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Full text of "Il costume antico e moderno, o, storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni, provata coi monumenti dell'antichità e rappresentata cogli analoghi disegni dal dottor Giulio Ferrario : Europa"

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THE UNIVERSITY 

OF ILLINOIS 

LIBRARY 

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L161— O-1096 



IL COSTUME 

ANTICO E MODERNO 

DI 

TUTTI I POPOLI. 



IL COSTUME 

ANTICO E MODERNO 

o 

STORIA 

DEL GOVERNO, DELLA MILIZIA, DELLA RELIGIONE, DELLE ARTI, 
SCIENZE ED USANZE DI TUTTI I POPOLI ANTICHI E MODEUNI 

PnOVATA COI MOWUMEBTI DELL* ANTICHITÀ' 
E BAPPnSSEHTATA COGLI ANALOCHI OISBGM 

DAL 

DOTTOR GIULIO TERRARIO. 



HD/2/OVf SECOSDA RISEDUTA ED ACCRESCIUTA 



EUROPA 



\0L. X. ED ULTIMO 



FIRENZE 

PER VINCENZO BATELLI 
MDCCCXXXI. 



3^/ 



STORIA ED ANALISI 

DEGLI ANTICHI 

ROMANZI DI CAVALLERIA 

E DEI 

POENI ROMANZESCHI D'ITALIA 

CON DISSERTAZIONI 

SULL'ORIGINE, SUGL'ISTITUTI, SULLE CERIMONIE 

DE' CAVALIERI 

SULLE CORTI D'AMORE 
SUI TORNEI, SULLE GIOSTRE ED ARMATURE 

DE'PALADINI 

SULL'INVENZIONE E SULL'USO DEGLI STEMMI ecc. 

CON FIGURE 

TRATTE DAI MONUMENTI d'aRTE 

DEL 

DOTTORE GIULIO FERRARIO. 



60rH>29 



.... male Agramanle il passo serra 
A quei che mena Carlo Imperatore, 
D'Italia, di Lamagna e d'Inghilterra, 
Che tutte gente son d'alto valore; 
Et hanno i Paladin sparsi tra loro. 
Come le gemme in un ricamo d'oro. 

Ariosto Ori. Far. Cant. XXXIX. st. 17. 



PREFAZIONE. 



wX'. 



•♦*^?i>«>«^3-4- 



Oe i Romanzi di Cavalleria iiìjiammarono In ferace fantasìa^ 
• %ed esercitarono le penne e l' ingegno di un Pulci, di un Cieco 
da Ferrara , di un Bojardo , di un Ariosto , di un Bernardo 
e di un Torquato Tasso, di un alamanni, di un Forti guerra 
e di altri eruditissimi Italiani ; se dessi furono la base ed 
^7 soggetto di una novella epopòja ignota affatto agli an- 
tichi Greci e Romani, e nata, sviluppata e perfezionata 
ajjpo un popolo di vivacissima immaginazione dotato e di 
squisita sensibilità , e perche mai oggidì rimarranno nella 
slessa nostra Italia o trascurati o del tutto dimenticati ? E 
itjyerchè mai tanto avvilimento di opere originali che colle loro 
^nzioni e col loro maravigUoso produssero quegli allegri 
cantari e que^ divini poemi che letti furono con avidità, ed 
. ^ in sommo pregio tenuti da tutte le nazioni? Ma e non sa- 
ìfebbe anzi necessario studiarne gli annali, onde risalire alle 
sorgenti delle storiche tradizioni , conoscere le principali av- 
venture che vi si narrano , quella spezie stj'ana e fantastica 
d' invenzioni, quei nuovi elementi f quelle macchine poetiche 
del tutto nuove che il genio Italiano seppe sostituire in una 
particolare epopèja al maraviglioso dell'antica mitologia? 

Di quale e di quanta importanza sia V instruirsi su tale 
Hibbicito , che lieve sembra in apparenza trattandosi di Ro- 
lUiinzi*, ma che diviene rilevante pel grado che una siffatta 
maniera di poemi occupa nella storia della moderna lettera- 
tura, ce lo manifestarono colle loro opere alcuni dotti scrit- 
tori faticósamente eruditi su di questa materia , fra i quali 
jyi distinsero il Giraldi , il Pigna ed il Quadrio in Italia , 



6 PREFAZIONE 

Tommaso TVarlon in Inghilterra , ed in Francia il Gingue- 
ile, che con Jiiiissima critica trattò diffusamente dell' epopò]a. 
Romanzesca d' Italia. 

3Ia qui chieder mi si potrebbe da taluno il perche , dopo 
guanto venne scritto sui Romanzi dai suddetti rinomati autori, 
imprendere io voglia a tratiare un quasi consimile argomen- 
to. La ragione si manifesta da se medesima e nel titolo di 
questo libro che ardisco pubblicare colle stampe, e più ancora 
chiaramente nella seguente esposizione delle varie materie 
che in esso si contengono, alcune delle quali potrebbero dirsi 
affatto nuove , e per le diligenti indagini di non comuni ito- 
tizie atte maggiormente a rischiararle , e per la distribuzione 
e per V ordine con cui vennero trattate. Io, mentre approfitto 
degli altrui ritrovamenti sparsi qua e là in diverse opere , 
non intendo già d' arrogarmi lode d' inventore j ma contento 
soltanto di avere, quaV ape dai fiori , succhiato ciò che rin- 
venni di migliore, onde riunire sotto di un solo punto di 
vista ciò che poteva servire al mio scopo , ho fior malo ed or- 
dinato un tutto che pria non sussisteva , coli' intenzione di 
porgere non lieve vantaggio a chi desidera gustare in os,ni 
sua parte il sublime de' nostri Romanzeschi Poemi. Ne trascu- 
rar volli di giovare eziandio gli artisti, i quali dalle accen- 
nate opere trar sogliono bellissimi argomenti per le loro tele 
o pei loro marmi , col rappresentare in piti tavole i tornea- 
menti, le giostre, le armature de' Paladini e tutto ciò in breve 
che atto sia a far conoscere il vero costume dì quei tempi , 
in cui prodi guerrieri diedero origine a quella galanteria 
Europea che, acquistando poscia sotto il governo feudale no- 
vello vigore , assunse tutte le forme di una regolare istituzio' 
ne. Ecco dunque in breve quanto contiensi in quest' opera, ed 
il metodo seguito nella distribuzione delle malterie. 

Si dà principio al primo volume con una Dissertazione sul- 
r Origine de 'Romanzi di Cavalleria , i quali divisi sono in tre 
classi a seconda delle nazioni cui esse appartengono , cioè in 
Francesi, Bretoni e Spagnuoli. Pare che il primato debbasi 
alla Francia, cui siamo debitori della Cronica Romanzesca del 
supposto Tarpino intorno la Vita di Carlomagno e di Molan- 
do ^ e siccome un tal libro ris guardare si può qual padre di 



PREFAZIONE y 

tutti i Romanzi di Cavalleria, e qual fonte prùicipale dell'epa- 
pèja Romanzesca d'Italia, così ho creduto opportuno d'uggia- 
gfiere a questo ragionamento la traduzione quasi letterale 
delle maravigliose imprese di quegli eroi che riferite sono 
neir antico codice latino della detta cronaca. ^ .fif^c di poter 
distinguere le vere dalle favolose imprese di Carlomagno e 
di Rolando , e conoscere la diversità de' costami dell' epoca 
di quel grande Monarca , da quei del secolo in cui viveva il 
supposto TurpirifO, ho giudicato convenevole di porre in con- 
fronto la suddetta cronaca colla reale storia di Carlomagno. 

Questa prima Dissertazione venne illustrata da quattro Ta- 
vole : la prima disegnata dal signor Luigi Sabate Ili Profes^ 
sore di pittura neW 1. R. Palazzo delle SciErizE ed Arti in 
Milano (i) , rappresenta il combattimento d' Orlando e di 
Ferrali } la seconda la morte d' Orlando in Roucisvalle , 
disegnata dal signor angelo Monticelli ^ e nelle due altre 
disegnate dal signor Giuseppe Bramati veggorisi le pia au- 
tentiche immagini di Carlomagno , d' Orlando, d'Oliviero} le 
loro armi ec. 

Nella ^seconda Dissertazione si passa ad indagare l'origine 
de' Cavalieri e C instituzione della Cavalleria^ che la materia 
somministrarono agli antichi Romanzi ed all' epopèja Roman- 
zesca d' Italia. Ne sono principale argomento la cerimonie dei 
Paladini f i gradi f i giuramenti ^ i voti ^ i distintivi, i privi- 
legi , le inchieste , le rivalità , le superstizioni religiose f gli 
amori, le virtù, i vizj ed il loro dicadimentOé 

Servono a corredare questa Dissertazione tre Tavole dise- 
gnate dal signor Alessandro Sanquirico, da M. Orazio fernet 
e dal signor Bramati', la V.'- rappresenta due Paladini che 
sul punto d' intraprender un niiovo viaggio in cerca di avven- 
ture , danno l'ultimo addio alle loro Dame; la VI." la ceri- 
monia della creazione di un Cavaliere, e la FII.^ /« veduta 
del castello di Tancarville ed un fiero combattimento fra il 
Ciamberlano del detto castello ed il signore d' Harcourt. 

(i) Il nome solo di questo e di alcun! altri Professori di piltura che 
^•■Dtllinente si prestarono ad arricchire quest'Opera de' loro disegni, e taulo 
celebre , che basta a qualunque elogio. 



8 PREFAZIONE 

Più amena e più delle altre dilettevole sHarà la Disserta- 
zione terza nella quale si ragiona delle '^r ti d'amore. Ael 
provare la sussistenza delle medesime e la maniera della loro 
composizione, neW osservare le formolat,che vi erario stabilite 
e le materie che vi si trattavano , noi vedremo piti davvicinQ. 
ciò che costituiva V amabilità e la galanteria dei Cavalieri j 
conosceremo con maggiore evidenza i teneri ed affettuosi sen^ 
timenti di quegli amanti sviscerati e timidi ^ i fervidi voti ^ i 
timori, la sommissione, le speranze e le ricompeìi\e d^ amore; ^^ 
le espressioni di una tenerezza viva, costante e sovente inge- 
gnosa, di una franchezza delicata, di una rassegnazione com- 
movente y e tutto quello jinalmente che fo,rmava^il carattere 
della yassione Cavalleresca di quelV epoca. jS^oi la troveremo 
vivamente espressa nelle Corti d'amore, in }-gue^ tribunali pik * 
severi che terribili, in cui la bellezza esercitando un potere ^ 
che le veniva attribuito dalla cortesia e dall' opinione , proffe- ^ 
riva sentenza suW infedeltà o sulV incostanza degli amanti , 
sui rigori o sui capricci delle loro belle ^ e con un' influenza 
tanto dolce quanto irresistibile, affinava ed annpbiliva a van- 
taggio dell' incivilimento e deli' entusiasmo cavalleresco quel- 
la impetuoso e tenero sentimento che la natura concesse al- 
l' uomo per la sua felicità. 

Due bellissime Tavole illustrano questa Dissertazione e sqìiq 
l' F^III.'^ di composizione e disegno del signor Pelagio Palagi, t . 
rappresentante la scoperta del codice d'amore , e la IX." di 
composizione e disegno del signor Francesco Hajez raupre- 
sentante una Corte d'amore, nella quale la Regina Eleonora, di 
uiquitania profferisce sentenza cantra una Dama accusata di 
venalità dal deluso suo amante. -;" 

uéltre Dissertazioni formano la materia del restante d<ìl 
volume. Nella prima di queste si dà contezza delle annadure 
de' Paladini , de' castelli , delle fortezze, delle rocche, degli 
assedjf delle macchine militari ecc. di quell' epoca : le dc.scr^ 
zioni son ornate di\Tavole analoghe disegnate dall' architetto 
Pittore signor Paolo Landriani, dal signor Giovanni Migliara 's 
e dal suddetto signor uélessandi'b Sanquirico. Nella seconda ■ 
si rfjarla dei tornei, delle giostre, della tavola rotonda ecc. ^ 
ed è arricchita dì figure tratte dagli antichi monumenti di 



PREFAZIONE f) 

scultura e di pittura e disegnati dal signor angelo Monticelli 
e dal signor Bramati. Seguono in altro ragionamento le ri- 
cerche sulV origine e sull'uso degli stemmi, delle insegne ecc.; 
si dà un' idea dell'arte Araldica, ed anche questa sarà corre- 
data di alcune Tavole che mostreranno le diverse forme de- 
gli elmi fe degli scudi , la varietà de' metalli e degli smalti 
del Blasone , e là maniera di conoscerli dai differenti trat- 
teggi nelle stampe e negli intagli. 

