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Full text of "I canti : con la vita del poeta"

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Feeentissima    pubblicazione,    nei    ''  Manuali 
Hoepli  "  ; 

MICHELE  SCHERILLO 

LE  OKIGINI  E  LO  SVOLGIMENTO 
DELLA  LETTERATURA  ITALIANA 

I 

LE  ORIGINI: 

DANTE  -  PETEAECA  -  BOCCACCIO 

Un  volume  in-16  di  pag.  xvi-686,  legato  L.  10,50 


Seguiranno  prossimamente  : 

II 


IL  RINASCIMENTO: 

MACHIAVELLI  -   AEIOSTO   -   TASSO 

III 

IL  ROMANTICISMO: 

ALFIEEI   -  MANZONI  -   LEOPAEDI 

B^  Questa  nuova  Storia  letteraria  vuole  essere  il  com 
plemento  e  Vintegrazionr  della  Bil)lioteca  dei  Clas- 
sici Italiani  -•• 

Milano   —    ULRICO    HOEPLI   -    EDITORE    —    Milano 


GIACOMO  LEOPARDI 

I  CANTI 


Ritratto  a  olio,  eseguilo  da  Domenico  Morelli  ventenne,  «  valendosi 
della  maschera  e  dipingendo  tutte  le  minuxie  che  Antonio  Ranieri  e  gli 
altri  amici  dell'estinto  gli  andavano  amorosamente  indicando  ».  Il  Ranieri 
stesso  attestava  :  «  la  somiglianxa  n'è  sembrata,  a  me  e  a  tutti,  miracolosa, 
trattandosi  che  l'artista  inai  non  conobbe -V uomo  vivo». 


F    GIACOMO  LEOPARDI 


I  CANTI 

CON 

LA  VITA   DEL   POETA 

NARRATA    DI   SU    L'EPISTOLARIO 

DA 

MICHELE   SCHERILLO 


Quarta  edizione,  rinnovata  e  aumeHo^ata 


S" .    \  Q     < 


ULRICO  HOEPLI 

EDITORE    LIBRAIO     DELLA    REAL     CASA 
MILANO 

iy20 


PROPRIETÀ  LETTERARIA 


Milano  —  Tipografia  Uiiilifirto  Allegretti  -^  Vi»  Orti,  2. 


ALLA  CARA  E  GLORIOSA  MEMORIA 
DEL  MIO   MAESTRO 

BONAVENTURA    ZUMBINI 


Qui  viri  excellentis  amor  et  affectìin 
usque  ad  rilàe  eius  exlremum  uno 
erga  me  semper  tenore  permansil . 
ci  in  me  nunc  eliam  vivit,  neqvc 
iinquam  desine l  nisi  eyo  ante  de- 
siero ». 

Petkakca.  Upislola  ad  poslcros. 


•    •    •    • 


•    • 


•    ••••••• 


INDICE 


Dedica 


Pag. 

VII 


LA  VITA  DEL  POETA  NARRATA  DI  SU  L'EPISTOLARIO 
Avvertenza 

I.  La  lettera  autobiografica 

IL  II  padre  tiranno.  —  Il  tentativo  di  fuga  dalla  casa  pa 

terna     

Ili,  Monaldo  Leopardi  e  la  sua  Autobiografia 

IV.  La  madre  di  Giacomo 

V.  La  ripugnanza  di  Giacomo  alla  prelatura,  e  la  rinunzia 
ai  benefizi  ecclesiastici  della  sua  famiglia 

VI.  L'angustia  di  mente  e  di  cuore  della  madre  di  Giacomo 
e  le  gravi  accuse  del  marito  e  dei  figli 

VII.  Il  Leopardi  e  lo  Spettatore.  —  Il  saggio  di  traduzione 
dell'Odissea  e  dell'Eneide.  —  Le  prime  lettere  al  Mai 
al  Monti  e  al  Giordani,  —  La  genesi  dell'  ammirazione 
e  dell'amicizia  pel  Giordani,  prima  ancora  di  conoscerlo 
di  persona 

Vili.  Le  lettere  recanatesi  al  Giordani.  —  La  cantica  Ap- 
pressamento della  morte.  —  Recanati  e  i  mali  fisici  e 
morali  di  Giacomo.  —  Il  vagheggiato  suicidio 

IX.  Il  miraggio  del  mondo  di  là  dall'Appennino.  —  La  visita 
del  Giordani  a  Recanati 

X.  Il  Giordani  a  Recanati.  —  I  colloqui  con  Giacomo  e  i 
sospetti  di  Monaldo.  —  L'accusa  del  Gioberti  e  del  Cap- 
poni in  danno  del  Giordani 

XI.  Giacomo  esce  finalmente  del  nido.  —  I  buoni  uffici  dello 
zio  Carlo  Antìci.  —  A  Roma,  nell'inverno  1822-1823.  — 
Il  Canovai  la  zia  Ferdinanda.  —  L'interessamento  del 
Niebulir.  —  Ritorno  a  Recanati.  —  L'invito  del  Vieus- 
seux  a  collaborare  neW Antologia 

XII.  Giacomo  a  Milano  e  a  Bologna  (1825-1826).  —  L'inte- 
ressamento del  Bunsen.  —  Il  freddo  di  Bologna.  —  L'in- 
vito alle  Università  di  Berlino  e  di  Bonn 

XIII.  La  primavera  del  1826  a  Bologna.  —  Una  gita  in  Ro- 


45 

52 
61 

75 

85 
92 


INDICE 


ru(j. 

magna.  —  Il  ritorno  a  Kecanati  nel  novembre.  —  La 
primavera  del  1827  nuovamente  a  Bologna,  e  l'estate  a 
Firenze.  —  L'incontro  del  Leopardi  col  Manzoni,  e  il 
suo  giudizio  sui  Promessi  Sposi 99 

XIV.  A  Pisa,  nell'inverno  1827-1828.  —  Il  Bisorcjimenlo  e 
A  Silvia.  —  Giacomo  assi.ste  a  xina  lezione  del  Carmi- 
gnani  e  a  una  recitazione  del  Guadagnoli.  —  Il  professor 
Rosini.  —  La  morte  del  fratello  Luigi.  —  Il  ritorno  a 
Firenze  e  la  malinconica  estate  del  1828.  —  Il  ritorno  a 
Recanati lOfi 

XV.  L'ultima  dimura  a  Recauati,  dal  novembre  1828  all'a- 
prile 1830.  —  Nuove  smanie  d'uscirne.  —  L'interessa- 
mento del  Colletta.  —  Il  matrimonio  di  Carlo.  —  Il 
mancato  premio  della  Crusca.  —  La  sottoscrizione  fio- 
rentina           112 

XVI.  Il  ritorno  a  Firenze  (maggio  1830).  —  L'edizione  fio- 
rentina dei  Canti.  —  Il  De  Siuner  —  Giacomo  deputato 
di  Recanati.  —  A  Roma,   autunno  1831  e  inverno   1832. 

—  Nuovamente  a  Firenze,  primavera  1832        .        .        .  119 

XVII.  Il  Leopardi  va  a  Napoli  (2  settembre  1833).  —  Cle- 
menza del  clima  e  inclemenza  degli  abitanti.  —  La  cul- 
tura filosofica  a  Napoli  e  la  satira  I  nuovi  credenti.  — 
La  rivista  II  Progresso.  —  La  visita  del  Leopardi  alla 
Scuola  del   Puoti.  —  La  visita  del   Platen  al  Leopardi         128 

XVIII.  Il  Leopardi  a  Napoli  in  compagnia  del  Ranieri.  —  Il 
disegno  d'andare  a  Palermo.  —  La  ristampa  napoletana 
dei  Canti,  e  il  rigore  della  Censura.  —  L'epideuìia  cole- 
rica. —  Le  ultime  lettere.  —  La  morte      ....         135 

XIX.  Il  seppellimento  della  salma.  —  Il  dolore,  l'interessa- 
mento e  rei)icedio  di  Alessandro  Poerio.  —  La  tomba 
nel  portico  di  San  Vitale.  —  La  Scuola  del  De  Sauctis.  — 

Il  pellegrinaggio  alla  tomba.  —  Il  monumento  nazionale         113 

APrKNDICE  ALLA  «  VlTA  DEL  POBTA  ». 

Il  Leopardi  fu  davvero  sepolto  a  Fuorigrotta?      ...         153 
I  CANTI 
Notizia  intorno  alle  edizioni  di  questi  Canti        ....  H>4 

I All'  Italia K't 

II Sopra  il  monumento  di  Dante  che  si  i'kk- 

PAKAVA  in  Firenze K'9 

III Ad  Angelo  Mai,  quand'ebbe  trovato  i  libri 

DI  Cicerone  della  Repubblica      .       .  171 

IV Nelle  nozze  della  sorella  Paolina    .  179 

\' A    UN   vincitore   nel    PALr-ONK       ....  182 

\  I Bruto  minore 1^1 


INDICE 


XI 


VII 

Vili  .  .  . 

IX 

X 

XI . 

XII 

XIII  ... 

•XIV 

XV 

XVI 

XVII.  .  . 

XVIII  .  . 

XIX  .  .  . 

XX 

XXI  .  .  . 

XXII.  .  . 

XXIII.  . 

XXIV  .  . 
XXV .  .  . 

XXVI  .  . 

XXVII  . 
XXVIII 
XXIX  .  . 
XXX.    . 


XXXI 


XXXII  . 
XXXIII 
XXXIV . 
XXXV. 
XXXVI. 


N     PASTORE 


ERRANTE 


Alla  Primavera,  o  delle  favole  antiche 

IxKO  AI  Patriarchi,  o  be'  principii  del  ge- 
nere UMANO      . 

Ultimo  canto  di  Saffo 

Il  primo  amore 

Il  passero  solitario 

L'  infinito  . 

La  sera  del  dì  di  festa 

Alla  Luna 

Il  sogno     . 

La  vita  solitaria 

Consalvo    . 

Alla  sua  donna 

Al  conte  Carlo  Pepoli 

Il  risorgimento 

A  Silvia 

Le  ricordanze 

Canto   notturno   di   u 
dell'Asia  .... 

La  quiete  dopo  la  tempesta 

Il  sabato  del  villaggio     . 

Il  pensiero  dominante 

Amore  e  Morte       .        . 

A  se  stesso       .... 

Aspasia 

Sopra  un  basso  rilievo  antico  sepolcrale 

DOVE  una  giovane  MORTA  È  RAPPRESENTATA 
IN  ATTO  DI  PARTIRE,  ACCOMIATANDOSI  DA,I 
SUOI 

Sopra  il  ritratto  di  una  bella  donna  scol- 
pito NEL  MONUMENTO  SEPOLCRALE  DELLA  ME- 
DESIMA   

Palinodia,  al  marchese  Gino  Capponi 

Il  tramonto  della  Luna    

La  ginestra,  o  il  fiore  del  deserto   . 

Imitazione 

Scherzo      


Pufj. 
1S7 

19<) 
193 
19Ó 
198 
20() 
ivi 
2Ó2 
ivi 
20;5 
208 
212 
211 
218 
223 
224 

229 
233 
23.-1 
236 
240 
244 
ivi 


247 


250 
252 
260 
262 
270 
271 


Frammenti. 

XXXVII  .  .  «Odi.  Melisso:  io  vo'  contarti  un  sogno» 

XXXVIII  .  «Io  qui  vagando  al  limitare  intorno» 
XXXIX.  .  .  «Spento  il  diurno  raggio  in  occidente» 

XL Dal  greco  di  Simouide     .... 

XLI  ....     Dello  stesso 

Note  del  Leopardi  medesimo 


271 
272 
273 
275 
276 

278 


XU  INDICE 


LLUSTRAZIOXI. 
Lk  duk  prime  oanzoni. 


Pan. 


I.  Composizione  e  stampa  delle  due  canzoni.  —  Le  tracce 
manoscritte,  e  la  perorazione  del  Discorso  sulla  poesia 
romantica.  —  Uno  spunto  dall' Or/js.  —  La  dedicatoria 
al  Monti,  e  la  risjìosta 285 

IL  La  «  formosissima  donna  »  e  la  «  donna  di  forme  alte  e 
divine  *  del  Beneficio.  —  La  «  Italia  imbriaca»  e  ■«  Serva 
derisa»,  —  <  L'armi,  qua  l'armi!  ».  —  Simonide  e  il  bardo 
Ullino.  —  I  giudizi  del  Leopardi  sulla  poesia  del  Monti. 

—  Monti  e  Byron.  —  La  conoscenza  personale  dei  due 
poeti.  —  1  Dialoghetli  di  Monaldo,  e  la  frecciata  di  Gia- 
como al  carattere  del  Monti '293 

III.  Alcune  cbiose  alla  canzone  All'  Italia.  —  Un  sonetto 
di  A.  Marchetti.  —  Giudizi  del  Leopardi  sul  Testi, 
sul  Cliiabrera,  sul  Guidi,  sul  Filicaia.  —  I  Paralipomeni 
e  l'inestinto  sentimento  Altìeriano.  —  La  Francesca  del 
Pellico.  —  Le  Termopile.  —  Il  frammento  di  Simonide         304 

IV.  Alcune  chiose  alla  canzone  Sopra  il  momimento  di  Dante. 

—  Il  Leopardi  a  Ravenna.  —  La  giovanile  orazione  AgV  1- 
taliani.  —  Giacomo  misogallo 314 

V.  La  sconcia  edizione  delle  due  Canzoni.  —  La  censura 
paterna.  —  Due  canzoni  rimaste  inedite.  —  L'amore  di 
Giacomo  pei  Greci  e  l'odio  di  Monaldo.  —  L'edizione 
bolognese  dei   Versi,  1824 .         320 

Ad  Angelo  Mai. 

I.  Composizione  e  stampa  della  Canzone.  —  La  dedica.  — 
La  proibizione  della  Censura  austriaca.  —  I  rapporti 
del  Leopardi  col  Mai.  —  Il  frammento  di  Libanio.        .         325 

IL  Giudizi  del  De  Sanctis  e  dello  Zumbini.  —  La  «sede de' 
giusti».  —  Lo  «strider  dell'onda  all'attufifar  del  sole». 

—  «  Conosciuto,  il  mondo  non  cresce  ».  —  Dante,  Ariosto, 
Tasso,  Alfieri 331 

Alla  sorella  Paolina  e  A  un  vincitore  nel  pallone. 

I.  Composizione  e  prime  tracce,  —  Alla  sorella  Paolina. 

—  Il  giudizio  del  De  Sanctis.  —  Le  donne  e  le  sorti 
d'Italia.  —  Le  «beate  larve»,  «l'antico  error»,  r«ermo 
lido  »,  r«  obbrobriosa  etate».  —  I  figliuoli  «miseri  o  co- 
dardi ».  —  Il  <  gracil  petto  ».  —  «  Nefando  stile  ».  —  «  Virtù 
viva  sprezziam  ».  —  Mimnermo  e  Anacreonte,  —  Amore 
sprone  a  virtù.  —  Il  «  femmineo  core  »,  il  «rozzo  acciar», 

r«  Èrebo»,  —  La  Virginia  alfieriaua  e  la  manzoniana  ,         1342 

II.  Il  vincitore  nel  giuoco  del  pallone  che  ispirò  la  can- 
zone. —  Gli  esercizi  ginnastici  e  la  rigenerazione  poli- 


INDICE  xin 


Pag. 
tica.  —  Chiabrera  e  Alfieri.   —   Riscoutri  con  Parini. 
Orazio,  Geremia.  Paolino  d'Aquileia,  Ossian,  —La  «  vita 
Iteata».  —  Il  giudizio  del  De  Sanctis 353 

BriLTO  MINORE.  Alla  Primavera.  Ai  Patriarchi,  Saffo. 

I.  Data  della  composizione.  —  Il  preambolo  al  Bi-nto.  —  Le 
prime  idee  del  Bruto  e  della  Safo.  —  Chiose  al  Bruto 
e  alla  Saffo.  —  Giudizio  del  Carducci  e  dello  Zumbini.         .359 

IL  Alla  Primavera.  —  Le  favole  mitologiche  e  i  poeti  mo- 
derni. —  Il  sermone  Sulla  Mitologia  del  Monti.  —  Giu- 
dizio dello  Zumbini.  —  Qualche  chiosa.  —  h'inno  ai 
Patriarchi  e  gl'inni  Cristiani.  —  Traccia  àeW Inno  ai 
Patriarchi.  Abbozzo  deir/>ì>*o  al  Bedenlore.  —  Qual- 
che chiosa 371 

Il  primo  amore  k  il  Frammento  xxxviii,  il  Frammento 
XXXIX  E  II  sogno.   La  sera  del  dì  di  festa. 

I.  Composizione  del  Primo  amore.  —  La  Gertrude  Cassi.  — 
Il  Diario  d'amore  o  Storia  d'^m'anima.  -  Li'Blegia  II 
e  il  Frammento  XXXVIII.  —  Shakespeare.  —  La  trac- 
cia delle  nuove  Elegie.  —  Qualche   chioserella        .        .         381 

IL  Un'altra  traccia  di  Elegia  e  il  Frammento  XXXIX.  — 
A  una  fanciulla.  —  Il  Sogno  e  la  forosetta  Brini.  — 
Chiose  al  Sogno  e  alla  Sera  del  àX  di  festa      .        .        .         389 

Il  Passero  solitario  e  gl'Idilli,  L'infinito,  La  vita  so- 
litaria, l'Imitazione. 

Data  della  composizione  e  della  stampa.  —  Altre  tracce  d'I- 
dilli. —  Chiose  al  Passero.  —  U Infinito.  —  La  lezione 
del  De  Sanctis  sulla  Vita  solitaria,  e  qualche  nostra 
chiosa.  —  L,' Erminia  e  la  Telesilla.  —  'L' Imitazione  e  , 
La  feuille  dell'Arnault.  —  La  caduta  delle  foglie  nel- 
V Iliade  e  nella  Bibbia.  —  Lamartine 396 

A    Silvia,    Il   risorgimento,   Le  ricordanze.   Alla   sua 

DONNA. 

Data  della  composizione.  —  Lo  spunto  del  Risorgimento.  — 
Il  canto  di  una  fanciulla.  —  La  Teresa  nei  Ricordi  di 
Giacomo.  —  La  tragedia  Maria  Antonietta  ed  il  Cimi- 
tero della  Maddalena.  —  Nerina  e  Silvia.  —  Alla  sua 
-  donna.  —  Chiose  al  canto  A  Silvia  e  alle  Ricordanze. 
—  Per  morte  di  amata  donna 411 

Consalvo,  Aspasia.  Amore  e  Morte,   Il  pensiero   domi- 
nante, A  SE  STESSO. 

Lodatori  e  detrattori  del  Consalvo,  —  Byron.  —  Leopardi 
romantico.  —  I  nomi  di  Consalvo  e  di  Elvira.  —  Il  So- 


XIV  INDICE 


/V/(/ 
gno.  —  Chi  sia  l'Elvira.  —  La  data  del  Consalvo.  — 
Nella  ])riniavera  e  nell'estate  del  1831.  —  Le  richieste 
d'antografi.  —  La  i»artenza  ijer  Roma  e  il  volontario  e 
doloroso  esilio.  —  Le  lettere  alla  Fanny.  —  Il  ritorno  a 
Firenze.  —  Nuove  lettere  alla  Fanny.  —  Amore  e  Morte. 

—  Le  fonti  del  Consolro.  —  Gli  Sciolti  al  Chigi  e  i  Pen- 
sieri d'amore.  —  Il  Werther.  —  L'Aspasia.  —  A  se  slesso. 

—  Ad  Arimùne 124 

LEorARDi  E  Hervet. 

A  proposito  delle  canzoni  Sopra  il  ritratto  di  una  bella 
donna  scolpito  nel  monumento  sepolcrale  della  medesima 
e  Sopra  un  basso  rilievo  antico  sepolcrale        .        .        .  l.'lt 

Il  fiore  del  deserto. 

Il  Leopardi  .sull'arida  schiena  del  Vesuvio.  —  L'amaro  e  di- 
sdegnoso sorriso  in  cospetto  del  mare  di  Napoli.  —  L'a- 
scensione al  Vesuvio.  —  Goethe.  —  Il  fiore  della  gine- 
stra. —  La  rovina  desolata.  —  Il  sarcastico  accenno  al 
Mamiani.  —  La  lotta  dell'uomo  coijtro  la  natura.  —  La 
marina  napoletana  ricordata  solo  cóme  specchio  di  ter- 
rori, —  La  lava  descritta  dalla  Stael.  —  Il  «sepolto  sche- 
letro». —  La  solidarietà  umana  nel  dolore.  —  Lo  svol- 
gimento del  pensiero  filosofico  del  Leopardi     .        .        .  17') 


LA  VITA  DEL  POETA 

NARRATA   DI   SU   L'EPISTOLARIO 


G.  Leopardi. 


Avvertenza.  — Adopero  e  cito,  v^rV Epistolario,  la  quinta  ristampa, 
in  tre  volumi.  Firenze,  Successori  Le  3Ionnier,  1892;  per  lo  Zibaldone, 
l'unica  edizione,  ufficiale,  in  sette  volumi.  Pensieri  di  i-aria  filosofìa 
e  di  belìo  letteratura  di  G.  L.,  Firenze,  Succ.  Le  Monnier,  1S9S-1900. 

Bell'Epistolario  leopardiano  F.  De  Sanctis  ebbe  a  scrivere  {Sa'ggi 
critici,  Napoli  1874,  p.  212  ss.):  Queste  lettere  sono  «il  più  eloquente 
comento  delle  sue  scritture,  e  la  materia  quasi  ancor  grezza  ch'egli 
nelle  poesie  lavorò  e  condusse  a  tanta  perfezione...;  sono  pietoso  rac- 
conto dei  casi  della  sua  vita,  e  quasi  ritratto  dell'animo  dello  scrit- 
tore... Ei  non  vide  quaggiù  cosa  alcuna  pari  al  suo  animo,  che  valesse 
i  moti  del  suo  cuore;  e  più  che  il  dolore,  l'ijierzia,  quasi  ruggine,  con- 
sumò la  sua  vita  ;  solo,  in  questo  ch'ei  chiardava  formidabile  deserto 
del  mondo.  In  tanta  solitudine  la  vita  diviene  un  dialogo  dell'uomo 
con  la  sua  anima,  e  gl'interni  colloquii  rendon  più  acerbi  ed  intensi 
gli  afletti  rifuggitisi  amaramente  nel  cuore,  poi  che  loro  mancò  nutri- 
mento in  terra.  Tristi  colloquii  e  puf  cari,  onde  l'uomo,  suicida  avol- 
toio,  rode  perennemente  sé  stesso»,  ed  accarezza  la  piaga  che  lo  con- 
duce alla  tomba  ». 

E  dello  Zibaldone  ha  recentemente  scritto  B.  Zumbini  (Studi  sul 
Leopardi,  voi.  I,  Firenze.  G.  Barbèra,  1902,  p.  92):  «Lo  Zihaldvne 
è  una  fonte  inesauribile  di  preziosi  documenti  per  la  vita,  per  la  dot- 
trina e  per  l'arte  del  Leopardi,  per  tutto  ciò,  insomma,  che  possa  avere 
qualsiasi  attinenza  coU'esser  suo.  Oltre  che  i  tesori  del  suo  sapere,  egli 
versò  qui  tanta  parte  dei  suoi  più  segreti  ailetti;  e  scrivendo  in  esso 
ogni  giorno  ed  anche  più  volte  in  un  solo  giorno,  venne  a  segnarvi  lì 
per  li  ogni  passo  da  lui  stampato  sul  cammino  della  vita:  e  ogni  suo 
passo  fu  come  un  nuovo  acquisto  e  un  nuovo  dolore  ". 

Mi  occorrerà  anche  spesso  di  citare: 
Lettere  scritte  a  Giacomo  Leopardi  dai  suoi  parenti,  a  cura  di  G.  Pikr- 

GiLi;  Firenze,  Succ.  Le  Monnier,  1878. 
Scritti  letterari  di  Giacomo  Leopardi,  ordinati  e  riveduti  per  cura  di 

Giovanni  Mestica,  volumi  due;  Firenze,  Succ.  Le  Monnier,  1899. 
Nuovi   documenti    intorno   agli   scritti  e  alla  vita  di  Giacomo   Leopardi, 

raccolti  e  pubblicati  da  G.  Piergili;  Firenze,  Succ.  Le  Monnier. 

1892. 
Appendice  alV Epistolario  e  aali- Scritti  e  alla  vita  di  Giacomo  Leopardi. 

a  compimento  delle  edizioni  fiorentine,  per  cura  di  Prospero  Viam  : 

Firenze,  G.  Barbèra,  1878. 
Scritti  vari  inediti  di  Giacomo  Leopardi  dalle  carte  napoletane:  Firr-nz-  . 

Succ.  Le  Monnier,  1906. 


•  •••••••••••^•••••* 


La  lettera  autobiografica. 

All'amico  bolognese  conte  Carlo  Pòpoli,  quel  medesimo 
a  cui  indirizzò  gli  Sciolti  Questo  affannoso  e  travagliato  sonno, 
Giacomo  Leopardi  scriveva  nel  1826,  mentre  si  trovava  an- 
cli'egii  a  Bologna: 

Ti  mando  le  notizie  poco  notabili  della  mia  vita... 

Nato  dal  conte  Monaldo  Leopardi  di  Recanati,  città  della  Marca 
di  Ancona,  e  dalla  marchesa  Adelaide  Antici  della  stessa  città,  ai  29 
giugno  del  1798,  in  Recanati. 

Vissuto  sempre  nella  patria  fino  all'età  di  24  anni. 

Precettori  non  ebbe  se  non  per  li  primi  rudimenti  che  apprese  da 
pedagoghi,  mantenuti  espressamente  in  casa  da  suo  padre.  Bensì  ebbe 
l'uso  "di  una  ricca  biblioteca  raccolta  dal  padre,- uomo  molto  amante 
delle  lettere. 

In  questa  biblioteca  passò  la  maggior  parte  della  sua  vita,  finché 
e  quanto  gli  fu  permesso  dalla  salute,  distrutta  da'  suoi  studi;  i  quali 
incominciò  indipendentemente  dai  precettori  in  età  di  10  anni,  e  con- 
tinuò poi  sempre  senza  riposo,  facendone  la  sua  unica  occupazione. 

Appresa,  senza  maestro,  la  lingua  greca,  si  diede  seriamente  agli 
studi  filologici,  e  vi  perseverò  per  sette  anni;  finché,  rovinatasi  la  vista, 
e  obbligato  a  passare  un  anno  intero  (1819)  senza  leggere,  si  volse  a  pen- 
sare, e  si  affezionò  naturalmente  alla  filosofia;  alla  quale,  ed  alla  bella 
letteratura  che  le  è  congiunta,  ha  poi  quasi  esclusivamente  atteso  fino 
al  presente. 

Di  24  anni  passò  in  Roma,  dove  rifiutò  la  prelatiu'a  e  le  speranze 
di  un  rapido  avanzamento  offertogli  dal  cardinal  Consalvi,  per  le  vive 
istanze  fatte  in  suo  favore  dal  consiglier  Xiebuhr,  allora  Inviato  straor- 
dinario della  Corte  di  Prussia  a  Roma. 

Tornato  in  patria,  di  là  passò  a  Bologna,  ecc. 

Pubblicò,  nel  corso  del  1816  e  1817,  varie  traduzioni  ed  articoli  ori- 
ginali nello  Spettatore,  giornale  di  Milano,  ed  alcuni  articoli  filologici 
nelle  Effemeridi  Romane  del  1822: 


4  LA   VITA    DEL   P.OETA 

1°  Guerra  dei  topi  e  delle  rane,  tradxizione  dal  greco;  Milano,  1816: 
ristampata  quattro  volte  in  diverse  collezioni. 

2°  liuio  a  yettuno  (supposto),  tradotto  dal  greco,  novamente  sco- 
perto, con  note  e  con  appendice  di  due  odi  anacreontiche  in  greco  (sup- 
poste) novamente  scoperte;  Milano,  1S17. 

3°  Libro  secondo  dell'Eneide,  tradotto;  ^Milano,  1S17. 

4.^  Annotazioni  sopra  la  Cronica  di  Eusebio,  pubblicata  l'anno 
1S18  in  Milano  dal  dott.  Angelo  Mai  e  Giovanni  Zohrab;  Roma,  1823. 

5°  Canzoni  sopra  l'Italia,  Sopra  il  monumento  di  Dante  che  si 
prepara  in  Firenze;  Roma,  1818.  Canzone  ad  Angelo  Mai,  quatid'ebbe 
scoperto  i  libri  di  Cicerone  della  Repubblica;  Bologna,  1820.  Caìizoìii 
(cioè  Odes  et  non  pas  Chansons);  Bologna,  182i. 

6°  Martirio  de'  SS.  Padri  del  Munte  Sinai,  e  dell'Eremo  di  Bailii, 
composto  da  Ammonio  Monaco,  volgarizzamento  (in  lingua  italiana  del 
siv  secolo,  supposto)  fatto  nel  buon  secolo  della  lingua  italiana;  Mi- 
lano, 1826. 

7°  Saggio  di  operette  morali;  nell'Antologia  di  Firenze,  nel  nuovo 
Raccoglitore,  giornale  di  Milano;  e  a  parte,  villano,  1826. 

8°   Versi  (poesie  varie);  Bologna,  1826. 


II. 

Il  ijadre  tiranno.  —  Il  tentativo  di  fuga  dalla  casa  ;paterna. 

Dei  grandi  poeti  avviene  come  dei  grandi  conquistatori, 
e  in  generale  come  di  tutti  quegli  eroi  del  pensiero  o  del- 
l'azione che  diventan  cari  al  popolo.  La  fantasia  popolare 
va  intorno  alla  loro  memoria  con  carezzosa  e  materna  par- 
zialità, li  vaglieggia,  come  Dante  diiebbe,  «  or  da  coppa  or 
da  ciglio  ^>,  saciiticando  ad  essi  ogni  altro  sentimento,  com- 
preso quello  della  giustizia  e  della  verosimiglianza.  Pur  di 
renderne  più  eccelso  il  monumento,  essa  accumula  nello 
fondamenta  di  questo  i  cadaveri  di  quanti  hanno  avuto  la 
sventura  di  aver  con  l'eroe  relazioni  perfin  soltanto  crono- 
logiche. Ed  è  veramente  curiosa  la  drammatica  lotta  che 
ogni  giorno  si  combatte  tra  la  leggenda,  che  cerca  di  pene- 
trar di  sorpresa  negli  accampamenti  della  storia,  e  la  cri- 
tica, che  vigila  per  ricacciarla  indietro.  Si  ripensi  al  Tasso. 
Per  codesto  prediletto  infelice,  indulgenza  sconfinata  e  am- 
mirazione costante,  pur  quando  le  sue  i)osteriori  confessioni 


MONALDO 


vengono  a  toglier  fedo  alle  accuse  da  lui  pronunziate  in 
momenti  di  delirio  ;  pel  duca  Alfonso,  pei  suoi  amici  o  rivali, 
pei  suoi  critici  o  corrispondenti,  insazia.bili  preteso  di  lon- 
ganimità, di  liberalità,  di  tolleranza  meglio  che  evangelica. 
Per  lui,  l'aureola  della  persecuzione  e  del  martirio;  per  gli 
altri,  la  gogna,  come  a  persecutori  o  carnefici. 

Qualcosa  di  simile  è  avvenuto  col  Leopardi.  Della  sua 
straziante  infelicità  la  fantasia  popolare  lia  voluto  un  re- 
sponsabile, su  cui  poter  saziare  una  generosa  vendetta.  Chi 
non  ricorda  il  perfido  ma  umano  e  politico  consiglio  di 
Caifas  ai  Farisei? 

Consigliò  i  Farisei,  che  convenìa 

Porre  un  uom  per  lo  popolo  a'  martìri. 

E  l'uomo,  cui  questa  volta  è  toccata  la  parte  di  vittima,  è 
stato  proprio  colui  che  puro  aveva  fatto  al  mondo  il  pre- 
zioso dono  del  grande  poeta  ! 

In  verità,  chi  indicò  Monaldo  alla  esecrazione  pubblica  fu 
Giacomo  medesimo.  Scrivendo  da  Eecanati  al  conto  Giulio 
Perticari,  ch'era  a  Pesaro,  il  9  aprile  1821,  una  di  quelle  sue 
lettere  disperate,  egli  diceva: 

Al  vostro  caro  e  pietoso  invito  rispondo  ch'eccetto  il  caso  di  una 
provvisione,  io  non  vedrò  mai  cielo  né  terra  che  non  sia  recanatese, 
prima  di  quell'accidente  che  la  natura  comanda  ch'io  tema,  e  che  ol- 
tracciò, secondo  natura,  avverrà  nel  tempo  della  mia  vecchiezza:  dico 
la  morte  di  mio  padre.  11  quale  non  ha  altro  a  cuore  di  tutto  ciò  che 
m'appartiene,  fuorché  lasciarmi  vivere  in  quella  stanza  dov'io  traggo 
tutta  quanta  la  giornata,  il  mese,  l'anno,  contando  i  tocchi  dell'orinolo. 

Par  qui  di  sentire  già  il  mormorio  di  quei  versi,  così  mira- 
bilmente belli,  ma  anch'essi  così  cupamente  tristi,  delle 
Micordanze  : 

Viene  D  vento  recando  il  suon  dell'ora 
Dalla  torre  del  borgo.  Era  conforto 
Questo  supn,  mi  rimembra,  alle  mie  notti. 
Quando  fanciullo,  nella  buia  stanza, 
Per  assidui  terrori  io  vigilava. 
Sospirando  il  mattin. 

E  non  aveva  madre,  padre,  codesto  povero  bambino, 
lasciato  così  solo  e  al  buio,  in  preda  ai  terrori  della  sua  im- 


LA    VITA    DEL    POETA 


maginazioue  ?  E  la  casa  avita  era  resa  una  prigione  a  chi 
V  per  cieco  m?lor,  condotto  della  vita  in  forse  »,  si  vedeva 
costretto  a  piangere  »  la  bella  giovinezza  »  e  il  cadente  fiore 
dei  suoi  poveri  dì,  e. a  poetare  <-  dolorosamente  alla  fioca  lu- 
cerna, all'ore  tarde,  assiso  sul  conscio  letto  »  ? 

Il  carceriere,  i  lettori  lo  imparano  fremendo,  era  Monaldo  ; 
carceriere  severo  e.  per  di  piii,  taccagno.  Al  suo  amabile 
Pietro  Giordani,  ch'era  allora  a  Piacenza,  Giacomo  scriveva 
dal  suo  inospite  borgo,  il  5  dicembre  1817: 

Sappiate  che  io  non  ho  un  baiocco  da  spendere;  ma  mìo  padre  mi 
provvede  di  tutto  quello  che  io  gli  domando,  e  brama  e  vuole  che  gli 
domandi  quello  che  desidero.  E  io  tra  il  non  avere  e  il  domandare 
scelgo  il  non  avere,  eccetto  se  la  necessità  de'  miei  studi  o  la  voglia 
troppo  ardente  di  leggere  qualche  libro  non  mi  fa  forza.  E  dico  la  voglia 
di  qualche  libro,  perchè  niente  altro  che  libri  gli  ho  domandato  mai, 
fuor  solamente  im  paio  e  mezzo  di  cavalli  di  posta,  ch'egli  non  mi  dà, 
perchè  s'è  persuaso  d'una  cosa  che  non  mi  sono  persuaso  io,  cioè  che 
io  abbia  a  fare  il  galantuomo  in  casa  sua. 

In  casa  sua!  E  a  vent'anhi,  Giacomo,  insofferente  della 
prigionia,  tentò  fuggirne.  Chiese,  o  lasciò  chiedere,  al  Per- 
ticali se  a  Eoma  avrebbe  potuto  trovare  da  guadagnar  tanto 
da  non  morirvi  di  fame.  Gli  fu  risposto  che  «  tutto  il  buono 
a  Roma  era  per  li  preti  )>;  se  mai.  gli  si  poteva  dare  ijualche 
consiglio  per  spendervi  meno.  Ed  egli  ripicchiava  impazien- 
tito, scrivendone  al  Giordani  (26  marzo  1819): 

Ma  quando  eziandio  costasse  il  meno  che  si  possa  immaginare, 
questo  non  è  il  caso  mio,  cercare  il  dove,  ma  il  come.  Mio  padre  è  stra- 
d;^liberato  di  non  darmi  un  mezzo  baiocco  fuori  di  casa,  vale  a  dire 
in  nessun  luogo,  stantechè  neppur  qui  mi  dà  mai  danaro,  ma  solamente 
mi  fornisce  del  necessario  come  il  resto  della  famiglia.  Mi  permette 
sibbene  ch'io  cerchi  maniera  d'uscir  di  qua  senza  una  sua  minima 
spesa;  e  dico  mi  permette,  giacch'egli  non  muove  un  dito  per  aiutarmi; 
piuttosto  si  moverebbe  tutto  quanto  per  impedirmi...  Il  fatto  sta  che 
qualunque  luogo  mi  dia  tanto  da  vivere  mediocrissimamente  sarà  con- 
venientissimo  per  me.  né  io  penso  di  poter  uscire  di  questa  caverna 
senza  spogliarmi  di  molte  comodità  che  non  mi  vagliono  a  niente  senza 
l'aria  e  la  luce  aperta. 

I  malanni  che  col  sopravvenire  dell'estate  del  '19  diven- 
nero pili  gravi,  affrettarono  l'audace  risoluzione.  Eiscriveva 
al  Giordani,  ora  in  Milano,  il  20  hmlio: 


IL    TENTATIVO    DI   FUGA 


Nell'età  che  le  complessioni  ordinariamente  si  rassodano,  io  ve  sce- 
mando ogni  giorno  di  vigore,  e  le  facoltà  corporali  mi  abbandonano  a 
vma  a  una.  Questo  mi. consola  perchè  mi  ha  fatto  disperare  di  me  stesso, 
e  conoscere  che  la  mia  vita  non  valendo  piti  nulla  posso  gittarla,  come 
farò  in  breve,  perchè  non  potendo  vivere  se  non  in  questa  condizione 
e  con  questa  salute,  non  voglio  vivere,  e  potendo  vivere  altrimenti  bi- 
sogna tentare.  E  il  tentare  così  come  io  posso,  cioè  disperatamente  e 
alla  cieca,  non  mi  costa  più.  niente,  ora*  che  le  antiche  illusioni  sul  mio 
valore,  e  sulle  speranze  della  vita  futura  e  sul  bene  ch'io  potea  fare,  e 
le  imprese  da  togliere  e  la  gloria  da  conseguire  mi  sono  sparite  dagli 
occhi,  e  non  mi  stimo  piti  nulla,  e  mi  conosco  da  meno  di  tanti  miei 
cittadini,  ch'io  disprezzava  cosi  profondamente. 

Domanda,  di  nascosto,  un  passaporto  al  recanatese  conte 
Saverio  Broglio,  residente  a  Macerata,  pel  Eegno  lombardo- 
veneto,  mentendo,  nella  lettera,  i  saluti  particolari  di  suo 
padre:  «il  quale»,  soggiungeva,  «vi  sarà  tenuto  ancor  egli 
del  favore  ch'io  vi  domando  »  !  Ma  la  gherminella  fu  facil- 
mente sventata,  e  il  passaporto,  invece  che  nelle  sue,  capitò 
nelle  mani  di  Monaldo.  Che  (par  di  vederlo!)  con  viso  e 
atteggiamento  gravi  e  dignitosi,  presentò  al  figliuolo  ribelle 
la  lettera  e  il  documento  sequestrati,  deponendo  questo, 
com'ha  lasciato  scritto  egli  medesimo,  «  in  un  canterano 
aperto  »,  e  dicendo  a  Giacomo  <<  che  poteva  prenderlo  a  co- 
modo suo  ». 

«  Così  tutto  finì  »,  conchiude  il  Conte  padre;  ma,  com'al 
solito,  ei  fece  troppo  assegnamento  sulle  sue  abilità  di  uomo 
di  mondo.  Giacomo,  scontento  degli  altri  e  di  sé  stesso,  ri- 
scrisse al  Broglio  (13  agosto),  scusandosi  del  tranello  tesogli 
e  denunziando  fieramente  il  presunto  suo  persecutore.  Egli 
confessa: 

La  risoluzione  ch'io  aveva  presa,  non  era  né  immatura  né  nuova. 
Io  l'aveva  fissata  già  da  un  mese,  e  l'avea  concepita  fin  da  quando 
conobbi  la  mia  condizione  e  i  principii  immutabili  di  mio  padre,  cioè 
da  parecchi  anni.  Io  non  sono  né  pentito  né  cang-iato.  Ho  desistito  dal 
,mio  progetto  per  ora,  non  forzato  né  persuaso,  ma  commosso  e  ingan- 
nato. Persuaso  non  -poteva  essere,  come  né  anche  persuadere,  perché 
le  nostre  massime  sono  opposte,  e  perciò  fuggo  ogni  discorso  su  questa 
materia,  giacché  il  discorso  non  può  esser  concorde  quando  i  fondamenti 
sono  discordi.  Se  mi  opporranno  la  forza,  io  viiicerò,  perchè  chi  è  riso- 
luto di  trovare  o  la  morte  o  una  vita  migliore,  ha  la  vittoria  nelle  sue 
mani.  Le  mie  risoluzioni  non  sono  passeggere  come  quelle  degli  altri, 
e  come  mio  padre  stimo  che  si  persuada,  per  dormire  i  suoi  sonni  in 
pace,  come  suol  dire.  Io  non  voglio  vivere  in  Recanati.  Se  mio  padre  mi 


LA    VITA    DEL    POETA 


procurerà  i  mezzi  di  uscire,  come  mi  ha  promesso,  io  vivrò  g^rato  e  ri- 
spettoso, com^e  qualunque  ottimo  figlio,  se  no,  quello  che  doveva  acca- 
dere e  non  è  accaduto,  non  è  altro  che  differito.  Mio  padre  crede  ch'io 
da  giovinastro  inesperto  non  conosca  gli  uomini.  Vorrei  non  conoscerli, 
così  scellerati  come  sono.  Ma  forse  sono  piti  avanti  ch'egli  non  s'inmia- 
gina.  Non  creda  d'ingannarmi,  che  la  sua  dissimulazione  è  profonda  ed 
etema;  sappia  però  ch'io  non  mi  fido  di  lui,  più  di  quello  ch'egli  si  fidi 
di  me  ^.  Si  vanti,  se  vuole,  d'avermi  ingannato,  dicendomi  a  chiare  note, 
ch'egli  non  volend orai  forzare  in  nessunissima  guisa,  non  facea  nessun 
passo  per  intercettarmi  il  passaporto.  ^li  parve  di  vedergli  il  cuore  sulle 
labbra,  e  feci  quello  che  non  aveva  fatto  da  molti  anni:  gli  prestai  fede, 
fui  ingannato,  e  per  l'ultima  volta. 

La  requisitoria  non  si  ferma  qui.  Giacomo  accusa  priu- 
cipalmeute  Monaldo  di  non  averlo  mai  compreso.  E  continua: 

Domando  se  questo  è  il  premio  che  mi  doveva  aspettare;  domando 
se  c'è  uh  altro  padre  nella  stessa  decanati,  in  circostanze  molto  più 
incomode  del  mio,  che  avendo  un  figlio  delle  speranze  ch'io  dava,  non 
avesse  fatti  tutti  gli  sforzi  possibili  per  procurargli  quello  che  a  chiunque 
mi  conosce  è  sembrato  naturale  e  necessario,  fuorché  a  mio  padre... 
E  se  mio  padre,  aborrendo  ogn'idea  di  grande  e  di  straordinario,  si 
pente  d'avermi  lasciato  studiare,  si  duole  che  il  cielo  non  m'abbia 
fatto  una  talpa,  e  in  ogni  modo,  non  solamente  non  mi  concede  niente 
di  straordinario,  ma  mi  nega  quello  che  qualimque  padre  in  qualimque 
luogo  si  fa  un  dovere  di  concedere  a  quei  figli  che  mostrano  un  solo 
barlume  d'ingegno,  e  vuole  risolutamente  ch'io  viva  e  muoia  come  i 
suoi  maggiori,  sarà  ribellione  di  un  figlio  il  non  sottoporsi  a  questa 
legge  ? 

'  La  letteratura  italiana  ha  poche  pagine  di  prosa  che  pos- 
sano stare  a  paro  di  questa  del  malaticcio  giovanetto  di 
ventun  anni,  per  calore,  per  energia,  per  forbitezza,  per 
trasparenza.  Sarebbe  bastato  molto  meno  per  metter  dalla 
parte  del  grande  figliuolo  i  lettori,  già  ben  disposti  dai  versi 
immortali.  E  invece  la  lettera,  eh' è  lunghissima  e  d'una  dia- 
lettica sempre  calda  e  serrata,  ha  una  chiusa  ancor  più  an- 
gosciosa. Disfogata  la  piena  dell'amarezza,  l'infelicissimo  ri- 
belle .si  ripiega  in  una  commovente  stanchezza. 

Io  non  vorrei  mai  scordarmi  de'  miei  doveri,  io  vorrei  essere  in- 
felice io  solo;  e  vi  giuro  che  se  qualche  cosa  mi  turbava  nella  risolu- 


*  In  una  copia  di  questa  lettera,  di  mano  della  Paolina,  si  legge 
anche  peggio:  «Se  la  sua  dissimulazione  è  profonda  ed  etema,  sappia 
però  ch'io  non  mi  fido  di  lui,  più  che  mi  fiderei  d'vm  nemico  ». 


TL   TENTATIVO   T>T   FUGA 


zione  ch'io  aveva  formata,  non  erano  né  i  pericoli  a  cui  m'esponeva, 
né  i  biasimi  altrui,  de'  qnali  non  fo  nessun  conto,  né  la  morte  che  i 
(ìisasri  eia  povertà  m'avrebbero  procurata  ben  presto  con  mia  conso- 
lazione, ma  il  solo  pensiero  di  dar  disirusto  ai  mìei  genitori.  Io  ho  sempre 
amato  mio  padre  e  l'amerò:  e  mi  duole  che  voglia  trattarmi  come  erii 
altri  uomini,  e  creda  l'insranno  piti  vantaggrioso  con  me  della  schiet- 
tezza, mentre  mi  sembra  d'aver  dato  prove  suflRcienti  del  contrario. 
Ripeto  ch'io  non  desidero  se  non  d'essersrli  sempre  riconoscente  e  ri- 
spettoso, e  certamente  sarò  tale  nel  fatto,  se  non  potrò  anche  nelle 
apparenze.  Io  non  mi  pento  della  condotta  passata,  né  bramo  cangiarla. 
Solamente  presro  che  vog'lia  aver  qualche  risruardo  alle  inclinazioni 
mie.  che  ora  non  sono  più  mutabili  naturalmente,  e  contrariate  mi  fa- 
ranno infelice  fin  ch'io  viva,  e  forse  peggio  ch'infelice  ^. 

Tra  i  preparativi  per  la  fusra,  Giacomo  aveva  pensato 
anche  a  scrivere  una  lettera  di  addio  al  padre  e  un'altra  al 
fratello  Carlo.  In  quella,  non  è  il  figlio  clie  prende  congedo, 
ben«iì  il  conte  Giacomo  che  chiede  ragione  al  conte  ^lonaldo 
dell'uso  da  lui  fatto  della  potestà  paterna.  Comincia:  f' mio 
signor  padre  ^  e  va  avanti  facendo  uno  spietato  esame  di 
nuanto  costui  avi'ebbe  avuto  il  dovere  di  fare  e  non  avea 
fatto.  Accenna  a  un  certo  «  piano  di  famiglia  »  che  Monaldo 
avi-ebbe  immaginato,  e,  alludendo  anche  al  fratello  più 
caramente  diletto,  continua: 

Io  sapeva  bene  i  progetti  ch'Ella  formava  sii  di  noi.  e  come  per 
assicurare  la  felicità  di  una  cosa  ch'io  non  conosco,  ma  sento  chiamar 


^  Questa  lettera,  per  riguardi  verso  la  famiglia  superstite,  non  fu 
compresa  nelle  prime  edizioni  deli' Epistolario.  Apparve  primamente 
nella  Xuova  Antologia  del  15  febbraio  1S79,  con  tm  breve  commento 
del  prof.  G.  Piergili.  Ricomparve  poi  piti  tardi,  nel  ISSO,  per  cura  deUo 
stesso  editore,  nell'opuscoletto  :  Le  tre  lettere  di  G.  L.  intomo  alla  di- 
visata fuga  dalla  casa  paterna  (Torino  e  Roma.  Loescher).  Il  Piergili 
l'aveva  ritrovata  «fra  le  più  riposte  carte  che  furono  sempre  gelosa- 
mente serbate  in  famiglia  ',  di  carattere  della  Paolina,  «la  quale  solca 
scrivere  pel  fratello,  malato  d'occhi  e  di  stomaco;  ove  si  vedono  an- 
cora le  correzioni  di  mano  di  lui  ».  Dopo,  venne  in  luce  anche  l'ori- 
ginale, posseduto  dai  Broglio  di  Macerata,  che  differisce  in  qualche 
punto  dalla  minuta:  e  questo  ora  è  ristampato  nell'ultima  edizione 
dell'Epistolario.  —  Dal  carteggio  inedito  dì  Monaldo  col  Broglio,  il  Me- 
stica potè  cavare  nuovi  particolari  di  quel  curioso  episodio  domestico. 
Cfr.  G.  L.  e  i  Conti  Broglio  d'Ajano,  ora  nel  volume  di  Studi  leopardiani, 
Firenze,  Succ.  Le  Monnier.  1901,  p.  560  ss. 


10  LA    VITA    DEL    POETA 


casa  e  famiglia,'  Ella  esigeva  da  noi  due  il  sacrifizio,  uon  di  roba  uè 
di  cure,  ma  delle  nostre  iuclinazioni,  della  gioveutù,  e  di  tutta  la  no- 
stra vita. 

Se  egli.  Monaldo,  avesse  avuto  visceri  di  padre,  avrebbe  do- 
vuto comprendere  che  quei  disegni  erano  inattuabili,  e  che  a 
lui,  Giacomo,  l'aria  e  la  vita  di  Recanati  riuscivau  micidiali. 

Non  tardai  molto  ad  avvedermi  che  qualunque  possibile  e  imma- 
ginabile ragione  era  inutilissima  a  rimuoverla  dal  Suo  proposito,  e  che 
la  fermezza  straordinaria  del  Suo  carattere  [leggi:  caparbietà!],  co- 
perta da  tma  costantissima  dissimulazione  e  apparenza  di  cedere  [leggi: 
ipocrisia  !],  era  tale  da  non  lasciar  la  minima  ombra  di  speranza...  Io 
so  che  la  felicità  dell'uomo  consiste  nell'esser  contento,  e  però  più 
facilmente  potrò  esser  felice  mendicando,  che  in  mezzo  a  quanti  agi 
corporali  possa  godere  in  questo  luogo.  Odio  la  vilejtrudenza  che  ci 
agghiaccia  e  lega  e  rende  incapaci  d'ogni  grande  azione,  riducendoci 
come  animali  che  attendono  tranquillamente  alla  conservazione  di 
questa  infelice  vita  senz'altro  pensiero.  So  che  sarò  stimato  pazzo, 
come  so  ancora  che  tutti  gli  uomini  grandi  hanno  avuto  questo  nome. 
E  perchè  la  carriera  di  quasi  ogni  uomo  di  gran  genio  è  cominciata, 
dalla  disperazione,  perciò  non  mi  sgomenta  che  la  mia  cominci  cosi. 
Voglio  piuttosto  essere  infelice  che  ììiccolo,  e  soffrire  piuttosto  rhe  an- 
noiarmi; tanto  più  che  la  noia,  madre  per  me  di  morbifere  malinconie, 
mi  nuoce  assai  più  che  ogni  disagio  del  corpo.  I  padri  sogliono  giudicare 
i  loro  figli  più  favorevolmente  degli  altri,  ma  Ella  per  lo  contrario 
ne  giudica  più  sfavorevolmente  di  ogni  altra  persona,  e  quindi  non 
ha  mai  creduto  che  noi  fossimo  nati  a  niente  di  grande:  forse  anche 
non  riconosce  altra  grandezza  che  quella  che  si  misura  coi  calcoli, 
e  colle  norme  geometriche.  Ma  quanto  a  ciò  molti  sono  d'altra  opi- 
nione; quanto  a  noi,  siccome  il  disperare  di  sé  stessi  non  può  altro  che 
nuocere,  così  non  mi  sono  mai  creduto  fatto  per  vivere  e  morire  come 
i  miei  antenati. 

Tante  parole,  tanti  colpi  di  lancia  al  cuore  del  conte  padre  ! 
Al  quale  dice  pure,  e  con  piti  ragione: 

È  piaciuto  al  cielo  per  nostro  gastigo  che  i  soli  giovani  di  questa 
città  che  avessero  pensieri  alquanto  più  che  recanatesi,  toccassero  a 
Lei  per  esercizio  di  pazienza,  e  che  il  solo  padre  che  riguardasse  questi 
figli  come  una  disgrazia,  toccasse  a  noi. 

E  conclude  con  una  ripresa  affetiii«>-a.  ciie.  presso  noi 
posteri,  non  doveva  nuocer  meno  alla  riputazione  di  Monaldo. 

Mio  caro  signor  padre,  se  mi  permette  di  chiamarla  con  questo 
nome,   io   m'inginocchio   per  pregarla  di  perdonare  a  questo  infelice 


IL   TENTATIVO    DI   FUGA  11 

per  natura  e  per  circostanze.  Vorrei  che  la  mia  infelicità  fosse  stata 
tutta  mia,  e  nessuno  avesse  dovuto  risentirsene,  e  così  spero  che  sarà 
d'ora  innanzi.  ìSe  la  fortuna  mi  farà  mai  padrone  di  nulla,  il  mio  primo 
pensiero  sarà  di  rendere  quello  di  cui  ora  la  necessità  mi  costringe  a 
servirmi.  L'ultimo  favore  ch'io  Le  domando,  òche  se  mai  Le  si  desterà 
la  ricordanza  di  questo  fl2:lio  che  L'ha  sempre  venerata  ed  amata,  non 
la  rigetti  come  odiosa,  né  la  maledica  ;  e  se  la  sorte  non  ha  voluto  ch'Ella 
bi  possa  lodare  di  lui,  non  ricusi  di  concedergli  quella  compassione  che 
non  si  nega  neanche  ai  malfattori. 

Povero  figliuolo  !  Certo,  ci  si  stringe  il  cuore  a  leggere 
una  simile  lettera;  ma  saremmo  ingiusti  e  parziali  se  non 
pensassimo  altresì  al  dolore  ch'essa  era  destinata  a  produrre 
nel  cuore  d'un  padre,  il  quale  non  era,  sì;  scevro  di  colpe,  ma 
a  modo  suo  idolatrava  quello  soprattutto  dei  suoi  figliuoli, 
ch'ei  chiamava  la  gemma  più  preziosa  del  bel  serto  della 
sua  gloria  ^.  lì  1°  giugno  1828  gK  scriveva: 

...  voi,  caro  Giacomo  mio,  che  mi  deste  per  primo  il  nome  di  padre, 
che  avete  sul  mio  cuoi'c  il  diritto  di  precedenza,  che  lo  conservate  in 
fatto  con  la  vostra  condotta,  e  che  siete  la  gloria  della  famiglia  sulla 
terra,  e  ne  sarete  la  corona  nel  Cielo... 

Giacomo,  ch'era  profondamente  buono,  sentì  come  un 
rimorso  anticipato  del  passo  che  stava  per  fare;  e  nel  pre- 
gare il  fratello  di  consegnare  la  lettera  al  padre,  gì" in- 
giunge: 

Domanda  perdono  a  lui,  domanda  perdono  a  mia  miadre  in  mio 
nome.  Fallo  di  cuore,  che  te  ne  prego,  e  cosi  fo  io  collo  spii-ito.  Era 
meglio  (umanamente  parlando)  per  loro  e  per  me,  ch'io  non  fossi  nato, 
o  fossi  fiiorto  assai  prhna  d'ora.  Così  ha  voluto  la  nostra  disgrazia. 


III. 
Monaldo  Leopardi  e  la  sua  Autobiografia. 

La  voce  dell'accusatore,  che  abbiamo  ascoltata  fin  qui, 
è  potente,  passionata,  elegantissima  ;  ma  noi  non  vorremo 
investirci,  <'  per  affetto  al  figlio,  di  tutti  i  rancori  e  le  bizze 


Cfr.  D'Ovidio,  Saggi  critici,  Napoli  1878,  p.  658  ss. 


12  LA    VITA    DEL   POETA 

di  Giacomo  verso  il  genitore  «.  Così  lian  pur  troppo  fatto  pa- 
reccM  dei  crìtici  e  ammiratori  del  poeta:  non  tutti  però,  e 
tra  questi  il  De  Sanctis.  Il  quale,  com-ebbe  già  a  ricordare 
il  D'Ovidio  ^,  fu  sempre,  nonostante  la  venerazione  in- 
finita pel  poeta  di  cui  era  stato  «  il  primo  vero  interprete  », 
alieno  dal  fame  sue  «  tutte  le  passionceUe  domestiche  »  ; 
e  in  una  lezione  tenuta  all'Università  di  Xapoli  nel  marzo 
del  1876,  «  diceva  ai  giovani,  cbe  ne  rimasero  un  po'  sor- 
presi e  come  scontenti:  Guardiamoci  dal  giudicare  il  quadre 
dando  retta  ai  nervi  del  figlio  !  ».  Il  De  Sanctis  non  s'affidava, 
nel  far  questo  mònito,  die  alla  sua  «  naturai  dirittura  dei 
giudizi  storici  e  letterari»;  ma  tutto  ciò  che  dopo  d'allora 
è  venuto  a  conoscenza  del  pubblico  circa  la  casa  Leopardi, 
ha  confermato  quanto  egli  aveva  giustamente  e  acutamente 
intuito  *. 

Monaldo,  oltre  il  resto,  era  un  grafomane.  Una  volta  disse 
al  cognato  Antìci,  ch'ei  si  riprometteva  di  «  scrivere  su  tutto 
tutto  »;  ma  s'accorse  subito  egli  stesso  che  la  «bomba  era 
un  po'  grossa  ».  Xon  ogni  cosa  che  scrisse  riuscì  a  stam- 
pare; eppure,  i  torchi  gemettero  per  parecchie  delle  sue 
opere  poetiche,  storiche,  filosofiche,  economiche,  ascetiche, 
politiche,  polemiche,  di  qualcuna  deUe  quaU  si  moltiplica- 
rono anzi  in  breve  le  edizioni.  Fu  anche  giornalista,  e  dei 
più  fecondi  e  ferventi  ^  ;  e  campione  accanito  e  intransigen- 
tissimo  dei  diritti  del  trono  e  dell'altare,  trovò  perfino  il 
modo  di  farsi  condannare  dalla  Congregazione  dell'Indice!' 

Tra'  suoi  manoscritti  ne  fu  trovato  uno  che  ha  per  noi 
una  speciale  importanza:  V Autobiografia  *.  Essa  non  va  oltre 


*  Nella  Napoli  letteraria  del  17  febbraio  1884;  e  cfr.  ora  F.  De 
Sanctis,  Studio  su  G.  L.,  opera  postuma,  Napoli  1885,  p.  173. 

2  Cfr.  R.  BoxARi,  I  genitori  di  G.  L.,  Napoli  1886. 

3  Opera  sua  fu  pure,  benché  corresse  anonima  e  venisse  attribuita 
ad  altri,  quel  perfido  Catechismo  filosofico  ch'ebbe  tanta  e  si  deleteria 
diffusione  nelle  scuole  del  Re^no  di  Napoli,  e  contro  cui  insorse  con 
nobile  eloquenza  il  Gladstone  nelle  generose  sue  Lettere  sullo  sgoverno 
dei  Borboni  in  Napoli.  Cfr.  Zumbini,  W.  E.  Gladstone  nelle  sue  rela- 
zioni con  l'Italia;  Bari,  Laterza,  1914;  p.  12  ss. 

*  Fu  pubblicata  da  A,  Avoli,  a  Roma,  nel  1883.  Rimase  perciò 
igrnotu,  o  nota  solamente  in  parte,  a  quanti  fino  a  quell'anno  ebbero  a 


l'autobiografia    di    MONALDO  13 

il  gemiaio  1802,  bencliò  Monaldo  la  coiiiiuciasse  a  steudeio 
nei  1820.  L'uomo  vi  si  descrive  ingenuamente  e  sincera- 
mente, con  tutti  i  suoi  immensi  difetti  e  con  le  viitìi  che  non 
gli  mancavano.  Curioso  tipo  anche  in  questo:  a  voce,  delle 
cose  sue  familiari  ei  non  discorreva  se  non  con  la  moglie  e 
col  cognato,  mantenendo  con  gii  altri  un  severo  e  orgo- 
glioso riserbo;  con  la  penna  in  mano,  diventava  invece  lo- 
quace e  sboccato,  mettendo  a  parte  i  suoi  lettori  immagi- 
narli d'ogni  cosa  più.  intima.  Par  quasi  che,  scrivendo,  1" ag- 
ghindato aristocratico  si  piaccia  di  porsi  in  pantofole  e  in 
maniche  di  camicia. 

Certo,  se  non  si  trattasse  del  padre  di  Giacomo,  il  libro 
non  avrebbe  uguali  attrattive.  Perchè  una  narrazione  di  tal 
genere  pós^a  riuscir  dilettevole,  conviene  o  che  il  protago- 
nista e  scrittore  sia  di  quegli  uomini  la  cui  storia  interessi 
per  la  sua  propria  singolarità,  com'è  dell' Alheri,  del  Ceilini, 
del  D'Azeglio,  del  Duprè;  o  che  i  casi  tra  cui  s'è  trovato  siano 
altamente  epici  e  drammatici,  com'è  del  Settembrini  e  del 
Pellico.  Tuttavia  codesto  hidalgo  delle  Marche,  il  quale  a 
diciott'anni  si  veste  tutto  di  nero,  —  «  e  così  »,  racconta,  «  ho 
vestito  sempre  e  vesto,  sicché  chiunque  iion  mi  conobbe  fan- 
ciullo, non  mi  vide  coperto  con  abiti  di  altro  colore  »  i;  — 
che  si  vanta  d'aver  portata  «  la  spada  ogni  giorno,  come  i 


occuparsi  di  Monaldo:  al  conte  Severino  Servanzi  Collio,  che  pub- 
blicò l'opuscolo  Opere  e  scritti  del  conte  21.  L.,  Macerata  1847  ;  al  D'An- 
cona, La  famiglia  di  G.  L.,  nella  Nuova  Antologia  del  15  ottobre  1878; 
all'AULAKD,  Un  guelfe  au  XIX^  siede,  nella  Uetue  politique  et  litté- 
raire  del  11  giugno  1879.  Non  ne  fecero  largo  uso  neppur  la  contessa 
Teresa  Teja  Leopardi,  seconda  moglie  di  Carlo,  che  nel  1881  a  Pa- 
rigi, in  francese,  e  nel  1882  a  Milano,  tradotte  da  lei  medesima,  pubblicò 
alcune  Noie  biografiche  sopra  L.  e  la  sua  famiglia;  e  G.  Piergili,  Il 
conte  M.  L.,  nella  Nuova  Antologia  del  15  febbraio  1882. 

^  Una  follia  codesta  che  il  reazionario  conte  marchigiano  ebbe  co- 
mune col  detestato  conte  Alfieri.  Il  quale  pure  narra  di  sé  {Vita,  ep.  IV, 
e.  6;  e  VI,  30:  pp.  211  della  mia  ediz.):  «  Tutti  gli  abiti  parimente  donai 
al  mio  cameriere,  ed  allora  poi  anche  sagriflcai  l'uniforme;  e  indossai 
l'abito  nero  per  la  sera,  e  un  turchinaccio  per  la  mattina,  colori  che  non 
ho  poi  deposti  mai  più,  e  che  mi  vestiranno  fino  alla  tomba...  Del  ri- 
manente poi  bastantemente  sazio  e  disingannato  delle  cose  del  mondo, 
sobrio  di  vitto,  vestendo  sempre  di  nero,  nulla  spendendo  che  in  libri, 
mi  trovo  ricchissimo....  ». 


14  LA   VITA    DEL   POETA 

cavalieii  anticlii,  e  fui»,  os'^erva,  «probabilmente  l'ultimo 
spadifero  d'Italia  finché  nel  1798,  sotto  il  Governo  repubbli- 
cano, questo  costume  nobile  e  dignitoso  decadde  allatto  »; 
—  elle,  fanatico  sanfedista,  pur  dopo  la  grande  Kivoluzione 
credeva  non  solo  possibile,  ma  sospirava,  la  restaurazione 
del  Comune  guelfo;  —  che  ancóra  nel  1832  definiva  la  patria 
(  precisamente  quella  terra  nella  quale  siamo  nati,  e  in  cui 
viviamo  insieme  con  gii  altri  cittadini,  avendo  comuni  con 
essi  il  suolo,  le  mura,  le  istituzioni,  le  leggi,  le  pubbliche 
proprietà  e  una  moltitudine  d'interessi  e  di  rapporti  »,  onde, 
a  parer  suo,  si  fa  male  a  chiamar  patria  la  <  nazione  nella 
quale  siamo  nati  e  viviamo...,  perchè  coi  nazionali  stra- 
nieri (  I)  non  abbiamo  comunità  d'interessi,  d'istituzioni  e  di 
leggi,  e  non  siamo  legati  con  essi  da  quasi  nessuno  di  quei 
vincoli  e  di  quei  rapporti  che  stringono  fra  di  loro  li  citta- 
dini duna  medesima  patria  »;  —  che  in  una  lettera  del  182G, 
esortando  ritalianissimo  fi-gliuolo  a  chiamarsi  nella  stampa 
dsUe  sue  opere  recanatese,^  Bogghuigeva:  ^<  io  poi  ne  vedrò 
alquanto  soddisfatto  quello  oramai  inutile  amore  di  patria, 
che  non  so  abbandonare  perchè  avuto  in  retaggio  da"  miei 
maggiori,  e  ne  vedrò  pur  un  po'  afflitta  la  vicina  ed  emula 
Macerata,  che  non  credo  peccato  di  mortificare  così  »;  — - 
che. narrando  del  jìassaggio  di  Napoleone  per  Recanati,  «  ve- 
locemente a  cavallo,  circondato  da  guardie  le  quali  tenevano 
i  fucili  in  mano  col  cane  alzato  »,  può  vantarsi  che  tutti 
corsero  a  vederlo,  ma  «  io  non  lo  vidi,  perchè,  quantunque 
stessi  sul  suo  passaggio  nel  palazzo  comunale,  non  volli 
affacciarmi  alla  finestra,  giudicando  non  doversi  a  quel 
tristo  l'onore  che  un  galantuomo  si  alzasse  per  vederlo  »;  — 
che,  in  alcune  considerazioni  sulla  Storia  d'Italia  del  Botta,, 
parlando  del  Galilei  uscì  a  dire  ch'egli  sperava  nella  com- 
parsa d'un  uomo  «il  quale,  ridendo  di  lui  com'egli  hariso 
dei  filosofi  suoi  antecessori,  restituisca  alla  terra  l'antico 
onore,  mettendola  nel  centro  dell'universo  e  liberandola 
dal  fastidio  di  tanti  moti  »  ;  —  codesto  Don  Chisciotte  o 
Don  Ferrante  che,  chiuso  nel  guscio  dell'amato  borgo  natio, 
vuol  giudicare  di  là  del  movimento  letterario,  politico,  filo- 
sofico deiriLuropa  intera,  e  s'arrovella  perchè  nel  resto  del 
mondo  le  co.se  si  ostinano  a  non  andare  com'egli  vorrebbe: 


l'autobiografia    di    MONALDO  15 

—  ha  pure  uua  sua  propria  e  uou  piccola  importaaza,  quale 
rappresentante  tipico  d'una  assai  caratteristica  classe  di 
ritardatarii.  Egli  fu,  come  lo  definì  con  l'usata  felicità  il 
D'Ovidio,  0  dì  quegli  uomini  magnanimi,  rari  in  ogni  tempo 
e  ammirabili  in  ogni  partito,  i  quali  sono  mossi  da  persua- 
sioni sincere  e  profonde,  quali  che  esse  sieno,  e  tendono  co- 
stantemente ad  un  fine  alto  e  disinteressato,  affrontando 
per  esso  mille  danni,  pericoli,  trava/ii,  dolori,  inimicizie, 
ingratitudini  ». 

Li'Aidobiognifia  è  buttata  giù.  alla  buona,  in  una  forma 
che  non  raggiunge  mai  la  sciatteria,  ma  che  riman  sempre 
molto  di  qua  dalla  forbitezza;  che  risente  anzi  di  quel  fran- 
cesismo di  stile  e  di  vocaboli  ch'era  venuto  di  moda,  e  di 
quegl' idiotismi  marchigiani  soavemente  risonanti  all'orecchio 
e  al  cuore  del  marchigianissimo  Monaldo.  Il  quale,  col  suo 
aborrimento  pei  Francesi  (e  anche  in  questo  s'accordava  col- 
r altro  conte  misogallo,  con  quel  «briccone  sì  ma  pur  bravo 
Alfieri!  »),  è  da  giurare  che  se  avesse  fiutato  il  gallicismo, 
si  sarebbe  sforzato  di  diventar  più  «  cruschevole  »  de'  figli  ! 
Il  racconto  procede  a  volte  sconnesso,  e  accanto  alla  noti- 
ziola  ghiotta,  spesso  trova  posto  l'aneddoto  insignificante 
o  il  pettegolezzo,  una  disquisizione  morale  o  una  tirata  po- 
litica. Da  ogni  pagina  poi  trapela  l'affetto  indomabile  per 
la  piccola  patria,  cara  a  lui  quanto  invisa  a  Giacomo  i. 

S'intende  com'ei  si  fosse  dato  molto  da  fare  per  compi- 
lare l'albero  genealogico  dei  Leopardi;  ed  ebbe  l'ineffabile 
sodisfazione  di  mettere  in  sodo  che  essi  discendono  in  linea 


^  Il  povero  Giacomo  non  trovava  da  ammirarvi  se  non  la  perfetta 
e  soave  pronunzia.  Scrive  al  Giordani,  il  30  maggio  1817:  «E  quanto 
all'accento.  Le  diiò  del  mio  Eecanati  cosa  che  Ella  dovrà  credere  a  me, 
perchè  della  patria  potrò,  per  tropp'odio,  dir  troppo  male  (e  non  so 
se  questo  pur  possa),  ma  dir  troppo  bene,  per  troppo  amore,  non  posso^ 
certo.  Ella  non  può  figurarsi  quanto  la  pronunzia  di  questa  città  sia 
bella.  È  cosi  piana  e  naturale  e  lontana  da  ogni  ombra  d'affettazione, 
che  i  Toscani  mi  pare,  pel  pochissimo  che  ho  potuto  osservare  parlando 
con  alcuni,  che  favellino  molto  più  affettato,  e  i  Romani  senza  para- 
gone... E  questa  pronunzia  che  non  tiene  punto  né  della  leziosaggine 
toscana  né  deìla  superbia  romana,  è  cosi  propria  di  Recanati  che  basta 
tiscir  due  passi  del  suo  territorio  per  accorgersi  di  una  notabile  diffe- 
renza, la  quale  in  più  luoghi  pochissimo  distanti,  non  che  notabile,  è 
somma...  ». 


16  LA   VITA    DEL   POETA 

retta  da  uu  Attoue  mono  il  12o7.  Iduiu  labbia  in  giuria I 
Tuttavia  codesti  auteuati,  bisogna  couiessaiio,  non  valsero 
gran  che,  specie  in  letteratiua;  e  Monaldo  diciiiara  con  di- 
gnitosa modestia  :  «  non  so  clie  la  iamigiia  nostra  avesse 
mai  soggetti  letterati,  ma  non  ha  mai  dominato  in  essa  lo 
spiiito  dell  ignoranza,  e  tutti  i  miei  antenati  ebbero  più  o 
meno  q^ualche  coltura  ».  Molto  esigua  però,  se  si  pensa  che 
in  casa  egli,  che  doveva  poi  raccogliervi  una  biblioteca  senza 
pari  nella  provincia  ^,  non  trovò  se  non  ^^  qualche  centinaio 
di  tomi,  adatti  agli  usi  giornalieri  ».  Jdoiiny  soit  qui  mal  y 
pense  ! 

2Semmen  la  contea  era  molto  antica:  il  primo  che  n'ebbe 
il  titolo  fu  lavo  del  poeta,  un  (jiacomo  anch  esso.  ]Some 
che  si  diiebbe  iniausto  pel  povero  Monaldo:  giacché  s  ei  iu 
meaiocremente  stimato  da  Uiacomo  hgliuolo,  lu  adairittura 
vilipeso  da  Giacomo  padre.  Questi  venne  a  morte  —  curiosa 
coincidenza:  tanto  più  che  in  casa  Leopardi  si  era  longevi! 
—  a  soli  trentanove  anni,  quando  il  primogenito  ne  contava 
appena  quattro;  eppure,  nel  suo  testamento,  avrebbe  vo- 
luto pospoiio  al  seconuogenito  1  2Son  so,  osserva  Monaldo, 
a  quale  ragione  poteva  suggeiirgli  quel  proponimento,  ma 
credo  che  se  viveva  con  me  alcuni  altri  anni,  non  avria 
sentico  vergogna  di  essermi  padre  ».  A  meno  che  1  anima  del 
nonno  non  rivivesse  nel  proaigioso  nipote  I  Da  giovinetto, 
nei  giuochi,  a  passeggio,  allo  stuaio,  ei  voleva  sempre  sojDrai- 
fare  fratelli  e  compagni;  e  a  il  fatto  sta  »,  confessa,  «  che  la 
natuia  o  1  abituarne  a  sovrastare  mi  è  sempre  rimasta,  e  mi 
adatto  malissimo,  anzi  non  ini  aaatto  in  modo  veruno,  alle 
seconde  parti.   Voglio  piegarmi,  voglio  esser  docile,  limet- 


'■  Giacomo  narrava  in  una  delle  primissime  lettere  al  Giordani 
(30  apniu  l5l7;,  aipiugeudogli  il  "  natio  borgo  selvaggio  »:  "  Ueue  mie 
cose  nessuno  si  cui'a,  e  questo  va  bene;  degli  aiui  non  moilo  meno: 
anzi  Le  airo  seuza  superbia  che  Ja  libreria  nostra  non  ha  eguale  nella 
proviucia,  e  due  soie  inieriori.  Sulla  porta  ci  sta  scritto  cilena  e  latta 
aucùe  per  li  cittauini,  e  sarebbe  aperta  a  tutti.  Ora  quanti  pensa  Ella 
clic  la  irequentiuo  ?  nessuno  mai  ».  L'epigrate  sulla  porta  dice  tuttora: 

FlLlIS    AMICIS    CIVIBUS  \  MoXALI^US    1>K    LeOPAKDI.S  j 
iJlliUOXHECAM  )  A.    M.    DCCCXll. 


l'autobiografia    di    MONALDO  17 

termi  a  tacere;  ma  iu  sostanza  tutto  quello  che  mi  lia  avvi- 
cinato ha  fatto  sempre  a  mio  modo,  e  quello  che  non  si  è 
fatto  a  modo  mio,  mi  è  sembrato  malfatto  )>.  Come  in  questo 
ritratto  riconosciamo  il  tormentatore  di  Giacomo  I  Gli  è  che 
Monaldo  si"  credeva  e  si  proclamava,  tranquillamente,  un 
uomo  perfetto  e  infallibile.  Scrive: 

Non  vorrei  adularmi,  e  non  lio  interesse  alcuno  per  farlo;  ma  in 
verità  mi  pare  che  il  desiderio  di  vedere  seguita  la  mia  opinione  non 
sia  tutto  orgoglio,  bensì  amore  del  giusto  e  del  vero.  Ho  cercato  sempre 
con  buona  fede  quelli  che  vedessero  meglio  di  me,  ed  ho  trovato  per- 
sone saggie,  persone  dotte,  persone  sperimentate  ;  ma  di  ingegni  quadri 
da  tutte  le  parti  e  liberi  da  qualunque  scabrosità  ne  ho  trovati  pochis- 
simi, e  ordinariamente  in  qualche  pim.to  la  mia  ragione,  o  forse  il  mio 
amor  proprio,  mi  hanno  detto:  tu  pensi  e  vedi  meglio  di  quelli! 

Avendo  letto  in  Seneca  come  ogni  uomo  abbia  la  sua 
parte  di  pazzia,  egli  si  die'  a  ricercare  in  che  consistesse 
la  sua.  Non  avrebbe  dovuto  andar  molto  lontano;  ma  fruga 
e  rifruga,  lo  credereste  ?,  non  la  trovò  I  E  «  allora  mi  è  ve- 
nuta la  tentazione  »,  conclude,  «  di  credere  che  la  mia  mente 
fosse  superiore  a  molte,  non  già  in  elevazione,  ma  in  qua- 
dratura ».  Ohimè  1  era  come  la  quadratura  del  circolo  ! 

Monaldo  fu  educato  in  casa.  Ebbe  a  precettore  un  ex- 
gesuita ed  ex-gentiluomo  nato  nell'America  settentrionale, 
don  Giuseppe  Torres.  S'indovina  l'italiano,  ma  questi  inse- 
gnava orrendamente  tutto:  «l'ottimo  Torres  fu  l'assassino 
degli  studi  miei,  ed  io  non  sono  riuscito  un  uomo  dotto, 
perchè  egli  non  seppe  studiare  il  suo  allievo,  e  perchè  il  suo 
metodo  di  ammaestrare  era  cattivo  decisamente  ».  Xon  in- 
daghiamo quel  che  altrimenti  l'alunno  sarebbe  riuscito;  ma 
il  metodo  del  maestro,  ch'egli  espone,  è  davvero  tale  da 
farci  inorridire.  «  Nell'età  di  anni  quattordici  »,  soggiunge 
il  mal  capitato,  «  dissi  fra  me  che,  avendo  figli,  non  avrei 
permesso  ad  alcuno  di  straziarli  tanto  barbaramente;  e  ri- 
cordo pure  di  aver  pianto  sopra  me  stesso  per  il  danno  in- 
volontario che  mi  arrecava  un  uomo  degno  altronde  di  tanta 
stima  ».  Difatto,  padre,  egli  ciu'ò  scrupolosamente  ed  egre- 
giamente l'educazione  dei  figliuoK,  così  da  potere  scrivere, 
il  3  aprile  del  1820,  col  cuore  amareggiato  dalla  ribellione 
di  Giacomo,  all'avvocato  Pietro  Brighenti: 

2  —  G.  Leoparl»!. 


18  LA    VITA    DEL    POETA 

Lo  sconvoltciinento  fatale  della  ragione  umana,  che  ha  disonorata 
la  nostra  età,  mi  fece  ravvisare  malcauto  l'affidarli  ad  estera  educa- 
zione; e  l'affetto  mio  sviscerato  non  mi  permetteva  allontanarli  da  me. 
Li  ho  educati  io  medesimo,  e  li  ho  fatti  erudire  in  casa  mia  quanto 
meglio  ho  saputo  e  potuto.  Ho  sacrificata  per  essi  tutta  la  mia  gio- 
ventù; mi  son  fatto  il  compagno  dei  loro  trastulli,  l'emulo  dei  loro 
studi,  e  niente  ho  lasciato  di  q.\ianto  poteva  renderli  contenti  e  grati. 
Rimasi  forse  troppo  contento  dei  loro  progressi,  e  per  alcun  tempo  lo 
fui  della  loro  riconoscenza  e  della  loro  condotta. 

Alla  educazione  sua  invece  nessuno  dei  suoi  parenti  era 
stato  al  caso  di  pensare  seriamente.  La  madre  apparisce  una 
vanèsia,  disadatta  massaia  e  inetta  educatrice,  e  gli  zii, 
buona  gente,  ma  incuriosa  e  fatua.  Così,  a  diciott'anni,  egli 
non  voUe  piti  saperne  di  studi.  11  mondo  perdette,  senza  dub- 
bio, un  dotto,  ma  a  sentir  lui  guadagnò  in  compenso  un  uomo 
assennato  e  pratico.  Xon  si  può  non  sorridere  leggendo:. 

Ho  aperto  infinità  di  libri,  ho  studiato  infinità  di  cofc,  ma  tutto 
senza  scopo,  senza  guida  e  senza  profitto;  sicché,  arrivato  agli  anni 
maturi  e  aperti  gli  occhi,  ho  confessato  a  me  stesso  che  io  non  so  cosa 
alcuna,  e  mi  sono  rassegnato  a  vivere  e  morire  senza  esser  dotto,  quan- 
tunque di  esserlo  avessi  nudrita  cupidissima  voglia...  Quanto  appa- 
risce in  me  non  è  dottrina  e  letteratura,  ma  prudenza,  esperienza, 
buon  senso,  con  qualche  tintura  apparente  di  scienza,  perchè  alla  fine, 
a  forza  di  leggere,  qualche  cosa  mi  sarà  rimasta  nella  mente. 

Verso  don  Torres  e  verso  i  gesuiti  nell'animo  pio  del 
bonario  Monaldo  non  rimase  rancore.  Per  costoro  i  Leopardi 
avevano  sempre  avuta  predilezione.  «  Fino  quasi  dai  giorni 
di  sant'Ignazio  »,  essi  avevan  fondato  e  dotato  in  Recanati 
un  collegio  gesuitico,  disciolto  poi  soltanto  nel  1773  dalla 
boUa  di  Clemente  XIV.  E  codesta  .persecuzione  giovò,  come 
suole,  ai  perseguitati:  «le  reliquie  disperse  di  quell'Ordine 
illustre  e  straziato  »  divennero  «  l'ordinario  rifugio  di  cliiun- 
que  cercava  un  uomo  saggio,  dotto  e  dabbene  ».  Ed  è  in- 
credibile, assicura  il  conte,  «  quanto  vantaggio  recassero 
aUe  nostre  provincie  questi  esuli  rispettabili  »  ;  non  alla  cul- 
tura, davvero  !  Egli  li  ammirava  tanto,  che  si  compiaceva 
di  cliiamar  sé  stesso  «  un  gesuita  in  veste  corta  ».  Don  Torres 
restò  in  casa  Leopardi  nientemeno  che  trentasette  anni,  fino 
al  novembre  del  1821,  quando  il  fido  pui)illo  potè  chiudergli 
gli  occhi.  Giacomo  contava  allora  ventitré  anni.  E  chi  sa 


L'AUTOBIOGPvAriA    DI    ^JONALDO  19 

quante  delle  sue  sventure  non  riniontiuo  agl'insegnamenti  e 
ai  suggerimenti  del  vecchio  gesuita!  «  Questi  »,  dichiara  Mo- 
naldo, «  è  stato  non  già  il  mio  precettore  soltanto,  ma  il 
mio  padre  ed  amico,  e  a  lui  devo  la  mia  educazione,  i  miei 
principii,  e  tutto  il  mio  essere  di  cristiano  e  di  galantuomo  ». 
Ahimè  I 

A  sedici  anni,  il  contino  sentì  la  prima  volta  la  battaglia 
d'amore:  i  Leopardi  erano  anche  in  questo  precoci!  Ed  è  il 
momento  di  farne  la  personale  conoscenza.  «  Ero  »,  confessa, 
«  sano  senza  essere  robusto,  né  alto  né  basso,  non  bello, 
ma  senza  alcuna  bruttezza  notevole  ».  Perciò  non  vantò  mai 
la  bellezza  fisica  a  scàpito  della  spirituale.  Sdegnò  di  se- 
guire la  moda.  «  Al  mio  sarto  »,  racconta,  «  ho  lasciato 
sempre  la  cura  di  tagliarmi  gli  abiti  a  suo  modo,  ordinan- 
dogli solo  di  evitare  qualunque  ombra  di  affettazione,  e  mai 
ho  saputo,  come  adesso  so,  in  qual  foggia  si  vestano  gU 
uomini  di  buon  gusto  ».  Altero  «  per  educazione  e  per  na- 
tura »,  voleva  che  anche  la  foggia  del  vestito  contribuisse 
a  dargli  dignità:  «se  avessi  avute  altre  inclinazioni,  biso- 
gnava loro  resistere,  o  cambiare  vestiario,  giacché,  con  la 
spada  al  fianco  e  sempre  in  abito  da  parata,  non  si  poteva 
cadere  in  bassezze,  anche  volendolo  ».  Gli  è  che  nell'ugua- 
glianza del  vestiario  ei  vedeva,  e  non  a  torto,  un  altro  atten- 
tato aUa  sua  nobile  casta. 

Coloro  che  hanno  tminaginato  di  sconvolgere  gli  ordini  della  società 
e  di  rovesciarne  le  istituzioni  più  utili  e  rispettate,  hanno  incomin- 
ciato dall'eguagliare  il  vestiario  di  tutti  i  ceti,  raccomandando  la  causa 
loro  alla  moda.  Finché  i  cavalieri  portavano  la  spada  al  fianco,  vesti- 
vano abiti  ricamati  e  camminavano  col  servitore  appresso,  e  finché 
le  dame  si  mostravano  col  corredo  delle  regine,  la  filosofia  (!)  poteva 
gridare  e  sfiatarsi;  ma  il  popolo  non  s'induceva  a  credersi  eguale  a 
quelli  che  ammirava  per  sentimento,  rispettava  per  abitudine,  e  la- 
sciava grandeggiare  per  necessità. 

Nel  1792,  quando  cominciò  a  provare  il  pizzicor  d'amore, 
non  ancora  aveva  assunto  quel  perpetuo  abito  da  funerale. 
In  quell'anno  dovè  accompagnare  la  madre  a  Pesaro;  e  lì, 
in  casa  dell'ava  marchesa  jMosca,  i  suoi  occhi  s'incontrarono 
in  quelli  d'una  contessina  «  superstite  ed  erede  unica  della 
sua  famigUa  ».  S'intende:  «eguali  di  condizione  e  di  età», 
racconta  non  senza  grazia  e  garbo  di  scrittore  Monaldo, 


20  LA    VITA    DEL   POETA 

spesso  viclui  al  passeggio,  al  tavolino  e  al  circolo,  io  m'innamorai  per- 
dutamente di  lei,  e  credo  che  essa  non  restasse  indifferente.  Tutti  co- 
noscevano il  nostro  amore,  e  tutti  ne  parlavano;  ma  noi,  comunican- 
docelo collo  sguardo  solo,  non  ebbimo  il  coraggio  di  palesarcelo  con 
la  voce,  e  si  osservò  costantemente  un  silenzio  lungo,  singolare  e  inop- 
portuno. Il  romperlo  non  era  la  sua  jjarte,  ed  io  che  lo  risolvei  mille 
volte  fra  me  stesso,  e  che  non  temevo  di  vedere  sprezzate  le  mie  di- 
chiarazioni, ero  poi  nell'atto  tanto  lontano  da  quell'ardire,  quanto  lo 
sarei  adesso  dal  recarmi  sulla  strada  pubblica  ad  assassinare  i  passeg- 
gieri. 

La  uoima  si  lasciò  ratteuere  dal  sospetto  che  altri  non 
l'accusasse  di  far  troppo  gl'interessi  del  nipote;  la  madre 
«  non  era  tagliata  al  maneggio  degli  affari  »  ;  ed  egli  da  parte 
sua  ci  mise  tanta  goffaggine,  che  tutto  andò  a  monte. 

Una  sera,  un  cavaliere  pronto  e  gioviale,  sedendo  vicino  alla  da- 
mina,  mi  chiamò  e  mi  disse  alla  sua  presenza:  —  Poiché  tutti  lo  sanno, 
confessami  qui  che  tu  fai  all'amore  colla  contessina  Teresa.  —  Io,  con  le 
brace  nel  volto,  dissi:  —  Non  è  vero  !  —  e  fuggii.  La  giovane  se  ne  ofEese, 
e  quel  momento,  che  poteva  legarci  per  sempre,  fu  la  tomba  della  nostra 
corrispondenza. 

Qualche  anno  più  tardi,  quando  si  vide  a  capo  della  fa- 
miglia, e  non  solo  padrone  delle  avite  sostanze  ma  «  pieno 
zeppo  di  debiti  e  incamminato  a  rovina  totale  »,  ripensò  a 
pigliar  moglie.  Era  tempo  da  far  sul  serio...,  e  perciò  si  pose 
nelle  mani  d'un  sensale!  Questi,  che  già  lo  aveva  aiutato  a 
contrarre  i  debiti,  gli  suggerì,  mercè  una  buona  mancia,  «  una 
damina  di  Bologna,  di  famiglia  illustre  e  con  dote  conspicaa  ». 
E  nel  settembre  del  1796  egli  si  mise  in  viaggio  per  andare 
a  conoscere  la  donna  del  suo  cuore!  Per  via,  un  amico  che 
lo  accompagnava,  il  conte  Gatti,  intimo  della  famiglia  di  lei, 
lo  veniva  persuadendo  «  che  le  bellezze  son  passeggiere  e  le 
virtù  consolano  per  tutta  la  vita  »:  un'antifona  molto  morale, 
ma  promettente  poca  estetica!  «Io  gli  davo  ragione»,  os- 
serva Monaldo,  «perchè  inclinavo  alla  filosofia;  ma  né  egU 
né  io  riflettevamo  che  anche  la  filosofia  deve  proporzionarsi 
all'età,  che  un  volto  non  dispiacente  è  una  filosofia  persua- 
dentissima per  un  giovane  di  vent'anni,  e  che  un  tratto 
poco  geniale  abbatte  le  forze  di  qualunque  argomento  più 
sodo  ».  Giunti  a  Bologna,  non  gli  si  permise  di  veder  subito 
la  damina,  bensì  il  padre  di  lei,  col  quale  fissaron  la  dote 


l'AUTOBI  0GB AFTA   DI   MONALDO  21 

in  ventimila  scudi,  e  il  giorno  dell'incontro.  Questo  doveva 
avvenire  in  casa  del  principe  Lambertini,  zio  deUa  Diana. 
Il  conte  Gatti  persuase  l'amico  che  in  simili  casi  non  bisogna 
«lasciar  la  brigata  sospesa,  con  tormento  e  noia  di  tutti; 
perciò  se  la  sposa  non  gli  spiaceva,  cavasse  subito  con  disin- 
voltura il  fazzoletto  bianco  dalla  saccoccia,  ed  egli  avrebbe 
pensato  al  resto  ».  Il  sultanuccio,  in  attesa,  stringeva  in 
tasca  il  fazzoletto  fatale.  Finalmente  arriva  la  Diana.  «  Un 
inchino,  due  parole,  un'occhiata...  e  il  fazzoletto  è  fuori». 
L'amico  prudente  «  dice  alla  giovane  qualche  cosa  all'orec- 
chio, e  poi  tutti:  Viva  gli  sposi!  bravo  conte  Gatti!  quanto 
siete  di  spirito  !  quanto  sapete  far  bene!  E  U  matrimonio  ri- 
mase concluso  così  ».  Ma  ripensando  a  codesta  scena  da  com- 
media, Monaldo  sempre  più  si  convinceva  «  che  il  fazzoletto 
si  era  cavato  fuori  con  troppa  precipitazione  »,  e  che  «  di 
venti  anni,  e  con  la  testa  piena  degli  entusiasmi  amorosi 
che  avevo  letto  nei  romanzi  e  volevo  sperimentare  in  me 
stesso  »,  dice,  «  quelle  nozze  non  facevano  al  caso  mio  ».  E 
a  poco  a  poco  «  cadde  nella  più  tetra  melanconia  e  quasi 
nella  disperazione  ».  Chiese  soccorso  all'amico  di  spirito;  ma 
questi  accolse  la  sua  ritrattazione  «  come  una  bestemmia  ». 
E  fu  invece  stabilito  il  giorno  degli  sponsali  ! 

Quasi  per  istordirsi,  il  contino  si  buttò  a  capo  fìtto  nelle 
spese.  Commise  mobili  ricchissimi,  carrozze,  abiti,  livree; 
barattò  le  gioie  antiche  di  casa  con  altre  più  in  moda  ;  comprò 
nuovi  cavalK;  costruì  un'altra  scuderia  e  una  rimessa,  demo" 
lendo  le  già  esistenti;  chiamò  a  Recanati  artieri  da  ogni 
parte...  I  danari  mancavano;  ma  il  promesso  anticipo  della 
metà  della  dote  avrebbe  poi  sopperito.  Sennonché,  sul  più 
beUo,  il  suocero  gli  scrive  di  non  potergliela  sborsare  nel 
tempo  stabilito.  Un  tal  ritardo  era  finanziariamente  un  di- 
sastro, ma  anche  una  buona  ragione  per  farla  finita;  e  Mo- 
naldo, per  sollecitare  il  sospirato  scioglimento,  scrisse  una 
serie  di  lettere  anonime  al  non  desiderato  suocero,  in  cui  gli 
rivelava  la  nessuna  sua  simpatia  per  la  figliuola.  E  ogni  trat- 
tato fu  rotto.  Ma  ecco  che  di  lì  a  due  mesi  il  rifiutato  suocero 
mandò  a  richiedere  al  genero  dimissionario:  la  restituzione 
dei  danari  prestatigli  pel  baratto  delle  gioie,  «  e  i  frutti  pas- 
sati e  futuri  di  quella  somma;  e  400  scudi,  preteso  danno  sof- 


22  LA   VITA    DEL   POETA 

ferto  nel  corredo  per  il  decadimento  della  moda;  e  50  scudi 
per  il  notaro  che  aveva  scritta  l'àpoca  privata;  e  12  scudi 
per  una  cameriera  tenutasi  in  Bologna  a  mio  conto  »,  scrive 
il  disgraziato;  ((e  65  scudi  per  un  abito  da  viaggio  fattosi 
alla  sposa  a  mio  suggerimento;  e  forse  qualche  altra  bazze- 
cola che  non  ricordo  ».  Facendone  una  questione  d'onore, 
ei  pagò  tutto,  <(  sin  all' ultimo  quattrino  •>;  e,  beato  lui!,  pure 
innanzi  a  simili  spropositi  ammira  la  singolare  quadratura 
della  sua  mente  I  «  Per  quella  età  e  per  le  idee  che  in  quel 
tempo  mi  bollivano  in  testa,  mi  pare  che  mi  condussi  sag- 
giamente abbastanza  »  I  Tanto  saggiamente,  che,  fatti  i  conti, 
quelle  trattative  fallite  gli  costarono  «  più  di  ventimila 
scudi  o  piastre  romane  »  !  Vero  è  che  rimase  scàpolo  ! 

Non  posso  qui  ritrarre  a  pieno  di  tutte  le  altre  follie  com- 
messe in  quel  torno  da  Monaldo;  e  salto  col  racconto  alla 
metà  del  1797,  quando  egli  s'ammoglia  davvero,  e  con 
colei  che  fu  poi  la  madre  di  Giacomo  Leopardi. 

Ascoltando  la  messa  solenne,  nella  chiesa  di  San  Vito,  il 
15  giugno  1797,  il  conte  non  lasciò  un  momento  solo  di  ri- 
mirare e  ammirare  I9,  marchesina  Adelaide  Antìci.  «  Feci  ma- 
lissimo )),  confessa,  «  perchè  nella  casa  di  Dio  si  deve  essere 
occupati  soltanto  nel  venerarlo  ;  ma  troppe  cose  ho  fatte  male 
nel  corso  della  vita  ».  Pigliamone  atto  !  Peggio  si  comportò 
alla  processione  del  Corpus  Domini,  tre  giorni  dopo:  che 
tenne  sempre  gli  occhi  addosso  a  quella  giovinetta,  la  quale 
a  buon  conto  ei  sapeva  già  promessa  a  un  altro  conte.  (A 
fabbricar  Conti  i  papi  avevan  la  mano  sciolta  !).  Il  21,  avendo 
appreso  che  codesti  preliminari  erano  interrotti,  mandò  su- 
bito un  amico  ad  offrir  la  sua  mano  alla  marchesina.  Non 
fu  accettato  su'  due  piedi,  perchè  già  un  terzo  pretendente, 
e  coni  e  anch'esso,  s'era  fatto  avanti.  Ma  Monaldo  aveva  su 
costui  un  notevole  vantaggio:  circa  venti  anni  di  meno;  e 
fini  col  trionfare. 

Contenti  gli  Antìci,  ne  furon  desolati  i  Leopardi.  Ai  quali, 
bisbetici  e  generosi,  dava  pur  noia  che  per  l'Adelaide  ci  fosse 
tanta  ressa  di  domande,  e  per  la  sorella  maggiore,  l'Amalia, 
«  giovane  carissima  e  amabilissima  »,  nulla  !  Meno  male  se 
Monaldo  avesse  riparato  lui  a  un  simile  torto  !  E  poi,  il  mar- 
chese Antìci  non  offriva  se  non  una  dote  di  seimila  scudi  in 


ADELAIDE    ANTTCI  23 


moneta  eròsa  ^.  equivalenti  e  appena  a  tremila  scudi  veri 
d'argento  ».  I  Leopardi  ricorsero  perfino  al  papa,  doman- 
dando l'interdizione  dell'erede  testardo;  e  la  madre  un 
giorno  giunse  a  inginoccliiarglisi  davanti,  scono'iurandolo  a 
desistere.  Commosso,  il  figlio  cadde  anch'esso  in  ginoccliio 
innanzi  a  lei;  ma  non  mutò  di  proposito.  Fissò  anzi  un  ap- 
partamento a  Pesaro,  per  trasferirvisi  con  la  sposa.  Si  sa- 
rebbe, ob  potenza  dell'amore,  staccato  per  lei  fin  dall'ado- 
rata  Recanati  I  E  quando  s'avvicinò  il  dì  delle  nozze,  fece 
chiedere  dal  precettore  Torres  alla  madre  e  agli  zii  se  per- 
mettessero che,  prima  di  lasciar  il  nido,  egli  e  la  moglie 
fossero  andati  e.  a  baciar  loro  la  mano  ».  Fu  accordato  ;  e  il 
27  settembre,  celebrato  il  matrimonio  nella  cappella  degli 
Antìci.  mentre  i  cavalli  erano  già  attaccati  e  pronti  a  par- 
tire per  Pesaro,  gli  sposi  andarono  a  congedarsi  dai  vecchi 
Leopardi.  La  contessa  madre  abbracciò  la  nuora,  li  bene- 
disse e  si  fece  promettere  che  sarebbero  ritornati  fra  otto 
giorni.  Ma  lo  zio  Ettore  gridava  all'ostinato  nipote:  «la 
vostra  sposa  appartiene  ora  alla  famiglia  nostra,  e  voi  non 
ce  la  toglierete  »  ;  mentre  che  lo  zio  Pietro,  sciogliendosi  in 
lagrime,  chiedeva  scusa  delle  opposizioni,  e  li  scongiurava 
a  rimanere.  L'Adelaide  stringeva  sempre  piìi  fortemente  il 
braccio  di  Monaldo;  e  questi,  interpretando  alla  rovescia, 
si  protestava  irremovibile  dalla  decisione  presa.  Lo  zio  Et- 
tore mise  fine  agli  equivoci:  corse  così  come  si  trovava,  senza 
cappello,  in  casa  Antìci,  annunziò  la  riconciliazione,  e  fé' 
staccare  i  cavalli.  «  Mia  moglie  ».  conclude  il  narratore,  «  è 
vissuta  sempre  »,  d'allora  in  poi.  coi  «  miei  cari  congiunti, 
amandoli  ed  essendone  amata  sinceramente,  come  appunto 
se  fosse  nata  nella  nostra  famiglia  ». 

E  qui  dà  il  suo  giudizio  su  codesta  donna,  a  cui  la  storia 
austera  ha  il  diritto  e  il  dovere  di  chieder  conto  delle  angosce 
mortali  di  uno  degli  spiriti  più  singolari  ed  eccelsi. 

Iddio,  nell'ampiezza  della  sna  nùserieordia,  non  poteva  accordarmi 
una  compagna  più  sagrgia,  affettuosa  e  pia  di  questa  mia  biiona  moglie. 


^  Aurum  aerosum.  in  Plinio,  è  «  oro  misto  a  rame  >;  pecunia  aerosa, 
nel  Digesto,  è  «  la  moneta  di  bassa  lega  ». 


24  LA   VITA    DEL   POETA 

Ventisei  anni  già  compiti  di  matrimonio  non  hanno  smentita,  un  mo- 
mento solo  la  sua  condotta  irreprensibile  e  ammirata  da  tutti;  e  questa 
donna  forte,  intenta  solo  ai  doveri  e  alle  cure  del  suo  stato,  non  ha 
mai  conosciuto  altra  volontà,  piacere  o  interessi,  se  non  quelli  della 
famiglia  e  di  Dio.  Le  obbliprazioni  che  io  le  professo  sono  innumerabili, 
come  è  illimitato  l'affetto  che  sento  per  lei;  e  il  suo  incesso  nella  mia 
famiglia  è  stato  una  vera  benedizione. 

Un  panegirico,  come  si  vede,  che  tutti  gl'indizii  conferman 
meritatissimo.  Tuttavia  l'arguto  padre  dell' argiitissimo  scrit- 
tore sente  di  dover  far  suo  uno  scrupolo  immaginario  degli 
immaginarli  lettori.  '(  Dunque  »,  si  domanda.  «  avrò  io  potuto 
sottrarmi  avventatamente  a  quella  mano  che  castiga  visibil- 
mente tutti  quei  figli  i  quali  disgustano  i  proprii  genitori,  e 
si  maritano  senza  consenso  loro  ?  ».  E  risponde  con  garbato 
ma  profondo  umorismo: 

No,  no.  Io  restai  inesorabile  al  pianto  che  la  mia  cara  madre  versò 
aj  miei  piedi,  e  ne  sono  punito  terribilmente.  Gli  arsenali  delle  ven- 
dette divine  sono  inesausti,  e  tremino  quei  figli  che  ardiscono  di  pro- 
vocarle. Il  naturale  e  il  carattere  di  mia  moglie  e  il  naturale  e  il  ca- 
rattere mio  sono  diversi,  quanto  sono  distanti  fra  loro  il  cielo  e  la  terra. 
Chi  ha  moglie  conosce  il  valore  di  questa  circostanza;  e  chi  non  l'ha, 
non  si  curi  di  sperimentarlo  ! 

Pare  una  barzelletta,  e  ne  sorridiamo;  ma  il  sorriso  ci 
muore  sulle  labbra,  quando  consideriamo  che  codesta  diffe- 
renza di  caratteri  fu  una  delle  ragioni  principalissime  del- 
riofelicità  di  Giacomo  Leopardi.  Quel  matrimonio  fu  il  primo 
atto  di  una  commedia  ch'ebbe  tragica  catastrofe. 


IV. 

La  madre  di  Giacomo. 

Quando  fu  scoperto  e  sventato  il  disegno  della  fuga  dalla 
casa  paterna,  il  marchese  Filippo  Solari,  uno  de'  magistrati 
governativi  di  Macerata  che  aveva  aiutato  Monaldo  a  ca- 
varsi d'impiccio,  gli  scrisse,  congratulandosi,  queste  sugge- 
stive e  rivelatrici  parole: 


LA   MADRE  25 


Sono  ben  contento  che  il  tutto  sia  finito,  e  senza  l'intesa  della  Con- 
tessa, che  se  ne  sarebbe  rammaricata  al  sommo  frrado;  e  che  d'al- 
tronde, mi  sia  permesso  il  dirlo  con  franchezza,  per  la  sna  eccessiva 
peverità  potrebbe  aver  dato  Inojro  a  risoluzioni  così  sconsisrliate. 

Un  amico  di  casa,  dunniie.  filetta  la  responsabilità  dell'in- 
tollerahile  tenore  di  vita  imposto  a  Giacomo  e  ai  suoi  fra- 
telli, non  già  sul  padre  come  facevano  i  tigli,  bensì  sulla 
madre.  Or  clii  guarda  le  cose  dall'esterno,  senza  passioni, 
di  solito  vede  mesclio.  Inoltre,  ai  tìgli,  in  certe  case  patrizie 
soprattutto,  rfon  taciute  e  nascoste  molte  miserie;  in  ispecie 
quando  nel  padre  c'è  un'innata  e  cavalleresca  deferenza 
verso  la  signora  della  sua  casa  se  non  del  suo  cuore,  e  nei 
figli  quel  naturale  trasporto  di  parteggiare  per  la  madre. 
Potrebbe  quindi  Monaldo  essere  stato  non  lui  il  vero  tiranno, 
bensì  il  ministro  responsabile  di  tirannie  di  cui  esli  per  il 
primo  era  vittima.  Non  saremo  perciò  tacciati  d'indiscre- 
zione se,  per  appurare  la  verità,  verremo  frugando  nel- 
l'archivio domestico  di  questa  curiosa  e  caratteristica  fa- 
miglia. Dove  tutti,  poveri  reclusi,  avevan  notevoli  attitudini 
di  scrittori,  e  tutti  par  che  vivessero  con  la  penna  in  mano, 
pronti  a  fissare  in  carta  o  un  avvenimento  o  un  apprezza- 
mento, un'impressione  fuscsitiva  o  un  pensiero  che  balenasse 
loro  alla  mente.  L'invidiato  onore  d'aver  dato  al  mondo 
un  poeta  sommo  può  bene  far  sopportare  in  pace  la  pe- 
tulanza dei  critici! 

Certo,  la  marchesa  Adelaide  aveva  qualità  di  mente  salde 
e  virili.  Non  appena  essa  mise  il  piede  nella  nuova  casa,  un 
sol  pensiero  s'impadronì  di  lei:  risanare  quel  patrimonio 
dissestatissimo.  Oramai  tutto  crollava  sotto  l'enorme  peso 
dei  débiti;  e  i  Leopardi  non  volevano  o  non  sapevano  dar- 
sene conto.  La  contessa  madre  sperperava  in  inezie  gli  ul- 
timi avanzi  della  ricchezza  sfumata;  e  i  fratelli  di  lei  la- 
sciavan  beatamente  le  redini  nelle  mani  di  quel  bel  tipo  di 
massaio  ch'era  il  nipote  Monaldo.  TI  quale  questo  solo  fece 
di  bene:  non  vendette  nulla;  ma  a'  vecchi  debiti  veniva  ri- 
parando con  nuovi,  che  contraeva  a  condizioni  sempre  più 
gravi  con  ebrei  di  Perugia,  di  Milano,  della  Marca.  Non  c'era 
un  momento  solo  da  perdere.  Da  fidanzata,  l'Adelaide  aveva 
proibito  allo  sposo  di  spendere'in  gioielli  ;"da  moglie,  mandò 


26  LA   VITA   DEL    POETA 

a  Tendere  quelli  clie  ancora  trovò  in  casa  i.  Pure,  essa  non 
sarebbe  riuscita  a  domare  e  disarmare  il  ribelle  e  prodigo 
marito,  se  questi  non  le  avesse  offerto  tutto  il  fianco  scoperto. 
A  Monaldo  sorrideva  l'idea  di  ristorar  la  sua  fortuna  con 
qualche  speculazione  audace:  è  «  Tidea  pazza  »  (questa  volta 
è  proprio  Monaldo  che  la  chiama  così!)  di  «  tutti  quelli  che 
si  trovano  dissestati,  i  quali,  sentendosi  incapaci  di  riequi- 
librarsi coi  mezzi  che  possiedono,  immaginano  di  poterlo 
fare  con  quelli  che  non  hanno,  e  comunemente  cadono  in 
rovina  maggiore  >>.  Xell'anno  stesso  che  il  povero  Giacomo 
veniva  in  questo  brutto  mondo,  egli,  almanaccando  che  il 
prezzo  del  grano  dovesse  crescere,  ne  comperò  una  cospicua 
quantità,  parte  in  credito,  parte  con  la  dote  della  moglie. 
Com'era  da  aspettarsi,  il  prezzo  invece  precipitò  ;  e  lo  specu- 
latore inesperto  ci  rimise  mille  scudi.  E  non  tu  tutto;  che, 
per  via  d'un  contratto  di  vendita  in  cui  era  immischiato 
il  comandante  militare  di  Ancona,  dovè  costituirsi  (e  ottenne 
per  grazia  non  esservi  accompagnato  con  la  forzai)  nella 
fortezza  di  questa  città.  Rivangando  quegli  avvenimenti, 
narrava  piìi  tardi  con  aria  da  scapato  impenitente: 

Alla  mia  buona  moglie  tacqui  la  causa  del  mio  viaggio  per  non 
angustiarla,  ed  ella  si  contentò  di  non  so  quale  pretesto  le  addussi, 
ancorché  mi  vedesse  partire  con  un  tempo  orribile  e  con  un  ghiaccio 
nelle  strade  che  faceva  paura.  In  quegli  anni  giovanili  il  persuaderla 
era  facile:  adesso  mi  leverebbe  le  lettere  dalle  tasche,  mi  farebbe  un 
processo,  metterebbe  a  rumore  tutto  il  paese  se  io  le  tacessi  la  causa 
di  un  sospiro,  e  in  fine  del  conto  saprebbe  quello  che  le  giova  d'igno- 
rare. 

La  Contessa  assunse  lei  l'amministrazione;  ma  i  credi- 
tori premevan  d'ogni  parte,  e  nel  maggio  1803  bisognò  im- 
petrare dal  papa  che  nominasse  un  curatore,  con  pieni  po- 
teri, e  accordasse  al  fallito  l'immunità  dal  carcere,  fino  a  che 
non  si  liquidassero  tutte  le  vertenze.  Pio  VII  rimise  tutto 
nelle  mani  di  monsignor  Alliata,  governatore  di  Loreto;  il 


*  Per  tutto  ciò  son  da  vedere  le  Note  biografiche,  dianzi  citate,  della 
contessa  Teja-Leopardi;  e  si  cfr.  anche  Emma  Boghex-Coxigliani, 
La  donna  nella  vita  e  nelle  opere  di  O.  L.,  Firenze  1898, 


LA   MADKE  27 


quale,  validamente  coadiuvato  dalla  signora  Adelaide,  riuscì 
a  fare  stipulare  un  concordato  decoroso,  che  salvò  i  Leopardi 
da  certa  e  imminente  mina.  Si  pensi:  il  debito  ammontava 
a  48  mila  scudi,  le  rendite  annue  a  6000,  gl'interessi  annui 
sui  debiti  a  5833!  Monsignor  Alliata  detrasse  subito  15  mila 
scudi  dai  48,  perchè  frutto  di  usura:  qualche  creditore  pre- 
tendeva fino  il  24  per  cento  !  Mercè  il  concordato,  ogni  debito 
sarebbe  stato  estinto  fra  40  anni,  corrispondendosi  ai  cre- 
ditori un  interesse  dell' 8  per  cento.  Queste  cifre  gettano,  o 
m'inganno,  una  vivida  luce  sulla  squallida  fanciullezza  del 
solitario  di  Recanati:  innocente  vittima  della  goffa  e  fatua 
spreconeria  giovanile  del  padre,  ch'egli  scambiava  per  tac- 
cagno, e  della  rigida  amministrazione  della  madre,  che  aveva 
mente  calcolatrice  ma  gretta,  cuore  scarso  e  inetto  a  ogni 
slancio,  vista  corta  e  offuscata  da  ubbìe  d'ogni  genere. 

Mandare  il  primogenito  fuori  di  casa,  essa  non  volle,  per 
non  accrescer  le  spese;  ma  sia  per  boria  nobilesca  o  per 
buona  politica,  non  volle  nemmeno  che  si  smettessero  le 
carrozze  e  i  cavalli  o  si  licenziassero  i  domestici  superflui. 
E  sì  che  a  Recanati  le  carrozze  eran  necessarie!  Codesta 
cittaduzza,  che  si  stende  e  s'adagia  sul  dorso  pianeggiante 
d'un  colle  alto  circa  trecento  metri  sul  mare,  non  aveva,  e 
non  ha,  se  non  una  strada  sola  («  una  strada  lunga  quasi  due 
miglia,  fiancheggiata  da  qualche  vico  breve  ed  ignobile  »:  la 
descrive  così  Monaldo  in  persona!)  ^,  su  cui  gii  edifizi  sono 
allineati  come  soldati  in  parata.  E  meno  male  se  nella  pas- 
seggiata i  signori  l'avessero  percorsa  tutta!  Ma  l'etichetta 
imponeva  di  farne  e  rifarne  solo  un  breve  tratto.  Una  delle 
vecchie  zie  era  rimasta  famosa  tra  i  nipoti,  perchè,  quando 
li  menava  a  spasso,  soleva  ordinar  solennemente  al  cocchiere 
di  fare  «  i  soliti  sei  giri  »,  E  Carlo  narrava  che  si  facevano 
attaccare  i  cavalli  per  andare  in  casa  Antìci,  ch'era  lì  a 
due  passi  !  Nobili  miserie,  alle  quali  fu  sacrificata  la  felicità 
d'una  delle  anime  piìi  elette  e  sensitive  dei  tempi  nostri! 

La  mano  dell'Adelaide  era  di  ferro,  e  pesava  su  tutti. 
Quando  ebbe  sottoscritta  l'istanza  al  papa,  per  ottenere  l'am- 


Cfr.  e.   AXTOXA-TKAYER3I,  Studl  su  G.  L.,  Napoli  1887,  p.  172. 


28  LA    VITA    DEL   POETA 

ministrazione  giudiziaria,  Monaldo  comprese  d'aver  seornata 
la  propria  sentenza  di  morte.  In  virtìi  di  quell'atto  la  moglie 
divenne  l'uomo  di  casa,  ed  egli  n'indossò  le  gonne.  «  Si  dette 
il  caso  »,  narrò  la  Paolina  in  una  lettera  del  1831,  «  quando 
io  ero  piccina  piccina,  e  anche  forse  quando  non  ero  nem- 
meno nata,  clic  la  gonna  di  mia  madre  s'intrecciò  fra  le 
gambe  di  mio  padre,  non  so  come:  ebbene,  non  è  stato  mai 
più  possibile  ch'egli  abbia  potuto  distrigarsene  »  i.  Monaldo 
mordeva  il  freno,  anzi  ogni  tanto  dava  una  strappata;  ma 
la  domatrice  allora  accorciava  di  più  le  redini.  Una  volta  che, 
nel  giugno  1827,  c'era  non  so  quale  grandioso  spettacolo  al 
teatro  d'Ancona,  e  «  tutt'i  Recanatesi  »  v'andavano,  ei  dovè 
starsene  a  casa  ;  onde  la  Paolina  riferiva  a  Giacomo  :  «  E 
anche  a  babbo,  se  non  fosse  stato  tanto  impicciato  nella  sua 
gonnella,  era  venuto  voglia  d'andarci;  ma  niente!  ».  Spietati 
i  figli  con  lui;  ma  gli  è  che  della  sua  interdizione  essi  o  non 
seppero  mai  nulla,  o  solo  molto  tardi.  E  quando  lo  accusa- 
vano dell'avarizia  non  sua,  ei  preferiva  tacere,  o  biascicare 
parole  oscure,  alla  confessione  che  gli  ripugnava,  d'esser 
pupillo  della  moglie.  Solo  da  vecchio,  nel  1838,  pensando  con 
raccapriccio  alla  morte  di  Giacomo,  si  permetteva  di  scri- 
vere, con  profetica  amarezza,  all'altro  figliuolo  Pierfran- 
cesco:  «Tutto  si  metterà  al  mio  debito,  giacché  l'interno 
delle  case  non  si  vede,  e  quello  che  fa  la  casa,  si  stima  fatto 
dal  capo  !  ».  E  si  che  alle  accuse  de'  figli  avrebbe  potuto 
rispondere  come  lo  Stazio  dantesco  a  Virgilio  :  «  Or  sappi  che 
avarizia  fu  partita  Troppo  da  me  !  ».  Povero  tiranno  da  com- 
media; che  si  sfogava  poi  col  cognato,  imprecando  alle  «  pre- 
potenze delle  mogli  italiane  »,  e  dando  dell'»  arciforèstica  » 
al  prototipo  di  esse  ch'era  toccato  proprio  a  lai  ! 

"  Con  Giacomo  che,  debole  e  infermiccio,  s'ostinava  a 
voler  vivere  fuori  di  casa,  in  climi  freddi,  egli  si  strugge  di 
non  poter  largheggiare.  Xel  natale  1822  riesce  a  mandargli 
a  Roma  qualcosa  più  che  la  scarna  benedizione  paterna,  e 
gli  ride  quasi  la  penna  in  mano  dalla  gioia.  «  Perchè  poi  », 


^  Lettere  di  Paolina  Leopardi  a  Marianna  ed  Anna  Brighenti,  pub- 
blicate da  Emilio  Co.sta,  Parma  1887,  p.  53. 


LA    MADRE  29 


gli  scrive,  «  le  rugiade  celesti  nou  vadano  disgiunto  da 
qualche  stilla  di  piuguediue  terrena,  riscuoterete  dalla  i)osta 
scudi  10  che  vi  ho  francati,  e  vi  faranno  ricordare  il  giubilo 
infantile,  con  cui  si  suole  nella  prima  età  vedere  il  ritorno 
di  queste  lietissime  feste  ».  Nel  carnevale  successivo  scova 
tra  le  cartacce  una  «  pagella  »  di  credito  d'otto  scudi,  donde 
forse  qualche  amico  romano  avrebbe  potuto  cavare  uno  zec- 
chino, e  rinvia  al  figliuolo  perchè  possa  «  convertii"e  il  zec- 
chino in  confetti  ».  E  quando-,  in  fin  dell'aprile,  Giacomo, 
suJle  mosse  di  tornare  a  casa,  gli  domanda  consiglio  circa 
le  mance  da  lasciare,  egli  risponde  con  premuroso  imbarazzo: 
«  Spero  che  oggi  otterrò  da  mamma  scudi  12  per  infrancar- 
veli,  ma  se  non  fosse  così,  supplirete  voi,'  e  li  avrete  all'ar- 
rivo. Penso  meglio,  e  vi  accludo  un  biglietto  per  Visconti, 
che  ve  li  pagherà  a  vista  ».  Avrebbe  anche  voluto  invogliare 
il  figlio  a  invitare  qualche  valentuomo  a  passare  un  po' 
di  giorni  a  Kecanati:  «la  mamma  vostra  potrà  talora  im- 
bruttirsene »,  soggiunge,  «  ma  può  darlesi  questo  piccolo 
dispiacere;  e  altronde  chi  vuole  al  mondo  essere  ben  accolto, 
bisogna  che  sia  buono  e  cordiale  accoglitore  ». 

Più  tardi,  sulla  fine  del  novembre  '25,  Monaldo  sa  che  a 
Bologna  suo  figlio  è  infermo.  Bramerebbe  correre,  e  non  può; 
gli  manda  intanto  scadi  25,  «  che  gradii"ete  »,  scrive,  «  come 
un  segno  di  quello  che  vorrei  fare,  e  che  non  posso,  con 
acerbissimo  dolore  del  mio  cuore  ».  E  poi,  una  scatoletta 
di  tabacco,  un  bariletto  d'olio,  una  scatola  di  fichi,  fin  del 
cacio  pecorino  :  tutte  cose  inutili,  è  vero,  per  Giacomo,  «  ma 
forse  vi  serviranno  »,  sospira  il  padre  amorevole,  «  per  far 
conoscere  ad  altri  i  prodotti  del  nostro  territorio  ».  Sicuro; 
tutto  poteva  valere  a  innalzar  Eecanati  nell'estimazione 
degU  uomini:  i  versi  di  Giacomo  e  il  cacio  pecorino!  «  In- 
grandisci dunque  la  stima  per  le  nostre  contrade  »,  rincal- 
zava quel  burlone  di  Carlo,  «  e  fa  apprezzare  i  suoi  prodotti 
fisici,  dopo  che  dei  morali  hai  mostrato  in  te  un  fenomeno  ». 


30  LA   VITA    DEL   POETA 


V. 


La  ripugnanza  di  Giacomo  alla  preìatura,  e  la  rinunzia  ai 
benefizi  ecclesiastici  della  sua  famiglia. 

Qui  trova  posto  un  rilevaute  episodio  della  vita  di  Gia- 
como. Morto  nel  dicembre  del  1825  il  buon  zio  Ettore,  ch'era 
canonico  e  godeva  di  non  so  quanti  benefizi  ecclesiastici, 
Monaldo  avrebbe  voluto  che  di  qualcuno  di  questi  godesse 
Giacomino.  Ma  occorreva  che  per  lo  meno  ei  vestisse  da 
abate  e  recitasse  rufiizio.  E  qui  era  il  punto  I  A  quegli  ob- 
blighi l'amico  di  Pietro  Giordani  non  sapeva  né  voleva  ac- 
conciarsi; eppure,  quella  rendita  gli  avrebbe  fatto  tanto  co- 
modo !  0  perchè  beneficiato  titolare  non  si  nominava  il  fra- 
tello Pietruccio,  e  a  lui  intanto  non  s'accordava  un  po'  del 
benefizio  «  con  alcune  riserve  »  ?  Le  quali  Giacomo  cercò  di 
rappresentare  al  padre  sotto  l'aspetto  più  innocente  (Bo- 
logna, 13  gennaio  1826). 

La  prima  è  che  io  desidererei  non  essere  obbligato  ad  altro  abito 
e  tonsura  se  non  quello  che  usano  qui  anche  i  preti,  e  consiste  sola- 
mente in  abito  nero  o  turchino,  e  fazzoletto  da  collo  nero.  La  seconda 
è  che  bisognerebbe  che  io  fossi  dispensato  dall'obbligo  dell'uffizio  di- 
vino, perchè,  come  Ella  ben  vede,  quest'obbligo  mi  priverebbe  quasi 
della  facoltà  di  studiare.  Io  non  posso  assolutamente  leggere  se  non 
la  mattina.  Se  questa  dovessi  spenderla  a  dir  l'uffizio,  non  mi  reste- 
rebbe altro  tempo  per  le  mie  faccende.  Mi  basterebbe  di  esser  dispen- 
sato dall'uffizio  divino  anche  a  condizione  di  recitare  una  quantità  di 
preci  equivalente,  giacché,  tolta  la  mattina,  tutto  il  resto  della  gior- 
nata io  non  ho  da  far  nulla,  e  ben  volentieri  ne  spenderei  qualche  ora 
in  preghiere  determinate,  purché  queste  non  fossero  da  leggersi. 

Ve  l'immaginate  il  futuro  cantore  della  Ginestra  tutto 
solo,  in  un  cantuccio,  a  recitar  rosarii  ?  A  Monaldo  la  sosti- 
tuzione non  parve  assurda,  e  ne  scrisse  a  Roma;  ma_dichiarò 
indispensabile  l'abito  da  abate  «  con  ferraioletto,  collarino, 
chierica  e  cappello  pretino  «.  E  ad  evitare  equivoci  o  mezzi 
termini,  ammonì  (16  gennaio  1826): 


RIPUGNANZA    ALLA   PRELATURA  31 

Io  gradirei,  e  sommamente  gradirei,  che  vi  piacesse  lo  stato  eccle- 
siastico, e  quindi  il  vestiario  che  gli  corrisponde.  Se  ciò  fosse,  imme- 
diatamente potrei  ottenervi  i  distintivi  prelatizii,  e  potreste  comparire 
nella  società  in  un  grado  più  rispettato,  e  aprireste  ima  strada  di  con- 
siderarvi alla  Corte  nostra,  la  quale,  per  quanto  vi  apprezzi,  non  saprà 
mai  come  distinguervi,  finché  non  vestirete  la  sua  montura.  Altronde 
non  vedo  quale  ripugnanza  possa  aversi  ad  un  abito,  clericale  o  pre- 
latizio poco  importa,  il  quale  fu  l'abito  di  tanti  Santi,  e  lo  fu  pure  di 
tanti  uomini  grandissimi  in  ogni  genere  di  grandezza.  Conosco  che 
in  addietro  per  i  vostri  rapporti  letterarii  avrete  dovuto  capitolare  coi 
pregiudizii,  o  piuttosto  colle  malvagità  del  tempo;  ma  attualmente  la 
vostra  età,  la  vostra  esperienza  e  il  vostro  nome  vi  mettono  al  di  sopra 
di  queste  umiltà,  e  siete  in  grado  di  dare  il  tuono  nella  repubblica 
delle  lettere,  piuttosto  che  di  riceverlo.  Qual  trionfo,  figlio  mio,  per 
la  causa  dei  Santi  e  dei  saggi,  e  qual  gloria  per  la  Chiesa  e  per  lo  Stato, 
se  l'uomo  il  più  erudito  forse  dello  Stato  spiegasse  arditamente  la  ban- 
diera della, Chiesa,  e  con  ciò  proclamasse  altamente  che  gli  studii,  le 
lettere  e  le  meditazioni  dei  saggi  conducono  a  conoscere  e  a  venerare 
la  Chiesa,  e  a  disprezzare  e  combattere  i  suoi  palesi  e  nascosti  inimici  ? 
Voi  con  questo  atto  e  in  questi  tempi  fareste  per  la  Chiesa  di  Gesù 
Cristo  forse  più  che  non  fecero  isolatamente  i  Màrtiri  con  lo  spargi- 
mento del  loro  sangue,  e  di  quest'atto  eseguito  con  intenzione  retta, 
pura,  cristiana,  vi  trovereste  applaudito  in  terra,  e  premiato  gloriosa- 
mente in  Cielo.  Se  per  altro  lo  stato  ecclesiastico  non  vi  conviene,  e 
se  consentireste  solamente  ad  assumerlo  per  questa  miseiia  del  bene- 
fizio, io  vi  consiglierei  a  non  pigliarlo,  perchè  il  galantuomo  deve  pro- 
cedere in  coerenza  dei  suoi  principii,  e  non  conviene  ricevere  stipendio 
da  un  principe,  vergognandosi  di  portare  la  sua  divisa.  Mi  pare  che  la 
benedizione  di  Dio  non  potrebbe  essere  né  sopra  di  voi  né  sopra  di  me, 
e  che  insomma  dobbiate  restare  o  ecclesiastico  provveduto,  o  laico 
senza  beni  di  Chiesa.  Nulladimeno  me  ne  riporto  a  voi,  e  farò  quanto 
sarà  per  piacervi. 

lu  verità  ch'io  non  so  come  un  credente  convinto.,  un 
gentiluomo  e  un  padre  affettuoso  avrebbe  potuto  parlare 
piii  dignitosamente,  onestamente  e 'amorevolmente  di  così. 
Sarebbe  indizio  di  durezza  di  cuore  far  carico  all'infermo  e 
sprovveduto  figliuolo  della  titubanza  mostrata  in  quest'oc- 
casione; ma  sarebbe  indizio  di  diuezza  di  mente  voler  con- 
tinuare a  biasimar  la  condotta  del  padre,  ora  che  i  docu- 
menti ce  la  illuminano  di  luce  così  nuova. 

L'esplicita  lettera  di  Monaldo  ne  provocò  un'altra,  abba- 
stanza esplicita,  di  Giacomo  (25  gennaio).  Ei  si  dichiara 
oramai  convinto  u  pienamente  della  impossibilità  di  conci- 
liare la  sua  vita  presente  colla  condizione  di  benefiziato  ec- 
clesiastico »;  e  prosegue: 


32  LA    VITA    DEL    POETA 

Quanto  al  mutare  sitato,  sebbeue  io  non  latici  di  apprezzare  intini- 
tamente  gli  amorosi  consigli  che  Ella  mi  porge,  e  le  ragioni  che  ne  ad- 
duce, debbo  confessarle  con  libertà  e  sincerità  liliale  che  io  vi  provo 
presentemente  tal  repugnanza,  che  quasi  mi  assicura  di  non  esservi 
chiamato,  ed  anche  di  dovere  riuscire  poco  atto  all'adempimento  de' 
miei  nuovi  doveri  in  caso  che  io  li  volessi  abbracciare.  Prevedo  non 
impossibile,  anzi  più  possibile  che  forse  Ella  stessa  non  crede,  che  col 
crescere  dcU'eta,  la  mia  disposizione  si  cangi  totalmente,  e  mi  conduca 
a  quella  risoluzione,  alla  quale  ora  sono  cosi  poco  inclinato;  ma  in  ciò 
mi  pare  di  non  dover  prevenne  l'eiletto  del  tempo,  prendendo  oggi  un 
partito  che  io  sento  che  sarebbe  affatto  prematuro. 

Il  cuore  di  padre  e  la  coscienza  di  buon  cattolico  del  po- 
vero Monaldo  eran  messe  a  dnia  prova;  che  in  questa  me- 
desima lettera  il  figlio  diletto  e  glorioso  lo  informava  dei 
tormenti  che  gii  cagionava  il  freddo  clima  di  Bologna.  Sog- 
giungeva : 

Qui  non  abbiamo  gran  neve,  ma  freddi  intensissimi  che  mi  tormen- 
tano in  modo  straordinario,  perchè  la  mia  ostinata  riscaldazione  d'in- 
testini e  di  reni  m'impedisce  l'uso  del  fuoco,  il  camminare  e  lo  star 
molto  in  letto.  Sicché  dalla  mattina  alla  sera  noji  trovo  riposo,  e  non 
fo  altro  che  tremare  e  spasimare  dal  freddo,  che  qualche  volta  mi  dà 
voglia  di  piangere  come  xm  bambino...  Sospiro  continuamente  la  pri- 
mavera. 

Il  preteso  tiranno  rispose  (31  gennaio): 

A  me,  come  a  vostra  madre,  ha  fatto  grandissima  pena  il  sentire 
quanto  soflrite  per  il  freddo.  Io  lo  prevedevo,  ed  anche  per  questo 
avevo  desiderato  che  ritornaste  a  passare  l'inverno  in  casa,  dove  avreste 
ritrovata  maggiore  custodia,  ed  un  clima  meno  rigoroso  di  quello  di 
codesta  cittì,  riputata  la  ghiacciaia  dell'Italia.  Piaccia  al  Signore  che 
non  vi  sia  di  danno,  e  presto  la  mitigazione  dell'aria  vi  ridoni  intiera 
salute!...  Venendo  al  benefìzio,  lodo  la  vostra  risoluzione,  e  lodo  anche 
che  non  pensiate  ad  abbracciare  lo  stato  ecclesiastico,  finche  non  ci 
siate  invitato  da  quello  Spirito  che  spira  dove  vuole,  e  non  dove  sem- 
brerebbe bene  a  noi  che  spirasse.  Anche  senza  il  collare  si  può  esser 
santi,  e  san  Pietro  apre  le  porte  del  Paradiso  anche  senza  la  dimis- 
soria  del  Vescovo,  Mi  sono  però  informato,  ed  ho  conosciuto  che  Roma 
qualche  volta  accorda  ai  patroni  di  sospendere  la  presentazione  del 
nuovo  rettore  per  sei  o  otto  anni,  e  di  applicare  le  rendite  ad  un  uso 
onesto,  sopportati  i  pesi  consueti.  Io  volentieri  domanderò  questa 
grazia,  e  cederò  a  voi  le  rendite  del  benefizio,  ma  bisogna  maneggiar 
bene  la  cosa  per  i  miei  riguardi  domestici.  Scrivetemi  ostensibilmente 
nei  termini  suddetti,  come  avendo  avuto  questo  lume  da  altri,  e  prega- 


RIPUGNANZA  ALLA  PRELATURA 


temi  di  farri  ottenere  questa  piccola  temporanea  provvista,  toccando 
che  voi  niente  costate  alla  casa.  Io  sono  inimico  giurato  di  questi  ^iri, 
ma  nìi  conviene  patteggiare  fra  il  mio  cuore  ed  il  molto  giudizio  di 
mamma  vostra;  la  quale  vi  ama  tenerissimamente,  ma  crede  che  le 
vostre  lettere  siano  una  miniera  d'oro,  la  quale  vi  rende  inutile  qualimque 
altro  sussidio. 

Giacomo  si  prestò  al  giochetto  (cfr.  lettera  dell* 8  feb- 
braio); e  il  padre  di  rimando  (12  febbraio):  e  Del  beDefìzio 
lasciatevi  servire,  e  penserò  io  a  tutto  >.  E  ci  pensò  davvero. 
Pur  di  soccorrere  il  figliuolo,  se  non  reprobo  c^rto  traviato 
(ali  quel  mariolo  del  Giordani,  benedettino  sfratato!)^,  il 
quale  s'era  ostinato  nel- non  voler  vestire  l'abito  ecclesia- 
stico, quel  padre  vilipeso  venne  a  un  accomodamento  o  a  un 
compromesso  con  la  propria  coscienza  di  credente  1  Tuttavia 
gli  raccomandò  il  piìi  assoluto  silenzio;  e  la  lettera  del  21 
aprile  1826,  che  a  noi  ha  rivelato  l'arcano,  è  stata  pubblicata 
solo  di  recente,  e  quasi  di  soppiatto.  In  essa  Monaldo  dice  a 
sua  giustificazione  : 

Nel  foro  della  coscienza  io  sono  salvo,  perchè  non  vi  do  li  benefizi 
col  patto  di  riaunziarli,  né  con  veruno  altro  patto,  anzi  ve  li  do  libera- 
mente di  cuore  e  con  desiderio  che  voi  li  riteniate.  Nel  foro  esterno 
però  questa  rinunzia  concordata  precedentemente  potrebbe  dar  so- 
spetto di  simonia  ed  esporci  a  perdere  li  benefizi.  Frattanto,  per  meglio 
assicurarne  la  conservazione,  è  necessario  un  qualche  piccolo  vostro 
sacrifizio,  cioè  che  usiate  una  cravatta  nera  ed  un  soprabito  modesto, 
sicché  nessuno  possa  pescare  costà  un  documento  o  prova  che  voi  ve- 
stite decisamente  in  abito  da  secolare...  Appena  seguita  la  riaunzia, 
voi  sarete  libero  da  qualunque  impegno;  ma  vi  ripeto  che  se  vorrete 
ritenere  i  benefizi,  io  ne  sarò  contentissimo,  e  per  questo- la  rinunzia 
non  si  farà  senza  altra  vostra  precisa  commissione...  Addio,  mio  caro 
figlio,  vi  abbraccio  e  vi  benedico  con  tutto  il  cuore. 

A  volta  di  corriere,  Giacomo,  vinte  le  ultime  tentazioni, 
rispose  definitivamente  rinunziando  (24  aprile): 

Ringraziandola  poi  sinceramente  e  vivamente  della  bontà  con  cui 
Ella  mi  ha  destiaati  i  benefizi  e  desidera  ch'io  li  ritenga,  le  confermo 
la  mia  intenzione  di  rinunziarli  per  non  portare  i  pesi  annessi  ed  indi- 
spensabili. 


^  Sulla  Giovinezza  di  Pietro  Giordani  è  da  vedere  il  bel  libro  di 
Gaetano  C apasso,  Torino  1S96.  La  molta  somiglianza  nei  sentimenti, 
nei  desiderii  e  nella  infelicità  dei  primi  anni,  spiegano  meglio  l'appas- 
sionato interessamento  dello  scrittore  piacentino  pel  martire  e  recluso 
di  Recanati. 

3.   —  G.  Leopardi. 


34  LA    VITA    DEL    POETA 


VI, 


L'angustia  di  mente  e  di  cuore  delia  madre  di  Giacomo, 
le  gravi  accuse  del  marito  e  dei  figli. 


Quella  rimiuzia  fu  un  duro  sacrifizio.  Il  16  ottobre  di  quel- 
l'anno medesimo,  Monaldo,  mortificato  del  non  averne  più 
spesso  lettere,  riscrìve  al  figlio  con  affettuoso  accoramento: 

Sono  oramai  quindici  mesi  clie  state  fuori  di  casa,  e  avete  viaggiato, 
e  vi  siete  mantenuto  senza  il  concorso  mio.  Dovete  conoscere  il  mio 
cuore,  e  potete  dedurne  quanto  dolore  mi  abbia  arrecato  il  non  provve- 
dere alli  vostri  bisogni,  o  anche  alli  vostri  piaceri;  e  se  pure  voi  non 
avevate  bisogno  del  mio  concorso,  io  avevo  bisogno  e  desiderio  arden- 
tissimo  di  dimostrarvi  frequentemente  il  mio  tenerissimo  affetto. 
I  tempi  però  veramente  funesti,  ma  più  di  tutto  mamma  vostra,  che,  come 
sapete,  vii  tiene  non  solamente  in  dieta,  via  in  un  loerfetto  digiuno,  ini 
hanno  costretto  ad  un  contegno,  riprovato  prima  di  tutto  dal  viio  cuore, 
e  poi  dalla  equità  e  quasi  dalla  convenienza.  Nulladimeno  son  vivo  e, 
quantunque  alla  lontana  come  di  cosa  oramai  prescritta,  pure  ho  me- 
moria che  sono  il  padrone  di  casa  mia.  Voi  state  sial  tornare.  Se  nulla 
vi  occorre,  tanto  meglio;  ma  se  vi  bisogna  denaro  per  il  viaggio,  e  per 
pagare  qualche  debituccio,  o  comunque,  ditelo  all'orecchio  al  padre  e 
amico  vostro. 

e  Mamma  vostra  »  :  ecco  la  vera  nemica  !  E  pensare  :  in 
casa  Leopardi  tutti  si  mostrano  tenerissimi  per  il  loro  amato 
e  già  famoso  assente,  che  chiaman  carezzosamente  Buccio, 
Muccio,  Giacomuccio,  Muccetto,  Mucciaccio;  tutti  sospi- 
rano i  suoi  ritorni;  tutti  si  dicono  orgogliosi  della  sua  gloria: 
tutti,  meno  una.  sola  persona,  quella  che  ci  saremmo  aspettati 
la  pili  tenera  e  premurosa,  la  madre  I  Tra  le  infinite  lettere, 
che  Giacomo  conservò  scrupolosamente,  del  padre,  della  so- 
rella, dei  fratelli;  della  marchesa  Adelaide  Antìci  contessa 
Leopardi  non  ce  n'ha  che  due  soltanto  (di  altre  «  poche 
righe  »  si  fa  cenno  in  una  risposta  di  Ciiacomo,  del  dicembre 
1832),  e  come  scolorite  e  laconiche  !  L'una  è  del  29  novembre 
1822,  e  dice: 

Caro,  carissimo  figlio.  Molto  mi  ha  rallegrato  la  vostra  lettera,  ma 
molto  più  quella  che  avete  scritta  al  babbo  da  Spoleto.  Vedo  che  co- 


LE    LETTERE    DELLA    CONTESSA 


noscete  bene  i  vostri  doveri  a  suo  riguardo,  e  ciò  mi  è  sparante  della 
vostra  buona  condotta  in  avvenire.  Sapete  quanto  io  vi  amo  sincera- 
mente, e  qual  spina  mi  sia  stata  al  cuore  il  vedervi  sempre  malcon- 
tento e  di  mal  umore.  Prego,  benché  indegna,  il  Signore  e  la  cara  nostra 
avvocata  Maria  SS. ma,  perchè  vi  renda  pienamente  felice...  Abbiatevi 
moltissima  cura,  e  non  trattate  persone  indegne.  Vi  ritorno  mille  saluti 
di  tutti.  Amatemi,  e  credete  sempre  all'affetto  sincero  della  vostra  af- 
fezionatissima  madre  che  vi  abbraccia  e  vi  benedice. 

Da  ima  madre  che  si  staccava  per  la  prima  volta  dal  suo 
primogenito,  oramai  così  «  malcontento  e  di  mal  umore  », 
così  cagionevole  di  salute,  e  che  oltre  tutto  il  resto  era  pure 
Giacomo  Leopardi,  avremmo  forse  avuto  il  diritto  d'atten- 
derci qualcosa  di  meglio:  non  solo  un  po'  più  di  cuore,  ma 
anche  un  po'  più  d"intelligenza  I  Nonostante  le  sue  proibi- 
zioni, l'ostinato  figliuolo  le  riscrisse  da  Roma  il  22  gennaio 
dell'anno  dopo  (1823). 

Cara  Mamma,  Io  mi  ricordo  ch'Ella  quasi  mi  proibì  di  scriverle, 
ma  intanto  non  vorrei  che,  pian  piano.  Ella  si  scordasse  di  me.  Per 
questo  timore  rompo  la  Sua  proibizione  e  Le  scrivo,  ma  brevemente, 
dandole  i  saluti  del  zio  Carlo  e  del  zio  Momo.  Sono  in  piedi  oggi  per 
la  prima  volta  dopo  otto  giorni  intieri  di  letto,  e  la  mia  piccola  piaga 
è  ben  chiusa.  Se  non  si  riapre,  che  spero  di  no,  son  guarito.  S'Ella  non 
mi  vuol  rispondere  di  Sua  mano,  basterà  che  lo  faccia  fare,  e  mi  faccia 
dar  le  Sue  nuove,  ma  in  particolare,  perchè  le  ho  avute  sempre  in  ge- 
nere. La  prego  a  salutare  cordialmente  da  mia  parte  il  Papà  e  i  fratelli; 
e  se  vuol  salutare  anche  D.  Vincenzo,  faccia  Ella.  Ma  soprattutto  La 
prego  a  volermi  bene,  com'è  obbligata  in  coscienza,  tanto  pi»  ch'alia  fine 
io  sono  i^n  buon  ragazzo,  e  Le  voglio  quel  bene  ch'Ella  sa  o  dovrebbe  sapere. 
Le  bacio  la  mano,  il  che  non  potrei  fare  in  Recanati.  E  con  tutto  il  cuore 
Vìi  protesto  Suo  figlio  d'oro  Giacomo  alias  MrcciACCio. 

A  questa  la  Contessa  replicò  con  la  seconda  letterina, 
del  26  gennaio,  anch3  più  scarna. 

Carissimo  ei  amatissimo  figlio.  Ad  onta  del  divieto  mi  avete  scritto 
due  volte  con  tanta  cordialità.  Ve  ne  sono  tenuta;  e  molto  più  perchè 
mi  date  notizie  ottime  della  carissima  vostra  salute.  Xoi  pure,  grazie 
al  Signore,  la  godiamo  perfetta.  Sempre  più  mi  anima  la  lusinga  della 
vostra  buona  condotta.  Abbiatevi  tutta  la  cura,  perchè  abbiamo  un 
inverno  crudo  assai...  Addio,  figlio  d'oro:  continuatemi  il  vostro  af- 
fetto sincero,  e  crediatemi  di  tutto  cuore  la  vostra  affezionatissima 
madre. 

Le  perdoneremmo  di  tutto  cuore  codesto  suo  crediatemi 
(un  provincialismo  o  preziosità  che  la  pia  contessa  aveva  co- 


30  LA    VITA    DEL    POETA 

mime  col  miscredente  Giordani,  e  che  una  volta,  nella  lettera 
al  padre  del  3  settembre  1824,  cade  perfin  dalla  penna  di 
Giacomo),  e  quanti  altri  idiotismi  in  cui  sarebbe  forse  caduta 
scrivendo  più  spesso,  in  grazia  di  quel  soave  fiqìio  d'oro,  se 
quest'espressione  non  ci  ricordasse,  con  un  bagliore  sinistro, 
quel  metallo  a  cui  l'austera  massaia  sacrificò  la  felicità  e  la 
salute  dell'incompreso  e  immeritato  figliuolo. 

Alla  signora  Adelaide,  rigida  e  impeccabile,  mancava  la 
squisitezza  del  sentimento  materno  :  quella  tenerezza  nuova 
che  trasforma  e  consacra  la  donna,  che  la  fa  vivere  della 
sua  creatura,  per  lei  e  con  lei,  vigilante  sempre,  instanca- 
bile; quella  carezza  ineffabile  ond'essa,  presente  o  lontana, 
circonda  e  preserva  il  cuor  del  suo  cuore,  l'anima  delFanima 
sua.  (Me  l'hai  insegnato  tu,  mia  povera  mamma  adorata,  a 
cui  queste  pagine  non  verranno,  ohimè,  sotto  gli  occhi  I). 
Una  famiglia  non  è  un  collegio  d'educazione;  e  la  Contessa, 
che  vi  sarebbe  stata  un'ottima  economa,  non  fu  una  buona 
madre.  Se,  osservò  già  il  D'Ovidio  i,  ella  «  avesse  avuto  un  po' 
pili  di  cuore,  se  avesse  sentito  un  po'  piìi  di  tenerezza  e  di 
rispetto  per  quel  prodigioso  fanciullo  a  cui  aveva  visto  con- 
sumare la  gracile  fanciullezza  in  una  applicazione  così  in- 
tensa, così  virile  ed  eroica,  ella  si  sarebbe  contentata  di  andar 
restaurando  il  patrimonio  di  casa  Leopardi  un  po'  piti  len- 
tamente, pur  di  dare  a  quel  suo  povero  figliuolo  la  sodisfa- 
zione  di  uscire  un  po'  da  Recanati,  o  almeno  pur  di  soccor- 
rerlo quando  egli,  riuscì  a  viverne  lontano  I  Ella  non  pensò 
che  a  restaurare  il  patrimonio  ;  e  ci  riuscì,  ma  a  scapito  della 
felicità  dei  figli,  e  di  Giacomo  in  ispecie.  Alla  fin  fine,  co- 
desto patrimonio  fu  ben  potuto  restaurare  in  pochi  anni,  e 
lo  fu  in  maniera  che  dipoi  tutte  le  persone  di  casa  Leopardi 
poterono  sguazzare  nelle  migliaia  di  scudi.  Ci  doveva  essere 
dunque  panno  da  tagliare  !  ». 

Ai  figli  ne  lei  né  Monaldo  accordaron  mai  l'intimità:  li 
tenevano  anzi  a  rispettosa  distanza;  e,  com'era  naturale,  non 
ne  ebbero  la  confidenza.  Con  gli  anni,  codesta  strana  condi- 
zione cominciò  a  pesare  al  padre;  che  il  lo  dicembre  1827 
se  ne  lamentò  col  figliuolo  sempre  prediletto. 


Saggi  critici,  p.  661. 


LA    Kl^EKVA■iEZZA    MATERNA  37 

Se  voi  non  ricevete  più  spesso  lettere  mie,  ciò  non  accade  percliè 
mi  sia  molesto  lo  scrivervi,  che  niente  mi  piace  tanto  quanto  il  trat- 
tenermi col  mio  caro  figlio,  né  perchè  voi  mi  scriviate  tanto  di  raro, 
ciò  che  mi  dispiace  senza  puntigliarjui,  che  coi  figli  non  si  sta  sull'eti- 
chette; ma  accade  perchè  mi  pare  che  le  lettere  mie  sieno  di  molestia 
a  voi,  e  che  voi  diate  ad  esse  un  riscontro  stirato  stirato,  come  i  versi 
latini  dei  ragazzi,  quasi  che  il  vostro  cuore  trovasse  un  qualche  in- 
ciampo per  accostarsi  al  mio,  il  quale  vorrebbe  esser  veduto  da  voi 
xma  volta  sola  e  per  un  solo  lampo,  e  questo  gli  basterebbe. 

Giacomo  rispose  con  una  franca  e  dolorosa  dichiarazione 
(da  Pisa,  24  dicembre). 

Le  dico...  e  le  protesto  con  tutta  la  possibile  verità,  innanzi  a  Dio, 
che  io  L'amo  tanto  teneramente  quanto  è  o  fu  mai  possibile  a  figlio 
alcuno  di  amare  il  padre;  che  io  conosco  chiarissimamente  l'amore 
che  Ella  mi  porta,  e  che  a'  suoi  benefizi  e  alla  sua  tenerezza  io  sento 
una  gratitudine  tanto  intima  e  viva,  quanto  può  mai  essere  gratitu- 
dine umana;  che  darei  volentieri  a  Lei  tutto  il  mio  sangue,  non  per 
solo  sentimento  di  dovere,  ma  di  amore,  o,  in  altri  termini,  non  per 
sola  riflessione,  ma  per  efficacissimo  sentimento.  Se  poi  Ella  desidera 
qualche  volta  in  me  più  di  confidenza  e  più  dimostrazioni  d'intimità 
verso  di  Lei,  la  mancanza  di  queste  cose  non  procede  da  altro  che 
dall'abitudine  contratta  sino  dall'infanzia,  abitudine  imperiosa  e  invin- 
cibile, perchè  troppo  antica  e  cominciata  troppo  per  tempo... 

Della  madre  poi,  Carlo  raccontava  che  essa  stendeva 
bensì  loro  la  mano  perchè  la  baciassero,  ma  non  se  li  strinse 
mai  al  seno;  così  che  quando  l'oblioso  Giacomo,  da  Bologna 
(10  ottobre  1825),  si  permette  di  scrivere  alla  Paolina:  «  dà 
un  bacio  per  me  a  Pietruccio,  e  mille  alla  mamma,  alla  quale 
raccomanda  di  aversi  cura  »,  a  noi  par  di  vedere  l'austera 
marchesana  accigliarsi  e  tirarsi  indietro,  perchè  il  figlio  non 
discenda  a  tanta  familiarità.  Giacomo  ha  fin  paura  di  riu- 
scirle fastidioso  se  le  chiederà  direttamente  conto  della  sua 
salute.  «  Mi  dispiace  assai  del  raffreddore  della  mamma  »,  dice 
invece  al  padre  (10  ottobre  1825):  «non  le  scrivo  per  non 
annoiarla,  e  perchè  so  che  questa  lettera  sarà  comune  anche 
a  lei;  ma  Ella  le  dica,  La  prego,  le  più  tenere  cose  per  me, 
e  mi  dia  nuove  della  sua  salute  ».  Perfino  a  quella  madre 
davan  noia  le  tenerezze  tra  fratelli.  «  Non  ho  molto  garbo 
nella  galanteria  »,  scrive  un'altra  volta  (30  dicembre  1822) 
Giacomo  alla  sorella  amatissima,  «  e  di  più  temo  che,  se 


38  LA   VITA    DEL    POETA 

volessi  usarla  con  voi,  la  mamma  non  abbruciasse  le  mie 
lettere  o  prima  o  almeno  dopo  di  avervele  date  ».  Perchè 
sembra  che  la  castellana  si  credesse  lecita,  qualche  volta, 
fin  la  censura  postale:  il  sospetto,  latente  nelle  lettere  di 
Giacomo  e  in  quelle  di  Monaldo,  vien  francamente  formulato 
da  Carlo.  Nella  lettera  al  fratello,  del  19  giugno  1826,  questi 
narra  : 

Mi  è  entrato  in  testa  un  diabolico  sospetto,  che  mamma  abbia 
aperta  la  mia  lettera  consesrnatale  da  Paolina  per  francarla  come  al 
solito.  Vari  segni  di  turbamento  in  mamma  al  sentire  che  tu  non  avevi 
ancora  ricevuta  la  lettera,  e  il  rifiuto  ostinato  di  asserirmi  il  contrario, 
fan  credere,  tanto  a  Paolina  che  a  me,  che  ella,  non  avendo  avuta  no- 
tizia di  ciò  che  conteneva  l'ultima  tua  a  me,  si  sia  servita  di  questo 
mezzo  per  sodisfare  la  curiosità  donnesca,  e  l'imperiosità  che  è  ormai 
divenuta  in  lei  insopportabile...  Pare  impossibile  che  debbano  cre- 
scere i  motivi  per  farmi  abborrire  questo  soggiorno,  e  ti  giuro  che  questa 
minuzia  mi  tien  disperato  più  del  solito.  Perdio  !  non  poter  cavar  dalla 
bocca  di  una  donna  un  sì  o  un  «o  !  Se  l'ha  aperta,  sia  ben  fatto  ;  solamente 
mi  dica  di  sì.  Io  non  dico  niente.  Le  tue  lettere  però  non  le  apre. 

E  il  pericolo  dell'inquisizione  domestica  faceva  sì  che  i 
fratelli  e  il  padre  raccomandassero  a  Giacomo  di  servirsi,  per 
certe  lettere,  d'un  falso  indirizzo.  Paion  dei  Carbonari  che 
congiurino  per  sottrarsi  all'occhiuta  sorveglianza  della  po- 
lizia 1  «La  tua  assenza»,  riscrive  Carlo  al  primogenito  (6 
marzo  1823),  «  mi  ha  fatto  stringere  maggior  amicizia  con 
Luigi,  che  verrà  degno  della  nostra  fratellanza,  se  non  altro 
per  il  cuore  e  per  la  devozione  assoluta!  alla  causa  comune  ». 

Tuttavia  di  tratto  in  tratto  la  Contessa  si  ricordava  d'aver 
un  figliuolo  lontano,  che,  a  quanto  dicevano,  dava  prove  di 
molto  talento.  E  allora  gli  faceva  scrivere  d'occuparsi  a  com- 
perare non  so  che  velluto  ^,  a  cercare  un  marito  per  la  Pao- 
lina o  una  moglie  per  Carlo,  e  di  raccomandar  caldamente 
a  un  certo  monsignore  Auditor  di  Rota  una  causa  di  fa- 


'  Giacomo  risponde  da  IJologna,  nel  marzo  1826,  alh;  Paolina:  «  Un 
velluto  perfettamente  simile  alla  mostra  non  si  è  potuto  assolutamente 
trovare...  Ti  mando  certe  mostre  di  velluto  che  si  accostano  al  colore 
di  cotesto.  Se  mamma  crede  che  qualcuno  di  questi  faccia  a  proposito, 
rimandami  quella  tal  mostra,  e  mamma  sarà  servita  subito  per  la  di- 
ligenzar».  Povero  figliuolo! 


I  «  PENSIERI  »  CONTRO  IL  PADRE  39 

miglia,  u  Contento  la  mamma  con  l'indicarvi  il  suo  desi- 
derio »,  soggiungeva  timidamente  Monaldo  (19  giugno  1828), 
((  e  rimetto  il  resto  alla  vostra  prudenza  e  pieno  arbitrio  ». 
Una  volta  poi,  mentre  Giacomo  versava  nel  maggior  bisogno, 
la  Contessa  s'indusse  fino  a  mandarle  non  so  qual  regaluccio. 
E  il  figlio,  commosso,  scrive  alla  Paolina  (9  dicembre  1825): 

Ringrazia  tanto  e  poi  tanto  la  mamma  del  suo  caro  dono,  che  io 
conserverò  come  mia  reliquia,  e  dille  che  la  consolazione  di  vedere  il 
suo  carattere  per  me  è  stata  tanta  che  quasi  dubitavo  di  travedere. 

