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Full text of "Il "Buccolicum Carmen";"

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AI CARI MAESTRI 
DE L'ATENEO FIORENTINO 



COLLEZIONE 



DI 



OPUSCOLI DANTESCHI 



INEDITI O RARI 



Or. L. PASSERINI 



Vol. 1310-1320-1330-1340-1 85» 







FIRENZE 

PRB8SO r,A DIREZIONE DEL «GIORNALE DANTESCO 

Via del Fratellino, 7 



1914 



LI 



GIOVANNI BOCCACCIO 



IL "BUCCOLICI! CARMEN" 



TRASCRITTO 



DI SU L'AUTOGRAFO RICCARDIANO 



E ILLUSTRATO PER CURA 



GIACOMO LIDONNICI 





CITTÀ DI CASTELLO 
CASA EDITEIOE S. LAPÌ 



1914 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Città di Castello, Tipografia della Gasa Editrice S. Lapi. 



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Giovanni Boccaccio. Dal cod. Xo«r. 49 pi. 34. 



Il fatto che da gran tempo e da molti studiosi si 
sia lamentata la mancanza d'una edizione critica del 
BuGcolicum Carmen di Giovanni Boccaccio — onde nelle 
citazioni e nelle interpretazioni s'incorre di frequente 
in errori 1 — mancanza resa ancóra più grave dacché 
gli studi dell' Hecker 2 ce ne han fatto conoscere l'auto- 
grafo nel cod. Riccardiano 1232 - mi ha indotto, anche 
pe' conforti del conte Passerini, direttore di questa Col- 
lezione, dopo molte titubanze e fatiche a curarne e illu- 
strarne la presente edizione. Per la quale anzitutto ho 
creduto bene attenermi, con la più stretta fedeltà, al testo 
contenuto nel detto codice, siche i lettori, oltre ad averne 



1 Le stampe, tutte spropositate, sono : una del 1504 (Fi- 
renze Filippo dei Giunti) ; un'altra del 1546 (Basilea, Giov. Opo- 
rino) ; una terza infine del 1719 (Firenze, Tartini e Franchi) 
cfr. Hortis; Studi sulle op. lat. del Bocc, Trieste 1879 p. 753 e 
segg. 

2 Boccaccio- Funde, Braunschweiz, 1912. A quest'opera fon- 
damentale rimando i lettori desiderosi di conoscere parti- 
colarmente la storia e altre utili osservazioni e confronti sui 
codice Riccardiano, il quale già fece parte della Parva Li- 
breria (Bibl. di Santo Spirito) nel sec. XV, e nella sua pic- 
cola mole, si presenta ancóra chiaro e grazioso agli occhi de- 
gli studiosi. 



8 

la lezione sicura, ricevessero quasi la schietta impressione 
del codice stesso: se non che, il desiderio di apportare 
maggior chiarezza e prontezza d' intendimento ai lettori 
di media cultura, m' ha pure indotto ad accostare al- 
quanto all' uso moderno la punteggiatura, d'altronde non 
sempre chiara e costante nell'autografo, aggiungendo 
qua e là dei punti ammirativi dove il senso stretta- 
mente lo richiedesse; a mutare inoltre in maiuscola 
l' iniziale dei nomi propri, e trascrivere infine col cor- 
rispondente v italiano l' u consonantico latino. In quanto 
poi al raggruppamento e alla soluzione delle parole, 1 
poiché non è sempre facile rilevare dove lo scrittore 
abbia inteso attaccare o disgiungere, anzi capita spesso 
che le parti s' in vertano, trovando cioè scritto i signis, 
f mixtis e simili, accanto a un gran numero di parole 
in cui sono incorporate le proposizioni: in, eon, et y ecc., 
che invece starebbero a sé, ho deciso di attenermi al 
criterio dell'attuale grafia dei classici latini, della cui 
chiarezza si avvantaggi cosi anche il lettore che ne 
abbia bisogno. 

Molte invero e varie sono le correzioni ed aggiunte 
contenute nell'autografo, fra le quali bisogna distinguere 
anzitutto quelle che riguardano il contenuto, l'espres- 
sione intrinsica del testo, e che saranno state determi- 
nate da ragioni stilìstiche, grammaticali o linguistiche ; 
e quelle, non meno numerose, che riguardano l'orto- 
grafia. Per le prime, persuaso che siano di mano del- 
l'Autore — come ce ne avvertono in generale la stessa 



1 Cfr. a proposito, quanto, per gli scrittori medievali, 
osserva dottamente e autorevolmente il Eajna nel Trottato 
De vulgari Eloquentia, Firenze, 1896, p. OLII. 





grafìa, e i codici che dall'autografo direttamente o indi- 
rettamente dipendono, ho seguitato dunque, senz'altro, 
il mio fedele criterio di trascrizione, dando però nelle 
note non solo avvertenza di qualsiasi modificazione av- 
venuta con o senza rasura, ma anche nozione di quella 
che — secondo me — sarebbe stata l'espressione origi- 
naria, desumendola da qualche traccia della prima scrit- 
tura trasparente ancóra nel codice, o piuttosto — come 
ha pur tatto l'Hecker — dal cod. Laur. XXXIX, 26, l 
scritto di mano di frate Iacopo da Volterra, col testo 
del Buccolicum Carmen anteriore all'ultima revisione 
dell'autografo; e, infine, per l'egloga III. Faunus, dall'al- 
tro cod. Laur. XXIX, 8, di autenticità boccaccesca, il 
quale, com'è notissimo, contiene del Faunus la prima 
compilazione. 2 Per le correzioni poi che riguardano 
l'ortografia, confesso che in un gran semenzaio di dubbi 
mi sono tosto trovato, se in tutte cioè fosse da rico- 
noscersi la mano dell'Autore, o non piuttosto quella, 
spesso profanatrice, dei possessori o lettori del codice. 
Ma dopo non poche riflessioni e confronti con altre 
scritture del Boccaccio, e specialmente col Laur. LII, 



1 1 codd. esistenti in Firenze — e da me consultati — sono : 
Bibl. Laur. PI. XXXIV n. 49 (dell'anno 1379, cfr. Heckek, 
op. ciL, p. 70). PI. XXXIX n. 26 (che contiene il testo del 
Buccolicum qual'era sino al 1369 (cfr. Hecker, op. cit., p. 69) ; 
e PI. LII, n. 29. Il Cod. della Bibl. Naz., PI. Vili, n. 1313 
contiene le prime due eglogle e una parte della 3*. Altri due 
codici si trovano uno nel Museo Britannico di Londra e l'al- 
tro nella Bodleiana di Oxford. Cfr. Zumbini, in Giorn. xtor. 
della Lett. ital., VII, p. 94 segg. 

2 Cfr. Hauvette, Notes sur de nianuscr. autogr. de Boccace 
à la Latcrentienne, in Mélange* d'arch. e d'hist. della scuola 
francese di Roma, XIV, p. 87 e sgg. 



10 

29, riconosciuto autografo pure dall' Hecker, 1 sono ve- 
nuto nel convincimento che anche le correzioni orto- 
grafiche — almeno quelle di cui ora parlerò — siano 
di mano del Boccaccio, apportate nel tempo che egli ri- 
vide ancóra una volta il suo mss., com'è del resto l' ipo- 
tesi pili spontanea osservando che le stesse correzioni 
numerose e sistematiche dell'autografo Riccardiano si ri- 
scontrano nell'altro autografo Laurenziano. 2 

Passiamo ora a rilevare le principali correzioni ed 
aggiunte: h è molto spesso sovrapposta con e senza chia- 
mata * alle parole : pulaer, corus, arcas, ecc. : ebbene, 
oltre che h assomiglia alla grafia dello scrittore, è no- 
tevole il fatto che al f. 7 v. 38 si trovi scritto su rasura 
intera della parola primitiva — cioè quando l'Autore 
corresse in vario modo il suo mss. — puUhva, senza più 
sovrapposizione di h ; e d'altra parte, se troviamo questa 
consonante sovrapposta a proibel, altrove (f. 15, v. 5) 
questa stessa parola è scritta ab initìo esplicitamente 
con h. Una sovrapposizione consimile è spesso quella 
di e in succintam (f. 7, v. 38) accintam (f. 8, v. 76) viu- 
tus (f. 46, v. 53) tini us (f. 45, v. 22) autus (17, v. 67) auto* 
(f. 22, v. 62) ; al contrario e trovasi una volta raschiato 
in euneta (f. 16, v. 48), 3 e cosi in bracchici (f. 76, v. 130; 
in aactoritate e auetor qua e là 4 — qualche volta 



1 Op. cit., p. 93 e seguenti. 

2 Cfr. Hecker, op. cit., p. 45 nota, per il Bue. Carni, e 
p. 112 nota, per il De genealogia. Per la grafìa del Boccaccio 
cfr. pure l'introduzione alla Vita Nuova del Barbi, p. CLXXII ì 
e inoltre, p. 136 degli Studii su Giov. Boccaccio & cura delia 
Società storica della Valdelsa. Castelfiorentino, 1918. 

3 Cunta accanto a cuncta troviamo spesso nel Bue. Carta. 
del Petrarca. (Cfr. l'ediz. di A. Avena, Padova, 1906). 

* Cfr. Kajna, op. cit., p. CLXXV. 






11 

anche eliminato con un puntino sotto lo stesso e — 
però, se la stessa correzione ricorre nel codice lauren- 
ziano con la sola eliminazione cioè del e, ricorre pure 
scritto esplicitamente, su intera rasura della parola pri- 
mitiva, autoritas (f. 142, v. col 1), ecc. Una modificazione 
ancóra frequente è quella di ti mutato in ci dinanzi a 
vocale, 1 con manifesta tendenza all'uso classico, non 
senza però confusione : cosi sotium mutato in socium ; 
però anche otia in oeia f vitium in vicium, spurcities 
in spurcicies, ecc., il che vediamo pur frequentemente 
ricorrere nel codice Laurenziano : però nel nostro auto- 
grafo troviamo esplicitamente scritto, su intera rasura 
della parola primitiva, socium e soeiumque (f. 6, v. 36) e 
inoltre, nel Laurenziano: sodatura, (f. 146, v. col. 2) sori, 
(£ 104, v. col. 2). Largo numero poi di variazioni e di mo- 
dificazioni presenta la consonante p nei verbi damnare, 
tentare, e simili : nel nostro autografo, come nell'altro 
codice, la detta consonante o è raschiata, o eliminata 
col solito puntino, o infine lasciata. Tuttavia nell'auto- 
grafo stesso troviamo scritto aib nitio : tentans ; e dam- 
nare si trova spesso nell'altro codice scritto ab initio, 
o pili tardi su intera rasura : il che, insieme con l'oscil- 
lazione della grafia, ci dimostra, credo, che dal gusto 
del Boccaccio non discordano le dette correzioni, e che 
a lui anzi si possono attribuire. Simile oscillazione gra- 
fica, nell' uno come nell'altro codice, si trova per la 
parola nynpha che troviamo a volte scritta esplicita- 
mente cosi (f. 72, v. 5 cod. Rice.) altre volte nympha, 
e più spesso con la terza asta di m abrasa. 



i Cfr. Rajna, op. cit., p. CLXII e seg. 



12 

Veniamo ora a quella lunga serie di correzioni cui 
ha dato luogo il principio fonetico dell'assimilazione, che 
il nostro Autore — dirò subito — mostra già ab initio 
di avere applicato, se frequentemente ne troviamo esem- 
pi nell'i. utografo : assuetus, assurgunt, assis, alloquar, 
eorripit, ecc. : però ricorre spesso subrìpere mutato in 
sur ripere, obpleta (f. 20, v. 1 1) in oppleta, subrepta (42, v. 
137) in sarrepta; e cosi ancóra emietit permietit, e simili 
mutati in emittit, permittit, a! contrario sagittis in 
sagittis (f. 8, v. 82 e f. 19, v. 128); peremni mutato 
spesso in perenni (contrariamente ali.' uso classico), le 
quali mutazioni frequentemente e ugualmente appari- 
scono nell'altro codice, dove però troviamo pur scritti 
ab initio : apponat, e, pili tardi, su rasura, offuscali e 
perenni, molto spesso; donde possiamo, credo, arguire, 
che le correzioni di tal sorta nei nostro autografo, ri- 
spondano al gusto e quindi alla mano del Boccaccio. 

Studio più attento meritava la nasale n nelle pre- 
posizioni delle parole composte : secondo il Rajna, 1 
bisognerebbe prima distinguere le parole in cui lo 
scrittore avvertiva già, per l'uso delle semplici, la 
composizione, come per es. immemores, e viceversa, 
per es. immunes ; ebbene : nel nostro autografo pos- 
siamo fare a meno di questa distinzione, se troviamo 
scritto esplicitamente impia (f. 78, v. e 80, v), Com- 
posito* (f. 55, v), e d'altra parte, immanis y e immu- 
nis; e cosi troviamo nell'altro codice impio e impium, 
molto spesso, imposuit (f. 49, v. col. 1) e imposìta (f. 
45, v. col. 2), eomposuisse (f. 145, v. col. 2), Immemores 
(f. 104, v. col. 2) e cosi via. Se non che devo pure avver- 



Op. cit., p. CLIX. 



13 

tire che nel nostro autografo, in principio di verso, dove 
di solito le parole sono scritte per esteso, e un breve 
spazio suole intercedere fra la prima e la seconda let- 
tera, per Immitis, (f. 17, v) e qualche altra parola com- 
posta, la terza asta dell'?» apparisce posteriormente 
inserita; e nello stesso codice laurenziano troviamo 
pure in mistìs (f. 141, v. col. 1) e, su intera rasura, 
in meritos (f. 142 v. col. 2), ecc.; il che ci mostra, 
credo, che l'Autore non sempre abbia inteso attaccare, 
anzi fondere, con l'assimilazione, le due parti della pa- 
rola, come tuttavia avrà preferito fare più tardi, esten- 
dendo — non senza però eccezione — quell'uso di cui 
già aveva mostrato numerosi esempi. Onde non dispero 
di far bene applicando il principio di assimilazione in 
tutti i casi che mi offra lo scioglimento delle abbrevia- 
zioni molteplici del testo. 

In quanto poi al trattamento di m dinanzi a e, d, 
q, ho tenuto conto, sulla sapiente scorta del Rajna, 1 
della regola di Prisciano : « M. . . transit in n, et maxi- 
me d vel e vel q sequentibus, ut tantum tantundem., 
idem identidem, eorum eorundem, num mine ubi, et, 
ut Plinio placet, nunquis, nunquam (Prisc, II, 29 nei 
Gramm. lat. del Keel) ; e dell'applicazione di tale regola 
indizi ce ne offre pure il Boccaccio stesso, se nell'uno 
come nell'altro codice troviamo esplicitamente scritto 
nunquam; e anche quicquid, che ci prova la forza as- 
similatrice del q: troviamo però anche namque, per 
analogia del quale, e per altre ragioni che resultano di 
per sé chiarissime, lascerò inalterata qualsiasi conso- 
nante dinanzi all'enclitica que. Per quamvis ì infine, come 



Op. cit., p. CLIX. 



14 

per unumquenque, quantumcunque, e simili, terrò conto 
di quanto suggerisce autorevolmente il Rajna. 

Altre particolarità grafiche non mancano nel testo, 
e non mancherò via via di riferirle tutte in nota : av- 
verto ancóra che s figura nel nostro codice mutato in x ì 
con rasura, in estat, mistus, ecc., e che nel codice lau- 
renziano, accanto alle forme cosi ugualmente corrette, 
troviamo spesso mistus, estat; su intera rasura però, 
extat e mixtus : che nell' una come nell'altro manoscritto 
obscula, obmicto, ecc., sono mutati in oscula, ornato, ecc., 
e che spesso ricorrono sulle parole certi segni, i quali, se 
pur siano di mano del Boccaccio, non mirano ad altro, 
credo, che a chiarire il testo : per esempio, un piccolo 
6 dinanzi a' vocativi — molto frequentemente — e tal- 
volta sopra quis = quibus, sottilmente due segni diplo- 
matici = prò quibus. Non sarà infine trascurabile il fatto 
che alcuni nomi appariscano diversamente scritti, ancor- 
ché si susseguano a pochissima distanza, per es : Pìiy- 
lostropos (f. 17 v) Philostropus (f. 77 v.) e Philostro- 
pos (f. 78 r); Tiflus (f. 77 v) Tiphle (f. 78 r) e Typhlus 
(f. 78 r); crysidem (f. 14 v) e erisis (f. 78 v e 79 r); e 
cosi il fatto che alcuni nomi propri siano scritti con mi- 
nuscola nelle intestazioni dell'egloghe dove ricorrono 
di solito le maiuscole, ecc. ; e si può insomma con- 
cludere che le variazioni e le oscillazioni nella grafia 
del Boccaccio sono frequenti e notevoli. 

E passiamo ora al testo, nel cui buon latino 1 non 
mancano però barbarismi ed errori di prosodia. 



i Cfr. Hortis, op. cit., p. 68 n. 1-2; ed Hecker, op. cit. 
p. 73 n. 2. 



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Cod. Bice. 1232, e. 1. r. 



GALLA I. 



/. i r. Ad insignem virum appenninigenam Donatum de 
Prato veteri dileetissimwn amicum suum Iohannis 
BoccaGij de Certaldo Buccolicum earmen incipit. In 
XVI distinctum eglogis. Quarum prime titulus 
Galla est. Colloeutores autem Damon et Tindarus* 
Damon Tyndare, non satius fuerat nunc arva Vesevi 
Et Gauri silvas, tenera iam fronde virentes, 
Incolore, ac gratos gregibus deducere rivos, 
Quam steriles Arni frustra discurre re campos? 
Quid stolidus moneo ? Prudens es. Die, tamen, oro, 6 
Que te cura gravis iussit superare nivosas 
Alpes? et fluvidas valles transire coegit? 
Tyndarv.s Damon, Damon ! quantum sibi quisque beavit 
Qui potuit mentis rabidos sedare tumores, 
Et parvas habitare casas nemora atque remota ! 10 
Quod nequeam dure de me voluere sorores. 
/. i v. Hinc igitur tauros curo deducere silvis 
Alcesti. Sic atra iubet volvitque cupido. 

* Avverto che nelle intestazioni dell'Egloghe ricorre l'in- 
chiostro rosso, col quale s'alterna, ne' nomi al margine, il 
turchino : cosi pure stanno in rosso o blu le prime lettere 
di taluni capoversi. Sopra i numeri romani sta sempre una 
picc. a. 

10 Parvas sta in rasura. 



16 

Sed quid tristis ades? fervet nunc limpidus aer, 
Et fugiunt virides inter spineta lacerti; 15 

Quid tu solus agis? Quid pascua torrida queris? 

Da. Ne rogites: stat corde mori; mors ipsa quietem 
Sola dabit fesso. Mors est inimica laborum. 
Tuque tuus facito sis.Fac quoque semperamores 
Effugias volucres, et duras speme pharetras. 20 
Quo fortuna trahetmiserum,moriturus abibo. 

Tìjn. Esne tui compos ? paulum requiesce sub antro : 
Est equidem veteris michi grandis copia Bachi ; 
Perge, precor, Phorba, crateras fronde corona ; 
En pendent ansis, patulam si cernis ad alnum. 25 
Interea que dura lues michi pandito, Damon, 
Te cruciet: le via t mentes recitasse dolores. 

Da. Quis]neget ? audieram sol i tum cantare Menalcam . 

/. 2 r. Ast ego si dicam, mecum lacrimaberis ipse. 

Tyn. sic volo. Quem letis tantum dicemus amicum ? 30 

Da. Nympha fuit silvis totis pulcherrima nostris; 
Et quantum lauro cedit funesta cupressus, 
Cupresso mirtus bicolor, mirtove mirice, 
Tyndare, huic tantum cedit Galathea Miconis. 
Hec facilem placidis quondam mecepitin annis, 35 
Has inter fagos, pulchris comitata Napeis. 



19 Quoque è sovrapposto, con chiamata (*-). 

20 speme sta in rasura. 

22 Fra compos e paulo breve rasura, con lineetta. 

28 Fra i ed e di audieram, piccola rasura : in origine 
audiveram. 

31 h di pulcherrima, come più giù, di pulchris, è sovrap- 
posta. 

34 Avanti a Tyndare, in alto, un piccolo o. 

35 placidis sta in rasura. 

36 Segue a questo un verso abraso, alla cui estremità, 
a destra, si legge vacai. In origine : Dum primo calamos volui 
subfiare palustres Cfr. Hkcker, Op. cit., p. 47 e la nota a pie 1 pag. 



17 

Heu ! quibus hec oculis, roseo suffusa rubore, 
Impulit in pectus flammas, quibus uror, etauxit 
Blanda nimis ; nobis volucres nunc ferre sagictas 
Nane solita et catulos, nunc retia tendere cer- 

[vis, 40 
Dissuadere truces ursos ac dentibus apros 
Ne sequerer sevos, lata et venabula furti ni 
Surripere, ut vacuo lenes apponeret arcus. 
Indignor memorans : quercus michi testis amo- 

[rum est, 

/. 2 v. Amplexus centum cui iunximus, oscula centum. 45 
Nunc alios oblita mei sic temperat ignes 
Ut moriar : permicte mori ; moriemur amancì o. 
Sed videant silve, montes, arbusta, fluenta, 
Et memores nymphe reddantpro munere munus. 

Ty*. Absit, mi Damon : nimium falluntur amantes. 50 
Quid nosti cur ista feras: stat sepe sub umbra 
Ignis. Dum pallet iuvenis, tum fervet Adonis. 

Da, Erras, non sic est: fraus hec notissima nobis. 
Antrum grande manet sii vis sub colle virentis 
Montis Ugi, quo forte greges contraxerat Egon, 55 
Et pastor gracili solus refovebat avena. 
Huc ego dum Phitia pecori custode relieto, 
Errans advenio — sic me malus ardor agebat — 
Presensi timuique dolos. Nani mixta puellis 
Galla choros antro festos lasciva trahebat; 60 

/. s r. Nec secum Egoni quicquam cur luderet antro. 



38 ulit di impulit, in rasura. 

40 Nunc solita, in rasura. 

43 II primo r di surripere in rasura, in origine subripere. 

45 o di oscula in rasura, in orig. obscula. 

48 Sed, in rasura, in orig. Hec. 

53 est è sovrapposto. 

59 x di mixta in rasura, in orig. mista. 

60 h di choros sovrapposta. 

Collezione di opuscoli danteschi (N. 131-132133-134-135). 2 



18 

Pamphylus interea dum cogeret inde capellas 
Ad salices, tacitus meditans sub rupe sedebam 
In visus; petijt veruni ille secreta salicti, 
Et stipula doctus pari ter fìdibusque canoris, fi5 
Carmen inauditum cepit. Tunc sistere silvas 
Cantu, et stare capros, et ludere saltibus edos 
Vidisses. Quid multa feram ? Jam certus amorum 
In longum tenuit, donec lasciva per umbras 
Venisset iuvenis. Timidosquisfalletamantos? 70 
Venit et iila quidem, catulis sociata duobus, 
Illis illudens manibus, succinctaque ramis, 
Vocibus ciens comites, ne forsan longius iret 
Pamphylus. At postquam coram lenique sub 

[umbra 
Ylicis argute consedit, et ylice teste, 75 

Pasto rem flagrans cepit spectare canentem. 

f. 3 v. sibi quos oculos, actus quos, quosque reflexus 
Auricomi capitis, quos risus, quosque rubenti 
Obtulit amplexus facie! Vix illa profecto 
Abstinuit quin visa prius se conderet altis 80 
In silvis. Nec plura loquar. Mors, eripe flammas. 

Tyn. Nequicquam lacrimas fundis. Narrare solebat 

Tytirus heu! nobis quondam, dum dulcior etas: 
Non lacrimis satiatur amor, non rore cicade, 
Non cythiso pecudes eque, nec prata fluento. 85 
Quid facies igitur? flebis? Quas sordidus ulmis 



68 Iam certus in rasura. 

71 e di sociata presenta nella parte superiore piccola 
abrasione: in orig. sotiata. 

72 manibus sta in rasura. Il terzo e di succinctaque è so- 
vrapposto con chiamata; que di succintaque e ramis stanno puf e 
in rasura. 

84 Non. . . satiatur. . . non rore cicade, e cosi del verso se- 
guente Non. . . pecudes eque, nec prata fluento stanno in rasura. 
80 flebis, in rasura. 



19 

Abstulitautumnuscernis ver recidere frondes ; 
Et zephyrus placat quas undas turbidus auster 
Miscuit; et pandos delphynes ludere sepe 
Vidimus in pelago quod sorbaerat ante carinaa. 90 
Sic peragit fortuna vicea. Nunc livida vultu 
Proaternit miaeroa, relevat nunc fronte serena . 

/ 4 '• Est reditura dies qua dicas non tibi primua 
Paatorum ailvjssit : fletus hos pone, precamur. 
Nam si non redeat, aunt et medicarnina mille : 95 
Carmine aevua amor sacro revocaturet herbia; 
Carmina aunt nobis, et gratas novimus herbas. 
Iamdudum veterem Phorbas iam portat Hya- 

[cum. 

Da. Gum capreis paacetur ovia, iupua acer ybisco, 

Gurgite cum vultur vivet, cumque ethera pi- 

[acia, 100 
Cum freta aulcabit vomer, cum paacua navia, 
Tunc aervare fìdem incipiet lasciva puella, 
Carmine tunc Gallam revocabimus arte vel 

[herbia. 
Ydalium petij culmen, sanctumque Cytheron, 
Hit Paphi mirteta dolena, oacillaque ramia 105 
Suspendi, pia thura dedi, precibusque potentes 



92-94 non tibi primus. . . silvjs. . . fletus hos pone, stanno in 
rasura. Nel Cod. Laur. XXXIX. 26 (in séguito lo chiame- 
remo semplicemente Cod. Laur.) leggiamo : Est reditura dies 
qua dicas nemo secundus Pastorum tibi sit. Ne plores ergo, pre- 
camur. 

95 nam in rasura. 

98 veterem. in ras. Nel Cod. Laur., si legge puero. H di 
Hyacam è sovrapposta con la solita chiamata. 

99 ca di capreis in rasura. 

100 vultur, et di vivet, cum di cumque (il que è sovrapp. con 
la solita chiam.) e t* di piscis, in rasura. 

102 incipiet in rasura, nel cod. Laur. si legge : discét. 



20 

Tentavi nynphas, votis Superosque vocavi; 
Postque preces, supplex ingentia miniera misi 

/. 4 v. Incassum: crudescit amor, crudescit et ipsa. 

tv» Heu michi ! nequicquam defers Amarillidis olim 1 1 
Castaneas, Phorba, nobis, bromiumque vetu- 

[stum. 
Frons cecidit, viresque animi ; precordìa dirus 
Urit amor misero : saxis heu ! verba movemus. 
Attamen expecta si cesserit impius ignis. 

Da. o quantum natura parens tibi, Pamphyle, re- 

[rum 115 
Posse dedit nemori ! tu sertis nectere flores, 
Tu cantu recreare greges, fluvijsque quietem 
Ponere, tu validas ornos cautesque movere 
No visti, et mulcere deos, et flectere montes, 
quantum! neque sevus amor sua iura ne- 

[gavit 120 
Ipse tibi; nam velie tuo, ni fallor, habenas 
Nunc manibus, nunc mente regis, quod forte 

[Tonanti 
Nonlicuit quondam silvis dum captus amaret. 
Quisnisi tu piacidam fusca sub veste per arva 
Egonis Gallam nuper traxisset in antrum? 125 

/. 6 r. Quisve inter salices et densa vepreta volentem ? 



107 n di tentam e n di nynphas presentano piccola abra- 
sione, in orig. temptavi, nymphas. 
100 defers, sta in rasura. 
Ili phorba, nobis, in rasura. 

114 Questo verso, che manca nel Cod. Laur., è riportato, 
con lo stesso carattere ma con diverso inchiostro, nel mar- 
gine inferiore del nostro codice. 

115 Nel testo si legge A: però, davanti a questa, nel marg. 
si legge O. 

124 a di fusca, veste per arva, in rasura. 

125 gallam, in rasura. 






21 

Te, Silvane pater, precor, hec. Fac cernere 

[possi m 
Quos pectitcroceos crines per tempora canos, 
Et rugis roseas plenas pallescere malas, 
Et tacitis nemorum iaceat neglecta sub um- 

[bris, 130 
Ut ludam tremulos gressus oculosque gementes. 
Hoc si forte neges, patiaris ut ultima saltem 
Me rapiat mors atra, meo positura quietem 
Fervori ; corpusque tegant sub cespite sicco 
Pastores miseri, signent et Carmine bustum. 1 35 
T<m. Trux amor, et iuvenum semper certissima pestis. 
Heu cecidit ! lymphas manibus portate recentes, 
pueri, si forte queam revocare dolentem. 



126 Manca veramente nell'autografo il punto interroga- 
tivo, forse non richiesto dal senso dei versi che originaria- 
mente seguivano, e omesso poi per dimenticar za dall'Autore 
dopo avere soppresso quei versi. A questo verso seguono 
altri tre interamente abrasi : all'estremità nel marg. destre, 
si legge : va. . . cat. 

127-131 Questi versi stanno in forte rasura con caratteri 
un po' disuguali e sbiaditi. 

132 Anche questo verso, come i precedenti, sta in forte 
rasura. 

132 o di vieo, in rasura, in orig. mei». 

133 i di fervori in ras., in orig. fervoribw. 
136 certissi di certissima in rasura. 



PAMPINEA II 



./. 5 ' . Explivit Galla egloga prima. Incipit egloga II 
Cai titulus Pampinea. Locutores autem Paltmon et 
Mdampus. 

Falciava Quid memi ? Duris fustemne securibus olim 
Concessi, Silvane senex? Aut fontibus ursos 
Segnes immisi, nynphas lesurus agrestes, 
Ut crucier, misereque trahar moriturus in arvis ? 
Nnnc tacet omne nemus; subeunt vineta cicade, 5 
Omne pecus radios cessat, cantare volucres 
Desistunt, et colla boum disiungit arator 
Fessus, et umbrosos querit per rura recessus. 
Me miserum male sanus amor per devia solum 
Distrahit, et longos cogit sine mente labores 10 
Ut subeam, victusque sequar vestigia nondum 
Cognita Pampinee. Dixi sequar inscius, imo 
Perscruter; nec cura potest reti nere peculi 



2 A Silvane, sovrapposto un picc. o. 

3 In orig. nymphas. 

5 omne nemus, in rasura, cosi subeu di subeunt: in orig. fu- 
giunt, come si legge nel Cod. Laur. 

3 Fra u e t di Perscruter, piccola ras. in orig. Perscrupter. 



24 

/■ 6 r. Quin monte;*, colles, densosque per invia luco? 
Discurram, tristisquo ferar, referarque, ferar- 

[que, 1 5 
Quo iubet ire furor, prospectansundiquenunquid 
Venantum turmas videam, nubemque per arva 
Surgere pulveream, seucapras vertice pulsas 
Currere et auritos lepores. Si demere campis 
Retia, si sparsos eque revocare ministros 20 
Atque canes spectem. Sed frustra lumina tendo. 
Nusquam Pampineam video, vestigia nusquam. 

/. c> v. Pampineam o quotiens nequicquam vocibus 

[usquam 
In celum totis clamavi vallibus imis, 
Pampineam et totiens vallès dixere sonore. 25 
quotiens deceptus ego surgentia longe 
Arbusta aggeribus zephyro concussa putavi, 
Ut iubebat amor, redeuntem credidi, et ultro 
Obvius invacuum veni. Sic dirus amantes 



14 a colles segue un'abrasione che si estende per metà 
del verso seguente, dove si attacca colles (con un segno spe- 
ciale) con densosque, ecc: colles sta, inoltre, in rasura. In orig. 
Quin montes, vallesque cavas, saltusque remotos, 
Preruptas rupes, densosque per invia lucos, 
Discurram, tristisque ferar . . . 
Cfr. Heckek op. cit., p. 48, e tav. XXI. 
19 Le parole di questo verso, tranne currere, in rasura. 
Seguono tre versi interamente abrasi. 

22 Anche di questo verso si leggono le parole in rasura, 
e seguono altri tre interamente abrasi. 

24 vali di vallibus, in rasura ; la parola è ripetuta nel marg. 
sinistro. 

25 et, sovrapposto con la solita chiamata; dixe di dixere, 
in rasura. 

26 longe, in rasura. 

29 Sic dirus amantes, in rasura; segue un verso intera- 
mente abraso. Nel Cod. Laur;... lacrimisque piavi \ Erro- 
rem stolidum. Sic nos et dirus amantes I Fecit... 



25 

Fecit amor pronos, ac omnia credere iussit. 30 
Silvestres nynphe, colui quas sepe per umbras, 
Dicite cur homini reliquis animantibus alma 
Indulgens natura minus. Nani cetera possunt 
Indulgere suo, nimium si fervet, amori: 
Stant ducibus pecudes, tauro dilecta iuvenca, 35 
Turturin arboribus socium, sociumque columba 
Turribus insequitur; pastori grata voluptas 
Tollitur, atque fugit miseros quos pulchra puella 
Traxerat in casses, savijs et murmure dulci. 
Quid, dulcesSatyri,faciam? Faunique potentes?40 
Quidfaciam? Quid pulchra iuvant armenta? 

[quid antra? 
Quid nemora aut valles? uror sine mente sub 

[umbra ; 
Sole sub ingenti tristis tremor occupat artus. 
Hinc amor infestat, dubium, timor arguit illinc, 
Ne vel dura silex ictu vel belua morsu 45 
Leserit incautam, vel fessam seva viarum 
Asperitas grandisque labor fortasse moretur ; 
Vel, quod fata vetent, non quis temerarius illam 



30 Fecit eiussit — che si leggono anche nel Laur. — stanno 
in rasura; ac ommia, sovrapposti, con la solita' chiamata, fra 
pronos e credere, dove si nota una piccola rasura. 

31 In orig. nymphe, segue a questo un verso interamente 
abraso. 

36 tocium, sociumque / in rasura. 

37-39 pastor, grata voluptas e i due versi seguenti si leg- 
gono in ras. Le parole pulchra . . . savijs et murmure dulci ap- 
pariscono scritte con diverso inchiostro ; ra di pulchra è ri- 
petuto in alto sulla parola. Nel Cod. Laur. leggesi invece: 
fraude . . . moriamur forsam ut omnes. Seguono quindi tre versi 
abrasi. 

40 faunique potentes in rasura. 

41 am di faciam, in ras., h di pulchra, sovrapposta. 
45 i di silex, in rasura : in orig. sylex. 



26 

Traxerit invitam, rapiatque per oscula mententi. 

/. 7 v. Novimus ; insidias posuit persepe Cupido 50 
Silvarum in latebris, et longa silentia ruris 
Non sine labe manent. Quis nigras ire per 

[umbras 
Succinctam, et genibus nudam, ventoque solutis 
Crinibus inspiciet nympham, qui non rapia- 

[tur in ignes 
Bxtemplo Veneris? rapiatque quod optat in 

[usum ? 55 
Dant aditus vires animis et opaca viarum. 
Preterea non Egla fuit, non eulta Neera 
Pulchrior ; ac posito modicum sit fusca, quis alter 
Aptior est silvis color? his quoque luppiter olim 
Sepius in lucis captus, sic Phebus et Argus. 60 
Sed nullus timor iste michi. Nunc atria celi 
Celicole servant; dubium non rufus Alexis 
Aut Coridon donis soliti liane tentare vicissim 
Detineant: potuere Deas iam flectere dona. 

/. 8 r. Heu michi ! Cuncta meis obsunt venientia votis. 65 
Exitium stabulis lupus est, sic messibus imber, 
Fructetisque novis grando, fetisque capellis 
Est boreas, michi sevus amor, quo distrahor, 

[uror, 
Impellor, crucior, volvor, rapiorque, ferorque, 



49 In orig. Obscula. 

53 il terzo e di succinctam è sovrapposto con la solita 
chiamata 

60 lucis in rasura. Nel Cod. Laur. si legge silvis. 

64 In orig. temptare. 

66 sic messibus iviber, in rasura. 

68 In corrispondenza a questo verso, nell'estremità del 
margine destro, par di leggere plaut, con carattere corsivo e 
piccolissimo. 



27 

Nec scio quid faciam : verum hec sententia 

[cordis : 70 
Hanc animam exuere, et placide hec dare mem- 
ora quieti. 
Heu michi! nonnunquam hos cornix expulsa 

[labores 
Dixerat a quercu ; sed mens hec leva neglexit. 
nostrum predulce decus, qua parte vagaris 
Hos inter montes ? Que te, mea, lustra ferarum 75 
Accinctam pharetra retinent? Quas incolis um- 

[bras, 
Quave iaces lougo forsan nunc vieta labore? 
utinam fortuna michi tam grata fuisset 
Ut comes ire tibi possem ! Quis retia cervis 
Ponere me melius? Quisnam venabula porcis? 80 
f. a v. Quis canibus dare lora magis? Quis flectere 

[retro 
Cornua dicteis olim lassata sagictis? 
Et duros arcus validis curvare lacertis? 
Ac telis agitare capros cognovit agrestes? 
Nasilus in silvis docuit me nempe remotis. 85 
michi si tantum cupido phebeia faveret 
Ut minimos inter pueros, dum solis ab estu 
Aufugis, unus ego possem numerarier unquam ; 
Putre solum lymphis premorenti, iuncoque pa- 
lustri 



75 mea in rasura; vi è soprapposto un piccolo o, e la pa- 
rola lustra è riportata, con chiamata, nel margine destro. 

76 II terzo e di accinctam sovrapposto con chiamata ; reti- 
nent in rasura. 

82 In orig. sagittis : il primo t è stato raso superiormente 
ed accomodato in e. 

83 curvare, in rasura. 

85 remotis, in rasura; nel Cod. Laur. si legge pelignis. 



28 

Tarn specus omne latus strarem; post gra- 

[mina pomis, 90 
Lacte novo, et veteris Bachi Cererisque ca- 

[nistris 
Ornarem iussus; prestarent inde mirice 
Seu mirtus vel lenta salix in cespite lectum. 
tibi quot flores, violas quot, quotque rubentes 
Narcissos ferrem ? Quis flores non det amanti? 95 
/. o r. Inde graves animis didici depellere curas 

Fabellisque novis, demum prohibere latratus 
Voce canum, et culices facie removere flabello. 
Hec faceret Coridon ? faceret vel rufus Alexis? 
Seu quem tu sequeris, Glaucus ? quemque ipsa 

[bubulcis 100 
Preponis eampisque tuis? Cur ergo petenti 
Surripis optatos vultus? Cur dulcia differs 
Oscula? Cur tantos fugiens frustaris amores? 
Quesivi perse pe miser qua parte Napeas 
Pastoresque pios ires; respondit Opheltes : 105 
Pampineam Glaucus nuper deduxit in antrum : 
Tu montes et fusca petis nunc lustra, Pale- 

[mon. 



90 Tunc specus, è scritto avanti ad omne nel margine si- 
nistro : fra latus e strarem (di cui evi sta in rasura) c'è un'abra- 
sione con lineetta. Nel Cod. Laur. si legge: Omne Latus tu- 
guri strarem . . . 

94 Le parole violas, quosque rubentes. in rasura. 

95 Così, pure in rasura, narcissos, 

96 Nel Cod. Laur. segue questo verso : Et tenues sompnos 
lepido revocare susurro : interpolazione, certo, del trascrittore. 

97 h di probibere, sovrapposta. 

102 In orig. subripis; optatos, in rasura. 

103 In orig. Obscula. 

105 Fra ires e respondit piccola abrasione con lineetta. 
107 palemon, in rasura. 



29 

Heu miser! impulsus cecidi, cessique dolori, 
Et victus iaceo scrabrose vallis in imo. 
Delia, virgineum potuit si flectere pectus 110 
Endimion, si sepe tuas celebravimus aras, 
Sique tibi lentos fagis suspendimus arcus, 

/■ 9 ' In me flecte tuas iras, me confice telis. 

Quid prodest placidum calamis superaddere 

[carmen ? 
Quid labor assiduus ? Quid saltus ire per altos ? 1 1 5 
Excepit segnis Glaucus quem vepribus altis 
Excivi studio leporem, captoque potitur. 
At delusus plorans effundo querelas, 
Has inter cautes et saxa ruentia ripis 
Exesis, quas aura velox per inane resolvit. 120 
veteres quercus, ylex annosa nemusque 
Perpetuum, voces miseri Palemohis amaras 
Suscipite, et morte hos agiles mollite dolores ! 
En clausere Dij, hymphe clausere procaces 
Supplicibus votis aures, clausere Semones. 125 
Si qua igitur vobis pietas sub cortice duro est, 
Irruite, et grandi misero sub pondere mortem 
Ferte, precor si dulce l'uit sitientibus oilm 

/. io r. Exoptasse leves pluvias, servasse virentes 

A pecorum morsu frondes, ramisque bipennes 1 30 
Obstasse ; hec est sola meos que possit amores 
Et male complexos quondam dissolvere nexus. 

110 « di virgineum, in rasura. 

Ili celebr di celebravimus, in rasura. 

114 desi di prodest, in rasura. 

116 em di quem, in rasura. 

117 fra excivi e studeo picc. rasura ; i di excivi apparisce an- 
che modificato, in orig. exciveram? Nel testo si legge ceptoque 
invece di captoque, però il primo e presenta inferiormente un 
punto d'espunzione e a è sovrapposta in suo luogo. 

118 plorans, in rasura. 



30 

Quid michi vita magis? Glaucus bona nostra 

[moratur, 
Is tenet atque trahit. Quid vitam tristis in annos 
Extendis lacrimans? Negligis quid perfida tan- 
tum 1 35 
Mors orata? veni, venias precor, impia, nostros 
Exime quos nequeo iuvenis iam ferre furores. 
Advenies tandem ? Sed tu que dulcia falce, 
Dum tibi solus eram, signabas corticc fagi 
Furta, meos deflens dum cogerer ire recessus, 140 
Amplexuque morans, summum iam munus 

[amantis 
Tolie volens. Facito, iuvenis, ne tempora perdas. 
En redeunt flores, redeunt et gramina prati s, 
Tempora non redeunt que dudum stulta Liquoris 
/. io v. lnvacuum flevit moriens, ac obsita canis. 145 
Nos morimur dum dira iubes, peiora futuris 
Linquentes, credo; flebit mea Testilis usque 
Vivet, et ornabit bustum lacrimosa corollis. 
Tu flores titulumque necis concede dolenti ; 
Si quondam placui, si te ferventer amavi. 150 
Ast michi quod restat lucis te consequar, atque 
Dum montes silvasque coles et roscida rura, 
Ipse colam montes, silvas et roscida rura. 
Hec secus umbrosas ripas, quis defluit Arnus 
Lenis ad Alpheos, prostratus mente Palemon 155 
Deflebat lacrimans. Ast ocior Hesperus edos 
Egit ut ad septas traheret caprosque Melampus. 



123 agi di agiles in rasura. 
149 concede, in rasura. 

154 Sopra quis, alle due estremità, con carattere sottilis- 
simo due segni speciali = prò qutima. 

156 In orig. otior. 

157 que di caprosque, sovrapposto con la solita chiamata. 



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pam 



tim fremir òciumuft pulfu clnroo^U^ c$tc 
éftiltf ,aj\mu tt acuhc, niie cm ycrihtf, 
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"T cmurhufj fhkf«c$ neanttmint mpt§ 

^|| Ambite; cattino avht Éfofòy Wo 

3ii4mj? apm ^msfo^rcpht f\itcmor> . 

B »t $mnniiem$ pafk ftaucvnih ólnsr 

A cpamhc, paflìm rcatKiklf forte pmlaV 

~ z) bt:tpknhi0nrm^ifVtihimpclk. 

^ n*cso fotn m paini? fciftm^Mcrc'irnntl* 




CW. iftec. 1232, e. 11 r. 



[FAUNUS] 



Explicit Pampinea* egloga II. Incipit egloga III. Cai 
titulus est Faunus Colloeatores Paiemon, Pamphy- 
lus et Meris. 

/. 11 r. Paiemon. Pamphyle, tu patrio recubas hic lentus 

[in antro, 

Dum fremit omne neraus pulsum clamori bus egro 

Testilis, et parvi vacuus nunc omnia pendis. 
Phamph. Cantarus attrita nimium,puto, lapsus ab ansa, 

Terruit hunc. I, siste sue3, ne gramina campis 5 

Evellant rostris, et silvas mitte sonantes. 
rai. Marcidus externo credis tibi for3an Hyaco 

Alloquar in somnum presso; auribus accipe 

[voces, 

Si patitur torpor, patitur si grata Licisca. 
Pam. Pace, preeor, nostra sedeas, ac ìsta sinamus, 10 

Ignaroque aperi, queso, percepta, Paiemon. 
Pai. , Tempus erat placidum; pasto res ludus habebat, 



* Anche qui paìnpinea, (con lett. minuscola). A diffe- 
renza delle due prime egloghe, quelle che seguono non 
hanno un titolo a parte, fuori cioè àeiVexpticit e dell' incipit 
di ciascuna. 

5. hunc e /, in rasura. 

6. In orig. miete. 

7. h di hyaco sovrapposta. 



32 

Aut somnus lenis; paste sub quercubus altis 
Ac patulis, passim recubabant lacte petulcis 
Ubera prebentes natis distenta capelle. 15 

Ast ego serta michi pulchro distinguere acantho 

f. n v. Querebam, servanda tamen dum flstula gratos 
Nostra ciet versus Mopso, cui tempora dignis 
Nectere concessum lauro et vincire capillos; 
Ocia cum subito rupit vox improba meste 20 
Testilis: o, clamans, que te vesania cepit? 
Ursos quid sequerls montana per ardua, Faune ? 
Non te cura tui retinet ? Non parva tuorum 
Edis mixta cohors cornu ludentibus arvis 
Natorum? Non matris amor? Die, obsocro. 

[Nescis 25 
Qualis in hos rabies circumstrepat atra luporum 
Allogrobum? credis tantis obstare periclis, 
Femina sum, possim, paucis sociata molosis? 

Pam. Semper in adversos saltus fractasque ruinas 
Ire cupit Faunus, monstra atque minantia 

[mortem 30 
Querere. Quid tandem? tenuit vox ire volen- 

[tem? 

Pai. Hoc ego querebam veniens. Sed Meris, ut opto, 

/. i2 r. Ecce venit, tardus, baculoque innixus adunco, 
Nescio quid secus meditans. Salveris, amice l 
En optate venis. Quis nostris, obsecro, nuper 35 
Rumor inest silvia ? nostin que Testilis ire ? 



16. h di pidchro, sovrapposta. 

21. vesania, in ras. Nel Cod. Laur. XX1X-8. (Cfr. Bau- 
vette, Notes ecc. 56) dementia : Va finale di vesania è sovrapp. 
24. In orig. mista. 
26. tr di atra, in rasura. 
28. In orig. sotiata. 
34. amice, in rasura. 



33 

MeHi. Quid petis? Est usquam crebras qui nesciat iras 
Testilis et Fauni ? nequeunt subsistere quercus, 
Depereunt fesse frondes clamoribus, et tu 
Si cantct phylomena petis, si rumi net hyrcus. 40 
Pam. Sepius has quondam memini risisse querelas. 

Sed tu, Meri, decus nostrum, modo pone galerum 
Et baculum, mecumque sede, lucemque severam 
Hanc fugito; mille veniuntde montibus umbre ; 
Alta crepidinibus terre petiere lacerti; 45 

Hic nemus, et gelidi fontes, et mollia prata, 
Hic hedere viridis tectum pictumque corimbis 
Antrum, quo magnus quondam requìevit Amin- 

[tas; 
r. i2 >:. Et pari ter calamis una cantabimus omnes. 
ite. His ego cantabo silvis? Nemus omne cicadis, 50 
Dedecus in nostrum, milvis corvisque reli- 

[ctum est. 
ram. Quid tandem ?corvosobservent mente subulci; 
Nos equidem nobis, Mopso Musisque canamus, 
Et placldum gremio servabunt sydera Carmen. 
Cura gregis parvi, quem forsan mergere lym- 

[phis, 55 
Dum calor arva tenet, cupit, hoc nunc carmino 

[Musis 
Et nobis placuisse vetat : sine, queso, revisat 
Delirus Cydipem, tenuesque recenseat edos. 
Est Cydipes nobis niveos que contrahat agnos 
In fontem, cithysumque paret vaccisque salicta. 60 
Et surgent celse salso de gurgite pinus 
Ante quidem, et blande venient ad ovilia tygres, 



Pa 



40. h di hyrcus sovrapp. 

42. Avanti a Meri, in alto, un picc. o. 

46. h di hedere sovrapp. con la solita chiamata. 

57. q di queso, in rasura. 

Collezione di opuscoli danteschi (N. 13M32-133-134-135). 



34 

Atque loo cervas fugiet, lupus atque capellas, 
Quam michi non animo Musis servire. Sed ecce, 

/. ts r. Si tibi tantus amor silvarum nosse tumultuili, 65 
Expediam paucis, postquam consedimus antro. 
Nescio si montes unquam nemorosaque plana 
Nostis, que gemino resident contermina ponto 
Ausoniis, magno quondam disiunctaPeloro. 
His Argus pastor merito cantandus ubique 70 
Vivus erat campisi flavos hunc mille per arva 
Audivi servare greges. Nec pieni us usquam 
Et soles, imbresque graves, frondesque salubres 
Et pecori fctuque novo, seu flumina quisquam 
Cognovit; tantusque fuit dum Carmine valles 75 
Tangeret, ut noster Nyse, cui summa dicamus, 
Amphrisus pastor vix quiret tendere secum, 
Vocibus aut calamis vel nervis: horrida tandem 
Parca virum rapuit, meritisque recondidit 

[astris. 
Fleverunt montes Argum, flevere dolentes 80 

/. i3 v. Et Satyri Faunique leves, et flevit Apollo. 
Ast moriens silvas iuveni commisit Alexo, 
Qui cautus modicum, dum armenta per arva 

[trahebat, 
In gravidam tum forte lupam, rabieque tre- 

[mendam, 
Incidit impavidus, nullo cum lumine lustrum 85 
Ingrediens, cuius surgens sevissima guctur 
Dentibus invasit, potuitneque ab inde re velli, 
Donec et occulto spirasset tramite vita. 
Hoc fertur. Plerique volunt quod Silva leones 



89. In orig. Auxoniis. 

71. la di flavos, in ras. ; in orig. fnlvos. 

77. us 4i AmphrUW} ÌU rasura : in orig. Amphrisius. 



35 

Nutriat hec dirasque feras, quibus ipse severus90 
Occurrens venans, mortem suscepit Adonis. 
Si nunc cuncta velini que tunc gessere propinqui 
Pastores narrare, dies non lucis ab ortu 
Usque donium sature redeunt cum nocte capello, 
Sufflceret spatio. Sed postquam Tytirus ista 95 
Cognovit de rupe cava que terminat Hystrum, 

/. i-t r. Flevit, et innumeros secum de vallibus altis 
Danubij vocitare canes, durosque bubulcos 
Infrendens cepit; linquensque armenta suosque 
Saitus, infandam tendit discerpere silvam, 100 
Atque lupam captare petit flavosque leones, 
Ut penas tribuat meriti s. Nam frater Alexis 
Tytirus iste fuit. Nunquid vidisse furentem 
Stat menti, ferro nuper venabula acuto 
Gestantem manibus, multos et retia post hunc 105 
Portantes humeris, ira rabieque frementes, 
Hac olim transire via, silvamque per omnem ? 

l'ai. Calchidicos Histrosque refers. Quid, queso, 

[tenenti 
Eridanum secus arva queunt inferre laboris? 

JT- Ecce tene; multi per devia Tytiron istum 110 
Ex nostris, canibus sumptis telisque, sequuntur; 
Inter quos Faunus, quem tristis et anxia fletu 

/. M v. Testilis incassum revocat, clamoribus omnem 

Concutiens silvam : tendit tamen ille neglectis 
Fletibus atque suis : pulvis patet, aspice colles. 1 15 

Tom. Semper in adversum fertur male sanus, et egre 
Fert Faunus requiem. Veniet, ni sibilus austri 
Nunc aures fallit, tempus quo Testilis ibit 



i)o. lucis, in ras. Nel Cod. Laur : solis. 
104. ferro, nuper, acuto, in rasura. Nel cit. Cod. Laur. 
XXIX, 8, si legge : mente tenes nuper lato venabula ferro. 
111. q di sequuntur, in rasura. 



36 

Hesperi in amplexus; dabitur nec posse volenti 
Sistere. Sed redeat cupio melioribus astris. 120 

J'<d, Quis queat ardores iuvenum compescere frenis ? 
Apta quies senibus, sedeant in limine matres. 
Naritius nullas potuit preponere laudes 
Quesitis peregre. Tibi si mens antra nemusque 
Est servare, precor, cum sim ire paratus, 125 
Pasce greges nostros, et donec forte revertar 
In silvas: ne meam Crysidem tu solus habeto. 

Pam. I felix, factumque putes rediturus, amice. 



127. Chrys di Crysidem, in rasura. 



[DOKUS] 



/. io r. Explicit Faunus egloga III. Incipit egloga IV. 
Otd titulus est Dorus. Collocutores aufem Dorus, 
Jlontanus et Phytias. 1 

koiuan. Quo te, Dorè, rapis? nemorumne per herbidn 

[capros 
Scrutaris ? seu forte boves ? consiste parumper ; 
Nondum tecta quidem fumant, non Hesperus 

[ardet. 

Doni». Da veniam, Montane, precor, fugiamque iubeto. 

Quod petis hoc prohibet casus, nani cuncta 

[pavesco. 5 
Mon. Dives abis, si cuncta times ; requiescere mecum 
Hic fessus poteras. Nam si non tecta ligustris 
Antramichi videas, est nobis ignis et umbra ; 
Et quanquam steriles agri sint, proxima capris 
Pascua non desunt; est grandis copia lactis 10 



1 Anche qui faunus, dorus (con minuscola) poi Dorux. 

1. ne di memorumne è sovrapposto. 

2. Nel testo scruptaris, però p è espunto con due pun- 
tini. 

7. tecta ligustris, in rasura. 



38 

Et veteris Bachi nobis, et farris acervus ; 
Nec tibi quis tuscus prestabit tutius antrum. 

no. Ha miserum ! rides ; nescis quibus ipsa reservet 

i. ts p. Te fortuna dolis. Pastorum pascua quippe 

Nec bona nunc quero; magnum michi tuta 

[latebra. i5 

vhytìa. si potius Dll, Dorè, petis, quid summere differs 
Oblatum ? Spoetare potes de vertice campos 
Alpheos, tuscosque greges Alpesque remotas, 
Et Ligurum saltus, Rhodanum, rubrosque galeros 
Metiri, ac egram mentem revocare quiete. 20 
Montani laudanda fides. 1, summe. Quid obstat? 

Do. Si laudas, faci ani. Sperabam posse timores 
Ponere quo placidus Fesulanis defluit Arnus; 
Nam priscam tu sepe fidem cantare solebas 
Florigenum, dum leta fuit fortuna meorum. 25 

Phy. Sic fateor: dammas nernorum vidisse luporum 
Rebus in ad versi s animos sumpsisse, labantem 
Prostravit mentem, et timeo quoscunque re- 

[cessus. 

ar<>». Sic est. Intremus. Postquam successimus antro, 

/. te r. Tu die, care puer, nobis, quibus anxius ultro 30 
Sic fugias ; medioque cibos Galathea parabit. 

Do. o tibi si memorem quantis inimica fatiget 
Me fortuna malis, non si per pascua tygres 
Immanes videas fetas agitare iuvencas, 
In iugulumve rapi tauros, celoque maligno 35 
Omne pecus captum tristique putrescere tabo, 
Sic immite feres: utinam modo fata dedissent 
Immemor ipse forem ! nam, dum mecum acta 

[revolvo, 
Vix lacrimas cohibere queo, vix aspera verba. 



16. Avanti a dorè in alto, un picc. o. 



39 

Jfo». Quin tu pande, precor : magnos audire labores4U 
Non sumus insoliti ; grandisque invictaque cordi 
Mens sedet, et nulli cedit, michi crede, labori. 

Do, Que Volsci coluere prius, campanaque rura, 
Lucanos saltus, Samnitum pascua, rupes 
Et montes brutios, Calabrumque aspreta, le- 

[vesquo 45 

f. ìó ». Iam Dauni campos, Peligno et flumina grata, 

Olim Argus tenuit; princeps his omnibus unus 
Argus pastor erat. Cui fas complectere cunta 
Viribus ac oculis, calamis et flectere quercus, 
Hic abijt, celoque senex se condidit alto, 50 
Defletus modicum. Veruni presagia vatum 
Predixere quidem : lacrimas quas démitis Argo, 
Inferias poscet. Post hunc miserandus Alexis, 
Qui gregibus nimium durus silvisque molestus 
Imperita ns, abijt crudeli funere pulsus. 55 

Miniere post Phytie pulchra est michi iuncta 

[Liquoris, 
Et sub me septas Argi tenuere nepotes ; 
Quas inter clarosque lacus pecorosaque Tempe, 
Galcidici veteres silvam posuere coloni 
A Cumis; qua nulla prior dum floruit; in qua 60 
Dum nos iurgantes pueros agitaret Erinis, 

f. n r. Ecce celer quondam patrijs Poliphemus ab arvis 
Progenitus nostris, et nostro sanguine ripis 



M. Le parole di questo verso, in rasura, trarrne Luca di 
Lucano». 

45. Così pure montes brutios. 

4G. peligno è, con la solita chiamata, aggiunto nel mari,', 
destro : dopo grata, rasura di circa 2 cm. In origine : et flu- 
mina grata peligno. 

48. Fra v e t di eunta picc. rasura, in orig. cuncta. 

40. ibus di Viribus, in rasura. 

56. h di pulchra sovrapposta, al solito. 



40 

Altus in extremis Hystri puto lacte ferino, 
Quo iaculo incertum, eerto mutilatus ab ictu G5 
Parte sui-, iusta rabie succensus et ira, 
Irruit ut torrens qui hybernis imbribus auctus 
Monte cadit celso, et rumoribus omnia com- 

[plens, 
Hec arbusta rapit, quatit hec, ruit atque su- 

[perbus 
In rupes et saxa trahens ingentia volvit. 70 
Nec sevo lacerasse prius sub vindice sontes ; 
Nec post innocui Paphi fedasse cruore 
Sydereos vultus, truncum et iecisse cadaver; 
Aut vinclis gratos nynphis onerasse puellos, 
Immitis potuere gravem minuisse furorern. 75 
Exuit infaustos ungues truculentior angue 
Frendens, et pomis folijs et cortice nudat 
/. n ». Fructeta, et vitreos perturbans sanguine fontes, 
Denti bus infringens ramos, pictasque volucres 
Murmure disperdens, claustrisque repaguh. 80 

[frangens, 
Omne pecus mungit, decerpit veliera, tondet, 
Absorbet mtos, miseras eviscerat agnas, 
Si peiora nequit, rescindit cornua tauris. 
Vix Cereri sacras quercus, vix antra Lyceo 
Intacta est passus ; Satyros nynphasque vetu- 

[stas 85 



G7. h di hìjbernis sovrapp. : u di auctus, sovrapp. con chia- 
mata fra a e e. 

73. et sovrapp. : a truncum segue breve rasura : in orig. 
truncumque. 

74. In orig. nymphis. 
76. angue, in rasura. 

81. Fra il primo e e e di decerpit, breve rasura, in orig. <ii L 
scerpit. 

85. In orig. nymphas. 



41 

Et Faunos lucis pepulit. Sic astra ferebant ! 
Mon. sic magnis prisci fiaem dare tristia rebus 
Iurgia cantabant nobis quandoque bubulci. 
l'hi/. Quid lacrimis, Montane, mades ? ubi pectus 

[herile ? 
Man. o Phhtia, fateor. Quisnam sibi ponere leges 90 
Sic potuit, prout ipse facis ? Sum carneus, 

[hercle ! 
Hec odie, dum falce Lycas virgulta secaret, 
Intento gregibus Coridon narrabat Aminte ; 
./. t8 >-. Etsi nulla fìdes illis, sum Aere coactus ; 

Quid veris faciam ? Dorus sed cepta sequatur, 95 
Et me linque meis lacrimis : satiatur istis 
Heu ! pietas et certa fides quibus angor amicus. 
Do. Dum ruit omne decus nemorum, tunc ordine 

[nullo 
Pastores pariterque greges, armentaque passim 
Diffugiunt, timidique ruunt ; loca namque mi- 

[nistrat lOu 
Ipse pavor : petit hic colles, petit ille cavernas 
Lustraque silvarum. Plures se iungere mon- 

[stro 
Sunt ausi, et prestare fldem ; quibus ipsa Deum 

[vis, 
Si qua est, ut fertur, statuet prò munere munus. 
Obscenas sevi pregnans vix squalida Nays 105 
Evasit tremebunda manus, onerata gemella 
Prole, per umbrosam noctem magalia tentans 
Passibus incertis. Lacrime non sponte tepentes 
Quas tu Montani, Phytia, sic ante monebas, 
Adveniunt; nec plura quidem iam dicere pos- 

[sum. 110 
Mon. Nec mirum : sed dura animum, mi Dorè, pre- 

[camur, 



42 

Nec taceas reliquum. Iuvit narrasse labores. 
ri,//. Quis neget optatum iuveni ? mos nempe gerendus 
Montano; die, Dorè, precor ; mine cura peculi 
Nulla tibi, trahimusque moras in vertice tuto. 1 1 5 
u.m. Quid Paphus, queso, cui centum brachia, centum 
Fama refert oculos, cui tanta licentia fandi 
In Superos hominesque fuit ? Non cuspide lata 
Occurrit monstro ? Quid tunc furibundus Asylas ? 
Quid pecudum custos Phorbas? Quid Damon 

[amicus? 120 
Quid tu ? quid Phytias ? Quid Pamphilus at- 

[que Molorcns? 
Ac alij tecum tangentes alta boatu 
Sydera, iactantes vario sermone palestras, 
Atque pedum cursus, cestusque, et fortia facto ? 
Do. Iam satis ostensum. Phytias in litore solus 1 25 
/. in r. invictus mansit, qui nunc peregrina per arva 
Me profugum sequitur. Stabat mens currere 

[contra 
Ingens, et lectas phaietra de more sagictas 
Abstuleram, nervusque levem iam flexerat 

[arcum ; 
Sed tenuit non sana fìdes, numerusque meo- 

[rum 130 
Tunc nullus, Phytiasque boans : Quo tendere 

[frusta, 
Stulte puer, tentas ; nequicquam flectere fata 
Nitimur ; hoc celo placuit ; sic Iuppiter equus 
Viderat, et pensis dederat sua iura futuris. 



112. Fra iuvit e narrasse, breve rasura. 

118. qm di hominesque sovrap. con la solita chiamata. 

119. furi di furibundus in rasura. 
128. In orig. sagittas. 

132. n di tentas in ras., in orig. temptas. 



43 

Hinc natale solum, silvas, armenta domosque 1 35 
Liquimus, ac tenui lembo diffugimus ambo 
Infandam monstri rabiem; nec defuit usquam 
Dux fidus, placideque tulit quoscunque labores. 
Nos turbo fluctusque maris Thelamonis ad oras 
Impulit, inde tuos errantes venimus agros. 140 
Mon. ut vestroa doleo casus, sit silva perennis 
/. 19 v. Hec nobis, parvumque pecus. Quod si tibi cure, 
Summito : tu ducas. Sed, si michi nuntia veri 
Ylice ab excelsa cornix fuit, ecce parantur 
Multa tibi graviora satis, reditusque propin- 

[quus. 145 
Spes te sepe trahet sterilis; quicquid modo 

[perdis, 
Vinces cunctando : sed non tibi delphica laurus 
Sertum leta dabit, donec tu manibus unum 
Falce caput tribues prò cunctis. Nos quoque 

[diras, 
Si tibi, Dorè, placet, faciles transire querelas 150 
Mittamus, Bachoque sacrum celebremus ho- 
norem. 
En Galathea vocat : redeunt cum matribus agni, 
Et nox cerulea iam terras denigrat umbra. 



151. In orig. mictamus. 



[SILVA OADBNS] 



Explieit Dorus 1 egloga IV> Incipit egloga V. Cui ti- 
tulas est Silva eadens. Colloeutores autem 
Caliopus et Pamphyius. 

OaUop. Phamphyle, tu placidos tecum meditaris amores 

/. 20 r. Calcidie, viridi recubans in gramine solus; 
Ipsa dolens deflet miseras quas nescio silvas. 

Pamyh. Unde, precor^nosti ? Sis mecum : Phebus in altum 
Tollit equos; prosunt umbre, michi crede, ca- 

[pellis. 5 

cai. Sicilidum saltus et florida rura Pelori 

Foite pererrabam; vox venit tristis ad aures. 
Attonitus tune firmo gradum, prospecto fre- 
quente r 
Si videam flentem: video. Quid lilia falce 
Secta loquar, floresque malo iam sole reflexos ? 10 
Cespite sic nudo lacrimis oppleta iacebat 
Illa suis, questusque graves ex ore trahebat. 

rum. Heu michi ! quid vivo: iam tacte fulmine pinus, 



i Anche qui, dorus (con minuscola). 
11. In orig. obpleta. 



46 

Et pecudes prostrasse canes, noctisque per 

[umbram 
Ex septis ululare lupos audisse, nephandum 15 
Prodigium dederant. Sed, die, quas, obsecro, 

[voces 
Illa dabat deflens; tua presto stat tibi merces. 

Gai. Quas ego concepì, referam. Tu, dulcis Aminta, 

. 20 v. Nunc oculos gregibus prestes, servesque, pre- 

[camur, 
Ne si damna satis faciaiit fortasse capelle, 20 
Hyrsutus Corilas, Bavio mittente, lacesset 
Hyrcos interea morsu, vel terreat agnos. 

ram. Ne dubites, saxis sistet, baculoque iuvabit. 

Cai. Illa diu postquam Faunos nymphasque vocavit 
Incassum, pectusque manu pulsavit et ora, 25 
Vocibus assiduis syrene in litore fractis 
Parthenopis residens, misere singultibus inquit: 
Non fuit ausonicis campis, me iudice, silva hac 
Letior aut maior, nulla atque capacior evi. 
Hec fagis celum tangebat et ylice multa, 30 

Quercubusinsignis, viridi spectandaque lauro, 
Ac cedro crebra, funesta et pulchra cupressu. 
Non adeo quondam formosa Libistridos ursis 

f. 2i r. Horrida, cui cessit magnorum Ercinia nutrix 

Silvestrumque boum, gelido sub cardine celi, 35 
Idaque iudicio Paridis memoranda puellis, 



20. Nel testo si legge dantpna: però p è soppresso con due 
puntini. 

21. In orig. IrnUuB : I modificato dalla stessa mano, in 
H, e y inserito nello spazio che suole intercedere fra la prima 
e la seconda lettera al principio del verso. Sopra C di Cori- 
las lieve rasura, in orig. dorilas. In orig. mietente. 

22. In orig. Ireos: modificazione come per Hyrsutuy. 
28. In orig. auxonicis. 



47 

Bobritiumve nemus cessit, cessitque Heriman- 

[tum. 
Floribus hec ramos et prata virentia semper 
Pingebat croceis roseisque et mille colorum, 
Colchida dum primum siccaret veliera Phebus. 40 
Quid referam claros leni per gramina cursu 
Serpentesrivos, fontesque lacusque recentes, 
Antraque perpetuis non arte recondita tophis; 
Hac picte nidos cuncte fecero volucres ; 
Psytacus exustis usque huc accessit ab arvis 45 
Captus amore soli. Sic et pulcherrima fenix. 
Nec fuit Ytalie qne ferret si Iva leones 
Hanc preter : mites tulit hec iraque verendos, 
Ut taceam lepores, cervos. et dente minaces 
Apros, et capreas, et grandes viribus ursos. 50 
Hec niveas habuit pecudes, quibus inclita tan- 

[tum 
Veliera prestabantreliquis, quantum aurea pom;i 
Glandibus aut sorbis ; referat quis grandia 

[quantum 
Dudum amienta boum pavitque et texerit um- 

[bra ? 
Quantum lactis eis fuerit, que copia prolis, 55 
Pascua dum magnus servabat Tytirus olim. 
Heu michi ! cognovit Ciclops : ast Tytirus ille est 
Qui primus pecori leges nemorique salubres 



32. cedro in ras. : h di pulclira sovrapposta. 
83. a di formosa in rasura. 

34. cui cessit, in ras. : nel Cod. Laur. : non grandis. 

35. Silvestrumque, in ras. : que sovrapposto. 

36. que di Idaque, in ras. Nel Cod. Laur. : Ida, huic. 
4*5. h di pulcherrima sovrapp., al solito. 

54. it di pavikjue in rasura ; inoltre, fra it e que piccola 
ras : in origine paveritque in correlazione con texerit ? 
58. nemorique e salii di salubres, in rasura. 



48 

Carmine cantavit. Quarum nec clavior usquam 
Copia docta fuit legum. Nec prisca tulere 60 
Secula maiores, auro cium floruit etas, 
Sanguine si veri quicquam primeva vetusta» 
Insculptum liquit fagis vel robore duro. 
Me miseranti ! memini letis quibus ipsa choreis 
Saltantes vidi Satyros, facilesque Napeas 65 

/. 22 r. Floribus ornatas et sertis fronde revinctis 
Esculea, et gratos silvis expromere versus 
Nunc stipulis auctos, fldibus nunc arte canoris. 
Sed quid tot refero? complectar ut omnia paucis, 
Quantum cana salix alno, quantumve mirice 70 
Quercubus et celsis cedunt, vepreta cupressis, 
Huic omnis tantum cedebat silva nemusque. 
Pro Superum virtus, quantum hec modo tem- 
pora distant 
A priscis, quantumve malis dat Iuppiter astris 
Arbitrij; fortuna quidem quos ante fovebat 75 
Leta nimis, pavidos secum revoluta fatigat. 
Plangite Silvani veteres, heu ! plangite mecum. 
Delapse quercus, grandes cecidere cupressus, 
Esculus exaruit summissis undique flammis, 
Pinus nulla sedet, virides albescere lauros 80 
Heu ! video, et bicolor passim iacet undique 

[mirtus, 

/ ss d. Aret et omne solum pallens, arbustaque nuda 
Frondibus in nìchilum tendunt, abiere volucres, 
Antraque pastorum video deiecta, recessus 



61 h di choreis sovrapposta. 

70. cana e al di alno in rasura 

71. celsis, vepreta et cupa di cupressis in rasura. 
73. Fra Pro e superum. picc. rasura. 

79. summissis, in rasura. 
82. Aret, in rasura, 



49 

Incultos, muscoque putri pallescere fontes, 85 
Et nitidos rivos turpi sordescere limo, 
Ac circum ripas calamos crevisse palustres. 
Quod meritum ? quod triste neplias ? quod cri- 

[men avitum 
Vel fortasse tuum potuit tot Superis iras 
Iniecisse tua cum clade ? Miserrima quis tam, 90 
Quis tam dira Deus permisit, lapsa ? Quis Orco 
Eduxit pestes in te ? Quis, queso, labores 
Excudisse tuos potuit tristesque ruinas ? 
rubor, ortorum custos, cui pulcher achantus 
Aggere surgebat viridi, canumque ligustrum, 95 
Et quem puniceo quondam cum flore roseta 
Et molles viole stabunt et lilla circum, 
/. 23 r. Jbleusque timus, nigra et vaccinia tecum 

Crescere sunt solita, an cernis quam ere ver it 

[uncus 
Carduus, et vacuus surgat paliurus in ortis ? 100 
Ulvaque vel saturis onagris suspecta cicuta ? 
Ha ! Faunum pietas, fertis, Dryadesve sorores, 
Quis stipula totiens frondes virgultaque movi, 
Hoc spectare nephas? Video sine vitibus ulmos, 
Vix hedere vivunt. Solitos flavescere campos 105 
En vacuis plenos prospecto horrescere avenis ; 
Piscosique lacus, pontus, fluvijque quiescunt ; 
Cortex nullus inest, resonant nec litora tonsis ; 



86. t e pi di turpi, in rasura. 

89. Nel margine sinistro si legge anapestus, con carattere 
minuto e corsivo. Sopra superis apparisce come un segno di 
chiamata. 

94. h di pulcher e achantus sovrapposta. 

98. que di Ybleusque, in rasura. 

100. vacuus, in rasura. 

103. Sopra Quis un segno speciale = prò quibus. 

105. h di Jiedere sovrapp. 

Collezione di opuscoli danteschi (N. 131-132-133-134.135). 4 



50 

Et passim video sparsas heu ! vasta per arva 
Infectas tabo pecudes, morbisque capellas, Ilo 
Pastoresque graves per sordida lustra ferarum 
Dispersos ; turpique fuga nemus orane relic- 

[tum est. 
Alcestus trepidans abijt, tremebundaLiquoris 

/. ~ J v ». In dubium liquit silvas, evecta per altum. 

Omne deeus perijt, luctusque laborque super- 

[sunt. Ilo 
Plangite Silvani veteres, heu ! piangi te mecum. 
Silva decus nostrum perijt, pereamus et ipsi. 
Hec ubi dieta dedit, manibus lacerasse capillos 
Implicitos vidi. Tandem quasi vieta resedit. 

Pam. Heumiser! heu! video que sit sibi causa do- 

[loris: 120 
Indignum facinus iacrimis revocare putabat, 
Previsum dudum Superis, et pensa sororum. 
Errat stulta nimis : celo parere necesse est. 
Sed tu, dum fleret, nullis solatia verbis 
Perdita tentasti placidis reparare querentis ? 125 

vai. Non equidem, ne forte malus Poliphemus adesset 
Indignans, celeri sed te per pascila passu 
Quesivi : tu verba dabis, tu nubila purga. 

Pam. Quid tibi mercedis statuam ? que dona labori ? 

/. 24 r. De grege nil possum ; calamos accepit Opheltes. 1 30 
Sunt michi crescentes catuli, quos seva Licisca 
Lacte domi nutrit ; summas quem duxeris ipse. 

vai. Dum grandes faciam. Sed tu modo quere ge- 

[mentem 
Dilectamque tibi : pecudes mulsurus abibo. 



111. per sordida, in ras., da sovrapposto. 
125. Nel testo si legge temptasti: però p è espunto col so- 
lito puntolino. 



i 



[ALCESTUS] 



Explicit Silva cadens egloga V. Incipit egloga VI Cui 
titulus est Alcestus. Colloeutores autem Amintas 
et Melibeus. 

Amintas. Pastores transisse nives et frigora leti, 

Sub divo veteres stipula modulantur amores ; 
Esculeas hedera nectunt de more corollas, 
Crateras Bromio statuunt et vina salutant 
Cantibus. et multo protendunt Carmine sacrum. 5 
Tu, Melìbee, quidem plangoribus omnia soius 
Confundis, Que tanta tibi nunc causa doloris ? 

Melibeus. Silva vetus cecidit, lapsa est, cui prefuit Argus; 

/. 24 v. Custodes abiere gregum, periere sequaces. 

Nostris an vivat nobis Alcestus in oris 10 

Incertum ; et clausas disiecit belua septas. 

±min. Parcendum lacrimis, nam trux Poliphemus 

[abivit. 
Alcestus redijt nobis, rediere vagantes 



3. h di hedera, sovrapposta. 

8. vetus, cecidit, lapsa, in ras., Vest seguente, sovrapposto. 

12. Nam in ras., trux sovrapposto. 



52 

Pastores oviumque greges rediere priores ; 
Letitiaque vireut silve, vallesque resultant, 15 
Omnis ager pubet, redeunt sua sydera pratis, 
Frondes arbustis, edis quoque cornua surgunt, 
Cornupetant campis lunata fronte iuvenci, 
Massicus et Gaurus florent pulcherque Vesevus, 
lnnovat arbustis vites stauratque Falernus 20 
Ulmis iam colles, stringit Vulturnus et undas : 
Surge ideo, letumque diem psallentibus auge. 

Mei. Lenta fides magnis semper prestatur, Aminta, 
Nec facile annosum falsis risisse subulcum est. 

/. 25 r. Pan Deus a silvis oculos avertit et omne 25 
Sevit in Alcestum dira vertigine celum. 
Quis daret heu ! celeres pennas ? quis, quero, 

[volatum ? 
Quisve iras Superum posset placare repente ? 
Letis te dede, precor, sertisque corona, 
Meque meis lacrimis sinito miserisque querelis. 30 

Amia. Si Corinna meo sedeat, Melibee, sub antro ; 
Vera loquor : vidi Circeum vertice flammis 
Fulgentem in reditu ; sic et Garganus et ingens 
Appenninus neri fumabant culmine summo 
Letitia ; et multis quod forsan credere durum, 
Etna quidem plausu fumos convertit in ignes. 



19. h di pulcher sovrapp. 
23. Avanti ad Aminta in alto un picc. o. 
25. Pan deus è ripetuto in mezzo al margine inferiore 
del foglio precedente. 

28. ve di Quisve sovrapp : fra Quis et iras piccola ras. : in 
orig. Quisque. 

29. Prima di letis nel testo si legge I : soppresso però con 
due puntolini. 

34. h di Iteri sovrapp. 

85. * di multis apparisce appena, su rasura. 



Et si nulla fides dictis, hunc suspice collem 
Quam vireat, squalentem olim pallore. Quid 

[ultra ? 
His oculis, iuro, calcantem litora vidi 
Euboica, et matrem amplexu pulchrasque so- 

[rores 40 

/, 25 o. Suscepisse pio, letis ac oscula dantem. 

Mei. Quid verbis opus est multis, mi dulcis Aminta ? 
Floribus ut Titan nocturno frigore lapsis, 
Dictannus capreis, pecorique favonius egro, 
Utque salus arvis estu sitientibus imber, 
Sic cordi tua dieta meo. Te, summe, precamur, 
Phebe pater, te, leta Pales, da cepta secundent. 
Non silvis usquam, nunquam pastoribus usquam 
Illuxit tam grata dies. Tu cespite vivo 
Erige propter aquas nobis altaria, Phorba, 
Et lauro et sertls hedere mirtoque corona; 
Inde et ydumeas fer palmas, postque bidentes 
In sacrum niveas deduc, ac omnia serva. 
Tu mestas pecudes herbis et fonte, Lycophron, 
Et calamis refove : nosti quam turpis Orion 55 
Leserit has dudum, lacrimis dum tempora flerem. 

/. 96 r. Nosque diem celebrem cantu deducere, Aminta, 
Et delubra Deum festis ambire choreis 
Credo decet: viridis folijs ornatus olive, 



37. Et in rasura, la quale si estende un po' oltre. 

40. h di pulchrasque, sovrapp. 

41. In orig. obscula. 

44. an di dictannus in ras : il e sovrapp. : segue rasura con 
lineetta. 

48. Le parole di questo verso, in rasura. 

50. Avanti a Phorba un picc. o. 

51. h di hedere sovrapposta. 

58. h di choreis sovrapp. 

59. viridis folijs ornatus, in rasura. 



54 

Tu primus sacrum gracili perflabis avena; 60 
Ast ego, populea redimitus fronde, secundus 
Carmina cantabo: stipulis et Carmine docti 
Ambo sumus, nobis nemo nunc prevalet agris 
In siculis, ni forte gravis certaret Yollas; 
Hic alios superat quantum vepreta cupressi. 65 

Amin. Ergo alacres dignum calamis et Carmine festum 
Cantemus ; tu primus eris, tu Carmine maior. 
Esculeo dudum descriptos cortice rastro 
Phyllidisincipies, vel quos mage duyeris, ignes, 
Seu magia Alcesti laudes : non dignior ullus; 70 
Seu magnos Phytias quos pertulit ante labores, 
Qui meruit versus qua Stilbon flabat avena. 

/. ?r>v. irci, phyllis in agresti se iactet cespite ludens; 
Exspectet Phytias, cui credo magna paratur 
Posteritas, si vera sonat Deus ethere levo; 75 
Nos tamen Alcesto dignas per secula voces, 
Ut dabitur, cantare decet : cantabimus ambo ; 
Libetrides nostrum tollant ad sidera Carmen. 

a min. Ecce, puer, placida pariter residemus in umbra, 

Et Superis gratos mittunt altaria fumos, 80 
Ruminatomne pecus,pueri campique quiescunt. 
Quid trahis in longum conceptos iam tibi versus? 

ita. Alcestum postquam silvis abstraxit amatis 
Fatorum predura lues, flevere dolentes 



61. redimitus, in rasura. 
68. rastro in rasura. 

70. magis in rasura. Nel cod. Laur. segue questo verso: 
Versibus invenies, non astris dignior ullus interpolato. 

79. rende di residemus, in rasura. 

80. In orig. mictunt. 

81. Ruminai omme pecus, •patri campi . . . , in rasura. Però 
R di Ruminat è una modificazione, senza rasura, d'un ori- 
ginario I: t finale sovrapp. ; fra pi e que di campique piccolo 
spazio raso. 



55 

Parthenopes nymphe, nec vidit Daunia sulcos, 85 
Viti bus obstupuit Bachus, periere iuvence, 
Vulturnusque senex, ingentia saxa revolvens, 
Excessit ripas, luteus demissus ab urna; 

/. 21 r. Montibus obtectum nebulis fumoque cacumen 

Vidimus, et vallea ululatu Aere dolenti; 90 

Tunc, quos clara dedit tellus, rugire leones 
Non ausos, laqueosque graves sentire coactos 
Venantum primo, lincis quoque lumen ademp- 

[tum. 
Ha ! quantum potuit de te fortuna, quibusque 
Casibus in dubios te traxit seva meatus. 95 
Ast ego, Phebe decus celi, posuisse labori 
Alcesti fìnem et patrijs post reddere silvis 
Dignatus, meritos nymphe tibi sempre honores 
Carmine perpetuo resonent, precor, atque bu- 

[bublci. 

Amia. Non thymus est apibus, non agnis lenis hibi- 

[scus, 100 
Non cythisus eapris, quantum tua carmina nobis. 
Nunc ego resti tuam silvis silvisque tenebo. 
Plaudite iam colles, et vos iam plaudite montes : 
Redditua est nostris Alcestus, redditus, antris. 

f 2~, r. Litora iam plausu surgant, et flumina certent 105 
Nunc plausu compiere polos. Hic spernere terras 
Occiduas, solisque vias celumque serenum 
Cernere, et obliquos Phebes mirarier orbes 
Cepit, et Astream silvis revocavit abactam. 



85. In orig. Parthenopis ; però i mutato in e che figura 
anche sovrapposto. 

90. fiere dolenti in rasura. 

91. r di rugire in rasura, in orig: muf/ire. 
100. h di thimus, sovrapp., est in rasura. 



56 

Hac tauris curru iunget cervisque leones, Ilo 
Armentisque lupos, serpentum sibila sulcis 
Auferet, et meritos Musis concedet honores. 
Plaudite iam colles, et vos iam plaudite montes: 
Redditus est nostris Alcestus, redditus, antris. 
Dum mare fluctivagos pisces, tellusque te- 

[nebitllS 
Quadrupedes, aer volucres, et sidera Olympus, 
Alcestus silvis pastoribus atque puellis 
Sit lumen semperque decus; nec limina Ditis 
Conspiciat; moriens Superis sit Delphycus alter. 
Plaudite iam colles, et vos iam plaudite mon- 

[tes: 120 
/. 68 r. Redditus est nostris Alcestus, redditus, antris. 
Nos agnam mactare decet; nos cernat ovantes 
Alcestus taurumque sibi dum tempora Victor 
Umbrabit lauro: veniat lux illa, precamur; 
Et suris vinctis saltabimus inde coturno, 125 
Elicietque sonos stipulis tyrenus Asylas, 
Astabunt coram Damon Phytiasque canentes. 
Plaudite iam colles, et vos iam plaudite montes: 
Redditus est nostris Alcestus, redditus, antris. 
Vix, Alceste, decus nostrum, vix credere fame 130 
Post nos ruricole poterunt; sed cortice duro 
Posteritas tua facta leget; te populus ingens, 
Te corilus sculptum, servabit te quoque fagus, 
Dum fluet Eridanus,dum montes vallibus umbras 
Prestabunt, dum grata salix, dum gratus ybi- 

[scus 135 



110. Nel testo si legge tauros: o è espunto col solito pun- 
tolino (o), e v'è sovrapposto i. 

131. duro in rasura. 