Premesse tutte queste notizie sulla Cavalleria si passa a 
ragionare nella sesuente Dissertazione dei Romanzi e dei Poemi 
Romanzeschi di Cavalleria , eli ebbero per fondamento le origini 
e le imprese de' Franchi. Qaosta parte è divisa in due capitoli^ 
nel primo de' quali si dà un estratto c^e" Reali di Fr.uicia, e si 
ragiona di ^^up' Poemi Romanzesclii, la cui azione è anteriore 
al regno di Carlomagno } e nel capitolo secondo di quelli che 
hanno per ispeciale argomento lo stesso Carlo , e i dodici cosi 
4elli sìtoi Paladini. . v . 

Comprende la Dissertazione quinta una su'ccinta storia di 
qtie^ Romanzi di Cavalleria che aggiratisi intorno le origini e 
le imprese de' Bretoni } e vi si dimostra quanto siano dilette- 
voli e fecondi d' invenzioni i Romanzi della così detta Tavola 
Rotonda, che abbracciano gli strani ar>venimenti de' prodi 
Cavalieri ne' tempi del favoloso Re udrturo , e quelli special- 
mente di Lancilotto del Lago , dei due Tristani , del Re Me- 
liadusse , di Merlino /^Incantatore, di Girone il Cortese ec; e 
quanti racconti, descrizioni, ejjtsodj trdUì fossero dai , suddetti 
Romanzi e<^ introdotti ne' loro Poemi dal Pulci, dal Bojardo, 
dall' Ariosto, dal Tasso, e da quanti altri mai scrissero o in 
prosa o in versi opere Romanzesche. 

Abbraccia la sesta Dissertazione // terzo ramo dei Romanzi 
poetici , cioè la vivace e commovente favola d' Amadigl di 
(ìaulaj Romanzo che al dire di Torquato Tasso e il migliora 
di tutti in genere di Cavplleria, e il più, dilettevole e il me- 
glio scritto. Se vuoisi avere come vero autore quello che lo 
mise pel primo in istato di essere letto con un colorito affatto 
nuovo , la gloria di aver prodotto tale Romanzo è dovuta ad 
un» Spagnuolo. I Francesi però, i Bretoni e gli Spagnuoli 
jìossono contendersi quanto sarà loro a grado l' invenzione di 



IO PREFAZIONE 

questo 6 degli altri Romanzi di Cavalleria , che quanto in essi 
per noi rileva non appartiene a nessuna di queste nazioni i 
tutte e tre somministrarono materia a ciò che hanno di storico 
e d' eroico f tutte e tre hanno per così dire stabilito i primi 
fondamenti del marìtviglioso ; ma V Italia ha sopra tutte e tre 
la gloria di avere data la prima a que" Romanzi una vita du- 
revole per le forme epiche di cui li vestì , per le nuove ric- 
chezze deir immaginativa che vi seppe spargere , e per tutte 
le dovizie delle locuzioni ■ di una lingua poetica e perfetta. 

Possa la piacevole lettura di questi Cavallereschi Romanzi, 
che vivaci pitture sono del valore guerriero e de" galanti co'- 
stumi che già furono , ridestar^ tra le genti la fortezza ^ il 
coraggio , la cortesia e la magnanimità ! Che se ne" secoli 
d" ignoranza , fattisi cibo troppo dozzinale fra i popoli, di- 
vennero sorgenti di strani pregiudizj ; ora che le scienze e le 
arti belle hanno cotanto illuminato l' umano ingegno , speria* 
mo che non verrà posto in obblìo il primario loro scopo mo" 
rale ; e che i dotti e gli idioti impareranno finalmente dai 
Paladini a nudrire affetto e stima per q uè' prodi che impu- 
gnano l'armi a difesa del Sovrano e della patria, a rispettar 
meglio il debole sesso , e ad assumere per esso quella genti' 
lezza d" animo f di cui ci hanno dato il primo modello queste 
galanti storie. 



■*^ DISSERTAZIONE PRIMA 



DEGLI 

ANTICHI ROMANZI DI CAVALLERIA 

E SINGOLAMIENTE DI QUELLI CHE HANNO PER FONDAMENTO 

LE ORIGINI 

DE^ FRANCHI 

LE IMPRESE 

DI CARLOMAGNO E DE' PALADINI 

E DELL* USO CHE NE FECERO 
I PRINCIPALI POETI ITALIANI. 



I 



I Furioso dell'Ariosto, siccome molti altri poemi che lo prece- 
dettero o che lo seguirono, ebbero per ispecial fondamento di verità 
le origini de' Franchi e de' Brettoni , ed in particolar modo le 
gloriose e straordinarie gesta di Carlorangno e del grande Arturo, 
non che le valorose azioni de' prodi personaggi della loro Corte 
che furono seguaci e compagni nelle maravigliose loro imprese. Ma 
la storia degli armeggiamenti e delle curiose avventure di quegli 
eroi correan già ingrandite fuor di modo dalle immaginazioni e dai 
rai|Conti volgari; e già gli artisti ne avevan preso tema di applau- 
ditissime composizioni, e già formavano 1' argomento principale 
dulie cantilene de' Giullari o Cantori, che con maravigliosi avve- 
uimenti, relativi spezialmente alle idee predominanti del secolo 
in cui vivevano , procuraron in ogni tempo di sollazzare il popolo 
iìelle vie , e di recar ben anche diletto ai più insigni personaggi 
nelle loro corti. 

Da queir affetto quasi invincibile che P uom ha ricevuto dalla 
natura per tutto ciò che è singolare e straordinario nacquero in 
noi e la facilità di credere ad ogni portento , e la dottrina della 
magia e del commercio coi genj , e le predizioni degli oracoli , 
de'sogni, degli astri , e le favole dei Giganti, dei Centuari , delle 
Arpie, d'Ercole, Teseo, Piriloo e di tant' altri. In tutti i tempi, 



^. 



TO. niSSERTAZIONE PUnTA 

in tutti 1 paesi lo spirito umano ha mostrato una forte Inclina- 
zione ad immaginare, ad udire e a credere simili fenomeni esa- 
gerati o coracché inventati; e siccome II volgo in uguali circostan- 
ze è sempre lo stesso j cosi non debbe far maraviglia il ravvisare 
tatui tratti di somiglianza tra le idee di popoli diversi per etl 
pf'r posizione locale e per altri riguardi. Pare dunque che inutile 
e frivola sia la fatica di coloro, i quali trattando la storia di tali 
racconti , si studiano di condurne la propagazione fra noi sin 
dall'Arabia e dalla Persia, facendone trasportare il gusto dagli 
Arabi nella Spigna , e dal Goti nell'Europa settentrionale; quasi 
rbe senza tali esenipj stranieri , gli Europei dei secoli bassi non - ^ 
avessero nella loro ignoranza stessa, congiunta coli'' amore troppo 
naturale del maraviglioso , un fondo capace di far germogliare e 
crescere simili piante parasite, senza trapiantarvele dall'oriente (i). 

Ci) L'opinione assai universalmente sparsa dall' erudito Smniaise e da 
altri doni si è che il ritrovamento di siffatte finzioni debbasi ai Persiani, J*^ 
che lo trasmissero agli Arabi, dai quali gassò agli Spagnuoli, e da questi 
a tulli gli altri popoli di* Europa. Al dire di WdrtoQ pare che di tulle le 
parli della Francia, l'antica Armorica o la Bretagna fosse quella in cui 
siffatte invenzioni venissero meglio accolle. Secondo Mallet nella sua bella 
introduzione alla storia di Danimarca , la Mitologia che gli Sciti od i Goti 
condotti dal celebre Odino nel settentrione dell'Europa recarono dall'Asia 
;ù Celli b Scandinavi, partorì tutte le favole e gli incanlesitni , \ì maravi; * , 
glioso de' romanzi moderni, siccome quello de* romanzi antichi è fondatp;. 
nella milulugia Greca o Romana. Wailon dopo di aver riferite le varie 
opinioni sull'origine de' romanzi conchiude che Ira le tenebre dell' igoo- 
lanza, e nei tempi della più rozza credulità, l' amore del maraviglioso e 
del portentoso , di cui le fìnzioni orientali abbondano , fu da priricipi6'*'in- ^^ 
trodotto in Europa dagli Arabi-, che parecchie contrade erano già disposte '*' 

a raccoglierlo per mezzo della poesia degli Scaldi settentrionali , la quale 
derivava per avventura dalla medesima sorgente ; che siffatte finzioni , le 
quali si accomodavauo ai costumi dominanti, conservati e perfezionati nelle 
fuvole dei Trovatori , si trasfusero circa 1' undecimo secolo nelle chimeri- 
che storie di Turpioo e di Galfrcdo di Moutmouth , primi autori the ab- , 
Inano fatto cenno delle supposte guerre di Carlomagno e del Re Arturo, ^i \ 
diveniate il fondamento di quelle narrazioni favolose , a cui vieu dato il, */ 
nome di romanzi: in fine che magnificate ed arricchite di poi da imma-- 
ginalive riscaldate dalla smania delle crociate , partorirono col volger del 
tempo quella spezie strana e fantastica d' invenzioni , che fu adoperala * 

d;i' poeti Italiani, e che formò U riiacchina poetica, o sia il maravig ioao ^, 
«ie' loro più celebri componimenti. •*' 



DEGLI ANTICHI ROMANIl DI CAVALLERIA l3 

E di fatto non ci fu bisogno alcuno d' avere un modello da imi- 
tare : questi nuovi maravlgliosi racconti erano idee comuni nel 
volgo, modificate più o meno secondo i tempi, ne' quali can- 
giate essendosi le idee del costume civile e religioso , e non es- 
sendo per conseguenza le antiche finzioni volgari totalmente adat- 
tate al popolo nostro , bisognò necessariamente od inventarne delle 
nuove, o modificare e adattare al nuovo gusto le antiche; lo che 
appunto seguì nei secoli XI. , XII. e XIII. Accresciutesi poi l'e- 
rudizione e la cognizione del greco e latino sapere , furono me- 
scolate le antiche colle nuove finzioni da' poeti e dagli artisti, se- 
condo l'uso e r intelligenza delle persone; ed ecco nato quel 
nuovo genere di poesia pieno di fantasie , in parte sconosciute 
agli antichi , e nel quale si legano i costumi e le idee della reli- 
gione Cristiana colle finzioni poetiche , le quali mentre ritengono 
dell' antico quanto fu loro possibile , si mostrano nella piìi gran 
parte diverse. 