Giacomo  fu,  sino  all'ultimo,  inesorabile  col  padre.  E  nei 
Pensieri,  ch'egli  medesimo  ordinò  i,  il  II  e  il  CIV  suonano 
ancora  un  biasimo  feroce.  Il  II  comincia: 

Scorri  le  vite  degli  uomini  illustri,  e  se  guarderai  a  quelli  che  sono 
tali,  non  per  iscrivere,  ma  per  fare,  troverai  a  gran  fatica  pochissimi 
veramente  grandi,  ai  quali  non  sia  mancato  il  padre  nella  prima  età... 
La  potestà  paterna  appresso  tutte  le  nazioni  che  hanno  leggi,  porta 
seco  una  specie  di  schiavitù  de'  figliuoli;  che,  per  essere  domestica, 
è  più  stringente  e  più  sensibile  della  civile;  e  che,  comunque  possa 
essere  temperata  o  dalle  leggi  stesse,  o  dai  costumi  pubblici,  o  dalle 
qualità  particolari  delle  persone,  un  efletto  dannosissimo  non  manca 
mai  di  produrre:  e  questo  è  un  sentimento  che  l'uomo,  finché  ha  il 
padre  vivo,  porta  perpetuamente  nell'animo...  Dico  un  sentimento 
di  soggezione  e  di  dependenza,  e  di  non  essere  libero  signore  di  sé  me- 
desimo, anzi  di  non  essere,  per  dir  così,  una  persona  intera,  ma  una 
parte  e  un  membro  solamente,  e  di  appartenere  il  suo  nome  ad  altrui 
più  che  a  sé... 

Ed  è  anche  piti  acre  e  personale  il  CIV. 

L'educazione  che  ricevono,  specialmente  in  Italia,  quelli  che  sono 
educati  (che  a  dir  vero,  non  sono  molti),  è  un  formale  tradimento  or- 
dinato dalla  debolezza  contro  la  forza,  dalla  vecchiezza  contro  la  gio- 
ventù. I  vecchi  vengono  a  dire  ai  giovani:  fuggite  i  piaceri  propri  della 
vostra  età,  perchè  tutti  sono  pericolosi  e  contrari  ai  buoni  costumi. 
e  perchè  noi  che  ne  abbiamo  presi  quanti  più  abbiamo  potuto,  e  che 
ancora,  se  potessimo,  ne  prenderemmo  altrettanti,  non  ci  siamo  più 
atti,  a  causa  degli  anni.  Non  vi  curate  di  vivere  oggi;  ma  siate  ubbi- 
dienti, sofferite,  e  affaticatevi  quanto  più  sapete,  per  vivere  quando 
non  sarete  più  a  tempo.  Saviezza  e  onestà  vogliono  che  il  giovane  si 
astenga  quanto  è  possibile  dal  far  uso  della  gioventù,  eccetto  per  su- 


^  Cfr.  F.  1*.  Lurso,  .Sui  Pensieri  di  G.  L.,  n'&lla  «  Rassegna  Nazio- 
nale »,  Firenze,  1°  maggio  1899. 


40  LA   VITA    DEL    POETA 


perare  ^li  altri  nelle  fatiche.  Della  vostra  sorte  e  di  ogni  cosa  impor- 
tante lasciate  la  cura  a  noi,  che  indirizzeremo  il  tutto  all'utile  vostro. 
Tutto  il  contrario  di  queste  cose  ha  fatto  ognuno  di  noi  alla  vostra 
età,  e  ritornerebbe  a  fare  se  ringiovanisse:  ma  voi  guardate  alle  nostre 
parole,  e  non  ai  nostri  fatti  passati,  né  alle  nostre  intenzioni.  Cosi  fa- 
cendo, credete  a  noi  conoscenti  ed  esperti  delle  cose  umane,  che  voi 
sarete  felici.  Io  non  so  che  cosa  sia  inganno  e  fraude,  se  non  è  il  pro- 
mettere felicità  agl'inesperti  sotto  tali  condizioni.  —  L'interesse  della 
tranquillità  comune,  domestica  e  pubblica,  è  contrario  ai  piaceri  ed 
alle  imprese  dei  giovani;  e  perciò  anche  l'educazione  buona,  o  così 
chiamata,  consiste  in  gran  parte  nell'ingannare  gli  allievi,  acciocché 
pospongano  il  comodo  proprio  all'altrui...  Più  notabile  é,  che  mai 
padre  né  madre,  non  che  altro  istitutore,  non  senti  rimordere  la  co- 
scienza di  dare  ai  figliuoli  un'educazione  che  muove  da  un  principio 
cosi  maligno...  —  Frutto  di  tale  coltura  malefica,  o  intenta  al  profitto 
del  cultore  con  rovina  della  pianta,  si  é,  o  che  gli  alunni,  vissuti  da 
vecchi  nell'età  florida,  si  rendono  ridicoli  e  infelici  in  vecchiezza,  vo- 
lendo vivere  da  giovani;  ovvero,  come  accade  più  spesso,  che  la  na- 
tura vince,  e  che  i  giovani,  vivendo  da  giovani  in  dispetto  dell'edu- 
cazione, si  fanno  ribelli  agli  educatori,  i  quali  se  avessero  favorito 
l'uso  e  il  godimento  delle  loro  facoltà  giovanili,  avrebbero  potuto  re- 
golarlo, mediante  la  confidenza  degli  allievi,  che  non  avrebbero  mai 
perduta. 

Qui  è  anche  implicito  un  biasimo  per  la  madre;  ma  di- 
rettamente ed  esplicitamente  Giacomo  si  guardò  bene  dal 
prenderla  mai  di  mira.  Xelle  opere  a  stampa,  dico;  che  in 
quel  preziosissimo  suo  Zibaldone,  venuto  alla  luce  solo  di 
recente,  si  è  poi  trovata  questa  pagina,  che  rattrista.  La 
signora  Adelaide  vi  è  ritratta  al  vivo,  in  tutta  la  rigidità  e 
glacialità  delle  sue  forme  disseccate.  Porta  la  data  del  25 
novembre  1820. 

Io  ho  conosciuto  intimamente  una  madre  di  famiglia  che  non  era 
punto  superstiziosa,  ma  saldissima  ed  esattissima  nella  credenza  cri- 
stiana e  negli  esercizi, della  religione.  Questa  non  solamente  non  com- 
piangeva quei  genitori  che  perdevano  i  loro  figli  bambini,  ma  gl'lnvi- 
diava  intimamente  e  sinceramente,  perchè  questi  eran  volati  al  para- 
diso senza  pericoli  e  avean  liberato  i  genitori  dall'incomodo  di  man- 
tenerli. Trovandosi  più  volte  in  pericolo  di  perdere  i  suoi  figli  nella 
stessa  età,  non  pregava  Dio  che  li  facesse  morii-e,  perchè  la  religione 
non  lo  permette,  ma  gioiva  cordialmente;  e  vedendo  piangere  o  af- 
fìiggtjrsi  il  marito,  si  rannicchiava  in  sé  stessa  e  provava  un  vero  e 
sensibile  dispetto.  Era  esattissima  negli  uflBzi  che  rendeva  a  quei  po- 
veri malati,  ma  nel  fondo  dell'anima  desiderava  che  fossero  inutili, 
ed  arrivò  a  confessare  che  il  solo  timore  che  provava  nell'interrogare 


LA   MORTE    DEL   FRATELLO    LUIGI  41 

o  consultare  i  medici  era  di  sentirne  opinioni  o  ragguagli  di  migliora- 
mento. Vedendo  ne'  malati  qualche  segno  di  morte  vicina,  sentiva  una 
gioia  profonda,  che  si  sforzava  di  dissimulare  solamente  con  quelli  che 
la  condannavano;  e  il  giorno  della  loro  morte,  se  accadeva,  era  per  lei 
un  giorno  allegro  ed  ameno,  né  sapeva  comprendere  come  il  marito 
fosse  si  poco  savio  da  attristarsene. 

Il  qiial  marito,  nella  trepidazione  per  la  malattia  d'uno 
dei  figliuoli  e  poi  nell'angoscia  per  averlo  perduto,  era  ca- 
pace di  scriver  frasi  come  queste: 

...  Piaccia  al  Signore  di  accordare  un  esito  uguale  [lieto  e  sollecito] 
alla  malattia  di  Luigi,  la  quale  mi  dà  infinita  pena,  perchè  di  petto,  e 
finora  resistente  ai  rimedi.  Sapete  quanto  amo  tutti  voi,  e  quanto  mi 
trafigge  ogni  vostro  male  e  pericolo;  ma  Iddio  che  vede  il  mio  cuore, 
non  lo  lascerà  senza  consolazione.  (2  maggio  1828). 

Il  giorno  della  Santa  Croce  fu  quello,  in  cui  si  vide  che  la  perdita 
era  irreparabile,  e  il  giorno  seguente,  in  cui  quest'anno  per  essere  do- 
menica avevamo  trasferita  la  festa,  fu  quello  in  cui  si  spezzò  la  corona 
delle  giovani  olive,  che  erano  l'allegrezza  e  decoro  della  mia  mensa; 
in  cui  l'angelo  della  morte  passò  sopra  la  nostra  casa,  inalberandoci 
lo  stendardo  del  pianto,  e  in  cui  rimasi  per  sempre  desolatissimo  padre. 
Giacomo,  figlio  mio,  voi  sapete  quanto  sia  sviscerato  il  mio  amore  per 
tutti  voi  miei  figli,  e  potete  immaginare  una  parte  del  mio  immenso 
cordoglio.  Il  mio  cuore  non  trova  pace,  non  distinguo  più  i  giorni  dalle 
notti,  le  lagrime  mi  hanno  affievolita  la  vista,  et  noluit  consolari  quia 
non  sunt...  ^.  Lascio,  perchè  il  mio  cuore  si  spezza.  Forse  non  dovevo 
ferire  il  vostro,  ma  non  ricuserete  di  unire  le  vostre  lagrime  a  quel 
mare  di  dolore  e  di  pianto,  in  cui  siamo  stati  e  siamo  immersi.  Non 
vi  dirò  niente  di  vostra  madre.  Nulladimeno,  grazie  a  Dio,  sta  piuttosto 
bene.  (16  maggio). 

Questa  mattma  ricevo  la  carissima  delli  2'i,  e  ne  sento  molto  con- 
forto. Il  mio  cuore  ne  è  bisognoso  all'estremo,  e  l'arrecarmelo  è  un 
atto  di  vera  pietà.  Il  gran  colpo,  con  cui  il  Signoi'e  ha  voluto  visitarci, 
mi  ha  sbalordito,  e  non  so  se  io  penso  o  vaneggio.  Sapevo  che  vive- 
vamo in  una  valle  di  pianto,  ma  in  verità  non  credevo  che  i  poveri 
figli  di  Adamo  fossero  capaci  di  tanto  dolore.  Voi,  Giacomo  mio,  pian- 
gerete un  giorno  per  la  morte  dei  vostri  genitori,  ma  la  previdenza  di 
queste  lagrime  le  renderà  meno  inconsolabili.  Quelle  però  di  un  padre 
per  là  morte  di  un  figlio  sono  imprevedute,  terribili,  inesaxaste,  e  lo 
accompagneranno  al  sepolcro.  Soltanto  i  figli  che  restano  possono  in- 
fondere qualche  balsamo  in  questo  mare  di  amarezza;  e  voi  lo  fate 
caramente  con  l'amorosa  e  pietosissima  vostra,  che  ho  già  letta  più 
volte  e  baciata  con  tenerezza.  Iddio  ve  ne  benedica!...  Il  rivedervi  mi 


1  Matth.  II,  18:  «  Rachel  plorans  filios  suos,  et  noluit. 


42  LA    VITA    DEL    POET. 


sarà  dolcissimo,  anzi  vi  diro  in  verità  che  il  mio  cuore  non  sa  preve- 
dere un  momento  d'ilarità,  se  non  attraverso  di  questi  me.=i  che  deb- 
bono tuttora  separarci.  NuUadimeno  non  anticipate  e  non  precipitate 
le  vostre  mosse,  e  fate  che  io  vi  riveda  sano,  come  dite  di  stare  adesso 
con  mia  somma  consolazione...  Tutti  vi  abbracciano  e  vi  accarezzano. 
Non  dubitate,  ficrlio  mio,  che  il  mio  cuore,  quantunque  ferito  acerba- 
mente e  insanabilmente,  sia  chiuso  ad  ogni  altro  sentimento  fuori  che 
al  suo  immenso  dolore.  Pur  troppo  è  spezzato  per  sempre  il  bel  serto 
della  mia  gloria,  ma  sento  tutto  il  prezzo  delle  gemme  che  me  ne  re- 
stano. (1"  giugno). 

E  torniamo,  per  poco  ancora,  a  quella  tal  «^  madre  di 
famiglia  »  conosciuta  «  intimamente  )>  dal  poeta;  da  quel  po- 
vero poeta,  che  doveva  conìondere  i  suoi  coi  lamenti  di  SafTo, 
e  piangere  con  lei  i  danni  del  «  disadorno  ammanto  ».  Che 
prò  se,  mentre  gli  altri  spregiavano  il  suo  «  aspetto  misera- 
bile »,  la  madre  —  crudele  ironia  del  caso  I  —  ringraziasse 
Dio  di  quella  deformità  onde  aveva  deturpato  e  guasto  il 
frutto  delle  sue  viscere,  e  rèsolo  perciò  meno  esposto  alle 
tentazioni  mondane  ? 

Considerava  la  bellezza  come  una  vera  disgrazia,  e  vedendo  i  suoi 
figli  brutti  o  deformi  ne  ringraziava  Dio,  non  per  eroismo,  ma  di  tutta 
voglia.  Non  procurava  in  nessun  modo  di  aiutarli  a  nascondere  i  loro 
difetti,  anzi  pretendeva  che  in  vista  di  essi  rinunziassero  intieramente 
alla  vita  nella  loro  prima  gioventù:  se  resistevano,  se  cercavano  il  con- 
trario, se  vi  riuscivano  in  qualche  minima  parte,  n'era  indispettita, 
scemava  quanto  poteva  colle  parole  e  coll'opinion  sua  i  loro  successi 
(tanto  de'  brutti  quanto  de'  belli,  perchè  n'ebbe  molti),  e  non  lasciava 
passare,  anzi  cercava  studiosamente  l'occasione  di  rinfacciar  loro  e  far 
loro  ben  conoscere  i  loro  difetti  e  le  conseguenze  che  ne  dovevano 
aspettare,  e  persuaderli  della  loro  inevitabile  miseria,  con  una  veracità 
spietata  e  feroce.  Sentiva  i  cattivi  successi  de'  suoi  figli  in  questo  o 
simili  particolari  con  vera  consolazione,  e  si  tratteneva  di  preferenz^ 
con  loro  sopra  di  ciò  che  aveva  sentito  in  loro  disfavore.  Tutto  questo 
per  liberarli  dai  pericoli  dell'anima;  e  nello  stesso  modo  si  regolava 
in  tutto  quello  che  spetta  all'ediicazione  dei  figli,  al  produrli  nel  mondo. 
al  collocarli,  ai  mezzi  tutti  di  felicità  temporale. 

Questa  dipintura  fredda  e  spietata  ci  fa  ribollire  nel 
cuore  tutte  le  imprecazioni  piii  terribili  dei  Canti;  e  pensiamo 
con  nuovo  raccapriccio  quale  inferno  moiale  dovesse  essere 
per  l'infelicissimo  e  appassiouatissimo  Giacomo  quella  casa 
patrizia,  dove  imjjerava  inesorabile  una  tal  donna,  che  ci  ri- 


IL       PENSIERO  0    CIRCA    LA    MADRE  4.3 

pugna  chiamar  madre  ^.  E  Giacomo  non  è  il  solo  accusa- 
tore, come  non  era  runica  vittima.  La  soave  Paolina  così 
deponeva  contro  la  rigida  tiranna;  in  un'altra  delle  sue  let- 
tere alle  amiche  Brighenti: 

Marna  è  una  persona  ultrarigorista,  un  vero  eccesso  di  perfezione 
cristiana,  la  quale  non  potete  immaginarvi  quanta  dose  di  severità 
metta  in  tutti  i  dettagli  della  vita  domestica.  Veramente  ottima  donna 
ed  esemplarissima,  si  è  fatta  delle  regole  di  austerità  assolutamente 
impraticabili,  e  si  è  imposti  dei  doveri  verso  i  figli  che  non  riescono 
loro  punto  comodi. 

E  qualche  anno  piìi  tardi,  continuava,  associando  pieto- 
samente alle  vittime  anche  quel  disgraziato  di  Monaldo: 

Papà  è  buonissimo,  di  ottimo  cuore,  e  ci  vuole  molto  bene:  ma  gli 
manca  il  coraggio  di  affrontare  il  ìnuso  di  marna  anche  per  una  cosa 
lievissima,  mentre  ha  quello  di  affrontare  il  nostro  assai  spesso...  Ma- 
rianna mia,  non  se  ne  può  più  affatto  affatto.  Io  vorrei  che  tu  potessi 
stare  vm.  giorno  solo  in  casa  mia,  per  prendere  un'idea  del  comesi  possa 
vivere  senza  vita,  senza  anima,  senza  corpo  I 

Giacomo,  il  tenero  cantore  di  Xerina  e  di  Silvia,  di  co- 
deste fanciulle  «  tenerelle  »  strappate  alla  sua  innocente  con- 
templazione «  pria  che  l'erbe  inaridisse  il  verno  »,  combattute 
e  vinte  a  da  chiuso  morbo  »,  ha  ancora  qualcosa  da  dire  su 
quella  tal  madre  di  famiglia. 

Sentiva  infinita  compassione  per  li  peccatori,  ma  pochissima  per 
le  sventure  corporali  o  temporali,  eccetto  se  la  natura  talvolta  la  vin- 
ceva. Le  malattie,  le  morti  le  più  compassionevoli  de'  giovanetti  estinti 
nel  fior  dell'età,  fra  le  più  belle  speranze,  col  maggior  danno  delle  fa- 
miglie o  del  pubblico  ecc.,  non  la  toccavano  in  verun  modo.  Perchè 
diceva  che  non  importa  l'età  della  morte,  ma  il  modo  :  e  perciò  soleva 
sempre  informarsi  curiosamente  se  erano  morti  bene  secondo  la  reli- 
gione, o,  quando  erano  malati,  se  mostravano  rassegnazione  ecc.  E 
parlava  di  queste  disgrazie  con  mia  freddezza  marmorea. 


*  Tra  gli  Appunti  e  ricordi  del  1819,  i  quali,  come  ha  ben  dimostrato 
Angelo  Moxteverdi  (Giomnle  Storico  della  h-tt.  itcd.,  LIV.  irìl  ss.). 
non  sono  se  non  l'abbozzo  d'un  romanzo  autobiografico  che  avrebbe 
avuto  per  titolo  J'ita  di  Silvio,  o  Lorenzo,  Sarno,  è  pur  questo  spunto: 
a  Pianto  e  malinconia  per  esser  uomo,  tenuto  e  proposto  da  mia  madre 
per  matto  ».  Scritti  vari  inediti,  p.  273. 


44  LA    VITA    DEL    POETA 

Quando,  nel  1847,  uno  dei  tanti  ammiratori  del  sommo 
poeta  si  recò  in  pellegrinaggio  a  Recanati  per  visitarne  la 
casa,  nella  camera  dovegli  era  nato,  «  innanzi  un  gran 
letto»,  vide  «ritta  in  piedi  la  madre  sua:  maestosa  della 
persona,  austera,  coi  capelli  candidissimi  ».  Il  visitatore  pro- 
ruppe: «Benedetta  colei  die  'n  te  s'incinse!».  Ma  la  ma- 
trona 'non  die  segno  di  commozione.  <(  Soltanto,  levando  gli 
occhi  al  cielo,  esclamò:  Che  Dio  gli  perdoni!  »  i.  Avesse  al- 
meno detto:  Che  Dio  gli  abbia  perdonato!  «  Quell'altra  vit- 
tima, Paolina,  quando  novella  gli  giunse  che  le  era  morto 
il  fratello  grande  e  infelice,  segnò  nelle  sue  note  il  funereo 
giorno,  aggiungendo  sotto:  Addio,  Giacomino  mio:  ci  rive- 
dremo in  paradiso  !  »  ^. 


1  F.  Zamboxi,  Roma  nel  Mille,  Firenze  1875,  p.  408. 

"  Carducci,  Degli  sjììrUi  e  delle  forme  nella  poesia  di  G.  L.,  p.  30 . 
—  Può  qui  trovar  posto  il  curioso  e  caratteristico  aneddoto  raccon- 
tato dal  D'Ovidio  (nel  «Corriere  della  sera  »  del  12-1.3  gennaio  1898) 
"  Il  mio  rimpianto  amico  Ippolito  Amicarelli  <>,  ecrli  narra  (l'ottimo 
Amicarelli,  che  finì  preside  del  r.  Liceo  Vittorio  Emanuele  di  Napoli, 
è  l'autore  del  libro  Della  lingua  e  dello  stile  italiano;  intorno  a  lui  è  da 
vedere  il  saggio  del  D'Ovidio  medesLoio,  nei  i?impì'a7i^i,  Palermo,  Sandron, 
1903,  p.  201  ss.\  «che  fu  deputato  per  la  sua  nativa  Agnone  al  primo 
Parlamento  italiano,  viaggiando  una  volta  nell'Italia  centrale  si  trovò 
per  un  tratto  di  ferrovia  da  solo  a  solo  con  una  signora  attempata. 
Attaccarono  discorso.  La  signora  disse  esser  di  Recanati;  egli  cominciò 
a  tempestarla  di  domande  circa  il  Leopardi,  le  chiese  delia  sorella  Pao- 
lina. La  Paolina,  che  era  proprio  lei,  e  in  quello  scompartimento  era 
salita  appunto  perchè  ci  aveva  visto  lui  prete,  commossa  a  quelle  do- 
mande e  scorgendo  la  commozione  del  suo  interlocutore,  gli  chiese 
subito  se  a  parer  suo  Giacomino  fosse  potuto  andare  in  i)aradiso.  L 'Ami- 
carelli  che,  patriotta  ardente,  era  però  insieme  credente  sincero  e  assai 
più  fervido  che  generalmente  non  paresse,  si  trovava  d'essersi  posto 
tante  volte  anche  lui  quel  problema;  poiché  del  Leopardi  era,  non  oc- 
corre dirlo,  ammiratore  grande,  e  non  lo  leggeva  né  vi  pensava  mai 
senza  lacrime.  Fattagli  ora  quella  domanda,  e  da  quella  Paolina  lun- 
gamente cara  a  lui  di  riverbero  come  a  tutti  i  lettori  del  Leopardi,  e 
conosciuta  li  per  lì  la  prima  volta  e  quasi  ingenuamente  supplicante 
da  lui  la  celeste  beatitudine  del  fratello  adorato,  si  sentì  nell'animo 
una  persuasione  più  chiara,  una  speranza  più  sicura  che  non  avesse 
mai  avuta,  e  con  focosa  parola  dimostrò,  spiegò,  assicurò  in  quattr'e 
quattr'otto  che  il  povero  Giacomo  era  andato  in  paradiso  di  volo:  con 
tutte  le  scarpe,  come  diciam  noi  Meridionali.  La  Paolina  si  stemperò 


LO    «SPETTATORE»   DI   MILANO  45 


VII. 


Il  Leopardi  e  io  «  Spettatore  ».  — •  Il  saggio  di  traduzione 
delV'i  Odissea  »  e  delVa  Eneide.)^.  —  Le  prime  lettere  al 
Mai,  al'  Monti  e  al  Giordani.  — ■  La  genesi  delV ammi- 
razione e  delV amicizia  pel  Giordani,  prima  antora  di 
conoscerlo  di  persona. 


Non  intendo  di  rifar  passo  per  passo  la  storia  di  quella 
fanciullezza  impaziente  e  di  quella  giovinezza  sconsolata. 
Qualcosa  di  più  particolare  dovrò  dirne  illustrando  le  poesie, 
che  son  come  maravigliosi  e  fragranti  fiori  di  passione  sboc- 
ciati neirinamabile  deserto.  Qui  mi  contenterò  di  un  rapido 
cenno,  avendo  soprattutto  a  guida  V Epistolario,  eh' è  di 
per  sé  stesso  uno  squisito  romanzo  psicologico  ^. 

Durante  la  luminosa  meteora  del  Regno  Italico,  Milano 
era  cominciata  a  essere  quel  che  poi.  con  denominazione  non 
iscevra  d'alterigia,  è  stata  detta  la  capitale  morale  d'Italia. 
Certo,  come  asseriva  il  Giordani  (in  una  lettera  al  Leopardi 
del  10  giugno  1817),  «  qui  gli  uomini  sono  come  altrove. 
Quelli  che  più  potrebbero  e  dovrebbero  leggere,  i  nobili  e  i 
preti,  sono  in  Lombardia  come  nella  Marca  e  in  tutto  il 
mondo.  Poco  si  legge;  e  quel  poco,  di  frivolezze».  Ma  in- 


in  pianto,  e  per  gratitudine  a  quella  sommaria  sentenza  di  canoniz- 
zazione si  fece  a  forza  promettere  dall'Amicarelli  una  visita  a  Recanati. 
La  promessa,  com'egli  soleva  fare  di  tutte  quelle  di  simil  genere,  non 
ja  mantenne;  ma  nemmeno,  credo,  avrebbe  mantenuti  tutti  gli  argo- 
menti che,  nell'impeto  di  una  duplice  compassione,  aveva  snocciolati 
con  opportuna  facilità  a  quella  nobile  donna,  a  cui  toccò  il  singoiar 
destino,  come  d'esser  celebre  per  nozze  che  non  ebbero  mai  luogo,  così 
di  rimaner  a  struggersi  per  la  memoria  d'un  fratello  di  cui  aveva  in 
tanto  orrore  le  dottrine  ->. 

^  Con  brani  di  lettere  appunto  già  i  professori  G.  Piergili  e  C.  An- 
novi  son  riusciti  a  mettere  insieme,  l'uno  la  Vita  di  G.  L.  scritta  da 
esso,  Firenze,  Sansoni,  1899;  l'altro,  una  Biografia  di  G.  L.,  Per  la  storia 
di  un'anima.  Città  di  Castello,  Lapi.  1898. 


4fì  LA    VITA    DEL    POETA 

somma  fra  i  tigli  dei  boschetti  siibiirbani  ancor  fremevano 
le  note  argute  del  cantore  del  Giorno  ;  e  Ugo  Foscolo  veniva 
ad  ispirarvisi,  e  cospirava  una  patria,  con  versi  e  con  prose 
che  suscitavano  incendii,  Vincenzo  Monti,  reputato  principe 
dei  letterati  viventi,  e  Pietro  Giordani,  Angelo  Mai,  Silvio 
Pellico,  Giovanni  Berchet,  avevano  fissata  la  loro  dimora 
qui,  dove,  tra  1" altro,  fiorivano  due  Riviste,  lo  Spettatore  e  la 
Biblioteca  Italiana,  che  raccoglievano,  insieme  con  parecchia 
borra,  pur  quel  po'  di  buono  che  si  producesse  tra  noi  nel 
campo  delle  lettere  e  delle  scienze  morali.  E  qui,  in  un  con- 
ciliabolo di  pochi  ma  baldi  novatori,  maturava  quel  perio- 
dico battagliero  che  fu  chiamato  11  Conciliatore;  e  nella  fe- 
conda quiete  degli  studi  e  della  felicità  domestica,  maturava 
la  gloria  di  Alessandro  Manzoni. 

Editore  dello  Spettatore  era  il  libraio  Antonio  Fortunato 
Stella,  che^aveva  la  sua  casa  e  il  suo  negozio  nelle  viuzze, 
ora  distrutte,  attorno  a  Santa  Margherita.  Il  conte  Monaldo, 
fin  dai  primi  giorni  del  1816,  aveva  fatto  capo  a  lui  per 
l'acquisto  di  libri  moderni  e  per  1" abbonamento  a  qualche 
Rivista  italiana  e  straniera.  E  subito,  nel  febbraio  dell'anno 
stesso,  gii  aveva  offerta  la  stampa  di  due  opere  del  suo  pre- 
cocissimo figliuolo:  il  Saggio  sugli  errori  popolari  degli  an- 
tichi e  il  Discorso  sopjra  la  vita  e  le  opere  di  M.  Cornelio  Fron- 
tone, col  volgarizzamento  degli  scritti  testé  pubblicatine 
dal  dottor  Angelo  Mai,  della  Biblioteca  Ambrosiana.  Lo 
Stella  diede  da  esaminare  al  Mai  il  Discorso,  che  gli  era  de- 
dicato, e  mise  il  Saggio  in  quarantena;  ma  intanto  esortò 
l'erudito  novellino  a  mandargli  qualcosa  di  piìi  spiccio  o 
acconcio  per  la  Rivista.  Nell'agosto  poi.  compiendo  un 
viaggio  per  l'Italia  centrale,  capitò  a  Recanati,  ospite  desi- 
derato e  festeggiato  del  conte  Monaldo;  e  portò  a  Giacomo 
una  lettera  del  Mai,  il  quale  con  belle  parole  lo  consigliava 
di  rimandare  a  miglior  tempo  la  stampa  del  Frontone.  11  gio 
vanetto,  se  da  un  lato  rimase  compiaciuto  dell'interessa- 
mento d'un  tanto  uomo,  dall'altro  capì  il  latino;  e  riscri- 
vendo pili  tardi  (21  febbraio  1817)  al  Mai,  gli  dichiarò  che 
oramai  anche  a  lui  quel  lavoro  pareva  «  indegno  di  veder 
la  luce  '),  e  lo  condannava  perciò  a  starsene  «  in  tenebre  eter- 
namente ». 


LE  TRADUZIONI  DALL"     ODISSEA  »  E  DALL' <  ENEIDE  »       47 

Nei  pochi  giorni  che  lo  Stella  rimase  a  Eecaiiati,  1" autore 
e-sordieiite  ebbe  modo  di  meglio  amiodare  con  lui  quei  rap- 
porti di  amicizia,  che  gli  valsero  poi  a  farsi  conoscere,  che 
voleva  dire  ammirare  e  amare,  fuori  del  guscio,  e  da  chi 
meglio  ambiva.  Nei  quaderni  del  30  giugna  e  del  lo  luglio 
dello  Sj^eitaiore  era  stato  pubblicato  il  suo  Saggio  di  tradu- 
zione dell'Odissea;  ed  egli,  in  un  breve  proemio,  era  uscito 
in  questa  audace  quanto  ingenua  dichiarazione: 

M'inginocchio  innanzi  a  tutti  i  letterati  d'Italia  per  supplicarli  a 
comunicarmi  il  loro  parere  sopra  questo  Saggio,  pubblicamente  o  pri- 
vatamente, come  piacerà  loro,  quando  non  mi  credano  affatto  indegno 
delle  loro  ammonizioni.  Deh  1  possano  essi  parlarmi  schiettamente,  e 
risparmiarmi  una  fatica  inutile,  se  questo  Saggio  non  può  esser  lodato 
con  sincerità. 

Oh  SÌ  che  i  letterati  d'Italia  avean  tempo  e  voglia  di  ba- 
dare a  uno  sconosciuto,  supplicante  in  ginocchio  I  Solo  un 
anonimo,  in  un  successivo  quaderno  della  stessa  Eivista.  si 
degnò  di  fare  una  scortese  e  sgarbata  allusione  a  quella  cu- 
riosa prefazione  e  a  quella  versione  alquanto  lambiccata  ^. 
Il  giovanetto  rimase,  e  si  capisce,  ugualmente  scontento  e 
del  silenzio  dei  pezzi  grossi  e  del  latrato  del  botolo.  E  per 
costringere  i  primi  a  dargli  retta,  e  anche  pel  gu^to  di  dare 
una  ceffatina  al  secondo,  pregò  lo  Stella  di  stampargli  in 
un  opuscolo  un  altro  diverso  saggio  di  traduzione,  quello 
del  libro  secondo  dell'Eneide.  Xell'epistola  al  lettore,  molto 
compassata  e  affettata  nello  stile  e  neUa  lingua,  che  Tanno 
dopo  ebbe  a  ripudiare  come  «  stentatissima  »,  dichiarava,  tra 
lo  sconforto  e  la  rassegnazione,  a  proposito  del  primo  saggio: 

...  E  malgrado  del  mio  inginocchiarmi  innanzi  ai  letterati,  e  del- 
l'usare a  bello  studio  maniere  un  po'  stravaganti,  a  pregarli  che  lor 
piacesse  dirmi  se  utile  o  inutil  cosa  farei  mandando  l'opera  innanzi, 
non  altro  ho  potuto  saperne,  se  non  che  quello  inginocchiarmi  è  pa- 
ruto  strano  (ed  io  avea  voluto  che  il  fosse)...;  e  converrà,  se  pur  dili- 
bererò di  tradur  rOdisseci,  che  ne  giudichi  per  me,  e  cori'a  il  rischio 
che  avrei  vohito  causare  di  gittar  la  fatica. 


'  In  un  articolo  che  concerneva  <  un  poema  epico  di  argomento 
moderno  ".  Essendo  contrassegnato  con  le  iniziali  F.  C,  il  Leopardi 
lo  suppose  scritto  dal  conte  Francesco  Cassi  suo  ciigino;  ma  dovette 
ricredersi.  Vedi  lettere  del  18  aprile  e  del  5  maggio  1817. 


48  LA    VITA    DEL    POETA 

Ma  a  buon  conto,  dell""  opeiicciuola  «  fece  pervenire  un 
esemplare  al  Mai,  uno  al  Monti  e  un  terzo  al  Giordani,  scri- 
vendo a  ciascuno  di  essi  una  letterina  di  presentazione,  nello 
stesso  giorno,  21  febbraio  1817.  Al  Mai  diceva: 

Non  presumo  che  la  legga,  che  sarebbe  dargliela  ad  usura,  ma  solo 
che  la  serbi  a  memoria  non  affatto  sgradita  del  suo  devotissimo  obbe- 
dientissimo  servitore. 

E  al  Monti: 

Non  La  prego  che  legga  il  mio  libro,  ma  che  non  lo  rifiuti;  ed,  ac- 
cettandolo, mi  faccia  chiaro  che  Ella  non  si  tiene  offeso  del  mio  ar- 
dimento, con  che  verrà  a  cavai*mi  di  grande  ansietà. 

E  al  Giordani: 

E  per  prima  cosa  La  prego  caldissimamente  che  mi  perdoni  l'au- 
dacia di  scriverle  il  primo  e  d'aggiugnerle  il  carico  d'un  libro,  né  vo- 
glia punirmene  con  recarsela  ad  ollesa.  Il  libro  stesso,  mostrandole  la 
mia  miseria,  mi  putìirà.  Tolga  Iddio  ch'io  Le  ricerchi  il  suo  giudizio 
su  di  esso.  Ben  Le  dico  quanto  si  può  sinceramente  quello  che  già  Le 
sarà  notissimo  avvenire  come  a  me  a  molti  altri,  che  io,  sapendo  sopra 
qualunque  opera  letteraria  il  parere  anco  di  venti  letterati,  fo  conto 
di  non  saper  nulla  quando  non  so  il  suo. 

Il  Mai  deve  avergli  risposto  con  vacui  complimenti.  Il 
Monti  invece,  insieme  coi  complimenti,  gli  lece  qualche  ap- 
punto, che  a  Giacomo  riuscì  u  carissimo  »  com'era  stato 
«  de«ideratissimo  ».  Ma  chi  fece  di  più  e  di  meglio  fu  T ot- 
timo Giordani.  Il  quale  rispose  una  prima  volta,  il  5  marzo, 
senza  che  ancora  avesse  ricevuto  l'opuscolo,  per  dichiarare 
allo   sconosciuto   «signor   conte»: 

V.  S.  non  abbisogna  delle  mie  lodi;  né  potrebbe  farne  gran  conto. 
Nondimeno  io  voglio  congratularmi  seco,  e  coll'Italia,  che  V.  S.  con 
cotanto  amore  eserciti  i  buoni  studi:  de'  quali  io  tengo  che  non  po- 
tranno mai  prosperare  ed  essere  pubblicamente  utili,  se  non  quando 
saranno  amati  e  praticati  dalla  nobiltà.  V.  S.  dà  un  bello  e  necessario 
esempio:  ed  io  La  riverisco  e  L'amo  e  La  ringrazio  per  ciò. 

E  riscrisse  subito  il  12  marzo,  con  commovente  e  premurosa 
cordialità,  al  "  signor  contino  >: 

Non  si  meravigli  di  ricevere  cosi  presto  una  mia  seconda  lettera. 
Quando  ebbi  la  sua  gentilissima  del  21  febbraio,  sapevo  ch'Ella  era  un 


LE   PRIME   LETTERE   DEL   GIORDANI  49 


signore,  d'ingegno  e  di  studi  raro;  ma  non  sapevo  la  sua  età...  Mag- 
gior consolazione  ricevo  da  quello  cke  riconosco  di  pubblico  bene  nel- 
l'essere in  si  pociii  anni  venuto  a  si  aito  segno  di  sapere  un  signore 
come  Lei.  Di  questo  voglio  con  tutto  il  cuore  ringraziarla,  e  pregarla 
instantemente  clie  prosiegua;  aniinanaosi  a  ciò  da  un  pensiero  ch'io 
non  so  se  finora  sarà  stato  avvertito  da  Lei,  e  che  a  me  giace  in  mente 
dacché  ho  potuto  conoscere  il  fonao  delle  cose  umane.  Kila  veae  a  che 
stato  miserabile  sono  caauti  gii  stuai  nella  povera  Italia,  operare  che 
li  rialzi  11  favore  ae'  prmcipi  e  speranza  stoltissima  :  niente  il  vogliono  ; 
e  poco  ancora  ii  potrebbono.  La  sola  speranza  ragionevole  e  nella  nobiltà 
italiana,  be  in  ogni  parte  non  pocui  siguori  cosph'eranno  ad  abbrac- 
ciare con  torre  amore,  e  promuovere  lervorosahiente  gii  studi,  non 
pasceranno  quinaici  o  vent'anni  che  l'itaiia  ritornerà  granae  e  glo- 
l'iosa.  Mi  alletta  il  pensare  che  nel  novecento  il  conte  Leoparui  (che 
già  amoj  sarà  numerato  tra'  primi  che  alla  patria  ricuperarono  il  male 
peruuto  suo  onore.  Anch'iella  s'imbeva  ui  questo  pensiero;  e  Le  alle- 
viera  le  fatiche,  e  Le  auaoicira  le  amarezze  che  negli  stuai  anche  a' 
signori  (beiicne  meno  che  agii  altri)  si  attraversano. 

Come  dovevano  riuscii'  piene  d" insperata  letizia  queste 
magnamme  paiole  dell  ammirato  scrittore,  ali  animo  del 
noDiiissimo  giovanetto  assetaco  ai  gloria:  i:.  il  (.Tioraaui  con- 
tinuava: 

Ho  letto  il  Suo  libro:  e  non  gliene  dirò  nvilla  di  mio.  So  che  gliene 
hanno  scritto  aue  uomini  sommi,  e  miei  amicissimi.  Monti  e  Mai.  V.  S. 
dee  lor  creaere;  perche  sono  sinceri  quanto  son  granai;  e  parlando 
meco  dicon  ai  Lei  iorse  più  di  quello  che  scrivono:  e  certo  con  gran 
ragione.  E  io  vogUo  congratvdarini  seco  di  òue  cose,  che  mi  promet- 
tono che  V.  S.,  essendo  giunta. in  si  pochi  anni  a  tal  segno  che  mai 
forse  in  pari  età  non  fu  tocco  da  altro  ingegno,  sarà  ancora,  e  arriverà 
ad  altezza  aiìatto  sublime.  Ne  piglio  argomento  da  quel  caldo  amore 
che  vedo  in  Lei  per  gl'ingegni  granai,  che  oggidì  son  pochi;  e  mi  appa- 
risce da  ciò  ch'Ella  scrive  al  Monti  e  al  Mai,  degnissimi  d'esser  da  Lei 
tanto  riveriti,  e  di  tanto  amar  Lei.  In  secondo  luogo,  mi  rallegra  che 
V.  S.,  non  contenta  di  molto  leggere  i  classici,  anche  si  eserciti  a  tra- 
durne: esercizio  che  mi  pare  affatto  necessario  a  divenir  grande  scrit- 
tore, e  proprio  all'età  giovane:  onde  fa  pietà  il  povero  Altieri,  accorto- 
sene tardi,  e  postosi  di  cinquant'anni  a  quell'opera  che  sarebbegli 
stata  utilissima  trent'anni  innanzi...  E  saviamente  col  suo  maturo  giu- 
dizio lo  ha  presto  Inteso  V.  S.,  la  quale  Len  presto  sarà  un  onore  d'Italia; 
come  già  è  un  miracolo  di  Recanati. 

Xuovi  e  indiretti  e  più  graditi  elogi  del  Monti  e  del  Mai, 
del  maggior  poera  e  del  magiiiore  erudito  del  secolo  ;  un. 
paragone,  benché  di  sbieco,  di  lui  giovanetto  con  l'Alfìeri, 

4.  —  G.  Leopardi. 


50  LA   VITA    DEL    POETA 

cioè  col  maggior  poeta  d'Italia  dal  Tasso  iu  poi,  e  a  tutto  suo 
vantaggio  :  ma  che  cosa  insomma  di  più  e  di  meglio  avrebbe 
potuto  ambire  quell'erudito  e  poeta  novellino,  che  solo  ieri 
si  prostrava  in  ginocchio  dinanzi  alletterati  d'Italia,  implo- 
randone uno  sguardo  ?  Il  Giordani  toccava  poi  una  corda,  che 
noi  già  sappiamo  quale  simpatica  risonanza  risvegliasse  nel- 
l'animo di  Giacomo,  e  a  qual  triste  passo  lo  sospinse. 

Non  pensa  V.  S.  di  fare  per  l'Italia  un  giro,  per  conoscere  quel 
moltissimo  che  vi  è  di  cose  belle,  e  quei  poco  che  abbiamo  (ruomiai 
valenti  ?  Milano  ha  pure  il  Monti  e  il  Mai,  che  meriterebbero  anche 
assai  più  limgo  viaggio. 

Povero  Giacomo  I  Ei  ci  pensava,  e  come  I  Ma  non  ci  pen- 
sava suo  padre,  che  avrebbe  dovuto  dargli  il  modo  di  attuare 
il  suo  desiderio  I  Intanto,  si  affrettò  a  rispondere  (21  marzo): 

Che  io  veda  e  legga  i  caratteri  del  Giordani,  che  egli  scriva  a  me, 
che  io  possa  sperare  d'averlo  d'ora  innanzi  a  maestro,  sono  cose  che 
appena  posso  credere.  Xè  Ella  se  ne  maraviglierebbe,  se  sapesse  per 
quanto  tempo  e  con  quanto  amore  io  abbia  vagheggiata  questa  idea, 
perchè  le  cose  desideratissime  paiono  impossibili  quando  sono  presenti. 

E  poiché,  finalmente,  aveva  trovato  un  cuore  capace  di 
comprenderlo,  ei  cominciò  subito  a  versarci  dentro  tutta 
l'anima  sua.  Queste  prime  lettere  al  Giordani  sono  il  primo 
dei  capolavori  del  Leopardi:  son  pagine  autobiografiche, 
in  cui  lo  scrittore  scruta  e  rivela  sé  stesso  con  un  acume  e 
una  schiettezza  singolari;  in  cui  freme  ancora  e  palpita 
un'anima  giovanile  che  nello  ansie  e  nelle  angosce  proprie 
rispecchia  e  raffina  le  ansie  e  le  angosce  del  secolo.  Si  ca- 
pisce che  la  lieta  stagione,  in  cui  vissero  Metastasio  e  Goldoni, 
è  finita:  quei  tiepidi  giorni  e  quei  rosei  tramonti  han  dato 
luogo  alle  torve  bufere,  che  agitarono  variamente  la  vita 
dell" Alfieri  e  del  Foscolo,  del  Byron  e  del  Rousseau. 

Sennonché,  prima  di  riferirne  qualche  brano,  sarà  bene 
sentir  narrare  da  Giacomo  medesimo  come  e  perchè  egU  con- 
cepisse tanta  stima  pel  Giordani,  e  si  mostrasse  così  preso 
di  lui  «  come  per  fama  uom  s'innamora  ».  Il  buon  piacentino 
insistette  per  saperlo;  che,  avrà  pensato,  in  un  giovane  è 
spiegabile  una  sì  focosa  aminiiazione  per  un  poeta  come  il 


CO^JE    GIACOMI  O    CONOBBE   IL   CIORDAKI  51 

Monti  e  per  un  erudito  come  il  Mai,  imi,  modestia  a  parte, 
«  Io  uou  Enea,  io  non  Paolo  sono  !  ».  E  il  Leopardi  finì  col- 
raccontentailo  (30  aprile   1817). 

11  povero  marchese  Beuedetto  Mosca  (il  quale  so  che  Ella  amava), 
cugino  carnale  di  mio  padre,  venne  un  giorno  a  fare  una  visita  di  sfug- 
gita ai  suoi  parenti,  e  quell'unica  volta  noi  due  parlammo  insieme; 
dico  parlammo,  perchè  quando  io  era  piccino  ed  egli  fanciullo,  ave- 
vamo bamboleggiato  insieme  qui  in  Recanati  per  molto  tempo,  ed  al- 
lora io  gli  avrò  cinguettato.  Dopo  non  l'ho  veduto  più;  ma  so  che  m'a- 
mava e  voleva  rivedermi,  e  forse  presto  ci  saremmo  riveduti,  per  let- 
tere certamente,  perchè  io  appunto  ne  preparava  ima  per  lui  che  sa- 
rebbe stata  la  prima,  quando  seppi  la  sua  morte;  e  di  questa  morte 
che  ha  troncato  tanto,  non  posso  pensare  senza  spasimo  e  convulsione 
dell'animo  mio.  Mi  disse  dunque  di  Lei  questo  solo:  che  conosceva,  e, 
se  non  fallo,  avea  avuto  maestro  il  Giordani,  il  quale,  soggiunse  (ed 
io  ripeto  le  sue  stesse  parole,  e  la  Sua  modestia  sei  soffra  per  questa 
volta),  è  adesso  il  primo  scrittore  d'Italia  ^  O  pensi  Ella  se  i  primi  scrit- 
tori d'ItaUa  si  conoscevano  in  Recanati!  Io  aveva  allora  15  anni,  e 
stava  dietro  a  studi  grossi,  grammatiche,  dizionari  greci,  ebraici,  e 
cose  slmili,  tediose  ma  necessarie.  Non  vi  badai  proprio  niente.  Ma 
nel  cominciare  dell'anno  passato,  visto  il  Suo  nome  appiè  del  mani- 
festo della  Biblioteca  Italiana,  mi  ricordai  di  quelle  parole,  e  avuti  1 
volumetti  della  Biblioteca  seppi  quali  fossero  gli  articoli  Suoi  prima 
per  conghiettura,  e  poi  con  certezza  quanto  a  uno  o  due,  e  questo  mi 
bastò  per  ravvisarli  poi  tutti.  Ora  che  vuole  che  Le  dica  io  ?  Se  Le  dirò 
che  essi  diedero  stabilità  e  forza  alla  mia  conversione  che  era  appimto 
sai  cominciare;  che,  gustato  quel  cibo,  le  altre  cose  moderne  che  prima 
mi  pareano  squisite,  mi  parvero  schlfissime;  che  attendea  la  Biblioteca 
con  infinito  desiderio,  e  ricevutala  la  leggea  con  avidità  da  alYamato; 
che  avrò  letti  e  riletti  i  Suoi  articoli  una  diecina  di  volte;  che,  ora  che 
non  ci  sono  più,  mi  vien  voglia  di  gittar  via  i  quaderni  di  quel  giornale, 
ogni  volta  che  ricevendoli  non  vi  trovo  niente  che  laccia  per  me,  la  Sua 
modestia   s'irriterà. 


'  Il  Giordani  replicò  (il  di  dell'Ascensione):  «  Xè  di. Benedetto  Mosca 
né  di  niun  altro  sono  mai  stato,  né  mai  vorrò  essere  maestro:  parola, 
che  mi  fa  nausea  ed  ira.  Ma  ben  conobbi  quel  bravo  giovane,  e  l'ho 
amato  molto,  e  l'amerò  sempre  con  desiderio:  perchè  mi  pare  che 
avrebbe  fatto  del  bene;  e  sommamente  mi  è  doluta  una  tanto  impen- 
sata ed  immatura  perdita.  Era  un  buono  e  valente  signore;  del  quale 
mi  pareva  che  si  dovesse  sperare  assai:  ed  è  andato  cosi  giovane!  », 
Il  Giordani  gli  aveva  indirizzato  anche  una  lettera  a  stampa,  intorno 
a  certi  Dubbi  sopra  un  luogo  di  Giovenale.  E  presentandolo  al  Monti, 
lo  proclamava:  «giovane  per  bontà  di  cuore,  per  amore  agli  studi,  per 
giudizio  sanissimo,  per  sincerità  degno  della  tua  benevolenza  ». 


52  La  vita  del  poeta 


Vili, 


Le  lettere  recanatesi  al  Giordani.  —  La  cantica  «  Appressa- 
mento della  morte  ».  —  Eecanati  e  i  mali  fisici  e  inorali 
di  Giacomo.  —  Il  vagheggiato  suicidio. 


<■  Io  ho  grandissimo,  torse  smoderato  e  insolente,  desi- 
derio di  gloria  »,  cominciava  Giacomo  le  sue  coniessioni. 
E  continuava  (21  marzo  1817): 

Ella  dice  da  maestro  che  il  tradurre  è  utilissimo  nella  età  mia,  còsa 
certa  e  che  la  pratica  a  me  rende  manifestissima.  Perchè  quando  ho 
letto  qualche  Classico,  la  mia  mente  tumultua  e  si  confonde.  Allora 
prendo  a  tradurre  il  meglio,  e  quelle  bellezze  per  necessità  esaminate 
e  rimenate  a  una  a  una  piglian  posto  nella  mia  mente,  e  l'arricchi- 
scono e  mi  lasciano  in  pace.  Il  suo  g-iudizio  m'inanimisce  e  mi  conforta 
a  proseguire. 

Di  Recanati  non  mi  parli.  M'è  tanto  cara  che  mi  somministrerebbe 
le  belle  idee  per  un  trattato  dell'odio  della  patria,  per  la  quale  se  Codro 
non  fu  timidus  mori,  io  sarei  tvnidissiìnus  vivere.  Ma  mia  patria  è  l'Italia; 
per  la  quale  ardo  d'amore,- ringraziando  il  cielo  d'avermi  fatto  ita- 
liano, perchè  alla  fine  la  nostra  letteratura,  sia  pur  poco  coltivata,  è 
la  sola  figlia  legittima  deJle  due  sole  vere  tra  le  antiche;  nò  certo  EUa 
vorrebbe  che  la  fortuna  l'avesse  costretto  a  farsi  grande  col  Francese 
o  col  Tedesco;  e  internandosi  ne'  misteri  della  nostra  lingua  compatirà 
aUe  altre  e  agli  scrittori  a'  quali  bisogna  usarle;  come  spessissimo  è 
avvenuto  a  me,  che  tanto  meno  di  Lei  conosco  la  mia  lingua,  la  quale 
se  mi  si  vietasse  di  adoperare  con  darmisi  pieno  possedimento  di  una 
straniera,  io  credo  che  porrei  la  speranza  di  flivenir  qualche  cosa  nella 
vera  letteratura,  e  lascerei  gli  studi. 

QueUo  ch'Ella  dice  del  bene  che  i  nobili  potrebbero  fare  aUe  let- 
tere è  verissimo,  e  desidero  ardentemente  che  il  fatto  lo  mostri  una 
volta.  Il  suo  dire  m'infiamma  e  mi  lusinga:  ma  io  non  credo  di  poter 
vincere  la  mia  natura  e  l'altrui.  Nondimeno  Ella  può  esser  certa  che, 
se  io  vivrò,  vivrò  alle  lettere,  perchè  ad  altro  non  voglio  né  potrei  vivere. 

Giacché  la  fortuna  gli  si  era  mostrata  questa  volta  cosi 
benevola,  da  farlo  imbattere  in  un'anima  e  in  un'intelli- 
genza come  quelle  del  Giordani,  ei  prendeva  coraggio  di 
pregarlo  di  .dare  un'occhiata  a  un  certo  suo  lavoretto  del- 
l'anno avanti,  che  si  aiìrettava  a  spedirgli  per  mezzo  dello 


«  l'appressamento  della  morte  »  53 

stella.  «  Vorrei  che  Ella  lo  esaminasse  »,  gli  scrive,  «  e  prima 
di  tutto  mi  dicesse  se  Le  par  buono  per  le  fiamme,  alle  quali 
io  lo  consegnerei  di  buon  cuore  immantinente  ».  Il  buon  pia- 
centino, prima  ancora  di  esaminare  il  manoscritto,  volle  su- 
bito rispondere  alla  lettera  del  contino  recanatese:  egli  era 
rimasto  come  atterrito  da  quel  tanto  fuoco  e  da  quei  pro- 
positi così  grandiosi  in  una  personcina  che  sapeva  gracile 
e  delicata.  Gli  scrisse  il  dì  di  Pasqua,  paternamente  (Pietro 
contava  ventiquattro  anni  piti  di  Giacomo): 

Pensando  io  spessissimo  con  vero  stupore  e  molta  tenerezza  al  sa- 
pere di  V.  S.  (del  quale  e  il  Monti  e  il  Mai,  che  non  deono  maravigliarsi 
per  poco,  sogliono  al  pari  di  me  stupirsi),  sono  entrato  in  un  timore, 
nel  quale  pur  troppo  lo  Stella  mi  ha  poi  confex'mato.  Ho  dunque  te- 
muto che  V.  S.  abbia  dalla  natura  una  complessione  delicata,  senza 
che  non  potrebbe  avere  così  fino  ingescno  :  ed  ho  temuto  che  a  questa 
delicatezza  abbia  V.  S.  poco  rispetto  con  uji  soverchio  di  fatiche.  Per 
quanto  EU'ha  di  caro  al  mondo,  contino  mio,  e  per  questi  medesimi 
studi  ne'  quali  è  innamorato,  si  lasci  pregare  e  supplicare  da  un  suo 
affeziona tissimo  :  per  carità  di  sé  e  di  tutti  quelli  che  già  l'ammirano, 
e  tanto  aspettano  da  Lei,  riconosca  e  senta  e  osservi  la  necessità,  di 
mode.rarsi  nello  studio.  Chi  vuol  esser  liberale,  non  dee  gittare  il  patri- 
monio, e  distruggere  i  mezzi  della  liberalità.  Poich'Elia  sì  nobilmente 
si  è  dedicato  agli  studi,  pensi  a  poter  sempre  studiare.  Ma  s'Ella  si 
rovina,  come  potrà  poi  continuare  ?  e  quando  non  potrà  più  studiare, 
come  potrà  sopportare  la  vita  ?  Il  soverchio  studio  rintuzza  l'ingegno, 
e  lo  fiacca;  distrugge  la  sanità.  S'Ella  in  questa  giovinezza  studia  più 
di  sei  ore  al  giorno,  mi  creda  che  fa  male,  e  male  grande.  Ella  verrà 
presto  in  cattivo  stato.  La  supplico  dunque  ad  interrompere  gli  studi 
con  quegli  esercizi  che  dando  vigore  al  corpo  svegliano  la  mente;  pas- 
seggiare, cavalcare,  schermire,  nuotare,  ballare,  giocare  al  pallone, 
a  palla  e  maglio.  L'incessante  studio  rovina  lo  stomaco,  rovina  la  testa, 
cresce  la  malinconia,  scema  le  forze  della  mente.  Non  cesserò  mai  di 
pregarla  che  in  questa  tenera  giovinezza  studi  in  maniera  che  non  si 
tolga  di  poter  proseguire.  Perdoni  all'amore,  che  già  grande  io  Le  porto 
e  Le  dichiaro,  se  con  tanto  libera  fiducia  La  prego  di  cosa  che  a  Lei 
e  all'onor  degli  studi  tanto  importa. 

Non  è  a  dire  se  le  apprensioni  e  le  trepidazioni  di  codesto 
valentuomo  e  uomo  di  cuore  s'accrebbero,  quando  ebbe  letto 
il  manoscritto  e  si  fu  accorto  di  che  cosa  mai  si  trattava.  Era 
la  càntica,  in  terza  rima  e  in  cinque  canti  V Appressamento 
delia  morte.  Letterariamente,  come  concezione,  non  attestava 
nulla  di  veramente  nuovo  e  di  straordinario.  11  concetto  «  è 


54  LA    VITA    DEL    POETA 


significato  da  una  visione  o  piuttosto  da  una  serie  di  visioni 
sovrannaturali,  per  cui  il  giovane  poeta  doveva  considerar 
la  morte  come  principio  di  quella  gioia  che  sola  è  vera  ed 
eterna.  Xè  la  forma  generale  del  componimento,  né  le  par- 
ticolari immagini  dantesche  o  petrarchésche  ond'é  pieno, 
hanno  il  valore  di  una  vera  rappresentazione  d'arte:  anzi 
ciò  ch'era  stato  preso  da  quei  nostri  sommi,  ci  si  riaffaccia 
qui  come  robusta  pianta  che,  strappata  alla  verde  selva 
nativa,  inaridisca  nel  nuovo  terreno,  non  ostante  le  molte 
cure  dell'agricoltore  »  i.  Siamo  di  fronte  a  un'imitazione, 
punto  cospicua,  di  qualche  canto  del  Paradiso  e,  meglio  an- 
cora, dei  Trionfi:  un'imitazione  neppur  come  tale  nuova  od 
originale,  giacché  di  quella  specie  di  Visioni,  tra  bibliche  e 
petrarchesche,  avevano  dato  recenti  e  ammirati  esempi  il 
Varano  e  il  Monti. 

Tuttavia,  tra  sogni  e  allegorie  oscure  e  prolisse,  ceco,  al 
canto  quinto,  zampillare  fresca  e  vivace  questa  elegia  dal 
fondo  stesso  del  cuore  del  poeta. 

Dunque  morir  bisogna,  e  ancor  non  vidi 
Venti  volte  grravar  ne\e  '1  mio  tetto. 
Venti  rifar  ìe  rondinelle  i  nidi  ? 

Sento  che  va  lamniendo  entro  mio  petto 
La  vital  fiamma,  e  'ntorno  guardo,  e  al  mondo 
Sol  per  me  vesrgo  il  funeral  mio  letto. 

E  sento  del  pensier  Timmenso  pondo. 
Si  che  vo  'i  labbro  muto  e  '1  viso  smorto, 
E  qua.si  mio  dolor  più  non  ascondo. 

Poco  andare  ha  mio  corpo  ad  esser  morto. 
1'  mi  rivolgo  indietro  e  guardo  e  piagno 
In  veder  che  mio  giorno  fu  si  corto. 

E  'n  mirar  questo  misero  compagno 
Cui  mancò  tempo  si  ch'appien  non  crebbe, 
Dico:  .Misero  nacqui,  e  ben  mi  lagno. 

Trista  è  la  vita,  so,  morir  si  debbo; 
Ma  men  tristo  è  '1  morire  a  cui  la   vita 
Che  ben  conosce,  u'  spesso  pianse,  increbbe. 

I'  piango  or  primamente  in  su  l'uscita 
Di  questa  mortai  piaggia,  che  mia  via 
Ove  l'altrui  comincia  ivi  è  finita. 


ZiMMivr,  SfìKÌi  Siti  Lciijjftrdi:   Firenze  1902.  voi.   I.  p.   '>[ 


«  L  APPRESSAMENTO    DELLA   MORTE  » 


T'  piango  adesso,  e  mai  non  piansi  pria: 
Sperai  ben  quel  che  jrioventude  spera. 
Quel  desiai  che  iiiovenlù  desia. 

Non  vidi  come  speme  cada  e  pera. 
E  '1  desio  resti  e  mai  non  venpra  pieno. 
Così  che  lasso  coi*  t^iunga  la  sera. 

Seppi,  non  vidi:  e  per  saper,  nel  seno 
Non  si  stincrue  la  speme  e  non  s'acqueta. 
E   '1  desir  non  si  placa  e  non  vien  meno. 

Ardea  come  fiammella  chiara  e  lieta 
Mia  speme  in  cor,  pasciuta  dal  desio. 
Quando  di  mio  seutier  vidi  la  meta. 
Allora  un  lampo  la  notte  m'aprio, 
E  tutto  cader  vidi  :  ali  or  piagnendo 
A'  miei  dolci  pensieri  i'  dissi  addio. 
■  Già  l'avvenir  guardava,  e  sorridendo 
Dicea:  Lucida  fama  al  mondo  dura. 
Fama  quaggiù  so!  cerco  e  fama  attendo. 

Misero  'ngegno  non  mi  die'  natura. 
Anco  fanciullo  son:  mie  forze  sento: 
A  volo  andrò  battendo  ala  sicura. 

Son  vate:  i'  salgo  e  'nver  lo  ciel  m'avvento. 
Ardo  fremo  desio,  sento  la  viva 
Fiamma  d'Apollo  e  '1  sopruman  talento. 

Grande  fia  che  mi  dica  e  che  mi  scriva 
Italia  e  '1  mondo,  e  non  vedrò  mia  fama 
Tacer  col  corpo  da  la  morta  riva. 

Sento   ch'ad   alte   imprese  il   cor  mi   chiama. 
A  morir  non  son  nato,  etemo  sono 
Che  'ndarno  '1  core  eternità  non  brama.  — 
Mentre  'nvan  mi  lusingo  e  'nvan  ragiono 
Tutto  dispare,  e  mi  vien  morte  innante, 
E  mi  lascia  mia  speme  in  abbandono. 

Ahi,  mio  nome  morrà  !  Si  come  infante 
Che  parlato  non  abbia,  i'  vedrò  sera. 
E   mia  morte  al  natal  sarà  sembiante. 

Sarò  com'un  de  la  volgare  schiera. 
E  morrò  come  mai  non  fossi'nato. 
Né  saprà  '1  mondo  che' nel  mondo  io  m'era. 

Oh  durissima  legge,  oh  crudo  fato  ! 
Qui  piango  e  vegno  men.  che  saprei  morte. 
Obblivion  non  so  vedermi  allato. 

Viver  cercai  quaggiù  d'età  più  forte, 
E  pero  e  'ncontr'  a  Obblio  non  ho  più  scampo. 
E  cedo,  e  me  trionfa  ira  di  sorte. 

Morir  quand'anco  in  terra  orma  non  stampo  ? 
Né  di  me  lascerò  vestigio  al  mondo 
Maggior  eh'  in  acqua  soffio,  in  aria  lampo  ? 


56  LA   VITA    DEL   POETA 


Che  non  pce=i  hamlnn  sriù  nel  profondo? 
E  a  che.  se  tntto  di  qua  suso  ir  deggìo. 
Fu  lo  materno  sen  di  me  fecondo? 

Eterno  Dio.  per  te  son  nato,  il  vegerio, 
Che  non  è  per  quasririù  lo  spirto  mio. 
Per  te  son  nato  e  per  l'eterno  seqrgio. 

Deh  tu  riroleri  lo  bssso  desio 
Inver  lo  santo  regno,  inver  lo  porto  ! 
O  dolci  studi,  o  care  muse,  addio  ! 

Addio  sperf>nze.  addìo  vago  conforto 
Del  poco  viver  mio  che  eia  trapassa: 
Itene  ad  altri  pur  com'  i'  sia  morto  ! 

E  tu  pur.  Gloria,  addio  !  che  già  s'abbassa 
Mio  tenebroso  criorno  e  cade  omai, 
E  mia  vita  sul  mondo  ombra  non  lassa. 

Per  te  pensoso  e  muto  alsi  e  sudai. 
E  te  cerca  avrei  sempre  al  mondo  sola; 
Pur  non  t'ebbi  quagGrifi.  né  t'avrò  mai. 

Povera   cetra  mia.  srià  mi  t'invola 
La  man  fredda  di  morte,  e  tra  le  dita 
Lo  suon  mi  tronca  e  'n  bocca  la  parola  ! 

Presto  spira  tuo  suon.  presto  mia  vita  : 
Teco  finito  ho  questo  ultimo  canto, 
E  col  mio  canto  è  l'opra  tua  compita... 

Il  Giordani  si  sarà  sentito  i  brividi.  Xon  era  possibile 
sbagliarsi:  questi  versi  hanno  troppo  l'impronta  della  ve- 
rità; e  ohimè,  il  pericolo  ch'eo:li  aveva  temuto  lontano,  era 
imminente  !  Quel  prodigioso  giovanetto  aveva  logorato  irri- 
mediabilmente il  suo  corpo,  con  l'eccessiva  e  ininterrotta 
e  incessante  occupazione  degli  studi  I  Con  quanto  accora- 
mento il  poeta  medesimo  non  rievocherà  più  tardi,  nelle 
Piicordanze.  quei  tristissimi  giorni,  e  non  rimuginerà  quel- 
l'intempestivo canto  funereo  I 

Poscia,  per  cieco 
Malor,  condotto  della  vita  in  forse, 
Piansi  la  bella  giovanezza,  e  il  flore  "^ 

De'  miei  poveri  di,  che  sì  per  tempo 
Cadeva  :  e  spesso  all'ore  tarde,  assiso 
Sul  conscio  letto,  dolorosamente 
Alla  fioca  lucerna  poetando, 
Lamentni  co'  silenzi  e  con  la  notte 
Il  fuggitivo  spirto,  ed  a  me  stesso 
In  sul  languir  cantai  funereo  canto. 


L  INVETTIVA    CONTRO   RECANATI  57 

Il  Giordani  crii  riscmse,  il  lo  aprilo,  rinnovando  con 
maeoior  fervore  le  sue  ammonizioni  e.  le  sue  preghiere;  ma 
si  capi«;ce  com'ei  sia  sconfortato  oramai  dal  presentimento 
di  quella  distruzione  irreparabile. 

Mi  ha  molto  contristato  il  timore  che  la  Sua  delicata  complessione 
abl:ia  patito  dal  soverchio  delle  fatiche,  e  Le  dia  quelle  tante  malin- 
conie. Le  rineto  dunque  le  preghiere  fatte  nella  mia  ultim.a.  e  le  ri- 
peto con  ferTidis^ima  istanza:  che  pensi  di  acquistar  visrore  al  corpo, 
senza  il  qttal  vieore  non  si  può  srran  viaesrio  fare  nee-lì  studi;  pensi 
a  procurarsi  robustezza  e  o-ìocondità  dì  spiriti,  e  prontezza  di  umori, 
cosrli  esercizi  corporali  e  coi  divertimenti.  È  da  filosofo  non  amar  la 
vita  e  non  temere  la  morte  piìi  del  giusto;  ma  fissarsi  nel  pensier  con- 
tinuo della,  morte  cotanto  spazio  quanto  ne  vuole  il  componimento 
di  quella  Cantica,  non  mi  par  cosa  da  giovinetto  di  dieciotto  anni,  al 
quale  la  natura  consente  di  viverne  bene  ancora  sessanta,  e  l'ina-egmo 
promette  di  empierli  di  studi  gloriosi.  Pensi  dunqiie.  io  La  supplico, 
a  rallegrarsi  e  invigorirsi;  e  invece  di  allettare  i  pensieri  malinconici, 
li  sfugga.  L'indole  malinconica  in  atto  di  allegria  ^  è  quel  tempera- 
mento d'ingesDo  che  può  produrre  le  belle  cose:  ma  l'attuale  malin- 
conia è  un  veleno,  che  più  o  meno  distrugge  la  possa  della  mente. 

L'estenuato  Giacomo,  commosso  per  tanta  e  tanto  amo- 
revole premura,  si  affrettò  ti  rispondere  (30  aprile): 

Ella  mi  raccomanda  la  temperanza  dello  studio  con  tanto  calore  e 
come  cosa  che  Le  prema  tanto,  che  io  vorrei  poterle  mostrare  il  cuor 
mio  perchè  vedesse  gli  effetti  che  v'ha  destati  la  lettura  delle  Sue  pa- 
role: i  quali,  se  il  cuore  non  muta  forma  e  materia,  non  periranno  mai, 
certo  non  mai.  E  per  rispondere  come  posso  a  tanta  amorevolezza, 
dirolle  che  veramente  la  mia  compressione  non  è  debole  ma  debolis- 
sima, e  non  istarò  a  necrarle  che  ella  si  sia  un  po'  risentita  delle  fatiche 
che  le  ho  fatto  portare  per  sei  anni.  Ora  però  le  ho  moderate  assaissimo: 
non  istudio  più  di  sei  ore  al  giorno;  spessissimo  meno;  non  iscrivo  quasi 
niente;  fo  la  mia  lettura  regolata  dei  Classici  delle  tre  lingue  in  vo- 
lumi di  piccola  forma,  che  sì  portano  in  mano  agevolmente,  si  che 
studio  quasi  sempre  all'uso  dei  Penpatetici,  e,  quod  maxivium  dictu 
e.^t,  sopporto  spesso  per  naolte  e  molte  ore  l'orribile  supplizio  dì  stare 
colle  mani  alla  cintola. 

Il  buon  Giordani  aveva,  col  fine  lodevolissimo  di  farla 


^  Mi  par  chiaro  che  qui  il  Giordani   voglia   parlare   àeìVhumoxir.  E 
codesta  sua  definizione  è  assai  felice. 


58  LA    VITA    DEI.    POETA 


parere  meno  intollerabile  a  chi  vi  era  costretto  a  vivere, 
arrischiato  un  elogio  di  Eecanati,  che  diceva  «  posta  in  sito 
salubre  ed  ameno  ».  Fu  un  tasto  falso,  e  Giacomo  prorompe 
in  un'invettiva  d'odio;  la  quale  se  moralmente  atterrisce, 
letterariamente  invece  è  maravis^liosa  per  verità  e  pa=;sione. 
per  espressione  e  immediatezza.  Xe  riferirò  solo  un  brano, 
che  illumina  fin  nel  profondo  il  baratro  che  s'era  spalancato 
in  quella  squisitissima  anima  (giovanile. 

Clic  cnsa  è  in  Eecanati  '.li  bello  ?  che  l'iiomo  si  ciiri  di  vedere  o  d'im- 
parare ?  niente.  Ora  Iddio  ha  fatto  tanto  bello  questo  no.stro  mondo, 
tante  belle  cose  ci  hanno  fatto  rIì  nomini,  tanti  nomini  ci  sono,  che 
chi  non  è  insensato  arde  di  vedere  e  di  conoscere:  la  terra  è  piena  di 
meraviprlie:  ed  io  di  dieciott'anni  potrò  dire:  In  questa  caverna  vivrò, 
e  morrò  dove  son  nato  ?  Le  pare  che  questi  desiderii  si  possano  fre- 
nare ?  che  siano  iijirinsti,  soverchi,  sterminati?  che  sia  pazzia  il  non 
contentarsi  di  non  veder  nnlla.  il  non  contentarsi  di  Recanati  ?  L'aria 
di  questa  città  L'è  stato  mal  detto  che  sia  salubre.  È  mutabilissima, 
umida,  salmastra,  crudele  ai  nervi  e  per  la  sua  sottiprliezza  niente  buona 
a  certe  complessioni.  A  tutto  questo  aggiunga  l'ostinata,  nera,  orrenda, 
barbara  malinconìa  che  mi  lima  e  mi  divora,  e  collo  studio  s'alimenta 
e  senza  studio  s'accresce.  So  ben  io  qual  è,  e  l'ho  provata,  ma  ora  non 
la  provo  più,  quella  dolce  malinconia  che  partorisce  le  belle  cose,  più 
dolce  dell'allegria;  la  quale,  se  m'è  permesso  di  dir  così,  è  come  il  cre- 
puscolo, dove  questa  è  notte  fittissima  e  orribile,  è  veleno,  com'Ella 
dice,  che  distrugge  le  forze  del  corpo  e  dello  spirito.  Ora  come  andarne 
libero  non  facendo  altro  che  pensare,  e  vivendo  di  pensieri  senza  una 
distrazione  al  mondo  ?  E  come  fare  che  cessi  l'effetto  se  d\ira  la  causa? 
—  Che  parla  Ella  di  divertimento  ?  Unico  divertimento  in  Recanati 
è  io  studio:  unico  divertimento  è  quello  che  mi  ammazza:  tutto  il 
resto  è  noia.  So  che  la  noia  può  farmi  manco  male  che  la  fatica,  e  peto 
spesso  mi  piglio  noia,  ma  questa  mi  cresce,  com'è  nattirale,  la  malin^ 
conia:  e  quand'io  ho  avuto  la  disgrazia  di  conversare  con  questa  gente, 
che  succede  di  raro,  torno  pieno  di  tristissimi  pensieri  agli  studi  miei, 
o  mi  vo  covando  in  mente  e  ruminando  quella  nerissima  materia. 

Pur  di  codesti  «  tristissimi  pensieri  »  e  rimasta  un'eco  in 
(|uel  canto  delle  Ricordanze,  ch'è  la  più  alta  espressione  li- 
rica di  rimpianto  pel  <'  caro  tempo  giovanil  »,  miseramente 
perduto  ((  senza  un  dil(^tto,  inutilmente  »,  nel  «  soggiorno  di- 
sumano )'  della  terra  natale,  «  intra  gli  affanni  »,  da  tutti  «  ab- 
bandonato »  e  a  tutti  "  occulto  »,  «  senz'amor,  senza  vita  ». 


IL    VAGHEGGIATO    SFIOIDIO 


E  frià  nel  primo  eriovanil  tiimnlto 
Di  contenti,  d'ancrosce  e  rli  desio. 
Morte  chiamai  più  volte,  e  limcramcnte 
Mi  cedetti  colà  su  la  fontana 
Pensoso  di  cessar  dentro   quell'acque 
La  speme  e  il  dolor  mio. 

Ili  linscna  povera,  e,s:li  avova  vafrhescgiato  il  suicidio  ^  Lo 
spiattellerà,  alcv.ni  mesi  più  tardi  al  fratello  Carlo,  in  fi  nella 
ancroseioAa  lettera  di  cono-edo  ehe  aveva  preparata  per  lui. 
quando  tentò  la  fuera  dal  carcere  domestico.  Allora  dirà: 

Ora  che  la  lesrsre  mi  fa  padrone  di  me  stesso,  non  ho  voluto  più 
differire  quello  ch'era  indispensabile  secondo  i  nostri  principii.  Due 
casrioni  m'hanno  determinato  immediatamente:  la  noia  orribile^  deri- 
vata dall'impossibilità  dello  studio,  sola  occupazione  che  mi  potesse 
trattenere  in  questo  paese;  ed  un  altro  motivo  che  non  vocrlio  espri- 
mere, ma  tu  potrai  facilmente  indovinare.  E  questo  secondo,  ehe  per 
le  mie  qualità,  sì  mentali  come  fisiche,  era  capace  di  condurmi  alle  ul- 
time disperazioni,  e  mi  facea  compiacere  sovranamente  nell'idea,  del 
suicidio,  pensa  tu  se  non  doveva  potermi  portare  ad  abbandonarmi 
a  occhi  chiusi  nelle  mani  della  fortuna. 

Anche  senza  essere  a  parte  delle  confidenze  fraterne,  si 
pila  forse  indovinare  quali  fossero  quei  motivi.  0  non  l'ha 
detto  egli  medesimo,  il  poeta,  neW Amore  e  Morte,  che  «  fin 
la  donzella  timidetta  e  schiva  »,  se  è  agitata  dalle  furie 
d'amore, 

Osa  alla  tomba,  alle  funeree  bende 

Fermar  lo  s^ruardo  di  costanza  pieno. 

Osa  ferro  e  veleno 

Meditar  liTucramente. 

E  nell'indotta  mente 

La  srentilezza  del  morir  comprende  ? 


^  Tra  le  Carte  napoletane  è  proprio  un  Frammento  sul  suicidio.  Cfr. 
Scritti  rari,  p.  387-89. 

*  Nel  Dialogo  di  Torquato  Tasso  e  del  suo  genio  familiare,  il  Leo- 
pardi dice  della  noia  che  «  anco  è  passione,  non  altrimenti  che  il  do- 
lore e  il  diletto  «.  Xe  riparla  nel  Pensiero  LXVII,  dove  definisce:  "  Poco 
propriamente  si  dice  che  la  noia  è  mal  comune.  Comune  è  l'essere 
disoccupato,  o  sfaccendato  per  dir  meglio;  non  annoiato.  La  noia  non 
è  se  non  di  quelli  in  cui  lo  spirito  è  qualche  cosa.  Più  può  lo  spirito 
in  alcuno,  più  la  noia  è  frequente,  penosa  e  terribile..,  ».  E  nel  Pen- 
siero seguente  ripiglia:  «  La  noia  è  in  qualche  modo  il  più  sublime  dei 


60  LA   VITA   DEL    POETA 

Quando  ■<  il  gran  travaglio  interno  ^  giunge  al  punto  «  che 
sostener  noi  può  forza  mortale  », 

O  cede  il  corpo  frale 

Ai  terribili  moti...; 

O  cosi  sprona  Amor  là  nel  profondo. 

Che  da  sé  stessi  il  villanello  ifrnaro, 

La  tenera  donzella 

Con  la  man  violenta 

Pongon  le  membra  griovanili  in  terra. 

Or  su  quella  povera  anima,  così  bisognosa  d'amore  e  così 
deserta,  eran  di  recente  passate  le  bufere  della  passione,  tanto 
pili  violenta  quanto  piìi  nascosta  e  ignorata,  per  la  donn^ 
del  Primo  amore,  e  quelle  della  disperazione  per  la  lenta  e 
inesorabile  morte  della  fanciulla  «  lieta  e  pensosa  »,  ch'egli 
poi  pianse  e  immortalò  col  nome  di  Silvia.  La  Teresa  Fat- 
torini era  morta  nel  settembre  del  1818;  e  la  lettera  a  Carlo 
è  del  luglio  1819. 

Al  padre,  che  s'intende,  ei  non  fece  cenno  né  di  codesto 
motivo  né  del  suicidio;  ma  ben  gli  ricordò  le  micidiali  ma- 
linconie e  le  terribili  noie,  dalle  quali  s'era  sentito  sospinto 
verso  estreme  risoluzioni. 

Ella  conosceva  ancora  la  mirabilissima  vita  ch'io  menava  per  le 
orribili  malinconie,  ed  i  tormenti  di  nuovo  genere  che  mi  procurava 
la  mia  strana  immaginazione,  e  non  poteva  ignorare  quello  ch'era  più 
ch'evidente,  cioè  che  a  questo,  ed  alla  mia  salute  che  ne  soffriva 
visibilmente,  e  ne  sofferse  sino  da  quando  mi  si  formò  questa  misera 
complessione,  non  v'era  assolutamente  altro  rimedio  che  distrazioni 
potenti,  e  tutto  quello  che  in  Recanati  non  si  poteva  mai  ritrovare.  Con 
tutto  ciò  Ella  lasciava  per  tanti  anni  un  uomo  del  mio  carattere,  o  a 
consumarsi  affatto  in  istudi  micidiali,  o  a  seppellirsi  nella  più  terribile 
noia,  e  per  conseguenza,  malinconia,  derivata  dalla  necessaria  solitu- 
dine, e  dalla  vita  affatto  disoccupata,  come  massimamente  negli  ultimi 
mesi. 

Dei  tragici  propositi  di  quei  giorni  egli  lasciò  vivo  ri- 
cordo nello  Zibaldone  (I,   193). 


sentimenti  umani...  »;  patirla,  «pare  a  me  il  maggior  segno  di  gran- 
dezza e  di  nobiltà,  che  si  vegga  della  natura  umana».  —  Circa  II  sen- 
timento della  noia  nel  Leopardi,  e  quel  tanto  ch'ei  desunse  per  codesto 
soggetto  dal  Pascal  {Misere  de  Vhomme),  è  da  vedere  M.  Lcsacco  negli 
«  Atti  della  r.  Accademia  di  Torino  »,  30  giugno  1895. 


IL   TENTATO    smciDÌO   DEL   GIORDANI  61 


Io  ero  oltremodo  annoiato  della  vita,  snll'orlo  della  vasca  del  mio 
giardino,  e  guardando  l'acqua  e  curvandomici  sopra  con  un  certo  fre- 
mito pensava:  S'io  mi  gittassi  qui  dentro,  immediatamente  venuto  a 
galla  mi  arrampicherei  sopra  quest'orlo,  e  sforzatomi  d'uscir  fuori, 
dopo  aver  temuto  assai  di  perdere  questa  vita,  ritornato  illeso,  pro- 
verei qualche  istante  di  contento  per  essermi  salvato  e  di  affetto  a 
questa  vita,  che  ora  tanto  disprezzo  e  che  allora  mi  parrebbe  più  pre- 
gevole. 

Ed  è  probabile  che  auche  lì,  sull'orlo  della  vasca  tenta- 
trice, ei  ripensasse  a  Saffo  e  ne  immaginasse  il  suo  Ultimo 
canto,  dacché,  nella  stessa  nota  dello  Zibaldone,  ripiglia: 

La  tradizione  intorno  al  salto  di  Leucade  poteva  avere  per  fonda- 
mento un'osservazione  simile  a  questa. 


IX. 


Il  miraggio  del  inondo  di  là  dalV Appennino.  —  La  visita  del 
Giordani  a  Recanati. 


Nel  suo  «  primo  giovanile  errore  »  (ed  errore  proprio  nel 
senso  provenzalesco,  di  quel  travaglio  interno  di  cui  è  ca- 
gione l'amore),  quando  «  era  in  parte  altr'uom  »  da  quel  che 
gli  anni  e  l'esperienza  lo  avevan  fatto,  anche  il  Giordani 
aveva,  non  che  pensato,  tentato  di  porre  «le  membra  gio- 
vanili in  terra  ».  A  una  sua  amica  scriveva,  sette  anni  dopo 
quella  tragica  notte  in  cui  aveva  trangugiato  il  veleno:  Se 
perdessi  la  speranza  di  vivere  studiando,  «  abborrirei  la 
vita;  una  volta  ho  tentato  di  distruggerla  per  disperazione 
d'amore  )>.  Ma  non  per  questo  solo.  Non  compreso  né  amato 
in  casa,  la  madre,  «  con  la  sua  disgustosissima  serietà  »,  lo 
aveva  mortalmente  ferito   con  uno  sconcio  paragone  ^;   e 


^  In  una  lettera  al  Leopardi,  del  9  settembre  1817,  il  Giordani  scri- 
veva, con  meno  acredine  ma  non  meno  annoiato:  «Mi  diverto  ad  eser- 
citare pazienza  colla  mia  buona  madre,  che  è  la  più  siiblime  e  la  più 
incomoda  santa  della  terra:  mi  diverte  il  potermi  vantare  di  soppor- 
tare una  santità  che  impazientirebbe  gli  apostoli  e  i  profeti  ».  Il  cavai-- 
leresco  Giacomo,  rispondendogli,  non  fiatò  di  quell'altra  santa,  che 
esercitava  invece    e  come  !  la  pazienza  sua. 


62  LA    VITA    DEL    POETA 

alla  nuova  umiliazioue,  nello  sconforto  d'amore,  il  giovane 
sensitivo  non  aveva  voluto  sopravvivere.  È  facile  immagi- 
nare ciò  che  ora  egli  provasse  nell" assister  da  lontano  allo 
strazio  e  al  rodimento  di  uuell"  altra  anima  in  pena. 

Non  conoscendo  a  fondo  le  singolari  condizioni  di  quella 
casa  patrizia  marchigiana,  annidata  e  rannicchiata  sul  re- 
moto colle  dell" Appennino,  il  Giordani,  quasi  che  quel  gio- 
verò contino,  sprovvisto  di  salute  e  di  quattrini,  potesse  es- 
ser confuso  con  un  conte  Alfieri  di  spendereccia  memoria, 
lo  aveva  esortato  a  distrarsi  dallo  studio  dei  libri  con  un 
pò"  di  studio  del  mondo.  Ceran  tante  belle  cose  da  vedere 
e  tanti  valentuomini  da  conoscere;  e  non  a  tutto  poteva 
bastare  una  biblioteca  di  provincia!  Come  se  quell'infeli- 
cissimo recluso  non  sentisse,  anche  troppo,  le  smanie  di 
veder  terra  e  cielo  che  non  fossero  recanatesi!  Quando  sac- 
corse  d'aver  messo  acido  sulla  piaga,  il  maldestro  chiiui'go 
cercò  di  rimediare  con  qualche  lenitivo;  ma  non  riuscì  che 
a  insosiiéttii'e  l'ammalato.  11  quale,  descrittogli  lo  stato 
miserando  del  suo  animo  nella  «  tana  »  paterna,  ripiglia 
(30  aprile  1817): 

Non  ni'è  possibile  rimediare  a  questo,  né  fare  che  la  mia  salute 
debolissima  non  si  rovini,  senza  uscire  di  un  luogo  che  ha  dato  ori- 
gine al  male,  e  lo  fomenta  e  l'accresce  ogni  dì  più,  e  a  chi  pensa  non 
concede  nessun  ricreamento.  Veggo  ben  io  che  per  poter  continuare 
gli  studi  bisogna  interromperli  tratto  tratto,  e  darsi  xin  poco  a  quelle 
cose  che  chiamano  mondane:  ma  per  far  questo  io  voglio  un  mondo 
che  m'ailetti  e  mi  sorrida,  im  mondo  che  splenda  (sia  pure  di  luce  falsa), 
ed  abbia  tanta  forza  da  farmi  dimenticare  per  qualche  momento  quello 
che  soprattutto  mi  sta  a  cuore;  non  un  mondo  che  mi  faccia  dare  in- 
dietro a  prima  giunta,  e  mi  sconvolga  lo  stomaco  e  mi  muova  la  rabbia 
e  m'attristi  e  mi  sforzi  di  ricorrere,  per  consolarmi,  a  quello  da  cui 
volea  fuggire.  3Ia  già  Ella  sa  benissimo  ch'io  ho  ragione,  e  me  lo  mostra 
la  Sua  seconda  lettera,  nella  quale  di  propiio  moto  mi  esortava  a  fare 
un  giro  per  l'Italia,  b'enchè  poi  (e  so  ben  io  perchè)  con  lodevolissima 
intenzione,  della  quale  Le  sono  sinceramente  grato,  abbia  voluto  par- 
larmi in  altra  guisa.  Laonde  ho  cianciato  tanto  per  mostrarle  che  io 
ho  per  certissimo  quello  che  Ella  ha  per  certissimo. 

11  buon  x>iacentino  torna  da  capo  a  consigliare  «  gli  eser- 
cizi corporali  »,  dai  quali  Giacomo  <  acquisterebbe  vigore 
allo  stomaco,  alacrità  alla  testa,  robustezza  alle  membra, 
serenità  aliammo  >>.  E  insiste  (20  maggio): 


LA    PROMESSA    VISITA    DEL    GIORDANI  63 


Aon  so  se  a  Lei  piaccia  il  ballo;  che  pure  sta  bene  a  un  cavaliere: 
non  so  se  Ella  non  siasi  già  tanto  indebolito  che  non  possa  sopportare 
la  scherma:  ma  il  cavalcare,  il  nuotare,  il  passeggiare,  La  prego  che 
non  Le  rincrescano:  e  se  io  fossi  di  qualche  autorità  presso  Lei,  gliele 
vorrei  comandare.  Io  sono  intendentissimo  di  malinconie;  e  n'ebbi 
tanta  nella  puerizia  e  nell'adolescenza,  che  credetti  doverne  impazzk-e 
o  rimanere  stupido.  La  mia  complessione  fu  debolissima;  nacqui  mori- 
bondo, e  sin  dopo  vent'anni  non  potei  mai  promettermi  due  setti- 
mane di  vita.  E  se  ora  ho  comportabile  sanità  (non  vigore),  lo  debbo 
all'aver  fatto  esercizio.  Però  Le  raccomando  fervidamente  che  non 
voglia  mancare  a  sé  stesso. 

Ma  si  capisce  come  tutte  codeste  belle  e  buone  prescri- 
zioni igieiiiclie  iioia  dovessero  appagare  nemmeno  il  medico. 
Che  saj)eva  mai  lui  se  l'iniermo  avesse  ancora  forze  bastanti 
a  ballare  o  a  tirar  di  scherma,  a  cavalcare  o  a  nuotare,  'pai- 
Uno  anzi  a  passeggiare  un  po'  a  lungo  e  all'aria  aperta? 
Occorreva  per  lo  meno  guardarlo  in  faccia  e  ascoltarne  il 
cuore  I  E  il  Giordani  si  lascia  sfuggir  di  bocca  una  promessa. 

Erami  venuto  in  mente,  tanto  mi  sento  affezionato  a  Lei,  che  l'anno 
venturo,  se  mi  riuscisse  di  aver  accomodate  le  cose  mie  domestiche, 
non  mi  rincrescerebbe  di  stare  per  qualche  tempo  in  quel  Recana.ti 
dov'Ella  tanto  si  annoia  ;  e  starvi  unicamente  per  interrompere  un  poco 
i  Suoi  studi;  darle  un  orecchio  e  un  cuore  che  volentierissimo  riceves- 
sero le  Sue  parole;  forzarla  a  lunghe  e  frequenti  passeggiate  per  cotesti 
colli  Piceni,  e  distrarla  mi  poco  dalla  fissazione  delle  malinconie... 
Veda  Ella  dunque  in  qua!  modo  io  pensi  a  Lei.  E  certo  ho  xm  grande  e 
continuo  desiderio  di  conoscerla  di  persona,  come  rarissimo  se  non 
unico  signore;  e  di  poterla  in  qualche  cosuccia,  secondo  il  mio  niente, 
servire. 

Il  Giordani  a  Recanati  ?  Giacomo  non  sta  piti  nei  suoi 
panni.  S'affretta  a  rispondere  (30  maggio): 

Non  dovrei  desiderare  che  Ella  mi  conoscesse  di  persona,  perchè 
certo  mi  troverà  minore  assai  che  forse  non  pensa:  ma  io  tanto  vera- 
mente e  grandemente  La  amo,  che  mi  fa  dare  in  pazzie  il  solo  pensare 
che  l'anno  vegnente,  se  la  speranza  ch'Ella  mi  ha  data  non  è  vana., 
io  vedrò  Lei  e  Le  parlerò.  E  parimente  non  dovrei  desiderare  che  una 
persona  che  amo  tanto  venisse  a  cercare  tedio  e  nausea  per  me;  ma 
tutte  queste  considerazioni  non  possono  fare  che  io  non  lo  desideri 
caldamente,  anzi  La  preghi  quanto  posso  che  meni  ad  effetto  il  Suo 
pio  disegno. 

E  d'aver  quella  visita  egli  diventa  sempre  più  impa- 
ziente.  Il  Giordani  la  promette  come  probabile;  non  può 


64  LA   VITA   DEL   POETA 

darla  aucora  per  sicura.  Ripete  (10  giugno):  ^  Se  Dio  mi  con- 
cederà ch'io  venga  in  cotesti  paesi,  sono  già  risoluto  di 
usarle  cortese  violenza;  e  di  obbligarla  a  camminar  molto, 
e  fare  esercizio:  di  questo  Ell'ha  bisogno,  e  non  di  studio  ». 
E  il  Leopardi  (20  giugno):  ^  Basta  che  Ella  si  risolva  di  ve- 
nire e  il  più  presto  che  potrà  ;  il  che  mio  padre  (che  La  saluta) 
vuol  che  Le  raccomandi  ogni  volta  che  Le  scrivo  ».  Il  più 
prestai  Ma  il  Giordani  aveva  parlato  deìl^anno  venturo  l 
Onde  questi  ripiglia  (3  luglio): 

Per  quest'anno  mi  sarà  impossibile  di  soddisfare  al  gran  desiderio 
che  ho  di  venire  a  Recanati  per  voi  '.  Ma  spero  bene  che  l'anno  ven- 
turo, poiché  sarò  stato  in  primavera  a  visitare  Canova,  passerò  l'estate 
a  visitarvi;  che  ho  tante  e  tantissime  cose  da  dirvi.  Riveritemi  e  rin- 
graziatemi parzialissimamente  il  vostro  signor  padre.  Lasciatemi  rac- 
comandarvi sempre  la  vostra  salute.  Se  sapeste  quanto  mi  preme! 
Per  carità,  fate  moto  ed  esercizio  ! 

Un  anno  ancora,  dunque:  periodo  ben  lungo  per  chi 
aveva  da  trascinare  la  vita  giorno  per  giorno,  con  noia  e 
fatica,  e  nelllncertezza  del  domani!  Giacomo  risponde  (14 
luglio): 

Dunque  bisognerà  aspettare  un  anno  prima  di  vedervi.  Caro  Gior- 
dani, se  io  fossi  mio,  le  catene  e  le  inferriate  non  mi  terrebbero  che 
non  volassi  a  voi.  Ma  io  sono  come  la  montagna  di  Maometto,  che 
tutto  si  può  muovere  eccetto  lei,  e  bisogna  venirla  a  trovare.  Speranze 
non  fondate  sopra  di  me,  ed,  oltreché  non  son  terreno  per  queste, 
non  vogliate  far  della  mia  vita  più  capitale  che  non  ne  fo  io,  che  ogni 


*  Ora  per  la  prima  volta  i  due  amici  si  danno  del  voi.  La  proposta 
venne  dal  Leopardi.  Il  quale,  chiedendo  licenza  al  Giordani  d'indi- 
rizzargli, con  ima  lettera  pubblica,  la  traduzione  del  Dionigi  del  Mai, 
gli  scriveva  (20  giugno  1817):  «  In  essa  lettera  La  tratterò  col  voi  (per- 
chè la  terza  persona  mi  pare  grand 'impaccio  allo  stile),  il  che  farei 
sempre  se  non  temessi  di  non  avere  corrispondenza,  perchè  in  verità 
quando  Le  parlo,  vorrei  parlarle  a  quattr'occhi  e  che  non  ci  fosse  sempre 
la  Signoria  in  mezzo  che  mi  sentisse.  Se  Ella  mi  promette  di  corrispon- 
dermi. Le  prometto  anch'io  che,  quanto  a  Lei.  farò  un  crocione  alla 
Signoria.  Son  persuaso  che  in  queste  baie  non  istà  l'amicizia;  ma, 
quando  un  uso  porta  più  comodi  e  vantaggi  che  un  altro,  mi  par  che 
sia  da  preferire  ».  E  il  Giordani  (.3  luglio):  «  Io  voglio  fare  tutto  quello 
che  piace  al  mio  Contino,  che  singolarissimamente  amo:  però  se  Le 
piace,  diamoci  del  voi  ». 


l'«  infelicissima  e  orrenda  vita  »  65 


griorno  lo  conto  per  guadagnato.  Addio,  Giordani  mio.  M'è  gran  con- 
forto il  pensare  a  voi  in  questa  mia,  per  più  cagioni  da  qualche  tempo, 
infelicissima  e  orrenda  vita.  Di  meliora  piis:  miglior  vita  al  mio  dol- 
cissimo Giordani  ! 

Il  quale,  di  questa  chiusa  piìi  dell'usato  triste,  più  che 
mai  si  spaventa,  e  chiede  ansioso,  il  24  luglio: 

Or  che  è  questa  vita  vostra  infelicissima  ed  orrenda  ì  Perdio,  mi 
lacerate  il  cuore!  Non  so  indovinare  ciò  che  vi  molesti;  ma  troppo 
chiaro  veggo  che  non  siete  sano,  o  almeno  vigoroso.  Per  carità,  abbia- 
tevi ogni  possibil  cura.  Esercitatevi,  divertitevi...  Oh  se  mi  fosse  con- 
ceduto di  venirvi  a  visitare  !  Ma  è  impossibile  ora. 

E  tre  giorni  dopo,  non  essendo  punto  tranquillo,  torna 
a  scrivere: 

Tutto  va  bene  della  erudizione  e  degli  studi.  Ma  della  salute  voi 
mi  fate  spasimare.  Che  è  questa  lunghezza  e  frequenza  d'incomodi  ì 
e  quali  incomodi  ?  Per  carità,  o  ubbiditemi,  o  non  mi  scrivete  mai  più. 
Se  non  volete  scemare  (o  bisognando,  anche  cessare  per  un  pezzo)  le 
fatiche  mentali;  divertirvi;  esercitare  il  corpo:  se  vi  ostinate  a  vo- 
lervi o  ammazzare  o  incadaverire;  fatemi  la  carità,  scordatevi  di  me, 
non  mi  dite  più  niente,  e  risparmiatemi  questa  pungentissima  affli- 
zione. Quasi  patirei  meno  vedendovi  rovinare  nei  vizi  (come  fanno 
milioni  di  pari  vostri),  che  vedere  un  eccesso  di  virtù  condurre  a  per- 
dizione un  miracol  di  natura.  Vel  dico  davvero;  non  mi  regge  il  cuore 
di  restarvi  amico,  se  non  attendete  (ma  da  senno)  a  conservarvi.  Voi 
mi  date  una  gran  tortura,  accennandomi  mali  e  tristezze  orrende;  e 
non  dicendomi  quali...  Oh  se  potessi  venir  volando  a  vedervi! 

Giacomo  replica  con  una  delle  piti  strazianti  lettere  che 
abbia  mai  scritte.  Ha  la  data  dell' 8  agosto. 

Quando  un  giovane  dice  d'essere  infelice,  d'ordinario  s'immagi- 
nano certe  cose  che  io  non  vorrei  che  s'immaginassero  di  me,  singo- 
larissimamente dal  mio  Giordani:  per  il  quale  solo  io  vorrei  essere 
virtuoso  quando  bene  non  ci  avesse  altro  spettatore,  né  alcun  premio 
della  virtù.  Però  vi  voglio  dire  che,  benché  io  desideri  molte  cose  e 
anche  ardentemente,  com'è  naturale  ai  giovani,  nessun  desiderio  mi 
ha  fatto  mai  né  mi  può  fare  infelice,  né  anche  quello  della  gloria,  perché 
credo  che  certissimamente  io  mi  riderei  dell'infamia,  quando  non 
l'avessi  meritata,  come  già  da  qualche  tempo  ho  cominciato  a  disprez- 
zare il  disprezzo  altrui,  il  quale  non  crediate  che  mi  possa  mancare. 
Ma  mi  fa  infelice  primieramente  l'assenza  della  salute,  perchè,  ol- 
treché io  non  sono  quel  filosofo  che  non  mi  curi  della  vita,  mi  vedo 
forzato  a  star  lontano  dall'amor  mio,  che  é  lo  studio.  Ahi,  mio  caro 

5.  —  G.  Leopardi. 


66  LA   YITA    DEL    POETA 


Giordani,  che  credete  voi  che  io  faccia  ora  ?  Alzarmi  la  mattina  e  tardi, 
perchè  ora,  cosa  diabolica!,  am.o  più  il  dormire  che  il  vegliare.  Poi 
mettermi  immediatamente  a  passeggiare,  e  passeggiar  sempre  sema  mai 
ajjrir  bocca  né  veder  libro  sino  al  desinare.  Desinato,  passeggiar  sempre 
nello  stesso  modo  sino  alla  cena:  se  non  che  fo,  e  spesso  sforzandomi  e 
spesso  interrompendomi  e  talvolta  abbandonandola,  una  lettura  di 
un'ora.  Così  vivo  e  son  vissuto,  con  pochissimi  intervalli,  per  sei  mesi. 
-  L'altra  cosa  che  mi  fa  infelice  è  il  pensiero.  Io  credo  che  voi  sap- 
piate, ma  spero  che  non  abbiate  provato,  in  che  modo  il  pensiero  possa 
cruciare  e  martirizzare  una  persona  che  pensi  alquanto  diversamente 
dagli  altri,  quando  l'ha  in  balìa,  voglio  dire  quando  la  persona  non 
ha  altro  svagamento  e  distrazione,  o  solamente  lo  studio,  il  quale  perchè 
fissa  la  mente  e  la  ritiene  immobile,  più  nuoce  di  quello  che  giovi.  A 
me  il  pensiero  ha  dato  per  lunghissimo  tempo  e  dà  tali  martirii.  per 
questo  solo  che  m'ha  avuto  sempre  e  m'ha  intieramente  in  balia  (e, 
vi  ripeto,  senza  alcun  desiderio)  che  m'ha  pregiudicato  evidentemente, 
e  m'ucciderà,  se  io  prima  non  muterò  condizione.  Abbiate  per  certis- 
simo che  io  stando  come  sto,  non  mi  posso  divertire  più  di  quello  che 
fo,  che  non  mi  diverto  niente.  Insomma  la  solitudine  non  è  fatta  per 
quelli  che  si  bruciano  e  si  consumano  da  loro  stessi.  In  questi  giorni 
passati  sono  stato  molto  meglio  (di  maniera  però  che  chiunque  sta 
bene,  cadendo  in  questo  meglio,  si  terrebbe  morto);  ma  è  la  solita 
tregua  che  dopo  una  lunga  assenza  è  tornata,  e  già  pare  che  si  licenzi, 
e  così  sarà  sempre  che  io  durerò  in  questo  stato,  e  n'ho  l'esperienza 
continuata  di  sei  mesi,  e  interrotta  di  due  anni.  Nondimeno  questa  tregua 
m'avea  data  qualche  speranza  di  potermi  rifare  mutando  via.  Ma 
la  vita  non  si  muta  ;  e  la  tregua  parte,  e  io  torno  o  più  veramente  resto 
qual  era. 

Sottoscrive:  «  Sono  il  vostro  buon  Leopardi  ».  Ed  è  un 
ultimo  tocco,  che  ci  commuove  di  tenerezza,  come  il  sin- 
ghiozzo rattenuto  o  il  sussulto  di  pianto  d'un  bambino,  che 
non  voglia  farsi  veder  piangere. 

Oramai  egli  non  ha  la  mente  che  al  giorno  in  cui  il  Gior- 
dani sarà  accanto  a  lui.  È  assalito  da  «  un  nembo  e  una 
furia  di  pensieri  »,  che  vorrebbe  confidargli  e  che  serba  per  la 
sua  venuta.  «  Credo  »,  soggiunge,  «  che,  se  ci  vedremo,  io 
starò  qualche  giorno  senza  dirvi  niente,  per  non  sapere  da 
che  cominciare.  Non  sarà  poco  se  vi  darò  spazio  di  man- 
giare e  di  dormire,  che  non  v'assedi  del  continuo  col  mio 
favellare  ».  Sa  che  sono  «  castelli  in  aria  »;  ma  ne  fa  per  di- 
strarsi, (c  Vedete  »,  scrive  il  29  agosto,  «  che  non  posso  dire 
di  esser  sano;  ma  lieto  mi  sforzo  di  essere  per  amor  vostro. 
Avrei  sommo  bisogno  di  distrazioni,  ma  non  ne  ho  :  ohimè  ! 


l'h  ozio  noioso  »  67 


mi  ridarebbero  la  salute  e  la  vita  ».  Uscire,  uscire  una  buona 
volta  dal  borgo  selvaggio,  dove  «  si  sta  tra  animali  •>:  questa 
sarebbe  stata  distrazione  vera  I  ^  A  Recanati  posso  morire, 
certo  è  che  non  ci  vivrò  ».  dichiara  risolutamente.  E  il  Gior- 
dani ne  prende  coraggio  per  ribattere  oramai  sul  chiodo 
anche  lui  (9  settembre). 

Duolmi  assai  assai  della  vostra  salute;  che  non  cesserò  mai  di  rac- 
comandarvi. Gran  rimedio,  e  unico,  sarebbe  muovervi,  distrarvi,  cercar 
un  poco  di  nuovo  paese;  e  comincerei  da  Roma.  Penso  che  il  vostro 
siurnor  padre  avrà  cura  di  un  si  prezioso  figlio  :  e  penserà  non  poter 
meglio  usare  la  sua  fortuna  che  nel  conservarvi  sano  e  lieto,  e  man- 
tenervi a  quelle  uniche  e  rarissime  sjjeranze  che  di  voi  ha  l'Italia... 
Oh  se  io  potessi  venirvi  a  trovare,  e  consolarvi  un  poco  !...  Spero  che 
l'anno  venturo  vi  vedrò  sicuramente.  Ponete  og-ni  vostro  pensiero  a 
conservarvi.  Perchè  non  cavalcate  ?  Giò  dovrebbe  pure  giovarvi.  Lo 
studio  v'è  nocivo;  ma  l'ozio  noioso  vi  tormenterà:  procacciatevi  dunque 
(ve  ne  prego)  qualche  salutare  esercizio. 

Intanto,  quasi  per  consolarlo,  gli  diceva  un  gran  male 
della  sua  Piacenza,  dove  s'era  nuovamente  «  incardinato  ». 
Anche  questo  che  ^  povero  paese  )  I  E  per  «  la  penuria  de' 
libri  anche  piìi  usuali,  propriamente  miserabile  e  vergognosa  », 
Piacenza  si  trova  alla  pari,  se  non  al  disotto,  di  Recanatì. 
E  qui  pure,  «nobiltà  ignorante  e  superba;  preti  ignoranti 
e  fanatici;  moltitudine  infinita  di  sciocchi;  miserie  e  vizi; 
un  governo  che  fa  pietà  ».  Un  po'  meno  male  che  a  Reca- 
nati ci  si  stava,  forse,  per  -la  compagnia:  dacché  non  vi 
mancavano  <  alcuni  uomini  eccellenti  e  rarissimi,  dai  quali  », 
il  Giordani  confessava,  «  posso  continuamente  imparare  »;  e 
«  amici  fedelissimi  e  cari,  qualche  donna  amabile,  molta  li- 
bertà di  pensare  e  di  parlare  ».  Quanto  all'ambiente  dome- 
stico, le  parti  erano  presso  che  uguali,  se  pure  non  istava 
meglio  Giacomo,  Il  Giordani  trovava  anche  lui  una  '<  gran 
consolazione  »  nella  sorella,  «  che  è  »,  diceva,  «  il  miglior 
cuore  del  mondo,  d'una  ingenuità  soavissima,  affezionata 
a  me  quanto  mai  si  può  ».  Ma  il  fratello,  «  dOigentissimo  nei 
danari,  ma  del  restante  buon  uomo  »,  andava  qua  e  là  «  se- 
minando evangelio  per  coglier  pecunia,  la  quale  saviamente 
pensa  che  non  è  mai  troppa  ^  ;  e  lontani,  vivevano  «  concor- 
dissimi  ».  A  buon  conto,  pur  nella  semibarbara  Piacenza, 


68  LA   VITA    DEL    POETA 


airottimo  Pietro  riusciva  di  vivere  «  quieto,  libero,  contento: 
poiché  »,  concludeva,  «  bisogna  pur  contentarsi  del  mediocre: 
Jacileììi  amo  vitam  parabilemque  ^  ». 

Davvero  che  il  povero  Giacomo  non  aveva  nessun  de- 
siderio smodato;  ma  il  Giordani  non  giungeva  ancora  a 
persuadersene.  «  Stando  in  Eecanati,  e  come  ci  sto  io  »,  gli 
spiegava  meglio  quel  passero  solitario  (11  agosto),  «niente 
mi  può  consolare  della  privazione  degli  studi;  e  nondimeno, 
perchè  vedo  che  mi  bisogna  stare  un  pezzo  senza  studiare..., 
non  istudio,  e  così  fo  da  molto  molto  tempo  ».  Altro  che 
di  poco  esser  contento  !  S'egli  si  sentiva  e  dichiarava  «  infe- 
lice »,  se  ne  persuadesse,  era  per  «  l'assenza  della  salute  », 
che,  chiosava  (29  agosto),  «  togliendomi  lo  studio  in  Reca- 
nati, mi  toglie  tutto,  oltre  al  pensiero,  che  è  stato  sempre 
il  mio  carnefice,  e  sarà  il  mio  distruttore,  se  io  durerò  in 
poter  suo  in  questa  solitudine  ».  Egli  era  convinto  che,  se 
mai  una  volta  fosse  pur  riuscito  a  vedere  il  mondo,  lo  avrebbe 
avuto  a  noia,  anche  lui  ;  anzi,  soggiungeva,  «  allora  forse 
non  mi  dispiacerà  e  fors'anche  mi  piacerà  questo  eremo  che 
ora  abborro  »  ;  ma  ora,  per  vivere,  sentiva  il  bisogno  ur- 
gente e  imperioso  d'un'aria  e  d'una  noia  che  non  fossero 
recanatesi  !  E  ohimè,  «  di  muoversi  di  qua  né  anche  si 
sogna  !  »  (26  settembre). 

Dio  mi  scampi  dalle  prelature  che  mi  vorrebbero  pittar  sul  rauso; 
Dio  mi  scampi  da  Giustiniano  e  dal  Digesto,  che  non  potrei  digerire 
in  etemo.  Certo  che  non  voglio  vivere  tra  la  turba:  la  mediocrità  mi 
fa  una  paura  mortale;  ma  io  voglio  alzarmi  e  farmi  grande  ed  eterno 
coll'ingegno  e  collo  studio:  impresa  ardua  e  forse  vanissima  per  me, 
ma  agli  uomini  bisogna  non  disanimarsi  né  disperare  di  loro  stessi... 
TuttvC  le  forze  in  questa  maledetta  città  bisogna  che  le  pigli  dall'animo 
mio  e  dalle  lettere  vostre... 

Se  credete  che  io  stia  molto  bene  a  libri,  v'ingannate,  ma  assai. 
Se  sapeste  che  Classici  mi  mancano!...  Ma  le  mie  entrate  non  bastano 
per  comprarli,  e  delle  altrui  io  non  mi  voglio  servire  più  che  tanto. 

Credo  che  sarete  persuasissimo  che  qui  né  per  governo,  né  per 
nessun 'altra  cosa  non  si  stia  meglio  che  a  Piacenza.  Questa  poi  é  la 
Capitale  de'  poveri  e  de'  ladri:  ma  i  vizi  mancano  (eccetto  questo  di 
rubare),  perché  anche  le  virtù.  Ditemi  di  grazia  almeno  i  nomi  di  co- 


*  Orazio  aveva  detto,  Sat.  I,  2,  119:  t  namque  parabilem  amo  Ve- 
nerem,  facilemque  ». 


IL    «  PERFETTO    SCRITTORE   ITALIANO  »  69 


testi  uomini  insigni  che  avete  in  patria.  Qui  ne  abbiamo  da  sette  mila 
tutti  insigni  per  la  pazienza  che  hanno  di  stare  a  Recanati,  la  quale 
molti  nobili  vanno  perdendo.  Le  donne  poco  più  hanno  di  quello  che 
si  son  portate  dalla  natura,  se  non  vogliamo  dire  un  poco  meno  ;  il  che  si 
può  bene  della  più  parte.  Non  credo  che  le  Grazie  sieno  state  qui  mai, 
né  pure  di  sfuggita  all'osteria... 

De'  molti  fratelli  ne  ho  uno  con  cui  sono  stato  allevato  fin  da  bam- 
bino (essendo  minore  di  me  di  un  solo  anno),  onde  è  un  altro  me  stesso, 
e  sarà  sempre  insieme  con  voi  la  più  cara  cosa  che  m'abbia  al  mondo, 
e  con  un  cuore  eccellentissimo,  e  ingegno  e  stxxdio  di  cui  potrei  dire 
molte  cose  se  mi  stésse  bene:  è  il  mio  confidente  universale,  e  parte- 
cipe tanto  o  quanto  degli  studi  e  delle  letture  mie:  dico  tanto  o  quanto, 
perchè  discordiamo  molto,  non  per  l'inclinazione,  amando  lui  gli  stessi 
studi  che  io,  ma  per  le  opinioni.  Questi  vi  ama,  come  è  naturale  solo 
che  altri  vi  conosca  in  qualche  modo,  e  questi  è  il  solo  solissimo  con 
cui  apro  bocca  per  parlare  degli  studi:  il  che  spesso  si  fa,  e  più  spesso 
si  farebbe  se  si  potesse  senza  disputa,  le  quali  sono  fratellevoli,  ma  calde  \ 

Mi  duole  fieramente  del  vostro  Panegirico  che  ancora  è  per  la  strada. 
Oh  qua  bisognerebbe  che  venissero  gl'impazienti,  quelli  che  quando 
desiderano  una  cosa  ardentemente  non  sanno  soffrire  indugio  !  Io  pure 
tma  volta  avea  questi  vizi,  ma  vi  so  dir  io  che  quest'inferno  doma  tutte 
le  passioni. 

Il  cavalcare  che  m.i  consigliate,  certo  mi  gioverebbe,  ed  è  uno  dei 
pochi  esercizi  che  io  potrei  fare,  dei  quali  non  è  né  il  nuotare  né  il  gio- 
care a  palla  né  altro  tale,  che  non  molto  fa  mi  avrebbe  dato  la  vita  ed 
ora  mi  ammazzerebbe,  quando  io  mi  ci  potessi  provare,  che  é  impossi- 
bilissimo. Potrei,  dico,  cavalcare  se  avessi  ìììoUc  cose  che  non  ho. 

Vo  contando,  mio  caro,  i  giorni  e  i  mesi  che  mi  bisogna  passare 
prima  di  vedervi. 

Intanto  che  Giacomo  riempiva  così,  descrivendola  nella 
sua  snervante  monotonia,  la  sua  squallida  vita,  l'amico  pia- 
centino, ingenuamente  estasiato  dietro  il  fantasma  del  e  per- 
fetto scrittore  italiano  »  che  vedeva  sempre  meglio  ingigan- 


*  Al  Giordani,  che  richiese  qualche  spiegazione  su  codeste  diver- 
genze fraterne,  il  Leopardi  rispose  (21  novembre):  «  Sappiate  che  questo 
scellerato  non  vuol  sentire  il  nome  di  differenze,  né  anche  mi  concede 
che  tra  noi  veramente  ci  sieno;  vedete  quanto  andiamo  d'accordo!  Le 
stesse  controversie  non  vi  si  possono  scrivere,  perché  sono  infinite,  e 
ne  nasce  tutti  i  giorni  come  i  funghi.  Basterà  che  sappiate  che  le  ca- 
gioni dalla  parte  di  Carlo  sono  poco  amore  della  patria,  poco  degli 
antichi,  molto  degli  stranieri,  moltissimo  dei  Francesi  ».  Differivano 
anche  fisicamente:  «ch'egli»,  riscriveva  Giacomo  (ó  dicembre),  «è  alto 
e  fatticcione  da  metter  paura  a  me,  scria tello  e  sottilissimo  ». 


LA   %aTA   DEL   POETA 


tire  e  impersonarsi  nelle  gracili  forme  del  contino  marchi- 
giano, gli  gridava:  Inveni  hominem!  (21  settembre). 

Appena  lo  credo  a  me  proprio  ;  uia  è  vero.  Che  ingegno  !  che  bontà  ! 
E  in  vm  giovinetto  I  e  in  un  nobile  e  ricco  !  e  nella  Marca  I  Per  pietà, 
per  tutte  le  care  cose  di  questo  mondo  e  dell'altro,  ponete,  mio  caris- 
simo contino,  ogni  possibile  studio  a  conservarvi  la  salute.  La  natura 
lo  ha  creato,  voi  l'avete  in  grandissima  parte  lavorato  quel  jìcrfeito 
scrittore  italiano  che  io  ho  in  mente.  Per  dio,  non  me  lo  ammazzate  I... 
Per  l'amore  d'ogni  cosa  amabile,  fate,  Giacomino  mio  adoratissimo, 
di  tener  vivo  all'Italia  il  suo  perfetto  scrittore,  ch'io  vedo  in  voi  e  in 
voi  solo.  Non  vi  avviliscano  le  malinconie,  le  languidezze  presenti,  i 
martiri i  del  pensiero:  io  le  ho  provate  tutte  nella  vostra  età;  e  sono  so- 
pravissuto. Io  sino  ai  venti  anni  sono  stato  cosi  moribondo  che  né  io 
uè  altri  potesse  di  di  in  di  promettermi  una  settimana  di  vita:  ed  ho 
avuto  molte  altre  calamità,  che  voi  Dio  grazia  non  avete.  Dunque 
confidatevi,  amatevi,  curatevi.  Conservate  la  vostra  vita,  come  se  l'aveste 
in  deposito  dall'Italia,  e  come  se  nel  deposito  si  conservassero  grandis- 
sime speranze  di  gloria  e  di  felicità  nazionale...  Io  ho  innanzi  agli  occhi 
tutta  la  vostra  futura  gloria  immortale:  al  che  nulla  vi  bisogna  fuorché 
vivere.  Per  l'Italia  nostra,  mio  Giacomino,  per  la  nostra  sfortunata  e 
cara  madre,  sappiate  vivere.  A  ciò  solo  pensate:  reliqua  omnia  adii- 
cientur  Ubi  '. 

Passa  pili  d'un  mese,  dopo  questa  lettera,  senza  che  il 
Giordani  si  rifaccia  vivo  con  l'amico  desolato.  Il  quale,  im- 
maginando di  lui  «  quelle  più  acerbe  cose  che  si  possono  pen- 
sare di  persona  piìi  cara  che  la  vita  propria  »,  ne  prova 
«  strette  di  cuore  così  dolorose,  che  altre  tali  non  si  ricorda 
di  avere  mai  provato  in  sua  vita  »  (21  novembre).  «  Perchè 
certo»),  gli  spiegava,  'io  vivo  sempre  con  voi,  e  ne'  miei 
pensieri  mi  trattengo  con  voi,  e  studio  per  piacere  a  voi;  e 
già  per  questo  miserabile  sospetto  mi  parca  di  non  avere 
pili  motivo  di  studiare,  e  pensando  al  futuro  non  vedea 
come  potessi  vivere  altrimenti  che  in  uno  stato  simile  a 
quello  dell'anima  divisa  dal  corpo,  il  quale  dicono  i  filosofi 
che  sia  violento  ».  Intenerito  sempre  più  d'un  tanto  amore, 
il  Giordani  gli  protesta  il  suo,  non  meno  caldo.  «  Sappiate 
bene  »,  gli  scrive  (30  novembre),  «  che  nella  vostra  età  io 
era  tutto  come  voi;  e  se  ora  l'aver  vissuto  e  troppo  cono- 


'   Nell'Evangelo  di  Matteo,  VI,  33.  é  scritto:   «  Quaerite  ergo  pri- 
mum  regnum  Dei,  et  iustitiam  eius:  et  haec  omnia  adiicientur  vobis  ». 


IL    e  PROJO    AMOEE 


scinto  gli  uomini  ha  moderato  il  mio  cuore,  non  lo  ha 
però  molto  cangiato  ».  E  lo  conforta  del  non  essere,  com'egli 
aveva  supposto,  »  Foracelo  della  Marca  »,  ricordandogli  che 
«  anche  il  Messia  quando  era  piccolino  non  era  molto  ascol- 
tato da'  suoi  patriotti ')  (17  dicembre). 

Un  raggio  di  sole  era  intanto  penetrato  in  quel  romito 
carcere  feudale.  La  sera  dell' 11  dicembre,  giungeva  in  Ke- 
canati,  ospite  di  Monaldo,  la  giovane  contessa  Geltrude  Cassi, 
sua  lontana  parente.  Del  subuglio  di  fremiti,  di  desiderii, 
d'ammirazione,  di  passione,  che  la  vista  e  la  conversazione 
deUa  bella  signora  suscitò  nel  deserto  di  quel  cuore  di  poeta,- 
così  assetato  di  affetti,  avrò  occasione  di  toccare  piti  avanti, 
nell'illustrazione  dell'elegia,  lì  primo  amore.  Qui  rileverò  sol- 
tanto l'eco  di  quel  rimescolamento  che  rimane  nelle  lettere 
al  Giordani.  Il  22  dicembre,  otto  giorni  dopo  la  partenza 
della  contessa,  Giacomo  gli  scriveva: 

^li  consolate  assai  quando  mi  dite  che  fra  pochi  mesi  ci  vedremo. 
Oh  mi  bisogna,  o  mio  caro,  la  presenza  vostra  più  che  forse  non  vi 
figurate.  La  salute  adesso  mi  lascia  far  qualche  cosa,  ed  io  son  tornato 
alle  mie  vecchie  malinconie,  e  mi  rallegro  di  potermi  pure  affliggere 
per  altro  che  per  la  infermità,  che  è  bene  Un'afflizione  sterile  e  sgra- 
dita... M'è  accaduto  per  la  prima  volta  in  mia  vita  di  essere  alcuni 
giorni,  per  cagione  non  del  corpo  ma  dell'animo,  incapace  e  non  cu- 
rante degli  studi  in  questa  mia  solitudine.  Nondimeno  tornerò,  benché 
con  is voglia tezza,  al  Tasso  e  alle  altre  mie  letture...  In  verità  ne'  giorni 
addietro,  vedendomi  cosi  fuor  del  mondo  letterato,  colle  mani  legate, 
senza,  per  cosi  dire,  potermi  voltare  da  nessuna  banda...,  pigliavami 
una  rabbia,  ch'io  n'indiavolava.  Ma  ora  né  di  biblioteche  né  di  dis- 
sertazioni né  di  furori  né  d'altre  tali  cose  non  mi  cale,  né  mi  può  ca- 
lere né  poco  né  punto...  Addio,  carissinio  e  dilettissimo  mio.  Voglia- 
temi bene,  e  conservatevi  al  più  ardente  e  smanioso  degli  amici  vostri: 
il  quale  così  potesse  esser  felice  e  beato  in  voi.,  come  in  sé  stesso  sarà 
sempre  infelice,  e  andrà  tuttavia  lamentando  il  suo  fato  ed  il  perduto 
Fior  della  forte  gioventù. 

E  il  16  gennaio  del  1818.  a  proposito  della  Biblioteca  lia- 
liana  e  del  suo  direttore,  l'Acerbi,  —  che  il  Leopardi,  senza 
conoscerlo,  teneva  per  un  di -quei  galantuomini  in  cher- 
misi ')  (noi  diremmo  un  furbo  matricolato),  e  il  Giordani, 
conoscendolo,  giudicava  ■  il  piìi  infame  diffamato  mascalzone, 
che  tutti  predicano  per  spia  pubblica  ;  ed  è  questo  il  minimo 


LA   ^HTA    DEL   POETA 


de'  suoi  vituperii  »,  —  Giacomo  usciva  in  queste  singolari 
rivelazioni  : 

È  un  pezzo,  o  mio  caro,  ch'io  mi  reputo  immeritevole  di  comjnet- 
tere  azioni  basse,  ma  in  questi  ultimi  giorni  ho  cominciato  a  riputarmi 
più  che  mai  tale,  avendo  provato  cotal  vicenda  d'animo,  per  cui  m'è 
parso  d'accorgermi  ch'io  sia  qual  cosa  meglio  che  non  credeva,  e  ogni 
ora  mi  par  mille,  o  carissimo,  ch'io  v'abbracci  strettissimamente,  e 
versi  nel  vostro  il  mio  cuore,  del  quale  oramai  ardisco  pur  dire  che 
poche  cose  son  degne...  Né  io  sarò  meno  virtuoso  né  meno  magnanimo 
(dove  ora  sia  tale)  perchè  un  asino  di  libraio  non  mi  voglia  stampare 
un  libro,  o  una  schiuma  di  giornalisti  parlarne.  Oramai  comincio,  o 
riiio  caro,  anch'io  a  disprezzare  la  gloria,  comincio  a  intendere  insieme 
con  voi  che  cosa  sia  contentarsi  di  sé  medesimo,  e  mettersi  colla  mente 
più  in  su  della  fama  e  della  gloria  e  degli  uomini  e  di  tutto  il  mondo. 
Ha  sentito  qualche  cosa  questo  mio  cuore,  per  la  quale  mi  par  pure 
ch'egli  sia  nobile,  e  mi  parete  pure  una  vii  cosa  voi  altri  uomini,  ai 
quali  se  per  aver  gloria  bisogna  che  m'abbassi  a  domandarla,  non  la 
voglio;  che  posso  ben  io  farmi  glorioso  presso  me  stesso,  avendo  ogni 
cosa  in  me,  e  più  assai  che  voi  non  mi  potete  in  nessunissimo  modo 
dare. 

S'intende  che  in  quel  voi  altri  uomini  ei  non  voleva  com- 
preso colui  al  quale  la  lettera,  non  già  quell'apostrofe,  era 
diretta!  E  anzi,  non  ricevendone  più  notizie,  gli  riscrive  il 
13  febbraio,  chiedendogli  angosciato:  «M'abbandonerete 
anche  voi  così  solo  e  abbandonato  come  sono  ì  ».  Il  Giordani 
s'affrettò  a  rispondere,  a  volta  di  corriere  (il  21),  scusandosi 
premurosamente  dell'involontario  ritardo,  e  soggiungendo: 

Mi  accorate,  mostrandomivi  cosi  malinconico.  Oh  se  io  potessi  ralle- 
grarvi! Per  carità  fatevi  coraggio:  voi  mi  atterrate,  quando  mi  vi  mo- 
strate in  languore  e  patimento.  Credevo  di  vedervi  in  maggio:  ma 
bisogna  soddisfare  a  mio  fratello,  che  non  vuole  aspettare;  e  bisogna 
andar  prima  a  Venezia.  Ad  ogni  modo  ci  vedremo  in  quest'anno;  e 
sarò  prima  da  voi  che  in  Roma,  e  per  questa  sola  cagione  passerò  per 
la  via  di  Loreto,  e  non  per  la  più  breve  di  Toscana...  Vi  raccomando 
la  salute  e  l'allegria.  Se  alla  salute  è  indispensabile  assolutamente 
l'uscire  un  poco  di  costi,  m'inginocchierò  a  vostro  padre;  e  forse  si 
troverà  modo  a  conseguirne  questa  grazia.  Intanto  non  vi  abbando- 
nate cosi  alla  tristezza.  Eh,  se  vi  toccasse  di  patire  quel  che  ho  patito 
io,  e  tanti  altri,  che  fareste  allora  ?  Sappiate  godere  tanti  vantaggi 
che  avete. 

Il  Giordani  o  davvero  non  intendeva  bene,  o  fìngeva 
di  non  intendere.  E  Giacomo  cerca  di  spiegarsi  meglio 
(2  marzo,  1818). 


IL    «PRIMO    AMORE»  73 


Della  salute  sic  habeto.  Io  per  lunghissimo  tempo  ho  creduto  fer- 
mam.ente  di  dover  morire  alla  più  lunga  fra  due  o  tre  anni.  Ma  di  qua 
ad  otto  mesi  addietro,  cioè  presso  a  poco  da  quel  giorno  ch'io  miai 
piede  nel  mio  ventesimo  anno...,  ho  potuto  accorgermi,  e  persuadermi, 
non  lusiagandomi,  o  caro,  né  ingannandomi,  che  il  lusingarmi  e  l'ia- 
gannarmi  pur  troppo  è  impossibile,  che  ia  me  veramente  non  è  cagione 
necessaria  di  morir  presto,  e  purché  ra'abbia  infinita  cura,  potrò  vi- 
vere, bensì  strascinando  la  vita  coi  denti,  e  servendomi  di  me  stesso 
appena  per  la  metà  di  quello  che  facciano  gli  altri  uomini,  e  sempre 
in  pericolo  che  ogni  piccolo  accidente  e  ogni  minimo  sproposito  mi 
pregiudichi,  o  mi  uccida...  Questa  ed  altre  misere  circostanze  ha  posto 
la  fortuna  intomo  alla  mia  vita,  dandomi  una  cotale  apertura  d'intel- 
letto perch'io  le  vedessi  chiaramente  e  m'accorgessi  di  quello  che  sono, 
e  di  cuore  perch'egli  conoscesse  che  a  lui  noiv  si  conviene  l'allegria, 
e,  quasi  vestendosi  a  lutto,  si  togliesse  la  malinconia  per  compagna 
etema  e  inseparabile.  Io  so  dunque  e  vedo  che  la  mia  vita  non  può 
essere  altro  che  infelice:  tuttavia  non  mi  spavento,  e  cosi  potesse  ella 
esser  utile  a  qualche  cosa,  come  io  procurerò  di  sostenerla  senza  viltà. 
Ho  passato  anni  cosi  acerbi,  che  peggio  non  par  che  mi  possa  sopravve- 
nire: con  tutto  ciò  non  dispero  di  sofErire  anche  di  più...  Quanto  alla 
necessità  di  uscire  di  qua,  con  quel  medesimo  studio  che  m'ha  voluto 
uccidere,  con  quello  tenermi  chiuso  a  solo  a  solo,  vedete  come  sia 
prudenza,  e  lasciarmi  alla  malinconia,  e  lasciarmi  a  me  stesso  che  sono 
il  mio  spietatissimo  carnefice.  Ma  sopporterò,  poiché  sono  nato  per  sop- 
portare; e  sopporterò,  poiché  ho  perduto  il  vigore  particolare  del  corpo, 
di  perdere  anche  il  comune  della  gioventù. 

Queste  lettere,  veri  capilavori  d'eloquenza,  rattristavano 
e  insieme  esaltavano  il  Giordani;  che  s'arrabattava  a  esco- 
gitar nuovi  balsami  di  parole  per  lenire  quelle  ferite  cotanto 
dolorose.  Gli  scriveva  ancora  (16  marzo): 

Vorrei  che  per  un  poco  di  tempo  voi  aveste  meno  ingegno  e  meno 
eloquenza,  acciocché  meno  di  forza  avesse  la  vostra  malinconia,  e  io 
dall'espressione  di  lei  meno  dolore...  Ad  ogni  modo,  centra  questo 
male,  che  è  il  più  fiero  di  tutti,  bisogna  armarsi;  e  resistergli,  e  impe- 
dirgli i  progressi,  e  vincerlo  (che  é  vincibile)  e  liberarsene.  Ma,  come 
fare  ?  direte  voi.  Benché  io  sia  stato  malinconico  al  pari  di  voi,  ed  ora 
non  sia  allegro,  ho  nondimeno  grande  speranza  di  potervi  confortare 
e  consolare,  e  farvi  trovare  il  vigore  per  superare  questa  malattia.  Una 
certa  disposizione  malinconica  é  naturale  agl'ingegni,  ed  é  necessaria 
al  far  cose  non  ordinarie;  ma  l'eccesso  uccide...  Intanto  abbiatevi  cura: 
fate  moto,  prendete  aria;  e  non  v'immergete  tanto  negli  amari  pensieri. 
Certo  il  muovervi  di  costà  un  poco  mi  pare  necessario:  vedremo  se  si 
potrà  ottenerlo...  Mi  rattrista  la  necessità  di  tardare  la  mia  venuta; 
e  di  non  potere  correr  subito  portando  un  poco  di  refrigerio  al  pvirga- 
torio  d'un'anima  dolcissima. 


LA   VITA    DEL    POETA 


Questa  visita,  tauto  annunziata,  sarebbe  stata  «  come 
l'aurora  alle  tenebre  »  (24  aprile);  e  Giacomo  continua  a  so- 
spirarla. Intanto,  «  come  una  distrazione  utile  a  toglierlo 
da  tanta  eccessiva  assiduità  di  studi  ),  il  Giordani  gli  dà  una 
strana  briga:  di  procurare  a  una  marchesa  sua  cugina,  di- 
lettante di  agronomia,  un  po'  di  semente  deìl'erha  sulla,  con 
le  istruzioni  necessarie  a  coltivarla!  (17  maggio).  Eran  gli 
anni  in  cui  anche  il  Manzoni  era  tutto  preso  da  quegli  espe- 
rimenti d'agricoltura  e  di  giardinaggio,  ch'ei  sapeva  cari 
al  Fauriel  e  alla  signora  Condorcet.  E  il  Leopardi  fece  del 
suo  meglio  per  accontentare  lamico  e  la  dama  (1  giugno). 
Tuttavia  gli  ricordava  (25  maggio):  «  Siamo  alla  fine  di 
maggio,  e  fra  luglio  e  questo  c'è  solamente  un  mese.  Che  ? 
non  verrete  piìi  in  luglio  '?  Ho  paura  che  non  tocchi  a  me 
a  pagar  la  spesa  delle  vostre  tardanze,  e  a  proporzione  che 
guadagna  la  Lombardia  perda  la  Marca.  Per  Dio  non  fate 
che  sia  vero,  che  non  è  giusto  >k  E  il  Giordani  si  ripromette, 
e  ripromette,  d'essere  a  Eecanati  e  certamente  entro  luglio  », 
e  vagheggia,  e  fa  vagheggiare,  "  lunghi  colloqui  »  in  cui 
0  d'infinite  co.se»  parlerebbero  '(lungamente»  (16  giugno). 
Ma  un  mese  dopo,  è  ancora  allo  stesso  punto,  di  promettere 
per  circa  la  metà  di  agosto  ».  Il  6  agosto,  da  Bologna,  an- 
nunzia: «  Ora  sono  in  Bologna;  ma  verso  la  fine  del  mese 
voglio  essere  in  Recanati  ».  Giacomo,  che  non  ne  può  piìi 
degli  indugi  e  delle  dilazioni,  gli  risponde,  il  14: 

Io  v'aspetto  impazientissimainente,  mangiato  dalla  malinconia, 
zeppo  di  desiderii,  attediato,  arrabbiato,  bevendomi  questi  giorni  o 
amari  o  scipitissimi,  senza  un  filo  di  dolce  ne  d'altro  sapore,  che  possa 
andare  a  sangue  a  nessuno.  Certo  ch'avendo  aspettato  tanto  tempo  la 
vostra  visita,  adesso  eh 'è  vicina,  ogni  giorno  mi  pare  un  secolo;  né 
sapendo  come  riempirli  (e  quando  anche  per  l'ordinario  sapessi,  ogni 
cosa  mi  dee  parer  vana  rispetto  alla  conversazione  vostra),  sudo  il 
cuore  a  sgozzarli.  Direte:  e  lo  studio  ?  In  questi  sriorni  io  sono  come 
chi  ha  l'ossa  péste  dalla  fatica  o  dal  bastone:  tanto  ho  l'animo  fiacco 
e  rotto,  che  non  son  buono  a  checchessia. 

Da  Bologna  il  Giordani  non  riusciva  a  staccarsi;  e  il  26 
procrastina  nuovamente  la  sua  visita.  Dice:  «  Se  non  muoio 
tra  pochi  dì,  tra  pochi  dì  ci  vedremo:  in  principio  di  set- 
tembre; qualche  giorno  piìi  tardi  che  non  avrei  creduto:  mi 


IL    GIORDANI    A   RECANATI 


ritiene  grave  malattia  d'uii'amica  amabilissima,  dalla  quale 
non  so  allontanarmi  senza  lasciarla  incamminata  al  guarire  ». 
E  Giacomo  di  rimando  (31  agosto):  «  Nei  mali  o  vostri  o  di 
un'amica  vostra  io  non  compatisco  ma  patisco;  si  che  per 
quanto  arda  e  spalimi  di  vedervi,  per  quanto  sia  fatto  im- 
pazientissimo, e  i  giorni  mi  paiano  secoli,  e  proprio  non 
sappia  come  ingoiarli;  con  tutto  ciò  non  vi  posso  pregare 
che  v'affrettiate  di  consolarmi.  Basterà  che  quando  potrete, 
vi  ricordiate  dell'amor  mio,  ed  ascoltiate  l'amor  vostro  ». 


Il  Giordani  a  Recanati.  —  I  colloqui  con  Giacomo  e  i  sospetti 
di  Monaldo.  —  L'accusa  del  Gioberti  e  del  Capponi  in 
danno  del  Giordani. 

Nella  seconda  metà  del  settembre  1818,  finalmente,  il 
Giordani  salì  a  Kecanati,  e  smontò  in  un  alberguccio,  donde 
fece  recapitare  un  biglietto  ai  conti  Leopardi.  Pare  che  il 
messo  lo  consegnasse,  come  del  resto  era  naturale,  al  conte 
padre,  il  quale,  nel  desiderio  di  far  forza  airillustre  visita- 
tore perchè  accettasse  l'ospitalità  in  casa  sua,  si  affrettò  ad 
andare  all'albergo;  ma  non  tanto  che  non  vi  fosse  preve- 
nuto da  Giacomo,  che  avendo  saputo  dell'arrivo,  vi  era 
corso  a  precipizio.  Del  che  ebbe  poi  a  rimproverarlo  il  padre, 
giacché  quella,  come  riferì  poi  Carlo,  era  la  prima  volta  che 
Giacomo  osasse  uscir  di  casa  senza  la  compagnia  dell'aio 
o  di  qualche  persona  di  famiglia  ^. 

A  Recanati  l'insigne  piacentino  non  si  trattenne  che 
cinque  giorni  solamente.  E  Monaldo  gli  si  mostrò  sempre 
cortesissimo,  e  lasciò  che  Giacomo  e  Carlo  conversassero 
con  lui  liberamente,  anzi  lo  accompagnassero  pur  nelle  sue 
gite  per  gli  ameni  dintorni:  tanto  la  carità  del  natio  loco  lo 


^  Cfr.  i  Ricordi,  giudizi,  ragguagli  ecc.  pubblicati  dal  Viaui,  nel  III 
voi.  dell'Epistolario  leopardiano,  p.  427-28. 


76  LA    VITA    DEL    POETA 

strinse  I  Un  giorno,  che  rimase  memorabile  nelle  immagina- 
zioni paurose  delle  donne  di  casa,  ei  permise  che  andassero 
insieme  fino  a  Macerata  I  ^  Di  che  cosa  i  due  giovanetti  e 
l'uomo  maturo  discorressero,  a  noi,  che  abbiamo  sott'occhi 
l'Epistolario,  non  è  difficile  indovinarlo:  degli  studi,  certo, 
di  poesia,  dell'Italia,  e  anche  del  modo  da  tenere  per  indurre 
il  conte  cocciuto  e  la  taccagna  contessa  a  lasciare  che  i 
figli  uscissero  del  nido.  Ma  via  via,  quando,  dopo  quella 
visita  e  quei  colloqui,  Giacomo  gb*  diede  quella  solenne 
prova  di  ribellione,  Monaldo  si  venne  persuadendo,  messo 
forse  sulla  buona  strada  dalle  suggestioni  della  moglie  bi- 
gotta, che  l'ospite  fosse  una  specie  di  Mefistofele,  capitato  su 
Eecanati  a  posta  per  conquistare  e  rapire  l'anima  ingenua 
di  quell'imberbe  Faust.  Quei  colloqui  gli  apparvero  allora 
cospirazioni,  e  vi  fiutò  non  so  che  di  misterioso,  di  settario, 
di  diabolico.  Così  che  quando  fu  sorpreso  dal  tentativo  di 
fuga,  ei  non  dubitò  un  momento  di  farne  risalire  la  colpa 
tutta  ai  suggerimenti  malvagi  dell'  ospite  ingrato.  E  il  3 
d'aprile  del  1820  scriveva  all'avvocato  Pietro  Brighentì, 
sfogando  l'amarezza  del  suo  cuore: 

Purtroppo  mi  dolgo  degli  amici  o  falsi  o  inconsiderati,  ma  non  di 
Lei.  Le  mie  espressioni,  e  sia  con  Sua  tolleranza,  miravano  principal- 
mente il  signor  Giordani,  il  quale,  sarà  forse  senza  volerlo,  mi  ha  pro- 
cacciati rammarichi  troppo  cocenti,  ed  è  stato  d'infausto  augurio  alla 
mia  famiglia... 

Coli 'occasione  di  una  sua  stampa,  Giacomo  aprì  corrispondenza  let- 
teraria col  sig.  Giordani,  e  restò  innamorato  della  sua  bella  e  cordiale 
maniera.  Io  secondai  questa  amicizia,  ed  invitai  il  sig.  Giordani  a  trat- 
tenersi con  noi  venendo  da  queste  parti.  Egli  mi  favori  per  alcimi 
giorni,  ma  la  venuta  sua  fu  l'epoca  in  cui  li  figli  miei  cangiarono  pen- 
sieri e  condotta,  ed  io  forse  li  perdetti  allora  per  sempre.  Fino  a  quel 
giorno  mai,  letter  dimeni  e  mai,  erano  stati  iin'ora  fuori  dell'occhio  mio 
e  della  madre.  Li  lasciai  con  Giordani  liberamente,  stimando  di  lasciarli 
in  braccio  all'amicizia  e  all'onore.  Non  so,  o  per  lo  meno  mi  giova  igno- 
rare, ima  gran  parte,  e  forse  la  più  interessante,  di  quanto  formò  l'og- 


*  Il  PlERGlLi  (Z,e  tre  lettere  di  G.  L.  intorno  alla  divisata  fuga,  p.  12  n.) 
riferisce  d'aver  saputo  dalla  contessa  Ippolita  Mazzagalli,  cugina  e 
coetanea  di  Giacomo,  che  «  Giordani  chiese  ed  ottenne  da  Monaldo 
il  permesso  di  condurre  un  giorno  il  giovane  amico  a  Macerata,  donde, 
secondo  che  affermava  quella  timorata  donna,  questi  tornò  mutato 
tutto  ». 


I    «  MALVAGI   PUNGELLI  »    DEL   GIORDANI  77 

getto  di  quei  lunghi  colloquii.  Certo  si  esagerò  sulla  infelicità  di  vivere 
in  un  piccolo  paese;  si  riscaldò  la  fantasia  dei  giovani  come  destinati 
dalla  natura  ad  alte  imprese  ed  a  teatro  vastissimo;  si  progettò  per 
Giacomo  un  posto,  o  almeno  un  soggiorno,  in  Milano  ovvero  in  Roma; 
si  assegnò  al  secondo  una  piazza  di  ufficiale  fralle  truppe  del  Piemonte  ; 
e  fino  si  parlò  di  non  so  quale  matrimonio  per  una  mia  figlia.  Giordani 
partì  portando  con  sé  il  segreto  dei  figli  miei,  e  se  non  fu  scellerato 
per  eccitare  in  essi  sentimenti  contrarli  ai  loro  doveri,  fu  incauto  fo- 
mentandoli coi  suoi  discorsi,  e  fu  crudele  con  me  conservando  il  più 
rigoroso  silenzio.  La  corrispondenza  di  loro  con  esso  è  continuata;  si 
sono  trattate  sempre  le  stesse  materie,  si  è  disceso  ai  dettagli,  si  è  stato 
al  momento  della  esecuzione,  e  Giordani  non  mi  ha  scritto  ima  sil- 
laba, né  mi  ha  fatto  pervenire  un  avviso.  So  che  ha  scritto  a  Giacomo 
qualche  lettera  saggia;  ma  se  vma  scintilla  promuove  un  incendio, 
una  stilla  non  basta  ad  estinguerlo.  Giordani  per  lo  meno  é  stato  im- 
prudente, e  le  imprudenze  con  li  giovani  sono  fatali. 

Qiii  vien  tatto  d'osservare  che  Monaldo  si  mostra  ud  po' 
troppo  bene  informato  di  quello  che  i  due  amici  si  scrive- 
vano !  Era  difatto  vero  che,  in  una  lettera  del  22  settembre 
1819,  il  Giordani  dava  informazioni  a  Giacomo  intorno  alla 
«  milizia  piemontese  »,  e  alla  «  spesa  non  piccola  »  che  sa- 
rebbe occorsa  perchè  Carlo  vi  s'inscrivesse.  «  E  a  questa  », 
aveva  soggiunto,  «  come  s'indurrebbe  mai  vostro  padre,  già 
ripugnante  a  lasciarvi  uscir  di  casa  ?  ».  Ed  era  anche  vero 
che,  circa  il  tentativo  di  fuga  non  riuscito,  egli  aveva  scritto 
a  Giacomo,  il  1°  novembre:  «  Keputo  gran  ventura  che  sia 
stato  disturbato  il  tuo  doloroso  disegno.  Non  ti  biasimo  che 
tu  l'abbi  avuto  in  mente;  ma  reputo  bene,  o  assai  minor 
male,  non  averlo  potuto  eseguire  ».  E  di  questo  suo  giudizio 
gii  esponeva  le  ragioni:  «Come  esporti  cosi  all'azzardo? 
con  una  complessione  delicata  ?  senza  un  fine  certo  ?  senza 
mezzi  sicuri?  in  un  mondo,  in  un  secolo  il  più  egoista  che 
mai  fosse.  In  chi  sperare,  e  che?  »,  Ed  esortava:  «  Figurati 
d'essere  un  carcerato;  ma  ariosa  prigione  e  salubre,  buon 
letto,  buona  tavola,  assai  libri:  oh  Dio,  ciò  è  ancora  meno 
male  che  non  saper  dove  mangiare,  né  dove  dormire.  Chi 
sa,  forse  un  qualche  giorno  tuo  padre  si  piegherà:  se  io 
sapessi  qual  santo  potesse  fare  questo  miracolo,  certamente 
lo  invocherei.  Ma  frattanto  invoco  la  tua  pazienza,  la  tua 
prudenza  ».  —  Come  mai,  dunque,  Monaldo  era  a  cognizione 
di  tutto  ciò  ?  Non  è  certo  tra  le  cose  verosimili  che  Giacomo 


78  LA    VITA    DEL    POETA 

o  Carlo  gli  mostrassero  le  lettere  !  Ma  la  polizia  materna 
aveva  le  braccia  lunghe:  e  i  sospetti  di  Carlo  non  sorsero 
se  non  troppo  tardi  I 

Monaldo  ripiglia,  insistendo  sulle  <>  imprudenze  »  del  Gior- 
dani : 

Né  questa  sola  ha  commessa.  CoU'occasione  similmente  della  lette- 
ratvira,  ha  suggerita  e  favorita  la  corrispondenza  di  Giacomo  con  molti 
letterati  d'Italia.  Fra  questi  vi  sono  spiriti  pericolosi  e  inquieti,  e  Gior- 
dani è  obbligato  a  conoscerli,  e  li  conosce.  Costoro  non  hanno  mentito 
sé  stessi,  e  manifestandosi  al  figlio  mio  nelle  loro  lettere,  lo  hanno 
scopertamente  invitato  a  partecipare  delle  loro  massime,  e  a  coadiu- 
vare, anzi  a  farsi  primario  sostenitore  dei  loro  disegni. 

E  qui  ancora  ci  verrebbe  latto  di  domandare:  e  codeste 
lettere  come  mai  eran  cadute  esse  i)ure  nelle  sue  mani  ? 

Sennonché  pare  che  questa  volta  Monaldo  lavorasse  di 
fantasia,  e  desse  per  realtà  i  suoi  sospetti  ^.  A  buon  conto, 
Giacomo  li  -smentisce  recisamente,  come  calunniosi,  nella 
sua  Ietterà  al  Broglio,  del  13  agosto  1819.  Egli  attesta: 

Quello  che  mi  duole  più  di  tutto,  è  il  sapere  che  si  vanno  incolpando 
di  questa  mia  risoluzione  antichissima,  alcuni  letterati  ch'io  conosco 
da  poco  tempo.  S'è  lecito  in  questo  caso,  io  vi  giuro  per  tutto  quello 
che  v'ha  di  più  santo,  che  nessuno  d'essi  ha  mai  sognato  di  darmi  questo 
consiglio.  Anzi  s'io  avessi  manifestato  loro  la  mia  deliberazione,  sono 
certissimo  che  me  ne  avrebbero  dissuaso  con  tutte  le  forze.  Io  m'offro 
di  far  leggere  a  mio  padre  tutte  quante  le  lettere  che  m'hanno  scritto 
a  una  a  una.  Bisogna  ben  che  mio  padre  si  stimi  il  solo  prudente  della 
terra,  poiché  crede  che  persone  navigate  e  praticissime  del  mondo  si 
vogliano  impacciare  negli  affari  di  una  famiglia  altrui,  e  tirarsi  addosso 
l'odio  di  \in  terzo,  per  qualunque  vantaggio  ne  potesse  derivare  a  un 
loro  amico.  Massimamente  che  saprebbero  bene,  e  sanno,  ch'io  par- 
tendo di  qui,  mi  priverei  d'ogni  avere;  sicché  tornerebbe  loro  molto 
meglio  il  conto,  ch'io  me  ne  stessi  qui  aspettando  e  soffrendo,  poich'essi 
non  soffrirebbero  già  nulla  con  me.  Quanto  ai  loro  principii,  io  non 
m'inganno,  ma  li  conosco,  tanto  che  anch'io  li  professo.  Non  ignoro 


*  Il  21  giugno  1819,  Giacomo  scriveva  al  Giordani:  «In  questo  paese 
di  frati,  dico  proprio  questo  particolarmente,  e  in  questa  maledetta  casa, 
dove  pagherebbero  un  tesoro  perché  mi  facessi  frate  ancor  io,  dove 
volere  o  non  volere  a  tutti  i  patti  mi  fanno  viver  da  frate,  e  in  età  di 
21  anno  e  con  questo  cuore  che  io  mi  trovo,  fatevi  certo  che  in  brevis- 
simo io  scoppierò,  se  di  frate  non  mi  converto  in  apostolo,  e  non  fuggo 
di  qua  mendicando,  come  la  cosa  finirà  certissimamente  ». 


MONALDO    ACCUSA   IL    GIORDANI 


che  possono  aver  delle  mire  interessate,  ma  io  distinguo  le  cagioni 
dagli  efletti,  e  quanto  a  questi,  cioè  alle  massime,  se  non  si  sono  avve- 
duti ch'erano  mie  fin  da  quando  io  non  sapea  neppure  il  nome  di  questi 
letterati  (che  non  pensando  come  i  marchegiani,  è  naturale  che  siano 
scelleratissimi),  non  si  vantino  di  quella  fina  conoscenza  degli  uomini 
di  cui  fanno  tanta  pompa.  È  ben  curioso  che  si  voglia  credere  ch'io, 
se  non  messo  su.  come  dicono,  dai  letterati,  non  fossi  capace  di  ima  de- 
terminazione, che  qualunque  savio  nei  mio  caso  vedrebbe  esser  la  sola 
che  mi  rimanga. 

Monaldo  protesta  ch'egli  è  ■<  assai  lontano  da  qaalunque 
fanatismo  »,  ma  altresì  «  lontano,  dall' esser  cieco  »;  che  tutto 
ciò  che  ha  scritto  «  è  tutto  vero  »,  anzi,  soggiunge,  «  è  vero 
ancora  il  di  più  che  taccio  ». 

Il  fatto  sta  che  alla  venuta  di  Giordani  i  miei  figli  cambiarono  na- 
tura. Mi  rispettano  perchè  sono  educati,  e  perchè  mi  farei  rispettare 
se  noi  facessero,  ma  non  mi  danno  altra  soddisfazione.  Abborriscono 
la  patria  's'intende  Recanati!],  che  ogni  uomo  onesto  deve  amare  e 
servire  qualunque  essa  sia,  e  quale  gli  è  stata  destinata  dalla  Provvi- 
denza; abborriscono  quasi  la  casa  patema,  perchè  in  essa  si  conside- 
rano estranei  e  prigionièri;  e  forse  abborriscono  me,  che,  con  un  cuore 
troppo  pieno  di  aniore  per  tutti,  sono  dipinto  nella  loro  immaginazione 
corrotta  come  un  tiranno  inesorabile.  Io  invidio  la  sorte  di  un  padre 
mendico,  che,  riportando  a  casa  un  pane  nero  e  bagnato  di  sudore,  si 
vede  accolto  dall'amore  e  dalla  riconoscenza  dei  figli  ^. 

Poveromo  I  S'egli  non  faceva  allegra  la  vita  dei  figli, 
non  si  può  in  coscienza  dire  che  questi  spargessero  di  fiori 
la  sua!  E  piìi  egli  ci  venne  pensando,  più  si  convinse  di 
dovere  al  Giordani  il  traviamento  dei  figliuoli.  Così  che  il 
28  dicembre  del  1830  giunse  a  scrivere  al  cognato  Antìci: 

Di  Giacomo  so  che  sta  abbastanza  bene,  e  non  è  andato  a  Pisa 
come  pensava,  ma  passa  l'inverno  a  Firenze.  Del  signor  Giordani  poi 
non  so  nulla,  e  questo  miserabile  apostata  dovrebbe  stare  lontano  un 
milione  di  miglia   dal  consorzio   degli  uomini.   Quello  è  im  alito  che  . 
contamina  chiunque  ardisca   di  avvicinarglisi  ^. 

Un  così  fiero  rincrudimento  di  stizza  era  forse  dovuto  alla 
voce,  qua  e  là  bisbigliata,  che  fosse  stato  appunto  il  Gior- 


Cfr.  l'Appendice  sW Autobiografia  di  Monaldo,  p.   29S-99  n. 
Cfr.  l'Appendice  citata,  p.  300  n. 


80  LA   VITA    DEL   POETA 

dani  a  instillare  nella  mente  di  Giacomo  l'incredidità  reli- 
giosa. La  strana  leggenda,  a  cui  i  tanti  nemici  del  piacen- 
tino, che  un  po'  ostentava  la  sua  miscredenza,  apparecchia- 
vano '(  grazioso  loco  »  nel  loro  cuore,  fu  più  tardi,  dopo  la 
morte  del  poeta,  ripetuta,  avvalorata,  e  diffusa  autorevol- 
mente, nientemeno  che  dal  Gioberti.  Il  quale  anzi  asserì 
d'averne  avuto  la  confidenza  orale  dal  Leopardi  medesimo. 
In  una  nota  alla  Teorica  del  Sovrannaturale  (v.  II.  p.  352) 
ancora  si  legge: 

A  proposito  delle  funeste  dottrine  professate  dal  Leopardi,  non 
sarà  forse  discaro  ai  lettori  l'intendere  ciò  che  io  ho  udito  dalla  sua 
bocca,  e  che  può  spiegare,  fino  ad  un  certo  segmo,  un  traviamento  così 
straordinario  in  uno  degli  ingegni  più  vasti  e  più  eleganti,  e  degli  animi 
più  belli,  più  amabili  e  più  generosi  che  abbiano  ornato  da  gran  tempo 
la  nostra  Penisola.  L'incredulità  non  fu  un  parto  spontaneo  della  sua 
mente,  né  un  frutto  immediato  de'  suoi  studi...;  e  quando  gli  fu  instil- 
lata, benché  egli  già  fosse  dottissimo  ia  letteratura,  non  era  egualmente 
versato  nelle  materie  che  spettano  alla  religione  e  alla  filosofia.  In  ap- 
presso il  Leopardi  si  diede  effettualmente  a  questi  studi,  e  vi  recò  l'ar- 
dore e  la  potenza  intellettiva  che  metteva  in  ogni  sua  elucubrazione; 
ma  il  sensismo  e  la  miscredenza  dominavano  allora  generalmente 
nell'Europa  meridionale,  e  le  dottrine  del  Locke,  del  Condillac,  del 
Tracy  godevano  in  Italia  di  un'autorità  irrefragabile,  che  dovette 
confermare  il  Leopardi  nell'indirizzo  ch'egli  avea  ricevuto. 