132. Le parole di questo verso anche in rasura. 
l'Jo. Te corilus sculptum, anche in rasura. 



57 

Nascetur capris. Crescent ea nomina quantum 
f. 28 >:. ipsa quidem fagus crescet. Mirabitur Arnus 
Atque colet, gratis linquens tua fa età futuris. 
Plaudite iam colles et vos iam plaudite montes ; 
Redditus est nostris Alcestus, redditus, antris. 140 
3td. Munera quis statuet prò tanto Carmine digna ? 
Dulce viris quantum rusco prefertur amomum, 
Atque rubis mirtus, laurus vel dignior alga, 
Tantum ego tu superes dicam cantando Me- 

[nalcam, 
Et calamis. quantus eris si prestet Yollas 145 
Te stipula perflare sua ! tunc saxa movebis. 
Est michi conspicuum signis quod condidit olim 
Ylas spartanus, quamvis duo vasa fuissent, 
Dum placido nobis victus concessit amore. 
Horum aliud nuper rapuit gratissima Phyllis ; 1 50 
Tu reliquum, quanquam tanto sit munus agreste, 
Suscipe, sed noscas nulli tetigisse labellum. 
f.29r.Amìn.Sat video te cogat amor, dum munera tanti 
Concedis puero: non parva teneret Yollas. 
Tu ne speme, precor, baculum quem cyprius 

[olim, 150 
Dum iuvenis frigias agitaret arundine dammas, 
Concessit Lyeidas, sumptum de rupe Camandri, 
Nodis insignem, nec non et cuspide fulva. 
Sed sta, care, precor, modicumque ad verte 

[quod oro. 
Personuit siivi s echo ì Non, oro, latratus 165 

Concipis ipse canum ? grandis non ille Me- 

[lampus ? 



146. tunc, in rasura: fra questa parola e la seguente, 
piccolo spazio con lineetta serpeggiante. 
150. nuper, in rasura. 



58 



Non gregis heu ! custos latrat ? Non illa Licisca ? 
Est equidem, nosco : timeo ne sevus ovili 
Nunc lupus insultet, seu beiua sevior; ibo 
Ut videam, et manibus tollam ne ledat hiul- 

[cus; 165 
Tu venias, queso, si te fortasse ciebo. 



[IURGITTM] 



Explicit Alcestus egloga VI- Incipit eglo- 
[ga VII. 

Cai titulus est Iurgium Colloeutores autem 
/. 20 >■. Daphnis et Florida. 

Daphnis Florida, quid stertens commissum linquis ovile ? 
Non satius fuerat dixisses — servet amicus 
Hoc saltem Daphnis — recubas dum vieta Lyeo ? 

Florida Tu servare gregem nosti, fur pessime, Daphni ? 

Cum veteres flectas fagos immersus Hyaco. 5 

i)aph. Non ego quod vidi nuper, dum septa Phaseiis 
Crinibus exires sparsis, et veste soluta, 
Clam dicam : tetristis amet sine mente Lupiscus. 

Fio. Vir gregis impulsus rabie michi fugerat illuc. 

An tibi liquissem ? quem sevo vulnere capros, 10 
Alphei in medio nemoris, fetasque capellas 



2. amicus, in rasura. 

3. Hoc, in rasura. Manca nel cod. il punto interrogativo, 
ma il senso lo richiede. 

5. h di hyaco sovrapposta. 

6. Phaseiis, in rasura. 
8. lupiscus, in rasura. 



60 

Carpentem vidi; quanquam plangore Phaselis 
Posceret invacuum, tu per dumeta trahebas 
Infestus curva preraptas falce bidentes. 

Daph. Nonne ego quo libuit poteram deducere n<> 

[stras?15 

/. 30 r.Fior. Portasti tecum, credo. Quid, pessime, «no- 

[stras» ? 
Circius aut misit, seu forte Ercinia mater. 
Quid fuit Alpheis tecum ? vetus extat origo 
His quidem ab Ellaida. Tibi tristis et aspera 

[patrem 
Barbaries inculta dedit. Quid pessime, « no- 

[stras »? 20 

naph. Quid Galathea, precor, faciet cum talia lusca 
Audet, et infando deturpat gucture Daphnim ? 
Belua, me remorum nuper pecorisque magi- 

[strum 
Silvicole fecere senes, omnisque potestas 
Arbitrio commissameo est. Quos Yndus inundat,25 
Quosve pyreneus Collis, seu celifer Athlas, 
Quosque tenet Rhodopes silvis, aut abluitHebrus, 
Quosve niger Garamasferventibusurget harenis, 
Arceo pastores; et tu, mala sana, superbis. 

Fio. Et quos iam celo dederat decepta vetustas, 30 
Merserat aut Orco, pariter dixisses decebat ; 

/. r>o v. Cum tibi sit parvus nemorum vix angulus unus, 
Iure cui possis fragiles iniungere leges. 



15. fra 6 e u di libuit picc. rasura. 

18. vetus, in rasura ; cosi x di extat, in orig. estat : ofr. 
mixta da mista. 

19. His quidem ab, in rasura. 

23. Avanti a Belua, in alto, un picc. o 
28. ferventibus urget, in rasura. 

32. sit e vix, in rasura ; nemorum sovrapp. fra parvus e 
vix, dove c'è piccola abrasione. 



61 

Indos Mosa secat, Getulos abluit Albis, 
Atque tuas, Tybris Rhenus nunc sulcat hare- 

[nas. 35 
Decus Arthoum, Theutonos lude bilingues; 
Nos titulos vacuos et lentos novimus arcus. 

Daph. Quid titulos? non, orba, vides quibus ipse molosis 
Progrediar septus ? lauros Galathea reservat ? 
Ornet et ut pexos nobis aliquando capillos 40 
Flectere serta manu cepit. Tunc anxia dices: 
Nos titulos vacuos et lentos novimus arcus. 

Fior. miserum ? tibi serta comis Galathea virentis 
Imponet lauri ? tedas extinguere flammas 
Tunc dicam, referetque diem tunc Hesperus, et 

[sol 45 
Inducet veniens umbras. Qui primus honores 

/. ai r. Hos tulit in silvis poterit deposcere taxos, 
Et lauri tristes porcis exponere frondes, 
Si te gestantem videat. Michi numina prestent 
Ante diam moriar, latiam quam cernere Danem 50 
Sauromate possim crinesque caputque premen- 

[tem. 

Daph. Quid tantum, delyra, tumes ? quod iussit Apollo 
Tu renuis? Melius fuerat componere lites, 
Et quos iamdudum nostris antiquior etas 



34. Le parole di questo verso, in rasura : fra getulos e 
abluit piccola abrasione con lineetta. 

35. Segue un verso interamente abraso, alla cui estre- 
mità, a sinistra, si legge con caratt. cors. e piccolo : vacat. 

36. Prima di Decus, I ; espunto però col solito segno (\T 
3(3-42 lentos, in rasura. 

39. Si legge reservet, però V ultima « vedesi espunta con 
un puntino e in sua vece sovrapposta a. Il cod. Laur. ha 
pure reservat. 

40. x di pexos, in rasura. 

54. o di quos, calcato con la penna sopra un'a origina- 
ria, e ripetuto sopra. 



62 

itìxibuit sertis flores, tu candida letos 55 

Prestares, ut sacra tuis Io vis ales ab alto 
Invigiletgregibus, removens vulpesqueluposque. 

Fio. Hac ego te semper cognovi retia cervi s, 

Aut capreis laqueos, mediis in vallibus, arte 
Tendere, cum iaculo valeas nil optime Daphni ; ó'O 
Blandiris, cecamque putas includere claustris. 
Nosceris, errasti. Nec tu, quibus inscia quondam 

/. si v. Omne nemus septasque dedi, tauro3que ca- 

[prosque 
Amplexusque meos ac oscula leta. Nec illa 
Secula volvuntur nobis. Nec vertitur ordo 65 
Qui dudum, quo grandis erat per compita Da- 

[phnis. 
Absit et ut credam, de te modo sentiat, acer 
Qui fueras predo, tam sancte summus Apollo, 
Iusserit ut lauro tua cingas tempora sacra. 
Sed cedam. Memini puerum dixisse Goliam 70 
Esse polos Superum, campos mortalibus esse 
Concessos, quos quisque sua dicione teneret : 
Libera sum mulier, nullo sociata marito, 
Et thalamis ultro renuo iurique iugali ; 
Sunt vires animique manent, arcusque truce- 

[sque 75 
Custodes ovium, peperit quos seva Licisca; 
Et moriar potius quam iactem lilia corvis. 

Daph. Libera tu mulier ? quasi non viderimus ipsi 



64. In orig. obscnla. 

68. summus in rasura. 

69. In orig. sacro, come si legge nel cod. Laur : l'asta 
finale di a, è calcata con diverso inchiostro su o; nell'altro 
cocl. Laur. LII. 29 si legge però sacra. 

71. In orig. ditione : t abraso superiormente e modificato 
in e. 

73. In orig. sotiata. 



63 

/. 32 r. Quotmechi sprostrata iaces; carecta Phaselis, 

Si tu forte neges, servant vestigia sulcis. 80 
Venales tibi, stulta, manus mercede parasti : 
Hos fortes arcus, iacula hos, tutosque recessus 
Esse putas ? Fex nempe virum, servique fugaces 
Sunt, quos dirus amor seu forsan tristis egestas 
E silvis pepulit nostris. Non, hercle, sagictam85 
Eximerem pharetra, loris virgisque fugabo. 
Ast tu summe colum, calatosque et pensa puellis 
Impartire tuis, et pascua linque bubulcis. 
Spirantes Tymbre tibi sint, mea Florida, cure, 
Atque roseta tuis aperi et violaria pande; 90 
Collige iam flores, pueris compone corollas, 
Et natis occide sues, convivia pone; 
Da spatium barbas pectant, da stringere vestes, 
Da laqueis ambire femur, da tempora ludis ; 

/. 32 v. Da vitreos fontes, quorum testantibus undis V5 
Incedant compti; radios et findere Phebi 
Permitte, ut possint animos assumere grandes, 
Dum tenues ydolo segnes se corpore cernent; 
Da graciles stipulas, umbras compone recentes, 
Sterne leves algas, nymphas immisce procaces,100 
Da vina et somnos et vesca papavera lentis, 
Pelle canea silvis, arbustis pelle cicadas: 



79. In orig. caretta. 

85. In orig. sagitiam. 

91. pueris, in rasura. 

94. tempore ludis, in rasura. 

96. In orig. cónti: n modificato in p con abrasione ~. 

97. In orig. permitte. 

98. tenues ydolo segnes, in rasura. 

99-103. Le parole di questi versi, tranne caces di proca- 
ce* (v. 100J stanno in rasura. Segue un verso interamente 
abraso. All'estremità, nel margine sinistro, con carattere 
cors. : vacai. 



64 

Sed tandem videas miseris quid feceris, hercle ! 
Nos frigius lusit pastor, nos sprevit Osyris, 
Non impune diu; nec tu si spreveris, inquam. 105 

Fior. sic faciam, dum grata quies, dum floridus annus, 
Dum virides silve stabunt celumque serenum, 
Invidus ut doleas. Sed quid male sanus amores 
Obicis indecores ? nemo, stolidissime, credet : 

/. 33 r. Mos vetus est mechis matronis turpia castis 110 
Obiecisse quidem; testis michi maxima quercus 
Sacra Iovi, quia falsa refers. Ast, inclite, quid 

[tu? 
Quid frigius pastor ? Quid dicis sprevit Osyris ? 
Non impune, miser ? quasi iam nemus omne 

[canopum 
Videris, et mysios colles vallesque Camandri, 1 1 5 
Cum vix agnoscas tibi celsos elicis ignes. 
Hec stolidis stipula refers aliquando Napeis, 
Dum tu Pannones victos cantabis agrestes. 
Nec taceas nuper signatura limen ab angue, 
Segnitieque tua pactum ex ferrugine sertum 120 
In campis Venetum. Sunt hec purganda prius, 

[quam 
Excidium fagis, Daphni, septisque mineris, 



105. diu in rasura. 

106-109. Anche le parole di questi versi, in rasura. 
114. Non in rasura. 

116. w, in rasura: ag di agnoscas è sovrapposto con la 
solita chiamata: in orig. noscas tibi celsos in rasura. 

118. Fra u e es di pamiones, piccola rasura, in orig. pan- 
nonio». 

119. Le parole del verso, in rasura. 

120-121. Le parole di questi due versi, in rasura. 
122. Questo verso è riportato, con chiamata, nel marg. 
inferiore con lo stesso inchiostro delle precedenti correzioni. 



bò 

Inflatus rabie. Satius tibi vertere passus 
Orbis in extremum, quo tu mulieribus arces 
Erigis, ac onagris componis septa comatis, 125 
Vinitor et tensos resecat tibi vitibus antes. 

/. 33 v.Daph- Me mìsevuml raucis veni contendere ranis. 
Te natis commendo tuis. Hi pectere crines 
Et faciem purgare tuam vestesque novare, 
Et mores ornare tuos, laudesque levare 130 
Noverunt. Primi facient, ni fallor, ut Arnus 
Nuntiet Alpheis quoniam tua colla superba 
Calce premam Victor, vacuatis sanguine fibris. 

Fio. Hesperidum michi poma dedit thirinthius heros, 
Asseruitque graves egris hec ponere somnos 1 35 
Freneticis. His ergo tuo postremo medebor 
Fervori : magnos memini pressisse furores. 
Insuber atque Ligus post hec tua somnia sol- 

[vent. 

123. Inflatus rabie, in rasura. 

124. extrem di extremum, in rasura, um sovrapposto, la pa- 
rola ripetuta nel marg. destro, in corsivo. 

125. septa comatis, in rasura. 

126. et, ensos di tensos fnel Cod. Laur. extensos) a di rese- 
cat, tibi, in rasura. Segue un verso interamente t abraso. 

127. in di veni, re di contendere (fra queste parole piccola 
abrasione) e ranis, in rasura. 

129. pu . . g di purgare, in rasura, r sovrapp. ; in orig. la- 
vare? 

135. egris in rasura ; avanti a ponere, piccola rasura in 
senso verticale, in orig. componeref 

138. Questo verso è riportato con chiamata nel margine 
inferiore. 



Collezione di opuscoli danteschi. (K\ 131-132-133-134- 135). 



[MIDAS] 



Explicit Iurgium egloga VII. Incipit egloga Vili. 
Cui titulus est Midas. Collocutores autem sun( 
Damon et Phytias. 

Damon. Tolle pecus, Phytia : nescis quibus inscius arvis 
/. 34 r. Nunc sedeas, Midas si te vel forte Lupisca 
Viderit ; errasti ; dubiumquis promptius ultro 
Irruat In predam seu servet durius actam. 
Phyiias. Quid verbis laceras grandes, venerande, bu- 

[bulcos? 5 
Quid, Damon, suades fesso ? dum iussit egestas 
Hunc domini servare greges, hanc pensa Minerve 
Ducere per noctes, potuit fortasse timeri. 
Nunc illis armenta bourn per gramina servat 
Aufidus, et vitulos deducit ab ubere Marsus. 1 
Non hostis venio; vult Midas ipse daturus 



2. Midas si te vel forte, in rasura. 

3. in orig. prontius; n modificato in p. senza rasura e 
m agg. con abbreviazione. 

5. iussit, in rasura. 

8. fra noctes e potuit, rasura con lineetta. 



68 

Paseua, si qua fides, fontesque umbrasque re- 

[centes. 

Da: Coge pecus, dum tempus adest : ni fallor, amara 
Qua nolis venisse dies, michi crede, futura est, 
Et promissa quidem tenues dispersas per auras 1 5 
In nichilum venient. Sed tu quid, stulte, putabas 
Hos magnos habuisse greges, ni fraude paras- 

[sent? 

/. 34 v. Non hominis iusti quid possint ferre labores 
Novimus? et quantum septis augere peculi ? 

Phy. Me mise rum ! deceptus, inops, per saxa, per 

[estus, 20 
En iterum revocanduseras grex anxie ; nusquam 
Comperies quo grata quies tibi prestita fetus 
Gramine permittat leto deponere. Damon, 
Pana Deum testor, non herbida prata nec amnes 
Exhausti natale solum patriosque recessus 25 
Archadie ut sinerem fecere, et querere campos 
Pastoris nimium cupidi, trucis atque Lupische. 
Sola fides fallaxque nimis spes, alta Vesevi 
Atque sinus Gauri virides fontesque iacusque 
Ut peterem, potuere. Tamen, dum tristis Orion 30 
Alta tenet noctis prohibens cantare volucres, 
Sta precor, atque doce miserum quo iure Lu- 

[pisca, 
Quo Midas rapiant, armentaque maxima ducant. 



11. u e t di vult in rasura: segue un'abrasione con li- 
neetta; in orig. voluti. 

18. Nel Laur. hominum; iusti, modificato senza rasura. 
23. In orig. permictat. Davanti a Damon un picc. o. 

25. h di exhausti, sovrapposto. 

26. h di Archadie pure sovrapposto. 

32. miserum in rasura. Nel Cod. Laur. lapsum. 

33. Fra Quo e Midas piccola rasura con lineetta ; in orig, 
rjuuve come per legge I'Hecker, (op. cit. 75). Nel Laur. pureQuo. 



69 

f.35r.Da. Nympha, decus nemorum, placidis residebat 

[in arvis 
Euboicis, nuper clara viduata mitella. 35 

Hanc ardere quidem cepit, cum ferret ad urbem 
Lac pressum Midas, pecorum et de more ca- 

[dentum 
Exuvias: cepto favit fortuna furori. 
Nam grav'is ere domum fervens dum forte re- 

[dibat, 
Cespite previ ridi prostravit munere victam. 40 
Hec huius iam capta leves ex pectore curas 
Expulit, ac animos immisit fervida grandes. 
Cumque diem functus terras dimitteret Argus, 
Et levo tandem fato cecidisset Alexis, 
Extemplo callens hic sese miscuit altis 45 

Pastorum rebus, dyrceaque semina passim 
Omnia complevit iactans. Cumque impia virtus 
In se discordes armasset cuspide fratres, 
Prosiliens avidus Midas pecudesque bovesque 

/. 35 v. Occupat insidijs; et ne sibi tuta deessent 50 
Abdita, Melalcem studio coniunxit Ameto. 
Quos postquam miseros undis retraxit avitos 
In campos, lauro et flavos vincire capillos, 



34. i di residebat modificato, re sovrapp. con chiamata; in 
orig. sedebat. 

36. quidem, in rasura. 

37. Midas, in rasura. 

38. Fra cepto e favit piccola rasura : in orig. ceptoque, 
come pur si legge nel Cod. Laur. 

43. In orig. demicteret. 

49. avidus, in rasura. 

51. niunxit di coniunxit in rasura. In orig. copulavit, come 
si legge nel Cod. Laur. Oltre al co intatto di coniunxit, ce 
ne dà indizio il visibile rifacimento di n su p. 



70 

Et querno fecit dextras ornare bacillo, 
Primum se divum titulis immiscuit altis, 55 
Cum pridem placido vix esset cognitus Arno. 

piut. o felix iam sorte sua ! Quis piura requirat ? 
Imperat ex servo, merces conflavit in aurum. 

Da. Saxeus es, Phytia. Video, coluisse Napeas 

Et nemorum Faunos eque, nynphasque puellas 60 
Ture pio credas, qui surripit undique capros; 
Claustraque si frangat, felicem dicis avarum. 

Phy. Imo equidem dico: nemo, nisi Iuppiter equus 
Iusserit, in celsosusquamconscendet honores. 

Da. Te Phytiam rebar; silve fecere Ligurgum, 65 

/. 36 r. Et Superum mentem video ; cessere subulco 
Sulphurei colles et pascua grata Lyeo. 

Phy. Sum Phytias, Damon, Phytias sum pastor et 

[Archas, 
Et calamis didici pastas mulcere capellas, 
Non mores hominum, sacra et monimenta Li- 

[gurgi. 70 
Tu miserum ridere potes : tibi grandis Apollo 
Concessit cytharam, Pomona cadentia pomis 
Arbuta; sic temnis summo de culmine lapsos. 
Sepe vices rerum verti cantabat Amintas 



54. Nel testo, fecit si legge dopo dextras, però con dei 
segni speciali è avvertita la trasposizione. 

60. In orig. nymphas. 

61. In orig. subripit. 

66. cesse di cessere, in rasura : fra cess ed ere notasi breve 
abrasione con lineetta. Nel Cod. Laur. si legge riessere, ma 
è un errore del copista come in altri frequenti casi. 

68. Davanti a damon, in alto, un piccolo o : // di archas 
sovrapposto. 

72. mona di pomona, in rasura. 

IH. m di temnis, in rasura: in orig. tepnis, s'intravede 
nella rasura il segno di m abbreviato. 



71 

Iam senior: lacrimas mecum mors equa re- 

[solvet. 75 

Da. o Phytia, consiste, precor, mentemque re- 

[summe. 
Ante polos lyntres sulcabunt, Nerea currus 
Orbita, frondoso pandum delphina Pelorus 
Vertice suscipiet nantem, quam Damon amicum 
Contemnat Phytiam. Sed tu modo respice ve • 

[rum: 80 
Huius quippe fuit mos semper vertere vultus, 

f. so v. Quidque velit validis se nolle infingere signis. 
Hinc servus pratis viridi contectus in nerba 
Serpere, et incautas cauda vincire capellas, 
Ac ©dos morsu solitus lacerare tenellos. "85 
Sed postquam vires auxit compressa cathello, 
Insurgens coram, tauro qui ludat in ervo 
Persimilis cornu, celsas infringere pinus, 
Sternere prevalidas quercus, silvasque boatu 
Terribili compiere, leves pervertere septas 90 
Cepit, et horrendus rabie leo vertere magnas 
In circum bubulas ursosque arcere frementes. 
Quis putet : et Bavio subtraxit subdolus hyrcos 
Pregnantesque boves, et pingues carmino tauro.-* 
Eduxit stabulis, rauco latrante Melampo. 95 
Quot Faunos quondam, nymplias quot lusit 

[agrestes ? 
Quot Satyros fleto calamis per devia cantu? 
Seque Mecenatem magnumque Deumque vocari 
Olisci t; et invitas dum servat rupe Camenas, 



80. m di contemnat acche qui in rasura; in orig. contepnat. 

89. cus di quercus in rasura: in orig. orno*. Si scorge Vo 
mutato senza rasura in q. 

93. h di hyrcos sovrapposto. 

98-102. Questi versi sono aggiunti nel margine inferiore, 
con chiamata, con carattere alquanto più piccolo e con in- 



72 

Ascreum putat esse senem, silvasque movere 100 
Castalias, et plectra Dei saerasque sorores. 
Quis queat insanos ausus? quis dicere seva 

/ 87 r . Et nemorum, pecorumque simul, iuvenumque 

[ruinas 
Quas dedit, et pariter secum trux inde Lupisca ? 
Hec siliquas porcis etgramina subtrahit agnis, 105 
Et mungit miseras turpi squalore iuvencas, 
Ac matrum parvos subducit ab ubere natos, 
Terque dies pecudes premitet ter veliera nudat, 
Si possit, tristique levem consistere lunam 
Carmine compellit celo, et sibi fascinatedos. i 10 
Nec vacat hec somno ; virides ambire per agros 
Nocte etiam videas, et magnos vertice Gauri 
Enumerare greges. Quid multa ? Hec omnia 

[radit. 
Ac ut nulla sinat silvis intacta vel agris, 
Arte nova pueros annosa per antra canentes 1 1 5 
In Venerem rapit illa suam, nudatque sequentes. 

i't<y- Fur, Midas, igitur, mechus, scelerumque satelles ! 
facinusl Meretrix anus est et avara Lupisca! 
Que nuper glandes oleasque legebat in agris, 
Nunc celum violat verbis et fascinat agros. 120 
Quidtunc Melalces? tacuit? Quid dixitAmetus? 



chiostro più vivo : esse senem del v. 100, in rasura : in suo 
luogo c'era prima Et nemorum, onde comincia il primo verso 
del foglio seguente, e che si legge però nel margine infe- 
riore, poco più giù dei versi aggiunti. 

108. Questo verso sta tutto in rasura. 

106. miseras, in rasura. 

110. edos, in rasura. 

114-116. Versi aggiunti nel margine inferiore, come sopra. 

117. A Fur segue immediatamente piccola abrasione: 
igitur, in rasura. 



I 



73 

f.siv.Da. Assensere Dei: sic ira et crimen inultum 

Permisit miseri laqueo pereuntis Alexis. 
i'i>y. Heu! trepidans horresco solum, suspectaque 

[Divis 
Pascua. Quid faciam ? Minui post verba viden- 

[tur 125 
Nempe greges ; dominam noverunt prata Lu- 

[piscam. 
Ast ego quid merui ? nolebam vertere vepres 
In lauros, fateor, neque in celsum extollere 

[Olympum 
Degeneres calamis, divos cantare subulcos. 
Hoc tam grande malum ? non rebar; lusus et 

[insons 130 
Distrahor hinc pauper : videat Pan, deprecor, 

[equus. 
E quercu veteri nuper michi garrula cornix 
Hos cecinit lapsus, vetuit sed dira cupido 
Noscere, et in dubios deduxit ab aggere campos. 
Nec Coridon dudum silvis cantare solebat 135 
Sic letis, dum tantus erat sub tegmine lauri. 
Da. Non Coridon, miserande, tibi, non fistola nota 
Qua steriles vobis blandus cantabat amores; 
Sensi ego quam tenues conflaret gucture versus 



122. Assensere, in rasura, la quale si estende un po' oltre 
la parola. 

127-131. Questi versi sono aggiunti nel margine inferiore, 
con lo stesso carattere ed inchiostro delle precedenti ag- 
giunte. 

128. in fra neque e celsum, è sovrapposto. 

129. cantare è riportato con chiamata nel margine sinistro 
(con lo stesso carattere) invece di ciere che si legge dentro 
il verso. 

131. t di videat sovrapposto. 

132. garru di garrula, in rasura, e la sovrapposto. 



74 

Et modulos stipula, laqueos dum poneret ar- 

[vis. 140 

l'hy. Quid faciam, Damon ? fugiam, die, litus inep- 

[tum ? 

Da. Sume quod in tristi veteres cecinere bubulci. 

/. 38t. Ph». Malo rudes habitare casas, nemorosaque tesqua 
Parrasij ; lambant malo iam saxa Licei 
He pecudes, quam pingue solum Stimphalidis 

[agri 145 
Tot plenum curis : mecum cantabit Amiclas 
Rupe sub exigua tutus, cantabit, et ingens 
Silvanus placida componet pace furentes, 
Ylice sub prisca, bilem stolidamque Dyonem. 

Da. Nil melius : pecudes pridem dum forte lavarem, 1 50 
Omnis erat varia plenus vertigine gurges ; 
Hinc sensi monitus venturi turbinis iras, 
Et Mide casum pariter pecorisque ruinam, 
Et repetet glandes veteres oleasque Lupisca. 

Da. Sunt in secessu nobis florentia rara, ir»5 

Et gratum nymphis antrum, quod fronde re- 
centi 
Sternet amica tibi Glaucis, mellisque parabit 
Inde favum: venias ; quas conspicis, arbitror, 

[umbras. 
Ante locum teneat, protendunt arbuta longas. 

/'/.//. Tende igitur, veniam : teneat sua prata Lupisca. 1 HO 



142. Nel testo Summe: però il primo?» è espunto, al so- 
lito, con un puntolino. 

150-154. Questi versi sono aggiunti, come precedente- 
mente, nel margine inferiore. 

154. glandes ò riportato, con chiamata, nel margine destro, 
(con lo stesso carattere) invece di </uerct(s (die si Legge dentro 
il verso : e di lupisca sovrapposto. 



[LIPIS] 



Expliait Midas * egloga Vili. Incipit egloga IX. Cui 
titulus est Lipis. Collomitores antern Batracos et 
Archas. 

f. 3 8 v. Batracos. Quia, precor, es nostris in silvis exterus 

[hospes ? 
Arcas. Archas eram quondam, pastorque, et nominor 

Archas, 
Incoia Parthenji montis, nunc ductus in oras 
Has casu ; video pecudes, armentaque passim 
Pinguia, sed steriles agros et pascua nulla. 5 
Ba. Miraris fortasse senex, nam causa latens est. 
Nunc, ni cura vetet, nostris succedi to claustris, 



• Si legge midas (con minuscola) : Lipis e Batracos, qui, 
come nei margini, stanno in rasura, e sono scritti, inoltre, 
con inchiostro nero, anziché col rosso che trovasi di solito 
pei nomi propri negl' incipit e nei margini : h di Archas è, 
come in seguito, sovrapposta. 

1. avanti ad exterus, piccola abrasione in senso verticale ; 
in origine hesterus? 

2. Nel marg. Arcas, senza fi. 
4. pecudes, in rasura. 



76 

Et requiem longo paulum concede labori, 
Et que sit tibi causa, precor, prepone viarum. 

Ar. Sic ego parrasios umbris persepe viantes 10 
Suscepi fessos: prospectat gratus Apollo 
Immeritos. Sed prima refer que causa latens sit. 

Ba. Sunt in semotis colles silveque patentes 
Herbis insignes, et grandia pascua rivis 
Irrigua : has celeri contendunt undique cursu 15 
Quas habeo fetas vacce, redeuntque volentes 

/. 89 r. Uberibus plenis, que post pendentia natis 
Prebent, et tenues cogunt pinguescere lacte. 

Ar. Est memoranda quidem grandis solertia vaccis. 

Ast ego visurus cupiens Amarillida veni. 20 

Ba. Archades en nostram norunt Amarillida, queso? 

Ar. Quia fuit in terris qui non Amarillida novit? 

Ba. Quii secum tibi, care senex ? non cura sacro- 

[rum : 
Despicitis Dori Tracesque aitarla nostra. 

Ar. Circius, aiebant, veniet sumpturus honores 25 
Quos vetus athletis dederat victorìbus etas. 
Hac ego deductus fama vincire capillos 
Pastori vidi. Post hec quis cultus agro rum } 
Qui mores essent, qui ritus, queve bubulcis 
Artes servandi pecoris lactisque premendi, 30 
Que nemorum leges, avidus cognoscere veni. 

Ba. Et nobis quidam nobis referebat etruscus 

f. 39 v. Ornatum Arthoum sertis, sed lenta ferenti 
Prestita quippe fides : obstabat inertia Circj. 

Ar. Sic, nera, sic factum ; verum narrabat etru- 

Tscus: 35 



19. A grandis, segue immediatamente piccola, rasura in 
senso verticale, in origine grandisquef 
21. h di Arehadtu, sovrapposto. 
34. Il secondo e di Circj, in rasura. 



Circius arripuit sertum, fuit Albula testis. 

Ba. Inde novos Alpes emictunt vertice fumos; 
Hinc lupa cum geminis pressantibus latrat; 
Et vulpes ambire domos gallosque timentes 
Adverto, tristesque malas ululare per umbra s 40 
Audio pastores rutulos et cuncta timore. 
Cinnama nunc filices pariant, et balsama taxus 
Sudet cirnensis, tristisque cicuta sabeos, 
Postquam Romuleis sic visum, prestet odores. 

Ar. Indignans loqueris, video : tibi Circius egram 45 
Commovit bilem; nolles redimitus adesset. 

Ba. Quid non indignar? potuit sors invida mundo 
Crinibus arthois ytalas imponere lauros. 

f.40r.Av. An possunt odos forsan saturare petalcos, 

Vel quid maius habent Ytale quam syrmia 

[laurus? 50 

Ba. Non equidem nostros sentis satis, Archas, ho- 

[nores. 
Has frondes pharetris Phebus victricibus olim 
Accitharis, lauro facta iam Dane, dicavit; 
Hinc veteres ytalis sacras fecero triumphis. 

Ar. Que, precor, acta virum, quorum tam fulgida 

[merces ? 55 

Ba. ! longum narrare, senex. Sed pauca reportes 
Parthenij silvis volumus sacroque Lyceo. 
Linternus lybicas pestes revocavit ab arvis 
Ausonicis, fecitque potens has fundere virus 



48. o di lauros apparisce modificato senza rasura : in 
orig. laurus. 

52. pharetris in rasura. 

53. citharis, in rasura. 

55. g. di fulgida calcato, senza rasura, sopra u-v; in orig. 
fidvida. 

57. sa di sacroque in rasura. 
59. In orig. Auxonicis. 



78 

In colles proprios; stomachis et niella fa lercia 60 
Immisit, legesque suas servare coegit. 
Rusticus Arpinas sulcavit vomere montes 
Cyrteos latio, grandesque olidosque per altum 
Hyrcos in Tyberim traxit, domuitquesuperbos 

''. 40 v. Cimbrorum tauros et currus fregit inanes. 65 
Hyrcanas tygres cursu superavit Opheltes, 
Armeniosque equidem devictos arte leones, 
Et curvos Syrie pressos sub falce camelos, 
Assyriosque greges, et quos Eritra thalasson 
Litore servabat, ratibus devexit in umbram 70 
Tarpeij lapidis, cilicesque per alta volucres 
Cepit et in spolium rostrum portavit et alas. 
Allobrogis heduisque bobus, belgisque iuvencis 
Frontibus imposuit Daphnis virtute capistros ; 
Et solitos errare iugis et ludere flexu 75 

Pastores tanto contrivit robore fessos, 
Ut iuga demissa faciles cervice subirent. 
Gryphes yperboreas rapientes unguibus olim 
Quos nobis vitulos servabat maximus Hyster, 
Privavit pedibus iuvenis Corigillus aduncis. 80 
Smirneus pastor, venetusque et grandis etruscus 
Meonios dudum tauros, ytalosque leones, 
Et tyrios apros stipulis domuere canoris. 

/. 4i r. Quid tam multa loquar ? Quid frustra cuncta 

[revolvam ì 



60. li di stomachis sovrapposta. 

64. In orig, Yrcos. Y modificato, senza rasura, in He ,?/ 
frapposto, come già abbiamo notato. 

81-88. Questi versi sono aggiunti di seguito nel margine 
inferiore, con carattere alquanto più piccolo ed inchiostro 
più vivo. 

N. B. Il margine inferiore del f. 41 recto, presenta una 
estesa abrasione, capace di cinque versi. 



79 

Hesperidum qui poma tulit. Qui duxit hyberas 85 
In Latium vaccas. Qui veliera longa Britannis 
Abstulit aut frixo nudavit veliere Colcos, 
Et niveos meruere Iovis conscendere currus, 
Et plebis plausus et tempora cingere lauro : 
His Quiris veteri sancivit lege coronas. 90 

Ar. Magna refers et laude quidem memoranda 

[perenni. 
Sed quid turbaris ? possunt meruisse nepotes 
Quod nequivere patres ? est magnus Circius, 

[hercle ! 

Ba. Heu michi! die, quando meruit, precor iste 

[nefastus 
Circius, ut segnis nostros ambiret honores ? 95 
Huius avos memini venisse securibus altas 
Cesuros silvas latias, latioque molosis 
Infestos pecori ; cui nunc nescia mater 
Sponte manu facili lauros concessit avitas. 

.' -ii ». Heu! quantum potuit celi vis plurima : quon- 
dam, 100 
Dum pastor luscus confringeret omnia ferro, 
Et nostras mactaret oves impunis, et antra 
Byrseo victor misero consumeret igne, 



85 86. Per le due proposizioni : Qui duxit . . . Qui veliera . . . 
ecc., conservo con le maiuscole la punteggiatura dell'auto- 
grafo, sebbene il senso richieda piuttosto una virgola. Così 
mi capiterà di fare altrove. 

91. in orig. peremni : la terza asta di m apparisce abrasa. 

92-93. possunt e nequivere, appariscono modificati con par- 
ziale rasura, in orig. nequeunt e meruere, come si legge nel 
Cod. Laurenziano. 

93. magnus riportato nel margine, a destra, con lo stesso 
carattere, invece di grandis che si legge nel verso. 

94. fra f e a di nefastus piccola abrasione : in orig. ne- 
pkastus, come si legge nel Cod. Laurenziano. 



80 

Non potuere duces flecti, cogente periclo, 
Ex gemino pastore gregis pereuntis ut alter 105 
Esset campanus, cui par labor atque suorum 
Exitium fuerat. Nunc unus Circius hostis, 
Barbarus immanis, mentis nec laude refulgens, 
Omnia solus habet, silvas, pecudesque, bovesque, 
Ac insigne decus pastorum nobile sertum. 1 IO 

Ar. Erras; hoc latij quondam voluere coloni. 

Ba. Confiteor, sic sepe dolor divertit inertes. 

Non veterum si fusca quidem, sed sacra pa- 

Lrentum 
Hunc pietas miserum potuisset cernere finem, 
Martius in stigias umbras se sponte dedisset 1 1 5 
Precipitem. Senoni pardo nec credo dedissent 
Inferias patres am'mas cum sanguine silve; 

/. 42 r. Et reor invacuum iuveni cantasset et anser. 

Nec genitor genitusque parem sibi summere 

[cladem 
Curassent, canibusque dari lanianda latinis 120 
Viscera. Quid repetam sanctos pulchrosque 

[labores, 
Felices anime ? Vitam pulcrumque cruorem 



108. meriti* nec laude refulgens, in rasura. 

111-112. Questi due versi sono aggiunti nel margine inf., 
Ba, nel marg. sinistro, con inchiostro nero e senza rasura ; 
l'aggiunta quindi è avvenuta contemporaneamente o dopo la 
mutazione del titolo e del nome di questo interlocutore dell'e- 
gloga — s' intravede nella detta aggiunta il principio d'un 
terzo verso: Heu sensit? interamente abraso. 

112. divertit inertes, in rasura. 

113. veterum, in rasura. 

116. In orig. iecissent, il primo i e e mutati in d senza 
rasura. 

120. lanianda : in rasura. Nel Cod. Laur scerpenda. 

121-122. h di pulchrosque e pulchrumque, sovrapposte : fra 
anime f e Vitam notasi una parola, n ros, espunta. 



81 

Fudistis Rheno. Sibi fert Ercinia mater 
Insignes titulos, et per spineta nepotes 
Distrahit heu ! nostros ; cedunt nunc sydera 

[Cymbris. 125 
Ar. Quid veteras renovas, Batracos, nunc flendo 

[querelas ? 
Dalmata, Pannonus, Graiusque et pessimus hostis 
Affer iamdudum iuga que portaverat ipse 
Imposuit vestris tauris, traxitque per arva. 
Quid tandem ? silvis fuit hec et gloria nostris. 130 
Ba. Quid « nostris » ? forsan vestros non novimus 

[agros. 
Ar. Crede equidem, nóstis, sed non menimisse po- 

[testis. 
Dum genus egregium campis effulsit Aminte, 
f. 42 v. Et cecidere trabes ex Indo culmine nigre, 

Et dum meonijs dixerunt iura colonis 135 

Limpidus Eurotas quondam pulcherque Aran- 

[cintus. 
Sed demum surrepta tuos devenit ad agros. 
Nil sub sole novum : rapuistis, nunc rapit alter. 
Sed tibi quid tanti letos si summat honores 
Circius, aut viridi circumdet tempora lauro ? 1 40 
Ba. Egon erat latijs pastorum maximus et quem 
Preferrent homines cunctis mortalibus olim. 
Parte alia Daphnis post hunc pregrandis, in 

[ipsum 

125. Sydera cymbris, in rasura. 

126. batracos, nunc in rasura. : flendo, riportato, con chia- 
mata nel margine destro : nel verso, fra nunc e querelas spazio 
abraso. 

127. fra n e us di pannonus picc. rasura, in orig. panno- 
nius, come si legge nel Cod. Laurenziano. 

136. h di pulcherque sovrapposta. 

136. Il primo r di surrepta, in rasura ; in orig. subrepta. 

Collezione di opuscoli danteschi. (N. 131-132-133-134-135). 6 



82 

Insultans, turbavit agros. Hos quisque secutus 
Pro votis. Egonis ego, quia iustior esset, 145 

Partes intravi, quod propter eredita semper 
Hostis eram Daphnis. Cui postquam Circius 

[heres, 
Pertimeo ne forte velit renovare vetustas 
Iras maiorum memorans, vertatque secures 

f. 43 r. Insilvas, gregibusqueluposimmisceatacres. 150 
Me miseram ! que, queso, michi nunc tuta la- 
tebra, 
Quo fugiam ? quo tristis eam ? michi terra de- 

[hiscat ; 
Impia me coget genitrix intrare lupanar. 
Me miseram ! furias educet Circius Orco 
Inclitus hoc serto; corvi per inane volantes 155 
Heu ! rostris ventura sonant presagia veri. 

Ar. Debilis es ne adeo, quin possis ferre priores 
lnsultus ; facili solvuntur membra labore 
Rhenicolis; septas quo possis robore valla, 
Fac circum fossas et magnis cinge rubetis, 160 
Assint pastores sudibus, prepone molosos, 
Da pueris fundas, ac obstrue sentibus arctos 
Introitus : persepe Dij iuvere labores. 

Ba. Imbellis michi turba manet mollisque per um- 

[bras; 
Aspicis ut sterili nupsit me mater agello, 165 

/. 43 v. Cui nec litus adest, nec grandis defluit amnis, 



152. In orig. me, invece di michi, come si legge nel Cod. 
Laur., in rasura s' intravede ancóra e; all'm è stato sovrap- 
posto diplomaticamente il resto ; h di dehiscat sovrapposto. 

153. mpia di Impia, e il rimanente del verso in rasura. 

162. ac sovrapposto : fra fundas e obstrue, piccola abra- 
sione, in orig. et. 

163. labores in rasura. 



83 

Nec prerupta soli patiuntur devia currus. 
Hincque meum robur iuvenes trascendere 

[montes 
Cogunturpedibus, gregibusque referre iumentis 
Pabula : si veniant, timor usquam nullus 

[a desse t. 170 

Ar. Erige, fac, vires, et firma robore mentem. 
Vidi ego defìentem lacrimis Amarillida nuper, 
Quam tu sponte putas cupido posuisse coronam ; 
Et nullis silvam letari floribus usquam. 
Fistula non cecinit, non era sonantia ; Tybris 175 
Effluxit tacitus undasque retraxit in alvum ; 
Atque graves tacuere senes, tacuere palestre, 
Et tacuere nurus pariter, clausumque lupercal 
Constiti t, et nullis monstravit gaudia ludis. 
Post, dum sedisset scamno iam Circius alto, 180 
Conspicuas serto frondes prenubilus auster 

/. 44 r. Eripuit, sonituque gravi devexit ad arthos. 

monstrum ! frondes dum defert ille per auras 
Exarsere quidem, tenuisque per alta favilla 
Vix est visa viris. Tunc, qui pregrandis ha- 

[betur 185 
Arcadibus pastor, confestim dixit Aruntes : 
Hic iter in silvas faciet tibi, Rhene, propinquas, 
In quibus ipse diem claudet condetque sepulcro, 
Quod tam grande rapit nomen putridumque 

[cadaver ; 



183. Dopo monstrum si legge virides : però, con chiamata, 
è riportato frondes sul margine destro. 

184. Di alta si nota la prima a in rasura. 

189. In orig. cupit, invece di rapit come si legge nel Cod. 
Laur. ; e mutato in r s" intravede in rasura ; u mutato in a 
senza abrasione. 



84 

Vel si iterum veniat — quia flexit fiamma pa- 

[rumper 190 
In reditum fumos — - faciet memoràbile nullum. 
va. o nostris mea sacra Pales gratissima silvis, 
Fac firmes omen : repetat sua lustra bicornis 
Belua, nec nostros infestet cuspide campos. 
En tibi, quam gemini sugunt mactabitur agna. 195 
Tuque senex Archas, cui tantum cernere cure, 
Sis mecum : nox atra venit ; iam sydera celo 
Surgere, nonne vides, abiens permittit Apollon. 



190-191. Questi versi sonoa ggiunti nel margine inferiore 
con inchiostro alquanto vivo e con lo stesso carattere. 
196. h di Archas, al solito, sovrapposta. 
198' In orig. permictit. 



[VALLIS OPACA] 



ExpliGit Lipis egloga IX. Incipit egloga X. Cui ti- 
f. 44 v. tuius est vallis opaca. Collocutores autem sunt 
Lycidas et Dorìlus. 

Lydda. Dorile, seu pluvias terris immittat Orion, 
Aut Amon flores, vel Cancer rure cicadas, 
Auferat aut frondes Chyron, te fronte recurva 
Semper conspicio tristem lacrimisque maden- 

[tem. 
Quis dolor iste tuus? perijt tibi vitis in ulmo? 5 

Doriius. luppiter a celso prospectans cardine campos 
Prostravit feriens ignito fulmine fagum 
His celebrem silvis : sonitu perterrita tellus 
Ingemuit, tremuere greges ac arbuta dumis ; 
Pastores sese comperta fraude vicissim 10 

In caveis clausere malis. Cui rustica cessit 
Libertas, turbare greges, disperdere capros 
Cepit ; Crisifabro lunoni sacra paranti 
Abstulit optatam frustra per tempora Rufam ; 



1. In orig. immictat. 

12. turò di turbare in rasura. 



86 

/. 45 r. Lasci vusque mei formosam Phyllida ruris 15 
Eripuit Phytie nostro : quam magna supersunt 
Centauris obscena quidem, si dicere vellem. 
Utque alios mittam, nostros dampnavit amores, 
Illecebris pedicas ac antra carenti a sole 
Imposuit, nulla mirto nec leta corimbis. 20 

Hec tristis ploro. Sed tu fabrilia tractas 
Centuculo tectus, nigra et fuligine tinctus? 

Ly. Vera igitur tulerat fusca sub valle Menalcas 

Adveniens; per Pana Deum, non sordida ledunt 
Munera Plutari quantum mala nota furentum 25 
Quos genui calamos inter ranasque palustres. 

Do. Tune, precor, meus es Licidas ? te nempe Po- 

[darcem 
Credebam : quam leta dies, spes lapsa resurgit. 
Tu celum, campos, fluvios armentaque nobis 
Restitues ; quernas Superisque tibique coronas 30 

/. -in v. Post aras statuam; placidam contìngere dextram 
Mittito, quin subeas antrum ; non lacte tepenti, 
Casteneis, nucibus pomis Bromioque fovebo ; 
Omnia subtraxitPolipus : michi paniset unda, 
Algaque dat somnos mollis. Sic vivere Divos 35 



15. Le parole di questo verso stanno in rasura : mosa di 
formosa, e pk di phillida appariscono un'altra volta ritoccati. 

18. Utque e alios son riportati con chiamata nel margine 
destro del codice ; nel verso si legge ast, come si legge nel 
Cod. Laur. ; in orig. mictam. 

21. ploro, in rasura. 

22. e di tinctus, sovrapposto. 

27. te nempe e pod di podarcem, in rasura. 

28. Credebam, in rasura. 
32. In orig. Mictito. 

34. Polipus, apparisce modificato in parte con rasura : pò 
iniziale ò calcato senza rasura sopra lettere che in origine 
pare formassero ne. La parola orig. sarà stata nereus f 



87 

Audivi in terris. Nec dedignere, precamur ; 
Saltem que turbant faciem purgare tenebras 
His poteris lymphis, et fessos inde cubili 
Hoc recreare artus ; medio revocabimus ignes. 

Lv. Erras, prisca vides, non me, vestigia nostri. 40 
Non ego plus vester postquam cillenius Argus 
Surrinuit virga radios ex ethere raptos, 
Et crinem secuit Tri vie iam falce dicatum. 

Do. Ha miserande puer ! perijt spes alta salutis, 

Incertusque mei moriar, nomenque sub umbras 45 
Auferet atra dies. Pecudes ad prata Miconis 

/. 46 r. Nunc Ylas pellit, manibusque nunc ubera 

[pressat ; 
Hic cythisum salicesque novas frondesque re- 

[centes 
Apparat, ac agnos recreat matresque per lierbas ; 
Hic alter mersat rivis et veliera tondet ; 50 
Ille suos cantat calamis invisus amores, 
Et corilos faciles mulcet celsasque cupressus; 
Me solum miserumque tenet sine crimine vin- 

[ctum 
Heu ! Polipus, dum seva tero nunc ocia pianeta. 

Ly. Castalie, die, oro, puer, docuere sorores 55 

Te lacrimis transire diem? Quis nectere mentes 
Atque pi os animos potuit vincire ginestis ? 



39. voca di revocabimus in rasura. 

42. Il primo r di surripuit in rasura, in or'g. subripuit. 

49. creat di recreat, in rasura. 

51. In orig. canit, mutato in cantat senza rasura. 

53. e di vinctum sovrapposto. 

54. eu di Heu e polipus, interamente in rasura ; in orig. 
otia. 

55. dinanzi a puer un piccolo o. 

57. Nel testo si legge genestis : un i però è sovrapposto 
sulla prima vocale, con inchiostro alquanto più nero. 



88 

Quis prohibet meliore tui quin parte peragres 
Gnosiacos saltus et menala pascua? Quisve 
Pastores Yde videas fontesque bicornis f>0 

Parnasi, et lauri dulces per culmina silvas ? 
Ha, scelus infandum ! sic nondum vivere nosti 

f. 40 v. Annosus tecum ? secum superavit Olympum 
Olim Argus, qui iura Deum viditque deditque; 
Pastores frigios orbatus lumino Mopsus (35 

Et danaos cecinit. Sic Tytirus arva latina 
Non vidit, rutulus dum tinxit sanguine Turnus. 
Has lacrimas nobis sinito, cui nulla potestas 
Ni damnosa manet: memor es dum pascua solus 
Hec tenui, quam grandis eram? nunc tristis 

[egestas 70 
Arguit atque iubet miseris solatia prestem. 

Do. Lycida, fateor, dure solami na vite 

De te tot merui nunquam. Sed pande, precamur, 
Quis tibi Plutarcus, quas valles quosve recessus 
Nunc habites, Archas divos postquam abstulit 

[ignes. 75 

Ly. Spelunca in medio stat Trenaros, inscia Phe bo, 
Qua vehimus celo vetiti. Cui limine primo 
Pervigil insultat canis ater et atria servat. 
Blanditur cauda intranti, morsuque fatigat 
Tentantes reditum, ni princeps iusserit. Inde 80 
Et lucos silvasque vides fluviosque lacusque, 
Atra loci facies, nebulis fumoque palustri, 
Perpetua sordent vallis fulfgine rupes. 
Semper hyemps glaciaiis inest, nox semper 

[opaca, 

69. mn di darri-nona, in rasura, in orig. dampnosa: or di 
memor, in rasura, es sovrapposto. 
72. dure in rasura. 
75. h di archas, sovrapposta. 
80. ten di tentantes, in rasura. 



89 

Cecus adest ignis, nemorum nec stipite vivus, 85 
Arte tamen Superum. Nec credas leta Pelori 
Pascua vel campos tyrios Libanive roseta, 
Tymbreos colles, iuga vel ridentia achanto, 
Eridanique leves undas et amena colamus. 
Late sardonijs et taxo prata, locique 00 

Omnes conspicui vepribusque et vimine torto, 
Implicite miseras reddentes flentibus umbras. 
Insurgunt silve ceno sanieque fluentes, 
In medio maculant olidi de vertice rivi ; 

/. 47 v. Non ibi suntceleres capree cervique fugaces, 95 
Serpentum locus ille ferax, pestisque nephande 
Telluris lybice. Quorum nunc verbere caude, 
Nunc acri morsu, nunc nexibus angimur egre. 
Syrene in scopulis vobis, silvisque Napee, 
Cantantes aures mulcent ramisque volucres. 100 
Ast nobis aliter resonare per omnia valles 
Mugito valido, turpes et frendere porcos 
Dentibus, et sevos rabie rugire leones 
Audires, tristesque sonos ut reddat et echo. 

Dor. Quid dicis, Lycida; potuit natura vel alter 105 
Visceribus terre tam diram condere sedem ? 

Ly. Quidni ? cuncta potest qui sii vas fecit et astra. 

Sed paulum consiste, precor, peiora sequuntur. 
Plutarcus scopulo residet, Fusca atque marita, 
Frondibus umbrati nigris et veliere pullo. 110 



88. ridentia è riportato con chiamata nel inargine destro, 
invece di redoUntia che si legge nel testo. Nel Cod. Laur. il 
verso porta pure redolentia, però nel margine: al' ridentia: 
acha di achanto, in rasura. 

91. vi di vimine, in rasura. 

105. t di potuit, sovrapp. 

108. quuntur di sequuntur, in rasura. 



90 

/. 48 r. Stant squalens circum scabies morbique caduci 
Omnes, et pecoris pestis certissima frigus, 
Et sicce febres, ac horrida mortis ymago. 
Has inter colubris hyrtus squamisque cruentis 
Trux pastor; miseros leviat nec pectine pastos, 1 15 
Nec calamis mulcet sed cornu territat umbras 
Atque greges : surgens scopulo et clamore so- 

[noro 
Irritat furias, vepretaque mandat amena 
Lustrari, taurosque iterum per inania verti. 
Quot gemitus vox ista levet, tibi sydera pan- 

[dent 120 
Si numeres, seu fulva sali monstrabit harena. 
Concutit inde polos et sevo murmure replet 
Iuppiter iratus sii vis ac fulmina vibrat ; 
Quassateque ruunt nubes et grandine multa 
Frangitur omne nemus, nodosaque robora 

[rumpit 125 
Ventorum vis magna furens. Quid multa ? do- 

[lentes 

111-13. Questi versi si leggono su lieve rasura. Seguono 
altre tre versi abrasi interamente, i quali, secondo I'Hbckxk 
(op. cit. p. 48) suonavano così : Minois infanda. . . gerion<iue 
simulque | Busiris, cacus, ciclops poliphemus est omnes | Quos tei- 
lus genuit diros celumque malignimi. Qualche traccia di tali pa- 
role si scorge ancóra nel testo, per effetto del reagente chimico 
adoperato dall'Hecker; all'estremità del terzo verso abraso, 
vacai. Si può cfr. pure in Hecker la tav. XIII. 

114. Has alterato senza rasura — in orig. al posto di H 
c'era /: h di hyrtus, sovrapposta. 

115- Trux pastor, in rasura : leviat sovrapposto con chia- 
mata. 

118. furias, in rasura: fra questa parola e la seguente, 
piccola rasura in cui s 1 intravvede es. 

122-126. Aggiunti nel margine inferiore con chiamata. 

127. In origine invece di quot c'era michi : la modifica- 
zione é avvenuta senza rasura. 



91 

Heii ! quot tunc pavidos inter spineta videres 
Currere, et opposi tas sentes contundere dorso, 

/. 48 v. Precipitesque dari celsis ex rupibus ultro. 

Ast postquam Dyomedis equas, Gerionis et 

[acres 130 
Iussit inire canes, omnis per devia turba 
Convenit, ac ydris agimur; tristesque ministri 
Componunt turmas avidi, penasque minantur. 
Nec pecudes credas, tauros hic arguit atros 
Et summa de rupe truces impellit ad ima; 135 
Convocat hic torvos angues, et fuste perù sto 
In glaciem cogit squamosaque tergora frangit; 
Isque lupos igni de vertice culminis alti 
Deicit: o quotiens hos inter lapsus et ipse ! 

Dnr. Siste, precor, Lycida. Quid tu devolveris, oro, 140 
Immixtusque lupis e summo de montis in ignes? 
Quid sceleris? Que dura trucem sententia movit? 

Ly. Heu michi ! iamdudum pecudes rapuisse Miconis, 
Et, scelus infaustum, pueros traxisse per umbras 

/. 49 r. in vetitam Venerem, melior dum vita ma- 

[neret, 145 
Has sedes tribuere michi, sub vindice iusto. 

Dor. Alcidem memini monstrum traxisse trifauce, 



129. Aggiunto nel margine superiore, in correlazione con 
quelli che seguono. 

132. venit di convenit, in rasura. 

133. Segue un verso interamente abraso : all'estremità 
sinistra, con carattere corsivo: Vacat. 

136. squamo di squamosaque, fortemente apparisce modi- 
ficato : trovasi ripetuta la parola intera nel margine sinistro, 
con carattere corsivo; a di squa, inoltre, sovrapposta. 

141. In orig. Immistusque. 

142. trucem, in rasura. 

145. In vetitam venerem, ripetuto al solito in mezzo al 
margine inferiore del foglio precedente. 



92 

Cecropi umque ducerti ex imo iam vallis opace ; 
Vis rogitem si forte queam quandoque movere 
Pana pium re tran at te nosti'as mitis in auras ? 1 50 
Ly. Dorile, ne facias; nequicquam tangere Oiympum 
Iam precibus posses aut irrevocabile fatum. 
Actum est de me, deque illis quos iustus in 

[Ore n m 
Archesilas misit quondam. Nunc desine, quor- 

[sum 
Contendo veniam, et reliquos tibi Carmine si- 

[gnem. 155 
Setigeros trahit ille sues, fortisque frementes 
Illid.it scopulis et membra trementia quassat ; 
Summo alius studio ducit de monte molosos, 
Tabo et marcentes cogit gustare paludes ; 
Immanes ursos ex lustris pellit ad undas J60 
/. 49 v. Is tardosque onagros, et ferro tranat adunco; 
Fascinatine lynces, demum per devia vertens 
Atque fame longa miseras hi ne inde molesta t. 
Nequicquam tibi cuncta velini mala pandere 

[versu : 
Vivimus inviti, mortem per aprica cientes. 165 
Nunc memor esto tui ; fugentia sydera Phebum 
Adventare monent, michi nec fas cernere tan- 
dem. 
Tunc Poli pus quercum dum scandet forte pa- 

[lumbas 
Perquirens, michi crede, ruet, nostrosque tu- 

[multos 
Adveniens auget — sic ducunt fila sorores — 170 



159. et in rasura. 

163. ole di molestat in rasura. 

168. Tunc polipus, in rasura. 



93 

Teque tuis linquet campis : sic vincula solves. 
Dar. Numen honoratum silvis, Pan, te precor, assis, 
Et veniat lux illa michi : tibi pinguior agnus 
Ex grege quippe tuas ultro ferietur ad aras, 
Quas statuam, ludosque traham tibi Carmine 

[sacros. 175 

174. quip, di quippe in rasura. 



[PANTHEON] 



Explicit Valli** opaca egloga X. Incipit egloga XI. 
f. 50 r. Cui titulus est Pantheon. In qualoquìtur autor. 
Interloquuntur autem Myrtilis et Glaucus. 

Autor. Est tibi Phebus amor, Clio, quem lata per arva 
Insequeris, noctesque fugis fuscosque recessus. 
Phebus amat lauros, quas inter sepe labores 
Deposuit sacros; nec te sedisse parumper 
Has subter virides — fervent nunc arva — 

[pudebit. 5 
Decantanda michiveniunt tua carmina Mopso ; 
Sis fautrix, mecumque chelin tu tange Are- 

[thuse ; 
Mopsus enim pellet nebulas a Carmine flabris. 
Rupis in absconso, Berecinthia, montis agrestem 



* Nel testo vallis, con minuscola. 

1. Nell'intestazione, come nel margine, si legge auctor : 
però e è espunto col solito puntolino posto al di sotto della 
lettera con inchiostro nero. 

2. fuscos di fuscosque, in rasura. 
9. berecinthia, in rasura. 



9G 

En tibi texebat septam sociatus Aminta 10 

Glaucus, et ardentes lenibantinurmure curas. 
Ecce secus Tybrim fulvos per prata iuvencos 
Ac olidas virga cogebat pulchra capellas 

/• óo v. Mirtilis, et Glaucum placida sic voce precatur: 

Mirtiiis. Glauce pater, si lenta salix tibi vimina prestat 1 5 
Usque opus inceptum peragas; si semper 

[Amintas 
Subsidium prestans bis tecum vivatin antris; 
Sis lenis nostrisque fave, mi candide, votis : 
Suscipe quos cernis tauros, has tolle capellas; 
Cornibus insignis frons illis, spargere harenam 20 
Spectabis pedibus, lactisque has esse feraces ; 
Da fontes, cantuque fove, da pascua cunctis. 

uiaucus. mimium dilecta michi iam, Mirtilis, ecce, 

Non cithisum salicesve vides, non aspera dumis 
Sunt spineta meis ; humiles ex vallibus agnis 25 
Herbas porto senex paucis. Nam spernimur altis 
In sllvis Rhodopes; me spernunt Archades 

[omnes. 
Preterea Cacus si viderit omnia passim 
Distrahet in iugulum, dum tristes impleat iras. 

f.òir.Wtr. Heu ! satis hinc video: refugis, mi Glauce, 

[quod optem, 30 
Immemor Alcidis nostri, qui carneus olim, 
Cortice dum parvo vectus torpentia circum 
Litora Iordanis spectares nunquid ad hamum 
Venisaet piscis, studio detentus inani, 
Te traxit, gregibusque suis prefecit amatis. 35 
An tibi quos gessit soli gessisse labores, 



10. En tibi, in rasura: ili orig. sotiatus. 

13. h di pulchra sovrapposta. 

15. Fra vi e mi di vimina, piccola rasura in senso verticale. 

27. h di Archades, sovrapposta. 



97 

Stulte, putas ? Cunctis voluit prodesse creatis. 
Tolle igitur : novi quantum tibi prata favoris 
Iam servent; hec leta magis quam dudum 

[Aracinthum 
Viderit Amphyon, seu natus Apolline colles 40 
Ysmari, et Amphrisum Phebus vel Thesala 

[pastor, 
Prospicies pecori. Nec desunt munera cantu. 
Stat bicolor mirtus qua tu sub rupe sonantis 
Tarpeie michi vinctus eris, nostrosque per omne 
Tempus in ampie xus venies. Quid carmina 

[servas? 45 

'. òi ». Die, age; iam patulas aures armento revolvunt ; 
Et tu, magne comes, stipulis fae dieta secundes. 
Ut sonet omnis ager : tibi sit mea laurea munus. 

GU*. Mirtilis, en vincor; dabimus tibi carmina. 

[Aminta, 
Expedias calamos : surgant ad sydera versus. 50 

Aw. Inde pium summa reserens dulcedine pectus, 

Sic cantare Iovem cepit, genitumque sacrumque 
Flamen, ut ethereo resonaret Carmine valles. 
Hinc quibus una tribus deitas connexa moretur 
Legibus explicuit, silvis plaudentibus. Inde 55 
Quis terras undasque maris, celumque serenum, 
Nocturnos ignes dederit, Superosque priores, 
Et Phebi radios, Veneris Trivieque reflexus, 
Fluminibus valles qua lege et litora ponto, 
Qua flores pratis et densis arbuta lucis 60 



37. Dinnanzi a Stulte, in alto, un piccolo o. 
50 x di Expedias, in rasura: fra x e p intercede piccola 
abrasione. 

51. Nel margine e di Auctor questa volta non è espunto. 

52. Sic, in rasura : segue piccola abrasione. 

Collezione di opuscoli danteschi (X. 131132133-134-135). 7 



98 

Sint concessa prius. Quo, post hec, ordine 

|campis, 

,/. 52 r. Montibus ac celsis fluvijsque animalia surgant 
Atque ferant gressus. Quis se per inane volucres 
Viribus extollant. Quis se reptilia sulco 
Prose rpant humili. Quis sulcent equora pisces. 65 
Quis mentes Parcasque viris. Quis semina glebis 
Crediderit primus. Sevus quis sanguine terras 
Innocuo primus macularit. Et inscia primus 
Iussit ut in silvas irent armenta gregesque. 
Quis primus placidas pecori componeret um- 

[bras, 1>) 
Quisve ferox primus ferrum molliverit igne, 
Quisve prior stipulis dederit discrimina vocum 
Acrius hinc culpam cecinit Lycaonis avari, 
Turbatumque Iovem terris,silvasqueferasque, 
Et pecudum genus omne simul sub gurgite 

[mersum, 75 
Et cimba tenui vectum cum semine rerum 
Deucaliona pium, pari ter natosque nurusque; 

/• 52 v. Hinc lapides iactos hominum reassumere for- 

[mas; 
Atque giganteam rabiem, cui ponere Olympum 
Vertice pindareo parvum, vel Pelion Osse ; 80 
Deiectos colles tandem vanosque superbi 



63-65. Sopra ciascun Quis due segni diplomatici = prò 
quibus } con carattere sottile e diverso inchiostro. Conservo 
anche nel verso seguente la stessa punteggiatura dell'auto- 
grafo. 

73. Acrius, in rasura. 

78. sopra u di reassumere scorgesi in rasura il sc^no di- 
plomatico dell'm: in origine reassummere. 

SI. vanosque superbi in rasura: il verso seguente è ag- 
giunto con chiamata nel marg. inferiore con inchiostro pia 
vivo, 



99 

Balatus pecoris, colles saltusque petitos 
Narrabat varios pastoribus atque capellis, 
Archipatris pugnas sublataque cornua tauris; 
Silvanoque sacrum, quod nondum viderat etas 85 
Ulla pium, magnos servans sub cortice sensus ; 
Qualiter hinc etiam campos liquisset avitos, 
Et magni promissa Dei partumque secutum 
Post risum sterilis vetule ; grandesque paratus 
Ut genitum iussu Superum mactaret ad aras ; 90 
Orbatos hyrcos merito; flammasque typheas 
E celo lapsas silvis, vacuasque paludes. 
Et Cinaram Bromio captum vigilasse duabus 
Monstrabat natis. Aris tum mimine raptum, 
Inter se varios claros genuisse gemellos; 95 
Hinc siliquas quibus egra fames compressa fu- 

[rentis 
Est ap' i ; fraudesque pie Sophronidis orbo 
Agnum prepositas dum nnxit pellibus hyrcum; 
Exilium, pastosque greges, munusque receptum 
Et reditum Claudi, visos et in astra volatns; 100 
Et luctam in somnis habitam Stilbonisagrestem, 
Etclunem tactum pariter nomenque secundum; 
Pastorumque dolos, et sevas crimine flammas 
Invidie, puerumque datumMemphitibus auro. 
Visa Pharath, nexusque graves dubiosque so- 

[lutos; 105 
Hinc pelusiacis prefectum messi bus Argum 



84. h di Archipatris, sovrapposta. 

87. Qualiter hinc et, in rasura. 

91. h di hyrcos, sovrapposta. 

^8. h di hyrcum, anche qui sovrapposta. 

104. Sopra pueruni, delle lettere sottilissime che pare vo- 
gliano dire ioseph. L'allusione riguarda difatti Giuseppe, il 
noto personaggio biblico venduto dai fratelli agli Egizii. 



100 

Pinguibus, et steriles quo restaurasset arista?? 
Iure, vel effetos Memphim traxisset amicos; 
Tri stequeser viti um Superum post fata nepotum. 
Inde Foroneum quem sustulit Ysis ab amne ; 110 

/. 53 v. Nyliacas pestes et nectos gurgite capros, 
Errores duros, damnatas sydere harenas, 
Ac inopes campos, nimium querulosque su- 

[bulcos, 
Et saxo latices lapsos et ab aethere panes, 
lussa Iovis dum tecta sibi, dum sacra parari 115 
Vellet, et absconsos, alta sub nube, recessus, 
Celso et ydumeo descriptas vertice leges, 
lllisas scopulo postquam conflatus Osyris. 
Vulnera serpentum, serpentis et irrita visu ; 
Et canibus campis telis arcuque fugatis, 120 
Agros post equa concessos sorte colonis. 
Pastores veteres cantabat et inde palestras, 
Serta due uni, baculos, sedes, et frondea tecta 
Cespite previridi, structum de niarmore tem- 

[plum ; 
Et morbis assumpta malisarmentagregesque, 125 
Pingue solum fuso grandi persepe cruore, 

/ 54 r. Aggere nudatas silvas et veliera rapta, 

Orbatumque ducem pecoris per compita Tygris, 
Dispersosque greges, septas complesse forenses, 
Orsa Deum sensu complexa et somnia vatum; 1 30 



110. Fra u e s di sustulit, piccola abrasione in orig. substulil. 
112 ni. di damnatas, in rasura: in orig. danipnatas. 

118. Ad osyris segue piccola abrasione. 

119. et sovrapposto. 

122. et pure sovrapposto. 

128. In orig. invece di compita, devia : sopra e di quest'ili' 
tima parola c'è una piccola abrasione in cui s' intravede 
l'asta di d: e mutato in o ; m sovrapposto diplomaticain»nl.- 
u—o mutato in p; t infine sovrapposto. 



101 

Sacra hominum polluta malis, reducesque ma- 

[gistros ; 
Ac ulmis frustra cecinit post premia fixa. 

Autor. Substitit hic paulum sumpturus pectore vires 

olmi. Exhaustas cantu Glaucus ; post : precor, inquit, 
Romulides, maiora canam; date carmina, nym- 

[phe. 135 

Autor, inde satum Maia celo per nubila lapsum 

Cepit, et in Danis tegulas penetrasse canoras ; 
Cumque patris iussu sacros narrasset amores, 
Consensu primo Danis, mirabile dictu, 
Virgin is in gremio verbum sine semine car- 

[nem 140 
Factum cantabat, magnum super omnia : nec 

[non 
Virginia infractum decus inde fuisse pudoris 

/ fi i 9. Virginii nascente deo. Fides ista, precor, sit. 

Autor. Hinc pedibus pulsare solum, cantusque movere 

Vidisses Satyros, festasque agitare choreas, 1 45 
Et Faunos nymphasque simul latiasque puellas, 
Floribus et minio sertisque virentibus omnes 
Insignes, dextris et tangere cimbala doctis ; 
Et dulci quodam tinnitu psallere celum, 



133. Nei margine in orig. Auc. ; e fa poi mutato in t e 
quindi fu aggiunto or con inchiostro nero accanto al rosso 
originario. 

134. h di Exchaustas, sovrapposta con chiamata. Prima di 
o precor, abrasione : precor in rasura : inquit aggiunto di se- 
guito sul margine. 

135. nimphe, in rasura. 

138. narrasset, pure in rasura. 

141. nel testo si legge monstrum, però con chiamata al 
margine sinistro è riportato: vel magnum. 
143. Fides ista precor sit, in rasura. 
145. h di choreas, sovrapposta. 



102 



Ac fulgore novo totum splendescere, et ultro 150 
Tum varios pratis circum diffundere odores, 
Atque novis radijs flavum fervescere solem, 
Et placidam Phebem fra tri coniungere currus; 
Rore polos humidos, et darò Iuppiter ymbre 
Arentes quondam placide perfundere terras ; 155 
Ludere capreolos, cantu dulcesque volucres 
Arbustis certare, ignes emittere montes, 
Letari valles, grandes insurgere cautes ; 
Surgere tum dumis ramos bicoloris olive, 
Serpentes hederas, lauros, et crescere palmas. 160 
Quid cedros Libani ? crinitas dicere pinus 
Litoris Adriaci ? Quid vites usque Falerni ? 
Quarum antes gemmas effeti fundere visi, 
Molliri sentes valide, iuncjque palustres 
Extolli et salices vitree. Quid cuncta re- 165 

[pandam ? 
Omnia letitia gaudent et Carmine certant. 
Solus in absconso Plutarcus tristior antro 
Flet misere, stauratque domos et limina fera 
Firmat, ut incassum temptet post vulnera Codrus 
Ingressum, sevasque iubet vigilare sorores. 170 
Ipse tamen Glaucus dum cerneret omnia secum 
Letari, faciles fundebat pectore voces; 
Et sese ceptis referens, cantabat odoros 



152. flavum, in rasura, in origine fnlvum. 

156. dulces di dulcesque, in rasura. 

157. In origine emictere. 

160. h di hederas sovrapposta. 

164. e di valide modificato, segue piccola abrasione, in 
cui par d' intravedere s, in origine dunque validas : j di jun- 
rique modificato ; segue abrasione in cui s' intravede », in 
origine juncosque. 

L66. e di vitree pure modificato e seguito da rasura : in 
origine vitreas. 



103 

Pastores puero portantes thura sabeos, 
/. 55 v. Ad venisse quidem celeri ad presepia passu, 175 
Sidere dante viam montana per ardua elaro. 
Huncque exustas latum referebat arenas 
Virginis in gremio genitricis ad usque Canopos, 
Et rabidum fugisse lupum ; mestosque dolentum 
Balatus ovium, cesos obnequiter agnos ; 180 

Hincque globos legum solventem voce Ligurgum 
Pastorumin medio puerum, gesta atque priorum. 
Inde Nathan fluvio lotum monstrasse futuris 
Quo lavacro porcos mundaret sorde vetusta; 
In Bromiumque Thetim versam, pulsosque 185 

[carones, 
Compositos ignes, ventos, fluctusque tumentes, 
Asclepij iussu ; manesque umbrc.sque sepultas 
Ad Superos remeasse iterum firmabat ; et huius 
Ostensum dudum quibus artibus usque dolentes 
Purgentur vicio pecudes, oleumque veternum 190 
r. Quo lapse iuvenum firmentur robore vires. 
Inde Palem glandes, quas nusquam terrea quer- 

[cus 
Gesserit, invitam posuisse labantibus egris 
In cenam, pueris et iussa estrema dedisse 
Atheona pium. Cecinitque hunc fraude Me- 

[nalce 195 
Post epulas, lotis pedibus precibusve peractis, 
Obiectum canibas. Quos inter pessima passum 



174. Segue a puero rasura, in cui s' intravede s: in origino 
pueros. 

176. ardua, in rasura la seconda sovrapposta. 
185. car di carones, in rasura. 

189. sque di usque in rasura. 

190. In origine vitio. 

191. A lapse, segue immediatamente rasura. 
197. pessima pasrum, in rasura. 



104 

Plurima oantabat, mortique dedisse tropheum 
De se, iam nimijs laceratimi morsibus. Ob quod 
Conscissos lapides, tractosque in viscera fon- 200 

[tes, 
Concussos motu montes, lucosque revulsos, 
Ethere et in terris sparsas in luce tenebras, 
Territa per silvas pecora atque armenta <lu- 

[cesque, 
Auditum mugire solum, • veteresque parentum 
Surrexisse animas tumulisi silvisque revisas. 205 
Herculis bine durum monstrabat voce laborem, 
• 5« v. Hostia dum scopulis firmata refringere Caciii 
Est ausus, raptosque boves excerpere furi. 
Nec non interea subdebat in ordine cantu, 
Post triduum laceros artus consurgere vivos 210 
Ypoliti, et silvis iterum gregibusque revisum, 
Insignem lauro et palmata veste triumphi. 
Mirum grande nimis! Sed quid non Iuppiter 

[ingens 
Dum voluit, potai t? Post hec, ad sydera motu 
Ascendisse suo Phebum, clarosque relictis 215 



198. Questo verso trovasi in rasura la quale si estende 
pure ad una parte del verso seguente. 

199. De se iam nimijs in rasura : cosi pure uni di lacerai Hm. 
In tali correzioni i caratteri sono alquanto ineguali e sbia- 
diti. 

200. os di coscissos e osque di tractosque in rasura. 

201. os di Concursos, lucosque, revulsos, pure in rasura. 

202. sparsas in luce pure in rasura. 

203. atque, riportato con chiamata al margine destro ; fra 
pecora e armentaque piccola abrasione. 

205. Questo verso sta pure in rasura. 
209. subdebat in rasura. 

213. Fra mi e rum di mirum, piccola rasura : in origine 
monstrum, come si legge nel Cod. Laur. 



105 

Infusos ignes soci.js quos traxerat ante ; 
Hosque per Arturum missos, serosque Britannos, 
Ethiopas fuscos, et Gangis fulgida rura. 

(>iau. o tibi, nympha, decus, quot surgere leta per 

[agros 
Purpureos flores et candida lilia cernes 220 

Mixta simul croceis ! Quot surgere leta per agros 
Tempia Deum, sacras laudes et munera cernes! 

• 57 >-. Et quos pulchra coles campos replerier omnes 
Elysios, et dulce solum regionis avite. 
Hi ne Codrus veniet, postquam resoluta iacebit 22ó 
Igne novo tellus, agnis seponere capros, 
Atque dabit rebus finem, requiemque bubulcis. 
Sed iam tempus adest rivos claudamus, Aminta. 

Am. Dum cecinit Glaucus tacuitsine murmure Ty- 

[bris ; 
Mirtilis auratos frugum fluvijque recentis 230 
Immemores tenuit tauros. Quos flumine vivo, 
Iam Glauco reticente, simul se mergier undis, 
Spurcitiem veterem tergentes atque renatos 
Misceri sese gregibus per pascua Glauci 
Vidisses, plausuque novo concedere carmen. 235 
Hesperus occeanum cantu detentus Olympo 
Respuit, et seras concessit montibus umbras. 
Ite domum, pueri, pastas revocate capellas, 

/. 5i ». Ipse legam tauros : vati vos plaudite colles. 



216. In origine sotiis. 

220. In orig. Minta. 

223. h di pulchra, sovrapposta. 

225. Hinc, in rasura. 

233. In orig. Spurciciem. 



[SAPHOS] 



ExplicM Pantheon* egloga XI. Incipit egloga XII. Cui 
tìtulus est Saphos, Collocutores autem Caliope et 
Aristeus. 

Caliope. Quid, puer, has inter lauros, stintissime, queris, 
Nunc has, nunc illas carpens? Temerarie, nescis 
Sacrilegum violare nemus, nisi conscia Quiris 
Optatas frondes merito concesserit ante ? 

Aristem. o scelus ! ex minimis tris forsan captus odore 5 
Excerpsi. Seu nympha loci, seu sis Dea, nostras 
Excute tu quercus ac omnes collige glandes. 

cai. Cogis ut in risum veniam. Sic obsecro, quercus 
Equiparas lauris ? Non illas Iuppiter olim 
Extulit in tantum, quanquam sibì prisca di- 

[carit 10 

* pantheon (con minuscola). 

1. Dinanzi a,puer e Temerarie del verso seguente, in alto, 
un picc. o. 

5. Nel testo si legge A scelus. Però A è espunta con un 
puntolino, e sul margine sinistro è scritto 0, con inchiostro 
nero : si legge pure nel Cod. Laurenziano. 

6. Sciolgo il diplomatico nì/pha in nympha, come ricorre 
per esteso anche nei fogli seguenti. 



108 

Mas religio. Nescis, stolidissime, poreis 
Serventur glandes, et laurea serta poetis, 
Quos nemori fontique sacro pulchrisque Ca- 

[menis 
Et cytaris plectrisque suis prefecit Apollo. 
f.58r.Ari. Ergo sacrum Phebi nemus hoc, pulcherrima 15 

[virgo ? 
Nescius optatum teneo. Quis denique prestet 
Quo visurus eam laudatam Carmine Mopsi, 
Egregi umque gregem vatum, nymphasque ca- 

[nentes ? 
cai. Quid queris, nemorisque mei quid conspicis 

[umbras ? 
Ari. Ut videam Sapbon. Nostin? da, nympha, re- 20 

[cessus 

Quisnunc lenta diem vertat ludendo perherbas. 

Cai. Quid tibi cum Saphu, cum sis puer atque 

[subulcus ? 
Ari. Heu ! quid? Quid iuveni credis cum virgine 

[pulchra ? 
Uror, et amplexus cupio: turmasque reliqui 
Invisam ut videam, nec quorsum querere novi. 25 
Cai. Tu cupis amplexus Saphu ? Nunc sydera lambant 
Quos trahis ipse, sues, volitentque per ethera 

[vulpes, 
Grux trahat ac anser pariter per rura qua- 

[drigas. 
/. 58 v. Si memini, tu nuper haras mundare solebas, 

Et scabiem, morsusque canum, seu vulnera 30 

[veprum 

18. h di pidchrin e pulci ter rima del v. 15 sovrapposta. 
18. que di nymphasque, sovrapposto con inchiostro più vivo. 
21. Sopra Quia, con carattere sottile un segno diploma- 
tico = quibua. 



109 

Nunc manibus purgare paiam, nunc gurgite 

[turpi, 
Unguine nunc vario, succisque potsntibus, atque 
Galbaneis fumis, nigrique bituminis offa, 
Viribus ellebori, stillaque dolentis amurce, 
Vel potu tristes alvi depellere sordes, 35 

Ac herbis variis formare volutabra porcis ; 
Et nunc Saphon amas : expectet te quoque Palla*. 

Ari. Erras, Argus erat. Sed quid non Saphon ama- 
reni ? 
Me Galathea diu, me quondam Phillis amavit, 
Et mollis lanugo genas nunc serpere cepit. 40 
Tradidit et calamos nobis Pandoctior olim 
Et cantus docuit ; nec plebis fece creatus : 
Cyrenes genetrix est nobis thessala nympha : 
Nomen Aristeus ; glandes et mella vetusti 

t. ss r. Archados accipio nemoris: te nosse putabam. 45 

Cai. Nunc ego te teneo : sic est, novisse deccbat. 
Ysmarius tu grandis eras, tu Critis es Yde. 
Non ego te vidi pridem vulgare canentem 
la triviis Carmen, misero plaudente popello ? 

Art. Vidisti, fateor: non omnibus omnia semper 50 
Sunt animo; puero carmen vulgare placebat, 
Illud lemniadi claudo concessimus; ast nunc 
Altior est etas, alios que monstrat amores. 

Cai. Ecastor, memini; nuper dissolvere linguam 

Vix poterat Bathos, subito nunc culmina poscit, 55 



32. Il secondo e di succisque, sovrapposto. 

41. Questo verso, tranne olim, in rasura : pandoctior spe- 
cialmente è scritto con caratteri ineguali e sbiaditi : or finale, 
é sovrapposto con chiamata. 

45. h di Archados sovrapposta : te e no di nosse, in rasura. 

47. es sovrapposto con chiamata ; e di yde in rasura, la 
quale si estende alquanto più oltre. 



110 

Parnasi stolide captus fervore Dearum, 
Factus Aristeus. Sed quid non fecit Olympus ? 

Ari. Quid loqueris nunc ipsa tibi ? Da, nympha, 

[precamur, 
Virginia antra mee ; crucior, me fervor adurit. 

Cai. Querere credo putes Phyllim seu forte Lupi- 60 

[scam, 

f. 59 r. Quas nemorum pomis trahitis quandoque per 

[umbras. 
Hee Dea magna quidem, paucis et cognita 

[dudum. 

Ari, Meonius pastor potuit vidisse Tonantis 

Consortem, natasque duas sub quercubus altis, 
Exuvijs nudas; quid non ego cernere Saphon? 65 

Cai. Sic illis visum: die, tu quo noveris illam ? 

ah, Mìnciadem Silvanus heri, qua Sorgia saxo 
Erumpit vallis currens per devia clause, 
Convenit, placidaque simul sedere sub umbra 
Ylicis antique. Quos postquam fronde virenti 70 
Umbrasse esculea frontes, et Carmine vidi 
Certantes ambo ferrent super etnera cantu, 
Accessi, et tacitus medijs vepretibus altis 
Deiitui, porcis Gethe siliquisque relictis. 
Laudibus hi Saphon resonantibus undique saxis, 75 
Vocibus et calamis pariter super astra ferebant. 

./. on r. Miratus, fateor, confestim a Phyllide mentem 
Diverti, sensique novos ambire furores 
Intentum modulis pectum ; captusque repente 
Exquiro Saphon, cupiens quibus ipsa moretur 80 



66. die, tu quo noveris Ulani in rasura. 

67. h di heri sovrapposta. 

69. In convenit, notiamo, n sovrapposto diplomaticannnf 8 . 
u=v modificato senza rasura, in cui stanno invece e ed n. 
77. phylli di phyUide, in rasura, de sovrapposto. 



Ili 

Antra vide re oculis. Quid, si tu forsan esses ? 
Nam gesto facieque Deam verbisque fateris. 

Cai. Non ausim, iuvenis, Saphon me dicere, cum sim 
Obsequijs iniuncta suis. Si inspexeris illam 
Longe aliud dice3. Veruni tibi maximus instat 85 
Ante labor. Nimium celsos intratis amores, 
Precipites cum turpe nimis sit vertere gressus. 

in 1 . Quid Saphos, si tanta tibi reverentia vultus ì 
Non equidem sii vis Phyllis, non Delia celo 
Pulchrior. Ast nobis nomen, pulcherrima virgo, 90 
Pande, genusque tuum si nostras venit ad 

[aures. 

vai. Caiiopes vocitor, magni Iovis inclita proles, 

/. 60 v. Castalij nemoris custos fontisque sonori, 
Ut reor, omnino vestris incognita silvis. 

ah. imo equidem memini : grandis sic ante ca- 95 

[nebat 
Minciades, grandisque simul Silvanus in antro. 
Tu silvas resonare doces, tu maxima Saphu 
Voce refers concepta sacri tibi pectoris hausta. 
Sed die quas teneat sedes pulcherrima Saphos. 

cai. Panis nata dei celsum tenet optima Nyse 100 
Saphos, gorgonei residens in margine fontis. 



81. Fra Quid e si breve rasura con lineetta. 

83. Davanti a iuvenis, un piccolo. 

84. in di inspexeris sovrapposto diplomaticamente. 

89. Non equidem silvis phyllis, in rasura. 

90. Sopra Pulchior e pulcherrima, h è sovrapposta al so 
lito. 

98. h di liausta pure sovrapposta. In correlazione con que- 
sto verso nel margine sinistro c'è una postilla riferentesi a 
saphu del verso precedente : cioè « saphu genitivus grecus » ; 
il carattere è della stessa mano, però più piccolo del solito. 

99. Questo verso, tranne Die e phos di saphos in rasura : 
le di pulcherrima, sovrapposta. 

100. optima, in rasura. 



