Frustra. Som. • Omnes 
jei crcaiae vibtrtutur esse frustra 
sa'viaii : £ non pur ne iia fine e nei 
titoli, ma per en irò l'opere ancora 
pareva lor bella cosa il mescolarvi al- 
ena voti a qualche parola in gram- 
matica. M< forse frustra era voce 
italiana viva. conV ora frustrare e 
frustràneo 

, . . (P> Puollo. Ott. : Contro gli sent- 
itetene negano Questo e gli stoici. 

44. (L) Quello desio. — Pinge : so- 
spinge ~Cof/o:cima. 

(SD Dubbio. Conv., I, 2: Levare 
un aubbio che quivi surge, — Cotto, 



Per cima nel XX1W dell' inferno, t. 

43. 

<F) Rampollo. Boet.: Un dubbio 
reciso, altri innumerabili . come I 
capi dell'idra, ricrescono Più bella 
rimanine di Poeta. — Collo Cod. 
Caet. : Di una verità in un' altra 
ci muove alla scienza. Cod Cass. : 
Di grado in grado Conv., IV, 41 : Ve- 
dere si puote che l'uno desiderabile 
sta dinanzi all'altro, agli occhi della 
nostr' anima, per modo Quasi pira- 
midale, che il minimo ti cuopre pri- 
ma tutti ed é quasi punta dell' ultimo 
desiderabile ch'è Dio, quasi base di 
tutti. 

45 (L) Questo desio non vano. 

46 (L) Parvi : i beni fatti compen- 
sino il voto non adempito.— Vostra: 
di voi, Olesil 

(SL) Vostra, Sopra disse Beatri- 
ce nostra niustlzia; perchè tutti «li 
eletti giudicano con Dio. Matth , XIX, 
88. Sederete anche voi giudicando. 
— Stadera. L'Imagine di bilancia è 
nella morale e pagana e cristiana. 
Psal. LXl, 40 mendace» fllil homimtm 
in siateris. — Parvi. Purg. , XV , 
t, 45: Vive la parvità detta materia. 



58 PARADISO 

47. Beatrice mi guardò con gli occhi piani 
Di faville d' amor, così divini, 
Che, vinta mia virtù, diodi le reni, 
E quasi mi perdei con gli occhi chini. 



47. <U Diedi : volsi le spalle. 

(SLi Pieni Gumicelli : Occhi lu- 
centi, gai e pten' d'amore. — Divini* 
Rime : Chi vuoi veder la salute, Fac- 
cia che gli occhi d'ala donna miri* 



— Vinta. Con* : SI raqqianti, che 
vincono V a r monta dell* occhio. — 
Diedi. Conv.. li, i: Dare indietro il 
volto. Ma., IX : Terga..., dare. 



Poco felici le similitudini di que- 
sto Canto, forse porcile troppo eru- 
dite. Quella dell'intelletto che si po- 
sa come fiera in lustra, può scusarsi 
avvertendo, die il ter.» è un istinto 
naturale invincibile delia mente, e la 
sede sicura dalle insidie, dai sospet- 
ti, dalle paure-, che in esso anco le 
anime selvagge e violente si fanno 
quiete e nnor. mi Ma a tutte è com- 

f>enso laiimiliiodineche rappresenta 
I dubbio, quasi rampollo, nascere a 
pie del t'ero; essere cioè un natu- 
rale svolgimento delle facoltà no- 
stre, e in tanto solo Impedire la frut- 
tuosa coltura dello spirilo, in quanto 
che sotirae 11 nutrimento alia pianta 
madre, e col raffittire la selva, adug- 
già sé e le compagne, e ingombra 11 
passo a chi va. Acciocché il rampollo 
del dubbio "sia profittevole, basta il 
diradarlo , e concedere a ciascuna 
verità, cosi alla principale come alle 
accessorie, il debito onore e di luogo 
e di vita. 

Gran parte del Canto discorre con 
distinzioni logiche una questione di 
metafisica teologica, e una di morate 
teologica , cioè un caso di coscien* 
za. ti piuttosto una selva di casi. La 

Prima delle due questioni, eh' è dH- 
origine dell'anima, viene dal Poeta 
per istinto condona nella regione 
della moralità, e delia civiltà direi 
quasi : giacché vi si pone che nel re- 
gno di Dio non è distinzione di luo- 
ghi ma di meriti solamente fi cosi 
dileguasi dal concello religioso tulio 
quello che può introdurvi di mate- 
riale, non tanto la fantasia popolare 
meno grossolana di quello che a 
molti naia , quanto la r#-ilorica de' 
predicanti ambiziosi, e la goffa sel- 
ligliela di certi disputami, e la car- 
nalità, degli uomini contaminali dal- 



le borie e dalle voluttà della vita. 
Nel correggere la semema 41 Plato- 
ne, il Poeta che onorava Aristotele co- 
me il maestro di coloro che sanno, 
avverte che a essa sentenza può dar- 
si un'intenzione da non essere derisa; 
e non so se volesse, nella ae> illudine 
dell'animi sua, condanmre qui gii 
aristotelici gonfi di dialettica e già 
troppo acremente pedanti, e Aristotu 
le slesso che inalitnamente trailo il 
suo maestro, se non più grande filoso- 
fo di lui, certamente più onesto e più 
ispiratore, e cittadino più compito, 
e più aito scrittore, e poeta, ila Dan- 
te pare che insieme presentisse, qui 
più vale che altrove, le nuove pla- 
toniche pedanterie che avrebbero nel 
seguente secolo ammiseriti gli inge- 
gni in Firenze, i quali ne fecero un 
contro altare alla filosofia cristiana. 
La seconda questione concerne la 
pugna tra la libertà di ci tscu n'anima 
umana e la violenza che sopra lei 
tentano le anime fratricide. ; pugna 
ebe a'tempi di Dante era nelle appa- 
renze più violenta, ma che inai noe 
resta, e si fa più tiranna e pericolosa 
quando si vesie di frodi e mainatine 
promesse e argomentazioni fallaci. Il 
Po» la, con la finezza rh'é i>roi»ria del- 
l'insegno e degli animi dirittamente 
severi, conosce una colpa attenua- 
ta si ma tu Ita via colpa, In coloniche, 
costretti, cedono *l male senza ac- 
consentire, si piegano con ribrezzi»; 
ma a tutti gli spiragli di libertà , che 
Don possono non ni aprire anco ai 
più schiavi, non pongono mente per 
profittarne, temono insieme, e il male 
a coi sono forzati, e lo sforzo neces- 
sario a prosciogliersene; e col geme- 
re e col fremere si credono < 
vali o rifalli innocenti. 



CANTÒ IV. 50 



1 CIELI, E I MERITI. 



Due dubbi lascia li dire di Plccarda nella menta di Dante: l'uno 
dell'erigile dell'anima, l'altro di quello che costituisce la natura del- 
l'anima stessa, il libero arbitrio; ne' quali due dubbi rincbiudonsi 
tane le altre questioni della divina e umana scienza. Ed essi con 
igeai fera le tirano ciascuno a parlare, perché d'uguale gravita nel 
pensiero suo ; ond'eg li sospeso tace, come cane, dice egli, tra due ca- 
prioli, e come ira due lupi agnello. E alla fine del Canto dice dell'a- 
nima che si riposa nel vero come fiera in suo covo: perché le i ma- 
gia! della eaccia erano allora cosi famigliari come le imaginl della 
guerra, e perché dal cacciare aon tolti traslati alla indagine (1) dei 
vere ne' Greci altresì e ne' Latini. Più strano ancora parrà che Bea* 
tri», sctosriieodo i dubbi di Dante, eia paragonata a Daniello che scio- 
glie due' di Natacco, bestia già prima di pare-e a' cortigiani suoi be- 
stia; ma oolisi che la comparazione cade sull'indovinare la cosa non 
detta» e che il predicatore delia monarchia non si lascia fuggire il 
destre di dire la sua a* principi ingiustamente felli Oh, per avvertirci 
die fellonia noa è colpa solamente de' sudditi. E però tra' santi pi» 
alti Dflt merito ev numera qui Samuele , il severo giudice de' re , e 1 
dae Giovanni, dico l' Apostolo ed il Battista , ponendo a paro lui ohe 
fi successore a Gesù nel nome di tìgli nolo a Maria , e lui* del quale 
a<m fu maggiore tra 1 nati di donna (3) , e che al re Srode rinfacciò 
il uto peccalo, onde fu messo in carcere, e pur dalla carcere gli era 
liberale di chiesti consigli. Quanto a Maria, egli le assegna luogo an- 
cora più alto* peteh'elia net consente all' incarnai io** meritò più ohe 
Mie te creature, Unto angeli quanto uomini, in tutti gli atti e pen- 
sieri toro (i). 

La prima questione , del risedere le anime umane negli astri , gli 
rammenta la sementa di Platone che dagli astri le dice staccate per 
abitare la terra, e di qui poi ritornarsene ed essi ; di che Virgilio: 
vt\m namque ire per omnes Terraeque, tractusque-màrie, coelumque 
profundum ; Itine pecudes, armenta, viroe, genus omne ferarum, Quem- 
Vtt lièi tenwe$ nMtcentem ar tessere vitas ; Sciiicet huc reddi detndc , 
M retoluta referri Ornata ; ntr. morti eese locum ; sed viva volare Si" 
fori* in nume rum, aique alto eueeedere eoelo (5). Questa opinione af- 
ferma Beatrice aver più fiele e veleno che l'altra di cui poscia, sì per- 
chè tocca l'essenza della natura divina e dell'umana, sì perchè a 
Dante poteva parere che la confermasse nelle recate parole ni splen- 
dide d' eleganza Virgilio suo maestro. Ma questi adduce quella opl- 

l)Lo dice questa stessa parola: de' tanti mangiare e vicinissimo a Cri- 
Muqiu indagine eingunt (Eo. IV). ito (Matth. XI, 11). 
(*) Tari. 6. (i) Tom., Serra. 

(3) Som. , 2, 3 , 1. - il Batti*** fu m (5) Georg., IV. 



60 PARADISO 



nione siccome d' altrui , quidam dixere (1) ; e quanto a Platone , 

Dante crede potersi il suo detto interpretare benignamente, concilian- 
dolo con la verità ; e ci ammaestra cogliere anco dal falso ne' filosofi il 
vero , a scoprire nelle tradizioni alterate la tradizione pretta, a guar- 
% darci' dal trito vizio di calunniare con l' imaginazkne perversa le 
% dottrine de' maggiori e de' coetanei, e di esagerare il male o pur di- 
vulgarlo im prontamente siccome sogliono i mormoratori di crocchi e 
gli abbaiatori di piazza. Beatrice soggiubge che da cotesto errore del 
fare le stelle nido agii spiriti, anzi genitrici di quelli , ebbe origine 
l'idolatria : e ancorché l'unica origine non sia questa , vero ò nondi- 
meno che la falsata tradizione delle intelligenze ordinate a custodi 
della materia, fu pendio all'adorare la materia In sé stessa. Or Bea- 
trice risponde che tutti gli angeli e i santi, tranne Maria la cui bea- 
titudine é incomparabile , hanno noi cielo empireo la fruizione loro. 
— Il terzo cielo è il cielo spirituale dove gli angeli e le anime tante 
gioiscono della contemplazione di Dio (S). Il medesimo luogo , cioè il 
cielo empireo , devesi alle anime sante (3). — Il cielo empireo sarà 
presente a* beati non per necessità della beatitudine, sbd sbcundum 
qoamdam congruentum bt dec<>rbm (4). Aveva già detto nel terzo Canto 
cosa, che in parte scioglieva il dubbio, e che in quel luogo forse gio- 
vava tacere : Chiaro mi fu allor com' ogni dove In cielo è Paradiso, 
etsi la grazia Del Sommo Ben d'un modo non vi piove (5). E poi più 
d'una volta dirà che nel cielo non ò propriamente luogo, secondo quel 
di Aristotele: Il cielo non è luogo , ma alcun che del cielo è luogo, 
cioè V estremo e il termine che è in quiete e che tocca il corpo mo- 
bile (6). - Quando quel che contiene non è diviso ma continuo, ditesi 
che il contenuto non è in quello come in luogo, ma come la parte nel 
tutto (7). 

Nota Beatrice che l'apparire dell'anime In questo o in quel cielo a 
Dante e per mostrare per via d'imaglnl 11 grado di loro santità e bea- 
titudine , appunto come la Bibbia usa traslati tolti da cose corporee 
per adattarsi a) modo umano d' intendere , e parla, per esempio, del 
braccio di Dio : Nelle Scritture sogliono le cose spirituali disegnarsi 
per le corporali, acciocché dalle cognite alle incognite e' innalziamo, 
come dice Gregorio in un'omelia (8). Procede la nostra cognizione in» 
teUettuale dalle più note alle men note cose ; e però dalle cose più 
note traspórtansi i nomi a significare le men note a noi (9). Quando 
alcune passioni umane figuratamente assumonsi parlando di Dio, ciò 
si fa secondo la similitudine dell'effetto HO). Quando la Scrittura no- 
mina ti braccio di Dio, non è sento letterale, che in Dio «t* siffatta 
parte corporea : ma quello che è per tal parte significato, cioè la virtù 
operativa li». Ma il vero si è che la diversità delle mansioni nell'eterna 
vita significa il diverso grado della funzione H%r< e che a eiascun beato 
tanto e necessario che vegga netti divina essenza, guanto la perfe- 
zione della beatitudine sua richiede «13 . 

Cosi nell'atto stesso di rappresentare viventi gl'Idoli delle cose cor- 
poree, li Poeta si tiene in debito d'avvertire che e' son pure il riflesso 
d'un lume più reale e più Ìntimo ; e quest' avvertenza, invece di dl- 



(l)L.c (7) Arist. Phys. t IV, 

(5, Gioì, in li ad Corinti]. , XII } (fc) Som., 3, 1, 4. 
Som, l,m. (»>Som.,l, 1, 6. 



(3) Som. Sup., 69. (10) Som., 1, 1, 19. 

U) Som. 1, 1, 4. (il) Som., 1, I. 

(5) Ter». 30. (il) Som., 1, 1 5. 

(6) Phys., V. (13) Som. Sup., 71 . 



CANTO IV. CI 



struggere l'illusione e fare il vuoto del nulla, crea una gemina realtà, 
immedesima l'arte alla scienza , contempera II senso alla fede. Aveva 
già detto : Cosi parlar convinsi al vostro ingegno ; Perocché sol* da 
sensato apprende Ciò che fa poscia d' intelletto degno (4 ». Ed ecco a 
questa sentenza le illustrazioni debite : L'anima nostra finché in questa 
vita viviamo, ha l'essere nella materia corporale ; onde naturalmente 
non conosce se non le cose ch'han forma nella materia o che si pos- 
sono conoscere per somiglianza di quelle (3>. — U operazione dell'in- 
telletto antirirhiede quella. del senso '3). - L'uomo intende le specie 
intelligibili, ne' fantasmi (4>. - È naturale all' uomo che per i sensi- 
bili agi 9 intelligibili venga, perché ogni nostra cognizione ha inizio 
dal senso (5). - E se la seguente sentenza pare che dica troppo: Es- 
sendo il senso principio dell'umane cognizioni, in esso consiste la mas- 
sima certezza, perchè sempre bisogna che i prinapii della cognizione 
siano più certi 16); quest'altre sapientemente la temperano e am- 
pliano : Ancorché l'operazione dell'intelletto nasca dal tento, pur nella 
cosa appresa per il mnso, l'intelletto conosce cosa che il senso non può 
percepire <7>. - Intbllsctos db auditis mente* illustrat (8). - L'in- 
telletto apprende V universale che si può stendere a' singolari senza 
fine 9: - Il senso è conoscitore degli accidenti 10). - II' senso é per 
l'intelletto, e non l'intelletto per il senso. È il senso una manchevole 
partecipazione dell' intelletto, onde secondo la naturale origine esso 
procede in certo modo dall' intelletto come la cosa imperfetta procede 
dalla perfetta (ii>. E però se Basilio e se il linguaggio del senso co- 
mune distendono le voci che vengono da sentire all' intendere, e le 
voel che vengono da leggere e che significano Intelligenza al sentire , 
non ò né eontradizlone uè confusione, ma conciliazione de' due estremi 
del vero, la quale ci viene espressa in due parole della Somma, po- 
tenti : Anco il senso è una certa ragione (43). 

Le dottrine scientifiche già cominciano ad abbondare nel Gante, non 
sempre in imagine splendida, quasi mal in oscura. Nel seguente dirà : 
Non fu scienza, senza lo ritenere, avere inteso (43); eia Somma: Ri- 
cevere e ritenere sono di due diverse potenze (44). - Scienza è inten- 
dere e giudicare V inteso «45>. - De' pr incipit è l'intelligenza, delle 
conclusioni è la scienza (46;. - La scienza è abito, mezzo tra potenza 
e atto 17). 

Ma della indagine del vero , più posatamente e più poeticamente 
nella fine di questo Canto ragionasi. Dopo rivolto a Beatrice due alte 
e calde terzine di ringraziamento, egli dice: Io veggio ben che giam- 
mai non si sazia Nostro intelletto se 'l Ver non lo illustra , Di fuor 
Dal qual nessun vero si spaziente). - Deus ipse est qui illustrat (49). 
Le discipline non si possono vedere se il loro sole non le illustra , 



(4) Terzina 44. Notisi la bellezza (9) Som., 4,4, 7. 

potente, perchè vera, di questo d'in- (IO) Som., 4, 78. 

Iellato degno; che innalza al più alto (4 1) Som., 1 , 77. 

significato 11 Virgiliano: HauL... tali (12) Som., 4,1,5. 

me dignor tumore (jEn.,1). (13i Par., V, t. 44. 

(2) Som., 4, 4 , 12. (14) Som., 4, 78. 

(3) Som., 4, 3, 3. (15 Som , 3, 9, 9. 

(4) ArUt , de An., III. (16 Som., 2, 3, 4. 

(5) Som , 4, 4. (47) Som , 1, 1, 44. 

(6) Som., 3, 30. (48) Teri 42. 

(7) Som.. 4, 78. (49) Aog. - Illustrazione intellettua- 
i%) Greg. Mor., f. le. Som., », 3, 8 ; 1, 148 ; 3, 4, 109. 



6Ì PAft&ftiàfi 



cioè Pio (4). - le cose tutti son buone da Dio per partecipazione fi), - 
H desideri* del bene monti taziain questa vita <fh - Beatitudine di- 
v' estere bene perfetto e sufficiente a saziare il desiderio dell'uomo (4). 

Potati in esso come fiera in Lustra, tosto che giunto l'ha •$>. - la 
verità prima è il fine di tutti i desidera e atti nostri *6>. Tu fi fa- 
cesti t o Signore, per te, e irrequieto è il cor nostro in fino a tanto che 
in U non riposi (7). La natura intellettuale al bene appreso per 
forma intelligibile ha tale relazione, che quando lo possiede, In esso 
riposa ; e quando non V ha lo ricerca (8). - Ragionare è Od inten- 
dere, come muoversi a posare (9). 

E giunger puollo : Se non, ciascun desio sarebbe frustra (10). * Se 
l'intelletto non potesse arrivare alla prima cagione delle cose, rimar- 
rebbe invano il desiderio della natura (14).- Il termine della cogni- 
zione, che è il vero, è nello stesso intelletto (iì). 

Non accadeva per vero che Dante queste cose dicesse a Beatrice che 
già Te sapeva: ma a questo cheé vistio ne' moderai drammi e dialoghi 
troppo più frequente e importuno , è compenso III nobiltà delle cose 
dette, e in «tran parte li modo del dirle , massimo ne* tre versi che 
seguono: Nasce per quello, a guisa di rampollo, A pie del vero il 
dubbio; ed è natura Ch* al *ommo pinge noi dt collo in collo (13) : 
i quali c'Insegnano come il dubbio buono e fecondo, quello che viene 
da istinto dt natura, e che serve ali* ascensione dell'anima umana, é 
il dubbio che nasce a' piedi del vero, ed è germe di quello; e* Inse- 
gnano che se l'uomo dubitc. Il genere umano efede; se l'uomo esita, 
P umanità procede; se alcuni uomini si dividono tra sé, la famiglia 
umana si aduna in sé stessa più e più intimamente. 



(I) Aag., Sol., Vili. (ft) Som., 4,4,4». 

(1) Boet., do hebd. (9) Som., 4. 79. 

(I) Som , f , 9, 6. (IO) Tera. 41. 

(41 Som., 1, 1, 1 (II) Som., 4, 4, 49. 

(5) Tert. 45. (I *) Som., 4, 4, 16. 

(6) Som. *, 1 4 ; aag. de Tri». (49) Tara.. 44. 

(7) Aag. Conf., I. 



CANTO V. 65 



CAJSTO V. 



ABOOKEXTO. 



Beatrice dimostra la santità del voto siccome di patto 
fra V uomo e Dio ; potersi la materia del voto mutare , ma 
dooere la cosa sostituita essere maggiore in merito della 
omessa, acciocché non paia volersi tenere con Dio turpe traf- 
fico di comodi tq. Salgono nel pianeta di Mercurio , dove si 
mostrano al Poeta que* che adoprarono al bene V ingegno. 

Poetica la seconda parte del Canto: evidente la prima, a chi cono- 
sce gli usi della lingua antica , i quali se a taluno paiono oscuri og- 
gidì , non è colpa dì Dante. La severità delta dottrina circa li voto di- 
mostra di qual fatta cristianesimo rosse il suo : severo nell' amore del 
pari che nello sdegno. Abbiamo già in cinque Ganti sei esposizioni 
(iommatiche. 

Nota le terzine I, 2, 4, 8, 9, 11, 20, 22; 24 alla 36; 40, 44, 45, 46. 

1. — Ì3 io ti fiammeggio nel caldo d* amore ' 

Di là dal modo che in terra si vede, 
Si che degli occhi tuoi vinco il valore , 

2. Non ti maravigliar: che ciò procede 

Da perfetto veder, che, come apprende; 
Così nel bene, appreso, muove *l piede. 

3. Io veggio ben siccome già risplende 

Nello intelletto tuo l'eterna luce 
Che, vista, sola sempre amore accende; 

i. IL) Veder che si perfeziona lo te. chiamiamo progresso; che a noi io- 

- Apprende : intende. venie è odio. Se nonché piede e vede» 

(bL> Perfetto. Som : Perfetta* re non si confanno. 

mente vedere t'ettema di Dio. - P«r- S. (Fi Luce Som : Dìo è luce Intel- 

ftlli**intamrnle coiioncere. ligibtle - L'aumento della vinù in» 

(F) Apprende. Più l' Intelligenza teilettiva chiamiamo illuminazione 

del bene *' innalza, più s* apprende dell' Intelletto, siccome lo stetto iti' 

l'amore. Som : La forza appetitiva telliaibile chiamati lume o luce. — 

è tempre proporzionata all' a p preti- Sempre. Conv , ili. 44: Siccome il di» 

tiva. dalla quale ell'è motta come il vino Amore t tutto eterno, coti con* 

mobile dal motore. Arisi., de An. t viene che tla eterno lo tuo oggetto 

HI: Il bene appreto è f oggetto del- di nrcettltà, ticchi eterne cose tifMo 

l'appetito», li volontà iedtte all'ap- quelle ch'egli ama. Gli altri amori di 

premiane dell' intelletto. -- Piede, verità men alta si spengono. 
L'amore, a Dante, è quei che noi 



64 PARADISO 



4. E s* altra cosa vostro amor seduce, 

Non è se non di quella alcun vestigio, 
Mal conosciuto, che quivi traluce, 

5. Tu vuoi saper se con altro servigio, 

Per manco voto, si può render tanto 
Che T anima sicuri di litigio. — 

6. Sì cominciò Beatrice questo canto, 

E, si com' uom che suo parlar non spezza, 
Continuò così '1 processo santo : 

7. — Lo maggior don che Dio per sua larghezza 

Fèsse creando, e alla sua bontate 

Più conformato, e quel eh* ei più apprezza, 

8. Fu della volontà la libertate, 

Di che le creature intelligenti, 
E tutte e sole, furo e son dotate. 

9. Or ti parrà, se tu quinci argomenti, 

L'alto valor del voto; s'è sì fatto 
Che Dio consenta quando tu consenti. 
10. Che, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto, 
Vittima fassi di questo tesoro 
Tal, qual io dico: e fassi col suo atto. 



4. (L) Quivi: in altra cosa. ma prepara air importanza che vuol 

i?> Quella: Som.: In Dio sono dare il Poeta alle cose seguenti. — 

le perfezioni di tulle leeone. Par., Spezza. JEn . IV: Sermonemabr ampi i. 

XXXUI, t. 5$: Il ben, ch'i del volere Ha qui spezzare è più proprio ette 

obù ietto, Tutto *' accoglie in lei ; e rompere, 

fuor di quella . E difettivo ciò che è i. (L) Fésse: facesse. 

lì perfetto. — Vestiqio. Som : Quan~ (F) Don. CDe Monarchia, I.] -- 

to l'uomo appetisce l'appetisce sic- Apprezza. La libertà fa l'uomo simile 

come bene, e se non l'appetisce come a Dio 

bene perfetto, non può che non l'ap- 9. (L) Valor : s'è lodevole il volo, 

petisca come tendente a quello. -- è un sacrifizio del (tran dono della 

Traluce. Per modo di splendore ri- libertà; non la annulla ma la eser- 

verberato. dice nel Convivio Arist , cita tn modo più forte e più allo, 

de An , HI: L'anima mal non erra io. <L) Atto libero. 

nel tendere al bene, ma ne' gradi del (SD Patto. Som.: Poeto firme tur. 

bene, — Tesoro . Lo disse il maggior dono 

s. (L) Se: so si può compensare al* di Dio, il più apprezzato da Dio stes- 

trimenii il volo imperfetto, sì che so. - Tal. Non sai se tal vada a vit- 

l'anima ne sia assolta. Urna o a tesoro. Direi, a questo; dac- 

(F> Litigio. Il debito innanzi alla ' che del pregio della libertà aveva già 

giustizia divina è quasi litigio tra il dello. 



male e il bene, tra i buoni spiriti e (F) Patto. Qui Pietro ella la leg- 

1 '"isti. Nella Bibbia l' idea di giudi- Re civile : Siccome da prima è libero 

è frequente. il poter contrarre, o no; cosi rinun- 

. (L) Sì : cosi. - Processo del dire, ziare all'obbligo preso non ti può a 

(SL) si. Terzina che pare inutile ; malgrado dell'altra parte* 



CANTO V. 



65 



11 



Dunque, che render puossi per ristoro? 
Se credi bene usar quel eh* hai offerto 
Di mal tolletto vuoi far buon lavoro. 
12. Tu se' ornai, del maggior punto, certo. 

Ma perchè santa Chiesa in ciò dispensa, 
Che par contra lo ver eh* io t' ho scoverto 

Convienti ancor sedere un poco a mensa 
Perocché '1 cibo rigido eh' hai preso, 
Richiede ancora aiuto a tua dispensa 

Apri la mente a quel ch'io ti paleso, 
E fermalvi entro: che non fa scienza 
Senza lo ritenere, avere inteso. 

Due cose si convengono all'essenza 
Di questo sacrifìcio : l'una è quella 
Di che si fa ; 1' altr' è la convenenza. 

Quest'ultima giammai non si cancella 
Se non servata: ed intorno di lei 
Sì preciso di sopra si favella. 



13, 



14. 



15. 



16. 



il. (L) Che: cosa. — Ristoro? com- 
penso? — Credi: togli quel che a Dio 
desìi, « credi poterne fare buon uso. 
(SD Ristoro? Purg., XIV, i. is: 
Là 've ti rende per ristoro (il fiume 
eoe rende al mare quello che il sole 
co* vapori gli lolse.) — Toilette Inf., 
XI, i. 43: Toilette dannose - Malto* 
letum o malato Ita, ruberia' ne' con- 
traiti o alirtraenii (Muratori, Ani. it., 
diss LXVIl). 

IF) Render. Psal. LXXV, la : Vo- 
tale e rendete al' Signore . Eccl., V, 
s. 4: Se hai fatto voto di cosa a Dio, 
non tardare a rendergliene. Dispiace 
a luì promessa infedele e stolidi ma 
quel che avrai- votato e tu rendi E 
molto meglio è non fare voto, che non 
rendere' poi —Buon. Chi dà a matri- 
monio la castità sacrala a Dio, è, di- 
ce Dante , ladro che spende in opere 
pie la cosa rubata ' Nel Convivio gri- 
da contro i ruba tori che offrono a Dio 
della preda. - 

u. tu Maggior : della santità d'un 
tal patto. 

iSU Punto. Purg., VI, 1. 14: Do- 
ti' io fermai cotesto punto 

49. (L) Sedere : ascoltarmi. -- Di- 
spensa: la digestione dispensa il ci- 
bo per variì canali. 

iSL) ancor. Par., X, t. 8: Or ti 
rìman', lettor, sovra 'I tuo banco. *• 
Dante. Paradisa 



Dispensa. Questa locuzione non chia- 
ra rende a qualche modo ragione 
dell'altra nel Purg., XXVII, l. 34: F 
notte avesse tutte sue dispense, per 
vero, non belio. 

44 tSL) Fermalvi. Fav Es : Dottri- 
na ricevuta e ferma ne' cuori de* fi- 
gliuoli — Entro. Bue, IH : Sensibus 
haec imis, res est non parva, repo- 
nas. Greg. : Bendi' egli intendano, 
dimenticando e non servando quel 
eh hanno udito, non lo ripongono den- 
tro della loro mente. — Scienza. Al- 
berano, I, so: Più suol far prode se 
tu ritieni in nu mori a pochi coman- 
damenti di sapere, ed avergli in 
pronto e in uso, che se tu impari 
motto, e non tenessi a mente niente 
(Trad. da Seneca; ed è in Cassio- 
doro). 

45. (L) L'una : la materia. — Con* 
venenza: patto. Questo bisogna a- 
dempirlo: la materia si può mutare, 
offrire una cosa per l'altra : ma sem- 
pre più dei promesso e con licenza. 

(SD Convenenza. Vili., XI, 80; 
Diodali, Nura., Ili, 7. 

46. (L) Servata; adempita. 

(SD Serrata. Machiavelli: Ser- 
vare l'ordine. — Preciso. Par., XVII. 
Bella parola e necessaria all'ingegno 
di Dante. 



66 



PARADISO 



17 



Però necessità fu agli Ebrei 
Pur T offerire ; ancor eh' alcuna offerta 
Si permutasse, come saper dèi. 

L* altra, che per materia t' è aperta, 
Puote bene esser tal, che non si falla 
Se con altra materia si converta. 

Ma non trasmuti carco alla sua spalla, 
Per suo arbitrio, alcun senza la volta 
E delia chiave bianca e della gialla. 

Ed ogni permutanza credi stolta 
Se la cosa dimessa in la sorpresa, 
Come il quattro nel sei, non è raccolta. 

Però, qualunque cosa tanto pesa 
Per suo valor, che tragga ogni bilancia, 
Soddisfar non si può con altra spesa. 
22. Non prendano i mortali il voto a ciancia. 
Siate fedeli, ed a ciò far non bieci, 
Come fu Jepte alia sua prima mancia: 



18, 



19 



20. 



21 



47. Offerire, offrire secondo il 

(SU Par. E imeneo. -- 0//e- 
rére. Comp.: ProfferevasL Fior, di 
a, Frane. : Offerente. * Oblazione t 
nulla le^ge ebraica, assoluliimemc, 
-vale offerta a Dio. — Dei, Non é sep- 
pa. ma cenno dello studio che Dame 
beata de' libri sacri > e del deblio 
enfi ei la Iti corre ili farcelo. _ . . 
(?> Ebrei. Exoó.* Kilt, 19* XXXIV, 
36: Le primizie {itila tua terra offri- 
rai in itomt at Dìo l«0. E Levil., l T 11, 
liUW V, VU VII. XIIm XIV, XV, X VI, 
XVII , XiX, XXI . kXIIL XXV , XXVll: 

ftutn* HI. v, vi\xv. xviu , xxviil, 
XXIX ; OeuL., Xll,XVl. poitioniuiiua- 

v;iiji> l-iaicrLaderprimOK«- 1 f l i lnr,, ' k J [t| - 
feria d'animali, o una»nello con due 
tortore o due cidumbc. i voli spon- 
taueU Lc¥iU XXVll) talvolta poie- 
v/msl permutare, miri no: talora la 
cosa *os Hi ulta doveva eccedere la 
promessa del quinto» 

«i. (l.i Aperto: della. 
(SD Aperta. Con*.. T, « ; Sente** 
za del filosofo aperta ritti* ottano e 
nel nono iteti' Elica, 

js. {L) fólta; la permissione della 
Chiesa. 

(SD Chiave. Purg., IX, t. 40 : L'u- 
na era d'oro e l'altra era d' argento. 
Di questa potestà della Chiesa, V. la 
Somma a, s ; quaest. 88. 

ao. (L) Sorpresa : presa poi. La nuo- 
va offerta alla omessa sia come sa 4. 



(SD Dimessa. Vale e omessa e 
condonala come dimitte debita. Inf., 
XXIX, t. 5 : m'avresti... Lo star dimes- 
so. — Sorpresa. Cosi sor venir e, veni- 
re voi. 
si. (L) Tragga*, faccia tracollare. 

(P) Pesa, imagine biblica (Daniel., 
Y), I] voto dì castità non ha pari. 
Homo te ita l'Ottimo) dignissima crea- 
turarum. 

ss, {L} Ciancia: burla. —Bieci : non 
rem,— Mancia: vittoria. 

(SL> ùmida. Inf., XXXII, t. 3: 
Non é 'mirteta dapigliare a gabbo. — 
Bua : Inf., X\V, t. li : Opere biece 
i-i ii ni ■■! lini; e qui dissema/ tot le Ito). 
Par-, Yl, i. 46: Parole biece (di corti- 
giani Invtótojt). — Mancia. DI cose 
guerriere: la {ancia D' Achille... es- 
aer cagione. Prima di trista e poi di 
vuoila mancia (Inf., XXXI, t. *). Non 
Improprio w da mano. Così mercè 
valse aiuto e perdono. Forse mancia 
non è la vittoria, ma il prezzo di 
quella dato dal padre, la figlia. 

(F) Jepte. Judic, XI, so..., - // 
voto se non cade in bene è nullo : e 
se quello che credevasi bene, riesce 
a male, nullo - Per prima offerta a 
Dio, se vincesse gli Ammonlti-Jefte 
promise colui che prima gli si facesse 
incontro al ritorno. Fu prima la 'fi- 
glia (Comm. di Pietro) - Tirino: Ter- 
tulliano, Ambrogio, Procopio t Tom- 
maso, reputano che qui Jefte peccò» 



CAUTO V. 



67 



23. Cui più si convenia dicer: « Mal feci, » 

Che, servando, far peggio. E cosi stolto 
Ritrovar puoi lo gran duca de' Greci; 

24. Onde pianse IGgénia il suo bel volto, 

E fé* pianger di se e i folli e i savi, 
Ch' udir parlar di così fatto colto. 

25. Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: 

Non siate come penna ad ogni vento ; 
E non crediate ch'ogni acqua vi lavi. 

26. Avete il vecchio e '1 nuovo Testamento, 

E '1 Pastor della Chiesa che vi guida : 
Questo vi basti a vostro salvamento. 

27. Se mala cupidigia altro vi grida, 

Uomini siate, e non pecore matte; 

Sì che 'L Giudeo tra voi di voi non rida. 

28. Non fate come agnel che lascia il latte 

Della sua madre, e semplice e lascivo 
Seco raedesmo a suo piacer combatte. — 



ss. (L) Mal a promettere. — Servan- 
do: osservando 11 volo. — Ritrovar i 
conoscere. - 

(SL) Sfolte. Più sopra; permuta** 
za stolta: e Par.» Xltt : A rio, equegti 
$ tot ti che falsarono le divine Scrii* 
tare. Sfollo cella Bibbia ha senso gra- 
ve. — Ritrovar. In senso simile nella 
Somma: Inventi**. — * Duca. Volg. di 
Livio : Duchi (Imp. Romani). Mn. t II : 
Ductores Danaum. 

(F) Peggio. Ambi»., de Off., 4, 50: 
Meglio era a me non promettere cosa 
tate, che dalla promessa col parri- 
cidio proscioglier mi. ~ III, 49. Meglio 
non far volo , dtl farlo tale che a 
citi ti promette, noi vorrebbe. 

si. (L) Cotto : cullo di sangue. 
(SD Ifigenia. JEn., Il ; Lucret, I ,• 
ini , XX. Agamennone aveva volalo a 
Diana quel che di più bello egli 
aveva. Però pianse Ifigenia la sua 
bellezza, cagiorrc di morte, o pian- 
se la floe acerba della sua giova- 
nile bellezza. Cosi piange la fi- 
gliuola di Jefte ne'OiucJici. - Folli. 
Accenna forse all'esclamazione empia 
di Lucrezio. — Colto. Per culto, co- 
me cotto per culto aggettivo. Som. : 
Culto dell'idolatria.'* . Orosio: Co/fi- 
vare per adorare. 

li. (SD Lavi. Ovid. Fast., II, U: Ah 
nimium facile*, qui*.. crinUna caedis 



Fluminea talli posse putatis a- 
quat 

(F) Vento. Ad Ephes., IV, 44 : Non 
Siam menali qua e là al vento della 
scienza. Eccli. V, 44 : Non ti sciorina- 
re a ogni vento, né ire a ogni via. 

*«. (Vi Avete. De Honarch., Tuffa la 
legge divina nel senso de'due testa- 
menti contiensi. — Pastor Sempre di- 
stingue dalia temporale l'ecclesiasti- 
ca potestà, e questa onora. 

87. (L) Rida in vedervi frantendere 
la lettera e violare lo spirito dulia 
legge; in giudicarvi da meno del 
più dispregiali fra' suoi. 

(SD Pecore. Petri Epist. 11,11, 49: 
Vetat irrationabilia pecora. Conv., 
1, il : Questi sono da chiamare peco- 
re, e non uomini (gli uomini senza 
discrezione). 

38. (D Combatte : nuoce a sé. 
(9L) lascivo. Ovid. Mei., VII: 
Ex siiti agnus, Lascivi iq uè fuga. - 
XIU : Tenero lasclvior haedo. Prov.: 
VII, ss : Quasi agnus lasciviens. Osea, 
IV, f6: Sicut vacca lascivie»* detti" 
navit hrael. — Combatte. I Francesi 
hanno in slmile s<>n*o s'èbattre. 

iV) lascivo. Uomo che abbando- 
na l'autorità della Chiesa e de' libri 
santi, e agnello che lascia il latte. Co- 
si Dante; e Dame era più forte in- 
gegno che Lutero e Calvino. 



68 PARADISO 



29. Cosi Beatrice a me com' Io scrivo: 

Poi si rivolse, tutta disiati te, 

A quella parte ove il mondo è più vivo. 

30. Lo suo tacere e '1 tramutar sembiante 

Poser silenzio al mio cupido ingegno, 
Che già nuove quistioni avea davante. 

31. E, sì come saetta che nel segno" 

Percuote pria che sia la corda queta, 
• Cosi corremmo nei secondo regno. 

32. Quivi la donna mia vid' io sì lieta, 

Come nei lume di quel ciei si mise, 
Che più lucente se ne fé' '1 pianeta. 

33. E, se la stella si cambiò e rise; 

Qual mi' fec' io, che pur, di mia natura, 
Trasmutabile son per tutte guise ! 

34. Come,' in peschiera eh' è tranquilla e pura, 

Traggono i pesci a ciò che vien di fuori 
Per modo che lo stimin lor pastura; 

35. Sì vid' io ben più oli mille splendori 

Trarsi vèr noi ; ed in ciascun s' udia : 
« Ecco chi crescerà li nostri amori. » 

99. (L) Parte: In alio. 33. (F) Sulla. In trasmutabile dice 
lF> Vivo. Chi dice: v all' oriente; Aristotele tDe eoe io et mundi» — Ri- 
chi : airiosù dove il cielo più ferve e se. Conv., IH, 8: E che è ridere , se 
più s'avviva Nell'alito di Dio (Par., non una corruscazione della ditetta- 
XXIII. t. 38); chi verso la parie equi- zioue dell'anima, cioè un lume an- 
notiate, di cui nel Convivio, II, 4: parente di fuori secondo età dtn- 
Quauto il cielo è più presto al cer- tro ? — Trasmutabile. Cam. : Che 
chio equatore, tanto e più nobile .. questa bella donna che tu senti Ha 
perocché ha più movimento e., più trasformata in tanto la tua vita... 
vita. — Parte, [aoi.3 La parte ove il Che n'hai paura Aug : Spirltus 
firmamento è i»u vivo, doveva cer- hominis ma tabi lem se esse clamai. 
tamen le esser quella nella quale irò- - La mente è mutabile , immutabile 
vavasi il sole, a giudizio dH Poeta il la verità. Som. : L* uomo di sua 
quale non poteva parlare che relati- natura è mutabile. - La trasmutati" 
vamenle a noi e alle cogniuoni che li là delle iwetliqenze e dette affezio- 
II suo tempo avea del sistema slel- ni — Sempre all'atto del? appetito 
lare. A tal parie dunque si rivolse sensitivo s'accompagna una qualche 
Beatrice, con attitudine simile a quel- trasmutazione del corpo musxime ver- 
la che prese nel distaccarsi dalla ter- so il cuore. - Ad Corinih ,11, 111, 48: 
ra per volare alla luna. La regione Trans formamur a claritate in Mari- 
celeste circostante al sole è bene in- totem 

dicaia, anco perché io essa è ia spe- 34 (Lì Pura. Hor. Carro., Ili, 46: 

ra del pianeta al quale ora si fa pas- Purae rivus aquae. 

saggio. ss (L) Si: cosi. — Ecco: gli giove- 

31. <Lì fì<>gnn: Mercurio. remo panando ,• quindi l'amore in 

(SD Queta Par., II. I 8: Inquan- noi crescerà 

to un quadrai pota E vola.. ~-Secon- (SD Amori. Più bello che In Virgi- 

do. Conv , II. 4. Ho (Bue , X» : Meo* incidere amor ex 

(?) Corremmo. Aristotele (Phys. , Arboribus: cr escent tllae; cresce tis 

IV ; De coe\o et roundo, I, II) dice i amores. Ad Corinih., I, XIY. i : Oc- 

cititi se n»a intervallo* scete in caritù, A ogni spettacolo di 



CANTO V. 

36. E, sì come ciascuno a noi venia, 

Vedeasi 1' ombra piena di letizia 
Nel folgór chiaro che di lei uscfa. 

37. Pensa, lettor, se quel che qui s' inizia 

Non procedesse, come tu avresti 
Di più savere angosciosa carizia : 

38. E per te tederai come da questi 

M' era in disio d' udir lor condizioni, 
Sì come agli occhi mi fur manifesti. 

39. — O bene nato, a cui veder li troni 

Del trionfo eternai concede Grazia, 
Prima che la milizia s' abbandoni ; 

40. Del lume che per tutto il ciel si spazia 

Noi sjemo accesi: e però, se disii 

Da noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia. 

41. Così da un di quegli spirti pii 

Detto mi fu ; e da Beatrice : — Di* di' 
Sicuramente; e credi come a dii. — 



69 



grazia divina, cresce In ciascuno bea- 
titudine. Con?., Ili, 7: (Gli) atti (di 
Beatrice), per la toro ioaviià e per 
la loro misura, fanno amore risve- 
gliare. 

(F) Splendori. Psal. CIX, s: In 
*plenaoribus sa ne forum Gli uomini 
eloquenti en aitivi al bene. Perchè 
Mercurio era Dio della eloquenza 
e de* commerri ingegnosi. Horai. 
Carni., I io : Mefcuri facunde .. Qui 
fero*, calili* hominnm recenium Vo- 
ce formasti .,* però ci pone Giusti- 
niano e Romeo 

u. (L) Ombra: anima.— Folgori 
fulgor. 

{SD Ombra. In Virgilio seniore; 
qui non bene. - Uscio Ezech., 1, is : 
De igne fulgur egrediens. 

37 (D Se : se non- seguitassi a dire. 
-Carizia: carestia, bisogno di sa- 
pere 

(SD Pensa. Terzina debole — 
Procedesse Once. : Tempo è ornai di 
procedere alquanto più oljre P ir., 
XIII. l. 30. — Carizia Purg . XXII , 
t- 17 : Di questo cibo avrete caro Al- 
l' idea dt carestia* congtungendoii 
queila di pregio e d< desiderio, come 
nel latino, la v«>re é propria comechc 
suoni strano: Pitti: Aveva carestia 
dì Guastatori. 

in. (L) Disio: desideravo. « Si co- 
me: tosto che. 

(SL) M'era, fior. Sai., II, 6 : Hoc 



erat in votls. — Condizioni. Purg., 
XIII, i. 44 : Nostre condizioni Vai di- 
mandando. — Manifesti. S.xì , III: Vi- 
si ante ncnlos adslare... multo mani- 
festi tutnine 
39. (L) Milizia : vita. — S'abbandohi. 
da te 

(SL> Bene nato Hor. Carni., IV, 
4: Bene nata. — S'abbandoni. JEn., 
VI : Itur in antiqnam silvam I To- 
scani tuttavia : Quando noi s'andò 

(F) Troni Par., XXVIII, t. 35 — 
Milizia Job, VII. 4 : Milizia è la vita 
dell'uomo sulla terra 

40. (SL> Spazia Purg., XXVI, t. Si : 
'L Ciel .. ch'i pien d' amore, e più 
ampio si spazia — Chiarirti Ben ri- 
sponde al irastato del lume. Vedi 
quante imaglni ed «pressioni po- 
tenti trae da questa imagine sola, 

41 (Sii) Pii ^n.V: Amoena pio- 
rum Concilia. - Vili: Secretosqn* 
pios - Credi Par . Iti. t. il : Credi 
Che la verace luce che le appaaa. Da 
sé non lascia lor torcer li piedi. • 
IV, t. ss. Alma beata non porta men- 
tire. 

(?) Dii Boet : Divini taiem ade- 
pios, dens fiert si*nitl rottone weesse 
est Omnisigitur bentus deus Som : 
Gli uomini sono beali per narteci po- 
zione, come dice Boezio (D»* Consol., 
Ili»: Come per partecipazione anche 
diconsi Dii. - Fra tutte le creature 
sono più eccellenti quelle che diconsi 



70 



PARADISO 



42. — Io veggio ben si coma tu V annidi 

Nel proprio lume, e che dagli occhi il traggi 
Per ch'ei corruscan, sì come tu ridi. 

43. Ma non so chi tu se', né perchè àggi, 

Anima degna, il grado della spera 

Che si vela a* mortai con gli altrui raggi. — 

44. Questo diss' io, diritto alla lumiera 

Che pria m' avea parlato : ond' ella fèssi 
Lucente più assai di quel eh' eir era. 

45. Sì come'l sol che si cela egli stessi 

Per troppa luce quando il caldo ha rose 
Le temperanze de' vapori spessi ; 

46. Per più letizia sì mi si nascose 

Dentro, al suo raggio la figura sa^ta; 
E, così chiusa chiusa, mi rispose 
Nel modo che'l seguente canto canta. 



Dii per partecipazione. - La qrazia 
decifica Vuomo. Psal. LXXXl, 6: Ego 
disi: Dii etti*. Jleglio che nell'Ario- 
sto : Principi e gloriosi semidei. De 
Mon.: Per tibertatem (elicitamur ut 
liornines. alibi ut Dii. 

43. IL) Sì : il riso accompagna la 
luce. 

(SL) Traggi. Guardando in Dio, 
bovi ti suo lume, e gli occhi ne splen- 
dono. Ovvero: il lume ch'éin te, de- 
duci e fai quasi sgorgare dagli occhi. 

45. (L) Aggi : abbi. -- Vela per la 
vicinanza del sole. 

(F) Vela. Conv., il, li: Più va 
velala de' ragqi del sole che null'al- 
tra stella. — Spera. Uni ] Ecco de- 
terminato II cielo al quale e asceso 
il Poeta. E il secondo t cioè la spera 
di Mercurio, che gli antichi pure ri- 
conobbero la più prossima a quella 
del sole tanto che rimane velata dai 
raggi di questo, e diffìcilmente può 
scorgersi la stella. Non ebbero però 
contezza nò delie distanze nò delle 
dimensioni di Mercurio, che oggi 
sappiamo essere le seguenti: 

Distanza media di Blercurlo dal sole 
31 milioni di miglia italiane. 

Distanza minima di Mercurio dalla 
terra 49. 

Distanza massima di Blercurio dal- 
la terra m. 

Suo diametro 26oo miglia Hai. Il suo 
volume un po'roeno di un diciottesi- 
mo di quello della terra. 

compie ti suo giro intorno al sole 



in giorni 88; ha un moto di rotazio- 
ne sopra sé stesso, poco meno celere 
di quel della terra durando 9 minuti 
di più ; ed è il pianeta più denso che 
si conosca , racchiudendo sotto un 
cgual volume maggiore quantità di 
materia. 

44. (L) Lumiera: luce.-- Fèssi: si 
fece. 

45. (L) Slessi : slesso. — Rose: con • 
sumati i vapori che ne temperano il 
calore. 

(SL) Slessi. In Guittone. — Uose: 
Temperanze rose dal caldo non paro 
bello. Ma Virg.: Est fiamma medut- 
las. — Temperanze. Purg., XXX, t. 9 : 
E la faccia del Sol nascere ombrata. 
Sì che per temperanza di vapori 
L'occhio lo sostenea. 

(¥)Ceta. LAnt.] Quando 1 vapori, 
falli parventi per abbassamento di 
temperatura, s'interpongono tra l'oc- 
chio nostro e il sole, ci velano que- 
si' a.-» irò, e talvolta ci permettono di 

fiuardario; ma se avvenga che il ca- 
ore promosso per la presenza del 
sole istesso, rarefacela questi vapori 
a poco -a poco, quasi li roda e li con- 
sumi e. li renda quanto più si può 
trasparenti, allora il soie si cela egli 
stesso con la sovrabbondanza di sua 
luce» che dalle nostre pupille non 
può sostenersi. Piena di verità è 
quindi anche questa descrizione, e 
non raen bella la similitudine che ef- 
ficace. 
4«. (L) Si: cosi. 



CANTO V. 



71 



(SD Chiusa. Tasso, XII: Poi nel 
profondo de' suo' rat si chiuse. Mode- 



lli a nella gloria, verecondia nella 
gioia, impenetrabilità nel chiarore. 



Nel volo religioso, del quale tante 
cose declamò la fiacchezza moderna, 
più vergognosamente denudando sé 
slessa che i torli altrui. Dante vede 
un esercizi» della libertà, un vincolo 
ch'ella pone spontaneamente a sé 
stessa, per essere, nelle cose essen* 
xiali alla grandezza dello spirito , e 
quindi agli stessi incrementi sociali, 
libera più pienamente. Quelle ani- 
me forti si vestivano di voli, come i 
corpi di ferro: e le une eie altre 
armi a reggere destramente e quasi 
con leggiadria , erano nate valenti. 
L'abuso (ma della libertà stessa e 
delle membra del corpo proprio Tuo- 
no abusa), l'abuso sta nell'immatu- 
ramente antivenire o nell* Impedire 
la piena spontaneità di quest'atto, 
che, come ogni alta cosa, ha in sé 
del tremendo. Ma, fatta di piena co- 
scienza a Dio la promessa, Dante non 
vede che possa disdirsi, per spaven- 
tose che siano le difficoltà d'attener- 
la, a conservarsi uomo onesto o mo- 
glie non impura, possonsi incontrare 
più affanni eh/a essere ubbidiente o 
povero o nella solitudine casto : ma 
da cotesto non segue che mai diventi 
legittima e bella l'impudicizia o la 
bindoleria. Gli argomenti contro I 
voli in massima, possonsi torcere 
contro l'indissolubilità del vincolo 
coojuKale; anzi diventano qui tanto 
ptù forti, quant'è questo voto più co- 
mune e ordinario: dal che seguite- 
rebbe la civile bontà de) divorzio ; e 
da questa la necessità della poliga- 
mia, della quale 11 divorzio ha tutti 
gli svantaggi, senza i gusti e la pos- 
sibilità dell'essere io qualche forma 



ordinato a consuetudine regolare. 
Dante nega al papa stesso facoltà di 
dispensare da voti se il bene da ope- 
rare in compenso non sia di mag- 
giore prezzo, aozt di costo maggio- 
re; ma nega a ciascun uomo il di- 
spensarsi a verun patio da sé , pri- 
ma che l'autorità spirituale giudichi 
le sue ragioni: Distingue la parte ma- 
teriale, dalla formale, del volo; e 
nella formale ne pone l'Immutabi- 
lità e la bellezza. La qual distinzione 
scolastica, a tutte quante mai possa- 
no invaginarsi le questioni applicata, 
le scioglie polen temente. Ed è belio, 
in tanta fermezza di principi i e di 
volontà, confessarsi lui trasmutabile 
per tutte guise. Lo dice per denotare 
a qualche modo la sopraetaltaxione 
avvenuta In lui Dell'ascendere a un 
altro pianeta. Ascendendo, Beatrice 
si fa viepiù bella, e più abbellisce di 
sé la stella dov' entra. I Beati ivi ac- 
colti gioiscono dell' ospite novello, e 
gli cantano un verso ch'é de'più de- 

?ni del Paradiso, e che compendia 
u Ilo in sé il quarto Canto : Del lume 
che per tutto il ciet si spazia Noi 
semo accesi. L'anima a cui Dante si 
volge, dopo sfavillata la letizia del- 
l'accoglienza, per nuova gioia pia 
intima si rende invisibile agli oc- 
chi di lui, per farlo più raccolto in 
attendere alle parole. Abbiamo già 
qui un altro saggio del leggere che 
i Beati fanno uc'nascosll pensieri: e 
da questa nuova fonte di poesia che 
Il Cristianesimo rivelò alla coscien- 
za, vedremo nel poema derivarsi via 
via altre bellezze, tutte notabili, se 
non tutte espresse con pari felicità. 



72 - PARADISA 



IL UBERO ARBITRIO E I SUOI SACRIFIZI!. 



La bellezza di Beatrice, e segnatamente la potenza degli occhi, fatta 
cosa soprannaturale e parte dPmaraviglioso, diventa nel Paradiso una 
delle così dette macchine del poema; né senza perchè nella soglia 
d'Inferno troviamo Lucevan gli occhi suoi più che la stella (!). - Gli 
occhi lucenti, lagrimando volse (2>; e in cima dei monte Mentre che 
vegnan lieti gli occhi belli, Che lagrimando a te venir mi fenno (3). 
A ogni salire cresce bellezza al viso e allo sguardo della scienza di- 
vina. E questi gradi sono con potente accorgimento e varietà dise- 
gnati nelle parole del Nostro. Di lei , viva , nelia Vita Nuova : E gli 
occhi non l ardiston di guardare. - Quando ella fosse presso d'alcuno 
tanta onestà venia nel cuor di quello , che egli non ardiva di levar 
gli occhi. Conv. : Elle soverchiali lo nostro intelletto , Come raggi di 
sole un fragil viso: E percW io non ne posso mirar fiso , Mi convien 
contentar di dirne poco. Beatrice figura la divina scienza risplen- 
dente di tutta la luce del suo suggetto, i f - quale è Dio... Nella faccia 

di costei appaiono cose che mostrano de' piaceri di Paradiso cioè 

negli occhi e nel riso. E qui si conviene sapere che gli occhi della sa- 
pienza sono le sue dimostrazioni, colle quali *si vede la verità certis- 
simamente ; e il suo riso sono le sue persuasioni nelle quali si dimo- 
stra la luce interiore della sapienza sotto alcuno velamento : e in 
queste due cose si sente quel piacere altissimo di beatitudine, il quale 
e massimo bene in Paradiso. Paragonisi quello che degli occhi della 
sua donna é detto da Dame con quello che della sua dai Petrarca, e 
si misurerà distanza grande d'animi e di ingegni e di tempi. 

Badisi al cominciamento de' Ganti , come variato , come sovente li- 
rico, come talvolta drammatico, e ora filosofico e ora, famigliare. Uno 
di qùe' tanti predicatori che non consacrano l'arte profana col senti- 
mento religioso, ma questo ammorzano tuffandolo in quella, studiava 
come modello d'esordii il principio de' Ganti del Furioso, certamente 
più comico della Commedia: ma senza che i predicatori prendano ad 
imitare i poeti, e specialmente poeti imitatori di imitatori, gioverebbe 
agli oratori quali che siano attingere alla poesia nelle più pure e alte 
sue fonti ; perchè Parte della paròla è tutta un'arte, e perchè poetica 
è l'eloquenza de' libri sacri fin nella semplicità del Vangelo e delie 
Epistole, e ne' Padri più grandi , e talvolta fin nelle aride dispute 
della Somma. li Paradiso incomincia dal dimostrare perchè siano li- 
beri i corpi purificati di vincere la terrena gravità, e io dimostra con 
la legge dell'ordine e dell'amore, che vien da ente libero e più piena- 
mente s'esercita in enti liberi ; poi le prime anime che il Poeta rin- 

(1) Inf., Il, 1. 19. (3) Purg., XXVI I, t. 46. 

(1) lof. Il, t. 39. 



CANTO V. 73 



contra son quelle che non pienamente usarono i! libero arbitrio; e di 
qui si fa luogo a ragionare di quest'alto argomento. E di qui ha, se non 
lode, scusa il principio del quarto Canto ove toccasi il dubbio da filo- 
sofi posto intorno a due cagioni ugualmente moventi (supposto impos- 
sibile, che tenessero il libero volere in bilico Questa che pare digres- 
sione erudita, è-strettaraenie col legata con quel che precede e che se- 
gue, e così vien fatto agl'ingegni potenti anco nelle più difettose parti 
delle loro opere, e agli animi potenti vien fatto sin ne' trascorsi della 
vita loro. 

II maggior dono , dice , che Dìo agli uomini facesse creando e quel 
ch'egli più apprezza, si è la libertà del volere. E nella Monarchia : 
Quest'è il massimo dono alla umana natura conferito da Dio: per 
esso qui siamo felicitati come uomini , altrove come dii. - Principio 
della libertà nostra è la libertà dell'arbitrio, la quale molti hanno in 
bocca, nell'intelligenza pochi (4). Dice che questo è il dono più conforme 
alla divina bontà, perché veramente il poter peccare è insieme la facoltà 
di ben meritare, la possibilità del dolore e la possibilità della gioia. E la 
Somma: L'uomo imagine di Dio è principio delle opere proprie, avendo 
il libero arbitrio eia potestp d'esse opere (2>. La volontà non si muove 
al bene , se non in quanto esso è appreso dall' intelletto (3). V atto 
della volontà che immediatamente da essa viene è il volere (velie). 
Un'altra specie d'atto della volontà è quello da lei comandato ad altra 
potenza^ come camminare, o simili (4). Il libero arbitrio può ugual' 
mente eleggere il bene o il male 5), quanto alla natura sua: ma poi 
ha ragioni per le quali si piega a questa parte o a quella. Il peccato 
non ha ragione, di colpa se non in quant'e volontario ; che a nessuno 
imputasi a colpa alcun atto inordinato, se non quanto il farlo è in 
sua potestà (6i. L'uomo, peccando, ha perduto il libero arbitrio, non 
guanto alla libertà naturale che riguarda il non essere sforzato, ma 
quanto alla libertà che è scemata dalla colpa e dalla miseria (7). Al' 
l'atto interno della volontà non si può portare violenza ; e ragione di 
questo è che l'atto della volontà non è altro che una inclinazione (8)^ 
procedente dall'interno principio conoscente (9). Violento è quel che e 
di fuori, e nulla ci conferisce colui che patisce la forza (10). Tradu- 
cendo il Poeta queste parole (ed è singolare che la figliuola di Simone 
Portinari traduca la Somma di s. Tommaso ; ma non è inverisimile 
ch'ella in casa sua ne sentisse leggere com' ora leggonsi romanzi e 
gazzette, e la capisse, indovinando, meglio che certi politici non capi- 
scano le gazzette) , soggiunge , che la volontà , se pur vuole davvero 
esercitare sé stessa, é come fuoco che sempre si ridirizza Se mille 

(i) Boet., V, 2. - Tom.,cant. Gent., ne è sempre più forte motivo che il 

II, 2. - Maestro delle sent., dist. 38. male che matematicamente tradurreb- 

(2) Som., 1, 21. besi nella proposizione •/ più è più del 

(3) Som., « , 2 , 4. Di che le crea' meno. E quindi nella colpa lo sforzo 
Iure intelligenti, E tutte e sole , furo e ch'uomo fu per torcersi al meno. 
son dotate (Terz 8). Da perfetto veder, (6) Som. 

ehe, come apprende, Coni nel bene ap- (~) Som. 

preso muove 'l piede (Terz. 2;. (S) S'ella si pieganssai opoeo (Par., 

(4) Som., 1, 2, 6. Ciò spiega il »<■//* IV, t. 27). 

del Canto precedente, che riguarda (9) Som., i, 2, 6. 

l'interno moto della mente; dove la (10) Som. 2, 2, 475. La violenza è 

volontà abbraccia anco gli atti este- quando quel che paté Neetite conferisce 

riori. a quel che sforza (Par., IV, t. 26). 

(a) Som. Di qui il supposto de' due Della violenza del ratto , v. Som., 2, 

oggetti ugualmente moventi. Ma il be- 2, 1 54. 



74 PARADISO 



volte violenza il torza (1). IE qui , per esempio della Immobile vo- 
lontà, e quasi a proposito del fuoco, rammenta Lorenzo martire e Sce- 
vola traditore, il cui atto nel Convivio è lodato come ispirazione di- 
vina, confondendolo forse con quello d'Aod e altri cbe narra la Bib- 
bia; senonché Virgilio, e il suo maestro pagano, tacendo di Scevola e 
rammentando il Coclite e Clelia (2), era qui più cristiano di lui (3). 

Segue dicendo che tale volontà tanto salda non era in quelle che , 
tratte dal chiostro, potevano pur ritornarci, e non seppero volere, non 
perchè non lo bramassero in cuore, ma per tema di strazio proprio o 
per umani riguardi o per semplice debolezza. Se Piccarda è tra que- 
ste, segno è che Dante la reputava debole, e non credeva al miracolo ; 
ed è testimonio ch'ella potesse ritornarsene al chiostro , che però tra 
il ratto e le nozze fosse intervallo di tempo. Ma la buona Piccarda, 
temeva più che per sé forse per il fratello prepotente e per la fazione 
di lui, le vendette delio sposo innamorato della bellezza di lei, e le 
ire de' consorti di quello. Senonché Dante , severo anco a coloro che 
amava e tenace de' propri i voleri, e uomo di parte, non le mena buoni 
siffatti riguardi e la colloca nella luna, quasi a confino., portando l'in- 
felice uomo, un brano dell'Italia, anche in Cielo. 

Per tema di male, si vuole anche cosa di per sé non voluta (4), 
come il gettito delle merci per tema di naufragio. La cagione viene di 
fuori, ma la volontà non è forzata però. Nelle cose fatte per forza la 
volontà non consente punto; ma nelle fatte per timore, la volontà si 
muove non per sé ma per altro fine, cioè per repellere il male (5). Le 
cose che si fanno per Umore, sono miste di volontario e di involonta- 
rio (6). Quando l'azione viene da causa esteriore , rimanendo in chi 
la patisce la volontà di patire, V atto non è assolutamente violento ; 
perchè sebbene chi patisce non conferisca operando, conferisce però vo- 
lendo patire : onde l'atto non ti può dire involontario (7). - Volontario 
dicesi l'atto non solo di per sé quasi assolutamente, ma Vatto altresì 
ch'è fatto per altro (quasi relativamente) (8). 

Passa a ragionare del voto, e ne argomenta l'alto valore dal valore 
della libertà che consacra sé stessa spontaneamente ; giacché V uomo 
differisce dalle irr'azionali creature , in quanto è signore degli 
atti propri (9). Ma, appunto perchè spontanea , 1' obbligazione è più 
sacra, in quanto che nessun vincolo di legge positiva o naturale, im- 
ponendo una più o meno indiretta necessità, limita quella facoltà del 

(1) Par. , IV, t. 26. Di cose mate- non sì postoti Itoffcnse (L. e. , C. 36). 
n'ali nsa violenza. Arist. Phys., I, 8 : Som., 2, 4, 6: A ciò che si fa per ti- 
Terra et aliorum unnmquodquein prò- more, la volontà del temente conferisce 
priis locis necessarie manent, et vio- qualcosa. Se il timore seta» i il peccato 
lentia ex eie amoventur. Virg. : Notus... v. Som., 2, 2, 4 25. 

vestii me violentus. (7) Som., 3, 2, 6. 

(2) .En., Vili. (8) Som., I. e. Voglia assoluta, dice 

(3) E cosi pia sotto e'rammcnta ÀI- Dante (I. e, t. 38) ; per non dire reta- 
meone matricida, ma oon senza bia- Uva dice l'altra, e sopra (t. 37) : in 
simo. tanto in quanto. - Assoluto, anco in s. 

(4) Per fuggir periglio, contr* a Tommaso, s'oppone a relativo /ma 
grato Si fé' quel che far non si con- olla voce relativo corrisponde secun- 
venne (Par. IV, t. 34). dum quid ; e talvolta ad assolute-, sim- 

(5) Som., 2. 4, 6. - Consc'ntevi in plic'ter. 

tanto in quanto teme, Se si ritrae , ca~ (9) Som., 2, 4, 4. - Di che le crea- 

dere in più affanno (Par. IV, t. 37). Iure intelligenti, E tutte e sole, furo e 

(ti) Arisi. Etb. III. • La forza al vo~ non dotate (Teri. 8). 
lev si mischia ; e fanno Si ehe scusar 



«ANTO V, 75 

volere per cui l'uomo è simile a Dio e tende ad esso. Più gravemente 
pecca chi non adempie quel ch'ha promesso, che a non adempire quel 
che non avessi promesso mai (1). Senonché condizione essenziale al 
valore del voto è la spontaneità piena, la qual richiede la piena in- 
telligenza di quel che si fa: e tutte quelle circostanze che detraggono 
alla pienezza del volere o dell'intendere scemano V obbligazione. Ed 
essendo il voto un atto altamente ragionevole, la promessa di cose 
non conformi a ragione , cioè cattiva in sé non é cosa santa. Di che 
Dante reca ad esempio Agamennone e Jefte, intendendo che Jefte pro- 
mettesse il sangue, non la verginità, com'altri tengono della figliuola. 
Non tutte le promesse sono da adempire (2). Se uomo promise quel 
che è manifestamente illecito , promettendo ha errato; e, mutando pro- 
posito, ben fa (3). ^ 

La Chiesa dispensa dal voto, o perchè non in tutto conforme a ra- 
gione, o perchè nuove condizioni lo rendono tale che , se il promet- 
tente dovesse rifarlo, se ne asterrebbe per meglio compiere i propria 
doveri ; o perchè l'intelligenza e la spontaneità non fu piena. Ma Dante 
distingue la materia del voto , cioè gli atti promessi di fare o non 
fare, e il patto stretto con Dio; e afferma che gli atti possono permu- 
tarsi, ma il patto rimane, e che quella permutazione stessa devesi fare 
non dal difficile al facile, ma dal meno al più , sì che il baratto non # 
paia un voler far gabbo a Dio e agli uomini e alla propria coscienza (4). 
Vovere est voluntatis , tenere autcm est necessitatis (5). - Secondo le 
diverse cause del dovere deve diversificare il modo di rendere il de- 
bito ; talmente però che nel maggiore contengasi quel che è meno (6). 
Alla Chiesa stessa nega Dante la licenza di permutare il meno col 
più, se non quanto il merito de' sacriflzii interiori compensa V alleg- 
gerimento degli atti esteriori; di che i sacerdoti non possono essere 
giudici , ma ciascheduni uomo negl' intimi suoi pensieri. Però dice : 
E non crediate che ogni acqua vi lavi (7) ; e aggiunge : Uomini siate, 
e non pecore matte ( quasi il contrario di creature intelligenti, dotate 
da Dio del maggiore suo dono) ; Sì che 'l Giudeo tra voi di voi non 
rida (8), invertendo quello di Davide (9) : Ne exultent filiae incircum- 
cisorum, che è la ragione addotta in Omero da Nestore a quotare la 
discordia de' due re. Ma qui più acconciamente è nominato il Giudeo, 
per intendere che nella vecchia legge la religione della promessa era 
sacra, e che nella nuova, la quale è legge di libertà, le promesse deb- 
bonsi e fare e osservare nello spirito che vivifica , non nella lettera 
che o spegne o illanguidisce la vita. 

Alla legge da Dante posta del permutare il quattro col sei , il ge- 
suita Venturi esclama: Dante rigorista l e il Biagioli gli risponde: 
Ah gattone ! Il fatto si è che ne' tempi di Dante, tempi di volere fer- 
reo, e nel bene e nel male, e quando il Cristianesimo teneva tuttavia ' 
dello spirito mosaico, l'inviolabilità del voto doveva parere non solo 
religione, ma punto d'onore e quasi necessità naturale; e l' Infran- 
gerlo pare in parte, non solo empietà ma viltà. Senonché consigliando 
siate, Cristiani, a muovervi più gravi (10), e' s' intende d' insegnare 
non solo costanza Dell'osservare la fede data, ma ritegno eziandio nel 
non disavvedutamente obbligarla. 

(1) Som., 2, 2, 10. (5) Som.. 2, 2, 10. 

(2) Som., 2. 2 110. (6) Sona., 2, 2. 106. - Del voto, v. 

(3) Som. - Cui più si convenia dicer Som., 2, 2, 88. 
« Mal feci » Che servando far peggio (7) Terz. 25. 
(Terz. 23). (8) Ter/. 27. 

(4) Non prendano i mortali il voto a (9) Reg. Il, 1 , 20. 
e taneia (Ter*. 22). (1 0) Terz. 25. 



76 PARADISO 



CANTO VI. 



ARGOMENTO. 



Parla Giustiniano, e dice la storia dell' Impero da Enea 
a Cesare, a Tiberio, a Tito, a Carlomagno, ai falsi Ghibel- 
lini che , combattendo per V aquila , per le proprie passioni 
combattono. Quest' è il primo tocco elve rincontriamo diretto 
da Dante contra la parte propria in generale: ma già nel- 
l'Inferno aveva condannati que' di Romano all'infamia. Parla 
Jlot di Roìneo : die è uno de' più pietosi episodii del poema. 

Sempre, ove toccasi di virtù derelitta, d'immacolata povertà. le 
parolo del Poeta acquistano un suono di forte dolcezza, qua! non ha la 
poesia degli antichi. 

Nota le terzine 1, 2, 7, li, 14, 17, 18, 19; 31 alia 34; 30, 31, 33, 

35, 36, 37, 39, 40, 43 alla fine. 

1. — 1 osciachè Gostantiu l'Aquila volse 

Contra il corso del elei, eh' ella scguio 
Dietro all'antico che Lavina tolse; 

2. Cento e cent' anni e più 1* uccel di Dio 

Nello stremo d'Europa si ritenne, 
Vicino a* monti de/ quai prima uscio ; 

3. E sotto P ombra delle sacre penne 

Governò '1 mondo, lì, di mano in mano ; 
E sì, cangiando, in sulla mia pervenne. 

4.(L) Contrai porlo In Oriente Monti. Orosio pone la d Ut rullane di 

l'impero. —Antico: Enea. — Tolse Ti oja innanzi la fondazione di Roma | 

moglie. 332 anni; da Roma fondala, a Cristo, 

(SU Contra. Il soleva d'oriente 700. 1 riugenl'annicheil Poeta accen- , 

in occidente; l'aquila vicn con Enea na passarono da Costantino a Giù • 

d'oriente In occidente anch'essa, stimano : dal 330 che fu posta le sede 

poi d'occidente in oriente con Co- In Bisanzio al 553 eh* Narsete coosu- \ 

starnino. -• Volse. Lucan..V: Viari- mò la disfatta de' Goti. 

ce* aiuitas atium laturu* in orbem. 3. (L) Mano : d'uno in altro inope 

— Seguio. Luca n,. IX: Romana se- raion*. -- Cangiando principe. 



Cìitu* signa. - Stai. Theb., X: Capa* (SD Ombra Psal. XVI. 8 : Pro- 

ique xiqna sentimi. leggici sotto l'ombra delle tu : aU. - 

d) Uccel: aquila. — Stremo: Bi- XC, 4 : Scapulis sui* obumbrabit ti- 

tio. — Monti della Troadc. bi, et sub pennis cfus sperabit. ~ 

(SL) Dio, jEn., I: Jovis ales. — Mano. Rammenta la caccia del falce. 



CANTO VL 77 



4. Cesare fui, e son Giustiniano 

Che, per voler del primo Amor eh" io sento, 
D'entro alle leggi trassi il troppo e il vano. 

5. E , prima eh' io all' opra fossi attento, 

Una natura in Cristo esser, non pi uè. 
Credeva, e di tal fede era contento. 

6. Ma il benedetto Agabito, che fue 

Sommo Pastore, alla fede sincera 
Mi ridrizzò con le parole sue. 

7. Io gli credetti : e ciò che suo dir era, 

Veggio ora chiaro, si come tu vedi 
Ogni contradizione e falsa e vera. 

8. Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, 

A Dio per grazia piacque di spirarmi 
L'alto lavoro; e tutto in lui mi diedi: 

9. £ ai mio Bellisar commendai Tarmi; 

Cui la destra del Ciel fu sì congiunta, 
Che segno fu ch'io dovessi posarmi. 
10. Or qui alla quistìon prima s' appunta 
La mia risposta: ma sua condizione 
Mi stringe a seguitare alcuna giunta ; 



4. (L) Amor : Dio. - Vano : inutile. {?) Ogni. Arlit. Caleg., X : In in- 
(SL) Fui. Ora conservo sono (Purg., staniibux ac praeteritis a [firmario, 

XIX, i 45) — Primo. Tanto erano al- ani negai io vera sii vel faina neces- 

lora venerate le leggi romane. — se est 

Vano Diecimila libri ridussero in 8 (Li Lavoro del codice. 

poco; ma mutilandoli sovente, anzi- (SL) Piedi. Psal CXVIII, 404 : Da 

che compilando. Trarre davvero il ogni mata via astenni i miei piedi, 

soverchio e supplire il manco, sa- £ Psal XXV, 43; XXX, 9; XXXVII, 

rebbe l'arte di quella ch'ora dicono n ; LXV. 43; XC, 14; CXI V, 8. 

codificazione, che alla lettera vale 9 iL) Potarmi , e attendere a quel 

faci tura di code. Davanz : Di cianche- lavoro. 

dna autore si traeste il troppo e il (SL) Bellisar. Soggiogò la Persia, 

vano, e si riducesse il nuovo e il la Giudea. l'Africa; combattè sotto 

buono a una quasi stillata smtanza. Roma i Goti; prese Tolila. Vili., 

5. (Li Natura: d'uomo, non di Dio. VI, 6. v 
(SL) Una. Eresia eulichiana. da 40 (L) Prima: Chi 6e'? — Condi- 
ci tenuta per istigazioni; dell» mo- zione : perchè sono in questo pia- 
glie Teodora. — Contento Questa nel a 

sarebbe giunta inutile, se non signi- - (SD Stringe. Con l'imaginedl se- 

ficasse la buona fede nell'errore guitaìc non si convfene troppo. 

6 iSL) Agapito. Papa; venne a Co- lF) Condizione. (Par , V, t. 58.) 

slaniinopoti. disputo con Giustiniano Ripiglia per ragionare dei destini del 

il quale lo minacciava ; ma e' rispose genere umano. Questo Canto è un 

costante, e vinse (Anasl., Bibl ; Paul, embrione di storia universale al mo- 

Diac ). do del Bossuet. 



ML) Vera, e il suo contrarlo 
falso, 



78 



PARADISA 



11. Perchè tu veggi con quanta ragione 

Si muove contra il sacrosanto segno 

E chi 'l s* appropria e chi a lui s' oppone. 

12. Vedi quanta virtù V ha fatto degno 

Di riverenza. — E cominciò d' allora 
Che Pallante morì per dargli regno. 



13. 



— Tu sai eh* e' fece in Alba^ sua dimora 



Per trecent' anni ed oltre ; infìno al fine 
Che tre a tre pugnar per lui ancora* 
14. Sai quei che fé', dal mal delle Sabine 
Al dolor di Lucrezia, in sette regi; 
Vincendo intorno leggenti vicine. 



u. (L) Ragione, Ironia. — Segno: 
Aquila. — Appropria : i Ghibellini. -- 
Oppone: ! Guelfi 

(SL). Segno. Nella lettera a Enri- 
co VII, successore, al parer suo, di 
Cesare e Augusto : i gioghi dell' A- 
pennino varcando, i veneràbili segni 
del Tarpeo riportasti. 

43. (L) Pattante alleato ad Enea. 

(SD Cominciò. Può intendersi: 

cominciò a farsi degno di riverenza; 

ma meglio intendere che Giustiniano 

Interrompa, per non troppo allun- 

f;are, e che questo verso e mezzo sia 
n bocca di Dante. — Pattante. Mn. % 
XI : Egregias anima ? quae sanguine 
noti» Uanc patriam peperere suo. - 
Ducentem in Lalium Teucros, etcì- 
disse iuvabtt. 

(F) Mverenza. De llon.: Quidam 
non solum singutares homines, sed 
et poputi. opti nati sunt ad primi* 
pari t quidam ad subjici atque mini- 
strare : et lalibus non solum regi est 
expedtens, sed et fustum, etiamsi ad 
hoc cogantur. Il Vico (Uno jur. prlnc , 
n. 4t6): Me certe iltud quaeras cur 
Romani unice omnibus nattonlbus le- 
s limoni um maforum genlium furis 
perhibeant. Quia mira Romuli ma- 
gnanimi tas Romae condendae in po- 
tentissimi Ethruscorum regni confi- 
nlo quod universo mari infero ad fre- 
tum usque siculum nomen dabat : et 
tnter innumeras , minutas quidem 
sed fortissima* optimatum resp... et 
invida genti a romanae foriitudo ad- 
versus servitutem foris, et acris ro- 
manorum Patrumsui Quiritlumjurls 
custodia adversus turannidem et pie- 
bis Ubertatem domi fin qua eaeteros 
rerump. optimates superasse argu- 
mento est quod romana gentes omnes 
subegerit : un de est felicitai conse- 
quuta ut terrarum orbis iure gen- 
lium, nempeper justa bella victus, 



romano imperio universum parueritj ; 
eae occasiones pretesti ter e, ut romani 
patres praeter eaeletas nationes jus 
genlium maforum, seu ius privatae 
vtolentiae, ex quo fetp. prtmum or- 
tae. in ilio, quaenuper memoravirnus 
viotentiae imitamentla conversum di- 
ligentissime custodierint . et vim do- 
mi adeptam, foris iure genlium pro- 
lalam, quod definire possis jus vio- 
tentiae pùbtlcae, in quo stai omnis 
fusti Ha bellorum, \iidem Romani in 
omnibus ferme bellis summa sancii' 
late servarmi. [C] De' Romani, nei 
Maccab., I, Vili. 

43. (D Alba, fondala da Ascanio. -- 
Tre: Grazi i e Curiazli. — Ancora: 
poi il seggio deli' aquila fu sola 
Roma. 

(SD Alba. Molte delle cote qui 
toccale, trasse, dice Pietro, il Poeta 
dalla prima deca di Livio; il retto 
da Floro e da Valerio Massimo e da 
Virgilio. -. Tre. jEo., Vili, XI. Conv., 
IV. Si E non pose iddio te mani pro- 
prie alla battaglia dove qli Albani 
colli Romani dal principio per io 
capo del regno combàtterò, quando 
une solo Romano nelle mani ebbe la 
franchigia di Roma ? — Ancora. Per- 
che la non paia una zeppa, Intenda- 
si : questa fu l'ultima prova dove an- 
cora una volta i destini delle due 
citta si tennero in bilico. 

44. (D Mal: ratto. 

(SL) Mal. /fin , Vili : Raptus sine 
more Sabinas. — Dolor. Quel di Lu- 
crezia è dolore seni' onta, quel delle 
Sabine, sebben seguilo da lieto esi- 
to, è male. Rammenta 11 ratto di 
Corso Donati ma te fammi. *- in. Mo- 
do biblico. Psal. XVII, so: in. Deo 
meo transgrediar murum. ~ Regi. 
Conv., IV, 5 : Roma fu sotto ai re co- 
me%sotio a tutori, ineducazione delia 
sua puerizia. E poi nella sua ! — 



CANTO VI. 



7§ 



15. Sai quel che fé' portato dagli egregi 

Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, 
Incontro agli altri principi e collegi. 

16. Onde Torquato, e Quinzio che dal cirro 

Negletto fu nomato, e Deci, e Fabi, 
Ebber la fama, che Yolontier mirro. 

17. Esso atterrò l'orgoglio degli Arabi 

Che, diretro ad Annibale, passar o 
L' alpestre rocce, Po, di che tu labi. 



ijme adolescenza dalla tutoria fu 
manceppata da Bruto primo consolo, 
ìofino a Cesare primo principe som- 
mo... Ciò non poteva... essere se noe 
uer ispeziale fine da Dio inteso in 
tanta celestiale lafaitooe. 

<5, (SL) Brenno, capitano de' Galli. 
- Pirro. Epirota. — Collegi : alleati, 
o Comuni. 

. (SL) Egreqi. Virgilio, de' Roma- 
ni: Progeniem virtuie\(uturam Egre* 
giam, et totum quae virfbus occupet 
orbem (£a. t vii). — Brenno. Ma., VI : 
Referentem tigna Carni tlum. -- Pir- 
ro. Hor. Carm.,111, 6: Purrhumque, 
ti ingentem cecidi t Antiocum. — Co/- 
fcgri per colleghi, cotia« piage per 
Piaghe (Purg., XXV, t. JO), e biece 
per bieche (Inf., XXV, t. u. e in que- 
sto Canto, t. u). Può Intendersi prin- 
cipi e toro collegati. Ma collegi può 
slare per con reaerazioni guerriere. 
l'oa lettera di Federico Hai principi 
cristiani, contrai! papa, comincia: 
Principe» et eolleqae L' ha nella Mo- 
narchia. Intendasi piuttosto, Comuni. 
Som.: Coltegtum popull. Altrove.: 
Principe del collegio e detto II prin- 
cipe delta città : collegio, la persona 
morale opposta alla persona sinqota. 

'6. (L) Cirro : crine incollo. - Mir** 
ro: onoro. 

(SL) Torquato.* Ma., VI: Sae- 
vmqite seeuri. . Torquatum. 7'or- 
quato e Fabrizio e Curio e Decio e 
tintinnato e Camillo e' nomina nel 
Convìvio come da Dio destinali a far 
«rande la sede dell'imperio {futuro. 
Con»., iv, 5: Chi dirà di Torquato 
giudicatore del suo figliuolo a morte 
ntr amore del pubblico bene, senza 
divino aiutarlo! ciò avere sofferto? 
- Quinzio. Fu povero : dittatore vin- 
«c il nemico, il sesto decimo di de- 
W;e il comando (Liv.,111). Conv., IV, 
': Chi dirà di Quinzio Cincinnato, 
lotto dittatore, e tolto dall'aratro, 
<t°Po il tempo dell'ufficio, sponta- 
neamente quello rifiutando, allo 
arare essere tornato... *euia[divina 
unganone? - Cirro. Hor. cairn, i. 



43 : Incomptis Curium capitile. - De* 
ci. Ma., SI: Decios Drusosque prò* 
cui. Georg., Il, delle lodi dell'Italia. 
Bxtulit... Decios, Marios, magno sq uè 
Carni llos. Padre efigliuolo e nepote 
che combattendo l'uno contro i Galli, 
l'altro contro gli Etruschi, l'ultimo 
contro Pirro, votarono sé agli Dei in- 
ferni per ottenere vittoria. Conv., IV, 
5 : Che dirà dei Decii... che posero la 
loro vita per la patria ? De Hon., il, 
5: P. Decius princeps in ea familia 
consul, quum se devoveret , et equo 
admisso in mediam aclem Latinorum 
irrueret: num aliquid de voluptati* 
bus suis cogitabat? Quod qutdem 
ejus factum ni si esse t iure laudatum, 
non fuisset iniitatus quarto consti* 
tatù suo fiUu* ; ncque porro ex eo 
natus, cum Purrho beltum gerens 
consul eo cecidisset in praetio, se* 
que... tertlam victimam reipublicae 
tribuisset. Lucan., Il : Devotum to- 
stile» Decium pressere catervae. * 
Vi: Vidi Dicior.. natumque, patrem- 
que. — Fabi. Mn. % VI: Quo fessum 
rapitis Fabii ? Tu maximus ille es, 
Unus qui nobis allietando resti tuie 
rem. Ovidio (Fast., Il) nomina i Fa- 
bii : e Plet ro lo cita. — Mirro. La 
mirra odorifera ó conservatrice dei 
corpi. Simile ai traslali imbalsamare, 
incensare. Nella Cantica significa af- 
fetto e onore. • 

' 17. (Ly Arabi : Cartaginesi. — Labi : 
scendi. 

(SD Arabi. Cosi chiama i Carta- 
ginesi d'origine arabica (Leone Afr.). 
Ma gli Arabi son popoli d'Asia. Vir- 
gilio (Inf. l) dice Lombardi 1 propri! 
parenti. — Alpestre. jEn., X: Fera 
Carthago Romani s arcibus olim Exi* 
lium magnum, atque Atpes immittet 
apertas. — Tu. Apostrofe, come In 
Ovidio (Mei., V) : D extra sed Auso- . 
nio manus est subjecifl Petoro: Lae- 
va, Pachune, libi... È net Latini fre- 
quente.— Labi. Georg., II : Flumina... 
subterlabentia. Hor. Epod. , li : ta- 
buniur allis... ripis aquae. 



80 



PARADISO 



18. Sott' esso giovanetti tri'onfaro 

Scipione e Pompeo. Ed a quel colle 
Sotto il qual tu nascesti, parve amaro. 

19. Poi, presso al tempo che, tutto, il ciel volle 

Ridur lo mondo, a suo modo, sereno, 
Cesare, per voler di Roma, il tolle. 

20. E quel che fé' dal Varo insino al Reno, 
. Isara vide ed Era, e vide Senna, 

Ed ogni valle onde il Rodano è pieno. 

21. Quel che fé' poi eh' egli uscì di Ravenna 

E saltò '1 Rubicon, fu di tal volo 
Ohe noi seguiteria lingua né penna. 

22. Invér la Spagna rivolse lo stuolo, 

Poi vèr Durazzo ; e Farsaglia percosse, 
Sì che'l Nil caldo sentissi del duolo. 

23. Antandro e Simoenta, onde si mosse, 

Rivide, e là dov' Ettore si cuba: 

E, mal per Tolommeo, poi si riscosse. 



48. (L) Colte : Pompeo distrasse Fie- 
sole. 

(SD Scipione. Ma., VI : Gemi- 
non.., Scipiadot. Georg., Il: Scii/iada» 
duro*. — Pompeo JEn., VI. — Colte. 
Qui l'Ollimu aia Sallustio. 

19.(1) Citi: n cielo volle ridurre 
tutto il mondo sereno in pace, ro- 
lli' esso cielo e sereno — //; l'aqui- 
la. — Tolte contro la G «llia. 

kV) ttidur Psal. LXXXVIII.S: Afl- 
serir.ordia defaticatiti ur in cotlts , 
praeparabilur venia* tua in eit. — 
Modo.. Botti.: o ftlix hominum ge- 
na* , Si vr.gtrot animo» amor , Quo 
cotlum regi tur, regali Altrove : Et 
quacoelum regis immrntum Firma 
Mobile* fotdtrt terra*. Bossuei (Hisl. 
Ili, 4) ; Dieu qui avait rétolu de rat- 
ttmbler data te mime temo* le ptu- 
pie nouveau de toutes tee nation* , a 
premiérement riuni lei terrei ti lei 
meri ìouì cernirne empire. Conv.IV, 
5 : Nella tua venula idi Gesù Cristo) 
net mondo non solamente il cielo ma 
la terra conveniva e* nere in ottima 
deposizione. Dell'unità di governo 
necessaria, secondo il Poeta, all'uma- 
na felir.ità (vedi de Non . p. 41 . 49 , 
.43,44,45.47,48 49 10. 44, SS alla 98, 8S, 

ediz ven ) voleva la monarchia ma 
non la tirannide, e lo dice chiaro. 

90. (L) Varo. ConQne della Gallia da 
parie d* Halia. — Isara... ed Era, 
mettono nel Rodano. 

ti.(L) Egti\ l'aquila. 



(SD Ravenna. Tornando di Fran- 
cia, tubiti ti t a Ravenna (Svelon.). — 
Rubicon. Lucan , I : Vi notae f misere 
aquiiae, Romanaque tigna 

99. IL) Durazzo, dove Cesare fa as- 
sediato da' Pompeiani. — Duolo per 
la m<»rte di Pompeo, e la guerra ebe 
Cesare vi portò. 

(SD Spagna Contro- l'armi qui- 
vi lasciale dà Pompeo, sotto i legali 
Petreio, Afranio, Vairone (Svet. >-- 
Stuolo. Proprio delle navi. — Duraz- 
zo. Caes.. de Belio Civ. . Ili, 41 et 
seq •- Nil JEn . Vili: Magno moe- 
rentem cor por e Nilum . et tota vene 
► vocan tem Cotruleum in gremì um late- 
brosaque (lumina vicloi — Senitxxi. 
sentirsi per risentirsi in S Caterina 
da Siena. A Uri legu e impersonatateli te: 
Si eli' al Ntl caldo ti sentì net duolo. 

45. (L) Antandro , nella Prigia mi- 
nore. — Simoenta 6 urne della Troa- 
de — Cuba sepolto. — Tolommeo : 
gli tolse 11 regno: lo diede a Cleo- 
patra. 

(SD Antandro Ma , III: Clas- 
tem .. Antandro et Phrvgiae moti- 
mur montibu* Idae. — Simoenta. Vir- 
gilio, più volle iJEn , I, III) Ne pren- 
de qui l'accusativo di forma greca; 
come Flegetonta e Calcanta. Inf . 
XIV e XX. — Cuba Ma., I: Uni jEa~ 
cidae telo jacet Hector. - V: Occubat 
Hector. Lucano (IX) la che Ceaare in- 
seguendo Pompeo approdasse alla 
Frigia e scendeste a vedere la dova 



CANTO VI. 



81 



24. Da onde venne folgorando a Giuba:' 

Poi si rivolse nel vostro occidente 
Dove sentia la Pompeiana tuba. 

25. Di quel che fé' col baiulo seguente, 

Bruto con Cassio nello 'nferno latra ; 
£ Modona e Perugia fu dolente. 

26. Pian gene ancor la trista Cleopatra, 

Che, fuggendogli innanzi, dal colubro 
La morte prese subitana e atra. 

27. Con costui corse insino al lito rubro ; 

Con costui pose il mondo in tanta pace, 
Che fu serrato a Giano il suo delubro. 

28. Ma ciò che il segno che parlar mi face 

Fatto avea prima*, e poi era fatturo, 
Per lo regno mortai eh' a lui soggiace, 



fu Troia. E perchè l'aquila di 11 si 
parti con Enea, però dice: rivide. 
-Mal Svel.XXV 

1MM Giuba : dopo la battaglia 
Fmaiica Lenitilo, Scipione, Catone 
si ritirarono presso Giuba. — Vostro; 
Spagna e occidente a voi. Italiani — 
Tuba. Tromba Vinsi i due figli di 
Pompeo presso Monda. 

, (SL« Folgorando. Georg., IV : Ad 
altum: Fulminai Euphratem bello. - 
IX: Fulmineus Mnestheus. Rammenta 
il sovrano Di quel sicuro il fulmine 
Tenra dietro al baleno : Scoppio da 
Scilla ai Tonai.. (Manzoni. Il cinque 
>»ff«io) -Giuba C»es de bello Civ , 
11,44,17 Lacan.. IX : Tri aia regna /«- 
w». - Tuba Di qui due dn'più bei 
ver» ilei Tasso, e della poesia Italia* 
na (1, 99i : Fin che invaghì la giova- 
ne/fa mente La tromba che s' udia- 
aatr oriente. 

». (L) Baiulo : Augusto, portetor 
d esso segno. — Latra : lo grida. — 
Modona. Augusto ivi combattè con- 
Jr'Aotonlo. — Perugia : contro L An- 
tooio fratel di Marco, assediato in 
Perugia e preso. 

, <SD Baiulo. Onde bailo, bali - 
latra Non colla voce, perchè Bruto 
io Inferno non fa motto, e sa che a 
lioico s* addice, ma col fatto; essen- 
do laggiù puniti dell* aver durato in 
jwwereair imperiale potenza (lnf„ 
XXXIV) - Dolente Lucati., I : Perù» 
tmafamts Mutinaeque labore*. 

M. (L) Innanzi : all' aquila. 
(SL) Colubro. Hor. Carni., I. 97 : 
Dante. Paradisi. 



Asperas tractar e serpente*, ut atrum 
Corpore combiberet venenum ; Deli' 
berata morte ferocior. JEn., vili : Pal- 
lente™ morte futura • flecdum elioni 
gemino* a tergo respicit angue*. - 
IV : Serpenti bus atri*. 

37 <L> Rubro :- con Augusto occu- 
pa l'Esilio tofioo al Mar Rosso. 

(SD Rubro iGn., vili : Victor ab 
Aurorae popull* et litorerubro --Pa- 
ce Bossuei, I, 9 : Tout l'uni ver s vit 
en paix sous sa puixsance : et Jesus 
Christ vieni au monde. — Giano Lu- 
can , 1 : Ferrea belligeri compescat 
limino Jahi. JEn, il Ctaudentur bel- 
li porrne. Della pace qual era ne'de* 
8iderii di Dante, vedasi nella Monar- 
chia, pan. 40, 33, 94, 35, 37, 85, edizio- 
ne veneziana. 

38. (L) Face : fa — Fatturo : era per 
fare. - Mortai: della terra. 

(SD Face. Poi fatto e fatturo; 
da tali ripetizioni e famigliarità non 
rifugge. Ma troppo spesso il parlante 
accenna di parlare: la mia risposta - 
alcuna giunta U 40) - lingua né pen- 
na m. 34) - parlar mi face U 98t -a 
quel ch'io dicod. 50) - in ciò ch'io ti 
replico (t. 54) - eh' io accusai di so- 
pra (t. 53). — Fatturo. Come futuro, 
venturo . nascituro, duraturo. L'usa 
un trecentista nella traduzione ine- 
dita della Monarchia — Regno. De 
Mon.. II. — Soggiace. Som.: Tempo- 
ralmente alla Chiesa non soggiaccio- 
no - / corpi terrestri soggiacciono 
a' ce lesti. Aug. ( de Trio. : Cufus potè- 
stati omnia aequatiter subiacent. 
6 



82 PARADISO 



29. Diventa in apparenza poco e scuro 

Se in mano al terzo Cesare si mira 
Con occhio chiaro e con affetto puro. 

30. Che la viva Giustizia, che mi spira, 

Gli concedette, in mano a quel ch'io dico, 
Gloria di far vendetta alia sua ira. 

31. Or qui t'.ammira in ciò ch'io ti replico. 

Poscia con Tito a far vendetta corse 
Della vendetta del peccato antico. 

32. E quando il dente longobardo morse 

La santa Chiesa, sotto alle sue ali 
Carlo Magno vincendo, la soccorse. 

33. Ornai puoi giudicar di q uè* co tali 

Ch'io accusai di sopra, e de ior falli, 
Che son cagion di tutti i vostri mali. 

34. L'uno al pubblico segno i gigli gialli 

Oppone, e l'altro appropria quello a parte; 
Sì eh' è forte a veder qual più si falli. 

35. Faccian gli Ghibellina faecian lor arte 

N Sott' altro segno : che mal segue quello, 
Sempre, chi la giustizia e lui disparte. 



a». (D Terzo: sotto Tiberio mori Non dedit nos in caplionem dentibus 

Gesù Cristo. eorum. — Carlo, Stefano papa era già 

(SD Puro. Som. : la purità del ricorso a Pipino. Neli'soo fu eletto 

cuore precipuamente nell'affetto con- Carlo imperatore ; ma anche prima 

siste. papa Adriano gli diede imperiali e 

so. (SD Vendetta : pena che sia alla quasi spirituali diritti, eligendi pan- 

giustizia soddisfazione. lificem et ordinandi apostotìcam se- 

(SD Vendetta. Per pena Alberta- dem % diqnttatem quoque principato* 



3! 



io, 1, 44 : Non dee lo giudice dubitare (Chr. Sigeb.). 

Ji far vendetta: elle, non facendo ss, (SD Sopra. Terz. u.~ Mali. JBn. % 

vendetta, porta pena [C] Lue, XVIII : IV : Malorum Causa fuit. 

Faciet vindictam iilorum. — Ira. S4 (L) L'uno: Carlo II di Vaiolare di 

Vendetta e ira nel XX del Purg., so- Puglia. — Gialli : d'oro. - L'altro : t 

no accoppiate In simile senso. Ghibellini : e questi guardano gli 

u. (D Replico: soggiungo. Con : utili di parte loro : ond'é difficile ve* 

eoo Tito puoi gli Ebrei rei della mor- dere chi più erri, 

te di G. C, la quale espiò la colpa (SD Sì falli : Lai. : Se fallai. 

d'Adamo. ss. (D Disparte : chi fa l'aquila in- 

(SD T'ammira. Par., II, t. 6 : S'am- segna di guerra ingiusta. 

miraron. - Replico, è più proprio in (SD Giustizia. Il legislatore ire 

3uesto senso che in quel di rispon- volte ripete giustizia ; qui e sopra: 

ere all'altrui risposta. la viva giustizia che mi spira ; e poi 

ss. (L) Sue : dell'aquila. addolcisce la viva giustizia In noi 

(SD Dente. Psai ìli, s : Dentes l'affetto. Ripetizione di ben altro che 

peccatorum commisti. - CXX1II, € : di negligenza. 



CAUTO VL 



83 



36. E non l' abbatta esto Carlo novello 

Co 7 Guelfi suoi; ma tema degli artigli 
Ch'a più alto leon trasser lo vello. 

37. Molte fiate già pianser li figli 

Per la colpa del -padre. E non si creda 
Clie Dio trasmuti l'arme per suoi gigli 

38. Questa pi^ciola stella si correda 

De' buoni spirti che son stati attivi 
Ptrehè onore e fama gli succeda. 

39. E quando li desiri poggian quivi, 

Sì disviando, pur convien che i raggi 
Del vero amore in su poggin men vivi. 

40. Ma nel commensurar de' nostri gaggi 

Col merto, è parte di nostra letizia, 
Perchè non li vedém minor' nò maggi. 



s«.(L) Carlo, figlio iti Carlo d'An- 

gio. 

(F) Leon. Som. : Ter l'audacia e 
per la fortezza l' uomo dicesi trasta- 
tamente leone. Ad Hebr., XI, ss : Chi li- 
mo le bocche de'leoni. Ad Tirootb., 
Il, IV, 47 : Fui liberato di bocca al 
leone. Hierou., Cat. ter. eccles. : Nel 
teone significa mani fes tornente Nero- 
ne, per la crudeltà. Eccli. , IV, ss 
Non sii come... leone, calcando i sud- 
atila te. Jer., Il, js: Sovra lui rug- 
girono leoni... nella sua terra fecero 
solitudine. - so: Divorò la vostra 
'patta i vostri profeti, come leone, che 
quatta. - 1 V, 7 : Mandò dal suo covo il 
itone, eit ladrone de' popoli si levò... 
Le città lue saranno guaste. - L, 44 : 
Quasi teo ascendltde superbia Jor- 
aanis ad pulchritudinem robustoni. 
uech-, XIX, 9, 9 : Perchè la leonessa 
tua madre posò tra' leoni, nel met- 
to de' leoncelli nutricò t parli suoi i 
E allevò un dei suoi leoncelli e 
crebbe leone, e apprese a piglia- 
le la preda e glt uomini divorare. 
E udirono di lui le genti e , non 
tenia toccarne ferite, lo presero... 
Apprese a vedovare te donne e del- 
ia città loro fare deserto. Pu de- 
ntata la terra tutta quanta, al suo- 
no del ruggito di lui. E s'adunarono 
contro di lui d'ogni parte te genti 
aalie provinole... E lo misero ingab- 
bia. - XXXII, 9 : Leoni gentium assi- 
milai^ es. Chtlderlco, dice la cro- 
naca, vide la sogno leoni, poi lupi , 
Poi altri animali più vili, simbolo 
nella sua discendenza, la cui prima 
generazione doveva essere valida e 



37. (L) Trasmuti: Prenda l'arme 
de' gigli invece delle proprie. 

(SL) Dio. Rammenta sin nella Tor- 
ma : Osi a* ha colpa creda Che ven- 
detta di Dio non teme suppe. 

(F) Figli. LC ] Jer.,Thren., V. 7 : 
Palres nostri peccaverunt , et non 
$unt, et nos iniqui tates eorum por la- 
vi mus. 

38. (L) Attivi a ben del comune. — 
Gli s loro. 

(SL) Questa. Risponde alla secon- 
da domanda (Par., V , t. 45). — Pic- 
ciolo. Cosi chiama Mercurio nel Con- 
vivio (11, li.) - Aitivi , eie. , Somn. 
Scip. : A tutti che lapatria conserva- 
rono, aiutarono , e augumentarono , 
essere in cielo una sede prestabili la, 
ove si godano beati di secolo sempi- 
terno. — Fama. Può essere senza 
onore , e 1' onore senz* es*a. — Gli. 
Sapeva dir anche lor, ma non volle. 
I Grammatici dal dire illustre lo chia- 
mino plebe. 

59. (L) Quando : cjii desidera la glo- 
ria mondana, non sale più allo. 

40 (L) Ma: vedendoli premio ugua- 
le al merito, noi godiamo. — Gaggi: 
premi!. — Maggi. Maggiori. 

(SD Commensurar. Som.: Com- 
mensurano principiorum. - Circum- 
stantiarum. — Gaggi. , Gio. Vili. : 
Dargli la siqnoria con quella giu- 
risdizione e patti e gaggi. —Mer- 
to. Cic. , Somn. Scip. : sors gtortae 
redditur secundum men sur am acei- 
pientis. — Né. Molli nel Poema I 
modi del notare l'eguaglianza, e ci si 
parla sovente del più e del meno. 

(F) Letizia. Ad Corinlu., il, X, 4 s: 
Nos autem non in tmmensum gloria- 



84 



PARADISO 



41. Quinci addolcisce la viva Giustizia 

In noi l'affetto, si che non si puote 
Torcer giammai ad alcuna nequizia. 

42. Diverse voci fanno dolci note: 

Così diversi scanni in nostra vita 
Rendon dolce armonia tra queste ruote. 

43. E dentro alla presente margherita 

Luce la luce di Romèo, di cui 

Fu l'ovra grande e bella mal gradita. 

44. Ma i Provenzali che fér contra lui, 

Non hanno riso. E però mal cammina 
Quai si fa danno del ben fare altrui. 

45. Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, 

Ramondo Berlinghieri : e ciò gii fece 
Romeo, persona umile e peregrina. 

46. E poi il mosser le parole biece 

A dimandar ragione a questo Giusto, 
Che gli assegnò sette e, cinque per diece. 



bimur, sed secundum mensuram regu- 
lae, qua mensus est nubi» Deus. 

44. \L) Quinci: pelò la giustizia di 
Dio ci tranquilla. 

(SL) Quinci. Lai Itine, in senso di 
però —vira. Il Dio viverne non ha 
giustizia ches'addormeoli o basisca. 

41. iL) Scanni : i vani gradi di bea- 
li ludi i>e sotto armonia 

lF) Diverse, au*.: Diverse di" 

fnilà di meriti intendono essere nel" 
'eterna vita Juan., XIV. i; In domo 
Patri* mei mansionem multae sunt. 
43. (L) Margherita : Mercurio. 

(L) Luce. Malti).. V,46 Sic tuceat 
lux vesira corani homi ni b ut. [Mill'al- 
trl modi di cui i critici accumulano 
esempli, e nessuno eli' io sappia , Uà 
avverino quel soavissimo uei fine 
della preghiera per ì morti Et lux 
perpetua tuceat eis. Arios.. Il, 56 : E 
luce altra non è tanto lucente!. *• Ro- 
meo l)i Villeoeuve, ramo dei Con li 
di Barcellona e dei re d' Aragona , 
stabilito io Provenza dall' XI secolo. 
Tornando dal pellegrinaggio di san 
Giacomo di Galizia , si fece ammini- 
stra io re delle cose di Berengario: 
regolò le spese del conte, racquislò 
gli averi perduti e crebbe I frulli. 
Questi aveva un migliaio di rendila; 
quando Romèo lo lasciò . possedeva 
molli beni e castella. Una delle fi- 
gliuole di Raimondo Berengario fu 
moglie a Carlo d'Angiò : Le altre, a 
Luigi IX, ad Arrigo re d' Inghilterra, 



a un fratello di lui che fu re de* Ro- 
mani iVill, VI, 91) Romèo, dlcoo al- 
tri, era tuttora in favore l'anno 1S4S. 
quando Raimondo mori , e fu nomi- 
nalo da lui un degli amministratori 
della Provenza: e come tutore, ma- 
ritò Beatrice la quarta figliuola a 
Carlo d'Angiò Forse fu favoleggiato 
di lui come di Belisario , che ram- 
mentasi in questo Canto: e l* Ingra- 
titudine de' grandi fa del simbolo 
mitologico stona vera troppo. Ro- 
meo é soprannoine : che cosi cuia- 
mavansi i pellegrini. Vita Nuova: 
Chiamanti Hnmèl in quanto vanno a 
noma. ~ Ovra Per ierie d'opere {iot 
XVI, t. so». 

44 tLi Provenzali : Carlo d* Angiò 
fece molli scon lenti : onde desidera- 
vano Berlinghieri. — Fer : fecero. — 
Qual : chiunque il beo fare altrui 
stima danno proprio, per Invidia. 

iSL) Riso : Pelr. : 8' Africa pian- 
se, Italia non ne rise. — Cammina, 
Prov.. XXII. 14 : Ncque ambula cum 
viro fur toso 

46 iL> Biece : fr< «dolente degl'invi- 
di — Haqione dell' amministrazione. 
— Assegnò : gli rassegnò l'avere, ac- 
cresciuto di dodici su dieci. 

(SD Biece JEu , XI : Obliqua , In- 
vidia. — Assetino Bor. Epist. , I. 7 : 
Cuncta r esiguo Gli mostra tutto il 
raccolto tesofb ; e con gli abiti stessi 
e 11 palafreno con eh' era venuto, se 
ne pane. — Stile, Glo. Vili. : Come 



CANTO VI. 



85 



47. Indi partissi povero e vetusto. 

E se '1 mondo sapesse il cuor eh' egli ebbe 
Mendicando sua vita a frusto a frusto, 
Assai lo loda, e più lo loderebbe. 



per loro si governa per sette, fa che 
varie sì governi per dlece, che è nu- 
mero comune che in sé tutti i giugu- 
lari numeri lega. 

47. (L) Vetusto : vecchio : — Frusto : 
tozzo. 



(SD Vetusto. Nella prosa antica. 
— Mendicando Di sé nel Convivio, I, 
i : Peregrino, quasi mendicando, so- 
no andato. 



Nel mono che il seguente Canto can- 
ta, verso che procede alla storia del- 
l'aquila trionfale, cosi come E comin- 
ciò quetia santa orazione precede a 
Vergine Madre. ... par latto apposta 
per dar uggia ai poeti relori e io ma- 
nichini Ma badisi che Giusti mano im- 
peratore comincia anch' egli il suo 
storico ragionandolo da una storpia- 
tura plebea: Poscia che Goxtantin, la 
quale al Fioreoliuo dispiaceva meno 
che lo scontro di Poscia he Costan- 
tini siccome nel III dei Purga orio: 
Rivelando alta mia buona Gostanza 
Come m' ha visto . dice eoo armonia 
di parole semplici l'imperatore Man- 
fredi. 

Se Bruto in inferno latra, non è un 
far torto a Dante notando ebe glielo 
impone per forza di rima la regina 
Cleopatra: e qui può ad altro propo- 
sito dirsi che la forzasi mischia al 
volere. Ha le soverehe iodi di Cesa- 
re e de' suoi successori (non eccet- 
tuali i tiranni e i mostri, lutti bajuli 
del santo uccello) sono in parte am- 
mendate dalla sentenza, che tulle 
quelle grandezze- s' impiccoliscono e 
oscurano al paragone di Tuo , fatto 
esecutore di quella giustizia di Dio 
eh' è insieme misericordia, la qmle 
per Gerusalemme congiunge l'aquila 
Romana al serpente deli' Eden , e gli 
allori insanguinali ali* albero della 
scienza. Né è senza intendi mento (co- 
meché storicamente non vero) 1' av- 
vertire che pace fu fatta nel mondo 
all'avvenirne. no di Crisio, e che dalla 
pace Giustiniano ebbe agio da atten- 
dere al codice delle leggi Di che nel 
Purgatorio dice eh' e' racconciava il 
freno all' Italia , ancorché si dolga 
che la sella è vuota ; e altrove , che 
nessuno pon mano alte tfggi. Pare che 
Dante nelle leggi raccolte da Giusti- 
piano vedesse lutto il necessario alla 
felicita dell' Italia e del mondo ; a 
compire la quale mancava soliamo 



un imperatore che a forza di sproni 
correggesse la bestia. 

Miglior senso della giustizia, e' di- 
mostra , nel condannare i Ghibel- 
lini, che opproortano a sé V insegna 
della civiltà universale, insegna a' 
suoi occhi sacra L* aquila a lui non 
piaceva come uccello rapace o come 
di razza germanica ; ma come vindi- 
ce di pace, e conciliatrice (violenta se 
bisognasse) delle parti ; innocua alle 
Italiane libertà (cosi pensava egli) ap- . 

f >uoio perchè vigilante sovr' esse dal 
ornano suo nido tedesco, e visitante 
di quando in quando i nidi delle re- 
pubbliche, per correggere gl'indocili 
con qualche beccala maestra. Il suo 
desiderio generoso, tuttoché turbalo 
da sdegni provocali pur troppo, era. 
che il mondo ritornasse sereno cosi 
come il cielo, e In esso regnasse 
quell'armonia, di varie noie compo- 
sta, che regna Ira' beali di merito 
disuguale, ma unanimi nel conAenii- 
re a questa stessa disuguas hanza, 
siccome a trionfo della giustizia su- 
y rema. La terzina che tocca di que- 
at' armonia , e compendia poetica- 
mente quanl'ha argomentato nel ter- 
zo e nei quarlo , è delle meglio del 
canto Bd è concetto originale , e di 
tanto più bella moralità quante una 
umile condanna della sua propria te- 
te d'onore, il porre più basso, accan- 
to adii spiriti di volere debole e che 
non fecero il bene, quelli che lo fe- 
cero per amore di fama, li verso da 
ultimo E se il mondo sapesse il cuor 
eh' egli ebbe , inchiude in se e fa più 
splendido quanl'ha di bello la men- 
zione di Provenzano Salvanì nel Pur- 
gatorio , e il vaticinio di Cacciagul- 
da ; ed è pregno di que' dolori rhe 
non si sfogano in lagrime , di quelle 
consolazioni che Dio solo sa perchè 
Dio solo le dona , e che vincono in- 
comparabilmente I dolori. 



86 frARAmso 



ROMA. 



Se Dante nel Convivio afferma ordinato per lo divino provvedimento 
il popolo e la città della gloriosa Roma a compiere i disegni superni ; 
di Koma, dico, esaltata non con umani cittadini ma con divini ; non è 
a maravigliare, dacché il Vico, pensatore si forte, dice a nn dipresso il 
medesimo dopo quattro e più secoli d'esperienza. Che tutte le cose umane 
e l'impero di Roma e il principato di Monaco, siano per provvedimento 
divino, e che tutto, e 11 bene e 11 male, serva da ultimo al compimento 
dell'ordine eterno, crediamo e vediamo: ma quanto a Roma io oserei 
dubitare di quello stesso che è da grandi autori cristiani affermato , 
cioè che l'ampiezza di queir impero sia stata propriamente destinata 
alla diffusione del Cristianesimo tra le genti. Lungo sarebbe nume- 
rare le ragioni del dubbio e comprovarle ; ma qui basti accennare che 
.dominazioni più ampie della romana erano state nel mondo , e che 
appena al poeta della Regina Cristina é perdonato dire che il cielo 
corresse sotto le leggi del gran fiume latino y basti rammentare che po- 
poli pia colti erano stati ; i quali a quel fme della diffusione del vero 
potevano essere più conducenti ; che non nella lingua romana ma nel- 
l'ebraica e nella greca fecersi le prime predicazioni e scrissersi 1 primi 
libri cristiani; basti notare che non In Roma volle nascere Cristo» e 
che romani non furono 1 suoi primi discepoli, né i più illustri disce- 
poli di quei primi. Ond'io ardirei dal fatto, certamente rilevantissimo 
dell'impero, dedurre una conseguenza che mi pare insieme e più sto- 
rica e più onorevole al Cristianesimo , cioè eh' esso impero fu -posto 
come uno di que' tanti umani ostacoli dalla Provvidenza con arte 
espressa accumulati per mirabilmente superarli , e così meglio dimo- 
strare la divina virtù- della legge novella. Se questo non si considera, 
non s'intende come il primo regalo che tacesse a' Cristiani l' Impero 
fossero quelle tante persecuzioni consumate con la frode e la vio- 
lenza ; persecuzioni che compensarono almeno l'agevolezza delle strade 
dagli eserciti 'romani aperte in qualche piccola parte della terra ; le 
quali strade del resto i primi Cristiani facevano a piedi , e dovevano 
sovente sviarsene tra pruni e caverne per causare l'agio delle cortesie 
imperiali. Checché sia di ciò, superfluo temerebbe il fermarsi a ri- 
battere la dottrina di Dante che, amplificando l'adulazione di Tlrgllio, 
fa Lucrezia insieme e Cleopatra morte in servigio d' Augusto , e Au- 
gusto nato in servigio dell' alte Arrigo e del Buon Barbarossa (1). 

Notisi però , cerne bellezza poetica perchè conforme alla storica e 
moralità e verità, l'accennare che fa In questo Canto il Poeta ad Et- 
tore, come il più puro eroe della guerra troiana e dalta fortemente 
patita sventura purificato; e a Pallante, l'amabile giovanetto, il quale 
consacra 1 vessilli dell'esule, figlio d'esule anch'egli col sangue inno- 



(1) Par., XXX, t. 46 ; Purg., XVIII, t. 40. 



CANTO VI. 87 



cente. Notisi l'accenno a Brenno e a Pirro stranieri, le cu! guerre per 
altro Dante confonde con le guerreggiate da Roma contro 1 vicini fra- 
telli. Notinsi le lodi delle virtù domestiche in Cincinnato, e della di- 
sciplina militare (che è parte di moralità) in Manlio Torquato, le quali 
due potenze ammendano le ingiustizie di Roma e danno la vera ragione 
de' suoi trionfi. Notisi il cenno a' Decii, nel cui sacrifizio vedeva forse 
il Poeta col Tasso l'adempimento d'un voto (1). Osservisi sopratutto 
nell'uomo cresciuto ira guerre, e il cui canto spira ira e guerra, poste 
le imprese romane, come preparazione alla pace. E perocché nella $ uà 
venuta al mondo, non solamente il cielo, ma la terra, conveniva es- 
sere in ottima disposizione... Poiché il cielo cominciò a girare^ in mi" 
gliore disposizione non fu che allora quando di lassù discese Colui 
che l'ha fatto e che 'l governa... Né il mondo fu mai né sarà si per- 
fettamente disposto come allora... siccome testimonia Luca Evangeli- 
sta : E però pace universale era per tutto che mai più non fu né fla (2). 
Nel Canto dice che il cielo in quel tempo volle dare alla terra la se- 
renità della sua propria pace (3) ; che rammenta la preghiera : Sia 
fatta la tua volontà come in cielo e cosi nella terra; e si conforma 
alla dottrina : che l'umano reggimento si deriva dal reggimento di- 
vino, e però lo deve imitare (4). 11 fatto di quella pace universale ò 
cosi vero come gli aurei secoli che doveva Augusto, a detta di Virgilio, 
portare alla terra (5): ma ^appunto siccome Virgilio d'Ercole, Ideale 
delia forza che incivilisce, dice Erymanthi pacarit nemora (6); cosi 
Dante nella selva selvaggia di Toscana e d'Italia voleva l'Impero isti- 
tutore di pace, siccome quella che di libertà vera è ultimo termine e 
primo elemento. E però si doleva che I cittadini d' Italia non stes- 
sero mai senza guerra e che Romagna non fosse mai senza guerra > 
ne' cuor de' suoi tiranni (7). 

Raffrontiamo questa enumerazione di Dante, che non pretende punto 
essere lirica , con quella d'Orazio che, dimentico del suo Hiatus (8), 
intuona : Quem virum aut heroa... quem Deum? e commemora l'Eli- 
cona e il Pindo e l'Emo e Orfeo e le quercie orecchiute ; e da Giove 
viene ad Augusto, passando per Castore e Bruto, con singolare eufe- 
mismo chiamato Tarquinio (9;. Quanto più veramente lirica ed epica 
che in Orazio, e talvolta ch9 in Virgilio stesso, questa semplice nar- 
razione che, in mezzo a quelle che possono a taluni parere negligenze 
o stranezze, non ha un verso si ambizioso e sì debole come : Gratus 
insigni referam Camaena, Fabriciumque (né anco la fama che volen- 
tier mirro), e dove le lodi dell'impero antico e novello non sono adu- 
lazione serva, ma muovono da un principio che può essere politica- 
mente disputato, ma non disonora l'animo del Poeta. Cesare, dic'egll, 
toglie il vessillo dell'aquila, ma lo toglie per volere di Roma, per 
un espresso o tacito suffragio della nazione che, secondo lui, era tutta 
entro ai sette colli di Roma. E similmente in Virgilio il re e padre 
Enea si consiglia non solo con suol fidati, ma delectos populi ad prò- 
ceres... quae sii sententia posco. Omnibus idem animus.... (10). E così 
Dante voleva in Italia l'impero tutore del patriziato, non più. E nella 
storia di Roma non considera egli soltanto i destini d'Italia, ma della 

(1) Tasso : Alla virtù t tre Decii sedens super arma, et centum vinctus 
soddisfacevano colV adempimento del ahenis Post tergum nodis. 



(2) Conv., IV, 5. (7) Purg., VI, t. 28; Inf., XXVII, 

(3) Lucret., I : Pacatumque nitet dif- 1. 4 3. 

fttio lumine ealum. (*) De Arte Poet., v. 438. 

(4) Som., 2, 2. 40. (9) Carm., 1, 42, 
(é) £to., I : Furor impius intus Scsva (40) Mn. } HI. 



88 PARADISO 



religione universale; e però, venendo a Tito, con un verso che pare 
inutile, Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replico (i>, e che non é cer- 
tamente ammirabile, impone che l'attenzione dell' uditore si fermi. 
Che se l'altro verso : E Modona e Perugia fu dolente 2» , rammen- 
tando le atroci guerre civili, rammenta Di cui dolente ancor Melàn 
ragiona (3), e l'atroce rabbia di Federico ; il cenno senz'irà all'impero 
greco (4), e il tacere delle divisioni e religiose e civili di queste due 
gran parti di mondo, é non meno onorevole al Poeta di quello lad- 
dove, di Carlo Magno parlando, il rivendicatore della potestà pontifi- 
cia, egli, l'ardente Ghibellino , non esalta il dente longobardo che 
morse la Chiesa, né da quel dente crede si fossero potuti ricucire gli 
sdruci d'Italia, com'ora taluni credono buonamente. Con equità d'alto 
ingegno e d'onesto, Dante qui mette a paro e Guelfi e Ghibellini ; ne 
sa dove maggiori l'errore e la colpa, e li dice insieme cagione di tutu 
1 mali italiani, e non vuole che l'aquila sia fatta insegna di parte, e 
appropriata a taluni come privilegio, e ai leone nemico minaccia gli 
artigli, non dell'aquila, ma in genere non soche artigli, che gli trag- 
gano il vello; che rammenta il tristo cenno di Marsia scorticato (5). 

Nel secondo pianeta, Mercurio, son coloro the operarono il bene so- 
cialmente, ma con intento d'onore proprio e di fama ; però più bassi ; 
dacché, chi s'esalta sarà umiliato; e men lontani da quelli che per 
debolezza imperfettamente compirono il voto, siccome imperfetti an- 
ch'essi e deboli e che mancarono a sé medesimi. Neil' Eliso di Vir- 
gilio sono coloro inventas aut qui^vitam excoluere per artes , Quique 
sui memores alios f ecere merendo (6). Qui egli rincontra Rome» pel- 
legrino ; e la semplice fine del Canto consuona coll'alto cominciamento 
(dove la grave geografia é presa a volo dalla poesia», quello non i sfor- 
zato, questa non bassa; e le peregrinazioni del Povero benemerito, 
coi voli dell'aquila trionfalrice ; e la prossima storia, pur mista di fa- 
vola, con l'antica favola istorica e politica de' principi! e de' fini della 
romana potenza. 

(i) Terz. 81. forse è ii vero nome, d'origine slava, 

(3) Ten. 25. quasi splendido signore, 

(3) Purg , XVIII, t. 40. (b) Par., I. 

(4) Belisario chiama Belisar, che (6) £)n., VI. 



CANTO VII. 89 



CANTO VII- 



ARGOMENTO. 

Dispaiono i beati cantando. Beatrice spiega come giusta 
fosse per la colpa dell' uomo la crocifissione di Cristo a fine 
di ridonare ali 7 uomo la dignità perduta, la quale consiste 
nella libertà, dono dato alle creature create immediatamente 
da Dio. Gli Angeli e l'uomo son liberi ed immortali; i cieli 
e il corpo umano creati da Dio immediatamente, sono im- 
mortali, non liberi. Or l'uomo per il peccato abusò della sua 
libertà e difforme V imagine di Dio in sé. Né poteva riparare 
per sé solo al fallo, perocché non poteva umiliarsi tanto quanto 
aveva Adamo, nel suo orgoglio, inteso salire. Dunque a Dio 
conveniva o perdonare o punire. Perdonò insieme per colmo 
di bontà infinita e punì; punì l'umanità in Gesù Cristo, la 
fece più che mai libera in esso. 

Nota le terzine, 2, 3, 6, 16, 18,20; 22 alla 28; 32, 33, 36, 38, 47,48. 



o. 



'sanna, sanctus Deus Sabaoth, 
Superillustrans claritate tua 
Felices ignes horum malaehóth! 
2. Così, volgendosi alla ruota sua, 

Fu viso a me cantare essa sustanza, 
Sopra la qual doppio lume s'addua. 

4. IL) Osanna : viva 11 santo Dìo de- lingua celeste. — Ignes. Della stella 

gli eserciti, sopraillustrante con la di Mercurio, Virgilio: Quos tgnis coeli 

chiarezza sua i beati spiriti lucenti Cyltenius erret in orbes (Georg., I). 
di questi regni (Celesti. 3. (D Viso: Viti* io cantaro e mo- 

(SD Osanna. Si ripensi il VII versi al canto. — Sustanza : Giusli- 

dell'lnferno: Pape/ Satan. Tirino: niano. —Doppio: delle leggi e del- 

Gianna era forma a" acclamazione l'impero. 

IMaltb., XXI, 9, 45; Marc, XI, 9, J0; (SD A Ila. Purg., XXXII, t. li: 

Joao., XII, 43). — sabaoth. Anco in Temprava i passi un'angelica nota. 

ebreo Sabaoth e malkuioth han Pac- — Viso. Ma., Il : Visa mihi. — Addua. 

cento sull'ultima. £C] Malachoth, più- Da due, come addoppia da doppio. 

rale di malkuth. Girol. Pref. al lib. Induare usa Dante in una Canzone; 

de» Re: Malachoth. regnorum ; erralo e Fazio. Par., XIII : S'intrea; in altro 

per Mamlachoth, Maìachim, fìegum. senso. 