Qui  il  nome  del  Giordani  si  legge  tra  le  righe;  ma  nella 
prima  edizione  del  libro,  del  '38,  l'allusione  a  lui,  e  ai  suoi 
«  ma'conforti  »,  era  ben  più  aperta  e  accusatrice.  Vi  si  diceva: 

Il  Leopardi  era  tuttavia  fanciulUo,  e  godeva  già  di  una  celebrità 
nazionale  a  causa  delle  sue  facoltà  straordinarie,  e  de'  suoi  studi  pro- 
digiosi nelle  lettere  greche,  latine  e  italiane,  che  sarebbero  bastanti 
alla  reputazione  di  un  uomo.  Un  personaggio,  a  cui  l'ingegno,  gli  scritti 
ed  il  nome  davano  allora  un'autorità  grande,  lo  vide  e  prese  l'assunto 
di  renderlo  incredulo:  né  penò  a  riuscirvi  per  la  sua  eloquenza,  che 
doveva  aver  molta  forza  sull'immaginazione  d'un  giovane,  il  quale 
d'altra  parte,  dottissimo  in  letteratura... 

D'una  tal  pubblica  denunzia,  fatta  da  un  uomo  della 
probità  e  del  credito  del  Gioberti,  ebbe  amaramente,  e  ra- 
gionevolmente, a  dolersi  l'ardente  piacentino,  in  una  lettera 
all'abate  G.  F.  Baruffi,  da  Parma,  il  24  febbraio  1841.  Ac- 
cennando all'esule  filosofo,  egli  scrisse: 


LE   EIVELAZIOKI    DEL    G30BEETI  81 

Egli  ha  e  tutti  hanno  il  diritto  di  combattere  qualunque  opinione 
gli  paia  falsa  o  dannosa.  Ma  Leopardi  fece  professione  d' incredulità  ? 
No,  mai.  Con  qual  diritto  dunque  imputargliela  ?  —  Me  l'ha  confidato 
egli.  —  Sia  vero  !  benché  a  me  paia  poco  verosimile,  essendo  egli  ri- 
servatissimo.  Ma  sia:  qual  necessità  o  quale  utilità  di  pubblicare  una 
confidenza  amichevole  ?  —  Non  può  nuocere  a  tm  morto.  —  E  che  im- 
porta ?  Non  gli  giova  nell'opinione  presso  molti.  —  Ma  quello  che  è  una 
calunnia  impudentissima  è  che  Leopardi  gli  abbia  detto  che  io  Io  sedussi 
all'incredulità.  No:  Leopardi  (che  sarà  stato  miscredente,  se  volete,  ma 
era  galantuomo)  non  può  mai  aver  detto  tal  cosa.  Non  l'avrebbe  detta 
se  fosse  vera,  molto  meno  essendo  falsissima;  perchè  mai,  mai  si  è  tra 
noi  parlato  di  tali  cose.  E  poi,  com'è  verosimile  che  Leopardi,  persistente 
(secondo  il  prete)  nella  incredulità,  e  non  pentito,  dovesse  accusarne 
autore  o  promotore  un  altro?...  Io  non  cerco  la  stima  né  di  lui  né  di 
nessuno  al  mondo,  e  questo  non  é  neppur  l'ultimo  de'  miei  pensieri. 
Ma  non  comporto  che  mi  si  attribuisca  nessun  fatto  non  vero...  Oh 
genimina  vij)eraruvi\  *. 

Che  il  cantore  di  A  se  stesso  e  della  Ginestra,  pensatore 
nato  e  ragionatore  inesorabile,  avesse  bisogno  dei  colloqui 
con  Pietro  Giordani,  spirito  aperto  e  siiregiudicato  bensì 
ma  né  veramente  nutrito  di  filosofìa  né  profondo,  perchè  la 
sua  mente  si  disnebbiasse  e  si  ponesse  per  quella  china 
che  doveva  condurlo  difilato  agli  antipodi  della  morta  gora 
dove  il  conte  Monaldo  diguazzava,  è  afìermazione  o  suppo- 
sizione che  ci  moverebbe  a  riso,  se  non  ci  trattenesse  il 
rispetto  dovuto  a  chi  vi  credette  e  la  propalò,  e  il  rammarico 
pel  dolore  che  ne  venne  all'accusato.  Il  Gioberti  non  era 
uomo  da  millantare  una  confidenza  che  non  gli  fosse  stata 
fatta,  o  da  arrischiare  un'accusa  che  sapesse  calunniosa: 
ma  egli  s'era  fatto  l'apostolo  ardente  d'una  causa  e  d'una 
fede,  a  cui  riusciva  d'impaccio  la  miscredenza  d'un  uomo 
e  d'un  poeta  come  il  Leopardi,  e  può  avergli  fatto  comodo 
d'ingrandire  e  colorire  qualche  particolare  accennatogli  da 
Giacomo,   nella  loro  conversazione  intima.   Al  De  Sinner. 


^  La  lettera,  già  edita  in  un  giornale  torinese  del  1877,  fu  ristam- 
pata da  P.  ViAXi  neìV AjW^ndice  all'Epistolario  di  O.  L.,  p.  t.xvttt- 
LXix.  Il  Giordani  riconfermò  la  smentita  in  un'altra  lettera,  diretta 
al  conte  Giuseppe  Fàcciardi,  del  28  aprUe  1845,  che  si  conserva  in  copia 
tra  le  carte  Le  Mounier  nella  Biblioteca  Nazionale  di  Firenze.  I  due 
valentuomini  si  rappattumarono  poi  nel  1848.  Cfr.  Ricordi  biografici  e 
carteggio  di  V.  Gioberti,  raccolti  per  cura  di  G.  Massari,  v.  II,  cap.  12. 

6.  —  G.  Leopardi. 


82  LA   VITA    DEL    POETA 

che  per  il  primo,  forse,  gli  cliiedeva  una  spiegazione  di  quella 
nota,  egli  difatto  rispondeva  (da  Bruxelles,  22  agosto  1838): 

Io  conobbi  il  Leopardi  in  Firenze  nel  1828,  e  lo  accompagnai  In 
Recanati  sua  patria.  Egli  è  in  quel  piccolo  viaggio  che  mi  raccontò 
le  circostanze  della  sua  conrersione  filosofica,  com'egli  la  chiamava,  e 
siccome  sono  atte  a  consolare  in  parte  chi  ama  la  sua  memoria  senza 
approvare  le  sue  opinioni,  perciò  non  ho  creduto  inconveniente  di 
farne  cenno  nella  mia  nota.  Vi  siete  apposto  intorno  al  nome  di  quel 
certo  personaggio,  ma  siccome  egli  vive  tuttora,  ed  è  in  Italia,  vi  prego 
a  non  far  uso  di  questa  notizia,  cioè  a  non  indicarlo  se  non  general- 
mente, quando  vi  occorresse  di  valervi  dell'aneddoto.  Se  desiderate 
più  particolari,  ve  li  darò  con  un'altra.  Il  Leopardi  non  vi  disse  se  non 
è  vero,  attribuendo  a'  suoi  proprii  discorsi,  e  agli  studii  l'incredulità 
che  professava;  giacché  egli  non  era  uomo  da  cedere  facilmente  alle 
ragioni  degli  altri:  e  se  il  colloquio  col  G.  valse  a  seminare  lo  scetti- 
cismo nell'animo  suo,  e  a  fargli  fare  quel  primo  passo  di  chi  comincia 
a  mettere  in  dubbio  la  fede  bevuta  col  latte  e  connaturata  dall'edu- 
cazione, egli  non  dovette  se  non  ai  proprii  studii,  e  all'influenza  ine- 
vitabile dei  sistemi  filosofici,  che  correvano  alla  giornata,  le  dottrine 
che  in  appresso  professò  nelle  sue  scritture  *. 

E  si  badi.  Neanche  allora,  nel  novembre  del  1828,  i  due 
giovani  pensatori  (il  Gioberti  era  sui  ventisette  anni)  anda- 
vano pienamente  d'accordo  sulle  idee  fondamentali  della 
filosofìa  e  dell'ontologia;  ma  a  buon  conto  allora  l'abate 
torinese  non  poteva  dirsi  neanch'egli  molto  ortodosso.  È 
venuta  recentemente  in  luce  ^  una  importantissima  lettera 
sua  al  Leopardi,  scrittagli  da  Torino  il  2  aprile  del  1830;  e 
in  essa,  quasi  continuando  la  conversazione  di  diciassette 
mesi  innanzi,  il  Gioberti  si  fa  un  dovere  di  dichiarargli  d'aver 
'  mutate  alcune  di  quelle  opinioni  che  prima  teneva  ».  E 
soggiunge  : 

Ho  scoperto,  mio  Leopardi,  che  io  era  in  un  grave  errore,  intorno 
alla  religione.  Mi  ricordo  di  avervi  significato  assai  chiaro  il  mio  sen- 
timento su  questo  punto,  quando  ebbi  la  buona  fortuna  di  conoscervi, 
di  trattare  con  voi  alla  libera,  e  godere  la  vostra  conversazione.  Io 
professava  allora  un  puro  teismo,  e  su  di  questo  in  tanto  differiva 
dalle  vostre  opinioni  filosofiche,  in  quanto  voi  tenevate  che  ogni  con- 


*  Questa  lettera  fu  pubblicata  dui  Piergili  tra  i  Nuovi  documenti 
intorno  a  &'.  Z,.,  p.  2  ss. 

*  Negli  Scritti  vari  inediti,  p.  430  ss. 


GLI    ACCUSATORI    DEL    GIOEDANI  83 

cetto  della  mente  uinana  nasca  dalla  sensazione,  e  si  contenga  in  essa, 
e  io  credeva  che  vi  sieno  alcuni  concetti  primitivi,  naturali,  univer- 
sali, che  non  si  possono  dedurre  dalla  sensazione,  e  riditrre  agli  elementi 
di  essa.  La  discrepanza  delle  nostre  opinioni  in  ontologia  procedeva 
in  origine,  se  mal  non  m'appongo,  dal  nostro  disparere  intorno  alla 
quistione  psicologica  della  generazione,  e  della  natura  delle  idee... 
Per  un  processo  d'idee,  che  lungo  sarebbe  a  dichiararvi,  io  fili  condotto 
ad  esaminare  di  nuovo  un'altra  questione  non  molto  rilevante...:  cioè 
la  verità  del  Cristianesimo  (e  quindi  del  Cattolicismo,  che  è  la  sola 
forma  invariabile  di  quello)  come  sistema  dottrinale,  e  come  fatto 
storico.  Questo  esame  da  me  instituito  con  perfetta  imparzialità,  e 
con  tutta  la  diligenza  e  attenzione  di  cui  era  capace...,  mi  fece  sco- 
prire degli  aspetti,  e  delle  attinenze  del  tutto  nuove  in  quegli  oggetti 
medesimi,  ch'erano  stati  con  meno  studio  disaminati  da  me  altre  volte, 
e  mi  aveano  guidato  a  conclusioni  contrarie...  Questo  ho  ricavato 
di  utile  da  questi  studi,  che  il  mutamento  d'idee  in  me  operato,  e  l'ade- 
sione intima,  schietta,  profonda  alla  Religione  cattolica,  che  ne  è  stata 
la  conseguenza,  ha  partorito  in  me  ima  dolce  e  inusitata  quiete  e  con- 
solazione, la  quale  è  per  me  un  nuovo  argomento  della  verità  e  divinità 
di  quella. 

Che  del  Giordani,  e  allora  e  poi,  si  fosse  tra  i  due  amici 
parlato  colla  dovuta  affettuosa  veuerazione,  mi  pare  si  possa 
dedurre  e  dalF unica  lettera  del  Leopardi  al  Gioberti  che  ha 
trovato  posto  nell'Epistolario,  dell'aprile  1829,  in  cui  è  detto: 
«  Giordani,  al  quale  ho  scritto  di  voi  più  volte,  vi  stima  assai 
pel  molto  bene  che  ha  sentito  di  voi  da  chi  vi  conosce  »;  e 
da  un'altra  del  Gioberti  al  Leopardi,  del  4  ottobre  1831,  che 
finisce:  «  Salutate  i  signori  Vieusseux  e  Hocqueda;  e  se  me 
ne  credete  degno,  eziandio  il  sig.  Pietro  Giordani  »  ^,  Ma 
purtroppo  anche  al  piacentino  era  serbata  la  sorte  che  toccò 
ai  maggiori  e  più  efficaci  amici  dell'infelicissimo  recanatese: 
d'esser  beneficati  dai  contemporanei  e  dai  posteri  di  maldi- 
cenza e  di  calunnia.  Non  avvenne,  o  non  è  forse  avvenuto 
così  ai  napoletani  Colletta  e  Ranieri  f  L'egoismo  degl'indif- 
ferenti diventa  feroce  con  quei  generosi  che,  col  carattere 
affettivo,  riescon  loro  di  perpetuo,  pur  se  muto,  rimprovero; 
ed  essi  se  ne  vendicano,  o  calunniando,  o  prestando  facile 
orecchio   alle   altrui   calunnie,   o   additando   con  compiaci- 


^  Anche  questa  lettera  è  stata  pubblicata  negli  Scritti  vari  inediti, 
p.  435  ss. 


84  LA   VITA    DEL    POETA 

mento  stizzoso  in  quei  nobili  spiriti  qualche  tacclierella,  e 
ingrandendola  e  scandalizzandosene  con  una  sufficenza 
da  Catoni.  È  una  ben  miserabile  gioia  il  far  da  saccenti  e 
da  scontenti  addosso  ai  magnanimi  pochi  I  E  il  vero  è  che, 
se  non  fosse  stato  il  Giordani,  il  Leopardi,  nonostante  l'in- 
gegno e  l'animo  singolarissimi,  o  sarebbe  naufragato  nella 
sua  rancida  biblioteca  provincialesca,  o  il  suo  nome  di  poeta 
non  avrebbe  varcato  quei  monti  azzurri  e  quel  lontano  mare, 
che  il  derelitto  avrebbe  continuato  a  guardar  cod  desiderio 
d'in  su  la  vetta  della  torre  antica.  E  se  non  fossero  stati  il 
Colletta  e  il  Eanieri,  la  sua  favola  breve  si  sarebbe  compita 
nella  tomba  recanatese,  l'ultima  volta  ch'ei  vi  tornò  e  vi 
scrisse  Le  ricordanze. 

Ma  lasciamo  andare.  Certo,  non  si  legge  senza  nausea  e 
senza  rincrescimento  lo  sgarbato  Pensiero  di  Gino  Capponi, 
il  candido  Gino  della  Palinodia.  «  Il  povero  Leopardi  »,  vi 
si  dice,  «  aveva  scusa  nell'essere  gobbo;  ma  non  è  forse  una 
piccolezza  il  non  sapere  vivere  gobbo  ?  Avrebbe  saputo  (per- 
chè nell'anima  sua  e  nell'ingegno  era  del  grande),  se  il  Gior- 
dani e  tutto  il  secolo  dei  letterati  di  quella  scuola  {saecla 
jerarum)  non  gli  avessero  contro  suo  genio  messa  addosso 
una  sciaurata  filosofìa  ».  Non  adusato  alla  contradizione,  il 
Marchese,  «  beata  prole  mortai  »,  non  era  mai  riuscito  a 
mandar  giii  l'amaro  boccone  di  quei  versi  conditi  d'aloe 
del  povero  «  gobbo  »  !  ^ 


*  Nel  volume  degli  Scritti  vari  inediti,  p.  503  ss,,  è  venuta  in  luce 
la  lettera  del  Capponi  al  Leopardi,  da  Varramista,  21  novembre  1835, 
con  la  quale  il  Marchese  ringraziava  a  mezza  bocca,  e  con  molte  ri- 
serve, della  dedica  di  «  quei  nobili  versi  ».  —  Il  Pensiero,  su  riferito, 
ha  il  numero  XVIII,  ed  è  pubblicato  tra  gli  Scritti  editi  ed  inediti  di 
di  O.  Capponi,  v.  II,  p.  445. 


LO    ZIO    ANTICI  85 


XI. 


Giacomo  esce  finalmente  del  nido.  —  I  buoni  uffici  dello  zio 
Carlo  Antìci.  —  A  Boma,  nelV inverno  1822-1823.  — -  Il 
Canova  e  la  zia  Ferdinanda.  —  L'interessamento  del 
Niehuhr.  —  Ritorno  a  Becanati.  —  L'invito  del  Yieusseux 
a  collaborare  nelVn  Antologia  ». 

Rimettiamoci  in  via,  dopo  lo  sfortunato  tentativo  di  fuga. 

Nell'autunno  del  1822,  a  Giacomo,  più  che  mai  malan- 
dato in  salute,  fu  finalmente  concesso  d'uscire  del  borgo 
odiato,  per  recarsi  a  Eoma,  e  passarvi  l'inverno  in  casa 
degli  zii  Antìci. 

Fin  dal  1813,  il  marchese  Carlo  Antìci,  fratello  della  con- 
tessa Adelaide,  aveva  esortato  Monaldo  a  mandargli  il  ni- 
pote, perch'ei  potesse  un  po'  divagarsi  dagli  studi.  Gli  scri- 
veva (15  luglio  1813),  con  quel  buonsenso  elementare  di 
cui  cognato  e  sorella  mancavano: 

Il  troppo  assiduo  studio  è  stato  sempre  fatale  alla  durata  della 
vita,  e  specialmente  quando  s'incomincia  nell'adolescenza...  Se  Giacomo 
interrompesse  la  sua  logorante  applicazione  con  l'esercizio  delle  arti 
cavalleresclie,  cesserebbero  i  miei  timori.  Ma  quando  veggo  e  so  che 
il  suo  lungo  e  profondo  studio  non  è  interrotto  che  da  qualche  seden- 
taria rappresentazione  di  cerimonie  ecclesiastiche,  io  mi  sgomento 
col  pensiero  che  avete  voi  un  figlio  ed  io  un  nipote  di  animo  forte  e  di 
corpo  gracile  e  poco  durevole...  I  progressi  poi  che  il  giovane  esimio 
fa  nella  scienza,  vi  debbono  consigliare  di  doverlo  trasportare  da  qui 
a  non  molto  in  luogo,  dove  uomini  sommi  per  dottrina  e  per  carattere 
dieno  colle  istruzioni  e  col  circolo  un  pascolo  adeguato  a  quell'animo. 
Io  trovo  che  in  tutti  gli  aspetti  nessima  città  del  mondo  offre  agli  studi 
ed  alle  inclinazioni  di  Giacomo  tanti  immensi  vantaggi,  quanti  questa 
antica  Regina  «  sempre  ne'  casi  suoi  degna  d'impero  ».  Se  la  Provvi- 
denza dispose  che  per  qualche  altro  anno  una  porzione  della  mia  ia- 
miglia  continui  a  vivere  qui,  ascriverò  a  mia  fortuna  e  consolazione 
di  avere  in  casa  come  un  figlio  il  vostro  Giacomo...  Datemi  speranza 
di  farlo,  e  con  essa  già  mi  rallegrerete. 

E  insisteva,  con  commovente  premura  (7  agosto): 


86  LA   VITA    DEL   POETA 


Non  vi  fate  vincere  dall'eccessivo  genio  del  vostro,  o  per  dir  meerlio, 
del  nostro  Giacomo  allo  studio.  Scuotetelo  a  suo  dispetto,  conser- 
vate, invigorite  la  sua  salute  con  esercizi  corporali...  Ma  vi  ripeto,  non 
lasciate  sotto  al  moggio  quella  lucerna  *:  mandatelo  presto  a  Roma,  dove 
specialmente  nelle  scienze,  alle  quali  più  inclina,  potrà  in  breve  tempo 
giganteggiare.  Se  la  separazione  vi  duole,  il  dovere  di  padre  lo  esige  *. 

Ma  Monaldo,  un  pò"  per  malinteso  affetto,  assai  più  per 
egoismo,  moltissimo  per  paura  della  moglie,  non  aveva  ac- 
consentito. Il  22  luglio  (1813)  aveva  risposto,  ancora  con 
qualche  esitazione: 

Dite  benissimo  rapporto  alla  troppa  applicazione  del  mio  Giacomo. 
Io  ne  lo  riprendo  continuamente,  ma  egli  si  è  fatto  talmente  allettare 
dallo  studio,  che  nulla  gusta  più  fuori  dei  libri,  e  mi  conviene  pren- 
dere il  tono  serio  per  distaccamelo.  Convengo  ancora  che  qualche 
anno  di  Roma  lo  renderebbe  quello  che  non  può  divenire  in  Recanati, 
anzi  aggiiingo  che  avendo  collo  studio  e  col  profitto  prevenuta  l'età, 
sarebbe  quasi  tempo  già  di  mandarvelo;  ma  questo  è  per  me  un  tasto 
troppo  sensibile.  Privandomi  di  lui,  mi  priverei,  nella  mancanza  vo- 
stra, dell'unico  amico  che  ho  e  posso  sperare  di  avere  in  Recanati, 
e  non  mi  sento  disposto  a  questo  sacrificio.  S'egli  poi  gustasse  una 
capitale,  e  ne  facesse  confronto  con  questa  terra  di  relegazione  e  di  cecità, 
non  saprebbe  più  viverci  contento.  Lasciamo  al  tempo  il  suggerire 
le  risoluzioni  opportune;  ma  per  ora  il  mio  sentimento  è  ch'egli  sia  meno 
dotto,  ma  sia  di  suo  padre,  e  possa  vivere  tranquilllo  e  lieto  nel  paese 
in  cui  lo  ha  collocato  la  Provvidenza.  Intanto  rimango  penetrato  dalla 
vostra  cordialità,  e  vi  accerto  che  voi  sareste  l'unica  persona  cui  afiì- 
derei  questo  oggetto  per  me  carissimo,  e  che,  se  potessi  adattarmi 
a  separarmene,  ve  lo  affiderei  fin  d'ora  senza  esitanza,  quantunque 
non  senza  opposizione  di  mia  moglie. 

Ma  pili  tardi,  il  21  dicembre,  egli  assume  un'aria  risoluta 
di  diniego. 


'  L'immagine  è  tratta  dai  Vangeli.  In  quello  di  Matteo,  V,  15: 
«  Neque  accendunt  lucernam  et  ponunt  eam  sub  modio,  sed  super 
candelabrum,  ut  luceat  omnibus  qui  in  domo  sunt  ».  E  in  quello  di 
Marco,  IV,  21:  «  Et  dicebat  illis:  Nunquid  venit  lucerna,  ut  sub  modio 
pouatur  aut  sub  lecto  ?  nonne  ut  super  candelabrum  ponatur  ?  ».  E 
cfr.  Luca,  XI,  33.  —  Ad  ogni  modo,  lucerna  non  fiaccola  !  Cfr.  F.  Ra- 
MORixo,  Fiaccola  sotto  il  moggio,  o  lucerna?,  nella  «  Rassegna  Nazionale  » 
del   16  febbraio  1906. 

*  Queste  lettere  sono  state  piibblicate  dall'Avòu,  nell'Appendice 
SiìV Autobiografia  di  Monaldo,  p.  278  ss.,  n. 


GIACOMO    A   ROMA    (18221 


Non  mi  sento  ancor  di>posto  a  mandare  in  Roma  il  mio  amatis- 
simo Giacomo.  Lasciamo  stare  che  il  mio  cuore  ne  soffrirebbe  indicibil- 
mente, e  che  io  rimarrei  più  desolato  che  mai;  perchè  alla  fine,  se  fosse 
proprio  necessario  di  mandarlo,  dovrei  rassegnarmi  a  qualunque  sa- 
crificio. Ma  io  sono  più  che  persuaso  che  la  salute  non  gli  permette 
troppo  lunga  assenza  da  sua  casa,  dove  non  gli  manca  niun  comodo, 
e  può  dare  sfogo  alla  sua  passione  di  studiare.  Assicuratevi  che  la  fe- 
licità di  Giacomo  è  tutta  nello  studio,  e  qui  può  attendervi  meglio 
che  altrove. 

Sennonché  sei  anni  dopo,  quando  i  fatti  dimostrarono  elie 
purtroppo  le  predccTipazioni  dèlio  zio  non  erano  infondate,  e 
Monaldo,  pur  senza  che  lo  confessasse,  dovette  convincersi 
che  la  sua  cocciutaggine  aveva  prodotti  mali  iiTeparabili, 
ai  dtie  cognati  fu  piti  facile  mettersi  d'accordo  dinanzi  alla 
pietà  di  quella  vittima  innocente.  Il  giovanetto  scriatello, 
ferito  a  morte  nell" anima  e  nel  corpo,  s'era  audacemente 
atteggiato  a  ribelle;  e  la  sua  levata  di  scudi  era  pur  valsa  a 
incuter  rispetto  I  Trovandosi,  nell'autunno  del  1822,  gli 
Antìci  a  Recanati,  il  marchese  Carlo  ritentò  dunque  la  prova 
d'aprir  gli  occhi  e  di  scuoter  1" egoismo  di  quei  genitori,  ti- 
ramù  e  carnefici  incoscienti;  e  questa  volta  ci  riuscì.  11  17 
novembre,  la  comitiva  si  mise  in  via  per  Roma.  Giacomo  fu 
accompagnato  allo  zio  Girolamo,  soiferente  d'emicrania:  la 
loro  era  una  specie  di  carrozza  d'ambulanza  1  E  mentre  il 
resto  proseguiva  direttamente  per  la  capitale,  essi  fecero 
una  breve  sosta  a  Spoleto. 

AUa  città  eterna  giunsero  il  23  novembre  (1822).  Ma  quale 
di^^inganno!   Il  25.   Giacomo  scriveva  al  fratello  Carlo: 

Se  tu  credi  che  quegli  che  ti  scrive  sia  Giacomo  tuo  fratello,  t'in- 
ganni assai,  perchè  questi  è  morto  o  tramortito,  e  in  sua  vece  resta 
lina  persona  che  a  stento  si  ricorda  il  suo  nome...  Delle  gran  cose  che 
io  vedo  non  provo  il  menomo  piacere,  perchè  conosco  che  sono  mara- 
vigliose,  ma  non  lo  sento,  e  t'accerto  che  la  moltitudine  e  la  grandezza 
loro  m'è  venuta  a  noia  dopo  il  primo  giorno...  Durante  il  viaggio  ho 
soft'erto  il  soffribile...  In  somma  io  sono  in  braccio  di  tale  e  tanta  malin- 
conia, che  di  nuovo  non  ho  altro  piacere  se  non  il  sonno:  e  questa  ma- 
linconia, e  l'essere  sempre  esposto  al  di  ftiori.  tutto  al  contrario  della 
mia  antichissima  abitudine,  m'abbatte  ed  estingue  tutte  le  mie  facoltà 
in  modo  ch'io  non  sono  più  buono  da  niente,  non  ispero  più  nulla, 
voglio  parlare  e  non  so  che  diavolo  mi  dire,  non  sento  più  me  stesso, 
e  son  fatto  in  tutto  e  per  tutto  una  statua...  Senti,  Carlo  mio,  se  pò- 


88  LA   VITA    DEL    POETA 


tessi  esser  con  te,  crederei  di  potere  ancora  vivere,  riprenderei  un  poco 
di  lena  e  di  coraggio,  spererei  qualche  cosa,  e  avrei  qualche  ora  di  pon- 
solazione.  In  verità  io  non  ho  compagnia  nessuna  :  ho  perduto  me  stesso  ; 
e  gli  altri  che  mi  circondano,  non  potranno  farmi  compagnia  in  etemo. 
Scrivimi  distesamente...  Amami,  per  Dio.  Ho  bisogno  d'amore,  amore, 
amore,  fuoco,  entusiasmo,  vita:  il*  mondo  non  mi  par  fatto  per  me:  ho 
trovato  il  diavolo  più  brutto  assai  di  quello  che  sì  dipinge.  Le  donne  ro- 
mane alte  e  basse  fanno  propriamente  stomaco  ;  gli  uomini  fanno  rabbia 
e  misericordia.  Ma  tu  scrivimi  e  amami...  Addio,  caro  ex  carne  mea. 

E  scrivendo  alla  Paolina,  il  3  dicembre,  completava  co- 
desto fosco  quadro. 

Il  più  stolido  Recanatese  ha  una  maggior  dose  di  buon  senso  che 
il  più  savio  e  più  grave  Romano.  Assicuratevi  che  la  frivolezza  di  queste 
bestie  passa  i  limiti  del  credibile...  Il  materiale  di  Roma  avrebbe  vin 
gran  merito  se  gli  uomini  di  qui  fossero  alti  cinque  braccia  e  larghi 
due.  Tutta  la  popolazione  di  Roma  non  basta  a  riempire  la  piazza  di 
San  Pietro...  Tutta  la  grandezza  di  Roma  non  serve  ad  altro  che  a 
moltiplicare  le  distanze,  e  il  numero  de'  gradini  che  bisogna  salire  per 
trovare  chiunque  vogliate.  Queste  fabbriche  immense,  e  queste  strade 
per  conseguenza  interminabili,  sono  tanti  spazi  gittati  fra  gli  uomini, 
invece  d'essere  spazi  che  contengano  uomini.  Io  non  vedo  che  bellezza 
vi  sia  nel  porre  i  pezzi  degli  scacchi  della  grandezza  ordinaria  sopra 
uno  scacchiere  largo  e  lungo  quanto  codesta  piazza  della  Madonna. 
Non  voglio  già  dire  che  Roma  mi  paia  disabitata;  ma  dico  che  se  gli 
uomini  avessero  bisogno  d'abitare  cosi  al  largo,  come  s'abita  in  questi 
palazzi,  e  come  si  cammina  in  queste  strade,  piazze,  chiese,  non  ba- 
sterebbe il  globo  a  contenere  il  genere  umano. 

Peggio  che  peggio  quanto  a  cultura.  Di  questa  dà  conto 
al  padre,  al  letterato,  il  9  dicembre. 

Quanto  ai  letterati...,  io  n'ho  veramente  conosciuto  pochi,  e  questi 
pochi  m'hanno  tolto  la  voglia  di  conoscerne  altri.  Tutti  pretendono 
d'arrivare  all'immortalità  in  carrozza,  come  i  cattivi  cristiani  al  pa- 
radiso. Secondo  loro,  il  sommo  della  sapienza  umana,  anzi  la  sola  e 
vera  scienza  dell'uomo,  è  l'Antiquaria.  Non  ho  ancora  potuto  cono- 
scere un  letterato  romano  che  intenda  sotto  il  nome  di  letteratura 
altro  che  l'Archeologia.  Filosofia,  morale,  politica,  scienza  del  cuore 
umano,  eloquenza,  poe-ia,  filologia,  tutto  ciò  è  straniero  in  Roma,  e 
par  un  giuoco  da  fanciulli,  a  paragone  del  trovare  se  quel  pezzo  di 
rame  o  di  sasso  appartenne  a  Marcantonio  o  a  Marcagrippa.  La  bella 
è  che  non  si  trova  un  Romano  il  quale  realmente  possieda  il  latino  o 
il  greco;  senza  la  perfetta  cognizione  delle  quali  lingue,  Ella  ben  vede 
che  cosa  mai  possa  essere  lo  studio  dell'antichità.  Tutto  il  giorno  ciar- 


IL    CANOVA    E    LA    ZIA   FERDINANDA  89 


lano  e  disputano,  e  si  motteggiano  ne'  giornali,  e  fanno  cabale  e  par- 
titi; e  così  vive  e  fa  progressi  la  letteratura  romana  ^ 

Povere  mura  ed  archi  e  colonne  e  simulacri,  sognati  e 
vagheggiate  nella  solitudine  di  Recanati  !  Ohimè,  l'infelicità 
ei  la  sentiva  in  sé  e  attorno  a  sé  oramai,  da  per  tutto;  e  il 
sospiroso  poeta  la  ritrovava  anche  oltre  i  monti  azzurri  del 
suo  Piceno,  come  l'avrebbe  ritrovata  anche  di  là  da  quel 
lontano  mare,  che  una  volta  aveva  contemplato  con  tanto 
desiderio  dalla  prigione  paterna  I  II  28  gennaio  1823  così 
confortava  la  sorella,  anch'essa  impaziente  della  clausura 
recanatese  : 

La  felicità  umana  è  im  sogno;  il  mondo  non  è  bello,  anzi  non  è 
sopportabile,  se  non  veduto  come  tu  lo  vedi,  cioè  da  lontano  ;  il  pia- 
cere è  un  nome,  non  una  cosa;  la  virtù,  la  sensibilità,  la  grandezza 
d'animo  sono  non  solamente  i.e  uniche  consolazioni  de'  nostri  mali,  ma 
anche  i  soli  beni  possibili  in  questa  vita;  e  questi  beni,  vivendo  nel 
mondo  e  nella  società,  non  si  godono  né  si  mettono  a  profìtto,  come 
sogliono  credere  i  giovani,  ma  si  perdono  intieramente,  restando  l'animo 
in  un  vuoto  spaventevole...  La  felicità  e  l'infelicità  di  ciascuno  uomo 
(esclusi  i  dolori  del  corpo)  è  assolutamente  uguale  a  quella  di  ciascun 
altro,  in  qualunque  condizione  o  situazione  si  trovi  questo  o  quello.  E 
perciò,  esattamente  parlando,  tanto  gode  e  tanto  pena  il  povero,  il 
vecchio,  il  debole,  il  brutto,  l'ignorante,  quanto  il  ricco,  il  giovane,  il 
forte,  il  bello,  il  dotto:  perchè  ciascuno  nel  suo  stato  si  fabbrica  i  suoi 
beni  e  i  suoi  mali;  e  la  somma  dei  beni  e  dei  mali  che  ciascun  uomo 
si  può  fabbricare  è  uguale  a  quella  che  si  fabbrica  qualunqu'altro. 

Un  mese  avanti  che  arrivasse  in  Roma,  v'era  morto  An- 
touio  Canova,  ch'egli  tanto  aveva  desiderato  di  conoscere; 
e  morta  era  pure,  il  31  agosto,  quella  buona  zia  Ferdinanda, 
maritata  Melchiorri,  che  dei  parenti  era  quella  che  piti  e 
meglio  gli  somigliava  e  lo  amava.  Giacomo  se  ne  rammarica 
col  Giordani  (1°  febbraio). 

Che  ti  dirò  di  Canova  ?  Vedi  ch'io  son  pure  sfortunato,  come  soglio, 
poiché  quando  aveva  pure  ottenuto,  dopo  tanti  anni  e  tanta  dispera- 
zione, d'uscire  dal  mio  povero  nido  e  veder  Roma,  il  gran  Canova,  al 
quale  principalmente  era  volto  il  mio  desiderio,  col  quale  sperava  di 


^  Cfr.  anche  le  lettere:  a  Carlo,  16  dicembre;  al  Giordani,  1°  feb- 
braio 1823;  al  Vieusseux,  2  febbraio  1824;  al  Papadòpoli,  19  dicembre 
1825. 


90  LA   VITA    DEL   POETA 


conversare  intimamente  e  di  stringere  vera  e  durevole  amicizia  col 
mezzo  tuo,  appena  un  mese  avanti  il  mio  arrivo  in  questa  città  piena  di 
lui,  se  n'è  morto.  E  la  morte  ha  preso  anche  piacere  d'uccidermi,  quasi 
svd  punto  della  mia  mossa,  alcuxie  altre  persone  ch'erano  qui,  e  che 
rivedendomi  fuor  d'ogni  speranza  loro  e  mia,  si  sarebbero  rallegrate 
assai  per  l'affetto  che  mi  portavano,  ed  io  mi  sarei  confortato  di  ve- 
derle e  di  star  con  loro. 

Tuttavia,  a  Roma  fece  una  conoscenza  preziosa:  del 
Ministro  di  Prussia,  ch'era  nientemeno  che  l'insigne  storico 
dell'antica  Roma,  il  danese  Xiebuhr.  Per  un  certo  artico - 
letto  filologico^  da  lui  pubblicato  colà,  nelle  Effemeridi  lette- 
rarie del  dicembre  1822  ^,  questi  desiderò  di  parlargli;  e 
Giacomo  narra  la  sua  visita,  al  fratello,  il  12  marzo  1823. 

Sono  stato  da  lui:  m'ha  detto  che  questo  è  il  vero  modo  di  trat- 
tare la  filologia;  ch'io  sono  nella  vera  strada,  che  mi  pregava  calda- 
mente a  non  abbandonarla,  che  non  mi  spaventassi  se  l'Italia  non  mi 
avrebbe  applaudito,  perchè  tutti  gl'Italiani  sono  fuor  di  strada;  che 
non  mi  sarebbe  mancato  l'applauso  degli  stranieri,  ecc.  Ha  preso  spon- 
taneamente l'impegno  di  fare  stampare  in  Germania  quello  ch'io  ho 
scoperto  o  fossi  per  iscoprire  nelle  Biblioteche  di  Roma:  insomma  mi 
ha  mostrato  tanto  interesse,  che,  sentendomi  necessitato  a  partire  di 
qua  in  breve,  m'ha  domandato  se  non  accetterei  volentieri  qualche 
impiego. 

Ma  si  era  nello  Stato  papale,  e  gli  ufficiali  del  Governo 
avrebbero  dovuto  indossarne  la  livrea,  come  diceva  Monaldo. 
E  qui  il  Leopardi  impuntava.  Il  Xiebuhr,  qualche  giorno 
dopo,  gli  scrisse,  «  colla  maggior  gentilezza  e  premura  pos- 
sibile »,  d'aver  parlato  col  Segretario  di  Stato,  ch'era  il  car- 
dinal Consalvi,  e  d'averlo  trovato  ben  disposto:  condizione 
però  necessaria,  tenuto  conto  della  sua  «  avversione  al  sa- 
cerdozio »,  di  prendere  almeno  «l'abito  di  Corte»!  Giacomo, 
informandone  il  fratello,  concludeva  (22  marzo): 

In  somma,  è  quasi  certo  che  s'io  avessi  voluto  farmi  prelato,  tu 
fra  poco  avresti  sentito  che  tuo  fratello  in  mantelletta  se  n'andava  a 
governare  una  provincia...  Io  mi  diedi  un'occhiata  d'intorno,  e  con- 
chiusi di  non  volerne  saper  niente. 


Notae  in  M.  T.  Ciceronis  De  Republica  quae  supersunt... 

Cfr.  F.  MORONOiN'i,  Studio  sul  L.  filologo;  Napoli  1891,  p.  21.3  ss. 


l'invito  del  vieusseux  91 

E  così,  alla  fine  dell" aprile  1823,  gli  convenne  lasciar 
Roma.  La  sera  del  3  maggio,  rientrò  nel  borgo  natio:  'c  nel 
mio  bel  Eecanati  »,  scrisse  il  giorno  dopo,  e  giova  credere, 
senza  intenzioni  ironiche.  Ma  subito  gli  ripiombò  suU'anima 
la  tristezza  inesorabile.  Quella  solitudine  e  quella  mono- 
tonia lo  accasciavano.  «  Ma  vie  est  plus  uniforme  que  le 
mouvement  des  astres,  plus  fade  et  plus  insipide  que  les 
parole  de  notre  Opera  »,  scriveva  il  23  giugno  al  signor 
A.  Jacopssen  di  Bruges,  un  amico  che  aveva  conosciuto  in 
Roma.  E  il  4  agosto  dichiarava  al  Giordani,  «  caro  angelo, 
cara  e  celeste  anima,  carissimo  e  santo  e  divino  amico  », 
che  quella  «  sepoltura  »  ora  gli  riusciva  «  alquanto  più  mo- 
lesta di  prima  »,  per  la  minore  libertà  che  gli  era  permessa, 
e  per  «  la  presenza  degli  uomini,  de'  quali  »,  diceva,  «  non 
so  piii  che  fare»:  fastidiosa  sempre  questa,  ma  '«molto 
più  nelle  città  piccole,  e  massimamente  nella  patria,  che 
nelle  capitali,  dove  altri  può  vivere  anche  nel  mezzo  delle 
piazze    come  in  un  deserto  ». 

Il  Giordani,  trovandosi  in  Firenze,  gli  offerse  di  colla- 
borare TieìV Antologia  del  Vieusseux.  «  Tu  che  hai  il  più  raro- 
ingegno  che  io  mi  conosca  »,  gli  scriveva  il  5  novembre  1823, 
((  e  tanto  sapere  che  appena  è  credibile,  potrai  farti  cono- 
scere cosi  stupendo  come  sei,  in  questo  giornale,  che  è  il 
solo  che  abbia  credito;  e  tu  facendo  onore  a  te  e  all'Italia, 
che  ugualmente  adoro,  mi  darai  una  grandissima  consola- 
zione ».  Qualche  mese  dopo,  il  15  gennaio  1824,  il  Vieusseux 
medesimo  lo  pregò  di  «  rendervi  conto  di  tale  o  tale  opera 
nuova  venuta  alla  luce  in  qualche  parte  d'Italia,  e  che  ne 
meritasse  la  pena;  ma  piìi  particolarmente  d'imprendere  a 
trattare  delle  novità  scientifiche  e  letterarie  dello  Stato  pon- 
tifìcio ».  Ah  sì  ch'eran  cose  possibili  a  Recanati  codeste  ! 
«  Io  vivo  qui  segregato  dal  commercio  »,  lamenta  il  Leo- 
pardi rispondendo,  il  2  febbraio,  «  non  solo  dei  letterati,  ma 
degli  uomini,  in  una  città  dove  chi  sa  leggere  è  un  uomo 
raro,  in  un  verissimo  sepolcro,  dove  non  entra  un  raggio  di 
luce  da  niuna  parte,  e  donde  non  ho  speranza  di  uscire  ». 


92  LA   VITA   DEL   POETA 


XII. 

Giacomo  a  Milano  e  a  Bologna  (1825-1826).  —  L'interes- 
samento del  Bunsen.  —  Il  freddo  di  Bologna.  —  L'invito 
alle  Università  di  Berlino  e  di  Bonn. 


Il  raggio  di  luce  s'annunziò  ai  primi  di  marzo  del  1825. 

Il  tipografo  milanese  A.  F.  Stella  richiese  Giacomo  del  suo 
«  dotto  e  sincero  parere  »  intorno  a  una  divisata  ristampa 
delle  opere  di  Cicerone  con  a  fronte  le  migliori  traduzioni 
italiane.  Il  Leopardi  enumerò  le  gravi  difficoltà  dell'im- 
presa: prima  fra  tutte,  quella  di  dare  un  buon  testo.  Or  co- 
desta parte  ei  sarebbe  stato  pur  disposto  ad  assumersela; 
«  ma  in  tanta  lontananza,  e  in  una  città  priva  affatto  di  Libri 
moderni,  massimamente  in  materia  filologica,  io  non  posso  », 
egli  insinua  timidamente  (1.3  marzo),  «neppure  indicarle  in 
particolare  i  fonti  che  io  preferirei  ».  L'onesto  editore  non 
s'aspettava  forse  tanto;  e  con  cordialità  e  risolutezza  lom- 
barda gli  rispose  a  volta  di  corriere,  il  30  aprile: 

La  carissima  Sua  del  13  marzo  mi  ha  riempiuto  di  riconoscenza  e  ^ 
di  confidenza  insieme:  onde  con  aperto  animo  Le  dico  che  se  dalla  Sua 
volontà  dipendesse  il  lasciare  per  qualche  mese  la  patria,  e  non  Le  di- 
spiacesse di  trasferirsi  qui,  per  dimorar  qui  tutto  quel  tempo  che  si 
richiedesse  per  incamminar  bene  l'impresa  mia,  senza  pensar  Ella  a 
spesa  alcuna,  Le  scriverei  subito:  Venga,  e  venga  subito,  che  sarà  rice- 
vuta da  me  colle  braccia  aperte  e  festeggiata  da  molti. 

Così,  dopo  poco  più  di  due  anni  di  nuova  prigionia,  a 
Giacomo  era  permesso  di  tornare  a  uscir  di  Recanati.  È 
vero  :  di  salute  stava  «  sempre  peggio  »,  e  specialmente  lo 
scrivere  gli  era  di  «  gran  fatica  »  (24  maggio);  ma  il  viaggio  lo 
avrebbe  guarito  !  E  parti  che  «  era  in  una  tal  debolezza  di 
corpo,  che  l'anima  non  aveva  forza  di  considerar  la  sua  si- 
tuazione »  ;  e  montò  «  nel  legno  con  un  sentimento  di  cieca 
e  disperata  rassegnazione,  come  se  andasse  a  morire,  o  a 
qualche  cosa  di  simile,  mettendosi  tutto  in  mano  al  destino  ». 


GIACOMO    A  BOLOGNA    (1825)  93 

Giunse  a  Bologna  il  18  luglio,  «  stanco  ma  sano  ».  Vi  fu 
accolto  molto  bene:  erano  ad  aspettarlo  il  Giordani  e  il  Bri- 
ghenti.  La  città  gli  parve  «  quietissima,  allegrissima,  ospi- 
talissima  »;  così  ch'ei  riprese  «  di  mala  voglia  »  il  cammino 
per  Milano.  Ove  mise  piede  la  sera  del  30  luglio.  La  grande 
e  gaia  metropoli  non  era  fatta  per  lui.  «  Chi  ama  il  diverti- 
mento »,  scrisse  a  Carlo,  il  quale  per  conto  suo  l'amava, 
«  trova  qui  quello  che  non  potrebbe  trovare  in  altra  città 
d'Italia,  perchè  Milano  nel  materiale  e  nel  morale  è  tutto 
un  giardino  delle  Tuilleries;  ma  tu  sai  quanta  inclinazione 
io  ho  ai  divertimenti».  Vi  si  sentì  solo;  anche  perchè  chi 
mai  rimane  d'agosto  a  soffocare  in  Milano  ?  «  Monti  è  ora 
a  Como;  Zaiotti,  Compagnoni,  e  quasi  tutti  gli  uomini  di 
valore  sono  in  villa  »;  onde  scriveva  al  Brighenti  r8  agosto: 

Qui  mi  trovo  malissimo  e  di  pessim^issima  voglia.  Pochi  letterati 
ho  conosciuto,  e  non  mi  curo  di  vederli  per  la  seconda  volta.  Sospiro 
per  Bologna,  dove  certamente  o  presto  o  tardi  ritornerò  per  fermarmici 
stabilmente. 

Lasciò  Milano  il  26  settembre,  e  la  mattina  del  29  rien- 
trava nella  sospirata  Bologna.  Ma  ora,  costretto  per  vi- 
vere a  dar  lezioni  private  di  greco  e  di  latino,  sente  l'at- 
trattiva dei  comodi  di  casa  sua;  e  quasi  si  lascia  prendere 
alle  seduzioni  delle  lettere  paterne.  Ma  Carlo  si  affretta  a 
scongiurarlo  (6  ottobre):  «  Xon  ti  fare  spingere  da  qualsi- 
voglia malinconia  a  relegarti  in  Eecanati,  perchè  mi  sembra 
una  delle  poche  cose  che  meritano  compianto,  il  dover  di- 
morarvi ».  E  la  Paolina,  carezzevolmente: 

Il  dirti  quanto  io  ti  amo,  e  quanta  smania  e  impazienza  è  in  me  di 
rivederti,  è  inutile,  poiché  te  lo  immaginerai  bene;  e  tutte  le  notti 
ti  vedo  in  sogno,  e  mi  par  proprio  di  guardarti,  di  esaminarti,  di  aspet- 
tare ansiosamente  che  tu  mi  faccia  quei  racconti  di  cui  mi  parlavi,  e 
che  mi  promettesti  in  un'altra  tua;  ed  ogni  cosa  mi  richiama  in  casa 
la  tua  memoria,  e  mi  ti  fa  tanto  più  regretter,  quanto  meno  speranza 
ho  di  vederti.  Pure  a  Recanati  non  ti  vorrei  vedere  giammai. 

Non  saprei  dire  se  lettere  come  queste  giovassero  ad  attu- 
tire o  invece  a  far  più  pungenti  gli  stimoli  della  nostalgia. 
Certo,  Giacomo  risponde  ai  fratelli  come  un  innamorato 
in  esilio  (10  ottobre). 


94  LA    VITA    DEL    POETA 


Carluccio  mio,  mi  vengono  le  lagrime  agli  occhi  scrivendo  il  tuo 
nome.  Chi  ti  potrebbe  dire  quanto  io  t'amo,  e  quanto  mai  smanio  di 
ribaciarti!  Io  parlo  di  te  più  frequentemente  che  posso...  Xessun'ami- 
cizia  sarà  mai  e  poi  mai  uguale  alla  nostra,  ch'è  fondata  in  tante  ri- 
membranze, che  è  antica  quanto  la  nostra  nascita,  che  se  uno  di  noi 
domandasse  all'altro  tutto  il  suo  sangue,  questo  sarebbe  prontissimo 
a  darlo,  e  quello  già  certissimo  di  ottenerlo...  Carluccio  mio,  scrivimi. 
Io  t'abbraccio;  t'amo  quanto  i  miei  occhi... 

Paolina  mia,  tu  scrivi  colla  tua  solita  sensibilità,  e  mi  consoli  in 
tre  modi:  perchè  mostri  di  volermi  tanto  bene,  perchè  mi  persuadi 
che  la  sensibilità  si  trova  al  mondo,  perchè  risvegli  la  mia,  ch'è  pur 
troppo  addormentata,  come  tu  sai,  non  verso  te  in  particolare,  ma 
verso  tutto  l'iiniverso.  Se  tu  pensi  a  me  in  Recanati,  non  credere  ch'io 
sia  tanto  distratto  in  Bologna.,  e  fossi  anche  in  Parigi,  ch'io  non  pensi 
a  te  ogni  giorno.  A  proposito  di  Parigi,  sappi  ch'io  sono  venuto  da 
Milano  a  Bologna  con  tre  Francesi,  e  da  Bologna  a  Milano  era  andato 
con  due  Inglesi.  Vedi  quanta  materia  di  osservazioni  e  di  racconti  per 
le  nostre  serate  d'inverno  I... 

Il  gran  problema  era  di  trovar  da  vivere  in  Bologna,  senza 
affaticarsi  piìi  di  quanto  la  sua  gracile  e  cagionevolissima 
persona  comportasse.  Il  Xiebuhr,  ch'era  partito  da  Roma, 
s'era  mantenuto  sempre  in  corrispondenza  con  lui,  e  non 
aveva  mai  smesso  il  pensiero  di  trovar  un  modo  di  giovargli. 
Lo  raccomandò  anzi  vivamente  al  successore,  il  barone 
C.  C.  G.  Bunsen  ^.  Il  quale,  con  commovente  e  instancabile 
assiduità,  sollecitò  dapprima,  sullo  scorcio  del  1823,  dal  go- 
verno pontifìcio,  pel  contino  recanatese,  l'ufficio  di  Cancel- 
liere del  Censo  a  Urbino  ;  ma  non  ottenne  che  belle  promesse. 
Nei  primi  mesi  del  '25,  ritentò  la  prova;  e  con  accorgimento 
di  vero  diplomatico,  pose  sotto  gli  occhi  del  Cardinale  segre- 
tario di  Stato  un  articoletto  dell'invisa  Antologia  fiorentina, 
in  cui  il  Giordani,  il  '<  Capaneo  dell'ateismo  italiano»,  ac- 
cennava al  Leopardi  con  parole  d'infinita  benevolenza  e 
ammirazione.  Che  pericolo  lasciar  codesto  dottissimo  e  valo- 
rosissimo, ma  sprovvisto  suddito  pontificio,  esposto  alle  se- 
duzioni di  quegli  astuti  liberali'....  Il  Cardinale  ringraziò,  e 
s'offerse  di  fornirgli  i  mezzi  di  compiere  qualche  opera 
'<  che,   mentre  provvedesse  alla  sua  gloria  nell'età  futura, 


*  Cfr.  D'Ovidio,  Lettere  inedite  di  L.  a  Bunsen,  nei  Saggi  critici, 
Napoli  1878,  p.  16  ss. 


l'interessamento  del  bunsen  95 

riunisse  ima  pubblica  utilità»:  s'intende  che  essa  avrebbe 
dovuto  avere  «  una  stretta  relazione  colla  religione  ->.  Il 
Leopardi  propose  un'' A nfoìogi a  Platonica,  nella  quale,  per 
combattere  il  rude  materialismo  clie  allora  infestava  l'Italia, 
avrebbe  raccolto,  tradotti  in  ischietta  lingua  italiana,  molti 
pensieri  di  Platone,  accompagnandoli  con  preamboli  e  com- 
menti. Ci  voleva  altro  I  Di  codesta  opera  non  si  fece  pili 
nulla;  e  nemmeno  di  quell'altro  sperato  ufficio,  che  sarebbe 
stato  una  beata  sinecura,  di  Segretario  dell'Accademia  di 
Belle  Arti  in  Bologna. 

L'ottimo  Bunsen  non  si  diede  per  vinto,  e  concepì  un 
diseguo  diverso:  far  chiamare  il  Leopardi  in  Roma,  per  oc- 
cuparvi una  «  cattedra  combinata  di  eloquenza  greca  e  la- 
tina nella  Sapienza»,  che  si  sarebbe  istituita  a  posta  per 
lui.  Veramente  a  quel  poveretto  la  proposta  non  sorrideva 
gran  che;  e  al  suo  protettore  faceva  timidamente  osservare 
(24  ottobre): 

che  da  una  parte  il  soggiorno  di  Roma,  specialmente  nell'estate, 
è  poco  adattato  al  mio  temperamento,  e  alla  mia  salute  assai  debole; 
dall'altra  parte,  che  una  cattedra  non  so  quanto  mi  potrebbe  conve- 
nire per  due  ragioni,  l'una  fisica,  cioè  la  grandissima  debolezza  del 
mio  petto,  l'altra  morale,  cioè  la  mia  poca  attitudine  a  trattare  con 
una  scolaresca,  sempre  insolente,  attesa  la  timidità  naturale  del  mio 
carattere. 

E  dire  che  non  usavano  ancora  laggiii  gli  scioperi  per 
la  terza  sessione  d'esami,  e  i  tumidti  annuali  per  Giordano 
Bruno  !  Ma  poi,  gii  emolumenti  annessi  alle  cattedre  romane 
erano  così  tenui:  noii  più  di  duecento  scudi  all'anno!  Tut- 
tavia, un  improvviso  rincrudimento  del  freddo  bolognese 
gli  fece  vincere  ogni  titubanza.  «  Oggi  stesso  »,  scrive  al 
fratello  il  28  ottobre,  <;  rispondo  ed  accetto;  al  che  mi  muove 
anche  il  bestialissimo  freddo  di  questo  paese,  che  mi  ha 
talmente  avvilito  da  farmi  immalinconichire  e  disperare  ».  E 
al  Bunsen  osa  chiedere  che  gli  faccia  «  somministrare  qualche 
somma  sufficiente  al  viaggio  »  :  ei  si  trovava  in  gravi  «  stret- 
tezze ».  Il  valentuomo  s'affrettò  a  mettere  a  sua  disposizione 
quanto  potesse  occorrergli;  ma  codesta  risposta  non  ebbe 
nemmeno  n  tempo  d'arrivare  a  Bologna,  che  già  il  Leopardi 
aveva   mutato   proposito.    Erano   sopravvenuti  l'estate   di 


96  LA   VITA    DEL   POETA 


san  Martino,  il  Giordani,  e  una  curiosa  lettera  di  Monaldo. 
In  questa  si  diceva  (29  ottobre): 

...  da  Roma  vi  offrono  una  cattedra,  ed  una  speranza  di  farvi  vice- 
presidente della  Università.  Di  quest'ultima  cosa,  che  sarebbe  pure 
qualche  cosa  più  del  volgare,  non  abbiate  alcima  lusinga,  perchè  Roma 
dà  solamente  ai  temerari  ed  agl'importuni,  e  voi,  non  essendo  l'uno 
né  l'altro,  non  la  avrete.  Credo  che  potrete  contare  sulla  prima,  perchè 
piccola,  perchè  la  temerità  non  basta  a  sostenerla,  e  perchè  infine 
hanno  essi  più  bisogno  di  darla  che  voi  di  riceverla...  Quanto  a  me... 
sceglierei  meglio  ima  capanna,  un  libro  e  una  cipolla  in  cima  a  un 
monte,  che  un  impiego  subalterno  in  Roma,  dove  chi  non  è  prelato  o 
avvocato,  è  niente;  e  dove  credo  che  tutti  gli  altri  impieghi  sappiano 
di  staflBeri,  e  quelli  che  li  sostengono  debbono  essere  gli  umilissimi, 
adulantissimi  servitori  di  tanti  asini  vestiti  da  abati,  che,  incassando 
la  testa  in  collare  rosso  o  pavonazzo,  hanno  acquistata  l'infusione  di 
tutte  le  scienze.  Uno  per  altro,  il  quale  non  possa  o  non  abbia  piacere 
di  restringersi  alla  vita  domestica,  deve  pensare  prima  di  ricusare  un 
impiego,  che  in  qualunque  modo  lo  lega  al  Governo;  e  ad  un  Governo 
che  si  fa  un  dovere  di  pelarci  per  mantenere  e  pensionare  in  vita  i  suoi 
impiegati,  ancorché  lo  abbiano  servito  un  giorno  e  assassinato  un 
secolo. 

Giacomo  rimase  a  Bologna,  ma  in  condizioni  di  salute  e 
di  finanze  sempre  peggiori.  11  caldo  di  Milano  aveva  determi- 
nati in  lui  mali  insanabili;  e  i  due  suoi  scolari  lo  avevano  ora 
abbandonato.  Sperava  tuttavia  nel  Segretariato  delle  Belle 
Arti:  un'occupazione  che  si  riduceva  «  a  tener  certi  registri, 
e  a  fare  una  volta  all'anno  un  discorso  che  poi  si  stampa  » 
(4  dicembre);  e  il  Bunsen  non  si  stancava  d'insistere  per 
ottenerglielo.  Intanto  metteva  a  sua  disposizione,  presso 
un  banchiere  di  Bologna,  una  somma,  perchè  ei  se  ne 
giovasse  occorrendo.  Ma  il  buon  Giacomo  si  guardò  bene  dallo 
stendervi  mai  le  mani.  —  Ed  eran  questi  i  tempi  in  cui  la 
contessa  Adelaide  reputava  che  la  letteratura  fosse,  pel 
figlio  lontano,  una  miniera  d'oro! 

Chi  valse  a  sollevare  in  parte  una  tanta  miseria  fu  an- 
cora una  volta  il  bravo  Stella,  che  propose  al  Leopardi  di 
raddoppiargli  l'onorario  mensile  (da  10  scudi  a  20),  perchè 
ei  potesse  meglio  attendere  al  commento  del  Petrarca  e  alla 
traduzione  dei  Moralisti  greci.  «  Ci  pensi  »,  terminava  una 
sua  lettera  del  3  dicembre,  «  e  pensi  ancora  ch'io  Le  parlo  col 
cuor  di  padre  ».  Giacomo  rispose  con  cuore  di  figlio,  accet- 


L  INVITO    OLTRALPI 


tando,  E  così  continuò  a  trascinare  avanti,  alla  men  peggio, 
la  penosissima  esistenza.  Il  freddo  s'era  fatto  intenso  e  in- 
sopportabile; e  per  le  sue  condizioni  fìsiche,  l'inverno  già 
per  sé  solo  era  «  una  malattia  grave  ».  Kicorrere  a  medici 
valenti  non  poteva,  non  avendo  di  che  pagarne  le  visite. 
Gli  era  vietato  «  l'uso  del  fuoco  »,  e  pei  suoi  acciacchi  non 
poteva  né  camminare  né  star  molto  in  letto.  «  Sicché  »,  con- 
cludeva il  25  gennaio  1826,  «  dalla  mattina  alla  sera  non 
trovo  riposo,  e  non  fo  altro  che  tremare  e  spasimare  dal 
freddo,  che  qualche  volta  mi. dà  voglia  di  piangere  come  un 
bambino  ».  Per  ripararsi  e  riscaldarsi  alla  meglio,  egli,  rac- 
contò poi  il  Brighenti,  «  si  era  fatto  fare  una  specie  di  sacco 
imbottito  malamente  di  piuma;  dentro  il  quale,  studiando, 
stava  delle  mezze  giornate,  e  ne  usciva  poi  tutto  pieno  di 
peluia  o  lanugine,  che  pareva  l'uomo  salvatico  ».  È  facile 
immaginarne  lo  stato  d'animo!  «La  malinconia»,  scrive  al 
fi'atello  il  6  gennaio,  «  che  spesso  mi  prende  qui  come  a  Ee- 
canati,  ha  ora  per  me  un  carattere  più  nero  di  prima,  e  rare 
volte  ne  risulta  una  certa  allegria  interna,  come  spesso  mi 
accadeva  costì.  Sento  che  sono  senza  appoggio  e  senza 
amore  ». 

Ma  non  era  senza  protettori.  Il  Bunsen  non  sapeva  darsi 
pace  che  il  Governo  papale  lasciasse  morir  di  miseria  e  di 
freddo  l'itaUano  più  dotto  del  secolo.  E  indignato  per  tante 
subdole  tergiversazioni,  scriveva  al  Niebuhr:  «  È  un  vero  or- 
rore I  Leopardi  ed  io  siamo  stati  menati  per  il  naso  !  Buone 
parole,  promesse  in  iscritto;  e  tutto  come  prima  !...  Oh  perchè 
non  sono  io  ricco  I  Entro  un  mese  Leopardi  dovrebbe  aver 
passate  le  Alpi  I  »  ^,  Anche  il  Xiebuhr  aveva  pensato  a  questo  ; 


^  Il  Governo  romano  non  lasciò  mai  trapelare  le  ragioni  vere  di 
quegl'infingimentì.  Esse  son  vennte  in  luce  solo  di  recente.  Il  cardinal 
Galeffi,  allora  Camerlengo,  aveva  presentata  al  Papa,  Leone  XII  Della 
Genga,  il  21  novembre  1825,  una  sua  Relazione,  in  cui,  tra  l'altro,  di- 
ceva che,  «  informatosi  dell'indole  e  della  condotta  del  Leopardi,  era 
venuto  a  conoscere  essere  egli  in  vero  dotato  di  molta  dottrina,  mas- 
sime nelle  lettere  greche  ed  italiane,  e  d'un  ingegno  veramente  grande 
e  straordinario,  ma  esservi  al  tempo  stesso  motivo  di  dubitare  della 
rettitudine  delle  sue  massime,  sapendosi  essere  egli  molto  amico  ed 

7  —  G.  Leopardi. 


98  LA   VITA    DEL   POETA 


e  il  9  marzo  del  "25,  potè  scrivere  da  Berlino  d'avere  colà 
preparate  le  cose  in  modo  da  far  invitare  da  quella  Univer- 
sità il  Leopardi,  per  insegnarvi  letteratura  italiana.  Il 
Bunsen  riprende  l'idea  dell'insegnamento  in  Germania,  sia 
poi  a  Berlino  o  a  Bonn;  e  il  Leopardi  gli  risponde,  il  1°  feb- 
braio  1826: 

Il  mio  affare,  di  cui  Ella  mi  parla  colla  solita  Sua  bontà  ed  affe- 
zione, è  una  nuova  prova  del  quanto  poco,  anzi  nulla,  ci  possiamo  noi 
confidare  in  questo  nostro  Governo  gotico,  le  cui  promesse  più  solenni 
vasrliono  meno  che  quelle  di  un  amante  ubbriaco.  La  idea  che  Ella  mi 
propone  di  una  cattedra  in  Berlino  o  in  Bonn,  è  tale,  che  io  L'assicuro 
che  niun'altra  mi  potrebbe  riuscir  più  grata  e  lusinghiera.  Ma  sven- 
turatamente ora  la  mia  povera  salute  è  in  uno  stato  cosi  tristo,  che 
io  non  ardisco  fermare  il  pensiero  in  una  proposizione  che  del  resto 
mi  sarebbe  giocondissima.  Crederà  Ella  che  appena  io  posso  soppor- 
tare l'inverno  in  Bologna,  e  che  passo  questi  giorni  in  un  continuo  spa- 
simo e  in  un  tormento  indicibile,  cagionato  dalla  mia  n^alattia  d'in- 
testini, che  dal  freddo  riceve  un  grandissimo  pregiudizio  ?  Or  che  sa- 
rebbe nei  climi  di  Germania  ?  Tuttavia,  la  mia  guarigione  non  essendo 
punto  disperata,  ed  i  medici  promettendomi  che  a  primavera  io  sarò 
ristabilito  e  migliorato  assai,  La  prego  caldamente  a  non  abbandonare 
l'idea  di  cui  Ella  mi  ha  parlato,  la  quale  credo  che  non  esiga  fretta,  e 
che  possa  sopportar  dilazione. 

Ah  sii  l'agognata  guarigione  non  venne  mail  E  l'amma- 
latissimo  dovè  anche  rifiutare  l'invito,  che  il  Bunsen  me- 
desimo gli  fece  più  tardi  (5  giugno  1828)  da  parte  dell'Uni- 
versità di  Bonn,  non  piìi  d'andare  a  occuparvi  una  cattedra 
di  filologia  classica,  bensì  di  letteratura  dantesca,  con  lo 
stipendio  di  1500  talleri  (circa  7500  delle  nostre  lire):  una 
ricchezza  neppur  sognata  I  «  Là  a  Bonna,  in  un  clima  eguale 
a  quello  di  Verona,  con  un  inverno  dove  la  temperatura 
non  iscende  che  raramente  sotto  4^  di  Réaumur,  quando 
fa  freddo,  Ella  »,  soggiungeva  riconfortando  e  blandendo 
l'insigne  diplomatico,  <'  sarebbe  circondata  e  di  amici  dotti  o 


intrinseco  di  persone  già  note  per  il  loro  non  savio  pensare,  e  avendo, 
benché  con  molta  astuzia,  fatti  trapelare  i  suoi  sentimenti  assai  favo- 
revoli alle  nuove  opinioni  morali  e  politiche  in  Odi  italiane  da  lui  stam- 
pate l'anno  trascorso  in  Bologna  ».  Cfr.  Carlo  Bandini,  Il  Leopardi 
alla  ricerca  d'impiego,  nella  «  Rassegna  Nazionale  »  del  16  ottobre  1902. 


A    BOLOGNA,    LA    PRIMAVERA    1826  99 

di  una  turba  studiosa,  desiderosa  di  vedere  ravvivata  la 
Cattedra  di  Dante  al  di  là  delle  Alpi  .'.  Ahimè  !  ma  «  come 
abbandonare  la  mia  famiglia  e  l'Italia  »,  osservava  colui  che 
con  tanto  entusiasmo  aveva  inneggiato  al  risorto  culto  di 
Dante,  "  e  come  sopportare  il  clima  della  Germania  ì  ». 


XIII. 


La  primavera  dei  1826  a  Bologna.  —  Una  gita  in  Fomagna. 
—  Il  ritorno  a  Eecanati  nel  novembre.  —  La  primavera 
del  1827  nuovamente  a  Bologna,  e  V estate  a  Firenze.  — 
L'incontro  del  Leopardi  col  Manzoni,  e  il  suo  giudizio 
sui  «  Promessi  Sposi  >k 


Col  febbraio  del  1826,  il  Leopardi  cominciò  a  sentirsi 
meno  male.  «  Già  fin  dal  primo  di  questo  mese  »,  scrisse 
YS  al  padre,  da  Bologna,  <(  il  freddo  qui,  grazie  a  Dio,  è 
molto  scemato,  anzi  abbiamo  avuto  qualche  giorno  quasi 
di  primavera:  io  ho  ripreso  le  mie  passeggiate  campestri, 
e  mi  pare  di  essere  rinato  ».  E  il  13  al  fratello:  «  Io  respiro 
con  questi  giorni  tepidi  che  abbiamo,  e  la  mia  salute  ne 
migliora  sensibilmente  ».  E  di  nuovo  al  padre,  il  20:  «  Qui 
continuano  le  giornate  temperate,  che  mi  hanno  fatto  tor- 
nare in  vita  da  una  vera  morte,  perchè  le  pene  che  ho  pro- 
vate in  questo  inverno  non  sono  descrivibili  ».  Anche  finan- 
ziariamente le  cose  s'eran  messe  benino;  e,  regolandosi 
nelle  spese,  ei  riusciva  fino  a  passare  per  ricco  presso  i  suoi 
padroni  e  vicini  di  casa.  Lavorava  assiduamente  intorno 
al  Petrarca  («  fatale  e  amaro  »,  «  vero  calice  di  passione!  »). 
e  ai  Moralisti  greci;  e  se  avesse  voluto  e  potuto  affaticarsi 
di  pili,  non  avrebbe  avuto  che  da  scegliere  tra  le  proposte 
che  gli  giungevano  da  editori  di  Torino,  di  Bologna,  di 
Milano,  di  Napoli,  di  Firenze.  Anche  il  Yieusseux  insisteva 
per  averlo  collaboratore,  ricompensato  e  regolare,  della 
Antologia.  Gli  suggerì  perciò  di  flagellare,  sotto  le  spoglie 
d"un  Romito  degli  Appennini,   <•  i  nostri  pessimi  costumi. 


100  LA   VITA    DEL   POETA 

i  nostri  metodi  di  educazione  e  di  pubblica  istruzione,  tutto 
ciò  in  fine  che  si  può  flagellare,  quando  si  scrive  sotto  il 
peso  di  una  doppia  censura,  civile  ed  ecclesiastica  ».  Il 
futuro  autore  dei  Paralipomeni  si  scusò,  adducendo  la 
«  maledetta  salute  »  che  non  gli  permetteva  una  pili  lunga 
ed  assidua  occupazione.   E   poi  (4  marzo): 

Perchè  questo  buon  Romito  potesse  flagellare  i  nostri  costumi  e 
le  nostre  istituzioni,  converrebbe  che,  prima  di  ritirarsi  nel  suo  romi- 
torio, fosse  vissuto  nel  mondo,  e  avesse  avuto  parte  non  piccola  e  non 
accidentale  nelle  cose  della  società.  Ora  questo  non  è  il  caso  mio.  La 
mia  vita,  prima  per  necessità  di  circostanze  e  contro  mia  voglia,  poi 
per  Laclinazione  nata  dall'abito  convertito  in  natura  e  divenuto  inde- 
lebile, è  stata  sempre,  ed  è,  e  sarà  perpetuamente  solitaria,  anche  in 
mezzo  alla  conversazione,  nella  quale,  per  dirlo  all'inglese,  io  sono  più 
abseni  di  quel  che  sarebbe  un  cieco  e  sordo.  Questo  vizio  dell'absence 
è  in  me  incorreggibile  e  disperato....  Da  questa  assuefazione  e  da  questo 
carattere  nasce  naturalmente  che  gli  uomini  sono  a'  miei  occhi  quello 
che  sono  in  natura,  cioè  una  menomissima  parte  dell'universo,  e  che  1 
miei  rapporti  con  loro  e  i  loro  rapporti  scambievoli  non  m'interessano 
punto,  e  non  interessandomi,  non  gli  osservo  se  non  superficialissima- 
mente. Però  siate  certo  che  nella  filosofìa  sociale  io  sono  per  ogni  parte 
un  vero  ignorante.  Bensì  sono  assuefatto  ad  osservar  di  continuo  me 
stesso,  cioè  l'uomo  in  sé,  e  similmente  i  suoi  rapporti  col  resto  della 
natura,  dai  quali,  con  tutta  la  mia  solitudine,  io  non  mi  posso  liberare.... 
La  mia  filosofia....  mi  fa  disprezzar  la  vita  e  considerar  tutte  le  cose 
come  chimere,  e  così  mi  aiuta  a  sopportar  l'esistenza. 

Bello  il  marzo  e  l'aprile,  così  che  il  povero  Giacomo  era 
potuto  tornare  «  nel  gran  mondo  »,  ai  primi  del  ^jiaggio 
ci  fu  una  ripresa  di  freddo.  «  Qui  non  è  maggio,  ma  gen- 
naio »,  ei  si  lamenta  con  la  Paolina;  <'  e  già  da  quindici 
giorni  io  sono  ritirato  dal  mondo,  maledicendo  Bologna  e 
chi  Tha  inventata.  Oh  qulieureux  qiie  je  auis  !  non  ti  pare  ?  ». 
11  caldo  gli  riportò  un  po'  di  salute.  «  lo  vivo  molto  annoiato 
e  arrabbiato,  ma  migliorando  di  salute  sensibilmente,  col 
caldo  »,  scrive  al  fratello  il  21  giugno.  E  il  23,  giunge  a  dire 
alla  Paolina:  "  Vo  sempre  sospirando  il  momento  di  riveder 
Recanati,  che  sarà  certamente  presto  ».  Veramente  qui  Re- 
canati  voleva  significar  soprattutto  i  due  fratelli  prediletti  ! 

Il  29  maggio,  ebbe  un  «assalto  nervoso  al  petto»; 
«  dove  »,  ricordò  poi,  «  il  dolore  si  accresceva  effettivamente 


A   RAVENNA  101 


colla  impazienza  e  colla  inquietezza  >.  E  sperimentò  allora 
quel  sovrano  rimedio  che  è  la  pazienza,  e  che  ■  consiste 
in  una  non  resistenza,  una  rassegnazione  d'animo,  una 
certa  quiete  dell'animo  nel  patimento.  E  potrà  essere  di- 
sprezzata questa  virtù  quanto  si  voglia  »,  soggiunge,  .«  e 
chiamata  vile:  ella  è  pur  necessaria  all'uomo,  nato  e  desti- 
nato inesorabilmente,  inevitabilmente,  irrevocabilmente  a 
patire,  e  patire  assai,  e  con  pochi  intervalli  »  ^. 

Nei  primissimi  di  agosto,  invitatovi  dal  marchese  An- 
tonio Cavalli,  fece  una  gita  in  Romagna,  per  «  vedere  le 
antichità  di  Ravenna  ».  Alla  Paolina,  che  gli  aveva  scritto: 
«  Pei'sone  venute  da  Sinigaglia  ci  hanno  raccontato  di  aver 
parlato  con  un  Francese,  il  quale  fa  gi'andissimi  elogi  di 
te,  e  che  sarai  per  essere  il  più  gran  letterato  d'Italia  »  ^: 
il  buon  Giacomuccio  è  lieto  di  poter  rispondere  (16  agosto): 
Che  meraviglia  che  i  Francesi  parlino  di  me  a  Sinigaglia  ? 
Xon  sai  tu  che  io  sono  un  grand'uomo,  che  in  Romagna 
sono  andato  come  in  trionfo,  che  donne  e  uomini  facevano 
a  gara  per  vedermi  ?   ■. 

Rimase  fuor  di  Bologna  dal  2  al  13  agosto;  e  (^nell'an- 
dare e  tornare  da  Ravenna  »,  ebbe  a  soffrir  molto  del  caldo. 
Ma  a  buon  conto  rimpatriare  oramai  conveniva;  e  sog- 
giungeva alla  Paolina:  «Fuor  di  burla,  io  spasimo  di  tro- 
varmi di  nuovo  fra  voi  altri,  e  non  aspetto  altro  che  la 
iìne  del  caldo  per  mettermi  in  viaggio  ».  Difatto,  il  3  no- 
vembre si  pose  in  cammino,  e.  <<  dopo  un  viaggio  pessimo 
veramente  >,  111  fu  a  casa.  Dove,  in  mezzo  alla  sua  li- 
breria, «  con  quei  comodi  che  non  si  possono  avere  fuori 
di  casa  propria  >.  intraprese  subito  a  compilare  la  Cresto- 
mazia. «  Io  sto  di  salute  passabilmente  »,  scriveva  il  6  di- 


^  Zibaldone,  voi.  VII,  p.   175-7(i. 

^  Ancjje  Monaldo  gli  narrava,  il  12  agosto:  «Un  certo  Francese, 
commissionato  dalla  Casa  Bondi,  se  non  erro,  di  Torino,  a  raccogliere 
associati  per  una  edizione  di  Classici  latini,  come  saprete,  ha  fatto  gran 
rumore  di  voi  in  Sinigaglia,  proclamandovi  il  primo  letterato  d'Italia, 
e  notissimo  anche  alla  Francia.  Lodiamone  Iddio  »,  conchiudeva  mo- 
ralizzando, »  senza  dimenticare  l'obbligo  che  corre  a  quelli,  i  quali 
esso   distingue  coi  suoi  doni,   di   usarne  per  la   sua   gloria  ». 


102  LA    VITA    DEL    POETA 

cembre,  ^  occupato  la  mattina  a  studiare,  la  sera  a  tremare 
e  a  bestemmiare".  E  il  15:  «Sto  di  salute  comportabil- 
mente, e  sento  qui  un  poco  men  freddo  che  a  Bologna,  di 
corpo;  ma  d" animo  ho  un  freddo  che  mi  ammazza,  e  ogni 
ora  mi  par  miUe  di  fuggir  via  ».  Non  sarebbe  però  stato 
l)rudente  muoversi  prima  della  primavera.  «  Io  e  la  mia 
salute  medesima  »,  scriveva  allo  Stella,  il  9  febbraio  1827, 
■  non  possono  tollerare  questo  paese  privo  di  ogni  possibile 
distrazione,  separatissimo  da  ogni  commercio  letterario, 
morto  affatto,  digiuno  di  ogni  novità,  vero  sepolcro  di 
vivi  ».  Il  21  aprile,  vagheggiando  la  partenza  fissata  pel  23, 
si  sfogava  col  Puccinotti,  ch'era  di  Urbino: 

Ogni  ora  mi  par  mill'anni  di  fuggir  via  da  questa  porca  città,  dove 
non  so  se  gli  uomini  sieno  più  asini  o  più  birbanti;  so  bene  che  tutti 
sono  l'uno  e  l'altro.  Dico  tutti,  perchè  certe  eccezioni,  che  si  conte- 
rebbero sulle  dita,  si  possono  lasciar  fuori  del  conto.  Dei  preti  poi, 
dico  tutti  assolutamente.  Quanto  a  me,  la  prima  volta  che  in  Reca- 
nati sarò  uscito  di  casa,  sarà  dopo  domani,  quando  monterò  in  legno 
per  andarmene:  sicché  mi  hanno  potuto  dare  poco  fastidio. 

Così,  il  26  aprile  (1827)  era  di  nuovo  a  Bologna,  «  do2Do 
un  viaggio  ottimo  veramente»;  ma  non  per  fermarvisi.  Il 
20  giugno  ne  ripartì  per  Firenze,  dove  entrò  la  mattina 
seguente.  <  Dopo  un  viaggio  ottimo  »,  riscriveva  al  padre. 
Soggiungeva  però  subito:  "  Il  non  poter  uscir  di  casa  di 
giorno  per  la  flussion  d'occhi,  che  mi  molesta  costante- 
mente, mi  dà  molta  malinconia  e  m'impedisce  di  conoscere 
la  città;  nella  quale  veramente  non  godo  nulla  ».  I  letterati 
fiorentini,  anche  i  primari  come  il  Xiccolini,  o  stabiliti  in 
Firenze,  come  il  Giordani,  gli  usavan  molte  gentilezze;  ma 
ciò  non  valeva  a  rimuovergli  di  dosso  la  ruggine  della  tri- 
stezza.   E   il    3   luglio   scriveva   al   Papadòpoli: 

Io  sono  qui  da  due  settimane,  trattato  con  molta  gentilezza  dai 
Fiorentini,  ma  tristo  per  la  cattiva  salute,  e  in  particolare  per  la  ma- 
lattia degli  occhi,  la  quale  mi  costringe  a  starmene  in  casa  tutto  il 
di,  senza  né  leggere  né  scrivere.  Non  posso  uscir  fuori,  se  non  la  sera 
al  buio,  come  i  pipistrelli.  Starò  qui  tutta  l'estate;  l'inverno  a  Pisa, 
se  io  non  mi  sentirò  troppo  male:  nel  qual  caso  tornerò  a  Recanati, 
volendo  morire  in  casa  mia. 


l'incontro    col   MANZONI  103 

Ammalatosi  anche  alle  geugive,  spasimante  per  dolore 
acuto  di  denti,  la  dimora  fiorentina  gli  diventa  insoppor- 
tabile. «  Firenze  »,  ne  conclude  (24  luglio),  «  non  sarebbe  cer- 
tamente il  luogo  ch'io  sceglierei  per  consumar  questa  vita  ». 
E  scrive  al  suo  caro  Puccinotti,  dopo  di  averlo  vivamente 
esortato  a  compiere  V^^  opera  fisiologica  sui  temperamenti  », 
la  quale  sarebbe  certo  riuscita  «  degna  dell'Italia,  utile 
al  mondo»  (il   16  agosto): 

Sono  stanco  della  vita,  stanco  della  indifferenza  filosofica,  eh 'è  il 
solo  rimedio  de'  mali  e  della  noia,  ma  che  infine  annoia  essa  medesima. 
Non  ho  altri  disegni,  altre  speranze  che  di  morire.  Veramente  non  tor- 
nava conto  il  pigliarsi  tante  fatiche  per  questo  fine.  Starò  qui  fino 
a  mezzo  ottobre:  poi  sono  incerto  se  andrò  a  Pisa  o  se  a  Roma.  Ma  se 
mi  sentirò  male  assai,  verrò  a  Recanati,  volendo  morire  in  mezzo  ai 
miei. 

Di  questo  tempo  s'incontrarono  a  Firenze  i  due  mag- 
giori poeti  italiani  del  secolo.  Terenzio  Mamiani,  che  si 
trovava  aUora  anch' egli  laggiii,  racconta  d'avervi  veduto 
il  Manzoni  <;  impacciato  fuor  modo  degli  encomii  infiniti 
che  gii  suonavano  intorno.  Eispondeva  »,  dice,  «  con  parole 
poche  ed  avviluppate,  e  arrossiva  tuttavia  a  somiglianza 
di  fanciulla.  Spesso  il  Leopardi  assisteva  a  codeste  apoteosi. 
Ed  io,  vedutolo  una  sera  rincantucciato  e  solo,  mentre  il 
fiore  de'  letterati  e  degli  studiosi  affollavasi  intorno  al  Man- 
zoni, lo  incitai  a  manifestare  quello  che  gliene  paresse. 
— •  Me  ne  pare  assai  bene,  rispose;  e  godo  che  i  Fiorentini 
non  si  dimentichino  della  gentilezza  antica,  e  dell'essere 
stati  maravigliosi  nel  culto  dell'arte.  —  Pochi  anni  dopo  », 
soggiunge  il  Mamiani,  «  io  l'udivo  in  Firenze  esprimere  in- 
torno al  Manzoni  questa  riservata  sentenza:  che  l'avere 
eletto  pel  suo  romanzo  una  delle  epoche  più  sventurate 
e  servili  delle  storie  italiane,  dee  nascondere  molte  ragioni 
ed  assai  poderose;  ma  certo  non  appariscono,  e  sembra 
invece  uscire  dal  suo  racconto  la  deplorevole  conseguenza 
che  del  presente  non  bisogna  zittire,  dacché  gl'Italiani  altre 
volte  si  trovarono  molto  peggio,  e  l'Austriaco  vale  un  oro 
a  petto  del  Castigiiano  »  i.  Vedeva  in  verità  assai  piti  giusto 


^  T.    :^[A^nANi,    Manzoni   e   Leopardi,    nella    «  Nuova    Autologia  », 
voi.  XXIII,  agosto   1873. 


104  LA   VITA    DEL    POETA 


il  Giordani,  che,  ammiratore  ferventissimo  del  Manzoni 
e  dell'arte  sua,  lo  lodava  di  <?  aver  creato  nuovo  odio  ad 
antichi  rei  di  calamità  italiane  »,  al  (^  dominatore  straniero 
e  lontano,  ignorante  e  crudele,  superstizioso  ed  improv- 
vido »  1. 

Il  1°  agosto  "27,  lo  Stella  aveva  chiesto  al  Leopardi: 
'  Il  romanzo  del  Manzoni  lo  ha  Ella  letto  ì  Sentirei  volen- 
tieri il  Suo  parere  ».  E  il  23,  il  Leopardi  aveva  risposto 
d'averne  «  solamente  sentito  leggere  alcune  pagine  »,  ma  che 
in  Firenze  le  persone  di  gusto  lo  trovavano  «  molto  inferiore 
air  aspettazione  »,  e  gli  altri  generalmente  lo  lodavano. 
Il  30  poi  egli  avvertiva  il  Brighenti:  «  Qui  si  aspetta  Man- 
zoni a  momenti  ».  L'8  settembre,  scriveva  al  padre:  «  Tra' 
forestieri  ho  fatto  conoscenza  e  amicizia  col  famoso  Man- 
zoni di  Milano,  della  cui  ultima  opera  tutta  l'Italia  parla, 
e  che  ora  è  qui  colla  sua  famiglia  ».  E  allo  Stella:  «  Io  qui 
ho  avuto  il  bene  di  conoscere  personalmente  il  signor  Man- 
zoni, e  di  trattenermi  seco  a  lungo:  uomo  pieno  di  amabi- 
lità, e  degno  della  sua  fama  »  ^.  Piìi  tardi,  al  Vieusseux 
che,  accennando  all'articolo  del  Tommaseo  sul  Manzoni, 
stampato  nel  fascicolo  d'ottobre  deìV Antologia,  gli  diceva: 
e  non  se  ne  parla  piii,  e  ciò  non  vi  farà  meraviglia  »  ;  ei 
replicava  (31  dicembre  '27): 

L'articolo  sul  Manzoni  potrà  trovar  molti  che -abbiano  opiaioni 
diverse,  ma  certo  non  potrà  raj^ionevolmente  esser  disprezzato.  Solo 
quella  divinizzazione  che  vi  si  fa  del  Manzoni,  mi  è  dispiaciuta,  perchè 
ha  dell'adulatorio,  e  gli  eccessi  non  sono  mai  lodevoli  *. 


^  Pensieri  per  uno  scritto  sui  Promessi  .S'posi,  negli  Scritti  editi 
e  postumi  di  P.   Giordani,   voi.   IV,   p.    132-31. 

*  Cfr.  Bonghi,  Perchè  la  letteratura  italiana  non  sia  popolare  in 
Italia,  in  fin  della  lettera  VI. 

'  Per  codesto  articolo  del  Tommaseo,  e  in  generale  pei  primi  giu- 
dizii  sul  Romanzo  manzoniano,  v.  Michele  Barbi,  A.  Manzoni  e  il 
suo  romanzo  nel  carteggio  del  Tommaseo  col  Vieusseux,  nella  «  Misceli, 
di  studi  critici  in  onore  di  A.  Graf  »,  Bergamo  1903,  p.  235  ss.;  e  Gio- 
vAXXi  Sforza,  Le  prime  accoglienze  ai  Promessi  Sposi,  avanti  al  voi.  II 
dei  Brani  inediti  dei  P.  Sposi,  Milano,  Iloepli,  1905.  Col  Tommaseo, 
colto  ma  bizzarro,  acuto  ma  caustico  e  parzialissimo,  generoso  con 
chi  non  gli  dava  ombra  ma  invidioso  e  maledico  coi  maggiori  di  lui, 


L  INCONTRO    COL    MANZONI  105 


E  il  25  febbraio  1828,  dichiarava  da  Pisa  al  Papadòpoli: 

Ho  veduto  il  romanzo  del  Manzoni,  il  quale,  non  ostante  molti 
difetti,  mi  piace  assai,  ed  è  certamente  opera  di  un  grande  ingegno  ; 
e  tale  ho  conosciuto  il  Manzoni  in  parecchi  colloqui  che  ho  avuto  seco 
a  Firenze.  È  un  uomo  veramente  amabile  e  rispettabile. 

Il  qual  giudizio  egli  confermava,  riscrivendone  da  Fi- 
renze il  17  giugno  al  padre: 

Ho  piacere  che  Ella  abbia  veduto  e  gustato  il  Romanzo  cristiano 
di  Manzoni.  È  veramente  una  bell'opera;  e  Manzoni  è  un  bellissimo 
animo  e  un  caro  uomo.  Qui  sì  pubblicherà  fra  non  molto  una  specie  di 
continuazione  di  quel  romanzo,  la  quale  passa  tutta  per  le  mie  mani. 
Sarà  una  cosa  che  varrà  poco;  e  mi  dispiace  il  dirlo,  perchè  l'autore 
è  mio  amico,  e  ha  voluto  confidare  a  me  solo  questo  secreto,  e  mi  co- 
stringe a  riveder  la  sua  opera,  pagina  per  pagina;  ma  io  non  so  che 
ci  fare.  Prego  però  anche  lei   a  tener  la  cosa  secreta  affatto  ^. 


il  Leopardi  non  ebbe  mai  buon  sàngue.  Giunsero  presto  al  disprezzo 
reciproco  e  all'odio.  Cfr.  Paolo  Prttnas,  La  critica  l'arte  e  Videa 
sociale  di  N.  Tommaseo,  Firenze,  Seeber,  1901,  pp.  96,  98,  121  ss. 

^  ìsqIV Epistolario  leopardiano  occorre  ancora  qualche  altra  volta 
il  nome  del  Manzoni.  —  Il  fratello  Pierfrancesco  mandò  a  Giacomo, 
il  1°  giugno  '28,  una  copia  degl'/nm  sacri  ristampati  in  quel  torno  di 
tempo  a  Macerata,  con  una  dedicatoria  di  Monaldo  (si  può  leggerla 
riprodotta  da  C.  A. -Traversi,  in  Studi  sw  G.  i.,  p.  8-9).  «  E  vi  mando 
questo  libro  »,  dichiarava,  «  più.  perchè  leggiate  questa,  che  gl'/nni, 
perchè  m'immagino  che  lo  stesso  Manzoni  ve  lì  avrà  dati  a  leggere. 
Fatemi  dire....  dove  attualmente  si  trovi  il  suddetto  Manzoni».  Gia- 
como rispose  :  «  Vi  son  proprio  obbligato  di  avermi  fatto  leggere  quella 
bella  e  originale  dedicatoria.  Manzoni  è  con  la  sua  famiglia  a  Milano 
sua  patria,  dove  è  stabilito.  È  vero  che  io  aveva  già  i  suoi  Inni:  ho 
ancora  e  porterò  costi  tutte  le  altre  sue  opere,  fuori  del  Romanzo  ».  — 
Il  12  aprile  '29,  il  Leopardi  sospetta,  e  non  a  torto,  che  l'Accademia 
della  Crusca  macchini  qualcosa  per  non  assegnargli  l'ambito  premio 
quinquennale,  e  scrive  al  Yìeusseux:  «  Da  una  frase...  del  Poggi  nel- 
V Antologia...  deduco  che  l'Accademia  della  Crusca,  per  non  premiare 
le  Operette  morali,  abbia  intenzione  dì  violar  piuttosto  le  regole,  de- 
cretando spontaneamente  il  premio  ai  Promessi  Sposi  di  Manzoni,  il 
quale  certamente  non  è  concorso  ».  —  E  il  28  maggio  '32,  per  giustifi- 
carsi col  padre  d'aver  pubblicamente  dichiarato  non  sua  un'operetta 
ch'era  invece  di  Monaldo,  assevera:  «Non  son  io  l'uomo  che  sopporti 
di  farsi  bello  degli  altrui  meriti.  Se  il  romanzo  dì  Manzoni  fosse  stato 
attribuito  a  me,  io  non  dopo  quattro  mesi,  ma  il  giorno  che  l'avessi 
saputo,  avrei  messo  mano  a  smentire  questa  voce  in  tutti  i  giornali  )>. 


106  LA   VITA   DEL    POETA 

Monaldo  replicò,  osservando  acutamente,  a  proposito 
della  Monaca  di  Monza  che  io  sciagurato  amico  di  Giacomo, 
il  presuntuoso  e  vacuo  professore  dell'Università  pisana 
Giovanni    Eosini,    mulinava: 

Perchè  mai  codesto  amico  vostro  s'impegna  a  continuare  il  Ro- 
manzo di  Manzoni?  Quell'opera  deve  essere  imitata  quanto  si  può, 
ma  nessuno  speri  di  uguagliarla;  ed  essa  resterà  sempre  somma  ed 
inarrivabile  nella  sua  classe.  Il  mettersi  dunque  tanto  scopertamente 
in  linea  con  esso,  è  voler  sentire  dichiarata  da  tutto  il  mondo  la  propria 
inferiorità.  Appena  letto  quel  Romanzo,  ne  fui  rapito,  e  lo  giudicai 
prezioso  non  tanto  alle  lettere,  quanto  alla  religione  e  alla  morale. 
Ebbi  poi  molta  compiacenza  nel  sentire  che  in  Roma  i  confessori  Ge- 
suiti lo  danno  a  leggere  alle  loro  penitenti. 

E  l'antico  pupillo  del  padre  Torres  aveva  ragione  di 
compiacersene:  questa  volta  almeno  la  sua  fede  religiosa 
poteva  andare  a  braccetto  con  la  sua  ammirazione  lette- 
raria I  Tuttavia,  nel  sorridere  aUa  squisita  rappresentazione 
di  quel  tipo  di  nobiluccio  saccente  che  fu  don  Ferrante, 
non  balenò  mai  al  conte  Monaldo  il  sospetto  che  il  roman- 
ziere avesse  indovinato  pur  qualche  lineamento  del  suo 
viso  e  spiato  qualche  angoletto  del  suo  animo  ?  E  che  avrà^ 
pensato  di  quel  principe  milanese,  che  costrinse  la  sua  Gel- 
trudina  a  farsi  monaca,  non  ostante  che  questa  manife- 
stasse in  mille  modi  ripugnanza  a  prendere  il  «  vel  del 
core  »,  e  giungesse  a  ribellarsi  alla  tirannia  paterna  ì  Pur- 
troppo, anche  l'arte  vera  e  grande  può  sì  divertire  ed  esal- 
tare; ma  quanto  a  convincere  e  a  convertire,  essa,  alla 
pari  di  ogni  filosofia,  non  ci  riesce  se  non  con  quelli  che  non 
hanno  interesse  a  rimaner  fermi  nei  loro  propositi  e  nelle 
loro  superstizioni! 


XIV. 


A  Fisa,  nelVinverno  1827-1828.  —  «I?  Bisorgimento  ))  e 
«  A  Silvia  ».  — -  Giacomo  assiste  a  una  lezione  del  Carnii- 
gnani  e  a  una  recitazione  del  Guadagnoli.  —  Il  pro- 
fessor Eosini.  —  La  morte  del  fratello  Luigi.  —  Il  ri- 


A  PISA,  l'autunno  1827  107 

torno  a  Firenze  e  la  malinconica  estate  del   1828.  —  Il 
ritorno  a  Eecanati. 

Dopo  molta  indecisione,  se  andare  a  passar  l'inverno 
o  a  Roma  o  a  Massa  o  a  Pisa,  o  sino  a  Como  o  a  Venezia 
come  gii  proponeva  lo  Stella,  finalmente,  cedendo  al  con- 
siglio degli  amici  fiorentini,  si  determinò  per  la  bella  ri- 
vale di  Firenze,  «  città  tanto  migliore  e  di  clima  tanto  ac- 
creditato ».  Giammai  il  Leopardi  fu  più  contento  della 
scelta;  e  nessun'altra  volta  una  città  nuova  gli  aveva  de- 
stata, o  gli  destò  poi,  una  simpatia  piìi  viva.  Il  23  luglio 
1827  aveva  annotato  nello  Zibaldone  (VII,  232-33): 

Cangiando  spesse  volte  il  luogo  della  mia  dimora,  e  fermandomi 
dove  più  dove  meno  o  mesi  o  anni,  m'avvidi  che  io  non  mi  trovava 
mai  contento,  mai  nel  mio  centro,  mai  natiu-alizzato  in  luogo  alcuno, 
comunque  per  altro  ottimo,  finattantockè  io  non  aveva  delle  rimem- 
branze da  attaccare  a  quel  tal  luogo,  alle  stanze  dove  io  dimorava, 
alle  vie,  alle  case  che  io  frequentava;  le  quali  rimembranze  non  consi- 
stevano in  altro  che  in  poter  dire:  qui  fui  tanto  tempo  fa;  qui,  tanti 
mesi  sono,  feci,  vidi,  udii  la  tal  cosa;  cosa  che  del  resto  non  sarà  stata 
di  alcun  momento;  ma  la  ricordanza,  il  potermene  ricordare,  me  la 
rendeva  importante  e  dolce.  Ed  è  manifesto  che  questa  facoltà  e  copia 
di  ricordanze  annesse  ai  luoghi  abitati  da  me,  io  non  poteva  averla 
se  non  con  successo'  di  tempo,  e  col  tempo  non  mi  poteva  mancare. 
Però  io  era  sempre  tristo  in  qualunque  luogo  nei  primi  mesi,  e  coll'andar 
del  tempo  mi  trovava  sempre  divenuto  contento  ed  affezionato  a  qua- 
lunque luogo.  Colla-rimembranza  egli  mi  diveniva  quasi  il  luogo  natio. 

Pisa  invece  gii  piacque  subito,  non  appena  vi  mise  il 
piede.  11  12  novembre,  scrive  aUa  Paolina: 

Partii  da  Firenze  la  mattina  dei  9  in  posta,  e  arrivai  la  sera  a  Pisa, 
viaggio  di  50  miglia.  Ieri  notte,  per  la  prima  volta,  dopo  più  di  sei 
mesi  e  mezzo,  dormii  fuori  di  locanda,  in  una  casa  dove  mi  sono  col- 
locato in  pensione,  a  patti  molto  discreti  ^  Sono  rimasto  incantato 
di  Pisa  per  il  clima:  se  dura  così,  sarà  una  beatitudine.  Ho  lasciato  a 
Firenze  il  freddo  di  vm  grado  sopra  gelo;  qui  ho  trovato  tanto  caldo, 
che  ho  dovuto  gittare  il  ferraiuolo  e  alleggerirmi  di  panni.  L'aspetto 


^  La  casa  era  in  Via  Fagiuoli,  ora  Della  Faggiuola.  A  ricordo, 
è  stato  dato  il  nome  del  poeta  alla  viuzza  solitaria  che  unisce  questa 
strada  a  quella  di  Mugelli. 


108  LA   VITA    DEL    POETA 


di  Pisa  mi  piace  assai  più  di  quel  di  Firenze:  questo  lung'Anio  è  uno 
spettacolo  cosi  bello,  così  ampio,  così  masrnifico.'così  gaio,  così  ridente 
che  innamora:  non  ho  veduto  niente  di  simile  né  a  Firenze  né  a  Milano 
né  a  Roma;  e  veramente  non  so  se  in  tutta  l'Europa  si  trovino  molte 
vedute  di  questa  sorta.  Vi  si  passeggia  poi  nell'inverno  con  gran  pia- 
cere, perché  v'è  quasi  sempre  un'aria  di  primavera  :  sicché  in  certe 
ore  del  giorno  quella  contrada  é  piena  di  mondo,  piena  di.  carrozze  e 
di  pedoni:  vi  si  sentono  parlare  dieci  o  venti  lingue,  vi  briUa  un  sole 
bellissimo  tra  le  dorature  dei  caffé,  delle  botteghe  piene  di  galanterie, 
e  nelle  invetriate  dei  palazzi  e  delle  case,  tutte  di  bella  architettura. 
►Nel  resto  poi,  Pisa  é  un  misto  di  città  grande  e  di  città  piccola,  di  cit- 
tadino e  di  villereccio,  un  misto  così  romantico  che  non  ho  mai  ve- 
duto altrettanto.  A  tutte  le  altre  bellezze  si  aggiunge  la  bella  lingua. 
E  poi  vi  si  aggiunge  che  io,  grazie  a  Dio,  sto  bene,  che  mangio  con  ap- 
petito, che  ho  una  camera  a  ponente  che  guarda  sopra  un  grand'orto, 
con  ima  grande  apertura  tanto  che  si  arriva  a  veder  l'orizzonte,  cosa 
di  cui  bisogna  dimenticarsi  in  Firenze. 

E   nello   stesso   giorno,   al   Viensseux: 

Sono  più  che  contento,  sono  proprio  innamorato  di  questo  cielo. 
Ho  lasciato  a  Firenze  l'inverno,  e  qui  ho  ti'ovato  l'autunno,  di  ma- 
niera che  ho  dovuto  gittar  via  il  pastrano  e  alleggerirmi  di  panni.  Anche 
l'aspetto  di  Pisa  mi  piace  assai.  Quel  lung'Arno,  in  una  bella  gior- 
nata, è  uno  spettacolo  che  m'incanta:  io  non  ho  mai  veduto  il  simile: 
tu  che  hai  viaggiato  mezzo  mondo,  avrai  veduto  forse  qualche  cosa 
di  questo  genere  in  Olanda  o  altrove;  ma  questo  sole,  questo  cielo, 
sono  ornamenti  che  non  avrai  trovati  fuori  d'Italia,  e  sono  pure  una 
gran  parte  di  questo  spettacolo.  Del  rimanente,  io  trovo  qui  un  misto 
di  città  grande  e  di  città  piccola,  di  cittadino  e  di  rustico,  tanto  nelle 
cose  quanto  nelle  persone:  un  misto  propriamente  romantico. 

Xon  si  direbbe  che  sia  proprio  il  Leopardi!  11  sole  di 
Pisa  lo  ha  convertito  di  classico  in  romantico;  e  se  ne  com- 
piace. E  piace  ascoltare  quel  che  il  giorno  appresso  gli  ri- 
spondeva il  Vieusseux,  non  potendo  consolarsi  dell'assenza 
dell'amico   caramente  diletto. 

Vi  assicuro,  e  potete  credermi  imperocché  non  sono  uomo  da  pa- 
role lusinghiere,  che  il  non  vedervi  più  comparire  la  sera  da  me  mi 
cagiona  una  vera  pena;  mi  manca  qualche  cosa,  e  sempre  penso  a  voi. 
Voi  siete  uno  di  quelli  pochissimi  uomini,  coi  quali  mi  sarei  volentieri 
adattato  a  vivere,  à  faire  viénage. 

Le  quali  parole  riuscivano  benefiche  al  cuore  di  Gia- 
como come  il  sole  di  Pisa  alla  sua  salute.  «  Voi  mi  fate  in- 
superbire con  quel  che  mi  dite  del  desiderio  della  mia  com- 


A  PISA,  l'inverno  1828  109 

pagnia;...  perche  oramai  >\  riscriveva  il  16,  ringraziando,  ^^  fo 
molto  pili  conto  dell' affetto  che  della  stima  degli  uomini; 
e  però  avrei  maggior  concetto  di  me  stesso  se  mi  credessi 
capace  di  farmi  amare,  che  di  farmi  stimare  ». 

Tuttavia  anche  a  Pisa  sarebbe  venuto  l'inverno;  ma 
«  colla  opinione  che  a  Pisa  non  si  senta  freddo  »,  osservava 
il  povero  Giacomo,  «  mi  consolerò  di  quello  che  ci  sentirò 
in  fatti,  come  già  ce  ne  sento  più  che  non  bisogna  per  farmi 
smaniare  e  spasimare,  non  potendo  usar  fuoco  ».  Agli  ul- 
timi di  novembre,  cadde  anche  un  po'  di  neve,  «  ma  per 
un  sol  giorno  e  senza  imbiancare»;  poi  tornò  «un'aria 
temperatissima  »,  tale  da  permettergli,  la  sera  del  4  di- 
cembre, d'uscir  di  casa  e  passeggiare  per  un'ora  senza  pa- 
strano. Quel  clima,  insomma,  gli  riusciva  «  un  paradiso 
per  la  temperatura  dell'aria  ».  E  se  il  dicembre  era  stato 
un  marzo,  il  gennaio  (1828)  fu  un  aprile:  «  anche  l'aria  in 
certe  giornate  ha  un  odore  di  primavera  ».  Di  giorno  egli 
faceva  «  eterne  passeggiate  »,  e  preferiva  «  una  certa  strada 
deliziosa,  che  io  chiamo  »,  confidava  alla  sorella,  «  Via 
delle  rimemhranze  :  là  vo  a  passeggiare  quando  voglio  so- 
gnare a  occhi  aperti.  Yi  assicuro  »,  soggiungeva,  «  che  in 
materia  d'immaginazioni,  mi  pare  di  esser  tornato  al  mio 
buon  tempo  antico  ».  E  compose  allora  II  Bi  sorgi  me  rito  e 
A  Silvia:  l'uno,  il  canto  dell'insperato  ritorno  della  pri- 
mavera nel  deserto  del  suo  cuore;  l'altra,  la  romantica 
canzone  delle  rimembranze,  circonfuse  da  una  dolce  ma- 
linconia. 

A  Pisa  egli  era  andato,  e  rimase,  in  compagnia  del  dottor 
Gaetano  Cloni,  che  aveva  conosciuto  in  casa  del  Vieusseux; 
e  per  suo  mezzo,  avvicinò  parecchie  persone  le  quali  gli 
facevan  festa.  Tra  queste,  il  Carmignani,  insigne  professore 
di  dùitto  penale  in  quella  Università.  Un  giorno,  anzi, 
Giacomo  mostrò  il  desiderio  d'assistere  ad  una  delle  fa- 
mose sue  lezioni.  In  attesa  del  poeta,  l'aula  magna  si  af- 
follò di  studenti  d'ogni  Facoltà.  Il  Carmignani,  prima  di 
cominciare  la  lezione,  ordinò  che  si  ponessero  due  sedie 
presso  la  cattedra,  e  vi  fece  sedere  il  Leopardi  e  il  Cloni; 
indi  li   presentò   alla  scolaresca  con   parole   molto   degne. 


110  LA   VITA   DEL   POETA 


che  furono  coperte  di  applausi  ^.  Un'altra  volta,  fu  invi- 
tato ad  assistere,  in  casa  di  madama  Mason,  a  una  recita- 
zione che  il  Guadagnoli  vi  faceva,  all'Accademia  de'  Lu- 
natici, delle  sue  iDoesie  burlesche.  Ne  rimase  scontento  e 
triste,    E  qualche  mese  dopo  annotava  (Zib.  VII,  356-57): 

Guadagnoli  recitante  in  mia  presenza....  le  sue  sestine  burlesche 
sopra  la  propria  vita,  accompagnando  il  ridicolo  dello  stile  e  del  sog- 
getto con  quello  dei  gesti  e  della  recitazione.  Sentimento  doloroso 
che  io  provo  in  casi  simili,  vedendo  un  uomo  giovane,  ponendo  in  burla 
sé  stesso,  la  propria  gioventù,  le  proprie  sventure,  e  dandosi  come  in 
ispettacolo  e  in  oggetto  di  riso,  rinunziare  ad  ogni  cara  speranza,  al 
pensiero  d'Lspirar  qualche  cosa  nell'animo  delle  donne,  pensiero  si 
naturale  ai  giovani,  e  abbracciare  e  quasi  scegliere  in  sua  parte  la  vec- 
chiezza spontaneamente  e  in  sul  fiore  degli  anni:  genere  .di  dispera- 
zione de'  più  tristi  a  vedersi,  e  tanto  più  tristo  quanto  è  congiunto  ad 
un  riso  sincero,  e  ad  una  perfetta  gaieté  de  coenr. 

Le  visite  in  casa  erano  forse  un  po'  troppo  frequenti, 
e,  diceva,  «  qualche  volta  mi  annoiano  ».  «  Anche  qui  », 
soggiungeva  (5  marzo),  «  tutti  mi  vogliono  bene,  e  quelli 
che  parrebbe  dovessero  guardarmi  con  ijìù  gelosia  sono  i 
miei  panegiristi  ed  introduttori,  e  mi  stanno  sempre  at- 
torno ».  Tra  questi  è  presumibile  che  fosse  il  professor 
Giovanni  Eosini;  del  quale,  neUo  Zibaldone,  tracciò  poi 
questo  scorcio  (VII,  428): 

Agli  uomini  paghi  in  buona  fede  e  pieni  di  sé,  gli  altri  uomini  sono 
quasi  tutti  amabili;  li  veggono  volentieri,  ed  amano  la  lor  compagnia. 
Perocché  si  credono  stimati,  ammirati,  macarizomènous  generalmente 
dagli  altri:  che  senza  ciò  non  sarebbero  né  pieni  né  paghi  di  sé.  Ora 
è  naturale  che  chi  è  creduto  ammiratore,  sia  amabile  agli  occhi  di 
chi  si  crede  ammirato.  Perciò  questi  tali  (che  parrebbe  dovessero 
essere  sommi  egoisti)  bene  spesso  sono  benevoli,  compagnevoli,  ser- 
vizievoli molto,  buoni  amici.  Talvolta  anche  modesti,  per  la  piena 
e  tranquilla  certezza  (la  certa  e  riposata  credenza)  che  hanno  del  loro 
merito  (o  di  loro  vantaggi  qualunque,  come  nobiltà,  ricchezza,  po- 
tenza e  simili).  —  Ro.^ini.  —  26  aprile  1829. 

Ai  primi  di  maggio,  gli  venne  una  notizia  tristissima: 
della  morte,  a  soli  ventiquattr'anni,  del  fratello  Luigi.  11 
suo  dolore  fu  tanto  da  sentire  di  non  poterlo  abbracr-iaro 


Cfr,  e.  Axtoxa-Traversi,  Studi  su  G.  L.,  Napoli  1887,  p.  249. 


RITORNO    A   FIRENZE  111 

tutto  intero.  «  Ammalai  dal  dolore  )\  narrò  qualche  giorno 
dopo,  e  e  non  sono  ancora  bene  ristabilito:  dico  ristabilito 
della  malattia,  che  del  dolore  non  potrò  esserlo  finché  vivo  ». 
Il  10  giuo-no,  "dopo  il  viaggio  d'una  notte»,  tornò  a 
Firenze.  Ora  è  il  caldo  che  gli  dà  noia,  e  smania  aspettando 
con  impazienza  dolorosa  il  freddo.  Appena  potrà,  si  met- 
terà in  via  per  Recanati,  dove  lo  chiama  un  amaro  dovere 
e  un  dolce  desiderio:  piangere  insieme  colla  sua  fa-miglia 
la  comune  sveiitura.  Oh  che  tristezza  Firenze,  e  che  or- 
ribile prospettiva  il  ritiro  di  Recanati,  chi  sa  quanto  lungo^ 
chi  sa  se  non  eterno  !  Scrive  alla  Tommasini  : 

starò  qua  finché  dureranno  i  miei  pochi  danari;  poi  l'orrenda 
notte  di  Recanati  mi  aspetta.  Non  posso  più  scrivere.  (19  giugno). 

Quest'ultimo  viaggetto  da  Pisa  a  Firenze....  ha  potuto  finire  di 
persuadermi  che  io  non  son  più  fatto  per  muovermi.  ^li  viene  una 
gran  voglia  di  terminare  luia  volta  tanti  malanni,  e  di  rendermi  im- 
mobile un  poco  più  perfettamente  ;  perchè  in  verità  la  stizza  mi  monta 
di  quando  in  quando:  ma  non  temete,  che  in  somma  avrò  pazienza 
sino  alla  fine  di  questa  maledetta  vita.  (24  giugno).  —  Io  non  lio  bi- 
sogno di  stima,  né  di  gloria,  né  d'altre  cose  simili;  ma  ho  bisogno  di 
amore.  (5  luglio.) 

E  al  padre: 

Firenze  mi  riesce  malinconica  al  solito,  e  quasi  mi  pento  di  aver 
lasciata  quella  bell'aria  di  Pisa.  (24  giugno"). 

E   al  Giordani: 

Se  non  fosse  stata  la  mala  disposizione  della  salute,  che  mi  vieta 
di  viaggiare  con  questi  caldi,  avrei  lasciata  Firenze  assai  volentieri, 
perchè....  questa  città....  mi  riesce  molto  malinconica.  Questi  viottoli, 
che  si  chiamano  strade,  mi  affogano;  questo  sudiciume  universale  mi 
ammorba;  queste  donne  sciocchissime,  ignorantissime  e  superbe,  mi 
fanno  ira  ;  io  non  veggo  altri  che  Vieusseux  e  la  sua  compagnia  ;  e  quando 
questa  mi  manca,  come  accade  spesso,  mi  trovo  come  in  un  deserto. 
In  fine  mi  comincia  a  stomacare  il  superbo  disprezzo  che  qui  si  professa 
di  ogni  bello  e  di  ogni  letteratura-:  massimamente  che  non  mi  entra 
poi  nel  cervello  che  la  sommità  del  sapere  umano  stia  nel  saper  la  po- 
litica e  la  statistica.  (24  luglio). 

E  ancora  alla  Tommasini: 

Ho  ripreso  le  mie  passeggiate  prima  di  pranzo,  e  con  gran  profitto; 
segno  che  il  sistema  nervoso  aveva  non  piccola  parte  nel  mio  male.... 


112  LA   VITA   DEL   POETA 


Quanto  al  venire  a  Bologna  quest'antiinno,  vedremo  quello  che  si 
potrà  combinare  colla  mia  salute,  e  colla  necessità  che  ho  di  andare  a 
Recanati.  Xon  vi  ho  detto  mai  la  ragione  di  qiiesta  necessità,  perchè 
non  me  n'è  bastato  l'animo.  Ora  vi  dirò  in  due  parole:  ho  perduto  un 
fratello  nel  fior  degli  anni:  la  mia  famiglia  in  pianto  non  aspetta  altra 
consolazione  possibile  che  il  mio  ritomo.  Io  mi  vergognerei  di  vivere, 
se  altro  che  una  perfetta  ed  estrema  impossibilità  m'impedisse  di  an- 
dare a  mescere  le  mie  lagrime  con  quelle  de'  miei  cari.  Questa  è  la 
sola  consolazione  che  resta  a  me.   (5  agosto). 

E  nuovamente   al  padre  : 

Già  a  quest'ora  sarei  partito,  se  il  partire  dipendesse  dalla  mia 
volontà;  ma  aspetto....  il  freddo,  perchè  l'esperienza  mi  ha  dimostrato 
che  il  caldo  è  il  maggiore  e  più  pericoloso  nemico  che  io  abbia  nel  viag- 
gio.... Questa  enorme  soggezione  mi  ha  impedito  in  tutto  questo  tempo 
di  far  de'  piccoli  viaggetti  per  queste  bellissime  città  di  Toscana, 
che  mi  avrebbero  divertito  moltissimo.  Sono  stato  immobile  a  Firenze, 
immobile  a  Pisa,  senza  neanche  veder  Livorno  né  Lucca,  città  distanti 
da  Pisa  due  ore.  Ho  risoluto  di  venire  a  Recanati  direttamente  (viaggio 
di  6  giorni),  fermandomi  solo  un  poco  a  Perugia  per  riposare.  (25  .set- 
tembre). 

Arrivando  a  Recanati,  avrò  meco  un  giovine  sig-nore  torinese  [Vin- 
cenzo Gioberti],  mio  buon  amico.  Non  potrò  a  meno  di  pregarlo  a  smon- 
tare a  casa  nostra,  tanto  più  ch'egli  farà  la  via  delle  Marche,  come 
fa  il  viaggio  di  Perugia,  principalmente  pe^  tenermi  compagnia.  Spero 
che  a  Lei  non  rincrescerà  questa  mia  libertà.  Egli  si  tratterrà  in  Re- 
canati  una  sera,  o  una  giornata  al  più.  (8  novembre). 

Il  10  novembre,  intraprese  il  faticoso  viaggio  ;  che  durò 
non  sei  ma  undici  giorni  !  e  E  qui  starò  non  so  quanto,  forse 
sempre»,  scriveva  da  Recanati  il  28  novembre;  (^  f  o  conto 
di  aver  terminato  il  corso  della  mia  vita  >. 


XV. 


L'ultima  dimora  a  Recanati,  dal  novembre  1828  alVainile 
1830.  —  Nuove  smanie  d'uscirne.  —  L'interessamento 
del  Colletta.  —  Il  matrimonio  di  Carlo.  —  Il  mancato 
premio  della  Crusca.  —  La  sottoscrizione  fiorentina. 

Difatto,  l'aria  nativa  questa  volta  gli  riiLsciva  più  che 
mai  micidiale;  ma  oramai  Giacomo  si  mostrava  rassegnato 


A   RECANATI,    L'iN VERNO    1829  113 

al  triste  suo  fato.  Scriveva,  il  15  dicembre  (1828),  al  Vieus- 
frOux  : 

Finora  non  ho  materia  di  lodarmi  di  quest'aria:  i  miei  poveri  ocelli 
incominciarono  a  patire  il  giorno  medesimo  che  arrivai;  così  sempre 
mi  accade;  e  peggiorano  di  continuo.  Nondimeno  questa  pessima  aria 
è  quella  che  la  sorte  mi  ha  destinata. 

E  a  Pietro  Colletta,  il  gioruo  dopo  : 

Di  me  non  vi  curate  che  io  parli:  quest'aria  mi  nuoce,  come  ha 
fatto  sempre;  gli  occhi  soprattutto  ne  patiscono  indicibilmente:  in 
ogni  modo  questa  è  l'aria  che  mi  è  destinata. 

E  al  conte  Antonio  Papadòpoli,  il  17: 

Il  soggiorno  di  Recanati  non  mi  è  caro  certamente,  e  la  mia  sa- 
lute ne  patisce  assai  assai  ;  ma  mio  padre  non  ha  il  potere  o  la  volontà 
di  mantenermi  fuori  di  casa;  fo  conto  che  la  mia  vita  sia  terminata.... 
Quando  ci  rivedi"emo  noi  ?  anzi,  ci  vedremo  noi  più  1  Non  so  vera- 
mente....; e  quanto  a  me,  credo  essere  divenuto  immobile. 

E  rultimo  di  quell'anno,  ad  Adelaide   Maestri: 

Quanto  a  Recanati..  vi  rispondo  ch'io  ne  partirò,  ne  scapperò,  ne 
fuggirò  subito  ch'io  possa  ;  ma  quando  potrò  ?  Questo  è  quello  che 
non  vi  saprei  dire.  Intanto  siate  certa  che  la  mia  intenzione  non  è 
di  star  qui,  dove  non  veggo  altri  che  i  miei  di  casa,  e  dove  morrei  di 
rabbia,  di  noia  e  di  malinconia,  se  di  questi  mali  si  morisse. 

Uscire,  partire;  ma  di  che  vivere  fuori  di  casa  !  Lo  sti- 
pendio dello  Stella  cessava  col  dicembre:  Giacomo  non 
aveva  piii  salute  da  mantenere  i  suoi  impegni,  e  volle  scio- 
gliersi da  ogni  contratto  editoriale.  Al  generale  Colletta, 
esule  in  Toscana  fin  dal  marzo  1823,  il  quale,  con  l'interes- 
samento affettuoso  proprio  dei  Napoletani  ^,  gli  chiedeva 
conto  esatto  delle  sue  condizioni  e  dei  suoi  bisogni,  egli 
rispondeva,  il  16  gennaio  (1829): 

Voi  siete  tanto  amorevole  e  buono,  quanto  valente.  Poiché  volete 
che  io  vi  racconti  lo  stato  mio,  per  dimostrarmi  grato  e  per  ubbidirvi 
non  ricuso  il  pericolo  di  venirvi  a  noia.  Se  io  voglio  vivere  fuori  di 
casa,  bisogna  che  io  viva  del  mio;  voglio  dire,  non  di  quel  di  mio  padre; 
perchè  mio  padre  non  vuol  mantenermi  fuori,  e  forse  non  può,  attesa 


*  Cfr.   A.   De   Gennaro-Ferrigni,  L.  e  Colletta,   Napoli   1888.. 
8  —  G.  Leopardi. 


114  LA   VITA    DEL    POETA 


la  scarsezza  grande  di  danari  che  si  patisce  in  questa  provincia,  dove 
non  vale  il  possedere,  e  i  sigmori  spendono  le  loro  derrate  in  essere, 
non  trovando  da  convertirle  in  moneta  ;  ed  atteso  ancora  che  il  patri- 
monio di  casa  mia,  benché  sia  de'  maggiori  di  queste  parti,  è  som- 
merso nei  debiti.  Ora,  io  non  posso  viver  del  mio  se  non  lavorando 
molto;  e  lavorar  molto  con  questa  salute  non  potrò  più  in  mia  vita. 
Perciò  m'è  convenuto  sciormi  dagli  obblighi  ch'io  aveva  contratti 
collo  Stella,  e  perdere  quella  provvisione  che  aveva  da  lui,  e  che  mi 
bastava  per  vivere  competentemente....  Se  io  trovassi  un  impiego  da 
faticar  poco,  dico  un  impiego  jiubblico  ed  onorevole  (e  gl'impieghi 
pubblici  sogliono  essere  di  poca  fatica),  volentieri  l'accetterei:  ma  non 
posso  trovarlo  qui  nello  Stato,  dove  ogni  cosa  è  per  li  preti  e  i  frati; 
e  fuori  di  qui,  che  speranza  d'impieghi  può  avere  un  forestiero  ?  I  mici 
disegni  letterari  sono  tanto  più  in  numero,  quanto  è  minore  la  facoltà 
che  ho  di  metterli  ad  esecuzione;  perchè,  non  potendo  fare,  passo  il 
tempo  a  disegnare.  I  titoli  soli  delle  opere  che  vorrei  scrivere,  pigliano 
più  pagine;  e  per  tutto  ho  materiali  in  gran  copia,  parte  in  capo,  e 
parte  gittati  in  carte  così  alla  peggio. 

Intanto  chiedeva  alla  sua  amica  Adelaide  Maestri,  fi- 
gliuola d'Antonietta  Tommasini  (due  donne  gentili  che 
amarono  tenerissimamente  Giacomo,  l'una  con  l'affetto 
immutabile  di  sorella,  l'altra  di  madre  sempre  desta  e  ve- 
gliante)  ^,  la  quale  viveva  in  Panica  (31  dicembre   1828): 

Credereste  voi  che  si  potesse  trovare  costà  in  Parma  un  impiego 
letterario  onorevole,  e  di  non  troppa  fatica;  tale,  che  si  potesse  accor- 
dare colla  mia  salute  ?  Fatemi  la  grazia  d'informarvene,  pianamente. 

Non  c'era  disponibile,  se  non  la  cattedra  di  storia  natu- 
rale presso  quella  Università.  Ohimè,  in  codesta  materia  Gia- 
como si  sentiva,  e  a  dir  proprio,  un  asino  »;  la  salute  non 
gli  consentiva  di  "  impararne  quanto  bisogna  a  insegnarla 
altrui  »;  e  l'onorario  gii  sarebbe  stato  insutficiente:  «  quattro 
luigi  al  mese,  anzi  né  pur  tanto,  al  merito  mio  sono  troppo, 
ma  al  bisogno  son  troppo  poco  !  ».  Pure,  era  tanto  vivo  il 
desiderio  di  fuggir  via  e  presto,  ch'ei  non  seppe  rifiutar 
nettamente;  anzi  si  disse  disposto  a  mettersi  in  viaggio, 
e  confidando  poi  negli  amici  per  un  miglioramento  di  con- 
dizioni nel  futuro  ».   Sennonché  da  Livorno  il  Colletta  gli 


'  Cfr.  il  bel  capitolo  che  le  riguarda  nel  voi.  della  Boghen-Coxi- 
9LIANI,  La  donna  nella  vita  e  nelle  opere  di  G.  L.,  p.  223  ss. 


LE   PROFFERTE   DEL    COLLETTA  ll5 

faceva  balenare  un  barlume  d'una  migliore  speranza:  col 
Capponi  s'era  parlato  di  lui,  e  xatto  un  certo  disegno  per 
tenerlo  in  Toscana,  occupato  in  cose  che  non  avrebbero 
menomata  la  sua  libertà.  «  Oli  voi  mi  date  pure  una  bella 
speranza  I  »,  esclamava  Giacomo.  E  il  buon  Colletta  repli- 
cava, con  amorevolezza  e  delicatezza  veramente  grnndi,  il 
18  aprile  (1829): 

Nessun  e:ioi'no  è  passato  che  io  nou  abbia  pelisato  a  Voi,  ed  ope- 
rato in  vostro  servizio.  Sarebbe  lungo  a  dire  quante  speranze  sono  sorte 
e  niaucate;  l'ateneo  di  Livorno  è  ancora  incerto:  parecchie  cattedre 
da  stabilirsi  a  Firenze  per  testamento  del  conte  Bardi  sono  ancora  in 
speranza,  perchè  avviluppate  colle  liti  e  dubbiezze  del  pati'iiuonio  : 
carica  di  bibliotecario  non  vaca;  e  vacando,  certo  numero  di  preti  fio- 
rentini sta  vigilante  alla  portiera.  ]Ma  permettete  che  io  vi  scriva  come 
fratello  a  fratello;  e  per  maggiore  verisimiglianza.  come  padre  a  figlio  '  : 
Voi  rispondete  sinceramente,  a  cuore  aperto.  Non  potreste  far  Voi 
come  fece  il  Botta?  Ossia,  ricevere  un  assegnamento  mensuale:  lavo- 
rare a  volontà,  vendere  i  lavori;  restituire  le  somme  ricevute:  tornar 
da  capo,  quando  mai  la  vendita  del  libro  non  provvedesse  ai  bisogni 
futuri.  Voi  non  dovreste  sforzare  volontà  o  salute  a  lavorare  ;  non  avreste 
obblighi  o  di  tempo  o  di  materia:  se  non  che,  dovreste  far  libro,  non 
articoli  per  giornali;  ed  in  questa  condizione  avrò  incontrato  anche  il 
vostro  desiderio, 

Per  agevolare  il  disegno,  io  vi  propongo  di  abitare  con  me;  cer- 
cherei (e  l'ho  in  mira)  una  casa  che  avesse  una  camera  ed  uno  stan- 
zino per  Voi:  è  povera  la  niia  mensa,  ma  Voi  siete  discreto;  e  Voi  vi- 
vreste nella  mia  famiglia  come  tra  parenti  amorosi.  Né  del  piccolo 
dispendio  (che  perciò  farei  più  del  mio  proprio)  voglio  farvi  dono;  ma 
Voi  me  ne  rimborserete,  quando  che  sia,  col  prodotto  delle  vostre  opere. 
Accettando  di  vivere  in  mia  casa,  diminuiscono  i  vostri  bisogni.  Voi 
ditemi,  oltre  la  casa,  il  vitto,  la  servitù,  qual  somma  per  mese  sarebbe 
da  Voi  desiderata  ;  e  permettete  che  io  la  trovi,  a  quelle  condizioni 
che  Voi  medesimo  vorrete  prescrivere.  Io  sarei  procurator  vostro, 
delicato  come  se  trattassi  per  me  ;  e  di  ogni  cosa  vi  avviserei  prima  delle 
vostre  mosse  da  Recanati:  mi  abl)occherei  (se  vi  piace)  col  Giordani: 
farei  che  la  vostr?  dignità  non  fosse  adombrata,  essendomi  a  cuore 
quanto  la  mia  propria. 

Il  Leopardi  trascinava  la  vita  a  soffocato  da  una  malin- 
conia che  era  oramai  poco  men  clic  pazzia  ».  E  scriveva 
agli  amici:  ><  Se  ci  sono  Santi  che  impetrino  la  morte  a  chi 


Il  Colletta  era  di  ventitré  anni  più  vecchio  di  Giacomo. 


116  LA  VITA   DEL   POETA 

la  desidera,  raccomaudatemi  a  quelli,..;  io  vivo  qui  mezzo 
disperato,  anzi  nou  vivo,  ma  scoppio  dL  rabbia  e  di  uoia 
ogui  giorno  ».  Tutta\àa,  trovò  in  sé  la  forza  per  allontanare, 
con  uno  scatto  d'alterigia,  la  mano  soccorritrice.  E  al  ge- 
neroso Colletta  rispose  (2G  aprile): 

Il  rimedio  che  voi  rai  proponete,  d'imitare  il  Botta,  ha  moltissimi 
vantaggi;  ma  vi  confesso  ch'io  non  mi  so  risolvere  a  pubblicare  in  quel 
modo  la  mia  mendicità.  Il  Botta  ha  dovuto  farlo  per  mangiare:  io 
non  ho  questa  necessità  per  ora;  e  quando  l'avessi,  dubito  se  eleggerei 
prima  il  limosinare  o  il  morir  di  fame.  E  non  crediate  che  questa  mìa 
ripugnanza  nasca  da  superbia;  ma  primieramente  quella  cosa  mi  fa- 
rebbe vile  a  me  stesso,  e  così  mi  priverebbe  di  tutte  le  facoltà  dell'a- 
nimo ;  poi  non  mi  condurrebbe  al  mio  fine,  perchè  stando  in  città  grande 
non  ardirei  comparire  in  nessuna  compagnia,  non  godrei  nulla,  guardato 
e  additato  da  tutti  con  misericordia.  Io  desidero  poi  sommamente  di 
vivere  vicino  a  voi  o  con  voi,  ma  viver  del  mio,  non  altrimenti....  Con 
un  dugento  o  pochi  più  scudi  l'anno,  potrei  pur  vivere....  Rileggendo 
la  vostra  lettera,  m'intenerisco  a  veder  tanta  vostra  sollecitudine  e 
tanto  affetto. 

Bei  sentimenti  e  bel  gesto;  ma  intanto  il  vivere  a  Re 
canati  diventava  sempre  più  inl^ollerabile.  Dopo  molte 
lotte,  Carlo,  in  barba  ai  divieti  e  alle  ire  di  Monaldo  e  di 
Adelaide,  aveva  sposato,  senza  il  loro  consenso,  il  12  marzo, 
la  cugina  Paolina  Mazzagalli,  non  abbastanza  ricca;  ed  era 
andato  a  vivere  in  casa  della  sposa.  E  il  povero  Giacomo, 
rimasto  privo  perfino  di  quell'unico  amico,  scriveva  al 
Puccinotti,    che   si   ritrovava   a   Macerata,    il    19    maggio: 

Trova  un  momento  da  venire;  che,  dopo  sei  mesi,  io  oda  per  la 
prima  volta  una  voce  d'uomo  e  d'amico.  Non  so  se  mi  conoscerai  più: 
non  mi  riconosco  io  stesso:  non  son  più  io:  la  mala  salute  e  la  tristezza 
di  questo  soggiorho  orrendo  mi  hanno  finito. 

E  all'Adelaide  Maestri,  nel  luglio: 

La  mia  salute  è  poco  buona;  ma  non  vi  mettete  in  pena  per  questo: 
il  mio  male  non  è  mortale,  né  di  quelli  clie  danno  speranza  di  rendersi 
tali  in  breve.  T  mali  secondari....  sono,  si  può  dir,  cessati;  ma  il  prin- 
cipale, che  consiste  in  uno  sfìancaniento  e  una  risoluzione  de'  nervi 
(e  che  era  cominciato  qui),  con  quest'aria,  coll'eccesso  dell'ipocondria, 
coUa  mancanza  d'ogni  varietà  e  d'ogni  esercizio,  è  cresciuto  in  maniera, 
che  non  solo  non  posso  far  nulla...,  ma  non  ho  più  requie  né  giorno  né 
notte.  Dell'animo  però  sono  tranquillissimo  sempre,  non  per  filosofia, 


LE    PROFFERTE    DEL    COLLETTA  117 


ma  perchè  non  ho  più  che  perdere  né  che  sperare.  Qxtante  cose  vorrei 
dirvi  !  ma  in  due  giorni  non  sono  potuto  andar  più  oltre  di  queste  poche 
righe.  Vi  raccomando  caldamente  la  salute  vostra,  e  l'allegria. 

E   in.  fili  deiragcsto.   allo   Stella: 

La  mia  salute  è  in  un  misero  stato,  e  la  mia  vita  è  un  purgatorio. 
In  quest'orrido  e  detestato  soggiorno,  non  ho  più  altra  consolazione 
che  il  ricordarmi  degli  amici  passati. 

E  al  Bunsen.  il  5  settembre: 

Non,  solo  i  miei  occhi,  n>a  tutto  il  mio  fisico,  sono  in  istato  peg- 
giore che  fosse  mai.  Non  posso  né  scrivere,  né  leggere,  né  dettare,  né 
pensare.  Questa  lettera  sinché  non  l'avrò  terminata,  sarà  la  mia  sola 
occupazione,  e  con  tutto  ciò  non  potrò  finirla  se  non  fra  tre  o  quattro 
giorni.  Condannato  per  mancanza  di  mezzi  a  quest'orribile  e  detestata 
dimora,  e  già.  morto  ad  ogni  godimento  e  ad  ogni  speranza,  non  vivo 
che  per  patire,  e  non  invoco  che  il  riposo  del  sepolcro. 

Coll'ottobre,  peggiorò  ancora:  non  gli  fu  più  possibile 
punto  punto  di  scrivere,  e  iieppur  di  dettare  alla  Paolina, 
anzi  nemmen  di  discorrere.  11  Colletta,  cui  il  Giordani 
mostrò  una  desolata  lettera  sua,  lo  tornò  a  tentare  (31  ot- 
tobre): 

Oh  povero  il  nostro  amico  infermo  e  afflitto  !  e  poveri  ancora  noi 
che  non  possiamo  da  vicino  soccorrerlo  della  nostra  assistenza,  e  della 
pietà  che  ne  sentiamo  !  L'aria  di  Toscana  è  meno  malvagia  per  voi,  e 
se  voi  poteste  immaginare  il  modo  di  respirarla,  e  sol  mancasse  qual- 
cosa per  l'adempimento,  confidate  i  vostri  pensieri  a  me,  amico  vo- 
stro tenero  e  discreto.  Questo  é  il  motivo  del  presente  foglio;  e  il  foglio 
é  secreto:  io  non  dirò  a  veruno  di  averlo  scritto....  Il  3  novembre  andrò 
a  Livorno,  in  una  villa  che  ha  un  buon  quartiere  a  mezzogiorno.  Le 
camere  soperchiano  a'  modesti  bisogni  della  mia  piccola  famiglia; 
vi  sarebbe  dunque  stanza  per  voi  senza  mio  incomodo. 

Giacomo  questa  volta  è  lì  lì  per  cedere.  Risponde  (22  no- 
vembre): 

Vi  giuro  che  io  non  veggo  né  possibilità  né  speranza  di  lasciare 
questo  esecrato  soggiorno  :  sebbene  oramai  l'orrore  e  la  disperazione  del 
mio  stato  mi  condurrebbero,  per  uscire  di  questo  Tartaro,  a  deporre 
l'antica  alterezza,  ed  abbracciare  qualunque  partito,  accettare  qua- 
limque  offerta:  ma,  fuorché  morire,  non  veggo  compenso  possibile, 
non  essendo  buono  a  far  nulla.  Intanto  dell'invito  amoroso  che  voi 
mi  fate,  vi  ringrazio  teneramente,  e  quasi  con  lagrime,  infinite  volte. 


118  LA    VITA    DEL   POETA 

Il  Colletta  se  Jo  tenne  per  detto.  <  Facciamo  di  vivere 
questi  mesi  che  corrono  infernali  »,  riscrisse  gli  1 1  gennaio 
1830:  «nel  marzo  tornerò  in  Firenze,  e  di  là  vi  scriverò; 
Voi  vorrete  abbandonarvi  al  consiglio  di  chi  vi  ama  e  vi 
considera  qual  suo  figliuolo  ».  Ma  le  cose  andavano  in 
lungo,  e  anzi  volgevano  al  peggio.  Giacomo  aveva  concorso 
con  le  Operette  morali  al  premio  quinquennale  di  mille  scudi, 
che  nel  1830  doveva  conferirsi  dalla  I.  e  R.  Accademia 
della  Crusca.  Egli  aveva  temuto  per  un  momento  che  si 
pensasse  di  assegnarlo,  fuori  concorso,  ai  Promessi  Sposi; 
invece,  alla  fine  del  febbraio,  ricevette  questa  brutta  notizia 
dal  Yieusseux: 

Mio  buon  amico,  nulla  di  molto  consolante  abbiamo  da  dirvi  in- 
torno all'affare  del  premio:  il  Botta  l'ha  ottenuto,  e  voi  avete  Vaccessif; 
ma  VaccessU  non  è  che  un  complimento  sterile,  che  ad  ogni  modo  non 
vi  poteva  essere  negato;  e  la  giustizia  voleva  almeno  che  si  dividesse 
il  premio,  dandone  la  metà  allo  storico  piemontese  per  l'importanza 
dell'argomento  e  la  mole  dell'opera  [Sfnria  d'Italia  dal  1789  al  1814, 
Parigi,  1824,  in  4  volumi  in  4°],  ed^a  voi  l'altra  metà  per  i  pregi  della 
lingua  e  dello  stile,  principal  cosa  che  dovrebbe  contemplare  l'Acca- 
demia, istituto  della  quale  è  la  lingua  e  non  le  scienze  storiche.  La  vostra 
causa  è  stata  difesa  dal  Capponi  e  dal  Niccolini,  ed  anche  lo  Zannoni 
s'è  mostrato  giusto  a  vostro  riguardo  ;  ma  cosa  sperare  da  tutti  quei 
Canonici  che  formano  il  resto  di  quel  consesso  ? 

Desolato  il  Leopardi,  e  sempre  piìi  impaziente,  rispose 
il  21  marzo  al  Vieusseux: 

Son  risoluto,  con  quei  pochi  danari  ohe  mi  avanzarono  quando  io 
potea  lavorare,  di  pormi  in  viaggio  per  cercar  salute  o  morire,  e  a  Re- 
canati non  ritornare  mai  più.  Non  farò  distinzion  di  mestieri;  ogni 
condizione  conciliabile  colla  mia  salute  mi  converrà  ;  non  guarderò  ad 
umiliazioni;  perchè  non  si  dà  umiliazione  o  avvilimento  maggiore  di 
quello  ch'io  soffro  vivendo  in  questo  centro  dell'inciviltà  e  dell'igne- 
ranza  europea.  Io  non  ho  più  che  perdere;  e  ponendo  anche  a  rischio 
questa  mia  vita,  non  rischio  che  di  guadagnare.  Ditemi  con  tutta  sin- 
cerità se  credete  che  costì  potrei  trovar  da  campare  dando  lezioni  o 
trattenimenti  letterarii  in  casa:  e  se  troverei  presto;  perchè  poco  tempo 
mi  ba'-teranno  i  danari  per  mantenermi  del  mio.  Dico  lezioni  letterarie 
di  qualunque  genere;  anche  infimo;  di  lingua,  di  grammatica,  e  simili. 
E  vorrei  che  mi  rispondeste  subito  che  potrete,  perch'io  partirò  presto, 
e  secondo  la  vostra  risposta  determinerò  se  debbo  voltarmi  a  Firenze, 
o  cercare  altri  barlumi  di  speranza  in  altri  luoghi....  Vi  fo  questa  do- 
manda circa  il  dar  lezioni,  perchè  comporre,  scrivere,  leggere,  io  non 
posso.  Potrei  dar  lezioni,  o  sia  tenere  scuola,  facendo  leggere  ad  altri. 


LE    PROFFERTE    DEL    COLLETTA  119 

Fortunatamente  questa  lettera  disperata  s'incontrò  per 
via  con  una  del  Colletta,  apportatrice  della  sentenza  di  li- 
berazione. L'illustre  e  operoso  generale  aveva  potuto  met- 
tere insieme,  mercè  una  sottoscrizione  tra  gli  amici  più 
intimi,  un  certo  peculio;  clie  egli  avrebbe  versato  in  dodici 
rate- mensili  all'amico  infelice.   Gli  proponeva  (23  marzo): 

sta  poi  a  Voi,...  venire  a  viver  tra  noi,  provvedere  alla  vostra 
salute,  compiacere  i  vostri  amici.  ^li  diceste  una  volta  che  18  francesconi 
al  mese  bastavano  al  vostro  vivere:  ebbene  18  francescoui  al  mese  Voi 
avrete  per  un  anno,  a  cominciare,  se  vi  piace,  dal  prossimo  aprile.  Io 
passerò  in  vostre  mani,  con  anticipazione  da  mese  a  mese,  la  somma 
suddetta;  ma  non  avrò  altro  peso  ed  ufficio  che  passarla:  nulla  uscirà 
di  mia  borsa:  chi  dà,  non  sa  a  chi  dà;  e  Voi  che  ricevete,  non  sapete 
da  quali.  Sarà  prestito,  qualora  vi  piaccia  di  rendere  le  ricevute  somme; 
e  sarà  meno  di  prestito,  se  la  occasione  di  restituire  mancherà  :  nes- 
suno saprebbe  a  chi  chiedere;  Voi  non  sapreste  a  chi  rendere.  Nessuna 
legge  vi  è  imposta.  Voglia  il  buon  destino  d'Italia  che  Voi,  ripigliando 
salute,  possiate  scrivere  opere  degne  del  vostro  ingegno;  ma  questa 
mia  speranza  non  è  obbligo  vostro. 

Il  Leopardi  accettò  il  pudico  e  liberale  benefìzio,  e 
rimettendo  i  ringraziamenti  a  pochi  giorni,  «  per  ora  vi 
dirò  solo  »,  soggiunge  (2  aprile),  «  che  la  vostra  lettela, 
dopo  sedici  mesi  di  notte  orribile,  do]3o  un  vivere  dal  quale 
Iddio  scampi  i  miei  maggiori  nemici,  è  stata  a  me  come  un 
raggio  di  luce,  piìi  benedetto  che  non  è  il  primo  barlume 
del  crepuscolo  nelle  regioni  polari  »,  E  il  29  aprile  si  mise 
in  via.  A  Recanati  non  sarebbe  tornato  mai  piti. 


XVI. 


Il  ritorno  a  Firenze  {maggio  1830).  —  L'edizìoìie  fiorentina 
dei  a  Canti  )K  —  Il  De  Sinner.  —  Giacomo  deputato  di 
Recanati.  —  A  Roma,  autunno  1831  e  inverno  1832.  — 
Nuovamente  a  Firenze,  primavera   1832. 


Dopo  una  breve  sosta  a  Bologna,  e  «  dopo  aver  passata 
la  iourmente  sugli  Appennini  »,  il  10  maggio  1830  il  poeta 
era  di  nuovo  a  Firenze. 


120  LA   VITA    DEL    POETA 

Vi  fu  accolto  come  un  caro  redivivo.  «  Mi  trovo  affol- 
lato di  visite  »,  scrive  il  12  al  padre,  «  e  tutti  mi  fauno  com- 
plimenti sulla  mia  buona  ciera  ».  E  il  18,  alla  Paolina: 
«  Pochi  mesi  fa,"  corse  voce  in  Italia  che  io  fossi  morto,  e 
questa  nuova  destò  qui  un  dolore  tanto  generale,  tanto 
sincero,  che  tutti  me  ne  parlano  ancora  con  tenerezza,  e 
mi  dipingono  quei  giorni  come  pieni  d'agitazione  e  di  lutto  ». 
Soggiungeva:  «  Giudicate  quanto  io  debba  apprezzare  l'a- 
micizia di  tali  persone...  Scriverò  presto  a  mamma  ».  E 
scri«;se  difatto,  il  28.  questa  lettera,  che  gli  mancò  poi  forse 
r animo  di  spedire.  Essa  rimase  tra  le  sue  carte,  donde  solo 
ora  è  tornata  alla  luce  ^. 

Cara  Mamma.  Sono  stato  ammalato  del  rexima  che  ho  portato 
m.eco,  né  più  né  meno  di  quel  ch'io  fossi  costì  in  quei  brutti  assalti 
ch'io  ne  pativa.  Ora  sto  meglio,  e  ieri  fui  a  pranzo  in  villa  dal  ministro 
Corsini,  che  manda  ogrui  giorno  a  informarsi  della  mia  salute.  Ricevo 
la  cara  loro  dei  18.  Godo  assaissimo  che  le  febrette  del  Papà  siano  ces- 
sate. Volesse  Iddio  che  i  miei  mali  fossero  di  sola  fantasia  perchè  la 
mia  ciera  è  buona.  Pare  impossibile  che  si  accusi  d'immaginaria  una 
cosi  terribile  incapacità  d'ogni  minima  applicazione  d'occhi  e  di  mente, 
una  così  completa  infelicità  di  vita,  come  la  mia.  Spero  che  la  morte, 
che  sempre  invoco,  '  fra  gli  altri  infiniti  beni  che  ne  aspetto,  mi  farà 
ancor  questo,  di  convincer  gli  altri  della  verità  delle  mie  pene.  Mi  rac- 
comandi alla  Madonna,  e  Le  bacio  la  mano  con  tutta  l'anima. 

Per  consiglio  degli  amici,  mandò  in  giro,  con  la  data 
del  luglio,  un  manifesto  per  raccogliere  sottoscrizioni  alla 
ristampa  delle  prime  sue  poesie  con  aggiuntevi  le  nuove  '. 
a  Laconicamente  »,  dichiarava  al  Pòpoli:  «ho  un  bisogno 
grandissimo  di  denari,  se  voglio  star  fuori  di  casa:  Materia 
da  coturni  e  non  da  socchi!  )\  Alla  metà  di  dicembre,  mercè 
il  concorso  e  i  buoni  uffici  di  quanti  l'amavano,  raccolse 
settecento  nomi,  e  vendette  yjer  cento  e  otto  zecchini  il 
suo  manoscritto  all'editore  Piatti.  Ai  Canti  premise  la 
tristissima  lettera  dedicatoria,    che   ha  la  data  del   15  de- 


*  Scritti  vari  inediti,   p.    429. 

»  Si  ripensi  alle  Ricordanze,  dell'ultima  estate:  «E  quando  pur  que- 
sta invocata  morte  Sarammi  allato...  ». 

»  Scritti  letterari  di  O.  L.,  a  cura  di  G.  Mestica,  II,  375-76. 


A   FIRENZE,    NEL    1830    E    1831  121 

cembro,  e  a  questa  lettera  i  due  versi  del  Petrarca:  "  La  mia 
favola  breve  è  già  compita,  E  fornito  il  mio  tempo  a  mezzo 
gli  anni  ». 

AoLi  AiNnci  SUOI  DI  Toscana. 

Amici  miei  c^iri,  sia  dedicato  a  voi  questo  libro,  dove  io  cercava, 
come  si  cerca  spesso  colla  poesia,  di  consacrare  il  mio  dolore,  e  col 
quale  al  presente  (né  posso  già  dirlo  senza  lacrime)  prendo  comiato 
dalle  lettere  e  dagli  studi.  Sperai  che  questi  cari  studi  avrebbero  so- 
stentata la  mia  vecchiezza,  e  credetti  colla  perdita  di  tutti  gli  altri 
piaceri,  di  tutti  gli  altri  beni  della  fanciullezza  e  della  gioventù,  avere 
acquistato  un  bene  che  da  nessuna  forza,  da  nessuna  sventura  mi  fosse 
tolto.  Ma  io  non  aveva  appena  vent'anni,  quando  da  quella  infermità 
di  nervi  e  di  viscere,  che  privandomi  della  mia  vita,  non  mi  dà  spe- 
ranza della  morte,  quel  mio  solo  bene  mi  fu  ridotto  a  meno  che  a 
mezzo;  poi,  due  anni  prima  dei  trenta,  mi  è  stato  tolto  del  tutto,  e 
credo  oramai  per  sempre.  Ben  sapete  che  queste  medesime  carte  io  non 
ho  potute  leggere,  e  per  emendarle  m'è  convenuto  servirmi  degli  occhi 
e  della  mano  d'altri.  Non  mi  so  più.  dolere,  miei  cari  amici;  e  la  co- 
scienza che  ho  della  grandezza  della  mia  infelicità,  non  comporta  l'uso 
delle  querele.  Ho  perduto  tutto:  sono  un  tronco  che  sente  e  pena.  Se 
non  che  in  questo  tempo  ho  acquistato  voi:  e  la  compagnia  vostra,  che 
m'è  in  luogo  degli  studi,  e  in  luogo  d'ogni  diletto  e  di  ogni  speranza, 
quasi  compenserebbe  i  miei  mali,  se  per  la  stessa  infermità  mi  fosse 
lecito  di  goderla  quant'io  vorrei,  e  s'io  non  conoscessi  che  la  mia  fortuna 
assai  tosto  mi  priverà  di  questa  ancora,  costringendomi  a  consumar  gli 
anni  che  mi  avanzano,  abbandonato  da  ogni  conforto  della  civiltà, 
in  un  luogo  dove  assai  meglio  abitano  i  sepolti  che  i  vivi.  L'amor 
vostro  mi  rimarrà  tuttavia,  é  mi  durerà  forse  ancor  dopo  che  il  mio 
corpo,  che  già  non  vive  più,  sarà  fatto  cenere.  Addio.  Il  vostro 

Leopardi. 


Cedette  anche  al  filologo  svizzero  Luigi  de  Sinner, 
ch'era  venuto  a  conoscerlo  in  Firenze,  tutti  i  suoi  mano- 
scritti filologici,  perchè  trovasse  il  modo  di  coordinarli,  com- 
pletarli e  farli  pubblicare  in  Germania:  quel  valentuomo, 
narrava  Giacomo  alla  sua  cara  Pilla  (15  novembre  1830), 
lo  aveva  «  trombettato  in  Firenze  per  tesoro  nascosto,  per 
filologo  superiore  a  tutti  i  filologi  francesi  »,  e  prometteva 
«  di  così  trombettarlo  per  tutta  l'Europa».  Dalla  stampa  di 
quelle  schede,  che  gli  eran  costate  «  lavori  immensi  »,  a 
Giacomo  si  lasciavano  sperare  a  danari  e  un  gran  nome  ». 


122  LA   VITA    DEL    POETA 

Ma  al  De  Sinuer  non  fu  possibile  mettere  insieme  con  quegli 
appunti  se  non  un  fascicoletto  di  Excerpta  ex  schedis  crìticis 
Jacobi  Leopardi,  clie  fu  edito  a  Bonn  nel  Museo  Renano, 
e  poi  a  parte,  il  1834,  con  piccolo  e  tardivo  vantaggio  fi- 
nanziario. Comunque,  del  proemio  pieno  di  benevolenza, 
e  dei  criterii  onde  la  scelta  fu  fatta,  il  Leopardi  si  mostrò 
molto  grato  al  suo  <  eccellBnte  e  carissimo  e  prezioso  e  ottimo 
amico  »  1,  Il  Saggio  sugli  errori  popolari  degli  antichi  Gia- 
como avrebbe  desiderato  <(  venderlo  tal  qual  è  in  anima  e  in 
corpo,  cioè  anche  per  il  nome  •>,  convinto  com'era  che  da 
quel  libro  non  gli  potesse  oramai  venire  onore  alcuno  ^. 

Intanto,  nel  marzo  del  1831,  la  piccola  patria  aborrita 
gli  dava  una  solenne  testimonianza  di  stima.  Radunato, 
ad  invito  del  Governo  provvisorio  di  Macerata  e  provincia, 
il  Consiglio  comunale,  il  19  di  quel  mese  (presente  anche  il 
conte  Monaldo,  membro  del  Comitato),  per  eleggere  il  de- 
putato distrettuale  da  spedire  all'Assemblea  Nazionale  di 
Bologna,  ^  sentito  il  desiderio  unanime  dei  signori  consi- 
glieri »,  il  Gonfaloniere  proponeva  il  conte  Giacomo  ;  e 
«  non  ostante  la  ripetuta  generale  acclamazione  »,  portata 
la  scelta  allo  scrutinio  segreto  «  per  la  completa  sua  lega- 
lità »,  essa  «  ottenne  ventuno  voti  favorevoli,  nessun  voto 
contrario  ».    Ma   Giacomo   rimase   deputato,  com'a   dire,  in 


*  Cfr.  le  lettere  di  Giacomo  al  De  Sinner,  da  Napoli,  3  ottobre 
1835,  25  gennaio  e  6  aprile  1836.  Anche:  D'Ovidio,  Saggi  critici,  pa- 
gine 652-53;  e  ZuMBixi,  Saggi  critici,  Napoli  1876,  p.  46-8. 

*  Scriveva  al  De  Sinner,  da  Firenze,  il  17  febbraio  1831:  «  Pour 
ce  qui  est  de  l'Essai  sur  les  erreurs  populaires,  je  consentirais  à  le  vendre 
méme  pour  le  nom,  c'est-à-dire  à  ce  qu'il  fùt  publié  sous  le  nom  d'un 
autre;  car,  croyez-moi,  sans  le  réfondre  entièrement,  il  est  impossible 
de  le  rendre  capable  de  nous  faire  honneur  ».  Più  tardi,  nel  maggio, 
insisteva  ancora:  «Non  ostante  l'indulgenza  colla  quale  voi  giudicate 
del  Saggio  su  gli  errori  popolari,  io  sinceramente  persisto  a  credere 
che  il  venderlo  tal  qual  è  in  anima  e  in  corpo,  cioè  anche  per  il  nome, 
sia  il  migliore,  e  forse  il  solo  uso  che  possa  farsene.  E  se  ciò  si  potesse 
presentemente  far  con  profitto,  io  ve  ne  pregherei.  V'assicuro  ch'io 
sono  intimamente  convinto  che  da  quel  libro  non  possa  venirmi  onore 
alcuno;  e  però  la  questione  è  di  trarne  la  maggior  somma  possibile 
di  danaro  ». 


A  ROMA,  l'autunno  1831  123 

partibus;  giacché  TAssemblea  era  convocata  pel  20,  e  il 
21  in  Bologna  entrarono  gli  Austriaci  I  ^ 

Il  19  maggio,  «  il  suo  tenero  Giacomo  »  poteva  vantarsi 
col  padre  di  stare  «  straordinariamente  bene  per  la  straor- 
dinaria bontà  della  stagione,  che  a  Firenze  da  tre  mesi  e  mezzo 
era  perfetta  e  non  interrotta  primavera  ».  Ma,  ripigliava, 
«  né  occhi  né  testa  non  hanno  ricuperato  un  solo  menomis- 
simo  atomo  delle  loro  facoltà,  perdute  certamente  per 
sempre  ».  L'estate  gli  giovò  non  poco,  così  che  tutti  gli 
dicevano  ch'egli  era  «  diventato  come  un  altro  ».  Tuttavia 
l'impossibilità  di  applicare  rimaneva  sempre  la  stessa,  cosi 
che  riuscivano  inutili  tutti  i  tentativi,  ch'ei  pur  faceva 
«  ostinatamente  ogni  giorno,  per  leggere  o  scrivere  ». 