112 

Huius sydereos oculos faciemque serenarli 
Concessum paucis dudum vidisse bubulcis; 
Laurea serta tegunt et velum frontis honeste; 
Cuius in obsequium cireuni sumus inde sorores 105 
Pyerides omnes ; sibi cantat pulcher Apollo. 
Ari. Quid montes habitat Saphos ? quid respuit urbes ? 

Quid faciem formosa teget renuitque videri ? 
/. 01 r. Hec, sibi dum vigilat, nemorum meditatur 
Cai. [honores, 

Atque sedens fuscos Plutarci visitat Orcos, 110 
Concipiens nigre fletus et dissona sii ve ; 
Vel pelagi secreta notat, lucosque, sub undis 
Phorcinidumque choros trahit et persepe Na- 

[peas ; 
Vel petit elysios colles, et gramina leta 
Conspicit, et placidos flores frondesque vi- 115 

[rentes, 
Ac avium cantus et pulchri sydera celi, 
Visaque sublimi complectitur omnia plectro, 
Et viridis complexa libri sub tegmine ponit. 
Anne putas vulgus stolidum seu garrula turba 
Auritos tondens asinos permitteret ista ? 120 
Non equidem; clamore gravi, dum stringeret 

[hyrcos, 
Omnia turbaret. Montana ergo ocia dulci 



105. Fra s e u di suvius, piccola rasura. 

106. h di pulcher, sovrapposta. 

109. Hec sibi, ripetute nel margine medio, inferiore, del 
foglio precedente. 

113. h di choros sovrapposta : cosi h di pulchri nel v. 116. 

120. In orig. permicteret. 

121. striti, di stringeret, accomodato, con parziale rasura, 
sopra un originario mun : h di hyrcos sovrapposta. 

122. In orig. olia. 






113 

Pace sibi piena expetijt mea fulgida Diva ; 
Et quia quos querit frustra lasciva puella, 

/. 01 v. Chyroni flores pedi bus calcamus euntes 125 

Vere novo, Saphos celso se condidit antro, 
Atque sacros lauro texit castissima vultus. 

ah. vidi ego conflantem carmen celeste Aracinto 
Pastorem celebrem primo, tandemque cicuta 
Subiatum ; et latiis se pulsum vidit ab arvis, 1 30 
Qui penos septis contriverat ante leones. 
Sat vidisse oculis semel est mirabile quodque. 

cui. Sic est, sic sanctum nimio contemnitur usu. 
Preterea vultu quidam carpsere minaci 
Innocuam, maculisque piam dipingere frontem 135 
Si possent, ausi, que postergasse necesse est. 

Art Imo age, nympha, precor; maculas ostende 

[nepbandas. 

cw Mendacem et stupris fedam, morumque ruinam 
Hanc plures dixere Deam, scenasque colentem 
Dixerunt alij, mimamque ambire theatra; 140 

/. 62 r. Soccos nonnuli damnant veteresque coturnos ; 
Hi Superum fid.bus dicunt quia cantet amores, 
Et facie ficta gestus designet avitos, 
Pellendam patria, quasi regnans occupet urbes ; 
Syrenam vocitant alij, lucrique voracem, 145 
Cum nequeant renuantque suos cognoscere 

[cantus ; 

123. In orig. fulvida ; u=v apparisce modificato in g sen- 
za rasura. 

131. In orig. domuerant: dom mutato in contri con parziale 
rasura in cui s'intravede l'asta dell'originario d : inoltre tri 
è evidentemente calcato su m. 

133. In orig. contempnitur. 

134. cor di carpsere in rasura. 

141. darri di damnant, in rasura, in orig. dampnant. 
143. design di designet in rasura; et sovrapposto. 

Collezione di opuscoli danteschi (N. 131-132-133-134-135). 8 



114 

His etiam commota, volens sua culmina servai 

ah. Dum porcam Cereri, Baeho dum cedimus hyrcum, 
Forte graves vino ludentes talia quidam 
Eructant, curanda parum, pereuntque per au - 

[ras. 150 

Cai. Non sic, conati nemorum maculare priores. 

ah. Qui precor? An sano tanta est insania cuiquam ? 

cai. Ericolas tales merito dixere veterni. 

ah. Non satis accipio qui sint. Tu credo Platoni 

Nympha putes nunc verba loqui magnove Li- 
curgo: 155 
Rusticus et paucis assuetus, nympha, rudisque. 

f.62v.cai. Qui nuper raptas pecudes ex ore luporum 
Dentibus excerpunt, magnos audentque boatus 
Vendere simplicibus. Qui sese noscere causas 
Infecti pecoris, fontes herbasque salubres, 160 
Et celi mutare vices nemorumque fatentur, 
Qui Superum sedes describunt voce superbi, 
Et sentire Deum sensus, causasque moventes 
In silvas fulmen, sacra atque piacula dicunt. 

ah. Quid, precor, agricolis est cum pastore ? Per 

[agros 165 
Ille boves terram cogit rescindere aratro, 
Hic cogit virga pecudes in pascua. Cogit 
Vinitor ut certo consistant ordine vites. 



148. h di bacilo e hyrcum sovrapposta. 
151. conati e priores in rasura. 

153. Fra ri e co di Ericolas piccola rasura con lineetta; 
cosi pure fra merito e dixere di cui dix, come pure veterni, in 
rasura. 

154. platoni in rasura. 

156. et paucis assuetus nympha in rasura; nel margine de- 
stro, accanto a rudisque si scorge con carattere minuto e 
corsivo: Su =* sum. 

106. terram cogit . . . aratro in rasura. 



115 

Lac premit iste manu quod mpsit ab ubere 

[pingui 
Rancidulus; nil ergo videt de iure bubulci, 170 
Rusticus et pastor nescit de more bufulci. 
Nullum sorte sua contentum liquit Erinis; 

/. 63 r. Hinc peragunt rixas tauri sevique leones. 
Sed da, queso, viam qua possim lenius alta 
Scandere Parnasi, Saphonque videre canen- 

[tem. 175 

cai. Turbavere quidem vestigia longa viarum, 
Et nemorum veteres rami cautesque revulsi, 
Implicite sentes pulvisque per ethera vectus; 
Velleris atque fames et grandis cura peculi 
Neglexit latos montis per secuia calles. 180 
Hinc actum ut, scrobibus visis, in terga redirent 
lam plures peterentque suos per pascua fines. 

Ari. Non ego convertar facilis; nam sepe ni vosi 
Conscendi rupes pedibus scopulosque Lycei. 
Omnia continui superant, michi crede, labo- 

[res. 185 

Gai. Vicit et ingenium vires, non talia quivit 
Exuperare labor. Frustra sudavit in altum 
Ferreus Arpinas, calamis et voce sonorus. 

ah. Mens iili non ista fuit, nec carminis ardor. 

/. 63 v. Nascimur in varios actus, quos optima virtus 1 90 
Si sequitur, facili ducetur ad ultima cursu. 

Gai. Si tibi tantus amor fontis Saphuque videndi, 

Accipe consilium : nam quenquam ducere nobis 



173. Prima di Hinc, spazio in rasura di circa 2 cm., con 
lineetta; tutto il verso, tranne leones, in rasura. 
180. it di Neglexit in rasura. 
183. Convertar facilis in rasura. 

186. talia quivit pure in rasura. 

187. u di Exuperare in rasura, così pure labor. 



116 

Ipsa quidem vetuit Saphos et lege perenni. 
Solus inaccessum potuit conscendere culmen 1 95 
Nuper Silvanus, nobis nec carior alter, 
Minciadis post fata, fuit ; non pastor Opheltis 
Aonij pecoris stragem qui Carmine pìnxit. 
Hunc adeas ; dabit ipse tibi quibus usus amicis 
Et quibus vijs conscenderit culmen amatum. 200 
ah. ibo quidem, et geminos mecum portabo suellos, 
Silvanum si forte queam di vertere donis. 



194. In orig per enini. 

200. conscenderit, in rasura. 



[LAUEEA] 



Explicit Saphos egloga XII. Incipit egloga XII. Cui 
titulus est Laurea Colloeutores autem stint 
f. 64 r. Daphnis Stilbon et Critis. 

Dapnis Ocia nunc celebras, Stilbon: mirabile visu; 
Et qui scabrosas ambire sueveris Alpes, 
Candidulosmanibus tractans hinc inde lapillos 
Torrentis vitrei, recubas iam segnis in umbra. 

stubon Rupe sub hac celsa nuper versutus Amiclas 5 
Forte recensebat capros, et pulchra Phaselis 
Frondosas salicum carpebat ab aggere virgas 
Falce, gregum raris cupiens innectere septis. 
Hi fessum tenuere pecus, tenuere magistrum, 
Et quos debebant edos michi forte dederunt. 10 
Sed tu quid valles peragras, qui lentus in antris 
Nunc calamis, nunc voce Deos mulcere solebas ? 
Ardua non rapidi librat, die, Phebus Olympi ? 



* saphos (con minuscola). 

1. In orig. Otia: s'intravede in rasura l'originario t. 
6. h di pulchra sovrapposta. 

13. die in rasura, s'intravede un n e un segno superior- 
mente ; in orig. nunc ? 



118 

Daph. Lìbrat. Non nomini semper datur equa voluptas. 

His umbris equidem tecum refovebo capellas 15 

f. (M v. Quas habeo fessas, dum scendat mitius astrum. 

*W?. Imo, age, da rivos hyrcis umbrasque capellis, 

Et mecum, mi Daphni, sede: placideque, pre- 

[camur, 
Die que te cure curvatum fronte fatigent. 

Daph. Gargaphias memini valles, dum sibilus aure 20 
Is me lenis agit: cephirus sic omnia circum 
Complebat. Tunc ipse meam cantare solebam 
Elpida, qua sii vis visa est nec pulchrior ullis. 

sui. Elpis nota michi, sed non, quam forte recenses ; 
Hec Crisidis comes ; et tua que fuit, obsecro, 

[Daphnis? 25 

Daph. Incoia Parnasi, Nyse sociata Napeis. 

sta. Cecus amor, ceeique sumus quicunque sequentes. 
Aonias colit iste Deas, quibus ultima rerum 
Pauperiesconìuncta manetsemperque manebit, 
Celitìbusque Dijs prefert, suadente Dyone. 30 
Silvestres bacas dat laurus et alga cubile, 

f. 65 r. Pallentesque legunt versus et murmura criptis. 
Tytirus ismenus Tybris canta vit ad undas 
Pastore s tyrios et fractos vulnere tauros 
Argolicos, victusque fame post vendidit agnam; 35 
Nec potuere sitim latices sedare Talie. 



17. h di hyrcis sovrapposta. 

18. Avanti a Daphni, in alto, un piccolo o; placideque 
precamur, in rasura. 

23. In correlazione con questo verso, nel margine sini- 
stro, si legge, in due righe, questa postilla. Elpis grece. Spes 
latine: carattere della stessa mano, però più piccolo; h di 
pulchrior, sovrapposta. 

25. Hec crisidis, in rasura, et sovrapposto. 

26. In orig. sotiata. 



119 

Daph. Sunt olee molles et poma recentia mensis 
Addita nunc nostris, et strata cubilia fronde 
Silvi s in medijs, servat dum Nursia ludum. 
Sed qui meonias aurum faciebat arenas, 40 

Ac dives lati us potator parthicus auri, 
Quas habuere dapes, dum flexit nubila vultus ? 
Vivimus immunes monstri, nec pendimus iras, 
Contenti paucis, lauroque innectere crines. 

sia. Rara refers equidem, duris et debita fatis. 45 
Si vacat, enumera quot pavit Taurus A minte, 

/. 65 v. Quot Polibo Eurotas, Phorbanti quotque Eri- 

[mantus ; 
Alcidis numera pompas tumulosque Canopum ; 
Deficiet tempus ; fulgent monimenta priorum. 
Vos stolido montes fertis volitasse boatu, 50 
Saxaque Dyrcetum, fluvios undasque sequaces 
Infontes redijsse suos, quercusque revulsas, 
Castalijs nymphis cithara cantantibus olim. 

Dapi>. sic orbare porcos Crisis hec male cognita novit, 

Dum volvit miseros. Sed, ne vertantur in iram 55 
Iurgia, cantemus Carmine sub iudice certo. 
Tuque Ligus, Tyrenus ego: tibi fistula collo, 
Suntque michi tenues stipule ; cantabimus ambo. 

stu. Credis ut effugiam forsan : michi tradidit Hermes 

Compositos calamos; sumus et cantare parati, 60 
Archadios quanquam dicas habuisse magistros. 
Et quod non audes, munus certaminis ipse 

/. 66 r. Deponam vitulam, qua non est pinguior ulla 



37. olee, in rasura. 
40. meonias, pure in rasura. 

47. polibo, in rasura; que di quotque sovrapposto con carat- 
tere sottile e diverso inchiostro. 

54. hec sovrapposto con carattere ed inchiostro eguali. 
61. h di Archadios sovrapposta. 



120 

Armentis, etiam si clamitet inde noverca. 
Diaph. Est michì grex parvus, nec possum munera 

[tanti. 65 
Dux gregis est hyrcus : tibi sit, si Victor abibis. 
sia. Te dignum ponis munus; non, hercle, recuso. 
Est michi quam credas ars maior ; Victor abibo. 
Sed quis erit, queso, iudex certaminis huius? 
Daph. Non video in ri pam purgantem veliera Critim 70 
Nunc ovium, lappasque gregis tribulosque le- 

[vantem ? 
Criti, tibi dico, nobis nunc, quesumus, assis, 
Et nostros animo medios fac collige versus. 
Ardua res agitur, magno sub munere, nobis. 
Oriti». Dicite, namque adero donec sua veliera siccet 75 
Hoc pecus. En, sedeo ; dulces dat parvulus amnis 
Tinnitus, medios interlabendo lapillos, 
Atque tacent volucres. Stilbon, tu dicito primus, 
t. 66 v. Hinc Daphnis : vicibusque suis det carmina 

[quisque. 
sui. Hos calamos tibi sacra damus, si vicero, quercus. 8u 
Daph. Tuque virens semper nostros, mea laurus, 

[habeto. 
sui. Noster amor Crisis est, nostros levat ipsa 

[labores ; 



65. possum, in rasura. 

66. h di hyrcus sovrapposta. 

70. pur di purgantem, in rasura; y inoltre ò stato sovrappo- 
sto su un'altra lettera ; in origine lavantemf In correlazione 
con critim, nel margine destro si legge: critis grece index, con 
carattere più piccolo. 

72. Dinanzi a Criti, in alto, un piccolo o. 

77. i di Tinnitus pure in rasura. 

78. at(/ue tacent volucres, pure in rasura. 

82. ster di Noster (il cui o è accomodato senza rasura e 
ripetuto sul rigo sottilmente), amor crisis est, in rasura. 



121 

Ipsa vias nemorum florum distincta corollis 
Ostendit, stipulisque meos describit amores, 
Frondibus ut videam veniens quod pergat in 

[antrum. 85 

Daph. Currit in amplexus, quotiens libet ire per umbras 
Btherei nemoris, nostros mea lesbia Saphos : 
Atque volens pario lapidi michi carmina celte 
Imprimit, et duris mandat mea nomina tophis. 

SOL Carpatie valles servant, sub iudice Protheo, 90 
Mille michi vitulos ; totidem pinguissima Cyrnos 
Hyrcos cum gregibus nutrit ; premit ubera Dilos, 
Congerit Alopis census onagrosque fatigat. 

Daph. Menalus et nobis lunata fronte invencos 

/. 07 r, Bis totidem; his fontes Silvanus monstrat et 

[herbas; 95 
Pernasusque biceps Musis cantantibus auget 
Lanigeras agnas, et grandia premia servat. 

s'ii. Iungere delphynes, magnas et cogere frenis 
Balenas, nullos voluit docuisse Thalasson, 
Nos preter ; quos sepe manu superasse sonoros 1 00 



84. o di meos ripetuto sopra il rigo, perché un po' indi- 
stinto nel verso. 

90. servant sub iudice e prò di protJièo, in rasura; theo di^o- 
f.heo scritto di séguito a prò, nel margine. 

91. michi in rasura. 

92. In orig. Yrcos: Y modificato in H senza rasura e y 
inserito : fra i e l di dilos piccola rasura, in in orig. dtdos. 
Nel margine sinistro, in una postilla della stessa mano e con 
carattere al solito più piccolo, si legge : dylos grece timidus. 

93. Sopra alopis si scorge come un segno di chiamata. 
Forse l'autore intendeva darci anche di questo nome la tra- 
duzione latina. 

95. his fontes silvanus monstrat, in rasura. 

96. auge di auget in rasura. 

100. sonores sta pure, in rasura. 



122 

Tritonas vidit, natas et vincere Phorci. 
Daph. Ponere nos docuit flnes aliquando Thalasso 
Phebus, et agrestes Phitonas vincere telis, 
Et stipulis grandes in rixas vertere Divos, 
Dum nemus omne suum lustramus pectine 

[vates. 105 
sta. Massicus arva serit, servat Garganus aristas, 
Vina Lìgus noster, Dicteus retia tendit, 
Mei la dat Ybleus, suppletque armenta Bri- 

[tannus, 
Et si thura petam, Lybanus dabit optima nobis. 
Daph. Quis celum primus dederit, quis sydera celo, 1 1 
f. 67 v. Quis frondes silvis prestet, quis semina rerum, 

Fortunas nemorum, cantataque dampna tro- 

[pheis, 
Designat radio Pallas pulcherrima nobis. 
sta. Novit Yperboreus que gignat maximus Athlas, 

Quidque ferat Meroe fervens Scathinavia no- 

[vit, 115 
Nostro opere; ac undas volucres miscemus 

Hybero 
Gangis, et Ethyopum Boreas cognovit harenas. 
Daph. Ferrea vox nobis, annis invictaque laurus. 

Gantaber hinc noscat facimus quos non videt 

[Yndos, 
Ac Orco mersos superas revocamusad auras, 120 
Et magnum placidis superamus cantibus annum. 
ma. Palmite pampineo Cereris sacra cinget Eleusis 
Ginthius, aut rapiet buxos et timpana Bachi, 



101. Questo verso, tranne phorci, in rasura. 
113. h di pulcherrima sovrapposta. 

115. ens di fervens, schathinavia novit in rasura. 

116. h di hibero sovrapposta. 



128 

Ac olidus paphie Veneri mactabitur hyrcus, 

Si Mopsi calamis tenuis superetur Amiclas. 125 

Daph. Dum cingent ulmos hedere parientque corimbos, 

/. 68 r. Margine Penei dum surgent undique lauri, 
Litore dum bicolor nascetur mirtus amato, 
A tenui Bavio grandis vincetur Amiclas. 

sta. Phorcinidum leti naute cantamus amores, 130 
Attristi torpent scrobibus cum marmare vates; 
Eolus inde favet, ceptis favet inde Palemon; 
Libetrides rident versus, rident Aganippe. 

Daph. Heroum leti vates cantamus honores, 

At nautas miseros scopulus terit, unda fatigat; 135 
Libetrides servant Carmen, servant Aganippe, 
Eolus inde rapit miseros, rapit inde Palemon, 

àà. Scis flevisse Deas fldibus stipulisque canoris 
Confractis parva ventis surgente favilla; 
Romuleus Mavors quondam volumina mille 140 
Solvit, et in cineres iussit volitare papiros. 

Daph. Romuleus nuper Cilices dispersit Amintas, 

/. 68 v. Montanos faciens solitos innare carinis. 

Sic Ligurum veniet qui calcet colla superbus 
Anguis, et eripiat male partos undique capros. 145 

Ori. Iurgia pastorum non est compescere parvum : 
Et tu dignus eras vitula, tu dignus et byrco. 
Sat dictum, pueri, duras componite lites; 
Ibo ego nunc agnis tonsurus forfice lanam. 



124. k hyrcus pure sovrapposta. 

126. h di hedere sovrapposta. 

147. h di hyrco sovrapposta, come sopra. 

149. ic di forfice in rasura ; in orig. forcipe: e mutato in f 
senza rasura, mentre nella rasura di e s'intravede la lettera 
p originaria. 



[PLTMPIA] 



Explìcit Laurea egloga XIIII. Cui tìtulus est Olym- 
pia vollocutares autem Sunt Silvius. Calamus, 
Terapan et Olympia* 

,snvins Sentio, ni fallor, pueri, pia numina ruris 

Letari, et cantu volucrum nemus omne repleri. 

Itque reditque Lycos blando cum murmure; 

[quidnam 

Viderit ignoro; cauda testatur amicum. 

Ite igitur, iam clara dies diffunditur umbris, 5 
/. 69 r. Precantata diu; quid sit perquirete, quid ve 

Viderit inde Lycos noster, compertaque ferte. 
Gamaius Bum nequit in somnum miserum componere 

[pectus, 

Imperat ex molli recubans heu ! cespite mestus 



* nell'autografo laurea, Olympia (con minuscola). Al con- 
trario Sunt (con maiuscola). 

1. Davanti a pueri, un piccolo o. 

3. Nel margine sinistro in correlazione con lycos si legge ; 
Lycos grece albus. con carattere della stessa mano, più piccolo. 

6. quid sit perquirite, e quid di quidve, in rasura. 

7. Viderit inde Lycos noster, pure in rasura. 



126 

Silvius, et noctis pavidas lustrare tenebras 10 
Vult pueros, longo fessos in luce labore. 

sa. Carnale, dum primos terris prestabit Hyberus 
Nocturnos ignes, currus dum Delia fratris 
Ducet ad occasum, dum sternet cerva leones, 
Obsequium prestabit hero sine murmure servus. 15 
Terapon, stabuli tu solve repagula nostri, 
Pone metum, videas catulus quid viderit, oro. 

Terapon. Festina, fac, surge, sanex ! Iam corripit ignis 

Iam veteres quercus, et noctem lumine vincit; 
Uritur omne nemus, fervens iam fiamma penates 20 
Lambit, et occursu lucis perterritus intra 

/. 69 ». Festinus redij. Lambit iam fiamma penates. 

iH. Pastorum venerande Deus, Pan, deprecor, assis ; 
Et vos, o pueri, flammis occurrite lymphis. 
Siste parum, Terapon, paulum consiste. Quid 

istud? 25 
Quid video ? sanus ne satis sum ? dormio forsan ? 
Non facio. Lux ista quidem, non fiamma vel 

[ignis. 
Nonne vides letas frondes, corilosque virentes 
Luminis in medio, validas ac undique fagos 
Intactas? imo nec nos malus ardor adurit. 30 

Ter, si spectes celo, testantur sydera noctem, 

In silvis lux alma diem. Quid grande paratur ? 

su. Sic natura vices variat, noctemque diemque 
Explicuit mixtos terris; nec lumina Phebe, 
Nec solis radios cerno. Non sentis odores 35 



12. h di hyberus, sovrapposta. 

22. Lambit iam fiamma penates, in rasura. 

28. In origine invece di corilosque, ornosque ; e apparisce 
aggiunto, la prima asta dì n mutata in i e la seconda in l, 
senza rasura. 

34. In orig. mistos. 



127 

Insolitos silvis? Nemus hoc si forte sabeum 
Fecisset natura parens. Quos inde recentes 

/ tu r. Noxpeperit flores? Quos insuper audio cantus ? 
Hec superos ambire locos et pascua signant. 

Olympia Salve, dulce decus nostrum, pater optime, 

[salve! 40 
Ne timeas, sum nata tibi. Quid lumina flectis? 

sw. Nescio num vigilem, fateor, seu somnia cernam, 
Nam coram genite voces et dulcis ymago 
Stant equidem : timeo falli, quia sepe per umbras 
Illusore Dij stolidos. Nos claustra petamus. 45 

oiym. Silvi, quid dubitas ? an credis Olympia patrem 
Ludat? et in lucem sese sine numine Divum 
Prebeat? huc veni lacrimas demptura dolentes. 

su. Agnosco, nec fallit amor, nec somnia fallunt. 

nimium dilecta michi, spes unica patris, 50 
Quis te, nata, Deus tenuit ? Te Fusca ferebat, 
Calchidicos colles et pascua lata Vesevi 
Dum petij, raptam nobis Cibelisque sacrato 

/. io ». Absconsam gremio, nec post hec posse videri ; 

Quod credens merensque miser, mea virgo, 

[per altos 55 
Te montes umbrasqne graves saltusque remotos 
Ingemui, flevique diu, multumque vocavi. 
Sed tu, si mereor, resera quibus, obsecro lustris 
Te tenuit tam longa dies ? die, munere cuius 



40. dulce in rasura; davanti a, pater, in alto, un piccolo o. 
45. Nos claustra e peta di petamus, in rasura. 
48. p di demptura, sovrapposto : demptura appunto leg- 
gesi nel Cod. Laur. 

53. Cibelis e sacrato in rasura. 

55. mea virgo, in rasura. 

56. montes pure in rasura. 

59. die e cuius, in rasura : fra die e munere piccola abra- 
sione. 



128 

Intertoxta auro vestis tibi candida flavo ? 60 
Que tibi lux oculis olim non visa refulget? 
Qui comites ? Mirum quam grandis facta diebus 
In paucis : matura Viro michi, nata, videris. 

ohm. Exuvias quas ipso michi, venerande, dedisti, 

Ingenti gremio servat Berecinthia mater; G5 
Has vestes formamque dedit faciemque coru- 

[scam 
Parthenos, secumque fui. Sed respice nunquid 
Videris hos usquam comites : vidisse iuvabit. 

sa. Non menimi vidisse quidem, nec pulchrior, 

[inquam, 

/. 7/ r. His Narcissus erat, non talis denique Daphnis, 70 
Qui Dryadum spes leta ftiit, non pulcher Alexis. 

ohrm. Non Marium Iulumque tuos dulcesque sorores 
Noscis, et egregios vultus ? Tua pulchra pro- 

[pago est. 

sa. Abstulit effigies notas lanugine malas 

Umbratas vidisse meis. Iam iungite dextras, 75 
Amplexusque meos ac oscula leta venite 
Ut prestem, satiemque animam ! Quas, Pan, 

[tibi laudes, 
Quas, Silvane, canam ? Pueri, nudate palestras, 
Et ludos agitote patrum. Stent munera fagis 
Victorum suspensa sacris. Paterasque parate 80 



68. vidi di vidisse in parziale rasura, ia quale trovasi 
pure avanti la stessa parola, con lineetta : in orig. meminisse 
di cui n apparisce mutato in d senza rasura. 

69. h di pulhrior sovrapposta. 

71. le di leta in rasura: h di pulcher sovrapposta, e inol- 
tre, la parola stessa e Alexis, stanno in rasura 

72. Mura, con lettera maiuscola contrariamente al solito. 
Tò. li di pulchra sovrapposta. 

74-75. lanugine malas Umbratas vidisse meis, in rasura. 
76. In orig. obscula. 



129 

Spumantes vino, letum cantate Lyeum, 
Et sertis ornate lares; altana surgant 
Cespite gramineo ; Trivio mactate bidentem 
Candidulam, Noctique pie hìc cedite fulvam ; 
Fer calamos pueris, Terapon, fer serta puellis. 85 

/. 7iv. oiym. Sunt, Silvi, calami, sunt serta decentia nobis, 
Et, si tanta tibi cura est deducere festum, 
Ignotos silvis modulos cantabimus istis. 

su. Imo, Silva silet ; tacitus nunc defluit Arnus, 

Et silet omnis ager; pueri, vos atque silete. 90 

oiym. Vivimus eternum meritis et numine Codri, 
Aurea qui nuper celso demissus Olympo 
Parvenu in gremium, revocavit secula terris ; 
Turpia pastorum passus convitia, cedro 
Affixus, leto concessit sponte triumphum. 95 
Vivimus eternum meritis et numine Codri. 
Sic priscas sordes, morbos scabiemque vetustam 
Infecti pecoris preclaro sanguine lavit: 
Hincque petens valles Plutarci, septa refrinxit, 
In solem retrahens pecudes armentaque pa- 

[trum. 100 
Vivimus eternum meritis et numine Codri. 



85. Davanti a terapon un piccola o ; cosi pure davanti a 
siivi nel verso seguente. 

91. et sovrapposto, in origine ac ; n di numine in rasura, 
in origine lumine : s 1 intravvede nella rasura qualche traccia 
dell'e originaria : così in seguito dove ricorrono le stesse 
parole. 

93. Fra gremium e revocavit, piccola rasura con lineetta ; in 
orig. invece di revocavit, renovavit, come si legge nel Cod. 
Laur : n mutatn in u—v senza rasura : u=v mutato in e con 
rasura : secula in rasura. 

97. priscas pure in rasura. 

99. plutarci, in rasura; r, inoltre, ripetuto sul rigo: re- 
fri e « di refrinxit pure in rasura. 



Collezione di opuscoli danteschi (N. 131 132-133-134-135;. 



130 

/. 72 r. Morte hinc prostrata, campos reseravit odoros 
Elysij, sacrumque gregem deduxit in ortos 
Mellifluo* Victor, lauro quercuque refulgens, 
Optandasque dedit nobis per secula sedes. 105 
Vi vini us eternum meritis et numine Codri. 
Exuvias in fine sibi pecus omne resummet ; 
Ipse, ite rum veniens, capros^distinguet ab agnis, 
Hosque feris linquet, componet sedibus illas 
Perpetuis, celoque novo post tempora Claude t. 1 10 
Viyimus eternum meritis et numine Codri. 

su. Seutis quam stulti latios cantare putamus 
Pastores calami s perdentes tempora vocum ? 
Menalios vidi iuvenes per dorsa Lycei, 
Treitium et vatem solitum deducere cautes 1 15 
Carmine, nec quenquam possum concedere tanti, 
Ut similem natis faciam. Que guctura? Que vox ? 

/. 12 v. Quis concentus erat ì stipulis quis denique 

[flatus ? 
Non equidem nemoris custos regina canori 
Caliopes, non ipse Deus qui presidet antro 120 
Gorgoueo, equiparet. Flexere cacumina quercus. 
Et tenues nynphe tacitos petiere regressus 
In lucem, mansere lupi catulique tacentes. 



10o. sasrum in rasura; in orig. priscum come si legge nel 
Cod. Laur. 

107-110. Questi versi, tranne Exuvias in fine, e udet di 
claudet, in rasura. 

114 s di Menalios, in rasura, s' intravede un'altra asta; in 
orig. Menalion ? iuvenes e per in rasura. 

115. et sovrapposto : um di solitum in rasura. 

118. Segue un verso interamente abraso ; in principio si 
scorge Q. 

120. deus in rasura. 

121-127. Versi in rasura, tranne Gorgoneo equiparet. 

122. In orig. nymphe. 



131 

Preterea, o iuvenes, sensistis carminis huius 
Celestes sensus? nunquam michi Tytirus olim 125 
Cautavit; similes, senior nec Mopsus apricis 
Parrasius sii vis : sanctum et memorabile to- 

[tum est. 
Virginibus nivee dentur mea cura columbe, 
Ast pueris fortes dederat quos Yschiros arcus. 

oiym. sint tua, nil fertur quod sit mortale per oras 130 

/. 73 r. Quas dites colimus ; renuunt eterna caducum. 

su. Quas oras, mea nata, refers ? quas, deprecor, 

[oras? 
Nos omnes teget illa domus ; somnosque quietos 
Herba dabit viridis, cespesque sub ylice men- 

[sam, 
Vitreus is large prestabit pocula rivus; 135 
Castaneas mites et poma reeentia nobis 
Rustica Silva feret, teneros grex fertilis edos, 
Lacque simul pressum. Quas ergo exquiritis 

[oras ? 

Wym. Non tibi, care pater, dixi Berecinthia mater 

Exuvias gremio servet, quas ipse dedisti? 140 
Non sum que fueram, dum tecum parvula vixi, 
Nam numero sum iuncta Deum ; me pulcher 

[Olympus 

126. o di mopsus sovrapposto con chiamata. 

127. Seguono due versi interamente abrasi : all'estre- 
mità del secondo, nel margine destro, trovasi cat, residuo 
di vacat. 

130. In mezzo al marg. inferiore del foglio, il principio 
del verso seguente : Quas dites. 

137. Rustica silva feret, in rasura, quasi illegibili : tenero* 
ripetuto nel margine destro con lo stesso carattere. 

138. simul. in rasura. 

139. berecinthia mater, pure in rasura. 

142. h di pulcher sovrapposto : inoltre p ed er in rasura : 
in orig. dulcis : difatti s' intravede nella rasura d. 



132 

Expectat comitesque meos ; stat vertere gressus 
In patriam : tu vive, pater dulcissime, felix ! 
sa. Heu ! moriar lacrimans, miserum si, nata, re- 

[linquis. 145 
/. 73v.oiym. Pone, precor, luctus; credisne refringere 

[fatum 
Nunc lacrimis ? omnes sii vis quotcunque creati 
Nascimur in mortem : feci quod tu quoque, Silvi, 
Post facies. Noli, queso, lacerare Deorum 
Invidia eternos annos ; tibi crede quietem 150 
Post funus, laudesque pias mi reddito celo, 
Quod moriens fugi mortem nemorunque labores. 
Separor ad tempus; post bec me quippe videbis, 
Perpetuosque trahes mecum feliciter annos. 
sa. In lacrimis oculos fundam tristemque senec- 

[tam. 155 
Heu ! quibus in silvis post anxia fata requiram 
Te profugam, ex nostris bis raptam viribus 

[ulnis? 
oiym. Elysium repeto, quod tu scansurus es olim. 
sa. Elysium, memini, quondam cantare solebat 

Minciades stipula, qua nemodoctior usquam; 160 
Estne, quod ille canit, vestrum? didicisse 

[iuvabit. 



144. Segue un verso interamente abraso, al cui principio 
si scorge E, e alle due estremità nel marg. rispettivo va. . . 
cat. In correlazione con questo verso abraso sta nel marg. 
SU. cioè Silviu8 ; al suo discorso dunque apparteneva il detto 
verso. 

145. Davanti a nata, in alto, un piccolo o. 
149. queso in rasura. 

153. post, in rasura, he.c sovrapposto. 

157. In correlazione con questo verso si legge sul mar- 
gine destro : oris t con caratt. piccolo e corsivo (del Boccac- 
cio ?). 



133 

f. 74 r. oum. Senser&t ille quidem vi mentis grandia 

[quedam, 
Ac in parte loci faciem, sed pauca canebat, 
Si videas quam multa tenet, quam pulchra 

[piorum 
Elysium sedesque Deum gratissima nostrum. 1 65 

sa- Quos tenet iste locus montes? Quibus insitus 

[oris? 
Que non Minciades vidit seu sponte reliquit, 
Da nobis : audire fuit persepe laborum 
Utile solamen: veniet mens forte videndi. 

oiym. Est in secessu pecori moDS invius egro, 170 
Lumine perpetuo clarus, quo primus ab imia 
Insurgit terris Phebus, tollens ad sydera celsas 
Et letas pariter lauros cedrosque perennes, 
Palladis ac oleas optate pacis amicas. 
Quis queat hinc varios flores ? quis posset 

[odores 175 
Quos lenis fert aura loco? Quis dicere rivos 

/. 14 v. Argento similes, mira scaturigine circum 

Omnia rorantes, lepido cum murmure flexus 
Arbustis mixtos nunc hinc num inde trahentes ? 
Hesperidnm potiora locus fert aurea poma, 180 
Sunt auro volucres picte. Sunt cornubus aureis 
Capreoli et mites damne. Sunt insuper agne 
Velleribus niveis claro rutilantihus auro. 
Sunt boves taurique simul pinguesque iuvence, 
Insignes omnes auro, mitesque leones 185 



164. h di pulchra sovrapposta. 
167. t di reliquit in rasura. 

171. ab imis in rasura. 

172. celsas pure in rasura. 

173. In orig. peremnes. 
179. In orig. mistos. 



134 

Oinibus et mites gryphes radiantibus auro. 
Aureus est nobis sol ac argentea luna, 
Et maioraquidem quam vobis sydera fulgent. 
Ver ibi perpetuimi nullis offenditur austris, 
Letaque temperies loca possidet. Exulat inde 1 90 
Terrestris nebula et nox et discordia rerum. 
Mors illi nulla manet gregibus, non egra 

[senectus, 

/. 15 r. Atque graves absunt cure, maciesque dolorque ; 
Sponte sua veniunt cunctis optata. Quid ultra? 
Dulcisono resonat cantu mitissimus aér. 195 

*ii- Mira refers ; sanctamque puto sedemque Deorum 
Quam memoras silvam. Sed quisnam presidet 

[illi ? 
Etcomites, mea nata, refer, ritusque locorum. 

oiym. Hac in gramineo summo sedet aggere grandis 

Archesilas, servatque greges et temperat or- 

[bes; 200 
Cuius enim si forte velis describere vultus, 
Incassum facies ; nequeuut comprendere mentes. 
Est alacer, pulcherque nimis, totusque serenus ; 
Huius et in gremio iacet agnus candidus, ex quo 
Silvicolis gratus cibus est, et vescimur ilio ; 205 
Inde salus venit nobis et vita renatis. 
Ex his ambolus pariter sic evolat ignis 
Utmirum credas; hoc lumen ad omnia confert: 

/. 75 v. Solatur mestos, et mentis lumina purgat, 

Consilium miseris prestat, viresque cadentum 210 



201. enim in rasura. 

203. cr. di alacer in rasura : h di pulcherque sovrapposta. 

205. gratus riportato nel marg. destro con chiamata, e 
con lo stesso carattere . 

203. mirum in rasura : in orig. monstrum : nel marg. de- 
stro, con lo stesso carattere aP mirum. 



135 

Instaurai;, dulcesque anirnis infundit amores. 
Stat Satyrum longeva cohors, hinc undique 

[supplex, 
Omnis cana quidem roseis ornata coronis, 
Et cythans agni laudes et Carmine cantat. 
Purpurens post ordo virum, venerabilis, in- 

[quam, 215 
Et viridi cunctis cinguntur tempora laur< ■. 
Hi cecinere Deumstipulis per compita verum, 
Et forti sevos animo viceré labores. 
Agmen adest niveum post hos, cui liliafrontes 
Circundant ; buie iuncta cohors tua pulchra 

[manemus 220 
Natorum. Crocei sequitur post ordo noloris 
Inclitu*», et magno fulgens splendore, sonora 
Voce Denm laudes cantat regique ministrat; 
Quos inter placido vultu canta bat Asylas, 
Dum silvis assumpta prius sum monte levatis. 225 
sa. Krgo, precor, noster montem conscendit Asylas ? 
Emeruit, nani mitis erat fideique vetuste 
Preclarum specimen : faciat Deus ipse revisam ! 
Sed, die ? tene, precor, novit, dum culmen 

[adires ? 
Imo, equidem applaudens iniecit brachia collo, 230 
Et, postquam amplexus letos ac oscula centum 
Impressit fronti, multis comitantibus, inquit : 
Venisti, o nostri soboles carissima Silvi ! 
De Libano nunc sponsa veni, sacrosque 

[bymeneos 



220. h di pulehra. sovrapposta. 

290. Fra la prima a e il seguente e di brachia, piccola 
abrasione : in ori°r. branchia. 
231. In orig. obscuìa. 



136 

Cantemus, matremque viri, mea neptis, 

[honora. 235 
Meque trahens, genibus flexis, quo pulchra 

[sedebat 
Parthenos, posuit. Leta hec suscepit in ulnis 
Ancillam dixitque pie : Mea filia nostris 
Ecce choris iungere pijs, sponsique frueris 
Eternis thalamis, et semper Olympia celo, 240 

/. 76 v. Que fueras terris Violali tes, inclita fies. 

Inque dedit vestes quas cernis. Si tibi narrem 
Quos cantus tunc silva dedit, quos fistula versus 
Pastoris lyrici, credes vix; omne per antrum 
Insonuit Carmen montis, tantusque refulsit 245 
Ignis, ut exuri dixisses omnia flammis, 
Et totum rosei cecidere per aera flores. 

su. Que sit Parthenos nobis superadde, precamur. 

oiym. Alma Iovis genitrix hec est et filia nati, 

Splendens aula Deum, celi decus, inscia noctis, 250 
Ethereum sydus, pastorum certa salutis 
Spes, custosque gregum, requiesque optata 

[laborum. 
Hanc Fauni nympheque colunt, liane grandis 

[Apollo 
Laudibus extollit cythara, dominamque fatetur ; 
Que residens solio patris veneranda vetusti 255 
A dextris geniti tanto splendore refulget, 

/. 77. r. ut facie silvam, montem, collesque, polosque 
Letificet formosa nimis. Cui candida circum 



236. h di pulchra sovrapposta. 

239. h di choris pure sovrapposta. 

240. t di Eternis in rasura ; in orig. Ecternis V ; et semper 
Olympia celo, in rasura con inchiostro molto sbiadito. 

246. xuri di exuri in rasura : cosi pure omnia flammis. 
253. grandis, in rasura. 



137 

Agmina cignomm volitant, matremque salutant, 
Luminis eterni spoDsam genitamque cientes. 260 

sa. Et vos quid, pueri, plaudunt dum gucturre 

[cigni ? 

oiym. Nos pueri legimus flores, factisque corollis 
Cingimus intonsos crines, letisque choreis 
Ambimus silvani, fontes, rivosque sonoros, 
Et, medijs herbis ludentes, vocibus altis, 265 
Parthenu placide meritos cantamus honores, 
Et geniti laudes pariter. Quis gaudia silve 
Enumerare queat? Quis verbis pandere? Nemo. 
Induat ut volucres pennas quibus alta volatu 
Expetat et videat, opus est : sunt cetera fru- 
stra. 270 

sa. Sunt optanda quidem, sed quis michi De- 

[dalus usquam 

/. 77 v. Qui tribuat pennas agiles nectatque lacertis, 

Ostendatque viam facilem doceatque volatum ? 

oiym. Pasce famem fratris, lactis da pocula fessis, 

Assis detentis et nudos contege, lapsos 275 

Erige, dum possis, pateatque forensibus antrum : 
Hec aquile volucres prestabunt munera pennas, 
Atque, Deo monstrante viam, volitabis in altum. 

sa. Quo tendis ? Quo, nata, fugis ? Miserumque 

[parentem 
Implicitum linquis lacrimis? Heu ! cessit in 

[auras 280 

261-266. Questi versi stanno in rasura ; h di choreis so- 
vrapposta. 

263. Segue un verso interamente abraso, alle cui estre- 
mità, va. . . cat, dello stesso carattere. 

267. Et geniti laudes pariter, anche in rasura. 

270. opus est, sunt in rasura. 

280. Nel verso vien prima lacrimis e poi linquis, però è 
avvertita con dei segni speciali la trasposizione. 



138 



Ethereas, traxitque simul quos dnxit odores. 
In mortem laerimis ibo ducamque senectam. 
Vos, pueri, vitulos in pascua pellitè : surgit 
Lucifer, et mefdijs iam sol emittitur umbris. 



284. In orig. emictit.ur. 



[PHYLOSTROPOS] 



Explicit Olympia* egloga XI] IL Incipit egloga XV* 
Cui titulus est Phylostropos Colloeutores autem 
sunt Philostropus et Tìfltts. 

FhUostropos. Lusimus, et sertis nimium nymphisque vaca- 
./• 7» r. [tum est ; 

Instat hyemps, sydusque malum michi, Ti- 

[phle, minatur 

Exitium pecori : non cernis summa Cephei 

Iam texisse nives, et silvas ponere frondes? 
Xjfphius Quid montes spectem ? video flavescere campos, 5 

Et cantu rauce quatiunt arbusta cicade. 
fhy. Falleris. Ast veniant segetes cantentque vo- 

[lucres : 

Nonne puer Yacintus erat? puer et Ciparissus? 



* olympia (con minuscola). 

2. Dinanzi a tiphle, in alto, un piccolo o. 

5. Nel marg. sinistro h di Typhlus è sovrapposto con chia- 
mata e con inchiostro nero, mentre nei margini, come ho 
altrove avvertito, si alternano il rosso e il bleu per i nomi 
degl' interlocutori. Nel marg. destro poi leggesi : Tiphlos 
Grece orbus, dello stesso carattere. 



140 

Florebat iuvenis cecidit dum pulcher Adonis, 
Et Victor florebat herus calidonius apri? IO 
Exarsere novi pratis iam frigore flores, 
Et Cereris grando plenas vacuavit aristas. 
Est mutanda quidem sedes, dum tempora 

[cedunt. 

Typk. Quis neget incautos quosdam cecidisse puellos ? 

Ast ego si varios timeam quos astra minantur 15 
Armentis casus, nusquam michi pascua tuta. 

/. 78 b. Hic gelidi fontes, hic pascua piuguia. Quid plus? 
Celum mite satis pecori, corilique frequentes, 
Glandifere quercus, et celse vertice pinus; 
Novimus hic omnes saltus et lustra ferarum. 20 
Quid potius queram ? dissolvet more vetusto 
Sol glaciem pelletque nives, frondesque redi- 

[bunt. 

Phyi. Hesperidum tibi poma Crisis, fontesque Ticini 
Spondet, et apricas penei litoris undas, 
Murmurc sic blando, et lacrimis versuta Dyones ; 25 
Heu ! pedibus laqueos et collo vincula nectit. 
Si sors illa tuum feriat caput impia, que iam 
Pervigilem lucis Daphnim subtraxit et Argum, 
Cognosces lacrimans quod nunc mea verba 

[resultent. 

Typh. Quid tandem si vita placet ? Sunt ocia nobis 30 
Exoptanda Dijs, et spes maiora reservat. 

Phyi. Non prius humentem cantu secedere noctem 
Excubitor premonstrat avis, quam : surgito, 

[Typhle — 

9. h di pulcher sovrapposta, al solito. 
11. s di Exarsere, in rasura, in orig. exaruere fcfr. exau- 
rit, f. 22, v. 79) r. come pur si legge nel Codice Laur. 
25. et lacrimis versuta, in rasura. 
30. In orig. otia. 
33. Dinnanzi a typhle un picc. o. 



141 

Inquit amica Crisis — pete pascua, solvito 

[septas. 
Supgis iners, gelidas tenebrosa per invia valles 35 
Innixus baculo queris tectusque galero. 
Hinc imbres quatiunt miserum, lubricumque 

[fatigat 
Inde solum, nunc terga tibi, nunc pectora nudat 
Infestus Boreas, pelles iniuria vincit 
Etheris adversi. Veniet sed mitior estas ; 40 
Insomnes noctes, radios dabit illa diurnos, 
Intentos stimulis culices ; et mungere capras, 
Lac palmis pressare tins, fluvioque lutosos 
Nnnc purgare greges manibus, nunc veliera 

[lappis. 
Quas animo fesse pecudes morboque iacentes 45 
Iniciant curas taceo : spes omnia suadet. 
Nam tibi parta domi requies stratumque cubile, 
Seu validas nemorum superare securibus ulmos, 
/. 79 v. Carpere seu messes, seu terram vertere rastris, 
Cogeris in reditum. Sunt hec, precor, ocia, 

[TypUle, 50 
Exoptanda Dijs? Non te Crisis optima linquit 
Insudare iocis, iuvenumque intrare palestras; 
Non, dum sacra Dijs fumant altaria ruris, 



35. tene di tenebrosa, in rasura. 

43. palmis e lutosos pure in rasura. 

44. Questo verso sta tutto in rasura, tranne era di vel- 
iera e lappis che sono scritti, naturalmente di seguito, dentro 
il margine. 

45. o di animo in rasura, in orig. animis : s' intravede l'i 
originario mutato in o con rasura, e sul rimanente di que 
sta, s. 

48. ulmos in rasura. 

50. In orig. otia come sopra : dinanzi a typhe un piccolo 
o, come, al solito, dinanzi a taluni vocativi. 



142 

Femina nulla minus voluit pensare labores, 
Non ut grata tue servet male parta quieti, 55 
Sed mechis, quos ipsa novos exquirit anela. 

'Pyph. Quos nequit amplexus sibi summere damnat 

[iniquus 
Invidus extemplo. Quot mechos, queso, puelle 
Usquam no visti, mordax Philostrope ? Narra. 

Phyi. Quod nolles audisse, petis. Quot sydera celo : 60 
Testantur veteres fagi, testantur et antra 
Silvarum flammas Crisidis, cripteque scro- 

[benque ; 
Quotque lupis misere nudos canibusque reliquit. 

Typh. Ex multis unum saltem, si dicere plures 

Forte piget, numera ; Crisidis iam pande lu- 

[panar. 55 

Phyi. Non piget, et clades pari ter narrabimus, ut quis 
Sit finis videas mechis cultoribus atque. 
Auro qui nuper Pactoli tinxit harenas, 
Et frigios pavit vitulos, dilexit, et atro 

t. so r. Tandem succubuit potato sanguine tauri. 70 
Tymbraique ducem peooris non dente molossug 
Ex ulnis huius rapuit, silvasque ruinis 



56. Davanti ad anela piccola rasura in senso verticale i» 
cui s' intravede h : in orig. dunque hanéla. 

57. am di damnat in rasura; in orig. dampnat. 

58. h di mechos, sovrapposta. 

62. scriptequr scrobesque in rasura. 

68-67. Questi versi sono riportati con chiamata nel «ar- 
gine inferiore. 

65. dis di Crisidis, iam pande lupanar in rasura, con ca- 
ratteri, tranne dis, molto sbiaditi. 

67. k di mechis, sovrapposta. 

68. Auro qui nuper pactoli in rasura. 

70. Il primo e di succubuit in rasura, in orig. subcubuii. 
72. huius rapuit in rasura. 



143 

Argolicis turbo delevit missus ab antris ? 
Pastorem eoum, cui Ganges grandis et Jndus 
Potavere greges et longus culmine Taurus 75 
Pavit, in Arthoos flexus seu versus in austrum, 
E gremio Crisidis carpsit sus feta, caputque 
Sanguine respersit putrido, truncumque car 

[daver 
Exhibuit scithicis corvis milvisque ferisque. 
Silvarum predo pregrandis et arbiter olim 80 
Piiarsalicus Crisidem tenuit; post liquit ama- 

[tam, 
Adversis haustis deceptus iaspide succis. 
Nec tu Dametam gratum vidisse uegabis 
Infande iuveni : cui dum Pan iussit abiret 
Exul in externos agros, concessit eunti 85 

/. so v. Nec lacrimas, onmitto greges, non, pessima, 

[vestes, 
Sed solum nudumque solo canibusque reliquit, 
Ni pia tunc gremio Cibeles cepisset amico : 
Et miserum risisse senem potuere subulci. 
Quid numerem multos ? dudum Crisis impia 

[nobis 90 
Obtulit obscenos, quercus has inter, amores. 

Tyvn. >ie miserum ! Quotiens ursis et ab ubere natos 



77. carpsit in rasura. 

79. h di Exhibuit sovrapposta con chiamata. 

82. h di haustU pure sovrapposta. Uno dei due e di succis 
sovrapposto. 

86. on di onmitto sovrapposto: il primo t è, al solito, una 
modificazione dell'orig. e senza rasura, e dinanzi a mitto c'è 
pic«ola rasura in cui scorgesi o : in orig. dunque omicto. 

88. cibeles cepisset amico, in forte rasura; fra cibeles e ce- 
pisset c'è, inoltre, una piccola abrasione con lineetta. 

92. et sovrapposto ; ad ah segue immediatamente piccola 
rasura. 



144 

Eripui ; quotiens tremulis pendentia ramis 
Mala tuli Crisidi ; quotiens puilosque palumbis 
Subtraxi, cursuque pedum iaculisque coronas 95 
Quesivi mechis, video. Nunc pulchra Dyones 
Sola meas placido servabit pectore curas. 

Phyi. Corporis exitium fugies mentisque ruinam 
Si blandam fugias nimium sevamque Dyonem. 

Typk. Quid meruit quia bianda fuit? dilexit aman- 

[tem. 100 

Phyi. Quid meruit? cernis quot gignant arbuta fron- 

[des : 

/. sì r. Tot mala, tot mestis dedit ista pericula silvis. 
Hec Nysi crinem dicteos iecit in agros, 
Pasiphem tauro stravit, Ciniramque nefandis 
Ignibus incendit, privavitque veliere Phasim 105 
Quondam dyrceo ; flammas contorsit in Ydam, 
Lumina turbavit Mopso, sic Cyrcis honores, 
Abstullt Aloidi clavam. Quid multa recensenti ? 
Plura petis ? satis ista quidem : tu nescius erras, 
Dum lacrimis credis, dum summis et oscula 

[diris 110 
Delinita malis. Has pestes mitte, precamur; 
Hostes pelle, precor, diros, ne forte morentur 
Sedibus bis captos, pluvius dum surgat Orion. 



96. h di pulchra sovrapposta. 

104. Questo verso sta su forte rasura. 

105. Quest'altro verso è aggiunto nel margine inferiore 
con chiamata, e con inchiostro meno vivo. 

106. quondam, in rasura. 

108. Quid multa recensem? su forte rasura. 

110. In orig : obscula. 

111. In orig. miete. 

113. pi ed t di pluvius in rasura; et sovrapposto diplo- 
maticamente. 



145 

Typh. Auribus ecce lupum teneo : quos damnat amores 

Hos cupio, timeoque dolos et temporis ortum. 1 1 5 
Premia quis linquat Crisidis ? Quis grata Dyonis 
Basia et amplexus ac dulces reprobet ignes ? 
Quisve nives imbresque graves celumque 

[superbum 

/. si v. Perferet, et ventos et duras etheris iras ? 
Sed quid dimoveor ? Nunc primum perdere 

[froudes 120 
Vidimus has fagos, nivibusque albescere mon- 

[tes? 
Que tulit Alcidamas, que passus grandis Osyris, 
Non ego ferre queam ? stipuiis et Carmine vitam 
Ducere consilium : Crisis assit et alma Dyones ; 
Illa legat flores, imponet et altera sertum. 125 

Pkyi. Decidet iste calor ; pratis armenta peribunt ; 
Infames stolidum rapient per devia nymphe, 
Teque Trinos Penosque trahent Thlipsisque 

[lipisque 
In scotinas silvas, famuli pastoris Averni. 

Typh. Etatis placidos ludos dum credis, amice, 130 
Teque simul perdis. Memini, cantabat inesse 
Pastor Epy, silvis quondam famosus apricis, 
Interitum menti pariter cum corpore cunctis. 

Phyi. Typhle, preeor, sanusne satis ? die, improba 

[credis 

/. 82 r. Dieta senis dampnata diu, cum dicat Ariston, 1 35 



114. arti di damnat in rasura ; in orig. dampnat. 

117. Basia in rasura. 

126. peribunt pure in rasura. 

128-129. In correlazione con questi versi, nel margine 
sinistro, su cinque righi (con carattere più piccolo, però e 
della stessa mano) si legge : Trinos grece luctum. Penos grece 
dolor et labor. Thlipsis grece mestitia. Lipis grece anxietas. Sco- 
(inos grece obscurus. 

Collezione di opuscoli danteschi (N. 131-132-133-134-135). 10 



146 

Et samius cantet pastor cantentque bubulci 
Omnes, romuleos qui mulcent pectine saltus, 
Eternas hominum mentes a numine lapsas 
Ethereo ; flrmetque Soter, qui sanguine silvas 
Infectosque greges pridem purgavit, in altum 140 
Scandere non sontes et letis sedibus uti, 
Sic alios post fata focos intrare typheos. 
Hos ego si possem mecum, mi Typhle, volebam 
Effugeres rupesque novas scopulosque videres. 

Typh. Quid faciam ? ridonda michi, Phylostrophe, 

[suades : 1 45 
Certa sinam, non * certa sequar ? Quis, queso, 

[sequatur ? 

phyi. Quid certum, die, Typhle, tenes ? rapit om- 

[nia tempus : 
Quas Amon vestit silvas, denudat Orion, 
Et sub sole cadit quicquid sub soie creatum est. 
Verum ego perpetuas fontes, umbrasque pe- 

[remnes 150 

/. 82 v. ut videas teneasque loquor, pestesque furentes 
Chyronis fugias, preponens firma caducis. 

Typh. in siculis Arethusa iugis hec pascua servat ? 

Phyi. Non equidem, nostris nemus hoc plus distat 

[ab oris. 

Typh. Quis colìt hoc igitur ? Trax forsan, forte Ca- 

[nopus ? 155 

Phyi. Surgit Silva virens celi sub cardine levo, 
Aspera dumetis et saxo infixa rubenti. 
Presidet insignis magnusque Theoschyrus illi 
Pastor; et emissos lambunt de rupe liquores 
Selecte pecudes pauce domitique iuvenci; . 160 
Ac erbas tenues carpunt quas undique prestat 



143. volebam, in rasura. Nel Cod. Laur. : conabar. 



147 

Ipse lapis, dum longa quìdem ieiunia solvant 
Quod mortale solum fecit per inania pingue. 

Typh. Quid frustra signare locum nemus atque la- 

[boras ? 
An visurus ego veniam, Phylostrope, silvas 165 
Huius queso senis, cuius rapuisse iuvencam 

/. 83 r. Iamdudum memini ? leges ritusque suorum 

Iam pedibus calcasse meis ? manibusque nefastis 
Carpendas porcis olim iecisse Dyonis? 
Non veniam, timeo vires irasque fre mentis; 170 
Prete rea in saxum fecundas ducere capras 
Precipis, ut pereant macie scabieque geluque. 
Non faciam ; potius nostris est vivere sii vis. 

Phyi. Non hominis mores nosti ; miserebitur ultro 

Si dicas pecasse sibi veniamque preceris. 175 
Quid Glaucus fecit ? quid post hunc magnus 

[Amintas ? 
Sed sine deveniam quo tendit sermo priorum, 
Et demum, si iure potes, premissa refelle. 
Hi ne faciles scandunt scabrosi culmina montis, 
Letaque comperiunt que dixi pascua fronde, 180 
Fontibus ac umbris, longoque patentia tractu ; 
Non ibi fessa gelu pereunt armenta, nec auster 

/. 83 v. Aut letum boreas adversis flatibus orbem 

Concutiunt: non dira lues astrumque malignum 
Infundunt pestes ; cephirus sacer omnia mul- 

[cet. 185 



169. Ca di Carpendas, e iecisse, in rasura ; fra iecisse e dyo- 
nis piccola abrasione con lineetta. 

175. Fra dicas e pecasse (invece di peccasse) piccola abra- 
sione con lineetta. 

176. magnus in rasura. 

183. Sopra letum si legge pinguem con carattere molto 
piccolo e sbiadito. 



148 

tibi si referam quas educet illa puellas 

Silva parens, nymphasque, Deas Dryadesque 

[frequentes, 

Illico dampnabis Crisidem, turpemque Dyonem ; 

Sponte quidem dices: Satyros dimitto iocantes 

Et Faunos, cantusque a\ium, placidosque co- 

[lores 190 

Herbarum florumque simul ; tu forte videbis. 
Typh. Iam cupio : sed, queso, refer quis sibulus auri 

Detulit ista tue, seu si tu forsan adisti. 
Fhyi. Archades ac ytali firmant priscique sicani 

Pasto res, quibus ante datum conscendere cul- 

[men. 195 
Typh, Que nova lux oculis venit, Phylostrope, nostris ? 

Iam foveas et putre solum rupesque cadentes, 

Insidiasque graves et sevi gurgitis iras, 
/. 84 r. Et pecoris pestes video nymbosque minantes. 

Assis, pulchra Pales, supplex tua numina po- 

[sco. 200 

Optime da veniam, pater, oro, Theoschire, lapso. 

Heu michi ! quo fugiam ? gelidas has linquere 



Infectosque greges cupio, silvasque remotas 
Querere, si possim duras fregisse cathenas, 
Quas posuere truces pedibus colloque puelle. 205 
Phyi. Vir nuper fueras Poliphemi tractus in antrum, 



186. All'estremità del margine sinistro si legge a stento 
nutriat, da riferirsi evidentemente a educet. 

189. di di dimitto sovrapposto dinanzi a mitto piccola abra- 
sione ; in orig. omicto; inoltre l'originario e apparisce modi- 
ficato al solito, in t senza rasura. 

124. h di Archades sovrapposta. 

130. dinanzi a pulchra in alto, un piccolo o; h, inoltre, so- 
vrapposta al solito : su di supplex in rasura. 



149 

Obicibus fractis, et nunc es femina mollis. 
Frange trabes animo forti postesque revelle, 
Reddito teque tui ; pueris aliena sinamus, 
Et nostro meliora gregi nobisque petamus. 210 

Twh. Me quoque terret iter durum vertexque levatus ; 
Deficient vires; non est presumere sani, 
Quod non perfìcias, hominis ; desistere mens est. 

Phyi. Nondum fregisti laqueos : tua lumina circum 

f. 84 v. Obscene volitant volucres ; obsiste, repelle ; 21 5 
Est iter in primis durum, parvoque labore 
Vincitur inceptum ; vires prestabit eunti 
Ipse Soter ; nunc surge, precor ; sol vergit in 

[undas. 

Typh. Urgeor, insistam ; tu primus summito callem. 
Laurea sis felix, et vos estote, capello ; 
Imus ut ex syrio carpamus litore palmas. 



142. presumere in rasura. 






[AGGELOS] 



Explieit Phylostropos* egloga XV. Incipit egloga XVI- 
Cui titulus est aggelos. Colloeutores autem sunt 
Appenninus et Aggelus. " 

Appennini. Aggelo, quis, queso, pecus hoc, fortassis 

[Apollo 
Vallibus Amphrisi pavit,dum pastor honores 
Perdidit ethereos ? Videas, non invidus illud 
Fascinet et pereat : metuunt mala murmura 

[pingues. 
Aggeius. Appennino, reor, tibi pinguis ludit in arvo 5 

Taurus, et umbroso recubant sub colle Lycei 
/. 85 r. Nunc paste feteque boves ; sis letus, et, oro, 



* philostropos (con minuscola). Nella grafia di Aggelos e 
dei suoi derivati conservo il grecismo voluto dall'Autore. 
2. r di amphrisi sovrapposto con chiamata. 

6. Nel margine sinistro, con carattere più piccolo : Aggelos 
grece nuntius; però Aggelos è quasi del tutto illegibile. 

7. Nunc paste si legge pure nel margine inferiore medio 
del foglio precedente. 

15. Ag di Aggelos nel margine sinistro è scomparso per- 
ché lacerato in quella parte il foglio. 



152 

Parcius ignoscas misaris : fortuna secundis 
Iavidet, et celsas excerpsit turbine fagos. 

Appe. Peccavi, fateor. Sed tu que pascua queris 10 
Cum grege tam modico ? Fallor ? ter quinque 

[capellas 
Nec plures, per rura trahis ; consistere mecum, 
Si libet, hic poteras; vepre ta hic grata capellis, 
Hicfontes, hicantranovis iamtecta corimbis, 

Agge. Iussus in id venio. Non solum iungere parvum 15 
Hic pecus hoc vestris, ast ut tibi largiar omne. 
Nilequidem maius potuit nuncmittere pauper 
Cerretius : die, oro, senem novistis etruscum, 
Hos inter montes et pinguia pabula, nostrum ? 

Appe. Iam vidissse senem memini nostrisque sub 

[antris 20 
Nonnunquam duros solitum recreare labores ; 
Dumque ravennatis ciclopis staret in antro, 

/. ss v. Et fessus silvas ambiret sepe palustres ; 

Vidimus atque Henetum dum venit cernere 

[colles. 
Sed pecus hoc claudum servans vix pellibus ossa 25 
Quid michi ? Silvano decuit misisse, videret 
Et morbi causas, leta et medìcamina morbis. 
Non archas syculusve fuit, non ysmarus olim, 
Non ytalus pastor, cui tantum iuris in agris 
Alma Pales dederit. Fauni nympheque sedentes 30 



8. oro in rasura. 

22. staret pure in rasura. 

24. H di henetum sovrapposta ; seguono due versi intera- 
mente abrasi (si nota solo va. . cat con carattere corsivo nel 
marg. sinistro) cosi essi suonano nel Ood. Laur. : Piscososque 
sinus peperit quos inter Agapon \ Iam michi quemque seni pue- 
rum solona tenemus. 

28. h di Archas sovrapposta : a di ysmarus pure sovrappo- 
sta con chiamata. 



153 

Assurgimi nomini, silve placidique recessus 
Antraque pastorum, fontes. Quid multa ì Deorum 
Tecta patent Tusco et patuere silentia Ditis ; 
Aggele, huic potuit pecus egrum mittere noster. 

Agge. Erubuit munus tam parvum mittere tanto 35 
Pastori, sueto tauros deducere regum 

/. se r. Sydereosque greges. Quanquam nil sanctius 

[usquam 
Diligat aut optet celsis preponere silvis ; 
Si calamis, si voce canat, si forte susurro 
Murmuret ipse, sibi semper Silvanus in ore 
Cerretij resonat, semper Silvanus ubique, 
Et pater, et dominus, spes grandis et unica 

[semper; 
Teque fidemque tuam colit, Apppennine, se- 

[cundum. 
Nunc ego per dulces nuper tua cura Napeas, 
Appennine, precor, parvum ne respue munus : 
Sunt tenues, fateor, nec multum lactis habentes, 
Sed predulce quidem ; pomisque favisque Me- 

[nalce, 
Si gustent Latij, si gustes ipse parumper, 
Prepones. Queso, parvum ne respue munus. 

Appe. Da sordis ' causam ; dabitur fortasse mederi. 50 

Agge. Pascua sunt nobis Cerreti montis in umbra, 
Heu ! sterili niraium, nullis frondentia lucis; 

/. 86 v. Nec salices capris surgunt, nec surgit ybiscus ; 
Lambere muscosas silices, rarumque vetustis 
Immixtum concis serpillum carpere cogit 55 
Egra fames miseras ; illis hinc squalida pellis, 
Hinc macies tristisque color seteque cadentes ; 



35. In orig. mietere. 

55. x di Immixtum in rasura ; in orig. Immistum. 



154 

Elsa brevis fluvius post bis precordia saxum 
Fecit, et attonitas vacuavit sanguime fibras. 
Tu pingues facili facies, ceptoque favebit 60 
Consiliis herbisque suis Silvanus et undis. 

Appe. Invitis nobis tenet hec nunc pascua vester 
Cerretius. Scabrisquidnam grande vus in arvis 
Inserit aut sevit? Quid credit solvere rastris 
Exhaustas glebas, grandique labore colonum 65 
Emunctas prosit? Timeo non seva Dyonas 
Occupet insanum. Senis est dimittere mores 
Nomnunquam iuvenum ; lusit Galathea po- 

[tentem 

/. 87 r. Viribus, enervem faciet quid lusca Dyones ? 

■A-gge. Abbsit ; nulla seni talis nunc cura, doletque 70 
Obsequio quondam nimiumque vacasse Liquoris. 
Sed quid vis faciat patrios ni specteret in agros ? 
Nel grigis est illi, nec sunt sibi pascua ; sì sit ; 
Torpendum est igitur seu vomere vertere glebas. 

Appe. Aggele, iam nosti, non omnia novimus omnes : 75 
Teque latet, video, quam persepe remotum 
Cerretium dudum vel viva voce vocarit 
Silvanus, carosque greges tacitosque recessus 
Quos Ligurum saltus, quos servant pascua ruris 
Anxeri antiqui, quos servant pinguis et ingens 80 
Euganeus Venetumque palus, prestare paratus. 
Que cupias maiora, precor? Venere sicani 
Dicteique duces, ciprij, magnique Quirites, 
Et Satyri Faunique omnes, nympheque Deeque, 



65. h di Eschaustas sovrapposta : fra labore e colonum 
piccola rasura. 

67. In orig. omictere : o e e modificati senza rasura in d 
e t, inoltre i sovrapposto con chiamata. 

71. que di nimiumque sovrapposto pure con chiamata. 

76. peraepe remotum in rasura. 



155 

/. 87 v. Hunc inter fedas undas audire canentem ; 85 
Pan Deus calamos posuit stupefactus amicos; 
Et pauper noster longum sprevisse videtur. 
Quid, si tantus amor? Quid, si reverentia tangit, 
Negligit oblatum ? veniat, durosque relinquat 
Agrestes, patrijsque sinat dare semina sulcis. 90 

Agge. Ignaros quotiens heu ! fallit ceca voluptas : 

Dixisti nuper — Non ommia novimus omnes — 
Et merito. Nostro seva si rusticus Amon 
Peste boves medijs pingues consumpsit in arvis, 
Pectoris ardentis muitum sibi cessit Apollo. 95 
Quem tacitum mitemque vides et ruracolentem, 
Noluit Egonis nuper describere dulces 
Pellibus is pecudum quos ipse canebat amores, 
Dum maiora legit, dum se maioribus aptum 
Estimat; et dudum, dum fervidus omnia cam- 

[pislOO 

/. ss r. Sol raperet, sacra Cereri consedimus ambo 
Ilice sub viridi. Tunc primus verba facesso 
Convenioque senem. Die, inquam ? Cernere 

[concas 
Has putres, sterilique solo decerpere credis ? 
Quid non Silvanum sequeris iam sepe vocatus ? 105 
Ille diu corilos tacitus prospexit, et inde : 
Omnia qui profert nil dat, michi maximus Egon 



85. fedas undas in rasura. 

91. t finale di fallit, sovrapposto con chiamata. 

97. dui di dulces in rasura. 

98. Pellibus is pecudum in rasura. 

104. Fra de e cerpere piccola abrasione in cui s'intravede 
#: il primo e risulta modificato da un originario t; in orig. 
dunque discerpere. 

107. Nel margine destro, con carattere più piccolo si 
legge : papa, da riferirsi evidentemente aìVegon che sta nel 
verso. , 



156 

Iam dixit. Midas pridem dum fortior etas, 
Iusserat illud idem. Cuius dum credulus intro 
Festinus silvas, Gaurum Baiasque saluto, 110 
Fontibus insignes, et pascua cr^do parari 
Non tauris, parvo pecori parvoque subulco, 
Hospes suscipior placidi Stilbonis in antrum. 
Ast Midas patitur ; nee tandem pabula dantur, 
Nec vocor ut veniam sumpturus prandia se- 

[cum. 115 

/. 88 v. Miror et indignor pariter mecumque revolvo : 
Quid nunc si lucos intrasseminiussusapricos ? 
Aut si maturis tenuissem messibus apros ? 
Vel si iunetis olidos crescentibus hyrcos 
Liquissem ? nullis veniebam candidus undis, 120 
Postquam despicior sic accersitus et insons. 
Pascua sint Mide que spectat lata Vesevus, 
Meque meus tenuis letum prospectet agellus. 
Flecto gradum volucer repetens vestigia retro. 
Menalios perse pe lupos ursosque coegit 125 

In laqueos exire suos sudoribus Archas, 
Post hec capti vos nemori solvebat aperto. 
Iam satis heu ! votis misere sic angimur omnes, 
Et si succedant satis est : hinc linquimus ultro. 
Quid si Silvanus faceret, non dulcius esset 130 
Queso, mori ? tentare Deos stultissima res est. 

/. 89 r. Pan nobis pregrande dedit, nec spernere munus 
Est animus, paucis contentor, munere Panis. 
Silvestres corili pascunt, dat pocula rivus, 
Dant quercus umbras, dant somnos aggere 135 

[frondes, 

119. h di yrcos sovrapposta. 

128. Iam satis heu in rasura, heu ripetuto nel margine 
sinistro con carattere corsivo piccolo. 

131. n di tentavi in rasura, in origine temptare. 



157 

Cetera si desint, lapposaque veliera tegmen 
Corporis effeti ; quibus insita dulcis et ingens 
Libertas, que sera tamen respexit inertem. 
Conticui. Quis iure queat prevertere dietimi ? 
Tu tamen interea parvum iam suscipe munus. 140 
Appe. Sat dictum ; fiat, sit nostrum, claudicet esto. 
Nam pregnans video, prolem sperasse iuvabit, 
Et cepisse novam. Surgunt ex montibus altis 
Sydera ; sis mecum. Nostro hoc tu iungito, Solon. 

Explieit Aggelos egloga XVI et ultima. 

IoJiannis Boeeacij de Certaldo ad Appenìnigenam 
suam buceolieum earmen explicit feliciter. 



144. Solon, con maiuscola, contrariamente al solito, men- 
tre più giù : aggelos, boccadj, certaldo (con minuscola). 



Il significato storico e psicologico 

del u Buccolicum Carmen „ 

e la sua cronologia 



Sebbene sul Bueeolicum Carmen di Giovanni Boc- 
caccio non manchino studi e particolari osservazioni da 
parte di molti studiosi e critici eminenti, in grazia dei 
quali siamo già riusciti ad avere la spiegazione di 
molte allegorie contenute nella detta opera, e a co- 
noscere insomma tante cose utili rispetto all'Autore e 
al tempo suo, nondimeno, nel trascrivere l'opera stessa 
dell'autografo riccardiano, ho creduto bene fermarvi an- 
córa l'attenzione, nella speranza di poter rettificare qua 
e là quanto è stato dagli altri forse imperfettamente 
osservato, per cogliere anzi elementi affatto nuovi d'os- 
servazione e di critica da un duplice punto di vista, 
storico, cioè, e psicologico e pervenire insomma ad una 
esposizione organica e compiuta del detto Bueeolicum 
Carmen, rilevando sopratutto quel carattere di unità 
spirituale e formale scolpito in esso evidentemente, ep- 
pure non da tutti inteso. 



160 

Non m'indugerò a parlare del valore artistico e tanto 
meno delle fonti — piuttosto diffuse e comuni — del- 
l'opera boccaccesca, preferendo di tenermi quanto pili 
sia possibile daccosto a quella che, si può dire, è la sua 
prima ragione di essere, a quella corrente cioè di vita 
storica e psicologica che l'opera stessa pervade, e freme 
spesso e mugge con bella varietà ed efficacia, e donde 
emerge insomma la figura del Poeta con quel che di 
meglio possiamo aspettarci dalla scialba e artifiziosa 
bucolica medievale, con la sua individualità. Sotto il 
quale rispetto è una fonte invero preziosa la Bucolica 
dei Boccaccio, alla quale non mancheranno d'attingere 
gli studiosi anche per quella compiuta biografia del- 
l'Autore che ancóra si desidera : dacché questi, alla 
stessa guisa che Dante e il Petrarca ed altri trecen- 
tisti minori, sotto quei discreti veli allegorici si piac- 
que discretamente riporre una parte della politica dei 
suoi tempi e tanta parte ancóra di sé, come forse non 
avrebbe fatto altrimenti : ora, la parte spirituale, direi, 
dell'attesa biografia boccaccesca mi sembra già sparsa- 
mente abbozzata a grandi tratti e racchiusa nell'opera 
che vengo tosto ad esaminare partitamente. 

A giudicare dalla materia elaborata, l'opera stessa po- 
trebbe cadere in tante divisioni e suddivisioni : erotica, 
politica, religiosa, morale e simili ; ma lasciando pure da 
parte queste distinzioni oramai retoriche ed oziose, pro- 
cedo per l'ordine stesso che disegnò l'Autore, dalla prima 
cioè alla sedicesima egloga : tanto meglio poi se, come il 
Boccaccio nella prima giovinezza incontrò ed amò ta- 
lune donne napoletane, cosi ora noi sulla soglia del suo 
Buecolieum Carmen incontriamo una favola d'amore. 
Una favola invero molto vecchia e comune, la cui tela 
viene brevemente a dispiegarsi fra due pastori, Damone 
e Tindaro, entrambi infelici : quest'ultimo perché co- 



161 

stretto a lasciare in tumulto i luoghi più caramente di- 
letti, le allegoriche selve partenopee dove pare sia nato; 
e l'altro, perché irreparabilmente abbandonato e tradito 
da una bella ninfa ch'egli amava alla follia, cioè da 
Galla, dal cui nome s'intitola l'egloga. La descrizione 
di Galla, bella quant'altri mai fra le selve e l'emule 
ninfe e piena, sulle prime, di amorose sollecitudini 
verso il nostro pastore pur quanto mai innamorato, seb- 
bene ripeta vecchi motivi erotici, è ben viva tuttavia 
e graziosa, anzi ci ricorda, di sotto ai colori della nuova 
liDgua latina, l'amante e il poeta sensuale di Fiammetta: 

Nympha fuit silvis totis pulcherrima nostris. . . 
Hec facilem placidis quondam me cepit in annis, 
has inter fagos, pulchris comitata Napeis. 
Heu ! quibus hec oculis, roseo suffusa rubore, 
impulit in pectus flammas, quibus uror, et auxit 
blanda nimis ; nobis volucres nunc ferre sagictas 
nuno solita et catulos, nunc retia tendere cervis, 
dissuadere truces ursos ac dentibus apros 
ne sequerer sevos, lata et venabula furtim 
surripere, ut vacuo lenes apponeret arcus. 
Indignor memorans : quercus michi testis amorum est, 
amplexus centum cui iunximus, oscula centum. 

Felici tempi ! ora però la bella e volubile Galla s'è 
volta ad altri amori, la cui descrizione, e specialmente 
quella del tradimento, è senza dubbio più viva ed ap- 
passionata, anzi, per le circostanze in cui il tradimento 
si svolge, direi molto drammatica. Un altro pastore che 
supera tutti nel canto, che cantando riesce anzi a com- 
muovere e innamorare di sé tutta la natura d'intorno, 
un giorno ha saputo affascinare anche Galla col canto, 
dopo che ella, lasciva, aveva partecipato a un coro fe- 
stivo nell'antro di Egone. Panfilo dunque seppe attirare 
lentamente l'innamorata fanciulla fra le morbide, musi- 
cali ondulazioni del canto, fino ad abbracciarla e ba- 

Gollezione di opuscoli danteschi (N. 13M32-133 134-135). U 



162 

ciarla con ardente effusione, e giacere infine con lei fra 
le ombre discrete del bosco ; mentre Damone ahimé ! 
che un brutto presentimento aveva spinto in quei pressi, 
tutto scorge di nascosto trepidando e fremendo ! 

Antrum grande manet silvis sub colle virentis 
montis Ugi, quo forte greges contraxerat Egon, 1 
et pastos gracili solus refovebat avena. 
Huc ego dum Phitia pecori custode relieto, 
errans advenio — sic me malus ardor agebat — 
presensi timuique dolos. Nani mixta puellis 
G-alla choros antro festos lasciva trahebat ; 
nec secum Egoni quicquam cur luderet antro. 
Pamphylus interea dum cogeret inde capellas 
ad salices, tacitus meditans sub rupe sedebam 
invisus : petijt verum ille secreta salicti, 
et stipula doctus pariter fidibusque canoris, 
Carmen inauditum cepit. Tunc sistere silvas 
cantu, et stare capros, et ludere saltibus edos 
vidisses. Quid multa feram? Iam certus amorum 
in longum tenuit, donec lasciva per umbras 
venisset iuvenis. Timidos quis fallet amantes? 
Venit et illa quidem, catulis sociata duobus, 
iliis illudens manibus, succintaque ramis, 
vocibus ciens comites, ne forsan longius iret 
Pamphylus. At postquam coram lenique sub umbra 
ylicis argute consedit, et ylice teste, 
pastorem flagrans cepit spectare canentem. 



1 Ancor prima di venire all'interpretazione più intima 
di quest'egloga, ricordo che giustamente I'Hecker (Boccaccio- 
-Funde, Braunsschweig, 1912, p. 47, n. 1) confuta quelli che 
credettero ravvisare in questo Egone il cardinale Giovanni Vi- 
sconti, allorché venne ad assediare Firenze, pel solo fatto che 
sotto tale nome venga raffigurato lo stesso Cardinale nella 
nota lettera del nostro Autore al Petrarca, ospite dei Vi- 
sconti. Tale nome, oltre a ricorrere — come avverte l'Hcker 
— in altro passo, dell'egloga cioè IX — ma non a proposito 
di .Roberto di Napoli chiamato costantemente Argo, si, credo, 
del papa — ricorre pure esplicitanente a significare quest'ul- 
timo, come dirò meglio a suo tempo, nell'egl. XVI. 



163 

sibi quos oculos, actus quos, quosque reflexus 
auricomi capitis, quos risus, quosque rubenti 
obtulit amplexus facie ! Vix illa profecto 
abstinuit quin visa prius se conderet altis 

in silvis. Nec plura loquar. Mors eripe flammas ! 

La morte, malgrado gli ammonimenti e i conforti 
di Tindaro, è varie volte disperatamente invocatale 
non che, a un certo punto, l'antico amore convertitosi 
in odio contro l'infida fanciulla, va erompendo in violente 
imprecazioni : possa Damone vedere vecchia e deforme 
quella crudele fanciulla, veder canute quelle bionde 
chiome, squallenti e rugose le guance, vederla insomma, 
negletta e derisa: 

Te, Silvane pater, precor, hec. Fac cernere possim 
quos pectit croceos crines per tempora canos, 
et rugis roseas plenas pallescere malas, 
et tacitis nemorum iaceat neglecta sub umbris, 
ut ludam tremulos gressus oculosque gementes.i 
Hoc si forse neges, patiaris ut ultima saltem 
me rapiat mors atra, meo positura quietem 
fervori, corpusque tegant sub cespite sicco 
pastores miseri, signent et Carmine bustum. 

Con questo supremo desiderio, il pastore cade sve- 
nuto, mentre Tindaro chiama in soccorso dei fanciulli 
con acqua da spruzzargli sul viso, profferendo in ul- 
timo la sconsolata sentenza : 

Trux amor et iuvenum semper certissima pestis. 

che a me par bene l'espressione sintetica di tutta l'egloga. 
Affine a questa, per la materia pure erotica in 

1 È giusto però osservare che questi versi nell'autografo 
riccardiano — donde io traggo fedelmente via via tutte le 
citazioni — figurano su rasura, e saranno stati quindi so- 
vrapposti più tardi dall'Autore ad altri che avranno suonato 
piuttosto lamenti per il perduto amore, come quelli che pre- 
cedono, o desiderio di morire, come gli altri che seguono. 



164 

essa trattata, è la seconda, dove, come l'Autore stesso 
annunzia nel titolo, 1 due sarebbero gl'interlocutori, ma 
in realtà è uno solo, il pastore Palemone che, in riva 
all'Arno, sfoga anche troppo in rimpianti e lamenti il 
suo amore per una bella infedele a nome Pampinea, 
cui si sforza invano di piacere e d'invocare ancóra, in- 
* sieme con la morte, fino all'ultimo istante. I motivi di 
questa lamentevolissima figurazione sono vecchi e co- 
muni. 2 Qua! colpa mai commise Palemone per essere 
cosi agitato mentre tutta la campagna d'intorno è quieta 
ed ogni animale riposa ? L'amore lo perseguita, ahimé, 
per colli e piani sulle fallaci orme della donna fuggi- 
tiva ond'è innamorato, e del cui nome, mentr'egli la 
chiama disperatamente, fa risuonare invano le valli . 
e la figura di lei ritornante alfine s'illude il poveretto 
di scoprire ad ogni zefiro che gli alberi muova. Biz- 
zarrie dell'amore ! Eppure a tutti gli animali è con- 
cesso soddisfare liberamente questo bisogno ardentissimo, 
tranne che all'uomo : 

Nam cetera possunt 
indulgere suo, nimium si fervet, amori. 
Stant ducibus pecudes, tauro dilecta iuvenca, 
turtur in arboribus socium, sociumque columba 
turribus insequitur : pastori grata voluptas 
tollitur, atque fugit miseros quos pulchra puella 
traxerat in casses, savijs et murmure dulci. 



i Explicit Galla egloga prima. Incipit egloga II. Cui ti- 
tulus Pampinea. Locutores autem Palemon et Melampus. 

* Rammento da ora che essa ci ricorda un po' da vicino, 
almeno per alcuni rispetti, il Polifemo di Teocrito e il Co- 
ridone di Virgilio : se non che queste egloghe — special- 
mente la prima — hanno una certa punta d'ironia, e paiono 
insomma di molto estranee, per le vicende rappresentate, al- 
l'anima rispettiva dei loro autori ; mentre non altrettanto 
potrebbesi pensare del nostro, come dirò meglio in séguito. 
Noto pure che Pampinea intesa alla caccia (v. 16-21), come 
pure Galla nei v. 39-40 dell'agi, precedente, ci rammenta la 
cacciatrice Fiammetta del cap. V p. 93 (ed. Montier). 



165 

Qui il consueto realismo dell'Autore dolcemente tra- 
pela e diviene più malizioso e direi anche pili grazioso 
allorché, con quadretti rusticamente lascivi, ci lascia in- 
travedere l'effetto dei dubbi che tormentano la fanta- 
sia dell' innamorato pastore: 

Hinc amor infestat, dubium, timor arguit illinc, 

ne vel dura silex ictu vel belua morsu 

leserit incautam, vel fessam seva viarum 

asperitas grandisque labor fortasse moretur ; 

vel, quod fata vetent, non quis temerarius illam 

traxerit invitam, rapiatque per oscula mentem. 

Novimus; insidias posuit persepe Cupido 

silvarum in latebris, et longa silentia ruris 

non sine labe manent. Quis nigras ire per umbras 

succinctam, et genibus nudam, ventoque solutis 

crinibus iaspiciet nympham, qui non rapiatur in ignes 

extemplo Veneris? rapiatque quod optat in usum? 