Le storie cosi od inventate o colorite dai poeti e trovatori di 
racconti maravigliosi , per diletto dei Principi , che li favoriva- 
no , e del popolo che gli ascoltava con entusiasmo , vennero in 
appresso raccolte e riunite in libri (i) con qualche abbellimento 
ed aggiunta dai troppo creduli scrittori di que' barbari secoli, i 
quali ignorando la vera storia, e non curandosi di leggere i buo- 
ni autori , correvan dietro a tutti i racconti straordinarj , inauditi 
che solevano avere per principale argomanto o prodezze di guer- 
rieri , od avventure d' amore , od incantesimi di magia. E sicco- 
me siffatti avvenimenti venivano per lo più esposti colle lingue 
volgari, le quali essendo dialetti nati dalla lingua Romana, chia- 



(i) Che corressero fra i popoli molte storie, specialmente in verso, d'anti- 
chi celebri eroi , e che delle medesime si facessero traduzioni in altre lingue , e 
se ne componessero libri n'abbiamo la prova, fra gli altri documenti, in ciò che 
di Carlomagno scrive Eginardo, e dopo lui Sigeberto, il quale all'anno 795: Ca^ 
rolus Rex non soltim patria lingua , sed etiam peregrinis linguis eruditus, bar- 
bara et antiquissima carmina , quihus veterum Regum bella et actus caneban- 
tur , scripsit et memoriae mandauit. Ciò apparisce anche da quanto lasciò scritto 
l'autore Anonimo della cronica della Novalesa lib. V. cap. X Pari. II. Tom. 
11. Ber. hai. Contigit ( dice egli) Joculatoremex Longobardorum gente ad Co- 
rolum (cioè al Magno) mcuVc, et canliunculam a se compositam de eadein re ro- 
tando in conxpectu suorum cantare eie. 



l4 DISSERTAZIONE PR1M\ 

niavansi in Francia, in Provenza, in Ispagna Lingue Romanze; 
così gli Italiani o trasportando dalla Provenza , o creando essi 
medesimi simili narrazioni, le dissero Romanzi (i). 

La maggior parte de' Romanzi , esposti in verso o in prosa 
dal secolo XII. in poi si riferiscono a nazioni ed origini diverse. 
Il tempo in cui furono scritti , privo del gusto e delP eleganza di 
stile , e il predominio dello spirito guerriero allora in vigore li 
rendettero troppo rozzi ed anche forse troppo feroci. Ma l' alto 
concetto che in essi generalmente si ravvisa della gagliardia e del- 



(i) I due Itnliani che pei primi scrissero sui romanzi , cioè. Giovanni Battista 
Giraldi Ginthio cLe pubblicò i suoi Discorsi inforno al comporre dei romanzi ce. 
Venezia Giolito, »55^, in \.° ed il Pigna Dei romanzi, Venezia , VaJgrisi i55'j, 
in 4-*', differiscono d'opinione sull'origine dei nome Romanzo. II primo crede 
che questo nome sia venuto dai Greco Rome che signiSca forza, poiché il ro- 
manzo è un poema del quale robusti cavalieri sono gli eroi: la comune opinione, 
secondo il Pigna è che nel vecchio Francese si desse agli annali il nome di ro- 
manzo , che di poi fu dato per estensione ai racconti del medesimo genere, av- 
vegnaché inverisimili e favolosi. Altri vogliono che un colai nome venga dai Re- 
mcnsi o abitatori di Rheims , Remenscs , a cagione dell'Arcivescovo Tarpino, il 
quale diede co'suoi scritti, più che verun altro , materia a siffatte opere chia- 
mate romanzi. Altri ne derivano il nome dal Greco Romei che significava uomini 
erranti, pellegrini, perché ne' romanzi si ragiona solo di cavalieri erranti. II 
Ginguenè dopo di aver esposte le suddette opinioni ( Storia della Leu. Ilat. 
Pari. I. cop. II. ) conchìudc che quell'idioma che si formò dagli avanzi della 
lingua latina mescolata con quello delle lingue settentrionali , e che venne diviso 
in più rami , dei quali il Provenzale e'I vecchio Francese furono i principali , 
prese il nome generale di lingua roman.a. Tutto quello che venne scritto da 
principio nell'uno o nell'altro dialetto dì tssa lingua , in prosa o in versi intor- 
no ad .irgomenli sacri o profani , veri o favolosi , fu chiamato Romani, Romanzo 
o Romance, dal nome stesso della favella , il quale fu di poi più particolarmente 
appropriato alle Buzioni storiche rimate. 1 Troi'atorì Provenzali tolsero cotale 
forma poetica , e ricrearono le Corti d' Europa colle loro invenzioni e col loro 
Canio. I Trovatori Francesi non meno qua e la sparsi fuori delle loro contrade, 
dilettarono e lo straniero e la Francia con racconti cavallereschi più estesi e eoa 
più lunghe finzioni. Si continuò a dare il nome di Romani alle loro narrazioni , 
nelle quali la favola era mescolata colla storia e i fatti d'arme col le galanterie e 
coi racconti amorosi. Finalmente , allorché gli altri popoli tennero dietro ad un 
tale esempio, e partorirono, come a gara, siuiiglianti istorie favolose, diedero 
pur ad esae il nome di romatiZo , che era in qualche Oiodo adottalo. 



DEGLI ANTICHI ROMANZI DI CAVALLERIA l5 

la Tjravura (i) , un genio , una Incllnazioae dichiarata per le av- 
avventure piiì pericolose ed inaudite ne fanno il pregio particolare: 
le armi, i tornei, le giostre, I cavalli, i conviti si veggon formare 
le piacevoli occupazioni ed i trattenimenti più favoriti; le leggi 
dell'amicizia e della fedeltà ai Sovrani inviolabilmente osservarsi, 
mantenersi mille relazioni tra i cavalieri vaganti in cerca di av- 
venture, e i monaci e le hadie loro, i sentimenti di religione e 
di pietà trovar luogo tra quelli d' amore , di militar gìattanza e 
di gagliardia (2). In una parola , da questi rozzi si , ma pure 
preziosi monumenti del pensare di que' tempi , attinsero la maniera 
di trattare un nuovo genere di poesia i più famosi poeti dell'età 
susseguenti. E di fatto allorquando le scienze e gli studj incomin- 
ciarono a pigliar vita , restò sempre quel fondo d' immaginazioni 
e di fantasie a disposizioni del volgo, che del continuo ne traeva 
ammirazione e diletto. I poeti e gli artisti cominciarono a servir- 
si, diremo cosi, di questa nuova mitologia per argomento de' loro 
versi e lavori; né intendiamo parlare solamente de'poeti o cantori 
detti Giullari , che per le piazze e per le vie a piacimento del 
popolo storie cantavano sacre o profane; ma di quelli ancora , che 
alla bnona poesìa novella vita donarono. Quante idee non intro- 
dusse Dante Alighieri nella Divina Commedia, le quali altro 
non sono che immaginazioni e racconti ricevuti dal volgo dei tem- 



(i) Così il chiar. Conte Napione parla del romanzo di Gualtiero , Bi- 
blioteca Oltramontana Novembre 1790. 

;2) II Gingueoé ^op. cit.) dopo di essersi dato forse troppo briga di 
stabilire un' origine settentrionale alla maggior parte delle invenzioni ro- 
manzesche conchiude, che la cavalleria non esisteva appo gli Scandinavi 
se non se nei suoi elementi, e ch'essa si stabilì a mano a mano in Eu» 
ropa sotto il governo feudale , che acquistò un novello vigore e fu inve- 
stita di tutte le forme di una regolare instituzione. Gli effetti di questa 
lustìtuzione, egli prosegue, sono noti, e lo sono pure quelli che furono 
prodotti dalle crociate che vennero poco dopo. La cavalleria fu allora 
consecrata alla religione, la cui autorità si estese in qualche maniera sa. 
tutte le passioni e su tutti gli ordinamenti di que' secoli superstiziosi. 
Quindi derivò quella strana mescolanza di costumi opposti nei quali si 
veggono insieme confusi l'amore di Dio e l'amor delle donne, il pio zelo 
e la galanteria, la divozione ed il valore, la carità eia vendetta, i Suuti 
e "li Eroi. 



ìG DISSERTAZIONE PIUMA 

pi suol (i)? Lo Stesso genio delle favolose narrazioni radicato nel 
volgo suggerì 1' idea a Giovanni Boccaccio di scrivere il suo De- 
Cfimei'oiie , e cosi a proporzione elio i buoni studi prendovan pie- 
de , e che la poesia nei secoli XV. e XVI. cominciò ad essere 
universilmente coltivata con ardore , parve che non ci fossero ar- 
gomenti più atti ad essere trattati la rima di que' che alle storie 
si riferivano delle prodezze di Cadorna gno, dei Cavalieri Francesi, 
Brettoni , Italiani e Spagnuoli contro dei Saraceni , o pel conquisto 
di Terra-Santa. \J innamoramento di Lancilotto e di Ginevra 
die argomento di poema a Niccolò degli Agostini e ad Erasmo 
di Valvasonej Luigi Alamanni scrisse il Giron cortese; dall'Im- 
presa di Terra-Santa prese il tema Torquato Tasso per la sua 
Gerusalemme liberata , ed il padre di lui Bernardo ne' due 
poemi l' jimadigi e 'Z Floridante si propose a testo un antico 
romanzo Spagnuolo. Soprattutto però 1' imprese di Carlomagno, 
e de Paladini che ne seguivano 1' esercito , occuparono i poeti 
di questi secoli; e di tal sorta sono i Reali di Francia di Cri- 
stofano Altissimo j il Baovo d^ ^intona ; V Orlando innamorato 
del Conte Matteo Bojardo; il Mambriano del Cieco; il Mor- 
gante del Pulci j e 1' Orlando Furioso di Lodovico Ariosto che 
al di sopra di tutti com' aquila vola , e che venne da lungi se- 
guito da Niccolò Fortlguerra nel Ricciardetto. 

Tutti questi romanzi volgarmente detti di Cavalleria clie eser- 
citavano le penne e 1' ingegno di uomini si eruditi , non sono 
senza qualche fondamento di verità , siccome non lo sono le 
istorie della mitologia Pagana j e formano anch' essi la base e il 
soggetto di un' epopèja favolosa. Essi vennero in tre classi divisi 
dal Quadrio , che tra gli Italiani ne parlò più diffusamente di 
ogni altro ( 2). La prima , cui fa egli coetanea alla origine del 

(1} Immagini del volgo e non inventate da Dante erano le bolgle in- 
l'emall e le varie maniere dei supplizj che in esse provano i condanuali. 
Leggansi le descrizioni degli antichi spettacoli, ed in ispecie quella Ji 
Giovanni Villani, lib. Fili. cap. 70 ; dove si descrive lo spettacolo d#^ 
l'inferno dato in Firenze l'anno i3o4. ( ^. Tlrab. Star, della Letlcr. 
Ital. Tom. ly. p. 2. lib. III. cap. 3 ). 

(2) Gli scrittori, che più di proposito si occuparono di questo ramo di 
lelleratura , furono tra noi, oltre i suddetti Giraldi e Pigna, il Quadrio 
nella Sioiia e Ragione d' ugni poesia, e fu in Inghilterra Tommaso Wui- 

SP Si*!' 



DEGLI ANTICHI nOMA>'7,l PI CAV >.LLTì:RT.I ! - 

Brettoni, lieiìo p^^r suu corifeo il Re Arturo (i) e per suol grnr.- 
di campioni Lancillotto del Lago, i due Tristani , il Re Mcliadus 
ed altri che formarono la famosa Tavola Jìi tonda. Nella seconda 
classe, la quale lia per fondamento l'origine dei Gaulosi, vissera 
celebri un Amadigì, un Palraeriu d'Oliva, un Tirante il Blaùco. 
Lanciasse terza è formata dalla cosi detta Storia di Carhmagno 
e de* suoi dodici Paladini , la quale più ancora delle altre due 
fu copiosa di cavalieri erranti; e qU'^'li che precedettero il nasci- 
mento di Carlomagno , come Fiovo , Fioravante , Risieri , Bnovo 
di Autona e Carlo islesso diedero materia al libro dei Reali dt 
Francia. 

L' Inghilterra , la Spagna e la Francia si conleudono dunque 
l'invenzione de' Romanzi di cavalleria e d'incantesimi , e possono 
contendersela quanto sar?t loro a grado , poiché ciò che in essi per 
noi rileva non perlienc né all'una nò all'altra; tutte e tre som- 
ministrarono materia a ciò che hanno di storico e d' eroico j tutte 
e tre hanno per così dire stabilito i primi fondamenti del raara- 
viglioso^ ma l'Italia ha sopra tutte tre la gloria di aver dita la 
prima a que' romanzi una vita durevole per le forme epiche di 
cui li vestì, per le nuove ricchezze dell'immaginativa che vi seppe 

toa , e fu in Fraucia il Ginguenè , il qunle con finissima critica e con 
rette sentenze trattò a lungo ÒqW epopeja Romanzesca in generale, e dei 
Reali di Francia iu particolnre. 