11  lo  d'ottobre,  ecco  che  Girfcomo  parte  improvvisamente, 
in  compagnia  del  Eanieri,  per  Roma.  Le  ragioni  di  quella 
quasi  fuga  rimasero  un  mistero  per  tutti,  a  Firenze  come  a 
Recanati.  (Vi  torneremo  sii,  a  proposito  del  Consalvo).  Vi 
giunse,  K  dopo  un  noioso  e  faticoso  viaggio  »,  il  5.  «  Mi  trovo 
come  straniero  in  questo  paese  »,  scriveva  al  Vieusseux, 
«  dopo  aver  lungamente  considerata  la  Toscana  quasi  mia 
patria,  e  questi  costumi  mi  riescono  piti  assurdi  ch'io  non 
credeva  ».  E  al  fratello:  «  Non  é  il  minor  dei  dolori  che  provo 
in  Roma,  il  vedermi  quasi  ripatriato:  tanta  parte  di  ca- 
naglia recanatese,  ignota  in  tutto  il  resto  del  globo,  si  trova 
in  questa  città  ».  Nel  novembre,  vi  si  ammalò.  Riavutosi, 
si  dà  a  inveire  contro  il  «  pavimento  infame,  infernale  », 
delle  vie  di  Roma,  e  contro  le  enormi  distanze.  Il  22  di- 
cembre, scrive  al  padre:  «Assolutamente  colle  mie  gambe 
sempre  deboli,  in   questa  città  che  non   finisce   mai....,    io 


^  Cfr.  Carducci,  G.  L.  deputato,  nelle  Prose,  Bologna  1906,  p.  1327 
ss.  —  Tra  gli  Scritti  vari  inediti,  p.  453-55,  sono  state  pubblicate  due 
earatteristiehe  lettere  di  Monaldo,  del  19  e  21  marzo,  per  persuadere 
Giacomo  a  schermirsi  e  non  accettare  l'onorevole  ufRcio.  «  Non  ho  po- 
tuto impedire  tale  elezione  »,  ?:li  dice.  «  sulla  quale  non  si  volle  che  aprissi 
bocca  ;  e  in  fondo  non  mi  è  dispiaciuto  che  la  Città  vi  abbia  dimostrata 
la  sua  fiducia.  Sarei  però  molto  dolente  se  vi  vedessi  accettare  l'inca- 
rico, in  questi  momenti  di  somma  incertezza  nei  quali  ogni  uomo  saggio 
pensa  a  non  compromettere  sé  stesso  e  la  sua  famiglia  ». 


124  LA   VITA    DEL    POETA 

non  riesco  a  far  nulla  né  per  il  dovere  né  per  il  piacere.  Ed 
Ilo  già  rinunziato  alla  speranza  di  goder  mille  infinite  belle 
cose  di  Roma,  perchè  queste  distanze  non  fanno  per, me, 
e  le  carrozze  o  i  fiacres  molto  meno  ».  Sospirava,  ohimè, 
di  tornare  a  Firenze;  ma  e  dopo?  Il  pauroso  fantasma  di 
Recanati  si  riaffacciava  alla  fantasia  sgomenta.  Scrive  al 
De  Sinner.  il  24: 

Io  tornerò  certamente  a  Firenze  alla  fine  deirinverno,  per  restarvi 
tanto  quanto  mi  permetteranno  i  miei  piccoli  mezzi,  già  vicini  ad  esau- 
rirsi: mancati*  quali,  l'abborrito  e  inabitabile  Piecanati  mi  aspetta,  se 
io  non  avrò  il  coraggio  (che  spero  avere)  di  prendere  il  solo  partito 
ragionevole  e  virile  che  mi  rimane. 

L"8  marzo  1832,  si  vede  costretto  «da  estrema  neces- 
sità »  a  chiedere,  per  la  prima  volta,  danari  al  padre.  «  Se 
trovassi  qui  danari  in  prestito  »,  soggiunge,  «  volentieris- 
simo  farei  un  debito  piuttosto  che  molestarla;  ma  chi  vor- 
rebbe prestare  a  me,  conoscìutissimo  per  quel  clje  sono  ^  ». 
E  il  17  replicava: 

Oggi  parto  per  Firenze.  Torno  a  raccomandarmi  a  Lei,  trovan- 
domi propriamente  coll'acqua  alla  gola,  perchè  non  ho  potuto  ritardar 
neppur  di  un  giorno  di  più  la  mia  partenza  ;  e  dall'altra  parte,  arriverò 
a  Firenze  con  tanto  danaro  quanto  mi  potrà  bastare  a  vivere  una  set- 
timana. Ella  vede  l'urgenza  della  mia  situazione,  e  L'assicuro  che 
nemmeno  in  termine  di  morte  aprirei  bocca  per  dimandare  in  prestito 
a  chicchessia,  essendo  più  che  certissimo  che  vedrei  impallidire  la  per- 
sona a  cui  domandassi,  perchè  tutti  sanno  ch'io  non  ho  nulla. 

Monaldo,  il  crudele  Monaldo,  si  affrettò  a  soccorrerlo. 
Il  22,  Giacomo,  neUa  fida  compagnia  del   Ranieri  ^,  rimise 


^  Sull'amicizia  del  Ranieri  pel  Leopardi,  che  ha  dato  negli  ultim 
tempi  a  molti  da  dire,  da  pensare  e  da  scrivere,  cfr.  F.  Ribella,  Una 
sventura  postuma  di  G.  L.,  Torino  1897;  F.  D'Ovidio,  L.  e  Ranieri 
nella  «Nuova  Antologia»  dej^  1°  marzo  '97;  G.  TAORinxA,  Ranieri 
e  L.,  Palermo  1899;  F.  P.  Luise,  Ranieri  e  L.,  storia  di  una  edizione, 
Firenze  1899;  L.  A.  Villari,  L.  e  Ranieri,  nel  «  Fortunio  »  del  25  gen 
naio  '98;  A  prop.  di  un  opusc.  leopardiano,  nella  «  Biblioteca  Italiana  » 
a.  IV,  n.  4  ;  e  Ancora  un  opusc.  leopard.  «  A  conti  fatti  »,  conclude  il 
D'Ovidio,  «resta  sempre  al  Ranieri  il  merito  d'essersi  volto  al  L.  con 
un  impeto  di  fraterna  simpatia,  di  averlo  rimorchiato  qui  dov'ebbe 


A   FIRENZE,    LA   PRIMAVERA    1832  125 

piede  a  Firenze:  oramai  avrebbero  abitato  insieme,  sempre 
e  dovunque.  Ma  com'eran  mutate,  e  come  rapidamente 
mutavano,  pur  le  condizioni  e  la  vita  della  metropoli  to- 
scana! Al  Segretario  dell'Accademia  della  Crusca  che  gli 
aveva  partecipata  la  nomina  di  Socio  corrispondente,  egli, 
il  27,  rispondeva,  ringraziando,  di  non  riconoscere  in  sé 
alcun  merito  a  quell'onore,  «  se  non  si  volesse  chiamar 
merito  l'amore  immenso  e  indicibile  ch'io  porto  »,  scriveva, 
«  a  questa  cara  e  beata  e  benedetta  Toscana,  patria  d'ogni 
eleganza  e  d'ogni  bel  costume,  e  sede  eterna  di  civiltà;  la 
quale  ardentemente  desidero  che  mi  sia  conceduto  di  chia- 
mare mia  seconda  patria,  e  dove  piaccia  al  cielo  che  mi 
sia  lecito  di  consumare  il  resto  della  mia  vita,  e  di  render 
l'ultimo  respiro».  Ohimè!  I  moti  del  '30  e  del  '31  avean 
reso  sospettoso  e  tirannico  il  governo  granducale.  Degli 
amici  più  cari,  il  Colletta  era  morto  l'il  novembre,  poche 
ore  avanti  che  gli  fosse  intimato  lo  sfratto  dalla  Toscana; 
già  prima,  il  Giordani  era  stato  bandito;  altri  avevan  pre- 
venute codeste  misure  poliziesche  e  s'erano  allontanati 
spontaneamente.  Lt' Antologia  del  Yieusseux  era  in  sospetto. 
Al  Ranieri,  mortagli  la  madre,  era  stato  sospeso  ogci  as- 
segno; tanto  piti  che,  con  l'avvenimento  al  trono  di  Fer- 


qualche  anno  di  buona  salute,  d'averlo  circondato  di  cure  e  d'assistenza, 
d'aver  attirato  su  lui  le  pronte  premure  e  le  facili  simpatie  meridionali 
di  tutto  un  parentado  e  d'una  frotta  di  amici.  Ci  sarà  stata  della  va- 
nità anche  in  tutto  questo,  come  pur  della  spensieratezza  giovanile; 
ma  certo  che  il  L.  si  senti  felice  di  quell'amicizia,  e  non  è  poco....  Vi 
.son  degli  uomini  assai  imperfetti,  il  cui  carattere  merita  molte  censure, 
ma  che  pure  a  conviverci  ti  danno  conforto,  per  una  certa  premura 
bonaria,  per  l'animo  espansivo,  perchè  sanno  vivere  e  t'aiutano  a  ben 
vivere.  Par  proprio  indubitabile  che  tal  fosse  il  Ranieri  per  il  L.,  e 
almeno  questo  non  gli  dovrà  esser  tolto  ».  —  Il  Ranieri  era  nato  in 
Napoli  nel  settembre  del  1806;  fu  amico  di  Carlo  Troya;  conobbe  il 
Leopardi  a  Firenze,  nel  Gabinetto  Yieusseux,  il  29  giugno  1827;  vi- 
sitò, oltre  l'Italia,  la  Svizzera,  la  Francia,  l'Inghilterra;  scrisse  due 
romanzi,  Ginevra  e  Frate  Rocco,  e  una  Storia  d'Italia  dal  V  al  JX  secolo; 
fu  deputato  della  città  nativa  al  primo  Parlamento  italiano,  poi  se- 
natore dal  novembre  del  1883;  e  morì  a  Portici  il  4  gennaio  1888.  Cfr. 
F.  S,  Arabia,  San  Vitale  alla  tomba  di  G.  Leopardi,  nel  voi.  di  L.  A. 
.ViLLAKi,  /  tempista  vita  ecc.  di  F.  S,  Arabia,  Firenze  1903,  p.  614  «s. 


126  LA    VITA   DEL   POETA 

dinaudo  II,  agii  esuli  napoletani  era  stata  concessa  la  fa- 
coltà di  rimpatriare,  e  1" amico  di  Giacomo  invece  si  mo- 
strava «  risoluto  di  perire  piuttosto  che  seppellirsi  in  un 
paese  dove  tutto  il  mondo  sa  come  si  viva  »  ^.  Per  non  morir 
di  fame,  i  due  sodali  immaginarono  di  fondare  una  rivista 
settimanale,  che  avrebbe  avuto  per  titolo  Lo  Spettatore 
fiorentino.  Trovarono  anche  l'editore,  che  fece  loro  ottime 
condizioni;  stesero  il  manifesto  (che  è  una  bella  pagina 
d'umorismo  schietto,  scoppiettante  dun  riso  che  è  «una 
sorta  di  pianto  »)  ^;  ma  all'ultima  ora  il  Consiglio  dei  Mi- 
nistri ne  vietò  la  pubblicazione. 

11  3  luglio,  ridotto  agii  estremi,  Giacomo  espose  piìi 
chiaramente  al  padre  il  vero  stato  delle  sue  condizioni  eco- 
nomiche, fisiche,  morali.  Questa  è  forse,  fra  le  tante  tri- 
stissime, la  lettera  piìi  desolata  dell'Epistolario. 

Io  credo  ch'Elia  sia  persuasa  degli  estremi  sforzi  ch'io  ho  fatti  per 
flette  armi  affine  di  procurarmi  1  mezzi  di  sussistere  da  me  stesso.  Ella 
sa  che  l'ultima  distruzione  della  mia  salute  venne  dalle  fatiche  soste- 
nute quattro  anni  fa,  per  lo  Stella,  al  detto  fine.  Ridotto  a  non  poter 
più  né  leggere  né  scrivere  né  pensare  (e  per  più  di  un  anno  né  anche 
parlare),  non  mi  perdetti  di  coraggio,  e  quantunque  non  potessi  più 
fare,  pur  solamente  col  già  fatto,  aiutandomi  gli  amici,  tentai  di  con- 
tinuare a  trovar  qualche  mezzo.  E  forse  l'avrei  trovato  parte  in  Italia, 
parte  fuori,  se  l'infelicità  straordinària  de'  tempi  non  fosse  venuta 
a  congiurare  colle  altre  difficoltà,  ed  a  renderle  finalmente  vincitrici.... 
Mi  trovo  dunque,  com'Ella  può  ben  pensare,  senza  i  mezzi  di  andare 
innanzi.  —  Se  mai  persona  desiderò  la  mòrte  così  sinceramente  e  vi- 
vamente come  la  desidero  io  da  gran  tempo,  certamente  nessuna  in 
ciò  mi  fu  superiore.  Chiamo  Iddio  in  testimonio  della  verità  di  queste 
mie  parole.  Egli  sa...  come  ad  ogni  leggera  speranza  di  pericolo  vi- 
cino o  lontano,  mi  brilli  il  cuore  dall'allegrezza.  Se  la  morte  fosse  in 
mia  mano,  chiamo  di  nuovo  Iddio  in  testimonio  ch'io  non  Le  avrei 
mai  fatto  questo  discorso;  perché  la  vita  in  qualunque  luogo  mi  è  ab- 
bominevole  e  tormentosa.  Ma  non  piacendo  ancora  a  Dio  d'esaudirmi, 
io  tornerei  costà  a  finire  i  miei  giorni,  se  il  vivere  in  Recanati,  soprat- 
tutto nella  mia  attuale  impossibilità  di  occuparmi,  non  superasse  le 
gigantesche  forze  ch'io  ho  di  soffrire...  Io  sono  invariabilmente  risoluto 
di  non  tornare  stabihnente  costà  se  non  morto.  Io  ho  un  estremo  de- 


*  «  Dove  voi  sapete  e  sa  tutto  il  mondo....  ■,  scrivevi!   il  Lfoi)ar.li 
Hunsen,  da  Roma,  il  IG  marzo  1832. 

*  Ristampato  dal  Mestica  negli  Scritti  letterari  di  fi.  L.,  II,  379  ss. 


A  FIRENZE,  l'estate  1832  127 

siderio  di  riabbracciarla,  e  solo  la  mancanza  de'  mezzi  di  viaggiare 
ha  potuto  e  potrà  nelle  stagioni  propizie  impedirmelo  ;  ma  tornar  costà 
senza  la  materiale  certezza  di  avere  il  modo  di  riuscirne  dopo  uno  o 
due  mesi,  questo  è  ciò  sopra  di  cui  il  mio  partito  è  preso,  e  spero  che 
Ella  mi  perdonerà  se  le  mie  forze  e  il  mio  coraggio  non  si  estendono 
fino  a  tollerare  una  vita  impossibile  a  tollerarsi.  —  Non  so  se  le  cir- 
costanze della  famiglia  permetteranno  a  Lei  di  farmi  un  piccolo  as- 
segnamento di  dodici  scudi  il  mese.  Con  dodici  scudi  non  si  vive  uma- 
namente neppure  in  Firenze,  che  è  la  città  d'Italia  dove  il'  vivere  è 
pili  economico.  Ma  io  non  cerco  di  vivere  umanamente.  Farò  tali  pri- 
vazioni che,  a  calcolo  fatto,  dodici  scudi  mi  basteranno.  Meglio  var- 
rebbe la  morte^.  ma  la  morte  bisogna  aspettarla  da  Dio....  —  Se  le  cir- 
costanze, mio  caro  papà,  non  Le  consentiranno  di  soddisfare  a  questa 
mia  domanda,  La  prego  con  ogni  possibile  sincerità  e  calore  a  non 
farsi  una  minima  difficoltà  di  rigettarla.  Io  mi  appiglierò  ad  un  altro 
partito,  e  forse  a  questo  avrei  dovuto  appigliarmi  senza  altrimenti 
annoiar  Lei  con  questo  discorso:  ma  come  il  partito  ch'io  dico,  è  tale, 
che  stante  la  mia  salute,  non  è  verisimile  che  io  in  breve  tempo  non  vi 
soccomba,  ho  temuto  che  Ella  avesse  a  fare  un  rimprovero  alla  mia 
naemoria,  dell'averlo  abbracciato  senza  prima  confidarmi  con  Lei 
sopra  le  cose  che  Le  ho  esposte....  Ho  perfino  desiderato,  ed  ancora 
desidererei,  che  mi  fosse  tolta  la  possibilità  di  ogni  ricorso  alla  mia 
famiglia,  acciocché  non  potendo  io  mantenermi  da  me,  e  molto  meno 
essendomi  possibile  il  mendicare,  io  mi  trovassi  nella  materiale,  pre- 
cisa e  rigorosa  necessità  di  morir  di  fame. 

Nonostante  i  mai  conjoìii  di  qualche  troppo  zelante 
congiunto,  il  quale  consigliava  di  resistere  così  che  il  liberale 
figliuolo  fosse  costretto  a  capitolare  per  fame  ^,  il  reazio- 
nario Monaldo  capitolò  lui:  di  che  il  figlio  gii  si  mostrò  gra- 
tissimo.  Ma  l'assegno  quel  padre  interdetto  non  poteva  né 
prometterlo  né  corrisponderlo  senza  il  consenso  dell'avara 
tesoriera;  ond'ei  sollecitò  Giacomo  a  scriverle  direttamente. 
Si  capisce  come  la  ripugnanza  a  far  quest'ultimo  passo  fosse, 
nel  figlio,  enorme;  pure,  nel  novembre,  il  bisogno  ve  lo 
obbligò,  e  Creda,  mia  cara  mamma  »,  egli  scrisse  il  17, 
«  che  il  darle  questa  noia  é  mille  volte  più  penoso  a  me  che 
a  Lei  ».  Non  domandava  per  sé,  ch'era  fuori  di  casa,  «  se 
non  l'assegnamento  accordato  a  Carlo  »,  eh" era  sempre  a 
Recanati.  La  Contessa  rispose  con  «  poche  righe  »,  ma  tali 
che  pur  valsero  a  commuovere  quell'  infelicissimo. 


^  Cfr.  Xuovi  documenti  ecc.,  p.  xxrsT. 


128  LA   VITA   DEL    POETA 


XYII. 


Il  Leopardi  va  a  Napoli  (2  settembre  1833).  —  Clemenza  del 
clima  e  inclennenza  degli  abitanti.  —  La  cultura  filosofica 
a  Napoli  e  la  satira  «  I  nuovi  credenti  ».  —  La  rivista 
«  Il  Progresso  ».  —  La  visita  del  Leopardi  alla  Scuola 
del  Puoti.  —  La  visita  del  Platen  al  Leopardi. 


Il  quale,  dall'agosto  (1832),  viveva  più  che  mai  solo  a 
Firenze,  infermiccio  e  triste.  L'amico  napoletano,  con  da- 
naro procuratogli  da  lui,  era  tornato  a  casa,  per  regolarvi 
i  suoi  affari.  E  Giacomo, Jn  principio  del  1833,  si  ammalò 
così  seriamente  da  destare  viva  apprensione  negli  amici  e 
nei  parenti.  Ai  quali,  il  6  maggio,  scrive  per  confortarli: 

Care  mie  anime,  vede  Iddio  ch'io  non  posso,  non  posso  scrivere; 
ma  siate  tranquillissimi,  io  non  posso  morire:  la  mia  macchina  (cosi 
dice  anche  il  mio  eccellente  medico)  non  ha  vita  bastante  a  concepire 
una  malattia  mortale. 

Il  Ranieri  era  finalmente  tornato,  la  sera  del  20  aprile; 
e  Giacomo  pareva  alquanto  rimesso  della  nuova,  lunga, 
«  brutta  e  minacciosa  malattia  intorno  agli  ocelli,  uno  de' 
quali  era  già  semichiuso  ».  Il  1°  settembre,  egli  détta  al- 
l'amico pel  padre,  solo  di  sua  mano  aggiungendo  i  saluti: 

Alla  mia  salute,  che  non  fu  mai  così  rovinata  come  ora,  avendomi 
i  medici  consigliato  come  sommo  rimedio  l'aria  di  Napoli,  un  mio 
amicissimo  che  parte  a  quella  volta  ha  tanto  insistito  per  condurmi 
seco  nel  suo  legno,  ch'io  non  ho  saputo  resistere,  e  parto  con  lui  do- 
mani.... Sono  costretto  a  servirmi  della  mano  altrui,  perchè  quelle 
poche  ore  della  mattina,  nelle  quali  con  grandissimo  stento  potrei 
pure  scrivere  qualche  riga,  le  spendo  necessariamente  a  medicarmi 
gli  occhi.  Mi  benedica....  Le  bacio  la  mano  con  tutta  l'anima. 

Dopo  una  breve  sosta  a  Roma,  il  30  si  rimisero  in  cam- 
mino, e  la  sera  del  2  ottobre  i  due  amici  arrivarono  a  Na- 
poli. Il  5,  Giacomo  riscriveva  di  lì  al  padre: 


A   NAPOLI,  LA   PRIMAVERA    1834  129 


Givmsi  qua  felicemente,  cioè  senza  danno  e  senza  disgrazie.  La 
mia  salute,  del  resto,  non  è  gran  cosa,  e  gli  occhi  sono  sempre  nel  me- 
desimo stato.  Pure  la  dolcezza  del  clima,  la  bellezza  della  città  e  l'in- 
dole amabile  e  benevola   degli  abitanti  mi  riescono  assai  piacevoli. 

Ma  nel  marzo  successivo  (1834),  sentendo  anclie  laggiù 
riaggravarsi  i  suoi  mali,  pensa  nientemeno  che  di -andare, 
col  Kanieri,  a  Parigi,  dove  già  si  trovavano  da  qualche 
tempo  Gioberti  e  Alessandro  Poerio  ^.  Domanda  consiglio 
al  De  Sinner,  che  pur  vi  risiedeva. 

10  per  molte  e  fortissime  ragioni  sono  desiderosissimo  di  venire 
a  terminare  i  miei  giorni  a  Parigi.  La  mia  salute  non  mi  spaventa  più, 
A  Napoli  mi  sono  convinto  che  il  nord  e  il  mezzogiorno  sono  per  lo 
meno  indifferenti  ai  miei  mali.  Le  difficoltà  stanno  nei  mezzi;  e  più 
nei  mezzi  di  giungere  costà  che  di  viverci;  perchè,  giunto  una  volta, 
spero  che  non  sarebbe  difficile  di  trovar  costà  da  vivere  così  econo- 
micamente come  sapete  ch'io  vivo  in  Italia, 

Si  proponeva  di  dirigervi  una  nuova  collezione  di  Clas- 
sici italiani.  Ma  l'amico  s'affrettò  a  rispondergli  che  codesta 
impresa  non  era  neanche  da  tentare,  che  a  Parigi  bisognava 
andare  preparati  a  tornarsene  dopo  qualche  mese,  e  che 
l'unica  maniera  fruttuosa  di  lavorare  colà  sarebbe  stata 
di  scrivere  in  qualche  Rivista.  Oh  si  !  E  anche  l'idea  di  quel 
viaggio  sfumò.  Per  fortuna,  un  certo  miglioramento  nella 
salute  rendeva  quel  poveretto  meno  impaziente  di  fare 
schermo  al  dolore  mutando  dimora.  11  5  aprile,  scrive  al 
padre: 

11  giovamento  che  mi  ha  prodotto  questo  clima  è  appena  sensi- 
bile: anche  dopo  che  io  sono  passato  a  godere  la  migliore  aria  di  Napoli 
abitando  in  un'altura  a  vista  di  tutto  il  Golfo,  di  Portici  e  del  Vesuvio, 
del  quale  contemplo  ogni  giorno  il  fumo  ed  ogni  notte  la  lava  ardente.,. 
La  mia  impazienza  di  rivederla  è  sempre  maggiore,  ed  io  partirò  da 
Napoli  il  più  presto  ch'io  possa,  non  ostante  che  i  medici  dicano  che 
l'utilità  di  quest'aria  non  si  può  sperimentare  che  nella  buona  sta- 
gione. 


^  Pei  rapporti  tra  il  Recanatese  e  codesto  gentile  ed  eroico  poeta 
napoletano,  che,  di  quattro  anni  più  giovane  di  lui,  lasciò  nobilmente  la 
vita,  il  3  novembre  1848,  a  Venezia,  in  conseguenza  delle  ferite  toc- 
categli il  27  ottobre  a  Mestre,  cfr,  A.  de  Gennaro  ^Ferrigni,  Leopardi 
e  Poerio,  Napoli  1898. 

9.  —  G.  Leopardi. 


130  LA    VITA    DEL    POETA 


E  all'Adelaide  Maestri,  lo  stesso  giorno: 

L'aria  di  Napoli  mi  è  di  qualche  utilità;  ma  nelle  altre  cose  questo 
soggiorno  non  mi  conviene  molto....  Spero  che  partiremo  di  qua  in 
breve,  il  mio  amico  ed  io.  Non  so  aneora  per  qual  luogo. 

Il  2  settembre,  al  padre: 

La  cura  de'  miei  occhi,  grazie  a  Dio,  è  andata  assai  bene,  e  sono, 
si  può  dir,  guariti  del  male  esterno:  l'interno  non  è  curabile. 

E  il  21  ottobre: 

Io  sto,  grazie  a  Dio,  assai  benino,  e  spero  di  non  farle  paura  al  mio 
arrivo  [a  Recanati],  come -avrei  fatto  qualche  mese  addietro. 

E  ancora  il  27  novembre  : 

Risolvendosi,  come  pare,  il  mio  amico  Ranieri  a  partire  per  Roma 
nel  mese  entrante,  io  sono  risolutissimo  di  mettermi  in  viaggio  mal- 
grado il  freddo;  perchè  oltre  l'impazienza  di  rivederla,  non  posso  più 
sopportare  questo  paese  semibarbaro  e  semiaffricano,  nel  quale  io 
vivo  in  un  perfettissimo  isolamento  da  tutti....  La  mia  salute,  grazie 
a  Dio,  è  molto  tollerabile,  e  perfino  io  leggo  un  pochino  e  scrivo,  attesa, 
credo,  la  benignità  non  ordinaria  della  stagione  passata  e  presente. 

Nel  dipingere  con  tinte  così  fosche  lo  stato  intellettuale 
di  Napoli  e  la  cortesia  dei  Napoletani,  il  Leopardi  metteva 
la  sua  solita  esagerazione.  Nei  primi  anni  del  regno  di  Fer- 
dinando II,  invece,  un  notevole  risorgimento  in  tutte  le 
parti  delle  cultura  aveva  avuto  principio  laggiù.  «  Ciò  che 
di  meglio  produsse  qui  la  filosofia  »,  osserva  lo  Zumbini  ^, 
«è  rappresentato  dalle  opere  del  Galluppi;  e  quant'altro 
fuori  di  quelle  fu  scritto  coll'intendimento  di  combattere 
l'empirismo  francese  e  il  razionalismo  tedesco  allora  do- 
minanti, non  pare  essere  stato  tale  da  lasciar  traccia  dure- 
vole. Unico  pensator  vero,  dunque,  il  filosofo  di  Tropea. 
Al  tempo  cui  si  riferisce  il  presente  discorso,  egli  aveva  già 
dato  alla  luce  la  maggior  parte  delle  opere  che  di  lui  ab- 
biamo; nelle  quali  sono  ammirevoli  e  le  speculazioni  sue 


*  Il  Leopardi  a  Napoli,  Napoli  1898,  p.  7  ss.;  ora  negli  Studi  sul 
Leopardi,  II,  235  sa. 


I   NUOVI    CREDENTI  131 


proprie  e  le  interpretazioni  dei  maggiori  sistemi  filosofici 
moderni,  studiati  anche  nelle  origini  e  messi  in  relazione 
fra  loro  ».  Il  De  Vincenzi  e  Luigi  Blanch  si  mostravano 
«  piuttosto  atti  a  interpretare  il  pensiero  altrui,  che  ricchi 
di  pensiero  proprio  ».  Ma  in  generale  il  carattere  comune  a 
tutti  quei  nostri  cultori  di  filosofia  era  «  un'aperta  predile- 
zione per  l'idealismo  e  per  le  dottrine  spiritualistiche  av- 
verse a  quel  sensismo  che  fino  a  poco  tempo  innanzi  aveva 
tenuto  il  campo  ».  Codesto  nuovo  moto  d'idee,  del  quale 
uno  dei  più  insigni  campioni  fu  il  padre  Ventura,  e  codesto 
fervore  di  animi,  «  eran  venuti  sempre  crescendo  sino  al 
tempo  che  il  Leopardi  giunse  a  Napoli.  Anche  qui  dunque 
il  sentimento  cristiano  ricominciava  a  informar  di  sé  tutta 
la  cultura;  e  coll'idealismo  filosofico  si  congiungeva  un  tal 
quale  guelfismo  nella  storia  e  nell'arte  »:  il  che  soprattutto 
dava  noia  al  solitario  pessimista,  e  acuiva  in  lui  l'antica 
avversione,  ereditata  dai  filosofi  francesi  del  secolo  prece- 
dente, al  secolo  suo.  Gli  pareva  una  universale  viltà  codesta 
dei  degeneri  figliuoli  di  Rousseau  e  di  Voltaire,  plaudenti 
ora  alla  nuova  democrazia  cristiana;  e  aborriva  e  derideva 
perciò  cordialmente  «  le  scuole  teologiche  tutte  :  così  quelle 
che  dai  dommi  cristiani  inferivano  la  necessità  del  governo 
assoluto,  come  quelle  che  li  interpretavano  in  maniera  op- 
posta: le  une  e  le  altre,  fondandosi  sulla  cieca  fede  e  sugli 
stessi  falsi  principii,  riuscivano  a  privar  gli  uomini  d'ogni 
fierezza,  cioè  del  solo  bene  che  potessero  avere  in  tanta  mi- 
seria di  destini  ».  Xel  sermone  I  nuovi  credenti,  scoperto 
tra  le  carte  napoletane,  il  Leopardi  schernì  e  flagellò  co- 
storo; e  ricordò  ad  essi  che  in  fin  dei  conti  nelle  sue  opere 
egli  non  aveva  espresso  concetti  molto  diversi  da  quelli 
di  Giobbe  e  di  Salomone  I  Scritto  tutto  di  mano  del  Ranieri, 
tra  il  1835  e  il  '37,  il  sermone  comincia: 


Ranieri  mio,  le  carte  ore  l'umana 
Vita  esprimer  tentai,  con  Salomone 
Lei  chiamando,  qual  soglio,  acerba  e  vana, 

Spiaccion  dal  Lavinaio  al  Chiatamone, 
Da  Tarsia,  da  Sant'Elmo  insino  al  Molo, 
E  spiaccion  per  Toledo  alle  persone. 


132  LA    VITA    DEL    POETA 

Di  Ghiaia  la  Riviera,  e  quei  che  il  suolo 
Impinguali  del  Mercato,  e  quei  che  vanno 
Per  l'erte  vie  di  San  Martino  a  volo; 

Capodimonte,  e  quei  che  passan  l'anno 
In  sul  Caffè  d'Italia,  e  in  breve  accesa 
D'un  concorde  voler  tutta  in  mio  danno 

S'arma  Napoli  a  gara  alla  difesa 

De'  maccheroni  suoi;  ch'ai  maccheroni 
Anteposto  il  morir,  troppo  le  pesa. 

E  comprender  non  sa,  quando  son  buoni. 
Come  per  virtù  lor  non  sien  felici 
Borghi,  terre,  Provincie  e  nazioni. 

Che  dirò  delle  triglie  e  delle  alici? 
Qual  puoi  bramar  felicità  più  vera 
Che  far  d'ostriche  scempio  infra  gli  amici? 

Sallo  Santa  Lucia,  quando  la  sera. 
Poste  le  mense,  al  lume  delle  stelle. 
Vede  accorrer  le  genti  a  schiera  a  schiera, 

E  di  frutta  di  mare  empier  la  pelle. 
Ma  di  tutte  maggior,  piena  d'affanno, 
Alla  vendetta  delle  cose  belle 

Sorge  la  voce  di  color  che  sanno, 

E  che  insegnano  altrui  dentro  ai  confini 

Che  il  Liri  e  un  doppio  mar  battendo  vanno  ^ 

Tuttavia,  è  innegabile  che  di  quei  tempi  pur  a  Napoli 
c'era  come  un  promettente  rifiorire  d'una  nuova  cultura. 
Insigne  documento  ne  rimane  nella  rivista  II  progresso, 
che  si  cominciò  a  pubblicare  nel  '32.  Vi  collaboravano  il 
Galluppi,  il  botanico  Michele  Tenore,  Carlo  Troya,  il  geo- 
logo Leopoldo  Pilla  da  Yenafro,  morto  poi  a  Curtatone, 
l'archeologo  Francesco  M.  Avellino,  il  Pisanelli,  Michele 
Ruggiero.  «  È  facile  argomentare  qual  alto  posto  ci  avesse 
in  ispecie  la  storia,  mercè  l'opera  di  quel  Troya,  che,  come 
altri  sommi  preparatori  del  nostro  risorgimento  scientifico 
e  nazionale,  oggi  par  quasi  generalmente  dimenticato;  ma 
che,  anche  come  quelli,  risplende  più  vivo  che  mai  alla 
vista  di  quanti  sanno  volgersi  al  passato  con  tutto  l'amore 
e  la  riverenza  che  sempre  gli  sono  dovuti  ».  Con  codesta 
Rivista  si  tentava  di  compiere  anche  nel  Mezzogiorno  quanto 


Scritti  vari  inediti,  p.  3-4. 


IL   MARCHESE    PUOTI  133 

era  stato  già  fatto  in  altre  regioni  d'Italia,  mavssime  in  To- 
scana con  V Antologia:  «  affratellare  gl'ingegni  e  gli  animi, 
affinchè  (sono  parole  del  proemio  stesso)  colla  maggiore 
efficacia  potessero  adoperarsi  a  prò  della  patria  nostra,  a 
prò  della  patria  italiana  »  ^. 

Di  quegli  anni  poi  a  Napoli  prosperava  lo  Studio  del 
marchese  Puoti;  e  al  maestro  e  ai  discepoli  tornava  gradito 
dimostrare  al  prodigioso  ospite  la  maggiore  stima  e  sim- 
patia. Un  di  quei  giovani,  che  di  lì  a  poco  sarebbe  stato  il 
più  eloquente  è  affascinante  apostolo  della  grandezza  del 
nuovo  poeta,  Francesco  de  Sanctis,  narra  nelle  sue  Me- 
morie 2  : 


Una  sera  il  Marchese  ci  annunziò  una  visita  di  Giacomo  Leopardi; 
lodò  brevemente  la  sua  lingua  e  i  suoi  versi.  Quando  venne  il  dì,  grande 
era  l'aspettazione.  Il  Marchese  faceva  la  correzione  di  un  brano  di 
Cornelio  Nipote  da  noi  volgarizzato;  ma  s'era  distratti,  si  guardava 
all'uscio.  Ecco  entrare  il  conte  Giacomo  Leopardi.  Tutti  ci  levammo 
in  pie,  mentre  il  Marchese  gli  andava  incontro.  Il  Conte  ci  ringraziò, 
ci  pregò  a  voler  continuare  i  nostri  studi.  Tutti  gli  occhi  erano  sopra 
di  lui.  Quel  colosso  della  nostra  immaginazione  ci  sembrò,  a  primo 
sguardo,  una  meschinità.  Non  solo  pareva  un  uomo  come  gli  altri, 
ma  al  disotto  degli  altri.  In  quella  faccia  emaciata  e  senza  espressione, 
tutta  la  vita  s'era  concentrata  nella  dolcezza  del  suo  sorriso.  Uno  degli 
Anziani  di  Santa  Zita  [così  scherzosamente  il  Puoti  chiamava  i  disce- 
poli più  segnalati  e  più  antichi]  prese  a  leggere  un  suo  lavoro.  Il  Mar- 
chese interrogò  parecchi,  e  ciascuno  diceva  la  sua.  Poi  si  volse  improv- 
viso a  me:  —  E  voi  cosa  ne  dite,  De  Sanctis  ?  —  C'era  un  modo  con- 
venzionale in  questi  giudizi...  Parlai  una  buona  mezz'ora,  e  il  Conte 
mi  udiva  attentamente,  a  gran  sodisfazione  del  Marchese,  che  mi  vo- 
leva bene.  Notai,  tra  parecchi  errori  di  lingua,  un  onde  con  l'infinito. 
Il  Marchese  faceva  .si  col  capo.  Quando  ebbi  finito,  il  Conte  mi  volle 
a  sé  vicino,  e  si  rallegrò  meco,  e  disse  che  io  aveva  molta  disposizione 
alla  critica.  Notò  che  nel  parlare  e  nello  scrivere  si  vuol  porre  mente 
più  alla  proprietà  de'  vocaboli  che  all'eleganza:  una  osservazione  acuta, 
che  più  tardi  mi  venne  alla  memoria.  Disse  pure  che  quell'onde  coll'in- 
flnito  non  gli  pareva  un  peccato  mortale,  a  gran  maraviglia  e  scandalo 
di   tutti  noi.    Il   Marchese   era   affermativo,   imperatorio,   non   pativa 


*  Zu>iBiNi,  Studi  sul  Leopardi,  II,  242. 

*  La  giovinezza  di  Francesco  de  Sanctis,  frammento  autobiografico 
pubblicato  da  Pasquale  Villari,  Napoli  1894,  p.  99-102;  e  Prose 
scelte  di  F.  de  Sanctis,  a  cura  di  M.  Scherillo,  Napoli  1916,  I,  62-5. 


134  LA   VITA    DEL    POETA 


con  tradizioni.  Se  alcuno  di  noi  giovani  si  fosse  arrischiato  a  dir  cosa 
simile,  sarebbe  andato  in  tempesta;  ma  il  Conte  parlava  così  dolce 
e  modesto,  ch'egli  non  disse  verbo.  —  Nelle  cose  della  lingua,  disse, 
si  vuole  andare  molto  a  rilento;  e  citava  in  prova  II  torio  e  il  diritto 
del  padre  BartoJi.  Dire  con  certezza  che  di  questa  o  quella  parola  o 
costrutto  non  è  alcuno  esempio  negli  scrittori,  gli  è  cosa  poco  facile.  — 
Il  Marchese,  che,  quando  voleva,  sapeva  essere  gentiluomo,  usò  ogni 
maniera  di  cortesia  e  di  ossequio  al  Leopardi,  che  parve  contento  quando 
andò  via.  La  compagnia  dei  giovani  fa  sempre  bene  agli  spiriti  solitari. 
Parecchi  cercarono  di  rivederlo  presso  Antonio  Ranieri,  nome  vene- 
rato e  caro;  ma  la  mia  natura  casalinga  e  solitaria  mi  teneva  lontano 
da  ogni  conoscenza,  e  non  vidi  più  quell'uomo  che  aveva  lasciato  un 
così  profondo  solco  nell'anima  mia  '. 

Nei  primi  giorni  dell" aprile  1834,  il  Leopardi  fu  ancke 
couosciuto,  nella  Napoli  adorata,  da  Augusto  Platen  (nato 
ad  Ansbach  in  Franconia  il  24  ottobre  1796;  morto  a 
Siracusa  il  5  dicembre  1835):  il  raffinato  ed  elegantissimo 
artefice  del  verso,  a  cui  mancò  per  esser  poeta  quella  fa- 
coltà che  soprabbondava  nel  nostro,  l'amore.  Nel  suo 
Diario,  sotto  la  data  del  5  settembre   1834,  egli  annotò: 

Il  primo  aspetto  del  Leopardi,  presso  il  quale  il  Ranieri  mi  con- 
dusse il  giorno  stesso  che  ci  conoscemmo,  ha  qualche  cosa  di  assolu- 
tamente orribile,  quando  vmo  se  l'è  venuto  rappresentando  secondo 
le  sue  poesie.  Leopardi  è  piccolo  e  gobbo,  il  viso  ha  pallido  e  sofferente, 
ed  egli  peggiora  le  sue  cattive  condizioni  col  suo  modo  di  vivere,  poiché 
fa  del  giorno  notte  e  viceversa.  Senza  potersi  muovere  e  senza  po- 
tersi applicare,  per  lo  stato  dei  suoi  nervi,  egli  conduce  una  delle  più 
miserevoli  vite  che  si  possano  immaginare.  Tuttavia,  conoscendolo 
più  da  vicino,  scompare  quanto  v'è  di  disaggradevole  nel  suo  este- 
riore, e  la  finezza  della  sua  educazione  classica  e  la  cordialità  del  suo 
fare  dispongon  l'animo  in  suo  favore.  Io  lo  visitai  spesso..... Il  Leopardi 
è  ancora  in  peggiori  rapporti  [che  non  il  Ranieri],  se  questo  è  possi- 
bile, col  proprio  padre,  il  quale,  essendo  anch'egli  scrittore,  vede  con 
invidia  suo  figlio,  ed  è  conosciuto  in  Italia  come  il  più  gran  sostenitore 


'  Un  altro  degli  scolari  del  Puoti,  Cesare  Dalbono,  narra  (Scritti 
vari,  Firenze  1890,  p.  256):  «  Mi  ricordo  che  una  sera  eravamo  in  casa 
Ferrigni,  dove  avevamo  condotto  con  non  poca  fatica  il  conte  Leo- 
pardi. Leopardi  a  un  divano  e  Carlo  Troya  vicino  a  lui  su  di  una  sedia. 
Parlavano  di  geografia  antica  ».  —  Il  carissimo  Dalbono,  che  fu  lucido 
scrittore,  e  narratore  garbato,  e  critico  arguto  di  arte  e  di  letteratura, 
mori  nel  1889  in  Napoli,  dov'era  nato  nel  1814. 


IL   PLATEN  135 


del  papato  e  dell'assolutismo.  A  quel  che  pare,  ep:li  lascia  il  figliuolo 
privo  di  qualsiasi  sostegno.  Peggiore  ancora  dev'essere  sua  madre  '. 

E  in  ima  lettera  da  Firenze  air  amico  Fugger,  del  25 
novembre,  il  Platen  soggiungeva:    • 

Il  Leopardi  è  un  eccellente  poeta  lirico,  e  probàbilmente  tu  avrai 
letto  qualche  cosa  di  lui.  È  di  Recanati;  è  malamente  cresciuto  e  mal 
ridotto  in  salute,  e  ne  deriva  che  anche  l'immaginazione  contribuisce 
a  fare  in  modo  ch'egli  non  possa  per  niente  applicarsi.  Infatti  egli 
siede  tutto  il  giorno  nella  sua  stanza  da  letto,  si  spaventa  a  ogni  mi- 
nimo colpo  d'aria,  e  non  piglia  nemmeno  un  libro  in  mano.  La  sua 
conversazione  è  altamente  erudita  e  piacevole.  Per  il  modo  in  cui  vive 
non  esisterebbe  più,  se  non  avesse  trovato  un  amico  che  si  sacrifica 
per  lui  e  tutto  fa  per  lui  ^. 


XVIIL 

Il  Leopardi  a  Napoli  in  compagnia  del  Ranieri.  —  Il  disegno 
d\indare  a  Palermo.  —  La  ristampa  napoletana  dei 
«  Canti  »,  e  il  rigore  della  Censura.  —  L'epidemia,  cole- 
rica. —  Le  ultime  lettere.  —  La  morte. 


Il  Platen,  forse  esagerando  con  buone  intenzioni  le 
confidenze  indiscrete  e  già  esagerate  avute  dal  Ranieri, 
asseriva  che  il  poeta  vivesse  in  casa  dell'amico  «  probabil- 
mente del  tutto  a  spese  di  lui  ».  Il  che  non  era  e  non  fu  mai. 
I  due  sodali  contribuirono  presso  che  ugualmente  alle  spese 
della  casa  e  del  mantenimento  comune;  e  tutfal  più,  in 
qualche  momento,  codesto  dispendio  potè  sembrare,  come 


^  Cfr.  C.  DE  LoLLis,  Augusto  Plateri-Hallermunde,  Roma  1897, 
dalla  «  Nuova  Antologia  »,  p.  64-5.  —  Il  18  gennaio  1861,  il  Ranieri 
lesse  alla  R.  Accademia  di  Archeologia  Lettere  e  Belle  Arti  di  Napoli 
una  sua  Notizia  sul  Platen  «  scritta  nel  1836,  poco  dopo  la  morte  del- 
l'illustre poeta  ». 

*  Questo,  e  altri  brani  di  lettere  e  di  poesie,  tradusse  e  illustrò  Eu- 
genio Mele,  A.  von  Platen  in  Najìoli  e  la  sua  amicizia  col  Leopardi, 
nel  te  Corriere  di  Napoli ',  del  2  ottobre  1898.  —  Sulle  odi  di  A.  von 
Platen  cfr.  anche  il  Saggio  di  G.  Surra,  Civitanova,  Natahicci,  1898. 


136  LA    VITA    DEL    POETA 

con  l'usata  arguzia  ebbe  a  dire  il  D'Ovidio,  «un  distico  in 
cui  Giacomo  tacesse  la  parte  del  pentametro  ».  Certo,  a 
Napoli,  le  condizioni  finanziarie  del  povero  ammalato,  inetto 
oramai  a  qualunque  applicazione,  non  potevano  esser  flo- 
ride; ed  egli  si  vedeva  costretto  a  far  continue  tratte  sul 
2)adre.  I  facili  denigratori  del  Kanieri  non  mi  pare  che  ten- 
gano nel  debito  conto  la  schietta  dichiarazione  che  questi 
ebbe  a  fare  al  conte  Monaldo  appena  dodici  giorni  dopo  la 
morte  di  Giacomo.  «  Ora  m'avanza  a  dirle  un'altra  parola 
per  Sua  tranquillità  »,  scrisse,  «  e  questa  m'esce  dal  più 
profondo  della  mia  sviscerata  amicizia  ;  ed  io  La  scongiuro 
di  accettarla  con  quel  sentimento  affettuoso  di  consola- 
zione al  cuore  d'un  padre  che  me  la  detta.  Questa  parola 
è,  che  Giacomo  non  è  vissuto  in  grande  strettezza  »  ^. 

Umiliato  e  rattristato,  Giacomo  prometteva  prossimo 
il  ritorno  a  casa;  ma  un  tal  passo  gli  riusciva  troppo  amaro: 
tanto  amaro,  che  poco  è  più  morte.  Il  dolce  clima  parte- 
nopeo gli  era  cortese  di  vita  ;  come  decidersi  a  incamminarsi 
verso  l'inamabile  Recanati?  Facilis  descensus  Averno,  sed 
revocare  gradum,  hoc  opus!  11  2  maggio  '35,  scriveva  alla 
Tommasini: 

La  mia  salute,  o  per  benefizio  di  questo  clima,  o  del  luogo  salubre 
ohe  abito,  o  per  altra  ragione,  è  migliorata  straordinariamente;  e 
quest'inverno  ho  anche  potuto  un  poco  leggere,  pensare  e  scrivere. 

E  al  De  Sinner,  il  3  ottobre,  mandandogli  l'edizione 
napoletana  dei  Canti,  soggiungeva: 

Io,  dopo  quasi  un  anno  di  soggiorno  in  Napoli,  cominciai  final- 
mente a  sentire  gli  effetti  benefici  di  quest'aria  veramente  salutifera: 
ed  è  cosa  incontrastabile  ch'io  ho  ricuperato  qui  più  di  quello  che  forse 
avrei  osato  sperare.  Nell'inverno  passato  potei  leggere,  comporre  e 
scrivere  qualche  cosa;  nella  state  ho  potuto  attendere  (benché  con 
poco  successo  quanto  alia  correzione  tipografica)  alla  stampa  del  vo- 
lumetto che  vi  spedisco;  ed  ora  spero  di  riprendere  ancora  in  qualche 
parte  gli  studi,  e  condurre  ancora  innanzi  qualche  cosa  durante  l'in- 
verno.... Io  sono  a  Napoli  sempre,  come  io  era  a  Firenze,  in  un  modo 
precario,  ma  sempre  senza  alcuna  veduta  né  alcun  disegno  positivo 
di  cambiamento. 


Nuovi  documenti  intorno  a  O.  L.,  p.  249. 


IL    COLERA   DEL  1836  137 

Pare  che  in  quel  tempo  egli  vagheggiasse  auche  una 
gita  a  Palermo.  «  Sapete  »,  scriveva  il  21  luglio  '35  Tom- 
maso Gargallo  a  un.  amico  di  laggiù,  «  che  anche  il  conte 
Leopardi  verrebbe  volentieri  a  trattenersi  un  sei  mesi 
costì,  per  un  corso  di  eloquenza  [nell'Università],  come  si 
suol  fare  da  vari  professori  in  Parigi  ?  »  ^.  Perchè  poi  non 
andasse,  non  sappiamo.  Ma  a  Palermo,  nel  '34,  erano  stati 
ristampati  i  Canti  di  sull'edizione  fiorentina;  e  l'editore 
G.  B.  Ferrari  s'era  messo  a  trattare,  presentato  dal  Gar- 
gallo,  col  poeta,  per  un'edizione  siciliana  di  tutte  le  sue 
Opere,  in  versi  e  in  prosa. 

Con  la  primavera  del  '36,  il  miglioramento  diventò  an- 
cora più  sensibile  ;  così  che  Giacomo  potè  scrivere  il  5  marzo 
alla  sua  amica  di  Parma: 

Io  da  un  anno  e  mezzo  non  posso  altro  che  lodarmi  della  mia  sa- 
lute, ma  soprattutto  da  che,  circa  un  mese  fa,  sono  venuto  ad  abitare 
in  un  luogo  di  questa  città  quasi  campestre,  molto  alto,  e  d'aria  asciut- 
tissima, e  veramente  salubre.  Vengo  scrivacchiando,  non  quanto,  per 
raio  passatempo,  vorrei;  perchè  debbo  assistere  ad  una  raccolta  che 
si  fa  qui  delle  mie  bagatteUe. 

Ma  ben  presto  la  Censura  —  per  «  mal  fondati  scrupoli  », 
assicurava  il  Ranieri  a  Monaldo  nel  luglio  del  '37  —  proibì 
che  la  ristampa  delle  Opere  proseguisse,  dopo  il  secondo 
volume;  anzi  neanche  questo  lasciò  vendere.  «La  mia  filo- 
sofìa »,  osservava  amaramente  Giacomo,  «  è  dispiaciuta  ai 
preti,  i  quali  e  qui  ed  in  tutto  il  mondo,  sotto  un  nome  o 
sotto  un  altro,  possono  ancora  e  potranno  eternamente 
tutto  ». 

Intanto,  nell'autunno,  scoppiò  terribile  in  Xapoli  l'epi- 
demia colerica;  e  il  poeta  della  Ginestra  si  rifugiò,  con  l'a- 
mico Eanieri,  in  una  villetta  ch'è  accoccolata  sulla  costa  del 
«formidabil  monte».  Di  lassù,  il  30  ottobre  (1836),  Giacomo 
scrisse  al  padre: 


^  G.  TAORinxA,  Il  L.  e  la  Sicilia,  Palermo  1885,p.  ll;eG.  CuKCio 
BuFAKDECi,  Su  le  poesie  giovanili  di  T.  Gargallo,  Modica  1910,  p.  45-6. 
Il  Gargallo  è  il  notissimo  traduttore  di  Orazio. 


138  LA    VITA    DEL    POETA 


....  ma  qui  nessuno  pensa  più  all'estero,  stante  la  confusione  che 
produce  il  cholera  in  una  città  così  immensa  e  popolosa  come  Napoli. 
Io  fortunatamente  aveva  potuto  prima  dello  scoppio  ritirarmi  in  cam- 
pagna, dove  vivo  in  un'aria  eccellente,  e  in  buona  compagnia,  distante 
da  Napoli  quasi  12  miglia.  Sicché  Ella  stia  riposatissima  sul  conto  mio, 
perch'io  uso  tali  cautele  in  qualunque  genere,  che,  secondo  ogni  di- 
scorso umano,  prima  di  me  dovranno  morire  tutti  gli  altri.  Ma  do- 
vendo in  tali  circostanze  tutto  farsi  a  forza  di  danari,  essendo  smisu- 
ratamente accresciuti  i  prezzi  d'ogni  cosa,  ognuno  tenendo  il  suo  da- 
naro chiuso,  e  parendo  imminente  una  stretta,  in  cui  non  sia  neppur 
possibile  di  trarre  più  sopra  l'estero,  fui  costretto  ai  25  di  questo,  contro 
ogni  mia  precedente  aspettativa  e  disposizione,  di  valermi  straordi- 
nariamente sopra  lo  zio  Carlo  [Antici]  per  la  somma  di  41  colonnati, 
con  una  tratta  che  solo  per  favore  singolarissimo  potei  negoziare.  M'in- 
ginocchio innanzi  a  Lei  ed  alla  Mamma  per  pregarli  di  condonare  al 
frangente,  nel  quale  si  trova  insieme  con  me  un  mezzo  milione  d'uo- 
mini, quest'incomodo  che  con  estremissima  ripugnanza  io  reco  loro. 


Un  sussidio  straordinario  di  qiiarantuno  colonnati!...^ 
Lo  zio  li  mandò  subito,  con  la  dichiarazione  che,  ove  Mo- 
naldo non  lo  avesse  voluto  concedere,  ei  li  avrebbe  messi  in 
conto  degli  assegni  futuri.  Ma  Monaldo  concesse,  o  meglio 
riuscì  a  indurre  la  moglie  a  concedere.  Il  pietoso  editore 
dell'Epistolario  aveva  bensì  ritrovato  la  lettera  di  Giacomo 
allo  zio,  del  25  ottobre,  e  quelle  dello  zio  alla  sorella  e  al 
cognato,  del  1°,  8  e  15  novembre,  ma  non  quella  di  Gia- 
como al  padre  ora  riferita,  né  la  risposta  di  Monaldo  !  Anzi, 
pur  della  nuova  lettera  ^el  figlio  al  padre,  scritta  tra  gli 
11  e  il  15  dicembre,  egli  non  pubblica  se  non  una  parte. 
Essa  getta  ancora  uno  sprazzo  di  luce  sinistra  su  quella 
donna  senza  cuore,  a  cui  la  fortuna,  piìi  che  mai  cieca,  diede 
un  figliuolo  tanto  bisognoso  di  una  madre  amorevole. 


Io  non  sapeva  come  interpretare  l'assoluta  mancanza  di  ogni  ri- 
econtro  di  costà,  in  cui  sono  vissuto  fino  a  oggi  che  dalla  posta  mi  ven- 
gono 7  lettere,  tra  le  quali  le  Sue  care  dei  22  oU.  e  dei  10  nov.,  e  che 


*  Il  Colonnato,  così  detto  perchè  l'arme  del  principe  vi  si  vedeva 
scolpita  in  mezzo  a  due  colonne,  era  lo  Scudo  spagnuolo,  equivalente 
a  5  delle  nostre  lire.  Si  chiamava  anche  Piastra  di  Spagna  o  Pezzo 
duro. 


LE    ULTIME    LETTERE  139 


coi  miei  infelicissimi  ocelli  incomincio  la  presente.  La  confusione  cau- 
sata dal  cholera,  e  la  morte  di  3  impiegati  alla  posta,  potranno  forse 
spiegarle  questo  ritardo.  Rendo  grazie  senza  fine  a  Lei  ed  alla  Mamma 
della  carità  usatami  dei  41  colonnati.  Il  tuono  delle  Sue  lettere  al- 
quanto secco,  è  giustissimo  in  chi  fatalmente  non  può  conoscere  il 
vero  mio  stato,  perch'io  non  ho  avuto  mai  occhi  da  scrivere  una  let- 
tera che  non  si  può  dettare,  e  che  non  può  non  essere  infinita  ;  e  perchè 
certe  cose  non  si  debbono  scrivere  ma  dire  solo  a  voce.  Ella  crede  certo 
che  io  abbia  passati  fra  le  rose  questi  7  anni  ch'io  ho  passati  fra  i  giunchi 
marini.  *  Quando  la  Mamma  conoscerà  che  il  trarre  per  una  sovven- 
zione straordinaria  non  può  accadermi  e  non  mi  è  accaduto  se  non 
quando  il  bisogno  è  arrivato  all'articolo  pane;  quando  saprà  che  nes- 
suno di  loro  si  è  mai  trovato  in  sua  vita,  né,  grazie  a  Dio,  si  troverà 
in  angustie  della  terribile  natura  di  quelle  in  cui  mi  sono  trovato  io 
molte  volte  senza  nessuna  mia  colpa;  quando  vedrà  in  che  panni  io  le 
tornerò  davanti,  e  saprà  ancora  che  il  rifiuto  di  una  cambiale  significa 
protesto,  e  il  protesto  di  una  mia  cambiale,  non  potendo  io  ripagare 
l'equivalente  somma,  significa  pronto  arresto  mio  personale;  forse 
proverà  qualche  dispiacere  dell'ostUe  divieto  che  lo  zio  Antìci  mi  an- 
nimzia  in  una  dei  6  nov.  che  mi  giunge  insieme  colle  due  Sue  \ 

Auclie  questa  lettera  dello  zio  Alitici  Teditore  cavalle- 
resco o  non  seppe  ritrovare  o  uou  reputò  couveniente  pub- 
blicare.   Giacomo   soggiungeva  al  padre: 

Mi  è  stato  di  gran  consolazione  vedere  che  la  peste,  chiamata  per 
la  gentilezza  del  secolo  cholera,  ha  fatto  poca  impressione  costì.  Qui, 
lasciando  il  rimanente  della  triste  storia,  che  gli  occhi  non  mi  consen- 
tono di  narrare,  dopo  piti  di  50  giorni  (dico  a  Napoli)  la  malattia  pa- 
reva quasi  cessata;  ma  in  questi  ultimi  giorni  la  mortalità  è  rialzata 
di  nuovo.  Io  ho  notabilmente  sofferto  nella  salute  dall'umidità  di  questo 
casino  nella  cattiva  stagione;  né  posso  tornare  a  Napoli,  perché  chiunque 
v'arriva  dopo  una  lunga  assenza,  è  immancabilmente  vittima  della 
peste;  la  quale  del  rimanente  ha  guadagnato  anche  la  campagna,  e 
nelle   mie   vicinanze   ne   sono   morte   più  persone. 

Mio  caro  papà,  se  Iddio  mi  concede  di  rivederla.  Ella  e  la  Mamma 
e  i  fratelli  conosceranno,  che  in  qiiesti  sette  anni  io  non  ho  demeritata 
una  menoma  particella  del  bene  che  mi  hanno  voluto  innanzi,  salvo 
se  le  infelicità  non  iscemano  l'amore  nei  genitori  e  nei  fratelli,  come 
l'estinguono  in  tutti  gli  altri  uomini.  Se  morrò  prima,  la  mia  giustifi- 


^  Il  brano  soppresso  dal  Piergili  comincia  dall'asterisco.  Questa 
lettera,  e  la  precedente  del  30  ottobre,  sono  state  rinvenute  e  pubblicate 
ora  integralmente  da  Giuuo  Coggiola,  Nuovo  contributo  all'Epistolario 
leopardiano,  nella  «  Rassegna  Bibliografica  della  letteratura  italiana  », 
a.   XVI,   1908,  p.   317   ss. 


140  LA    VITA    DEL    POETA 


cazione  sarà  affidata  alla  Provvidenza.  —  Iddio  conceda  a  tutti  loro 
nelle  prossime  feste  quell'allegrezza  che  io  difficilmente  proverò.  La 
prego  di  cuore  a  benedire  il  Suo   afC.mo   figlio   Giacomo. 

Dalla  villa  non  tornarono  se  non  aUa  fine  del  successivo 
febbraio  (1837),  il  Leopardi  febbricitante.  11  9  marzo, 
egli  narrava  al  padre: 

Io,  grazie  a  Dio,  sono  salvo  dal  cholera,  ma  a  gran  costo.  Dopo 
aver  passato  in  campagna  più  mesi  tra  incredibili  agonie,  correndo 
ciascun  giorno  sei  pericoli  di  vita  ben  contati,  immiaenti  e  realizza- 
bili d'ora  in  ora;  e  dopo  aver  sofferto  un  freddo  tale,  che  mai  nessun 
altro  inverno,  se  non  quello  di  Bologna,  io  aveva  provato  il  simile; 
la  mia  povera  macchina,  con  dieci  anni  di  più  che  a  Bologna,  non  potè 
resistere,  e  fino  dal  principio  di  decembre,  quando  la  peste  cominciava 
a  declinare,  il  ginocchio  colla  gamba  diritta  mi  diventò  grosso  il  dop- 
pio dell'altro,  facendosi  di  un  colore  spaventevole.  Né  si  potevano 
consultar  medici,  perchè  una  Visita  di  medico  in  quella  campagna  lon- 
tana non  poteva  costar  meno  di  15  ducati.  Così  mi  portai  questo  male 
fino  alla  metà  di  febbraio,  nel  qual  tempo,  per  l'eccessivo  rigore  della 
stagione,  benché  non  uscissi  punto  di  casa,  amm^alaidiun  attacco  di 
petto  con  febbre,  pure  senza  potere  consultar  nessuno.  Passata  la 
febbre  da  sé,  tornai  in  città,  dove  subito  mi  riposi  in  letto,  come  con- 
valescente, quale  sono,  si  può  dire,  ancora,  non  avendo  da  quel  giorno, 
a  causa  dell'orrenda  stagione,  potuto  mai  uscir  di  casa  per  ricuperare 
le  forze  con  l'aria  e  col  moto.  Nondimeno  la  bontà  e  il  tepore  dell'abi- 
tazione mi  fanno  sempre  più  riavere;  e  il  ginocchio  e  la  gamba,  sì  per 
la  stessa  ragione,  sì  per  il  letto,  e  sì  per  lo  sfogo  che  l'umore  ha  avuto 
da  altra  parte,  sono  disenfiate  in  modo  che  me  ne  trovo  quasi  guarito. 

11  27  maggio  (ed  egli  quasi  presentiva  che  quella  sa- 
rebbe stata  la  sua  ultima  Ietterai),  dà  nuovi  particolari. 

Sono  stato  assalito  per  la  prima  volta  nella  mia  vita  da  un  vero 
e  legittimo  asma  che  m'impedisce  il  camminare,  il  giacere  e  il  dor- 
mire, e  mi  trovo  costretto  a  risponderle  di  mano  altrui  a  causa  del  mio 
occhio  diritto  minacciato  di  amaurosi  o  di  cateratta....  Il  cholera,  ri- 
cominciato qui,  come  si  era  previsto,  il  13  di  aprile,  è  d'allora  in  qua 
cresciuto  sempre,  benché  il  Governo  si  sforzi  di  tenerlo  celato...  Se 
scamperò  dal  cholera,  e  subito  che  la  mia  salute  lo  permetterà,  io  farò 
ogni  possibile  per  rivederla  in  qualunque  stagione;  perché  ancor  io 
mi  do  fretta,  persuaso  oramai  dai  fatti  di  quello  che  sempre  ho  preve- 
duto, che  il  termine  prescritto  da  Dio  alla  mia  vita  non  sia  molto  lon- 
tano. I  miei  patimenti  fisici  giornalieri  e  incurabili  sono  arrivati  con 
l'età  ad  un  grado  tale,  che  non  po.ssono  più  crescere;  spero  che  superata 
finalmente  la  piccola  resistenza  che  oppone  loro  il  moribondo  mio 
corpo,  mi  condurranno  all'eterno  riposo,  che  invoco  caldamente  ogni 
giorno,  non  per  eroismo,  ma  per  il  rigore  delle  pene  che  provo.  —  Rin- 


LA    MORTE  141 


grazio  teneramente  Lei  e  la  Mamma  del  dono  dei  dieci  scudi,  bacio 
le  mani  ad  ambedue  lord,  abbraccio  i  fratelli,  e  prego  loro  tutti  a 
raccomandarmi  a  Dio,  acciocché,  dopo  ch'io  gli  avrò  riveduti,  una 
buona  e  pronta  morte  ponga  fine  ai  miei  mali  fisici  che  non  possono 
giiarire  altrimenti. 

Il  13  giugno,  al  conte  Monaldo  che  lo  aveva  pregato 
d'unirsi  a  lui  nell'esortare  e  sollecitar  Giacomo  a  tornare 
all'ovile,  il  Ranieri  narrava: 

Il  dì  quindici  di  maggio  egli  si  levò  smanioso  dal  letto  con  un  fiero, 
affanno,  che  gl'impedi  per  più  notti  di  giacere,  e  lo  gettò  in  una  gran- 
dissima prostrazione  di  forze.  Io  non  mancai  di  chiamar  subito  il  dot- 
tor Mannella,  medico  di  Corte,  professore  e  clinico  di  rara  sapienza 
ed  esperienza,  e  che  ha  un  particolare  conoscimento  della  complessione 
di  lui,  perchè  lo  cura  oramai  da  quattro  anni.  Il  Mannella  mi  dichiarò, 
benché  in  segreto,  che  quell'affanno  era  una  minaccia  d'idropisia,  o 
per  parlare  più  esattamente,  d'idropericardia,  gli  ordinò  assai  medi- 
cine, dalle  quali  ha  già  ritratto  qualche  utilità,  ma  mi  aggiunse  esser 
quella  una  malattia  derivante  in  sostanza  da  ragioni  di  struttura,  e 
forse  gentilizia,  ragioni  accresciute  dal  lungo  studio  e  dall'età;  nella 
qual  malattia  l'arte  aveva  poco  che  fare,  ma  molto  potea  fare  la  na- 
tura; che  l'aria  dei  dintorni  del  Vesuvio,  massime  quella  di  Torre  del 
Greco,  famosa  per  simile  sorta  di  malori,  poteva  solo  salvarlo....  Dopo 
ciò,  dimane  io  lo  condurrò  alla  villetta  d'un  mio  parente  [Ferrigni] 
sulla  falda  proprio  del  Vesuvio,  comperata  dai  suoi  maggiori  asse- 
gnatamente  come  il  più  miracoloso  rimedio  all'idropisia.  Ecco,  signor 
conte,  descrittale  francamente  la  natura  di  quel  male,  di  cui  Gia- 
como nell'ultima  sua  Le  parlava  in  un  modo  assai  vago,  parte  per 
non  affliggerla,  parte  perché  io  ho  creduto  utile  di  lasciare  ignorare 
a  lui  stesso  una  parte  del  vero....  Ella  può  esser  certo,  che  tutto  quello 
che  é  possibile  ai  mortali,  tutto  è  stato,  é,  e  sarà  fatto  in  prò  del  Suo 
figliuolo,  e  dell'unico  amico  che  la  Provvidenza  mi  ha  conceduto,  al  quale 
sopravvivere  sarebbe  per  me  un  problema  di  non  facile  risoluzione  ^. 

Il  domani,.  14  giugno  '37,  un  mercoledì,  la  carrozza  che 
doveva  trasportarli  alla  villa  Ferrigni  '^  era  già  sulla  soglia 


^  L'autografo  di  questa  lettera  si  conserva  nella  Marciana:  cfr. 
CoGGiOLA,  Nuovo  contributo  ecc.,  319-20.  Fu  stampata,  di  su  ama  co- 
pia che  si  conserva  nella  Vittorio  Emanuele  di  Roma  tra  le  carte  di 
Salvator  Betti,  da  Gennaro  Buoxanno,  per  nozze  Martini-Ruspoli, 
a  Roma,  il   20  agosto  1899. 

*  Si  può  vederla  rafiìgurata  in  un  acquerello,  che  é  stato  egregia- 
mente riprodotto  nella  Geschichte  der  Italienischen  Litterotur  di 
B.  WiESE  ed  E.  PÈRCOPO,  Leipzig  und  Wien  1899,  p.  549;  e  male, 
in  una  scialba  fotografia  ch'é  messa  avanti  al  voi.  VI  dei  Pensieri. 


142  LA    VITA    DEL    POETA 

(i  due  amici  abitavano  ora  ima  casa  che  ha  Tentrata  al  vico 
Pero,  e  le  finestre  danno  sull'ampia  ed  amena  strada  che 
dalla  piazza  del  Museo  sale  a  Capodimonte)  i,  quando  C^ia- 
como,  fino  a  qiiel  momento  «  più  gaio  del  solito  »,  nelF ac- 
costarsi alla  measa  per  rifocillarsi  con  qualche  cucchiaiata 
di  minestra,  «  Mi  sento  un  pochino  crescere  l'asma  »,  disse 
al  Ranieri:  «si  potrebbe  riavere  il  dottore?».  L'amico 
corse  di  persona  a  chiamarlo  :  «  era  uno  dei  più  memorabili 
giorni  della  mortalità  choleiica  »,  e  non  parve  prudente 
fidarsi  a  messi.  L'infermo  rimase  affidato  alla  sorella  del- 
l'amico, «sua  consueta  astante  ed  infermiera;  la  quale 
egli  troppo  largamente  rimeritò  quando  usò  dirle  che  solo 
la  sua  Paolina  di  Napoli  gli  rendeva  possibile  la  lunga 
lontananza  dalla  sua  Paolina  di  Recanati  ».  Tornando,  tro- 
varono Tinfermo  appoggiato  alla  sponda  del  letto,  sostenuto 
da  alcuni  guanciali  posti  di  traverso.  Egli  sorrise  mesta- 
mente, e  "  con  voce  alquanto  più  fioca  e  interrotta  del- 
l'usato,  disputò  dolcemente  del  suo  mal  di  nervi,  della 
certezza  di  mitigarlo  col  cibo,  della  noia  del  latte  d'asina, 
de'  miracoli  delle  gite  e  del  voler  di  presente  levarsi  per 
andarne  in  villa  ».  Ma  a  poco  a  poco  fu  «  soprappreso  da 
un  certo  infausto  e  tenebroso  stupore  »,  e  «  aperti  più  del- 
l'usato gli  occhi,  guardò  più  fiso  che  mai  »  l'amico,  e  come 
sospirando  gli  mormorò:  «  Io  non  ti  veggo  più  ».  E  cessò  di 
respirare.  L"n  frate,  mandato  a  chiamare  in  fretta  nel  vicino 
convento  degli  Agostiniani  scalzi,  giunse  solo  a  benedirne 
la  salma  ^. 

Il  Leopardi  «  fu  di  statura  mediocre,  chinata  ed  esile, 
di  colore  bianco  che  volgeva  al  pallido,  di  testa  gro.ssa, 
di  fronte  quadra  e  larga,  d' occhi  cilestri  e  languidi,  di 
naso  profilato,  di  lineamenti  delicatissimi,  di  pronunzia- 
zione  modesta  e  alquanto  fioca,  e  d'un  sorriso  ineffabile 
e   quasi  celeste»  ^ 


^  -Cfr.  Geschichte  ecc.,  p.  548;  F.  Mariotti,  T  ritraiti  di  O.  L.,  nella 
«Nuova  Antologia»  del  16  gennaio  1898;  e  voi.  IV  dei  Pensieri. 

'  Ranieri,  Sette  anni  di  sodalizio  con  G.  L.,  Napoli  1880,  p.  119  ss.; 
e  cfr.  le  lettere  a  Monaldo  e  al  De  Sinner,  nei  Nuovi  documenti  ecc., 
p.  237  83.,  267  83. 

»  Ranieri,  Sette  anni,  p.  108. 


LA    SEPOLTURA  143 


XIX. 

lì  seppellimento  della  salma.  —  Il  dolore,  V interessamento 
e  l'epicedio  di  Alessandro  Poerio.  —  La  tomba  nel  por- 
tico di  San  Vitale.  — -  La  scuola  del  De  Sanctis.  — ■  Il 
pellegrinaggio    alla   tomba.    —  Il   monumento    nazionale. 

Infuriando  il  colèra,  ogni  morte  era  sospetta:  unica 
sepoltura  permessa,  il  cimitero  colerico.  Ma  l'operoso  af- 
fetto del  Ranieri  valse  a  salvare  la  preziosa  salma  dalla 
fossa  comune.  Giovandosi  del  certificato  dei  medici,  atte- 
stanti aver  il  Leopardi  ceduto  alla  idropericardia,  e  di 
quello  del  frate  che  dichiarava  avergli  «  prestato  l'ultime 
preci  de'  morti  »,  egli  ottenne  dal  parroco  della  chiesetta 
suburbana  di  Fuorigrotta  l'assenso  a  seppellire  colà  il  ca- 
davere dell'amico  ^.  Il  Ministro  degl'Interni,  informato, 
chiuse  un  occhio.  Il  trasporto  si  fece  di  notte.  Verso  le 
dieci  p.  m.  del  giovedì,  una  carrozza,  seguita  da  altre  due, 
trasportò  il  feretro  fino  a  Piedigrotta.  Ma  qui  le  guardie 
daziarie  l'arrestarono,  richiedendo  un  ordine  per  iscritto 
del  Ministro  di  Polizia.  Questi  era  il  famigerato  Del  Car- 
retto. A  quell'ora  tarda,  il  fratello  del  Ranieri  e  un  dottore 


*  Nei  Paralipomeni  (III,  4)  il  Leopardi  aveva,  in  ima  similitudine 
(ove  par  di  sentir  l'eco  d'un  verso  del  napoletano  Stazio,  Silv.  IV,  4 
79:  «  Fractas  ubi  Vesbius  erigit  iras  »),  così  descritta  la  Grotta  famosa: 

O  se  a  Napoli  presso,  ove  la  tomba 
Pon  di  Virgilio  un'amorosa  fede, 
Vedeste  il  varco  che  del  tuon  rimbomba 
Spesso  che  dal  Vesuvio  intorno  flede. 
Colà  dove  all'entrar  subito  piomba 
Notte  in  sul  capo  al  passegger,  che  vede 
Quasi  un  punto  lontan  d'un  lume  incerto 
L'altra  bocca  onde  poi  riede  all'aperto. 

Questa  ottava  fu,  nel  1902,  incisa  su  una  lastra  di  marmo,  collo- 
cata all'ingresso  del  traforo,  dalla  parte  di  Piedigrotta,  quasi  a  indi- 
care che  di  là  dal  varco  è  il  sepolcro  del  poeta. 


144  LA    VITA    DEL   POETA 

che  r accompagnava  riuscii'ouo  a  strappargli  T ordine  ne- 
cessario, e  a  far  proseguire  il  lugubre  convoglio.  Ma  giun- 
sero alla  chiesetta  di  San  Vitale  che  la  mezzanotte  era  già 
trascorsa,  e  il  parroco  rincasato.  Dovettero  ricercarlo  e 
condurlo  alla  chiesa.  Così,  prima  dell'alba  di  venerdì,  la 
cassa  contenente  i  resti  del  sommo  poeta  fu  deposta  in  una 
cella  sotterranea,  destinata  a  sepoltura  degli  ecclesiastici, 
a  mano  destra  dell'altare  maggiore  ^. 

Alessandro  Poerio,  ch'era  in  villa  col  padre  (il  celebre 
avvocato  barone  Giuseppe,  il  quale  aveva  egli  pure,  nel 
lungo  esilio,  conosciuto  Giacomo  a  Firenze),  rispose,  da 
Castiglione  in  provincia  di  Salerno,  il  25  giugno,  al  Ranieri 
che  gli  aveva  comunicata  la  luttuosa  notizia: 

Ho  avuto  la  tua  dolorosa  ietterà,  e  saputo  come  il  nostro  Giacomo 
sparì  dalla  terra.  Io  non  so  darmi  pace  della  sua  morte,  eppur  la  pre- 
vedeva; ma  avvezzo  ad  osservare  in  lui  quel  malaticcio  languore,  mi 
parea  che  il  morbo  che  lo  travagliava  dovesse  consumarlo  lentamente. 
Io  solo  posso  comprendere  il  tuo  dolore,  perchè  parecchi  anni  fa  com- 
presi ed  amai  il  Leopardi;  discordi  in  molte  opinioni,  eravamo  di  cuore 
fratelli,  e  gli  feci  conoscere  te  come  degnissimo  di  lui,  e  tu  gli  hai  chiusi 
gli  occhi,  ed  io  non  era  teco  !  —  Mi  duole  quel  che  mi  dici  dei  debiti 
che  hai  contratti.  Lascia  che  io  venga  costà.  Per  la  spesa  del  monu- 
mento tu  ti  finiresti  di  rovinare,  senza  poter  fare  quel  che  si  conviene 
alla  memoria  del  nostro  amico:  ho  in  mente  una  soscrizione.  Mio  padre, 
al  quale  le  sue  occupazioni  toglievano  di  onorare  il  Leopardi  ester- 
namente come  avrebbe  voluto,  ma  che  lo  stimava  grandemente,  con- 
correrà con  molto  zelo  a  quest'opera.  Angelini  *  poi  è  un  bravissimo 
giovane,  che  non  vorrà  certamente  star  sul  guadagno  in  questa  dolo- 
rosa occasione....  Addio.  La  prima  volta  che  visiterai  il  luogo  dove 
il  nostro  amico  riposa,  pregagli  pace  anche  per  me.  Io  che  credo  allo 
spirito,  prego  e  spero  che  Dio  l'abbia  accolto. 

Il  barone  Giuseppe  volle  aggiungere,  a  questa  del  suo 
Sandrino,  una  sua  propria  letterina  al  Ranieri: 


*  A.  DE  Gennaro -Ferrigni,  Nella  commemorazione  di  O.  L.  in 
Fuorigrotta,  Napoli  1896.   E  cfr.  Nuovi  documenti  ecc.,  p.   237-39.- 

*  Tito  Angelini,  lo  scultore  che  divenne  di  li  a  poco  famoso.  Per 
invito  del  Ranieri,  aveva  gettata  la  maschera  di  gesso  sul  viso  del 
Leopardi  morto,  e  ritrattene  a  matita  le  fattezze.  Cfr.  Nuovi  docum., 
p.  238-39.  La  maschera  è  ora  posseduta  dal  municipio  di  Recanati. 


LA    SEPOLUTRA  145 


Mio  figlio  Sandrino  mi  ha  parlato  deg'li  ultimi  m.omenti  del  chiaro 
e  disgraziato  conte  Leopardi,  e  della  vostra  fraterna  assistenza  sino 
all'ultimo  suo  respiro.  Mi  ha  pure  comunicato  il  vostro  bel  pensiero  di 
fargli  erigere  un  monumento.  Mi  sembra  questo  un  debito  di  chiunque 
abbia  in  onore  la  virtù,  l'ingegno  e  le  buone  lettere.  E  permettete  che 
io  mi  assodi  a  voi  per  promuovere  e  secondare  il  vostro  onorevole  e 
patriottico  progetto. 

Qualche  anno  dopo,  il  Poerio  compose,  in  memoria  del 
grande  estinto,  una  delle  sue  liriche  più  ispirate.  Già  a 
Parigi,  nel  1834,  aveva  abbozzate  alcune  strofe  d'una  can- 
zone diretta  a  lui;  e  tra  esse  memorabili  queste: 

Ma  come  il  raggio  che  dovunque  offende 

Si  torce  in  alto  ed  alla  patria  torna. 

Tale  il  tuo  verso  ascende; 

Ed  il  tuo  disperar  cosi  si  adorna 

E  trasfigura  di  beata  luce. 

Che  al  Ver,  cui  chiami  errore,  altrui  conduce; 
E  manda  a'  tuoi  lamenti  innamorati 

L'eterno  verdeggiar  dell'altra  sponda 

I  suoi  spirti  odorati. 

Spesso  l'anima  mia  si  fé'  profonda 

Di  gioia  nel  tuo  carme,  e  sol  mi  dolsi 

Che  dall'affanno  tuo  pace  raccolsi. 

Ora  egli  ripiglia,  e  rifoggia  con  piti  squisita  maestria  codesto 
concetto  medesimo,  e  tocca  di  quel  sentimento  patriottico 
che  tanta  rispondenza  trovava  nel  nobilissimo  suo  cuore. 

Se  per  deserto  strano 

Il  dubbio  ti  traea  senza  riposo, 

Morìa  tremulo  e  lento 

In  arcana  mestizia  il  tuo  lamento. 

Per  precìpite  via 

Se  più  del  sacro  Ver  givi  lontano, 

Non  fu  bestemmia  il  disperato  accento, 

E  l'affetto  il  volgeva  in  armonia 

Che  al  cielo  risalia. 
Ed  oh  che  santa  carità  ti  prese 

De  la  nativa  terra  ! 

E  oh  come  irato  il  carme 

Con  impeto  di  guerra 

Suonò  vendetta  ed  arme  ! 

Pietosamente  a  noi  per  fermo  il  Cielo 

Te  concedeva,  quando 

(Spettacol  miserando), 

10.  —  G.  Leopardi. 


146  LA   VITA   DEL   POETA 

D'oziosa  sventura  Italia  bruna. 
Più  non  parea  nessuna 
Sentir  vergogna  di  sofferte  offese, 
Incitator  d'imprese 
Che  faccian  forza  a  così  rea  fortuna. 
Faranno  ;  e  allor  che  in  libertà  riscossa 
L'altera  donna  fia  che  in  basso  è  volta, 
E  a  cui  sacrasti  ingegno 
E  duolo  e  speme  e  sdegno. 
Te  certo  ella  porrà  splendido  segno 
Fra  i  gloriosi  che  le  infuser  possa. 
Se,  fatta  ignava  e  stolta. 
Servitù  non  l'aspetti  un'altra  volta  '. 

Della  sottoscrizione  pubblica  non  si  fece  jdììi  uuUa.  Sette 
anni  dopo  la  morte  dell'amico,  il  non  immemore  Ranieri 
tentò  di  trasferirne  le  ceneri  dalla  cella  sotterranea  in  un 
modesto  monumento,  ch'ei  si  proponeva  d'elevargli  entro 
la  medesima  chiesetta  di  San  Vitale.  Ma  nella  chiesa  non 
gli  fu  possibile  di  tumulare  «  il  Job  insieme  e  il  Lucrezio 
del  pensiero  italiano  »  (la  frase  è  del  Carducci).  Ben  altre 
difficoltà  che  le  igieniche  s'ergevano  ora,  formidabili,  in- 
nanzi aj  generoso  suo  zelo.  Pure  in  Napoli,  dove  i  libri  e  i 
giornali  francesi  avevano  una  tal  quale  diffusione,  era  stato 
letto  e  commentato  1'  articolo  del  Sainte  -  Beuve  nella 
Bevile  des  deiix  mondes  del  15  settembre  1844,  ove  le  opi- 
nioni filosofiche  del  Leopardi  erano  spiattellate,  ed  era  tra- 
scritta la  lettera  del  poeta  al  De  Sinner  del  24  maggio 
1832,  «  che  è,  come  tutti  ricordano,  una  esplicita  professione 
di  fede,  cioè  di  non  fede,  e  il  Bruto  Ilinore  v'è  citato  come 
la  formula  poetica  di  una  tal  professione  ».  Nacque,  dunque, 
com'era  naturale,  «  il  sospetto  di  un'infezione  anche  più 
terribile,  l'infezione  dell'anima;  e  la  gente  timorata,  o 
quella  che  teneva  a  passar  per  timorata,  non  poteva  veder 
di  buon  occhio  che  in  una  chiesa  si  seppellisse  un  miscre- 
dente. Così,  per  poco  il  Sainte-Beuve,  col  suo  bellissimo 
saggio  critico,  non  fece  che  le  ossa  del  povero  Leopardi 
avessero  la  sorte  delle  ossa  di  Manfredi!  Si  finì  col  mezzo 


Dk  Gexnabo-Fkrrigni,  Leopardi  e  Poerìo,  Napoli  1S9». 


LA    SEPOLTURA  147 


termine  di  allogare  le  staiiche  ceneri  nel  piccolo  portico 
che  fa  da  vestibolo  alla  chiesetta.  Colà  il  poeta  sta  non 
sai  dire  se  come  chi  non  sia  riuscito  a  entrar  nella  chiesa 
o  come  chi  sia  invece  riuscito  a  venirne  fuori;  e  certo  ri- 
sparmia così,  ai  suoi  ammiratori  miscredenti  o  intolleranti, 
il  fastidio  di  penetrar  nel  tempio  per  adorare  il  dio  »  ^. 

11  piccolo  monumento  fu  disegnato  e  diretto  dall'ar- 
chitetto Michele  Ruggiero-;  l'epigrafe  è  del  Giordani,  e 
suona  così: 

AL    CONTE    GIACOMO    LEOPARDI    RECANATESE 

FILOLOGO    AMNHRATO    FUORI    D'ITALIA 

SCRITTORE    DI    FILOSOFIA   E    DI    POESIE    ALTISSIMO 

DA    PARAGONARE    SOLA3IENTE    COI    GRECI 

CHE»FINÌ    DI    XXXIX    ANNI    LA    ^^TA 

PER    CONTINUE    MALATTIE   AHSERISSIMA 

FECE    ANTO^^O    RANIERI 

PER    SETTE    ANNI    FINO    ALLA    ESTREMA    ORA    CONGIUNTO 

all'amico    ADORATO.    MDCCCXXXVII. 

Francesco  de  Sanctis,  il  quale,  per  campar  dall'epidemia, 
s'era  rifugiato  nel  suo  paesello  nativo  (Morra,  presso  Avel- 
lino), e  ora,  annoiatovisi,  tornava  alla  città,  narra  ancora 
nelle  sue  Memorie: 

Trovai  in  Napoli  il  colera  un  po'  rimesso.  Gli  studenti  tornavano, 
le  scuole  si  riaprivano.  La  novità  era  l'edizione  fatta  di  fresco  delle 
poesie  di  Giacomo  Leopardi.  Io  ne  andavo  pazzo,  sempre  con  quel 
libro  in  mano.  Conoscevo  gm  la  canzone  sull'Italia.  Allora  tutto  il 
mio  entusiasmo  era  per  Consalvo  e  per  Aspasia....  Consalvo  mi  fece 
dimenticare  Ugolino.  Lo  andavo  declamando  anche  per  via,  e  parevo 
un  ebbro,  come  Colombo  per  le  vie  di  Madrid,  quando  pensava  al  nuovo 
mondo.  Lo  declamavo  in  tutte  le  occasioni,  e  mi  c'intenerivo....  E  mi 
ricordo  che,  per  un  delicato  riguardo  alle  signorine,  dove  il  poeta  di- 
ceva bacio,  io  mettevo  guardo.  Poco  poi  seppi  che  il  gran  poeta  era 
morto.  Come,  quando,  dove,  non  si  sapeva.  Pareva  che  un'ombra 
oscura  lo  avvolgesse  e  ce  lo  rubasse  alla  vista.  Le  immaginazioni,  per- 
cosse da  tante  morti,  poco  rimasero  impressionate  da  quella  morte 
misteriosa. 


*  D'Ovidio,  Un  curioso  documento  concernente  il  Leopardi,  nel 
«Corriere  della  Sera»  del  21  gennaio  1S9S. 

^  Cfr.  Alcuni  monumenti  sepolcrali  fatti  in  Napoli  da  Michele  Rug- 
giero, Napoli  1S51;  e  Ranieri,  Sette  anni,  p.   76-S. 


148  LA   VITA    DEL  POETA 


Eiferendosi  pòi  a  un  di  quegli  anni  che  precedettero  di 
poco  il  Quarantotto,  il  De  Sanctis  medesimo,  che  oramai, 
sotto  l'alto  patrocinio  del  Puoti,  aveva  aperto  un  proprio 
Studio,  dove  dallinsegnamento  della  grammatica  e  della 
rettorica  era  salito  sii  sii  fino  alle  vette  più  eccelse  della 
critica  letteraria,   racconta  ^  : 

Venendo  ai  nostri  tempi,  toccato  del  Parini  e  del  Foscolo,  mi  fer- 
mai sopra  il  Manzoni  e  il  Leopardi....  Leopardi  era  il  nostro  beniamino. 
Avevo  acceso  di  lui  tale  ammirazione,  che  l'edizione  dello  Starita  fu 
spacciata  in  pochi  giorni.  Quasi  non  v'era  dì  che,  per  un  verso  o  per 
l'altro,  non  si  parlasse  di  lui.  Si  recitavano  i  suoi  Canti,  tutti  con  uguale 
ammirazione;  non  c'era  ancora  un  gusto  cosi  squisito  da  fare  distin- 
zioni; e  poi,  ci  sarebbe  parsa  una  irriverenza.  Eravamo  non  critici, 
ma  idolatri.  Le  canzoni  patriottiche  ci  parevano  miracoli  di  genio, 
ci  aggiungevamo  i  nostri  sottintesi.  Quelle  Silvie  e  quelle  Nerine  ci 
rapivano  nei  cieli;  quel  Canto  del  pastore  errante  ci  percoteva  di  stu- 
pore. Una  sola  poesia  non  fu  potuta  digerire;  né  io  né  alcuno  la  po- 
temmo leggere  dall'un  capo  all'altro:  /  Paralipoìneni  *.  Anche  la  Ba- 
tracomiomachia ci  pesava.  Vennero  molti  di  fuori  a  sentire  le  mie  le- 
zioni sopra  Leopardi,  nome  popolare  in  Napoli.  Io  lo  chiamai  il  primo 
poeta  d'Italia  dopo  Dante.  Trovavo  in  lui  una  profondità  di  concepire 
e  ima  verità  di  sentimento,  di  cui  troppo  scarso  vestigio  è  nei  nostri 


^  La  giovinezza  di  F.  de  Sanctis,  p.  117-18  e  277  ss.;  Prose  scelte, 
p.    75-6    e    173-7. 

*  Qui  pare  che  il  De  Sanctis,  tradito  dalla  memoria,  confonda 
tempi  diversi  ;  che  i  Paralipomeni,  lasciati  inediti  e  senza  le  ultime  cure 
dal  poeta  —  «  un  poemetto  satirico  in  otto  canti  e  in  ottava  rima, 
non  però  riveduto  dall'autore,  avendomene  dettato  l'ultimo  canto  la 
sera  innanzi  la  sua  morte  »,  lo  designava,  il  28  giugno  1837,  il  Ranieri  ai 
De  Sinner  {Nuovi  documenti,  p.  268),  ■ —  eran  tal  cosa  «  che  mai  nessuna 
Censura  italiana  potrebbe  essere  indotta  a  permettere  »,  asseriva  il 
Ranieri  stesso  (p.  281).  Il  quale  provvide  perciò  che  fossero  stampati 
a  Parigi  dal  Baudry,  nel  1842.  Solo  più  tardi,  nel  '45,  furon  ristampati 
in  Italia  dal  Le  Mounier,  simulando  tuttavia  l'edizione  parigina  (cfr. 
Mestica,  nella  prefazione  alle  Poesie  di  O.  L.,  Firenze,  Barbèra,  1897, 
p.  XIX;  e  F.  P.  Luise,  Ranieri  e  L.,  storia  di  una  edizione,  Firenze  1899). 
Or  com'è  presumibile  che  un  libro  così  pericoloso,  da  consigliare  il 
Ranieri  a  non  nominarlo  altrimenti  che  Volgarizzamento  di  Giovenale 
per  paura  delle  poste  (Lnso,  p.  57),  penetrasse  in  Napoli  e  andasise 
cosi  francamente  per  le  mani  del  maestro  e  degli  scolari?  Contrab- 
bandi se  ne  facevano,  e  molti;  ma  qui  il  De  Sanctis  non  accenna  me- 
nomamente a  nulla  del  genere. 


LA    SCUOLA    DEL   DE-SANCTIS  149 


poeti.  Lo  giudicai  voce  dei  secolo  più  che  interprete  del  sentimento 
nazionale;  una  di  quelle  voci  eterne  che  segnano  a  grandi  intervalli 
la  storia  del  mondo....  Nei  nostri  tempi  il  critico  e  il  filosofo  coesistono 
nella  mente,  accanto  al  poeta;  onde  nasce  una  poesia  riflessa.  L'intel- 
letto come  tarlo  penetra  nella  fantasia;  raa  nei  grandi  poeti  la  fantasia 
sommerge  e  sperde  in  sé  il  concetto,  e  lo  profonda  in  modo  nella  forma, 
che  solo  più  tardi  un'acuta  riflessione  può  ritrovarlo....  Leopardi  ha 
dovuto  conquistarsi  lui  il  suo  concetto,  e  si  vede  il  lavorìo  della  mente 
dalle  sue  fluttuazioni.  Ma  quel  concetto  diventò  sua  passione  e  sua 
immagine,  e  qui  è  l'eccellenza  della  sua  poesia.  Il  suo  concetto  è  una 
faccia  del  secolo  decimottavo  e  decimonono,  lui  incosciente,  che  lo 
attinse  nella  vigorìa  e  originalità  del  suo  pensiero.  Ma  è  poeta,  perchè 
quel  concetto  è  lui,  è  la  sua  carne  e  il  suo  sangue,  il  suo  tiranno  e  il 
suo  carnefice,  ed  è  insieme  il  germe  che,  fecondato  nella  fantasia,  ge- 
nera le  più  amabili  creature  poetiche.  Le  sue  più  belle  poesie  sono  quelle 
in  cui  la  forma  è  vera  persona  poetica,  di  modo  che  il  concetto  vi  ap- 
parisce come  immedesimato  ed  obbliato  nell'individuo,  con  appena 
un  barlume  della  coscienza  di  sé.  Così  é  nell'Infinito,  nella  Saffo,  nel 
Bruto,  nella  Silvia,  nella  N crina  [Le  ricordanze],  nel  Consalvo,  nell'A- 
spasia. Quando  il  concetto  non  sia  persona  poetica,  è  necessario  che 
sia  almeno  non  una  intellezione,  ma  uno  stato  appassionato  dell'anima, 
o  una  visione  della  fantasia,  com'è  nei  Salmi  e  nelle  Profezie  e  negl'Inni, 
e  come  nel  canto  Alla  Luna,  in  Amore  e  Morte,  nel  Pensiero  dominante. 
Al  contrario,  malgrado  i  fulmini  di  Pietro  Giordani,  tenni  poesia  me- 
diocre la  Ginestra,  dove  la  base  poetica  è  occasionale,  il  concetto  ri- 
mane nella  sua  astrattezza  filosofica,  e  si  esprime  per  via  di  argomen- 
tazioni e  di  ragionamenti.  Dissi  che,  appunto  presso  al  nostro  Vul- 
cano, s'era  spento  quel  vulcano  poetico....  Accompagnavo  le  teorie 
con  frequenti  letture  di  quelle  poesie,  dove  avevo  modo  di  scendere 
nei  più  fini  particolari  della  composizione  e  dello  stile. 

Coronammo  quelle  lezioni  con  un  pio  pellegrinaggio  alla  tomba  di 
Giacomo  Leopardi.  Divisi  in  piccoli  gruppi,  ci  demmo  la  posta  al  di 
là  della  Grotta  di  Pozzuoli.  Quei  paesani  ci  guardavano  con  gli  occhi 
grandi,  e  ci  presero  forse  per  una  processione  di  devoti,  che  anda- 
vano in  chiesa  a  sciogliere  non  so  qual  voto.  Noi  ci  fermammo  con 
religioso   raccoglimento  innanzi  alla   lapide. 


Nel  giugno  del  1897,  avvicinandosi  il  primo  centenario 
della  nascita  del  sommo  poeta,  per  iniziativa  del  senatore 
Filippo  Marietti,  marchigiano,  il  Senato  del  Kegno  prima 
e  la  Camera  dei  Deputati  dopo  (e  qui  fu  relatore  il  povero 
Mestica,  marchigiano  anche  lui),  consenziente  il  ministro 
per  l'istruzione  Emanuele  Gianturco  (e  anch'egli,  l'amico 
diletto,  non  è  più  che  una  mesta  e  gloriosa  memoria  I), 
provvidero  con  una  legge  alla  conservazione  e  custodia  di 


150  LA    VITA    DEL    POETA 

quella  tomba.  La  quale,  con  decreto  del  4  luglio,  firmato 
dal  re  buono  e  compianto,  Umberto  T,  fu  dichiarata  mo- 
numento  nazionale  ^. 

Auspice  la  reale  Accademia  napoletana  di  Archeologia, 
Lettere  e  Belle  Arti,  Tarchitetto  Nicola  Breglia  trasformò 
r antico  portichetto  davanti  alla  rustica  chiesetta  in  un 
severo  ed  elegante  prònao  ;  il  quale  «  ricorda  nelle  sue  linee 
armoniche  e  nobili  quell'architettura  che  arricchì  di  copiose 
sue  testimonianze  T  Italia  nel  bel  cinquecento,  e  che  si  può 
considerare  come  un  riflesso  di  quell'arte  greca  e  romana  che 
proprio  in  quel  tempo  era  resuscitata  in  ogni  città  nostra 
più  cospicua  »  -.  L'illustre  Domenico  Morelli  e  Paolo  Vetri 
ne  adornarono  le  tre  cupolette  di  gentili  e  simboliche  pit- 
ture, trascrivendovi  intorno  alcuni  versetti  deW Ecclesiaste 
assai  rispondenti  alla  poesia  sconsolata  del  grande  che  lì 
sotto  rijDosava,  stanco,  «  per  sempre  ».  E  sull"  imbrunire 
della  domenica  29  giugno  1902,  il  modesto  ma  decoroso 
monumento  sepolcrale  venne  finalmente  scoperto  e  inau- 
gurato. Pronunziarono  acconce  parole  il  sindaco  di  Napoli, 
senatore  Luigi  Miraglia  (e  pur  lui  non  è  piìi,  l'arguto  pro- 
fessore, tanto  benemerito  della  rinnovazione  morale  e  ma- 
teriale della  bella  metropoli  del  Mezzogiorno!),  il  marchese 
Antìci  rappresentante  di  Kecanati,  il  senatore  Mariotti; 
e  lessero  due  nobilissimi  discorsi  Michele  Kerbaker  e  Bo- 
naventura Zumbini.  Il  Kerbaker  rifece  la  inscresciosa 
storia  degli  ostacoli  frapposti  alla  esecuzione  del  disegno, 
ora  tutti  superati;  e  soggiunse: 

Un  caso  dei  più  singolari  e,  come  dissi,  nn  destino,  aveva  voluto 
che  il  Leopardi  venisse  seppellito  in  questa  chiesetta  suburbana.  Poco 
strato  di  terra  e  di  pietre  separa  la  spoglia  del  pensatore  che  ad  ogni 
fede  in  un  ordine  sovrannaturale,  alla  credenza  in  Dio  insomma,  op- 
pose la  negazione  più  espressa,  più  insistente,  più  convinta  e  risoluta, 
dall'asilo  consacrato  alla  preghiera,  dove  la  gente  più  semplice  a  Dio 
si  prostra  e  salmeggia,  e  con  esso  comunica  mediante  i  riti  della  chiesa 
cattolica.  In  qualunque  senso  si  prenda  la  cosa,  il  contrasto  è  forte 
e  penoso!.... 


•   La  legge  per  la  tomba  di  Giacomo  Leopardi,  Roma  1897. 
'  Così  lo   descrisse   Salvatore  di  Giacomo,  nel    «  Corriere  di   Na- 
poli '   del   30   giugno    1902. 


IL  MONUMENTO    NAZIONALE  151 

Lo  Ziimbini,  quasi  a  dissipare  la  pena  appunto  di  co- 
desto contrasto,   riprese  con  un  battito  d"ali: 

Certo,  anche  le  sue  ceueri  avrebbero  avuto  degno  ricetto  in  Santa 
Croce,  e  sarebbe  stato  bello  che  anche  di  lui  si  dicesse:  Con  questi  grandi 
abita  eterno.  Ma  non  è  men  degno  del  suo  nome  ch'egli  riposi  per  sempre 
qui,  sulla  soglia  di  questa  chiesetta,  accanto  alla  città  e  alle  campagne 
e  sotto  il  ciclo  che,  più  di  qualsiasi  altra  parte  d'Italia,  più  della  stessa 
Recanati,  si  rispecchiano  nella  sua  poesia.  E  sì,  che  di  nessun'altra 
contrada  italiana  egli  si  piacque  cosi  come  di  questa;  in  nessun'altra, 
dalle  bellezze  del  paesaggio  e  dal  solitario  riso  dei  campi  si  senti  ve- 
nire eguali  dolcezze  nell'anima,  eguale  compenso  agli  oltraggi  della 
fortuna.  La  sua  stessa  avversione  alle  idee  religiose  e  politiche  domi- 
nanti allora  in  Napoli  anche  piti  che  in  Firenze,  rimovendolo  dal  com- 
mercio degli  nomini,  gli  fece  ancor  più  care  e,  direi,  ancor  più  neces- 
sarie queste  delizie  di  terre  e  di  acque.  E  poi,  in  qual  altra  contrada 
italiana,  per  quanto  ricca  di  tradizioni  gloriose,  trovò  mai  cosi  larga 
corrispondenza  fra  i  luoghi  stessi  e  quella  poesia  dei  tempi  antichi, 
che  fu  sempre  come  la  luce  del  suo  spirito?...  Per  tanti  nuovi 
e  inaspettati  godimenti  dei  sensi  e  del  cuore,  per  queste  aure  pregne 
di  vita,  egli  ebbe  in  Napoli  un  tal  nuovo  risorgimento,  che  gli  consenti 
di  porre  mano  a  lavori  che  accogliessero  insieme  tutti  i  tesori  d'idee  e 
d'immagini  adunati  sin  allora  nella  sua  mente...  Su  queste  nostre 
rive  egli  diede  le  ultime  battaglie  del  suo  pensiero;  su  queste,  collo 
sguardo  al  formidabil  monte  e  al  mare,  proferì  le  estreme  parole  di 
quel  dolore,  i  cui  primi  accenti  aveva  proferiti  mirando  dal  paterno 
ostello  il  mare  opposto  e  i  monti  che  di  là  si  scoprono. 

E  a  me  pure,  non  oblioso  figliuolo  di  quella  terra  dove 
la  ginestra  manda  si  soavi  fragranze  e  gli  alti  pini  proteg- 
gono con  r  ampia  ombrella  l'eterno  sonno  del  poeta,  a  me 
pure  sia  lecito  chiudere  questi  cenni  con  V  augurio  e  il 
saluto  clie  rinsigne  maestro  esprimeva  in  queir  ora' solenne: 

Dorma  egli  dunque  sotto  questo  fulgidissimo  cielo,  da  cui  bevve 
tanta  luce,  e  al  quale  pur  morendo  chiedeva  ancor  luce  !  Dorma  sotto 
questa  terra,-  congiunta,  piti  che  qualsiasi  altra  terra  italiana,  alla 
sua  arte,  al  suo  spirito,  a  tutta  l'ultima  parte  di  sua  vita  '.  Congiunta 
a  lui,  pur  dopo  la  sua  morte,  per  quell'amore  che  gli  ebbero  i  padri 
nostri  e  che  gli  abbiamo  noi,  già  vecchi  ed  incalzati  dalla  nuova  gene- 
razione, così  diversa  da  noi  in  tante  cose,  eppure  così  fortunatamente 
simile  a  noi  in  tal  sublime  amore.  Dove  più  forte  è  l'affetto  dei  super- 
stiti, dove  più  si  è  amati,  quivi  anche  la  terra  piti  amorosamente  che 
altrove  ci  raccoglie  nel  suo  grembo  matt.'ruo  \ 


*  Il  discorso  è  ripubblicato  in  appendice  agli  Studi  sul  Leopardi, 
II,  363  ss. 


152  LA    V[TA    DEL    POETA 

Ah  SÌ,  riposi  in,  pace,  «  addormentato  il  volto  »  n,el 
«  virgineo  seno  »  della  Morte,  laggiìi,  il  cantore  di  Aspasia, 
della  Ginestra,  del  Tramonto  della  luna:  in  quella  terra  che 
Virgilio  e  Stazio,  Petrarca  e  Boccaccio,  Sannazaro  e 
Tasso,  amarono  e  celebrarono;  che  sospira  con  inestin- 
guibile nostalgia  chi  vi  ha  sepolta  ogni  cosa  piìi  santa 
e  più  caramente  diletta;  in  quella  terra  iridescente  d'inef- 
fabUe  poesia  a  chi,  per  esservi  nato,  vi  rivolge  pur  ora  il 
memore  pensiero! 


ìf3f3fJfSf.lfìf-ìfìflfìf]fif:f.if.ìf3(.3fìf 


APPENDICE  ALLA  "VITA  DEL  POETA 


Il  Leopardi  fu  davvero  sepolto  a  Fuorigrotta? 


Negli  ultimi  giorni  dell'estate  del  1909,  un  valentuomo 
autentico,  il  cui  nome  di  necessità  qui  non  si  registra,  mi 
scrisse:  «  Ho  letto  or  ora,  con  molto  gaudio  dello  spirito,  la 
Sua  Vita  del  Poeta  precedente  i  Canti  di  G.  Leopardi;  ed 
ho  visto  che  EUa  non  dubita  della  tumulazione  del  povero 
corpo  del  Poeta,  là,  a  Fuorigrotta.  Or  io,  che  ormai  ho  una 
convinzione  del  tutto  contraria,  io  che  ben  conobbi  alla 
Camera  il  Ranieri  e  di  lui  serbo  non  bella  memoria,  oso 
chiederle:  —  Ripubblicherebbe  tal  quale,  in  una  terza  edi- 
zione, il  XIX  capitolo  dell'efficacissimo  Suo  scritto?...  ». 

Il  Ranieri  l'ho  conosciuto  anch'io,  ma  negli  ultimi  suoi 
anni,  e  punto  punto  da  vicino  o  nell'intimità.  Xe  conservo 
anzi  un  gruzzoletto  di  lettere  e  di  bigliettini,  che  ho  tro- 
vato neUe  carte  d'un  mio  povero  zio,  il  quale  fu  anche  ora- 
tore sacro  di  molto  grido,  e  morì  in  Napoli  nel  febbraio  del 
1877.  Erano  colleghi  e  all'Università,  dove  il  Ranieri  non 
insegnò  mai  Storia  moderna  ^  e  mio  zio  per   alcuni  anni 


^  Ma,  a  scanso  d'equivoci,  non  prese  nemmeno,  anzi  rifiutò,  lo 
stipendio.  Curioso  uomo  anche  in  questo,  che  la  sua  vanità  manife- 
stava specialmente  coi  rifiuti,  come  se  scontento  di  tutto  e  di  tutti. 
Nel  1843  egli  aveva  desiderato  di  salire  la  cattedra  di  Storia  nell'Uni- 
versità di  Pisa,  lasciata  vuota  dal  Roselliui;  ma  gli  era  stato  preferito, 
per  i  buoni  uffici  del  Giorgiui,  Michele  Ferrucci.  Vide  in  ciò  una  ven- 


154  LA    VITA    DEL    POETA 

Letteratura  Latina;  e  nella  R.  Accademia  di  Archeologia 
Lettere  e  Belle  Arti,  dove  il  Ranieri  lesse  le  sue  interpreta- 
zioni di  alcuni  luoghi  della  Commedia  e  mio  zio  le  sue  dot- 
tissime Memorie  sull" Anfiteatro  Puteolano  e  sulle  Cata- 
combe napoletane;  e  neir Accademia  Pontaniana.  Una  volta, 
dopo  d'avergli  chiesto  urgentemente  un  certo  volume,  gli 
scrive  :  «  Voi  che  avete  scritte  tante  auree  e  pietose  cose 
sopra  la  gran  Vergine  soccorritrice,  soccorrete  anche  pie- 
tosamente l'affezionatissimo  vostro....  »,  È  una  frase  gar- 
bata e  scherzosa,  che  anche  in  bocca  a  un  mangiapreti  e 
a  un  ateo,  quale  a  lui  piaceva,  all'occasione,  di  farsi  credere, 
non  isconviene;  tanto  piti  se  diretta  a  tale,  cui  un  ben  altro 
mangiapreti,  mandando  un  opuscolo,  vi  scriveva  sulla 
copertina:  <  Al  prof.  can.  Giovanni  Scherillo,  tanto  buono 
quanto  dotto,  il  suo  amico  L,  Settembrini  '. 


detta  dei  ueoguelfi,  per  avere  egli  osato  difendere,  nella  sua  Storia 
dal  V  al  TX  secolo,  l'italianità  dei  Longobardi  contro  il  Manzoni.  Ri- 
mase in  disparte  durante  gli  avvenimenti  politici  del  1848;  e  nel  1860, 
proclamata  in  Napoli  la  Costituzione  il  25  giugno,  rifiutò  al  vecchio 
liberale  Antonio  Spinelli  d'entrare  nel  Ministero  da  questi  presieduto. 
Rifiutò  pure  al  dittatore  Garibaldi  l'oflertagli  sovrintendenza  del 
Reale  Albergo  dei  Poveri;  al  luogotenente  Farini,  l'ufficio  di  Consigliere 
di  Stato;  al  presidente  del  Consiglio  dei  Ministri  Rattazzi,  nel  1862,  la 
nomina  di  Senatore.  Nel  1868  rinunziò  anche  alla  cattedra  universi- 
taria. —  Dalle  Lettere  del  Conte  di  Cavour  si  apprende  che,  nell'agosto 
del  1860,  il  Ranieri  aveva  chiesto  di  venir  traslocato  a  Firenze.  All'am- 
miraglio Persane,  che  si  trovava  in  Napoli,  il  Cavour  scriveva  il  17: 
«  I  desiderii  del  signor  Ranieri  erano  già  appagati.  Credo  però  che  mu- 
tandosi in  meglio  le  condizioni  di  Napoli,  sarà  bene  ch'egli  rimanga 
ivi,  giacché  so  che  esso  esercita  molta  influenza  sopra  i  suoi  concitta- 
dini ».  E  il  giorno  stesso,  al  barone  Nisco:  «  La  traslocazione  a  B''irenze 
dell'illustre  p."  Ranieri  è  già  ordinata.  Spero  però  che  potrà  rendere 
maggiori  servigi  alla  patria  rimanendo  a  Napoli  ».  Alcuni  mesi  dopo, 
il  suo  nome  torna  sotto  alla  penna  del  Conte,  a  proposito  della  forma- 
zione del  primo  Ministero  nazionale.  Ci  voleva  un  lombardo  e  due 
napoletani,  e  non  si  trovavano.  «  Quale  è  a  Napoli  ed  a  Palermo  la 
riputazione  rimasta  intatta  ?  »,  scriveva  Cavour  al  Peruzzi,  il  9  feb- 
braio 1861.  «  Pocrio,  quantunque  mezzo  demolito,  ha  ancora  una  fama 
italiana,  ma  non  vuole  a  patto  alcuno  accettare  il  ministero.  Gl'Im- 
briani,  i  Ranieri  ecc.  sono  professori  più  o  meno  distinti,  ma  forza 
politica  non  ne  hanno  di  sorta.  Portati  dalla  Camera,  forse  potranno 
far  bene.  Scelti  cosi  a  caso,  avrebbero  prodotto  cattiva  impressione  ». 


APPENDICE  155 


Seunoucliè,  nel!' agosto  del  1909,  io  avevo  bensì  letto 
sui  giornali  parecchi  degli  articoli  e  delle -noterei]  e  poleniiche 
suscitate  da  una  Memoria  del  padre  Taglialatela  dell'Ora- 
torio, recitata  ai  colleglli  delF Accademia  Pontaniana;  ma 
non  questa,  né  le  altre  che  le  erano  seguite  o  le  seguirono, 
né  la  voluminosa  conhitazione  del  professor  Cocchia,  forse 
non  peranco  pubblicata.  Mi  limitai  dunque  a  rispondere 
al  cortesissimo  Innominato  ch'io  non  potevo  dirgli  nulla 
di  preciso  circa  la  delicata  questione  audacemente  sollevata; 
e  intanto  gli  formulavo  qualche  obiezione  circa  la  verosimi- 
glianza di  quelle  congetture  ch"eran  valse  a  creare  in  lui 
una  così  grave  convinzione.  —  Il  valentuomo  replicò: 
«  Capisco  perfettamente  che  Ella  ondeggi  dubbioso,  perché, 
senza  dubbio,  la  questione  è  gravissima;  e,  a  parer  mio, 
va  posta  così:  può  la  nuova  Italia  tollerare  il  fondato  dubbio 
intorno  alla  verità  della  sepoltura  del  Leopardi  ?  ».  J^  dopo 
parecchie  notizie  per  me  preziose,  soggiungeva:  «(  Del  Ra- 
nieri io  non  sono  mai  stato  né  sono  uno  de'  tanti  denigra- 
tori, circa  i  suoi  Sette  anni  di  sodalizio  col  Leopardi.  A 
questo  proposito  io  penso  non  solo  come  Lei  e  come  il 
D'Ovidio,  ma,  forse,  sarei  anche  indotto  a  maggiore  bene- 
volenza verso  di  lui.  Il  Ranieri  fu  assai  buono  col  Leopardi. 
Ma  mi  consta  che  egli  non  aborriva,  no,  dal  simulare; 
no,  tutf  altro  I  E  quindi,  neUa  verità  e  ingenuità  del  suo 
racconto,  in  quanto  al  trasporto  funebre  e  alla  sepoltura, 
assolutamente  non  credo.  Sissignore,  fu  una  simulazione 
bella  e  buona,  pia  fin  che  si  vuole,  romantica,  o  forse  meglio 
letteraria  (oh  la  ottava  de'  Paralipomeni,  da  Lei  citata!), 
ma  non  altro  se  non  una  simulazione;  purtroppo,^  tutta  una 
commediai  Ma  Le  par  serio,  possibile,  che  mentre  in  Xapoli 
morivano  cinquecento  persone  di  colera  al  giorno,  e  lo 
stesso  ministro  della  guerra,  un  gran  nobile  di  Palermo, 
venne  interrato  nel  camposanto  colerico;  Le  par  possibile 
che  un  privato  trafugasse  via  —  in  una  carrozza  delle  nostre 
solite  I  —  una  bara,  e  questa  conducesse  per  via  Toledo  (al- 
lora il  Corso  Vittorio  Emanuele  non  esisteva),  e  tirasse 
innanzi  allegramente  .fino  di  là  dalla  Grotta?  No,  nessun 
fantoccio   fu   posto    invece   del   cadavere,    per  la   semplice 


156  LA    VITA    DEL    POETA 

ragione  che  la  bara  non  esistette  mai.  Invece  della  bara, 
andò  a  San  Vitale  una  certa  cassa  con  pochi  indumenti, 
che  sono,  ora,  dissepolti,  al  Museo  di  San  Martino,  Se  non 
la  tomba,  resa  impossibile  dalla  dura  ferrea  legge  della  ne- 
cessità, il  Ranieri  concepì  subito  l'idea  del  cenotafìo;  e 
questo  volle  subito  mascherare  sotto  le  parvenze  di  quella, 
illudendo  o  no  per  il  primo  il  povero  parroco.  —  11  Ministro 
dell'Interno,  informato,  chiuse  un  occhio....  —  Ma  che! 
Tutto  il  racconto  è  opera  del  povero  De  Gennaro -Ferrigni.... 
Dove  e  quando  Tordine  per  iscritto  del  Ministro  di  Polizia! 
Ma  Le  pare  che  il  Del  Carretto  si  sarebbe  tanto  commosso 
per  il  Leopardi  e  per  il  Ranieri,  quando  punto  non  si  lasciò 
commuovere  per  il  collega  ]\Iinistro  della  Guerra  ?  ». 

Devo  interrompere  la  vigorosa  requisitoria  dell'Innomi- 
nato, per  un  opportuno  chiarimento  e  una  suggestiva  in- 
formazione. In  una  Strenna  per  la  commemorazione  dei  morti 
consacrata  da  C.  de  Sterlich  dei  Marchesi  di  Cermignano 
aUe  «  vittime  illustri  del  cholera  di  Napoli  »,  ed  ivi  pubbli- 
cata il  2  novembre  1837,  è  affermato  (p.  14  ss.)  che  Giovan 
Battista  Fardella  dei  Duchi  di  Cumia  da  Trapani,  ministro 
della  guerra,  morto  il  9  novembre  1836,  fu  in  realtà  ima 
delle  prime  vittime  del  terribile  morbo,  ma  non  si  volle 
spaventare  la  città  col  darne  l'annunzio.  Si  tenne  perciò 
celata  la  causa  della  morte,  ma  non  si  sottrasse  (e  anche 
questo  esempio  di  rigore  sarebbe  stato  salutare)  la  povera 
salma  alle  prescrizioni  della  legge,  che  fosse  sepolta  nel 
cimitero  preparato  per  tutti  quanti  morivano  durante 
l'epidemia.  Ma  dalla  Strenna  medesima  si  apprende  come 
allora,  anche  a  Napoli,  si  facesse  sul  serio  neU' applicare 
le  norme  sanitarie.  A  proposito  di  Ambrogio  Caracciolo 
principe  di  Torchiarolo,  morto  di  colera  il  19  giugno  del 
"37,  lo  Sterlich  esclama  (p.  65):  «Non  cercate  di  Ambrogio 
nella  cappella  dei  Caracciolo:  il  genere  della  sua  morte 
non  solo  gli  rifiutò  gli  onori  militari  dovuti  ai  suoi  pari, 
ma  finanche  un  pezzo  di  terra  tra  i  sepolcri  degli  avi  !  ». 
Tult'al  pili  si  permetteva,  in  qualche  caso,  una  sepoltura, 
distinta.  D'un  suo  parente,  ad  esempio,  lo  Sterlich  (p.  98) 
ricorda  che,  morto  il   7  luglio   '37,   «  per  opera  del  conte 


APPENDICE  157 


Caracciolo  di  Melissaiio,  ebbe  in  luogo  appartato  una  di- 
stinta e  modesta  sepoltura  ».  E  ricorda  ancora  di  Giovanni 
di  Sangro  principe  di  Fondi,  che,  spento  dal  morbo  mentre 
villeggiava  a  San  Giorgio  presso  Portici,  «  gli  addolorati 
figli  pensarono  tosto  a  procurargli  una  sepoltura  distinta, 
siccome  ad  un  tanto  personaggio  si  spettava»;  ma  la  lon- 
tananza dalla  capitale,  e  «  le  difiìcoltà  di  ottenere  il  permesso 
di  una  privata  sepoltura  »,  fecero  sì  che,  «  ottenutolo  ed  ogni 
cosa  accomodata  »,  quando  «  una  turba  di  operai  andò  per 
addobbare  le  stanze  a  modo  di  funerale  »,  non  trovò  più 
la  salma  del  povero  principe.  «  Essendo  trascorso  di  qualche 
ora  il  tempo  conceduto  ai  cadaveri  cholerici  di  rimanere 
insepolti,  si  pensò  che  il  permesso  fosse  stato  negato,  e  il 
principe  di  Fondi  fu  seppellito,  ma  senza  quel  fasto  che 
al  suo  grado  conveniva  »  (p.   74). 

Quanto  al  De  Gennaro -Ferrigni,  un  po'  l'ho  conosciuto 
anch'io,  e  non  mi  sentirei,  se  messa  in  dubbio,  di  garan- 
tirne la  veridicità.  Ed  è  inoltre  da  considerare  che  la  sua 
Commemorazione  leopardiana  ei  la  tenne  a  Fuorigrotta,  e 
gli  uditori  erano,  o  egli  sperava  che  divenissero,  suoi  elet- 
tori politici;  dacché,  dopo  varii  tentativi  falliti,  egli  pur 
riuscì  a  essere  deputato  al  Parlamento  pel  collegio  di  Ghiaia, 
di  cui  il  villaggio  di  Fuorigrotta  fa  parte. 

Il  mio  illustre  corrispondente  continuava  :  «  Di  fronte 
al  ridicolo  racconto,  due  dati  di  fatto  noi  abbiamo  sicuri: 
il  primo,  l'affermazione  del  registro  della  Parrocchia  del- 
l'Annunziata di  Fonseca,  secondo  cui  il  Leopardi  patì  la 
sorte  comune  del  cimitero  colerico;  il  secondo,  la  esuma- 
zione della  sua  bara  a  San  Vitale,  in  cui  non  fu  trovato 
nidla  di  umaìiol)). 

11  documento  parrocchiale,  ch'è  servito  di  base  e  di 
spinta  a  tutte  le  argomentazioni  del  Taglialatela,  suona: 

A  15  detto  [giugno  1837]  D.  Giacomo  Leopardi  Conte,  figlio  di  D. 
Monaldo  e  Adelaide  Andici  [sic],  di  anni  38,  munito  de'  SS.  Sag.ti, 
morto  a  14  d.,  sepolto  idem  [nel  Camposanto  dei  colerosi],  dom.to  Vico 
Pero  il.   2. 

E  nella  Relazione  sui  lavori  delV Accademia  di  Archeo- 
logia Lettere  e  Belle  Arti  nelVanno  1900,  che  fu  fatta  il  6  gen- 


158  LA    VITA   DEL   POETA 

uaio  1901  dal  segretario  Michele  Kerbaker,  si  legge  a  propo- 
sito della  famosa  esumazione: 

■  Condotto  pressoché  a  compimento  il  prònao  monumentale,  che 
per  iniziativa  dell'Accademia,  e  per  la  munificenza  del  Governo,  e 
sul  diseg'no  e  sotto  la  direzione  del  socio  Breglia,  fu  costruito  intorno 
la  tomba  di  Giacomo  Leopardi,  sì  venne  addì  21  luf?lio  all'esumazione 
dei  resti  mortali  del  grande  poeta,  alla  presenza  del  rappresentante  del 
Ministro,  senatore  Mariotti,  dei  rappresentanti  dell'autorità  politica 
e  del  Municipio,  e  del  presidente  e  dei  soci  dell'Accademia,  e  del  par- 
roco di  San  Vitale  a  Fuorigrotta.  Voi  già  saprete  che  quei  resti  venerati 
si  trovarono  alVuUimo  siato,  non  dico  di  decomposizione,  ma  di  distru- 
zione: un  pugno  di  frantumi  ossei  e  di  cenere  mescoìati  col  terriccio  pe- 
netrato nella  cassa,  già  da  tempo  infracidila  e  sfondata;  scomparsa  af- 
fatto ogni  traccia  dello  scheletro  umano!  Miserande,  eppur  sacre  reliquie, 
che  furono  religiosamente  raccolte  e  riposte  in  una  cassa  di  piombo, 
da  collocarsi  nella  nuova  cripta  all'uopo  edificata.  Dell'esumazione  e 
traslazione  delle  ossa  fu  redatto  apposito  verbale  dal  segretario  del- 
l'Accademia, che  pxire  vi  lesse  un  riassunto  storico  delle  pratiche  da 
essa  iniziate  e  condotte  a  termine  per. la  costruzione  del  nuovo  monu- 
mento. Anche  per  cura  del  rappresentante  del  Governo,  senatore  Ma- 
riotti. fu  redatto  apposito  verbale  della  pietosa  funzione. 

Ilo  fatto  ricerclio  presso  quell'Accademia  del  verbale 
del  segretario  di  cui  qui  s^i  fa  cenno;  ma  esse  sono  riuscite 
infruttuose.  Quel  verbale,  già  da  altri  ricercato  prima  che 
da  me,  non  era  stato  ancora  rinvenuto.  Mi  sono  rivolto 
direttamente  alla  sperimentata  cortesia  dell'onorando  pro- 
fessoie  Kerbaker,  maestro  amatissimo  ^,  perchè  a  quella 
mancanza  volesse  supplire  coi  suoi  ricordi;  e  ne  lio  avute 
le  seguenti  preziose  informazioni,  che  trascrivo  da  una  sua 
lettera  (Napoli,  18  novembre  1909). 

....  Sulla  dimanda  che  Ella  mi  fa  circa  lo  stato  in  cui  fu  trovato  il 
sarcofago  del  Leopardi,  avrei  bisogno  di  discorrerle  a  lungo,  parlando 
anziché  scrivendo....  In  breve  Le  dirò  che.  apertasi  la  cassa  tutta  in- 
fradiciata, vi  si  rinvenne  non  più  uno  scheletro,  ma  un  ammasso  di 
ossa  e   di  ossicine   mescolate  col   terriccio   penetratovi  dal   coperchio 


'  E  ora,  ohimè,  anch'egli  rimpianto!  Era  nato  a  Torino,  di  padre 
e  madre  piemontesi,  il  10  settembre  1835,  Dal  1872  insegnò,  con  dili- 
genza esemplare.  Linguistica  e  Sanscrito  nell'Università  di  Napoli; 
e  morì  sulla  breccia,  il  20  .settembre  del  1914.  All'animo  nobilissimo 
e  all'ingegno  mirabilmente  versatile  accoppiò  una  dottrina  sterminata. 


APPENDICE  159 


sfondato.  In  parte  ci  apparivano  come  un  tritume  bianchiccio,  in  parte 
erano  frammenti  di  cui  il  più.  grande  era  uno  stinco.  La  cassa  toracica 
colle  relative  costole  era  pressoché  distrutta,  e  ci  volle  molta  buona 
volontà  in  taluno  degli  spettatori  per  iscorgere  in  non  so  qual  resto 
di  ossatura  il  segno  della  rachitide.  Non  lo  scorse  l'anatomista  Anto- 
nelli!...  Pochi  resti  di  abito  scolorito,  o  piuttosto  cenci,  che  taluno 
pur  disse  essere  il  proprio  vestito  del  Leopardi.  La  cosa  più  strana  fu 
l'assoluta  mancanza  del  teschio,  di  cui  non  si  poterono  nemmanco  rintrac- 
ciare i  resti.  E  il  cranio  è  ciò  che  meglio  e  più  a  lungo  si  conserva  dei 
cadaveri  ! 

Io,  come  Segretario  dell'Accademia,  descrissi  quello  che  io  vidi, 
nella  Relazione  generale.  Non  dissimulai  la  sorpresa  e  l'orrore  dì  tal 
vista;  e  mi  guardai  bene  dall'avanzare  dubbii  o  sospetti  sulle  cause 

di  sì  miserando  scempio  toccato  alla  salma  del  sommo  poeta Però 

ben  mi  accorsi  che  la  mia  rivelazione,  la  cui  sincerità  poteva  essere 
testimoniata  da  molte  persone  presenti,  a  taluni  era  dispiaciuta.  Tut- 
tavia quando  l'ebbi  letta  all'adunanza  generale,  nessuno  vi  fece  alcima 
osservazione.  Al  postutto  io  avrei  sempre  potuto  rispondere:  —  Il 
Barcofago  è  là;  scopritelo,  e  verificate  se  sia  sincera  o  no  la  mia  rive- 
lazione sopra  un  fatto  tanto  grave  !  —  Ciò  non  si  volle  fare,  e  si  aspettò 
che  il  Taglialatela  scrivesse  la  sua  Memoria,  in  cui  tocca  della  mia 
Relazione,  per  lanciarsi  anche  contro  di  me,  come  se  io  avessi  stra- 
namente esagerato  per  fare  della  poesia  o  della  retorica  !  Ma  perchè 
davanti  a  una  affermazione  così  grave,  che  cioè  la  cassa  non  contenga 
lo  scheletro  del  Leopardi,  non  ricorrete  a  una  nuova  verifica  dello 
stato  delle  cose,  la  quale  distrugga  il  dubbio  lasciato  dalle  mie  asser- 
zioni ?  Il  dubbio,  ripeto,  della  non  esistenza  dello  scheletro  del  Leo- 
pardi, e  quindi  (horribile  dictul)  della  sostituzione  di  un  altro...,  io 
non  ho  pensato  ad  accennarlo  neppure  di  lontano.  Qitel  cranio  sottratto 
mi  rimase  un  mistero. 


E  un  mistero  rimane,  anche  per  chi  ha  messo  tanto  del 
suo  ingegno  e  tutto  il  suo  impegno  a  ribattere  l'afferma- 
zione del  Taglialatela.  Il  Cocchia,  ch'è  perfino  ricorso  al- 
l'autorità dei  becchini  deìV Amleto  per  appurare  «  quanto 
tempo  un  uomo  possa  rimanere  sotterra  prima  d'imputri- 
dirsi »,  è  costretto  a  riconoscere  che  pur  quei  due  becchini 
rimettevano  in  luce,  intatto,  il  cranio  di  Yorick,  dopo  ven- 
titré anni  dalla  morte  I  Sessantatrè,  è  vero,  sono  piti  di 
ventitré;  ma  né  codesti  quaranta  anni,  né  un  secolo,  po- 
trebbero giustificare  una  sparizione  così  completa  e  asso- 
luta. E  il  Cocchia  medesimo  s'appiglia  a  una  macabra 
congettura:  che  il  teschio  sia  stato,  prima  o  dopo  la  tumu- 
lazione del  1844,  sottratto;  e  tanto  è  convinto  della  since- 
rità del   Ranieri,   da  dichiarare  d'aver  <>  fiducia  che  possa 


160  LA    VITA    DEL   POETA 

un  giorno  [quel  teschio]  essere  ritrovato  «.  In  verità  ch'io 
non  so  se  sia  meglio  desiderare  che  avvenga  codesta  in- 
verosimile riparazione  d'una  sacrilega  e  poco  verosimile 
profanazione  del  sepolcro,  ovvero  che  vengano  in  luce 
nuove  e  inoppugnabili  prove  che  ci  convincano  avere  il 
Ranieri,  anche  circa  il  sepolcro,  detta  subito  a  Monaldo, 
e  propalata  poi  agli  amici  e  ai  posteri,  una  nuova  e  più 
grossa  bugia,  sempre  tuttavia  pietosa  anzi  generosa  !  Non 
bisogna  dimenticare  che,  con  piccole  o  grandi  bugie,  egli 
riusci  a  sottrarre,  negli  ultimi  sette  anni,  l'amico  infelicis- 
simo alla  tomba  recanatese;  e  dopo,  a  far  degnamente  ri- 
stampare o  stampare  tutte  le  opere  di  lui,  perfino  i  Parali- 
pomeni, e  a  sottrarre  a  sicura  distruzione,  e  a  conservarci 
incolumi,  tutti  i  manoscritti  preziosissimi  di  lui.  Non  vo- 
gliamo impennarci  e  imbizzire  per  preconcetta  antipatia  ! 
Consideriamo  i  tempi  e  gli  uomini,  e  confrontiamo  i  fini 
interessati  degli  uni  e  D  fine  generoso  dell'altro.  Che  cosa 
era  il  Leopardi  fino  all'edizione  fiorentina  dei  Canti,  e  che 
cosa  fu  dopo,  quando  ad  essi  potè  aggiungere  II  pensiero 
dominante,  V Amore  e  Morte,  il  Consalvo,  VA  sé  stesso,  VA- 
spasia,  le  elegie  Sopra  un  basso  rilievo  antico  sepolcrale  e 
Solerà  il  ritratto  di  una  bella  donna,  la  Palinodia,  Il  tramonto 
della  luna,  La  ginestra  ?  E  che  cosa  è  ora,  che  è  stata  disse- 
polta tanta  parte  ancora  del  suo  pensiero  e  della  sua  dot- 
trina, con  lo  Zibaldone  ?  E  —  perchè  non  confessarlo  ?  — 
alla  fama  del  poeta  non  ha  giovato  proprio  nulla,  presso 
la  grande  maggioranza  dei  cuori  teneri  e  gentUi  che  non 
sanno  rassegnarsi  a  separare  l'opera  d'arte  dall'artista,  la 
malinconica  poesia  di  quella  solitaria  sepoltura,  cenotafio  o 
sarcofago,  all'opposta  estremità  di  quel  varco  dove,  di  qua, 

la  tomba 
Pon  di  Virgilio  un'amorosa  fede  ?  * 


*  E  dove,  non  molto  discosto,  a  specchio  del  tranquillo  porticciuolo 
di  Mergellina,  è  la  sontuosa  tomba  del  Sannazaro:  «  hic  ille  Maroni  Sin- 
cerus  Musa  proximus  ut  tumulo».  Il  Leopardi  giovinetto  aveva cosireso 
italiano  il  distico  del  Bembo  che  vi  è  scolpito  come  epigrafe: 

Spargi  qui  fiori,  ove   a    Maron  vicino 

Ha  di   giacere  il  vanto 

Chi   si  vicin  di  già   fu   a  lui  nel  canto. 


APPENDICE  161 

Codesta  fede  amorosa,  da  chiunque  propalata,  era  forse 
nociuta  alla  fama  del  cantore  di  Didone  ;  o  nocque,  quando 
fu  o  parve  scossa  dalle  ricerche  e  dalle  elucubrazioni  degli 
eruditi  o  dei  critici  ? 

Ho  voluto  accennare  al  dubbio,  non  oso  pretendere  di 
risolverlo.  Tuttavia,  mi  tormenta  una  suggestiva  osserva- 
zione del  Kerbaker,  a  Passarono  circa  sessant'anni  »,  egli 
mi  scriveva,  «  senza  che  il  Ranieri  mai  pensasse  a  verificare 
lo  stato  della  tomba  dell'adorato  amico,  la  quale  ben  sa- 
peva collocata,  nel  sottosuolo  dell'atrio  di  San  Vitale,  a 
pochi  metri  di  distanza  dalla  strada  provinciale  di  Poz- 
zuoli! ».   È  vero!   Or  sarebbe  stato  ciò  possibile  se....  ?  ^ 


^  Chi  voglia  assistere  al  dibattito,  che  né  l'una  né  l'altra  parte  ha 
.saputo  contenere  nei  giusti  limiti,  vegga:  Gioacchino  Tagli  alatela. 
Ultimi  giorni  di  G.  L.,  negli  «  Atti  dell'Accademia  Pontaniana  »,  s.  II, 
voi.  XIII,  Napoli  1908;  La  tomba  di  G.  L.  a  Fuorigrotta,  ib.;  G.  L., 
la  sua  morte  e  il  suo  riposo,  ib.,  XIV,  1909,  e  nella  <■  Rivista  d'Italia  », 
aprile  1909;  La  conversione  e  la  tomba  di  G.  L.,  con  un  proemio  di  O. 
Giordano  e  due  autografi  del  Poeta,  Napoli,  D'Auria,  1910.  —  ExBico 
Cocchia,  La  sepoltura  e  la  pretesa  conversione  di  G.  L.,  negli  «  Atti 
dell'Accademia  Pontaniana  »,  XIY,  1909.  —  Angelo  Zuccarelli,  L'or- 
ganismo del  Leopardi,  nelle  «  Ricerche  e  studi  di  Psichiatria  »  dedic. 
a]  prof.  E.  Morselli  nel  xxv  anniv.  del  suo  insegn.,  ]\Iilano,  F.  Val- 
lardi,  1906. —  Luigi  A.  Villari,  iS't/ofi  documenti  e  nuova  Ivce  sulla  po- 
lemica Leopardiana,  nel  «Giornale  d'Italia»  del  26  agosto  1910.  — Do- 
cumenti relativi  alla  ricognizione  dei  resti  mortali  di  G.  L.,  negli  «  Atti 
della  R.  Accad.  di  ArcheoL  Lett.  e  B.  Arti  »,  Napoli  1908,  n.  b.,  I, 
p.  Ito  ss. 


G.  Leopardi. 


CANTI 


Come  prefazione  alla  ristampa  dei  Canti,  che  nel  1836-37,  con  Ta- 
iuto  del  fido  Ranieri,  veniva  preparando  per  l'editore  parigino  Baudry 
{Epist.  Ili,  39-42;  Nuovi  documenti,  267-71;  Luiso,  Ranieri  e  L.,  2-5), 
il  Leopardi  avrebbe  messa  la  seguente 

Notizia  intorno  ajlle  edizioni  di  questi  Canti. 

I  due  primi  furono  pubblicati  in  Roma  nel  1818,  con  una  lettera 
a  Vincenzo  Monti,  Il  terzo,  con  una  lettera  al  conte  Leonardo  Tris- 
sino,  nel  1820  in  Bologna.  Dieci  Canti,  cioè  i  nove  primi  e  il  diciot- 
tesimo, in  Bologna  nel  1824,  con  ampie  Annotazioni,  e  copia  d'esempi 
antichi,  in  difesa  di  voci  e  maniere  dei  medesimi  Canti  accusate  di 
novità.  Altri  Caìiti  p\ire  in  Bologna  nel  1826:  i  quali  coi  sopraddetti 
dieci,  e  con  altri  nuovi,  in  tutto  ventitre,  furono  dati  susseguente- 
mente  dall'autore  in  Firenze  nel  1831.  Diverse  ristampe  di  questi 
Canti,  o  tutti  o  parte,  fatte  dalle  edizioni  di  Bologna  o  dalla  Fioren- 
tina, in  diverse  città  d'Italia,  essendo  state  senza  concorso  dell'autore, 
non  hanno  nulla  di  proprio.  Undici  componimenti  non  più  stampati 
furono  aggiunti  nell'edizione  di  Napoli  del  1835,  e  gli  altri  riveduti 
dall'autore  e  ritocchi  in  più  e  più  luoghi.  Dei  Frammenti,  i  due  primi 
erano  già  divulgati,  gli  altri  non  ancora.  Le  poche  note  poste  appiè 
del  volume  furono  cavate  quasi  tutte  dalle  edizioni  precedenti.  In 
questa  Parigina  sono  aggiunti  per  la  prima  volta  i  Canti  XXXIII  e 
XXXIV,  finora  non  istampati. 

II  Canto  XXXIII  è  II  tramonto  della  Luna;  il  XXXIV,  La  ginestra. 
(Cfr.  Scruti  letterari,  II,  387). 

Le  Note  ai   Canti  son   quelle    dell'autore;  anche  da  noi  relegate, 

com'egli  fece,  in  fine. 


^^^^^^**Jlf^4^^^^^^4**** 


ALL'ITALIA. 


0  patria  mia,  vedo  le  mura  e  gli  archi 

E  le  colonne  e  i  simulacri  e  l'erme 

Torri  degli  avi  nostri, 

Ma  la  gloria  non  vedo, 

Non  vedo  il  lauro  e  il  ferro  ond'eran  carchi 

I  nostri  padri  antichi.  Or  fatta  inerme, 

Nuda  la  fronte  e  nudo  il  petto  mostri. 

Oimè  quante  ferite, 

Che  lividor,  che  sangue  !  oh  qual  ti  veggio, 

Formosissima  donna!  Io  chiedo  al  cielo 

E  al  mondo:  dite  dite; 

Chi  la  ridusse  a  tale?  E  questo  è  peggio. 

Che  di  catene  ha  carche  ambe  le  braccia; 

Sì  che  sparto  le  chiome  e  senza  velo 

Siede  in  terra  negletta  e  sconsolata. 

Nascondendo  la  faccia 

Tra  le  ginocchia,  e  piange. 

Piangi,  che  ben  hai  donde,  Italia  mia, 

Le  genti  a  vincer  nata 

E  nella  fausta  sorte  e  nella  ria. 
Se  fosser  gli  occhi  tuoi  due  fonti  vive. 

Mai  non  potrebbe  il  pianto 

Adeguarsi  al  tuo  danno  ed  allo  scorno; 

Che  fosti  donna,  or  sei  povera  ancella. 

Chi  di  te  parla  o  scrive. 

Che,  rimembrando  il  tuo  passato  vanto. 


166  CANTI  V.  27-64 


Non  dica:  già  fu  grande,  or  non  è  quella  ? 

Perchè,  perchè  ?  dov'è  la  forza  antica. 

Dove  Tarmi  e  il  valore  e  la  costanza  ? 

Chi  ti  discinse  il  brando  ? 

Chi  ti  tradì  ì  qual  arte  o  qual  fatica 

0  qual  tanta  possanza 

Valse  a  spogliarti  il  manto  e  1"  auree  bende  ? 

Come  cadesti  o  quando 

Da  tanta  altezza  in  così  basso  loco  ? 

Nessun  pugna  per  te  !  non  ti  difende 

Nessun  de'  tuoi?  L'armi,  qua  Tarmi:  io  solo 

Combatterò,  procomberò  sol  io. 

Dammi,  o  ciel,  che  sia  foco 

Agl'italici  petti  il  sangue  mio. 
Dove  sono  i  tuoi  figli?  Odo  suon  d'armi   - 

E  di  carri  e  di  voci  e  di  timballi: 

In  estranie  contrade 

Pugnano  i  tuoi  figliuoli. 

Attendi,  Italia,  attendi.  Io  veggio,  o  parmi, 

Un  fluttuar  di  fanti  e  di  cavalli, 

E  fumo  e  polve,  e  luccicar  di  spade 

Come  tra  nebbia  lampi. 

Né  ti  conforti  '?  e  i  tremebondi  lumi 

Piegar  non  soffri  al  dubitoso  evento  ? 

A  che  pugna  in  quei  campi 

L'itala  gioventude  ?   0  numi,  o  numi: 

Pugnan  per  altra  terra  itali  acciari. 

Oh  misero  colui  che  in  guerra  è  spento, 

Non  per  li  patrii  lidi  e  per  la  pia 

Consorte  e  i  figli  cari. 

Ma  da  nemici  altrui 

Per  altra  gente,  e  non  può  dir  morendo: 

Alma  terra  natia. 

La  vita  che  mi  desti  ecco  ti  rendo. 
Oh  venturose  e  care  e  benedette 

L'antiche  età,  che  a  morte 

Per  la  patria  correan  le  genti  a  squadre; 

E  voi  sempre  onorate  e  gloriose, 


65-102 


ALL'ITALIA  ^^^ 


0  tessaliche  strette, 

Dove  la  Persia  e  il  fato  assai  men  forte 
Fu  di  poch'alme  franche  e  generose! 
Io  credo  che  le  piante  e  i  sassi  e  l'onda 
E  le  montagne  vostre  al  passeggere 
Con  indistinta  voce 
Narrin  siccome  tutta  quella  sponda 
Coprir  le  invitte  schiere 
De'  corpi  ch'alia  Grecia  eran  devoti. 
Allor,  vile  e  feroce, 
Serse  per  l'Ellesponto  si  f uggia, 
Fatto  ludibrio  agli  ultimi  nepoti; 
E  sul  colle  d'Antela,  ove  morendo 
Si  sottrasse  da  morte  il  santo  stuolo, 
Simonide  ^  salia. 

Guardando  l'etra  e  la  marina  e  il  suolo. 
E  di  lacrime  sparso  ambe  le  guance, 

E  il  petto  ansante,  e  vacillante  il  piede, 

Toglieasi  in  man  la  lira; 

Beatissimi  voi. 

Ch'offriste  il  petto  alle  nemiche  lance 

Per  amor  di  costei  ch'ai  Sol  vi  diede; 

Voi  che  la  Grecia  cole,  e  il  mondo  ammira. 

Nell'armi  e  ne'  perigli 

Qual  tanto  amor  le  giovanetto  menti, 

Qual  nell'acerbo  fato  amor  vi  trasse! 

Come  sì  lieta,  o  figli. 

L'ora  estrema  vi  parve,  onde  ridenti 

Correste  al  passo  lacrimoso  e  duro! 

Parca  eh' a  danza  e  non  a  morte  andasse 

Ciascun  de'  vostri,  o  a  splendido  convito: 

Ma  v'attendea  lo  scuro 

Tartaro,  e  l'onda  morta; 

Ne  le  spose  vi  foro  o  i  figli  accanto 
Quando  su  l'aspro  lito 
Senza  baci  moriste  e  senza  pianto. 
Ma  non  senza  de'  Perbi  orrida  pena 
Ed  immortale  angoscia. 


168  CANTI  V.   103-140 

Come  lion  di  tori  entro  una  mandra 
Or  salta  a  quello  in  tergo  e  sì  gli  scava 
Con  le  zanne  la  schiena, 
Or  questo  fianco  addenta  or  quella  coscia; 
Tal  fra  le  Perse  torme  infuriava 
L'ira  de'  greci  petti  e  la  virtute. 
Ye'  cavalli  supini  e  cavalieri; 
Vedi  intralciare  ai  vinti 
La  fuga  i  carri  e  le  tende  cadute, 
E  correr  fra'  primieri 
Pallido  6  scapigliato  esso  tiranno; 
Ve'  come  infusi  e  tinti 
Del  barbarico  sangue  i  greci  eroi, 
Cagione  ai  Persi  d'infinito  affanno, 
A  poco  a  poco  vinti  dalle  piaghe, 
L'un  sopra  l'altro  cade.   Oh  viva,  oh  viva: 
Beatissimi  voi 

Mentre  nel  mondo  si  favelli  o  scriva. 
Prima  divelte,  in  mar  precipitando, 
Spente  nell'imo  strideran  le  stelle, 
Che  la  memoria  e  il  vostro 
Amor  trascorra  o  scemi. 

La  vostra  tomba  è  un'ara;  e  qua  mostrando 
Verran  le  madri  ai  parvoli  le  belle 
Orme  del  vostro  sangue.  Ecco  io  mi  prostro, 
0  benedetti,  al  suolo, 
E  bacio  questi  sassi  e  queste  zolle. 
Che  fien  lodate  e  chiare  eternamente 
Dall'uno  all'altro  polo. 

Deh  foss'io  pur  con  voi  qui  sotto,  e  molle 
Fosse  del  sangue  mio  quest'alma  terra. 
Che  se  il  fato  è  diverso,  e  non  consente 
Ch'io  per  la  Grecia  i  moribondi  lumi 
Chiuda  prostrato  in  guerra. 
Così  la  vereconda 

Fama  del  vostro  vate  appo  i  futuri 
Possa,  volendo  i  numi, 
Tanto  durar  quanto  la  vostra  duri. 


1-31  SOPRA    IL    MONUMENTO    DI    DANTE  169 


II. 

SOPRA  IL  MONUMENTO  DI  DANTE 

CHE    SI    PREPARAVA   IN    FIRENZE. 

Perchè  le  nostre  genti 

Pace  sotto  le  bianche  ali  raccolga, 

Non  fìen  da'  lacci  sciolte 

Dell'antico  sopor  l'itale  menti 

S'ai  patrii  esempi  della  prisca  etade 

Questa  terra  fatai  non  si  rivolga. 

0  Italia,  a  cor  ti  stia 

Far  ai  passati  onor;  che  d'altrettali 

Oggi  vedove  son  le  tue  contrade, 

Né  v'è  chi  d'onorar  ti  si  convegna. 

Volgiti  indietro,  e  guarda,  o  patria  mia, 

Quella  schiera  infinita  d'immortali, 

E  piangi  e  di  te  stessa  ti  disdegna; 

Che  senza  sdegno  omai  la  doglia  è  stolta: 

Volgiti  e  ti  vergogna  e  ti  riscuoti, 

E  ti  punga  una  volta 

Pensier  degli  avi  nostri  e  de'  nepoti. 

D'aria  e  d'ingegno  e  di  parlar  diverso 
Per  lo  toscano  suol  cercando  già 
L'ospite  desioso 

Dove  giaccia  colui  per  lo  cui  verso 
Il  meonio  cantor  non  è  più  solo. 
Ed,  oh  vergogna!  udia 
Che  non  che  il  cener  freddo  e  l'ossa  nude 
Giaccian  esuli  ancora 
Dopo  il  funereo  dì  sott' altro  suolo, 
Ma  non  sorgea  dentro  a  tue  mura  un  sasso, 
Firenze,  a  quello  per  la  cui  virtude 
Tutto  il  mondo  t'onora. 
Oh  voi  pietosi,  onde  sì  tristo  e  basso 
Obbrobrio  laverà  nostro  paese! 


170  CANTI  V.  32-69 

Bell'opra  hai  tolta  e  di  che  amor  ti  rende, 

Schiera  prode  e  cortese, 

Qualuiaque  petto  araor  d'Italia  accende. 
Amor  d'Italia,  o  cari, 

Amor  di  questa  misera  vi  sproni, 

Vèr  cui  pietade  è  morta 

In  ogni  petto  omai,  perciò  che  amari 

Giorni  dopo  il  seren  dato  n'ha  il  cielo, 

Spirti  v'aggiunga  e  vostra  opra  coroni 

Misericordia,  o  figli, 

E  duolo  e  sdegno  di  cotanto  affanno 

Onde  bagna  costei  le  guance  e  il  velo. 

Ma  voi  di  quale  ornar  parola  o  canto 

Si  debbe,  a  cui  non  pur  cure  o  coasigli. 

Ma  dell'ingegno  e  della  man  daranno 

I  sensi  e  le  virtudi  eterno  vanto 

Oprate  e  mostre  neUa  dolce  impresa  ? 

Quali  a  voi  note  invio,  sì  che  nel  core. 

Sì  che  nell'alma  accesa 

Xova  favilla  indurre  abbian  valore  ? 
Voi  spirerà  l'altissimo  subbietto, 

Ed  acri  punte  premeravvi  al  seno. 

Chi  dirà  l'onda  e  il  turbo 

Del  furor  vostro  e  dellimmenso  affetto  ? 

Chi  pingerà  l'attonito  sembiante  f 

Chi  degli  occhi  il  baleno? 

Qual  può  voce  mortai  celeste  cosa 

Agguagliar  figurando  'ì 

Lungo  sia,  lungo  alma  profana.   Oh  quante 

Lacrime  al  nobil  sasso  Italia  serba! 

Come  cadrà  ?  come  dal  tempo  rosa 

Fia  vostra  gloria  o  quando  ? 

Voi,  di  che  il  nostro  mal  si  disacerba, 

Sempre  vivete,  o  care  arti  divine, 

Conforto  a  nostra  sventurata  gente. 

Fra  l'itale  ruine 

Gl'Itali  pregi  a  celebrare  intente. 
Ecco  voglioso  anch'io 


V.    70-107  SOPRA    IL   MONUMENTO    DI   DANTE  171 

Ad  onorar  nostra  dolente  madre 

Porto  quel  che  mi  lice, 

E  mesco  all'opra  vostra  il  canto  mio, 

Sedendo  u'  vostro  ferro  i  marmi  avviva. 

0  dell'etrusco  metro  inclito  padre, 

Se  di  cosa  terrena, 

Se.  di  costei  che  tanto  alto  locasti 

Qualche  novella  ai  vostri  lidi  arriva, 

Io  so  ben  che  per  te  gioia  non  senti, 

Che  saldi  men  che  cera  e  men  ch'arena, 

Verso  la  fama  che  di  te  lasciasti, 

Son  bronzi  e  marmi;  e  dalle  nostre  menti 

Se  mai  cadesti  ancor,  s'unqua  cadrai, 

Cresca,  se  crescer  può,  nostra  sciaura, 
E  in  sempiterni  guai 

Pianga  tua  stirpe  a  tutto  il  mondo  oscura. 
Ma  non  per  te;  per  questa  ti  rallegri 

Povera  patria  tua,  s'unqua  l'esempio 

Degli  avi  e  de'  parenti 

Ponga  ne'  figli  sonnacchiosi  ed  egri 

Tanto  valor  che  un  tratto  alzino  il  viso. 

Ahi,  da  che  lungo  scempio 

Vedi  afflitta  costei,  che  sì  meschina 

Te  salutava  allora 

Che  di  novo  salisti  al  paradiso  ! 

Oggi  ridotta  sì  che  a  quel  che  vedi, 

Fu  fortunata  allor  donna  e  reina. 

Tal  miseria  l'accora 

Qual  tu  forse  mirando  a  te  non  credi. 

Taccio  gli  altri  nemici  e  l'altre  doglie, 

Ma  non  la  più.  recente  e  la  più  fera, 

Per  cui  presso  alle  soglie 

Vide  la  patria  tua  l'ultima  sera. 
Beato  te  che  il  fato 

A  viver  non  dannò  fra  tanto  orrore; 

Che  non  vedesti  in  braccio 

L'itala  moglie  a  barbaro  soldato; 

Non  predar,  non  guastar  cittadi  e  cólti 


172  CANTI  V.   108-146 

L'asta  inimica  e  il  peregriu  furore; 

Non  degl'itali  ingegni 

Tratte  l'opre  divine  a  miseranda 

Schiavitude  oltre  l'alpe,  e  non  de'  folti 

Carri  impedita  la  dolente  via; 

Non  gli  aspri  cenni  ed  i  superbi  regni; 

Non  udisti  gli  oltraggi  e  la  nefanda 

Voce  di  libertà  che  ne  schernia 

Tra  il  suon  delle  catene  e  de'  flagelli. 

Chi  non  si  duol  ?  che  non  soffrimmo  ?  intatto 

Che  lasciaron  quei  felli  ! 

Qual  tempio,  quale  altare  o  qual  misfatto  ? 
Perchè  venimmo  a  sì  perversi  tempi? 

Perchè  il  nascer  ne  desti  o  perchè  prima 

Non  ne  desti  il  morire, 

Acerbo  fato  ?  onde  a  stranieri  ed  empi 

Nostra  patria  vedendo  ancella  e  schiava, 

E  da  mordace  lima 

Roder  la  sua  virtù,  di  nuli' aita 

E  di  nullo  conforto 

Lo  spietato  dolor  che  la  stracciava 

Ammollir  ne  fu  dato  in  parte  alcuna. 

Ahi  non  il  sangue  nostro  e  non  la  vita 

Avesti,  o  cara;  e  morto 

Io  non  son  per  la  tua  cruda  fortuna. 

Qui  l'ira  al  cor,  qui  la  pietade  abbonda: 

Pugnò,  cadde  gran  parte  anche  di  noi: 

Ma  per  la  moribonda 

Italia  no;  per  li  tiranni  suoi. 
Padre,  se  non  ti  sdegni. 

Mutato  sei  da  quel  che  fosti  in  terra. 

Morian  per  le  rutene 

Squallide  piagge,  ahi  d'altra  morte  degni. 

Gl'itali  prodi;  e  lor  fea  l'aere  e  il  cielo 

E  gli  uomini  e  le  belve  immensa  guerra. 

Cadeano  a  squadre  a  squadre 

Semivestiti,  maceri  e  cruenti. 

Ed  era  letto  agli  egri  corpi  il  gelo. 


V.    146-183       SOPRA    IL   MONUMENTO   DI    DANTE  173 

Allor,  quando  traean  T ultime  peue, 

Membrando  questa  desiata  madre, 

Diceano:  oh  uou  le.  nubi  e  uon  i  veuti. 

Ma  ne  spegnesse  il  ferro,  e  per  tuo  bene, 

0  patria  nostra.  Ecco  da  te  rimoti, 

Quando  più  bella  a  noi  l'età  sorride, 

A  tutto  il  mondo  ignoti, 

Moriam  per  quella  gente  che  t'uccide. 
Di  lor  querela  il  boreal  deserto 

E  conscie  fur  le  sibilanti  selve. 