Dant aditus vires animis et opaca viarum. 

Cosi difatti avviene: Palemone ha un bel vantare 
le bellezze della donna e le proprie virtii superiori a 
quelle degli altri aspiranti : * ha un bel profferire la 
sua servitù umilmente tenera e devota, e fiori e viole 
e narcisi: « libi quotflores, violas quot, quotque ru- 



1 Fra altro, dice di sé Palemone : Nasilus in silvis docuit 
me riempe remotis, alla quale ultima parola — remotis — che 
nel cod. riccardiano apparisce in rasura, risponde in un Cod. 
laur. pelignis, donde I'Hecker (op. cit., p. 66 nota) crederebbe 
s'alluda con Nasilo a Barbato da Sulmona, poeta ed amico 
del Certaldese : per me, crederei piuttosto s'alluda a quel- 
l'antico Sulmonese e poeta grande d'amore che fu per tempo, 
si sa, maestro ideale del Boccaccio, cioè ad Ovidio ; senza 
dire che fra l'agnome di costui, Naso, e Nasilus c'è un'as- 
sonanza di radice sufficiente, credo, a spiegarci quella ratio 
nominum che pur tiene l'autore nell'appellare i suoi perso- 
naggi. In quanto agli studi del Boccaccio su Ovidio cfr. 
Hortis, Studi sulle opere latine del B. p. 399 e segg. 



166 

bentes \ Narcissos ferrem f » Glauco, pili fortunato, ha 
saputo cogliere ben altri fiori dalle rosee braccia della 
bella e non per lui fuggitiva Pampinea! 

Pampineam Glaucus nuper deduxit in antrum : 
Tu montes et fusca petis nunc lastra, Palemon. 

gli dice un altro pastore, Ofelte. Pili che i monti e le 
oscure selve, Palemone però chiede la morte, l'eterna 
liberatrice degli amorosi affanni, non dissimile in ciò 
dal precedente pastore tradito da Galla; se non che 
l'atteggiamento psicologico non è ugualmente lo stesso : 
Damone a un certo punto impreca contro la donna 
amata, desidera, come abbiamo visto, prima di morire, 
vederla brutta e canuta; e Palemone invece si rasse- 
gna senz'altro all'idea del tradimento e della morte 
invocata, anzi cerca e sospira fin all'ultimo la donna 
sfuggente al suo costante richiamo, invocando da lei 
l'ultimo omaggio tributato a chi muore, invocandolo 
in nome delle loro antiche, amorose memorie: 

Tu flores titulumque necis concedi dolenti, 
si quondam placui, si te ferventer amavi. 

invocando inoltre di trascorrere con lei quanto gli 
avanza ancora di vita, di restare negli stessi luoghi 
abitati dall' inafferrabile ninfa. 

Ast michi quod restat lucis te consequar, atque 
dum montes silvasque coles et roscida rura, 
ipse colam montes, silvas et roscida rura. 

Tali sono le linee generali e, per cosi dire, mate- 
riali delle due prime egloghe: le quali, oltre che per 
l'atteggiamento psicologico dianzi accennato, differi- 
scono pure per quella certa drammaticità che non manca 
nello svolgimento della prima, mentre manca del tutto 
nella seconda, dove il fatto di Pampinea e di Glauco, 



167 

che poteva offrire elementi di vivace rappresentazione, 
è appena accennato da un terzo pastore, Ofelte, e per 
riferimento dello stesso Palemone; dove, inoltre, Me- 
lampo è un personaggio perfettamente muto; dove in- 
fine rinveniamo una espressione piuttosto lirica, e — 
chi sa ? — anche realistica e personale, una confessione 
cioè dell'Autore. 

Quale sarà ora il significato intimo, l'allegoria, che 
in generale troviamo risposta in queste egloghe? In 
esse ricorrono invero — specialmente nella prima — 
nomi e situazioni che farebbero pensare appunto ad 
un'allegoria — carattere, si sa, dominante della bu- 
colica medievale e del Buceolicum boccaccesco — e 
l'Hortis * infatti, seguito recentemente, con altre dedu- 
zioni, dal Torraca 2 sospettò un momento che l'Autore 



1 Cfr. opera citata p. 2. 

* Cfr. il suo recente libro, Per la biografia di G. Boccac- 
cio, Soc. Ed. D. Alighieri, 1912, p. 70 segg. Ammesso che Galla 
risponda ad Abratonia, e rilevato fra l'egl. I e due sonetti 
che dovrò citare, un certo riscontro di concetti e di parole, 
vorrebbe dedurre che le rime del Canzoniere relative al tra- 
dimento famoso di Napoli si riferiscano ad Abrotonia e non 
a Fiammetta, purgando quindi quest' ultima da quella famosa 
taccia che aduggia da secoli la sua fama. Ma, se è bella l'in- 
tenzione, non mi pare ugualmente fondata l' ipotesi : cfr. 
la mia recensione al suo libro nella Rassegna bibliogr. della 
Lett. ital. [1913], fase. 3. Altri, si sa, è arrivato persino a negare 
qualsiasi personalità storica alla donna del Canzoniere ge- 
neralmente identificata in Maria d'Aquino (cfr. H. Cochin, 
Boccace, Etudes italiennes, Paris 1890) : cosi mi pare si venga 
via via a fraintendere o a demolire il lato più vitale e dra- 
matico della lirica boccacesca, improntata quasi sempre — 
e qualche volta anche troppo — di schietto realismo. E poi, 
il contrasto fra la leggerezza e l'infedeltà della donna e 
l'amore costante, l'esaltazione onde il poeta arriva a idea- 
lizzare e beatificare Fiammetta, è un dato poetico non tra- 
scurabile, anzi dramaticissimo — comunque possa rimanerne 



168 

raffigurasse in Galla Abrotonia, la nota donna del- 
l' J.m,e£0; al che poi lo Zumbini, opportunamente ri- 
levando le molte reminiscenze virgiliane contenute 
nell'egloghe, s'opponeva negando a queste alcun sub- 
strato storico e conchiudendo che esse riassumessero 
piuttosto la prima vita del Boccaccio, piena, com'è 
noto, di avventure e contrasti amorosi. 1 

Ora, se certi particolari delle due egloghe, special- 
mente Montughi nella prima e l'Arno nella seconda, ci 
trasportano lontano da Napoli dove al giovane poeta 
fiorirono i ppimì amori di Abrotonia e Pampinea — 
onde cade l' ipotesi dell'Hortis — non possiamo d'altra 
parte negare recisamente all'egloghe stesse un substrato 
storico, dacché, pur sotto le vecchie formole e le frasi 
stereotipate della poesia bucolica, sotto tutte le remi- 
niscenze virgiliane che si vogliano, poteva henissimo 
il poeta celare un fatto reale, uno o due romanzetti 
d'amose filati dolcemente fra i colli toscani — al suo 
ritorno, poniamo, da Napoli — e funestati presto, 
come a Napoli, dall'abbandono o dal tradimento della 
donna amata; e su tale proposito chi sa che le ricer- 
che degli studiosi o il caso stesso non ci offrano coi 
tempo sufficienti dati per spiegare le non improbabili 
allegorie. Fino a che però non sarà questo possibile, 
sarà meglio, credo, attenersi all' ipotesi dello Zumbini, 



offeso il buon senso o la morale — quale trionfa invero nel- 
l'arte, da Catullo al De Musset. 

1 Cfr. B. Zumbini, Le Egloghe del Boccaccio, in Oiorn. Stor. 
della Lett. Ital., voi. VII, fase. I-II [1886], p. 99 e segg. Alla 
sua ipotesi già s'era opposto il Crescini in Contributo agli 
studi sul Boccaccio, Torino, 1887, p. 249. Rileva questi op- 
portunamente ohe il modo onde Galla è attratta da Panfilo 
nella 1» egloga ricorda quell'altro onde Eucomos — il pa- 
dre cioè del Boccaccio — attrasse Griannai — cioè Giovanna, 
la madre — nel noto episodio dell' Ameto\ cfr. p. 9, nota. 



169 

che le due egloghe, cioè riassumano la prima vita erotica 
dell'Autore, al che, osservo io, ben ci conducono di- 
versi indizii. S'è vero cioè che Fiammetta occupò la 
prima giovinezza — anzi per certi rispetti, l'intera 
vita e l'anima del Certaldese — non sarà tutto caso 
che nelle due egloghe ricorrano due motivi fondamentali, 
direi, nello spirito e in quelle rime del Boccaccio che, 
per consenso della maggior parte dei critici, prendono 
in maggioranza le mosse dall'amore per Maria d'Aquino; 
il motivo, dico, dell'amore ardente e impetuoso che, al- 
l'annunzio, anzi alla vista del tradimento, provoca, per 
reazione, una sfuriata di amare invettive, come abbiamo 
visto in Damone; 1 e l'altro motivo, ancóra più singo- 
lare, dell'amore che sorvive al tradimento senza con- 
vertirsi in odio, senza punto inveire contro la donna 
infedele, anzi dolcemente ricordandola e sospirandola 
fino all'ultimo istante, non senza l'augurio ch'ella con- 
tinui sempre a godere, e non lasci appassire vanamente 
col tempo il fiore della sua gioventù, 2 come abbiamo vi- 

i Come nell'egloga di Galla, cosi altrove il Boccaccio 
accenna a un tradimento consumato sotto gli occhi stessi 
dell'amante ; nel famoso sonetto « Perir possa il tuo nome 
Baia e il loco, contro Maria, il poeta quasi singhiozzando 
conchiude» Or foss'io stato cieco non è guari!; e un perso- 
naggio deìVAmeto in cui è riconoscibile il nostro Autore 
(cfr. Crescini, op. cit., p. 72) chiaramente dice «Quando mi 
credeva avere più la sua benivolenza, e avere acquistato 
con diverse maniere il suo amore, io colli miei occhi vidi 
questa me per un altro avere abbandonato» (cfr. tomo I, 
p. 301-2 dell'edizione Moutier). 

* Sed tu que dulcia falce | Dum tibi solus eram, si- 
gnabas cortice fagi | Furta, meos deflens dum cogerer ire 
recessus, | Amplexuque morans, summum ium munus aman- 
tis | Tolle volens. Facito, iuvenis, ne tempora perdas. En re- 
deunt flores, redeunt et gramina pratis, | Tempora non re- 
denut que dudum stulta Liquoris | Invacuum flevit moriens, 
ac obsita canis. 



170 

sto in Palemone. Non sarà tutto caso, ripeto, che nella 
l a egloga ricorrano quasi tal quali concetti e parole di 
sdegno contro Galla come nei son. XXX VII composto, 
come credesi, contro Maria d'Aquino — e più diffusa- 
mente nel sonetto LXXXII ; l e che nella 2 a egloga il pa- 



i Li cito ora dal Torraca (op. cit., 72) prima del quale, in 
verità, avevo avuto occasione di notare anch' io l'anzidetto 
riscontro fra i versi sopra citati dell' egl. I: Te, Silvane prater, 
ecc., e i pur citati sonetti, mentre appunto li leggevo egregia- 
mente illustrati nella conferenza del Quinet sul Boccaccio, 
nella nota raccolta di conferenze sulla Vita Italiana nel Tre- 
cento. Ecco, comunque, quei versi come li riporta il Tor- 
raca : nel Son. XXXVII : Oh s' io potessi creder di vedere | 
canuta e crespa e pallida colei, | che con isdegno nuovo n'è 
cagione ! \ Ch'ancor la vita mia di ritenere, | che fugge a più 
poter, m' ingegnerei | per rider la cambiata condizione. E 
nell'LXXXII : S'egli avvien mai che tanto gli anni miei | 
lunghi si faccin, che le chiome d'oro | vegga d'argento, onde 
io m' innamoro, | e crespo farsi il viso di costei, | e crespi 
gli occhi bei, che tanto rei | son per me lasso, ed il caro te- 
soro | del sen ritrarsi, e il suo canto sonoro | divenir roco si 
com' io vorrei ; | ogni mio spirto, ogni dolore e pianto | si 
farà riso, e pur sarò si pronto, | eh' io dirò: Donna, Amor 
non t'ha più cara: | più non adesca il tuo soave canto; | 
pallida e vizza, non se' più in conto; | ma pianger puoi 
l'essere stata avara. 

Sono peraltro — com' ebbi già occasione di dire nel cit. 
art. della Rassegna — riscontri vaghi, come più vaghi e nu- 
merosi riscontri si potrebbero fare, se volessimo, rispetto 
all'invocazione della morte. Per questa però, come special- 
mente per l'augurio di bene pur fatto alla donna infedele, 
alla stessa guisa che vedemmo far Palemone nei versi sopra 
citati, mi sembra non indegno d'attenzione il riscontro con 
i seguenti versi della ballata di Filostrato con cui si chiude 
la IV giornata del Decamerone, e in cui — come è noto — il 
poeta molto si lamenta d'essere stato tradito : Null'altra via, 
niun altro conforto | Mi resta più che morte, alla mia do- 
glia | Dallami dunque mai: } Pon fine, Amor, con essa alli 
miei guai, | E '1 cor di vita sì misera spoglia. | Deh fallo, 



171 

store Palemone, sulle rive d'Arno, si lamenti della propria 
sorte invocando ancora Pampinea a quello stesso modo, 
direi, die indubbiamente il Boccaccio dove lamentarsi 
della sua al ritorno da Napoli, pur ricordando, pur in- 
vocando la infedele Fiammetta dopo il primo inevita- 
bile scoppio d' indignazione avvenuto probabilmente sui 
luogo stesso del tradimento: e la ricordò e l'invocò 
anzi per tutta la vita, quella bionda Fiammetta, vo- 
lendo persino — come narra una pietosa tradizione — 
che l'effigie della figliuola del re pendesse, ultima conso- 
latrice, anche sulla sua tomba ; per quella stessa virtù 
d'amore, direi, onde Palemone, invocava in ultimo da 
Pampinea «flores titulumque necis . . . Si quondam pla- 
cuiy si te ferventer amavi ». 

Non voglio dire perciò che la storia stessa di Fiam- 
metta sia allegorizzata sotto i nomi di Galla e Pampi- 
nea, a meno a che il poeta non avesse voluto, per una 
sua qualsiasi comodità o bizzarria, trasportare la rap- 
presentazione, specialmente dell'episodio di Galla, da 
Napoli a Firenze: voglio soltanto dire che una certa 
analogia di casi, in genere, e di sentimenti in ispecie 
fra la storia napoletana e il contenuto dell'egloghe ci 
sia; sentimenti che ci rappresentano in modo chiaro e 
progressivo due momenti psicologici veri e importanti 
nella vita del nostro autore rispetto all'infedele Fiam- 
metta: odio, cioè, e sdegno sulle prime, e quindi amore, 
idealità, adorazione insomma costante fino alla tarda 
vecchiaia. 

Nessuna meraviglia dunque che il poeta, intendendo 
riporre tanta parte di sé in quest'operetta bucolica — 
quasi fosse il suo secretum, come spiegherò meglio in 



poi che a torto | M'è gioja tolta e diporto. | Fa costei lieta, 
morend'io, signore | Come l'hai fatta di nuovo amadore. 



172 

seguito — cominci intanto col rivelare sommariamente 
le amorose vicende e gli affetti più cospicui della sua gio- 
vinezza, anzi dell'intera sua vita; con una conclusione 
però abbastanza malinconica, che ci richiama ai noti 
concetti del cantore di Laura e di altri poeti d'amore 
contemporanei, che l'amore cioè sia cosa mortale ingan- 
nevole e piena d' inevitabile danno : « Trux amor et iuve- 
num semper eertissima pestis » esclamava, come s'è visto, 
Tindaro nella prima egloga : il quale pastore evidente- 
mente sta a rappresentare lo stesso Boccaccio che tenta 
opporre nell'animo suo alla furia della passione pre- 
dominante, la forza della ragione non ancora distrutta, 
l'ammonimento anzi e il conforto della rassegnazione e 
della calma; donde invero la rappresentazione del- 
l'egloga in cui il Poeta viene, dirò cosi, a sdoppiarsi, 
risulta più interessante e drammatica; e se Damone 
rimane vinto dalla passione, vince però nell'intendi- 
mento del Poeta — come nell'animo dell'accorto let- 
tore — la virtii ammonitrice e confortatrice di Tin- 
daro, vince cioè sul Boccaccio giovane e passionale il 
Boccaccio più serio e maturo. 

A proposito poi delle dette egloghe l'Autore stesso 
scriveva nella nota lettera al frate Martino da Signa : 
De primis duabus eelogis, seu earum titulis, vel col- 
locutoribus, nolo eures ; nullius enim momenti sunt, et 
fere iuveniles laseivias meas in cortiee pandunt. 1 

quasi che egli le ritenesse di nessunissimo conto. E 
se, tuttavia, egli le introduceva nel suo Bueeolicum Car- 
men — si che il buon frate le dovesse leggere ora con 
indulgente sorriso — crederei che ciò facesse perché, 
oltre a voler rivelare interamente se stesso nel detto 



i F. Corazzini, Le lettere edite e inedite di O. Boccaccio, 
mze, 1877, p. 268. 



173 

Buceolieum, col non trascurare cioè la parte erotica cosi 
notevole nella sua vita, avrebbe principalmente inteso, 
con quel pessimismo erotico largamente profuso — come 
abbiamo osservato — ammonire e salvare i giovani 
dalla € certissima pestis » dell'amore : mentre col so- 
spiro alle sane attività dello spirito, alla dolce quiete 
posta in antitesi coll'amoroso conflitto rappresentato 
nell'egloghe, avrebbe inteso proludere a quella idealiz- 
zazione di vita libera e virtuosa, che, come vedremo, 
è l'espressione suprema del suo Buceolieum Carmen. 



* 



Da queste due prime egloghe, che in grazia del- 
l'amore conservano almeno un po' di freschezza e di 
grazia schiettamente bucolica, passiamo ad altre molto 
più artifiziose veramente e complesse per le molteplici 
allegorie che contengono; passiamo prima, s'intende, 
alla III, della quale però non sarà possibile intendere 
il pieno significato senza discorrere pure della IV, e un 
poco, della V e della VI affini fra loro. 1 La terza egloga 
s' intitola Faunus pel fatto che il signore di Forlì, 
Francesco degli Ordelaffi, in essa rappresentato, era 
molto amante della caccia, 2 ma la sua figura non è, 
come vedremo, la più importante dell'egloga, e serve 



i Devo pure, anzitutto, avvertire che per compimento 
di questo lavoro, modestamente illustrativo di tutto quanto il 
Buccolicum Carmen, non posso fare a meno di riprendere qui 
— non senza però maggiore svolgimento e chiarezza — al- 
cuni argomenti già accennati nella citata recensione della 
Rassegna bibliogr., e in un mio articolo comparso negli Studi 
su O. Boccaccio, pel VI centenario della sua nascita, cioè La 
Lupa e Polifemo nel e Bucolicon Carmen » di O. Boccaccio, p. 175 
e sgg. 

2 Cfr. la nota lettera al Signa, in Corazzint, op. cit. 



174 

solo, direi, di pretesto o insomma di mossa per la rap- 
presentazione allegorica di personaggi e di fatti ben 
lontani dalle campagne romagnole, dove intanto tre 
pastori, Palemone, Panfilo e Meri sono introdotti a par- 
lare. 11 primo comincia col rimproverare il secondo 
che in molle ozio se ne stia nel suo antro, mentre tutta 
la campagna d' intorno è piena d'agitazione e delle 
grida clamorose di Testili ; il che viene meglio a spie- 
gare Meri, tessendo in breve una dolorosa storia ch'è 
il nucleo vero e interessante dell'egloga. Meri dunque 
— cioè Cecco dei Rossi da Forlì, come spiegherò in 
seguito — comincia col celebrare la bellezza del regno 
e la maestà del re Argo, morto da poco tempo, cioè di 
Roberto d'Angiò, alla cui mirabile fortuna successero, 
ahimè, nel regno orribili calamità; dacché il giovane 
pastore Alessi — cioè Andrea d'Ungheria — successo 
ad Argo, penetrando incautamente al buio nell'antro 
d' una gravida lupa, s'abbattè in essa e ne restò stran- 
golato, come correva voce ; ovvero, come credevano i 
più, andando egli a caccia di leoni e di terribili fiere — 
quali produce la terra in buon numero — incontrò la 
morte come il mitico Adone : 

Ast moriens (Argus) silvas iuveni commisit Alexo, 
qui cautus modicum, dum ar menta per arva trahebat, 
in gravidam tum forte lupam rabieque tremendam 
incidit impavidus nullo cum lumine lustrum 
ingrediens, cuius surgens sevissima guctur 
dentibus invasit, potuit neque ab inde revelli, 
donec et occulto spirasset tramite vita. 
Hoc fertur. Plerique volunt quod silva leones 
nutriao hec dirasque feras, quibus ipse severus 
occurrens venans, mortem suscepit Adonis. 

Senza narrare le voci e i tumulti che allora seguirono, 
il fatto principalissimo è, come dice Meri, che Titiro — 
cioè Ludovico d'Ungheria, fratello dell'ucciso re — 



175 

scende ora furiosamente dalle selve danubiane per con- 
sumarne sul luogo terribile vendetta ; e fra i suoi molti 
seguaci c'è appunto Fauno, cioè l'Ordelaffi, contro cui 
si rivolgono invano le grida allarmanti di Testili — 
cioè, come non sarebbe improbabile — della stessa 
città di Forlì. 1 A tal racconto, Palemone s'accende su- 
bito e s'accinge a seguire anche lui l'Ordelaffi, mentre 
Panfilo, che, come dirò meglio in seguito, aveva fatto 
molta eco ai lamenti di Testili contro Fauno, continua 
a rimanere ozioso e diffidente nell'antro. Queste sono, 
all' ingrosso, le linee principali dell'egloga, per la quale 
non starò a ricordare i fatti notissimi adombrati dal- 
le allegorie: come cioè la notte del 18 settembre 1345, 
in una stanza del convento di San Pietro a Maiella di 
Aversa — divenuto albergo reale — Andrea d'Unghe- 
ria, figlio di Caroberto e pronipote di Roberto d'Angiò, 
chiamato con un pretesto dalla camera nuziale, ove 
giaceva con la regina, si trovasse a un tratto avvin- 
ghiato nelle braccia d' ignoti assassini, e finisse misera- 
mente strangolato e spenzolato da una finestra del fosco 



i Per I'Hortis (op. cit., p. 7) Testili rappresenterebbe la 
Chiesa, o insomma la Curia d'Avignone che veramente osteg- 
giò la discesa di Lodovico. Lo Zumbini e l'Hauvette ne du- 
bitarono sospettando piuttosto in Testili, il primo una pa- 
rente dell'Ordelam, il secondo la città di Forlì — alla stessa 
guisa che Calcidia nella egl. V sta a significare Napoli in- 
vasa dagli Ungheresi — per la quale ultima ipotesi stette 
decisamente il Carrara ( Cecco da Mileto e il Boccaccio, in Giorn. 
Stor., XLIII, p. 15 e sgg.) confermato recentemente dal Tor- 
raca (op. cit., p. 156 e sgg.) il quale rileva anzi un passo 
del Chron. Estense che « ci fa intendere che Testili rappre- 
senta Forli, presaga di ciò che veramente le accadde, du- 
rante l'assenza di Cecco » cioè l'aggressione del conte di 
Romagna Astorgio di Durfort. Resterebbe però da spiegare 
la cosidetta « ratio nominis » osservata costantemente dal Boc- 
caccio nell'appellazione dei suoi personaggi. 



176 

convento : * come poi nel gennaio del 1348 discendesse 
a Napoli il fratello Ludovico, con larga copia di armati 
e con molto séguito di cavalieri e signori d'ogni parte 
quasi d' Italia, per vendicare degnamente quello scempio 
di Aversa. 2 Mi fermerò piuttosto, dacché affatto concorde 
è T interpetrazione degli allegorici leoni — cioè i capi 
della nobiltà napoletana avversi alla gente ungherese e 
al re Andrea — mi fermerò, dico, sull'allegoria della lupa, 
oggetto di cattive imputazioni al Boccaccio, e di qualche 
dissenso critico recente. 1 critici già non esitarono, in 
maggior parte, a riconoscere sùbito nella gravida lupa la 
nipote maggiore di Roberto d'Angiò, quella famosa Gio- 
vanna incinta di Andrea al tempo dell'assassinio di co- 
stui, e accusata, si sa, di viricidio : se non che il Torraca, 
allo scopo di eliminare la contraddizione che ne verrebbe 
fra quest'accusa e la pietà e le lodi che il Boccaccio ma- 
nifesta altrove per la regina — contraddizione imputata 
più volte al Boccaccio, e della quale dovremo oltre di- 
scorrere — pensò che la detta lupa fosse piuttosto 
« una personificazione del vizio della parte della fa- 
miglia angioina e della nobiltà napoletana avversa ad 
Andrea, a guisa della lupa dantesca » ovvero « se pro- 
prio, sub eortice, si volesse scoprire una persona» si 



1 Sui particolari del regicidio cfr. D.de Gravina, Chroni- 
con Estense in Mur., ER. II. SS., XV, 422. Chron Mutin, ivi 612. 
Bartol. Ferrar., ibidem. XXIV, 781: non c'è quasi in quei 
tempi storia o cronaca importante che non accenni al fa- 
tale delitto. Cfr. pure, fra gli studi moderni, Una ballata in 
morte di Andrea di Ungheria di A. Mkdin, in Propugnatore, 
N. S. t. 1 [1888] p. 84. 

* A numerose e antiche fonti storiche potremmo risalire 
ad attingere molti particolari su questa discesa, per la quale 
si può anche, fra gli scritti moderni italiani, far capo al li- 
bro del Cipolla, Storia delle Signorie Italiane (Collez. Vallardi) 
p. 102 e sgg., e all'altro più recente dell'Oasi. Signorie e Prin- 
cipati, (nella nuova Collezione del Vallardi) p. 73 e »gg. 



177 

meravigliava che « nessuno abbia pensato alla maligna, 
e puhherrima insieme, e iniquìssima Sancia contessa 
di Morcone, quae pregnans erat — e, a sentir lei, non 
per fatto del proprio marito — ... che fu l'anima della 
congiura contro Andrea ecc. ». x 

Ora, con tutto l'ossequio all'acume storico e critico 
dell' insigne maestro, la prima ipotesi a me pare affatto 
oziosa, perché i particolari della descrizione rispondono 
bene alle gesta d' una persona reale e determinata quale 
poteva essere invero la regina, macchinatrice, secondo 
alcuni, di quel nefando assassinio; descrizione contrap- 
posta subito all'altra dei leoni e delle dure fiere in cui 
tosto riconosciamo chiaramente adombrati quei nobili, 
quei cortigiani ambiziosi e corrotti che il Torraca ver- 
rebbe altrimenti a confondere nella prima allegoria, men- 
tre stanno bene a sé, quali da un'altra voce pubblica, anzi 
dalla voce dei più, venivano accusati. 2 In quanto poi a 
Sancia, contessa di Morcone, s' è vero ch'ella era gra- 
vida al tempo dell'assassinio del re, s'è vero sopratutto 
ch'ella insieme con la famosa Filippa la Catanese, e lo 



i Op. cit., p. 168-9. Dichiara in nota di desumere le no- 
tizie dalla cronaca di D. di Gravina e dal Chron. Mutinense 
612, 614 : e l'aneddoto del laccio di seta, con cui sarebbe stato 
strangolato Andrea, dal detto Chronicon. 

* Vero è che la lupa é qui rappresentata in atto di stran- 
golare Alessi, mentre Giovanna sarebbe rimasta material- 
mente estranea al delitto; ma è evidente che qui il poeta 
veniva portato dalla stessa allegoria bucolica a idealizzare 
in quel modo la scena. E forse anche a questa idealizza- 
zione devesi il fatto che un particolare realistico della prima 
redazione dell'egloga : et phebes radios tunc nube tegebat (cfr. 
più oltre, p. 191) sia stato dopo soppresso. Nell'altra allego- 
ria, l' immagine della caccia conservata nella 1* e 2 a reda- 
zione (la, occurrit venans, 2 a occurens venans) sarà stata sug- 
gerita dal fatto che col pretesto d'una partita di caccia ve- 
niva Andrea menato ad Aversa. 

Collezione di optueoU danteschi (N, 13M32-133-134-135). 12 



178 

zio Roberto de Cabannìs, ebbe tanta parte negli oscuri 
maneggi della Corte, è anche vero però che il Boccaccio 
stesso la riteneva già abbastanza suppliziata, insieme 
co' parenti, ancor prima della discesa di Ludovico; 1 e 
allora il Boccaccio stesso non avrebbe potuto dire nel- 
l'egloga che Titiro — cioè Ludovico — scendendo in 
Itnlia, luparn eoptare petit sevosque leones : al pili San- 
cia, se pure a lei pensò il Boccaccio, giacerebbe ano- 
nima sotto l'allegoria delle « durasque feras » pur com- 
prese nell'egloga, le donne credo, avare e malvage on- 
d'era inquinata la corte napoletana. Che la lupa inoltre 
presa di mira da Ludovico, prima ancora che i famosi 
leoni, fosse proprio Giovanna, ci viene attestato da pa- 
recchie fonti, secondo le quali Giovanna era insisten- 
temente accusata da molti di viricidio *. 2 nessuna mera- 
viglia dunque che il Boccaccio abbia proprio lei adom- 
brata nella sozza imagine di lupa, espressione rude e 
sintetica delle qualità che alla regina venivano attribuite, 
e dell'efferato delitto ch'ella stessa avrebbe consumato, 
sia pure per mano altrui. 



1 Cfr. l'ultimo cap. del De Casibus vir. ili. dello stesso 
Boccaccio, in cui della sorte appunto di quei tre discorre in- 
sieme e senza particolare distinzione per Sancia, come proba- 
bilmente non avrebbe mancato di fare se quest'ultima l'avesse 
già tanto colpito da venire raffigurata nella presunta lupa. 

2 Tralasciando il passo del Chronicon Estense già riportato 
da me nel cit. art. degli Studii su O. Boccaccio, ricordo che 
lo stesso Tristano Caracciolo, l'apologista cioè di Giovanna, 
dice esplicitamente a proposito della fine di Andrea: trien- 
nio tamen post a lohanna Regina uxore suspendio necatus est; 
e a proposito degli ambasciatori mandati dalla, detta Gio- 
vanna a placare Ludovico : quos (cioè i legati) minime admi- 
8Ìt sed abire iussit, seque mox effecturum ut ab ea non facti ra- 
tionem sed debitas poenas exigeret (in Mur., RR. II. SS., volu- 
me XXII : Genealogia Caroli Primi Regis Neapolis e Iohannae 
I Reg. Neapolis Vita). 



179 

Se non che devesi fin da ora osservare che non per 
questo il Boccaccio intese esprimere un giudizio sogget- 
tivo sul conto della regina; non è egli invero che parla 
nell'egloga, ma, ricordiamoci, è Meri, cioè Cecco de' 
Rossi, il quale, chiamato a fare il noto racconto sulla 
tragedia di A versa, si limita a riferire le voci d'accusa 
come in quel tempo e in quel luogo correvano : hoc fer- 
tur... plerique volunt ; dunque è egli invero la voce 
impersonale della storia la quale imponeva non fosse 
messa da parte, negli indizi d'accusa, la sospetta regina. 
E dopo tanti secoli che cerchiamo invano di conoscere i 
veri assassini, la storia, come il Boccaccio, lascia, si 
può dire, ai posteri l'ardua sentenza ! Fece bene dun- 
que l'autore a concepire e lasciare nell'egloga per amore 
alla storia, quella brutta allegoria: ma non perciò, 
credo, compromise se stesso nell' ulteriore giudizio sulla 

famosa regina. 

* 
* * 

Passiamo ora alla IV egloga « Dorus » donde però 
non poche illazioni dovremo fare alla III. La scena è 
posta in una campagna toscana dove Doro, cioè Luigi 
di Taranto, il secondo marito di Giovanna — dal quale 
s' intitola l'egloga — e Pizia, cioè il Siniscalco del regno, 
il famoso fiorentino Nicola Acciaiuoli, si erano ansio- 
samente riiugiati scampando alla truce ira di Polifemo 
— cioè del re Ludovico — imperversante a Napoli. 1 Il 
terzo personaggio, Montano, ha un compito molto se- 
condario ; al più, come l'antico coro nella tragedia greca, 



1 Mi par già un demerito pel giovane re l'addebita- 
zione di tutta quella paura : Da veniam, Montane, precor, fu- 
giamque iubeto ; j Quod petis hoc prohibet casus nam cuncta pa- 
vesa). Vedano già da ora i critici che l'autore intese tut- 
t'altro che adulare, in quest'egloga, la casa angioina. 



180 

starebbe a significare la pietà e l'orrore destato da quei 
tristi eventi, e in parte prenderebbe insomma l'atteg- 
giamento commosso dell'autore. Doro dunque — per 
tornare al nucleo principale della egloga — ansioso e 
pauroso ancóra, racconta a Montano la triste serie di 
quegli eventi, cominciando, come già Meri nell'egloga 
precedente, a celebrare il bel regno e le grandi virtù di 
Argo — cioè di Roberto — alla cui morte però seguì 
quella violenta del miserando Alessi, cioè di Andrea, 
troppo duro e molesto al gregge — al popolo cioè na- 
poletano — eppure — come vien detto ora virgiliana- 
mente — «crudeli funere pulsus». 

Post hunc (cioè Argo) miserandus Alexis, 

Qui gregibus nimium durus silvisque molestus 
Imperitans abijt, crudeli funere pulsus. 

Celebrate quindi le nozze fra il detto Doro e la bella 
Licori, cioè Giovanna, per mezzo di Pizia, mentre le 
Erinni li tenevano, ahimé, stolti, in discordia, ecco Poli- 
remo — da giusto disdegno acceso però a causa dell'ucciso 
fratello — eccolo discendere furiosamente dalle selve del 
Danubio e piombare sulla bella Napoli per sconvolgerla 
e insanguinare ogni cosa, come ancóra seguita a fare, non 
pago di avere ucciso V innocente Pafo, cioè Carlo di Du- 
razzo, e di aver fatto scappare inorridita la moglie Maria, 
onerata gemella prole. . . per umbrosam noetem. . . A quel 
furore polifemico nonché resistere alcuni prodi e po- 
tenti pastori — cioè i nobili della corte angioina ri- 
cordati con enfasi da Montano — alcuni osano asso- 
ciarsi ai mostro, altri si abbandonano alla fuga, onde, 
lasciati soli, fuggirono pure Luigi e l'Acciaiuoli, affidan- 
dosi ad una navicella che li trasportò faticosamente 
alle spiagge di Telamone. 

Il mesto Montano conchiude quindi confortando il 
re che inevitabili sono i decreti del cielo, e profetan- 



181 

dogli tuttavia che non lontano sarà il suo ritorno 
nel regno, 1 onde l'esorta a fare intanto dei sacrifici e a 
riposare nel suo antro, dacché <c Et nox cerulea ìam 
terras denigrai umbra ». 

I fatti adombrati nelle allegorie sono abbastanza 
noti perchè mi ci debba sopra indugiare, e chiare in- 
vero resultarono subito le spiegazioni date a suo tempo 
dai critici sull'anzidette allegorie : non cosi chiaro in- 
vece riusci il vero intendimento che avrebbe avuto il 
poeta nel comporre quest'egloga, dacché egli fu varia- 
mente accusato di contraddizione e, persino, d'immo- 
ralità. Se — osservarono su per giù i suoi accusatori — 
se nell'egloga precedente il re Ludovico, sotto il nome 
di Titiro, appare giusto vendicatore dell' assassinio 
del fratello, onde viene accolto e seguito dall'Ordelaffi, 
come da tanti altri, all'impresa di Napoli, come mai 
ora sarebbe rappresentato sotto le odiose e terribili 
forme di Poli emo, e apparirebbe vittima di costui 
quella dinastia angioina dianzi cupamente incolpata 
della tragedia di Aversa ? Le parti non sarebbero cosi 
a bella posta, invertite ? Sarebbero si, a chi osservasse 
e giudicasse troppo superficialmente e sommariamente 
queste egloghe, le quali contengono invece, per alcuni 
riposti atteggiamenti, un nesso e uno sviluppo logico 
sufficiente a svelarci gradatamente l'evoluzione dello spi- 
rito vero di G. Boccaccio. Ritorniamo dunque un mo- 
mento all'egloga III, nella quale tutti forse hanno posto 
il massimo dell'attenzione a quello che viene dicendo, 



1 L'egloga inoltre dice : sed non tibi delphyca laurus | 
Sertum leta dabit, donee tu manibus unum \ Falce caput tribues 
prò cunctis. Nel serto di alloro c'è allusione, credo, alla co- 
rona reale, e nel sagraficio di quell' unico capo prò cunctis 
si alluderebbe forse alla vendita di Avignone fatta in quel 
tempo alla Chiesa per procurarsi i denari del ritorno. 



182 

a proposito de' fatti allegorizzati, il primo dei due pa- 
stori, cioè Palemone, e nessuno, crederei, ha posto at- 
tenzione abbastanza a quel che dice invece l'altro, cioè 
Panfilo, da qualcuno anzi ritenuto come personaggio af- 
fatto retorico ed insulso. 1 No, sotto le spoglie di Pan- 
filo, dirò subito, si cela sottilmente l'autore con le im- 
pressioni che ispirarono a lui i fatti sopra esposti, dopo 
qualche tempo che si erano svolti. Panfilo, ricordiamo- 
cene, mentre tutta la campagna d'intorno è piena di fre- 
miti e tumulto, nonché delle grida strazianti di Testili a 
causa del re Ludovico, si fa rimproverare da Palemone 
che se ne stia tranquillo e neghittoso nell'antro; e quando 
ascolta i fatti e le ragioni insomma di quell'agitazione 
per bocca di Meri, non si commuove a favore dell'Orde- 
laffi — e per conseguenza del re ungherese — come fa il 
suo compagno Palemone, anzi rincalza lo sdegno e i la- 
menti di Testili con riprensioni piuttosto forti contro 
la caparbietà temeraria del signore di Forlì, aggiun- 
gendo sul suo conto cattivi presagi ; e insomma, mentre 
l'ardente e semplice Palemone parte con Fauno, egli 
— o Panfilo della tranquillità ! — continua a rimanere 
azioso nell'antro, congedando l'amico : I felix, factum- 
que putes rediturus, amice : nelle quali parole, ultime 
dell'egloga, è incluso evidentemente un senso di diffi- 
denza, se non addirittura di riprovazione. Tutto questo 
non significa mettere già in guardia l'accorto lettore, 
preparargli l'animo pel giudizio che sarà pili tardi re- 
cisamente manifestato sull'intero svolgimento dei fatti 
annunziati ? Lo stesso Meri poi, se non esita giusta- 
mente a riconoscere la giustezza della causa, cioè l'assas- 
sinio dei fratello, ond'era mosso Lodovico (quant'era 
tenace e terribile nel medio evo il sentimento della ven- 



i Cfr. per ea. il Carrara nell'art, avanti citato. 



183 

detta !) ci descrive però la discesa del re belligerante e 
delle sue soldatesche con colori già così fieri e decisi che 
preannunziano le gesta del prossimo Polifemo. 

E perché, possiamo e dobbiamo anzi domandarci per 
intendere bene lo spirito dell'autore, perché pili tardi 
decisamente abbietta e polifemica appari a lui la figura 
di Ludovico ? Fra le gesta micidiali sommariamente at- 
tribuite al terribile protagonista, troviamo ricordata 
con pietà speciale l'uccisione dell' innocente Pafo, cioè 
di Carlo di Durazzo : 

Nec post innocui Paphi fedasse cruore 
Sydereos vultus, truncum et iecisse cadaver. . .1 

la dramatica fuga d' una squallida naiade, cioè di Ma- 
ria d'Angiò, sposata da Carlo e di lui incinta, e già ma- 
dre di due creature allorché, di notte tempo, scampò 
ali' ira di Ludovico rifugiandosi nel convento di San- 
ta Croce, e di li poi peregrinando, in abito da frate, 
fino in Toscana : 

Obscenas sevi pregnans vix squalida Nays 
Evasit tremebunda manus, onerata gemella 
Prole, per umbrosam noctem magalia tentans 
Passibus incertis.* 

e la fuga infine di Luigi di Taranto e del Siniscalco Ac- 
ciainoli in una piccola e fragile nave sbattuta dalla tem- 
pesta fino alle spiagge di Telamone : 

Hinc natale solum, silvas, armenta, domosque 
Liquimus, ac tenui lembo diffugimus ambo 
Infandam monstri rabiem; nec defuit usquam 



1 Per l'uccisione di Carlo di Durazzo cfr. la Cronaca di 
M. Villani, I, 11. 

8 Per la fuga della principessa Maria, cfr. la Cronaca di 
Or. Villani, XII, 112. 



184 

Dux fidu» [Phy tia] placideque tulit quoscunque labores : 
Nos turbo fìuctusque maris Thelamonis ad oras 
Impulit ; inde tuos errantes venimus agrbs.i 

Questi tre casi dovettero particolarmente colpire l'a- 
nimo del Boccaccio, dacché egli, si sa, era legato di 
grande amicizia con Carlo di Durazzo, 2 la cui morte, 
subita a tradimento per opera di Ludovico sul luogo 
stesso dell'assassinio di Andrea — mentre Carlo era di 
quello ritenuto innocente — sollevò invero moltissima 
pietà e disdegno, come raccontano i cronisti ; 3 nessuna 
meraviglia dunque che l'amico poeta ne rimanesse com- 
mosso e intendesse consacrare nel carme la pietosa me- 
moria, e che la stessa pietà si estendesse alla vedova, 
alla povera madre pure innocente del delitto di Aversa. E 
se del pari innocenti di quel delitto erano generalmente 
ritenuti e Luigi di Taranto e il siniscalco Acciaiuoli 4 
— il quale ultimo si mostrò d'altronde fedele ed abilis- 
simo nel sollevare pili tardi le sorti del regno angioino, 



i Su quest'altra fuga cfr. la detta Cronaca di G. Villani, 
XII, 111. 

8 Opportunamente ne parla il Torraca (op. cit., p. 158). 
Lo stesso Carlo chiedeva un giorno al nostro poeta de' versi 
e questi si scusa di non potergliene mandare « sevientis raynu, 
sie causa» nella nota lettera (Corazzini, 439-490) che è un primo 
documento dell'amore tradito da Fiammetta — dacché Ra- 
nusia è la dea che aiutò alla vendetta gli amanti traditi 
come rileviamo da Ovidio, (cfr. MeL, III 406 e XIV 694) 
l'autore prediletto del nostro poeta, e forse il Nasilus del- 
l'egl. II — non era dunque poca la confidenza dei due amici. 

3 Cfr. M. Villani, I, 11, e specialmente il passo delle Isto- 
rie pistoiesi citato dal detto Torraca (p. 158 nota). 

* Quest' ultimo era stato sospettato di complicità special- 
mente dall'Hortis, che credeva ravvisare la sua insegna gen- 
tilizia nell'imagine dei biondi leoni di cui parla l'egloga, ma 
lo difonde il Tanpani, (Nicola Acciaiuoli, Firenze 1863) e ne 
esclude affatto la colpevolezza, pure il Torraca (p. 171, e sgg.). 



185 

e quel che più importa, cortesi prove d'amicizia aveva 
dimostrate da principio al Boccaccio — non poteva que- 
sti compassionare almeno e Luigi e l'Acciai uoli per la 
tempesta che polifemicamente s'era riversata loro sui 
capo ? In quanto poi alle sommarie accuse di violenze 
e rapine attribuite nell'egloga a Polifemo, sarebbe facile 
spigolare dalle cronache ed annali del tempo notizie ed 
episodi confermanti le parole del poeta, specialmente a 
causa di quelle soldatesche tedesche che, si sa, furono 
in ogni tempo la rovina d'Italia ; x ed esse anzi avrebbero 
allora provocato in Napoli, se non lo scoppio, la diffusione 
certo di quella famosa peste infierita in quel tempo, anzi 
per lungo tempo, in moltissimi luoghi. 2 E d'altra parte, 
se l'Ordelaffi ben presto chiese licenza al re per accor- 
rere nella sua città invasa dagli stranieri, se lo stesso 
Ludovico, satis pueriliter — come riferisce un croni- 
sta — se ne tornò in Ungheria, quale efficace vendetta 



i Pei danni della presente invasione ungherese si può 
vedere pure un accenno nello studio d'un dotto e beneme- 
rito illustratore delle cose di Napoli al tempo degli Angioini, 
cioè del De Blasiis : cfr. Le Case dei principi Angioini nella 
piazza di Castelnuovo, in Arch. stor. per le prov. nap., voi. XII, 
fase. II. 

* Anche a me, come già all'HAUVETTE (cfr. Notes sur- 
des Manus. autogr. de Boccace, Mélanges d'Archeologie et 
d'Hist. pub. par P Ecole frane, de Rome, Tomo XIV [Roma, 
1894] p. 181) par bene trovare un'allusione a tale peste nel 
noto verso dell' egl. V. Infectas tabo pecudes morbisque oapel- 
las, sebbene vi si opponga di recente il Torraca (p. 178 nota) 
osservando che la fuga dei reali di cui parla l'egloga av- 
venne nel gennaio, quando la peste non era forse scoppiata 
ancóra a Napoli » ; ma l'egloga parla delle condizioni di Na- 
poli non proprio al tempo che i reali fuggirono — alla quale 
fuga alludono, d'altra parte, soltanto due versi — ma in 
generale al tempo che segui alla discesa degli Ungheresi. 
Per lo scoppio e la diffusione, comunque, della peste in que- 
sto frattempo, si può confr. il cit. studio del De Blasiis. 



186 

era stata esercitata a Napoli sui veri colpevoli di A versa, 
e che cos'altro, se non danno e scorno, s'era aggiunto 
alle prime sventure ? Ecco perchè il Boccaccio — che 
secondo alcuni avrebbe visto coi propri occhi a Napoli 
tanta delusione e rovina, e comunque se ne potè bene 
informare — restò per quella spedizione ungherese vi- 
vamente sdegnato, si dà conferire al suo duce l'obbro 
brioso titolo di Polifemo; e pur compassionando ancóra 
la morte di Andrea donde era giustamente partito l'im- 
pulso iniziale della rabbia polifemica, compassionava 
non meno quelli che, nonché essere autori o complici 
dell'assassinio di Andrea, potevano in parte, come vit- 
time, accostarsi a costui. 1 

Se non che mi si potrebbe ora obiettare — poiché è 
giusto comparare tutti i giudizi espressi su tale argo- 
mento dall'autore — che questi, nella nota lettera a Za- 
nobi da Strada, dichiarandosi pronto a seguire l'Orde- 
laffi, allora suo ospite, per V impresa di Napoli, chia- 
mava giustissime le armi del re Ludovico, augurandosi 
anzi di ritornare con piena vittoria; 2 e che lo stesso 



1 Quali reminiscenze e motivi artistici abbiano pure con- 
tribuito a questa concezione di Polifemo, ho già detto nel 
cit. art. degli Studii su, G. Boccaccio, con richiamo anzi al 
noto Polifemo della seconda egloga di Dante. 

8 Trascrivo il passo della lettera dalla traduzione che ne 
fa il Torraca in fondo al suo cit. volume (p. 382) «... Sin 
ad ora non ho ricevuto il Varrone, ma l'avrei avuto in breve 
se non fossi per andare allo illustre re d'Ungheria nell'estre- 
mità dei Bruzii e della Campania dove si trova ; impercioc- 
ché l' inclito mio signore, e della Pieridi ospite gratissimo, 
si apparecchia insieme con molti grandi della Flaminia a se- 
guirne l'armi giustissime; dove anch'io per comandamento 
del mio detto signore sto per andare, non mica in forma 
d'armigero, ma qual arbitro, per cosi dire, delle cose occor- 
renti ; e con l'aiuto celeste, a vittoria ottenuta, a trionfo 
compiuto, tutti in breve gloriosamente torneremo alle nostre 



187 

atteggiamento, la stessa forza di adesione e d'auguri 
si riscontrerebbero quindi nella III egloga, la cui scena, 
come abbiam visto, si svolge a Forlì, nel tempo che 
l'Autore era ospite dell'Ordelaffi, e, di passaggio, si fermò 
colà il re d'Ungheria. AH' ingrosso, parrebbe proprio 
cosi, ma esaminando più profondamente le cose, e con- 
frontando con la detta egloga III quella che fu la sua 
prima redazione, contenuta nel notissimo Cod. lauren- 
ziano XXXX, 8 — d'autenticità boccaccesca — trove- 
remo invece che, se mai, l'atteggiamento preso nella 
lettera si riscontrerebbe piuttosto nella prima redazione 
del Faunus x non senza buone ragioni rimaneggiata forte- 
mente dall'autore nell' introdurla, più tardi, e definiti- 
vamente, nel Bu&aolieum Carmen. 1 Veniamo dunque al- 
l'analisi. 

In questo primo abbozzo del Faunus troviamo, anzi- 
tutto, due soli interlocutori, Menalca e Meri, cioè, fuor 
d'allegoria, il Boccaccio, ospite allora dell'Ordelaffi, e 
quel mediocre amico delle Muse già nominato, segretario 
del signore di Forlì, e vecchio corrispondente bucolico 
col nostro poeta. 2 Menalca dunque, mentre va in giro 



case. Si può inoltre cfr. il testo della lettera Quam pium, 
scritta da Forlì a Zanobi, in Le lettere autografe di G. Boc- 
caccio, dei Codice Laurenziano XXIX, 8, per cura di Gr. Tra- 
versar!, Castelfiorentino, 1905, p. 52. 

i Sarà superfluo avvertire che il rimaneggiamento è pure 
dovuto a ragioni di lingua, di stile, e, insomma, di magistero 
artistico. Per il testo dell'egloga e le varie illustrazioni, cfr. 
l'opera cit. dell' Hauvette, p. 87 e sgg. 

* Cfr. a proposito il cit. art. del Carrara, il quale ha op- 
portunamente rilevato e coordinato la corrispondenza buco- 
lica dei due amici, tenendo conto dei frammenti contenuti 
in due codici laurenziani, importanti davvero per conoscere, 
oltre talune particolarità storiche, il primo, incerto e rude 
saggio della produzione bucolica del nostro autore che ancóra 
risente l' influenza della bucolica di Dante e di Giovanni Del 



188 

pei campi a raccogliere un serto di fiori degno della 
fronte di Mopso — cioè dei Petrarca è sorpreso 
dalle grida dell'anzidetta Testili contro Fauno, onde Meri 
gliene dà spiegazione tessendo la nota e dolorosa storia 
della morte di Argo, dell'uccisione di Alessi come dei 
presunti assassini, e del re, infine, d'Ungheria che, con 
molti seguaci, scende furibondo a consumare in Napoli la 
giusta vendetta del fratello : al che Menalca lascia il 
serto e i fiori raccolti, dichiarandosi pronto a seguire 
i passi del suo signore; talmente, possiamo osservare, 
l'esposizione dei fatti compiuta da Meri l'aveva com- 
mosso ed acceso. 1 Da questo è lecito dunque conchiu- 
dere che in quel tempo il Boccaccio, giustamente indi- 
gnato per il famoso delitto di Aversa, inchinasse anche 
lui favorevolmente al passaggio del re Ludovico, in 
quanto questi mirasse allora ad una giusta vendetta ; 
tanto pili che il Boccaccio stesso viveva nella corte di 
Forlì satura certo d'avversione contro la corte napole- 
tana, dacché lo stesso Ordelaffi disposava con le armi la 
causa di Lodovico. Ma quando il poeta potè più tardi cono- 
scere, come altrove osservavo, le violenze ingiustificate 
del re e della gente ungherese a Napoli, ne restò natural- 



Virgilio ; sulla quale si può vedere ora il mio studio in Gior- 
nale Dantesco a. XXI, quaderno VI, p. 205 e sg. 

1 His dictis, animus qui jam torpore rigebat j Surrexit, 
floresque meos sertumque reliqui | Aiens : Meri decus, Fau- 
num post ire paratus | Sum : sed, dum venio, mulge tu care 
capellas. Trascrivo i versi, e gli altri che seguono, dal 
l'op. cit. àeWHauvette, p. 145. C'è in quest' ultimo verso una 
reminiscenza, credo, di Virgilio che nell'egl. IX, v. 23 fa 
dire a Licida : Tityre, dum redeo — brevis est via — pasce ca- 
pellas. Tale motivo trovasi pure, più ampliato, nell'ultima 
redazione dell'egloga, e forse vi si asconde una raccomanda- 
zione del Boccaccio a Cecco perché, lontano, non dovesse 
perdere il favore della corte forlivese, come difatti pare av- 
venuto. 



189 

mente deluso, anzi esacerbato ; che, se le prime sventure 
avevano colpito la testa d'un solo, cioè del povero An- 
drea, le nuove adesso tragicamente investivano un regno 
intero; sicché, nel mutare giudizio intorno a Ludovico, 
pensò bene, di conseguenza, a mutare l'organamento del- 
l'egloga, introducendo, come s'è detto, quel personag- 
gio nuovo, quel Panfilo la cui espressione d'inerzia e 
di diffidenza, per il lettore accorto, riesce a sopraffare 
l'altra, facile e intempestiva, di Palemone che solo ci ri- 
corda il primitivo Menalca. Collo sdoppiamento insomma 
di quest' ultimo in due personaggi di temperamento e 
di espressione diversa, l'autore riusciva a contrapporre 
sottilmente alle vecchie impressioni, rappresentate an- 
cora da Palemone, il presagio vago di quelle avver- 
sioni che a lui avrebbe ispirato più tardi la malinco- 
nica esperienza delle cose, e che trovano difatti una 
certa eco, ripeto, nella parola accorata e diffidente di 
Panfilo. E con questo espediente, oltre a conferire al- 
l'egloga un certo movimento più colorito e dramatico, 
riesciva a predisporre sufficientemente l'animo del lettore 
— quello che importa sopratutto per la nostra tesi — 
a quella rappresentazione polifemica dell'egl. IV, ch'è 
parsa a parecchi una contraddizione rispetto alla pre- 
cedente, mentre a me pare evidente che sia piuttosto 
una logica progressione, un maggiore ed ultimo sviluppo 
di quei motivi pessimistici sottilmente riposti nella detta 
egloga terza. 

Se non che mi si potrebbe ancóra obiettare che la 
contraddizione non cesserebbe perciò rispetto alla re- 
gina, la quale è stata già nella famosa egloga III rap- 
presentata sotto le forme allegoriche della lupa stran- 
golatrice del povero Andrea, mentre poi, se non nella 
IV egloga, certo nella V, Silva cadens, — affine alla pre- 
cedente — viene espressamente ricordata accanto ad 



190 

Alcesto, cioè Luigi di Taranto, quasi vittima dello 
stesso Polifemo, costretta cioè a lasciare tremebonda 
Napoli a causa di costui: 

Alcestus trepidans abijt, tremebunda Liquoris 
In dubium liquit silvas, evecta per altum. 

Ora, nonché dire, come altri, che questo sia solo 
un accento lieve e fuggevole di pietà, 1 affermerò anzi 
che questo è già un volere assolvere la regina — sia pure 
indirettamente — da quella colpa famosa che aveva 
provocato il disdegno di Ludovico, sino a fare di que- 
sti, contro di lei, un colpevole persecutore : però, a ri- 
muovere la falsa ombra della sopradetta contraddizione, 
basta invero osservare quanto ho già rilevato nel- 



1 Cfr. il Torraca (op. cit., p. 178 e sg.) il quale, dopo aver 
tentato di mostrare specialmente per l'egl. Vili, che il Boc- 
caccio non intese affatto colpire nel Buccolicum Carmen Gio- 
vanna o Luigi, finisce col dire che, ancorché si persista a 
volerli coinvolti nell'accusa, le cose dette qua e là nell'eglo- 
ghe a loro proposito sono soltanto « cortesie » per le quali 
non sarebbe il Boccaccio un colpevole adulatore, e insomma 
non vi sarebbe mai per lui la contraddizione lamentata. Ad 
eliminare quest' ultima, già il Macri-Leone (cfr. La politica 
di O. Boccaccio in Oiorn. Stor., XV, 79 e sgg.) osservava, fra 
altro, che le lodi ricorrono per Luigi di Taranto nell'egl. VI, 
non mai per Giovanna, vituperata senz'altro sotto quella sozza 
imagine di lupa; ma dimenticava cosi il non lieve signifi- 
cato dei due versi sopra citati, senza dire che, comunque, 
le lodi per la regina ricorrono in altre opere del Boccaccio 
dove questi apparirebbe sempre mendace adulatore. A me 
non pare invero possibile salvare l'autore dalla presunta 
contraddizione ammettendo che egli distingua Luigi e Gio- 
vanna, ovvero l'innocenza e la colpa, i vizii e le virtù an- 
gioine con un taglio netto, come han fatto i due critici : 
bisogna invece rilevare il prò e il contro contenuto nel Buc- 
colicum Carmen — anzi in tutte le opere boccaccesche — ri- 
spetto alla corte angioina, e cercare di spiegare e accordare 
veracemente fra loro i dati spesso oscillanti e promiscui. 



191 

l'egloga III a proposito della lupa, che cioè il Boccac- 
cio non riferisce in quel passo alcun giudizio proprio, 
si bene, obbiettivamente, — e per bocca di Meri, cioè 
Cecco dei Rossi — le voci che sugli autori dell'assas- 
sinio di Andrea in quel tempo correvano ; tanto vero 
che dal fondo primitivo della prima redazione della 
detta egloga, la figura di Meri è passata nella nuova 
sostanzialmente immutata, appunto perchè espressione 
imparziale e spontanea dell'ambiente storico in cui la 
finzione bucolica si svolge. Se non che è pure giusto 
osservare che qualche mutamento nell'espressione stessa 
di Meri è avvenuto; poiché, se prima erano indifferen- 
temente denunziati, col solito dilemma, i presunti uc- 
cisori di Andrea : 

Qui (cioè Alessi) male dum cautus armenta per arua trahe- 

In grauidam fortasse lupam rabieque tremendam [bat 

Incidit; et phebes radios tune nube segebat, 

Unde leuis iuuenis, nullo cum lumine, lustrum 

Nescius intrauit, cuius senissima guctur 

Dentibus inuasit, potuit neque ab inde renelli 

Donec et occulto spiraret tramite vita. 

Hoc fertur; multique ferunt quod silua leones 

Nutriat hec senasque feras, quibus ipse seuerus 

Occurrit uenans, mortemque recepit Adonis. 1 

nell' ultima redazione invece dell'egloga, al multique 
ferunt, di prima è stato sostituito plerique volunt: 
il che vuol dire — per quante sottili vie non tra- 
pela, anche nell'esposizioni obbiettive, lo spirito del- 
l'autore ! — il che vuol dire che il Boccaccio già mo- 
stra di propendere per quelli che in maggioranza ri- 
tenevano — e notisi anche il cambiamento del verbo 
— ritenevano, dico, autori del regicidio non la moglie, 
ma quei nobili della corte avversi all' ungherese, adom- 



1 DalPHAU vette, op. àt., p. 144. 



192 

brati nei « leoni » dell'egloga, e che lo stesso Boccaccio 
esplicitamente denunzia come autori della tragedia di 
Aversa nell'ultimo cap. del De Casibus vir. ili. 1 

Da questa propensione dunque verso la maggioranza 
che escludeva dalla regina la famosa taccia di viricidio, 
facendola ricadere sopra i nobili della corte, al fatto 
che Fegl. IV, dov'è accennata 1' uccisione di Andrea, 
nulla più dica a carico della regina, e che regi. V, 
come abbiamo visto, la compassioni piuttosto accanto 
a Luigi già profusamente compianto nella egl. IV, non 
c'è, come vedesi, che progressione logica, la cui ultima 
espressione coincide, in sostanza col racconto citato 
del De Casibus. 

Ma se il Boccaccio viene cosi ad escludere la colpa 
della famosa regina nella tragedia d' Aversa, si da com- 
piangerne la fuga causata dall'orribile Polifemo ; se 
largamente, come abbiamo visto, compiange ancóra 
Luigi di Taranto insieme col siniscalco — sulla cui 
innocenza rispetto a quella tragedia già non cadeva 
alcun dubbio — assai importa d'altra parte osservare 
tutto il suo atteggiamento critico rispetto alla casa 
angioina: dalla quale osservazione caveremo forse un 
argomento fortissimo contro coloro i quali leggermente 
credono che l'autore dell'egloghe IV e V e VI abbia 
inteso adulare quella casa, dopo averla, colla III, vi- 
tuperata. Il Boccaccio invero non tralascia, nella stessa 
egloga IV, di colpire fieramente, sebbene con accenni 
sottili, quelle piaghe ond'era da tempo travagliata la 
casa angioina; e per maggiore strazio, direi, ne mette 



i Qui infatti il Bocc, dice: «Verumquum quidam ex re- 
gni proceribus iara praecognitam in se severitatem regis iu- 
venis et forte meritam indignationem timerent, et sibi si 
rex fieret praesagirent supplicium, coniurantes in eum clam 
ne conaretur operain dare coeperunt » . 



193 

in bocca la confessione delle colpe allo stesso Doro, 
cioè al secondo marito di Giovanna, allorché questi, 
dopo il breve epicedio di Roberto d'Angiò, lamenta 
nell'egloga che poco compianto «defletus modicum» 
rimase quel morto re ; e che però le lagrime mancate 
a lui — secondo la triste predizione dei vati — sa- 
rebbero state versate un giorno per espiazione ! 

Hic (Argus) abijt, celoque senex se condidit alto, 
Defletus modicum. Veruna presagia vatum 
Predixere quidem : lacrimas quas demitis Argo 
Inferias poscet. Post hunc miserandus Alexis. . . l 

E «topo avere accennato al destino miserando di 
Andrea e al suo matrimonio con Giovanna operato dal- 
l'Acciaiuoli, aggiunge che V Erinni travagliavano la casa 
con varie contese, allorché piombò su quella la mici- 
diale furia di Polifemo: 

Dum nos iurgantes pueros agitaret Erinis, 

Ecce celer quondam patriis Poliphemus ab arvis. . . . 

Al che fa eco cupamente Moutano che, all'esclama- 
zione di Doro : Sie astra ferebant ! risponde collo spie- 



i Male sono stati letti i versi dall' Hortis — di su le 
stampe errate — onde ne fraintese il senso che io ho cer- 
cato di cogliere ora dall'autografo. Cfr. il mio cit. art. negli 
Studi sn G. Boccaccio, p. 184, nota. Aggiungo ora per mag- 
giore chiarezza — se pur non sia superfluo — che il pre- 
dicato e l'oggetto relativo ad Alexis nella prima proposi- 
zione : Post hunc miserandus Alexis, | Qui gre gibus nimium 
durus silvisque molestus, | Imperitans abijt, crudeli funere 
pulsus | sono gli stessi di sopra adoperati per Argo : Lucanos 
saltus. . . Olirti Argus tenuit ; e c'è infine così correlazione di 
concetti col verso più giù relativo al governo di Doro che 
sta parlando nell'egloga : Et sub me septas Argi tenwre ne- 
potes. 

Collezione di opuscoli danteschi (S. 131-132-133-134-135). 13 



194 

garcì in certo modo le cagioni di quegl' influssi e de- 
creti del cielo : 

Sic magnis prisci finem dare tristia rebus 
Iurgia cantabant nobis quandoque bubulci. 1 

Da questo dunque si vede che la figura di Polifemo, 
per quanto odiosa e detestabile in sé, viene pur con- 
cepita quasi strumento della giustizia divina, ad espia- 
zione delle lagrime mancate al buon Roberto, e delle 
contese che tenevano la casa divisa, quasi l' Erinni vi 
covassero dentro : ora, a che vorrà alludere quel « de- 
fletus modicum» se non alla spensieratezza, ai disor- 
dini anzi di Giovanna immemore ahi ! quanto, degli 
ammonimenti famosi del nonno, del re da sermone, che 
fin nel testamento le raccomandava amore e rispetto 
al giovane Andrea ch'egli, Roberto stesso — a ripara- 
zione però di antiche colpe — le aveva scelto precoce- 
mente in isposo ? E che Giovanna, a tale mancanza di 
rispetto si lasciasse influenzare dai malevoli cortigiani — 
sia pure per non so quali fattucchierie — che Gio- 
vanna insomma avesse pure i suoi torti rispetto al 
povero Andrea — senz'essere però la presunta lupa, 
cioè Fautrice della famosa tragedia — ci viene dal 
Boccaccio esplicitamente detto nel citato racconto del 
De Casibus. 2 E a quant'altre smemoraggini e mancanze 



1 Con la parola bubulci evidentemente 8i allude agli scrit- 
tori e poeti che, alla morte di Roberto, fecero tristi previ- 
sioni sulla discorde casa d'Angiò : massime, fra tutti, il 
Petrarca. Cfr. Fam., 1. V. 3. 

• Dice veramente in questo che *per iniqua persuasione 
d'alcuni nacque gara tra il re Andrea e la reina Giotxinna » al 
che corrisponde la frase di M. Villani (I, cap. 9) « che per 
fattura malefica la Reina parea strana dall'amore di suo ma- 
rito ». Di queste fattucchierie, Filippa la Catinese, la Sancia 
di Morcone ricordate con vituperio nello stesso capitolo in- 



195 

non ci fa del resto pensare quel « defletus modicum » 
le quali avrebbero pili o meno indirettamente concorso 
a quel fatale delitto che fu tosto nel regno, come l'espo- 
nente di tanta corruzione, cosi l'origine di tante altre 
sciagure ? In quanto poi a quel « iurgantes pueros » 
« granala iurgia » ecc. dell'egloga, chi non conosce 
quante discordie e perversità micidiali travagliassero 
variamente, intensamente e da lungo tempo la casa an- 
gioina? come gli stessi reali, Luigi e Giovanna, dopo il 
matrimonio combinato ad arte dall' Acciaiuoli, fossero 
reciprocamente scontenti e irritabili, sì da litigare spesso 
e volgarmente nella reggia di Castelnuovo, finché non 
sopraggiunse il re Ludovico a dare il colpo di grazia ? * 



sieme con Roberto — come abbiamo osservato — nonché 
V imperatrice di Costantinopoli, Caterina di Courtenay, erano 
certo le prime autrici. Comunque, pel modo indegno ond'era 
trattato Andrea nella corte sin dalla stessa regina, Ludo- 
vico d'Ungheria aveva chiesto al papa l'incoronazione del 
fratello allo scopo d' incutere soggezione a quei nobili riottosi 
della stessa corte, i quali, come conchiude il Boccaccio — 
tramarono contro la vita d'Andrea temendo gli effetti della 
sua incoronazione, appunto quando i messi ponteficii erano 
già vicini a Gaeta, (cfr. il cit. race, del De Casibus nella 
traduzione che io seguo del Torraca, a p. 251 e sgg). 

i Ometto, per brevità, molte citazioni e rimando all'op. 
cit. del De Blasiis, (p. 289 e sgg.) ricca di molti particolari. 

Bicordo, fra altro, che la regina Sancia, vedova di Ro- 
berto, stanca ed offesa dell'indecente spettacolo della reggia, 
esulava da quella, cercandosi un rifugio nella Chiesa di 
Santa Croce. Due donne, due belle ma volubili e ambiziose 
francesi, Agnese di Périgord e la su nominata Caterina di 
Courtenay, specialmente brigavano e tramavano nella reggia 
a favore dei figli che rappresentavano due rami della stirpe 
angioina, i Durazzeschi e i da Tarento, di cui 1' uno avrebbe 
voluto prevalere sull'altro. D'altronde, i due stessi fratelli 
Roberto e Filippo di Taranto rivaleggiavano e si offendevano 
a vicenda, malgrado gli ammonimenti di Clemente VI, non 
mai gtanco, come altri pontefici, d'ammonire e placare la 



196 

Non è poco dunque, eome vedesi, quello che, ac- 
canto alla pietà, pur lascia sottindere il Boccaccio con 
tro la casa angioina : e se consideriamo d'altra parte 
le varie mischianze e gradazioni della egloga IV, come 
cioè accanto all'espressioni per Andrea: gregibus ni- 
rnium durus silvisque molestus, che intensificano il 
motivo dell'agi. Ili yeautus mo&icum. .. severus Occu- 
rens, sorviva intatta e profonda la pietà per il gio- 
vane re « Grudeli funere pulsus » ; come ancóra, ac- 
canto all' avversione per le violenze esercitate a Napoli 
dal re d'Ungheria, persiste, come nell'egl. Ili, il rico- 
noscimento della sua giusta ira « insta rabie suecensus 
et ira », possiamo sicuramente, conchiudere che il nostro 
autore non si schierò mai nettamente in quest'egloghe 
né per la gente ungherese né per quella angioina, ma, 
secondo che era arrivata a lui la notizia dei fatti al- 
legorizzati, con logico discernimento e con umana equità, 
cercò cogliere, d'ogni cosa e persona, come suol dirsi, 
il lato buono e cattivo, distribuendo la pietà e lo sde- 
gno, la censura e l'encomio, l'ombra insomma e la 



casa fatalmente discorde (Cfr. Theiner, Moti. hist. Ungh., I, 
719 e 746, citato spesso dal De Blasiis. (Op. cit., 367). Alle 
discordie dei fratelli allude il Boccaccio nell'egl. Vili a 
proposito di Mida, cioè dell' Acciainoli, che seppe astuta- 
mente trarre profitto da quelle per salire in alto : Cumque im- 
pia virtus in se discordes armasset cuspide fratres. Che l'Ac- 
ciaiuoli poi fosse il mediatore — anche troppo volgare — 
dell' infelice matrimonio fra Giovanna e Luigi, lo dice lo 
stesso Boccaccio nell'egl. IV per bocca di Doro : Munere post 
Phytie (l'Acc.) pulchra est michi iuncta Liquoris. D'un bel par- 
ticolare e' informa anche M. Palmieri nella Vita di N. Acc. 
(in Mur., RR. IL SS., XIII, 1208), che cioè il siniscalco «in 
aulam regiam adduit, ibi remotis arbitris, eum (cioè Lui- 
gi) renitentem manu lacertosque deprehensum ad genialem 
thorum traduxit» tanto esitava Luigi a sposare colei che 
era insistentemente accusata di concubinaggio e di viricidio ! 



197 

luce, nel complesso ma imparziale giudizio tramandato 
al posteri sotto il duplice velo dell'allegoria e dell'arte, 
che efficacemente s'accordano questa volta col senti- 
mento storico. 

*** 

Del che troviamo in certo modo conferma anche 
nell'egl. V — Silva eadens — in cui la selva allego- 
rizzata è appunto Napoli, tutta pervasa e scossa dalla 
nota bufera polifemica. GÌ' interlocutori sono due, Ca- 
liopo — il personaggio dalla bella voce — e Panfilo 
che, per il suo ozioso atteggiamento nell'antro, men- 
tre lontano tanta tempesta infuria, ci ricorda il Panfilo 
dell'egl. Ili : il primo dunque comincia coll'annunziare 
al compagno che mentre peragrava a caso il regno di 
Sicilia, 1 ha visto tutta piagata e dolorante quella ninfa 
Calcidia, cioè Napoli, i cui amori appunto Panfilo an- 
dava allora rimeditando, ignaro, ahimé, di quanto l'era 
fatalmente successo : e gli descrive quindi l'aspetto mi- 
serevole di lei decaduta ahi ! quanto, dall'antico splen- 
dore, a causa dell' iniquo Polifemo ; anzi a un certo punto, 
la ninfa stessa viene introdotta a ripetere direttamente 



i Da questa figurazione parrebbe quindi possibile infe- 
rire che all'autore — nascosto qui sotto il nome di Panfilo 
— siano state raccontate da un altro le sventure toccate a 
Napoli dopo la discesa dell'Ungherese, e non le abbia viste 
egli stesso recandosi in quel tempo a Napoli in compagnia 
dell'Ordelafii, come pur ci lascerebbe intendere la citata let- 
tera a Zanobi, e la fine della prima come dell'ultima reda- 
zione del Faunus. (l a red. Meri decus, Fannum post ire para- 
tus | Sum — 2 a . . . cum sim post ire paratus : il che conferme- 
rebbe l' ipotesi recente del Torraca, che il Boccaccio cioè 
non fosse nel 1348 a Napoli (op. cit. p. 153 e sg.) alla quale 
ipotesi non s'accosta però T Hauvette nella recensione al libro 
del Torraca riportata nel Btdletin. IL, XII, 273). 



198 

i lamenti ond'ella, disperata, faceva risuonare d* intorno 
la campagna e il mare. Sui quali lamenti è superfluo 
parti tamente fermarmi, nulla quasi incontrando che non 
sia monotono in sé e abbastanza chiaro ai lettori : dirò 
solo che da quella triste sequela di commiserazioni e 
di rimpianti per lo stato attuale di Napoli, nonché di 
calde rievocazioni dell'antico splendore, da quel contra- 
sto insomma che continuamente s'incontra nell'egloga, 
rimbalza vivo e spontaneo il sentimento del poeta ef- 
fettivamente turbato per le sventure molteplici che si 
erano riversate su Napoli ; sulla bella città delle sue 
più ardenti e felici memorie, donde un giorno era stato 
costretto, si sa, ad allontanarsi, ma dove l'anima sua, 
d'ogni parte d'Italia, mestamente tornava a deliziarsi 
almeno con la fantasia in quel mondo illuminato dalle 
grazie di Fiammetta e dalla incantevole baia di Posil- 
lipo e Mergellina ! 1 

D'altra parte, se fra tanto versi, due soli, quelli citati : 

Alcestus trrtpidans abijt ; tremebunda Liquoris 
In dubium liquit silvas, evecta per altum. 

si riferiscono alla casa angioina, è lecito inferire da ciò 
che se il poeta avesse composto quest'egloga — come, 
insomma, quelle che si riferiscono alle cose di Napoli — 
per mera adulazione verso la casa d' Angiò, non avrebbe 
ristretto qui a due soli versi l'argomento — se mai — 
più fondamentale e cospicuo: no, il poeta intese ancóra 
una volta effondere il dolore sinceramente provato al- 
l'annunzio delle grandi e fatali calamità toccate alla 
città di Napoli, e, potremmo anche dire, alla città sua 



i Per l'influenza del soggiorno di Napoli sul Bocc, cfr. 
Casetti, II Boccaccio a Napoli in N. Antologia, XXVIII, marzo 
1875 ; e le belle pagine del Della Torre, La giovinezza di 
G. Boccaccio, Città di Castello, 1905. 



i 



199 

— dacché tanto la ricordava e l'amava — onde, pur in- 
serendo un vivo senso di pietà per la trepida fuga dei 
reali, continua sopratutto ad aborrire Polifemo come 
autore immediato dì quelle calamità, e a riconoscere in- 
sieme, come nell'egl. IV, la previsione e la forza d' un 
fato superiore, alla cui rassegnazione induce finalmente 
Calcidia, perchè invano ora potrebbe revocare quello 
col pianto : 

Indignimi facinus lacrimis revocare putabat, 
Previsum dudnm Superis, et pensa sororum. 
Errat stulta nimis : celo parere necesse est. 



*** 



Alla fine deli'egl. IV abbiamo visto che Montano, 
confortando Doro, cioè Luigi di Taranto, gli prean- 
nunzia vicino il riacquisto della pace e del regno : ora 
l'egloga VI — intitolata «Alcestus» dal nome allego- 
rico dello stesso Luigi — ci esprime difatti il compi- 
mento di quel presagio, e insieme la letizia che avrebbe 
destato nella natura e fra gli uomini la vista del re, 
alfine ritornante a Napoli con grandi auspici di prospe- 
rità e di virtù. GÌ' interlocutori anche qui son due, 
Aminta e Melibeo, il quale ultimo, immerso ancóra nella 
dolorosa meditazione dell'antica selva cadente — cioè 
di Napoli — rifugge dal festevole invito d' Aminta, fin- 
ché questi non l'assicura che il truce Polifemo s'è final- 
mente allontanato da Napoli, dove ritornò Alcesto, dove 
ritornarono gli antichi e profughi pastori, i capi cioè 
e i notabili del regno angioino. 

Parcendnm lacrimis, nam trux Polyphemns abivit. 
Alcestus redijt nobis, rediere vagantes 
Pastores, oviumqne greges, rediere priores. 



200 

onde le selve, e insomma tutti gli uomini e la natura 
sono in festa, alla quale vogliono largamente partecipare 
i due pastori, alternando un canto in cui s' intrecciano 
in vario modo le lodi di Alcesto, e sopratutto le speranze 
e gli auguri ch'egli lascia concepire di sé nel regno, 
già afflitto e gramo per la sua lontananza, ed ora quanto 
mai festevole e plaudente per il ritorno della stessa 
Astrea. 

Plaudite iam colles et vos iam plaudite montes, 
B-edditus est nostris Alcestus, redditus, antris. 

In quest'egloga insomma — senza discorrere a lungo 
di tutto il suo contenuto assai retorico e vago — lo 
spirito encomiastico dell'autore per Luigi di Taranto, 
e, di riflesso almeno, per la Casa d'Angiò, è innega- 
bile; ma non bisogna da ciò inferire che il Boccaccio 
abbia voluto pili o meno cortigianamente adulare il re, 
e, insomma, la casa angioina che tornava a regnare in 
Napoli : bisogna domandarci piuttosto se quella tiritera 
— diciamolo pure — d'elogi e d'auguri onde veniva 
questa volta circondata la testa dell'antico Doro, e ri- 
schiarata la reggia di Castelnuovo, rispondesse tuttavia, 
per quel momento almeno, a un sentimento pieno af- 
fatto e sincero da parte dello stesso autore. Io credo 
bene di si, poiché è notissimo come in generale l'opi- 
nione pubblica piegasse più tardi, favorevole o indul- 
gente, verso la stessa regina — assolta pure con una 
bolla ponteficia dalla presunta accusa di viricidio — 
e tanto più dunque verso quel Luigi di Taranto già 
immune di qualsiasi sospetto ed accusa; com'è pari- 
menti notissimo che sopratutto il popolo napoletano, 
stanco ed esacerbato oramai dalle estorsioni e violenze 
della gente ungherese, invocasse quasi unanime il ri- 
torno della corte angioina, e trovasse quindi da festeg- 



201 

gìar con grande effusione i reali, ritornanti d'altra 
parte in Napoli non senza propositi nuovi e lusinghiere 
promesse. E fra la gente che acclamò e festeggiò sul 
molo le galee angioine c'erano pure mercanti fioren- 
tini ; * nessuna meraviglia dunque che anche il nostro 
poeta si associasse ora alla sua gente per credere un mo- 
mento — e i poeti, si sa, sono spesso anche troppo cre- 
duli — che almeno le recenti sventure avessero ammae- 
strato in qualche modo per l'avvenire e Giovanna e 
Luigi, e ritornasse alfine nel regno la fuggitiva Astrea. 
E dacché i poeti, ad ogni piccola aura di fortuna 
alitante sopra le grandi calamità politiche e sociali, 
han fatto molte volte ritornare sulla terra questa mi- 
tica dea; indulgiamo questa volta anche al poeta di 
Fiammetta e di Napoli se, per amore certo del bene, 
s'è lasciato anche lui affascinare un momento da quel- 
l'oblioso ed auspice fantasma di giustizia e di rina- 
scenza civile, che il primo alito di pace faceva eva- 
porare di sotto alle fosche ruine disseminate dalla peste 
nonché dalla barbarie dei soldati e dello stesso re d' Un- 
gheria. 

Che se poi — com'è stato non inopportunamente 
osservato — le lodi e gli auguri di quest'egloga ricor- 
rono esplicitamente per Alcesto, cioè per Luigi, e non 



i Cfr. a proposito le giuste osservazioni del Macri-Leone 
nel cit. art., e del Torraca, op. cit., 178 nota 2, ove sono ri- 
feriti alcuni passi del Chron. Siculum 12. « Die XVII augusti 
intraverunt Neapoli domini nostri regina Johanna cum do- 
mino Ludoyco viro suo et Maria filia eorum cum tredicina 
galeis, ubi fuerunt recepti cum paliis cum maximo fasto et 
maximo honore. . . Eodem sero in civitate Neapolis fuerunt 
facta maxima luminaria > e così del Chron. Suessanum e di 
Partenope. Per le manifestazioni di giubilo da parte di mer- 
canti fiorentini e senesi e lucchesi, cfr. la cronaca di M. 
Villani, I, 20. 



202 

per la regina Giovanna, 1 quali fossero tuttavia le im- 
pressioni dell'autore, forse a non molta distanza di tempo 
rispetto costei, sarà facile rilevare da un'altra opera, 
ch'è giusto richiamare qui per cogliere bene quello che 
fu in generale l'atteggiamento critico del Boccaccio ri- 
spetto alla famosa regina. Ora, nell' ultimo capitolo del 
De Claris mulieribus 2 — che l'autore, si sa, inten- 
deva dedicare a Giovanna prima che ad Andreisca, la so- 
rella dell'Acciaiuoli — in tutta quell'altra tiritera di 
encomi per la serenissima, non v' ha, credo, che il ri- 



1 Cfr. il Macri Leone nel cit. art. Non so, per altro, re- 
sistere alla tentazione di rilevare, almeno in nota, questi 
versi dell'egloga: allorché Aminta invita cioè Melibeo al 
canto — Ergo alacres dignum calamis et Carmen festum | 
Cantemus ; tu primus eris, tu Carmine maior. | Esculeo du- 
dum descriptos cortice rastro | Phyllidis incipies, vel quos 
mage duxeris, ignes ; | Seu magis Alcesti laudes ; non dignior 
ullus ; | Seu magnos Phytias quos pertulit ante labores | Qui 
meruit versus qua Stilbon flabat avena. — Melibeo risponde : 
Phyllis in agresti se iactet cespite ludens. | Expectet Phy- 
tias, cui credo magna paratur | Posteritas, si vera sonat 
Deus ab ethere levo. | Nos tamen Alcesto dignas per secula 
voces | Ut dabitur, cantare decet. . . Ora, se Alcesto è, come 
sappiamo, Luigi, e Pizia è il seguace di Doro nell'egl. IV, 
cioè il siniscalco, per Fillide non potremmo intendere Gio- 
vanna, e per gli amori dudum descriptos cortice rastro, il suo 
matrimonio con Luigi, contratto come si sa, da poco tempo, 
e sanzionato dal papa ? Se si, non si potrebbe più dire che in 
quest'egloga sia affatto trascurata la regina, sebbene ne sia 
tenuissimo il ricordo. (Sui versi poi che riguardano l'Ac- 
ciaiuoli e Stilbone, cioè Zanobi da strada, dovrò ritornare 
più tardi). Non è trascurabile però il fatto che l' imagine di 
Fillide, i cui amori sarebbe invitato Melibeo a cantare, sia 
una reminiscenza virgiliana, e potrebbe essere nient'altro 
che una reminiscenza. 

8 Cfr. la traduzione che ne fece I'Albanzaki, l'Appennino 
dell'egl. XVI. (Bologna, .Romagnoli, 1881, cap. CHI p. 384 
e sgg. 



208 

flesso della stesso stato d'animo espresso pili esplici- 
tamente nell'egloga per Luigi di Taranto ; e da una 
parte e dall'altra si vede imsomma che per un mo- 
mento l'anima del nostro poeta inclinò affatto favore- 
vole, e sempre sincera, verso la famosa casa angioina, 
senza ricordo o commistione di vecchie censure, senza 
neppure ombra di sospetto o rancore per l'avvenire : 
momento però fuggevole di poeta sul quale ci guarde- 
remmo bene dal giudicare esclusivamente tutta la poli- 
tica e l'animo insomma del Boccaccio rispetto alla casa 
angioina. 

All'encomio del resto di Giovanna contenuto nel- 
l'opera citata del De Claris Mulieribus non manche- 
rebbe, credo, un certo substrato storico ; se infatti que- 
st'opera è stata, almeno in parte, composta e quindi de- 
dicata ad Andreisca Acciaiuoli non più tardi del 1362, 1 e 
se prima di quest'anno, prima cioè della morte di Luigi di 
Taranto, non mancò nel regno una discreta tranquillità 
e benessere — se non addirittura quello splendore che un 
apologista della regina, Tristano Caracciolo, 2 vorrebbe 



i Secondo il Landau e il Koerting, il libro sarebbe stato 
composto nel 1361-62; secondo I'Hortis, (op. cit. p. 89) nel 
1857. Sul detto libro cfr. però, oltre lo studio di L. Torretta 
in Giorn. Stor. XXXIX e XL, quello di G-. Traversari, Ap- 
punti sulle redazioni del « De Claris mulieribus » di O. Boc- 
caccio in Miscellanea in onore di G. Mazzoni, 1907, t. I p. 225 
e sgg., che alla vita di Giovanna assegna una data assai 
tarda. 