(0 V. il libro di Gilda Ca:nbrio, o di Nonio Gilda Ih.rnicu, idl.loìalo 
Rreiiarium de iniiabilibus Biitauiac, da primis habitaloribus , da R'.^a 
Jrtnro , de st-pulcro <'j:,s incognito, de Pci'ccvallo , de LanctUollo , 'da 
Guli>ano, 

La guerra di Trnjx scritta a modo di romanzo in l.itino da Guido 
Giudice delle Colonne Messinese, l'anuo ia8i: il Ciriffo Cahairto com- 
posto nel i3o3 in lingua volgare, sou creduti i primi due romanzi cne 
mostrar possa l'Italia. Io Fraucia Gujjiichno de Loris scrìsse il romanza 
della Rosa al tempo di S. Luigi, e Malico Paris veriO il 1240 stese i riti 
militari della Tai'ola rotonda. A quelle, tempo, come ha crudilatinnte 
mostrato il cbiar. signor Conte GianPranct-sco Galeaui Napioue , uppaiUenó 
il romanzo di Gualtiero, in cui si prende per suggello U storia d' Alida, 
scritto già iu latino nella cronaca della ISovalesn , e per eslr-llo ripro- 
dotto in Italiano dal prclodato anlore nell' opera de' Piemontesi illustri 
{Tom. ir. pag. ,65. Torino 1784; e poi ristampalo dal eh. Sebastiano 
Ciampi nelle :ii.e Memorie della vita di M. Cinu da Pisloja nella seconda 
edizione , Pisa 18, 3, 

Romanzi di Cavali. V. I. ^ 



l8 DISSEF.TA'/IONE PRIMA 

Spargere, e per tutte le dovizie della locuzione d'una lingua poe- 
tica e perfetta. 

Quella storia però che merita particolare menzione per avere 
somministrato, direm quasi, il primo argomento all'Ariosto ed 
agli altri epici romanzieri che lo precedettero e che lo seguirono, 
onde tessere i loro poemi sulle imprese di Carlomagno e de' suoi 
Paladini, è quelhi fantastica cronaca della vita di Carlomagno e 
d' Orlando attribuita all' Arcivescovo Turpino. E quantunque da 
non pochi si creda che la fama poetica d' Arturo e della sua Ta- 
vola Ritonda abbia preceduto di più di un secolo, anche nella 
stessa Francia, quella di Carlomagno e de' suoi Pari (i), nulla 



(i) Tutlavolta, se si presta fede al Caylus ( Accadem. delle Iscrizioni , Tom. 
XVlll-, Istoria pag. 289 ) , la favola di Carlomagno non pure avea preceduto 
la favola d'Arturo, ma le era stata di esemplare. Gli Inglesi non vollero rima- 
nere addietro ai Francesi in finzioni eroiche, ed opposero uno de' loro eroi al- 
l' eroe Francese, ed una cavalleria Brittanica alla cavalleria Francese. Le cose 
non rimasero in questi confini. 1 Francesi pretendevano discendere da Franco e 
da Ettore, gli Inglesi vollero discendere da Bruto , figliuolo d' Ascanio e nipote 
tU Enea. La supposta storia di Galfredo de Montmouth stabili cotale generazione. 
Nel fatto dell'antichità le cose diventarono pari tra gli uni e gli altri, e la 
scelta che gli Inglesi fecero di Arturo nel medio evo, li vantaggiava di circa due 
secoli d'anteriorità sui Francesi , per modo che, come dice Caylus , il regno di 
Carlomagno diventava una copia del suo. E di fatto la somiglianza tra Carloma- 
gno ed Arturo è sensibile, ed accordando col Caylus l'anteriorità alle favole 
che corrono sotto il nome di Turpino, l'imitazione negli altri è meno ve- 
lata « Arturo e Carlomagno, scrive egli, hanno ciascuno un nipote valorosis- 
simo, che ebbero unicamente caro: Orlando e Goveno rappresentarono la mede- 
sima parte. Niuno ignora le molte guerre che Carlomagno ebbe a sostenere: Ar- 
turo altrettanto guerreggiatore ne sostenne dodici. Ameudiie combatterono contro 
de'Pasani: amendue vennero allo mani coi Sassoni. I dodici Pari dell'uno ri- 
spondono ai dodici cavalieri della Ta\>ola Ritonda dell'altro ». Se nella storia 
Francese non si fa parola dei dodici Pari che lungo tempo dopo Carlomagno , 
non si rinviene in verun luogo lo stabilimento della Tavola Ritonda: l'autore 
del Bruto consente egli stesso che tutta cotale istoria è piena di favole ; scrive 
ancora che tutto ciò che vien detto del Re Arturo è né tutto vero, né tutto 
falso; ma che si fecero molti racconti ai quali il suo coraggio e le eminenti sue 
qualità diedero luogo ec. « E dunque verisimile , conchiude Caylus, che tutta 
li storia d' Arturo sia stata foggiata su quella di C=»rlomagno,- che il regno dì 
questo.Principe sia la sorgente di tutte le idee romanzesche, le quali germoglia- 
rono ne' secoli seguenti ». Questo è detto egregiamente, se trattasi solo di de- 
cidere tra la cronica di Turpino e quella di Galfredo de Ulontmouth Vescovo 
di Saint-Asaph nel paese di Galles ntl ii5i, chiamato da alcuni Galfredo Ar- 
turo, perchè aveva introdotte nella sua opera le favole d' Arturo; ma se Tele- 
sinoj maestro del famoso Merlino , e Malchiuo Avalonio ( l^. Joan Pixei An- 
di ec ReUtiomim hisloricurum de rebus Anglicis , Parigi 1619 ) , vissero sul 



DEGLI ANliail ROMANZI DI C.WALLtUlA. I f) 

di meno egli è forza confessare che ia favola di Carlomagno al)- 
bia avuto per le meiill Italiane più forte allettamento , che non 
(|uelia d'Arturo; perocché conoscendole amenduc per mezzo di 
antiche traduzioni , si esercitarono lunga pezza su Carlomagno <; 
sul valoroso Orlando, prima di volgersi direttamente a Lancil- 
lotto, a Girone il Cortese e ad alcuni altri cavalieri della Tavola 
Pdtoncla. 

Orlando e gli altri Paladini (i) divcniu'ono dnncpic naziomll 
O almeno famigliari in Italia , qunnto lo erano nella stessa Fran- 
cia. I poeti fecero a chi sapea dirne di \nu. , e gareggiarono in 
certo modo nell' attribuire a quell'invincibile Orlando le imprese; 
e le avventure più straordinarie. EgU fu l^Ercole de' moderni , sul 
quale accumularono maraviglie, che avrebbero bastato ad illustrare 
venti croi. Andò soggetto alla sorte quasi comune ai rinomati per- 
sonaggi, di essere cantato da poeti, che non tutti meritavano di 
far eco alla sua fama; ma dopo avere sollazzato il popolo cou 
rozzi racconti , de' qunll s' ignorano persino gli autori , ebbe nel 
Pulci e nel Bojardo cantori degni di lui; ed allorquando iu in- 
fine celebralo dal grande Ariosto, quando l'Omero Ferrarese ebbe 
unito a tutti gli allettamenti delle finzioni romanzesche la nobiltà 
e '1 suono dell' epica tromba , il nome di Orlando non ebbe più 
cosa veruna da invidiare a quello d'Achille. 

Ma innanzi che per noi veder si possa il genio epico Italiano 
svolgere tutte le sue ricchezze, è di necessità conoscer alquanto 
la materia intorno a cui s' aggirano i principali poemi romanze- 
schi , avere un' idea generale almeno di quei personaggi niaravl- 

fin del scslo secolo; se l'uno cotilerininraufo d'ArLuro, scrisse un libro sulle 
imprese di quel Re, e 1' altro scrisse poco dopo su ArLuro e la sua Tuwula Ri~ 
loiida , essendo l'imitazione chiara, i Fr<incesi non gli Inglesi, sarebbero gli 
imitatori. Rimarrebbe ad esaminare se qiie' due autori, de' quali due bibliograti, 
Uezio e Pixeo ragiouarono, ma di cui VVartou , ultimo storico della poesia In- 
glese, non fa parola ( parla soltanto di Telesino , come di un Bardo}, lianno ve- 
ramente esistilo, e se hanno dettato le storie che sono loro attribuite, ma di 
cui non ci ha alcuna edizione, né si allega vcrun manoscritto. 

(i) I dodici Pari di Carlomagno armati [ler liberare la Francia e l'Europa 
dalla tirannide de' Saraceni, commovono assai più che i Cavalieri d'Arturo, i 
quali vanno in cerca del Santo Graal , cioè della scodella iu cui Gesù Cristo 
avea mangialo, e che era passato in retaggio a Giuseppe d' Arimazia; i quali 
corrono per farne 1' acquisto le più pericoloiC avventure, e vanno a finire col 
farsi romiti. 



20 niSSERTAZlOKJ: PKIMA 

gilosi clie sosleiicie J(:;L)bouo le prime parli e che ne' romanzi 
boao jifFatlo diversi da quelli della storia j esaminare non senza 
qualche altenzioiie quali furono i primi esperimenti, quali i pro- 
gressi de' nostri poeti, prima che V Orlando Furioso si fosse col- 
locato nell' epopèja romanzesca , come un termine , oltre il quale 
fu vietato al genio moderno di potersi slanciare. 

La più importante materia che primieramente conoscer da noi 
si deve essendo dunque la cronaca di quel supposto Turpino che 
generalmente considerato viene V ApoUodoro dell' epopèja roman- 
zesca d'Italia, noi inconilnclererao dal dare un'idea di quel li- 
hro , e de'varj giudizj che ne hanno formato le più erudite per- 
sone^ onde passar poi ^ vedere il partito che ne hanno tratto i 
nostri scrittori. 

Non ci ha ormai alcuno tra gli eruditi che tenga per genuina 
la storia di Carloraagno e d' Orlando attribuita a Turpino o Til- 
pino, che fu Arcivescic^vo di Reiras (i), e che mori l'anno 800 
dell'Eia Volgare j cioè quattordici anni prima della morte di Car- 
loniagno. Varie sono le opinioni intorno al tempo in cui potè es- 
sere scritta questa istoria ed intorno al suo vero autore. Il chia- 
rissimo Sebastiano Ciampi nella erudita sua Dissertazione critico-' 
filologica sopra un codice in pergamena del secolo XIII. con- 



fì^ Fin da quaiulo la stampò Simone Scardio nella raccolta degli scrittori 
Germani col titolo: Historia Tiirpini Remensis Archi.piscopi de l'ita Caroli 
J\lagni et Rolandi ; edizione che da alcuni bibliografi si dà per la prima del 
testo latino, e per fatta in Basilea l'anno i574- Sembra che fosse messa in dub- 
hio la ^enm'nità della storia di Turpino, siccome si può vedere uella Epistola 
i1edica*oria dell'editore. Lo stimarono un lavoro apocrifo Giovanni Gryffiandro 
ìic rdchihildis Sitxonicis. ccp- XIIL e Pietro Mantovano Animad. lib. Fi. 
cnp. II. 