Così  vennero  al  passo, 

E  i  negletti  cadaveri  all'aperto 

Su  per  quello  di  neve  orrido  mare 

Dilacerar  le  belve; 

E  sarà  il  nome  degli  egregi  e  forti 

Pari  mai  sempre  ed  uno 

Con  quel  de'  tardi  e  vili.  Anime  care, 

Bench'infinità  sia  vostra  sciagura. 

Datevi  pace;  e  questo  vi  conforti 

Che  conforto  nessuno 

Avrete  in  questa  o  nell'età  futura. 

In  seno  al  vostro  smisurato  affanno 

Posate,  o  di  costei  veraci  figli. 

Al  cui  supremo  danno 

Il  vostro  solo  è  tal  che  s'assomigli. 
Di  voi  già  non  si  lagna 

La  patria  vostra,  ma  di  chi  vi  spinse 

A  pugnar  centra  lei, 

Sì  ch'eUa  sempre  amaramente  piagna 

E  il  suo  col  vostro  lacrimar  confonda. 

Oh  di  costei  ch'ogni  altra  gloria  vinse 

Pietà  nascesse  in  core 

A  tal  de'  suoi  ch'affaticata  e  lenta 

Di  sì  buia  vorago  e  sì  profonda 

La  ritraesse!  0  glorioso  spirto, 

Dimmi:  d'Italia  tua  morto  è  l'amore? 

Dì:  quella  fiamma  che  t'accese,  è  spenta? 

Dì:  né  più  mai  rinverdirà  quel  mirto 


74  CANTI  V.   184-200- ;  1-10 

Ch'alleggiò  per  gran  tempo  il  nostro  male  'l 
Nostre  corone  al  suol  fìen  tutte  sparte  ? 
Xè  sorgerà  mai  tale 
Che  ti  rassembri  in  qualsivoglia  parte  ? 
In  eterno  perimmo  ?  e  il  nostro  scorno 
Non  ha  verun  confine  ? 
Io  mentre  viva  andrò  sclamando  intorno: 
Volgiti  agli  avi  tuoi,  guasto  legnaggio; 
Mira  queste  ruine 

E  le  carte  e  le  tele  e  i  marmi  e  i  templi; 
Pensa  qual  terra  premi;  e  se  destarti 
Non  può  la  luce  di  cotanti  esempli. 
Che  stai?  levati  e  parti. 
Non  si  conviene  a  sì  corrotta  usanza 
Questa  d'animi  eccelsi  altrice  e  scola: 
Se  di  codardi  è  stanza. 
Meglio  l'è  rimaner  vedova  e  sola. 


III. 
AD  ANGELO  MAI, 

quand'ebbe    trovato    I    LIBRI    DI    CICERONE 
DELLA    REPUBBLICA. 


Italo  ardito,  a  che  giammai  non  posi 
Di  svegliar  dalle  tombe 
I  nostri  padri  ^  ed  a  parlar  gli  meni 
A  questo  secol  morto,  al  quale  incombe 
Tanta  nebbia  di  tedio  ?  E  come  or  vieni 
Sì  forte  a'  nostri  orecchi  e  sì  frequente, 
Voce  antica  de'  nostri, 
Muta  sì  lunga  etade  ?  e  perchè  tanti 
Risorgimenti  ?  In  un  balen  feconde 
Venner  le  carte;  alla  stagion  presente 


V.     11-48  AD    ANGELO    MAI  175 

1  polverosi  chiostri 
Serbaro  occulti  i  generosi  e  santi 
Detti  degli  avi.  E  che  valor  t'infonde, 
Italo  egregio,  il  fato  ?   0  con  Fumano 
Valor  forse  contrasta  il  fato  invano  ? 

Certo  senza  de'  numi  alto  consiglio 
Non  è  eh'  ove  piti  lento 
E  grave  è  il  nostro  disperato  obblio, 
A  percoter  ne  rieda  ogni  momento 
Novo  grido  de'  padri.  Ancora  è  pio 
Dunque  ali" Italia  il  cielo;  anco  si  cura 
Di  noi  qualche  immortale: 
Ch'essendo  questa  o  nessun'altra  poi   , 
L'ora  da  ripor  mano  alla  virtude 
Rugginosa  dell'itala  natura, 
Veggiam  che  tanto  e  tale 
È  il  clamor  de'  sepolti,  e  che  gii  eroi 
Dimenticati  il  suol  quasi  dischiude, 
A  ricercar  s"a  questa  età  sì  tarda 
Anco  ti  giovi,  o  patria,  esser  codarda. 

Di  noi  serbate,  o  gloriosi,  ancora 
Qualche  speranza?  in  tutto 
Non  slam  periti  'ì  A  voi  forse  il  futuro 
Conoscer  non  si  toglie.  Io  son  distrutto 
Né  schermo  alcuno  ho  dal  dolor,  che  scuro 
M'è  l'avvenire,  e  tutto  quanto  io  scerno 
È  tal  che  sogno  e  fola 
Fa  parer  la  speranza.  Anime  prodi, 
Ai  tetti  vostri  inonorata,  immonda 
Plebe  successe;  al  vostro  sangue  è  scherno 
E  d'opra  e  di  parola 
Ogni  valor;  di  vostre  eterne  lodi 
Né  rossor  piìi  né  invidia;  ozio  circonda 
I  monumenti  vostri;  e  di  viltade 
Siam  fatti  esempio  alla  futura  etade. 

Bennato  ingegno,  or  quando  altrui  non  cale 
De'  nostri  alti  parenti, 
A  te  ne  caglia,  a  te  cui  fato  aspira 


176  CANTI  V.  49-86 


Beuigno  sì  che  per  tua  man  presenti 
Paion  que'  giorni  allor  che  dalla  dira 
Obblivione  antica  ergean  la  chioma, 
Con  gli  studi  sepolti, 

I  vetusti  divini,  a  cui  natura 
Parlò  senza  svelarsi,  onde  i  riposi 
Magnanimi  allegrar  d'Atene  e  Roma. 
Oh  tempi,  oh  tempi  avvolti 

In  sonno  eterno  I  Allora  anco  immatura 
La  ruina  d'Italia,  anco  sdegnosi 
Eravam  d'ozio  turpe,  e  l'aura  a  volo 
Pili  faville  rapia  da  questo  suolo. 
Eran  calde  le  tue  ceneri  sante, 
Non  dòmito  nemico 
Della  fortuna,  al  cui  sdegno  e  dolore 
Fu  i)iìi  Taverno  che  la  terra  amico. 
L'averno:  e  qual  non  è  parte  migliore 
Di  questa  nostra  ?  E  le  tue  dolci  corde 
Susurravano  ancora 
Dal  tocco  di  tua  destra,  o  sfortunato 
Amante.  Ahi  dal  dolor  comincia  e  nasce 
L'italo  canto.  E  pur  men  grava  e  morde 

II  mal  che  n'addolora 

Del  tedio  che  n'affoga.  Oh  te  beato, 
A  cui  fu  vita  il  pianto  I  A  noi  le  fasce 
Cinse  il  fastidio;  a  noi  presso  la  culla 
Immoto  siede,  e  su  la  tomba,  il  nulla. 
Ma  tua  vita  era  allor  con  gli  astri  e  il  mare, 
Ligure  ardita  prole, 

Quand' oltre  alle  colonne,  ed  oltre  ai  liti, 
Cui  strider  l'onda  all'attuffar  del  sole 
Parve  udir  su  la  sera  ^,  agl'infiniti 
Flutti  commesso,  ritrovasti  il  raggio 
Del  Sol  caduto,  e  il  giorno 
Che  nasce  aUor  ch'ai  nostri  è  giunto  al  fondo; 
E  rotto  di  natura  ogni  contrasto, 
Ignota  immensa  terra  al  tuo  viaggio 
Fu  gloria,  e  del  ritorno 


V.    87-12-4  AD    ANGELO    MAI  177 

Ai  rischi.  Ahi  ahi,  ma  conosciuto  il  mondo 
Non  cresce,  anzi  si  scema,  e  assai  più  vasto 
L'etra  sonante  e  l'alma  terra  e  il  maro 
Al  fanciuUin,  che  non  al  saggio,  appare. 
Nostri  sogni  leggiadri  ove  son  giti 
Dell'ignoto  ricetto 
D'ignoti  abitatori,  o  del  diurno 
Degli  astri  albergo,  e  del  rimoto  lotto 
Della  giovane  Aurora,  e  del  notturno 
Occulto  sonno  del  maggior  pianeta  ?  ^ 
Ecco  svanirò  a  un  punto, 
E  figurato  è  il  mondo  in   breve  carta; 
Ecco  tutto  è  simile,  e  discoprendo, 
Solo  il  nulla  s'accresce.  A  noi  ti  vieta 
Il  vero  appena  è  giunto, 
0  caro  immaginar;  da  te  s'apparta 
.  Nostra  mente  in  eterno;  allo  stupendo 
Poter  tuo  primo  ne  sottraggon  gii  anni; 
E  il  conforto  perì  de'  nostri  affanni. 
Nascevi  ai  dolci  sogni  intanto,  e  il  primo 
Sole  splendeati  in  vista, 
Cantor  vago  dell'arme  e  degli  amori. 
Che  in  età  della  nostra  assai  men  trista 
Empier  la  vita  di  felici  errori: 
Nova  speme  d'Italia.  0  torri,  o  colle, 
O  donne,  o  cavalieri, 
0  giardini,  o  palagi!  a  voi  pensando, 
In  mille  vane  amenità  si  perde 
La  mente  mia.  Di  vanità,  di  belle 
Fole  e  strani  pensieri 
Si  componea  l'umana  vita:  in  bando 
Li  cacciammo  :  or  che  resta  ì  or  poi  che  il  verde 
È*spogliato  alle  cose*?  Il  certo  e  solo 
Veder  che  t.utto  è  vano  altro  che  il  duolo. 
0  Torquato,  o  Torquato,  a  noi  l'eccelsa 
Tua  mente  allora,  il  pianto 
A  te,  non  altro,  preparava  il  cielo. 
Oh  misero  Torquato  I  il  dolce  canto 

12.  —  Gr.  Leopardi. 


178  CANTI  V.   125-162 

Non  valse  a  consolarti  o  a  sciorre  il  gelo 

Onde  l'alma  t'avean,  ch'era  sì  calda, 

Cinta  r  odio  e  l'immondo 

Livor  privato  e  de'  tiranni.  Amore, 

Amor,  di  nostra  vita  ultimo  inganno. 

T'abbandonava.   Ombra  reale  e  salda 

Ti  parve  il  nulla,  e  il  mondo 

Inabitata  piaggia.  Al  tardo  onore  ' 

Non  sorser  gli  occhi  tuoi;  mercè,  non  danno. 

L'ora  estrema  ti  fu.  Morte  domanda 

Chi  nostro  mal  conobbe,  e  non  ghirlanda. 

Torna  torna  fra  noi,  sorgi  dal  muto 
E  sconsolato  avello, 
Se  d'angoscia  sei  vago,  o  miserando 
Esemplo  di  sciagura.  Assai  da  quello 
Che  ti  parve  si  mesto  e  sì  nefando, 
È  peggiorato  il  viver  nostro.   0  caro. 
Chi  ti  compiangerla, 

Se,  fuor  che  di  se  stesso,  altri  non  cura'? 
Chi  stolto  non  direbbe  il  tuo  mortale 
Affanno  anche  oggidì,  se  il  grande  e  il  raro 
Ha  nome  di  follia; 
Né  livor  più,  ma  ben  di  lui  più  dura 
La  noncuranza  avviene  ai  sommi  ?  o  quale, 
So  più  de'  carmi,  il  computar  s'ascolta. 
Ti  appresterebbe  il  lauro  un" altra  voltai 

Da  te  fino  a  quesfora  uom  non  è  sorto, 
0  sventurato  ingegno, 
Pari  all'italo  nome,  altro  eh" un  solo, 
Solo  di  sua  codarda  etade  indegno 
AUobrogo  feroce,  a  cui  dal  polo 
Maschia  virtù,  non  già  da  questa  mia 
Stanca  ed  arida  terra, 
Venne  nel  petto;  onde  privato,  inerme, 
(Memorando  ardimento)  in  su  la  scena 
Mosse  guerra  a'  tiranni:  almen  si  dia 
Questa  misera  guerra 
E  questo  vano  campo  all'ire  inferme 


V.    163-180:    1-13  AD    ANGELO    MAI  •  179 

Del  mondo.  Ei  primo  e  sol  dentro  all'arena 
Scese,  e  nullo  il  seguì,  che  l'ozio  e  il  brutto 
Silenzio  or  preme  ai  nostri  innanzi  a  tutto. 
Disdegnando  e  fremendo,  immacolata 
Trasse  la  vita  intera, 
E  morte  lo  scampò  dal  veder  peggio, 
Vittorio  mio,  questa  per  te  non  era 
Età  né  suolo.  Altri  anni  ed  altro  seggio 
Conviene  agli  alti  ingegni.   Or  di  riposo 
Paghi  viviamo,  e  scorti 
Da  mediocrità:  sceso  il  sapiente 
E  salita  è  la  turba  a  un  sol  confine, 
Che  il  mondo  agguaglia.   0  scopritor  famoso. 
Segui;  risveglia  i  morti. 
Poi  che  dormono  i  vivi;  arma  le  spente 
Lingue  de'  prischi  eroi;  tanto  che  in  fine 
Questo  secol  di  fango  o  vita  agogni 
E  sorga  ad  atti  illustri,  o  si  vergogni. 


NELLE  NOZZE  DELLA  SORELLA  PAOLINA. 


Poi  che  del  patrio  nido 

I  silenzi  lasciando,  e  le  beate 

Larve  e  l'antico  error,  celeste  dono, 

Ch'abbella  agli  occhi  tuoi  quest'ermo  lido. 

Te  nella  polve  della  vita  e  il  suono 

Tragge  il  destin;  l'obbrobriosa  etate 

Che  il  duro  cielo  a  noi  prescrisse  impara, 

Sorella  mia,  che  in  gravi 

E  luttuosi  tempi 

L'infelice  famiglia  all'infelice 

Italia  accrescerai.  Di  forti  esempi 

Al  tuo  sangue  provvedi.  Aure  soavi 

L'empio  fato  interdice 


180  CANTI  V.    14-51 

All'umana  virtude, 

Né  pura  in  gracil  petto  alma  si  chiude. 

0  miseri  o  codardi 

Figliuoli  avrai.  Miseri  eleggi.  Immenso 

Tra  fortuna  e  valor  dissidio  pose 

Il  corrotto  costume.  Ahi  troppo  tardi, 

E  nella  sera  dell'umane  cose, 

Acquista  oggi  chi  nasce  il  moto  e  il  senso. 

Al  ciel  ne  caglia:  a  te  nel  petto  sieda 

Questa  sovr'ogni  cura, 

Che  di  fortuna  amici 

Kon  crescano  i  tuoi  figli,  e  non  di  vile 

Timor  gioco  o  di  speme:  onde  telici 

Sarete  detti  nell'età  futura:  , 

Poiché  (nefando  stile 

Di  schiatta  ignava  e  finta) 

Virtù  viva  sprezziam,  lodiamo  estinta. 

Donne,  da  voi  non  poco 
La  patria  aspetta;  e  non  in  danno  e  scorno 
Dell'umana  progenie  al  dolce  raggio 
Delle  pupille  vostre  il  ferro  e  il  foco 
Domar  fu  dato.  A  senno  vostro  il  saggio 
E  il  forte  adopra  e  pensa;  e  quanto  il  giorno 
Col  divo  carro  accerchia,  a  voi  s'inchina. 
Kagion  di  nostra  etate 
Io  chieggo  a  voi.  La  santa 
Fiamma  di  gioventìi  dunque  si  spegno 
Per  vostra  mano  ?  attenuata  e  franta 
Da  voi  nostra  natura?  e  le  assonnato 
Menti,  e  le  voglie  indegne, 
E  di  nervi  e  di  polpe 
Scemo  il  valor  natio,  son  vostre  colpo? 

Ad  atti  egregi  è  sprone 

Amor,  chi  ben  l'estima,  e  d'alto  affetto 
Maestra  è  la  beltà.  D'amor  digiuna 
Siede  l'alma  di  quello  a  cui  nel  petto 
Non  si  rallegra  il  cor  quando  a  tenzono 
Scendono  i  venti,  e  quando  nembi  aduna 


V.    52-90  ALLA   SORELLA   PAOLINA  181 

L'olimpo,  0  fìede  le  montagno  il  rombo 

Della  procella.   0  spose, 

0  vergiuette,  a  voi 

Chi  de'  perigli  è  schivo,  e  quei  che  iudeguo 

È  della  patria  e  che  sue  brame  e  suoi 

Volgari  affetti  iu  basso  loco  poso, 

Odio  mova  e  disdegno; 

So  nel  femmineo  core 

D'uomini  ardea^^  non  di  fanciulle,  amore. 

.Madri  dimbelle  prole 
V'incresca  esser  nomate.  I  danni  e  il  pianto 
Della  virtude  a  tollerar  s'avvezzi 
La  stirpe  vostra,  e  quel  che  pregia  e  cole 
La  vergognosa  età,  condanni  e  sprezzi; 
Cresca  alla  patria,  e  gli  alti  gesti,  e  quanto 
Agli  avi  suoi  deggia  la  terra  impari. 
Qua]  de'  vetusti  eroi 
Tra  le  memorie  e  il  grido 
Crescean  di  Sparta  i  tìgli  al  greco  nome; 
Finché  la  sposa  giovanotta  il  fido 
Brando  cingeva  al  caro  lato,  e  poi 
Spandea  le  negre  chiome 
Sul  corpo  esangue  e  nudo 
Quando  e'  reddìa  nel  conservato  scudo. 

Virginia,  a  te  la  molle 

Gota  molcea  con  le  celesti  dita 

Beltade  onnipossente,  e  degli  alteri 

Disdegni  tuoi  si  sconsolava  il  folle 

Signor  di  Roma.  Eri  pur  vaga,  ed  eri 

Xella  stagion  ch'ai  dolci  sogni  invita, 

Quando  il  rozzo  paterno  acciar  ti  ruppe 

Il  bianchissimo  petto, 

E  all'Èrebo  scendesti 

Volenterosa.  A  me  disfiori  e  scioglia 

Vecchiezza  i  membri,  o  padre;  a  me  s'appresti, 

Dicea,  la  tomba,  anzi  che  l'empio  letto 

Del  tiranno  m'accoglia. 

E  BO  pur  vita  e  lena 

Roma  avrà  dal  mio  sangue,  e  tu  mi  svena. 


182  ,  CANTI  V.  91-105;   1-16 

0  generosa,  ancora 

Che  più  bello  a'  tuoi  dì  splendesse  il  s'ole 

Ch'oggi  non  fa,  pur  consolata  e  paga 

È  quella  tomba  cui  di  pianto  onora 

L'alma  terra  nativa.   Ecco  alla  vaga 

Tua  spoglia  intorno  la  romulea  prole 

Di  nova  ira  sfavilla.  Ecco  di  polve 

Lorda  il  tiranno  i  crini; 

E  libertade  avvampa 

Gli  obbliviosi  petti;  e  nella  doma 

Terra  il  marte  latino  arduo  s'accampa 

Dal  buio  polo  ai  torridi  confini. 

Così  l'eterna  Roma 

In  duri  ozi  sepolta 

Femmineo  fato  avviva  un'altra  volta. 


V. 
A   UN   VINCITORE   XEL  PALLONE. 


Di  gloria  il  viso  e  la  gioconda  voce, 
Garzon  bennato,  apprendi, 
E  quanto  al  femminile  ozio  sovrasti 
La  sudata  virtude.  Attendi  attendi. 
Magnanimo  campion  (s'alia  veloce 
Piena  degli  anni  il  tuo  valor  contrasti 
La  spoglia  di  tuo  nome),  attendi,  e  il  core 
Movi  ad  alto  desio..  Te  F  echeggiante 
Arena  e  il  circo,  e  te  fremendo  appella 
Ai  fatti  illiLstri  il  popolar  favore; 
Te  rigoglioso  dell'età  novella 
Oggi  la  patria  cara 
Gli  antichi  esempi  a  rinnovar  i^repara. 

Del  barbarico  sangue  in  Maratona 
Non  colorò  la  destra 
Quei  che  gli  atleti  ignudi  e  il  campo  eleo. 


V.    17-54  A    UN    VINCITORE    NEL   PALLONE  183 


Che  stupido  mirò  l'ardua  palestra, 

Né  la  palma  beata  e  la  corona 

D'emula  brama  il  punse.  E  nell'Alfeo 

Forse  le  chiome  polverose  e  i  fianchi 

Delle  cavalle  vincitrici  asterse 

Tal  che  le  greche  insegne  e  il  greco  acciaro 

Guidò  de'  Medi  fuggitivi  e  stanchi 

Nelle  pallide  torme;  onde  sonaro 

Di  sconsolato  grido 

L'alto  sen  dell'Eufrate  e  il  servo  lido. 

Vano  dirai  quel  che  disserra  e  scote 
Della  virtìi  nativa 
Le  riposte  faville  ì  e  che  del  fioco 
Spirto  vital  negli  egri  petti  avviva 
Il  caduco  ferver  f  Le  meste  rote 
Da  poi  che  Febo  instiga,  altro  che  gioco 
Son  l'opre  de'  mortali?  ed  è  men  vano 
Della  menzogna  il  vero  ?  A  noi  di  lieti 
Inganni  e  di  felici  ombre  soccorse 
Natura   stessa:  e  là  dove  l'insano 
Costume  ai  forti  errori  esca  non  poi-^e, 
Negli  ozi  oscuri  e  nudi 
Mutò  la  gente  i  gloriosi  studi. 

Tempo  forse  verr<à  eh" alle  mine 
Delle  italiche  moli 
Insultino  gE.  armenti,  e  che  l'aratro 
Sentano  i  sette  colli;  e  pochi  Soli 
Forse  fien  volti,  e  le  città  latine 
Abiterà  la  cauta  volpe,  e  l'atro 
Bosco  mormorerà  fra  le  alte  mura; 
Se  la  funesta  delle  patrie  cose 
Obblivion  dalle  perverse  menti 
Non  isgombrano  i  fati,  e  la  matura 
Clade  non  torce  dalle  abbiette  genti 
Il  ciel  fatto  cortese 
Dal  rimembrar  delle  passate  imprese. 

Alla  patria  infelice,  o  buon  garzone, 
Sopravviver  ti  doglia 


184  CANTI  V.  55-65;  1-20 

Chiaro  per  lei  stato  saresti  allora 

Che  del  serto  fulgea,  di  ch'ella  è  spoglia, 

Xostra  colpa  e  fatai.  Passò  stagione; 

Che  nullo  di  tal  madre  oggi  s'onora: 

Ma  per  te  stesso  al  polo  ergi  la  mente. 

Xostra  vita  a  che  vai?  solo  a  spregiarla: 

Beata  allor  che  ne'  perigli  avvolta, 

Se  stessa  obblia,  né  delle  putrì  e  lente 

Ore  il  danno  misura  e  il  flutto  ascolta; 

Beata  allor  che  il  piede 

Spinto  al  varco  leteo,  più  grata  riede. 


VI. 

BRUTO    MINORE, 


Poi  che  divelta,  nella  tracia  ^  polve 
Giacque  mina  immensa 
L'italica  virtute,  onde  alle  valli 
D'Esperia  verde,  e  al  tiberino  lido, 
11  calpestio  de'  barbari  cavalli 
Prepara  il  fato,  e  dalle  selve  ignuda 
Cui  l'Orsa  algida  preme, 
A  spezzar  le  romane  inclite  mura 
Chiama  i  gotici  brandi; 
Sudato,  e  molle  di  fraterno  sangue, 
Bruto  per  l'atra  notte  in  erma  sede, 
Fermo  già  di  morir,  gl'inesorandi 
Numi  e  l'averno  accusa, 
E  di  feroci  note 
Invan  la  sonnolenta  aura  percote. 

Stolta  virtù,  le  cave  nebbie,  i  campi 
Dell'inquiete  larve 

Son  le  tue  scole,  e  ti  si  volge  a  tergo 
Il  pentimento.  A  voi,  marmorei  numi, 
(Se  numi  avete  in  Flegetonte  albergo 


V.   21-58  BRUTO   MINORE  185 


0  su  le  nubi)  a  voi  ludibrio  e  scherno 
È  la  prole  infelice 
A  cui  temigli  chiedeste,  e  Irodolouta 
Legge  al  mortale  insulta. 
Dunque  tanto  i  celesti  odii  commove 
La  terrena  pietà!  dunque  degli  empi 
Siedi,  Giove,  a  tutela?  e  quando  esulta 
Per  l'aere  il  nembo,  e  quando 
Il  tuon  rapido  spingi, 
Ne'  giusti  e  pii  la  sacra  fiamma  stringi? 
Preme  il  destino  invitto,  e  la  ferrata 
Necessità  gl'infermi 

Schiavi  di  morte:  e  se  a  cessar  non  vale 
Gli  oltraggi  lor,  de'  necessarii  danni 
Si  consola  il  plebeo.  Men  duro  è  il  male 
Che  riparo  non  ha?  dolor  non  sente 
Chi  di  speranza  è  nudo? 
Guerra  mortale,  eterna,  o  fato  indegno, 
Teco  il  prode  guerreggia, 
Di  cedere  inesperto;  e  la  tiranna 
Tua  destra,  allor  che  vincitrice  il  grava. 
Indomito  scrollando  si  pompeggia, 
Quando  nell'alto  lato 
L'amaro  ferro  intride, 
E  maligno  alle  nere  ombre  sorride. 
Spiace  agli  Dei  chi  violento  irrompe 
Nel  Tartaro.  Non  fora 
Tanto  valor  ne'  molli  eterni  petti. 
Forse  i  travagli  nostri,  e  forse  il  cielo 
I  casi  acerbi  e  gl'infelici  affetti 
Giocondo  agli  ozi  suoi  spettacol  pose  ? 
Non  fra  sciagure  e  colpe, 
Ma  libera  ne'  boschi  e  pura  etade 
Natura  a  noi  prescrisse, 
Reina  un  tempo  e  Diva.   Or  poi  eh' a  terra 
Sparse  i  regni  beati  empio  costume, 
E  il  viver  macro  ad  altre  leggi  addisse; 
Quando  gl'infausti  giorni 


186  CANTI  V.   59-96 

Virile  alma  ricusa, 

Kiede  natura,  e  il  non  suo  dardo  accusa  ? 
Di  colpa  ignare  e  de'  lor  proprii  danni 

Le  fortunate  belve 

Serena  adduce  al  non  previsto  passo 

La  tarda  età.  Ma  se  spezzar  la  fronte 

Ne'  rudi  tronchi,  o  da  montano  sasso 

Dare  al  vento  precipiti  le  membra, 

Lor  suadesse  affanno; 

Al  misero  desio  nulla  contesa 

Legge  arcana  farebbe 

0  tenebroso  ingegno.  A  voi,  fra  quante 

Stirpi  il  cielo  avvivò,  soli  fra  tutte, 

Figli  di  Prometèo,  la  vita  increbbe; 

A  voi  le  morte  ripe, 

Se  il  fato  ignavo  pende. 

Soli,  o  miseri,  a  voi  Giove  contende. 
E  tu  dal  mar  cui  nostro  sangue  irriga. 

Candida  luna,  sorgi, 

E  l'inquieta  notte  e  la  funesta 

All'ausonio  valor  campagna  esplori 

Cognati  petti  il  vincitor  calpesta,     ^ 

Fremono  i  poggi,  dalle  somme  vette 

Roma  antica  ruina; 

Tu  sì  placida  sei  !  Tu  la  nascente 

Lavinia  prole,  e  gli  anni 

Lieti  vedesti,  e  i  memorandi  allori; 

E  tu  su  l'alpe  l'immutato  raggio 

Tacita  verserai  quando  ne'  danni 

Del  servo  italo  nome, 

Sotto  barbaro  piede 

Rintronerà  quella  solinga  sede. 
Ecco  tra  nudi  sassi  o  in  verde  ramo 

E  la  fera  e  l'augello, 

Del  consueto  obblio  gravido  il  petto. 

L'alta  ruina  ignora  e  le  mutate 

Sorti  del  mondo:  e  come  prima  il  tetto 

Rosseggerà  del  villanello  industre. 


V.   97-120;  1-5  bruto  minore  187 

Al  mattutino  canto 
Quel  desterà  le  valli,  e  per  le  balze 
Quella  r inferma  plebe 
Agiterà  delle  minori  belve. 
Oh  casi  I  oh  gener  vano  I   abbietta  parte 
Siam  delle  cose;  e  non  le   tinte  glebe, 
Non  gli  ululati  spechi 
Turbò  nostra  sciagura, 
Xè  scolorò  le  stelle  umana  cura. 
Non  io  d'Olimpo  o  di  Oocito  i  sordi 
Regi,  o  la  terra  indegna, 
E  non  la  notte  moribondo  appello; 
Non  te,  dell'atra  morte  ultimo  raggio. 
Conscia  futura  età.   Sdegnoso  avello 
Placar  singulti,  ornar  parole  e  doni 
Di  vii  caterva?  In  peggio 
Precipitano  i  tempi;  e  mal  s'affida 
A  putridi  nepoti 

L'onor  d'egregie  menti  e  la  suprema 
De'  miseri  vendetta.  A  me  dintorno 
Le  penne  il  bruno  augello  avido  roti; 
Prema  la  fera,  e  il  nembo 
Tratti  l'ignota  spoglia; 
E  l'aura  il  nome  e  la  memoria  accoglia. 


VII. 
ALLA     PRIMAVERA 

O    DELLE    FAVOLE    ANTICHE. 


Perchè  i  celesti  danni 

Ristori  il  sole,  e  perchè  l'aure  inferme 
Zefiro  avvivi,  onde  fugata  e  sparta 
Delle  nubi  la  grave  ombra  s'avvalla; 
Credano  il  petto  inerme 


188  .  CANTI  V.  6-43 

Gli  augelli  al  vento,  e  la  diurna  luco 

Novo  d'amor  desio,  uova  speranza 

Ne'  penetrati  boschi  e  fra  le  sciolte 

Pruine  induca  alle  commosse  belve; 

Forse  alle  stanclie  e  nel  dolor  sepolte 

Umane  menti  riede 

La  bella  età,  cui  la  sciagura  e  l'atra 

Face  del  ver  consunse 

Innanzi  termpo  ?  Ottenebrati  e  spenti 

Di  febo  i  raggi  al  misero  non  sono 

In  sempiterno  ?  ed  anco. 

Primavera  odorata,  inspiri  e  tenti 

Questo  gelido  cor,   questo  ch'amara 

Nel  fior  degli  anni  suoi  vecchiezza  impara  ? 

Vivi  tu,  vivi,  o  santa 

Natura  ?  vivi  e  il  dicsueto  orecchio 

Della  materna  voce  il  suono  accoglie  ? 

Già  di  candide  ninfe  i  rivi  albergo, 

Placido  albergo  e  specchio 

Furo  i  liquidi  fonti.  Arcane  danze 

D 'immortai  piede  i  ruinosi  gioghi 

Scossero  e  l'ardue  selve  (oggi  romito 

Nido  de'  venti):  e  il  pastorel  ch'all'ombre 

Meridiane  *  incerte,  ed  al  fiorito 

Margo  adducea  de'  fiumi 

Le  sitibonde  agnelle,  arguto  carme 

Sonar  d'agresti  Pani 

Udì  lungo  le  ripe;  e  tremar  l'onda 

Vide,  e  stupì,  che  non  palese  al  guardo 

La  faretrata  Diva 

Scendea  ne'  caldi  flutti,  e  dall'immonda 

Polve  tergea  della  sanguigna  caccia 

Il  niveo  lato  e  le  verginee  braccia. 

Vissero  i  fiori  e  l'erbe 

Vissero  i  boschi  un  dì.  Conscie  le  molli 
Aure,  le  nubi  e  la  titania  lampa 
Fur  dell'umana  gente,  allor  che  ignuda 
Te  per  le  piagge  e  i  colli. 


V.    44-81  ALLA    PRIMAVERA  189 

Ciprigna  luce,  alla  deserta  notte 
Con  gli  occhi  intenti  il  viator  seguendo. 
Te  compagna  alla  via,  te  de'  mortali 
Pensosa  immaginò.  Che  se  gl'impuri 
Cittadini  consorzi  e  le  fatali 
Ire  fuggendo  e  l'onte, 
Gl'ispidi  tronchi  al  petto  altri  noli" ime 
Selve  remoto  accolse, 
Viva  fiamma  agitar  l'esangui  vene, 
Spii'ar  le  foglie,  e  palpitar  segreta 
Nel  doloroso  amplesso 
Dafne  e  la  mesta  Filli,  o  di  Climene 
Pianger  credè  la  sconsolata  prole 
Quel  che  sommerse  in  Eridàno  il  sole. 
Né  dell'umano  affanno. 

Rigide  balze,  i  luttuosi  accenti 
Voi  negletti  ferir  mentre  le  vostre 
Paurose  latebre  Eco  solinga. 
Non  vano  error  de'  venti. 
Ma  di  ninfa  abitò  misero  spirto. 
Cui  grave  amor,  cui  duro  fato  escluse 
Delle  tenere  membra.  EUa  per  grotte, 
Per  nudi  scogli  e  desolati  alberghi, 
Le  non  ignote  ambasce  e  l'alte  e  rotte 
Nostre  querele  al  curvo 
Etra  insegnava.  E  te  d'umani  eventi 
Disse  la  fama  esperto. 
Musico  augel  che  tra  chiomato  bosco 
Or  vieni  il  rinascente  anno  cantando, 
E  lamentar  nell'alto 
Ozio  de'  campi,  all'aer  muto  e  fosco, 
Antichi  danni  e  scellerato  scorno, 
E  d'ira  e  di  pietà  pallido  il  giorno. 
Ma  non  cognato  al  nostro 

Il  gener  tuo;  quelle  tue  varie  note 
Dolor  non  forma,  e  te  di  colpa  ignudo, 
.    •'     Men  caro  assai  la  bruna  valle  asconde. 
Ahi  ahi,  poscia  cho  vote 


190  CANTI  V.  82-95;    1-15 

Son  le  stanze  d'Olimpo,  e  cieco  il  tuono 

Per  l'atre  nubi  e  le  montagne  errando, 

GÌ" iniqui  petti  e  gl'innocenti  a  paro 

In  freddo  orror  dissolve;  e  poi  ch'estrano 

Il  suol  nativo,  e  di  sua  prole  ignaro 

Le  meste  anime  educa; 

Tu  le  cure  infelici  e  i  fati  indegni 

Tu  de'  mortali  ascolta, 

Vaga  natura,  e  la  favilla  antica 

Rendi  allo  spirto  mio;  se  tu  pur  vivi, 

E  se  de'  nostri  affanni 

Cosa  veruna  in  ciel,  se  nell'aprica 

Terra  s'alberga  o  nell'equoreo  seno. 

Pietosa  no,  ma  spettatrice  almeno. 


VITI. 

INNO  AI  PATRIAKCHI, 

o  de'  principii  del  genere  umano. 


E  voi  de'  figli  dolorosi  il  canto. 
Voi  dell'umana  prole  incliti  padri, 
Lodando  ridirà;  molto  aireterno 
Degli  astri  agitator  piìi  cari,  e  molto 
Di  noi  men  lacrimabili  nell'alma 
.Luce  prodotti.  Immedicati  affanni 
Al  misero  mortai,  nascere  al  pianto, 
E  dell'etereo  lume  assai  piìi  dolci 
Sortir  l'opaca  tomba  e  il  fato  estremo, 
Non  la  pietà,  non  la  diritta  impose 
Legge  del  cielo.  E  se  di  vostro  antico 
Error  che  l'uman  seme  alla  tiranna 
Possa  de'  morbi  e  di  sciagura  offerse, 
Grido  antico  ragiona,  altre  più  dire 
Colpe  d«'  figli,  e  irrequieto  ingegno, 


V.     16-53  AI    PATRIARCHI 


191 


i:  demenza  maggior  l'offeso  Olimpo 
N'armaro  incontra,  e  la  negletta  mano 
DelFaltrice  natura;  onde  la  viva 
Fiamma  n" increbbe,  e  detestato  il  parto 
Fu  del  grembo  materno,  e  violento 
Emerse  il  disperato  Èrebo  in  terra. 
Tu  primo  il  giorno,  e  le  purpuree  faci 
Delle  rotanti  sfere,  e  la  novella 
Prole  de'  campi,  o  duce  antico  e  padre 
Dell'umana  famigUa,  e  tu  l'errante 
Per  li  giovani  prati  aura  contempli: 
Quando  le  rupi  e  le  deserte  valli 
Precipite  l'alpina  onda  feria 
D'inudito  fragor;  quando  gii  ameni 
Futuri  seggi  di  lodate  genti 
E  di  cittadi  romorose,  ignota 
Pace  regnava;  e  gl'inarati  colli 
Solo  e  muto  ascendea  l'aprico  raggio 
Di  febo  e  l'aurea  luna.  Oh  fortunata. 
Di  colpe  ignara  e  di  lugubri  eventi. 
Erma  terrena  sede!  Oh  quanto  affanno 
Al  gener  tuo,  padre  infelice,  e  quale 
D'amarissimi  casi  ordine  immenso 
Preparano  i  destini!  Ecco  di  sangue 
Gli  avari  cólti  e  di  fraterno  scempio 
Furor  novello  incesta,  e  le  nefande 
Ali  di  morte  il  divo  etere  impara. 
Trepido,  errante  il  fratricida,  e  l'ombre 
Solitarie  fuggendo  e  la  secreta 
Nelle  profonde  selve  ira  de'  venti. 
Primo  i  civili  tetti,  albergo  e  regno 
Alle  macere  cure,  innalza  '  ;  e  primo 
Il  disperato  pentimento*  i  ciechi 
Mortali  egro,  anelante,  aduna  e  stringe 
Ne'  consorti  ricetti:  onde  negata 
L'improba  mano  al  curvo  aratro,  e  vili 
Fur  gli  agresti  sudori;  ozio  le  soglie 
Scellerate  occupò;  ne'  corpi  inerti 


192  CANTI  T.    54-91 

Domo  il  vigor  natio,  languide,  ignave 
Giacquer  le  menti;  e  servitù  le  imbelli 
Umane  vite,  ultimo  danno,  accolse. 
E  tu  dall'etra  infesto  e  dal  mugghiante 
Su  i  nubiferi  gioghi  equoreo  flutto 
Scampi  l'iniquo  germe,  o  tu  cui  prima 
Dall'aer  cieco  e  da'  natanti  poggi 
Segno  arrecò  d'instaurata  spene 
La  candida  colomba,  e  delle  antiche 
Nubi  l'occiduo  Sol  naufrago  uscendo, 
L'atro  polo  di  vaga  iri  dipinse. 
Riede  alla  terra,  e  il  crudo  affetto  e  gli  empi 
Studi  rinnova  e  le  seguaci  amb  .sce 
La  riparata  gente.  Agl'inaccessi 
Regni  del  mar  vendicatore  illude 
Profana  destra,  e  la  sciagura  e  il  pianto 
A  novi  liti  e  nove  stelle  insegna. 
Or  te,  padre  de'  pii,  te  giusto  e  forte, 
E  di  tuo  seme  i  generosi  alunni 
Medita  il  petto  mio.  Dirò  siccome 
Sedente,  oscuro,  in  sul  meriggio  all'ombre 
Del  riposato  albergo,  appo  le  molli 
Rive  del  gregge  tuo  nutrici  e  sedi, 
Te  de'  celesti  peregrini   occulte 
Bear  l'eteree  menti;  e  quale,  o  figlio 
Della  saggia  Rebecca,  in  su  la  sera, 
Presso  al  rustico  pozzo  e  nella  dolce 
Di  pastori  e  di  lieti  ozi  frequente 
Aranitica  valle,  amor  ti  punse 
Della  vezzosa  Labanide:  invitto 
Amor,  eh' a  lunghi  esigli  e  lunghi  affanni 
E  di  servaggio  all'odiata  soma 
Volenteroso  il  prode  animo  addisse. 
Fu  certo,  fu  (né  d'error  vano  e  d'ombra 
L'aonio  canto  e  della  fama  il  grido 
Pasce  l'avida  plebe)  amica  un  tempo 
Al  sangue  nostro  e  dilettosa  e  cara 
Questa  misera  piaggia,  od  aurea  corse 


V.  92-117;  1-7         inno  ai  patriarchi  193 

Nostra  caduca  età.  Non  die  di  latte 
Onda  rigasse  intemerata  il  fianco 
Delle  balze  materne,  o  con  le  greggi 
Mista  la  tigre  ai  consueti  ovili 
Né  guidasse  per  gioco  i  lupi  al  fonte 
Il  patterei;  ma  di  suo  fato  ignara 
E  degli  affanni  suoi,  vota  d'affanno 
Visse  l'umana  stirpe;  alle  scerete 
Leggi  del  cielo  e  di  natura  indutto 
Valse  l'ameno  error,  le  fraudi,  il  molle 
Pristino  velo;  e  di  sperar  contenta 
Nostra  placida  nave  in  porto  ascese. 
Tal  fra  le  vaste  californie  selve 

Nasce  beata  prole,  a  cui  non  sugge 

Pallida  cura  il  petto,  a  cui  le  membra 

Fera  tabe  non  doma;  e  vitto  il  bosco, 

Nidi  l'intima  rupe,  onde  ministra 

L'irrigua  valle,  inopinato  il  giorno 

Dell'atra  morte  incombe.   Oh  centra  il  nostro 

Scellerato  ardimento  inermi  regni 

Della  saggia  natura!  I  lidi  e  gii  antri 

E  le  quiete  selve  apre  l'invitto 

Nostro  furor;  le  violate  genti 

Al  peregrino  aff'anno,  agi' ignorati 

Desiri  educa;  e  la  fugace,  ignuda 

Felicità  per  l' imo  sole  incalza  ^. 

IX. 
ULTIMO  CANTO  DI  SAFFO. 

Placida  notte,  e  verecondo  raggio 
Della  cadente  luna;  e  tu  che  spunti 
Fra  la  tacita  selva  in  su  le  rupe, 
Nunzio  del  giorno;  oh  dilettose  e  care 
Mentre  ignote  mi  fur  l'erinni  e  il  fato, 
Sembianze  agii  occhi  miei;  già  non  arride 
Spettacol  molle  ai  disperati  affetti. 
13.  —  G.  Leopardi. 


194  CANTI  V.  8-45 

Noi  l'iusueto  allor  gaudio  ravviva 
Quando  per  l'etra  liquido  si  volve 
E  per  li  campi  trepidanti  il  flutto 
Polveroso  de'  Noti,  e  quando  il  carro, 
Grave  carro  di  Giove  a  noi  sul  capo 
Tonando,  il  tenebroso  aere  divide, 
Noi  per  le  balze  e  le  profonde  valli 
Natar  giova  tra'  nembi,  e  noi  la  vasta 
Fuga  de'  greggi  sbigottiti,  o  d'alto 
Fiume  alla  dubbia  sponda 
Il  suono  e  la  vittrice  ira  dell'onda. 

Bello  il  tuo  manto,  o  divo  cielo,  e  bella 
Sei  tu,  rorida  terra.  Ahi  di  cotesta 
Infinita  beltà  parte  nessuna 
Alla  misera  Saffo  i  numi  e  l'empia 
Sorte  non  fenno.  A'  tuoi  superbi  regni 
Vile,  o  natura,  e  grave  ospite  addetta, 
E  dispregiata  amante,  alle  vezzose 
Tue  forme  il  core  e  le  pupille  invano 
Supplichevole  intendo.  A  me  non  ride 
L'aprico  margo,  e  dall'eterea  porta 
Il  mattutino  albor;  me  non  il  canto 
De'  colorati  augelli,  e  non  de'  faggi 
Il  murmurc  saluta:  e  dove  all'ombra 
Degrinchinati  salici  dispiega 
Candido  rivo  il  puro  seno,  al  mio 
Lubrico  pie  le  flessuose  linfe 
Disdegnando  sottraggo, 
E  preme  in  fuga  l'odorate  spiagge. 

Qual  fallo  mai,  qua!  sì  nefando  eccesso 
Macchiommi  anzi  il  natale,  onde  sì  torvo 
Il  ciel  mi  fosse  e  di  fortuna  il  volto  ? 
In  che  peccai  bambina,  allor  che  ignara 
Di  misfatto  è  la  vita,  onde  poi  scemo 
Di  giovinezza,  e  disfiorato,  al  fuso 
Deirindomita  Parca  si  volvesse 
Il  ferrigno  mio  stame  ?  Incaute  voci 
Spaiade  il  tuo  labbro:  i  destinati  eventi 


V.  46-72;   1-G  SAFFO  195 


Move  arcano  consiglio.  Arcano  è  tutto, 
Fuor  che  il  nostro  dolor.  Negletta  prole 
Nascemmo  al  pianto,  e  la  ragione  in  grembo 
De'  celesti  si  posa.  Oh  cure,  oh  speme 
De'  pili  verd"annil  Alle  sembianze  il  Padre, 
Alle  amene  sembianze  eterno  regno 
Die  nelle  genti;  e  per  virili  imprese, 
Per  dotta  lira  o  canto. 
Virtìi  non  luce  in  disadorno  ammanto. 
Morremo.  Il  velo  indegno  a  terra  sparto, 
Rifuggirà  l'ignudo  animo  a  Dite, 
E  il  crudo  fallo  emenderà  del  cieco 
Dispensator  de'  casi.   E  tu  cui  lungo 
Amore  indarno,  e  lunga  fede,  e  vano 
D'implacato  desio  furor  mi  strinse. 
Vivi  felice,  se  feKce  in  terra 
Visse  nato  mortai.  Me  non  asperse 
Del  soave  licor  del  doglio  avaro 
Giove,  poi  che  perir  gringanni  e  il  sogno 
Della  mia  fanciullezza.  Ogni  piii  lieto 
Giorno  di  nostra  età  primo  s'invola. 
Sottentra  il  morbo,  e  la  vecchiezza,  e  l'ombra 
Della  gelida  morte.  Ecco  di  tante 
Sperate  palme  e  dilettosi  errori. 
Il  Tartaro  m'avanza;  e  il  prode  ingegno 
Han  la  tenaria  Diva, 
E  l'atra  notte,  e  la  silente  riva. 


X. 

IL  PRIMO  AMORE. 

Tornami  a  mente  il  dì  che  la  battaglia 
D'amor  sentii  la  prima  volta,  e  dissi: 
Oimè,  se  quest'è  amor,  com'ei  travaglia! 

Che  gli  occhi  al  suol  tuttora  intenti  e  fissi, 
Io  mirava  colei  ch'a  questo  core 
Primiera  il  varco  ed  innocente  aprissi. 


196  CANTI  V.  7-45 

Ahi  come  mal  mi  governasti,  amore  ! 

Percliè  seco  dovea  sì  dolce  affetto 

Recar  tanto  desio,  tanto   dolore? 
E    non  sereno,  e  non  intero  e  schietto, 

Anzi  pieu  di  travaglio  e  di  lamento 

Al  cor  mi  discendea  tanto  diletto  ? 
Dimmi,  tenero  core,  or  che  spavento, 

Che  angoscia  era  la  tua  fra   quel  pensiero 

Presso  al  qual  t'era  noia  ogni  contento  ? 
Quel  pensier  che  nel  dì,  che   lusinghiero 

Ti  si  offeriva  nella  notte,  quando 

Tutto  queto  parea  nell'emisfero: 
Tu  inquieto,  e  felice  e  miserando. 

M'affaticavi  in  su  le  piume  il  fianco, 

Ad  ogni  or  fortemente  palpitando. 
E  dove  io  tristo  ed  aft'annato  e  stanco 

Gli  occhi  al  sonno  chiudea,  come  per  febre 

Rotto  e  deliro  il  sonno  venia  manco. 
Oh  come  viva  in  mezzo  alle  tenebre 

Sorgea  la  dolce  imago,  e  gli  occhi  chiusi 

La  contemplavan  sotto  alle  palpebre  I 
Oh  come  soavissimi  diffusi 

Moti  per  l'ossa  mi  serpeano  !  oh  come 

Mille  nell'alma  instabili,  confusi 
Pensieri  si  volgean!  qual  tra  le  chiome 

D'antica  selva  zefiro  scorrendo, 

Un  lungo,  incerto  mormorar  ne  prome. 
E  mentre  io  taccio,  e  mentre  io  non  contendo, 

Che  dicevi,  o  mio  cor,  che  si  partia 

Quella  per  che  penando  ivi  e  battendo  ? 
Il  cuocer  non  piti  tosto  io  mi  sentia 

Della  vampa  d'amor,  che  il  venticello 

Che  l'aleggiava,  volossene  via. 
Senza  sonno  io  giacea  sul  dì  novello, 

E  i  destrier  che  dovean  farmi  deserto, 

Battean  la  zampa  sotto  al  patrio  ostello. 
Ed  io  timido  e  cheto  ed  inesperto. 

Vèr  lo  balcone  al  buio  protendea 

L'orecchio  avido  e  l'occhio  indarno  aperto, 


V.   46-84  IL  PRIMO    AMORE 


197 


La  voce  ad  ascoltar,  se  ne  dovea 

Di  qiieUe  labbra  uscir,  clr ultima  fosse; 
La  voce,  ch'altro  il  cielo,  ahi,  mi  togliea. 

Quante  volte  plebea  voce  percosse 

Il  dubitoso  orecchio,  e  un  gel  mi  prese, 
E  il  core  in  forse  a  palpitar  si  mosse! 

E  poi  che  finalmente  mi  discese 
La  cara  voce  al  core,  e  de'  cavai 
E  delle  rote  il  romorio  s'intese; 

Orbo  rimase  allor,  mi  rannicchiai 
Palpitando  nel  letto  e,  chiusi  gii  occhi, 
Strinsi  il  cor  con  la.  mano,  e  sospirai. 

Poscia  traendo  i  tremuli  ginocchi 
Stupidamente  per  la  muta  stanza. 
Ch'altro  sarà,  dicea,  che  il  cor  mi  tocchi? 

Amarissima  allor  la  ricordanza 

Locommisi  nel  petto,  e  mi  serrava 

Ad  ogni  voce  il  core,  a  ogni  sembianza. 

E  lunga  doglia  il  sen  mi  ricercava, 
Com'è  quando  a  distesa  Olimpo  piove 
Malinconicamente  e  i  campi  lava. 

Ned  io  ti  conoscea,  garzon  di  nove 
E  nove  Soli,  in  questo  a  pianger  nato 
Quando  facevi,  amor,  le  prime  prove. 

Quando  in  ispregio  ogni  piacer,  ne  grato 
M'era  degli  astri  il  riso,  o  dell'aurora 
Queta  il  silenzio,  o  il  verdeggiar  del  prato. 

Anche  di  gloria  amor  taceami  allora 
Nel  petto,  cui  scaldar  tanto  solea, 
Che  di  beltade  amor  vi  fea  dimora. 

Né  gli  occhi  ai  noti  studi  io  rivolgea, 
E   quelli  m'apparian  vani  per  cui 
Vano  ogni  altro  desir  creduto  avea. 

Deh  come  mai  da  me  sì  vario  fui. 

E  tanto  amor  mi  tolse  un  altro  amore? 
Deh  quanto,  in  verità,  vani  siam  nui! 

Solo  il  mio  cor  piaceami,  e  col  mio  core 
In  un  perenne  ragionar  sepolto. 
Alla  guardia  seder  del  mio  dolore. 


198  CANTI  V.  85-103;  1-13 

E  l'occhio  a  terra  chino  o  in  sé  raccolto, 
Di  riscontrarsi  fuggitivo  e  vago 
Né  in  leggiadro  soffria  né  in  turpe  volto: 

Che  la  illibata,  la  candida  imago 
Turbare  egli  temea  pinta  nel  seno, 
Come  all'aure  si  turba  onda  di  lago. 

E  quel  di  non  aver  goduto  appieno 
Pentimento,  che  l'anima  ci  grava, 
E  il  piacer  che  passò  cangia  in  veleno, 

Per  li  fuggiti  dì  mi  stimolava 

Tuttora  il  sen:  che  la  vergogna  il  duro 
Suo  morso  in  questo  cor  già  non  oprava. 

Al  cielo,  a  voi,  gentili  anime,  io  giuro 
Che  voglia  non  m'entrò  bassa  nel  petto. 
Ch'arsi  di  foco  intaminato  e  j^uro. 

Vive  quel  foco  ancor,  vive  l'affetto. 
Spira  nel  pensier  mio  la  bella  imago. 
Da  cui,  se  non  celeste,  altro  diletto 

Giammai  non  ebbi,  e  sol  di  lei  m'appago. 


XI. 
IL  PASSERO  SOLITARIO. 

D'in  su  la  vetta  della  torre  antica. 
Passero  solitario,  alla  campagna 
Cantando  vai  finché  non  more  il  giorno; 
Ed  erra  l'armonia  per  ({uesta  valle. 
Primavera  dintorno 
Brilla  nellaria,  e  per  li  campi  esulta. 
Si  eh' a  mirarla  intenerisce  il  core. 
Odi  greggi  belar,  muggire  armenti; 
Gli  altri  augelli  contenti,  a  gara  insieme 
Per  lo  libero  ciel  fan  mille  giri. 
Pur  festeggiando  il  lor  tempo  migliore: 
Tu  pensoso  in  disparte  il  tutto  miri; 
Non  compagni,  non  voli. 


V.    14-51  IL   PASSERO    SOLITARIO  199 


Xon  ti  cai  d'allegria,  schivi  gli  spassi; 

Canti,  e  così  trapassi 

Dell'anno  e  di  tua  vita  il  più  bel  fiore. 
Oimè,  quanto  somiglia 

Al  tuo  costume  il  mio  I  Sollazzo  e  riso, 

Della  novella  età  dolce  famiglia, 

E  te  german  di  giovinezza,  amore. 

Sospiro  acerbo  de'  provetti  giorni, 

Non  curo,  io  non  so  come;  anzi  da  loro 

Quasi  fuggo  lontano; 

Quasi  romito,  e  strano 

Al  mio  loco  natio. 

Passo  del  viver  mio  la  primavera. 

Questo  giorno  cli'omai  cede  alla  sera. 

Festeggiar  si  costuma  al  nostro  borgo. 

Odi  per  lo  sereno  un  suon  di  squilla. 

Odi  spesso  un  tonar  di  ferree  canne, 

Che  rimbomba  lontan  di  villa  in  villa. 

Tutta  vestita  a  festa 

La  gioventù  del  loco 

Lascia  le  case,  e  per  le  vie  si  spande; 

E  mira  ed  è  mirata,  e  in  cor  s'allegra. 

Io  solitario  in  questa 

Rimota  parte  alla  campfigna  uscendo. 

Ogni  diletto  e  gioco 

Indugio  in  altro  tempo:  e  intanto  il  guardo 

Steso  nell'aria  aprica 

Mi  fere  il  Sol  che  tra  lontani  monti, 

Dopo  il  giorno  sereno, 

Cadendo  si  dilegua,  e  par  che  dica 

Che  la  beata  gioventù  vien  meno. 
Tu,  solingo  augeUin,  venuto  a  sera 

Del  viver  che  daranno  a  te  le  stelle, 

Certo  del  tuo  costume 

Non  ti  dorrai;  che  di  natui'a  è  frutto 

Ogni  vostra  vaghezza. 

A  me,  se  di  vecchiezza 

La  detestata  soglia 


200  CANTI  V.  52-59;  1-15;   1-4 

Evitar  non  impetro, 

Quando  muti  questi  occhi  all'altrui  core, 

E  lor  fia  vóto  il  mondo,  e  il  dì  futuro 

Del  dì  presente  piti  noioso  e  tetro, 

Che  parrà  di  tal  voglia  ! 

Che  di  quest'anni  miei  ?  che  di  me  stesso  ?- 

Ahi  pentirommi,  e  spesso, 

Ma  sconsolato,  volgerommi  indietro. 

XII. 
L'INFINITO. 

Sempre  caro  mi  fu  quest'ermo  colle, 
E  questa  siepe,  che  da  tanta  parte 
Dell'ultimo  orizzonte  il  guardo  esclude. 
Ma  sedendo  e  mii'ando,  interminati 
Spazi  di  là  da  quella,  e  sovrumani 
Silenzi,  e  profondissima  quiete 

10  nel  pensier  mi  fìngo;  ove  per  poco 

11  cor  non  si  spaura.  E  come  il  vento 
Odo  stormir  tra  queste  piante,  io  quello 
Infinito  silenzio  a  questa  voce 

Vo  comparando:  e  mi  sovvien  l'eterno, 

E  le  morte  stagioni,  e  la  ijresente 

E  viva,  e  il  suon  di  lei.  Così  tra  questa 

Immensità  s'annega  il  pensier  mio; 

E  il  naufragar  m'è  dolce  in  questo  mare. 

XIII. 
LA  SERA  DEL  Dì  DI  FESTA. 

Dolce  e  chiara  è  la  notte  e  senza  vento, 
E  queta  sovra  i  tetti  e  in  mezzo  agli  orti 
Posa  la  luna,  e  di  lontan  rivela 
Serena  ogni  montagna.  0  donna  mia. 


5-42  LA    SERA   DEL    DÌ    DI    FESTA  201 

Già  tace  oo^ni  sontioro.  o  pei  balconi 
Rara  trahice  la  notturna  lampa: 
Tu  dormi,  che  t'accolse  agevol  sonno 
Nqlle  tue  chete  stanze;  o  non  ti  morde 
Cura  nessuna;  e  già  non  sai  nò  pensi 
Quanta  piaga  m'apristi  in  mezzo  al  petto. 
Tu  dormi:  io  questo  ciel,  che  sì  benigno 
Appare  in  vista,  a  salutar  m'affaccio, 
E  l'antica  natura  onnipossente, 
Che  mi  fece  all'affanno.  A  te  la  speme 
Nego,  mi  disse,  anche  la  speme;  e  d'altro 
Non  brillin  gli  occhi  tuoi  se  non  di  pianto. 
Questo  dì  fu  solenne:  or  da'   trastulli 
Prendi  riposo;  e  forse  ti  rimembra 
In  sogno  a  quanti  oggi  piacesti,  e  quanti 
Piacquero  a  te:  non  io,  non  già  ch'io  speri. 
Al  pensier  ti  ricorro.  Intanto  io  chieggo 
Quanto  a  viver  mi  resti,  e  qui  per  terra 
Mi  getto,  e  grido,  e  fremo.  0  giorni  orrendi 
In  così  verde  etate!  Ahi,  per  la  via 
Odo  non  lunge  il  solitario  canto 
Dell' artigian,  che  riede  a  tarda  notte. 
Dopo  i  sollazzi,  al  suo  povero  ostello; 
E  fieramente  mi  si  stringe  il  core, 
A  pensar  come  tutto  al  mondo  passa, 
E  quasi  orma  non  lascia.  Ecco  è  fuggito 
Il  di  festivo,  ed  al  festivo  il  giorno 
Volgar  succede,  e  se  ne  porta  il  tempo 
Ogni  umano  accidente.   Or  dov'è  il  suono 
Di  que'  popoli  antichi?  or  dov'è  il  grido 
De'  noatri  avi  famosi,  e  il  grande  impero 
Di  quella  Roma,  e  l'armi,  e  il  fragorio 
Che  n'andò  per  la  terra  e  l'oceano? 
Tutto  è  pace  e  silenzio,  e  tutto  posa 
Il  mondo,  e  più  di  lor  non  si  ragiona. 
Nella  mia  prima  età,  quando  s'aspetta 
Bramosamente  il  dì  festivo,  or  poscia 
Ch'egli  era  spento,  io  doloroso,  in  veglia, 


202  CANTI  V.  43-46;  1-16;  1-7 

Premea  le  piume;  ed  alla  tarda  notte 
Un  canto  che  s' lidia  per  li  sentieri 
Lontanando  morire  a  poco  a  poco, 
Già  similmente  mi  stringeva  il  core. 

XIV. 
ALLA   LUNA. 

0  graziosa  luna,  io  mi  rammento 

Che,  or  volge  l'anno,  sovra  questo  colle 

10  venia  pien  d'angor-cia  a  rimirarti: 
E  tu  pendevi  allor  su  quella  selva 
Siccome  or  fai,  che  tutta  la  rischiari. 
Ma  nebuloso  e  tremulo  dal  pianto 
Che  mi  sorgea  sul  ciglio,  alle  mie  luci 

11  tuo  volto  apparia,  che  travagliosa 
Era  mia  vita:  ed  è,  né  cangia  stile, 

.    0  mia  diletta  luna.  E  pur  mi  giova 
La  ricordanza,  e  il  noverar  l' etate 
Del  mio  dolore.   Oh  come  grato  occorre 
Nel  tempo  giovanil,  quando  ancor  lungo 
La  speme  e  breve  ha  la  memoria  il  corso. 
Il  rimembrar  delle  passate  cose, 
Ancor  che  triste,  e  che  l'affanno  duri! 

XV. 

IL    SOGNO. 

Era  il  mattino,  e  tra  le  chiuse  imposte 
Per  lo  balcone  insinuava  il  Sole 
Nella  mia  cieca  stanza  il  primo  albore; 
Quando  in  sul  tempo  che  più  leve  il  sonno 
E  più  soave  le  pupille  adombra, 
Stettemi  allato  e  riguardommi  in  viso 
Il  simulacro  di  colei  che  amore 


V.  8-45  IL  SOGNO  203 

Prima  inseguommi,  e  poi  lasciommi  ia  pianto. 

Morta  non  mi  parea,  ma  trista,  e  quale 

Degl'infelici  è  la  sembianza.  Al  capo 

Appressommi  la  destra,  e  sospirando, 

Vivi,  mi  disse,  e  ricordanza  alcuna 

Serbi  di  noi!  Donde,  risposi,  e  come 

Vieni,  o  cara  beltà  ?  Quanto,  deh  quanto 

Di  te  mi  dolse  e  duol:  né  mi  credea 

Che  risaper  tu  lo  dovessi;  e  questo 

Facea  più  sconsolato  il  dolor  mio. 

Ma  sei  tu  per  lasciarmi  un'altra  volta? 

Io  n'ho  gran  tema.  Or  dimmi,  e  che  t'avvenne  ? 

Sei  tu  quella  di  prima  ì  E  che  ti  strugge 

Internamente  !  Obblivione  ingombra 

I  tuoi  pensieri,  e  gli  avviluppa  il  sonno; 

Disse  colei.  Son  morta,  e  mi  vedesti 

L'ultima  volta,  or  son  più  lune.  Immensa 

Doglia  m'oppresse  a  queste  voci  il  petto. 

Ella  seguì:  nel  fior  degli  anni  estinta, 

Quand'è  il  viver  più  dolce,  e  pria  che  il  core 

Certo  si  renda  com'è  tutta  indarno 

L'umana  speme.  A  desiar  colei 

Che  d'ogni  affanno  il  traggo,  ha  poco  andare 

L'egro  mortai;  ma  sconsolata  arriva 

La  morte  ai  giovanetti,  e  duro  è  il  fato 

Di  quella  speme  che  sotterra  è  spenta. 

Vano  è  saper  quel  che  natura  asconde 

Agl'inesperti  della  vita,  e  molto 

All'immatura  sapienza  il  cieco 

Dolor  prevale.  Oh  sfortunata,  oh  cara. 

Taci,  taci,  diss'io,  che  tu  mi  schianti 

Con  questi  detti  il  cor.  Dunque  sei  morta, 

O  mia  diletta,  ed  io  son  vivo,  ed  era 

Pur  fìsso  in  ciel  che  quei  sudori  estremi 

Cotesta  cara  e  tenerella  salma 

Provar  dovesse,  a  me  restasse  intera 

Questa  misera  spoglia  ?   Oh  quante  volte 

In  ripensar  che  più  non  vivi,  e  mai 


204  CANTI  V.  46-83 

Non  avverrà  ch'io  ti  ritrovi  al  mondo, 

Creder  noi  posso  !  Ahi  ahi,  che  cosa  è  questa 

Che  morte  s'addimanda?  Oggi  per  prova 

Intenderlo  potessi,  e  il  capo  inerme 

Agli  atroci  del  fato  odii  sottrarre! 

Giovane  son,  ma  si  consuma  e  perde 

La  giovanezza  mia  come  vecchiezza; 

La  qual  pavento,  e  pur  m'è  lungo  assai. 

Ma  poco  da  vecchiezza  si  discorda 

Il  fior  dell'età  mia.  Nascemmo  al  pianto, 

Disse,  ambedue;  felicità  non  rise 

Al  viver  nostro;  e  dilettossi  il  cielo 

De'  nostri  affanni.   Or  se  di  pianto  il  ciglio. 

Soggiunsi,  e  di  pallor  velato  il  viso 

Per  la  tua  dipartita,  e  se  d'angoscia 

Porto  gravido  il  cor;  dimmi:  d'amore 

Favilla  alcuna,  o  di  pietà,  giammai 

Verso  il  misero  amante  il  cor  t'assalse 

Mentre  vivesti?  Io  disperando  allora 

E  sperando  traea  le  notti  e  i  giorni; 

Oggi  nel  vano  dubitar  si  stanca 

La  mente  mia.  Che  se  una  volta  sola 

Dolor  ti  strinse  di  mia  negra  vita. 

Non  mei  celar,  ti  prego,  e  mi  soccorra 

La  rimembranza  or  che  il  futuro  è  tolto 

Ai  nostri  giorni.  E  quella:  ti  conforta, 

0  sventurato.  Io  di  pietade  avara 

Non  ti  fui  mentre  vissi,  ed  or  non  sono. 

Che  fui  misera  anch'io.  Non  far  querela 

Di  questa  infelicissima  fanciulla. 

Per  le  sventure  nostre,  e  per  l'amore 

Che  mi  strugge,  esclamai;  per  lo  diletto 

Nome  di  giovanezza  e  la  perduta 

Speme  dei  nostri  dì,  concedi,  o  cara. 

Che  la  tua  destra  io  tocchi.  Ed  ella,  in  atto 

Soave  e  tristo,  la  porgeva.  Or  mentre 

Di  baci  la  ricopro,  e  d'affannosa 

Dolcezza  palpitando  all'anelante 


V.   84-100;   1-15  IL  SOGNO  205 

Seno  la  stringo,  di  sudore  il  volto 

Ferveva  e  il  petto,  nelle  fauci  stava 

La  voce,  al  guardo  traballava  il  giorno. 

Quando  colei  teneramente  atìissi 

Gli  occhi  negli  occhi  miei,  già  scordi,  o  caro, 

Disse,  che  di  beltà  son  fatta  ignuda? 

E  tu  d'amore,  o  sfortunato,  indarno 

Ti  scaldi  e  fremi.  Or  finalmente  addio. 

Nostre  misere  menti  e  nostre  salme 

Son  disgiunte  in  eterno.  A  me  non  vivi, 

E  mai  più  non  vivrai:  già  ruppe  il  fato 

La  fé  che  mi  giurasti.  Allor  d'angoscia 

Gridar  volendo,  e  spasimando,  e  pregne 

Di  sconsolato  pianto  le  pupille. 

Dal  sonno  mi  disciolsi.  Ella  negli  occhi 

Pur  mi  restava,  e  nelF  incerto  raggio 

Del  Sol  vederla  io  mi  credeva  ancora. 


XYL 
LA   VITA   SOLITARIA. 

La  mattutina  pioggia,  allor  che  l'ale 
Battendo  esulta  nella  chiusa  stanza 
La  gallinella,  ed  al  balcon  s'affaccia 
L'abitator  de'  campi,  e  il  Sol  che  nasce 
I  suoi  tremuli  rai  fra  le  cadenti 
StiUe  saetta,.  aUa  capanna  mia 
Dolcemente  picchiando,  mi  risveglia; 
E  sorgo,  e  i  lievi  nugoletti,  e  il  primo 
Degli  augelli  susurro,  e  l'aura  fresca, 
E  le  ridenti  piagge  benedico: 
Poiché  voi,  cittadine  infauste  mura, 
Vidi  e  conobbi  assai,  là  dove  segue 
Odio  al  dolor  compagno;  e  doloroso 
Io  vivo,  e  tal  morrò,  deh  tosto  !  Alcuna 
Benché  scarsa  pietà  pur  mi  dimostra 


206  CANTI  Y.  16-53 

Natura  in  questi  lochi,  uu  giorno  oh  quanto 
Verso  me  più  cortese!  E  tu  pur  volgi 
Dai  miseri  lo  sguardo;  e  tu,  sdegnando 
Le  sciagure  e  gii  affanni,  alla  reina 
Felicità  servi,  o  natura.  In  cielo, 
In  terra  amico  agFinfelici  alcuno 
E  rifugio  non  resta  altro  che  il  ferro. 
Talor  m'assido  in  solitaria  parte, 

Sovra  un  rialto,  al  margine  d'un  lago 
Di  taciturne  piante  incoronato. 
Ivi,  quando  il  meriggio  in  ciel  si  volve, 
La  sua  tranquilla  imago  il  Sol  dipinge, 
Ed  erba  o  foglia  non  si  crolla  al  vento, 
E  non  onda  incresparsi,  e  non  cicala 
Strider,  né  batter  penna  augello  in  ramo. 
Xè  farfalla  ronzar,  né  voce  o  moto 
Da  presso  né  da  lungo  odi  né  vedi. 
Tien  quelle  rive  altissima  quiete; 
Ond'io  quasi  me  stesso  e  il  mondo  obblio 
Sedendo  immoto;  e  già  mi  par  che  sciolte 
Giaccian  le  membra  mie,  né  spirto  o  senso 
Piti  le  commova,  e  lor  quiete  antica 
Co'  silenzi  del  loco  si  confonda. 
Amore,  amore,  assai  lungi  volasti 

Dal  petto  mio,  che  fu  sì  caldo  un  giorno. 
Anzi  rovente.  Con  sua  fredda  mano 
Lo  strinse  la  sciaura,  e  in  ghiaccio  é  vòlto 
Nel  fior  degli  anni.  Mi  sovvien  del  tempo 
Che  mi  scendesti  in  seno.  Era  quel  dolce 
E  irrevocabil  tempo,  allor  che  s'apre 
Al  guardo  giovami  questa  infelice 
Scena  del  mondo,  e  gli  sorride  in  vista 
Di  paradiso.  Al  garzoncello  il  core 
Di  vergine  speranza  e  di  desio 
Balza  nel  petto;  e  già  s'accinge  all'opra 
Di  questa  vita  come  a  danza  o  gioco 
Il  misero  mortai.  Ma  non  si  tosto, 
Amor,  di  te  m'accorsi,  e  il  viver  mio 


V.   54-91  LA    VITA    SOLITARIA  20" 


Fortuna  avea  già  rotto,  ed  a  questi  occhi 
Non  altro  convenia  che  il  pianger  sempre. 
Pur  se  talvolta  per  le  piagge  apriche, 
Su  la  tacita  aurora  o  quando  al  sole    - 
Brillano  i  tetti  e  i  poggi  e  le  campagne, 
Scontro  di  vaga  donzelletta  il  viso; 
0  qualor  nella  placida  quiete 
D'estiva  notte,  il  vagabondo  passo 
Di  rincontro  alle  ville  soffermando, 
L'erma  terra  contemplo,  e  di  fanciulla 
Che  all'opre  di  sua  man  la  notte  aggiunge 
Odo  sonar  nelle  romite  stanze 
L'arguto  canto;  a  palpitar  si  move 
Questo  mio  cor  di  sasso  :  ahi,  ma  ritorna 
Tosto  al  ferreo  sopor;  ch'è  fatto  estrano 
Ogni  moto  soave  al  petto  mio. 
cara  luna,  al  cui  tranquillo  raggio 
Danzan  le  lepri  nelle  selve;  e  duolsi 
Alla  mattina  il  cacciator,  che  trova 
L'orme  intricate  e  false,  e  dai  covili 
Error  vario  lo  svia;  salve,  o  benigna 
Delle  notti  reina.  Infesto  scende 
Il  raggio  tuo  fra  macchie  e  balze  o  dentro 
A  deserti  edifici,  in  su  l'acciaro 
Del  pallido  ladron  eh' a  teso  orecchio 
Il  fragor  delle  rote  e  de'  cavalli 
Da  lungi  osserva  o  il  calpestio  de'  piedi 
Sulla  tacita  via;  poscia  improvviso 
Col  suon  dell'armi  e  con  la  rauca  voce 
E  col  funereo  ceiìo  il  core  agghiaccia 
Al  passegger,  cui  semivivo  e  nudo 
Lascia  in  breve  tra'  sassi.  Infesto  occorre 
Per  le  contrade  cittadine  il  bianco 
Tuo  lume  al  drudo  vii,  che  degli  alberghi 
Va  radendo  le  mura  e  la  secreta 
Ombra  seguendo,  e  resta,  e  si  spaura 
Delle  ardenti  lucerne  e  degli  aperti 
Balconi.  Infesto  alle  malvage  menti. 


208  CANTI  T.   92-107;  1-16 

A  me  sempre  benigno  il  tuo  cospetto 

Sarà  per  queste  piagge,  ove  non  altro 

Che  lieti  colli  e  sj^aziosi  campi 

M'apri  alla  vista.  Ed  ancor  io  soleva, 

Bench'innocente  io  fossi,  il  tuo  vezzoso 

Raggio  accusar  negli  abitati  lochi, 

Quand'ei  m'offriva  al  guardo  umano,  e  quando 

Scopriva  umani  aspetti  al  guardo  mio. 

Or  sempre  loderollo,  o  ch'io  ti  miri 

Veleggiar  tra  le  nubi,  o  che  serena 

Dominatrice  dell'etereo  campo, 

Questa  flebil  riguardi  umana  sede. 

Me  spesso  rivedrai  solingo  e  muto 

Errar  pe'  boschi  e  per  le  verdi  rive, 

0  seder  sovra  l'erbe,  assai  contento 

Se  core  e  lena  a  sospirar  m'avanza. 


XVII. 
CONSALVO. 

Presso  alla  fin  di  sua  dimora  in  terra, 
Giacea  Consalvo;  disdegnoso  un  tempo 
Del  suo  destino,  or  già  non  piìi,  che  a  mezzo 
Il  quinto  lustro,  gli  pendea  sul  capo 
Il  sospirato  obblio,   Qual  da  gran  tempo. 
Così  giacea  nel  funeral  suo  giorno 
Dai  più  diletti  amici  abbandonato: 
Ch'amico  in  terra  al  lungo  andar  nessuno 
Resta  a  colui  che  della  terra  è  schivo. 
Pur  gli  era  al  fianco,  da  pietà  condotta 
A  consolare  il  suo  deserto  stato, 
Quella  che  sola  e  sempre  eragli  a  mente. 
Per  divina  beltà  famosa  Elvira; 
Conscia  del  suo  poter,  conscia  che  un  guardo 
Suo  lieto,  un  detto  d'alcun  dolce  asperso. 
Ben  mille  volte  ripetuto  e  mille 


V.  17-54  CONSALVO  209 

Nel  costante  pensier,  sostoguo  e  cibo 
Esser  solea  dell'infelice  amante: 
Benché  nulla  d'amor  parola  udita 
Avess'ella  da  lui.  Sempre  in  quell'alma 
Era  del  gran  desio  stato  più  forte 
Un  sovrano  timor.  Così  l'avea 
Fatto  schiavo  e  fanciullo  il  troppo  amore. 
Ma  ruppe  alfìn  la  morte  il  nodo  antico 
AUa  sua  lingua.  Poiché  certi  i  segni 
Sentendo  di  quel  dì  che  l'uom  discioglie, 
Lei,  già  mossa  a  partir,  presa  per  mano, 
E  quella  man  bianchissima  stringendo, 
Disse:  tu  parti,  e  l'ora  omai  ti  sforza: 
Elvira,  addio.  Xon  ti  vedrò,  ch'io  creda. 
Un'altra  volta.  Or  dunque  addio.  Ti  rendo 
Qual  maggior  grazia  mai  delle  tue  cure 
Dar  possa  il  labbro  mio.  Premio  daratti 
Chi  può,  se  premio  ai  pii  dal  ciel  si  rende. 
Impallidia  la  bella,  e  il  petto  anelo 
Udendo  le  si  fea:  che  sempre  stringe 
All'uomo  il  cor  dogliosamente,  ancora 
Ch'estranio  sia,  chi  si  diparte,  e  dice 
Addio  per  sempre.  E  contraddir  voleva, 
Dissimulando  l'appressar  del  fato. 
Al  moribondo.  Ma  il  suo  dir  prevenne 
Quegli,  e  soggiunse:  desiata,  e  molto. 
Come  sai,  ripregata  a  me  discende, 
Non  temuta,  la  morte;  e  lieto  appanni 
Questo  feral  mio  dì.  Pesami,  é  vero. 
Che  te  perdo  per  sempre.  Oimé  per  sempre 
Parto  da  te.  Mi  si  divide  il  core 
In  questo  dir.  Più  non  vedrò  quegli  occhi. 
Né  la  tua  voce  udrò!  Dimmi:  ma  pria 
Di  lasciarmi  in  eterno,  Elvira,  un  bacio 
Non  vorrai  tu  donarmi!  un  bacio  solo 
In  tutto  il  viver  mio  *?  Grazia  ch'ei  chiegga 
Non  si  nega  a  chi  muor.  Né  già  vantarmi 
Potrò  del  dono,  io  semispento,  a  cui 

14.  —  G.  Leopardi. 


210  CANTI  V.  55-92 

Straniera  man  le  labbra  oggi  fra  poco 
Eternamente  cliiuderà.  Ciò  detto 
Con  un  sospiro,  all'adorata  destra 
Le  fredde  labbra  supplicando  affisse. 

Stette  sospesa  e  pensierosa  in  atto 
La  bellissima  donna;  e  fiso  il  guardo, 
Di  mille  vezzi  sfavillante,  in  quello 
Tenea  dell'infelice,  ove  l'estrema 
Lacrima  rilucea.  Né  dielle  il  core 
Di  sprezzar  la  dimanda,  e  il  mesto  addio 
Rinacerbir  col  niego;  anzi  la  vinse 
Misericordia  dei  ben  noti  ardori. 
E  quel  volto  celeste,  e  quella  bocca, 
Già  tanto  desiata,  e  per  molt'anni 
Argomento  di  sogno  e  di  sospiro. 
Dolcemente  appressando  al  volto  afflitto 
E  scolorato  dal  mortale  affanno, 
Più  baci  e  più,  tutta  benigna  e  in  vista 
D'alta  pietà,  su  le  convulse  labbra 
Del  trepido,  rapito  amante  impresse. 

Che  divenisti  allor  ì  quali  apparirò 
Vita,  morte,  sventura  agli  occhi  tuoi. 
Fuggitivo  Consalvo  ?  Egli  la  mano, 
Ch' ancor  tenea,  della  diletta  Elvira 
Postasi  al  cor,  che  gli  ultimi  battea 
Palpiti  della  morte  e  dell'amore. 
Oh,  disse,  Elvira,  Elvira  miai  ben  sono 
In  su  la  terra  ancor;  ben  quelle  labbra 
Fur  le  tue  labbra,  e  la  tua  mano  io  stringo! 
Ahi  vision  d'estinto,  o  sogno,  o  cosa 
Incredibil  mi  par.  Deh  quanto,  Elvira, 
Quanto  debbo  alla  morte!  Ascoso  innanzi 
Non  ti  fu  l'amor  mio  per  alcun  tempo; 
Non  a  te,  non  altrui;  che  non  si  cela 
Vero  amore  alla  terra.  Assai  palese 
Agli  atti,,  al  volto  sbigottito,  agli  occhi, 
Ti  fu:  ma  non  ai  detti.  Ancora  e  sempre 
Muto  sarebbe  l'infinito  affetto 


V.   93-129  CONSALVO  211 

Che  governa  il  cor  mio,  se  non  l'avesse 
Fatto  ardito  il  morir.  Morrò  contento 
Del  mio  destino  ornai,  né  più  mi  dolgo 
Ch'aprii  le  luci  al  dì.  Non  vissi  indarno, 
Poscia  che  quella  bocca  alla  mia  bocca 
Premer  fu  dato.  Anzi  felice  estimo 
La  sorte  mia.  Due  cose  belle  ha  il  mondo: 
Amore  e  morte.  All'una  il  ciel  mi  guida 
In  sul  fior  dell'età;  nell'altro,  assai 
Fortunato  mi  tengo.  Ah,  se  una  volta, 
Solo  una  volta  il  lungo  amor  quieto 
E  pago  avessi  tu,  fora  la  terra 
Fatta  quindi  per  sempre  un  paradiso 
Ai  cangiati  occhi  miei.  Fin  la  vecchiezza, 
L'abbonita  vecchiezza,  avrei  soiìerto 
Con  riposato  cor:  che  a  sostentarla 
Bastato  sempre  il  rimembrar  sarebbe 
D'un  solo  istante,  e  il  dir:  felice  io  fui 
Sovra  tutti  i  felici.  Ahi,  ma  cotanto 
Esser  beato  non  consente  il  cielo 
A  natura  terrena.  Amar  tant' oltre 
Non  è  dato  con  gioia.  E  ben  per  patto 
In  poter  del  carnefice  ai  flagelli. 
Alle  ruote,  alle  faci  ito  volando 
Sarei  dalle  tue  braccia;  e  ben  disceso 
Nel  paventato  sempiterno  scempio. 
0  Elvira,  Elvira,  oh  lui  felice,  oh  sovra 
Gl'immortali  beato,  a  cui  tu  schiuda 
Il  sorriso  d'amori  felice  appresso 
Chi  per  te  sparga  con  la  vita  il  sangue! 
Lice,  lice  al  mortai,  non  è  già  sogno 
Come  stimai  gran  tempo,  ahi  lice  in  terra 
Provar  felicità.  Ciò  sepi3Ì  il  giorno 
Che  fiso  io  ti  mirai.  Ben  per  mia  morte 
Questo  m'accadde.  E  non  però  quel  giorno 
Con  certo  cor  giammai,  fra  tante  ambasce. 
Quel  fiero  giorno  biasimar  sostenni. 


212  CANTI  V.  130-151;    1-11 


Or  tu  vivi  beata,  e  il  mondo  abbella, 
Elvira  mia,  col  tuo  sembiante.  Alcuno 
Non  l'amerà  quant'io  l'amai.  Non  nasce 
Un  altrettale  amor.  Quanto,  deh  quanto 
Dal  misero  Consalvo  in  sì  gran  tempo 
Chiamata  fosti,  e  lamentata,  e  pianta! 
Come  al  nome  d'Elvira,  in  cor  gelando, 
Impallidir;  come  tremar  son  uso 
All'amaro  calcar  della  tua  soglia, 
A  quella  voce  angelica,  all'aspetto 
Di  quella  fronte,  io  ch'ai  morir  non  tremo! 
Ma  la  lena  e  la  vita  or  vengon  meno 
Agli  accenti  d'amor.  Passato  è  il  tempo, 
Né  questo  dì  rimemorar  m'è  dato. 
Elvira,  addio.  Con  la  vital  favilla 
La  tua  diletta  immagine  si  parte 
Dal  mio  cor  finalmente.  Addio.  Se  grave 
Non  ti  fu  quest'affetto,  al  mio  feretro 
Dimani  all'annottar  manda  un  sospiro. 

Tacque:  né  molto  andò,  che  a  lui  col  suono 
Mancò  lo  spirto;  e  innanzi  sera  il  primo 
Suo  dì  felice  gli  f uggia  dal  guardo. 

XVIII. 
ALLA    SUA   DONNA. 

Cara  beltà  che  amore 

Lungo  m'inspiri  o  nascondendo  il  viso, 

Fuor  se  nel  sonno  il  core 

Ombra  diva  mi  scuoti, 

0  ne'  campi  ove  splenda 

Più  vago  il  giorno  e  di  natura  il  riso; 

Forse  tu  l'innocente 

Secol  beasti  che  dall'oro  ha  nomo. 

Or  leve  intra  la  gente 

Anima  voli?  o  te  la  sorto  avara 

Ch'a  noi  t'asconde,  agli  avvenir  prepara? 


V.    12-49  ALLA    SUA   DONNA  213 

Viva  mirarti  ornai 

Nulla  spene  m'avanza; 
S'allor  non  fosse,  allor  che  ignudo  e  solo 
Per  novo  calle  a  peregrina  stanza 
Verrà  lo  spirto  mio.  Già  sul  novello 
Aprir  di  mia  giornata  incerta  e  bruna, 
Te  viatrice  in  questo  arido  suolo 

10  mi  pensai.  Ma  non  è  cosa  in  terra 
Che  ti  somigli;  e  s'anco  pari  alcuna 

Ti  fosse  al  volto,  agli  atti,  alla  favella, 
Saria,  così  conforme,  assai,  men  bella. 
Fra  cotanto  dolore 

Quanto  all'umana  età  propose  il  fato. 
Se  vera  e  quale  il  mio  pensier  ti  pinge, 
Alcun  t'amasse  in  terra,  a  lui  pur  fora 
Questo  viver  beato: 
E  ben  chiaro  vegg'io  siccome  ancora 
Seguir  loda  e  virtù  qual  ne'  prim'anni 
L'amor  tuo  mi  farebbe.  Or  non  aggiunse 

11  ciel  nullo  conforto  ai  nostri  affanni; 
E  teco  la  mortai  vita  saria 

Siniile  a  quella  che  nel  cielo  india. 

Per  le  valli,  ove  suona 

Del  faticoso  agricoltore  il  canto, 

Ed  io  seggo  e  mi  lagno 

Del  giovanile  error  che  m'abbandona; 

E  per  li  poggi,  ov'io  rimembro  e  piagno 

I  perduti  desiri,  e  la  perduta 

Speme  de'  giorni  miei;  di  te  pensando, 

A  palpitar  mi  sveglio.  E  potess'io, 

Xel  secol  tetro  e  in  questo  aer  nefando. 

L'alta  specie  serbar;  che  dell'imago. 

Poi  che  del  ver  m'è  tolto,  assai  m'appago. 

Se  dell'eterne  idee 

L'una  sei  tu,  cui  di  sensibil  forma 
Sdegni  l'eterno  senno  esser  vestita, 
E  fra  caduche  spoglie 
Provar  gli  affanni  di  funerea  vita; 


214  CANTI  V.   50-55;   1-27 

0  scaltra  terra  ne'  superni  giri 

Fra'  mondi  innumerabili  t'accoglie, 

E  pili  vaga  del  Sol  prossima  steUa 

T'irraggia,  e  più  benigno  etere  spiri; 

Di  qua  dove  son  gli  anni  infausti  e  brevi, 

Questo  d'ignoto  amante  inno  ricevi. 

XIX. 
AL  CONTE  CARLO  PEPOLL 

Questo  affannoso  e  travagliato  sonno 
Che  noi  vita  nomiam,  come  sopporti, 
Pèpoli  mio  ?  di  che  speranze  il  core 
Vai  sostentando  ?  in  che  pensieri,  in  quanto 
0  gioconde  o  moleste  opre  dispensi 
L'ozio  che  ti  lasciar  gli  avi  remoti. 
Grave  retaggio  e  faticoso  ?  È  tutta, 
In  ogni  umano  stato,  ozio  la  vita. 
Se  queir  oprar,  quel  procurar  che  a  degno 
Obbietto  non  intende,  o  che  all'intento 
Giunger  mai  non  potria,  ben  si  conviene 
Ozioso  nomar.  La  schiera  industre 
Cui  franger  glebe  o  curar  piante  e  greggi 
Vede  l'alba  tranquilla  e  vede  il  vespro, 
Se  oziosa  dirai,  da  che  sua  vita 
È  per  campar  la  vita,  e  per  se  sola 
La  vita  all'uom  non  ha  pregio  nessuno. 
Dritto  e  vero  dirai.  Le  notti  e  i  giorni 
Tragge  in  ozio  il  nocchiero;  ozio  il  perenne 
Sudar  nelle  officine,  ozio  le  vegghie 
Son  de'  guerrieri  e  il  perigliar  nell'armi; 
E  il  mercatante  avaro  in  ozio  vive: 
Che  non  a  sé,  n.on  ad  altrui,  la  bella 
Felicità,  cui  solo  agogua  e  cerca 
La  natura  mortai,  veruno  acquista 
Per  cura  o  per  sudor,  vegghia  o  periglio. 
Pur  all'aspro  desire  onde  i  mortali 


V.  28-65  AL  PEPOLI  215 


Già  sempre  iufin  dal  dì  che  il  mondo  nacque 
D'esser  beati  sospirar©  indarno, 
Di  medicina  in  loco  apparecchiate 
Nella  vita  infelice  avea  natura 
Necessità  diverse,  a  evi  non  senza 
Opra  e  pensier  si  provvedesse,  e  pieno. 
Poi  che  lieto  non  può,  corresse  il  giorno 
All'umana  famiglia;  onde  agitato 
■    E  confuso  il  desio,  men  loco  avesse 
Al  travagliarne  il  cor.  Così  de'  bruti 
La  progenie  infinita,  a  cui  pur  solo, 
Ne  men  vano  che  a  noi,  vive  nel  petto 
Desio  d'esser  beati;  a  quello  intenta 
Che  a  lor  vita  è  mestier,  di  noi  men  tristo 
Condur  si  scopre  e  men  gravoso  il  tempo. 
Né  la  lentezza  accagionar  dell'ore. 
Ma  noi,  che  il  viver  nostro  air  altrui  mano 
Provveder  commettiamo,  una  più  grave 
Necessità,  cui  provveder  non  puote 
Altri  che  noi,  già  senza  tedio  e  pena 
Non  adempiami  necessitate,  io  dico, 
Di  consumar  la  vita:  improba,  invitta 
Necessità,  cui  non  tesoro  accolto, 
Non  di  greggi  dovizia,  o  pingui  campi, 
Non  aula  puote  e  non  purpureo  manto 
Sottrar  l'umana  prole.  Or  s'altri,  a  sdegno 
I  vóti  armi  prendendo,  e  la- superna 
Luce  odiando,  l'omicida  mano, 
I  tardi  fati  a  prevenir  condotto, 
In  se  stesso  non  torce;  al  duro  morso 
Della  brama  insanabile  che  invano 
Felicità  richiede,  esso  da  tutti 
Lati  cercando,  mille  inefficaci 
Medicine  procaccia,  onde  queir  una 
Cui  natura  apprestò,  mal  si  compensa. 
Lui  delle  vesti  e  delle  chiome  il  culto 
E  degli  atti  e  dei  passi,  .e  i  vani  studi 
Di  cocchi  e  di  cavaUi,  e  le  frequenti 


21G  CANTI  V.  66-103 

Sale,  e  le  piazze  romorose,  e  gli  orti, 

Lui  giochi  e  cene  e  invidiate  danze 

Tengon  la  notte  e  il  giorno;  a  lui  dal  labbro 

Mai  non  si  parte  il  riso;  ahi,  ma  nel  petto, 

Xell'imo  petto,  grave,  salda,  immota 

Come   colonna  adamantina,  siede 

Xoia  immortale,  incontro  a  cui  non  puote 

Vigor  di  giovanezza,  e  non  la  crolla 

Dolce  parola  di  rosato  labbro, 

E  non  lo  sguardo  tenero,  tremante, 

Di  due  nere  pupille,  il  caro  sguardo, 

La  pili  degna  del  ciel  cosa  mortale. 

Altri,  quasi  a  fuggir  vòlto  la  trista 
Umana  sorte,  in  cangiar  terre  e  climi 
L'età  spendendo,  e  mari  e  poggi  errando, 
Tutto  l'orbe  trascorre,  ogni  confine 
Degli  spazi  che  all'uom  negl'infiniti 
Campi  del  tutto  la  natura  aperse. 
Peregrinando  aggiunge.  Ahi  ahi,  s'asside 
Su  l'alte  prue  la  negra  cura,  e  sotto 
Ogni  clima,  ogni  ciel,  si  chiama  indarno 
Felicità,  vive  tristezza  e  regna. 

Havvi  chi  le  crudeli  opre  di  marte 
Si  elegge  a  passar  l'ore,  e  nel  fraterno 
Sangue  la  man  tinge  per  ozio;  ed  havvi 
Chi  d'altrui  danni  si  conforta,  e  pensa 
Con  far  misero  altrui  far  se  men  tristo, 
Sì  che  nocendo  usar  procaccia  il  tempo. 
E  chi  virtute  o  sapienza  ed  arti 
Perseguitando;  e  chi  la  propria  gente 
Conculcando  e  l' estrane,  o  di  remoti 
Lidi  turbando  la  quiete  antica 
Col  mercatar,  con  l'armi,  e  con  le  frodi, 
La  destinata  sua  vita  consuma. 

Te  piti  mite  desio,  cura  più  dolce 
Regge  nel  fior  di  gioventìi,  nel  bollo 
Aprii  degli  anni,  altrui  giocondo  e  primo 
Dono  del  ciel,  ma  grave,  amaro,  infesto 


V.    104-141  AL    PEPOLI  217 

A  chi  patria  non  ha.  Te  punge  e  move 
Studio  de'  carmi  e  di  ritrar  parlando 
Il  bel  che  raro  e  scarso  e  fuggitivo 
Appar  nel  mondo,  e  quel  che,  più  benigna 
Di  natura  e  del  ciel,  fecondamente 
A  noi  la  vaga  fantasia  produce, 
E  il  nostro  proprio  error.  Ben  mille  volte 
Fortunato  colui  che  la  caduca 
Virtù  del  caro  immaginar  non  perde 
Per  volger  d'anni;  a  cui  serbare  eterna 
La  gioventù  del  cor  diedero  i  fati; 
Che  nella  ferma  e  nella  stanca  et  ade, 
Così  come  solea  nell'età  verde, 
In  suo  chiuso  pensier  natura  abbella, 
Morte,  deserto  avviva.  A  te  conceda 
Tanta  ventura  il  ciel  ;  ti  faccia  un  tempo 
La  favilla  che  il  petto  oggi  ti  scalda, 
Di  poesia  canuto  amante.  Io  tutti 
Della  prima  stagione  i  dolci  inganni 
Mancar  già  sento,  e  dileguar  dagli  occhi 
Le  dilettose  immagini,  che  tanto 
Amai,  che  sempre  infìno  all'ora  estrema 
Mi  fieno,  a  ricordar,  bramate  e  piante. 
Or  quando  al  tutto  irrigidito  e  freddo 
Questo  petto  sarà,  né  degli  aprichi 
Campi  il  sereno  e  solitario  riso, 
Xè  degli  augelli  mattutini  il  canto 
Di  primavera,  né  per  colli  e  piagge 
Sotto  limpido  ciel  tacita  luna 
Commoverammi  il  cor;  quando  mi  fia 
Ogni  beltate  o  di  natura  o  d'arte, 
Fatta  inanime  e  muta;  ogni  alto  senso, 
Ogni  tenero  affetto,  ignoto  e  strano; 
Del  mio  solo  conforto  allor  mendico. 
Altri  studi  men  dolci,  in  ch'io  riponga 
L'ingrato  avanzo  della  ferrea  vita. 
Eleggerò.  L'acerbo  vero,  i  ciechi 
Destini  investigar  delle  mortali 


218  CANTI  V.  142-158  1-16 

E  delFeterne  cose;  a  che  prodotta, 
A  che  d'affanni  e  di  miserie  carca 
L'umana  stirpe;  a  quale  ultimo  intento 
Lei  spinga  il  fato  e  la  natura;  a  cui 
Tanto  nostro  dolor  diletti  o  giovi: 
Con  quali  ordini  e  leggi  a  che  si  volva 
Questo  arcano  universo;  il  qual  di  lode 
Colmano  i  saggi,  io  d'ammirar  son  pago. 
In  questo  specolar  gli  ozi  traendo 

Verrò:  che  conosciuto,  ancor  che  tristo, 
Ha  suoi  diletti  il  vero.  E  se  del  vero 
Ragionando  talor,  fieno  alle  genti 
0  mal  grati  i  miei  detti  o  non  intesi, 
Non  mi  dorrò,  che  già  del  tutto  il  vago 
Desio  di  gloria  antico  in  me  fìa  spento: 
Vana  Diva  non  pur,  ma  di  fortuna 
E  del  fato  e  d'amor,  Diva  più  cieca. 


XX. 

IL    RISORGIMENTO. 

Credei  ch'ai  tutto  fossero 
In  me,  sul  fior  degli  anni, 
Mancati  i  dolci  affanni 
Della  mia  prima  età: 

I  dolci  affanni,  i  teneri 
Moti  del  cor  profondo, 
Qualunque  cosa  al  mondo 
Grato  il  sentir  ci  fa. 

Quante  querele  e  lacrime 
Sparsi  nel  novo  stato, 
Quando  al  mio  cor  gelato 
Prima  il  dolor  mancò! 

Mancar  gli  usati  palpiti. 
L'amor  mi  venne  meno, 
E  irrigidito  il  seno 
Di  sospirar  cessò  ! 


V.    17-52  IL   RISORGIMENTO  219 

Piansi  spogliata,  esanime 
Fatta  per  me  la  vita; 
La  terra  inaridita, 
Chiusa  in  eterno  gel; 

Deserto  il  dì;  la  tacita 
Notte  pili  sola  e  bruna; 
Spenta  per  me  la  luna, 
Spente  le  stelle  in  ciel. 

Pur  di  quel  pianto  origine 
Era  l'antico  affetto: 
Nell'intimo  del  petto 
Ancor  viveva  il  cor. 

Chiedea  l'usate  immagini 
La  stanca  fantasia; 
E  la  tristezza  mia 
Era  dolore  ancor. 

Fra  poco  in  me  quell'ultimo 
Dolore  anco  fu  spento, 
E  di  piti  far  lamento 
Valor  non  mi  restò. 

Giacqui:  insensato,  attonito, 
Non  dimandai  conforto: 
Quasi  perduto  e  morto, 
Il  cor  s'abbandonò. 

Qual  fui!  quanto  dissimile 
Da  quel  che  tanto  ardore. 
Che  sì  beato  errore 
Nutrii  nell'alma  un  dì! 
La  rondinella  vigile. 
Alle  finestre  intorno 
Cantando  al  novo  giorno, 
Il  cor  non  mi  ferì: 

Non  all'autunno  pallido 
In  solitaria  villa. 
La  vespertina  squilla, 
Il  fuggitivo  Sol. 


220  CANTI  V.  53-88 

Invai!  brillare  il  vespero 
Vidi  per  muto  calle, 
Invali  sonò  la  valle 
Del  flebile  usignol. 

E  voi,  pupille  tenere, 
Sguardi  furtivi,  erranti, 
Voi  de'  gentili  amanti 
Primo,  immortale  amor, 

Ed  alla  mano  offertami 
Candida  ignuda  mano. 
Foste  voi  pure  invano 
Al  duro  mio  sopor. 

D'ogni  dolcezza  vedovo, 
Tristo;  ma  non  turbato, 
Ma  placido  il  mio  stato. 
Il  volto  era  seren. 

Desiderato  il  termine 
Avrei  del  viver  mio; 
Ma  spento  era  il  desio 
Nello  spossato  sen. 

Qual  dell'età  decrepita 
L'avanzo  ignudo  e  vile, 

10  conducea  l'aprile 
Degli  anni  miei  così: 

Così  quegl' ineffabili 
Giorni,  o  mio  cor,  traevi. 
Che  sì  fugaci  e  brevi 

11  cielo  a  noi  sortì. 

Chi  dalla  grave,  immemore 
Quiete  or  mi  ridesta? 
Che  virtù  nova  è  questa, 
-Questa  che  sento  in  me? 

Moti  soavi,  immagini, 
Palpiti,  error  beato. 
Per  sempre  a  voi  negato 
Questo  mio  cor  non  è? 


V.  89-124 


IL   RISORGIMENTO  221 


Siete  pur  voi  quell'unica 
Luce  de'  giorni  miei? 
Gli  affetti  ch'io  perdei 
Nella  novella  età? 

Se  al  ciel,  s'ai  verdi  margini, 
Ovunque  il  guardo  mira, 
Tutto  un  dolor  mi  spira, 
Tutto  un  piacer  mi  dà. 

Meco  ritorna  a  vivere 

La  piaggia,  il  bosco,  il  monte; 
Parla  al  mio  core  il  fonte. 
Meco  favella  il  mar. 

Chi  mi  ridona  il  piangere 
Dopo  cotanto  obblio  ! 
E  come  al  guardo  mio 
Cangiato  il  mondo  appar '] 

Forse  la  speme,  o  povero 
Mio  cor,  ti  volse  un  riso '] 
Ahi  della  speme  il  viso 

10  non  vedrò  mai  più. 
Proprii  mi  diede  i  palpiti 

Natura,  e  i  dolci  inganni. 
Sopirò  in  me  gli  affanni 
L'ingenita  virtù; 

Non  l'annullar:  non  vinsela 

11  fato  e  la  sventura; 
Non  con  la  vista  impura 
L'infausta  verità. 

Dalle  mie  vaghe  immagini 
So  ben  ch'ella  discorda: 
So  che  natura  è  sorda. 
Che  miserar  non  sa. 

Che  non  del  ben  sollecita 
Fu,  ma  dell'esser  solo:        ^ 
Purché  ci  serbi  al  duolo, 
Or  d'altro  a  lei  non  cai. 


222  CANTI  V.  125-160 

So  che  pietà  fra  gli  uomini 
Il  misero  non  trova; 
Che  lui,  fuggendo,  a  prova 
Schernisce  ogni  mortai. 

Che  ignora  il  tristo  secolo 
Gl'ingegni  e  le  virtudi; 
Che  manca  ai  degni  studi 
L'ignuda  gloria  ancor. 

E  voi,  pupille  tremule, 
Voi,  raggio  sovrumano, 
So  che  splendete  invano. 
Che  in  voi  non  brilla  amor. 

Nessuno  ignoto  ed  intimo 
Affetto  in  voi  non  brilla: 
Non  chiude  una  favilla 
Quel  bianco  petto  in  sé. 
Anzi  d'altrui  le  tenere 
Cure  suol  porre  in  gioco; 
E  d'un  celeste  foco 
Disprezzo  è  la  mercè. 

Pur  sento  in  me  rivivere 
Gl'inganni  aperti  e  noti; 
E  de'  suoi  proprii  moti 
Si  maraviglia  il  sen. 

Pa  te,  mio  cor,  quest'ultimo 
Spirto,  e  r arder  natio, 
Ogni  conforto  mio 
Solo  da  te  mi  vien. 

Mancano,  il  sento,  all'anima 
Alta,  gentile  e  pura. 
La  sorte,  la  natura, 
Il  mondo  e  la  beltà. 

Ma  se  tu  vivi,  o  misero, 
Se  non  concedi  al  fato, 
Non  chiamerò  spietato 
Chi  lo  spirar  mi  dà. 


1-33  A  SILVIA  223 


XXI. 
A     SILVIA. 

Silvia,  rimembri  ancora 

Quel  tempo  della  tua  vita  mortale, 
Quando  beltà  splendea 
Negli  occhi  tuoi  ridenti  e  fuggitivi, 
E  tu,  lieta  e  pensosa,  il  limitare 
Di  gioventù  salivi  ? 
Sonavan  le  quiete 

Stanze,  e  le  vie  dintorno, 
Al  tuo  perpetuo  canto, 
Allor  che  air  opre  femminili  intenta 
Sedevi,  assai  contenta 

Di  quel  vago  avvenir  che  in  mente  avevi. 
Era  il  maggio  odoroso:  e  tu  solevi 
Così  menare  il  giorno. 
Io  gli  studi  leggiadri 

Talor  lasciando  e  le  sudate  carte, 
Ove  il  tempo  mio  primo 
E  di  me  si  spendea  la  miglior  parte. 
Din  su  i  veroni  del  paterno  ostello 
Porgea  gli  orecchi  al  suon  della  tua  voce, 
Ed  alla  man  veloce 
Che  percorrea  la  faticosa  tela. 
Mirava  il  ciel  sereno, 
Le  vie  dorate  e  gli  orti, 

E  quinci  il  mar  da  lungi,  e  quindi  il  monte. 
Lingua  mortai  non  dice 
Quel  ch'io  sentiva  in  éeno. 
Che  pensieri  soavi. 

Che  speranze,  che  cori,  o  Silvia  mia! 

Quale  aUor  ci  apparia 

La  vita  umana  e  il  fato! 

Quando  sovviemmi  di  cotanta  speme. 

Un  affetto  mi  preme 


224  CANTI  V.   34-63;  1-4 

Acerbo  e  sconsolato, 

E  tornami  a  doler  di  mia  sventura. 

0  natura,  o  natura, 
Perchè  non  rendi  poi 

Quel  che  prometti  allor  ?  perchè  di  tanto 

Inganni  i  figli  tuoi? 
Tu  pria  che  l'erbe  inaridisse  il  verno, 

Da  chiuso  morbo  combattuta  e  vinta. 

Perivi,  o  tenerella.  E  non  vedevi 

Il  fior  degli  anni  tuoi; 

Non  ti  molceva  il  core 

La  dolce  lode  or  delle  negre  chiome, 

Or  degli  sguardi  innamorati  e  schivi; 

Né  teco  le  compagne  ai  dì  festivi 

Ragionavan  d'amore. 
Anche  perla  fra  poco 

La  speranza  mia  dolce:  agli  anni  miei 

Anche  negare  i  fati 

La  giovanezza.  Ahi  come. 

Come  passata  sei. 

Cara  compagna  dell'età  mia  nova, 

Mia  lacrimata  speme! 

Questo  è  quel  mondo  ?  questi 

1  diletti,  l'amor,  l'opre,  gli  eventi 
Onde  cotanto  ragionammo  insieme? 
Questa  la  sorte  delle  umane  genti? 
All'apparir  del  vero 

Tu,  misera,  cadesti:  e  con  la  mano 
La  fredda  morte  ed  una  tomba  ignuda 
Mostravi  di  lontano. 

XXII. 

LE    RICORDANZE. 

Vaghe  stelle  dell'Orsa,  io  non  credea 
Tornare  ancor  per  uso  a  contemplarvi 
Sul  paterno  giardino  scintillanti,^ 
E  ragionar  con  voi  dalle  finestre 


5-42  LE    RICORDANZE  225 

Di  questo  albergo  ove  abitai  fanciullo, 
E  delle  gioie  mie  vidi. la  fine. 
Quante  immagini  un  tempo,  e  quante  fole 
Creommi  nel  pensier  l'aspetto  vostro 
E  delle  luci  a  voi  compagne!  allora 
Che,  tacito,  seduto  in  verde  zolla, 
Delle  sere  io  solea  passar  gran  parte 
Mirando  il  cielo,  ed  ascoltando  il  canto 
Della  rana  rimota  alla  campagna! 
E  la  lucciola  errava  appo  le  siepi 
E  in  su  l'aiuole,  susurrando  al  vento 
I  viali  odorati,  ed  i  cipressi 
Là  nella  selva;  e  sotto  al  patrio  tetto 
Sonavan  voci  alterne,  e  le  tranquille 
Opre  de'  servi.  E  che  pensieri  immensi. 
Che  dolci  sogni  mi  spirò  la  vista 
Di  quel  lontano  mar,  quei  monti  azzurri. 
Che  di  qua  scopro,  e  che  varcare  un  giorno 
Io  mi  pensava,  arcani  mondi,  arcana 
Felicità  fìngendo  al  viver  mio! 
Ignaro  del  mio  fato,  e  quante  volte 
Questa  mia  vita  dolorosa  e  nuda 
Volentier  con  la  morte  avrei  cangiato. 
Xè  mi  diceva  il  cor  che  l'età  verde 
Sarei  dannato  a  consumare  in  questo 
Natio  borgo  selvaggio,  intra  una  gente 
Zotica,  vii;  cui  nomi  strani,  e  spesso 
Argomento  di  riso  e  di  trastullo, 
Son  dottrina  e  saper;  che  m'odia  e  fugge. 
Per  invidia  non  già,  che  non  mi  tiene 
Maggior  di  sé,  ma  perchè  tale  estima 
Ch'io  mi  tenga  in  cor  mio,  sebben  di  fuori 
A  persona  giammai  non  ne  fo  segno. 
Qui  passo  gli  anni,  abbandonato,  occulto, 
Senz'amor,  senza  vita;  ed  aspro  a  forza 
Tra  lo  stuol  de'  malevoli  divengo: 
Qui  di  pietà  mi  spoglio  e  di  virtudi, 
E  sprezzator  degli  uomini  mi  rendo, 

15.  —  G.  Leopardi. 


226  CANTI  V.  43-80 

Per  la  greggia  ch"lio  appresso:  e  intanto  vola 
Il  caro  tempo  giovanil;  più  caro 

.  Che  la  fama  e  l'allòr,  più  che  la  pura 
Luce  del  giorno,  e  lo  spirar:  ti  perdo 
Senza  un  diletto,  inutilmente,  in  questo 
Soggiorno  disumano,  intra  gli  affanni, 
0  dell'arida  vita  unico  fiore. 
Viene  il  vento  recando  il  suon  dell'ora 

-Dalla  torre  del  borgo.  Era  conforto 
Questo  suon,  mi  rimembra,  alle  mie  notti, 
Quando  fanciullo,  nella  buia  stanza, 
Per  assidui  terrori  io  vigilava, 
Sospirando  il  mattin.  Qui  non  è  cosa 
Ch'io  vegga  o  senta,  onde  un'immagin  dentro 
Non  torni,  e  un  dolce  rimembrar  non  sorga. 
Dolce  per  sé;  ma  con  dolor  sottentra 
Il  pensier  del  presente,  un  van  desio 
Del  passato,  ancor  tristo,  e  il  dire:  io  fui. 
Quella  loggia  colà,  vòlta  agli  estremi 
Raggi  del  dì;  queste  dipinte  mura. 
Quei  figurati  armenti,  e  il  Sol  che  nasce 
Su  romita  campagna,  agli  ozi  miei 
Porser  mille  diletti  allor  che  al  fianco 
M'era,  parlando,  il  mio  possente  errore 
Sempre,  ov'io  fossi.  In  queste  sale  antiche, 
Al  chiaror  delle  nevi,  intorno  a  queste 

Ampie  finestre  sibilando  il  vento, 
Rimbombare  i  sollazzi  e  le  festoso 

Mie  voci  al  tempo  che  l'acerbo,  indegno 

Mistero  delle  cose  a  noi  si  mostra 

Pien  di  dolcezza;  indelibata,  intera 

Il  garzoncel,  come  inesperto  amante, 

La  sua  vita  ingannevole  vagheggia, 

E  celeste  beltà  fingendo  ammira. 
0  speranze,  speranze;  ameni  inganni 

Della  mia  prima  età!  sempre,  parlando. 

Ritorno  a  voi;  che  per  andar  di  tempo, 

Per  variar  d'affetti  e  di  pensieri, 


81-118  LE    RICORDANZE  22' 

Obbliarvi  non  so.  Fantasmi,  intendo, 
Son  la  gloria  e  l'onor;  diletti  e  beni 
Mero  desio  ;  non  ha  la  vita  un  frutto, 
Inutile  miseria.  E  sebben  vóti 
Son  gli  anni  miei,  sebben  deserto,  oscuro 
Il  mio  stato  mortai,  poco  mi  toglie 
La  fortuna,  ben  veggo.  Ahi,  ma  qualvolta 
A  voi  ripenso,  o  mie  speranze  antiche, 
Ed  a  quel  caro  immaginar  mio  primo; 
Indi  riguardo  il  viver  mio  sì  vile 
E  si   dolente,  e  che  la  morte  è  quello 
Che  di  cotanta  speme  oggi  m'avanza; 
Sento  serrarmi  il  cor,  sento  ch'ai  tutto 
Consolarmi  non  so  del  mio  destino. 
E  quando  pur  questa  invocata  morte 
Sarammi  allato,  e  sarà  giunto  il  fine 
Della  sventura  mia;  quando  la  terra 
Mi  fia  straniera  valle,  e  dal  mio  sguardo 
Fuggirà  l'avvenir;  di  voi  per  certo 
Risovverrammi  ;  e  quell'imago  ancora 
Sospirar  mi  farà,  farammi  acerbo 
L'esser  vissuto  indarno,  e  la  dolcezza 
Del  dì  fatai  tempererà  d'affanno. 
E  già  nel  primo  giovanil  tumulto 
Di  contenti,  d'angosce  e  di  desio. 
Morte  chiamai  piii  volte,  e  lungamente 
Mi  sedetti  colà  su  la  fontana 
Pensoso  di  cessar  dentro  quell'acque 
La  speme  e  il  dolor  mio.  Poscia,  per  cieco 
Malor,  condotto  della  vita  in  forse, 
Piansi  la  bella  giovanezza,  e  il  fiore 
De'  miei  poveri  dì,  che  sì  per  tempo 
Cadeva:  e  spesso  all'ore  tarde,  assiso 
Sul  conscio  letto,  dolorosamente 
AUa  fioca  lucerna  poetando. 
Lamentai  co'  silenzi  e  con  la  notte 
Il  fuggitivo  spirto,  ed  a  me  stesso 
In  sul  languir  cantai  funereo  canto. 


228  CANTI  V.   119-156 

Cki  rimembrar  vi  può  senza  sospiri, 
O  primo  entrar  di  giovinezza,  o  giorni 
Vezzosi,  inenarrabili,  allor  quando 
Al  rapito  mortai  primieramente 
Sorridon  le  donzelle;  a  gara  intorno 
Ogni  cosa  sorride;  invidia  tace, 
Non  desta  ancora  ovver  benigna;  e  quasi 
(Inusitata  maravigliai)  il  mondo 
La  destra  soccorrevole  gli  porge, 
Scusa  gii  errori  suoi,  festeggia  il  novo 
Suo  venir  nella  vita,  ed  inchinando 
Mostra  che  per  signor  l'accolga  e  chiami? 
Fugaci  giorni  I  a  somigliar  d'un  lampo 
Son  dileguati.  E  qual  mortale  ignaro 
Di  sventura  esser  può,  se  a  lui  già  scorsa 
Quella  vaga  stagion,  se  il  suo  buon  tempo, 
Se  giovanezza,  ahi  giovanezza,  è  spenta  ? 
0  Nerinal  e  di  te  forse  non  odo 
Questi  luoghi  parlar  ì  caduta  forse 
Dal  mio  pensier  sei  tu  ì  Dove  sei  gita, 
Che  qui  sola  di  te  la  ricordanza 
Trovo,  dolcezza  mia  ?  Più  non  ti  vede 
Questa  Terra  natal:  quella  finestra, 
Ond'eri  usata  favellarmi,  ed  onde 
'     Mesto  riluce  delle  stelle  il  raggio, 
È  deserta.  Ove  sei,  che  più  non  odo 
La  tua  voce  sonar,  siccome  un  giorno, 
Quando  soleva  ogni  lontano  accento 
Del  labbro  tuo,  eh' a  me  giungesse,  il  volto 
Scolorarmi?  Altro  tempo.  I  giorni  tuoi 
Furo,  mio  dolce  amor.  Passasti.  Ad  altri 
11  passar  per  la  terra  oggi  è  sortito, 
E  l'abitar  questi  odorati  colli. 
Ma  rapida  passasti;  e  come  un  sogno 
Fu  la  tua  vita.  Ivi  danzando;  in  fronte 
La  gioia  ti  splendea,  splendea  negli  occhi 
Quel  confidente  immaginar,  quel  lume 
Di  gioventù,  quando  spegneali  il  fato. 


V.   157-173;  1-14  le  ricordanze  229 

E  giacevi.  Ahi  Nerina!  In  cor  mi  regna 
L'antico  amor.  Se  a  feste  anco  talvolta, 
Se  a  radunanze  io  movo,  infra  me  stesso 
Dico:  o  Nerina,  a  radunanze,  a  feste 
Tu  non  ti  acconci  più,  tu  più  non  movi. 
Se  torna  maggio,  e  ramoscelli  e  suoni 
Van  gli  amanti  recando  alle  fanciulle, 
Dico:  Nerina  mia,  per  te  non  torna 
Primavera  giammai,  non  torna  amore. 
Ogni  giorno  sereno,  ogni  fiorita 
Piaggia  ch'io  miro,  ogni  goder  ch'io  sento, 
Dico:  Nerina  or  più  non  gode;  i  campi. 
L'aria  non  mira.  Ahi  tu  passasti,  eterno 
Sospiro  mio:  passasti:  e  fia  compagna 
D'ogni  mio  vago  immaginar,  di  tutti 
I  miei  teneri  sensi,  i  tristi  e  cari 
Moti  del  cor,  la  rimembranza  acerba. 

XXIII. 

CANTO    NOTTUENO 

DI    UN    PASTORE    ERRANTE    DELL' ASIA.  * 

Che  fai  tu,  luna,  in  ciel'?  dimmi,  che  fai, 
Silenziosa  luna! 
Sorgi  la  sera,  e  vai. 
Contemplando  i  deserti;  indi  ti  posi. 
Ancor  non  sei  tu  paga 
Di  riandare  i  sempiterni  calli? 
Ancor  non  prendi  a  schivo,  ancor  sei  vaga 
Di  mirar  queste  valli? 
Somiglia  alla  tua  vita 
La  vita  del  pastore. 
Sorge  in  sul  primo  albore, 
Move  la  greggia  oltre  pel  campo,  e  vede 
Greggi,  fontane  ed  erbe; 
Poi  stanco  si  riposa  in  su  la  sera: 


230  CANTI  V.   15-52 

Altro  mai  non  ispera. 

Dimmi,  o  luna:  a  che  vale 

Al  pastor  la  sua  vita, 

La  vostra  vita  a  voi?  dimmi:  ove  tende 

Questo  vagar  mio  breve, 

Il  tuo  corso  immortale  ? 
Vecchierel  bianco,  infermo. 

Mezzo  vestito  e  scalzo. 

Con  gravissimo  fascio  in  su  le  spalle, 

Per  montagna  e  per  valle, 

Per  sassi  acuti,  ed  alta  rena,  e  fratte, 

Al  vento,  alla  tempesta,  e  quando  avvampa 

L'ora,  e  quando  poi  gela, 

Corre  via,  corre,  anela. 

Varca  torrenti  e  stagni, 

Cade,  risorge,  e  piìi  e  più  s'affretta. 

Senza  posa  o  ristoro, 

Lacero,  sanguinoso;  infin  ch'arriva 

Colà  dove  la  via 

E  dove  il  tanto  affaticar  fu  volto: 

Abisso  orrido,  immenso, 

Ov'ei  precipitando,  il  tutto  obblia. 

Vergine  luna,  tale  - 

È  la  vita  mortale. 
Nasce  l'uomo  a  fatica, 

Ed  è  rischio  di  morte  il  nascimento. 

Prova  pena  e  tormento 

Per  prima  cosa;  e  in  sul  principio  stesso 

La  madre  e  il  genitore 

Il  prende  a  consolar  dell'esser  nato. 

Poi  che  crescendo  viene. 

L'uno  e  l'altro  il  sostiene,  e  via  pur  sempre 

Con  atti  e  con  parole 

Studiasi  fargli  core, 

E  consolarlo  dell'umano  stato: 

Altro  ufficio  più  grato 

Non  si  fa  da  parenti  alla  lor  prole. 

Ma  perchè  dare  al  sole. 


V.    53-90  CANTO    NOTTURNO  231 

Perchè  reggere  in  vita 
Chi  poi  di  quella  consolar  convenga! 
Se  la  vita  è  sventura, 
Perchè  da  noi  si  dura? 
Intatta  luna,  tale 
È  lo  stato  mortale. 
Ma  tu  mortai  non  sei, 
E  forse  del  mio  dir  poco  ti  cale. 
Pur  tu,  solinga,  eterna  peregrina, 
Che  sì  pensosa  sei,  tu  forse  intendi, 
Questo  viver  terreno, 
Il  patir  nostro,  il  sospirar,  che  sia; 
Che  sia  questo  morir,  questo  supremo 
Scolorar  del  sembiante, 
E  perir  daUa  terra,  e  venir  meno 
Ad  ogni  usata,  amante  compagnia. 
E  tu  certo  comprendi 
Il  perchè  delle  cose,  e  vedi  il  frutto 
Del  mattin,  deUa  sera. 
Del  tacito,  infinito  andar  del  tempo. 
Tu  sai,  tu  certo,  a  qual  suo  dolce  amore 
Rida  la  primavera, 
A  chi  giovi  l'ardore,  e  che  procacci 
Il  verno  co'  suoi  ghiacci. 
Mille  cose  sai  tu,  mille  discopri, 
Che  son  celate  al  semplice  pastore. 
Spesso  quand'io  ti  miro 
Star  così  muta  in  sul  deserto  piano. 
Che,  in  suo  giro  lontano,  al  ciel  confina; 
Ovver  con  la  mia  greggia 
Seguirmi  viaggiando  a  mano  a  mano; 
E  quando  miro  in  cielo  arder  le  stelle; 
Dico  fra  me  pensando: 
A  che  tante  f acelle  ? 
Che  fa  l'aria  infinita,  e  quel  profondo 
Infinito  seren?  che  vuol  dir  questa 
Solitudine  immensa  ?  ed  io  che  sono  ì 
Così  meco  ragiono:  e  della  stanza 


232  CANTI  V.  91-128 

Smisurata  e  superba, 
E  dell' innumerabile  famiglia; 
Poi  di  tanto  adoprar,  di  tanti  moti 
D'ogni  celeste,  ogni  terrena  cosa, 
Girando  senza  posa. 

Per  tornar  sempre  là  donde  son  mosse; 
Uso  alcuno,  alcun  frutto 
Indovinar  non  so.  Ma  tu  per  certo. 
Giovinetta  immortai,  conopei  il  tutto. 
Questo  io  conosco  e  sento. 
Che  degli  eterni  giri, 
Che  dell'esser  mio  frale, 
Qualche  bene  o  contento 
Avrà  fors'altri;  a  me  la  vita  è  male. 
0  greggia  mia  che  posi,  oh  te  beata, 
Che  la  miseria  tua,  credo,  non  sai! 
Quanta  invidia  ti  porto  ! 
Non  sol  perchè  d'affanno 
Quasi  libera  vai; 
Ch'ogni  stento,  ogni  danno. 
Ogni  estremo  timor  subito  scordi; 
Ma  più  perchè  giammai  tedio  non  provi. 
Quando  tu  siedi  all'ombra,  sovra  l'erbe. 
Tu  se'  queta  e  contenta; 
E  gran  parte  dell'anno 
Senza  noia  consumi  in  quello  stato. 
Ed  io  pur  seggo  sovra  l'erbe,  all'ombra, 
E  un  fastidio  m'ingombra 
La  mente,  ed  uno  spron  quasi  mi  punge 
Si  che,  sedendo,  più  che  mai  son  lungo 
Da  trovar  pace  o  loco. 
E  pur  nulla  non  bramo, 
E  non  ho  fino  a  qui  cagion  di  pianto. 
Quel  che  tu  goda  o  quanto, 
Non  so  già  dir;  ma  fortunata  sei. 
Ed  io  godo  ancor  poco, 
0  greggia  mia,  né  di  ciò  sol  mi  lagno. 
Se  tu  parlar  sapessi,  io  chiederei: 


V.    129-143;    1-1"  CANTO    NOTTURNO  233 


Dimmi:  perchè  giacendo 
A  bell'agio,  ozioso, 
S'appaga  ogni  animale; 

Me,  s'io  giaccio  in  riposo,  il  tedio  assale  t  ^^ 
Forse  s'avess'io  l'ale 
Da  volar  su  le  nubi, 
E  noverar  le  stelle  ad  una  ad  una, 
0  come  il  tuono  errar  di  giogo  in  giogo, 
Più  felice  sarei,  dolce  mia  greggia. 
Più  felice  sarei,  candida  luna. 
0  forse  erra  dal  vero. 
Mirando  all'altrui  sorte,  il  mio  pensiero: 
Forse  in  qual  forma,  in  quale 
Stato  che  sia,  dentro  covile  o  cuna, 
È  funesto  a  chi  nasce  il  dì  natale. 


XXIV. 
LA  QUIETE  DOPO  LA  TEMPESTA. 

Passata  è  la  tempesta: 

Odo  augelli  far  festa,  e  la  gallina, 

Tornata  in  su  la  via, 

Che  ripete  il  suo  verso.  Ecco  il  sereno 

Rompe  là  da  ponente,  alla  montagna; 

Sgombrasi  la  campagna, 

E  chiaro  nella  valle  il  fiume  appare. 

Ogni  cor  si  rallegra,  in  ogni  lato 

Risorge  il  romorio. 

Torna  il  lavoro  usato. 

L'artigiano  a  mirar  l'umido  cielo, 

Con  l'opra  in  man,  cantando, 

Fassi  in  su  l'uscio;  a  prova 

Yien  fuor  la  femminetta  a  cor  dell'acqua 

Della  novella  piova; 

E  l'erbaiuol  rinnova 

Di  sentiero  in  sentiero 


234  CANTI  V.   18-54 

Il  grido  giornaliero. 

Ecco  il  Sol  che  ritorna,  ecco  sorride 

Per  li  poggi  e  le  ville.  Apre  i  balconi, 

Apre  terrazze  e  logge  la  famiglia: 

E,  daUa  via  corrente,  odi  lontano 

Tintinnìo  di  sonagli;  il  carro  stride 

Del  passegger  che  il  suo  cammin  ripiglia. 
Si  rallegra  ogni  core. 

Sì  dolce,  sì  gradita 

Quand'è,  com'or,  la  vita? 

Quando  con  tanto  amore 

L'uomo  a'  suoi  studi  intende  ? 

0  torna  all'opre?  o  cosa  nova- imprendo'? 

Quando  de'  mali  suoi  men  si  ricorda  ì 

Piacer  figlio  d'affanno; 

Gioia  vana,  eh' è  frutto 

Del  passato  timore,  onde  si  scosse 

E  paventò  la  morte 

Chi  la  vita  abborria; 

Onde  in  lungo  tormento, 

Fredde,  tacite,  smorte. 

Sudar  le  genti  e  palpitar,  vedendo 

Mossi  alle  nostre  offese 

Folgori,  nembi  e  vento. 
0  natura  cortese, 

Son  questi  i  doni  tuoi, 

Questi  i  diletti  sono 

Che  tu  porgi  ai  mortali.  Uscir  di  pena 

È  diletto  fra  noi. 

Pene  tu  spargi  a  larga  mano;  il  duolo 

Spontaneo  sorge:  e  di  piacer,  quel  tanto 

Che  per  mostro  e  miracolo  talvolta 

Nasce  d'affanno,  è  gran  guadagno.  Umana 

Prole  cara  agli  eterni!  assai  felice 

Se  respirar  ti  lice 

D'alcun  dolor;  beata 

Se  te  d'ogni  dolor  morto  risana. 


1-33  IL    SABATO    DEL    VILLAGGIO 


23Ì 


XXV. 
IL   SABATO   DEL    VILLAGGIO. 

La  donzelletta  vien  dalla  campagna, 
In  sili  calar  del  sole, 
Col  suo  fascio  dell'erba;  e  reca  in  mano 
Un  mazzolin  di  rose  e  di  viole, 
Onde,  siccome  suole, 
Ornare  ella  si  appresta 
Dimani,  al  dì  di  festa,  il  petto  e  il  crine. 
Siede  con  le  vicine 
Su  la  scala  a  filar  la  veccMerella, 
Incontro  là  dove  si  perde  il  giorno; 
E  novellando  vien  del  suo  buon  tempo. 
Quando  ai  dì  della  festa  ella  si  ornava, 
Ed  ancor  sana  e  sneUa 
Solea  danzar  la  sera  intra  di  quei 
Ch'ebbe  compagni  dell'età  più  bella. 
Già  tutta  l'aria  imbruna, 
Torna  azzurro  il  sereno,  e  tornan  l'ombre 
Giù  da'  colli  e  da'  tetti, 
Al  biancbeggiar  della  recente  luna. 
Or  la  squilla  dà  segno 
Della  festa  che  viene; 
Ed  a  quel  suon  diresti 
Che  il  cor  si  riconforta. 
I  fanciulli  gridando 
Su  la  piazzuola  in  frotta, 
E  qua  e  là  saltando, 
Fanno  un  lieto  romore: 
E  intanto  riede  aUa  sua  parca  mensa, 
Fischiando,  il  zappatore, 
E  seco  pensa  al  di  del  suo  riposo. 
Poi  quando  intorno  è  spenta  ogni  altra  face, 
E  tutto  l'altro  tace. 
Odi  il  martel  picchiare,  odi  la  sega 


236  CANTI  V.  34-51;    1-14 

Del  legnaiuol,  che  veglia 

Nella  chiusa  bottega  alla  lucerna, 

E  s' affretta,  e  s'adopra 

Di  fornir  l'opra  anzi  il  chiarir  dell'alba. 
Questo  di  sette  è  il  più  gradito  giorno, 

Pien  di  speme  e  di  gioia: 

Diman  tristezza  e  noia 

Eecheran  l'ore,  ed  al  travaglio  usato 

Ciascuno  in  suo  pensier  farà  ritorno. 
Garzoncello  scherzoso, 

Cotesta  età  fiorita 

È  come  un  giorno  d'allegrezza  pieno, 

Giorno  chiaro,  sereno, 

Che  precorre  alla  festa  di  tua  vita. 

Godi,  fanciullo  mio;  stato  soave, 

Stagion  lieta  è  cotesta. 

Altro  dirti  non  vo'  ;  ma  la  tua  festa 

Ch'anco  tardi  a  venir  non  ti  sia  grave. 


XXVI. 
IL    PENSIERO   DOMINANTE. 

Dolcissimo,  possente 

Dominator  di  mia  profonda  mente; 

Terribile,  ma  caro 

Dono  del  ciel;  consorte 

Ai  liigubri  miei  giorni, 

Pensier  che  innanzi  a  me  sì  spesso  torni. 
Di  tua  natura  arcana 

Chi  non  favella?  il  suo  poter  fra  noi 

Chi  non  sentì  ?  Pur  sempre 

Che  in  dir  gli  effetti  suoi 

Le  umane  lingue  il  sentir  proprio  sprona. 

Par  novo  ad  ascoltar  ciò  ch'ei  ragiona. 
Come  solinga  è  fatta 

La  mente  mia  d'allora 


15-52  IL    PEIJSIERO    DOMINANTE  237 

Che  tu  quivi  prendesti  a  far  dimora! 

Ratto  d'intorno  intorno  al  par  del  lampo 

Gli  altri  pensieri  miei 

Tutti  si  dileguar.  Siccome  torre 

In  solitario  campo, 

Tu  stai  solo,  gigante,  in  mezzo  a  lei. 
Che  divenute  son,  fuor  di  te  solo, 

Tutte  l'opre  terrene, 

Tutta  intera  la  vita  al  guardo  mio  ! 

Che  intoUerabil  noia 

Gli  ozi,  i  commerci  usati, 

E  di  vano  piacer  la  vana  spene, 

Allato  a  quella  gioia. 

Gioia  celeste  che  da  te  mi  viene  ! 
Come  da'  nudi  sassi 

Dello  scabro  Apennino 

A  un  campo  verde  che  lontan  sorrida 

Volge  gii  occhi  bramoso  il  pellegrino; 

Tal  io  dal  secco  ed  aspro 

Mondano  conversar  vogliosamente, 

Quasi  in  lieto  giardino,  a  te  ritorno, 

E  ristora  i  miei  sensi  il  tuo  soggiorno. 
Quasi  incredibil  parmi 

Che  la  vita  infelice  e  il  mondo  sciocco 

Già  per  gran  tempo  assai 

Senza  te  sopportai; 

Quasi  intender  non  posso 

Come  d'altri  desiri, 

Fuor  eh' a  te  somiglianti,  altri  sospiri. 
Giammai  d'allor  che  in  pria 

Questa  vita  che  sia  per  prova  intesi, 

Timor  di  morte  non  mi  strinse  il  petto. 

Oggi  mi  pare  un  gioco 

Quella  che  il  mondo  inetto, 

Talor  lodando,  ognora  abborre  e  trema, 

Necessitade  estrema; 

E  se  periglio  appar,  con  un  sorriso 

Le  sue  minacce  a  contemplar  m'affiso. 


238  CANTI  V.  53-90 

Sempre  i  codardi,  e  Talme 

Ingenerose,  abbiette 

Ebbi  in  dispregio.  Or  pungo  ogni  atto  indegno 

Subito  i  sensi  miei; 

Move  l'alma  ogni  esempio 

Dell'umana  viltà  subito  a  sdegno. 

Di  questa  età  superba, 

Che  di  vote  speranze  si  nutrica, 

Vaga  di  ciance,  e  di  virtù  nemica; 

Stolta,  che  l'util  chiede, 

E  inutile  la  vita 

Quindi  più  sempre  divenir  non  vede; 

Maggior  mi  sento,  A  scherno 

Ho  gli  umani  giudizi;  e  il  vario  volgo 

A'  bei  pensieri  infesto, 

E  degno  tuo  disprezzator,  calpesto, 
A  quello  onde  tu  movi, 

Quale  affetto  non  cede^ 

Anzi  qual  altro  affetto 

Se  non  quell'uno  intra  i  mortali  ha  sede! 

Avarizia,  superbia,  odio,  disdegno, 

Studio  d'onor,  di  regno, 

Che  sono  altro  che  voglie 

Al  paragon  di  lui?  Solo  un  affetto 

Vive  tra  noi:  quest'uno. 

Prepotente  signore, 

Dieder  l'eterne  leggi  all'uman  core. 
Pregio  non  ha,  non  ha  ragion  la  vita 

Se  non  per  lui,  per  lui  eh'  all'uomo  è  tutto; 

Sola  discolpa  al  fato. 

Che  noi  mortali  in  terra 

Pose  a  tanto  patir  senz'altro  frutto; 

Solo  por  cui  talvolta, 

Non  alla  gente  stolta,  al  cor  non  vile 

La  vita  della  morte  è  più  gentile. 
Per  cor  le  gioie  tue,  dolce  pensiero, 

Provar  gli  umani  affanni, 

E  sostener  molt'anni 


V.    91-123  IL    PENSIERO    DOMINANTE  239 

Questa  vita  mortai,  fu  non  indeguo; 

Ed  ancor  tornerei, 

Così  qual  son  de'  nostri  mali  esperto, 

Verso  un  tal  segno  a  incominciare  il  corso: 

Che  tra  le  sabbie  e  tra  il  vipereo  morso, 

Giammai  fìnor  si  stanco 

Per  lo  mortai  deserto 

Non  venni  a  te,  che  queste  nostre  pene 

Vincer  non  mi  paresse  un  tanto  bene. 
Che  mondo  mai,  che  nova 

Immensità,  che  paradiso  è  quello 

Là  dove  spesso  il  tuo  stupendo  incanto 

Farmi  innalzar!  dov'io, 

Sott'altra  luce  che  l'usata  errando, 

Il  mio  terreno  stato 

E  tutto  quanto  il  ver  pongo  in  obblio  ! 

Tali  son,  credo,  i  sogni 

Degrimmortcìli.  Ahi  finalmente  un  sogno 

In  molta  parte  onde  s'abbella  il  vero 

Sei  tu,  dolce  pensiero; 

Sogno  e  palese  error.  Ma  di  natura, 

Infra  i  leggiadri  errori. 

Divina  sei;  perchè  sì  viva  e  forte, 

Che  incontro  al  ver  tenacemente  dura, 

E  spesso  al  ver  s'adegua. 

Né  si  dilegua  pria,  che  in  grembo  a  morte. 
E  tu  per  certo,  o  mio  pensier,  tu  solo 

Vitale  ai  giorni  miei, 

Cagion  diletta  d'infiniti  affanni, 

Meco  sarai  per  morte  a  un  tempo  spento: 

Ch'  a  vivi  segni  dentro  l'alma  io  sento 

Che  in  perpetuo  signor  dato  mi  sei. 

Altri  gentili  inganni 

Soleami  il  vero  aspetto 

Più  sempre  infievolir.  Quanto  più  torno 

A  riveder  colei 

Della  qual  teco  ragionando  io  vivo. 

Cresce  quel  gran  diletto. 


240  CANTI  V.    129-147;    1-10 

Cresce  quel  gran  delirio,  ond'io  respiro. 
Angelica  beltadel 

Parmi  ogni  più  bel  volto,  ovunque  io  miro, 
Quasi  una  finta  imago 
Il  tuo  volto  imitar.  Tu  sola  fonte 
D'ogni  altra  leggiadria. 
Sola  vera  beltà  parmi  che  sia. 
Da  che  ti  vidi  pria, 

Di  qual  mia  seria  cura  ultimo  obbietto 

Non  fosti  tu?  quanto  del  giorno  è  scorso. 

Ch'io  di  te  non  pensassi?  ai  sogni  miei 

La  tua  sovrana  imago 

Quante  volte  mancò  ì  Bella  qual  sogno. 

Angelica  sembianza. 

Nella  terrena  stanza. 

Nell'alte  vie  dell'universo  intero. 

Che  chiedo  io  mai,  che  spero 

Altro  che  gli  occhi  tuoi  veder  più  vago? 

Altro  più  dolce  aver  che  il  tuo  pensiero  ! 


XXVII. 
AMORE    E    MORTE. 

°0v  &l  ^soi  (pO.O'lC'.V,  àTToàv'ncJXìi  vé&c. 
Muor  giovane  colui  ch'ai  elei  è  caro. 
Menandro. 

Fratelli,  a  un  tempo  stesso.  Amore  e  Morte 
Ingenerò  la  sorte. 
Cose  quaggiù  sì  belle 

Altre  il  mondo  non  ha,  non  han  lo  stelle. 
Nasce  dall'uno  il  bene, 
Nasce  il  piacer  maggiore 
Che  per  lo  mar  dell'essere  si  trova; 
L'altra  ogni  gran  dolore. 
Ogni  gran  male  annulla. 
Bellissima  fanciulla, 


V.     11-48  AMORE    E    MORTE  241 

Dolce  a  veder,  non  quale 

La  si  dipinge  la  codarda  gente, 

Gode  il  fanciullo  Amore 

Accompagnar  sovente; 

E  sorvolano  insiem  la  via  mortale, 

Primi  conforti  d'ogni  saggio  core. 

Né  cor  fu  mai  più  saggio 

Che  percosso  d'amor,  né  mai  più  forte 

Sprezzò  l'infausta  vita, 

Né  per  altro  signore 

Come  per  questo  a  perigliar  fu  pronto: 

Ch'ove  tu  porgi  aita, 

Amor,  nasce  il  coraggio, 

0  si  ridesta;  e  sapiente  in  opre. 

Non  in  pensiero  invan,  siccome  suole, 

Divien  l'umana  prole. 
Quando  novellamente 

Nasce  nel  cor  profondo 

Un  amoroso  affetto, 

Languido  e  stanco  insiem  con  esso  in  petto 

Un  desiderio  di  morir  si  sente: 

Come,  non  so:  ma  tale 

D'amor  vero  e  possente  é  il  primo  effetto. 

Forse  gli  occhi  spaura 

Allor  questo  deserto:  a  sé  la  terra 

Forse  il  mortale  inabitabil  fatta 

Vede  omai  senza  quella 

Nova,  sola,  infinita 

Felicità  che  il  suo  pensier  figura: 

Ma  per  cagion  di  lei  grave  procella 

Presentendo  in  suo  cor,  brama  quiete. 

Brama  raccorsi  in  porto 

Dinanzi  al  fier  disio, 

Che  già,  rugghiando,  intorno  intorno  oscura. 
Poi,  quando  tutto  avvolge 

La  formidabil  possa, 

E  fulmina  nel  cor  l'invitta  cura. 

Quante  volte  implorata 

16.  —  G.  Leopardi. 


242  CANTI  V.  49-8^ 

Con  desiderio  intenso, 

Morte,  sei  tu  dall'affannoso  amante! 

Quante  la  sera,  e  quante 

Abbandonando  all'alba  il  corpo  stanco. 

Sé  beato  chiamò  s'indi  giammai 

Non  rilevasse  il  fianco, 

Ne  tornasse  a  veder  l'amara  luce! 

E  spesso  al  suon  della  funebre  squilla, 

Al  canto  che  conduce 

La  gente  morta  al  sempiterno  obblio, 

Con  piti  sospiri  ardenti 

Dall'imo  petto  invidiò  colui 

Che  tra  gli  spenti  ad  abitar  sen  giva. 

Fin  la  negletta  plebe, 

L'uom  della  villa,  ignaro 

D'ogni  virtù  che  da  saper  deriva, 

Fin  la  donzella  timidetta  e  schiva. 

Che  già  di  morte  al  nome 

Sentì  rizzar  le  chiome, 

Osa  alla  tomba,  alle  funeree  bende 

Fermar  lo  sguardo  di  costanza  pieno. 

Osa  ferro  e  veleno 

Meditar  lungamente, 

E  nell'indotta  mente 

La  gentilezza  del  morir  comprende. 

Tanto  alla  morte  inclina 

D'amor,  la  disciplina.  Anco  sovente, 

A  tal  venuto  il  gran  travaglio  interno 

Che  sostener  noi  può  forza  mortale, 

0  cede  il  corpo  frale 

Ai  terribili  moti,  e  in  questa  forma 

Pel  fraterno  poter  Morte  prevale; 

0  così  sprona  Amor  là  nel  profondo, 

Che  da  se  stessi  il  villanello  ignaro, 

La  tenera  donzella 

Con  la  man  violenta 

Pongon  le  membra  giovanili  in  terra. 

Ride  ai  lor  ca.si  il  mondo, 

A  cui  paco  e  vecchiezza  il  ciel  consenta. 


124  AMORE    E    MORTE  243 

Ai  fervidi,  ai  felici, 
Agli  animosi  ingegni 
L'uno  o  l'altro  di  voi  conceda  il  fato, 
Dolci  signori,  amici 
AU' umana  famiglia. 
Al  cui  poter  nessun  poter  somiglia 
Nell'immenso  universo,  e  non  l'avanza, 
Se  non  quella  del  fato,  altra  possanza. 
E  tu,  cui  già  dal  cominciar  degli  anni 
Sempre  onorata  invoco, 
Bella  Morte,  pietosa 
Tu  sola  al  mondo  dei  terreni  affanni, 
Se  celebrata  mai 

Fosti  da  me,  s'al  tuo  divino  stato 
L'onte  del  volgo  ingrato 
Ricompensar  tentai. 
Non  tardar  più,  t'inchina 
A  disusati  preghi. 
Chiudi  alla  luce  omai 
Questi  occhi  tristi,  o  dell'età  reina. 
Me  certo  troverai,  qua!  si  sia  l'ora 
Che  tu  le  penne  al  mio  pregar  dispieghi. 
Erta  la  fronte,  armato, 
E  renitente  al  fato. 
La  man  che  flagellando  si  colora 
Nel  mio  sangue  innocente 
Non  ricolmar  di  lode. 
Non  benedir,  com'usa 
Per  antica  viltà  l'umana  gente; 
Ogni  vana  speranza  onde  consola 
Sé  coi  fanciulli  il  mondo. 
Ogni  conforto  stolto 

Gittar  da  me;  nuli' altro  in  alcun  tempo 
Sperar,  se  non  te  sola; 
Solo  aspettar  sereno 

Quel  di  ch'io  pieghi  addormentato  il  volto 
Nel  tuo  virgineo  seno. 


244  CANTI  V.  1-16;  1-12 


XXVIII.       ' 

A    SE    STESSO. 

Or  poserai  per  sempre. 
Stanco  mio  cor.  Perì  l'inganno  estremo, 
Ch'  eterno  io  mi  credei.  Perì.  Ben  sento, 
In  noi  di  cari  inganni, 
Non  che  la  speme,  il  desiderio  è  spento. 
Posa  per  sempre.  Assai 
Palpitasti.  Non  vai  cosa  nessuna 
I  moti  tuoi,  né  di  sospiri  è  degna 
La  terra.  Amaro  e  noia 

La  vita,  altro  mai  nulla;  e  fango  è  il  mondo. 
T'acqueta  omai.  Dispera 
L'ultima  volta.  Al  gener  nostro  il  lato 
Non  donò  che  il  morire.  Omai  disprezza 
Te,  la  natura,  il  brutto 
Poter  che,  ascoso,  a  comun  danno  impera, 
E  l'infinita  vanità  del  tutto. 


XXIX. 
ASPASIA. 

Torna  dinanzi  al  mio  pensier  talora 
Il  tuo  sembiante,  Aspasia.   0  fuggitivo 
Per  abitati  lochi  a  me  lampeggia 
In  altri  volti;  o  per  deserti  campi, 
Al  dì  sereno,  alle  tacenti  stelle, 
Da  soave  armonia  quasi  ridesta, 
Nell'alma  a  sgomentarsi  ancor  vicina 
Quella  superba  vision  risorge. 
Quanto  adorata,  o  numi,  e  quale  un  giorno 
Mia  delizia  ed  erinni!  E  mai  non  sento 
Mover  profumo  di  fiorita  piaggia, 
Né  di  fiori  olezzar  vie  cittadine. 


V.    13-50  ASPASIA  ^ 

Ch'io  non  ti  vegga  aucor  qual  eri  il  giorno 
Che  ne'  vezzosi  appartamenti  accolta, 
Tutti  odorati  de'  novelli  fiori 
Di  primavera,  del  color  vestita 
Della  bruna  viola,  a  me  si  offerse 
L'angelica  tua  forma,  inchino  il  fianco 
Sovra  nitide  pelli,  e  circonfusa 
D'arcana  voluttà;  quando  tu,  dotta 
Allettatrice,  fervidi,  sonanti 
Baci  scoccavi  nelle  curve  labbra 
De'  tuoi  bambini,  il  niveo  collo  intanto 
Porgendo,  e  lor  di  tue  cagioni  ignari 
Con  la  man  leggiadrissima  stringevi 
Al  seno  ascoso  e  desiato.  Apparve 
Novo  ciel,  nova  terra,  e  quasi  un  raggio 
Divino  al  pensier  mio.  Così  nel  fianco 
Non  punto  inerme  a  viva  forza  impresse 
Il  tuo  braccio  lo  strai,  che  poscia  fitto 
Ululaudo  portai  finch'a  quel  giorno 
Si  fu  due  volte  ricondotto  il  sole. 
Raggio  divino  al  mio  pensiero  apparve, 
Donna,  la  tua  beltà.  Simile  effetto 
Fan  la  bellezza  e  i  musicali  accordi, 
Ch'alto  mistero  d'ignorati  Elisi 
Paion  sovente  rivelar.  Vagheggia 
Il  piagato  mortai  quindi  la  figlia 
Della  sua  mente,  l'amorosa  idea. 
Che  gran  parte  d'Olimpo  in  sé  racchiude. 
Tutta  al  volto,  ai  costumi,  alla  favella, 
Pari  alla  donna  che  il  rapito  amante 
Vagheggiare  ed  amar  confuso  estima. 
Or  questa  egli  non  già,  ma  quella,  ancora 
Nei  corporali  amplessi,  inchina  ed  ama. 
Alfin  l'errore  e  gli  scambiati  oggetti 
Conoscendo,  s'adira;  e  spesso  incolpa 
La  donna  a  torto.  A  quella  eccelsa  imago 
Sorge  di  rado  il  femminile  ingegno; 
E  ciò  che  inspira  ai  generosi  amanti 


240  CANTI  V.  51-88 

La  sua  stessa  beltà,  donna  non  pensa, 
Né  comprender  potria.  Xon  capo  in  quelle 
Anguste  fronti  ugual  concetto.  E  male 
Al  vivo  sfolgorar  di  quegli  sguardi 
Spera  l'uomo  ingannato,  e  mal  richiede 
Scn?i  profondi,  sconosciuti,  e  molto 
Pili  che  virili,  in  chi  delFuomo  al  tutto 
Da  natura  è  minor.  Che  se  più  molli 
E  più  tenui  le  membra,  essa  la  mente 
Men  capace  e  men  forte  anco  riceve. 
Né  tu  fin  or  giammai  quel  che  tu  stessa 
Inspirasti  alcun  tempo  al  mio  pensiero, 
Potesti,  Asi)asia,  immaginar.  Non  sai 
Che  smisurato  amor,  che  affanni  intensi, 
Che  indicibili  moti  e  che  deliri 
Movesti  in  me;  né  verrà  tempo  alcuno 
Che  tu  l'intenda.  In  simil  guisa  ignora 
Esecutor  di  musici  concenti 
Quel  ch'ei  con  mano  e  con  la  voce  adopra 
In  chi  l'ascolta.  Or  quell'Aspasia  é  morta 
Che  tanto  amai.  Giace  -per  sempre,  oggetto 
Della  mia  vita  un  dì:  se  non  se  quanto, 
Pur  come  cara  larva,  ad  ora  ad  ora 
Tornar  costuma  e  disparir.  Tu  vivi, 
BeUa  non  solo  ancor,  ma  bella  tanto, 
Al  parer  mio,  che  tutte  l'altre  avanzi. 
Pur  quell'ardor  che  da  te  nacque  è  spento: 
Perch'io  te  non  amai,  ma  quella  Diva 
Che  già  vita,  or  sepolcro,  ha  nel  mio  core. 
Quella  adorai  gran  tempo;  e  sì  mi  piacque 
Sua  celeste  beltà,  ch'io,  per  insino 
Già  dal  princiiHO  conoscente  e  chiaro 
Dell'esser  tuo,  dell'arti  e  delle  frodi. 
Pur  ne'  tuoi  contemplando  i  suoi  begli  occhi, 
Cupido  ti  seguii  finch'ella  visse, 
Ingannato  non  già,  ma  dal  piacere 
Di  quella  dolce  somiglianza  un  lungo 
Servaggio  ed  aspro  a  tollerar  condotto. 


V.    89-112;    1-7  ASPASIA  247 

Or  ti  vanta,  clie  il  puoi.  Xarra  che  sola 
Sei  del  tuo  sesso  a  cui  piegar  sostenni 
L'altero  capo,  a  cui  spontaneo  porsi 
L'indomito  mio  cor.  Xarra  che  x^rima, 
E  spero  ultima  certo,  il  ciglio  mio 
Supplichevol  vedesti,  a  te  dinanzi 
Me  timido,  tremante  (ardo  in  ridirlo 
Di  sdegno  e  di  rossor),  me  di  me  privo. 
Ogni  tua  voglia,  ogni  parola,  ogni  atto 
Spiar  sommessamente,  a'  tuoi  superbi 
Fastidi  impallidir,  brillare  in  volto 
Ad  un  segno  cortese,  ad  ogni  sguardo 
Mutar  forma  e  color.  Cadde  l'incanto, 
E  spezzato  con  esso,  a  terra  sparso 
Il  giogo:  onde  m'allegro.  E  sebben  pieni 
Di  tedio,  alfìn  dopo  il  servire  e  dopo 
Un  lungo  vaneggiar,  contento  abbraccio 
Senno  con  libertà.  Che  se  d'affetti 
Orba  la  vita,  e  di  gentili  errori, 
È  notte  senza  stelle  a  mezzo  il  verno, 
Già  del  fato  mortale  a  me  bastante 
E  conforto  e  vendetta  è  che  su  l'erba 
Qui  neghittoso  immobile  giacendo. 
Il  mar  la  terra  e  il  ciel  miro  e  sorrido, 

XXX. 
SOPRA  UX  BASSO  RILIEVO  ANTICO  SEPOLCRALE, 

DOVE    UNA    GIOVANE   MORTA 
È    RAPPRESENTATA   IN    ATTO    DI    PARTIRE, 
ACCOMIATANDOSI   DAI    SUOI. 

Dove  vai  ?  chi  ti  chiama 
Lunge  dai  cari  tuoi, 
Bellissima  donzella? 
Sola,  peregrinando,  il  patrio  tetto 
Sì  per  tempo  abbandoni  ì  a  queste  soglie 
Tornerai  tu?  farai  tu  lieti  nn  giorno 
Questi  ch'oggi  ti  son  piangendo  intorno  ? 


248  CANTI  V.  8-45 

Asciutto  il  ciglio  ed  animosa  iu  atto, 

Ma  pur  mesta  sei  tu.  Grata  la  via 
0  dispiacevol  sia,  tristo  il  ricetto 

A  cui  movi  o  giocondo. 

Da  quel  tuo  grave  aspetto 

Mal  s'indovina.  Ahi  ahi,  né  già  potria 

Fermare  io  stesso  in  me,  né  forse  al  mondo 

S'intese  ancor,  se  in  disfavore  al  cielo 

Se  cara  esser  nomata. 

Se  misera  tu  debbi  o  fortunata. 
Morte  ti  chiama;  al  cominciar  del  giorno 

L'ultimo  istante.  Al  nido  onde  ti  parti. 

Non  tornerai.  L'aspetto 

De'  tuoi  dolci  parenti 

Lasci  per  sempre.  Il  loco 

A  cui  movi,  è  sotterra: 

Ivi  fìa  d'ogni  tempo  il  tuo  soggiorno. 

Forse  beata  sei;  ma  pur  chi  mira, 

Seco  pensando,  al  tuo  destin,  sospira. 
Mai  non  veder  la  luce 

Era,  credo,  il  miglior.  Ma  nata,  al  tempo 

Che  reina  bellezza  si  dispiega 

Nelle  membra  e  nel  volto. 

Ed  incomincia  il  mondo 

Verso  lei  di  lontano  ad  atterrarsi; 

In  sul  fiorir  d'ogni  speranza,  e  molto 

Prima  che  incontro  alla  festosa  fronte 

I  lùgubri  suoi  lampi  il  ver  baleni; 

Come  vapore  in  nuvoletta  accolto 

Sotto  forme  fugaci  all'orizzonte. 

Dileguarsi  così  quasi  non  sorta, 

E  cangiar'  con  gli  oscuri 

Silenzi  della  tomba  i  dì  futuri, 

Questo  se  all'intelletto 

Appar  felice,  invade 

D'alta  pietade  ai  più  costanti  il  petto. 
Madre  temuta  e  pianta 

Dal  nascer  già  dell'animai  famiglia, 


V.    46-83  SOPRA    UN    BASSORILIEVO    SEPOLCRALE  249 

Natura,  illaudabil  maraviglia. 