* Cfr. del Tanfani e del Caracciolo le op. cit. Quest' ul- 
timo, nell' imprendere l'apologia della regina, si rifa subito 
dalle lodi che ne ha tessuto il Boccaccio. Ora, dinanzi a 
quella secolare falange di scrittori che hanno variamente 
incriminato e vituperato la famigerata Giovanna, non oserei 
davvero levare io la voce per significare la possibilità — fra 
le tante riabilitazioni storiche che vanno oggi per la mag- 
giore — anche di qualcuna — almeno parziale — riguar- 



204 

attribuire a costei, e il Tanfani invece, forse con più 
ragione, all'opera sagace ed energica dei siniscalco fio- 
rentino — ognun vede, comunque, come il Boccaccio 
trovasse qualche fondamento per elogiare colei che 
rappresentava ufficialmente i destini del regno, pur 
trascurando, per un certo riguardo a chi avrebbe pur 
letto il suo libro — le vecchie ombre di sospetto o di 
accusa. Non tarderà però il momento che quelle om- 
bre torneranno nello stesso Buceolieum Carmen a tur- 
bare lo spirito del poeta, insieme col fatale orizzonte 
della casa angioina. 

La letizia però e la luce ampiamente diffusa nel 
l'egloga d'Alcesto non del tutto a caso apparisce mode- 
rata in principio dal ricordo delle recenti burrasche ; 
in fine all'egloga stessa, grida di pericolo e di soc- 



dante l'Angioina, specialmente se si consideri a quante in- 
tramettenze e seduzioni — a quante fattucchierie, come 
direbbero il Boccaccio e il Villani — fosse ella, ancor tanto 
giovane, soggetta in quella corte popolata di donne volgari e 
di uomini corrotti : com'ella tuttavia s'aspettasse sempre, 
ma invano, un forte marito (Andrea era giovane e fiacco, 
e per giunta l'era stato imposto quel matrimonio dal nonno) 
un forte marito, dico, per fronteggiare i difficili eventi, men- 
tre, se dobbiamo credere alle lettere ond'ella si sfogava col 
Papa (cfr. Theiner, op. cit., I, passim) — e ce ne dà con- 
ferma M. Villani, (op. cit.) — Luigi di Taranto, infermiccio e 
lunatico, la maltrattava e batteva villanamente ; com'ella 
inoltre, stanca ed esagitata, deprecasse dal pontefice un ma- 
rito consanguineo — come l'era per due volte successo — 
quasi perciò le si fossero addensati tanti mali sul capo — 
e come in ultimo (ma ciò non seppe il Boccaccio) chiudesse 
miseramente e proditoriamente la vita. Non voglio, con- 
chiudo, accennare a qualsiasi riabilitazione, ma il nostro 
autore insomma, tanto accusato per lei di cortigianeria e 
del solito eterno femminino (come dice il Traversari nella 
traduzione del libro del Landau), potè bene avere di che con- 
cepire e giustificare gli scritti suoi sulla regina. 



205 

corso contro sopravvenienti nemici 1 ci richiamano anzi 
a nuove sventure, a quell'espressione insomma di pessi- 
mismo e di terrore che, come spiegherò meglio in se- 
guito, costituisce in generale il carattere della prima 
parte di questo Buecolicum Carmen. 

Con l'egloga VII — Iurgium — muta solo l'am- 
biente storico ma non quello, dirò, psicologico dell'au- 
tore, vivamente turbalo a causa di quegli eventi poli- 
tici da cui volentieri, per l'indole sua e per gli studi, si 
sarebbe tenuto lontano, se pure non fosse stato spinto 
a parteciparvi dall'amore suo per la città quasi natia 
e, dopo Napoli forse, più caramente diletta — ancor- 
ché affetti talvolta noncuranza e disprezzo, morden- 
done i cattivi costumi — per Firenze dico, i cui cit- 
tadini spesso affidarono al dotto uomo di Certaldo le- 
gazioni presso pontefici e signori italiani e stranieri. 2 



i Dice infatti Aminta a Melibeo : Sed sta, care, precor, 
modicumque adverte quod oro. | Personuit silva echo ? Non, 
oro , latratus | Concipis ipse canum ? grandis non ille Me- 
lampus ? | Non gregis heu ! cnstos latrat ? Non illa Licisca ? | 
Est equidem, nosco : timeo ne sevus ovili | Nunc lupus in- 
sultet, seu bolua sevior : ibo | Ut videam, et manibus tollat 
ne ledat hiulcus; | Tu venias, queso, si te fortasse ciebo. 
Avremmo in questi versi solo una semplice Unzione pasto- 
rale, o non piuttosto — dacché anche la scena di questa 
egloga, come della precedente, è posta lontana da Napoli, e 
probabilmente dentro la patria di Panfilo e Melibeo, cioè, Fi- 
renze, — avremmo dico un'allusione alla discesa di Carlo IV 
di Lussemburgo, contro cui è rivolta l'egloga seguente ? Fra 
il ritorno dei reali angioini a Napoli e l'annunzio della di- 
scesa di Carlo in Italia non vi sarebbe grande intervallo : 
e avremmo cosi un passaggio anche formale dall'egl. VI 
alla VII. 

» Non è da tacersi però che anche il desiderio di qual- 
che gjadagno abbia indotto il bisognoso scrittore ad accet- 
tare persino altri ufficii non affatto consentanei all'indole 
sua; cfr. Gr. G-eròla, Oiorn. Suor., voi. XXXII, p. 356 e sgg. 



206 

Fra queste, una è quella, com'è noto, del maggio 1354 
presso la curia di Avignone ove pontificava Innocenzo 
VI, allo scopo di scrutare i disegni di costui * a proposito 
della discesa di Carlo IV di Lussemburgo : ora, delle an- 
sietà e dei contrasti determinati da quella discesa dentro 
le mura della guelfa città, come nel petto del nostro am- 
basciatore, troviamo appunto un largo riflesso nell'egloga ; 
dove due personaggi entrano non più in dialogo come 
prima, ma in vera tenzone, Dafni, cioè P imperatore 
tedesco, e Florida, cioè la repubblica di Firenze. Sen- 
z'esporre tutte le varie voci della tenzone, cercherò solo 
di coglierne i caratteri principali : ambizioso dunque e 
tracotante è Dafni, venuto a impossessarsi di Florida 
perch'olla sarebbe incapace oramai a reggersi da sé, al- 
legando inoltre, a giustificazione dell'ambito possesso, 
quei vecchi principi di espansione e predominio univer- 
sale ancor lungo il mediocre connessi colla famosa uto- 
pia del sacro romano impero ; resistente e pretenziosa 
alla sua volta è Florida, animata tutta dalla coscienza e 
dalla fede dei tempi nuovi, nonché dalla virtii delle an- 
tiche gloriose memorie latine onde vuole ostentare la 
sua superiorità intellettuale e morale di contro all' inculta 
barbarie del popolo e del cesare tedesco. Attraverso lo 
sdegno però e la partigiana esagerazione dei due av- 
versari, è facile e bello intravedere lo spirito sagace- 
mente critico, e sopratutto italiano e patriottico di G. Boc- 
caccio, anche per questo lato politico equilibrato e sin- 
cero, nonché, rispetto ai suoi tempi, moderno ; che se 
quell'utopia del sacro romano impero che aveva pure 
scaldato — com'è notissimo — la generosa anima del- 



i Per questa, come per altre legazioni del Boccacio, cfr. 
il libro dell'HoRTis, Boccaccio ambasciatore in Avignone, Trie- 
ste, 1875, p. 14; i documenti relativi a questa legazione si 
possono vedere nell' Arch. stor. ital., voi. VII, p. 349. 



207 

l'Alighieri, sorviveva ancora nella mente di alcuni an- 
tiquari a danno e scorno dei liberi Comuni, e riempiva 
persino la fantasia di F. Petrarca allorché spesso invo- 
cava lo stesso Carlo di Lussemburgo a sanar le piaghe 
d'Italia ! . . nel Boccaccio invece, figlio d' una genera- 
zione non più aristocratica e idealizzatrice come quella 
di Dante, ma borghese e pratica, quella secolare uto- 
pia si esauriva e cadeva per sempre sotto gli strali del- 
l'ironia, termine estremo dell'accesa invettiva dantesca. 
Il Boccaccio invero capi che gì' imperatori avevano un 
bel da fare a scendere fragorosamente in Italia : gì' Ita- 
liani oramai ben conoscevano i suoi vani titoli e le ce- 
devoli armi : nos titulos vaeuos et lentos novimus ar- 
eus, come fa dire il poeta a Florida; e se con l'ultima 
espressione allude certo alle disfatte spesso toccate da- 
gV imperatori tedeschi, dagli Haustaufen ai Lussemburgo, 
con la prima, coi « titulos vacuos » 1 allude, credo, non 
tanto, o almeno non solo, ai titoli onde solevano far 
pompa di sé gl'imperatori, quanto o ancora a quelli 
che largamente essi dispensavano ai signori e tirannelli 
d'Italia, allo scopo di propiziarsene l'animo e le forze, 
nonché qualche volta a' poeti, per propiziarsi anche da 
loro una tronfia apoteosi. Fra i quali ultimi viene qui 
spontaneo ricordare, a proposito di Carlo di Lussem- 
burgo, quel Zanobi da Strada incoronato a Pisa dal detto 
imperatore — e spesso punto dal Boccaccio sotto l'arca- 
dico nome di Coridone o Stilbone — e, perchè no ? an- 
che F. Petrarca, creato, si sa, conte palatino allorché 
accorse a Mantova a salutare l'invocato Cesare tede- 
sco ; ma nemmeno lui sfuggito, com'è noto, alla censura 



1 Cfr. a proposito le osserazioni dello Zumbini, nell'art, 
cit., dove fa un riferimento al «nome vano, senza soggetto » 
della nota canzone del Petrarca all' Italia, a proposito del- 
l' impero. 



208 

del nostro autore, allorché il pur .venerato maestro s'era 
acconciato coi nemici della patria, cioè coi Visconti. 1 
D'altra parte però il cittadino di Firenze non è così 
geloso e cieco pel suo Comune da nascondere le pia- 
ghe che troppo allora ne laceravano l'organamento poli- 
tico e civile : e mette così amaramente in rilievo l' in- 
sufficienza e l'infedeltà delle armi mercenarie, da cui 
pur dipendevano militarmente le sorti del Comune; 2 
l' instabilità delle leggi e della vita amministrativa, l'ef- 
feminatezza dei costumi, e insomma molte di quelle ma- 
gagne che, con pietà ed ardore di figlio, non manca di 
manifestare altrove il Boccaccio: 3 del quale, conchiu- 
dendo, possiamo ammirare in quest'egloga, insieme con 
la carità di patria, la modernità, la giustezza, la since- 
rità dei sentimenti e delle varie espressioni. 



# 
* * 



Nella su detta egloga, Florida irride la credenza di 
Dafni che Galatea, cioè Roma, prepari a lui la corona: 
sarebbe mai Dafni degno di tanto onore? o non sareb- 
bero vilmente profanate le sacre frondi di Apollo ? Però 
l'egloga IX — tralascio un momento l' Vili d'argomento 



1 Cfr. la nota lettera boccaccesca : Ut huic epistolae, di- 
retta da .Ravenna al Petrarca, in Corazzini, p. 47 e sgg. 

* Delle bande di fra Moriale e di milizia in genere, potè 
ben trarre esperienza il Boccaccio quando, nel 1854, quelle 
bande devastarono la regione intorno a Certaldo, e allorché 
dal 1° maggio al 31 agosto 1365, fece parte d'una commis- 
sione come offitialis defectuum stipendiariorum ì ufficio rinno- 
vato alcuni anni più tardi. Cfr. Gtgrolà, loc. cit., p. 356 357. 

3 Cfr., fra altro, Fiammetta, p. 43 (ediz. Moutier) e le let- 
tere a Zanobi da Strada (che aveva composto un carme con- 
tro i Fiorentini) e specialmente a Pino dei Rossi (Corazzini, 
p. 33, 74 e passim). 



209 

molto diverso — ci rappresenta appunto il compimento 
di quanto diceva Dafni a proposito della corona, e di 
conseguenza V indignazione della guelfa città — deno- 
minata questa volta Batracos — contro Circio, cioè Carlo 
di Lussemburgo, incoronato per mano di Amarillide, cioè 
di Roma. Gli interlocutori dell'egloga ancora una volta 
son due, la detta Batracos, cioè Firenze, e Arcade, un 
personaggio cioè dell'antica Arcadia, che passando da 
Roma vide gli onori tributati a Circio, e ne parla ora 
all'ospite fiorentina indignatissima: ora, senza fermarmi 
su tutta la sequela piuttosto monotona d' imprecazioni e 
di rimpianti che Batracos muove, riassumerò piuttosto 
quello che mi pare il motivo più fondamentale e sen- 
tito dell'egloga: il concetto cioè dell'antica forza e mae- 
stà di Roma dove solevano incoronarsi imperatori sommi 
e degnissimi, non avventurieri degeneri e rapaci; il 
concetto ancóra della gentilezza ed eccellenza del san- 
gue latino di contro alla rudezza e barbarie dei tede- 
schi invasori. Qui però non si rivela soltanto il cultore 
appassionato della classicità romana, 1 che, come Dante 
e in parte il Petrarca, cerchi solo nelle superbe visioni 
del passato la restaurazione del presente o gli auspici] 
dell'avvenire : il Boccaccio, si sa, di questo presente ha 
una percezione troppo istintiva e immediata per per- 
dersi in vuote astrazioni e contemplazioni ; e però tro- 



i Potremmo anche aggiungere della classicità greca, che 
a bella posta è introdotto nell'egloga un Arcade a ricordare, 
anzi a celebrare i fasti della sua antica Grecia emula invero 
di Roma : cosi il nostro autore che, per amore alla lingua 
d'Omero, divise, com'è noto, per qualche tempo il suo tetto 
con quel dotto e bizzarro maestro di greco, il calabrese Leon- 
zio, cosi frequentemente citato nel De Genealogia, rendeva 
anche in quest'egloga — come nel resto del Buccolicum Car- 
men con tanti nomi coniati sul greco — un bel tributo alla 
lingua e alla patria d'Omero. 

Collezione di optaceli danteschi ($. 131-132-133-131-185). 14 



210 

viamo nell'egloga accenti concitati d'odio e disdegno 
reale contro quel ribaldo incoronato, cui dovrà incogliere 
presto la morte fra le sue ispide selve, 1 dacché Firenze 
tutta trema per lui; però, dico, troviamo ancóra, verso 
la fine dell'egloga, accenti di pietà e di conforto per 
la tremante repubblica perché ella si armi e si difenda 
come possa di contro all' invasore, fidando nella forza 
e nella fedeltà dei propri figliuoli (e non di mercenari, 
come dice l'egloga VII): donde si vede insomma an- 
córa una volta che il Boccaccio rivela un'anima pa- 
triottica e moderna, precorritrice, direi, del « vicin 
suo grande» di Niccolò Machiavelli. 

Più che nell'altra egloga poi si trova in questa un 
forte senso di amarezza — come dallo stesso titolo, 
Lipis, ci viene indicato — e di pessimismo; poiché, se in 
quella almeno i nomi conservano una certa grandezza 
— Dafni e Florida — ora specialmente quella di Ba- 
traeos* per Firenze ci dimostra l'amaro disprezzo del 
poeta per quell'ozioso e tronfio gracchiare che face- 
vano, in politica, i suoi concittadini: tanto erano lontani 



i Dice Arcade : « Hic (Circius) iter in silvas faciet tibi, 
Rhene, propinquas. [In quibus ipse diem claudet, condetque 
sepulcro, | Quod tam grande rapit nomen, putridumque ca- 
daver». Seguono quindi due versi « Vel si iterum veniet, 
quia flexit fiamma parumper | In reditum fumos, faciet me- 
morabile nullum> riportati però a pie del foglio 44 r° del- 
l'autografo riccardiamo, con diverso inchiostro ; si vede quindi 
che furono aggiunti dall'autore più tardi, dopo cioè la se- 
conda discesa dello stesso Carlo di Lussemburgo. Cfr. He- 
cheb, op. city p. 61 e n. 4. 

* Veramente questo nome — come il titolo Lipis — figura 
costantemente nel codice su rasura, come pure la parola ra~ 
n%8 nel verso della egl. VI in cui Dafni dice a Florida « Me 
miserumf rancie veni contendere ranis, alludendo ai Fiorentini. 
Da ciò, dunque, si vede che il poeta concepì più tardi que- 
sto astioso attributo contro i suoi conterranei. 



211 

ormai non solo i tempi della Grecia e di Roma, magni- 
ficati nell'egloga, ma anche quelli di Farinata e di Dante. 



* 
* * 



Possiamo ora risalire all'egloga Vili, Mida, la quale 
non senza una speciale ragione, come dirò in seguito, 
sarà stata frapposta fra l'egloga VII e la IX, d'argomento, 
come si vede, strettamente affine, nonché di stretta suc- 
cessione cronologica : essa, dirò subito, contiene in modo 
speciale un'acerrima invettiva contro il Siniscalco di 
Napoli, Nicola Acciainoli, raffigurato per la sua avari- 
zia sotto il nome di quel leggendario re della Frigia, e 
in generale però molte parole di colore oscuro contro 
varie cose e persone della reggia e del regno napole- 
tano, il cui significato sopratutto interessa rilevare e 
mettere in confronto con l'espressioni già note, per co- 
gliere cosi il vero spirito dell'autore, dovunque esso vada 
talvolta, dirò cosi, annebbiandosi, non per mancanza 
di sincerità, ma per eccesso piuttosto di velenosa acri- 
monia. 

L'egloga dunque, al solito, ha due interlocutori, Da- 
mone e Pizia ; al quale ultimo, dacché ha messo incau- 
tamente il piede nei campi di Mida e della sua com- 
pagna Lupisca, Damone, come l'ombra di Ettore gridava 
al figliuolo d'Anchise : heu fuge, nate dea teque his . . . 
eripe flammis, cosi pare volga trepidando l'ammoni- 
mento di fuggire, prima che il perfido Mida lo sor- 
prenda in quei luoghi e gli noccia gravemente, com'è 
l'abitudine sua e di Lupisca 4 



1 Chi sia questa Lupisca non è stato ben chiaro ; sulle 
prime era stata scambiata per la « Nympha decus nemorum » 
dell'egl. stessa, cioè Caterina di Contenay, la nota favoreg- 
giatrice e amante dello Acciaiuoli. Il Torraca (p. 172 e sgg.) 



212 

Toll« pecu§, Phytia, nesois quibus inscius arvi» 
Num sedeas, Midas si te vel forte Lupisca 
Viderit, errasti; dubium quis promptius ultro 
Irruat in predam, seu servet durius actam. 

e quando Pizia risponde meravigliandosene e affermando 
che lo stesso Mida V invitò in quei campi, Damone lo 
riammonisce ancora: 

Coge pecus, dum tempus adest: ni fallor, amara 
Qua nclis venisse dies, michi crede, futura est; 
Et promissa quidem tenues dispersa per auras 
In nichilum venient. 

e insomma, di contro ai dubbi e le tentate — per quanto 
fittizie — giustificazioni di Pizia, svela tutte le iniquis- 
sime arti via via adoperate da Mida, insieme con Lu- 
pisca, per arrivare a quell'alto grado di ricchezza e di 
signoria; finché Pizia, persuaso dell'inganno e quanto 
mai sbigottito, si associa alle invettive e agli ammoni- 
menti di Damone, gradendo intanto l'offerta della sua 
ospitalità. Tende, igilur veniam, — conchiude il detto Pi- 
zia — teneat sua pretta Lupisca. Non mi fermerò ora ad 
osservare le accuse di rapacità e violenza variamente 
attribuite nell'egloga al detto Siniscalco e all'indegna 
sua donna, dal giorno ch'egli riusci a sedurre la bellis- 
sima ninfa accennata nell'egloga stessa — cioè l' impe- 
ratrice Caterina di Courtenay, prima origine della sua 
straordinaria fortuna — a quello in cui il Boccaccio scri- 
veva; tanto più che, senza un particolare studio di quel 



inchinerebbe a crederla « una personificazione come la lupa 
dell'egl. Ili con cui ha parentela » ovvero una delle tre donne 
che trova accanto al Siniscalco, cioè la sorella Andrea, con- 
tessa di Monte Odorisi : e veramente, oltre le sue buone con- 
siderazioni, non sarebbe trascurabile, credo, per la « ratio no- 
mini* » il fatto che Lupisca e il vezzeggiativo Andreisca ab- 
biano la desinenza in comune. 






213 

personaggio, non sarebbe certo possibile fermare fino a 
che punto potessero la verità o il risentimento perso- 
nale nell'animo dello scrittore : * mi fermerò piuttosto 
ad un'altra innegabile ed importante accusa, variamente, 
ma, secondo me, non efficacemente interpetrata. Allor- 
ché Pizia ha sentito snocciolare tutta quella gran tiri- 
tera di accuse e d'ingiurie contro l' Acciainoli e Lupi- 



i Per uno studio e un giudizio, insomma, molto più largo 
e spregiudicato sull'Acciaiuoli cfr. le vite citate del Palmeri 
e del Tanfani : quest' ultima contiene però quasi un'esaltazione 
continua del suo personaggio, al quale del resto — checché 
ci sia di vero nell'iraconda invettiva del Boccaccio — non 
si possono negare qualità eminenti, come riconobbe d'al- 
tronde lo stesso Boccaccio al principio delle sue relazioni 
col fiorentino nelle note lettere che riguardano costui, e in 
ultimo nella lettera stessa al frate Martino da Signa allor- 
ché gli spiega la ragione che l' indusse a rappresentare nel 
Pizia dell' egl. IV, il detto Acciaioli; le cui fatiche a prò' 
della Casa Angioina, vengono riconosciute — sebbene di volo 
e non del tutto schiettamente, come appresso dirò — anche 
nell'egloga VI. Qualche concessione arriva anzi a farla nella 
stessa lettera furibonda diretta al Nelli (Corazzini p. 160) 
e persino in questa egl. v. 52-54. Le prime relazioni, si sa, erano 
state buone : poi i tempi cambiarono e si fecero grossi, come 
vedremo in seguito, ma per colpa, credo, del Siniscalco; ecco 
perché nei versi citati dell'egl. VI — composta o almeno ri- 
maneggiata, come altrove dirò, piuttosto tardi — c'è per Pi- 
zia, cioè il Siniscalco, appena un fugace, e forse non del tutto 
schietto ricordo. Aminta invita Melibeo a cantare : Seu ma- 
gnos Phytias quos pertulit ante labores, \ Qui meruit versus qua 
StUbon flabat avena. E Melibeo allora : Eocpectet Phyhias, cui 
credo magna paratur Posterità*, « si vera sonat Deus ethere levo, 
dove trapela, crederei, un senso di astiosa ironia, tanto più 
se si pensa che il Siniscalco viene nell'VIII egloga espli- 
citamente ripreso per il fatto di volersi appellare magno: 
Seque Mecenatem magnumque Deumque vocari \ Gliscit: E fin 
nell'ultima egloga l'autore si ricorda di Mida: ma, senza più 
quel profondo ed aspro rancore ond'è, da un capo all'altro, 
penetrata quest' egloga. 



214 

sca, si meraviglia come mai Melalce ed Ameto, cioè 
Giovanna e Luigi di Taranto, l'abbiano lasciato fare!. .. 

Quid tunc Melalces ? tacuit? quid dixit Ametus? 

Al che Damone, con aria quasi sibillina, risponde: 

Assensere Dei; sic ira et crinien inultum 
Permisit misero laqueo pereuntis Alexis. 

Come vedesi, non è poco: la stessa divinità viene ora 
fatta gravare, come nella tragedia greca, sui destini de- 
gli uomini : l'antico spettro di Andrea, si riaffaccia ora 
alla iraconda fantasia del poeta, e senza più il velo al- 
legorico d'una volta, ma nella nuda e terribile realtà 
del capo mozzatogli con un laccio infame, fra le fo- 
sche ombre di Aversa ! E quel crimine — par ch'egli 
stesso ci dica — per passare di anni o di re, è ancóra 
inulto, grava ancóra sulle sorti degli uomini ! 

Il passo stesso dell'egloga è, d'altra parte, pur gra- 
vato sulle menti o, piuttosto, sulle fantasie dei critici, 
dei quali alcuni vi ritrovarono una terribile accusa con- 
tro i reali di Napoli — e qualcuno pure contro l'Ac- 
ciaiuoli in quanto sarebbe stato complice dell'assassinio 
di Andrea — inferendo che l'autore fosse così coerente 
con quanto, secondo loro, avrebbe detto nell'egloga III, 
ma sempre in contraddizione con le due egl. seguenti: 
altri poi hanno supposto più che altro un dato cronolo- 
gico, quasi un termine a quo per indicare il tempo 
dacché era venuta crescendo ed esorbitando la potenza 
di Mida, come se queìV assensere Dei, quel sic ira, e quel 
crimen inultum, e insomma, tutto il rievocato episodio 
di Andrea, non parlassero di ben altro abbastanza. 1 Quel 
primo verso infatti innegabilmente include un forte bia- 



i Cfr. Torraca p. 175 e sgg. e la mia cit. recens. nella 
Rassegna bibl. della Lett. Hai., p. 7. 



215 

simo per Giovanna e Luigi in quanto non si opposero ai 
malefizi operati, secondo il Boccaccio, dal loro Siniscalco : 
ma il resto del passo citato chiaramente apporta una 
spiegazione, e, in certo modo, anche una limitazione. 
Giovanna e Luigi tacquero, è vero, ma perchè vi assen- 
tirono gli stessi dei sdegnati per l'inulto crimine d'Aversa. 
Il che non vuol dire certamente che Giovanna o Luigi 
vengano adesso accusati di quel crimine, sul quale re- 
stano invece ferme le opinioni precedenti e non cade 
quindi contraddizione : vuol dire invece che questa 
volta il Boccaccio fa risalire tutto il male attribuito al 
Siniscalco, e diffuso in generale pel regno, ad un fato 
superiore che, per vendicare Andrea, trascini all'acquie- 
scenza del male stesso anche Giovanna e Luigi d'Angiò. 
La fantasia insomma del poeta, come in generale quella 
del popolo, specialmente napoletano, ha concepito la 
giustizia divina in un certo senso biblico: terribile e 
impunito era stato ad Aversa lo spargimento del sangue 
innocente d'Andrea, e il male doveva essere quindi in- 
distintamente espiato col male : tanto peggio poi se stru- 
mento di questo male diviene appunto Mida. 

E non è affatto nuova questa concezione nel nostro 
poeta: già nell'egloga IV abbiamo visto un'altra ombra 
incombere illacrimata e fatale sui destini della casa d'An- 
giò e in generale del regno, e gli dei lanciare quindi 
i presagiti fulmini, per mezzo del famoso Polifemo: 
al quale, per questo lato, possiamo ora accostare Mida, 
in quanto cioè l'uno e l'altro, in varie proporzioni, ap- 
pariscono strumenti, dirò così, inconsapevoli, per quanto 
in se stessi odiosi, della giustizia divina. Che questa, 
inoltre, incomba su tutto il regno, ci viene, credo, an- 
córa una volta confermato dal modo onde Pizia, sgo- 
mento, risponde a Damone : horreseo solum suspectaque 
Divis | paseua . . . quasi che potesse rimanere anche 



216 

lui vittima di quella furia devastatrice che va investendo 
ogni cosa; la quale, come annunzia il detto Damone verso 
la fine dell'egloga, 1 non tarderà però ad appuntarsi sul 



i E non solo l'egloga, ma anche la notissima lettera del 
Boccaccio al Priore Francesco Nelli (Cfr. Corazzini, p. 131 
e a SS>) — sull'autenticità non c'è ormai da dubitare — in 
cui anche troppo pedantemente troviamo esposti tutti i par- 
ticolari di quell'episodio, e che ha con l'egloga stessa molti 
punti di contatto, come parimenti con l'egloga XVI, dove si 
parla ancora di Mida. Cominciamo coi principali : la lettera 
in principio ricorda quelle che l'Acciaiuoli dirigeva dalla Si- 
cilia al Boccaccio sollecitandolo ad accettare la sua ospita- 
lità con mille promesse « alle quali — dice l'autore al Nelli — 
acciocch' io fossi più inchinevole, nell'epistola scritta di mano 
di Mecenate era posto : eh' io venissi e partecipare seco la 
felicità sua (p. 132) — E l'egloga, pure in principio ; Vult 
Midas ipse daturus | Pascua, si qua fides, fontesque umbrasque 
recentes. Le promesse però caddero presto nel vuoto, come 
ripetutamente vien lamentato nella lettera, di cui tralascio, 
per brevità, di citare i passi: e l'egloga. Et promissa quidem 
tenues dispersa per auras \ In nichilum venient . . . Perchè ? 
Secondo la famosa lettera, l'Acciaiuoli avrebbe fatto quel- 
1' invito al Boccaccio per essere da costui cortigianamente 
celebrato « vorrebbe uno — scrive l'autore — che con bugie 
colorate, in quella scrivendo, lui menasse: la quale cosa 
avrebbe il suo Coridon fatta (cioè Zanobi) se vivesse, ma 
più duro sarebbe a confortare me ad scrivere contro la ve- 
rità cosa alcuna. Di che, perocché advedere si potè, penso 
eh' io gli sia suto meno caro, ed in pruova, di vane promesse 
uccellato » (p. 154). Più oltre poi. « Perocché come e' s'adiede 
eh' io non voleva scrivere favole per istorie, imantinente a 
lui odioso fui » (p. 170). E nell'egloga, oltre l'accenno allo 
stesso Coridone come non più vivo (o almeno non più pre- 
sente nella corte di Napoli). Nec Coridon dudum silvia can- 
tare solebat | Sic letis, dum tantus erat sub tegmine lauri, cioè in- 
coronato, viene espressa metaforicamente la causa per cui 
il poeta sarebbe caduto in disgrazia dell'Acciaiuoli. « Ast ego 
quid merui ì Nolebam vertere vepres | In lauros, fateor, neque in 
celsum extollere Olympum \ Degeneres calamis, divos cantare su- 
bulcos | Hoc tam grande malumf non rebar . . . Da questo, in- 



217 

capo stesso di Alida, strumento dunque e insieme vit- 
tima miseranda della stessa fatalità. 

Da questa fosca figurazione che coinvolge, come ve • 
desi, tutto il destino dei regno a causa del delitto di 
Aversa — pur senza che alcuno venga accusato come 
regicida — ben si può arguire quanto fieramente agitata 
fosse l'anima dell'Autore contro il Siniscalco e il suo 
regno; ma senza pretendere di misurare da questa esplo- 
sione iraconda il vero giudizio che dell'uno e dell'al- 
tro tenne in generale il Boccaccio, importa intanto in- 
dagare quali immediati motivi avranno più probabil- 
mente ispirato l'acre concezione dell'egloga. Quei mo- 
tivi, invero, da tanti luoghi della stessa egloga si pos- 
sono facilmente rilevare: l'Acciaiuoli, si sa, aveva in- 
vitato alla sua corte il nostro poeta che, renitente sulle 
prime, cedette poi alle sue lusinghiere e insistenti pro- 
messe, sollecitato sopratutto dal desiderio non mai stanco 
di rivedere la bella città della sua ardente giovinezza, 
e di ritrovare ancóra in quella un po' dell'ozio antico 
sopra oneste piume: cosicché, un bel giorno di novem- 
bre, in compagnia d'un fratellastro, e a ridosso d'una 
polverosa giumenta, rifaceva il poeta la nota via, ri- 
cordando e meditando chi sa quante cose, in vista final- 
mente della bella Napoli l 1 Ma quale acerba delusione, 



somma, e da altri raffronti spiccioli si vede bene che l'egloga 
e la lettera si riferiscono allo stesso episodio, contrariamente 
a quanto afferma 1' Hauvette (Sulla cronologia dell'egloghe latine 
del Boccaccio, in Gior. Stor., XXVIII, 156: contro cui, cfr. pe- 
raltro, il Torraca, p. 159 e sgg., e più oltre, p. 287, n.) 

1 E in quale anno vi andò il Boccaccio ? La data, come 
è notissimo, è stata oggetto di discussioni e polemiche, fra 
il G-àspary, specialmente, che stette per il 1362-63 (cfr. Zeit- 
schrift fiir rom. Ph., IV, 571, V, 277 e Gior. Stor., XII, 389) 
e il Macri-Leone che, propugnando del resto un' idea del Koer- 
ting, stette invece per l'anno antecedente, 1361-62 (cfr. La 



218 

ahimé, l'aspettava! Quando però il nostro autore, per 
non aver voluto adulare servilmente il Siniscalco, come 
aveva fatto Zanobi, si vide, in cambio di tante promesse 

Vita di Dante scritta da G. B., Fir., Sans., 1888, LXXXI e sgg. 
n.2, e Oiorn. Stor. XIII, 282) e tuttavia pareva definita secondo 
il G-aspary, tanto più che I'Hecker (op. cit., p. 82 nota) osser- 
vava, a conferma di quest'ultimo, che dal principio del marzo 
1362 al luglio dello stesso anno il Nelli si trovava in Sicilia 
col Siniscalco (cfr. Cochin, Un ami de Petrarque, Lettres de 
Fr. Nelli Paris, [1892] pp. 289 e 302) e allora, se il Boccac- 
cio, poniamo, fosse venuto a Napoli nel novembre 1361 per 
rimanervi sei mesi — come dice nella lettera al Nelli — come 
avrebbe avuto modo, quando partì, di prendere commiato 
personalmente dal Nelli stesso — come dichiara di aver fatto 
nella stessa lettera — e questi era già in Sicilia ? Se non che 
osserva di recente il Torraca (op. cit., p. 101 e sgg), ripre- 
sentando l'ipotesi del M. Leone, che i quasi sei mesi vanno 
piuttosto calcolati non dal giorno dell'arrivo a Napoli, ma 
da quello che l'Acciaiuoli, con lettere della Puglia (secondo 
lui, e non di Sicilia) invitò il Boccaccio, che sarebbe rima- 
sto cosi per sei mesi uccellato : e calcola invero molto alla 
lesta le vicende di quel lungo episodio, per far partire il Boc- 
caccio nel marzo del 1362. Ma, senza dire che dall' insieme 
della lettera par bene che il Boccaccio alluda a sei mesi come 
tempo effettivamente trascorso a Napoli, preferisco fermare 
ancóra una volta la mia attenzione sul tenore della lettera 
stessa per chiarire forse meglio ogni cosa. Dice dunque in 
principio l'autore al Nelli : « Niuno certamente avrebbe po- 
tuto quello che tu di' scrivere che non fosse con più pa- 
ziente animo da comportare, conciossiacosaché un altro po- 
tesse per ignoranza aver peccato ; ma tu, no, perocché d'ogni 
cosa sei consapevole, e sai che contro la mente tua hai scritto, 
Se forse di' : Non me ne ricorda, possibile è gli uomini siano 
dimentichi, ma non sogliono le cose fresche cosi subito ca- 
dere dalla memoria. Che diresti tu, se, poiché queste cose 
son fatte, un anno grande fosse passato ? Conciossiacosaché 
non ancora il sole abbia perfettamente compiuto il cerchio 
suo, a Messina, in quelli di che il nostro re Lodovico mori, 
di questo mio infortunio si fece parola : tu a' ventidue di 
aprile seguente queste cose scrivi. Dirai ch'i' sia dimentico ? 



219 

e della vagheggiata ospitalità, confinato in un oscuro an- 
golo della casa — come rileviamo dalla sua notissima let- 
tera a Francesco Nelli e dall' ultima egloga — fra stenti 



(Trascrivo questi e i brani sgg. dell'appendice del Torr. 
p. 394). Dal che si vede che l'autore, supponendo ironica- 
mente che il Nelli, consapevole di tutto, già si fosse dimen- 
ticato, intende rifargli ora lui la storia del suo infortunio, cioè 
di quanto gli capitava disgraziatamente a Napoli (prendo 
cosila parola «infortunio» nel suo significato ordinario e non 
in quello, assai peregrino, di povertà, come intendeva il Ga- 
spary ammettendo che la povertà tante volte lamentata dal 
Boccaccio avesse provocato l'invito dell' Acciciauoli, senza 
però badare che il Boccaccio nella stessa lettera mostrasi 
tutt'altro che lamentevole per lo stato in cui versava prima 
dell' invito, e ricorda al Nelli di essersi per lui indotto a par- 
tire « perocché tu sapevi che modo fosse a me di vivere nella 
patria, che ordine, che studio ; e più nell'animo mio fermai 
che tu non dovessi uomo d'età compiuta consigliare che en- 
trassi in nuovi costumi o diversi agli usati» [p. 395] si vede 
dunque, dal passo dell'epistola sopra citato, che l'autore in- 
tende ripeto, rifargli ora lui la storia dell' infortunio comin- 
ciando ab ovo, dal giorno che a Messina — morto il re Luigi 
di Taranto (26 maggio 1362) — si fece parola di quello che 
sarebbe stato per lui un infortunio, dal giorno cioè che l'Ac- 
ciai uoli mostrò intenzione al Nelli di avere il Boccaccio alla 
sua corte, e gli scrisse invitandolo a partire. Infatti cosi 
seguita a dire immediatamente la lettera famosa : « O buono 
Dio, ecco se, non sapendo io, del fiume di Lete assaggiasti 
(forsechè ne assagiasti) ; e se non n'assaggiasti, tu ti dovevi 
ricordare delle lettere di Puglia [così il Torr : il Coraz. ha 
.Sicilia] a me scritte di mano del tuo messer Mecenate, egre- 
gio albergo delle Muse, con quanta istanza io sia in in quelle 
chiamato, con quante promesse acciocché io venga .. » e se- 
guita insomma raccontando aduno ad uno, successivamente, 
tutti i particolari del famoso episodio. C'è dunque in prin- 
cipio — come altrove — un'acre punta d' ironia contro il 
Priore che tutte quelle cose doveva ben ricordare ab initio, 
dacché, ab initio, cioè dalla morte di Luigi - maggio 1362 - al 
giorno in cui scrisse al Boccaccio - 22 aprile 1363 - il sole 
non aveva ancora compiuto perfettamente il suo corso, cioè 



220 

e vilezze indegne della sua anima orgogliosa e bennata, 
senza che i reali né altri — tranne un vecchio amico 
fiorentino — venissero a sollevarlo da quell'abbietta sen- 

non era passato un anno. E che cosa avrebbe detto — osserva 
con una iperbole lo stesso autore — se fosse passato un « anno 
grande » cioè un secolo ? Così credo si debba intendere 1' « anno 
grande » traduzione fedele dell' « annus magnus » dei latini, e 
non, come tutti intesero, un anno intero, anche perché, al- 
trimenti, l'effetto della frase andrebbe sciupato, una volta che 
dalla morte di Luigi (26 maggio 1362) ai 22 di aprile seguente 
mancavano appena una trentina di giorni per compire l'anno 
intero ! D'altra parte, se si ammetta per poco quell' inter- 
vallo d'un anno e più fra la supposta partenza del Boccac- 
cio da Napoli (marzo 1362) e la data della lettera del Nelli 
(22 aprile 1363) le cose non sarebbero state poi così fresche 
da meravigliarsi tanto ironicamente il Boccaccio che fossero 
a un tratto cadute dalla memoria del Nelli, almeno rispetto 
ai particolari su i quali ora egli, ripeto, vuole insistere ab 
ovo. Credo dunque si possa anche da ciò inferire che il Boc- 
caccio andasse a Napoli — ospite dell'Acciaiuoli — nel no- 
vembre del 1362, e ne ripartisse abbastanza deluso nella pri- 
mavera del 1363, alquanto prima della lettera che gli mandò 
il Nelli rimproverandogli ch'egli fosse quasi fuggito: e, dopo 
una breve visita al Barbato in Sulmona — si recasse a vi- 
sitare il Petrarca in Venezia, come dichiara nella stessa 
lettera, accennando pure allo sdegno del suo maestro per 
la stoltezza del suo Simonide, cioè del Nelli; e come inol- 
tre ci lascia intendere nella fine dell'egl. Vili raffrontabile, 
ancóra una volta, con la stessa lettera: Pizia dice cioè, al- 
ludendo a una dimora lontana da' pericoli di Mida: . . . Mecum 
cantabit Amiclas \ Rupe sub exigua tutus, cantabit, et ingens | SU- 
vanus placida componet pace furentes \ Ilice sub prisca, bilem 
stolidamque Dyonem — Qui Silvano, evidentemente, è il Pe- 
trarca, e in Amiclade mi parrebbe rappresentata la povertà 
libera e dignitosa di cui nell'egl. XVI). Cosi, infine, non c'è 
affatto bisogno di sostituire alla parola Sicilia nel passo so- 
pra cit. l'altra « Apulia » come fa il Torraca « perchè l'Ac- 
ciaiuoli non fu in Sicilia dal 1357 al 1362 » (p. 103 nota) po- 
tendosi invece intendere che l'Acciaiuoli scrivesse al Boccac- 
cio da Messina dove si trovava al tempo della morte del re 



221 

tina — com'egli chiama più volte l'offerta dimora — 
quando insomma si vide costretto a meditare come un 
reprobo, direi quasi, la fuga da quella Napoli così ca- 
ramente diletta, allora si senti divampare e sormontare 
dal petto quella bile che già da tempo fermentava contro 
l'infido Acciaiuoli, 1 e disfogavasi infatti, anche troppo 
sarcasticamente in quest'egloga bollente ed acre, fino 
a vituperarlo, come sappiamo, con quelle terribili pa- 
role : Far Midas, igitur, mechus, scelerumque satel- 
les. . . ! che quasi quasi — se ignorassimo i precedenti — 
ce lo farebbero sospettare satellite del delitto di An- 
drea, tosto ricordato nell'egloga ; fino anzi ad avvolgere 
d'un negro velo tutti quei suspeetaque Divis \ Pasqua: 
e la stessa Giovanna e Luigi, in quanto cioè, nonché op- 
porsi, assentirono — sia pure per forza superiore — ai 



(cfr. Tanfani, p. 224). « Sopravvenne a Napoli — me existente in 
Messina — (parla in una lett. lo stesso Acciaiuoli) l'ora di mes- 
ser lo re Loygi») in corrispondenza con quanto già osser- 
vammo nella lett. del Boccaccio ; al quale avrebbe rivolto 
quell' invito più verisimilmente dopo avere sollecitato invano 
per due volte l'uomo più illustre dei tempi, e molto più lu- 
singhiero di Giovanni per le ambizioni di gloria da lui nu- 
trite, oioè il Petrarca (cfr. in Cochin op. cit., a p. 230 la 
prima lettera del Nelli del 6 novembre 1361, e a p. 380 la 
replica dell'Acciainoli del 18 marzo 1362). 

1 Nella lett. a Zanobi, in cui il Boccaccio comincia a do- 
lersi fortemente dell'Acciauoli che fra altro l'aveva chia- 
mato « Giovanni della tranquillità > dice : « Forse ei non crede 
che le anime dei poveri sentano, conoscano e s'adirino ? Cer- 
tamente sentono e conosco e s'adirano, ma governate da mi- 
glior senno tacciono a tempo, e vomitano poi ciò che già 
concepirono. (Torraca, 384). E più oscuramente nella fine 
della famosa lettera al Nelli, comprendendo in ispecial modo 
quest'ultimo : « Guardisi (l'Acciainoli) e tu ti guarda che tu 
non mi commuova in invettive, che tu vedrai ch'io vaglio 
in quell'arte più che tu non pensi » (Torraca, 407). C'è già 
l'oscuro presentimento d'una intera Vallis Opocaf 



222 

supposti maleflzii delPAcciaiuoli. V ira del Boccaccio 
traboccava così, nell'egloga Vili contro tutti, direi, e 
in modo aperto e tumultuoso, come primo segno del- 
l'anima sua esagitata, a quella guisa che l'egloga stessa 
rappresenta il primo momento che Pizia, cioè l'autore, 
ha messo piede in Napoli : pili tardi — vedremo — tra- 
boccherà ancóra in modo più latente, più meditato e 
terribile, nell'egloga X, se sarà vera la seguente inter- 
petrazione. 

* * 

Dell'egloga X — la famosa Vallis Opaca — non man- 
cano, si sa, tentativi vecchi e nuovi di molteplici spie- 
gazioni, le quali invero, o per un lato o per l'altro, ap- 
pariscono incompiute e dubbie, e sono insomma inaccet- 
tabili : ora, di questa specie d'enigma senza pretendere 
di essere l'Edipo — come direbbe il Torraca — mi li- 
mito soltanto ad esporre le mie impressioni ed osser- 
vazioni con diligenza e franchezza, lieto, comunque, se 
« forse diretro a me con miglior voce — si pregherà per- 
chè Cirra risponda!» ' 



i Per compiutezza bibliografica cito e discuto qualche 
punto delle principali interpetrazioni. Il Rossetti, se pure 
possa citare certi critici d'un tempo penetrati di romanti- 
cismo politico, (Cfr. pirito papale p. 27-28) imaginò Che Licida 
rappresentasse « qualche sciagurato costituitosi in prigione 
come delator della setta, e quindi tormentato dai lupi e lupo 
egli stesso» e simili romanticherie: il Corazzini (op. cit.), 
non meno forse romanticamente, imaginò il duca di Atene 
senza alcuna motivazione, quale troviamo invece nell'HoRTis, 
(op. cit., p. 43 sgg.) che, non senza però esitazioni e riserve, 
sospettava in Licida Francesco Ordelafii — il Faunus del- 
l'egl. Ili — scacciato da Forlì dal cardinale Egidio d'Albonoz 
nel luglio del 1359, e rifugiatosi presso Bernabò Visconti, il 
presunto Plutarco dell'egloga, ecc. All' Hortis mosse quindi 
molte e giuste obiezioni lo Zumbini (cfr. op. dt.) f proponendo 



22S 

I personaggi della Valle sono al solito due, Licida 
e Dorilo, evocato il primo dalla valle infernale — donde 
viene il titolo all'egloga — e ancor vivo il secondo, 
sebbene assai afflitto e gramo, donde la ragione del suo 
triste nome; talché un fondo cupo di tristezza e di 
molteplici sventure già si rivela dal proemio dell'egloga 
e si dilata via via accrescendo, insieme con V interesse 
per le segrete cose in essa contenute, la nostra com- 
mozione. Seguiamo dungue il filo del discorso fra i due 
finti pastori: Cicida domanda all'altro perchè, comun- 



un' interpretazione in verità titubante e incompiuta, alla quale 
tuttavia m'affretto a dichiarare (diamo a Cesare quel cA'è di 
Cesare !) che mi accosto ora io in alcuni punti. Allo Zum- 
bini mosse però altre obiezioni il Torraca (op. cit.,) secondo 
il quale Licida sarebbe Ostasio di Polenta, signore di Ra- 
venna, e Dorilo quel mediocre dantista anche prigioniero, 
vissuto già alla Corte di Ostasio, cioè Menghino Mezzani. 
Cfr. però, contro tale ipotesi, la mia citata recensione al 
libro del Torracca nella Rass. bibliografica. Non sarà infine 
affatto ozioso ricordare anche la interpetrazione piuttosto ro- 
mantica del Carrara (nella Poesia Pastorale [coli. Vallardi]) 
priva cioè di motivazione storica : secondo l'autore dunque 
Polipo sarebbe la povertà che terrebbe inceppato il Boccac- 
cio, e Licida un personaggio ideale sullo stampo di Brunetto 
Latini, colPepisodio del quale avrebbe insomma rapporto tutta 
l'egloga. Ma — a prescindere dal resto — quando mai il Boc- 
caccio ebbe della povertà un concetto cosi turpe da rappre- 
sentarla ora nella figura vile e obbrobiosa di Polipo — le cui 
gesta rispondono d'altra parte a quella d'una persona reale? 
Non difese egli invece la povertà, insieme con la poesia, nei 
noti capitoli del De Genealogia? Non la lodò tanto, la po- 
vertà d'onesta e libera vita, nell' ultima egloga ? — Più mo- 
destamente infine altri conchiusero (cfr. Volpi, Il Trecento, a 
proposito del Boccaccio) che quest'egloga è fra le più difficili 
e oscure — Potrò io diradarne l'oscurità ? Non oserei affer- 
marlo ; tuttavia voglio provarmi anch' io, dacché, come dice 
il Boccaccio nell'egl. Ili : Quis queat ardorum iuvenum compe- 
scere frenisi 



224 

que cambino le stagioni, egli rimanga cosi triste ; e Do- 
pilo allora risponde subito rifacendo a tratti larghi ed 
oscuri una lunga storia di celesti ire, d'improvvisi scon- 
volgimenti e particolari nequizie, cui si collega in ul- 
timo il suo immeritato destino, cioè la prigionia : 

Lyc. Dorile, seu pluvias terris immittat Orion, 
Aut Amon flores, vel Cancer rure cicadas, 
Auferat aut frondes Chyron, te fronte recurva 
Semper conspicio tristem, lacrimisque madentem. 
Quia dolor iste tuus? perijt tibi vitis in ulmo ? 

Dor. Iuppiter a celso prospectans cardine campos 
Prostra vìt feriens ignito fulmine fagum 
His celebrem sii vis : soni tu perterrita tellus 
Ingenuit: tremuere greges ac arbuta dumis, 
Pastores sese comperta fraude vicissim 
In caveis clausere malis. Cui rustica cessit 
Libertas, turbare greges, disperdere capros 
Cepit: Crisofabro Iunoni sacra paranti 
Abstulit optatam frustra per tempora Rufam ; 
Lascivusque mei formosam Phyllida ruris 
Eripuit Phitiae nostro ; quam magna supersunt 
Centauris obscena q aidem, si dicere vellem. 
Utque alios mittam, nostros dampnavit amores, 
Illecebris pedicas ac antra carentia sole 
Imposuit, nulla mirto nec leta corimbis. 

All'annunzio di cotali danni, Licida, rimasto fin qui 
tutto sospeso alle parole di Dorilo, prorompe in escla- 
mazioni non meno dolorose e sinistre contro tutti i suoi 
discendenti, alle cui follie viene cosi attribuita l'ori- 
gine prima di tutte quelle fatalità; e insomma si vede 
che il destino di Licida e della sua casa è legato alla 
dolorosa storia riassunta ora da Dorilo, e già svelata a 
lui nell'inferno da un tale Me n alca. 1 Da questo magna- 



i Ecco i versi : Lyc : — vera igitur tulerat fusca sub valle 
Menalcas | Adveniens: per Pana Deum, non sordida le- 
dunt | Munera Plutarchi, quantum mala nota furentum | 
Quos genui calamos inter ranasque palustres. | 



225 

nimo disdegno già rileviamo che Licida non è un uomo 
volgare ; e vien tosto riconosciuto da Dorilo — il quale 
sulle prime l'aveva scambiato per Podarce — viene fe- 
steggiato anzi e applaudito come colui che avrebbe por- 
tato ancóra una volta in quelle antiche selve squalenti 
la tranquillità e lo splendore, nonché la libertà al do- 
lente prigioniero. Il quale intanto vorrebbe fargli un 
grande onore, invitandolo nella sua dimora a tergersi 
nell'acqua la fosca caligine, e a spezzare sul desco lo 
stesso suo pane ; ma ahimè ! tutto gli sottrasse Polipo — 
omnia subtraxit Polipus — il quale personaggio, evi- 
dentemente, è quello stesso cui dianzi Dorilo attribuiva 
tante scelleratezze e rapine. Se non che Licida disillude 
tosto l'ardente amico : egli oramai è ben morto !.. e tut- 
tavia, a Dorilo che si lamenta delle proprie sofferenze 
e viene considerando che tant'altri godono e sfruttano 
il gregge e i campi di Micone, largisce parole di rasse- 
gnazione e di conforto che sono invero — come dirò 
meglio in seguito — la parte pili soggettiva e più bella 
dell'egloga: 

Castalie die, oro, puer, docuere sorores 
Te lacrimis transire diem? Quis nectere mentes 
Atque pios animos potuit vincire ginestis ? 
Quis prohibet meliore tui quin parte peragres 
Gnosiacos saltus et menala pascua? Quisve 
Pastores yde videas fontesque bicornis 
Parnasi, et lauri dulces per culmina silvas? 
Ha scelus infandum ! sic nondum vivere nosti 
Annosus tecum ? . . . 

Dal che rileviamo che Dorilo è un cultore delle Muse ; 
e dalle parole però onde Licida seguita il suo discorso, 
si rileva che egli è più disgraziato del lamentevole com- 
pagno, dacché in eterno è dannato laggiù, nella valle 
infernale ; della quale, interrogato da Dorilo, viene par- 
ticolarmente a descrivere la triste posizione, e gli amari 

OolUzione di opuscoli danteschi (N. 131-132.133-134-135). 15 



226 

tormenti: laggiù fuoco e caligine, mostri e fiere, be- 
stemmie e lamenti formano l'eternale bufera, ove in 
eterno è sprofondato Licida, per l'espiazione di due 
colpe, che, a domanda di Dorilo, non esita a confessare 
con religiosa compunzione : 

Heu michi ! iamdudum pecudes rapuisse Miconis, 
Et, scelus infaustum, pueros traxisse per umbras 
In vetitam Venerem, melior dum vita maneret, 
Has sedes tribuere michi, sub vindice iusto. 

Spetta ora dunque a Dorilo la parte del conforto, ed 
egli vorrebbe infatti intercedere da Pane — cioè da 
Dio 1 — la salvazione del disgraziato amico: se non 
che questi gli risponde con fatale rassegnazione : 

nequicquam tangere Olympum 

Iam precibus posses, aut irrevocabile fatum. 

E seguitando a descrivergli varie forme di pene e dan- 
nati, finisce col prendere commiato da Dorilo, a causa 
della sopraveniente luce, preannunziandogli però che 
quel suo fiero nemico che lo tiene attualmente in pri- 
gione, cioè Polipo, salendo su per una quercia a carpire 
dei colombi, stramazzerà a terra, e finirà così anche lui 



1 In Pane s'era arrivato a supporre il papa (cfr. Hortis 
op. cit.) ma qui crederei che il termine pastorale stia soltanto 
a siguifìcare Dio, come troviamo in ale. passi del Buccol. Car- 
men : cfr. nei versi sopra citati la chiara formola di giura- 
mento : per Pana deum, non sordida ledunt Munera Plutarci . . . 
dove, d'altra parte, Plutarco è una divinità infernale corri- 
spondente al noto Plutone, come ci indica lo stesso nome un 
po' a bella posta travisato. Cosi avanti, Archesila, starà a 
significare, credo, il Padre Eterno, o insomma Dio, in quanto 
giudica le colpe degli uomini : Actum est de me, deque illis quos 
iustus in Orcum | Archesilas misit quondam, come risponde Li- 
cida alla proposta intercessione di Dorilo. 



227 

nella famosa Valla, lasciando in libertà l'innocente pri- 
gioniero. 

Tunc Polipus quercum duna scandet forte palumbas 
Perquirens, michi crede, ruet, nostrosque tumultos 
Adveniens auget: — sic ducunt fila sorores — 
Teque tuis linquet campis : sic vincula solves. 

L'egloga si chiude così con grande sollievo di Dorilo 
che grato innalza l'anima agli Dei, promettendo i so- 
liti sacriflzii per la libertà alfine ricuperabile dopo il 
ferale destino del suo attuale oppressore. 

Questa, dirò cosi, è la scorza dell'egloga : quali se- 
grete linfe però vi palpitano dentro ? Una cosa anzi- 
tutto mi pare innegabile, che più delle altre egloghe 
cioè, sia scolpito in questa, pur di mezzo alle tante follie e 
disgrazie altrui, un carattere affatto intimo e partico- 
lare dell'autore, tanto più suggestivo, quanto più esso 
diviene circospetto o latente; e parmi, di conseguenza 
che per spiegare l'egloga, si debba scrutare l'anima dello 
stesso autore inseguendola fra quelle vicende politiche e 
private che pili lungamente e da vicino l'avranno col- 
pita. Ora, chi non sa quanta parte nella vita come nello 
stesso Buccolicum del Boccaccio, abbiano avuto le cose 
di Napoli ? Proviamo dunque se alcuni fatti ed episodi! 
napoletani rispondino sufficientemente ai dati allegorici 
che possiamo alla meglio ricavare dall'egloga. Or bene, 
lo stesso proemio, dico subito, ci trasporta irresistibil- 
mente a Napoli, in quelle famose selve su cui già ab- 
biamo visto più volte gravare tanta ira funesta da parte 
degli uomini e degli stessi dei : 1 venendo quindi a' par- 



i Cfr. l'egl. Ili, IV, V e Vili, e le osservazioni fatte 
nelle pagine precedenti. Ricordo che già lo Zumbini (op. 
cit. } ) supponeva nella tempesta del proemio l'effetto di quella 
annunziata nell'egl. Vili, a proposito di Mida, dove dice 
Damone a Pizia : Nil melius : pecudes pridem dum forte 



228 

ticolari, il fulmine lanciato da Giove sul faggio celebre 
in quelle selve, « his celebrem silvis » non starebbe a 
simboleggiare lo scoppio della giustizia divina dal gior- 
no — risaliamo ora alquanto la torbida fiumana degli 
eventi — dal giorno, o meglio dalla notte che quell'An- 
drea d' Ungheria fu barbaramente assassinato nel con- 
vento di A versa ? * E non abbiamo visto difatti nel- 



lavarem, | Omnis erat varia plenus vertigine gurges ; | Hinc 
sensi monitus venturi turbinis iras), | Et Mide casum pariter 
pecorisque ruinam, | Et repetet glandes veteres oleasque 
Lupisca. — i quali versi però, oltreché appariscono inseriti 
più tardi nell'autografo, nel margine cioè inf. del f. 38, par 
solo si riferiscano all'Acc, e più propriamente al fatto che, 
accusato più tardi presso la Curia di certe indebite appro- 
priazioni, la sua fortuna corse grandissimo rischio, come 
altrove ricorderemo. 

i Notevole è il raffronto che si potrebbe fare con la II 
egl. del Petrarca, dove anche sotto forma di tempesta sono 
raffigurati gli eventi napoletani onde fu vittima Andrea, — 
simboleggiato in cipresso per il suo funebre destino — e 
dove troviamo inoltre la stessa imagine dei pastori fuggenti 
qua e là pieni di terrore ; si direbbe quindi che il Boccaccio 
da qui abbia preso le mosse per la sua figurazione. Ecco i 
versi del suo venerato maestro : . . . tum fusca nitentem | 
Obduxit Phebum nubes, precepsque repente | Ante expecta- 
tum nox affait ; horruit ether | Grandine terribili : certa- 
tim ventus.et imber | Sevire et fractis descendere fulmina 
nimbis .... Ingentis strepitu tremefacta ruine | Pastorum 
mox turba fugit, quecunque sub Illa | Per longum secura 
diem consederat umbra ; | Pars repetit montes, tuguri pars 
limina fidi, | Pars specubus terreque caput submittit hianti. 
(Cfr. Egl. II, Argus. ed. Avena, p. 101). In quanto poi al 
faggio celebre in quelle selve, credo stia a simboleggiare la 
tanto rinomata Casa d'Angiò ; della stessa parola faggio si 
valse il Petrarca per indicare case antiche, p. es., quella di 
Arezzo ; e nelPegl. X — Laurea Occidens — simboleggia nel 
faggio la maestà dell'impero romano, come annotano i suoi 
commentatori. (Tum frondosa, ingens ramis, altissima fa- 
gus, Optatamque gregi gre già ac ductoribus um brani | Fun- 






229 

Tegl. IV, piombar Polifemo, per decreto del cielo, sulla 
torbida casa e sul regno d'Angiò ? Non abbiamo sentito 
allora, sotto i piedi dell' ungherese, tremare la terra, 
come già le rupi etnee sotto il pie' del favoloso Ciclope, 
e visto i pastori, — cioè i notabili del regno — fug- 
girsene qua e là, sgomenti e confusi ? Ricordiamo i versi 
dell'egl IV: 

Dum ruit omne decus nemorum, tunc ordine nullo 
Pastores pariterque greges, armentaque passim 
Difìugiunt, timidiqne runt; loca namque ministrat 
Ipse pavor: petit hic colles, petit ille cavernas 
Lustraque silvarum . . . 

Non sarebbero dunque gli stessi i pastori fuggiaschi 
dell'egl. X? 

Dopo quel subito scompiglio, l'egloga presente ci lascia 
intendere che un uomo tutto assorbisca nelle sue mani 
il potere, esercitandolo però in quelle selve in modo 
che, nonché fermare gli effetti dell' ira di Giove, par 
bene li prosegua e li accresca anzi orribilmente, de- 
vastando e predando; sicché sta bene a lui — dal noto 
cetaceo che avviluppa i corpi e li dissangua colle sue 
terribili spire — il nome, pili sotto espresso, di Polipo. 1 



debat . . .). Il fulmine, infine, lanciato da Giove, è un sim- 
bolo, si sa, troppo poetico e comune per essere riferito ad 
alcun che di reale; tuttavia non va trascurata la citazione 
riportata dal De Blasiis (op. cit., p. 383) del Chr. Vat., 19, 
che cioè un giorno : « Quidam fulcur descendit ad dictam cap- 
pellani (la cappella della reggia di Castelnuovo) percutiens 
dictam cappellani in bene decem partibus, revolvendo se 
super capud regine, eique nullum detrimentum tulit». 

1 Questo nome veramente figura sempre modificato con 
rasura sull'originale : in una parte apparirebbe però qualche 
minima traccia della parola originaria che forse sarà stata 
Nereus, con riguardo probabilmente a Nerone e al nome stesso 
Nereus che, col significato appunto di Nerone, ricorre in 
un'egloga del Petrarca. 



250 

E chi sarebbe costui se non quel famigerato Mida del- 
l'egl. Vili che, dopo l'uccisione di Andrea — nel con- 
cetto almeno del nostro poeta — ascese presto al po- 
tere con vessazioni e malvagità inaudite ; queir Ac- 
ciaioli che effettivamente, dopo il ritorno di Luigi e 
Giovanna nel regno — cui aveva, si sa, con tutta l'ani- 
ma contribuito — fu l'ascendente politico e, si può dire, 
l'arbitro d'ogni cosa? Ricordiamo ancóra, a proposito 
suo, i versi dell'egl. IV, quelli che ci danno il termine, 
a quo, per cosi dire, della sua ascensione politica, e il 
suo presunto ritratto morale : 

Cumque diem functus terras dimitteret Argus, 
Et levo tandem fato cecidesset Alexis, 
Extemplo callens hic sese miscuit altis 
Pastorum rebus, dicteaque semina passim 
Ommia complevit, i actans . . . 

e, inoltre : 

Sed postquam vires auxit compressa cathella, 

Insurgens coram tauro qui ludat in ervo 

Persimilis cornu, celsas infringere pinus, 

Sternere prevalidas quercus, silvasque boatu 

Terribili compiere, leves pervertere septas 

Cepit, et horrendus rabie leo vertere magnas 

In circum bubulas, ursosque arcere frementes. 

Quis putet: et Bavio subtraxit subdolus hyrcos, 

Pregnantesque boves, et pingnes Carmine tauros 

Eduxit stabulis, rauco latrante Melampo. 

Quot Faunos quondam, nymphas quot lusit agrestes? 

Or bene, le violente estorsioni descritte in questi 
versi, la storia insomma criminale di Mida, non sarebbe 
succintamente ripresa nei versi dell'egl. X, sotto il no- 
me più abbietto di Polipo ? Con certe allusioni però, 
come quella di Rufa e di Fillide rapite rispettivamente 
a Crisofabro e Pizia, che ci restano veramente ignote ; 
esse forse risponderebbero, più che a impudicizie o 









231 

ratti insomma lussuriosi di Polipo, ad usurpazione di 
beni a danno prima di Crisofabro — secondo l'entimolo- 
gia, fabbricante di oro — e poi di Pizia, amico, crederei, 
intimo e fedele — secondo che suona il nome — di Do- 
rilo, e insieme, un tempo, dell'estinto Licida. 

E chi Dorilo sia si potrebbe verisimilmente infe- 
rire, oltreché da altri particolari, dalla spiegazione 
che daremo a quell'altra colpa specifica gravante sulla 
coscienza di Polipo, dall'avere egli, cioè, condannato 
gli amori innocenti di Dorilo, ricacciandolo con lu- 
singhe in un antro privo di lieti grappoli e di sole : 

Utque alios mittam, nostros dampnavit amores; 
Illecebris pedicas ac antra carentia sole 
Imposuit, nulla mirto nec leta corimbis. 

Ora, non stanno questi versi a significare il famoso 
episodio del Boccaccio presso la corte dell' Acciaiuoli, 
allorché il poeta, come dicemmo già troppo a propo- 
sito dell'egl. Vili, invitato con mille lusinghe e dal Si- 
niscalco e dal priore, e partito verso Napoli vagheg- 
giando chi sa quale tranquillo e piacevole soggiorno, 
si vide invece confinato colà e vilipeso nella famosa 
« sentina»? 1 

Che se forse mi si obbietterà che il Boccaccio non 
rimase affatto prigioniero in quella corte, né ebbe tolta 
dal Siniscalco alcuna cosa, 2 mentre l'egloga dice che 
Polipo 

Illecebris pedicas ac antra carentia sole 
Imposuit . . . 

E inoltre 

« omnia subtraxit » 



i Ricordiamo la descrizione che di questa fa l'autore — 
nella cit. lettera al Nelli — anche troppo minutamente, come 
d'un antro fetido e oscuro, e vediamo come corrisponda be- 
nissimo a quell'azera carentia sole ! 

* Cfr. Tobraca. (op. cit., p. 182 e sg.). 



232 

sarà facile rispondere che l'allegoria — carattere intrin- 
seco di questo Bueeolieum Carmen, — può bene aver ispi- 
rato la immagine materiale della prigione rispondente 
a quello che fu piuttosto uno stato d'animo, un pathos, 
una specie insomma di prigionia morale per il Boc, che 
d'altra parte, nel parlare al Nelli di quella famosa sen- 
tina e dell'umiliazione subita per opera del Siniscalco, 
usa metaforicamente espressioni che ci ricordano invero, 
nel significato materiale, l'attuale condizione di Dorilo ; 
e così varie volte, altrove : * E la stessa allegoria bucolica 
onde i personaggi sono rappresentati col loro gregge 
o col campo, ancorché in realtà non ne abbiano affatto — 
come si potrebbe dire pel povero Giovanni — avrebbe 
consigliato le altre finzioni pastorali dell'egloga, cioè le 
spoliazioni attribuite all'avaro Polipo a danno dell'alle- 
gorico prigioniero. 

Se Polipo dunque è l'Acciaiuoli venuto su fortuna- 
tamente e, secondo il Boccaccio, con estorsioni e pre- 
potenze, dopo quella fatale tragedia di Aversa appor- 
tatrice di tanto scompiglio nel regno, chi sarà mai quel 
Licida legato intimamente, come abbiamo visto, alla 
cupa storia onde esordisce l'egloga ? Egli, si sa, allorché 
Dorilo ha finito di parlare, ricorda di aver sentito già 
Menalca narrare nella Valle quelle turpissime cose ; e 



1 Per es. : « Stetti dunque legato con quelle catene. . . Siensi sue 
le ricchezze ch'e' (cioè l'Acciaiuoli) possiede, sua sia la gloria 
trovata, ma mia sia la santa libertà » e un po' più oltre « ben 
conosco di avere assai acquistato essendo servata la libertà » (Cfr. 
Coraz., p. 169 e passim) Nella lettera poi a Niccolò Orsini, 
l'autore dice di aver rinunziato all'ospitalità offertagli in Na- 
poli da Iacopo da Maiorca « quoniam quodam occulto nexu 
astringi videbatur, quam omnino cupio solutam, liberlas » (p. 320); 
e all' invito dello stesso Nicolò rispondeva rifiutandosi, quoniam 
non iam patiaur etas (sic) libertati assueta colla iugo subiicere. 
(ibidem.) . 



288 

impreca con passionale veemenza contro la follia dei suoi 
discendenti che gli grava sul petto e l'offende più che 
la fosca valle abitata : ora, se la tragedia d'Aversa era 
stata, com'è notissimo, anche dal Bocc. stimata l'ori- 
gine delle politiche e morali calamità toccate alla casa 
d'Angiò ed al regno, in generale, di Napoli, non sarà 
questo Licida, che già tanto si rivela sdegnoso e magna- 
nimo, il padre e l'ascendente insomma di Carlo e Ber- 
nardo Artus, di Giovanna e di Maria d'Angiò ? Non sarà 
quel Roberto così sapiente e valente nel reggere le sorti 
del regno, al contrario dei successori suoi variamente 
incolpati e contaminati ? 1 Sappiamo invero che Carlo 
e Bernardo Artus, figlio e nipote rispettivamente natu- 
rali di Roberto — ebbero parte diretta e principalis- 



i Un'obiezione potrebbe sorgere superficialmente dal ver- 
so cit., allusivo alla progenie di Licida : Quos genui calamo» 
inter ranasque palustres, le quali ultime parole — ranasqut 
palustres — avevano condotto subito la immaginazione del 
Torraca alle terre paludose di Ravenna per identificare in Li- 
cida, come ho detto, Ostasio da Polenta, quasi che di paludi 
ci fosse abbondanza soltanto colà, nel medievo. (Cfr. a prop. 
la mia cit. recens.)- Per me, intendo quel genui in senso piut- 
tosto largo e generico ; e il rimanente del verso, più che 
una delimitazione geografica, potrebbe essere soltanto un'al- 
legoria, per significare forse la bassezza dei natali di Carlo 
e Bernardo Artus e specialmente del primo — bastardo — 
per efletto sopra tutto di quel che fecero dopo, quasi uomini 
di fango e di palude ! D'altra parte, non potrebbe Roberto 
aver generato furtivamente Carlo presso gli stagni e le acque 
insomma paludose che non mancavano nei dintorni stessi 
di Napoli, accanto ai luoghi più ameni ? Ovvero fuori del suo 
regno ? Comunque, è degno di nota che l'autore, come do- 
vrò dire in seguito, non ebbe intenzione di chiarire il senso 
nascosto in quest'egloga, nella lett. al Signa, e nemmeno 
dunque avrebbe lasciato sospettarne le tracce mentre la com- 
poneva: si sarà quindi attenuto a dati vaghissimi, e, chi 
sa?, forse anche contrari a quelli reali. 



284 

sima nella famosa tragedia di Aversa: Bernardo — rac- 
contano i cronisti — avrebbe afferrato e tenuto fermo 
il re perchè gli altri assassini gli gettassero il laccio 
al collo : 1 su Carlo poi — gran camerario del regno 
e sposo di Andreisca Acciaiuoli — si mormorava per- 
sino che fosse un amante della regina già da quando 
viveva Andrea; e insomma l'uno e l'altro — per la 
morte stessa onde non tardarono poi a pagare il fio del 
regicidio — non erano poco argomento, come vedesi, 
d' indignazione e d'obbrobrio per il padre ed avo ri- 
spettivamente, sia pur naturale. 

In quanto a Giovanna poi, se il Boccaccio non può 
più invero alludere a lei come viricida, dacché abbia- 
mo visto, altrove, affatto scartata da lui questa opinione 
pur tanto diffusa, potrebbe però — senza contraddi- 
zione alcuna — riferire ora a lei per bocca di Roberto, 
e, se vogliamo, con maggior proporzione e disdoro — 
quelle colpe che qua e là non aveva taciute — come 
abbiamo specialmente osservato nell'egl. IV ed Vili, — 
così come quelle colpe non tacevano invero, ma grida- 
vano ben alto nella coscienza dei contemporanei. E come, 
indirettamente, nell'egloga IV, così ora l'ombra di Ro- 
berto tornerebbe opportuna, anzi più suggestiva nel 
rinfacciare le varie colpe alla nipote che egli, il buon 
re da sermone, aveva nutrita come figlia, insieme con 
la sorella Maria, ispirando loro sentimenti alti e virtuosi : 
ma anche Maria, come Giovanna, si sa, non tardava a 
rendersi colpevole di dissolutezze e delitti ! Non è im- 
probabile infine, che l'invettiva del re in generale si 



* Cfr. oltre la cronaca di G-. Villani, il Gravina, Chronicon 
Estense, 431. Ne parla anche il Torraca, (op. cit., 177 e note) a 
proposito di Lupisca, cioè della presunta Andreisca Ac- 
ciaiuoli, moglie di Carlo Artus. 



235 

rolga contro tutti i nipoti e affini insomma che con le 
loro ambizioni sfrenate e sanguinose discordie, tenevano 
da tempo così lacerata e avvilita, com'è notissimo, la 
casa angioina, da provocare su quella la vendetta degli 
dei per mezzo e di Polifemo e di Mida : e insomma, tutta 
la scena di quei sinistri eventi che abbiamo qua e là 
ricordati, nelle cause pili remote come nelle pili pros- 
sime conseguenze, si svolgerebbe ora dinanzi agli occhi 
smarriti del re, più dolorosa e obbrobriosa della stessa 
valle infernale. 

Procedendo per l'ordine stesso dell'egloga, la figura 
invero di Roberto la possiamo riconoscere per altri se- 
gni: allorché egli s'è rivelato a Dorilo, abbiamo visto 
quest' ultimo ineggiare diffusamente a lui come restau- 
ratore dell'antica fortuna in quelle selve sconvolte dalla 
bufera di Giove e dalla prepotenza di Polipo; or bene, 
Roberto non sarebbe stato effettivamente capace di fre- 
nare e disciplinare la Casa e il regno vacillante ? non 
fu per lo meno il suo governo abbastanza glorioso per 
meritarsi ora le lusinghiere manifestazioni di Dorilo ? 
Dalle cui parole inoltre : Tune, precor, meus es Liei- 
las? si rileva l'amicizia, o almeno la conoscenza, che 
ebbe l'uno dell'altro : e il Boccaccio infatti, si sa, visse 
puro qualche tempo alla corte di Roberto, introdottovi 
probabilmente dal padre, allorché era ancóra giovane 
e tanto più disposto a ricevere e serbare per l'avve- 
nire una forte impressione e della splendida corte e del 
sapientissimo re : * dal quale, chi sa che il giovane poeta 



i Vi allude lo stesso autore nella prima redazione del 
Faunus là dove, parlando di Argo e della sua corte, dice di 
sé — sotto la figura di Menai ca — « ex grege riempe fui pitt- 
erò » giustificando cosi la forte commozione che desta in lui 
il tragico racconto di Meri, cioè di Cecco dei Rossi da Forlì. 
Vi allude inoltre nel cit. racconto del De Casibus (e. IX-26) 



286 

di Certaido non abbia avuto ammonimenti, e conforti, 
e auspicii insomma per la giovanile sua Musa? A pro- 
posito della quale, le incuoranti e suggestive parole con- 
tenute nell'egloga, esprimono, — come già dicevo, — la 
parte più intima e meditata dell'egloga stessa, quella 
insomma che ci rivela più da vicino l'anima accorata 
del nostro poeta. Dorilo pensa amaramente che Ila 1 ed 



(tralascio il noto passo discutibile del De Genealagia intorno 
a Roberto e al Petrarca) dove dice appunto di aver visto coi 
propri occhi alcune delle cose narrate frequentando, da gio- 
vane, la corte angioina. In questa sarebbe stato probabil- 
mente introdotto per tempo dal padre, uomo noto e gradito a 
Roberto, dacché era stato designato suo « familiaris » cfr. 
Davidshon, Forschungen, Band III, p. 182; e Della Torre, op. 
cit., 118, secondo il quale il nostro autore sarebbe stato am- 
messo nella corte reale verso il 1327, essendo il padre, Bec- 
caccino, venuto a Napoli fra il settembre e il novembre di 
quell'anno. 

* Chi sia questo Ila non sarà tanto facile chiarire : il Car- 
rara, (op. cit.,) pensò persino al Petrarca come ospite dei 
Visconti ; ma perché avrebbe ad un tratto il Boccaccio man- 
cato di riverenza al suo «venerato maestro» ? E poi, quel- 
l'odiosa ospitalità presso i nemici della patria non mi pare 
conciliabile con quella punta d'invidia che pur dimostra il pri- 
gioniero, unico a soffrire in quei luoghi, per Ila ed altri gau- 
denti. Il Torraca si domandava se non fosse Antonio da Fer- 
rara per effetto di quella sua interpretazione dell'egloga che, 
per me, credo erronea. Ecco intanto i versi : . . . Pecudes 
ad prata Miconis \ Nunc Jlas peliti, manibusque nunc ubera 
pressat; \ Hic cythisum salicesque novas frondesque recente» \ 
Apparai, ac agnos recreat matresque per herbas ; | Hic alter mer- 
sat rivis et veliera tondet ; \ Ille suos cantat calamis invisus amo- 
re», | Et corilos faciles mulcet celsasque cupressus ; | Me solum mi- 
8eramque tenet sine crimine vinctum | Heu ! Polipus, dum seva 
tero nunc otia planctu. Vediamo cosi ritratta una serie più o 
meno fortunata di gaudenti, fra i quali, primo, Ila, il quale 
si dovrebbe trovare naturalmente fra i primi corteggiatori 
del nostro Polipo, cioè dell' Acciaiuoli : ebbene, quest'Ila 






237 

altri indegni pastori traggono utilità e diletto dai prati 
di Micone, e ch'egli solo, da innocente, è là con- 
dannato, come un reprobo, a struggersi in lagrime in 
quell'antro oscuro: e Licida allora gli risponde ammo- 
nendolo e confortandolo che, se il corpo è in catene, 
lo spirito però sarà sempre libero di migrare pei campi 
interminati della poesia e del pensiero: 

Castalie die, oro, puer, docuere sorores 
Te lacrimis transire diem? Quis nectere mentes 
Atque pios animos potuit vincere ginestis? 
Quis prohibet meliore tui quin parte peragres 
G-uosiacos saltus et menala pascua? Quisve 
Pastores yde videas fontesque bicornis 
Parnasi, et lauri dulces per culmina silvas ? 
Ha, scelus infandum! sic nondum vivere nosti 



che caccia avanti il gregge smungendolo bene per conto 
suo, non sarebbe il Nelli, dispensiere alla corte e factotum 
insomma del Siniscalco? Dice l'autore nella cit. lett. : «Tu 
avresti forse voluto ch'io, guidato dall'esempio tuo, avessi 
sino al fine della vita sostenuti questi fastidi . . . Tolga Iddio 
questa vergogna, da uomo usato nelle cose della filosofia 
(è il dantesco absit a viro philosophiae domestico, come nota 
opportunamente il Torr., 153, n. 2), dimestico delle Muse, e 
conosciuto da uomini chiarissimi, e avuto in pregio, che a 
modo delle mosche, con aggirar continuo, attorniando vada 
ora le taverne del macello, ora quelle del vino, cercando le 
carni corrotte e il vino fracido, portando la taglia in mano 
i fornai visiti e i farsettai, e le femminelle che vendono i 
cavoli per portar esca ai corbi comperati con picciolo pregio » 
(dal Torr., 405). Vuol così umiliare il mestiere del cortigiano, 
purtroppo però lucroso come sarebbe quello dell'allegorico 
Ila: pel quale nome chi sa che non ci sia anche qualche ma- 
liziosa allusione al mitico giovinetto amato da Ercole? Quan- 
to il Nelli, d'altronde, riuscisse inviso al Boccaccio, com- 
plice del tiro operatogli dal Siniscalco, si rileva più volte 
dalla famosa lettera dove lo minaccia infine di vendicarsi : 
e contro il Priore e il Siniscalco, qui si sarebbe infatti ven- 
dioato abbastanza ! 






238 

Annosus tecum? Secum supera vit Olympum 
Olim Argus, qui iura deum viditque deditque ; i 
Pastores frigios orbatus lamine Mopsus 
Et danaos cecinit. Sic Tytirus arva latina 
Non vidit, rutulus dum tinxit sanguine Turnus. 

Chi non sente qui lo spirito vivamente commosso 
dello stesso poeta ? Che tutto invero aveva consacrato 
agli studi e all' « alma poesis » ; e nelle circostanze più 
dure della sua vita piuttosto afflitta e raminga, sotto 
il monte Falerno o presso l'aride sponde dell' Ema, nel- 
l'odioso fondaco paterno o nell'aborrita sentina del- 
rAcciaiuoli, solo cercava e traeva da quelli il conforto 
e la consolazione maggiore. Con che ardenza di fede 
esperimentata e salda egli, nei noti capitoli del De Ge- 
nealogia, nel difendere la poesia e gli studi dalle mol- 
teplici accuse di gente ignorante e venale, ripete quelle 
frasi scultorie di Cicerone che trovano pure qualche 
vago riscontro nell'egloga : Hec studia adolescentiam 
agunt, seneetutem obleetant, seeundas res oniant, ad- 
versis perfugium AC solatium prebent. ecc. 2 



i In quest'Argo, credette il Torraca poter raffigurare 
Dante : e bella invero ci riuscirebbe l'imagine del divino poeta 
ricordata dal fervente ammiratore anche nel Buccolicum Car- 
men : per me, (come ho osservato, nella cit. Rassegna) credo 
piuttosto in Argo raffigurato Mosè, il legislatore divino per 
eccellenza. Ricordisi che lo stesso nome, Argo, vien dato 
a Roberto in grazia delle leggi da lui promulgate. Un'allu- 
sione tuttavia al divino poeta s'è sospettata nel verso del- 
l'egl. Ili, a proposito di Forlì dove (cfr. Barbi, in Bull, della 
Soc. Dant.f voi. Vili, 1892) pur sarebbe stato alquanto a 
posare il grande esule : Antrum — rammenta Panfilo, cioè il 
Boccaccio stesso, a Meri — quo magnus quondam requievit Amjn- 
tas, il quale nome ricorre talvolta nel Bue. Car., a indicare un 
grande pastore cioè un guerriero, un santo o un poeta. Su- 
perfluo è infine avvertire che in questa egloga Mopso è 
Omero, e Titiro Virgilio. 

* 1. XIV, cap. 22 CHkckeb, p. 261). 



239 

D'altra parte, chi nella detta egloga, poteva assu- 
mere questa missione poetica e confortatrice meglio del 
nostro presunto Licida, del famoso re angioino che, 
com'è notissimo, instaurò in Napoli tanto fervore di 
studi e di cultura partecipandovi egli stesso — sebbene 
assai meno egregiamente di quanto si stimasse allora — 
e chiamando comunque alla sua corte artisti, scenziati, 
uomini insomma colti ed insigni, fra i quali — non ul- 
timo — abbiamo ritrovato il nostro giovane autore ? x 
E Roberto anzi, quando la morte del figliuolo, della 
nuora, del nipote e di tanti cari insomma, gli scavò 
nello stesso splendore della corte tanto vuoto d' in- 
torno, non cercò egli principalmente negli studi e, in- 
fine, nella poesia di Virgilio, tardi ma fervidamente ap- 
presa, un conforto grande e sincero ? Un umanista, con- 
cludendo, fu quel re angioino tanto celebre nella poe- 
sia e nella storia del tempo ; e un atteggiamento invero 
umanissimo gli conferisce ora il memore poeta rappre- 
sentandocelo cosi sdegnoso e sofferente anzitutto per le 
folli colpe dei suoi successori, cosi tenero ed eloquente 
a favore degli studi e dei poeti infelici, e facendolo in- 
fine ripiegare un momento su se stesso e sul passato 
con profondo rammarico : quant'era grande in giorno 
in quelle selve ora funeste : memores — dice a Do- 
rilo — dum pascua solus \ Hec tenui, quam grandis 
tram ?, e quant'è ora infelice e misero nella valle in- 



* Cfr. su Roberto la Cronaca di G-. Villani XII, 10; lo 
stesso Boccaccio in Geneal. Deor., XIV, 9 (Hecker, 218-9); 
F. Petrarca, in Rerum Memor. 1. I, ult. cap., e cosi nell'-Ep. 
Fara. I. 1 ; e fra i moderni Faraglia, Barbato di Sulmona e gli 
uomini di lettere della corte di Roberto d'Angiò, in Archivio 
Stor. ital, Serie V, voi. Ili [1889] 315 e segg. ; e infine G-. B. 
Siragusa, L'ingegno il sapere e gì' intendimenti di Roberto d'An- 
giò, Torino, [1891]. 



240 

fernale dov'è condannato in eterno ad espiare le sue 
antiche colpe. Le quali egli non esita a confessare 
— come dicevo — con religiosa compunzione: sentia- 
mole : 

Heu michi ! iamdudum pecudes rapuisse Miconis, 
Et, scelus infaustum, pueros traxisse per umbras 
In vetitam Venererà, melior dura vita maneret, 
Has sedes tribuere michi, sub vindice iusto. 