Gio. Vili. : V onnipotente Iddio Sa- <F) Sustanza. Som. : Gli angeli 

baoth. Non senza perchè mescola si chiamano sostanze intellettuali; 

voci ebraiche. Fu chi disse, l'ebraico gli uomini, razionali. — Addua. giù- 



90 



PARADISO 



3. Ed essa e l'altre mossero a sua danza; 

E, quasi velocissime faville; 
Mi si velar di subita distanza. 

4. Io dubitava, e dicea: « Dille, dille, » 

Fra me, « dille, » diceva, alla mia donna 
Che mi disseta con le dolci stille. 

5. Ma quella reverenza che s'indonna 

Di tuttQ me pur per B e per ICE, 
Mi richinava, come l'uom che assonna. 

6. Poco sofferse me, cotal, Beatrice, 

E cominciò, raggiandomi d'un riso 
Tal, che nel fuoco farfa l'uom felice: 

7. — Secondo mio infallibile avviso, 

Come giusta vendetta giustamente 
Punita fosse, t' hai in pensier miso. 

8. Ma io ti solverò tosto la mente. 

E tu ascolta: che le mie parole 
Di gran sentenzia ti faran presente. 



gtin., Istil. : imperatoriam molesta- 
tem non sotum armi» decoratam, sed 
etiam legibus oportet esse armatam. 

3. iSL) A . Sopra , t. s : Volgendosi 
alla ruota sua, — Faville. [C] Sap. 
111,7: Justi... tamquam scimi Uae... 
discurrent. 

4. (D stille del vero. 

(SD Dille. In più d'un luogo ri- 

fiele tre volle la voce medesima (Inf., 
Il, t. 4 ; Purg., XX, l. 37, 90. SO, XXII, 
t. 7, 8,- XXX, t. 49). - Stille. Il tras- 
la io della sete è più volte nel| Nostro 
(Purg , XXI, t. 43 e ss; XXIII, t. 29 ; 
Par., XI, i. 31 e IV, l. 40: // cui parlar 
m* innonda E scalda sì che più e più 
m' avviva J. 

s. (L) Quella : basta il nome di lei 
per comprendermi di riverenza. — 
Per B e per ICE : scorcio di Beatrice, 
— Mi : mi stoglieva dal chiedere. 

(SD ICE. Pare intenda che pure 
una parte del suono di quel nome, 
pure gli elementi del suono lo com- 
muovano e raccolgano in sé: come 
il tocco d'uno strumento, risveglia 
nella memoria e nell'animo una lun- 
ga melodia tuir Intera. — Richinava. 
Purg., XXV, t, i : E quale il cicognin 
che leva t'ala Per voglia di volare, 
e non s'attenta D'abbandonar lo ni- 
do, e giù la cala. La similitudine del 
cicognino é più poetica e plft vera 
che questa del tonno. Altrove un ti- 



more slmile (Purg., XX, 1.4$; XXXIII, 
t. 9). — Assonna. Purg., XXXHI: Da 
tema e da vergogna Voglio che tu 
ornai ti disvituppe Sì Che non parti 
più com' uom che sogna. 

6 (D Sofferse: ch'Io stesi! così so- 
speso. 

(SD Sofferse. Purg., XXXI, t. 4 : 
Poco sofferse ; poi disse. — Me. La- 
tinismo spedilo, non molto evidente, 
ma dod oscuro, ^o. , IX. liane ego 
te... aspi ciò. — Felice. Tra le fiam- 
me Virgilio gli parla di lei (Purg., 
XXVII). mm . 

7. (L) Come : come la crocifissione 
di Cristo fu pena giusta d'antico fal- 
lo, e pur giustamente punita. — Mi- 
so: messo. 

(SD Punita. Par., VI, l. si.— Mi* 
so. Inf., XXVI, t. 48. Mettersi in capo 
una cosa, vale famigliarmenld anco, 
darsene grave pensiero di sospetto o 
di dubbio. E così : non se la poter 
levare dal capo. 

(F) /n/a//tót/e. La scienza ìllaini- 
nata dalla fede é infallibile. 

8. (D Solverò : scioglierò dal dub- 
bio. 

(SD Solverò. Par.. 1, t. s* : Den- 
tro a un nuovo (dubbio) più fui ir- 
retito. — Sentenzia. Per intera dot- 
trina. Inf., VII, t. 94: Mia sentenza 
n' imbocche. — Presente. Inf. , VI, 
1. 1« : Di più parlar mi facci dono. 



cawto th. al 



9. Per non soffrire alla virtù che vuole 

Freno, a silo prode, queir uom che non nacque, 
Dannando sé, dannò tutta sua prole : 

10. Onde l'umana specie inferma giacque, 

Giù per secoli molti, in grande errore; 
Fin ch'ai Verbo di Dio discender piacque; 

11. IT la natura, che dal suo Fattore 

S' era allungata, unio a sé *n persona 
Con Tatto sol del suo eterno Amore. 

12. Or drizza il viso a quel che si ragiona. 

Questa natura, al suo Fattore unita, 
Qual fu creata, fu sincera e buona. 

13. Ma per sé stessa pur fu isbandita 

Di Paradiso, perocché si torse 
Da via di verità, e da sua vita. 

14. La pena, dunque, che la croce porse, 

Se alla natura assunta si misura, 
Nulla giammai s\ giustamente morse: 

15. E. così, nulla fu di tanta ingiura, 

Guardando alla Persona che sofferse, 
In che era contratta tal natura. . 

16. Però d'un atto uscir cose diverse: 

Che a Dio e a' Giudei piacque una morte. 
Per lei tremò la terra, e '1 ciel s'aperse. 

9. (L> Colui .- Adamo per non soffrir J5. (L) Per : per sua colpa, 

freno alla volontà, freno ch'era utile iF> fia. Joan., XI v, « : io sono la 

suo, peeeò. 4 via, e la veriià, e la vita. Psal., CXvn, 

(SL) Soffrir: Pur. , XXIX , t. $, so : Viam ventati* eleqi. - LXXXIV, 

d'Eva : Non sofferse di star sotto al* a : Deduc me, Domine in via ina, 

cuti velo. — Tiriti. Cosi la volontà et ingrediar in veritate tua : taetetur 

nel XXI del Purgatorio, t. ss, e lo una cor meum. 

Cantone. i*. (L) Nulla: nessuna pena più 

IT) Uom. Volg. Eloq., 1,6: Tir giusta della crocifissione di Gesù Cri- 

sine matte. sto uomo, nessuna più ingiusta nel- 

(F) Specie. Ad Roto., V,i«: In cui l'uomo Dio. 
tatti peccarono. — Inferma. Ben dice (F) Assunta. Som. : Assumere la 
non, malata ma inferma: — Discen- natura creata, 
ter. eco Joan., Ili, is: Qui descendi t is. (D ingiura: ingiustizia. 
decotto -Fi lius nomini». (SL) ingiura per ingiuria, lo Al- 
ti. (L) V* : dove. — Allungata: al- bertano vaie ingiustizia. Alo., ili: 
lontanala. — Persona: In unità di Nostraeqtte infuria caedis. 
persona. — Sol: per sola opera. (F? Contratta. Som.: Contrarre 

(?) Amore. Lue., I v *5: Spiritus i difetti dell* umana natura. Aug : 

sanctus superveniet in te, et virtus Neil' unità detta persona accoppiò 

Attissimi obumbrabit tibi. ambedue le nature. 

is. (L) Viso : occhio della mente. — ie. <L) 3' aperse all'uomo . 

Natura amaca. (SD Aperse. Purg., x, t. ti : Aper- 

(F) Unita. Dion. : Chi meglio se ' l tisi dai sto lungo divieto, 
s'unisce a Dio. 



92 PARADISO 



17. Non ti dee oramai parer, più, forte 

Quando si dice che giusta vendetta 
Poscia vengiata fu da giusta corte. 

18. Ma io veggi' or la tua mente ristretta, 

Di pensier in pensier, dentro a un nodo, 
Del qual con gran disfo solversi aspetta. 

19. Tu dici: « Ben discerno ciò eh' i' odo: 

» Ma, perchè Dio volesse, m'è occulto, 
» A nostra redenzion pur questo modo. » 

20. Questo decreto, frate, sta sepulto 

Agli occhi di ciascuno il cui ingegno 
Nella fiamma d'amor non è adulto. 

21 . Veramente, però eh' a questo segno 

Molto si mira e poco si discerne; 
Dirò perchè tal modo fu più degno. 

22. La divina Bontà, che da sé speme 

Ogni livore, ardendo in sé sfavilla, 
Sì che dispiega le bellezze eterne. 

23. Ciò che da lei, senza mezzo distilla, 

Non ha poi fine; perchè non si muove 
La sua imprenta, quand' ella sigilla. 



il. (U Forte : diffìcile a intendere. 29 ih) Speme: non conosce iovi- 

— Vegliata : v-.'ii.r^.iia, punita con diane anelli scarsi. -'Dispiega in 

giuswi glurlUlo. altri. 

iSLj Furie. Puff., XXXIII, t 47: (SD Speme. Georg.* IV: Oceani 

Etttfjwa forte E«cil., HI, 82: Cose pift spreto* pede reppulit amnes — Ar- 

tjtffìcìfi arile f»r*t tue non cercare, dm do. So uo <t 33: Ardor Manto.— 

e pia funi non mfloqare stoltamente. Dispiega : Par. Il, l. 46: Sua bontà te... 

-- Ytttgìata inf, l\. I. 48 Belcari: per te stelle spieqa. 

Per vmdìcarn delia sua avarizia (Fi Bontà Som.: Deus exsentia 

(punirla in »e>. — Corte. Della giorni- bonitaiis. — Livore Bo»H i, de Cons. 

/ii di Dio, aoco dei Purg., XXXI, Phil , III: Quem non exiernae prvu- 

t. 44. lerunl fingere causae Maieriae fitti' 

48. (SD Ristretta. Purg. , III, t. 4 — • tanti* opus , verum incita summi 
Nodo. ìnt , X, l. 39; e altrove. — Sol* Forma boni, livore carens : fai cun- 
ver. Inf., XI, i. 34. eia superno Duci* ab esemplo. 

49. (L) Pur : solo. 23. (D Mezzo: concorso di cause 
so. (D Adulto: non sa per prova seconde.— Imprenta: impronta 

matura quanto possa l'amore. (SL) Distilla. Come da fonte. — 
(SD Adulto Parvulo nell'Apostolo Sigilla Som : Imago in cera per fici- 
vale immaturo a virtù. Adulto e fiam* tur per impre**ionem sigilli. 
ma non si sconvengono, se dà odo- (F) Imprenta. Psal., IV, i; si- 
lescere. gnatum est super no* lumen vultut 
(F) Amor. Ad Ephes., 11,4: Per tui t Domine. Eccl , III. 44: Appresi 
la motta *ua carità onde ci ha amali, che tutte le opere che fece Dio dura- 
ti. (D Veramente: ma perchè mol- no in perpetuo. 



ti in ciò studiano e pochi intendono, 
e si può pare intendere e devesi. 



CANTO VII. 



93 



24. Ciò che da essa senza mezzo piove, 

Libero è tutto; perchè non soggiace 
Alla virtute delle cose nuove. 

25. Più le è conforme, e però più le piace; 

Che F ardor santo eh' ogni cosa raggia, 
Nella più simigliante è più vivace. 

26. Di tutte queste cose s'avvantaggia 

L' umana creatura : e, s' una manca, 
Di sua nobilita convien che caggia. 

27. Solo il peccato è quel che la disfranca, 

E falla dissimile al sommo Bene, 
Perchè del lume suo poco s'imbianca. 

28. Ed in sua dignità mai non riviene, 

Se non riempie, dove colpa vota, 
Contra mal dilettar, con giuste pene. 



84. (L) Cose : a nuovi congiungi- 
menti di cause seconde, accidentali, 
però mutabili e rinnovantlsi 

lF) Mezzo Conv : Nelle intelli- 
genze ragionevoli la divina luce ri- 
splende senza mezzo, nell'altre si 
ritirile da questa intelligenza, prima 
illuminante. — Piove Delle creature 
intelligenti ben dice, piove; ovile 
aire-, disi il la —Libero. Ad Cori ci ih., 
li. III, 47 : Ove lo spirilo del Signore, 
ivi libertà. Segn: Quella ne.ce**Hà la 
quale è impresta nelle cose dall'uo- 
mo, è detta violenza: quella neces- 
sità la quale fu impressa nelle cose 
da Dio, è detta della Natura 

95. (Li Confo/me quel ebe ella creò. 
— Raggia : illumina 

\M*i Raggia. Attivo , come alla 
terzina 6 In una Canz : Amor che movi 
tua virtù dal cielo Come il Sol lo 
splendore Che lù s' apprende per lo 
tuo valore 

iFi Conforme. Aug. : La nostra 
ragione dice** imagi ne di Dio impres- 
sa iteli' anima come sigillo Conv. : 
Quanto la cosa è più divina e più a 
Dio somigliante Som. : L'anima im- 
per fellamente partecipa alla divina 
bontà. — Raggia [C ] Ap«.c. XXI, 93; 
Clariias Dei illuminavi! earn — Si- 
miai! ante Conv., III. 7: La bontà di 
Dio t ricevuta altrimenti dalle su» 
stanzie separate, cioè dagli angeli... 
e altrimenti dall'anima umana. . e 
altrimenti dalle miniere... e altri- 
menti dalla terra 

SC (L) Caggia ; cada. 

(SD Cose. Creazione immediata. 
Immortalità, somiglianza con Dio, 
amor di Dio in lei, libertà. 



97. (U Disfranca: toglie libertà. — 
4/; dal. 

(SL! Imbianca : Inf , Il , t. 43 : *L 
sol gì' imbianca. 

(F> Disfranca. Ad Rom , VI, 17, 
90: essendo servi del peccato , fatti 
foste servitori a giustizia. Petri 
Epist , II. II. 49: Servi di corruzione. 
Juan , VIII. 34: Omnis qui facit pec- 
cai um, servus est peccati ha Rum., 
Vili, 94 : Creatura tiberabiiur a ser- 
vitute corrupttonls. Ad Titunt, III, s: 
Servientes desideriti et voluptatibus. 
Aug De Civ. Del, XVIII: li peccalo 
prima causa di servitù ei conduce 
quaH al non essere Buel : Allorché 
dalla luce della somma verità giù 
aite tenebre gii occhi gettarono, to- 
sto la nube dell'ignoranza gli offu- 
sca affetti perniciosi li turbano, ai 
quali cedendo coli assentimento ag- 
gravano la servitù recata a sé stessi 
e sono, in certa guisa, per effetto 
della libertà propria , schiave — 
Dissimile. Aug., de Vera Reiig., LV; 
Quegli da cui ci allontanammo, ce 
ne Siam fatti dissimili 

98 (L) Riempie : punisce i delitti 
rei, ne compensa il vuoto. 

(SL) Riempie Petr : // mio difet- 
to di tua grazia adempì. — • Mal. 
Purg.. XVil, t ss: Mal diletto. 

(F) Vota. I moralisti : Non re- 
mittitur peccai um nisi res'ituatur 
abtatum. La colpa è un vuoto, per- 
che ci torce a più amare il bene mi- 
nore ebe cosi diventa a noi falsità e 
buRia*. la soddisfazione riempie quel 
vuoto. 



94 PARADISO 



29. Vostra natura, quando peccò tota 

Nel seme suo, da queste dignitadi, 
Come di Paradiso, fu remota: 

30. Né ricovrar poteasi (se tu badi 

Ben sottilmente) per alcuna via, 
Senza passar per un di questi guadi; 

31. che Dio, solo per sua cortesia, 

Dimesso avesse ; o che V uom per sé isso 
Avesse soddisfatto a sua follia, 

32. Ficca mo l'occhio per entro l'abisso 
^ Dell'eterno consiglio, quanto puoi, 

Al mio parlar, distrettamente fisso. 

33. Non potea l'uomo ne' termini suoi 

Mai soddisfar, per non potere ir giuso 
Con umiltate, obbediendo, poi, 

34. Quanto disubbidendo intese ir suso. 

E questa è la ragion perchè l'uom fue 
Da poter soddisfar per sé, dischiuso. 

35. Dunque a Dio convenia con le vie sue 

Riparar l'uomo a sua intera vita: 
Dico, con l'una, ovver con ambedue. 

36. Ma, perchè l'opra tanto è più gradita 

Dell'operante, quanto più appresenta 
Della bontà del cuore ond' è uscita; 

99. (L) Tota : Ulta. - Net : in Ada- ss. (L) Termini : di mero uomo, 
- ino. — Remota : rimossa. che non poteva umiliarsi obbeden- 
ti*) Questa. Ter*. 97. — Tota, do quanto si voleva elevare. 

Resta nell'uso totale. — Dignitadi. (SL) Obbediendo. In Albertino. 

Som. : Dignità dell'umana natura, — Termini. Machlav. : J¥e* termini 

so. IL) Ricovrar : ricuperare. suol (nelle condiziooi d'essere). 

(SL) Guadi. Della vittoria sul (F) Soddisfar. Ad Ephes., II, s: 

male, Psal. CXXIII, 5 : Torrentem per- Eravam figli d' ira. 

transivit anima nostra. 54. (L) Dischiuso : escluso. 

34. (L) Dimesso : perdonalo. — Isso : (P) Ir. Gen., Ili, s : Sarete come 

per sé slesso avesse pagalo il debito. Dli- 

(SL) Cortesia. Creso, r Cortesia ss. (L) Con: o riparare per sé, o 

di Gesù Cristo. — Isso. Gli antichi : dar fona all'uomo di riparare. 

isso fatto per subito. (F) Vie. Psal. XVII, 99 : Via* Do- 
si. (L) Mo: or. — Distrettamente : mini. -Psal. XXIV.49; CU, 7; CXXVII, 

strettamente. I; CXXXVII. s; CXLIV, 47; XXIV. 40: 

(SL) "Distrettamente. Purg., VI , Tutte le vie del Signore misericordia 

t. ss : Distretti. — Fisso. Aur. : V a- e verità. - CXVIII, 454 : Sap., V, 7. - 

cume della mente umana s'affigge Riparar. Som. : Bomo reparatus (dal- 

fligiturj nella luce divina. - Mn.,i: la redenzione). L'uomo ripari sé 

Obtutu... ftaeret defixus in uno. - VI : stesso ritornando da stato di pecca* 

Defixus lumina. to a stato di grazia interiore. — Am~ 

(F) occhio. Som. : Gli occhisi- bedue.Vsal LXXXIV, 9: Giustizia e 

gnificano la meditazione. -Gli occhi pace si baciarono insieme. 

della mente sono i sensi dell'anima, 36. (?) Operante, Som : Obfectum 



CANTO VII, 95 



37. La divina Bontà che il mondo impronta, 

Di proceder per tutte le sue vie, 
A rilevarvi suso, fu contenta. 

38. Né tra l'ultima notte e '1 primo die, 

Sì alto e sì magnifico processo, 

per T uno o per Y altro, fue o He. 

39. Che più largo fu Dio a dar se stesso 

In far l'uom sufficiente a rilevarsi, 
Che s' egli avesse, sol da sé, dimesso. 

40. E tutti gli altri modi erano scarsi 

Alla giustizia, se il Figlino! di Dio 
Non fosse umiliato ad incarnarsi. 

41. Or, per empierti bene ogni disio, 

Ritorno a dichiarare in alcun loco; 
Perchè tu veggi lì, così com' io. 

42. Tu dici: « Io veggio l'aere, io veggio il foco, 

» L'acqua, e la terra, e tutte lor misture, 
» Venire a corruzione, e durar poco. 

43. » E queste cose, pur, fùr creature: » 

Perchè, se ciò ch'ho detto, è stato vero; 
Esser dovrian da corruzion sicure. 

44. Gli Angeli, frate, e il paese sincero 

Nel qual tu se', dir si posson creati, 
Sì, come sono, in loro essere intero. 

operatlonis est in operante. - Ope- senza dare sé stesso. — Dimesso : 

tanti nelle scuole, dfcevasi anche di perdonato. 

Dio. Som. : Al primo operante, eh* è ; (F) Se. Ad Gaiat., II. so : Tradi- 
ti solo operante vero, non si conviene dil semetipsum prò me. 
operare per l'acquisto d'alcun fine, 40. (SD Figiluol. Som. : Pilium Dei 
ina intendere soto a comunicare la esse incarna tum. 
propria perfezione che è.la sua stessa (F) Umiliato. Ad Pbilip., Il, • : 
wnià. Umiliò sé stesso, fatto ubbidiente in- 

57. (L) Imprenta: sigilla di sé.— fino alla morte. 

ne: giustizia e bontà. 41. (L) Alcun : un. 

_ (F) Tulle. Poteva, dice Agostino (SL) Empierti Inf., I : Empie la... 

tue Trio., I), redimerci in altro voglia. JF.n , I : imptevit.... amorem. 

modo. — Loco Terz. 23 e scg. — Alcun. Per 

.«•(L) Tra: dalla creazione al giù- un nel XX dell'Inferno, t. 38. 

fliiiq lioale più alta opera di bontà o 45. (L) Detto: che le creature di Dio 

oi giustizia non fu né sarà. non han fine. 

(SL) Processo. Valeva serie e di (F) Corruzion. Som. : Ejus est 

duroni e di fatti. Di discorsi Par. , fieri vel corrumpicujusest esse... di' 

MC.]Eccll.,Xl, *t: Et inhorave- citur fieri vel corrumpl secundum 

«o« processus illius (benedictionis quod subjectum incipit , vetdesinet 

D ty f nidificai. — Fie. Conv. : Giam- esse in actu secundum iltud acci de ns. 

»«J non fu né fio. Plauto: Non fuit 44. (L) Frate: fratello. — Paese, il 

«w/lci. fro Anco in Mali., XXIV : Non cielo. - Intero : senza cause seconde, 

/«",... neque fiet. (SL) Sincero. Leone : Non est ex- 

». IL) Sufficiente : atto. — Sol: pectanda sincerità* veritatis a corpo- 



96 



PARADISO 



45. Ma gli elementi che tu hai nomati, 

E quelle cose che di lor si fanno, 
Da creata virtù sono informati. 

46. Creata fu la materia eh' egli hanno; 

Creata fu la virtù informante 

In queste stelle, che intorno a lor vanno. 

47. L'anima d'ogni bruto e delle piante, 

Di complession potenziata, tira 

Lo raggio e il moto delie luci sante. 

48. Ma vostra vita senza mezzo spira 

La somma beninanza, e la innamora 
Di sé, si che poi sempre la disira. 

49. E quinci puoi argomentare ancora 

Vostra resurrezion, se tu ripensi 
Come l'umana carne fèssi allora 
Che li primi parenti intrarabo fénsi. «— 



ris sensi bus. Tasso, 1,7: Ch' è netta 
parte più del ciet sincera. — Essere. 
Som. : In ipso esse. 

{filmerò. Som.: Creata in sui 
integriiate. Aristotele pone i cieli in- 
corruttibili. Dante nella lettera a Ca- 
ne: Il efeto è incorruttibile, corrut- 
tibili gli elementi. 

45 (L> Elementi i aria , acqua, ter- 
ra, fuoco. 

(P) Creata. Pietro: Creataesunt, 
natura naturata mediante 

46. (L) Lor : «leRli clementi. 

47. (Li Anima: le stelle splendendo 
e girando tirano dalla materia ele- 
mentare che nella sua complessione 
è potenziala a ciò. tirano e riducono 
in alto l'anima sensitiva de' bruti e 
la vegetativa : ma I' anima umaoa è 
inspirata da Dio senza intervento di 
cause 8'Tonrte. 

(SD Comptexston. Conv. : Le pian- 
te hanno amore a certo luogo se- 
condo che loro complessione richiede. 
(F) Anima. Som. : L'anima uma- 



na differisce in ispecie dall'anime 
dei bruti e delle piante. 

48. (L) Vostra : l'amore divino crea 
seoza cause seconde l'anima umana 
e la innamora sempre di sé. 

(SD Somma. Inf.. Ili, t. 9 : La Som- 
ma Sapienza e il primo Amore — 
Spira Costrutto ambiguo , ma belli 
segnatamente i due primi versi. -- 
Beninanza. Par . XX di Dio. 

(P> Mezzo. Som. : Generant siti 
simile non ver aliquod medium . ned 
per se ip*um. — Sempre Aug , Con- 
fess , I : Facesti noi. Signore, per te, 
e il nostro cuore è inquieto finché in 
te non riposi Purg.. XVI, l. 39: Esce 
di mano a Lui. V anima. - XXV . . t. 

94 : Lo Motor primo spira Spirilo 

nuovo 

49 (L) Vostra: la carne nostra crea- 
ta immediatamente da Dio, non può 
non risorgere — Féssi : fu fatto. — 
Fénsi : furono fatti Adamo ed Eva. 

(F) Resurrezion. Geo., 1, 36;Greg. 
Hora. 



Giustiniano imperatore , con tutta 
l'aquil i che portò sulla mano, è po- 
sto da Dante in Mercurio, non più su 
nel pianeta in cui trovansl parecchi 
re composti in aquila viva; perchè 
Dante in lui volle notare cupidigia 
di fama. E nondimeno e' concede a 
sua Maestà 1* onore di farsi lodatore 



d'un povero pellegrino, benefattore 
di Re. 
Dileguatisi gli spirili come veloci 
faville, per distanza attenuatala! di 
grandezza non di splendore; ri roane 
Beatrice a dispulare di teologia col 
Poeta. Ed è qui notabile la proprietà 
filosofica delle voci significami li pec- 



CANTO TU. 



97 



caio d'origine, e la natura, in gene- 
re, della colpa. La quale fa 1' uomo 
dissimile a Dio, io allontana da lui, 
lo rimuove dalle dignità dell' esser 
suo; lo disfranca, gli scema la liber- 
ti sua essenziale ; gli scema il lume 
superno , non glielo toglie; è un'in- 
fermità, un manco, un vuoto Dal mi- 
stero della Redenzione egli vola a 
quello della creazione; e li congiun- 
ge entrambi da ultimo nel domma 
della risurrezione de* corpi. Il pas- 
saggio è qui simile ad altri più dia- 
lettici che poetici ; ma Dante fa logici 
ì diavoli stessi. Or. per empierti bette 
ogni disio , Ritorno a dichiarare in 
alcun loco; Perchè tu veggi lì . così 
com* io — Ma, perchè veggi me' ciò 
eh' io disegno, A colorar distenderò 
la mano. — Or ani alia quistion pri- 
ma s* appunta La mia risposta : ma 
sua condizione Mi stringe a seguita» 
realcuna giunta ; Perchè tu veggi... 
— Ma, perchè le tue vr>glie tutte piene 

Ten' porti Procedere ancor oltre 

mi conviene — E, avvegna. eh' assul 
potta esser sazia La sete tua.... Da- 
rmi un corollario ancor per grazia ,* 
Ni credo che il mio dir ti sia men 
caro Se oltre vromission teco si spa- 
zia - Or Quel che V era dietro , I* è 
davanti : Ma. perchè sappi che di le 
mi giova , Un corollario voglio che 
t'ammanti. 

Queste non do per bellezza; ma 
giova avvertire siffatti riscontri E 
notare come in questo Canto ritorni 
a trattare aridamente le cose toccate 
W ultimo del secondo , della In- 



fluenza delle caute seconde . e della 
i m perfezione loro rispetto alle libe- 
re. If on assai poetico né anco il prin- 
cipio di questa dimostrazione; ma 
bello II cenno che reca la compren- 
sione de' misteri a marito deiilnge- 
gnu adulto in amore ; e I' altro che 
presenta l -imur* <h*luo , ardente in 
sé e sfavillante di foori tteiuzie tur, 
«e. Potenti i versi la divina bmilA 
che il monito impronta — Ve ira l'ul- 
tima notte e ti primo die* chi' J» d'un 
volo trascorrere da ir ami ila foce ove 
i secoli nettuni» nellViernhà all'alta 
fonte delta origini prime nel mondo. 
Due volte in questo rmiu ripete la 
bella parola sincero, che nenomer- 
no linguaggio ha perduto dell* am- 
piezza sua e della sua limpidezza: né 
mi sovviene che nell'altre due canti- 
che mai l'adoprl Gli studio*! potreb- 
bero con profitto notare quali locu- 
zioni nuove si vengano sopraggitto- 
! rendo al suo stile , e quanto felici e 
econde; quali in tutto il poema ri- 
tornino, più dilette al suo ingegno , 
e più necessarie all' anima sua. Ma 
potr*»bbesi questo studio assai più 
proficuamente ampliare, raccoglien- 
do, e ordinando secondo le Idee, i 
vocaboli e i modi più cospicui usali 
dai grandi scrittori italiani e Ialini, 
e di tulle le lingue più affini Ira sé; 
e rilevando I sensi sopraggiunti via 
via, I sensi via via smarriti ; e quelli 
che offriva allo scrittore la comune 
favella, e quelli eh' egli da' libri at- 
tingeva, o dal proprio pensiero o dal 
sentimento. 



Djinte. Paradiso. 



98 MIUMSO 



CORRUZIONE, E RIPARAZIONE. 



Siccome nel quarto Canto , in ciò cbe spetta alla libertà dell' arbi- 
trio, Dante distingue la parte misteriosa del fatto e rende ragione di 
quanto può con ragione dichiararsi (l) ; cosi ragionando qui della re- 
denzione sopra quello a che l'umano ragionamento può giungere, egli 
si tiene In debito di- filosofare per modo che la fede non perda punta 
nò del merito suo nò della sublimità (1). 

Intanto l'ente è migliore in quant'èpiù simile a Dio (3). - La crea- 
tura in tanto rappresenta Dio. e gli è somigliante, in quanto ha una 
qualche perfezione ; non già che lo rappresenti come cosa della mede- 
sima, specie o genere (4). - Ciascuna creatura ha una specie propria 
secondo la quale partecipa della similitudine della divina essenza ($)• 
- Grazia è una similitudine della divinità partecipata all'uomo (6). - 
Ogni giusto s'unisce a Dio per la Grazia (7). - Peccare è venir meno 
al bene il quale conviene a ciascuno secondo la propria natura (8). - 
Di qui siamo ammaestrati quanta sia la dignità dell' umana natura 
acciocché col peccato non la contaminiamo (9). 

Ho premesse queste sentenze, che net discorso di Beatrice non ca- 
dono nel principio, ma sulle quali il ragionamento si fonda; perché 

Dante senza abbisognare del consiglio oraziano : Jam nunc dicat, 

pleraque differat (10), per istinto e di scrittore e di pensatore, sa col- 
locare le cose in queir ordine che giovi insieme e alla facondia filo- 
sofica e sovente all'efficacia poetica. L'ordine delle idee gli é il se- 
guente. Le creature che più tengono della perfezione di Dio , sono a 
lui più dilette; e tra queste nell'ordine terreno è l'uomo che,diret- 

(4) Ma perchè puoie vostro accorgi- (6) Som., 3, 2. 

gimento Ben penetrare a questa veniate; (7) Som., 1. e. - Questa natura al suo 

Come desiti, ti farò contento (Par., IV, Fattore unita, Qual fu creata, fu sin- 

t. 24). cera e buona (Ter*, i 2). 

(5) Veramente, però eh* a questo se- (8) Som., 2, 4, 409.... - E s'una 
gno Molto si mira e poco ti discerné; manca. Di sua nobilita convien ehe eag- 
iMrò perchè tal modo fu più degno già (Tcrz. 26 ). Riempie, dove colpa 
(Par. , VII , t. 21). vola (Ter*. 28). 

(3)Som.,4,4;20.Ealtrove(4,4,4) (9) Som., 3, 1. - Ed in suadignùà 

dimostrasi la somiglianza dell'uomo mai non riviene, Se non... (Ter*. 28). 

con Dio. - Piti V è conforme, e però più (IO) Hor. , de Arte poet. Sia lecito 

le piace} Che l'ardpr santo eh 1 ogni cosa notare che quand'anco il debentia dici 

^oaia, Nella più si m igliante è più vi- paresse modo elegante, il praetens in 

voce. Lhui!. t4 Queste e se s'avvantaggia tempus omiUat dopo il jam «ime... aV/"- 

V umana creatura (?""• '*> '•)• f €Tttt Mnxa irriverenza può dirsi so- 

4) Som., 4,4,45. verchio e languido. 



» Som., 1. e. 



CANTO VII. 99 



lamente creato da Dio, ò di natura libero ed Immortale ; • Hill' ori* 
gine fa naturalmente buono e disposto a ubbidire a quelle latri cbe 
fossero freno al corso suo e insieme guida (1). Ma per non voler ubbidire 
a quel freno il primo uomo disformò e fece serva e la propria natura 
e l' umana, della quale egli era seme. A riformarla e a liberarla fl- 
chiedevasi o grazia gratuita , o merito dell' umanità ; ma questa non 
poteva tanto da sé, giacche, tanto non poteva con l' umiltà purificarsi 
ed ascendere quanto con la superbia s'era abbassata e mucchiata. Po* 
teva Dio compiere la redenzione o per semplice atto di misericordia f 
o contemperando insieme misericordia n giustizia , cioè dando per 
nuovo modo alla natqra umana tal virtù d i meritare e di patire, che 
ella col merito e dell'opera e del sagri Azio pagasse 11 suo debito Ine- 
stimabile. E questo fece unendo alla natura umana la persona divina; 
che per noi meritasse e patisse , e aita quale uniti noi uomini tutti 
sacrificassimo sino alla fine de' secoli un sagriflzio d'Infinto valore. 

Della deformità che la colpa induce : - V uomo è privato della bel- 
lezza (2) della grazia per la deformità del peccato (3). Volendo kl 
bontà divina V umana matterà a $è riconformare (4), che per lo pee* 
caio del primo uomo da Dio era partita (9) e disformata (4). * Defor* 
mila importa non solo la privazione della forma débita , ma ancora, 
disposizione contraria <7). 

Della servitù della colpa : Noi serviamo al peccato (8).- Da chi uomo 
è superato, di costui egli è servo (9). - La legge dello spirito di vita,.* 
mi liberò dalla legge del peccato e della morte. 

Dell' unica origine prima della servitù : - Siccome per V inubbt* 
dienza (10) di un solo (44) uomo molti f ecerei rei; così e per V ubbi- 
dienza d'un solo molti farannosi giusti (11). Per un uomo il peccato 
entrò nel mondo.,. ; in cui tutti peccarono (43). E Agostino : Semen 
ipsum habet vitium (14). 

Della impotenza di riformare so stesso : — Quando la natura è inte- 
gra (15), può di per sé ripararsi (16) a quel che è a lei conveniente e 

(i)Qai (Terz. 9): Per non soffrire la servitù , ma non dice il medesimo 

aliavirtù che vuole Freno, a ruo prode, e nega soltanto il bene sente àfltr» 

Porg. , XVI , t, 3 1 , 32 : Dietro a esso mare il male contrario. Io tcH grada- 

terre (ti bene minore), Se guida o fren xioni sta la rieebeua e potenza dette 

non torce' è tua amoro, Onde convenne lingue* 

Uogeperfren porre. Porg., XIV, t. 40: (9)Petri, Epttt. Il, 11, **. 

Poeowoifrenooriekiamo. Del richiamo (10) Ad Rott. , Vili , 2; Som. , 3, i. 

èdetto iti stesse (t. *0): Chiamami 'l (II) Per non soffrir* atta virtè che 

eùfe~.. Mostrandovi le sue bellette vuole Freno ..(Terz. 9). Quante ditnt- 

eterne. E qui (t 22): La divina Bontà.» bidendo miete ir eneo (Terz. 22). 

\ le bellezze eterne. (12) Ad Rom., V, 49. Dice motti Mfe 



(2) la desina Bontà.,, dispiega le come Cristo: Per voi é permeiti quitto 

mette eterne (Teri. 22). sangue si verterà (Mattb. XXVI , 3W). 

(3)Som. ,2,4, 409. Qui molti ha sènso ampio e fa rìpea- 

(4) Più l'è conforme, e però più h sare che rróXus e nK/j^ns totano li 

piace (Ter*. 25). radice medesima. 

(6) La natura, eh» dal suo Fattore (ts) Ad Rom., V, il 

l'era allungata (Ter* li). (14) Vottranatura, aitando piccò tata 

(to Convivio. fot gem e tuo (Ter*. 29). 

(7)£omma. (15) Creali... in torà èstere intero 

(8) Ad &«»>, VI, fc -Sedo il per- (T W. 44). 

tato è quel che ladis franca (Tere.27) ( 4 (j) kt^arar ritorno dsUàìkt&à vita 

notisi questa voce eh» signiisaril • lo* (Tm. 35% 
jlierc la libertà, ed è la causa del- 



100 



PARADISO 



proporzionato (4). - Non può l'uomo di per sé riparare tè stesto (2), 
ma ha bisogno che di nuovo il lume (3) della Grazia gli s' infonda (4). 
* A quello stato di prima innocenza ritornare di per se non po- 
teva (5). 

Del modo scelto da Die alla riparazione : - Poteva Dio riparare l'u- 
manità in altri modi (6> , ma scelse il più efficace alla soddisfazione 
insieme e ali* esempio (7). - A dimostrare quanto ci amasse Die, in- 
dizio manifesto fu che il figliuolo di Dìo degnò il consorzio della no- 
stra natura {$). - La natura del verbo di Dio uni a sé la carne in 
persona (9). - S'uni alla creatura, o piuttosto uni lei a sèHOt.- As- 
sunse il male della pena, va non della colpa di). • La divinità ri- 
splende di miracoli, l'umanità soccombe alle ingiurie «42». - La na- 
tura umana assunta dal Verbo di Dio nella persona di Cristo , Dio 
l'ama più che gli angeli tutti, ed essa è migliore massimamente per 
siffatta unione (43 ». 

Notisi In questa argomentazione come ripetute a bello studio, o per 
sorte ispirate, le parole bene, buono, bontà: e notisi come il cenno 
della incorruttibilità degli enti direttamente creati da Dio, dato per 
dimostrare la dignità dell'umana natura a cui la Persona divina con- 
discese, ma non s' avvilì, assumendo a strumento le qualità d' ente 
libero ed immortale ; quel cenno lo conduce a toccare delle condizioni 
de' corpi. Anche qui I' argomentazione è divisa tra il primo ragiona- 
mento di Beatrice e la risposta all'obiezione dr Dante prevista da lei; 
giacché tutto ch'ella badi sempre a parlare, il suo dire viene intra- 
mezzato da dialogo con arte naturalissima , e che accresce evidenza. 
La serie del ragionamento si ò questa. La bontà divina, che non co- 
nosce né invidia né gelosia, né quell'angustia di doni che pare cau- 
sata da tali difetti, rispleodendo di luce ardente in sé, con quest'alto 
crea. Luce della divina bontà (14). - La bontà divina per la tua es- 
senza manda su tutte le cose i raggi del bene (15). - La potestà divina 
è la sua stessa bontà (16). 



mSon., 2, 4, 409. 

(2) Nonpotea l'uomo ne' termini 
tuoi Mai soddisfar (Ters. 33). E più 
sotto con ripetizione che ha per fine 
unitola chiarezza della di mostrai io ne: 
E quatta è la ragion perchè l'uom fue 
Da poter soddisfar per se dischiuso 
(Terz. 34) 

(3) Del lume suo poco s'imbianca 
(Terz. 27). 

(4) Sora.,1. e. 

(ò) Som., 2, 2, 464. 

(6) A nostra redension pur questo 
modo (Ters. 49). 

(7) Som., 3, 4. - A Dio convenia 
con te rie sue Riparar l' uomo a sua 
intera vita: Dico con l'uno, avver con 
ambedue (Terz. 35). Eia Somma : Con- 
veniens fuit incarnati. 

(%) Aog. , de Trio. XIII. - Ma per- 
chè V opra tanto è più gradila Dell'ope- 
rante, quanto più appretenta Della 
*ontàde4cuoreond'èuscita...(Ttri. 36). 



(9) Som., 3, 2, - La natura... Unto 
a sé 'n persona Con l'atto sol del suo 
eterno A more (Terz. 44). Questa natura 
al suo Fattore unita (Terz. 42). 

(10) Som, 3, 4. 

(11) Som , 1. e. - La pena dunque 
che la croce porse Se alla natura as- 
sunta si misura, falla giammai si giu- 
stamente morse (Terz. 44). 

(12) Leon. Epist. in Fluv. - Nulla fa 
di tanta in g una Guardando atta per- 
sona che sofferse (Terz. 46). Per lei 
tremò la terra, e f lciel s'aperse 
(Terz. 46). 

(13) Som. , 4 , 4 , 20. - Né tra l'ul- 
tima natte e l primo die Si alto e si 
magnifieo processo... (Terz. 3»). 

(44) Convivio. 

(15) Diou. deDiv. nom., IV.-L'df- 
dor santo ch'ogni cosa raggia (Terz. 
25). 

(1(8) Som., 2, 4, 2. 



CANTO TU. 401 



Ciò che viene da Dio immediatamente lenza il processo di cause 
seconde è più perfetto e piò simile a Ini. - La cosa allora è perfetta 
quando può fare altra simile a si (4). - Ogni agente in quanto è in 
atto e perfetto, fa altri simili a tè i*». - Dio siccome è l'autore della 
beatitudine immediata , cosi immediatamente istituì la natura , e su- 
bito fece ogni cosa perfetta (3». 

Quel che é immediatamente da Dio, non ha fine» perché l'impronta 
posta da Dio non si muove. - Il molo che altrove e dato come effetto 
della creazione, qui sapientemente si dà come causa di corruzione. - 
Il moto mediato non può essere continuo (4>. - Quel che si muta pa- 
tisce mutazione o di sostanza, o di quantità o di luogo (5». - Il moto 
locale è più perfetto che quello d'alterazione (6). - Quel che mosso da 
non immobile è necessariamente mutabile (7). - Che altre cose na- 
scano, altre periscano, non è cagione veruna negli enti che tono im- 
mobili «8». 

I cieli e gli angeli, appena creati , furono nel loro essere intero. - 
Essere intero è contrario di corrotto : cosi nelle scuole (9). V angelo 
dal principio della sua creazione è nella personalità sua perfetto, 
non soggiacendo a generazione ne a corruzione (4u;. / corpi celesti e 
gli enti spirituali differiscono di natura ; ma si convengono in ciò, 
che tono intrasmutabili >14>. 1/ idea , che può adesso parere strana, 
del pareggiare in certa forma gli angeli ai cieli, non é una fantasia 
di Dante, ma una tradizione del tempo ; e ha luce da queli* altra che 
il moto della creatura corporea, ma segnatamente de'clell, è disposto 
per ministerio degli angeli '42); e dal verso: Al ciel eh* è pura luce, 
Luce intellettual piena d'amore <13>. 

Ma i quattro elementi e le cose che dal loro contemperamento si 
fanno f essendo effetto di create virtù, si corrompono. - Il corpo ce- 
leste e incorruttibile (14». I corpi superiori sono immutabili nella so- 
stanza 115'. -Non del corpo celeste, ma degl'inferiori elementi (16). / 
corpi semplici, Urrà, fuoco, aria, acqua (17,. -J corpi terreni acqui- 
stano per mutazione e per moto la loro ultima perfezione , i celesti 
tosto dalla loro stessa natura hanno la perfezione ultima loro (18). - 
La materia prima è incorruttibile perchè rimane dopo ogni genera- 
zione e corruzione (19). 

Alla Provvidenza divina non appartiene corrompere, ma conservare, 
la natura delle cose (20*. - Non si corrompe se non quel che perde la 
forma (nel senso filosofico di questo vocabolo» (21). Concrezione e se- 
crezione cagionano la generazione o la morte (22'. - Quel che è gene- 
rato, necessario è che abbia fine (23). - Dio, volendo che Vordine della 
natura sia conservato , vuole che certe cose naturalmente corrom- 
pami (24). - La generazione dell'una cosa è corruzione dell* altra (25). 

(1) Arisi. Meteor. (13) Par., XXX, t. 14. 

(2) Som. , 4 , 1 , 19. - Nella più si- (14) Som. , 3, 5 ; Arist. , Ce!. I. 
m'glùintc è più vivace (Terz. 25). (15) Som., 1, 113. 

(3) Sona., 2. 1,5. (16) Som., 3 , 5. 

(4) Arisi. Phys. , Vili. (17) Arisi. , Pliys. II, 1. 

(5) Arist. , 1. e. 111. (48) Som., 1, 58. 

(6) Arist. , I. c. Vili. (49) Som. 1 , 1 , 16. 

(7) Loe. cit. (20) Uion. , de Div. nom. IV* 

(8) Uè. cit. (21) Som , 2, 2, 9. 

(9) Somma. (22) Arist. Phys. , VIII. 
(I0Ì Som. 3 , 4. (23) Arisi., I. e. 

(11) Som. 1 , 1 , 10. (24) Som. ,1,1,19. 

(12) Aog. , de Trin. , HI. (25) Som. , k e. 



102 



PARADISO 



L'anima de' bruti e delle piante riceve complessione potenziata (i) , 
• quindi creazione quasi indiretta, dal raggiare e dal muovere dei 
eorpi celesti, dacché 11 moto e aggiunge alla virtù della luce» e con- 
tempera essa virtù con quella della materia in modi vari!. - È neces- 
sario che qualunque còsa vive abbia un' anima nutritiva , per cui 
cresca e decresca (3). - Le piante si muovono al crescere e alla vita 
per la virtù dell'anima vegetativa che hanno (3). - V anima sensitiva 
no» ha per sé l'essere e l'operazione, perché se ciò fosse non si cor- 
romperebbe al corrompersi del corpo (4). 

Ma la vita umana è immediatamente ispirata dal sommo amore , e 
tende a lui con amore libero e sempre. - Neil' intelligenza raggia la 
divina luce senza mezzo (5). 

Dalla corruzione de' corpi 11 pensiero del Poeta, come raggio che 
Unto rimbalza da quan t'aito discese, risale alla risurrezione de' corpi 
umani, siccome a cosa ragionevole , posto il rivelato principio della 
creazione. E già la risurrezione de' corpi tutti, di cui la natura stessa 
presente, offre simboli ed analogie (di che Paolo toccò, non sdegnando 
umani argomenti, anco in cose di fede), viene a rendere ragionevole 
la risurrezione (6) di Cristo, mirabile in tanto, in quanto che è un'ap- 
plicazione anticipata della legge generale dell' umana natura. Qui 
Dante dialettico scorre dal di primo all'ultima notte il grande spazio 
oh' egli aveva già misurato in un verso con volo lirico sorretto dagli 
occhi della sua Beatrice. 



(1) Som. , 1 , 79 : Qualità* ampli» 
cu corporis, vcl sequens eomplexioncm. 
La materia s' allontana dalla similitu- 
dine di Dio per la potenzialità sua $ 
ma lo quanto è, ritiene certa similitu- 
dine dell'essere divino (Sem. i, 1, 14). 
Hei XXIX dei Paradiso (t. li) distin- 
gue gli enti : Cima Del mondo, in ehe 
puro atto fu produtto t da quelli che 



hanno potenza con atto» e questi dagli 
ìnfimi ne*qnali è mera potenza. 

(2) Àrist., de An., III. 

\9) Savonarola. 

(4) Som. , 1 , 118. 

(5) Conv. - Vo*travita senza smetto 
spira La somma bentnanza (Terz. 48). 

(6) Della risurrezione, vedi Som., 
3, 1, 56. 



CAUTO VDI. 



108 



CANTO Vili. 



Salgono in Venere e vedono le anime dei già presi d r a- 
more. Riconosce il Poeta Carlo Martello amato da lui. Belli 
i versi che questo Carlo pronunzia: e sempre V amore e Va- ' 
micino, ispirano il Nostro altamente. Tocca della gretta in- 
dole di Roberto degenere, dalla larghezza del padre: e di qui 
passa a spiegare perchè così rado ai vadri somiglino i figli. 
Dice che la provvidenza di Dio regge le influenze degli astri; 
che Dio fece l'uomo alla società; che varii sono % sociali uf- 
feii, varie devono dunque essere le facoltà; che V influenze 
celesti non guardane a razza, ma che gli uomini per seguire 
(a legge del f eredità contraffanno atta natura, e n* escono gente 
inetta all'uffìzio a cui non natura ma ventura li spinge. 

Nota le terzine 5 alla 19 ; 53, 25, 26, 30, 33, 39, 42, 43, 49* 

i. Òolea creder lo mondo in suo pericU, 
Che la bella Ciprigna il folle amore 
Raggiasse, vòlta nel terzo epiciclo : 



i. (L) Pericto. quand'era pagano. — 
Saggiasse augii uomini. — Epiciclo : 
giro. 

, (SU Mondo, Par, IV, t. u : Questo 
principio... torte Già tulio il Mondo 
quasi. — Periodo. Chiamando perico- 
lo l'errore pagano, pare intenda che 
l'ignoranza in? inibite io taceva In 
taluni non reo, o non tanto reo cbe 
rapisse ogni possibilità di virtù e di 
salute. — Ciprigna. Ovid. Mei., X : 
Pesta die* Veneri, tota celeberrima 
typro, Venerai. — Folle. Distingue- 
vano, dice Pietro, la Venere pura, 
moglie di Anohise, dalla impudica, 
di Vulcano, sebbene Virgilio non le 
distingua. D'amore non ragionevo- 
le, Virgilio stesso: Insania amor 
(Bue, X). 

(P) Raggiasse. Conv., Il, 7: Li 
reggi di ciascuno cielo sono la via 
PS' la quale discende la loro virtù in 

Sesie cose di quaggiù. — Epiciclo. 
nv., li, 4 : In sul dosso di questo 



cerchio (dell' equatore), nel cielo di 
Venere... è una speretia che per té 
medesima in esso cielo si volge , lo 
cerchio della quale gli astrologi 
chiamano epiciclo : e siccome la 
grande spera due poli volge* cosi 
questa piccola... e cosi è più mobile 
quanto è pia presso di quello. Min 
smll' arco ovver dosso dì questo cer- 
chio è fissa la lucentissima stella di 
Venere... L* epiciclo net quale è fissa 
la stella, è uno cielo per sé, ovvero 
spera ; e non ha una essenza con 
quello che 'l porta, avvegnaché sia 
più connaturale ad esso che agli ai- 
tri ; e con esso è chiamalo uno cielo, 
e denominami l'uno e V altro dalla 
stella, cani.] Secondo Tolomeo, I 
pianeti facevano i loro movimenti io 
direzione opposta al moto diurno 
della respettiva spera, in un circolo 
particolare, cne appellavano epiciclo, 
o perchè sovrapposto al circolo chia- 
mato eccentrico* sulla drconferenaa 



104 



PARADISO 



2. Perchè, non pure a lei faceano onore 

Di sacriGcii e di votivo grido 

Le genti antiche nell' antico errore ; 

3. Ma Dione onoravano e Cupido, 

Quella per madre sua, questo per figlio; 
E dicean eh' ei sedette in grembo a Dido ; 

4. E da costei, ond' io principio piglio, 

Pigliavano il vocabol della stella 

Che il sol vagheggia or da coppa or da ciglio. 

5. Io non m' accorsi del salire in ella ; 

Ma d'esservi entro mi fece essai fede 
La donna mia eh' io vidi far più bella. 



de! quale tempre dovea trovarsi il 
centro dell'epiciclo; o perchè cir- 
colo principale, come quelle che do- 
veva rappresentare le apparenze pia 
singolari, dipendenti dal moto pro- 
prio dei pianeti. Ciascuoo di questi 
aveva l'epiciclo suo, tranne il Sole: 
quindi, cominciando la numerazio- 
ne dalla iuna, il terzo epiciclo ap- 
parteneva alla stella di Venere. 

1. (SL.) Onore. JEq. % V : Aris factus 
honos, - IH : Munera Ubo intemerata 
focis : per facto laelus ti onore... 

s (SLt Dione. Stai., Il, Seiv. VII. 
Mn,. Ili: Dionaeae mairi. - Dido. 
Mn., I : Pectore loto H aerei, et iit- 
lerdum g rem io fovet, inscia Dido In- 
sldeatquantus miserae Dea*. Amore 
scende trasformalo in Ascanio per 
istigazione di Venere. Conv., Il, 6: 
Perchè gli antichi s' accorsono che 
quel cielo era quaggiù cagione a" a- 
more, dissono Ambre essere figliuolo 
di Venere. 

(F) Onoravano. Conv., Il, s : Chia- 
male Plato idee, eh' è tanto a dire, 
quanto forme e nature universali. 6 
i Gentili le chiamano dei e dee, avve- 
gnaché non così filosoficamente in- 
tendessero quelle come Plato: e ado- 
ravano loro imaqini, e facevano lÓ*o 
grandissimi tempii. 

4. <L) Costei: Venere. — Coppa: 
dietro. — Ciglio : dinnanzi 

(SD Piglio jGn.. IV: Exordia s li- 
mai. Georg., IV : Vnde... ingressus... 
cepit. 

«F» Coppa Conv., Il, i: La Stella 
di Venere due fiate era rivolta in quel- 
lo suo cerchio che la fa parere serotino 
e mattutina secondo i due diversi 
tempi. [Aot ] Venere essendo distante 
dal sole molto più di Mercurio» avvie- 
ne che molto più di questo si allon- 
tani dal sole, durante un giro nella 
sua propria orbita; il perché due 



volte in questo periodo si allontani 
nolevolmente dal bagliore dei raggi 
solari, e si mostra accesa di bella 
luce, che la rende, dopo il sole, più 
splendida d'ogni altro pianeta a que- 
sta maggior bellezza devesl forse it 
nome con cui fu distìnto questo terso 
pianeta Nel tempo di queste maggiori 
digressioni dal sole, rispetto alla si- 
tuazione nostra, una volta va dietro 
al sole nel movimento diurno, e una 
volta lo precede. Nel primo caso non 
può vedersi Venere nella mattina» 
perché sorge dopo che il sole trovasi 
già sul nostro orizzonte, masi vede la 
sera dopo che II sole è tramontato, e 
prende il nome di Espero : nel secon- 
do caso non si vede, più la sera, tra- 
montando prima» del sole, ma si fa 
parvente nella mattina, prima che il 
sole, vi giunga, e ha il nome Diana o 
Lucifero. Non sarà fuor di proposito 
porgere qui 1 principali elementi a- 
stronomicl diVenere, giusta la scienza 
odierna. . . 

Distanza nreriia di Venere dal sole, 
prossim. 58 milioni di miglia ital. 

Disianza minima di Venere dalla 
terra sa milioni. 

Distanza massima di Venere dalla 
terra J 38 milioni. 

Diametro di Venere miglia italia- 
ne 6565. 

Volume di Venere, prossim. n ven- 
ticinquesimi di quel della terra. 

Tempo nel quale percorre la sua or- 
bila, giorni 933. 7 decimi, t m. 

Tempo nel quale ruota sopra se stes- 
sa, ore 9S e minuti 94, t. m. 

Densità del pianeta medesimo. Mi 
millesimi di quella della terra. 

5. (L) Far j farsi. 
(SD Ella. Bocc, A melo : Ad ella. 
Giambullarl : Con ella. Vive in più 
dialetti. 



«ANTO viri. 105 



6. E, come in fiamma favilla si vede, 

E come in voce voce si discerne, 
Quand' una è ferma, e L'altra va e riede; 

7. Vid'io in essa luce altre lucerne 

Muoversi in giro, più o men correnti, 
Al modo, credo, di lor viste eterne. 

8. Di fredda nube non disceser venti, 

visibili o no, tanto festini, 

Che non paressero impediti e lenti 

9. A chi avesse quei lumi divini 

Veduto a noi venir, lasciando il giro 
Pria cominciato in gli alti Serafini. 

10. E dietro a quei che più innanzi apparirò, 

Sonava Osanna, sì, che unque poi 
Di riudir non fui senza disiro. 

11. Indi si fece T un più presso a noi, 

E, solo, incominciò: «— Tutti sem presti 
Al tuo piacer, perchè di noi ti gioì. 

12. Noi ci volgiam co' Principi celesti 

D'un giro, d'un girare, e d'una sete: 
A' quali tu nel mondo già dicesti : 

i. il) Lucerne: anime. — Modo: se- 9. (F) Cominciato. Tulli i cieli si 

coodo che più o meno godono Dio. muovono coi nono cielo a cui prese*- 

ML) Visibili per vapore. — Festini: gono gli Angeli più allUConv., Il, «). 

raui. Di lì comincia ogni Infertor movi- 

(SDLenti. Ma., Il : Par levibus ven- mento. . 

fi*.V: Ventis . ocior.-\ Il iPraever- io. (D Unque: mai. — Riudir: bra- 

terevento*. - Vili, XI : Odor Euro* Lu- mai riuriire quel canto in cielo. 

can , IX: Deprensum est, quae funda (SD Dietro. Bello cbe nell' avan- 

roiat, quam lenta volarent, Quam se- carsi deli' un' anima, il canto delle 

gnis Scyihicae striderei arundinis rimase più su la accompagni. Par di 

Qtr. misurare la disianza dalla più o men 

(F) Venti. ArÌ8toiele(Melaph.)d!ce vivezza de' suoni 
cbe i vapori caldi e secchi montando 44. (L) Gioì : «iolsca. , 
all'estivino della terza regione de 11' a- (SD Un Cffrio Martello, morto nel 
ria , percossi da fredde nuvole, com- 1295, primogenito di Carlo il Ciotto, re 
muovano l'aria: Indi il vento Lu- di Napoli e signor di Provenza, morto 
cao., |: Quali ter exsnressum ventis nel 4309 (Vili . Vili 408). Bocc: In co- 
ver nubi la fulmen JEttieri* impulsi stui regnò molla bellezza e absaiinna- 
lojiifu. B Zenone voleva il fulmine moramenio. — Gloi, Rime auliche : 
fiamma accesa in nuvole stropicciale dotare. 

da' verni Unt.3 Ciò che vi ha di no- 13 <D Principi: principati, angeli. 

labile nella Ouiirina espressa dal — Giro circolare. — Girare eterno e 

Poeta è la sentenza che nelle meteore in armonia. — Sete: amore. 

ventose abbia parie principale lo (SD Giro. Georg., I: Quo» iqnis 

squilibrio di temperatura ; il che è coeli Cui Uni ut erret in orbe», eie, 

vero. Aveva accennato alla influenza Somn. Scip.: Circulos suos orbesque 

del calore su queste correnti anche conficiuut. - Giro corrisponde forse 

oelXXVlil del Purgatorio; ma qui qui a circulus; girare, ad or bis. 

tocca più espressamente la causa ape- (F) Principi. Conv. il, s : Certe m- 

cialc delia formazione dei venti.. telligenze, ovvero per più usato mode 



106 PARADISO 

13. Voi che, intendendo* il terzo ciel movete, 

E sem sì piwi' d'amor, che, per piacerti, 
Non fia men dolce un poco di quiete. — 

14. Poscia che gli Occhi miei si furo offerti 

Alla mia donna riverenti, ed essa 
Fatti gli avea di se contenti e certi; 

15. Rivolsersi alla luce che promessa 

Tanto s'avea; e: — Di' chi se' tu — fue 
La toce mia, di grande affetto impressa. 

16. E quanta e quale vid' io lei far pitie, 

Per allegressa nuora, che. s'accrebbe, 
Quand'io parlai, alle allegrasse sue! 

17. — Così fatta (mi disse) il mondo m'ebbe 

Giù poco tempo. E se più fosse stato, 
Molto sarà di mal, che non sarebbe. 

18. La mia letizia mi ti tien celato, 

Che mi raggia d'intorno, e mi nasconde 
Quasi animai di sua seta fasciato. 

19. Assai m'amasti; ed avesti bene onde. 

Che s'io fossi giù stato, io ti mostrava 
Di mio amor più oltre che le fronde. 

va temo dire angeli , li quali nona alia 1 1. (L) Offerti a chieder ficea**. - 
rivoluzione dei citta ni Yenerr sic- IN sé: d* assento. 
come mùvitori éi («fitto. Nel XXV» LI (SL) Offerii. Altra volta vedremo 
del i'iiriuiiso, L. sì, sopra gii aurmì H Poela volgersi e chiedere Hoeoza di 
pone «il ArcaoRMi , sopra nli Arcan- dire. — Orli riguarda la niente ;cor- 
Beli l Principali. Questi liauno dunque unti, ti cuore, 
il lerto plancia. Nel convivio i li . 71 4S. (SL) Avea. Per ere è qui proprio. 
pone mulo ri di venere l Troni. Qui H. (L) Far: farsi pia grande e bella. 
cMrreflRG a tuo mudo; ma nel Canto (SL) Quanto. jEn. II: QmaltS4rue 
seeueni* rammenta I Troni. — Scie, videri Coetlcoli* et quanta solet (Te- 
Amare che spinge luti! l r-iali a muu- nere). — Far. Ter». 5 : Ffftt far più 
ver»i sullo U mobile primo e tu Uè le beltà. 

anime a vivere in Dio 17. (L) Fatte: cosi bella qnal vedi. - 
n ILI Men dolce iL-el rìolee virare. Stato: se fossi più vissuto. 
(Fi fu tetidcutin. Arisi. Mei. ji ; de (SL) Fatta. Tale era la «ila iole- 
Coelu et Mumjo. V Tania la inizili* r tare belletta, quale ora la luce. — 
tjrttzr a min fi i di'ti- Quesl' è il primo Ebbe. JEn. t VI : Me... habult tnmtamu*. 
verso delta prima fanmitm del Coevi- Ma qui ha senso di lode. Petr. : Non la 
vio. E ivi il, 6: La ft}rttia twvìltaxlma conobbe il mondo mentre t'ebbe. — 
dei cielo, che ha in sé principia iti Che. Ott. : Gii nomini detta contrada 
questa natura pauxlva, gira, toccata vennero ed abitare taci ttade. che non 
ita virtù motrice che questo intende; sarebbero venuti «e... Par., XVI: Molti 
e dica, toccate non corporalmente, tua sarebber lieti % che non tristi. 
per atto di v triti in tinaie si tliri--a in ti. (L) 4nfm*/: filugello net I 
fatila. JF tttie&ti molitori sorto quelli it. (L) Gin: In vita ancora. 
atti tinnii n'intrude dì portare. -0«e- (SL) Amasti. Forse IO COOobbe 
sii movi tori movono irìtn intendendo quand' andò ambasciatore a Napoli al 
la circolazione in quello tonnetto prò- re padre di Ini , o quando Carlo Var- 
arle che ciascuno muove. tallo attese in Ffrenae per venti sforni 



CANTO Vili. 



107 



20. Quella sinistra riva ohe ù lava 

Di Rodano, poich' e misto con Sorga, 
Per suo Signore, a tempo, m'aspettava; 

21. £ quel corno d'Ausonia, che s'imborga 

Di Bari, di Gaeta, e di Catona» ' 

Da onde Tronto e Verde in mare sgorga. 

22. FuJgeanai gft%in fronte la corona 

Di quella terra che il Danubio riga 
Poi che le ripe tedesche abbandona. 

23. E la bella Trinacria (che caliga, 

Tra Pachino e Ptloro, sopra il golfo 
Che riceve da Euro* maggior briga, 



eh' etto san padre ritornasse 41 Frau- 
da (Vili., viti, 43; IX, si). Postili. 
Cael. : Unite a Firenze giovanetto, e 
tornavo di prigionia , e fn bene ac- 
colto, e allora prette grande amicixta 
con Dame. — Onde Pur* VI. t. 46: Or 
ti fa lieta, thè tu hai ben onde. 
».(L) Ripa: la Proveoaa.— Tempo: 
morto Carlo (1 Zoppo. 

(SD Riva. Doveva succedere nel 
govproo di quella parte di Proventa 
ch'era de' re di Napoli, che compren- 
de Avignone, Arti , Marsiglia , AU, e 
altre citta e che ha per confine a si- 
nistra il,Rod§no, a destra l'altra parte 
delta Proventa suddita al re di Fran- 
cia. - Sorga. CAotO H piccolo dome 
sorsa (sorgere) che scaturisce dalla 
rinomala fontana di Valchlusa, aven- 
do foce sulla sinistra del Rodano tre 
o quattro miglia al di sopra di Avi- 
f none. Il Poeta con questi pochi tratti 
idrografici descrive la Provenza me- 
ridonale. — Lava. MG.. 11! : interlu.iL 
por. Carni., Il, a : Villa... qaam Ti- 
fai* tavit. Mù. t IH: Mane titoris o- 
rorn... Quae nostri per funditur aequo - 
ri* ettu. . 
u. (t) Corno: punta. La Puglia. — 
tajona .Calabria.- Tronto, nell'A- 
driatico — Verde: Garìgltano nel Me- 
diterraneo. 

(5L) Corno. Mn. t Iti : Cornac... an- 
{ennarum."~ Ausonia. Più volle In 
Jwlto: Ausoniae pars Illa tffin., 
"•> — Imborga. Come ingiardinare 
tincasteUore. In G. villani. — Gaeta. 
U nomina Virgilio OEn , VII). - Ca- 
fona. Vili., VII, 65. Quivi i Guelfi fio- 
renilni vennero a prestare soccorso 
«Carlo d'Angtò. — Verde. [Anto Non 
« poteva con maggior sobrietà , nò 
«sa più precisione, circoscrivere il 
pane di Hapoli. * Bari accenna alla 
fotta Adriatica , Gaeta al Medi tara- 
ne o; Crotone a quella dèi star Infero, 



o inferiore ; il Tronto e II Verde ai 
confini con gli Stati della Chiesa tra 
l'uno e l'altro mare, giacché il Verde 
non è che II Uri. 

Non è facile trovare corso d'acqua, 
li quale abbia mutato nome tante vol- 
te e cosi spesso, com'è avvenuto del 
Liri. che ha origine dai monti Tavl- 

3 Itone e valle Mimerà, contrafforte 
el monte Velino , scorre non lungi 
dalle rive occidentali del lago Fuci- 
no o di Celano, rasenta Ci vitella, Ro- 
veto, Sora, Ceprano, Indetta, Ponte- 
corvo, ed entra m mare nel Golfo di 
Gaeta. Strabone ci fa sapere che in 
antico questo fiume fu chiamato Cla- 
nis; ai tempi del classici scrittori la- 
tini e di Tolomeo si nominava Lirt ; 
nei Medio Evo, Minturno. Tratetto . 
Camello e Verde , e conoscevi oggi 
col nome di Garfaliano. — Quando 
adunque scriveva il nostro Poeta la 
denominazione volgare di quel fiume 
era il Verde, come In chiama nel III 
del Purgatorio; perchè Manfredi ebbe 
sepoltura appiè dell'antico ponte sul 
Liri presso Ceprano, e ne fu trovata 
la urna marmorea in un muro late- 
rale di quel ponte sul primi anni del 
secolo diciassettesimo, sotto il ponti- 
ficalo di Paolo V. 

j». (L> Terra: d'Ungheria. 
(SL) Terra. Come figlio dittarla 
figlia a Stefano V e sorella a Ladi- 
slao IV re d' Ungheria, morto senta 
eredi ne\ tt90. — Riga. An^VU : Quae 
rtgat aequora Sarnus. 

ss. (D Pachino e Peloro : Siracusa 
e Messina. — Golfo di Catania. — 
Maggior, che d'altro vento. — Briga: 
guerra. 

<$L) Trinacria. Ovid. Met.V: Va- 
sta giganteis ingesta est insula mem- 
bri* frinacris, et magnis subfectum 
moiibus urguetMtheriasausum. spe- 
rare Typhoea sedes. mtitur itle aui- 



108 



Paradiso 



24. Non per Tiféo ina per nascente solfo), 

Attesi avrebbe li suoi regi ancora, 
Nati per me di Carlo e di Rodolfo, 

25. Se mala signoria, che sempre accuera 

Li popoli suggetti, non avesse " 

Mosso Palermo a gridar: « Muora, muora! 

26. E se mio frate questo antivedesse, 

L'avara povertà di Catalogna 

Cià fuggirla, perchè non gli offendesse. 



(lem , pugnatque resurqere saepe : 
Dexira sed Ausonio màrtu* est sub-* 
jecta Peloro i Laeva, Pachyne , Ubi; 
, Litybaeo crura premunlur ; Degra- 
vat Mina caput : sub qua resupinus 
arenas Ei telai, flarnmamque fero vo- 
mii ore Tuphaeus. Dappoiché Carlo 
Martello muri Roberto escluse dal 
regno di Napoli i figliuoli di Carlo. 
JEu. t III, Trinacria.. unda. — Caliqa. 
>En., Il : Quae... circum caligai, r\u- 
bem. -Ili ; A tram profumini ad aethe- 
ranubem, Turbine fumati lem piceo .. 
Fama est Enee lodi semiustum ful- 
mine corpus Urger i mote hac .. Et 
fessum quoties mutai latus , ini re- 
mere omnem SI ur mure Trmacriant , 
et coelum sublexe.re fumo. — Pa- 
chino ^n,, vii: Siculo prosvexii ab 
usque Pacliyno. — Peloro. JBn., Ili : 
Ubi diqressum Sicuae le. admoverit 
orae Ventus , et angusti rar escent 
claustra Pelori. Semini. : Pachino è 
vólto verso gli venti austri... Li U beo 

?uarda verso gli umidi Zefiri: Pe- 
oro guarda verso Arturo. — Euro, 
Georg., Il : Sitvae Quas animosi Euri 
assidue frangtmtque. fer unione - III : 
Riphaeo tu udì tur Euro. -lì: Navi' 
gin viotentior incidu Eurus. — Hrl- 

8 a. Virg., I : Luciani e <( venlos Hor. 
i]., I, i : Lue tu n lem fluctibus Afri- 
cum ùnga per guerra Purg., Xvi. e 
lof., V : Alar... da contraril venti com- 
battuto 

24 (SU Tifeo. Lucan., V : Campana 
fremens ceu saxa vaporai, Conditus 
Inorimeli aeterna mole Tuphaeu*. — 
Solfo [Ani.] Più che .» notare adesso 
la specialità della Sicilia, detta Trina- 
cria pe'suoi ire celebri promontori! 
Peloro, Pachino e Lliibeo. di possede- 
re il famoso vulcano dell'Etna, indica- 
to col supposto effetto di rendere ca- 
liginosa la spiaggia che si stende tra 
Pachino (oggidì Capo Passaro) e Pe- 
loro (oggidì Capo Faro) cioè II iato 
di Catania, battuto dai venti di Sci- 
rocco; vuole il Poeta additarci l'o- 
rigine e la cagione prossima del vul- 
cano medesimo , appellalo anche 
Mongi bello, supponendola accorta- 



mente celia natura sulfurea di quei 
terreni, e mettendo da parie le fa- 
vole di Tifeo e di Encelado. — àn- 
cora. Il regno di Puglia, cioè il regno 
di Carlo Martello, per lui ei suoi di- 
scendenti insino in quarta genera- 
zione (Vili , VI. 90) ; la guai finiva nei 
nepoti ni Carlo Martello. Però dice 
ebe la S cilia avrebbe attesi aocora 
1 suoi re legittimi nati da Carlo Mar- 
tello. Il quale ebbe figli Carlo Um- 
berto (Vili., IX, 175) che regnò dopo 
lui in UoKberia, e dementa, di cui 
nel Canto seguente. S' intenda per 
Carlo e Rodollo, Carlo d'Aogiò avolo 
del Martello, e Rodolfo 1 imperatore 
d'Austria, la cui fistila fu moglie a 
Carlo Martello nel 1294. Cosi nel san- 
gue di Carlo Martello si univa il san- 
gue ghibellino ed il guelfo; e per 
questa unione della casa di Francia 
con la imperiale. Dante sì seoli dalle 
sue speranze politiche più. disposto 
ad amarlo. 

35. (SD Accuora. Ferisce nel cuore 
e irrita a chiedere pena. Onde non è 
ozioso nel X del Purgatorio quel della 
madre a chi fu morto il figliuolo: 
ond* io m'accoro (t 98) — Palermo. 
Qui ebbe principio il Vespro In cui 
furono morti de' Francesi in Sicilia 
più oi quattromila , e Pietro d'Ara- 
gona divenne signore dell' isola 
(Vili.. VII. 59). Il Vespro fu bel 4889; 
nel 4395 tanno che mori Carlo Martel- 
lo), per trattato fra Carlo il Z<»|i|»o e 
Iacopo d'Aragona, tornò la Sicilia agli 
Angioini: ma t Siciliani s'opposero : 
conobbero re Federico d* Aragona 
fratello di Iacopo, oè Roberto potè 
più riavere quel regno. 

36. (L) Frate : fratello Roberto. — 
Offendesse: nuocesse a lui irritando 
i popoli. 

(SD Antivedesse Vrìmi d'essere 
re. Salì al irono nel 4308. — Calalo- 
gna Quapdo fu in Catalogna ostag- 
gio per il padre; Roberto si fece ami- 
ci molli poveri Catalani ebe poi con- 
dusse nel regno, e Impinguarono 
dell'avere de ? nopoli (Vili., Vili, si). 
Roberto venne in Firenze con trecen- 



•auto vin. 109 



27. Che veramente provveder bisogna, 

Per lui o per altrui, sì eh' a sua barca, 
Carica, più di carco non si pogna. 

28. La sua natura, che, di larga, parca 

Discese, avria mestier di tal milizia 
Che non curasse di mettere in arca. — 

29. — Perocch'io credo che l'alta letizia 

Che il tuo parlar m' infonde, signor mio, 
Ov' ogni ben si termina e s' inizia 

30. Per te si veggia come la vegg' io; 

Grata m'è più: e anche questo ho caro, 
Perchè '1 discerni, rimirando in Dio. 

31. Fatto m'hai lieto; e «osi mi fa chiaro; ' 

Poiché, parlando, a dubitar m'hai mosso, 
Come uscir può, di dolce seme, amaro. — 

32. Questo io a lui: ed egli a me: — S'io posso 

Mostrarci un vero; a quel che tu dimandi 
Terrai '1 viso come tieni '1 dosso. 

33. Lo Ben che tutto il regno che tu scandi, 

Volge e contenta, fa esser virtute 
Sua provvidenza in questi corpi grandi. 

to cavalieri catalani e aragonesi contro l'avarizia scocca 1 suoi dardi 

(Vili., IX, ss). - Offendeste, In t. Vii, il Poel» <lnf I. VI. VII, vili, xvii , 

LU: Ignoranza... v'oj fende. Dice no- XIX. XXI. XXII. XXIII XXIV, XXV, 

cumeoio. XXX; Purg., XIV, XIX. XX, XXII, 

57. (L) Barca: l'avarizia sua non XXXII; Par . VI, IX.XIH, XVIII, XXIV, 

«aggravi con l'altrui, e le sue colpe XX Vii. XXIX). 

eoo altre nuove colpe. 29. (L) letizia : che la mia gioia tu 

{SI) Provveder. Cresc. : Édaprov- la veda in Dio. più ne godo. 

vedere che non ritornino. — Barca. (SD Termina. Modo scolastico. 

Traslato che suole appropriarsi al Som.: In quo potentiae conditio ter- 

Roverno degli Stati. Par., XVI, t. ss: mina tur. 

Corca di nuova fellonia, di tanto pe- (F) inizia. Apoc, I. *; XXII, is : 

io, Che tono fia iattura della barca. Eoo surn.,.. principium et finis. E 

to\l)Diaceae: Roberto, figliuolo XXI, 6. 

a»aro di Carlo 11 liberale. — Mettere so <Lì Per: da. 

«naro. si ih) Fa: accertami. — Amaro: 

. (SU Parca Parco in senso non avaro figliuolo di larvo padre, 

ai lode, è nel V XI dei Purgatorio, (SD Chiaro Sacrh. : Se tu mi fai 

t.«: Al montar su. contro tuavo- chiaro di quattro cote. — Amaro. 

0'fo. è parco Cic. : Largum, benefì* Terz. ss : Di larga, t.arcn Diacene. CC.3 

cm, liberalem. hae anni reqiae t'ir- Jac. Ep III, 44: Numquid fona de eo- 

tute$.~ Arca Juve.iv. XI, 86: Quan~ dem forami ne emanai dulctm et ama* 

im forata diate t ab arca Saccutua, ram aquam. 

yor.Sai., 1, 4 : Nummox contemplor sa. (L) Terrai: vedrai quel che non 

"> arca. Cresc. : A rea , casta da rtpor- ved i 

re rota —Milizia. Cavalleria e Corte. (P) Dosso. Aug. Conf., IV, 46: Il 

w. t XXX, t. 45. dosso avevo al lume, e alle cose iltu- 

. tf) Discete Isa!., LVI, 44: In minate la faccia. 

vnm tuam declinaverunt unusquis* ss. (L) Ben : Dio che walge il cielo 

fl«e «4 ovaritiam. — Arca, Sempre per mezzo degli Angeli, fa eh» Ja sua 



110 



PARADISO 



34. E non pur le nature provveduta 

Son nella Mente oh' è da so perfetta, 
Ma esse insieme con la lor salute, 

35. Perchè, quantunque quest'arco saetta, 

Disposto eade a provveduto fine, 
Sì come cocca in suo segno diretta. 

36. Se ciò non fosse, il ciel che tu eammine 

Producerebbe sì li suoi effetti, 
Che non sarebbero arti, ma ruine. 

37. E ciò esser n<ui può, se gì' intelletti 

Che muovon queste stelle, non son manchi, 
E manco il Primo, che non gli ha perfetti. 

38. Vuo' tu che questo »er più ti s' imbianchi? — 

Ed io: — Non già. Perchè 'mpossibil veggio 
Che la natura, in quel eh' è uopo, stanchi. — 

39. Ond'egli ancora: -^ Or di' ; sarebbe il peggio 

Per Puomo, in terra s'è' non fosse ci ve? — 
— Sì (rispos' io) : e qui ragion non oheggìo. — 



provvidenza sia virtù toflueate dagli 
astri. — Scandi : ascendi. 

(SL) Scanùi. Ovid. Fast., I : Do- 
mo* supera* scandere. 

m Contenta. Jtèi Convivio spie- 

?a come il moto delie sfece inferiori 
t'amo re del primo mobile. — Coi> 
vi Che imprimono nelle cose mor- 
tali, come in cera, varie, potenze e. 
virtù Deut., IV, 4»ì II sole e la luna 
e lutti gli astri del cielo... creò Dio 
in ministero a tulle le genti. 
> 34. (D Pur. : Dio provvede «osi non 
solo alle nature varie, ma al ben es- 
sere e alia durata loro. 

(SD Salute. Non sojlo scampo, 
ma esito pieno a bene: Senso cri- 
stiano. 

w. (L) Quantunque: quanto. —Co- 
de .* tutte le operazioni di quassù son 
disposte a fine infallibile. — Cocca: 
strale. 

; (SLV Cade. Non di caso ma d+ pun- 
tuale accadimento. Petr. : In giusta 
portela sentenzia cade, — Diretta. 
jEn., vi : Direxti tela in. . 
j IP) Perchè. Boet : Ohe nel regno 
della Provvidenza nulla possa la te- 
merità- Som. : Il cielo che opera alla 
universale conservazione delle cose. 

fenerabili e corruttibUi, muove luta 
*orpi inferiori, ae' quali ciaschedu- 



no opera alla conservazione della 
specie propria. 

ss <D Se: se tutto non fosse preor- 
dinalo. — . Producerebbe: produr- 
rebbe. 

(SD Suine. Tasso: Son fattotene 
di regni ma ruine. Più generate epiù 
nobile orti. 

37 ih) Se: poiché. - Intelletti: AageM. 

— Manchi : insufAcie&li al fine. — 
Primo; Dio. — Perfetti: resi perfetti. 

(SL) Esser. Non esset; non può 
essere è anche modo scolastico. — 
Perfetti. Participio oome per fedo lae- 
tus honore (Ma. , MI). Som. : Perfetto* 
quasi totalmente, fauo. 
5S- iM S' imbianchi?.: ai sebiaefeca» 

— stanchi : si slancili. Deve compiere 
il suo fine sempre. 

(SD Imbianchi? taf.. H, l. 4& 'L 
sol gV imbianca. E Par., VII. •— Stan- 
chi. Iteri. 54. 

(F) stanchi. De Hon. : Dio e la na- 
tura nelle cose necessarie non desiste* 
Som. : La natura mài totalmente non 
manca al suo scopo. 

so. ih) Cive: cittadino. — Cheggto: 
chiedo. Questa e cosa chiara. 

(*} Cive. Purg., XXXII , t. u. Ari- 
stotele chiama l'uomo aoimalAoivih». 
Isidoro, da Cicerone: GMùé>moUttu~ 
dine dt* uomini adunala in vincolo so- 
ciale. 



càut» vm. Ili 

40. — E può egli esser, se già bob si vivq 

Diveraamente per diversi uffici? 

No; se il maestro rostro ben vi scrìve. — 

41. Sì venne deducendo insìno a quici: 

Poscia eoncaiuse: — Dunque esser diverse 
Convien de' vostri effetti le radici. 
41 Perch' un nasce Solone, e altro Serse, 
Altro MelchisedeeB ; e altro, quello 
Che, volando per l'aere» il figlio perse. 

43. La oircular natura, eh' è suggello 

Alla cera mortai, fa ben su' arte; 

Ma non distingue l'un dall'altro ostello, 

44. Quinci addivien eh' Esaù si diparte 

Per seme da Jacob; e vien Quirino 
Da sì vii padre, che si rende a Marte. 

45. Natura generata il suo cammino 

Simjl farebbe sempre a' generanti, 
Se non vincesse il provveder divino, 
48. Or quel ehe t* era dietro, t' è davanti* 
Ma, perchè sappi che di te mi giova, 
Un corollario voglio che t'ammanti. 

40. (I) Esser: società.— Maestro: A- midi delle virtù celesti s'appuntano 

rlsioiele. pei» poter produrre erbe di diverse 

(F) Maestro. Arisi. Elh.etPol.Nel specie nella por zio nce Ila di terreno 

Convitto io chiama maestro dell' u- minimo e i gemelli nella matrice me» 

mana ragione. Postili. Caet. : Affiti» desima fare differenti dicomplessionfi 

etti l'uomo potesse civilmente vivere e d'abili. 

fu Conveniente te varietà delle indoti 44 lU Quirino: Romolo. -» X*n4e: 

e itile erti. attribuisce. 

M.^Quici: qui. - Hadici: varil <SL) Quirino, Ma., ìt Marte ava* 

uiGzH che chiedono facotià varie. vis, geminami par tu dabii Ma ppoìem, 

*t. (L) AfKJS': onde. Metehisedeek: »» Rende. Hor., de Arte Pool.: Uni 

prtte. — Quello: Dedalo. reddatu* forma*. 

... (SL> tofane. Legislatore di Reputo* \W) Stai. Gen. , XXV. ss, ss. Opeg. 

buca. « Serse. Be senza legge — Mei* Hom. , X : La madre li parlari a un 

tkiuéeen. Geo., XIV, 48. Som : Mei* tratto, ma non una fu là Qualità di 

chtuàecH sacerdote dei sommo Dia quelle due vite, Lo accenna anco nel 

(Quali Ubo ael sacavdoiioj. $ si, ma più allo 

U{l)Circular: i cieli influiscono 4». iL> Afa tura: il generalo sarebbe 
ragli uomini ma sema diaiinsione dt simile ai genitore sé Dio non dispo- 
nile, nesse altrimenti per lord ine della so- 

, W\ Natura. La virtù de'cleli cìr- eieia. 

«Minti, che come sigillo imprime nel {¥) Vincesse. Hìer. contra Ruf.: 

corpi mortali influente varie, fa bene Non ne' germi dt chi nasce, ma netta, 

i afflilo suo, ma non distingue casa volontà, è de'vizit e delle virtù te ea- 

f re da està di povero, corpo di duca giani (Purg. VII), 

a» corpo di mendico ; nel povero in» 4« (L) Davanti: intendi. — Giova: 

'oode reali spirili, servili nel re. Rog, m' importa di le perchè V ame. 

fttODis Op. ma). : Ciascheduno punto (SD Davanti, Terx. ss. — Amman» 

«"«ferro, è centro ai diversi oriz- ti. Pietro: Corollarium ambltus ora» 

*>""i ùi quali i coni di diverse pira* tionls. t come corona all' intero ra- 



112 



PARADISO 



47. Sempre Natura, se Fortuna truova 

Discorde a sé, come ogn' altra semente 
Fuor di sua region, fa mala pruova. 

48. E se il mondo laggiù ponesse mente 

Al fondamento che Natura pone; 
Seguendo lui, avria buona la gente. 

49. Ma voi torcete a la religione 

Tal, che fu nato a cingersi la spada; 
E fate re di tal, eh' è da sermone : 
Onde la traccia vostra è fuor di strada, • 



glooamento; e gli si sovrappone, quasi 
manto alla veste. 

47.iL ) Natura: le facoltà naturali son 
combattute dalla fortuna. — k: di — 
Region: suolo. — Pruova: riesce male. 

(SD Region. Georg., I: Quidquae- 
que ftrat regio. 

(F) Fortuna: L'intelligenza per- 
mutai ri ce de' beni del mondo ( Inf. , 
VII). Natura e Fortuna chiama il Boc- 
caccio le due ministre del inondo. — 
Pruova. Conv., Ili, s: Le pian te .. /tan- 
no amore a certo luogo più manifesta- 
mente secondo che ia complessione 
\ richiede: e però ve demo certe piante 
lungo l'acque piantarsi,., e certe nelle 
piagge e a pie de' monti, le quali se si 
trasmutano o muoiono del tutto, o vU 



vono quasi triste, siccome cose dis- 
giunte dal toro amico 

48. (L) Fondamento: qualità propria 
a ciascuno. 

49. (L) Sermone: buono da prete. 
(SD Sermone. Grave odio aveva 

Dante a Roberto, sostegno perpetuo 
de'Guelfi che inviò a Roma 11 fratello 
perchè contrastasse all'entrata di En- 
rico VII. E Roberto scrisse sermoni 
sacri E a Venera nella Biblioteca di 
San Giovanni e Paolo se ne conser- 
vava parecchi : per Capitoli di frati , 
per solennità religiose; tra gli altri, 
uno in lode della guelfa Bologna. Glo. 
Vili.: Roberto gran cherico in i scrii- 
tur a. 



Le prime quattro terzine, languide, 
sono ristorate dalle sei che seguono, 
di nuova bellezza. Il verso recalo qui 
da una canzone di Dante stesso: Voi 
che* intendendo, il terzo del movete, 
rammenta l'altra citazione che nel 
Purgatorio fa egli di sé: Donne che a- 
vete intelletto d'amore; e la ripensare 
come l'amore di Dante ne' versi tal- 
volta fosse Intellettuale troppo, se, 
nella vita , non sempre spirituale. E 
I* amore e altro cose che non portano 
moti d'odio sono da lui figurale con 
tmagini di guerra spesso. E qui la 
Provvidenza del Sommo 'Bene è arco 
che saetta, cime nei primo Canto del 
Paradiso chiamò l'ordine posto da 
Dio nel visibile e nel morale universo. 
Una memoria d'odio, i Vespri, è qui 
toccata assai mitemente : e fa tanto 
più parere strano il silenzio della Lega 
Lombarda, e colpevole l' accenno al 



feroce Barbarossa. Sapiente l'altro 
accenno all'avara povertà, che ram- 
menta la cupida grettezza del governo 
tedesco m Italia, di quel governo che 
Dante improvvidamente invocava. 
Un onore e una nuova testimonianza 
d'affollo resa dal Poeta al prin- 
cipe amico è la digressione, che 
è posta in sua bocca, sopra le disu- 
guaglianze naturali e sociali degli 
uomini, sopra le vocazioni e gli istinti, 
sopra l'essenza della vita civile, e gli 
impedimenti che vengono alta li- 
berta pubblica dall'abuso della li- 
bertà privala, che pone I germi della 
tirannide, e si fa catena a sé stessa. 
La trattazione filosofica non è digres* 
sione propriamente ma parte essen- 
ziale e del Canto e del Poema negli 
iotendimentl di Dante. 'Ai quali però 
la schiettezza e l'altezza della dicitura 
qui non sempre s' agguaglia. 



canto vm. 113 



CARLO MARTELLO — LE SCHIATTE. 



Carlo Martello morto in giovane età , sperando più regni, e da cai 
molti speravano , è lodato da Dante con versi meno elaborati e meno* 
porgati cbe quelli di Virgilio a Marcello, ma più scTiiettl e più preziosi. I 
dne nomi si consuonano per un di que' casi che forse casi non sono : 
«ne certamente il Fiorentino scrivendo: Che s'io fossi giù stato, io ti 
mostrava Di mio amor più oltre che le fronde (4), rammentava: sten- 
derli terris hunc tantum fata, ne que ulti a Esse sinent -2». Nell'Eliso 
l'ombra di Marcello: Egregium forma juvenem e fulgentibus armis ; 
Sed frons laeta parum, et dejecto lumina vuttu... Sed nox atra caput 
tristi circumvolat umbra (3). Nel Paradiso di Dante la luce di Mar- 
tello: E quanta e quale vid'io lei far piùe Per allegrezza nuova che 
s'accrebbe, Quand'io parlai alle allegrezze sue l — La mia letizia mi 
ti tieni celalo, Che mi raggia dintorno, e mi nasconde <4>. Non l'ombra 
nasconde lui, ma la luce. Né qui han luogo i fati due volte richiamiti 
nel breve passo di Virgilio, ma la provvidenza del sommo Bene, che 
Carlo parlando richiama tre volte (5). Là Virgilio: Quae, Tyberine, 
videbis Panerà, cum tumulum praeterlabere reeentem I «6r, che e pic- 
cola idea d'esequie quali possono celebrarsi a chiunque ne faccia la 
spesa: ma migliore e più ampia menzione di fiumi e di paesi: Quella 
sinistra riva ehe si lava di Rodano, poich'è mi,to con Sorga <7> (e il 
fiume celebrato da: molti amori del cortigiano doveva risonare nei 
verso e nelle doloroso speranze dell' esule (8). - Da onde Tronto e 
Yerdt in mare sgorga (9). -Di quella terra che 'l Danubio riga Poi 
che le ripe tedesche abbandona «10». Qui avvicinate e dal ver<o del 
Poeta e dalla Storia, Puglia, e Provenza, Sicilia e Ungheria* -e il pen- 
siero del Fiorentino spaziare più ampio che quello del romano poeta. 
In Virgilio : Propria haec si dona fuissent. - Si qua fata aspera rum- 

(4) Terz. 19. - // mondo m'ebbe Già (8) Meglio semplicemente Rodano, 

poto tempo, E se più fosse stato..* che : Rapido fiume che d'alpestre vena 

(Terz. 47). Rodendo intorno, onde il tao nom* 

(2) JEn , VI. prendi, Nolte è dì meco dcsioào scendi 

(3)iEn., VI. Ove Amor me, le sol Natura mena. 

(4) Terz. 46 e 18. Dove il Poeta si fa filologo, e per più 

(6) Lo Bea sua provvidenza disgrazia sbaglia l'etimologia; dove al 

(Terz. 33 - Disposto cade a provveduto fiume è tolto quello spirito d'amore 

fine (Terz. 35)..- Provveder divino che la dottrina di Dante comunica a 

(Terz. 45). tutte le cose (Purg. XYIIj Par. , 1 ). 



W)jEo.,VI. * (9) Terz. 24. 

(7) Terz. SO. t(l0) Terz. 22. 

Dante. Paradiso. 



114 PARADISO 



pas (1), il se non è che adulazione, nobilitata alquanto dalla pietà che 
doveva sincera sentire la gentile anima del Poeta alla memoria di un 
gentile giovanetto e all'angoscia di sua madre ; ma in Dante : Se più 
fosse stato. Molto sarà di mal che non sarebbe (3>, il se, tuttoché una 
delie solite supposizioni con cui gl'infelici e i politicanti rifanno l'ir- 
revocabile passato, è tocco tuttavia più profondo. E se mio frate questo 
antivedesse, l'avara povertà di Catalogna Già fuggirla perchè non gli 
offendesse ; è un se minaccioso, giacché troppo va mista al dolore del- 
l'esule la minaccia, alte speranze gli sdegni. Ma il terzo *«, il cenno 
ai Vespri senza feroce compiacenza di vendetta, ma come sentenza 
che dichiara provocata dai tristi signori la pena e come avvertimento 
ad essi che non ne provochino di somiglianti, è uno dei luoghi dove 
la ragione spassionata del cantore e del fuoruscito fa miglior prova 
di sé (3). Ben più alto siepone egli qui come giudice vero de' fatti, 
come maggiore de' tristi principi e come uguale de' buoni ; né il verso 
Assai m'amasti, ed avesti bene onde (4), onora tanto il cittadino di 
Firenze che non foss' anco priore della repubblica e gentiluomo (e 
Dante poteva pur eoi nome di cittadino di Firenze agguagliarsi alle 
più potenti famiglie Hella terra), quanto onora esso Cario, it qual 
pare che, passando di Toscana, non solo s'affezionasse a lui» ma pren- 
desse a stimare i suoi Versi, se vogliam credere non a caso il ricorde 
ch'egli qui fa della Canzone: Voi che, intendendo, il ter mo ciel movete. 
E pregiare la poesia ed esercitatisi era ambizione di parecchi tra' 
prìncipi di quel tempo, che l'eleganza non ponevano tutta negli abiti 
e negli arnesi, né l'ignoranza tenevano essere addobbo di maestà. Il 
fatto si é che in questi sempiici versi e non solo più affetto e più di- 
gnità, ma anche più poesia che nel passo latino tanto celebrato dalle 
tradizioni scolastiche, le quali sono sovente senza saperselo, cortigia- 
nesche. Le iodi del giovanetto sono in Virgilio più amplificate che 
magnificate : Nimium vobis romana prof ago Visa pottns , Superi (t). 
Poi tre versi alle esequie; poi altri sei di lodi comunissimo e che 
nulla dicono: senonche il principio e la fine, quello accennante alla 
pietà d*una morte Immatura qualsia*!, questa alla pietà de' parenti , 
riempiono il vuoto del resto; e 11 tu Marceli** eris riman cosa sn- 
hllme, perché detto d'un che non è più sulla terra, detto dell' erede 
d'un gran nome, detto innanzi a una madre , e posto In bocca a un 
antenato divino, come fato antichissimo di sempre recente dolore. Tu 
sarai, a chi fu, suona mestizia profonda , e vaticinio a quante gran- 
dezze umane verranno e che passeranno. 1 gigli che seguono e i fiori 
purpurei {salvo inani munere bellissimo, e fatto più bello dalla ripe- 
tizione accamulem donit, ohe altrove sarebbe difetto ma qui confessa 
la vanità del desiderio e del dolore) sono rettorica , squisita si , ma 
rettorica ; nò valgono la luce e la gioia di cui Carlo si cinge, lo sposo 
della bella Clemenza : e quest' ultimo tocco serbato al princìpio del 
seguente Canto, è cosa degna di Virgilio il maestro. 

il germe della poesia nel Toscano ò più fecondo, si per l'incremento 
venuto al pensiero e all' affetto de' tempi, e si per le speciali circo- 
stanze de' fatti, ne' quali Dante ha parte più viva e più nobile che Vir- 
gilio non avesse : ma il flore della locuzione nel Mantovano è più 
eletto, l'aura de' numeri più soave. Virgilio non avrebbe Imagi nato 
che la cresciuta bellezza d' una donna potesse far fede all'Ingegno e 

(1) Mn. , I. e. Obtruneant tocios ignei* ad fastòria 

■' (3) Ten. 17. jaelant (Mn. Vili). 
i3) Virgilio, di Mwcniio: At fcesi (4) Ten. 19, 
tandem eivts, infonda furentem Armati (5) &ù . , V I . 
circumsistunh iptumque, éomumque : 



CAUTO Tilt. It5 



all'animo, del salire più alto nella contemplazione e nel godimento» 
Di tali progressi nel mondo invisibile, che non possono non innovare 
col tempo anco 11 mondo visibile, non poteva 11 lodatore di Mecenate 
formarsi concetto. Nò paja strano s'io dico cbe al sottile acume delle 
distinzioni scolasti cbe devesi in pirtela gentile novità delle due com- 
parazioni; dico delia fiamma che più viva discernesi entro alla fiamma, 
e della voce che più alto o più basso corre per entro alla voce; per 
denotare i gradi differenti di cose conformi e, nella varietà placente, 
la potente unità. Ma quando scendiamo alle cose meramente sensibili, 
l'arte del Fiorentino al paragone vien meno, e la seleoza le si fa im* 
pedimento: onde abbiamo i venti visibili o no;..* festini,... impedii» 
e lenti. Senonchè dalla regione aerea, quasi da valle profonda e oscura. 
il Cristiano si leva d'un volo, e con un solo verso dipinge 11 giro degli 
spirili armoniosi, che si riposa nella stella di Venere , e muove dal 
più sublime dell' empireo, e viene per tutta l'immensità dello spazio» 
continuando : Il giro pria cominciato in gli alti Serafini. La lingua è 
restia ; ma il pensiero la doma : o piuttosto , non si curando di do- 
marla, va oltre a suo volo. E questo sentesl nell'altro che segue; 
Tutti $em presti Al tuo piacer, perchè di noi ti gioì; dove l'affettuoso 
sentimento non ò cosi dolce ne' suoni, come In quell'altro men allo: 
La voce mia, di grande affetto impressa* Virgilio non si sarebbe fer- 
mato a distinguere V un giro , d' un girare , e d' una sete; ma non 
avrebbe neanche trovato nell'anima propria nò nello spirito de' suoi 
tempi quell'amore celeste che fa dire all'amico beato; per piacere a 
te, mortale infelice, esule errante, noi quietiamo i giri felicissimi della 
nostra fruizione, e venghiamo a ragionare con loco. Le ripetizioni in 
Virgilio non mancano, e parecchie in servigio del numero, non però 
quasi mal che l' imagi ne e il sentimento non se ne vantaggino anche 
essi; ma non ci si ritrova la cura cosi continua dell'infondere nel 
verso la scienza, carne in Dante, che a ogni tratto mette a riscontro 
sii atti dell' intendere con quei del volere ; siccome qui nel!' accenno 
degli occhi contenti e certi. Virgiliana nello spirito se non nella squi- 
sitezza de' numeri, ò la ripetizione ne' versi ; E quanta e quale vid'io 
hi far piùe Per allegrezza nuova-, che s' accrebbe s Uentr io parlai* 
alle allegrezze sue t Degno dei Poeta latino, anco per la dolcezza pò* . 
lente, gli ò il versò : La mia letizia mi ti tien celato. Nò questa rima 
discordante un po' dalla gentile imagine, tolga pregio alla similitudine 
dei filugello, nuova e così acconciamente adattata. 1 tre versi cbe toc- 
cano l'amicizia dei principe col poeta sono di semplicità insuperabile 
a Virgilio stesso che, a crearli, volevasi una lingua novella, una na- 
zione novella, nazione di repubbliche e non di principine di magnati. 
E scusano la soverchia geografia della descrizione che viene appresso, 
^ qual però era difficile, nell' ampiezza e moltiplicità degli accenni, 
fare più snella L' erudizione di Tifeo, neir atto del negare la favola 
del gigante, il ai fa sentire quasi montagna che pesa sulla vasta fan- 
tasia dello stesso poeta. E la saetta cbe questi vibra da ultimo contro 
un re disprezzato, esce dall'arco quasi spuntata e stanca, dacchò la 
tenerezza degli affetti significati par che lo renda invalido all'ira. 

U dire che Carlo fa, suo fratello Roberto di padre liberale essere 
disceso avaro, dà luogo al Poeta di domandare d' onde tale diversità 
«li nature tra gli uomini della medesima schiatta. Carlo risponde: Dio 
^'ministri della sua provvidenza i cieli e 1 gran corpi agglrantlst In 
essi, per il moto e la luce de' quali, e per l'operazione degl'intelletti (1> 
angelici che li governano, ò provveduto al benessere e al finale esito 

(1) Dion. , llier. cocl.: Menti superne, oh angtli; Ps. CJXXV, 5 : Feeit eoeUs 
in tnfrffeefM. 



110 PARADISO. 



di ciascheduno de* minimi enti, come richiede il disegno d'una mente 
perfetta (1). Ora al benessere di tutti gli uomini e di ciascheduno ri- 
chiedevi ch'eglino vivano in società, a che li ordinò la natura (1); 
né società potrebb'essere senza che diversi ufrtzii agii uomini fossero 
distribuiti (3 ; la quale dissomiglianza non può non portare disugua- 
glianza di condizioni : e questo solo possono la giustizia e l' tucivili- 
mento operare che tutte le condizioni abbiano dinnanzi alla legge 
uguali diritti, tutte nell'opinione pubblica siano moralmente onorate 
se moralmente operose, nessuna sia impedimento al perfezionarsi e 
dell'uomo singolo e della sua schiatta; e le più materiali vengano no- 
bilitate e alleggerite da' sentimenti generosi , da cognizioni elette, e 
da altre occupazioni eserciianti più acconciamente lo spirito; le più 
spirituali siano ragguagliate alle altre dal costume pubblico e dall'al- 
terno uso- di più materiali lavori da' quali anco il dotto e l'artista ed 
il governante possono attingere e sanità e ispirazione ed utili espe- 
rienze. 

Però dice Carlo Martello, uno nasce governante di repubblica e l'altro 
re, uno sacerdote e uno artista. Ma il figliuolo non nasce con le di- 
sposizioni stesse del padre : non già che la natura non tenderebbe a 
produrre sempre simili effetti (4), ma la Provvidenza li vuole variati 
acciocché sia consegnila l'utilità sociale. Così disse altrove ancora più 
rettamente: Rade volte risurge per li rami L'umana probitate : e 
questo vuole Quei che la dà; perchè da lui si chiami (5). E quel che 
ivi ò detto della probità, qui si stende anco a men liberi doni, accioc- 
ché riconoscaci tutti venire da Dio, e perché l'uso nel libero arbitrio 
ha parte anco nell' esercizio dì quelle fa gol là che più paiono innate. 
Cotesto varietà di attitudini vengono, secondo Dante, ministrate dal- 
l'influenza de' cieli : e alla Provvidenza egli reca che due gemelli na- 
scano con indoli diverse, dove non poteva aver luogo la diversa in- 
fluenza. Ma questo fatto naturale della diversa indole de' gemelli po- 
trebbe in parte anco spiegarsi da questo, cho non é dimostrato che la 
concezione di due facciasi sempre nel medesimo punto , e che le di- 
verse disposizioni corporee e morali del padre e della madre devono 
potere sui feti. Poi, data anco la concezione a un tratto, rimari sempre 
che nell'uno dei due possa più il temperamento del padre o de' mag- 
giori di lui, sull'altro della madre o di quelli de' quali ella nacque ; 
rimane che la differente postura nel seno materno, e le Impressioni e 
lo svolgimento differente che ne provengono, anch' essi debbono in- 
durre varietà. Poi rimangono le differenze tanto, che negli usciti alla 
luce porta 11 diverso venire degli oggetti esterni, e il diverso modo 
come que'due per ugualmente amati e trattati che siano da' genitori 
non possono pure dagli altri non essere trattati e amati. 

Da ultimo notasi che la natura, ministra della Provvidenza, se nella 
scelta dello stato non sia combattuta dalla fortuna, fa buona riuscita 
sempre; ma che il torcere alla religione 1 disposti alla guerra e il 
fare re di chi sarebbe buon frate predicatore o anco non predicatore, 
é cagione che gli uomini e le società si disviano. Qui fortuna ha in 

(1) Som., 2, 2, 1 : La natura piglia distinti alti ovvero uffìzi*. - 1, 2, i : JI 
principia da cote perfette. Perthè le reggitore che intende al bc»e cornine 
cose imperfette non ti conducono a per- muove col evo comando tulli i p ir/tto- 
fczione te non per cote perfette preetì lori uffizii delia città. Deità diversità 
tlenti. degli u fluii, vedi Som. , 2 , 2 , 1*3. 

(2) Anche la Somma (2,2, 109,) : (4) Som , 1, 2, l: La forma dette- 
L'uomo è animale tociale. nerato è conforme a quella del gene* 

(3) Som. , 8. 8 : Vn corpo diteti una rantc. 

moltitudine ordinata insieme secondo (5) Porg., VII, t, 41, 



CANTO Viti. il 7 



parte almeno il senso volgare ; non è quella che volge la sfera delle 
sorti mondane con le altro Intelligenze celesti» o beata si gode (1). 
Senenchè, in quelle stesse vicende che paiono tutte volte dal volgere 
degli umani capricci ribelli alle naturali e celesti influenze ; in quelle 
slesse, per quanto concerne l'esito finale, domina quella Fortuna che 
è Angelo ministro della giusta infallibile Provvidenza. 



(l)Inf., VII, t. 33. 



llS * Paradiso 



CANTO IX. 



ARGOMENTO. 



Oli parla Vunizzà sorella del tiranno Ezzelino , don- 
na d'amore ; e predice le sventure della Marca Trivi- 
giana e di Padova, e i misfatti di Feltre ; Come Carlo il 
marito di Clemenza dice di re Roberto di Napoli. Poi 
parla Folchetto di Marsiglia, amoroso poeta, che finì mo~ 
naco; e gli accenna Raab la meretrice, salva per un atto 
d' amore : poiché solo amore della nuova legge , e pietà 
de' due in sua casa nascosti potevano scusare tale atto 
che, in altra condizione di cose direbbesi tradimento. Da 
Raab, occasione alla prima vittoria di Giosuè in Terra 
Santa, passa il Poeta alla noncuranza in che hanno i 
cristiani quella terra, e all' avarizia de' prelati di Roma. 

Nota le terzine 1 alla 29; 32 alla 36; 38 alla 44 ; e le ultime duej 

, 1. JJappoichè Carlo tuo, bella Clemenza, 
M'ebbe chiarito; mi narrò gl'inganni 
Che ricever dovea la sua semenza. 

2. Ma disse : — Taci; e lascia volger gli anni. — 

Sì ch'io non posso dir, se non che pianto, 
Giusto, verrà dirietro a* vostri danni. 

3. E già la vita di quel lume santo 

Rivolta s' era al Sol che la riempie, 
Come a quel Ben ch'ad^gni cosa è tanto. 

i.(L) Chiarito come dai padri dif- Carlo: nel 4309 —Ricever, taf., XX, 

feriscano i figliuoli. - Semenza : fi- t. ss : Inganno riceveste. 

gliuoli, *• (L> Pianto: i danni a voi fatti sa- 

(SL) Dappoiché. Vive in Toscana, ranno dolore ai nemici vostri. 

— Clemenza. Moglie di Carlo, figliuola (SL) Volger. Ma., I : Volvenlibus 

di Rodolfo, la quale mori di dolore anni*.— Vostri. Dice votlri, perchè 

per la perdita del marito : o, secondo Clemenza vantava anch' essa diritti a 

altri, la figliuola di Carlo, moglie di quella corona. 

Luigi X re di Francia. — Inganni. 5. (L) Vita: Carlo— Sol. Dio cb'eni- 

Roberto, fratello di Carlo Martello, pie ogni cosa di sé quant' essa è ca- 

»' intruse poi nei regno di Napoli e pace, 
di Sicilia , e n' escluse fi figlio di 



CANTO Ct. 



lift 



4. Ahi, anime ingannate, e fatture empie, 

Che da «iflatto ben torcete i cuori, 
Drizzando in vanità le Vostre tempie! 

5. Ed ecco un altro di quegli splendori 

Vèr me si fece, e il suo voler piacermi 
Significava nel chiarir di fuori. 

6. Gli occhi di Beatrice, ch'eran fermi 

Sovra me come pria, di caro assenso 
Al mio disio, certificato férmi. 

7. — Deh metti al mio voler, tosto, compenso, 

Beato spirto (dissi); e fammi pruova 

Ch' io possa in te rifletter quel eh' i' penso. — 

8. Onde la luce che m'era ancor nuova, 

Del suo profondo, ond' ella pria cantava, 
Seguette, come a cui di ben far giova : 

9. — In quella parte della terra prava 

Italica, che siede intra Rialto 
E le fontane di Brenta e di Piava, 
10. Si leva un colle (e non surge molt* alto), 
Là onde scese già una facella 
Che fece alla contrada grande assalto. 



. (SL) Santo. JEù., Il: Sanctum 
ttdus. 

*. (SL) Fatture. Non leggo fatue 
ed empie, fri percué fatue dopo ingan- 
nale torna fiacco e lllaogui.Oisce anco 
l'empiei «1 perchè anime reggerebbe 
tulio il costruito , e verrebbero date 
*!f!go (e tempie* In questo senso 
/tara è nel XVH del Purgatorie*, 
UNÌ Cantra' t Fallare attorra mìa 
fallar a. — Tempie Par.. TI, 1.4: Dri^- 
Mite't cotto PsaL CXXXI , s: He- 
■juirm temporibus mri^ a Uro d'I atta 
fa barba nv\ Pura.. XXXI, 

{Fi Vanita. Paul. IV, s: A che 
aitiate voi vanità e cercate rtttMztwtìa. 
-CXVHI, 57: .Rivolgi ali occhi miri 
tbtJiQH ìttauano vanità "Deul., X\XH, 
si;B« . Iti, XVI, J3 ; Esrìr. , li L :; 
Mj. XXXI, s; Ps:n. XX v , 4. - XXX, 7. 
-XXXIX, Sj'ECCl.* II. 

I |Ll Ftirmi : recero me rei lo d h us- 
rttì» tu mlu desiderio Ut oarthre. 

lff>Prta Par.. Villi il. - G'r- 
<)teàtù. Per certo. Som.: Certi ficai ur 
■« to. Qui non bene chiaro, 

*\h\MiUÌ- soddisfa* — Fantini: 

radami otoe ui vedi uuelio cu io 



8. (L) Giova : piace ; e tenie gio- 
varsene. 

(SD Cantava. Par., Vili» t. 40. — 
Giova, in due parole raccolti I .versi 
del XVIII del Paradiso, t. 30; E come, 
per sentir più dilettanza Bene ope- 
rando , /' uom di giorno in giorno 
S' accorge ette la sua virtute avanza. 

9. iL) parte: Marca Trevigiana. — 
Fontanelle mettono nel golfo di 
Venezia. 

(SD Parte: JEti., Hi: Ausonia 
pare itla. — Prova. In f., XVI, t. S: 
Terra prava, la toscana. — RiattQ. 
Anoo : Anticamente Vlnegia si chia- 
mò Rialto. — Fontane. Di fiume, 
Purg., XXXIII, t 38 — Piava. Descri- 
vesi la contrada eli' è ira Venezia e 1 
fiumi Brema e Piave, e segnalamento 
il villaggio di Rumano oggi Romano 
di sopra e di sotto. Venezia è Indicata 
per r isola di Rialto , che Tu la prima 
tra le isoietie delle lagune, intorno a 
cui si raccolsero I Veneti di terrafer- 
ma fuggenti da' Barbart ; nido della 
illustre repubblica. 

40. (L) Colle, ov* è il casello di do- 
mano. — facella : Ezzelino. — Cwt- 
trada : paese. 



120 PARADISO 

IL D' una radice nacqui e io ed ella : 
Cunizza fui chiamata: e qui rifulgo 
Perchè mi vinse il lume d'està stella. 

12. Ma lietamente a me medesma indulgo 

La cagion di mia sorte ; e non mi noia: 
Che forse parria forte al vostro vulgo. 

13. Di questa luculenta e cara gioia 

Del nostro cielo, che più m' è propinqua, 
Grande fama rimase ; e, pria, che muoia, 

14. Questo centesim* anno ancor s' incinqua. 

Vedi se far si dee 1' uomo eccellente, 
Sì eh' altra vita la prima relinqua. 

15. E ciò non pensa la turba presente 

Che Tagliamento e Adice richiude; 
Nò, per esser battuta, ancor si pente. 

16. Ma tosto fia che Padova al palude 

Cangerà l'acqua che Vicenza bagna, 
Per essere al dover le genti crude. 



(SD Facella. Una fiaccola sognò 
Ecuba Incinta di Paride ; e cosi so- 
gnò, dice Pietro, la madre di Ezzelino. 
Di lui. nel XII dell'Inferno. Mn\ VII : 
JSec face tantum Cisseis prceqnans 
igne» enixa fugate* . . . Punestasque 
iterum recidiva in Pergama tender,. 
Lucan.. X (d* Alessandro) : Sidus ini- 
quum Gentibus. 

44. (L) lo, sorella sua. — Vinse: 
amai. 

(SD Radice Non fata con facella. 

— Cunizza. Posili Cael.: Fuii magna 
meretrix. A non : Viste amorosamente 
in vestire , canto e gioco ; ma non in 
alcuna disonesiade .... consentì. — 
Vinse. JEn , XII : Vlctus amore. 

4fl. (D Indulgo: perdono a me il 
mio fallire che mi fu perdooato : cosa 
difficile a intendere al più degli uo- 
mini. 

(SD indulgo. Ovld. Mei. , X : /*- 
dulgere siiti , formamque anger e co- 
lendo. 

45 <D Luculenta : più che lucente. 

— Gioia : Folchello. — Muoia la fama. 

(SD Gioia. V Otturi* : Fu dici- 
tore in rima di cose leggiadre... , che 
furono e saranno per fama graziose 
al mondo ; ond' elli avrà lunga nomi- 
nanza. 

44. (D incinqua : passerà cinque se- 
eoli. — Altra : la vita del corpo lasci 
dopo sé la vita del nome. 

{SL) Incinqua. Dayanz. : incin- 



quavansi i magistrati (quintupli- 
carsi) Nelle postille : Omero , Dante 
fi tutti i grandi formano nomi delle 
cose. Ha meglio torli dall' uso. — Im- 
millarsi, moltipllcarsi per mille, Par., 
XXIX. — Prima. Costrutto ambiguo. 

— Relinqua. Petr., Trionfi : Virtù re- 
lingue. 

45. (SD Adice. Purg., XVI, t. 99. La 
Marca Trivtgiana allora al stendeva, 
a un dipresso , in questi, confini. 
Quindi più chiara la ragione di no- 
minar Feltra a proposito d* un si- 
gnore dimorante sulr Adige (Inf. , 1). 
E notisi che il Friuli neli' oliavo se- 
colo andava quasi fin sotto Verona : 
forse a memoria di Giulio. — Battuta. 
- Da Ezzelino e da Alberigo suo fra- 
tello e dagli altri tiranni della Marea. 
(F) Battuta. Jer. ,11. 50: Invano 
percossi i fìqliuoli vostri : non rice- 
vettero disciplina Psalt, CXXXV. 47: 
Percussit regesmagnos Purg, XIV, 
v. ult. : Onde vi batte Chi tutto di- 
scerne. 
46 (D Cangerà: tingerà in rosso. 

— Acqua del Bacchig Itone là dove 
impaluda. 

(SD Padova I Padovani violi da 
Cane (Vili., IX. 61). Predice la rotta 
che Iacono di Carrara ebbe dallo Sca- 
ligero ne' borghi di Vicenza il di n 
settembre 4944. Altra rotta ebbe nel 
4948 (Vili., IX, 97). - Crude. Par., XI. 
t, 99 : A conversione acerba, la genio 



CANTO IX. 



121 



17. E dove Sile e Cagnan s' accompagna, 

Tal signoreggia e va con la test* alta, 
Che già, per lui carpir, si fa la ragna. 

18. Piangerà Feltro, ancora, la diffalta 

Dell' empio suo Pastor, che sarà sconcia 
Sì, che per simil non s'entrò in Malta. 

19. Troppo sarebbe larga la bigoncia 

Che ricevesse il sangue Ferrarese, 

E stanco chi '1 pesasse a oncia a oncia, 

20. Che donerà questo prete cortese, 

Per mostrarsi di parte. E cotai doni . 
Conformi fieno ai viver del paese. 

21. Su sono specchi, (voi dicete Troni) 

Onde rifulge a noi Dio giudicante ; 
Sì che questi parlar* ne paion buoni. — 

rareai guerreggiami coi papa, il ve- 
scovo, aliora signore di Fellre, li 
prese e diede al governatore di Fer- 
rara per re Roberto, II. Pioo delia 
Tosa , che li fece morire. Il vescovo 
morì nel isso in esilio. Al dir dell' A- 
nonimo, fu tanto battuto con tacchi 
di rena, che, corrono dentro tutto il 
sangue, le interiora ne mandò per Id 
egestione. Questi . fu mollo guelfo ed 
aveva giurisdizione nello spirituale e 
nel temporale. Tra'Ferraresi eran due 
de* Fontana, parenti di Dame; e un 
priore. Tormentati . palesarono altri 
amici ; e ne Tu morti trenta. I loro 
fautori uscirono; e fecero parte, col 
titolo di Fontaoesi. Anon : // vescovo 
di Feltre tutta la sua giurisdizione 
che aver a, civile e spirituale, condusse 
ad essere sotto la tirannia di quelli 
da Cammino , e la cittade di Feltro ; 
però ahe , ripugnando con loro, e 
sempre operando male , M. Piccar do 
il fece uccidere: per la cui morte 
tanta paura ebbero II elettori, che a 
volontade di M. Riccardo il seguente 
e li altri seguenti vescovi furono 
eletti. — Malta Torre sul lago di Boi- 
sena, delta anche Marta, dove 1 papi 
chiudevano i chierici per grave mis- 
fatto ; che quivi morissero. Celestino 
essendo fuggito da Monte Cassino, 
dov'era sotto custodia dell'Abate, 
T Abate fu da Bonifazio Vili chiuso 
in Malta . dove pochi di visse <Piplo. 
Chr.c st). Malta rammentava a Dante 
la credula colpa d' un suo oemico. 

90. (L) Che : il qual sangue.— Parte : 
devoto alla parie sua. 

U\ (L) Su : oeir empireo, — Dicete ; 
dite. — Buoni : giusti. 



noo disposta alla fede. Uor. Carm., 
HI, u : Nuptiarum espers,ctadhuc... 
Cruda marito. 

n. (L) Dove : in Treviso. — Tal : 
Riccardo da Camino. — Carpir : pren- 
dere. 

. (SL) Sile CAnt.] Osserveremo.!.?. 
Che per la confluenza d«l Stlè e del 
Cagnano è inteso Treviso, i « Che il 
piccol Qume, il quale mette in Sile 
alle mura di questa città , non più 
Cagnano ma appellasi Bolteniga. 3 « 
Che per Malta iruendesi una torre ad 
uso d'aspra carcere, fatta fabbricare 
dal Governo Pontificio sulle rive del 
Mago di Bolsena dove forse ha princi- 
pio il fiume Marta* per chiudervi gli 
ecclesiasiici rei di grave dedito. — 
hagna. Tramarono ucciderlo , nel 
isis mentre gìuocava a*li scacchi, li 
macchinatore fu uo Attinesi de' Cai- 
no! trivigiano. L' Ottimo lo fa ucciso 
da Cane per mano d' un* villano col 
trattato di certi gentiluomini del 
paese. Il Boccaccio dice che a tavola 
perniano di un pazzo, di cui si vai- 
fero i signori a lui confinanti per tor- 
gll la signoria. Il Muratori nella nota 
al Mussalo (VI, rub io> vuole la con* 
giara tramata dai Ghibellini , e lo fa 
ucciso con un ronco da un contadino, 
e l'uccisore fatto in pezzi dalle guar- 
die o da' congiurati Ma Dante , cre- 
d' io , non credeva complice lo Sca- 
ligero. m % 

Js. (Li Diffalta : il mancar di fede. 

(SL) Dtf fatta. Inf., XXVIII, t. 18: 

Falto, un misfatto orribile. <*- Pastor, 

Giuliano. Novello di Piacenza , uomo 

guelfo (altri dice Caia di Luscfa fel- 
rino). Rifuggiti in Feltro tredici Per- 



122 



PARADISO 



22. Qui si tacette : e feceuù sembiante 

Che fosse ad altro volta per la ruota 
In che si mise, com* era davante. 

23. 1/ altra letizia che m' era già nota, 

Preclara cosa mi si fece in vista, 
Qual fin balascio in che lo sol percuota. 

24. Per letiziar lassù fulgor s' acquista, 

Sì come riso qui : ma giù s' abbuia 

L' ombra di fuor, come la mente è trista* 

25. — Dio vede tutto; e tuo veder s' inluia 

(Diss' io), beato spirto : sì che nulla 
Voglia di sé a te puote esser fuia. 

26. Dunque, la voce tua, che '1 ciel trastulla 

Sempre col canto di que* fuochi pii 
Che di^ei ali fannosi cuculia, 

27. Perchè non soddisface a' miei disii? 

Già non attendere' io tua dimanda 
S' io m' intuassi come tu t' immii. — 



ISLV Specchi. Nel Par., XXI cosi 
ubianiii un olanda — U*tàni< lles ,11. 
XV, ir v Himi ar miiiì ucrmones luì 
botti et ftt*ti> 

tFJ Tettiti. tGreg \ Troni dall' I- 
nabUaiìoneilWln* Te rio ordina [In- 
fili .insula pa'qu Ali Dio giudica l juol 
giudici ; e in quelli .iplunde come m 
iipecehlu la fi milizia dmnatSoin.L 
Piai IX, s : s'l-./hìn super thrmium. 
qui ju il tea 9 1 tutti inai Dan.. Vii.»: 
thrmtf pruniii mnt. e-taniU}ttwi die* 
turn ttdet. Ad Golosi,, I ,16, Par., 
XXVIII. I, H. 
ai. (Li lì no fa del girare. 

(SD Sembiante* laf., IX. L u; 
Fé* sembiante lì' uomo cui altra cura, 
siringa e morda. 

sj |D Atira: Palchetto. — //afa* 
scio; pi «tra prejdoaa. 

(SLi Letizia, Siccome frinla dal- 
r olititi fu delta Li |iìo4ra preziosa; 
(! dal prezzo ù\ (\n&ela , gioia la |u:r- 
aona cara; coti tetiUa qui r anima. 
— ilalaxctg, Net II del Puradis'uL. "'» 
il pianala della Luna. Marr/herira. 
>»:1 XXXI del Painaiurlu tt Jt> *wh> 
midi «ti ocelli di Uealfice Fina fona- 
lo r anima di Cacti liquida iPar . XV, 
L mt aiuti, /i^nm^^i (Par. t XX, v. 
uk lètftmme (Par,. XVIIL l. iSJ 

li. (L> Per In «rana di. — <?*U : 
Qttl mondo. — iftMwta ; et fa raso Ul> 
cetile. 



(SL) Abbuia. Ottimo : QwaMrfo 
/' uomo piange abbuia nel vuò. Ha 
dal dolore dei inali della Cfcìesa le 
potenze celesti si eccl Usano (Par., 
XXVII). 

■15 (L) S* inluia: penetra a lui. — 
S4 ; Dio. — Fuia : oscura. 

(SD Inluia Simile sWimpar adu- 
sar e, insinuare, ed esprìme i'unioae 
Intima In certe lingue, e de' pronomi 
e delle panicene rannosi verbi. — 
Fuia. taf, XII, t 30. 

ss. (D Fuochi : Serafini.-* Cuculia: 
cocolla, velo al capo. 

(SD Trastulla lo senso non ta- 
glerò., Purg.,XlV, i. M: Del banrì- 
chiesto al vero e al trastullo,— Fuor 
chi. &o» II: alerai ignee - Seraph 
vale ardente. — Cuculia, Nel XX VI 
del Purgatorio (l. 43) fa Cristo abate 
del oniotiro celeste : ma <*ui caca/la 
nessuno dira che sia bello. 

(P) Sei. IsaL, VI, i-i: Vidi il Si- 
gnore sedente in soglio eccelso.- Sera* 
fini erano in alto : set ala air une, è sei 
all'altro ; con due velamno lu, faccia, 
con due i piedi, e con due volavano s 
e dicevano Vun con l'altro: Stelo, 
Santo. Santo. Rag. , MI» if : Gif r«- 
Buwrdi gli abissi, e 44*4* ***** i Che- 
rubi. 

t». a* Mutasi : ae v«4asa' W u uu> 
pensiero come \% Tinte* 



CANTO IX. 



123 



28. — La maggior valle in che l' acqua si spanda 

(Incominciaro allor le sue parole), 

fuor di quel mar cha la terra inghirlanda, 

29. Tra discordanti liti, contra '1 sole 

Tanto sen va, che fa meridiano 
Là dove l'orizzonte pria far suole. 