Che  per  uccider  partorisci  e  nutrì, 

Se  danno  è  del  mortale 

Immaturo  perir,  come  il  consenti 

In  quei  capi  innocenti  ì 

Se  ben,  perchè  funesta, 

Perchè  sovra  ogni  male, 

A  chi  si  parte,  a  chi  rimane  in  vita, 

Inconsolabil  fai  tal  dipartita? 
Misera  ovunque  miri. 

Misera  onde  si  volga,  ove  ricorra, 

Questa  sensibil  prole! 

Piacqueti  che  delusa 

Fosse  ancor  dalla  vita 

La  speme  giovanil;  piena  d'affanni 

L'onda  degli  anni;  ai  mali  unico  schermo 

La  morte;  e   questa  inevitabil  segno. 

Questa,  immutata  legge 

Ponesti  all'uman  corso.  Ahi  perchè  dopo 

Le  travagliose  strade,  almen  la  meta 

Non  ci  prescriver  lieta?  anzi  colei 

Che  per  certo  futura 

Portiam  sempre,  vivendo,  innanzi  all'alma. 

Colei  che  i  nostri  danni 

Ebber  solo  conforto. 

Velar  di  neri  panni. 

Cinger  d'ombra  sì  trista,  > 

E  spaventoso  in  vista 

Più  d'ogni  flutto  dimostrarci  il  porto  ì 
Già  se  sventura  è  questo 

Morir  che  tu  destini 

A  tutti  noi  che  senza  colpa,  ignari. 

Né  volontari  al  vivere  abbandoni. 

Certo  ha  chi  more  invidiabil  sorte 

A  colui  che  la  morte 

Sente  de'  cari  suoi.  Che  se  nel  vero, 

Com'io  per  fermo  estimo, 

Il  vivere  è  sventura. 


250  CANTI  V.  84-109;  1-5 

Grazia  il  morir,  chi  però  mai  potrebbe, 

Quel  che  pur  si  dovrebbe, 

Desiar  de'  suoi  cari  il  giorno  estremo, 

Per  dover  egli  scemo 

Rimaner  di  se  stesso, 

Veder  d'in  su  la  soglia  levar  via 

La  diletta  persona 

Con  chi  passato  avrà  molt'anni  insieme, 

E  dire  a  quella  addio  senz' altra  speme 

Di  riscontrarla  ancora 

Per  la  mondana  via; 

Poi  solitario  abbandonato  in  terra, 

Guardando  attorno,  all'ore  ai  lochi  usati 

Eimemorar  la  scorsa  compagnia  ? 

Come,  ahi  come,  o  natura,  il  cor  ti  soffre 

Di  strappar  dalle  braccia 

All'amico  l'amico, 

Al  fratello  il  fratello, 

La  prole  al  genitore. 

All'amante  l'amore:  e  l'uno  estinto, 

L'altro  in  vita  serbar?  Come  potesti 

Far  necessario  in  noi 

Tanto  dolor,  che  sopravviva  amando 

Al  mortale  il  mortai  ì  Ma  da  natura 

Altro  negli  atti  suoi 

Che  nostro  male  o  nostro  ben  si  cura, 

XXXI. 
SOPRA  IL   RITRATTO  DI  UNA  BELLA  DONNA 

SCOLPITO    NEL    MONUMENTO    SEPOLCRALE    DELLA    MEDESIMA. 

Tal  fosti:  or  qui  sotterra 

Polve  e  scheletro  sei.  Su  l'ossa  e  il  fango 
Immobilmente  collocato  invano, 
Muto,  mirando  dell'etadi  il  volo, 
Sta,  di  memoria  solo 


6-43       SOPRA    IL    RITRATTO    d'uNA    BELLA    DONNA  251 

E  di  dolor  custode,  il  simulacro 

DeUa  scorsa  beltà.  Quel  dolce  sguardo, 

Che  tremar  fé',  se,  come  or  sembra,  immoto 

In  altrui  s'affisò;  quel  labbro,  ond'alto 

Par,  come  d'urna  piena, 

Traboccare  il  piacer;  quel  collo,  cinto 

Già  di  desio;  quell'amorosa  mano, 

Che  spesso,  ove  fu  pòrta, 

Sentì  gelida  far  la  man  che  strinse; 

E  il  seno,  onde  la  gente 

Visibilmente  di  pallor  si  tinse. 

Furo  alcun  tempo:  or  fango 

Ed  ossa  sei:  la  vista 

Vituperosa  e  trista  un  sasso  asconde. 
Così  riduce  il  fato 

Qual  sembianza  fra  noi  parve  più  viva 

Immagine  del  ciel.  Misterio  eterno 

Dell'esser  nostro.  Oggi,  d'eccelsi,  immensi 

Pensieri  e  sensi  inenarrabil  fonte. 

Beltà  grandeggia,  e  pare, 

Quale  splendor  vibrato 

Da  natura  imniortal  su  queste  arene. 

Di  sovrumani  fati, 

Di  fortunati  regni  e  d'aurei  mondi 

Segno, e  sicura  spene 

Dare  al  mortale  stato: 

Diman,  per  lieve  forza, 

Sozzo  a  vedere,  abominoso,  abbietto 

Divien  quel  che  fu  dianzi 

Quasi  angelico  aspetto, 

E  dalle  menti  insieme 

Quel  che  da  lui  moveva 

Ammirabil  concetto,  si  dilegua. 
Desideri!  infiniti 

E  visioni  altere 

Crea  nel  vago  pensiere. 

Per  naturai  virtù,  dotto  concento; 

Onde  per  mar  delizioso,  arcano 


252  CANTI  V.  44-56;    1-16 

Erra  lo  spirto  umano, 
Quasi  come  a  diporto 
Ardito  notator  per  l'oceano: 
Ma  se  un  discorde  accento 
Fere  l'orecchio,  in  nulla 
Torna  quel  paradiso  in  un  momento. 
Natura  umana,  or  come, 
Se  frale  in  tutto  e  vile, 
Se  polve  ed  ombra  sei,  tant'alto  senti? 
Se  in  parte  anco  gentile, 
Come  i  più  degni  tuoi  moti  e  pensieri 
Son  così  di  leggeri 
Da  sì  basse  cagioni  e  désti  e  spentii 

XXXII. 
PALINODIA 

AL    MARCHESE    GINO    CAPPONI. 

Il  sempre  sospirar  nulla  rileva. 
Petrarca. 

Errai,  candido  Gino;  assai  gran  tempo, 
E  di  gran  lunga  errai.  IVIisera  e  vana 
Stimai  la  vita,  e  sovra  l'altre  insulsa 
La  stagion  ch'or  si  volge.  Intolleranda 
Parve,  e  fu,  la  mia  lingua  alla  beata 
Prole  mortai,  se  dir  si  dee  mortale 
L'uomo,  o  si  può.  Fra  maraviglia  e  sdegno, 
Dall'Eden  odorato  in  cui  soggiorna, 
Rise  l'alta  progenie,  e  me  negletto 
Disse,  o  mal  venturoso,  e  di  piaceri 
0  incapace  o  inesperto,  il  proprio  fato 
Creder  comune,  e  del  mio  mal  consorte 
L'umana  specie.  Alfin  per  entro  il  fumo 
De'  sigari  onorato,  al  romorio 
De'  crepitanti  pasticcini,  al  grido 
Militar,  di  gelati  e  di  bevande 


V.    17-54  PALINODIA  253 

Ordinato!,  fra  le  percosse  tazze 
E  i  branditi  cucchiai,  viva  rifulse 
Agli  occhi  miei  la  giornaliera  luce 
Delle  gazzette.   Riconobbi  e  vidi 
La  pubblica  letizia,  e  le  dolcezze  -- 
Del  destino  mortai.  Vidi  l'eccelso 
Stato  e  il  valor  delle  terrene  cose, 
E  tutto  fiori  il  corso  umano,  e  vidi 
Come  nulla  quaggiù  dispiace  e  dura. 
Né  men  conobbi  ancor  gli  studi  e  l'opre 
Stupende,  e  il  senno,  e  le  virtudi,  e  l'alto 
Saver  del  secol  mio.  Né  vidi  meno 
Da  Marrocco  al  Catai,  dall'Orse  al  Nilo, 
E  da  Boston  a  Goa,  correr  dell'alma 
Felicità  su  l'orme  a  gara  ansando 
Regni,  imperi  e  ducati;  e  già  tenerla 

0  per  le  chiome  fluttuanti,  o  certo 
Per  l'estremo  del  boa  i^.  Così  vedendo, 
E  meditando  sovra  i  larghi  fogli 
Profondamente,  del  mio  grave,  antico 
Errore,  e  di  me  stesso,  ebbi  vergogna. 

Aureo  secolo  omai  volgono,  o  Gino, 

1  fusi  deUe  Parche.   Ogni  giornale, 
Gener  vario  di  lingue  e  di  colonne, 
Da  tutti  i  lidi  lo  promette  al  mondo 
Concordemente.  Universale  amore, 
Ferrate  vie,  moltiplici  commerci, 
Vapor,  tipi  e  eholèra  i  più  divisi 
Popoli  e  climi  stringeranno  insieme: 
Né  maraviglia  fìa  se  pino  o  quercia 
Suderà  latte  e  mele,  o  s'anco  al  suono 
D'un  ivalser  danzerà.  Tanto  la  possa 
Infin  qui  de'  lambicchi  e  delle  storte, 
E  le  macchine  al  cielo  emulatrici 
Crebbero,  e  tanto  cresceranno  al  teijipo 
Che  seguii'à;  poiché  di  meglio  in  meglio 
Senza  fin  vola  e  volerà  mai  sempre 

Di  Sem,  di  Cam  e  di  Giapeto  il  seme. 


254  CANTI  V.  55-92 

Ghiande  non  ciberà  eerto  la  terra 
Però,  se  fame  non  la  sforza:  il  duro 
Ferro  non  deporrà.  Ben  molte  volte 
Argento  ed  or  disprezzerà,  contenta 
A  pòlizze  di  cambio.  E  già  dal  caro 
Sangue  de'  suoi  non  asterrà  la  mano 
La  generosa  stirpe:  anzi  coverte 
Fien  di  stragi  l'Europa  e  l'altra  riva 
Dell" atlantico  mar,  fresca  nutrice 
Di  pura  civiltà,  sempre  clie  spinga 
Contrarie  in  campo  le  fraterne  schiere 
Di  pepe  o  di  cannella  o  d'altro  aroma 
Fatai  cagione,  o  di  melate  canne, 
0  cagion  qual  si  sia  eh'  ad  auro  torni. 
Valor  vero  e  virtù,  modestia  e  fede 
E  di  giustizia  amor,  sempre  in  qualunque 
Pubblico  stato,  alieni  in  tutto  e  lungi 

.  Da'  comuni  negozi,  ovvero  in  tutto 
Sfortunati  saranno,  afflitti  e  vinti; 
Perchè  die  lor  natura,  in  ogni  tempo 
Starsene  in  fondo.  Ardir  protervo  e  frode. 
Con  mediocrità,  regneran  sempre, 
A  galleggiar  sortiti.  Imperio  e  forze. 
Quanto  più  vogli  o  cumulate  o  sparse. 
Abuserà  chiunque  avralle,  e  sotto 
Qualunque  nome.   Questa  legge  in  pria 
Scrisser  natura  e  il  fato  in  adamante; 
E  cg'  fulmini  suoi  Volta  né  Davy 
Lei  non  cancellerà,  non  Anglia  tutta 
Con  le  macchine  sue,  né  con  un  Gange 
Di  politici  scritti  il  secol  novo. 
Sempre  il  buono  in  tristezza,  il  vile  in  festa 
Sempre  e  il  ribaldo:  incontro  all'alme  eccelse 
In  arme  tutti  congiurati  i  mondi 
Fieno  in  perpetuo:  al  vero  onor  seguaci 
Calunnia,  odio  e  livor:  cibo  de'  forti 
Il  debole,  cultor  de'  ricchi  e  servo 
Il  digiuno  mendico,  in  ogni  forma 


V.    93-130   .  PALINODIA  255 

Di  comiiu  reggimeuto,  o  presso  o  lungi 
Sieri  l'eclittica  o  i  poli,  eternamente 
Sarà,  se  al  gener  nostro  il  proprio  albergo 
E  la  face  del  dì  non  vengon  meno. 
Queste  lievi  reliquie  e  questi  segni 

Delle  passate  età,  forza  è  che  impressi 
Porti  quella  che  sorge  età  dell'oro: 
Perchè  mille  discorsi  e  repugnanti 
L'umana  compagnia  principii  e  parti 
Ha  per  natura:  e  por  quegli  odii  in  pace 
Non  valser  gl'intelletti  e  le  possanze 
DegK  uomini  giammai,  dal  dì  che  nacque 
L'inclita  schiatta,  e  non  varrà,  quantunque 
Saggio  sia  né  possente,  al  secol  nostro 
Patto  alcuno  o  giornal.  Ma  nelle  cose 
Più  gravi,  intera,  e  non  veduta  innanzi, 
Pia  la  mortai  felicità.  Più  molli 
Di  giorno  in  giorno  diverran  le  vesti 
0  di  lana  o  di  seta.  I  rozzi  panni 
Lasciando  a  prova  agricoltori  e  fabbri. 
Chiuderanno  in  coton  la  scabra  pelle, 
E  di  castoro  copriran  le  schiene. 
Meglio  fatti  al  bisogno,  o  più  leggiadri 
Certamente  a  veder,  tappeti  e  coltri. 
Seggiole,  canapè,  sgabelli  e  mense. 
Letti,  ed  ogni  altro  arnese,  adorneranno 
Di  lor  menstrua  beltà  gli  appartamenti; 
E  nove  forme  di  paiuoli,  e  nove 
Pentole  ammirerà  l'arsa  cucina. 
Da  Parigi  a  Calais,  di  quivi  a  Londra, 
Da  Londra  a  Liverpool,  rapido  tanto 
Sarà,  quant' altri  immaginar  non  osa. 
Il  cammino,  anzi  il  volo:  e  sotto  l'ampie 
Vie  del  Tamigi  fìa  dischiuso  il  varco. 
Opra  ardita,  immortai,  ch'esser  dischiuso 
Dovea,  già  son  molt'anni.  Illuminate 
Meglio  ch'or  son,  benché  sicure  al  pari, 
Nottetempo  saran  le  vie  men  trite 


256  CANTI  Y.   131-168 

Delle  città  sovrane,  e  talor  forse 
Di  suddita  città  le  vie  maggiori. 
Tali  dolcezze  e  sì  beata  sorte 
Alla  prole  vegnente  il  ciel  destina. 

Fortunati  color  che  mentre  io  scrivo 
Miagolanti  in  su  le  braccia  accoglie 
La  levatrice!  a  cui  veder  s'aspetta 
Quei  sospirati  di,  quando  per  lunghi 
Studi  fìa  noto,  e  imprenderà  col  latte 
Dalla  cara  nutrice  ogni  fanciullo, 
Quanto  peso  di  sai,  quanto  di  carni, 
E  quante  moggia  di  farina  inghiotta 
Il  patrio  borgo  in  ciascun  mese;  e  quanti 
In  ciascun  anno  partoriti  e  morti 
Scriva  il  vecchio  prior:  quando,  per  opra 
Di  possente  vapore,  a  milioni 
Impresse  in  un  secondo,  il  piano  e  il  poggio, 
E  credo  anco  del  mar  gl'immensi  tratti. 
Come  d'aeree  gru  stuol  che  repente 
Alle  late  campagne  il  giorno  involi, 
Copriran  le  gazzette,  anima  e  vita 
Dell'universo,  e  di  savere  a  questa 
Ed  alle  età  venture  unica  fonte! 

Quale  un  fanciullo,  con  assidua  cura. 
Di  fogliolini  e  di  fuscelli,  in  forma 
0  di  tempio  o  di  torre  o  di  palazzo, 
Un  edifìcio  innalza;  e  come  prima 
Fornito  il  mira,  ad  atterrarlo  è  vòlto. 
Perchè  gli  stessi  a  lui  fuscelli  e  fogli 
Per  novo  lavorio  son  di  mestieri; 
Così  natura  ogni  opra  sua,  quantunque 
D'alto  artifìcio  a  contemplar,  non  prima 
Vede  perfetta,  eh' a  disfarla  imprende. 
Le  parti  sciolte  dispensando  altrove. 
E  indarno  a  preservar  se  stesso  ed  altro 
Dal  gioco  reo,  la  cui  ragion  gli  è  chiusa 
Eternamente,  il  mortai  seme  accorre 
Mille  virtudi  oprando  in  mille  guise 


V.     169-207  PALINODIA 


Con  dotta  man:  che,  d'ogni  sforzo  in  onta, 
La  natura  crudel,  fanciullo  invitto, 
11  suo  capriccio  adempie,  e  ;*enza  posa 
Distruggendo  e  formando  si  trastulla. 
Indi  varia,  infinita  una  famiglia 
Di  mali  immedicabili  e  di  pene 
Preme  il  fragil  mortale,  a  perir  fatto 
Irreparabilmente:  indi  una  forza 
Ostil,  distruggitrice,  e  dentro  il  fere 
E  di  fuor  da  ogni  lato,  assidua,  intenta 
Dal  dì  che  nasce;  e  l'affatica  e  stanca. 
Essa  indefatigata;  insin  ch'ei  giace 
Alfin  dall'empia  madre  oppresso  e  spento. 
«Queste,  o  spirto  gentil,  miserie  estreme 
Dello  stato  mortai;  vecchiezza  e  morte, 
Ch'han  principio  d'allor  che  il  labbro  infante 
Preme  il  tenero  sen  che  vita  instilla; 
Emendar,  mi  cred'io,  non  può  la  lieta 
Xonadecima  età  più  che  potesse 
La  decima  o  la  nona,  e  non  potranno 
Più  di  questa  giammai  l'età  future. 
Però,  se  nominar  lice  talvolta 
Con  proprio  nome  il  ver,  non  altro  in  somma 
Fuor  che  infelice,  in  qualsivoglia  tempo, 
E  non  pur  ne'  civili  ordini  e  modi, 
Ma  della  vita  in  tutte  l'altre  parti. 
Per  essenza  insanabile,  e  per  legge  ' 
Universal  che  terra  e  cielo  abbraccia. 
Ogni  nato  sarà.  Ma  novo  e  quasi 
Divin  consiglio  ritrovar  gli  eccelsi 
Spirti  del  secol  mio:  che,  non  potendo 
Felice  in  terra  far  persona  alcuna. 
L'uomo  obbliando,  a  ricercar  si  diero 
Una  comun  felicitade;  e  quella 
Trovata  agevolmente,  essi  di  molti 
Tristi  e  miseri  tutti,  un  popol  fanno 
Lieto  e  felice;  e  tal  portento,  ancora 
Da  pamplilets,  da  riviste  e  da  gazzette 
Non  dichiarato,  il  civil  gregge  ammira. 

17.  —  Ct.  Leopardi. 


258  CANTI  V.  208-245 

Oh  menti,  oh  .senuo,  oh  sovriiinano  acume 
Delletà  ch'or  si  volge!  E  che  sicuro 
Filosofar,  che  sapienza,  o  Gino, 
In  iHÙ  sublimi  ancora  e  piìi  riposti 
Subbietti  insegna  ai  secoli  futuri 
Il  mio  secolo  e  tuoi  Con  che  costanza 
Quel  che  ieri  schernì,  prosteso  adora 
Oggi,  e  domani  abbatterà,  per  girne 
Raccozzando  i  rottami,  e  per  riporlo 
Tra  il  fumo  deglincensi  il  dì  vegnente! 
Quanto  estimar  si  dee,  che  fede  inspira 
Del  secol  che  si  volge,  anzi  dell'anno. 
Il  concorde  sentir!  con  quanta  cura 
Convienci  a  quel  dell" anno,  al  qual  dilioiuie 
Fia  quel  dell'altro  appresso,  il  sentir  nostro 
Comparando,  fuggir  che  mai  d'un  punto 
Xon  sien  diversi!  K  di  che  tiatto  innanzi. 
.Se  al  moderno  si  opponga  il  tempo  antico. 
Filosofando  il  saper  nostro  è  scorso  ! 
Un  già  de'  tuoi,  lodato  Gino;  un  franco 
Di  poetar  maestro,  anzi  di  tutte 
Scienze  ed  arti  e  facoltadi  umane, 
E  menti  che  fur  mai,  sono  e  saranno. 
Dottore,  emendator,  lascia,  mi  disse, 
1  propri  aiietti  tuoi.  Di  lor  non  cura 
Questa  virile  età.  volta  ai  "severi 
Economici  studi,  e  intenta  il  ciglio 
Nelle  pubbliche  cose.  Il  proprio  petto 
Esplorar .  che  ti  vai  ?  Materia  al  canto 
Non  cercar  dentro  te.  Canta  i  bisogni 
Del  secol  nostro,  e  la  matura  speme. 
Memorande  sentenze  !  ondio  solenni 
Le  risa  alzai  quando  sonava  il  nome 
Della  speranza  al  mio  profano  orecchio 
Quasi  comica  voce,  o  come  un  suono 
Di  lingua  che  dal  latte  si  scompagni. 
Or  torno  addietro,  ed  al  passato  un  corso 
Contrario  imprendo,  per  non  dubbi  esem]>i 


V.    24()-270  PALINODIA 

Chiaro  oggimai  ch'ai  seco!  proprio  vuoisi. 
Non  contraddir,  uou  repiignar,  se  lode 
Cerchi  e  fama  appo  lui,  ma  fedelmente 
Adulando  ubbidir:  così  per  breve 
Ed  agiato  cammin  va.ssi  alle  stelle. 
OmVio,  degli  astri  desioso,  al  cauto 
Del  secolo  i  bisogni  omai  non  penso 
]\Iateria  far;  che  a  quelli,  ognor  crescendo. 
Provveggono  i  mercati  e  le  oihcine 
Già  largamente;  ma  la  speme  io  certo 
Dirò,  la  speme,  onde  visibil  pegno 
Già  concedon  gli  Dei;  già,  della  nova 
Felicità  principio,  ostenta  il  labbro 
De'  giovani,  e  la  guancia,  enorme  il  pelo. 
0  salve,  o  segno  salutare,  o  prima 
Luce  della  famosa  età  che  sorge. 
Mira  dinanzi  a  te  come  s'allegra 
La  terra  e  il  ciel.  come  sfavilla  il  guardo 
Delle  donzelle,  e  per  conviti  e  feste 
C^ual  de'  barbati  eroi  fama  già  vola. 
Cresci,  cresci  alla  patria,  o  mascliia  certo 
Moderna  prole.  All'ombra  de"  tuoi  velli 
Italia  crescerà,  crescerà  tutta 
Dalle  foci  del  Tago  all'Ellesponto 
Europa,  e  il  mondo  poserà  sicuro. 
E  tu  comincia  a  salutar  col  riso 
Gl'ispidi  genitori,  o  prole  infante. 
Eletta  agli  aurei  dì:  né  ti  spaurì 
L'innocuo  nereggiar  de'  cari  aspetti. 
Ridi,  0  tenera  prole:  a  te  serbato 
È  di  cotanto  favellare  il  frutto; 
Veder  gioia  regnar,  cittadi  e  ville. 
Vecchiezza  e  gioventìi  del  par  contente, 
E  le  barbe  ondeggiar  lunghe  due  spanne. 


200  CANTI  V.  l-r^ 

XXXIll. 
IL    TRAMONTO    DELLA   LUNA. 

Quale  ili  notte  soliuga. 

Sovra  campagne  inargentate  ed  acque, 

Là  've  zefiro  aleggia, 

E  mille  vaghi  aspetti 

E  ingannevoli  obbietti 

Fingou  l'ombre  lontane 

Infra  Tonde  tranquille 

E  rami  e  siepi  e  collinette  e  ville; 

Giunta  al  confìn  del  cielo. 

Dietro  Apennino  od  Alpe,  o  del  Tirreno 

Nell'infinito  seno 

Scende  la  luna;  e  si  scolora  il  mondo; 

Spariscon  l'ombre,  ed  una 

Oscurità  la  valle  e  il  monte  imbruna; 

Orba  la  notte  resta, 

E  cantando,  con  mesta  melodia, 

L'estremo  albor  della  fuggente  luce, 

Che  dianzi  gii  fu  duce, 

Saluta  n  carrettier  dalla  sua  via; 
Tal  si  dilegua,  e  tale 

Lascia  l'età  mortale 

La  giovinezza.  In  fuga 

Van  r  ombre  e  le  sembianze 

Dei  dilettosi  inganni;  e  vengon  meno 

Le  lontane  speranze. 

Ove  s'appoggia  la  mortai  natura. 

Abbandonata,  oscura 

Resta  la  vita.  In  lei  porgendo  il  guardo, 

('erca  il  confuso  viatore  invano 

Del  cammin  lungo  che  avanzar  si  sente 

Meta  o  ragione;  è  vede 

Ch'a  sé  l'umana  sede, 

Esso  a  lei  veramente  è  fatto  estraiio. 


V.    ;>4  68  IL    TRAMONTO    DELLA    LUNA 


261 


Troppo  felice  e  lieta 
Nostra  misera  sorte 
Parve  lassù,  se  il  giovanile  stato, 
Dove  ogni  ben  di  mille  pene  è  frutto, 
Durasse  tutto  della  vita  il  corso. 
Troppo  mite  decreto 

Quel  che  sentenzia  ogni  animale  a  morte. 
S'anco  mezza  la  via 
Lor  non  si  desse  in  pria 
Della  terribil  morte  assai  più  dura. 
D'intelletti  immortali 
Degno  trovato,  estremo 
Di  tutti  i  mali,  ritrovar  gli  eterni 
La  vecchiezza,  ove  fosse 
Incolume  il  desio,  la  speme  estinta, 
Secche  le  fonti  del  piacer,  le  pene 
Maggiori  sempre,  e  non  più  dato  il  bene. 
Voi,  collinette  e  piagge. 

Caduto  lo  splendor  che  ali" occidente 

Inargentava  della  notte  il  velo. 

Orfane  ancor  gran  tempo 

Non  resterete,  che  dall'altra  parte 

Tosto  vedrete  il  cielo 

Imbiancar  novamente,  e  sorger  Talba; 

Alla  qual  poscia  seguitando  il  sole, 

E  folgorando  intorno 

Con  sue  fiamme  possenti, 

Di  lucidi  torrenti 
•  Inonderà  con  voi  gli  eterei  campi. 

Ma  la  vita  mortai,  poi  che  la  bella 

(riovinezza  sparì,  non  si  colora 

D'altra  luce  giammai,  né  d'altra  aurora. 

Vedova  è  insino  al  fine;  ed  alla  notte 

Che  r  altre  etadi  oscura, 

Segno  poser  gli  Dei  la  sepoltura. 


262  CANTI  r.    1-27 

XXXIV. 

LA    GIXESTKA. 

O    IL    FIORE    DEL    DESERTO. 

f,  Tò  (fùr. 
E  gli  nomini  vollero   piuttosto  le  tenebre 
che   la  luce. 

Giovanni,  hi.  I'j. 

Qui  su  rarida  schiena 
Del  formidabil  monte 
Sterminator  Vesevo, 

La  qual  nuir altro  allegra  arbor  nò  fiore. 
Tuoi  cespi  solitari  intorno  spargi. 
Odorata  ginestra, 
Contenta  dei  deserti.  Anco  ti  vidi 
De'  tuoi  steli  abbellir  Terme  contrade 
Che  cingon  la  cittade 
La  qual  fu  donna  de'  mortali  un  tempo, 
E  del  perduto  impero 
Par  che  col  grave  e  taciturno  aspetto 
Faccian  fede  e  ricordo  al  passeggero. 
Or  ti  riveggo  in  questo  suol,  di  tristi 
Lochi  e  dal  mondo  abbandonati  amante, 
E  d'afflitte  fortune  ognor  compagna. 
Questi  campi  cosparsi 
Di  ceneri  infeconde,  e  ricoperti 
Dell'impietrata  lava, 
Che  sotto  i  passi  al  peregrin  risona; 
Dove  s'annida  e  si  contorce  al  sole 
La  serpe,  e  dove  al  noto 
Cavernoso ,covil  torna  il  coniglio; 
Fur  liete  ville  e  cólti, 
E  biondeggiar  di  spiche,  e  risonalo 
Di  muggito  d'armenti; 
Fur  giardini  e  palagi. 


28-65  LA    GINE.STRA 


Agli  ozi  de"   potenti 

Gradito  ospizio;  e  fiir  città  famose, 

Che  coi  torrenti  suoi  l'altero  monte 

D  air  ignea  bocca  fulminando  oppresse 

Con  gli  abitanti  insieme.  Or  tutto  intorno 

Una  ruina  involve. 

Dove  tu  siedi,  o  fior  gentile,  e  quasi 

I  danni  altrui  commiserando,  al  cielo 
Di  dolcissimo  odor  mandi  un  profumo, 
Che  il  deserto  consola.  A  queste  piagge 
Venga  colui  che  d'esaltar  con  lode 

II  nostro  stato  ha  in  uso,  e  vegga  quanto 
È  il  gener  nostro  in  cura 

All'amante  natura.  E  la  possanza 
Qui  con  giusta  misura 
Anco  estimar  potrà  dell' uman  seme. 
Cui  la  dura  nutrice,  ov'ei  men  teme. 
Con  lieve  moto  in  un  niomento  annulla 
In  parte,  e  può  con  moti 
Poco  men  lievi  ancor  subitamente 
Annichilare  in  tutto. 
Dipinte  in  queste  rive 
Son  dell'umana  gente 
Le  ma<j  nifi  che  sorti  e  progressive  '^". 
.^ui  mira  e  qui  ti  specchia. 

Secol  superbo  e  sciocco. 

Che  il  calle  insino  allora 

Dal  risorto  pensier  segnato  innanti 

Abbandonasti,  e  vòlti  addietro  i  passi, 

Del  ritornar  ti  vanti, 

E  procedere  il  chiami. 

Al  tuo  pargoleggiar  gl'ingegni  tutti 

Di  cui  lor  sorte  rea  padre  ti  fece 

Vanno  adulando,  ancora 

Ch'a  ludibrio  talora 

T'abbian  fra  sé.  Xon  io 

Con  tal  vergogna  scenderò  sotterra; 

E  ben  facil  mi  fora 


264  CANTI  V.    (Hi- 103 


Imitar  gli  altri,  e  vaneggiando  in  prova, 
Farmi  agli  orecchi  tuoi  cantando  accetto: 
Ma  il  disprezzo  piuttosto  che  si  serra 
Di  te  nel  petto  mio, 
Mostrato  avrò  quanto  si  possa  aperto: 
Bench'io  sappia  che  obblio 
Preme  chi  troppo  all'età  propria  increbbe. 
Di  questo  mal,  che  teco 
Mi  fìa  comune,  assai  fìnor  mi  rido. 
Libertà  vai  sognando,  e  servo  a  un  tempo 
Vuoi  di  novo  il  pensiero, 
Sol  per  cui  risorgemmo 
Dalla  barbarie  in  parte,  e  per  cui  solo 
Si  cresce  in  civiltà,  che  sola  in  meglio 
(ruida  i  pubblici  fati. 
Così  ti  spiacque  il  vero 
Dell'aspra  sorte  e  del  depresso  loco 
Che  natura  ci  die.  Per  questo  il  tergo 
Vigliaccamente  rivolgesti  al  lume 
Che  il  fé'  palese;  e,  fuggitivo,  appelli 
Vii  chi  lui  segue,  e  solo 
Magnammo  colui 

Che  sé  schernendo  o  gli  altri,  astuto  o  folle, 
Fin  sopra  gli  astri  il  mortai  grado  estolle. 
Uom  di  povero  stato  e  membra  inferme 
Che  sia  dell'alma  generoso  ed  alto. 
Non  chiama  sé  né  stima 
Ricco  d'or  né  gagliardo, 
E  di  splendida  vita  o  di  valente 
Persona  infra  la  gente 
Non  fa  risibil  mostra; 
Ma  sé  di  forza  e  di  tesor  mendico 
Lascia  parer  senza  vergogna,  e  noma 
Parlando,  apertamente,  e  di  sue  cose 
Fa  stima  al  vero  uguale. 
Magnanimo  animale 
Non  credo  io  già,  ma  stolto 
Quel  che,  nato  a  perir,  nutrito  in  pene, 


104-141  LA    GINESTRA  265 


Dice,  a  goder  sou  fatto, 

E  di  fetido  orgoglio 

Empie  le  carte,  eccelsi  fati  e  nove 

Felicità,  quali  il  ciel  tutto  ignora, 

Non  pur  quest'orbe,  promettendo  in  terra 

A  popoli  che  un'onda 

Di  mar  commosso,  un  fiato 

D'aura*  maligna,  un  sotterraneo  crollo 

Distrugge  sì,  ch'avanza 

A  gran  pena  di  lor  la  rimembranza. 

Nobil  natura  è  quella 

Ch'a  sollevar  s'ardisce 

Gli  occhi  mortali  incontra 

Al  comun  fato,  e.  che  con  franca  lingua, 

Nulla  al  ver  detraendo, 

Confessa  il  mal  che  ci  fu  dato  in  sorte, 

E  il  basso  stato  e  frale; 

QueUa  che  grande  e  forte 

Mostra  sé  nel  soffrir,  ne  gli  odii  e  Tire 

Fraterne,  ancor  piti  gravi 

D'ogni  altro  danno,  accresce 

Alle  miserie  sue,  l'uomo  incolpando 

Del  suo  dolor,  ma  dà  la  colpa  a  quella 

Che  veramente  è  rea,  che  de'  mortali 

È  madre  in  parto  ed  in  voler  matrigna. 

Costei  chiama  inimica;  e  incontro  a  questa 

Congiunta  esser  pensando, 

Siccom'è  il  vero,  ed  ordinata  in  pria 

L'umana  compagnia, 

Tutti  fra  sé  confederati  estima 

Gli  uomÌDÌ,  e  tutti  abbraccia 

Con  vero  amor,  porgendo 

Valida  e  pronta  ed  aspettando  aita 

Negli  alterni  perigli  e  nelle  angosce 

Della  guerra  comune.  Ed  alle  offese 

Dell'uomo  armar  la  destra,  e  laccio  porre 

Al  vicino  ed  inciampo. 

Stolto  crede  così,  qual  fora  in  campo 


;6f3  CANTI  V.    142-170 

Ciulo  d'oste  contraria,  iu  sul  più  vivo 
Incalzar  degli  assalti, 
(^lininiici  obbliando,  acerbe  gare 
Imprender  con  gli  amici. 
K  sparger  fuga  e  fulminar  col  brando 
Infra  i  j^roprii  guerrieri. 
Così  fatti  pensieri 

Quando  fìen,  come  fur,  palesi  al  volgo. 
1-^  (juellorror  che  primo 
Centra  l'empia  natura 
Strinse  i  mortali  in  social  catena. 
Fia  ricondotto  in  parte 
Da  verace  saper,  l'onesto  e  il  retto 
Conversar  cittadino, 
E  giustizia  e  pietade  altra  radice 
Avranno  allor  che  non  superbe  fole. 
Ove  fondata  probità  del  volgo 
Così  star  suole  in  piede 
Quale  star  può  quel  ch'ha  in  error  la  sede. 
Sovente  in  queste  rive, 
Che,  desolate,  a  bruno 

Veste  il  flutto  indurato,  e  par  che  ondeggi. 
Seggo  la  notte;  e  su  la  mesta  landa 
In  purissimo  azzurro 
Veggo  dall'alto  fiammeggiar  le  stelle. 
Cui  di  lontan  fa  specchio 
Il  mare,  e  tutto  di  scintille  in  giro 
Per  lo  vóto  seren  brillare  il  mondo. 
E  poi  che  gli  occhi  a  quelle  luci  appunto. 
Ch'a  lor  sembrano  un  punto, 
E  sono  immense  in  guisa 

Che  un  punto  a  petto  a  lor  son  terra  e  mare 
Veracemente;  a  cui 
L'uomo  non  pur,  ma  questo 
Globo  ove  l'uomo  è  nulla, 
Sconosciuto  è  del  tutto;  e  «quando  miro 
Quegli  ancor  più  senz' alcun  fin  remoti 
Nodi  (piasi  di  stelle. 


180-217  LA    GINESTRA  267 

eh' a  noi  paiou  qiial  nebbia,  a  cui  non  Tuomo 
E  non  la  terra  sol,  ma  tutte  in  uno, 
Del  numero  infinite  e  della  mole, 
Con  l'aureo  sole  insiem,  le  nostre  stelle 
0  sono  ignote,  o  così  paion  come 
Essi  alla  terra,  un  punto 
Di  luce  nebulosa;  al  pensier  mio 
Che  sembri  allora,  o  prole 
Dell'uomo  ?   E  rimembrando 
11  tuo  stato  quaggiù,  di  cui  fa  segno 
11  suol  ch'io  premo;  e  poi  dall'altra  parte, 
Che  te  signora  e  fine 
Credi  tu  data  al  Tutto,  e  quante  volte 
Favoleggiar  ti  piacque,  in  questo  oscuro' 
Granel  di  sabbia,  il  qual  di  terra  ha  nome. 
Per  tua  cagion,  dell'universe  cose 
Scender  gli  autori,  e  conversar  sovente 
Co'  tuoi  piacevolmente;  e  che  i  derisi 
Sogni  rinnovellando,  ai  saggi  insulta 
Fin  la  presente  età,  che  in  conoscenza 
Ed  in  civil  costume 

Sembra  tutte  avanzar;  <[ual  moto  allora, 
Mortai  prole  infelice,  o*qual  pensiero 
Verso  te  finalmente  il  cor  m'assale? 
Non  so  se  il  riso  o  la  pietà  prevale. 
Come  d'arbor  cadendo  un  picciol  pomo. 
Cui  là  nel  tardo  autunno 
Maturità  senz' altra  forza  atterra, 
D'un  popol  di  formiche  i  dolci   alberghi 
Cavati  in  molle  gleba 
Con  gran  lavoro,  e  l'opre, 
E  le  ricchezze  ch'adunate  a  prova 
Con  lungo  affaticar  l'assidua  gente 
Avea  provvidamente  al  tempo  estivo, 
Schiaccia,  diserta  e  copre 
In  un  punto;  così  d'alto  piombando, 
Dall'utero  tonante 
Scagliata  al  ciel  profondo. 


268  CANTI  V.   218-255 


Di  ceneri  e  di  pomici  e  di  sassi 
Notte  e  mina,  infusa 
Di  bollenti  ruscelli, 
0  pel  montano  fianco 
Furiosa  tra  l'erba 
Di  liquefatti  massi 
E  di  metalli  e  d'infocata  arena 
Scendendo  immensa  piena. 
Le  cittadi  che  il  mar  là  su  l'estremo 
Lido  aspergea,  confuse 
E  infranse  e  ricoperse 

In  pochi  istanti:  onde  su  (quelle  or  pasre 
La  capra,  e  città  nove 
Sorgon  dall'altra  banda,  a  cui  sgabello 
Son  le  sepolte,  e  le  prostrate  mura 
L'arduo  monte  al  suo  pie  quasi  calijesta. 
Non  ha  natura  al  seme 
Dell'uom  più  stima  o  cura 
Ch'alia  formica:  e  se  piii  rara  in  quello 
Che  nell" altra  è  la  strage, 
Non  avvien  ciò  d'altronde 

Fuor  che  l'uom  sue  prosapie  ha  mei)  feconde. 
Ben  mille  ed  ottocento 

Anni  varcar  poi  che  sparirò,  oppressi 

Dall'ignea  forza,  i  popolati  seggi, 

E  il  viUanello  intento 

Ai  vigneti  che  a  stento  in  questi  campi    - 

Nutre  la  morta  zolla  e  incenerita, 

Ancor  leva  lo  sguardo 

.Sospettoso  alla  vetta 

Fatai,  che  nulla  mai  fatta  più  mite 

Ancor  siede  tremenda,  ancor  minaccia 

A  lui  strage  ed  ai  figli  ed  agli  averi 

Lor  poverelli.  E  spesso 

11  meschino  in  sul  tetto 

DeLl'ostel  villereccio,  alla  vagante 

Aura  giacendo  tutta  notte  insonne, 

E  balzando  più  volte,  esplora  il  corso 


V.    256-293  LA    GINESTRA  269 


Del  temuto  boUor,  che  si  riversa 

Dairinesausto  grembo 

Su  r arenoso  dorso,  a  cui  riluce 

Di  Capri  la  marina 

E  di  Napoli  il  porto  e  Mérgellina. 

E  se  appressar  lo  vede,  o  se  nel  cupo 

Del  domestico  pozzo  ode  mai  l'acqua 

Fervendo  gorgogliar,  desta  i  figliuoli, 

Desta  la  moglie  in  fretta,  e  via,  con  quanto 

Di  lor  cose  rapir  posson,  fuggendo. 

Vede  lontan,  l'usato 

Suo  nido,  e  il  picciol  campo 

Che  gli  fu  dalla  fame  unico  schermo. 

Preda  al  flutto  rovente, 

Che  crepitando  giunge,  e  inesorato 

Durabilmente  sopra  quei  si  spiega. 

Torna  al  celeste  raggio. 

Dopo  l'antica  obbli\iion.  l'estinta 

Pompei,  come  sepolto 

Scheletro,  cui  di  terra 

Avarizia  o  pietà  rende  all'aperto; 

E  dal  deserto  fòro 

Diritto  infra  le  file 

De'  mozzi  colonnati  il  peregrino 

Lunge  contempla  il  bipartito  giogo 

E  la  cresta  fumante. 

Ch'alia  sparsa  ruina  ancor  minaccia. 

E  nell'orror  della  secreta  notte 

Per  li  vacui  teatri. 

Per  li  templi  deformi  e  per  le  rotte 

Case,  ove  i  parti  il  pipistrello  asconde. 

Come  sinistra  face 

Che  per  vóti  palagi  atra  s'aggii'i, 

Corre  il  baglior  della  funerea  lava,' 

Che  di  lontan  per  l'ombre 

Rosseggia  e  i  lochi  intorno  intorno  tinge. 

Così,  dell'uomo  ignara  e  dell'etadi 

Ch'ei  chiama  antiche,  e  del  seguir  che  fanno 


270  CANTI  V.  204-320;   1-0 

Dopo  gli  avi  i  nepoti, 
Sta  natura  ognor  verde,  anzi  procede 
Per  sì  lungo  cammino. 

Che  sembra  star.  Caggiono  i  regni  intanto, 
Passan  genti  e  linguaggi:  ella  noi  vede: 
E  l'uom  d'eternità  s'arroga  il  vanto. 
E  tu,  lenta  ginestra. 
Che  di  selve  odorate 
Queste  campagne  dispogliate  adorni. 
Anche  tu  presto  alla  crudel  possanza 
Soccomberai  del  sotterraneo  foco. 
Che  ritornando  al  loco 
(ria  noto,  stenderà  l'avaro  lembo 
Su  tue  molli  foreste.  E  piegherai 
Sotto  il  fascio  mortai  non  renitente 
Il  tuo  capo  innocente: 
Ma  non  piegato  insino  allora  indarno 
(.'odardamente  supplicando  innanzi 
Al  futuro  oppressor;  ma  non  eretto 
(.'on  forsennato  orgoglio  in  ver  le  stelle, 
Xè  sul  deserto,  dove 
E  la  sede  e  i  natali 
Non  per  voler  ma  per  fortuna  avesti: 
-Ma  piti  saggia,  ma  tanto 
.AFeno  inferma  dell'uom.  quanto  le  frali 
Tue  stirpi  non  credesti 
O  dal  fato  o  da  te  fatte  immortali. 


XXXV. 

LMITAZIOXE. 

Jjungi  dal  proprio  ramo, 
P(jvera  foglia  frale. 
Dove  vai  tu  ?  Dal  faggio 
Là  dov'io  nacqui,  mi  divise  il  veiitu. 
Ksso,  tornando,  a  volo 
Dal  bosco  alla  campagna. 


13;  1  18;  1-2  IMITAZIONE  271 

Dalla  valle  mi  porta  alla  moutauiia. 

Seco  peipetuameiite 

Vo  pellegriua,  e  tutto  Taltio  ignoro. 

Vo  dove  ogui  altra  cosa. 

Dove  naturalmente 

Va  la  foglia  di  rosa, 

1".  la  foglia  (Talloro. 

XXXVL 
SCHERZO. 

Oii;^i^<l*^>  fanciullo  io  venni 

A   pormi  con  le  ^Nluse  in  disciplina, 

L'una  di  quelle  mi  pigliò  per  mano; 

K  poi  tutto  quel  giorno 

La  mi  condusse  intorno 

A  veder  rofiicina. 

]\Iostrommi  a  parte  a  parte 

(rli  strumenti  dell'arte. 

E  i  servigi  diversi 

-\.  che  ciascun  di  loro 

S'adopra  nel  lavoro 

Delle  prose  e  de'  versi. 

Io  mirava,  e  cliiedea: 

Musa,  la  lima  ov'è  ?  Disse  la  Dea: 

La  lima  è  consumata;  or  facciam  senza. 

l'.d  io.  ma  di  rifarla 

Non  vi  cai,  soggiungea.  quand'ella  è  stanca  / 

Rispose:  hassi  a  rifar,  ma  il  tempo  manca. 

FRAMMENTI. 
XXXVII. 

ALCETA. 

Odi,  Melisso:   io  vo*   contarti  un  sogno 
Di  questa  notte,  che  mi  torna  a  mente 


CANTI  V.   3-28:   1-3 


In  riveder  la  luna.    Io  me  ne  stava 

Alla  finestra  che  risponde  al  prato. 

Guardando  in  alto:  ed  ecco  allimprovviso 

Distaccasi  la  luna;  e  mi  parea 

Che  quanto  nel  cader  s" approssimava. 

Tanto  crescesse  al  guardo;  infìn  che  venne 

A  dar  di  colpo  in  mezzo  al  prato;  ed  era 

Grande  quanto  una  secchia,  e  di  scintilli^ 

Vomitava  una  nebbia,  che  stridea 

Sì  forte  come  quando  un  carbon  vivo 

Nell'acqua  immergi  e  spegni.  Anzi  a  quel  modo 

La  luna,  come  ho  detto,  in  mezzo  al  prato 

Si  spegneva  annerando  a  poco  a  poco, 

E  ne  fumavan  l'erbe  intorno  intorno. 

Allor  mirando  in  ciel,  vidi  rimaso 

Come  un  barlume,  o  un'orma,  anzi  una  nicchia, 

Ond'ella  fosse  svelta;  in  cotal  guisa, 

Chio  n'agghiacciava;  e  ancor  non  m'assicuro, 

MELISSO. 

E  ben  hai  che  temer,  che  agevol  cosa 
Fora  cader  la  luna  in  sul  tuo  campo. 

ALCETA. 

Chi  sa  ?  non  veggiam  noi  spesso  di  state 
Cader  le  stelle? 

MELISSO. 

Egli  ci  ha  tante  stelle. 
Che  picciol  danno  è  cader  l'una  o  l'altra 
Di  loro,  e  mille  rimaner.  Ma  sola 
Ha  questa  luna  in  ciel,  che  da  nessuno 
Cader  fu  vista  mai  se  non  in  sogno. 

XXXVIII. 

Io  qui  vagando  al  limitare  intorno, 
Invan  la  pioggia  invoco  e  la  tempesta. 
Acciò  che  la  ritenga  al  mio  soggiorno. 


V.   4  15;    1-24  FRAMMENTI  273 


Pure  il  vento  muggìa  nella  foresta, 

E  muggìa  tra  le  nubi  il  tuono  errante, 
Pria  che  l'aurora  in  ciel  fosse  ridesta. 

0  care  nubi,  o  cielo,  o  terra,  o  piante. 
Parte  la  donna  mia:  pietà,  se  trova 
Pietà  nel  mondo  un  infelice  amante. 

0  turbine,  or  ti  sveglia,  or  fate  prova 

Di  sommergermi,  o  nembi,  insino  a  tanto 
Che  il  sole  ed  altre  terre  il  dì  rinnova. 
S'apre  il  ciel,  cade  il  soffio,  in  ogni  canto 
Posan  Ferbe  e  le  frondi,  e  m'abbarbaglia 
Le  luci  il  crudo  Sol  pregne  di  pianto. 

XXXIX. 

Spento  il  diurno  raggio  in  occidente, 
E  queto  il  fumo  delle  ville,  e  queta 
De'  cani  era  la  voce  e  della  gente; 

Quand'ella,  vòlta  all'amorosa  meta, 
Si  ritrovò  nel  mezzo  ad  una  landa 
Quanto  foss' altra  mai  vezzosa  e  lieta. 

Spandeva  il  suo  chiaror  per  ogni  banda 
La  sorella  del  sole,  e  fea  d'argento 
Gli  arbori  eh' a  quel  loco  eran  ghirlanda. 

1  ramuscelli  ivan  cantando  al  vento, 

E  in  un  con  Tusignol  che  sempre  piagne 
Fra  i  tronchi  un  rivo  fea  dolce  lamento. 

Limpido  il  mar  da  lungi,  e  le  campagne 
E  le  foreste,  e  tutte  ad  una  ad  una 
Le  cime  si  scojman  delle  montagne. 

In  queta  ombra  giacea  la  valle  bruna, 

^E  i  collicelli  intorno  rivestia 
Del  suo  candor  la  rugiadosa  luna. 

Sola  teuea  la  taciturna  via 

La  donna,  e  il  vento  che  gli  odori  spande. 
Molle  passar  sul  volto  si  sentia. 

Se  lieta  fosse,  è  van  che  tu  dimande: 
Piacer  prendea  di  quella  vista,  e  il  bene 
Che  il  cor  le  prometteva  era  più  grande. 
18.  —  G.  Leopardi. 


274  CANTI  V.  25-63 

Come  fuggiste,  o  belle  ore  serene  1 

Dilette  voi  quaggiù  nuli"  altro  dura. 

Xè  si  ferma  giammai,  se  non  la  spene. 
Ecco  turbar  la  notte,  e  farsi  oscura 

La  sembianza  del  ciel,  eli" era  sì  bella. 

E  il  piacer  in  colei  fai^si  paura. 
Un  nugol  torbo,  padre  di  procella, 

Sorgea  di  dietro  ai  monti,  e  crescea  tanto. 

Che  pili  non  si  scopria  luna  nò  stella. 
Spiegarsi  ella  il  vedea  per  ogni  canto, 

E  salir  su  per  laria  a  poco  a  poco, 

E  far  sovra  il  suo  capo  a  ([uella  ammanto. 
Veniva  il  poco  lume  ognor  più  fioco; 

E  intanto  al  bosco  si  destava  il  vento, 

W  bosco  là  del  dilettoso  loco. 
E  si  fea  più  gagliardo  ogni  momento, 

Tal  che  a  forza  era  desto  e  svolazzava 

Tra  le  fiondi  ogni  aiigel  per  lo  spavento. 
E  la  nube,  crescendo,  in  giù  calava 

Vèr  la  marina  sì,  che  Tun  suo  lembo 

Toccava  i  monti,  e  l'altro  il  mar  toccava. 
Già  tutto  a  cieca  oscuritade  in  grembo. 

S'incominciava  udir  fremer  la  pioggia, 

E  il  suon  cresceva  all'appressar  del  nembo. 
Dentro  le  nubi  in  paurosa  foggia 

Giiizzavan  lampi,  e  la  fean  batter  gli  occhi; 

E   n"era  il  terren  tristo,  e  l'aria  roggia. 
Disciòr  sentia  la  misera  i  ginocchi; 

¥.  già  muggiva  il  tuon  simile  al  metro 

Di  torrente  che  d'alto  in  giù  trabocchi. 
Talvolta  ella  ristava,  e  l'aer  tetro 

Guardava  sbigottita,  e  poi  correa, 

Sì  che  i  panni  e  le  chiome  ivano  addietro. 
E  il  duro  vento  col  petto  rompea, 

(,'he  gocce  fredde  giù  per  l'aria  nera 

In  sul  volto  soffiando  le  spingea. 
E  il  tuon  veniale  incontro  come  fera. 

Rugghiando  orribilmente  e  senza  posa; 

E  cresceva  la  pioggia  e  la  bufera. 


V.   64-76;   1-20  FRAMMENTI  275 


E  d'ogni  iiitoruo  era  tenibil  cosa 

Jl  volar  polve  e  fi-oudi  e  rami  e  sassi, 
E  il  suoli  che  immaginar  l'alma  non  osa. 

Ella  dal  lampo  attaticati  e  lassi 

Coprendo  gli  occhi,  e  stretti  i  panni  al  seno 
Già  pur  tra  il  nembo  accelerando  i  passi. 

Ma  nella  vista  ancor  lera  il  baleno 
Ardendo  sì,  ch'alfìn  dallo  spavento 
Fermò  l'andare,  e  il  cor  le  venne  meno. 

E  si  rivolse  indietro.  E  in  quel  momento 
Si  spense  il  lampo,  e  tornò  buio  l'etra, 
Ed  acchetossi  il  tuono,  e  stette  il  vento. 

Taceva  il  tutto;  ed  ella  era  di  pietra. 

XL. 

DAL    GRECO    DI    SIMON  IDE. 

Ogni  mondano  evento 

È  di  Giove  in  poter,  di  Giove,  o  figlio. 

Che  giusta  suo  talento 

Ogni  cosa  dispone. 

Ma  di  lunga  stagione 

Nostro  cieco  pensier  s'affanna  o  cura. 

Benché  l'umana  etate, 

Come  destina  il  ciel  nostra  ventura. 

Di  giorno  in  giorno  dura. 

La  bella  speme  tutti  ci  nutrica 

Di  sembianze  beate. 

Onde  ciascuno  indarno  s'affatica: 

Altri  l'aurora  amica, 

Altri  l'etade  aspetta; 

E  nullo  in  terra  vive 

Cui  nellanno  avvenir  facili  e  pii 

Con  Fiuto  gli  altri  iddìi 

La  mente  non  prometta. 

Ecco  pria  che  la  e>peme  in  porto  arrive, 

Qual  da  vecchiezza  è  giunto 


276  CANTI  V.  21-33;   1-19 

E  qiial  da  morbi  al  bruno  Lete  addutto; 

Questo  il  rigido  Marte,  e  quello  il  flutto 

Del  pelago  rapisce;  altri  consunto 

Da  negre  curo,  o  triste  nodo  al  collo 

Circondando,  sotterra  si  rifugge. 

('osi  di  mille  mali 

I  miseri  mortali 

Volgo  fiero  e  diverso  agita  e  strugge. 

Ma  per  sentenza  mia, 

Uom  saggio  e  sciolto  dal  comune  errore 

Patir  non  sosterria, 

Xè  porrebbe  al  dolore 

Ed  al  mal  proprio  suo  cotanto  amore. 

XLl. 

I)f:LLO    STESSO. 

Umana  cosa  picciol  tempo  dura, 
E  certissimo  detto 
Disse  il  veglio  di  Chio, 
(Jonforme  ebber  natura 
Le  foglie  e  l'uman  seme. 
Ma  questa  voce  in  petto 
Raccolgon  pochi.  All'inquieta  speme. 
Figlia  di  giovin  core, 
l'utti  prestiam  ricetto. 
Mentre  è  vermiglio  il  fiore 
Di  nostra  etade  acerba 
L'alma  vota  e  superba 
(Jonto  dolci  peiLsieri  educa  invano. 
Né  morte  aspetta  né  vecchiezza;  e  nulla 
(hira  di  morbi  lia  Tuom  gagliardo  e  sano. 
Ma  stolto  è  chi  non  vedo 
La  giovanezza  come  ha  ratte  l'ale, 
E  siccome  alla  culla 
Poco  il  roiio  è  lontano. 


\r.    20  24  DAL   GRECO    DI    SIMONIDE  277 

Tu  presso  a  porre  il  piede 

In  sul  varco  fatale 

Della  plutonia  sede. 

Ai  presenti  diletti 

La  breve  età  commetti. 


NOTE 

[pel  leopardi  medesimo]. 


Pag.  167,  ^  Il  successo  delle  Termopile  fu  celebrato  veramente 
(la  quello  che  in  essa  canzone  s'introduce  a  poetare,  cioè  da  J^imo- 
nide;  tenuto  dall'antichità  fra  gli  ottimi  poeti  lirici,  vissuto,  che  più 
rileva,  ai  medesimi  tempi  della  scesa  di  Serse,  e  greco  di  patria.  Questo 
suo  fatto,  lasciando  l'epitaffio  riportato  da  Cicerone  e  da  altri,  si  di- 
mostra da  quello  che  scrive  Diodoro  nell'undecimo  libro,  dove  recita 
anche  certe  parole  di  esso  poeta  in  questo  proposito,  due  o  tre  delle 
quali  sono  espresse  nel  quinto  verso  dell'ultima  strofe.  Rispetto  dunque 
alle  predette  circostanze  del  tempo  e  della  persona,  e  d'altra  parte 
riguardando  alle  qualità  dt-lla  materia  per  sé  medesima,  io  non  credo 
che  mai  si  trovasse  argoniento  più  degno  di  poema  lirico,  né  più  for- 
tunato di  questo  che  fu  scelto,  o  più  veramente  sortito,  da  Simonide. 
Perocché  se  l'impresa  delle  Termopile  fa  tanta  forza  a  noi  che  siamo 
stranieri  verso  quelli  che  l'operarono,  e  con  tutto  qiiesto  non  pos- 
siamo tenere  le  lacrime  a  leggerla  semplicemente  come  passasse,  e 
ventitré  secoli' dopo  ch'ella  è  seguita;  abbiamo  a  far  congettura  di 
quello  che  la  sua  ricordanza  dovesse  potere  in  un  Greco,  e  poeta,  e 
dei  principali,  avendo  veduto  il  fatto,  si  può  dire,  cogli  occhi  propri, 
andando  per  le  stesse  città  vincitrici  di  un  esercito  molto  maggiore  di 
quanti  altri  si  ricorda  la  storia  d'Europa,  venendo  a  parte  delle  feste, 
delle  maraviglie,  del  fervore  di  tutta  un'eccellentissima  nazione,  fatta 
anche  più  magnanima  della  sua  natura  dalla  coscienza  della  gloria 
acquistata,  e  dall'emulazione  di  tanta  virtù  dimostrata  pur  dianzi 
dai  suoi.  Per  queste  considerazioni,  riputando  a  molta  disavventura 
che  le  cose  scritte  da  Simonide  in  quella  occorrenza,  fossero  perdute, 
non  ch'io  presumessi  di  riparare  a  questo  danno,  ma  come  per  ingan- 
nare il  desiderio,  procurai  di  rappresentarmi  alla  mente  le  disposizioni 
dell'animo  del  poeta  in  qiiel  tempo,  e  con  questo  mezzo,  salva  la  di- 
suguaglianza degl'ingegni,  tornare  a  fare  il  suo  canto;  del  quale  io 
porto  questo  parere,  che  o  fosse  maraviglioso,  o  la  fama  di  Simonide 
fosse  vana,  e  gli  scritti  perissero  con  poca  ingiuria.  —  Lettera  a  Vin- 
cenzo Monti,  premessa  alle  edizioni  di  Roma  e  di  Bologna. 

Pag.  17<;,  *.  Di  questa  fama  divulgata  anticamente,  che  in  Tspagna 
e  in  Portogallo,  quando  il  sole  tramontava,  si  udisse  di  mezzo  all'O- 
ceano uno  stridore  simile-a  quello  che  fanno  i  carboni  accesi,  o  un 
ferro  rovente,  quando  è  tuffato  nell'acqua,  vedi  Cleomede  Circular. 
doctrin.  de  suhlrm.  I.  2.  o.   1,  ed.  Bake,  Lugd.   Bat.    1820.  p.  109  seq. 


NOTE    AI    CANTI  271» 


Strabene  1.  3,  ed.  Amstel.  1707,  p.  202  B.  GiovcBale  i^ai.  14,  v.  279. 
Stazio  Silv.  I.  2,  Genethl.  Lucani  v.  24  seqq.,  ed  Ausonio  Epist.  18, 
V.  2.  Floro  1.  2.  e.  17,  parlando  delle  cose  fatte  da  Decimo  Bruto  in 
Portogallo:  «  perasrratoque  Victor  Oceani  litore,  non  prius  signa  coii- 
vertit,  quam  cadentem  in  maria  solem,  obrutumque  aquis  ignem,  non 
sine  quodam  sacrilegii  metu.  et  horrore.  deprehendit  .  Vedi  ancora 
le  note  degli  eruditi  a   Tacito   De  Gerrn.  e.   45.  « 

Pag.  17  7.  ^.  Mentre  la  notizia  della  rotondità  della  terra,  ed  altre 
simili  appartenenti  alla  cosmogi'afia.  furono  poco  volgari,  gli  uomini 
ricercando  quello  che  si  facesse  il  sole  nel  tempo  della  notte,  o  qual 
fosse  lo  stato  suo,  fecero  intorno  a  questo  parecchie  belle  immagina- 
zioni: e  se  molti  pensarono  che  la  sera  il  sole  si  spegnesse,  e  che  la 
mattina  si  riaccendesse,  altri  immaginarono  che  dal  tramonto  si  ri- 
posasse e  dormisse  fino  al  giorno.  Stesicoro  ap.  Athenaeum,  1.  11,  e.  38. 
ed.  Schweigh.  t.  4,  p.  237.  Antimaco  ap.  eumd.  1.  e.  p.  238.  Eschilo 
.ce  più  distintamente  Mimnerno,  poeta  greco  antichissimo,  1.  e. 
cap.  39,  p.  239.  dice  che  il  sole,  dopo  calato,  si  pone  a  giacere  in  un 
letto  concavo,  a  uso  di  navicella,  tutto  d'oro,  e  cosi  dormendo  naviga 
per  l'Oceano  da  ponente  a  levante.  Pitea  marsigliese,  allegato  da  Ge- 
mino, e.  5,  in  Petav.  Uranol.  ed  Amst.  p.  13,  e  da  Cosma  egiziano,  To- 
pogr.  Christian.  1.  2.  ed.  Montfauc.  p.  149,  racconta  di  non  so  quali  bar- 
bari che. mostrarono  a  esso  Pitea  il  luogo  dove  il  sole,  secondo  loro, 
si  adagiava  a  dormire.  E  il  Petrarca  si  accostò  a  queste  tali  opinioni 
volgari  in  quei  versi.  Canz.  Xella  sfagioli ,  st.  3: 

Quando  vede  il  pastor  calare  i  raggi 
Del  gran  pianeta  al  nido  ov'egli  alberga. 

Siccome  in  questi  altri  della  medesima  Canzone,  st.  1,  seguì  la  sen- 
tenza di  quei  filosofi  che  per  virtii  di  raziocinio  e  di  congettura  indo- 
vinavano  gli  antipodi: 

Xella  stagion  che  '1  ciel  rapido  inchina 
Verso  occidente,  e  che  '1  di  nostro  vola 
A  gente  che  di  là  forse  l'aspetta. 

Dove  quel  forse,  che  oggi  non  si  potrebbe  dire,  fu  sommamente  poe- 
tico; perchè  dava  facoltà  al  lettore  di  rappresentarsi  quella  gente 
sconosciuta  a  suo  modo,  o  di  averla  in  tutto  per  favolosa:  donde  si 
dee  credere  che,  leggendo  questi  versi,  nascessero  di  quelle  conce- 
zioni vaghe  e  indeterminata,  che  sono  effetto  principalissimo  ed  es- 
senziale delle  bellezze  poetiche,  anzi  di  tutte  le  maggiori  bellezze  del 
mondo. 

Pag.  178,  *.  Di  qui  alla  fine  della  stanza  si  ha  riguardo  alla  con- 
giuntura deUa  morte  del  Tasso,  accaduta  in  tempo  che  erano  per  in- 
coronarlo poeta  in  Campidoglio. 


280  NOTE    AI    CANTI 


Pag.  184,  *.  Si  usa  qui  la  licenza,  usata  da  diversi  autori  antichi, 
di  attribuire  alla  Tracia  la  città  e  la  battaglia  di  Filippi,  che  vera- 
mente furono  nella  Macedonia.  —  Similmente  nel  nono  Canto  si  seguita 
la  tradizione  volgare  intorno  agli  amori  infelici  di  Saffo  poetessa,  ben- 
ché il  Visconti  ed  altri  critici  moderni  distinguano  due  Saffo:  l'una 
famosa  per  la  sua  lira,  e  l'altra  per  l'amore  sfortunato  di  Faone;  quella 
contemporanea  d'Alceo,  e  questa  più  moderna. 

Pag.  188,  *.  La  stanchezza,  il  riposo  e  il  silenzio  che  regnano  nelle 
città,  e  più  nelle  campagne,  sull'ora  del  mezzogiorno,  rendettero  quel- 
l'ora agli  antichi  misteriosa  e  secreta  come  quella  della  notte:  onde 
fu  creduto  che  sul  mezzodì  più  specialmente  si  facessero  vedere  o  sen- 
tire gli  Dei,  le  ninfe,  i  silvani,  i  fauni  e  le  anime  de'  morti:  come  ap- 
parisce da  Teocrito  Idyll.  1,  v.  15  seqq.  Lucano  1.  .S,  v.  422  seqq.  Fi- 
lostrato Heroic.  ci,  54,  opp.  ed.  Olear.  p.  671.  Porfirio  De  antro  nymph. 
e.  2G  seq.  Servio  ad  Georg.  1.  4,  v.  401,  e  dalla  Vita  di  san  Paolo  primo 
eremita  scritta  da  san  Girolamo,  e.  6,  in  Fif.  Patr.  Rosweyd.  1.  1,  p.  18. 
Vedi  ancora  il  Meursio  Auctar.  phiìolog.  e.  6,  colle  note  del  Lami,  opp. 
Meurs.  Florent.  voi.  5,  col.  733,  il  Barth  Animadv.  ad  Stat.  part.  2. 
p.  1081,  e  le  cose  disputate  dai  cementatori,  e  nominatamente  dal 
Calmet,  in  proposito  del  demonio  meridiano  della  Scrittura  volgata.' 
Psal.  90,  V.  6.  Circa  all'opinione  che  le  ninfe  e  le  dee  suD'ora  del  mez- 
zogiorno si  scendessero  a  lavare  ne'  fiumi  e  ne'  fonti,  v.  Callimaco  in 
Lavacr.  Pali.  v.  71  seqq.  e  quanto  propriamente  a  Diana,  Ovidio  3Ie- 
tam.  1.  3,  V.  144  seqq. 

Pag.  191,  *.  «  Egressusque  Gain  a  facie  Domini,  habitavit  profugus 
in  terra  ad  orientalem  plagam  Eden.  Et  aediflcavit  civitatem  ».  Oenes. 
e.  4,  V.  16. 

Pag.  193,  *.  È  quasi  sup*^rfluo  ricordare  che  la  California  è  posta 
nell'ultimo  termine  occidentale  di  terra  ferma.  Si  tiene  che  i  Californi 
sieno,  tra  le  nazioni  conosciute,  la  più  lontana  dalla  civiltà,  e  la  pili 
indocile   alla  medesima. 

Pag.  229,  ».  «  Plusieurs  d'entre  eux  »  (parla  di  una  delle  nazioni 
erranti  dell'Asia)  «  passent  la  nuit  assis  sur  une  pierre  à  regarder  la 
lune,  et  à  improviser  des  paroles  assez  tristes  sur  des  airs  qui  ne  le 
sont  pas  moins  ».  Il  Barone  di  Meyendorff,  Voyage  d'Orenbourg  à  Bovk- 
hara,  fait  en  1820,  appresso  il  giornale  des  Savans  1826,  septemhre, 
p.  518.   —  [Cfr.    Zibaldone,   VII,  337;  e  Sentii   vari  ined.,   398]. 

Pag.  233,  i».  Il  signor  Bothe,  traducendo  in  bei  versi  tedeschi 
questo  componimento,  accusa  gli  ultimi  sette  versi  della  presente 
stanza  di  tautologia,  cioè  di  ripetizione  delle  cose  dette  avanti.  Segue 
il  pastore:  ancor  io  godo  pochi  piaceri  (godo  ancor  poco);  né  mi  lagno 
di  questo  solo,  cioè  che  il  piacere  mi  manchi;  mi  lagno  dei  patimenti 
che  provo,  cioè  della  noia.  Questo  non  era  detto  avanti.  Poi,  conchiu- 


NOTE    AI    CANTI  281 


dendo,  riduce  in  termini  brevi  la  quistione  trattata  in  tutta  la  stanza  ; 
perchè  gli  animali  non  s'annoino,  e  l'uomo  sì:  la  quale  se  fosse  tautologia, 
tutte  quelle  conclusioni  dove  per  evidenza  si  riepiloga  il  discorso,  sa- 
rebbero tautologie. 

Pag.  253,  ^\  Pelliccia  in  figura  di  serpente,  detta  dal  tremendo 
rettile  di  questo  nome,  nota  alle  donne  gentili  de'  tempi  nostri.  Ma 
come  la  cosa  è  uscita  di  moda,  potrebbe  anche  il  senso  della  parola 
andare  fra  poco  in  dimenticanza.  Però  non  sarà  superflua  questa  no- 
terella. 

Pag.  2fi;5,  ^^  Parole  di  un  moderno,  al  quale  è  dovuta  tutta  la 
loro  eleganza.  —  [Il  moderno,  cui  qui  si  accenna,  è  il  conte  Terenzio 
Mamiani  della  Rovere,  cugino  del  Leopardi]. 


ILLUSTRAZIONI 


LE  DUE  PRIME  CANZONI 


I. 

Composizione  e  siampa  delie  due  canzoni.  —  Le  iraece  ina- 
noscritte,  e  la  perorazione  del  Discorso  sulla  poesia  ro- 
ììiantica.  —  Uno  spunto  dalV"  Ortis  >\  -  La  dedicatoria 
al  Monti,   e  la  risposta. 

Le  canzoni  All'Italia  e  Sopra  il  monumento  di  Dante 
iuron  composte  nel  1818;  anzi  della  prima  di  esse  il  poeta 
medesimo  precisò:  e  composta  il  settembre  del  1818»,  e 
della  seconda:  «  opera  di  dieci  o  dodici  giorni,  settembre- 
ottobre  I8I8  ».  Il  28  giugno  di  quell'anno,  ancor  l'animo 
e  la  fantasia  vibranti  di  quelle  prime  impressioni  amorose 
che  cantò  nel  Primo  Amore  e  nelle  altre  Elegie,  egli  bnttava 
giù  questa  traccia,  che  ha  una  mossa  trovatoresca: 

Oggi  finisco  il  Yentesini'anno.  Misero  me,  clie  ho  fatto  ?  Ancora 
nessun  fatto  grande.  Torpido  giaccio  tra  le  mura  paterne.  Ho  amato 
te  sola.  O  mio  core  ecc.,  non  ho  sentito  passione,  non  mi  sono  agi- 
tato ecc.,  fuorché  per  la  morte  che  mi  minacciava  ecc.  Oh  che  fai? 
Pur  sei  grande  ecc.  ecc.  ecc.  Sento  gli  urti  tuoi  ecc.  Non  so  che  vogli, 
che  mi  spingi  a  cantare,  a  fare,  né  so  che  ecc.  Che  aspetti  ?  Passerà 
la  gioventù  e  il  bollore  ecc.  Misero  ecc.  E  come  piacerò  a  te  senza  grandi 
fatti?  ecc.  ecc.  ecc.  O  patria,  o  patria  mia,  ecc.,  che  farò?  non  posso 
spargere  il  sangiie  per  te  che  non  esisti  più,  ecc.  ecc.  ecc.  Che  farò  di 
grande?  Come  piacerò  a  te  ?  In  che  opera,  per  chi,  per  qual  patria, 
apanderò    i    sudori,    i    dolori,    il    sangue    mio  ? 

Esse  nacquero  a  un  parto,  gemelle.  Tra  i  manoscritti 
napoletani  v'è  di  mano  del  poeta  r«  argomento  di  una  can- 
zone sullo  stato  presente  dell'Italia  »;  e  subito  in  principio 


280  ILLUSTRAZIONI 


si  leggono  questi  spuuti:  «  0  patria  mia,  vedo  i  monumenti, 
gli  archi  ecc.,  ma  non  vedo  la  tua  gloria  antica  ecc.  Se  avessi 
due  fonti  di  lagrime  non  potrei  piangere  abbastanza  per 
te.  Passaggio  agF Italiani  che  hanno  combattuto  per  Na-. 
poleone:  alla  Kussia  ».  E  il -poeta  continuava  delineando 
rapidamente  pensieri,  immagini,  esprassioni  che  informa- 
rono poi  l'episodio,  per  così  dire,  italo-russo  nella  seconda 
canzone;  indi  riprendeva  a  mezzo:  O  patria  mia,  vedo  le  mura 
e  gli  archi,  seguitando  sin  che  prescriveva  a  se  stesso  :  «  qui 
si  passi  alla  battaglia  de'  Greci  alle  Termopile  ». 

Dalle  carte  napoletane  son  pur  venuti  in  luce  questi 
brani  della  traccia  in  prosa,  che  più  propriamente  si  ri- 
feriscono  alla  seconda  canzone: 

Anch'io  vengo  come  posso  a  cantare  e  tributare  omaggio  con  voi 
e  con  tutti  gl'Italiani  a  Dante.  O  gran  padre  Alighieri,  questo  già  non 
ti  tocca  per  amor  di  te,  che  non  hai  bisogno  di  monumento  e  sei  glo- 
rioso per  tutto  e  immortale;  —  e  se  Tltalia  t'avesse  dimenticato,  sa- 
rebbe già  barbara  ecc.,  né  certo  ti  dimenticò:  le  avvengano  tutte  le 
sventure,  se  lo  fece;  —  ma  per  gl'Italiani,  acciò  si  destino  ecc.  Oh 
come,  vedi,  la  povera  Italia,  come  fu  straziata  dai  Francesi,  spogliata 
de'  marmi  e  delle  tele!  ecc.  trattati  come  pecore  vili  da'  Galli,  Itali 
noi!  Qua!  tempio,  qual  altare  non  violarono?  qual  monte  (pendice), 
qual  rupe,  qual  antro  sì  riposto  fu  sicuro  dalla  loro  tirannide  ?  Libertà 
bugiardissima  ecc.  E  '1  peggio  è  che  fummo  costretti  di  combattere 
per  loro.  Qui  alle  campagne  e  selve  rutene  ecc.,  come  sopra  per  l'altra 
canzone... 

E  «sopra»  era  detto,  subito  dopo  l'accenno  alla  Russia: 

...  Morendo  i  poveretti  ecc.  (dopo  una  descrizione  lirica  del  modo 
come  morivano)  si  volgevano  a  te,  o  patria  ecc. :  O  Italia,  o  Italia  bella; 
O  patria  nostra,  oh  in  che  diversa  terra  Moriamo  per  colui  che  ti  fa 
guerra!  Oh  morissimo  per  mano  di  forti  e  non  del  freddo:  oh  moris- 
simo per  te,  non  per  li  tuoi  tiranni:  oh  fosse  nota  la  morte  nostra!  in- 
felici, sconosciuti  per  sempre,  e  inutilnfente  soffrenti  le  più  acerbe 
pene!  Cosi  dicendo  morivano,  e  gli  addentavano  le  bestie  feroci,  ur- 
lando su  per  la  neve  e  il  ghiaccio  ecc.  Anime  care,  datevi  pace  e  vi 
sia  conforto  Che  non  hacci  per  voi  conforto  alcimo.  Infelicissimi  fra 
tutti,  riposatevi  nell'infinità  della  vostra  miseria,  vi  sia  conforto  il 
pianto  della  patria  e  de'  parenti:  non  di  voi  si  lagna  la  patria,  ma  di 
chi  vi  spinse  A  pugnar  contra  lei,  E  mesce  al  pianto  vostro  il  pianto 
suo;  sventurati.ssima  sempre.  Vi  sia  conforto  che  la  sorto  vostra  non 
è  stata  più  dolce  di  quella  della  patria.  Dei  guai  sofferti  dall'Italia 
sotto  il  dominio  de'  Francesi,  tanto  monarchico  quanto  repubblicano, 
del  suo  spoglio  ecc.... 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  287 

Tra  le  carte  s"è  rinvenuto  altresì  quel  Discorso  di  un  it((- 
liano  intorno  alla  poesia  romantica,  che  il  Leopardi  scrisse  tra 
il  1817  e  il  '18,  sospintovi  dalle  Osservazioni  del  cavaliere 
Lodovico  di  Brente  snìla  poesia  moderna,  apparse  nello 
Spettatore  di  Milano,  e  non  riuscì  allora  a  pubblicare  (cfr. 
Zibald.  1.  94  ss.).  In  esso,  verso  la  fine,  con  improvvisa 
concitazione,   il  giovane   critico   esclamava: 

Ma  già  sul  finire,  essendomi  sforzato  sin  qui  di  costringere  i  moti 
dell'animo  mio,  non  posso  più  reprimerli,  né  tenermi  ch'io  non  mi  ri- 
volga a  voi,  Giovani  italiani,  e  vi  preghi  per  la  vita  e  le  speranze  vo- 
stre che  vi  moviate  a  compassione  di  questa  nostra  patria,  la  quale, 
caduta  in  tanta  calamità  quanta  appena  si  legge  di  verun'altra  nazione 
del  mondo,  non  può  sperare  né  vuole  invocare  aiuto  nessuno  altro  che 
il  vostro.  Io  muoio  di  vergogna  e  dolore  e  indignazione  pensando 
ch'ella  sventuratissima  non  ottiene  dai  presenti  una  goccia  di  sudore, 
quando,  assai  meno  bisognosa,  ebbe  torrenti  di  sangue  dagli  antichi 
prontissimi  e  lieti;  non  c'è  una  penna  tra  noi  che  s'adopri  per  quella 
che  gli  avi  nostri  difesero  e  accrebbero  con  milioni  e  milioni  di  spade. 
Soccorrete,  o  Giovani  italiani,  alla  patria  vostra,  date  mano  a  questa 
afflitta  e  giacente,  che  ha  sciagure  molto  più  che  non  bisogna  per  muo- 
vere a  pietà,  non  che  i  figli,  i  nemici.  Fu  padrona  del  mondo,  e  for- 
midabile in  terra  e  in  mare,  e  giudice  dei  popoli,  e  arbitra  delle  guerre 
e  delle  paci,  magnifica  ricca  lodata  riverita  adorata;  non  conosceva 
gente  che  non  la  ubbidisse,  non  ebbe  offesa  che  non  vendicasse,  non 
guerra  che  non  vincesse;  non  c'è  stato  imperio  né  fortuna  né  gloria 
simile  alla  sua  né  prima  né  dopo.  Tutto  è  caduto:  inferma  spossata 
combattuta  pesta  lacera  e  alla  fine  vinta  e  doma  la  patria  nostra,  per- 
duta la  signoria  del  mondo  e  la  signoria  di  se  stessa,  perduta  la  gloria 
militare,  fatta  in  brani,  disprezzata  oltraggiata  schernita  da  quelle 
genti  che  distese  e  calpestò,  non  serba  altro  che  l'imperio  delle  let- 
tere e  arti  belle,  per  le  quali  come  fu  grande  nella  prosperità,  non  al- 
trimenti è  grande  e  regina  nella  miseria.  Questo  solo  regno,  questa 
gloria,  questa  vita  rimane  alla  patria  nostra  quasi  levata  dal  numero 
delle  nazioni,  grande  avanzo  d'immensa  grandezza,  sempre  finora 
invidiato  e  bestemmiato  invano  dagli  altri  popoli,  insofl'erenti  che  la 
regina  del  mondo,  quantunque  sordida  e  guasta,  a  ogni  modo  non  sia 

per  anche  spogliata  di  scettro  e  di  corona Io  vi  prego  e  supplico. 

o  Giovani  italiani,  io  m'atterro  dmanzi  a  voi;  per  la  memoria  e  la  fama 
unica  ed  eterna  del  passato,  e  la  vista  lagrimevole  del  presente,  impedite 
questo  acerbo  fatto,  sostenete  l'ultima  gloria  della  nostra  infelicissima 
patria,  non  commettete  per  Dio  che  quella  che  per  colpa  d'altri  infermò, 
per  colpa  d'altri  agonizza,  muoia  fra  le  mani  vostre  per  colpa  vostra. 

E  dopo  una  fiera  rampogna  alla  Francia,  die  aveva  ma- 
nomesso il   nostro   patrimonio   artistico   (e   qui  è  evidente 


288  ILLUSTRAZIONI 


l'ispirazioDe  misogallica  alfìeriana),  egli  ripigliava,  sempre 
rivolto  ai  Giovani  italiani: 

Prometto  a  voi,  prometto  al  cielo,  prometto  al  mondo,  che  non 
mancherò  finch'io  viva  aUa  patria  mia,  né  ricuserò  fatica  né  tedio  né 
stento  né  travaglio  per  lei,  si  ch'ella  quanto  sarà  in  me  non  ritenga 
balvo  e  fiorente  quel  secondo  regno  che  le  hanno  acquistato  i  nostri 
maggiori.  Ma  che  potrò  io  ì  e  qual  uomo  solo  ha  potuto  mai  tanto 
quanto  bisogna  presentemente  alla  patria  nostra  ?  Alla  quale  se  voi 
non  darete  mano,  cosi  com'è  languida  e  moribonda,  sopraTvivrete,  o 
Giovani  italiani,  all'Italia,  forse  anch'io  sciagurato  sopravvivrò.  Ma 
sovvenite  alla  madre  vostra  ricordandovi  degli  antenati  e  guardando 
ai  futuri,  dai  quali  non  avrete  amore  né  lode  se  trascurando  avrete 
si  può  dire  uccisa  la  vostra  patria:  secondando  questa  beata  natura 
onde  il  cielo  v'ha  formati  e  circondati;....  considerando  la  barbarie 
che  ci  sovrasta;  avendo  pietà  di  questa  bellissima  terra,  e  de'  monu- 
menti e  delle  ceneri  de'  nostri  padri;  e  finalmente  non  volendo  che  ta 
povera  patria  nostra  in  tanta  miseria,  perciò  si  rimanga  senz'aiuto 
perchè  non   può   essere  aiutata   fuorché   da   voi. 

Xello  Zibaldone  (I,  168)  c'imbattiamo  in  questa  preziosa 
annotazione:  «Per  un'ode  lamentevole  sull'Italia  può  ser- 
vire quel  pensiero  di  Foscolo  nell'Ortis,  lett.  19  e  20  feb- 
braio 1799  '>  1.  Nella  qual  lettera  foscoliana,  datata  da 
Ventimiglia,  era  già  qualche  concetto  e  qualche  mossa  che 
ritroviamo  poi  nella  canzone  All'Italia.  11  Foscolo  aveva 
scritto  : 

I  tuoi  confini,  o  Italia,  son  questi!  ma  sono  tutto  di  sormontati 
d'ogni  parte  dalla  pertinace  avarizia  delle  nazioni.  Ove  sono  dunque 
i  tuxji  figli?  Nulla  ti  manca  se  non  la  forza  della  concordia.  Allora  io 
spenderei  gloriosamente  la  mia  vita  infelice  per  te:  ma  che  può  fare 
il  solo  mio  braccio  e  la  nuda  mia  voce  ì  —  Ov'è  l'antico  terrore  della 
tua  gloria  ?  Miseri  !  noi  andiamo  ogni  di  memorando  la  libertà  e  la 
gloria  degli  avi,  le  quali  quanto  più  splendono  tanto  più  scoprono  la 
nostra  abbietta  schiavitù.  Mentre  invochiamo  queUe  ombre  magna- 
nime, i  nostri  nemici  calpestano  i  loro  sepolcri.  E  verrà  forse  giorno 
che  noi  perdendo  e  le  sostanze  e  l'intelletto  e  la  voce,  sarem  fatti  si- 
mili agli  schiavi  domestici  degli  antichi,   o   trafficati  come    i    miseri 


'  Il  Leopardi  indica  anche  l'edizione:  "  Napoli,  1821  ».  È  un  lapsus 
calami,  se  pure  non  un  orrore  di  stampa;  giacché  la  postilla  si  trova 
tra  altre  degli  ultimi  giorni  del  1818  e  dei  primi  del  1819.  Si  deve 
trattare,  come  mi  avverte  il  Marinoni,  dell'ediz.  napoletana  deìl'Ortis 
fatta    da    Gennaro    Reale   nel    1811. 


LE    DUE    PEIME    CANZONI  289 


Negri;  e  vedremo  i  nostri  padroni  scliiudere  le  tombe,  e  disseppellire 
e  disperdere  al  vento  le  ceneri  di  que'  Grandi  per  annientarne  le  ignude 
memorie;  poiché  oggi  i  nostri  fasti  ci  sono  cagione  di  superbia,  ma  non 
eccitamento  dall'antico  letargo.  —  Cosi  grido  qnand'io  mi  sento  in- 
superbire nel  petto  il  nome  Italiano,  e  rivolgendomi  Jntorno  io  cerco, 
uè  trovo  più  la  mia  patria. 

Le  due  canzoni  furono  pubblicate  insieme,  a  Roma, 
«  il  primo  dell'anno  seguente  »,  con  la  data  però  del  1818, 
presso  Francesco  Boiiiiié.  C4iacomo  ne  aveva  mandato,  il 
19  ottobre  '18  il  manoscritto  al  Giordani,  a  Piacenza, 
dicendogli  : 

Con  questa  riceverete  un  mio  libricciuolo  manoscritto.  Vorrei 
che  lo  faceste  stampare  costì  o  dove  meglio  qrederete,  ma  in-12  o  altro 
sesto  piccolo,  perchè  la  spesa,  dovendosi  fare  dal  mio  privato  erario, 
bisogna  che  sia  molto  sottile,  a  volernela  spremere  :  e  vedrete  che  o 
grande  o  piccolo  che  sia  il  sesto,  il  numero  delle  pagine  non  può  essere 
altro  che  uno.  Vedrete  similmente  che  io  dedico  il  libricciuolo  al  Monti. 
Vorrei  che  gli  scriveste  perchè  me  ne  desse  licenza.  Io  gii  scriverò  nel 
mandargli  copia   del  libercoletto,   stampato   che  sarà. 

Ma  lettera  e  manoscritto  andarono  smarrite;  onde  Gia- 
como, informandone  il  Giordani,  soggiungeva,  il  27  no- 
vembre : 

Sic  te  servavit  Apollo,  ma  solamente  quanto  al  farle  stampare, 
giacchè^vi  prego  di  nuovo  che  scriviate  al  Monti,  avendo  fatto  rico- 
piare il  libricciuolo  e  mandatolo  a  Roma,  dove  non  lo  farò  pubblicare, 
se  prima  non  saprò  che  m'abbiate  impetrata  la  licenza  che  ho  detto. 

A  Roma  ci  lu  qualche  intoppo  per  via  della  Censura. 
«  Mi  scrivono  da  Roma  »,  egli  stesso  riferisce,  «  che  il  ma- 
noscritto quantunque  piccolissimo,  tuttavia  si  potrebbe 
dare  il  caso  che  non  potesse  passare  per  il  buco  della  Cen- 
sura ».  Pa>ssò  difatto  a  stento.  Riscrive  al  Giordani,  il  12 
febbraio  1819:  uso  che  a  Roma  s'è  dovuto  stentare  assai 
per  carpirgli  un   imprimaiar  )). 

La  lettera  dedicatoria  al  Monti,  che  il  Leopardi  poi  rac- 
corciò e  ritoccò  nella  ristampa  che  di  queste  sue  canzoni 
fece  poi  a  Bologna  nel  1824,  suonava  cofjì  in  quella  prima 
edizione  : 

Quando  mi  risolsi  di  pubblicare  queste  Canzoni,  come  non  mi 
sarei  lasciato  condurre  da  nesstina  cosa  al  mondo  a  intitolarle  a  verun 

19.  —  G.  Leopardi. 


290  ILLUSTRAZIONI 


potente,  così  mi  parve  dolce  e  beato  il  consacrarle  a  Voi,  signor  ca- 
valiere. Stante  che  oggidì  chiunque  deplora  o  esorta  la  patria  nostra, 
non  può  fare  che  non  si  ricordi  con  infinita  consolazione  di  Voi  che 
insieme  con  quegli  altri  pochissimi,  i  quali  tacendo  non  vengo  a  di- 
notare niente  meno  di  quello  che  farei  nominando,  sostenete  l'ultima 
gloria  nostra,  io  dico  quella  che  deriva  dagli  studj,  e  singolarmente 
dalle  lettere  e  arti  belle,  tanto  che  per  anche  non  si  può  dire  che  l'I- 
trìlia  sia  morta.  Di  queste  Canzoni,  se  uguaglino  il  soggetto,  che  quando 
lo  uguagliassero  non  mancherebbe  loro  né  grandiosità  né  veemenza, 
sarà  giudizio  non  tanto  dell'universale  quanto  vostro;  giacché  da 
quando  veniste  in  quella  fama  che  dovevate,  si  può  dire  che  nessuno- 
scrittore  italiano,  se  non  altro,  di  quanti  non  ebbero  la  vista  impedita 
né  da  scarsezza  d'intelletto,  né  da  presunzione  e  amore  di  sé  mede- 
simi, stimò  che  valessero  punto  a  rifarlo  delle  riprensioni  vostre  le 
lodi  dell'altra  gente,  o  lodato  da  Voi  riputò  mal  pagate  le  sue  fatiche, 
o  si  curò  de'  biasimi  o  dello  spregio  del  popolo 

Passava  poi  a  discorrere  dell" audace  suo  tentativo  di 
rifare,  nella  prima  delle  due  canzoni,  il  perduto  Canto  di 
Simonide:  e  questo  è  il  solo  brano  della  dedica  che,  pur 
molto  trasformato,  egli  volle  poi  serbato  nelle  ristampe  dei 
Canti,  cacciandolo  però  in  nota.  E  concludeva: 

Di  questo  mio  fatto,  se  sia  stato  coraggio  o  temerità,  sentenzia - 
rete  Voi,  signor  cavaliere,  e  altresì,  quando  vi  paia  da  tanto,  giudi- 
cherete della  seconda  Canzone,  la  quale  io  v'offro  umilmente  e  sem- 
plicemente insieme  coll'altra,  acceso  d'amore  verso  la  povera  Italia, 
e  quindi  animato  di  vivissimo  afletto  e  gratitudine  e  riverenza  verso 
cotesto  numero  presso   che  impercettibile  d'Italiani  che   sopravvive. 

Il  volumetto  fu  mandato  al  celebre  poeta,  accompa- 
gnato da  un'altra  letterina,  del  12  febbraio  '19.  Giacomo  vi 
si  scusa  d'aver  pur  osato  pubblicarlo,  prima  clie  il  tanto 
desiderato  e  sollecitato  consenso  giungesse;  e  continua: 

Userò  quella  stessa  confidenza  c'ho  usata  nel  dedicarle  cosa  tanto 
sproporzionata  alla  dignità  di  V.  S.,  e  mi  farò  animo  di  spedirle  copia 
delle  mie  canzoni  prima  di  averne  ottenuto  licenza  formale;  né  avendo 
altro  mezzo  adattato,  la  manderò  per  la  posta.  In  verità  che  l'offerta 
è  la  più  piccola  cosa  che  si  possa  immaginare;  ma  io  vorrei  ch'Ella 
pensasse,  e  stimo  che  facilmente  si  persuaderà,  che  l'ingegno  del  do- 
natore non  sia  più  grande  per  nessun  verso.  E  io  mi  rincuoro  consi- 
derando che  in  parte  è  uffizio  di  noi  piccoli  il  fare,  che  risplendano  le 
virtù  de'  pari  suoi  non  solo  per  l'evidenza  che  nasce  dal  confronto, 
ma  per  le  occasioni  che  non  può  somministrare  altri  che  noi,  senza  le 
quali  molte  delle  loro  nobilissime  qualità  resterebbero  poco  meno  che 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  291 


sconosciute.  Come  presentemente,  s'io  Le  offrissi  cosa  de^na  di  Lei, 
non  avrebbe  luogo  a  manifestarsi  la  Sua  benignità,  la  quale  si  dimo- 
strerà splendidamente  se  V.  S.  non  rifiuterà  un  dono  cosi  volgare  di 
un  povero  come  son  io.  E  tanto  più  s'Ella  non  si  sdegnerà  ch'io,  quan- 
tunque povero,  mi  tenga  per  cosa  Sua. 

Il  Monti  tardò  a  ri.spcjudore  circa  un  mese;  e  finalmente 
scrisse  da  Milano,  il  20  marzo  ^: 

Stimatissimo  signor  conte  ed  amico.  È  già  poco  meno  d'un  mese, 
che  da  Roma  ebbi  le  vostre  belle  e  veramente  italiane  canzoni:  del 
caro  dono  delle  quali  il  nostro  Giordani  mi  avea  già  dato  l'avviso.  Io 
le  ho  lette  e  rilette  con  piacere  incredibile:  e  non  so  vedervi  altro  di- 
fetto che  l'averle  voi  intitolate  a  chi  meno  lo  meritava.  Lodo  il  nobile 
vostro  proponimento  di  non  dedicarle  a  verun  potente:  ma  temo  non 
vi  tomi  a  lode  egualmente  l'averle  sacrificate  a  un  meschino  quale 
sono  io.  Pel  vero  amore  che  i  vostri  t-alenti  m'ispirano,  io  desidero 
che  niimo  vi  biasimi  di  questa  tanta  gentilezza  e  benevolenza.  Ben 
vi  dico  che  dell'onor  fattomi  vi  ringrazio,  e  che  il  core  mi  gode  nel 
veder  sorgere  nel  nostro  parnaso  una  stella,  la  quale  se  manda  nel  na- 
scere tanta  luce,  che  sarà  nella  sua  maggior  ascensione  ?  —  State  sano, 
e  credete  vera  l'espressione  della  mia  stima  ed  amicizia. 

Forse  il  Leopardi  si  aspettava  di  più  e  di  meglio.  Il  suo 
Giordani  gli  aveva  scritto,  nel  primo  ricevere  le  canzoni: 
«  Oh  nobilissima  e  altissima  e  fortissima  anima  I  Così,  e  non 
altrimenti  vorrei  la  lirica  «.  E  due  giorni  dopo  :  «  Oli  mio 
Giacomino,  che  grande  e  stupendo  uomo  siete  voi  già! 
quale  onore,  e  forse  ancora  quanto  bene  siete  destinato  a 
fare  alla  nostra  Madre  Italia  I  ».  Xei  primi  di  marzo  poi  gli 
narrava  come,  a  Piacenza,  «  ognuno,  e  sino  le  donne  », 
volessero  copiare  quei  versi;  e  soggiungeva:  «Di  voi  si 
parla  come  d'un  dio,  e  di  quelle  canzoni  come  di  un  mira- 
colo ».  E  intanto  il  Monti,  proprio  il  Monti,  taceva;  e  quando 
finalmente  aveva  parlato,  non  aveva  saputo  scrivere  se  non 
pochi  complimenti  generici'.  Forse  il  poeta  se  ne  lamentò 
con  l'amico  piacentino.  Al  quale,  fino  dal  19  febbraio,  aveva 
scritto  insospettito  : 

Ho  saputo  che  il  conte  Perticar!  [il  genero  del  Monti],  avendo  letto 


^  La  lettera  fu  pubblicata  dal  D'OviPio,  Uìi  giudizio  di  F.  de 
Sayictis  smentito  da  un  documento,  Napoli  1889.  Le  prime  parole  la- 
sciano intendere  che  nella  data  20  febr.,  com'è  realmente  scritto,  sia 
incorso  un  lapsus  calami:  il  Monti  deve  aver  voluto  scrivere:  20  marzo. 


292  ILLUSTRAZIONI 


il  mio  libricciuolo,  uou  ha  disapprovato  i  versi,  ma  sì  bene  la  prosa. 
Come  amico,  e  unico  amica,  e  come  singolarissimo  nell'amicizia,  di- 
temi sinceramente  e  distintamente  i  difetti  di  questa  prosa;  giacch'è 
manifesto  ch'io  da  me  stesso  non  li  conosco,  perchè,  se  sii  avessi  co- 
nosciuti, avrei  procurato  di  schivarli.  E  cosi  farò  per  l'innanzi,  se  me 
li  mostrerete. 

Il  10  aprile,  il  Giordaui  lo  rassicura: 

II  Mai  ti  ha  risposto  ringraziandoti  delle  canzoni,  piaciutegli  mol- 
tissimo. Anche  son  piaciute  molto  al  mio  buon  Monti,  che  ti  ha  risposto. 
Xon  devi  credere  di  essere  tenuto  per  un  fanciullo.  Di'  piuttosto  che 
non  sei  ancora  tanto  universalmente  conosciuto  quanto  dovresti.  Ma 
già  son  molti  quelli  che  ti  tengono  per  uomo  e  grandissimo  e  rarissimo. 

Al  poeta  già  maturo  ed  illustre  il  novelliuo  non  scriveva 
ora  per  la  prima  volta.  Il  21  febbraio  '17,  gli  aveva  mandata 
la  sua  traduzione  del  II  libro  àoiVEneide,  accompagnan- 
dola con  una  letterina  che  comincia: 

Se  è  colpa  ad  uomo  piccolo  lo  scrivere  non  provocato  a  letterato 
grande,  colpevolissimo  sono  io,  perchè  a  noi  si  convengono  i  superla- 
tivi delle  due  qualità.  Xè  altro  posso  allegare  a  mia  scusa  che  la  smania 
incomprensibile  di  farmi  noto  al  mio  principe  (poiché  suddito  Le  sono 
io  certo,  come  amatore  quale  che  sia  delle  lettere),  e  il  tremito  che 
provo  scrivendo  a  Lei,  che  scrivendo  a  re  non  mi  avverrebbe  di  pro- 
vare. 

E  paro  che  il  Monti  ne  lo  ringraziasse  per  mezzo  del 
Giordani,  pur  facendogli  qualche  appunto;  ond'egli  scriveva 
il  21  marzo  all'amico: 

Che  il  mio  libro  avesse  molti  difetti  lo  credea  prima,  ora  lo  giu- 
rerei perchè  me  lo  ha  detto  il  Monti:  carissimo  e  desideratissimo  detto. 
A  lui  non  iscrivo  perchè  temo  d'increscergli,  ma  Lei  prego  che  ne  lo 
ringrazi  in  mio  nome  caldamente...  Quando  scrivendo  o  rileggendo 
cose  che  abbia  in  animo  di  pubblicare  m'avvengo  a  qualche  passo 
che  mi  dia  nel  genio...,  mi  domando  come  naturalmente:  Che  ne  di- 
ranno il  Monti,  il  Giordani  ? 


Ma  tra  lui  e  il  Monti  non  nacquero  mai  né  quella  to- 
nerà intimità  che  rende  pure  a  noi  caro  il  Giordani,  e  nean- 
che quei  rapporti,  piìi  propriamente  letterarii,  che  prelu- 
sero alla  canzone  al  Mai. 


LE    DUE    PRIME   CANZONI  293 


II. 

La  ((  formosissima  donna  ì),  e  la  (i  donna  di  fanne  alte  e  di- 
vine »  del  «  Benefìcio  ».  — •  La  «  Italia  imhriaca  »  e  «  Serva 
derisa».  —  *!■  L\inni,  qua  Varmi!)K  —  Simonide  e  il 
bardo  Ullino.  —  I  giudizii  del  Leopardi  sulla  poesia  del 
Monti.  —  Monti  e  Bijron.  —  La  conoscenza  personale 
dei  due  poeti.  —  I  «  Dialoglieiti  »  di  Monaldo,  e  la  frec- 
ciata di  Giacomo  al  carattere  del  Monti. 

Non  era  stato  per  un  capriccio  giovanile  che  il  novello 
campione  aveva  dedicato  il  primo  suo  saggio  poetico  al- 
l'atleta celeberrimo.  Quelle  due  canzoni  eran  germogliate 
nel  caldo  dell'ammirazione  per  quella  poesia  così  ricca  di 
suoni  e  di  colori.  Di  certi  procedimenti  e  trapassi  e  finzioni 
rettoriclie;  di  certe  supposizioni  smentite  immediatamente; 
di  certi  «  movimenti  drammatici  non  generati  dal  disten- 
dersi naturale  dell'argomento,  ma  venuti  di  fuori  e  con  vi- 
sibile artificio»;  di  certi  «pensieri  e  sentimenti  vaganti 
nella  loro  generalità,  senza  niente  di  intimo  e  di  perso- 
nale «^i  il  novizio  aveva  trovato  il  modello  nelle  odi  e 
ne'  poemetti  del  poeta  provetto.  Come,  per  esempio,  non 
ravvisare  nella  figurazione  dell'Italia  —  meglio  che  la  Roma 
di  Lucano  (I,  187-9)  vultu  maestissima...,  Turrigero  canos 
effundens  vertice  crines,  Caesarie  lacera,  nudisque...  lacertis...; 
o  la  «  vecchia  oziosa  e  lenta  »  del  Petrarca;  o  la  «  degna  nu- 
trice delle  chiare  genti»  del  Guidiccioni;  o  «l'Italia  col 
crin  sparso,  incolto....  Che  sedea mesta»,  d'Eustachio  Man- 
fredi —  la  formosissima  donna  del  Benefìcio  (maggio  1805)  ? 

Una  donna  di  forme  alte  e  divine, 

Per  lungo  duolo  attrita,  e  di  squallore 

Sparsa  l'augusto  venerando  crine, 
In  vision  m'apparve;  e  sì  d'amore. 

Sì  di  pietà  mi  prese  e  di  rispetto. 

Che  ancor  la  veggo,  ancor  mi  balza  il  core. 


^  De  Sanctis,  La  prima  canzone  di  G.   L.  ;  nei   «  Saggi  critici 
cura  di  M.   Scherillo,   Napoli,  Morano,   1916,  v.   Ili,  p.  126. 


294  ILLUSTRAZIONI 


Era  un  sasso  al  bel  fianco  duro  letto, 
La  sinistra  alla  gota;  e,  scisso  il  manto, 
Scopria  le  piaghe  dell'onesto  petto. 

Insultavan  superbe  al  suo  gran  pianto 
Stranie  donne  scettrate,  e  la  strignea 
Or  questa  or  quella  di  catene,  e  vanto 

Traean  dal  lutto  ond'ella  si  pascea, 

E  crescean  strazio  ed  onta  alla  meschina. 
Io  le  guardava,  e  d'ira  il  cor  fremea. 

Ma  Tafiiitta,  che  pur  nella  mina 
Delle  prime  fortune  alma  serbava 
Sdegnosa,  e  dentro  si  sentia  regina  : 

Ricordivi,  lor  disse  (e  il  capo  alzava); 
Ricordivi  che  tutte  io  v'ebbi  ancelle, 
Tutte;  e,  rotto  un  sospir,  gli  occhi  inchinava. 

Poi  le  luci  nel  pianto  ancor  più  belle 
Girando  ai  figli:  Chi  di  voi  m'aita? 
Sclamava.  E  i  figli,  forsennate  e  felle 

Volgean  l'arme  in  sé  stessi,  e  la  ferita, 
Del  sen  materno  esacerbando,  il  poco 
Misero  avanzo  le  togliean  di  vita. 

Mi  corse  all'empia  vista  e  gelo  e  foco 
Per  le  vene,  e  gridai:  Pace,  fratelli! 
Per  Dio,  pace  !  —  e  trovar  non  sapea  loco. 

Pareami  errar  furente,  irto  i  capelli. 
Per  le  sacre  di  Roma  erme  ruine, 
E  percuoter  col  puguo  i  chiusi  avelli, 

E  agitarli,  e  svegliar  l'Ombre  latine. 

Ahi  prisca  gloria  !  ahi  vani  orgogli  !  ahi  come 
L'italica  virtù  cadde  a  vii  fine  ! 


.     .     . Dolorosi 

Quei  divi  Spirti  di  sì  gran  caduta. 

In  volto  si  guardar  muti  e  pensosi. 
Indi  qual  vergognando  giù  cadea, 
Gli  occhi  nel  cavo  delle  palme  ascosi; 

Qual,  ritto  in  pie  spiccandosi,  mettea 
Tutta  fuori  dell'arca  la  persona, 
E,  gridando  vendetta,  armi  chiedea. 

All'infelice,  che  giacca  di  ninna 

Speme  in  conforto,  e  sì  parca  pur  degna 
Di  riverenza  e  di  men  ria  fortuna, 

Colla  pietà  che  cor  gentile  insegna, 
S'appressò  quell'invitto  [Napoleone].... 

Ed  ei  le  terse  affettuoso  il  ciglio. 
Ne  trattò  le  ferite,  e  a  lei,  com'era 
D'armi  nuda  e  d'ardire  e  dì  consiglio. 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  295 

Die  lo  scudo,  die  l'asta;  e  già  guerriera. 
Già  coronata,  in  trono  la  compose 
Con  guardo  che  dicea:  Fa  senno,  e  spera. 


Ed  ella,  che  fatai  la  sua  belfate 

Sapea  per  prova,  del  suo  stato  in  forse. 
Già  ritornava  alle  temenze  usate. 

Ed   ecco,    ammonitore   d'Italia,,    anclie   qui   Daute. 

Al  macro  aspetto,  che  dall'arte  inciso 
Già  più  volte  adorando  avea  veduto, 
E  più  del  core  al  palpito  improvviso. 

Ebbi  tosto  il  cantor  riconosciuto 
Cui  di  carne  vestito  il  trino  regno 
Della  morte  veder  fu  conceduto. 

Pria  severo  guardò  quel  franco  ingegno 
La  risurta  reina  ;  indi,  proteso 
Vers'ella  il  dito,  di  parlar  fé'  segno; 

E  cominciò:  Da'  tuoi  delitti  offeso. 

Cara  Italia,  io  ti  punsi,  e,  tuo  flagello. 
Sentir  ti  feci  di  mie  note  il  peso. 


Xè  menar  vanto  che  il  doniate  mondo 
Un  dì  tenesti  in  signoria;  che  stolta 
È  la  superbia  dei  cadiiti  al  fondo. 


Ancora:  quanta  della  concitazione  leopardiana  non  è 
già  in  questi  versi  della  ^laseheroniana  (V,  12  ss.  ;  del  1801  )  ? 

Dormi,  Italia  imbriaca,  e  non  ti  pesa 
Ch'or  questa  gente  or  quella  ò  tua  reina. 
Che  già  serva  ti  fu  ?   Dove  lasciasti. 
Poltra  vegliarda,  la  virtù  latina  ? 

E  più  è  nella  canzone  Per  il  congresso  di  Udine  (1191); 
ov'è  pur  il  ricordo  delle  Termopile,  e  il  virgiliano  grido 
d'allarme:  Arma,  viri,  ferie  arma!  {Aen.  II,  668)  ^. 


Che  il  Leopardi  medesimo  aveva  così  tradotto,  nel  saggio  del  1S16: 

Armi,  qua  Vanni! 
Vinti  a  morte  ne  chiama  il  giorno  estremo. 
Rendetemi  a  gli  Achei,  lasciate  a  nuova 
Pugna  volarmi.  Ah  non  fìa  ver  che  tutti 
Oggi  inulti  moriamo  ! 


296  ILLUSTRAZIONI 


Oh  più  vii  che  infelice  !  oh  de'  tuoi  servi 
Serva  derisa  !  Si  dimesso  il  volto 
Non  porteresti  e  i  piò  dal  ferro  attriti, 
Se  del  natio  valor  prostrati  i  nervi 
Superba  ignavia  non  t'avesse,  e  il  molto 
Fornicar  co'  tiranni  e  co'  leviti. 

Colei  che  l'universo  ebbe  mancipio. 
Or  salmeggia;  e  una  mitra  è  il  suo  cimiero. 
Di  quei  prodi  le  sante  ombre  frattanto 
Romor  fanno  e  lamenti  entro  le  tombe. 
Che  avaro  pie  sacerdotal  calpesta; 
E  al  sonito  dell'armi,  al  fiero  canto 
De'  Franchi  mirmidòni  e  delle  trombe, 
Susurrando  vendetta  alzan  la  testa, 
E  voi  l'avrete,  e  presta, 
Magnanim'ombre.  L'itala  fortuna  . 
I  Egra  è  sì,  ma  non  spenta.  Empio  sovrasta 

Il  Fato,  e  danni  e  tradimenti  aduna: 
Ma  contro  il  Fato  è  Bonaparte;  e  basta. 

Se  vero  io  parlo,  Cremerà  vel  dica, 
E  di  Coclite  il  ponte,  e  quel  di  Serse, 
E  i  trecento  con  Phito  a  cenar  spinti. 
E  noi  lombardi  petti,  e  noi  nutrica 
Il  valor  che  alle  donne  etrusche  e  perse 
Plorar  fé'  l'ombre  de'  mariti  estinti. 
Morti  sì;  ma  non  vinti, 
Ma  liberi  cadremo,  e  armati,  e  tutti: 
Arme  arme  fremeran  le  sepolte  ossa. 
Arme  i  figli  le  spose  i  monti  i  flutti: 
E  voi  cadrete,  o  troni,  a  quella  scossa. 

E  ancora.  Simouide  che  sale  sul  colle  d' Aritela,  iiisicjiie 
spettatore  e  cantore  della  virtù  greca  e  della  viltà  persiana, 
non  è  forse  una  classica  trasfigurazione  dell'ossianico  ^ 
UUino,  nel  Bardo  della  SeìCa  Nera  (180()),  spettatore  e  can- 
tore della  fortunata  virtii  francese  e  della  sventurata  virtù 
germanica?  Il  i^imonide  leopardiano,  piangente  aiLsante 
vacillante,  ha  l'aria  sentimentale  d"un  romantico;  dissi- 
mile perciò  dal  greco,  che  cantò  le  parole  d'elogio  conser- 


*  Il  Leopardi  fu.  e  rimase  lungamente,  egli  pure  ami\iiratore  del 
pseudo  bardo  della  Caledonia.  Cfr.  Zibaldone:  I,  307-8,  409;  11,19, 
310;   III,   137-8;   V,   3G5;  VII,   268, 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  297 

vateci    nel    framinento.    11  Simoniclo  della  canzone  ha  più 
l'atteggiamento  e  la  posa  d'un  bardo. 

Sopra  una  vetta  che  d'Albeeco  e  d'Ulma 
Signoreggia  la  valle,  e  i  cristallini 
Bei  meandri  dell'Istro  in  lontananza, 
Salia  tutto  raccolto  in  suo  pensiero 
L'irto  poeta,  e  dietro  gli  recava 
L'arpa  Cherusca  la  gentil  Malvina. 


Giunto  Ullino  su  l'erta,  il  guardo  spinse 
Giù  nella  valle;  e  ritto  in  piedi,  e  l'arco 
Spalancando  del  ciglio  e  palpitando, 
D'armi  vide  e  d'armati  tuttaquauta 
Ondeggiar  la  pianura,  e  starsi  a  fronte 
Già  minacciosi,  già  parati  al  cozzo 
Gli  eserciti  rivali;  e  li  raovea 
Non  eguale  virtù     .... 
.     .     .     .  Sereno  su  que'  volti  tutti 
Lampeggiava  il  coraggio,  e  quella  franca 
Securtà   di  valor,  che  pria  del  fatto 
Al  cor  ti  dice:  Il  vincitore  è  questi. 
Venia n  siccome  a  nuzial  carola 
I  valorosi,  e  dalle  dense  usciva 
Mobili  selve  de'  lucenti  ferri 
Lampi  intorno  e  paure.  Alto  tremava 
Sotto  l'ugna  de'  fervidi  cavalli 
La  terra 

Stette  immoto  alcun  tempo  a  riguardarli 
L'attonito  cantor.  L'avida  vista. 
Senza  batter  palpebra,  or  da  quel  lato 
Or  da  questo  inviava:  e  per  la  mente 
Scorrean  frattanto  e  s'accendean  veloci 
Le  profetiche  vampe.  Alfìn,  rapito 
Da  sùbito  furore,  alla  seguace 
Vergin  si  volse,  e:  Porgimi,  le  disse. 
Porgimi  l'arpa  de'  guei'rieri,  o  figlia. 

Incontanente 

Pose  Malvina  nelle  man  del  padre 
Il  fatidico  legno.  Ed  ei,  gli  arguti 
Nervi  scorrendo  col  maestro  dito. 
Sposò  la  voce  al  suon  delle  percosse 
Fila,  seguaci  della  calda  mente. 

Ardea  frattanto 

In  vai  d'Istro  la  pugna.  E  qual  tra  vili 
Minuti  augelli  piomba  la  grifagna 
Degli  strali  di  Giove  arrecatrice. 


298  ILLUSTRAZIONI 


Tal  si  scaglia  per  mezzo  alla  nemica 
Folta  il  Francese  combattente;  e  armato 
Più  di  cor  che  di  ferro,  altro  non  teme 
Che  gir  secondo  ad  incontrar  perigli. 

Ma  numero  che  vai  contra  virtude  ? 
Veder  la  numerosa  oste,  e  primieri 
Assalirla  spezzarla  e  sgominarla, 
E  far  che  molti  mordano  la  polve, 
Molti  cedano  il  ferro,  e  il  resto  compri 
Col  fuggir  ratto  una  codarda  vita. 
Fu  per  que'  pochi  eletti  un  breve  affanno. 
Anzi  un  tripudio;  che  i  perigli  sono 
La  danza  degli  eroi.  Vide  il  bel  fatto 
Il  Bardo  spettator  dalla  sua  rupe, 
E  le  nobili  piaghe  a  mezzo  il  petto 
Del  vincitor;  le  vide,  e  su  le  pronte 
Corde  sonore  fé'  volar  quest'inno. 

Uh  illustre  pugna  !  oh  splendide 
Ferite  generose, 
Alle  ferite  simili 
Che  le  Laconie  spose 
Baciar  sul  largo  petto 
Dei  trecento  allo  Stretto  ! 

Valle  d'Albecco,  i  tremoli 

Vegliardi  un  di  col  dito 

T'insegneranno;  e  il  postero 

Di  santo  orror  colpito 

Ricercherà  la  fossa 

Che  degli  eroi  tien  l'ossa. 
Coprirà  l'erba  e  il  tribolo 

Le  mute  spoglie,  ed  irti 

Per  le  notturne  tenebre 

Vagoleran  gli  spirti, 

Che  morti  ancor  daranno 

Spavento  all'Alemanno. 


Eran  quete  le  selve,  cran  dell'aure 
Queti  i  sospiri;  ma  lugubri  e  cupi 
S'udian  gemiti  e  grida  in  lontananza 
Di  languenti  trafìtti,  e  un  calpestio 
Di  cavalli  e  di  fanti,  e  sotto  il  grave 
Peso  de'  bronzi  un  cigolìo  di  rote 
Che  mestizia  e  terror  mettea  nel  cor*?. 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  299 

Sennonché  codesti  entusiasmi  diiraron  poco  ^.  Nello 
Zibaldone  l'opera  letteraria  del  Monti  vien  giudicata  con 
simpatia  sempre  minore,  e,  s'intende,  con  sagacia  critica 
sempre  maggiore.  Tra  la  fine  del  1817  e  il  principio  del  '18, 
vi  si  nota  (I,   92): 

Nelle  poesie  del  Monti  (specialmente  nelle  Cantiche)  sono  osser- 
vabili la  bellezza,  novità,  efficacia  delle  immagini,  particolarmente 
sublimi,  ma  anche  di  ogni  altro  genere,  la  mollezza  e  dirò  così  svel- 
tezza, agilità,  disinvoltura  dell'espressione;  la  gran  felicità  nell'espri- 
mere  cose  e  immagini  difficilissime;  la  disinvolta  e  spedita  nobiltà 
dello  stile,  e  quella  data  colla  scelta  e  collocamento  delle  parole,  o 
coll'una  o  l'altra  separatamente,  a  cose  e  immagini  per  se  stesse  igno- 
bili o  quasi;  la  sublimità  e  grandezza  delle  immaginazioni  fantastiche; 
la  grazia  e  forza  del  dipingere;  la  facilità  e  felicità  di  certe  rime  di- 
sparatissime,  come  di  qualche  nome  proprio,  lontanissimo  dall'argo- 
mento, condottovi  con  mirabile  franchezza  e  disinvoltura  (nella  qual 
facilità  ebbe  il  Monti  gran  precursore,  oltre  a  Dante,  il  Menzini  nelle 
satire);  l'efficacia  di  molte  espressioni  acquistata  colla  novità  ecc.  ecc.; 
le  quali  còse  tutte  fanno  uno  stile  suo  proprio,  elegante  (la  quale  ele- 
ganza, la  qual  nobiltà  ecc.  è  anche  molto  spesso  acquistata  con  acconce 
parole  latine  destrissimamente,  disinvoltamente  e  morbidamente  in- 
sinuate nella  composizione),  efficace,  nobile,  proprio,  e  un  genere  di 
poesia  che  si  può  dire  originale,  avendo  molte  tinte  che  non  si  vedono 
in  quello  di  Dante,  sempre  più  feroce,  e  quanto  allo  stile,  di  raro  così 
molle  e  pieghevole  e  armonioso  e  disinvolto  e  grazioso  e  anche  deli- 
cato ecc.  ecc.,  la  sicurezza  e  franchezza  del  tocco  sia  quanto  all'espres- 
sione sia  quanto  al  concetto,  alle  immagini,  ecc. 

Pochi  mesi  dopo,  il  giudizio  diventa  risolutamente  se- 
vero: si  era  suppergiìi  al  tempo  della  pubblicazione  delle 
due  Canzoni  (I,    131). 

Nel  Monti  è  pregiabilissima  e  si  può  dire  originale  e  sua  propria 
la  volubilità,  armonia,  mollezza,  cedevolezza,  eleganza,  dignità  gra- 
ziosa o  dignitosa  grazia  del  verso;  e  tutte  queste  proprietà  parimente 
nelle  immagini,  alle  quali  aggiungete  scelta  felice,  evidenza,  scolpi- 
tezza ecc.  E  dico  tutte,  giacché  anche  le  sue  immagini  hanno  un  certo 
che  di  volubile,  molle,  pieghevole,  facile  ecc.  Ma  tutto  quello  che  spetta 
all'anima,  al  fuoco,  all'affetto,  all'impeto  vero  e  profondo,  sia  sublime, 
sia  massimamente  tenero,  gli  manca  affatto.  Egli  è  un  poeta  veramente 
dell'orecchio  e  dell'immaginazione,  del  cuore  in  nessun  raodo:  e  ogni 


*  11  Bertana  sostiene  anzi  che  un  vero  entusiasmo  pel  Monti  il 
Leopardi  non  l'abbia  mai  avuto.  Credo  pretenda  troppo.  Cfr.  La  mente 
di  G.  L.  in  alcuni  suoi  Pensieri  ecc.,  Torino  1903. 


300  ILLUSTRAZIONI 


volta  che,  o  per  iscelta  come  nel  Bardo,  o  per  necessità  ed  incidenza 
come  nella  Basvilliana,  è  portato  ad  esprimer  cose  affettuose,  è  così 
manifesta  la  freddezza  nel  suo  cuore,  che  non  vale  pimto  a  celarla 
l'elaboratezza  del  suo  stile  e  della  sua  composizione:  anche  nei  luoghi 
ch'io  dico,  nei  quali  pure  egli  va  bene  spesso,  anzi  per  l'ordinario,  con 
ributtante  freddezza  e  aridità,  in  traccia  di  luoghi  di  classici  greci  e 
latini,  di  espressioni,  di  concetti,  di  movimenti  classici,  per  esprimerli 
elegantemente;  lasciando  con  ciò  freddissimo  l'uditore,  che  non  trova 
ancor  quivi  se  non  quella  cultura  (la  quale  ìn  questi  casi  più  quasi 
nuoce  di  quello  giovi)  che  trova  per  tutto  il  resto  della  composizione, 
sparso  anch'esso  di  traduzioni  di  pezzi  de'  classici.  Giacché  questo  è 
il  costume  del  Monti  e  nella  Basvilliana  e  per  tutto,  di  tradurre  (otti- 
mamente bensì,  ma  quasi  formalmente  tradurre)  frequenti  luoghi, 
modi,  frasi,  pensieri,  immagini,  similitudini,  metafore  ecc.  d'autori 
classici:  e  la  Musogonia  segnatamente  si  può  dire  che  sia  un  vero  cen- 
tone di  pezzi  (nota  bene)  di  Omero,  Esiodo,  Callimaco,  Virgilio,  Orazio, 
Ovidio,  i  cui  nomi,  con  forse  quello  di  qualcun  altro  antico  o  italiano 
classico,  se  se  le  scrivessero  in  margine  a  modo  delle  Catenae  j)atruvi, 
non  credo  che  ci  sarebbe,  non  dico  pagina,  ma  appena  stanza  che  non 
fosse  compresa  sotto  quei  nomi,  di  maniera  che  io  non  mi  fiderei  di 
trovare  in  tutto  il  canto  una  diecina  di  ottave  intieramente  originali. 
Lascio  poi  che  il  poemetto  non  ha  nessun  fine  soddisfacente,  non  è  se 
non  stiracchiatamentc  adattato  alle  circostanze  d'allora,  e  un  centone 
«li  pezzi  antichi  per  cantare  quello  che  cantarono  quegli  stessi  antichi 
è  una  cosa  ben  miserabile. 

Sulla  fine  del  febbraio  '21,  ciiliiiiua  in  questa  rigorosa 
sentenza  una  serie  di  sue  perspicue  osservazioni  critiche 
(li,  139): 

Dal  Trecento  in  poi  lo  stil  poetico  italiano  non  è  stato  richiamato 
agli  antichi  esemplari,  massime  latini,  né  ridotto  a  una  forma  perfetta 
e  finita,  prima  del  Parini  e  del  Monti...  Parlo  però  dello  stile  poetico, 
perché  nel  resto,  se  si  eccettuano  quanto  agli  affetti  il  Metastasi©  e 
l'Alfieri  (il  quale  però  fu  piuttosto  filosofo  che  poeta),  quanto  ad  al- 
cune (e  di  rado  nuove)  inmiagini  il  Parini  e  il  Monti  (i  quali  sono  piut- 
tosto letterati  di  finissimo  giudizio  che  poeti),  l'Italia  dal  Cinquecento 
in  poi  non  solo  non  ha  guadagnato  in  poesia,  ma  ha  avuto  solamente 
versi  senza  poesia.  Anzi  la  vera  poetica  facoltà  creatrice,  sia  quella 
del  cuore  o  quella  della  immaginativa,  si  può  dire  che  dal  Cinquecento 
in  qua  non  si  sia  più  veduta  in  Italia,  e  che  un  uomo  degno  del  nome 
fli  poeta  (se  non  forse  il  Metastasio)  non  sia  nato  in  Italia  dopo  il  Tasso. 

Nei  primi  giorni  del  marzo,  annotava  (II,  152): 

I  poeti,  oratori,  storici,  scrittori  insomma  di  bella  letteratura,  og- 
gidì in  Italia  non  manifestano  mai,  si  può  dire,  la  menoma  forza  d'a- 
nimo {cires  animi,  e  non  intendo  dire  la  magnanimità),  ancorché  il 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  301 

soggetto  o  l'occasione  ecc.  contenga  grandissima  forza,  sia  per  sé  stesso 
fortissimo,  abbia  gran  vita,  grande  sprone.  Ma  tutte  le  opere  letterarie 
italiane  d'oggidì  sono  inanimate,  esangui,  senza  moto,  senza  calore, 
senza  vita  (se  non  altrui).  Il  più  che  si  possa  trovar  di  vita  in  qual- 
cuno, come  in  qualche  poeta,  è  un  poco  d'immaginazione.  Tale  è  il 
pregio  del  Monti. 

Altro  che  il  «  cuor  di  Dante  »  del  Manzoni  !  Nel  set- 
tembre del  '23,  istituisce  un  confronto  tra  Monti  e  Byron, 
che   si  risolve  tutto  a  scàpito  del  primo  (V,  411). 

Nel  nostro  Monti  tutto  è  immaginazione,  e  nulla  parte  ha  il  sen- 
timento, come  n'ha  grandissima  nel  più  delle  poesie  di  lord  Byron 
(se  però  quel  di  lord  Byron  è  ben  significato  col  nome  di  sentimento). 
Certo  è  che  il  Monti,  benché  d'immaginazione  senza  alcun  confronto 
inferiore  a  quella  di  lord  Byron,  e  benché  non  abbia  di  poetico  che 
l'immaginazione  (sì  nelle  cose,  sì  nello  stile),  si  lascia  leggere  non  senza 
piacere,  né  senza  effetto  poetico,  e  l'immaginoso  in  lui  comparisce 
molto  più  spontaneo  e  men  comandato  che  in  lord  Byron.  Ed  é  forse 
al  contrario,  perchè  lord  Byron  é  veramente  un  uomo  di  caldissima 
fantasia  naturale,  e  Monti,  qual  ch'egli  sia  per  sé  stesso,  nelle  sue  com- 
posizioni non  é  che  un  buono  e  valente  traduttore  di  Omero,  Virgilio, 
Orazio,  Ovidio  ed  altri  poeti  antichi,  e  imitatore,  anzi  spesso  copista, 
di  Dante,  Ariosto  e  degli  altri  nostri  classici.  Sicché  lord  Byron  tira 
le  immagini  dal  suo  fondo,  e  Monti  dall'altrui.  E  se  nell'uno  ha  del- 
l'impoetico lo  sforzo  che  nel  suo  poetare  apparisce,  nell'altro  é  vera- 
mente impoetico  l'imitare  e  il  copiare,  che  però  nella  sua  stessa  poesia 
intrinsecamente  non  si  lascia  scorgere.  Ond'è  che  le  poesie  di  lord 
Byron  sieno  meno  poetiche,  considerate  in  sé  stesse,  che  quelle  di 
Monti.  Mentre  però  questi  é  infinitamente  meno  poeta  di  quello.  E 
si  conchiude  che  le  poesie  dell'uno  sieno  impoetiche,  e  che  l'altro  non 
sia  poeta.  E  l'effetto  poetico  delle  poesie  di  Monti  spetta  più  agli  an- 
tichi che  a  hii,  ed  è  piuttosto  come  di  poesia  e  d'immagmazione  an- 
tica, che  di  moderna.  Nel  sentimento  poi  la  vena  del  Monti  è  al  tutto 
secca,  e  provandocisi,  il  che  egli  fa  ben  di  rado,  non  ci  riesce  punto, 
come  nel  Bardo. 

Codeste  meditazioni  resero  sempre  più  freddo  il  giovane 
poeta,  fino  a  che,  nell'estate  del  '25,  non  venne  a  Milano  e 
vi  avvicinò  il  olenti.  11  cugino  Francesco  Cassi,  il  Pò- 
poli, il  Costa,  il  Papadòpoli  lo  avevano  incaricato  dei  loro 
saluti;  e  il  Leopardi  si  fece  premura  di  visitarlo.  N'ebbe 
un'affettuosa  accoglienza,  ma  non  pare  si  lasciasse  tentare 
a  tornarvi  una  seconda  volta.  Sulle  rovine  della  simpatia 
per  l'artista  non  germogliò  la  simpatia    per   l'uomo.    «  Mi 


302  ILLUSTRAZIONI 


ha  trattato  molto  benignamente  »,  scrive  il  6  agosto  al 
Papadopoli,  «.  e  mi  lia  dato  licenza  di  vederlo  spesso  »>, 
Tuttavia  il   17  settembre  soggiunge  al  Cassi: 

Appena  arrivato,  vidi  Monti,  il  quale  nii  domandò  snbito  di  voi  e  del  vo- 
stro Lucano....  Da  quella  volta  in  qua  non  l'ho  mai  veduto,  ecredochenon 
lo  vedrò,  perchè  in  quella  prima  visita  volli  propriamente  sputar  sangue 
per  parlargli  in  modo  che  egli  mi  potesse  intendere;  e  in  verità  non  ho 
forza  di  petto  che  basti  per  conversare  con  lui  neanche  un  quarto  d'ora. 
Eccetto  questa  sordità  spaventosa,  che  me  lo  rende  inutile,  mi  parve 
che  stesse  bene. 

Fortunatamente  il  Monti  era  andato  a  passare  quel  resto 
dell'estate  a  Como;  e  così  la  poca  premura  del  Recanatese 
parve  giustificata.  In  verità  da  entrambe  le  parti  sembra 
non  si  facesse  nulla  perchè  la  relazione  non  cessasse  ap- 
pena nata.  Forse  il  vecchio  rimatore  non  comprese,  o 
comprese  troppo,  il  grande  poeta  sorgente.  Il  nome  del  Monti 
non  ricorre  che  raramente  oramai,  e  di  mala  voglia,  nelle 
lettere  di  Giacomo.  Quando,  per  dirne  una,  nei  primi  del- 
l'aprile 1826,  lo  Stella  s'affrettò  a  informarlo  che  l'illustre 
vegliardo  era  stato  colpito  da  emiplegia,  e  gli  narrò  che  la 
vecchia  cameriera,  por  lo  spavento  e  l'angoscia,  n'era  morta 
di  sincope,  il  Leopardi  si  contentò  di  replicare  :  «  Mi  sono 
molto  dolute  le  nuove  di  Monti.  L'Italia  si  va  spogliando 
affatto  de'  suoi  migliori  ingegni.  Oramai  restiamo  vera- 
mente al  buio  ».  E  non  ne  chiese  altro.  Avendogli  il  3  mag- 
gio lo  Stella  dato  notizie  migliori,  egli,  il  17,  rispose:  «La 
ringrazio  assai  delle  nuove  che  Ella  mi  dà  di  Monti,  le  quali 
mi  saranno  sempre  carissime,  perchè  qui  ognuno  me  ne 
domanda  ».  Poi,  da  una  lettera  alla  Paolina  del  12  luglio, 
apprendiamo  che  nell'andare  a  Bologna  e  a  Milano  egli 
aveva  portate  con  sé  «  le  poesie  varie  del  Monti  ».  Da  una 
a  Luca  Mazzanti,  governatore  di  Recanati,  del  9  settembre: 
«  Qui  [a  Bologna]  si  sta  preparando  un'edizione  completa 
delle  opere  di  Monti,  il  quale  Ella  saprà  che  per  questa  volta 
è  scampato  dal  pericolo  prossimo  che  lo  minacciava  ».  Con 
un'altra,  del  20  settembre,  prega  il  fratello  di  mandargli 
la  Mascheroniana  che  già  fece  «venir  da  Roma»:  era  da 
ristampare    «  colle    altre    opere    di    Monti  ».    Da    Recanati, 


LE    DUE    PRIME   CANZONI  303 

più  tardi,  spedisce  al  Briglienti  la  BasviìUcuia,  edizione  ma- 
ceratese. E  finalmente,  il  7  marzo  1827,  ringrazia  questi 
«  dei  volumi  del  Monti  »,  mandatigli  «  come  puro  e  grazioso 
dono  ».  Da  Firenze,  inoltre,  il  3  luglio,  dà  consigli  all'edi- 
tore bolognese  circa  la  ristampa  della  Proposta,  della  quale 
biasima  la  e  molta  confusione  »  ^.  Qualcosa  di  meglio  è  in 
una  lettera  del  23  novembre,  da  Pisa,  allo  Stella.  Il  quale 
lo  aveva  informato  d'essere  stato  a  visitare  il  Monti;  «e 
dopo  d'avergli  parlato  di  molte  persone  di  merito  che  ho 
veduto  nel  mio  viaggio  »,  diceva,  «  non  si  fermò  che  sopra 
di  Lei,  e  nel  congedarmi  da  lui  m'incaricò  di  salutarla  in 
un  modo  che  esprimeva  grande  stima  ed  amore  per  Lei  ». 
Al  che  Giacomo:  «Le  sono  molto  grato  della  notizia  che 
Ella  mi  dà  intorno  al  Monti,  al  quale  ho  giudicato  bone 
di  scrivere  per  ringraziarlo  direttamente  dei  saluti  favo- 
ritimi per  di  Lei  mézzo  ». 

Sul  carattere  morale  del  Monti  c'è,  in  una  lettera  a 
^Monaldo  del  28  maggio  1832,  un  giudizio,  che  per  esser 
dato  di  sbieco  non  è  però  meno  bieco.  Xel  dicembre  del- 
l'anno avanti,  erano  stati  pubblicati  a  Pesaro,  anonimi 
(o  meglio,  a  mo'  dell'Apocalissi,  contrassegnati  con  la 
cifra  arabica  1150,  corrispondente  alla  romana  M.  C.  L.), 
i  Diaìoghetti  sulle  materie  correnti  nelVanno  1831:  una  delle 
opere  di  Monaldo  piti  pugnaci  e  risolutamente  inneggianti 
alla  reazione  e  all'oscurantismo  -.  Ebbero  un  successo  di 
scandalo:  in  tre  mesi  se  ne  fecero,  in  Italia,  sette  edizioni;  e 
furon  subito  tradotti  in  tedesco,  in  olandese,  in  francese. 
Pare  che  alle  diverse  polizie  italiane  non  spiacesse  l'equivoco 
generato  dalla  voce  che  autore  del  libro  fosse  il  Leopardi: 
il  famoso,  naturalmente  !  Il  quale,  reputando  invece  quel 
libercolo  e  infame,  infamissimo,  scelleratissimo  »,  e  quei 
«  dialogucci  sozzi  e  fanatici  » '^  diresse  SiìV Antologia  di  Fi- 


*  Colgo  a  volo  roccasione  per  se£?nalare  la  bella  ^Memoria  di 
F.  CoLAGROSSO,  La  teoria  leopardiana  della  lingua,  Napoli  1905;  e 
l'accurato   Studio  di  O.   Sica,  Sfogliando  lo  Zibaldone,  Salerno   1905. 

*  Ne  possiedo  una  ristampa  con  le  Aggiunte  fatte  «  alla  sesta  edi- 
zione ».  Non  v'è  indicato  né  l'anno  né  la  città;  ma  in  calce  a  Una  let- 
tera di  Pulcinella,  messa  per  ultimo,  é  segnato:  19  febbraio  1832. 

*  Lettera   al   cugino   Melchiorri,    15    maggio    1832. 


304  ILLUSTRAZIONI 


renze  e  al  Diario  di  Roma,  e  ad  altri  giornali  d'Italia  e  di 
Francia,  una  sna  letterina  molto  »  secca  »,  per  dicliiarare 
e  protestare  che  autore  del  libro  non  era  lui  ^.  «  Io  non  ne 
posso  più,  propriamente  non  ne  posso  più»,  dichiarava 
da  Firenze  al  cugino  Melchiorri  che  era  a  Roma  ;  «  non  voglio 
più  comparire  con  quella  macchia  sul  viso».  E  intanto 
n'avvertiva  l'autor  vero,  il  padre. 

.  . .  A  Roma  due  terzi  del  pubblico  lo  credevano  mio...  In  Toscatia 
poi  tutti  quelli  che  lo  credevano  di  Leopardi...,  lo  credevano  mio. 
A  Lucca  il  libro  correva  sotto  il  mio  nome.  Si  dice  che  esli  abbia 
operato  ?randi  conversioni  per  mezzo  di  questa  credenza:  cosi  al- 
meno mi  hanno  detto  molti;  e  il  duca  di  ISEodena,  che  prolmbilmente 
sa  la  verità  della  cosa,  nondimeno  dice  pubblicamente  che  l'autore 
son  io,  che  ho  cambiato  opinioni,  che  mi  sono  convertito,  che  così  fece 
il  Monti,  che  cosi  fanno  i  bravi  uomini.  E  dappertutto  si  parla  di  questa 
mia  che  alcuni  chiamano  conversione,  ed  altri  apostasia  ecc.  ecc.... 
Io  non  voglio  né  debbo  soffrire  di  passare  per  convertito,  nò  di  essere 
assomigliato  al  Monti.... 

III. 

Alcune  chiose  alla  canzone  «  AÌVItalia  ».  —  TJn  sonetto  di 
A.  Marchetti.  —  Giudizi  del  Leopardi  sul  Testi,  sul  Chia- 
hrera,  sul  Guidi,  sul  Filicaia.  —  I  a  Paralipomeni  »  e  Vine- 
stinto  sentimento  Alfieriano.  —  La  «  Francesca  »  del  Pel- 
lico. —  Le    Termopile.   —  I  frammenti  di  Simonide. 

Quando  il  Leopardi  compose  la  prima  delle  sue  can- 
zoni patriottiche,  egli  aveva  nell'animo  e  nell'orecchio  il 
rombo  e  della  terribile  invettiva  dantesca  {Ahi  serva  Ita- 
lia...), e  della  canzone  Italia  mia,  ch'ei  non  si  stancava  d'am- 
mirare come  la  più  dolce,  eloquente,  perfetta  tra  quelle 
del  Petrarca-;  e  anche  di  quelle  dei  nuovi  poeti   pindarici 


'  Cfr.  Epist.  II,  474  e  488;  Senili  letteraH,  II,  .389-90. 

•  Scrive:  «  Dall'influsso  che  ha  il  cuore  nella  poesia  del  Petrarca 
viene- la  mollezza  e  quasi  untuosità  come  d'olio  soavissimo  delle  sue 
canzoni  (anche  nominatamente  quelle  sull'Italia),  e  che  le  lodi  deerli 
altri,  appetto  alle  sue,  paiano  asciutte  e  dure  e  aride,  non  mancando 
a  lui  la  sublimità  degli  altri  e  di  più  avendo  quella  morbidezza  e  pa- 
stosità che  è  cagionata  dal  cuore».  E  più  avanti:  «Chi  ini  chiedesse 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  305 

italiani.  (']ii  non  ricorda  il  bel  sonetto  del  Filicaia:  Italia, 
Italia,  o  tu  cui  feo  la  sorte  Dono  infelice  di  bellezza,  oncVhai 
Funesta  dote  d^infiniti  guai...'ì  E  anche  il  Tasso,  il  suo 
Tasso,  ha  due  canzoni  che  incominciano,  Tuna:  Italia 
mia,  che  le  j^itf  estranie  genti,  Taltra:  Italia  mia,  che  VAp- 
penniìi  disgiunge.  Ma  pur  trova  modo  di  cominciar  la  sua, 
pili  tenera  e  appassionata,  con  una  invocazione  piìi  intima 
e  aH'ettuosa:  O  pcdria  mia.  Forse  il  Parini  potè  suggerirgli 
quelle  colonne  e  quegli  archi  «  Ove  sedeano  i  secoli  canuti  »  ^; 
e  non  par  dubbio  che  colori  ed  immagini  gli  fornisse  que- 
sto caldo  e  nobile  sonetto  di  Alessandro  Marchetti,  il  dotto 
traduttore  di  Lucrezio: 

Italia,  Italia;  ah  non  più  Italia!  appena 
Sei   tu  d'Italia  un  simulacro,  un'ombra: 
Regal  donna  ella   fu   di  ijloria   piena  ; 
Te  vii  servaggio  ornai  premo   ed  ingombra. 

Cinte  le  braccia  e  i  pie   d'aspra  catena. 
Già   d'atre  nebbie  e  fosche   nubi  ingombra 
L'aria  appar   del  tuo  volto    alma  e  serena, 
E   i  tuoi   begli   occhi  orror  di  morte  adombra. 

Italia,    Italia  ;  ah  non  più   Italia  !    oh   quanto 
Di  te  m'incresce!  E  quindi   avvien  ch'io  volgo 
Le  mie  già  liete  rime  in   flebil  canto. 

Ma  quello  ond'io  più   mi  querelo  e  dolgo 
È   che   de'  figli  tuoi  crudeli   intanto 
Vede  il  tuo  male  e  ne  gioisce  il  volgo-. 

Tuttavia  il  modello  che,  oltre  il  montiano,  j)iù.  tenne 
avanti  il  Leopardi  nelle  prime  due  stanze,  sembra  fossero 
le  quartine  del  Testi:  Fonchi,  tu  forse  a  pie  de  V Aventino; 
le  quali  gli  forniron  poi  anche  qualche  concetto  e  qualche 


qual  sia  secondo  me  il  più  eloquente  pezzo  italiano,  direi  le  due  caia- 
zoni  del  Petrarca  Spirto  (jentil  ecc.  e  Italia  mia  ecc.  ».  Cfr.  Zibald.  I, 
108-9,  110,  120;  II,  32-3;  e  la  lettera  al  Giordani  del  19  febbraio  1819. 

*  Mezzogiorno,  v.  658-9.  —  Per  il  Parini,  cfr.  lo  Zibaldone,  I,  77, 
80,  87,  389;  II,  139-40;  IV,  195;  V,  376:  l'Epistolario,  I,  55  e  171: 
e  il  dialogo  Della  gloria,  tra  le  Operette  inorali. 

'  Rime  degli  Arcadi,  V,  p.  85.  Il  Marchetti  era  nato  a  Pontorme 
presso  Empoli  nel  1633,  e  vi  morì  nel  1714,  Insegnò  Logica,  poi  Filo- 
sofia, da  ultimo  Matematica  nell'L^niversità  di  Pisa.  Cfr.  Notizie  isfo- 
riche  degli  Arcadi  morti,  Ptoma   1721,  III,   p.  280  ss. 

20.  —  G.  Leopardi. 


306  ILLUSTRAZIONI 


moveuza  per  rode  A   lui  vincitore  nel  pallone  e    più    tardi 
per  La  ginestra. 

Itì  tra  l'erbe 

Cercando  i  grandi  avanzi  e  le  superbe 

Reliquie  vai  dello  splendor  Latino. 
E  fra  sdegno  e  pietà,  mentre  che  miri 

Ove  un  tempo  s'alzar  templi  e  teatri 

Or  armenti  muggir,  strider  aratri. 

Dal  profondo  del  cor  teco  sospiri. 
Ma  de  l'antica  Roma  incenerite 

Ch'or  sian  le  moli  a  l'età  ria  s'ascriva: 

Nostra  colpa  ben  è  ch'oggi  non  viva 

Chi  de  l'antica  Roma  i  figli  imi  te. 
•  Ben  molt'archi  e  colonne  in  più.  d'un  segno 

Serban  del  valor  prisco  alta  memoria. 

Ma  non  si  vede  già  per  propria  gloria 

Chi  d'archi  o  di  colonne  ora  sia  degno. 
Italia,  i  tuoi  sì  generosi  spirti 

Con  dolce  inganno  ozio  e  lascivia  han  spenti: 

E  non  t'avvedi,  misera,  e  non  senti 

Che  i  lauri  tuoi  degenerare  in  mirti  ? 


Or  di  tante  grandezze  appena  resta 

Viva  la  rimembranza  ;  e  mentre  insulta 
Al  valor  morto,  alla  vii'tù  sepulta. 
Te  barbaro  rigor  preme  e  calpesta. 

Ronchi,  se  dal  letargo  in  cui  si  giace 
Non  si  scuote  l'Italia,  aspetti  un  giorno 
(Cosi  menta  mia  lingua!)  al  Tebro  intorno 
Accampato  veder  il  Perso  o  '1  Trace. 

TI  qual  Testi  fu  dal  Leopardi  tenuto  in  conto  d'uno  dei 
principalissimi  lirici  nostri.  Sulla  fine  del  '18,  annotava 
(Zib.  I,  109): 

Il  Testi  ha  dicitura   competentemente  poetica  ed  elegante,  non 

manca    d'immagini,    ha   anche    qualche    iinmaginetta   graziosa ha 

sufficiente  grandiosità  ed  anche  qualche  eloquenza;  le  sentenze  non 
sono  mal  collocate  nò  esposte,  quantunque  non  nuove;  riesce  anclie 
benino  assai  nelle  canzoni  filosofiche  all'oraziana,  imita  spesso  e  qualche 
volta  quasi  traduce  Orazio;  ma  non  ha  l'animatezza,  la  scolpitezza 
e  la  concisa  nervosità  e  muscolosità  ed  energia  e  lo  spirito  del  suo  stile, 
ne  molta  originalità  e  novità,  nò  proprio  proprio  sublimità  di  concetti 
e  d'invenzioni.  :Ma  tutti  i  pregi  che  ho  detto,  salvo  solamente  la  gran- 
diosità e  l'eloquenza,  risplendono  massimamente  nelle  canzoni  della 
prima  parte,  che  sono  per  la  più  parte  filosofiche  e  oraziane,  dove  lo 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  30' 


stile  è  castigato  e  non  manca  leggiadria  di  maniere  e  di  concetti;  perchè 
nelle  altre  parti,  quantunque  s'innalzi  maggiormente  e  metta  fuori 
piti  forza  e  facondia  e  più  energiche  immagini  e  insomma  sia  più  pin- 
darico, è  difficile  trovar  canzone  che  non  sia  malamente  e  sporcamente 
e  visibilmente  e  tenacemente  imbrattata  della  pece  del  suo  secolo; 
che  nella  prima  parte  appena  appena  si  scorge  qua  e  là  come  mac- 
chiuzze,  e  forse  qualche  canzone  n'è  libera  affatto  e  può  parere  d'un 
altro  secolo.  Inoltre  la  dicitura  diventa  meno  elegante  e  pulita,  e  spesso 
le  voci  e  le  locuzioni,  le  metafore,  i  traslati  sono  prosaici.  Insomma 
si  vede  molto  il  febbricitante  e  il  mal  lavorato  e  mal  limato  del  Sei- 
cento. 

Ma  ciò  a  considerarlo  indii>enclentemente  ;  cliè,  a  con- 
frontarlo col  Guidi  0  col  Filicaia,  ei  giganteggia  (I,   118). 

Dei  quattro  lirici....  pindarici  e  alcaici  e  simonidei  ed  oraziani...., 
io  do  il  primo  luogo  al  Chiabrera,  il  secondo  al  Testi;  de'  quali,  se  aves- 
sero avuto  più  studio  e  più  fino  gusto,  e  giudizio  più  squisito,  quegli 
avrebbe  potuto  essere  effettivamente  il  Pindaro,  e  questi  effettiva- 
mente l'Orazio  italiano.  Tra  il  Filicaia  e  il  Guidi  non  so  a  chi  dare  la 
preferenza;  mi  basta  che  sieno  gli  ultimi  e  a  gran  distanza  dagli  altri 
due,  mentre,  secondo  me,  quando  anche  fossero  stati  in  tempi  migliori, 
non  aveano  elementi  di  lirici  più  che  mediocri,  anzi  forse  non  si  sa- 
rebbero levati  a  quella  fama  ch'ebbero  e  in  parte  hanno. 

Anzi  nemmeno  il  Chiabrera  conserverà  a  lungo  una  tal 
preminenza  su  lui.  11  19  febbraio  '19,  il  Leopardi  scrive 
al  Giordani: 

Quanto  alla  lirica,  io  dopo  essermi  annoiato  parecchi  giorni  colla 
lettura  de'  nostri  lirici  più  famosi,  mi  sono  certificato  coll'esperienza 
di  quello  che  parve  al  Parini  e  pare  a  voi...,  e  credo  che  oramai  sia  di- 
venuta sentenza  comune,  se  non  altro,  degli  intelligenti,  che  anche 
questo  genere  capitalissimo  di  componimento  abbia  tuttavia  da  nascere 
in  Italia,  e  convenga  crearlo.  Ma  fra  i  quattro  principali,  che  sono  il 
Chiabrera,  il  Testi,  il  Filicaia,  il  Guidi,  io  metto  questi  due  molto  ma 
molto  sotto  i  due  primi;  e  nommatamente  del  Guidi  mi  maraviglio 
come  abbia  potuto  venire  in  tanta  fama  che  anche  presentemente  si 
ristampi  con  diligenza  e  più  volte.  E  perchè  il  Chiabrera  con  molti 
bellissimi  pezzi  non  ha  solamente  un'ode  che  si  possa  lodare  per  ogni 
parte,  anzi  in  gran  parte  non  vada  biasimata,  perciò  non  dubito  di  dar 
la  palma  al  Testi;  il  quale  giudico  che  se  fosse  venuto  in  età  meno  bar- 
bara e  avesse  avuto  agio  di  coltivare  l'ingegno  suo  più  che  non  fece, 
sarebbe  stato  senza  controversia  il  nostro  Orazio,  e  forse  più  caldo  e 
veemente  e  sublime  del  latino  ^ 


*  Cfr.  F.  Bautoli,  Testi  e  Leopardi,  nella  a  Rassegna  Nazionale  » 
del  1"  nov.  1900  ;  e  Ada  Crf.svi,  A .  &uidi  e  la  Canzone  libera  leopardiana, 
nella  «  Rivista  d'Italia  "  del  sett.  1913. 


308  ILLUSTRAZIONI 


Inoltre,  il  principio  della  canzone  pare  ab])ia  qualche 
affinità  con  le  Epistole  XII  e  XIII  dell' Algarotti  (i  cui 
Saggi  sono  spesso  ricordati  nello  Zibaldone,  e  una  volta 
se  ne  biasima  il  cattivo  italiano),  dov'è  detto: 

Oimè  qual  sei  da  quel  di  pria  difforme, 
Italia  mia  !  che  neghittosa  e  quasi 
Te  non  tocchi  il  tuo  mal,  nell'ozio  dormi 
Fra  i  secchi  lauri  tuoi  serva  e  divisa  ! 


Oh  sieno  ancora,  Italia  mia,  le  belle 
E  disperse  tue  membra  in  uno  accolte, 
Xè  l'itala  virtù  sia  cosa  antica  f 

L'Italia  che  piange  (v.  17)  ricorda  la  Gerusalemme  di 
Geremia  {Thr.  I,  2):  Florans  ploravit  in  nocte,  et  ìacrimae 
eius  in  maxillis  eius;  e  il  Pm?igfi...  (v.  18),  il  Deduc  quasi 
torrente-m  lacrimas  per  diem  et  noclem  (li,  18).  —  Il  Chi  di 
te  parìa...  (v.  25),  il  Plaiiserunt  super  te  ìuanihus  omnes 
transeuntes  per  viam,  sibiìaverunt  et  moverunt  caput  suum 
super  filiam  Jerusalem,  Haeccine  est  urhs,  dicentes,  perfecti 
decoris,   gaudium  universae   terraef   (II,   15). 

Le  genti  a  vincer....  (v.  19)  trova  la  sua  spiegazione  e  il 
complemento  nei  Paralipomeni  (I,   26-30): 

Tant'odio  il  petto  agli  stranieri  incende 

Del  nome  italian,  che  di  quel  danno 

Onde  nessuna  gloria  in  lor  discende, 

Sol  perchè  nostro  fu,  lieti  si  fanno.  , 

Molte  genti  provar  dure  vicende, 

E  prave  diventar  per  lungo  affanno; 

Ma  nessuna  ad  esempio  esser  dimostra 

Di  tant'odio  potrìa  come  la  nostra. 
E  questo  avvien  perchè  quantunque  doma. 

Serva,  lacera  segga  in  isventura. 

Ancor  per  forza  italian  si  noma 

Quanto  ha  più  grande  la  mortai  natura  *  ; 


'  Onde  il  Carducci,  NélVannuale  della  fondazione  di  Roma: 
Questa  del  Fòro  tua  solitudine 
Ogni  rumore  vince,  ogni  gloria; 
E  tutto  che  al  mondo  è  civile, 
Grande,  augusto,  egli  è  romano  ancora. 

Cfr.   M.  ScnERlLLO,    La    patria    conquistata,    ricordi    e   mòniti,    nella 
€  Nuova  Antologia  »  del  1°  marzo  1919. 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  309 

Ancor  la  srloria  dell'eterna  Roma 

Risplende  sì  che  tutte  l'altre  oscura; 

E  la  stampa  d'Italia,  invan  superba 

Con  noi  l'Europa,  in  ogni  parte  serba. 
Né  Roma  pur,  ma  col  mental  suo  lume 

Italia  inerme,  e  con  la  sua  dottrina, 

Vinse  poi  la  barbarie,  e  in  bel  costume 

Un'altra  volta  ritornò  regina; 

E  del  goffo  stranier,  ch'oggi  presume 

Lei  dispregiar,  come  la  sorte  inclina, 

Rise  gran  tempo,  ed  infelici  esigli 

L'altre  sedi  parer  vide  a'  suoi  figli. 
Senton  gli  estrani  ogni  memoria  un  nulla 

Esser  a  quella  ond'è  l'Italia  erede; 

Sentono  ogni  lor  patria  esser  fanciulla 

Verso  colei  ch'ogni  grandezza  eccede; 

E  veggon  ben  che  se  strozzate  in  culla 

Non  fosser  quante  doti  il  ciel  concede, 

Se  fosse  Italia  ancor  per  poco  sciolta. 

Regina  tornerìa  la  terza  volta. 
Indi  l'odio  implacato,  indi  la  rabbia, 

E  l'ironico  riso  ond'altri  offende 

Lei  che  fra  ceppi,  assisa  in  su  la  sabbia, 

Con  lingua  né  con  man  più  si  difende. 

E  chi  maggior  pietà  mostra  che  n'abbia, 

E  di  speme  fra  noi  gl'ignavi  accende. 

Prima  il  Giudeo  tornar  vorrebbe  in  vita 

Che  all'italico  onor  prestare  aita. 

Sentimenti  codesti  fieramente  alfieriani.  Nella  eloquente 
EsoHazione  a  liberar  Vltalia  dai  Barhari,  ultimo  cap.   del 
Principe  e  le  lettere,  l'Allobrogo  feroce  aveva  scritto:  '.«Co 
desta  ponisoletta...  è  pur  quella  in  fine,  che  stanca,  vecchia 
battuta,  avvilita,  e  di  tutte  l'altre  superiorità  dispogliata 
tante  altre  nazioni  ancor  governava,  e  atterriva  per  tanti 
anni,  colla  sola  astuzia  ed  ingegno  tributarie  rendendole  » 
E  nel  bel  sonetto:  Italia,  o  tu  che  nulla  in  te  comprendi  D 
grande  ornai  che  Vaurea  tua  favella,  aveva  detto  di  sé  me 
desimo:  «  Verrà  quel  di  ch'io  '1  duro  fallo  ammendi  D'esser 
libero  figlio  a  madre  ancella?  ».  Onde  il  Leopardi  (v.  24) 
«Che  fosti  donna,  or  sei  povera  ancella»;  benché  l'uno  e 
l'altro    poeta   possano    aver    avuto    nell'orecchio    il  biblico 
{Mach.   1,  II,   11):   «  Quae  erat  libera,  lacta  est  anelila». 