La seconda di queste colpe non è di quelle invero 
di cui parlino ordinariamente le cronache o la storia; 
tuttavia, dacché tanti altri dati concorrono alla nostra 
interpretazione, non saremo forse giudici troppo avven- 
tati o spietati attribuendo ora a Roberto, al noto « re 
da sermone », alla famosa « regina Berta » una colpa 
di cui in generale la corruzione dei suoi tempi a Na- 
poli, e nella stessa reggia, e in particolare il fatto che 
la sodomia fosse un vizio comune fra i chierici e molto 
diffuso nel Medievo, ci offrono facilmente il sospetto. 
Del resto, nemmeno per la sodomia di Brunetto Latini 
ci occorre testimonianza alcuna, tranne la voce del se- 
vero poeta, che in una terzina di quel noto episodio 
di ser Brunetto, di sodomiti, in verità, comprende lar- 
ghissima schiera; 1 nella quale dunque non disdegni ora 
di rientrare in pace, fra tante, la molle ombra del re 
angioino. 2 



i Inf., e. XV, v. 106-8. 

* Fra le ombre abbiamo visto anche Mendica narrare a 
Licida gli stessi fatti di Dorilo ; « Vera igitur tulerat fusca 
sub valle Menalca, Adveniens. . . », o chi sarà costui? Crederei 
Zanobi da Strada, morto di peste ad Avignone nell'estate 
del 1361 (cfr. Cochin, op. cit., 185) e punto spesso dal Boccac- 
cio, come indegno poeta alla Corte di Napoli, specialmente 
nell'egl. VI e Vili sotto il nome di Stilbone e Coridone ; 
e anche crederei di confermare cosi — con la comunanza 



241 

La prima allusione invece : iamdudum pecudes ra- 
puisse Miconis, a me sembra chiarissima : fermiamoci 
però anzitutto su quest'ultima parola Micone che già 
abbiamo visto ricorrere nell'egloga a proposito d' Ila : 

. . . Pecudes ad prata Miconis 
Nuqc Ilas i pellit, manibusque nunc ubera pressat. . . 
Me solum miserumque tenet sine crimine vinctum 
Heu Polipus. . . 

Ora, se trattasi qui evidentemente dello stesso Mi- 
cone, come Dorilo potrebbe in questo passo, dal nome di 
quei Micone iamdudum derubato da Licida, appellare 
la terra dove la scena si svolge, dove egli sta soffrendo 
insomma per violenza di Polipo, se il detto Micone non 
fosse una personalità ovvero un ente ancora vivo e 
autorevole in quella stessa terra, malgrado l'antico ratto 
di Licida, nonché la presenza dei suoi successori e 
dello stesso Polipo ? Ne seguirebbe dunque che Micone 
sia il papa, o meglio il papato, il quale si sa, sin dal 
tempo dei Normanni, considerava il regno di Napoli 
come un feudo della Chiesa e come feudatari ne investiva 
i re : e la parola peeudes tornerebbe allora eccellente-, 
mente a simboleggiare il regno stesso o insomma i gover- 
nati, dacché la Chiesa chiama ancóra « gregge » per an- 
tonomasia, il popolo suo : e d'altra parte il riferimento a 
Micone per la denominazione di quel regno già violentato 
da Licida tornerebbe più opportuno allorché il regno 



del vizio e della pena di Roberto — le osservazioni recenti 
del Torraca (op. cit., 163, n. 2) contro lo Zumbini (op. cit., 127) 
che già aveva confutato la congettura dell'HoRTis sopra Za- 
nobi da Strada, colpevole cioè di pederastia. 

i Aveva per un momento sospettato che Ila fosse qual- 
cuno — p. es. un legato pontificio — venuto a ricondurre a 
Micone il gregge un tempo rapito da Licida : ma preferisco 
ora attenermi alla precedente interpretazione. 

Collezione di opuscoli danteschi (N. 131-132-133134135). 16 



242 

stesso, per la morte deirultimo re investito dal papa, 
rimanesse vacante fino alla nuova investitura. 1 Risa- 
lendo ora al nostro Licida, è noto come alla morte 
di Carlo il Ciotto, — nel 1309 — il secondogenito, Ro- 
berto, abbia insistentemente brigato presso la Curia di 
Avignone ponteficata allora da Clemente V, per estor- 
cere lui V investitura del regno di Napoli a danno dei 
figli di Carlo Martello — primogenito premorto al 
Ciotto — eredi quindi legittimi di quel trono. 2 Senza 
di che, per ripetere le famose parole che Dante pone 
in bocca allo stesso Carlo Martello nel Paradiso, 3 «molto 
sarà di mal, che non sarebbe ». « E — continuando con 
Dante — quel corno d'Ausonia che s' imborga Di Bari, 
di Gaeta, e di Catona» nonché la bella Provenza, avreb- 
bero aspettato ancora i loro re dalla stirpe di Carlo 
e di Rodolfo d'Asburgo — il padre cioè della bella 
Clemenza che sposò Martello. Di questa estorsione lo 
stesso Roberto — com'è notissimo — si ravvide un 
giorno, anzi si sgomentò : via via che la morte spalan- 



i Nel tempo infatti in cui vengo a collocare quest'egloga, 
il regno di Napoli era — almeno per parte di re — vacante ; e 
il papa, morto nel maggio del 1362 il re Luigi di Taranto, vi 
mandò come legato il cardinale Grimaldi, a quel modo stesso 
che, nel 1343, dopo la morte di Roberto, la curia d'Avignone 
aveva mandato a Napoli F. Petrarca — il quale se ne tornò 
presto, inorridito ! — S'è vera questa mia interpretazione, 
si avrebbe anche cosi un altro indizio per porre la venuta 
a Napoli del Boccaccio dopo la morte di Luigi — dopo cioè 
il maggio del 1362 — allorché le allegoriche selve napole- 
tane erano più nominalmente rimaste sotto il patronato di 
Micone, cioè del papa. 

2 Vi fu allora alla Corte d'Avignone, a perorare effica- 
cemente la causa di Roberto, l'eloquente Bartolomeo da Ca- 
pua. Ne parlano distesamente le cronache, e ne tralascio le 
molte citazioni. 

3 Canto Vili, v. 51 e sgg. 



243 

cava nella reggia di Castelnuovo tombe ahimé, molto 
precoci, via via che il destino parea gravasse sulla sua 
casa come su quella d'Atreo, ripensò egli si, con sgo- 
mento, alia frode ordita una volta contro i figliuoli di 
Carlo ; e sperò rimuovere dal suo capo l'annunziata ira 
del cielo, sperò salvare il trono vacillante e sospetto, 
col chiamare in Italia un nipote di Carlo Martello, quel- 
V imberbe giovinetto che, sposato precocemente a Gio- 
vanna ancor quasi fanciulla, finì presto col divenire la 
vittima miseranda d' A versa ! hinc prima mali labes, 
potremmo dire ora noi, come poteva nei suoi tempi con- 
cludere il Boccaccio, risalendo per quella spaventosa 
congerie di calamità e nequizie ond'era stato funestato il 
soglio dei re angioini : e se il Boccaccio infatti, come 
abbiamo visto nell'egloghe IV e Vili, faceva risalire al 
fato di Aver3a tutto il male del regno — chiunque, o 
Polifemo o Mida ne fosse stato lo strumento immediato 
— alla cupidigia ora di Roberto, appellato altrove espli- 
citamente Mida 1 , poteva far risalire l'amaro fato di 
Andrea, e il principio quindi d'ogni sciagura. Ecco per- 
chè nel rappresentarci, come dissi, quel re sdegnoso e 
imprecante contro le follie dei suoi successori, lo fa 
pure ripiegare amaramente su stesso e confessare le colpe 
espiate nella valle infernale. Figurazione stupenda in- 
vero e terribile, per la quale lo spirito evocatore e cri- 
tico del nostro poeta è paragonabile al mitico dio della 
Bibbia che esamina le colpe umane attraverso la co- 
scienza di pili generazioni, distribuendone equamente la 
pena ; e tutta quanto mi par bene risponda e sia anzi 
il compimento adeguato a quella profezia di giusto 
pianto che, pel fallo di Roberto, muoveva tragicamente 
l'Alighieri sulla casa angioina : 



i Cfr. Ameto, p. 142, dell'ed. Moutier. Fra gli avari c'è 
anche Roberto nell 1 Amor. Vis., e. XIV. 



244 

Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza. 
M'ebbe chiarito, mi narrò gl'inganni 
Che ricever dovea la tua semenza; 

Ma disse : Taci, e lascia volger gli anni ! 
Sì eh' io non posso dir se non che pianto 
G-iusto verrà diretro a' vostri danni. 1 

E questi versi, chi sa quante volte avranno colpito 
l'anima del Boccaccio così fervidamente innamorata di 
Dante e mai sempre protesa a spiare i destini di Napoli 
e della Casa angioina ! Sulla quale abbiamo visto pili 
volte nell'egloghe, attraverso il concetto del nostro 
poeta, pendere un fosco e dilatato velo ; esso però, alla 
fine della presente egloga, si restringe particolarmente 
turbinando sul capo di Polipo e di Lupisca : Licida 
annunzia infatti a Dorilo : 

Tunc Poliptis quercum dum scandet forte palumbas 
Perquirens, michi crede, ruet, nostrosque tumultus 
Adveniens auget — sic ducunt fila sorores — 

Si direbbe anzi che Licida, prima di questo presa- 
gio, abbia seguitato a compiere con le tinte più oscure 
la descrizione della valle e con tanta maggiore insistenza 
e compiacimento da parte dell'autore in quanto inten- 
deva precipitare in quella il suo mortale nemico : non 
per nulla il Boccaccio, nella notissima lettera al Nelli, 
minacciava di vendicarsi con grande vituperio dell' Ac- 
ciainoli; e questa volta mi pare siasi vendicato abba : 
stanza ! 

Venendo però alla su esposta allegoria, che cosa po- 
trà simboleggiare la quercia sacra a Giove, se non la 
Chiesa sacra al Dio dei Cristiani, la quercia che di so- 
lito estolle sopra le altre piante la cima a quella guisa 
che, nel concetto dei fedeli, la casa di Dio è superiore 



Par., e. X, v. 1-6. 



245 

a tutte le altre case dei regnanti ? E che cos'altro po- 
tranno significare i colombi, animali mistici — si sa — 
rispetto alla Chiesa — e come qualcosa d'intangibile e 
sacro essi ricorrono altrove nelle egloghe x — se non i 
tributi, le decime e simili, dovute alla Chiesa stessa? 
Ebbene, tutta l'allegoria starebbe allora a simboleggiare 
il noto fatto che l'Acciai uoli, accusato presso la Curia 
d'Avignone dell'indebita appropriazione di alcuni tri- 
buti ecclesiastici, 2 corse grave pericolo presso la detta 
Curia, dove, col nome di Urbano V, ponteficava quel- 
l'austere cardinale Grimaldi che, legato a Napoli alla 
morte di Luigi di Taranto, aveva raccolto colà le 
prime voci d'accusa contro l'avaro Siniscalco : il quale 
si discolpò, è vero, sollecitando dalle Puglie il fratello 
Angelo a sua difesa, ma insomma, ne provò una grande 
scossa e mori non molto dopo ; sicché mi parrebbe al- 
l' ingrosso giustificata la fosca previsione dello sdegnato 
poeta. 

Senonché mi si potrebbe ora obiettare che nella 
egloga è posta la liberazione di Dorilo dopo la fatale 
caduta dalla quercia del suo oppressore, mentre il Boc- 
caccio non ebbe in verità bisogno di aspettare la ca- 
duta, ovvero la morte dell'Acciai uoli, per liberarsi da 
quella specie di schiavitù subita alla sua corte, donde 
anzi potè liberamente assentarsi e infine partire dopo 
circa sei mesi; ma, ripeto, trattasi ben qui d'una pri- 
gionia figurata, d'uno stato d'animo dell'offeso e soffe- 
rente poeta che sarebbe durato quanto la vita e la fortu- 
na insomma dall'offensore : l'atteggiamento, in altri ter- 
mini, espresso dell'egloga risponderebbe, fuor d'allegoria, 
a quell'altro onde una volta il Boccaccio stesso scriveva 



» Cfr. l'egloghe, XIV, v. 128; e XV, v. 94. 
2 Cfr. T anfani, op. cit., p. 224 e sgg. 



246 

a Zanobi da Strada di avere « fermo nell'anima di mai 
più rivedere il regno ausonio » 1 cioè Napoli, finché 
fosse rimasta in auge la fortuna dell' Acciaiuoli : ora, 
per chi amava tanto quei regno ausonio da ritornarvi 
con l'anima sospirosa chi sa quante volte, e per chi 
d'altra parte aveva già ricevuto dall' Acciaiuoli stesso una 
seconda delusione tale da non volervi mai più, sotto 
di lui, ritornare, 2 ecco dunque un penosissimo laccio 
che soltanto la morte o la caduta del presunto Polipo 
poteva spezzare : come avvenne infatti, dacché tro- 
viamo il Boccaccio a Napoli solo dopo la morte del fa- 
moso Acciaiuoli. 3 

Un'altra obiezione potrebbe essere questa : come mai 
il Boccaccio che tanto celebrò Roberto innalzandolo per- 
sino, da morto, fra i beati, come abbiamo visto nel- 
l'egl. Ili e IV, l'avrebbe ora sprofondato d'un tratto 
nella valle infernale ? Ma, senza dire che l' espres- 
sioni precedenti » divis se condidit astris, e simili, son 
troppo vaghe e rettoriche per essere prese troppo sul 
serio, dobbiamo piuttosto considerare che Licida non 
è un personaggio affatto ignobile e turpe come l'im- 
pressione della fosca valle ce lo farebbe sulle prime 
— inconsultamente — apparire ; 4 egli fu grande, anzi 



1 Cfr. Corazzini la cit. lett. Longum tempus efluxit, p. 83. 

2 Ciò si rileva da taluni passi della lettera al Nelli che 
dovrò citare in seguito. Cfr. p. 302. 

3 Per l'ultimo soggiorno del Boccaccio a Napoli — con- 
fortato piuttosto da lusinghevoli offerte da parte del re Ja- 
copo da Maiorca, della moglie Giovanna, cfr. le lettere del 
Boccaccio a Niccolò Orsini e Jacopo Pizzinghe. Corazzini, 
pp. 319 e 189. 

* L'autore, nella lett. al Signa, ci dà, è vero, una brutta 
spiegazione del nome Licida : « prò Lycida ego quemdam olim 
tyrannum intelligo, quem Lycidam a lyco denomino qui la- 
tine Lupus est, et ubi lupus rapacissimum animai est, sic et 



247 

sommo in vita — come riconobbe una volta il nostro 
autore — per la sapienza e ricchezza delle leggi, per 
l'amore alla scienza e al suo regno, per molte e rare 
virtù; e il sentimento di queir ideale grandezza vien 
fatto trasparire ancóra dalla sua ombra di mezzo al- 
l' indegne bassezze ed ai cupi tormenti della valle abi- 
tata, si come permane nella memoria e nella coscienza 
del suo poeta ; il quale, fingendo un momento che egli 
ritorni in vita, s'accende anche troppo d'ammirazione 
e di fede come dinanzi a colui che avrebbe finalmente 
restaurato nel regno ausonio l'antico splendore e avrebbe 
risollevato il sofferente, umiliato poeta al debito onore: 
e perciò insomma, egli lo crede degno, come gli dei, di 
fiori e d'altari ! 

. . . quanti leta dies, spes lapsa resurgit. 
Tu celum, campos, fluvios armentaque nobis 
Restitues ; quernas Superisque libique corona» 
Post aras statuam. . . 

Abbiamo visto inoltre quale elevatezza e fierezza di 
sentimenti gli conferisca l'autore allorché lo fa inveire 
contro i folli suoi discendenti ; e quale pietà, quale re- 
ligiosa compunzione nel confessare anche le proprie 
colpe : alle quali, come non avrebbe perdonato, secondo 
la religione del Boccaccio, la giustizia divina, cosi non 
potè o non volle perdonare la giustizia storica e la fan- 



tyranni rapacissimi sunt homines » : tuttavia non sarà forse 
improbabile un certo riscontro col Licida della IX egl. di 
Virgilio; qui Meri (quod nomen amaritudo latine sonat, di- 
rebbe il Boccaccio, come già per Doro e Dorilo) s'incon- 
tra con Licida e si conforta alquanto con lui esaltando la 
poesia di Menalca e intuonando un canto amebeo : cosi 
— sebbene vagamente — il Dorilo dell'egloga boccaccesca 
s' incontra con Licida e vien confortato da costui in nome 
della poesia e dei poeti. 



248 

tasia del poeta; degno discepolo, anche in ciò, del di- 
vino Alighieri, il quale, si sa, in omaggio a quel suo 
ideale di austera giustizia, e storica e divina, cacciò 
pure nelle sue bolge amici e maestri, ed uomini insom- 
ma per molte virtù indubbiamente nobilissimi e insigni. 
Sennonché, calmata col tempo l' ira che senza dub- 
bio stimolò ed accese la concezione di quest'egloga in- 
fernale, il poeta — di natura, si sa, molto placida e 
remissiva — di tante piaghe forzatamente nascose fra 
le dure pieghe dell'esametro latino, di tante amare in- 
vettive, restò egli stesso quasi sgomento; si accorse, 
credo, che le rampogne altre volte non taciute contro 
quella malaugarata — e pur amata — casa angioina, 
avevano forse assunto in quest'egloga proporzioni e co- 
lori eccessivi : e se fra regi. Vili, chiarissimamente al- 
lusiva alla detta casa e al Siniscalco, e la X, — cioè la 
Vallis opaca — frappose la IX, di contenuto affatto di- 
verso e sostanzialmente legata alla VII; se molte pa- 
role e nomi della stessa egl. X modificò ed espunse ; 
se infine, a differenza delle altre egloghe, nulla disse 
di preciso su questa tenebrosa valle al frate da Signa; 
con ciò non altro credo abbia inteso che, almeno per 
conto suo, lasciarvi disteso sopra, e per sempre, un 
velo discreto. 1 



1 Cfr. le parole che, a prosito di quest'egloga — tenen- 
dosi molto sul generale — scrisse il Boccaccio al frate da 
Sigaa. Mi sembra inoltre assai degno d'attenzione il fatto 
che l'autore, nella cit. lettera, nemmeno pe' fatti napole- 
tani allegorizzati nell'egl. Ili, e per quelli dell'egl. Vili con- 
tro Mida e la corte angioina, dia alcuna spiegazione ; anzi 
i termini usati per 1' Vili corrispondono, per il carattere 
assolutamente impreciso e vago, a quello sopra citato per 
la X; donde insomma si vede la pertinace riserva dell'au- 
tore nel parlare di cose che più o meno direttamente pun- 
gessero la Gasa angioina. 



249 



* 
* * 



Allora — mi si potrebbe osservare — perché non 
avrebbe piuttosto esclusa tutta l'egloga dal Buecolicum 
Carmen, come fece per la prima redazione del Fan- 
nus ? Ovvero, quale rapporto avrebbe essa con le altre 
egloghe ? Il rapporto, a mio credere, c'è, ed esso — senza 
presumere del resto di penetrare tutti i segreti che le- 
gano l'artista all'opera sua — esso avrà, credo, suffi- 
cientemente influito a inserire nel detto Buceolicum Car- 
men la Vallis opaca ; la quale invero — qualunque 
sia la sua identificazione storica — ben si collega alle 
precedenti egloghe col darci l'ultimo termine di quel 
carattere di pessimismo che, ad eccezione in parte del- 
l'egl. VII, domina fin qui, come abbiamo visto, la poesia 
boccaccesca. Ricordiamo invero che le due prime eglo- 
ghe, accanto alle dolci, amorose parole, esprimono però 
sopratutto l'angoscia del tradimento, il pathos dell'ani- 
ma che aborre ed ama, e al quale nuli' altro avanza 
che la tetra invocazione della morte ; l fenomeni psi- 
cologici attraverso i quali è passata pure, senza dub- 
bio, l'anima dolorante e fremente del poeta di Fiam- 
metta. La III egloga, Faunus, è tutta cosparsa di la- 
menti e di presentimenti oscuri, quali toccarono certo, 
più o meno intensamente e variamente, l'antico ospite 
della corte di Forlì e specialmente di quella di Na- 
poli; i cui tristi eventi, fra un lungo eco di terrore e 
d'angoscia, sono ancóra rappresentati nell'egl. IV e V : 
con la VI poi parrebbe diradarsi un momento quella 
fosca nuvolaglia e spuntare finalmente un bel sereno 



i Notisi il triste presagio di Palemone nell' egl. II: Nos 
morimur dura dira iubes, peiora futuris \ Linquentes, credo. 



250 

sull'orizzonte del regno angioino ; se non che s'è osser- 
vato che i tristi ricordi contenuti in principio e le grida 
di allarme che riecheggiano in fondo all'egloga, tosto 
ci richiamano al triste fato fin qui predominante. La VI 
Jurgium, già ci avverte collo stesso titolo che contra- 
sti ed angoscie saranno immancabili ; e non mancò ef- 
fettivamente di passare attraverso quelli anche l'anima 
repubblicana e patriottica dell' autore. L'VIII è tutta 
una velenosa invettiva contro il Siniscalco fiorentino, 
e in parte, contro quella corte donde un giorno l'autore, 
per la noncuranza trovatavi, era stato costretto ad esu- 
lare, tesoreggiando però tant'ira nel petto da fingere 
ancóra su quella più desta l' ira degli dei per V inulto 
assassinio di Andrea ; e la IX, Lipis, è, come s'è detto, 
un ulteriore svolgimento dei fatti nonché dell' indigna- 
zione contenuta nella VII, contro Carlo IV di Lussem- 
burgo, tronfio dispensatore di vani titoli, come tronfia- 
mente era stato lui incoronato. Nella X infine — astraendo 
un momento da quei pochi accenni sulla virtù libera- 
trice della poesia, e da quei bagliori di luce civile ond'è 
pure recinta la caliginosa figura di Licida — nella X, 
dico, tutti i peggiori elementi della perfidia e della mal- 
vagità umana, dell'avarizia e delle aberrazioni perfino ses- 
suali, si abbattono e rigurgitano dall' imo fondo infer- 
nale, vaporando in eterno lagrime e terrore. Si vede 
che lo spìrito del poeta, passato per l'estremo grado 
di stupore e d'angoscia in quella famosa « sentina » che 
egli descrive quasi con colori infernali, 1 assurgeva cosi 
all'ultima visione di pessimismo nella Vallis opaca, al- 



i Si direbbe quasi che fra le angustie materiali e mo- 
rali di quell'abbietta sentina concepisse quest'egloga, fin- 
gendo gli venisse incontro colà, a visitarlo e confortarlo, 
l'ombra espiatrice, ma pur magnanima, di Roberto d'Angiò. 



251 

l'ultima sdegnosa e terribile espressione che contenga 
il suo Buceolicum Carmen : nel quale, insomma, mi pare 
ben dimostrato fin qui che dappertutto penetra e si 
protende lo spirito variamente commosso dell'autore, 
credulo un momento e giulivo, come nell'egloga VII, 
ma per lo più dissiluso e cupo, imprecante e singhioz- 
zante, a volte fanciullescamente eccessivo, e sempre ac- 
ceso, insomma, della materia sua; la quale perciò con- 
ferisce alla poesia bucolica, abbastanza artifiziosa e vuota, 
un forte fascino, direi quasi, di novità, un grande 
palpito di vita sinceramente vissuta. 

Con l'egloghe però successive in molto più spira- 
bile aere ci sentiamo d'un tratto trasportati : fra le une 
e le altre, c'è evidentemente un gran distacco, cui deve 
corrispondere però un gran mutamento, avvenuto più 
che nella storia dei tempi, in quella intima del nostro 
autore ; dacché questi, dirò subito, in queste nuove 
egloghe ci si presenta con lo spirito più riposato e ma- 
turo, quale poteva essere stato col tempo affinato dalla 
maggiore esperienza della vita, dalla maggiore consue- 
tudine coi libri e con dottissimi amici, e sopratutto, 
credo, dalla nuova ispirazione religiosa che — auspice, 
come dirò, il Petrarca — dischiudeva a lui nuovi oriz- 
zonti di poesia e di vita. Non che mancasse prima al 
Boccaccio il sentimento della religione ; già più d'un 
accenno d' intervento celeste nei destini dei regni e 
degli uomini abbiamo trovato nella prima parte, di- 
ciamo cosi, del Buecolicum Carmen; ma, senza dubbio, 
col decadere del sentimento religioso nell'ambiente so- 
ciale e borghese cui appartiene l'autore, manifestasi pure 
un certo scetticismo nelle prime opere sue, finché, sug- 
gestionato o no da quel famoso padre Ciani da Siena, 
se ne ravvede, per l' intercessione specialmente pietosa 
di F. Petrarca, e convertesi intieramente alla religione 



252 

cristiana; di cui, come in pratica avrà osservato dei 
riti, così intende ora in poesia celebrare le divinità. 






L' XI egloga, — Pantheon — contiene appunto tale 
celebrazione, 1 e non a caso s' inaugura con essa quella 
che possiamo chiamare la seconda parte del Buacolicum 
Carmen. Tre sono i personaggi : Mirtile, cioè la Chiesa, 
la quale conduce seco, per la campagna tiberina, un 
magnifico gregge; Glauco, cioè San Pietro, che va in- 
trecciando fiscelle ; e Aminta, personaggio piuttosto mu- 
tolo che sta ad aiutare Glauco in quell'agreste lavoro, 
e rappresenterebbe, credo, il famoso apostolo e compa- 
gno di San Pietro, cioè San Paolo. Mirtile vorrebbe af- 
fidare a Glauco tutto il suo gregge, ma questi lo ri- 
fiuta, suo malgrado, poiché i suoi pascoli sono oramai 
esausti, e lui disprezzano gli Arcadi — cioè i cardinali — 
dall'alte selve di Rodope — cioè dalla Provenza dove 
sta la Curia d'Avignone : guai poi a quel gregge, se 
lo vedesse Caco ! se lo porterebbe, senz'altro, via, a 
sbramare le sue triste ire. 2 



i Scrive egli, a proposito, nella cit. lett. al Signa: Un- 
decima edoga dicitur Pantheon, a Pan, quod est totum, et Theos, 
quod est Deus, eo quod per totum de Divinis sit sermo. Seguono 
poche altre spiegazioni intorno ai nomi di Mirtile e di Glauco, 
che però non ci lasciano affatto penetrare nel recondito fine 
dell'intera rappresentazione bucolica. 

2 Non taccio che m'era parso un momento fosse in Caco 
raffigurato il papa, o meglio il papato, in quanto, come 
il mitico personaggio, Caco, aveva distorto la mandra d' Er- 
cole dal sacro colle romano, cosi il papato aveva traviato 
il gregge cristiano trasportando la sua sede da Roma ad 
Avignone: e notisi che Alcide fcioè Ercole) vien chiamato più 
giù Gesù Cristo, allorché Mirtile ricorda la pia consegna 



253 

nimiurn dilecta michi jam Myrtilis, ecce, 
Non cithisum salicesve vides, non aspera dumis 
Sunt spineta meis; humiles ex vallibus agnis 
Herbas porto senex paucis. Nam spernimnr altis 
In sii vis Rhodopes ; me spernunt Archades omnes. 
Preterea Cacus si viderit omnia passim 
Distrahet in iugulum, dnm tristes impleat iras. 

Mirtile gli ricorda allora che non per questo Al- 
cide — cioè Gesù Cristo — lo trasse un giorno dalle 
torpide acque del Giordano — dove Glauco aspettava 
allora i pesci all'amo, studio detentus inani — e lo 
mise a capo del gregge ; Alcide non faticò solo per lui, 
ma: Cunctis voluit prodesse creatis ; prenda dunque 
Glauco l'offerto gregge, che non vi sono pascoli pili 
belli dei suoi, e sciolga un canto in onore degli dei, 
accompagnato dalla musica di Aminta: 

Tolle igitur; novi quantum tibi prata favoris 

Iam servente hec leta magis quam dudum Aracinthum 

Viderit Amphyon, seu natus Apolline colles 

Ismari, et Amphrisum Phebus vel Thesala pastor, 

Prospicies pecori. Nec desunt munera cantu. 

Glauco quindi, come il vecchio Sileno dell'egl. VI 
di Virgilio, 1 comincia da Giove a celebrare col canto 
tutte le divinità, commemorando le origini del mondo 
e i fasti della religione dal Vecchio al Nuovo Testamento, 



che egli fece a Glauco del gregge cristiano. Ma poiché lo 
stesso nome Caco ricorre più giù a designare nell' inferno 
l'avversario di Cristo, cioè Satana, è meglio intendere uni- 
camente costui. 

1 Qualche punto d'analogia fra i due cantori c'è vera- 
mente in principio, quando toccano delle origini del mondo ; 
poi divergono entrambi, Sileno verso figure e fatti sporadici 
della mitologia pagana, Glauco invece verso i principali epi- 
sodi ed attori della storia sacra : e il canto insomma di que- 
st'ultimo, malgrado le tinte e le allegorie pagane, viene es- 
senzialmente a rappresentare l'apoteosi del Cristianesimo. 



254 

dalle acque del Giordano a quelle del Tevere ove si svolge 
la scena; e mentre a quel canto tutta commossa plaude 
la natura d' intorno, si che il sole stesso indugia al tra- 
monto e tarde scendono dai monti le ombre, il gregge 
di Mirtile si mescola con quello di Glauco, dopo aver 
deterso la sua antica sporcizia nelle sacre acque del 
fiume. 

Dum cecinit G-laucus tacuit sine murmure Tybris; 
Mirtilis auratos frugum fluvijque recentis 
Immemores tenuit tauros. Quos flumine vivo, 
Iam Glauco reticente, siraul se mergier undis, 
Spurcitiem veterem tergentes atque renatos 
Misceri sese gregibus per pascua Glauci 
Vidisses, plausuque novo concedere carmen. 
Hesperus occeanum cantu detentus Olympo 
Kespuit, et seras concessit montibus nmbras. 
Ite domum, pueri, pastas revocate capellas, 
Ipse legam tauros: vati vos plaudite, colles. 

Tralascio, per brevità, di parlare dei particolari epi- 
sodi religiosi contenuti da un capo all'altro dell'egloga, 
adombrati con miti e colori affatto pagani, come sug- 
geriva del resto l'allegoria bucolica, e come troveremo 
largo uso, anche fuori di questa, nei poemi epico-re- 
ligiosi del quattrocento; e poi, è innegabile che quella 
filza di episodi è piuttosto scialba e monotona, come in 
generale avviene in tutte le produzioni di cosifatto ge- 
nere, prive cioè di quel largo e naturale svolgimento 
epico-lirico che impronta i capolavori della vera poesia 
religiosa. 1 



i Si potrebbe inoltre osservare che la religione del Boc- 
caccio, sebbene appresa e professata sinceramente negli ul- 
timi anni di vita, rimase però, a differenza di quella di Dante 
e del Petrarca, piuttosto alla superficie, ed era dunque inca- 
pace di rivelarsi artisticamente meglio di quanto abbia fatto in 
quest'egloga, come nella XIV e XV che toccano pure di re- 
ligione. — Per l' interpolazione degli episodi, cfr. le note. 



255 

Se non che, a chi cerchi costantemente in quest'eglo- 
ghe l'atteggiamento psicologico dell'autore, non sarà 
difficile rinvenire nella presente tutto un mondo nuovo 
in cui il sentimento dell'autore stesso ha osato pene- 
trare d'un tratto, con credenza accesa e sincera nelle 
idealità e nelle imagini rievocate, e non senza la lusin- 
ghiera intenzione di fare un'alta opera d'arte, dacché 
il componimento poetico, come abbiamo visto, si chiude 
con le lusinghiere parole : vati vos plaudite colles ! 
Si vede, in altri termini, che nel comporre quest'egloga, 
il Boccaccio aveva già dischiuso l'anima sua, non dico ai 
superstiziosi ammonimenti del noto certosino, ma alle 
ispirazioni calme e religiose che da tempo gli venivano 
insinuate, e nelle lettere e nei discorsi, dall'amico Pe- 
trarca; anzi avrebbe fermato in quest'egloga il pieno 
convincimento, l'intera dedizione dell'anima sua alla 
religione di Cristo col celebrare poeticamente tutte le 
divinità, e col mandare in dono, quasi pegno della sin- 
cera fede, col far leggere e rivedere questi versi a 
Mopso, cioè al Petrarca, 1 come ci lascia in certo modo 
sottintendere il proemio dell'egloga stessa. 

Est tibi Phebus amor Clio 

Decantanda michi veniunt tua carmina Mopso. 
Sis fautrix, mecumque chelim tu tange Arethuse; 
Mopsus enim pellet nebulas a Carmine flabris.* 



i Con questo nome infatti è appellato arcadicamente il Pe- 
trarca nell'egl. Ili: servanola tamen dum fistola grato» \ Nostra 
ciet versus Mopso, cui tempora dignis \ Nectere concessum lauro 
et vincire capillos. (cioè laureato). 

* A correggere quest'egloghe, il Petrarca, sotto il nome 
più frequente di Silvano, viene desiderato anche indiretta- 
mente, cioè per mezzo di Appennino (Donato degli Alban- 
zani) nell'egl. XVI: Silvano decuit misisse, (cioè pecus) videret | 
Et morbi causas, leta et medicanima morbis. E direttamente più 
oltre: Tupingues (oves, cioè l'egloghe) facili facies, ceptoque fa- 



256 

Questa stessa invocazione della Musa — unica nel 
Buceolùum Carmen — ci avverte d'altronde che il 
Boccaccio sapeva d' intraprendere opera affatto nuova 
ed altissima, a quella stessa guisa, direi — si licet parva 
componere magnis — che il suo grande maestro, l'Ali- 
ghieri, invocava il buon Apollo per quell'ultimo lavoro 
che di tanto doveva innalzare, per la materia stessa, 
il suo magistero poetico. E se, come dirò meglio in 
seguito, le rimanenti egloghe ci rappresentano dell'autore 
quella parte di vita che fu più o meno direttamente 
influenzata dalla religione, o che insomma più natural- 
mente s'accorda con le nuove idealità e ispirazioni re- 
ligiose, non c'era di meglio pel Boccaccio che inaugu- 
gare questa seconda parte, diciamo, del Buceolicum Car- 
men col Pantheon, in contrapposto specialmente colla 
famosa Vallis opaea: questa infatti chiudeva un tor- 
mentoso periodo di lotte, d'angosce, di tinte insomma 
nerissime, quella apriva invece un orizzonte ultramon- 
dano consparso di dolci visioni e di fulgida luce. 

Ultramondano ho detto, per cogliere, in generale, 
l' idea primigenia del poeta vago di celebrare tutte le 
divinità — come si è visto — ma effettivamente la vi- 
sione è in gran parte ancora terrena, dacché, sotto il 
solito velo dell'allegoria non può non ascondersi, se- 
condo me, una parte — sia pure piccola — di rappre- 
sentazione affatto storica ed umana ; e questa senza dub- 
bio sarà agli occhi dei moderni lettori la parte più 
rappresentativa e suggestiva dell'egloga, quella che con- 
tinua a rilevarci il Boccaccio qual'esso fu in realtà, non 
contemplatore o mistico, ma osservatore sempre posi- 



vebit | Consiliis herbisque suis Silvanus et undis. Anche per que- 
sto riscontro non v'ha dubbio dunque che Mopso sia il Pe- 
trarca. 



257 

tivo ed umano. Non contiene l'egloga una sottile ram- 
pogna contro la curia di Avignone che, gavazzando, 
com'è a tutti noto, in quella nuova ed avara Babilonia, 
disprezzava Glauco, cioè San Pietro, cioè le prime, pu- 
rissime virtù cristiane che rappresenta costui? E a si- 
gnificare l'abbandono del gregge cristiano e di Roma, 
non è forse chiara e ammonitrice la voce di Glauco 
allorché si duole che ben misero gregge e campi esausti 
son rimasti a lui presso le sacre sponde del Tevere ? 
Mentre Mirtile, col rispondere che non vi sono al mondo 
terre più belle delle sue, lascierebbe, credo, sottinten- 
dere che a Roma e non alle selve di Avignone spettava, 
come il primato della bellezza, cosi quello di adunare 
floridamente in sé la cristiana famiglia ; e coli' invitare 
Glauco a sciogliere il canto delle divinità, col volere 
insomma rievocati i fasti maggiori della religione, coi 
confondere infine il suo gregge con quello di Glauco, 
ancor chiaramente alluderebbe al fatto che la rievoca- 
zione, il rinsanguamento delle antiche ed eroiche virtù, 
religiose, avrebbe portato la palingenesi, per dir cosi, 
della vita, unificando una volta i popoli, le coscienze 
allora corrotte e discordi. Idee queste, si sa, molto dif- 
fuse nel secolo dell'autore, come pietoso argine al di- 
lagare continuo della corruzione ecclesiastica e dello 
scetticismo e pessimismo religioso ; e fa piacere trovarle 
anche vagamente espresse o sottintese in questo Buc- 
colicum Carmen, molto prima che il fatale processo 
della storia metta capo alla famosa Riforma. 

* * 
Veniamo ora all'egloga II, Sapthos, la quale contiene 
l'apoteosi della poesia — adombrata appunto in Saffo — 
e, sotto certi rispetti, la mortificazione, direi, dello stesso 
poeta; il quale imagina dapprima di essersi un po' auda- 
cemente inoltrato nella poetica foresta tutta ombreg- 

OoUezione di opuscoli danteschi (S. 131-132-133.134-135). 17 



258 

giata di mirti e di lauri e custodita da Callìope — la 
dea dalla bella voce — e da costei si fa quindi ripren- 
dere, che lunghe vigilie e nuovi canti occorrono ancora 
a lui per accostarsi a Saffo e coglierne il poetico alloro. 
Un'altra parte significativa e importante dell'egloga 
contiene inoltre la descrizione di questa altissima dea 
che se ne sta molto in disparte e sdegnosa, dacché igno- 
ranti e ignobili censori avevano osato contaminare la 
sua fronte purissima; donde, infine, molto più è cre- 
sciuto l'ardore ad Aristeo — cosi si appella arcadica- 
mente il nostro poeta — di ascendere cioè fino al so- 
glio di Saffo e goderne i divini amplessi, dopo aver 
guadagnato però la difficile via ond'è, ahi quanto !, di- 
viso da lei, e che già seppe, solo in quei tempi, gua- 
dagnare il suo Silvano, cioè F. Petrarca. L'egloga fini- 
sce cosi con una lusinghiera mossa verso costui. 

La prima mossa però dell'egloga stessa ci ricorda 
il facile ardore onde, fin dalla puerizia, fu preso il Boc- 
caccio per la poesia, e la non meno facile gloria di cui, 
come tutti i giovani, si sarà forse reputato degno, sì 
da aspirare ben presto alle frondi allegoricamente ver- 
deggianti nella foresta di Calliope: se non che l'espe- 
rienza degli studi e dell'arte gli avrà tosto insegnato 
quanto difficile fosse l'agone intrapreso; anzi parrebbe 
un momento dall'egloga ch'egli si fosse a un tratto ar- 
restato pieno di diffidenza e timore — non per nulla, 
si sa, aveva bruciato le sue poesie dopo aver lette quelle 
del Petrarca * — ma tuttavia, una bella voce risuonante 



i Cfr. Petrarca, Senili, V. 2 (ediz. Fracassetti). Il Boccac- 
cio stesso nella lettera al dottore di leggi Pietro di Monte- 
forti (Coraz. 356) « cum in primum locum pervenire non pos- 
sem, non suflicientibus ingenii viribus, ardens mea vulga- 
ria et profecto iuvenilia nimis poemata, dedignari visus sum 
in hoc, ut meo convenienti ingenio, consistere, ecc. ». 



259 

nel petto suo generoso — e qui raffigurata in Calliope — 
l'avrà ben anche confortato a persistere nella poesia, 
che il lungo studio e il forte amore l'avrebbero col 
tempo condotto al compimento della sua ardua meta. 
La voce però non si limitava a inspirare maggiore 
energia e fiducia, voleva ben anche correggere: quando 
infatti Calliope, con senso di derisione, dice ad Aristeo: 

Non ego te vidi pridem volgare canentem 
In triviis carmen, misero plaudente popello ? 

ed Aristeo si scusa rispondendo : 

Vidisti, fateor : non omnibus omnia semper 
Sunt animo; puero carmen vulgare placebat, 
Illud lemniadi claudo concessimus; ast nunc 
Altior est etas alios que monstrat amores. 

da questo insomma si vede come anche il Boccaccio 
abbia ceduto al pregiudizio del tempo nel considerare 
la poesia volgare di molto inferiore a quella latina e 
oggetto quasi di scherno, e nell'aspirare a quest' ultima 
come al più alto segno di nobiltà ed eccellenza poetica. 1 
Ritorna cosi — e non sarà del tutto caso — il noto 
motivo onde quel maestro bolognese che seppe entrare 
a parte della corrispondenza bucolica e della celebrità 
di Dante, Giovanni cioè Del Virgilio, pur ammirando l'al- 
tissimo ingegno del divino poeta, lo riprendeva però 
un giorno devotamente che non volesse spargere le mar- 
gherite a' cinghiali, non trattasse cioè poesia altissima 
nella stridente lingua del popolo, sì bene in quella la- 
tina, se gli piacesse rimeritare così il plauso dei dotti 



1 Anche nella citata lettera al Nelli, l'autore, parlando 
delle opere composte in volgare dall' Acciainoli, dice: «E 
che che si dica el suo Coridone (cioè Zanobi da Strada) le cose 
volgari non possono fare uno uomo letterato». (Cohaz. 160). 



260 

e il poetico alloro : 1 ma se allora Dante nello stesso 
esametro latino, sfiorato un momento forse solo per 
amore di Mopso, (cioè di Giovanni) propugnava ancóra 
una volta l'eccellenza del suo volgare, onde senti vasi 
degno, finita la cantica dei Paradiso, di prendere alfine 
nel suo bel San Giovanni «l'amato alloro», l'autore 
invece del Decamerone, delle Rime e d'altre eccellenti 
opere volgari — pur senza avere alle spalle un illuso 
pedante qual'era stato il buon Giovanni del Virgilio — 
come un giorno aveva bruciato le poesie giovanili, bru- 
cia ora tanti granelli d'incenso alla poesia latina, o 
meglio, al pregiudizio dei tempi, a disdoro quindi 
della poesia e della lingua volgare ch'egli stesso mirabil- 
mente contribuì a far trionfare per sempre nella vita 
e nella nazionalità italiana. Ebbe forse egli, per tal pre- 
giudizio, la visione e la speranza del poetico alloro, 
quale effettivamente verdeggiava in quel tempo intorno 
alla fronte di alcuni ? Avrebbe mai tentato di propiziar- 
sene la sorte con la poesia latina del Buceolimim Car- 
men ì Non credo ; da nessuna corte o senato — eh' io 
sappia — spirò un'aura cosi propizia al nostro poeta da 



1 Ecco i versi (dall'edizione Albini, Dantis Eclogae Joan- 
nis de Virgilio Carmen et edoga responsiva, ecc., Firenze, 1903, 
pag. 3-4) : 

Tanta quid heu semper iactabis seria vulgo . . . 
Et noe pallentes nihil ex te vate legemus ? . . . 
Nec margaritas profliga prodigus apris 
Nec preme castalias indigna veste sorores. 

In quanto poi all'alloro, il maestro dello studio bolo- 
gnese dice soltanto che egli godrà- d'annunziare Dante ai gin- 
nasii con l'inclita fronte redimita d'alloro ; di palesare cioè, 
credo, che Dante avrebbe composto un poema latino degno 
della corona concessa soltanto a coloro che poetavano lati- 
namente. Cfr. i versi 35-40 dell'agi, e il mio cit. studio nel 
Giornale Dantesco^ XXI, quad. VI, p. 205 e sgg. 



261 

fargli sperare anche una corona per la sua nuda 
fronte; e non la sognò nemmeno lui, abituato a vivere, 
almeno negli ultimi anni, in un raccoglimento tran- 
quillo ed oscuro, a ritenersi anzi, come quest'egloga 
stessa ampiamente dimostra, immaturo e dappoco: e 
l'alloro quindi apollineo, come già nella citata poesia 
di Giovanni del Virgilio, starebbe qui idealmente a 
simboleggiare soltanto l'alta dignità ed eccellenza poe- 
tica. Comunque, piace di riscontrare in quest'egloga 
quel processo psicologico cui dianzi accennavo, queir in- 
timo dramma cioè dell'artista che subitamente si ac- 
cende, e ricade, e risorge quindi animoso e fidente per 
la via che lo deve condurre alla meta agognata, alla 
sua dea, alla gloria; come piace specialmente d'ammirare 
lo sdegno del poeta che, concordemente a tante nobilis- 
sime voci del tempo suo, inveisce contro quelli che non 
onorano debitamente, o, peggio, offendono l'alma poe- 
sis: gente ignorante e plebea, avida di mondani piaceri 
e di lucri, contro la quale, in altre opere, si sa, suona 
alto il disdegno del poeta stesso, 2 rimasto chi sa quante 
volte da quella gente stessa, direi quasi, scottato, comin- 
ciando, purtroppo, da suo padre ! Aristeo però — cioè 



i Cfr. lo stesso Dante nella citata egloga dove contrappone 
l'amore poetico di Mopso alle ambiziose voglie degli altri: 
Dum satagunt olii causarum iura doceri . . . (che ci ricorda il 
passo del Parad., XI. Chi retro a inra e chi ad aforismi | Sen 
giva) e più oltre, dove acremente colpisce la trascuranza e 
l'oscurità fattasi intorno ai poeti: Meliboce, decus, vatum 
quoque nomen in aura* | fluxit ... E accenti consimili si pos- 
sono riscontrare anche nel Petrarca e in altri poeti del tempo. 

2 Cfr. nel De genealogia i noti libri XIV e XV che conten- 
gono la difesa della poesia (se ne può vedere il testo nel- 
i'op. cit., dell'HECKEB, p. 188-299; e il commento relativo di 
O. Zknàtti, nel voi. Dante e Firenze [Firenze, 1905], p. 206- 
337). 



262 

l'autore — si rabbonisce tosto, e, innamorato com'è di 
Saffo, s'accinge con tutte le forze a seguire la via ad- 
ditata da Calliope per arrivare fino all'altissima dea; 
che se per quella già molti caddero a metà fiaccati, 
egli però confida bene d' invocare la scorta del grande e 
fortunato Silvano; nel che insomma possiamo ancóra 
una volta ammirare lo spirito del poeta che — pur 
avendo, forse ineosciamente, toccato già nel Dettame- 
rone il pili alto fastigio dell'arte — è però sempre in- 
quieto e vago, inquieto di non aver fatto ancóra abba- 
stanza, 1 vago di fare di pili e meglio per cogliere nel 
tempio ideale dell'arte quella corona che nessun conte 
dell' Anguillara e nessun imperatore apprestò mai alla 

sua fronte. 

* 
* * 

Passiamo ora all'egl. XIII, Laurea, la quale — come 
ci avverte subito lo stesso titolo — continua a trattare, 
anzi a celebrare la poesia; con argomenti, è vero, e 
motivi pili dimessi e comuni, ma non meno accesi di 
convinzione e di fede, e sopratutto improntati, come 
dirò, di schietto realismo. Due, al solito, sono gl'inter- 



i È noto il giudizio ch'egli stesso faceva del Decamerone 
nella lettera a Maghinardo de' Cavalcanti (Coraz., 228) ; in 
quella a Jacopo Pizzinghe (Idem, 198) teme perfino di com- 
mettere al sepolcro, insieme col cadavere, il nome inglo- 
rioso « inglorius nomen una cum cadavere comendabo sepulcro » . 
e non sarà tutto caso che anche il Dorilo dell'egl. X. pa- 
rimenti si dolga : Incertusque mei moriar, nomenque sub umbra 
Auferet atra dies). Pel sospiroso e titubante Aristeo ci fa 
infine ricordare quel passo autobiografico del De Genealogia, 
in cui duolsi l'autore di aver perduto l'occasione di divenire 
un grande poeta, a causa del padre che lo distrasse dagli 
studi della poesia quand'era più tempo di coltivarli. (1. XV, 
e. X, p. 289 dell'ediz. Heckeb). 



263 

locutori, Dafni, cioè l'autore stesso, e Stilbone, cioè un 
mercante ligure, com'egli, l'autore, ci lascia intendere 
nella nota lettera al frate da Signa: però questa volta 
il dialogo è una vera e propria tenzone intorno alla 
poesia e la mercatura, sulla quale tenzone interviene pili 
tardi un fittizio personaggio, critis, cioè giudice, che, 
come vedremo, non porta in verità nella disputa al- 
cun giudizio nuovo. Dafni comincia col meravigliarsi 
che Stilbone, avvezzo a girare per le Alpi a cagione 
della sua mercatura, se ne stia ora all'ombra, ozioso ; 
e Stilbone alla sua volta, dopo aver risposto quali ra- 
gioni lo trattengano quivi, domanda a Dafni perché 
vada peragrando quelle valli, egli che soleva starsene 
ozioso nell'antro a poetare : e la domanda invero, come 
l'accorata risposta, ci rilevano già intimamente, ancóra 
una volta, lo spirito del nostro poeta: 

StU. Sed tn quid valles peragras, qui lentus in antris i 
Nunc calamis, nunc voce Deos mulcere solebas? 
Ardua non rapidi librat, die, Phebus Olympi ? 

Daph.ltibrast. Non nomini semper datur equa voluptas.2 

Dafni si dispone quindi a riposarsi col gregge ac- 
canto a Silbone — dum seendat mitìus astrum — e al 
premuroso ospite che gli domanda : 

Die que te cure curvatum fronte fatigent, 

risponde, confortandosi, che quella brezza spirante dol- 
cemente d'intorno gli ricorda le valli gargafie — cioè 



i Si ricordi il Panfilo dell'egl. Ili e V. 

* S' intravvede da ciò che qualche grave incarico aveva 
sollecitato per quei luoghi il poeta, cioè — come diremo in 
seguito nel tentare la cronologia dell'egloga — l'ambasceria 
affidatagli dai suoi concittadini per la Curia d'Avignone, 
con un particolare incarico anche per Genova, dove in- 
tanto si svolge la scena bucolica. 



264 

il regno della poesia — allorché egli soleva cantare in 
quelle la sua Elpida, bella quanto mai nelle selve, cioè 
la speranza — come l'autore stesso annota, in margi- 
ne all'autografo — A proposito della quale si accende 
quindi la disputa, se valga cioè la speranza compagna 
della ricchezza, quale si vanta di possedere Stilbone, 
o quella che abita il Parnaso e si accompagna alle ninfe 
di Nìsa, quale stava invece a cuore di Dafni ; e si viene 
insomma variamente a dimostrare, con pertinace fer- 
vore da entrambe le parti, quali siano gli effetti pra- 
tici e della poesia e della mercatura, effetti che ciascuno 
può ben conoscere, dacché non sono essi, d'allora ad 
oggi, gran fatto mutati ! Senza seguire tutti i partico- 
lari della tenzone, che sono in parte abbastanza chiari 
anche sotto la solita veste allegorica, dirò solo che la 
detta tenzone, rappresentata qui a caso con un mer- 
cante ligure, è passata già da tempo, realmente, per 
tutta l'anima dell'autore assetata di poesia e d' idealismo, 
eppure contrariata per qualche tempo e ristretta, per 
opera, com'è notissimo, del padre, nelle ritorte d'un 
lavoro mercantile improbo ed estraneo affatto all'in- 
dole sua; e spesso inoltre impigliata in quelle prati- 
che di vario genere ed interesse che procurava all'ine- 
sperto giovane anche la morte del padre: la tenzone, 
dico, è passata già da tempo nell'anima sua, 1 sicché ora, 
nello Stilbone sollecito di decantare e i piaceri e i favori 
molteplici della ricchezza facilmente conseguibile con 
la mercatura, par di sentire la voce un tempo am- 
monitrice di quel Boccaccio di Chelino — o Boccac- 



i Da varie opere trapelano invero, con e senza allegoria, 
i sentimenti ostili del poeta contro la mercatura, cui da fan- 
ciullo era stato forzatamente indotto dal padre : cfr. quanto 
l'autore stesso s'attribuisce nel Corbaccio, pag. 276-77 (edizione 
Moutier). 



cino — che, in verità, come padre, e sopratutto, co- 
me vecehio mercante già florido e fortunato nella do- 
visiosa azienda dei Bardi, non aveva poi tutti i torti 
del mondo a consigliare al figliuolo la carriera del 
banco — così ricca e stimata in quel tempo — o al- 
meno quella degli studi legali non meno propizia di 
ricchezze ed onori agli uomini intraprendenti : ma l' in - 
docile figliuolo, come Dafni in quest'egloga, resistè fer- 
mamente alle tentazioni del mondo e agli ammonimenti 
paterni; per lui, si sa: studium fuit alma poesisl 
Ed ora che, a caosa pure del fallimento e poi della 
morte del padre, aveva ahimè ! potuto esperimentare 
tante angustie economiche dentro e fuori la casa pa- 
terna, ora che vedevasi persino costretto a copiar per- 
gamene per campare alla meglio la vita, ora, dico, tanto 
più ci commuove ed esalta il poeta nel riaffermare fino 
all' ultimo l'amore e l'alta dignità dell' « alma poesis ». 
Che se Criti, come dicevo, non giudica affatto chi ab- 
bia ragione nella disputa, 1 la ragione evidentemente 
prorompe dal petto concitato di Dafni, che, riprovando 
la mercatura e la ricchezza come beni instabili, peri- 
colosi e volgari, ineggia alla poesia come unica e su- 
prema virtù che consoli eternamente lo spirito, e re- 
sista agli assalti della barbarie e del tempo ; 2 e per la 



1 Ecco i versi: Iurgia pastorum non est compescere parvum. 
Et tu dignus eros vitula, tu dignus et hyrco. Sat dicium,, pueri 

| duras componite lites ecc., che, evidentemente, sono una re- 
miniscenza dei noti versi virgiliani (egl. Ili) in cui Palemone 
dice a Menalca e Dameta insieme gareggianti: Non nostrum 
inter vos tantas componere lites. Et vitula tu dignus, et hic .... 
Claudite iam rivos pueri; sat prata biberunt. Con la detta egloga 
VII di Virgilio ha, inoltre, alcune mosse in comune l'egloga 
del Boccaccio. 

2 Alcuni versi onde Dafni finisce coll'annunziare sini- 
stramente a Stilbone che un superbo serpente verrà a schiac- 



266 

quale il nome, insomma, del poeta sarebbe stato scol- 
pito in eterno. 

Carrit in amplexus, quotiens libet ire per umbras 
Etherei nemoris, nostros mea lesbia Saphos ; 
Atque volens pario lapidi michi carmina celte 
Imprimit, et duris mandat mea nomina tophis. 

Si vede che il poeta ha qui conseguito il divino am- 
plesso di Saffo ond'era tanto cupido nell'egloga prece- 
dente, e per lei, dispensatrice di vere delizie e d'im- 
mortalità, assume intanto in questa egloga l'imperiale 
nome di Dafni: divini effetti della poesia! Non per 
nulla il poeta voleva scolpito sulla tomba, accanto al 
nome della patria, quello dell' « alma poesìs » , quasi lam- 
pada accesa per vincere l'oscurità e lo sfacelo stesso 
della morte col ricordo di quella ch'era stata per lui 
la più immanente e fulgida idealità della vita. 

* 
* * 

Viene ora l'egloga XIV, Olimpia, la più lunga e la 
più affettuosa invero del Buecolicum Carmen: in essa 
due, sono, al solito, gì' interlocutori : Olimpia, cioè la 
figlioletta del Boccaccio, mortagli di tenerissima età e 
divenuta perciò cittadina dell'Olimpo — donde il suo 
nome allegorico, Olimpia, mentre al mondo portava 
quello di Violante — e Silvio, cioè l'autore stesso, cosi 
appellatosi perchè abitatore delle selve, ossia città per 
imitazione del nome assunto già bucolicamente dal suo 
venerato maestro ed amico, F. Petrarca, nella I egloga: i 

ciare il collo dei Liguri e a disperdere le ricchezze malamente 
accumulate da loro : Sic Ligurum veniet qui calcet colla super- 
bus | Anguis et eripiat male partos undique capros, credo allu- 
dano alla vipera dei Visconti, e propriamente al fatto d'arme 
cui dovrò accennare in seguito. Cfr. pag. 299, n. 

1 Cfr. il suo Buecolicum Carmen, egl. I, ediz. cit. del- 
l'Avena e l'epistola al fratello in Fam. } 1. X, 4. 



267 

Camalus e Therapon, due oscuri servitori — come il 
nome stesso suona — entrano per incidenza e solo in 
pochi tratti dell'egloga, tutta penetrata e conchiusa 
dal dolce, suggestivo colloquio del padre superstite con 
la morta figliuola. Silvio dunque avverte dall'insonne 
letto un non so che di luminoso ed armonioso cingere 
insolitamente la campagna d' intorno e la casa, e manda 
i servi a spiare da vicino questo strano spettacolo che 
ha destato l'attenzione anche di Lieo, cioè del cane : al 
che Carnaio pigramente borbotta contro il padrone che, 
non potendo dormire, vuol mandare in giro i servi 
stanchi dalle fatiche del giorno ; ma Terapo invece, più 
sollecito, va e torna spaventando colle grida il padrone 
quasi fosse scoppiato un incendio: 

Festina, fac surge senex ! Iam corripit ignis 
Iam veteres quercus, et noctem lumine vincit ; 
Uritur omne nemus, fervens iam fiamma penates 
Lambit, et occursu lucis perterritus intra 
Festinus redii. Lambit iam fiamma penates. 

A sentire il servo, parrebbe scoppiato di nuovo l'in- 
cendio di Troia!, onde Silvio trepidando si avanza, chia- 
mando Pane in soccorso e i servi con acqua da spe- 
gnere il fuoco ; se non che meravigliato a un tratto si 
arresta dinanzi alla nuova visione : 

Quid istud? 
Quid video ? Sanusne satis sum ? dormio forsan ? 
Non facio. Lux ista quidem, non fiamma vel ignis. 
Nonne vides letas frondes, oorilosque virentes 
Luminis in medio, validas ac undique fagos 
Intactas ? imo nec nos malus ardor adurit. 

E da questo mirabile ondeggiamento di luce, di canto 
e di odori, viene al padre una voce : 

Salve, dulce decus nostrum, pater optime, salve ! 
Ne timeas, sum nata tibi. Quid lumina flectis? 



268 

la voce appunto di Olimpia cui il padre stenta sulle 
prime a credere, come s'egli fosse ingannato da un 
sogno — quia sepe per umbras, Illusere Dij stolidos — 
finché la riconosce, e V invoca, e si lamenta quindi con 
lei di averla un giorno perduta mentre s'era avviato a 
Napoli ; e di averla pianta d'allora, d'averla lungamente 
invocata per gli alti monti, e per le gravi ombre, e pei 
boschi remoti. . . 

Agnosco, nec fallit amor, nec somnia fallunt. 
O nimium dilecta michi, spes unica patris, 
Quis te, nata, Deus tenuit ? Te Fusca ferebat, 
Calchidicos colles et pascua lata Vesevi ' 
Dum petij, raptam nobis, Cibelisque sacrato 
Absconsam gremio, nec post hec posse videri. 
Quod credens merensque miser, mea virgo, per altos 
Te montes, umbrasque graves saltusque remotos 
Ingemui, flevique diu multumque vocavi. 

Sfogato così il primo impeto di dolore, le domanda 
dove sia stata così a lungo, e — tenerezza paterna ! — 
chi le abbia regalato la candida veste trapunta d'oro, 
chi le abbia trasfuso tanta luce negli occhi, e quali 
compagni ella si meni d' intorno, e come mai, infine, 
si sia fatta in poco tempo si grande, da parere una 
sposa ! 

Sed tu, si mereor, resera quibus, obsecro, lustris 
Te tenuit tam longa dies : die, numere cuius 
Intertexta auro vestis tibi candida flavo ? 
Que tibi lux oculis olim non visa refulgetV 
Qui comites ? Mirum quam grandis facta diebus 
In paucis: matura viro, michi, nata, videris. 

E quando Olimpia spiega, fra altro, al padre chi siano 
i compagni: 

Non Marium Iulumque tuos dulcesque sorores 
Noscis et egregios vultus ? tua pulchra propago est. 



269 

il povero padre, cui il tempo aveva tolto ormai di po- 
ter riconoscere quelle altre care sembianze, raddoppia 
la commozione, e li chiama tutti per abbracciarli e ba- 
ciarli; e ringrazia gli dei, e vorrebbe tutta Riempire 
la campagna e la casa di sacrifizii e feste solenni. 

Abstulit effigias notas lanugine malas 

Umbratas vidisse meis. lana iungite dextras 

Amplexusque meos ac oscula leta venite 

Ut prestem satiemque animam ! Quas, Pan, tibi laudes, 

Quas, Silvane, canam ? Pueri, nudate palestras, 

Et ludos agitote patrum. Stent munera fagis 

Victorum suspensa sacris ; paterasque parate 

Spumantes vino, letum cantate Lyeum, 

Et sertis ornate Lares; altaria surgant 

Cespite gramineo ; Triviae inactate bidentem 

Candidulam, Noctique pie sic cedite fulvam. 

Fer calainos pueris, Therapon, fer serta puellis 

A questa prima, concitata e lirica espressione di affetti, 
segue un coro che i fanciulli divinamente cantano in 
onore di Codro, cioè di Gesii Cristo, la cui storia umana 
e divina viene quindi riassunta fino a che egli ritor- 
nerà un'altra volta sulla terra ; per lui intanto i fan- 
ciulli ripetono: 

Vivimus eternum meritis et numine Codri.i 

Il padre, quanto mai stupito di quel' canto affatto 
nuovo a tutti i poeti del mondo, vorrebbe dare in pre- 
mio delle colombe ad Olimpia e degli archi ai fanciulli ; 
ma rifiuta la figliuola, che altri luoghi essi abitano e 
« renuunt eterna eaducum » ; e insomma, tralasciando 



i Parrà forse superfluo avvertire che qui G-esù Cristo è 
chiamato Codro — nell'egl. XI Alcide — dal nome di quel- 
l'antico re ateniese sacrificatosi per la patria. Allo stesso 
modo, nel concetto cristiano, Gesù Cristo sacrificò sponta- 
neamente se stesso per salvare l'umanità. 



270 

tanti particolari dell'egloga per affrettarci alla fine, 
Olimpia descrive all'attonito genitore l'Eliso da loro 
abitato, e di cui Minciade x aveva appena potuto sfio- 
rare una parte nel canto ricordato da Silvio; e con- 
chiude che colà appunto l'aspetta, allorché avrà finito la 
lacrimosa sua vita; colà dove ha già ha incontrato Asila 
— cioè il nonno paterno — e dove insomma è ora 
raccolta tutta la sua famigliuola ! Silvio, come il Tiflo 
dell'egloga seguente, dispera di poter ascendere a tanta 
beatitudine; eppure la figliuola lo conforta assai, anzi, 
prima di svanire nella sopravveniente luce del giorno, 
gli suggerisce pietosamente i mezzi onde egli possa gua- 
dagnare un giorno con lei quella eterna beatitudine. 

Pasce famem fratria, lactis da pocula fessis, 
Assis detentis, et nudos contege, lapsos 
Erige, dum possis, pateatque forensibus antrum ; 
Hec aquile volucres prestabunt mimerà pennas, 
Atque, Deo monstrante, volitabis in altum. 

In questi versi, come in generale nell'egloga, tutto già 
si rivela il cristiano Boccaccio; quanto diverso invero 
da quel novelliere motteggevole e giocondo quasi solo 
inteso a ritrarre ed eternare nell'arte la comicità della 
vita! La quale ora è divenuta a un tratto per lui così 
effimera e lagrimosa che di tutti gli affetti sente quasi 
solo sorvivere la pietà di padre, raddolcita dalla spe- 
ranza di ricongiungersi almeno nell'altro fantasticato 
mondo, coi perduti figliuoli ! E la pietà di padre ap- 
punto, cosparsa di dolci malinconie e di subitanee ama- 
rezze, rende, come si vede, quest'egloga quanto mai 
bella e suggestiva; attraverso la quale possiamo anche 



i S'era sospettato in Minciade Dante Alighieri, ma é evi- 
dente l'allusione all'antico poeta del Mincio, Virgilio, e al 
VI libro dell'Eneide, dove sono descritti i campi elisi. 



271 

ricostruirci V imagine del vecchio poeta e lo stato del- 
l'animo suo dolorante nella muta e deserta casa ove 
passò gli ultimi anni. Chi, d'altra parte, ignora quanto 
grave fosse stato, quasi in ogni tempo, il tetto dome- 
stico pel nostro poeta? Fanciullo ancóra, era stato co- 
stretto a scappare dalle grinfie dell'avara matrigna por- 
tata in casa da Chelino, dopo avere perfidamente ab- 
bandonato a Parigi quella tale gentildonna dai cui fur- 
tivi amori nacque Giovanni : giovane poi, scaltrito già 
e raffinato nella metropoli angioina, pensava, si sa, con 
sgomento alla fredda e oscura casa dove pur lo richia- 
mava il vedovo padre, e dove ancor uggiosamente vi- 
vendo, non ebbe certo a cambiare di molto le prime, 
indelebili impressioni ; non gli rimaneva dunque che co- 
struirsi ed esperimentare da sé un nuovo, piccolo nido ; e 
se lo sarà infatti, furtivamente, formato, tutto suo, in una 
casa o in più case, chi sa, di Firenze o di Certaldo ; e 
con che gioia avrà visto spuntare ad una ad una le 
alucce alle sue creaturine. . . ma con che strazio poi, 
ad una ad una, le avrà viste vizzire e cadere nel vuoto ! 
Umana sorte ! Ma la poesia, eterna consolatrice, viene 
ora e picchia al cuore deserto del padre, rievocando- 
gli nel lettuccio insonne, in mirabile visione, la morta 
figliuola ; facendola ancóra una volta a lui dolcemente 
parlare e sorridere, ancóra una volta ricordare a lui 
l'ambiente idillico della paterna casuccia: quanto veri 
e commoventi sono infatti quei versi in cui il padre 
riprende quasi la figliuola che si rivolga ad altri lidi, 
anziché tornare a rimanere per sempre con lui: 

Quas oras, mea nata, refers ? quas, deprecor, oras ? 
Noa omnes teget illa domus ; somnosque quietos 
Erba dabit viridis, cespesque sub ylice mensam, 
Vitreus is large prestabit pocula rivus. 

E come Olimpia risponde disingannando, purtroppo, il 



272 

semplice padre, ma pur facendo trepidare in quel di- 
singanno il patetico ricordo della sua prima vita, e 
della casa natia ! 

Non sum, que fueram, dum tecum parvula vixi. 

Onde, accorato, il vecchio Silvio conchiude: 

In lacrimis oculos fundam tristemque senectam. 

Sentiti e veri sono insomma gli affetti largamente e va- 
riamente effusi in quest'egloga, tutta ispirata, come di- 
cevo, e conchiusa dalla pietà di padre : 1 la quale pietà 
raggiunge ancóra mirabili effetti in quanto risale allo 
stesso Beccaccino, a quel « vecchio freddo e ruvido ed 
avaro » 2 che, vivendo, aveva tanto fastidito l'anima ar- 
dente del poeta, e morto ora, per l'antica fede, 3 as- 
surge anche lui nella finzione poetica a cittadino del 
cielo, anzi viene rappresentato nell'atto di muovere in- 
contro alla nipotina per presentarla alla Vergine e pre- 
gare innanzi a lei in mezzo ai più alti fulgori del Pa- 
radiso : 4 e insomma, cosi trasfigurato e trasumanato 
com'è, risponde al più alto concetto di riverenza, ai pili 
grande sentimento di amore che possa portare al padre 



i Eppure all' Hauvette (op. cit., 174, nota) parve che l'e- 
gloga contenga « fantasticherie piuttosto freddine » e rimanda, 
per una espressione più seria e migliore, al noto passo della 
lettera del nostro autore al Petrarca (Corazz. 126) in cui parla 
dell'incontro a Venezia di Eletta — la nipotina dell'amico — 
simigliante alla sua morta figliuola. Tale impressione, però, 
crederei fosse determinata piuttosto dal preconcetto di rite- 
nere l'egloga composta molto prima della cit. lettera. 

* Cfr. Ameto, voi. XV (Moutier) p. 199. 

3 Cfr. in proposito le opportune osservazioni e raffronti 
dell'HECKER, op. cit., p. 80 nota. 

4 Questa mossa ci ricorda — sebbene assai lontanamen- 
te — l' incontro di Cacciaguida e di Dante nel Paradiso. 



273 

un pio figliuolo. La pietà, dico ancora, di padre, con- 
segue verso la fine dell'egloga, un altro effetto stupendo : 
diversamente cioè dagli antichi poeti d'amore abituati, 
non senza falsità od artifizio, a rivolgersi alla loro morta 
donna, a implorar solo da lei le solite vie di salvazione 
contro i soliti mali della fuggente vita, il Boccaccio 
volgesi invece teneramente e sinceramente alla sua 
compianta figliuola, e con fede tutta cristiana, come 
abbiamo osservato, si fa additare da lei, e per lei sola, 
la via sicura di ascendere al cielo. 1 



*** 



Il distacco però intero dalle terrestri passioni per 
la beatitudine celeste, nonché il contrasto fra il vecchio 
e nuovo ideale per cui l'anima è passata, sono con la 
solita sincerità rappresentati nella penultima egloga, 
intitolata Philostropos ; sotto il quale nome è raffigu- 
rata, come l'autore stesso dichiara, il suo venerato 
maestro ed amico, F. Petrarca, in quanto egli intenda 
volgere al vero bene Tiphlos — cioè il Boccaccio — 
acciecato dal male. Due sono dunque, ancóra una volta, 
gì' interlocutori, ma piuttosto lungo, incalzante il loro 
dibattito, che intendo ora riassumere soltanto nei punti 
più significativi: Filostropo, con una mossa propria 
del poeta malinconico di Valchiusa e d'Arquà, ammoni- 



i Bicordiamo tuttavia che anche il Boccaccio è di quel- 
l'anzidetta schiera di poeti che invocano la stessa beatitu- 
dine celeste ove han collocato, dopo morte, la propria donna, 
e impetrano anzi da quest'ultima la salita al luogo della fa- 
mosa beatitudine (cfr. il sonetto LX a D. Alighieri come in- 
tercessore presso Fiammetta : — pregala, se il gustar dolce 
di Lete | non l'ha m'ha tolta, in luogo di mercede, 1 a sé 
m'impetri tosto la salita. Evidentemente, però, l'invoca- 
zione dell'egl. è più affettuosa e sincera. 

Collezione di opuscoli danteschi (N. 13M32 133-134-135). 18 



274 

sce Tilfo che già s'è concesso troppo ai fiori, alle Ninfe, 
ai piaceri insomma della vita, e che l' inverno — cioè 
la vecchiaia — incombe minaccioso: le vette cefee non 
si sono già ammantate di neve, e le foreste non hanno 
deposto le frondi ? e poi, anche i giovani possono ca- 
dere ! Ma Tilfo ama molto la vita, e spera tenacemente 
da quella beni ancóra migliori: 

Quid tandem, si vita placet? Sunt ocia nobis 
Exoptanda Dijs, et spes majora reservat. 

Filostropo si fa quindi a descrivere minutamente le fa- 
tiche e gli affanni dell'uomo dominato solo dall'amore 
di Criside, cioè dalla ricchezza ; i cui amanti tante volte 
soggiacquero ahimè ! nel più misero modo ! E la stessa 
Criside aveva tentato, or non è molto, ma invano, an- 
che il cuore di Filostropo . . . dudum Chrysis impia 
nobis, Obtulit obseenos, quereus has ìnter, amores. 
A che Tiflo esclama ravveduto ed accorato: 

Me miserum ! quotiens ursis et ab ubere natos 
Eripui, quotiens tremulis pendentia ramis 
Mala tuli Chrysidi, quotiens pullosque palumbis 
Subtraxi, cursuque pedum iaculisque coronas 
Quesivi mechis, video. 1 

E vorrebbe da ora in poi conservare solo nel petto 
l'amore di Dione, cioè dalla voluttà ; se non che anche 
quest'amore viene condannato da Filostropo come inde- 
gno e pericoloso, sebbene tanto carezzevole e lusinghiero 
che Tiflo non crede potersene pili liberare:... Quis 
grata Dyonis, egli esclama, Basia et amplexus ae dul- 
ees reprobet ignes f Anzi, con un abbandono propio dello 



* Notinsi questi versi, il cui significato, se venisse preso 
alla lettera, ci farebbe, fra altro, apparire l'autore come un 
volgare cleptomane ! 



: 



275 

spirito suo giovanile, ineggia ad entrambi gli amori, 
di Criside cioè e di Dione, l'amore insomma della vita 
molle, aurea e spensierata: 

stipulis et cannine vitam 

Ducere consiìium : Chrysis assit et alma Dyones ; 
Illa legat flores, imponat et altera sertum. 

dacché la vita, secondo Epi, un antico e famoso pastore 
— evidentemente Epicuro — finirà con se stessa : 

Etatis placidos ludos dum credis, amice, 
Teque simnl perdis. Memini, cantabat inesse 
Pastor Epy, silvis quondam famosus apricis, 
Interitum menti pariter cum corpore cunctis. 

La quale opinione subitamente e largamente vien con- 
futata però da Filostropo in nome dei più antichi e 
autorevoli pastori, cioè di filosofi e poeti ; in nome spe- 
cialmente di Soter, cioè il Cristo, che col sacrifizio del 
suo sangue intese purgare e redimere tutta l'umanità; 
e a Tiflo che ancóra dubita di lasciare il certo per l'in- 
certo, severamente dice : 

Quid certum, die, Typhle, tenes? rapit omnia tempus; 

Quas Amon vestit silvas, denudat Orion, 

Et sub sole cadit quicquid sub sole creatum est. 1 

E si fa quindi a descrivere il luogo certo ed eterno 
della beatitudine, la « silva virens celi sub cardine 
levo » dove vorrebbe guidare il convertito amico ; il 
quale a un tratto accenna a un forte pentimento e sgo- 
mento : 

Quid frustra signare lo cum nemus atque laboras ? 
An visurus ego veniam, Philostrophe, silvas 
Huius queso senis (cioè Theoschyrus) cuius rapuisse iuven- 

fcam 



i Alcun che di simile, rispetto al concetto e alle ima- 
gini, ricordo d'aver letto in una tarda lett. del Boccaccio. 



276 

lamdudura meminiV leges, ritusque suorum 
Iam pedibus calcasse meis ? manibusque nefastis 
Carpendas porcis olini iecisse Dyonis ? 
Non veniaiii; timeo vires irasque frementes. 1 

Non sarebbe poca empietà, come vedesi, quella di Tiflo, 
per non temer di Teoschiro (cioè della divinità); se 
non che Filostropo lo conforta parlandogli della mise- 
ricordia di costui ; e dipingendogli ancora con colori 
più vivi e, per cosi dire, pagani la « sii va virens» po- 
polata di Driadi e di ninfe, dinanzi alla cui bellezza 
spariscono affatto e Criside e Dione : una nuova luce 
investe Analmente tutta l'anima di Tiflo, che, deside- 
roso di ascendere colà, eppure sgomento di non potervi 
arrivare, si fa ora riprendere da Filostropo per troppa 
paura, 2 finché con altri ammonimenti e conforti, intra- 
prendono insieme la mistica via : 

Imus ut ex Syrie carpamus litore palmas. 



* Anche questi versi, presi alla lettera, darebbero luogo 
a gravi sospetti, anzi a turpi censure contro l'autore : infatti 
il Carrara, Un peccato del Boccaccio, in Oiorn. Stor. della Lett. 
ital. XXXVI, p. 123, fa indotto a credere che nel *rapuisse 
iuvencam » il Boccaccio confessasse di aver rapito una mo- 
naca, che di recente il Torr., (114) verrebbe persino a iden- 
tificare in Emiliana de' Tornaquinci, una cioè, secondo lui, 
delle sette donne deWAmeto. Ma veda ognuno da sé l'atten- 
dibilità di simili congetture. Si consideri che il quotiens pul- 
losque palumbis \ subtraxi, come esclama sopra Tiflo, ci ri- 
corda il forte palumbas perquirens di Polipo nell'egl. X; 
e così il rapuisse iuvencam | lamdudum, ci ricorderebbe il 
iamdudum pecudes rapuisse di Licida; e non sarebbe insomma 
poco accostare ora Tiflo a quei colpevoli personaggi della 
Vallis opaca. 

8 Gli dice infatti: Vtr nuper fueras Poliphemi tractus in 
antrum \ Obicibus fractis, et nunc es femina mollis. ; nel qual Po- 
lifemo il Torraca aveva creduto rinvenire un'allusione alla 
dimora del Bocc. presso l'Acciaiuoli, ma non mi pare affatto 
ammissibile: Filostropo direbbe soltanto che poco prima Tiflo 



277 

Da quest'egloga è facile rilevare quello che, in fatto 
di etica e di religione, fu veramente lo spirito di Gio- 
vanni Boccaccio: un po' grossamente sensuale e spen- 
sierato, come se davvero tutto dovesse finire col corpo 
e non ci fosse altra voluttà al di fuori della vita, se 
condo il suo pastore Epi, cioè Epicuro; eppure aperto 
alle dolci e fantasiose rivelazioni dell'oltretomba, sic- 
come colui che alle ideali visioni della bellezza e del- 
l'arte, sia pure mondana, era istintivamente portato ; e 
non solo aperto, ma suggestionabile con tanta puerile 
ingenuità che sarebbe rimasto davvero abbattuto e smar- 
rito se, sulle prime paurose rivelazioni non fossero 
sopravvenute le parole confortevoli e moderatrici dello 
stesso Filostropo. La cui figura, per quel che riguarda 
gli ammonimenti di cambiar vita e la rivelazione del- 
l'oltretomba, ci ricorderebbe un poco quella leggendaria 
del padre Ciani che com'è noto, a nome d'un altro 
padre morto in odore di santità, avrebbe incusso un 
giorno tanto terrore nell'anima paurosa del nostro Boc- 
caccio: in quanto al resto però, la figura di Filostropo 
risponde bene alla personalità del Petrarca che, com'è 
notissimo, con mente serena e cuore fervente d'amico, 
già da tempo veniva persuadendo e confortando il Boc- 
caccio a quella stessa meta che tumultuariamente voleva 
raggiungere il Certosino. 

Dall'insieme poi dell'egloga parrebbe trattarsi d'una 
conversione non solo strettamente religiosa, in quanto 
cioè venga in essa rivelata a Tiflo la visione dell'oltre- 
mondo, ma anche etica ed umana, in quanto Filostropo 
vuole strappare Tiflo dalle braccia tenaci di Criside e 



nel difendere le sue colpe mostravasi così ardente da sfidar 
Polifemo, ed ora invece è preso da tanta paura da sembrare 
una femminuccia. Tutta quanta l'imagine sarebbe insomma 
metaforica e non allegorica. 



278 

di Dione; e la conversione, in quest'ultimo senso, sa- 
rebbe addirittura profonda e radicale. Ma possiamo, 
d'altra parte, prendere intieramente alla lettera i dati 
contenuti nell'egloga, e credere insomma che il Boccac- 
cio fosse stato prima un grande epicureo ed ateo, un 
uomo ancóra rapace ed empio per amore di Criside e 
di Dione, della ricchezza cioè e dei piaceri, mentre noi 
sappiamo che, se pure egli nella gioventù indulse fa- 
cilmente a Venere, fu però schivo delle grandi ric- 
chezze, anzi sacrificò le auree speranze della merca- 
tura e degli studi legali consigliati insistentemente dal 
padre, all' ideale semplice e buono della poesia e delle 
lettere ? Dobbiamo piuttosto intendere ch'egli qui, per il 
solito amore dei contrasti, per quel giuoco d'ombra e 
di luce connaturato all'anima degli artisti, abbia di 
molto esagerato le tinte; o piuttosto abbia inteso ri- 
trarre sotto il nome di Tiflo, non tanto — o almeno 
non solo — se stesso, quanto, direi, una parte dell'uma- 
nità traviata e offuscata insomma dalla caligine delle 
passioni mondane, 1 e però suscettibile d'essere conver- 
tita al vero bene per mezzo della ragione umana e 
della misericordia divina favellante iu Filostropo: così 
mi parrebbero sufficientemente chiarite quelle tali al 
lusioni contenute nell'egloga a carico di Tiflo, inverosi- 
mili altrimenti e molto turpi se attribuite — come 
altri fece arbitrariamente — allo stesso autore. 11 quale 
infine, come nell'egl. XI non ha saputo celebrare le di- 
vinità e la religione cristiana senza sferzare il papato e 
l'abbandono di Roma, così in questa penultima egloga 
essenzialmente psicologica e religiosa, non sa guardare 



i Nella lettera infatti al Signa, scrive l'autore a propo- 
sito di quest'egloga: Thiphlus prò me ipto intelligi volo kt 

PHO QUOCUMQUE ALIO CALIGINE RERUM MORTALIUM OFFUSCATO (Co- 
RAZ. 274). 






279 

alle virtù del cielo senza correggere i vizi della terra, 
né sa descrivere la stessa selva paradisiaca senza prestare 
al contenuto e ai contorni di essa imagini e colori un 
poco sensuali e pagani, senza mostrare insomma il suo 
tenace attaccamento alla terra, il suo antico spirito d'os- 
servatore e d'artista plastico ed umano ; cosi, conclu- 
dendo, attraverso le mutabili orientazioni della fantasia 
e dell' ingegno di G. Boccaccio, troviamo in fondo sem- 
pre immanente e sincera l'anima sua. 



* * 



Eccoci ora all' ultimo e direi anche migliore spec- 
chio di quell'anima semplice e buona, e tanto più in- 
vero simpatica, quanto pili s'avvicina non a certe for- 
mule, spesso false e stereotipate, di virtù e di ammoni- 
menti civili, ma alla rivelazione della sua stessa natura: 
eccoci, dico, all'ultima egloga, intitolata Angelos, in 
quanto è destinata ad accompagnare le altre quindici 
ad Appennino, cioè a Donato degli Albanzani di Prato 
Vecchio, un mediocre grammatico, amico delle lettere 
e del nostro poeta. * Due sono dunque, anche all'ultimo, 
gl'interlocutori, l'Angelo, che naturalmente porta in sé 



1 Cfr. a proposito lo studio del Novati, Donato degli Al- 
banzani alla Corte Estense, in Ardi. Stor. Jtal., S. V, tomo VI, 
p. 364 sgg. A proposito poi del figliuolo di Donato, il Solone 
cioè ricordato in fondo all'egloga, cfr. le osservazioni del- 
I'Hecker (op. cit., p. 68 nota 2). Della morte di questo Solone 
si dolse poi anche il Boccaccio, come rileviamo dalla lett. 
che su tal proposito scrisse il Petrarca a Donato (Senili, X, 
traduz. del Fracassetti-Lemonnier 1870, p. 132). « E quanto 
udisti finora da me, fa conto che a te l'abbia detto anche il 
nostro Giovanni (cioè il Bocc.) il quale della tua sventura 
si dolse, come se fosse sua, e a te desidera quelle consola- 
zioni che in caso simile bramerebbe per sé». 



280 

l'eco, anzi P anima stessa dell'autore, e Appennino , 
che se ne sta ozioso nelle fresche campagne del Ca- 
sentino, e irride sulle prime, lodandolo troppo per iro- 
nia, il miserello gregge — cioè il Buceolicum Carmen — 
che gli porta in dono l'Angelo, da parte di Cerrezio 
— cioè del Boccaccio, cosi denominato dal monte della 
nativa Certaldo — Rimesso però il riso alle pietose esor- 
tazioni del detto Angelo, e ricordando di avere già visto 
in parecchi luoghi il vecchio etrusco 1 — cioè lo stesso 
Boccaccio — dichiara che quel gregge conveniva meglio 
mandarlo a Silvano, cioè ai Petrarca, come al pastore 
più autorevole e fortunato fra quanti ne conosca il 
mondo; e infine, dacché l'Angelo risponde che: Eru- 
buit munus tam parvum mittere tanto \ Pastori . . . , e 
d'altra parte aggiunge : 

Sunt temies (oves), fateor, nec multum lactis habentes, 
Sed predulce quidem, pomisque favisque Menalce* 
Si gustent Latij, si gustes ipse parumper, 
Prepones. Queso, parvum ne respue munus, 

Appennino conchiude tutto remissivo e propizio : 

Da sordis causam : dabitur fortasse mederi. 

E allora l'Angelo si fa pietosamente a descrivere 
gli sterili campi ombreggiati dal monte Cerreto e sol- 
cati dall'Elma, dove è stato a pascolare quel gregge, e 
vive ancóra miseramente il padrone : e qui insomma in- 



i Per ultimo dice di averlo visto a Venezia: Vidimm 
atque Venetum dum venti cernere colles alludendo al noto sog- 
giorno che nel 1363 fece il Boccaccio colà. Seguono quindi 
due versi abrasi nell'autografo, i quali (cfr. Hecker, p. 68) ac- 
cennavano alla nascita di Solone, il figliuolo, poi morto, del- 
l' Albanzani, la cui donna veniva chiamata Agapon = antan*. 