In un manoscritto però del collegio di S. Benedetto di Cambridge ( F. Cat. 
Fibliot. Coli. S. Benedicti Cantabrigiac script or. Anglor. et Hibcr. Oxoniae 
ìC^cyj ), si Ifgge una dichiarazione dell' Arcivescovo di Vienna, che fu Papa cnl 
nome di Callisto 11., nella quale è riguardata quella storia come lavoro genuino 
il.'ir Arcivescovo Turpino; ma intorno a sì fatta dicbiarazione riporteremo qui 
ciò che scrisse il Vossio ( de HisLoricis latinis ) « Aiictor hujtis operis non Tur- 
pinusj sed CaUistus II. Papa, qui trihus post mortein Caroli Magni saeculis 
i ila m fabula m confincit , non ut Carolum Magnuni , scd ut Sanctum Jaco- 
lum Apostolum et Ecclesiam Coinpostellanam , (juam ardenler amabat , illu- 
striorcs his fubulis redderet , unde nil mi rum quod in MS. Cuntabrigicnsi S. 
Benedicti CaUistus II. liane fibula m a se confictam dicat opus authunticum , 
primusque omnium illius menti onem faci at ctc » 



DEGLI ANTICHI ROMiNZf DI Ci V Vt.T.KRl.V 5r 

cernerne alla suddetta cronaca (i) riunì quonto da diversi in 
diversi libri è stato scritto su questo argomento, e vi a^-iunse 
nuove osservazioni a ma-^giore schiarimento della qtu^stione. Da 
quanto egli espose risulta, che sebbene la storia del supposto Tur 
pino non risalga all' età di Carlomagno , nluno però mette In 
dubbio che non sia un lavoro fatto al più tardi nel principio d<.'l 
secolo XII. Parla però il Ciampi di un antico codice della detti 
vita, veduto da M. Pihenart, in cui era una prefazione j clie è 
riportata nel Dizionario della storia critica del Bayle , e che fu 
scritta da un tal Gofìredo Priore del monastero di Sant'Andrea di 
Vienna nel DelGuato l'anno 1092. Se vogliamo tenere per ge- 
nuina la suddetta prefazione , potrebbe ammettersi 1' esistenza 
della storia del supposto Turpino anche prima del 1092, poiché 
GotTredo ci fa sapere in quella sua prefazione che l' istoria di 
Turpino era sconosciuta in Francia prima del 1092, e che vi fu 
portata dell'Esperia cioè dalla Spagna o fors' anche dall'Italia, 
cosi chiamata poeticamente da Goffredo. 

L' eruditissimo Ciampi nell' esaminare lo stile di quella let- 
tera o prefazione , il quale non disdice all' età in cui si vuole 
scritta , e nell' osservare che varie frasi combinano cou lo stile 
del prologo di Turpino, non si dimostra lontano dal sospettare, 
che il detto Goffredo ne sia stato 1' autore (2) ,• ma introducen 

(1) V. Memorie della R. Accademia delle scienze di Torino, Tom. XXf^- , 
e rivista ed accresciuta dall' autore che la pose in fronte alla detta vita di Car- 
lomagno ec. edizione di Firenze che ha per titolo De vita Cavoli Magni ci Ro- 
landi hiitoria Joanni Turpino Archiepiscopo Remen.^i unlgo tributa ad fldem 
eodicis veiuslioris emendata et obserualionibus philoloi^icii illustrata a Sebu- 
stiano Ciampi etc. Florentiae apud Josephum Moli ni, i8a2, in 8." 

(2) Pietro Allardo Bibliulh. Ddlphinatus pag. ■?.i\ ne fa egli pure autore 
Goffredo Priore del monastero di S. Andrea di Vienna. Lodovico de Fouy de 
Louguerus l'attribuisce a qualche scrittore dopo il mille. M. Gaillard, Storia 
di Carloniuguu Tom. HI. pag. 344, seguita l' opinione di chi ne facea autore il 
monaco Roberto vissuto al tempo del coiicilio diClerinout, tenuto per la prima 
crociala. Questo Roberto monaco scrisse, o per miglio dire, rifuse la scoria 
della prima crociata. Quantunque per una certa analogia d' idee del tempo , e per 
la somigliauia dell'argomento potesse credersi Roljerto autore anche della storia 
attribuita a Turpino ; ciò non ostante confrontandolo , vi si riscontra gran .liflTe- 
reaza tanto per lo stile quanto assai più per Li maniera della composizio- 
lìtì . . . . Come la storia di Turpino ha servito di traccia alla fantasia de\ 
Bojardo nell'OiVa/irfo innamoralo , dell'Ariosto iieW Orlando furioso: la storia 
di Roberto ha dato i materiali a Torquato Tasso per la sua Gerusalemme libe- 
rata, e si può dire che passi uà la storia di Turpino e quella di Roberto U 



28 DISSIÌUTA'/.IOKE PRIMA. 

dovi gran parie di ciò che era contenuto nel racconti popolari e 
nelle cantilene del Giullari che fin da quel tempo erano in voga. 
Egli confessa che in Francia non se ne sapeva altro su quell'ar- 
gomento che quanto jocidatorcs ùi Sìds praeferehant cantileuis : 
queste cantilene sono citale anche nella storia di Turpino : cani- 
tur in cantilena usque in hodiernum diein cap. XIII. (i). Dun- 
que avanti d' essere scritto il libro , già erano que' racconti il 
soggetto delle popolari canzoni, e non è da credersi che il libro 
di Turpino sia una mera invenzione di qualche impostore, ma 
una compilazione delle antiche narrazioni o canzoni che forse si 
ascollavano dal popolo fin dal secolo IX. per eccitarlo contra i 
Saraceni. A questa conipilazloiie si aggiunse poscia tutto ciò che 
delia morte e del sepolcro dell' Arcivescovo Turpino vi si con- 
tiene, non meno che lutto quello che si riferisce del palazzo di 
Carlomagno in Aquisgrana , dei donativi e d' altre prodigalità fatte 



tlKTercnza clic è tra l'Ariosto ed il Tasso, iu quanto alla maniera di trattare 
r argomciifo. 

(i) A tale proposito noi qui riporteremo quanto ci lasciò scritto 1' eruditis- 
simo Muratori nelle sue Dissertazioni sopra le Antichità Italiane. Presso i 
Barbari ( cosi egli Dissertazione XXIX- degli spettacoli e giuochi pubblici 
eie' secoli di mezzo ), son da mettere nel catalogo c'è' cantambanchi anche i poeti 
popolari; giacché d'essi non mancò mai la razza, come anche oggidì si vede. 
La canzone d'Orlando, o sia Cantilena Ftolandi fu spezialmente in uso; alla 
qual voce è da vedere il Du-Gange nel Glossario latino. Pensa egli che questa 
solamente si usasse avanti le battnglie per accendere gli animi de' soldati col- 
l'esempio degli antichi eroi, alla bravura. Son io di parere che anche nelle piazze 
si cantassero le favolose imprese di Orlando. Nella cronica MSS. di Milano, 
che un certo anonimo compilò da altre croniche precedenti è descritto l'antico 
Teatro de' Milanesi , supir quo Histriones cantahant sicut modo cantatur de 
JiolanJo et Olii'icrio. Presso il Ghirardacci Storia di Bologna all' anno 1288 , 
V rammentato un decreto di quel comune • Ut Cantore^ Francigenorum in pla- 
teis Communis ud cantanduni omnino morari non possint. Colle quali parole 
sembra verisimile, che sieno disegnati i cantatori delle Fattole Bo manze , che 
.spezi.ilmeutc da!l 1 Francia erano portate in Italia. E poco dopo volendo lo stesso 
I\Iu;alori rintracciare l'origine della parola Ciarla e Ciarlare cosi dice: onde 
Ciarla sia Venuto e Ciarlerà, non l' lio potuto finora scoprire; se non che m'è 
j). issalo per mente, se mai dal nome Francese di Carlomagno» cioè da Charles, 
losse derivato Ciarlare per significare un racconto delle imprese di quel celebre 
Monarci. Imperocché una volta le canzoni e i romanzi che si c;intavano nelle 
jiiaize e alle tavole de' signori dai ciarlatani, consistevano nelle favolose azioni 
di esso Carlomagno e de' suoi Paladini. Di là potè nascere la voce Ciarleria ài 
cui s'è servito Fra Giacopone da Todi, uno de' più antichi scrittori della lingua 
Italiana , per significare racconti di cose da nulla. 



DEGLI ANTICHI nOMA>ZI DI CAVALLLIUA. ^3 

alla chiesa di S. Jacopo (i), ripetendo dalla protezione di questo 
Santo le prodezze straordinarie che erano a Carlomagno attribuite ; 
e per dare un maggior credito a que' racconti , se ne spacciò au- 
tore Turpino da chi fece quella compilazione. In seguito da varj 
varie altre cose vi furono aggiunte, e specialmente le morallib , le 
allegorie, e tutte le dispute religiose, le quali mescolando e coll':- 
gando la moralità e la religione con le azioni militari facevaii 
che tutti prendessero interesse nelle guerre contra gli infedeli (2). 
Da quanto abbiamo detto finora si raccoglie che i manoscritti 
di slfTatla cronaca (3) cui varie alterazioni, detrazioni e giunte 
sono state fatte secondo le diverse persone che 1' hanno trascritta , 
o che l'hanno voluta arricchire, conservavansi nelle biblioteche 

(1) II Conte di Cnylus in una sua ?iIeraoria sulf Origina cL-i^li nuli, hi Ro- 
manzi ec. , della quale si trova un estratto nella Storia (lcll\4cciid,m. lì. delL; 
Inscr. ec. Tom. XXlll. riTerisce che di tredici manoscritti di Turpino apparte- 
uenti alla Biblioteca del Re, se ne trova uno N." 3\)'\^ B, in cui uoa si fa men- 
tione alcuna né della battaglia di Roncisvalle , né ilella morte di Rolando. Il 
racconto , cosi egli prosegue, delle due guerre di Carlomagno in Isi)agna non 
contiene che i4 pagine a due colonne , picciolo iu f.° Senza entrare in alcune 
particolarità della vita di questo Principe, l'autore termina col ritorno di lui 
in Francia. Nulladimeno siccome riferisce la morte del Duca Milone, palre dì 
Rolando, egli avrebbe parimente riportala quella del figliuolo, se l'autore ne 
avesse saputo tutte le di lui avventure. Ciò che merita osservazione si è che 
questo manoscritto sembra essere il piià antico di tutti gli altri di Turpino che 
trovansi nella suddetta Biblioteca. E non si potrebbe conchiudere che questo sia 
l'originale, e che gli altri tutti non sieuo che amplificazioni; e che la morte di 
Rolando e tutte le circostanze romanzesche della medesima sieno state inventate 
nel tempo che passò tra questo primo manoscritto e gli altri che vennero iu 
appresso? 

(2) Cosi scrisse anche M. d'Eichkor dans l' hisloire dii nioy^n agc intorno 
all'opera di Turpino: Il y a pcu de galanterìe , mais b^aucoup de ualciir reli- 
gi cu io , et de bigolerie romanesque. Lcs fubles des guerrcs de Churlemagne et 
de lìolund at^ec les infìdèlcs defoicnt cncourager et enjlaimner les Chréiicns 
cantre Ics Mahométans etc. 

Dal vedersi poi in tutta la storii del supposto Turpino, e specialmente nel 
cap. XXXI. inculcata la guerra contro de' Saraceni , viene sempre più a coufer- 
raarji che dovette essere scritta avanti la prima crociata, quando la Spagna non 
solo, ma la Francia e T Italia erano invase e molestate dai Mori o S.iraceui , e 
non era peranco introdotto lo zelo di combattere per la liborazioue di Terra- 
S<inta. 

(3J Oltre i già citati codici un altro se ne consjrva nella R. Biblioteca di 
Toiino col titolo <c Ttiri>ini historiu Janiosissimi Caroli Mugni , quando Tel- 
lurcm Hipanicain et Galetianam a poteslate Saruccnoruin libi-ravit ». Il Lara- 
beccio ne descrive un altro della imperiale Biblioteca di Vienna N.° 149. ( Lainb. 
lib. 11. Coni. lìib. Caes. Vindob. ). 