Perchè,  perchèf...  (v.  28)  è  di  quei  movimenti  lirici  che 


310  ILLUSTRAZIONI 


nmontano  bensì  anch'essi  al  Petrarca  (cfr.  la  canzone 
O  aspettata  in  del...,  molto  ammirata  dal  Leopardi:  Zib. 
I,  108-9;  Epist.  1,  175);  ma  di  cui  assai  abusò  il  Filicaia: 
«  Dov'è,  dov'è,  gran  Dio,  rantico  vanto  ?  »,  «  Dov'è,  Italia, 
il  tuo  braccio?  e  a  che  ti  servi  Tu  dell'altrui?  ». 

Del  Filicaia  il  Leopardi  cosi  giudicava  in  quel  mede- 
simo torno  di  tempo  (Zib.  I,  110,  e  cfr.  115): 

Il  Filicaia  va  dietro  al  sublime  e  anche  l'arriva,  ma  parlando  sempre 
di  cose  della  nostra  religione,  ha  tolto  a  imitare  quel  sommo  sublime 
della  Scrittura,  e  per  questo  sommo  sublime  si  fa  pregiare;  che  del 
resto,  quando  o  non  lo  cerca  o  non  lo  arriva,  non  ha  quasi  cosa  ch'esca 
gran  fatto  dall'ordinario,  non  ha  punto  di  leggiadria  mai,  non  ha  in 
nessun  modo  la  varietà  del  Testi  ecc.  Ma,  anche  dove  ha  quel  sommo 
sublime  di  stile  simile  allo  scritturale  e  profetico,  non  è  molto  piacevole, 
per  cagione  della  monotonia  delle  sue  canzoni,  e  perchè  le  impressioni 
di  quel  sommo  sublime  essendo  troppo  veementi,  non  possono  durar 
gran  tempo  e  si  spengono  e  il  lettore  ci  si  assuefa,  sì  che  con  quella 
monotonia  viene  a  rendersi  il  sublime  inefficace,  e  le  odi  stucchevolucce. 

Dov'è  la  Jorza  aniicaf...  (v.  28)  ricorda  un  passo  del 
Bettinelli  (m.  1808),  nel  Poemetto  decimo  («Versi  sciolti  di 
tre  eccellenti  moderni  autori»,  Lucca  1811,  p.  290): 

O  Italia  mia,  gridai, 
O  Italia,  o  de  le  genti  e  dei  tesori 
Già  sede  e  centro,  ov'è  tua  gloria  antica? 

L'armi,  qua  Vanni  (v.  37)  ha  un  notevole  riscontro  e 
con  due  luoghi  della  Merope  alfieriana  (IV,  3): 

Merope.  ....  A  me  quel  ferro;  io  stessa... 

Io  sì,  svenarlo  or  di  mia  mano... 
Egisto.  ....   Deh  mi  si  sciolga  il  braccio; 

Un  brando,  un  brando  a  me  si  porga:  ai  colpi 

Riconoscer  farommi  ; 

e  colla  famosa  anacronistica  uscita  di  Paolo  nolìa  Francesca 
(la  KÌTìiini  del  Pellico  (I,  5): 

Per  chi  di  stragi  si  macchiò  il  mio  brando  ? 
Per  lo  straniero  !  E  non  ho  patria  forse 
Cui  sacro  sia  de'  cittadini  il  sangue  ? 
Per  te,  per  te  che  cittadini  hai  prodi, 
Italia  mia,  combatterò  se  oltraggio 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  311 

Ti  moverà  la  invidia.  E  il  più  gentile 
Terren  non  sei  di  quanti  scalda  il  sole  ? 
D'ogni  bell'arte  non  sei  madre,  o  Italia  ? 
Polve  d'eroi  non  è  la  polve  tua?...  ^ 

Neil'  Odo  SUOR  d'arvii...  (v.  41)  par  di  risentire  un'eco 
del  canto    di  David,   nel   Saul   (III,   4): 

Traballa  il  suolo  al  calpestio  tonante 

D'armi  e  destrieri: 

La  terra  e  l'onda  e  il  cielo  è  rimbombante 

D'urli  guerrieri. 

Saul  si  appressa  in  sua  terribil  possa; 

Carri,  fanti,  destrier  sossopra  ei  mesce. 

Oh  misero  colui...  (v.  54)  ricorda,  per  contrapposto,  il 
grido  dei  Greci  nei  Persiani  di  Eschilo;  donde  il  Leopardi 
derivò  anclie  i  colori  per  ]a  rappresentazione  della  strage 
dei  Persi,  del  suolo  coperto  di  cadaveri,  e  del  tiranno  fug- 
gente. 

Ite,  o  di  Grecia  prodi: 
Liberate  la  patria,  liberate 
I  figli,  le  consorti,  i  sacri  templi, 
E  le  tombe  de'  padri  -. 

ìseìVAÌma  terra  natia...  (v.  59)  il  poeta  rimaneggia  quel 
elle  del  buon  cittadino  aveva  sentenziato  il  Metastasio, 
neìV Attilio  Begolo  (11,   1): 

Quando  i  sudori  e  il  sangue 
Sparge  per  lei,  nulla  del  proprio  ei  dona; 
Rende  sol  ciò  che  n'ebbe.  Essa  il  produsse, 
L'educò,  lo   nutrì.... 

O  tessaliche  strette....  (v.  65).  A  codesto  fatto  glorioso 
tornava  spesso  la  mente  del  poeta  e  pensatore.  Xei  primi 
giorni  del   1819,   annotava   (Zib.   I,    146): 


'  La  Francesca  fu  rappresentata  la  prima  volta  in  Milano  la  sera 
del  18  agosto  1815;  fu  stampata  nei  primissimi  mesi  del  1818;  e 
nello  Spettatore  di  Milano,  che  il  Leopardi  leggeva,  ne  fu  fatto  un 
vivo   encomio,   riferendone  lunghi  brani   (1818,  X,  p.   2  9  ss.). 

"  Versione  del  Belletti;  Firenze,  Barbèra,  1882,  p.  160. 


312  ILLUSTRAZIONI 


La  costanza  dei  trecento  alle  Termopile,  e  in  particolare  di  quei 
due  che  Leonida  voleva  salvare  e  non  consentirono  ma  vollero  evi- 
dentemente morire,  come  anche  la  solita  ^ioia  delle  madri  o  padri 
spartani  (ma  è  più  notabile  delle  madri)  in  sentire  i  loro  figliuoli  morti 
per  la  patria,  è  similissima  anzi  earualissima  a  quella  dei  martiri  e  in 
particolare  di  quelli  che,  potendo  fuggire  il  martirio,  non  vollero  as- 
solutamente, desiderandolo  come  gli  Spartani  desideravan  di  cuore 
di  morire  per  la  patria.  E  un  esempio  recente  di  un  martire,  che,  po- 
tendo fuggir  la  morte,  non  volle,  si  può  vedere  nel  Bartoli,  Missiouc 
al  gran  Mogol.... 

Ma,  oliimè,  aiiclie  a  proposito  di  esso  trovò  poi  da  esercitare 
il  suo  pessimismo!  Solo  qualche  mese  piìi  tardi,  soggiun- 
geva (T,   179-80): 

Moltissime  volte,  anzi  la  più  parte,  si  prende  l'amor  della  gloria 
per  l'amor  della  patria.  Per  esempio,  si  attribuisce  a  questo  la  costanza 
dei  Greci  alle  Termopile,  il  fatto  d'Attilio  Regolo  (se  è  vero)  ecc.  ecc.; 
le  quali  cose  furono  puri  effetti  dell'amor  della  gloria,  cioè  dell'amor 
proprio  immediato  ed  evidente,  non  trasformato  ecc.  I!  gran  mobile 
degli  antichi  popoli  era  la  gloi;ia  che  si  prometteva  a  chi  si  saci'ificava 
per  la  patria,  e  la  vergogna  a  chi  ricusava  questo  sacrifizio;  e  però, 
come  i  Maomettani  si  espongono  alla  morte,  anzi  la  cercano,  iH-r  la 
speranza  del  paradiso  che  gliene  viene  secondo  la  loro  opinione,  cosi 
gli  antichi  per  la  speranza,  anzi  certezza  della  gloria,  cei'cavano  la 
morte,  i  patimenti  ecc.;  ed  è  evidente  che  cosi  facendo  erano  spinti 
da  amor  di  sé  stessi  e  non  della  patria,  dal  vedere  che  alle  volte  cer- 
cavano di  morire  anche  senza  necessità  né  utile,  come  puoi  vedere  nei 
dettagli  che  dà  il  Barthélemy  '  sulle  Termopile,  e  da  quegli  Spartani 
accusati  dall'opinione  pubblica  d'aver  fuggito  la  morte  alle  Termopile, 
che  si  uccisero  da  sé,  non  per  la  patria,  ma  per  la  vergogna.  Ed  esami- 
nando bene,  si  vedrà  che  l'amor  puramente  della  patria  anche  presso 
gli  antichi  era  un  mobile  molto  più  raro  che  non  si  crede.... 

E  sulla  fine  del  giugno  '28  (VII,  256): 

Tanto  è^vero  che  tra  gli  antichi  la  prima  lode  era  quella  della  fe- 
licità, che  noi  vediamo  nelle  Orazioni  funebri,  e  in  simili  casi,  gli  Ora- 
tori dovendo  lodare,  per  esempio,  de'  soldati  morti  per  la  patria,  co- 
minciar dal  mostrare  che  essi  non  sono  stati  infelici,  che  la  loro  morte 
non  é  stata  una  sventura.  Oggi  al  contrario  si  cercherebbe  d'intenerir 


*  li'abate  Jean  Jacques  Barthélemy,  nel  fortunatissimo  suo  Voyagc 
da  jeune  Aiiacar.sis  en  Grece  (17  88).  Il  Leopardi  ebjje  subito  assai  fami- 
liare questo  libro,  che  rievoca  con  vivaci  colori  la  vita  e  la  cultura  e  la 
poesia  dell'antica  Grecia;  e  ne  derivò  forse  ispirazione  così  pel  suo 
episodio  simonidéo  come  pel  canto  di  Saffo. 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  313 


gli  uditori  sopra  il  loro  caso:  il  muover  la  compassione  in  tali  circo- 
stanze era  cosa  al  tutto  ignota,  era  un  vero  controsenso  presso  gli 
antichi.    Le    loro    Orazioni    funebri    sono    tutte    consolatorie. 

E  ancora  duo  mesi  dopo  (VII.  295): 

Xè  credo  io  ancora  che  Milziade  a  Maratona,  né  che  i  l^recento 
alle  Termopile,  aspirassero  alla  immortalità  del  nome,  come  poi,  di- 
vulgato l'uso  delle  storie  e  de'  libri,  vi  aspirarono  Filippo  ed  Ales- 
sandro. 

Il  fraiuineuto  di  Simonide,  riferito  da  Diodoro  Siculo 
(XI,  2;  Bergk.  11.  4),  suoiia  così  nella  versione  del  Gior- 
dani : 

De'  morti  alle  Termopile  gloriosa  è  la  fortuna,  bello  il  fine,  altare 
la  tomba,  lode  la  sventura.  La  funeral  vesta  di  que'  valorosi  non  sarà 
consumata  né  discolorata  dal  tempo  che  vince  ogni' cosa.  La  loro  se- 
poltura contiene  la  gloria  degli  abitanti  di  Grecia.  N'è  testimonio 
Leonida  re  di  Sparta,  che  lasciò  gran  bellezza  di  virtù  e  fama  perenne. 

E  la  seconda  parte  d"un  altro  frammento  (Bergk,  n.   96): 

....  Xè  moriste  morendo,  da  poi  che  la  virtù  voi  trlorifìcando  ri- 
trasse  dall'ostello   di   Hades '. 

L'epitaffio  simonidèo,  che  già  Erodoto  (VII,  228)  aveva 
avuto  cura  di  trascrivere,  è  tale  nella  versione  di  Cicerone-: 

Die,  hosijes,   Spaiiae  ìios  ie  liic  vidisse  iacentes, 
Dum    sancfis   fatriae    ìegihus   ohsequimur. 

L'ultimo  voto  del  poeta,  Così  la  vereconda...  (v.  137), 
riecheggia  la  cMusa  della  prima  delle  OliinpicJie  di  Pin- 
daro: «  Così  possa  tu,  o  poeta,  trapassare  sublime  di  gloria, 
e  ti  sia  dato  di  viver  sempre  nella  memoria  de'  Greci  quanto 
la  fama  de'   vincitori  ». 


^  È  curioso  rilevare  che  di  questo  concetto  già  si  era  giovato  il  Leo- 
pardi adolescente,  in  un  epigramma  7/i  morte  di  Catone.  Che  dice: 

Dopo  di  ruille  generose  imprese 
Diessi  Caton  la  morte,   ed  in  tal  modo 
Vivo  per  sempre  il  suo  morir  lo  rese. 

-  Tusculan.  1.  I,  e.  42.  Per  il  testo  greco,  v.  Bergk,  n.  92. 


314  ILLUSTRAZIONI 


IV. 

Alcune  chiose  alla  canzone  «  Sopra  il  monumento  di  Dante  ». 
—  Il  Leopardi  a  Eavenna.  —  La  giovanile  orazione 
((  AgV Italiani  ».   - —   Giacomo  misogallo. 

La  seconda  Canzone,  osserva  il  De  Sanctis  ^,  «  è  quasi 
lo  sviluppo  e  il  compimento  della  prima.  La  rappresenta- 
zione d'Italia,  rimasta  lì  come  strozzata  all'apparire  del 
mondo  greco,  qui  si  ripiglia  e  si  continua,  tolta  occasione 
dal  monumento  che  in  Firenze  si  preparava  a  Dante.  La 
ritirata  di  Mosca,  lì  appena  accennata,  qui  diviene  la  parte 
principale  anzi  il  corpo  della  poesia,  che  non  è  altro  in  fondo 
se  non  lo  spettacolo  che  offriva  di  se  l'Italia  sotto  la  do- 
minazione  francese  ». 

Del  monumento  a  Dante  il  manifesto  era  uscito  il  18 
luglio  1818  2.  I  vei^i  D'aria  e  d'ingegno...  (18  ss.)  dicon  bel- 
lamente quel  che  già  proclamava  la  prosa  del  manifesto: 

È  presso  a  compiersi  il  quinto  secolo  da  che  fu  Dante;  e  lo  stra- 
niero, che  a  noi  si  reca,  tutto  compreso  da  venerazione  pe'  rari  uo- 
mini che  in  ogni  tempo  hajino  illustrato  la  Toscana,  cerca  ansioso  il 
monumento  di  questo,  che  sopra  tutti  gli  altri  vola  com'aquila  ;  e  non 
trovatolo,  ne  fa  altissime  maraviglie,  e  ci  rampogna. 

Perchè  le  nostre  genti  Pace...  (v.  1  ss.).  V'è  evidente 
allusione  a  tutti  coloro  che,  in  versi  e  in  prosa,  sospiravano 
e  auguravano  la  pace;  e  più  specialmente  al  Monti.  11 
quale,  «  negli  ultimi  suoi  anni,  durante  quella  gran  miseria 
di  tempi,  egli,  il  poeta  dei  sublimi  scotimenti  francesi  e 
delle  battaglie  che  mutavano  faccia  al  mondo,  inneggiava 
alla  pace,  con  cuore  oh  quanto  diverso  dall'antico  I...  Per 
(juanto  sospirata  e  dolce,  quella  pace  non  bastava  alla 
salute  della  patria;  occorreva  invece  che  questa  si  rivolgesse 


'  Saggi  critici.    III,    133. 

*  L'esecuzione  dell'opera  d'arte  fu  affidata  allo  scultore  Stefano 
Ricci;  ed  essa  fu  poi  collocata  in  Santa  Croce,  e  inauguratavi  il  21  marzo 
1830.  Cfr.  MissiRiNi,  Delle  memorie  di  Dante  in  Firenze,  Firenze  1830; 
e  Del  Luxoo,  DelVesilio  di  Dante,  Firenze  1881,  p.  23-4,  189  ss. 


LE    DUE    PRIME   CANZONI  316 

ai  medesimi  esempi  degli  avi,  onde  un  tempo  l'era  venuta 
tanta  grandezza.  Così,  contradicendo  all'opinione  di  quanti 
aderivano  ai  nuovi  governi  della  restaurazione,  il  nostro 
poeta  ripigliava  le  antiche  e  più  nobili  ispirazioni  del  Monti 
stesso.  Ne  ripigliava  quegli  ardori  guerreschi  e  quei  con- 
cetti essenzialmente  ghibellini,  onde  il  vecchio  poeta,  in 
tempi  migliori,  aveva  inneggiato  alle  antiche  memorie  e 
alle  nuove  speranze  »  ^.  —  Il  Perchè  onde  comincia  ricorda 
i]  principio  della  canz.   Alla  Primavera. 

Il  meonio  cantar  (v.  22)  è  un'espressione  oraziana  e 
ovidiana  ^,  che  già  aveva  fatta  sua  il  Monti,  nei  bellissimi 
sciolti  Alla  marchesa  Anna  Malaspina  (v.  121-2:  «  né  Maron 
lo  vinse  Né  il  meonio  cantor  )>).  E  qui  é  pure  quell'accenno 
a  Dante,  che  non  rimase  senza  effetti  né  sulla  poesia  del 
Leopardi,  né  su  quelle  del  Foscolo  e  del  Manzoni  (v.  26  ss.). 

Del  gran  padre  Alìghier  ti  risovvenga; 
Quando,  ramingo  dalla  patria  e  caldo 
D'ira  e  di  bile  ghibellina  il  petto. 
Per  l'itale  vagò  guaste  contrade 
Fuggendo  il  vincitór  guelfo  crudele. 
Simile  ad  uom  che  va  di  porta  in  porta 
Accattando  la  vita.  Il  fato  avverso 
Stette  centra  il  gran  vate,  e  centra  il  fato 
Morello  Malaspina. 

Il  cener  freddo  e  Vossa  nude  Giaccian...  soWaltro  suolo 
(v.  24).  Il  Leopardi  fu  a  Kavenna  nei  primi  giorni  del- 
l'agosto 1826;  ma  nelle  lettere  che  scrisse  di  là,  chi  lo  im- 
maginerebbe?, non  fa  nessun  cenno  del  sepolcro  di  Dante. 
In  una  al  padre,  tocca  delle  «  antichità  di  Eavenna  »  (delle 
quali  pur  tocca  in  una  allo   Stella),   della  tranquillità  di 


^  ZujiBiNi,  Studi  sul  Leopardi,  I,  78  e  81. 

•  HoRAT.  Od.  IV,  9,  5-6:  «si  priores  Moeonius  tenet  Sedes  Hmne- 
rus  ».  0\aD.  Amor.  Ili,  ix,  25  :  «  Adiice  Maeoniden,  a  quo,  ceu  fonte 
perenni,  Vatum  Pieriis  ora  rigantur  aquis»;  Trist.  I,  6,  21:  «  Maeo- 
nium  vatem»;  Ars  am.  II,  4:  «  Maeonioque  seni  »;  Ex  Pont.  IV,  Xll, 
27:  «Maeonis...  chartis  »;  e  III,  hi,  31:  «Maeonio...  Carmine  »;  Benied. 
Am.,  373:  «Maeonio...  pede»;  Metam.  Y,  268:  «  Maeonidas  »  H),  le 
Muse.  —  Anche  Marziale,  V,  10:  «Maeoniden»;  e  Silio  Italico,  IV, 
527:    «Non,   mihi  Maeoniae  redeat  si  gloria  linguae  ». 


316  ILLUSTRAZIONI 


quei  cittadini,  del  cardinal  Eivarola  e  del  «  canonico  ferito 
in  sua  vece  r-,  dei  «  partiti  »  e  delle  «  doti  »  clie  si  trovavano 
in  quei  paesi,  buoni  per  ammogliar  Carlo;  in  una  alla  Pao- 
lina, delle  trionfali  accoglienze  fattegli  in  Romagna;  e  in 
un'altra  a  un  amico  (II,  166),  dichiara  che  la  Romagna  gli  è 
piaciuta  «  infinitamente  ».  Vi  andò  per  le  vivissime  istanze 
d'un  signore  ravennate;  e  fors'anche  pel  desiderio  d'esa 
minarvi,  per  conto  del  Niebuhr,  il  codice  d'Aristofane. 

I  versi  (97-8)  Tal  miseria  V accora  Qual  tu  forse  mi- 
rando a  te  non  credi,  sonavano  prima  così:  «Mostrar  chi 
si  rincora  II  mal,  ch'e'  fia  gran  che,  s'udendo  il  credi?». 
Al  Giordani  riuscirono  incomprensibili;  onde  il  I^eopardi 
{Epist.  I,  172-3):  «  m'accorgo  bene  che  debbono  essere  oscu- 
rissimi  quando  a  voi  non  è  bastato  l'animo  d'intenderli.... 
Ecco  il  sen^o,  cioè  quello  ch'io  volea  dire:  chi  si  fiderà  di 
rappresentarvi  degnamente  quelle  sventure,  le  quali  non  sarà 
poco  se  udite  le  crederai? ...  Ma  o  questa  frase  abbia  dello 
strano,  o  vero,  com'io  credo,  il  secondo  verso  riesca  troppo 
intralciato,  non  dubito  che  il  luogo,  siccom'è  impossibile 
a  intendere,  non  vada  cambiato  onninamente  ». 

Taccio  gli  altri  nemici....  (v.  99).  Xella  prima  edizione, 
questi  versi  dicevano  ^: 

Taccio  gli  altri  nemici  e  l'altre  doglie, 
Ma  non  la  Francia  scellerata  e  nera... 

Il  secondo  sapeva  di  BasvilUana  per  la  forma,  di  3Iisogallo 
pel  concetto;  e  il  figlio  di  Monaldo  v'avea  trasfuso  un  po' 
dell'odio  paterno  contro  la  terra  della  Rivoluzione!  ^    Del 


>  e.  Anton a-Traversi,  Canti  e  vensioni  di  G.  L.,  Città  di  Castello 
1887,  p.  246. 

*  Oltre  alle  politiche,  Monaldo  aveva  anche  qualche  ragione  pri- 
vata per  odiare  i  Francesi.  Nel  1799,  fu,  a  furor  di  popolo,  eletto  go- 
vernatore di  Recanati:  s'intende  ch'egli  teneva  per  la  conservazione 
dello  f^tatu  quo.  All'alba  del  secondo  giorno  del  suo  governo,  ecco  che 
il  fratello  lo  va  a  svegliare:  «Alzatevi,  ecco  i  Francesi!  »  {Autobiografia, 
p.  112iss.).  La  testa  ancor  piena  dei  fumi  del  potere,  Monaldo  si  levò 
con  imWto  eroico;  ma  il  fratello  gli  consigliò  di  fuggire,  come  avevano 
gi;i  fatto  tutti  i  suoi  elettori.  Con  la  moglie  e  il  resto  della  famiglia  ei 
corse  a  nascondersi  in  un  ròccolo,  nel  poderctto  presso  alla  casa,  mentre 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  317 

resto,  tutta  codesta  parto  della  t'auzoiio  risente  di  qiiol- 
rorazione  AgVHaliani,  che  Giacomo  diciassettenne  scrisse, 
tra  gli  ultimi  giorni  di  maggio  e  i  primi  di  giugno  del  1815, 
in  occasione  della  liberazione  del  Piceno.  Vi  diceva  tra  l'altro: 

...  ci  avrebbe  fatti  schiavi  della  Francia.  Gran  Dio!  Quella  na- 
zione sleale  che  ha  perduto  ornai  osrni  diritto  alla  stima  di  Europa, 
potrebbe  mai  tornare  ad  esercitare  il  suo  tirannico  imperio  sopra  il 
più  bel  paese  della  terra  ?  No,  Francesi.  Noi  meritiamo  altri  destini. 
Una  nazione  sì  nobile  non  avrà  più  l'onta  di  esservi  suddita.  Un  mi- 
lione di  armati  ce  ne  assicura.  Ma  l'Italia  per  colpa  della  Francia  ha 
già  perduta  una  parte  del  suo  splendore.  Ambizioso  e  vile,  quel  popolo 


una  palla  di  cannone  fischiava  loro  sul  capo  e  un'altra  strisciava  sulla 
casuccia  del  contadino.  Furono,  per  il  momento,  liberati  dal  valore 
e  dal  sangue  freddo  d'una  ventina  di  contadini,  che  appiattati  dietro 
una  siepe,  fecero  fuoco  sui  Francesi;  i  quali  scapparono  credendo  che 
fosse  in  armi  tutto  il  paese.  Ne  seguì  la  più  sbrigliata  anarchia.  Monaldo, 
versando  venti  scudi,  si  scaricò  dell'ufficio  di  governatore.  Ma  il  25 
tornarono  i  Francesi;  e  il  loro  comandante,  «  giunto  appena  nel  palazzo 
del  Comune,  scrisse  un  decreto  di  morte  »  contro  Monaldo,  ordinando 
che  gli  si  smantellasse  e  incendiasse  altresì  la  casa.  Un  Commissario, 
cui  aveva  reso  qualche  servigio,  lo  avverti  del  pericolo,  raccoman- 
dandogli di  tenersi  molto  ben  celato  nel  suo  nascondiglio,  in  quelle 
prime  ore  di  furia.  Il  guaio  più  grosso  era  che  la  signora  Adelaide  si 
trovava  incinta  del  secondo  figliuolo,  e  non  poteva  quindi  muoversi. 
Sicché  Monaldo  e  il  fratello  presero  estreme  risoluzioni  :  «  tenevamo  le 
nostre  sciabole  nascoste  sotto  la  paglia,  ed  eravamo  in  accordo,  se  i 
Francesi  rispettassero  mia  moglie,  dar  loro  quanto  avevamo,  ma,  al 
primo  cenno  d'insulto,  combattere,  uccidere  e  morire  ».  Fortunata- 
mente non  ci  fu  bisogno  di  tanta  strage:  l'amico  Commissario  mandò 
a  dire  che  il  decreto  di  morte  era  stato  revocato.  I  Leopardi  poteron 
tornare  in  casa  loro;  ma  mentre  s'assidevano  a  tavola,  ecco  un  biglietto 
del  cognato  Antìci,  che  li  esortava  a  correr  subito  subito  ad  appiat- 
tarsi presso  di  lui.  Scapparono  a  precipizio.  Per  non  so  quale  equivoco, 
s'era  deciso  nuovamente  d'incendiar  quella  casa  !  Come  Dio  volle,  l'e- 
quivoco potè  esser  chiarito.  Sennonché  qualche  giorno  dopo,  una  pat- 
tuglia di  Francesi  venne  ad  arrestar  Monaldo.  Egli  era  reo  di  non  aver 
versato  la  sua  quota  per  l'imposizione  di  guerra:  mille  scudi.  Volle 
tener  duro;  ma  furon  mandati  venti  soldati  a  casa,  per  tenervi  pri- 
gioniere la  madre  e  la  moglie.  Le  quali,  spaventate,  s'affrettarono  a 
spedir  danaro  e  argenti,  per  la  somma  di  507  scudi,  mercè  i  quali  il 
Conte  fu  rilasciato.  Questa  volta,  il  testardo,  con  una  gran  pam-a  in 
corpo,  non  osò  rimanere  più  a  lungo,  e  si  rifugiò  a  Loreto.  —  Non  si 
può  non  pensare  con  postumo  terrore  che  in  mezzo  a  tanto  trambusto 
era  sballottato,  bimbo  di  dodici  mesi,  Giacomo  Leopardi! 


318  ILLUSTRAZIONI 


sciagurato  ci  ha  rapiti  i  più  cari  oggetti  della  nostra  compiacenza  e 
del  nostro  innocente  orgoglio:  i  preziosi  monumenti  delle  arti.  L'Italia 
gettò  un  grido  di  lamento  quando  vide  le  sue  contrade  spogliarsi  di 
ciò  che  ne  formava  la  gloria,  saccheggiarsi  i  suoi  palagi,  i  suoi  tempii 
privarsi  dei  loro  piti  vaghi  ornamenti  che  formavano  l'ammirazione 
dell'Europa  e  che  intieri  secoli  non  valgono  a  rimpiazzare.  Ella  vide 
lunghe  file  di  carri  carichi  delle  sue  spoglie  recarsi  a  valicare  le  Alpi 
e  ad  abbellire  terre  straniere,  mentre  il  Francese  avido  e  sitibondo 
chiedea  nuove  prede  e  nuova  esca  alla  sua  insaziabile  ingordigia  :  ella 
gemea  frattanto  sordamente  e  si  spogliava  del  suo  oro  e  dei  suoi  più 
preziosi  pegni,  per  ricevere  in  cambio  delle  catene.  Misera  Italia  !  che 
sono  ora  i  tuoi  tempii,  oggetto  una  volta  della  invidia  delle  nazioni  ? 
che  sono  i  tuoi  edifizii  e  le  tue  vie,  sì  ricche  un  tempo  di  ciò  che  a  niun 
popolo  era  dato  d'imitare  ?  Esse  sono  povere  e  nude,  lo  straniero  pos- 
siede le  tue  spoglie  e  ne  orna  le  sue  contrade  insanguinate,  i  suoi  tri- 
bunali di  proscrizione.  Invano  la  natura  ti  fé  madre  feconda  dei  più 
nobili  artefici,  invano  ti  rese  superiore  ad  ogni  popolo  nelle  arti  e  ti 
fornì  dei  loro  più  rari  prodotti...:  lo  straniero  non  potendo  rapirti 
gl'ingegni,  ne  usurpa  i  frutti  e  ti  priva  del  modo  di  mostrare  all'Europa 
con  autentiche  testimonianze  la  tua  superiorità.  Italiani  !  si  vuol  pri- 
varvi di  quella  gloria,  clie  avete  acquistata,  da  tanto  tempo  e  che  tanti 
secoli  vi  confermarono.  Non  permettete  che  lo  straniero  profitti  del 
vostro  silenzio....  Ornai  ogni  Francese  è  degno  di  odio,  perchè  niùu 
Francese  riconosce  i  delitti  della  sua  nazione....  ^ 

Tuttavia  siffatti  vituperii  misogallici,  appunto  perchè, 
dopo  il  '15,  eran  graditi  alla  Santa  Alleanea  e  al  suo  rap- 
presentante in  Recanati,  riusciron  ostici  ai  liberali  italiani. 
(L'Italia  lil3erale  non  ha  mai  smesse,  pur  dopo  Campo- 
formio  e  Villafranca  e  Mentana  e  Versailles,  le  sue 
tenerezze  sentimentali  per  la  così  detta  sorella  latina!). 
Coi  quali  il  poeta  si  scusò,  scrivendo  il  21  aprilo  1820  al 
Briglienti: 

Quelli  che  presero  in  sinistro  la  mia  canzone  sul  monumento  di 
Dante,  fecero  male,  secondo  me,  perchè  Le  dico  espressamente  ch'io 
non  la  scrissi  per  dispiacere  a  queste  tali  persone;  ma  parte  per  amor 
del  puro  e  semplice  vero  e  odio  delle  vane  parzialità  e  prevenzioni, 
parte  perchè  non  potendo  nominar  quelli  che  queste  persone  avreb- 
bero voluto  [oli  Jiufytriaci],  io  metteva  in  iscena  altri  attori  come  per 
pretesto  e  figui-a. 

E    ohimè,   neirediziono   fiorentina  d(4   '31,   a   quel    verso, 
spuntato  com'ora  si  legge,  appose  la  noterella: 


Scritti  ìctternti  di  G.  L.,  I,  370-71. 


LE   DUE    PRIME    CANZONI  319 

L'autore,  per  quello  che  nei  versi  seguenti  (scritti  in  sua  primis- 
sima gioventù)  è  detto  in  offesa  degli  stranieri,  avrebbe  rifiutata  tutta 
la  canzone,  se  la  volontà  di  alcuni  amici,  i  quali  miravano  solamente 
alla  poesia,  non  l'avesse  conservata. 

Senuoucliè  nel  fondo  dell'italianissimo  cuore  gli  rimase 
sempre  un  mal  celato  dispetto  per  quei  Francesi,  sulle 
cui  opere  e  storiche  e  critiche  e  fìlosofìche,  aveva  pur 
formata  tanta  parte  della  sua  cultura.  Al  De  Siuner  che, 
dolente  della  stitica  ospitalità  francese,  s'augurava  d'esser 
fra  breve  chiamato  in  Germania,  egli  scriveva  (18  die.  '32): 

È  pur  troppo  vero  che  il  merito  è  stimato  meno  in  quei  tempi  e 
in  quei  luoghi  nei  quali  è  più  raro.  E  non  mi  fa  punto  meraviglia  che 
la  Germania,  solo  paese  dotto  oggidì,  sia  più  giusta  verso  di  Voi,  che 
la    presuntuosissima,    e    superflcialissima,    e    ciarlatanissima    Francia. 

I  due  versi  (101-02)  Per  cui  presso  alle  soglie  Vide  la 
patria  tua  V ultima  sera,  han  dato  luogo  a  qualche  di- 
scussioncella.  È  da  intendere,  col  Fornaciari:  «la  patria 
tua  vide  Tultima  sera,  cioè  la  morte,  la  rovina  estrema  presso 
alle  soglie,  cioè,  pronta  ad  entrare  in  lei,  a  opprimerla»; 
o  con  Giovanni  Negri:  «l'ultima  sera  vide  la  patria  tua 
sul  punto  di  varcare  le  tetre  soglie  di  morte  »  ?  ^  Questa 
seconda  interpretazione,  cui  il  Carducci  fece  buon  viso,  è 
stata  validamente  oppugnata  da  Michele  Losacco  -;  il 
quale  propone  :  «  per  cui  la  tua  i^atria  vide  al  suo  limitare, 
alla  sua  entrata,  cioè  a  brevissima  distanza,  la  fase  ultima 
della  propria  esistenza  ».  Tutti  han  ricordato  il  dantesco 
{Purg.  I,  48)  Questi  non  vide  mai  Vultima  sera,  dal  quale  il 
poeta  mutuò  la  sua  immagine;  ma  nessuno,  che  io  sappia, 
ha  richiamato  il  verso  della  canz.  alla  sorella  Paolina  (20): 
«  E  nella  sera  dell'umane  cose»;  e  nessuno  ha  posto  mente 
alla  lezione  che  dei  versi  discussi  danno  gii  autografi 
recanatesi:  Per  cui  fin  presso  a  morte  Giunse  V Italia  mia 
distesa  e  nuda^.  È  dunque  da  intendere:  l'Italia  vide  pros- 
sima la  sua  ultima  sera,  imminente  il  suo  giorno  estremo. 


^  Divagazioni  leopardiane,  Pavia  1896,  voi.  II,  p.  52. 

'  Per  l'interpretaz.  di  alcuni  passi  leopardiani,  Trani  1896,  p.  13. 

'  Ct'r.  Nuovi  documenti,  p.   196. 


320  ILLUSTRAZIONI 


I  versi  (139-40)  Morian  per  le  rutene  Squallide  piagge, 
prima  sonavano:  «Morian  fra  le  rutene  Orride  piagge». 
Al  Leopardi  non  garbava  né  scrivere  ne  le  rutene,  giacché 
«lo  scontro  delle  due  n  riusciva  duro  »,  né  su  le  rutene;  e 
chiese  su  ciò  il  parere  del  Giordani  {Epist.  I,  173-4).  Le 
piagge  rutene  sono  le  steppe  della  Russia.  Nello  Spettatore 
di  Mlano  del  1814  (II,  p.  105  ss.)  il  Leopardi  aveva  po- 
tuto leggere    una  larga  relazione  della  triste  ritirata. 

lu'E  questo  vi  conforti  Che  conforto  nessuno...  (v.  164-65) 
é  ricalcato  sul  virgiliano  {Aen.  II,  354)  Una  salus  victis 
nullam  sperare  salutem,  e  ricorda  le  parole  del  Leo^jardi 
medesimo  al  Giordani  {Epist.  I,  208):  «  io  vo  scemando  ogni 
giorno  di  vigore,  e  le  facoltà  corporali  mi  abbandonano  a 
una  a  una;  questo  mi  consola  perchè  mi  ha  fatto  disperare 
di  me  stesso  ». 

T. 

La  sconcia  edizione  delle  due  Canzoni.  —  La  censura  pa- 
terna. —  Due  canzoni  rimaste  inedite.  —  L'amore  di 
Giacomo  pei  Greci  e  Vodio  di  Moncddo.  —  Lj  edizione 
bolognese   dei    «  Versi  »,    1824. 

La  stampa  di  Roma  delle  due  Canzoni  riusci  brutta  e 
scorretta  1;  e  di  ciò  il  Leopardi  fu  desolato.  Quelle  copie, 
egli  scrisse  il  18  gennaio   1819  al  Giordani, 

. .  .  arrivate  che  saranno,  io  le  consegnerò  immediatamente  in  anima 
e  in  corpo  al  pizzicagnolo,  non  volendo  che  nessuno  veda  quest'ob- 
brobrio di  stampa,  nella  quale  io  medesimo  leggendo  i  miei  poveri 
versi,  me  ne  vergogno,  che  mi  paiono,  cosi  vestiti  di  stracci,  anche 
peggio  che  non  sono....  E  la  spesa.,  m'ha  spiantato  affatto,  lasciandomi 
questi  versi  inediti,  giacch'io  voglio  assai  prima  non  esser  letto  ch'esser 
letto  in  questa  sucida  forma  da  fare  scomparire  qualunque  compo- 
sizione angelica  non  che  mia. 

L'amico  gli  consigliò  di  noji  buttarle  via,  bensì  di  cor- 
reggerle attentamente  a  mano,  e  mandarlo  così  attorno:  era 


*  Si    può    vederla   riprodotta    da    C.    Antoxa-Traversi,    Canti  e 
versioni   di   G.    L.,    p.    226    ss. 


LE    DUE    PRIME    CANZONI  321 

pur  riiuieo  modo  questo  per  uscire  «  dalla  solitudine  che 
lo  aveva  formato  sì  grande,  e  col  nome  e  colla  persona 
grande  e  maestoso,  come  un  sole  »  I  Al  Leopardi  medesimo 
esse  vennero  dopo  parendo  men  vergognose.  Xel  febbraio 
del '20,  trattò  col  Brighenti  perchè,  «rivedute  e  corrette 
e  migliorate  in  alcuni  luoghi»,  fossero  ripubblicate  a  Bo- 
logna insieme  con  altre  tre:  Al  3Iai,  Per  una  donna  in- 
ferma di  malaiiia  lunga  e  mortale  e  J^ella  morte  di  una  donna 
fatta  trucidare  col  suo  portato  dal  corruttore  per  mano  ed  arte 
di  un  chirurgo  ^.  Ma  un  bel  giorno  venne  a  sapere  che  il 
padre  aveva  scritto  ali" editore,  vietando  la  stampa.  Come 
mai  ^Monaldo  aveva  annusato  quel  divisamento  ?  Rime- 
scolando forse  le  carte  del  suo  poetino  ?  Comunque,  questi 
se   ne   lamenta   fieramente    (21    aprile    '20): 

...  Neanche  vedo  come  mio  padre  possa,  aver  sap^ito  quello  di  cui 
non  ho  mai  parlato  né  a  lui  né  a  verun  altro  (avendo  pochi  amici  fuori, 
e  nessuno  in  questo  barbaro  paese),  eccetto  il  caso  che  abbia  rimesco- 
late le  mie  carte:  del  che  non  mi  maraviglio  né  mi  lagno,  perché  cia- 
scuno segue  i  suoi  principii.  Quanto  ai  dubbi  di  mio  padre,  rispondo 
che  io  come  sarò  sempre  quello  che  mi  piacei'à,  così  voglio  parere  a 
tutti  quello  che  sono  ;  e  di  non  esser  costretto  a  fare  altrimenti,  sono 
sicuro  per  lo  stesso  motivo  a  un  dipresso,  per  cui  Catone  era  sicuro  in 


*  Queste  ultime  due,  rimaste  fin  qui  inedite,  si  possono  ora  leg- 
gere negli  Scritti  vari  inediti  di  O.  L.,  p.  32  ss.  —  Lo  Zumbini  {Studi, 
I,  89)  ìe  giudica  «molto  mediocri,  ed  inferiori...  persino  alla  stessa 
prima  Elegia,  ch'è  del  dicembre  1817  ».  Della  seconda  il  Carducci  scrive 
(Degli  siiiriti,  p.  198):  «era  stata  composta  nel  1819. sur  uno  di  quelli 
argomenti  macabri  che  non  possono  produr  mai  poesia  né  anche  pas- 
sabile, lo  strazio  di  una  donna  incinta,  chi  dice  avvenuto  in  Pesaro, 
chi  dice  letto  in  un  giornale  di  Marsiglia.  Sono  due  lunghe  declamazioni 
con  eccesso  di  sensitività,  con  isfoggio  di  egotismo  morboso,  con  af- 
fettazione di  trecentismo  ».  Tuttavia  il  Leopardi,  e  per  giudizio  proprio 
e  per  «  l'esperienze  fatte  di  quella  canzone  sopra  donne  e  persone  non 
letterate,  e  riuscitegli  più  felicemente  delle  altre  >,  nutriva  per  la  se- 
conda una  singolare  predilezione.  Al  Brighenti,  che  gli  aveva  fatto 
qualche  appunto,  rispondeva,  il  2G  maggio  1820:  «Le  dirò  con  ischiet- 
tezza  che  avendo  per  quella  canzone  im  certo  particolare  affetto,  il 
vedere  che  non  riusciva  presso  di  Lei,  mi  dispiacque,  ma  nella  stessa 
maniera  in  cui  ci  dispiace  se  una  grandine  ci  porta  via  un  capitale,- 
nel  qual  caso' non  ci  lamentiamo  di  verimo,  se  non  siamo  pazzi,  perchè 
non  è  cosa  che  dipenda  dalla  volontà...  Se  anche  la  canzone  è  di  poco 
merito,  ella  è  venuta  dal  cuore  >. 

21.  ~  G.  Leopardi. 


322  ILLUSTRAZIONI 


Utica  della  sua  libertà....  Io  La  prego  al  possibile  di  non  mandare  il 
ms.  a  mio  padre.  Se  già  l'avesse  mandato,  ed  egli  lo  rimandasse  per 
farlo  stampare  con  qualunque  benché  minima  alterazione,  io  con  quanta 
autorità  posso  avere  sopra  gli  scritti  che  pur  mi  paiono  miei,  La  prego 
e  supplica  a  rispondere  ch'io  ho  intieramente  rinunziato  al  pensiero 
di  pubblicare  quelle  canzoni,  e  che  l'ho  sii?niHcato  a  V.  S.  nei  mod*' 
più  preciso. 

Ecco  quello  ch'era  accaduto.  11  17  marzo,  il  conte  aveva 
ingiunto  al  Briglienti  di  non  ristampare  la  canzone  AlVItalia. 
L'editore  gli  rispose  il  29,  dicendosi  pronto  a  desistere  dal- 
l'impresa, non  senza  tuttavia  osservare  che,  a  parer  suo, 
quella  canzone  non  era  «  punto  sediziosa,  e  soltanto  libera 
e  poeticamente  ardita  »  i.  Ma  Monaldo  replicò,  il  9  aprde: 

Con  riflessione  piena  e  matura,  io  non  posso  assolutamente  per- 
mettere la  ristampa  delle  due  canzoni  sull'Italia  e  a  Dante.  I  tempi 
non  lo  vogliono  e  molto  meno  il  momento  presente  [era  scoppiata  la 
rivoluzione  di  Spagna,  e  stava  per  iscoppiare  quella  di  Napoli],  eh 'è 
forse  fra  i  più.  cattivi  che  abbiamo  passati.  Delle  altre  disapprovo  quella 
sulla  donna  fatti  morire,  e  taccio  delle  altre  due  perchè  non  le  co- 
iiosco. 

Della  canzone  Nella  morte  ovvero  Nello  strazio  di  una 
giovane  fatta  trucidare...,  veramente  Monaldo  non  aveva 
visto,  e  per  caso,  se  non  il  solo  titolo  ;  ma  tanto  era  bastato 
per  fargli  sospettare  che  contenesse  (^  miQe  sozzure  nell'  ese- 
cuzione, e  mille  sconvenienze  del  soggetto  »  ^.  Quanto  alle 
altre,  ei  si  lasciava  turbare  da  mille  «  paure  da  fanciulli  e 
da  massime  da  duecentisti  ».  A  ogni  modo,  Giacomo  era 
troppo  altero  per  volersi  piegare  a  chiedergli  il  danaro 
necessario  alla  stampa  dei  versi  risparmiati  dalla  strage. 
Preferì  mandar  fuori,  a  sue  spese,  l'unica  canzone  Al  Mai. 
E  fu  un  bene:  cosi  questa  potè  presentarsi  al  pubblico, 
come  dice  il  Carducci,  «  sola,  nella  sua  fosca  fierezza  ». 
Ma  il  rancore  contro  il  censore  domestico  rimase  a  lungo. 
Ancora  il  14  luglio  '28,  Monaldo  si  vedeva  costretto  a  scu- 
sarsi, scrivendo  al  figliuolo,  che  non  so  se  rispondesse: 


»  e.  Antona-Traversi,  Lettere  inedite  di  G.  L.,  Città  di  Castello, 
Lapi,    1888,   p.    152   e   160. 

-  Cfr.   la   lettera   di   Giacomo  al   Briglienti   del   28   aprile   '20. 


T.r.    DUE    PRIME    CANZONI 


Tutti  mi  domandano  le  cose  vostre  per  leggere,  ed  io  sono  sver- 
^rognato  per  non  averle.  Spero  che,  venendo,  le  porterete  tutte,  o  al- 
meno mi  guiderete  per  acquistarle;  e  cosi  faremo  pace  con  la  vostra 
letteratura,  la  quale  mi  ha  guardato  sempre  di  sbieco,  dopo  quel  po' 
di  grugno  che  io  feci  alle  due  prime  canzoni.  Ma  credo  che  a  quest'ora 
quel  mio  giudizio  sarà  stato  giudicato  da  voi  meno  sinistramente;  e 
che,  se  non  potete  applaudire  all'ingegno  del  vostro  padre,  almeno 
farete  ragione  al  mio  amorosissimo  cuore. 

Certo,  in.  quegli  anni  di  torbidi  politici,  le  idee  liberali 
espresse  nelle  due  canzoni  avrebbero  potuto  procurar  noie 
e  al  poeta  e  alla  sua  famiglia.  Quando  furono  stampate 
la  prima  volta,  nan-ò  poi  Carlo  ^,  u  i  Carbonari  pensarono 
che  Giacomo  le  scrivesse  per  loro,  o  fosse  uno  dei  loro"; 
nostro  padre  si  pelò  per  la  paura.  Ma  Giacomo  non  servì 
mai  nessuna  fazione,  non  gli  passarono  mai  per  la  mente 
le  sètte.  Avea  troppo  ingegno  e  giudizio  da  non  curarle  e 
fuggirle  «.  Tuttavia  quel  grugno  non  fu  forse  consigliato  dalla 
sola  prudenza.  Poiché  nel  destino  dei  Greci  Giacomo  ve- 
deva rispecchiato  quello  degl'Italiani,  e  perciò  riguardava 
<'  i  poveri  Greci  come  fratelli  »,  rivolgendo  loro  parole  di 
alta  simpatia  nel  Discorso,  pubblicato  nel  liicoglitore  di 
Milano  del  1827,  in  proposito  di  una  Orazione  di  Giorgio 
Gemisto  ^;  Monaldo  odiava  i  Greci.  E  quando,  nell'estate 
appunto  del  '27,  ei  seppe  che  le  grandi  Potenze  meditavano 
di  «prendere  una  parte  decisiva  negli  affari  dell'Oriente», 
scrisse,  il  5  agosto,  al  figliuolo:  «Così  avranno  pace  i  vo- 
stri Greci,  e  ne  godo  perchè  sono  uomini;  ma  mi  pare  che 
siano  bii'banti  assai,  ed  è  un  avvenimento  singolare  che 
la  somma  legge  della  umanità  imponga  di  soverchiare  il 
Turco,  quando  forse  ha  più  ragione  di  noi  ».  Peggio  an- 
cora: l'anno  dopo,  essendo  giunta  a  Recanati  la  notizia 
che  il  conte  Andrea  Broglio  recanatese  era  morto  eroica- 
mente, pugnando  per  T  indipendenza  '  della  Grecia,  al- 
l'assalto di  Anatolico,  Monaldo  la  comunicò,  con  inop- 
portuno buon  umore,  al  figliuolo.  «  Anche  Recanati  »,  egli 
scrisse  il  4  luglio  '28,  «ha  pagato  il  suo  tributo  di  follìa 


Ricordi,   giudizi   ecc.,   in   appendice   a\V Epistolario,    III,   431 
Cfr.  la  lettera   alla   Tommasini,   del   18  aprile  '27. 


324  ILLUSTRAZIONI 


alla  demenza  del  secolo,  e  ha  tinta  col  suo  sangue  la  terra 
classica  della  Grecia».  E  soggiungeva:  «Probabilmente  i 
Treiesi  »  (la  famiglia  Broglio,  recanatese  da  solo  due  ge- 
nerazioni, era  originaria  di  Treja)  «  reclameranno  quel  prode 
per  diritto  di  origine,  quasiché  nato  in  Recanati  per  acci- 
dente; e  noi,  cedendoglielo  senza  contrasto,  segneremo  nei 
nostri  fasti  un  pazzo  di  meno  »  ^ 

Nel  novembre  del  1823,  Giacomo  ricominciò  a  trattare 
col  Brighenti  per  un'edizione  bolognese  dei  Versi;  ma 
questa  volta  bisognava  far  i  conti  con  la  Censura  ecclesia- 
stica. «  Io  »,  protestava  Giacomo,  il  3  adirile  '24,  «  ho  un 
grandissimo  vizio,  ed  è  che  non  domando  licenza  ai  frati 
quando  penso  ne  quando  scrivo;  e  da  questo  viene  che, 
quando  poi  voglio  stampare,  i  frati  non  mi  danno  licenza 
di  farlo  ».  L'editore  riuscì  ad  ammansare  i  teologi  censori: 
e  una  sorta  di  gente  così  ostinata  come  le  donne»;  e  la 
stampa  fu  fatta,  all'insaputa  di  Monaldo.  Ai  primi  di  set- 
tembre, il  nuovo  volumetto,  contenente  dieci  canzoni  e  le 
annotazioni  dell'autore  ^,  era  già  sulla  via  di  Recanati.  E 
fu  distribuito  e  letto  anche  a  Roma.  Non  però  a  Milano; 
giacché  il  governo  austriaco,  molto  più  sospettoso  e  ine- 
sorabile che  non  il  pontifìcio,  vietò  che  entrasse,  e  allora  e 
poi,  nella  Lombardia  e  nel  Veneto  ^. 


*  Cfr.    Mestica,    Studi    leopardiani,    p.    560    ss. 

*  Tutte  di  lingua  codeste,  per  dimostrare  ai  pedagoghi  «  che  non 
soglio  scrivere  affatto  affatto  come  viene  »,  dichiara  l'autore,  «  e  che 
in  tutti  i  modi  non  sarà  loro  così  facile  come  si  pensano,  il  mostrarmi 
caduto  m  errore».  Scritti  letterari,  I,  286. 

*  Al  marchese  Melchiorri,  a  Parigi,  Giacomo  scriveva  da  Bologna, 
il  19  aprile  1826:  «Ti  spedisco  oggi  sous  bande  per  la  posta  un  esem- 
plare delle  canzoni,  come  tu  desideri.  La  fortuna  l'aiuti  che  non  lo 
fermino  in  Lombardia,  dove  le  canzoni  sono  proibite  e  proscritte, 
come  saprai  ».  Cfr.  R.  Barriera,  O.  L.  e  la  Polizia;  un  documento  ine- 
dito,  nella    «Rassegna  storica   del    Risorgimento»,   V,    1918. 


LA    CANZONE    AL    MAI  32.' 


AD  ANGELO  MAI 


I. 

Composizione  e  stampa  (Mia  Canzone.  —  La  dedica.  —  La 
proibizione  della  Censura  austriaca.  —  I  rapporti  del 
Leopardi   col   3Iai.   —  Il  frammento   di  Lihanio. 

In  fronte  a  un  esemplare  della  prima  edizione  di  questa 
canzone  che  è  tra  le  carte  napoletane,  è  scritto  di  mano 
del  poeta:  «  Opera  di  dieci  o  dodici  giorni,  gennaio  1820, 
pubblicata  i  primi  di  luglio  ».  In  una  lettera  al  Giordani, 
del  20  marzo,  il  Leopardi  disse  essergli  «  uscita  per  mira- 
colo dalla  penna  in  questi  ultimi  giorni  »  ;  e  in  una  al  Mai, 
del  27  ottobre:  «La  canzone  fu  scritta  nei  primi  giorni  di 
quest'anno,  mentre  ferveva  la  fama  del  Suo  magnifico  ri- 
trovato ciceroniano)).  Pensò  di  stamparla  subito:  essa  gli 
pareva  «  adattata  al  momento  )),  e  sarebbe  stato  perciò 
opportuno,  scriveva  il  7  aprile,  farla  «  uscire  mentre  era 
calda  la  fama  dell'idtima  e  più  strepitosa  scoperta  del  Mai». 
La  mandò  al  Brighenti,  con  le  altre  due  Per  donna  inferma 
e  Nello  strazio  di  una  giovane;  ma  il  padre,  quando  venne 
a  saperlo,  mise  un  veto  assoluto  per  l'ultima,  condizionato 
per  le  altre.  Onde  Giacomo,  fremente  di  rabbia,  riscriveva 
il  28  air  editore: 

Il  titolo  della  seconda  inedita  si  è  trovato  fortunatamente  inno- 
centissimo.  Si  tratta  di  un  Monsignore.  Ma  mio  padre  non  s'immagina 
che  vi  sia  qualcuno  che  da  tutti  i  soggetti  sa  trarre  occasione  di  parlar 
di  quello  che  più  gl'importa,  e  non  sospetta  punto  che  sotto  quel  ti- 
tolo si  nasconda  una  canzone  piena  di  orribile  fanatismo. 

Così  questa  venne  alla  luce  da  sola:  «  Canzone  di  Gia- 
como Leopardi  ad  Angelo  Mai.  Bologna  MDCCCXX.  Per 
le  stampe  di  Jacopo  Marsigli.  Con  approvazione  )>.  Por- 
tava in  fronte  la  seguente  dedicatoria,  ritoccata  poi  e 
rifusa   nell'edizione   del   '24: 


326  ILLUSTRAZIONI 


Giacomo  Leopardi  al  conte  Leonardo  Trissino. 

Voi  per  animarmi  a  scrivere  mi  solete  ricordare  che  la  storia  de' 
nostri  tempi  non  darà  lode  agl'Italiani  altro  che  nelle  lettere  e  nelle 
scolture.  Ma  eziandio  nelle  lettere  siamo  fatti  servi  e  tributari;  e  io 
non  vedo  in  che  pregio  ne  dovremo  esser  tenuti  dai  posteri,  conside- 
rando che  la  facoltà  dell'immaginare  e  del  ritrovare  è  spenta  in  Italia, 
ancorché  gli  stranieri  ce  l'attribuiscano  tuttavia  come  nostra  speciale 
e  primaria  qualità,  ed  è  secca  ogni  vena  di  affetto  e  di  vera  eloquenza. 
E  contuttociò  quello  che  gli  antichi  adoperavano  in  luogo  di  passa- 
tempo, a  noi  resta  in  luogo  di  affare.  Sicché  diamoci  alle  lettere  quanto 
portano  le  nostre  forze,  e  applichiamo  l'ingegno  a  dilettare  colle  pa- 
role, giacché  la  fortuna  ci  toglie  di  giovare  co'  fatti  com'era  usanza 
di  qualunque  de'  nostri  maggiori  volse  l'animo  alla  gloria.  E  voi  non 
isdegnate  questi  pochi  versi  ch'io  vi  mando.  Ma  ricordatevi  ch'ai  di- 
sgraziati si  conviene  il  vestire  a  lutto,  ed  è  forza  che  le  nostre  canzoni 
rassomiglino  ai  versi  fimebri.  Diceva  il  Petrarca,  ed  io  son  un  di  quei 
che  'l  pianger  giova.  Io  non  posso  dir  questo,  perchè  il  pianger  non  è 
inclinazione  mia  propria,  ma  necessità  de'  tempi  e  volere  della  fortuna. 

La  prima  copia  ne  giunse  a  Recanati  verso  la  metà 
di  luglio;  e  il  poeta  se  ne  dieliiarò  «  soddisfattissimo  »  ^ 
I  revisori  di  Bologna,  ch'eran  preti,  non  fecero  molto  caso 
delle  massime  liberali  promulgate  con  tanta  eloquenza 
nella  canzone;  ma  vi  badarono  i  censori  austriacanti  del 
Lombardo- Veneto.  «  Questa  poesia  odora  di  quello  spi- 
rito di  liberalismo,  che  pare  abbia  accecata  qualche  infe- 
lice regione  del  nostro  suolo  »,  osservò  uno  di  essi;  e  il 
sedizioso  opuscolo  «  venne  proibito,  e  perquisite  le  copie 
ch'erano    in    circolazione  »  ^.    «  La    qual    cosa  »,    confidava 


^  Lett^ira  al  Brighenti,  17  luglio  1820.  —  Quella  stampa  è  ripro- 
dotta da  C.  Antona-Travkrsi  in  Canti  e  versioni  di  G.  L.,  255  ss. 
11  l'iEROiLi,  Nuovi  docum.,  210  ss.,  ha  altresì  pubblicato  il  manoscritto 
autografo  recatanese,  con  le  correzioni  successive  del  poeta. 

*  D'Ancona,  Il  L.  e  la  polizia  aìistriaca,  nel  «  FanfuUa  della  do- 
menica »,  29  novembre  1885;  F.  Lampertico,  La  canzone  di  G.  L. 
ad  A.  M.  e  la  censura,  Vicenza,  1888;  Pieroili,  Un  confidente  del- 
Valta  polizia  austriaca  nel  Gabinetto  di  G.  P.  Vieusseux,  Piccanati,  1888; 
Carducci,  Degli  spiriti  e  delle  forme,  206  s°.  —  Col  conte  Trissino, 
di  Vicenza,  Giacomo  non  aveva  dimestichezza:  lo  cono-sceva  per  let- 
tere, presejitatogli  dal  Giordani  (Epist.  Ili,  144).  K  par  proprio  di  ca- 
pire che  quella  dedica  d'un  libro,  ch'era  stato  «  severamente  proibito 
per  volontà  espressa  del  principe  viceré  %  il  quale  ne  aveva  «  comandata 


LA    CANZONE    AL    MAI  327 

Criacomo  a  un  dotto  innominato  nei  primi  giorni  del  '23, 
X  insieme  colla  canzone  ho  tenuto  sempre  nascosta  a  tutti 
i  miei  parenti,  che  hanno  opinioni  ed  inclinazioni  molto 
diverse  dalle  mie  ». 

Con  Angelo  Mai  ^.  il  giovanetto  recanatese  era  entrato 
ben  presto  in  relazioni  epistolari.  A  metà  del  1816,  gli  man- 
dava tradotte  le  Opere  di  Frontone,  che  il  Mai  allora  allora 
aveva  scoperte;  nel  '17,  il  saggio  di  versione  deìV Eneide 
e  il  volgarizzamento  delle  Antichiià  romane  di  Dionigi 
d'Alicaruasso,  i  cui  frammenti  erano  stati  poco  prima 
ritrovati  e  pubblicati  dal  famoso  scopritore;  nel  '19,  le 
due  prime  canzoni.  Quando  poi  gli  giunse  la  notizia  della 
scoperta  del  De  Eepiihlica,  così,  pieno  d'entusiasmo,  gli 
scrisse  il  10  gennaio  '20: 

11  grido  delle  nuove  maraviglie  che  V.  S.  sta  operando,  non  mi 
lascia  più  forza  di  contenermi,  né  mentre  tutta  l'Europa  sta  per. ce- 
lebrare la  Sua  preziosa  scoperta,  mi  basta  il  cuore  d'essere  degli  ultimi 
a  rallegTarmene  seco  Lei,  e  dimostrare  la  gioia  cbe  ne  sento,  non  solo 
in  comrme  con  tutti  gli  studiosi,  ma  anche  in  particolare  per  la  stima 
e  rispettosa  affezione  che  professo  singolarmente  a  V.  S.  Ella  è  proprio 
un  miracolo  di  mille  cose,  d'ingegno,  di  gusto,  di  dottrina,  di  diligenza, 
di  studio  infaticabile,  di  fortuna  tutta  nuova  ed  unica.  In  somma 
V.  S.  ci  fa  tornare  a'  tempi  dei  Petrarca  e  dei  Poggi,  quando  ogni  giorno 
era  illustrato  da  una  nuova  scoperta  classica,  e  la  maraviglia  e  la  gioia 
de'  letterati  non  trovava  riposo.  Ma  ora  in  tanta  luce  d'erudizione  e 
di  critica,  in  tanta  copia  di  biblioteche,  in  tanta  folla  di  filologi,  V.  S. 
sola,  in  codici  esposti  da  più  secoli  alle  ricerche  di  qualunque  studioso, 
in  librerie  frequentate  da  ogni  sorta  di  dotti,  scoprir  tesori  che  si  pian- 
gono per  ismarriti  senza  riparo  sin  dal  primo  rinascimento  delle  lettere, 
e  il  cui  ritrovamento  non  ha  avuto  mai  luogo  neppure  nelle  più  vane 
e  passeggere  speranze  de'  letterati,  è  un  prodigio  che  vince  tutte  le 
maraviglie  del  trecento  e  del  quattrocento. 

È  gran  tempo  ch'io  avea  preparato  con  grande  amore  e  studio 


la  perquisizione  ^  riuscisse  o  sembrasse  im  onore  troppo  pericoloso  al 
conte  vicentino!   (Epist.' l,  293 )i 

*  Questo  valentuomo  nacque  a  Schilpario  in  Val  di  Scalve  nel  ber- 
gamasco, il  7  marzo  1782;  fu  dei  dottori  dell'Ambrosiana  dal  1811 
al  '19,  quando  venne  chiamato  a  Roma  quale  primo  Custode  delia 
Vaticana;  nel  '38,  dopo  d'aver  percorsa  ima  lunga  via  di  onori,  fu 
creato  Cardinale  insieme  col  Mezzofanti;  morì  l'S  settembre  '54  a 
Roma.  Cfr.  E.  Prixa,  Biografia  del  card.  Angelo  Mai,  Bergamo  1882. 


328  ILLUSTRAZIONI 


i  materiali  d'alcune  lettere  per  dimostrare,  in  maniera  se  non  bella 
né  buona,  almeno  mia  propria,  le  vere  ed  intime  utilità  e  pi'egi  delle 
Sue  scoperte,  con  ima  quantità  di  osserv-azioni  critiche  sui  particolari 
di  ciascheduna.  Ma  la  mia  salute  intieramente  disfatta,  e  da  nove 
mesi  un'estrema  imbecillità  de'  nervi  degli  occhi  e  della  testa,  che  fino 
m'impedisce  il  fissar  la  mente  in  qualimque  pensiero,  m'ha  levato  il 
poter  dar  effetto  ai  miei  disegni.  A  ogni  modo,  perchè  lo  strepito  e  lo 
splendore  dell'ultima  Sua  scoperta  è  tale  da  risvegliare  i  più  sonnac- 
chiosi e  deboli,  mi  sono  sentito  anch'io  stimolare  dal  desiderio  di  non 
restar  negligente  in  un  successo   cosi  felice. 

Gli  mandò  j)oi  la  Canzone,  e  e  una  lettera  abbastanza 
lunga  sopra  V Eusebio  >^.  Ma  nel  fortunato  erudito  non  ebbe, 
pare,  a  trovare  un  amico  e  un  protettore  zelante,  quali 
poi  gli  si  dimostrarono  il  Niebulir,  il  Bunsen,  il  De  Sinner. 
Il  30  marzo  '21,  riferiva  al  Perticari: 

S'è  domandato  per  me  al  Segretario  di  Stato  il  luogo  ora  vacante 
di  professore  di  lingua  latina  nella  Biblioteca  Vaticana.  Ma  S.  E.  non 
mi  conosce  se  non  per  quell'uomo  oscurissimo  e  scouosciutissimo  ch'io 
sono  effettivamente.  Mi  accertano  che  se  monsignor  Mai  facesse  im 
moto  in  mio  favore  al  Segretario  di  Stato,  il  negozio  succederebbe.  Io 
scrivo  a  monsignor  Mai  che  da  qualche  tempo  conosco  per  lettere. 
:Ma  parimente  mi  dicono  (e  m'era  parso  già  di  vederlo)  ch'egli  è  persona 
d'animo  freddo,  e  bisognoso  di  forti  stimoli  a  prendersi  briga  per  chi 
si  voglia. 

E  scrisse  di  fatto,  e  fece  parlare  da  altri;  ma  appunto 
non  risulta  che  monsignore  si  riscaldasse  troppo.  Quando 
poi  Giacomo  fu  a  Roma  e  lo  avvicinò,  ei  non  gli  finì  di 
piacere.  Narrava  di  là  al  padre,  il  9  dicembre  '22: 

Monsignor  Mai  è  tutt'altro  da  questa  canaglia;  è  gentilissimo  con 
tutti,  compiacentissimo  in  parole,  politico  in  fatti;  mostra  di  voler 
soddisfare  a  ciascuno,  e  fa  in  tiltimo  il  suo  comodo;  ma  quanto  a  me, 
non  solo  non  ho  che  lagnarmene,  anzi  debbo  dire  che  m'ha  compia- 
ciuto realmente  in  ogni  mia  domanda,  e  che  mi  tratta  quasi  con  ri- 
spetto. Dopo  il  mio  arrivo  è  uscita  la  sua  Repuhlica,  la  quale  è  una 
bella  cosa,  e  molto  lodata  da  chi  la  capisce,  come  biasimata  dal  par- 
tito contrario  al  Mai. 

Ma  anche  a  lui  la  scoperta  venne  via  via  parendo  di 
minore  importanza;  Il  20  dicembre,  rispondeva  al  padre  — 
il  quale  gli  aveva  detto:  «  Converrà  acquistare  la  JRepnhlica 
di  Mai.  e  ve  ne  spedirò  il  denaro  :  ditemi  quanto  ne  occorre  ; 
lo  stesso  bisognerà  fare  successivamente  col  Frontone  »,  — 
sconsigliandone  l'acquisto. 


LA    CANZONE    AL    MAI  329 

Non  ho  comprato  la  Republica  del  Mai  (la  quale  lio  avuta  iu  pre- 
stito e  la  sto  leggendo)  :  e  se  il  mio  giudizio  è  di  niun  valore,  io  La  con- 
siglio a  non  prenderla.  Il  prezzo,  in  carta  infima,  è  di  paoli  trentatrè: 
la  materia  non  ha  niente  di  miovo,  e  le  stesse  cose  dice  il  medesimo 
Cicerone  in  cento  altri  luoghi.  Di  modo  che  l'utilità  reale  di  questo 
libro  non  vale  il  suo  prezzo.  Se  si  trattasse  di  completare  vma  biblio- 
teca o  una  collezione,  non  direi  cosi:  ma  noi  non  siamo  nel  caso. 

E  il  10  gennaio  '23,  potè  soggiungere,  scrivendo  al  fratello: 
«  Mons.  Mai  mi  ha  mandato  in  dono  una  copia  della  Be- 
piiblica,   cosa  ch'è  stata  molto   ammirata  e  invidiata  ». 

S'intende  poi  che  il  Mai  gii  dava  anche  altri  segni,  più 
comuni,  di  benevolenza.  Sennonché,  jiroprio  in  questo 
tempo,  il  poeta  ebbe  a  lamentarsi  della  poca  delicatezza 
di  monsignore;  e  ogni  cordialità  venne  a  mancare  nei  loro 
rapporti.  11  7  marzo,  Giacomo,  rendendo  conto  al  padre 
dell'incarico  affidatogli  di  compilare  il  <'  catalogo  de'  Co- 
dici greci  che  sono  nella  biblioteca  Barberina;  il  quale 
catalogo  non  era  stato  mai  fatto,  se  non  trascuratissima- 
mente, e  la  maggior  parte  di  quei  codici,  che  non  son  pochi, 
era  sconosciuta  »  ;  dice  altresì  : 

Da  parecchie  settimane  ho  incominciato  il  catalogo,  e  ultimamente, 
oltre  varie  scoperte  minori,  ho  trovata  im'operetta  greca  sconosciu- 
tissima,  la  quale  essendo  quasi  intera,  e  di  secolo  e  stile  assolutamente 
classica,  viene  ad  essere  di  tanta  importanza  quanto  le  più  famose 
scoperte  del  nostro  Mai.  Sono  ora  occupato  a  copiarla;  nel  che  debbo 
superare  infinite  difficoltà,  perchè  da  una  parte  mi  convien  combat- 
tere con  l'oscurità  'del  codice,  e  dall'altra  sfuggire  o  deludere  continua- 
mente con  vari  pretesti  la  vigilanza  del  bibliotecario.  Per  ora  non  si 
parlerà  in  nessun  modo  di  questa  scoperta,  finché  non  sia  finito  il  ca- 
talogo, e  trovato  e  copiato  tutto  quello  che  si  troverà  di  nuovo  e  di 
buono  nella  Barberina.  Solamente  ho  mostrato  il  codice  a  un  letterato 
tedesco,  il  quale  è  convenuto  del  pregio  della  scoperta,  e  mi  ha  con- 
fermato nelle  mie  congetture  e  opinioni  intomo  all'autore,  al  secolo  ecc. 
Quando  sarà  tempo,  metteremo  il  campo  a  romore. 

Si  trattava  d'un  frammento  che  colmava  '  una  gran 
lacuna  della  famosa  orazione  di  Libanio  »  circa  i  santuarii 
pagani.  Chi  è  un  po'  pratico  di  codesto  genere  di  studi, 
comprenderà  facilmente  la  viva  compiacenza  dell'erudito 
novellino,  a  cui  già  pareva,  con  la  scoperta  di  quel  fram- 
mento, di  rivaleggiar  col  Mai.  Xe  scrisse,  il  9  aprile,  anche 


330  ILLUSTRAZIONI 


al  Niebuhr  ^.  Ma  ecco  che,  tornato  a  Recanati,  gli  si  fa 
sapere  che  monsignore,  ripubblicando  le  opere  di  Fron- 
tone, v'aveva  anche  stampato  il  frammento  di  Libanio  ! 
Imbizzito,  risponde  al  cugino  Melchiorri,  il   14  luglio: 

È  cliiarissimo  che  monsignor  Mai  ha  pubblicato  il  frammento  di 
Libanio,  o  per  fare  un  dispetto  a  me,  o  sapendo  di  certo  che,  col  pub- 
blicarlo, lo  levava  di  mano  a  me  clie  già  l'aveva  trovato.  Pazienza 
per  ora.  Potrà  dire  ch'egli  non  è  stato  il  primo  a  darmi  fastidio,  e  in 
questo  non  avrà  il  torto. 

E  ancor  parecchi  mesi  piti  tardi,  il  22  gennaio  '25, 
indicando  allo  stesso  Melchiorri  le  persone  a  cui  destinava 
le  copie  del  suo   Eusebio,   gì'  inculca: 

Solamente  a  Mai,  se  non  gliel  hai  già  data,  desidererei  che  non  la 
dessi,  perchè  dopo  il  mal  tratto  usatomi  in  quel  fi'ammento  di  Libanio, 
sto  in  poca  confidenza  con  lui,  e  trattandosi  di  un  libro  che  esamina 
e  corregge  un'opera  sua,  non  so  se  egli  prenderebbe  il  dono  in  buona 
o  cattiva  parte,  e  però  credo  meglio  non  impacciarsene,  e  non  dargli 
niente. 

Così  la  freddezza  crebbe.  11  10  novembre  '25,  propone 
al  Bunsen,  per  una  certa  collazione  di  codici  dell'Ambro- 
siana, Tab.  Bentivoglio.  «  Per  via  privata  »,  gli  scrive, 
«  potrebbe  essere  utilissimo  a  chi  volesse  copiar  qualche 
cosa  da  quella  biblioteca,  della  quale  egli  è  quasi  il  custode, 
ed  io  non  mancherei  d'impegnarlo  ad  aiutare  per  sua  parte 
l'impresa  il  più  che  potesse.  Il  suo  modo  di  pensare  è  molto 
diverso  da  quello  del  Mai  ».  Forse  monsignore  volle  far 
credere  che  presso  la  Corte  romana  egli  rincalzasse,  con 
l'opera  sua,  i  buoni  uffici  del  Bunsen,  per  procurargli  il 
posto  desiderato;  onde  Giacomo,  indignato,  risponde  il 
17  febbraio  '26  al  cugino: 

Di  quello  che  ti  ha  detto  mons.  Mai,  so  già  ogni  cosa.  Sono  tutte 
chiacchiere  inutili.  Ma,  grazie  al  cielo,  ora  io  non  ho  bisogno  né  di 
mons.  Mai  né  della  canaglia  della  Corte  romana.  Che  poi  mous.  Mai 
sia  stato  l'autore,  e  l'insinuai  ore  di  questo  discorso,  é  ima  b\igia  so- 
lennissima.  La  cosa  è  venuta  espressamente  dal  Segretario  di  Stato. 


Cfr.  F.  MoRONaNl,  studio  sul  Leopardi  filologo,  p.  228  e  291  ss. 


LA    CANZONE    AL    MAI 


!Si  capisce  come  poi,  tornando  a  Koma  sullo  scorcio 
del  '31,  il  Leopardi  non  si  facesse  premura  di  far  visita 
al  Mai;  come  pure  ch'ei  dissuadesse  il  De  Sinner  dal  chie- 
dergli alcuni  schiarimenti,  «perchè»,  scrive  il  24  maggio  '32, 
«  il  Mai  non  si  lascia  facilmente  intendere  circa  i  suoi  di- 
segni »;  e  come  al  medesimo  amico,  il  3  ottobre  '35,  dicesse: 
u  Da  me  so  bene  che  non  aspettate  nuove  di  filologia,  perchè 
(jual  filologia  in  Italia!  È  vero  che  Mai  è  sul  punto  di  ve- 
stire la  porpora,  e  Mezzofanti  gli  verrà  appresso;  ma  essi 
ne  sono  debitori  al  gesuitismo,  e  non  alla  filologia  ».  Sog- 
giunge: «avete  voi  nuove  di  Gioberti?  »;  di  colui  cioè  che 
dodici  anni  più  tardi  doveva  dare  al  gesuitismo  una  bat- 
taglia così  formidabile!  ^ 


IL 


Giudizi  del  De  Saiietis  e  deìlo  Zuìuhini.  —  La  i' sede  de' 
giusti  ».  —  Lo  «  strider  deìVonda  aìVattuffar  del  sole  ».  — 
«  Conosciuto,  il  mondo  non  cresce  ».  —  Dante,  Ariosto, 
Tasso,  Alfieri. 

Il  De  Sanctis  giudicò  questa  «  canzone  straordinaria, 
se  mai  ce  ne  fu;  perchè,  se  nella  parte  tecnica  poco  si  di- 
scosta daUe  altre  scritte  innanzi,  per  ricchezza  e  novità 
di  contenuto  soprastà  a  quelle  di  molto.  Prima  c'era  l'ar- 
tista, già  maestro  di  stile;  ora  c'è  anche  il  poeta,  c'è  lui  »  2. 
E  lo  Zumbini^:  «  Col  principio  di  ciascuna  stanza  è  come 
l'aprirsi  di  un  paradiso  che  si  chiude  improvvisamente  coUa 
stanza  medesima;  e  ne  risulta  un  rapidissimo  avvicendarsi 
del  passato  col  presente:  quello  tanto  meno  splendido, 
quanto  meno  remoto,  ma  sempre  più  beUo  al  confronto 
di  questo,  eh' è  tutto  silenzio  e  tenebre.  L'uno  è  visione  che 
sorride  allo  sguardo  e  si  dilegua;  l'altro  è  voce  che,  quasi 


^  Cfr.   D'OviDTO,  Saggi  critici,  p.   651, 
^  Studio  su  G.  L.,  p.   lGO-1. 
'  Studi  sul  Leopardi,  I,  p.  248. 


332  ILLUSTRAZIONI 


dall'alto  e  pari  a  quella  del  Gallo  silvestre,  ricorda  la  lugubre 
legge  della  storia  umana  ». 

Nella  cantica  giovanile  (1816)  bìAV Appressamento  della 
morte  (e.  IV,  v.  130-41),  il  Leopardi  aveva  descritto  «la 
beata  sede  de'  giusti  »,  dov'erano  Dante,  il  Petrarca,  e  il 
Tasso   prediletto.   La  guida  celeste  gli   dice: 

—  Vedi  '1  magno  Alighier  che  sopra  l'etra 

Ricordasi  ch'ascese  un'altra  volta, 

E  del  dir  vostro  pose  la  gran  pietra. 
E  vedi  quel  vicin  ch'anco  s'ascolta 

Lagnarsi  che  la  mente  al  mondo  tristo 

Ebbe  a  cosa  mortai  troppo  rivolta. 
Mira  colui  che  lacrimar  fu  visto 

Tutta  sua  vita,  e  or  di  suo  pianto  ha  '1  frutto, 

E  cantò  l'armi  e  '1  glorioso  acquisto. 
Oh  dolce  pianto,  oh  fortunato  lutto. 

Oh  vento  che  '1  nocchier  sospinse  al  porto 

U'  noi  conturba  più  vento  nò  flutto!  — 

E  in  una  delle  prime  lettere  al  Giordani,  del  30  aprile  '17, 
per  dargli  un'idea  compiuta  dell'ignoranza  in  cui  affoga- 
vano i  Recanatesi,  soggiunge  :  «  Qui  tutto  è  morte,  tutto 
è  insensataggine  e  stupidità...  Letteratura  è  vocabolo  inu- 
dito. I  nomi  del  Parini,  dell'Alfieri,  del  Monti  e  del  Tasso  e 
dell'Ariosto  e  di  tutti  gli  altri  han  bisogno  di  commento  ». 

Certo  senza  de'  numi  alto  consiglio  Non  è....  (v.  16-7) 
ricliiama  del  Petrarca  (n.  53):  «Ma  non  senza  destino  a 
le  tue  braccia....»;  e  del  Monti,  Iliade  (I,  6-7):  «così  di 
Giove  L'alto  consiglio  s'adempia  »,  e  Alla  marchesa  Mala- 
spina  (6-7):  «Non  è,  donna  immortai,  senza  consiglio  Che 
al  tuo  nome  li  sacro  ». 

Cui  strider  Vonda...  (v.  79  ss.)  ricorda  i  versi  359-60 
della    Musogonia  del   Monti: 

Là  dove  Atlante  lo  stridore  ascolta 

Del  gran  carro  febeo  che  in  mar  dà  volta. 

E  a  chiarir  questo  luogo,  oltre  che  la  nota  appostavi  dallo 
stesso  poeta,  può  giovare  un  passo  del  Saggio  del  1815 
Sopra  gli  errori  popolari  degli  antichi  (e.  ix).  Vi  si  dice: 

Non  è  maraviglia  che  dalla  parte  di  Ponente,  quando  il  sole  tra- 
montava si  udisse  una  specie  di  stridore,  cagrionato  dalle  fiamme  di 


LA    CANZONE    AL    MAI  333 


questo  corpo  luminoso,  che  si  tuffa  vano  e  si  spegneano  nell'acqua. 
Posidonio  narra,  presso  Strabone,  di  avere  udito  dire  che  in  Ispagna 
si  sentiva  in  effetto  questo  strepito  quando  il  sole  piombava  ai  fondo 
del  mare. 

Audiet  herculeo  sfridenfem  ffurgite  soìem, 

disse  Giovenale;  ed  Ausonio: 

Comliderat  jam  solis  equos  Tarpesia  Colpe, 
Stridebatque  freto  Titan  insignis  ihero. 

Cosi  ciò  che  noi  diremmo  ora  per  giuoco  ai  fanciulli,  fu  creduto  vol- 
garmente e  tenuto  per  fermo  dagli  antichi. 

Ma  conosciuto  il  mondo  Xon  cresce...  (v.  87-8).  Nella 
lettera  del  9  maggio  1772  del  Giovine  Werther  di  Goethe 
il  Leopardi  aveva  letto,  e  il  passo  gli  aveva  lasciato  nel- 
l'anima una  viva  impressione   (cfr.   Zib.    I,    166): 

Come  circoscritti  nelle  loro  idee,  ma  come  avventiirati  i  nostri 
venerandi  antichi  progenitori  !  Fanciullescamente  schietto  era  il  loro 
sentire,  il  poetare  della  loro  vergine  musa  !  Allorché  Ulisse  parla  del- 
rimmenso  mare  e  della  terra  interminata,  il  suo  verso  è  si  vero,  sì  sen- 
tito, sì  umano,  e  pur  si  grandioso  e  si  facondo  !  Che  mai  mi  giova  ripe- 
tere oggidì,  con  ogni  bimbo  di  scuola,  che  la  terra  è  rotonda,  e  saperne 
in  questo  più  in  là  del  padre  Omero  ?  L'uomo  non  ha  d'uopo  che  di 
poche  zolle  per  gustarvi  i  suoi  piaceri;  di  meno  ancora  per  dormirvi 
i  suoi  eterni  sonni. 

E  tra  gli  Ajypunti  e  ricordi  aveva  notato  anche  questo 
{Scritti  vari  ined.,  278): 

Che  gli  antichi  continuassero  veramente  mercè  la  loro  ignoranza 
a  provare  quei  diletti  che  noi  proviamo  solo  fanciulli  ?  Oh  sarebbero 
pur  da  invidiare,  e  si  vedrebbe  bene  che  quello  è  lo  stato  naturale  ecc. 

In  un  Pensiero  poi  del  16  novembre  '20,  annotava  (Zib. 
I,   396-97): 

Ed  una  di  queste  verità  che  son  comprese  nel  sistema  della  na- 
tura è  che  l'errore  e  l'ignoranza  è  necessaria  alla  felicità  delle  cose,  perchè 
l'ignoranza  e  l'errore  è  voluto,  dettato  e  stabilito  fortemente  da  lei, 
e  perch'ella  insomma  ha  voluto  che  l'uomo  vivesse  in  quel  tal  modo 
in  cui  ella  l'ha  fatto.  E  non  perchè  l'uomo  ha  voluto  speculare  il  fondo 
delle  cose,  contro  quello  che  doveva,  anzi  poteva  fare  naturalmente, 
perciò  è  meno  vero  ch'egli  doveva  ignorare  quello  che  ha  scoperto 
e  che  la  sua  felicità  sarebbe  stata  vera,  se  egli  avesse  errato  e  ignorato, 
quelle  verità  che  così  considerate  riescono  indifferenti  all'uomo  e  che 
la  natura  lia  seguite,  ma  segretamente,  nel  suo  sistema,  perchè  gli  erano 
necessarie   o   perchè  così  gli  è  piaciuto. 


334  ILLUSTRAZIONI 


Nascevi  ai  dolci  sogni...  (v.  106  ss.).  A  meglio  chiame 
questo  accenno  alla  poesia  ariostea,  può  valere  un  altro 
Pensiero  (Zib.  I,  259),  del  5  luglio  '20: 

Altro  è  la  forza,  altro  la  fecondità  deiriminaginazione,  e  l'ima 
può  stare  senza  l'altra.  Forte  era  l'immaginazione  di  Omero  e  di  Dante, 
feconda  quella  di  Ovidio  e  dell'Ariosto.  Cosa  che  bisogna  ben  distin- 
guere quando  si  sente  lodare  un.  poeta  o  chicchessia  per  l'immagina- 
zione. Quella  facilmente  rende  l'uomo  infelice  per  la  profondità  delle 
sensazioni,  questa  al  contrario  lo  rallegra  colla  varietà  e  colla  facilità 
di  fermarsi  sopra  tutti  gli  oggetti  e  di  abbandonarli  e  conseguente- 
mente colla  copia  delle  distrazioni.  E  ne  seguono  diversissimi  caratteri. 
Il  primo,  grave,  passionato,  ordinariamente,  ai  nostri  tempi,  melanco- 
nico, profondo  nel  sentimento  e  nelle  passioni,  e  tutto  proprio  a  soffrir 
grandemente  della  vita;  l'altro  scherzevole,  leggero,  vagabondo,  in- 
costante nell'amore,  bello  spirito,  incapace  di  forti  e  durevoli  passioni 
e  dolori  d'animo,  facile  a  consolarsi  anche  nelle  più  grandi  sventure. 

O  Torquato...  (v.  121  ss.).  11  Leopardi  s'era  foggiato  un 
Tasso  a  sua  immagine  ^.  Ed  è  commovente  leggere  la 
descrizione  ch'ei  fece  al  fratello  Carlo,  della  visita  al  con- 
vento di  Sant'Onofrio.  A  quanti  di  noi  Sant'Onofrio  non 
ha  fatto  ripensare  a  San  Vitale  ! 

Venerdì  15  febbraio  1823  fui  a  visitare  il  sepolcro  del  Tasso  e  ci 
piansi.  Questo  è  il  primo  e  l'unico  giacere  che  ho  trovato  in  Roma. 
La  strada  per  andarvi  è  limga,  e  non  si  va  a  quel  luogo  se  non  per  ve- 
dere questo  sepolcro;  ma  non  si  potrebbe  anche  venire  dall'America 
per  gustare  il  piacere  delle  lagrime  lo  spazio  di  due  minuti  ?  È  pur 
certissimo  che  le  immense  spese  che  qui  vedo  fare  non  per  altro  che 
per  procurarsi  vmo  o  un  altro  piacere,  sono  tutte  quante  gettate  all'aria, 
perchè  in  luogo  del  piacere  non  s'ottiene  altro  che  noia.  Molti  provano 
un  sentimento  d'indignazione  vedendo  il  cenere  del  Tasso  coperto 
e  indicato  non  da  altro  che  da  una  pietra  larga  e  lunga  circa  un  palmo 
e  mezzo,  e  posta  in  un  cantoncino  d'una  chiesuccia.  Io  non  vorrei  in 
nessun  modo  trovar  questo  cenere  sotto  un  mausoleo  *.  Tu  comprendi 


'  Cfr.  il  Dialogo  di  Torquato  Tasso  e  del  suo  Genio  familiare;  e 
le  lettere  al  Giordani  del  21  novembre  e  22  dicembre   1817. 

•  Verrebbe  fatto  di  pensare  che  avesse  in  mente  il  sonetto  del- 
l'Alfieri: «Del  sublime  cantore....  Qui  giaccion  l'ossa,  in  sì  negletta 
tomba  ?  Ahi  Roma  !  e  un'urna  a  chi  spiegò  tal  volo  Nieghi,  mentre  il 
gran  nome  al  ciel  riml>omba?  Mentre  il  tuo  maggior  tempio  al  vile 
stuolo  De'  tuoi  vescovi  re  fai  catacomba  ?  Turba  di  morti  che  non 
fur  mai  vivi,  Esci,  su  dunque;  e  sia  di  te  purgato  II  Vatican,  cui  di 
fetore  empivi:  Là,  nel  bel  centro  d'esso  ei  sia  locato.  Degno  d'entrambi 


LA    CANZONE    AL    MAI 


la  gran  folla  di  affetti  che  nasce  dal  considerare  il  contrasto  fra  la  gran- 
dezza del  Tasso  e  l'umiltà  della  sua  sepoltura.  Ma  tu  non  puoi  avere 
idea  d'un  altro  contrasto,  cioè  di  quello  che  prova  un  occhio  av^'ezzo 
alla  infinita  magnificenza  e  vastità  de'  monimaenti  romani,  paragonan- 
doli alla  piccolezza  e  nudità  di  questo  sepolcro.  Si  sente  una  trista  e 
fremebonda  consolazione  pensando  che  questa  povertà  è  pur  suffi- 
ciente ad  interessare  e  animar  la  posterità,  laddove  i  super])issimi 
mausolei,  che  Roma  racchiude,  si  osservano  con  perfetta  indifferenza 
per  la  persona  a  cui  furono  innalzati,  della  quale  o  non  si  domanda 
neppure  il  nome,  o  si  domanda  non  come  nome  della  persona  ma  del 
monumento.  Vicino  al  sepolcro  del  Tasso  è"  quello  del  poeta  Guidi, 
che  volle  giacere  prope  magnos  Torquati  cineres,  come  dice  l'iscri- 
zione. Fece  molto  male.  Non  mi  restò  per  lui  nemmeno  un  sospiro. 
Appena  soffrii  di  guardare  il  suo  monumento,  temendo  di  soffocare  le 
sensazioni  che  avevo  provate  alla  tomba  del  Tasso.  Anche  la  strada 
che  conduce  a  quel  luogo  prepara  lo  spirito  alle  impressioni  del  sen- 
timento. B  tutta  costeggiata  di  case  destinate  alle  manifatture,  e  ri- 
suona  dello  strepito  de'  telai  e  d'altri  tali  istrumenti,  e  del  canto  delle 
donne  e  degli  operai  occupati  al  lavoro.  In  una  città  oziosa,  dissipata, 
senza  metodo,  come  sono  le  capitali,  è  pur  bello  il  considerare  l'im- 
magine della  vita  raccolta,  ordinata  e  occupata  in  professioni  utili. 
Anche  le  fisonomie  e  le  maniere  della  gente,  che  s'incontra  per  quella 
via,  hanno  un  non  so  che  di  più  semplice  e  di  più  umano  che  quelle 
degli  altri;  e  dimostrano  i  costumi  e  il  carattere  di  persone,  la  cui  vita 
si  fonda  sul  vero  e  non  sul  falso,  cioè  che  vivono  di  travaglio  e  non 
d'intrigo,  d'impostura  e  d'inganno,  come  la  massima  parte  di  questa 
popolazione. 

Nello  Zibaldone  poi  (II,  5),  aveva  già  notato,  il  28  di- 
cembre '20: 

Chiunque  conosce  intimamente  il  Tasso,  se  non  riporrà  lo  scrit- 
tore o  il  poeta  fra  i  sommi,  porrà  certo  l'uomo  fra  i  primi  e  forse  nel 
primo  luogo  del  suo  tempo. 

E  il  17  marzo  '21  (II,   195): 

Sebbene  il  Tasso  non  si  può  veramente  nel  suo  genere  dire  per- 
fetto, neppur  sommo  come  Omei'o  (che  sommo  fu  egli,  ma  non  il  suo 
poema,  né  egli  quivi),  contuttociò  l'Italia  dopo  lui  non  ebbe  poema 
epico  degno  di  memoria,  sebbene  molti  o  piccoli  o  mediocri  ingegni 
tentassero  la  stessa  carriera.  Anzi,  quantunque  vi  sia  tanta  dift'erenza 


il  monumento  quivi  Michelangelo  ergeva  al  gran  Torquato  ».  —  Come 
si  sa,  nel  1857  Pio  IX  fece  poi  costruire  ini  monumento  in  quella  cap- 
pella, dove  il  Tasso  è  atteggiato  in  una  posa  assai  melodrammatica. 
Scultore  fu  il  padovano  Giuseppe  de  Fabris.  In  quella  stessa  chie- 
setta è  sepolto  il  cardinal  Mezzofanti,  morto  nel   1849. 


336  ILLUSTRAZIONI 


fra  il  genere  del  poema  dell'Ariosto  e  quello  del  Tasso,  pure  sembrò 
strano  ch'egli  si  accingesse  a  quel  travaglio  dopo  l'Ariosto  ;  e,  pubblicata 
la  Gerusalemme,  i  suoi  nemici  non  mancarono  di  paragonarla  all'Or- 
lando,  di  posporla,  di  accusare  il  Tasso  di  temerità  ecc.  ^ 

E  il  9  aprile  '21,  aveva  scritto  al  Perticari: 

Mi  confortate  amorosamente  ch'io  non  mi  lasci  vincere  dalla  tri- 
stezza, e  mi  ricoveri  nella  sapienza.  Conte  mio,  fu  detto  con  verità  che 
quegli  che  non  è  stato  infelice  non  sa  nulla;  ma  è  parimente  vero  che" 
l'infelice  non  può  nulla:  e  io  credo  che  il  Tasso  non  per  altra  cagione 
sieda  piuttosto  sotto  che  a  fianco  de'  tre  sommi  nostri  poeti,  se  non 
perch'egli  fu  sempre  infelicissimo. 

E  parecchio  piii  tardi,  il  14  marzo  '27,  annotava  (Zib. 
VII,    195-96): 

Dei  nostri  sommi  poeti,  due  sono  stati  sfortunatissimi.  Dante  e 
il  Tasso.  Di  ambedue  abbiamo  e  visitiamo  i  sepolcri:  fuori  delle  patrie 
loro  ambedue.  ]Ma  io,  che  ho  pianto  sopra  quello  del  Tasso,  non  ho  sen- 
tito alcun  moto  di  tenerezza  a  quello  di  Dante:  e  così  credo  che  av- 
venga generalmente.  E  nondimeno  non  mancava  in  me,  né  manca 
negli  altri,  un'altissima  stima,  anzi  ammirazione,  verso  Dante;  mag- 
giore forse  (e  ragionevolmente)  che  verso  l'altro.  Di  più,  le  sventure  di 
quello  furono  senza  dubbio  reali  e  grandi;  di  questo  appena  siamo  certi 
che  non  fossero,  almeno  in  gran  parte,  immaginarie  :  tanta  è  la  scarsezza 
e  l'oscurità  delle  notizie  che  abbiamo  in  questo  particolare:  tanto  con- 
fuso, e  pieno  continuamente  di  contradizioni,  il  modo  di  scriverne  del 
medesimo  Tasso,  ]\Ia  noi  veggiamo  in  Dante  un  uomo  d'animo  forte, 
d'animo  bastante  a  reggere  e  sostenere  la  mala  fortuna;  oltracciò  un 
uomo  che  contrasta  e  combatte  con  essa,  colla  necessità,  col  fato.  Tanto 
più  ammirevole  certo,  ma  tanto  meno  amabile  e  conamiserabile.  Nel 
Tasso  veggiamo  uno  che  è  vinto  dalla  sua  miseria,  soccombente,  at- 
terrato, che  ha  ceduto  all'avversità,  che  soffre  continuamente  e  patisce 
oltre  modo.  Sieno  ancora  immaginarie  e  vane  del  tutto  le  sue  calamità, 
la  infelicità  sua  certamente  è  reale.  Anzi  senza  fallo,  se  ben  sia  meno 
Bfortimato  di  Dante,  egli  è  molto  più  infelice. 


*  Nei  primi  del  '27  notò  «  come  cosa  solamente  poco  nota  oggidì, 
e  ciu-iosa  da  sapersi,  che  lo  stesso  argomento  della  Oerusalemme,  nello 
stesso  tempo  del  Ta.'^so,  fu  trattato  in  un  poema  latino,  di  12  libri, 
intitolato  la  Siriade,  da  un  altro  Italiano,  cioè  da  Pietro  Angelio  o 
degli  Angeli,  da  Barga,  castello  di  Toscana...  ».  Zib.  VII,  171-72.  — 
Il  Leopardi  amava  e  ammirava  il  Tasso  anche  come  tipo  di  poeta - 
filosofo.  Una  filosofìa,  come  la  sua,  di  cui  egli  era  la  vittima;  e  un 
filosofo  ch'era  il  preciso  opposto  di  ciò  che  il  volgo  chiama  filosofo. 
Cfr.  F.  Tocjco,  nella  misceli,  nuziale  Da  Dante  al  Leopardi,  Milano, 
Hoepli,  1904. 


LA    CANZONE    AL    MAI  337 

Ombra  reale  e  salda  Ti  parve  il  nulla...  (v.  130-31). 
Cfr.  Zib.  1,  195:  «  Io  era  spaventato  nel  trovarmi  in  mezèo 
al  nulla,  un  nulla  io  medesimo.  Io  mi  sentiva  come  soffo- 
care, considerando  e  sentendo  che  tutto  è  nulla,  solido  nulla  >'. 

h'Allohrogo  feroce  (v.  155)  è  un'eco  del  fero  Allohrogo 
pariniano  i.  E  anche  la  figura  da  Farinata  del  grande  tra- 
gico, che  si  leva  solo  nel  suo  tempo,  impugnando  il  «  terri- 
bile Odiator  de'  tiranni  Pugnale,  onde  Melpomene  Lui  fra 
gl'itali  spirti  unico  armò  »,  appare  sbozzata  a  immagine 
di  quella  che  salta  sii  dall'ode  pariniana  appunto,  ealtre.sì 
dal  carme  foscoliano.  Tuttavia  mette  conto  di  riferire  la 
chiusa  del  sonetto  di  protesta  che  l'Alfieri,  pose  in  fine  dei 
libri  Della   Tirannide: 

Un  dio  feroce,  ignoto  un  dio  da  tergo 

Me  flagellava  infin  da  quei  primi  anni, 

A  cui  maturo  e  impavido  mi  attergo. 
Né  pace  han  mai,  né  tregua  i  caldi  affanni 

Del  mio  libero  spirto,  ov'io  non  vei'go 

Aspre  carte  in  eccidio  dei  Tiranni. 

Ed  è  degno  di  nota  che  proprio  l'Alfieri,  nel  son.  Quattro 
gran  vati  ed  i  maggior  son  questi,  aveva  sospirato  di  essere 
annoverato  quinto  nel  canone  dei  nostri  poeti  sommi.  Vi 
aveva  detto: 

Primo  è  quei  che  scolpìa  la  infernal  chiostra; 

Tu,  gran  padre  d'amor,  secondo  resti; 

Terzo  è  il  vìvo  pittor  che  Orlando  mostra; 

Poi  tu,  ch'epico  carme  a  noi  sol  desti.... 
Dell'allòr,  che  dal  volgo  l'uom  divide, 

Riman  fra  loro  un  quinto  serto  augusto: 

Per  chi?  —  Forse  havvi  ardir  cui  Febo  arride. 

In  una  delle  prime  lettere  al  Giordani,  del  30  aprile  '17, 
l'infelice  recanatese  scriveva: 

È  un  bel  dire:  Plutarco,  l'Alfleri  amavano  Cheronea  ed  Asti.  Le 
amavano  e  non  vi  stavano.  A  questo  modo  amerò  ancor  io  la  mia  patria 
quando  ne  sarò  lontano. 


'  V.  le  Poesie  di  O.  Panni,  Milauo,'  Hoepli,  1913,  p.  170-71;  e 
La  vita,  le  rime  e  altri  scritti  minori  di  V.  Alfieri,  ivi,  1917,  p.  59-60. 
—  Sì  ricordi  Giovenale,  VII,  214:  «  ...Rufum,  qui  toties  Ciceronem 
Allobroga  dìxit  ". 

22.  —  G.  Leopardi. 


ILLUSTEAZIONI 


E  qualclie  mese  più  tardi,  il  29  dicembre: 

Dice  santamente  il  mio  caro  Alfieri  nella  sua  Vita,  ch'egli  non  di- 
sputava mai  con  nessuno  con  cui  non  fosse  d'accordo  nelle  massime. 
E  questa  credo  che  sia  la  pratica  dei  veri  savi. 

In  quei  giorni  il  giovanetto  s'esaltava  appunto  nella 
lettura  di  quella  mirabile  Vita.  «  La  notte  avanti  il  27  no- 
vembre, stando  in  letto,  prima  di  addormentarmi,  avendo 
poche  ore  avanti  finito  di  leggere  la  Vita  dell'Alfieri,  e 
pochi  minuti  prima,  stando  pure  in  letto,  biasimata  la 
mia  facilità  di  rimare,  e  detto  fra  me  che  dalla  mia  penna 
non  uscirebbe  mai  sonetto;  venutomi  poi  veramente  prima 
il  desiderio  e  proponimento  di  visitare  il  sepolcro  e  la  casa 
dell'Alfieri,  e  dopo-  il  pensiero  che  probabilmente  non 
potrei»,  —  aveva  composto,  tutto  d'un  fiato,  i)roprio  un 
sonetto.  Che  rimase  inedito  nelle  sue  carte  ^;  e  suona  così: 

In  chiuder  la  tua  storia,  ansante  il  petto, 

Vedrò,  dissi,  il  tuo  marmo.   Alfieri  mio. 

Vedrò  la  parte  aprica  e  il  dolce  tetto 

Onde  dicesti  a  questa  terra  addio  ! 
Così  dissi  inaccorto.  E  forse  ch'io 

Pria  sarò  steso  iif  sul  funereo  letto, 

E  de  l'ossa  nel  flebile  ricetto 

Prima  infinito  adombrerammi  obblio: 
Misero  quadrilvistre.  E  tu  nemica 

La  sorte  avesti  pur;  ma  ti  rimbomba 

Fama  che  cresce  e  un  dì  fia  detta  antica. 
Di  me  non  suonerà  l'eterna  tromba; 

Starommi  ij^noto,  e  non  avrò  chi  dica: 

A  piangere  i*  verrò  su  la  tua  tomba. 

L'8  dicembre   '20,   annotava  nello   Zibaldone   (I,   440): 

Un'altra  gran  cagione  dell'estinguersi  che  fece  subitamente  l'ori- 
ginalità vera  e  la  facoltà  creatrice  nella  letteratura  italiana,  origina- 
lità finita  con  Dante  e  il  Petrarca,  cioè  subito  dopo  la  nascita  di  essa 
letteratura,  può  essere  l'estinzione  della  libertti  e  il  passaggio  dalla 
forma  repubblicana  alla  monarchica,  la  quale  costringe  lo  spirito  im- 


'  Scritti  vari  inediti  di  G.  L.,  p.  17.  Lo  ebbe  a  publdicar  prima  lo 
Zumbiiii  nella  Settimana  di  NapoU,  29  giugno  1902.  Tra  gli  Scritti  vari 
è  pur  venuto  alla  luce  (p.  8-12)  il  frammento  d'una  tragedia,  «  comin- 
ciata il  30  luglio  1816  »,  Maria  Antonietta,  nel  quale  lo  Zumbini  (Studi 
sul  L.,  T,  249)  .segnala  il  novello  «influsso  alfieriano    . 


LA    CANZONE    AL    MAI  oDO 


pedito  e  scacciato  o  limitato,  uelle  idee  e  nelle  cose  a  ri^^olgersi  alle 
parole....  La  letteratura  italiana  non  è  stata  più  propriamente  ori- 
giaale  e  inventiva.  L'Alfieri  è  un'eccezione  dovuta  al  suo  spirito  li- 
bero e  contrario  a  quello  del  tempo,  e  alla  natura  de'  governi  sotto 
cui  visse. 

Più  tardi,  poneva  in  bocca  allo  stesso  Parini,  nell'o])^- 
retta  che  da  questi  s'intitola  (cap.  1),  la  sentenza,  vera- 
mente memorabile: 

Se  il  soggetto  principale  delle  lettere  è  la  vita  umana,  e  il  primo 
intento  della  filosofia  l'ordinare  le  nostre  azioni;  non  è  dubbio  che 
l'operare  è  tanto  più  degno  e  più  nobile  del  meditare  e  dello  scrivere, 
quanto  è  più  nobile  il  fine  che  il  mezzo,  e  quanto  le  cose  e  i  soggetti 
importano  più  che  le  parole  e  i  ragionamenti.  Anzi  niim  ingegno  è 
creato  dalla  natura  agli  studi:  ne  l'uomo  nasce  a  scrivere,  ma  solo  a 
fare.  Perciò  veggiamo  che  i  più  degli  scrittori  eccellenti,  e  massime 
de'  poeti  illustri,  di  questa  medesima  età:  come,  a  cagione  di  esempio, 
Vittorio  Alfieri;  furono  da  principio  inclinati  straordinariamente  alle 
grandi  azioni:  alle  quali  ripugnando  i  tempi,  e  forse  anche  impediti 
dalla  fortuna  propria,  si  volsero  a  scrivere  cose  grandi.  Né  sono  pro- 
priamente atti  a  scriverne  quelli  che  non  hanno  disposizione  e  virtù 
di  farne.  E  puoi  facilmente  considerare,  in  Italia,  dove  quasi  tutti  sono 
d'animo  alieno  dai  fatti  egregi,  quanto  pochi  acquistino  fama  durevole 
colle  scritture. 

Le  quali  parole  non  possono  non  richiamarci  alla  mente 
quelle  che  per  l'appunto  l'Alfieri  rivolgeva  Alla  libeHà 
nel  dedicarle  i  suoi  libri  Della  Tirannide.  Dopo  d'aver  ac- 
cennato a  quegli  autori  cui  ■  manca  il  pienamente  e  forte- 
mente volere»,  lo  scrittore  magnanimo  ripigliava: 

Io,  che  in  tal  guisa  scrivere  non  disegno;  io,  che  per  nessun'altra 
cagione  scriveva,  se  non  perchè  i  tristi  miei  tempi  mi  vieta van  di  fare: 
io,  che  ad  ogni  vera  incalzante  necessità  abbandonerei  tuttavia  la  penna 
per  impugnare  sotto  il  tuo  nobile  vessillo  la  spada;  ardisco  io  a  te  sola 
dedicar  questi  fogli. 

E  i  lettori  avranno  notato  che  nella  dedica  al  Trìssino, 
dianzi  riferita,  l'ardente  Giacomo  aveva  quasi  parafrasato 
ciò  che  l'Alfieri,  caro  al  suo  italianissimo  cuore  ^  (ci  vole- 


^  Una  volta  Giacomo,  scrivendo  allo  Stella  (7  apr.  '26),  cita  l'au- 
torità  dell'Alfieri  perfino  a  proposito  di  correzioni  sulle  prove  di  stampa  : 
«Ella  sa  che  l'Alfieri  diceva  che  un'opera  già  copiata  e  pronta  per  la 
stampa   è   mezzo   fatta  :   l'altra   metà   della   fatica   è   quella   di  condur 


340  ILLUSTRAZIONI 


vaino  noi,  nati  la  sesta  giornata,  per  trovar  da  ridire  su 
quel  carattere  adamantino!),  aveva  scritto  in  fronte  a  co- 
desto suo  libro  nobilissimo,  e  ripetuto  qua  e  là  nelle  sue 
prose  e  nelle  mirabili  Bime. 

A  cui  dal  polo...  (v.  155).  «  È  pigliato  all'usanza  latina 
per  cielo  »,  ebbe  a  dichiarare  il  poeta  nelle  Annotazioni 
alla  stampa  bolognese  del  '24;  e  ne  giustificò  l'uso,  non 
registrato  dal  Vocabolario,  con  un  esempio  del  Einuccini. 
Tuttavia  par  proprio  che  a  suggerirglielo  fosse  l'Alfieri 
stesso.  Il  quale  aveva  detto  (Saul,  III,  4):  «di  tua  fiamma 
tanta  un  raggio  solo...  or  manda  a  noi  dal  polo  »;  e  ripetuto: 
e  Fin  presso  al  polo  aquila  altera  ei  stende  Le  reverende 
risuonanti  penne  ».  Il  Leopardi  l'usò  poi  anche  altre  volte: 
«  Ma  per  te  stesso  al  polo  ergi  la  mente  »,  A  un  vincitore 
nel  pallone,  v.  59;  «L'atro  polo  di  vaga  iri  dipinse  »,  Ai 
Patriarchi,  v.    64. 

L'inciso  Memorando  ardimento!  (v.  159)  riecheggia,  a 
mio  avviso,  un  luogo  della  dedicatoria  del  libro  III  Del  prin- 
cipe e  delle  lettere,  dove  l'Alfieri  aveva  esclamato:  «Voi 
dunque,  o  Socrati,  Fiatoni,  Omeri,  Demosteni,  Ciceroni, 
Sofocli,  Euripidi,  Findari,  Alcei,  e  tanti  altri  incontaminati 
e  liberi  scrittori,  inspiratemi  or  voi,  non  meno  che  salde  ra- 
gioni, virile  e  memorando  ardimento  »,  E  mette  conto  di 
riferire  quanto  il  Leopardi  scrisse  all' ab.  Melchiorre  Mis- 
sirini,  che  minacciava  di  comporre  una  tragedia  su  non 
so    quale  argomento  di  storia  italiana  (15  genn.  '25): 

ed  io  avrò  per  carissimo  che  Ella  si  compiaccia  di  comunicarmi 

quella  Sua  nuova  tragedia,  dove  Ella  avrà  certamente  avuto  più  luogo 
a  dimostrare  l'affetto  e  l'anima  verso  la  patria,  ed  a  seguire  quel  grande 
scopo  nazionale  di  Alfieri,  del  quale  principalmente  intesi  parlare  quando 
dissi  che  ninno  era  per  anche  sceso  nell'arena  dietro  a  quel  tragico, 
sebbene  più  d'una  tragedia,  degna  della  scena  per  altre  doti,  abbia 
poi  veduta  la  luce  in  Italia. 

E  così  per  riguardo  dell'Alfieri,  come  de'  prischi  eroi 
le   cui  spente   lingue  il  Leopardi   si  augurava  di   risentire 


l'edizione.  Spesso  molte  imperfezioni  che  non  si  sono  ravvisate  nel 
manoscritto  saltano  agli  occhi  dell'autore,  quando  egli  vede  la  sua 
opera  in  istampa  ».  E  cfr.  Epist.  I,  41,  53.... 


LA    CANZONE    AL    MAI  341 

(v.   177-78),  è  notevole  questo  Pensiero  del,  30  maggio  '■22 
(Zib.   IV,   249-50): 

Se  l'uomo  sia  nato  per  pensare  o  per  operare,  e  se  sia  vero  che  il 
miglior  uso  della  vita,  come  dicono  alcuni,  sia  l'attendere  alla  filosofìa 
ed  alle  lettere  (quasi  che  queste  potessero  avere  altro  oggetto  e  ma- 
teria che  le  cose  e  la  vita  tmiana  e  il  regolamento  della  medesima,  e 
quasi  che  il  mezzo  fosse  da  preferirsi  al  fine),  osservatelo  anche  da 
questo.  Nessim  uomo  fu  né  sarà  mai  grande  nella  filosofìa  o  nelle  let- 
tere, il  quale  non  fosse  nato  per  operare  più  e  più  gran  cose  degli  altri, 
non  avesse  in  sé  maggior  vita  e  maggior  bisogno  di  vita  che  non  ne 
hanno  gli  uomini  ordinarii,  e  per  natura  ed  inclinazione  sua  primitiva 
non  fosse  più  disposto  all'azione  e  all'energia  dell'esistenza  che  gli 
altri  non  sogliono  essere.  La  Staèl  lo  dice  dell'Alfieri  \  anzi  dice  ch'egli 
non  era  nato  per  iscrivere,  ma  per  fare,  se  la  natura  de'  tempi  suoi 
(e  nostri)  glielo  avesse  permesso.  E  perciò  appunto  egli  fu  vero  scrit- 
tore, a  differenza  di  quasi  tutti  i  letterati  o  studiosi  italiani  del  suo  e 
del  nostro  tempo.  Fra'  quali,  siccome  nessuno  o  quasi  nessuno  è  nato 
per  fare  altro  che  fagiolate,  perciò  nessimo  o  quasi  nessuno  è  vero  filosofo 
né  letterato  che  valga  un  soldo.  Al  contrario  degli  stranieri,  massime  degli 
inglesi  e  francesi,  i  quali,  per  la  natura  de'  loro  governi  e  condizioni 
nazionali,  fanno  e  sono  noti  per  fare  più  degli  altri.  E  quanto  più  fanno 
o  sono  naturalmente  disposti  a  fare,  tanto  meglio  e  più  altamente  o 
straordinariamente  pensano  e  scrivono  *. 


'  Corinne,  1.  VII,  Qh.  2.  La  Staèl  aveva  scritto:  «  C'est  avec  un 
respect  profond  pour  le  caractère  d'Alfieri  que  je  me  permettrai  quel- 
qixes  réflexions  sur  ses  pièces.  Leur  but  est  si  noble,  les  sentiments 
que  l'auteur  exprime  sont  si  bien  d'accord  avec  sa  conduite  persou- 
nelle,  que  ses  tragédies  doivent  toujours  ótre  louées  cornine  des  actions, 
quaud  mème  elles  seraient  critiquées,  à  quelques  égards,  comme  des 
ouvrages  littéraires....  Alfieri,  par  un  hasard  singulier,  était,  pour  alnsi 
dire,  transplanté  de  l'antiquité  dans  les  temps  modernes;  il  était  né 
pour  agir,  et  il  n'a  pu  qu'écrire:  son  style  et  ses  tragédies  se  ressen- 
tent  de  cette  contrainte.  Il  a  voulu  marcher  par  la  littérature  à  un  but 
politique:  ce  but  était  le  plus  noble  de  tous  sans  doute;  mais  n'ini- 
porte,  rien  ne  denaturo  les  ouvrages  d'imagination  conime  d'en  avoli- 
un.  Alfieri...  a  vpulu  donner  à  se?  tragédies  le  caractère  le  plus  au- 
stère ».  —  Colgo  questa  occasione  per  segnalare  l'opuscolo  di  Sofia 
Ravasi,  Leopardi  et  Mme  de  Staèl,  Milano  1910. 

*  Per  questa  canzone,  cfr.  altresì:  E.  Zerbini,  A.  Mai  e  G.  L.. 
Bergamo  1882;  G.  Taorìhxa,  Sul  canto  leopardiano  ad  A.  Mai,  Pa- 
lermo 1890;  V.  Russo,  tra  le  Note  di  letteratura  ed  arte,  Catania  1910: 
Cesira  Perpolli,  G.  L.  e  il  De  Re  publica  di  Cicerone,  nell'i  Athenaeum  < 
di  Pavia,  V,  luglio  1917. 


ILLUSIRAZIUNI 


ALLA   SORELLA   PAOLINA 
E    A   UN    VINCITORE    NEL   PALLONE 


I. 

Coììi posizione  e  prime  tracce.  —  «  Alla  sorella  Paolina  ».  — 
Il  giudizio  del  De  Sanciis.  —  Le  donne  e  le  sorti  d'Italia. 
—  Le  «  beate  larve  »,  «  Vantico  error  »,  V  «  ermo  lido  », 
r«  obbrobriosa  etate  ».  —  I  figliuoli  «  m^iseri  o  codardi  ».  — 
Il  a  gradi  petto  n.  —  a  Nefaìido  stile  n.  —  a  Yirtìc  viva 
sprezziam  ».  —  Mimnermo  e  Anacreonte.  —  Amore  sprone 
a  virtù,.  —  Il  K  femmineo  core)),  il  n  rozzo  a^cciar  )), 
?'((  Èrebo  ».  —  La  «  Virginia  »  alfieriana  e  la  manzoniana. 

Pur  (jueste  due  canzoni  nacquero  gemelle.  In  capo  a 
una  serie  di  Abbozzi  e  appunti  per  opere  da  comporre,  ri- 
trovati neUe  carte  napoletane,  è  lo  schema  di  un'ode 
Dell'educare  la  gioventii  italiana,  «  sul  gusto  dell'ode  2, 
1.  3,  d'Orazio  »,  che  le  avrebbe  suppergiù  contenute  entrambe. 
Dice: 

A  voi  sta,  padri,  madri,  di  far  forti  i  vostri  figli,  e  dar  loro  grandi 
pensieri  e  inclinazioni;  a  voi,  d'ispirar  loro  l'amor  della  patria.  Povera 
patria  !  ecc.  —  e  si  può  usare  il  pensiero  di  Foscolo  che  ho  segnato  ne' 
miei  [v.  dianzi,  p.  288].  —  Verrà  forse  tempo  che  l'armento  insulterà  alle 
ruine  de'  nostri  antichi  sommi  edifizi  ecc.  Pensate  che  se  non  farete 
quello  che  sarà  in  voi  ecc.,  forse  i  vostri  figli  sopravviveranno  alla  patria 
loro.  Questo  tempo  è  gravido  di  avvenimenti:  ricordanze  de'  fatti  pas- 
sati; grandi  pensieri;  calor  d'animo  ecc.  non  lo  sprecate:  la  generazione 
che  sorge  ne  profitti  per  cura  vostra.  Quando  ci  libereremo  dalla  super- 
stizione, dai  pregiudizii  ecc.;  quando  trionferà  la  verità,  il  dmtto,  la 
ragione,  la  virtù,  se  non  adesso  ?  Quando  risorgerà  l'amor  della  patria  ? 
quando  ?  sarà  morto  per  sempre  ?  non  ci  sarà  più  speranza  ?  Io  parlo 
a  voi:  ricordatevi  che  fortes  creaniur  fortibus  et  bonis.  Ora  ora  è  '1  tempo 
da  ritrarre  il  collo  dal  giogo  antico  e  da  squarciare  il  velo  ecc.  O  in  questa 
generazione  che  nasce,  o  mai.  Abbiatela  per  sacra,  destatela  a  grandi 
cose,  mostratele  il  suo  destino,  animatela.  Così  faceano  gli  antichi 
padri;  così  le  madri  spartane  usciano  incontro  ai  loro  figli  morti  per  la 
patria  ecc.  E  voi,  donne  giovani,  spronate  i  vostri  amanti  ad  alte  im- 


LA  CANZONE  ALLA  PAOLINA  343 

])rese.  Sublimità  di  pensieri  e  coraggio  inaudito  e  desiderio  di  morte 
che  può  ispirar  l'amore.  Onnipotenza  di  chi  combatte  o  fa  altra  bella 
cosa  in  presenza  della  sua  amante,  o  col  pensiero  di  lei.  Siate  grandi,  o 
giovani  mie:  imitate  le  antiche.  —  Si  può  finire  coll'esempio  di  Pantea 
esortante  il  marito  a  combattere  l'oppressore  dell'Asia  ecc.,  o  colla 
costanza  di  Virginia,  o  con  altro  esempio  di  donna  verso  l'amante, 
che  forse  si  potrà  trovare  in  Plutarco,  Delle  donne  illustri.  Si  potrà  anche 
fare  im'apostrofe  ai  giovani  stessi,  come  nel  mio  discorso  sui  Romantici. 
Raccontato  il  fatto  di  Pantea,  si  può  conchiudere  sul  gusto  di  Fortu- 
nati ambo!  Si  quaeret  Pater  urbium  ecc. 

E  un  poco  più  avanti,  tra  gli  stessi  Abbozzi  e  appunti, 
e  con  la  data  del  1821,  è  quest'altra  traccia,  più  precisa: 

A  Virginia  Romana.  Canzone  dove  si  finga  di  vedere  in  sogno 
l'ombra  di  lei,  e  di  parlargli  [sic]  teneramente  tanto  sul  suo  fatto  quanto 
sui  mali  presenti  d'Italia  ^ 

E  in  verità  questa  alla  Paolina  si  potrebbe  più  propria- 
mente, com'ebbe  a  dire  il  De  Sanctis,  chiamare  «  la  can- 
zone di  Virginia  ».  11  matrimonio  della  sorella,  desiderato 
dai  parenti  e  da  lei  e  lietamente  annunziato  da  lui,  ma  mi- 
seramente sfumato  come  sfumarono  tutti  gli  altri  simili 
trattati  pur  caldeggiati  da  Giacomo  -,  non  le  servì  che  di 
pretesto.  «  Questa  canzone  per  nozze  è  vestita  a  lutto  ; 
l'idillio  x^rende  sin  dal  principio  una  intonazione  tragica, 
e  riflette  in  sé  non  solo  il  lutto  del  poeta,  ma  il  lutto  del- 
l'universo. Il  matrimonio  »,  riassumo  ancora  dal  De  Sanctis, 
«  rimane  una  semplice  occasione  che  fa  divampare  nell'a- 
nima poetica  del  giovane  quella  certa  serie  d'idee  sul  mondo 
e  sull'uomo  già  fissa,  divenuta  già  consuetudine  e  natura 
del  suo  intelletto....  È  un  canto  funebre,  la  vita  in  tragedia.... 
Paolina  presto  scompare  come  un  a  solo  schiacciato  dal 
coro;  e  il  coro  sono  le  donne:  Donne,  da  voi  non  poco  La 
patna  aspetta....  Questo  è  il  vero  contenuto  della  canzone, 
la  missione  educativa  della  donna  foggiata  a  modo  classico. 
Nelle  idee  si  sente  l'Alfieri,  nella  forma  si  sente  Foscolo.... 
Si  vede  un"immaginazione  contenuta,  che  innanzi  a'  mali 


^  Scritti  vari  inediti,  390-91,  395.  Pantea  era  la  moglie  di  Abradata 
re  di  Susiana,  la  quale,  all'annunzio  che  il  marito  era  morto,  si  uccise. 

«  Epist.  I,  159-60,  338,  311,  343,  398,  406,  411,  421,  430,  434-35, 
461,  ecc. 


144  ILLUSTRAZIONI 


obbrobriosi  della  patria  uou  si  slancia  nelle  onde  di  un  av- 
venire vendicatore,  in  cui  non  ha  fede,  ma  si  ripiega  nelle 
memorie  classiche,  dove  trova  le  orme  de'  primi  studi 
e  delle  prime  ispirazioni,  e  dove  trova  le  immagini  dei  ve- 
tusti divini,  e  di  quei  tipi  maschili  di  donna  di  cui  s'inna- 
morò Alfieri.  Là  trova  la  donna  spartana,...  e  là  trova  Vir- 
ginia. Ma  il  tipo  nella  contemplazione  gli  si  raddolcisce,  ed 
ecco  venir  fuori  una  Virginia  non  romana,  ma  umana, 
percossa  dal  coltello  tra'  dolci  sogni  della  giovinezza.  Alfieri 
avrebbe  chiamato  eroico  quel  paterno  acciaro  ;  Leopardi 
lo  chiama  rozzo,  in  mezzo  a  v.n  ritmo  divino,  che  dando  evi- 
denza alla  percossa  aggiunge  allo  strazio,  perchè  in  quel 
punto  c'è  in  lui  l'uomo  più  che  il  patriota,  e  vagheggia  la 
trafitta  con  immaginazione  d'artista.  Un  tratto  simile 
non  lo  trovi  in   tutte  le  tragedie  di  Alfieri  »  ^ 

Il  De  Sanctis  soggiunge:  «  Questa  canzone  è  tra  le  piìi 
elaborate.  Indovini  molte  cesellature,  è  martellata  quasi 
ogni  frase.  Versi  dolcissimi  e  di  fattura  moderna  rimangono 
naufraghi  tra  forme  arcaiche  e  mitologiche,  e  costruzioni 
e  vocaboli  insoliti;  e  paiono  splendori  sotterranei  che  ti 
giungono  in  mezzo   al  buio  ». 

È  degno  di  nota  come,  ancora  in  una  lettera  da  Pisa 
del  19  marzo  '28,  Giacomo  scrivesse  all'Antonietta  Tom- 
m  asini: 

Vi  ringrazio  della  vostra  affettuosa  ultima,  piena  di  cosi  nobili 
sentimenti  d'amor  patrio.  Se  tutte  le  donne  italiane  pensassero  e  sen- 
tissero come  voi,  e  procedessero  conforme  al  loro  pensare  e  sentire, 
la  sorte  dell'Italia  già  fin  d'ora  sarebbe  diversa  assai  da  quella  che  è. 
Non  è  da  sperarsi  che  tutte  vi  sieno  uguali,  ma  è  da  desiderarsi  che 
molte  sieno  indotte  dal  vostro  esempio  a  rassomigliarvi. 

La  canzone  fu  composta  nell'ottobre  e  novembre  del 
'22,  dopo  quelle  A  un  vincitore  nel  pallone,  Bruto,  Alla 
primavera.  Saffo,  Ai  Patriarchi;  le  quali  le  furono  bensì 
proposte  nel  volume  dei  Canti,  ma  erano  state  scritte  tra 
il  novembre   1821  e  il  luglio  dell'anno  successivo. 


'  studio  su  a.  L..  p.  l!?l  ss.  Circa  l'elemento  alfieriano  di  questa 
canzone,  cfr.  N.  Vacca.lluz/.o,  V.  Alfieri  e  il  seìitimento  patriottico  di 
O.  L.,  Messina  1898,  p.  27  ss.;  per  maggiori  notizie  sulla  Paolina, 
B COHEN -CoNiGLiAXi,  Im,  donna  nella  vita  e  nelle  opere  di  O.  L.,  p.  59  es. 


LA  CANZONE  ALLA  PAOLINA  345 

Le  beate  larve...  (v.  2-3).  Giacomo  e  qui  e  altrove  riiu- 
piaiige  appassionatamente  i  sogni  e  le  illusioni  della  fan- 
ciullezza.  Il   16  gennaio  '21  annotò  (Zib.   II,   36-7): 

Anzi,  osservate  che  forse  la  massima  parte  delie  iimnagini  e  sen- 
sazioni indefinite  clie  noi  proviamo  pure  dopo  la  fanciullezza  e  nel 
resto  della  vita  non  sono  altro  che  una  rimembranza  della  fanciullezza, 
si  riferiscono  a  lei,  dipendono  e  derivano  da  lei,  sono  come  un  influsso 
e  una  conseguenza  di  lei;  o  in  genere  o  anche  in  ispecie;  vale  a  dire, 
proviamo  quella  tal  sensazione,  idea,  piacere  ecc.,  perchè  ci  ricordiamo 
e  ci  si  rappresenta  alla  fantasia  quella  stessa  sensazione,  immagine  ecc., 
provata  da  fanciulli,  e  come  la  provammo  in  quelle  stesse  circostanze. 
Così  che  la  sensazione  presente  non  deriva  immediatamente  dalle  cose, 
non  è  un'immagine  degli  oggetti,  ma  della  immagine  fanciullesca;  ima 
ricordanza,  una  ripetizione,  \ina  ripercussione  o  riflesso  della  immagine 
antica.  E  ciò  accade  frequentissimamente.  Cosi  io,  nel  rivedere  quelle 
stampe  piaciutemi  vagamente  da  fanciullo,  quei  luoghi,  spettacoli, 
incontri  ecc.,  nel  ripensare  a  quei  racconti,  favole,  letture,  sogni  ecc., 
nel  risentire  quelle  cantilene  udite  nella  fanciullezza  o  nella  prima 
gioventù  ecc.  In  maniera  che,  se  non  fossimo  stati  fanciulli,  tali  quali 
siamo  ora,  saremmo  privi  della  massima  parte  di  quelle  poche  sensa- 
zioni indefinite  che  ci  restano,  giacché  non  le  proviamo  se  non  rispetto 
e  in  virtù  della  fanciullezza. 

L'antico  errar  (v.  3).  Il  buon  Mestica  si  fece,  nel  1880, 
propalatore  e  poi,  nel  1899,  paladino  della  stranissima  e 
assurda  opinione,  diffusasi  non  so  come  nelle  Marche,  che 
il  poeta  con  queste  parole  additasse  —  chi,  non  nato  nelle 
Marche,  lo  sospetterebbe  ?  —  la  Santa  Casa  di  Loreto  ! 
(Cfr.  ora  Studi  leopard.,  p.  211-12,  630-44).  Giova  riferire 
ciò  che  in  proposito  scriveva,  il  13  agosto  1870,  al  Viani 
il  fratello  prediletto  di  Giacomo,  Carlo:  «Non  respinga 
l'idea  di  visitare  la  casa  di  Giacomo;  bensì  nel  passare  per 
Loreto  respinga,  se  tanto  mi  è  lecito,  quella  che  Giacomo 
abbia  voluto  alludervi  ,nei  versi  da  Lei  citati.  L'antico 
error,  celeste  dono,  vuol  dire  le  illusioni  della  prima  età, 
o  io  non  intendo  più  il  linguaggio  di  Giacomo  !  »  ^.  E  anche 
la  noterella  del  De  wSanctis:  «  ....  cioè  le  illusioni  che  da 
tempi  antichissimi  parvero  cose  reali,  e  paiono  oggi  ancora 
nell'età  giovanile.  È  la  principale  idea  fissa   di  Leopardi; 


Appendice  alV Epistolario,  p.  xliu. 


i4G  ILLUSTRAZIONI 


e  lo  impicciniscono  quelli  che  credono  avere  egli  voluto 
alludere  alla  Madonna  di  Loreto.  Simili  miserie  troviamo 
negFinterpreti  di  Dante  e  di  Petrarca  »  ^. 

Quell'espressione  gli  xu  forse  suggerita  da  un  passo  del 
De  Bepuhlica  di  quel  Cicerone,  che  egli  proclamava,  oltre 
che  «  principe  della  raffinatezza  nella  prosa  latina  »  (Zib. 
lY,  78),  «predicatore  delle  illusioni»  (I,  107).  Vi  si  dice 
(II,  10):  «  Romuli  autem  aetatem...  iam  inveteratis  litteris 
atque  doctrinis  omnique  ilio  antiquo  ex  inculta  hominum 
vita  errore  sublato  fuisse  cernimus  ».  E  anche  altrove  {De 
finihus,  V,  I)  Cicerone,  discorrendo  del  potere  che  spesso 
hanno  i  luoghi,  di  suscitare  i  nostri  ricordi  e  commuoverci, 
si  esprime  così:  «  Naturane  nobis  hoc  datum  an  errore 
quodam,  ut,  cum  ea  loca  videamus,  in  quibus  memoria 
dignos  viros  acceperimas  multum  esse  versatos,  magis 
moveamur,  quam  si  quando  eorum  ipsorum  aut  facta 
audiamus  aut  scriptum  aliquod  legamus  ?»  2.  Al  nostro 
poeta  poi  «  le  parole  lontano,  antico,  e  simili  »  riuscivano 
«poeticissime  e  piacevoli,  perchè»,  diceva  (Zib.  III,  369: 
25  sett.  '21;  a  proposito  deUa  stanza  del  Furioso  I,  65), 
((  destano  idee  vaste  e  indefinite  e  non  determinabili  e  con- 
fuse ». 

Quest'ermo  Udo...  (v.  4).  Cfr.  il  son.  Solo  fra  i  mesti  miei 
jìensieri  in  riva  dell'Alfieri:  «  QiieìV ermo  lido  e  il  gran  fragor 
mi  empiva  II  cuor...  D'alta  malinconia»;  e  «le  sacre  di 
Roma  erme  mine  »,  nel  Beneficio  del  Monti  (v.  i)iìi  sii).  Il 
Leopardi  ebbe  molta  simpatia  per  codesto  epiteto  :  «  erme 
toiTi»,  Airitalia,  v.  2;  «erma  sede»,  Bruto.  11;  «orma 
terrena  sede».  Ai  Patriarchi^  36;  «ermo  colle  »,  L'infinito, 
I;  «erma  terra»,  La  vita  solitaria,  63;  «erme  contrade», 
La  ginestra,   8. 

L'obbrobriosa  etate...  (v.  6).  Nello  Zibaldone  (I,  366), 
il  17  ottobre  '20,  il  poeta  aveva  osservato: 

è  pur  troppo  acerbissima  oggidì  la  condiziono  dell'uomo  da  bene 


*  Studio  su  G.  L.,  p.   185. 

*  A.  Butti,  Briciole  leopardiane,  nel   «  Giora.  Stor.  d.  lett.  ital. 
XXX,    1897,   p.    512. 


LA    CANZONE    ALLA    PAOLINA  347 


che  si  unisce  in  matrimonio.  Perchè  s'egli  non  intende  di  portare  e 
far  sempre  vivere  i  suoi  figli  nelle  selve,  deve  tenere  per  indubitatissimo 
fino  da  quel  primo  punto  che  il  suo  matrimonio  non  frutterà  al  mondo 
altro  che  qualche  malvagio  di  più.  E  questo  non  ostante  qualunque 
indole,  qualunque  cura  o  arte  di  educazione  ecc.  Perchè,  da  che  \m 
uomo  qualimique  dovrà  entrare  nella  società,  è  quasi  matematica- 
mente certo  che  dovrà  divenire  un  malvagio,  se  non  tutto  a  un  tratto, 
certo  a  poco  a  poco  ;  se  non  del  tutto,  certo  in  gran  parte,  a  proporzione 
degli  ostacoli  ch'esso  gli  opporrà,  ma  che  in  tutti  i  modi  certamente 
saramio  vinti.  E  parimente  do vrebb 'esser  dolorosissimo  per  l'uomo  da 
bene  il  considerare,  nel  mentre  che  alleva  i  suoi  figli,  che  qualvmque 
sua  cura,  qualunque  immaginabile  speranza  di  virtù  ch'egli  ne  possa 
concepire,  è  certissimo,  per  infallibile  e  continua  esperienza,  che  sa- 
ranno, almeno  in  gran  parte,  inutili  e  vane.  Sicché  tutto  quello  che  può 
ragionevolmente  sperare  e  cercare  il  buon  educatore  è  d'istillare  ne' 
suoi  figli  tanta  dose  di  virtù,  che  venendo  senza  fallo  a  scemare,  pur 
ne  resti  qualche  poco,  a  proporzione  della  prima  quantità. 

Giova  forse  richiamare  ciò  che,  circa  quegli  anni  me- 
desimi, scriveva  il  Foscolo  da  Hottingen,  30  marzo  1816, 
alla  Donna  gentile:  «  Al  matrimonio  ho  sempre,  e  col  cuore 
e  con  le  illusioni  della  fantasia,  aspirato;  ma  la  sentenza 
Dove  non  è  patria  non  ti  procacciare  figliuoli  ha  vinto  ogni 
mio  desiderio  d'ammogliarmi  ».  E  il  Foscolo  stesso  in  uno 
dei  Frammenti  di  sermoni  [Poesie,  Firenze  1856,    p.    283): 

Orfano  errai;  di  me  pietà  mi  vinse; 

Pietà,  che  né  di  casti    abbracciamenti. 

Né  delle  cure  d'amorosa  moglie 

Io  non  compiacqui  mai  l'animo  mio: 

Ma  né  a  me  col  mio  sangue  educo  affanni. 

Né  al  tiranno  piti  nerbo  e  nuovi  schiavi. 

S'intende  che  il  Leopardi  non  poteva  conoscere  né  la 
lettera  né  il  frammento  foscoliano;  ma  gli  é  che  il  Foscolo 
e  il  Leopardi  ricalcavano  in  codesti  loro  paradossali  ragio- 
namenti le  paradossali  argomentazioni  dell'Alfieri  ^.  Il 
quale,  tra  l'altro,  lasciò  scritto  {Tirannide,  I,  14): 

Ora  che  dirò  io  dei  figli?....  Grave  e  fimesto  è  Terrore  di  chi,  pro- 
creandoli, somministra  al  Tiranno  un  sì  possente  mezzo  di  più  per 
offenderlo,  intimorirlo  ed  opprimerlo;  come  a  sé  stesso  procaccia  un 
mezzo  di  più,  per  esseme  offeso  ed  oppresso.  E  da  una  delie  due  susse- 


Cfr.  ZuMBiXT,  Studi  sul  Leopardi,  T,   251-55. 


348 


ILLUSTRAZIONI 


guenti  sventure  è  impossibile  cosa  di  preservarsi.  O  i  figli  dell'uomo 
pensante  si  educheranno  simili  al  padre,  e  perciò,  senza  dubbio,  infe- 
licissimi anch'essi:  o  dal  padre  riescon  dissimili,  e  infelicissimo  lui 
renderanno.  Nati  per  le  triste  loro  circostanze  al  servire,  non  si  pos- 
sono senza  tradirgli  educare  al  pensare;  ma  nati  pur  sempre  per  natura 
al  pensare,  non  può  lo  sventurato  padre,  senza  tradire  la  verità,  il 
suo  onore  e  sé  stesso,  educargli  al  servire. 

Né  pura  in  gradi  petto...  (v.  lo).  Anclie  nello  Zibaldone 
(I,  346:  30  sett.  '20;  e  vedi  più  avanti  gli  altri  brani  che 
ne  riferisco,  a  proposito  della  canz.  A  un  vincitore  nel  pallone): 

Nel  corpo  debole  non  alberga  coraggio,  non  fervore,  non  altezza 
di  sentimenti,  non  forza  d'illusioni  ecc.  Nel  corpo  servo  anche  l'anima 
è  serva. 

Ma  qui  petto  ha  più  il  valore  dell'omerico  (pQéveg  =  prae- 
cordia;  come  pure  nell'Entusiasmo  melanconico  del  Monti: 
e  0  flebil  antro,...  Lascia  che  in  questa  almen  nera  spe- 
lonca Ricovri  alquanto  il  conturbato  petto  >). 

Nefando  stile....  (v.  28).  Pur  di  quest'altro  epiteto  il  Leo- 
pardi fece  largo  uso:  «  la  nefanda  voce  di  libertà»,  A  Dante, 
114;  «sì  mesto  e  sì  nefando)),  Al  Maiy  140;  «in  questo 
aer  nefando  »,   Alla  sua  donna,   42. 

Virtù  viva  sprezziaìn....  (v.  30).  Ricorda  Orazio,  Od. 
Ili,   24,   30-2: 

quatenus,  heu  nefas! 
Virtwteni  incoi uniem  odimus, 
Sublatam  ex  oculis  quaerimus,  invidi! 

E  altresì  Epist.  II,  I,  12-14: 

Comperit  inmdiam  supremo  fine  domavi. 
Urit  enim  fulgore  suo,  qui  praegravat  artes 
Infra  se  posUas:  extinctus  amabilur  idem. 

Anche  Ovidio  aveva  sentenziato.  Amor.   I,   15,  39: 

Pascitur  in  vivis  Livor;  post  futa  quiescU. 

E  altrove  {Ex  Pont.  IV,   16,  2-3): 

Non  solet  ingeniis  sum.ma  nocere  dies. 
Famaque  post  cineres  maior  venit.... 

Può  avere  qualche  importanza  il  rilevare  come  già  il 
Voltaire,  nella  lettera  dedicatoria  deìV Écossaise.  scrivesse: 


LA  CANZONE  ALLA  PAOLINA  349 

Les  justes  éloges  sont  un  parfum  qu'oii  réserre  pour  embaumer 
les  morts.  Un  homme  fait  du  bien,  on  étouffe  ce  bien  pendant  qu'il 
respire;  et  si  on  parie,  on  l'exténue,  on  le  défigure:  n'est-il  plus?  on 
exagère  son  mérite  pour  abaisser  ceux  qui  vivent. 

E  Velleio  Patercolo,  II,  92:  Praesentia  invidia,  yrae- 
ferita  veneraiione  'persequimur.  E  il  Foscolo,  nel  Jacopo 
Ortis  (lett.  del  27  agosto  1798):  «Coloro  che  hanno  eretti 
que'  mausolei  sperano  forse  di  scolparsi  della  povertà  e 
delle  carceri  con  le  quali  i  loro  avi  punivano  la  grandezza 
di  que'  divini  intelletti?  Oh  quanti  perseguitati  nel  nostro 
secolo  saranno  venerati  da"  posteri!  Ma  e  le  persecuzioni 
a'  vivi,  e  gii  onori  a*  morti  sono  documenti  della  maligna 
ambizione  che  rode  Tumauo  gregge  ». 

Tuttavia  credo  che  la  più  probabile  fonte  del  Leopardi 
sia  un  frammento,  che  neìVAntoìogion  di  Stobeo  (tit.  125, 
n.  12)  è  attribuito  a  Mimnermo:  a  quel  medesimo  «poeta 
greco  antichissimo  »,  cioè,  cui  il  Leopardi  ebbe  poi  ad  ac- 
cennare nella  terza  delle  Xote  ai  Canti.  Il  frammento  suona 
(Lipsia,   1838,  v.  Ili,  p.   404): 

zlen'oì  yào  àvòoi  iràvreg  èOf.ièv  evKkeel 
Zòjvn  cf&oi'ìjGai,  Kar&a póra  ò'aivéoai. 

Ai  dolce  raggio  Delle  pupille  vostre...  (v.  33).  Il  poeta 
ha,  senza  dubbio,  l'occhio  a  quell'epigramma  di  Anacreonte, 
o  di  qualche  suo  imitatore,  che  dice  :  «  La  natura  diede  corna 
ai  tori,  unghie  ai  cavalli,  piedi  veloci  aUe  lepri,  gran  chiostra 
di  denti  ai  leoni,  ai  pesci  il  nuoto,  agli  uccelli  il  volo,  agli 
uomini  il  forte  animo.  E  nulla  aUe  donne.  Come  dunque  ? 
Diede  loro  la  bellezza,  invece  d'ogni  scudo,  invece  d'ogni 
lancia.  Anche  il  ferro,  anche  il  fuoco  cederà  a  colei  che  è 
bella  ».  Il  testo  {Poetae  lyrici  graeci,  ediz.  Bergk,  pt.  Ili, 
p.    1058)  suona: 

<PvOts 

yvvai^iv  ovH  èr'  eixFA'. 
ri  ovpyòiòcooi  nà/./.o^ 
àvr'  àomòcòv  àjtaoàv, 
àvr'  èyyécov  ànàvrcov. 
viHà  òè  uai  oiòì]oov 

Hai    7TVQ    KaÀì)    Tl£    OVOU. 


350  ILLUSTRAZIONI 


Al  Leopardi,  e  s'intende,  la  poesia  squisitamente  leg- 
giadra e  fuggitiva  del  «  vecchiarel  vivace  »  di  Teo,  ch'era 
così  cara  al  Parini,  piaceva  assai.  Di  essa  scrisse  con 
arguta  delicatezza  nello  Zibaldone  (1,   122-23): 

Io,  per  esprixaere  l'effetto  iudefinibile  che  fanno  in  noi  le  odi  di 
Anacreonte,  non  so  trovare  similitudine  ed  esempio  più  adattato  di  nn 
alito  passeggero  di  venticello  fresco  nell'estate,  odorifero  e  ricreante, 
che  tutto  in  un  momento  vi  ristora  in  certo  modo  e  v'apre  come  il 
respiro  e  il  cuore  con  una  certa  allegria;  ma  prima  che  voi  possiate 
appagarvi  pienamente  di  quel  piacere,  ovvero  analizzarne  la  qualità 
e  distinguere  perchè  vi  sentiate  così  refrigerato,  già  quello  spiro  è  pas- 
sato; conforme  appunto  avviene  in  Anacreonte;  che  è  quella  sensa- 
zione indefinibile  e  quasi  istantanea;  e  se  volete  analizzarla  vi  sfugge, 
non  la  sentite  più;  tornate  a  leggere,  vi  restano  in  mano  le  parole  sole 
e  secche;  quell'arietta,  per  cosi  dire,  è  fuggita,  e  appena  vi  potete  ri- 
cordare in  confuso  la  sensazione  che  v'hanno  prodotta  un  momento 
fa  quelle  stesse  parole  che  avete  sotto  gli  occhi. 

Pili  tardi,  il  16  settembre  '23,  ritornò  su  codesto  uiudizio, 
completandolo   (V,   389-90). 

....  Aggiungo  che  siccome  questa  sensazione  lascia  gran  desiderio 
e  scontentezza,  e  si  vorrebbe  richiamarla  e  non  si  può;  così  la  lettura 
di  Anacreonte;  la  quale  lascia  desiderosissimi,  ma  rinnovando  la  let- 
tura, come  per  perfezionare  il  piacere  (ch'egli  par  veramente  bisognoso 
d'esser  perfezionato  anche  più  che  ispirar  desiderii  d'esser  continuato), 
niun  piacere  si  prova,  anzi  non  si  vede  né  che  cosa  l'abbia  prodotto 
da  principio,  né  che  ragion  ve  ne  possa  essere,  né  in  che  cosa  esso  sia 
consistito;  e  più  si  cerca,  più  s'esamina,  più  s'approfonda,  men  si 
trova  e  si  scopre,  anzi  si  perde  di  vista  non  pur  la  causa,  ma  la  qua- 
lità stessa  del  piacere  provato,  che,  volendo  rimembrarlo,  la  memoria 
si  confonde;  e  insomma,  pensando  e  cercando,  sempre  più  si  diviene 
incapaci  di  provar  piacere  alcuno  di  quelle  odi,  e  risentirne  quell'ef- 
fetto clie  se  n'ò  sentito;  ed  esse  sempre  più  divengono  quasi  stopjia 
e  s'inaridiscono  e  istecchiscono  fra  le  mani  che  le  tastano  e  palpano 
lier  ispecularle.  Di  qui  si  raccolga  quanto  sia  possibile  il  tradurre  in 
qualsiasi  lingua  Anacreonte  (e  così  l'imitarlo  appostatamente,  e  non 
a  caso  né  per  natura,  senza  cercarlo),  quando  il  traduttore  non  potrebbe 
neanche  rileggerlo  per  ben  conoscer  la  qualità  dell'effetto  cli'egli  avesse 
a  produrre  colla  sua  traduzione 

E  finalmente,  il  22  aprile  '20  (VII,    107): 

Il  piacere  delle  odi  di  Anacreonte  é  tanto  fuggitivo,  e  cosi  ribelle 
a  ogni  analisi,  che  per  gustarlo  bisogna  espressamente  leggerle  con  una 
certa  rapidità,  e  con  poca  o  ben  leggera  attenzione.  Chi  le  legge  po- 
satamente, chi  si    ferma  sulle  parti,    chi    esamina,  chi  attende,   non 


LA  CANZONE  ALLA  PAOLINA 


vede  nessuna  bellezza,  non  sente  nessun  piacere.  La  bellezza  non  istà 
che  nel  tutto,  sì  fattamente  che  ella  non  è  nelle  parti  per  modo  al- 
cuno. Il  piacere  non  risulta  che  dall'insieme,  dall'impressione  improv- 
visa e  indefinibile  dell'intero. 

E  di  nervi  e  di  polpe  Scemo  il  valor  natio (v.  44-5). 

Ricorda  il  Monti,  Per  il  Congresso  d'Udine:  «Sì  dimesso  il 
volto  Non  porteresti  e  i  pie  dal  ferro  attriti,  Se  del  natio 
valor  prostrati  i  nervi  Superba  ignavia  non  t'avesse  ». 

Ad  atti  egregi...  (v.  46).  Nello  Zibaldone  (I,,  169),  il  Leo- 
pardi  scriveva  per  sua  recente  esperienza: 

Io  non  ho  mai  sentito  tanto  di  vivere  quanto  amando,  benché  tutto 
il  resto  del  mondo  fosse  per  me  come  morto.  L'amore  è  la  vita  e  il  prin- 
cipio vivificante  della  natura,  come  l'odio  il  principio  distruggente  e 
mortale.  Le  cose  son  fatte  per  amarsi  scambievolmente,  e  la  vita  nasce 
da  questo.  Odiandosi,  benché  molti  odi  sono  anche  naturali,  ne  nasce 
l'effetto  contrario,  cioè  distruzioni  scambievoli,  e  anche  rodimento  e 
consumazione  interna   dell'odiatore. 

E  vedi  dianzi,  nella  Vita  del  Poeta  (p.  71-2).  le  lettere  del 
22  die.  1817  e  16  genn.  '18. 

D'amor  digiuna...  (v.  48  ss.).  Il  Carducci,  toccando  di 
questo  luogo  incidentemente,  a  proposito  dell'odicina  pari- 
niana  Per  nozze  {Conversazioni  critiche,  Roma  1884,  p.  273), 
ebbe  ad  esclamare  :  «  Ed  ecco,  tra  le  classiche  reminiscenze 
di  Orazio  e  di  Anacreonte,  tra  i  fremiti  convulsi  del  dia- 
logismo alfìeriano,  tra  le  severe  armonie  della  piti  peregrina. 
della  più  diamantina,  della  piìi  finamente  martellata  elo- 
cuzione poetica  che  da  gran  pezzo  avesse  udito  T Italia, 
ecco  svolazzare  al  vento  sul  dirupo  una  punta  della  fusciacca 
nera  di  Manfredo  e  di  lord  Byron  ».  Ma  quella  fusciacca 
non  ha  riconosciuta  lo  Zumbini  {Studi  sul  L.,  1,  257-8); 
il  quale  invece  osserva  :  *  Forse  in  questi  versi  si  potrebbe 
vedere  un  passaggio  un  po'  arbitrario,  o  non  sufficiente- 
mente preparato,  dalla  bellezza  della  donna  a  quella  della 
natura;  ma  chi  badi  all'immediato  eiìetto  che  fanno  sul 
nostro  spirito,  sentirà  in  essi  egregiamente  significata  la 
parentela  fra  le  piii  leggiadre  cose  della  vita  umana  e  quelle 
del  mondo  esteriore,  e  quindi  l'intima  corrispondenza,  dei 
moti  che  le  une  e  le  altre  destano  in  noi.  Una  vera  esultanza 
suscita  nei  cuori  gentili  la  vista  del  pericolo,   o  piuttosto 


352  ILLUSTRAZIONI 


Ogni  idea  di  pericolo  sparisce  per  essi,  nou  ai)peua  la  bel- 
lezza si  manifesti  anche  nelle  sue  forme  piìi  terribili.  Non 
vedo  poi....  quel  romanticismo  che  un  illustre  scrittore  ita- 
liano ci  ha  scorto.  Vedo,  anzi,  che  qui  il  Leopardi,  con  im- 
peto naturalissimo  in  quelle  sue  condizioni  di  animo,  è  pas- 
sato da  una  ad  un'altra  visione  di  bellezza,  dando  forma 
ad  impressioni  che,  divise  o  congiunte,  aveva  altre  volte 
espei'imentate  in  sé  medesimo  ». 

Se  nel  femmineo  core....  (v.  59-60).  Ricorda  Cicerone, 
De  officiis  I,  18:  «  Itaque  in  probris  maxime  in  promptu 
est,  si  quid  tale  dici  potest:  Yos  enim,  iuvenes,  aniìnum, 
geritis  muliehrem,  illa  virgo  viri  ».  Cfr.  anche  Iliade  II,  235. 
dove  Tersite  grida  ai  Greci:  «  Oh  vili,  oh  infami,  oh  Achive, 
non  Achei!»;  d'onde  Virgilio,  Aen.  IX,  617:  «0  vere 
Phrygiae,  ncque  enim  Phryges  »  ;  e  il  Tasso,  Gerus.  ìiher. 
XI,  61:  uo  Franchi  no,  ma  Franche»;  Aminta,  II,  I»: 
<■  Femine  nel  sembiante  e  nelle  forze  Sono  costoro  ». 

Quando  il  rozzo  yaierno  acciai'...  (v.  82-3).  Virgilio  aveva 
detto  {Aen.  IX,  431-32):  «  Sed  viribus  ensis  adactus  Tran- 
sabiit  costas,  et  candida  pectora  rumpit  ».  —  AlV Èrebo... 
(84).  Virgilio  stesso  fa  dire  a  Bidone  (IV,  25):  «  Vel  Pater 
omnipoteiis  adigat  me  fulmine  ad  umbras,  Pallentes  um- 
bras  Èrebi  ».  E  l'Èrebo  torna  ancora  neìVInno  «'  Pafriarchi, 
21. 

A  me  disfiori...  (v.  85).  È  curioso  notare  che  pur  nel 
poemetto  giovanile  del  Manzoni,  d'ispirazione  montiana. 
Il  trionfo  della  Libertà  (e.  II),  non  mancava  l'episodio  di 
Virginia;  e  anche  qui  la  vergine  implorava,  alfierianamente 
e  con  accenti  danteschi,  la  morte  dal  padre: 

La  figlia  che  diceva  al  padre:  —  Cògli 

Questo  immaturo  fior;  tu  mi  donasti 

Queste  misere  membra,  e  tu  le  togli, 
I^ria  che  impudico  ardir  le  incesti  e  guasti.  — 

E  in  quello  cadde  il  colpo,  e  impallidirò 

Le  guance  e  i  membri  intemerati  e  casti, 
E  uscì  dal  pvu-o  sen  l'ultimo  spiro. 

Ed  a  la  vista  orribile  fremea 

Il  superbo  e  deluso  Decemviro, 
Cui  stimolava  la  digiuna  e  rea 

Libidine,  e  struggea  l'insana  rabbia, 

Che  i  già  protesi  invan  nervi  rodea; 


LA  CANZONE  ALLA  PAOLINA  353 

Qual  lupo  che  la  preda  perdut'abbia, 
Batte  per  fame  l'avida  mascella, 
Rugge,  e  s'addenta  le  digiune  labbra. 

A  me  s'appresti...  la  tomba,  anzi  che  Veìupio  letto...  (v.  80-7). 
Così  appunto  Didoue  {Aen.  IV,  29)  terminava  il  suo  di- 
scorso alla  sorella:  «  lUe  habeat  secum,  servetque  sepulchro  >. 

E  se  pur  vita  e  lena...  (v.  89-90).  Occorre  aver  presenti 
i  versi  della  tragedia  alfìeriana,  a  cui  il  novello  poeta  qui 
più  che  mai  aveva  rivolta  la  mente  {Virginia,  III,  3^). 
•Parla  Virginia: 

E  se  a  svegliar  dal  suo  letargo  Roma, 
Oggi  è  pur  forza  che  innocente  sangue, 
^la  non  ancor  contaminato,  scorra. 
Padre,  sposo,  ferite  :  eccovi  il  petto  ! 

Ecco  di  polve  Lorda  il  tiranno  i  crini  (v.  97-8).  Cfr.  Orazio, 
Od.  I,  15,  19-20,  nel  vaticinio  di  Xereo  a  Paride  pel  rapi- 
mento di  Elena:  «  Heu!  serus  adulteros  Crines  i)ulvere 
collines  »). 

Così  Veterna  Eoma....  (v.  103  ss.).  Cfr.  ancora  la  Virginia 
alfìeriana,  a.  Ili,  se.  3^.  Parla  il  padre: 

Roma,  a  sottrarti  dai  Tarquinj   infami. 
Forza  era  pur,  ch'una  innocente  donna 
Contaminata,  cadesse  trafitta 
Di  propria  mano  al  suol  nel  sangue  immersa  ! 


II. 

Il  vincitore  nel  giuoco  del  pallone  che  ispirò  la  canzone.  — - 
Gli  esercizi  ginnastici  e  la  rigenerazione  politica.  —  Chia- 
brera  e  Alfieri.  —  Eiscontri  con  Parini,  Orazio,  Ge- 
remia, Paolino  d'Aqaileia,  Ossian.  —  La  «  vita  beata  ». 
—  Il  giudizio  del   De  Sanctis. 

Il  vincitore  nel  pallone  (giuoco  iDopolarissimo  nelle  Mar- 
che, anzi  in  tutta  l'Italia  centrale),  che  die  occasione  alla 
seconda  di  queste  nuove  canzoni,  era  il  giovane  Carlo 
Didimi  di  Treja,  nato  il  6  maggio  1798.  Bello,  alto,  smilzo, 
singolarmente    destro,    di    nobile    famiglia,    egli    s'acquistò 

23.  —  G.  Leopardi. 