30. Di quella valle fu* io littorano , 

Tra Ebro, e Macra, che per cammin corto 
Lo Genovese parte dal Toscano. 

31. Ad un occaso quasi e ad un orto 

Buggéa siede, e la terra ond'io fui, 
Che fé* del sangue suo già caldo il porto. 



2ML) Valle: il Mediterraneo. — 
Mar: Oceano. 

(SL) Maggior : Dall' Oceano che 
circonda la terra iinagina il Poeta 
diffondersi l' acque nelle valli e for- 
mare i mari. Stai. Achilt, I: Pelagi 
sub volte sonora. Cic, Somn. Scio.: 
Omnit... terra.,, parva quaedam in- 
sula est, circumfusa ilio mari, quod 
Attaniicum, quod Magnum , quem 
Oceanum appellali* in lerrU ; qui la- 
mai, lauto nomine, quam *it parvus 
tiies. — Mar Som. : L'Oceano cinge 
intorno la terra. An., VI: Magnus 
obeuntia ter ras., maria. — Inghir- 
toi?(te.,lor. t XIV. Una selva è ghirlan- 
da a un campo arenoso, un fosso alla 
«tifa Pur*., XIII: Cornice che (tu 
nulla sponda s' inghirlanda. 

m (Lì Tra: ira Europa e Africa.— 
Contro: d'occidente io oriente. 
. M (SD Contra. Dallo stretto di Gi- 
omerra dove 11 Mediterraneo comin- 
cia, Terso Palestina ove termina. Par., 
VI, LI: Cantra 'l coreo del del.— 
Liti. D' Europa e d' Africa d «cordanti 
per fede, per costumi, per armi. <JBn., 
IV: litora li tori bus contraria.-' Me- 
ridiano. Il cerchio cbe serve di meri- 
diano all'una stremila del Mediter- 
raneo, è orizzonte all'altra. (Inf., XX, 
L ts; Pura., XXVII. in princ.) 

» kU Fu' : nacqui a Marsiglia. — 
torto; la Magra corro per diritto ca- 
sale. 

(SL) Littorano. Figlio d' un ric- 
co mercante di Genova* nacque io 
■arsluiia (Nostradauao). Di Marsiglia 
lo fa Dante slesso nella Volgare filo- 
tyfcnudl, 6). Oli.: Seguia II nobili 

nomini... e trovò in provenzale coble, 
nrvtntesi ed altri diri per rima : fu 



molto onorato dal re Riccardo d' In* 
gtiilterra, e dal conte Ramondo di 
Tolosa, e da Barale di Marsiglia: 
nella cui corte conversava. Fu belio 
del corpo, ornato parladore, cortese 
donatore, ed in amare acceso, ma co- 
perto e savio : amò per amore A data- 
già moglie ài Barate sur* tfijrtnrr • r. 
ptr rievttrirsi facta H§nà \i' amore 
Laura di s aiutiti, e Ukilina di Pan* 
ievete t iiroectuedt UaraieCm clù l"i- 
iiiii.iv.i i\ Mostro: i*i ehv vedasi la 
Vila ltaott>ì ma più iì copriva verta 
laura, dr che Barale ti diede cangio ,- 
tna, morta la wiagfie di [tarale, do- 
glia v\aravi(ìtium m presti * rendè sé 
con tu moglie e ti ne nani fui li noli aet- 
i'Or dine iti Cesteria ( pòi fa [alto 
abaie *Ii Taf Otiti lo, e poi vescovo di 
JHarstlt* d' onde cacciò motti ere liei. 
Fu caro a II Secarlo ti' itinUiUerra e 
ail Alfonso IX — KUr*t. A fHmenle, lu 
I spn fi iva ; shocca nel Medi terraneo in 
Catalogna Lo nomina Virgilio (jEa,, 
1:- — Macra. A Levatile. Condriti ira 
la Toscana e il Ueqovene. Haraiglia è 
in meno tra Magra ed Ebro, 
si. (U Bugqea : Bugia in Barberia. 
(SL) Buggea. Marsiglia e Bugia 
sono quasi sullo al medesimo meri- 
diano : differisce di longitudine d'un 
! ;rado circa. — Siede. Inf, V: Siede 
a terra dove nata fui. Sulta ma- 
rina. .. — Terra. Marsiglia assediala 
da Bruto, quando Cesare andava la 
lspagna. •' i nsangui nò (Caes. de Bello 
Gali., II). Luean., Iti: Cr«or alias in 



undis, Spumai. Fu sangue sparso per 
la libertà. - Caldo. AQ., »*: Tenir 
éumque recenti Caede lacunt. - *H ^ 



Stecaìent mastro Tiberina fiamm 
Sanguine» 



124 



Paradiso 



32; Folco mi disse quella gente a cui 

Fu noto il nome mio : e questo cielo 
Di me s* imprenta, com' io fé' di lui. 

33. Che più non arse la figlici di Belo 

(Noiando ed a Sicheo ed a Creusa), 
Di me, infin che si convenne al pelo; 

34. Ne quella Rodopéa che delusa 

Fu da Demofoonte ; né Alcide 
Quando Iole nel cuore ebbe richiusa. 

35. Non però qui si pente, ma si ride, 

Non della colpa, eh' a mente non torna, 
Ma del Valor eh' ordinò e provvide. 

36. Qui si rimira nell* arte eh' adorna 

Con tanto affetto, e discernesi il bene, 
Perch'ai mondo di su quel di giù torna. 



ss. (D Imprenta : Venere splende 
della mia luce; com* arsi io della sua. 
(SD Nolo. L* Ariosto d' un ca- 
vallo : Chi lo conosce Rabicani l'ap- 
Dell*. Forse accenna al poco spazio 
di questa poca terra al qual si stende 
la fama. 

ss. (L) Figlia: Didone. — Me, che 
arsi d'Adalagia — Pelo. Giovanile. 

(SD Arse. Ma., IV: Ardei antan» 
Dldo. - Urilur infelix Dido. - Caeco 
carpìiur igni. — Belo. Mn„ I : Geni- 
lor ttelus. — Sicheo. Ma , I : Paula- 
lim abolere Slchaeum Incipit, et vivo 
tentai praeveriert amore Jampridem 
residex animos. - IV : Non servata 
fide» cineri promista Slchaeo.—Creu- 
sa N'accenna anco nella Monarchia. 
In Virgilio non é toccato di ciò. che 
ami é detto lacrumas di ledete pelle 
Creuiae; e soltanto : nati serva com- 
munis amorem{Mo„ Il) Ha Dante che 
pensa alla morta moglie d' Enea , 
avrà alla sua. viva, pensalo più che 
certi cementatori non vogliono. 

Si. (L) Quella: Fillide. 

(SD Rodopea. Hodope monte 'di 
Tracia. Ovid. Her., Il : Hospita. De- 
mophoon, tua te, Rhodopela PhytUs. 
E promise tornare : mancò : ella mori 
sospesa ad un albero. Qui Pietro cita 
Virgilio (Bue, V): Phyllidh ignes. — 
Delusa. Ma. I: Lusil amantem. — Al» 
cide.Ovìd. Ber., IX. Semini. -.Ercole 
ritenuto dallo amore di Joles. — Ri» 
chiusa. Purg., XVI, t. 44 : Dio m* ha 
in sua grazia richiuso. 

ss. (L) roma; spenta in Lete. 
— Valor divino. — Provvide a vostro 
bene. 



(SL) Pente. Qui pentere all' an- 
tica, sta senza il si, come in latino : 
altrimenti, due si sarebbero più ri- 
chiesti. — Torna Purg., XXVIU, t. 4». 

— Valor. Purg., XI, La : Laudato sia,. 
'I tuo valore. Par., X, 1. 1 : (di Dio) 
Ineffabile Valore. 

(F) Ordino. Cant. Cantic, II, *: 
Ordinava in me charitatem. 
36. (D Adorna .-'dispone bellamente. 

— Perch' : onde il bene terreno tor- 
na in onore de' beni celesti. 

(SD Adorna. Ai Latini vale e ap- 
parecchiare ed ornare. — Torna. Non 
vale ritorna, che sarebbe la parola 
della precederne terzina, nella mede- 
sima rima : si reca cade sotto, come 
in Virgilio: Quoque redtt medium 
Rhodope porrtela sub axem. Cosi 
dicesi tornare il conto e, assoluta- 
meli te, tornare. 

(Fi Arte. Le influenze superne 
fanno simile al cielo la terra. Conv : 
Discendere la virtù d'una cosa in al- 
tra, non è altro che ridurre quella 
in sua similitudine. — Torna. Non 
chiaro a noi, ma potente In sé, per- 
ché dice come dall' apparente svlars i 
e disordinare mondano la Provviden- 
za faccia da ultimo tornare il suo 
conto, il grand' ordine dell' univer- 
so ; come il mondo inferiore, anco ne- 
gli enti liberi e abusami della liber- 
tà, rimanga pure suddito del super- 
no ; come le leggi dell' inferiore non 
s* intendano se non recate a più 
alto, y 



CANTO IX. 425 



37. Ma, perchè le tue voglie tutte piene 

Ten' porti, che son nate in questa spera, 
Procedere ancor oltre mi conviene. 

38. Tu vuoi saper chi è 'n questa lumiera 

Che qui appresso me così scintilla 
Come raggio di sole in acqua mera. 

39. Or sappi che là entro si tranquilla 

/ Raab: ed, a nostr' ordine congiunta, 
Di lui nel sommo grado, si sigilla. 

40. Da questo cielo, in cui 1* ombra s' appunta 

Che *1 vostro mondo face, pria eh' altr' alma 
Del trionfo di Cristo, fu assunta. 

41. Ben si convenne lei lasciar per palma, 

In alcun cielo, dell' alta vittoria 

Che s'acquistò con Tuna e l'altra palma: 

42. Perch' ella favorò la prima gloria 

Di Josuè in su la terra santa, 
Che poco tocca al papa la memoria. 

43. La tua -città, che di colui è pianta 

Che pria volse le spalle ai suo Fattore , 
E di cui è l'invidia tanto pianta, 

44. Produce e spande il maladetto fiore 

Ch' ha disviato le pecore e gli agni, 
Perocché fatto ha lupo del pastore. 

39. (L) Grado: tra' primi splende. mano confina è che vince e che IN 

(SD Tranquilla Pace, più volte bern. Par , XX, 13*: De 3 pasturi... 

la beatitudine in Dan le — Raah Jo- e de* pas<i vie di. 

me, II, I, Meretrice 'di Gerico: salvò 48. IL) Favorò: favori. — Gloria: 

gli esploratori di Giosuè, onci' e' la espugnazione dì Gerico. — Tocca: 

tolse a morte nel sacco; ed «Ma ere- per liberarla da' Turchi, 

flette al Dio vero. Paoli». H*br. XI, iSL) Toéca. Fi rg.: Tanqit ho no* 

a. — Sigilla. Terz. ss: Questo cielo animum E qui memoria \è per il m*- 

Di me $' imurenta. no vcome dire; non se ne ricorda, 

40 iL) Appunta. L'ombra della ter- nonché averla a cuore, 
ra va fino al cielo di Venere. — Cri- 43. (L) Cina: Firenze. — Colui : Sa- 
no escilo del Limbo. tana. 

(SD Assunta Som.:- Le anime (SD Colui. Nel X dell* Inferno (l. 

de' beati unno assunte agli ordini 2) la chinina nobil patria 

superiori dagli angrti. <F» Invidia. Som : / demonii per 

41. Ii,i Palma : seì«n<» di vittoria. — invidia si sforzano impedire di perfe* 

Acquisto: fliio in cr»»ce. zionarsi gli uomini net bene. Iren., 

(F) Palma Act A post , XX. 18: IV, 78; Lari., Il, 8; Greg. Nvss., rat.. 

La Chiesa di Dio la quale egli acqui- Vi;Meihod ap Epiph heraes., LXIV; 

sto col suo- sangue. Pare che dica l'ima Tenui!., de Pallente V. 

e i'allra palma accennando al modo 44. (D Fiore: Dorino giliato. 

usitato e frequente in Virgilio, delia (SL) Fiore. Di qui si vede quanta 

destra, che indica la potenza e della potenza sui costumi d'Italia avesse la 

battaglia e della vittoria. Ma qui la Toscana d* allora. Armannino nella 



126 



PARADISO 



45. Per questo, Y Evangelio e i Dottor' magni 

Son derelitti; e solo a* Decretali 

Si studia, sì, che pare a* lor vivagni. 

46. A questo intende *1 papa e i cardinali : 

Non vanno i lor pensieri a Nazzarette, 
Là dove Gabriello aperse Y ali. 

47. Ma Vaticano, e Y altre parti elette 

Di Roma, che son state cimitero 

Alla milizia che Pietro seguette, 

Tosto libere fien dall' adultero. -=■ 



Fiorita dice: Di questo, la Toscana 
d'ogni mate n' è cagione per la sua 
malizia, la quale li ha fatti per lo 
mondo più graziosi alle qenti che nut • 
/' altra nazione, per la loro malizia, 
e non per natura. — Agni Joao , XXI, 
45. 46, 17 : Pasci te mie pecore, pasci 
g li agnelli miei.E i provenivi novelli. 
— Lupo. Parola solenne nel Poeta a 
denotar l'avarizia, lnf., XIX, t. ss: 
Vostra avarizia il mondo attrista. 

45. (D Vivagni: margini de' libri 
unii dallo svolgerli; oppure ai lembi 
de' lor paoni Ani. 

(SL) Decretati. Libri delie leggi 
ecclesiastiche. Bonifazio atcinqueche 
v'erano, compilali nel issi, aggiunse 
il sesto. Mnnarch. : Sono certuni che 
chiamano decretatisi*, d' ogni teolo- 
gia e filosofia digiuni, con le loro de- 
cretali (che del resto io stimo da ve- 
nerare) sperando ogni cosa dal pre- 
valere di quelle, d'erogano con ogni 
sforzo alla dignità imperiate. — Vi- 
vaqni. Rammenta le Ombrie farisai- 
che. De' ricchi manti Par., XXI. 

46 (SL) Cardinali. Nel 4314 scrisse 
Dante una lettera latina a' cardinali : 
ina pare che indarno. — Ali. Lue. , 1, 
26. 87 : Fu mandato l'angelo Gabriello 
alla Vergine nella città di Nazaret. 



. 47. (L) Milizia .\ a* Cristiani seguaci 
di pietro. — Adultero : adulterio. 

(SD Seguette. £n.,VI: Arma se- 
cuti. — Tosto. Alirl intende via gran 
mutazione, adombrala nel I dell In- 
ferno; altri la traslazione della sede- 
Io sto al primo. 

(P) Libere. Etech.. XXXIV, 40: 
Liberabogreqtm meum de ore eorum. 
— Adultero, lnf., XIX, t. 1. e s: Le 
cose di Dio . Per oro.,., adulterate. 
Jer., IX, s: Omnes adulteri xunt, eoe- 
tus praevar tea forum Ogni bene torlo 
a male è prostituzione di betle»a. 
Etech., XVI, sa : Judicabo te iudiciis 
adulterarum. et effundentium san- 
guine™. - XX, so : In via patrum ve- 
slrorum vos polluimini,et post offen- 
di cu la eorum vos fornicami ni - IX, I: 
Fornicatus es a Deo tuo: ditexuli 
mercedem. Sophon., Ili, 4: Sacerdotes 
Ci us polluerunt sancium. Conv.. I, t: 
Per malvagia disusanza del mondo 
hanno lasciata la letteratura a coloro 
che t'hanno fatta, di donna, meretri- 
ce: e questi nobili sono principi, ba- 
roni, cavalieri. Bonifacio era, secondo 
Dante, doppiamente adultero con la 
Chiesa, poiché ne aveva cacciato lo 
sposo legittimo, Celestino. 



Se gli accenni . quasi a modo d'in- 
dovinello, a Didone e a Fillide ; se 
l'annotazione inserta nel testo, sopra 
l'abbuiarsi del viso nella tristezza e 
lo schiarirsi nella gioia, annotazione 
men che inutile dopo le luminose pit- 
ture del gaudio raggiante che abbia* 
rao già viste} se queste cose e altre 
tali non paiono da ammirare . tanto 

{ttù corre debito d* avvertire le bel- 
ezze vere del Canto : tra le quali no- 



terò, come una delle meno apparenti 
ma pur vere bellezze, l'ombra della 
terra che s'appunta net pianeta di 
venere, e quasi si prolunga, ma in- 
darno, per velarne la luce. 8 non a 
caso, cred' lo, dice che la donna di 
Gerico in quel pianeta alla One si 
tranquilla scintillando come raggio di 
sole in acqua limpida, ai tranquilla 
dall'irrequieto dibattere delle fiamme 
e degli amori suoi vaghi. 



CANTO IX. 



127 



La sorella d'Enel i do è trattata con 
misericordia; e pare che verso i con- 
giunti di coloro ai quali giustizia lo 
fa severo o passione lo fa acre, e* si 
compiaccia di dimostrarsi o riverente 
o pio, a scusa, e forse talvolta ad am- 
menda. E però non è maraviglia se 
nella famiglia slessa degli Scaligeri 
e' trova persone e cose da rimprove- 
rare; né di qui deve arguirsi eh' e' 
non pregiasse quello di loro In cui 
mostra Sdama con parole cosi mani- 
feste, anche da questo Canto appari- 
sce l'importanza che aveva il Veneto 
ne' pensieri di lui; e gli stessi ra facci 
a Ftrenie provano I* importanza di 
questa repubblica nel mondo d'allora. 
Notisi il rapido, non però brusco. 



passaggio alla digressione da ultimo. 
Ha ab lo conduce di lancio al prelati 
avidi, e Gerico a Roma. E notisi il 
tot io, che abbiam sentito nell'ultimo 
del Purgatorio, e sentiremo ancora 
nei vensciteaimo dei Paradiso. Anzi- 
ché credere che, tante volte deluso 
ne' suol vaticini! cosi asseveranti. 
i* infelice esule ritornasse impruden- 
temente, quasi rimbambito, con le 
stesse parole a rifarli ; a me piace 
congetturare che, quando scriveva il 
vensette del Paradiso e più gli appa- 
rivano prossime al termine le sue 
speranze, e' ritoccasse e il presente e 
l'ultimo del Purgatorio, e forte quella 
che è proemio dei Poema. 



128 PARADISO 



OSSERVAZIONI DEL P. G. ANTONELLI. 



« La maggior valle in che V acqua si spanda. * (T. 18.) 

Magnifica descrizione del mare Mediterraneo , e piena di profonda 
dottrina cosmografica. L' idea che l' oceano circondasse tutti i conti- 
nenti, e formasse quattro golfi principali, é di Strabone; ma H Poeta 
comincia con un concetto che sembra suo proprio, e che appare quasi 
una scoperta a' giorni nostri, cioè che I cosi detti bacini dei mari non 
siano che valli più depresse di quelle di terra ferma. Dice pertanto 
che questa maggior valle del nostro mare tra spiagge discordanti , 
quali per più rispetti sono quelle d'Europa, d'Africa e d'Asia, tanto 
s'innollra verso oriente, procedendo da occaso in direzione opposta al 
moto del sole, che a quell'orientale estremò fa meridiano, dovechè al 
principio suol fare orizzonte; o in altri termini, dice che la gran valle 
mediterranea va tanl'oltre a oriente, da incontrare il meridiano a cui 
sotto l'equatore si competa per orizzonte razionale il circolo che passa 
per l'estremo occidentale, principio ilella valle medesima. 

Ponendo mente che nella estensione della vallata il Poeta tien conto 
soltanto del suo procedimento contro al cammino del sole, cioè nella 
direzione di levante, sarà facile comprendere ch'egli ha inteso essere 
di presso a novanta gradi la differenza di longitudine tra 11 principio 
e la fine della valle medesima. E così da tutti si è inleso: ma poi 
non trovo chi abbia giustificato questa sentenza del nostro geografo, 
e sia entralo nell'alio e giusto pensiero di lui. Affermasi comunemente, 
che la geografìa del 1300 ammettesse che da Gibilterra ai lidi della 
Siria corresse una differenza di longitudine per novanta gradi; quando 
appunto in quel tempo (in grazia delle cresciute corrispondenze colla 
Palestina, dei dotti e ardili viaggi dei nostri Italiani in Oriente, e 
specialmente dei commerci dei Veneziani e dei Genovesi, i quali et fa 
sapere Marco Polo che avevano aperto navigazione fino nel mar Ca- 
spio)/ dovevasi tenero eccessiva la differenza dì circa 58 gradi data 
tra que' due sili da Tolomeo, non contandosene in vero che appena 40. 
Questo supposto stranissimo errore viene poi imputalo anche al no- 
stro Cosmografo, contenti di averlo difeso coll'ignoranza dei tempi, i 
quali erano più dotti di quello che anco da parecchi eruditi possa sti- 
ra irsi. La verità si è che Dante sapeva benissimo che la nostra mag- 
gior valle in che l'acqua si spande fuori dell'oceano , non terminava 
alle coste della Siria, ma per angusti passaggi si apriva nel Ponto 
Bussino, allora mare Maggiore, adesso mar Nero, e da questo si pro- 
traeva alla Palude Meotide, oggi mare d'Azofì*. Con Arriano e con al- 
tri autichi scrittori conosceva per avventura, essere stato quest'ultimo 



Canto X! IL Paradiso 



Terzina 33. 



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Fra/*, esnuieirtreJìtnwUf <zd esso, Al&erùp 
E d£ Cplogrui,, e*£ ù> Thomas d'Aquino . 



CANTO IX. 129 



mare in comunicazione col mare I rea no o di Abbacò, ed anche Caspio, 
come di presente si nomina: e quindi Ano aile foci dell' Jassarte e 
dell' Ossio doveva o poteva tenere , mollo bene a proposito , che la 
grande vallata si estendesse. Ora da Tolomeo si aveva che i contini 
orientali di quel mare stavano a gradi 101 dalie isole Fortunate, e a 
circa 9 gradi dalle medesime gli estremi occidentali del Mediterraneo 
di qua dallo stretto di Gibilterra: dunque resta per la differenza di 
longitudine tra quegli estremi, un arco di 92 gradi , ebe é quanto ci 
ha fatto supporre il Poeta colla sua mirabile descrizione. Questa dot- 
trina, che precedette di oltre dieci secoli il 1300, ha ricevuto corre- 
zioni ai nostri giorni sul conto delle longitudini, che erano stimate 
maggiori del giusto, e molto più nel tratto occidentale che nell'orien- 
tale; ma è stata pure anco luminosamente confermata in ciò che ri- 
guarda la estensione della nostra gran valle-; essendo oggidì fuor di 
dubbio chej.il, mare di Azoff, ii Caspio e l'Arai sono stati in aperta 
comunic$p£Ìgà$ , e «che. gli antichi non conobbero quest'ultimo, agli 
estremi CTÉeptali del quale facevano giungere il Caspio stesso, da cui 
quindi /ra|gss$r&i seyarato in tempi non molto remoti da noi , come 
non s^rSp|p«Wfticile. dimostrare. 

É% quella vaUe fu' io liitorano. * (T. 30.) 
ràn valle mediterranea, si viene a determinare il luogo 
i santa che al Poeta si manifesta; e tale determina - 
due argomenti geografici , al modo che con due coor- 
asi matematicamente la posizione d'un punto sopra 
icie. Col primo limita una porzione della estesissima 
(Trterraneo, della quale Folco fu littorano: e poiché il 
silo intfcfi&edio^che sì vuole additare, importa naturalmente che non 
discordf,^©ppo*per distanza dall'uno e dall'altro limite l'Ebro, e la 
Magra; vnme coti questa sola indicazione a accennare Marsiglia. Col 
secondo pei. toglie ogni ambiguità, perciocché l'essere il punto da de- 
terminare quasi a un occaso e a uu orto medesimo con Buggea , ora 
Bugia, importa quasi comunanza dì meridiano, e perciò quasi la stessa 
longitudine. É, da "Tolomeo sapendosi che Marsiglia e. Bugia regia 
differiscono, appena di. due gradi e mezzo; con quell'elemento geome- 
trico resta evidentemente additata 'Marsiglia. E da osservare in fine, 
che, quand'anche"! due luoghi avessero avuto lo stesso meridiano, 
slava bene il quoti , parlandosi di eguaglianza d'orto e di occaso; 
perchè sull'ora dèi nascere e dèi tramontare degli astri influisce an- 
che la latitudine dei paesi. Onde si dedurrà quanto male a proposito 
alcuni comentatori intendessero qui Genova, la quale non può dirsi 
quasi ad' un oceàso e a un orto con Bugia, per cresciuta differenza di 
latitudine, e per molto maggior longitudine. 

* Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta. » (T. 40.) 

Ecco un'altra proposizione ammirabile. Col dirci che nel cielo di 
Venere si appunta l'ombra che fa il nostro mondo, viene a farci co- 
noscere che il Poeta teneva esser quel cielo tanto remoto dalla terra 
quanto si estendeva l'ombra terrestre, che ha la forma di cono e ter- 
mina quindi in punta, in virtù del maggior diametro del corpo solare 
illuminante rispetto alle dimensioni del corpo illuminato. Ora è da 
sapere che Tolomeo determina in 368 semidiametri terrestri la lun- 
ghezza dell'asse del cono ombroso, fatto dalla terra coli' intercettare i 
raggi del sole ; ma non trovo che stabilisca la distanza di Venere da 
noi, comò hanno supposto i comentatori sull'asserzione del Vellu- 
Dante. Paradiso. 9 



130 PARADISO 



tello. Trovo anzi al capo primo del libro IX dell 1 Almagesto, che il 
grande maestro nella scienza degli astri diffida implicitamente di 
giungere a tala determinazione, perchè ripetutamente afferma nou es- 
ser sensibile o apprezzabile nei pianeti minori, Mercurio, Venere ecc. 
la diversità d' aspetto, o la parallasse, come diciamo adesso, dal quale 
elemento la questione delle distanze planetarie dipende. L'Astronomo 
arabo Geber, che di poco precedette il nostro poeta, ne riprende To- 
lomeo come di contradizione, perchè, Tolomeo stesso ammettendo per 
il sole una parallasse di quasi tre minuti, molto più grande doveva 
essere quella di Mercurio e di Venere se, a norma del tolemaico sup- 
posto, si trovano. questi due astri più vicini del sole alla terra. Ma 
ciò che non fece Tolomeo, si eseguì dagli Astronomi celebratlssiml , 
arabi pur essi , Albategno e Alfragano, l'uno nel nono e l'altro nel 
decimo secolo dell' èra nostra ; dai quali , o direttamente o indiretta- 
mente , può aver quindi attinto il Poeta questa notizia che sta a do- 
vere per il grado a cui era in quel tempo l'astronomìa. Perciocché, 
assegnando essi alla minima distanza di Venere dalla terra 166 se- 
midiametri terrestri, e circa tiOO alla massima , ben si vede che tra 
questi limiti penetra il nostro cono d'ombra, esteso per semidiame- 
tri 268; del quale perciò può dirsi che nel cielo di quoll' astro s'ap- 
punta. Ma , o abbia il Poeta nostre desunta questa cognizione dagli 
Arabi, delle cui dottrine si mostra bene informato, o l'abbia dedotta 
da Tolomeo, siccome poteva fare; è cerio che anco per tale proposi- 
zione si dimostra valentissimo astronomo. 



CANTO IX. 181 



CUNIZZA E FOLCHETTO. 



Siamo tuttavia nel cielo di Yenere, dove il Poeta, come già nel giro 
della superbia in Purgatorio, memore del fallo proprio, grida contro 
la vanita della gloria; così, confessata già la sua debolezza alle cose 
d'amore, severo a sé più che ad altri, qui dice che l'anima di Carlo 
Rivolta t'era al %ol che la riempie (i), e soggiunge: Ahi, anime in* 
gannate .... Che da s\ fatto ben torcete i cuori Drizzando in vanità 
le vostre tempie! {%), perché dice Iddio, il Cielo e la terra io riem- 
pio (3). Egli riempie di beni il desiderio dell'uomo (4). Il bene che è 
l'ultimo fine è il bene perfetto che riempie l'appetito ($). E rimaglile 
del riempiere acconciamente sì contrappone a quella di vanità. Bea- 
tus vir, cujus est nomen Domini spes ejus: et non respexit in vani- 
tate*, et insania* falsa* (6). 

A Cunlzza fa dire il Poeta parole che suopano indulgenza a fall) 
del cuore; senonché In esse riguardasi ai bene che Dio sa dedurre 
dal male stesso, ed anco a quel germe di bone vero che nella pas- 
sione dell'amore è traviato , e che poi forse, aiuta, o per penti- 
mento e per esperienza , ad esercitare più fortemente e con mag- 
giore efficacia in altrui, più difficili affetti e più generosi. E dù si- 
gnificano que' versi non chiari ; Ma lietamente a me Medissima intintati % 
La eagion di mia sorte (7). Non però flwt si pente, ma ti ride , Non 
della colpa, eh' a mente non torna, Ma del Valor eh* ordinò e prov- 
vide. Qui si rimira nell'arte ch'adorna Con tanto affetto (S), e di* 
scernesi 'l bene Perch' al mondo di su quel di giù torna .«»i. I qtifiU 
ricevono lume da' be' passi seguenti: Di tutte le con componesi fa 
bellezza ammirabile dell'universo, nel quale anco il mate fa pili ri- 
saltare il bene per il paragone (40). — Il male non x'vrdina al bene 
per si, ma per accidente: dacché non è nell'intenzione di ehi pecca, 
che da peccato segua bene; siccome non era nelV intenzione de* tiranni 
che per le loro persecuzioni risaltasse la pazienza de' martiri (1 i). 

Tra le anime più lucenti nel lume di questo pianeta è Raab mere- 
trice accanto a Cunìzza principessa , ehe fu distinta del medesimo ti- 



fi) Terzi S. (8) Altri legge e f fitto, che varrebbe 
{V Ter*. 4. efficacia in atto ; ed è parola scientifica 
(3) Jer., XXIII, 24. insieme e poetica. Affetto* meo fecon- 
di) Psal. GII. 5. do di sensi qui, ma più schietto. 

(5) Som., 4, 9, 9: 4, 4 , 4 J. (9) Terz. 35 e 36. 

(6) Psal. XXXIX, 5. (40) Aug. Enchlr., t. 
(7)Terx. 42. (44) Sem., 4, 4,49. 



132 pàràuso 



tolo di Raab da un comentatore severo, Intanto eh* altri la dice amo- 
rosa non senza onesto pudore. Dalla donna che non per lucro o paura, 
ma per umanità e per Tede coraggiosa nei destini del popolo pellegri- 
nante, agevola a questo 1 primi passi nella terra a lui destinata, il 
Poeta vola a quella medesima terra Là dove Gabriello aperte Vali (t), 
e vorrebbe condurci I pensieri del papa e de* cardinali, troppo inna- 
morati , die' egli , del flore che sta coniato sulle monete di Firenze 
piantata da Satana. E dalia donna di mal nome il pensiero gli corre 
agli adulteri della Chiesa di Dio; cosi come 11 paese, ove nacque Cu- 
nizza e ove Ezzelino tiranneggiò, gli rammenta il tradimento d'un 
vescovo. 11 qual dono di sangue egli dice -conforme al vivere del Paese 
e In una parola marchia d'infamia più genti. Le dice crude (2) al do- 
vere, come acerbo Caco (3), e frutte lazze (4) i suoi Fiorentini stessi. 
Ma Rialto è anche qui senza biasimi nominato; e anche qui menzione 
del Brenta, fiume a lui- caro e per la memoria che Virgilio ne fa (5), 
e pel soggiorno avutovi , dove Dante si soscrisse come testimone ad 
un atto rogato nella illustre famiglia Papafava. I Caminesi signori di 
Treviso , conti di Feltro o Belluno , feudatari! del Cadore e di molte 
castella verso II Friuli, tentavano rodere delie terre de' patriarchi 
aquilejesi, presso un de' quali ebbe Dante ricetto ospitale, non pen- 
sando che que' preti principi erano in piccolo pontefici re. Ma certa- 
mente migliori que' preti principi che i Caminesi, all'un de' quali il 
Poeta pronunzia Che già per lui carpir si fa la ragna (6). Insìdia tur 
ut rapiat pauperem: rapere pauperem dum attrahit eum. In laqueo 
suo humiliabil eum, inclinabit se, et cadet cum dominatus fuerit pau- 

?\erum (7). E così nel suo mezzo e nel principio e nella fine il Canto 
n questa sfera d'amore suona minaccia ; e guardando ne' Troni altis- 
simi, e' dice: Questi parlar ne paion buoni (8). 

L'altr'anima ch'egli rincontra è di Folchetto cortigiano e poeta, giac- 
ché pare destino che quest'uomo così alieno dai favori di Corte avesse 
a lodare uomini di Corte e sperare in essi , come per indizio della 
contradizione che correva tra le dottrine delia sua parte e gli istinti 
dell'animo suo. 11 discorso che Folchetto gli fa non è, per dir vero, 
de' più poetici; né così eletti come altrove sono gli accenni a Didone 
e a Fillide e ad Ercole; e il dire non è della solita schiettezza po- 
tente. Laddove parlasi della fama del Marsigliese, i versi Vedi se far 
si dee l'uomo eccellente, Si ch'altra vita la prima relinqua (9) (non 
comparabili al virgiliano: Et dubitamus adhuc virtutem extendere fa- 
ctisf (10), acciocché non paiano contradizione con le cose dette sulla 
vanità della fama (li), devonsii llustrare appunto con le parole del 
poeta latino, e intendere che quegli esempi che lasciano traccia di sé 
sono guida a'nepoti, perchè continuino la vita dell'uomo virtuoso, e 
ne d 'stendano i meriti nelle generazioni future. E di questa fama che 
acquistasi nel faticoso cammino del bene, e che diventa eredità d'esem- 
pi , intendeva anco ne' versi: Seggendo in piuma, In fama non si 
vien, né sotto coltre; Senza la qual chi sua vita consuma, Cotal ve- 
stigio in terra di sé lascia , Qual fummo in aere od in acqua la 
schiuma (11). 



(0 



(*)1 
<•)' 



Terz. 46. (iO) jEn., VI. 

Ter». 46. (14) Purg., XI. 

(3) Inf., XXV, t. 6. (12) lnf, XXIV, t. 16 e 17. Ve t li già 

(4) lnf., XV, t. 23. lascia è più semplice e più proprio di 
(a) £d,1; Iaf.,XV, t. 3. vita relinqua. Boezio: A voi pare di 

(6) Terz. 47. propagare a voi stessi l' immortalità 

(7) Psai. X scc. hebrreos, 9, 40. quando pensate la fama dei tempo fn~ 

(8) Terz. 24. turo. 
iTerz. 44, 



CANTO IX* 133 



In questo Canto fra parecchie negligenze o inuguagllanze di stile 
abbiamo parecchie espressioni potenti a significare il penetrare del 
pensiero di un'anima entro il pensiero e l'affetto d'un' altra anima; 
di che alcuni tocchi sono e nell'Inferno e nel Purgatorio; tocchi la 
cui forza viene gradatamente crescendo secondo che il Canto più s'av- 
vicina alla luce di chi vede tutto. Virgilio indovina il dubbio di Dante 
laddove Gerione sta per ascendere dall'abisso, e questi esclama; Ahi 
quanto cauti gli uomini esser denno Presso a color che non veggon 
pur Vopra, Ma per entro i pensier' miran col unno ! (1) E Dante al- 
trove a lui; Sai quel che si tace (2). £ Virgilio: Soddisfatto sarai to- 
sto, E al disio ancor, che tu mi taci (3). Ma con più forza poi : S'io 
fossi d'impiombato vetro, L'imagine di fuor tua non trarrei Più tosto 
a me, che quella d* entro impetro. Pur mo' venieno i tuoi pensier* 
tra' miei Con simile atto e con simile faccia , Sì che d' entrambi un 
sol consigli* fei (4). E questo rammenta quello del presente Canto : 
Ch'io possa in te rifletter quel eh' i' penso (5). E qui stesso abbiamo 
inluia, intuare, immiare (6), e poi incontreremo inlei (7), strani vo- 
caboli ma potenti, e ch'anno analogia In certi verbali del linguaggio 
scolastico. L'immiarti è quasi comentato dal verso: Ond' ella che ve- 
dea me si com' io (8) : V intuarsi dice più che quello del Gozzi : Ani- 
ma intrinsecatasi nella tua* E questi e altri be' passi che rincontre- 
remo per via vengono illustrati dalle sentenze seguenti: / pensieri 
de' cuori solo Dio conosce , ma altri li conoscono in quanto è ad essi 
rivelato o per la visione del Verbo, o altrimenti (9). - Non vediamo 
il vero io in te, e tu in me, ma entrambi in quella che è al di sopra 
delle menti nostre, immutabile verità (IO). 

Ma s'egli è lecito e debito purgare da taccia di stranezza tutti quasi 
i modi di Dante che a noi paiono strani, e che, chi bene rammenti , 
hanno esempi o uguali o somiglianti nell' uso o del popolo o della 
scienza; non è però nò debito né lecito ammirare ogni cosa come 
ugualmente potente, ugualmente elegante; e in ispecialità nella terza 
Cantica dove certe bellezze sono più alle che nelle altre due , e che 
in tutta la poesia italiana ed umana, acciocché l'ammirazione non sia 
puerile e peggio; imporla notare alcune ineleganze o languori o ari- 
dità o dissonanze delle parole e del numero dalla qualità delle cose 
significate. Né, parlando del bel pianeta eh* ad amar conforta (il), si 
può dire bello il periclo e l'epiciclo, e il vagheggiare che egli fa il 
sole or da coppa or da ciglio (12). E direbbesi verso dell'Ariosto o 
d'altro più moderno: Le genti antiche nell'antico errore (13); senon- 
ché cotesto alternare la parsimonia severa alla numerosa abbondanza 
può talvolta essere se non bellezza, riposo. 



(1) Int, XVI, t. 40. (9) Som. Sup., 71. 

(2) Int, XIX, t. 43. (10) Aug. Conf., XII. Della cognizione 

(3) Inf., X. t. 6. della coscienza altrui, vedi Som. Sup., 

(4) Inf., XXIII, t. 9 e 10. • 87, 2. 

(5) Ter*. 7. (Il) Purg., I, t. 7. 

(6) Terz. 25 e 27. (12) Par., VIII, t. 4 e 4. 

(7) Par., XXII, t. 43. (13) ivi, t. 2. 
(8) Par.,!, t. 29. 



134 PABADISO 



OÀNTO X. 



ÀRGOltEfrTO. 



Sono nel Sole: quivi le anime de* dotti in istudii divini* 
Tommaso d Aquino gli mostra altri teologi e filosofi del 
suo tempo, e antichi: del suo tèmpo, Alberto Magno, Pier 
Lombardo, Riccardo da S. Vittore, Sigieri; è più antichi, 
Graziano. Beda, Isidoro, Boezio, Orosio, Dionigi Arco- 
pagita, Salomone. Da un verso che qui getta sul re degli 
Ebrei, e da un altro sulV Ordine domenicano, coglierà 
occasione a due lunghe digressioni ne' Canti che seguo- 
no. La materia politica già dtrada; il cuore fa luogo 
all' intelletto ; le citazioni > i ragionamenti scientifici «o- 
pràbbondano. 

La prima parte del Canto forse lunghetta. Pur belle le terzine I, 3, 
6, 7, 10; 13 alla 17; 19 alla M; 25 alla 38; (31, 33, 34, 48, 44, 
45, 47, 49. 

1. u uardando nel suo Figlio con l'Amore 

Che l'uno e l'altro eternalmente spira, 
Lo primo ed ineffabile Valore, 

2. Quanto per mente o per occhio si gira, 

Con tanto ordine fé', eh' esser non puote 
Senza gustar di lui che ciò rimira. 

3. Leva dunque, lettore, all' alte ruote 

Meco la vista dritto a quella parte 
Dove P un moto all' aljtro si percuote ; 

4. (L) Valore: Dio Padre. ordine e forme dalla ut abilità della 
a. (L) Quanto : il visibile e l' Invisi- mente divina. — Fé' [CI Fece guar- 
dile. — Puote: chi lo vede non può non dando nel Figlio. Ap. Coluta., I, ie : 
assaggiare qualcosa delle grandezze In ipso condita suni universa In eoe- 
di Dio lis et in terra, vistatila et invisibitia. 

(SL) Gira. Inf., XXX, t, 45 : Per _ 3. (L) Percuote: rincontra. 

la memoria mi si gira. ISL Percuote Come cetra. Se- 

(F) Gì*n popi : La generazione di mini.: Percuotendo te corde. Percuo- 

luttelecvò*, e ini io il progresso delle tersi per rincontrarti. Par., XXI, t. il. 

nature mutabili, e quanto muovesi in (F) Leva. Boel., HI : Riguardate 

qualche modo, sortisce sue cagioni e lo spazio e la fermezza e la celerità 



CANTO X. 



135 



4. E lì comincia a vagheggiar nell'arte 

Di quel Maestro che dentro a sé 1' ama 
Tanto che mai da lei l' occhio non parte. 

5. Vedi come da indi si dirama 

L'obliquo cerchio che i pianeti porta, 
Per soddisfare al mondo che li chiama. 

6. £ se la strada lor non fosse torta, 

Molta virtù nel ciel sarebbe invano, 
E quasi ogni potenzia quaggiù morta:. 



dei eteli; e restate una volta dall' am- 
mirare cose viti. Lactant. : Nessuno è 
ti rozzo né d' indole tanto fiera che, 
levando al cielo gli occhi , ancorché 
non sappia quat sia V iddio la cui 
provvidenza regge tulio nuel che ve- 
diamo» pur non intenda che mia Prov- 
videnza eie dalla stessa grandezza di 
queste cose, dal loro movimento e or- 
dine e costanza ed utilità e bellezza e 
contemperamento t né poter essere che 
il tutto con ragione ammirabile e coe- 
rente non sia costrutto ver un supe- 
riore consiglio. — Meco. S' alzano al 
«ole, eh era allora in Ariele. Ai capi 
d'Ariele e di Libra sono punii dove il 
zodiaco s'incrociccbia coli' equatore. 
Le «letle fissesi muovono in crrcoli 
paralleli al zodiaco: però dice che il 
molo delle stelle urla quasi e s'incon- 
tra nel molo de' pianeti e del sole. 

*. IL) Maestro: artefice. — L'ama: 
ama Tane motrice del lutto. 

(F) Maestro. De Sion : La natura 
nello mente del primo motore, che è 
Dio, è nel cielo siccome in organo, 
mediante il quale la similitudine del- 
l eterna bentà si spiega netta materia 
ondeggiante. Il cielo è t' organo del- 
lane divina, che chiamano comune- 
mente natura. — Ama. Par, XXXIII: 
Oh Luce eterna, che sola in te si di, 
Sola t'intendi, e, da te intelletto, E, 
intendente te, ami e arridi. 

5 IL) Cerchio: zodiaco. — Chiama: 
ne Invoca 1* influenza. 

(L) Mondo. Georg., I : Mundus ut 
ad Scijthiam , Riphaeasque arduus 
arce* Consurgit. — Chiama. In una 
Parola una personificazione che dà 
wyderii al mondo e voce. Tibullo, 
al Nilo: Te propler nultos tellus tua 
postulat imbres , Arida nec pluvio 
supplicat herba Jovl (I, 8). 
. IF) Indi Dal circolo dell' equa- 
foresi parie il zodiaco, 11 cui piano 
«glia obliquamente il plano dell' e- 
tymore a gradi S3 ( minuti 3. Anon. : 
<< circuito obliquo è un circolo nella 
iper^che interseca il circolo equino- 
«afe;... e t' una me (ade sua china 



verso settentrione, l'altra verso me- 
riggio : il quale è chiamato zodiaco. 
Aristotele (De Gener. et Corrupi ) lo 
chiama circolo obliquo. — Cerchio. 
Pietro : // moto universale del nono 
cieto. che è il primo mobile, va da 
oriente a occidente in veti ttq uà tir' ore, 

1 s'incontra col moto del cìrcolo dello 
zodiaco che corre d'occidente in orien- 
te, in giorni trenta e sei ore. E t' in- 
contrò e massimo quando lo zodiaco 
si volge net circolo dell'equatore che 
dicesi equinoziale. Nello zodiaco sono 
i sette pianeti, e nel mezzo il sole 

, nella linea che dicesi eclittica. Lo 
qual moto contrario è ordinatocela 
Dìo, perchè tanta è la celerità *tel 
primo mobile, che se i pianeti non 
avessero moto contrario all' ottava 
spera, la macchia del mondo n' an- 
drebbe disciotta. — Soddisfare, è risi.: 
Secondo l'appressarsi o l'allontanar si 
del sole net circolo obliquo . [annosi 
le generazioni nelle cose inferiori. 

6. IL) Torla: le orbite de' pianeti 
varie, influiscono da varie direzioni, 
e cosi creano effetti vari! nella terra. 
(F) Torla Ovid Mei, II: Sectus 
in obliquum est lato catramine limes. 
— Invano Conv., Il, 45: Lo cielo cri- 
stallino . o primo mobile, ordina col 
suo movimento la quotidiana revotu- 
ziotje di tutti gli altri, per la quale 
ogni dì tutti quelli ricevono quaggiù 
là virtù di tutte te toro parli Che se , 
la r evoluzione di questo non ordinasse 
ciò, poco di toro virtù quaggiù ver- 
rebbe* o di loro risia. Onde , ponemo 
che possibile fosse, questo nono cielo 
non movere ,• la terza parte del cielo 
sarebbe ancora non veduta in ciascu- 
no luogo delta terra...., Di vero, non 
sarebbe quaggiù generazione né vita 
d'animate e di piante : notte non sa- 
rebbe né di, né settimana, né tnexe, 
né anno: ma tutto l' universo sarebbe 
disordinalo, e il movimento degli al tri 
(cieli) sarebbe indarno. Arisi Net : // 
moto diurno è cagione della continui- 
tà, cioè della generazione: il secondo 

moto per lo zodiaco è causa della di- 



136 



PAlUBISé 



7. E se dal dritto più o men lontano 

Fosse 1 partire ; assai sarebbe manco, 
E giù e su, dell'ordine mondano. 

8. Or ti riman, lettor, sovra '1 tuo banco, 

Dietro pensando a ciò che si preliba, 
S'esser vuoi lieto assai prima che stanco. 

9. Messo t' ho innanzi : ornai per te ti ciba. 

Che a sé ritorce tutta la mia cura 
Quella materia ond' io son fatto scriba. 
10. Lo ministro maggior della natura , 

Che del valor del cielo il mondo imprenta, 
E col suo lume il tempo ne misura ; 



versila onde nasce l'alternare del ge- 
nerarsi e del corrompersi. — Poten- 
zia. 1 cieli mcilono in allo la materia, 
che è solo in potenza. 

7. IL) Partire dello zodiaco dal di- 
ritto. — Manco: imperfetto. — Su: in 
cielo. — Giù: in terra. 

(SD Fosse Non evidente costrut- 
to. — Ordine. Georg., 1 :.... Via seda 
perambas Obliquus qua se signorum 
voterei ordo. 

(F) Lontano Se il piano dell'or- 
bila del sole e de* pianeti facesse col 
piano dell'orbita delie stelle fisse un 
angolo maggiore o minore di quello 
che fa, sarebbe turbato l'ordine e in 
cielo e in terra. Anon : S'egli accedesse 
di sopra alle stelle fisse, tutte te cose 
di sotto per frigiditate morrebbero; e 
se discendesse al circolo lunare , per 
la caldezza arderebbono. Aristotele 
(De Gener. et Corrupi ) dice l'apogeo 
e il periqeo necessarii alle vite ter- 
rene. E il simile in Alberto Magno. 
Segneri (Incr., X, 3): Intendere questa 
obliquila è intendere la cifra di tutti 
gli avvenimenti naturali. — Partire. 
Conv., il. 5: Tolomeo ... accorgendosi 
che l* ottava spera si move a per più 
movimenti , veggendo il cerchio suo 
partire dal dritto cerchio che volge 
tutto da oriente in occidente... 

8 (L) Banco, a convito. — Preliba 
come per saggio. — Prima : non ti 
stancherà mai. 

(F) Lieto, Anon.: Dice il Filosofo: 
Tutti gli uomini naturalmente desi- 
derano di sapere, e quando l'uomo ac~ 
quista la cosa ch'egli desidera, ha 
dilettazione. 

9 IL) Ciba: pensaci. 

(SD Ciba. Greg , Mor. : Scientia 
convivium parat. Jer , XV, 46 : Inventi 
sunt sermone* tui. et comedi eos.... 
Ambr.j Pocnit. il, t: Ne velut semesas 



verborum nostrorwn epulas rellquisse 
videamur , incaeptum prosequamur 
convivium, Ilario: II, cibo che è duro 
s'appresta indarno alla bocca di chi 
è lattante. Conv., 1, 4 : Volendo loro 
apparecchiare, intendo fare un gene- 
rale convito di ciò eli' io ho loro mo- 
strato: e di quello pane che è mestie- 
re, a così fatta vivanda, senza lo quale 
da lóro non potrebb' essere mangiala 
a questo convito.. . V una ragione e 
l'altra darà sapore a coloro che a 
questa cena sono convitati; li quoti 
priego lutti che, se il convito non fosse 
tanto splendido quanto conviene alla 
sua grida, che non al mio volere ma 
alla mia facilitale imputino ogni di- 
fetto, perocché la mia voglia di coni*' 
pinta e cara liberalità è qui seguace. 
- X : Quando a cosi nobile convito per 
le sue vivande, e così onorevole per li 
suoi convitati, si pone pane di biado, 
e non di formento.... - 1. 43: Tempo è 
d'intendere a ministrare le vivande. 
fi nel trattato II simile mela fora, e al- 
trove spesso [CO Prov. IX, a: Sa- 
pientia... miscuit vinum et propoxuil 
mensam. — Ritorce. Senza senso di 
sforzo. Par., XXIX. t. 43: Ritorci Gli 
occhi oramai verso la dritta strada. 
Ma il torcere verso la stradadritta, e 
ne anche la materia che ritorce la cu- 
ra, non pajono modi belli. — Cura. 
Passando ad aliro soggetto Georg. IH: 
Hoc satis armentis: superai pars al- 
tera curae, Lanigeros agitare qreges. 
40. (D Maggior : sole. — Imprenta : 
impronta. — Ne: ci. 

(?) Maggior. Marz Capella: // 
sole e principe e re della natura. 
Conv., ili, 4 4 : Il sole, discendendo lo 
raggio suo quaggiù , reduce le cose a 
sua similitudine di /ume.Danie, Rime: 
Con li bei ragqi infonde Vita e virtù 
quaggiuso Nella materia stecom' è di- 



CANTO X. 



137 



11. Con quella parte, che sa si rammenta, 

Congiunto, si girava per le spire 

In che più tosto ogni ora s' appresenta : 

12. Ed io era con lui ; ma nel salire 

Non m'accors'io, se non com'uom s' accorge, 
Anzi '1 primo pensier, del suo venire. 

13. E Beatrice, quella che si scorge 

Di bene in meglio sì subitamente 

Che l'atto suo per tempo non si sporge, 

14. Quant' esser convenia, da sé, lucente ! 

Quel ch'era dentro al Sol, dov'io entrami, 
Non per color, ma per lume, parvente, 

15. PerchMo l'ingegno e l'arte e l'uso chiami, 

Sì noi direi che mai s' invaginasse : 
Ma creder puossi ; e di veder si brami. 

16. E se le fantasie nostre son basse 

A tanta altezza, non è maraviglia; 
- Che sovra '1 Sol non fu occhio eh' andasse. 



sposta. Segneri (Incr.. X t 3): Il sole... 
come primo ministro nel regno della 
natura , ci va distribuendola ogni 
ora quanto abbiamo di vita..., secondo 
gli ordini che ricevè , da principio, 
dai suo sovrano. (Il regno e il sovrano 
non ce li aveva messi Dame, ne fatto 
del sole una specie di camarlingo.) 
— Tempo. Canz : La bella stella che'l 
tempo misura. Ambrogio : // sole è 
occhio del mondo , bellezza del cielo, 
misura de' tempi , virtù e vigore in 
tutte le cose che nascono. — Misura. 
Som : Misurami col tempo le cose 
che hanno principio e fine. Col tempo 
misuransi i moti corporali. Arisi. : 
Misuriamo non solo il moto col tempo, 
ma anche il tempo . col molo, perchè 
si determinano a vicenda. Cic. : Ho- 
mines populariter annum tantum- 
modo sotis , idest % unius astri reditu 
metiuntur. 

44. (L) Parte: l'Anele. — Spire: 
sradi. — S* appresenta : si leva, e al- 
lunga il dì. 

lF> Girava Era allora in mezzo 
a quello spazio del cielo dove a ogni 
grado della sua rivoluzione anticipa 
ti nascere. Posta la terra immobile, 
il sole da un tropico ali' altro dovrà 
muoversi per una spirale, e le spire 
per cui viene dal tropico del Capri- 
corno a quello del Cancro s* incro- 
cicchiano con quelle per cui viene 



dal Cancro al tropico di Capricorno : 
e lo indicò dove disse: V un moto 
all' altro si percuote. — Spire Ogni 
segno ha trenta gradi. Anon.: Mostra 
eh' era in fra la quinta ora del di e 
ventiquattro minuti; perocché la mat- 
tina si leva Aries, ed ora era discen- 
dente Cancro. 
4«. (D Con lui: nel sole. 

(F) Anzi. S. Tom. (Addii. ad part. 
Ili Summae, IX, 84) e altri vogliono 
istantaneo il moversi de' corpi beati. 

43. (L) Si scorge: si conduce, leva 
sé. — Non. È istantaneo. — Sporge : 
stende. 

(SD Sporge. Dì spazio : ma spa- 
zio e tempo si commutano. 

44. (D Quel eh' : gli spirili che. — 
Entrami : entrai. — Lume : luce pura 
senza colore. 

(SL) Color. Non la varietà deco- 
lori li faceva risaltare dalia luce del 
soie o tra sé, ma il grado d* intensità 
d' essa luce. Per apparire nel sole e' 
dovevano essere più chiari del sole: 
e l' uno poi era più chiaro o mag- 
giore dell' altro. Tante lmagini in una 
voce. 

43. (L) Pereti' : per quanto. — SI : 
così. — Veder dopo morte. 

46 (F) Fantasie. Conv.: // nostro 
intelletto per difetto della fantasia 
nonpuotea certe cose salire: però 
ella vien meno talora alt' intelletto. 



138 PARADISO 



17. Tal era quivi la quarta famiglia 

Dell' alto Padre, che sempre la sazia 
Mostrando come spira e come figlia. 

18. E Beatrice cominciò : — Ringrazia, 

Ringrazia il Sol degli angeli, che a questo 
Sensibil t'ha levato, per sua grazia. — 

19. Cuor di mortai non fu mai sì digesto 

A divozione, e a rendersi a Dio, - 
Con tutto il suo gradir, cotanto presto, 

20. Come a quelle parole mi fec' io : 

E sì tutto '1 mio amore in lui si mise, 
Che Beatrice ecclissò neir obblio. 

21. Non le dispiacque; ma sì se ne rise 

Che lo splendor degli occhi suoi ridenti 
Mia mente, unita, in piti cose divise. 

22. Io vidi più fulgor* vivi e vincenti 

Far di noi centro, e di sé far corona, 
Più dolci in voce che in vista lucenti. 

23. Così cinger la figlia di Latona 

Vedém talvolta, quando l' aere è pregno, 
Sì che ritenga '1 fil che fa la zona. 

17. (L) Qttarta : I Dotlori teologi. — dinato, e nel medioevo orditmto *a- 

Mostrando : la trinila. leva disposto. 

(SD Sosio. La Chiesa: SaÙasti, Do- {F) Divozione. Som.: La divo- 
mine, familiam tuam muneribus sa- zione è il principale aito della reti- 
cris. CC ] PS XVI, 45 : Satiabor cum gione. (Nel pia ampio senso del vo- 
apparuerit gloria tua. caboto secondo 1' origine.) 

(F) Quarta. Dan. , XII, 5 : Qui,..* SO. (L) Lui: Dio. 
doell fuerlnt, fulgebunt quasi splen- si. (L) Risc: di gioia. — Divisi : di- 
ttar firmamenti : et qui ad fustitiam strasse. 

erudiunt multo*, quasi stetlaè in per- (F) Divise: Som.: L* intelletto 

petuas aeternitates. Febo era ti Dio utnano, non essendo semplice in atto 

della sclensa. Anon.: Disse Dorolio, come il divino, compone e divide, 

che *l sole .. è significatore di spirito Stat. Achtil. , I : Bue, illue , diversa 

e dj sapienza e d'intelletto è d'ac- mente votutat. 

Quistamento di fede. ss. (L) Vincenti V occhio. 

4t. (M Sensibil ORgeito. (SL) Vincenti. Conv., Ili, 7 : Certi 

(F) Sol Conv , HI.43: Nullo sen- (corpi) sono tanto vincenti nella pu- 
titile in tutto il mondo è più degno rità del diafano , che diventano si 
di farsi esemplo di Dio che' l sole, raggianti, che vincono l' armoniu del- 
lo quale di sensibile luce sé prima, e l'occhio. En., I : Noe lem flammis.... 
poi tutte le corpora celestiali e eie' vincunl. 

mentali allumina Così iddio sé prl- ss. (L) Figtia: Luna. - Pregno di 

ma con luce intellettuale allumina, e vapore. — FU di luce. — Zona : 

poi le celestiali e le uttrf inteltigi- alone. 

b>lL - Sensihil. Pur* , XXXIII, t. 5 : (SL) Cinger. Puri?., XXIX, t. ss: 

Per rispetto al mollo Sensibile, onde Delia il cinto. — Figtia Virilio, di 

a forzami rimossi. Diana: Latonae tacllum perlentant 

(9. (L) Digesto : disposto. gaudio peclus (£d., I). 

(SL) Digesto. Vale ai Latini or- 



< CANTO X, 139 

24. Nella corte del ciel, doncT io rivegno , 

Si truovan molte gioie, care, e belle 
Tanto, che non si posson trar del regno: 

25. E il canto di que' lumi era di quelle. 

Chi non s' impenna si che lassù voli, 
Dal muto aspetti, quindi, le novelle. 

26. Poi, sì cantando, quegli ardenti soli 

Si far girati intorno a noi tre volte, 
Come stelle vieine a' fermi poli ; 

27. Donne mi parver non da ballo sciolte, 

Ma che s' arrestin tacite ascoltando, 
Fin che le nuove note hanno ricolte. 

28. E dentro air un sentii cominciar : — Quando 

Lo raggio della Grazia, onde s'accende 
Verace amore, e che poi cresce amando, 

29. Moltiplicato, in te tanto risplende 

Che ti conduce su per quella scala 
U', senza risalir, nessun discende ; 

30. Qual ti negasse il vin della sua -fiala 

Per la tua sete, in libertà non fora 
^ Se non com' acqua eh' al mar non si cala. 

31. Tu vuoi saper di quai piante s* infiora 

Questa ghirlanda che intorno vagheggia 
La tella Donna eh 1 al ciel t' avvalora. 

32. Io fui degli agni della santa greggia 

Che Domenico mena per cammino 

IT ben s' impingua se non si vaneggia. 

ti. (L) Trar, e mostrare con parole Purg., Il, t. si : Per tornare altra 

quaggiù. volta Là dove io son, fo io questo 

ss. (L) Appetti: Impossibile dirne. viaggio. 

M. (U Poi : poiché. so. (L) Quai.... : Chi ti negasse chfa- 

ai. (Li Ricotte: inlese. rirli, sarebbe com' acqua che non 

(SU Batto. Similitudine che più {scende, farebbe forza alla natura 

▼otte ritorna. —Ricotte. Bue: Questa sua. 

parata ricotte. (SD Vin. Accenna alla cortese 

ts (Lì Un sole 1a luce dello spirilo pietà di Maria : Vimini non habent 

di Tommaso — Quando: ciacche.. (Purg., Xlll, t <o>. Ha la fiala è Ima- 

(SM Quando. Mn. , VI: Afflata gine piccola CC ] Prov., IX, 8: Sapien- 

esl mimine quando iamprapiore Dei. tia mi\cuii viiiurn — Se. Par., 1. 1. 47 : 

kT\o»io: L ha riposato al fin sull'er- Maraviglia sarebbe in te. ne privo 

ba. quando Regger not punte. & impedimento, giù ti fotti assiso, 

tf iL) V : dove. — Discende : chi Com' a terra quieto fuoco vivo. 

del Cielo gustò, ci risale. sa. (L) Fui frate domenicano. — tf: 

(SD Moltiplicato. Psal., XXXV, 8: dove se non s' ingrassa si gonfia. 

xulttpticasti misericordiam — Sema, (SL) Impingua. Più volte in Ca- 



140 



PARADISO 



33. Questi che m'èa destra più vicino , 

Frate e maestro fammi : ed esso, Alberto 
È di Cotogna ; e io Thomas d' Aquino, 

34. Se tu di tutti gli altri esser vuoi certo, 

Diretro al mio parlar ten' vien' col viso, 
Girando su. per lo beato serto. 

35. Queir altro fiammeggiare esce del riso 

Di Grazian, che l'uno e l'altro Foro 
Aiutò sì che piace in Paradiso. 

36. L' altro eh' appresso adorna il nostro coro, 

Quel Fietro fu che, con la poverella, 
Offerse a santa Chiesa il suo tesoro. 

37. La quinta luce eh' è tra noi più bella, 

Spira di tale amor, che tutto il mondo, 
Laggiù, n' ha gola di saper novella. 

38. Entro v' è F alta luce u' sì profondo 

Saver fu messo, che, se il vero è vero, 
A veder tanto non surse il secondo. 



terina da Siena , ingrassare dell' a- 
nlma, accrescere sanamente nel bene. 
Ps. LXU, 6: Sicut adipe et pinguedine 
repleatur anima tnea. — Vaneggia. V. 
il Canio XI, l 9. Ad Corinllt., I. Vili, 4 : 
La scienza enfia. Ma qui vale ogni 
vanità che, svia da religione. 

ss. (L) Frate domenicano. 

(SD Alberto Magno, filosofo e 
teologo insigne. Nacque in lsvevia, 
visse a lungo in Colonia, della Co* 
logna anco dal Villani (V, I). Fu mae- 
stro in Parigi nel 4864 ; rinunziò per 
amor degli siudii al vescovado di Ra- 
tisbona: mori nel 4888. Anon.: Al- 
cuno crede eli' etti sapesse ai ciascu- 
na scienza licita ed illicita. [Frezzi, 
Quadrir., I. IV, e. 9: Alberto Magno 
è dopo lui '/ secondo: Egli supplì li 
memòrie 'l vestimento Alle Filosofie 
in questo mondo."] — Thomas Molli 
e i più grandi de' qui nominali teo- 
logi sono italiani ; parecchi, maestri 
nell'università di Parigi. 

3i.(L) Viso: vista. 

ss. (L) Foro : scrisse di Juj cano- 
nico e di civile. 

(SD Graziano. Di Chiusi, mo- 
naco: visse nel XII secolo. Pietro: 
Compose i decreti riguardanti t' uno 
e l'altro foro, canonico e civile. 



36. (D Con : come la vedova del 
Vangelo che offerse a Dio piccola mo- 
neta ma cara. 

(SL) Pietro Lombardo; maestro 
delle sentenze: chiaro per quattro 
libri di teologia comentatt in tante 
università. Nacque in Novara, fu pro- 
fessore e vescovo di Parigi — Teso- 
ro. Nel proemio: Desiderando, al- 
cun che della ^ tenue 'nostra sostanza 
mettere, con la poverella, net tesoro 
del Signore. Marc, XII, la; Lue.» 
xxi a. 

37.' (D Quinta : Salomone. — Saper 
se sia salvo o no. 

(SD luce. V. il Canto XIII.— 
Spira. Hor Od. IV : Splrabat amores. 
Dice di, perchè lo spirito è qui deri- 
vato dall'amore supremo. —Amor. 
L'autore delia Cantica e della Sa- 
pienza. — Gola. Nel Convivio disse: 
Occhi golosi. Non era basso coni' ora. 
Gelare, come leggon altri, sarebbe 
non più nobile, ma men chiaro. 

38. (D W: dove. 

(SD Non Re«. UH, III, <a : Diedi 
a le cuore savio ed intelligente, tanto 
che nessuno innanzi a te fu pari, né 
dopo te sorgerà. — Sarse. Matto.» XI, 
Il : Fra i nati -di donna nessuno sorse 
maggiore di Giovanni Battista. 



CANTO X. 

39. Appresso vedi il lume di quel cero 

Che, giuso in carne, più addentro vide 
L' angelica natura e il ministero. 

40. Nell'altra piccioletta luce ride 

Quell'avvocato de' templi cristiani. 
Del cui latino Agostin si provvide. 

41. Or se tu l' occhio della mente trani 

Di luce in luce, dietro alle mie lode, 
Già dell' ottava con sete rimani, 

42. Per vedere ogni ben, dentro vi gode 

L' anima santa che, il mando fallace 
Fa manifesto a chi di lei ben ode. 

43. Lo corpo onò" ella fu cacciata, giace 

Giuso in Cieldauro; ed essa da martiro* 
E da esilio venne a questa pace. 

44. Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro 

D'Isidoro, di Beda, e di Riccardo 
Che, a considerar, fu piti che viro. 1 



141 



39. (U Cero: Dionigi. 

(SD Quel. Dionigi A reo pagi la, 
discepolo di s. Paolo. Ha il libro 
Della celeste gerarchia non si vuole 
di lai. — Cero. Non come altrove, lu- 
cerna, o lume o candelo (Par., Vili, 
IX, XI, XXI); ma splendore maggiore. 
Som. : / ceri accendonsi nelle solen- 
nità. — Natura. Som. : La natura an- 
gelica. 

(¥) Ministero. Som.: Angeli in- 
troducuntnr assislentes et adm i ri- 
girante* . - Le azioni degli angeli 
Chiamanti ministerii. 

40. (L) Latino ragionamento. — Si 
provvide: sì ai u lo 

(SD Queir : Altri intende Paolo 
Orosio. che scrisse sette libri d' apo- 
logia dedicati ad Agostino, il quale 
ne parla nel libro De ratione animae : 
Giovane religioso... Orosio prete no- 
stro , svegliato d'ingegno, ardente 
d'affetto, desiderando essere vaso 
utile nella casa del Signore per con- 

{alare le false dottrine perniciose. 
Iccoielta la luce, perché scrittore 
men chiaro. Sani' Agostino, citato da 
Dante (De Mon., 59. 60. per mezzo di 
Giuliano Cartaginese invitò Orosio a 
scrivere, perchè delle calamita e de' 
misfatti del mondo non ebbe spazio 
di parlare net libro della Citta. 1/ o- 
pera a' tempi di Dante era nota, e 
poco dopo volgarizzata. IGio Villani 
la cita. — Latino. Par., XII, t. 48. Petr. 
Vit. re Mg., Il: Lattanzio in quel li- 



bro in cui disarmati gli errori de* 
Gentili, armò quanto potette la fede 
noura, e in questa medesima opera 
ad Agostino e ad altri che seguirono 
fece la strada. Pietro qui intende 
Ambrogio convertitore d'Agostino. 
— Provvide. Non sé, ma la Chiesa che 
era a lui più che sé. 

41. (L) Trattiamovi oltre. — Sete : 
desiderio di sapere chi sia. 

(SD Occhio. Som.: L'occhio 
deliamente QC] Eph.y I, 18: Oculos 
cordis. — Trani. Lai. Trono, passare 
a nuoto. Più ardito che il curro dello 
sguardo (inf , XVII, t. 91.). Attivo in 
Virgilio : Albera lranant> (Ma., X). 
Ha nuotare uno spazio qualsia*! é 
più proprio che nuotare, cioè muo- 
vere a nuoto il corpo stesso che pas- 
sa. Dante forse non lo derivò da no 
nas, lo fece simile in lutto a Iransire; 
e l' italiano passare ha uso attivo. 

43. (L) Ode quel eh' ella dice. 

(SD Anima. Boezio scrisse De 
consolatane philosophiae-t e Dante 
nel Convivio lo chiama suo consola- 
torc e dottore, e anco nella Monar- 
chia lo rammenta; e rende in versi 
più volle i concelli di lui. Fu sena- 
tore romano; inori, per Ingiustizia di 
Teodorico, in carcere. — Ben, Udire 
non basta, ma bene udire. 
43. (D Cieldauro: S. Pietro io Pavia. 
(F) Pace. Aug. : La beatitudine 
sta nella pace. 

li. (D Oltre : più la. — Viro : uomo. 



142 



PARADISA 



45. Questi, onde a me ritorna il tuo riguardo, 

È '1 lume d' uno spirto, che, in pensieri 
Gravi, a morire gli parve esser tardo. 

46. Essa è la luce eterna di Sigieri, 

Che, leggendo nel vico degli Strami, 
Sillogizzò invidiosi veri. — 

47. Indi, come orologio, che ne chiami 

Neil* ora che la Sposa di Dio «urge 
A mattinar lo Sposo perchè V ami, 

48. Che l'una parte Y altra tira ed urge, 

Tin tin sonando con sì dolce nota 

Che '1 ben disposta spirto d'amor turge; 



(SD Inodoro, vescovo di Sivi- 
glia; scrisse le Etimologie ed altre 
cose: mori nel 656.- Beda il Venera- 
bile, inglese: scrisse omelie, e una 
storia ecclesiastica, un martirologio, 
e conienti alla Bibbia: mori noi 738. 
- Riccardo da fi. Yiiiore: scrisse 
drlU Trinila, e un libro &e eoittfm- 
piattone, citalo da Gante n e li ?" .Jr ^J*! 
fera * CLinu. Nat Aleswindru dio; di 
Ini: Uomo ItlH&lre per pteià e reti- 

Siici Perciò f^r*tf lo chiama niù *tie 
ì™- Viro ini, I¥,i 40. M* qui 
uomo sa ri? bue più proiirlo come C;n- 
Li apposto ad Ami fio o simile : viro 
È a domiti i> a bombimi. 

45 ili Oitdv : qutuil dal quale [I tuo 
ssmanJo ri tema a me, che m e l^rtìa- 
so dall' altro iato „. .. . 

(SU Rìquard^ lìnidrt filurtlce: 
ConflU riardi rt* fl JtoecJii rutena, 
-firf invece di a t*Jl pn™, iJfceWi- 

iodi* ff« warMWi 1 *^!* 1 !?: 

In e bellu,— ^Tarrta Purg.,\\l, l, * . 
Pat iort&do au dìo a miglior vita 

n ll! t ^ a Ugnmdo: Insediando - 
Vie* }\\*.~ Invidiosi t odiosi agi* In- 

«I Slgteri. Inseffnù Logica a 
Parlai Nacque povero nel (trabante: 
fu neWiii* "baie di San Dionigi : leg- 
geva m me Fauarre della Panila, 
iiriuso alla pianta Manberl a destra 
iteli' j/óref-«ft-Vific, Quivi era «uni- 
versità; e gli scolari sedevano sulla 
paglia iSal ni- Foli, Essai hlaL sur Pa- 
risi Fu uomo dì scienza o uomo di 
lesflfo Molte (ielle riforme onorai» da 
Luigi il Grosse son debile a" consigli 
ili lui: come, liberare ( servi, fran- 
care l Comari, far pubblica l J ammi- 



nistrazione della giustizia -Sillogizzò. 
Som. : Intettectut humanus m 90 test 
siillogizare. - Invidio**- Latinismo. 
Ovid Mei.. IV : Spes invidiosa Iproco- 
rum Come odiato che eccita, non, eoe 
sente, odio. Petr.: invidiosi patti. 

I (F) Veri. JEn., IH : Animumsive- 
ris implet Apollo. Som,: Selenita ve- 

r0 47 U iL) Spo*a : la Chiesa. — Vatti- 
nar : quasi dare il buon mattino. 

(SD Orologio. Scoperta rinno- 
vata nel secolo XIV; nel quale tro- 
viamo rtescritli varli cronometri. Già 
dai IX secolo abbiam l'orologio di 
Pacifico arcidiacono di Verona. Qui 
parla delio svegliarino, dove una 
molla è tirata a spingere \ 'altra per 
dare il snono. - Sposo Cd ■alt., 
XXV, 6: Media... nocte clamor faetus 
est: Ecce Sponsut vtnil; exiie oo- 

VÌ 4* m (tV Tira: la molla di meno tira 
1* anteriore e spinse la posteriore.— 
Turae : abbonda 

(SD Tin tin Georg., IV : Tinnita- 

sque eie, fi »»** f ual i n ey T,^!? 
circum; doV pai il oppio suono d Imi- 
tazione li e ci con ['aggiunta dell la 
che ritrae 1 bmì pìùcupi;e I tre fat- 
tili, si ben collocati, danno al verso 
che danzi. In deU> Un tin ; in Interno 
criceti e Tab&niicch e cose simili 
(Inf , XXXII, t 40). — Turge Un 1 pò 
materiale, delie cose di spirito : né so 
se i suoni disposto spirto, amor tur- 
ge esprimano conveìen temente l a- 
more di Dio a mattutino. Ma lo que- 
sta voce sono I tre versi : Per tanti 
rivi s'empie d' allegrezza La mente 
mia, che di sé fa letizia, Perchipuò 
sostener eht non si spetta. (Par., 
XVI, t. 7.) 



CÀUTO X. 



143 



l Così vid' io la gloriosa ruota 

Muoversi, e render voce a voce, in tempra 
Ed in dolcezza ch'esser non può nota 
Se non colà dove il gioir s' insempra. 



*ML) nuota dell'anime. — Insem- 
pra: eterna. 

(SL) Tempra, Memorie Senesi 
del cinquecento : Temperature degli 
otiuoli. — Dolcezza. Par , ìlll, t 43 : 
La dolcezza tenti Che, non gustata, 



non s' intende mai. Le voci son come 
ruote dei medesimo strumento armo- 
nioso; e la ruota degli spiriti con- 
suona alle ruote de* pianeti, e sta nel 
sole, come l'orluolo misura il corso 
del sole. 



Abbiamo lodala nel Canto II la schiet- 
tezza del verso : Devoto, Quant' esser 
pmo più, ringrazio Lui i ne era da 
lodare del pari l'armonia del seguen- 
te : Lo quat dal mortai mondo m' ha 
remolo Qui Beatrice (come se Dante 
non avesse mostrato di saper ringra- 
ziare da sé; ma ella lo fa p«*r rende- 
re più iecuudu di merito l'affetto del- 
l'anima ch'ella tanto ama), «li dice: 
Ringrazia, ringrazia. Senonchè egli 
eragià col cuore cosi disposto da 
parola digesto a noi pare strana ; e il 
Petrarca poeti! anni più tardi non 
l'avrebbe al certo adoprata), tanto 
disposto a divozione con tulio il suo 
gradire, che prontamente a quel cen- 
no la mente si volge a Dio tutta, 
cosi che dimentica Beatrice. Né Bea- 
trice, innamorata di Dio non di se, se 
n'offende: ansi consolata sorrìde, 
sorride negli occhi ronde il sole par 
che s'illumini di nuova luce, la qua- 
le fa risentire il Poeta, che in lei non 
guardava, e lo distrae dall'intensa 
contemplazione di Dio : non però si, 
che, a Beatrice pensando, non conti- 
nui nell'anima sua l' ispirazione del- 



la gioja divina. Tutto questo fa un 
dramma senza parola; una serie di 
bellezze intime, nuove all'arte, e che 
tengono del sovrumano A questo ge- 
nere di bellezze appartiene : Lo rog- 
alo della Graziti, in che t' accende 
Verace amore, e che poi cresce aman- 
do: che spiega con semplicità splen- 
dida la Grazia preveniente, la quale 
promuove il merito, non lo distrug- 
ge: e il merito dell'amore moltipllca 
Lei, come il talento che frutta, eser- 
citato dall'ingegno e dalla fatica. 
Altra bellezza sovrana ò nella terzina 
che comincia: /o vidi più splendor 
vivi e vincenti i e 11 leggiadro ardi- 
mento di quest'ultima voce, vaie per 
parecchie moderne odi lunghe. 

Quand'egli scriveva di Sigieri: Che 
in pensieri Gravi, a morire gli par- 
ve esser fardo; pensava fórse a sè t 
r infelice, e alla scienza sua sconso- 
lata : ma la freschezza che spira da non 
poche parti di questo Canto, ci è se- 
gno che non tanto ancora sconsolalo 
e infelice era Dante, scrivendolo, 
quanto lo fecero 1 disinganni degli 
anni ultimi, e le ire accuorate. 



144 PARADISO 



OSSERVAZIONI DEL P. G. ANTONELLI. 



« Guardando nel tuo Figlio con V Amore.... * (T. 1-7.) 

Sublime introduzione con la quale il Poeta prepara i lettori air i- 
stantaneo passaggio da Venere al Sole , e alla contemplazione delle 
cose che in questo grande luminare andrà. descrivendo. Premessa un'alta 
lode dell'ordine posto da Dio Creatore nell'universo, perciocché 
seguendo il detto della sapienza (i), afferma non potersi questo uni- 
verso rimirare senza gustar di Lui che lo ha fatto; e' invita il Poeta 
a levar seco la vista alle sfere superiori e appunto a quella parte 
dove percuotonsi i due movimenti opposti., il diurno o equatoriale da 
levante a ponente, e il planetario o zodiacale da ponente a levante ; 
e per tal modo fissa la nostra attenzione ai punti equinoziali, ove Io 
scontro, per la opposizione de' due moti, si fa. Da quei punti vuole che 
abbia principio la nostra considerazione rispetto all'arte del divino 
Maestro ne IP architettura del mondo ; ci viene ricordando come da 
esso diramasi l'obliquo cerchio che porta i pianeti, cioè lo zodiaco; e 
intanto con altezza di concetto, giusta Io stato dell'astronomia di quel 
tempo, manifesta il suo pensiero circa la ragione per la quale da que- 
sta obliqua zona sono portati i pianeti, supponendola nella convenienza 
di soddisfare al mondo che li chiama, cioè alla terra, e a ciò che vive 
sulla superfìcie di lei, creduto abbisognare delle influenze vàrie che a 
quel corpi celesti, in quella inversa direzione recati in giro, si attri- 
buivano. 

Passa indi a farci ammirare l'altissima importanza, che quella zona 
sia obliqua , e di quella determinata obliquità ch'ella ha rispetto al- 
l'equatore, o al movimento dell'alte spere; accennando con rettissimo 
giudizio alle infelici condizioni in cui saremmo quaggiù sa .quella 
strada planetaria o non fosse torta, o fosse più o meno di quel ch'eli' è. 
Infatti se l' eclittica coincidesse con l' equatore, e quindi corresse pa- 
rallelo al medesimo io zodiaco, pel solo fatto della costante perma- 
nenza del sole a perpendicolo sulla linea equinoziale terrestre , anco 
senza tener conto delle credute influenze degli altri pianeti , sarebbe 
davvero quasi ogni potenzia quaggiù morta ; perciocché nelle regioni 
prossime all'equatore avremmo un'estate perpetua e un accumulamento 
eccessivo di calore , che le renderebbe incapaci di vegetazione e ina- 
bitabili ; le zone che ora diciamo temperate avrebbero una continua 
primavera incipiente , e quindi non vedrebbero maturazione di biade 
e di frutti; le polari sarebbero Immerse perennemente in un rigido 

(1) il magnitudine enim sperici, et crealurac, cognoscibiliter potcrit Creator 
horum vidcri (Cap., XXXIII, v. 5). 



-Canto XV?HPoraaiso 




Ttxle dot corno che- in olestro si, st&ide* 
Jlpz& di quella eroée corse, un, astro 
Della, cosieUaziort. die, U rwplende : 



CANTO X. 145 

inverno, e così tutta la terra, nella eguaglianza tra i giorni e le notti, 
offrirebbe un miserabile soggiorno, improprio allo svolgimento di quei 
germi preziosi che il Creatore amantissimo ha posto quaggiù negli 
uomini e nelle cose. Quando poi la obliquità dello zodiaco fosse note- 
volmente maggiore o minore di quella che di presente si osserva, in 
ambedue i casi verrebbe alterato tutto ciò che ai climi si riferisce; e 
quindravverrebbe grave cambiamento nella distribuzione della luce e 
del calore, delle ore notturne e diurne, dei vapori e delle rugiade, 
delle pioggie e dei venti , dei ghiacci e delle nevi , per non parlare 
che di fatti reali e solenni a' quali poteva accennare il Poeta. 

« Lo ministro maggior della natura, » (T. 10.) 

Ciò eh' è qui detto del sole , è anche più di quel che é contenuto 
nel verso 9 del XIII del Purgatorio « Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso 
luci » : vi si conferma quello che nella precedente illustrazione ab- 
biamo notato ; vale a dire che per mondo intende la terra con tulle 
le creature che vi hanno vita ; e accenna segnatamente al benefizio 
del sole, di darci modo , col suo lume , di misurare il tempo , per la 
distinzione delle ore e delle settimane, dei mesi e dell'anno; percioc- 
ché il lume della luna, che specialmenie regolale settimane ei mesi, é 
vero e proprio lume di sole. E qui pure si ha un altro riscontro con 
le sante Scritture; ove è detto : Fiant luminaria in Firmamento 
caeli, et dividant diem ac noctem, et sint in signa , et tempora , et 
die$ et anno s (Gen., Gap. I, v. 14). 

« Con quella parte che su si rammenta. » (T. 11.) 

È qui notata una particolarità la quale fa novella fede della sotti- 
gliezza e scienza del nostro Poeta. Nella supposizione astronomica da 
lui seguita, il sole , venendo continuamente portato in giro ogni di 
pel molo generale delle spere da levante a ponente , e ogni giorno 
movendosi nel bel mezzo dello zodiaco da ponente a levante con moto 
continuo ascendente o discendente rispetto all'equatore; segue, per 
necessità di questi due moti continui, che il sole descriva nella su- 
perficie della sua spera una linea continua di forma spirale, o a vite 
o a chiocciola, di cui ogni giorno si determina un passo: il perchè è 
benissimo detto che quest'astro, congiunto con Io zodiaco, si girava 
per le spire... Ma se qui si fosse fermato il Poeta, lasciava molto in- 
determinata la posizione dell'astro medesimo; perciocché da quello 
forraansi spire in lutti i suoi moti rispetto all'equatore: ed ecco per- 
chè soggiunge un elemento determinante, dicendo tosto: «In che 
ognora s'appresenta più tosto »; in quelle spire cioè, nelle quali il 
sole si presenta ogni dì sempre più presto allo sguardo nostro, o al- 
l'orizzonte degli abitatori dell'emisfero boreale, il che avviene- tra il 
solstizio invernale e l'estivo. Infatti egli ci ha detto più volte che la 
stagione di, questo poetico viaggio era la nostra primavera, e quando 
il sole aveva da non molto fatto passaggio pel corrispondente punto 
equinoziale: sicché tutto è in regola e in armonia. 

« Ed io era con lui; ma del salire. » (T. 12.) 

i passaggi da stella a stella sono stati fin qui di sempre crescento 
velocità, e ben prodigiosa; ma ora si viene alla istantaneità del pen- 
siero, e da Venere e' si trova nel sole per un atto che non si misura 
col tempo. E sì che lo spazio percorso doveva computarsi dal Poeta 
per più di ire milioni di miglia; perciocché nel Canto precedente c'in- 
IMkte. Paradiso. ' 10 



146 PARADISO 



dicava non esser Venera, allora, più remota di 288 semidiametri ter- 
restri dalla terra, la qual misura non giunge bene a un milione di 
miglia; e dal quinto libro dell'Almagesto, o anche da Albategoo e da 
Al fraga no, sapeva che la distanza del sole da noi era stimata circa 
4210 semidiametri terrestri, il che vale oltre a quattro milioni di 
miglia. 

Ciò per la distanza. Quanto alla grandezza, Tolomeo trovava il dia- 
metro del sole cinque volte e mezzo quel della terra, e Albategno Io 
faceva un poco più grande, cioè cinque volte e sette decimi sulla stessa 
unità: il perchè dal primo supponeva*! la superfìcie solare trenta volte e 
e un quarto quella della terra, 32 volte e mezzo dal secondo ; e il volume 
si ammetteva respettivamente da que'due célèbri astronomi 166 volte e 
un terzo, 185 volte e un quinto il volume del nostro globo terracqueo. 
Ma 11 vero é che il sole è remoto da noi oltre a 79 milioni di miglia come 
minimo di distanza, e oltre a 81 come massime»; che il suo diametro é 
più di 108 volte e mezzo quello della terra , cioè oltre a 759 mila mi- 
pila; che, per conseguenza, la superficie del sole é pressoché dodici 
mila volte quella di tutta la terra, che la capacità di esso conterrebbe 
il volume di questa un milione dugento settanta nove mila dujenfo 
sessantasette volte; e che la quantità di materia formante il sole é 
trecento cinquanta quattro mila trenta volte quella che costituisce 
la terra. Qual differenza di cognizione suir ampiezza del sistema 
planetario tra noi e gli antichi ! — Se il nostro Poeta avesse avuto 
queste notizie, e se in noi tre avesse saputo della rotazione di questo 
immenso astro in 25 giorni e mezzo, e del formarsi e disparire mira- 
bilissimo delle sue macchie, che giungono fino a centottanta mila mi- 
glia di estensione lineare, a cinque mila otto cento milioni di miglia 
quadrate di superficie, quasi trentotto volte quella di tutta la terra; 
se infine avesse avuto sentore della probabile composizione di questo 
maggior ministro della natura, e così della opacità e della incande- 
scenza del suo corpo, della sua fotosfera o atmosfera lucida tra due 
atmosfere opache, ovvero della formazione di dense nubi per causa di 
raffreddamento in una atmosfera densissima ed unica; quale campo 
sarebbesl offerto a si grande imagìnativa e a sì grande intelligenza! 
Certo é dato supporre che il suo Canto, già subtime, si sarebbe ele- 
vato ancora In proporzione delia cresciuta ampiezza della sfera e de- 
gli astri; se pure la imponenza straordinaria della realtà non ne 
avesse oppresso la fantasia, e trasformato lo slancio poetico in un sa- 
cro terrore per la parvenza quasi manifesta della onnipotente mano 
di Diol 

• Cosi cinger la figlia di Latona. * (T. 23.) 

Descrivesl per similitudine il fenomeno meteorico dell'alone lunare, 
che è quel circolo più o meno esteso, distinto in circoli concentrici e 
variamente colorati, il quale circonda talvolta la luna. Se ne dà quivi 
una spiegazione sufficiente; perché in fondo é verissimo che il feno- 
meno avviene quando l'aere è pregno ti, che ritenga il /li che fa la 
zona, cioè pregno a tal punto che trattenga la luce dalla sua natu- 
rale direzione, e in qualche maniera la modifichi e la faccia deviare. 
Un tempo han creduto i fisici che bastasse la presenza del vapore, o 
di gocciolette acquose, per produrre il fenomeno ; ma oggi è avveralo 
occorrere per la formazione dell'alone , che l'acqua sia congelata , e 
prenda- la forma di aghi ad angolo refringente di sessanta gradi. 

« Come stelle vicine a* fermi poli, » (T. 26.) 

La similitudine sta solo a dichiarare che il giro di quei beati spi- 



«ÀUTO X. 147 

riti intorno al Poeta era lento e perfettamente circolare ; perché, quanto 
a lucidezza e a nobiltà di essenza , egli ha usata, al principio dello 
stesso periodo, un'imagine più vivace appellandoli ardenti soli. 

« Indi, come orologio, che ne chiami. » <T. 47.) 

Àpprendesi di qui che nel 1300 erano già noti gli orologi a mote e 
a campana, siccome rilevasi anche da altri documenti. La relazione é qui 
principalmente tra il muoversi di una ruota, come nella sveglia o nella 
batteria d'un orinolo, e il render voce a voce, in tempra e in dol- 
cezza tale da non potersi ridire , come il suono della sveglia mattu- 
tina per gli spiriti ben disposti. Il tirare e l'urgere, cioè spingere 
d'una e d'altra parte, credo anch'io che debba riferirsi nell'orologio 
alla codetta del battaglio, fatto bicipite nell'interno della campana, or 
tirata ed ora spinta dal semplice ordigno messo in moto di va e vieni 
dal movimento della mota a ciò destinata. 



148 PARABI8* 



L'UNITA' DELLO SPIRITO. 



Incomincia più ispirato che gì' inni di Callimaco , e pure narrando 
semplicemente,- perché la lirica vera è più spesso narrativa, che escla- 
mativa. Incomincia dalla Trinità per venire allo zodiaco (qui la dici- 
tura si avviluppa un poco), e quindi al sole; e il punto più aito della 
poesia pagana ó quasi il primo grado d' ascesa alla poesia cristiana. 
Della Trinila in «arie forme ragiona in più luoghi, e più d'uno splen- 
dido; né questa é delle meno notabili, imitata dal Tasso: Te Genitor, 
te Figlio uguale al Padre, E te che d' ambo uscito , amando , spiri. 
Dove é aggiunta l'idea d'uguaglianza ;, ma V uscito non é proprio, e il 
doppio Genitor e Padre non valgono lo primo ed ineffabile Valore (1), 
nella quale parola é compresa e 1' onnipotenza , e il pregio sovrano 
che è misura de' beni , e la volontà per cui le creature che amano 
sono valenti. Nel verso di Dante il guardare del sommo Valore é crea- 
zione, che, in certo rispetto, é più sublime di quello: disse e fu. Ma 
il guardo é d'amore, e nell'amore è la potenza dell'ordine; e questo 
amore non procede già solo dall'una persona, ma runa all'altra eter- 
namente lo spira (9). Anche Virgilio: Dictis divinum adspirat amo- 
rem (3) ; ma cantando di Venere e Vulcano, che ò pure più verecondo 
e più alto di quel che é in Lucrezio di Venere e Marte: senonché 
nella locuzione medesima quanta distanza d'idee 1 

Il Poeta solleva il lettóre a quelle altezze per vagheggiare nell'arte 
del grande Maestro che dentro a sé ama l' arte sua , e con i sguardo 
continuo la regge : perché Dio ama tutte le cose che sono, perciò che 
sue sono (4), e più ama le creature migliori (5). - E l'amarle dentro 
a sé e il non partire mai l'occhio da loro é illustrato da quel della 
Somma: Dio tutte le cose insieme nei suo intelletto comprende (6). 

Aristotele spiega continuità con generazione , e fa la diversità 
causa dell'alternare fra generazione e corruzione. L'idea di continuità 
rischiara l'idea della vita; e soluzione di continuità é non solo l'ef- 
fetto della morte, ma avviamento a quella. Così nel morale la perse* 
veranza è la vita: o ogni alternare tra due movimenti , ó causa di 
morte, inizio d'agonia. Quella unità che in Dio é perfettissima , nel- 
l'anima umana, somiglianza di Dio, é pure quanto può essere; e in 
essa consiste la perfezione che le é data: e quanto più nelle sue facoltà 
e ne' suoi atti tale unità si conserva per le tre dati di prontezza e di 
costanza e d'armonia, tanto più l'anima é simile a Dio, cioè forte e 
buona e sapiente. Onde Dante, di Beatrice, qui slesso: Quella che si 
scorge Di bene in meglio , sì subitamente Che l'atto suo per tempo 

(1) Terx. 4. (3) Mn , Vili. 

(S) Som., 2, 2, 24: Lo spirilo Santo (4) Sap., II. 

è l'amore del Padre e del Figlio. Vedi (5) Som., 4, 4, 20. 

anche Som, 3, 32; 3, 3. (6) Som., 1,4. 



QANT» X< 149 

non si sporge (4). Né scorgersi ci sta per la rima; ma secondo 11 suo 
valore comune e secondo il valore deiPorigine sua che è corrigere e 
regere, importa eJa dirittura da cui la rattezza del moto, e la retti- 
tudine, ed il consìglio e la prudenza e la libertà del volere. 

Quanto l'operazione dell'anima in questa vita può essere più con- 
tinua e una; tanto più tiene ragione della beatitudine eterna (2). - Al- 
l'incontro l'intenzione' dell' anima negli oggetti esteriori si viene dis- 
gregando (3). - Ciascheduno a ciascuna cosa si trova dispari, quando 
con mente confusa si sparte a molte (4). Queste sentenze misurano il 
valore del verso : Mia mente, unita, in più cose divise (5) ; che ram- 
menta, ma avanza, 1 virgiliani: Atque animum nunc huc celerem, nunc 
dividit illuc, In partesque rapit varias perque omnia versai (6)\ 

L'idea d'unità domina tutto il Canto e gli comunica tutt'una vita. 
Gli spiriti de' sapienti del Vero collocati nel sole, e ciascun d'essi un 
sole fanno intorno a Dante corona e beato serto e ghirlanda (7) , di 
cai la luce del sole stessa s'infiora, e muovono in danza; e tuttoché 
si lucenti , pur la voce loro é ancora più dolce di quei che 11 lume 
sia vivo, e que' canti da ultimo sono paragonati all'armonìa d'orinolo 
che sveglia la sposa di Dio ai cantici dell'amore : accenno che attesta 
come al suono degli oriuoli accompagnassersi fin d'allora melodie mu- 
siche, forse meno triviali di quelle d'adesso. E le imagini di concenti 
e di lumi e di fiorì sono più degne del cielo che le gioie care e belle 
che si trovano in quella corte, e che non si possono trarre del regno (8). 
E se non fosse ormai noto vezzo del Poeta, potrebbe quasi dispiacere 
ynel nominare ch'egli fa il lettore due volte (9), e il lasciarlo pen- 
sare sovra Usuo banco (10), e il dire del sole come si farebbe d'un 
testo del codice preallegato con quella parte che su si rammenta (li). 
L'altro verso esprimente le solite disperazioni del non poter dire ab- 
bastanza, Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami (12), rammenta 
l'esordio per Archi a: Si quid est in me ingenii, judices , quod sentio 
quam sii exiguum, aut si qua exercitatio dicendi, in qua me non in- 
fittir haud mediocriter esse versatimi. Ma era detto che Dante nella 
sua Commedia doveva famigliarmente conversare e con frate Alberigo 
e con s. Bernardo e col benigno lettore; e che ci avessero a por mano 
e cielo e terra e anche la grammatica e l'erudizione. Ma per ritornare 
alle espressioni più spirituali e che meglio significano unità, vedete 



(4) Terz. 43. IH, t. 5).- E qui fu la mia mente sì 

(3) Som., 4 , 2, 3. ristretta Dentro da tè che di fuor non 

(3) Som., 2, 1, 38. venta Cosa che fosse ancor da lei re- 

(4) Gregorio. eetia (Purg., XVII, t. 8). - Ma io veg- 

(5) Terz. 21. gi' or Ut tua mente ristretta, Di pensier 

(6) iEn., Vili.- V: Tum vero in -cu- in pensier, dentro a un nodo Del guai 
rat animum eUdueitur omnes. Vita Nuo con gran disio solversi aspetta (Par., 
ti: Li miei pensieri erano divisi in due. VII, t. 48). - Mi diletta Troppo di pian- 
L'una parte chiamo cuore, cioè l' ap' ger più che di parlare : Si m' ha vostra 
petùo; V altra chiamo anima, cioè la ragion la mente stretta (Purg., XIV). 
ragtime; e dico come l'uno dice all'ai- (7) Terz. 22, 31 e 34. 

to. Ma notisi che se mente unita ac- (8) Terz. 24. 

cernia al pregio essenziale dell' anima, (9) Terz. 3 e 8. 

* " . - (io)'" 



ristretta in Dante accenna al difetto. La (1 0) Terz. 8. 
"aie mia, che prima era ristretta, lo (11) Terz. 14. 
intento rallargò, ti come vaga (Purg., (*•) Terz. 15. 



15» EABADIS» 

come in questo Canto che Incomincia dal guardo di Dio creatore, nove 
volte rincontrisi la parola vedere y siccome quella che ne* libri neri 
ha sensi così varii nell'unità e nell'altezza: e vagheggiare due volle, 
e i modi: Da lei V occhio non parte; ■• Sovra 'l eòi non fu occhio 
ch'andasse; - Per mente e per occhio et gira; - Leva... alV alte 
ruote meco la vista; - Himira; - Ten vien col viso girando; - L'oc- 
chio della mente trani, e altri non tutti forse belli , ma che paiono 
dal medesimo spirito muovere tutti. E paragonate 11 bel verso, ma 
stancamente coraggioso e mortifica! a mente audace, del Canzoniere: 
Sforzati al cielo o mio stanco coraggio , con questo : La bella Donna 
ch'ai del t'avvalora (1), sì semplice e snèllo» spiramela freschezza 
e la ascendente virtù della vita. 



(4) Ter». Zi. 



<5aNT# xl 151 



CANTO XI. 



AAGOMEHTO 



San Tommaso, domenicano, qui tesse le lodi di s. Fran* 
cesco : poi s. Bonaventura , francescano , dirà le lodi di 
s. Domenico. In questi due fondatori vedeva il Poeta due 
riformatori della Chiesa; V uno segnatamente cospicuo 
per dottrina, l'altro per carità. Non lodava egli la guer- 
ra da que' di s. Domenico mossa agli eretici col ferro e 
col fuoco, ma si la guerra agli errori mossa con la pa- 
rola. Piti calde però e più poetiche sono le lodi date al 
poeta d'Assisi. L'amore della povertà ci è dipinto con 
tenerezza, come amore di donna: e veramente, se V ava- 
rizia è lupa, la Povertà dev y essere legittima sposa. 

Dall' effetto della povertà dignitosa deduce questo cauto le bellezze 
più alte. 

Nota le terzine 3^ 3, 4, 6, 10, 15 ; 18 alla 14 ; 16, 18, 30, 31, 3f, 
35, 36, 38, 42, 43. 



0. 



fh insensata cura de' mortali, 
Quanto «son difettivi sillogismi 
Quei che ti fanno In basso batter T ali ! 
2. Chi dietro a* jura, e chi ad aforismi 
Sen giva, e chi seguendo sacerdozio, 
E chi regnar per forza e per sofismi, 

4. <L) Difettivi*...: ragionamenti lm- quelle di Cristo. — Sillogismi. Som.i 

perfetti que* cue ti volgono a cose ter- Sillogismi o argomentazioni- — L o- 

reoe. pinione che si serve del sillogismo 

(SD Ali. Par. ,11, t. 4t: Dietro dialettico dispone alta scienza che si 

• 'sensi Vedi che la ragione ha corte serve del sillogismo dimostrativo. 

I ali. 8. (L) Jura : Irgge. — A fortumi : me- 

(F) Oh. Loerel , 11, 44; mise- dìcina. — Sacerdozio lucroso. 

rat homtnum mente*! opectora eoe' {SD Jura. Giare è nello Scisma 

cai Quatibu* in tenebri* vitae, quan- del Davanzali. Cosi Par., IV, t. 41: Lu- 

Mque perieli». ... Pers , I: O cura* ho- sira usuila del plurale neutro, 

miniti»/ o quantum est in rebus inanei (F) Aforismi Hler: Non vi paiono 

K più profondo e più ampio il noto eglino camminare nella vanita del 

detto di Salomone sulle vanita della senso coloro che i giorni e le notti con 

terra, che ha però io altre sentenze la dialettica si tormentano, il ,*i* c p 

oi lui il suo conforto, e massime in che scruta con l'occhio di là da deli. 



152 



PARADISO 



3. E chi rubare, e chi civil negozio ; 

Chi, nel diletto della carne involto, 
S' affaticava, e chi si dava all' ozio ; 

4. Quand' io, da tutte queste cose sciolto, 

Con Beatrice m'era, suso in cielo, 
Cotanto gloriosamente accolto. 

5. Poi che ciascuno fu tornato ne lo 

Punto del cerchio in che avanti Js' era , . 
Fermo sì come a candellier candelo ; 

6. E io sentii, dentro a quella lumiera 

Che pria m' avea parlato, sorridendo 
Incominciar, facendosi più mera; 

7. — Così com' io del suo raggio m' accendo, 

Sì, riguardando nella Luce eterna, 

Li tuo' pensieri, onde cagioni, apprendo. 

8. Tu dubbii ; ed hai voler che si ricerna 

In sì aperta e sì distesa lingua 

Lo dicer mio, che al tuo sentir si sterna, 



che le cose divine in modi leciti e il" 
teciii ricerca, chi adula a're t chi ere' 
dit aggi e ricchezze raccatta? — So- 
fismi. Passav.: Sottili sofismi, cioè ar- 
gomenti di saper vincere altri dispu- 
tando. 

3. (L) Rubare violento, 

(SD Negozio. Pallav : Prono alle 
ricreazioni, ma di pari anche al ne- 
gozlo. 

(F) Rubare. Oli : Molti sono li 
modi del rubare: quelli sonomagqiori 
rubalori, che con pia forte braccio ru- 
bano... Tutti li tiranni sono in questo 
numero: — Negozio. Ad Tunoih.. Il, 
ll,4: Implicai se negoliis saeculari- 
bus. Cunv , I, \: La cura famiq tiare e 
civile., a sé tiene degli uomini il mag- 
gior numero, sì che in ozio di specu- 
lazione estere non possono, lOzio qui 
per Riposo, alla Ialina ; ne' versi Ozio 
per Inerzia ? — Diletto. Som.: Delec- 
tatio significa voluttà. Ed e bello che 
il ditello affatichi. 

4. (SL) Sciolto. JEn., IV: Meque his 
ersolvitecurts. Hor. Sat., 1,6: Haec 
est Vita sotutorum misera ambinone . 
qravique. Uis me consolor, vicutrus 
suavius ... 

(F> lo Boel.: Noi dall'alto ci ri- 
diamo di coloro che si buttano a ra- 
pire le più villssime cose, noi sicuri 
<la tutti quei furiosi tumulti, e da tale 
vallo muniti dove non possa la stolti- 
zia imperversante raggiungerci. 



3. (I.) Candelo: candela in candel- 
iere. 

(SL) Candelo. In Fra Giordano 
e nel Sacchetti. Nel X del Paradiso 
(t. 39), di Dionigi : cero: ivi men bene, 
non essendo in forma di similitudine, 
ma Dionigi è il cero che gì uso in carne 
vide l'angelica natura. 

6. (D E. Riempitivo. — Lumiera: 
Tommaso. — Mera: di luce più pura. 

(SD E. Riempitivo come nei XXV 
dell'inferno (l. «2) e come più su : M'e- 
ra, suso In cielo (l. 41. Avanti s'era 
(t s). — Mera. Par., IX, t. 38: Acqua 
mera. 

7. (D Suo: della luce eterna. — 
Apprendo di dove li t raggi. 

(SL) Apprendo. Costrutto invo- 
luto. 

(F) Luce. Aucr. Conf., IV: Que* 
che mirano nella luce eterna, a modo 
di sole risplenderanno. 

8 (D Dubbii: dubiti. — Hai...: vuoi 
che il mio dire si rischiari si che tu lo 
comprenda. 

(SD Ricerna. Par., XXVI, t. 8: il 
Via angusto vaglio Ti conviene schia- 
rar. — Distesa. Non so se si confac- 
ciano t traslati di aperta* di distesa, 
di lingua , di sternere. (ìi ri cernere. — 
Sterna, Par v , XXVI, i. is: Tal vera 
allo 'nteltello mio sterne. 



canto xr. 153 



9. Ove dinnanzi dissi : IT ben s' impingua ; 
E là 've dissi : Non surse il secondo. 
E qui, è uopo che ben si distingua. 

10. La Provvidenza che governa il mondo 

Con quel consiglio nel quale ogni aspetto 
Creato è vinto pria che vada al fondo; 

11. Però che andasse vèr lo suo Diletto 

La sposa di Colui che ad alte grida 
Disposò lei col sangue benedetto, 

12. In sé sicura, e anche a lui più fida ; 

Duo principi ordinò in suo favore, 
Che quinci e quindi le fosser per guida. 

13. L' un fu tutto serafico in ardore ; 

L'altro, per sapienza, in terra tue 
Di cherubica luce uno splendore. 

14. Dell' un dirò, perocché d* amendue 

Si dice, T un pregiando qual eh' uom prende ; 
Perch* ad un fine iùr V opere sue. 

15. Intra Tupino, e l'acqua che discende 

Del colle eletto dal beato Ubaldo, 
Fertile co3ta d' alto monte pende, 

16. Onde Perugia sente freddo e caldo 

Da Porta Sole : e dirietro le piange 
Per greve giogo Nocera con Gualdo. 

ML)(/'; dell'ordine domenicano, mando a gran voce, rese lo spirito. 

- Distingua in che Salomone è 1* al- Marc . XV, 57; Lue, XXI il, 46. - Act., 

UMimo de' veggenti. XX, 88 : 5* acquistò la Chiesa col sari' 

(SL> Impingua. Par., X, t. 59. — gue suo Osea, II, 19, so: Sposerò te a 

surte. Par., x.i. 58.,— Dislingua. Par., me in sempiterno.... in fede mi ti spo- 

XIII, t. 57, e 59. serò. 

. *<>• IL) Vinto...: ogni occhio di crea- 42. (SU Anche. Val sempre nel senso 

turasi perde. del latino usque; cosi come pure. 

. (SD Vinto. Som., 4. 42, 7— Fon- 43. (L> Ardore: carità. 

w.Purg., vili, t, ss: Sì nasconde Lo (P) Cherubica Som.: Cherubino è 

*wo primo nere he, che non gli è qua* interpretalo pienezza di scienza : Se* 

oo. Par., XIX, t. ai : Cela lui l'esser rafino interpretasi ardente o accen- 

profondo. dente. 

. (F) Mondo. Som.: Providentiagu- u. (U Pregiando: le lodi dell'uno 
wnat mundum. son quelle dell' altro — Qual ; qua- 
li .[lì Però che...: acciocché la Chiesa lunque de* due. — Sue : loro. 
andasse a Gesù. (SD Prende Par , IV, t. io : Quel 

(SL) Però che. Nel Convivio ac- Giovanni, Qual prender vuogti. Som.: 

nocche in senso di perocché. II senso Duplici ter accipi possunt. 

promiscuo dell' ad e del per spiega 45. (L) Tupino. Piumicetlo vicino ad 

tale promiscuità. 1/ ha anco Caterina Assisi. - Colle : romitorio di s. Ubaldo 

rt a Siena. in quel d' Agubbin. 

IP) Grida. Mailh., XXVII, 50. Cfiia- i*. (IO Per ugia. [Anto L'antica città 



154 



PAÌÌÀDI80 



17. Di quella costa, là dov' ella frange 

Più sua rattezza, nacque al mondo un Sole, 
Come fa questo talvolta di Gange. v 

18. Però, chi d'esso loco fe parole, 

Non dica Ascesi, che direbbe corto; 
Ma Oriente, se proprio dir vuole. 

19. Non era ancor molto lontan dall' òrto, 

CU' e' cominciò a far sentir la terra 
Della sua gran virtute alcun conforta 

20. Che per tal donna giovinetto in guerra 

Del padre corse, a cui, come alla Morte. 
La porta del piacer nessun disserra ; 



di Assisi è posta quasi a ugual di- 
stanza de'due flumt Tu pi no ( Tinio 
dei Latini) e Chiascio (Clasìum), il 

Suale riceve le acque del monte di 
ubbio, dello qui il colledei B. Ubal- 
do Siene su fertile e non disagevole 
costa alle Calda di un' alia montagna, 
costituita dal monte Subasto, il quale 
gareggia inettezza con 1' Apennino,' e 
in multi punti lo sopravansa, raggiun- 
gendo con la sua cima radezza di 
mille e cento metri sul livello del ma- 
re. Questo monte trascende per altri 
seicento metri Perugia, cut resta a 
levarne nella media distanza di mi- 
glia quindici ; e, per conseguenza, è 
sorgente di freddo e di caldo alla 
stessa città da quel Iato, coprendosi 
di neve in inverilo, e riflettendo le 
vampe di state. — DI contro poi a Pe- 
rugia*e dietro ad Assisi e al Subasio, 
stanno Nocera e Gualdo, cui oggi si 
aggiunge il cognome di Tadino, forse 
per distinguerlo da Gualdo cananeo, 
che rimane a mezzodì d'Assisi, alla 
distanza di circa una diecina di mi- 
glia. — Gualdo, suddite a Roberto di 
Napoli, e oppresse d' imposte. 

(SD Giogo, jtn., X : Arva aliena 
fugo premere. - Vili: Qmnem ttespe* 
riam ventini sua *ub tuga miitant. 
— Piange Georg., IV: Flerunt .. arces. 
JEn .VII: Te nemut. .. Te liquidi flever e 
lacut. ; 

n. (L) Frange : ò men eri a. — Tal- 
volta: quand'è più splendente. 

iSL> Fra> gè. Purg , XII, i. 35: Si 
rompe del montar l'ardila foga, Per 
le t calè e — Sole. S. Tommaso, nella 
vita di s Francesco : Come tote orien- 
te net mondo, il Beato Francesco fu e 
di vita e di dottrina e di miracoli 
chiaro. — Talvolta. Raro è che sia 
tutto puro in cUio puro. 

(F) Gange. [Ani ] Anche a Tolo- 



meo ed al geografi più antichi di lui 
era noto, che i ultimo corso del Gan- 
ge con tulle le sue foci cade al di 
sotto del tropico di cancro, e quindi 
dentro I limiti della zona torrida : 
onde alcuni giorni prima del solstizio 
della nostri estate, e alcuni giorni 
dopo il medesimo, nel moto diurno 
trovasi il sole a passare verticalmente 
su quella estrema parte di Gange. A 
chi dunque é nell'estremo occldeote 
deve apparire che il sole In quei gior- 
ni sorga dal Gange, il che fa manifesto 
quanto sapientemente abbia detto il 
Poeta che questa parvenza abbia luo- 
go talvolta. 

18 (L.) Ascesi: Assisi. — Corto: poco. 
(SD Ascesi. Vili., IX., 403. — 
Corto. Par,, XXXIII, i. $6: Sarà... cor- 
ta mia favella Purea quel ch'io ricor- 
do. — Orfente Cristo. Zach . Ili, 8. - 
Lue, 1, 78: Ortensexallo Così chiun- 
que si fa simile a lui. s. Bonaventura 
applica a Francesco le parole dell'A- 
pocalisse (VII. »: Vidi un secondo an- 
gelo che scendeva dall'oriente del 
sole, e aveva il segno delV Iddio vivo. 
E in una vita amica di s. Francesco 
culi è comparalo al sole oriente (C 
Wadding , Ann. Min., 1941). 

19. (L) La: alla. 

(SL) La. Per alla: gioverebbe 
osarlo. 

90. (L) Donna: la povertà. 

(SD Del. Non egli col padre, ma 
in guerra del padre. Cosi va intesa 
la guerra portata da Cristo; patirla, 
non farla: difendersene, non la protro» 
care: ma non la fuggire neanco, se 
giustizia e verità lo richiegga. — 
Porta Inf , XIII, tao: Chiavi del cuar~. 
le volsi. Serrando e disserrando, ai 
soavi. 

(F) Donna. Cani Canile . Vili, 7: 
Le acque motte non potettero spegnere 



CANTO XI. 

21. E dinnanzi. alla sua spiritai corte, 

Et eoram patre, le si fece unito : 
Poscia, di dì in dì, Y amò più forte. 

22. Questa, privata del primo marito, 

Mille e cent' anni e più, dispetta e scura, 
Fino a costui, si stette, senza invito : 

23. Né valse udir che la trovò sicura 

Con Antidate, al suon della sua voce, 
Colui che a tutto il mondo fé' paura; 

24. Né valse esser costante né feroce, 

Sì che* dove latria rimase giuso, 
Ella con Cristo salse in sulla croce. 

25. Ma, perch' io non proceda troppo chiuso, 

Francesco e Povertà per questi amanti 
Prendi oramai nel mio parlar diffuso. 

26. La lor concordia, e' lor lieti sembianti, 

Amore, e maraviglia, e dolce sguardo, 
Faceano esser cagion de' pensier' santi. 



155 



'a cantò.... Se l'uomo darà tutto f«- 
vere ài caia per l'amore, reputerà il 
proprio dono quasi natta Questo amo- 
re di Francesco alla povertà riconta 
[.caotici, amorosamente pli, che ab- 
biamo di lui. 

« (L) Corre...: In faccia al vescovo 
d Assiti rinunciò il retaggio paterno. 
(SD Corte. Il foro ecclesiastico 
aveva giur isdltlone da sé, Amplissima. 
AMOlaiameoUt cosi lo chiama anco 
Caterina da Siena. — Coram. Il latino 
ci sta come <l*»ito rogato — Fece uni* 
io. Pia che uni, dice il volere e l'af- 
fetto. 

a (D Marito: Cristo» - Anni e più: 
nei noi. 

w. (L) Vaine. .: che gli uomini udis- 
sero the Cesare la trovò . 

. . iSL) Colui. Cesare di notte pic- 
chia alla porta di povero pescatore 
tranquille» fra le incursioni nemiche. 
Lueaa . V : tiaec Caesar bis lerque ma* 
w mattonila leclum Limino commo* 
vji'. molli conturgit Amycta* , Quem 
aastf otg Qt toro Quixnam meo wa/i- 
i r *g** t inquii. Tecla petit? ani quem 
sottrae Fortuna eòegit Auxiltum epe* 
'•recata*? Sic fatui , ab alto... Seca* 
curut.... o vitae tuta (acuita* Paupe- 
'J'^ngustique tare* f O numera, non- 
««« Inmtccia, Deum/ Conv., IV, 43: 



Dice il Savio: Se vuoto camminatore 
entrasse nel cammino, dinnanzi a' la- 
droni canterebbe. Belò vuole dire Lu- 
cano nel quinto libro quando commen- 
da la povertà di nteuranza. dicendo» .. 
B quello atee Lucano quando ritrae 
come Cesare di notte alla casetta del 
pescatore Amiclas venne per passare 
il mare Adriano. 

U (L) Feroce: alteramente ferma 
itì amare Gesù 

(SD Feroce. In senso di altere, 
non cedevole, Hor. Carni., Il, 9: Ferox 
aetas. In trancesc fier dice anco di- 
gnità. 

*5. (£) Chiuso : oscuro. 

(SL) Proceda. L' usa spesso del 
dire raKionaodo (Purg., XVIII. I ss ; 
Par., V, t. « e altrove). — Diffuso* 
Purg , XXXII. t. si. 

ss <L) Lor: de* due sposi -Moravi» 
glia, che Francesco mostrava della 
sposa sua — Pensier In lui e In altri. 
<9L) Lieti conv., IV. 13* Ben lo 
sanno ti miseri mercanti che per lo 
mondo vanno: che le foglie che il 
vento fa menare. Il fa tremare quando 
ricchezze portano; e quando senz'esse 
sono, pieni di sicurtà cantando e ra- 
gionando fanno toro cammino 'pia 
brieve. 



156 PARADISO 



27. Tanto che '1 venerabile Bernardo 

Si scalzò prima, e dietro a tanta pace 
.Corse, e correndo gli parve esser tardo. 

28. Oh ignota ricchezza! oh ben verace! v 

Scalzasi Egidio, e scalzasi Silvestro, 
Dietro allo sposo : sì la sposa piace. 

29. Indi sen va quei padre e quel maestro 

Con la sua donna, e con quella famiglia * 

Che già legava V umile capestro. 

30. Né gli gravò viltà di cuor le ciglia 

Per esser fi' di Pietro Bernardone, 
Né per parer dispetto a maraviglia ; 

31. Ma regalmente sua dura intenzione 

Ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe 
Primo sigillo a sua religione. 

32. Poi che la gente poverella crebbe 

Dietro a costui, la cui mirabil vita 
Meglio in gloria del ciel si canterebbe,* 

33. Di seconda corona, redimita 

Fu, per Onorio, dall' eterno Spiro 
La santa voglia d'esto archimandrita. 

34. E poi che, per la sete del martiro , 

Nella presenza del soldan superba 
Predicò Cristo, e gli altri che '1 seguirò; 

27. (L) Tardo dal desiderio. (SL) Dura. Ne* latini ha buon 

(SD Scalzò. Come gli apostoli, senso. — Religione. Per ordine teli» 

Lue., XXII, ss. gioso, nella Somma. 

59 (D Padre: Francesco.— Cape- 33. (D Gloria ne' cieli altissimi. 

Siro : cordone. (SD Poverella : Fioretti del gto- 

(SL) Capestro. Inf , XXV li, t. 54. n'oso poverello di Cristo metter san 

so. (L) Gravò di vergogna. — Fi' : Francesco: cosi s'inlirota il noto libro 

figlio. del secolo XIV. Francesco fu canooii* 

(SD Gravò. Purg. XXX, l ss : salo nel 1338. 

Tanta vergogna mi gravò la fronte. ss. <D Per: da. — Onorio III; con- 

— Fi'. E in Brunetto ed in Guido, fermò l'Ordine. 

Quindi i cognomi fiorentini: Firidolfi, (SD Onorio, Vide in sogno 1 de- 

Figiovanni. Domenico io quella vece slini dell' Ordine di s. Francesco. — 

era nobile. — Maraviglia. Spesso ne* Spiro. Sentile riverenza alia Sede. — 

profeti annunziami l'umiliazione d'I- Archimandrita Nella Monarchia dice 

sraele è detto : Eri Un in sttmorem. s. Pietro archimandrita nostro, B 

Jer . XIX, 8; XXV, 9, n, 18; XXIX, 48; s' avviene ali' idea di gregge al fre- 

XLIV. ss: LI, 37, 44. 43, Ezech , V, 45. quente nella legge nuova e nella vec- 

Arrighetto : Pieno di vitupero, come cbia, e in tutte le lingue. 

maraviglia, sono mostrato. Serdonali: 84. (D Soldan d'Egitto. 

Dappoco epigro a maraviglia. Bar ioli: (SL) AH ri. Par., IX. t. 17: alta 

PiQri a maraviglia milizia che Pietro seguitile, ■ 

31. (L) Innocenzo IH, nel ist4. 



«ANTO XI. 157 



35. E per trovare a conversione acerba 

Troppo la gente, e per non stare indarno, 
Reddissi al fratto dell' italic' erba. 

36. Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno 

Da Cristo prese Y ultimo sigillo, 
Che le sue membra du' anni portarno. 

37. Quando a Colui che a tanto ben sortillo, 

Piacque di trarlo suso alla mercede 
Ch' e' meritò nel suo farsi pusillo ; 

38. A' frati suoi, sì come a giuste rede, 

E accomandò la sua donna più cara, 
E comandò che F amassero a fede. 

39. E del suo grembo F anima preclara 

Muover si volle, tornando al suo regno; 
E al suo corpo non volle altra bara. 

40. Pensa oramai qual fu colui che degno 

Collega fu, a mantener la barca 

Di Pietro in alto mar, per dritto segno. 

41. E questi fu il nostro patriarca : 

Perchè, qual segue lui com' ei comanda, 
Discerner puoi che buona merce carca. 

42. Ma '1 suo peculio di nuova vivanda 

È fatto ghiotto, sì eh' esser non puote 
Che per diversi salti non si spanda. 

35. iL> Acerba: non disposta. — Frut- (F) Amassero. Seti. : Riposati* si- 
to: a predicare in Italia. mamenle viverebbero gli uomini, se 
(SD Acerba. Par.. IX, t 46: Per queste due parole fossero levate via: 
essere al dover te genti crude. mio e tuo. 

36 tL) Crudo: aspro. —Sarto: la 39 (L) Suo: della povertà. — Altra: 
Vernia nel Casentino. — Sigillo : le alcuna. 

stimate ; il primo daJ papa. (SU Suo. Suo grembo riguarda la 

37 (L) Colui: Dio. — Sortillo: lode- povertà, suo regno par che riguardi 
siinò. — Pusillo: umile. l'anima, ma non é chiaro, come ap- 

(SL) Sortillo Vili., col dativo. - presso suo corpo. 1 tre suo non sono 

Ao. t HI: Sor Ut in uè vices. Peir. : A sì difetto perchè ripetuti, ma perchè 

alta grazia il del sortala. Sap , V, 5; fanno ambiguità. — Altra. Cosi dici:». 

Inter Sane lo s sors iltorum est. — mo: non volte altrimenti. Si volle 

Mercede Haliti.. V. itola vostra mer- seppellito nel luogo dove i giustiziati. 

cede è grande ne' cieli. [Murai.. Anliq. Hai., t. i. Benven. 

(?) Pusillo. I pusilli, gli umili imol.. Excerpta 1 

soncari a Dio. Matlh .XVlil.e, 40,H; (F) Tornando. Eccl., XII, 7: Lo 

Marc . IX, 44: Lue, XII. 32; XVII.2. Ma spirilo ritorna a Dio che lo diede. 

I pusilli non sooo i pusillanimi 40 (L) Colui: Domenico. —Segno di 

ss. <D Donna: la povertà. — A fede: cielo, 

eoa fede. li. (L> Qual: chi. 

(SD Rede. Anco in prosa -4 A (SL) Carca. Segue la figura delia 

Fede. Novellino, XXX: L'accogliesse a barca. ti . 

grandissimo amore 11 Notaio; Ti ter- 43. (L) Peculio: gregge. — Salti : pi- 



ve a fé... t'amo a buon cuore. seni. 



158 



PABA.BISO 



43. E quanto le sue pecore rimote 

E vagabonde più da esso vanno, 
Più tornano air ovil di latte vote. 

44. Ben son di quelle che temono '1 danno, 

E stringonsi al pastor: ma son sì poche, 
Che le cappe fornisce poco panno. 

45. Or, se le mie parole non son fioche, 

Se la tua audì'enza è stata attenta, 

Se, ciò eh' ho detto, alla mente rivoche ; 

46. In parte fìa la tua voglia contenta ; , 

Perche vedrai la pianta onde si scheggia, 
E vedrai, '1 Coreggiér che argomenta: 
IT ben s' impingua se non si vaneggia. 



(SL) Nuova. Francesco e Dome- 
nico vietarono che i suoi ricevessero 
vescovadi. — Salti. Bue, VI. Nemorum 
jam Claudi te sai tu fi; Si qua forte fé* 
rant oculis sese obvia nostri* Erra- 
bunda bovi* vestigia. 

45. (SD Pecore. Parabola nota. Mat- 
lh., IX, 56; X, 6; XII, 44; XV» 94; Lue. 
X. s; XV, 4, 6; Joan., XXI. 47. - Jer., 
XXIII, s: Disperdette la mia greggia, 
e la discacciaste; né l'avete visitata. 
— Vote. Però dice: Ben s'impingua se 
non si vaneggia (v ult). 

(F) Vagabonde. Isa!., XII, 44: 
Quasi ove*; et non erat qui congregete 

44. (D Panno: ci vuol poco panno a 
vestir laM frali : son pochi. 

(SD Panno. S'attacca , come un 
pruno, al iraslato delle pecore e de' 
velli loro. ' 

45. (D Rivoche: richiami. 

(SD Fioche. Pare terzina inutile; 
ma li primo verso segnatamente in- 
tende ch'egli vuol parlare chiaro e 
vuol essere inleso. — Rivoche. Modo 
latino. 

46. (D Onde: da cui traggonsi non 
più legne intere ma raen utili scheg- 
ge. — Che ...: che cosa intende Tom- 
maso dicendo: Dove s' impingua se 
non si vaneggia. 