2 \ DiSSi;ivTAZluKE PFvlMA 

(l'alenili cbe teneudola di buona fede per genuina in un tempo 
nel quale la critica non era molto in uso, l'hanno pubblicata colle 
slampe clie nacquero dopo d' allora. La prima edizione a stampa 
«lei testo latino di Turpino De vita Caroli Mainili et Holandi 
da alcuni bibliografi si dà per fatta in Basilea l'anno i5^4j nella 
raccolta degli scrittori Germani di Simone Scardio. Ma il Ciampi 
dopo d'aver scritto anch' egli lo stesso sulla fede di alcuni autori, 
ha potuto vedere la collezione del detto Scardio , nelh quale si 
legge; Impressum Francofurti ad Maseniim anno MDLXf^I.: 
dalla quale data appare che la prima edizione non è dell'anno 
i5j4 i" Basilea. La prefazione poi dello stesso Scardio a Gio. 
Alberto Duca di IMegalopoli , che vien subito 4opo il frontespizio , 
ha pure la data del i566, e dalla medesima si rileva che avanti 
dello Scardio erano già stati questi quattro storici impressi o in- 
sieme o separatamente (i). Anteriore all'edizione del testo fu una 
traduzione Francese impressa l'anno iSaj con questo titolo; La 
croniqiie de Tarpin u4rclievéqae de Jieims V un des Pairs de 
France , contenante les prouvesses et faits d' arines advenj- 
en san temp^ , traduit da latin par Robert Gaguin. Paris , par 
Chaudière iSiy. Una seconda traduzione fu impressa in Lione 
l'anno i583 in 8.° M. Gaillard indica un'edizione anteriore a 
queste due dell'anno i5o5. Quella del i583 è citata pure in 
Kollarii Aiialect. Findobon. T. I. pag. 479. L'autore di questa 
traduzione fu un certo Michele di Barnes che visse sotto Filippo 
Augusto. Ma Gaillard sembra confonderla con quella di Ga- 
guin (2). Che che ne sia però e del vero autore di sì fatta cro- 
naca , e delle maggiori o minori varianti ed aggiunte avvenute 
o per negligenza de' copiatori , o per lo zelo di chi volea ren- 

(i) Cosi vi si legge: ad pubblicani historiae studiosorum iitiliiaLcm in lu- 
cctii revocati , et Innf^e emendatius quam antea impressi, nouo indica etc. 

(1) Nel Dizioiiurto Bibliografico di Brunet si fa osservare sull'aulorilà della 
Dissertazione di M. Huet di frobei ville clie l'edizione del i583 non è mia tra- 
duzione della storia di Tarpino, m* un'opera affatto diversa, e che non ha di 
comune con quella se non il titolo. li medesimo Brunet dubita ancora della esi- 
stenza dell'edizione di Parigi senz' anno ed in carattere gotico dal Mailtaire 
.-isscgnata al secolo XV. e che viene citata col seguente titolo, la Crunique , cu 
hisloirc faiie par le Rewerend Pere en Dieu Turpin Àrchei'cque de Rheims , 
V un des Pairs de France , contenant les prouuesses de Charle-JIagne , et da 
xun nci^eu Rollund , traduit du latin eri Francois par RobcrC Gaguin , ur o' • 
lire du Roj Charles FlIL in 'f° 



DEGT.l ANTICHI ROMANZI DT CAVALLERIi aS 

derla più dilettevole ed istruttiva, e della esatta epoca da' codici 
e delle edizioni sì del lesto che delle traduzioni che se ne fecero 
poscia , noi conchiuderemo , per quanto spetta alla verità slorica 
di quel che si contiene nella compilazione attribuita a Turpino ; 
ohe è esistito realmente un Turpino ai tempi di Carlomagno > 
stnto Arcivescovo di Reims per più di ^o anni : che Carlomagno 
primo Re di Francia della stirpe de' Carlovingi , ma non ancora 
Imperatore , dopo d' avere negli anni precedenti ridotti alla sua 
obbedienza i Sassoni, volle l'anno 778, far prova delle sue forze 
anche contro i Saraceni dominanti allora nelle Spagne. Pertanto 
con due eserciti da due diverse parti valicò i monti Pirenei, 
piese Pamplona , ed altre città nella Catalogna j ma intesa la li- 
bellione de' Sassoni nel tornare verso la Francia, allorché le sue 
truppe furono sulle cime de' Pirenei , e ne' passi stretti d'una 
valle ebbero una fiera battaglia dai Guasconi, che quivi s'eran 
messi in agguato, con restarvi disfatta la retroguardia, e andare 
a sicco lutto l'equipaggio di essa. Tra gli altri ufEziali del regio 
esercito , vi perirono Egarto soprantendente della mensa del Re , 
Anselmo Conte del palazzo, ed Orlando o Rolando Governatore 
della Marca di Brettagna (1). Tutto ciò che nella storia del sup- 
posto Turpino corrisponde a questi fatti può derivare dalla storia 
€ dalle antiche cantilene; tutto il resto dell'andata a Gompo- 
slella , ed altro di slmll genere dee riguardarsi come posterior- 
luente Intruso. In somma la storia di Turpiu* è un lavoro fan- 
trtsiico , nel quale pochi falli storici sono inviluppati in un mare 
di f ivole : non vi si mantiene verun ordine cronologico , e tutto 
serve al meraviglioso ed allo straordinario. Non sarà quindi ne- 
cessario ai giorni nostri la più fina critica per conoscere che tutto 
quello che vi si racconta della Galizia invasa e soggiogala dai Sa- 
raceni al tempo di Carlomagno è falso (3), che la presa di Pam- 
plona è resa maravlgliosa per la subitanea caduta delle mura 
a somiglianza delle mura di Gerico, (3), che il sole si fermò per 
tre giorni , mentre Carlomagno combattea contro de' Saraceni per 

(i) V. Eginaido tiCa di Curloma^no. 

(2) Cip. 1. ediz. cit. di Sebastiano Ciampi. Incipit historia famosissimi Ca- 
roli Mu'^ni quando tcUurcin hispaiiicain et ^allelianani a poiestale Suruccno- 
rum liberuuit. 

(3) C>ip. II. De mtuis Pampiloniae per senti tip os lapsis Gap. XXVI. /?-' 
hoc (juod sol stelit spaLio trium dierum ctc. 



a6 DISSERTAZIONE PRIMA 

vendicare la morte di Rolando e di Oliverio , che apparvero delle 
croci dietro le spalle di quel ch'erano per morire in guerra (i), 
che segui la famosa pugna di Rolando e del gigante Ferra- 
cuto eh' 

Era sì grande e grosso e smisurato , 

Che in muoversi s co tea tutto il terreno e e. (2) 

E chi non attribuirà a mera supposizione il passaggio di Carlo- 
magno oltramai-e per andare a Gerusalemme, e ad un parto della 
pura immaginazione quanto ci si racconta intorno la persona e 
la forza di questo eroe (3) ? E chi crederà le pi'odezze di Ro- 
lando contra il Saraceno d'altissima statura, e^le maraviglie della 
sua spada chiamata Diirrenda o Durandarda (4) , e il suono 
strepitoso della terribile sua tromba, e le straordinarie cose che 
precedettero la morte di Carlomagno (5)? Ma se queste porten- 
tose avventure da noi qui brevemente accennale non meritano la 
nostra fede , giovano però a dare qualche idea della cronaca di 
Turplno che riscaldò l'immaginazione vastissima de' nostri roman- 
zieri e dalla quale presero tema di applauditlssime composizioni 
i più insigni nostri poeti (6). 

(i) Gap. XVI. De Bello Fiirrae ctc. 

(2) Così nel Ricciaroetto cant. 19. Nel Gap. XVIII. è descritto colle seg. 
parole. Erat enim statura ejus quasi cubicis XX , facies erat lon^a quasi unius 
cubiti, et nasus illius unius palmi mcnsuvali , et brachia et crura ejus quu- 
tuor cubiloruin erant et digiti ejus tribus palniis etc. 

(3) Gap. XXI. Hic fortitudine tanta repleius erat , quod militem armatum , 
scìlicet inimicum suum, sadenlem super equum a uertice capitis , usque ad 
bases simul cum equo solo ictu , sputa propria trucidabat etc. 

(4) Gap. XXlll. Tunc Rolandus .... irruit illìco super Saracenos , et 
vidit quemdam inter alios , qui erat statura major aliis , et uno ictu ainputa- 
vit illum , et equum ejus per medium propria sputa a summo usque deorsum , 
ita ut alia pars Saraceni et equi cecidit ad dexterain, et alia ad laev'am eie. 
e rispetto alla fimosa sua spada. Timens ne in manus Saraccnorum ueniret , 
percussit sputa petronum marmoreum trino ictu, folens eam frangere , quid 
plura? in duabus parlibus e summo usque deorsum petronus diwiditur et gla- 
dius biceps foras illaesus reducitur! 

(5) Gap. XXII. De morte Caroli. 

(6} 11 primo poema tirato dalla pretesa cronaca di Tarpino è la Spagna Hi- 
storiata , il quale comprende in 4^ cauti quest'ultima spedizione di Carlomagno 
sino alla battaglia di Roncisvalle. Il poeta allega sovente il libro dal quale ricara 
la storia che intraprese n narrare. Se il mio autore uon m' inganna j dice egli. 



DEGLI ANTICHI ROMANZI DI CAVALLERIi %y 

Trattandosi qui dunque di una istoria , favolosa sì ma di 
somma importanza pel nostro argomento, noi crediamo che neces- 
sario sia il dare una più esatta cognizione della medesima. Nò 
bastando a tal uopo le poche sopraccennate citazioni, abbiamo 
giudicato necessario per la maggior intelligenza della nostra ro- 
manzesca epopèja di farla conoscere ai nostri leggitori nel miglior 

ovvero così mi dice il libro: oppure noi dice il libro. Sì vede ad ogni tratto 
ch'egli ha sott'occhio la detta cronaca, e che sovente altro non fa se non se 
metterla in versi; nulla di meno non nomina mai Tarpino come autore di esso 
libro. Il Pulci lo allega in parecchi luoghi , e segue sovente i suoi scritti , so- 
prallulto per rispetto alia battaglia di Roncisvalle. Sovente ancora le sue alle- 
gazioni sono ironiche: la delta cronaca è uno scudo di cui si copre ridendo, 
tdltavolfa che 1' esagerazione è fuor di misura ; e quando le prodezze che narra 
son troppo incredibili, reca in mezzo l'autorità di Tinpino, e per cose, le 
quali non si trovano più in Tarpino, che nell' ^/Zco/'a/io. Questa piacevole ma- 
niera di f^r intervenire il vecchio cronicista Tarpino anche per cose , delle quali 
non vien fatto verun cenno nella sua cronaca è una delle fogge che il Bojardo 
credilo e trasmesse a' suoi successori. Egli usò per lo più i seguenti modi di 
dire: e ciò Turpin accerta ( lib. II. caut. 21 st. 4 )» Turpin il dice, ed io 
da lui lo scrivo, che Satanasso allor lo tenne l'ivo ( lib. II. cant. 24 si. 7 ") , 
nel libro di Turpino io trovo scritto — Come Tarpino al suo libro c'espose. 
Ciò un' seguire ( lib. IH. cap. 1 st. 4 ) > Turpin di questa cosa assai ragiona. 
Perchè non fu giammai più cruda impresa ( lib. I. cap. 4 st. Sq ) , Ch' avenga 
che Turpino a ciò mi mova , Jo stesso a raccontarla mi vergogno ( lib. HI. 
cap. 2 st. 54 ), e cosi in moltissimi altri luoghi. Siccome però troppo agevol 
cosa slata sarebbe specialmente in allora il sapere che nella suddetta cronaca non 
fli era giammai jiarlato di quell'innamoramento d'Orlando che formava il prin- 
cipale soggetto del suo poema, cui egli disse nel frontespizio della prima edi- 
zione: Tradutlo da la verace Chronica di Turpino ce. cosi il Bojardo si è tro- 
vato in necessità d'addurre il motivo di si fatta ammissione di Turpino; ciò 
che fece Gn dal bel principio del suo poema co' seguenti versi ( lib. 1. cap. i 
st. 1 ). 

iVon vi para. Signor, maraviglioso 

Udir cantar d' Orlando innamorato ec. 
Questa novella è noia a poca gente , 

Perchè Turpino istesso la nascose. 