354  ILLUSTRAZIONI 


una  vera  celebrità  in  quel  classico  giuoco,  e  gli  furon  mu- 
rate iscrizioni  ed  eretti  busti.  Fu  in  amichevoli  relazioni 
anche  coi  Leopardi; 'oltreché  quasi  ogni  anno  i  campioni 
trejesi  scendevano  a  misurarsi  coi  recanatesi.  In  quel  torno 
di  tempo,  s'inscrisse  tra  i  Carbonari;  poi,  nel  1848-4:9,  fu  a 
capo  del  municipio  nativo,  e  nel  '60  fece  parte  della  Giunta 
rivoluzionaria.  Morì  il  4  giugno  del  1877  ^. 

Il  Leopardi  era  venuto  annotando  nello  Zibaldone  (I, 
226,  237,  299,  346,  351,   394): 

La  salvaguardia  della  libertà  delle  nazioni  non  è  la  filosofia  né  la 
ragione,  come  ora  si  pretende  che  queste  debbano  rigenerare  le  cose 
pubbliche,  ma  le  virtù,  le  illusioni,  l'entusiasmo,  in  somma  la  natura, 
dalla  quale  siamo  lontanissimi.  E  un  popolo  di  filosofi  sarebbe  il  più 
piccolo  e  codardo  del  mondo.  Perciò  la  nostra  rigenerazione  dipende 
da  una,  per  così  dire,  ultrafilosofia,  che  conoscendo  l'intiero  e  l'intimo 
delle  cose  ci  ravvicini  alla  natura  (7  giugno  1820). 

Gli  esercizi  con  cui  gli  antichi  si  procacciavano  il  vigore  del  corpo 
non  erano  solamente  utili  alla  guerra  o  ad  eccitare  l'amor  della  gloria 
ecc.,  ma  contribuivano,  anzi  erano  necessari  a  mantenere  il  vigor  del- 
l'animo, il  coraggio,  le  illusioni,  l'entusiasmo  che  non  saranno  mai  in 
un  corpo  debole,  in  somma  quelle  cose  che  cagionano  la  grandezza  e 
l'eroismo  delle  nazioni.  Ed  è  cosa  già  osservata  che  il  vigor  del  corpo 
nuoce  alle  facoltà  intellettuali  e  favorisce  le  immaginative,  e  per  lo 
contrario  l'imbecillità  del  corpo  è  favorevolissima  al  riflettere  (7  giu- 
gno 1820),  e  chi  riflette  non  opera  e  poco  immagina,  e  le  grandi  illu- 
sioni non  son  fatte  per  lui. 

-  (18  giugno  1820).  L'amor  della  gloria  è  una  passione  cosi  propria 
dell'uomo  in  società  e  cosi  naturale,  che  anche  ora,  ia  tanta  morte  del 
mondo  e  mancanza  di  ogni  sorta  di  eccitamenti,  nondimeno  i  giovani 
sentono  il  bisogno  di  distinguersi,  e,  non  trovando  altra  strada  aperta 
come  una  volta,  consumano  le  forze  della  loro  giovanezza,  e  studiano 
tutte  le  arti,  e  gettano  la  salute  del  corpo,  e  si  abbreviano  la  vita,  non 
tanto  per  l'amor  del  piacere,  quanto  per  esser  notati  e  invidiati  e  van- 
tarsi di  vittorie  vergognose,  che  tuttavia  il  mondo  ora  applaude,  non 
restando  a  un  giovane  altra  maniera  di  far  valere  il  suo  corpo,  e  pro- 
cacciarsene lode,  che  questa.  Giacché  ora  pochissimo  anche  all'animo, 
ma  tuttavia  all'animo  resta  qualche  via  di  gloria,  ma  al  corpo,  che  è 
quella  parte  che  fa  il  più,  e  nella  quale  consiste  per  natura  delle  cose 
il  valore  della  massima  parte  degli  uomini,  non  resta  altra  strada. 

Sebbene  è  spento  nel  mondo  il  grande  e  il  bello  e  il  vivo,  non  ne 
e  spenta  in  noi  l'inclinazione.  Se  è  tolto  l'ottenere,  non  è  tolto,  né  pos- 


'  Vedi  Mebtica,  O.  Leopardi  e  i  conli  Broglio  d'Ajann,  ora  negli 
Studi   Leopardiani,    Firenze    1901,    p.    601    ss. 


LA    CANZ.    AL    VINCITORE    NEL    PALLONE  Iì55 


sibile  a  togliere,  il  desiderare.  Non  è  spento  nei  giovani  l'ardore  che  li 
porta  a  procacciarsi  una  vita  e  a  sdegnare  la  niillità  e  la  monotonia.... 
(1  agosto  1820). 

Non  ci  son  forse  uomini  così  atti  ad  esser  tiranneggiati  come  i  de- 
boli di  corpo,  da  qualunque  cagione  provenga  questa  debolezza,  o  da 
lascivia  e  mollezza,  come  presso  i  Persiani  che  dopo  il  tempo  di  Ciro 
divennero  l'esempio  dell'avvilimento  e  della  servitù,  o  da  macera- 
zione ecc.  Nel  corpo  debole  non  alberga  coraggio,  non  fervore,  non  al- 
tezza di  sentimenti,  non  forza  d'illusioni  ecc.  (30  settembre  1820). 
Nel  coi-po  servo  anche  l'anima  è  serva. 

Bisogna  ricordarsi  che  l'invenzione  della  polvere  contribuì  non 
poco  all'indebolimento  delle  generazioni...,  sopprimendo  o  togliendo 
per  conseguenza  la  necessità  di  quegli  esercizi  che  o  direttamente  o 
indirettamente,  come  i  giuochi  atletici,  servivano  a  render  gli  uomini 
vigorosi  ed  atti  alla  guerra  (4-5  ottobre  1820). 

É  osservabile,  nella  differenza  tra  i  giuochi  greci  e  i  romani,  la 
naturalezza  dei  primi  che  combattevano  nella  lotta,  nel  corso  ecc., 
appresso  a  poco  coi  soli  strumenti  datici  dalla  natura,  laddove  i  Ro- 
mani colle  spade  e  altri  istrumenti  artiflziali.  E  quindi  la  diversa  de- 
stinazione di  quei  giuochi,  diretti  presso  gli  uni  ad  ingTandir  quasi  la 
natura  ed  eccitare  le  grandi  immagini,  sentimenti  ecc.,  presso  gli  altri 
o  al  semplice  sollazzo  o  all'addestramento  militare.  Così  che  quelli  an- 
davano alla  sorgente  universale  ideile  grandi  imprese,  questi  si  ferma- 
vano ad  un  mezzo  particolare.  E  questa  differenza  è  anche  più  nota- 
bile in  ciò  che  gli  spettacoli  greci  erano  eseguiti  da  uomini  liberi  per 
amor  di  gloria.  Quindi  l'effetto  favorevole  all'entusiasmo,  l'eccitamento, 
l'emulazione,  gli  esercizi  preparatorii  ecc.  Gli  spettacoli  romani  erano 
eseguiti  da'  servi.  Quindi  non  altro  efletto  utile  che  l'avvezzar  gli  ocelli 
e  l'animo  agli  spettacoli  e  pericoli  della  guerra;  utilità  parziale  e  secon- 
daria, non  generale  e  primitiva  come  l'altra.  Nel  che  forse  si  potrà  anche 
notare  la  differenza  tra  un  popolo  libero  e  padrone,  e  un  popolo  libero 
bensì,  ma  non  padrone,  se  non  di  sé  stesso,  com'era  il  greco  (14-15  no- 
vembre 1820). 

Questa  canzone,  di  soggetto  e  movimento  pindarico, 
ricliiama  alla  mente  tre  odi  del  Chiabrera.  L'ima,  Fer  lo 
giuoco  del  pallone  ordinato  in  Firenze  dal  granduca  Co- 
smo II  Vanno  1618;  dov'è  anche  ricordo  del  campo  Elèo 
(lo  stadio  dell'Elide;  cfr.  v.   16),  e  v'è  descritto  il  giuoco: 

Non  è  vii  meraviglia 

Dal  diletto  crearsi  il  giovamento; 

Quinci  ben  si  consiglia 

Un  cor  nell'ozio  alle  bell'opre  intento. 

Io  ben  già  mi  rammento 

Sul  campo  Elèo  la  gioventute  Argiva 

Far  prova  di  possanza; 


350  ILLUSTRAZIONI 

Ed  oggi  godo  in  rimirar  sembianza 
Di  quel  valor  stilla  Toscana  riva. 
Spettacolo  giocondo  ! 

Trasvolare  dell'aria^  ampio  sentiero 

Cuoio  grave  ritondo. 

In  cui  soffio  di  vento  è  prigioniero; 

Lui  precorre  leggiero 

Il  giuocator.  mentr'ei  ne  vien  dall'alto; 

E  col  braccio  guernito 

D'orrido  legno  lo  percuote  ardito, 

E  rimbombando  lo  respinge  in  alto. 

L'altra,  Per  li  giuocatori  del  pallone  in  Firenze  Vestate  del- 
l'anno  1619;  dove  ricorre  nuovamente  lo  campo  Elèo.  La 
terza,  Per  Cinzio  Venanzio  da  Cagli  vincitore  ne'  giuochi 
del  pallone  celehraii  in  Firenze  Vestate  dell' anno  1619.  — 
E  per  l'ispirazione,  richiama  il  j)ensiero  così  all'appassio- 
nata Esortazione  a  liberar  Vltalia  dai  Barbari,  che  chiude 
il  trattato  alfìeriano  Del  ininciiye  e  delle  lettere;  come  al- 
l'accenno, nella  Vita  (IV,  15),  al  «  divertimento  del  giuoco 
del  Ponte  »,  dall'Alfieri  goduto  in  Pisa  nel  maggio  del  1785: 
«  spettacolo  bellissimo,  che  riunisce  un  non  so  che  di  an- 
tico e  d'eroico  ». 

JJemula  brama  (v.  19)  era  già  nel  Parini,  In  morte  di 
A.  Sacchini  (v.  27);  e  il  Parini  medesimo  aveva  chiamato  il 
serto  guadagnato  nei  giuochi  Olimpici:  «premio  d'onor  che 
Vuomo  bea  »  {La  laurea,  v.  177).  Da  vax  tanto  maestro  è 
probabile  che  il  Leopardi  avesse  appreso  a  stimare  ancor 
pili  quell'abile  ma  non  sempre  fortunato  estimatore  e  ri- 
foggiatore  di  metri  lirici  che  fu  il  Chiabrera. 

JjTnsùltino  gli  armenti  (v.  42)  imita  l'oraziano  [Od. 
Ili,  3,  40-41):  «  Dum  Priami,  Paridisque  busto  Insultet 
armentum  ».  —  L'aratro  sentano...  (v.  42-3)  imita  anch'esso 
l'oraziano  {Art.  poet.,  66):  «et  grave  sentit  aratrum  ».  — 
Abiterà  la  cauta  volpe  (v.  45)  deriva  da  Geremia  {Threni, 
V,  18):  (■  vulpes  ambulaverunt  in  eo  ».  Donde  Paolino 
d' Aquileia.  più  di  cinque  secoli  prima  del  Petrarca  {Canz.  53) , 
attingeva  i  colori  per  descrivere  la  sua  città  distrutta: 

Quae  priu.s  eras  civitas  nobilium, 

Nane  heu!  facta  es  rusticorum  spelaeura: 
Urbs  eras  regum;  pauperum  tugurium 
Permanes  modo. 


LA   CANZ.    AL  VINCITORE   NEL     PALLONE  357 


Repleta  quondam  domibus  subii mibiis, 

Ornata  mire  niveis  marmoribus, 

Nunc  ferax  frugum  metiris  funiculo 

Ruricolarum. 
Sanctorum  aedes  solitae  nobilium 

Turmis  impleri,  nunc  replentur  vepribus; 

Proh  dolor,  factae  vulpiuìn  confugiuni 

Sive  serpentum. 

«  Il  poeta  moderno  »,  osserva  il  Carducci  ^,  «  nulla  certo 
sapeva  del  vecchio  lamento  latino  sopra  Aquileia,  ma  forse 
rimutò  e  rifece  in  meglio  qualche  cosa  di  recente  che,  mercè 
r abilità  del  traduttore,  pareva  bello  in  una  famosa  impo- 
stura scozzese  ».  Qui  s'accenna  a  quel  luogo  del  poemetto 
Cartlioìh  di  Ossian,  che  nella  versione  del  Cesarotti  suona: 

il  solitario  cardo 
Fischiava  al  vento  per  le  vuote  case; 
Ed  affacciarsi  alle  finestre  io  vidi 
La  volpe,  a  cui  per  le  muscose  mura 
Folta  e  lungh'erba  iva  strisciando  il  volto. 

(«  The  thistle  shook  there  its  lonelj^  head:  the  moss  whistled 
to  the  wind.  The  fox  looked  out  from  the  Windows,  the 
rank  grass  of  the  Avall  waved  round  its  head  »).  —  E  col 
passo  leopardiano  è  da  confrontare  altresì  Tode  del  Testi, 
di  cui  abbiamo  dianzi  riferito  alcune  stanze. 

L'atro  bosco  (v.  4:5-46)  traduce  il  virgiliano  {Aen.  I,  105) 
air  uni  nemus. 

Beata  allor...  (v.  61  ss.).  Nello  Zibaldone  (VI,  13)  il 
Leopardi  annotò,  il  26-7  settembre  1823: 

L'uomo  che  pensa  a  combattere  il  pex'icolo,  e  che  in  effetto  è  oc- 
cupato esteriormente  a  combatterlo,  si  può  dir  che  non  pensa  al  peri- 
colo, bench'ei  perfettamente  l'intenda.  Quella  cura  ed  attività  este- 
riore ed  interiore  è  una  specie  di  potentissima,  efficacissima  e  total  di- 
strazione che  diverte  l'immaginativa  e  l'intelletto  dal  pensiero,  dalla 
considerazione,  dalla  contemplazione,  per  così  dii-e,  e  dalla  vista  di 
quel  pericolo  medesimo,  a  cui  ella  è  tutta  intenta  di  riparare,  ed  al 
qual  solo  ella  è  rivolta. 

E   nel  Dialogo  di  Cristoforo   Colombo  e  di   Pietro  Gidierrez 


Studi  saggi  e  discorsi,  Bologna  1898,  p.  197  .ss. 


358  ILLUSTRAZIONI 


faceva  dire  da  Colombo  (ed  è  da  riscontrare  l'appunto  auto- 
biografico che  abbiam  riferito  nella  Vita  del  poeta,  p.  61): 

Scrivono  gli  antichi...  che  gli  amanti  infelici,  gittandosi  dal  sasso 
di  Santa  Maura  (che  allora  si  diceva  di  Leucade)  giù  nella  marina,  e 
scampandone,  restavano,  per  grazia  di  Apollo,  liberi  dalla  passione 
amorosa.  Io  non  so  se  egli  si  debba  credere  che  ottenessero  questo  ef- 
fetto; ma  so  bene  che,  usciti  di  quel  pericolo,  avranno  per  mi  poco 
di  tempo,  anco  senza  il  favore  di  Apollo,  avuta  cara  la  vita,  che  prima 
avevano  in  odio;  o  pure  avuta  più  cara  e  più  pregiata  che  innanzi. 

Queste  due  Canzoni,  dice  il  De  Sanctis,  k  si  possono 
cliiamare  uno  strascico  delle  prime,  le  ultime  voci  del  pa- 
triottismo. Ma  se  pel  coH.tenuto  si  rassomigliano  alle  prime, 
e  sono  come  un  ulteriore  e  logico  sviluppo  di  quelle,  per 
la  forma  sono  già  altra  cosa,  sono  le  canzoni  nuove.  Non 
trovi  più  quegli  impeti.  C'è  qui  un  umor  nero  e  denso,  un 
vedere  scuro  sotto  a  quella  apparenza  di  energia  e  a  quella 
pompa  di  esortazioni,  alle  quali  egli  medesimo  non  crede, 
e  la  sua  predica  finisce  con  un  omnia  vanitas....  Certo,  qui 
dentro  sono  ancora  i  segni  dell'antico  entusiasmo.  11  gio- 
vane partecipa  a'  moti  e  a'  sentimenti  italiani,  alle  speranze 
e  a'  timori,  s'interessa  per  le  lettere  e  per  la  cultura,  fa 
schizzi  e  progetti,  ama  la  gloria,  ama  la  virtìi,  guarda  con 
cuore  commosso  nell'avvenire.  Qiii  è  la  somiglianza  delle 
due  nuove  canzoni  con  le  tre  prime....  Ma  fra  l'entusiasmo 
s'infiltrano  umori  malinconici,  impressioni  e  sentimenti 
scettici,  che  nell'iUtima,  al  Vincitore  nel  pallone,  prendono 
il  di  sopra....  Già  in  queste  due  canzoni  nuove,  massime 
neir ultima,  presentite  la  crisi,  cioè  quel  momento  in  cui, 
dopo  lungo  contrasto  e  strazio  interiore,  l'anima  si  trova 
balestrata  in  una  via,  dalla  quale  non  si  parte  più.  Nella 
canzone  al  Vincitore  nel  j^ffUone  il  poeta  esorta  la  gioventù 
ad  addestrare  e  fortificare  il  corpo,  ricordando  i  miracoli 
della  storia  greca  in  versi  magnifici,  che  testimoniano  un 
entusiasmo  non  ancora  spento.  Ti  aspetti  una  ode  di  Pin- 
daro, quando  tutto  a  un  tratto  il  cielo  si  fa  buio,  e  la  mente 
percossa  del  poeta  ti  rappresenta  in  lontananza  l'ultima 
rovina  deUa  patria.  Non  si  trova  in  tutta  la  poesia  nostra 
una  grandiloquenza  pari  a  questa,  che  ti  pone  innanzi  ga- 
gliardamente la  grandezza  della  patria  e  il  funebre  rumore 


LA   CANZ.    AL    VINCITORE    NEL   PALLONE  369 

della  sua  caduta.  Ma  se  la  patria  muore  senza  rimedio,  e 
se  nella  vita  non  è  alcun  fine  alto,  se  la  vita  è  un  agitarsi 
nel  vuoto,  che  giova  la  forza  e  il  coraggio?  Che  giova  ad- 
destrare ed  educare  il  corpo  ?  Contradizione  manifesta 
tra  il  fine  e  la  conclusione.  E  stretto  pure  ad  uscirne,  il 
poeta  vagheggia  come  fine  della  vita  disprezzare  la  vita, 
gittandola  così  per  gioco  ne'  rischi,  e  sentendo  tutte  le 
emozioni  di  questo  gioco.  Su  questa  via  Leopardi  avrebbe 
incontrato  Byron,  De  Musset,  tutt'i  poeti  scettici,  che  cer- 
cano nella  vita  non  altro  che  la  emozione,  e  pur  maledi- 
cendola ubbidiscono  ai  suoi  istinti,  gittandosi  negli  amori, 
ne'  piaceri,  nelle  avventure,  in  un  moto  assiduo,  che  allevii 
loro  di  dosso  il  peso  della  vita.  Lo  scetticismo  non  ha  altra 
via  aperta  che  questa,  la  via  dell'emozione;  balenata  in- 
nanzi a  Leopardi  tra  reminiscenze  classiche  in  una  forma 
condensata  ed  energica  »  ^. 


BRUTO    MINORE,    ALLA   PRIMAVERA, 
AI    PATRIARCHI,    SAFFO 


I. 

Data  della  composizioìie.  —  Il  preambolo  al  «  Bruto  ».  — ■ 
Le  'prime  idee  del  «  Bruto  »  e  della  «  Sajfo  ».  —  Chiose 
al  «  Bruto  »  e  alla  «  Saffo  ».  —-  Giudizio  del  Garducci  e 
dello  Zumbini. 

Nelle  carte  napoletane  sono  indicati  i  giorni  della  crea- 
zione di  questi  Canti:  il  Bruto,  «in  20  giorni  del  decembre 
1821»;  Alla  Primavera,  «in  12  giorni  del  gennaio   1822»; 

V  Ultimo   canto   di   Saffo,   «in   7   giorni  del  maggio    1822»; 

VI  mio  ai  PatriarcJii,  «in  17  giorni  del  luglio  1822». 

Come  preambolo  al  Bruto  minore,  fu,  nell'edizione  bo- 
lognese del  '24,  stampata  la  Gomparazione  delle  sentenze  di 


^  Le  nuove  canzoni  del  L.,  nei  «  Saggi  critici  »,  III,  p.  1-10  ss. 


360  ILLUSTRAZIONI 


Bruto   minore  e  di   Teofrasto   vicini  a  morte,  soppressa  poi 
nelle  posteriori  ^.  Essa  comiucia: 

Io  non  credo  che  si  trovi  in  tutte  le  memorie  dell'antichità  voce 
più  lacrimevole  e  spaventosa,  e  con  tutto  ciò,  parlando  umanamente, 
più  vera  di  quella  che  Marco  Bruto,  poco  innanzi  alla  morte,  si  rac- 
conta che  profferisse  in  dispregio  della  virtù:  la  qual  voce,  secondo 
che  è  riportata  da  Cassio  Dione,  è  questa:  O  virtù  miserabile,  eri  una 
parola  nuda,  e  io  ti  seguiva  come  tu  fossi  una  cosa:  ma  tu  sottostavi  alla 
fortuna....  Quei  moltissimi  che  si  scandalezzano  di  Bruto  e  g'ii  fanno 
carico  della  detta  sentenza,  danno  a  vedere  l'ima  delle  due  cose:  o 
che  non  abbiano  mai  praticato  familiarmente  colla  virtù,  o  che  non 
abbiano  esperienza  degl'infortuni,  il  che,  fuori  del  primo  caso,  non 
pare  che  si  possa  credere.  E  in  ogni  modo  è  certo  che  poco  intendono 
e  meno  sentono  la  natura  infelicissima  delle  cose  limane,  o  si  mara- 
vigliano ciecamente  che  le  dottrine  del  Cristianesimo  non  fossero  pro- 
fessate avanti  di  nascere.  Quegli  altri  che  torcono  le  dette  parole  a 
dimostrare  che  Bruto  non  fosse  mai  quell'uomo  santo  e  magnanimo  che 
fu  riputato  vivendo,  e  conchiudono  che  morendo  si  smascherasse, 
argomentano  a  rovescio:  e  se  credono  che  quelle  parole  gli  venissero 
dall'animo,  e  che  Bruto,  dicendo  questo,  ripudiasse  effettivamente 
la  virtù,  veggano  come  si  possa  lasciare  quello  che  non  s'è  mai  tenuto, 
e  disgiungersi   da   quello  che  s'è  avuto  sempre  discosto.  .. 

(  'he  il  poeta  meditasse  e  vagheggiasse  già  da  tempo  quei 
concetti  e  quei  sentimenti  che  poi  espresse  nel  Bruto  e 
nella  Saffo,  mostrano  due  brani  di  lettera  al  Giordani,  l'uno 
del  2  marzo  '18,  l'altro  del  26  aprile  '19. 

In  somma  io  mi  sono  rovinato  con  sette  anni  di  studio  matto  e 
flisperatissimo  in  quel  tempo  che  mi  s'andava  formando  e  mi  si  do- 
veva assodare  la  complessione.  E  mi  sono  rovinato  infelicemente  e 
senza  rimedio  per  tutta  la  vita,  e  rendutomi  l'aspetto  miserabile,  e 
dispregevolissima  tutta  quella  gran  parte  dell'uomo,  che  è  la  sola  a 
cui  guardino  i  più:  e  coi  più  bisogna  conversare  in  questo  mondo;  e 
non  solamente  i  più,  ma  chicchessia  è  costretto  a  desiderare  che  la  virtù 
non  sia  senza  qualche  ornamento  esteriore,  e  trovandonela  nuda  af- 
fatto, s'attrista,  e  per  forza  di  natura,  che  nessuna  sapienza  può  vin- 
cere, quasi  non  ha  coraggio  d'amare  quel  virtuoso  in  cui  niente  è  bello 
fuorché  l'anima.... 


'  Prose  originali  di  G.  L.,  a  cura  di  G.  Mestica,  Firenze,  Barbèi'a 
18t)0,  p.  460  ss.  —  Il  Tocco  ha  dimostrato,  x\r\V Atene  e  Roma,  a.  II, 
p.  242  ss.,  che  la  sentenza  di  Teofrasto,  conservataci  da  Diogene  Laerzio, 
fu  dal  Leopardi  interpretata  con  soverchia  simpatia  ma  con  poca 
verosimiglianza  storica. 


BRUTO    MINORE  361 


Io  uou  trovo  cosa  desiderabile  in  questa  vita,  se  non  i  diletti  del 
cuore  e  la  contemplazione  della  bellezza,  la  qual  m'è  negata  affatto 
in  questa  misera  condizione.  Oltre  che  i  libri,  e  particolarmente  i  vostri, 
mi  scorano  insegnandomi  che  la  bellezza  appena  è  mai  che  si  trovi  in- 
sieme colla  virtù,  non  ostante  che  sembri  compagna  e  sorella.  Il  che  mi 
fa  spasimare  e  dispei'are.  Ma  questa  medesima  virtù  quante  volte  io 
sono  quasi  strascinato  di  maUssimo  grado  a  bestemmiare  con  Bruto 
moribondo.  Infelice,  che  per  quel  detto  si  rivolge  in  dubbio  la  sua 
virtù,  quand'io  reggo  per  esperienza  e  mi  persuado  che  sia  la  prova 
più  forte  che  ne  potesse  dar  egli,  e  noi  recare  in  favor  suo. 

Tra  gii  Abbozzi  e  appiinii  per  opere  da  comporre,  è, 
sotto  ranno  1821,  anclie  una  brevissima  traccia  d'una  can- 
zone A  Bruto,  dove  il  poeta  si  proponeva  di  finger  di  ve- 
dere in  sogno  r ombra  di  lui,  «  e  di  parlargli  teneramente 
tanto  sul  suo  fatto  quanto  sui  mali  presenti  d'Italia,."., 
notando  e  compiangendo  l'abiura  da  lui  fatta  della  virtù  ). 
Il  18  gennaio  di  quell'anno,  egli  aveva  a  buon  conto  preso 
nota  del  passo  di  Floro  (IV,  7):  <(  Sed  quanto  effioacior 
est  fortuna  quam  virtus  !  et  quam  verum  est  quod  moriens 
Brutus  efflavit,  non  in  re,  sed  in  verbo  tantum  esse  vidutem  )k 
Due  mesi  dopo,  il  19  marzo,  potè  esprimere  nello  Zibaldone 
(II,  41  e  201-03)  le  sue  meditazioni,  che  avrebbero  tra  poco 
trovata  la  ])m  cospicua  forma  poetica  nella  mirabile  can- 
zone. 

La  nostra  condizione  oggidì  è  peggiore  di  quella  de'  bruti  anche 
per  questa  parte.  Nessun  bruto  desidera  certamente  la  fine  della  sua 
vita,  nessuno,  per  infelice  che  possa  essere,  o  pensa  tòrsi  dalla  infeli- 
cità colla  morte,  o  avrebbe  il  coraggio  di  procurarsela.  La  natura  che 
in  loro  conserva  tutta  la  sua  primitiva  forza,  li  tiene  ben  lontani  da 
tutto  ciò.  Ma  se  qualcimo  di  essi  potesse  desiderar  mai  di  morire,  nes- 
suna cosa  gl'impedirebbe  questo  desiderio.  Noi  siamo  del  tutto  alienati 
dalla  natura,  e  quindi  infelicissimi.  Noi  desideriamo  bene  spesso  la 
morte  e  ardentemente,  e  come  imico  evidente  e  calcolato  rimedio  delle 
-nostre  infelicità:  in  maniera  che  noi  la  desideriamo  spesso,  e  con  piena 
ragione,  e  siamo  costretti  a  desiderarla  e  considerarla  come  il  sommo 
nostro  bene.  Ora,  stando  così  la  cosa,  ed  essendo  noi  ridotti  a  questo 
punto,  e  non  per  errore  ma  per  forza  di  verità,  qual  maggior  miseria 
che  il  trovarsi  impediti  di  morire  e  di  conseguire  quel  bene  che,  sic- 
come è  sommo,  cosi  d'altra  parte  sarebbe  intieramente  in  nostra  mano; 
impediti,  dico,  o  dalla  religione  o  dall'inespugnabile,  invincibile,  ine- 
sorabile, inevitabile  incertezza  della  nostra  origine,  destino,  ultimo 
fine,  e  di  quello  che  ci  possa  attendere  dopo  la  morte  ? 

Io  so  bene  che  la  natura  ripugna  con  tutte  le  sue  forze  al  suicidio, 


362  ILLUSTRAZIONI 


=so  che  questo  rompe  tutte  le  di  lei  leggi  più  gravemente  che  qualunque 
•altra  colpa  umana;  ma  da  che  la  natura  è  del  tutto  alterata,  da  che 
la  nostra  vita  ha  cessato  di  esser  naturale,  da  che  la  felicità  che  la  na- 
tura ci  aveva  destinata  è  fuggita  per  sempre  e  noi  slam  fatti  incura- 
bilmente infelici,  da  che  quel  desiderio  della  morte,  che  non  dovevamo 
mai,  secondo  natura,  neppur  concepire,  in  dispetto  della  natura  e 
per  forza  di  ragione  s'è  anzi  impossessato  di  noi;  perchè  questa  stessa 
ragione  c'impedisce  di  soddisfarlo  e  di  riparare  nell'unico  modo  pos- 
sibile ai  danni  ch'ella  stessa  e  sola  ci  ha  fatti  ?  Se  il  nostro  stato  è  cam- 
biato, se  le  leggi  stabilite  dalla  natura  non  hanno  più  forza  su  di  noi, 
perchè  non  seguendole  in  nessuna  di  quelle  cose  dov'elle  ci  avreb- 
bero giovato  e  felicitato,  dobbiamo  seguirle  in  quella  dove  oggidì  ci 
nocciono  e  sommamente  ?  Perchè,  dopo  che  la  ragione  ha  combattuta 
e  sconfitta  la  natura  per  farci  infelici,  stringe  poi  seco  alleanza,  per 
porre  il  colmo  all'infelicità  nostra,  coll'impedirci  di  condurla  a  quel 
fine  che  sarebbe  in  nostra  mano  ?  Perchè  la  ragione  va  d'accordo  colla 
natura  in  questo  solo,  che  forma  l'estremo  delle  nostre  disgrazie  ?  La 
ripugnanza  naturale  alla  morte  è  distrutta  negli  estremamente  infelici, 
quasi  del  tutto.  Perchè  dunque  debbono  astenersi  dal  morire  per  ub- 
bidienza alla  natura  ? 

Il  fatto  è  questo.  Se  la  religione  non  è  vera,  s'ella  non  è  se  non 
im'idea  concepita  daUa  nostra  misera  ragione,  quest'idea  è  la  più  bar- 
bara cosa  che  possa  esser  nata  nella  mente  dell'uomo;  è  il  parto  mo- 
struoso della  ragione  il  più  spietato;  è  il  massimo  dei  danni  di  questa 
nostra  capitale  nemica,  dico  la  ragione,  la  quale  avendo  scancellate 
dalla  mente,  dall'immaginativa  e  dal  cuor  nostro  tutte  le  illusioni 
che  ci  avrebbero  fatti  e  ci  faceano  beati,  questa  sola  ne  conserva,  questa 
sola  non  potrà  mai  cancellare  se  non  con  un  intiero  dubbio  (che  è  tut- 
t'uno,  e  ragionevolmente  deve  produrre  in  tutta  la  vita  umana  gli 
stessi  effetti  né  più  né  meno  che  la  certezza),  questa  sola  che  mette  il 
colmo  alla  disperata  disperazione  dell'infelice.  La  nostra  sventvira,  il 
nostro  fato  ci  fa  nùseri,  ma  non  ci  toglie,  anzi  ci  lascia  nelle  mani  il 
finir  la  miseria  nostra  quando  ci  piaccia.  L'idea  della  religione  ce  lo 
vieta,  e  ce  lo  vieta  inesorabilmente  e  irrimediabilmente;  perchè  nata 
\m.a  volta  quest'idea  ncUa  mente  nostra,  come  accertarsi  che  sia  falsa  ? 
e  anche  nel  menomo  dubbio,  come  arrischiare  l'infinito  contro  il  finito  ? 
Non  è  mai  paragonabile  la  sproporzione  che  è  tra  il  dubbio  e  il  certo 
con  quella  che  è  tra  l'infinito  e  il  finito,  ancorché  questo  certo,  e  quello 
quanto  si  voglia  dubbio.  Così  che,  siccome  l'infelicità  per  quanto  sia 
grave  nondimeno  si  misura  principalmente  dalla  diu'ata,  essendo  sempre 
piccola  cosa  quella  che  può  durare,  volendo,  un  momento  solo,  e  di  più 
servendo  infinitamente  ad  alleggerire  qualunque  male  il  saper  di  certo 
eh 'è  in  nostra  mano  il  sottrarcene  ogni  volta  che  ci  piaccia;  così  pos- 
siamo dire  che  oggi,  in  viltima  analisi,  la  cagione  della  infelicità  del- 
l'uomo misero  ma  non  istupido  né  codardo,  è  l'idea  della  religione,  e 
che  questa,  se  non  è  vera,  è  finalmente  il  più  gran  male  dell'uomo  e  il 
sommo  danno  che  gli  abbiano  fatto  le  sue  disgraziate  ricerche  e  ragio- 
namenti e  meditazioni  o  i  suoi  pregiudizi. 


BRUTO    MINORE  363 


Qualche  ckioserella  spicciola  alla  (Janzone. 

I  primi  versi  trovano  un  adeguato  commento  nelle  con- 
siderazioni storiche  dello  Zibaldone  (I,  106-8),  a  proposito 
delle  orazioni  politiche  di  Cicerone. 

Cicerone  predicava  indarno;  non  c'erano  più  le  illusioni  d'una 
volta,  era  venuta  la  ragione,  non  importava  \in  fico  la  patria,  la  gloria, 
il  vantaggio  degli  altri,  dei  posteri  ecc.  :  eran  fatti  egoisti,  pesavano  il 
proprio  utile,  consideravano  quello  che  in  un  caso  poteva  succedere: 
non  più  ardore,  non  impeto,  non  grandezza  d'animo:  l'esempio  de' 
maggiori  era  una  frivolezza  in  quei  tempi  tanto  diversi.  Così  perderono 
la  libertà,  non  si  arrivò  a  conservare  e  difendere  quello  che  più:  Bruto 
per  un  avanzo  d'illusioni  aveva  fatto,  vennero  gl'imperatori,  crebbe 
la  lussuria  e  l'ignavia:  e  poco  dopo,  con  tanto  più  filosofia,  libri,  scienza, 
esperienza,  storia,  erano  barbari. 

La  ruina  (v.  2)  e  VEsperia  (v.  4)  sentono  deiroraziano 
{Od.  II,  1,  32):  «  Hesperiae  sonitum  ruinae  ».  — -  Il  calpe- 
stio... (v.  5)  riproduce  anche  l'oraziano  {Epod.  XYI,  11-12): 
«  Barbarus,  heu,  cineres  insistet  victor,  et  urbem  Eques 
sonante  verberabit  ungula».  —  Le  selve  ignude  (v.  6)  si 
riferiscono  aUa  descrizione  virgiliana,  della  Scizia  {Georg. 
Ili,  352-3):  «  neque  ullae  Aut  herbae  campo  apparent, 
aut  arbore  frondes  ».  —  Fermo  già  di  morir  (v.  12):  Orazio, 
Od.  I,  37,  29:  «Deliberata  morte  ferocior  ».  —  Cave  nebbie 
(v.  16):  Aen.  I,  516:  «nube  cava».  — -  Se  numi...  (v.  20): 
Ovidio,  2Ieiam.  VI,  548:  «  Audiat  haec  aether,  et  si  Deus 
ullns  in  ilio  est  ».  —  Tanto  i  celesti  odii....  (v.  25):  Aen.  I,  li  : 
<'  Tantaene  animis  coelestibus  irae  ?  ».  — ■  E  quando  esulta... 
(v.  27):  Ovidio,  Jletam.  XIII,  892:  «  Osque  cavum  saxi 
sonat  exultantibus  undis  ».  —  Siedi,  Giove,  ecc.  (v.  27): 
Aen.  lY,  208  ss.:  «  An  te,  genitor,  quum  fulmina  torques, 
Nequicquam  horremus,  caecisque  in  nubibus  ignes  Terri- 
ficant  animos,  et  mania  murmura  miscent  ?  »  (e  cfr.  Lu- 
crezio, II,  1100-04).  —  Necessità  (v.  32):  Orazio,  Od.  I, 
35,  17:  «  saeva  Xecessitas,  Clavos  trabales  et  cuneos  manu 
Gestans  aena  ».  —  3Ien  duro  (v.  35):  Orazio,  Od.  I,  24, 
19-20:  «  sed  levius  fìt  patientia,  Qind(luid  corrigere  est 
nefas  ».  —  Guerra....  guerreggia  (v.  38-9)  è  rifatto  sull'o- 
merico {Iliade  II,  121)  jróÀe/nov  7i:o/.€,ui^€iv,  reso  dal  Monti 
(v.  161)  «Guerra  guerreggia.  Il  Leopardi  medesimo  aveva 
scritto,  il  15  gennaio  '21,  neUo  Zibaldone  (II,  29  ss.): 


364  ILLUSTRAZIONI 


In  luogo  che  un'auiina  grande  ceda  alla  necessità,  non  è  forse  cosa 
che  tanto  la  conduca  all'odio  atroce,  dichiarato  e  selvaggio  contro  sé 
stessa  e  la  vita,  quanto  la  considerazione  della  necessità  e  irrepara- 
bilità de'  suoi  mali,  infelicità,  disgrazie  ecc.  Soltanto  l'uomo  vile  o 
debole,  o  non  costante  o  senza  forza  di  passioni,  sia  per  natm'a,  sia 
per  abito,  sia  per  lungo  uso  ed  esercizio  di  sventure  e  patimenti  ed  espe- 
rienza delle  cose  e  della  natura  del  mondo,  che  l'abbia  domato  e  man- 
suefatto; soltanto  costoro  cedono  alla  necessità  e  se  ne  fanno  anzi 
un  conforto  nelle  sventure,  dicendo  che  sarebbe  da  pazzo  il  ripugnare 
e  combatterla  ecc.  Ma  gli  antichi  sempre  più  grandi,  magnanimi  e  forti 
di  noi,  nell'eccesso  delle  sventure  e  nella  considerazione  della  necessità 
di  esse,  e  della  forza  invincibile  che  li  rendeva  infelici  e  gli  stringeva 
e  legava  alla  loro  miseria  senza  che  potessero  rimediarvi  e  sottrarsene, 
concepivano  odio  e  furore  contro  il  fato  e  bestenuniavano  gli  Dei, 
dichiarandosi  in  certo  modo  nemici  del  cielo,  impotenti  bensì  e  incapaci 
di  vittoria  o  di  vendetta,  ma  non  perciò  domati,  né  ammansati,  né 
meno,  anzi  tanto  più  desiderosi  di  vendicarsi,  quanto  la  miseria  e 
la  necessità  era  maggiore....  Io,  ogni  volta  che  mi  persuadeva  della 
necessità  e  perpetuità  del  mìo  stato  infelice  e  che,  volgendomi  dispe- 
ratamente e  freneticamente  per  ogni  dove,  non  trovava  rimedio  pos- 
sìbile, né  speranza  nessuna....;  concepiva  un  desiderio  ardente  di  ven- 
dicarmi sopra  me  stesso  e  colla  mia  vita,  della  mia  necessaria  infelicità 
inseparabile  dall'esistenza  mia,  e  provava  una  gioia  feroce  ma  somma 
nell'idea  del  suicidio  ^. 

Di  cedere  inesperto  (v.  40):  Orazio,  Od.  I,  6,  6:  «cederò 
iiescii  ».  —  Indomito  scrollando....  (v.  42)  fa  pensare  alla 
sentenza  che  Lucano  (Vili,  267-9)  mette  in  bocca  a  Pompeo, 
dojìo  la  sconfitta  di  Farsaglia:  «  Nec  sic  mea  fata  premuntur, 
Ut  nequeam  relevare  caput,  cladesque  receptas  Excutere  ». 
—  E  maligno....  sorride  (v.  45)  trova  riscontro  in  un'osser- 
vazione, che  al  poeta  venne  fatta  leggendo  la  Corinne'-: 


'  Cfr.  il  Preambolo  al  volgarizzamento  del  Manuale  di  Epitteto; 
e  dianzi,  nella  Vita  del  poeta,  le  pp.  58-61.  Negli  Scritti  vari  inediti, 
]>.  H97-9,  è  un  Frammento  sul  suicidio. 

'  Nello  Zibaldone,  I,  197.  —  La  Staci,  a  proposito  della  recita 
d"un  dramma  inglese,  aveva  scritto  (1.  XVII,  eh.  4):  «  Enfln  il  arriva 
ce  moment  tcrrible  où  Isabelle,  s'étant  échappée  des  maius  des  femmcs 
qui  veulent  l'empécher  de  se  tuer,  rit,  en  se  donnant  un  coup  de  poi- 
gnard,  de  rinutilité  de  leurs  efforts.  Ce  rire  du  dósespoir  est  l'effet  le 
plus  difficile  et  le  plus  rcmarquable  que  le  jeu  dramatique  puissc  pro- 
duire  :  il  émeut  bien  plus  que  les  larme.-  :  cette  amòre  ironie  ■du  malheur 
est  son  expression  la  plus  déchirante.  Qu'elle  est  terrible  la  souffirance 
du  coeur,  quand  elle  inspire  une  si  barbare  joie,  quand  elle  donne,  k 
l'aspect  de  son  propre  sang,  lo  coutentement  feroce  d'un  sauvage  en- 
nemi  qui  se  serait  vengé  !  ». 


BRUTO    MINORE  365 


....  Se  la  .=;reiitiira  arriva  al  colmo...,  l'uomo  passa  ad  odiare  la 
vita,  l'esistenza  e  sé  stesso,  egli  si  abborre  come  un  nemico:  e  allora 
è  quando  l'aspetto  di  nuove  sventure  o  l'idea  e  l'atto  del  suicidio  gli 
danno  una  terribile  e  quasi  barbara  allegrezza,  massimamente  se  egli 
pers'enga  ad  uccidersi  essendone  impedito  da  altrui;  allora  è  il  tempo 
di  quel  maligno  amaro  e  ironico  sorriso,  simile  a  quello  della  vendetta 
eseguita  da  im  uomo  crudele,  dopo  forte  lungo  e  irritato  desiderio:  il 
qual  sorriso  è  l'ultima  espressione  della  estrema  disperazione  e  della 
somma  infelicità. 

O  da  montano  sasso...  (v.  65)  ricorda  ancora  Orazio, 
Od.  Ili,  27,  61  :  «  Sive  te  rupes  et  acuta  letho  Sàxa  delectant  ; 
age,  te  procellae  Crede  veloci»;  e  Sat.  I,  2,  41:  «  Hic  se 
praecipiteni  tecto  dedit  ».  —  Dal  mar  cui  nostro  sangue  ir- 
riga (v.  76):  Orazio.  Od.  II,  1,  34-6:  «  quod  mare  Dauniae 
Xoii  decoloravere  caedes  ì  Quae  caret  ora  cruore  nostro  ì  ». 
—  Candida  luna  (v.  77):  cosi  l'aveva  detta  Virgilio,  Aen. 
VII,  8-9.  —  Cognati  petti  (v.  80):  «  cognataque  pectora 
supplex»,  in  Ovidio,  Metani.  VI,  498.  —  DaìU  somme  vette... 
(v.  81-2):  Aen.  II,  200:  «  ruit  alto  a  culmine  Troia».  — 
Tacita...  (v.  87):  Aen.  II,  255:  «  tacitae  per  amica  silentia 
Lunae  ».  —  Agiterà...  (v.  100):  Ovidio,  Metani.  Ili,  356: 
«  trepidos  agitantem  in  retia  cervos»;  e  Orazio,  Od.  II, 
13,  39-40:  «  Xec  ciu'at  Orlon  leones,  Aut  timidos  agitare 
lyncas  ».  —  Ululati  spechi  (v.  103):  Stazio,  Theh.  I,  328: 
'<  Ogygiis  ululata  furoribus  antra  ».  —  Conscia  futura  età 
(v.  110):  Aen.  X,  679:  '(Xec  conscia  fama  sequatur  ».  — 
In  peggio  Precipitano  i  tempi  (v.  112-13):  Georg.  I,  199-200: 
«  Sic  omnia  fatis  In  peius  mere  ». 

Ancora  nel  maggio  1832,  scrivendo  da  Firenze  al  De 
Sinner,  il  poeta  si  richiamava  al  suo  Bruto,  protestando 
contro  le  facili  deduzioni  d"un  critico,  l'Henschel,  il  quale 
néìTHesperus  di  Stuttgard  del  9  e  10  aprile,  occupandosi 
dei  suoi  scritti,  attribuiva  ad  essi  «  una  tendenza  religiosa  ». 

Quels  que  soient  mes  malheurs,  qu'on  a  jugé  à  propos  d'étaler  et 
qua  peut-étre  on  a  un  peu  exagérés  dans  ce  journal,  j'ai  eu  assez  de 
courage  pour  ne  pas  chercher  à  en  diminuer  le  poids  ni  par  de  frivoles 
espérances  d'une  prétendue  felicitò  future  et  inconnue,  ni  par  une 
làche  résignation.  Mes  sentiments  envers  la  destinée  ont  été  et  sont 
toujours  ceux  que  j'ai  exprimés  dans  Bruto  minore.  Q'a.  été  par  suite 
de  ce  méme  courage,  qu'étant  amene  par  mes  recherches  à  une  phi- 
losoplìie  désespérante,  je  n'ai  pas  hésité  à  l'embrasser  toute  entière; 


366  ILLUSTRAZIONI 


tandis  que  de  l'autre  coté  ce  n'a  été  que  par  effet  de  la  lacheté  dea 
hommes,  qui  ont  besoin  d'ètre  persuadés  du  mérite  de  l'existence,  que 
l'on  a  voulu  considérer  mes  opinions  philosophiques  cornine  le  resultai 
de  mes  souflrances  particulières,  et  que  l'on  s'obstine  à  attribuer  à 
mes  circonstances  matérielles  ce  qu'on  ne  doit  qu'iì,  mon  entendement. 
Avant  de  mourir,  je  vais  protester  con  tre  cette  invention  de  la  faiblesse 
et  de  la  rulgarité,  et  prier  mes  lecteurs  de  s'attacher  à  détruire  mes 
observations  et  mes  raisonuements  plutòt  que  d'accuser  mes  maladies. 


Quanto  all'  Ultimo  canto  di  Saffo,  il  povero  Giacomo 
aveva,  fin  dal  21  agosto  '20,  consacrato  nelle  sue  note 
(I,  321)  questo  doloroso  pensiero: 

La  compassione  spesso  è  fonte  di  amore,  ma  quando  cade  sopra 
oggetti  amabili  o  per  sé  stessi  o  in  modo  che,  agariimta  la  compassione, 
lo  possano  divenire.  E  questa  è  la  compassione  che  interessa  e  dura  e 
si  riaflkiccia  più  volte  all'anima.  Maggiori  calamità  in  un  oggetto  anche 
innocentissimo  ma  non  amabile,  come  in  persona  vecchia  e  brutta,  non 
destano  che  una  compassione  passeggera,  la  quale  finisce  ordinaria- 
mente colla  presenza  dell'oggetto  o  dell'immagine  che  ce  ne  fanno  i 
racconti  ecc.  (e  l'anima  non  se  ne  compiace  e  non  la  richiama).  I  quali 
ancora  bisogna  che  sieno  ben  vivi  ed  efficaci  per  commuoverci  mo- 
mentaneamente, laddove  poche  parole  bastano  per  farci  compatire 
una  giovane  e  bella,  ancorché  non  conosciuta,  al  semplice  racconto 
«Iella  sua  disgrazia.  Perciò  Socrate  sarà  sempre  più  ammirato  che  com- 
pianto,  ed   è  un  pessimo  soggetto  per  tragedia.... 

La  vispezza  e  tutti  i  movimenti  e  la  struttura  di  quasi  tutti  gli 
uccelli  sono  cose  graziose.  E  però  gli  uccelli  ordinariamente  sono  ama- 
bili. 

Sulla  deformità  di  Socrate,  non  meno  celebre  e  misere- 
vole di  quella  di  Saffo,  il  poeta  tornerà  qualche  anno  dopo, 
nei  Detti  memorabili  di  Filippo  Ottonieri  (cap.  I).  Si  può 
bene  affermare  che,  come  nel  Canto  egli  ritrae  sé  stesso 
nella  infelice  poetessa,  qui,  nell'Operetta  morale,  ei  si  di- 
pinga in  Socrate. 

Socrate  nato  con  animo  assai  gentile,  e  però  con  disposizione  gran- 
dissima ad  amare;  ma  sciagurato  oltre  modo  nella  forma  del  corpo; 
verifiimilmente  fino  nella  giovanezza  disperò  di  potere  essere  amato 
con  altro  amore  che  quello  dell'amicizia,  poco  atto  a,  soddisfare  un 
cuore  delicato  e  fervido,  che  spesso  senta  verso  gli  altri  un  affetto 
molto  più  dolce.  Da  altra  parte,  con  tutto  che  egli  abbondasse  di  quel 
coraggio  che  nasce  dalla  ragione,  non  pare  che  fosse  fornito  bastan- 


ULTIMO  CANTO  DI    SAFFO  367 

temente  di  quello  ohe  viene  dalla  natura,  né  delle  altre  qualità  che 
in  quei  tempi  di  guerre  e  di  sedizioni,  e  in  quella  tanta  licenza  degli 
Ateniesi,  erano  necessarie  a  trattare  nella  sua  patria  i  negozi  pub- 
blici. Al  che  la  sua  forma  ingrata  e  ridicola  gli  sarebbe  anche  stata 
di  non  piccolo  pregiudizio  appresso  a  un  popolo  che,  eziandio  nella 
lingua,  faceva  pochissima  differenza  dal  buono  al  bello,  e  oltre  di  oiiV 
deditissimo  a.  motteggiare. 

Non  ricercherò  le  fonti  classiche  di  questa  o  quell'altra 
espressione:  il  soggetto  antico  consigliava  e  istigava  il 
dottissimo  poeta  a  costruire,  e  a  fondere  in  armoniosa 
unità,  uno  stile  a  musaico,  eh' è  riuscito  singolarmente 
maraviglioso.  Mi  contenterò  di  notare  che  il  verecondo  raggio 
lunare  (v.  1)  riflette  l'espressione  montiana,  della  Basvil- 
liana,  IV,  199-200:  «La  luna  il  raggio..,.  Pauroso  mandava 
e  verecondo  »;  —  la  tacita  selva  (v.  3)  è  il  «  tacitum  nemus  » 
virgiliano  {Aen.  VI,  386);  —  il  nunzio  del  giorno  che  spunta 
in  su  la  rupe  (v.  3-4)  ricorda  {Aen.  II,  801-02)  1' (  lamque 
iugis  summae  surgebat  Lucifer  Idae,  Ducebatque  diem»; 
—  il  mentre  ignote...  (v.  5)  riproduce  l'altro  luogo  virgiliano 
{Aen.  IV,  651)  «  Dum  fata  Deusque  sinebant  »;  —  e  per  il 
resto,  rimando  allo  Zumbini  {Studi,  I,  319  ss.). 

A  riscontro  del  passaggio  Noi  Vinsueto....  (v.  8  sa.), 
giova  aver  presente  U   magnifico  sonetto  dell'Alfieri: 

Solo,  fra  i  mesti  miei  pensieri,  in  riva 

Al  mar  là  dove  il  Tosco  fiume  ha  foce. 

Con  Fido  il  mio  destrier  pian  pian  men  giva; 

E  mugglan  l'onde  irate  in  suon  feroce. 
Quell'ermo  lido,  e  il  gran  fragor  mi  empiva 

Il  cuor  (cui  fiamma  inestinguibil  cuoce) 

D'alta  malinconia;  ma  grata,  e  priva 

Di  quel  suo  pianger,  che  pur  tanto  nuoce. 
Dolce  oblio  di  mie  pene  e  di  me  stesso 

Nella  pacata  fantasia  piovea; 

E  senza  affanno  sospirava  io  spesso  : 
Quella,  ch'io  sempre  bramo,  anco  parca 

Cavalcando  venisse  a  me  dappresso.... 

Nullo  error  mai  felice  al  par  mi  fea. 

E  giova  altresì  leggere  quanto  il  poeta  medesi-^^jiT  ann.orava\. 
il  18  novembre  1821,  nello  Zibaldone  (IV,   ^,1:): 

Piace  l'essere  spettatore  di  cose  vigorose  ecc.  feooi  non  solo  relative 
agli  uomini,  ma  comunque.  Il  tuono,  la  tempesìro-i  fe<  grandine,  il  venta 


368  ILLUSTRAZIONI 


gagliardo  veduto  o  udito,  e  i  suoi  efletti  ecc.  Ogni  sensazione  viva 
porta  seco  nell'uomo  una  vena  di  piacere,  quantunque  ella  sia  per  sé 
stessa  dispiacevole  o  come  formidabile  o  come  dolorosa  ecc. 

Anche  la  ripresa,  piena  di  tanta  angoscia  e  di  tanto 
entusiasmo.  Belìo  il  ino  manto...  (v.  19  ss.),  riceve  nuova 
luce  e  nuovi  palpiti  di  vita  e  di  sentimento  da  un'altra  nota 
del  poeta,  de]  5  marzo  1821  (li,  148-49): 

L'uomo  d'immaginazione,  di  sentimento  e  di  entusiasmo,  privo 
della  bellezza  del  corpo,  è  verso  la  natm-a  appresso  a  poco  quello  ch'è 
verso  l'amata  un  amante  ardentissimo  e  sincerLssimo,  non  corrisposto 
nell'amore.  Egli  si  slancia  fervidamente  verso  la  natura,  ne  sente  pro- 
fondissimamente tutta  la  forza,  tutto  l'incanto,  tutte  le  attrattive, 
tutta  la  bellezza,  l'ama  con  ogni  trasporto;  ma,  quasi  che  egli  non  fosse 
punto  corrisposto,  sente  ch'egli  non  è  partecipe  di  questo  bello  che  ama 
ed  ammira,  si  vede  fuor  della  sfera  della  bellezza,  come  l'amante  escluso 
dal  cuore,  dalle  tenerezze,  dalle  compagnie  dell'amata.  Nella  considera- 
zione e  nel  sentimento  della  natura  e  del  bello,  il  ritorno  sopra  sé  stesso 
gli  è  sempre  penoso.  Egli  sente  subito  e  continuamente  che  quel  bello, 
quella  cosa  che  egli  ammira  ed  ama  e  sente,  non  gli  appartiene.  Egli 
prova  quello  stesso  dolore  che  si  prova  nfel  considerare  o  nel  vedere 
l'amata  nelle  braccia  di  un  altro  o  innamorata  di  un  altro  e  del  tutto 
noncurante  di  voi.  Egli  sente  quasi  che  il  beUo  e  la  natura  non  è  fatta 
per  lui,  ma  per  altri  (e  questi,  cosa  molto  più  acerba  a  considerare, 
meno  degni  di  lui,  anzi  indegnissimi  del  godimento  del  bello  e  della 
natura,  incapaci  di  sentirla  e  di  conoscerla  ecc.);  e  prova  quello  stesso 
disgusto  e  fìerissimo  dolore  di  un  povero  affamato,  che  vede  altri  ci- 
barsi dilicatamente,  largamente  e  saporitamente,  senza  speranza  nes- 
suna di  poter  mai  gustare  altrettanto.  Egli  insomma  si  vede  e  conosce 
escluso  senza  speranza  e  non  partecipe  dei  favori  di  quella  divinità 
che  non  solamente  è  presente,  ma  gli  è  anzi  così  presente,  così  vicina, 
ch'egli  la  sente  come  dentro  sé  stesso  e  vi  s'inunedesima,  dico  la  bel- 
lezza astratta  e  la  natura. 

11  Vivi  j elice...  (v.  01-2)  ricorda  le  parole  di  Micol  nel 
Haul  alfìeriano  (V,  1):  «  Ma  pure,  Io  no,  non  bramo  il  morir 
tuo:  felice  Vivi;  vivi,  se  il  puoi  ».  —  E  VOgni  più  lieto  Giorno 
di  nostra  età  primo  s'invola...  (v.  65)  traduce  il  virgiliano 
{Georg.  Ili,  66-7):  «  Optima  quaeque  dies  miseris  morta- 
libus  aevi  Prima  fugit:  subeunt  morbi,  tristisque  senectus. 
Et  labor,  et  durae  rapit  inclementia  mortis  ». 

Nelle  carte  napoletane  s'è  rinvenuto  una  specie  di  com- 
mento che  il  Leopardi  medesimo  aveva  scritto  intorno  a 
questa  canzone.  Vi  si  dice: 


ULTIMO   CANTO   DI    SAFFO  369 

Il  fondamento  di  questa  Canzone  sono  i  versi  che  Ovidio  scrive 
in  persona  di  SafEo,  Epist.  15,  v.  31  segg.:  Si  mihi  difflcilis  formam 
natura  negavit  ecc.  La  cosa  più  difficile  del  mondo,  e  quasi  impossi- 
bile, si  è  d'interessare  per  una  persona  brutta;  e  io  non  avrei  preso  mai 
questo  assunto  di  commuovere  i  lettori  sopra  la  sventura,  della  brut- 
tezza, se  in  questo  particolar  caso,  che  ho  scelto  a  bella  post^,  non 
avessi  trovato  molte  circostanze  che  sono  di  grandissimo  aiuto.  Cioè, 
1°)  la  gioventù  di  SafEo,  e  il  suo  esser  di  donna.  Noi  scriviamo  prin- 
cipalmente agli  uomini.  Ora  ni  inoza  fea,  ni  vieja  hermosa  [né  ragazza 
brutta,  né  vecchia  bella],  dicono  gli  Spagnuoli.  2°)  Il  suo  grandis- 
,simo  spirito,  ingegno,  sensibilità,  fama,  anzi  gloria  immortale,  e  le 
sue  note  disavventure,  le  quali  circostanze  par  che  la  debbano  fare 
amabile  e  graziosa,  ancorché  non  beUa;  o  se  non  lei,  almeno  la  sua 
memoria.  3°)  E  sopra  tutto,  la  sua  antichità.  Il  grande  spazio  frapposto 
tra  Saffo  e  noi  confonde  le  immagini,  e  dà  luogo  a  quel  vago  ed  incerto 
che  favorisce  sommamente  la  poesia.  Per  bruttissima  che  Saffo  po- 
tesse essere,  che  certo  non  fu,  l'antichità,  l'oscurità  de'  tempi,  l'incer- 
tezza ecc.,   introducono   quelle  illusioni  che  suppliscono   ogni  difetto.  ' 

In  questi  due  Cauti  il  poeta  pare  che  abbia  seguito 
l'esempio  di  Orazio  (cir.  Od.  I,  15;  III,  3  e  27),  per  quel 
rievocare  personaggi  storici  o  mitici,  e  mettere  uella  loro 
bocca  la  parte  maggiore  e  migliore  dell'ode.  XeU'uno, 
osserva  il  Carducci,  il  Leopardi  si  atteggia  alla  ribellione 
della  disperazione  e  alla  bestemmia  contro  la  virtìi,  e  vi 
si  atteggia  nella  toga  d'un  senatore  romano  che  avea  fatto 
molto,  duno  stoico  tanto  superiore  alle  passioni,  d'un 
oratore  che  scriveva  così  urbanamente  il  bel  latino  aristo- 
cratico; vi  si  atteggia  nella  persona  di  Bruto,  il  quale  sul 
campo  di  Filippi,  dopo  nominati  a  uno  a  uno  gli  amici 
morti  in  battaglia,  volto  al  cielo  stellato,  disse  con  un  verso 
greco:  0  Giove,  non  ti  sia  ascoso  colui  che  è  cagione  di  tanti 
nostri  mali!,  e  si  appellò  sicuro  al  giudizio  dei  posteri; 
di  Bruto,  cui  nessuno  antico  avrebbe  mai  imaginato  e  nes- 
suno che  conosca  gli  spiriti  repubblicani  di  Roma  può  con- 
sentirsi d'imaginare  nell'atto  di  declamare  allume  della  luna 
invettive  contro  gli  dèi  della  patria  e  giaculatorie  rousseau- 
iane:   quando  Giacomo  Leopardi  fece  tutto  cotesto,   com- 


*  '■  Io  non  so  da  me  medesimo  vedere  ',  aveva  già  osservato  il 
Boccaccio  {Decarn.  VI,  2),  (.chi  più  in  questo  si  pecchi,  o  la  natura 
apparecchiando  a  una  nobile  anima  *un  vii  corpo,  o  la  fortuna  ap- 
parecchiando a  un  corpo  dotato  d'anima  nobile,  vii  mestiere   . 

24.  —  G.  Leopardi. 


370  ILLUSTRAZIONI 


mise,  è  vero,  un'audacissima  coutaminazione  di  sé  con  Marco 
Bruto,  ma  per  l'audacia  stessa,  e  per  quella  sincerità  di 
menzogna,  e  per  quella  potenza  dintonazione  e  di  fanta- 
stica eloquenza  e  di  parola  solenne,  ornata,  tonante,  clas- 
sica, egli  commise  una  contaminazione  sublime;  e  il  Bruto 
minore  è,  tra  le  poesie  del  Leopardi,  di  quelle  che  più  danno 
la  misura  dell'ingegno  e  dell'animo  suo  ».  E  il  Carducci 
medesimo  soggiunge,  a  proposito  deìV  Ultimo  canto  di  Sajfo: 
«  La  poetessa  di  Lesbo,  che  non  fu  né  brutta  né  infelice 
come  il  Leopardi  l'accolse  a  imagine  sua  da  una  tarda 
tradizione,  e  che  della  bellezza  e  dell'amore  intese  gustò 
e  cantò  più  che  non  potesse  il  Leopardi,  Saffo  non  avrebbe 
pensato  né  poetato  così  mai;  ma  quella  rassegnazione  al 
mistero  dell" infelicità,  al  dolore  solitario,  alla  solitudine 
vedovile,  quella  rinunzia  accorata  ai  beni  della  vita  e  della 
natura,  suona  così  intimamente  sentita  e  pare  così  a  suo 
posto  in  quel  gemito  di  poesia  imaginata  femminile  !  »  ^. 
Bruto  minore  e  Sajfo,  osserva  lo  Zumbini  ^,  «  sono  due 
concezioni  sorelle  che  rispecchiano  Tanimo  del  poeta:  amen- 
due  informate  dall'idea  che  la  virtù  per  sé  sola  è  poca  cosa, 
e  che  anzi  nelle  sue  lotte  soggiace  sempre  alle  forze  avverse... 
Poi,  i  personaggi  delle  due  canzoni  ci  appariscono  come 
dotati  di  qualità  anche  superiori  a  quelle  che  avevano  dalla 
tradizione  e  dalla  storia.  Martire  di  libertà  l'uno,  martire 
di  amore  l'altro,  martiri  entrambi  di  quel  pensiero  che, 
conosciute  le  leggi  della  vita,  si  disamora  della  vita.  Par- 
rebbe che  quello  stesso  levarsi  dei  grandi  spiriti  a  tanta 
altezza,  facesse  loro  odioso  il  vivere  e  bello  il  morire... 
Saffo  e  Bruto  ne  diventano  straordinariamente  sublimi: 
l'una  nel  seno  della  civiltà  greca,  l'altro  della  romana, 
rappresentano  quei  magnanimi  errori,  onde  i  due  popoli 
fecero  cose  sì  grandi  ed  hanno  due  storie  insuperabili.  Se 
dopo  Saffo  quelle  felici  illusioni  durarono  ancora  un  gran 
tratto  di  tempo,  alla  caduta  di  Bruto  già  cominciavano 
a  tramontare:  sembrò,  dunque,  al  Leopardi  che  la  morte 
dell'eroe  fosse  il  confine  tra  la  giovinezza  del  mondo  e  la 


*  Studi  Saggi  Discorsi,  p.  248-49. 

•  Studi  sul  Leopardi,  I,  30 1. 


ULTIMO  CANTO  DI  SAFFO  371 

maturità,  seguita  poi  ai  tempi  nostri  dalla  vecchiezza.  Bruto, 
eroe  e  martire  di  quei  magnanimi  errori,  viene  colla  sua 
terribile  sentenza  a  significare  che  la  gioventù,  lo  splen- 
dore e  gl'ideali  tutti  della  vita  umana  perivano  per  sempre  I 
Simili  nell'idea  suprema  che  le  anima,  queste  canzoni  sono 
poi  molto  diverse  nelle  qualità  particolari  dei  loro  per- 
sonaggi, nelle  sentenze  accessorie  e  nelle  immagini.  In 
Bruto  c'è  dell'infernale,  in  Saffo  del  celestiale;  l'uno  arieggia 
Capaneo,  l'alti'a,   benché  più  lontanamente,   Piccarda  ». 


IL 


«  Alla  Primavera  ».  —  Le  favole  mitologiche  e  i  poeti  moderni. 
—  Il  sermone  «  Sulla  Mitologia  »  del  Monti.  —  Giudizio 
dello  Zumbini.  — -  Qualche  chiosa.  —  !/'«  Inno  ai  Pa- 
triarchi ^y  e  gViiInni  Cristiani  ^k  —  Traccia  dell\i  Inno 
ai  Patriarchi)).  —  Abbozzo  delV  (  Inno  al  Redentore  ».  — 
Qualche  chiosa. 

Colla  canzone  Alla  Primavera  ha  forse  stretto  rapporto 
ciò  che  il  Leopardi  scriveva  al  Giordani,  il  6  marzo  1820: 

Sto  anch'io  sospirando  caldamente  la  bella  primavera  come  l'miica 
speranza  di  medicina  che  rimanga  allo  sfinimpnto  dell'animo  mio;  e 
poche  sere  addietro,  prima  di  coricarmi,  aperta  la  finestra  della  mia 
stanza,  e  vedendo  un  cielo  puro,  un  bel  raggio  di  luna,  e  sentendo 
un'aria  tepida  e  certi  cani  che  abbaiavano  da  lontano,  mi  si  sveglia- 
rono alcime  immagini  antiche,  e  mi  parve  di  sentire  tm  moto  nel  cuore, 
onde  mi  posi  a  gridare  come  un  forsennato,  domandando  misericordia 
alla  natura,  la  cui  voce  mi  pareva  di  udire  dopo  tanto  tempo.  E  in 
quel  momento  dando  uno  sguardo  alla  mia  condizione  passata,  alla 
quale  era  certo  di  ritornare  subito  dopo,  com'è  seguito,  m'agghiacciai 
dallo  spavento,  non  arrivando  a  comprendere  come  si  possa  tollerare 
la  vita  senza  illusioni  e  affetti  vivi,  e  senza  immaginazione  ed  entu- 
siasmo; delle  quali  cose  un  anno  addietro  si  componeva  tutto  il  mio 
tempo,  e  mi  facevano  così  beato,  non  ostante  i  miei  travagli.  Ora  sono 
stecchito  e  inaridito  come  una  canna  secca,  e  nessuna  passione  trova 
più  l'entrata  di  questa  povera  anima,  e  la  stessa  onnipotenza  etema 
er sovrana  dell'amore  è  annullata  a  rispetto  mio  nell'età  in  cui  mi  trovo.... 
Questa  è  la  miserabile  condizione  dell'uomo,  e  il  barbaro  insegnamento 
della  ragione,  che,  i  piaceri  e  i  dolori  umani  essendo  meri  inganni,  quel 


372  ILLUSTRAZIONI 


travaglio  che  deriva  dalla  certezza  della  nullità  delle  cose  sia  sempre 
e  solamente  giusto  e  vero.  E  se  bene  regolando  tutta  quanta  la  nostra 
vita  secondo  il  sentimento  di  questa  nullità  finirebbe  il  mondo,  e  giu- 
stamente saremmo  chiamati  pazzi,  in  ogni  modo  è  formalmente  certo 
che  questa  sarebbe  ima  pazzia  ragionevole  per  ogni  verso,  anzi  che  a 
petto  suo  tutte  le  saviezze  sarebbero  pazzie,  giacché  tutto  a  questo 
mondo  si  fa  per  la  semplice  e  continua  dimenticanza  di  quella  verità 
universale,  che  tutto  è  nulla.  Queste  considerazioni  io  vorrei  che  fa- 
cessero arrossire  quei  poveri  filosofastri  che  si  consolano  dello  smisu- 
rato accrescimento  della  ragione,  e  pensano  che  la  felicità  umana  sia 
riposta  nella  cognizione  del  vero,  quando  non  c'è  altro  vero  che  il  nulla; 
e  questo  pensiero,  ed  averlo  continuamente  nell'animo,  come  la  ragione 
vorrebbe,  ci  dee  condurre  necessariamente  e  direttamente  a  questa 
disposizione  che  ho  detto;  la  quale  sarebbe  pazzia  secondo  la  natura, 
e  saviezza  assoluta  e  perfetta  secondo  la  ragione. 

E  quasi  spunti  di  essa  canzone  sono  in  due  Pfnftieri 
dello  Zibaldone  (I,   159  e  175),  della  fine  del  '19. 

Un  esempio  di  quanto  fosse  naturale  e  piena  di  amabili  e  naturali 
illusioni  la  mitologia  greca  è  la  personificazione  dell'eco. 

Che  bel  tempo  era  quello  nel  quale  ogni  cosa  era  viva  secondo  l'im- 
maginazione umana,  e  viva  umanamente,  cioè  abitata  o  formata  di 
esseri  uguali  a  noi!  quando  nei  boschi  desertissimi  si  giudicava  per 
certo  che  abitassero  le  belle  Amadriadi  e  i  fauni  e  i  silvani  e  Pane  ecc., 
ed  entrandoci  e  vedendoci  tutto  solitudine  pur  credevi  tutto  abitato  ! 
E  così  de'  fonti  abitati  dalle  Naiadi  ecc.  E  stringendoti  im  albero  al 
seno  te  lo  sentivi  quasi  palpitare  fra  le  mani,  credendolo  un  uomo  o 
donna,  come  Ciparisso  ecc.  !  E  cosi  de*  fiori  ecc.,  come  appunto  i  fan- 
ciulli. 

È  un  fatto  singolarissimo  della  poesia  moderna  questo, 
ha  osservato  lo  Zumbini  (I,  264),  che  «  i  maggiori  poeti  dei 
tempi  ultimi  hanno  considerato  la  morte  delle  favole  an- 
tiche come  uno  dei  più  giavi  danni  che  mai  potessero  in- 
tervenire alla  vita  umana  e  segnatamente  all'arte.  Diversi 
di  fede,  d'ingegno,  di  lingua  e  di  affetti,  quei  poeti  furono 
mirabilmente  concordi  nel  dolersi  della  perdita  di  quella 
gran  felicità  umana  che,  per  loro  giudizio,  derivava  dalla 
fede  nelle  favole  mitologiche.  Tanta  unità,  tanta  concordia 
in  un  pensiero  e  in  un  amore  da  cui  parrebbe  avesse  ad 
essere  aliena  la  coscienza  moderna,  è  un  fatto  molto  no- 
tevole, e  degno  che  si  studi  nelle  sue  cause  e  nelle  sue  ma- 
nifestazioni poetiche  ».  Lo  Zumbini  medesimo  studia  co- 
desto sentimento  nelle  poesie  del  Wordsworth,  del  Keats  — 


LA    CANZONE  ALLA   PRIMAVERA  373 

la  cui  ode  Sopra  un'urna  greca  può  lontanamente  ricordare 
il  canto  Sopra   un   basso  rilievo  antico  sepolcrale  — ,  dello 
Shelley,  del  Platen,  dello  Schiller  {Die  Gótter  Griechenlands, 
gli  Dei  della  Grecia,  è  di  tutte  le  altre  la  poesia  che  più 
s'avvicina  alla  leopardiana  ^);  e  anche  nel  carme  Sulla  Mi- 
tologia del  Monti.  Il  quale,  benché  lamenti  la  morte  delle 
divinità  mitologiche  per  ragioni  quasi  meramente  estetiche, 
tuttavia  delle  antiche  finzioni    tocca  «  con   una  tenerezza 
non    minore  di  quella  che  per  esse  ha  il  Leopardi».  Così 
quando  accenna  al  rosignuolo,  dolendosi  che  nel  suo  canto 
non  piii  ci  sia  dato  intendere  una  storia  di  dolore;  così 
ancora  quando  lamenta  che  dentro  la  buccia  degli  alberi 
non    sentiamo   più    palpitare   il   petto    di    qualche   gentile 
creatura.  Ma  non  ostante  tutte  queste  e  altre  somiglianze, 
nel  Monti  ci  sembra  rimpicciolito  quel  grande  concetto  e 
quel  grande  dolore,  che  informano  i  Canti  degli  altri  poeti 
moderni.  Egli  considerava  la  morte  delle  favole  mitologiche 
come  un  effetto  delle  dottrine  romantiche,  e  confidava  che 
dottrine   migliori  potessero   ristorare  i   danni  prodotti  da 
quelle;  perchè  credeva,  in  sostanza,  che  ciò  che  un  tempo 
animava  la   natura,   fosse   quasi  un  a   creazione  dei  poeti 
antichi,  mossi  dal  fine  di  poter  così  meglio  dilettare.  Forse 
non  sentì,  certo  non  mostrò  di  sospettare,  che  la   rovina  di 
quelle   immaginazioni   procedeva   da   cause   più   profonde, 
e  che  dunque  non  si  poteva  più  rifare  neirimmaginazione 
ciò  che  non  poteva  più  rivivere  nella  coscienza  dei  moderni. 
Come  nelle  altre  canzoni  del  secondo  periodo,  il  Leopardi 
ammira  nei  nostri  avi  «  le  virtù  civili,  l'incomparabile  ca- 
rità  patria,   l'amore   immenso   alla   gloria,   tutti   insomma 
quelli  ch'egli  stesso  chiamava  foìii  errori  »;  in  questa  della 
Primavera  ammira  la  ricchezza  della  fantasia  e  del  senti- 
mento,  onde  i  nostri    padri    popolarono  dei  pili  leggiadri 
fantasmi  il  mondo  fisico:   gii  ameni  errori.   Nel  sentire  il 
nuovo  insperato  palpito  che  la  primavera  gli  destava  nel 
seno,  il  poeta  grida  con  uno  sconsolato  desiderio:   Vìvi  tu. 


^  E  par  proprio  che  il  Leopardi  la  conoscesse.  Cfr.  Lavinia  Maz- 
ZUCCHETTi,  Schiller  in  Italia,  Milano,  Hoepli,  1913,  p.  147-56. 


374  ILLUSTRAZIONI 


rivi,  o  sauia  Naturaf  vivi...?  Codesto  vivi,  tre  volte  ripe- 
tuto, «  par  l'angosciosa  interrogazione  di  un  figlio,  che,  as- 
sistendo allo  spegnersi  della  madre,  non  voglia  credere  a 
ciò  che  pure  i  suoi  occhi  gli  hanno  già  detto.  Poi,  quasi 
togliendosi  di  un  tratto  al  dubbio  tormentoso,  ritorna  a 
cantare  di  quel  tempo  quando  la  natura,  non  che  viva,  era 
ancor  bella  di  gioventù  e  tutta  affetto  materno  per  l'uomo  ». 
E  comincia  una  maravigliosa  rappresentazione,  che  ha  un 
tono  tra  l'elegia  e  l'inno:  l'accento  dell'elegia  soverchia, 
«luando  il  poeta  guarda  al  presente;  quello  dell'inno,  quando 
vagheggia  il  passato.  Come  ridente  e  seducente  la  visione 
della  natura  al  tempo  antico  !  Tutta  questa  rappresenta- 
zione è  di  una  perfetta  semplicità  e  purezza  classica.  «  Pure, 
ìh  tanta  precisione  di  forme,  c'è  qualche  cosa  di  mezzo  ve- 
lato e  di  ondeggiante:  tali  sono  quelle  ombre  incerte,  quelle 
nivee  membra  della  Diva,  immergentesi  nelle  acque  e  non 
palese  allo  sguardo  del  pastorello.  Qui  l'arte  antica,  spo- 
sata al  sentimento  moderno,  dà  vita  a  quelle  immagina- 
zioni vaghe  e  perplesse  che,  come  diceva  il  Leopardi  me- 
desimo, sono  principal  cagione  della  bellezza  poetica,  anzi 
di  ogni  altra  bellezza  del  mondo  ». 

Dafne,  Filli,  le  Eliadi,  Eco,  Filomela:  una  intera  fa- 
miglia di  storie  leggiadre  insieme  e  pietose  destasi  nella 
mente  del  lettore,  che  si  sente  trasportato  in  mezzo  ai 
boschi  di  quelle  antiche  età,  popolati  di  creature  così  sven- 
turate e  così  gentili.  «  L'olocausto  di  una  vita  umana  ad 
un  grande  amore  o  ad  una  grande  idea,  una  nobile  vita 
.spenta  prima  che  vecchiezza  l'avesse  spogliata  di  beltà  e 
di  passioni,  furono  sempre  tra  le  cose  più  ammirate  dal 
Jjcopardi  >.  Pur  scrivendo  questo  canto,  egli  chiese  alla 
mitologia  creature  in  cui  gentilezza  ed  amore  fossero  state 
congiunte  a  morte  ;  e  ne  ebbe  di  più  amorose  e  appassionate 
ancora  che  non  erano  quelle  che  fino  allora  gli  aveva  fornite 
la  storia.  Ma  quelle  soavi  visioni  spariscono  ben  presto: 
rimane  la  natura  senza  vita,  la  primavera  fiorita  bensì  ma 
senza  ciò  che  ne  faceva  veramente  la  festa  :  sono  fiori  «  non 
molto  diversi  da  quelli  che  fanno  corona  a  una  bella  fan- 
ciulla morta  I  ».  Con  gli  ultimi  otto  versi,  e  specie  con  quella 
ripresa  se  tu  pur  vivi,  il  poeta  torna  al  concetto  che  aveva 


LA  CANZONE  ALLA   PRIMAVERA  375 

lasciato  interrotto.  La  preghiera  alla  Natura,  d'aver  mi- 
sericordia di  lui,  non  potuta  compiere  pel  sopravvenire  dei 
vaghissimi  fantasmi  del  tempo  antico,  gii  torna  più  calo- 
rosa sulle  labbra  ora  che  si  sente  nuovamente  solo  nel- 
l'immenso deserto  della  vita. 

Dei  poeti  moderni  che  han  cantato  le  favole  antiche, 
«  nessuno  »,  concludo  con  lo  Zumbini,  «  vi  adoprò  immagini 
e  forme  così  essenzialmente  classiche,  come  quelle  adope- 
rate dal  poeta  nostro;  onde  si  potrebbe  dire  che,  fra  tante 
gentili  voci  ridestatrici  della  vita  antica,  la  voce  del  Leopardi 
rassomiglia  a  quella  di  uno  stesso  antico  che,  superstite  a 
tutti  i  suoi,  ricordi  e  pianga  i  cari  estinti  ». 

Qualche  chiosa. 

Perchè...  e  perchè...  (v.  1  e  2).  Con  un  Perchè  comincia 
anche  la  canz.  Sopra  il  monumento  di  Dante;  e  là  come  qua, 
il  perchè  ha  il  valore  di  benché.  —  I  celesti  danni  (v.  1).  Da 
Orazio,  Od.  IV,  7,  13:-((Damna  tamen  celeres  reparant  cop- 
lestia  lunae».  — ■  Delle  nubi...  (v.  4).  Da  Virgilio,  Georg.  1, 
401  :  «  At  nebulae  magis  ima  petunt,  campoque  recumbunt  ». 
—  Credano...  (v.  5)  =  affidino.  Il  Leopardi  difese  ampia- 
mente questa  accezione  del  vocabolo,  in  una  nota  alla 
stampa  bolognese  del  '24;  dove  addusse  pur  quest'esempio 
del  Poliziano:  «Né  si  credeva  ancor  la  vita  a'  venti».  — - 
Induca  (v.  9)  =  infonda. 

La  bella  età  (v.  12)  che  la  primavera  è  incapace  di  ren- 
dere all'uomo,  è  la  giovinezza  dell'individuo  o  la  giovinezza 
della  specie  ?  E  il  poeta  piange  qui  il  precoce  invecchiamento 
di  alcuni  infelici,  o  la  vecchiezza  collettiva  dell'umanità  ? 
Manfredi  Porena  (neUa  Bihliot-eca  degli  studiosi,  Napoli, 
10  febbraio  1910)  crede  debba  interpretarsi  nel  primo  modo. 
«  11  poeta  »,  egli  osserva,  «  come  tante  volte,  anche  in  questa 
poesia  parte  da  una  situazione  individuale;  al  pensiero 
del  fatto  generale,  storico,  assurge  durante  la  contempla- 
zione, ed  è  un  pensiero  così  importante,  così  poetico  e  filo- 
sofico insieme,  che  egli  vi  indugia  a  lungo.  Ma  alla  fine  ri- 
torna là  dond'era  partito,  cioè  a  sé  stesso,  uscendo  in  quella 
invocazione  suprema  alla  Natura  (v.  90-1):  la  javilla  antica 
Bendi  allo  spirto  mio,  rendimi  la  favilla  della  mia  giovinezza  ! 
La  quale  non  avrebbe  luogo,  dove  in  tutto  il  componimento 


376  ILLUSTRAZIONI 


il  poeta  Dou  avesse  parlato  altro  die  duu  invecchiameuto 
deUiimanità  in  genere...  Il  tema  fondamentale,  iniziale,  è 
dunque  quel  certo  risveglio  che,  con  maraviglia  quasi  piii 
che  con  letizia,  il  poeta  sente  operare  in  sé  dalla  primavera...  ; 
ma  questo  risveglio  gli  fa  pensare  a  quel  che  doveva  essere 
di  veramente  lieto  lo  spettacolo  del  mondo  naturale  mentre 
vigevano  le  belle  favole  antiche;  e,  con  mossa  tutta  leo- 
pardiana, la  celebrazione  duu  bene  diviene  rimpianto 
d'un  meglio,  l'inno  alla  Primavera  muore  nell'epicedio  alla 
Mitologia:  per  ritornare  poi  ond'era  partito,  invocando 
almeno  quel  po'  di  balsamo  al  suo  cuore  che  la  natura  pri- 
maverile sembra  promettergli  ». 

Atra  face  (v.  12-3).  Da  Seneca,  Hippoì.,  v.  1217:  «  Do- 
nator  atrae  lucis  k  —  Tenti  (v.  17)  =  stimoli.  —  Dissueto 
(v.  21).  In  una  nota  all'ediz.  del  "24,  il  Leopardi  stesso: 
«  Voglio  che  sappiano  i  pedagoghi  eh"  io  poteva  dire 
disusato  per  dissueto  colla  stessissima  significazione;  ed  era 
parola  accettata  nel  Vocabolario:  oltre  che  in  questo  senso 
riusciva  elegante,  e  di  più  si  veniva  a  riporre  nel  verso  come 
da  se  stessa.  Ad  ogni  modo  volli  piuttosto  quell'altra.  E 
perchè?  Questo  non  tocca  ai  pedanti  di  saperlo».  —  Li- 
quidi fonti  (25)  =  limpidi.  Cfr.  Ariosto,  Ori.  Fur.  I,  37: 
«Che  de  le  liquide  onde  al  specchio  siede»;  e  Chiabrera, 
canz.:  «Assetata  discese  Verso  un  liquido  rivo»:  da  Vir- 
gilio, Ecl.  II,  59:  "et  liquidis  imuihi  fontibus  ax)ros  ».  — 
Il  'pastorel...  {V.  28).  Cfr.  Orazio,  Od.  Ili,  29,  21:  .<  lam 
pastor  umbras  cum  grege  languido,  Eivumque  fessus  quae- 
rit  ».  —  Arguto  carme  (v.  31)  =  stridulo  sonoramente.  Cfr. 
La  vita  solitaria,  66:  «  Odo  sonar  nelle  romite  stanze  L'arguto 
cantoì).  —  La  farjtrata  Diva  {v.  35),  Diana.  Cfr.  Ovidio,  Met. 
Ili,  163:  uHic  Dea  silvarum,  venatu  fessa,  solebat  Virgineos 
artus  liquido  perfundere  rore  ».  — ■  Ciprigna  luce  (v.  44). 
Meglio  che  la  Luna,  a  cui  corre  subito  il  pensiero,  dev'esser 
proprio  Espero.  Si  rilegga  Vldillio  ottavo  di  Mosco,  nella 
versione  del  Leopardi  medesimo:  «0  caro  amabil  Espero, 
O  luce  aurea  di  Venere,  Sacra  di  notte  immagine.  Seconda 
il  mio  desir.  Tu  della  luna  argentea  Sol  cedi  al  chiaro  splen- 
dere...  Sul  mio  cammin  propizia  Spargi  tua  luce  tacita  ». 


l'  inno  ai  patriarchi  377 

—  Curvo  etra  (68-9)  =  volta  celeste.  Cfr.  Yalerio  Fiacco, 
V,  414:  «  ciirvoque  diem  siibtexit  Olympo  ».  —  Cognato 
(v  77).  Cfr.  Bruto  minore,  80:  «cognati  petti»  =  di  con- 
sanguinei. 


Li' Inno  ai  Patriarchi  è  l'unico  che  il  poeta  conij)!  d'una 
serie  d'Inni  Cristiani:  a  Dio,  al  Redentore,  a  Maria,  agli 
Angeli,  ai  Patriarchi,  a  Mosè.  ai  Profeti,  agli  Apostoli,  ai 
Màrtiri,  ai  Solitari;  dei  quali  nelle  carte  napoletane  sono 
state  rinvenute  le  tracce.  Pare  ch'ei  si  proponesse  di  pre- 
mettere ad  essi  un  Discorso  intorno  agVinni  e  alla  poesia 
cristiana;  per  cui  intanto  veniva  prendendo  qualche  nota. 

Ragionevolezza  dei  conservar  ia  Cliiesa  gl'inni  suoi  antichi,  come 
pure  i  Romani  gl'inconditi  versi  saliari  ecc.  Ma  niente  di  bello  poetico 
s'è  scritto  religiosamente,  eccetto  ìVIilton  ecc.  Bellezza  della  religione. 

Primitivo  della  Scrittura.  Unione  della  ragione  e  della  natura  eco 

Ma  principalmente  l'inno  ch'è  poesia  sacra  dev'esser  tratto  dalla  reli- 
gione dominante....  E  si  può  trar  bellissimo  dalla  nostra.  Né  però  si  è 
tratto.  E  dev'esser' popolare  ecc.  E  la  religione  nostra  ha  moltissimo 
di  quello  che  somigliando  all'illusione  è  ottimo  alla  poesia.  Si  potranno 
esaminare  gl'inni  di  Prudenzio,  e  se  c'è  altro  celebre  innografo  cri- 
stiano. 

Questi  appunti  rimontano  al  1820,  o  tutt'al  più  al  '21; 
e  a  quel  tempo,  dunque,  il  Leopardi  non  ancora  conosceva 
gVInìii  Sacri  del  Manzoni,  dei  quali  i  primi  quattro  eran 
pubblicati  fin  dal '15  ^  Del '22  èia  lunga  e  diffusa  trac- 
cia in  prosa  dell'  Inno  ai  Patriarchi,  il  quale  nel  pensiero 
del  poeta  avrebbe  dovuto  costituire  la  «  canzone  nona  ». 
In  essa  egli  condensò  il  più  e  il  meglio  delle  idee  che  aveva 
raccolte  per  gl'inni.  E  s'intende  che  molto  è  nella  traccia, 
che  non  ebbe  poi  svolgimento  e  traduzione  ritmica  nell'Inno. 
Dopo  l'apostrofe  al  ■<  duce  antico  e  padre  dell'umana  fa- 
miglia »,   il   poeta   si   proponeva:    «  Eva,   Donne,   Bellezza, 


*  Eppure,  come  mi  fa  notare  il  dott;  A.  Guidi  già  mio  disce- 
polo, nello  Spettatore  del  1816  erano  stati  ristampati  due  di  codesti 
Inni  ! 


378  ILLUSTRAZIONI 


.SUO  impero,  sua  corruzione  ».  Dopo  raccenno  a  Caino, 
quesf altro:  «Set,  cioè  consolatore.  Vizi  del  genere  umano, 
e  sua  corruttela  avanti  il  Diluvio  ».  E  dopo  l'invocazione 
di  Noè  e  il  ricordo  deUa  sua  salvazione: 

Torre  di  Babele.  Nembrod,  principio  della  tirannia.  Confusione 
delle  lingue,  e  principio  delle  nazioni.  Diffusione  del  genere  umano 
per  la  terra.  Il  nostro  globo  s'empie  tutto  di  sventure  e  di  delitti.  Noi 
le  insegniamo  a  terre  vergini,  le  quali  per  la  prima  volta  sentono  l'in- 
fluenza dell'uomo,  e  con  ciò  solo  divengono  consapevoli  del  male  e  del 
dolore,  cose  fin  qui  sconosciute  e  non  esistenti  per  loro.  —  In  propo- 
sito dell'Arca  di  Noè,  de'  suoi  avanzi  che  al  tempo  d'Eusebio  si  mostra- 
vano ancora,  dic'egli,  sui  monti  d'Arabia  ecc.,  si  potrà  fare  una  digres- 
sione sulla  nautica,  sul  commercio,  sull'tisurpato  regno  del  mare,  sui 
morbi,  sulle  calamità  derivate  da   queste  cagioni. 

Venendo  finalmente  a  parlare  di  «  Abramo,  vita  pasto- 
rale de'  Patriarchi  »,  il  poeta  ammoniva  sé  stesso  :  «  Qni 
rinno  può  prendere  un  tuono  amabile,  semplice,  d'imma- 
ginazione ridente  e  placida,  com'è  quello  degl'inni  di  Calli- 
maco ».  E  più  avanti,  dopo  d'aver  notato  che  «  cresciute 
le  colpe  e  l'infelicità  degli  uomini,  tacque  la  voce  viva  di 
Dio,  e  il  suo  sembiante  si  nascose  agli  occhi  nostri,  e  la  terra 
cessò  di  sentire  i  suoi  piedi  immortali,  e  la  sua  conversa- 
zione cogli  uomini  fu  troncata  »,  ei  rimandava  a  «  Catullo, 
nel  principio  del  poema  de  Nuptiis  ecc.  ».  Soggiungeva: 

E  in  proposito  della  vita  pastorale  de'  Patriarchi,  considerata  spe- 
cialmente e  descritta  in  quella  di  Abramo,  Isacco,  Giacobbe,  si  farà 
questa  digressione  o  conversione  lirica.  Fu  certo  fu,  e  non  è  sogno,  né 
favola,  né  invenzione  di  poeti,  né  menzogna  di  storie  o  di  tradizioni, 
un'età  d'oro  pel  genere  umano.  Corse  agli  uomini  un  aureo  secolo, 
come  aurea  corre  e  correrà  sempre  l'età  di  tutti  gli  altri  viventi,  e  di 
tutto  il  resto  della  natura.  Non  già  che  i  fiumi  corressero  mai  di  latte, 
né  che  ecc.  V.  la  4=*  egloga  di  Virgilio,  e  la  chiusa  del  prim'atto  del- 
VAminta,  e  del  quarto  del  Postar  fido.  Ma  s'ignorarono  le  sventure, 
che,  ignorate,  non  sono  tali  ecc.  ecc.  «  E  tanto  é  miser  l'uom  quant'ei 
si  reputa  ».  .Sannazaro. 

A  questo  punto  cominciava,  e  seguiva  poi  lungamente, 
a  parlare  delle  e  Californie  selve  »  e  della  vita  beata,  ma 
immaginaria,  di  quella  «  gente  felice  a  cui  le  radici  e  l'erbe 
e  gli  animali  raggiunti  col  corso,  e  domi  non  da  altro  che 
dal  proprio  braccio,  son  cibo,  e  l'acqua  de'  torrenti  bevanda. 


GL    INNI   CRISTIANI  379 


e  tetto  gli  alberi  e  le  spelonche  contro  le  piogge  e  gli  ura- 
gani e  le  tempeste  ».  La  traccia  finiva  così: 

Con  questa  digressione  si  potrà  molto  bene  conchiudere.  Volendo 
seguitare,  si  potrà  dir  di  Giuseppe,  delle  sue  avventure  ecc.  Ultimo 
de'  patriarchi  nati  pastori,  entra  fìnalment-e  nelle  Corti.  Finisce  la  vita 
pastorale:  incomincia  la  cortigiana  e  cittadinesca:  nasce  la  fame  del- 
l'oro, la  sfrenata  e  ingiusta  ambizione  ecc.  ecc.,  e  d'indi  in  poi  la  storia 
dell'uomo  è  una  serie  di  delitti  e  di  meritate  infelicità. 

Degl'I?! ni  Cristiani  è  a  deplorare  che  il  poeta  non  abbia 
più  composto  quello  Al  Bedentore.  Xell' abbozzo  —  memore 
forse  del  versetto  di  Paolo  a^li  Ebrei  (lY,  15):  «poiché 
noi  non  abbiamo  già  un  sommo  sacerdote  il  quale  non  sia 
al  caso  di  compatire  alle  nostre  miserie  ed  infermità,  anzi 
egli.  Gesù,  ha  tutto  provato,  è  stato  tentato  ugualmente 
in  ogni  cosa,  senza  peccato  »  — ,  ei  si  rivolge  per  pietà  al- 
l'Uomo -Dio,  pregandolo  di  dimenticare  per  poco  la  sua 
potenza  divina,  e  di  risentirsi  uomo,  e  di  aver  dunque  com- 
passione della  nostra  miserabile  stirpe.  Gli  dice: 

Tu  sapevi  già  tutto  ab  aeterno,  ma  permetti  alla  immaginazione 
ximana  che  noi  ti  consideriamo  come  più  intimo  testimonio  delle  nostre 
miserie.  Tu  hai  provato  questa  vita  nostra,  tu  ne  hai  assaporato  il 
nulla,  tu  hai  sentito  il  dolore  e  l'infelicità  dell'esser  nostro,  ecc.  Pietà 
di  tanti  affanni,  pietà  di  questa  povera  creatura  tua,  pietà  dell'uomo 
infelicissimo,  di  queUo  che  hai  veduto;  pietà  del  genere  tuo,  poiché 
hai  voluto  aver  comim.e  la  stirpe  con  noi,  esser  uomo  ancor  tu.... 

Le  antiche  fole  finsero  che  Giove,  venendo  nel  mondo,  restasse 
irrita tissimo  deUe  malvagità  umane  e  mandasse  il  diluvio.  Era  allora 
la  nostra  gente  assai  men  trista. 

Che  'l  suo  dolor  non  conosceva  e  'l  suo 
Crudel  fato; 

e  ai  poeti  parve  che  la  vista  del  mondo  dovesse  movere  agli  Dei  più 
ira  che  pietà.  Ma  noi  già  fatti  cosi  dolenti,  pensiamo  che  la  tua  vi- 
sita ti  debba  aver  mosso  a  compassione.  E  già  fosti  veduto  piangere 
sopra  Gerusalemme.  Era  in  terra  questa  tua  patria,  giacché  tu  pure 
volesti  avere  una  pàtna  in  terra;  e  doveva  essere  distrutta,  desolata 
ecc.  ecc. 

Così  tutti  Siam  fatti  per  infelicitarci  e  distruggerci  scambievol- 
mente; e  l'Impero  Romano  fu  distrutto,  e  Roma  pure  saccheggiata 
ecc.;  e  ora    la  nostra  misera  patria  ecc.   ecc. 

Ora  vo  da  speme  a  speme  tutto  giorno  errando,  e  mi  scordo  di 
te,  benché  sempre  deluso,  ecc.  Tempo  verrà  ch'io,  non  restandomi  altra 
luce  di  speranza,  altro  stato  a  cui  ricorrere,  porrò  tutta  la  mia  spe- 
ranza nella  morte;  e  allora  ricorrerò  a  te,  ecc.  Abbi  allora  miseri- 
cordia, ecc. 


380  ILLUSTRAZIONI 


Auclie  allo  stato  d'abbozzo,  quest'inno  è  un  capolavoro; 
e  la  chiusa,  così  umana  e  sconsolata,  ci  stringe  il  cuore, 
meglio  forse  che  tanta  altra  parte  della  poesia  leopardiana, 
in  cui  non  sarebbe  arduo  riconoscere  qualche  atteggiamento 
un  po'  voluto  e  sforzato.  Essa  è  la  preghiera  disperata  di 
chi  sente  mancarsi;  è  l'ultimo  accento  di  chi  vorrebbe  pre- 
gare ancora,  ma  non  ha  piìi  la  fede  che  lo  conforti.  Que- 
st'inno è  il  canto  estremo  di  una  fiduciosa  giovanezza  che 
tramonta,  ed  è  il  tragico  preludio  d'una  scarna  e  deserta^ 
virilità  che  paurosamente  s'annunzia  ^. 
Anche  qui  qualche  chiosa. 

L'alma  luce  (v.  5-6)  =  il  sole.  Cfr.  Aen.  Vili,  455: 
u  lux  suscitai  alma  ».  —  Immedicati  (v.  6)  =  immedicabili. 
Cfr.  Tasso,  Aminta,  II,  1:  «  E  pur  fa  tanto  grandi  e  sì  mor- 
tali E  così  immedicabili  le  piaghe  ».  — -  La  diritta...  legge  del 
cielo  (v.  10-1)  è  quasi  certamente  da  identificare  con  quella 
«  vera  Icx  recta  ratio  uaturae  congruens,  diffusa  in  omnes, 
constans,  sempiterna,  quae  vocet  ad  officium  iubendo, 
vetando  a  fraude  deterreat  »,  della  quale  discorre  Cicerone 
nel  De  Ite  puhlica,  III,  22.  —  La  tiranna  possa  de'  mòrbi... 
(v.  12-3)  ricalca  Orazio,  Od.  I,  3,  29:  «Post  ignem  aetheria 
domo  Subductum,  macies  et  nova  febrium  Terris  incubuit 
cohors...  ».  —  Demenza  maggior  (v.  16).  Pare  che  questo 
passo  debba  trovare  una  spiegazione  nel  Pensiero  del 
19  marzo  '21  (Zib.  II,  201-03),  a  proposito'del  suicidio; 
che  conclude:  «  così  possiamo  dire  che  oggi,  in  \iltima  ana- 
lisi, la  cagione  della  infelicità  dell'uomo  misero  ma  non  istu- 
pido  né  codardo  è  lidea  della  religione,  e  che  questa,  se 
non  è  vera,  è  finalmente  il  piìi  gran  male  dell'uomo  e  il 
sommo  danno  che  gli  abbiano  fatto  le  sue  disgraziate  ri- 
cerche e  ragionamenti  e  meditazioni  o  i  suoi  pregiudizi  ». 
E  quale  D'amarissimi  casi  ordin?  imm^saso...  (v.  37-8)  rie- 
cheggia il  pariniano  :  «  per  lungo  Di  magnanimi  lombi  ordine 
il  sangue».  —  Incesta  (v.  41)  =  contamina.  Aen.  VI,  150: 
«  totamque  incestai  funere  classem».  —  Primo  i  civili  tetti... 


'  Cfr.  .^CHEmLTX),  Tu2nir,  beata,  un  di  jìrovasli  il  pianto,  uel  voi. 
«  Capua  a  F.  de  Renzb  »,  Napoli  1906. 


l'inno  ai  patriarchi  381 

(v.  46).  Cii-.  Zib.  I,  296:  Il  primo  autore  delle  città,  vale  a 
dire  della  società,  secondo  la  Scrittura,  fu  il  primo  riprovato, 
cioè  Caino,  e  questo  dopo  la  colpa,  la  disperazione  e  la  ri- 
provazione. Ed  è  bello  il  credere  che  la  corruttrice  della 
natura  umana  e  la  sorgente  della  massima  parte  de'  nostri 
vizi  e  scelleraggini  sia  stato  in  certo  modo  effetto  e  figlia 
e  consolazione  della  colpa.  E  come  il  primo  riprovato  fu  il 
primo  fondatore  della  società,  così  il  primo  che  definitiva- 
mente la  combattè  e  maledisse  fu  il  rendentore  della  colpa, 
cioè  Gesù  Cristo».  —  Agl'inaccessi...  (v.  67).  Da  Orazio, 
I,  3,  23:  «  Si  tamen  impiae  Xon  tangenda  rates  transiliunt 
vada  )).  —  Illude  (v.  68)  =  insulta.  — ■  Addisse  (v.  86)  == 
assoggettò.  —  Jucionio  canto  (v.  88)  =  la  poesia.  —  Dilettosa 
e  cara  (v.  90),  come  nella  Saffo  (v.  4):  «  oh  dilettose  e  care...  ». 
—  Intemerata  (v.  93)  =-  pura.  — Indutto  (v.  100).  Xell'ediz. 
del  '24,  il  poeta  aveva  annotato:  «  Maniera  tolta  ai  Latini, 
ma  per  amore,  non. per  forza.  L'Ariosto  nel  XXVII  del 
Furioso  [st.  69]  :  '  Ed  egli  e  Ferrati  gli  aveano  indotte  L'arme 
del  suo  progenitor  Xembrotte'.  Questa  locuzione  al  mio  pa- 
lato è  molto  elegante;  ma  quelli  che  non  mangiano  se  non 
Crusca,  sappiano  che  questa  non  è  Ciiisca,  e  però  la  spu- 
tino. Vuol  dire  gliele  aveano  vestite,  ed  è  frequentatissima 
nella  buona  latinità  con  questa  e  con  altre  significazioni  ». 

IL    PRIMO    AMORE    E    IL    FRAMMENTO    XXXVIII, 

IL  FRAMMENTO   XXXIX   E   IL   SOGNO. 

LA    SERA    DEL    Di    DI    FESTA 


L 

Composizione  del  u  Primo  amore  ».  —  La  Gertrude  Cassi.  — - 
Il  '<  Diario  d'amore  »  o  «  Storia  d' un'anima  ».  —  i'«  Elegia 
II  ^^  e  il  <i  Frammento  XXXIUII  ».  —  Shalespeare .  — 
La  traccia  delle  -nuove  Elegie.  —  Qualche  chioserella. 

Il  Primo  amore  fu  pubblicato  la  prima  volta  nell*  edi- 
zione bolognese  del  1826,  col  titolo  di  Elegia  I;  ma  C(.m- 
posto  era  fin  dall'estate  del  '18. 


382  ILLUSTRAZIONI 


Da  qualche  tempo  il  fantasioso  giovinetto  si  struggeva 
del  desiderio  di  «  parlare  e  conversare,  come  tutti  fauno, 
con  donne  avvenenti  »,  delle  quali,  lasciò  scritto,  «  un  sor- 
riso solo,  per  rarissimo  caso  gittato  sopra  di  me,  mi  pareva 
cosa  stranissima  e  meravigliosamente  dolce  e  lusinghiera  »  ; 
quando,  la  sera  degli  11  dicembre  '17,  capitò  ospite  in  casa 
loro  la  cugina  Gertrude  Cassi,  sui  ventisei  anni,  sorella 
del  traduttore  di  Lucano,  col  marito,  un  conte  Giovanni 
Lazzari,  «  di  oltre  a  cinquanta,  grosso  e  pacifico  ».  Gia- 
como aveva  sentito  dire  che  fosse  bella,  e  la  immaginò 
«  capace  di  dare  qualche  sfogo  »  a  quel  suo  antico  e  vago 
desiderio.  Vistala,  la  descrive  così: 

Alta  e  membruta  quanto  nessuna  donna  ch'io  m'abbia  veduta 
mai,  di  volto  però  tutt 'altro  che  grossolano,  lineamenti  tra  il  fort«  e 
il  delicato,  bel  colore,  occhi  nerissimi,  capelli  castagni,  maniere  benigne 
e,  secondo  me,  graziose,  lontanissime  dall'affettato,  molto  meno  lon- 
tane dalle  primitive,  tutte  proprie  delle  signore  di  Pcomagna  e  parti- 
colarmente delle  Pesaresi,  diversissime,  ma  per  una  certa  qualità  ine- 
sprimibile, dalle  nostre  marchegiane*. 

La  sera  dell'arrivo,  un  giovedì,  Giacomo  «la  vide  e  non 
gli  dispiacque,  ma  le  ebbe  a  dire  pochissime  parole,  e  non 
ci  si  fermò  col  pensiero  ».  Il  giorno  appresso,  u  le  disse  fred- 
damente due  parole  prima  del  pranzo  >>,  e  durante  il  pranzo, 
«  taciturno  al  suo  solito,  le  tenne  sempre  gli  occhi  sopra, 
ma  con  un  freddo  e  curioso  diletto  di  mirare  un  volto  più 
tosto  bello,  alquanto  maggiore  che  se  avesse  contemplato 
una  bella  pittura  ».  1  fratelli,  piìi  fortunati  o  piìi  intra- 
prendenti, "  giocarono  alle  carte  con  lei  »,  mentr'egli,  '(  in- 
vidiandoli molto,  fu  costretto  di  giocare  agli  scacchi  con 
un  altro  ».  Poi,  la  signora  medesima  desiderò  che  Giacomo 
«  le  insegnasse  i  movimenti  degli  scacchi  »;  e  in  lui  si  destò 
una  voglia  ardente  di  giocar  con  lei  sola,  «  e  così  ottenere 
quel  desiderato  parlare  e  conversare  con  donna  avvenente  ». 
Perciò  <'  sentì  con  vivo  piacere  che  sarebbe  rimasa  fino  alla 
sera  dopo  ».  E  quella  sera,  giocarono  insieme;  ma  invece 
che  felice,  ne  uscì  «  scontentissimo  e  inquieto  ». 


'  Diario  (Vamorc,  ora  pubblicato  negli  Scritti  rari  inediti,  p.  1G5  ss. 
—  Il  Mariotti,  nella  «  Nuova  Antologia  »  del  10  gennaio  1898,  n'ha  ri- 
prodotto l'lmmaQ:ine,   di   sn  una   miniatura   dell'ab.   Niccoli. 


IL  PRIMO    AMORE  383 


Avea  giuocato  senza  molto  piacere,  ma  lasciai  anche  con  dispia- 
cere, pressato  da  mia  madre.  La  signora  m'avea  trattato  benignamente, 
ed  io  per  la  prima  volta  avea  fatto  ridere  colle  mie  burlette  una  dama 
di  bello  aspetto,  e  parlatole,  e  ottenutone  per  me  molte  parole  e  sor- 
risi. Laonde  cercando  fra  me  perchè  fossi  scontento,  non  lo  sapea  tro- 
vare.... E  ad  ogni  modo  io  mi  sentiva  il  cuor§  molto  molle  e  tenero, 
e  alla  cena  osservando  gli  atti  e  i  discorsi  della  signora,  mi  piacquero 
assai,  e  mi  ammollirono  sempre  più. 

Da  qualche  accenno  capì  che  la  signora,  la  quale  ora 
gli  «  premeva  molto  »,  sarebbe  ripartita  l'indomani,  14  di- 
cembre, all'alba,  «  né  l'avrebbe  riveduta  ».  Postosi  in  let^^o, 

vegliai  sino  al  tardissimo,  e  addormentatomi,  sognai  sempre  come  un 
febbricitante,  le  carte,  il  giuoco,  la  signora....  Svegliatomi  prima  del 
giorno  (né  più  ho  ridormito)  mi  sono  ricominciati,  com'è  naturale,  o 
più  veramente  continuati  gli  stessi  pensieri....  E  sentendo  prima  pas- 
sare i  cavalli,  poi  arrivar  la  carrozza,  poi  andar  gente  su  e  giù,  ho  aspet- 
tato un  buon  pezzo  coll'orecchio  avidissimamente  teso,  credendo  a 
ogni  momento  che  discendesse  la  signora,  per  sentirne  la  voce  l'ultima 
volta:  e  l'ho  sentita.  Non  m'ha  saputo  dispiacere  questa  partenza, 
perchè  io  prevedeva  che  avrei  dovuto  passare  una  trista  giornata  se 
i  forestieri  si  fossero  trattenuti. 

Quell'apparizione  femminile  gli  destò  in  cuore  un  su- 
buglio  di  affetti  e  di  sentimenti  :  «  inquietudine  indistinta, 
scontento,  malinconia,  qualche  dolcezza,  molto  affetto, 
e  desiderio  non  sapeva  di  che;  né  anche  fra  le  cose  possi- 
bili vedeva  niente  che  lo  potesse  appagare  ».  Avendola 
sempre  avanti  alla  mente,  et  non  soft'riva  di  fissare  lo  sguardo 
nel  viso,  sia  deforme...  o  sia  bello,  a  chicchessia,  né  in  figure 
o  cose  tali  ;  parendogli  che  quella  vista  contaminasse  la 
purità  di  quei  pensieri  e  di  quella  idea  ed  immagine  spi- 
rante e  visibilissima  che  aveva  nella  mente  ».  E  così,  sfug- 
giva il  sentir  parlare,  disprezzava  molte  cose  da  lui  prima 
non  disprezzate,  anche  lo  studio,  al  quale  aveva  chiusis- 
simo  l'intelletto,  «  e  quasi  anche,  benché  forse  non  del 
tutto,  la  gloria»;  ed  era  ^vogliatissimo  al  cibo,  il  che  non 
gli  era  mai  accaduto,  u  né  anche  nelle  maggiori  angosce  ». 

Se  questo  è  amore,  che  io  non  so,  questa  è  la  prima  volta  che  io 
lo  provo  in  età  da  farci  sopra  qualche  considerazione;  ed  eccomi,  di 
diciannove  anni  e  mezzo,  innamorato.  E  veggo  bene  che  l'amore  de- 
v'esser cosa  amarissima,  e  che  io  purtroppo  (dico  dell'amor  tenero  e 
sentimentale)  ne  sarò  sempre  schiavo.  Benché  questo  presente....  son 
certo  che  il  tempo  fra  pochissimo  lo  guarirà:  e  questo  non  so  bene  se 
mi  piaccia  o  mi  dispiaccia. 


384  ILLUSTRAZIONI 


Avrebbe  voluto,  il  giorno  stesso  della  partenza  di  lei, 
«dare  qualche  alleggiamento  al  suo  cuore»;  e  avendo  ten- 
tato inutilmente  il  verso,  si  mise  a  scrivere  un  diario,  u  anche 
ad  oggetto  di  speculare  minutamente  le  viscere  dell'amore, 
e  di  poter  sempre  riandare  appuntino  la  prima  vera  en- 
trata nel  suo  cuore  di  questa  sovrana  passione  ».  Questo 
diario  è  da  identificare  con  quelle  «  Memorie  sopra  alcuni 
giorni  di  una  passione  amorosa  »,  che  piace van  tanto  al 
fratello  Carlo  ^;  e  sarebbe  stato  forse  un  capitolo  di  quella 
Storia  d'un' anima,  di  cui  Giacomo  medesimo  ebbe  a  toccar 
poi  al  Colletta  2 :  «romanzo  che  avrebbe  poche  avventure 
estrinseche  e  queste  sarebbero  delle  piti  ordinarie;  ma  rac- 
conterebbe le  vicende  interne  di  un  animo  nato  nobile  e 
tenero,  dal  tempo  delle  sue  prime  ricordanze  fino  alla  morte  ». 

La  notte  seguente,  lo  riprese  l'insonnia  e  il  delirio.  Questa 
volta  però  il  verso  gli  si  mostrò  docUe,  e  nella  veglia  co- 
minciò a  poetare  di  quel  primo  suo  amore,  e  continuò  tutto 
il  lunedì  fino  alla  mattina  del  martedì.  La  bella  prova  «lo 
riconciliò  un  poco  colla  gloria  e  gli  sfruttò  il  cuore  ».  Ri- 
prese lena  e  vigore;  e  per  prolungare  al  possibile  il  benefico 
stato  amoroso,  continuava  il  diario.  Finalmente,  il  22  di- 
cembre vi  notava: 

Chiudo  oggi  queste  ciarle  che  lio  fatte  con  me  stesso  per  isfogo 
del  cuor  mio  e  perchè  mi  servissero  a  conoscere  me  medesimo  e  le  pas- 
sioni; ma  non  voglio  più  farne,  perchè  non  si  sa  quando  io  mi  risol- 
verei di  finire,  e  oramai  poco  potendo  dire  di  nuovo,  mi  pare  ch'io  ci 
perderei  il  tempo.... 

Non  pare  che  il  poeta  conservasse  tia  le  sue  carte,  nella 
loro  integrità,  pur  quei  primi  versi  sgorgatigli  dal  cuore 
nella  notte  angosci(>sa.  Ma  di  quanto  in  essi  era  di  meglio 


'  Ricordi,  giudizi  ecc.,  nel  voi.  Ili  doìì'Epistolurin,  p.  422  e  428; 
e  le  Xote  biografiche  della  Te.ta-IìEOPArdi,  p.  4«-49. 

*  In  una  lettera  da  Recanati,  del  marzo  1829.  —  Di  codesta  Storia, 
che  il  poeta  si  proponeva  di  pubblicare  come  se  scritta  da  un  «  Giulio 
Rivalta  »,  s'è  ritrovato  il  solo  Proemio,  e  queste  parole  del  libro  primo: 
«  Del  mio  nascimento  dirò  solo,  perocché  il  dirlo  rileva  per  rispetto 
delle  cose  che  seguiranno,  che  io  nacqui  di  famiglia  nobile  in  una  città 
ignobile  dell'Italia  ».  Scritti  cari  inediti,  p.  380. 


IL   PRIMO    AMORE  385 


egli  ti'asse  xDrofìtto  sulla  fine  deiranuo  dopo,  allorché  gli 
venne  in  mente  d'introdurre  quel  vivo  «  episodio  dell'amor 
suo  »  nel  rifacimento  che  tentava  della  Cantica,  a  cui  ora 
aveva  mutato  il  nome  in  Avvicinamento  della  morte,  e  a  cui 
non  sapeva  risolversi  di  rinunziare.  Nacque  così  quella  che 
poi,  opportunamente  ritoccata  e  ripulita,  egli  chiamò 
Elegia  I,  e  pubblicò  tra  i  Ganti,  nel  '26;  e  che  più  tardi 
chiamò  II  primo  amore.  Intanto,  nel  dicembre  del  '18, 
l'avvenente  cugina  tornò  a  Recanati,  per  rivedervi  una 
sua  bambina  che  aveva  colà  rinchiusa  in  un  convento  di 
educazione.  Al  rivederla,  il  poeta  che  tanto  l'aveva  sognata 
e  vagheggiata,  provò  un  grande  turbamento;  e  concepì 
e  scrisse  una  nuova  Elegia,  che  chiamò  II  e  stampò  poi  nel 
'26  insieme  con  la  prima.  Ma  di  questa,  nelle  ristampe 
posteriori,  non  volle  salve  se  non  poche  terzine,  quelle  che 
costituiscono  il  Frammento  XXXVIII:  «  Io  qui  vagando 
al  limitare  intorno  »  ^.  Mette  conto  d'  averla  tutta  sot- 
t'  occhi. 

Dove  son  ?   dove  fui  ?   che  m'addolora  ? 

Ahimè  ch'io  la  rividi,  e  che  giam^mai 

Non  avrò  pace  al  mondo  insin  ch'io  mora. 
Che  vidi,  o  Ciel,  che  vidi,  e  che  bramai! 

Perchè  vacillo  ?  e  che  spavento  è  questo  ? 

Io  non  so  quel  ch'io  fo,  né  quel  ch'oprai. 
Fugge  la  luce,  e  '1  suolo  ch'i'  calpesto 

Ondeggia  e  balza,  in  guisa  tal  ch'io  spero 

Ch'egli  sia  sogno  e  ch'i'  non  sia  ben  desto. 
Ahimè  ch'io  veglio,  e  quel  che  sento  è  il  vero  ; 

Vero  è  ch'anzi  morrò  ch'ai  guardo  mio 

Sorga  sereno  un  dì  su  l'emispero. 
Meglio  era  ch'i'  morissi  avanti  ch'io 

Rivedessi  colei  che  in  cor  m'ha  posto 

Di  morire  un  asprissimo  desio: 
Ch'allor  le  membra  in  pace  avrei  composto; 

Or  fla  con  pianto  il  fin  de  la  mia  vita. 

Or  con  affanno  al  mio  passar  m'accosto. 
O  Cielo  o  Cielo,  io  ti  domando  aita. 

Che  far  debb'io  ?  conforto  altro  non  vedo 

Al  mio  dolor,  che  l'ultima  partita. 


1  Cfr.   :M.   Porena,  Le  Elegie  di  O.   L..  nei    «  Rendiconti  della  r. 
Accademia  dei  Lincei  <,  18  giugno  1911. 

25  —  G.  Leopardi. 


386  ILLUSTRAZIONI 


Ahi  ahi,  chi  l'avria  detto  1  appena  il  credo  : 
Quel  ch'io  la  notte  e  '1  di  pregar  soleva 
E   sospirar,  m'è  dato,   e  morte  chiedo. 

Quanto  sperar,  quanto  gioir  mi  leva 

E  spegne  na  punto   sol  !  com'egli  è  scuro 
Questo  dì  che  sì  vago  io  mi  fingeva  ! 

Amore,  io  ti  credetti  assai  men  duro 
Allor  che  desiai  quel  che  m'ha  fatto 
Miser  fra  quanti  mai  saranno  o  furo. 

Già  t'ehbi  in  seno;  ed  in  error  m'ha  tratto 
La  rimembranza:  in  damo  oggi  mi  pento, 
E  meco  indamo  e  teco,  Amor,  combatto. 

Ma  lieve  a  comportar  quello  ch'io  sento 
Fora,  sol  eh 'anco  un  poco  io  di  quel  volto 
Dissetar  mi  potessi  a  mio  talento. 

Ora  il  più  rivederla  oggi  m'è  tolto. 

Ella  si  parte:  e  m'ha  per  sempre  un  giorno 
In  miseria  amarissima  sepolto. 

Intanto  io  grido,  e  qui  vagando  intorno  ', 
Invan  la  pioggia  invoco  e  la  tempesta 
Acciò  che  la  ritenga  al  mio  soggiorno. 

Pure  il  vento  muggia  ne  la  foresta, 

E  muggia  tra  le  nubi  il  tuono  errante. 
In  sul  di,  poi  che  l'alba  erasi  desta. 

O  care  nubi,  o  cielo,  o  terra,  o  piante. 
Parte  la  donna  mia*;  pietà,  se  trova 
Pietate  al  mondo  un  infelice  amante. 


>   Qui  comincia  il  Frammento  XXXVIII;  v.  p.  272-73. 

*  Pare  di  sentirvi  un'eco  dell'apostrofe  di  Re  Lear  nella  landa 
deserta,  travolto  dall'uragano  (a.  III,  se,  2):  «  Soffiate,  o  venti,  e  squar- 
ciatevi le  guance  ;  infiu-iate,  soffiate.  Voi,  cateratte  e  uragani,  riversate, 
finché  non  avrete  sommersi  i  nostri  campanili  e  annegati  i  galli  sovrap- 
postivi.... Rumoreggia  finché  n'hai  possa;  vomita,  fuoco;  rovesciaci, 
piog:::ia....  ».  —  Lo  Shakespeare  era  ben  noto  al  Leopardi.  Ei  lo  ricorda 
nello  Zibaldone  (IT,  195)  una  prima  volta  nel  17  marzo  '21  :  «  Si  possono 
però  citare  il  Racine  dopo  il  Comeille,  e  il  Voltaire  dopo  lui.  e  qualche 
tragico  inglese  dopo  Shakespeare,  ma  nessuno  però  di  quella  eccel- 
lenza e  fania  ».  Un'ultima,  il  30  novembre  '28  (VII,  353):  «  Quei  dram- 
matici», dice,  *  che  in  circostanze  di  grandi  passioni  introducono  de' 
soliloqui,....  sappiano  che  in  tali  circostanze  l'uomo  tra  sé  non  dice 
nulla,  non  parla  punto  neppur  seco  stesso.  E  fra  tal  drammatici  ve 
n'ha  de'  sommi  (Shakespeare  medesimo),  se  non  son  tali  tutti  ».  Dello 
Zibaldone  cfr.  altresì  IV,  51;  V,  31  e  365.  In  una  lettera  del  7  gen- 
naio '18,  il  Giordani  annunzia  al  giovane  recluso  d'aver  finito  allora 
allora  di  leggere  la  Chierra  dei  treni* anni  dello  Schiller  e  «il  Teatro 
di   Shakespeare  1. 


IL    PRIMO     AMORE  387 


Or  prorompi,  o  procella,  or  fate  prova 

Di  sommergermi,  o  nembi,  insino  a  tanto 

Che  '1  sole  ad  altre  terre  il  di  rinnova. 
S'apre  il  ciel,  cade  il  soffio,  in  ogni  canto 

Posan  l'erbe  e  le  frondi,  e  m'abbarbaglia 

Le  luci  il  d'Udo  Sol  pregne  di  pianto. 
Io  veggio  ben  ch'a  quel  che  mi  travaglia 

Nessuno  ha  cm-a;  io  veggio  che  negletto. 

Ignoto,  il  mio  dolor  mi  fiede  e  taglia. 
Segtii,  m'ardi,  mi  strazia,  a  tuo  diletto 

Spegnimi,  o  Ciel;  se  già  non  prima  il  core 

Di  propria  mano  io  sterpomi  dal  petto. 
O  donna,  e  tu  mi  lasci;  e  questo  amore 

Ch'io  ti  porto,  non  sai,  né  te  n'avvisa 

L'angoscia  di  mia  fronte  e  lo  stupore. 
Cosi  pur  sempre;  e  non  fia  mai  divisa 

leco  mia  doglia;  e  tu  d'amor  lontana 

Vivi  beata  sempre  ad  una  guisa. 
Deh  giammai  questa  cruda  e  questa  insana 

Angoscia  non  la  tocchi:  a  me  si  dia 

Sempre  doglia  infinita  e  soprumana. 
Intanto  io  per  te  piango,  o  donna  mia, 

Che  m'abbandoni,  ed  io  solo  riniagno 

Del  mio  spietato  afletto  in  compagnia. 
Che  penso  ?   che  farò  ?   di  chi  mi  lagno  ? 

Poi  che  seguir  né  ritener  ti  posso. 

Io  disperatamente  anelo  e  piagno. 
E  piangerò  quando  lucente  e  rosso 

Appai'rà  l'oriente  e  quando  bruno, 

Fin  che  '1  peso  carnai  non  avrò  scosso. 
Né  tu  saprai  ch'io  piango,  e  che  digiuno 

De  la  tua  vista,  io  mi  disfaccio;  e  morto, 

Da  te  non  avrò  mai  pianto  nessuno. 
Così  vivo  e  morrò  senza  conforto. 

A  questa  prima,  il  poeta  si  proponeva  di  mandar  dietro 
altre  elegie;  e  di  tre  di  esse  sono  stati  ritrovati  gU  argo- 
menti e  qualche  abbozzo  tra  le  carte  napoletane. 

Io  giuro  al  cielo  ecc.  O  donna  ecc.  Né  tu  per  questo  ec-c.  Io  m'im- 
magino quel  momento  ecc.  Non  ho  mai  provato  che  soffra  chi  compa- 
risce innanzi  ecc.  essendo  ecc.  innamorato  ecc.,  giacché  io  sinché  la  vidi 
non  l'amai.  Io  gelo  e  tremo  solo  in  pensarvi;  or  che  sarà  ecc.  ?  Che  posso 
io  fare  per  te,  che  soffrire  che  ti  sia  utile?  Benché  io  già  fossi  innamo- 
rato di  te  (che  cosi  si  é  detto  nella  prima  Elegia),  non  era  ben  deciso 
né  conosceva  l'amore  quand'io  ti  compariva  innanzi. 

Io  giuro  al  ciel  che  rivedrò  la  mia 

Donna  lontana,  ond'il  mio  cor  non  tace 
Ancor  posando,  e  palpitar  desia. 


388  ILLUSTRAZIONI 

Giuro  che  perderò  questa  mia  pace 
Un'altra  volta,  poi  ch'il  pianger  solo 
Per  lei  tuttora  e  '1  sospirar  mi  piace.... 

Osrgi  finisco  il  ventesim'anno....  [v.  più- su,  p.  285]. 

Ecco,  da  poi  che  le  pupille  ignude 

Sentii  di  schermo  incontro  ai  priuii  raggi, 
Il  ventesimo  sole  oggi  si  chiude. 

Misero  !  e  che  fec'io  ?   Quale  appo  i  saggi 
Lodevol  opra  e  che  d'oblio  mi  giovi 
Per  lunga  etade  a  rafErenar  gli  oltraggi?... 

Non  sai  ch'io  t'amo  ecc.  O  campi,  o  fiori  ecc.  ecc.  Ma  non  im- 
porta ecc.  Mi  basta  di  soffrire  per  te.  Non  ti  sognasti  mai,  non  desi- 
derasti, non  pensasti  d'essere  amata  ecc.  Non  merito  che  tu  m'ami  ecc. 
Mi  basta  il  mio  dolore,  la  piu'ità  de'  miei  pensieri,  l'ardore,  la  infelicità 
dell'amor  mio.  Non  te  lo  manifesto  per  non  gittar  sospetti  in  te,  che 
non  crederesti  pienamente  alla  purità  ecc.  Nato  al  pianto,  mi  contento 
anche  in  questo  amore  d'essere  infelicissimo. 

Codeste  note  paiono  buttate  giù  tutte  nello  stesso  giorno.. 
il  28  giugno  '18. 

Qualche  chioserella  anche  qui.  —  Com'' ei  travaglia!... 
pien  di  travaglio...  (v.  3  e  11).  Di  codeste  voci  il  Leopardi 
fece  larghissimo  uso,  così  in  versi  come  in  prosa,  così  nel 
significato  morale,  di  afflizione,  come  nel  fisico,  di  la- 
voro. Bruto,  49:  «forse  i  travagli  nostri»;  Al  Pepoli,  1: 
«  travagliato  sonno  »;  37:  «  al  travagliarne  il  cor»;  Amore  e 
Morte,  76:  «il  gran  travaglio  interno»;  Sopra  un  bassori- 
lievo, 65:  «le  travagliose  strade»;  Elegia  II,  55:  «a  quel 
che  mi  travagliai) \  Alla  Luna,  8:  n  travagliosa  era  mia  vita». 
Disc,  sulla  poesia  romani,  (più  su,  p.  288):  «né  ricuserò 
fatica  né  tedio  né  stento  né  travaglio  per  lei»;  Epist.  I, 
253:  «mi  f accano  così  beato,  non  ostante  i  miei  travagli )>; 
Zib.  II,  46:  «Questo  timore  era  così  terribile  in  quell'età, 
che  nessuna  sventura,  nessuno  spavento,  nessun  pericolo, 
per  formidabile  che  sia,  ha  forza  in  altra  età  di  produrre 
in  noi  angoscio,  smanie,  orrori,  spasimi,  travaglio,  insomma, 
paragonabile  a  quello  dei  timori  fanciulleschi»;  VII,  355: 
«....ella  pensa  e  comincia  a  distruggerlo,  a  travagliare  alla 
sua  dissoluzione».  E  altresì,  Sabato  del  villaggio,  41:  «ed 
al  travaglio  usato  Ciascuno...  farà  ritorno»;  Epist.  I,  413: 
«di  persone...    che   vivono    di    travaglio  e  non  d'intrigo»; 


IL    PRIMO    AMORE  389 


I,  269:   «di  avere    gittate  il  iravaglio  di  tanti  auni»;  Zih. 

II,  195:  «sembrò  strano  che  il  Tasso  si  accingesse  a  quel 
/rai'rt^Zio  [il  poema]  dopo  l'Ariosto»;  Scr.  leti.  I,  370:  «in- 
vano i  Raffa^lli  e  i  Tiziani  travagliarono  per  illustrare...». 
E  noto  di  sfuggita  che  al  Leopardi  non  ripugna  nemmeno 
dettagli   (v.  più  sii,  p.  311). 

La  terzina  ^ed  io  ti  conoscea...  (v.  07  ss.)  è  stata  varia- 
mente interpretata.  Non  può  voler  dire  se  non  questo: 
Né  io,  garzone  com'ero  di  nove  e  nove  soli,  inesperto  degli 
effetti  che  tu  produci,  ti  riconoscea,  amore,  mi  rendevo 
conto  dell'esser  tuo,  quando  facevi  le  prime  prove  in  questo 
infelice,  contro  di  me.  Cfr.  Petrarca,  son.  Poi  che  'l  camin... 
(n.  130):  «Pasco  '1  cor  di  sospir,  ch'altro  non  chiede;  E 
di  lagrime  vivo,  a  pianger  nato  »;  e  il  Molza,  son.  74:  «  Me 
per  languir  mai  sempre  e  pianger  nato,  Par  ch'abbia  a  schivo 
ogni  abitato  loco  ».  —  E  quel  movimento  (v.  97)  Al  cielo, 
a  voi...  io  giuro,  ci  richiama  a  mente  l'altro  del  Discorso  in- 
torno alla  poesia  romantica,  p.  271:  (Prometto  a  voi,  pro- 
metto al  cielo,  prometto  al  mondo,  che  non  mancherò...  >. 


II, 


Un  altra  traccia  di  Elegia  e  il  «  Frammento  XXXIX  ».  — 
«  A  una  fanciulla  ».  —  «  Il  Sogìw  »  e  la  forosetta  Brini.  — 
Chiose  al  «  Sogno  »  e  alla  «  Sera  del  dì  di  festa  ». 

Nelle  carte  napoletane  s"è  rinvenuta  la  traccia  di  un" altra 
Elegia,  che  presenta  qualche  relazione  con  la  11.  Il  poeta 
si  proponeva  già  in  essa  di  salvare,  rimettendolo  a  nuovo, 
qualche  brano  della  Cantica;  come  appunto  fece  assai  piìi 
tardi  col  Frammento  XXXIX.  "■  Spento  il  diurno  raggio  in 
occidente»,  apparso  solo  nell'edizione  napoletana  del  '35  ^ 


^  Di  codesto  Frammento  il  Porexa,  Le  Elegie  di  G.  L.,  p.  2S9-91, 
ha  edita  una  redazione  intermedia,  da  lui  rintracciata  nelle  cart«  na- 
poletane, tra  quella  del  poemetto  quale  il  poeta  lo  mandò  al  Giordani, 
e  l'altra  preparata  per  la  stampa. 


390  ILLUSTRAZIONI 


Elegia  di  \in  innamorato  in  mezzo  a  una  tempesta,  che  si  getta  in 
mezzo  ai  venti,  e  prende  piacere  dei  pericoli  che  gli  crea  il  temporale, 
ed  egli  stesso  errando  per  burroni  ecc.  E  infine  rimettendosi  la  calma 
e  spuntando  il  sole  e  tornando  gli  uccelli  al  canto  (dove  si  potrebbono 
porre  quelle  terzine  ch'io  ho  segnate  ne'  Pensieri)  [cfr.  Zib.  I,   105  : 

Si  come  dopo  la  procella  oscura 

Canticchiando  gli  augelli  escon  dal  loco 
Dove  cacciogli  il  nembo  e  la  paura; 

E  il  villanel  che  presso  al  patrio  foco 
Sta  sospirando  il  sol,  si  riconforta 
Sentendo  il  dolce  canto  e  il  dolce  gioco...], 

si  lagna  che  tutto  si  riposa  e  calma  fuorché  il  suo  cuore.  Anche  si  po- 
tranno intorno  al  serenarsi  del  cielo  usare  le  immagini  del  Canto  se- 
condo e  quarto  della  mia  Cantica.  Io  vedo  ecc.  Oli  uccei  girarsi  basso 
per  la  valle:  Poco  può  star  che  s'alzi  una  tempesta.  —  Donna,  donna, 
io  non  ispero  che  tu  mi  possa  amar  mai:  povero  me,  non  mi  amare  no, 
non  lo  merito;  infelicissimo,  non  ho  altro,  altro  che  questo  povero 
cuore.  Non  mi  ami,  non  mi  curi,  non  ho  speranza  nessuna.  Oh  s'io 
potessi  morire!  Oh  turbini  ecc.  —  Ecco  comincia  a  tonare:  venite  qua, 
spingetelo,  o  venti,  il  temporale  su  di  me.  Voglio  andare  su  quella 
montagna  dove  vedo  che  le  querce  si  movono  e  agitano  assai.  Poi, 
giungendo  il  nembo,  sguazzi  fra  l'acqua  e  i  lampi  e  il  vento  ecc.,  e  par- 
tendo lo  richiami  ^. 

!Si  capisce  come  già  turbinassero  nell'immagiuazione  del 
poeta  quei  motivi,  che  poi  trovarono  via  via  la  loro  più 
appropriata  espressione  nel  Bruto  minore  e  neW' Ultimo 
canto  di  Saffo,  nella  Sera  del  dì  di  festa,  e  nella  Quiete  dopo 
la  tempesta.  E  si  sente  come  la  recente  lettura  del  Werther, 
di  qualcuno  dei  poemetti  del  Byron,  e  fors'anche  del  Be 
Lear,  ne  abbia  vivamente  commossa  la  fantasia. 


^  Scritti  vari  inediti,  p.  49-50  —  Pur  nel  Saggio  sopra  gli  errori 
popolari  degli  antichi,  del  1815,  occorre  la  descrizione  d'un  uragano, 
che  molto  somiglia  a  queste  della  Cantica  e  del  Frammento.  «  L'agri- 
coltore primitivo  »,  vi  si  dice  (cap.  13),  «  fuggendo  per  una  vasta  cam- 
pagna, mentre  la  pioggia  sopraggiunta  improvvisamente  strepita 
sopra  le  messi  e  rovescia  con  un  rombo  cupo  sopra  la  sua  testa;  mentre 
il  tuono,  che  sembra  essersi  inoltrato  verso  di  lui.  scoppia  piìi  distinta- 
mente e  gli  rumoreggia  d'intorno;  mentre  il  lampo,  assalendolo  con 
una  luce  trista  e  repentina,  l'obìdiga  di  tratto  in  tratto  a  batter  le  pal- 
pebre* rompendo  col  petto  la  corrente  di  un  vento  romoropo  che  gli 
agita  impetuosamente  le  vesti,  e  gli  spinge  in  faccia  larghe  onde  di 
acqua,  vede  di  lontano  nella  foresta  una  quercia  tocca  dal  fulmine  ». 


A    UNA   FANCIULLA  391 


L'accento  passionale,  che  si  leva  così  doloroso  di  tra  la 
calma  e  solenne  rappresentazione  dell'idillio  La  sera  del 
dì  di  festa,  spunta  già  in  un  altro  abbozzo,  d'un  canto  A  una 
fanciulla,  del   1819  {Scr.  ined.,  p.   47). 

Deh  non  sii  tanto  di  tua  bella  faccia  Avara,  o  fanciulla  mia  ecc. 
Passo  e  ripasso  avanti  la  porta  della  tua  casa  ove  solevi  stare,  e  non 
ti  trovo  mai  ecc.  Oh  perchè  ?  Certo  non  sai  ch'io  ti  ci  desidero  ecc. 
Tu  sei  ancora  innocente,  o  cara  ecc.  Lo  sarai  sempre  ?  Ahi  ahi,  ch'io 
non  lo  credo  ecc.  Ohimè  tanta  beltà  diverrà  colpevole  e  trista  per  lo 
scellerato  mondo,  mentre  ora  nella  giovinezza  è  così  candida  ecc.  Oli 
padre,  padre  (a  Dio),  salvala  ecc.,  ch'è  tua  fattura  ecc.  —  Ahimè  tu 
non  ti  curi  di  me,  né  sai  niente,  né  io  te  ne  dirò  mai  niente.  Oh  se  ve- 
dessi ecc.  che  core  è  il  mio  !  È  un  core  raro,  o  mia  cara,  ardente  ecc. 
Non  temer  di  me.  Oh  se  sapessi  come  ti  rispetto  ecc.  Dimmi  se  sei  vir- 
tuosa, benefica,  compassionevole,  innocente.  Ah  se  sei,  lasciami  ch'io 
mi  ti  prostri,  santa  cosa,  a  baciarti  la  punta  de'  calzari.  —  Esortazione 
alla  virtù  per  cagione  della  sua  bellezza. 

Non  so,  né  imjtorta  appurare,  chi  questa  oscura  fan- 
ciulla del  popolo  fosse:  non  si  riuscirebbe  a  conoscerne,  nel 
caso  più  fortunato,  se  non  il  nome.  E  comprenderemmo 
forse  allora  meglio  la  squisitezza  della  poesia  leopardiana, 
anche  di  quella  a  cui  egli  poi  non  riuscì  a  dare  la  veste  ele- 
gantissima che  destinava  alle  amabili  figliuole  della  sua 
fantasia?  In  quel  farraginoso  cibrèo  di  appunti  e  ricordi 
ritrovato  tra  le  carte  di  Giacomo,  è  pur  questa  notereUa: 
«  Detti  deUa  mia  donna,  quella  sera,  circa  la  povertà  della 
famiglia  ond'era  uscita  ecc.,  e  le  sue  malattie  e  la  famiglia 
o v'era  ecc.  ».  Si  tocca  qui  deUa  fanciulla  medesima  ?  0 
non  piuttosto  deUa  domestica  ?  E  che  monta  saperlo  ì 
La  critica  occorre  che  sia  oculata  e  sagace,  ma  deve  guar- 
darsi da  quelle  curiosità  vigili  e  pettegole  che  esercitano 
l'acume  e  le  lingue  delle  comari!  Il  Leopardi  era,  anche 
nell'amore,  un  sognatore;  e  una  bella  figura  di  donna  viva, 
quale  che  essa  fosse,  destava  nel  suo  spirito  sensazioni 
quasi  uguali  a  quelle  che  vi  suscitava  un  bellissimo  dipinto. 
Tra  gli  Appunti  è  anche  questo  (p.  275  e  277):  «  Santa  Ce- 
cilia considerata  più  volte  dopo  il  pranzo,  desiderando  e 
non  potendo  contemplar  la  bellezza».  E  poco  appresso: 
«  Mie  reverie  sopra  una  giovine  di  piccola  condizione,  bella 
ma  molto  allegra,  veduta  da  me  spesso  ecc.,  poi  sognata 


392  ILLUSTRAZIONI 


interessantemente  ecc.,  solita  a  salutarmi  ecc.:  mie  apo- 
strofi fra  me  e  lei  dopo  il  sogno;  vedutala  il  giorno  e  non 
salutato,  quindi  molestia  (eh  pazzo,  eli' aveva  altri  pensieri, 
ecc.,  e  se  non  ti  piace,  se  non  le  ho  detto  né  le  dirò  mai  sola 
una  parola;  eppure  avrei  voluto  che  mi  salutasse)  ». 

Di  due  di  codeste  popolane,  contemplate  con  tanta 
segreta  passione,  egli  stesso  ci  ha  rivelato  il  Dome.  L'una 
è  la  Teresa,  ch'ei  chiamerà  poeticamente  Silvia;  l'altra 
è  una  Brini.  Or  chi  mai  avrebbe  potuto  supporre  che  pro- 
prio una  cotal  donzelletta,  vispa,  allegi'a,  «  instabile  come 
un'ape  »,  di  povera  condizione,  fosse  la  Laura  ispiratrice 
di  quel  Sogno,  ch'è  di  così  pretta  intonazione  petrarchesca  ? 
Giacomo,  ingenuo  e  fantasioso  Don  Giovanni,  segue  i  passi 
di  suo  fratello,  che  pare  facesse  il  Don  Giovanni  sul  serio. 
Della  bellezza  di  quella  popolana  aveva  forse  sentito  parlar 
da  lui,  con  entusiasmo.  E  narra  (p.  28.5  e  287): 

Vista  già  tanto  desiderata  della  Brini  ecc.  ;  mio  volermi  persuadere 
da  principio  che  fosse  la  sorella,  quantunque  io  credessi  il  contrario, 
persuaso  da  Carlo  ecc.  ;  suo  guardare  spesso  indietro  ai  padrone  al- 
lora passato  ecc.,  correr  vìa  frettolosamente  con  un  bel  fazzoletto  in 
testa,  vestita  di  rosso,  e  qualche  cosa  involta  in  fazzoletto  bianco  in 
una  mano  ecc.  Nel  suo  voltarsi  ci  voltava  la  faccia,  ma  per  momenti, 
ed  era  instabile  come  un'ape:  si  fermava  qua  e  là  ecc.  Diede  un  salto 
per  vedere  il  giuoco  del  pallone,  ma  con  faccia  seria  e  semplice.  Doman- 
data da  un  uomo,  dove  si  va  ?,  a  Boncio,  luogo  fuori  del  paese  un  pezzo, 
per  dimorarvi  del  tempo  colla  padrona.  Noi  andarle  dietro,  finché 
fermatasi  ancora  con  alcune  donne,  si  tolse  (non  già  per  civetteria) 
il  fazzoletto  di  testa  e  gli  passammo  presso  in  una  via  strettissima; 
e  subito  ci  venne  dietro  ed  entrò  con  quell'uomo  nel  palazzo  del  pa- 
drone ecc.  —  Miei  pensieri  la  sera,  turbamento  allora  e  vista  della  cam- 
pagna e  sole  tramontante  e  città  indorata  ecc.  e  valle  sottoposta  con 
case  e  filari  ecc.  ecc.  Mio  innalzamento  d'animo,  elettrizzamento,  fu- 
rore, e  cose  notate  ne'  Pensieri  in  quei  giorni,  e  come  conobbi  che  l'a- 
more mi  avrebbe  proprio  eroiflcato  e  fatto  capace  di  tutto,  e  anche  di 
uccidermi.... 

Riveduta  la  Brini  senza  sapere,  ed  avendomi  anche  salutato  dolce- 
mente (o  ch'io  me  lo  figurai),  ben  mi  parve  un  bel  viso,  e  perciò,  come 
soglio,  domandai  ehi  era  (che  m'era  passata  alquanto  lontano),  e  sapu- 
tolo, pensa  com'io  restassi;  e  più  uel  rivederla  poco  dopo  a  caso  nello 
stesso  passeggio:  dico  a  caso,  perchè  io  stava  sulle  spine  per  lasciare 
quella  compagnia  e  zio  Ettore  che  poi  mi  trattenne,  alfine  di  andare 
in  luogo  dove  potessi  rincontrarla  ;  ma  invano,  finché  tornandomi,  la- 
sciata troppo  tardi  la  compagnia  e  senza  speranza,  la  rividi  pure  al- 


IL  SOGNO  393 


l'improvviso.  -—  Sogno  di  quella  notte  e  mio  vero  paradiso  in  parlar 
con  lei  ed  esseme  interrogato  e  ascoltato  con  viso  ridente,  e  poi  doman- 
darle io  la  mano  a  baciare,  ed  ella  torcendo  non  so  di  che  filo,  porger- 
mela, guardandomi  con  aria  semplicissima  e  candidissima;  e  io  baciarla 
senza  ardire  di  toccarla,  con  tale  diletto,  ch'io  allora  solo  in  sogno  per 
la  primissima  volta  provai  che  cosa  sia  questa  sorta  di  consolazioni, 
con  tal  verità  che,  svegliatomi  subito  e  riscosso  pienamente,  vidi  che 
il  piacere  era  stato  appimto  qual  sarebbe  reale  e  vivo,  e  restai  attonito 
e  conobbi  come  sia  vero  che  tutta  l'anima  si  possa  trasfondere  in  un 
bacio  e  perder  di  vista  tutto  il  mondo,  come  allora  proprio  mi  parve; 
e  svegliato,  errai  un  pezzo  con  questo  pensiero,  e  sonnacchiando  e 
risvegliandomi  a  ogni  momento,  rivedevo  sempre  l'istessa  donna  in 
mille  forme,  ma  sempre  viva  e  vera  ecc.  In  somma  il  sogno  mio  fu 
tale  e  con  sì  vero  diletto,  ch'io  potea  proprio  dire  col  Petrarca:  «In 
tante  parti  e  sì  bella  la  veggio  Che  se  Verror  durasse  altro  non  chieggio  ». 

Non  manca  neppure  il  diretto  rimando  al  Petrarca! 
Di  codeste  sue  prime  impressioni  il  poeta  si  ricorderà  an- 
cora quando,  sotto  le  sembianze  del  romantico  Consalvo, 
anelerà  tuttavia  a  quel  bacio,  in  cui  possa  «  trasfondere 
tutta  l'anima,  e  ijerder  di  vista  tutto  il  mondo»;  e  tut- 
tavia invano  ! 


Qualclie  cliioserella  spicciola. 

Il  Sogno  più  specialmente  si  riconnette  alla  canzone 
Quando  il  soave  mio  fido  conforto,  del  Petrarca  (n.  359); 
ai  sonetti  Io  non  fa''  d'amar  voi  lassato  unquanco  (n.  82) 
e  Poi  che  voi  et  io  piìi  volte  abhiaìn  provato  (n.  99);  e  al  ca- 
pitolo Il  del  Trionfo  della  Fama,  che  comincia  La  notte 
che  seguì  Vorribil  caso.  Dice  non  senza  bizzarria  il  Carducci 
(nel  Commento  alla  citata  canzone   petrarchesca  ;  p.  497)  : 

Il  Sogno  del  Leopardi,  riflessione  del  pessimismo  nel  di  là  della 
vita,  è  tristo  anche  nel  rispetto  poetico:  pare  un  di  quei  pozzi  che  sus- 
sistono ancora  in  qualche  vecchio  orto,  che  offrono  un  po'  d'acqua 
immobile  al  debole  rispecchiamento,  in  una  mattina  d'autunno,  dei 
rami  dispogliantisi  e  degli  alberi  stecchiti.  Properzio  è  il  paganesimo 
vizioso,  Giacomo  il  razionalismo  infermo:  il  Petr.  è  questa  volta  il 
cristianesimo  comunicante  teneramente  con  l'uomo.  La  sua  canzone  è 
poesia  di  profonda  religione  insieme  e  d'amore  vivissimo.  Su  '1  letto 
del  poeta  dormiente  il  cielo  viene  a  patti  con  la  terra  e  il  misticismo 
si  abbraccia  pudicamente  al  sensualismo  attestando  la  medesima  ori- 
gine. Ciò  nella  lingua  più  caldamente  animata,  più  verecondamente  co- 
lorata, più  semplicemente  commossa  che  il  beato  trecento  scrivesse  mai. 


394  ILLUSTRAZIONI 


Notevoli  somiglianze  questo  Canto  ha  pure  con  l'epi- 
sodio dell'  Iliade  (1.  XXI)  in  cui  V  ombra  dell'  ucciso  Pa- 
troclo viene  in  sogno  ad  Achille;  e  con  quelli  dell'Eneide 
(1.  II,  268  ss.,  771  ss.),  in  cui  vengono  in  sogno  ad  Enea 
e  il  maestissimus  Hector  e  la  misero  coniunx  fato  erepta 
Greusa  : 

Infelix  simulacrum  atque  ipsius  umbra  Creusae 
Visa  milii  ante   oculos  et  nota  maior  imago. 

Quanto,  deh  quanto...  (v.  14)  richiama  il  «  Quanto,  deh 
quanto  »  del  Gonsalvo  (v.  133).  —  E  Nascemmo  al  pianto 
(v.  55),  r«a  pianger  nato»    del  Primo  amore   (v.  68). 

La  mirabile  descrizione  della  notte  lunare,  onde  s'inizia 
il  canto  La  sera  del  dì  di  festa,  ne  richiama  un'altra  di  Omero, 
che  il  poeta  stesso  rinfacciava  ai  Romantici,  nel  suo  Di- 
scorso di  un  italiano  intorno  alla  poesia  romantica  {Scr. 
variined.,  235),  «  Ora  quella  natura  »,  argomentava,  «ch'es- 
sendo tale  al  presente  qual  era  al  tempo  di  Omero,  fa  in 
noi  per  forza  sua  quelle  impressioni  sentimentali  che  ve- 
diamo e  proviamo,  trasportata  nei  versi  d'Omero  e  quindi 
aiutata  dalla  imitazione  e  da  quella  imitazione  che  non  ha 
uguale,  non  ne  farà?...  Una  notte  serena  e  chiara  e  silen- 
ziosa illuminata  dalla  luna,  non  è  uno  spettacolo  senti- 
mentale !  Senza  fallo.  Ora  leggete  questa  similitudine  di 
Omero  [Iliade,  Vili,  551  ss.]: 

Sì  come  quando  graziosi  in  cielo 
Rifulgon  gli  astri  intorno  della  luna, 
E  l'aere  è  senza  vento,  e  si  discopre 
Ogni  cima  de'  jnonti  ed  ogni  selva 
Ed  ogni  torre;  allor  che  su  nell'alto 
Tutto  quanto  l'immenso  etra  si  schiude, 
E  vedesi  ogni  stella,  e  ne  gioisce 
Il  pastor  dentro  all'alma....  ». 

Odo  non  lunge  il  solitario  canto  DelV  artigian  (v.  25). 
Cfr.  Alla  sua  donna  (v.  34)  :  «  Per  le  valli,  ove  suona  Del 
faticoso  agricoltore  il  canto  »;  La  vita  solitaria  (v.  63):  «e 
di  fanciulla  Che  all'  opra  di  sua  man  la  notte  aggiunge 
Odo  sonar  nelle  romite  stanze    L'arguto  canto, 


LA   SERA    DEL   DÌ    DI   FESTA  395 

Della  malinconica  meditazione  finale  (v.  33  ss.):  Or 
dov'è  il  suono  Di  que'  popoli  antichi?....,  era  già  una. traccia 
nell'Inno  al  Eedentore:  «E  l'Impero  romano  fu  distrutto, 
e  Roma  pure  saccheggiata...  »;  ma  meglio  essa  richiama 
alcuni  procedimenti  dei  poemetti  ossianici.  Nella  Notte, 
V.   234  ss.: 

Ove  son  ora,  o  vati, 

I  Duci  antichi?  ove  i  famosi  Regi? 

Già  della  gloria  lor  passare  i  lampi. 

Sconosciuti,  obbliati 

Giaccion  coi  nomi  lor,  coi  fatti  egregi,  J 

E  muti  son  delle  lor  pugne  i  campi. 

E  in  Temora,  e.  I,  v.   387  ss.: 

Ove  son  ora,  o   Duci, 
I  padri  nostri,  ove  gli  anticlii  eroi  ? 
Tutti  già  tramontar  siccome  stelle 
Che  brillano,  e  non  sono;  or  sol  s'ascolta 
Delle  lor  lodi  il  suon,  ma  fur  famosi 
Nei  loro  giorni,  e  dei  passati  tempi 
Fiiro  il  terror. 

E  nello  stesso  poemetto,  e.  VI,  v.  298  ss.: 

Rammenta  il  breve  fuggitivo  corso 
Della  vita  mortale:  un  popol  viene, 
È  corrente  ruscel;  svanisce,  è  soffio. 
Altra  schiatta  succede.... 

Tutta  la  stupenda  ultima  parte  dell'idillio  si  può  dire 
che  fosse  già  abbozzata  in  quest'appunto  (Zib.  I,  157): 

Dolor  mio  nel  sentire  a  tarda  notte  seguente  al  giorno  di  qualche 
festa  il  canto  notturno  de'  villani  passeggeri.  Infinità  del  passato  che 
mi  veniva  in  mente,  ripensando  ai  Romani  cosi  caduti  dopo  tanto 
remore  e  ai  tanti  avvenimenti  ora  passati,  ch'io  paragonava  dolorosa- 
mente con  quella  profonda  quiete  e  silenzio  della  notte,  a  farmi  avve- 
dere  del  quale  giovava  il  risalto  di  quella  voce  o  canto  villanesco. 

E  il  motivo  di  esso  era  già  espresso  in  quest'altra  nota 
successiva,  II,  44-5,  che  porta  la  data  del  20  gennaio  1821: 

Osservate  ancora  che  dolor  cupo  e  vivo  sperimentavamo  noi  da 
fanciulli,  terminato  un  divertimento,  passata  una  giornata  di  festa  ecc. 
Ed  è  ben  naturale  che  il  dolore  seguente  dovesse  corrispondere  all'a- 
spettativa,   al    giubilo  precedente:  e  che  il  dolore  della  speranza  de- 


396  ILLUSTRAZIONI 


liisa  sia  proporzionato  alla  misura  di  detta  speranza,  uon  dico  alla 
misura  del  piacere  provato  realmente,  perchè  infatti  neanche  i  fanciulli 
provano  mai  soddisfazione  nell'atto  del  piacere,  non  potendo  nessun 
vivente  esser  soddisfatto  se  non  da  un  piacere  infinito.  Anzi,  il  nostro 
dolore,  dopo  tali  circostanze,  era  inconsolabile,  non  tanto  perchè  il 
piacere  fosse  passato,  quanto  perchè  non  avea  corrisposto  alla  speranza. 
Dal  che  segniva  talvolta  una  si)ecie  di  rimorso  o  pentimento,  come  se 
uon  avessimo  goduto  per  nostra  colpa. 

Nella  chiusa  del  Cantico  del  gallo  silvestre  il  poeta  tornò 
ancora  una  volta  col  pensiero  sulla  caducità  d'ogni  cosa 
mondana,  anche  delle  più  eccelse  e  mirabili. 

«  Ma  siccome  i  mortali  »,  dice,  «  se  bene  in  svd  pruno  tempo  di  cia- 
scimo  giorno  racquistano  alcuna  parte  di  giovanezza,  pure  invecchiano 
tutto  di,  e  finalmente  si  estinguono  ;  cosi  l'universo,  benché  nel  principio 
degli  anni  ringiovanisca,  nondimeno  continuamente  invecchia.  Tempo 
verrà,  che  esso  imiverso,  e  la  natura  medesima,  sarà  spenta.  E  nel 
modo  che  di  grandissimi  regni  ed  imperi  um