* Con questo Menai ca, non potrebbe l'autore alludere a 
Zanobi? Si avrebbe cosi, quanto al nome, un riscontro col 
Menalca dell'egl. X, sospettato da me per lo Stradino. 






281 

comincia la parte pili personale, pili patetica e sugge- 
stiva dell'egloga; qui possiamo noi immediatamente e 
malinconicamente comunicare con l'ambiente nativo 
e con l'anima triste dell'ormai vecchio Boccaccio. 

Pascila sunt nobis Cerreti montis in umbra, 
Heu sterili ninnimi, nullis frondentia lucis, 
Nec salices capris surgunt, nec surgit ybiscus. 
Lambere muscosas salices rarumque vetustis 
Immixtum concis serpillum carpere cogit 
Egra fames miseras : illis hinc squalida pellis, 
Hinc macies, tristisque color, seteqne cadentes. 
Elsa brevis fluvius post bis precordia saxum 
Fecit, et attonitas vacuavit sanguine fibras. 1 

Al che Appennino risponde che « Invitis nobis tenet 
hee nu.no, pasqua vester \ Cerretius . . ., e se egli è li- 
bero ormai, come l'Angelo assicura, da sollecitudini amo- 
rose che lo trattengano in quei luoghi, o perché non 
ha accettato l'ospitalità tante volte doviziosamente of- 
fertagli da Silvano, da quel Silvano dinanzi a cui so- 
gliono piegarsi i più grandi, e pel quale lo stesso Cer- 
reto nutre moltissima riverenza ? 

Quid si reverentia tangit 

Negligit oblatum ? veniat, durosque relinquat 
Agrestes patrijsque sinat dare semina sulcis. 

L'Angelo quindi risponde di avergli anche lui ri- 
volto di recente quelle stesse domande, mentre l'aria era 
incendiata dal sole e insieme sedevano all'ombra d' una 
verde ilice; ma Cerrezio, 

. . . diu corylos tacitus prospexit et inde : 

— Omnia qui profert nil dat — michi maximus Egon 

Iam dixit. 



1 A proposito dell'Elsa scrive l'autore in quel suo noto 
Dizionario geografico : circa eius initium quicquid eius in aquas 
proieceris, infra breve dierum spatium lapides cortice circumda- 
tum comperies ecc. 



282 

e ricorda quindi con rassegnata mestizia l'episodio di 
Mida, l'infortunio capitatogli là nei larghi campi che 
guarda il Vesuvio: e che sarebbe, se facesse ugual- 
mente Silvano? non sarebbe meglio morire? 

Quid si Silvanus faceret; non dulcius esset 
Queso, mori? tentare Deos stoltissima res est. 

onde finisce col rassegnarsi, anzi coli' ineggiare alla po- 
vertà, raddolcita dal sentimento della vita libera e con- 
sacrata solo alle muse. 

Pan nobis pregrande dedit, nec spernere munus 
Est animus, paucis contentor munere Panis. 
Silvestres corili pascunt, dat pocula rivus, 
Dant quercus umbras, dant somnos aggere frondes. 
Cetera si desint, lopposaque veliera tegmen 
Corporis effeti, quibus insita dulcis et ingens 
Libertas, que sera tamen respexit inertem. 

Ai che l'Angelo non può che religiosamente tacere, 
come tace infine lo stesso Appennino accogliendo l'of- 
ferto gregge, anzi invitando il figliuolo Solone a mesco- 
larlo col suo. 1 

Beila veramente e importante è quest'egloga, poi- 
ché in essa, come a G. Carducci, — e così non meno 
ad altri studiosi dell'Alighieri — riusciva caro ve- 



i Dai versi finali dell'egloga: Sat dictum, fiat, sii nostrum, 
claudicet esto \ Nam pregnans, video, prolem sperasse invabit \ Et 
cepisse novam — s'è arguito (cfr. Hecker, op. cit., 62, n. 2) che 
il Boccaccio intendesse continuare la sua Bucolica: ma, che 
cosa mai, dopo quest' ultima egloga che tutto riassume inti- 
mamente e conchiude, avrebbe aggiunto l'autore ? Crederei 
quindi che il passo sopra cit. — se pur non sia una mera 
formola pastorale — debba intendersi al più che di buoni 
effetti morali sarebbe stato fecondo quell'allegorico gregge 
passato libero e immune fra tante angustie e pericoli: ov- 
vero che altri avrebbe potuto trarre dalla bucolica boccac- 
cesca esempio ed auspicio per un'opera migliore. 



383 

der ritratta nell'egloghe dantesche e specialmente nella 
prima, l'imagine del divino poeta già vecchio e rac- 
colto nella vita semplice e quieta dell'ospitale Ravenna, 
cosi riuscirà sempre gradito agli studiosi del Boccaccio 
trovarvi dolcemente specchiata 1' imagine del poeta già 
vecchio e solingo pei campi della natia Certaldo, in 
queir ultimo rifugio riserbatogli dall'antica terra dei pa- 
dri, e donde né le avversità, e nemmeno le lusinghiere 
promesse degli uomini hanno potuto più smuoverlo. 
Quei campi, è vero, sono sterili per il vecchio e soli- 
tario abitatore, e il vetusto tetto paterno è freddamente 
vuoto ; eppure, in luogo delle messi superbe ondeggiano 
in quei campi la contentezza e la pace, e, se non più 
Violante o gli altri figliuoli, bisbigliano ancóra sotto 
quel tetto le Muse ! Fin qui il quadro sarebbe puramente 
idillico, e un po' forse sospetto perché troppo vago e 
comune: ma il sentimento che più l'anima ed avva- 
lora con un' impronta, direi, di forte originalità, è quello 
della dolce e grande libertà che il poeta può dire final- 
mente di possedere, che egli contrappone anzi, pur in 
mezzo alla sua povertà, alle pili attraenti dovizie, alle 
più fulgide promesse — quali erano state un giorno 
quelle del perfido Mida ! — e per la quale, come non 
esitò a rifiutare il dovizioso incarico di Egone * sen- 
tendosi orgogliosamente atto a cose migliori, cosi non 
esita ora — si noti — a dubitare persino dell'ospita- 
lità offertagli dal suo più venerato maestro ed amico, 
da F. Petrarca! Il quale, si sa, insistentemente aveva 
pregato il Boccaccio di recarsi a convivere con lui 
per alleviare alquanto il suo stato, e nessuna parola, di 
solito, poteva sull'animo del certaldese più della sua 2 : 



1 Cioè del papa, come spiegherò in seguito, fermandomi, 
per altre considerazioni, snlla stessa allusione dell'egloga. 

2 Cfr. fra altro, Sen., I, Ep., 5. 



284 

eppure Cerrezio rimane tacito, come abbiamo visto, a con- 
templare lungamente i corioli, e quindi rammenta quel 
detto di Egone: Omnia qui prof ert, nil dati Aveva dun- 
que il Petrarca fatto troppo larghe promesse perchè il 
Boccaccio ne potesse cogliere alcun che di effettivo e reale ? 
Opiuttostola triste esperienza dell'Acciaiuoli, e insomma 
queir invincibile amore della propria libertà e dell'one- 
sto riposo che ad una certa età specialmente, s'accom- 
pagna all'uomo dimestico della filosofia e delle Muse 
— come diceva altrove di sé lo stesso Boccaccio — 
l'avevano reso così diffidente, e sollecito piuttosto di con- 
chiudere la rimanente vita in quella maniera semplice 
e oscura? Generosa diffidenza, però, e superba solleci- 
tudine che ci rendono più idealmente forte e simpatico 
quell'uomo che, secondo certi critici, sarebbe stato 
avvezzo a corteggiare i potenti per sollecitare l'ospi- 
talità delle loro splendide corti, o a piatire anche 
troppo sulle proprie miserie per lesinare da quelli gli 
ultimi favori ! 

Se, risalendo un poco il corso del Buecolieum Carmen, 
ricordiamo ora per quale tormentose ambasce siano 
passate, a causa dell'amore, le anime di Damone e Pa- 
lemone nelle due prime egloghe, mentre nell' ultima 
vien detto di Cerrezio a proposito dell'amore: 

Absit, nulla seni talis nunc cura doletque 
Obsequio quondam nimiumque vacasse Liquoris. 1 

se ricordiamo ancóra il sospiro del profugo Tindaro 
nella I egloga: 

O Damon, Damon, quantum sibi quisque beavit 

Qui potuit mentis rabidos sedare tumores 

Et parvas habitare casas nemora atque remota! 



i Con questo nome si allude nell'egl. V alla regina Gio- 
vanna, e non potrebbe star qui a significare una figliuola di 
re, cioè Fiammetta ? 



285 

e insomma tutta l'amara e lunga vicissitudine di lotte 
e d'angosce, di ansietà e d' incertezze svoltasi fino alla 
XV egl., mentre in quest' ultima il sospiro del profugo 
Tindaro trova il suo naturale e dolcissimo compimento 
nel libero ozio del vecchio Cerrezio, e tutto insomma 
in quest'egloga spira rassegnazione e conforto, quasi 
l'anima fosse con la libertà interamente rinnovellata ; 
possiamo conchiudere che la predetta egloga ci rap- 
presenta appunto la vera ed ultima e meditata espres- 
sione del Buceolieum Carmen ; la risoluzione di quel 
processo per cui già ansiosamente s'era aggirata l'anima 
del poeta, in cerca della vera pace e della libertà mo- 
rale alfine ricuperata. 



* 



Così poteva porre fine al suo Buecolicum Carmen: 
quando però l'avrà incominciato e quando, viceversa, 
l'avrà finito ? Sono domande in verità difficili, alle 
quali tuttavia i critici non hanno mancato di rispon- 
dere, in modo però pili o meno fluttuante e arbitrario : 
proverò dunque anch' io a cacciarmi nell'agone, colla 
speranza almeno di raggiungere pili approssimativa- 
mente la meta *. 



1 Un tentativo di cronologia si trova già per talune eglo- 
ghe nell'HoRTis (op. cit. passim) e, per l'intero Buccolicum 
Carmen, in Hauvette (op. cit., p. 154 sgg.) nel cni proemio 
si trovano anzi riferite le varie opinioni in proposito del 
Landau, e del traduttore italiano, C. Antoka Traversi, (il 
quale prende invero le mosse da uno studio del Ruberto che 
non mi fu possibile conoscere) e cosi inoltre del Koerting, 
dell'HoRTis, sopra cit., e infine del Gaspary. Più compiuta- 
mente dunque l'Hauvette, osservando anzitutto che il Bucco- 
licum Carmen non sia propriamente un'opera che abbia unità 
bensì una raccolta di brani staccati, conclude che l'egloghe 



286 

Abbiamo già osservato che il carattere delle prime 
dieci egloghe è sostanzialmente diverso da quello delle 
rimanènti, e che la rappresentazione anzi di taluni 



siano state composte alla spicciolata, nello stesso ordine cro- 
nologico onde sono a noi pervenute, e cioè non prima del 
1351 l'egl. I-VI; nel 1355 le tre seguenti V1I-V1II-IX: inol- 
tre, l'egl. X-XIII — come quelle che non conterrebbero in- 
dizii cronologici — sarebbero state secondo lui composte 
dal 1356 al 1358; e da quest'anno, o dal seguente al più, fino 
al '61 l'egloghe XIV e XV; e finalmente, dopo il 1363 e sem- 
pre prima dell'anno '67 — in cui l'autore, com'è noto, era 
andato a visitare il Petrarca a Venezia — l'egl. XVI. In dieci 
anni circa avrebbe dunque il Boccaccio composto il suo Buc- 
colicum Carmen, come già altri aveva ammesso, senza però 
quelle spiegazioni che verrebbe a darci l'Hauvette, e alle quali 
non mancherò brevemente di accennare là dove non affatto 
risponda la nuova esposizione cronologica che mi accingo a 
fare. Per l'egl. I ricordo intanto che giustamente inammis- 
sibile è la presunta allusione a Giovanni Visconti sotto il 
nome di Egone (cfr. p. 162) donde sarebbe venuta all'egloga 
stessa la data del 1351: essa, se per un lato ci ta risalire 
insieme con la seguente, Pampinea, al tempo del tradimento 
e dei forti contrasti amorosi, al primo ritorno, all' incirca, 
da Napoli ; dall'altro ci fa discendere verso un'epoca piut- 
tosto tarda, in cui il poeta, mediante forse uno di que' ri- 
maneggiamenti tanto soliti in lui, avrebbe inteso esprimere 
1' ultima concezione pessimistica della donna e dell'amore, 
certissima pestis, — come dice il Tindaro dell'egl. I — da cui 
debbansi guardare i giovani. Per l'egl. Vili poi più ina- 
missibile parmi la data del 1355, non solo perchè un passo 
dell'egloga stessa allude a Zanobi da Strada come poeta as- 
sente dalla corte delFAcciaiuoli (clr. Torraca, op. cit., 163, e la 
mia recensione) ma ancóra perchè in generale, dai raffronti 
fatti avanti fra la detta egloga e la lettera al Nelli, risulta, 
crederei, pienamente ammissibile che le due composizioni 
siano ugualmente lo sfogo dello stesso infortunio capitato 
all'autore per opera dell'Acciaiuoli a Napoli nel 1362-63, se- 
condo l' ipotesi da me ancóra una volta propugnata. Né sarà 
infine superfluo aggiungere qui altri pochi raffronti, sebbene 
secondari, fra l'egl. Vili e la famosa lettera al Nelli. Dice 



287 

personaggi cambia sensibilmente a seconda degli aspetti, 
delle circostanze, del tempo, insomma, in cui essi ven- 
gano a cadere sotto l'osservazione e la fantasia dei 
poeta, come cambia persino il loro nome. Così nel- 
l'egl. IV, l'Acciaiuoli è lodato, sotto il nome di Pizia, 
per la tenacia e fedeltà onde assiste il suo profugo re, 
Doro, cioè Luigi di Taranto, ma vituperato acremente 
nell'egl. Vili sotto il nome dì Mida, nonché nella X — 
s'è vera l'interpretazione ammessa — sotto il nome 
di Polipo, per l'avarizia, e la perfidia contro l'ospite 



l'autore in quest'ultima: «Io mi credeva che esso, [l'Ac- 
ciaiuoli] salendo in alto, el vecchio costume volgesse in 
meglio, ma sicome chiaro m'avidi, in peggio lo ridusse la 
felicità» (Corazz., 148). E il Pizia dell'egloga credeva pure 
che Mida, divenuto ora ricco, non fosse più da temere : dum 
iussit egestas \ Hunc domini servare greges. . . potuti fortasse li- 
nieri, ecc. Inoltre : » A costui posta giù la memoria del suo 
primo stato, ch'esso non ricordi quando mercatante venne 
ad Napoli d'uno fante solamente contento?» (152) Pei ti- 
toli quindi di grande e magnifico ambiti da lui, veggansi le 
pagg. 162-3 e passim. E nell'egloga : se divum titulis immiscuit 
altis \ Cum pridem placido vix esset cognitus Arno. Più oltre 
anzi vien detto che : Seque Mecenatem, magnumque Deumque 
vocari | Gliscit, et invitas dum servat rupe Camenas \ Ascreum 
putat esse senem silvasque movere \ Castalias, et plectra Dei sa- 
crasque, sorores. E nella lettera : « Oltre a questo, come tu 
insieme con meco conosci, tanto ardentemente desidera di 
esser tenuto litterato ed amico delle Muse, che, quasi niuna 
cosa più sollecitamente faccia, appare, (p. 159) E a propo- 
sito infine dei libri che l'Acciaiuoli teneva come imprigio- 
nati, l'autore dice : Et non dubito avverrà, se non per la 
mia fatica, almeno per l'altrui, che colui che crede tenere 
le Muse prese (cfr. Invitas dum servat sub rupe Camenas) sia 
sospinto nella ruina del disleale oste Pireneo, quelle volantisi 
via » (161) ecc. Alle velleità letterarie dell'Acciaiuoli indulse 
però — e forse anche troppo — il Petrarca: cfr. Fam., XIII, 
19, rivolta allo stesso Siniscalco ; e l'altra a Zanobi, XII, 
15, sebbene egli pure avesse a provare le fallaci promesse e 



288 

ch'egli stesso aveva invitato : e cosi, per tacere d'al- 
tri, il detto Luigi di Taranto è per alcuni rispetti com- 
passionato, ma per talaltri, almeno indirettamente, bia- 
simato nella stessa egl. IV, sotto il nome di Doro ; poi, 
sotto quello di Alcesto viene, è vero, retoricamente e 
del tutto lodato nell'egl. VI ; ma infine ancóra una volta 
è oscuramente ripreso nell'egl. X sotto il nome di 
Ameto, accanto — ricordiamo — a Melalce, cioè a Gio- 
vanna; intorno alla quale pure oscillano nel Bueeoli- 
ewm Carmen il biasimo e la pietà. — Ora queste stesse 
variazioni — che parvero anzi a taluni contraddizioni, 
mentre io credo di avere ormai sufficientemente spie- 
gato che sono effetto della diversità dei tempi e degli 
aspetti presi in considerazione x — già bastano a con- 
fermare la più spontanea ipotesi, che cioè le dette 
egloghe siano state, almeno fondamentalmente, conce- 



l'avarizia del boccaccesco Mida (Cfr. Fatti., XI. 13, Sen., III. 
3, e Tanfani, op. cit., p. 135). 

i Non sarà superfluo aggiungere infine che attraverso 
tutti i mutamenti rappresentativi portati dal tempo, certi 
sentimenti però rimangono costanti, e attestano ancóra una 
volta V unità e l'armonia del Buccol. Carmen. Cosi il merito 
dell'Acciaiuoli largamente descritto nell'egl. IV, in quanto 
fosse protettore fervido e sincero della Casa angioina, viene 
riconosciuto nei versi altrove citati dell'egloga VI, malgrado 
la tinta d' ironia per altri rispetti da me sospettata ; e, quel 
che più è notevole, viene persino riconosciuto nell'egloga 
Vili — cosi velenosa contro il Siniscalco — allorché dice : 
Quos (cioè Giovanna e Luigi) postquam miseras undis retraxit 
avitos \ In campos, lauro et flavos vincire capillos, Et querno fe- 
cit dextras ornare bacillo; dove d'altronde si vede, special- 
mente in quel miseros, che continua la pietà per la fuga dei 
reali già espressa nei due noti versi dell'egl. V ; pei reali, 
dico, che in questa stessa egloga Vili sono poi biasimati, 
come altrove s'è detto, per l'acquiescenza prestata a' sup- 
posti malefizi deH'Acciaiuoli. 



289 

pite e scritte in tempi affatto diversi : e poi, la fre- 
schezza di certe impressioni, la immediatezza, direi, di 
certi impeti e di taluni ardori, concorre a farci ritenere 
che l'autore desse almeno il primo getto delle dieci 
egloghe via via che i fatti stessi adombrati passarono 
nella realtà e nell'anima sua, lasciandovi un'orma sen- 
sibilmente varia, ma sempre profonda e sincera : talché 
la composizione, o per dir meglio, il primo getto delle 
dette dieci egloghe, si potrebbe all' incirca assegnare 
al tempo che decorre dal suo primo ritorno da Na- 
poli (1340) — epoca di tradimenti e di vari contrasti 
amorosi — fino all'altro triste ritorno — primavera del 
'63 — dopo cioè P infausta sua dimora nella famosa 
« sentina » dell' Acciaiuoli. 

Per il primo getto dico, che in verità, il fatto gene- 
rale che l'autore abbia inteso dare a tutta l'opera sua 
un carattere di sostanziale unità, col rappresentarci cioè 
la progressione da una vita tumultuosa e schiava ad 
un'altra veramente libera e tranquilla; il quale inten- 
dimento naturalmente richiedeva l'accordo e fors'anche 
il rimpasto generale dell'egloghe ; e il fatto poi parti- 
colare che Luigi di Taranto, morto si sa, nel 1362, sia 
chiamato Alcesto nella VI egloga, perchè — a dire del- 
l'autore nella nota lettera al Signa — circa btrbmum 
tbmpus vitab optimi regis et virtuosi mores assum- 
pserat *, il quale nome pur ricorre nell'egl. V a pro- 



i Cfr. Corazz., 269, dove si dà pure ragione del nome Al- 
cesto « ab Alce quod est virtus et aestus quod est fervor » . La 
frase dell'autore già ci lascia sottindere che in generale la 
vita del re Luigi non corrispose alle speranze dell'egl. VI. 
Tuttavia negli ultimi anni del regno si sarebbe mostrato vir- 
tuoso, dacché infatti andava visitando in pellegrinaggio san- 
tuari e compiendo insomma pratiche religiose ; cfr. il giudi- 
zio che di lui dava il Petrarca scrivendo all'Acciaiuoli, {Fara. 
XXIII, 18 ; e quello di M. Villani, X, e. 100. 11 Torraca (179) 

Collezione di opuscoli danteschi (X. 131-132-133-134-135). 19 



290 

posito della fuga, — anzi pure nell'egl. I con probabile 
allusione a Luigi e a noti episodii del regno napole- 



confutando il commento dell' Hortis (20) e dello Zumbini (113) 
ha già inteso dall'anzidetta frase arguire che l'egloga fosse 
stata composta dopo la morte del re. Potrebbe, peraltro, es- 
sere stata composta, ovvero rielaborata con la sostituzione 
del nome Alcesto, in quello stesso tempo che il re mostra- 
vasi virtuoso, circa extremum tempus vitae virtuosi regis, al- 
quanto prima cioè del maggio 1362. Che l'egloga, comunque, 
sia stata composta ovvero rimaneggiata un po' tardi, mi 
pare lecito arguire anche da un'allusione, credo, a Zanobi, 
contenuta nei versi, già altrove citati, della detta egl. VI: 
dove l'autore, toccando in breve degli amori di Fillide e 
delle lodi di Pizia, cioè dell'Acciaiuoli, pur dice di que- 
st'ultimo che « meruit versus qua Stilbon flabat avena: donde, 
oltre a una punta d'ironia, come altrove dicevo, contro 
l'Acciaiuoli stesso la cui amicizia con l'autore s'era già in- 
tiepidita o rotta addirittura, trasparisce, credo, un'altra più 
forte contro Zanobi : il poeta venuto alla Corte di Napoli 
già fin dal 1349 e tanto ligio al Siniscalco da essere, per opera 
di costui, incoronato a Pisa, verrebbe ora qui chiamato Stil- 
bone (lo stesso nome ricorre nell'egl. XIII in dispregio d'un 
mercante genovese) in quanto per amore di lucro era già 
passato nel 1359, notisi, come segretario apostolico alla Corte 
d'Avignone ; pel quale ufficio da trafficante s'attirò esplici- 
tamente, com'è noto, il biasimo degli amici — come già per 
la sua incoronazione. — Parrebbe dunque, specialmente dalle 
esplicite allusioni dell'egl. Vili : Non Coridon, miserande, 
Ubi, non fistola nota \ Quo steriles vobis blandus cantabat amores ; 
Sensi ego quam tenues confiaret gucture versus \ Et modulos sti- 
pula, laqueos dum poneret arvis — che il poeta abbia più volte 
e fortemente osteggiato lo Stradino, ma non in quanto gli 
desse ombra alla Corte di Napoli, come potrebbe forse gros- 
solanamente sembrare agli ipercritici del nostro autore; sì 
bene pel fatto che quegli fosse onorato più del dovere — men- 
tr'egli, il Boccaccio, era stato per ben due volte costretto 
quasi a scappare da Napoli — e sopratutto perchè Zanobi 
aveva oramai trascurato o, quel ch'è peggio, profanato la 
tenue sua Musa, facendo di essa lenocinio e mercato da Na- 
poli ad Avignone (laqueos dum poneret arvis) Cfr. la lettera 



•291 

tano l — infine le stesse frequenti modificazioni e la- 
cune che presenta l'autografo riccardiano e il rifaci- 
mento avvenuto sicuramente per l'egl. Ili, tutto questo 
insomma, e altri indizii che tralascio di rilevare, e' in- 
duce a ritenere che l'autore rimaneggiasse un po' tardi 
più specialmente almeno le prime egloghe, per metterle 
tutte in miglior forma e in buon'accordo tra loro. 

E quando allora sarà avvenuto il detto rimaneggia- 
mento ? Crederei, almeno in gran parte, nel tempo stesso 
che l'autore poneva mano alle altre sei egloghe : le 
quali, come s'è visto, mostrano in sostanza un carat- 
tere pili uniforme e serrato, e possono ritenersi facilmen- 
te concepite a non molta distanza di tempo fra loro. 
Esse, ricordiamoci, stanno in verità ad esprimere con cre- 
scente e colorita gradazione, quella nuova fase d* idea- 
lità, d' ispirazioni religiose e domestiche, di raccogli- 
menti intimi e civili che tutta conchiude 1' ultima vita 
del poeta nella nativa Certaldo. Ora, questa nuova fase 
io credo bene poterla principalmente assegnare non al 
tempo immediatamente successivo alla nota visita del 
Ciani, si bene a quello che segna il ritorno del Boccac- 
cio da Venezia verso, probabilmente, Certaldo; dopo la 
visita cioè che l'autore fece nel 1363 al venerato mae- 
stro ed amico ond'era spesso chiamato, a F. Petrarca, 
dico, la cui figura come vedremo, doveva lasciargli que- 



al Pizzinghe (Coraz, 196) che fra altro dice « tractus auri c>i- 
pidine in Babylonem occiduam abiit et obmutuit » . Bene dun- 
que gli stava l'appellativo di Stilbone più specialmente dopo 
che passava le Alpi verso la nuova sede, cioè dopo il '59, 
(Pei meriti, comunque, letterari dello Stradino, cfr. F. Vil- 
lani, Le Vite di uomini illustri fiorentini, con le annotazioni 
del Mazzuchelli, Milano, Bettoni, 1834 p. 409: e Tiraboschi, 
601 e seg.) Non sarà stata dunque dopo quel tempo compo- 
sta, o almeno rimaneggiata, quest'egloga? 
1 Cfr. Crescini, op. cit., 250, nota 1. 



292 

sta volta nell'anima pili forte e magnifica impressione. 
E che a un periodo di tempo non molto lontano — al 
più — dal 1363 si riferiscano le dette sei egloghe, non 
mancano, nelle stesse, taluni indizii che m'affretto a 
spiegare, cominciando anzi, per maggiore comodità, dalla 
XV, la quale, come abbiamo visto, così al vivo ci rappre- 
senta il dibattito fra le opposte tendenze, e infine la 
conversione intera e profonda di Tiflo per opera del pre- 
muroso e illuminato Filostropo. In quel dibattito però, 
come s'è detto, due sono le passioni malefiche princi- 
palmente combattute: Criside e Dione, la ricchezza cioè 
e la voluttà, dal cui amore non si può negare che si 
lasciasse vincere, fino a un certo punto, il Boccaccio, 
nell'arrendersi ai perfido invito dell' Acciaiuoli, mal- 
grado qualche brutto presentimento, com'egli stesso ci 
lascia intendere in un passo dell'egloga Vili : E quercu 
veteri nuper miehi garrula eornix \ Hos cecinit lapsus, 
vetuit sed dira cupido | Noscere, et in dubios dedu- 
scit ab aggere eampos. Così più oltre esplicitamente 
dice che: Silvanus placida eomponet paee furentes . . . 
bilem stolidamque Dyonem: possibile che questa dira 
cupido, questa stolida Dyonis non abbia rapporto al- 
cuno con la Dione e con tutto il contrasto insomma 
dell'egl. XV in cui Filostropo riesce difatti a placare 
e convertire Tiflo ? Il quale ultimo, cioè il Boccaccio, 
ora che l'anima sua era di recente passata attraverso 
la disillusione, la vergogna e l'amarezza indicibile del- 
l' infortunio napoletano, ora maggiormente doveva sen- 
tirsi portato al pentimento di quelle colpe — sia pure 
esagerandole per altri fini, come abbiamo osservato — 
che l'avevano in certo modo sospinto nell' infausta corte 
napoletana; ora più forte e decisivo doveva essere il 
desiderio di chi, sollevandolo dalle miserie terrestri, 
gli parlasse d'un di là, come eloquentemente poteva 



29S 

fare il Petrarca. Che se la detta conversione svolgentesi 
in ultimo con tanto tumulto e paura da parte di Tiflo, 
cioè del Boccaccio, ci ricorda alquanto il noto sbigotti- 
mento che gli avrebbe una volta incusso quel leggen- 
dario frate Ciani — s\ da farci sospettare l'egloga in- 
fluenzata forse da quell'episodio — il ragionamento in- 
vece calmo, persuasivo e affettuoso onde Filostropo 
riesce a convertire Tiflo ci fa pensare in tutto al Pe- 
trarca, e, perchè no ?, agi' intimi colloqui che, come 
su altre cose, cosi anche in fatto di religione avreb- 
bero tenuto i due illustri amici — già avanzati negli 
anni — fra le piante e le acque della dolce e medita- 
bonda laguna. 1 

Fra gli argomenti poi esposti da Filostropo per di- 
stogliere Tiflo dall'amore di Criside, cioè dall'amore 
di quella ricchezza che riusci ad ammaliare e condurre 
in rovina moltissimi, c'è anche questo: dice cioè Fi- 
lostropo : 

Quid meraorem. multos ? dudum Crisis impia nobis 
Obtulit obscenos, quercus has inter, amores . . . 

Ora, se consideriamo che il segretariato apostolico ap- 
pariva ed era in realtà per gli uomini avidi di lucro 
— come abbiamo visto, per es., in Zanobi — una fonte 
di ricchezza, non possiamo conchiudere che in quei 
versi il Petrarca alluda appunto al rifiuto di quell'uf- 
ficio offertogli — si sa — da papa Innocenzo presso 
la corte d'Avignone ? 2 Non lontana dunque da quella 
offerta e dal conseguente rifiuto — dudum Crisis im- 
pia . . — dev'essere la discussione, e, verosimilmente, la 



i Cfr. anche su ciò alcune pagine mie sul Bucc. Carmen 
del Bocc. nel Giorn. Dantesco, voi. XXI, quad. V, p. 169 e sgg. 

2 Cfr. la lettera diretta dal Petrarca al Cardinale Talley- 
rand, vescovo d'Albano, dell'anno 1361 o '62 secondo il Fra- 
cassetti (ed. Sen., p. 31 nota). 



294 

composizione pure dell'egloga, che d'altra parte le ragioni 
dianzi addotte ci consigliano di porre a un tempo non 
di molto posteriore alle conversazioni tenute dal Boc- 
caccio e dal Petrarca a Venezia, cioè non di molto po- 
steriore alla primavera dei 1363. 1 

E se questa egloga è così importante e decisiva 
nel segnare appunto il passaggio dell'autore, dapprima 
incredulo o indifferente, alla nuova fede, e al conte- 
nuto insomma metafìsico della religione cristiana, non 
dipende da questa, non dico cronologicamente, rispetto 
cioè alla composizione materiale, ma idealmente, ri- 



i Un altro argomento per riferire il discorso dell'egloga 
al soggiorno di Venezia presso il Petrarca, potrebbe essere 
questo : nell'egl. Vili, come abbiamo visto, l'autore, allu- 
dendo alla visita che avrebbe fatto a Silvano dopo quel tri- 
ste soggiorno di Napoli, fra altro dice: mecum cantabit Ami- 
clas | Rupe sub exigua tutus, cantabit, et ingens Silvanus placida 
componet pace furentes \ Ilice sub prisca bilem stolidamque Dgo- 
nem. Ora, se la bile è appunto la rabbia contro il Nelli e 
l'Acciaiuoli, e Dione è la stessa dell'egl. XV, Amiclade 
(Cfr. Lucano, Fars. 1. V; e Dante, Par. XI, 68, e Conv., IV, 13) 
starebbe bene a simboleggiare la povertà in contrapposto 
alla Criside dell'egl. XV, e così insomma si avrebbero vaga- 
mente anticipati nell'egloga Vili gli effetti dell'altra. Ami- 
clade inoltre ci ricorda il Petrarca stesso che sotto tal nome 
si raffigurò nella sua eg\. Vili in atto di lasciare la triste 
corte d'Avignone, come il Boccaccio lasciò poi quella di Na- 
poli; anzi l'egloga boccaccesca ha per quest' ultimo partico- 
lare più d' una mossa in comune con quella del venerato 
maestro ; né sarà forse tutto caso che le due egloghe ricor- 
rano con lo stesso numero (Vili) nell' intera raccolta. D'al- 
tra parte, se il Boccaccio potè solo nel 1359, a Milano, strap- 
pare quasi a viva forza il Buccolicum Carmen petrarchesco 
dalle mani dello stésso autore (Cfr. la lettera a Barbato in 
M. Vattasso, Del Petrarca e d'alcuni suoi amici, Roma, 1904, 
p. 27) ne seguirebbe credo, anche per questa via, se altre 
già non fossero chiare abbastanza, che l'egl. Vili del Boc- 
caccio sia posteriore al 1359. 



295 

spetto cioè al sentimento e all' ispirazione, l'egloga XI 
che, come abbiamo visto, celebra appunto la divinità 
e i fasti della religione ? Né si dica che l'egloga sia 
una delle solite produzioni artiflziose e rettoriche : no, 
c'è purezza e fermezza di fede, come per es. là dove 
l'autore insiste sul dogma della verginità di Maria quasi 
avesse dinanzi gli arcigni avversari da confutare, 1 né 
mancano insomma lampi di verace lirica religiosa. 

Evidente poi mi sembra un certo rapporto di tempo 
e sopratutto di sentimento fra quest'egloga e il cap. nono 
dell' ultimo libro del De Genealogia, dove l'autore rias- 
sume la passione e il trionfo di Cristo con quegli stessi 
termini direi, se non mancasse qui l'allegoria, onde 
quelli primeggiano fra i vari episodi di storia sacra con- 
tenuti nell'egloga ; e se nessuno dubiterà, credo, dell'età 
piuttosto tarda della composizione di quel capitolo, e so- 
pratutto della veracità dello scrittore, perchè poi se ne 
dovrebbe dubitare nell'egloga? La quale mi sembra in- 
vero la prima e verace rivelazione dello spirito bocca- 
cesco fortificato ormai di verità evangelica, dei dogmi di 
Paolo, dei precetti di Agostino e di molti venerandis- 
simi padri — come dice l'autore stesso di sé nel citato 
capitolo — sentendosi ornai ben premunito contro ogni 
contaminazione di paganesimo : e se nella detta egloga 
adombrava verità e fatti del cristianesimo sotto miti 
pagani, ciò avrebbe fatto conformemente al principio 
largamente dibattuto e sanzionato in quell'opera stessa; 
che cioè: uti non omnes deeet trattare gentilia, sie non 
omnibus indecens esse. 2 E poi, a quanta parte di ele- 



i « Nec non \ Virginia infractum decus inde fluisse pudoris — 
Virginei nascente Deo. Fides ista, precor, sit. 

2 Dall'HECKER, op. cit., p. 286. Non sarà infine superfluo 
rilevare qui un passo del detto cap. (p. 284 dell'IT.) in cui 
l'autore dice di sé : non tamen . . . terrentianus adolescens sum 



296 

menti pagani non avevano fatto omaggio il cristia- 
nissimo Dante nella Divina Commedia, e il Petrarca 
nello stesso Buccolica m Carmen ? 

Credo quindi poter concludere che anche l'egl. XI sia 
non di molto posteriore alla data del 1363, come la XV 
da cui attinge la forza ideale del sentimento, ancor- 
ché la preceda ; il che sarà forse avvenuto per quella 
immediata contrapposizione, come s'è detto, alla Vallis 
opaca che intese fare l'autore ; né sarà infine tutto caso 
che il proemio del Pantheon — come s' è già avver- 
tito — porti il nome di Mopso, cioè, come pur si rileva 
dall'egl. Ili, di F. Petrarca : 

Decantanda michi veniunt tua carmina Mopso. . . 

quasi che il Petrarca, dopo gì' intimi colloqui religiosi 
fatti a Venezia, aspettasse dal convertito amico anche 
quest'altro frutto delle sue ispirazioni. 1 



qui dum a tegulis in gremium danis cadentem iovem in tabula 
pictum, (iìitueretur, ecc., donde pur si vede che da un passo 
di Terenzio (cfr. Eunuchus, Atto III. se. 6, v. 35 e seg.) trasse 
in parte 1' imagine pagana dell' egl. XI sotto cui è adom- 
brata l'Annunziazione dell'Angelo a Maria: Inde satum Maia 
celo per nubila lapsum | Cepit, et in Danis tegulas penetrasse ca- 
noras. . . 

i Per la cronologia di questa egloga — cioè la XV — so 
di oppormi all'opinione dell'HAuvETTE secondo il quale (op. 
cit.) già prima della famosa visita del Ciani al Boccaccio, 
questi avrebbe cominciato a ravvedersi e a mettersi insom- 
ma sulla via della conversione (cfr. per questo motivo ri- 
preso dall'Hauvette, il libro del E-enier, La vita nuova e la 
Fiammetta, Torino, Loescher, 285, e a proposito del Corbaccio 
lo stesso Hauvette, Une confession de Bocc, in Bulletin. Ital., 
I [1901] p. 3) e l'egloga XI, nonché dipendere dalla XV, sa- 
rebbe una mera esercitazione rettorica da lui riferita, come 
s'è annotato, al 1356 58 ; ma a prescindere dagli argomenti 
sopra esposti, l'egl. XV ci rappresenta una conversione, spe- 
cialmente ali 1 ultimo, non incipiente, ma radicale e decisa si 



297 

Chi consideri poi come presso gli uomini del me- 
dievo, Dante, per es., il Mussato e lo stesso Boccac- 
cio, la poesia fosse considerata come scienza affine, 
anzi identica alla teologia, come la poesia insomma 
non fosse altrimenti considerata che rivelazione della 
stessa divinità fra gli uomini, troverà naturale che al 
Pantheon, all'egloga dell'apoteosi divina, seguano la XII 
e XIII, cioè Saphos e Laurea, contenenti, come s'è vi- 
sto, l'apoteosi della poesia e dei peeti, onde si possono 
credere benissimo composte nello stesso ordine di tempo 
onde sono disposte nel Buceolicum Carmen, cioè suc- 
cessivamente al Pantheon. D'altra parte, fra le dette 
due egloghe e alcuni cap. dei 1. XIV e XV del Genealogia 
— che generalmente si pone finito nel febbraio del 
1367 1 — c'è un largo riscontro d'ideazione e di ar- 
gomenti che ugualmente rivelano ponderazione e ma- 
turità di pensiero; onde quei capitoli e le egloghe si 
possono, credo," ritenere composti a non molto intervallo 
di tempo : le egloghe però prima di quei capitoli, dac- 
ché in questi l'autore accenna al suo Bueeoliaum Car- 
men come opera finita, e prima, di conseguenza, del 
febbraio 1367. E poiché bisogna risalire almeno un po' 
oltre questa data, sarà meglio fermarsi al '63 o '64, ponia- 



da fermare poi sempre in quella il pensiero e lo spirito del- 
l'autore ; e quanto alla data, che per me, credo bene poterla 
riferire non tanto alla visita del Ciani quanto a quella dì Ve- 
nezia, e in quanto al carattere sentitamente religioso — se 
non perfettamente artistico — dell'egl. XI, non ho da ag- 
giungere altro alle osservazioni di sopra. 

i Cfr. Heckeb, op.cit., p. 111. D'altra parte non è trascura- 
bile il fatto che nel 1367 il Boccaccio andò a visitare an- 
córa una volta il Petrarca, mentre nell'egl. XV non na- 
sconde una certa diffidenza verso l'ospitalità dell'amico — 
onde il Buccolicum Carmen sarà stato sempre finito prima di 
quell'anno. 



298 

mo, per l'egloga XII come quella che risentirebbe ancóra 
molto P influenza del Petrarca In materia di poesia, co- 
me già la XI in fatto di religione : da quella Calliope — 
la dea della bella voce — non potrebbe trasparire la 
voce dell'eloquente maestro che, come tenne in poco 
conto, a guisa di nugae, le sue opere volgari, cosi avrà 
amorosamente sollecitato, nello stesso soggiorno di Ve- 
nezia, l'amico suo di Certaldo a dedicarsi anche lui 
ad opere alte e latine? 1 Non insisto oltre su tale ipo- 
tesi, e conchiudo piuttosto che pure il nome di Sil- 
vano, che tanto domina la fine dell'egloga XII, m' in- 
duce a crederla composta dopo la detta visita del Boc- 
caccio al Petrarca, poniamo verso il '63 o '64. Al 1365 
poi, o giii di li — ma sempre prima, come s'è detto, del 
febbraio 1367 — siamo quasi sicuri di poter riferire 
Pegl. seguente, Laurea, poiché l'autore -stesso c'infor- 
ma, nella citata lettera al Signa, di aver effettivamente 
avuto quell'alte reazione intorno alla poesia con un mer- 
cante a Genova; 2 ora, appunto nel 1365 il nostro 
poeta si trovò a passare da questa città e dovette 
anzi fermarsi per una commissione al Doge da parte 
dei suoi concittadini, 3 riprendendo quindi quel viag- 
gio ad Avignone cui dovrò accennare in seguito ; e dac- 



i È notissimo come il Petrarca voltasse in latino l'ul- 
tima, virtuosa novella dell'amico per nobilitarne la materia 
secondo il gusto e l'estimazione de' dotti. 

* Cfr. Corazzini, 272: Stilbon prò quodam mercatore janu- 
ense pono cum quo disceptationem quamdam iamdudum 
habui, de qua in hac ecloga mentionem plurimum facio; 
quem Stilbonem vocito a Mercurio mercatorum deo qui et 
Stilbon dicitur (Cfr. lo Stilbone dell'egl. VI, v. 72, cioè, credo, 
Zanobi). 

* Cfr. il libro delFHoRTis, G. Boccaccio ambasciatore in 
Avignone, Trieste, 1875. 



299 

che ben altri indizii concorrono verso questa data, 
ognuno vede che non sia affatto da trascurare. 1 

Veniamo ora all'egl. IX, Olimpia : quali dati cro- 
nologici ci viene anzitutto, essa stessa, ad offrire ? Non 
ne mancano invero, ma molto vaghi ed astrusi, talché 
varie ed ondeggianti sono state finora le argomenta- 
zioni dei critici, fra i quali non io certo presumerei 
di portare ora precisione e fermezza cronologica. L'au- 
tore ci dice nella lettera al Signa di aver perduto la 
figliuola « ea in aetate in qua morientes coelestes af- 
fici eives credimus » , quand'olia cioè — come spiega 
meglio in una lettera rivolta al Petrarca — quin- 
tum . . . iam annum attigerat et demidium ; e nel- 
l'egloga stessa dichiara — come s'è visto — di averla 
perduta mentre si dirigeva o era insomma arrivato 
Napoli : 

... Te Fusca ferebat 

Chalchidicos colles et pascua lata Vesevi 

Dum petij 

E mentre nell'egloga si lamenta che ella, Violante, da 
lungo tempo — tam longa dies — fosse rimasta in ignoti 
recessi, si meraviglia poi che fosse talmente cresciuta 
in poco tempo « diebus in paueis » da sembrare già 
nubile : 

. . . Mirum quatti grandis facta diebus 
Jn paucis : ìaatura viro michi, nata, videris. 



1 In un passo finale dell'egloga c'è, inoltre, un'allusione, 
come altrove avvertivo, alla vipera dei Visconti che avrebbe 
schiacciato superbamente il collo ai Liguri e rapito loro i 
*male partos undique capros*. Ora, dopo la morte del doge 
Simon Boccanegra (1363) G-enova era in lotta coi Visconti, 
coi quali si accordò poi nel 1367 obbligandosi a pagare loro 
ogni anno quattromila ducati, ed a tenere ai loro ordini 
quattrocento balestrieri ecc. Cfr. P Orsi, op. dt., 122. A que- 
sta lotta avrà alluso dunque il Boccaccio. 



300 

e d'altra parte, Olimpia dice, fra altro, di esser ve- 
nuta a tergere le lagrime del genitore « laerimas dem- 
pturn dolentes », quasi recente fosse stata la sua morte 
per quel dolore effuso nelle lagrime del padre. Eb- 
bene, questi dati che parrebbero sulle prime discor- 
dare fra loro, non sarà forse difficile metterli in buona 
luce ed accordo, almeno fino a un certo grado di pro- 
babilità e verisimiglianza se non di certezza storica. 
La figliuola sarà morta dunque verso i cinque anni, 
mentre il padre era lontano ; ed è naturale che que- 
sti consideri ora anche più lungo del vero il tempo — 
tam longa dies — trascorso in amara solitudine dalla 
morte di Violante al momento della poetica visione ; 
com'è, viceversa, naturale che un padre il quale non 
abbia più seguito con l'occhio il graduale sviluppo 
d'una figliuola, nel rivederla a un tratto, stimi assai 
corto il tempo ch'ella abbia effettivamente impiegato per 
divenire già adulta: 1 e d'altra parte, si sa, le donne 
sviluppano presto specialmente ai cupidi occhi dei ge- 
nitori : fra il tam longa dies e il diebus in paueis 
possiamo quindi pigliare un termine medio che potrà 
bene esserci dato dalla differenza fra l'età che aveva 
Violante quando mori e quella che ora, nell'assieme, 
dimostra. Orbene, il «matura viro micM, nata, videris, 
mi pare anzitutto si debba prendere con discrezione, 
senza intendere cioè che Violante avrebbe avuto al- 
l'epoca della visione proprio l'età d'una ragazza da 



i L 1 Hauvette, (op. cit., 167 sgg. nota 4) spiegherebbe il 
diebus in paueis col fatto che il padre veda la figliuola grandi- 
cella « quale non se la era mai prima imaginata, sicché da 
un giorno all'altro questa si è trasformata nel pensiero del 
padre il quale a mala pena la raffigura». Da un giorno al- 
l'altro, par troppo poco ; e poi dies ha piuttosto qui il signi- 
ficato generico di tempo. 



301 

marito, cioè quindici, ovvero pili anni come altri 
vuole, 1 poiché, al padre estasiato, la figliuola sembra t 
ma non è ancora, si noti, da marito ; e per tale fin- 
zione, consentita molto probabilmente dall'antitesi che 
vien dopo, che cioè Olimpia gode ora lassù, in cielo, 
d' uno sposo divino, 2 basta, credo, conferire a lei una 
diecina d'anni. Se, inoltre, lo stesso ondeggiamento su 
esposto dei dati dell'egloga sta mirabilmente a indicarci 
la concitazione profonda e sincera del padre per la fi- 
gliuoletta perduta, la quale appunto dice che viene 
a tergere le lagrime al genitore quasi che la sua 
morte fosse piuttosto recente, da ciò è lecito arguire 
che non pili di un cinque anni prima della visione ac- 
cadesse la morte di Violante ; altrimenti, si sa, per 
quanto vivo e grande sia in generale l'affetto paterno, 
il tempo avrebbe affievolito ii ricordo di talune circo- 

1 Cioè lo stesso Rauvette, secondo il quale Violante sa- 
rebbe morta nel '48 in quel tempo che il Boccaccio sarebbe 
andato a Napoli, ovvero, come spiegerebbe meglio più tardi 
(Cfr. Pour la biographie de Bocc, in Bullet. it. XI, p. 205 e 
sg.). Violante sarebbe morta prima della fine del luglio 1348, 
prima cioè della morte di Boccaccino da cui vien riconosciuta 
nel Paradiso, e nata verso il marzo o l'aprile del 1343. Pro- 
cedendo sopra verso altre argomentazioni, qui ricordo solo 
che quel viaggio a Napoli nel '48 è stato messo in discus 
sione dal Torraca {op. cit., 153 e seg.); e che il Boccaccio 
apprendesse per riferimento altrui i fatti di Napoli avve- 
nuti nel 1348, pare anche a me potersi desumere dall'egl. V 
(Cfr. p. 197 n.). 

2 Dice infatti Asila, cioè Boccaccino, alla nipote : De Li- 
bano nunc sponsa veni, sacrosque hymeneos | Cantemus, ma- 
tremque viri, mea neptis, honora. E la madre allora di Dio 
traendosi in grembo l'amorosa ancella, le dice : . . . Mea fi- 
lia nostris \ Ecce choris iungere pijs : sponsique frueris | eter- 
nis thalamis. Per 1* interpetrazione infine del verso : De Libano 
mine sponsa veni, sacrosque hymeneos \ Cantemus, cfr. Hecker, 
op. cit., p. 91, n. di contro eII'Hortis, op. cit., p. 58. 



302 

stanze e forse anche il dolore stesso di quella perdita ; 
come vediamo avvenire infatti per Mario e Giulio, al- 
tri figliuoli del Boccaccio, i quali, morti da molto tem- 
po, non interessano fortemente l'animo del padre, ed 
hanno invero nell'egloga una parte assai secondaria. 
Quando sarà morta dunque Violante, per cogliere così 
all' ingrosso la data della nascita e quindi della vi- 
sione, cinque anni cioè, circa, al di là e al di qua della 
sua morte ? Un solo dato ci offre l'egloga : il viaggio 
cioè o l'arrivo del Boccaccio a Napoli, la cui data 
comunque non sarà intanto possibile matematicamente 
precisare : degno però di molta attenzione mi pare il 
fatto che il nostro autore, nella famosa lettera al Nelli 
intorno al trattamento ricevuto dall'Acciaiuoli, ripetu- 
tamente si dolga di essere stato non una volta, ma due, 
tirato in queli' inganno dallo sleale Siniscalco, e costretto 
quindi a partirsi indignato da Napoli : « Due volte da 
queste promesse ingannato, due volte tirato invano, 
due volte è stata soperchiata la pazienza mia dalla 
sconvenevolezza della cosa e da vane promesse, et co- 
stretto a partirmi. Posso, s' io voglio, absente ora spe- 
rar bene dal tuo Mecenate ; non voglio venire la terza 
volta, acciocché non senta male di lui et di me. 1 « Ora, 
quando il Boccaccio sarà andato a Napoli a subire il 
primo inganno dell' Acciaiuoli ? Se, com'è noto, si tende 
ora ad escludere che v'andasse nel 1 345 e nel '48 — come 
già era stato ammesso — e d'altra parte in quel tempo 
erano piuttosto cordiali le relazioni del Boccaccio col- 
rAcciaiuoli, come rileviamo dall'egl. IV e da altrove — 
se l'espressione peraltro di questo primo inganno è già 
così forte e viva nella lettera da non crederlo di molto 
anteriore al secondo, cioè al 1362-'03, 2 sarà lecito, 



1 CORAZZINI, Op. CÌt. f p. 170. 

* Anche nel passo, altrove citato, dell'egloga Vili : E 



303 

credo, ammettere un altro viaggio del credulo Boccac- 
cio a Napoli pochi anni prima di quest' ultima data, 
tre o quattro al più, dunque nel '58 o '59. * E in quel 
tempo sarebbe morta quindi la piccola Violante, all'età 
di circa cinque anni, nata di conseguenza verso il '53 
o '54, quando certo vigevano ancora nell'antico poeta 
d'amore gli stimoli di Cupido; e riapparsa fantastica- 
mente al padre, verso il '63 o '64, a consolare un mo- 
mento l'amara sua solitudine. 2 Al quale tempo ben ci 



quercu veteri nuper michi garrula cornix \ Hos cecinit lapsus, ve- 
tuit sed dira cupido \ Noscere, et in dubios deduxit ab aggere 
campos. | l'autore avrà inteso forse significare il brutto pre- 
sentimento suo per la triste esperienza fatta già una volta 
dell'Acciaiuoli ; e cosi anche quel nuper ci indurrebbe a cre- 
dere che quel primo inganno fosse assai vivo nell'animo 
suo, e non molto anteriore, insomma, al secondo. 

i A un tempo presso a poco eguale, cioè al '58, anche 
I'Hecker, op. cit., 84, riferiva un viaggio del Boccaccio a Na- 
poli, — pel quale però l'Hauvette e il Torraca osservavano 
che non si ha il menomo indizio — e faceva quindi nascere 
Violante nel 1352, cioè 6 anni prima, dacché il padre dice 
di averla perduta allorché quintum . . . iam annum attigerat et 
dimidium nel passo cit. della lett. al Petrarca, dalla quale 
espressione — noto di passaggio — 1' Hauvette {Pour la biogr. 
ecc.) computava quattr'anni e mezzo, mentre, più verisimil- 
mente credo, ne computava cinque e mezzo, il Torraca. Per 
me, trascuro la frazione e mi attengo al numero cinque, tanto 
più che si tratta di arrivare a conclusioni non matematiche, 
ma appena verisimili e approssimative. Oggetto di discus- 
sione è stato anche il passo cit. : Calchidicos colles dum petij, 
che l'Hauvette interpetrava « durante un soggiorno che feci 
a Napoli » mentre I'Hecker e il Torraca intendono meglio, 
dall'uso classico del verbo petere « mentr'ero in viaggio». 

* Il Boccaccio, nella lettera al Signa dice di avere avuto 
in una selva, cioè in una città, la prima ispirazione di que- 
st'egloga : Pro Silvio me ipsum intelligo, quem sic nuncupo eo 
quod in silva quadam huius egloge primam cogitationem habne- 
rim, (Cor., 278). L'allegorica selva parmi bene sia Firenze 



304 

riporta, d'altra parte, V intonazione generale dell'eglo- 
ga molto affine a quelle che abbiamo potuto approssi- 
mativamente riferire al tempo successivo alla visita di 
Venezia; al tempo insomma che già si era dischiusa nel 
cuore e nella fantasia del Boccaccio una nuova e do- 
mestica e religiosa ispirazione. 1 

Che data sarà infine da assegnarsi all'ultima eglo- 
ga ? Essa, come si è visto, ci rappresenta il poeta vec- 
chio e povero, ma pur rassegnato e dolcemente libero 
nelle native campagne bagnate dall' Elsa : ebbene, di 
quel ritiro e di quel suo ultimo regime di vita il Boc- 
caccio fa pure piuttosto larga menzione nella nota let- 
tera a Francesco dei Rossi la quale, con molta probabi- 
lità, viene assegnata all'anno 1364. 2 Però, se questa let- 



dall'accenno dell'Arno contenuto nell'egloga (cfr. v. 89) e 
quivi passava il Boc. tornando da Venezia : non è impro- 
babile che frutto di amori fiorentini fosse la piccola Violante. 

1 Nel canto dei figliuoli (v. 91 e seg.) ritorna, per es. 
il motivo della passione e risurrezione di Cristo diffusamente 
espresso nell'egl. XI , come la descrizione dell'Eliso fatta 
da Olimpia (v. 170 e seg.) riecheggerà nella descrizione della 
silva virens fatta da Filostropo nell'egl. XV (v. 156 e seg.) ; 
e nell'una come nell'altra egloga si accenna per mezzo della 
figliuola o dell'amico a quella misericordia divina in cui 
tanto confidava l'autore, secondo il capitolo del De Genea- 
logia già citato a proposito dell'egl. XI. Non è trascurabile 
infine che alcuni nomi allegorici, come Fusca, Plutarcus, 
Archesilas, ecc. quasi ricorrano parimenti in tutte le varie 
descrizioni dell'oltretomba contenute nell'egl. X-Xl XIV e 
XV, indizio anche questo di affinità idealogica. 

* Cfr. Macri-Leone, La vita di Dante. Introd. p. LXXX. 
Ecco, inoltre, il passo della lettera che ci riguarda : « Io se- 
condo il mio proponimento del quale vi ragionai, sono tor- 
nato a Certaldo ; e qui ho cominciato, con troppa meno dif- 
ficoltà eh' io non estimava di potere, a confortare la mia 
vita, e cornili ciarommi già i grossi panni a piacere e le con- 
tadine vivande, e il non vedere le ambizioni e le spiacevó- 



305 

tera ha solo comune, in certo modo, coll'egloga lo sfon- 
do idillico dell'ambiente esteriore ed intimo, due allu- 
sioni particolari contenute nell'egloga stessa, mi par 
bene ci riportino ad una data meglio definita : il poeta 
dunque ci dice — come ho pur dianzi accennato — che 
per amore alla sua libertà, oltre all'ospitalità di Sil- 
vano, ha rifiutato or non è molto di trascrivere su ca- 
prine pelli i dolci amori cantati da Egone: 

Quem tacitum mitemque vides et rura colentem 

dice l'Angelo di Cerrezio, cioè del Boccaccio, ad Ap- 
penino, 

Noluit Egonis nuper describere dulces 
Pellibus is pecudum quos ipse canebat amores. 

e parimenti dello stesso Egone gli sta fisso nell'animo 
quel detto, già da me ricordato — che cioè : 

— Omnia qui proferiti, nil dat — michi maximus Egon 
Iam dixit 

Ora, che questo Egone sia il papa ci viene espres- 
samente confermato, oltre che da altri indizi — se pur ce 
ne fosse bisogno — dal fatto singolarissimo che nei mar- 
gine destro dell'autografo riccardiano, in corrispon- 
denza alla parola Egone e collo stesso caratterino del- 
l'autore, si trova scritto «papa», A che si potrebbe 
dunque alludere coi primi versi sopra citati, se non 
al rifiuto che fece il Boccaccio del protonotariato apo- 



lezze e i fastidii dei nostri cittadini m'è di tanta consola- 
zione nell'animo, che se io potessi fare senza udirne alcuna 
cosa, credo che il mio riposo crescerebbe assai. In iscam- 
. bio dei solleciti avvolgimenti e continui dei cittadini, veg- 
gio campi, colli, alberi di verdi fronde e di fiori varii rive- 
stiti. . . e con i miei libricciuoli, quante volte voglia me ne 
viene, senz'alcuno impaccio posso liberamente ragionare ecc. 
<Corazz., 96). 

Collezioni di opuscoli danteschi (N. 131-132-133-134-135). 20 



306 

stolico offertogli, si sa, per mezzo del Petrarca, il quale 
alla sua volta l'aveva già rifiutato ? Anche quel « pelli- 
bus pecudum » ci lascia chiaramente intendere le per- 
gamene sulle quali l'antico discepolo delle Muse — e 
non sempre, si sa, castigato — sarebbe stato chiamato 
d'un tratto, fra quelle uggiose tuniche, a trascrivere 
gli amori, cioè « le pastorali » del papa ! l Del quale, 
tuttavia, abbiam visto ricordato con autorità quel tale 
ammonimento : omnia qui profert, nil dat : proba- 
bile, credo, che cosi abbia esclamato un giorno Ur- 
bano V, allorché l'autore si recò, nel 1365, alla Corte 
di Avignone per difendere i suoi concittadini caduti in 
sospetto del fiero pontefice. In quell'occasione, chi sa, 
l'ingenuo poeta molto avrà ostentato la liberalità dei 
Fiorentini, pronti, poniamo, a sottoporre tutto al loro 
pontefice, che però gli avrebbe dato quella maliziosa 
risposta ! . . Dal pontefice, del resto, anzi da tutta la cu- 
ria d'Avignone con molto onore fu ricevuto il Boccac- 
cio, come possiamo rilevare dalla lettera che, su tal pro- 
posito, gli rivolse il Petrarca in risposta ad altra sua 



i Di tal rifiuto già mena vanto l'autore stesso nella cit. 
lett. al Nelli, là dove scrive: (Coraz., 146): Tu mi potresti 
già udir dire a lui (l'Acc.) che me né tiravano e pastorali 
dei pontefici, non le propositure del pretorio, dal desiderio 
delle quali sono tirati molti con vana speranza, et in cia- 
scuno vile servigio sono lungamente ritenuti » (allusione 
credo, ancóra una volta, allo Stradino). E il Petrarca, nella 
citata lett. al cardinale d'Albano, scrive : « Io proposi in 
mia vece due miei concittadini . . . L'uno, rifiuta perché la- 
borioso troppo l'ufficio, l'altro è prontissimo ad accettar- 
lo .. . Di patria, di nome, di naturale, d' ingegno siamo am- 
bedue una stessa cosa : ma la sua vita è più pura, ed è 
insignito del sacerdozio » Il primo candidato preso in con- 
siderazione dal Petrarca può bene essere il Boccaccio : e 
l'altro sarà Francesco Nelli. 



307 

a noi non pervenuta ; 1 chi sa che in tale occasione non 
gli fosse ripetuta la proposta del segretariato aposto- 
lico o d'altro ufficio consimile ? Comunque, dal complesso 
delle circostanze spiegate, crederei poter riferire l- ul- 
tima egloga a un tempo non di molto posteriore al- 
l'ambasceria fatta dai Boccaccio ad Avignone nel 1365, 
al più tardi, all'anno che segue. Né potrebbe ostaco- 
lare il fatto che nella detta egloga l'autore ricordi di 
essere andato a Napoli dall'Acciaiuoli tempo fa, dum 
fortior etas, bastando invero, per un uomo già avanzato 
negli anni, altri tre o quattro per sentirsi più debole, 2 
specie poi per un uomo come il Boccaccio che nella 
stessa egloga e altrove parla precocemente della sua 
vecchiaia, forse anche a causa del diverso computo che 
dell'età si faceva nel medioevo. 

Vecchio però quanto si vuole, in quest' ultima egloga 
il Boccaccio riesce a noi, come dicevo, più forte e sim- 
patico, per l'amore geloso che mostra della sua libertà 
e dignità, pur in mezzo alle ristrettezze di quella ru- 
stica vita e le doviziose lusinghe che gii facevano ta- 
luni ; egli insomma tutto dimentica o pospone : 

Dum malora legit, dum se maioribus aptum 
Existimat . . . 

come fa dire orgogliosamente di sé all'Angelo, di contro 
agli amori allegorici di Egone; mentre cioè sentivasi 
egli chiamato agli alti amori dell' « alma poesis » , men- 



1 C£r. Sen., V, 1. 

2 Notisi d'altra parte, che, per quanto il tono sia molto 
tranquillo e dimesso rispetto alla furiosa egloga Vili, tut- 
tavia non sono trascurati alcuni particolari che quasi tal 
quali ricorrono nella lettera al Nelli : voglio dire, insomma, 
che quell'episodio del '62-63 gli era ben fisso ancóra nella 
memoria pungentemente, il che non sarebbe credo avvenuto 
se un lungo tempo vi fosse intanto trascorsa. 



308 

tre sentivasi anzi cresciuto l'ardore poetico, come dirò 
più oltre, in compenso della povertà ond'era afflitto in 
quei luoghi : 

Nostro (cioè Cerrezio) seva si rusticus Amon 
Peste boves medijs pingues consumpsit in arvis, 
Pectoris ardentis multum sibi cessit Apollo. 

Ora, a questi cresciuti, irrompenti estri poetici, là, in 
Certaldo, 1 fra il molle susurro delle antiche piante e 
della breve Elsa, tra il fascino insomma immediato 
della vita campestre così naturale e propizia alla Musa 
bucolica, è probabile si debba la composizione (e riela- 
borazione in parte, come s' è detto , per le prime 
egloghe) di tutto il Buccolicum Carmen : in pochi anni 
invero di raccoglimento e di pili schietta ispirazione 
bucolica, non molto dopo il ritorno da Venezia e quello 
da Avignone — fra il '63 al più presto e, al più tar- 
di, il '66 (dacché — come s'è detto — nel febbraio del 
'67 finisce il De Genealogia che alla sua volta porta 
finito il Buccolicum Carmen) — in un periodo insomma 
breve, ma denso di rivolgimenti e raccoglimenti psi- 
cologici, avrebbe G. Boccaccio rispecchiato fedelmente 
nell'egloghe le maggiori vicende per le quali era pas- 
sata tradita o ilare, iraconda o pietosa, schiava insomma 
o libera, tutta la esuberante e sensibilissima anima sua. 2 



l Che dal 1363 al '65 il Boccaccio dimorasse a Certaldo 
lo suppone il Koerting (Boccaccios Leben und Werke, 304) « con 
ogni probabilità» dice anche il Macri-Leone (La Vita di 
Dante, LXXX). 

« Al '66 come data dell'ultima egloga ci riporta pure 
I'Hecker, op. cit., 68 e sgg., con argomenti sottili invero, ma 
non trascurabili : secondo I'Hecker, dunque, Solone, — quel 
figliuolo di Donato Albanzani ricordato nelP ultimo verso 
dell'egl: Nostro hoc (pecus) tu iungito Solon — dacché mori 
nell'estate del 1368 (cfr. la lett. del Petr., a Donato, Sen. X, 
4) nella stessa età d' un pronipote d'Augusto — come accenna 



309 

E che quest'egloghe, infine, siano state elaborate e finite 
nel rustico ritiro di Certaldo, il poeta stesso verrebbe, 
credo, a indicarcelo là dove, per scusare la magrezza 
delle allegoriche caprette, cioè dell'egloghe offerte al- 
l'Albanzani, fa descrivere all'Angelo gli sterili campi 
di Cerreto dove la dura fama le costringe a lambire 
selci muscose, o a strappare del rado serpillo mesco- 
lato ad antiche conchiglie: 

. . . Ulis hinc squalida pellis, 
Hinc macies tristisque color seteque cadentes. . . 
Tu pingues facili facies, ceptoque favebit 
Consiliis herbisque suis Silvanus et undis. 

Dai quali ultimi versi d'altra parte si vede quanta 
modestia, accanto all'alterezza dell'anima gelosa della 
sua libertà, accompagni ora l'Aristeo dell'agi. XII nel 
conchiudere e dedicare all'Albanzani quell'opera di poe- 
sia che in grazia del latino pili doveva lusingare l'amor 
proprio dell'autore, tanto vero ch'egli non disdegnerà 
fra poco di nominarla accanto ad opere insigni il cui 
vero senso trovavasi sub cortice risposto :possempr eterea 
et meum buceolicum earmen inducere, cuius sensus ego 
sum conseius, ecc. 1 E di quel senso ben poco invero 



nella stessa lett. il Petr., — sarebbe vissuto sette anni ; e al- 
meno a cinque anni — cioè nel 1366 — avrebbe potuto adem- 
piere la finzione pastorale indicata nell'egloga. Se non che 
è facile osservare che quest' ultima è una finzione di nes- 
sun peso, mentre ne merita molto il fatto che il Boccaccio 
abbia composto l'egloga quand'era ancóra in vita Solone, 
prima cioè del 1368. Crederei infine che il Boc. abbia sop- 
presso i due v. dell'egl. relativi a Solone (cfr. nel testo la 
n. al v. 24) come particolare superfluo, e non per la morte 
di lui, nel quale caso avrebbe soppresso anche il . . . iungito 
Solon. 

1 Cfr. De Genealogia, 1. XIV, cap. 10, in Hecker, op. cit., 
p. 221. Ricordisi peraltro che nella lettera al Signa l'autore 
dice di aver seguito nella sua bucolica Virgilio che sub cor- 



310 

piacquesi rivelare poi l'autore stesso nella nota lettera 
a Martino da Signa; né arrise ai posteri la promessa 
d'un erudito quasi contemporaneo che avrebbe com- 
mentato il Buc&olieum Carmen boccaccesco come fece 
per quello del Petrarca. Ora, checché, si possa ancóra 
pensare e discutere sopra certe allegorie o qualità del- 
l'egloghe boccaccesche, questo, concludendo, ho inteso 
qui principalmente fermare ; che le dette egloghe cioè, 
nonché contenere contraddizioni com'era stato superfi- 
cialmente affermato, nonché essere brani disgregati e 
isolati, concorrono invece gradatamente, come s'è visto, 
secondo il tempo e l'atteggiamento psìchico dell'autore, 
ad un fine unitario e supremo, cioè a mostrare la li- 
bertà morale acquistata attraverso avvolgimenti e ten- 
tennamenti non lievi, riguardanti o direttamente l'ani- 
ma del poeta, o l'ambiente storico che più dovette 
toccare l'anima sua. E per tale rispetto invero il Bucco- 
licum Carmen del Boccaccio mi sembra il pili impor- 
tante e compiuto di tutte le bucoliche medievali — al- 
meno di quelle che c'è dato conoscere — poiché quello 
di Dante ci dà appena un vivido sprazzo di quella sua 
divina esistenza già vicina a spegnersi, e l'altro del 
Petrarca ci dà una serie di quadri importanti si, ma 
senza accordo e progressione tale da trovarci dentro 
lo svolgimento intero e continuo, o insomma le linee 



tice nonnullos abscondit sensos, esto non semper voluerit sub no- 
minibus colloquentium aliquid sentiremus, ond'egli non curò 
in omnibus colloquentium nominibus sensum abscondere. (Coraz- 
zisi, 267). Il Buccolicum Carmen viene infine ricordato anche 
nel cap. 13 dell'ultimo libro del De Genealogia, come già 
dedicato a Donato degli Albanzani : stant et alia opuscolo, eoe 
quibus nullum est ulto huius modi titido insignitum preter buc- 
colicum Carmen, quod, ut sibi intitularem, petijt donatii* appetì- 
ninigena, pauper, sed honestus homo et precipuus amicus meus. 
(Hecker, 295). 






311 

principali di quella che fu, attraverso i tempi, l'anima 
sua. E poi, per quanto siano pericolosi certi confronti, 
non so tuttavia astenermi dal dire, che la poesia pa- 
storale del Petrarca, pur quanto sia più finemente ela- 
borata rispetto alla lingua e al magistero artistico, al- 
trettanto però mi sembra cedere a quella del Boccac- 
cio non solo per varietà di rappresentazione, ma an- 
che per sincerità e immediatezza di sentimento. Più di 
un motivo hanno invero i due poeti in comune, spe- 
cialmente questo : il Petrarca cioè nell'egloga Vili sotto il 
nome di Amiclade dice di sé a Ganimede — cioè un 
cardinale gaudente della Curia d'Avignone — fingendo 
di prendere commiato da lui per acquistare alfine da 
vecchio la sua libertà : 

Triste senex servus ! Sii libera nostra senectus. 
Serva iuventa retro est ; servilem libera vitam 
Hors claudat : memor usque mei subsiste vaìeque ; 
Me fatum tentare meum sin e pascua circnm. 

e cosi il vecchio Cerrezio, all'infausto ricordo di Mida, 
ineggia, come sappiamo, alla sua libertà : 

dulcis et ingens 

Libertas, que sera tamen rexpesit inertem. 

Senonchè è facile osservare come l'espressione stessa 
del Petrarca, di colui che non esitava ad acconciarsi 
un giorno cogli stessi nemici di Firenze, e di blandire 
in vario modo i potenti, riesce, nella vaghezza delle an- 
titesi e degli sfarzosi colori, abbastanza artifiziosa, e direi 
anzi mendace ; mentre quella dei Boccaccio, ancorché 
ripeta un emistichio virgiliano, che però risponde bene 
alla sua situazione psicologica, è insomma molto sem- 
plice e sincera. La sincerità fu invero una delle doti 
più suggestive e più belle del nostro scrittore, 1 e mi 



1 Un buon elemento per provare — se già non fosse su- 
perila ogni altra considerazione — l' intimità e la sincerità 



312 

piace di averla potuto continuamente segnalare nel suo 
Buccolieum Carmen : della cui illustrazione vedano ora 
gli studiosi quanta parte importi, come dicevo in prin- 
cipio, alla maggiore e compiuta illustrazione della vita 
e della fisonomia spirituale di G. Boccaccio. 1 

Firenze, maggio-settembre 1913. 

G. LlDÒNNICI. 



di quest'egloghe, è anche il fatto via via osservato, che in 
esse cioè compariscono per lo più due soli personaggi, espres- 
sione di quelle tendenze varie, e opposte talvolta, che ef- 
fettivamente si agitavano nel petto dell'autore. 

1 Piacemi almeno qui segnalare che, mentre questo la» 
voro era già composto per la stampa, un eccellente studio 
biografico e litterario sul Boccaccio ci offriva un beneme- 
rito studioso del gran Certaldese e delle lettere nostre, Henri 
Hauvette (Boccace, Elude biographique et Lìttéraire, A. Colin, 
Paris, 1914). Quanto al Buccolieum Carmen, egli riconferma 
le opinioni già altrove manifestate, sulle quali peraltro 
avrò occasione di ritornare in una prossima recensione del 
suo bello e importantissimo volume. 



CONCLUSIONE 



Seguendo da lontano il lento corso della stampa di 
questo volume, durante il quale ho potuto veramente 
trarre profitto di nuove mie riflessioni e dell'apprez- 
zamento di taluni insigni maestri, non posso fare a 
meno d'aggiungere qui, a mò' di conclusione, altre po- 
che parole che sarebbero però figurate meglio in prin- 
cipio, se già non fosse stata stampata da un pezzo la 
prima parte di questo lavoro. L' idea del quale mi sorse 
a Firenze durante il corso di perfezionamento all' Isti- 
tuto di Studi Superiori; e colà il detto lavoro fu in 
gran parte meditato e disteso, mentre quella città, anzi 
tutta l'Italia e il mondo civile, apparecchiavasi a ce- 
lebrare il VI centenario della nascita di Giovanni Boc- 
caccio. A quella festa intellettuale potevo, pel momento, 
assai modestamente contribuire con un saggio su «La 
Lupa e Polifemo nel JBueolicum Carmen di G. Bus- 
cacelo » che un valente e benemerito boccaccista, Orazio 
Bacci, compiace vasi subito accogliere nel bel volume 
di Studii su G. Boccaccio pubblicato in occasione del 
detto centenario ; ma contribuire più largamente a quel- 
la festa col trascrivere dall'autografo riccardiano e va- 
riamente illustrare l'intero Buccolicum Carmen, che 



314 

tanta importanza invero ha per la storia della vita, 
dell'arte e dell'anima dei grande Autore, era una spe- 
ranza lusinghiera alla quale la stampa ha potuto dare 
finalmente ora un tardo e piuttosto malinconico adem- 
pimento. Malinconico soprattutto perchè molte erano 
le difficoltà del lavoro, né oserei affermare di averle po- 
tute tutte superare : e tuttavia, come mi ha animato 
all'opera, così mi sorregge ora alla pubblicazione di essa 
il giovanile ardore degli studi, nonché la ferma persua- 
sione che ogni Italiano ha il dovere di mettere in moto 
le sue energie, e a profitto la sua cultura — piccola 
o grande che sia — per onorare in certe fauste ricor- 
renze le Grandi Ombre d' Italia ! E l'onore pili degno 
che si possa tributare a quei Grandi, e all'Italia e al 
mondo intellettuale che ne ha ereditato il pensiero, è 
indubbiamente quello di liberare, per dir cosi, i loro 
scritti dalle pergamene ove sono ancóra imprigionati, 
coglierne la parola precisa, scrutarne il senso più vero 
o più verisimile, e diffonderlo fra gli spiriti innamo- 
rati della cultura, anche perchè altri ne prosegua e com- 
pia l'illustrazione con senno e voce migliore. Onore 
che tanto più oggi spetta al Boccaccio, al benemerito 
preumanista che non indulse solo al genio roman- 
tico e liberale dell'arte sua e dell' « alma poesis », ma 
tanto faticò sulle pergamene e sugli scritti altrui, tra- 
scrivendoli e postillandoli con instancabile e ferventis- 
simo amore, ancorché non sempre con sicurezza ed 
acume. E fra le pergamene pili meditate e diffuse, non 
v'è ormai studioso che non ricordi con devozione quelle 
del pili grande poeta di nostra gente, il quale, perse- 
guitato e diffamato fra tanti suoi conterranei, trovava 
invero in G. Boccaccio il primo concittadino, il primo, 
ardentissimo banditore e propugnatore della sua inno- 
cenza e dell'alta sua poesia; e la sua Ombra aspetta 



315 

ora l'onore della nuova Italia nell'altro sesto cente- 
nario che già si avvicina. E bene si, bene il tempo av- 
vicina, per esaltazione ed ammonimento d'Italia, il sesto 
centenario della nascita di G. Boccaccio e della morte 
di Dante Alighieri ! 

E se mai alla prima ricorrenza sia riuscito intanto 
a rendere non dispregevole tributo d'onore con questo 
lavoro, l'accolgano anzitutto gì' insigni ed amati maestri 
miei dell'Ateneo Fiorentino, fra i quali piacemi special- 
mente ricordare Guido Mazzoni, E. Giacomo Parodi, Pio 
Rajna, Felice Ramorino, con ammirazione e gratitudine 
sincera per i benefizii anche a me pervenuti dal loro 
insegnamento e dalla loro immensa cultura. 

Al Ramorino anzi ho da rendere speciale ringrazia- 
mento per l'amorosa diligenza onde si compiacque ri- 
vedere il testo del Buccolicum Carmen, dandomi sug- 
gerimenti intorno alla grafia di cui non mancherò di 
profittare in una edizione che non si proponga di es- 
sere, come questa, strettamente fedele all'autografo. E 
cosi grazie rendo ancóra pel testo al dotto e gentilis- 
simo cav. Nardini, Bibliotecario della Riccardiana, il 
quale invero, anche da lontano, m'è stato liberale di 
non poche revisioni del Codice boccaccesco; mentre 
m'è caro ricordare qui le tante ore trascorse, in dolce 
raccoglimento, in quella quieta e graziosa sua biblioteca, 
in mezzo a pochi impiegati assai diligenti e cortesi. 

Riguardo poi la parte illustrativa del Buecolicum 
Carmen, devo rendere speciali e sentitissimi ringra- 
ziamenti a un insigne studioso del Boccaccio e Profes- 
sore di lettere italiane all'Università di Parigi, al- 
l' Hauvette, dico, che con squisita e cordiale liberalità 
si compiacque leggere e prendere in benevole conside- 
razione la detta parte del mio lavoro: squisitezza e 
cordialità di sentimento tanto più apprezzabile in un 



316 

uomo che, avversato da me in alcuni punti di questa 
trattazione, specialmente per ciò che riguarda la cro- 
nologia del Buccolicum Carmen, pur si compiaceva 
scrivermi «-Il ne fallait pas espérez que, malgré vos 
efforts t les questions essentielles sortissent du domaine 
de Vhipothese, car cela ne dépendait pas de vous. 
Mais je dois dire que vos hypothèses sont soigneuse- 
ment étudiées et présentées avec adresse » ; e difen- 
dendo ancóra naturalmente le sue opinioni (alle quali 
non nego io certamente l'autorità che si conviene al- 
l'alta sua mente e dottrina) conchiudeva : Ceci ne m'em- 
pèche aucunement de vous féliciter de votre intéres- 
sant travail, et de vous remercier du plaisir que vous 
m'avez fait en me permettant de le lire par avance* 
parole ch'io mi permetto ora qui di trascrivere come 
esempio di quella lealtà e benignità che non è sempre 
facile trovare fra gli avversari ; virtù tanto pili ammi- 
revoli quando esse discendono dal cuore d'un insigne 
maestro verso un giovane e modestissimo studioso. 

Né potrei infine esprimere intera la mia gratitudine 
senza segnalare qui, con particolare e sentitissimo omag- 
gio, il nome del dotto e benemerito Conte Passerini, che 
si compiacque accogliere subito questo lavoro nella sua 
rinomata collezione di Opuscoli danteschi inediti o rari. 

Ammirato dunque e grato per tante illustri e sapienti 
cortesie a me prodigate, non mi resta che licenziare 
trepidamente il volume, con la speranza che esso non 
riesca né spregevole né inopportuno alla maggioranza 
dei critici e degli studiosi. 

G. L1DÒNNIC1. 

Imola, maggio 1914. 






NOTE 



Egloga I. 

V. 13. Sarebbe forse accennato qni lo stesso Alcesto del- 
l'egl. V e VI, cioè il re Luigi di Taranto ? Il Crescini ( Con- 
tributo, p. 250-251) scrive: « Uno degl'interlocutori, Damone, 
chiede all'altro, Tindaro, qual cura lo abbia spinto ad ab- 
bandonare le terre del Vesevo e le selve del Gauro, prefe- 
rendo i campi sterili dell'Arno: a cui Tindaro risponde 
ch'egli amerebbe la pace d'una capanna e dei boschi silenti, 
ma che il fato gli negò tanta beatitudine, onde gli fu forza 
migrare dalle selve di Alcesto. E chiaro che con quest' ul- 
tima espressione si allude a Napoli, perchè fin dapprincipio 
Damone accennò che di là (dai campi del Vesevo, dalle selve 
del G-auro) si era partito il sopravveniente pastore. Forse 
si finge che questi sia un fuggiasco dal regno sconvolto, che 
sia riparato alle rive dell'Arno. Il regno è designato con la 
locuzione « selve d' Alcesto » Ora poiché in altre Egloghe del 
Boccaccio stesso, Alcesto è il nome particolare apposto a 
re Luigi di Taranto, si vede come l'Egloga debba riferirsi 
ai tempi del governo di costui » . 

V. 34-35. In origine (cfr. p. 16, nota) seguiva quest'altro 
verso : Dum primo calamos volui subflare palustres. Non sarà 
quindi superfluo ricordare che in un primo saggio di poesia 



* Seguendo l'ordine stesso dell'egloghe, riassumo qni, per comodità 
dei lettori, le principali allegorie contenute nel Buccolicum Carmen, con 
le spiegazioni che sia possibile dare, cogli opportuni richiami alla trat- 
tazione svolta in questo volume, e con qualche lieve aggiunta. 



318 

pastorale, nella nota corrispondenza cioè con Cecco dei Rossi,, 
il Boccaccio accenna pure agli amori della ninfa Galatea, 
che qui è detta di Micone: 

Nam placido Galatea mihi suspiria vultu 
Lasciviens prestai, nec diros opprimit igne», 
Et ti forte pecus non sii mea cura capelle. 

(dall'HoRTis, Studi, p. 351). 

V. 55. Allusione a Montughi, presso Firenze. In Egone- 
poi s'era creduto ravvisare l'arcivescovo Giovanni Visconti, 
chiamato appunto Egone in una lettera del Boccaccio al Pe- 
trarca, ma vedi le osservazioni riportate a p. 162, n. Il nome 
Egone ricorre altrove per designare il pontefice. (Cfr. egl. IX, 
v. 145, e XVI, v. 97 e 107). 



Egloga II. 

V. 85. Nasilus credo stia a significare Ovidio (cfr. p. 165, n.). 

V. 154-155 In « Alpheos » sono indicati i Pisani cui bagna 
l'Arno verso la foce (cfr., pel nome, — derivante dal fiume 
dell'Elide donde sarebbero discesi i Pisani — l'egloga IV, 
v. 17-18, e l'egloga VII « Alphei in medio nemoris » v. 11 ; e 
« Quid fuit Alpheis tecum » v. 18). Si può infine cfr. nel trat- 
tato De fluminibus la descrizione in prosa, e poi in versi, 
dell'Arno : 

Quem cursu disiuncta suo Florentia mater 
Suscipit infestum multis, fluctusque tumentes 
Spectat in Alpheas rapide descendere Pisas, ecc ; 

(dall'HoRTis, p. 257). 



Egloga III. 

Palemone e Panfilo mi sembrano lo sdoppiamento della 
stesso Autore che nella prima redazione del Faunus s'era 
rappresentato in Menalca. 

V. 16-19. Mopso è Francesco Petrarca incoronato, com'è 
notissimo, a Roma nel 1341 ; e in questi versi il Boccaccio 
avrà inteso alludere a un componimento poetico che verso il 
1348 andava preparando per l'incoronato poeta, e di cui tro- 
vasi appena un cenno in una lettera dello stesso Petrarca, 



319 

Farti. XXI, 15. Per il nome di Mopso allusivo pure al Pe- 
trarca, cfr. l'egl. XI, v. 6. 

V. 21. In Testili, I'Hortis (p. 5) raffigurava la Chiesa 
ostile, com'è noto, alla spedizione di Ludovico d'Ungheria 
quindi di Fr. Ordelaffi; lo Zumbini però, (p. 103) seguito pure 
dall'HAuvETTE, {Notes, 129, n. 2) vi raffigurava piuttosto una 
donna, una parente cioè dell' Ordelaffi ; pel Carrara poi, e 
in seguito pel Torraca, Testili sarebbe la città stessa di 
Forlì, (cfr. p. 175, n.). 

V. 22. Fauno, come spiega lo stesso Autore, è il signore 
di Forlì, Francesco Ordelaffi, scacciato poi dalle sue terre 
dal cardinale Egidio d'Albornoz : orsi son detti, credo, i sol- 
dati del re d'Ungheria cui s'accingeva a seguire l'Ordelaffi. 

V. 23-25. Si accenna qui prima all'amore di se stesso, 
(cioè dell'Ordelaffi) poi dei piccoli figli, e infine della ma- 
dre di costoro, cioè la famosa Cia. Nella prima redazione 
del Faunus, dopo : Non matris amor f, si leggeva ancóra : 
non coniugis ì heu heu ! \ Non te cura tenet pecudum, quibus ipsa 
recenti j Vigmine composui septam? ; donde pure V Hauvette 
ravvisava in Testili la Cia. Parmi, comunque, che il « non 
coniugis ? * sia stato soppresso perché diceva già abbastanza 
l'espressione precedente ; e il resto perché stava forse a si- 
gnificare una semplice finzione bucolica, come forse anche 
nell'egl. XI, v. 10 e XIII, v. 7-8. 