Credendo Jorsi a quel Conte valente 

Esser le sue scritture dispettose ; 

Poi che conlru ad amor pur fu perdente 

Colui che vinse tutte l' altre cose: 

Dico d' Orlando ec- 

Nulladimcno egli è certo che il Bojardo imitò più volte Turpino, siccome ve- 
dremo in seguito: ciò però che ci ha di singolare si è , che quando lo imitò, d'or- 
dinario lo fece senza citarlo. Anche il Cieco da Ferrara, che scriveva il suo 
Mamhriano nel tempo medesimo in cui il Bojardo lasciò di scrivere il suo Jn- 



jlS DISSERTAZIONE PRIMA DEI ROMANZI EC. 

modo possibile col presentar qui un estratto , alquanto diffuso , 
della medesima cronaca, e per la prima volta forse, nella na- 
tiva nostra favella , avvertendo però di aver tradotto quasi lette- 
ralmente le descrizioni che vi si fauno delle più valorose imprese 
di Carlomagno e di Rolando, venendo esse riguardate quasi pri- 
marie sorgenti d' onde derivarono tutte le idee romanzesche de'se-» 
coli posteriori. 



namorato si fa forte, o per meglio dire, finge di farsi forte con l' autorità del 
gran padre de'Romanzi Turpino , cui egli chiama nel fine del suo ultimo canto : 

Scrittor famoso , il qiial non scriferia 
Per tutto l'or del mondo una menzogna; 
E chi'l contrario tien , vaneggia e sogna. 

Anche l'Ariosto allega Turpino in prova della verità di qualche prodezza che 
□arra , e della quale non si trova alcun cenno nella detta cronaca , e dice con 
franchezza e vivacità: Mettendolo Turpi n , lo metto anch'io: Riferiremo in 
appresso alcuni passi del Furioso, in cui l'Ariosto prese a seguire alcune storie 
di questa favolosa cronaca. 



STORIA 

DELLA VITA 

DI CARLO MAGNO E DI ROLANDO 

ESTRATTA 

DALLA CRONACA 

ATTRIBUITA 

ALL'ARCIVESCOVO TURPINO. 



CAPITOLO I. 

Quando Cai loma^ao liberò la Spagna e la Galizia dai Saraceni. 



I 



L famosissimo Carlomagno dopo di aver conquistato coU ia- 
vincibile braccio della sua potenza e l'AnglIa, e la Gali la , e la 
Lorena, e la Borgogna, e l'Italia, e la Brettagna ed infinite cittk 
diill'uno all'altro mare, stanco finalmente ed oppresso da tante 
liiiiche, determinò di non voler più muover guerra ad alcuno e 
di rimanersene in riposo. INIentre però egli se ne stava neghittoso 
cogli occhi rivolti al cielo, vide una vìa di stelle che dal mar 
della Frisia dirigevasi fra la Germania e l'Italia, fra la Gallia 
e l'Aquitania, passando in linea retta per Guascogna, Blasca e 
iNavarra e Spagna fino in Galizia, ove da gran tempo rimaneva 
nascosto il corpo del B. Jacopo. Già da alcune notti stava Carlo 
contemplando quel cammino di stelle , quando gli apparse l'Apo- 
stolo Jacopo maravigliandosi come Carlo dopo di aver conquistate 
tante città, non si desse poi alcuna briga di liberar dai Saraceni 
la Galizia dove giacca sconosciuto il suo corpo. Per la qiial cosa 
gli manifestò esser lui da Dio trascelto a liberar la Galizia dalle 
mani de' Moabiti j e gli dichiarò che la via stellata da lui veduta 
altro non significava se non che il grande esercito eh' ei guidar 
dovea per estermiuare la perfida progenie de' Pagani , ed aprire 
la via ai pellegrini, onde potessero in avvenire visitare la sua ba- 
silica e la sua tomba a fine d' impetrare il perdono de' loro pec- 



3o dissebtAzione prima 

cali. Quindi lo anima a recarvisi il più presto possibile , gli pro- 
mette la sua assistenza, onde impetrargli da Dio la celeste co- 
rona, e gli manifesta la gloria che gliene sarebbe sempre deri- 
vala. Per ben tre volte l'Apostolo apparve a Carlo; onde questi, 
raccolti molti eserciti, entrò in Ispagna (i). 

C A P I T O L O II. 

Le mura di Paniplona diroccano du se stesse. 

La prima cittk assediata da Carlo fu Pamplona , intorno alla 
quale stette tre mesi senza poterla prendere, perchè era munita 
di mura inespugnabili. Allora postosi egli a pregar Dio ed il 
Beato Jacopo, le mura, a somiglianza di quelle di Gerico, cad- 
dero subitamente: ei conservò la vita a que' Saraceni che vollero 
ricevere il battesimo; trucidò coloro che lo ricusarono, e fece 
tributaria tutta quella provincia. Indi visitata la tomba del B. 
Jacopo, rendè grazia a Dio ed al detto Apostolo. Que' Galiziani 
che aveano abbracciata la religione Pagana e che vollero conver- 
tirsi alla fede di Cristo furono rigenerati colla grazia del batte- 
simo dall'Arcivescovo Turpino; quelli che ricusarono di conver- 
tirsi vennero o trucidati, o fatti schiavi sotto l'imperio de Cristiani. 

CAPITOLO III. 

Le città conquistate da Carlomagno in Ispagna. 

Nominansi nel capo terzo della cronaca le città acquistate da 
Carlo in Ispagna: trovansene rammentate alcune, i cui nomi sono 
noti anche al di d'oggi; ed altre ve ne ha senza veruna somi- 
glianza di nomi colle tuttora sussistenti. Alcune di quelle città 
furono conquistate da Carlo senza guerra , altre con grandi com- 
battimenti e con grand' arte , senza parlar di Lucena città muni- 
lissima che tenne inutilmente assediata per lo spazio di circa 
quattro mesi , e che poi in un subito diroccò per le orazioni da 
lui fatte al Signore ed al Santo Jacopo , la quale rimase poi 
sempre disabitata. Le quattro città che conquistò con grave fatica 

(i) Tutto ciò cbe si dice tlella Galizia invasa e soggiogata dai Saraceni al 
tempo di Carlomagno è falso, come fra gli altri autori ne fa testimonianza Si- 
g«berto scrittore del secolo XI., all'anno 720. 



DEGLI ANTICHI ROMANZI Ol CAVALLERIA 3t 

e che fiiron da lui njaledcllc , e elio ritnasero ]>er sempre senza 
abitatori, sono l'anzidetti E,uceiia o Ventosa, Carrlna ed Adania. 

C A IM T O L O IV. 

X'l'//' idolo Muhumet. 

Distrusse Carlo in Ispagna tutti gli idoli ed i simulacri , ad 
eccezione dell'idolo die trovavasi nella terra di Alaìidalaf (i), 
e che chiamavasi Salanieade. Raccontano i Saraceni che Mao- 
metto stesso abbia fabbricato quest'idolo, e che colla sua magia 
confinasse nel medesimo una legione di demonj , per la quale 
cosa l'idolo acquistasse tanta fortezza da non poter giammai esser 
infranto da chi che sia. Il Cristiano che per avventura vi si av- 
vicinava trovavasi subitamente in pericolo della vita ; ma se un 
Saraceno vi si recava a fine di pregare ed adorare Maometto , se 
ne ritornava sano e salvo. Un uccello che vi si fosse posato so- 
pra , moriva all'istante. Inalzavasi quest' idolo fabbricato d'ottimo 
oricalco sopra di un aulico marmo di bellissima scultura Sarace- 
iiica , ohe nella base era largo e quadrato, e stretto nella som- 
mità , alta quanto il più alto volo di un corvo. Rappresentava 
questo simulacro l'immagine di un uomo che stava su due piedi, 
colla faccia rivolta a mezzodì, e tenente colla destra mano una 
smisurata clava , la quale al dir de'Saraceni , cader doveva dalla 
sua mano in quell'anno, in cui nella Gallia fosse nato un Re, che 
colle leggi di Cristo soggiogare dovesse la Spagna. Al momento 
che videro caduta la clava , abbandonate le loro ricchezze, na- 
scosti sotto terra i loro tesori, se ne fuggirono. 

CAPITOLO V. 

Chiesa fondata da Carloinagno. 

Carlo coli' oro ricevuto dai Re e dai Princìpi della Spagna 
accrebbe ed ornò la Basilica del B. Jacopo, e poscia di ritorno 
dalla Spagna, edificò molte chiese, fra le quali quella della B. 

fi) Altri codici hanno AlandabuJ : pare che la parola Alandali/J' s' accoali 
più al njDclcrno Andaluziu. 



3a DISS5ÌRTA2IONE PElMl 

Vergine in Aqulsgraua , e le Basillclie di S. Jacopo la Tolosa , 
in Guascogna , In Parigi ec. ed instilul innuraerabill abbazie (i). 

CAPITOLO Vi. 

Ritorno di Carlo in Francia, e del Bà cigolando. 

Ma ritornato Carlo nella Calila , un certo Re dell' Aflfrica , 
Pagano e di nome Aigolando , conquistò co' suoi esercitila Spa- 
gna , ed uccise o scacciò dalle citta e dai castelli i custodi Cii- 
slianl da Carlo ivi lasciati. Questi appena ch'ebbe di ciò con- 
tezza , ritornò con molte truppe iu Ispagna , avendo seco Dace 
degli eserciti Milone d' Anglerla (2). 

CAPITOLO Vii. 

Terribile esempio per non impossessarsi delle clemoiine. 

Mentre dunque Carlo teneva I suoi alloggiamenti nelle vici- 
nanze di Bajona , avvenne un terribile caso, il quale mentre di- 
mostra che in que' tempi faceasi poco scrupolo d' eseguire la vo- 
lontà de' defunti , intimorisce e spaventa i trasgressori. Un soldato 
di nome Romarlco essendo malato a morte , commise ad un sua 
parente che , dopo morto , vendesse il suo cavallo , e che se ne 
distribuisse il prezzo ai chericl ed ai poveri. Morì Romarlco, ma 
l'iufedel» parente dissipò presto i cento soldi, che ne avea rlce- 
•yuti , in bere , in mangiare ed in vestire. Passati trenta giorni , 
gli apparse il morto , e gli manifestò che Iddio gli avea perdonato 



(i) Comunque piaccia dì credere intorno alla fondazione ed all'ornamcuLo 
delle varie chiese di S. Jacopo , che sono attribuile a Carloma^no dal supposto 
Turpino e da altri; non pnò dubitarsi della chiesa dal medesimo fatta edificare 
in Aquisgrana. Lo assicura Eginardo nella l'ita di Carloma^no , e Sis;ebevto 
all' anno ygS, il quale tace poi con Eginardo della chiesa di S. Jacopo di Ga- 
lizia, V. Ciampi, De Fita Caioli M. pag. loi. 

(2) Quanto dicesi in questo capitolo e nei seguenti di Carlomagno in Ispagna 
dopo la presa di Pamplona , e dopo la sua ritirata iu Francia per la ribellione 
de'Sassoni l'anno 778, non si accorda con la storia. Sigeberto all'anno 798 e 
799 rammenta alcuni fatti; tra i Saraceni e le truppe di Carlomaguo a Baicel- 
lona , ma Carlo non aravi. 



DEGLI AM'lCIIl KOMAi\Zl VI C.WALLIiBlA J.) 