[SD Scheggia. Non evidente. Ve- 
drai di che nobile pianta che legno si 
taglia e a che usi. Purg., XXVI, t. 39 : 



Scheggie per Ugni alquanto interi, 
non per pestelli scheggiali. Prover- 
bio toscano: La schtgqia ritrae dal 
ceppo. 1/ uomo tien dall'origine. Ma 
qui Intende il contrario. — Coreggiér. 
I Domenicani cingevansf di coreggia 
(Contili. Domin 4566): i Francescani, 
di corda; però cordiglieri (Inf , XXVH, 
l. s*). Ma Tommaso domenicano è che 
disse : V ben t* impingua, e che qui 
tuttavia parla londe il Coreggiér vale: 
io parlante; come in Virgilio (JEn., 
Il): Nec, si miserum fortuna Sinouem 
Finxit. Prima intendevasi verbo, e 
spiegavasi: vedrai che cosa argomeoia 
la mia parola correttrlce, — Argomen- 
ta. Poco evidente; e più chiaro altro- 
ve: Purg., XVi, t. 44: Bene argomen- 
ti; e Par., VII. 1. 49: Puoi argomentare. 
— Impingua. Par., X, i. I. Prov., XI, 
ss : Anima quae benedica impingua- 
bitur. Bsdr., II. IX, 95: Prov. XIII. 4; 
Eccli., XXVI, 46. Pinguedine nella Bib- 
bia vale sovente u berta, rlccbena e 
bellezsa; non è la grassetta tonda e 
grossolana. Però dice . ben s' impin- 
gua, che non paia quella della palude 
pingue (Inf., XI, l. 94). Inf.. XXVII. 
t. 31 : Quel capestro Che solca far li 
suoi cinti più macrl.L* magretaa ile* 
fianchi era forza dell' anima. 



CANTO XI. 



159 



I sillogismi difettivi io principio ; e 
il modo : qui è uopo che beif si distin- 
gua, e altri simili non sodo, al mio 
«eolire, difetto, posta la maniera di 
Danle: ma n<n oserei, d'altra parie, 
lodare la comparazione di quelle ani- 
me sanie, fermatesi, a candele ferme 
sul caodelliere; né il trapasso dalla 
imagine della Povertà Aposa, all' al* 
tra della barca carica di tuona mer- 



ce, e delle pecore vagabonde, dalle 
quali si viene da ultimo al panno e 
alle cappe E se oet principio non ri- 
scontrassi la p»rn\a a toriotamenie ac- 
colto (non dirò boriosa, ina non mi- 
surata al resto <M canto); quel proe- 
mio mi suonerebbe più magnifico, e 
da tutte aliente cose sciolto, avrebbe 
sublune semplicità. 



160 PARABISO 



FRANCESCO D' ASSISI. 



Il nobile cominciamento del Canto, nel quale il Poeta, vedendo sotto 
di sé legisti e medici e preti e re cupidi e potenti armati di violenza 
e di sofismi, e rubatori e uomini politici e uomini carnali, si consola 
dell'esilio e della solitudine e del dolore; questo cominciamento con- 
suona con le lodi di Francesco d'Assisi , che, fuggendo le grandezze 
e gli onori del mondo, raggiunse anco quaggiù l'altezza d'una gloria 
immortale. Dante lo colloca Ira' sapienti, perché il semplice frale né 
era ignorante né raccomandò 1' ignoranza come corollario di povertà e 
come piviale di santità, ch'anzi nella sua regola impone lo studio, e 
fece inni , e disse parole d'amore ferventi , e creò per lunga serie di 
generazioni una famiglia di contemplanti ragionatori, di dotti cittadini, 
di poveri magnifici, di soli tari i eloquenti. Cn inno cantato in sua lode, 
disadorno dello stile, e con numero senza metro, dice : Verbo paravit 
semitam : Tota amplectuntur saecula Doctrinam facto proditam. Nella 
filosofia e nella morale pagana è dato gran valore intellettuale alla 
parola; ma il suo prezzo, in quant'ell'é merito o colpa dell'intima 
anima , colpa o merito maggiore talvolta dell'opera stessa, questo 
prezzo, non è conosciuto, e il conoscerlo è incremento filosofico e ci- 
vile del principio cristiano. La potenza morale della parola fu più 
forse sentita dal figliuolo di Pietro mercante che dal nobiluomo Guz- 
man : però Francesco è tutto serafico in ardore (i); l'altro é uno splen- 
dore di luce cherubica, perché l'ordine dei Cherubini è sotto Vordine 
dei Serafini (2). 

Correvano già al tempo di Dante leggende della vita di s. France- 
sco e de'suoi : e 1' Ottimo le rammenta. Poteva al tempo di Dante 
vivere ancora chi aveva parlato, con Francesco d'Assisi; ma certa- 
mente il Poeta sotto i trent'anni poteva da un uomo dell' età di ses- 
santa raccogliere le più minute particolarità che questi avesse attinte 
da un coetaneo e collega e amico del Santo. Francesco era santo po- 
polare , ed è tuttavia. Da Giotto a' di nostri innumerabili le pitture 
che rappresentano la sua vita. Giotto dipinge con amore s. Francesco: 
Giotlino, più tardi, quando l'Italia comincia a cadere, dipinge Costan- 
tino e Silvestro (3). 

In Dante, Tommaso biasima i Domenicani degenerati, e Bonaventura 
i Francescani; perché dai vicini e conscii il biasimo é più credibile e 
onesto. Ma Tommaso loda Francesco, e Bonaventura Domenico, perchè 
la lode degli estranei ó più modesta. Le lodi e dell'uno e dell'altro 

(4) Terz. 13. (1) Inf., XIX e XXVII. 

(3) Dlon., Hlerarch., VII; Som., 
I, US. 



CANTO XI. 161 



'intuonansi con moto lirico e con epica dignità: ma a quelle princi- 
palmente di Francesco sono vestibolo quasi di basilica i versi: La 
Provvidenza che governa il mondo,., (1). Poi viene, al solito, un 
cenno di geografia per levare quasi la pianta de' luoghi, e per tras- 
portare il pensiero sulla scena de* fatti. E molto prima che trovassesl 
il nome di geografia politica (i nomi talvolta nascono sul finire delle 
cose e sono come riscrizione scolpita sopra un sepolcro) la geografia 
del Poeta era politica, e qui sentiamo il pianto di Nocera confondersi 
al •suono dell'acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo (2), 
nome poi diventato famoso per altro che per congregazione di frati. 
La narrazione dell'origine e dell' incremento dell'Ordine fondato da 
questo poverello che porta consacrati nel nome suo gli antichi legami 
delta nazione francese e della italiana, è, al mio sentire , non meno 
poetica e più vera che la narrazione dell'Aquila; ed Egidio e Silve- 
stro e il venerabile Bernardo mi appaiono non meno persone de' tempi 
eroici, che Quinzio dal cirro negletto j e i Fabli dalia fama odorata di 
mirra* 

L'amore tra Francesco e la Povertà rammenta la Cantica e gli alti 
amori della Sapienza: Desiderai e m' è stato dato il senno... e venne 
in me spirito di Sapienza. E preposi lei a' reami e a' troni ; e le ric- 
chezze, reputai essere nulla al paragone di lei (3). Qui cade il bel 
passo d'una leggenda: Ero simile a voi; che cercavo con ardente de- 
siderio la pace nelle cose esterne, e non la trovavo. Alla fine una ver* 
gine più splendida del sole m'apparve, che io ignoravo il suo nome; 
e, accostandomisi , con leggiadro volto e con soave favella, diletto 
giovane, mi disse, perche disperdi.il cuor tue, e, cercando la pace, 
ti lasci in tante varietà trascinare? Quel che tu cerchi è dame: quel 
che bramasti, io tei prometto, se pure mi vuoi avere in isposa. E per- 
che io desideravo sapere il nome di lei e la stirpe e la dignità, disse 
sé essere la Sapienza di Dio che per la redenzione degli uomini as- 
sunse umana forma. Io acconsentii, ed ella datomi il bacio di pace , 
%i partì lieta (4). 

Ha della povertà in modo speciale Bernardo di Chiaravalle, che l'Ot- 
timo volgarizza così: Di tutte queste cose avea in Cielo eterna abbon- 
danza, ma povertade non vi si truovava ; ma abbondava e soprabbon- 
dava in terra questa ispezie ; e Vuomo non conosceva il valore d'essa. 
Il figliuolo di Dio, desiderando questa , discese in terra, acciocch'egli 
la pigliasse per se , e a noi per la sua estimazione la faccia essere 
preziosa* E una leggenda : L'amore di questo consorzio , dico delia 
povertà, del dolore e del dispetto del mondo, Iddio amò tanto che la 
diede al suo proprio figliuolo ; e volle che gli uomini si tranquillas- 
sero in questo letto felici. E in questo letto io mi posai e mi poso , 
perch'egli è il letto mio ,e in questo letto spero morire, e salvarmi per 
esso. - Io, dice Dio, se la povertà non fosse bene così prezioso, io non 
l'avrei amata tanto, e se non fosse così nobile cosa , non l' avrei as- 
sunta. - Questa povertà Cristo ama, e la elesse per sé e per i suoi (5^. 

Qui, come altrove, la materia è fornita al Poeta dalle tradizioni; ma 
egli sceglie e le intesse in corona , e ci aggiunge di suo versi quali 
La lor concordia e i lor lieti sembianti, Amore, e maraviglia., e dolce 
sguardo (6) , ove senti anima esperta delle dolorose gioie dell' amore 



(1) Terz. 10. (4) Boll., 1, 553. 

(«) Terz. 15. (5) Bolland., 1, 198, 5111 e JJ6. 

(3) Sap., VII, 7, 8. (6) Terz. 26. 

Dante. Paradiso. H 



162 



PARADISO 



umano , ma insieme educata a esercizi! del cuore più meditati e più 
alti. Qui hai, quasi fondamento dell'affetto , la concordia del sentire, 
e segno dell'amore puro la letizia de' sembianti, e condizione del no- 
bile amore non '{scompagnato mai da umiltà, la maraviglia ; e la man- 
suetudine che risplende nella dolcezza dello sguardo, qualità propria 
di quel d'Assisi, e più splendida tra la ferrea luce dell' armi e tra I 
lampi dell'odio, e però degna di piacere all'anima di Dante, sdegnosa 
sì ma nou selvaggiamente feroce. Il semplice verso : Poscia di di in 
dì V amò più forle {i), ritrae degnamente e la vita di Francesco e la 
^vita della vera virtù, che è un amore unico, ma sempre vario perchè 
sempre crescente sopra sé stesso. Senonchè confessiamo che il primo 
accennare alla Chiesa come sposa di Cristo e poi dargli sposa la Po- 
vertà, non confonde le idee, ma si un poco le imagini ; confessiamo 
che il far salire la Povertà con lui sulla croce intanto che Maria ri- 
mane giù appiè di quella , può parere giuoco d' ingegno , dacché la 
poveretta di Nazaret non fu meno sorella della povertà monda e di- 
gnitosa di quel che Gesù fosse a lei sposo; confessiamo da ultimo che 
il tocco dello scalzarsi tanti seguaci di Francesco dietro allo sposo 
perchè la sposa piace (2), non è scandaloso punto in ragionamento si 
celeste, ma fa discordanti le imagini. 

Umiltà e povertà dai Cristianesimo aggiunte come due ale r alla di- 
gnità vera dell'anima umana, come vero istrumento alla potenza stessa 
e alla gloria delle nazioni quaggiù ; umiltà e povertà rintegrate dal 
frate italiano nella stima degli uomini con sì splendido esempio , il 
Poeta, siccome virtù non meno civili che religiose, poetiche non meno 
che teologiche, commenda sapientemente. E acciocché sia reso il de- 
bito onore al cuore e alla ragione umana anco nel paganesimo , e a 
quel Dio che conserva, tra gli errori stessi, il germe del bene, giova 
notare che non solo in Sallustio e in Seneca ipocriti o retori j non 
solo in Diogene e in altri o ciarlatani o buffoni , poteva Dante ve- 
dere gli esempi o le lodi delia povertà, non solo in Lucano ammirare 
i versi ispirati ai quali nel presente Canto egli accenna ; ma. certa- 
mente doveva stimare com' uno de' più maestrevoli passi di Virgilio 
suo maestro, quello là dove Evandro conduce Enea' nella sua povera 
casa e gli dice : Haec . . . limina Victor Alcide* subiit: haec illuni 
regia cacpit. Ande s hospes , contemnere opes , et te quoque dignum 
Finge Deo (3), rebusque veni non asper egenis (4). Dove il bella- 
mente ardito aude contemnere é, non dico imitato, ma illustrato 
da' versi: Né gli aravo viltà di cuor le ciglia.,. Ma regalmente sua 
dura intenzione Ad Innocenzio aperte (5) : dove il regalmente , detto 
dell'umile fraticello, rammenta e supera le care lodi del vecchio che 
lìcgnm acquattai npes animis (6). Il senso di queste parole del buon 
iu> *^é leva tu \i\\\ che alla terza potenza da Cristo laddove dice: 
^ifacciaUi rome parvoli, non entrerete nel regno de'cieli (7). 
pwri ; eh*'' rft loro è il regno dì Dio (8). 

f 



di fìnffs è dato da 

si irnienti : Deum... 

rnhultiin, fera cor- 

ftttmtniAe premendo 

da (|u«llo del Salmo: 

giUatim carda eorum 



(4) Mn., Vili. 

(5) Terz. 30. 

(6) Georg., IV. 

(7) Matth., XVIII, 3. 

(8) Lue, VI, 20. Som. Sap., 77: 
Quanto alla possessione del regno 
de' cieli s i poveri in ciò sono di 
migliore condizione che i ricchi* 



CANTO XI. 



16S 



Non é maraviglia se Y imagine del regno, che nel Vangelo ritorna 
frequente , ma in altro senso dal mondano, il Poeta per I suoi fini , 
coni 'uomo di parte, la ripete spesso ; e fa degli angeli e dei santi la 
doppia milizia, cioè cavalleria e cortigiania di paradiso (I) ; e di san 
Iacopo un barone (2) ; e di Cristo un imperatore nell'aula più segreta 
attorniato da conti ; e di Francesco stesso e di Domenico , così come 
de' due apostoli Iacopo e Pietro, due principi (3). Ma più alta imagine 
e più degna del cielo ò in quelle parole :... dietro a tanta pace Corse... ; 
e la gloria del cielo e la beatitudine é sovente nel Nostro chiamata 
con questo nome di pace, uno ed ampio e sereno siccome il Cielo. E 
l'inno angelico a Cristo nato, che congiunge le idee di pace e di glo- 
ria, fa ripensare quel movimento veramente ispirato della narrazione 
di Tommaso : Dietro a costui, la cui mirabil vita Meglio in gloria di 
del si canterebbe (4). 1 quali due versi, quand' altri non ce ne fosse 
tanti, compensano largamente le due ultime terzine, eie cinque o sei 
sparse per H Canto , nelle quali il ragionamento quasi scolastico si 
ferina a rendere ragione di sé, e dice di voler ragionare. 



(1) Par., XXX. 

(2) Par., XXV. 

(3) Par., XXV. - jEn.,11: Regna* 
tor Olympi, e altrove spesso. Hor. 
Carni., Ili, 4: Divosque , morta- 
lesque turmas Imperio regit unus 
aquo. Cino, delia Ragione , da 
buon giureconsulto: Al tribunal 
dell'alta imperatrice. Dino : Lo im- 
peratore del cielo provvide: che 
rammenta quel del seguente Canto 
(t. 14): Quando lo 'mperador . . . 
Provvide alla milizia ... E Dante 
nelle Rime : V eterno Sire. E la 
Somma (2, i, 105); L'ottimo ordi- 



namento di città o popolo è che 
sia governato per un re , perchè 
il regno massimamente rappresenta 
il divino reggimento, con che J)io 
uno governa il mondo dal princi» 
pio delle cose. A questa obbiezione 
risponde poi s. Tommaso dicendo 
che: Ottimo reggimento è quello 
dove un solo governa ma eletto da 
tutti y e governa con uomini di 
virtù eletti di tutto ìl popolo e da 
tutto il popolo. Le altre dottrine 
più proprie di Tommaso su questo 
argomento sono assai note. 
(4) Terz. 32. 



164 PARADISO 



CANTO XII. 



ABGOKSHTO. 

Alla ghirlanda de* dodici primi dottori, $' aggiunge 
un'altra di dodici, che gira cantando intorno a quelli. 
Tra essi, Bonaventura francescano, il quale tesse te lodi 
di san Domenico: belle, ma men poetiche di quelle del 
mansueto poverello d* Assisi. Il proemio del discorso di 
Bonaventura corrisponde forse con troppa arte a quello 
di Tommaso; ma la descrizione d'ella patria è qui più 
viva. La stessa riprovazione delle colpe presenti degli or- 
dini degenerati non è sì calda né forte. Ed è giustizia 
che a Francesco venga la lode più bella. 

Nel principio del Canto quelle accumulate comparazioni non son 
forse evidenti, ma splendono di poesia: la fine a ma pare languida. 

Nota le terzine 1 alla 5; 7 alia 41; 13, 14, 16, 17, 21, 25, 28, 32, 
33, 41, 43. 



Sì 



tosto come Y ultima parola 
La benedetta fiamma, per dir, tolse. 
A rotar cominciò la santa mola: 
2. E nel suo giro tutta non si volse 

Prima eh' un* altra d' un cerchio la chiuse, 
E moto a moto, e canto a canto, colse : 

4. (U parola. La parte ultima del s. (L) Altra corona di dodici. — 
precedente discorso. • Fiamma : Tom- Colse : accordò, 
roaso. — Tolse : profleri — Santa : (SD Chiuse La ruota de* Frao- 
glt spiriti in giro intorno a Beatrice, cescani cinse quella de' Domenicani, 
(SU Parola. D'intero discorso, perchè più antica Cosi Pietro. Meglio 
anche nel Purg., XXV e XXXIII. — forse, perchè! primi dodici sono roae- 
Tolse. Tolse a dire è modo comune; stri di dottrina più astratta, di più 
e ogff idi : prendere la parola. — Mnia. pratica gli altri : e la pratica abbrac- 
Dipinge il giro , non già la lentezza, eia di più ; oltre all' intendere, coni- 
co nv. : Non a , modo di ruota, ma di prende e stringe soavemente. 
mola (cioè orizzontalmente). Lachia- . 
mò già gloriosa ruota, beato aerto, 
corona, ghirlanda. 



CANTO XII. 



166 



3. Canto, che tanto vince nostre muse, 

Nostre sirene, in quelle dolci tube, 
Quanto primo splendor quel che rifuse. 

4. Come si volgon per tenera nube 

Due archi paralleli e concolori, 
Quando Giunone a sua ancella jube 

5. (Nascendo di quei <f entro quel di fuori, 

A guisa del parlar di quella vaga 
Ch'amor consunse come sol vapori); 

6. E fanno qui la gente esser presaga,* 

Per lo patto che Dio con Noè pose, 

Del mondo che giammai più non s' allaga ; 

7. Così di quelle sempiterne rose 

Volgénsi circa noi le due ghirlande; 
E sì l'estrema all' f intima rispose, 



s. (L) Muse, sirene : la dolcezza di 
voce e di parola umana. — Tube : voci 
celesti — Rifuse : si riflettè. 

(SL) Maxc pie' Latini anco in 
prosa. Cic.,|Tuscul., V,S3; Or. 4 Ep ad 
Pam ,1, 9- Bue, Vi: Nostra.. Thatia. 

- Sirene Purg., XIX, 1. 1 ; XXXI, 1. 15. 

- Tube. Nella Bibbia , per ogni ar- 
monia. — Rifuse. Par , il, t so : L'ai» 
trui raggio si rifonde (dallo spec- 
chio): ripercosso. JEo., VII: Lateri- 
atte illlsa refunditur alga. Georg., Il : 
Ponto sonat unda refuso. Altri po- 
trebbe leggere : Quel eh' e' rifuse , 
esso primo splendore manda e fa ri- 
percuotere. 

J. (L) Tenera : tenue, rugiadosa. — 
Jube: comanda a Iri di scendere. 

(SL) Volqon. Purg., XIII, UH 
larco... piega. — Ancella. Ovid. 
■et., t : Nuntia Junonis, varios induta 
colores, Concipit /rl« aauas. JEn., IV : 
Uno.., Irim demUit Otympo .... E : 
Mille irahens varios adverso sole co- 
tare». - V: Irim de coeto misti Satur- 
nia Juno.... Illa viam celerans per 
mille co lori bus arcttm. 

(F) Archi. CAntJ Nella t. 34 del 
XXV Purg. il Pueta accennò in ge- 
nerale alla natura dei fenomeni lucidi 
degli aloni e dell' iride: qui special- 
mente a quest'ultima descrivendola 
quando ci si presenta più bella in 
arco duplice e bene determinalo. 
Avendo posto mente il nostro al- 
lento osservatore , che l' arco este- 
nore è meno vivace dell' interiore, e 
inversamente coloralo, ha supposto 
cne quel di fuori nascesse per refles- 
sione da quel di dentro, prendendo 
stmUltudlue dall'esempio dell'eco, 



e nel verso 9 avendo già detto che la 
diretta vince la luce riUessa ; ma ve- 
ramente e I' uno e l'altro arco si 
origina dal sole nelle stesse circo- 
stanze generali di tenerezza di nube, 
cioè di nuvolo disteso risolvetesi In 
pioggia ; senonchè nel raggi dell'e- 
stremo segue una doppia riflessione, 
lo difesa però del Porta basterà ri- 
cordare, che la vera teoria dell* arco 
baleno e dei fenomeni congeneri è 
opera dei tempi moderni. 
5. (L) Nascendo : riflesso com'eco. 

— Vaga: innamorala di Narciso. 

<SL) Guisa. Georg., IV : Vocis.,, 
imago. Hor. Carni., I, is: Re cine t /o* 
cosa Nomen imago. — Vaga. Sem Int.: 
Eco innamorò di Narcisso. Ovid Net., 
HI : Attenuaht vigiles corpus misera- 
bile curae:— Vapori. Ovid. Met. , Il : 
Li qui tur , ut g facies incerto saucia 
sole. Hai tre similitudini l' una nel- 
l'altra, ma la terza è un dippiù. 

e. (L) Fanno : V arco baleno fa pre- 
sagire che il mondo non sarà più al- 
lagato. 

(SL) Noè. Gen., IX, 9, 43, 45: Porrò 
il mio patto con esso voi.... Porrò 
/' arco mio nelle nubi e sarà segno 
a" alleanza ... E noti ci saranno più 
acque diluviatrici a spegnere tutte le 
vite. — Allaga. Belio il presente, che 
raccoglie in un punto e li passato e 
il futuro , in forma biblica e degna 
di Dio. 

- 7. (L) Circa : attorno/— Estrema di 
fuori. — Rispose nel molo e nel canlo. 

(SD Rose. Fanno dimenticare la 
santa mola: che non bene si scuse- 
rebbe con 1 imagine del grano , fre- 
quente nel Vangelo, onde poi iro*e- 



iw 



PARADISO 



8. Poi che '1 tripudio e 1' altra fasta grande 

Sì del cantare, e sì del fiammeggiarsi 
Luce con luce, gaudiose e blande, 

9. Insieme, a punto e a voler, quotarsi 

(Pur come gli opchi, che, al piacer che i muove, 
Conviene insieme chiudere e levarsi); 

10. Del cuqr dell' una delle luci nuove 

Si mosse voce, che 1' ago alla stella 
Parer mi fece in volgermi al suo dove. 

11. E cominciò : — V amor che mi fa bella, 

Mi traggo a ragionar dell'altro duca 
Per cui del mio sì ben ci si favella. 

12. Degno è che, dov' è l'un, l'altro s'induca; 

Sì che, com' elli ad una militaro, 
Così la gloria loro. insieme luca. 

13. L'esercito di Cristo, che sì caro 

Costò a riarmar, dietro all' insegna 
Si movea tardo, sospeccioso, e raro; 



remo la ricoltae U loglio.— Rispose. 
Vate e corrispondere pel senso ialino 
dì proporzione , e rispondere d' ar- 
monia. 

8. \SL) Fiammeggiarsi. Purg. , XV, 
t. 95: Come specchio, V uno all' altro 
rende. 

9. (L) Quetarsi : nel punto mede- 
simo si quietarono per concorde vo- 
lere. — piacer.... : convien che s' a- 
prano e chiudano insieme. 

(SD /. Inf., VII, t 48. 
(F) Piacer. Anco il dolore eser- 
cita nel senso l' istinto del piacere, 
cioè della propria conservazione; e 
Il piacere che trascende questo fine 
diventa dolore. 

40. (L) Cuor: centro. — Ago calami- 
lato. — Al : luogo ov' eli' era. 

(SL) Nuove. Venute poi. Inf., IV, 
t. 48: lo era nuovo in questo stato. 
— Ago. Dimostra comune a que'lempi 
V uso della bussola. 

ti.il) Amor divino. —Duca: Do- 
menico, un de' cui frati parla si ben 
di Francesco. 

(SL) Duca. Nel Canto XXV s. Ja- 
copo sarà fatto barone. — Cui. Per 
onore di Domenico, Tommaso onorò 
Francesco, dacché r onore dell' uno 
ritorna in entrambi. intendasi da 
cui, cioè che in Tommaso parla ad 
onor di Francesco Domenico stesso» 

4t. (L) induca : introduca a dirne 
le lodi. — Ad una : insieme. 



(SL) Degno. Dtqnum est de' Li- 
tini. — Induca. Cic. , Ite Off , III, t; 
flor. Sai. I, 9 : Pater me. Ter enti Fa- 
bula quem. .. Inducit. Som. : lu seri- 
pturis exempla quaedam inducuutur. 
Per rammentare : Paolo induce la 
sentenza d' Arato (Som ). Conv.. li, » : 
S' inducono a udire ciò che dire in- 
tendo, certe Intelligenze. — Luca .Inf., 
XVI, t. 93 La fama tua dopo te luca. 
4S. (L) Insegna : la croce. — Sttspec- 
doso : sospettoso e timido. 

(SU fWcifo.Hìer.Epist LXXXlll: 
Ductor christiani exercitus. — Inse- 
gna. Anon. : Nella leggenda di s. Do- 
menico: dice che un frate minor e che 
motto tempo era stato compagno di 
s. Francesco, disse allt frati dell'or- 
dine de* predicatori , che insino a 
tanto che b. Domenico a Roma per 
la confermazione del suo ordine appo 
il papa soprastava, una notte orando 
ride in spirito Cristo in aere con tre 
lande in mano crollandole contro il 
mondo, per ti tre vizi: superbia. 
concupisce nxi a e avarizia, ne' quali 
era compreso, volendolo disfare. Al 

Suole, a' prteqhl della madre, per- 
one, offerendogli la della sua ma- 
dre due campioni (ciò furono s. Do- 
menico e s. Francesco) alla purga- 
zione d' esso, ed a rimetterlo sodo a 
sud signoria. 



CÀfcTO xri. 



w 



14. Quando l'imperator che sempre regna, 

Provvide alla milizia eh' era in forse, 
Per sola grazia, non per esser degna; 

15. E, com' è detto, a sua sposa soccorse 

Con duo campioni, al cui fare, al cui dire 
Lo popol disviato si raccorse. 

16. In quella parte ove surge ad aprire 

Zefiro dolce le novelle frondo 
Di che si vede Europa rivestire, 

17. Non molto lungi al percuoter dell' onde 

Dietro alle quali per la lunga foga 

Lo sol talvolta ad ogni uom si nasconde ; 

18. Siede la fortunata Callaroga 

Sotto la protezion del grande scudo, 
In che soggiace il leone e soggioga. 



u. (L) Degna la milizia. 

(F) Milizia. (O i Tina., I» 48: 
Milite*. .. bonamìmilitiam. 

n. (L) Sposa : la Chiesa. — Raccor- 
se: ravvide e radunò. 

it. (SD Aprire. Luci*., I : Et resera la 
viget qenilabilis aura Favoni. — Ze- 
firo. Óvid. Mei., I : Vesper. et occiduo 
quae titora sole tepescunt, Proxìma 
funi Zephuro. — Novelle. !|or. Carm., 
ili, 4: Fronde nova. —' Rivestire. 
Geonr-, Il : Grami ne vestii. 

[V) Zefiro. CAntO La somiglianza 
tra i due eroi, che il Poeia ha preso 
a celebrare in singolare maniera, lo 
ha indolio a procedere in modo ana- 
logo ragionando di loro; ma in quan- 
to però i due tiaono un' indole distin- 
tissima, si richiedevano concetll di- 
versi. E il nostro cosmografo non pò- 
levaprotliiar meglio delle condizioni 
offertegli dal luogo natio dei due 
Santi a questo scopo di speciale im- 
portanza. — Qui accenna all' influ- 
enza di Zefiro, vento che spira da oc- 
caso, oel'P affrettare lo svolgersi del- 
le fronde novelle nei nostri climi ; al 
silo della Callaroga, forse l'antica 
Calaguris nella parie settentrionale 
della Spagna ira le porgenti dell' fi- 
oro e del Douro, la quale non è mol- 
lo lontana dalle rive dell' oceano 
Caotabrico, oggi golfo di Guascogna; 
e ai parere che dietro alle acque ocea- 
niche , per la loro estensione, tal- 
volta il sole si asconda. Quest'appa- 
renza ha luogo intorno al solstizio 
d* estate, perchè allora da tutti gli 



abitanti della terra vedesi tramon- 
tare il sole ira ponente e settentrio- 
ne, alla qual parte sono volli que' 
lidi. Quanto poi al nascondersi del 
sole ad ogni uomo rammentiamo 
che ai tempi del .Poeta, la terra abi- 
tala credcvnsl ristretta fra gli estre- 
mi - meridionali dell'Africa e i sessan- 
tatre gradi di latitudine boreale, e 
dentro i J80 di longitudine orientale 
movendo dalle isole Fortunale. Do- 
veva dunque supporsi che sempre ad 
ogni uomo si celasse il sóle nell'ocea- 
no occidentale; e che talvolta ad 
ogni uomo si nascondesse in qualche 
direzione particolare rispetto ali* o- 
ceano stesso, il che qui Dante ha vo- 
luto significare. 

47. (I) Onde: dal lido dell'oceano. 

— Lunga: il di di slate è più lungo. 

— Talvolta : nel solstizio estivo. 

(SD Al. Tasso: Quanto è più 
lunge al fonte. —Nasconde Georg., I ; 
Sol.... se condel in undas. 

(F) Ogni. Pietro : Posto che abi* 
tanti non ci fossero giù. 

48. (i.) Callaroga: Caiahorra— Scu» 
do.... : arme del re di Castiglia dove 
s' inquartano due castelli e due leo- 
ni ; da una banda il leone sopra il 
castello, dall'altra, sotto. — Soggioga. 
sovrasta. 

(SL) Fortunata. JEn., I: Quae te 
tam laeta tuterunl Saecula? — Calla- 
roga. Calaguris de' Latini. — Soo- 
gioga. Purg., XII, t. sf : la Chiesa che 
soggioga La ben guidata. 



16g 



PARADISO 



19. Dentro vi nacque Y amoroso drudo 

Della \fede cristiana, il santo atleta, 
Benigno a* suoi, ed a* nemici crudo. 

20. E, come fu creata, fu repleta 

Sì la sua mente di viva virtute, 
Che nella madre lui fece profeta. 

21. Poi che le sponsalizie fur compiute 

*A1 sacro fonte intra lui e la Fede, 
U' si dotar di mutua salute; 

22. La donna che per lui 1' assenso diede , 

Vide nel sonno il mirabile frutto 
Ch' uscir dovea di lui e deir erede. 

28. E, perchè fosse quale era in costrutto, 
Quinci si mosse Spirito a nomarlo 
Dal possessivo, di cui era tutto. 

24. Domenico fu detto. E io ne parlo 
Sì come dell' agricola che Cristo 
Elesse air orto suo, per aiutarlo. 



4». (SL) Drudo. Da treu tedesco. 

fhe vai fedele : e chiamaron drudi 
vassalli. Nel Convivio cosi chiama 
gli amatori della QlosoGa : e drude- 
ria Jacopone usa io senso devolo : 
e drudo valeva genti/e —Atleta. Bai- 
land., 1.44: Athletam Christi fortissi- 
mum qui.... saevientis ìmpetum re- 
gi* fregerai. De Mon.. Il : Alhtetizan- 
tibus prò imperio mundi. — Crudo. 
Mn. % VI : Debellare superbos. 

90. (L) €ome : appena. — Repleta : 
ripiena. 

(F) Repleta. [C] Lue, I ( 45: Spi- 
ritu sancto reptebitur adhuLcx ute- 
ro matris suae — Viva. Geli., Il, 7 : 
Spiracutum vitae (!' anima), a, Cor., 
V, 4: Absorbeaiur quodmortale est a 
vita CDalla virtù spirituale J — Pro- 
feta. La madre sogr.ò partorire un 
cane bianco e nero con fiaccola in 
bocca; simbolo dell* abito di Dome- 
nico e dello zelo. 

14. (L) Mutua. Domenico nel balle- 
si ma promise sé alla fede ; la fede a 
lui vita eterna. 

(SL) Dotar. Troppo dire 'mutua 
la salute tra la Fede e Domenico. Ma 
denota e la degnazione della Grazia 
e la dignità dell' uomo che può, per 
umile affetto, farsi consorte alta divi- 
na natura. 

ss. (L) Donna : la madrina che pro- 



mette in nome dell' Infante battez- 
zato. — Erede : eredi. 

(SL) Vide. Lo sognò con in fron- 
te una sieda e una alla nuca, quasi 
lume dell'Oriente e dell' Occidente. 

83. (L) Costrutto : si costruisse il 
nome con l'opera.— Quinci : di quas- 
sù. — Spirito: spiraztone celeste. — 
Possessivo : Domenico da Domìnus. 

(SL) Costrutto. Figuratamente 
diciamo non e* esser costruito in un 
discorso, in cosa qualsiasi; non c'es- 
sere valore di significato o ci' utilità. 
Qui adopra forme tolte dal linguag- 
gio grammaticale, eh* 6 parte del filo- 
so li co a non pochi grandi intelletti. 
Bla poetico non oserei dire che sia. — 
Possessivo. Vosslo (Grana lai): Le 
voci che significano possessione o 
proprietà, come regio da re, patrio 
da padre. 
31 (L) Aiutarlo: lui. Cristo. 

(SD Agricola. Eccli.. Vii. 46: Ru- 
slicationem crealam ab Altissimo. 
lmagini simili nel Vangelo. — Orto. 
Par, XXVI, l. SS: YOr totano eterno 
accennando alla forma in cui Cristo 
apparve risorto. — Aiutarlo. Cristo o 
I' orto? Può stare de' due: meglio il 
primo. Ha ambiguo. Accenna alla pa- 
rabola dei chiamati al podere: e an* 
che al detto che pochi gli operai. 



«ANTO XII. 



169 



25. Ben parve messo e famigliar di Cristo; 

Che '1 primo amor che in lui fu manifesto, 
Fu al primo consiglio che die Cristo. 

26. Spesse fiate fu, tacito e desto, 

Trovato in terra dalla sua nutrice ; 
Come dicesse: « Io son venuto a questo. » 

27. Oh padre suo veramente Felice! 

Oh madre sua veramente Giovanna! 
Se, interpretata, vai come si dice. 

28. Non per lo mondo, per cui nft s' affanna 

Diretro ad Ostiense e a Taddeo, 
Ma per amor della verace manna, 

29. In picciol tempo gran dottor si feo ; 

Tal che si mise a circuir la vigna 
Che tosto imbianca se 1 vignaio è reo, 

30. E alla *edia, che fu già benigna 

Più a' poveri giusti (non per lei, 

Ma per colui che siede e che traligna), 



ss. (L) Consiglio d' umile povertà 
DenUenle. 

(SL) Contiglio. Vende giovanetto 
quanto aveva, e diede a' poveri ; mo- 
rendo disse: chi nel mio Ordine in- 
durrà possessioni temporali dia ma- 
ledetto. — Cristo. Quando rima con 
Cristo altra rima non trova degna che 
il suo nome stesso. 

(F) Primo. Mallh., XIX, 21; Se 
vuoi essere perfetto, va, vendi quel 
eh' hai e dà a' poveri. 

36 (L> Questo ; a patire e pregare. 

87. (L) Giovanna, [a ebraico vai gra- 

aÌta 'iSL) Oh. 2En.,ì: Qui tanti tatem 
qenuere pàrentes ? - Felice. Su que- 
sto nome giocasi anco ne Bollandi- 
stì (i 36 E., p. 138): O felici voi geni» 
tori di prole così veneranda JEa.* 
VII . Laurus eral... Laurentesque ao 
ea nomen postasse colonis. E poeti e 
filosoli danno peso all'origine de/ no- 
mi, sbagliando talvolta, come quan- 
do la Somma trae mania da manere 
(I j 46).— Giovanna. [C 3 Girol.: Do- 
minus misericors. Dominus gratia 
ejus, e allri : 0eo8(opa adullala. 

88. (L) Mo .• ora s' affannano. - 
Ostiense : a studii di lucro. — Afa/ina 
celeste. 



celeste 

(SU Affanna. Può stare affan- 
nare per affannarsi, e può s' affanna 
impersonale per quel che adesso bar- 
baramente si s'affanna, cioè 



bar- 
uom 



s'affanna. — Ostiense. Enrico di ausa 
cardinale d' Ostia, comentatore delle 
Decretali nel secolo XIII — Taddeo. 
Illustre medico floreniino: qui Pie- 
tro cita il Proverbio: Dai Galenus 
opex. tMorl. ottuagenario nel 1 396 in 
Bologna : scrisse conienti, parte edili, 
sugli antichi libri; e leggeva in Bolo- 
gna con lode grande. Si fece per 
la cura d' un papa dare ogni di cen- 
to^monete d* oro. Era degli Alderollì. 
Dante lo nomina nel Convivio. Altri 
meglio intende un Taddeo Pepoli, 
giureconsulto bolognese del tempo 
di Dante e gran canonista. — Manna 
Purg., XI. 1. ». 

<F) Manna Joan., VI, 48, 49: io 
sono il pane di vita. 1 padri vostri 
-^mangiarono la manna nel deserto e 
morirono. 

39 (L) Circuir : girare intorno per 
guardia e coltura. — Imbianca : si 
copre di muffa. 

(SL) Circuir. Biblico. 

(F) Viana. Hai., V, 3. Jer., II, 81 : 
Io piantai te vigna eletta, luna *e- 
menia vera: or come mi li sei volta 
in male, vigna d'altrui. Som.: La 
Chiesa è la vigna spirituale. 

30. (L) Sedia papale. — Più che non 
è. — Non, non dico questo. — Lei, 
sempre venerabile. — Per... : per la 
persona del pontefice, ineguale al suo 
ministero. . . „ 0<!oU » 

(F) Benigna. Ubertino da casale 



170 



PARADISO 



31. Non dispensare o due o tre per sei, 

Non la fortuna di primo vacante, 

Non depimas, quce sunt pauperum Dei, 

32. Addimandò ; ma, contra '1 mondo errante 

Licenzia di combatter, per lo seme 
Del qual ti fascian ventiquattro piante. 

33. Poi, con dottrina e con volere insieme, 

Con Tuficio apostolico si mosse, 
Quasi torrente eh* alta vena preme; 

34. E negli sterpi eretici percosse 

L' impeto suo più vivamente quivi 
Dove le resistenze eran più grosse. 

35. Di lui si fecer poi diversi rivi, 

Onde T orto cattolico si riga 

Si ohe i suoi arbuscelli stan più vivi. 



nel libro De voteti tia Papae, citalo da 
Pietro, diceva : Ut papa sit papa ve- 
re, debet habere quod Petrus habuit. 
Gregorio (tradotto dall'Ottimo): Noi 
tlovemo misericorctiogam&nle a tutti 
dare ti nostri beni esteriori... Chi 
non dà per te pecore a lui commesse 
la sustanzia sua, come darà egli per 
queste l'anima sua? 

si. (L) Sei : di rubar sei e dare ire 
in usi pii. — Vacante benettzio : si 
che sia tentato a bramare la morte 
altrui. 

(P) Sei Conv., IV, si : Ahi mole- 
ètrui e malnati, che disertate vedove 
e pupilli, che rapite alti men pos- 
senti, che furate ed occupate te al- 
trui ragioni; e di quelle corredate 
conviti, donate cavalli e arme, robe 
e danari , portale le mirabili vesti' 
menta, edificate ti mirabili edifica , 
e credetevi larghezza farei E che è 
questo altro fare che levare il drappo 
d' in su l'altare, e coprire il ladro e 
la sua mensa ? — Pauperum. De Mo- 
narch : Nec miseret eos pauperum 
Chrtsti, qulbus non solum defrauda- 
Ho fit in ecclesiarum provemibus, 
quin immo patrimònio ipsa quo lidie 
rapiuntur, et depauperatur Ecclesia; 
dum, simulando jmtitiam , execulo- 
rem fustitiae non admittunt.... Quum 
nec pauperibus, quorum patrimonio 
sunt ecctestae facullates, inde subve- 
ntatur.... Mate possesso sunt.... Quid 
si Ecctesiae substantia diffluit, dum 



proprletaies propinquorum suorum 
èxaugeantur ? 
33. (L) 5eme ; la Tede. 

(SL) Errante. Par., XX, l. S3. — 
Ventiquattro. Nel trionfo, di Cristo 
ventiquattro i seniori. Purg, XXIX. 
- Piante Par., X, t. si : Di quai 
piante s' infiora Questa ghirlanda. • 
XI, l. 46 : La pianta onde si scheggia, 

(F) Serve. Som.: Seme è la parola 
di Dio. 

33. (L) Volere: scio. — Preme: Più 
1' acqua è fonda, più quella di sopra 
preme , e fa rapide le correnti di 
sotto. 

(SL) Torrente. Amos, V, si : Giù." 
stizia quasi torrente forte. — Alta, 
Georg.. IV: Ftuminin alta. 

(F) Preme. Legge idraulica. 

34. (SL) Sterpi. Biblico, inteso alla 
lettera quel di Matteo (III, io, VII, 19): 
Ogni albero che non fa frutto buono, 
sarà tagliato e messo al fuoco. — 
Percosse. Mn. % li : Oppositasque evicit 
gurgitemoles. — Impeto. Semini.: Lo 
ìmpeto della decima onda percuote 
magq tormente. — Resistenze.9em\nl : 
Se d' alcun punto qti erano contrap- 
poste travi o bassi, andava schiumoso 
e fervente, e più crudele per lo con- 
travamento. 

ss. (L) Rivi : seguaci. 

(SL) Po*. Mori nel issi. — Rina. 
Eccli. , XXIV, 43: Rigabo hortum 
meum plantationum. — Orto. Cani. 
Canile, IV, is; V, I; Lue, xni, 49. 



CANTO Xtf. 174 



36. Se tal fu 1' una ruota della biga 

In che la santa Chiesa si difese , 
E vinse in campo la sua civil briga; 

37. Ben ti dovrebbe assai esser palese 

L' eccellenzia dell' altra, di cui Tomma 
Dinanzi al mio venir fu sì cortese. 
38» Ma T orbita che fé 1 la parte somma 
Di sua circonferenza, ò derelitta; 
Sì eh' è la muffa dov' era la gromma. 

39. La sua famiglia che si mosse dritta 

Co' piedi alle sue orme, è tanto vòlta 
Che quel d' innanzi a quel di retro gitta. 

40. E tosto s' avvedrà della ricolta 

Della mala coltura, quando il loglio 
Si lagnerà che V arca gli sia tolta. 

41. Ben dico, chi cercasse, a foglio a foglio 

Nostro volume, ancor troveria carta 

IT leggerebbe: « I* mi son quel eh'" i 1 soglio. » 

42. Ma non fìa da Casal, né d' Acquasparta , 

Là onde vegnon tali alla Scrittura, 
Ch' uno la fugge, e l'altro la coarta. 

m (L) Una: Domenico. - Briga: l'uso moderno dicono moti di mi- 

gaerra. nore empito. 

(SL) Briga. Purg. , XVI, t. 3t: 40 (L) loglio... : i Religiosi cattivi 

Prima che Federigo aveste briga. saranno in giudizio separali da' pii. 

37. (L) Altra : Francesco. — Tomma: (SL) Lagnerà. Queste personiflca- 
Tominaso d' Aquino ne disse le lodi, rioni quasi involontarie diffondono 

(SL) il (ira Rei Canto precedente per tulio la poetica vita, 
usa l* imagine della barca; qui del (F) Ricotta. Som.: La meste èia 

carro; nel XXXII del Purgatorio percezione dell' eterna vita. ioao.,\\ : 

(i. 43), del carro : navicella. Chi miele raccoglie fruiti di eterna 

38. (L) Orbita...: il suolo Impresso vita. — Loglio. Blatth., XIII, 38: Ca- 
tella parte più alta della ruota , non nia.... fitti sani neguam. Aug. : / molli 
e più seguito. — Muffa: Il vino' è grani del frumento eh' empiono il 
guasio. granaio son pochi in comparazione 

(SL) Somma: Ovid. Mei., Il: Au- delle paglie. — Arca. Matlh. XIII, so: 

fta summae Curvatura rolae. Ha qui Raccogliete prima la sitiania e tega- 

non s'intende se non per la gran- tela in fasci da ardere ; il qrano am- 

dezxa della ruota, dacché la parte montate nel mio granaio. Nel XXUI : 

foraraa per lasciare traccia dell' or- Arche ricchissime.... A seminar. 

oila. deve pure scendere a terra. L'i- 41. (L) Volume : ordine. — Corto ; 

magioe non si presenta evidente. frate^— V : dove. — Son buono. 

». {I) Gi ila: pon le calcagna ove (SD Ben per ma. bensì (Gio. 

Francesco la punta rie' piedi. Vili.). — Foglio. Metafora frequente 

(SL) Gif fa. Vulg. Eioq : Anteriora nel Nostro. 

posteriora putantes. Non chiaro, se 48 (L) Fia : buono. — Fugge come 

non a' intende dello scalciare, o dello rigida. ~ Coarta .\ stringe oltre al 

dono che deve fare 1' uomo per an- giusto. 

dare a ritroso. Senonchè, anco il la- (SL) Casal, Frale Ubertino da 

Uno motóre e il greco pàXXw nel- Casale scrisse ProloquiumdepQtentia 



172 



PARADISO 



43. Io son la Vita di Bonaventura 

Da Bagnoregio ; che ne* grandi ufici 
Sempre posposi la^sinistra cura. 

44. Illuminato e Agostin son quici, 

Che fur de* primi scalzi poverelli 
Che, nel capestro, a Dio si fero amici. 

45. Ugo davSan Vittore è qui con olii, 

E Pietro Mangiadore, e Pietro Ispano, 
Lo qual giù luce in dodici libelli : 

46. Natan profeta, e '1 metropolitano 

Crisostomo, ed Anselmo, e quel Donato 
Ch' alla prim' arte degnò poner mano. 

47. Rabàno è qui: e lucemi da lato 

Il Calavrese abate Gioacchino 
Di spirito profetico dotato. 



papae, e gli si dimostrò' soverchia- 
meoie severo. Nei 1346 a Genova si 
fece capo degli zelami, e promosse 
uno scisma neh' ordine (Wddding., 
Ann. Min). — A equa spana. Matteo, 
cardinale nel 450S, veniva in Firenze 
a portare, anziché pace, discordia, e 
ad abbassare i Bianchi (Dino, p 59) e 
innalzare i Donati : ipoi, minaccialo 
di morte (p. 54 - Vili., Vili. 48). .- 
Fugqe V allargarsi é un fuggire , 
onde, la forza centrifuga. Par., XV, 
t. ss : 'L temilo e la dote Non f uggia 
quinci e quindi la misura. 

45. (L) Vita : anima. — Bagnoreqio : 
Bagnorea, in quel d' Orvieto. — Sini- 
stra : mondana. 

(SL) Vita. JEn. , VI : Tenues 
sin e cor por e vita*. — Bonaventura. 
Cardinale e Dottore di s. Chiesa , ge- 
nerale de' Francescani , per diciot- 
t' anni lettore nell Università di Pa- 
rigi Nacque nel 42is: mori d'anni 
clnquantatrè. 

(F) Sinhtra. Eccli. , X, *: Cor 
flutti in sinistra Ulius. Ezech., XVI, 
46: Nauti., XXV, 35. Destra anco 
nella Bibbia ha senso di bene Gen , 
XLVIII. 45, 14. 47, 48; Psal XV, 8: 
Marc, X, 40. Som. : la sapienza egli 
altri beni spirituali appartengono 
alla diritta: il temporale nutrimento* 
alla sinistra Nota l'Anonimo: Che... 
è beilo e laudabile il lodarsi qui (in 
cielo) 

44. (L) illuminato e Agostin : Fran- 
cescani pii e dotti. — Quici : qui. 

(F) Amici. Sap., VII. 44 : Fatti 
partecipi dell' amicizia di Dio. 



45. (L) Edi : essi. - Giù nel mondo. 
— Luce: risplende di fama. — JU- 
belli: libri. 

(SL) Ugo. Teologo d' lori, poi 
dottore in Parigi. Scrisse de' Sacra- 
menti ; mori circa 11 4458. Ugo e il 
Maestro 'delle sentenze cilansi nella 
Somma: / delti a" Ugone da s. Vit- 
tore sono magistrali , e Annuo forza 
d' autorità. — Mangiadore. Come- 
store, lombardo: scrisse d* istoria ec- 
clesiastica e di teologia: seppellito 
in Parigi dove fu'precetlore. - Ispano. 
Lesse a Bologna : scrisse dodici libri 
di logica e altri di teologia. — Li- 
belli Per libri nel Convivio. E anche 
capitolo e articolo sono diminutivi 
di forma più che di senso. 

46. (L) Arie : grammatica. 

(SL) Natan Che corresse re Da- 
vide. Reg , II, VII , t. — Crisostomo, 
Arcivescovo di Costantinopoli; per 
voler riformare li clero, fu amato dal 
popolo, odialo dai grandi; mono in 
esilio. — Anselmo. Di Ca ntor ber y, ar- 
civescovo, nato in Aosta : gran teo- 
logo. Morì nel 1109. O s. Anselmo dì 
Lucca. — Donato. Grammatico, mae- 
stro a s. Girolamo. — Prim*. Cosi an- 
che il Boccaccio, la Grammatica pri- 
ma delle sette liberali. 

47 (SL) Rabano. Secondo 1' Ottimo, 
fratello di Beda, scrisse De proprie- 
tatibus rerum, e d* astronomia. Se- 
comi' altri: Mauro, tedesco: che scris- 
se coment! alla Bibbia, e fu il primo 
teologo de' suoi tempi ; monaco a 
Fulda ; studiò a Tours sotto Alenino, 
mori nell' 836 arcivescovo di Magonza. 



CANTO ZÌI. 



17S 



48. Ad inveggiar cotanto paladino 
Mi mosse la infiammata cortesia 
Di fra Tommaso, e il discreto latino ; 
E mosse meco questa compagnia. — 



— Lato. Numerati che gli ebbe via 
▼la io giro, viene da ultimo al suo 
▼icino.— Calavrese. Cai avrà scrive 
il Villani (HI, *) Nacque in un borgo 
presso Cosenza , mori nel isos. — 
Abate Clsterciense in un monastero 
da lui fondalo. Di lui correvano molle 
profezie; una tra le altre che annun- 
ziava la nascila dell' Anticristo nel 
4360 Un* opera di lui fu dannata dal 
Concilio IV Laleranense. Ammetteva 
in Dio quattro persone, ma poi si sot- 
tomise alla Chiesa : e Onorio IH lo 
disse cattolico. Fu veneralo in Cala- 
bria. Montaigne. I, 9: Ce Uvrede Joa- 
chlm ab ti è calabroit, qui predi sol t 
tous te* pape» fuiur*. leurs notnt et 
forme*. Lo cita Armannino nelle sue 
Fiorita. Scrisse anco un Comento a 
Geremia e un libro Salterio deca- 
chordo. — Spirito. Som, : Fervente di 
spirito profetico. 

M. (L) Inveggiar : emular nella lo- 
de. — Paladino della fede (Domeni- 
co). — Cortesia in lodare Francesco. 



— Discreto : retto e modesto — La- 
tino parlare. 

(SD Inveggiar. Invegqia per in- 
vidia, nel VI OH Purgatorio (t 7). Qui 
vale emulare in bene come per anti- 
frasi. Gli esempi ne mancano, ma deve 
essere stalo dell' uso che nulla lo scu- 
serebbe a adoprarlo in senso si diret- 
tamente contrario e fuori di rima e 
dopo un discorso di lode si ampia. Ha 
siccome emulare vale invidiare, e zelo 
e geloso hanno la medesima origine» 
il simile devesi credere ó'inveqgia- 
re — Latino Montaigne. Ili, 9 : En~ 
vers trsauelles la sagesse mime per- 
drait Mnn latin. 

(F) Discreto Coov., 1, 41: La parte 
razionale ha su' occhio col quale ap- 
prende la differenza delle co*e % in 
quanto sono ad alcuno fine ordinate: 
e quest' è la discrezione. Passav.: Or- 
dina fa e discreta dottrina. Greg. : 
Scientiae discr elione. - Indiscrelum 
silentium. 



Le anime qui sono lumiera, candelo, 
cero, ardenti soli : e, o come figure 
o come similitudini, vengono qui le 
imagini dell' alone e deli' iride, delle 
stelle che ro lano vicine a' poli, dell'a- 
go che si dirizza alla stella Ma tra le 
più belle di tali imagini. perchè più 
semplice e più spedila, e perchè met- 
te nella luce la vita e l'affetto, è 
nel verso : Del cuor dell' una dette 
luci nuove Quella degli spirili è ruota 
gloriosa, meglio che santa mola. La 
figura del cerchio non simboleggia 
qui solo la perfezione immobile, e 
quasi arida, del matematico, ma l' af- 
fetto e l'armonia della danza. Onde, 
fatta promiscua la beatitudine ai due 
sensi, lo splendore dell' un cerchio è 
rappresentato coni* eco dall'altro ; e 
i canti celestiali son detti da meno 
delle umane armonie, come è meno 
della luce diretta la luce riflessa. So- 
vrana la terzina del cantare e del fiam- 
meggiarsi; ma più poterne, perchè 
più scateno il verso : E moto a moto, 
e canto a canto, colse. Meglio era non 
nominare le sirene e le tube ; ma del 



suono argentino le copre l'orologio 
che iniuona, sulla prim' alba, l'inno 
d' amore a.Dio. Gli spirili lllumin ali 
di dottrina pia, meglio che cinti di 
mirto o di laurea, son essi rose sem- 
piterne, un serto beato; ghirlanda 
infiorata di piante vane, che fa corona 
al Poeta, e vagheggia la bella donna 
che lo avvalora a salire. E se la fiala 
del vino di las.*ù non vi gusta, spec- 
chiatevi in queir acqua che al mare 
non si cala, modo efficace per dire 
che ai buoni non conseniire al bene 
è impossibile, e rammenta la bella 
mossa d'Ovidio: Xanthe, retro pro- 
pera, ver ^ aeque recurri tae lymphae: 
Sustinrt OEnonem deseruisse Paris. 

La Povertà, sposa a Cristo, è sposa 
a Francesco : al sacro fonte celebrasi 
lo sposalizio tra la Fede e Domenico 
E nondimeno Domenico n' è il drudo 

amoroso ; Francesco e Povertà sono 
ornane .-Francesco e Domenico sono 
principi e duchi e campioni con va- 
lore unanime militanti. Domenico è 
Atleta santo che com balte per 11 seme 
evangelico, pel quale ventiquattro 



174 



PARADISO 



piante fasciano (imaglnl non so se 
bene accozza tei il Poeta, anch'esso 
ai nemici crudo, e non a soli l nemici ; 
della fede, il Poeta le cui parole sorì 
seme assai volte che frutta infamia 
a chi lo irritò. Ma non a caso è detta 
civil briga quella che Domenico vin- 
se; e pare che Dante volesse nella re- 
ligiosa additarci la guerra degli Albi- 
gesi sociale. L' atleta e duca è anche 
agricola: e del suo torrente si fanno 
rivi che irrigano l' orto cattolico ;. e 
di lui slesso e de' suoi eredi esce mi' 
rabite frutto. Francesco d' oriente ri* 
torna al frutto dell' Italie' erba. Ha 
se l'orlo ha arboscelli avvivati da que* 
rivi, e se il torrente percuote con im- 
peto negligervi ; la vigna che il duca 
circuisce* imbianca di muffa malsana, 
patisce della crittogama, se il vigna- 
iuolo è reo; cosi come la pianta del- 
l' ordine religioso, mal coltivata, dà 
male scheqgie; e il loglio prodotto 
dalla mala coltura, indarno si lagnerà 
òhe il luogo ne' granai gli sia tolto. 
Ritorna 1* imaglne della muffa nelle 
botti dell'Ordine mal fornite di grom- 
ma: tanto siamo lontani da quella 
verace manna che Domenico amò. I 
due principi ordinati per guida alla 



Chiesa, nonché avere chi li segua, 
haflno fdmty/fa che 8 i caccia a ritroso. 
Domenico è messo e famigliare di Cri- 
sto; e guidava in sul primo una greg- 
gia d'agnelli : Francesco é archiman- 
drita e patriarca. Ma la greggia da ul- 
timo diventa un volume, in cui qual- 
che carta parla tuttavia buone cose. 
Pare che, facendo parlare Bonaven- 
tura in nome di tutla la ghirlanda» e 
però anco di Donato grammatico , 
Dante qui si compiaccia in locuzioni 
di scuola : dodici libelli, quat era in 
costrutto .com'è detto; se interpretata 
vai come si dice* E già , à proposito 
d'Assisi, anche Tommaso : Non dica 
Ascesi, che direbbe corto. Ma oriente, 
se proprio dir vuote. Seoonchè iì 
discreto latino era della lingua co- 
mune : ed è a me bellezza morale , 
degna del Paradiso e di Dante, e della 
Repubblica conventuale e della civile, 
che Bonaventura, l'altissimo ingegno, 
chiami il compagno suo illustre non 
con altro titolo che Fra Tommaso. 
Cosi, bello, tra gli altri, è 11 semplice 
modo; come dicesse: io son venuto a 
questo; che rammenta la sublime 
semplicità del Vangelo: ad hoc rem. 



CANTO Xlt. 175 



IL CORÀGGIO RELIGIOSO. 



Anco alle Iodi di Domenico va innanzi un preambolo, non però cosi 
splendido come l'altro; anche qui abbiamo il solito traslato : Lo'mpe- 
rador che sempre regna (1), et regni ejus non erit finii (2). E anco in 
Cicerone: Il comune maestro e imperatore di tutti, Dio (3) (senonchó 
ambedue le voci avevano altro senso a lui dal moderno); e Tommaso 
paragona Dio a' re, gli angeli a' suol ministri (4): e doveva poi il Monti 
venire a parlarci del biondo imperator della foresta, che pare un erede 
d'Armfnio e di Rodolfo. 

Notisi, di grazia , differenza evidente, e, quànd'anco non avvertita 
dallo stesso Poeta, certo non casuale, tra le lodi de' due uomini e 
de' due ordini. Primo si fa intorno al Poeta e a Beatrice il cerchio 
de' Domenicani, poi intorno a quello, a più ampiamente comprender- 
lo, la ghirlanda de' Francescani, come un secondo arco di pace: e sic- 
come nei moto tle'creli il più lontano è 11 più rapido e il più divi- 
no (5) ; cosi qui i fratelli di s. Francesco per compiere di pari il giro 
con gli altri intorno alla Donna di virtù, non può che non si muo- 
vano più veloci. E siccome più su vedremo venire per primo Pietro e 
ragionar delia fede, poi Jacopo della speranza, e poi Giovanni della 
carità che di tutte è maggiore (6) ; similmente qui, al serafico in ar- 
dore (7) precede in ordine di narrazione , non di gloria, il cherubico 
in sapienza. A Francesco è sposa la sposa di Cristo e compagna flda t a 
insino alla morte, la Povertà per la quale gli uomini sono beali e 
re (8), dalla quale segnatamente come da più luminoso suggello, vuo.e 
il Figlio dell'uomo che sia riconosciuta la sua buona novella (9': 
della povertà di Domenico è fatto un- cenno; ma sposa gli è data, col- 
me a tutti i Cristiani, la Fede, e questo nel battesimo, e la madrina 
come per mandato, si sposa in nome di lui. Francesco è sole oriente 
a similitudine di Gesù; Domenico nasce in quella parte di dove lo 



(i) Terz. 44. (3) De Republ., III. 

(2) Lue, I, 33; Exod., XV, 18; (4) Som., 1, IH. 

Psal. X, 16; CXLV, 10; Apoc.,Xl, (5) Par., XXIII. 

15. - Sap., Ili, 8: Regnerà il Si- (6) Paul. adCorinth.-Par.jXXlV, 

gnore in perpetuo. Dan., Ili, 100. XXV, XXVI. 

• Tob., XIII, 1, 23: Il regno tuo (7) Par., XI, t. 13. 

in tutti i secoli. - Il regno di lui (8) Matteo. 

in sempiterno. Ambr., de Off., I, (9)Matth.,XI,5: pauperes evan<> 

49: L J imperatore eterno, gelizantur. 



176 PARADISO 



Sol,., ad ogni uom si nasconde (4); senonchè i versi che fanno sen- 
tire la primavera e mostrano in un alito di zefiro tutta Europa rive- 
stila di fronde, non invidiano a quanl' ha il precedente Canto di fre- 
sco e lucente. Della infanzia di Domenico è parlato lungamente y e 
del sogno del cane colia fiaccola in bocca a simboleggiare insieme e 
la luce del vero e la caccia de' nemici: ma della puerizia di France- 
sco nulla, perché troppo c'era da dire della sua vita, e dell'alto e pio 
suo resistere al padre mercante, e del coraggioso e altero amore alle 
cose disprezzate dal mondo audace e superbo ; e della sua regale som- 
messione all'autorità religiosa, e del pellegrinaggio in cerca di palma 
sanguinosa dinnanzi al principe barbaro, e del ritorno alla terra ita- 
liana siccome matura a messe di vita; e de' primi seguaci, nominali 
a uno a uno siccome degni di storia; e della impressione delle stim- 
mate (2) che , anco scientificamente riguardata , poteva essere effetto 
della meditazione intensa accalorata da un'imaginazione possente e 
dell'amore ardente alla cui passione corrisponde altrettanta compas- 
sione; e finalmente della povera morte che, privando il corpo di ba- 
ra, gli dà tempii magnifici per monumenti, e per lapide libri immor- 
tali, e por esequie suono immortale di cantici. Tranne quel che nar- 
rasi della prima età di Domenico, il resto si riduce a dire: chiese 
combattere, e combatto fortemente. I poverelli di Francesco nell'umile 
abito si fecero amici a Dio (3»; l'amante fedele (che questo è il senso 
tedesco di drudo), l'amante della fede é benigno 'a' suoi, crudo a' ne- 
mici non suol proprii ma di quella. Né crudo qui vai crudele, ma é, 
come Manto, la vergine cruda (4), o come il crudo sasso ove France- 
sco da Cristo prese V ultimo sigillo (5) alla sua religione. Ormai la 
scienza storica ha posto in luce, e porrà sempre meglio, come le di- 
visioni nella Chiesa fatte da ceni eretici , fossero guerre civili e so- 
ciali e dovessero per la dura necessità de' tempi e per l'esempio da- 
gli stessi dissideati dato, essere se non sempre , talvolta combattute 
anco con la materiale forza. Non ò però che i mansueti non siano col- 
locati più in alto; e a lode di Domenico basta bene eh' e' fosse beni- 
gno a' suoi quand' altri, invertendo il detto di Dante, si mostreranno 
crudi a' suoi e benigni a' nemici. Ed è lode assai che di quel torrente , 
che si vivamente percuote nelle resistenze, si facciano rivi da quieta- 
mente annaffiare la buona pianta. Del resto anco Francesco a Dante é 
una ruota della biga (6) in cui la Chiesa difende sé stessa, e ambedue 
insieme militarono come campioni (7). Bello che a denotare il deca- 
dimento del valor vero cristiano dicasi che l'esercito di Cristo' si mo- 
vesse non solamente tardo ma sospeccioso, perchè il sospetto fiacca il 
vigore e della mente e dell'animo, e spegnendo quella carità che di- 
scaccia il timore (8), induce vigliaccheria. E perché nella vita di Do- 
menico par che il Poeta non ami fermarsi (senonchè della patria di 
lui fa cenno onorato e notabile in mezzo a' biasimi di tanti popoli e 
regni), esce, con digressione che strettamente s'attiene al tema, anzi 
è l'intimo del tema stesso, a dire de' mali della Chiesa, e non a caso 



(1) Terz. 47. pus vero mox notatur Mirandi* 

(2) In un Inno: Cernit servus stigmatibus. 
Redemptorem Passum impassibi- (3) Terz. 44. 

lem Saeclorum imperatorem Tarn (4) Inf., XX, t. 28. 

pium , tam humilem; Verborum (5) Par., XI, t. 36. 

audit lenorem Viro non effabilem. (6) Terz. 36. 

Vertex montis inflammatur Vicinis (7) Terz. 42 e 15. 

cementibus: Cor Francisci trans- (8) Joan. Eoist., I, IV, 48: Cft«- 

formatur Àmoris ardoribus: Cor- rilas foras mitUt Hmorem. 



CANTO XII. 177 



ripete che ella fu già benigna.,, a* poveri giusti (1), per congiungere in 
uno e la benignità di Domenico, a' buoni, e il tenero amore di Fran- 
cesco alla povertà e a' suoi seguaci. E il cenno del dispensare o due 
o tre per sei (2) rende meglio ragione del Canto quinto e delia seve- 
rità dal Poeta opportunamente voluta nella permutazione de' voti. Ma 
qui, come sempre, distinguesi la sede da colui che ci sta (3). 

Nelle ghirlande degli spiriti seguaci a Francesco e a Domenico non 
sono i due Padri i quali vedremo in luogo più cospicuo abbellire la 
rosa sempiterna (4), senonchè ivi si nominano Francesco , Benedetto, 
Agostino; il nome di Domenico v'è taciuto. Non però tulli no' due 
cori son frati, ma i due fondatori danno loro come l'insegna e il co- 
lore; e nel serto de' diffonditori del vero per via della scienza, tro- 
vasi con altri Dionigi Areopagita e Boezio, Orosio e Isidoro, Graziano 
e Beda, e Salomone della eui salvazione si dubitava; ma Dante, che 
ha le chiavi del cielo, le apre, il povero esule, al magnifico re , che 
era anco in terra meno magnificamente addobbato de' gigli della valle. 
Tranne Salomone e tranne Sigieri , ch'ebbe parte grande e onorata 
nelle faccende civili, gli altri quasi tutti son uomini di mera scienza; 
ma nell'altra ghirlanda de' diffonditori del vero per via della carità, 
sono uomini di vita attiva; e Natan, il coraggioso riprenditore di re; 
• un altro Natan, la cui eloquenza pareggia talvolta quanto ad arte, 
i capolavori pagani, e quanto a fecondità di concetti li vince: dico 
Giovanni Grisostomo: e ci ha luogo anco Donato, forse come maestro 
d'un' altra anima eloquentemente coraggiosa ed affettuosa elegante- 
mente, Girolamo (5). Nell'una ghirlanda Isidoro etimologo, nell'altra 
Donato grammatico: e Dante era filologo per la vita; ma la filologia 
intendeva al modo del Vico, che ne fece anch'egli visione sopramon- 
dana, e soliloquio se non dramma: ma soliloquio al modo d 'Agostino' 
e dello Shakspeare, non già dell'Alfieri. 

Dall'ultimo verso apparisce che Bonaventura, loda Domenico in no- 
me di tutta la sua compagnia; e che il simile fa di Francesco in no- 
me della sua Tomimso d'Aquino: e in nome di tutti sono da inten- 
dere i biasimi a' frati degenerati ; che de' Francescani buoni Dante 
dice poche le carte In tutto il volume, e poco panno volersi alle cappe 
de' buoni Domenicani, in un luogo adopra il traslato della barca e 
della merce; in un altro, del carro e dell'orbita; ma nella medesima 
terzina dal carro passa alla botte, e dice della muffa succeduta alla 
gromma sana, come già sul principio dal vin della.... fiala passa alle 
piante di cui s' infiora la ghirlanda beala (6), e poi dal gran dottore 
alla vigna che imbianca , quasi presentisse la malattia peggiore che 
quella delle uve, la malattia de' dottori. 

Ma non sono le bellezze di Dante: e i maestri meglio che i cemen- 
tatori devono insegnare a discernerle. Non è però da notare tra' di- 
fetti, quand'anco non si voglia ammirare come bellezza, cena mostra 
d'erudizione fatta con intendimento meglio che erudito; come quando 
e gli accenna ai nomi di Domenico e de' genitori di lui , e quando al 
verso scolastico Dal possessivo di cui era tutto , premette Quinci si 
mosse spirito a nomarlo (7), ove vedi uno spirito scendere e ispirare 
'1 nome come quel di Giovanni (8j. Né questo parrà gioco a chi ram- 

(1) Terz. 30. (6) Par., X, t. 30 e 31. 

(2) Terz. 31. (7) Terz. 23,- 

(3) Terz. 30. (8) Zach., XII, 10: Effundam... 

(4) Par., XXX. t. 43. spiritum gratiae et precum. 

(5) Nominato nel XXIX del Pa- 
radiso, t. 13. 

Dante. Paradiso, -12 



178 



PARADISO 



menta gli accenni quasi filologici che fa Omero ai nomi' divini e agli 
umani, e que'di Virgilio alle Are, all'aito, all'ameno (1), e ! cenni 
biblici air intima corrispondenza dei nomi con le cose; a chi ripen- 
sasse quel della Somma : Sovente dalle proprietà esteriori compon- 
gono i nomi a tigni ficare le essenze delle cose (2). Ma fossero anco 
difetti cotesti , bene li compenserebbero versi cosi pieni di senno e 
vivi di imagini come: Insieme, a punto e a voler, quetarsi (3), dove 
tu vedi la precisione degli atti concorde alla unità de' voleri, la precisione 
in cui consiste la potenza e dell'armonia e d'ogni bello. E chi vuol saggio 
di splendore di modi, senz'uscire di questo Canto veda dalla bene- 
detta fiamma che l'apre, alla infiammata cortesia che lo chiude, il 
cerchio lucente di beati che chiude un altro cerchio di beati, come 
due ghirlande di rose sempiterne , che si fiammeggiano luce con 
luce gaudiose e blande (4), e si muovono e quotano così concordi co- 
me due occhi al volere della medesima anima, e paiono runa iride 
dell'altra, iride canora (5) e di tale soavità che le umane armonie sono 
luce riflessa a quel paragone. Il Poeta si volge ad essi com'ago cala- 
mitato alla stella. E 11 traslato di luce (6) più volte ritorna; e tutto 11 
Paradiso è luce penetrante e penetrante armonia. 



(1) Mu. t I: Saxa , vocant Itali 
mediis quae in fluctibus Aras. 
Georg., Ili: Cui nomen asilo Ro- 
manum est, aestron Graii vertere 
vocantes. - IV : Flos in pratis, cui 
nomen amello Fecere agricolae, 
jEn., XI: Matrisque vocavit Nomi- 
ne Casmillae, mutata parte , da- 
mili am. VI: Sylvius, Albanum no* 
men , tua postuma proles. - III : 
Est locus, Uesperiam Graii cogno- 
mine dicunt... Nunc fama, mino- 
res Italiani dixisse, ducis de no- 
mine , gentem. - VII: Clausus... 
Claudia nunc a quo diffundilur 
et tribus et gens. - Vili: A quo 
post Itali fiuvium cognomine Ty- 
brim Piximusj amisit verum vetus 
Albula nomen, Che rammenta: 
Come quel fiume.,.. Che si chiama 
Acquachcta.... E a Forlì di quel 
nome è vacante (Inf., XVI, t. 32, 



33). - Un* acg.ua ch'ha nome l'Ar- 
chiano.... Là 've 'l vocabol suo di- 
venta vano (Purf., V, t. 32, 33). 
Non sono imitazioni; ma dimo- 
strano l'importanza che per istinto 
danno gl'Ingegni grandi ai nomi 
delle cose, ne' quali sono sovente 
e le loro origini e le ragioni, 

(2) Som., 1, 1, 18. 

(3) Terz. 9. 

(i) Terz. 7 e 8. 

(5) La similitudine doppia, rica- 
mata quasi l'una sull'altra, del- 
l'eco e dell'iride , può esserglisl 
offerta pensando quel di Virgilio 
Georg., IV : Voeisque offensa resul- 
tai imago; più bello che in Ora- 
zio, Od., 1, 12 : Quem Deum cujus 
resonet jocosa_ Nomen imago. 

(6) La gloria loro insieme luca 
(t. 12). - Luce in dodici libelli 
(t. 45). - Lucemi da lato (t. 47). 



CANTO XI1L 179 



CANTO XIII. 



ABaOHCJTTO. 

Danze e canti, espressi in nuova maniera. Domenico 
spiega come Salomone fosse il primo in sapere: cioè come 
re. Piti alti di lui furono Adamo e Cristo, siccome quelli in 
cui Dio immediatamente operò , non per mezzo delle in- 
fluenze celesti le quali sono vivissime nel primo mobile , 
ma di sfera in sfera- indeboliscono : e la materia mortale 
ad esse resiste. A proposito di questo re, tocca della va- 
nità di certi studh scolastici; della vanità degli eretici 
in volere intendere a capriccio, le sacre parole ; della va- 
nità de' credenti in fare dannato chi è forse salvo. 

Le prime terzine del Canto son le più vive. Nota le terzine 5, 7. 
IO, 13, 18, 19, SI, 23, 24, 33, 38, 40, 41, 44 alla line. 

1. Imagini, chi bene intender cupe 

Quel eh' io or vidi (e ritegna V image, 
Mentre ch'io dico, come" ferma rupe) 

2. Quindici stelle, che in diverse plage 

Lo cielo avvivan di tanto sereno 
Che soverchia dell'aere ogni compage: 

i. (L) Cupe : brama.— Image : Ima- i vapori ristretti quasi lo principio dì 

gine. congelazione, eh' è il senso greco del 

(SL) Imaglni. Due son le corone vocabolo dra cui questo deriva. A?n., 

di Camme: runa s* aggira in con ira- V : In nubem cogltur aer. 

rio all'altra. — Cupe. \\ve cùpido e (P) Quindici. [Ani) Per darci 

altri: anche cupere sarà stato del- una imagloe della soave bellezza de* 

l'uso. due celesti drappelli, formati dai 

(F) Imagini. Anco in s. Tommaso ventiquattro santi Dottori, Il Poeta 

net linguaggio filosofico. Invece di ricorre alle stelle. Delle quindici di 



supporr e Aìceti di cose corporee ima» prima grandezza, soverchiami ogni 
ginemur. aerea compagine, collocale in diver- 
t (L) Stelle fisse, di prima gran- se regioni del cielo stellato in am- 
dezza ; poi le sette dell'Orsa minore ; bedue gii emisferi, e registrate nel- 
poi le due che terminan la maggiore. l'Almagesto ; con le selle più lucide 
— Plage : plaghe. — Compage : den- dell'Orsa maggiore, 1 sette trioni co- 
sila, siilucnii 11 carro di Boote, il quale 
(SL) Avvivan. Luce viva è quasi alle nostre latitudini non tramonta 
sbiadito dall'uso; avvivar di sereno giammai; e con le due più brillanti 
è splendente di fresca luce. ~ Com- dell'Orsa minore, le quali restano 
page. Non pare proprio, ma fa vedere alla bocca del corno effigiato daque- 



180 



PARADISO 



3* Imagini quel Carro a cui il seno 

Basta del nostro cielo e notte è giorno, - 
Sì che, ai volger del tèmo, non vien meno: 

4. Imagini, la bocca di quel corno 

Che si comincia in punta dello stelo 
A cui la prima ruota va dintorno, 

5. Aver fatto di sé duo segni in cielo, 

Qual fece la figliuola di Minói 
Allora che sentì di morte il gelo ; 

6. E T un nell' altro aver li raggi suoi , 

E amendue girarsi per maniera 

Che l' uno andasse ai prima, e l' altro al poi : 

7. Ed avrà quasi l'ombra della vera 

Costellazione, e della doppia danza 
Che circulava il punto dov'f era: 



sta costellazione ed avente principio 
dalla stella polare, cbe è prossima al- 
l'estremo superiore dell'asse del 
mondo, giusta il sistemadi Tolomeo : 
compone due segni astronomici di 
egual numero di elementi e della 
forma che assunse Arianna morendo, 
Cioè circolare, per modo che runa 
corona abbia nell' altra i suoi raggi, 
cioè siano concentriche Indi sup- 
pone che queste celestiali ghirlande 
5i muovano in giro d'intorno a iul, 
i maniera che runa vada in una di* 
rezione, mentre nell' opposta va l'ai* 
tra ; il prima e il poi, avendo anche 
rapporto di opposizione. Ma tal somi- 
glianza è appena I* ombra di quello 
eh* e' vide ; perciocché flutto quello 
che possiamo avere in uso quaggiù, 
da cui trarre argomenti a composi- 
zioni di fantasia, rimane di tanto in- 
feriore a quello che avviene lassù, di 
quanto resta indietro il moto della 
Chiana rispello a quello del primo Mo- 
bile. Della velocità di questo è da 
argomentare da quel poco che dicem- 
mo della rapidità della spera stella- 
ta, eccedente la veemenza del fulmi- 
ne; e della lentezza dei fiume Chiana, 
che nella provincia di Arezzo separa 
le montagne degli Appennini e del- 
l'Amiaia, argomenteremo pensando 
lo stalo paludoso di quella regione, 
e quanto piccola doveva essere la 

Pendenza dell'altipiano su cui verso 
evere scorreva in quel tempo, se 
poi si potè rivolgere essa Chiana e 
metterla in Arno. Qual potenza di ri- 



lievo in tal quadro disegnato, e quale 
armonica , composizione di disparate 
dottrine i 

s (L) Carro... : che mai non tra- 
monta dal nostro emisfero. — Vien 
meno: sparisce. 

(SL) Seno. Georg., li: Ex tremi 
sinus orbis. 

4. (Li lìncea,., : nell'Orsa minora le 
stelle han Fu r Din di corno, il coi prin- 
cipio è vicino ali" estremiti dell'asse 
sul qii'i|. j II primo mobìli pira. 

5 (L) Segni i rofiel Unioni. — Mi- 
nói : Minori- ; Armine. 

(SL) Seyiii, Georg , I: QuQ ti- 
gno cQfieteHt -Au&tri* — Mitiói- Anco 
In prosa, dacché *nel gemimi faceva 
Minóis. Mtì ., Vi ; Minala reqtia Qfia, 
Fast.. V : Hijccit.0 ptneu f ut e cnrmtam 
Ex Artad uà e n m idere . . . M orea d o Aria n* 
na, BacCD tniiLó lo islelie in sua co- 
rona rli 1 ù verso tramontami 

6 (L) Aver...; far due centri con- 
centrici, e girar I* uno innanzi, l' al- 
tro indietro. 

(SL) A ndasse.Ar\st. Phys. : Ad mi- 
nus proficisci rei ad rnajux. 

(F) Prima. Conv , IV. s : il tem- 
po... è numero di movimento, secon- 
do, prima e poi. Arisi. * Il prima e il 
poi sono primieramente nel luogo. - 
Il prima e il poi, lo conosciamo nel 
moto in quanto i momenti di questo 
si possono numerare. - Il tempo è il 
numero del moto antecedente e dei 
susseguente. 

7. (L) Circulava ; girava intorno. 



CANTO XIII. 



181 



8. Poich' è tanto di là da nostra usanza, 

Quanto di là dal muover della Chiana 
Si muove il ciel che tutti gli altri avanza. 

9. Lì si cantò, non Bacco, non peana, 

Ma tre Persone in divina natura, 
Ed, in una sustanzia, essa e 1' umana. 

10. Compiè '1 cantare e il volger sua misura; 

E attesersi a noi que' santi lumi, 
Felicitando sé di cura in cura. 

11. Ruppe il silenzio ne' concordi numi, 

Poscia, la luce in che mirabil vita 
Del poverel di Dio narrata fumi; 

12. E disse : — Quando r una paglia è trita, 
• Quando la sua semenza è già riposta ; 

A batter l'altra, dolce amor m' invita, 

13. Tu credi che nel petto onde la costa 

Si trasse per formar la bella guancia, 
Il cui palato a tutto il mondo costa ; 



8. (L) Chiana. Lentissimo fiume 
toscano. — Ciel : nona spera. 

(SL) Ciel. Purg., XI, t. se : Un 
muover di ciglia Al cerchio che più 
lardi in cielo è torto 

9. (L) Peana: a Febo.— Sustan- 
xia: persona. — Essa: Natura dt- 
▼ina. „ . 

(SL) Bacco. Georg., Il : Nunc le, 
Bacche, canam. - Rite sitimi Baccho 
dicemus honorem Carmlnibmpatrils. 
— Peana, lo- Bacche, lo Paean... JEn., 
VI negli Elisii: Vescemes, laetumque 
eh oro Paeana canentes Forma del- 
l' accusativo greco; come In Calcane 
la (Int., XX). e altri. 

l(F) Sustanzia Paolo, del Verbo : 

Sui cum si t... figura substantiae ejus 
d Bebr., 1, 3). E per ipostasi fa detto 
sostanza. Coov , II, e: La maestà di- 
vina è in tre Persone che hanno una 
sustanza. 

40. (L) Compiè : fermaron8i le voci 
e le danze. — Attesersi: attesero. 

(SL) Attesersi lnf.,xvi, t.s ; 4f- 
le tor grida... s'attese. — Cura. Ogni 
nuova cura d'amore è ad essi nuova 
felicità. 

14*. (L) Numi : Santi. — luce : Tom- 
maso. — Poverel: Francesco. — Fu- 
mi: mi fu. 

(SL) Ruppe. Mr»., X, Silentia... 
rtempere.-» Concordi. Bue, IV : Dixe- 



rum... Concordes stabili fatorum nu- 
trirne Parcae. — Numi. OtL: Parteci- 
panti della deitade. Par., V, t. ti : 
Credi come a dii. ;En., II: Numina 
magna Deum : nume è più l'azione 
della divinità ebe essa divinità. — In. 
Par.. X, t. ss: B dentro att'ìun sentii 

xxiì r \ ~~ Fùmi pcr mi tUi (Pur &" 
19 *(L) Quando... : giacché bai in- 
teso che voglia dire W ben s* impin- 
gua y verrò a quel ch'ho detto diSa- 
1 omo ne. - Trita: battuta. 

,, (SL) Vna. Par., X, t. si: V ben 
s* impingua. — Trita Georg , I : Pin- 
gues patta teret area culmos. Spie* 
gare il vero è quasi liberar dalla pa- 
glia il grano che sarà nutrimento. — 

Altra. Par., X, t. ss: Non sur se il se* 
condo 

43 (L) Petto..: d'Adamo. — Guan- 
cia a' Eva che morse il pomo. 

(SL) Guancia. Omero io un solo 
aggiunto dice bella guancia, donna 
betta: ma pezzo da cui viene la guan- 
cia e dalla guancia il palato, perchè 
poi si ritorni al lume iniuso, e nel 
petto autore della costa, e in altro 
petto forato dalla lancia, e si conclu- 
de con la bilancia della colpa dopo 
il costo del palato, non fa bel vedere 
né pensare profondo. 



188 paradiso 



14. Ed in quel che, forato dalla lancia, 

E poscia e prima tanto soddisfece 
Che d'ogni colpa vince la bilancia; 

15. Quantunque alla natura umana lece 

Aver di lume, tutto fosse infuso 

Da quel Valor che Y uno e l'altro fece. 

16. E però ammiri ciò eh' io dissi suso, 

Quando narrai che non ebbe secondo 
Il ben che nella quinta luce è chiuso. 

17. Or apri gli occhi a quel eh* io ti rispondo ; 

E vedrai il tuo credere e '1 mio dire , 
Nel vero farsi, come centro in tondo. 

18. Ciò che non muore, e ciò che può morire, 

Non ò se non splendor di quella Idea 
Che partorisce, amando, il nostro Sire. 

19. Che quella viva Luce che sì mea 

Dal suo Lucente, che non si disuna 

Da lui né dall'Amor che in lor s' intrea;- 

20. Per sua bontate il suo raggiare aduna, 

Quasi specchiato, in nuove sussistenze ; 
Eternalmente rimanendosi una. 

UAL) Quel ili Gesù Cri*lo + — Pti- cut mene il tuo crederò, intorno a 

ìtut dì mudre. cui t'aggira esso suo credere con for- 

\V) Prima, L'appellazione drlla ma di muovere equabile 

.si in le i krotii essa agli stessi rumi pa- 18. (L) Non muore : lo spirilo. — /• 

renll nitrito <n*po il peccalo, era vìa dea: il Verbo. — Sire: Dio. 

di salute Ria. rei s Torom*: Dai pri « (SL) Partorisce. Parere ha senso 

tao ita a marti* cominciò a meritare* amplissimo, onde forse aper ire. Ma 

— Soddisfece. Som e Cune, rìi Trento: se, d'Iddio parlando, sceglieva*! altra 

Grimo per noi notidinfece a ilio, som : locuzione* era meglio. 

Meri fitto in nofidìsfaiiom de peccati* Jt, II) Luce...: del Verbo Cbe muove 

t$. {U Quantunque: quanto. - Va- dal Padre, rimanendo una seco e 

Utr-, Din, — L'itu'j e t'alito : Adamo e collo Spirito che fa trinità eoa loro. 

Cristo. (SL) Mea. Ma., VI: Coeti mea- 

(SL) Valor. Par , K, 1,1; Lo pn- fan. 'Delia virtù divina, Boezio: In **- 

mo iti ineffabile Vaiare. mei redi tura meat, 

(Fjtditie. Som i Lo spirilo in fon* JO.(L) Aduna: per gratuita bontà le 

tlenteii lume naturate .— Tnt u>.Sum . creature * fa ricettacolo de' propri I 

L'umanità di Cristo fu da Dio rit, uuu raggi ; e quan l'esse sono più nobili, 

di Grazia. — infuso. Som.: Scientiam più le conforma alla propria «olia. 

per infusione»» habuisse. » infusa nel- (SL) Una. Par., XXIX, t. ult.: Tanti 

t'anima la giustizia. - L'uomoinuami speculi fatti s' ha, in ette si spezza, 

il peccalo alcune cose de' divini mi- Uno munendo in sé come davanti. He- 

steri conobbe con manifesta coqni* glio qui. 

zio ne, che ora non possiamo conosce- (F) Nuove. Le chiama, alla scola- 
re se non credendo. stlca, sussistenze , perchè stanno da 
is. (L) Ben: Salomone. sé. non come le qualità, abbisognanti 

(SL) Ebbe. Bue, II : Te nune ha- di sostanza. Par., VII, t. si; Costina*» 

bel ista secundum. — Ben. Altrove lo ve, cause non necessarie, 
chiama Amor, vita. 
47. (L) Farsi. 11 mio dire è centro a 



CANTO XIH. 



183 



21. Quindi discende all'ultime potenze, 

Giù, d' atto in atto, tanto divenendo 
Che più non fa che brevi contingenze. 

22. £ queste contingenze essere intendo 

Le cose generate, che produce, 
Con seme e senza seme, il ciel, movendo. 
28. La cera di costoro, e chi la duce, 

Non sta d' un modo : e però, sotto '1 segno 
Ideale, poi, più o men traluce : 

24. Ond' egli avvien oh' un medesimo legno, 

Secondo specie, meglio e peggio frutta; 
E voi nascete con diverso ingegno. 

25. Se fosse a punto la cera dedutta, 

E fosse il cielo in sua virtù suprema; 
La luce del suggel parrebbe tutta. 

26. Ma la Natura la dà-sempre scema, 

Similemente operando all' artista 

Ch* ha l' abito dell' arte, e man che trema. 



ai.(L) Potenze: creature inferiori. 
— Divenendo.. .: venendo tanto giù» 
che crea solo corruttibili cose. 

(SL) Divenendo. Altri legge divi- 
dendo, quasi contrapposto aduna. Ma 
il dividere, attribuito a Dio slesso, 
mi pare meno conveniente ; e non e 
come il distribuire la luce, taf., VII, 
ss. (L) Ciel. Caso retto (colle io* 
fluenze sue) 

(SL) Produce. Ma. , X, II: Quaiia 
nane nominurn produca corpora tei" 
lug. Som. : Productiones nrum. — 
Movendo. Potrebbesi intendere che la 
luce divina, muovendo il cielo, pro- 
duce le cose generate. Uà il cielo reg- 
gente quasi personiOcato da imagine 
più poetica; e s'accorda colla t. 25. 

(P) Seme. Con seme, animali e 
piante; senza .certi insetti o funghi, e 
simili cne falsamente credevansi na- 
scere senza seme. Ha (Purg. , XXV ili) 
per rendere ragione di piante che na- 
scono seoza seme, lo fa venire dall'E- 
den. Forse cfui intende non le vite 
animali e ▼egelanti, ma i corpi bruti 
che pon nascono di seme. Anco di 
questi però Virgilio : Magnurn per 
mane concia Semina lerrarumnue, 
animaeque, marlsque fuissenU Et li' 
Quidl Btmul Ignis; ut his exordia pri- 
mis Omnia (Bue, VI)* t , 

ss. (L) Cera...: la materia delle cose 
generate e le intelligenze motrici de' 
cieli die la figurano per varil modi : 



onde essa intelligenza più omeno ap- 
parisce nella materia. 

(SL) Duce. An., VI: Ducent de 
marmore vuttus. 

. (F) ideale. Ogni cosa è splendore 
d idea divina. 

84. (I,) legno...: due alberi della 
stessa specie hanno frutto diverso. — 
Ingegno: Indole. 

(SL) legno per pianta nella Ge- 
nesi. Joel. II, ss: lignum attulit fra- 
cium suum. — Ingegno. Ai Latini va- 
leva indote. Degli uccelli, Virgilio 
(Georg.,1): Si t divini tus ittis ingenium. 
(F) ingegno. L'anime tutte ugua- 
li ; la differenza viene dagli organi • 
corporei. 

ss. (L) Se....: se le influenze celesti 
fossero sempre nel più alto punto, e 
la materia per l'appunto disposta, le 
cose sarebbero perfette. 
,. (F) Suprema. Non d'atto in atto 
discesa. 

36. (L) Dà : la luce. — Trema : non 
può tutto esprimere quel che sente. 
(SL) All' lnf., XIII, t. 58 : Simile- 
mente a colui ctie.. —:Arttsta. la man 
ette trema son gli elementi mondani 
che non rispondono In tulio alla su- 
perna virtù. 

(F) Scema Dante, Cani : il gran 
pianeta... Con li bei raggiinfonde Vi' 
ta e virtù guaggiuso Nella materia t ?i 
com'è disposta. — Abitò. som.: Gl'im- 
perfetti che non hanno l' abito delta 



484 PARADISO 



27. Però, se '1 caldo Amor, la chiara Vista 

Della prima Virtù dispone e segna; 
Tutta la perfezion quivi s' acquista. 

28. Così fu fatta già la terra degna 

Di tutta l'animai perfezione : 
Così fu fatta la Vergine pregna. 

29. Sì ch'io commendo tua opinione, 

Che r umana natura mai non fue , 
Né fia, qual.fu in quelle due persone. * 

30. Or s' io non procedessi avanti piue, 

« Dunque, come costui fu senza pare? » 
Comincerebber le parole tue. 

31. Ma, perchè paia ben quel che non pare, 

Pensa chi era, e la cagion che '1 mosse, 
Quando fu detto Chiedi, a dimandare. 

32. Non ho parlato sì che tu non posse 

Ben veder eh' ei fu re che chiese senno 
Acciò che re sufficiente fosse ; 

33. Non per saper lo numero in che enno 

Li motor* di quassù; o se necesse 
Con contingente, mai necesse fenno ; 

virtù. - Ha l'abito della scienza - La (SL) Pregna Vang. : De spuntata 

disposizione a bene operare nelle pò» libi, urore praegnante. 

lenze dell'anima è aùito. - Gli atti 29 (L) Fia: sarà. - Due: Adamo e 

proporzionans* alle potenze e sono te Gesù Cristo. 

perfezioni di quelle. - Certi abiti di- so. (L) Costui: Salomone. 

consi arti operative. — Gli abili sono si. (I.) Paia. Apparisca chiaro quello 

certe determinazioni delle potenze ad che chiaro non appare. — Era: re. — 

alcuni speciali atti. Mosse a ben regnare. 

37. (L) se.. : se Ho. amante, veggen- (SL) Chiedi. Reg. Ut, HI, 5: Chiedi 

te, pou-nte. dispone la materia e im- guello che vuoi. 

prime immediatamente, come in A- sa. (L) Posse", possa. -= Sufficiente: 

damo e in Gesù Cristo idoneo. 

(F) Amor. Se lo spirito e il verbo (F) Senno. Re?., Ili, 111, T, t : ile- 
di Dio dispongono la materia e la gnare fecisti servum tuutn.... ego a«- 
imprimono. Disporre riguarda le pò- tem sum puer.... ignorante DaMs.... 
lenze e l'operazione del Verbo segna servo tuo cor docile, ut populum 
il carattere e l'azione dello spirito. — tuum j udì care possi t. Conv. , IV. ir .• 
Prima. Som : Dio è la prima causa Se ben si mira , dalla prudenza ven- 
efficiente. —Segna. Som: // principio gono i buoni constati... E questo è 
imprime i suoi effetti. — Perfezion. quel dono che Salomone, reggendosi 
Deul., XXXII, 4 : Dei per feda sunt o- al governo del popolo essere petto, 
pera. chiese a Dio. Eccl., i, 46: Praecessi 

98. (Lì Terra In Adamo. omnes sapientia. qui fuerunt ante me 

(F) Terra. Gen ,11,7: Formavlt... in Jtrusatem. — * Sufficiente. Aveva 

hominem de limo terrae. — Animai, senso quasi di pienamente efficiente. 

Suppone nella terra slessa, e saplen- Ad Corinti) , II, ni, s: Suffici entta no- 

temente, la disposizione a fornire più stra ex Deo est. - Som. , Deus sufft- 

o meo docilt gli organi della vita. — cienter con Une t omnia. 

Pregna. Lue, l, ss: Spiritus... super- ss. (L) Enno : sono gli Aogeti. — 

venìet in te, et virtus Attissimi obum» Fenno: fecero conseguenza necet» 

brabit Ubi. saria. 



CANTÒ Xffl. 



465 



34. Non si est dare primurn motum esse ; 

O se del mezzo cerchio far si puote 
Triangol, sì eh' un retto non avesse. 

35. Onde, se ciò eh' io dissi, e questo, note ; 

Regal prudenza ò quel vedere impari, 
In che lo strai di mia 'ntenzion percuote. 

36. E se al surse drizzi gli occhi chiari ; 

Vedrai, aver solamente rispetto, 

Ai regi, che son molti, e i buon* son rari. 

37. Con questa distinzion prendi il mio dotto: 

E così puote star con quel che credi 
Del primo padre, e del nostro Diletto. 

38. E questo ti fia sempre piombo a' piedi , 

Per farti mover lento» com' uom lasso, 
E al sì e al no che tu non vedi. 



(F) Motor* delle sfere (Conv., il 
5), che sono intelligenze spirituali. 
Aristotele (De coelo et mundo, l) Il 
dice tanti, quanti I moti del cielo; 
Platone, quante le specie delle cose. 
— Necesse. Aristotele nega che con* 
tingerne con necessario facciano ne- 
cessario; Platone I' afferma. Verità 
necessaria con contingente non può 
dar conseguenza necessaria, perchè 
la conclusione segue sempre la parte 
più debole. Non sempre. 

34. (L) Si: se dar 1' essere è dare 11 
molo. — Cerchio ...: se in un semicer- 
chio si possa iscrivere trlaogolo , un 
lato del quale sia il diametro del cer- 
chio, senza che formi un angolo retto: 
cosa impossibile. 

(P) Btse. Se il mondo sia eterno, 
cioè se bisogni porre un moto che 
non venga da altro moto. No: perchè 
ripugna atte cause il procedere in/i» 
ntto. Il costrutto non è chiaro.-— Cer- 
efiio CADI.] Quivi, com'altri ha notato 
o del sta per nel, o deve leggersi nel 
correggendo: perciocché si tratta ma- 
nifestamente delia nota proprietà di 
un triangolo rettilineo iscritto in un 
semicircolo.enon della ricerca sulla 
possibilità di equivalenza tra la su- 
perficie di un mezzo cerchio e l' area 
di un triangolo, nel qual caso non ci 
avrebbe che fare 1* angolo retto. Né 
può supporsi che II Poeta ammettes- 
se sciolto il problema della quadra- 
tura del circolo, si famoso fino dalla 
più remota antichità, per mezzo del 
triangolo rettangolo; giacché nei l'ul- 
timo di questa Cantica parla espres- 
samente della misura del cerchio,© 



dice chiaro che il geometra non ri- 
trova quel*prinpipio*ond'egli indige. 
— Col bel teorema, dunque, che ogni 
triangolo rettilineo iscritto nei semi- 
circolo è rettangolo, teorema indi* 
cato col supposto della ricerca d'una 
eccezione, il Poeta ha inteso dichia- 
rare* che Salomone non chiese la 
scienza delle" cose geometriche , né 
d'altre naturali, né di metafìsiche, né 
di logiche. 

ss. (L) Note: tu noti. — Ìmpari: quel 
vedere ch'io dissi in Salomone essere 
sommo, era senno di re. Fu il più 
saggio de' re, non degli uomini. 

(SL) Impari. Purg., XIII, Lio: Le- 
tizia... ad oqni altra dixpdri.Abbiamo 
impareggiabile. — Percuote, Par., IV. 
t. so: ih alcun vero suo arco percuote. 

36. (L) Surse : dice surse non nacque 
veggente. 

(SL) Chiari. Par., VI, t. m; Se... 
si mira Con occhio chiaro e coirti f fello ' 
puro. — Regi. Reg. Ili, 111. 43 : lìedl 
Ubi. ..gloriami ut nemo fuerit simitis 
tui in regibus cuncti*. 

37. (L) Diletto: Gesù Cristo. 

(SL) Prendi. In questo senso an- 
co gli Scolastici accipere. — Diletto, 
Cant. Canile, I. 43. 43, ti; II, 3, 8. 9, 
40,46, 47; IH, 5: Diiectus metta Me- 
glio Intendere cosi , che diletto in 
senso di conforto e d'amore. Nel quale 
Semini.: Era grande diletto dei tuo 
padre e della sua madre. 

(F)Star. Som : Privano illius ac- 
cidenti* non potest slare cum sub* 
jecto. 
58. (L) Piombo: distiogut sempre. 

(SL) Piombo. I versi qyi vanno 
lenti. 



186 



paradiso 



39. Che quegli ò tra gli stolti bene abbasso, 

Che senza distinzione afferma o niega 
Così nell' un come nell' altro passo. 

40. Perch'egli incontra che più volte piega 

L' opinion corrente in falsa parte ; 
E poi l' affetto lo intelletto lega. 

41. Vie più che indarno da riva si parte 

(Perchè non torna tal qual ei si muove) 
Chi pesca per lo vero, e non ha 1' arte. 

42. E di ciò sono al mondo aperte pruove 

Parmenide, Melisso, Brisso; e molti, 
Li quali andavano e non sapén dove. 

43. Sì fé' Sabellio, ed Arrio ; e quegli stolti 

Che furon come spade alle Scritture 
In render tòrti li diritti volti. 



39. (L) Passo : al si e al no. 

(SL) Passo, insiste sull' imagine 
de' piedi e del moverei maHI verso ut* 
timo non è cosi chiaro come pare. 
I/uno e l'altro passo, se dicesse sem- 
plicemente il sì e il no % ripelerebbe 
afferma e nega. Potrebbe intendersi: 
afferma e il si e il no. nega e questo 
e quello; cioè precipita tanto nell'ac- 
certaresèeallri quanto nel dubitare. 
O intendersi passo de'giudizi umani, 
e de'giudizi sulle cose divine; secon- 
doche vengono gli esempi di filosofi 
erranti e d' eretici. Il primo mi paro 
meglio. 

(F) Un. Cic, Acad., IV: Non è 
cosa più, sconcia che fare aita cogni- 
zione e atta percezione l' affetto e 
l'assentimento precorrere» 

40. (L) incontra...: avviene che l'opi- 
nione va al falso perché la passione 
toglie veder bene. 

(SL) Piega. Som.: Flectatur in 
bonum aud in mal uni. — Opinion. 
Conv.: Caduti nella fosia della falsa 
opinione. — Lega. Purg. XWH, t. 9: 
Natura , Che per piacer di nuovo in 
voi si lega. 

(F) Parte. Som.: Se l'intelletto in- 
clina in una parte piucchè in altra e 
lo fa con dubbio o temenza» quella è 
opinione: ma se con certezza e senza 

X nella tale temenza, allora è fede. 
risi. Post., 1, L'opinione è cosa de- 
bole e mal ferma, né procede da per- 
fetta volontà, 

41. (L) Torna: carico di falsità, che 
è sempre danno. 

(SL) Pesca. Modo proverbiale: 
Non sa quei che si peschi 

(F) Quat. De Honare : Più facil- 



mente e pienamente pervengono ad 
abito di filosofica verità coloro che 
nulla udirono mai, che non quel U che 
udirono per poco e di false opinioni 
si imbevvero: onde Galeno dice che 
a* cosi fatti richiedesi it doppio di 
tempo per acquistare scienza . 

41. (SL) Andavano, il verso dice Ter- 
rore vago; 

(F) Parmenide ò' Elea , scolare a 
Senofane , maestro a Zenone. — ■«- 
Usso diSamo: diceva, tutte le cose 
venire da una, in una redire. Confu- 
tati da Aristotele (Phys.,1) come Pan- 
teisti : Parmenide diste meglio che 
Melisso, che questi dice, l'infinito es- 
sere it tutto ; e quegli, che il tutto 
è racchiuso nel mezzo equidistante 
da' termini.— Melisso vuole l'univer- 
so immobile. — Brisso. Cercava la 
quadratura del circolo. Confutato da 
Aristotele (Post. anal.. IX). — Dove. 
conv., IV, si: Siccome dice il Filosofo 
nel primo dell' Elicale Tullio in quello 
del Fine dei beni : male tragge al le- 
gno quegli che noi vede. 

43. (L) Spade : mutilavan la Bibbia 
e la storcevano, 

(SL) Stolli. Ha questo titolo più 
sopra : e lo lesse più voile ne* Salmi 
e in Orazio (Bpist. II, a): Pravam stul- 
titiam. — Volti. Cresc. — Par., Il, t. 
tt: Diversi volli degli aslri. Ini. XXI II, 
l. io: Faccia de' pensieri. 

(F) Sabellio. Del terso secolo: con- 
dannato nel Concilio d'Alessandria. 
Ambr., de divin. FU., VII: Sabettiui, 
ipsum Pattern ipsum Filium prò fi te- 
tur. Di loro, Tommaso (Goni. GenL. 
IV). -- Arrio. Negava il verbo consci- 
stanziale al Padre: condannato nel 



CANTÒ Xììh 



187 



44. Non eien le genti ancor troppo sicure 
A giudicar; lì come quei che stima 
Le biade in campo pria cbe sien mature. 

45. Ch* i' ho veduto, tutto il verno, prima ' 
Il prun mostrarsi rigido e feroce, 
Poscia portar la rosa in sulla cima. 

46. E legno vidi già, dritto e veloce, 

Correr lo mar per tutto suo cammino, 
Perire, alfine, all' entrar della foce. 

47. Non creda monna Berta e ser Martino, 

Per vedere un furare, altro offerére, 
Vederli dentro ai consiglio divino: 
Che quel può surgere, e quel puì; cadere. — 



Concilio di Nicea nel 335. Som.: L'ere* 
sia di Ario che separò la divinità è 
più detestabile che quella di Nettario 
che separò t' umanità dalla persona 
Hel figlinolo di Dio.— Tòrti. Par XXIX, 
i 30. Quando è posposta La divina 
Scrittura, o quando è tórta. 

44. (L) Giudicar dannala l'anima, 
come molti fanno di Salomone. 

4s. (t) Feroee : selvaggio. 
„ (SL) Portar. Di piante. Georg., Il . 
Feri uva racemo». — Platani malos 
genere.— IV: Spinos jam pruna feren- 
te*.- Rosa Singolare. Georg; IV: Ro- 
wn... carper e 

46 (SL) Correr. JEn.,\ zJZquora curro 
- Foce. Con?., 1. s: Legno portato..., 
a diversi porli e foci e liti. 

*7. (L) Berla,., Martino. Nomi co- 
muni.- Furare : rubare. — Offerrère: 



fare offerte a Dio.— Veder li: un salvo 
l'altro dannato. 

(SL) Berta. Par., XXIX, t 55: JYon 
ha Firenze tanti Lapi e Biadi. — Mar- 
tino. Conv., 1, s: Suole dire Martino: 
non cadrà dalla mia mente lo dono 
cht mi fece Giovanni. Cavalcami, II, 
5 : Favellava più che la Cecca e Monna 
Menta. — Offerrère. Dino, p. 55. Le 
idee del furto e dell'offerta, anche 
Orazio congiunge : Vir bonus r Quan- 
docurnque Deos vel porco vei bore pia- 
cai.... pufchra Laverna, Da mihi fai- 
fere, da justam sanctumque videri, 
Nociem pecca tis et fraudibus objice 
nubem. 

(F) Vederli. Boet.: Di questo che 
tu stimi giustissimo e osservantissi- 
mo della ragione, la Provvidenza che 
tutto sa, giudica altro. 



Se non è mai lodata abbastanza la 
novità della similitudine nella quale 
>i Poeta, con un cenno emulo al Crea- 
tore, raccoglie da diverse plaghe le 
. «ielle, e obbedienti le alleggia in 
nuove costellazioni (dimostrando alla 
numera sua, come l'ipotesi e nell'ar- 
ia e nella scienza possa farsi inven- 
ince, come l'ideale conduca al reale, 
fi! reale ampli! il dominio dell'idea- 
le, come l'imaginazione e l'intelletto, 
quando fraternamente cospirino, si 
reggano e aggrandiscano mutuamen- 
u ''; gli è però insieme da confessare 
che quetlo adunamelo di splendori, 



falli concentrici all'esule pellegri- 
nante ne'cieli, e alla sua donna beala, 
f'oteva essere esposto con parole più 
ucide. Men nuova e meno ardita è 
l'esposizione della virtù creatrice; 
ma le parole: Discende quindi all'ul- 
time potenze Giù d'alto in atto, nel- 
l'arduità del vero che esprimono.a me 
appariscono ancora più luminose; e 
qui la poesia si deriva dalla vena pro- 
fondissima della scienza, e zampilla 
in allo nel sole di Dio. Non oserei lo- 
dare quell'aura similitudine del muo- 
vere, com'uomo tasso all'affermare 
o al negare; perchè l'attenzione a 



188 tARAfclS* 



non precipitare II giudizio richiede fa I piedi stessi essere impedimento. 

anzi affilila di pensiero, che di lunga Ha chiamare stolti coloro che eoo 

mano previene il passo da darsi, e troppo ingegnosi coment! ranno forza. 

ajuia a darlo con franchezza spedita, alla parola di Dio, è bellezza morale, 

E per ciO stesso, non direi proprio qui che prova quanta docilità fosse in 

il piombo a'piedi: ancorché sia co- questo Ingegno ardimentoso, e quao- 

munell modo del l'andare co' piedi di ta umiltà di fede nell'ai lerexsa delle 

piombo, che è cosa pia grave, perchè baldanzose speranze. 



CANTO XIII. 189 



GRADI DELLA PERFEZIONE. 



li primo costrutto del Canto potrebb 'essere meno involuto e di mag- 
gioro evidenza; ma raccogliendo da più regioni del cielo le stelle 
che fanno di bisogno air idea del Poeta , e ordinandole in due nuove 
costellazioni al suo cenno, dimostra come dal regno del possibile non 
solo la scienza, ma possa l'arte anch' ella ampliarsi. E perché la si- 
militudine qui non è lolla da cosa che é, il Poeta si liene in debito 
di spendere tre versi per imporre ai lettori che la nuova imagine ri- 
tengano ferma innanzi alia mente, secondo quel di Basilio : Ferma 
con V imaginazione quelle cote che desidera, e le vagheggia, E qui 
abbiamo la ferma rupe (1), comparazione che due volte ó in Virgilio 
(8); come altrove la torre ferma (3) a ritrarre la fermezza dell'animo, 
E siccome altrove lo spazio di milte anni all'eternità dicesi meno che 
un batter d'occhi Al cerchio celeste più tardo qui la luce e il canto 
delle anime (ciascheduna delle quali é un sole, e muovono cantando i 
due cori, l'uno a diritta e l'altro a manca, acciocché la varietà de'due 
moli circolari aggiunga alla bellezza dell'unità e alla potenza dell'ar- 
monia) vince tanto le imagini umane quanto le Chiane, fiumana lenta, 
si muovono men ratte del più rapido cielo. E qui, non come nell'Eliso 
di Virgilio, che mangiano, e cantano il Peano, ma cantano in gioia 
lotta di spirito : Tre Persone in divina natura , Ed in una sustanzia 
ma e l'umana (4). 

Egli è Tommaso, non Bonaventura, che muove il primo rimprovero 
a' frati degenerati, si perché, come domenicano e predicatore, egli ha 
a essere più severo; sì perché dagli scritti e dalia vita di lui appari- 
sce maggiore franchezza ad applicare la regola del diritto eterno ai 
negozi i della vita. Ed é Tommaso che tocca della sapienza di re Sa- 
lomone, e poi dichiara il suo detto, intendendo che trattasi di sapienza 
dì re; e che, del resto, era maggiore il lume infuso nelle anime d'A- 
damo (5) e di Cristo (6;. Numera Tommaso alcune delle questioni di 

U) Terz. 4. (5; Som., 2, 2, 5 : All'uomo, »»- 

(2) Ma., VII, X. nanzi la caduta, Dio era presente 

(3) Purg., V, t. 5. per lume di sapienza , più che a 
J*) Terz. 9. Aug. Ench.. XXXV: noi. - Della scienza d' Adamo e 
mina substantia et humana utra- della scienza infusa vedi la Somma 
W ut unus Dei fllius. - Boet. : (4, i. 93 ; 3. 1, li). 

Mrtona è la sostanza individua (6) Som. , 3, 2 : Dal principio 
Mia razionale natura. Som. , 3 , della concezione fu la natura urna- 
» : Nell'incarnazione ciascheduna na unita alla divina persona, e l'a- 
tei* due nature ^ divina ed urna- nima di lui ripiena del dono della 
»o, mondo sua ragione , è per- giazia. Ad Coloss., II, 3 : Nel qua- 
'««• le Un Crlsio) son tutti i tesori di 



190 PARADISO. 



scienza che re Salomone non chiese a Dio di sapere : il numero de 1 ce- 
lesti motori (1); se principio necessario insieme con elemento contin- 
gente diano effetto o deduzione necessaria (2) : se la creazione consi- 
sta nel moto, e se sia necessaria l'idea d'un primo movente (3) ; se trian- 
golo, la cui ipotenusa passa per il centro d'un semicerchio, possa essere 
senz'angolo retto (4) : delle quali questioni le tre prime sono collegate 
tra sé, e collegano a sé la quarta ; dacché la fisica, recandosi all' idea 
del moto, necessariamente conduce alla metafisica , siccome ò da ve- 
dere nel trattato d'Aristotele, dal quale gioverebbe che i moderni stu- 
diosi della natura apprendessero 1' arte dell' osservare e l' arte dello 
scoprire ; le quali senza l'arte del filosofare, diventano quasi zimbello 
de' casi fortuiti o degli umani capricci. E delle tre, la questione di 
mezzo , cioè quella del necessario e del contingente , collega insieme 
non solo la questione teologica della creazione e delle intelligenze 
superiori all'umana con la filosofica dell'origine delle cose, e delle 
leggi morali che si fondano in essa; ma collega la metafisica con la 
logica, la quale tutta riposa sul principio delia necessità, e da quello 
movendo alla contingenza come dal più al meno, anziché còme dal si 
al no, ci ritrova le norme della probabilità e della analogia , le due 
grandi regole del pensare e del dire e dell'operare. Dice dunque Tom- 
maso che Salomone non chiese di tutta specie sapienza , ma il senno 
di re, perché 1 re son molti e 1 re buoni rari, secondo quello d'esso 
Tommaso che, Avuta la potestà, può all'uomo mancare la sapienza®). 
E però disse di Salomone : A veder tanto non eurte il secondo (I), e 
con sottigliezza dialettica nota qui : Se al sua» drizzi gli occhi chia- 
ri (7) ; come dire non nacque il sapientissimo de' veggenti, che forse 
il pastore Amos la sapeva più lunga di lui, ma sorse il più veggente 
de' re. E dice sur se, non perchè tutti i re sorgano, dacché talune di 
loro ò da Dante chiamato bestia (8) ; ma sorgono quelli che vedono 11 
giusto. E non dice fare, ma semplicemente vedere; che quanto al fare, 
anco tra' regnanti ce n' è di meglio di re Salomone : e tanto è ciò vero, 
che dubìtavasi della sua salvazione ; e Dante pare che Intenda fare 
atto di liberalità e di clemenza concedendo eh' e' non sia suddito allo 
imperador del doloroso regno (9). 

La risposta incomincia dal verso veramento scolastico : E qui è uopo 
che ben si distingua (10), che rammenta quel della Somma : hie duplici 
distinctione opus est (il). E anco nel giovanile lavoro della Vita Nuova 



sapienza e di scienza. Som., 3, 9: nelle cose, a compimento dell'uni- 
Ebbe infusa non solo la scienza verso ; e però a certe cose adattò 
beata, ma ogni sapere. Aug. , In cause necessarie, il cui effetto non 
Christo omnes gratiae. Ad Coloss., può venir meno; ad altre adattò 
i, 19; In ipso (in Christo) com- cause contingenti e difettigli, 
placuit omnem plenitudinem divi- (3) Arist. Phys. , VITI : Non si 
nitatis inhabitare. Som., 1, 1, 29 : può con le cause procedere in infi- 
eriste è maggiore di tutto il gè- nito: bisogna salire a un princi- 
nere umano essendo Dio ed uomo, piomovente. V. Som., 2, 1, 9. 

(1) Som., 3, 3, 104 : Le cose na- (4) La Somma (1, 1, If) reca la 

turali son mosse dai loro motori, similitudine del triangolo. 

(3) Som., 3, 1, 10 : Da cause ne- . (5) Som., 3, 1, 3. 

cessarie per mozione divina seguo- («) Par., X, t. 38. 

no effetti di necessità; da cause (7) Terz. 36. 

contingenti effetti contingenti. Ivi, (8) Par., XIX, t. 49. 

1,1, 19 : Dio vuole che alcune (9) Inf.. XXXIV, t. 10. 

cose siano necessarie , altre poi (10) Par.., XI, t. 9. 

contingenti , acciocché sia ordine (U) Som., *, », 8, 



CANTO Xill. 191 



Dante si prende la cura di conciliare le contradialoni apparenti del 
dir suo distinguendo , perch' e' sa che discrezione suona senno e sa- 
pienza (i) e anche prudenza e modettia. E alla line del Canto ritorna 
su questo, e chiama stolto chi senza distinzione afferma o niega (2), 
servendo all'opinione dominante senza cercarne la ragione e renderla 
a sé, e così lasciando la passione precorrere all' intelligenza e farsela 
schiava. Onde il vizio del confondere quello che va distinto è dato 
per fonte all'errore insieme e alla colpa, e 11 vincolo della logica colla 
morale chiaramente additato (3). 

Ma 11 Canto sarebbe vuoto se d'altro non dicesse che della sapienza 
di re Salomone. Da questa il Poeta ascende all' idea della creazione 
e dell'ordine universale , come suole sovente , ma in vari modi e ri- 
guardi. Ed ecco II -ragionamento che e'tesse. Gli enti e immortali e mor- 
tali son raggio del Verbo, che nelle creature riflette più o meno del 
lume proprio, e le meno perfette fa essere più in potenza e in con- 
tingenza. Se in tutte la materia fosse ugualmente disposta, el' influenza 
de' motori celesti piena, tutte le creature sarebbero perfette egual- 
mente, cosi come V umanità d' Adamo nel genere suo , e in sé quella 
di Cristo. Ma dai vari! gradi d'attitudine nel soggetto, non da difetto 
della virtù creatrice , proviene quaggiù la diversa dignità delle cose. 
Però nei Convivio, III, 7 : La divina bontà in tutte le cose discende; 
e altrimenti essere non potrebbono : ma avvegnaché questa bontà si 
move da semplicissimo principio, diversamente si riceve, secondo più 
e meno delle cose ricevute. Onde è scritto nel libro delle Cagiani : La 
prima Bontà manda le sue boutadi sopra le cose con un discorrimento. 
Veramente ciascuna cosa riceve da questo discorrimento secondo il 
modo delle sue virtù e del suo essere. Onde vediamo che quella distin- 
zione, la quale é qui segnata come norma ai giudizi! degli uomini, é 
insieme la legge delle operfzloni di Dio : e appunto per ciò ò vera 
norma. Ora torniamo a illustrare a passo a passo. 

Ciò che non muore, e ciò che può morire (4). Non è se non splen- 
dor (5) di quella Idea Che partorisce , amando , il nostro Sire (6) . - 
Dio non conosce sé per idea. L' idea in latino dicesi forma. V idea 
in Dio, non è altro che l'essenza di Dio (7). • Le ragioni delle cose , 
in quanto sono in Dio conoscente, diconsi idee (8). - Idea vale esem- 
plare (E Dio è l'esemplare supremo) (9). - Le idee in Dio non nascono 
né periscono ; ma secondasse e formato quanto nasce e muore e quanto 
può nascere e morire CIO). - Le virtù fattrici delle cose sono originai- 

(1) Som., 3, 1, 103. Qui cum sit splendor gloriae , et 

(*) Terz. 39. figura substantiae ejus, portansque 

(3) Arist. Phys. : TI che essi non omnia verbo virtutis suae.... Cui..,. 
avendo distinto ,si traviarono dalla dixit aliquando Angelorum: Fi- 
verità. - Vie più che indarno da lius meus es tu, ego hodie gtnui 
riva si parte, Perchè non torna tei 

toJqttàl ei si muove, Chi pesca per (6) Terz. 48. ^ 

<o vero e non ha l'arte (t. 41). Dice (7) Som., 1, 1, 15. 

che non solo ne torna vuoto , ma (8) Soni.. 1, 1, 14*. 

peggiore di quando si mosse , in- (9) Som. , 1 , 1 , 15. Boet. : Tu 

tendendo che col falso esercizio cuncta superno Ducis ab exemplo 

bell'ingegno corrompe si il cuore. (10) Aug.; Q. LXXXI1I. Qui Pie- 

(4) Aristotele (Phys. , Il , 7) di- tro rigetta la sentenza di Platone 
lingue la cosa mobile , cioè crea- il qual poneva le idee principll 
( a, che muore, e quella che non della cognizione delle cose e della 
Nuore. generazione dì quelle (Sem., 1. 1, 



(5) Ad pebr., 1, 2 , S, 5 : In /l- 115). 
'fo..„ per quem fecit et saecula. 



132 PARADISO 



mente nel verbo di Dio secondo le ragioni ideali ; poi sono negli ele- 
menti del mondo ove furono dal principio prodotte insieme ; poi sono 
in quegli enti che dalle cause universali produconsi secondo le sue- 
cessioni de* tempi (1). 

Dice li Poeta che la luce del Verbo, rimanendo una In sé , raggia 
in nuove creature ; ma per indicare che in questa varietà stessa é il 
Principio dell'unità dice il suo raggiare aduna f2), contradizione ap- 
parente, ma conciliazione di sensi profonda. Cosi dì questo sole visi- 
bile dice Tommaso che, produce nelV una sua virtù , molte e varie 
forme ne'corpi inferiori (3;. E a spiegare ciò che qui e altrove é 
detto dell'impronta divina, e del segno ideale, che, come in cera più 
o men docile e pura , rimane più o meno in rilievo , giovano le pa-, 
role del libro medesimo : Rappresentazione che è fatta nella creatura 
dall'impronta divina (4). E già ne 1 Salmi le due imagini di luce e 
di sigillo troyansi accoppiate nel passo : Signatum est super nos lu- 
men vultus lui. Domine «5); e il segno di per sé, comprendendo due 
e più termini di comparazione, e dall'un lato fa cosa e l'idea, dall'altro 
l'idea e la parola, stendendosi cosi alla materia e allo spirilo, alla scienza 
ed all'arte, éuna di quelle voci che servono a più filosoficamente e più 
poeticamente ritrarre le facoltà e le relazioni del sensibile e del so- 
prasensibile universo. Non senza perché Dante dice dispone e segna (6) : 
che nella disposizione contengonsi e le proprietà naturali da cui di- 
pende la più o men chiara impressione delle perfezioni divine nelle 
creature, e gli abili volontari'! che fanno la creatura ragionevole de- 
gna ad essere più fortemente impressa del bene , e quindi ad espri- 
merlo con efficacia maggiore. 1 differenti gradi di dignità nelle crea- 
ture erano soggetti di intensa considerazione al Poeta, siccome queste 
parole del Convivio, III. 7. ci mostrano :Noi veg giamo molti uomini 
tanto vili e di sì bassa condizione , che ^ua$i non pare essere altro 
che bestia : e così è da porre e da credere fermamente che sia alcuno 
tanto nobile e di sì alta condizione, che quasi non sia altro che An- 
gelo. Altrimenti non si continuerebbe l'umana spezie..., E,con ciò di- 
chiarasi il Canto dov'è ragionato della provvida inuguaglianza delle 
condizioni, creata non dalla capricciosa violenza degli uomini, ma da- 
gli intenti della natura, cioè dalia legge di Dio. 

Qui sta l'importanza del canto, a cui non basterebbe, perchè fosse 
pieno, la moralità della fine, ove a proposito di un re dannalo o sal- 
vato, insegnasi a' Cristiani preti e non preti di non anticorrere ai giu- 
dizi'! di Dio, e non mettere a dirittura in Paradiso o in Inferno chi 
può di buono reo, e di reo farsi buono. Ma , le inuguaglianze nelle 
creature dell'Ente perfetto, parendo quasi contrastare a tale perfezione 
e molto più gli effetti della inuguaglianza, dovevano percuotere d'am- 
mirazione e di sgomento la mente e l'anima del Poeta. Egli mostra qui 
di sentire l'altezza della questione, ma non fa quasi altro che porla, 
dacché non altro dice se non che il Verbo suggella di sé differente- 
mente le cose, senza che sia resa di ciò la ragione. Una delle ragioni 
pare intravvedula nelle ultime parole del Convivio, recate sopra, al- 
trimenti non si continuerebbe l'umana spezie, ove pare s' intenda, per 



(1) Aug. in Gen., VI. Vuomo è come materia ricevente 

(3) Terz, 90. V influenza di Dio agente (Som. , 

(3) Som., 1, 113. %, 2, 1). 