V. 26-27. Secondo il Torraca, s'accennerebbe qui alle 
soldatesche del francese Astorgio di Durfort che invase 
Forlì durante l'assenza dell'Ordelaffi. (Cfr. p. 175, n.). In ori- 
gine, dopo luporum leggevasi : Insidie quorum [non] dum qua- 
ter ubere lac tu \ Ex his (cioè da' « pecudes » di sopra,) mulsisti 
postquam patuere. 

V. 34. Meri è Cecco dei Rossi da Forli, segretario del- 
l'Ordelaffi, amico del Boccaccio e del Petrarca (cfr. Giorn. 
Stor. XX, p. 178-185; e lo studio del Carrara, cit. a p. 175, n.). 

V. 48. In Aminta sarebbe forse raffigurato Dante Ali- 
ghieri (cfr. p. 238, n.). 

V. 67-69. È qui descritto il regno di Napoli, bagnato da 
due mari, Adriatico e Tirreno, e staccato (anche allora po- 
liticamente) dal Peloro, cioè dalla Sicilia. 

V. 70-81. Argo è Roberto d'Angiò, cosi pure appellato 
nell'egloga II del Petrarca cui tenne certamente d'occhio 
il Boccaccio dacché nel suo famoso Zibaldone [cod. lau- 
renz., XXIX, 8] si trovano insieme trascritte la seconda 
egloga del Petrarca e la prima redazione del Faunus boc- 



320 

cacesco: e in questi versi sono descritti, con esaltazione non 
dissimile da quella di tanti altri contemporanei, i meriti e 
la morte del re angioino. 

V. 82. Invece di Alexo ci aspettavamo Alexi, dacché al- 
trove il Boccaccio segue sempre per questo nome la 3» de- 
clinazione: esso comunque, sta a significare Andra o An- 
dreasso d'Ungheria succeduto a Roberto nel regno di Napoli, 
e ucciso ad Aversa. 

V. 84. La lupa è la regina Giovanna accusata di virici- 
dio dallo stesso suo apologista Tristano Caracciolo (cfr. 
p. 178, n.). Pel Torraca però sarebbe la contessa Sancia di Mor- 
cone, ma vedi le mie osservazioni a p. 176 e seg. 

V. 89. I leoni rappresentano i nobili della corte angioina 
avversi ad Andrea e, in generale, alla gente ungherese. 

V. 95. Titiro è Ludovico d'Ungheria disceso in Italia 
per vendicare a Napoli il fratello Andrea. 



Egloga IV. 

V. 1. Doro è Luigi di Taranto, parente e secondo ma- 
rito della regina Giovanna, qui rappresentato fuggiasco dal 
regno di Napoli invaso dal sopradetto re d'Ungheria. 

V. 4.. Montano sta a simboleggiare un uomo della terra 
di Toscana dove si rifugiò Luigi prima di raggiungere la 
Provenza, cioè Volterra come ci fa intendere lo stesso au- 
tore nella lettera al Signa : et Montanus prò quo assumi potest 
quicumque Vulterranus, es quod Vulterrae in Monte positae sunt, 
et ipse Rex (cioè Luigi di Taranto) ad eas deveniens, ab eisdem 
Volterrani» susceptus est. (cfr. Corazzini, p. 262). Al passaggio 
da Volterra, accenna pure rapidamente la Cronaca di G. Vil- 
lani (1. XII. e. CXV) dopo quello di Val di Pesa, presso 
Firenze: non sarà stato dunque inventato dal Boccaccio, 
come sospetta I'Hauvette, Boccace, p. 190, nota. 

V. 17-18. « campos Alpheos > cioè Pisa, in prossimità della 
quale è Volterra: cfr. egl. II, 156, VII, 11 e 18. 

V. 22-25. Si allude qui a' Fiorentini presso i quali sperò 
invano Luigi di ricevere ospitalità malgrado la cooperazione 
del siniscalco Acciaiuoli abbastanza noto in Firenze. Cfr. la 
Cronaca di G. Villani, 1. XII, e. CXV, e Tanpani, N. Acc, 65. 

V. 36. Si allude forse anche qui — sia pure con una ipo- 
tesi — allo scoppio della peste come nell'egl. seguente, v. 110. 



321 

V. 53-50. Anche qui c'è la descrizione del regno di Na- 
poli e di Roberto d'Angiò, cui succede Alessi, cioè Andrea 
d'Ungheria (cfr. p. 180). 

V. 56. Pizia è il siniscalco di quel regno, Nicola Accia- 
inoli, del quale fa onorevole menzione l'autore stesso nella 
lettera al Signa : « prò quo intelligo Magnum Senescalcum qui 
nunquam eum (cioè Luigi) deseruit, et Pithiam nuncupo ab in- 
tegerrima eiu» amicitia erga eundem Megera, ecc. ». Egli pure 
si cooperò al matrimonio di Luigi con Giovanna detta qui 
Licori, come nell'egl. VI, v. 113. Per quel matrimonio — av- 
venuto il 20 agosto 1327 — cfr. la stessa cronaca, e. XCIX, 
dove peraltro è detto che per isposarsi : « egli ed ella (Luigi 
cioè e Giovanna) furono trattori della villana e abbomine- 
vole morte del Re Andreasso, come contammo addietro, 
con più altri che il misono ad esecuzione». Il matrimonio 
inoltre, sarebbe stato dispensato da Clemente VI per « pro- 
caccio ed opera del Cardinale di Pelagorga». E anche il 
Boccaccio ci lascerebbe intendere per quel delitto una tre- 
sca d'amore, in quei noti versi: Per te (Amore) il giovane 
Andrea \ Che si può dir pur ieri strangolato, | E tutto il regno 
suo vituperato (Canzone I, ed. Moutier, p. 109) riferibili però 
agli anni 1346-47, allorché il Boccaccio aveva della regina 
Giovanna un'opinione che poi scartò (cfr. p. 189 e sgg.). 

V. 62. Polifemo è il Titiro dell'egloga precedente, cioè 
Ludovico d' Ungheria, di cui viene descritta nei versi se- 
guenti la discesa e la strage fatta in Napoli (cfr. p. 183 e sgg.). 

V. 71-72. Pafo è Carlo di Durazzo ucciso dal re d'Un- 
gheria sul luogo stesso ov'era stato ucciso Andrea (cfr. ibidem, 
ov'è citata in proposito la Cronaca di M. Villani). 

V. 105. In questa « squalida Nays » è stata riconosciuta 
dal Landau {Boccaccio, sein Leben und sein Werlce, p. 16) Maria 
d'Angiò, sorella della regina e sposa di Carlo Durazzo, già 
promessa però allo stesso re d' Ungheria il quale avrebbe 
rimproverato un tal mancamento di fede al marito Carlo, 
prima di ucciderlo ad Aversa (cfr. p. 183; nonché la Cro- 
naca di M. Villani, I, 11, per il sopradetto rimprovero). 

V. 116. È forse lo stesso Pafo del v. 71, cioè Carlo di 
Durazzo, che avrebbe potuto affrontare Ludovico prima di 
essere ucciso a tradimento da costui? 

V. 132-134. Anche Giov. Villani (1. XII, e. CIV) dice 
che il re e i nobili napoletani avrebbero ben potuto af- 

Gollezione di opuscoli danteschi (N. 131 132-133-134-135). 21 



822 

frontare Ludovico prima ch'egli entrasse in Napoli, se il cielo 
non avesse destinato altrimenti. 

V. 135-140. Questi versi alludono alla fuga di Luigi e del 
Siniscalco Acciaiuoli che da Napoli approdarono prima alla 
spiaggia di Telamone, in Toscana — come qui dice il Boc- 
caccio — e poi, da Porto Pisano, con due galee genovesi, 
raggiunsero la Provenza (cfr. p. 184). 

V. 48-49. Con quest' « unum caput» si allude forse alla 
vendita della giurisdizione sopra Avignone fatta al papa 
dalla regina Giovanna per trentamila fiorini d'oro, allo scopo 
di procacciarsi denari pel ritorno. Cfr. M. Villani, 1. I, e. 17^ 



Egloga V. 

V. 1. Panfilo sarà qui forse il Boccaccio come nel- 
l'egl. III. 

V. 2. La ninfa Calcidia sta qui a rappresentare Napoli : 
il nome proverrebbe dalla penisola Calcidica donde un tempo 
sarebbero partiti dei coloni a fondare Cuma, dalla quale 
città poi sarebbero discesi i fondatori di Napoli : cfr. i versi 
59, 61 dell'egl. IV. 

V. 110. Allusione forse alla peste scoppiata anche a Na- 
poli nel 1848 come forse anche nell'ipotesi dell'egl. IV, v. 36. 

V. 113. Alcesto è Luigi di Taranto (col quale nome lo 
vedremo più volte appellato nell'egl. seguente) e Licori, come 
s'è già avvertito, è la regina, entrambi qui compassionati 
per la trepida fuga cui abbiamo di sopra accennato. Cfr. an- 
che il « misere* undis retraxit avitos \ In campos > dell'egl. Vili, 
v. 52-53. 

V. 126. Anche qui Polifemo è il re d'Ungheria. 



Egloga VI. 

Alcesto è Luigi di Taranto ritornante ora nel regno di 
Napoli: per la ratio nominis, cfr. p. 289, n. ; Melibeo potrebbe 
essere il Boccaccio al quale un'altro, Aminta, annunzierebbe 
il ritorno di Luigi e della corte angioina a Napoli, a quello 
stesso modo che un altro pastore, cioè Caliopo, nell'egl. 
precedente, aveva annunziato a Panfilo, cioè, credo, al Boc- 
caccio, le sventure di Calcidia, cioè di Napoli. 



323 

V. 8. La « Silva vetus » é la stessa « Silva cadens » dell'egl. 
precedente, cioè Napoli; cosi Argo è Roberto d'Angiò. 

V. 12. Polifemo è anche qui il noto re d' Ungheria che 
lasciò Napoli satin pueriliter come dice un cronista ricordato 
dal Torraca (cfr. p. 185). 

V. 39. Aminta sarà stato forse uno di quei mercanti fio- 
rentini che coi propri occhi videro le galee angioine entrare 
nel golfo di Napoli (cfr. p. 201, n.). 

V. 64. Con « Yollas» si allude forse al Petrarca? 

V. 68 69. Qui si allude, credo, a Giovanna e al suo re- 
cente matrimonio con Luigi (cfr. p. 202, n.). 

V. 71-72. È lo stesso Pizia dell'egl. IV, cioè l'Acciaiuoli 
che molto si adoperò, nella fuga come nel ritorno, a favore 
dei reali angioini; mentre Stilbone mi par sia il poeta di 
corte Zanobi da Strada (cfr. p. 289, n.). 



Egloga VII. 

V. 1. Florida è Firenze, la famosa città dei fiori. 

V. 3. Dafni è l'imperatore Carlo IV di Lussemburgo, 
così chiamato, come dice lo stesso autore « nani Daphnis, ut 
in maiori volumine Ovidii legitur, filius fuit Mercurii, et primus 
pastor. Sic Imperator inter pastore» orbis, idest Reges, consuevit 
esse primus » . Dafni invero è un nome eccellente, e l'adopera 
per sé l'autore nella egloga XIII, là dove contrappone se 
stesso, poeta, al mercante genovese chiamato Stilbone. 

V. 6-9. A che cosa si alluda con «septa Phaselis», con 
Lupiscus e con Vir gregis, ecc, (reminiscenza dell'egl. VII, 
v. 7 di Virgilio) non mi riesce chiaro. Tuttavia non sarà forse 
strano pensare alle lotte e alle mene di Firenze per riavere 
Lucca comprata già dai Visconti ma passata sotto il do- 
minio di Pisa. E cosi quel Lupiscus farebbe pensare a qual- 
cuno dei Visconti ; per es., al famoso arcivescovo che aveva 
persino assediato Firenze, se pure non fosse egli morto l'anno 
stesso che Carlo di Lussemburgo discendeva in Italia. 

V. 11. Cioè in Pisa (cfr. egl. II, 155, IV, 17-18) della 
quale s' impadroni Carlo profittando delle discordie e con- 
traffacendo però ai patti giurati in Mantova. (Cfr. Hortis, 
Studi, p. 34 (n. 1). Cosi pure di Lucca tentava impadronirsi, 
onde sorse un tumulto contro il cosi detto « lupo di Lucca » . 



324 

Cfr. la Cronaca di Pisa in Mur. XV, 1030 ; e Cipolla, op. 
cit., 132. 

V. 18-19. Alfei son detti i Pisani in quanto provenivano 
dall'omonima città dell'Elide bagnata dal fiume Alfeo, come 
pur ricordavo dianzi, nelle note all'eli. II, v. 154-155. 

V. 21. Con Galathea si allude a Koma, dove Carlo IV di 
Lussemburgo sarebbe andato a prendere la corona imperiale. 

V. 25-33. Notisi l' ironia contro quell' universale predo- 
monio che s'attribuiva nel medioevo al sacro impero roma- 
no-germanico, mentre effettivamente l'imperatore poteva 
ormai dettare leggi appena in G-ermania. 

V. 36. I Tedeschi son detti bilingui, cioè frodolenti (cfr. 
Hortis, Studi p. 32, n. 2). 

V. 38. Con « molosis » s'allude alle soldatesche di Carlo IV, 
che in verità erano poche ! Così vengono anche chiamate 
quelle di Testili nell'egl. Ili, v. 28. 

V. 57. Colle volpi s'allude forse ai Pisani, e co' lupi ai 
Visconti entrambi nemici di Firenze. Notisi che il io mag- 
gio 1352 gli stessi Fiorentini scrivevano a Carlo IV invo- 
cando valido soccorso contro il veleno « Tyrampni viperei » 
cioè GL Visconti. Cfr, Cipolla, p. 123. 

V. 58-61. Debole e lusingatore lo dipinge anche M. Vil- 
lani, Cronaca, 1. IV, e. XXXVIII e LXXIII. 

V. 81-86. Si allude qui ai soldati mercenari provenienti 
dalle stesse selve di Carlo, cioè dalla Germania. 

V. 104. Il « frigius pastor » sarà una reminiscenza petrar- 
chesca per indicare il pontefice non del tutto favorevole alla 
discesa di Carlo ; « Osyris » starà ad indicare i Visconti, la 
cui insegna gentilizia com'è noto, era una vipera (cfr. l'« An- 
gue > del v. 119) e ad Osiride invero, divinità egiziana, era 
consacrato il serpente. 

V. 114-115. Col « nemus orane canopum > cioè il Basso Egitto, 
s'allude ai domini dei Visconti in correlazione all' Osyris di 
sopra; e co' mysios colles valìesque Camandri a' domini del 
papa, in correlazione al su detto 'frigius pastor». 

V. 119-121. Si allude con questi versi alla dimora di 
Carlo dentro i domini dei Visconti, e alla corona di ferro 
ch'egli prese in Monza — il 6 gennaio 1355 — però sotto la 
vigilanza continua dei Visconti dei quali pareva anzi pri- 
gioniero. Cfr. M. Villani, 1. IV, e. XXXVIII. 

V. 134-137. 1 pomi esperidi stanno a indicare i centomila 
fiorini d'oro che Firenze s'accordò di pagare all'imperatore 



325 

dopo le non poche trattative fatte con lui a Pisa. Pel primo 
pagamento, cfr. M. Villani, 1. IV, cap. LXXXII. 

V. 138. Questo verso, aggiunto più tardi nell'autografo 
(cfr. p. 65 note) allude, credo, all'inglorioso ritorno in Ale- 
magna dell' imperatore, circondato ancóra dalla diffidenza 
ed alterigia dei Visconti; ritorno tanto più inglorioso ed 
ironico dopo i sognati allori di Roma. Cfr. il detto Villani, 
1. V, cap. LUI. 



Egloga Vili. 

V. 1 Pizia è qui il Boccaccio, giunto alla corte di Na- 
poli per l'invito del Siniscalco Acciainoli (cfr. p. 211). 

V. 2. Mida è il detto Siniscalco ; Lupisca sarà forse, come 
opinò il Torraca, una sorella di lui, queir Andreisca, cioè, 
alla quale il Boccaccio aveva dedicato il De Claris Mulieri- 
bus. (Cfr. p. 211, n.). 

V. 6. Questo Damone sarà forse, come sospettò il Tor- 
raca, il fiorentino Maghinardo dei Cavalcanti, amico del Boc- 
caccio, il quale gli dedicò, com'è noto, il De Casibus viror. 
Must. Maghinardo invero era a Napoli quando vi fu il Boc- 
caccio per l' infausto invito dell' Acciainoli, e l'ospitò per 
qualche tempo in casa sua rilevandolo, assai indignato anche 
lui, dalla famosa « sentina » del Siniscalco, come dice il Boc- 
caccio stesso nella lettera al Nelli, e come pur ci lascia 
intendere la fine di quest'egloga, (cfr. i v. 155-159). Que- 
st'ultimi particolari confermerebbero dunque l'ipotesi del 
Torraca. 

V. 34-42. La ninfa, decu» nemorum, è Caterina di Courte- 
nay, rimasta vedova di Filippo di Taranto, e amante, come 
mormoravasi allora, dell' Acciaiuoli, della cui gran fortuna sa- 
rebbe stata cosi origine, secondo il Boccaccio. (Cfr. p. 211, n.). 

V. 43-44. Argo e Alessi sono anche qui Eoberto di An- 
giò morto nel 1343 a Napoli, e Andrea d'Ungheria assassi- 
nato ad Aversa circa due anni dopo (cfr. per Andrea anche 
il verso 123 di quest'egloga). 

V. 51. Melalce ed Ameto sono rispettivamente G-iovanna 
e Luigi di Taranto il cui matrimonio sarebbe stato combi- 
nato ad arte dall'Acciaiuoli (cfr. il v. 56 dell'egl. IV dove 
però quello stesso matrimonio apparisce combinato non 



326 

« studio » ma « munere » : per gli stessi nomi di Melalce od 
Ameto, cfr. il v. 121 di questa stessa egloga). 

V. 52 54. Si allude al ritorno dei reali a Napoli e al loro 
successivo innalzamento per opera dell'Acciaiuoli : pe' me- 
riti di costui verso la Casa angioina, si possono cfr. il Pi- 
zia dell'egl. IV, e il v. 71 dell'egl. VI. A proposito di quel 
ritorno notisi che nell'ultimo cap. del De Casibus il Boccac- 
cio, parlando di Ludovico d'Aragona sopraffatto da Luigi 
di Taranto, descriveva quest'ultimo : « a fuga ex Alìobrogis 
(cioè da Avignone) paulo ante revocato paupere et inopi, quasi 
omnibus suis exoso, et variis laboribus implicito » (cfr. Hortis, 
13, n. 2) che parrebbe una contraddizione col noto senti- 
mento dell'egl. VI : ma, a differenza di quest'egloga, il Boc- 
caccio riferisce in quel passo del De Casibus l'impressione 
o il giudizio altrui ; senza dire che è portato colà a caricare 
alquanto le tinte per dare maggior peso al fatto che l'Ara- 
gonese si sia lasciato vincere da chi era nelle più svantag- 
giose condiziomi. 

V. 121-123. Pel controverso significato di questi versi, 
cfr. p. 214 e sgg. Giovanna dunque e Luigi non dissentirono 
dal loro Siniscalco: eppure il Petrarca, che già una lettera al- 
l'Acciaiuoli aveva dettato per l'incoronazione di Luigi, in 
un'altra (Fam. XXIII, 18) si duole che il re — già morto — 
non avesse dato ascolto alle parole del Siniscalco : « Oh ! si 
Me tuis monitis docilem praebuisset . . . profecto diutius vixisset, 
felicius obiisset, nomen clarius reliquisset » . 

V. 135-136. Anche Coridone è chiamato nella lettera al 
Nelli (cfr. p. 216, n.). Zanobi da Strada, poeta di corte, incoro- 
nato a Pisa nel 1355 da Carlo IV di Lussemburgo per in- 
tercessione del Siniscalco, di cui Zanobi sarebbe stato, se- 
condo il Boccaccio, un cattivo adulatore. (Cfr. il passo so- 
pra cit. dell'anzidetta lettera e i versi che seguono, 137-140). 

V. 146-149. Silvano è il Petrarca cosi appellato altrove 
(cfr. specialmente l'egl. XVI) e Amiclade sarà il noto per- 
sonaggio dell'VIII egloga petrarchesca, intitolata Divortium. 
Tutto il passo alluderebbbe, credo, alla visita che il Boc- 
caccio fece al Petrarca, in Venezia, dopo il suo triste ritorno 
da Napoli. (Cfr. p. 294, n.). 

V. 150-153. Si allude forse qui alle successive disgrazie 
dell'Acciaiuoli caduto in sospetto della Curia di Avignone. 
(Cfr. p. 245). 



327 



Egloga IX. 

V. 2. Archas è un personaggio forse affatto ideale della 
Grecia, di cui sarebbe introdotto qui a ricordare l'antica 
gloria accanto a quella latina magnificata da Batracos, cioè 
da Firenze (cfr. il « ranis » attribuito a 1 Fiorentini nel v. 127 
dell'egl. VII). 

V. 13-18. Si allude qui al fatto che i Fiorentini, per ra- 
gioni di commercio, peragravano il mondo e importavano 
in patria molte ricchezze : perciò il papa Bonifacio soleva 
chiamare i Fiorentini il quinto elemento del mondo ! 

V. 20. Amarillide sta a significare Roma cosi chiamata 
anche nella nota lettera contro il Petrarca ospite dei Vi- 
sconti. Nell'egloga di Giovanni del Virgilio diretta al Mus- 
sato (v. 7), che troviamo trascritta nel notissimo Zibaldone 
boccacesco (Cod. Laur. XXIX, 8), ricorre per Roma lo stesso 
nome Amarillide, anzi il Boccaccio stesso vi annota : idest 
Roma. 

V. 24. Si allude evidententemente alla religione della 
Chiesa greca ormai divisa da quella di Roma. 

V. 25. « Circius » è l'imperatore Carlo IV di Lussem- 
burgo, appellato già Dafni nell'egl. VII, e detto ora Circius 
dal nome d'un vento posto da Isidoro accanto al vento set- 
tentrionale (cfr. De Genealogia 1. IV, cap. 54, e Hortis, Studi, 
p. 39 n.) Si accenna diffusamente qui alla sua incoronazione 
avvenuta a Roma nella Pasqua del 5 aprile 1355, per mano 
del Cardinale d'Ostia, mandato dal papa. (Cfr. la Cronaca 
di M. Villani, 1. V. e. 1). 

V. 58. Con « Linternus » si allude evidentemente al vin- 
citore di Zama, dal nome della villa dove si ritirò Sci- 
pione. 

V. 62. Il « Rusticus Arpinas » è, dal nome della patria, 
il plebeo Mario, vincitore dei Cimbri. Nel De Oen. (1. XV, 
<}. 7) : « marius arpinas, superatis affris, cymbris et theotonicis, 
ecc. Cfr. pure De Casibus, 1. VI, e. 2. 

V. 66. « Opheltes » vincitore dell'Asia, è Pompeo le cui 
vittorie in Oriente sono notissime. Cfr. lo stesso nome, al- 
lusivo forse a Lucano, il poeta di Pompeo, nel v. 197 del- 
l'egl. XIV, e sullo stesso Pompeo, De Gen., 1. XIII, e. 1. 



328 

V. 74. Dafni è Giulio Cesare — il famoso domatore della 
Gallia — cosi detto per quel Dafni della V e gl. di Virgilio 
in cui si ravvisava Cesare. Cfr. peraltro quanto l'autore 
stesso dice per il Dafni dell'egl. VII, nella nota al v. 3. 

V. 80. Il « iuvenÌ8 Corigillus » sarà il giovine Germanico, 
vincitore delle orme germaniche che, verso i confini, con 
scorrerie e saccheggi molestavano Roma. 

V. 81-83. Si allude ad Omero, a Virgilio e al Petrarca 
che rispettivamente cantarono dei vinti Troiani (Meonios 
tauros), dei popoli italici (ytalosque leones) vinti da Enea, e 
infine de' Cartaginesi {tyrios apros) vinti da Scipione, l'eroe 
dell'Africa petrarchesca posta allora accanto all' Iliade e alla 
Eneide. 

V. 101-107. Quel pastor luscus che consumava gli antri ro- 
mani Byrseo . . . igne, fa pensare ad Annibale, mentre nel 
rimanente dei versi pare si alluda alle vecchie pretese dei 
popoli italici di avere della loro stirpe uno dei due consoli, 
(notisi il v. 105) come quelli che avevano condiviso con 
Roma « par labor atque exitium » . 

V. 115-120. Martius sarà Romolo creduto figliuolo di 
Marte ; con Senoni pardo si alluderà a Brenno capo dei Galli 
Senoni che invasero Roma ; con Vanser ecc, alla famosa oca 
del Campidoglio legata al nome di Manlio ; e infine si al- 
lude al sacrificio di Deci© e Publio Mure, padre e figlio (ge- 
nitor genitusque . . .) durante la guerra sannitica. 

V. 141-143. In quest'Egone I'Hortis (op. cit., p. 40) ri- 
tiene adombrato Robero d'Angiò — e alla stessa opinione 
s'attiene lo Ztjmbini, op. cit., p. 116, considerandolo il maggior 
di tutti i pastori, e inoltre I'Hecker (47, n.) — mentre in Dafni 
sarebbe adombrato, secondo I'Hortis, Lodovico il Bavaro. 
Considerando però che Firenze accenna qui alle sue tradi- 
zioni prevalentemente guelfe, io credo che in Egone sia adom- 
brato impersonalmente il papa (lo stesso nome ricorre di- 
fatti altrove per indicare costui, cioè nell'egl. XVI, v. 97 e 107 
e così in Dafni l'imperatore in genere (cfr. lo stesso nome) 
per lo stesso Carlo nell'egl. precedente) e non Lodovico il 
Bavaro che pur fu alleato di Firenze nell'impresa di Lucca. 
Al papa inoltre bene sta l'attributo di latijs (notisi) pasto- 
rum maximua, come vicario di Cristo in Roma, mentre Dafni 
vien detto post hunc pregrandis, perché difatti all'imperatore 
s'attribuiva la più grande autorità dopo il pontefice (e non 
certo dopo Roberto d'Angiò); e infine, il contenuto dei versi se- 



329 

guenti (144-147) chiaramente allude alle lotte fra il papato 
e l'impero, nelle quali Firenze parteggiò pel primo, onde fu 
sempre creduta nemica dell'imperatore: eredita semper | Hostis 
eram Daphnis. 

V. 165-167. Si allude qui alle condizioni topografiche di 
Firenze priva di porto, d'un fiume più grande dell'Arno, e 
di vie carreggiabili. 

V. 172-179. Non senza parzialità ed artifizio par descritta 
la scena dell'incoronazione di Carlo a Roma: è vero tutta- 
via che non fu quella circondata dal solito fasto e rumore : 
il papa delegò un solo cardinale a quella cerimonia, dopo la 
quale era a Carlo dal papa stesso prescritto di uscire tosto 
dalla città (cfr. al v. 25 il cit. cap. della cronaca del Villani). 

V. 190-191. Questi due versi, aggiunti più tardi nell'auto- 
grafo, stanno ad indicare l'inglorioso ritorno che fece in 
Italia Carlo IV nel 1568-69. Cfr. le giuste osservazioni del- 
I'Heckeb (op. cit., p. 61 e nota) di contro alle interpreta- 
zioni dell'HoBTis (p. 41) e dello Zumbini (p. 116). 



Egloga X. 

V. 1. Secondo lo Zumbini, Dorilo sarebbe il Pizia del- 
l'egl. Vili ; secondo il Torraca, invece, Menghino Mezzani, 
l'umile dantista imprigionato da Bernardino da Polenta : 
cfr. però le mie obiezioni, in proposito, nella Rassegna bibl. 
della Leti. it. [1913] fase. 3 p. 8 e sgg., e inoltre p. 231 e sgg. di 
questo volume, dove ho spiegato perché in Dorilo sia piut- 
tosto raffigurabile lo stesso autore ridotto ad una specie di 
prigionia nella cosidetta « sentina » dell'Acciaiuoli. Anche 
la similitudine dei lupi e degli orsi del Menalo presi prima 
al laccio e poi rimessi in libertà, contenuta nei versi 125-127 
dell'egl. XVI — la quale tocca ancóra del noto infortunio 
cagionato dall'Acciaiuoli — conferma, credo, l'ipotesi già da 
me propugnata, che cioè il Boccaccio si ritenesse come pri- 
gioniero nella casa dello sleale Siniscalco. 

V. 23. Menalca parmi Zanobi da Strada, morto mentre 
era alla corte d'Avignone nel 1361. (Cfr. p. 240, n. 2). 

V. 26. Plutarco è una divinità infernale corrispondente 
al mitico Plutone : c'è affinità difatti nella radice dei due 
nomi sufficiente a spiegarci la cosidetta ratio nominis osser- 
vata dal Boccaccio nel coniare i suoi nomi allegorici. 



330 

V. 27. Licidas, per I'Hortis, sarebbe Francesco Ordelaffi 
scacciato nel 1359 dalla signoria di Forli per opera del 
Cardinale Egidio d'Albornoz (cfr. però le obbiezioni dello 
Zumini) ; pel Torraca invece, Ostasio da Polenta (cfr. però 
le mie obbiezioni nel cit. art. della Rassegna) ; né mancano 
altre interpetrazioni, come si pnò vedere a pag. 222, nota; 
ora, secondo me, Licida potrebbe essere Roberto d'Angiò, 
come spiego a p. 232 e sgg.) 

V. 34. Polipus sarebbe pel Torraca quel Bernardino da 
Polenta, figliuolo d'Ostasio, che imprigionò Menghino Mez- 
zani, il supposto prigioniero di questa egloga: secondo me 
sarebbe invece lo stesso desposta di cui nei v. 11-20, e pro- 
priamente il Siniscalco Acciaiuoli, come spiego a p. 230 e 

sgg- 

V. 63-67. Con Argo si alluderebbe a Dante secondo il 
Torraca : io crederei piuttosto a Mosé. (Cfr. p. 238 n.). Con 
Mopso e Titiro si allude evidentemente ad Omero e Virgi- 
lio. L'Hortis però nel cieco Mopso aveva raffigurato il Pe- 
trarca acciecato dall'ospitalità dei Visconti (v. 109). Fusca 
è un'altra divinità infernale corrispondente alla moglie di 
Plutone. Lo stesso nome ricorre nell'egl. XIV, v. 51 per 
indicare la morte d'una figliuola del Boccaccio. 

V. 143. Miconis sarebbe, secondo me, il papa, o piuttosto 
starebbe a simboleggiare il papato (cfr. p. 241 ; e per le colpe 
confessate da Licida, p. 240 e sgg.) 

V. 167-170. Si alluderebbe qui ad un infortunio e alla 
successiva morte deirAcciaiuoli (cfr. p. 245). 



Egloga XI. 

V. 6. Mopso sarà il Petrarca, cosi anche appellato nel- 
l'egl. Ili, v. 18 e 53. 

V. 8. Cfr. questo verso con quanto vien detto del Pe- 
trarca, sotto il nome di Silvano, nell'egl. XVI, v. 26-27. 

V. 10-11. Aminta posto in compagnia di Glauco, sarà 
San Paolo, come l'altro è l'apostolo Pietro, per esplicita 
dichiarazione del Boccaccio nella lettera al Signa; viene 
il nome dal pastore Glauco che gustata una certa erba, si 
gettò subito nel mare e divenne un dio marino (cfr. Ovidio, 
Metam., 1. XIII, fase. 3) : cosi il pescatore Pietro, gustata la 



331 

dottrina di Cristo, si gettò nei flutti, cioè fra le minacce 
e i tenori dei nemici del Cristianesimo, e predicando il 
nome di Cristo, divenne un santo. 

V. 14. Mirttlis è la chiesa, dal nome mirto, come spiega 
lo stesso autore nella lettera al Signa : « eo quod Myrtus ha- 
beat frondes bicolores, nam ex parte inferiori sanguineae 
sunt, ex superiori virides, et per hos colores sentiamus per- 
secutiones et tribulationes a sanctis hominibus olim habi- 
tas, et firmissimam eorum spem circa superiorem mercedem 
eis a Christo promissam » . 

V. 16. L'« opus inceptum » è la « septam » del v. 10. A che 
cosa voglia alludere con ciò l'autore, non è facile dirlo ; sarà 
forse una semplice finzione bucolica, la quale ricorre pure 
in un passo della nota corrispondenza bucolica fra il Boccac- 
cio e Cecco da Mileto, là dove dice di sé l'autore : Me quo- 
que texentem silvestri vigmine septam | Spectat opus quo tendo citus. 

V. 29-27. Si accenna al disprezzo che della Chiesa e del- 
l'apostolo Pietro, cioè delle primitive virtù cristiane, face- 
vano i Cardinali e la Curia corrotta di Avignone. (Cfr. Hor- 
tis, Studi, p. 47). 

V. 28. Caco nominato anche più oltre (cfr. v. 207) sarà 
Satana, inteso a rapire il gregge di Cristo (detto più oltre, 
per correlazione, Alcide) come il mitico Caco rapiva un 
giorno la mandra di Ercole. 

V. 31-35. Alcide, come si è detto sopra, è Gesù Cristo; 
e viene qui descritto in atto di sollevare il pescatore Pietro 
alla dignità di Apostolo (cfr. S. Luca, cap. 4-5, e S. Matteo, 
e. 4). 

V. 52-53. Coi soliti termini pagani, si accenna qui alla 
Trinità : il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo (sacrumque 
Flamen). Anche altrove il Boccaccio ricorreva a nomi pa- 
gani per indicare divinità o fatti del Cristianesimo. (Cfr. 
Hortis, p. 46). 

V. 55. Si accenna al dogma cristiano, d'un solo Dio, 
cioè, diviso in tre persone. 

V. 55-56. Si riassume evidentemente qui il primo episo- 
dio della storia sacra, la creazione, cioè, del mondo, sulla 
quale si può cfr. la Genesi, cap. 1 e 2. A questa, natural- 
mente, s'attiene il Boccaccio ; pur si confrontino i v. 31-40 
dell'egl. VI di Virgilio relativi alla creazione del mondo. 

V. 66-68. Si allude a Caino, che, a differenza del fratello 
Abele dedito alla pastorizia, avrebbe atteso a lavorare la 



332 

terra, macchiata poi del sangue di Abele per il famoso fra- 
tricidio di Caino. (Cfr. Gen. e. 4). 

V. 68-70. Si allude ad Abele, dedito alla pastorizia, come 
s'è accennato sopra. 

V. 71-72. Si allude a due discendenti di Caino : a Tu- 
balcain famoso per lavorare i metalli, e a Subai il quale in- 
ventò ed insegnò la musica. (Cfr. Gen. e. 5). 

V. 78-77. Con alcuni termini pagani, si allude qui al di- 
luvio, dal quale, per ordine del Signore, sarebbe scampato 
solo Noè « Deucaliona pium » rifugiatosi nella famosa arca in- 
sieme coi figliuoli Sem, Cam e Iafet, e con le nuore. (Cfr. 
Gen. e. 6-9). 

V. 78. Immagine prettamente pagana per indicare il ri- 
sorgere degli uomini e della vita dopo il diluvio. Cfr. Hinc 
lapides Pyrrhae iactos . . . nella cit. egl. di Virgilio (VI, v. 41). 

V. 79-84. Con un'altra imagine pagana, si allude nei 
primi due versi alla costruzione della famosa torre di Ba- 
belle, atto di superbia contro Dio come la famosa scalata 
dei Giganti contro Giove : e nei versi che seguono si ac- 
cenna alla vendetta divina per la quale sarebbero state con- 
fuse le lingue (vanosque superbi J Balatus pecoris) e disgregati 
gli uomini. (Cfr. Gen. e. 11). 

V. 85-90. Il nome Silvano ricorre altrove per designare 
il Petrarca che già aveva chiamato se stesso Silvius, da selva, 
cioè città ; qui però Silvano sarà Abramo, come primo fon- 
datore della selva, ossia della monarchia ebraica ; a lui sa- 
rebbe apparso più volte il Signore promettendogli in regno, 
per lunga discendenza, la terra di Canaan : ecco dunque il 

sacrum magno» servans sub cortice sensus ; ed egli quindi 

sarebbe partito da Aran verso la terra promessa insieme con 
Sara, con Lot, con tutti i servi, gli animali e le sostanze 
sue. (Cfr. Gen. e. 11-12). 

V. 88-90. Si allude prima alla nascita d'Isacco promessa 
dal Signore ad Abramo, di cui però aveva riso Sara a causa 
dell'età sua e del marito ; e ai preparativi per il sacrificio 
del figliuolo ordinato dal Signore ma interrotto poi dalla 
voce dell'Angelo. (Cfr. Gen. cap. 13, 21 e 22). 

V. 91-94. Si accenna alla pioggia di fuoco e zolfo fatta 
cadere da Dio sopra Soddoma, Gomorra, Seboin, ecc ; e al- 
l'incesto delle figliuole di Lot le quali, pensando che l'in- 
cendio fosse stato universale e convenisse loro ristorare 
un'altra volta l'umana generazione, ubbriacarono il padre e 



338 

giacquero con lui. Lot è detto qui paganamente Cinara, il 
noto personaggio ovidiano, ricordato anche dal Boccaccio 
nel De Genealogia, per l'incesto procurato dalla figliuola 
Mirra, donde poi sarebbe nato Adone. (Cfr. egl. XV, v. 104-5). 

V. 94-95. Ad Isacco scampato al noto sacrificio, « ari* 
tum numime raptum » fu data in moglie Rebecca — della sua 
stessa stirpe — da cui nacquero i famosi gemelli, Esaù e 
Giacobbe. (Cfr. Gen. e. 25). 

V. 96-98. Si allude alla minestra di lenticchia rossa onde 
Esaù disfamavasi un giorno vendendo il diritto della primo- 
genitura ; e all'inganno della saggia Rebecca <-pie Sopbroni- 
dis » la quale, com'è notissimo, fasciò di pelli Giacobbe per- 
ché il padre, cieco, lo confondesse col primogenito Esaù, e 
lo benedicesse invece di costui. (Cfr. Gen. e. 25 e 27). 

V. 99-102. Si allude ora al viaggio di Giacobbe in Me- 
sopotamia, consigliato dalla madre per sfuggire all'ira di 
Esaù ; al servizio prestato a suo zio Labano per avere in mo- 
glie Rachele, dalla quale nacque Giuseppe ; al ritorno quindi 
nella terra di Canaan accompagnato da visioni celesti ; in- 
fine alla lotta che Giacobbe avrebbe avuto con un Angelo 
il quale, dopo avergli toccato il nervo della coscia si da 
farlo poi zoppicare, gli avrebbe dato il secondo nome di 
Israele. Giacobbe è detto qui bucolicamente Stilbone da 
Mercurio, dio dei mercanti (cfr. lo Stilbone dell'egl. XIII) 
dacché nei vent'anni di servizio prestato a Labano aveva 
avuto modo di commerciare ed arricchirsi. (Cfr. Gen. e. 27, 
28, 29, 30, 32). 

V. 103-109. Si allude a Giuseppe venduto dai suoi fra- 
telli agli Egizii per invidia che egli fosse più caro di loro 
a Giacobbe ; alla liberazione del carcere dov'era stato messo 
per calunnia della moglie di Putifar, e all'interpetrazione 
dei sogni di Faraone, onde fu fatto Viceré dell'Egitto ; alla 
provvista del grano nei sette anni di carestia, al richiamo 
d'Israeliti in Egitto, e alla loro successiva schiavitù. (Cfr. 
Gen. e. 37, 39, 41). Giuseppe, infine, è chiamato Argo — come 
già Roberto d'Angiò — per la previggenza e saggezza dimo- 
strata nel governo di Faraone. 

110-118. Foroneo cui Iside avrebbe sollevato dal Nilo, è 
Mosé salvato, com'è noto, dalle acque del fiume per la pietà 
d'una figliuola di Faraone qui forse simboleggiata sotto il 
nome d'Iside ; si accenna quindi alle piaghe « Nyliacas pestes » 
mandate dal Signore contro gli Egiziani il cui re Faraone 



334 

impediva l'esodo degl'Israeliti ; alla sommersione dell'eser- 
cito di Faraone che aveva inseguito gl'Israeliti dentro le 
acque apertesi al loro passaggio (et nectos gurgite capros) ; 
al cammino degl'Israeliti attraverso il deserto e alle loro 
lagnanze per mancamento di acqua e di cibo ; all'acqua che 
Mosó con la verga trasse da una pietra e alla famosa manna 
caduta dal Cielo ; ai colloqui del Signore con Mosé sul monte 
Sinai, e alle tavole della legge che Mosé ruppe adirato al- 
lorché vide ridesto fra i suoi il culto d'Osiride, vide, cioè, 
innalzato e adorato il Vitello d'oro. (Cfr. Esodo, cap. 2 fino 
a 33). Mosé infine vien detto Foroneo dal nome dell'antico 
re e legislatore d'Argo. 

V. 119-121. Si allude a' morsi di serpenti velenosi onde 
il Signore avrebbe punito gl'Israeliti mormoranti contro di 
lui e Mosé per la solita mancanza d'acqua e di pane ; e la 
vista però d'un serpente di bronzo sarebbe stato rimedio ai 
morsi dei serpenti veri; si allude inoltre all'espulsione dei 
vinti Cananei, e alla divisione della terra promessa fatta fra 
gl'Israeliti vincitori. (Cfr. Num. e. 21 e 32-36). 

V. 122-123. Si allude qui ai riti e alle costumanze ebrai- 
che : il tempio (structum de marmore templum) sarà quello fa- 
moso di Salomone. 

V. 125-130. Assai rapidamente si allude ai mali, alla de- 
cadenza, e infine alla rovina di Gerusalemme e del popolo 
ebraico, il cui ultimo re, Sedecia, fu acciecato e condotto 
schiavo a Babilonia da Nabucodònosor (Orbatumque. ducevi 
pecoris per compita Tygris); si avveravano cosile parole dei 
profeti, specialmente di Geremia che aveva preannunziato 
però anche il ritorno degli Ebrei dalla nuova schiavitù di 
Babilonia. (Cfr. Geremia, e. 14-15-16). 

V. 135. Notisi che l'autore, ora che deve adombrare epi- 
sodi del Nuovo Testamento, si rivolge con più fervore alle 
« Romulides nymphe » . 

V. 136 143. Si accenna all'annunziazione dell'angelo, 
paganamente detto Mercurio « satum Maia » alla vergine Ma- 
ria detta « Danis » (per l'imagine terenziana cfr. p. 295, 
n. 2) ; al concepimento di Cristo avvenuto senza macchia 
originale, senza infrangere cioè la verginità di Maria — 
come insiste a dichiarare l'autore — (Cfr. S. Luca, c. 1). 

V. 173-176. Sono qui indicati i pastori recantisi al pre- 
sepio sotto la guida d'una stella. (Cfr. S. Luca, c. 2). 

V. 177-180. Si allude alla fuga di Maria col bambino verso 



335 

l'Egitto, per sfuggire ad Erode {rabidum . . . lupum) il quale, 
non potendo avere nelle mani il piccolo G-esù di cui erasi 
levato rumore, fece uccidere tutti i bambini che si trovavano 
in Betlemme (cesos obnequiter agnos^. (Cfr. S. Luca e Matteo. 
e. 2). 

V. 181-184. S'allude a Gesù che all'età di dodici anni 
disputava coi Dottori, e al suo battesimo nelle acque del 
Giordano. Nel De Genealogia : « . . . etate crescente, inter 
« sacre legis doctores, dum solveret nexus ambiguos, non 
« deus, sed admirande indolis puer ab eis creditus est. 

< Insuper certum habeo eum . . . iam trigesimum agentem 
etatis annum, ab hyspido et silvicola vate, et ab utero ma- 
tris sacro pieno spiritu ad aperiendam eterne salutis ianuam, 
lotum iordanis in alveo, dum celum intonuit desuper » , ecc. 
(dall'HECKER, p. 282). Si cfr. pure S. Luca e Matteo, c. 2 
e 3. 

V. 185-191. Si allude all'acqua mutata in vino nelle nozze 
di Cana ; ai venditori e cambiatori cacciati dal tempio ; a' 
vari miracoli di Gesù Cristo nell' acquietare le tempeste, nel 
sanare gl'infermi o risuscitare i morti. (Notisi che Gesù è 
qui detto Asclepio da Esculapio — in grego 'AaxXemóg — dio 
della medicina). Nel De Genealogia : « Preterca credo et ra- 
« tum habeo, eum, aquis apud chana galilee in vinum ver- 
«sis, ut sacro pectori absconditam divinitatem ostenderet. 
« sumpto iam sacro consortio, iudeam, urbesque phenicum. 

< samariam, et galileam ambisse ; et celesti dogmate in tem- 
« pio et synagogis docuisse populos, lepras mundasse, elin- 
« gues vocales fecisse, lumen cecis seu natura, seu casu per- 
« ditum restaurasse, animas ab orco in cadavera revocasse, 
«febribus, ventis et undis imperasse, et in multis alijs si- 
« gna sue divinitatis monstrasse » , (dall'HECKER, ibidem). Si 
« cfr. pure S. Giov. cap. 2, 3, 4, 13, S. Luca, 4, 6, 7 ecc. 

V. 192-199. Si allude alla cena, alle ultime parole di 
Cristo ai discepoli, al tradimento quindi di Giuda (qui ap- 
pellato Menalca, mentre Cristo è questa volta chiamato 
Ateone) e infine alla passione e morte di Gesù. Nel De Ge- 
nealogia: «Post hec, hora eius adveniente, eum, sacerdo- 
«tum hebreorum invidia procurante, lotis a se pedibus, et 
« ingenti il le celebrato convivio, in quo suis manibus ver- 
« bisque confectum est communionis nostre sacrum illud 
« ineffabile, quo corpus eius in cibum et sanguinem eius in 
« potum tam presentibus quam futuris exibuit, uno sotiorum 



336 

« nequam vendente, oratione in solitudine peracta, a nepharia 
« turba exquirente cum fustibus et lanternis captum, et in 
« presentiam deductum principum, et ibidem nepharie ac- 
« cusatum, et, sua patiente humilitate, false testantibis qui- 
« busdam in simulatum, et hinc in pretorio presidis lusum, 
« virgis cesuni, corona spinea insignitum, sputis et colaphis 
« deturpatum, et postremo latronum more damnatum, cru- 
« cique affixum sublimi, et in eadem aceto et felle potatum » 
(dall'HECKER, p. 282-283). Cfr. pure i v. 94-95 dell'egl. XIV ; 
e, fra gli altri evangelisti, S. Luca, cap. 22 e 23. 

V. 199-205. Si allude a' tremuoti, all'eclissi, ed altri 
miracoli successi alla morte di Cristo. Nel De Genealogia : 
« Cuius cum iam humanitate vieta supplieijs in finem suum 

« ivisset, tremuit orbis, et meridianum fere solis iubar 

< per tres horas ivit in tenebras, luna exopposito obfuscata » . 
(Dall'HECKER, p. 283). Si cfr. pure S. Luca, ibidem. 

V. 206-213. Si allude alla discesa di Cristo all'inferno per 
sottrarre le antiche anime al dominio di Satana qui detto 
Caco, mentre, in correlazione, Cristo è chiamato Ercole. 
(Cfr. l'Alcide del v. 81, e il Caco del v. 28) ; alla risurre- 
zione di Cristo, appellato ora Ippolito dal nome del mitico 
figlio di Teseo fatto lacerare dai cavalli per calunnia di Fe- 
dra, ma richiamato in vita da Esculapio ; e infine al ritorno 
di Cristo in Cielo (ond'è chiamato Febo) e alle parole dette 
agli apostoli. Nel De Genealogia : « Nec minus certuni ha- 
« beo, eum a cruce depositum anima domos inferas visitasse, 
« et, confractis vectibus ferreis revulsisque postibus anti- 
« quicarceris, subacto plutone, in libertatem predam omnem 
« veterem eduxisse, ac inde virtute sue deitatis, uti prisci 
« cecinerant vates, post diem tertiam, ceu ionas ex utero 
« ceti, sic ex ventre terre surrexisse, superata morte, et re- 
« divivum suis apparuisse sepius, et e medio eorum, eis cer- 
«nentibus, nulla corporea impeditum mole, cum vero cor- 
« pore, olim mortali, proprijs viribus in celos ad eum, qui 
» miserat, evolasse ; et inde celestem illum ignem, ex se 
« patreque optimo pariter prodeuntem, vivificantem omnia 
« et vera cuncta docentem, in commilitones egregios im- 
« misisse » (dall'HECKER, p. 283). Si cfr. pure i v. 99-105 del- 
l'egl. XIV ; e S. Luca, e. 22 e sgg. 

V. 225-227. Si accenna al ritorno di Cristo sulla terra 
distrutta dal fuoco e al giudizio universale. Nel De Ge- 
nealogia : « Nec a me fuit unquam veritas hec amota, quin 



337 

« crederem testimonio patrum diem venturam extremam, in 
« qua resolventur omnia peritura, magnoque dei opere ex 
« cineribus proprijs omnes, qui ante fueramus mortales, 
« cum nostris corporibus resurgemus eterni, et in prefini- 
« tum venientes locum, in quo christus ipse, iudex pretorij, 
« in maiestate propria residebit, et apparentibus cunctis sue 
•cpassionis insignibus, audiemus finalem meritorum nostro- 
« rum sententiam». (Dall'HECKER, p. 284). Si efr. pure i v. 
107-110 delPEgl. XIV. 

V. 228. Cfr. il virgiliano : Claudite iam rivos, pueri, sat 
prato biberunt (egl. Ili, v. 111). 

V. 235-236. Cfr. il virgiliano ; et invito processit Vesper 
Olympo, (egl. VI, v. 86). 



Egloga XII. 

V. 16. Mopso, come altrove (egl. Ili e XI), sarà il Pe- 
trarca il quale celebrò la poesia anche nel suo Buccolicum 
Carmen (cfr. l'egloga X — Laurea Ocddens — ). Col nome 
però più comune di Silvano viene il Petrarca stesso chia- 
mato più giù (v. 67, 96, 196, 202). 

V. 20. Saffo, dal nome della famosa poetessa greca, sta 
qui a simboleggiare la poesia, come l'autore stesso spiega 
nella famosa lettera al Signa : cfr. lo stesso nome nel- 
l'egl. XIII, v. 87. 

V. 39. Galathea ci ricorda quella della corrispondenza bu- 
colica fra il Boccaccio e Cecco da Mileto, citato a p. 318 
egl. I, v. 34-35); Phillis può ricordarci Fiammetta. 

V. 41. Pandoctior che insegna di cantare ad Aristeo ci 
fa ricordare il Nasilus dell' egl. II, cioè, crederei, Ovidio, o 
piuttosto Virgilio, di cui nemo doctior usquam, dice il v. 160 
dell'egl. XIV. 

V. 43-44. Dice l'autore stesso nella lettera al Signa di 
essersi cosi appellato da un cotale Aristeo che ebbe da prin- 
cipio la lingua impacciata, ma alla fine diventò eloquente. 
Di tale Aristeo tocca lo stesso autore nel De Genealogia, 1. 
V. e. 13 : secondo la risposta dell'oracolo ricevuta dal padre 
Cireneus, Aristeo, per acquistare l'uso della favella, sarebbe 
dovuto andare in Africa, ed ivi fondare Cirene : il Boccac- 
cio quindi ha posto, in correlazione, Cyrenes per sua madre. 

V. 47. Critis vocabolo greco = al lat. index, come viene 

Collezione di opuscoli danteschi (N. 131-132-133-134-135). 22 



338 

spiegato nell'autografo per l'egl. XIII : per il Critis Jde, cioè 
Paride, cfr. il v. 36 dell'egl. V. 

V. 67-68. Si finge qui un colloquio poetico fra Virgilio 
(Minciadem), e il Petrarca (Silvanus) nella famosa Valchiusa 
(vallis . . . clausè) bagnata dalla Sorga (Sorgia), della quale 
cosi parla lo stesso autore in una nota del suo Dizionario 
geografico : « Sorgia a surgendo dictus in Narbonensi pro- 
« vincia loco qui vulgo dicitur vallis clausa, fons nobilissi- 
« mus est, nam ex specu quadam abditissima saxei montis 
« tanta aquarum erumpit abundantia, ut abissi putes aperiri 
«fontes». E in un'altra nota: « Quamobrem quasi obsoleto 
« veteri aquarum. miraculo, post eius (cioè del Petrarca) di- 
« scessum, aestatis fervore superato, tanquam sacrarium quod- 
« dam, et quodam numine plenum eius hospitium visitante 
« incolae ostendentes loco miraculi ignaris et peregrinis, 
« nec dubium quin adhuc filii, nepotes, et qui nascentur ab 
« illis, ampliori cum honore tanti vatis admiratione vesti- 
« già venerentur » (Dall'HoRTis, Studi, p. 843, note). 

V. 92. Con «Caliopes» (da xaA,òg, buono, e cpòvog, suono) 
dice l'autore stesso nella lettera al Signa di voler signifi- 
care la «buona sonorità» avvegnaché in un bel porgere, 
regolato da poetici numeri, sembri consistere quasi tutta la 
forza della poesia » Hortis, 48. (Cfr. il Calliopo dell'egl. V, 
appellato verisimilmente così per l'eloquenza onde descrive 
i mali della ninfa Calcidia, cioè Napoli; e infine, per lo 
stesso nome, i v. 119-120 dell'egl. XIV). 

V. 110. Plutarco è lo stesso personaggio infernale del- 
l'egl. X passim, XI, v. 167, e XIV, v. 99, cioè Plutone. 

V. 128-131. Si allude a Socrate che, per condanna degli 
Ateniesi, ebbe soppressa la vita mediante la cicuta ; e a 
Scipione costretto di ritirarsi a Linterno. (Cfr. su lui i v. 58-61 
dell'egl. IX). 

V. 138-146. Per queste varie accuse contro la poesia, si 
può cfr. il De Oen. 1. XIV, passim. 

X. 186-187. Si allude ai mal riusciti tentativi poetici di 
Cicerone, sul quale cfr. Hortis, M. T- Cicerone nelle opere 
del Petrarca e del Boccaccio, Trieste, 1888, p. 79. 

V. 197. Opheltis sarà qui Lucano, ritenuto inferiore a 
Silvano, cioè al Petrarca, cui avrebbe superato solo Min- 
ciade, cioè Virgilio. Nell'egl. IX è chiamato pure Ofelte 
Pompeo, la cui disfatta, si sa, è argomento della Farsaglia 
di Lucano. (Cfr. pure Hortis, Studi, p. 52 nota). 



339 



Egloga XIII. 

V. 1. Stilbon, come dice l'autore nella cit. lettera, è un 
mercante genovese. (Cfr. p. 298 nota 2). 

V. 18. Dafni è l'autore stesso : lo stesso nome vien dato 
all'imperatore Carlo IV nell'egl. VLL, e a Giulio Cesare 
nella IV, v. 74. 

V. 23. « Mpida » è un nome semplicemente simbolico, 
corrispondente al latino « spes » come viene dichiarato nel- 
l'autografo. 

V. 25. Pel nome Criside, simbolo della ricchezza, cfr. 
l'egl. XV, e il verso 127 dell'egl. III. 

V. 33-36. Si allude forse a Virgilio, detto Titiro anche 
nell'egl. X, v. 66-67; ismenus sarebbe detto perché oriundo 
di Mantova, fondata, secondo la leggenda, da Manto, fi- 
gliuola del tebano Tiresia : « tyrios » inoltre potrebb'esser 
fatto equivalere a « tyrrhenos » ; e le altre attribuzioni potreb- 
bero essere il portato delle famose leggende (Cfr. il famoso 
Virgilio nel medioevo del Comparetti) corse intorno a Vir- 
gilio, secondo la dotta opinione del Rajna da me consultato 
in proposito. Notisi infine che queste tali attribuzioni fatte 
a Virgilio sarebbero piuttosto l'effetto dell'acrimonia onde 
Stilbone vorrebbe avvilire la poesia. 

V. 45-41. Si allude a Mida e a Crasso, le cui vicende 
sono notissime. Per Mida si cfr. pure l'egl. XV, v. 68-70. 

V. 70. Il nome Criti corrisponde al latino index, come 
viene spiegato nell'autografo, e ricorre pure nell'egl. preced. 
v. 47 a proposito di Paride. Qui però non denota alcuno. 

V. 87. « Saphos » è il simbolo della poesia, e ci ricorda 
la famosa dea dell'egl. precedente la quale s'intitola appunto 
dallo stesso nome. 

V. 125-129. Se « Amiclas > sta anche qui a simboleggiare 
la povertà (cfr. lo stesso nome nell'egl. Vili, v. 144, e le 
mie osservazioni a p. 294 nota) Stilbone potrebbe dunque 
significare che una tenue povertà non potrebbe essere su- 
perata nemmeno dal canto d'un Mopso (cioè, credo, del Pe- 
trarca, dacché questi altrove è appellato cosi) : la più alta 
poesia, in altri termini, non potrebbe vincere il male che 
deriva ancne da una piccola povertà ; e allora Dafni, cioè 



340 

l'auto, rerisponderebbe che anche una grande povertà (gran- 
dis Amiclas) sarebbe superata persino da un tenue Bavio, 
cioè, da un cattivo poeta : per il quale ultimo nome si può 
cfr. l'egl. Ili di Virgilio, v. 90, dove pur ricorre il nome 
Mevio, altro pessimo poeta nemico, come Bavio, di Virgi- 
lio ed Orazio. Ne fa pure menzione il Boccaccio in De Ge- 
nealogia, 1. XIV, e. 16. 

V. 144-145. Si allude alla biscia dei Visconti e alla loro 
vittoria sui Genovesi (Cfr. p. 299 n.) mentre il Romuleus 
Amintas de' versi di sopra, sarà Pompeo, il vincitore di Cora- 
ceseo, nella Cilicia, intorno al quale cfr. l'egl. IX, v. 71-72. 



Egloga XIV. 

V. 10. Silvius è l'autore stesso, cosi appellatosi — come 
dichiara nella lettera al Signa — eo quod in Sylva quadam huius 
Eclogae primam cognitionem habuerim : e la Sylva sarà Firenze, 
come c'indicherebbe il corso dell'Arno nel v. 89. Lo stesso 
nome Silvius s'attribuisce anche il Petrarca nel suo Bucco- 
licum Carmen, mentre il Boccaccio lo chiama spesso Silvanus. 

V. 46. Olympia è una figliuola del Boccaccio a nome 
Violante morta di tenera età e divenuta perciò cittadina 
dell'Olimpo, cioè del Paradiso cristiano. (Cfr. p. 266 e sgg.). 

V. 51-54. Si allude a un viaggio del poeta a Napoli, du- 
rante il quale sarebbe morta Violante. (Cfr. p. 229 e sgg.) Pel 
nome Fusca, cfr. il v. 109 dell'egl. X. 

V. 65. Berecinthia, qui, come nel v. 140, è la Terra, chia- 
mata però anche Cibele nel v. 53 di questa stessa egloga, 
e nel v. 88 dell'egl. XV. Lo stesso nome Berecinthia ricorre 
nel v. 9 dell'egl. XI per indicare piuttosto quella che il 
Petrarca chiamava Pales, cioè la Vergine, nell'egl. I, come 
il Petrarca stesso spiega nella nota lettera al fratello Ghe- 
rardo. 

V. 67. Parthenos è Maria Vergine (cfr. i v. 93, 237 ecc. di 
quest'egl.) 

V. 72-73. Sono indicati qui gli altri figliuoli del Boccac- 
cio : i nomi Mario e Giulio corrispondono verisimilmente a 
quelli reali. 

V. 91-95. Codro è Gesù Cristo ; lo stesso nome ricorre 
nell'egl. XI v. 225, dal noto re ateniese sacrificatosi perla 



341 

patria ; si allude quindi alla nascita e alla passione di Cri- 
sto, su cui cfr. i v. 140 e 196-199 delPegl. XI. 

V. 97-100. Si allude alla redenzione umana operata dal 
sacrificio di Cristo ; alla sua discesa all'inferno donde trasse, 
come dice Dante, l'ombra del primo parente, ecc., e al suo ri- 
torno in cielo. (Cfr. i v. 206-215 della cit. egl. XI ; e pel 
nome di Plutarco, cioè Plutone, cfr., oltre l'egl. X, il v. 167 
dell'egl. XI, e 110 della XII). 

V. 107-110. Si allude infine al ritorno di Cristo sulla 
terra e al giudizio universale (cfr. i v. 225-227 dell'egl. XI). 

V. 119-120. E la Calliope di cui parla diffusamente 
l'egl. XII. 

V. 125-126. Titiro sarà Virgilio e Mopso Omero ; (cfr. 
gli stessi nomi nei v. 65-67 dell'egl. X). 

V. 160. Con Minciade si allude evidentemente a Virgi- 
lio e alla descrizione che fa dell'Eliso pagano nel libro VI 
dell'Eneide. Cfr. pel nome il v. 67 dell'Egl. XII. 

V. 200. Archesilas corrisponde al Dio Padre Onnipotente 
della terminologia cristiana : cfr. lo stesso nome nel v. 154 
dell'egl. X. 

V. 224. Asylas è il padre del Boccaccio come riconobbe 
per primo il Landau, op. cit. p. 186. Su Boccaccino cfr. p. 272 
di questo volume. 



Egloga XV. 

V. 2. Tiphlus è l'autore stesso, « o qualunque altro — co- 
me egli dichiara nella lettera al Signa — offuscato dalla ca- 
ligine delle case mortali, essendo che Tiflo in greco vuol 
dire orbus in latino » (Hortis, p. 60). 

V. 23. Crisis è qui, come in altri versi dell'egloga, la 
personificazione della ricchezza : cfr. lo stesso nome nel- 
l'egl. III, v. 127, e XIII, v. 25. 

V. 25. Dyones è la personificazione della voluttà, dal 
nome famoso della madre di Venere. Ricordisi che lo stesso 
Boccaccio appellavasi Dioneo nella lettera Mavortis miles 
e nel Decamerone. 

V. 59. Philostropos — da Philos, che è amore, e tropos 
ch'è conversione, come spiega l'autore stesso nella lettera 
al Signa — è F. Petrarca « il quale con frequentissime am- 
monizioni mi persuadeva che, abbandonata la vaghezza delle 



342 

cose temporali, indirizzassi la mente alle divine » (Hortis, 
ibidem). 

V. 68-70. Parmi si alluda a Mida, il famoso re della Fri- 
gia (frigios pavit vitulos), amante della ricchezza, del cui 
amore però sarebbe stato vittima allorché anche l'acqua che 
andava a bere gli si cambiò in oro, detto forse qui « san- 
guine tauri » dal nome della catena principale dell'Asia Mi- 
nore che conteneva, come anche noi diciamo, vene d'oro. 
(Il nome Taurus ricorre anche più giù, nel v. 75, a indicare 
però un monte dell'India). 

V. 71-73. Parmi inoltre che qui si alluda ad Apollo al- 
lorché Admeto, (detto forse molossus dal nome di quell'altro 
Admeto re dei Molossi) lo sottrasse dalle braccia di Criside 
(e qui potremmo intendere lo splendore del Cielo) riducen- 
dolo a quella vita pastorale rimasta poi proverbiale in Ar- 
cadia ; mentre, per contrapposizione, sarebbero quindi ram- 
mentate le fastose città della Troade (dove pure Apollo era 
adorato) distrutte dai Greci. 

V. 74-79. Parmi ancóra che, passando dalla mitologia alla 
storia antica, si alluda qui a Ciro re della Persia, morto per 
mano di Tamiri (sus feta), la famosa regina di Scizia che 
fece immergere in un otre di sangue il capo di quel re (ca- 
putque | Sanguine respersit putrido) e gettare il cadavere agli 
uccelli e alle fiere (truncumque cadaver | Exhibuit scithids cor- 
vis milvisque ferisque). 

V. 80-82. Un esempio ora di storia più recente e potremmo 
dire romana riuscirebbe calzante ; e col predo pregrandis . . . 
potrebbesi dunque alludere a Mitridate detto forse pharsalicus 
perchè debellato da Pompeo, l'eroe principale della Farsa- 
glia, in cui non mancano del resto accenni a Mitridate ; tra- 
dito dal figlio, fini, com'è noto, abbandonando ogni sogno 
di ricchezza e potenza e succhiando del veleno che però non 
agi prontamente, essendo il suo organismo già abituato ai 
veleni ; il che ci darebbe forse ragione di quel : adversis 
haustis deceptus iaspide succis. 

V. 83 89. In questi versi crederei poi di scorgere un'allu- 
sione a Zanobi da Strada (Dameta) in quanto aveva esulato 
dall'Italia per assumere all'estero, cioè in Avignone, la lu- 
singhiera e doviziosa carica di segretario apostolico (no- 
tisi : cui dum Pan iussit abiret \ Exid in externos agros ... (e 
qui Pan potrebbe essere il papa, come forse nell'egl. XIII, 
v. 86) mentre, non molto dopo (nel 1361) moriva miseramente 



84t 

di peste. Su Zanobi, rimproverato anche dal Petrarca (Sen. 
V. 6) per l'amore agli uffici lucrosi delle cancellerie reali e 
ponteficie, e punzecchiato spesso dal Boccaccio sotto il nome 
di Stilbone (cioè mercante) o Coridone e forse anche Me» 
nalca, cfr. pag. 289 nota. Quanto al nome di Dameta, sarebbe 
evidente il rapporto con quel pastore omonimo dell'egl. Ili 
di Virgilio, custode del gregge di Egone, come Zanobi era 
custode del gregge del papa chiamato espressamente Egone 
nell'egl. XVI, v. 967 e 107. 

V. 90-91. Si alluderebbe infine, credo, al noto rifiuto che 
fece il Petrarca del segretariato apostolico (cfr. p. 293) : allu- 
sione tanto più ammissibile dopo quella esposta su a pro- 
posito di Zanobi. 

V. 107. In Mopso l'Hortis crederebbe di ravvisare il Pe- 
trarca cosi appellato altrove ; ma lo stesso nome Mopso ri- 
corre pure nell'egl. X, v. 65 a indicare, come s'è detto, Omero, 
e nell'egl. XIII (vedi l'aggiunta in tondo al volume); e d'al- 
tra parte il Petrarca, che in quest'egloga vien chiamato Fi- 
lostropo, avrebbe potuto alludere a se stesso direttamente, 
come fece, riguardo le tentazioni di Criside, nei versi 95-98 
di quest'egloga ; né infine parrebbe conveniente ch'egli ci- 
tasse se stesso in mezzo ad esempì che evidentemente ap- 
partengono tutti alla mitologia : nel v. 103 e sg. si allude 
difatti al capello di Niso, re di Megara, che gli avrebbe tagliato 
la figliuola Scilla, consegnandolo a Minosse di cui era inna- 
morata, e rovinando cosi il padre : si allude quindi al fa- 
moso mito di Pasife, moglie di Minosse, e di Cinara, re di 
Cipro; al vello d'oro onde fu privata la Colchide per colpa 
di Medea innamorata del rapitore ; all'incendio di Troia (po- 
sta a pie del monte Ida, a causa di Elena ; e così infine a 
Mopso, a Circe, e ad Ercole che mori a causa di Deianira. 

V. 132. Epy sarà Epicuro. 

V. 135136. « Ariston » sarà Platone e il « samius pastor » 
evidentemente è Pitagora. 

V. 139-142. Allusione a Cristo (Soter, cioè Salvatore, dal 
vocativo greco o&tsq) che redense l'umanità col suo sangue ; 
e al giudizio universale allorché la terra sarà distrutta dal 
fuoco (Cfr. egl. XI, v. 91, 225-7 ; e XIV, v. 97-98 e 104, 110). 

V. 158. Theoschyrus vuol dire (come nel v. 201) figlio di 
Dio, dal greco ■fteòg xoùqos; però dall'espressione a lui tosto 
riferita : « Huius . . . seni* » nel v. 166, dobbiamo intendere 
piuttosto Dio Padre. 



344 

V. 166-167. Alluderebbe mai il Boccaccio al ratto d'una 
monaca, come crede il Carrara ? (Cfr. p. 276 nota 1). 

V. 176. Glauco ed Aminta saranno gli stessi personaggi 
dell'egl. XI, cioè S. Pietro e Paolo, entrambi peccatori, ma 
perdonati da Dio e assunti anzi a difensori ed apostoli del 
Cristianesimo. 

V. 200. Pales è la Vergine come la chiamò pure il Pe- 
trarca nell'egl. I, appellata pure « Berecinthia » nell'egl. XI 
v. 9, e « Partenos » più volte nell'egl. XIV. 

V. 206-207. Per Polifemo PHortis intenderebbe il diavolo, 
e il Torraca l'Acciaiuoll : cfr. però le mie osservazioni a 
pag. 276 nota 2. 



Egloga XVI. 

V. 1. « Aggelle » dal greco "Ayyeloq, qui, come in seguito, 
sta a significare l'egloga stessa « quasi nuntia, et precederti 
tium duxtrix, atque oblatrix ad amicum ad quem Mas mitto, ecc, 
come dice l'autore stesso nella lettera al Signa. 

V. 5. « Appennine » come spiega lo stesso autore nella an- 
zidetta lettera, indica l'amico suo Donato degli Albanzani 
« quem ideo Apenninum voco, qui in radicibus Apennini montis 
natus et alttis sit » cioè nel Casentino. (Cfr. per Donato p. 279. 

V. 11. Le quindici caprette stanno a indicare l'egloghe 
precedenti offerte ora all'Albanzani. 

V. 18., « Cerretius » è il Boccaccio, dal nome cerreto, cioè 
bosco di cerri dato anche nel Filocolo alla nativa Certaldo 
(Cfr. Hauvette, Boccace, p. 3, nota) Il « senem etruscum » è il 
Boccaccio medesimo. 

V. 20-24. Si allude alle varie volte che Donato potè vedere 
il Boccaccio, cioè nel Casentino, patria del detto Donato \ 
a Ravenna, quand'era signore colà Ostasio da Polenta (ra- 
vennatis ciclopia), prima dunque del 14 novembre 1346 in cui 
morì Ostasio ; e infine a Venezia dove il Boccaccio si recò 
a visitare il Petrarca nella primavera del 1363. Vi ritornò 
poi nel 1367, accolto assai ospitalmente da Donato mentr'era 
assente il Petrarca, come rileviamo dalla lettera del Boc- 
caccio Ut te viderem ; ma tale circostanza non può aver certo 
attinenza col passo dell'egloga anteriore a quella data. 

V. 26. « Silvano » come avvertimmo più volte, è F. Pe- 
traroa. 



345 

V. 47, Con Menalca s'allude forse a Zanobi da Strada, e 
vi sarebbe pel nome associazione forse con l'altro, Dameta, 
(cfr. difatti i due nomi nell'egl. Ili di Virgilio), allusivo allo 
stesso Zanobi nell'egl. precedente, v. 83, come dianzi ho con- 
getturato. Cfr. infine lo stesso nome Menalca per indicare 
forse Zanobi nell'egl. X. 

V. 60. « Dyones* è la stessa personificazione dell'egl. XV. 

68-69. « Galathea » ci ricorda la ninfa omonima del primo 
saggio bucolico del Boccaccio: cfr. le note all'egl. I, v. 34-35, 
e XII, v. 39. 

V. 71. Il nome « Liquoris » ricorre nell'egl. IV, 56, e V, 
v. 113 a indicare la regina Giovanna ; e qui starà forse a 
indicare Fiammetta, la figlia naturale di re Roberto. 

V. 77-78. L'invito che il Petrarca « dudum vel viva voce » 
avrebbe fatto al Boccaccio, deve probabilmente riferirsi al 
soggiorno che questi fece presso l'amico nella primavera 
del 1363. Non molto lontana dunque da questa data deve 
essere la composizione dell'egloga che per altri rispetti ab- 
biamo potuto riferire al 1366. 

V. 70-81. Si allude a' vari possedimenti del Petrarca 
messi a disposizione dell'amico. Quei *pascua ruris Anseris 
antiqui » però non mi riescono chiari. Se nell'autografo si 
potesse leggere Auseris, si potrebbe pensare, dal nome an- 
tico del Serchio, al noto Priorato di Migliarino tenuto dal 
Petrarca, come suggerivami il mio amato e cortese maestro 
Pio Rajna : ma, dacché il codice ha Anseris, come pur mi 
conferma di recente il Nardini, non mi resta per ora che 
pensare — sia detto però con molta riserva — a quell'antico 
poeta Ansere ch'ebbe da Antonio regalata una villa presso 
il Falerno (e notisi ruris), dove pure un Parnaso avrebbe 
apparecchiato l'Acciaiuoli al Petrarca secondo la lettera di 
costui in Fam. XIII, 9. A quell'Ansere il Boc. poteva tro- 
vare allusione anche nell'antiche chiose al v. 36 dell'egl. IX 
di Virgilio che avrebbe equivocato sulla parola anser. 

V. 82-86. Potrebbe alludersi al re di Napoli, Roberto 
d'Angiò, a quello di Cipro, Pietro di Lusignano (cfr. Seti. 
XIII, 2) all'Anguillara, famoso patrizio romano (magni Qui- 
rites) e al papa (Pan) (cfr. Hortis, p. 64). Pan sarebbe chia- 
mato il papa anche nel v. 84 dell'egloga precedente (cfr. 
la nota ; né fa ostacolo che sia più oltre chiamato Egone, 
perchè nella stessa egloga taluni personaggi sono chiamati, 
come per es. Cristo nell'egl. XI, con due o più nomi. 



346 

V. 95-98. Pare si alluda al rifiato del segretariato apo- 
stolico offerto al Boccaccio : Egone è il pontefice, come 
vien detto nell'autografo (Cfr. p. 155, n. e 305). 

V. 107. Anche qui Egone sarà il papa : per le sue pa- 
role, cfr. p. 306. 

V. 108. Mida è il famoso personaggio dell'egl. Vili, cioè 
l'Acciainoli, e nei versi che seguono si accenna al famoso 
infortunio napoletano. 

V. 113. Stilbone è quel mercante che ospitò il Boccac- 
cio a Napoli, e di cui egli parla nella lettera al Nelli. 

V. 144. Solon era un figliuolo dell' Albanzani (cfr. p.279, n.). 



SAGGIO DI BIBLIOGEAFIA * 



E. Carrara, Un oltretomba bucolico. Bologna, [1899]. 

— Un peccato del Boccaccio, in Qiorn. Stor. della Letter. Ital., volu- 
me XXXVI, [1900] p. 123. 

— La poesia pastorale (Storia dei Generi Letterari), Milano, [1908]. 
— - Cecco da Mileto e il Boccaccio, in Qiorn. Stor., voi. XL3H [1904] p. 1 ; 

efr. Felix Ravenna, gennaio 1913, p. 371. 

F. Corazzini, Le lettere edite ed inedite di messer Giovanni Boccaccio, tra- 

dotte e commentate, Firenze, [1877]. 

V. Crescini, Contributo agli studi sul Boccaccio, Torino, [1887], 

A. Della Torre, La giovinezza di G. Boccaccio, (1313-1341) Città di Ca- 
stello, [1905]. 

A. Gaspary, Geschichte der italienischen Litteratur, Berlino [1885-1888]. 
Cfr. la traduzione ital. di V. Rossi, Torino [1900] voi. II, parte I. 

H. Hauvette, Notes sur des Manuscrits autographes de Boccace à la Bi- 
bliothèque Laurentienne, in Mélanges d'Archeologie et d'Eistoire, pu- 
bliés par l'École frangaise de Rome, t. XIV, Roma [1894] p. 87. 

— — Sulla cronologia delle Egloghe latine del Boccaccio, in Qiorn. Stor., 
voi. XXVTII [1896] p. 154. 

— — Pour la biographie du Boccace,- discussions, in Bulìetin italien, XI-3 
[luglio-settembre 1911] p. 181. 

— Boccace, Ètude biographique et littéraire, Paris, Armand Colin [1914], 
O. Heckeh, Boccaccio-Funde, stilcke aus der bislang verschollenen Biblio- 

theh des Dichters darunter von seiner Hand geschribenes Fremdes und 

Eigenes, Braunschweig, G. "Westermann [1902]. 
A. Hortis, Studi sulle opere latine del Boccaccio, Trieste [1879]. 
E. Hutton, Giovanni Boccaccio. A biographical study, London [1910]. 

G. Korting, Boccaccio's Leben und Werke, Leipzig [1880]. 

M. Landau, Boccaccio, sein Leben und sein Werke, Stuttgart [1877] : cfr. 
la traduzione di C. Anton a-Traversi, Napoli [1881]. 



* Fra le numerose opere boccaccesche trascelgo soltanto qui quelle 
■che hanno particolare attinenza col Buccolicum Carmen. 



348 

Oh Lidònnici, La Lupa e Polifemo nel Bucolicon Carmen di G. Boccac- 
cio, in Studi su G. Boccaccio, Castelfìorentino [1913] p. 175. 

— — • Il Buccolicum Carmen di Giov. Boccaccio, in Giornale Dantesco, vo- 
lume XXI [1913] quad. V, p. 164. 

F. Macri-Leone, La politica di Giov. Boccaccio, in Giorn. Stor., voi. XV 

[1890] p. 79. 

G. Manni, L'Egloga XIV di Giovanni Boccaccio, (saggio di versione) nel 

cit. voi. di Studi su G. Boc. p. 187. 

F, Toeeaca, Per la biografia di G. Boccaccio, appunti, Napoli [1912]. 

Cfr. la mia recensione nella Rassegna bibliografica della Letter. ital. 
[1913] fase. 3, p. 1. 

G. Volpi, Il Trecento, (Storia letteraria d'Italia) Milano [1898, sec. ed. 

1907]. 
E, H. Wilkins, Pampinea and Abrotonia, in Mod. Lang. Notes, t. XXHI, 

[1908], 
B. Zumbini, Le Egloghe del Boccaccio, in Giorn. Stor., voi. VII [1886] p. 94. 



INDICE 



Introduzione al Buccolicum Carmen Pag. 7 

Buccolicum Carmen, Galla I » lo 

Pampinea II . . , » 23 

Faunus fili] » 31 

Dorus [IV] » 37 

Silva cadens [V] > 45 

Alceslus [VI] » 51 

luryium [VII] » 59 

Midas [Vili] » 67 

Lipis [IX] » 75 

VaUis opaca [X] » 85 

Pantheon [XI] » 95 

/SapAos [XII] » 107 

Laurea [XIII] » 117 

O^m^wa [XIV] » 125 

Phylostropos [XV] » 139 

^eZos [XVI] » 151 

Il significato storico e psicologico del Buccolicum 

Carmen e la sua cronologia » 159 

Conclusione » 313 

Note » 317 

Saggio di bibliografia » 347 



CORREZIONI ED AGGIUNTE 



CORREZIONI ED AGGIUNTE. 

ERRATA — CORRIGE. 

Pag. 11 riga 20: aib nitio — ab initio 

» 14 » 9: nell'una — nell'uno 

» 25 nota 37-39 : forsam — forsan 

» 29 » 117: sludeo — studio 

» 30 verso 149: dolenti; — dolenti, 

» 34 » 85: impavidus, — impavidus 

» 51 » 5: cantibus. — cantibus, 

» 51 » 7: Oonfundis, — Confundis. 

» 60 » 23: remorum — nemorum 

» 60 »> 29: mala — male 

» 61 » 43 : O miserum f — O miserimi ! 

» 61 » 50: diam — diem 

» 63 » 79 : mechi sprostrata — mechis prostrata 

» 64 » 121 : prius, [quam — prius — [quam 

» 64 nota 116: noscas — nosco»; 

» 64 » 118: Fra u e es — Fra n e es 

» 68 » 33: per legge — pur legge 

» 70 verso 64: mentem video; — mentem, video, 

» 71 nota 80: contepnat — contèpnat 

» 72 verso 120: agros — agnos 

» 86 » 25: Plutari — Plutarei 

» 86 » 33: casteneis, — castaneis, 

» 90 nota 111-13: poliphemus est — poliphemus et 

» 95 nell'incipit: In qualoquitur — In qua loquitur 

» 102 nota 164 : j di juncique — ,?" di iuncjque 

» 111 » 83: un piccolo — un piccolo o 

» 117 verso 1 (margine): Dapnis — Daphnis 

» 119 » 46 : Si aggiunga que-t' altro verso : Quotque greges Mopso 

Pindus, quot Menalus Argo, 

» 119 » 54 : porcos — procos 

Collezione di opuscoli danteschi (N. 131-132-133-134-135). 23 



354 

Pag. 120 nota 70: index — index 
» 121 versi 84-5: amores, Frondibus — amores Frondibus, 
» 121 verso 94: invencos — iuvencos 
» 121 » 96 : Pemasusqu-e — Parnasusque 
» 121 nota 100: sonores sta pure, in — sonoros sta pure in 
» 125 nelT incipit : dopo Laurea si aggiunga : egloga XIII. Incipit egloga, 

ecc. più giù: 

collocutares — collocutore* 
Calamità — Oamalus 
Terapan — Terapon 

menimi — memini 

un piccola o — un piccolo o 

dell' e originaria — dell' l originaria 

nemorunque — nemorumque 

ambolus — ambobus 

gucturre — gucture 
11: exaurit, f. 22 v. 79) r. — exaruit, f. 22 r. v. 79). 

tins — tuis 

scripteque — cripteque 

Abbsit — Absit 

Nel grigis — Nil gregis 

Anxeri antiqui — Anseris antiqui 

: suam — suum 

d'amose — d'amore 

prater — pater 

Lo Zumbini e l' Hau vette — L' Hauvette e lo Zum- 

bini. 

il secondo la città — il secondo anche la città 

dello spirito vero — sopprimi: vero 

sagrando — sacrificio 

difonde — difende 

della Pieridi — delle Pieridi 

tane . . . segebat — tunc . . . tegebat 

senissima — seuissima 

remili — reuelli 

Zanobi da strada — Zanobi da Strada 

Haustaufen — Hohenstaufen 

quella di Batracos — quello di Batracos 

Num — Nunc 
216 la nota appartiene alla pag. seguente, riga 14, dopo: rilevare. 
Si legga in nota : E non solo dall'egloga, ma anche dalla, eco. 
218 riga 15: e questi — se questi 

Vallis Opoca — Vallis Opaca 

(Cfr. pirito papale — (Cfr. Spirito papale 

Egidio d'Albonoz — Egidio d'Albornoz 

Cicida — Licida 

Ingenuit: — Ingemuit: 



128 


verso 


69: 


129 


nota 


85 


129 


» 


91 


132 


verso 


152: 


134 


» 


207: 


137 


» 


261: 


140 


nota 


11: 


141 


verso 


43: 


142 


nota 


62: 


154 


verso 


70: 


154 


» 


73: 


154 


» 


80: 


157 nell'ea; 


plicit 


168 


» 


18: 


170 


nota 


1: 


175 


» 


1: 


175 


» 


1: 


181 


riga 


26: 


181 


nota 


26: 


184 


» 


4: 


186 


» 


2: 


191 


verso 


3: 


191 


» 


5: 


191 


» 


6 


202 


nota 


1: 


207 


riga 


16: 


210 


» 


17: 


212 


verso 


2 



221 


nota 


1: 


222 


» 


lì 


222 


» 


11 


223 


riga 


10 


224 


verso 


9 



355 



Pag. 


230 


» 


» 


231 


riga 


» 


232 


nota 


» 


233 


» 


» 


239 


riga 



5 : i actans ... — iactans . . . 
2: entimologia — etimologia 
1 : patiaur — patiatur 

1 : medievo — medioevo : così a pag. 240 r. 18 ecc. 
7: scenziati — scienziati 
239 » 23: in giorno — un giorno 

245 penultima riga: dell'egloga — dall'egloga 

246 nota 1: efluxit, — effluxit, 

249 riga 16: dell'animo — dell'anima 

255 nota 2: medicammo, — medicamina 

257 » 19: virtù religiose, — virtù religiose 

257 » 29: Sapthos — Saphos 

261 » 1 : O Meliboce — O Méliboee 

263 riga 15 : ci ridevano — ci rivelano 

263 » 22: Silbone — Stilbone 

265 nota 1 : pueri | — pueri, 

268 riga 26: numere — munere 

273 » 15: raffigurata — raffigurato 

274 ultima riga : propio — proprio 

275 riga 16: il Cristo — di Cristo 

281 nota 1: lapidea — lapideo 

282 >» 1 : invabit — iuvabit 

288 riga 7 : nell'egl. X — nell'egl. VHI 

288 nota 1: miserai — miseros 

292 riga 18 : deduscit — deduodt 

295 nota 1 : fluisse — fuisse 

297 » 1 : che . . . poterla — che . . . poter 

301 » 1: p. 205 e sg.). — senza punto 

304 » 1: affinità idealogica — affinità ideologica 



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