(4) Som. , 3,4. In senso più (5) Psal., IV. 7. 
speciale : Nella manifestazione (6) Terz. 17. 
della fede , Dio è come agente , e 



CANTO XIII. 103 



quel che spetta alla dignità varia delle anime umane, che l' inugua- 
glianza é una scala di gradi pe* quali l'umanità viene continuamente 
salendo sopra sé stessa, e dall' una parte si collega alle creature ter- 
rene, dall'altra si raggiunge col cielo. 11 continuerebbe è quasi una di- 
vinazione della questione da certi moderni posta, del progresso con- 
tinuo dell' umanità, coi quale altri vorrebbe sostenere che essa uma- 
nità per le sole sue forze, quasi per necessità di natura, va sempre in- 
nanzi, e che ogni suo passo è progresso sempre: il che negano altri 
credenti nella distinzione del bene dal male e negli ajuli straordinari! 
e sùbiti de|la Grazia. Ria le due opinioni po&onsi consiliare ponendo 
dall' un lato che lo stesso procedere della natura è libero dalla parte 
dell' uomo e gratuito da Dio, ponendo dall'altro, che la Grazia stessa 
nelle sue illuminazioni ed elevazioni procede per gradi, e, come di- 
cono le Scritture, prepara, o come Dante con le Scritture dice dispone, 
innanzi d'imprimere del suo sigillo. Chi poi volesse più piena solu- 
zione di quest'alta questione delle inuguaglianze, l'avrebbe non solo 
dal rammentarsi quello che il Poeta più volte richiama alla mente dei 
suoi leggitori, dico l'imperscrutabilità del consiglio divino (1); l'a- 
vrebbe dal considerare che la creazione essendo inseparabile dall' idea 
di moto, il moto di necessità porta gradi, e però inuguaglianze ; e che 
le inuguaglianze delle facoltà e delle azioni, conciliale con la somiglianza 
della natura e con I' unità del fine supremo, essendo la legge dell'or- 
dina e corporeo e intellettuale e morale e civile, la costanza del prin- 
cipio, non potend' essere casuale, rende ragione dello stesso principio, 
e P enimma scioglie, se cosi posso dire; l'enimma; e le dueo più in- 
terrogazioni raffrontate dimostrano di contenere in sé la risposta. E 
chi cercasse altre dichiarazioni ancora, ne troverebbe una.nel pensiero 
più sopra recato, d'Agostino, che nella varietà è la bellezza dell'or- 
dine, e che senza varietà l' intelletto nostro e l'altetio non potrebbe 
concepire né sentire armonia. A questo accenna un' immagine del Con- 
vivio di Dante, ove i beni mostranti disposti in forma di piramide che 
dal punto minimo si viene dilatando in amplissima base; senonchè 
qui la piramide è inversa, e col punto minimo tocca la terra, e si di- 
lata nell'alto: al che forse ha la mira il Poeta ne' due alberi che di- 
pinge, che più salgono, e più frondeggiano nell.i bellezza de» rami (2). 
Inoltre, da' gradi diversi delle naiure,e dai gradi de' ministeri e delle 
facoltà negli enti della stessa natura, risulta il meraviglioso congegno 
delle influenze che ha l' un mondo sull'altro, e l' una sull'altra specie, 
e T uno sull'altro spirito, e ciascheduno e lutti gli enti su tutti e su 
ciascheduno; delle quali influenze sarebbe perduto e l'artifizio e il 
merito se varietà non ci fosse. E quindi nel mondo morale, del quale 
il mondo civile non è che un rivo, la bellezza e sapienza di quella 
legge che Cristo annunziò più chiaramente che .mai, la legge del mi- 
nistrare, non solo il minore al maggiore, ma l'uguale all' uguale, anzi 
il maggiore al minore più diligentemente di tutti : che in questo ap- 
punto ripone Cristo la maggioranza, nei farsi agi' inferiori ministro. 
E però sapientemenrte la scienza sacra nomina ministero l'angelico. E 
quello che parrebbe essere fomite di superbia e di divisione, così di- 
venta persuasione a umilia ed a concordia. E ciò anco per quest' al- 
tra ragione : che quelle che a noi pajono inuguaglianze di inferiorità, 
posson essere il contrario,, e talvolta sono. Quello che l'esperienza ci 
mostra con lente o dolorose prove, e che il Cristianesimo col suo lume 
consolatore, in un tratto ci rivelò, cioè che gli umili e i deboli sono i 

(\) Purg., Vili ; Par. , XI, XIX, (2> Purg., XXII, XXX11. 
XXI. 

Dante. Paradiso, 13 



104 PAfiADlSO 



più alti e più forti, e che le cose che non sono, pio elegge a confon- 
dere e sfare le cose che sono: questo dee essere riguardato non come 
un» eccezione teologica alle leggi di natura, ma come legge universale 
di tatto 11 creato. E ancora più luce deriva alla questione delia quale 
tocchiamo, dal considerare che 1 gradi varll di perfezione jsono eser- 
cito continuato alla nostra e all'altrui Intelligenza e libertà per salire 
e far salire più in alto, per educare la nostra e ie anime de' fratelli, 
per educare, mi sia lecita questa locuzione, anche 11 mondo corporeo, 
aecloccnè si venga rendendo più docile alle fprze dell' uomo ed al per* 
feilonamento di lui. I quali meriti e conforti del sempre ascendere e 
fare ascendere, dell'ammendare e dei riscattare, del continuare l' opera 
della creazione e della redenzione, non ci sarebbero se Inugualltà non 
el fosse. E quel che dlcesl di ciascheduna parte del piccolo e meschino 
genere umano, dicasi dell' Inuguagllanze de' mondi; l' un de.' quali In* 
fluendo sull' altro, si fanno aluto reciproco a più alto avvenire, e l' uno 
dell'altro son forse germi che nelP Incomputabile corso de' secoli fu 
. sempre più splendida ylta si svolgeranno. 



CANTO I1V. MB 



CANTO XIV. 



ARGOMENTO. 



Beatrice domanda a nome del Poeta , e uno spirito ri- 
sponde, circa la risurrezione de' corpi, se questi accre- 
sceranno la luce delle anime. Dice che si. Nuovi spiriti 
gli appajono ; in quella gioja di luce guardando la sua 
donna, e' si trova nel pianeta di Marte, dove splendono i 
morti in guerra giusta. Splendono disposti ih forma di 
croce, vessillo di martirio e di vittoria; ed è splendore 
con armonia di concenti. Salito lassù , e' non aveva anco- 
ra guardato a Beatrice. Però dice che V aspetto del cielo 
vinse in lui ogni passata bellezza : perchè piti si sale, e 
piti la bellezza de' cieli cresce ; ma ancora pia che de* 
cieli, quella della sua donna. 

Nota le terzine 4 ; 7 alla 14 ; 18, 19, 90 ; lì alla 95 ; 18 alla 35 ; 
37 alla 43; la penultima, 

1. Ual centro al cerchio, e gì dal cerehia ai centro, 
Muovesi T acqua in un ritondo vaso, 
Secondo eh* è percossa fuori o dentro. 

5* Nella mia niente fé* subito caso 

Questo eh' io dico, sì come si tacque 
La gloriosa vita di Tommaso ; 

3, Per la similitudine, che nacque, 

Del suo parlare e di quel di Beatrice; 
4 cui sì cominciar, dopo lui, piacque: 

4. (L) Centro... : la voce d 11* Tona- similitudine dell'acqua ebe muovesi 

maio venne dal cerchio al centro ; di nel vaso, ma ip altro senso. 

Beatrice, eh' era net mezzo, dal con- t{L) Caso: mi cadde In 

irò al cerchio ; conV acqua in vaso — Sì come : appena,, — Vii a . , 

tondo percosso di fuori, va dal cer- (SL) Caso. Per caduta éel 

chlo al cestro ; di dentro, dal centro (II, is) e nel Tasso (IV). Quindi foi 

al cerchie. il modo : far caso, giaeeiè Ugfev* 

(F) Acqua. Nella Somma, l'acqua, più cade da alto e più ha ettnlw A fi 

secondo il moto proprio,! muovesi Impressione. — v4t*Jfr.,wFTemHS 

al centro. Vedasi in Aristotele (Phys.) sire eorpore vita». 



196 PARADISO 



4. — A costui fa mestieri (e noi vi dice, 

frè con la voce, né pensando, ancora) 
D' un altro vero andare alla radice. 

5. Ditegli se la luce onde s' infiora 

Vostra sustanzia, rimarrà con voi 
Eternalmente, sì coni' ella è ora : 

6. E se rimane, dite come, poi 

Che sarete visibìli rifatti. 

Esser potrà eh' al veder non vi noi. ,— 

7. Come, da più letizia pinti e tratti, 

Alla fiata, quei che vanno a ruota, 
Levan la voce e rallegrano gli atti ; 

8. Così all' orazion pronta e devota, 

Li santi cerchi mostrar nuova gioia 
Nel torneare e nella mira nota. 

9. Qual si lamenta perchè qui si muoia 

Per viver colassi!, non vide ouive 
Lo refrigerio dell'eterna ploia. 

10. Quell'Uno e Due e Tre che sempre vive, 

E regna sempre in Tre e Due e Uno, 
Non circonscritto, e tutto circonscrive ; 

11. Tre volte era cantato da ciascuno 

Di quegli spirti con tal melodia, 
Che ad ogni merto sana giusto muno. 



4. (L) Costui : Dante. — Radice: 9. (L) Quat : chi. — Qui : nel raon- 
sapere a Tondo. do. — Quive : quivi io cìeio. — Piotar 

(SL) Pensando. Par., XV, t. si : pioggia che irrora di gaudio 

Mirati tifilo speglio In che, prima (SL) Ploia. Par. , XXIV, t. si. 

che pensi, il pensier pandi. [Cav.] Sap , IV, 7 : Justus..., si mor- 

(F) Radice. Par,. IV. t. a: /Va- tem preoccupatiti fueril, in refrige* 

set..., a qui*a di rampollo, Appiè del rio erit. 

vero il dubbio. io. (L) Ouelt' : Dio. 

5. (SI.) Infiora. Par., XII, t. 7: (F) Circonscrive. Conv.JV, 9 :4w- 
8entpiternero*e. che di costei (fieli» natura univer- 
si) Rifatti ...: avrete il corpo; sale) egli è limitatore Colui che da 

dopo il giudiiio , esso resisterà a nutta è limi tato, cioè la prima bontà 

taola luce. eh' è Iddio, che solo colta infinita ca» 

7. (L) Alla fiata: insieme. — A pacità V infinito comprende. Pnrg., 

Ruota: hall.-nfo in tondo. XI. 1. i: Nt' cieli stai, Non circoli* 

(SL) Ruota. Par., X, l. 49 : Gloriosa scritto. 

ruota 11. (L) Mano : rimuneraz'one. 

t (L) Torneare: girare. — Mira : (SL) Ciascuno Senti le YOd dfc 

mirabile canti». tutti insieme e ai ciascuno. 

, (*L)jfira In prosa il Boccaccio. " ^ - 
Rinfrescato nei verso con arte mae- 
strevole dal ManioDi. 



CANTO XIV. 107 



12. E io udii, nella luce più dia 

Del minor cerchio, una voce modesta 
(Forse qual fu dell' Angolo a Maria) 

13. Risponder: — Quanto fia lunga la festa 

Di Paradiso, tanto il nostro amore 
Si raggerà, dintorno, cotal vesta. 

14. La sua chiarezza seguita l'ardore; 

L'ardor, la visione: e quella è tanta 
Quanto ha di grazia sovra suo valore. 

15. Come la carne gloriosa e santa 

Fia rivestita; la nostra persona 

Più grata fia, per esser tutta quanta: 

16. Perchè s'accrescerà ciò che ne dona 

Di gratùito lume il sommo Bene, 
Lume che a lui veder ne condiziona: 

17. Onde la vision crescer conviene, 

Crescer V ardor che di quella s* accende, 
Crescer lo raggio che da esso viene. 

18. Ma, sì come carbon che fiamma rende, 

E per vivo candor quella soverchia, 
Sì che la sua parvenza si difende; » 

19. Così questo fulgor che già ne cerchia , 

Fia vinto in apparenza dalla carne 
Che tuttodì la terra ricoperchia. 

13. (L) Dia : vìva e divina. — Minor : (F) Gloriosa» Som. : Corporei g lo- 

più prossimo al Poeta.— Voce: Salo- riosa. — Tutta I Peripatetici fanno 

mone. Y uomo anima e corpo: i Platonici, 

(SL) Dia. Lucr . I: Dias in la- anima sola. 

minis ora*. Par , V XXIV, t. fc: Un catt- 46. (L) Ne: ci. — Bene: Dio. — Con* 

io tanto divo. — Modesta. Inf.. Il, l. diziona: fa alti. 

19 : Soave e piana Con angelica voce (K) .Lume: Som.: Lume detta 

in sua favella. — Angelo. Purg., X, t. Grazia. 

18 e seguami. 17. (L) A rtfor dell'affetto. — Raggio : 

13 (L) Vesta di luce. splendore esterno visibile, il qual 

(-L) Fesla. Purg., XXX, t. 32: viene fiali* interna visione. 

V angelica festa. (F) Viene. Par., XXyiII, t. 37: 
41 (L) seguita... : la. luce è pari al- Si fonda L'esser beato nell'atto che 

Y affetto , l'affetto all' intendere. — vede. 

Suo : umano. 4 8 (L) Rende : dà. — Parvenza : esso 

(SL) Sovra. Par., XXXII. Dipinge è visibile' 
la Grazia come corona sovrapposta (SL) Carbon. Ezech., 1, 43: Aspe- 
al capo dell' uomo. clus eorum gitasi carbonara ignis ar- 
to. (L) Grata: a Dio e a' Santi. — derni um — Rende. Guido : /'/ giorno 
Tutta quanta perfetta. renda albore. Ovid. Met., II:' Clara 

(SL) Rivestita. 'Purg.. XXX, t. s: repercusso reddebant lumina Phaebo. 

La rivestita carne alleviando. Inf., — Difende, Oscuro e amolgno. 

XHl, i. 33: Nostre spoglie... sen ri- 19- (L) Ne : ci. — Tuttodì: tu Uavia, 

vesta. ancora. 



188 PARADISO 



20. Nò potrà tanta luce affaticarne; 

Che gli organi del -corpo saran forti 
A tutto ciò che potrà dilettarne. — 

21. Tanto mi parver subiti e accorti 

E l'uno e l'altro coro a dicer Amme, 
Che ben mostrar disio de' corpi morti : 

22. Forse non pur per lor, ma per le mamme, 

Per li padri, e per gli altri che Air cari 
Ansi ohe fosser sempiterne fiamme. 

23. Ed ecco intorno, di chiarezza pari » 

Nascere un lustro sopra quel che v' era, 
A guisa di orizzonte che rischiari. 

24. E, sì come al salir di prima sera 

Cominciali per lo ciel nuove parvenze, 
Sì che la cosa pare e non par vera ; 

25. Parvenu lì novelle sussistenze 

Cominciare a vedere, e fere un giro 
Di fuor dall' altre due circonferenze. 

26. Oh vero sfavillar del santo Spiro ! 

Come si fece subito e candente 

Agli occhi miei, che, vinti, noi soffrirò ! 

27. Ma Beatrice si bella e ridente 

Mi si mostrò, che tra l' altre vedute 
Si vuol lasciar, - che non seguir la mente. 

{SU nico&erchiq. Purg t XIV, t. La notte risurge. - Parvens*. bi- 
ll Gllócchi... coperchia sponde al greco fenomeno. — Ai*. 

36. (F) Organi Som. ; L'atto dell'or- Purg., VII, t 4 : Cosa Innanzi a sé Su* 

gano. corporate, bita vede m Che crede e no* dicendo: 

li. (L) Subili t pronti. — Amme: eli' è, noli è. 

Amen. — Disio: desiderio di ria- as. (Li Sussistenze: anime, 

ferii. (SD Sussistenze. Par.,Xill, l. 80. 

(SIO Subiti In Albertino. al mo- Similmente il comune sostarne* 

do medesimo Mo. t V: Subltusque 36. (L) Spiro: spirilo. — Candente : 

prioretn beserlt. — Amme. In Tu- infuocato, 

soana per amen. (F) Spiro. Dice nel Contlt io la 

ss. ih) Non: non solamente ciascuno luce degli Angeli e de' cieli essere 

per la propria gioia e gloria. - Cari riflessala Dio. 

a loro. — Fosser : morissero. 37. (I) Lasciar : non ne parlo come 

t$L) Mamme. In' grave senso l'usa di cosa che la memoria non rende, 

nel XXI dH Purgatorio, 1. ss. - Fiata- (SL) Sequtr. Cosi fugit a' Latini, 

me. Mn , II: Vos, uelernl lrjnes t et del dimenticare. 

non violabile Vcsirnm Testor numen. (V) Minte, vila Nuova: La me- 

*^ il.) Parli da tutte le parli.— moria non può ritenere lui né sue 

— Riseliiarl so. operazioni. • Dico coni' egli la vede. 

24. (L) IHirvenze di Bielle, languì- cioó in tate qualità Cirio non la 

de sì», x . posso intendere^ cioè a dire che il 

ISL) Salir, inf., XXXIV, t. 35: mio pensiero sale nelle qualità di 



CANTÒ XUV. 



100 



28. Quindi ripreSèr gli occhi miei virtute 

A rilevarsi; e vidimi translato, 

Sol con mia donna, a piti alta salute. 

29. Ben m' accors' io eh* i* era piti levato, 

Pei* 1* affocato ri s ò della stella, 

Che mi parea piti roggio che P usato. 

30. Con tutto il cuore, e cbn quella favella 

Ch'è una in tutti, a Dio feci olocausto, 
Qual coiiveniasi alla grazia novella. 

31. E ùon er* anco, del mio petto, esausto 

L' ardor del Sacrificio, eh* io conobbi, 
Esào litare, statò accetto e fausto: 

32. Che con tanto lucore e tanto robbi 

M' apparvero splendor' déntro a duo raggi, 

Ch* io diS3Ì : « Oh Eliós, che si gli addobbi ! » v 

33. Come, distinta di minóri e maggi 

Lumi, biancheggia tra 1 poli del mondo 
Galassia, si che fa dubbiar ben saggi; 



costei in grado, che il mìo iute! tetto 
noi può comprendere. 

S» (SD Qui urti. TJrfcl guardare in 
DtìHlTìce t la ecienga divina, gli Otfctìl 
abliait'Uh Hannu virtù — Salute* 
Par*, XXil, U «t Dio ultima -wtitte* 
Conv. ; lieti (r li e danna della salute. 
nella volgata: salo fare, 

SA, (Lì Affocalo: arderne. — Slog- 
gio ; ms%n. 

(SD il //oca io, Ccmv ± li, 14: Marte, 
pure affocalo di calore .quando piti 
e (filando meno — fìlao, Par» V r 1. òJ: 
La netta ut cambiò e rhe. 

», \L) Favella dell'anello* 

ni. tu Eaausto: etmemmato. —Li- 
tare: sacrificar diMT alT^Uu. 

(SD Lì tur e ^ ,€n., Il : Animante 
Mandimi Argoltcn, — Fauttù. Più 
che accetto , segnilo da cITetLo le- 
Ilce. 

li. (L) Lucore ì splendore. — Robbi : 
rowi. *- Duo : in forma di croce. — 
Stiói : Dio. —Addobbi : orni. 

(SD lucute. W me ant. in altri 
dialetti t tutore. — Bobbi. Più presso 
a tube** che roggio. — Elio*. A Uri 
intende il Sole eterno. El in ebraico 
un de* nomi di Dio. E io pia lingue 
questa è radice che porta idea <ral- 

teua; onde in greco il SoteJiccp'uv 
*> AàéQbbl Par.» xxv» i. si t Vento è 
il corpo boato; La radice di ùddob* 
bare è l' imagi ne dell' armar cava- 



liere \ il chft si convieni! alle anime 
di (juéRil mnrilrt. 

(Fi Rabbi. L" Anonimo, di Marie: 
Per la vicini inde cita ho. col iole, 
e 1 irùe t}ttatitfiilt irjtwaferventìstima, 
onde attende gii notatiti ad ira e 
zuffa. 

35. <D toga f. aliri minori, altri 
miiRRiuii, — Gettatala;: via lattea. — 
Dubbiar .■ fa dubitare, ilio cosa ila 
il Libila liicf*. 

tSLl Jtftìffffl, Par .XV, l.ll : /mì- 
ttorf * ! tiranni lìì fincata vita* — Cfo- 
fimla, C\c> Somn^ttcip.: SplendldU- 
atmo candore Inter dammas cinututtt 
duceus, qnem vo* or beat tacitila* non- 
cupatt*. ^ Safwi* La fa vota dice che 
la tì a tanca è traccia di Fannie; U 
voIro: via di s. Iacopo. Ovkl. Stut., lì 
Est via aubtimi*. cotto manifesta *e- 
tenO: Lacica nnrtìirii fiati tt : candore 
notabili t ipso* Une iter est Saperla 
ad magni tetta Tonati tu. 

iF> Saggi, Goot*, il t 4 5 : LI fitta* 
g tiri ci di astro eh 't sale alcuna fiata 
errò netta sua via, e... arae ti luogo 
per io Qua te passò ; e rimanevi guèt- 
r apparenza di araura... Altri dii- 
aero, siccome fue Anassagora * De* 
inverila, che ciò era litui é di aole tt m 
percosso In pane*.* Quitto thè Ari» 
storne 8t'dlce$$e, no*r»ì buòbentty* 
pere ài ciò j ptnH là sua ètntenta 
non si trova cotale nelf una transla* 



200 



PARADISO 



34. Sì, costellati, facén nel profondo 

Marte que' raggi il venerabil segno 
Che fan giunture di quadranti in tondo. 

35. Qui vince la memoria mia l'ingegno: 

Che in quella croce lampeggiava Cristo, 
Sì eh' io non so trovare esemplo degno. 

36. Ma chi prende sua croce e segue Cristo, 

Ancor mi scuserà di quel eh' io lasso, 
Veggendo in quello albór balenar Cristo. 

37. Di corno in corno, e tra la cima e il basso, 

Si movén lumi, scintillando forte 

Nel congiungersi insieme e nel trapasso. 

38. Così si veggion qui, diritte e torte, 

Veloci e tarde, rinnovando vista, 
Le minuzie de* corpi lunghe e corte 

39. Muoversi per lo raggio onde si lista 

Talvolta V ombra che, per sua difesa. 
La gente, con ingegno ed arte, acquista. 



zione come nelV altra : e credo che 
foste r errore de* translatori. Che 
nella nuova, par di ce re che ciò sia 
un raqunamenio di vapori, sotto le 
stette . . e questa non pare avere ra- 

Sione vera Netta vecchia dice che la 
afosità non è atiro che moltitudine 
di sulle fisse in quella parte, tanto 
picciole che distinguere di quaggiù 
non te paterno, ma di loro apparisce 
que/1' albóre il quale noi chiamiamo 
Galassia Epuote essere, che il cielo 
in quella è più spesso ,• e però liiiene 
e riprenema quello lume. E questa 
opinione pare avere, con Aristotele, 
Avicenna e Tolomeo (Vedi Arisi. Me- 
teor., Ih L' Oilimo ciia M libro De 
proprie tati bus rerum : Che Galassia 
t uno circulo. . per figura e per bel- 
lezza più candido di tutti altri, pas- 
sarne per mezzo il cielo, e cornili' 
dante da oriente infino a setten» 
Irioue, per Cancro e Capricorno. 

34 (L) Cositllati di lumi più grandi 
meno. — Segno : Croce. — Tondo ; 
Circulo. 

(SU Profondo. Figurali pianeta 
quasi cavo, tome nicchia alla croce. 
Bue IV: Coelurnque profundum. — 
Tondo. Peir , Trionfo della Fama : 
triangoli, tondi, e forme quadre. 

IF) Segno [Cav] Haliti, XXIV, 30: 
Signum fitti hominis. La croce greca 
era segnata a contorni entro il cer- 



chio del nimbo apposto al capo del 
Salvatore nelle monete bizantine e 
d' alcune città d' Italia a tempi di 
Dante. — Giunture. Arisi. , de An., I. 
Due diametri di circolo intersecan- 
ti»! (anno una croce La croce di 
Marte prendeva lutto il pianeta. 

35. (Li Vince : quel che rammento, 
noi saprei dire. — Degno augurarlo. 
(SD Vince. Non evidente , ina 
3* indovina. 

36 (D C/ii.,. : chi satiri a- vederlo 
mi scuserà s' io ne laccio. 

(F)Xrisio Mallh.. XVI. si: Tol- 
to l erneem siiam et sequa tur me. - X. 
38; Marc, Vili, 34 ; Lue , IX, 53; XIV, 
«7; Ad C.*lat.. VI, 3; II, 19. 

38 iL) Minuzie . . . : i "corpicciuoll 
nuotami in raggio solare che entra 
in (Manza «mira o non chi a rissima. 
— Rinnovando : sempre mossi 

(SL) Dinne. Ritrae la grandezza 
degli atomi varia , e la direzione v.i- 
ria e la varia velocità. Dir tante cose 
più chiaro insieme e più schietto, 
non so quanti potrebbero. La seeonoa 
terzina è meno spedila. Il iminenu 
il virgiliano: Qua se Piena per ?/iw- 
tas fundebat luna fenestras (/En ,111). 

39. (L) Raggio , che entra da un 
fesso. 

(SD Ingegno. Troppo, a socchiu- 
dere una finestra. Ma pare intenda 
di difesa opposta al raggio per tare 



CANTO XIV. 



201 



40. E come giga ed arpa, in tempra tesa 

Di molte corde, fan dolce tintinno 
A tal da cui la nota non è 'intesa ; 

41. Così, da' lumi che lì m' apparinno , 

S'accogliea per la croce una melode 
Che mi rapiva, senza intender l'inno. 

42. Ben ra' accora* io eh* eli' era d' alte lode, 

Però che a me venia Risurgi e vinci, 
Come a colui che non intende e ode. 

43. Io m' innamorava tanto quinci 

Che infino a lì non fu alcuna cosa 
Che mi legasse con sì dolci vinci. 

44. Forse la mia parola par tropp* osa, 

- Posponendo il piacer degli occhi belli 
Ne' quai mirando, mio disio ha posa: 

45. Ma chi s' avvede che i vivi suggelli 

D' ogni bellezza, più fanno piti suso, 
E eh* io non m' era lì rivolto a quelli ; 



naturali esperienze; ar le, per difen- 
dersi dal falcio e dal lume troppi. 

40 il) Giga.' «tramenio a corde. 
— Tal : a chi non intènde il canto 
compagno del suono. 

(SD Tesa. Tendere la tempera 
pare strano; ma vale le curde lem- 
pera te e I' armonia che di loro esce 
più o m»*no intensa. Chi intendesse 
della giga o dell' arpa , tesa e Y una 
e l' altra in tempra , cioè accordala 
(e sarebbe meglio) dovrebbe leg- 
gere : fa tintinno. 

4t. ti,) Apparinno : apparirono. — 
Melódr : melodia. 

(SL) Apparinno. Miglior suono 
che nel XXVIII terminonno. — AC' 
cogliea. Purg , I, t. 5: Dolce color... 
*' accoglieva nrl sereno aspetto Del- 
l' arr puro — Melode Fuor di runa 
nel XXIV del Paradiso, l. 38. Più so- 
pra ti iti. melodia. 

4S (L) Lode: lodi di Dio. — In- 
tende il resto. 

tF) Lode. Jer., XXX. i9: Egre- 
dielur de eislaus, voxque ludentium. 
Isa! , LI, 5: Gaudio e letizia si tro- 
verà in esse, azione di grazia e voce 
Hi lode «Tommaso l'intende del cielo). 
Som. : Netto stato de' beati il culto 
divino sarà solo azione di grazia e 



voce di laude. — Risurgi La Chiesa : 
Morendo distrusse la morte, e la no- 
stra vita riparò risorgendo. Duce 
della vita, morto, regna vivo. • Sap- 
piamo ette Cristo risorq veramente 
aa' morti. Ture vincitore, mi ter ere di 
noi. Oae Ps,, XXV, 7 '• Vi audiam vo- 
ce tn tandis. 

43 (L) Quinci: di quel suono. — 
Vinci: vincoli di piacere. 

(SL) io. Bisillabo che ritrae col 
suono la cosa. 

44. (L) Osa. ardila , posponendo a 

8 uel piaore il piacere degli occhi di 
eatrice. Ha giunto in Marte , l' non 
l'avevo ancora guardata. 

(SL) Mirando In una Canzone: 
Chi veder vuol la salute, Faccia che gli 
occhi d'està donna miri. 

45. (L) SiKtgeilt impressi d'ogni bel' 
lezzo, e che la imprimono in altri. — 
Fauno: più splendano. 

(F) Suggelli S'è visto della po- 
tenza creatrice che. è comparala a si- 
gillo In una Canzone: Per esemplo di 
lei. hello si prova Altrove : Cose ap- 
pariscon nello suo aspetto. Che mo- 
strali de' piacer* di puradiso , Vico 
negli occhi e nel suo dolce riso , Che 
le vi reca Amor come a suo loco. 



è02 



ÉARAiltSO 



46. E scusar puommi di quel eh' io m' accuso 
Per iscusarml, e vedermi dir vero : 
Che '1 piacer santo non è qui dischiuso, 
Perchè si fa, montando, più sincero. 



46. (L) Dischiuso: escluso. Quel can- 
to era soave più di quel che Tessero 
lucenti gli occhi di Beatrice nel sole; 
ma non di qnel che saranno io Marte. 
(SL^Scusor. Giunco meno scusa- 
bile che quello dei XXX dell'inferno, 



t. i): Che disiava scusarmi, e scusava 
Me tuttavia. *~ Dischiuso. Par. . VII. 
Escludere e anche sectudere nel lin- 
guaggio scolastico. Il crescere della 
bellezza di Beatrice è dello nel Canto 
seguente Lift. 



La similitudine, nel principio, del 
muovere della parola al moto dell'ac- 
qua (ma luce e parola, acqua e luce, 
sono idee che si chiamano, e r una 
1* altra si figurano e nell* indirizzarsi 
e nel ripercuotersi e nell' educare la 
vita), pare un po'lamhiccata; e simil- 
mente la line: sebbene sia molto in* 
gegnosa lode a Beatrice , e accenno 
Chf tltustra timo M r^««-nl , nntnrt* 

abbiti maggiore bellezza, ma ni'll' n- 
scc mitre creici in huilifiii eziandio 
Beatrice ; anzi la luce di In illumini 
Limo l,i yt^M n t che Beatrice nell 'ostro 
Inferiore non era imi" beila quant'à 
l'astra superiore Irradialo d;i lei Ne 
la erudizione i. . I ■ - 1 1 ^ - solile a lui) cirta 
hi via Irtlteacrit; fa dubbiar ben&a$Ql % 
loffi te belletta a tuira quella pittura. 
Che irsi; (come sor I Iorio gr Irmi-^nl 
polenti e hi natura e Ilio stesso, trae 
partilo da' girl immensi ileo il astri, 
« dai muovere dt'flh attuili In un *^n- 
litro di ra^Rlo: l quali atomi lascien* 
za ora icopre (per render e pu'i splen- 
dida e quasi profetica UsImHilUiline 



del Poeta), scopre essere un popolo 
inoumerabile d'animanti. Meno ripo- 
sta, e pur nuova uella spontanea 
schiettezza, è l'altra similitudine del- 
le stelle che di prima sera a mostrarsi 
Incominciano, tenui nel tendo chia- 
rore del di che (angue, si che l'occhio 
dubita sé stelle siano. E rammenta. 

3uclt'alira : Se riguardava come suol 
a sera Guardar ruit l'altro sotto 
nuova luna. D altro genere belletta 
(e da compensare le men felici locu- 
zioni che accennano al sacrifizio del 
cuore) 6 nella terzina che dice come 
alla vivezza della luce beala sia mi- 
sura l'amore, e all'amore misura l'In* 
tellutenza, e all' intelligenza la luce 
della Grazia, proporzionata al merito 
della libertà, non però si che ■ esso 
merito non soprabbondl. B queste 
due idee della giusta equità e della 
misericordia copiosa, raccolgonsl nel 
semplice verso*: QuanV ha di Qratfa 
sopra xuo valore; che II Vangelo si* 
gnilica con poesia più divina: mensa- 
tam plenam et confertam et estuila* 
tam et super effluentem. 



CANTO XIV. * 308 



OSSERVAZIONI DEL P. 0. ANTONBLLt 



« Dal antro al cerchio^ e si dal cerchio al antro. » (T. i.) 

trovandosi 11 Poeta nel mexzo delle due gloriose corone) ed avendo 
incominciato a parlare Beatrice, appéna terminò l'Aquinate * questa du- 
plico onda di salutare sapiènza moventesi dal cerchio al centro, o dal 
centro al cerchio, secondqchè dall'angelico Dottoro o dalla cherubica 
ponna procedeva, fece subito cadere in mente al Poeta medesimo il 
fatto analogo che avviene in un vaso rotondo contenente dell'acqua, 
se questa ò percossa o di fuori e di dentro* nascendo allora alla su- 
perficie di essa un moto ondoso dalla circonferenza al centro nel primo 
caso, e dal centro alla circonferenza nel secondo. Tale movimento es* 
sendo veramente nell'acqua, può dirsi in qualche modo ohe Paoqua si 
muove ; ma non é da credere che ciò sia, per traslazione delle mole- 
cole acquose o verso lì cerchio o verso il centro : perciocché» a questo 
riguardo, esse rimangono invariabili, spostandosi soltanto per rispetto 
alia superficie di livello» cioè per elevazione ed abbassamento. Que- 
sta circostanza rende visibilmente più grande la sonai gli an za tra II fatto 
materiale e l' Intellettuale che per mezzo di quello vuoisi qui far com- 
prendere. 

• Ma, si come carbon che fiamma rende. * (T. 18.) 

11 Poeta approdila di tutti i naturali elementi la varj aspetti consi- 
derati. Ha cominciato il canto con una imagine desunta dall'acqua : 
or fa ricorso al fuoco ; e da acuto osservatore distingue) a diversa po- 
tenza di splendore, che è tra la fiamma e il carbone incandescente da 
cui deriva, lucendo questo per vivo candore, cioè con l'effetto di tutti 
i ragffl elementari, in grande abbondanza emanali ; mentre ne man- 
cano in quella, e in quantità molto minore vi sono ì presenti. — ti 
fenomeno qui descritto si rende manifestissimo nelle fucine, ove l' in- 
candescenza del carbone è portata ad aito grado per mezzo di macchine 
soffianti o di mantici. 

a E, si come al salir di prima iera. » (T. Si.) 

Prima dì levarsi alla stella di Marte, il Poeta vuol farci sapere, che 
oltre ai beati spiriti del quali si Componevano le due lucenti corone, 
nitri molti ve ne erano in quella sede, maravigllosa per grandezza e 
splendore. Però ivi gli si fecero parventi a poco a pòco, quasi venis- 
sero di lontano, preceduti da un lustrò chiarissimo a guisa d* oriz- 
zonte sii cui facciasi giorno, più sii de' ventiquattro Dottori, e formanti 



204 PARADISO 



una terza corona di raggio maggioro che l'altre due. Per dipingere il 
modo di questa graduata parvenza, si vale del fatto ovvio e molto a 
proposito per l'analogia, che è il primo comparire delle stelle al co* 
mi nei are della sera, quando ia vivacità del crepuscolo, che ce ne to- 
glie la vista va notabilmente attenuandosi: e allora cominciamo a ve- 
dere qualche lucore ma non si che siamo certi di aver -visto distinta- 
mente il punto luminoso onde emana, rendendo^ dubbiosi la debo- 
lezza del raggio, e V intermittenza a cui questo va soggetto per le 
condizioni atmosferiche. 

t Ben m'accora io eh 9 V era più levato. » (T. 29.) ^ 

Anche qui per non provare un senso di terrore, incompatibile col 
pregustamento delle dolcezze celesti , evita il Poeta il tenere gli occhi 
sopra oggetti relativamente fissi nell'atto che se ne distacca , facendo 
passaggio rapidissimo ad altro Cielo, e con arte finissima fa cogliere 
questo momento alla sua Beatrice nel punto che egli é rimasto abba- 
gliato dalla bellezza di Lei. Pervenuto dunque improvvisamente su 
Marte, non ci dice di questo pianeta se non che gli pareva più rosso 
del solito, e tace dei suoi perìodi, delle sue distanze e delle sue di- 
mensioni, sebbene dall'Almagesto e dagli astronomi Arabi ne poteva 
certamente raccogliere qualche cosa. Da quelle sorgenti si rileva in- 
fatti, che il centro dell'epiciclo di quel pianeta compiva un giro nello 
zodiaco in giorni 687, e in giorni 780 il pianeta slesso nell'epiciclo; 
che Marte era supposto alla media distanza dalla terra per 6017 semi- 
diametri terrestri, cioè per circa SI milioni di miglia italiane; e erte 
la sua grandezza superava di un nono in diametro e di un terzo in 
volume la terra nostra; d'onde si potevano ricavare gli analoghi rap- 
porti col Sole. Le nozioni, che ora abbiamo sopra questi elementi., sono 
come qui le rechiamo, a\ vertendo che neppure per questo pianeta vi 
é tenuto conto delle distanze dirette della terra, nò delle varie com- 
binazioni che nella posizione di questa e di quello possono aver luogo 
per concludere un vero massimo e un vero minimo. 

Distanza media di Marte dal Sole prossima 422 milioni di miglia 
italiane. 

Distanza minima dalla terra 43 milioni di miglia italiane. 

Distanza massima 202 • » 

Diametro di Marte 3775 » » 

Volume 157; 4000 di quello della terra. 

Densità 7 79? 4 000 di quello della terra. 

Tempo in cui Marte compie una rivolU2ione siderale, cioè un giro 
per rispetto alla sfera stellata, 686 giorni roedj 98/100. Tempo nel quale 
ruota su sé stesso ore 21 e 37 minuti tempo medio. Del resto ogni pe- 
riodo di 779 giorni, Marte ritorna in opposizione rispetto a noi , cioè 
include fra so e il Sole la terra, e passa quindi al meridiano alla metà 
della notte. In tal contingenza avviene qualche volta che Marte stesso 
si ritrovi alla minima distanza dal Sole, mentre da questo è più di- 
stante la terra: allora ci troviamo remoti da Marte non più che 30 
milioni di miglia, e abbiamo agio di osservarlo nelle migliori condi- 
zioni per discoprire le particolarità, che la sua superficie presenta. 

Ciò ha fatto conoscere, che questo pianeta ha grandissima analogia 
con la* terra, oltre alla forma, al moto annuale ed alla rotazione diurna 
con tutti gii effetti che ne conseguitano ; perciocché vi vediamo dei 
fatti, che ci danno morale certezza, esistere anche in Marte dei mari ; 
un'atmosfera, delle nubi e dei ghiacci. 



CANTO XIV. 205 



« Come, distinta di minori e maggi. » (T. 33.) 

Tra gli spettacoli che ci presenta la sfera stellata, non potevasi di- 
menticare dall'Astronomo nostro il principale, cioè la Via Lattea, della 
quale han parlato più che dieci autori antichi da Aristotele ad Alberto 
Magno, e sulla quale si è favoleggiato in cinque diverse maniere per 
ispiegarne la natura e l' origine. In pochi traili ce ne dà i caratteri 
quali se ne offre al semplice nostro sguardo, e che sono: una striscia 
biancheggiante, procedente da un polo all'altro del mondò a forma di 
zona circolare, in cui si distinguono molte stelle di varia grandezza o 
splendore, intese con i lumi minori e maggi ; come col fare dubbiar 
ben saggi, allude all'incertezza neila quale erano tuttora gli uomini 
i più dotti sulla indole di quella immensa corona. Era serbata ai tempi 
nostri la rivelazione di quel mistero astronomico. Mercè l' invenzione 
dei cannocchiali e dei telescopi, oggi sappiamo : 

1.° Che la Via Lattea è il complesso di tutti i mondi , simili al no- 
stro sistema solare. 

2.° Che questo sistema stesso, cosi mirabile, non è che un atomo o 
un elemento di quell' Oceano di Creazione. 

3.° Che anco le stelle, che abbelliscono il cielo per ogni lato, e sem- 
brano fuori della Via Lattea, fanno parte di quella-. 

4.° Che il bianco latte ond'essa si nomina, è l'albore generato dai 
punti lucidi contigui, quali ci appariscono per la enorme distanza in- 
numerabili stelle, non inferiori in ampiezza e magnificenza al Sole 
nostro. 

5.° Che in uno spazio della Via Lattea, quale può esserci occultato 
dal disco lunare, non si contano irì media meno di 1500 stelle. 

6 ° Che in tutta la Va Lattea non possiamo ammettere un numero 
di stelle o di soli inferiore a 18 milioni. 

7.° Che non tutti gli spazi nebulosi della Via Lattea hanno potuto 
essere decomposti in minutissimi punti stellari, il che ne dimostra la 
eccessiva distanza. 

8.° Che questa distanza non può computarsi minore di 3500 volte 
quella di Sirlo, stella di prima grandezza e la più brillante del nostro 
cielo; e perchè da questa, non ostante ia velocità sorprendente di ol- 
tre 166 mila miglia a secondo, la luce impiega 9à anni per giungere 
a noi ; segue che occorrerebbero alla luce i stessa non meno di 77 miPanni 
per propagarsi fino a questa nostra regione da una nebulosa indecom- 
ponibile. In altri termini, si computa che questi ammassi stellari ci 
siano remoti per 394 milioni e 632 mila miliardi di miglia italiane. — 
Chi, nel cospetto di tanta magnificenza, non esclama commosso — 
Costi enarrant gloriam Dei, ritenga pure che sarebbe stato meglio per 
lui non possedere la scienza. 

t Che fan giunture di quadranti in tondo. » (T. 34.) 

Bel modo d' indicare una croce a bracci uguali. — I quadranti per- 
chè possano slare in tondo, cioè in circolo, bisogna che abbiano il me- 
desimo raggio, o sia che spettino alla stessa circonferenza; e allora 
son quattro, e altrettanti i punti di divisione da quadrante a quadrante. 
Qnesti punti riuniti alternativamente con rette, fanno nascere due dia- 
metri, che s' intersecano ad angolo retto ; e queste linee sono le ginn- 
ture le quali fanno il venerabil segno, la croce, quale era fatta nel 
profondo Marte, cioè pel centro di questo pianeta, da quei raggi, che 
sopra ha descritto con l'imagine della Via Lattea. 1 bracci di questa 
croce avevano dunque la lunghezza del diametro di Marte. 

Dice giunture e non le giunture cioè alcune e non tutte, altriment/ 



266 PARADISO 



non ne spiccherebbe la figura della croce, ma vi sarebbe congiunto il 
quadrato. . 

« Coti «t veggian qui diritte e torte. » (T. 38.)! 

Dai più sublimi fatti dell' universo passa il Poeta al più umili , ma 
sempre mirabili, e sempre felicemente. — \\ calore, la gravità, gli at- 
triti, i venti e altre cause meccaniche distaccano continuamente dal 
corpi che ci stanno d' intorno delle minime particelle ; le quali per la 
loro tenuità è leggerezza, scorrono per l'aria Ir tutte le direzioni, e 
per la resistenza di essa vi si trattengono assai prima di obbedire alle 
leggi del peso e fermarsi su gli oggetti circostanti» per rimettersi In 
giro a un nuovo impulso. Questo rimescolamento di tali minuzie col- 
l'aria non ci è parvente in piena luce ; ma se tengasi difesa dal chia- 
rore del di una stanza, q per accidente o per arte vi penetri un rag- 
gio di sole; questo fa contrasto con la oscurità del rimanente delluogo, 
vi genera una lista luminosa, detta anche spettro solare, investe ( cor* 
puscoli vaganti, e rende visibile il fenomeno qui descritto. 



canto siv. 807 



I CORPI GLORIOSI. 



Tace La gloriola vita di Tommaso (i) (e questo verso dice l'ammi- 
razione e l'affetto cbe il Poeta gli aveva); e la <J*nna cinta dalle due 
.ghirlande di Santi, gli domanda, d'un dubbio che Dante noi* muove 
nò con la voce e neppur col pensiero. S' ò già notato come ì 1 intima 
visione dell'intimo degli spirili sia dal Poeta tanto più altamente si- 
gnificata quant'egll più. viene salendo: e aveva modello al suo con- 
cetto In que* detti di Paolo e di Gesù: Conotcerò com' io *on conosciu- 
to (2) - Sian uno siccome e noi qno siamo; io in toro e tu in me (3). 
A quella parola di Beatrice gli spìriti avvivano il canto e la danza: 
e qui un'altra delle parecchie comparazioni tolte dal ballo, che inco- 
minciano con Matilde sul monte; perché 11 ballo agli antichi era cosa 
religiosa, e rappresentazione del cantico; e lo stesso ballo profano, ce- 
lebrato alla viva luce del sole e all'aperto, più modesta cosa che \ 
più d'Oggidì non possano imaglnare. E gii spiriti cantano, qui come 
sopra , Ini che sempre vive (4), e che , non ctrconscritlo , circoscrive 
ogni cpsa (fi): perchè Pio incir conscritto, tutte te cose in sé compren- 
de (6). In una leggenda: lo vo' farti vedere della potenza mia. — E 
subito furono aperti gli occhi dell'anima mia, e vedevo la plenitu- 
dine una di Pio* netta qual comprendevo tutto il mondo , di qua e di 
là dal mare, e il mare e l'abisso, e tutte le cose- Nette quali non ve- 
devo se non sola la potenza divina in modo affatto inenarrabile . E 
l'anima, ammirando forte, esclamò e disse: Questo mondo è pieno di 
Dio (7). £ comprendevo tutto U mondo quasi una piccola cosa (8): e 
vedevo la potenza di Dio tutti gli enti comprendere ed empierli tutti, 
E disse a me : Ti mostrai alcuna cosa della potenza m\a* — Ed io 
comprendevo talmente, che potevo vie meglio intendere (9) l'altre cose» 

Beatrice domanda per Dante : Se tanta forza di luce rimarrà all'ani- 
me dopo ricongiunte ai corpi risorti, come potranno i sensi corporei 
sostenerla ? Risponde uno spirito, eh' altri vuole Salomone, ma forse é 

(1) Ter/. 2. te, Di che tutte le cose son ripieni- 

(2) Ad Corintia, 1, Xlll, {%. (8) Par., XXU, t. 45: E vidi que- 

(3) Joan., XVfi, 22, 23, sto globo Tal, ch'io sorrisi del 

(4) Terz. 40. Som., (della \\U suo vii sembiante. 

divina) 4, i, 14 e 18. (9) Par., XXXI, t. 33: Che ved^r 

(5) Purg., XI, t. \ i Par,, XIV , lui t'acuirà lo sguardi Più a mon- 
t. 10. tarper lo raggio divino. - X$XU(, 

(6) Dlon., 4lv. nom.; Som., 1, {, t. 27: Fu' più ardito^Hr questo, 
I: Dio non e contenuto dalle cose, a sostener tanto eh' io giunsi L'a- 
ma si le contiene. spetto mio col Valore infinito. 

(7) Par., XIX, t. 18: Della Men- 



20S PARADISO 



esso Tommaso: La luce dell'anima sarà cosi sempiterna, pereti' ella é 
uguale all'ardenza dell'amore, e l'amore alla vivezza della visione di- 
vina (1), e la visione alla grazia gratuita che s'aggiunge al merito 
dell'umano volere (2*. Risorti i corpi, il nostro essere sarà più pieno, 
perchè l'anima è creata per essere unita con gli organi corporali; ma 
questi perfezionerannosi col perfezionamento di lei; e crescendo cosi 
la grazia, e quindi l'amore, crescerà la forza della visione eziandio, 
e però la forza anco negli organi a sostenere, in sé ed in altrui, l'ar- 
dore e la luce <3 . 

Nel Canto sesto dell'Inferno aveva, a proposito de' tormenti de' dan- 
nati, se siano o no per crescere dopo la risurrezione de' corpi, toccato 
di questa medesima questione ; ma, perché Virgilio è ivi che parla , 
recasi sola l'autorità d'Aristotele, cioè dell'umano ragionamento: e 
qui la risolve colla dottrina de' Padri. La quale è questa: È nell' ani- 
ma un naturale appetito d'amministrare il corpo, dal quale eli' è in 
eerto modo ritardata che con tutta l'intenzione non vada in quel cielo 
supremo (4). — L'anima separata desidera l'unione del corpo (5). La 
beatitudine perfetta hon dipende dal corpo: ma quanto l'anima sarà 
più perfetta nella sua natura, tanto più perfettamente avrà la sua 
propria operazione nella quale consiste la felicità <6>a— L'anima ap- 
petisce fruire di Dio in modo che la fruizione si derivi anco nel corpo 
come per ridondanza; e però mentr' ella senza il corpo fruisce di 
Dio, l'appetito di lei riposa in esso bensì, ma alla partecipazione del 
bene vorrebbe che anco il corpo proprio pervenisse. Ripreso il corpo, 
la beatitudine cresce non d'intensità ma in estensione >7>. Adesso go- 
dono della beatitudine delle anime solamente; dopo il giudizio go- 
dranno anche di quella de' corpi: godranno cioè in quella carne stessa 
nella quale dolori per il Signore e tormenti sostennero 18'. Dopo la risur- 
rezione de' Beati vedenti l'essenza di Dio ridonderà virtù dall'intel- 
letto alle forze superiori, e fino nel corpo (9i. Possono le operazioni 
del senso appartenere a quella beatitudine perfetta che aspettasi in 
cielo, perchè dopo la risurrezione , come dice Agostino nelle lettere a 
Dioscoro , avverrà un rifluire, al corpo e a' sensi corporei, di perfe- 
zione nelle operazioni loro (10. — Nella gloria deW*anima consiste il 
premio essenziale; la gloria del corpo ridondando dall'anima, consi- 
ste tutta nell'anima originalmente (11). 

Della chiarezza de' corpi l'Apostolo: Riformerà il corpo della debo- 
lezza nostra configurato al corpo della sua propria chiarezza con 
operazione per cui possa a sé sottomettere tutte le cose (48). E la Som- 
ma : Le anime spiritualmente illuminate s' accordano con corpi lumi- 
nosi; le ottenebrate da colpe, con luoghi tenebrosi (13). Agostino fa i 
corpi rj sorti diafani come vetro, e dice che nel potere dell'uomo sarà 

(1) Som., 3, 9: La visione o la 46) Som. 1, 2, 4. 
scienza beata ; e 2, 2, 1: Visio pa- (7i Som., 2, 1, 14. 
triae. (8) Greg., Dial., IV. 

(2» Som., 2,2, 8: I doni gratuiti (9i Som., 2, 2, lf5. 
sopraggiungansi ai naturali;*, 1, (10) Som., 2. 1, 3. 
109, e 1, 1, 12: Il lume naturale (11) Som. Sup., 69, e 3, 8. Greg. 

dell'intelletto si conforta per l'in- Dial., IV, 85. 
fusione del lume gratuito. (12) Ad Philip. Ili, 21. 

(3) In altro senso, Psal., XXXV, (13» Som. Sup., 69; ealtrove: 

10: In lumine tuo videbimus In- Corpora gloriosa sunt fulgenti a. 

men. - Di ciò nel libro I delle Sentenze , 



(4) Aupr. cont. Gent., XII. disi. 49, e. 2. 

(5) Som,, 2, 1, 4. 



CANTO XIV. 



209 



farsi visibile o invisibile. E una leggenda: Mi mostrò un' vestimento, 
non di porpora, ma egli era un certo lume maraviglioso di cui ve stesi 
l'anima (1). 

A queste parole dell'nn degli spirili, le due ghirlande beate risuo- 
nano Cosi sia, dimostrando desiderio del ricongiungersi a' corpi loro 
nella miglior patria, cioè la celeste (2), non tanto per la gioia e glo- 
ria propria, quanto per rivedere nell'essere loro perfetto, e in lieta 
ìmagine e gloriosa, le madri e i padri e gli altri cari ch'egli ebbero 
sulla terra, dacché gli affetti naturali col soprannaturale saranno cu- 
mulati. Perchè i Beati più godono in vedendo seco gioire coloro ch'egli 
hanno nel mondo amati (3). — ili benessere della beatitudine eterna 
concorre la società degti amici (4). Ivi gran numero d'amici ci aspet- 
ta; frequente turba di parenti, di padri, di fratelli, di figliuoli, ci 
desiderano della propria immortalità già sicuri, e solleciti della sa- 
lute nostra (5). — Nel comune gaudio di tutti, il gaudio de' singoli 
si farà viemaggiore (6). 

Salgono al pianeta di Marte; e il Poeta, sentitosi salire, con tutto 
il cuore (7), e con quella favella eh' è una in tutti (8) , cioè dell'a- 
more, della quale Dio è imperatore, meglio che Semiramide o Cate- 
rina non fosse delle favelle d'Oriente e di Settentrione (9), fa a Dio 
olocausto HO) di grazie: e V ardore (II) del sacrifizio (12>, non era an- 
cora consumato nel petto di lui, eh' e' conosce accetta (13) Pofferta, per- 
ché vede nuovi splendori apparirgli di nuovi Santi. 

Qnest' è tra' più belli de' Canti di tutto il poema, non tanto per quel 
penetrare che fa Beatrice sul primo nel pensiero di Dante innanzi che 
nasca il pensiero; non tanto per quella pioggia di luce che refrigera 
lo spirito, e rammenta la comparazione che poi vedremo de' Celesti 
ascendenti come falde di neve che scendono (14); non tanto per quella 
melodia che precede alla risposta , melodia la cui soavità sarebbe a 
qual si sia merito mercede adeguata ; né per quella voce modesta qual 
fu dell'[angelo a Maria (15), che risponde a Beatrice; nò per il cenno 



(1) Bolland., I, 236. 

(2) Ad Hebr., XI. 

(3) Greg., Dial., IV, 33. 

(4) Som., 2, 1, 4. 

(5) Cipriano. 

(6) Glos. in Heb. ,(U. Vedi Som. 
Sup., 82. 

(7) Psal. IX, 2: Confitebor Ubi 
in toto corde meo. ~ L, 19 : Sacri- 
ficium Deo spiritus contributatus ; 
cor conlritum et humiliatum, Deus, 
non de*picies. - Som., 2, 1, 102: 
I sacrifizii corporali esprimono 
V interior sacrifizio del cuore con 
cui l'uomo offre sé stesso a Dio. 
- Clem. Alex. : Dio colle preghiere 
onoriamo, e questo è de 1 santissi- 
mi sacrifizii. 

(8) Terz. 30. 

(9) Inf., V. 

(10) Som., 2, 1, 102: L'olocausto 
era il perfettissimo tra i sacrifizii. 

(11) Lev., I, 13: le offerte tutte 
arderà il sacerdote... in olocausto 
e in odore soavissimo al Signore. 

Dante. Paradiso. 



- Som., 2, 1, 102: Olocausto era 
il sacrifizio che bruciavasi tutto; 
e off rivasi specialmente a riveren^ 
za della maestà di Lui e all'amo- 
re di sua bontà, e conveniva allo 
stato perfetto dell'adempimento dei 
consigli, nonché de' precetti; on- 
de , siccome tutto l'animale riso- 
luto in vapore ascendeva in alto, 
cosi fosse significato che tutto l'uo- 
mo, e quanto è di lui, è soggetto 
al dominio di Dio e deveglisi of- 
ferire. 

(12) Psal., CVI, 22: Sacrifizio di 
lode. - L, 21 : Sacrifizio di giusti- 
zia. - CXL, 2: Elevatio manuum 
mearum sacri ficium vespertinum. 
Som., 2, 1, 102: Sacrifizio in azio- 
ne di grazie. Greg. Mor. (ult.): 
Sacrificare la propria volontà. 

(13) Som. : Sacrifizii accettissimi. 
Frequente nelle Scritture : accetta- 
bile. 

(44) Par., XXVII, t. 23. 
(15) Terz. 12. 

14 



210 PARADISO 

* 
semplice delle madri , che porta i conforti verecondi della famiglia 
nell'ampiezza de* cieli; nò per le due comparazioni della via lattea 
distinta di luci maggiori e minori, e della cetra e dell'arpa temperate 
che coprono e scoprono la voce umana (il che rammenta quegli altri 
versi si nuovi e sì schietti: E come in fiamma favilla si vede, E «me 
in voce voce si discerné, Quand'urta è ferma, e V altra va e riede (I)): 
quanto per l'altra comparazione che dai minuzzoli della polvere nuo- 
tanti in un raggio di sole deduce imagine elegante e degna del cielo ; 
e quanto per quello sfavillare che fanno gli spiriti scendenti e salenti 
per il luminoso vestigio della croce allorché si passan vleini ; e quanto 

f>er quella chiarezza che a un tratto uguale da tutte le parti circonda 
e due ghirlande come la luce dell'alba, e a poco a poco si distingue 
di nuove anime, fatte in quell'albore visibili come stelle In sera se- 
rena. E In quel punto il Poeta riguarda a Beatrice, e gli occhi di lei 
lo sollevano In altro cielo, e 11 riso del pianeta lo fa accorto del luogo 
mutato ; e il pianeta tutto intero è segnato di croce , ed è il pianeta 
di Marte. Quanto più nobile che in Virgilio: Mavors Caelatus ferro, 
triste sque ex aethere Dirae. Et scissa gaudens vadit discordia palla, 
Quam cum sanguineo sequilur Bellona flagello l <*>. E qui egli rincon- 
tra coloro che combattettero per la fede e la verità; Cacciaguida tra 
gli altri, l'antenato suo, cavaliere, non decorato di croce stellata, ma 
decorante una stella crociata. 



(4) Par., Vili, t. 6. - Purg., IX, (*) JEn., Vili 
t. ult. : Quando a cantar con or- 
gani si stea, Ch'or si or no t'in» 
tendon le parole* 



CANTO XV. 211 



CANTO XV. 



ARGOBtmrro. 



(jiccìaguida gli narra la sua progenie; e i be' tempi 
della non per anco corrotta Firenze. Questo Canto e il 
seguente sono insieme genealogia domestica e civile epo~ 
pea. U uomo ed il cittadina, la famiglia ed il secolo, vi 
stanno dipinti. 

Forse la prima Parte del Canto ò men piena: e nel Paradiso, an- 
cora più che nel Purgatorio, possiamo notare qua e là certa lar- 
ghezza che neir Inferno non é. Perché troppe cose aveva egli 
neir Inferno a dire-, e il dolore più lo incalzava e lo sdegno. 
Nella pittura dell' antica Firenze la semplicità dello stile fa bella 
armonia di contrapposto con la severità solita del Poeta. La sa- 
tira qua e là sparsa in tanta dolcezza, pare stuonl. 

Nota le terzine 1, 3, 4, 5, 7, 8; il alla 16; 19, il, tt, Sii, 95» )6; 
31 alla fine. 

1. Benigna volontade, in cui si liqua 

Sempre 1" amor che drittamente spira 
(Copie cupidità fa nell' iniqua), 

2. Silenzio pose a quella dolce lira, 

E fece quietar le sante corde 

Che la destra del cielo allenta e tira. 

i (L) Liqua : palesa. —Cupidità. <SL) lira: Li paragonò a Riffa o 

Ora taoismo, ad arpa di molle corde (Par.» XIV, t. 

(SL) Liqua. Lat. liquet. £n., X : 40). Bollando I : Di me faceva il Si* 

Liquida... nocte (Serena) Bue* vi : gnore siccome il citarista di cetera 

Liquidi .. igni*. £n., vii: Liquidi... di molte corde.. t Così Dio tamia ani» 

Incus Georg., IV : Mstaiem liquidata . ma al suo beneplacito aveva accorda- 

Semini.: Liquido cielo, (fiume) Bel- ta — Tira. Par., XIV, t. 40: in tém* 

lo cominciare da amore il Canto do- pra tesa. 

ve cani a de' prodi morti in giusta (F) Destra. Non già che al cielo 

battaglia. — Iniqua. Lungo. dia destra, ma è una mano di poten- 

(F) Drittamente. Som. : Beatitu- la invisibile, che vedesi o meglio 

do voluntatis. — Spira. Parola da si sente nelle celesti armonie. Fa 

Darle sacra ali 1 amore. pensare meno alla immensità della 

i. (L) Lira : a 1 canti, — Distra ; la tona armonlcsante che alt' unità di 

Volontà di Ina. lei e ali* accordo degli effetti varli. 



21* 



PARADISA 



3. Come saranno a' giusti prieghi sorde 

Quelle Sustanzie, che, per darmi voglia 
Ch' io le pregassi, a tacer fùr concorde ? 

4. Bene è che sanza termine si doglia 

Chi, per amor di cosa che non -duri 
Eternalmente, queir amor si spoglia. 

5. Quale per li seren* tranquilli e puri 

Discorre ad ora ad or subito fuoco, 
Movendo gli occhi che stavan sicuri 

6. (E pare stella che tramuti loco; 

Se non che dalla parte onde s'accende, 
Nulla sen' perde, ed esso dura poco) ; 

7. Tale dal corno che in destro si stende, 

Al pie di quella croce corse un astro 
Della costeÙazion che lì risplende : 



s. (L) Sustanzie : anime. 
(SL) Concorde. In Toscana fini- 
scono talvolta in e 1 lemminill che 
Ja grammatica in I. 

4. (L) bene : giudo. — Amor si pio. 
(SL) Spoglia Dispogliarsi un af- 
fetto doloroso (Inf., XVI, t. J8). 

5. (L) Movendo : scuotendo. — Si- 
euri: non aspellanti quel lume. 

(SD Quale JEn. t V: Catto ceu 
saepereftxa Tramcurrunt, crinem- 
aue volantia sidera ducuni. Stat. 
Thefc., I : Lapsixque cilalior astri». 
Lucan.,X : Quam solel ae ih erto lam- 
pa» decurrere sulco, Materioque ca- 
rena, aique ardtns aere solo — Se- 
ren\ Georg.. I: Aperta serena. — 
Puri. JEn , Il : Pura per noe lem in 
luce refulsit. - Discorre. Nahum. Il, 
4: Quasi fulgura discurrentia. JEn., 
II : De cacto lapsa per umbra* Stella 
facem ducens multa cum luce cucur- 
ril. - IX : II le primum nova lux ocu- 
lis obfutsit, et ingens Visus ab Au- 
rora caetum transcurrere nimbus. 
Georg., I: Saepe eliam stellas... vi- 
debis Praecipiies caelo labi, noctis- 
Que per umbram Flammarum lon- 
gos a tergo albescere tractus. Se- 
mi nt. : Una stella discorsa datetelo 
per le tenebre. 

6. ih) Se non che stella non è, per- 
ché la stella non cade, e perchè quel 
fuoco è fuggevole. 

(F) Poco. [Ani 3 Questa imagine 
ci richiama al pensiero quella eh' e 
nel quinto del Purgatorio. Vapori 
accesi non vid* io sì tosto Di prima 
' notte mai fender sereno : senonché 
ivi pare che specialmente riguardi le 
principali ira queste meteore, quel- 



le cioè che lasciano luminosa trac- 
cia nel l'ai mosfera per alcun tempo; 
e qui descrive il fatto delle stelle ca- 
denti nella sua generalità e con tal 
precisione che di più non sapremmo 
desiderare. Nel luogo citato dicem- 
mo in genere di questi fenomeni: 
adesso non «ara inutile aggiungere 
in specie, che, secondo l'opinione di 
dotti astronomi moderni, gli aero- 
liti, generatori dei fenomeni stessi, 
potrebbero essere alcuni degli innu- 
merevoli corpuscoli che, a detta lo- 
ro, circondano il sole a guisa di am- 
pia esteriore atmosfera, e sull'astro 
medesimo si precipitano d* ogni par- 
ie, come una pioggia di particolare 
combustibile , atto ad alimentare 
l' immenso fuoco di che suppongono 
ardere il nostro gl'ari luminare, e a 
mantenerne la vivacissima incande- 
scenza. Stando a que' dotti, I* orbita 
descritta dalla terra nostra nel suo 
molo annuale, sarebbe compresa nel- 
le estreme e più rade regioni di 
quella atmosfera, cui si attribuisce 
una forma lenlicolarc come alla via 
lattea ; e in due punii, distanti circa 
novanta Bradi sulla della orbita, ver- 
rebbe attraversala da questa laddove 
essa atmosfera è più spessa. Cosi ren- 
derebbero ragione dell' affluenza del- 
le stelle cadenti tri agosto e in no- 
vembre, verso il decimo giorno di 
ciascheduno di questi mesi: e può 
anche essere che la cosa stia lo que- 
sto modo ; ma per ora tnon ne ab- 
biamo certezza. 

7. (L) Astro: anima. 
(SL) Corno. Crescenz. , il, sv: 
Corni di legno a modo di croce fatti. 



«ANT# XV. 



213 



8. Né si partì la gemma dal suo nastro, 

Ma per la lista radiai trascorse ; 
Che parve fuoco dietro ad alabastro. 

9. Sì pia T ombra d' Anchise si porse 

(Se fede merta nostra maggior Musa), 
Quando in Elisio del fìgliuol s'accorse. 

10. — O sanguis mèus ! o super infusa 

Grada Dèi! sicut Ubi, cui 

Bis unquam cceli janiia reclusa ? — 

11. Così quel lume. Ond' io m' attesi a lui : 

Poscia rivolsi alla mia donna il viso; 
E quinci e quindi stupefatto fui : 

12. Che dentro agli occhi suoi ardeva un riso 

Tal, eh' io pensai co* miei toccar lo fondo 
Della mia grazia e del mio paradiso. 
13. Indi, a udire e a veder giocondo, 

Giunse lo spirto al suo principio cose 
Ch'io non intesi; sì parlò profondo. 



— Destro. Cacci.iRuida a diritta tra' 
più degni. — Astro. Meglio chcl'i- 
magine del carbone, che pure ó bi- 
blica ; ma quella del nastro che se- 
gue, la impiccolisce ; e par quasi un 
nastro di cavaliere moderno. 

8. (L) Gemma : V anima d' entro 
al fuco. — Radiai. Per la traccia di 
luce da sé segnala. — Parve : la luce 
di lei si distingueva da lei, 

{SD Fuoco. Sap , 111, l: Fulge- 
buntjusti, et tamquam scintillae in 
arundineto discurrent. La luce fin- 
gente l'anima tra come alabastro che 
lascia trasparire la bara ma, ed e illu- 
minato da quella. 

9 (L) Si porse a accogliere Enea. 

— Musa: Virgilio. 

(SL) Pia. Bisillabo, come nel I 
del Paradiso, t. 34. iEn.,111: Varie, 
ait t o ftlix nati pittate. — Porse. Mx\. t 
VI : Ire ad conspectum cari genitori*, 
et era. - Isque ubi lendemem advtr- 
sum per g ramina vidit Mnean, ala" 
cri* palma* utrasque telrudit; Effu* 
saeque geni* lacrimae... Venisti tan- 
dem. Cic, Somn. Scip. : Vidi venire 
a te Paolo padre tuo. Il qua l come io 
vidi, io diedi in lagrime molle ; ed 
egli, abbracciandomi e baciando mi 
vietava di piangere, Mio, appena pO" 



tetti reprimere il pianto e cominciare 
a dire: Prego, padre mio, santissi- 
mo e ol limo, dappoiché questa è vita, 
che più fo io dimora sulla terra? — 
Maggior. Purg , Vll/t. 6 : Per cui MO" 
strò ciò che poiea la lingua nostra, 

— Musa. Bue, VI : Nostra... T li a Ha. 

— Eliso. £ii., V : Eiysium... colo. 

io. (L) Bis .. : ora e dopo la morte, 
a chi. come a le, fu aperta la porla 
del cielo per grazia soprabbondante 
di Dio. 

(SL) Sanguis. Parole che in Vir- 
gilio Anchise volge a Cesare (/En., vi). 
Parla Ialino per indicare il tempo ebe 
Caccmguida visse. O per indillo di 
dignità Cosi nella Vita Nuova Amo- 
re gli parla Ialino. — Bis Par., X, t. 
29: U, senza risalir, nessun discen- 
de A s. Paolo fu aperto il cielo; ma 
qui parla degli uomini dej suo tempo. 

18, (L) Grazia: dì quanta grazia 
mi fu concessa. 

(SL) pensai. Vita Nuova: Egli 
mi parve allora vedere tutti li ter- 
mini della beatitudine. 

43 (L) Giunse: aggiunse. — Prin- 
cipio, di dire. 

(SL) Giocondo. Vedi la luce e 
sentì r armonia e la letizia delle pa- 
role. 



214 



paradiso 



14. Nò par elezion mi si nascose, 

Ma per necessità: che *1 suo concetto 
Al segno de' mortai si soprappose. 

15. E quando Y arco dell' ardente affetto 

Fu si sfocato, che '1 parlar discese ' 
Invér lo segno del nostro intelletto ; 
1(5. La prima cosa che per me s' intese : 

— Benedetto sie Tu, fu, Trino ed Uno," 
Che nel mio seme se* tanto cortese. — 

17. E seguitò : — Grato e lontan digiuno , 

Tratto leggendo nel maggior volume 
U' non si muta mai bianco né bruno» 

18. Soluto hai, figlio, dentro a questo lume 

In eh' io ti parlo ; mercè di colei 
Ch'ali' alto volo ti vestì le piume. 

19. Tu credi che a me tuo pensier mei 

Da Quel eh* è Primo, così come raia 
Dell' un se si conosce, il cinque e '1 sei. 



U. (L) EUzton : volere. - Soprap- 
pose: volò più allo. . . 

45. (L) Discete: dall'estasi della gio- 
ia scende e s'adatta all' intelligenza 
dell'uomo moriate. 

(SL) Arco. Ha dello segno (t. 44). 

— Sfocato. Dopo I primi colpi, può 
l'arco allentare alquanto e non vi- 
brare Unto In là. Purg., V : V uomo 
in cui pensier rampolla Sovra pen- 
sier, da tè dilunga il segno , Perchè 
la foga l'un doli' altro insolla. I mo- 
derni sfogatoi ma sfocalo dice insie- 
me e la foga e l'ardore. 

4f. (L) Per: da. — Nel : verso 11 mio 
sangue. 

(SL) Trino. Par., XIV, t.4S. Quel- 
l'Uno e Due e Tre. — Nel, per verso, 
alla latina. t _. tJ . Jt 

47. (L) Lontan,..: luogo desiderio di 
vederli eh' io presi guardando in Dio. 

— V: dove né più nò meno si scrive, 
di quel che è scrino ab elenio. 

(SL) Seguitò. Interrompe il dia- 
logo con arte tanto più notabile quan- 
l'è più naturale. — Grato. Ma, VI: 
Venisti tandem tuaque spedata pa- 
renti Vicit iter durum pietas/ — Lon- 
tan. Come allungare per allontanare» 
• Digiuno. Petr., son. 4*7. — Tratto. 
Mn. 9 IX: Colitela fatigat edendi Ex 
longo rabies. — Leggendo. Inf., XIX, 
I. *• : Di parecchi anni mi mentì lo 
scritto. - Volume. Mn., VI : Sic equi- 
dem ducebam animo, rebarque futu* 



rum, Tempora dinumeranti nec me 
mea cura fé felli t. 

(F) Maggior. Anco le creature son 
libro da legnerei II vero. — Volume. 
(C) Apoc , III, s: Libro vttae. Dan., IX, 
a: lutellexl inlibris numerum anno» 
rum. 

48 (L) Soluto...: appagato In me. — 
Colei: Beatrice 

(SD Soluto. Ovid. Met , V. - Bocc.: 
Solver il digiuno di veder lei. — Piu- 
me. Doei : Sunt... penuae volucres 
mihi, Quae celta conscendant poli. 

$uas stbi quum vetox mens induit. 
erras per osa despici t. 
4». (L) Mei: venga chiaro da Dio co- 
me dall'unità I numeri tutti. 

(SL) Net. Inf., XXIII, t. 40: Ve- 
nieno i tuoi pensier' tra' miei. 

(F) Primo. Som : C è un Primo 
che per sua essenza è t' Ente ed il 
Bene, cioè Dio Conv., II : La prima 
Mente, la quale'i Greci chiamano Pro- 
tonoe. Lettera a Cane: Principio, teu 
Primo, videlicet Deo. — Baia. Anco 
ne* numeri é luce, se In essi e armo- 
nia, e Ant.J Laddove abbonda l'astro- 
nomia e la fisica e la geometria, non 
deve esserci penuria d'aritmetica, 
necessaria loro ministra. E li Poeta 
non la trascura. Qui trae dall'arit- 
metica una opportuna dichiaratone 
a sublime concetto, dicendo che dalla 
perfetta cogntaione della assoluta u~ 
ntla si ha con iena delle cote, come 



CiÀNT* XV. 215 



20. E però ohi io mi sia, e perch' io paia 

Più gaudioso a te, non mi dimandi , 
Che alcun altro in questa turba gaia. 

21. Tu eredi il vero, che i minori e i grandi 

Di questa vita miran nello Speglio 

In che, prima che pensi, il pensier pandi. 

22. Ma, perchè '1 sacro amore in che io veglio 

Con perpetra vista, e che m* asseta 
Di dolce disiar, s ? adempia meglio ; 

23. La voce tua sicura balda e lieta 

Suoni la volontà, suoni il desio 

A che la mia risposta e già decreta. — 

24. F mi volsi a Beatrice; e quella udio 

Pria eh' io parlassi, e arrisemi un cenno 
Che fece crescer V ali al voler mio. 

25. Poi cominciai così: — L'affetto e il senno, 

Come la prima Egualità v' apparse , 
D' un peso, per ciascun di voi, si fenno : 

26. Però che al Sol che v* allumò e arse 

Col caldo e con la luce, en sì iguali 
Che tutte simigliauze sono scarse. 



dalla idea chiara dell'unità materna* more; balda la maggiore franche»** 
tica procede la visione intellettuale nel fare il bene; lieta aggiunge di 
di ogni numero, indicato culla deter- più. — Suoni Modo Ialino.— Desio. RI- 
minazione del cinque e del nei. Que- peie parola necessaria al suo cuore, 
sta veduta semplicissima è il fouda- e degna del cielo, se desiderar* da 
mento della scienza dei numeri. sidus. Par. XXXlll. t. 48: li mio desilo 
24. (L) Miran: e l più e i men beali e il velie. Detto èli moto vivo che se- 
mbrano in Dio che vede I pensieri gue all' allo della libera volontà. — 
prima de' fatti. Decreta. JSh.. IV: Decr evita uè mori. 

(SL) Pendi, in Virgilio, della pa- Par., 1. 1. 4»; Sito decreto. 

rota, più volle. si. (SD Ali. Purg.» XX Vii, t. 41 : Al 

M. (SU Veglio. Purg., XXX, t. 33: voto mio sentia creicer te penne. 

Voi vigilate nell'elenio die. «■ *M Senno...: l'Intendere ne'beait 

(F) Dólce. Ivi non è desiderio do- ò uguale al volere, perchè sono in 

loroso come nel Limbo. Purg. , IH, Dio dove tulle le facoltà umane, ce- 

1. 14: Ch' eiernatmeute è dato tor per me in fermo e uguale fondamento ri* 

tutto. lof., IV, t. 44: Senza speme* posano saldamente. 

viverne in desto. Sopra (t. 47): grato... (SL) Apparse. Psal., XVI, 48: Ap~ 

digiuno. — Meglio. Sentendo da Dante paruerit gloria tua. 

il suo desiderio, Cacciaguida gode (F) Ugualità, inf., IU % t. t: La 

d' esercitare verso un suo pronipote somma Sapienza. Joan.: Dio è carità. 

diletto l'amore, e ebe a questo acere- il sostantivo ben esprime l'essenziale; 

•casi merito dal manifestare un no- soslansa. 

bile desiderio e gioia dal vederla ap- ss. (D Sol: Dio. — Allumò la mente, 

panato. — Arse il cuore. — £>?; sono. T ìgua* 

n. (t) Stoni...: esprima. — Decreta: ti : eguali i* affetto e l' Intelletto. — 

a eul è preparata. Scarse. Nessuna comparatone ade* 

(wftsktr*. Dice liberta da li* guata a denotare tale ugnagilaasa. 



216 PARABIS* 



27. Ma voglia e argomento, ne' mortali 

(Per la cagion che a voi è manifesta), 
Diversamente son pennuti in ali. 

28. OncT io, che son mortai, mi sento in questa 

Disuguaglianza: e però non ringrazio, 
Se non col cuore, alla paterna festa. 

29. Ben supplico io a te, vivo topazio, 

Che questa gioia preziosa ingemmi, 
Perchè mi facci del tno nome sazio. — 

30. — fronda mia, in che io compiacemmi 

Pure aspettando; io fui la tua radice. — 
Cotal principio, rispondendo, femmi. 

31. Poscia mi disse : Quel da cui si dice 

Tua cognazione, e che cent* anni e piùe 
Girato ha '1 monte in la prima cornice ; 

32. Mio figlio fu, e tuo bisavo fue. 

Ben si convien che la lunga fatica 
Tu gli raccorci con V opere tue. 

33. Fiorenza, dentro della cerchia antica 

Ond* ella toglie ancora e terza e nona, 
Si stava in pace, sobria e pudica. 

si tu Voglia . : nell'uomo V inlen- Itali fluvium cognome Tybrim Di- 

dere e mkmr eie! viilerc; e talvolta il ximus. - I : Italtam dixisst .ducis de 

Tatare dell' intendere. nomine geni em. — Monte (Purg., X, 

&U ir/io mento if]f , XXXI, t. 49: XI). Visse alla fine del secolo XII. E se 

L'nrqomeutti delia «ini re S'aggiunge medesimo destina alla pena della su- 

nr nini valere e alta vvixa. perbia il Poeta. 

99 M Sazio; mi dica il tuo nome. lìberi dal Purgatorio. 

tsu supplico Par., XXVI, t sa : 33. (L) Toglie: sente le ore. 

A teFwplich.- Topazio- Chiamò il (SL) Cerchia .Da» Duomo a Badia 

{iimu i & MtìrturVo. margherita (Par., prendevano le prime mura della cit- 

VI il «1 Anon : Gemma intra l'altre là. Benvenuto: Badia de' Benedettini 

màaiuore.. Htctve itt sé la chiarezza dove più per l'appunto suonavano te 

di itile i'alire^ Dicevi che a colui ore che in altre chiese detta città, 

thet varia, non jjtiò nuocere nemico. Della Firenze d'allora vedi G io. Vil- 

Sa n WlW* poi dite o fronda mia t lani (VI, 70) - Toglie. Nel ««oso di 

SUiSIStdi'naic , , M tfwccre, spiega aue del primo dell n- 

so (L) Fronda : o uomo del mio li- ferno. t. 89: Tolsi lo bello stile , che 

«naKKlo. — Compiacemmi : mi coro- non è copiare, e neaoco imitare Inf., 

piacqui. — Pure: il pur aspettarti mi Vili: Duo fiammelle.... E un altra da 

fu «loia lumi render cenno, Tanto che appe- 

(SL) Compiacemmo Prov., HI, 48: na il potea rocchio torre. - Sobria. 

Pater in (ilio complacet sibi. Matth., Vili : / cittadini di Firenze vivevano 

111 47 : Aie est Filius meu» dilectus, sobrii e di grosse vivande, e con pie 

in quo mi hi compiaciti. — Radice, cole spese e di molli costumi. Lucan., 

Coov , IV, s: Radice delta progenie di III: Parcorum mores.... aver um. a or. 

Maria Poet. : Poputus numerabile utpote 

54. (Lì Quel : Allighieri. f— Cornice parvus, et frugit castusque verecun- 

de' iUDerbi: dusque... Postquam coepil agros ex* 

(SL) Dice. Aù., Vili : il ano post tendere Victor, et urbem Laiior am 



OANf O XV. 



217 



34. Non avea catenella, non corona, 

Non donne contagiate, non cintura 
Cho fosse, a veder, piti che la persona. 

35. Non faceva, nascendo, ancor paura 

La figlia al padre ; ctiè '1 tempo e la dote 
Non fuggian, quinci e quindi, la misura. 

36, Non avea case di famiglia vote : 

Non v'era giunto ancor Sardanapalo 
A mostrar ciò che 'n camera si puote. 

37. Non era vinto ancora Montemalo 

Dal vostro Uccellatolo ; che, com* è vinto 
Nel montar su, così sarà nel calo, 



piedi murus, vinoque diurno Ptacari 
genius: Accessit numerisque modis- 
que ticentia major. 

si. (L) Catenella ó' ornamenti. — 
Corniciate: con calzature ornate e 
altri abbigliamenti. - Più bella e 
preziosa. 

(SD Catenella. Nella Bibbia ca- 
tenute sono ornamenti. CAI contrario: 
Nessuno era senza orecchini , o una 
corona, o un monile ,* nessuno faceva 
senza profumi, o senza vesti leggio" 
dre; nessuno er apovero (Ramayaua, 1, 
sez. 6)0 — Con ligia te Come femmine 
mondane. Pare che oltre alle scarpe 
e calze suolate e ornale, valesse ogni 
abbigliamento, come il francese coin- 
tise e accointise. Liv. : Per bettade 
e per conligia alle insegne. Novellino: 
Aveva arme orate rilucenti* e pieno 
di ontigie e di leggiadrie. Cosi attil- 
lalo e della calzatura e della persona 
tutta. CC3 Is, 111,48-30: Auferet Do- 
minili ornamentum calceamentorum, 
et lunula*, et torques,et montila... et 
perixceiidas...— Più. Ovid. Rem. Am. ( 
343: Auferimur cultu: gemmis auroque 
teguntur Omnia: pars minima est ipsa 
p uè Ila sui. Conv.: Gli adornamenti 
dell' azzimare e delie vestimento la 
fanno più annumerare che essa mede- 
$ima. 

53. (L) Fugqian: né si maritavano 
innanzi tempo, né con doli cosi rovi- 
nose: noa era accorcialo il tempo, 
la dote indossala. 

(8L) Fuggian. In senso di uscire 
da certi termini; modo efficace. Ovid. 
Mei., il: Polumque Effugito austratem, 
junctamque aguilorttbus Arcion. — 
Mhura. Ott.: Oggi te maritano nella 
culla... Ora sono tali (te dote), che se 
ne va una con tutto quello che ha il 
padre: e se rimane vedova, torna spo- 
gliando la casa del marito con ciò 
eh' e Ili aveva: sì che prima fa povero 
il padre f poi fa povero il marito. 



36. (L) Vote: ampie più del bisogno. 
— Camera: in delizie e voluttà. 

(SL) Vote. Anon : Tale che non 
avrà figliuoli, fa palagio di re.- Sar- 
danapalo. Juv.. X, 360: Et Venere, et 
coenis , et piuma Sardanapali. — 
(Jusun., 1,3). Oli.: Dice P. Orosio,i.\: 
Il sezzaio re appo quelli di Siria fu 
Sardanapalo, uomo corrotto più che 
femmina. — Camera. Pelr: Per le ca- 
mere lue fanciulli e vecchi Vanno tre- 
scando, e Belzebub in mezzo Co' man- 
tici e col fuoco e con gli specchi. Ca- 
mera, stanze da letto. — Puote. Ma., 
V: Quid femina possit. 

97. (L) Calo: Firenze vince Roma in 
grandezza, la vincerà anco in rovine. 
(SL) Uccellatolo. Sovrasta a Fi- 
renze come Hontemarto a Roma, che 
dicevast Montemalo. La via che da 
Viterbo va a Roma per Hontemario, 
era forse la più battuta a'tempi di 
Dante: e siccome da quel monte, che 
è di fronte al Vaticane e si prolunga 
alla destra del Tevere , vedoosl gli 
editizii di Roma, cosi di Bologna ve- 
nendo, dall'Uccellatoio, si vede Fio- 
rema. Le grandi fabbriche di Roma, 
salvo le aniiche rovine, son più mo- 
derne che le Fiorentine. Vili. XI, 93: 
Intorno alla città sei miglia, avea più 
d'abituri ricchi e nobili.che recandoli 
insieme, due Firenze avrebbono fatte. 
— Uccellatolo come TtO^hiaio di due 
sillabe (lof.,VI. t 87) - Sarà. Pur.,XXIV, 
t. 87: A trista ruina par disposto. Ott : 
Le quali edificazioni (in coniado) sono 
cagione di grande rovina in tempo di 
guerra, e in tempo di pace; imperò che 
prima nello edificio cons umano. i smi- 
surate facultadi; poi nello abitare, sì 
circa la propria famiglia, sì circa li 
amici.,, righieggono molte spese: ve- 
nendo la guerra, per corner vare quelle, 
domandano, per guernimenti e guar- 
die % molta pecunia: ed a molti fu ca- 
gione di presura e di morte: flnatmen» 



21$ 



frAftADIS» 



38. Bellincion Berti vid' io andar cinto 

Di cuoio e d'osso e venir dallo specchio 
La donna sua senza '1 viso dipinto. 

39. E vidi quel de* Nerli e quel del Vecchio 

Esser contenti alla pelle scoverta, 

E le sue donne al fuso e al pennecchio, 

Oh fortunate! e ciascuna era certa 
Della sua sepoltura; ed ancor nulla 
Era, per Francia, nel letto deserta. 

L' una vegghiava a studio delia culla, 
E consolando usava P idioma 
Che pria li padri e le madri trastulla : 

42. L" altra, traendo alla rocca la chioma, 

Favoleggiava, con la sua famiglia , 
De' Troiani, e di Fiesole, e di Roma. 

43. Saria tenuta allor tal maraviglia 

Una Gianghella, un Lapo Salterello, 
Qual or saria Cincinnato e Corniglia. 



40. 



41 



te attraggono dalia lungi ti nemtet 
col fuoco e col ferro. — Calo. Voce 
cbe adesso suonerebbe triviale, ma 
fa appunto al Poeta. 

ss. (L) Cuoio: casacca di cuoio» Ab- 
bia dosso. — Dipinto eoo belletto. 

(SL) Berti. Nobile famiglia Ravl- 
RDana; padre di Gualdrada]lnf.,XVI, 
t.u),la quale si maritò ne'Guidl, on- 
de i Guidi redarono da'Berii. — Dì* 
finto, Georg., Il: Pictos... Gelonos. 
andolf : Donne lisciale, imbiancate 
e dipinte. 

39. (L) Del Vecchio: Vecchietti, no- 
bili. — Pelle sema drappo nò pelo. 

(SL) Pelle. Oli.: Ed era speziai 
grazia e grande cosa. — Fuso. Ott.: 
Ogni non vuol filare la fante, non che 
la donna.iC] Della donna forte, Prov., 
XXXI, 49: Digiti eìus apprehenderunt 
fusum. 

io. (D Certa: non c'era esili!. — 
Nulla : nessuna — Deserta : lasciata 
dal marlio per ire in Francia. 

(SL) Oh. Bue ,1: Fortunate senex. 
Georg., Il: fortunato*. ..agrteo fai.- 
Francia. • A mercantare, vi andavano 
i Fiorentini, e in Inghilterra, e io- lon- 
tani paesi : e Filippo il Bello ne fece 
morire moltissimi. — Deserta. JEa. % 
II; Deserti conjugls, Ovid. Ber., I: 
Non ego deserto jaculssem frigida 
facto, Nec quererer tardo* ite rettela 

*M3L) Studio. Nel bel senso latino 



di cura sollecita e amore. - Calla, 
OH.: oggi per sé è la cameriera, per 
sé la balia, per sé la fante. L* 0' Con- 
nei I al popolo scozzese nel settembre 
del 4835: Più d'una madre irlandese, 
cullando sul seno il fanciullo addor- 
mentato al canto delle patrie canzoni* 
lo interromperà per alternare a quelle 
le canzoni di Scozia, e l'inno di Wal- 
lace; e tra il sonno del figlio innal- 
zerà una preqhiera per chiamare te 
benedizioni del cielo sul popolo gene- 
roso che stese amica la mano all'Ir- 
landa ne' q torni del suo dolore. — Coti' 
solando. Georg.. I: Canta notata labo- 
re™. Purg., XXlil. t 57: St consola con 
nanna. — idioma. Ben dello il lin- 

Silaggio proprio de' bimbi, bello d' i- 
lotismi preziosi alle madri. 
43 (L) Traendo.* Uiando. 

(SL) Bocca Georg. IV : Carmine 
quo captas, dttm fusts molila pensa 
hevolvunt. — Chioma. Alamanni: Trae 
dalla rocca sua l'inculia chioma. Sem- 
pre con epiteti. — Roma. Oli.: Erano 
le tre prime città del mondo. 

43. (L) Corniglia: Cornelia — I buoni 
ora radi come allora i tristi 

(SL) Cianghetta Della Tosa : cu- 

Sina a Bosso ed a Pioo, di parte Nera, 
aritaia In un Alldosi Imolese. Ve- 
dova, si diede a lussuria. Anon.: Par- 
lante senza alcuna fronte... o avito o 
atto pertinenti a condizione di donna, 
Pietro: Una dette più superbe donne 



CANTO XV. 



aio 



44. A così riposato, a così bello 

Viver di cittadini, a così fida 
Cittadinanza, a così dolce ostello 

45. Maria mi die, chiamata in alte grida : 

E nell' antico vostro battisteo, 
Insieme fui cristiano e Caociaguida. 

46. Moronto fu mio frate, ed Eliseo : 

Mia donna venne a me di Tal di Pado ; 
E quindi 1 soprannome tuo si feo. 

47. Poi seguitai lo 'mperador Currado ; 

Ed el mi cinse della sua milizia : 
Tanto, per bene oprar, gli venni a grado. 

48. Dietro gli andai, incontro alla nequizia 

Di quella legge il cui popolo usurpa, 
Per colpa del Pastor, vostra giustizia. 



del mondo. — Lapo. Giureconsulto So* 
remino, maledico, e nemico «I Poeta; 
cultor delia sazzera e del vestire. 
Anon.: Di tanti vezzi in vestire ed in 
mangiare, in cavalli e famigli, che 
infra nullo termine di sua condizione 
si contenne; il quale morì poi ribello 
della sua patria. Pietro lo chiama dif- 
famalo e superbo. Teneva da' Cerchi 
(Dino, p. 49-57). Nel marzo del iso» fu 
condannalo con Dante a essere bru- 
ciato vivo (Dino, 418). Fu priore con 
lui. Guastò Figline; poi con altri esuli 
n'andò verso Genova. Autore di versi. 
Dino, hs: O/l messer Lapo Salterello 
minaccia lor e e bastonatore de'rettori 
che non ti servieno nelle tue questio- 
ni , ove r armasti ? In casa i Pulci 
stando nascoso. — Cornigtia. Inf., IV, 
t. 40. Figlia di Scipione, rispose alia 
matrona capuana che ie additava i 

rropril ornamenti : / miei vezzi sono 
miei figli. Donna eloquente e magna- 
nima. Altri Cornelia, moglie di Pom- 
peo, di cui tante lodi in Lucano (Phars. 
Vili). 

44. (SL) Cittadinanza. Machiav.: In 
sì varia citta e volubile cittadinanza. 
Pitti : La nostra cittadinanza. 

(F) Bello. Som.: Bellezza dell'or- 
dinamento civile. — Cittadini. Guitt.: 
Città non fanno già palagi ni rughe 
Mie: ma legge naturale , ordinata 
giustizia, pace, gaudio, intendo che 

49. (L) Chiamata da mia madre nel 

parto. — Fui: col battesimo il nome. 

(SL) Chiamata. Purg. XX, t. 7: 



Udii ; Dolce Maria... chiamar... Come 
fa donna che'n partorir sia. Hor. 
Carni., Hi, si: Virgo Quce laborantes 
utero puellas Ter vocata audis. — 
Battisteo. tot. XIX, t. 6: Nel mio bel 
San Giovanni. — Insieme. Nel ito*. 

4f. (L) Frate: fratello. ~- Pado : Po. 
Di Ferrara. — Soprannome: Aldi* 
gbieri. 

(SL) Moronlo. Pelli, Memorie per 
la vita di Dante. — Pado Cacciaguida 
era degli Elfsei, famiglia. Ghibellina 
di porta S. Piero. Vili. VI, 54 Gli Al- 
dighieri eran Guelfi. Gli Btisei aveva- 
no terre e In contado e in Firenze. 
Degli Aldighleri ve n'era anco In Par- 
ma: un Paolo A Idia h ieri parmigiano 
fu sotto Bologna nel 43t* (Murai., Rer. 
Itai. Script., t XVIII, p. iw a sso). Nella 
piazzetta di S. Margherita a Firenze 
era una torre che fu delta famiglia di 
Dame. — Soprannome. Petti, pag. 50. 
— Feo. Georg., 1: Nomina fedi. 

47. (L) Currado III. — Milizia : ca- 
valleria. 

(SD Segui tai. Par., ix, t. 47: Alla 
milizia che Pietro seguette. - Currado 
Nel mg andò, con Luigi di Francia, 
con Tedeschi. Francesi, e Inglesi e 
altri molti, oltremare: tornalo, mori. 
Fu questa la seconda Crociata e fu 
predicata da S. Bernardo. — Cinse, li 
fece cavaliere per sue valenzie, dice 
l'Ottimo 

4s. (L) Legge maomettana. — Vostra: 
quel che a voi, Cristiani, si deve. 

(SL) Colpa. Par , IX. — Giustizia. 
Modo biblico. Psal., XXXiv,t4: LXXU. 



220 



PARADISO 



49. Quivi fu' io da quella gente turpa 
Disviluppato dal mondo fallace, 
Il cui amor molt* anime deturpa ; 
E venni dal martirio a questa pace. — 



49. (SL) Turpa. Io Daniele (XIII, 65) 
turpe per reo. Hor. Sai. , l, •: Quo tu 
torvissime? — Deturpa, Purg.. X, t. i: 
Delta por la Che' l mal amor dell'anime 
disusa. 



(?) Pace.kpoc.. XìV t u: Requie- 
seant alaboribu* sms. Beatrice (nella 
Vita Nuova): lo sono a vedere il prin- 
clpio della pace. Dante, Rime: Nel 
reame ove gli angeli hanno pace. 



Orazio , nell* Ode mal auspicala in 
onore della famiglia dei Neroni, ha 
una parentesi tale che i critici la vo- 
gliono intrusa: ma ne' sermoni e 
nelle epistole altre ne ha d'originali 
e di bella urbanità. Questo Canto, 
che pure ha tante bellezze, sloggia 
in parentesi. E se nel Purgatorio 
suona alquanto ricercata eleganza : 
Al suo nome il mio desire Apparec- 
chiava grazioso loco: non direi che 
dovesse piacere air arcavolo suo , 
lodatore dell'antica severa sempli- 
erta, quella forma di preghiera : ben 
su pplico io a te, vivo topazio. Che 
questa gioia preziosa ingemmi. Che 
tu mi facci del tuo nome sazio» Vera- 
mente Cacciaguida poteva in Para- 
diso parlare un Ialino alquanto mi- 
gliore, massime dopo aver prese le 
mosse dalle parole che Anchise di- 
ceva laggiù nell* Eliso. Ha ia compa- 
razione d' Anchise amalo da Venere 
con Cacciaguida amato e fallo cava- 
liere ria un imperatore tedesco, e ilo 
a militare verso que' luoghi di dove 
Enea venne; non parrà tanio al rana 
a chi pensi che Anchise laggiù disse 
cose che furon cagione e dell'impero 
di Cesare cioè di Corrado ed' Ar- 
rigo» e del papale ammanto. Dante 
viene con ciò a assomigliarsi al pa- 
dre Enea ; né qui, come altrove, sog- 
giunge la modesia parentesi . che ci 
cadrebbe : ma non a tanto insurgo. 
La letizia del topazio, suo arcavolo, 
era cosa più badiale che la tristizia 
di Licurgo. Né il verso : E quinci e 
quindi. stupefatto fui, prepara bene 
all' altissima terzina seguente; giac- 
ché stupefazione non dovevano a lui 
cagionare né le parole annunziami 
un suo antenato già santo (il che 
egli doveva aspettarsi e sapere), né 
il riso di quegli occhi in cui pure gli 
si rivelano le ultime gioie del suo 
Paradiso. 
Fermiamoci piuttosto a notare 



quanto sia degno dei cielo, che le 
prime parole in cui 1' affetto di Cac- 
ciaguida si spande, siano all' intel- 
letto terreno, quantunque grande , 
incomprensibili , non per superba 
ricerca del parlante , ma per neces- 
sità, dacché non poteva 11 concetto 
del Bealo non trascendere i limili 
d'una mente sollevatasi appena da 
terra. E se vi pare che questa bel- 
lezza co ni rad Ica al proemio latino, 
troppo più intelligibile che celestiale; 
passiamo a ammirare piuttosto la 
definizione poetica e filosofica della 
bealitudinesempilerna: apparire del- 
la pr ima ugualità; ad ammirare quei- 
V altra locuzione che dipinge il rag- 
giare di tulle le verità dalla verità 
unica , come tulli dall' uno si svol- 
gono I numeri. 

Vedremo gli spirili beati formarsi 
in lettere d' oro, in aquila, in Oume, 
in fiore di rosa : qui, come preludio, 
li udiamo risonare tulli Insieme co- 
me corde di lira. Una benigna vo- 
lontà te quieta : e da queste parole 
il Canio incomincia, e finisce con pa- 
role d' amore e di pace, che più po- 
tenti suonano In bocca di guerriero, 
e dopo memorie di guerra Più af- 
fettuoso per ciò stesso il cenno a 
Maria, e alla sua propria madre, e 
alle madri fiorentine, schiette e af- 
fettuose e pudiche: Sentiva Dante, e 
come poeta e come cittadino, e come 
cristiano e com' esule, quanta parte 
fosse della città la famiglia, la donna 
della umanità :e i dolori e gli errori 
suoi slessi lo riiraggoho nel passato 
a vagheggiare una famiglia e una 
città più possibile forse a essere stala, 
che siala davvero. In quesli desideri, 
eh' egli figura come rimembranze, 
Il suo verso tiene dei seren' tran- 
quilli e puri, qui stesso dipinti; non 
però si che, a modo di subito fuoco, 
non ci acorra a traverso la menzione 
di Lapo Salterello, 



CANT* XV. 



221 



Nel giro de* superbi sul monte egli 
aveva troppe cose a dire e dell' Al- 
dobrandeschi e d'Oderigi e di Pro- 
venzano Salvanl : onde serba a qui il 
rammentare un bisavolo suo superbo. 
Non pochi de' poeti moderni o avreb- 
bero taciuto siffatta confessione , o 
afferralo il destro di parlare in due 
luoghi della propria famiglia, eh* è 
quanto dire di sé. La parsimonia e 
morale e poetica èqui doppio pregio. 
Senonchè , testificando la superbia 
dello stesso figliuolo di Cacciaguida, 
egli viene a detrarre un poco alle 
lodi de' tempi vecchi. Vero è che la 
superbia a Dante pareva, ed è, meno 



grave macchia civile ; ma e nella cu- 
pidità e nelle altre pesti degli stali 
è superbia, come o radice e tronco, 
o ramo e frutto. 

Oh, fortunale i e ciascuna eracerta 
Della sua sepoltura ; è parola che 
chiude in sé lutti i guai dell' esilio, 
e i beni desiderabili della patria. E 
segue poi languido il cenno dell* es- 
ser deserta nel tetto: perchè tale è 
la sorte della povera arte umana, 
che I' una noccia all' altra bellezza; 
e che il grande ingegno, più severa- 
mente che da' suoi censori e ne- 
mici, sia giudicato dal paragone di 
sé con sé stesso. 



222 PARADISO 



L'INEFFABILE E L'INCOMPARABILE. 



Tace l'armonia degli spiriti acciocché possa il Poeta aver luogo a 
parlare ; e, a quest'atto d'amore pio, egli esclama : Bene è che san za 
termine (1) si doglia Chi, per amor di cosa che non duri (2) Eternai' 
mente (Z), quell'amor si spoglia (4). I paragoni del Anito air infinito 
sono dal Poeta resi in modi varii, e che spenso ne mostrano immen- 
surabile la distanza : il che è non solo bellezza, ma verità ; ed é ap- 
punto P uno in quant' è l'altro: senonché a rendere questa specie di 
verità richiedevasi potenza e di pensare e di dire.- Non é peraltro da 
credere che in quelle stesse visioni dove il mondo spirituale e immenso 
pare si spesso ristretto nelle anguste misure corporee , il sentimento 
religioso e poetico de* tempi non volasse più oltre di quel che le pa- 
role sembrano significare. E ne abbiamo documento, tra tanti, la Vi- 
sione recata da' Bollandisti, nella quale un Goffredo, tintore di Spira, 
racconta delle cose vedute in Cielo e in Purgatorio e in Inferno , e a 
ogni tratto si prende la cura d'avvertire che le sono cose ineffabili e 
incomparabili : 

« Oh buona gente e signori miei , se potesse essere ch'io avessi cento 
bocche e altrettante lingue, non potrei ridire la millesima parte delle cose 
che vidi in Inferno e che udii (5). Mi mancano le parole ; e, dal grande 
orrore, non so che, nò^ome mi dire. Fui morto , e , per misericordia 
di Dio, permessomi ritornare al corpo a far penitenza; il che, come 
sia avvenuto, dirò quanto più breve posso. Dappoiché l'anima mia con 
incredibile pressura e dolore del cuor mio, fu uscita, subito, non so 
come (6) né da chi condotta, si trovò presentala al giudizio divino, tri- 
sta tanto e tanto abbattuta, che quella grandezza di mestìzia il mondo 
tutto comprendere e intendere non potrebbe. Tutti i miei peccati , fin 
de' menomi pensieri, furono patenti e manifesti non a me solo, ma a 
tutti i presenti, dei quali infinito era il numero ; che parevano essi 

(1) Boet., de Cons. : L'eternità (3) Som., 2, 2, 1: Mernaliter. 
è interminabile possessione ed in- Della pena eterna, Som., 2, 4, 87, 3. 
tera e perfetta della vita. Som., 2, (4) Terz. 4. 

2, 106 : Sine certo termino. Som., 2, (5) Par., XXIII, t. 49. 20 : & nuT 

1, 72: Chi pecca venialmente non sonasser tutte quelle lingue... al 

.merita interminabile pena. Passa- millesmo del vero Non siverria... 

vanti : Mi punisce senza termine. (6) Inf., 1 : Io non so ben ridir 

(2) Som., 4, 1, 10: V eternità è com' i' v'entrai. 

una durata. Som., 2, 1, 103 : In ' 

aeternum duraturae. 



CANTO XV. 



peccati' parlare, e profferire (1) sé medesimi, tumultuariamente. Dio 
buono, quanta fu la confusione che allora mi ricoperse! (*). Quanta 
calamità di dolore immenso me misero circondò 1 Né posso dirle, nò 
senza immenso spavento del cuore ripensarlo in modo veruno. Le cose 
che mi furono dette e dal Giudice e dagli Angeli circostanti (3) e dai 
demoni! (4), perocché sono affatto ineffabili, non le posso con alcuna 
proprietà di parole fare altrui manifeste. Or, dettando la divina giu- 
stizia, in men d' un momento (5) fui tratto al luogo delle pene e d' In- 
ferno e di Purgatorio: dove tanto anime in diversi luoghi e in modi 
diversi vidi essere tormentate, che tanto numero d' uòmini non repu- 
tavo che fin qui fosse stato al mondo o che mai ci sarebbe per es- 
sere (6). Maravigliosa cosa, e eh' io stesso non saprei ammirare abba- 
stanza: tuttoché quella moltitudine eccedesse di gran lunga ogni nu- 
mero, io nonpertanto, senza che alcuno me lo svelasse , cosi propria- 
mente conobbi ed intesi le nazioni di ciascheduno, le sette (7), i me- 
riti e i nomi e le persone, come se in tutta la vita mia con ciasche- 
duno di loro fossi particolarmente convissuto e allevatomi seco. 

« Di molti io vidi in Inferno tormentate le anime , della cui salva* 
zìone nessuno avrebbe in questo corso mortale dubitato per il loro 
istituto di vita apparentemente ivi buono , i cui segreti mancamenti 
solo Dio ha conosciuti. Poi vidi in Purgatorio essere di molti riserbati 
a salute, che, pe' costumi palesi di vita loro, i temerari! giudizi! del 
mortali alle pene d' Inferno cacciavano (8) : e conobbi essere gravo 
peccalo profferire giudizio sui morti nella fede di Cristo ; perché l' uomo 
vede la faccia," ma nel cuore ci vede Iddio, i cui giudizi! sono abisso 
profondo (9), nò devono dall' uomo essere profanati. V ordine e la 
qualità e il modo delle pene di Purgatorio e di quelle d 1 Inferno sono 
diversi molto da quel che i nostri predicatori le fanno , i quali non 
acconciamente le cose spirituali, che in tutto passano il senso nostro, 
misurano per comparazione delle corporee e visibili cose »10). Impe- 
rocché io che, dalla carne sciolto (li), vidi secondo l'intelletto dell'a- 
nima quelle pene, e sperimentai e con pienezza di spirito compresi in 
pensiero, cosi come chiarissimamente m'apparvero ; adesso, richiamato 
al sensibile corporale, nulla a voi propriamente posso dire di quelle, 
siccome sono, e quali sono veramente in sé stesse, né con alcuna ma- 
niera di similitudine darvelo a imaginare (12) Quanto io dicessi, gli é 
meno e gli è altrimenti ; e neppur s'accosta alla proprietà delle cose 
future delle quali vi parlo. Sogno ò quanto 11 volgo ne va opinando ; 
che pochissimi sono a chi in questa mortai vita iddio allumina l' in- 
terno occhio della mente, si che pure in parte possano intendere come 

(1) Inf., XXIII, t. 10: Ytnieno i (7) Par., Ili, t. 35: E promiti la 

tuoi pensier tra' miei Con simile via della sua setta, 

atto e con simile faccia. (8) Par. , XIII, t. ult.: Non creda 

(2) Purg., XXXI : Tanta vergo- Monna Serta e Ser Martino, Per 
gna mi gravò la fronte — Tanta vedere un furare , altro offerire, 
riconoscenza il cor mi morse.- Vederli dentro al consiglio divino 

(3) Purg., XXXI. Che quel può surgere , e quel può 

(4) Inf., XXVII, e altrove. cadere. 

(5) Purg., XX, t. 29 : Senza ri- (9) Par., XIX, XX. 

starsi, per sé slessa cade Mirabil- (10) Par., XXIX. Contro certi pre- 

mcnte. dicami del suo tempo, profani. 

(6) Inf., Ili, t - 19 : Sì lunga tratta (11) Purg., XXV , t. 27 : Solve si 
Di gente, eh' i' non avrei mai ere* dalla carne. 

àuto Che Morte tanta n'avesse dù (1%) Par., XV, t. 86: Che tutte si- 
sfatta, miglianzs sono scarse. 



224 PARADISA 



sia disposta l'anima sciolta da' vincoli della carne. Con le voci note a 
noi parlare di cose non cognite quanto debba andare rimoto dall' es- 
senza propina del vero, io credo ohe a tutti voi debba essere manife- 
sto... Maggiori sono i beni che promettonsi ai buoni ne' cieli , e più 
gravi i mali che a' non buoni preparansi ne' tormenti, incomparabil- 
mente di più eh' altri non possa credere o intendere ; e tutte le cose 
che voi altri predicate in chiesa de' gaudii celesti, o delle pene infer- 
nali, comparate al vero, sono puerili e somiglianti a balocco di fan- 
ciulli (1). Qual è fuoco dipinto sul muro a vero fuoco, tale é, anzi meno 
ciò che della beatitudine del Cielo e de' tormenti d' Inferno può l'e- 
stimativa umana pensare, se raffrontisi con la verità. 

« Ne' tormenti ho veduto in Inferno tanta moltitudine di Cristiani; 
non solo di secolari ma anco di preti e monaci e monache, e ragazze 
e vedove e maritate, de' quali conobbi allora le persone e i nomi e lo 
stato e la condizione e 1 meriti della vita : tra' quali notai parecchi 
de' congiunti e concittadini nostri ; ond' io avrei più voglia di pian- 
gere che di parlare (2). Di tutti costoro te pene, e anco le forme dei 
tormenti secondo la differenza del merito, variano di molto (3)... Tutti 
1 tormenti di questo mondo che sono e che furono e che possonsi esco- 
gitare e figurare, se si riducessero in una pena tutti, comechessia com- 
pendiata, al menomo patimento d' inferno non si potrebbero per ve- 
runa guisa di similitudine comparare (4). Rimane sènza fine al conti- 
nuo l'anima a que' tormenti dannata, rimane sempre agitata da inef- 
fabile furore, sempre in sé stessa sconsolata di tristezza tremenda , 
sempre compagna a' demoni! irrequieti, senza speranza» senza conforto, 
senza riposo (5), mestissima in sempiterno. Oh miseria sopradutte mi seris- 
sima i Vari! sono i luoghi di Purgatorio, e le pene quivi differenti; dalle 
quali altri più presto, altri più tardi sono liberati, secondo la qualità della 
colpa commessa, e la durezza della penitenza che fecero in vita. In- 
numerabile moltitudine d'anime vidi affliggersi in purgazione , delle 
quali talune per molti secoli conobbi esservi dimorate (6). Ogni di se 
ne liberano, e ogni dì altr* ne vengono. Della loro libertà tutte hanno 
speranza certa, ancorché non tutte del pari sappiano 11 termine della 
pena. Oh grave cruccio di quelle anime, oh lunghissimo tempo al pa- 
tire, per breve che sial dove per suoi demeriti l'anima dagP Incendii 
del suo fuoco ò arsa e, per la dilazione del Bene sommo incommuta- 
bile, ò dal desiderio suo crucciata... E acciocché conosciate quel che 
all'anime de' defunti più giova a migliorarne la stato, dicovi un fatto 
arcano ch'io contemplai nella visione della spirituale intelligenza. Nel 
momento del mio terribile appresentarmi al giudizio di Dio, tanta mol- 
titudine d'anime bandita dal mondo per la morte della carne, volò per 
essere giudicata, che in quel punto tutti gli uomini di tutlo il mondo, 
chi noi sapesse, avrebbe creduto essere allora morti: 1 quali tutti salvo 
dodici soli, ricevettero sentenza di dannazione. E di que' dodici, soli 
due senza ia dilazione dei Purgatorio ebbero il riposo del cieio. Dei 
quali uno in questa vita fu monaco assai continente , della regola di 

(4) Par., XXXIII, t. 36: Più cor' E qual forato suo membra, e qual 

ta mia favella.,, che d* infante. mozzo Mostrasse ; d'agguagliar sa- 

<2) Purg., XIV, t. 43: Mi diletta rebbe nulla II modo della nona boi- 
Troppo di pianger più che di par- già sozzo, 
lare. (5) Inf., V, 1. 15 : Nulla speranza 

(3) Inf., IX, t. 4i : I monimenli gli conforta mai, Non che di posa, 
son più e men caldi. Purg., 10 , ma di minor pena - XIV , t. 14 : 
t. 46 : Più e meno eran contratti. Senza riposo mai era la tresca 

(4) Inf., XXVIII, t. 3 e 7 : Se Delle misere mani. 

s* adunasse ancor tutta fa gente... (6) Purg., XXI, XXII. 



CANTO XV. 225 



S. Francesco; e l'altro lebbroso poverello mendico, ma ferventissimo 
nell'amore di Dio... » 

Interrogandolo il sacerdote se fosse stato presente al gaudio de* Santi, 
rispose: « Signore, molte cose vidi, ma tutte ineffabili a me, dacché, 
siccome non le ho vedute con gli occhi della carne, ma per mirabile 
e incomprensibile modo d' interna cogitazione, però non posso conve- 
nientemente spiegarlo a parole. » 

E, seguitando il narrare più cose disse de* gaudi i de' Santi. Il prete 
di nuovo lo interrogò dell' Inferno e del Purgatorio, se vero sia quello' 
che certe visioni ne narrano, come la visione di Tantalo (nel qual nome 
confondevasi la tradizione pagana con la cristiana* ; che dicono altri 
sospesi al cavalletto, altri sopra incudini schiacciaci dal martello (i), 
altri da lance e pali (2) confitti a terra, altri messi a bollire (3;, e al- 
tri puniti in diversi modi sul fare del modo umano, e lacerali e con- 
sunti. Rispose Goffredo: • Signore mio buono, voi sapete ch'io sono 
uomo semplice e senza dottrina ; onde non potrete né dovrete aspet- 
tarvi che siano dette di mio le cose occulte eh' io narro a voi del fu- 
turo. Dio, che per sola sua misericordia mi diede che io vedessi cose 
che non sapevo, mi conferì insieme P intelligenza; ma il modo della 
visione e dell' intendere mio spirituale, né io già lo comprendo-, né a" 
voi lo posso spiegare... Io vi parlerò dei terribile giudizio divino per 
via di similitudini, come posso, note per U ministero de' sensi e per 
via delle parole usitate; sebbene io quelle cose non vedessi con quo- 
sti occhi della carne; né con orecchi carnali sentissi là o voce o grido 
o rumore: ma, rimosso l'uffizio de' sensi, ogni cosa senza voce né 
suono e senza somiglianza corporea vidi e udii spiritualmente in un 
punto (4): anzi, per meglio dire, né vidi né udii, ma sì intesi. Le 
co«e spirituali alle spirituali, e le corporee alle corporee sono compa- 
rabili. Niente ivi è corporeo, niente che cada sotto l' immaginazione (5), 
niente conoscibile al sentimento umano. » 

Dante riduce questo concetto , siccome egli ama , a dottrina ; e per 
dire. a Cacciaguida eh' e' non può esprimere l'affetto che sente, piglia 
il seguente giro, che, a chi .non coglie 1' intendimento di lui, deve 
parere strano. Dacché Dio, prima e perfetta Ugur glianzn, appari in- 
cielo a voi, padre mio, il sentire e il pensare si fecero in voi di pari 
vigore; perchè a quel sole che v'illumina di verità e che v'accende 
d'amore, la concezione della verità e quella dell'amore si fanno tra 
loro uguali, così che nessuna idea di parità umana può rendere tale 
uguaglianza in modo adeguato. Ma negli uomini mortali il volere e 
l'intendere non vanno di volo sì pari: e io, mortale, non potendo ri- 
trovare concetti corrispondenti all' affetto, molto meno ho parole da 
tanto ; e però non ringrazio se non col cuore. A distinguere le due 
cose qui usa le voci allumare e ardere, vista e caldo, voglia e argo- 
mento (6) ; siccome altrove argomento e volere (7), conoscenza e virtù <8) ; 
e molte e belle sono in tutto il poema le forme di questa distinzione 
essenziale alla filosofia teoretica e alla pratica ; distinzione costantemente 
segnata nella Somma e in tutti i grandi maestri cristiani, ma già anco 

(1) lnf., XI, t. 30: La divina te, Amor che 'l ciel governi, Tu 

Giustizia gli martelli. il sai, 

(2> lnf., XXIII, t. 37: Un croci- (5) Par.. XIX, t. 3: Non portò 

fìsso in terra con tre pali. voce mai né scrisse inchiostro, Né 

(3) lnf., XXI, t. 45 : Lessi dolenti -fu per fantasia giammai compreso. 
Purg., XII : I bolliti. ' (6) Terz. 26 e 27. 

(4) Par., I, t. 25: S' io era sol (7) lnf., XXXI, t. 19. 
di me quel che creasti Novellamen- (8) lnf., XXVI, t. 40. 

Dante. Paradiso. - 15 



286 fÀRÀftisò 



da Aristotele chlaràtrìéM» veduti (1) ; ancorché tìè egli né àléttò Jbert- 
satore pagano o paganeggiante potesse trarne queliti éodSégttetìie ef- 
fettive che la verità cristiana ne ha eolte. 

Alla sentenza soprarrecata di Dante questa d'Agostino, comecché In 
senso inverso, é dichiarazione appropriata : V intelletto vola innanzi, 
e tardo segue V umano infermo affetto : ma in ehi ha la grazia che lo 
rende grato a Dio Vaffetto segue pronto per forza di carità <*>. Nel 
passo del presente Canto accennasi alla sproporzione tra li sentimento 
e l' idea, facendo V Idea minore, il che è vero nel proposito di cui qui 
si parla» co<l come vero é nel proposito d'Agostino, che al bene dalla 
mente veduto non sempre s'accompagna il volere efficace: non s'ac- 
cenna alla sproporzione tra l'idea e la parola, di che spessissimo è 
toccato, é direbbesi che troppo spesso, se dalla stessa impotenza del 
dire umano non traesse più volte 11 Poeta potenti modi di dire. E già 
nell' Inferno; Chi poria mai, pur con parole sciòlte, Dicer del sangue, 
e delle plaghe appieno, Ch' i* ora vidi , per narrar piii volte f Ogni 
lingua per certo verria meno , Per lo nostro sermone (3) , e per la 
mente, Ch' hanno -, a tanto comprender, poco seno (4j. — S'i' avessi 
le rime e aspre e chiocce Come si converrebbe... V premerei ài mìo 
concetto il tuco Più pienamente (5). Ma nel Paradiso : Se quanto insino 
a qui per noi si dice. Fosse conchiuso tutto tri una loda Poco sarebbe... 
La bellezza eh' io, vidi, si trasmoda Non pur di là da noi, ma certo 
io aedo Che solo il suo Fattor tutta la goda (ti). E altrove con pro- 
fondo intendimento : Appressando sé al suo disire, Nostro intelletto si 
profonda tanta, Che retro la memoria non può ire (7). — Non perch'io 
pur deijhio parlar diffidi, Ma per la mente che non può reddire Sovra 
sé tanto, i'altri non ta guidi {Si. In questo secondo è data la ragione» 
che ora direbbesi psicologica, del mancamento della memoria, cioè II 
non essersi potuta l'anima in quel primo alto riflettere sopra sostessa, 
e rigirarsi in sé <9), come dice altrove, ond' ella non può con la ri- 
flessione quell'atto medesimo richiamare. E lo dichiara laddove dice : 
La mente mia .. Fatta più grande, di sé stessa uscio; E, che si fesse, 
rimembrar non sape (10). E altrove ancora, distinguendo tra la facoltà 
del potere imaginar le rose pensate e quella del dirle: che l'imagi- 
nar nostro a colai pieghe, Non che' l parlare, è troppo color vivo Hi) 
E da ultimo, più distintamente segnando 1 tre gradi della parola, della 
memoria imaginosa, e del concetto puro, egli canta : Oh quanto è corto 
il dire e come fioco Al mio concetto l E quésto a quel eh* V vidi È tanto 

(I) Afist. de Ah., Ili : Nelle pò- riso La mente mia, da sé modestia 

lenze dell'anima V intelletto di- scema. Nelle tre terzine seguenti, 

stinguesiper contrapposto alla vo- qualche locuzione polente ammen- 

lonta. da la soverchia, e A lui inusitata, 

I*) Ahg., In Psal. CX Vili lunghezza. 

(Si Inf., XXV, t. «8: E qui mi (7. Par., 1, t. 3. 

scusi La novità se fior la lingua (6) Par., XVIII, t. 4. 

abborra. - XXXIV, t. 8: Noi di- (9i Purg., XXV, t. J5. 

mandar^ lettor : eh' i' non lo seri- (10) Par., XXIil, 1. 15. « Ivi 1. 17 : 

vo, pero ch'ogni parlar sarebbe lo era come quei che si risente Di 

poco. visione oblila, e ches' ingegna Jtn- 

(4) Inf., XX Vili, InTprìnc. damo di ridueerlasi a mente. * 

(3) Inf., XXXII, in princ. XXXIII, t. IO: QuaV e colui che 

(6) Par., XXX. Scade nella "ter- sognando vede, a dopo *t tonno la 

zina seguente, rammentando il co- passione impressa Rimanti $ Val» 

nxico e 11 traàedo: ma poi striai- Irò alla mento non riede. 

za alquanto : Io sfavillar del santo (11) Par., XXIV, t. 9. 



CANTO XV. 



287 



che non basta a dieer poco (1)... Ornai sarà più corta mia favella 
Puri a quel ch'io ricordo, che d'infante Che bagni ancor la lingua 
alla mammella (1). 

Un de' modi più potenti a denotare le cose ineffabili, e forse il più 
potente di tutto il Poema, é ne' versi : Chi dentro agli occhi suoi ar* 
deva un riso Tal, eh' io pensai co 1 miei toccar lo fondo Della mia gra- 
zia e del mio paradiso <3i: appetto a'qu?U paiono languidi quegli al- 
tri che pure sono tanto polenti : Quella che imparadisa la mia mente (4J. 
— Ciò ch'io vedeva,, mi sembrava un riso Dell' universo ; perchè mia 
ebbrezza Entrava per V udire e per lo viso (5). E questi richiamano 
gli altri a Caeciaguida : Per tanti rivi s'empie (6) d'allegrezza La mente 
mia, che di sé fa letizia, Perchè pub sostener che non si spezza (7 . 
La similitudine della mente che non cape in sé 8) Come fuoco di nube 
si disserra, Per dilatarsi <9>, ò vera, ma di men alia verità ebe quel- 
l'altra osservazione della mente a cui la sua pròpria ajlegre»zzi é con- 
fine, e nel contentarla la contiene : e diffonde (ino asti ultimi llmUl 
l'esuberanza della vita, senza che però ne trabocchi • se ne pera* 
una stilla. 



(() Par., XXXIH, t. 41. 

(3) Par., XXXIII, t. 36. 
k) Par., XV, t. 12. 

(4) Par., XxVUl, t. 1. 

(5) Par., XXVII, t. a. 

(6) Som., Sup., 71 : Repleti gau- 
dio beatitudinis. 

(7) Par., XVI, t. 7. 

(8) Aug„ CQnfess., I, 6: Nec ego 



ipse tapis totum qUvd sum. In 
senso più ampio, 

(9> Par., XXlll, t. 14. De! dllt- 
tarsi nella gioia, vedi Som., *, I, 
38, i. * Boll., I, ili: Sii iannu 
claritatis et cerlitudinis et ditata- 
tionis, quod nullum alium statum 
senno àpproplnqutre et 



228 PARADISO 



CANTO XVI. 



ARGOMENTO 

Cacciaguida ragiona ancora della propria famiglia e 
dell'antica Firenze : deplora i nuovi cittadini venutile 
dal contado. Qui si dimostrano le politiche opinioni di 
Dante circa la civile uguaglianza. Le più grandi famiglie 
della città sono qui rammentate, e molte ai loro, a' tempi 
di Dante, o senza eredi, o impoverite, o in esilio, o mac- 
chiate oV infamia. Spira da queste memorie tristezza pro- 
fonda. Il tocco delle città che muoiono come gli uomini 
è tanto più alto , quanto nelle parole più semplice. Molti 
nomina congiunti a lui di sangiie , parecchi de' suoi ne- 
mici. 

L'enumerazione procede con (schiettezza di storia, con epica dignità 
con impeto lirico. 

Nota le terzine 1, 3 ; 5 alia 12 ; 14 , 15 , 16 , 20 ; 22 alla 30 ; 32, 34 
35, 37, 40, 41; 43 alla 48, coll'ultime due. 

1. U poca nostra nobiltà di sangue, 

Se gloriar di te la gente fai 
Quaggiù, dove l'affetto nostro langue; 

2. Mirabil cosa non mi sarà mai: 

Che, là dove appetito non si torce 
(Dico nel Cielo), i' me ne gloriai. 

3. Ben se* tu manto che tosto raecorce, 

Sì che, se non s'appon di die in die, 
Lo Tempo va d'intorno con le force; 

i. (L) Langue: tiepido al vero z.iDAppon con meriti nuovi.— 

bene Force : forbici. 

(SD Di. Nobiltà di sangue è a ti- (SL) Force. Arios., XV, 86. L'ima- 

che nel Boccaccio, per distinguerla Rine dH manto raccorciato, fn più 

da ordì altra sorta di nobiltà (Viiadi falli storici e segno di dispregio e di 

Dante, pag. io 55 ; Pelli, pag. 96). betfa. 

(F) Nobiltà. Boel , 111 : Quanto (F) Appon. Boet.: Se nella nobil- 
ita vuoto, quanto futile il titolo di tà è cosa buona, questa crcd'io soia- 
nobiltà chi non vede ? — Langue. mente, che tengasi a* gemiti uomini 
V affetto che diventa passione, col- imposta necessità di non degenerare. 
l'eccesso si fa scemo. *' •• 



CANTO XVL 229 



4. Dal voi, che prima Roma soffèrfe 

^ (In che la sua famiglia men persevra), 
Ricominciaron le parole mie; 

5. Onde Beatrice, ch'era un poco scevra, 

Ridendo, parve quella che tossio 
Al primo fallo, scritto, di Ginevra. 
6. io cominciai: — Voi siete il padre mio; 
Voi mi date, a parlar, tutta baldezza; 
Voi mi levate sì, eh' i' son più eh* io. 

7. Per tanti rivi s'empie d'allegrezza 

La mente mia, che di so fa letizia; 
. Perchè può sostener che non si spezza. 

8. Ditemi dunque, cara mia primizia, 

Quai son gli nostri antichi; e quai far gli anni 
Che si segnaro in vostra puerizia. 

9. Ditemi dell' ovil di san Giovanni, 

Quant'era allora, e chi eran le genti, 
Tra esso, degne di più alti scanni. — 

10. Come s'avviva allo spirar de' venti. 

Carbone in fiamma, così vidi quella 
Luqe risplendere a' miei blandimenti: 

11. E come agli occhi miei si fé' più bella. 

Così con voce più dolce e soave, 
Ma non con questa moderna favella, 

dalla virtù de* magqiori. JEa. t VI: conio la cameriera della regina, da- 
Virtutem extendere facili. ma di Matehault, s'accorgesse del fai* 
4. (L) Voi : prima gli diede del fu, lo di lei con Lancillotto <lnf., V), cioè 
ora del voi —Sof ferie : soffri — Men. dell'essersi lasciata baciare Ma quella 
Ironia. Ruma persevera nell' adula- tossi per assenso: Beatrice ai contra- 
zione, rio: e ciò tempera l'inconvenlenie 
(SLV Roma. Parlando a Cesare, dell' allusione, facendo quasi pensa- 

Rerrhè omnia Caesar erat Lucan., V: re che il vantarsi di cosa vana è un 
amque omnes voce*, per qua* jam peccare contro la fedeltà debita al 
tempore tanto MenUmur domini* , legittimo bene. 
haec primnm repprrit atta*. Fazio, I: <F> Scevra In questo colloquio la 
Colui a cui 't Roman prima Voi dis- Teologia non hb parie 
xe—Men Seinieod»-»! ironia.è coinè 7 <L> Lr tizia. : gotte di pienogau- 
nel Purg. VI: Firtnze mia. ben puoi dio in se, onde al gaudio regge. 
es*er contenta; e nell' inf XXV : Go* iSL) Sé. Non si riserva fuori in- 
di, Firenze Ha altri potrebbe inten- vano, 
dere che nella riverenza alla maestà 8. (L) aitili di Cristo. 
Imperiale Roma non si é mantenuta. <SL) Antichi. Mal espini e Vili. : / 
6. (L) Scevra : discosta. nostri antichi. 
(SL.) Ridendo dell'usar ch'egl i fa 9. (I) Giovanni, patrono di Firenze, 
lai! forme in Cielo, e del rispettare (SD Ovil. Par., XXV, t. * : Del 
nell'avo suo la nobiltà della schiatta: bello ovile ov'io dormii agnello. 
però nel seguente ritorna al tu.— Gì- ti. <L) Favella: in latino. 
nevra. Nella Tavola Rotonda si narra (SL) Moderna. Il latino era co- 



830 



PARADISO 



12. Dissemi: — D& quel d\ che fu detto Ave, 

Al parto in che mia madre, eh* è or santa, 
S'alleviò di me ond'era grave, 

13. ÀI suo Leon cinquecento cinquanta 

E trenta fiate venne questo fuoco, 
A rinfiammarsi sotto la su* pianta. 

14. Gli antichi miei e io nacqui nel loco 

Dove si trijova pria l'ultimo sesto 

Da quel che corre il vostro annual gioco. 

15. Basti de' miei maggiori, udirne questo: 

Chi ei si furore onde venner quivi, 
Più è tacer, che ragionare, onesto. 

16. Tutti color eh' a quel tempo eran ivi 

Da potere arme, tra Marte e '1 Battista, 
„ Erano il quinto di quei che son vivi:. 



muoe alla genie non rotta nel secolo 
XII. — Soave. Aggiunge a dolce che 
può essere del looo, note questo e 
dell'armonia e dell'affollo. 

19. (L.) DI.,.,: dall' incarnazione ali i 
nascila mia. 

(SL) Ave. Purg M X, i. 44. 

is. iL> Suo: di Marte/perché il leone 
è animai Itero. — F aoco : Mario. — 
Pianta: pie del leone. 

iSL) Suo. Anon. : Leone (secondo 
alcuni) tra ascendente nella* nativi- 
tade di M Cacviaguirta.— Fnnco. /Ei> , 
III: Atiroritm igiies, Omv., Marie di»» 
xecca e arde ie cote. Mkfi « I: incendia 
beiti Luon . I : Si tatvum radiis Ne* 
ìafùeuui, Pharbe t Lcouem tiunc nre- 
ntfftì, ttua Avertiti incendia wundo. 
{V\ Phwta V> in fine /'otsen u- 
iftHM dei P. Anton* Iti* 

a 1.U1 Croco .- coniando da «fove s| 
Corre II palio 

i^U Antichi Annn. ani.: Olla- 
ritinti ti cui vuitchi furono di Velletri, 
il VilhmL, di Dan le: Onorevole aulico 
ci tiaiti un tti frana s. t'tero — Sesto: 
Era divisa la emù in szl pari) Scu.no 
di amica nobiltà era aver casa nel- 
l'amica cerchia di Firenze; che le fa- 
miglie venule, poi ili fuori si ferma- 
ron pe' borghi, e all'estremo delta 
Cina: i BiiondelmonU In Borgo S A- 

Coslolo, perchè venivano da ttonlc- 
unni; i Cerchi a Porla S Piero, per- 
one da Aoono — Corre Nef palio di 
S. Giovanni nei giugno. I cavalli ve- 
nivano Ano a Porta B Piero ; e In 
certi palli vengono tuttavia; Le case 



di Dante erano alialo all'arco trion- 
fale. Correre il palio è modo vivo; ma 
qui il qiocn pare cas» retto. 

4*. (S*L) Udirne. li ne a bbo oda, come 
nella lingua parlata — Onesto. Non 
vuol parlare dì l»oma ormine della 
sua schialia. e di Firenze (Vili., I, 38). 
Iiìf., IV, i ss: Parlando cose che 't la- 
cere è belio, SI compra '/ parlar colà 
dov'era. Quest'ano di modestia dopo 
le c<*se dette della sua nobiltà, non è 
strano in uomo che troncamente si 
loda, e poi chiede scusa nel XXX del 
Purgatorio ti si idei rammentare il 
proprio nome. torse perch'ex li cre- 
deva discendere, da* Frangipani di 
Roma tPetli. p. u>, non lo volle ram- 
mentare perché rifugge dai tradi- 
mento che I Frangipani ordirono a 
Corradioo dandolo In mano a Carlo 
d'AngiO che l'uccise. Qui vale onore- 
vole e bello { non onesto nel senso 
moderno. 

16 tL.) Potere portar. — Tra: tra 
Ponlevecohio e .San Giovanni. 

(SD Potere Ellissi viva. — Tra. 
Tra la «tatua di Marte sul Pon le vec- 
chio Unf, Xlll, l. 48we il Battistero di . 
S Giovanni tlnf, XIX, t ti; poichè,- 
dice II Villani «IV is : Olir' Arno non 
era della citta antica , e il bali Utero 
rimaneva addosso alle mura dell'an* 
lite dna tB «rg . Ong. di Firenze). — 
Quinto Nel isoo Firenze faceva da set- 
lamamita anime; nel itoo, quattordi- 
cimila; ma non v'era , dice il Poeta, 
famiglia di contado. 



CANTO XVI. 



231 



17, 



Ma la cittadinanza, eh' è or mista 
Di Campi e di Certaldo a di Figghine, 
Pura vadaasi, neh' ultimo artista. 

Oh quanto fora meglio esser vicina 
Quelle genti eh' io dico, ed al Galluzzo 
E a Trespiano aver vostro confine, 

Che averle dentro, e sostener lo puzzo 
Del yillan d'Aguglion, di quel da Signa, 
Che già per barattare lia l'occhio aguzzo! 

Se la gente eh' al mondo più traligna 
Non fosse stata a Cesare noverca, 
Ma, come madre a suo figliuol, benigna; 
21. Tal fatto è fiorentino e cambia e merca, 
Che si sarebbe vòlto a Simifonti, 
Là dove andava Tavolo alla cerca. 



18. 



19. 



20. 



47. (L) Pura: seni» forestierume. 
(tL) Campi. I Masiin?hi veoivano 
da Campi, ì Rena e i Boccaccio da 
Certaidn. I $ern»mri da Figline (Dino, 
11. lift. Baldo d'Agug Itone, Jacopo da 
Cer laido. . che Hanno, distrutta Fi- 
reme (V. Pelli, p. I08\ Oli.: Li uomini 
del contado .. il quali per te guerre e 
di* faci Dir Mi vennero ad abitare luti- 
go la fillade, erano per Me, non me- 
scolati i*t come non degni) in tra li 
cittadini; né erano tratti aqti onori, 
però che con poca ftde e con poco a- 
more vi vennero ; e però ahi lavano 
net senio ultimamente etti fica lo, chia- 
mato Olimmo. 

48 (Li Fora.* sarebbe stalo — Vici- 
ne: non emanine. — Genti : Campi e 
altre. — Galluzzo : tre miglia da Fi- 
renze. — Trespiano : cinque 

49 iL) Agugliati : castello in vai di 
Pesa. - ' 

(SL) Puzzo. Volft. Eloq : Morum 
habitftmque drfarmitate nrae cunctts 
faetère. Fra I Neri dominami. Dino 
annovera molli contadini — Yittan. 
Baldo. Innanzi il 4300 congiuralo con- 
tro Giano tirila Beila (Dino, p. SS). 
Priore nel 4Sii. Avventò eunlro Dame 
quattro o cinque senifnze. — Stima. 
Bonifazio o Fazio giudico de' Muri TJ- 
baldim. Dino, p ss: // Corazza da Si* 
qua, il quale si renulava tanto Guelfo 
che appena creata che iteli' animo di 
niuno quella norie fanne altro che 
spenta - ili: Mot ti antichi Ghibellini 
furono ricevuti da* Seri in compagnia 
loro, solo per mal fare : tra' quali.,., 
M. Baldo d'Agug liorie, M. Fazio da 
Stgna. 



20. (L) 0jttt#{ i sacerdoti iiariep* 
giauti. — WùvrrCQ '. matrigna 

(SD Tr aliunu P.ir*, XII, X. tu. 
Colui che siede e dite traltifttQ, — No- 
verca. Punire*: Quorntft é*r mta lis- 
ina noverca, ynrg , VI, t. ili *mt qen- 
te, che dovrttn... Intfiior srtìvr Cetar 
nella sella. - Alaftngua a flj, dice Fe- 
derigo Il in utili Inii-p , I» Cine di 
Roma. Bi!>- , ME: hijftita »tn*trca. — 
Madre DHI.i Cfelufa, nella Non ardila: 
Sorretto di quella rlvffrlfia che pio 
fiutinolo ttt.-ì'e a patite, ftattuttln pimi 
madre. Oit : Poma ., come tmìttrtyna 
gli ha trattali i m iipirrrauini ; e & 
infpftio che. di lei ed in lei nacque, ha 
cacciato di *è: laoiute qli imperatori 
assenti dalla sedia imperiate, non er- 
rano li censori, non li prefetti delle 
Provincie, non li legati, non li difen- 
sori d-llr ci a adi, non li avvocati e 
procuratori del fi* co, non li altri offi» 
ziali per li quoti si purgassimo le 
Provincie delti rei e contagiosi uomi- 
ni, e per lo quale imperio la tuonar* 
cliia del mondo s'ordina*** e ditpo* 
nasse sicché guerre non tossono , e 
ciascuno stesse contento intra li suoi 
termini. 

si iSLì Simifonti. Castello In Val 
d E'si da cui vennero I Pilli. Firenze 
nel isos lo distrusse. Un villano di 
San Donalo tradì «'Fiorentini la rocca 
di Similonie, allora ribelle, a patto 
'Ch'egli e i suol discendenti fossero 
ci i ladini di Firenze, e con certe im- 
manità Oli : // quale castello con 
motto stipendi*' di guerra acquistato 
e disfatto per ti Fiorentini: onde li 
uomini della contrada in parte ten- 



232 



PARADISO 



22. Sariesi Montemurlo ancor de' Conti; 

Sariensi i Cerchi nel pivier d'Acone, 
E forse in Valdigrieve i Buondelmonti. 

23. Sempre la confusion delle persone 

Principio fu del mal della cittade, 
. Come del corpo il cibo che s' appone. 

24. E cieco toro più avaccio cade 

Che cieco agnello; e molte volte taglia 
Piti e meglio una, che le cinque spade. 

25. Se tu riguardi, Luni ed Urbisaglia 

Come son ite, e come se ne vanno 
Diretro ad esse Chiusi e Sinigaglia; 



nero ad abitare la cittade, che noti 
sarebbono venuti se la sedia di Roma 
avesse avuto in pace il suo imperio, 
però che i Fiorentini non avrebbono 
mosso guerra contro lo imperio. 

93. (li) Sariesi : sarebbe II si riem- 
pitivo. 

(SD Montemurlo, Nel 4208 i comi 
Guidi signori di quel castello vicino 
a Pistoia, noi potendo difendere eia' 
Pistoiesi, lo venderono al Comune di 
Faenze (Vili,, V, 30 per cinquemila 
fiorini. Se Firenze, dice il Poeta, non 
fosse voluta inRrandir.nl , ma tenere 
io rispetto i vicini, Monlemurlo sa- 
i ebbe de' Conti, né per cagione di 
quel castello eh è prossimo ai confini 
pistoiesi, tante discordie sarebbero. 
— Acone Ricca e popolosa pieve tra 
Lucca e Pistoia. I Cerchi, per il ca- 
stello di Mon terrore nella pieve d' A- 
cone, ebbero con Firenze assai guer- 
re. Nel 4453 I Fiorentini,presero e dis- 
fecero detto castello, onde i Cerchi 
vennero in- Firenze; e poi ci mena- 
rono parte Bianca. Dino, p W. Cerchi, 
uomini di basso stalo, ma buoni mer- 
cotanti e gt an ricchi ..-, avevano betta 
apparenza, uomini umani — liuon- 
delmomi. Oli : Per la guerra che fé» 
cero i Fiorentini contro i nobili del 
paese, ne vennero alta cittade Dopo 
il 430.9 ebbero co' Seri la signoria della 
Città (Dino, p 448). 

83 (SL) Appone Som : Si quis gut- 
tam aquae amphorae vini optional (si 
fa mescolanza). Altrove ; Superflue 
apponere. 

(F> Sempre. Tom.,deReg prlnc: 

La conversazione degli estranei cor- 
rompe i con unii de cittadini. Arisi. 
Polii.: Più giova che il popolo lavori 
ne' carnai, di quel che sempre dimori 
in città. Davanzali: Quindi si può ar- 
gumentare, vedendo i paesi rozzi e 



selvatici, per la venula de' forestieri 
perdere la loro beata sempticitade, e 
acquistare lumi e splendori di nuove 
arti, scienze e costumi, ma con essi 
misera servitù, guerra, desolazioni; 
e ritornare alla prima salvatichezza 
dopo lungo giro di secoli. — Cibo. 
Aristotele, citalo nel Convivio , dice 
che 1' alterazione precede sempre 
alla corruzione iPhys , VII,. 9; Hacr. 
Sai. II). 

84. (L) Aracelo: presto. 

(SL) Taglia. Hor. Carm , HI, 34: 
Culpa recidi tur. • Episl., 1,46: Secan- 
tur. . lites. - Sai., 4, 40 : Ridiculum 
acri Forlius et melius magnas pie 
rumque secat res. Quindi il comune 
decidere Qui dunque non euona giu- 
stizia cruda né potestà violenta. — 
Cinque. Nel XX11 dell'Esodo con ir ap- 
pone cinque a uno. 

IF) Cieco. Sap , VI, i: Meglio sen- 
no che forza — Una. Ne'Proverbii al 
contrario (XXIV, 6) : Ove consigli di 
molti, sarà salute. Ma la dollrina po- 
litica di Dante era meno amica a li- 
berta qual oggidì s'intende, che molli 
non credano E* pensava che i vigo- 
rosi d'intelletto naturalmente doves- 
sero avere sugli altri principato Nel 
dispregiare le moltitudini mal gover- 
nale, il Poeta non intendeva però 
spregiare in tulio il senno dei più, 
che un*i nel Convivio il, 40) dice: 
Vuole essere evidente ragione che 
parure faccia V uomo da quello che 
per gli altri è stato servato lunga- 
mente 

85 (SL) Urbìsaqtia. Castello del Ma- 
ceratese : anticamente città : Urbs 
Salvia (Plin). — Chiusi. Era sede de' 
principi etruschi. Enumerazione si* 
mile di città cadute è in Ovidio (Mei , 

XV). 



CANTO xVi. 233 



26. Udir come le schiatte si disfanno, 

Non ti parrà nuova cosa né forte; 
Poscia che le cittadi termine hanno. 

27. Le vostre cose tutte hanno lor morte, 

Si come voi: ma celasi in alcuna, 
Che dura molto, e le vite son corte. 

28. E come '1 volger del ciel della luna 

Cuopre e discuopre i liti senza posa, 
Così fa di Fiorenza la Fortuna. 

29. Perchè,, non dee parer mirabil cosa 

Ciò ch'io dirò degli alti Fiorentini 
Onde la fama nel tempo è nascosa. 

30. Io vidi gli Ughi, e vidi i Catellini, 

Filippi, Greci, Ormanni, e Alberichi, 
Già nel calare, illustri cittadini. 

31. E vidi, così grandi come antichi, 

Con quel della Sannella quel dell'Arca; 
E Soldanieri, e Ardinghi, e Bostichi. 

32. Sovra la porta ch'ai presente è carca 

Di nuova fellonia, di tanto peso, 
Che tosto fia iattura della barca, 

26. (L) Forte: dura a comprendere, cerno Nunc retegit bibulas, nunc ob- 
(F) Cittadi. Som Sup , 99: Per- ruit aesuis, arènas — Fortuna. JEn. t 

vento homo non manet : ipsa civitas XI : Multo* alterna revisens Lusit, et 

deficit. - in solido rursus Fortuna locavi t. 

27. (L) Vostre: umane. Celasi ..: par 29 (I.) Perchè: unde. — Onde: di 
ebe non muoiano* perchè vivono più cui. — Nel tempo : per amichila, 
delle vite umane brevi. (SD Alti. Mn„ Genita atto a san- 

(F) Morte. Pelr., Tr. del Tempo: guine Divùm.— Nascosa, Mn. t VII: 

Se '/ viver vostro non fosse sì breve, Fama est obscurior annis. - V : Quos 

Tosto vedreste in polve ritornar te. fama obscura recondit. 

Bossuel, Disc, hisi., HI, 4: Si les hom* 30. (L) Catare: decadere. 

mes apprennent à se modereren voif- (SD Ughi. Da loro una chiesa in 

ani mourir tes rois , combìen plus Firenze fu nomala S Maria Ugni : e il 

seronl ils frappé* en voijanl mourir poggio vicino a Firenze. Moni' Ughi. 
tes rotfaume* mèmes ; et oh ptti'on . — Sa lei li ni. Spenti all' eia dell* Ano- 

recevoir une plus belle legon w la nimo : e anco I Filippi. — Greci Da 

vanite des grandeurs humatnes ? loro si nomina in Firenze il borgo 

SS (L) Cuopre col ttusso e riflusso, de' Greci. Al tempo dell' Ottimo abi- 

— Fa : la lece grande, or l'abbassa tavan Bologna —Ormanni. Poi chia- 

(SL) Luna. iTolom. . Almag.; 01* mali Foraboscoli : grande famiglia, 

limo) Som : V acqua secondo il mo- — Alberichi Da loro la chiesa S Ma- 

to detta luna muovevi intorno al cen- ria Aìbr riihi : spenti nel secolo XU. 

irò, secondo il flusso e riflusso —Il 34. <L) Grandi di potere 

(lusso e il riflusso del mar : non segue . (SD Sannetta. Decaduti nel se- 

la forma sostanziale dell'acqua, ma colo XIV. — Arca. Arroganti; enei 

l'operazione della tuna. — Liti. JEn., secolo XIV, pochi e impossenti. — 

XI : Quulis ubi alterno procurrens Soldanieri. Inf., XXXII, I. k\. — Ar- 

gurgite pontus. Nunc ruit ad ter- dinghi. Nel secolo XIV, in basso stato 

ras. scopulosque super jacit iindam... e pochi. — Così del Bostichi. 

Sane... Saxa fugit t titusque vado la- 32. (L) Iattura : rovina de* rei.. 

beute relinquit. Stai., lì : Ceu gurgite (SL) Sovra. 1 Ravignani abitava- 



234 



PARADISO 



33. Erano i Ravigrjani, ond' è disceso 

Il conte Gijido, e qualunque del nome 
Dell'alto Bellincione Jia poscia preso. 

34. Quel della Pressa sapeva già, come 

Regger si vuole; eà ayea Galigaio 
Dorata in casa sua già l' elsa e il pome. 

35. Grande era già la colonna dei vaio ; 

Sacchetti, Giuochi, Fifanti ? e Barucci, 
E Galli, e quei eh' arrossan per lo staio. 

36. Lo ceppo di che nacquero i Calfucci 

Era già grande; e già erano tratti 
Alle curule Sizii e Arrigucci. 

37. Oh quali vidi auei che son disfatti 

Per lor superbia! e le palle dell'oro 
Fiorian Fiorenza in tutti suoi gran fatti. 

38. Così facén li padri di coloro 

. Che, sempre che la vostra Chiesa vaca, 
Si fanno grassi, stando a consisterò. 



no da porta San Pietro (Vili., IV, io): 
passò quella casa a Belllncion Berli, 

f»oi a' conti Guidi, poi la comprarono 
Cerchi Neri (Vili , III, %; VH. <J7> ; 
e |>erò Dante li chiami felloni, che 
divisero la citta in bianchi e Neri. 
Benvenuto chiama i Cerchi ru*l*cl 
molti) e protervi. — Fellonia. Gitili, 
a Firense: Forma di fellonia —(.Por- 
ta. Asrhyl., Suppllc, v. SSI ] — Bar» 
ca. Simile metafora nel Canto vili. 
Accenna agli esili! eh* ne acuirono. 

ss. (L) Nome.. :Herli e Guidi Berti. 
(SD Some. Vili , IH. ■ 

si. ti) Pome della spada : proprio 
de' cav;ilu*n 

iSL) Pome. Nel secolo XIV i Ca- 
ligai er.-tfi bissi. 

ss. (SL) Colonna I Pitti o Pigli. Ar- 
me loro fu : scudo rosso con entro 
colonna di vaio. — Sacchetti Nemici 
all'Autore o superbi. Guelli (Inforno 
XXIX). — Giuochi Decolliti in quel 
secolo e Ghibellini — Filanti. Deca* 
doti e Ghibellini — Barucci Anon. : 
Pieni 01 ricchezza e di leggiadrie : 
oggi sono pochi In nummi « nenia 
ttato d'onore : e nono Ghibellini — 
Galli. Caduti. — Stato Da un di loro 
falsalo con trarne una doaa (Purg. f 
XII. t ssi Chiaramonlesi o Chermon- 
lest : caddero quando I Cerchi Bian- 
chi furono cacciati — arrostar*, par., 
XXVII, t. js : Privilegi venduti... on* 
d'io sovente arrosto. 



ss. IL) Curule : al primi ufOsil, qua- 
le a H"ma la sedia curuie. 

(SD Calfucci. Qut-sif. i Donali e 
eli Uccellini eran lutti d'un ceppo. I 
Donati spensero poscia I Calfucci ghi- 
bellini. — Sizii. Quasi spenti nel su- 
colo XIV. — Arrigucci. Caduti : esuli 
nel 4309. 

S7 (l.) Quel: gli Uberli. — Patte : I 
Lamberti 

(SL) DI * fai ti. Dino : Se ballia- 
mo un nontro fante, giamo disfatti 
(dicono i Ghibellini sdegnati «Mia po- 
lenta dnt popoliti. — Palle. Lambirli 
(ìnr.XXVIIh. Ebbero polle palle I 
Foraboschi e I Medici. — peti' oro. 
Semini : L'albero dell'oro. - Lo eotto 
diri vtvorio («I collo d'avorio) — Fio- 
rian £n., vii : Qulbus Itala lem tnm 
Ftnruerit terra alma viri*. - Vili : 
Itane multo* flnreniem annn» rex de- 
inda superbo imperlo. . tenni t. Stai.» 
X : Proavum letln* efflorull anni*. 
Gui dune : oh non Fiorentini, ma ét- 
f fiorali e dewogliatl e Infranti* inru* 
netto Tesorei., Il: intanto the Fin- 
rema Fmrla * facea frutto.] — Fatti 
JE't., |. x : Forila fatila. Ennio : ila- 
xuma facta pairuum. 

ss. (D Coloro .. : I patroni che va- 
cando il vescovado, ne avevano le 
rendile. 

*SL) Vaca Della Tosa. Visd omi- 
ni, Adoni, patroni e fondatori del 
vescovado, tulli del medesimo ceppo. 



CANTO XVI. 



235 



39. 1/ oltracotata schiatta che s* iijdraca 

Dietro a chi fugge, e a chi mostra il dente 
Ovver la borsa, come agnel si placa, 

40. Già venia su, ma di picciola gente ; 

Sì che non piacque ad U ber Un Donato 
Che '1 suocero il facesse lor parente. 

41. Già era 'ICaponsacco, nel Mercato, 

Disceso giti da Fiesole ; e già era . 
Buon cittadino Giuda ed Infangato. 

42. Io dirò cosa incredibile e vera: 

Nel piccioi cerchio s'entrava per porta 
Che si nomava da quei della Pera. 

43. Ciascun che della bella insegna porta 

Del gran Barone il cui nome e '1 cui pregio 
La festa di Tommaso riconforta, 

44. Da esso ebbe milizia e privilegio ; 

Avvegnaché col popol si rauni 
?i colui che la fascia col fregio. 



Oggi 



Se la sedia vacava, eglino ammini- 
stravano, e nel vescovado mangiava- 
no e dormivano Ano aria nuova ele- 
zione 

59. (L) Oltracotata: ira colante. — 
Schiatta: gli Adiinari. — Indraca: 
inviperisce. 

(SLi Schiatta Gii Adiimri occu- 
parono t fot-m confiscali «Il D mie. 

40. (L) Donalo ; sdegnò d'avere per 
cognato un Adimari. 

(SU Venia. Georg., II: Sponte 
sita veniunt (di piante) — Donato. 
IMIincinne maritò una figliuola ad 
Ubertino, nobilissimo; onde gli spiac- 
que che l'altra fosse a uno Adiinari. 
La fuoiiglta Donati si spense nel 1630 



"&% 



41 (SL) Caponsacco Ghibellini, esuli 
al tempi» di Dame. Una Caponsaeco 
lo moglie di Folco, madre di Beatrice 
(llic. Chiese llorent , Vili, p. 851). — 
Mercato. Presso la borea di Marcalo 
vecchio, la più nobile parie della rit- 
ta (Vili., Vili. 74). —Giuda. D'alto 
animo (dice l'Ottimo). Ghibellini, e 
molto abbattati a" onore, e di ric- 
chezze, e di persone. Cacciali co' Cer- 
chi. — Infangato. Bissi in onore, e 
pochi in numero : Ghibellini disde- 
gnosi. 

43 (SL) Pera Porla Peruzza.da una 
privata famiglia, denominavasi una 
porla : tanto il pericolo- di tirannide 
e di discordia loniand. 1 Peruzzi po- 
polani, dopo il 4302 dominarono co' 
Neri. 



43. (D Riconforta.....: la memoria 
di-toro condizione onorevole è rin- 
frescala dada festa di s Tommaso. 

(SL) Ciascun. Pulci, Della Bella, 
Gangalandi, Nerij, Giandpnali, nel- 
l'ami^ loro inquartavano quelle, del 
coni' Ugo di B'-andeburKO, del quale» 
tuttavia si fa commemorazione in Fi- 
renze, ove mori nel giornodi s. Tom- 
maso, in dicembre Mori vicario di 
Ouone III Quelle famiglie ebbero da 
Ugo militari onori e privilegi : ma 
ai tempi di Dante Giano della Bella 
tenne dal popolo contro i nobili; e 
questi fascia I' arme tì* Ugo con uh 
fregio d' uro ; quell'aride fu doghe 
bianche e vermiglie. Dice por la Ut Ita 
insegna, non la. perchè quelle case 
avevano all' arme propria quasi una 
parie di quella insegna; la squarta- 
vano inquartandola. 

4i (SL) Ranni. Dino: / Sfamai otti 
intorno a loro avevano muti* thUfailk 
che con loro si ruiniar-auo d' uno 
animo. Questa era *uo seenne m-ITo 
sialo di Firenze. — Cu/ai m Di*. la 
Bella. \S avvegnaché provai (.-ho 0:mte 
non assentiva alle mnmioni orqioia- 
resehe. volute da Bttpnir. Fura» r.ho 
intendimento di luim qu* ■>■.. nasso 
cominciando da quel della Pera, era 
condannare i nobili l qu-ili allettano 
popolarità, come se non putissero 
essere mai sinceri, o almeno unii mal 
dal popolo avuti pur tati. 



236 



Paradiso 



45. Già eran Gualterotti ed Importuni. 

E ancor saria Borgo più quieto 
Se di nuovi vicin' fosser digiuni. 

46. La casa di che nacque il vostro fleto 

(Per lo giusto disdegno che v'ha morti, 
E posto fine al vostro viver lieto), 

47. Era onorata,, essa e' suoi consorti. 

Oh Buondelmonte, quanto mal fuggisti 
Le nozze sue, per gli altrui conforti! 

48. Molti sarebber lieti, che son tristi, 

Se Dio t* avesse conceduto ad Ema 
La prima volta eh' a città venisti. 

49. Ma conveniasi a quella pietra scema 

Che guarda il ponte che Fiorenza fesse, 
Vittima, nella sua pace postrema'. 



W. (Lì Vicin' : i Duondclmonti. 
(SL) Guai ter ol ti .. . Importuni, 
In Borgo S. Apostolo (Vili., IV. 43). . 
Eran già grandi Ghibellini, e ora ca- 
duti. - Dqiuni. Inf, XVUl. tu: 
XXVIII, l 29: Di veder... diqiuno. 

46. (L) Ca\a : gli Arnìdei ; altri, t 
Donali. — Fleto : cagione di pianto, 
parte guelfa e ghibellina. — Giusto : 
Buondelmonti non sposò la Atnidei 
come doveva 

(SL) Casa Ora sbanditi (Vili. , 
VI , 67). — Fleto V usa Jacopone 
(IV, 8) — Pianto, per Cagione di 
pianto, Ov., Nate, dolor mairis Purg. 
XXII : Le crude armi Delta doppia 
tristizia di Giocasta. — Giusto (Vili., 
V, 38) In quesl' aggiunto il filosofo 
si da a conoscere lutto riorenitno e 
uomo dei tempo suo 

47 (L) Consirli : Gherardini, Uccel- 
lini. — * Altrui : dflla madre di quella 
Donali eh' e' sposò nel 4345 

(SD Onorata , essa Senza eli- 
sione ; come Georg , III ; Pecori , ar- 
mentaque. — Consorti Gio. Vili '.Pino 
della Tom e suoi consoni. — Mal. 
Georg, III: ttrul male lum Libuae 
solis erriìlur in arvii. — Conforti. 
Inf .XXVIII, i 45 : Che diede al re 
Giovanni i ma' conforti. 

48. (L) Conceduto: annegalo. 

(SD Tristi Anon : La ricchis- 
sima e nobilissima città per la divi' 
sione delle parti è essuta vedovala 
molte volte d' onori, di cittadini e 



di sue facoltadi, ripiena di vitupera, 
di pianti e di povertà e di caccia* 
menti — Ema Piume che si passa 
venendo da Monlebuono a Fireoze: 
dove enlrarono i Buondelmonti nel 
443S. Ma qui parla a Ini insieme e al 
primo di sua razza che scese, in Fia- 
renze. forse questo Buondelmonlc, 
cagione di lami mali, nacque nelle 
sue terre 

49. (D Pietra : Marie voleva una 
villana. — Postrema : ullima. D' al- 
lora in poi, non pìu bene 

(SL) Scema Oli. : Scema . . . per 
lo lungo stare che fece nell'acqua 
d' Amò quando.il ponte vecchio cad- 
de, anno 4478 a' ss di Novembre, e fu 
riposta per ti circustanti di Semi- 
fonie iluf., XIII). Sul ponte vecchio 
Buondelinonde fu ucciso (Vili., V.3S); 
quasi vittima olTeria a Marte nell'ul- 
tima pie** della città, al cominciare 
deli 1 orribile guerra. Ammiralo: Ap- 
pio del Ponte Vecchio di qua, ap- 
punto appiè del pilastro ove era l'an- 
tica statua di Mine [cosa fatai r alla 
ruina della città). G. Vili : E bene 
mostrò che il nemico dell' umana 
generazione per le peccata d>i Fio* 
rentlni dovesse perdere nell' idolo di 
Marte, il qua' e i Fiorentini pan ani 
adoravano anticamente , che appiè 
della sua figura si diede principio a 
tanto omicidio onde tanto male è se- 
guito alta nostra città di Firenze. 



CANTO XVI. 



237 



50. Con queste genti, e con altre con esse, 

Vid'io Fiorenza in sì fatto riposo 
Che non avea cagione onde piangesse. 

51. Con queste genti vid' io glorioso 

E giusto il popol 3UO, tanto che 1 giglio 
Non era ad asta mai posto a ritroso, 
Né per division fatto vermiglio, 



50. (SL) Rìdoso OU. : Non avea avuto 
bisogno di fora nitri rettori. — Onde. 
Som : Non habent in s* unde deside- 
rentur (ragione perchè sieno deside- 
rale). - Clrcumitanlianon habetunde 
anqeat matun. Conv. ; Non avrei di 
che io godessi. 



si. (SL) Giglio: I Guelfi df Firenze 
presero per insegna il giglio rosso in 
scudo bianco: i Ghibellini lo manten- 
nero bianco Il porlo a ritroso, dice 
l' Ultimo, era per vituperio di scon- 
fina. 



Anche qui la crescerne bellezza della 
luce fa crescere tn soavità la dol- 
cezza della fa velli: e -veramente la 
parola e splendore, cosi come la luce, 
armonia. 

In sola una parola, dove l'affetto 
nostro tanque, è raccolta gran luce 
di poesia e di moralità, e vi si spec- 
chia r animo del poeta , che sentiva 
in se, come, secondo che l'affetto é 
meo allo, più devisi fare per la stessa 
veemenza languido , e illanguidire 
I' anima. Qui egli confessa che della 
sua nobile origine se otteneva: e 
troppo acri seguono I biasimi contro 
villani da Guglione e da Signa , e 
con troppo spregio ramraentansi trop- 
pe altre terre. Il caro suo ovile di 
s. Giovanni, il bello ovile dove egli 
dormiva agnello, non gli vietava ès- 
sere un agnello in guerra con lupi, 
e sentenziare che loro ceco cade più 
tosto e più grave che ceco agnello , e 
riprovare la schiatta tracotante che 
si fa drago a chi fugge, agnello a chi 
mostra il denteo la borsa. M<t s' egli 
foggiava a* suoi desideri! il passato, 
come li futuro , figurandosi che la 
cittadinanza al tempo diCacciagiida 
fosse pura di seme straniero fin nel- 
T ultimo artista (straniero non sola- 
mente alle nazioni italiane, ma alla 
cerchia slessa della città, come se i 
Fiorentini fossero nati dal suolo a 
modo degli aborigeni o di Tagete); 
e' non s* inganna nel credere che la 
vera villania e la dannosa viltà giace 
ne* lucri ingordi e ingiusti, che fanno 



gii uomini insieme molli e spieiati. 
Se la parola privilegio (la quale è 
parte di tutta 1' antica, e, senza che 
ce ne accorgiamo., anco della pre- 
sente civiltà) è proferita da lui senza 
biasimo; non è però da Tran tendere 

§uel eh' egli nota della contusione 
egli ordini sociali, che è veramente 
una piaga non solo delle antiche re- 
pubbliche d* Italia, ma di quasi tutte 
le monarchie presenti Europee, tem- 
perate che siano o assolute. La li- 
bertà e I* uguaglianza non solo com- 
portano ma richiedono che l' ac- 
comunarsi o ir distribuirsi e degli 
uffizii e degli onori e degli utili sia 
stabilmente ordinato a condizioni cer- 
te di merito e d' attitudine. Le quali 
vedendo mancare, il poeta si duole 
della rovinosa mutabilità si delle 
cose privale e si delle pubbliche ; e 
a buon diritto desidera che coloro 
eh** reggono, sappiano come s' ha a 
reggere. L' intrusione di razze di- 
verse, vede egli essere fomite d'odli; 
e per sete di concordia e di pace, 
vorrebbe che il Duondelmonti. ve- 
nendola prima volta a città, fosse 
affogalo nei fiume. Conceduto ad Etna, 
h;> qui ben più senso che dal tese 
fiuvio nel suo gentile maestro. Ma la 
concordia, desiderala con sincerità 
si fervente, era egli uomo assai pa- 
ziente e maturo e appareggiabilealla 
cittadinanza sua fin nelV ultimo ar- 
tista* da poteria, coli' aiuto di Ari- 
stotele e d* Arrigo, attuare ? 



238 PARADISO 



LE SCHIATTE FIORENTINE. 



Il padre d'Enea, mostrando gii spiriti che dovranno aver luce dal 
nome di Roma e accrescergli luce: Uas cquidem memorare Ubi atque 
ostendere coram, Jampridem hane proietti cupio enumerare meorum, 
Quo magli Italia mecum laetere reperta. — Nane age , Dardanium 
protem quae deinde srquatur Gloria, qui maneant Itala de gente t e- 
potet, Illustre* anima» nostrumque in nomea ituras , Expediam di» 
ctis (l). Qui Cacciaguida racconta dell'antica Firenze e de' suoi più 
illustri, acciocché la lode degli avi torni in biasimo de' nepoti. E, a 
sentirlo, diresti che que' vecchi fossero Magnanimi heroes, nati melio- 
ribus annui 2»: ma, salvo la maggiore semplicità de' costumi (e in 
questa pure non è da credere che non fosse un principio della vanità 
e dell'orgoglio che crebbero poi), il germe delle sventure e de' vizii 
che tanto costarono a Firenze, può dirsi che fosse nell'origine stessa 
delle varie sue schiatte. 11 povero senato (3 1 , che il poeta latino col- 
loca Intorno ad Evandro, era imagi ne a cui doveva con desiderio ri- 
volgersi l'anima superba, ina retta, di Dante. E in più d'un luogo 
egli accenna alla comparazione di Firenze con Roma (4): e le Crona- 
che Fiorentine, com' altre assai, commettevano la storia della loro 
città con quelle di Roma e di Troia. A leggere l'enumerazione delle an- 
tiche famiglie fiorentine, e le qualità che a parecchie d'esse appropria 
nel suo comento l'Anonimo, par di leggere quella preziosa pagina. della 
Cronaca Altìnate, dove il simile é fatto delle prime famiglie venezia- 
ne. E son versi che tengono della schiettezza della Cronaca , senza 
che però si ribellino a poesia, quelli che adesso nessuno oserebbe: 
Con queste genti, e con altre con esse , Vid' io Fiorenza in si fatto 
ripòso , Che non avea cagione onde piangesse (5i. E prima la disse 
Riposato e bello vivere di cittadini, (Ida cittadinanza , dolce ostèllo «61, 
con abbondanza di parole affettuose, a lui Inusitata, quasi idoleggiando 
e favoleggiando, come le madri di quel beato tempo facevano traendo 
alla rocca la chioma (7). E gli cade di rammentare quel conte Ugo , 
di cui raccontavasi una visione che fu uno de' tanti germi alla sua: 
e un antenato della sua Beatrice; e i Dalla Bella, onde discese quel 
Giano, gentiluomo di sangue e popolano di spiriti, che patite non po- 
teva spregiare, checché gli paresse delle riforme da lui tentate» come 
non avrebbe spregiali né i Girolaml né 1 Giacominl , di cui Firenze 
s'onora (8>. E i Cerchi ch'egli chiama selvaggi, che altri chiama rtk- 

(1) i£n., VI. Non era vinto ancora MontèmaU 

(3) Ivi. Dal vostro Uccellatolo. - XVI, t. 36 : 

(3) Mn. t Vili. Erano tratti Alle curule Sixii fd 

(4) Conv., I. 3: Bellissima $ fa- Arrigucci. 
móslèsima figlia di Roma, Fioren- (5) Ter*. 50. 

za. - Inf., XV, t. J6: La sementa (6) Par., XV, t. 44. 

santa di quei Roman' che vi ri' (7) Ivi, t. 41. 

maser quando Fu fatto il nidio (8) Notinsi 1 nomi incomlnclanti 

di malizia tanta. Par., XV, t. 37: da G, ne' quali é tanta parte della 



cAfitè xVi. 239 



stic.L li biiOn Dino li Attesta umani, che ò lode più splèndida dt qual- 
siasi patriziato. (In presentiménto più che di poeta gli fa pronunziare 
U nome di Montemurlo, fatale a Firenze, e il nome degli Ughi, onde 
denominato Monttighi , dove Piero il predecessore del tristo Cosimo 
stava aspettando per occupare ostilmente la patria: ma ne io teune 
lontano Pier Capponi i cui discendenti dovevano possedere MontugM. 
Meglio, dice il Poeta, che que' novelli abitanti di Firenze fossero ri- 
masti ih contado, e la Firenze pura avesse 11 suo contine a Tresplano: 
e adesso Firenze a Trespiano ha il suo cimitero, contine vero di tutte 
umane autorità, ultima linea loro. E adèsso in un palazzo che ha no- 
me de* Buondelmonli risiede uu uomo di nome straniero , nato nel 
Genovese, per cui opera e la vivente Firenze e la antica, e la vivente 
ed amica Italia ricevettero luce d'onore: e a Figline , di dove Dante 
si lagna che uscissero uomini rustici a corrompere la pura cittadi- 
nanza, risiede un prete genovese maestro di nobili e di popolani, che 
insegnò ad apprezzare ia gentilezza e la nobiltà del villereccio idio- 
ma. £ in Certa I do, altra terra che, al dir di Dante, contaminò la pu- 
rezza dei sangue Qoremino, doveva nascere il suo fomentatore, il di- 
spregiatore de' cittadini nobili di Firenze, l'immondo amatore di fem- 
mina di corte: quegli che aveva in dispetto gli uomini Tolti dalla 
cazzuola e dall' aratro, cosi come Orazio, il plebeo, odiava 11 volgo 
profano, e si vantava che le danze delle ninfe co* satiri lo sequestras- 
sero dal popolo ti;, e scriveva Rusticus urbano con fu su t, turpis no- 
netto (2). - 

Nomina Dante anco i Sacchetti, un de' quali doveva nelle Novelle 
attestare la popolarità del suo canto. E notisi che non pochi de' nomi 
di questi gentiluomini, come di tutti i gentiluomini della terra, sono 
sopranomi di spregio, tolti da imagini umili, altre vili e odiose: Ca- 
ponsacco, Infangato» Importuno: appetto a' quali sono gentili davvero 
que' della Pera e que' della Pressa e i Gallgai (che tengono del Cali- 
gola* e que' dei Vaio che richiamano agli occhi pelle di bestia, come 
bestiai cosa suonano i Galli e i Catellini e quelli della Saunelia; se- 
nonchè meglio della Sannella che dell'Arca, se arca é di danaro (3/, 
che allora paiono parenti dei Giuda (4). 

Ma di que' nomi non pochi attestano l'origine non toscana e non 
Italiana: come Kavlgnanl e Greci, e forse Soldaniert; e per certo, 
Berti e Ughi e Gùalteroltt e Alberigli! e Arrigucci e Ardinghl è Or- 
mannl, i quali poi diventarono Foraboscoll, home che dice anch' esso 
l'abitare che i nobili facevano fuor di città per tenere signoria più 
incivile; e quando o da forza o da ambizione o da cupidigia erano 
condotti a città , si ponevano ne' borghi (straniero nome anco questo) 
e facevano lo contrade semenzaio di guerra cittadina. 

Questi mali, e le cause loro e gli effetti, sentiva nell'anima Dante, 
e pareva col profeta dire: Popolo mio, chi ti chiamano beato, cottoro 
t'ingannano, e la via de' tuoi passi disperdono >5). E perché la sem- 
plicità de* costumi egli vedeva essere custode alla loro purezza, e quindi 
alla pace, senza la quale non p«4 essere libertà vera né ferma; però 
siccome altrove egli biasima gli svergognati portamenti delle Fioren- 

slorla fiorentina e toscana: Frate (1) Hor. Car., IH, 1; I, 1. 

Girolamo, Frate Guido d'Arezzo, (2) Hor., De Arte poet. - Ter». 

Giotto, Giovanni Villani, Giovanni 23: La confusion delle persone. 

Boccaccio, il Guicciardini, il Gali- (3) Par., Vili, t. 28. 

leo, Giano della Bella, il Giaco- (l) E già era Buon cittadino Gin* 

mini, Giovanni dalle Bande Nere, da. - (Terz. 41). 

Gualtieri duca d'Atene, Gian Ga- (5) lsai., HI, 42. 
stone, Il Guerrazzi. 



240 PARADISO 



Une del tempo suo (1); qui commenda il vivere delle antiche mode- 
sto: senonchò forse lo inganna il desiderio di trovare nella memoria 
conforto ai presente dolore ed esempi degni che siano imitati; né forse 
la Firenze dei trecento era sì nera, né sì candida quella del mille e 
cento. E già contro il belletto e la biacca scrivevano e Agostino (2) e 
Cipriano; e lo condanna come cosa non inusitata al suo tempo Tom- 
maso d'Aquino, morto non vecchio nell'anno che Dante nacque '3i. E 
beile sono le parole di Asostino sopra il lusso che può insinuarsi anco 
nella pietà: Non solo nello splendore e nella pompa delle cose corpo- 
ree, ma anco nello squallore e nella gramaglia può essere iattanza, 
e tanto più pericolosa che inganna sotto colore di virtù e culto di 
Dio'{i). Ed è ridotta a dignità filosofica la dottrina intorno al lusso 
in queste poche parole potenti : Nel vestire secondo la propria condi- 
zione è verità (5>; parole che fanno della verità e della convenienza 
e dell'onestale dHla bellezza tutt' uno, com'è propriamente, e la ci- 
viltà mostrano indivisibile dalla moralità. E siccome Dante , per ga- 
stigo alla immodestia delle femmine, annunzia le pubbliche calamità, 
così le annunziava Isaia: Perchè si sono levate le figliuole di Sion, e 
andarono a collo teso, e andavano ammiccando, e *' applaudivano, e 
ad arte mettevano i passi ; pelerà il Signore la testa delle figliuole di 
Sion, e di capelli il Signore le ignuderà. In quel di torrà cw il Si- 
gnore V adornamento da* calzari e le lunette; e i vezzi e le collane, 
e i braccialetti e le cuffie, e i dirizzatoì e i cintolini e le catenelle e 
i vasetti d'odori e gli orecchini e le amila, e le gemmt sulla fronte 
pendenti, e le mute degli abiti e le mantellette, e i veli e gli spilli, e 
gli specchi e gli zendadi, e le bende e le leggere gonne, E sarà, per 
soave odore, puzzo; e per cintura, una corda; e per capelli crespi, 
calvezza; e per zona, cilicio. Anche i più belli degli uomini tuoi ca- 
dranno di spada, e i tuoi forti in battaglia. E faranno lutto e pianto 
le porte di lei; ed essa, afflitta, per terra si sederà (6;. 



(i) Purg., XXIV. Gio. Vili.: Per pig mentis quo rubicundior, ve l con- 
natura siamo disposti noi vani didior appareat. 
cittadini alla mutazione de' nuovi (3) Som., 2, 2, 169. 

abiti sempre al disonesto e (4) Aug., Serm. Dom. in mont. 11. 

vanitade. (5) Arisi. Etnia., I. 

(2) Aug., Epist. ad Ress. Fucari (6) Isai., Ili, 16 et seq. 



CANIO XVI. 241 



OSSERVAZIONI DEL P. G. ANTONELLI. 



« Al suo Leon cinquecento, cinquanta 
* E trenta fiate » (T. 13.) 

È questi un de' luoghi tuttavia disputati. Alcuni di rispettabile au- 
torità vorrebbero leggere tre invece di trenta. Cacciaguida, dlcon essi, 
morì combattendo nella Crociata condotta dall'imperatore Corrado ter- 
zo, mossa nel 1147. La quale infelice spedizione durò poco , giacché 
nel 1151 Corrado era ritornato in Germania: dunque Cacciaguida non 
visse fino a quell'anno. Ma Dante accenna nel Convito, che la rivolu- 
zione di Marte si compie in quasi due anni: dunque, se dovesse leg- 
gersi trenta sarebbaro compite cinquecento ottanta rivoluzioni di quel 
pianeta dall' Incarnazione di nostro Signore alla nascita di Cacciagui- 
da: e però questa sarebbe verso il 1160; il che non può staro col 
tempo della detta ero Mata, accertalo storicamente. Leggendo tre, avrem- 
mo non più che cinquecento cinquantatre rivoluzioni di Marte tra i 
dati momenti; il qual numero, moltiplicato per due, ci darebbe la 
nascita di Cacciaguida nel 1106; anno opportuno perdi' egli potesse 
seguitare Corrado. Ma questo ragionamento posa sul falso; perciocché, 
lasciando che la mutazione del trenta in tre è arbitraria , supponesi 
che il quasi due anni della rivoluzione di Marte, voglia dire per l'ap- 
punto due anni. Danie nel Convito ha potuto dire benissimo, eh' eli' è 
quasi di due anni, perchè non è meno che di quarantatre giorni; ma 
sarebbe ormai errore grave, conosciuta la perizia del Poeta in astro- 
nomia e la precisione massima con cui l'applica nella Commedia, il 
supporre che, ove si tratta di bissare un'epoca per esso importante, 
abbia proceduto così sbadatamente e all'ingrosso. La questione dun- 
que si riduce a sapere con certezza, qual era il periodo siderale di 
Marte, che Dante dovesse conoscere; perchè sarebbe un altro errore 
l'appoggiarsi alle nozioni moderne com' altri fece. 

Óra, nell'Almagesto, opera -mirabile tradolta in latino nel 1230, la 
quale era il testo astronomico del Poeta, per l'appunto al libro IX, 
trovasi la tavola dei moti medi dei pianeti; e da quella che concerne 
il pianeta di Marte, deduco essere di giorni 686 e 94 centesimi la ri- 
voluzione di lui, cioè quasi per l'appunto quale l'abbiamo oggidì, e a 
suo luogo in queste note recavasi : il che torna a grande onore di To- 
lomeo. Certi di questo dato , se moltiplicheremo per 580 quel nu- 
mero di giorni e frazione di giorno, e divideremo poscia il prodotto 
per 365, 2466, durata dell'anno tropico secondo Tolomeo, che nel libro 
terzo dell'Almagesto la pone di 365 giorni, 5 ore, 55 minuti e 12 se- 
condi; troveremo, dalla Incarnazione del divin Verbo alla nascita di 

PANTE. Paradiso. - 16 



242 PARADISO 



Cacciaguida, essere scorsi 1090 anni, 306 giorni e 5 ore, e per conse- 
guenza avere inteso il Poeta che il suo trisavolo venisse alla luce di 
questo mondo il dì 25 gennaio del 4091; e che però egli avesse l'età 
di 56 anni quando seguì Corrado e morì. Ciò conferma l'antica e più 
comune lezione. 

Perchè poi dica che Marte venne quelle tante volte a rinfiammarsi 
sotto le branche del suo Leone, non é facile a comprendersi, quando 
non si voglia efedere cjie la, relazione del periodo siderale a Regolo 
e quel pronome possessivo derivino dall' affetto che Marte si suppo- 
nesse nutrire verso il Leone, sìcconie quello tra i bruti che meglio rap- 
presenta il tiero vigore de' marziali ardimenti. Perciocché non è vero che s 
la costellazione del Leone fosse reputata il domicilio di Marte, come 
taluni affermano; ch'anzi essa è affatto esclusa per Marte nella rap- 
presentanza delle sue case, che se ne numeravano dagli astrologi fino 
a cinque sei specie. 

« E come' l volger del del della luna. »|[(T. 38.) 

Eccoci a un altro luogo non bene Inteso , e però disputalo. Tra le 
maraviglie che in abbondanza offrono i mari, sta con le principali il 
flusso e riflusso; Vaestus del Latini per la prima parte del fenomeno; 
quinci come fatto giornaliero , e notabilissimo in molti lidi , che ne 
sono per grande altezza e senza posa coperti discoperti, non poteva 
sfuggire alia considerazione e allo studio del filosofi antichi. "Ma la 
difficoltà d'intenderlo nelle sue immediate cagioni, difficoltà da cui fu 
vinto nei tempi moderni l'alto ingegno dì Galileo, delle campo a strane 
e varie opinioni; tanto che alla metà del secolo decimoscllinio se ne 
contavano diciotto venti. 

Le menti più acute, come Aristotele, Cesare, Plinio, Lucano, 
Strabone, S. Tommaso, Alberio Magno, e altri, avevano osservato una 
relazione generale costante tra il flusso marino e le posizioni del Sole 
e della Luna nel loro varj movimenti; onde si persuasero che la causa 
del fenomeno in que'due grandi luminari dovesse risieder*, ma come 
e perchè, rimaneva ad essi misterioso segreto. Cesare nel IV de Bello 
Gallico al paragrafo 29, dice chiaro: Eadem notte accidìt ut esset lu- 
na piena, quae dies maritimos aestus maximos in Oceano effleere con- 
suevit. Plinio, scrivendo (lib. 2. cap. .97) Mslus accedere ei recipro- 
care maxime mirum, pluribus quidem modis; veruni causa in Sole 
Lunaque: E Lucano accenna al rapporto col tempo e con le posizioni 
della Luna, cantando nel libro primo: An sydere mota secundo Tethios 
unda vagae lunaribus aestuet horis. 

Ma il perchè e il come dovea sapersi sul declinare del secolo deci- 
mosettimo per ia scoperta neutoniana della legge semplicissima con 
cui la si opera dalla universale attrazione. — Ora il Poeta non ha cer- 
tamente prevenuto il Newton nel discoprimento di quella legge mn- 
ravigliosa; ma ha il merito dell'avere scella l'unici buona tra le di- 
scordanti opinioni : e , mentre nel lavoro al quale ha posto mano, e 
cielo e terra, accoglie un fatto naturale cospicuo, fa inostra anche qui 
di quell'acume, di quella vasta erudizione, di quel sicuro giudizio 
che lo distingue In sì speciale maniera. 



canto XVH. 243 



CANTO XVII* 



Questo Canto, pieno delle sventure e delle speranze di 
Dante, rammenta il sesto di Virgilio, là dove Anchise 
prenunzia ad Enea i suoi futuri destini. Ma in Enea i 
destini di Roma : e qui le angosce e i sogni d'uyt povero 
cittadino. Senonchè te sventure di lui si c'ongiungono alle 
sventure d Italia. Nell'eternità non nel tempo, gominciava 
già egli a porre le sue piti fbrti speranze. ' % 

Nota lo terzine i alla 9; li, 12 ; 14 aHa33 ; 35 alla 45, con l'ultima. 

1. Uual vanne a Olimene, per accertarsi 

Di ciò eh' avea, incontro a se, udito, 
Quel eh' ancor fa li padri, ai Agli, «eawi; 

2. Tale er* io; e tale era sentito 

E da Beatrice, e dalla santa larapa. 
Che prte per me ave& mutalo 3jto. 

3. Perchè mia donna: — Manda fuor la vampa 

Del tuo disio, mi disse, si eh* elP esca 
degnata bene dell' interna stampa : 

J. (Li Quai. Fetónte va dalla vamim <•- lampa Lucan. X: &lHei<$ tampas 

per *-i|n.-ri- sa EpuTu iLn esse vero ne- decurrere sufeo. t? JEh., Il); Phcebeas 

fi Afliìo lui esser tiglio d J Afinllii. — lampatiis. 

Scarsi in concertare Apollo n\i diede |.(SL) Vampa. L/imagJRe gel calore 

U carro Uul sole, e Feumiu brucio Jien si qun viene ajla stampa fine nei 

isu O^ii o viri . Mei . il; etti- corpi arrendevoli ha più rilievo, r- 

in«n#ta ,. r'rfitef tV/"f.ff irjffrjf-iJ rfi<- Segnata. Par., Vili, l. 4S: Vow.v V* 

bitvti fucfa pore'Hi-^ — {^uf / Ha mi- qrortfte affetta impresa. 

manti Puh mie pili vnlHìiinC., XVII; (F> fionna |ta;iint.e lo consiglia 

'Mi - -;., XXxti ; Par,, M\\i- come tuib :> conoscere k niiende (li tua viia; 

ln>iu di poii'siù mal :nin.>i[;i. — ft/jti. Pi-r Ncair'ct! Rtunfiè tflli a a^riHrlf, 

Ovirt Mei » il: Quo riti a />tie mirurit: Uimau vero dunque II verso iieir Ia- 

a itfttrf. Me tfihut nit', fttvs. — Curi ui ieniu <X, t. it>: /in /ri saprai ili tua 

tflaai lite ihiteruoA — Scarsi, Pura.: iu/u ii vitiqqUì, l'onv., IV, *:fe? unta 

XIV» 1. 87: ivo* ti sarò scarso. donna \nituQn u^pr^qucUa tace vit- 

8. (L) Sentito: conusctuto il mio peo- itw*i-V!iima t filosofia, i cui raqtii fanno 

siero. — Lampa : Cacctnguida. i fiori rinlmiìzlre, e fruì lineare in re- 

(SL) Sentito. Nel scaso dell' Iof., race dfiif jhihi t»ii naàifia* 
IV; Quella pietà ehe tu per tema «en'fl. 



244 



PARADISO 



4. Non perchè nostra conoscenza cresca 
" Per tuo parlare ; ma perchè t'ausi 

A dir la sete, sì che 1' uom ti mesca. — 

5. — cara pianta mia, che sì t' insusi 

Che, come veggion le terrene menti 
Non capere in triangolo du' ottusi, 

6. Così vedi le cose contingenti 

Anzi che sieno in sé, mirando '1 Punto 
A cui tutti li tempi son presenti; 

7. Mentre eh' i' era a Virgilio congiunto 

Su per lo monte che l'anime cura, 
E discendendo nel mondo defunto, 

8. Dette mi fùr di mia vita futura 

Parole gravi; avvegnach'io mi senta 
Ben tetragono a' colpi di ventura. 



4. (L) Ausi : tu prenda uso. — Dir: a 
pregare 

(SIA Alisi Conv. — Mesca. Meglio 
che nel Par , X, t 30! Qual ti negasse 
'l vin della sua fiala Per la tua sete. 

5 vL) Insu.ii. : sali inni alio che vedi 
l'avvenire con certezza mat«*iualica. 
(SD iwtusi: come V addentri 
(F) Ottusi Cmii.3 Pr.r produrre 
un esempio della certezza e della in- 
variabilità di una vision»* del nostro 
spirilo, e spiegare così qual sia la na- 
tura della visione, che m Dio hanno 
gli Eletti delle coseconlingenli future,* 
il Poeta ricorre al nolo teorema ni 

fieometria. pel quale sappiamo che 
DORni triangolo rettilineo la somma 
de'snoi angoli equivale a due reni; 
d'onde la conseguenza necessaria , 
che in esso non possono coesistere 
due olitisi . altrimenti la somma di 
quelli sarebbe già maggiore di due 
retti. 
6. X> In sé : in fatto - Cui : a Dio. 
(SD Punto Par., XXVIII. t hi 
Da quel Punto Depende il cielo e tutta 
la natura. 

7 (SD Su. Intese predire di «è nH X 
«XV dell'Inferno, nelI'VIII, XI. XXIV 
del Purgatorio. — Cura Purg,, XXV, 
t. 46, 47: Con tal cura conviene. . Che 
la piaga... si ricucia Som.: Curare il 
peccato. Som Sup.: Pcena ei prolon- 
getur, vel brevietur, secundum quod 
expedit eìuscurationi — Mendo Stai., 
HI: Imi... mundi. 

8. (L) Tetragono : a forma di dado 
che in qualunque lato cada, posa in 
pieno. 



(SD FuturaMon d'altra vita. Come 
Beqnis Futuri* iMn .i) — Tetragono. 
Hor. ,S^t il v.Quisnam igitur tiber? 
Sapiens, sibi qui imperiosa*. .Respon- 
sarecupidimbus.coniemnere honores 
Fortis. et in se ipso toni* leres atque 
roiundus. Externi ne quid valeat per 
Icevtf tnorari. In quem manca ruilsem- 
per Fortuna. [.Quis nescit Danlem 
etiam suo in poemale tetragonum i/o- 
casse apposite hominem, qui udversis 
casibus non fruugitur, sed resislit 
fortiter ipsl* ? {Pìèiru Vettori m*l suo 
commento al III libro Rettonca d'Ari- 
slolelc) — Le querimonie continue 
che qualche autore muove entro i 
suoi tempi e i suoi coetanei ab borri- 
scono dalla poetica dignità, mostran- 
do animo domo dalla fortuna. Danto 
sentiva i propri! mali, ma noo si per- 
deva in lamenti 3 — Colpi. Conv., I, 
3: La piaga de la fortuna 

iF> Tetragono [ai»I ] Tetragono, 
ogni liguri che ha quattro angoli. 
Limatine peiò del Poeta esclude le 
ligure piane, porge il concetto di te- 
traedro, il più semplice dei poliedri, 
che è una piramide triangolare, la 
quale viene determinala da quattro 
triangoli, ed ha quattro angoli solidi. 
Il concetto e li fatto della stabilità di 
un'opera materiale avente questa for- 
ma, deriva da questo, che il centro 
di gravità di una piramide 6 ad un 
quarto della retta che unisce il vertice 
della piramide col centro di gravità 
della sua base , misurando quella 
quarta parte della base medesima, il 
che fa si che quello sia poco remoto 



canto xvir. 245 



9. Perché, la voglia mia saria contenta. 
D'intender qual fortuna mi s'appressa: 
Che saetta previsa vieh più lenta. — 

10. Cosi diss' io a quella luce stessa 

Che pria m' avea parlato; e, come volle 
Beatrice, fu la mia voglia confessa. 

11. Né per ambage, in che la gente folle 

Già s' invescava pria che fosse anciso 
L'Agnel di Dio, che le peccata tolle: 

12. Ma per chiare parole e con preciso. 

Latin rispose quell'amor paterno, 
Chiuso e parvente del suo propio riso: 

13. — La contingenza che fuor del quaderno 

Della vostra materia non si stende, 
Tutta è dipinta nel cospetto eterno. 

14. Necessità però quindi non prende, 

So non come dal viso in che si specchia, \ 

Nave che per corrente giù discende. 
-15. Da indi, sì come viene ad orecchia 
Dolce armonia da organo, mi viene 
A vista '1 ,tempo che ti s' apparecchia. 

da-qucala, e che per lai modo ndem- ceps liufu* mundi ejicìetur. — Aqnet. 

piasi un:i delle principali condizioni Joan., I, 29: Aqnus Dei... qui toìlit 

della stabilità, peccai um muniti. 

9 tL) Perchè: onde — Previsa: pre- u. iD Latin: dir.— Parvente: il 

veduta. — Lenta: ferisce men lorlc. raggio di sua gioia l'avvolgeva, e pur 

(F) Previsa Ani: Nam praevisa lo lasciava apparire. 

min iis laedere tela sotent. Alberi.: Me- (SL) Latin. Par., XII , t. ull. : Il 

no fa danno ciò che è preveduto din' discreto Ialino. 

nami. Ainbr. ob fratr.: Più tollerabili 13. (Lì Contingenza...: lo cose non 

Je ferite premeditate, anziché le in* necessarie eh' ban luogo nel mondo. 

astici tate, di dolore sì grande. Psal. # veggonsi in Dio ; ma la prescienza di 

LXIU, 8: Sagittae parvuiorum factae lui non toglie all'uomo libertà; come 

sunt ptaqaé eorum. — Vien Pr«»i>. 5/ l'occhio elio vede la nave, col vederla 

qua venlt sero, magna mina venti. non forca il suo molo. 

io. (D Luce: Caccuiguida — Co/i- (SD Contingenza. Par., XXXII, 

fessa: dichiarala. t. is: Dentro alPanwiezta di questo 

(SD Confessa Non di fallo. JEn., reame Casual punto non vuote aver 

II: Alma part'ns. confessa Deam sito — Qnaderno. Par., XXXIII. t 89: 

Il <L) Ambage, oracoli pagani.— Legato con amore in un volume, Ciò 

Anciso: morto Gesù Cristo. che per l'universo si squaderna. 

<D Ambjge Mn , W: Cumaea Si" li. <D Viso: ordito. 

bulla Hnrrendas canti ambage*, a/7- (SD Specchia. Puty., XXXI, t. 41: 

troque remuoit % Obscnris vera invol- Come in lo specchio il sol... La doppia 

ven$ Ovld net , vii: Neu lonqa am- fiera dentro vi ragqiava (neRli occhi). 

bnge, morer vos. Lucan., I: Sic omina (?) Nave. Qui Pietro cita Origc- 

Tùscus Involvens, multaque t egens ne, Ugo da * Vittore, 8. Agostino 

ambage canebat.- Tolle. Novell.: Tol- (De Civ. Dei, XV), e il Maestro delle 

li per Togli. Sentenze (II. 45). 

(K) Pria. Joan., XII, Zi.Nimcprin- <s. (L) Indi : da Dio. 



§#> 



PARADISO 



16. Qual si partì Ippolito d' Atene 

Per la spietata e perfida noverca, 
Tal di Fiorenza partir ti conviene 

17. Questo si vuole e questo già si cerea, 

E tosto verrà fatto a chi ciò pensa, 
Là dove Cristo tutto dì si merca. 

18. La colpa seguirà la parte offensa 

In grido, come suol t ma la vendetta 
Fia testimonio al ver che la dispensa. 

19. Tu lascerai ogni cosa, diletta 

Pili caramente: e questo è quello strale 
Che T arco dell' esilio pria saetta. 



(F) Dolce. Anco il dolore, se da 
Dio, è dolce. OH.: Ptt t'affettate 
che cottui ha a Dame , /l è dolce 
eh' etti sia corretto anzi net mortale 
mondo che netto eternate. 

46. (L) Noverca : Fedra, matrigna. 
(SU Ippolito. Ovid. Mei., XV : 
Fando aliquem tìippolptum... — Nu* 
verca. Inf., XV, l. SS : Ti si /nrtì, per 
tuo ben far, nimico In un sonetto 
del Boccaccio pari» I' A Hip hi eri : Fio- 
renza gloriosa ebbi per madre, Anzi 
matriqna a me, pietoso tiglio. —Par- 
tir. Cacciato II 3 gennaio 1303 Oli.: 
Vuole dire... eh' tilt fosse richie*io 
dalla parte Nera... d' alcuna grande 
e disonesta cosa ; v per eh* etti non 
volte assentire, sì lo -giudicarono ne* 
mico. 

17. (L) Merca per simonie. 

(SL) Merca. Peiri E pisi , II, 11. s : 
fu avari ita. flette verbi*, devobis ne- 
gottabuntur ....... 

48 (L) Colpa : si griderà alla colpa 
dell* oppresso; ma la pena Inflitta 
dal vero, dirà dot' é II fallo. — Suol. 
Chi perde, ha II torto. 

(SLi Svanirà. Inf., Vii, t. 30: Chi 
vicènda constane. JKn , IX : Casus fa'" 
cium qwcumque sequatur. 

(F> Colpa. Eccli , XIII, fi? : II de- 
bole ingannato, per sovrappiù, è ac- 
cagionato. — Ver Ecco personificali 
colpa, vendetta, cioè pena , vero di- 
spefisator della (iena ; ed ecco nél- 
I' idolo poelico una dottrina di jus 
criminale da farne una nuova Ge- 
nesi. 

49. <L) Strale....: li primo dolor del* 
!• esilio 

(SD ITu. Euripid , Phccn., v 399.] 
— Lascerai, nel Sogno d» Scipione 
gli st annunziano te sue vicende: Of- 
fènde* rempuOlleant perturbami*. 
OH. : // virtuoso operate, e 'i politicò 
reggere, e' i bene tornarti , fa moglie 



e i figliuoli, li parenti e ti amici, e 
tutte sue faeuttadi. Jer., XII. 7. 40 : 
Lasciai casa mia. perdetti la mia 
eredità... Pastori di motti guastarono 
la mia vigna, conculcarono la mia 
parte — Caramente. Otid., Trisl , 
I, 3 : Noctem, qua tot mihi cara reti» 
qui. Della moulle non parla: ma 
nemnianco de' finii: né il si lenito di- 
mostra eli' egli odiasse la moglie o i 
ligtt Eli' era, si. congiunta de' Do- 
nali; ina con che dolci parole non 
vediamo noi rammentala Piccarda 
sorella di Corso t Dante non nominò 
la moglie per la ragione stessa che 
non osò senza scusa pronunziare nella 
Cantica il proprio nome. Ebbe di lei 
molli Agli: altri morii lo tenera età, 
parecchi sopravvissutigli di gran 
tempo. A Pietro s' attribuisce un co- 
ntento della sua Commedia: Iacopo 
ne diede II sunto in terzine: una fi- 
gliuola fu monaca In Ravenna ; e la 
repubblica di Firenze le inviò sus- 
sidi! per man del Boccaccio. Dante 
medesimo raccolse In Ravenna la fi- 
glia allora di 48 anni circa. Nel 4311 
troviamo alti segnati da Pietro di 
Dante , co' quali vende alcuni del 
beni suoi di Firenze e del contado: 
una villa è comprata da un Porti- 
nari , forse a commemorazione di 
Ilice Pietro fu dotto di Ialino e di 
greco; e la memoria, se non l'in- 
gegno gii sarà stala fecondata dal 
consorzio dei padre. — Esilio. Grorg., 
Il : Rxilloque dotnos et dulcia limino, 
mulatti . >En , X : Nunc misero mihi 
(lem um EiUimn infelix, nnne alle 
vulnus adactttm. —Saetta Semini : 
Saettò te saette mortali Bocc : Que- 
sto strale the è il primo che V esilio 
saetta, sia (t specialmente improv- 
visvj di gravissima noia t pena a sà- 
Uenere. 



CANTO ìvii. 



24? 



20. 



21, 



Tu proverai sì come sa di sale 
Lo pane altrui; e com' è duro calle 
Lo scendere e '1 salir per l' altrui scale. 

E quel che più" ti graverà le spalle, 
Sarà la compagnia malvagia e scempia 
Con la qual tu cadrai in questa valle: 
22. Che tutta ingrata, tutta matta ed empia 
Si farà coatra te. Ma poco appresso 
Ella, non tu, n' avrà rossa la tempia. 

Di sua bestialitate il suo processo 
Farà la pruova: sì oh' a te fìa bello % 
Averti fatta parte per te stesso. 



23. 



«USDrif. Conv., 1,3: Sé altri 
contro a me avria fallato . né io sof- 
ferto avrei pena ingiustamente {pena. 
àteo. d' esilio e di potoria. Poiché 
fu piacere dei cittadini della bellis- 
sima e famosisnima fin Ha di Roma, 
Firenze, di gettarmi fuori del suo 
dolcissimo Beno,... per te parti quasi 
tutte aite quali questa lingua si 
stende, peregrino quasi tncudivùndo 
sono andato, mostrando contro a n.ia 
voglia la piaqa delta fortuna, che 
suole ingiustamente al piagato multe 
volte essere imputata. Veramente io 
sono stato legno sema vela e senza 

? sverno , portalo a diversi porti e 
oci e liti dal renio secco che vapora 
la dolorosa povertà : e sono vile ap- 
parito agli occhi di molti, che fonte 
per alcuna fama in altra forma mi 
aitano imagi Nato ; nel cospetto de' 
quali non solamente mia persona in- 
villo* ma di minor pregio si feo ogni 
opera, sì già fatta cóme quella che 
fosse a fare. — Duro. Mn., VI i Iter 
durum. 

(P) Tu Prov., XXIII. 1,2, s: Quan- 
do seder is ut comedas cum principe, 
diligenter anemie qua e apposita sunt 
ante faciem tuam ... Si tamen habes 
in pottstate animam tuam... ne desi- 
deres de ctbis efu* . in quo est panis 
mendacti. Eccli , XXIX , 30 : Impro- 
peri um perearinatiùnis non autlits. 
- XL, 29 } Òlellus est.., mori, qttam in- 
dlqere. . 

si. ih) Scempia : sto Ila» degli esuli 
Inaiente con lui. 

&L) Graverà. Ecctl., VII, 18: Col* 
V avventato noli andare o una via* 
non (orse Off grnvi suoi mali sopra te: 
perca* egli se ne va a sub capriccio: 
e fa insieme colta stoltezza di iul 
perirai.,-* Scempia. Ut no II, 4S4 : Eb* 
bona i Bianchi un' altra ria puttanai 
per semplicità d'un cittadino ribelle. 



— Valle, ini, XV, t. 17: Mi smarrii 
in una valle. 

ss (U Appresso : dopo. — Rossa di 
sangue. 

(SD Tempia Psal. CXXXI, 5 : Re- 
quiem temporibus meis. 

ss. (L) Processo: il seguilo d«' Talli 
e casi suol proveranno la tua bestia* 
liià. — Averti : esserli diviso dalia 
parie loro, e fallo di le a le ves- 
sillo. 

(SD Processo Con?.; 1, s : Lopro» 
cesso delta sua vita, la quote fu di 
malo tn buono, e di bUonoiH migliore. 
Conv., IV, 5 : Non pur per umane ma 
per divme operazioni andò il suo prò* 
cesto. Gio. Vili. : / processi del Duca 
(i portamenti). Processo è' oppone a 
principio. Som t Quae sunt multa 
processiOus, sunt unum principio. 
Vieri «te' Cerchi, de* Bianchi. cadde a 
mala fine. E I Bianchi tentarono In- 
vano nel giugno dei 4301 ritornare 
in Firenze per armi. De* consiglieri 
di quella spedizione, al dire di Leo- 
nardo Aretino, fu Dante: ma forse 
e* non istetie alla battaglia che fu 
mal guidata dal conte Alessandro di 
Romena, eh' é caccialo io inferno 
(XXX). 1/ Anonimo: la qual cosa di- 
venne quando citi si oppose che parte 
Bianca... non richiedesse li amici, il 
verno, di gente, mostrando le ragioni 
del piccolo frutto : onde poi, venula 
tastate, non trovarono V amico cn- 
m' etti era disposto il verno : onde 
motto odio ed ira ne portarono a 
Dante < di che etti si parti da toro... 
E .. etti ne furono motti e deserti in 
più parti grò samen le, sì quando e Hi 
vennero alla cittade con li Roma- 
qnuoli, si a Piano, sì in più luoghi, 
e a Pistoia ed altrove. *• Ptuota Un 
antico z h' entra lo giudichi. — Air fé. 
Int. XV» 1. 14 : Che f. unti fratte e <*»'- 
tra attornio fumé Di tet ma lungi 



248 



PARADISO 



24. Lo primo tuo rifugio e '1 primo ostello 

Sarà la cortesia del gran Lombardo 
Che 'n su la scala porta il santo uccello : 

25. Che avrà in te sì benigno riguardo, 

Che, del fare e del chieder, tra voi due 
Fia primo quel che tra gli altri è più tardo. 

26. Coa lui vedrai colui che impresso fue, 

Nascendo, sì da questa stella forte 
Che notabili fien F opere sue. 

27. Non se ne sono ancor le genti accorte, 

Pfb la novella età; che pur nov'anni 
Son queste ruote intorno di lui torte. 

28. Ma pria che '1 Guasco Faito Arrigo inganni, 

Parran faville della sua virtute 

In non curar d' argento né d' affanni. 



fia dal becco L'erba. Dapprima e* spe- 
rava essere invocato da ambe le parli: 
da ultimo è ridono a (arsi parie da 
sé. Non conosceva, P Inlelice , in sui 
primo, che voglia dire razione poli- 
tica. — Te, Ma., VII : Magnique ipse 
agminis instar. - XI : Spes aibi quis~ 

84. (M Lombardo : Bartolomeo. — 
Uccello : V aquila. 

(SL) Primo. Olt. : Signori, 00- 
rero tiranni, detta Scala Reggeva al- 
lora Verona Barlolommeo, mono nel 
maggio del 4304. che aveva per inse- 
gna un' aquila sovra una scala, prima 
assai che Arrigo facesse Can .Grande- 
e Alboino virarli dell' impero. D' al- 
boino nel Convivio è parlalo con 
ispregio, e senza sconoscenza ; per- 
chè Cane e Barlolommeo furono bene- 
fattori al Poeta : né , durante la si- 
gnoria d' Alboino con Cane, viss'egti 
in Verona. Alboino mori nell'ottobre 
o nel dicembre del 4544. — Cortesia. 
Legg Tob. : Tanto avea ispeso del 
suo in mixer icor dia ed in cortesia 
— Samo. Par . VI, t. s: V aceti di 
Dio E quivi dice che all' aquila sog- 
giace il regno mortale. In Cane ve- 
deva egli un successore di Cesare, 
cioè d' Enea, un ministro di Dio. 
JEn , XI : Acclpiler... tacer alea. - Vili., 

IX. 49 

ss. (L) Riguardo: sguardo — Tardo: 
egli prima darà che tu chieda. 

36. (L) Colui : Cane , fra tei d' Al- 
boino e Barlolommeo , figliuoli d'Al- 
berto. — Stella: Marte. Coraggioso. 
(SL) Colui. V. Gasata « Chron. 



Reg. pref.: Ber. Hai. Script., t. XVIII. 
— Impresso. Som.: Corporacoelestia 
impri munì Guidi: Quel che si vide 
impresso Del bel genio latino. 

S7 (L) Ituote : bel cielo , non di 
Marte. 

(SL) Ruote. Nel isoo aveva Cane 
nov' anni. Ber. Hai Script , t. Vili, 
Chr. Veron Cic.,Somn Scip.: Quinti 
aetas tua seplenos solis anfractus 
reditusque converter et — intorno, 
JEn.. Ili: Hagnum Sol circumvolvitur 
annum. Vila Nuova: Già nove fiale 
appresso al mio nascimento, il cielo 
delta luce era tornato quasi ad uno 
medesimo punto quanto alla gira» 
zione sua propria. 

ss. (Li Guasco : Clemente V. — Ar- 
rigo: Enrico VII. — Parran : appari* 
ranno. 

(SL) Guasco. Dopo coronalo Ar- 
rigo VII, ali fece contro. Questo nel 
4540. — Alto Par.. XXX, l 46 — Fa- 
ville. Sin dal 4308 Cane, a istanza di 
Dime, inandò aiuto a' Bianchi sotto 
il comando di Scarpetta degli Orde* 
lafti (Gio, della Corte , t. il, l. 40). 
Forse il Poeta- combattè contro i 
Gueiti; ma, vinto, si rifuggi in Luni- 
giana.Hove lo troviamo neir anno 
medi'Simo. Cane poi aiutò i Ghibli* 
lini di Brescia (Perreto. I IX) Nel 
marzo del 4549 ebbe Vicenza. Si mo- 
strò crudele nella guerra di Padova, 
prode in tutte. Fu, per consiglio di 
Uguccione della Faggiuola , eletto 
capo della gran lega ghibellina In 
Italia. Alutò, ma invano, Uguccione 
stesso a tornarsene In Luniglana. ao 



CANTO XVII. 



249 



29. 



30, 



31 



Le sue magnificenze, conosciute 
Saranno ancora, sì che i suoi nimici 
Non ne potran tener le lingue mute. 

A lui t'aspetta, e a' suoi benefici. 
Per lui fia trasmutata molta gente, 
Cambiando condizion ricchi e mendici. ~ 

E por te rane scritto nella mente 
Di lui, ma noj dirai . ... — E disse cose 
Incredibili a quei che fia presente. 
32. Poi giunse* — Figlio, queste son le chiose 
Di quel che ti fu detto. Ecco l'insidie 
Che dietro a pochi giri son nascose. 

Non vo' però eh' a' tuoi vicini invidie; 
Posciachè s' infutura la tua vita 
Via più là che '1 punir di lor perfidie. — 
34. Poi che, tacendo, si mostrò spedito 
L' anima santa di metter la trama 
In quella tela ch'io le porsi ordita; 



33. 



compagno sotto Cremona Enrico vii, 
e io Milano lece prove di magnifi- 
cenza. Benvenuto, di tui : Fra' ti- 
ranni fu riputato assai prode e pru- 
dente: e fu veramente signore di 
maraviglio so ardire, franco in bat- 
taglia* e forte per grandi vittorie. 

— Curar. ;En , Vili : Contemnere ones. 

— Argento Inf, I, l. 35 Hor Ep., 
I, «8 : Argenti siti* importuna fames- 
(tue — Affanni onorate fatiche. Purg. 
XIV. Gli affanni e qli agi. 

99. (SL> Magnificenze. Sin da fan- 
ciullo si dimostrò sprezzalo™ della 
ricchezza 11 padre lo condusse a v e* 
dercuo tesoro, ed egli Itvatis panni** 
minxit super eum. Nel suo palazzo 
erano stanze per gli uomini di sape- 
re, di stato, di guerra, con motti ap- 
propriali a ciascuna condizione: e 
quivi eran servi per tulli, e gii agi 
tutti del vivere; e suoni e canii. Quel 
che narrasi dei molli pungenli dal 
Poeta rivoltigli, dimostra forse più 
l'acre umore di Dame che la miseria 
di Cane. Quando pure ledette novelle 
sian vere 

so (SD Aspetta. Purg , XVIII, t 40 : 
T'aspet ta Pare a Beatrice. — Benefici. 
Leu a Cane : Mi stringe V angustia 
dette domestiche cose. . Vidi l bene fi- 
zit insieme e toccai. — Trasmutata. 
Hor. Carro., I, 54 : Valet ima summis 
Mutare , et insignem attenuat. IH. 
Transmuta4 incertos honores, Nunc 



mini, nunc atii benigna — Cambian- 
do Ani. Pusilli : Muterà l cortigiani 
tristi del signore Bartolomeo suo fra- 
tetto. 

34 (D Por ter une: ne porterai. 
(SL) Scritto. Purg., XXXIII, l. S6: 
Se non scritto almen dipinto , Che '/ 
te ne porti dentro a te — Cose. Leu. 
a Cane: Vidi le vostre magnificenze; * 
udite già d'ogni par te; e siccome pri- 
ma sospettavo maggiore il detto de' 
fatti, così poscia conobbi i fatti essere 
vie maquiorl. 

ss. (L) Giri di sole. 

(SD Chiose. Inf., XV, t. 50 : Sér- 
bolo a chiosar con altro testo. — In- 
sidie. Nel sogno di Scipione: insidia- 
rum a meis. 

ss (L) Invidie: a'concitladini tu in- 
vidi!. — yua : vivrai quando e essi e 
i lor falli saranno spemi, e la pena 
de' falli loro. 

(SL) Vicini Purg-, XI, l. 47. — 
Infutura. Par., X, v. ult : Il gioir s'in- 
sempra. Inf . XV. i. i§: L'uom s'eterna. 
Par., I, l. 26 : La ruota che tu sempi- 
terni. — Più Aoon : Morì in esilio a 
Ravenna, dove alta sua sepoltura fb- 
be singolare onore* a nullo fatto più* 
da Ottaviano Cesare in qua. 

34. (L) Trama..:..: mostrarmi il tes- 
suto de* casi miei. 

(SL) Tela. Par., Ili, t. 33: Qual fu 
la tela* Onde non trasse tosino al co 
ta spola. Buon.: Al lavot che ordito 



250 t»AttADISO 



35. Io cominciai come colui che brama, 

Dubitando, consiglio da persóna 

Che vede e tuoi dirittamente, ed ama: 

36. — Ben veggio, padre mio, sì come sprona 

Lo tempo verso me, per colpo darmi 

Tal, oh* 6 piti grave a chi piti s* abbandona. 

37. Perchè di provvedenti è buotì eh' io m' armi, 

Sì che, se luogo m' è tolto piti caro, 
Io non perdessi gli altri per miei carmi. 

38. Giù per lo mondo senza fine amaro, 

E per lo monte del cui bel cacume, 
Gli occhi della mia donna mi Jevaro, 

39. E poscia per lociel di lume in lume 

Ho io appreso quel òhe, s'io ridico, 
A molti fia savor di forte agrume. 

40. E s' io al vero 6on timido amico* 

Temo di perder vita tra coloro 

Che questo tempo chiameranno Qnttco. — 

41. La luce in che rideva il mio tesoro 

Ch'io trovai lì, si fé* prima corrusca, 
Quale a raggio di sole specchio d' oro. 

42. Indi rispose: -— Coscienza fusca 

delia propria o dell' altrui vergogna, 
Pur sentirà la tua parola brusca. 



avea t Sendo venuta t'ora dtl riem- (SL) Agrume. Affollalo nei Casa : 

pierto .... L agrume e l'aloè (itila rustica ed o- 

35. (V) Vuol. Frequente la distinto- spera loro natura. 

rione dell' intendere e del volere. IO. (D Coloro; I posteri. 

56 (L) Surona: s'affretta, per darmi (SL) Antico. £n., X: SI quafìdem 

colpo che ai deboli d'animo duole |>lù. tanto est operi latura vetustas Idei 

(SD Sprona. Gio. Vili.: Spronate tempo avvenire). 

loro addotto con vostra cavalleria. **. (L> Tenoro: C4ccla*utda. 

— Abbandona Caes., de Bello Ci?.* I» (SL) Tesoro Par.»£V, I.J9: Vivo 

ss: Dexeret ne Mudo vivo. topazio — Corrusca. Conv : E die ai- 

37. ( L) Perchè: onde — ProvVeden- tro è ri/fere, se non una corruscazione 

za: previdenza. — Luogo: patria. — della dilettazione dell'anima?— Oro. 

Altri: la fama. . _ . Hor. Epod , XVII: PtrambUlabis attrai 

(SD Armi. Ovid.Hct., XIII: Sequt Sidutqnreum. 

armai et tnstrult.lra. **. (L) Fusco: nera* — Altrui: da sé 

ss. (D Mondo: Inferno» — Monte: permessa, o non lavala, polendo. 

Purgatorio. t , m . (SD Fuscq., Arista Puys ,V: Ufo- 

(SD Occhi. Par. t 1, t ( ss» sco sotto il nero. 

39 (L) Savor: sapore atro. 



CANTO &VII. 



sèi 



43, 



44, 



Ma nondiraen, rimossa ogni menzogna, 
Tutta tua vision fa manifesta; 
E lascia pur grattar dov'è la rogna. 

Chò se la voce tua sarà molesta 
Nel primo, gusto, vi tal nutrimento 
Lascerà poi, quando sarà digesta. 

45. Questo tuo grido farà come vento 

Che le piti alte ciine piti percuote : 
E ciò non fa d'onor poco argomento. 

46. Però ti «on mostrate in queste ruote, 

Nel monte* e nella vallo dolorosa, 
Pur l'anime che son di fama note. 

47. Glie P animo di quel eh' ode, non rjosa, 

Né ferma fede per esemplo eh 1 aia 
La sua radice incognita e nascosa, 
Né per altro argomento che non paia. - 



43. (SD Rimossa. JEti. t XII : Sìne me 
fiate haud moina fata Sublatis ape- 
Tire doli*. Hor Sai., 1,4: A molo qaae- 
ramu* seria indo. 
41. (L) Diaesta: differita. 

(SL) Moietta. Arisi. Eih . 1, oppo- 
ne il sapore giocondo al molesto. / 
46. (D lino i e: in cielo. — Pur: sol. 
(SD Note, Mo.., II: Notissima fa' 



ma ìnsula. - VII: Sobilis et fama.,., 
memorata*. 

47. (L) Posa; non si acqueta ne cre- 
de sulla fede d'esempi oscuri, o di 
non illustri argomenti. — Aia: abbia, 
(SD Pota Par , IV, L 43: Posasi 
(nei vero). — III : Sopra il vero ancor 
lo pie non fida : - Ferma. Purg ,111, 
l. ss : Ferma la speme. 



-«^gg&o- 



Incomincia dal paragonarsi a Fé* 
Ionie che va per sapere se la sua il- 
legittima origine sia nobilitata dagli 
amori d'un Dio. Puoi intendere che il 
poeta voglia da Cacciagutda sanere se 
sia, e come possa dimnsirarsi, figliuo- 
lo degno di quegli alti Fiorentini che 
non erano bestie fitto fonema semen- 
ta santa di Roma Rimari però sem- 
pre, die della curiosità sua Fetonte 
fu troppo memorabilmente punito; e 
a qupsta parte sconveniente della si- 
militudine troppo ci richiama il ver- 
so : Quel che ancor fa ti padri, ai figli» 
scarsi, che non é Ira i migliori del 
canto. Mail verso che dice come dalla 
cima del monte santo gli occhi della 
donna sua lo levarono al cielo, è su- 
blime nella semplicità, e compendia 
lutto l'etereo viaggio ; anzi ci fa da 



quelle aliene ri scendere (in su Un so- 
glia dell'abisso, e rammenta fili occhi 
lucenti, lacrimando votut — gii oc-* 
chi beili eoe latjrimattdo, a te venir 
ntl fé tì ito: rial che si vwle come la 
virtù di questi ucehl dall' infima la- 
guna dell' uiiiiwt&n lu levassero al 
citili che é pura luce il' liilelt£Ub e 
d'amure, e siano l'ordigno spirituale 
e la in» celi ma mistici del porrti a. 

Altro verso pulente, in lode dell'O- 
spite di Verona, the Imytenso ftte, 
Nnvcc ruV), il tìt illusiti gitila forte t 
rlus l'a parure pio tirili q in gii altri: 
Muntiti fuor In romita [}tt (HO ditto 
[mi ri taso, ni ch*eti*t$ca scanala ot- 
ite deli' ìntenm stampa; 1 quali con 
vigore ptij splendido esprimono quel- 
li più ooti: Quando iman spira* nolo. 

lo questo Canto Firenze, e matrigna 



252 



PARADISO 



a lui, corno Roma nell'altro è mnlri- 
trigna all' imperatore tedesco; e sa 
nell'altro è additato il villano che, 
fallo fiorentino, cambia e merca; qui 
resilio>suo da Firenze è apposto alla 
corte di R.<ma, Là dove Cristo tutto 
dì si merca. Perfida matrigna Firen- 
ze; perfidie q .ielle dei Fiorentini che 
lo frbaudeggiano; malvagia e scempia 
la compagnia d^'Fioreutini con esso- 
lui sbandeggiati Con Dante C era 
poco da ridere. Ma l'esilio e a lui via 
d'ascendere a* cieli, di lume in lume; < 
e vibrare il suo verso quasi logore 
nelle coscienze fosche o delift propria 
o dell'altrui vergogna Le quali paro- 
le, nella severità spirano pure indul- 
genza , in quanto distinguono chi 
cominelle e inedita il male da chi, per 
fiacchezza d'animo più che per pro- 
pria reità, lo comporta, e ne lascia 
oscurare non tanto il suo nome quan- 
to la coscienza Alla coscienza fosca, 
contrappongonsi le faville della vir- 
tù; la qual si dimostra nel non cu- 
rare argento nò affanni; a insegnarci 
che la più affannosa , perchè più ob 
brobnosa, soma all'anima umana , è 
la soma d'argento. 

Queste cose gli annunzia il padre 
suo, l'amor pater no Ja cara sua pian- 
ta % la santa lampa, il suo tesoro, cor- 
ruscante come specchio d' oro a> aggio 
di sole E ammirisi il verso; Chiuso e 
parvente del suo proprio riso: .verso 
che e simbolo d'ogni verità e d' ogni 
bonià e d'ogni bellezza, «he con la 
propria luce si vela insieme e si ma-- 
ni lesta; verso che divinamente di- 
chiara la splendida escurità del mi- 
siero. 

Dio è il punto A cui tutti ti tempi 
son presenti. Dall'altezza del vero 
viene a lui la bellezza ni tali Locuzio- 
ni Non so s'egli creasse a uso suo 
S'infutura la tua vita tpiù bello assai 
del t'infusi); ma certo questa parola 
tiene della divina onnipresenza ne' 
tempi ; e copre della sua luce quel- 
l'altra, che è pure bella: perder vita 
tra coloro Che questo tempo chiame- 
ranno antico. AJtr^ ligure e misure 
abbiamo del tempo : Par nov' anni 
Son queste ruote intorno di lui torte 

- Le insidie Che dietro a pochi giri 
son nascose- Quai fortuna mi s'ap- 
pressa- il tempo che li s'apparecchia. 

- Ma più vivente di tulli il tempo che 
sprona verso di lui II tempo s'avverila 
per dargli il suo colpo; ha i colpi suol 
la ventura, persona anch' essa, che 
s'abbatte su lui Ma egli s' arma di 
previdenza; che saetta prevista, fe- 
risce più lenta, e indugia quasi a toc- 
care chi fermo la aspetta. Onde gii 
scempi suoi compagni, non egli , ne 



porteranno le tempie insanguinale. 
Ma a lui gemeva sangue il suo cuore; 
e lo dice quel verso, vero di semplice 
alletto: Tu lascerai ogni cosa diletta 
Più caramente. E, dopo promessa a 
sé stesso, più che al padre, costanza, 
ridice mestamente: Se tuogom'è lot- 
to pia caro; e cosi fa sentire come 
questo primo strale saettalo dall'ar- 
co dell'esilio, lo ferisse più addentro. 
Il verso tu lascerai è il più pietoso 
del canto; ma cede in potenza di do- 
lore a quel che sopra leggemmo : Oh 
fortunate! e ciascana era certa Dtlla 
sua sepoltura L'esule inv. dia la si- 
curtà de'l sepolcro ; e sente che chi 
non può sperare sepoltura visitata da 
cari suoi, non ha patria. 

Non sono bellezze né il proemio in 
cui Dante ragiona degli angoli ottusi, 
né la figura del tetragono (fatta ug- 
giosa oggimai da ripetitori prosaici, 
vere figure ottusangole); né ìechiose; 
né il quaderno delia materia terrena, 
fuor del quale la contingenza non si 
stende. Molte qui, e tutte più o meno 
convenienti, le figure che luttuosi 
dal sapore: ma più che il saper di sale 
il pane altrui, e il savor di forte a- 
grume, e la parola brusca, e la voce 
molesta nel primo gusto, la quale poi 
lascia vi tal nutrimento, a me e po- 
lente: il mondo senza fine amaro Non 
felice rimaglile del metter la trama 
che fa l'arcavolo nella tela che Dante 
gli porge ordita Ripetuta altrove più 
volte l unagine dettasele, ma qui net- 
tamente espressa in un verso compilo: 
A dir la sete, sì che l'uom ti mesca. Non 
a caso ripetuta i'imagme della valle; 
ma risuona ormai quasi proverbio il 
memorabile, e troppo dimenticalo da 
esuli e da cittadini, e da vantatori di 
libertà: come è duro calle Lo scendere 
e il salir per l'altrui scale; che non 
era rimprovero, ma avvilimento , a 
colui slesso che sulla scala portava 
l'aquila benedetta. Nuovo e belio il 
comparare la visione del futuro nella 
mente di Dio. tuttoché di cose dolo- 
rosissime, a dolce ar maria : ma più 
bello ancora il comhiuriere nella si- 
militudine della nave, che dall'occhio 
del riguardante non e né rattenuta 
né spinta, la prova della libertà uma- 
na a cui non fa forza la prescienza di 
Dio onnipotente. E la comparazione 
si conviene anco in questo, che la 
corrente per cui la nave discende, è 
un impulso, e che similmente Iant- 
ina libera e da Dio presciente e prov- 
vido, mossa da naturate istinto a cor- 
rere al bene, non però si ch'ella non 
possa resistere , e o fermarsi o vol- 
gere in contrario il suo corso. 



•ANT* XVII. 253 



JL PRESENTE E IL FUTURO. 



Et te tua fata docebo, dice il padre al fondatore dell' impero di Roma. 
E quello è soggetto d'epopea: laddove Dante intitola Commedia il suo 
poema, sentendo bene che tra il figlio di Firenze e il padre di Roma 
ci ha a correre differenza. Senonchè gì' intendimenti e religiosi e ci- 
vili, nelP opera del poeta cristiano necessariamente più ampi, ancor- 
ché non bene conformi tutti al puro principio cristiano, donano al mi- 
nore soggetto altezza maggiore, e fanno parere ed essere le sventure 
d'un solo uomo, poco più che privato, non meno degne di considera- 
zione che le sventure e le grandezze d'un popolo, facendo l'uomo sin- 
golo simbolo della natura umana, e sollevandolo quasi a potenza ideale. 
Non può Dante entrare a dire delle vicende che gli si apparecchiano 
nel futuro, che non innalzi la mente propria alla Mente che vede pre- 
sente e il passalo e il futuro, e non tocchi il mistero per il quale é 
congiunta la libertà con la prescienza. La profon fila di questo tocco ò 
già un volo che porta il pensiero di Dante sopra quel di Virgilio tanto 
quanto più allo dell'Eliso sotterra e più luminoso risplendo il suo 
Paradiso. 

Dio a luì è quel punto a cui tutte le così son presenti: se il punto 
presente non fosse indivisibile, avrebbe in sé del passato e del fu- 
turo <\). V essere di Dio non ha passato e futuro (2). - Dio solo nella 
sua eternità vede le. cose future come presenti i3). - 1/ presente in- 
tuito di Dio si porta in qualunque sia tempo , e in quante cose sono 
nel tempo, siccome soggette a sèdi presente (4). - Dio conosce i futuri 
contingenti, non solo nelle loro cagioni, ma così come ciascheduno è 
in att<} in sé stesso e ancorché i contingenti seguano in atto successi' 
vamente. Dio però li conosce insieme, parche la sua cognizione misu- 
rasi coli' eternità, siccome eziandio l'essere suo. Onde tutte le cose che 
sono nel tempo sono a Dio presenti ab eterno ; non solamente perch'e- 
gli ha presenti le ragioni delle cose, ma perchè l'intuito di lui si 
stende, ab eterno su tutte le cose (5». 

L'anima beata vede le cose contingenti Anzi che siano in sé (6), dice 
Dante (7), e diceche ad essa ^iene a vista il tempio avvenire come da 

(1) Arist. Phys., VI. Quae sint, quae fuerint veniantque 

(2- Aug., de Trin., V. Uno mentis noscit in ictu. 

(3) Som., 2, 2,* 95, e 1, 1, 86. (7) Conoscere, rivelante Dio, i 

(4) Som., 1, 1, 14. futuri contingenti (Som., 2, 2,95). 

(5) Som., 1, 1, 14. Della visione del futuro, Som., 1, 

(6) Terz. 6. Dan., XIII, 42 : Deus... 57, 3 ; Dei contingenti, Som., 1, 86. 
aui nosti antequam font. Boet. : 3; 2, 1, 93, 5; fc, 2, 171, 3, 



254 PARADISO 



organo viene ali* orecchio armonia. La contingenza che ha luogo quag- 
giù, è tutta dipinta nella visione divina; ma dalla prescienza divina 
non prende necessità, come rocchio che vede 'a nave andare, vedendo 
non isforza l'andare di quella. Del libero arbitrio egli ha già toccato 
più volte, ma qui pone a se slesso V obbiezione che risulta dalla pre- 
scienza di Dio, e la risolve con una similitudine, dacché anco le si- 
militudini possono farsi argomenti valenti. Vedremo poi, dove tocca 
della predestinazione, che a!'a fiqe ètutt'uno cun la prescienza, riaf- 
facciarsi la medesima dlflicoltà, ed egli confessarla mistero, anzi pro- 
fessarla mistero con umiltà tinta d'alterezza e di sdegno (1). I due fatti 
del libero arbitrio umano e della prescienza divina essendo innegabili 
a chi osserva sé stesso ed ammette l' idea di Dio, il non li saper con- 
ciliare non sarebbe ragione a negarli, il che sarebbe un aggiungere 
mjstero a mistero, e sotto prelesto che il lume none chiaro assai, spe- 
gnerlo; e, per non poter essere onniveggenti, farsi ciechi. Le seguenti 
sentenze illustrano la verità leggermente accennata da Dante : Nessun 
contingente futuro è necessario che sia, sebbene saputo da Dio *t) seb- 
bene la Causa suprema sia necessaria, l'effetto può essere contingente 
per % essere contingente \a Causa prossima t3), - La cosa non sarà per' 
che Dio «' ha prescienza, ma egli n' ha prescienza, perchè sarà t4). 
Siccome voi altri quando vedete a un tempo uomo camminare e il sale 
nascere , quello giudicate essere atto volontario, necessario questo: 
cosi l' intuito divino che tutto vede non muta \a qualità delle cose (5). 
In questo Ca.nlo ricorrono le lodi dello Scaligero, dettali gran Lem- 
bardo, come dire il grande Italiano, al modo che Guido da Castello 
ò lodato col titolo di sémplice Lombardo (6), e lombardi dice Virgilio 
i suoi genitori per quell'anacronismo con che Giustiniano fa arabi gli 
Africani d'Annibale (7). £ di schiatta straniera forse erano que' della 
Scala, come pare ohe accennino i nomi d'Alboino e di Cane. Questo 
Cane, le cui rendile quasi pareggiavano quelle del re di Francia, era 
veramente magnifico, non solo nel molto spendere, come talvolta anco 
gli avari fanno per fini loro, ma noi non amare il danaro (8). Or Dante 
che neli* imagine di liberalità par comprendere ogni amorevolezza (9); 
e sentiva più ch'altri come l'avarizia facci» sempre gli uomini odiosi, ìa 
larghezza chiari (10) : doveva maggiormente stimare le magnificenze (il) 
di quel della Scala, il qual pare che per proprio pudore risparmiasse 
il pudore dell'altrui necessità, e, prima dell'altrui chiedere , desse e 
facesse, E notisi la dignità e la bellezza di questo fare , che Danto 
usa tacendo fjel dare, si perchè il fatto comprende anop il dono e più 
cose assai ; si perchè il dare degnamente è de' più degni fatti ; si per- 
chè Dante non avrà mai forse accettati da Canedoni, ma appettato che 
egli non tanto per lui esule quanto per V Italia, condotta in bando di 



(1) Par., XXI. mi facci dono. - XIV , t. 31 : Mi 

(9> Som., i, |, 14. largisse 'l pasto; , Purg., XXVIII, 

(3) Som., 1. e. t. 91 : Di levar gli occhi suoi mi 

(4) Orig. in ep. Rom. fece dono ; - Par., VII., t. 8 : Le 

(5) Boet. mie parole Di gran sentenzia ti 

(6) Purg., XVI. faran presente. 

(7) taf , 1 ; Par., VI. (IOj Boet., de Consol., II. 

(8) In non curar d'argenta (t. 38) (li) La magnificenza è intorno 
• Som.: Nel disprezzare le ricehez- alle grandi spese di pecunia, la li- 
ze dimostrò il sommo grado di li' beralità in somme minori (Som., 9, 
beralità. 2, 160). Della magnificenza, Som., 2, 

(9) lnf., VI, t. 96: Di più parlar 9, 34; della liberalità, Som.: 9, 9, 17. 



càntq xyiu 255 



sé stessa, operasse. E di questo, q>| fare prima del chiedere ecco Je sen- 
tenze sue e d'altri, Pronta liberalità si è dare non domandato, per- 
ciocché dare il domandalo è non virtù ma mercatanzia '• perocché quello 
ricevitore compera tuttoché il datore nulla venata. Ùraziosinimi tono 
li beneftzii ne 1 quali nulla dimora interviene se non per la vergogna 
del ricevente fi). Certi bcnefizii danti non con grazia, ma con contu- 
melia e tardità) e tristizia (3j. - l'affetto di chi ben fa, può l' uomo 
conoscerlo da questo, eh* e' lo fa prontamente e con gioia (3J. La ca- 
rità non tarda a sovvenire all'amico che patisce necessità (4). -Non 
dire all'amico: Va e ritorna: domani ti darò, quando puoi dare su- 
bilo <5>. E qui merita che siano recale le belle parole d' un degno e 
gyenturatp eultore di Dante : Sinza tuo sapere od attendere, ti vedevi 
d' improvviso giovato. Quasi temeva di dartene la nuova , perché non 
ti piombassero addosso le obbligazioni. Avresti detto che sceglieste le 
parole più leggere; non era, vero; secondava in ciò sua natura senza 
pensiero. L'aver fatto vantaggio agli amici glieli rendeva solo più cari ; 
contento di sua cortesia (6). 

Le corrispondenze tra il colloquio di Cacciaguida e quello d'Anchise 
appariscono in evidenza ; e pur nondimeno il canto di Dante e cosa 
tuti'altra da quel di Virgilio: così e ne' difetti e ne* pregi lo informa 
un sentimento vivente e proprio all' uomo ed a' tempi. La Sibilla : 
fu ne cede malis, sed conerà audentior ito, Quo tua te fortuna fé* 
re} (7); e Dante; Dette mi fùr di mia vita futura Parole gravi: av 
vegnach' io mi senta Ben tetragono a* colpi di ventura (8) j )a quale • 
imagìne £ tolta dal Filosofe): Il virtuoso le fortune prospere e le av 
verse sostiene d'ogni parte con costanza, siccome buono tetragono (9>« 
Enea: Non ulta laborum, virgo I nova mi facies inopinave turgit» 
Omnia praecepi, atque animo meeum ante peregi (10), E Dante: La vo- 
glia mia saria contenta #* intender qual fortuna mi s'appressa ; Che 
saetta pnevisa vien più lenta (li). Ben veggio, padre mio t si come 
sprona Lo tempo verso me, per colpo darmi Tal eh* è più grave a chi 
più s'abbandona. Perché di provvedenza è buon eh 1 io m'armi (12 . Dove 
rjmagine del Tempo che, quasi cavaliero armato, gli sprona contro, 
é ben più polente che la Ventura co' colpi che dà in lui tetragono. Le 
parole ove é detto del proprio esilio e della povertà del Poeta commuo- 
vono di pietà; e dejrno di quelle è 11 fomento che ci fa l'Ottimo: 
Questo é amaro e chiaro testo. In Virgilio, dopo che il padre ebbe con- 
dotto per ogni parte 1' eroe, Incenditque animum famae venientis 
amore u 3 », poi gli predice le guerre da sostenere e I cimenti : Et quo- 
quemquemodo fugiaiqùe feratque laborem (14*: in Danto è prima l'a- 
maro della predizione, poi la consolazione della fama ventura, ma 
questa non come vanto vano, si come mercede al ben adempiuto debito 
dell'annunziare l'austera e pericolosa verità, e dell' Incarnare il pre- 
cetto in esempi noti o per antica memoria o per esperienza viva. Un 
degli uffizii del poela si fi questo : Recte facta refert ; orientia tempora 

(1) Seneca , recato dall' Otllmo. (8) Terz. 8. 
Dlcesi che 11 libro di Seneca ora (9> Arist. Eth., I. Hot. Carni.. Ili, 

frequente nelle mani a Bartolom- 3: Non civium ardor prava juben- 

meo della Scala. tinm, Nonvuìtus instanlis Ujranni 

(3) Som., 3, 8, 106. Mente quatit solida. 

(3) Sono., I. e. (10) &n. t VI. 

(4) Som., 3, 1. (il) Terz. 9. 

(5) Prov., Ili, 38. - (13) Terz. 36. 

(6) Gozzi. (13) En., VI. 

(7) &n„ VI. Ii4) jEn., VI. 



256 PARADISO 



notis Instruit exemplis : inopem solatur et aegrum (1). Su questo, al- 
trove Orazio medesimo : Sapiens, vitatu quidque petit u SU melius, cau- 
sai \eddet Ubi : mi satis est si traditum ab antiquis morem servare, 
tuamque.,. vitam famamque tueri Incolumem possum... Sic me For- 
mabat puerum dietis ; et sivejubebat, Ut faceremquid: « habes aucto- 
rem, quo facias hoc : » Unum ex judicibus selectis objiciebat : Sive re- 
tabat : « an hoc inhoncstum et inutile factu, Nec ne sU, addubite* ; fla~ 
gret rumore malo cum Uic atque illc ? » Avidos vicinum funus ut ae- 
gros Exanimat, mortisque melu sibi parcere cogit; Sic teneros animos 
aliena opprobria saepe Absterrent vitiis ■■%). Certamente gli esempi 
più noli si fanno argomenti più validi (3); e dotti e indotti men si 
lasciano muovere al precetto che all'esempio: ma del triplice uffizio 
indicato ila Orazio, del notare ì fatti commende voli, dell* istruire le 
generazioni crescenti anche cogli esempi del male punito , del conso- 
lare le anime deboli e affannate, non tutto le parti io direi adempiute 
ugualmente da Dante, che più a bell'agio si ferma spesso sul male, e 
par che voglia rendere tanto più notabili le significazioni dell' umile 
riverenza alla virtù di coloro che con lui vissero, quanto le ha men 
frequenti; onde il senso che viene al rettore da tulio il lavoro, non ó 
di consolazione rassegnala, nonché di lieta speranza, ma di dolore cruc- 
cioso. 

E 8* io al vero son timido amico. Temo di perder vita tra coloro Che 
questo tempo chiameranno antico (4). Queste parole consuonano In parte 
a quelle di Salomone: Avrò per lei' immortalità; e memoria eterna la- 
scerò a coloro che dopo me saranno... Temeranno, udendomi, re or- 
rendi <5>. E però dice: Questo tuo grido farà come vento Che le più 
alte cime più percuote »6). Ma non è già che la tema di perdere nome 
tra' posteri debba ispirarci il coraggio; egli è ehe Veracità è parte di 
giustizia 7) ; e che Pecca contro la verità per difetto chi occulta quel 
che bisogna manifestare (8). Però ben dice: Rimossa ogni menzogna, 
Tutta tua vision fa manifesta 9); ma «con modo non degno del cielo 
e trasportando in popol giusto e sano <10j Je volgarità de' chiassuoli di 
Firenze, non familiari certo ai villani di Campi e di Signa (11), sog- 
giunge : E lascia pur grattar dov' è la ,rogna (12). Sia bene che in In- 
ferno un diavolo s'apparecchi di grattare a un dannato la tigna <13), e 
che altri dannati si traggano giù con l'unghie la scabbia (!4,; sta bene 
che Oraz'o assomigli il prudore de' tristi verseggiatori alla smania 
della scabbia ; e che la cupidità del danaro sia ruggiic (15', e i lucri 
rei scabbia e peste 16»; e che la scabbia, secondo Tommaso, significhi 
carnalità petulante <17j: ma l' imagine è qui tanto più sconvenienle, 
che è messa tra due mangiari : A molti fa savor di forte agrume (18). 



(1) Hor., Epist., II. 1. - (8) Som., 1. e. 

' (2) Hor. Sat., I ; 4. (9. Terz. 43. 

(3J Decrei ,: Gli esempi presenti (10) Par., XXXI, t. 13. 

ci ammoniscono per l'avvenire, (11 > Par., XVI, t. 17, 19. 

Sen., Ep. LXXXV: Con illustri e- (12; Terz. 43. 

sempi è da istruire la vita. (13) Inf., XXII, t. 31. 

(4) Terz. 40. (14) Inf. XXIX, t. 28. 

(5) Sap., VIII, Vi, 15. (l5> Hor., de Arte poel. 
(6- Terz. 45. (16) Ep., I. 

(7) Cic, Inv. citato nella Som., 2, (17) Som., 2,1, 102, 

2, Ì09. (1$) Terz. 39, 



canto xvi r. 257 



- Pur sentirà la tua parola brusca (i). - Che se la voce tua sarà mo- 
lesta Nel primo gusto v*tat nutrimento Lascerà poi , quando sarà di- 
gesta (2). Che rammenta quel di Boezio: Assaggiale , pizzicano; ri- 
cevuto dentro, addolciscono ; e quel d' Ezechiele : Mangiai quel volume ; 
e mi si \ece dolce in bocca siccome miele <3i Ma quest'ultimo passo 
ci porta più alto al linguaggio dei Profeti e de' Padri, che il Poeta non 
qui, come altrove, ha degnamente seguiti, Mediterà la mia bocca il 
vero , e le mie labbra detesteranno i tristi (4). Innalza fortemente la 
voce tua, tu che annunzi i a Gerusalemme ; innalza e non avere pau- 
ra (5;. Di' forte, non ristare; alza quasi di tromba la voce, e annun- 
zia al popolo mio le sue colpe (6). 1 peccali e i vizii manifestare dob- 
biamo , se ne riesca profitto comune (7). Non temiate coloro che uc- 
cidono il corpo, non forse per timor della morte vi tenghiate di din 
liberamente le cose sentite dentro (8). 



(1) Terz. 42. (5) Isai., XL, 9. 

(2) Terz. 44. (6) Isai., LVI1I, i. 
(3> Ezech., Ili, 3. (7) Aug. 

(4) Prov., Vili, 7. (8) Chrys, 



Dante, Parodilo* Il 



258 fampìsq 



OAIVTO XVXII* 



AMOQVRWTO. 



Cacciaguida gli addita altri otto spiriti che combatte' 
rono per causa santa ; sei dell'evo medio, e cinque prin- 
cipi o re. Poi salgono a Giove: quivi le anime si atteg- 
giano in modo da disegnare parole ammonitrici di quei 
che governano; e si compongono da ultimo in forma di 
un'aquila. L'aquila gli rammenta Roma, e Roma la corte 
de' papi, e le avarizie de' governanti spietate: onde il Canto 
finisce con lirica audacia e con acre ironia. Similitudini 
nuove : una tra l'altre, dedotta dal sentimento dell'umana 
perfettibilità : similitudMe proprio cristiana , e vale per 
dieci d'Omero, 
Tra' Ganti della terza Cantica un de' più belli. 

Nota le terzine 1, 2, 3; 5 alla 8; 43, li, 15, 17, 10, 30, 33; 35 alla 
38; 31 alla 36; 38; 41 alla fine. 

, 1. Uià si godeva solo del suo verbo 

Quello spirto beato; ed io gustava 

Lo mio, temprando il dolce con F acerbo. 

2. E quella Donna che a Dio mi menava, 

Disse : — Muta pensier. Pensa oh' io sono 
Presso a Colui eh' ogni torto disgrava. — 

3. r mi rivolsi all'amoroso suono 

Del mio conforto: e quale io allor vidi 
Negli occhi santi amor, qui F abbandono : 

4. (L) Verbo: con ce Ito. — Gustava 9. (L) Colui: che distribuendo il 
pensando. — Dolce : le promesse di premio e la pena, restituisce II di- 
fama innocente. ritto. 

<F> Verbo. Arlst: Il concetto della (F) Msarava. Ad Rom , XII, 49; 

mente interno, anche prima che sia Ad Hebr., X, so: Mi hi vindicta : ego 

per voce significato, propriamente di- retribuam. 

cesi verbo. Aug., de Trio., XV: // no* s. (L> Abbandono: taccio. 

stro pensiero che perviene a quel che (SD Suono. Inf., VI, t.i6: Qui pose 

sappiamo, ed e indi formato, è il no* fine al lagrimabil suono. 
9tro verbo. 



CANTO XVIII. 259 



4. Non perch'io pur del mio parlar diffidi; 

Ma, per la mente ohe non può reddire 
Sovra sé tanto, s' altri non la guidi. 

5. Tanto poss'io di quel punto ridire, 

Che, rimirando lei, lo mio affetto 
Libero fu da ogni altro disire; 

6. Fin che '1 piacere eterno, che, diretto, 

Raggiava in Beatrice, dal bel viso 
Mi contentava col secondo aspetto. 
" 7. Vincendo me col lume d'un sorriso, 
Ella mi disse: — Volgiti, e ascolta: 
Che non pur ne' miei occhi è Paradiso, — 

8. Come si vede qui alcuna volta 

L'affetto nella vista, s'eilo è tanto 
Che da lui sia tutta l'anima tolta; 

9. Così nel fiammeggiar del fulgor santo, 

A ch'io mi volsi, conobbi la voglia 
In lui di ragionarmi ancora alquanto» 

IO. E cominciò : — In questa quinta soglia 
Peli* albero che vive della cima, 
E frutta sempre, e mai non perde foglia, 

li. Spiriti son beati, che giti, prima 

Ohe venissero ai oiel, fùr di gran voce, 
Sì- eh' ogni Musa ne sarebbe opima. 



4.<D P«r: solamente.— Mente: me- (SL) Soglia, Virgilio chiama fa- 
moria che non può riflettere sopra so, balata ^\\ ordini vari i decano WGeorg., 
quando non vi sia ricondotta da ester- 11,360 Qui soglia traslato più strano, 
no aiuto. . Par , XXXII, t. s, del fiore : di soglia 
(SD Mente. Inf., Il, l. a, $; III, t. in soglia. I/origine suolo lo spiega iq 
44. parte. — A tbero. 11 Paradiso, che vive 

5. (D Tanto: solo. di Cristo. — Cima Simbolo-ne sono 

«. (D Fin che: intantochè. - Secondo: Ali alberi dei Purgatorio : XXII. t. 44; 

era riflesso in me. XXXII, t. 43 

(SD Secondo. Par., I, 1. 17. <F) Perde. Kietifc,, SLVtVli : finn 

7.4D Vincendo.' abbagliando. — Pur: defluet fofium ex eo, et usti deficiet 

sol. Oucl us e.) us. Psal , l, " .- fiord tt suo 

(P) Pur. Non della scienza divina frutto a suo tempo, e frinita di luì mm 

soltanto è felicità, ma' negli esempi cadrà. Som : Lo beatitudine dev'è*- 

de' giusti. P04I. Caet. sere bene tanfo ftrmq e xititMv ette 

8. (D Tolta . attratta. non si possa né torre uè perdere [X av ] 
(SD Tolta. Comune in questo Apoc , XXU, 8: Liqunm vita? afferrile 

senso rapire. fruclus duodecnu, uer xlttguitis men- 

9. (L) Fulgor.. .a cti'...td\ Cacclagui- ses reddens fructum staimi et fotta 
da, al quale .. Ugni ad sanità* em gentium. 

10. (L) Soglia : ste||a. — Cima ! neh H. (D Gl%: aJ muti do — Voce- fama, 
l'empireo è la vita. " — Opima: ricca del celebrarli. 



260 



PARADIS© 



12. Però mira ne' corni della croce : 

Quel eh' io or nomerò, li farà P atto 
Che fa. in nube il suo fuoco veloce. — 

13. Io vidi per la croce un lume tratto 

Dal nomar Josuè, com'ei sì leo; 

Né mi fu noto il dir prima che '1 fatto. 

14. E al nome dell'alto Maccabeo 

Vidi muoversi un altro roteando; 
E letizia era ferza del palèo. 

15. Così, per Carlo Magno e per Orlando, 

Due ne seguì lo mio attento sguardo, 
Com' occhio segue suo falcon volando. 

16. Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo 

E '1 duca Gottifredi la mia vista, 
Per quella croce, e Ruberto Guiscardo. 



(SL) Opima L'origine opes dà a 
questa voce l'idea di forza e di ric- 
chezza e d'ogni valore. 
43. (D Aito: scenderà folgorando. 

(SL> Corni Sf mini.: Delle anten- 
ne. E anche Virgilio. 

(Fi Suo [%m ] Il fuoco veloce di 
una nube, infognilo nella sua natura 
agii amichi, é una scarica o una scin- 
tillazione elettrica; il quale non sem- 
pre passa da nube a nube per gene- 
rare quel che diciamo fulgor*- o saetta, 
ma nella nuvola stessa rimane, e a 
un tratto la illumina Questa imagine 
concorre coirai tra assai somigliante, 
del verso ti <1H XV: Che parve fuoco 
dietro ad alabastro, a indicare, che 
in Marte le b ale Luci non avevano 
parvenza distinta, ma si mostravano 
Incorporale nelle splendenti liste del- 
la grande croce, in cui videsl dal 
Poeta lampeggiare Cristo. 

13 (L> Sì feo: tosto come egli, Cac- 
ciaguida. lo nominò. 

(SL» Feo: non chiaro. 
44 <L> Maccabeo: Giuda, liberatore 
.degli ibiei da Antioco tiranno. — 
Feria: lo rotava 

(SLt Mjccabeo. Mach., I, li. — 
Feria V.»lg S<n : Sferza per far gi- 
rare il paleo Pur*.. XIII i il: Tratte 
d'amor' le cord*- d< Ila terza — Paleo 
JEn .VII: Ceu quondam torio volita»* 
sub vrbere turbo.. lUe acius habrtia 
Curvali» I "e* tur tpatns. Dani animo* 
plaqae. Simile io Tibullo. Con più 
eletta iraagine iltTasso. ma eoa pa- 
róle aoprabbondanti...c(c#io d'eterna 



ed alma Gloria, eh' a nobit core è sfer- 
za e sprone tV, sa>. 

18 (SD Carlo. Oli. Chiamato dalia 
Chiesa contro i Longobardi, eretici, 
e per secai <rri del papa e della liber- 
tade d' Italia .. Combattè per la fede 
in Calavria con li Sar acini, pattati 
d'Africa per occupare lo imperio di 
ttoma, allora abbandonata datti vili»' 
simi imperadort. — Segtte. Ma Vili: 
Oculis sequuntur — Suo L' «echio 
del padrone, più intento ed amante. 

— Votando. Il gerundio pel panici- 
pio; come nelle Kime : Madonna 
avvolta in un drappo dormendo 

16 (Li Trasse: trassero l'occhio mio. 

— Guiglielmo. conte di Oringain Pro- 
veuza. aiuolo al conte di Narbona. 

— Hinoardo, cognato a Guglielmo — 
Gotti (redi : Goffredo di Buglione con- 
quido Gerusalemme e vi regnò circa 

Il 1090. 

(SLi Guiglielmo e Rinoardo Anon.: 
Con li Sar acini venuti d'Africa.,, e 
massimamente col re Tedaldo, fecero 
grandissime battaglie per la fede cri- 
stiana . il detto come Guglielmo, e 
Bertrando suo nipote, lasciato il con- 
tado d'Qringa, prese abito di monaro; 
td è chiamata ^Guglielmo del Diser- 
to — Gottifredi G. \ ili. per Goffredo. 
Ruberto Di lui. Inf. XXVlll , l 5. - 
Sui a metà del secolo XI venne io 
Italia di Normandia in aiuto dei fra- 
telli Unftvdo re di Puglia e Ruggieri 
redi Sicilia: liberò la Sicilia da'Mori. 
e Gregorio VII assediato, in Castel 
S. Angelo, da Arrigo IH. 



CANTO XVIII. 



261 



17. Indi, tra l'altre luci mota e mista, 

Mostrommi l'alma che m' avea parlato, 
Quale era tra* cantor' del cielo, artista. 

18. Io mi rivolsi dal mio destro lato 

Per vedere in Beatrice il mio dovere, 
per parole o per atto, segnato: 

19. E vidi le sue luci tanto mere, 

Tanto gioconde, che la sua sembianza 
Vinceva gli altri e l'ultimo solére. 

20. E come, "per sentir più dilettanza 

Bene operando, V uom di giorno in giorno, 
S'accorge che la sua virtute avanza; 

21. Sì m'accors'io che 'l.mio girare intorno 

Col cielo insieme, avea cresciuto V arco, 
' Vergendo quel miracolo piti adorno. 

22. E qual è il trasmutare, in piccioi varco 

Di tempo, in bianca donna, quando '1 volto, 
Suo si discarchi di vergogna il carco; 

23. Tal fu negli occhi miei quando fui vòlto, 

Per lo candor della temprata stella 
Sesta, che dentro a so m' avea ricoito. 

17- <L) Mota.. : Caeciaguida, mosso 
tra gli altri, mi lece sentire il suo 
canto. 

i$L> Moia: Purg., XXIII. 17:- 
La vedi moversi in allo e aggirarsi 
Ira le altre, e cantare 

18. Vedere : che dovessi io fare, o 
da parole o da cenni di lei. 

19. (L) Mere : orchi puri — Vinceva 
il solilo lume degli alm cieli, e anco 
dell'ultimo <ia cui si;»mo ora sa in 

(SL) Solére. Purg., XXVii i 30 : 
" hta 



Le stelle Di lor solere e più chiare e 
maggiori 

(Fi Mere. 



Salomone, della Sa- 
li Propoli 
che inestinguibile, è il lume di 



J>ienza (VII. io»: Proposi aver tei per 
uce t chi \\ 
lei. 

30. <L) Sentir ... : dal diletto che tro- 
va nHla vinù si s»'nl«' avanzato. 

(F) Pnì : Andando ili virtù In 
virtù -AiCormih, II. IV, 16: Si 
rinnovano di giorno in oiomo Som : 
Per dtteiio conoteesi H bene Arisi. 
Etti . V, 9: Onerare quel che opera 
l'uomo giano è facile; ma operarlo 
net modo di fui, cioè dilettandosene, 
è difficile cosa.- IX : L'uomo ha in 
sé dilettazione perfetta neW opera- 
zione della virtù . 



ai. (Li 51 : cosi — Cresciuto : sa- 
lendo, cresce la circonferenza de'cie- 
II. — Miracolo ; Beatrice 

(SL) Miracolo Così la chiama 
neifa Vita Nuova: e nel Conv.vio «lice 
ciV ella fa e edibili col suo appetto t 
miracoli Cinz : Divenne spiritai bel- 
lezza grande, che per lo cielo .spande 
Luce d'amor, che ali angeli saluta, 
E lo intelletto loro alio e sottile Fa- 
ce maravigliar : tanto è gentile. — 
Adorno Nel Petrarca più vuiie sta da 
se, e ha s«n$o più ampio del moder- 
no ; come a' Latini, nel morale, or- 
nati ssirnu*. 

22. <L) Qual .: come si vede donna, 
di r-t.ssa, tornar bianca in viso ; cosi 
da Marte passando a Giove, io vidi 
una luce minti. la. 

(SL» Carco Sardella; Dell'onta 
disjcarqan Pur«. f XXX, l 26; V rgo- 
gna mi gravò 'a fronte. Ma u i ««io- 
ni paj>n<i pesanti a rendere cosi agi- 
le Voli». 

23. (L) Stella : Giove. 

(SU Ricotto. Georg., IV : Acce- 
pi in ne siiiu vasto. 

(F) Condor, Conv.: Giove in tra tut- 
te te stelle bianca si mostra e quasi 
argentala. Cic.,Somn. Scip.: Al gene- 



PARADISO 



24. Io vidi, in quella giovial facella, 

Lo sfavillar dell' amor che lì era, 
Segnare agli occhi miei nostra favella. 

25. E come augèlli surti di riviera, 

Quasi congratulando a lor pasture, 
Fanno di sé or tonda or lunga schiera; 

26. Sì dentro a' lumi sante creature 

Volitando cantavano, e facénsi 
Or D, or I* or L* in sue figure. 

27. Prima, untando, a sua nota moviénsi; 

Poi) diventando l' un di questi segni, 
Un poco s'arrestavano, e tacénsi» 

28. Diva Pegasea, che gì' ingegni 

Fai gloriosi* e rendigli longevi, 
Ed essi teco le cittadi e i regni ; 

29. Illustrami di te, sì eh' io rilevi 

Le lor figure com'io l'ho concetto; 
Paia tua possa in questi versi bmi» 



re umano è fausta e salutare la luce 
che ha nome da Giove. — Temprata. 
Lucano (X) citato da Pietro non 80 
perchè : Sufi Jave temperie*, et num- 

Ìuam turbidus aer. Conv , II, ti: 
\uove tra due cieli repugnami alla 
tua buona temperanza, siccome Quel" 
lo di Marte e quello di Saturno. Onde 
Tolomeo dice . che Giove è sietta di 
temperata complessione in mezzo del' 
ta freddura di Saturno e del calore 
di Marte. 

94. (L) Giovial : di Giove. — Amor 
degli spirili. 

(SD Facella. JEn„ It: tStelld fa- 
cevi ducens. — Favella. Purg. X, t. sa; 

Visibile panare 

(F> Giovial Lo dicevano in que- 
sto Benso anco in prosa. L' Ottimo 
Irae dal libro De proprietatibu* re- 
turn le intluenze di Giove benivolo e 
bene temperato. . onde li antichi dis- 
sero che ta cagione delta feltcltade 
era net circolo di Giove. . Sotto Giove 
sono onori, ricchezze e vestimenti... 
significa sapienza e ragione^ ed è ve' 
ridico. Però pone il Poeta in Giove le 
anime «lime. 

ss. (SL) Riviera. N"« Fiore di virtù 
per fiume. E Par., xxv - Or. Gco/g., 



t: Sane tcapul obiettare fretis, nunc 
currere in unita* , Et studio incus sum 
videas gestire lavandi. 

96. (L) D : prima lettera di diligile. 
(SD Creature. Pur»., XII, l. SO: 

f,a Creatura bella. — Volitando. Vo- 
lto. V Ottimo, in prosa. Lucifero 
svolazza ie ali (taf., XXXIV, t. Uh I 
beali volitano. 

97. (D Moviénsi : movevano a lem* 
pò del canto. — 5' arrestavano per 
lasciar vedere la lettera. — Tacénsi : 
si tacevano. 

(SL) Nota. Par., VII, l. 9 : Volgen- 
dosi alla nota sua. 

98. (D Diva Musa. — longevi : ól 
lunga fama 

(SD Pegasea Tutte le muse dl- 
consi pegasea: qui dunque invoca la 
musa in genere: ovvero Calliope, 
chiamala nei Idei Purgatorio —Lon- 
gevi. Purg. f XX4. t. 99: Col nome che 
ptil dura e più onora (di poeta) 

99. (L) Paia : apparisca.— Concelle.' 
lette ed intese. 

(SL) Paia. Inr II, t 5:0 mente... 
Qui si parrà la tua nobilitale —Bre- 
vi. Par che senta come i numeri Ita- 
liani slanoiouguall a quelli del verso 
antico. 



CANTO XVIII. 263 



30. Mostrarsi dunque cinque volte sette 

Vocali e .consonanti ; ed io notai 
Le parti, sì come mi parver dette. 

31. Diligite justitìam, primai 

Fur verbo e nome di tutto '1 dipinto; 
Quijudicatis terram, fùr sezzai. 

32. Poscia neir M del vocabol quinto 

Rimasero ordinate; sì che Giove 
Pareva argento lì d'oro distinta 

33. E vidi scendere altre luci dove 

Era il colmo dell* M, e lì quotarsi, 
Cantando, credo, il Ben che a sé le muove. 

34. Poi, come nel percuoter de ciocchi arsi 

Surgono innumerabili faville, 
Onde gli stolti sogliono agurarsi ; 

35. Risurger parver quindi più di mille 

Luci, e salir, quali assai, e qua' poco, 
Sì come il So^ che le accende, sortille. 
36w E, quietata ciascuna in suo loco, 
La testa e il collo d' un* aquila vidi 
Rappresentare a quel distinto foco. 



$0. (D Mostrarsi...: si Mostrarono boni zza te e accese ; le quali, nel ca* 

le treoiaclnque lettere. — Parti : sii- dere o nHl" essere sollevate dati A 

labe e voci. — Dette con le figure. fiamma, si uravairo ìnvesthe da uiag- 

(SL) Cinque .Trentacinque lettere glor quantità di osiamo tcoropu- 

sono In Diligile justitiam qui judica* nenie «teli 1 arlai. rii-- quando stavano 

ti$ terroni. - Il numero selle è a lui adese a gufi Uzzi Di qui in turo niiì 

sacro. — Volte. Ov. Net , Vili : Vlnas grande licci 1 *] sione e la turo riecom- 

quinque ter.E Fast., ter duo. Mn.l, posizione in minutame barU per 

bis seplem esuberanza ili cnlurej è il Fenomeno 

Bt. (L)Primai: primi. Sezzai: ultimi, descritto dal Poeta conia ventre 

st. (L) Quinto: Terram. - D' Oro. precisione sua propria. 

Le anime rilucono più del pianeta. (F) Stolti. E' si guarda dalle su- 

(SL) A rgento. Conv.; Stella ar* pcrslizioni, e s'ingegna di curarle 

gentata, in altrui, anche a costo di parentesi 

ss. (L) Ben : Giustizia divina» da non parere poetiche. Par., XIV, t. 

(SL) Credo A (Ter ma, non dubita: 33 : Galassia, sì che fa dubbiar ben 

cosi Virgilio (jEn.,lV): Credo equi- saggi. 

dem —Muove. Inf, II, l ai : Amor 35. (L) Sortille : a più o meno gio- 
rni mosse Meglio che nel Petrarca : ria le destinò. 
ilmor mi spinge. Ma spinge € meglio (SL) Sortille. Par., XI, t. $7 : Co- 
che nel Paradiso (XXX, l. si) : L'alto lui eh* a tanto ben sortalo, 
desio che l'urge... tu, 56. (SD Aquila: Nel pianeta di Gio- 
si. (L) Agurarsi : trarre augurii. ve e' scerne l'aquila, uccello di Giove, 
(SD Faville. CAnt ] Battendo in- simbolo dell' imperiale giustizia. — 
sleme due ciocchi arsi e ardenti, se Distinto. Terz. ss, dice Che dell' H 
ne distaccano piccole particelle car- Giove pareva argento distinto d*oro. 



264 



PARADISO 



37. Quei che dipinge lì, non ha .chi '1 guidi ; 

Ma esso guida; e da lui si rammenta 
Quella virtù eh* è forma per li nidi. 

38. L'altra beati tudo, che contenta, 

Pareva, prima, d' ingigliarsi all' emme, 
Con poco moto seguitò l'imprenta. 

39. dolce stella, quali e quante 'gemme 

Mi dimostraron, che nostra giustizia 
Effetto sia del ciel,che tu ingemrae! 

40. Perch'io prego la Mente in che s'inizia 

Tuo moto e tua virtute, che rimiri 

Ond' esce il fumnukche 1 tuo raggio vizia; 

41. Sì che un' a' tra fiata ornai s'adiri 

Del comperare e vender dentro al tempio 
Che si murò di segni e di martiri. 



37. (L) Quei: Dio, disegna egli da so. 

— Rammenta ..: si riconosce venula 
da lui quella viiiù eh' e forma dante 
vigore a quanto si genera. 

(SL) Guidi Boel : Tu ... (lux. — 
Forma Par., I, t. 55: Questo è forma 
Che l' universo a Dio fa simigliarne. 

— Rammenta Cosi diciamo ricJHO- 
scere da uno: e il rammentare, è un 
riconoscere, e il riconoscerò un ram- 
mentare. — Nidi Luoghi dove la ge- 
nerazione di ciascuna cosa si compie. 
Non chiaro Par , V, l 42 : T' annidi 
Net proprio lume. 

38. O.) Altra: gli altri Beali. — /«- 
giglioni : fare un gigli*) siili' emme. 

— Seguitò : poro e» volle a quelli per 
compire la forma dell' aquila. 

(SD Dea mudo Como gioventù 
per giovani, e letizia per luce lieta, 
Par , IX. — Grondo per grandine, 
Purg., XXI Nel Vannwzzo sol liei ludo. 

59 (L) Stella : Giove. — Nostra .. : 
da te vien r influenza dell'umana 
giustizia. 

(SD Dolce: Purg .1: Dolce color 
d'orientai zaffiro .. nel sereno aspet- 
to dell' aer puro — Inqemme l Par , 
XV, i 89: Vivo topazio; Che questa 
gioia preziosa inqemmi. 

(V) Sottra Nel IV, t. 80, disse 
lornare aMe ruote celesti I' onore 
dell' intlut-nza ed il biasimo. Albuma- 
zar: Da Gio>ie, re. del hi terra, viene 
ai re l'i filine in a della giustizia 

40. (D M nte . : Dio che li «là moto 

c virtù — Ond': dalla corle di Roma. 

(SD Mente. Par , XIX, t. 48: La 

Mente di che tutte le cose son ripiene. 



Ma qui forse intende ia menle ange- 
lica motrice di Giove — . Rimiri Bori.: 
Ojam mi era» respice terra*. Qui squis 
rerum f tederà uer.tit. — E ce Purg., 
XVI, t. 35: La mata condona II man' 
do ha (aito reo - ' Vizia. S.ip , II: /Va- 
tura viziala dal peccato Ov Met 11: 
Vitiaveril ignis. - VII: Vitiantur odo- 
riteli aurae. Semini.: Fece e' semi vi» 
ziosi. 

(F) Inizia Purg.,» XVI. t. 95 : Lo 
cielo i vgiurl movimenti tnizia : Non 
dico, tutu; ma.. Lume ve dato a 
bene, e a ino tizia. E libero voler Però 
{'effetto del precedente verso non è 
di necessità — Virtiue Questa ispira 
il molo, ed e più ampi» di quello. 

il (D A diri: come Gesù Cristo quan- 
do v| e i mercatanti nel tempio. — 
Tempio: la Chiesa di Gesù Cristo.— 
Segni: miracoli. 

(SD Ornai Dice stanchezza impa- 
ziente. Ini,, XXVI, l. 4: E se già fo**e, 
non saria per lemiio — S'adiri Stalin., 
XXI. is; Marc. XI, 47; Lue. XIX, 45; Jo. 
11. U. 

(F> Vender. Cassiodoro: Abboni ine- 
vali sono i negoziatori che aVa giusti- 
zia di Dio non hanno riguardo — Mu- 
rò La Chiesa: Deus qui ex vins et 
eiectis tapidibui aeiernnm maje- 
slati luae praeparas hubitacnlhm si- 
mile nell'Apostolo.— Senni. Dan .VI, 
87: Facleni signa et mirabilia ,• fre- 
quente in tuttala Bihbia. NésMl.ìogni 
miracolo e segno, ma ogni segno, per 
naturale che sia, è germe di maravi- 
glia a chi sa meditare. 



CANTO XVIII. 



265 



42. milizia del ciel f cu' io contemplo, 

Adora per color che sono in terra 
Tutti sviati dietro al malo esemplo. 

43. Già si solea con le spade far guerra; 

Ma or si fa togliendo or qui or quivi 
Lo pan che 1 pio Padre a nessun serra. 

44. Ma tu, che sol per cancellare scrivi, 

Pensa rhe Pietro e Paolo,, che morirò 
Per la vigna che guasti, an^or son vivi, 

45. Ben puoi tu dire: « Io. ho fermo il disiro 

» Sì a colui che volle viver solo, 
» E che per salti fu tratto a marti ro, 
» Ch'io non conosco il Pescator né Polo. » 



49. (L) Milizia: Spiriti be^ì.- Adora: 
prega. 

(SD Adora Ezech., XLVI, tr. In- 
grediiur ..ut adarei »••«., 1, 1, 19; IV, 
V. 18. Para li p . Il, VI. 3« P<?;«! . V 8; 
XCIV, tiXf.VIII. 9, < XXXI 7; LXXI.H. 
Maih, XX, 20 — Sviati. Pur*., XVI, 
t. 34: La qrnle, che sua guida vede. 
Pura quel ben ferire .. Di quel si pa- 
sce, se u mondo presente vi svia, io 
voi è la cagione. 

43 iL» Togliendo per anatemi o por 
ingiustizia 

<F) Pan Blatlh , VI. a ; VII. 9. 
Lui*., XI. 5. Il: XV, n. Pater . Panna 
nostrum quottdian>tm da. .Qui del so- 
pra*ostaozialc; come nel Purgatorio 
(XI. t. 5>. 



44. (L) Tu: Clemente V.- Scrivi gli 
anatemi per cancellarli a prezzo.— 
Vivi a pu n'Irli. 

(SL» Cancellare Contrarlo del 
volume U' non si muiamai bianco né 
bruno. Par., XV, t n — Viqnu Jer., 
Il %i : lo piantai te vigna eletta: mi 
li sei cambiata in mahqna Pir , Xll, 
l. 29: Imbianca se il vignaio è reo. 

45. (Lì Ho. .: io bado al Balli? la co- 
nialo ne' tii-rini : non so di Pietro né 
di Paolo. — Satti: le danze di Ero- 
diade 

(SL) Colui Par, IX, t. 44: // ma- 
ladettn fiore.— Suiti Malti». XIV, io. 
Marc. VI, 24 D«>Ha (ÌRlioola d Erodii- 
rie.: Quum. . saltasse! Qui anco salti 
è scherno. — Polo. Tuttora a Venezia. 



Anche qui (a similitudine del fal- 
cone; la quale, se paresse meno ap- 
firopriala a beali e già combattenti 
n guerre diverse da quelle <ii N»-m- 
broile, robusta* venator coram Do- 
mino, rammentisi quanta parte nella 
cavalleria antica avesse la caccia, e 
che D»nle ritrae si nel bene e sì nel 
iTiaìe i suoi tempi. Similitudini tolte 
dalla schiera degli uccelli ha e il Pur* 
galono e l'Inferno; ina questa è la 
migliore, e eh»- più s'approssima alla 
letizia dello siile virgiliano Bello, tut- 
toché differente dal fare di Virgilio , 
perche pieno di moto e di canto, «li 
è il verso: Prima, cantando, a sua 
nota moviènsl. E qui avete tre rime 
ben facili t movÌén9i s iaciènsi,faciénsi: 



ma Dante non ripone la bellezza nelle 
mimine difficoltà superale Ben altre 
difficoltà ama allroniare, egli, e vin- 
cere. E in questo Canto, cosi riepo 
d'imagini lolle dal mondo corporeo, 
abbiamo de'iocchi dell'anima intima: 
come là «love dice della mente che 
non può ritornar** sopra sé slessa 
s'altri non la gnidi; e per mente in- 
tende la memoria e delle impressioni 
esteriori e de'pensieri pnmril e de* 
propri) sentimenti; urr guida intende 
non solo la Grazia e l'insoirazione di- 
vina, ma ogni aiuto o d'uomo o di 
cosa che riconduca la mente a riflet- 
tere sopra quello rh'ell'ha provalo, 
e che rimane nelle profondità sue na- 
scosto : giacché le più naturali im- 



2fó 



Paradiso 



pressioni e più ovvie sodo ispirazione 
alle anime meritevoli. 

Nella floc risuona uno sdegno ac- 
corato, tra acre e amaro. Tutti sviati 
dietro al malo e tempio, è. però, da 
intendere mitemente di tutti coloro 
che sono sviati, non Ria che siano 
sviali tutti: che sarebbe calunniosa 
falsltà.e perO macchia della preghiera, 
e profanazione. Forse tra I tatti leggeri 
della fanciulla che compra a tal prez- 



zo la testa d'un martire e d'un profeta, 
e la leggerezza di chi scrive per can- 
cellare, e rinnegare sé stesso, sentiva 
il poeta una trisU conformità, una 
rima, se cosi posso dire, di fatti e di 
idee E aveva già biasimata la legge- 
rezza de' suoi cittadini (figurati nella 
lonza mesta motto) che Tanno leggi 
caduche, e hanno la giustizia sulla 
punta della lingua, non nel fondo dei 
cuore. 



CANTO XVIII. 267 



ASCENSIONE DA GUERRA GIUSTA 
A GIUSTIZIA REGNANTE, 



Dame assorto ne* tristi presenti menti delle sorti sue é della patria, 
riguarda a Beatrice, e quello sguardo lo fa libero da ogni altro desi- 
derio, desiderio e della pena de' suoi nemici, e fora* anco dell' allevia- 
mento de' proprfl dolori. Questo cenno che passa inavvertito a chi non 
ponga ben mente al vincolo delle idee, questo cenno é bellezza poè- 
tica, perchè dimostra la potenza di Beatrice sull'anima sua, ed è bel- 
lezza morale, In quanto attesta come il Poeta scordasse e le passioni 
men che nobili e gli affetti men ch'alti nella contemplazione di quel 
bello che é insieme bontà e verità. Poi ritorna, invitato da essa Bea* 
trlce, a riguardare le anime di coloro che combàttettero per causa sa- 
cra, è a Beatrice fa dire : Che non pur ne* miei occhi è Paradiso , per 
insegnarci che, non men del pensiero e dell* affezione, è cosa sacro* 
santa esercitare il vigore del braccio in opera d'ardimentosa pietà. An* 
che Virgilio rammenta in modo speciale, e pone in disparte, coloro 
che furono Chiari in guerra (i ) ; e poi nell'Eliso beato coloro che Ob 
patriam pugnando vulnera passi. Qui rincontriamo più nomi che fu- 
rono o che potevano essere soggetto a poema, Carlo Magno, Orlando, 
Goffredo, Roberto Guiscardo, al quale non nocque nell'opiniohe di 
Dante, più giusto eh* e' non Voglia parere, Paver difeso un Pontefice, 
ma grande Uomo, e non bene principe (2). Non solo per prescienza di 
quel che contenevatt di storico le tradizioni raccolto ih que' nomi il 
Poeta ti pronunziò, ma perchè s'accorgeva esser quelle tradizioni ve- 
ramente di popolo e di nazione, onde la sua é pi lì testimonianza del 
presente che vaticinio dell'avvenire; e, iti quanto testimonianza f è 
eziandio vaticinio. Ma 1 due nomi ancora più che quelli di Goffredo 
e di Carlo, meritevoli di poema, sono Giosuè é il Maccabeo, principal- 
mente 11 secondo: ed è cagione più di dolore che di maraviglia il ve- 
dere che fra tahtl pezzi di poesia, lunghi e torli, veloci e lardi, torti 
e diritti, come le minuzia de* corpi che si muovono per un raggio in 
camera buia, uno non ce ne sia consacrato a questo soggetto di civile 
e religiosa grandezza. 

ÀI nominare Che fa Cacciagulda ciascun degli eroi (rassegna breve 

(1) J2n., Vi: Arva tenebant ìli- e aduci , Ùardanidaei quos ilte o* 
Urna, quae bello clari secreta fre- mnes longo ordine ceriiens Mgè- 
quentant. Hic UH occurrit Tydeus, muit. Il contrapposto dà alle due 
hic inclytus armis Parthenopoeus,- pitture risalto. 
et idrasti pallentis imago, ffic (2) Di Roberto, in/., XXVIII, t. 
multum fleti ad supero*, bèlloque 5 ; di Cario Magno, Par. VI, t. 32. 



268 Paradiso 



e quasi frettolosa nel punto della battaglia, ma. per ciò stesso non 
senza bellezza), l'anima dell'eroe si muove dal Imbraccia della croce 
luminosa, e discende raggiando. Cotesto fare il trisavolo suo qujisl 
condottiero dì que' condottieri di popoli, è lode più alta di quante son 
date ad Anchise e ad Enea. E se la similitudine della trottola (die è 
in Virgilio, ma a dipingere animo travoko dall'ira e impotente di sé) 
non parrà conveniente: né appropriata, se non in parte, quell'altra 
dove il trascorrere degli Spiriti esultanti è comparato allo scorrere 
del fuoco elettrico nella nuvola, che ancor più vivamente é significato, 
laddove della luce di Jacopo cantasi: Dentro al vivo seno Di quell'in- 
cendio tremolava un lampo Subito e spesso, a guisa di baleno (!); e 
se troppa ripetuta parrà P imagine delle gemme (ma forse il Poeta 
aveva il pensiero a quella Margherita a cui nel Vangelo è assomi- 
gliato ir gaudio del ciele); degna del cielo parrà certamente P altra 
similitudine dove il salire di pianeta in pianeta è paragonato al- 
l' accorgersi che fa P anima del suo ascendere di virtù in virtù 
per la gioia che dentro ne sente. Ed è tanto nuova quanto natu- 
ralmente colta quell'altra del passaggio dalla luce intìammata di 
Marte alla temperata di Giove, col subito mutarsi del viso di bianca 
donna dal vermiglio del rossore al suo candore di prima. Ed è simi- 
litudine, se non espressa con l'usata potenza, polente in sé, e di quelle 
ardue in cui Dante, massime nella terza Cantica, si compiace: E vidi 
le' sue luci tanto mere, Tanto gioconde, che la sua sembianza Ftn- 
ceva gli altri e l'ultimo solére. Dico che le comparazioni dal meno al 
più, e dal più al più, sono ardua cosa, e prima e dopo Dante quasi 
affatto intentata. Notisi la parola mere che nel Paradiso più volle ri- 
torna, come atta a significare e limpidità e purità; né nell'altre due 
Cantiche si riscontra: e osservisi questa varietà graduata di stili ohe 
s'accompagna al soggetto, della quale soli forse ci porgono esempio 
lo Shakspeare e Omero. Siccome da corpicciuoli minuti come la pol- 
vere é tolta imagine di Paradiso, così qui da ciocchi che percossi sfa- 
villano. E il più o men salire delle beate faville denota il vigore 
della virtù che le muove: e anche questa è bellezza. 11 congegnarsi 
delle anime in lettere che rappresentano una sentenza di Davide, let- 
tere il cui chiarore risalta dai lume del pianeta com'oro da argento, 
rammenta quel di Virgilio: Quale manna addunt ebori decus , aut ubi 
favo Argentimi Pariusve lapis circumdatur auro (2). Coloro che- in 
Dante e in Omero trovano profetato ogni cosa, potrebbero in questo 
disegno di lettere riconoscere l'invenzione della stampa e della fo- 
tografia; né è cosa inverisimile che l'arte del miniare, che allumi- 
nare è chiamata in Parisi (3), gliene abbia pòrta Pidea. Ma ol- 
tre allo scrivere e al colorire, egli vede in quest'atto un atto quasi 
di generazione, o le nicchie degli astri però chiama nidi (proporzio- 
nati alla grandezza degli e (Tetti mondiali) , coit espressione oscura e 
quasi abbozzala, simile a quelle che rincontransl in Bacone e nel Vi- 
co. Senonché dalle arti del bello Pabito della sua mente e l'Istinto fi- 
lolofico, tenace negl'intelletti potenti, lo riporta alla grammatica, 
l'arie prima (4); e lo sentite parlarvi di verbo e di nume, di vocali e 
di consonanti, di primai e sezzai; e a que lo pare ch'egli abbia in- 
vocata la Diva Pexasea | er cui si fmno gloriosi e gli scrittori e le 
repubbliche p i regni. Ma Pinvo azione é per denotare la singolarità 
della nuova imughie che egli sta per dipingere, quasi su foglio , nel 

(i) Par., XXV, t. 27. (3) Purg. XI, t. 27. 

(2) Mn. t I. (4) Par., XII. 



CANTO XVIII. 269 



candore de' cieli ; ed è per preparare la chiusa del Canto, che è tra i 
più notabili passi di tutto il poema. 

Diligile justitarn qui judicatis terram sono il verbo ed il nome ; né 
a caso dice che il nome viene ultimo, perché il più importante, a lui 
raccomandatore di nuova monarchia, é l'amore della giustizia, quella 
rettitudine della quale nella Volgare Eloquenza e' si dice cantore; 
mentre che altri si ferma all'amore e alla guerra. Tocca anch' egli e 
d'armi e d'amore; ma a quella materia del canto la rettitudine é vera 
forma. Que' che giudicano la terra , sono i pote/iti quai si vogliano,; 
dacché reggere é giudicare; ma a Dante imperatore unico vero é Co- 
lui che giudica le giustizie, e di cui le vie tutte giustizia sono; Que- 
gli che nel suo sdegno infrange i potenti. Alle quali parole del Sal- 
mo succede tosto: Ètnunc, reges, intelligite, erudimini qui judicatis 
terram... ApprehendiU disciphnam, ne quando irascatur Dominus, et 
pereatis de via justa (1): parole che il Bossuet ripeteva, parendogli 
forse che fosse coraggio di profeta annunziare al potenti la sventura 
e la morte; il Bossuet che nel suo Discorso idoleggia" anch' egli una 
monarchia alla qual serba tutta la provvidenza della storia, ma la 
idoleggia con intendimenti forse meno sacerdotali di Dante, che si era 
coronato sopra di sé ed anche un po' mitrialo %). 

Con volo più d'inno che d'ode, e con mestizia più di treno che d'e- 
legia , Laute si volge alla milizia del Cielo, e lei prega che preghi 
per l'umanità sviata dietro al mal esempio de' forti non giusti; e 
prega la mente in cut s'inizia e il molo e la virtù delle stelle, che 
guardi al fumo onde il raggio divino é quaggiù viziato, Sì che, un' al- 
tra fiata, ornai s'adiri (3) Del comperare e vender (4) dentro al tem- 
pio t5), Che si murò (6) di segni (7) e di martiri (8). - Ma dal do- 
lore trascorresl all'amara ironia: e le parole Io non conosco il Pesca- 
tor né Polo; quel denotare il primo degli apostoli col titolo, al superbi 
della terra spregiato, di pescatore; quel chiamare l'altro apostolo gi- 
gante, volgarmente , Polo come uno stuoiaio beffato e bastonato da 
Ebrei e da Greci; quel denotare il maggiore de' nati di donna colui 
che volle viver solo, come un rozzo selvaggio, appestato di santità e- 
di franchezza, che si bandisce dalla società pulita, e che é tanto sce- 
mo da farsi balzare ia testa in grazia de' salti di una ragazza, é tre- 
mendo. Ma più tremendo di tutti , perché più serio e di divina sem- 



plicità: ancor son vivi. 



(1) Psal. II, 10, 12. edificherò la mia Chiesa. Nella vi- 
te) Purg., XX VII, t. 48. sione d'Erma: Una torre murata 

(3) Vita di G. C. : Gesù Cristo dagli Angeli con anime pie. Som.: 
con grande indignazione cacciò De' Fedeli di Cristo è costrutta la 
dal tempio coloro che vendevano. Chiesa. 

(4) Som.: Vendere ver itaiem. (7> Som: Miraculis confirrtata. 
(5> In Giovanni, tempio è il corpo Leone: Documenta quibus fidei au- 

di Gesù in Paolo: Noi siamo tem- ctoritas conderetur (i miracoli). 

pio di Dio. (8) È più ardito e più proprio 

(6) Apoc.,XXI, 44: Le mura della che nel Tasso: Testimoni di san- 

città aventi dodici fondamenti, gue e di martiro: dove martiro 

Matth., XVI, 18: Su questa pietra dice e testimoni e sangue, e dice più. 



370 - paradiso 



OSSERVAZIONI DEI. P, G, ANTONEWJ. 



« Per lo candor della temprata stella, ecc. » (T. 13.) 

In un batter d'occhi passa il Poeta da Marte a Giove, la sesta fra 
le erratiche stelle, noie agli antichi. Non avrebbe fatto con tanta ve- 
locità quel tragitto se avesse saputo che l'intervallo era seminato di 
minutissimi pianeti, probabilmente in copia di molte migliaia, del 
quali sono a nostra cognizione non men di novanta. 

Di Giove pertanto poteva sapere deducendolo da Tolomeo, da Alba* 
tegno e da Alfragano, ehe la sua distanza media dalla terra e dal soie 
era presso a poco eguale , e corrispondente a circa 43 milioni dì mi- 
glia; ohe nelle massime distanze da noi si trovava remoto per quasi 
5| milioni di miglia, che il suo diametro avrebbe contenuto pressoché 
quattro volte e mezzo quel della terra; che, perciò, doveva avere una 
superficie più che venti volte maggiore di quella della terra, e uà vo- 
lume, intorno a novanta volte più grande; e che compiva la sua ri- 
voluzione siderale in giorni 4330 con 17 ore e un quarto, ossia in apnj 
11 e 96 centesimi prossimamente. 

Tali serbaronsi le cognizioni intorno alla stella di Giove per tre se- 
coli dopo la morte di Dante ; ma nei due secoli dopo quella del Gajilel 
si vennero accertando e ampliando. Ora sappiamo: 

1.° Che Giove e ad una distanza media dal sole cinque volte e un 
quinto quella deila terra, cioè oltre a quattrocento milioni di miglia 
italiane; 

9.° Che la sua massima distanza da noi può giungere a quasi cin- 
quecento milioni di quello istagsg uniti; 

3.° Che la sua minima distanza dalla terra non può esser minora 
di trecento ventiquattro milioni di quelle miglia medesima; 

4.° Che il suo diametro é undici volta a un sesto quel della terra, 
e cosi miglia 76780; 

5.° Che la sua superficie è centovantiquattro volta a meizo la su» 
perfide della terra; 

6.° Che il suo volume conterrebbe rallletreeóntenovantà volta quello 
del nostro globo; 

7.° Che la sua densità essendo poco più di un quarto di quella 
della terra, la sua massa ò soltanto trecento trentasette volte quella 
del nostro pianeta; 

8.° Che la durata della sua rivoluzione siderale è di giorni medi! 
4333 e 58 centesimi, poco differente da quella che avevano determi- 
nato gli antichi. 

Oltra a ciò, 11 gigantesco pianeta ha una rotazione intorno a sé 



CANTO XVIII. 871 



stesso, la quale si compie in ore 9 e 55 minuti. Quindi tra I corpi ce- 
lesti rotanti cogniti a noi, Giove è il più celere per questo rispetto , 
avendo alla superficie sopra del suo equatore una velocità d'oltre a 34 
mila miglia in un'ora; la qual velocità ò dunque più che mille volte 
maggiore di quella di un carro a vapore in corsa di più che medio- 
cre celerità. E poiché ogni rivoluzione di un pianeta sopra so mede- 
simo costituisce un giorno solare rispetto allo stesso pianeta, e la ri- 
voluzione annua è a Giove di quel numero di giorni che sopra dicem- 
mo, si dedurrà che l'anno di questo pianeta si compone di 10485 giorni 
gioviali. 

È inoltre dotato di un'atmosfera in cui si sollevano grandi masse 
di nubi, le quali si dispongono parallele all'equatore, e formano quelle 
fa sci e più chiare che vi si ammirane mercé l'aiuto di un buon can- 
nocchiale; né ò improbabile che quegli strati nuvolosi vengano a ge- 
nerarsi da smisurata quantità d'acqua, che la superficie dei pianeta 
ricuopra. 

Finalmente, Giove a circondato da quattro lune o satelliti che lo 
irradiano nelle sue notti, e vi producono quegli effetti, che sono pro- 
pri! della luce riflessa, e della legge d'attrazione. Rispetto al centro 
del pianeta principale sono tutti più lontani da Giove che non dalla 
terra la nostra Luna ; e sono maggiori di questa , se ne eccettui il 
secondo, che però ne differisce di poco. 11 terzo e il quarto , sempre 
contando in ordine di distanza e muovendo da Giove, sono maggiori 
di Mercurio, e il terzo istesso non cede molto a Marte in ampiezza , 
avendo un diametro di 3140 miglia. 

Credettero un tempo gli astrologi che t pianeti avessero sull'uomo 
influense che realmente non hanno; ed errarono gravemente: ma se 
costoro vivessero ai nostri giorni , penso che crederebbero, e con ra* 
gione, aver la Provvidenza destinati quel corpi ad esercitare Influenze 
di un altro ordine, in virtù dello spettacolo veramente grandioso, che 
possono oggi presentare allo sguardo e allo spirito nostro. 



272 PARADISO 



OA1STTO XIX. 



ARGOMENTO. 

Parla V aquila come fosse una sola persona ; poetica 
imagine deli unità del volere nel cuore de' giusti, E scio- 
glie un dubbio di Dante, eh' è il dubbio degli umani de- 
stini. Chi non crede in Gesti Cristo perchè noi conosce, e 
pure adempie le leggi di natura, perchè non andrà egli 
salvato? L'aquila risponde, con poetiche imagini , forse 
un po' troppo a lungo , che V uomo non può penetrare i 
segreti di Dio , Poi conchiude con un bel passo del 
Vangelo , il qual promette anco ai non battezzati sal- 
vezza , purché virtuosi e credenti a una mediazione su- 
prema, nel che consiste^ la credenza del Verbo. L'uccello 
imperiale comincia con la teologia e finisce in satira. 

Nota le terzine 1, 3, 4 ; 6 alla 9 ; i% alla 45 ; 17, 18, 81, 22, 27 ; 29 
alla 34; 36, 37, 38, 40, 43, 45, colle ultime tre. - 

l r ìarea dinnanzi a me, con Tale aperte, 

La bèlla image che, nel dolce frui 

Liete, facevan V anime conserte. 
2. Parea ciascuna rubinetto, in cui 

Raggio di sole ardesse sì acceso, 

Che ne' miei occhi rifrangesse lui. 

4. (L) Parea : appariva. — Image : che più intimo. E senti quanto debole 

imagine dell* aquila. — Frui: godi- al paragone quel d' Orazio (Carro., 

mento della beatitudine. — Conserte: I, i): Vatibus intere*. 
congegnale in forma d'uccello vi- (V) Frui. Som : Verbo, fruun tur. 

venie. - La beatitudine urli' anima consiste 

(Stimane. Purg. , XXV, t 9. nella fruizione divina - La fruizione 

Arlos., XIII, 30— Frui. Altrove posse, dei sommo bene, (irli' ultimo fine. - 

velie, eisi — Focevan. Aliri legge: Fruizione è di quelle cose eh* tono 

faceva; e può inlend«-rsi «:h«- I' ima- & ultimo (ine dtl iVxtderio, cfte però 

Rine, cuiigiungendo quelle anime in lo riempiono e quietano. 
simbolo in giuslixia , rendeva più. 8. ^L> Lui ; nuViiesse il sole, 
beala la beatitudine a ciascuna di (F) Rubinetto [Ani J II rubino* 

loro. — Conserte. Purg, XXVII, l. 6 : drmaggior valore del diamante, e 

In sulle man commeste mi protesi, solo inferiore a questo in dureoa, 
Uà conserte è qui più proprio per- unaoelle specie del Corindone e** 



Canto XIX. Paradis o 



Terzina. 2. 




Par€4tr ciascuna, rvióins&v. tn. euC* 
Jlafyùe dù sole, andarse- sì aooAro, 
Che- ne.'tn€4Ì ecchè rtfr'an0+t\re< IhÙs 



CANTO XIX. 273 



3. E quel che mi convien ritrar testeso, 

, Non portò voce mai né scrisse inchiostro, 
Né fu per fantasia giammai compreso: 

4. Ch* io vidi, e anche udii, parlar lo rostro, 

E sonar nella voce e Io e Mio, . ; , 
Qùàrid' era nel concetto Noi o Nostro. • 
5» E cominciò*. — Per esser giusto e pio, . / ; 
Son io qui. esaltato a quella gloria . 
Che non si lascia vincere a disio. 

6. Ed in terra lasciai la mia memoria ,,;.;: 

Sì fatta, che le genti, lì, maìyage 
Cpmmendan lei, ma non seguon la storia. — 

7. Così un sol calor di molte, brago ' . ; ; 

. Si fa sentir, come di molti amori 
Usciva solo un suon, di quella image. ; 

8. Ond' io appresso : — O perpetui fiori 

Dell'eterna letizia, che pur uno 
Parer mi fate tutti i vostri odori; 
9/ Solvetemi,* spirando, il gran digiuno 
Cho lungamente' m'Ha tenuto in fame, 
~", Non trovandogli in Jerra cibo alcuno. 



senzia! mente culliti ilo m allumini. • .. (SD Parlar. Dan. , VII, 4 : V h- 

11 punta ukh) rifrangere per ri (lei lète, ~quila stette ritta sui pie coni' uomo , 

e con finipni-iu ; penflHV tK'àifiift ni 'e linguaggio a" uomo fu dato a lei. 

altro iuii£ii avk'i'iiiniiii'i. nella nllva- p :»v.l Apoc , Vili, js: Et vidi, et au- 

8i«m^ dfi n«vl iui-iui iibh tanfi) un divi vucem urna» aquilae volantis 

effluivo incisameli <» Ni lnr^ din- per medium curii, 

zìon*. Questi* nllessniTii? era i-^iu 5. (L> Disio : supera il desiderio. 

aceeja, lauro pìen,i. H»e ) I' uim- • (F) Ci. sto auk-, de Trin., Ili: 

ginn tu I <f>U-, ni-j il lùle fottuti pa- Spirilo razionale giusto e pio Glu- 

rea eli* r&ntU*$$c< siiti» e pieià. i due ainibuu sovrani 

3. {D Te (leso: urto. ~ Portò: capres* di Dio — l)i.\io. La Chiesa: Quae 
se. — Prr i ììì\ oniite nesiderium suptraut. 

ISL> Ritrite. Hi me: // 'parta* un- 6. tD Lei : la memoria. — Storia .• 

Biro clic unii ita valore (fi ìifrar — esempio. 

Testeso. Testé per ora nel Fiuren- \7 tL) a mori: anime. 

Uno D.1 iute, omo adessoiiniti.se. 8. (Lì Uno: sola una voce di gioia 

— Portò Purg.. XVIII. t. «,: Quaht'o e vinù 

la tua raqion porti' o descriva Cosi : • i SD Odori. Canile, I, i : Cur- 
ii lai afftrre per dir^aimunziandn.' remus Uiodotem ungueniorùm luo- 

(F) Compreso Ad Cor., 1,11,9: ruw. 

Occhio non vide né oriccliio udì ; né ' «• ih) Digiuno ; saiialemi, parlando, 

ascese in cuore d'uomo le còse die la voglia di sapere perchè credere in 

preparò Dio a n ne' clic l'amano. Gesù' Crislo sia necessario a salme. 

CCav 3 Ad itom , XI, 3* : Quam incorri- — Cito : con ragioni- urna de Ciò non 

pr e lie n si bilia sunt ejus. si prova. 

4. (L) Nostro : eran di molti» ma io (SL) Spirando. Segue il traslalo 
nome dell' aquila djcevan io. de' fiori, E più volle ha spirare In 

Pantb. Paradisa, • » 18 



S74 



PARADISI 



10. Ben so ìó ©he, sé in cielo altro reame 

La divina gùistizia fa suo specchio, 

Che il vostro non l' apprende con velame. 

11. Sapete come attento io m'apparecchio 

Ad ascoltar; sapete quale è quello 
Dubbio che m' è digiun cotanto vecchio. — 

12. Quasi falcone eh' esce di cappello, 

Muove la testa, e eoli' ale s'applaude, 
Voglia mostrando, e facendosi bello;' 

13. Yid'io farsi quel segno che di laude 

Della divina grazia era contesto, 
Con canti, quai si sa chi lassù gaude, 

14. Poi cominciò: — Colui che volse il sesto 

Allo stremo del mondo, e dentro ad esso 
Distinse tanto occulto e manifesto; 



senso di parlare perchè la parola è 
spirilo del Verbo Cleante. 

40. (L) Reame ciascun ordine di ce* 
lesti egli chiama reame (come Virgi- 
lio regna gli infernali) ; ma segnata* 
mente il giro di Giove, favoleggialo 
Re, e dove splende il vessillo impe- 
riale, vessillo a lui di giustizia — 
Specchio: voi, come gli altri beali, 
vedete la giustizia di Dio. 

(SL) Che. Hi pel e il che per chia- 
rezza elegante, come tuttavia .nella 
lingua parlata. 

(F) So. La virtù si specchia ne* 
Troni (Par, IX, t. ai), onde rifulge a 
tulli i beali Dio giudicante; ma i re 
posti in Giove vedono , anch' essi, 
apertissima essa giustizia; perchè i 
minori e i grandi di questa vita mi- 
rano lutti nel medesimo specchio 
(Par., XV, 1.91). 

li. (SL) Vecchio. Non bello. Poi 
(t. SS): Quistion cotanto crebra. Ma 
crebro dice, oltre a frequenza, forza, 
come a' Latini. 

4* (L) Cappello dov' era chiuso, e 
sta per volare. -— S'applaude : ap- 
plaude a sé. — Voqlia dispiegare il 
volo e seguire l' istinto. 

(SL) Falcone. Bocc : Non altri' 
menti che. falcone uscito di cappello 
plaudendomi. ..Non altrimenti il fal- 
cone» tratto di cappello^ si rifa tuno, 
e sovra sé torna. QF rezzi, Quadrir., 
I. IV, e. 5 : Pel come fa il fatcon 
quando ti move. Così Umiltà al cielo 
alzo la vista. Pulci, Morg., XI: flf- 



naldo sta come suole il falcone Uscito 
del cappello atta volala.] — Applaude, 
JEn. t \ : Ptausum . pennls dal tecto. 
Si al. Il: Aloe Ptausus. 

43 (L) Segno ; aquila. — Laude : 
anime che unoran la Grazia.— Gaude: 
gode. Soli i beali ne san la dol- 
cezza. 

(SD Segno. Per insegna militare 
e Civile i Latini. — Laude. luf.II, 
t. ss : Beatrice, loda di Dio vera. — 
Contesto : Tirg , Bue. II : Tum casta 
atqae aliis inlexens suavibus herbls. 
ftlen inlimo <Ji conserto — Si Purg;., 
V. t. 45 : Salsi colui. — Gaude Purg., 
XXI. t 26: Gongolatele. Anche gms- 
dere doveva essere vivo, cinn* è tut- 
tavia gaudio e gaudioso e gaudente, 

4 4 (L) Colai ..; D.o che misurò qua- 
si con compasso II giro dell' uni- 
verso, e tante cose ci pose aperte ed 
arcane ; non potea tanto spargere 
nelle creature la propria luce, che il 
suo Verbo non rimanesse maggiore 
del loro concetto E questo e accer- 
talo dal fallo che Satana 

(F) Sesto. [Anto Non si poteva 
In maniera né in occorrenza più de- 
gna applicare 1' idea del compasso 
geometrico. Il Poeta nel dipingerci 
V eierno Architetto, che con tanto 
semplice ordigno circoscrive i con- 
fini del mondo, entro a' quali costi- 
tuiva innumerabili cose, pensò certa* 
mente al versetto H co' tre susse- 
guenti del cap. Vili dei Proverbi di 
Salomone. 



CANTO XIX. 276 



15. Non potéo suo valor sì fare impresso 

In tutto r universo, che il suo Verbo 
Non rimanesse in infinito eccesso. 

16. E ciò fa certo, che '1 primo superbo, 

Che fu la somma d'ogni creatura, 
Per non aspettar lume, cadde acerba 

17. E quinci appar eh' ogni minor natura 

È eorto ricettacolo a quel Bene 
Oh' ò senza fine, e sé in sé misura. 

18. Dunque nostra veduta, che conviene 

Essere alcun de' raggi della Mente 
Di ehe tutte le cose son ripiene, 

19. Non può, di sua natura, esser possente 

Tanto, che il suo principio non discerna 
Molto di là da quel eh' egli ò parvente. 

20. Però nella giustizia sempiterna 

La vista che riceve il vostro mondo, 
Com' occhio per lo mare entro, s'interna: 

21. Che, benché dalla proda veggia il fondo, 

In pelago noi vede: e nondimeno 
Egli è; ma cela lui l'esser profondo» 



45. (SU Eccettuo. In buon senso. Conv., li, 4: Quella sómma deità che 

Leti, a Cam- : Quemadmodum prius sé nota compiutamente vede* 

dictorum suspicabar excessum, sic 48 (D Afrn/0 divina. 

ponterlus facia excessha coqnovi. (SD Riviene Jer., XXIH, ti: Non 

il. (D Superbo. .. in Inferno , per riempio io cielo e ietta? Bue . Ili, SS : 

superbia ri i misurare i segre li infiniti. Jovisttmnia piena. Bollano*., 499: Que- 

(Vi Saper Oo Isai., LI. 9: Percolo* sto mondo è pieno di Dio. 

sti il saper ho, feristi il dragone. — 49 iD Tantoché non vegga Dio ea- 

Somma Greg. Hom., XXXIV: Quegli sere inolio maggiore di quello che 

ette peccò fu superiore, tra /uifl.soui.: pare n lei. 

Fu il peccato de' demoni la superbia, (SD Parvente. Locuzione Ben 

il cui motivò è I' eccellano, ehe è dell'usala evidenza. 

maggiore nelle creature superiori. — so (D Però la vista data da Dio agli 

Lame. Gli angeli ebbero un tempo di uomini vede nella «iusliaia di Dìo» 

prova: Lucifero non volle aspellare come l'occhio nel mare, 

che la prova finisse, per conoscere il (F) Hiceve. L'uomo ricevè anco 

vero delle reiasioni tra la creatura la facoltà del ricevere Ad Cor , 1. IV, 

ed il Creatore. Volg. Eloq., Il 72 Che hai tu che non abbi ricevuto * 

41 (L) Natura., creala non può com- E se hai ricevuto, di ehe ti gloriti 

prendere Dio. — Fine: ronfine, 94 <D È .: c'è il fondo» ma la prò* 

(SD Appare A pparet, nelle ssuo- fondila lo nasconde, 

le, valeva: essere manifesto. Vita (SD Pelago Ba rt. Pelago senza 

Nuova: Sécchi manifestamente appa- riva. Mn , V: petaqus tenuère rates^ 

re Che» neejam amplius ulla Occurrit tellus.— 

(F) Natura. Som. : la razionale È. Ora non osiamo II solo i ma ci é t 

natura* «*• Corte, Marc, Xlll, sst De vi è, e il barbaro lo è. Il popolo in To- 

die... vel hora nemo sclt, neque an» scana usa Vi schietto. 



geli in coelo, neque Filine* —Misura. 



276 PARADISO 



22. Lume non è, se non vien dal sereno' 

Che non si turba mai; anzi è tenèbra, 
Od ombra della carne, o suo veleno. 

23. Assai t' è mo aperta la latebra 

Che t' ascondeva la Giustizia viva, 
Di che facéi quistion cotanto crebra. 

24. Che tu dicevi: « Un uom nasce alla riva 

» DelF Indo; e quivi non è chi ragioni 
» Di Cristo, né chi legga, nò chi scriva; 

25. » E tutti i suoi voleri e atti, buoni 

» Sono, quanta ragione umana vede, 
» Senza .peccato in vita od in sermoni: 

26. » Muore non battezzato e senza fede: 

« Ov'è questa giustizia che '1 condanna? 
» Ov'è la colpa sua, sedaci non crede? » 

27. Or tu chi se* che vuoi sedere a scranna 

Per giudicar da lungi mille miglia 
Coa la veduta corta d' una spanna ? 

28. Certo, a colui che meco s' assottiglia, 

Se la Scrittura sopra voi non fosse, 
Da dubitar sarebbe a maraviglia. 



(F) Profondo. [Ani.] Il fatto, che 83. (SD Sermoni. Vang. : Poiens in 

mentre dalla proda si v«de il (ondo opere et sermone. 

delle acque marmi-, questo rimane S6 (Li Seti: Se. 

celato al largo, fuori delta visia di (SL> seti, ho dicevano anco in 

icrra, è felicemente applicalo alia prosa conmadectied e Ned; e noi ed. 

Giustizia sempiterna, iti quanto per (F» Battezzato. Joan , III, 5,6: 

la sua immensità e influita eccellenza, Ni*i qui renata* fuerii ex a otta et 

non può esser compresa dalla fòrza Spinta Sanno, non poie%t tmroire in 

visiva dei Mostro intelletto regnum l)>i Quoti natam est ex carne, 

ss <L) Non è: c'è per l'uomo. — caro est; et quod tiaium est ex spirita, 

Ombra .. veleno: d'Ignoranza o per* spirititi est. 

versila carnale. 87 (F> Chi. Ad Cor., Il, XII, 4: Arcane 

(SD Sereno. Un Lai : Perpetunm % parole che non è lecito all' uom» ridi- 

nulla turbai umnuhe serenum — Ve- re. Ecch., Xvin s: Chi Investigherà 

lena Purg., XXV, l. 44: Di Venere., il le grandezze di lui ? Conv : Oh *#o/- 

lOSCO lissime e vili ulme betti noie, che pre» 

(P) Ombra\ Sap , IX, 15: Corpus..., sumete contro la nostra fede parlare, 

quod corriimpìtur, aggravai anhnam, e votele sapere, zappando e filando, 

et terrena inhattitaiió deprimi! sen» ciò che Iddio con lama prudenza ha 

sum multa cogitamene — Ombra ri- oi dittato / Simile in S L<*on<>, de vo- 

guarda riniHieiio, veleno ì* volutila, cat «cu i, $ Eccit . hi. Si: Cose pi A 

ss (L) Assai. : ora vedi abbastanza, ardue di te non voler giudicare. 

— Crebra: domanda frequente. 38 iL> Colui . : dovrèbbe dubitare e 

Si iSL> Indo. Parte riguardala a maravigliarsi di questa giustizia, se 

3 uè' tempi come delle più remole da la Scrittura non gliel dichiaraste, chi 

oma - . . - . meco cercaste sottilmente di questo 

(F) Indo. Può l' Indiano salvarti, mistero. 

Dice Pietro negli Atti tvui). (SI,) Meco. Non chiaro , ma par 



CANTO XIX. 277 



29., terreni .animali! o meati grosse 1 

La prima Volontà, eh' è per sé buona, 

Da sé, eh' è sommo Ben, mai non si mosse. 

30. Cotanto è gius lo quanto a lei consuona. 

Nullo creato bene a sé la tira ; 
Ma essa, radiando, lui cagiona. — 

31. Quale sovresso il nido si rigira, 

Poi eh' ha pasciuti la cicogna i figli, 
E come quel eh' è pasto, la rimira; 
32 Cotal si fece (e sì levai li cigli) 
La benedetta imagine, che l' ali 
Movea sospinte da tanti consigli. 

33. Roteando cantava, e dicea: — Quali 

Son le mie note a te che non le intendi, 
Tal è il giudicio eterno a voi mortali. — 

34. Poi si quetàro que' lucenti incendi 

Dello Spirito Santo; ancor nel segno 
Che fa' i Romani al mondo reverendi, 

35. Esso ricominciò: — A questo regno 

Non salì mai chi non credette in Cristo 
Né pria né poi che '1 si chiavasse al legno. 

voglia dire : Anco il lume ch'io vedo 3*. (L) Coiai... l'imagine si fece come 

qui, non b «sia a tao lo — s adotti- cico*aa; e io come cicognino. — Con* 

glia Par , XXV > II, l. Si": Intorno da sigli: v »len d'anime. 

esso r asso utg Ha —Maraviglia Du- (SL» Colai. Simile costrutto nel* 

tritare Quo al In stupore; non dubbio l'Inf., XXIX. l 6: Parte seti già, ed io 

d'orRoKiio L'alia qui valore come dietro gli andava, Lo duca. Ps»l.. 

nell'luf, V. l. l e 59: Dolor che punge XLIV, 6: Sagitiae luae acutae.populi 

agnato - A iagrtmar... tristo e pio. suo le cadent % in corda inunicorum 

49 iL) Prima ..: Dio è inimitabile. regi* 

(SD Grosse Int., XXXiV,* i. si: 33. (SD Eterno Del giudizio divino 

La gente qroiia... che don vede. — anco nel canto se*. 

Prima: Inf , IH, t. 9: // primo Amore. u. tL) Poi: poiché. — Incendi: fochi 

(P> Animali. Anun* gravale dal d'amore. — Segno d'aquila. 

corpo — Prima Isai , LXV , u: In- (SLi Qutttaro. j£n. t Vi: Ora quie- 

nanzi che chiamino, io esaudirà : e' runt. — Incendi. Ignes gli astri in 

non d cono, eh' io ho già udito. — Virs? ; fiamme io Dante i Diali (Par.» 

Volontà Som : Bornia* voiuntatit. — XlV, t. 48> Mj qui non direi che sia 

Buona. Som : Dio per *ua t sten za bfllo. — Reverendi M.t hiav : Rendo- 

è tuono. Dion ,de div. noni , I: Lana- no il legislatore reverendo e mirabile, 

tura di Dio è l'f utenza detta bontà 33 iL> B>so «eguo. — Oliava* se: in* 

— Ben Ptitg . XX* Ili, l SI : Lo Som» chiod use. 

tno Ben, che nolo es>o a *è piace, fé- \SLt Chiavaste. Fra Jacop. : Chia- 

cr tuoni buono a bene —Mone P r., • vaio in due uà croce. Chiodo da c/a- 

XXIV, t. 44 : li ciet muove Son moto, vut Cnlani per chiodi. Par., XXXll, 

so. (L> Nullo. : non ha predilfiione. I. 43 : — Legno. La Chiesa: In Ugno 

U. (L> Pasto: il UhIio pascmto. vincerei ur. 

(SD FtgiL Segn. : Figliuole iti (?) Mal. Maestro delle Sent., U 

dell'aquila.- Pasto. Bue, Vii: Pasta* III. disi. ss. 
captila*. 



*?8 



►aiupjs© 



36. Ma vedi: molti gridan Cristo! Cristo!, 

Che saranno in giudicio assai men prope 
A lui, che tal che non conobbe Cristo. 

37. E tai Cristian' dannerà V Etiope 

Quando si partiranno i due collegi,' 
L'uno in eterno ricco, e l'altro inope. 

38. Che potran dir li Persi ai vostri regi, 

Com' e' vedranno quel volume aperto, 
Nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? 

39. Lì si vedrà, tra l'opere d' Alberto, 

Quella che tosto moverà la penna, 
Per che '1 regno di Praga fla diserto. 

40. Lì si vedrà il duol che sopra Senna 

Induce, falseggiando la moneta. 
Quel che morrà di colpo di cotenna. 



se. ih) Prope; men vicini, men 

8lU8l {sù ^"fiSdofamigU^rq però 
più pulente. Bada bene! Lai. Vittori*. 

— Prope. Vive propinquo e alili. Iql., 

*"'Wfc i iOTuh..vii. «.** 

ognuno che dice : Signore , Signor^ 
entrerà nel regno «te* cieli; ma slo- 
anunoche fa la volontà del Padre mio. 

37. iL) Tai: ceni. — Etiope che men 
dì loro abusòle grazie eli Dio. — Par- 
tiranno: divìderanno. - Due: buoni e 
rei. - Collii: società. — Inope, po- 
vero di t>e ni. , . 
(SD Collegi. Per cìtlà: come nel 
VI del Paradiso. Ognun rammenta la 
cllia di Dio e la contraria. — meco. 
Spesso nella Bibbia, de' beni morali. 

v (F) Etiope. Mallh, Vili, 41, li: 
Molli d'Oriente... verranno e vare- 
ranno con A bramo... pel regno de eie- 
IKma de' figliuoli del^gnoqeUeran- 
nosi nelle tenebre. - Lue ,XI. 51 : La 
regina dell'austro tergerà In giudizio 
coati uomini di questa generazione e 
ti condannerà Uammenia anco l eu- 
nuco d«lla regina Candace negli Al». 

- Collegi. Manli . XXV, 44. - Inope. 
Prov , vi, si: Propier enrdis iuopiam 
perdei aniwam sitam. Mn , VI: Inopi 
inuma iaq ut turba - 1\: /«•>#* animi. 

SS iL> Hrgi % peggiori de Gemili. - 
Suoi : loro. — Dispregi eh* e' lanno a 
Dio. e ne ricoprono sé 

(SD Che. Pare intenda: che non 

FQlranno? — Volume OH.: Considerate 
opere loro ti Persi con quelle del 
Principe che dee essere governo del 
mondo tutto, e, vedendo quelle più 



tozze detie toro, potranno rimprove- 
rare e dire : tf Principe^, ti *tuute 
eri UlumiitQtt* dulie dlirttit e vinone 
leqql.COìne t' ttwHuaxti n *ì vitupe- 
rati peccati t eitr Hit piuttasw che noi 
infedeli e citelli ili inmt ili fittizia* 

(F) Hetìi Sìip . \ I, s: Esetuda mi- 
nistri del rt'fjmt ai lui, nm rettamenH 
Giudicami .... ta ietwe di giuMi t;o. 
Psal. . LXXV: Ite ùuxto atidntvn fe- 
cisti.iudit:iii»t...Effìttiaiilertit 'tritato 
principiami terribili Qptutreqes ter- 
rae.- Voi ttme uà n t \\lA*:Jttdicium se- 
dil, et litui aperti xunl .. ai>»c v XX ( 
13: Libri aperti \tttu ìt <.et ittdu&u tutu 
mortiti. Wiiiih.. X. afi; Lue, XII. I: 
Nulla è coperto che non aa ptrexscre 
disvelato. C*nl 3 Culla enuioer.aioitó 
delle prave opere dì molli re, ci pre» 
senia il Poela un prospello delle con* 
diiioni dell'Europa cristiana, pre- 
senta insieme un quadro geografico 
dalla penisola Iberica alla Boemia, 
dalle Isole Britanniche all'Ungerla 
eall'lUirfadaila Norvegia alla Sicilia, 
a Cipro a Gerusalemme, 
s». «Lì Penna sul volume di Dio. 

(SD Alberto Purg .VI. ss: Usur- 
pò la Boemia nel 4»M. mono Veoee* 
slao : e la diede al duca di Chiamila 
suo genero. - Penna. Rammenta la 
mano die scrive minacciosa sul muro 
il delirio di re Baipassare. 

M.(L)Che. Quarto caso. - Gafffi- 
na : cignale 

(SL> Senna. Filippo II Bello foc; 
battere moneta falsa, e con essa page 
l'eiercilo assoldalo contro i fiammin- 
ghi .dopò lajrotta di Cambraf.Da' lem- 
pi di lui, cioè daj iso*, ebbe noattH 



CANTO XIX. 






41. Lì si vedrà la superbia, ohe asseta^ 

Che fa lo Scotio e V Inghilese folle, 

Sì che non può soffrir dentro a sua meta. 

42. Vedrassi la lussuria e '1 viver molle 

Di quel di Spagna, e di quel di Buemme, 
Che mai valor non conobbe né volle. 

43. Vedrassi al Ciotto di Gerusalemme 

Segnata con un I la sua bòntate, 
Quando il contrario segnerà un* emme» 
44» Vedrassi l'avarizia e la viltate 

Di quel che guarda risola del fuoco, 
Dove Ànchise finì la lunga etate. 



r 



Ponl-au-change a Parigi. Nel 4iu, Fi* 
lippo, sotto specie di punire l'usura, 
fa prendere gì' Italiani ch'erauo in 
Francia, e li rub.i. Caccio di Francia 

lì Ebrei; e romu clic di-sse pnino a 
_ :iri^i uri |',ì!-ii,i htrul" suh.l.\ fwilllo 
condoluto mini Uumiuiu d'assoluta 
monarchia che mise in (unto pericoli) 
l suol suoLtiaoii Mori amia orto a cac- 
eia. irriti ila uncinale che diedi 
ntìi suo cavallo, VffL IX* — induce. 
Rammenta nrajJ'Acbtlk cìi* untume 
dolori api i Aditi. — Cotenna In llo- 
magna ditesi il porco : in Toscana la 
pelle di luì nnns&a e setolosi ; pf Jtt 
diceai tuttavia, con qualdiu adunilo 
di spregio, parlando d'uomo ,- e asao- 
luia mente. gl'Accia: majictte si dice 
In altri usi per II eorno tulio, 

41 iti binerà d'impero. - Soffrir : 
slare infuni contini, 

(SD Scotio Edoardo l d' rorthlt- 
tcrra e Uoborlo redi Scoila erano al* 
lora in guerra : uno voleva occupare 
la Scozia; l'altro negava ogni sogge- 
zione. Vili , Vili, 67 —Inghilese. Cosi 
si pronunzia in Toscana iConv.). — 
Folle Da lotti», mantice, dice anche 
colt'origine la vanità malta della po- 
testà InvadUrice che gorilla e solila. 
— soffrir. Sottinteso di mare; come 
Inf ., XXIV, i.is: l'non polea ptù olire 
e Purg. XI. 1. 8: Ad e**a non potem da 
noi. — Meta. Purg ,XlV, t 18: // duro 
comò Che dovria t'uom tener dentro a 
tua meta. 

48 <L) Buemme: Boemia. 

(SD Spagna. Alfonso per la cui 
mollezza fu la Spagna infettala da' 
Saracloi.- Buemme. Venreslau Purg., 
VII, t. 84: Cui lussuria ed ozio pasce. 
Il suo regno andò a successori esterni,- 
Alberto in prima, poi Enrico impera- 



tore. Buemme scrive II Villani (lX,«f )» 
45. (L) Ciotto: zoppo. — I; uno. — 
Emme: la malizia, come mille. 

(SD Ciotto. Carlo re di Gerusa- 
lemme tiglio di Carlo re di Puglia. 
Combatte i Ghibellini. Nel VII dei Pur* 
galorio lo dice peggiore del padre; 
nelXX.ven'Jiiordell* taglia. Conv.JV, 
6: Beata la terra, lo cui re è nobile, 
e ti cui principi usano il suo tempo a 
bisogno, e non a lussar ta. Ponetevi 
mente... voi che le verghe dei reggi- 
menti d'Italia prese avete. K dico a 
voi, Carlo e Federico regi, e voi altri 
principi e tiranni: e guardate chi al- 
ialo vi siede per consiglio... Meglio 
sarebbe voi xome r ondine t tolar e bas- 
so, che* come nibbio, altissime rote 
fare sopra le cose vilissime Fu disso- 
luto, corruttore di vergini, pieno di 
vini: ma fu liberale (Vili., Vili, 108). 
Equesto è il numero uno che segnerà 
la bontà di lui fra migliaia di mali. 
44. (L) isola...: Sicilia. 

(SL) Quel. Federigo figlio di Pier 
d'Aragona, e, dopo lui, re di Sicilia, 
dov'è l'infocato monte Bina. Piero fu 
largo* e magnanimo, questi vllee ava- 
ro. — Guarda. Non regge ma guarda. 
Volg Elo<| : Hacha, fìat ha/ che risuo- 
na la tromba di Federico*. . Che degli 
altri maqnali le trombe* Se non: ve- 
ni le, carnefici; venite, avvoltoi, ve* 
mte, o dell avarizia settatori. Fu Fe- 
derigo, ;i dispello di Bonifazio e degli 
Angami re di Sicilia; però Dame in 
sol primo l'amò, e bene sperava di 
lui. Diede aiuti a Enrico Vii j ma, do- 
po la morte di questo, mutò — Àn- 
chise Mn., Ili: Bine Drepanl me por» 
tut et ttlaetabilis óra Accinti... heut 

geni/or... Amittò Anchiéen. — FinU 
vid. «et., XV: Finii aèvUm, 



2*0 



PARADISO 



45. E, a dare ad intender quant* è poco, 

La sua scrittura fien lettere mozze 
Che noteranno molto in parvo loco. 

46. E parranno a ciascun l'opere sozze 

Del barba e dei fratel, che tanto egregia 
Nazione due corone ha fatto bozze. 

47. E quel di Portogallo e di Norvegia 

Lì si conosceranno; e quel di Rascia, 
Che male aggiustò '1 conio di Vinegia. 

48. beata Ungheria se non si lascia 

Più malmenare! e beata Navarra 
Se s'armasse del monte che la fascia! 



45. (L) Poco d'animo. — Scrittura. 
Quel che <H lui sarà scritto nel libro 
«lei giuritelo, r- Mozze: scorci di pa- 
role. — Parvo: piccolo. 

(SD Intende. Datur inteltlgi , 
forma scolastica. Cavalca, Specchio, 
VII: Cristo disse tre volte pasci, per 
dare da intendere che.,. — Poco. Int., 
XX, t. 59: Ne' fianchi è così poco. — 
Noteranno. Dicoosi note le abbrevia- 
ture. — Motto. Di male. Quasi com- 
pendialo» e ristretto, com'egli nella 
sua isola. — Parvo. Purg., XV, l. 43. 

46. (L) Parranno visibili.— tiorba: 
zio. — Nazione: nascila. — Bozie: 
spregiale. 

(SD Sozze. Buti: Infamia è noli* 
sia sozza con vituperazione.— Barba. 
Per zio vive nei Veneto. Jacopo re 
di Maiorica e Minorica, fratello dt 
Piero. Si lasciò torre dal fra lei lo t'iso- 
la che poi gliela diede per grazia. — 
Fratel Re d'Aragona. Jacobo fratel 
di Federigo abbandonò la Sicilia con- 
quistala dal padre — Eqreqia. JEn., 
VII: Progeniem egregia»*.— Bozze. 
Bozzone, tuttavia agnello fatto. Qui, 
di-becco. 
ti. il) Male: a suo danno. 

(SD Portogallo. Dionisio l'Agri- 
cola, avaro e mercante: regnò dal 
.4279 al 1325 — Norvegia Anon : SI 
come lesue isole sono all'ultimo estre- 
mo detta terra, così la sua vita è in 
i stremo di razionabilitade e di civili- 
tade. — liascia. Parte di Schiavonia. 
Questi falsificò 1 ducali veneti. Il 
Giambullari (h nomina Alisia, Tracia. 
Rascia. Servia, Romania. Rascia, il 
Vico. V. Caraffa, IV, a. Bolland., 4 t 
983, an. 4349: Bex Rasciae et Dioclae 
Atbaniae, Bulgariae, et lotins mari* 
timae de gulfo Adriano a mari usque 
ad (lumen Danubii magni. — Mate. 
Idi.» IX, i. 4s: Mal non vengiammo 



in Teseo l* assalto. Oli.: Avendo uno 
figliuolo, è d'esso tre nipoti, per 
paurachenon gli togliesseroil regno, 
li mandò in Costantinopoli atto impe- 
ratore suo cognato; e scrissegti. sì 
come si dice, ch'egli cercavano sua 
morte , e che gli tenesse in prigione. 
E cosi fece tanto, che, per orrtbit- 
Jilade del carcere, il padre de' tré 
perde quasi la veduta; li due il ter» 
vivano, ed il terzo fu rimandato allo 
avolo. Finalmente il padre uccise 
l'uno de' due suol figliuoli, e con l'al- 
tro si fuqgì di carcere... e prese II 
padre, di cui l'autore parla, e (tetto 
morire in prigione. Poi poco resse il 
regno; che da' suoi figliuoli ricevette 
il cambio. 

(F) Aqgiustò. Bello V aggiustare 
per falsificare : e non pochi aggi usta- 
memi si fanno per falso. Doppiamen- 
te proprio in quanto rammenta il pe- 
so giusto. Altri legge mate ha visto 
per suo danno se ne invaghì, e lo fal- 
sò. Lo zecchino veneziano era sino a' 
di nostri pregiato In Oriente ; e ne' 
canti del popolo toscano è imagine 
proverbiale di valore sincero. 
48. (L) Monte Pireneo. 

(SL) Malmenare i Anon.: Ripren- 
de la sozza .. vita delti red* Ungheria, 
passati, infino a Andrias : lacui vita 
imperò ti Ungherl lodarono, e la cui 
morte piansero ; che respettivamente 
alti altri era più civile e politico. E 
però dice : se li Vngheri si possono 
e mservare In questore he sono, beati 
loro/ — Monte. Nel 49SI Giovanna fi- 
glia di Enrico I di Navarra , e ultima 
di quella casa , moglie di Filippo il 
Bello : ma On che visse governò la 
Navarra da sé egregi amen le sfori nel 
4301, e le successe Luigi ultimo suo 
figlio, che nel 4507 si fece coronar re : 
e, morto il padre, fu il primo a dirsi 



CANTO XIX. 



281 



49. E creder dee ciascun, che già, per arra 
Di questo, Nicosia e Famagosta 
Per la ;or bestia si lamenti e garra, 
Che dak fianco dell'altre non si scosta. 



redi Francia e Navarra. — Fascia. 
Purg., XXVII, t. 29 : Fasciati... dalla 
grotta. 

49. (L) Arra: segno di quel che pos- 
sono tali re. — Bestia : re. — Garra : 
garrisca, gridi. — Fianco : non è mi- 
gliore. 

(SL)Arra. Segno alia Navarra del 
mal governa francese che l'attende 
sia il mai governo de' Francesi là in 
Cipro. E come già Cipro è vicino a 
moversi, cosi si muova Navarra. Con 
tulli questi paesi aveva la Toscana 
commercio. — Nicosia. Il re di Cipro 
ha per Insegna un leone, il quale se- 
gue le tracce degli altri re bestie. Era 
re allora di Cipro Arrigo 11, de* Lusi* 
gnani. dissoluto e crudele, avvelena- 
tore del fratello. Oti. : Continuo sta 



sotto te minacce del Sol dono. A'quali 
rimproveri chiaro si vede, la monar- 
chia da Dante voluta non essere senza 
freno. Non gens propter regem ( dtee 
egli), sedréx propttrgentem. E vuole 
che il re sia ministro di tulli, non pa- 
drone La Canzone di Sordeilo in mor- 
te di Blacasso, similmente flagella i re 
della lerra : e nominatamente i conti 
di Provenza e di Tolosa, l'imperatore, 
il re d'ln*hiiterra,|il re di Navarra, — 
Bestia. Cosi Chiama i re Ezechiele 
(XXXIV, 33, SS): Cessare faciem bestias 
pessima* de terra.. ,. Ei non eruni ul- 
tra in rapinam in genti bus. [Xeno- 
ptton, Agestiaus, XI, 6.] — Garra. La* 
meritarsi di dolore, garrire d'ira. — 
Fianco, nammenta il titolo di corte 
a la ter e. 



-o€SS^" 



Scrivendo: La benedetta imagi ne. 
che l'ali Movea sospinta da tanti 
consigli ; non so se per istinto di 
poeta, o per deliberata intenzione di 
pensatore, egli risponda a quell'altra 
sua ambigua semenza: molte volte 
taglia Piàe meglio una che le cinque 
spade. Certo è che neri* aquila reggi- 
irice del mondo e'voleva una la mos- 
sa del volo (senza e ho non si vola), 
ina molli i consigli Or questa prov- 
videnza può (e l'abbiam visto) inno- 
care tanto a repubbliche quanto a 
regni, se consoli o dittatori o re sde- 
gnino que' consiglieri che non ripe- 
tano, o ancora più servilmente non 
antivengano, I detti loro. 

La lunga trattazione sulla necessità 
dell' inchinare la mente al sopranna- 
turale (nel che consiste appunto la 
dignità deli' umana natura) è quasi 
proemio ai biasimi de' re, conclusio- 
ne del canto. Se I tristi re sono be- 
stie, superbi, folli, che non cono- 
scono valore né vostllono, avari vil- 
mente e sozzi ; dall'altro canto co- 
loro che credono sé dotti e savli, 
tanto da non abbisognar della fede a 
ben governare ta vita, sono terreni 



animali, menti grosse. Il verso: Ch'i 
senza fine, e sé in sé misura, è de'più 
belli del canto ; non però più di 
quell'altro, assai meno appariscente: 
Distinse tanto occulto e manifesto ; 
dove l'alternarsi della luce limpida e 
della abbagliante, e di quell'oscurità 
che viene dalla luce stessa e dai 
profondi del vero, ci si rappresenta 
non come confusione o mescolamen- 
to fortuito, ma distinzione ragione- 
vole armoniosa. 

Parecchie locuzioni qui abbiamo 
non dell' usata nettezza e potenza : 
Cerio, a colui che meco s' assottiglia 
— Molto di là da qttel eh' egli è. par- 
venie — Ben so io che, se ih cielo al- 
tro reame . — Che ne' miei occhi ri- 
frangesse tui. E l'imagine del rubi» 
nettò forse troppo tenue; e troppo 
ripetuto il traslato del digiuno : Dub- 
bio che, m' è digiun cotanto vecchio. 
Né il segno Che fé' i Romani al mon- 
do reverendi, quand' anco facesse un 
bel verso, darebbe sentenza vera a 
chi rammenta quali e che triste cose 
non i barbari solamente ma Tacilo 
sentisse comprese nel nome di Roma. 



PARADISO 

in ii ■ J —~t 



L'EUROPA DI DANTE. 



L' imagine dell'aquila pia volte ne' libri ispirati ritorna , ora a si- 
gnificare il possente amore del reggitore superno verso la debole uma- 
nità, ora 11 rinvigorirsi dì questa a volo sempre pia allo. I combat- 
temi per la giustizia sono in Marte votando e raggiando entro una 
forma di croce , 1 regnanti con giustizia sono in Giove, e, dopo dise- 
gnatisi in forma di lettere descriventi un precetto divino ai re della 
terra, si formano In aquila ; prima dicono, poi s' apprestano ad ope- 
rare ; prima dimostrano 11 senno docile e tranquillo, poi la forza veg- 
gente e veloce ; prima parlano , poi spiegali le penne ; e anco mo- 
vendo le penne, pur tuttavia parlano con dolcezza di canto. La simili- 
tudine del falcone che s'applaudo con 1' ali Voglia mostrando , e fa- 
cendosi bello, non parrà sconveniente a chi pensi che questo quasi 
pavoneggiarsi non é per sé stesso, ma per il pregustare delle lodi di 
Dio che poi seguono. E le altre similitudini della lodoletta e della ci- 
cogna, ancorché Inuguall al celeste soggetto , sono pur per ritrarre a 
qualche modo la novità dell'indagine, e tenerla ferma dinanzi alta 
mente. Della quale arte il Poeta è sovente maestro ; che del possibile 
fa reale per forza di paragoni tolti dal mondo reale, e circonda l'una 
delle possibilità imaginate con tanti altri possibili proporzionevol- 
monte distanti e convenienlisi , da fare che 1' uno all'altro sia spec- 
chio e prova di quasi palpabile verità. Cosi nell' Inferno le mostruose 
ligure de' capi spiccati dal busto o piantati sul busto a ritroso o ro- 
rosicchiati dalla fame dell' ira sotto i denti di Lucifero e d' Ugolino , 
ci si rappresentano come cose, nel mondo del morti, vive; e segnata- 
monte il supplizio de' falsi indovini ò messo innanzi con notabile va- 
rietà d' evidenza. 

Ma dal verso stranamente possente : Aronta è quei the al venire gli 
si atterga (4), e dalla spelonca di Luni ond' egli vedeva le stelle, ri* 
saliamo alle stelle e vediamo l'aquila dal cui collo sale la parola quasi 
mormorare di fiume, siccome vedremo gli spiriti fioccare in alto come 
neve che scende* (1). Le anime sono conserte in quel segno , e esso 
segno è contesto di laude divine (3), come si muovono a un tratto due 
occhi della medesima fronte, ed esce il suono dal collo cosi Intarsiato 



(1) Inf., XX, t. 1G. laudi divine } rammenta che Bea* 

(8) Par., XXVII. trice stessa è loda di Dio vera : 

(3) Tcrz. le 13. De Mon.: La e che in Virgilio sua proemia Jau- 

concordia è moto uniforme di più di» intendesi le opere stesse degne 

volontà. La locuzione contèsi) di di lode. 



CANTO XIX. 



di lue! già tanto diverse, come da sampogna <o da cetra, onde le voci 
di tutti fanno una voce, come le stille d'una corrente fan tutte insie- 
me un concento # e di molte brage esee un calore solo, un* aura odo- 
rata da molli fiori. Tante faville fanno un solo spirito di santi pen- 
sieri che si accolgono in un pensiero, e in un costrutto si esprimono ; 
e le anime, secondo il detto di Gesù , falle uno tra loro ed in etto , 
parlando di sé, dicono non noi, ai modo cbei principi terreni fanno, 
ma io ; e l'aquila celeste si fa maestra di grammatica civile alle aquile 
della terra. 

Perchè questo a Dante è segno civile, è la insegna non solo dei duci 
del mondo ma del mondo stesto , secondo la sua dottrina più volte in- 
dicata. Né senza perchè quest' ira agi ne è detta tre e quattro volle qui 
benedetta, e di re Guglielmo Ora conosce come s' innamora Lo del 
di giusto rege ; e tante volte qui ripetute le voci regno e reame , è 
rammentato che Regnum caelorum violenzia paté (1) ; perché per re» 
gno intendesi l'esaltarsi dell'uomo alta congiunzione con Dio (2). E 
forse dell'aquila volante egli avrà anco pensato quell'altra esaltazione 
di cui Davide re : Psallam Miti in nationibus , quia magna est super 
èaelos misericordia tua, et usque ad nubes veritas tua. Exaltare *w- 
per eaclos, Deus et super omnem terram gloria tua, ut liberentur di- 
lecti tui (3). Né senza perché i' aquila canta : Per esser giusto e pio, 
Son io qui esaltato a quella gloria Che non si lascia vincere a disio (4). 
Giustizia e pietà, che sono il debito de' governanti , corrispondono a 
verità e a misericordia, che sono gli attributi di Dio. E la beatitudine 
molte volle nelle Scritture è significata col nome di gloria (5). 

L'occhio df d'aquila, quasi la gemma di quelle gemme, e la luce di 
quelle luci per cui tutte quelle anime vedono Dio e l'universo come 
un'anima sola, è formato di cinque re e d'un cittadino, tre del mondo 
Innanzi a Cristo: Davide, Ezechia, Rifeo; tre di poi : Trajano, Costan- 
tino, Guglielmo; uno solo del mondo moderno: due ebrei, quattro 
d'Asia, due d' Italia, ma quattro appartenenti a qualche modo all' ita* 
Da per il potere che v'ebbero o vi prepararono; due pagani , uno di 
pagano fatto cristiano ; I due ebrei , peccatori pentiti. Carlo Magno 
non c'entra, pereti' é più è men che re, cioè militante. Davide è la pu- 
pilla dell'occhio, il cantore dello Spirilo santo, non solo perchè, come 
gli altri , illuminato dallo Spirito , ma perchè più volte ad esso ac- 
cenna con {speranza d' amore , e tra Faltre canta : Manda il tuo Spi- 
rito, e saranno creati, e rinnoverai la faccia della terra (6). L'amile 
re, umiliato dalla coscienza e de' propril falli e delta stessa grandezza 
diceva : fife projicias me a facie tua , et spiritum sanctùm tuum ne 
auferas a me ; Che temeva anch'esso un esilio più duro di quanti egli 
potesse mai dare, temeva perdere la grazia di chi solo sul serio è re. 
Qui rammentasi la traslazione dell'Arca, già rammentata altrove sic- 
come esempio d' umiltà , e rimproverata la superba figliuola del re 
per Je sue arroganze caduto (7). C è Costantino , del quale è detto , 

(1) Par., XX, t. 22 e 32. (6) Psal, CUT, 30. Che non è di 

(3) Som., 2, t, 4. - Ego dispono Davide, come appare allo stile di- 
voti*, ticut disposuit mihi Pater verso, e forse è molto più antico; 
meus regnum,,. ut... sedeatis su- ma tutto il Salterio attribuì vasi a 
per thronos judicantes duodecim lui. Verbo Domini eoeli firmati 
t'ribus Israel (Lue, XXII, 29, 30). sunt, et spiritu oris ejus omni» 

(3) Psal. CVIi, 3t5. virtus eorum (Psal, XXXir, 6). 

(4> Terz. 5. Psal. CU. (?/ Purg , X. 

(5) Som., 2, 14. - Ad Ephes., I # • ' 
6 ; In laudem gloria» gratiafìsuae, 
Terz, 13. 



284 PARADISO 



forse seuza malizia , ma certo non per servire alla rima , che si fece 
greco, per denotare che da quel tramutamento delia sede imperiale 
renne, al parere del Poeta, la distruzione del mondo. Ma con equità 
degna della sua mente soggiunge che H male djdulto Dal suo bene 
operar (l), per cedere la sede al pontefice (secondo la tradizione al- 
lora creduta), non gli nuoce ajla gloria. Nel ciglio dell'aquila é anche 
Trajano per merito d'aver consolato la vedovella; e questa semplice 
e affettuosa parola è qui usata siccome in quel Canto dove a esempio 
d'umilia recasi Trajano con Davide (i). Trajano é il secondo nominato 
qui dopo Davide, il terzo Ezechia, Costantino il quarto, il quinto Gu- 
glielmo, il sesto Rifeo ; Trajano e Rifeo pagani nei più basso del ci- 
glio, Ezechia e Guglielmo sopra loro nella curva di quello; Costantino 
é in cima, per merito forse dell'aver fatta l' imperlai dignità cristiana. 
Il nome di Costantino gli richiamava all'animo 1 sacerdoti regnanti, e 
quindi più stretto il legame delle idee di questo Canto tra loro e con 
altri parecchi. E l' imagi ne di regno celeste, che tante volte ?i rap- 
presenta qui, si fa come passaggio alle cose seguenti. E' disse già*.. 
molti i re e i buoni rari ^intendendo s' intende, dei re del suo tempo); 
e nel Convivio nega la nobiltà ai tristi re. La ripetizione faconda Li 
si vedrà, rammenta la simile nel Purgatorio ove schieratisi gii esempi 
deila superbia fiaccata (3). E il volume aperto in cui si scrivono tutti 
i dispregi de' re, cioè quelli ond' essi aggravano sé ed altri, e altr; 
loro; e l'indeterminato della parola, ancora più forte che non se di- 
cesse dispregi orribili, come altrove disse (4), rammenta il judicium 
conscriptum del Salmo, di quel Salmo ove é detto: Cantate Domino 
canticum novum, laus ejus in ecclesia sanctorum... Exultabuni (5) 
sancii in gloria (6; laetabuntur in cubilibus suis »7>, Exaltaliones Dei 
in gutturc eorum... ad alligando s... gloria haec est omnibus sanctisejuSm 
Non tra' ricchi di gloria e terrena ed eterna, ma tra colo o che ne 
patiranno inopia, novera il Poeta l regnanti di Germania, di Francia, 
di Scozia, d' Inghilterra, di Spagna, di Boemia, di Napoli, di Sicilia, 
di Portogallo, di Norvegia, di Rascia, d' Ungheria, di Navarra, di Ci- 
pro. Accenna alle occupazioni della razza germanica sulla slava, della 
francese sulla greca e la Italiana ; la superbia eh' e' vedeva nella schiatta 
britannica mollo prima che l' india fosse tenuta da lei come la pie- i 
cola isola di Malta, e il Canada -come l' isol» d'iiaca, e prima che 
l'oppio navigasse alla Cina, veleno desideralo. Da Inghilterra l'aquila! 
trascorre d'un volo a Gerusalemme ed a Cipro: non «sfugge al suoi 
sguardo la Norvegia ed il Portogallo, regni da sé, e parli ambite J 
o sperate di regni maggiori ; non le sfugge la Boemia, l'Ungheria 
che dovevano essere Insieme Provincie e regni: ed e dato rilievo alle 
due schiatte Magiara e Basca che alla scienza moderna appariscono 

(i) Par., XX. t. 19 e 20. me* di me chi vide 'l vero. Ma per 
(3) Purg., X, t. 26, 28: E una variare l'enumerazione ripete anco 
vedovella gli era al freno... Lami' più volte mostrava, 
serella infra tutti costoro. Par., X, (4) inf., Vili, t. 17. D'un altro 
t. 36: Che con la poverella Offer- re o amato da Dante: OmbW fu- 
se a Santa Chiesa il suo tesoro; ron li peccati miei > Purg., ili, t. 41*. 
XllI, t. li: Del poverel di Dio. Nò mi sovviene che in tutta la Cora- 
Purg. XXI, t. 1; la femminella media la voce orribile a proposito 
Samaritana. di moralità mai ritorni. 

(3) Purg., XII. Vedea colui... Ve* (5» Coll'ale s'applaude [X. 42), 

deva Briaréo... Vedea Timbréo ; (6) Son io qui esaltato a qpella 

vedea Pallade e M irte... Vedea Nem- gloria it. 5). 

brotto... folte Aragne, si vedea (7> Par., XVIII. Quella virtù eh 9 è 

io te... Vedeva Troja... Non vide forma per li nidi. 



CANTO XIX. 285 



come due isole in mezzo a altre schiatte ; nò ò taciuto di Rascia , il 
cai nome, rimaso a un panno grossolano, attesta le antiche corrispon- 
denze di popoli eh' ora tra sé non sì conoscono neppur di nome. E il 
paese di Rascia ricorda quel di Dardania che g'i si accompagna so- 
vente, e che fa ripensare alle affinila non improbabili della stirpe slava 
con la frigia, e alle affinità che Dante, seguendo la tradizione romana, 
ravvisa fra Troja e Roma. E qui noteremo che il verso che chiama 
Tardante Sicilia l'isola del fuoco. Dove Anchise finì la lunga etate, 
non <-i pare dettato dalla necessità di quella facile rima , ma che vo- 
glia rammentare come queir isola sia in parte colonia della gente Nil 
magnae laudi» egmtes (1), che l'affanno non sofferse Fino alla fine 
eoi figiiuol d' Anchise <2 •; e come per dire che conforme all'avarizia e 
alla viltà del regnante d'allora era la dappocaggine di coloro che sulla 
soglia d'Italia rinunziarono alla gloria del fondar con Enea l'impero 
di Roma. Né Sicilia é la sola isola qui percorsa dal canto volante del- 
l'aquila; ma Inghilterra con Cipro: né Dante presentiva che isole gre- 
che avrebbero a' capire dentro alla meta inglese , e d' altre isole gre- 
che ancora più grandi dovrebb' essere assetato V Inglese , dopo disse- 
tatosi dello Scotto, e succiandosi tuttavia 1' Irlandese. 

Il re di Cipro é qui notato non con altro Itolo che di bestia; e nella 
Bibbia le due idee sovente si scambiano, senonchè bestia vale ogni 
forza violenta, e Dante danna la best alita deVHtadini della sua re- 
pubblica e della sua parie stessa '3>; e la parte selvaggia (4> corri- 
sponde alle bestie bibliche della selva (5). Né qui l'aquila si dimen- 
tica d'essere un an'male anch'essa, e rammenta la cotenna, cioè il 
porco selvatico che darà morte a re Filippo; e le corone fatte bozze, 
che sente di capro, siccome l'avarizia di quel di Sicilia ci richiama 
agli occhi la lupa; e la meta entro cui non può tenersi I' Inglese, il 
duro Carilo Che dnvria Vuota tener dentro a sua meta <6). Ma altrove 
Alberto, di cui qui si fa cenno, ò il cavaliere che dovrebbe inforcare 
gli arcioni della fiera selvaggia, e l'Italia é la fiera » 7/. Le parole, an- 
che troppo famigliari, di bozzo e di barba, e le lettere mozze che sim- 
boleggiano scorri e scorbi d'uomini, se non sono imaglnl degne del 
cielo, ritraggono p°rò i dispregi ond'era amareggiala l'anima di Dante, 
e rammentano i versi : Quanti si tengon or lassù gran regi, Che qui 
staranno come porci in brago (8>. Con linguaggio e con ispiriti più 
composti e più cortigiani, il Tasso pregava il Gonzaga d' impiegare il 
suo favore per esso, non solo co' principi d'Este, ma co' principi di tutta 
Italia, e co' sovrani principi del mondo. 



(i) Terz. 44. Mn. t V. altro che bestie. - Sassetti : Essen- 
ti) Purg., XVIII, t. 18. do l'impero retto non da uomini 

(3) Par., XVI 11, t. 43. valorosi, ma da fiere sozze e ab' 

(4) lnf., VI, t. 22. bominevoli. 

(5> Conv.: Noi ve g giamo molti (6) Pur*., XIV, t. 48. 

uomini tanto vili e di si bassa con' (7) Purg., VI, t. 33. 

dizione, che quasi non pare essere (8) lnf., Vili, l. 17. 



286 PARADISO 



CATETO XX. 



ABOO*E**0. 

Le anime cantano, ciascuna da sé, poi tutte insieme ; 



il collo dell'aquila. Questo principio, e la similitudine eh* è* 
fa de 9 canti minori e varii all'apparir delle stelle, è cosa 
di cielo. L'occhio dell'aquila componisi di sei anime*. L'a- 
quila spiega come due Pagani si trovino in gloria ; è 
dice eh e' divennero cristiani : Vuno per la sua umanità 
tratto dall' Inferno alle preci di papa Oregorió, affinchè 
acquistasse merito di salute: l'altro per sua giustizia, iU 
luminalo in vita da Dio. Quésta invenzione fondata «*l- 
V opinione de' Padri, tempera sapientemente la severa dot* 
trina dell'altro Canto. 

Nota le terzine l f *, 4, 3, 7, 8, i», 18, 45, 17; IO tlla Si ; « «Ha 
39 ; 33, 33, 35, 37 ; 40 alla 43 ; 45, 40, 43, 40. 

1. Quando colui che tutto il mondo alluma, 

Dell' emisperio nostro si discendo, 
E '1 giorno d'ogni parte si consuma; 

2. Lo ciel 9 che sol di lui prima s'accende, 

Subitamente si rifa parvente 

Per molte luci, in che una risplende. 

1. (UCòtuI: II sole. sono dotate di tace propri* come 11 
(SL) Si Discende, poi (terzina 9) sole, e che sono <-8sr medesime al- 
sùli**i — CoHMunta. Mn.. Il : Cau*um* trillanti sol», torna a mostrarsi dub- 
pta noe te. Arisi. Phys : Tempora con* bioso, e non osa affermare come la 
iumpla Cic: Connumptu* e*/ die*. cosa sta veramente su questo piloto. 
{¥) Alluma. CAnt.3 II Poeta ere- Si può dunque condonare questi» di- 
deva, tulio il armamento essere il- fello di scienza cosmologica ali* A- 
luminalo dalla luce del nostro sole, slronomo del in il lei recento; ancor <• 
e quindi anco le siellc fisse, e le er- che Maerobio , nove secoli prima, 
rami Né ci dobbiamo maravigliare, avesse scrino in contrarla sentenza ; 
che egli tal dotino;» tenesse : perchè giacché notevasi dagli scicnzati riflu- 
ii più grande astronomo non remoto lar questa opinione, per la ragione 
da' suoi tempi, il celebre Aibalcgnn, che la proposizione di lui aveva uoa 
ammetteva il medesimo ; e insigni parie certamente erronea, in quanto 
uomini hanno pensalo ugualmente estendeva la prerogativa della luce 
fino al secento; e lo stesso immor- propria dalle fisse a lutti I pianeti, 
tale Keplero, dopo avere Insegnalo 8. (L) Parvente: lucido. — Lud: 
con GalMeo, che le stelle inerranti stelle. — Una ; Il sole. 



CANTO XX. 



m 



3. E quest' atto del mei mi venne a mente, 
Come il segnò del mondo e de' suoi duci 
Nel benedetto rostro fu tacente: 

4. Perocché tutte quelle vive luci, 

Viepiù lucendo, cominciaron canti 
Da mia memoria labili e caduci. 

5. dolce Amor che di riso t' ammanti, 

Quanto parevi ardente in que' favilli 
Ch' avieno spirto sol di pensier* santi ! 

6. Poscia che i cari e lucidi lapilli 

Ond'io vidi ingemmato il sesto lume, 
Poser silenzio agli angelici squilli; 

7. Udir mi parve un mormorar di fiume 

Che scende chiaro giti di pietra in pietra, 
Mostrando 1' ubertà del suo cacume. 

8. E come suono al collo della cetra 

Prende sua forma; e, sì come, al pertugio 
Della sampogna, vento che penetra ; 



(SD Accende, Georg. , 1 : Acccn- 
dit lumina Vesper. — Parvente, Nel 
Convivio più volle. 

(F> Una. Conv.: // sole. . né pri- 
ma, e poi tutte te corpnra celestiali e 
elementali, allumina Seneca (Ouaesl. 
nat. , VII) dice, alcuni amichi aver 
fallo le stelle lulle attingere il lume 
dal sole. 

s. ih) Atto: passaggio. — Come il 
segno, quando l'affilila. ~- Duci: im« 
pera lo ri 
4. (L) Labili : che staggirono. 

(SD Labili Bue , 1 : Nostro il- 
lius labatur pectore vnltus. — Ca- 
duci. Non di possibilità ma' d' alio. 
TEn , VI : Bello cattaci (per caduti). 
Geore , l : Fromles caducas. 
8. \t) Amor divino 

(bL) Rito Verso che, fallo, non 
parrà a certuni gran cosa ; ma a farlo 
richiede p iucche un grande poeta, 
un giro d' Idee poetiche grande — 
Favilli Favillo e favilla , come bri* 
dolo e briciola. 

6 (L) Lapilli: anime; — Lume: 
Giove — Silenzio...: tace ciascuna e 
parla V aquila. 

(SD Lapilli.Par^ II, 1.43: Eterna 
Margherita la Luna. XV, I. s» e XXX, 
t. se: topazii le anime. XXX, t. ss: 



similitudine del rubino IX, 1. ss. Del 
baiaselo. XVII. l. 44 Di specchio d'oro. 
Hi dodici pietre rrezlos**. Apoc , IV. 3. 
Hor. Enisi . |, 40 : Libueis lapilli». 
Som : Lapilli et gemma» quae ìnve- 
uhmtur in littore, maris. - Squilli. 
Gemme, che squillano non pare l>Hlo$ 
decongelici aveva bisogno dell' ima* 
ginedHie gemme 

7. (L) Ubertà...: di che ricco monte 
discenda. 

(Si) Mormorar Georg.. I: Ecce 
super ci Ho et irosi tramitis undam Eli- 
di: it/a cadehs raucum per laevia 
murmur Saxaciel, scalebrisque areri» 
tia temperai arra. — Fiume tCav.3 
Apnc., I. 45: Tamquam vox aauar um 
multarum l — Pietra £n., XI : Varius* 
que per ora cu^urrit Ausonldum 
turbata fremor: ceu saxa morantur 
Cum rapido* amile*, clauso fit gur- 
giie mnrmur f Vicinaeque frenami 
ripae crepi tanti bus undis — Uberto. 
Par., XXIil. i 44 : iEn., I : Ubere ale- 
bae. Par XXX, i. 57: Clivo... nel 
vtrde e ne' fioretti opimo. — Cacume» 
Purg IV. t. 9. 

8. (L) Cotto: manico. — Format lor.e, 
— vento: il Daio del sonatore prende 
forma d' acuto o grave dal chludtrt 
o aprire i fori. 



288 PARADISO 



9. Così, rimosso d'aspettare indugio, 
Quel mormorar, per l'aquila, salissi 
Su per lo collo, come fosse bugio. 

10. Fecesi voce quivi; e quindi uscissi 

Per lo' suo becco in forma idi paròle; '. 
Quali aspettava il cuore, ov' io le 'scrissi. 

11. — La parte, in me, che vede e pàté il sole .". 

Nell'aguglie mortali (iacominciommi), 
Or fisamente riguardar si vuole. 

12. Perchè de' fuochi Qnd'io figura fommi, 

Quelli onde rocchio in testa mi scintilla, 
Di tutti i Jóro gradi son li sommi. 

13. Colui che lucejn 'mezzo per pupilla, 

Fu il cantor dello: Spini to' Santo, 
Che l'Arca trafilato -di 'villa in villa. 

14. Ora conosce il merto 'del suo canto,' - .': 

In quanto affetto fu del suo consiglio, 
Per lo remunerar, eh' è : altre#anto; 

15. De' cinque che mi fan cerchio per ciglio, 

Colui che più al becco mi s'accosta, 
La vedovella consolò del figlio. 

• - § • • ■ , _ t '- ' ' * « .' 

9. (L> Sali**i : sali. - Bugio : bu- • TSD PupiHa: Purtg., X, it. 93. - 

calo come rollo d'animate Arca. Ri»*., fi vi, 9 — Vft/a.'lof., I, 

(SL) Rhnnsxn Loia», I: Tolte l 37. e XXHt l. ; 39. 
mora* — Collo lof , XXVII-, l. 5. Per (F) Strilo Ueff., I. XVI, 13 : Di- 
noti avrr via né forame , Dnl prtnei- rechi* rst sptritas' Dòmita a die illa 
pi» del fuoco, tn sw> tintruaqgi» Si in Dutnd. ^ 
Cònvrrtivnn le varate grame. — Bu- 44 iL) Coniglio. Quanto lo §t)i ri lo 
gi>> Vive In Toscana - Che lo consultava l'amasse, locono- 

io (t.) Uscixsi : ose». sci; dal premio che corrisponde al 



41 (L) Parte: occhio. — Pale: spf* merito. 
re. ni lui i 



fre. Vii lui «sa. — Aguglier aquile. • " (*L) Fu. Lai.: In amore****. VII. 

— Vuole r deve; «ov. : Lo cui nome, fu Tremare tu grati" 

(SD Patt Por. 1,1 46: Rignar- disxima riverenza di questa. Beatrice, 

dar nel iole Aquila sì non gli s' af- — Canto [Càv.] Etxll.-XI.VH; io e 44 : 

finite unquanco Lucan. IX : Pali ra* D-> orniti suo taudnvit Dóndnum, et 

din* . et • fumine recto Sustinuere dilexit Oeum, qui feoit.Uhtm: et 

tiicem corti. • i •. slare fedi cantore* contro aliare, et 

• 49 (L) Fuochi .••spirili . — Fommi : in nono earum dulces frc*t modo*. — 

tiV qnaii io ini fo figura dell'aquila. Hnnunerar : Som : . Remunera /ioni* 

*- Gratti di marito; aeiemae. [Cav.] Ebr; XI ": Rtmune- 

(SI.) Qcch>o La.vede in profilo, raior . < 
con un solo occhio dunque- lu prò- 45. IL) Per : a ino' di ciglio.-— Co- 
lilo era r aquila delle, insegna iinne- lui : Traiano che fece giovila alla 
riali. Vedi io stemma degli Scaligeri vedova orbala.; : . 
nella Serie d' aneddoti, n: il, e s. - 1 (SL) Colui. Purg., X. Pietro: De 
43. (L) Pupilla...: più nobile, Da- inferno, ubi erat non definitive, ad 
vide.— Trasta tò : trasporlo di paese corpus redivit: et, paenitentia acia, 
io paese, - Wa.cum. . samms est % ' 



Canto XXIV. Paradiso 




Su svolse, c<nv un, canto bzniv c&vt>. 
Che- La* mia,jxui£u*rùz' 7to 'Intc^rùiù^A. 



CANTO XX. 289 



16. Ora conosce quanto caro costa 

Non seguir Cristo, per l'esperienza 
Di questa dolce vita e dell'opposta. 

17. E quel che segue in la circonferenza, 

Di che ragiono, per l'arco superno, 
Morte indugiò per vera penitenza. 

18. Ora conosce che il giudicio eterno 

Non si trasmuta, perchè degno preco 
Fa crostino laggiù dell'odierno. 

19. L'altro che segue, con le leggi e meco, 

Sotto buona intenzion che fé' mal frutto, 
Per cedere al Pastor, si fece greco. 

20. Ora conosce come il mal, dédutto 

Dai suo bene operar, non gli è nocivo, - 
Avvegna che sia '1 mondo indi distrutto. 

21. E quel che vedi nell'arco declivo, 

Guglielmo fu, cui quella terra plora 
Che piange Carlo e Federigo vivo. 

46. IL) Opposta : ri' inlerno\ (SD Buona lnf M XIX, t. 59. - De 

(SL) Sequir. M<»<to del Vangelo. M n : Oh felice quel popolo, se l'in» 

— Opposta Purg., XVIII, i s : Ogni letizimi sua mai non l'avesse ingan- 

buono operare, e '/ suo co» ir aro nato / Purg.. XXXII, t 46: Della duiia- 

17. iL) A r co: la parie p>ù alia del zo»nr : piuma offerta fForse con in* 

Ciglio. — Indugiò di 45 anni Ezechia, letizimi casta e beniqnaj, 

(SL) Circonferenza Non leme le 90 «Li/Vo»: non «ti e imputato a 

parole sci» mitiche per tuniche che coipa —Indi: però da quella ca- 

siaoo. — Mone. Reg. IV XX 6 gione. 

(F> Vera. Disse Ezechia dsai. / «SD Distrutto. Pur* , XVI, t 35 : 

XXXVIII. 45, 47): Hi ve us ti ò a le tutti La mata condotta È la ccg'on che il 

i miei anni iteli* amarezza dell' ani' mondo ha fatto reo. Par., XXV II, l 47: 

ma mia. Tu campani t'anima mia. In terra non t chi qoverni. Onde Si 

affinchè non perisse ; gettasti dietro svfa l' umana famiglia, 

te spalle le colpe miejutte. 1/ ama- 34. <L) Arco : piew'a del ciglio, 

rezza del ripensare al male cmmes- (SL' Declivo Ha 1' origine d'i/a- 

so e a' pericoli di quello accennasi clinare, però non improprio — Gu- 

neiia Selva. Inf . I, t 3: Tanto è ama- qlietmo. Re di Sicilia, delio il buon 

ra, che poco è piti morte re; suocero d'Enrico di Svevia; pa- 

48 (L) Degno : grato a Dio — Fa: fa dre di Costanza, la qual d'Arrigo ge- 

seguire domani quel che sarebbe »»«rì nero Federico 11. Anon : Fu .giusto 

(F) Degno 1/ immuCtbililà dei e ragionevoli*, amava li sudditi, e te» 

divini decreti non è loda dai|;t pre* neo'li iti tanta pace che si poteva sli- 

ghiera che ottiene dilazioni' o alTrcl- mare H vivere siciliano d'allora esse- 

lamento di cosa : poiché g»a la pre- re un vivere del paraniso terrestre. 

ghiera era antiveduta, e IVftYiit» di Età libéralissimo a tutti, eproporzio* 

quella prestabilito Aug de Civ Dei, tintore de'benefizii a virtù : e lenta 

XXII. 24 : Dio può ad operaziorif mio- quella regola, die se un uomo di corte 

va indirizzare consiglio non nwno coltivo o mnl parlante in sua corte 

ma sempiter no. Purg., \l. i 43: Che venia, era immantinente conosciuto 

cima di giudicio non «* avvalla Per- per ti maestri dtl re, e provveduto di 

che foco' d'amor compia in un punto. . doni e di robe, perchè avesse cagione 

49. (L) Altro : Costantino —Meco: dipartirsi Se era conoscerne, si si 

con me aquila — Greco : per cedere parva; se non % cortesemente gli era 

Roma a papa Silvestro, andò a Co- dato comiato. Se era virtuoso, sì gli 

slantinopoii. gli era similmente donato, ma conti* 

Dantk, Paradiso* 19* 



C J90 PARADISA 



22. Ora conosce come s' innamora 

Lo ciel di giusto rege; ed, a) sembiante 
Del suo fulgóre, il fa vedere ancora. 

23. Chi crederebbe giù nel mondo errante 

Che Riféo troiano in questo tondo 
Fosse la quinta delle luci sante ? 

24. Ora conosce assai di quel che il mondo 

Veder non può della divina Grazia, 
Benché sua vista non discerna il fondo. 

25. Qual lodoletta che in aere si spazia, 

Prima cantando, e poi tace, contenta 
Dell* ultima dolcezza che la sazia; 

26. Tal mi sembiò l'imago della imprenta 

Dell'eterno piacere, al cui disio 
Ciascuna cosa, qual eli' è, diventa. 

27. E, awegna ch'io fossi al dubbiar mio; 

Lì, quasi vetro allo color che il veste; 
Tempo aspettar, tacendo, non patio; 

28. Ma della bocca: — Che cose son queste? 

Mi pinse con la forza del suo peso. 
Per eh* io di corruscar vidi gran feste. 



nuo il tentano a speranza di maggio» ss. (L) Dolcezza delie note. 

re dono In tua cor le si trovava d'ogni (SL) Spazia. Georg., I: Corwfx-.. 

gente perfezione ; buoni dicitori in In Bieca.., spatlatur arena. — Dolctz- 

* rima, ed eccellentissimi cantatori, e za. Georg.» I, d'uccelli: N escio aita 

persene d'ogni sollazzo virtuoso ed praeter sotitum dulcedine latti» 

onesto. Nei 4455 scomunicato, nH ut? «6 (L) Semàio... parve V imagi ne 

si riconciliò con la Chiesa. — Plora, dell'aquila, eh' è sigillo del volere di 

Con desiderio ; piange di dolore «rie- Dio, il quale con un semplice allo fa 

gnoso Par., XI. l 16: Piange per gre- ciò eh' e' vuote. 

te giogo. — Carlo. Lo Zuppo (Par., (SL) Disio. Di Dio non so te sia 

XIX, i. 45), Il quai guerreggiava la Si- proprio. 

ciiia per avena; e Federico d'Arago- (F> E Ps.il. XXXII. •: Dixil et fa- 

na. re di Sicilia, brullo e avaro. età sunl. — Diventa : Lui più fliosofi- 

•53. <U Tondo ; ciglio. co, e però più poetico che neirnegel. 

' (SL> Riféo. Mn., II: Mori per la Diventare, da venire de, suppone una 

patria, pose in cielo Riféo, non Enea, causa. La grammatica insegnava al- 

perchè d'Enea non fiutava dire eh' e' l'Hegel la filosofia del senso comune, 

non sóffrriss* il puuo pagano. ri. (L) Dubbiar...: sebbene io sapessi 

ti. (L) Benché quantunque beato. eh' e' mi leggevan neli* animo, il mio 

(F) Co no tee. L' umana ragione dubbio non sofferse indugio. 

non può d.i sé conoscere I misi. -ri (SD Vetro Pelr. Cani , VII!. 4 

della Gratta: e Riféo ora conosce (In vita): Crisial loo vetre non mostrò 

questa impotenza dell'umana ragio- mai di fore Nu*co*lo altro colore Che 

ne, ancorché tulle le profondità deila l'alma sconsolata asmi non mostri 

grazia non possa comprendere, quan- Più chiari i pensier' nostri. — Veste. 

tunque bealo; giacché non lecom- Pelr. Canz.,XXVl,3 (in vita): Vestisse 

prendono io Intero neppure gli an- d' un color conforme. 

geli Del fondo tee. V. Il e. seg. *ML) Pinne,... li dubbio eoi suo 



CANTO XX. 



391 



29. 



30. 



Poi appresso, con T occhio più acceso, 
Lo benedetto segno mi rispose, 
Per non tenermi, in ammirar, sospeso: 

— Io veggo che tu credi queste cose 
Perch'io le dico; ma non vedi come: 
Sì che, se son credute, sono ascose. 

31. Fai come quei che la cosa per nome 

Apprende ben, ma la sua quidditate 
Vedeif non puote s'altri non la prorae. 

32. Regnum ccehrum violenzia paté 

Da caldo amore e da viva speranza, 
Che vìnce la divina volontate: 

33. Non a guisa che l'uomo ali'uom sobranza; 

Ma vince lei, perchè vuole esser vinta; 
E vinta, vince con sua beninanza. 

34. La prima vita del ciglio e la quinta 

Ti fa maravigliar perchè ne vedi 
La region degli angeli dipinta. 



peso mi sospinse fuor della bocca 
quelle parole. — Fette : si prepara- 
vano a rispondermi. 

(SL) Peso Anco qui parche sen- 
ta come gravità e attrazione son la 
medesima ìegae— Per cA'.Eran lieti 
e del mio desiderio di verità e del po- 
ter soddisfa noi. Simile bellezza cele? 
stiate nel Par., V, t. ss: Ecco chi cre- 
scerà li nostri amori. 
so. <L) Axcose : non intese. 

(SD Cose Più sotto (lerz so: la 
cosa., apprende Le voci più semplici 
ripete più volontari 

(F) Credule. Gre*. Hom.. XXVI : 
Le cote che non si vedono, s" hanno 
per fede, non per cognizione. Som. : 
/ fedeli hanno notizia delle cose cre- 
dute non dimostrativamente, ma in 
quanto per il lume della fede veggono 
doversi quelle credere 

si. (L) Quidditate : quel eh' eli' è. 
— Prnme : spiega. 

(SL) Prome Lor.de Med. jEn.,11: 
Expromere voces. Hor. Ep., Il, i: Pro- 
mere fura. 

(F) Quidditate. Som. : Essentiam 
seu quiaguid est, seti quidditatem 
specie! (Quiddità, ossia natura) Arisi, 
Mei.. VII. La definizione indica la 
quiddità e l'essenza della cosa. Som.: 
L'intelletto conosce la quiddità della 
cosa, come proprio- oggetto ; oggetto 



del senso sono gli accidenti esteriori. 
Perfettamente intendiamo quando al' 
tingiamo l'essenza della cosa intesa, 
e la stessa verità del pronunziato, in 
quanto è in sé ,* e in questo modo non 
possiamo intendere te cose che direte 
tamente cadono sotto la fede, in at- 
iro modo intendexi im per feti amen le t 
quando cioè la essenza delta cosa 
colla verità detta proposizione non 
si conosce quel che sia (quid sitj o 
come sia ; ma conosciamo quelle cose 
che di fuori appariscono e allaverita 
non contrastano. 

33 (D Pale : soffre essere guada- 
gnato per forza di volontà. 

(F) Regnum. Uallh., XI, 4S: Vita 
patitur, et violenti rapi un t ittud: 
cioè i virtuosi imprendendo ardue 
cose e sopportando le avverse.— Pa- 
le. Tre volte in questo canto abbia- 
mo patire e pausi e passuri. 

53. IL) Sobranza ; sorpassa. — Vin- 
ce...: la virtù vince il volere divino, 
perchè questo vuole esser vinto, e, 
1* essere così vinto, è vittoria della 
sua Grazia. 

(SL) Sobranza. Par., XXIII. terz. 
a.— Vinta. Manzoni: E sia divina 
ai vinti 11 vincitor mercè. 

si. <L) Prima»,., quinta : Traiano e 
Rlféo, pagani. 



232 



PARADISO 



35. De* corpi saoi non uscir, come credi, 

Gentili, ma cristiani, in ferma fede, 
Quel de' passuri, e quel de' passi, piedi. 

36. Che Tuna dallo inferno, u' non si riede 

Giammai a tuon voler, tornò all'ossa: 
E ciò di viva speme fu mercede; 

37. Di viva speme, che mise sua possa 

Ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla, 
Sì che potesse sua voglia esser mossa. , 

38. L'anima gloriosa onde si parla, 

Tornata nella carne, in che fii poco, 
Credette in Lui che poteva aiutarla: 

39. E, credendo, s'accese in tanto fuoco 

Di vero amor, eh' alla morte seconda 
Fu degno di venire a questo giuoco, 

40. L' altra (per grazia che da sì profonda 

Fontana stilla, che mai creatura 

Non pinse rocchio insino alla-prim'onda) 

41. Tutto su' amor laggiù pose a drittura: 

Per che, di grazia in grazia, Iddio gli aperse 
L'occhio alla nostra redenzion futura: 



ss. (D Pa**uri, paggi : credè Traia- 
no In Gesù Cristo oalo; Rifeo, in Ge- 
sù Cristo venturo 

(SD Ferma Aug., Episl. ad Hier.: 
Firmissime credala Som : Fides con- 
firmetur — Pasturi. Amel. : Casuro. 
— Paggi. L'usa un Anonimo trecenti- 
sta nella tran, delia Monarchia, laf., 
28, l ull. contrappasso. 

(F) Ftde Joan.V, s: Chi è che 
ha vinto, il mnudo se non chi creda 
che Cristo è figliuolo di Dio? — Passi. 
Som : Lf cerimonie dell'antica legge 
significavano Cristo coma nascituro 
e paguro: ci nostri Sacramenti lo 
giqntfv ano naio e pasto. Cosi in Aug. 
coni Fau<l , XIX, 46 — Pitdi. Pa.il. 
XXI. 47: Mi trapassarono le mani e i 
piedi II piede nella Bihbla, desiando 
Vittimine della via, denota anche il 
sentiero della verità e della vita. 
Hello la fede nel dolore come pegno 
a speranza 

36 (L. Una: Traiano. —Som non c'ò 
pentimento — Ossa: A rianimarle di 
vita. — Mercede: premio. 

(SL) Non Purg., XXIV, t. 98: La 
valle, ove mai non si scolpa.— Voler» 



Purg., V, t. ss: Mal voler* lo spirito, 
infernale. - Ossa. Inf , XXVII, t. ss: 
Forma., d'ossa e di polpe 

57. (L) Suscitarla a vita. — Mossa a 
bene. 

88. iL) Poco: visse ancora tanto da 
credere in Gesù Cristo 

(SD Parta Sopra (1.47): Diche 
ragiono 

(F) Carne Job. XIX, 96: In carne 
mea vìdebo De uni meum. 

59. (L) Giuoco: gioia. 

(SD Giunco. Par. , XXXII. t. ss : 
QnaV è giteli' anget, che con tanto 
giuoco...? Som : Il gioco é diletto e 
riposo. 

io. (L> V altra: Rifco. — Fontana: 
abisso di bontà 

(SD Onda Purg., Vili. l. ss: Che 
sì nasconde Lo suo primo perchè, che 
non gli è guado. 

41 (Li Drittura : giusliiia. - Per 
chr: onde 

(SLi Drittura. Com. Ant : Giu- 
stissimo, cioè otturatore di virtù; del 
quale dice Virgilio che solo era, fra' 
Troiani che osservava tutta dirittura, 
Gutuone: Corte di drittura. 



CANTO XX. 293 



42. Onde credette in quella; e non sofferse 

Da indi il puzzo più del pagane3ino; 
E riprenrdeane le genti perverse. 

43. Quelle tre Donne gli fur per battesmo, 

Che tu vedesti dalla destra ruota, 
Dinnanzi al battezzar piti d'un millesmo. 

44. Oh predestinazion, quanto remota 

È la radice tua da quegli aspetti 

Che la prima cagion non veggion tota! 

45. E voi, mortali, tenetevi stretti 

A giudicar: che noi, che Dio vedemo, 
Non conosciamo ancor tutti gli eletti. 

46. Ed ènne dolce così fatto scemo: 

Perchè '1 ben nostro in questo ben s'affina, 1 
Che quel che vuole Iddio, e noi volemo. — 

47. Così da quella imagine divina, 

Per farmi chiara la mia corta vista, 
Data mifu soave msdicina. 

48. E come a buon cantor buon citarista 

Fa seguitar lo guizzo della corda, 

In che piti di piacer lo canto acquista; 



43. (L) Da: da quel punto. Guarda che non metti,.. Li piedi nella 

(SL) Perverte Non tanto triste, rena arsiccia, Ma sempre al tosco ti 

quanto pervenite. dalla credenza falsa ritieni strrtti E Pur« . XXVili, t. 4$. 

43. (L) Tre: Fede, Speranza. Carità. — Tutti. Deus cui soli cognUus est 
— Alloca del cirro delia Chiesa — numera» electorum superna felicitate 
Millesmo: Riféo vis*e usi ;»nni innan- locandus 

lì Gesù Cristo islitutor «IH battesimo. 46. (L> Enne: ci è — Scemo: impcr* 

(SL) Tra Purg ,XXIX, t 41 L'ac- feiione. — Iten: ci é beno il vulere 

cenno è oscuro, e n >n chiaro il co- del Bene soovno — C : anche 

strutto. — Mi itesmo Wrni He simo vale (SL) Affina. Purg, vili. t. 40: 

ora Tanno «tei quale, si parla. L'amor che qui raffina. — Volemo, 

t?) Battesmo [Cavj Cip. ep 75: Conoscemo per conosciamo, nel Con- 

Ex-Bapllsmo incipit omnis Fia?i ori- vivio (II. li. 

go et ad spem vitae aeternae saluta' 47 (L) Divina: formala da Dio e rag* 

ris ingressio gianie. di lui. 

44. (L) Radice: ragione. — Aspetti : (SL) Mia. Farmi la mia è moda 
sguardi — Tota: tutta. famigliare, e tanto più caro e efficace. 

(SL) Tota. L'usa nel VII (t. 29) del 48 (SL) Citarista Conv., 1, 41: limai 

Paradiso. * ceterista biasima la re tea Dai primi 

|F) Oh. Pietro e l' Ottimo citano del Purgatorio agii ultimi del Para- 
Paolo (Ad Rom , Ad Eph 1, Tommaso e diso sentesi com'egli sentisse la mu- 
Agostino. sica; e, per il contrapposto, questo 
49. (Lì Stretti : guardinghi. Non si sente anco ne' sospiri e ne* pianti 
v'allargate, per tema d'errare. — Ke- e ne' guaj e in tutte le triste note in- 
dento; Tediamo. Cernali. 

(SL) Stretti. Inf„ XIV , t. 35 : 



294 



PARADISO 



49. Sì, mentre che parlò, mi si ricorda 
Ch'io vidi le due luci benedette, 
Pur come batter d'occhi si concorda, 
Con le parole muover le fìammette. 



49 (Lì Due: occhi dell'aquila. XXI, t. 37: Sorrisi come l'uomcheam- 

ISL) Muover: Rammenta, Purg.» micco. 



Col dire l' aquila segno del mondo 
e de' suoi duci, e col fare degli »Pir»li 
beati e dì personali storici ilicislri 
tante membra di cote6ta bestia sim- 
bolica (qualche principe ci sarà per 
artiglio, qualch'aitro per becco) ; il 
priore della repubblica fiorentina ren- 
de amara ragione de* suol dolori e 
de'suoi disinganni. E col sentenziare 
che il mondo dalla fondazione di Bi- 
sanzio fu distrutto, non punto da al- 
tro, o da altra cagione p»ù che da 
quella 1 dimostra che la sua, 01 oso ti a 
e slorica e politica non era delle più 
ampie né alte aia sapiente, e I avver- 
tire che il male dedotto da un opera 
buona o da una buona Intenzione (o, 
per parlare più propriamente.il male 
a cui altri torce un'opera o un inten- 
zione buona), non è nocivo a chi fece 
e pensò rettamente. In un più alto 
ordine d' idee (che e la filosofia della 
storia dell'anima umana , e la costi- 
tuzione politica tra gli uomini e I u- 
nico verace re), è sapiente, sebben 
paia un giuoco di parole, il dire che 
l'amore e la speranza dell'uomo vin- 
cono la volontà di Dio, perchè questa 
vuole emere vinti»» e, vinta, vince per 
oitrepotenza d'amore. „..,.„.„, 

Siallri dicesse non propria ali al- 
tissimo soggetto, della Grazia e della 
PredeslinazioneJ «accessibili alla ra- 
gione umana. I* imagine della prima 
onda (che nella immensità non ha 
luogo): io additerei come più appro- 
priata, ancorché non espressa felice- 
mente, l'altra della radice remota 
dai nostri aspetti, perchè nella radi- 
ce, necessariamente oarosa, è la vi- 
ta di tutta la visibile plaola.E la po- 
tente, tuttoché astrusa, locuzione, che 
fa dell'aquila un' imagine dov è im- 
presso l'eterno piacere. Confesserò 
che, in poesia per solito cosi parca, 
il verso in che più di piacer lo canto 
acquista, può parere una giunta alla 
bella similitudine del suono che con- 
tinuando coutil iu>ìfi la dolcezza del 
canto (similitudine che fa risentire 
più vivamente la grazia di quell'altra: 
tace contenta Dell' ultima dolcezza 



che la sazia, e rammenta il più umi- 
le, ma puro e memurablle, (?ua*i con' 
tentato, sitacene): ma in si me noterò 
che II sentire, tra il fremito delle 
corde sonore e il battere degli occhi 
lucenti dopo la fine delle profferite 
parole, conformila, pare a me con- 
cetto nuovo e ispiralo. Non cosi bella 
la comparazione del suono delle ac- 
que al gorgogliare delle parole nel 
corpo deli' aquila innanzi che ti ra- 
gionaménto cominci; ma qui, # per 
compenso, la locuzione più limpida. 
Sarebbe un richiedere cosa quasi 
sovrumana la perpetua lucentezza 
del dire in tanta e cosi serrala varie- 
tà e novità di pensieri. Nò io ammi- 
rerò, come d'eleganza evidente, I 
modi: in Quanto affetto fu del suo 
consiglio, Per lo rimunerar eh' è al- 
trettanto — Di tutti U suoi gradi son 
li sommi — Arco declivo — Questo 
tondo - Nel benedetto rostro fu ta- 
cente — Rimosso d'aspettare indugio 

- Tempo aspettar, tacendo, non patio 

— Salissi — Uscissi. — E mi sa uo po' 
di rettorica da pergamo quel ripete- 
re, alla storia di ciascun degli spirili: 
ora conosce; sebbene non sia senz'aita 
intenzione il far sentire distanza che 
corre tra le apparenze della storia 
umana, e 1 giudizi! di quella che leg- 
gesi nel libro di Dio. 

Le locuzioni della scienza umana, 

3uasi cruda e non digerita dal calore 
eirarte, sòl»; non so s* io dica un 
bisogno o un vanto nel poema di 
Dante. E quest'atto del del mi venne 
a mente — L'anima gloriosa onde si 
parla — Di eh' io ragiono — La cosa 
per nome intende oen, ma la sua 
quidditate Veder non puote s'altri 
non la prome — Per V esperienza E 
della dolce vita e dell' opposta — E 
avvegna ch'io fossi al pennier mio, Lì, 
come vetro allo color che il veste; che 
fa venire a mente lo scolastico ss ha- 
bere. 

Ma io ringrazio il poeta del non 
aver risparmiato I latinismi passato 
e passo, e dell'avere osato perchè de- 
gno pr eco Pa cr astino laggiù detto- 



CANTO XX. 



29 



dierno, dove con brevità non perspi- 
cua ma efficace, dimostrasi l'onnipo- 
tente misericordia di Lui A cui tutti 
li tempi son presenti, e dimostrasi 
meglio che con lunghi argomenti la 
ragione perchè la preghiera dell'uo- 
mo si renda quasi consorte all'onni- 
potenza, anzi ne faccia suo strumento; 
e dichiarasi il vinta, vince. E ancora 
più lo ringrazio dell'avere osato quel- 
la semplicità più ardila d'ogni auda- 
cia: che cote son queste? — Che quel 
che vuote Dio, e noi volemo Ed è an- 
cora più bello il fare che dal ricono- 
scimento della imperscrutabilità de' 
divini consigli s' accresca al Beali 
beatitudine; e fare che, dopo questa 
professione, Il volante celestialecon- 
tinui con la lucente armonia degli 
sguardi, e quasi coroni , la soavità 
degW accenti. E. appunto perchè più 
semplice e breve, a me pare più splen- 
dida che altre pitture parecchie della 
luce e del gaudio supremo , quella 
cbe si raccoglie , indeterminata (e 
però lasciando all' imaginazione più 
largo spazio di volo) nel verso : Per- 
ch'in di corruscar vidi qran feste La 
quale allegrezza di corruscamene 
•ali vede neir atto dell'esprimere il 
dubbio de' suoi prosieri : perchè gli 
spiriti gioiscono già del dovergli illu- 
minare la mente, Insegnandogli col 
proprio esemplo umiltà. Ben diceva 



in tilt primo the quelle contemplante 
faville Aitilo spirto sui di printer 
snnfi, come per (leBiuarp che aqut-lla. 
flHLira d'animale simbolico, la verilft 
amala era respiro di vita, alilo senza 
cui non avrebbe potuto muovere ia 
parola. E se in ciascun d'essi l'amore 
spi i a, i l cielo stesso eh tuli sbi L»no t 
illuminato da essi e Illuminante, s'ìn- 
nowrirm dei turo splendori, II verso 
conte j' i tuiamwra Lo ciei di giusto 
rwie, tttee «piai sia i" ideale die de* 
bm. ut re si formava lleatadìtiodeila 
troppo gloriosa repubblica ; Ideale 
nel futuro, simile a quello rhe nel 
passito eirli Idoleggiava a ne stesso, 
tìi Kireme *uhria r unnica, raccolta 
tulli soliti l'orologio 01 IVndia 
lidi va notare a da liuti l'Intendimento 
della similitudine che e nel princi- 
pio. L' aquila parìante e moventesi 
come un'unica vita, è quasi sole; le 
sìngole vile ond'ella si forma, quan- 
do si muovono e spirano ciascuna da 
sé. son le stelle cbe, al cessar della 
luco maggiore, appariscono e si 01- 
scei nono e trapungono il velo de'cie- 
II: ma siccome lo sfavillare diluiti 
que' lumi distinti non dà il chiarore 
dell'unica stella; cosi le intelligenze 
egli amori singoli mal non sono tanto 
vaienti, ciascheduno da so, quanto 
allora cbe ad essi è dato il trovarsi 
conserti in comunione di vita. 



296 ' PARADISO 



LA FEDE E LA SALVAZIONE. 



La fé senza la qual ben far non basta (4), disse già ; e del battesi- 
mo, Ch' è porta della fede che tu credi (2). E Tommaso: Nessuno mai 
ebbe la Grazia dello Spinto Santo, se non per la fede di Cristo im- 
plicita o esplicita «3». Ma questa parola implicita, sapientemente ag- 
giunta dalli potenza del senno e dalla carità cristiana, distende la 
speranza nostra, e quindi la tolleranza, in ampiezza degna della mi- 
sericordia inilnita. Dante leggendo in Virgilio di Riféo guerriero, morto 
nel coiii battere per la patria, justissimus unus Qui fuit in Teucris et 
servantissimus aequi, e raffrontando le due voci giusto e servare, che 
nei libri della vecchia e della nuova Legge ritornano si frequenti e 
potenti, e ripensando forse alle tante locuzioni ed accenni che in Vir- 
gilio rincontratisi consonanti allo spirito cristiano accettali dagli scrit- 
tori e dai popoli cristiani per intino a' nostri dì, non di bocca'di Vir- 
gilio accettate, ma colti di la dov'egli li colse, dalla tradizione dei 
linguaggi antichissimi sacra, che é profezia continua non meno che 
storia; credette potere di questo Riféo fare un simbolo delle anime 
che non conobbero la rivelazione direttamente, né però esplicitamente 
credettero in essa, e pur jsono destinate a salute. E gli piacque ch* e* 
fosse un cittadino di Troja, dell- citta da cui vennero alla sacra Ro- 
ma ed al Lazio i sacrilizii e gli dei 4»: e gli piacque che Riféo foste 
nei ciglio dell'aquila accanto a' re. uuico cittadino, per denotare l'u- 
guaglianza che 1 meriti veri fanno in cielo» e così dovrebb' essere sulla 
terra; per denotare che tra uomini privati può essere, siccome dignità 
sacerdotale, così più eh* regia, e che nelle città bene costituite, qua- 
lunque sia l'apparenza o il nome del reggimento, ciascun cittadino 
giusto partecipa della vera ini ima sovranità. Alla morte di Riféo uo- 
mo giusto <5i soggiunge Virgilio: Dis aliter visum, che pare sentenza 
dì rassegnazione all' imperscrutabile volere supremo: e avrà tanto più 

(4) Pur., XXII, t. 20. De Mon.: Vili: Trojanam ex hostibus urbem 
Senza fede non si salvano. Mie- Qui revehis nobis, aeternaque Per- 
stro delle Seut., Ili, 25: Che senza gama servas. Onde forse il Man- 
fa fede del Mediatore nessun uomo zoni : D l sangue incorruttibile 
innanzi o dopo l'avvenimento di Conservatrice eterna. 
Cristo fosse salvo, l'autorità dei (5. Simile modo nel VII dell' E- 
santi unanime attesta. nei a" e: Senior que Galesus , Venni 

(2) Inf., IV, t. 42. paci medium se offert, justissimus 

(3) Som., 2, 4, 406. unus Qui fuit, Amoniisque olita 

(4) ;En., \\\ : Sacra Dsosque da- ditissimus arvis. 
ho: socer arma Laiinus habeto. - 



CANTO XX» 297 



invogliato Dante a cogliere di qui il destro di toccare in. tre Ganti , 
l'uri dopo l'altro, della salute de* buoni in vario modo credenti, della 
predestinazione (che è questione indissolubilmente legata con l'altra), 
e della imperscrutabilità dei divini voleri. Da quest'ultimo punto in- 
cominciasi .nel diciannovesimo Canto; poi, preparate le nienti, nel ven- 
tesimo viensi a Riféo ed a Traiano; nel ventunesimo toccasi della pre- 
destinazione, che è quasi sigillo agli altri misteri , ed era contenuta 
nella questione della, prescienza e della libertà, accennate o trattate 
nel diciassettesimo e in altri. 

Il Poeta fra sé domandava : un uomo nasce nell' Indie , dove non è 
chi parli né sappia di Cristo; e i voleri e gli atti di cotest'uomo son 
buoni quanto può vederlo l'umana ragione in quella condizione di 
luoghi e di tempi dov'egli vive senza peccato in vita od in sermoni (lf 
Perchè sarà egli dannalo? — La fede indirizza l'intenzione rispetto 
al fine ultimo, cioè sopranatui ale ; ma anco il lume della ragione na- 
turale può indirizzare V intenzione rispetto ad alcun bene connatu- 
rale (2). ~ I Gentili ebbero virtù politiche; le quali, però, nell'altra 
vita non sono attuabili (3). — Gl'infedeli non possono operare quelle 
opere buone che sono dalla Grazia, cioè meritorie : ma le opere buone 
alle quali è sufficiente la bontà naturale e' possono in qualche modo 
operarle (4). — Per l' infedeltà non si corrompe totalmente la ragion 
naturale che non rimanga in essa una qualche cognizione del vero , 
per la qual possano fare alcuna opera buona <5i. - — Poteva la mente- 
de' fedeli , al tempo della Legge, congiungersi per fede a Cristo in- 
carnato e offerto per l'uomo (6j. D'ogni tempo furono uomini appar- 
tenenti al nuovo Testamento (7). Molti verranno d' Oriente (8) e d'Oc- 
cidente a sedere con Abramo, Isacco e Giacobbe; molti, sebbene sia 
angusta la porta che mette alla vita (9). 

Della tradizione di Traiano, richiamato in vita acciocché meritasse 
salvarsi, fu detto già; e nel Supplemento della Somma, in genere, è 
detto; Di tutti questi tali è da dire che non erano con finale sentenza 
dannati (iO . Il Medio evo, che a noi pare si truce, con ignoranza piena 
dì misericordia concedeva la salute eterna ad Alessandro Magno (il), 
cosi per modo di dire; e faceva dir messe per l'anima d' Ettore nella 
chiesa cattedrale di Troia. 

Ma, per venire al modo come tenevasi che la salvazione fosse ope- 
rata in coloro i quali non avevano del Redentore idea diretta ed espres- 
sa, Agostino vi dirà: Non è incongruo credere essere stali anche fra 
le altre genti uomini a cui venne rivelato tale mistero <Ui. E Dionigi: 
Multi gentiles per angelo s reducti sunt ad Deum (13/. E Tommaso: A 
molti de' gentili fu fatta rivelazione di Cristo (14). Il dire, come ì teo- 
logi sogliono, che ad uomo ignaro della Redenzione , il quale adem- 
piesse i precelti della naturale probità , Dio farebbe per mezzo di un 



(1) Par., XIX, t. 25. Modo del stian' dannerà V Etiope.., - Psal. 
Vangelo e d'Aristotele. Eth., IV: LXXI, 9, 10: Coram ilio procident 
Verum dicit et in sermone ed in Mliopes... Reges Tharsis et insù- 
vita. Som. t 2, 2, 111. Buono in lae munera off erent, reges Arabum 
vita e in sermone. et Saba dona adducent. 

(2) Som., 2, 2, 10. (9) Aug. Conf., II. 

(3) Som. Sup., 98. (10) Som. Sup., 73. 

(4) Som., 2, 2, 10. (11) Ozanam, p. 340. 

(5) Som., 1. cit. (12) Aug., de Civ. Dei, 18, 47. 

(6) Som., 2, 1, 103. (13) Dion. De Hier., IX. 

(7) Som., 3, 1, 106. (14) Som., 2, 2, 2. 

(8) Par., XIX, t. 37: E lai Cri- 



298 PAltÀ&ISt 



angelo conoscere il vero, non esclude già gli altri mezzi pia o meno 
ammirabili ma ammirabili tutti , dove la Grazia fa servire la natura 
stessa a 1 suoi fini; ma afferma che ad uomo tale la misericordia giusta 
sarebbe liberale anco de' pia straordinari suol doni. Se non che pote- 
vano è possono quei che non nacquero tra gente fedele conoscere tanto 
di verità quanto basti a desiderare rivelazione di conoscenza maggiore, 
e quindi, a salvarsi, possono conoscerlo anco dalle tradizioni uomini 
che non ebbero fa fede vera. E ciò simboleggia Dante laddove fa dire 
a Stazio che pe' versi di Virgilio egli fu cristiano , ma che si tenne 
celato per tepidezza e patirà. 



riveli 

non . 

fa che Riféo per grazia superna s'innamori delia giustizia, alla quale 
parola é qui dato il senso evangelico più ampio del virgiliano, e che 
egli, a questo dono corrispondendo, di nuova grazia in nuova grazia 
sfa stato fatto degno di conoscere non so che della Redenzione futura. 
E qui vedete segnati con verità d'osservazione umana insieme e di 
scienza divina 1 gradi della ascensione dell'anima: che il primo im- 
pulso é gratuito, ma per meritare li secondo, gratuito anch'esso, ri- 
chiedesi il libero consentire dell'uomo, e il meritorio cooperare. E 
siccome, a detta di Dante, Il risuscitare (2) di Traiano perché avesse 
la fede a salute, fu merito della speranza viva, con cui Gregorio pregò 
per trarlo dalle morie genti che scendendo lasciano oqni speranza <3>, 
e alla speranza di Gregorio diede ale la carità esercitata da Traiano 
in sua vita; così furono in vece di battesimo a Riféo l'amore alla giu- 
stizia e la fede in quella tede che non poteva essere scompagnata da 
speranza di vederla nel mondo attuata : le quali tre virtù, meramente 
umane, furono da nuova grazia sublimate a più che umano valore. Ma 
siccome a Traiano é radice di salute la sua carità, cosi a Riféo l'amo- 
re (4) della rettitudine,- che a carità si riduce ; perchè tutti i peccati 
copre la carità (5), ed essa delle tre é la maggiore (6). 

Concludendo, ti Poeta dall' imperscrutabile segreto della predestina- 
zione (7) deduce consiglio a non giudicare leggermente il destino fu- 
turo delle anime umane; col quale consiglio abbiam visto concludersi 
anco II tredicesimo canto. Li dice: Non sien le genti ancor troppo si- 
cure A giudicar, si come quei che stima Le biade in campo pria, che 
sien mature (8). Qui dice che la radice della predestinazione non è 
visibile a chi non vede la causa prima : E voi, mortali, tenetevi stretti 
A giudicar; chi noi, che Dio vedèmo, Non conosciamo ancor tutti gli 
eletti (9). Lì finisce con donna Berta, e succede la comparazione del- 
l'acqua In un vaso rotondo; qui, della beatitudine che è cresciuta In 
cielo dallo stesso non poter comprendere la divina immensità, e suc- 
cede l'Imagine della cetra che segue il canto, e degli occhi che, bat- 
tendo d'accordo, significano di pari l'unico affetto dell'anima. 



(I) Som., 2, 2, 2. (5) Prov. X, Iff. 

(3) Di simile risurrezione per (6) Ad Corinth. 

meritare salute vedasi altra tradì- (7) Som., 3, 2. 

zione nell'Ozanam, p. 389. (8) Terz. 44. 

(3) Inf., Vili, t. 36; III, t. 3, 29. (9) Terz. «5. 

(4) Tutto su' amor laggiù pose 
a drittura (t. 41). 



•ANTO XXI. 299 



CANTO XXI. 



ARGOMENTO. 



Guarda a Beatrice, e sale in Saturno. Ella non sor- 
ride quivi , perchè V uomo non potrebbe sostenere la po- 
tenza dell'alto sorriso : e gli spiriti, per la ragione stessa 
non cantano. Vede egli una scala simile a quella di Gia- 
cobbe, scala simboleggiante V altezza del contemplare; e 
per essa vede raggianti l'anime de' santi eremiti. S. Pie* 
Damiano gli parìa, e risponde circa la predestinazione: 
domanda alquanto forzata in questo luogo, ?na tiratavi 
dal Poeta per poter toccare di quest'alto dogma ; si che 
nessuna sublimità della fede fosse esclusa dal suo Para- 
diso. Dalla semplicità degli antichi monaci e' s' apre via 
a maledire le pompe de* nuovi prelati. 

Nota fé terzine 2, 4, 5, 8, 10, 11, 13, 44, 16, 31, 24; la 33 alla 36; 
39, 40 ; la 42 sino alia fine. 

1. UTià eran gli occhi miei rifissi al volto 

Della mia Donna, e l'animo con essi; 
E da ogni altro intento s'era tolto. 

2. Ed ella non ridea; mar: — S'io ridessi, 

Mi cominciò, tu ti faresti quale 
Fu Semelè quando di cener lèssi. 

3. Che la bellezza nia (che, per le scale 

Dell'eterno palazzo, più s'accende, 
Com'hai veduto, quanto più si sale), 

4. Se non si temperasse, tanto splende, 

Che '1 tuo mortai potere, ài suo fulgore, 
Sarebbe fronda che tuono scoscende. 

4. (SL) Ànimo. Inf , XXIV, l. li: ambizione. La nomina. Inf., XXX, t.i. 

Dritta verso me l'animo e il volto. J. (SL) Palazzo. Cic ., Soma. Sclp. : 

s. (L) Fèssi : si fece, fulminalo da JSiernam domum. Ov. Het : palatia 

Giove, amarne suo. eoe fi. 

(SD Semelè. Or. Het., Ili — Ce- 4 (L) fronda: ramoscello fulmi- 
nei 1 . Stai , X: Cinere semeteaque bu- nato. 
sta. Simbolo, come Fetonte, di punita (SL) Fronda. Bocc.Ninf., xxxix: 



300 



^ARAIUSO 



5. Noi sena levati al aettimo splendore, 
Che sotto '1 petto del Lione ardente 
Raggia mò; misto giù del suo valore. 

6. Ficca dirietro agli occhi tuoi la mente, 

E fa di quelli specchio alla figura 

Che 'n questo specchio ti sarà parvente. 

7. Qual sapesse qual'era la pastura 

Del viso mio nell'aspetto beato, 
Quand'io mi trasmutai ad altra cura; 

8. Conoscerebbe quanto m'era a grato 

Ubbidire alla mia celeste scorta, 
Contrappesando Tun con l'altro lato. 

9. Dentro al cristallo che '1 vocabol porta, 

Cerchiando il mondo, del suo caro duce 
Sotto cui giacque ogni malizia morta, 



Colf; e due (rondi, E d'esse una ghir- 
landa si faceva. 
s iL) Settimo : Saturno. — Mó : ora. 

— Suo : del Leone. 

(SD Misto. Par , II. t. 48 : Virtù 
mista degli astri. 

(F) S ttimo. Saturno , pianeta 
freddo, che al dire di Tolomeo, fa 
l'uomo malinconico, non curante del 
vestire, nò d'altro ornamento ; però 
vi colloca gli eremiti. Da questo pia- 
neta, secondo Microbio (Somn. Scip , 
1,18), la virtù contemplativa discen- 
de. — Lione. Saturno era allora nel 
grado ottavo, minuti quarantasei del 
Leone, il Sole in Ariete in principio. 

— Ardente. Ott : Leo è di natura cai' 
da e secca ; ed era nell'ottavo grado, 

— Valore. Conv., IV, 3 : Valore quasi 
potenzia di natura ovvero bontà da 
quella data. La freddezza di Saturno 
si conlempera c>>| calor del Leone., a 
simboleggiare che nell'anima de' so- 
litari! buoni è pur calore d 'affé ito. 
Par, XXU, t 46. 

6. (L) Specchio ..: guarda la scala 
che l'apparrà in questo pianeta 

(SL) Fa Purg ,XXXI, l 4i: Come 
in lo specchio il sol, il Griinne rag- 
gia negli occhi ili Beatrice. Ma i due 
specchi paiono giuoco — Specchio. 
Peir. ; Di viva neve in eh' io mi spec- 
chio e tergo Specchio dice il sole 
(Purg.. IV. l SI. Ari«t .Meteor., 111,2) 

(F) Specchia, CAnt.] Il fallo, i he 
i pianeti fann.> r utticio di specchio, 
sia per raccogliere e trasmettere 
molta luce solare, di cui non go- 
dremmo giammai senza quella re- 



flessione; sia in quanto la loro par- 
venza, per la luce che ci fanno ve- 
dere, ci riflette eziandio la luce in- 
creala, e qualche raggio dell' elerna 
Bellezza, che in certa guisa si spec- 
chia nelle sue creature, creandole e 
conservandole belle; ha richiamalo il 
poeta all' altra analoga verità, che 
anco gli occhi nostri sono specchio 
alle figure, delle cose materiali, ve- 
stile di luce; e che per tali figure 
dipinte sulle nostre pupille, esubilo 
intuite dalla nostra mente, lo spirito 
nostro attinge appunto la cognizione 
del modo di essere di quegli enti ' 
esteriori. Bellamente detto in tre 
versi ! 

7 (L) Qual...; chi sapesse quanl' io 
gioiva guardando Beatrice, quando 
mi volsi nlrove 

(SL) Pastura. Mn. t I: Animum 
pictura pandi In questo senso pa- 
stura ora parrebbe pesante. L* usa 
anco. Par XXVII. i si 

8 (L) Grato: grado — Lato: il pia- 
cere di vederla e. quel d' ubbidirle. 

(SL) Contrappcsando: alquanto 
pesame 

9 (L) Cristallo: al pianeta Saturno. 
— Suo: del mondo. — Sotto: V età 
dell' oro 

(SL) Cristallo. Terzina « : Spec- 
chio. [Cav ] Apoe., XXI, fi : Platea 
civitaits attrum mundum. tamquam 
ritrum pertucidum. — Morta. Inf., 
XIV, i ss: Sotto 'l cui rege fu già 'I 
mondo casto. Morta non si poteva 
ben dire se anco non era nata. Sa 
siccome spenta a qualche modo di- 



CANTO XXJ. £01 



10 IH color d'oro in che raggio traluce, 
Vid'io uno scaleo, eretto in suso 
Tanto, che noi seguiva la mia luce. 

11. Vidi anche, per li gradi scender giuso 1 

Tanti splendorVch , i , pensai ch'ogni lume 
Che par nei ciel, quindi fosse diffuso. 

12. E come, per lo naturai costume, 

Le pole insieme al cominciar del giorno, 
Si muovono, a scaldar le fredde piume; 

13. Poi altre vanno via senza ritorno, 

Altre rivolgon sé onde son mosse, 
E altre, roteando, fan soggiorno; 

14. Tal modo parve a me che quivi fosse 

In quello sfavillar, che 'nsieme venne, 
Sì come in certo grado si percosse. 

15. E quef che presso più ci si ritenne, 

Si fé' sì chiaro, eh 7 io dicea pensando : 

« fo veggio ben l'amor che tu m' accenne. » 

16. Ma Quella ond' io aspetto il come e il quando 

Del dire e del tacer, si sta: ond' io, 
Contra 1 disio, fo ben s'i' non dimando. 

17. Per ch'ella, che vedeva il tacer mio 

Nel veder di Colui che tutto vede, 

Mi disse: — Solvi il tuo caldo disio. — 

cesi la Gamma , prima che accesa, caio <f oro. Tanto preziosa è la vila 

cosi moria qui. contemplativa ~ Scalèo. Gradi del 

(F) Cristallo. [Ani 3 La chiama contemplare, in Marie pone la croce, 
cristallo per la qualità della luce che seguo di martirio ; in Giove l'aquila, 
ci trasmette, per la purezza e schiel- se«no d' impero, 
lezza che vi suppone, e per la eoe- 41. <L> Lume-d' astri e di spirili. 
renza colla precedente denomina- (SL) Ogni Può intendere e della 
ziooe dì specchio. Il cerchiare poi luce diffusa» e delle anime Io intendo 
del mondo, tanto può riferirsi al cir- le due insieme. Lucr. : Nilel diffuso 
colare diurno intorno alia terra, pel tumine coelum 
supposto molo comune dei cieli, 42. (L) Pole: cornacchie. 
quanto al cerchio che Saturno de- (SL) Fredde. Similitudine con- 
scrive col suo moto proprio in quasi veniente a Saturno, non ai Beati, che 
ventinove anni e mezzo, nel qual ardono in Dio 
cerchio restano comprese le spere 45 (SD Sé. Risalta meglio che a 
desrli altri pianeti dire Si rivolgono ; il sé posposto. 

40. »L) Tratuct: trasparente. — Lu- u (L) Percosse : giunse acerlogra- 

ce: occhio „ do della scala 

(<*L Sequivn JEn . Vili: Oculis (SL) Percosse. Celimi: Percos» 

xenunniur. — Luce Pelr., soo X\'| somi in un frale 

Un Vita): Orbo senza luce. Inf, X, 46 (L) Quella: Beatrice. — Sta: 

l. 3* : Quel eh' ha mala luce. lace. 

(F) Oro. Par, XVII, t. 4t : Cor* 47. (L) Solvi: sazia. 

rusca) Quale a raqqio dt sole spec* (SL) Solvi. Par., XV ; Gretto.,, di- 



302 PARAblSt 



18. Ed io incominciai: — La mia mercede 

Non mi fa degno della tua risposta: 
Ma, per colei che '1 chieder mi concede, 

19. Vita beata che ti stai nascosta 

Dentro alla tua letizia, fammi nota 
La cagion che sì presso mi t' accosta. 

20. E di' perchè si tace in questa ruota 

La dolce sinfonia di paradiso, 

Che giù per l'altre suona sì devota. — 

21. — Tu hai T udir mortai sì come il viso 

(Rispose a me): però qui non si canta 
Per quel, che Beatrice non ha riso. 

22. Giù per li gradi della scala santa 

Discesi tanto, sol per farti festa 

Col dire e con la luce che nV ammanta. 

23. Nò più amor mi fece esser più presta; 

Che tanto, e più, amor quinci su ferve, 
Sì come il fiammeggiar ti manifesta. 

24. Ma T alta carità, che ci fa serve 

Pronte al Consiglio che il mondo governa, 
Sorteggia qui, sì come tu osservo. — 

25. — Io veggio ben (diss'i'o), sacra lucerna, 

Come libero amore in questa corte 
Basta a seguir la provvidenza eterna: 



giuno... Soluto Aa*(deilderio dive- miti taciturni. — Ammanta. Meglio 

cleri») che l' addobbata del Par. (XIV , t. M)u 

(F) Vede. Pare giuoco; ma ve- S4.(L) Vito: vista — Quel.~: per* 

dere In questa visione, a simi Illudine che n»»n potresti reggere 

delle profetiche, è parola sacra Nella ss (D Amor mi fece, k le, che que- 

Genesi (XXII , 44) il luogo tanto è sii altri «vati. - Su di me. 

chiamato Dio vede. (F) Fiammeggiar. Par , XIV, t. 41: 

48. (L) Mercede : merito. — Colei : La tua chiarezza seguita f ardore» 

Beatrice. L' ardor fa vistone, 

(F) Mercede. Inf., IV, t. 4t: S' e* si. (L) Sorteggia: elegge me a ateo» 

gli Hanno mercedi. Spesso conlrap- dere. 

pone V idea del merito all' idea della (SL) Consiglio. Pur*., XXIU. t. Si: 
grati*. Dell' eterno consiglio Cada virtà — 
49 (L) Letizia : luce che viene da Sorteggia. Sorte anco nel senso vir- 
ginia, giliano non é casuale. JEn. VI: tee 

(SL) Nascosta par., V. t. 46: Per vero hae fine sorte datae, sinejudice 

pia letizia ni mi si nascose Dentro sedes. 

al suo raggio ta figura santa.— Hata. «. (L) Amore : ubbidite spontanee. 

Modo anche biblico. -Accosta. Fa (SI) lucerna. Joao., V, M : Kraf 

accostare, come Virgilio (£n.,I): lucerna ardens et lucani.— Amor*. 



n.(*L)fmc4* Ancoi 



perche gli ere* 



Par, ili, t. ss. 



CANTO XXL 303 



26. Ma questo è quel eh' a cerner mi par forte : 

Perchè predestinata fosti sola 

A questo ufficio tra le tue consorte. — 

27. Non venni prima air ultima parola, 

Che del suo mezzo fece il lume centro, 
Girando so come veloce mola. 

28. Poi rispose l'amor che v'era dentro: 

— Luce divina sovra me s'appunta, 
Penetrando per questa ond'io m'inventro; 

29. La cui virtù, con mio veder congiunta, 

Mi leva sovra me, tanto, ch'io veggio 
La somma Essenzia della quale è munta. 

30. Quinci vien V allegrezza ond* io fiammeggio ; 

Perch' alla vista mia, quant' ella è chiara, 
La chiarità della fiamma pareggio. 

31. Ma queir alma nel ciel, che più si schiara , 

Quel Serafin che 'n Dio più Tocchio ha fisso, 
Alla dimanda tua non soddisfarà: 

32. Perocché sì s' innoltra nell' abisso 

Dell'eterno statuto quei che chiedi, 
Che da ogni creata vista è scisso. 



"•fa? 

uè pina 



l) Cerner: vedere. [¥) Chiarità, In Paolo, Gre« : Vi- 

ei * Contorte. Per consoni, cn- deo clan totem divini lumini*. Som.: 



me pingue per pingui (Par. XXIII, Vede ph't chiaramente Dio, 

1.49) Idiotismo vivo Psal, XLIV. s : .n.(L) ScMnta di lume divino.— 

Unxitte..oleolaetitiaepratconsor- Ditnantìa della prwlesttnaiiune. — 

libUM luit. SdtìdiHftìrtt : fliuJdirfai-rbrie. 

S7. (SL) Centro, Purg., XIII, l. 5: {SD Serafin Par. iv,i. in : De' 

Fece ùel destro loto ai muover cen- serafin toinì che più s'india. — oc- 

tro. —Mota Par., XII. t. l. Mita. Vvn S. Va.: Aver aperto l M afe 

28. (L) Appunta: appoggia. — Que- chio rifila r.ontetnrtiazìnn«- — Saddi* 

sta luce n«'l cui venire lo son chiuso. A/ara r.unm podestà ìnf , Vi. L sa. 

(SL) Penetrando. Par.. I, i. 4 : La (F) s>idtii.ifiìra Disila predenU- 

gloria di Colitiche tutto muove» Per naninne: Tumm. foni d-m .; Haliti. . 

i* universo penetra — Inventro. Non XXIV, io; auk<, llom. in testo Ja£. ci 

bPllo Jon., 11. J: Ventre inferi. Purg., Pliu. 

XXVII. t. 9: Alvo IH questa fiamma. sa (L) Scisso: diviso, 

39 IL) Virtù: Dio. (SU Innoltra. Parrebbe moderno 

(SL) Munta. Non gentile , e non se tale esempio non l'attestasse: e ne 

proprio, essendo imagine d' emana- rifuggirebbero i verseggienti d'ades- 

2ione. so: così VOsserve della l 91 — Scisso: 

(?) Congiunta. Som : Ciascuna è locuzione non bella né forse prò- 

natura è perfetta quando si con- pria. 

giunge a natura superiore. (?) Scisso. Aug. in Joao : Quare 

so. (L) Quinci: da Dio. — Vista...: Deus aliquos praedestinavit, non est 

quanto vedo in Dio, tanto splendo. dare rationem, nisi quod Deus voluit. 

(SL) CAiar<«.6uid0Giud.: Chia- 
rirà ai fuoco. 



304 



PARA»ISO 



33. E al mondo mortai, quando tu riedi, 

Questo rapporta; sì che non presumma, 
A tanto segno piti muover li piedi. 

34. La mente che qui luce, in terra fumma. 

Onde riguarda, come può laggiùe 

Quei che non puote perchè '1 ciel Tassumma. — 

35. Sì mi prescrisser le parole sue, 

Ch'io lasciai la quistione. e mi ritrassi 
A dimandarla umilmente chi fue. 

36. — Tra* due liti d* Italia surgon sassi 

(E non molto distanti alla tua patria), 
Tanto che i tuoni assai suonan più bassi; 

37. E fanno un gibbo che sf chiama Catria, 

Di sotto al quale è consecrato un ermo, 
Che suol esser disposto a sola latria. — 

38. Così ricominciommi il terzo sermo ; 

E poi, continuando, disse: — Quivi 
Al servigio di Dio mi fei sì fermo, 



ss. (L) Presumma il mondo. — Muo- 
ver: lenlare quest'alta quislione 



tata 



ML) Rapporta. G. Vili.: Rappor- 
ta risposta. 
34. (L) Mente ..: qui vediam meglio 
di voi; pur questo non possiamo: 
pensatelo, se poieie voi. — Assumma: 
accolga in sé 

(SL) Fumma. Hor. Poet : Non 
fumum ex fulaore, ned ex fumo dare 
tucem. Purg , XV, l. ss: Però che tu 
ri ficchi La mente pure alle cose ter* 
rene. Di vera lue tenebre dispicchi. 

— Perchè Inf.. XXXII. i 54: Perchè 
tu mi dischiomi. Afe ti dirò ... — As~ 
summa Frequente nella Bibbia a de- 
notare l' elevazione latta per la Gra- 
zia. 

35.1SL) Prescrisser :cobì poser limile 
al mio volere. 

(L) Prescrisser. Peir M son XX (in 
Vila): L'onorata fronde che prescrive 
L'ira del ciel — Umilmente. Purg., 
HI, l. 37: Mi fui umilmente disdetto. 

36 iL) Liti: Tra il Tirreno e l'Adria- 
lieo. — Sassi: gli Apennini. — Tanto 
sorgono. 

(SD Saisi.JEa., Vili : Saxo inco* 
liiur fundaia vetusto Urbis ... sedes. 

— Patria. Quanta poesia tn questo 
verso si semplice I — Tuoni. Stai il : 
Summos me praepetis a'ae Plausus 
adii colles nec rauca tonitrtia pulsavi. 

t iF). Saisi [Ani 1 Ben descrilto il 
riuscire del monte Catria dagli Apen- 



nini dalle cime dei quali vedonsi non 
di rado sottostare le nubi procellose, 
scoccanti saette II r.airia si slacca da 
questi alla latitudine di Gubbio, e si 
spinge verso l'Adriatico tra Levante 
e Tramontana per olio o dieci miglia, 
fuori affano del la linea dei monlf ge- 
neratori; e al disopra della media al- 
tezza di quelli, ergendosi la sua som- 
mila al livello di 4700 metri sul mare. 
Più in basso nel fianco che guarda 
Greco, a uno dei capi del torrente 
Cesana, è il celebre Monastero del- 
l'Avellana, ove credesi che Dante la- 
vorasse parie del .«aero poema e re 
lo conducesse anche a termine. — 
Tuoni, che si formano nella seconda 
regione dell'aria Arist. Meleor 

57 (L) Gibbo: rialto. - Ermo: S.Crocc 
dell'Avellana — Latria: culto a Dio. 
(SL) Gibbo Comune il iraslaiodi 
dosso e spalle di monte Consuona a 
gibel ; onde Mongibello. — Catria. 
Giunte degli Apennini. Nel ducalo 
d'Urbino ira Gubbio ( ove dimorò 
Dante) e la Pergola. 

(F) Latria. Aug /de Clv Dei X: 
Latria che a paritene al culto di Dio 
é altro dalla Dutia che e il xervigio 
dell'uomo. Som : Latria debrltir soli 
Dea. Vedi Som.: 8, 3, 84; 3, i v is. 

SS. (L) 7Y?rso;.par'ò già due volte. 
(SL) Ricominciommi. JEn , VI : 
Incoepto sermone. — Terzo Terzine 
2*,9*. — Sermo. lnf.,xui, l. 4«,— Poh 



Canto XXH. Paradiso 



TerzinA 1* 




Oppresso di stupore, al/a mia guida 
Ab' volsi, conte paftfoT cke^ /v<vww- 
Scmpfr colà, a*4roc piti si tvìt/ì'/Ja . 



0ANT6 XXI. 



305 



39. Che pur con cibi di -liquor- d'alivi à 

Lievemente passava e caldi e gieli, 
Contento ne' pensier* contemplativi. 

40. Render solea quel, chiostro a que3ti cieli 

Fertilemente : e ora è fatto vano; 
Sì che tosto convien che si riveli. 

41. In quei loco fu* io Pier Damiano 

(E Pietro Péccator fu nella casa 

Di Nostra Donna, in sul lito Adriano): 

42. Poca vita mortai m'era rimase- •'• 

Quando fui chiesto e tratto a- quel cappello 
Che pur di male in peggio si fràvasa. 

43. Venne Ceph&sje venne il gran vasello 

Dello Spirito Santo, magri e scalzi, 
. Prendendo il cibo di qualunque ostello; 



Par.,V, t. e: -Si cominciò Beatrice qne* 
sto cauto... Continuò così f l processo 
*anfo- P>ù schietto qui. 

59. (L) Pur: sol 

(SL) Ulivi. Plurale. Som. : Oleo 
otivarum. ' 

40 (L) Bendar anime? — Vano: vuoio 
di bene — Riveli il suo mai* 

tSL) Vano, Par . Xj i 5t: £/*- ben 
s'impingua se non w • mmtj im — 

Tosto \l solito ili -|ì li m nidi parie 

Fp<'ciftlm<-niH so sviiiLunt[i t annunzia 
prossima la lini; liei a 

ir. iL) Atitiann,- Aiif.il ini. 

<SL) Peccato*' ivir,. de Vii : So- 

-lit I II. 9. a c 11: Qrtf.i Ptrlro Che Si 
eoa nomina Dt'ntono , nettitene e ilei 
suo nome e Ut Ita nati ì*ita e de' fatti, 
■t ituta (il word* coti* fu ptte ne seti*» 
nefo fta lo. ricercandone più esatta- 
menu >mwttitìt udir ebtft ut numasttro 
ilvr'cttH fiorì t datttt trtituifwtanza (li 
tIut!T?ri'ito\t rv< cotti Itti essere stato 
ti'tpprlnta iti f itti imi far in , poi con 
alle curtvjiii delta CHitsu^ da attinto 
spontaneamente ritornato alla sua 
solitudine CTirabo<chi. Stor. letier, 
I. IV, e li 3 — Adriano. Bollami , I,' 
9SS.. : Gulfo Adriano H>»r. Carni , I, 
46: Mari.. Had riatto; e nel Convivi» 
Pietro de«li Onesti, dell»» il IVera- 
tore. muri d'anni ottanta nel 4 «49. e 
fondò il monastero d'i S Maria del 
Porlo pre««» H«venna. Pirr Damiano 
mori nel 4080: e giovane, era entralo 
al m inasterò di Fonie weliana «love 
l'esule Poeta soggiornò qualche lem- 

Bo : di che rimana a memoria un'ef- 
gie di lui Pare che alcuni confon- 
dessero al lempo di Dante Pier Damia- 
Dantr. Paradiso. 



no con; Piclro peccatore, s'egli qui 
discende * siffatta avvertenza. E la 
cura rheil Petrarca si prende d'in- 
formarsene . dimostra che r uomo 
nVr» 'di-uno Simile avvertenza, e In 
forma mezz<> poetica; una Ònzlo nel- 
l'Od»*: Qitulem mtnistrttin; se pure di 
Hi ii q-nèila p ir^riiesf: altri rammenta 
S. Moia ni Porionuòvo a pie del 
ponte Con. ro a sette eh lométri dà 

ahi a; dove- s Gaudenzio, vescovo 

d'Ossero; -pregando' per Ancona ih- 
le« «l'ita Hii ama sé peccatore 

49 «Lì 7>àf io; coinè a loria •— Cap- 
pello di ca'rdin:iie..^-Trtti.*iasa; passa 
di ind.cnò in più indegno 

(SL) Trono Esili è tratto al cap- 
pello mm trae sé al cappello: né il 
calvello a sé\ ne il cappello gli è 
tra«lo 3(M'i<;<$o. ne eRli lo trae nella 
polvere — Coprir Ho. Olt : Per digni- 
tario di cappello non mutò obito d'a- 
nimo né peto di vestimento e di lui 
m leqqnno laudani ti opere.— Travasa. 
Parg. vii, i- 59: Bene andava il valor 
di vano in vaso. Ma 'qui 4l cappello 
pare il conien ilo. e la materia più 
preziosa; le leste che lo portano, i 
e. iratelli più o meri vani e capaci. 
Più sono: vase'to dello Spirito 

43 <L> Cephai : Pietro. — Vasello: 
Pàolo. — Prendendo a elemosina. 

rSl.i V.ephas Joan , I, 43: Tu vo- 
cnberis Cenhas: qtiod interine fatar 
Petrus L'Ap.edolo ad Corinti) . I., ad 
«al., Il> lo «hiama cosi. — Vasello. 
Ad. IX. 45: Vas tlectio is —Scalzi. 
Par., XI. I 88: Scalzasi Eqidio, scal- 
zasi Silvestro. — Prendendo. Non pi- 
anando o togliendo. Q\i\ per ricevere. 



306 



PARADISO 



44. Or voglion q, ia , . a quindi chi rincalzi 

Gli moderni pastori, e chi gli meni 
(Tanto son gravi), e chi dirietro gli alzi. 

45. Cuopron de' manti lor li palafreni, 

Sì che due bestie van sott' una pelle. 
Oh pazienzia che tanto sostieni! — 

46. A questa voce, vid* io piti fiammelle 

Di grado in grado scendere, e girarsi; 
E ogni giro le facea più belle. 

47. Dintorno a questa vennero, e fermarsi; 

E fero un grido di sì alto suono 
Che non potrebbe qui assomigliarsi. 
Nò io lo 'ntesi: sì mi vinse il tuono. 



— Qualunque. Senza il verbo poi, pare 
d'uso moderno; ma il verbo era bello 
80Uioteodere. [Cav.] Lue. X: In qua- 
cumque domum intraveritts ,* mo- 
nete iliuc edentes et bibentes quae 
apud ilio» sunt. — Ostello Lo chie- 
devano a titolo d'ospitalità, non già 
Rer pianlarvlsl. Ad Bebr., XIII, ni: 
ów... habemus Me manentem civi- 
talem. 

41, (L) Rincalzi : regga. — Meni per 
la briglia. — Alzi montare. 

45. (L) Pazienzia divina. 

(SD Bestie. Bestia arrabbiala 
chiamò Federigo Tedesco la Corte di 
Roma; Dante (Inf.XV, 1.95): i Fioren- 
tini suoi bestie Fienolane. E Purg., 
XIV: tutta Toscana gli è un covo di 
bestie; anco i Ghibellini; e* i suoi 



Bianchi. — Pelle. Bern,: In itinere 
incedunt nitidi et circumamicti va- 
rie la tibu*, tanquam sponsa prece deus 
de inaiamo suo — Paitemia. Jon.,lV ( 
s: Paliens et multae ornati, misera» 
ticnis. Nabum. I, 5: Domine pattern. 
Ov., Mei., V: Et tamen in eoe lo, quae 
jam patientia nostra est, Sperni mur. 
[Cav.l Ad Hom, IX, ts: Susttnuil 
CDeusJ in multa patientia vaso, trae 
apta in interi tum. 

46. (L) Grado della scala. 

(F) Belle. Gioja severa della giu- 
stizia, alla quale è amore la stessa 
indegnazione. 

47. <L) Questa: Damiano. 

(F) Tuono. Contro i tristi usi dei 
chierici. Greg Nazianz., Oraz. XXXII. 



Per quel che è dello siile, il Canto 
è forse de' meno accurati. Quat sa- 
pesse qual era la pastura... conosce- 
rebbi... Contrappcsando l'un con l'al- 
tro lato — Io lasciai la qui si io ne e mi 
ritrassi A dimandarla umilmente chi 
tue — Così ricomindommi il terzo 
sermo; E poi continuando disxe — 
Ha questa ultima pausa é Forse appo- 
sta per dare, più impelo alla segucol* 
invettiva Nella quale invettiva è ;•!.« 
disotto della commedia il versori ; à 
due bestie che vanno e «ito unape<e. 
Né riinagioe della mola, che qui ri- 
viene , io direi sconveniente pei* ho 
rammenti il mulino, ma si perdi ù fi- 
gurarsi quel santo girare sopra dì sé, 



non sai se come una ballerina o come 
un razzo, non pare imagi ne di letizia 
celestiale. 

Troviamo qui rammentali sul serio 
e Saturno, il caro duce del mondo, 
(sempre infelice il poeta nei vagheg- 

S lamento de'duci passati e futuri), e 
emeie fatta di cenere. Ma Dante , al 
sorriso di Beatrice, poteva morire di 

floia ; incenerire, come a colpo di 
uimine (e come egli augura che ac- 
cada a Pistoia), lassù non poteva. Me- 
glio eh» il tuono sperdilore dell'a- 
mala da Giove, è l'altro alla Odo del 
Canto; tuono d' adeguazione contro 
i prelati inviliti nelle goffaggini della 
mondana superbia. Sente egli il gri- 



CANTO XXI. 



307 



do; le Parole non intende: alle quali 
la sua frale natura non sarebbe potu- 
ta resistere. E nell' Inferno e nel Pur- 
gatorio e Bel Paradiso gli accade d'u- 
dire 1 suoni senza intendere i sensi; e 
lo nota con differente, ma sempre 
più o meno poetico, accorgimento. 
Ed è poesia, che al sermone di Pier 
Damiano, le anime de* contemplanti 
austeri scendano dalla scala, e si gi- 
rino : E ogni giro le facea pia beile; 
e gli si accostino per tuonare la ri- 
provazione più Ione, e perciò stesso 
si quetino alquanto. E per meglio di- 
pingersi nel pensiero lo scendere e il 
girare di quelle Oammeile (che ram- 
menta per contrapposto Lo scendere 
e il girar per li gran mali d' Inferno 
portato da Gerlóne , Insolita scala), 
giova ritornare al principio del Can- v 
lo, ove dice : Vidi anche, per li gradi 
scender ai uno Tanti splendor* % eh* V 
pensai ch'ogni lume Che par nei ciel 9 
Quindi fosse diffuso. Ben più belio 
che nelr Inferno : 51 lunga tratta Di 



gente , eh' io non avrei mai creduto 
Che morie tanta n'aveste disfalla. Il 
graduare, la dipintura degli splendori 
e delle armonie e delle Rioje , senza 
troppo ripetere né quasi mal decre- 
scere, è arte, se cosi piace , ma arie 
cne dimostra ricchezza generosissima 
di natura. 

D'altro genere bellezza è là dove 
dice della luce divina La cui virtù* 
col mio veder congiunta . Mi leva so- 
vra me} che ritrae, conciliate e cospi- 
ranti, la libertà con la Grazia. E mo- 
ralmente bella la Invocazione: lamia 
mercede Non mi fa degno detta 
tua risposta. Dal lume del Santo ita- 
liano, sente di più che umano affetto 
.quel cenno: E non molto di* tanti atta 
tua patria ; verso la cui schiettezza, 
mitemente accorala, e ammenda alle 
acri parole che prorompono poi, non 
degne di chi profferiva: Ma l'atta ca- 
rità che ci fa serve Pronte al Consl* 
gito che '/ monto governa. 



308 PARADISO 



IL MISTERO. 



Tuttoché quel che dicesi a soluzione del dubbio proposto ; paia ri- 
dursi a un argomento solo, l'ignoranza umana; ben riguardando, in 
quest'uno argomento, altri parecchi riconosconsì inchiusi. 11 primo è 
tolto dall'idea di creazione, la quale idea, dimostrando da sé il crea- 
tore maggiore della creatura, dimostra dover essere di necessità in- 
comprensibili a questa i disegni di quello. E' lo dice in imagine de- 
gna dell' ispirato oriente : Colui che volse il sesto Allo stremo del 
mondo (1). Ateo il Milton <2i ha V imagine della sesta; ma troppo a 
lungo vi si ferma, e con ciò, non foss' altro, la renderebbe materiale 
troppo, e cosa da matematico e da ingegnere. Ma Salomone : gyravit 
coelum in circuitu gloriae suae <3>; dove la gloria, cioè la potenza 
insieme e la sapienza e l'amore, e la luce una e trina che n' esce, 
circonda, quasi mare isola, l'universo. Gyro vallabat abyssos (4) ; dove 
alla creazione e insieme alla mente dell' uomo è circondato un giro, 
quasi vallo e difesa di luce, che agli occhi deboli nostri si fa tenebra 
per gran bagliore, ma insieme ci tiene in via, quasi impedendoci le 
cadute precipitose. E Davide: Tu fecisti omnes terminos Urrae (5), per 
denotare chtf il creatore de' limiti é quello insieme che li riempie e 
aluta a trascenderli ed è necessariamente più grande de' limili. E Sa- 
lomone di nuovo: tutto dispose in peso e innumero ed in misura, dove 
all' idea del circuito aggiungersi altre più intime e non meno ampie, 
dalle quali apparisce che in ogni atomo della creazione é quella me- 
desima precisione che nel gran tutto, cioè non meno ammirabile di- 
mostramento di potenza e di sapienza e d'amor?. Al paragone di tali 
imagini, pare angusta quella di Prudenzio, che pure è così grande in 
sé stessa : Deus ingens atque superfusus trans omnia nil habet in se 
Extremum ut elaudi valeat (6). 

La vista dell'uomo, dire il Poeta, non può essere che uno de' raggi 
della mente di cui sono ripiene tutte ì e cose ; non potendo dunque essa 
riempiere di sé tutte le cose , può molto meno comprenderle , o ancor 
meno comprendere la Mente suprema. Virgilio disse piene di Giove le 
cose tutte »7r, e le Scritture, con imagine più ampia e più spirituale, 
pieni della gloria divina la terra e I cieli. E Virgilio più volte nomina 
la mente divina : né mi rammento ch'altro poeta pagano lo faccia a 



(4) Par., XIX, l. 14. (5) Psal. LXXIII, 17. 

<2) VII, 2i4. (6) De nat. Anlmae in Aittth. 

1.1) Eccli., XLllI, 13. (7) Bue, HI. 

(4) Prov., VII!, 87. 



CANTO XXI. 309 



quel tnodo (1). Platone nomina mente quella che opera dal principio 
con intelligenza (2): Anassagora dice che, essendo da prima le cose 
tutte insieme, e da infinito tempo nella quiete, la mente col moto le 
eccitò eie distinse 3 . Nella Monarchia : la mente del primo Motore, 
e parlando della creazione morale (dacché ogni movimento dell'anima 
In quant'è da Dio cioè | buono, è creazione, e l'uomo se lo torce a 
male tende al disfacimento proprio e delle cose), le lingue e greca e 
latina e italiana adoprano voci significanti idea di moto ; e anche nel 
senso morale questa parola è amala da Dante (4). Ma perchè Dio è mo- 
tore immoto, per ciò stesso, la natura sua, e quindi la sua volontà , 
non può non trascendere i moli dell' umana ragione ; dacché 1' uomo 
è trasmutabile dì natura sua (5), e il consiglio di Dio è quel volume 
ir non si muta mai bianco né bruno (6). 

Ogni natura minore È corto ricettacolo a quel Bene Gh' è senza fine, 
e sé in sé misura (7). — Dio massimamente conoscendo sé stesto ritorna 
sopra l'essenza sua (8). — Dio non è misura proporzionata alle crea- 
ture misurate (9). — V intelletto di Dio è misura d' ogni essere e d' o- 
gni intelletto (10). — Dio non può essere compreso da alcuno intelletto 
creato (li). — All'anima che vede il creatore ogni creatura è angusta, 
che per quanto poco ella veda della luce deLcreatore, ogni cosa creata 
le si fa piccola (12). — Pervenire alcun po w colla mente a Dio, egli è 
beatitudine grande; comprenderlo, impossibile affatto (13). 

Se quel che s' intende è limitato dalia comprensione dell' Intelli- 
gente (W, chiaro è che Dio non può essere inteso dall'uomo, né Inte- 
teramente compreso il menomo dei disegni di lui, dacché quel che noi 
impropriamente diremmo fi menomo de' suoi disegni, è tutt* uno col- 
l'idea dell'intero, cioè con Dio stesso. E Agostino, sentendo il buio 
dell'essere proprio con chiarezza tale qual non fu mal sentila da mente 
pagana, soggiunge sublimemente : L'anima mia non è capace a con,' 
cepire una parte di sé ; io stesso non capisco quello che sono (15). Una 
notabile e nuova comparazione qui del Poeta, diventa-, come tutte le 
comparazioni vere, argomento nuovo e forte : Fai come quei che la 
cosa per nome Apprende ben ; ma la sua quidditate Veder non puote 
s'altri non la prome (16; ; dov' e avvertitamente accennato al misterioso 
modo come l' anima intende il linguaggio, che l nomi delle cose so- 
vente le sono accessibili tanto da usarli accomodatamente nel consor- 
zio della vita, e pur nondimeno le sono oscuri i significati ultimi d'essi 
nomi. La parola dunque più chiara ha le tenebre sue : or come non 
ne avrà la natara delle cose, come non ne avrà quella che Dante no- 
mina meditatamente la radice delia predestinazione delle anime, che, 



(1) Georg., IV : Divina* mentis. (6) Par., XV, t. 17. 

• iEn., VI : Mensagitat molem; IV : (7) Par., XIX , t. 17. Som.: La 

Haud sine mente.,. Divùm. perfezione della natura inferiore. 

(9) Arist. Phys. (8) Som., 1, 1, 14. 

(3) Arlst. Phys., Vili: Distinse (9» Som., 1, 1, 13. 

tanto occulto e manifesto. (10; Som., 1, 1, 16. 

(4 Qui stesso, del ricrearsi del- fili Som., 2, 1, 4. 

l'anima dì Riféo nella fede «Par., (12) Greg. Dial., II. 

XX, t. 37) : Potesse sua voglia e*- (13) Aug. Sermo de verb. Dom. a 

ser mossa ; - XVlll, t. 33 : Il ben XXXVIII. 

che a sé le muove; - Inf., It,t. 14: (14) Aug., XXII, 83. 

Amor mi mosse. - Purg. , X Vili , (15) Quindi i sensi usuali dì Ca- 

t. 11: Disire, Ch' è moto spiritale, pire, Capacitare, Capacità. 

(5> Par., V, (16) Par., XX, t. 31. 



310 PARADISO 



appunto per essere radice e per vivere, deve rimanere non tocca nep- 
pure dagli occhi dell' uomo ? 

Lume non è, se non vien dal sereno Che non si turba mai; anzi 
è tenebra. — Ogni creatura è tenebre comparata all'immensità del 
lume divino ti). E con altra ìmagine più profonda insieme e più chiara 
denotasi la medesima cosa nella terzina 33: Perocché si s' innoltra 
nell'abisso Dell'eterno statuto quel che chiedi, Che da ogni creata vi- 
sta è scisso (2). — Ora conosce assai di quel che 'l mondo Veder non 
può della divina grazia, Benché sua vista non discema il fondo (3). 
Dove a' Beati stessi (Quell'anima nel del che più si schiara, Quel 
Sera fin che 'n Dio più V occhio ha fisso) (4> riconosce ii Poeta non con- 
ceduta la piena visione delle superne profondità. Onde altrove : Per 
grazia $he da sì profonda Fontana stilla, che mai, creatura Non pinse 
V occhio insino alla prim* onda (5) : Ma ritornando all' ìmagine del 
pelago immensurabile: Nella giustizia sempiterna La vista che t iceve 
il vostro mondo, Com* occhio per lo mare entro, si interna : Che, ben» 
che dalla proda mg già il fondo, In pelago noi vede : e nondimeno Egli 
è , ma cela lui l'esser profondo (6). £ qui il Damasceno : Tutto eom- 
prendendo in sé, ha lo stesso essere come un pelago di sostanza infinito. 

Fra gli altri argomenti conchiusi entro a quell'uno, o che corrano 
in lui siccome corpi nuotanii sopra una medesima corrente , o in un 
medesimo raggio, egli è questo che accennasi nella comparazione re- 
cata : siccome dalla riva uomo vede il fondo dell'acqua, in alio, 
mare noi vede , ma sa che e' è e che la profondità sua lo vela ; così 
quelle cose che l'uomo conosce gli diventano ragione a conoscere ch'al- 
tre ci sonoal!e quali egli non può pervenire; senonchè, invece che il 
noto gli aia criterio e sicurtà dell' ignoto , 1' ignoto piuttosto è a Ini 
delle note cose guarentigia e ragione ; senonchè di questo ignoto egli 
sente e indovina e possiede pur tanto, che altrettanto non sarebbero 
quante mai cose furono più certamente conosciute o siano a conoscere 
mai possibili. £ qui un altro argomento, inchiuso in altro argomento 
come parentesi in un costrutto, ma possente stare di per so, nel verso 
che dice come Dio entro al mondo Distinse tanto occulto e manife- 
sto (7)-. Porcile Tessere fin nelle cose mondane tanto d'occulto in fra 
l'indubitaNle manifesto, più fortemente comprova che le cose sopra 
mondane non possono farsi palpabili alle nostre mani e calcabili al 
piede nostro. Bellissimo di sapienza poetica quel Distinse, che dice le 
cose occulte non essere confuse con le manifeste da fare oscurità ine- 
stricabile, ma che Dio neli'approssimare le une alle altre e alternarle 
e contesserle, volle che noi della loro distinzione aiutassimo il nostro 
discernimento, e che le manifeste ci fossero come il foglio bianco sul 
quale risaltano le lettere scritte, nelle quali, e non nel bianco , è il 
concetto della reale verità. « 

(1) Par., XIX, t. 33. Som., 3, 2, (3) Par., XX, t. 34. 

5 e 1, 64. (4) Ter*. 31. 

t3) Purg., VI, t. 44 : Oi prepa- (5) Par., XX, t.40;Purg., Vili, 

razion che nell'abisso Del tuo con- t. 33: Sì nasconde Lo suo primo 

sigilo fai, per alcun bene In tutto perchè, che non gli è guado. 

dall' accorger nostro scisso t ( La (6) Par., XIX, t. 31. 

medesima giacitura di voci e nu- (7) Par., XIX, t. 44, Paul, ep.: 

mero rotto, per denotare col suono Quod mani fi slum est Dei, occultum 

slesso la divisione necessaria.) Pa- est hominibus* Som., *, 3. 1 : Oe- 

radlso VII, t. 33 : Fisca mo l'oc- cultum Dicinitati*. Avf. In Joaa. v 

cìiio per entro l'abisso Dell 1 eterno G.Vi : Occultum hominibus nune 

consiglio, quanto puoi Al mio par- manifestava tiu 
lar dittretìamenU fisso. 



CANT# XXI. 311 



Un'altra ragione ancora , o , se meglio piace , svolgimento delle sin 
qui dette, è questa, che Dio stesso non si potrebbe far comprensibile 
all'umana mente , cioè farla esser tutt'uno colla mente divina : Non 
potea suo valor si fare impresso In tutto V universo, ehe 'l suo Verbo 
Non rimanesse in infinito eccesso (1). E perchè nell' Idea di Dio s' a- 
dunano tutte le perfezioni , onde tutte le ragioni che deduconsl da 
essa, non possono non si recare a una ragione unica; però, siccome 
P argomento della creazione a provare la necessità dei mistero 3' ac- 
coppia con quello del moto che non può non venire da causa immu- 
tabile, così l'altro argomento che Dante ^oi prende dalla volontà di- 
vina, riducesi a quello della immutabilità. Senonchè in due versi for- 
nisce due prove il poeta : La prima Volontà, eh' è per sé buona, Da 
sèj eh' è sommo ben, mai non si mésse. E tosto soggiunge una terza : 
Nullo creato bene a sé la tira; Ma essa, radiando, lui cagiona (2). Se 
questa volontà dunque è buona, se cagione unica e libera, se immuta- 
bile ; di necessità ne consegue eh' ella deve preconoscere le anime 
giuste, prestabilire l'ordine delle saluti, e con giustizia gratuita, e pure 
adequata ai meriti da lei cagionati, prestabilirlo (3). La qual cosa è 
potentemente espressa nel verso : Al cui disio Ciascuna cosa , qual 
eli' è, diventa (4). 

Ma siccome l'amore e la speranza dell'uomo può, per i meriti della 
Grazia, vincere la volontà divina, non già come l'uomo supera l'uomo, 
ma vincerla perchè vuole essere vinta, e il vo'er essere vinta è nuova 
vittoria di potenza d'amore; così la natura umana per sua costitu- 
zione può essere portata verso un oggetto che è sopra sé (5J , e alle 
divine cose elevata (6). La Grazia trae la creatura razionale sopra 
la condizione naturale alla partecipazione del bene divino (7). La 
qual congiunzione della Grazia all'umano vedere con forte evidenza è 
signiQcata ove canta: Luce divina sovra me s'appunta Penetrando per 
questa (8). La cui virtù , con mio veder congiunta, Mi leva sovra 
me (9), tanto ch'io veggio La somma Essenzia... (10) E perché nelle 

(1) Par., XIX, t. 15. Som., 1, 2, rola che chiude il verso siccome 

2 : V uomo non è capace del bene quella che ne turba la pura arroo- 

che eccede i limiti d' ogni creatura, nia. E così tralascio le parole che 

Dion., dlv. nom., I : Sopraeminen- seguono a essenzia, eh' e' non a- 

temente eccede tutto V ordine della vrebbe usate se non era la rima. 

natura nostra. Som., 1, 1, 6: Dio (9) L'anima assentendo alle cose 

paragonasi alle altre cose per ec- divine si leva sopra la propria 

cesso) come trascendente tutte per- natura. Som., 2, 2, 6 : - 3, 9. Per 

fezioni); 2, 2, 8 : Tanto più per- questo stesso che V uomo si leva so- 

fittamente conosciamo Dio \n que- pra sé in quanto appartiene alla 

sta vita quanto più intendiamo Lui sua dignità, la parte inferiore di 

eccedere tutto ciò che comprendesi luisi $ debilitata : Som., 3, 30. Su- 
in intelletto umano; 1, 2, 5: La .pra semetipsum raptus fuit. Greg. 

beatitudine eccede e V intelletto u- Dial., II. Simili locuzioni in Gate- 
mano e la volontà; e 2, 2, 175.. ri ri a da Siena. 

£etr. Son : Mio ben non cape in (10) La scienza per la quale Dio 

intelletto umano. vedesiper essenza. Som., 3. 9 : L'es- 

% (2) Par*. XIX, t. 29 e 30. senza divina è forma che eccede la 

(?) Som., 1, 1, 19. Della volontà proporzione di qual si sia creatura. 

divina. Paolo vide V essenza divina. Som., 

(4) Par., XX, t. 26. # 2,2, 175. Vedere Dio nell' essenza, 

(5) Som., 1, 2, 19. è sopra la natura rantolo dell' uo- 

(6) Som., 2, 2, 175. mo, ma eziandio d' ogni creatura ; 
Som., 2, 1, HO. Som., 2, 1, 5. 



(7) 
<8) 



Terz. 28 e 29. Tralascio la pa- 



312 • PARADISO 



sentenze del Nostro, P intelletto sovente s'accompajjna al volere , e i 
due mondi procedono in armonìa ; però , siccome qui dice della lue* 
superna congiunta al vedere dell'anima , cosi nell'altro Canio diceva 
del volere de* beati che s' accorda al divino, anco nel riconoscere la 
imperfezione della veduta loro. Perchè 't ben nostro in questo ben 
s'affina <i). Bello «' affina. Così per segno della delicatezza e della 
perfezione del sentire e data P umiltà , e l'umiltà stessa è fatta alla 
beatitudine incremento e corona. 



(i) Par., XX, t. 46. 



te 



CANTO XXI. 313 



OSSERVAZIONI DEL P. G. ANTONELLL 



La stella di Saturno, la quali?, a quei tempo , corrispondeva al se- 
gna, e al pripcipio, della costellazione del Leone. Di Saturno cono- 
scevano assai bene gli antichi la rivoluzione periodica, alla quale as- 
segnavano giorni 10747 ij3, cioè un po' meno di anni 29 lj2, scarsa 
di soli 12 giorni rispetto al valore più esatto, che ora noi conosciamo. 
— Quanto a dimensioni o a distanze relative, Albalegno e Alfragano 
gli attribuivano un diametro un po' più che quadruplo di quel della 
terra, con un volume circa 85 volte maggiore di questa; e da questi 
astronomi, e da Tolomeo, si poteva dedurre, che Saturno fosse dentro 
i limiti di 100 milioni di miglia nella sua distanza dalla Terra, e dal 
Sole. Qui sì, che quegli infaticabili scrutatori degli astri erano lon- 
tani dal congetturare le maraviglie di quel placido lume che , per la 
sua lontananza vera, sfuggiva alle toro osservazioni. Ora si sa: 

1.° Che Saturno è a una distanza media dal Sole di oltre nove 
volte e mezzo quella della Terra, e però di quasi 787 milioni di mi- 
glia italiane: 

2.° Che la sua massima distanza dalla Terra può giungere a 918 
milioni di miglia, e a milioni 659 la minima; 

3." Che il suo diametro è altresì alquanto maggiore di nove volte 
e mezzo quel della Terra, e perciò non inferiore a miglia 65260; 

4.° Che quindi la sua superficie equivale a ben novanta volte la 
superficie terrestre, e il suo volume eccede 864 volle quel della 
Terra ; 

5.° Che la sua densità di poco superando la ottava parte della 
densità del nostro pianeta, non giunge bene la massa di Saturno a 
contenere 101 volte la massa terrestre; 

6.° Che anco Tingente corpo di Saturno è soggetto a una rota- 
zione intorno a un suo diametro , la quale si compie in ore dieci e* 
mezzo; 

7.° Che anch'esso è circondato da un'atmostera la quale è nota- 
bilmente densa, e presenta dei fenomeni da farla reputare simile assai 
alla nostra e a quella di Marte; 

.8.° Che, quasi in compenso della sua grande distanza dal Sole, è 
rischiarato da otto lune o satelliti; uno dei quali corpi supera la gran- 
dezza di Mercurio e di Marte, e tutti compiono il loro giro intorno a 
Saturno in minor tempo di quello che fa la Luna rispetto a noi , se 
ne eccettuiamo l'ultimo a cui bisognano giorni 79 lj3. 

Ma ciò che rende singolare Saturno, è il magnifico anello che, den- 
tro alla regione del più vicino tra i satelliti , gli fa luminosa corona 
senz'aver contatto con esso. Questo mirabile anello ha nella faccia 



314 PAHADIS» 

laminosa una larghezza di 32400 miglia; È diviso almeno in tre parli 
principali, di vario splendore, e tra loro effettivamente staccate , sì 
che formano tre anelli concentrici. L'auello nel suo complesso é di 
forma ellittica, cioè non perfettamente rotonda: ha di grossezza, giu- 
sta le misure dell'Herschel, 216 miglia, piccola in vero in rispetto al- 
l'ampiezza: e la circonferenza interiore dista dalla superficie del pia- 
neta 11156 miglia. La circonferenza esteriore dell'anello è dunque di- 
stante dal centro di Saturno 76236 miglia; la interiore, di miglia 43836. 
La superficie di una delle faccio ascende a 12122 milioni di miglia 
quadrate; quella dell'orlo esterno a milioni 103 1/2; l'altra dell'orlo 
interno a 60 milioni: dimodoché la somma della superfìcie degli orli 
supera di gran lunga la superficie della Terra, che é data da milioni 
148 2/3 di quella stessa unità superficiale; e tutta l'area dell'anello 
giungendo a 24607 milioni di dette miglia quadrate , è quasi doppia 
della superfìcie di Saturno, la quale è di milioni 13420 2/3 — Il vo- 
lume però di questo globo contiene quello di tutto l'anello 55 volte e 
' quattro decimi. E poiché anco l'anello é in rapido movimento di ro- 
tazione, tanto che compie un giro nel suo piano in ore 10 32 minuti, 
ne segue che la velocità delle parti esterne dell'anello è in ragione 
di 46355 miglia per ogni ora; che é quanto occorre aftinché quella gi- 
gantesca appendice non precipiti sul globo colossale, che a se là trae 
di continuo, e seco nell'ampio suo corso di continuo la trasporta. 

Lascimelo che altri si abbandoni ai voli della fantasia per dirci, tra 
le molte cose congetturali, esser possibile che la mole dell'anello de- 
scritto sia formata da un ammasso di aeroliti , circolanti intorno al 
pianeta principale; a noi, se non siamo affatto scaduti dalla nobilis- 
sima natura nostra, basterà quanto abbiamo esposto, per farci escla- 
mare col Cantor dello Spirito Santo: Quam magnificata sunt opera 
tua, Domine! Omnia in sapientia feeisti: impleta e$t terra posses- 
sione tua. Psal. GUI, 24. 



canto ixii. ~ 315 



CANTO XXII. 



ABOOKBHTO. 

Il santo grido lo assorda, non lo fa cadere tramortito, 
poich'egli è nella region della vita. S. Benedetto gli parla: 
Dante desidera vederlo, tanto ne ama V imagine* Merita- 
mente, perchè Benedetto fu autore ali Italia di doppia ci- 
viltà. Quindi prende occasione a condannare i monasteri 
corrotti. E il Paradiso ha parecchi anatemi contro mo- 
naci e frati. Poi sale al cielo stellato, nei Gemini , suo 
segno natale, segno di scienza: e questo gli rammenta il 
dolce luogo nel quale egli nacque. Di li guarda in giti 
le sette spere e la piccola terra ; poi torna cogli occhi alla 
sua Beatrice. 

Nota le terzine 1 alla 6 ; 8, 10, li , lì, 14 ; 16 alla SO ; 32 alla 26 ; 
38, 30; 33 alla 37 ; 39, 40; 43, alla 45 ; 48, 50, 51. 

1, Uppresso di stupore, alia mia guida 

Mi volsi, come parvol eh© ricorre ~ 

- Sempre colà dove piti si confida; 

2, E quella, come madre che soccorre 

Subito al figlio pallido e anelo 

Con la sua voce, che '1 suol ben disporre, 

3, Mi disse: — Non sai tu che tu se' 'n cielo? 

E non sai tu che il cielo è tutto santo, 
E ciò che ci si fa, vien da buon zelo? 

i. (L) Quitta : Beatrice. (SD Madre Altra comparazione 

iSL) Oppreeso Boet., I, t : Te usata parlando di Virgilio (Inf, XXIll, 

stupor opprennlt. jEn.,UI : Formidine i is). e di Beatrice più volle (Purg., 

pre**us — Parvoi. Nei XXVII e nel XXXI ; Par. h. — Anelo. Polis., Stao- 

XXVIII del Purgatorio parlamio del ze. I. fs. I due epiteti dipingono : e 

suo Virgilio Ita una simtliludine del notisi come Dante sia parco d'epiteti, 

bambino. Virgilio (fu giù notato) o come' il Petrarca paia so tenie uno 

il simbolo dell' ispirazione pagana ; scolaro al suo paragone. 

Beatrice, della cristiana. s. (W Zelo, anco quel che pare ira. 

• a. (L) Disporre : Don solo largii (Si) Buon. Purg. Vili. t. ai: Quel 

cuora, ma indurre ogni dispostitene dritto telo Che misuratamente in 

buona Beli' animo ano» cuore avvampa. 



316 



PARADISO 



4. Come t' avrebbe trasmutato il canto 

(Ed io ridendo: « mo pensar lo puoi! »), 
Poscia che '1 grido t'ha mosso cotanto? 

5. Nel qual, se inteso avessi i prieghi suoi, 

Già ti sarebbe nota la vendetta 

La qual vedrai innanzi che tu muoi. 

6. La spada di quassù non taglia in fretta, 

Né tardo, ma' che al piacer di colui 
Che desiando o temendo l'aspetta. 

7. Ma rivolgiti ornai inverso altrui; 

Ch'assai illustri spiriti vedrai, 
Se, conV io dico, la vista ridui. — 

8. Come a lei piacque, gli occhi dirizzai, 

E vidi cento sperule, che insieme 
Più s'abbellivan con mutui rai. 

9. Io stava come quei che 'n so ripreme 

La punta del disio, e non s'attenta 
Del dimandar; sì dei troppo si teme. 



4. (L) Tramutato: scosso . — Mo: or. 
(F) Tragittato \ filosofanti di- 
rehhi*ro modificato. P *r , v, l ss. Tras- 
imi Labile unii i* XXI, L 3; XXIII, 
L. U. Il grido |>oi£ eun la furia ; raa 
il suono l'avrebbe vinto di dolcezza, 
e La dolerli e più poterne migli ani* 
mi che fa fona. Diinte, ti Gero inge- 
gno ili D.inLe, l'aixrnna qui 

a {LJ Qttat grido — Prteqhi: che 
esso KflprJditì. — Vf ridetta pena. 

(SLi Suoi ,Yef qmt t: suoi, di 
q uè' modi parlai) i he la poesia ora 
fu«(te. — Yrdrat Purg-, XX, l. SS : 
Quando tarò io lieto A verter la ven- 
dita? — trinami, Sogna tempre 
pronta la line. ... 

(F) Vendetta. Parla casi della 
Chiesa profanala dagli •?'•■• .'-Il, per- 
chè, secondo la sua Non . a : Sue- 
cessor Petri non aequ - iivinae 

auctoritati, saltem in » . ■. ione »a- 
turae mortali* Jer , XI io : Domine 
Sabaoth, qui ludica* iusle. et proba* 
rene* et corda , vi dea vi utiionem 
luam. — Muoi Forse prelice la mor- 
te di Bonilazio (Purg , XX); o meglio 
il vincitor della lupa. Otl : Tutto dì, 
chi guata con la mente tana, sì vede 
di queste vendette e giustizie di Dio. 

6 (D Ma' che: fuorché. — Colui .. : 
1' umano .desiderio fa parere lardi i 
giudìzi! df Dio, e il timore ratti : ma 
e' vengono a tempo. 



(SL) Spada. Nella Bibbia : Già» 
dius Domini. - Fretta. Sap , XII. is : 
Con quiete giudichi. - Eccli., V. 4 : 
L* Altissimo è rendi f or e paziente." 
Vai. Mass : Certo qradu ad vindiciam 
sui divina proceda ira, tardi la tem- 
que supplici aravi tate compensai. 
Sim. in Gio. Cris. e in Sen. : Hor. 
Carro , III a*. Raro ontecedentem tee* 
lestum Deseruit pede paena ctaudo. 

(F) Aspetta. Act A posi . I, 7 : 
Non e di voi conoscere i tempi e i 
momenti. 

7. <L) Ridui: riduci, conduci là do- 
▼' lo indico 

'(SD Illustri. An. t VI: lllustrcs 
animai — Ridui. Come fei per feci. 
Par , XXXI. i 46 : Menava gli occhi. 
Non bello però. 

8. (D Sperule: piccole sfere di luce. 
— Mutui, riflettendoli. 

(SL) Sperule. Anco in senso di 
spera per raggio CCav 3 Le Sphae- 
rutaedet candelabro del Tabernacolo 
riflettevano i raggi delle sette lucer- 
ne — Mutui Pùrg . XV, t ts: Come 
spechio l'uno all' altro rende. 

». (L> Ripreme: reprime.— Teme 
eccedere, e esser molesto. — Sì. 
Riempitivo 

(SL) Ripreme. Par., IV, t. SS: 
Spreme per esprime. Som.: Reprime- 
re i moti del desiderio. — Punta. 
Par., I, t. si : Disio Mai non tenuto 



CANTO XXII. 



317 



10. E la maggiore e la più luculenta 

Di quelle margherite, innanzi fèssi 
Per far di so la mia voglia contenta. 

11. Poi d'entro a Tei udi': — Se tu vedessi, 

Com'io, la carità che tra noi arde; 
Li tuoi concetti sarebbero espressi. 

12. Ma perchè tu, aspettando, non tarde 

All'alto fine, io ti farò risposta 
Pure al pensier di che si ti riguardo. 
18. Quel monte a cui Cassino è nella costa, 
Fu frequentato già, in su la cima 
Dalla gente ingannata e mal disposta: , 

14. Ed io son quel che su vi portai prima 

Lo nóme di Colui che in terra addusse 
La verità che tanto ci sublima. 

15. E tanta grazia sovra me rilusse, 

Ch'io ritrassi le ville circostanti 
Dall'empio culto che '1 mondo sedusse. 



di cotanto acume. Georg. I : Curii a- 
cuerit. - 111 : Stimulos anioris. — Al- 
lenta Della Umida voglia di doman- 
dare. Purg. XXV, l. 4: Leva l'ala Per 
voglia ài votare, e non s' attenta 
D'abbandonar lo nido, e giù la cala. 
L'ultimi» inciso sovrabbonda un pò*, 
come qui : Del troppo si terne — Sì. 
Volg. Oros: Si temettero. Vive nel 
dialetto di Corlù. Lai. Sibi timet, 

40. (L) Lucute ma ; lucente.— Fèssi: 
si fece — Di sé : di sue parole. 

(SD La Posti il. Cavi : S Bene- 
dictus, qui non habuit parem tu reli- 
gione. Anon : Fu prima eremita, poi 
circa gli anni del Signore 530 edificò 
il .. mona* i erto (dì Monte Cassino).... 
Fu rialio di Norcia, e studiò a Roma. 
— Luculenta Più che lucente Mon : 
Sol terra» tuculenter irradiai —Mar- 
gherite. Chiamò (Par.. Vi. t 45) mar- 
gherita il pianeta Mercurio e II, l. 43, 
la Luna — Se nelle parole 6 l'intimo 
dello spirile. — Contenta. Purgai . 
XXVIII. I 20: E fece i prieghi miei 
e*xer contenti, Sì appressando sé, che 
'l dolce suono Veniva a me 

44. (D Concetti. Li diresti, sicuro 
di farci piacere 

(SL) Carità. Purg., XIV, t. 4. - 
Par., IH, l. 45. 

45. (D Fine : a salire a Dio. — Di 
che... di dirlo. 



(SL) Tarde. Elissi bella, come il 
Petr. : Sforzati al cielo. — Riguarde. 
Altra elissi chiara e felice 

43. <L) Gente pagana. — Disposta di 
cuore. 

(SD Cima. Vi era il tempio di A- 
pollo e di Diana Benedetto eresse 
una chiesa in onore dei ss. Giovanni 
Battista e Martino, non in cima ma 
sulla costa del monte Greg., Dial , II: 
// castello che dicesi Cassino posto 
suUa co\la d' alto monte, il qual 
monte porta questo castello in un suo 
ripiano Esso monte per tre miglia 
ancora si leva dove fu un vetustissi- 
mo tempio al qual luti' intorno cre- 
scevano boschi al cullo de* demoni. 
Quivi giungendo l'uomo di Dio, spez- 
zò l'idolo, l'arayovesciò. tagliò i bo- 
schi . e con predicazione continua 
chiamava alla fede la moltitudine 
luti' intorno dimorante. — Inganna- 
ta Riguarda la mente. — Disposta. 
Il cuore 
4 4 (D Caini Gesù Cristo 
43 (L) Ville: città. - Cullo degli Dei. 

(SU mirassi Som : Ritrarre gli 
uomini dai sagri/izii degli idoli. — 
Ville. Vale ciltà e terre. lnf M XXIII, 
terz. *3. 

(F) .Sovra. Dipinge V operazione 
sopranaturaie. 



318 PARADISA 



16. Questi altri fuochi, tutti contemplanti 

Uomini furo, accesi di quel caldo 
Che fa nascere i fiori e i frutti santi. 

17. Qui è Macario, qui è Romualdo; 

Qui son li frati miei che dentro a' chiostri 
Fermar li piedi, e tennero il cuor saldo. — 

18. Ed io a lui: — L'affetto che dimostri 

Meco parlando, e la buona sembianza 
Ch'io veggio e noto in tutti gli arder' vostri, 
.9. Così m' ha dilatata mia fidanza, 

Come '1 sol fa la rosa, quando aperta 
Tanto divien quant' eli' ha di possanza. 

20. Però ti prego, e tu, padre, m'accerta 

S' io posso prender tanta grazia, eh' io 
Ti veggia con V imagine scoverta. — 

21. Ond'egli: — Frate, il tuo alto disio 

S'adempierà in su l'ultima spera 

Ove s' adempion tutti gli altri, e il mio. 

22. Ivi è perfetta, matura, ed intera 

Ciascuna disianza : in quella sola 
È ogni parte là dove sempre era; 



16. (L) Caldo,.. : <l*amftrc divino. tuit super pelram pedes meo*. Ha co* 

(SD Focili. iEn., vili : Astrorum piedi ci tennero il cuore fermo ed 

ignes. —Caldo. Par., XXXUI. i. s: intero. 

L* amore Per lo cui caldo nelt' eter- i$. (L) Sembianza, d'amore. 

na pace Così è germinalo questo fiore, (SL) Noto Vede e ci attende eoo . 

- Savonarola : Quando viene a perso* amore. — Ardor'. Par., IX, 1. 13: Vn 

na orante quello caldo della bellezza filtro di quegli splendori, 

divina J9 (SL) Possanza. I tuoni spiegano 

(P) Caldo. Psal., XXXVIII, 4: Con- dilatazione; ma Torse la rima in anza 

caluit cor meum intra me, et in medi* 6 tropp* ampia per una rosa. 

tatione mea exardescet igni* —Frut~ so (L) Prender da Dio. — ScoVerta 

ti. Aug. de gral. Chrisli: Le frutta del lume che li cela 

di queste radici fanno i pensieri buo- (SL) Accerta Prima d' avere la 

ni dalla buona volontà, dalla trista grazia, chiede con umile affetto se 

tritìi. Si contrappone a quel che dirà, possa averla. — Imagine Int., XV. t. 

poi (t. 97) del Frullo e della Ghianda, ss: La cara e buona imagine paterna. 

Som : Fruito dei sacerdozio buono è (F) Prender. Dice l| ricevere ed 

la santa vita dei popolo. il comprendere ; e la gratta ed II 

47. (L) Frali : (radili. merito. 

(SL) Macario. Eremita del V se- si. <L) Spera : empireo, 

colo, alessandrino, rettore di cinque- (SL) Ultima, Par., IV e XXXIL 

mila monaci : scrisse regole mona- (F) Frate La gloriosi anima del 

stirile — Romualdo Fondò 1* ordine gran fondatore chiama Dante fratel- 

camaldolese; visse nel secolo X, nac- lo, che carila richiede uguaglianza, 

que a Ravenna [Cav ] Ebbe anch' e* M (Lì In quella... spera ogni, punto 

gli visione simile d'una scala cele- è immobile. 

• siiale. - Fermar. Psal. xxxix, s: sta- (F) Infera. Non ben si vede la 



CANTA XXII. 



319 



23. Perchè non è in luogo, e non s' impola, 

E nostra scala infino ad essa varca ; 
Onde così dal viso ti s'invola. 

24. Infìn lassù la vide il patriarca 

Jacob isporger la superna parte, 
Quando gli apparve d'Angeli sì carcs. 

25. Ma, per salirla, mo nessun diparte 

Da terra i piedi: e la regola mia 
Riinasa è giù per danno delle carte. 

26. Le mura che soleano esser badia, 

Fatte sono spelonche; e le cocolle, 
Sacca son, piene di farina ria. 

27. Ma grave usura tanto non si tolle 

Contra '1 piacer di Dio, quanto quel frutto 
Che fa il cuor de' monaci sì folle. 



gradazione de'tre aggiunti, che l'uno 

}>are comprenda 1' altro. Nondimeno 
mera par che dica più espressamen- 
te la semplice unità dell' oggetto de- 
sideralo ; matura la dolcezza e pie- 
nezza della perfezione. — Disianza. 
Boet. Cons , HI: La beatitudine è sta- 
to perfetto per Vunionede'beni tutti, 
Conv. Ili, 45 : // desiderio esser non 
può con la beatitudine , acciocché 
(perciocché) la beatitudine sii per- 
fetta cosa, e il desiderio sia cosa di- 
fettiva. 

83. (D Impola : non gira sui poli 
suoi come gli altri cieli. — Viso: vi- 
sta. — invola la cima. 

(SL) Varca. Purg. f IV, t, 89: /** 
poggio sale. — Invota. .En., VI : Pro» 
ripulì *ese. 

(F) Luogo 11 moto è mutazione 
di luogo : ciò che non è In luogo non 
si può dunque muovere. Conv., Il, 4, 
dell' ultimo cielo : Ed esso non è in 
luogo, ma formato fu solo nella pri- 
ma Mente — Impola. Conv , II, 4: Cia- 
scuno cielo di sotto del cristallino 
ha due poli fermi, quanto a sèi e lo 
nono li ha fermi e fissi, e non muta- 
bili secondo alcuno rispetto. Impari 
la scienza moderna, che mette in- 
nanzi il polarizzare e altri tali, a co- 
niare vocaboli. 

14. (SL) Corca. Sconveniente all'ete- 
rea sostanza angelica La barca di 
Flegias : Quand' V fui dentro, parve 
corca dnf., vili. t. 9). 

(F) Jacob. Gen„ XXVIII, 41: Vide 
in sogno una scala che posava sulla 
terra, e toccava il cielo la cima. — 



Angeli. Ascendenti e discendenti :. 
cosi dice Pietro, dovrebbero fare 1 
Religiosi e I Prelati di santa Chiesa, 
ascendere a Dio per la preghiera, e 
discendere agli uomini per la mise- 
ricordia. 

85. (L) Mo : or. -~ Nessun...: gli è 
buttar via carta a trascriverla: nes- 
suno ci bada. 

(SL) Danno. Non vale neanco la 
spesa della carta Famigliarmente di- 
ciamo : carta qettaia via, carta spre- 
cata. 

ss. (SL) Sacco. Figura del sacco , 
Inf., vi, t. 47. E di persona , vive in 
più locuzioni famigliari. 

(F) Spelonche. Gesù Cristo ai 
venditori nel tempio (Hauti., XXI, 
4» ) : Faceste della casa mia spelonca 
di ladroni. Jer., Vii, 44 : Or non é 
et la fatta spelonca di ladroni cotesta 
magione ove fu invocalo il mio nome 
negli occhi vostri? • 

87. (L) Tolte... : non dispiace tanto 
a Dio r usura, quanto L'abusata rie- 
ebeti* ti* monaci. 

(SU rafie Inf., XXXI V, t. 48; 
Cantra 'i sito Fattore alzò le ciglia, 
L' iman ine -li grotte ben contrap- 
porsi a ivlie. — Piacer. Non solo il 
Ytrho -unificava allora la volontà 
;iin:hi' iiivina (Coro* altrui, piacque, 
Inf , XXVI, i. 47), ma il nome ezian- 
dio. — Frutto. Propriamente delle 
renimi» da fruì — Folle Disse della 
trista ir -i levi a che vaneggia. Par. X , 
t. sa. 

(F) Usura. Alessandro HI rim- 
provera al monaci ed agli abati ci- 



320 



PARADISO 



28, 



29. 



Che quantunque la Chiesa guarda, tutto / • • 
È della gente che per Dio dimanda; 
Non di parente, né d'altro più brutto. 

La carne de* mortali è tanto blanda, 
Che giù non basta buon cominciamento 
Dal nascer della quercia al far la ghianda. 

30. Pier cominciò senz'oro e senza argento, 

Ed io con orazione e con digiuno, 

E Francesco umilmente, il suo convento. 

31. E, se guardi al principio di ciascuno, 

Poscia riguardi- là doV' è trascorso; 
Tu vederai', del bianco^ fatto, bruno. 
Veramente, Giórdun vòlto retrorso 
Più fu, e ài mar fuggir (quandi Dio volse), 
Mirabile a veder, che qui '1 soccorso* -U. 



32. 



storciensl rotata. Dern. : Fàcnìtates' 
eccietiarttm patrimonio- surit pau-- 
perum : et sacrìlega mente eis sur- 
rfpilur quìcft**ifi ubi ministri et iti- 1 
Sfitto .tatares ut tra victum et vestitum . 
stixcittitmt PÌ ini qui cita semenza 
sirofrf* di inastino 

28 {Li Quatti tituf ne: quanto. — Guar- 
ita filtra al necessario. — Bruito ■*•' 
laido ì ùiiwh. • 

(SL) Hruiift ilail senso di sozzo' 
anco m*l rfinit-uo di Corfù. Infi, VH4,. 
L J9;XVIII. i iti, 

(F) Guarda. L' Ottimo cita Giro-; 
lamo : Ciò che hanno gli chertci ,è 
ite' poveri.. Parte di sacrilegio è, (a 
cosa de* poveri non darla a* poveri, 
E Beroar.TOànChé citalo dall' Ottimo': 
Gridano li nudi . gridano gli affamati , 
e lamentatisi de' cherici dicendo : A 
noi che miserabilmente appeniamo 
per fame é per freddò t che giovano 
tante veste da mutare, slese in sude 
pertiche, o pirgale nelle casse ? Etti 
è nostro q urlìo che voi spendete. 
Som.. 2,2. iss. 7. 

29. (L) Blanda a corromperli. — 
Basta.. : non dura ii bene dai primo 
seme al frullo. 

(SD Blanda. Mon.: Sedatis flucti- 
bus blaiidae cupiditatis. La Insinui 
è lubrica e labile, — Basta P«t du- 
rare Vive in Toscana Par , XXVII, 
l 42: Ben fiorisce negli uomini 'l vo- 
lere ; Ma la pioggia continua con- 
terte In bozzacchioni le susine vere. 

so. (L) Convento : adunanza. 



JSL) Divinilo. Judith. , IV. sr 
Hit initìa ve* unf ani mas su a s i ;/ /f / «- 
niìf ri firatianiVut. — V*tiitwtnte. 
Par * XXI, t 33 Convmfo, Yuce p 
proferì e, sacra, di stilisi» allora più 
ampio: ora s' £ctilu.si) ne' chiostri, e 
neppure di E ul ■ k ì inni 

tPJ t>irr Ad , III. 6; Oro né ar- 
. gmte u'-u ho in Questo disse facendo' 
il i-rimn miracolo 
.51 \W Bruno Par., Xjl t l. ss: Èia 
mu(fa dòv' era la grómma. Pigia più 
lUnaà+ueme del solilo sulla mede- 
sima cosa 

52. : (L) Veramente...: ma qti«l Dio 
che 'fece- ritrarsi il mare e retroce- 
dere lì fiume al passaggio del popolo 
suo, potrà con minore. miracolo soc- 
correre alta sua Chiesa • 

(SD Giordan 4»sal , CXIII, 3: 
Sfare vidit étj'ugitJordanis conver- 
sus est retrorsum. Jós., lll,*7. — Fu. 
Costruito incerto , come r imagine 
della sua speranza — Veder. .Bn. , 
X\\: Mirtbite visu. • Soccorso. Par. , 
XXVII, l 21: Ma V alla Provvidenza... 
Soccorra tosto. La parola aiuto, aiu- 
tarlo, e I' imagine dell' affrettarsi a 
porgerlo, è ne' Salmi frequente De 
M«*n.: Meglio è seguitare il proposito, 
e in pio silenzio aspellare la giusti- 
zia del salvatore nostro Oli : Non 
dice il modo (del soccorso,; alcuno 
dice, vendicando < gasligando ) ; al- 
cuno dice, con migliori pastori cor- 
reggendo. 



Canto XX A III, Paradiso 



Terzina 48. 




Jll ' a/la fantasia aui mancò possa- . 
Ma già volger il mio distro e t7 orile , 
Si come retala, cÀ* igua/menfe e mossa ■; 



CANTO XXII, 321 



33. Cosi mi disse; e indi si ricolse 

Al suo collegio: e '1 collegio si strìnse; 
Poi, come turbo, in su tutto s' accolse. 

34. La dolce donna dietro a lor mi pinse, 

Con un sol cenno, su per quella scala : 
Si sua virtù la mia natura vinse. 

35. Né maf quaggiù, dove si monta e cala 

Naturalmente, fu sì ratto moto 
Ch'agguagliar si potesse alla mia ala. 

36. S' io torni mai, lettore, a quel devoto 

Trionfo, per io quale io piango spesso 
Le mie peccata, e il petto mi percuoto; * 

37. Tu non avresti, in tanto, tratto e messo 

Nel fuoco il dito, in quanto io vidi '1 segno 
Che segue il Tauro, e fui dentro da esso. 

38. Oh gloriose stelle, oh lume pregno 

Di gran virtù, dai quala io riconosco 
Tutto, qual che si sia, il mio ingegno; 

39. Con voi nasceva e s'ascondeva vosco 

Quegli eh* è padre d' ogni mortai vita, 
Quand' io senti' da prima V aer tosco : 

ss. (L) Sì ricolse : salì — Collegio : le 36. <D s* io: cosi tomi io. - Per: 

anime Ira loro. — Turbo : rotando. per ottenerlo 

(SD Ricolse. Ten 40 Purg., vili, (SL) Lettore L'ultima delle non 

l. 37 : L' ombra che s' era al giudice poche volle che al lettore si volge, 

raccolta - Collegio Purg. , xxvi, quasi per fare dialogo anche con lui 

t 43 : Al chiostro. Nel quale è Crino nella Comincia Sacra. — Peccata, 

abate del collegio. - Turbo, nam- G vili. — Percuoto. Mn , XII : Peclus 

melila r altra nuova iraagine del fioc- percussit. Cavale: Fortemente pian- 

care degli spirili in su ; Par , XXVII, genito, e il tuo petto ver co tendo. 

t. 2*. Itati' taf., Ili, t. <o: le grida in- 37. (L> Tanto di tempo, 

fernali s'aggirano nell'aria come rena (SL) Segno. Hor. Sai, 1,6: Ra» 

turbinosa. biosi tempora tigni. 

34. (L) Si ; Cosi. ss. (L) Dal anale per influenza. 

(SL) Scala. Ascende . conterò- (SL) Stelle. Pelli, p 37. — Qual. 

piando, al segna de' Gemini sotto il J5a.: I: Qundcumque hoc regni. 

quale egli nacque. Inf , XV, t. it: Se ~ (F) Pregno Albumaiar: In quo 

tu segui tua stella . Non puoi fallire Mercurius est firmaius, disponi l ito- 

a glorilo porto. E XXVI *- Vinse. mi»em ad litteratùram et xcientiam. 

Purg.. XII, 1. 4»: Fien li tuo* pie dal 39 (L) S' ascondeva ; tramontava «il 

buon voler sì vinti , Che non pur non sole. — Quando nacqui - 

falba sentiranno, Bla fia diletto loro (SL) Ascondeva. Georg , L: Sol... 

esser supimi ' se condii — Colui Purg , XXIII, t. 40: 

ss (SL) Ala JEn. . 111: Praeneiis La suora di colui (E 'l Sol mostrai). 

omina pennae. Hor Carm. , III. S: — • Aer. Petr. : Dal mio natia dolce 

Virtù*... udam Spernit humum fu~ aer tosco. — £a., I : Ve set tur aura 

giente penna. Mthtria 

(F) Ma Som. : Per le penne, (F) Padre. Arlst. Phvs.. 1! : L'uo- 

cosa simile, significasi la vita su» moeil sole generano l' uomo- Som. 

blime o contemplazione. §up., 69 ; // sóle è principio demi vita 

. Pantf;. Paradiso. 21 



322 PARADISO 



40. E poi, quando mi fu grazia largita 

D'entrar nell'alta ruota che ti gira, 

La vostra regìon mi fu sortita. 
4L A voi dirotamente ora sospira 

L' anima mia, per acquistar virtute 

AL passo forte che a sé la tira. 

42. — Tu se' sì presso air ultima salute 

(Cominciò Beatrice), che tu dèi 
Aver le luci tue chiare e acute. 

43. E però, prima che tu più t'inlei, 

Rimira in giuso, e vedi quanto mondo 
Sotto li piedi già esser ti fé* 

44. Si che il tuo cuor, quantunque può, giocondo 

S'appresenti alla turba trionfante, 
Che lieta vien per questo etera tondo. * 

45. Col viso ritornai per tutte quante 

Le sette spere: e vidi questo globo 
Tal, ch'io sorrisi del suo vii sembiante. 

46. E quei consiglio per migliore appróbo 

Che T ha per meno: e chi ad altro pensa, 
Chiamar si puote veramente probo. 



corporale. Som. : Perchè nello spirito (SL) Salute. Rime : Vede perftt- 

del q erme concorre la virtù deli' a- (amen te ogni mime Chi là mia donna, 

nimo con la virtù dV corpi desiti vede. Par., XXXIII. t. 9: Con gii occhi 

però divelti che V uomo -e generalo levarsi Pia alto verso l' ultima sa- 

dall' uomo e dal sole. late (Dio). 

40. <L) Sortita : che Ira tulli I pia* (F) Acute. La chiarella ricefft 

neii, a voi salsi. 1* oggetto, r acume va a lui e lo pe* 

(SL) Sor t Ha. Som. : / singolari nelra. 

dalle cause universali sortiscono al- 45. tL) T* In lei : penetri iti lei. 

cune forme e virtù Georg., Ili: Sooo* (SL) Intel Par , IX, 1. 15 : luta* 

lem armento sortire (qui intende lare. Par ., XXXII, l. 48: Penetri... per 

elezione). lo suo fulgóre 

41 (L> Passo dei dipin gerc il sommo 44 <L> Quantunque : quanto, 

de* cieli. (SL) Etera : desinenza greca ; 

(SD Devotamen te. Più sud 56): rome, fregnoni* e Calcamo ItìL, 

Devoto trwnfo Non teme, ripetere le XIV, l. 3» e XX, i 91: Etra al verso 

parale belle e del cuor« tunin meno rimane. — tondo Oiazio, d'un astro* 

quant' lia l'anima più altera e se- nomo (Carni., 1, 18) : Aèrius tentasse 

vera E cosi : a voi sospira L anima domo*, anUnuque rolundum Percur* 

mia è modo frequente nella comune risse polum 

preghiera. 45 (L) Viso: vista. — Sembiante: ap- 

(F> Tira. La fi if fico Uà trae a so parenza. 
le memi e le anime l*»rli con Iona 46 (L) Appróbo: approvo. —Menù: 
degna di loro; Sole le deboli re- de* cieli. — A Uro che a lui. 
spinge. Par , X , t. 9: a sé retorce (SL) Meno. Va amico: Ma tu aff- 
luita /a mia cura Quella materia... ; pteggta e Hallo per niente^ — Probo. 
roenbcps. languido fuor del solito. 
4t. (DJ VI lima: suprema : Dio. 



CANTO XXU. 



323 



47. Vidi la figlia di Latona, incensa, 

Senza queir ombra che mi fu cagióne} 
Per che già la credetti farà e déiisA. 

48. L'aspetto del tuo nato, Iperioné, 

Quivi sostenni; e vidi com' si muove/ 
Circa e vicino a lui Maia e Dione. 

49. Quindi m' apparve il temperar di Giove 

Tra 1 padre e '1 figlio' e quindi mi fu chiaro 
Il variar che fanno di lor dove. ' 

50. E tutti e 83tte mi si dimostraro 

Quanto soft grandi, e quanto fióri veloci, 
E come sono in distante riparo. 

51. L'aiuola che ci fa tanto feroci 

(Volgendone io con gi eterni Gemelli), 
Tutta m'apparve da' colli alle foci. 
Poscia rivolsi gli occhi agli occhi belli. 



. 47. (L) Incensa : illuminala. — Oro- - 
ora: dalla parie di su i cieli operano 
In lei più foriè. — Per ette: Onde. A 
spiegar I • sue macchie. 

(SL) Latona. Mn , XI : Latonia 
virgo, e I. — incensa Cic.Somo. Scip. 

— Ombra. Par. II 

48 (L) Nato : il sole - Sostenni 
senz'abbagliare. — Com': come. - Gir* 
ca: intorno. — Maia: madre di Mer- 
curio. — Dioneo madre di Venere. 

(SL) Nato. Ov Mei , IV, m: ne- 
periane natus — Maja JEn„ I : Maja 
gtnitum^ e vili. — Itìone.. Bue, IX: 
Dionaei... Caesaris. E JEn., Ili : Dio» 
naeae matri Nomina il padre e le 
madri; perchè nel generante e la vila, 
nella fecondità della lamiglia èia ve — 
ra unità. 

49 (L) Quindi: di quivi. — Tempe- 
rar; ira Marte e Saturno, temperando 
il caldo dell'uno il freddo dell'altro. 

— Dove: ora più or men distanti dal 
sole, or dinanzi, ora dietro. 

(SL) Temperar In altro senso 
Hor. C;trm., I. ts: Qui mare et terras 
variisqne munti um Temperai hor ti. 

— (iiove Cosi Mar/. Ci pel la — Dove. 
Sostantivo Par , XXIX, t. K: Oqni ubi. 

50. (L) Sette 1 pianeti. — Riparo: 
luogo di dimora. 

(SL) Riparo. Intervallo. ,da val- 
ium, denota distanza. Ha ripararsi 
valeva anco abitare: onde il francese 



repaire. Poi la distanza stessa è una 
specie di riparo dall'andare all'og- 
getto. 

51. (L) Aiuola: la terra. — Feroci: 
superbi. — Eterni: incorruttibili. Fo* 
ci: valli. — Occhi di Beatrice. 

(SL) Feroci Volg. Liv Temo che 
la ina gioventude non faccia te più, 
altero e feroce. Anco ai Latini ferox 
vale superbo. Ma neli* amor proprie 
non domato, sono seniore istinti fe- 
roci. — Eterni. Par., VII; ;En., Il: 
& ter ni igne*. — Foci. Là dove I fiumi 
sboccano e il punto men allo del suo- 
lo Foce fa dunque opportuno contra- 
sto con colle. 

(F) Volgendomi Tanto si gira 
che ne vede a m ben uè gli emisferi; e 
la sua vista. Ria chiara , ne discerné 
ogni parte. Dante, secondo l'astrono- 
mia del suo tempo, era in Gemini, e 
il sole in Ariete; il sole allora era 
dunque presso che al meridiano d'Ita- 
lia, Ire ore distante dal meridiano di 
Gerusalemme Par. XXVII. t 89 — 
Aiuola De Mon : In areolamortatium 
Ubere cura pace vivaiuf. Boet : Omnem 
terrae. ambit nm....ad cotti spa- 
tium, puncti constai ob liner e ratio- 
nem: id e si. ut, si mi coelestis globi 
magnitudinem con fera tur, ni Ili l spa- 
ili prorsus li a ber e jndicetur... Vlx 
angustissima inhabitandi hominibus 
area relinquetur. 



324 



PARADISO 



La similitudine del bambino al prin- 
cipio, e il sorridere di lui consentendo 
al detto di Beatrice sorella e madre, 
e r Invocatone alle stelle sotto le 
quali egli da prima respirò la dolce 
aria di Tosraoa, e l'umile suo pian- 

Sere e battersi II petto per rendersi 
egno del cielo, sono cose che fanno 
Insieme armonia Ne* biasimi delia 
vita monastica lo stile non è In tutto 
dell'usata efficacia, torse in pena del- 
la severità esagerato. Egli che d'un 
altro ordine religioso aveva detto 
esserci pur qualche carta In cui leg- 
gere i' mi son quel eh' V soglio ,* non 
doveva qui dire del bianco fatto 
bruno, e che nessun diparte da ter- 
ra i piedi per seguire la regola di 
Benedetto. La temporale ricchezza 
ette fait cuor de' monaci sì [olle, ram- 
menta la superbia che axxeta, che fa 
lo Scotto e /' inghilexe folte s ed è 
molto dire, non però falso, che ne- 
gli uomini di Chiesa l'abuso de' be- 
ni dovuti a' poveri è peccato più 



grave che grave usura. Degna dell'a- 
nimo e dell'ingegno di Dante è la 
venerazione alla grande memoria di 
Benedetto Agostino rammentasi co* 
me scrittore nel decimo del Para- 
diso, nel trentaduesimo come autore 
d'una regola religiosa. Anco del Cri- 
sostomo e di Girolamo é menzione. 
Perchè non d' Ambrogio ? forse per- 
chè il vescovo nello scacciare l'im- 
peratore dal tempio non ebbe la ri- 
verenza debita al santo uccello? 

Risponde il Poeta a sé atesso e alle 
Impazienti sue smanie di vedere II 
gasligo di Dio scendere sui nemici 
suoi, quando canta: La spada di 
quas.su non taglia in fretta Né tardo, 
se non a chi mal desidera o mal pa- 
venta Ricapitolazione poetica sareb- 
be il riscendere collo sguardo per le 
sfere già corse col volo; ma la locu- 
zione non è di quella freschezza e di 
quello splendore che sentesl nel 
verso modesta : Pia s' ab beli Ivan con 
mutili rat. 



CANTO XXlt. 



325 



I CONTEMPLANTI. 



Deliberai in cuore astenere dal vino la carne mia+ per recare Va* 
nimo mio a sapienza (1). Nella fredda stella di Saturno <2) s'accolgono 
i contemplanti che, freddi alle cose basse e fuggevoli, arsero delle ar- 
due e sempiterne i3). Nell'Eliso di Virgilio ri ncontrans i Quique sacer- 
dote* casti, dum vita manebat, Quique pii vates et Phaebo digna lo- 
quuti: e i contemplami cristiani dell'ascetica fecero poesia, perché la 
poesia è pianta che nelle solitudini cresce, e, trapiantata nella frèqueuza 
degli uomini, traligna e Isterilisce se Paure del deserto non la fecon- 
dino ad ora ad ora. 

Qui le anime salgono e scendono splendide per una scala di luce; 
e la scala è usitata imagine delia contemplazione, j Bollandoti : Vi- 
dit a lecto porrcctam scalarti coelosque summitate tangentem in qua 
angeli ascensus suos atque descensus amicis vicibus alter nabant. Quo 
prò fedo debcntor intelligi non defuturos in hoc loco quamplures qui 
vel ad proximum sublevandum cura Martha pia compassione descende- 
runt, et ascenderunt cum Maria, celsiludinem Domini contemplando (4). 

La contemplazione è la più sublime parte della vita cristiana (5). 
Nella vita attiva, che è intorno a molte cose occupata, è meno beatitu- 
dine che nella contemplativa, che versa intorno a una cosa , cioè il 
contemplare la verità (6). E perchè in questa vita più s'accosta alla so- 
miglianza della p.rf tta beatitudine la vita contemplativa r he l'attiva, 
però meno abbisogna de 1 beni del corpo, come è de)to nel X libro del- 
' V Etica {7). — Si leva V umana natura in Dio per V operazione colla 
. quale i santi conoscono e amano Dio t8j. Nella vita contemplativa 
l'uomo comunica con Dio e cogli angeli, ai quali per beatitudine si fa 
somigliante (9). 



(i) Eccl., II, 3. 
<2) Georg., I. 

(3) Par., XXI, t. 39 : Lievemente 
passava e caldi e geli. — Accesi di 
quel caldo Che fa nascere i fiori e 
i frutti santi (t. 16 1. 

(4) Bolland. I, 328, e similmente 
a p. 50. la una visione narrata da 
Agostino una pia donna destinata 
al martirio, nelle carceri si sente 
salire per una scala di luce, inca- 

Eo alla quale le tende la mano il 
uon Pastore (imagine prediletta 
ai primi tempi cristiani). L'accen- 



no a Marta e a Maria è fatto anco 
da Dante (Purg., XXVII) per pre- 
porre Maria contemplante : appunto 
come gli spiriti attivi (Par. , VI) 
stanno in Mercurio, e I contem- 
plami nel pianeta più prossimo Al 
cielo empireo. 

(5) Som., 2, 1, 102. Della vita 
contemplativa, 2,2, 179, 188, 182 
e 188. 

(6) Som., 2, 1, 3. 

(7) Som., 2. 1. 4. 

(8) Som., 3, 2. 

(9) Som., 2i 1, 3. 



3$S PARADISO 



Tra i contemplanti che nomina Dante è Macario, nome popolare nelle 
tradizioni sì d'Oriente e sì d'Occidente, dacché ie tradizioni del de- 
serto sono tuttavia uno de 1 vincoli che consociano queste due parti del 
mondo, più divise adesso che mai. La fi taira di Macario é nel Campo 
Santo di Pisa, la cui terra é portata d'Oriente, acciocché nel lontano 
corso do' secoli da quella terra e da quelle o^sa germoglino frutti di 
redenzione e di carità. Di Romualdo, altro de' qui nominati , scrisse 
Pier Damiano ; e però, fojrse Panie fa che. Pier Damiano scenda per 
primo dalla lucida scala a fare a lui festa ; come nel Purgatorio Sor- 
delio gli si fa compagno e addita i re ch'egli aveva in vita sua con 
autorità di poeta più che regia giudicati. È qui rinominato Francesco 
con Benedetto e con Pietro ; e aiiche qui Domenico no ; e di Francesco 
la lode è raccolta in una parola umilmente, giacché la povertà, se 
umile non sia, non è sposa di Cristo né delle anime che a lui somi- 
gliano. Ed era povero anche piogene : e i poveri superbi e sudici e 
pigramente-arroganti sono Diògeni mascherati. Di Bernardo, il vecchio 
soia, ha. già detto nella fine del Purgatorio, e dirà nella, fine del Pa- 
radiso; nome di contemplante, mitissimo nell'amore agli amanti il 
bene, ai superbi e ribellanti alla Chiesa o nemici de' ribellanti severo, 
e che tiene uà pò 1 di quello d'Assisi e un po' di quello di Spagna. Ma 
Benedetto è santo tutto italiano, della terra Saturnia, di quel Lazio 
ove si nascondeva la religione profuga, asilo prima degli dei che de- 
gli uómjnì, E noli a caso in una terzina congiunoronsl Pietro apostolo 
con Francesco e con Benedetto; siccome due rifondatori meglio che 
riformatori dell' edilìzio che il pescatore fondò; rifondatori religiosi 
Insieme e civili di società rinnovate secondo le norme della povertà 
e della sqienza. Perchè queste due norme sedevano in mente a Fran- 
cesco e. a Benedetto, siccome appare dalle loro costituzioni, non meno 
che a Pietro; Pietro il quale disse: argento non ho, e scrisse : appa- 
recchiati tempre a rendere soddisfacente ragione dell* fede nastra. Onde 
può f)'rsi che, laddove non sia amore di povertà nò di scienza, ivi non 
e; Pietro, e non è vera pietà cristiana. 

pieno d'amore è il prego di Dante, e sta per lode altissima, poter 
vedere in cielo y Imagine del grande uotqo ; onde Benedetto rispon- 
dendogli dico fratello , che è lode più umile ed aita di quella laggiù 
nell'Inferno; Ch'ei sì mi fecer della loro schiera (l). E la dolcezza 
<di tal prego tempera l'acrimonia delle parole contro la brutta vita di 
monaci e frati, le quali succedono a quelle contro il sozzo splendore 
di certi prelati, eh' e' chiama, nou troppo celestialmente, bestie (3), 
come bestia il re di Cipro, francese (3); e paragono a' porci in brago 
certi re <4), e chiamerà certi monaci peggio che porci (5>. Bene con- 
fessa egli stesso che questo è grido e tuòno , no canto e armonia. E, 
dopo questo, é quasi una carezza chiamar badie le spelonche, e le co- 
colle sacca di farina marcia, che rammenta le parabole del grano nel 
Vangelo frequenti. Né già a sol» i Religiosi va il dardo attossicato della 
sua ira , che non spio il ladro Fucci è mulo e bestia (6). ma bestie de- 
solane col becco sono parte de' cittadini della sua repubblica (7), e 
parte de'compagni dell'esilio suo, gente scempia, malvagia, bestiale (&\ 
E tu, Frate Guittone, tu pure una repubblica chiamavi non corte di 
dirittura, ma di ladroneccio spelonca, e di mattezza tutta e di rabbia 
scuola; specchio di morte, e forma di fellonia. 

(1) Inf., IV, t. 34. (3) Par., XXI£, t. 43. 

(2) Par., XXI, t. 45. (6) Iqf., XXIV, U4*. 
3) Par., XIX, t. 49. (7) Inf., XV," t. 25. 

(4) Inf., Vili, t. 17. <8) Terz. 33. 



CANTO XXII. 82tf 



Al prego di Dante risponde Benedetto: Turni vedrai nell'ultima 
sfera, nella quale ò perfetto e maturo ciascun desiderio, e ogni cosa 
é Jaddov'era sempre, Perchè non è in luogo, e non i* impala (!). GIÙ 
arzigogolasse su questo impolarsi ci troverebbe Dio sa quante scoperte 
della scienza moderna- ma certo non è casuale la fecondità delle Idee 
che in questa parola si vennero congiungendo, e svolgendo da essa. A 
noi ba^li illustrare il qui detto del luogo. I corpi tono circoscritti da 
luQpQ <2*. Il corpo mobile -è in luogo (3i. Ogni corpo è in luogo , non 
può dunque estere infinito (4). La lerraé nelVnrqua; l'acqua nell'a- 
ria; l' aria nell'etere; l'etere nel cielo; il cielo poi non in altro <5). 
— Il cielo in nessun luogo è tutto, e non è in nessun luogo , t non 
contenuto da nessun corpo j ma in quanto si muove in tanto le parti 
hanno un luogo e V una, contiene l'altra <6). Gli incorporei non son 
in luogo (7>. Nell'infinito non è d terminazione di luogo (8. Nel 
pensare di Dio escludiamo dalla mente nostra i corporei spazii e i luo- 
ghi de* corpi (9i. 

Sentita la predica del fondatore dal cielo a' monaci suol di quaggiù, 
Dante è spinto con un sol cenno su per la scala de' contemplanti ; che 
anch' egli si sente di quella schiera; cosi come in un'altra visione, 
angeli conducono in alto un rapito, senza pure toccarlo , per slmile 
scala <t0). Né in terra il naturai moto (il) dello scendere Ingiù ò cosi 
rapido, come qui dei salire. Gli spiriti che su per la scala girando a 
modo di turbine, non sai se per isdegno delle cose sentite o per la 
carità ehe gli aduna e gli fa nella gioia roteare , par che attraggano 
in su il Poeta, eome fa la tromba delle acque che assorbe vertiginosa ; 
]q traggono per quella scala che é imagine dell'altezza del monte santo 
su cui vivendo posavano, e di lassù riguardarono con pio terrore alla 
terra. Salito in Gemini, Il Poeta alla parola di Beai rio* riguarda gli 
spazii valicati : Candidus insuetum miratur limen Olympi, 8}ub pedi- 
husque videt nu\>es et sidera Daphnis Ma più grando é nel concetto: 
Vedi guanto mondo Sotto li piedi già esser ti fei <I2) ; eh* è tenue suono 
all'ampiezza dello spettacolo profondo. In Lucano l' imagine di Virgi- 
lio é ingrandita da' tempi fatti più gravi: Postquam se lumine vero 
Jmplevit.^. miratus et astra Fixa polis, vidit quanta sub noe te jacer et 
Nostra dies, risitque sui ludibrio trund (43). E Seneca, della piccolezza 
di questo globo: Punctum est in quobellatis t in quo regna disponiti* ; 
ma non soggiunge il maestro di Nerone, in quo auri vim conditi*. E 
qui cade il passo del Sogno di Scipione, al qual passo il Poeta pare 
die avesse 1' occhio : e se fossert casuali, le consonanza sarebbero più 
notabili ancora ; il quale passo rechiamo nella versione di Zanobi da 

(1) Par , XVII, t. ai. (ìi)Moto naturale (Som. , 2, 1,9). 

(à) Som., 2 1,7.- h contro natura il moto del sasso 

(3) Arist. Phys., IV. che vada insù «Som., si, 2, I, 6). 

(4> Arist. Phys., IH : nel IV : Il Distìngue il moto naturale dal vio- 

Uiogo è vaso: la quale compara- lento. Aristotele (Phys., IV) raglo- 

zione, meglio forse che argomenti na del moto se divisibile In moti 

assai , dichiara 1» idea del luogo, all' infinito. Arist., Phys., VI : Nes- 

.misteriosa. • sun corpo si muove nell'istante, 

(5) Arist. Pbys, IV. perchè il tempo del moto dividesi 

(6) Ivi. secondo la divisione del mobile. 

(7) Som., i, 1, 2. (42) Ter?., 43. 

(8) Arist. Phys., HI, e Som., U3) Pbars., IX. Altrove Lucano 
Sup. 79. nu mera anch' egli 1 pianeti Mer- 

(9) Leone. Som. , 79 e Sup. , 85. curio, Venere, Marte. 

(10) Ozanam, p. 389. 



328 Paradiso 



Strada, infedele talvolta per troppa fedeltà, e non della elegante sem- 
plicità del suo secolo, ma tale nondimeno che il rifarla ci parrebbe o 
ardire o fatica soverchia. La diede in luce Sebastiano Ciampi, erudito 
toscano, per quasi quarantanni operoso, e che de' tanti suoi minuti 
lavori non ne fece uno forse che non aggiunga alle già note cose ; 
pregio raro nella odierna ricerca e boria di novità. 

« Ma acciò che, tu, Africano, sia più allegro a difendere la Repub- 
blica, così sappi, che a lutti coloro che avranno conservato, aiutato, o 
accresciuto la Patria, certo luogo é determinalo in Cielo dov' eirli usino 
del beato evo eternalmente. Però che nulla é che a quello principe Id- 
dio, che tutto '1 mondo regge, in ten-a sia più accetto, eh' e' consigli, 
e le compagnie degli uomini ragionevolmente raccolti, che si chiamano 
cittadi ; i rettori e conservatori di quelle , quindi uscendo quassù 
tornano. » 

« Qui adunque, bench' io fossi impaurito, non tanto per paura di 
morte, quanto dell'insidie de' miei; pure domandai se vivea egli , e 
Pagolo mio padre, e molti altri, i quali sapevamo che erano morti. 
Anzi, disse, egli e questi vivono, che sono usciti de' vincoli de' corpi 
come di prigione. Ma la vostra, che si chiama vita è morte (i . Ecco 
vedi Paolo tuo padre che viene a te. E 'l quale tosto com' io vidi, in 
verità tutto mi diruppi in lagrime, ed egli abbracciandomi, e bastan- 
domi, non mi lasciava piangere. Ed io, tosto come potei ristare del 
piamo, e cominciare a parlare, dissi a lui : Io li priego, padre santis- 
simo e ottimo, però che qui è vita, secondo che odo dire l'Affricano; 
io perchè sto in terra; perchè non mi spaccio di venire costà? (2) Ed 
egli a m* • Non fare così; perocché, se questo Iddio, di cui è tutto 
questo tempio (3), che tu vedi, non t'avrà prima liberato da questi le- 
gami del corpo* quassù non ti si può manifestare (4 l'entrata. Però 
che gli uomini sono generati con questa legge, i quali abitano questo 
cerchio di mezzo, cho tu vedi, che si chiama Terra, ed a costoro é 
dato l'animo da quelli sempiterni fuochi 5» che voi chiamale Sideri, 
e stelle, l(r quali, grosse e tonde, animate delle divine memi (6), com- 
piono suoi cerchi e rotondità con velocità maravigliosa 

» 

« Ma, o Scipione , così coltiva la giustizia e la pietà come questo 
tuo avolo (7i, la quale sì nel padre e nella madre, sì ne' parenti sì è 
grande, sì nella patria è grandissima. Questa sì fatta vita è via in 
cielo. E in questa compagnia di costoro, che già sono vivuti e riusciti 
del corpo, abitano quello luogo che tu vedi. • 

« Ed ora costui con una bianchezza splendidissima, rilucente tra le 
fiamme, el quale voi, come da' Greci avete udito, chiamate cerchio 
latteo, ©vero Galaxia c8»; per lo quale a me, questa casa veggente, 
tutte le altre parevano preclare e maravigliose; e queste erano stelle, 
le quali mai avevamo vedute di quaggiù (9), e tutte di tale grandezza, 
della quale non avevamo mal pensato che così fussero, e' globi di 
quelle agevolmente vincevano la grandezza di tutta la Terra; e già 
essa Terra mi pareva sì piccola, che mi facieva pentero dello imperio, 
al quale noi eravamo venuti, come a un punto (10). La quale forte 

(i) Purg., XXXIU, t. 18. (7) Par., XV e XVII. 

(2. Purg., XXIV. (8) Par., XIV, t. 33. 

(3» Par., XXIX. (9) Purg., I, t. 8: S'elle, Non t>i- 

(4) Frantende il lai. patere. Al- ste mai fuorch'alla prima gènte. 
tri errori simili non notiamo. (10 Par., XXII, t. 45: Vidi qut» 

(5) Par., XXU , t. 51 : Eterni i sto globo Tal, ch'io sorrisi del suo 
Gemelli. vii sembiante. 



(6) Par., Vili, t. 37 ; Gì' intelletti 
Che muovon queste stelle 



canto Xxti. 329 



ragguardando io, i' ti domando, disse ì'Affricano, il fino quando sarà 
la tua mente defìssa nella Terra d). Non vedi tu in che Templi se' ve- 
nuto? E ne 1 nove cerchi, o vogli globi, sono tutte queste cose connes- 
se, de' quali l'uno ultimo è il celestiale cerchio di fuori, el quale ab- 
braccia (2) tutti gli altri ; el sommo Iddio contenente e ordinante lutti 
gli altri, nel quale sono infìssi quelli sempiterni corsi delle stelle, 
che sr volgono; al quale sette ne sono soggetti, che si volgono a die- 
tro per contrario movimento al Cielo « 3 ». Tra' quali l' uno cerchio pos- 
siede quella stella che in terra si chiama Saturno. Di poi é quello 
fulgore prospero e salutare alla generazione degli uomini, che si chia- 
ma Giove; poi quello risplendente ed orribile alle terre, che voi chia- 
mate Marte; poi, di sotto, quasi alla mezza regione, abita el Soie, 
duca (4) e principe e moderatore di tutti gli altri lumi, mente e tem- 
peramento del mondo; con tanta grandezza che egli illumini e com- 
pia <5; tutte le cose con sua luce. A costui seguitano gli altri corsi , 
t'ome compagni, l'uno di Venere, e* l'altro di Mercurio. Nel basso cer- 
chio si rivolge la Luna accesa (6) dei raggi del Sole. Di sotto a quella, 
niuna cosa è, se non mortale e caduca , fuori dello anime date alla 
generazione degli uomini per dono degli Iddìi (7). Sopra la Luna sono 
tutte le cose eterne, e quella che , mezza tra questi cerchi, é nona» 
cioè la Terra, non si muove, ed è infima <8i a tutte; ed a quella cag- 
giono per la lo-o natura tutte le cose gravi <9>. » 

« Le quali cose tutte j-agguardando, tornalo in me dissi : Che é que- 
sto si dolce e si grande suono, el quale riempie e' m ei orecchi ? ed 
egli a me: Questo é quello suono che congiunto per diseguali inter- 
valli, ma pure per determinata parte ragionevolmente distinti «IO», si 
fa per lo movimento e grande empito di detti cieli, e le gravi cose, 
colle acute ordinate, fa questi canti igualmente; però che tanti e si 
grandi movimenti, niente si possono movere con silenzio, che natu- 
ralmente, qual più tardo, qual meno, suonano; quale gravemente, 
quale agutamente; per la quale cagione quello sommo stellato cielo, 
il cui movimento più veloce si move agutamente e con suono più de- 
sto. E questo cerchio lunare infimo si move con uno suono gravissimo; 
però che la Terra nona , immobile sempre, ha la sedia più bassa, la 
quale tiene el più basso luogo del mondo, ma quelli otto cerchi e cor- 
si, ne' quali è quella medesima virtù, fanno sette suoni di due inter- 
valli, el qual numero è quasi nodo di tutte le cose ili). » 

(1) Purg., XV, t. 23; Rificchi (7) Inf., li, t. 26: Sola per cui 
La mente pure alle costi terrene. - V umana specie eccede ogni con* 
XIV, t. 50 : Chiamavi 'l cielo , e tento Da quel del eh* ha minor' li 
'ntorno vi si gira, Mostrandovi le cerchi sui. 

sue bellezze eterne: E V occhio vo- <8) Par., XXXIII, t. 8:. Dall' in* 

slro pure a terra mira. finta lacuna Dell* universo. 

(2) Par. , XXIII, t. 38: La real <9) Par., XXIX, t. 19: Da tutti i 
manto di tutti i volumi D si mondo, pesi del mondo costretto. 

che più ferve e più s' avviva Nel- j(10> Par., I, t. 26: La ruota che 

l'alito di Dio. tu sempiterni Desideralo^ a se mi 

(3> Purg., XX Vili. fece atteso Con V armonia che tem* 

(4> Purg., XIII, t. 7: Esser den peri e diicerni. 

sempre li tuoi raggi duci. HI) Purg., XXXI, t. 48: Armo* 

ìS) Par., XXXI , l. 44: Di che ni zzando il eie l t'adombra. Purga- 

stupor dovea esser compiuto. torio, XXX, t. 31 : Alte note degli 

(6) Par., XX il, t. 47 : La figlia eterni giri, 
di Latona incensa Senza quell'ini* 
bra... 



330 JAHAtUSO 



« Queste cose ìq riguardando, rivolgeva gli occhi pure alla Terra. 
Allora disse l'Africano: lo sento che tu guardi ancora la sedia, e la 
casa degli. uomini; la quale se ti pare piccola, come ella é, queste 
cose celesti sempre spera, e quelle umane dispregia ri);, però che tu, 
che allegrezza hai di parlare d'uomini, o che gloria da cercare puoi 
acquistare? Vedi che vi s'abita in luoghi radi e stretti, e in quelle 
macule, dove s'abita, vedi interposte grandi solitudini; e ancora, co- 
storo, che abitano I? Terra, non solamente essere dienti tanto, che 
niente tra loro e gli altri possa essere; ma parte vi sono per torto, 
parte avversi, da' quali niuna gloria potete aspettare -2. • 

Riguardato ch'ebbe il Poeta all'ordine degli splendori sottoposti, 
Pattia rivolse gli occhi, agli gechi belli, che sono a lui guida e pen- 
na. E questo verso, così solo da sé, degnamente conchiude il Canto, 
e prepara a più, alto salire. £un{.... pennae voliterei mihi, Quaecelsa 
eonscendant poli: Quas sibi quum velox mens induit (3), l'erra* pe- 
rosa, despicit, Mris immensi superai globum, Kubesque posi tergiti» 
videi (4). 

Nel principio del Canto l'affetto; alla sesta terzina una sentenza, 
gl'ottava una pittura, all'undecima un concetto gentile; poi satira, 
e allusioni bibliche , e cenni astronomici ; poi alla trentesima terza 
una pittura, alla trentesima ottava un volo lirico, e una vera e alta 
moralità di poesia nella fine. Jn cent versi quanti generi, 

e quanti-ingegni ! 



(I) Par., XXlf, t. 40: Equzl con- (3) Par. XXIV, Che all'alio volo 

ti