1 suoi peccali; ma che per aver luì ingiuslaiuente riteiiutn pt r >> 
la delta elemosina, gli in forza rimaiKre per ben trcnla giorni 
nelle pene dell'Inforno. Sappi però, gli disse, che domani lu sa- 
rai cjcciato In ([uel luogo infernale d' onde Io sono uscito per 
iindare In Paradiso. Ciò detto il morto sparì , ed il vivo rimale 
spaventato e tremante; raccontava ad ognuno l'orribile caso, o 
mentre se ne parlava in tutto l'esercito, s' udiron per l'aria cla- 
inorl simili ai ruggiti de' leoni , de' lupi e dei vitelli; e in un ba- 
lano fra gli urli venne rapito vivo e sano dai demon'). I soldati 
i. ivano lo cercarono per ben quattro giorni fra i monti e le valli; 
finalmente nel duodecimo lo trovarono esaminato , rotto e fr.icas- 
sito in cima a un sasso , ove i dernonj lo aveaa gettato port^u- 
done l'anima negli abissi. 

CAPITOLO Vili. 

Ciu-nu ili Siili Facondo , ni Ila quale le aste i>e.rdci^i^iarono. 

Dopo tale avvenimento Carlo e Milone andaron colle loro 
truppe in cerca d'Aigolando, e lo rinvennero in un paese delio 
de' Campi vicino al fiuiue Ceica , bellissima pianura in cui poscia 
fu da Carlo eretta la grande basilica de' Beati Martiri Facondo e 
Primitivo. Aigolando, all'avvicinarsi di Carlo col suo esercito, 
gli mandò la disfida, nella quale possiamo ravvisare la manier.i 
di fare tali provocamenti secondo la cavalleria del tempo in cui 
\enne scritta questa cronaca. Sembra probabile che questo fosso 
il modo di scrivere nel mandare I' invito , al quale Cailu risposa 
mandando cento soldati contra i cento Saraceni d' Aigolando , che 
furono tutti uccisi: Aigolando ne mandò due mila, contra duo 
mila, ma una parte di essi fu uccisa, ed un'altra prese la fuga. 
iNel terzo giorno Aigolando avendo segretamente cavate le sorli , 
conobbe il detrimento di Carlo; e gli mandò a dire se voleva n;'l 
giorno seguente entrare in piena guerra , od egli l'accettò. Nella 
sera precedente al giorno della guerra s'accinsero i Cristiani a 
preparare con ogni diligenza le loro armi; ed alcuni di essi 
avendo ficcale le loro aste ritte in terra le trovarono di buon 
mattino ornale di cortecce e di frondi. Queste aste che verdeg- 
giarono erano per la più parte di frassino, ed appartenevano u 
liumanzi ili (.a^'ull. A^, /. j 



^i 1)(SSEIIT\ZI0NE PKUfA 

quo' Cristiani che nella prossima guerra ricever Joveano per la 
fede di Dio la palina del martirio. Aramirando i soldati sì graa 
miracolo, si posero a tagliarle vicino a terra, ma le radici che 
vi rimasero produssero poscia alti albereti. Terribile fu in quel 
giorno la battaglia d'arabe le parti, e vi rimisero uccisi quaran- 
tamila Cristiani, fra i quelli anche il Duce Milone padre di Ro- 
lando acquistò la palma del martirio unitamente a auelU le cui 
aste verdeggiarono. Carlo allora, a cui era stato ucciso il cavallo, 
stando a pie con due mila fanti Cristiani in mezzo al campo Sara- 
ceno, sguainò la sua spada di nome Gaudiosa (i), e tagliò per 
mezzo molti Saraceni: ma sul far della notte si i Saraceni che 
i Cristiani riliraronsi ne' loro alloggiamenti. Nel giorno seguente 
giimsero dall'Italia in soccorso di Carlo quattro Marchesi con 
quattro mila guerrieri (2). Aigolando tosto che n'ebbe contezza 
se ne parti , e Carlo colle sue truppe ritornò nella Gallia. 

CAPITOLO IX. 

r.arLt in figura d' ambasciatore si presenta art j^igolando ec. 

Non ristette però Aigolando dall' adunar Saraceni, Mori, Moa- 
biti, Etiopi, Parti, Affricani ed altre genti innumerabili; e si 



(i) La spnJa di Carlorna^no qui chiamata Gaiicliosn è detta Jucundu dallo 
storico di Filippo II. Re de* Franchi , ed aggiugne che si conservava con le altre 
regie insegne di Carioma^no nella chiesa di S. Dionisio. Noi ne presenteremo 
in appresso le figure. Chi vuol aver notizia delle spade celehri dell'antichità , 
de' nomi loro, e de' pivnligj ?coii esse operati legga la lettera diretta al chiar. 
Sebastiano Ciampi dall'erurlitissirao signor Francesco Cancellieri ed inserita nei 
fascicolo VI. delle Efeineridi letterarie di Roma , marzo, 1821. 

(2) La venuta di quattro Marchesi Italiani in soccorso di Carlomagno non 
può ammettersi al tempo di lui , poiché i Marchesi , o non esistevano , o non 
erano certamente quali furono quei del secolo X. e dei seguenti Al tempo del- 
rlmp. Lodovico Pio figlio di Carlomagno non eran altro i Marchesi che capi- 
tani delle milizie poste a guardia delle marche o con ini. V. Murat. yént. Ital. 
Diss. f^l. L'idea dunque di far venire in soccorso di Carlomagno quattro po- 
tenti Marchesi Italiani non corrisponde al tempo di Carlomagno , pecche qui non 
sembra che se ne parli come di semplici capitani delle truppe di guardia a'cou- 
Gni, che forse poterono essere chiamati anche al tempo di Carlo'uagno Murchio- 
nes; ma come di Principi e signori quali erano in Italia nei seciii XI., XII. e 
XIll. appunto nel tempo in cui ebbe origine e fu in gran voga il libro allribuUo 
a Turpi no. 



DEGLI AMICHI KOMAJN/I DI CAVALLERIA .' ", 

collegò eoo Taratino Re degli Arabi, con Brunabello Rp d'Ai.".-- 
sandria , Avito Re di J3ugia , Ospinello Re d' Algabria , Faino Ro 
di Barbarla e con altri molti, recandosi con essi fino alla citifi 
d' Agenno che fu immediatamente presa. Di poi mandò a diro a 
Carlo che, se soltoporsi voleva agli ordini suoi, andando da lui 
j)acificamente e con pochi soldati, gli avrebbe donato in pegno 
d' amicizia molt' oro ed argento e sessanta cavalli riccamente bar- 
dati : ciò promise Aigolando credendo d';<'l(;scarlo, perchè desidc? 
rava raffigurarlo, onde poterlo uccidere in guerra. Ma Carlo che 
ben lo conosceva , se ne andò quattro miglia lontano da Ageimo 
con due mila prodi guerrieri, e colh li lasciò occultamente; e noi 
s'inoltrò con soli sessanta soldati fino al monte vicino alla città, 
ed ivi lasciatili , cangiò le vesti , e senza lancia e collo scudo sul 
dorso rivolto a rovescio, secondo l'usanza degli araldi che inti- 
mavano la guerra (i), andò alla città in compagnia di un solo 
soldato. Annunciando essi d'essere ambasciatori spediti da Carlo- 
magno ad Aigolando, ed essendo perciò condotti dinanzi a lui, 
gli dissero d'essere stati inviati da Carlo per avvisarlo eh' ei pronta 
agli ordini suoi , veniva con soli sessanta soldati ; e che se voleva 
dargli ciò che gli aveva promesso egli avrebbe militato sotto di 
Jui; e che perciò anch' egli con sessanta soli soldati andasse pa- 
cificamente a parlargli. Allora Aigolando gli rispose che ritornas- 
sero a Carlo e che 1' aspettasse. Ma Carlo intanto lo conobbe , 
visitò la città onde rinvenirne la parte più debole , vide i R > 
ch'ivi trovavansi, ritornò ai sessanta soldati che avea lasciali in 
dietro , e con questi andò agli alloggiamenti dei due mila. Aigo- 
lando gli inseguì tosto con settemila, avendo in animo d'ucci- 
dere Carlo, che, essendosene accorto, prese la fuga, ritornò 
nella Gallia, e radunati molti eserciti, si recò di nuovo alla citt?i 
di Agenno, cui tenne assediata per sei mesi. Ma nel settimo avendo 
avvicinato alle mura e petriere e manganelle e torri ed arieti e 
castelli di legno , e tutte le altre macchine che necessarie sono 
ad espugnare una città (2), atterrito Aigolando, pensò a porsi 
in salvo unitamente ai Re ed ai principali personaggi che seco 
aveva , ed uscendo frodolentemenle dalle latrine e dai pertugi , 

(i) E da osservarsi fale costiinie. 

(2) Di rpiesle macchiue uiilildii de' secoli loiii parleremo in una delle se- 
guenti di59eitazioni. 



36 DISS£HTA^IONE Pf.IM.1 

e traversando a guado la Garonna si sottrasse dalle mani di Carlo, 
ÌN'el di seguente entrò Carlo trionfante nella città; dieci mila Sa- 
raceni furono trucidati ; alcuni si salvarono passando impetuosa- 
mente la Gar 

C A 1' I T O L O X. 

Della ciuà di Sarilona doi^e le aste ^^eì'dei^giarono^ 

Indi Aigolando rifuggi nella citth di Santona ch'era tuttavia 
sottoposta ai Saraceni , e Carlo che lo avea inseguito gli intiniò 
la resa della città , ciò eh' egli ricusò di fare ; e protestando olio 
la città esser dovea del vincitore, usci nuovamente in guerra. 
Nella sera però che precedeva il giorno della battaglia i Cri- 
stiani, disposte le truppe ne' prati che trovansi tra il castello di 
Talaburgo e la città di Caranta, ficcarono ritte In terra le loro 
aste dinanzi agli accampamenti, e nel giorno seguente le trova- 
rono verdeggianti,- solo però quelle di que' Cristiani che nella bat- 
taglia ricever doveano la palma del martirio per la fede di Cristo. 
Esultanti di gioja per si grande miracolo, levate le loro aste da 
terra , ed unitisi insieme si spinsero pei primi in guerra , ucci- 
sero molti Saraceni; ma furono in fine coronati di martirio. Era 
il loro esercito di quattro mila, e vi fu ucciso il cavallo dello 
stesso Carlo. Era questi oppresso dal numero de' Pagani , ma rias- 
sunte le forze co' suol eserciti , uccise molti fanti ; e quelli che 
non poteau più reggersi per la fatica fatta centra gli uccisi , se 
ne fuggirono in città. Ma Carlo gli insegui , assediò la città , 
ne circondò le mura, ad eccezione di quelle ch'eran rivolte verso 
il fiume; Aigolando però nella seguente notte si mise a fuggire 
pel fiume colle sue truppe: Carlo, essendosene accorto, gli inse- 
guì , uccise il Re d^ Algabria e di Bugia ed altri Pagani in nu- 
mero di circa quattro mila. 

CAPITOLO XI. 

La fuga d' Aigolando e gli eserciti di Carlo. 

Il fuggiasco Aigolando si ricoverò a Pamplona, e mandò a dire 
a Carlo che colà lo sfidava a nuova battaglia. Carlo udito ciò se 
uè ritornò nella Galiia , radunò Lutti i suoi eseicili _, dichiarò li- 



DEGLI ANTICHI ROMANZI DI CWAT.IJ'niA 3^ 

beri tutti qiie' servi che si fossero recati seco lui in Zsp^gna pr-r 
debellare i perfidi Saraceni , pertlonò al delinquenti chiusi net;Ii 
ergastoli, vesti gli ignudi, arricchii poveri, perdonò a' suoi ne- 
mici, conferi onorevoliiente abiti militari a tutti i maestri d'anni 
ed a lutti gli scudieri (i), ed in somma si associò per andare 
in Ispagna lutti gli amici e nemici , lutti i domestici ed ì bar- 
bari; e sì fatte persone collegate con Carlo ricevettero da Tur- 
pino la benedizione e 1' assoluzione da qualunque peccato. Adunali 
per si fatta maniera eentotrentaquattro mila soldati si recò Carlr) 
in Ispagna contro Aigolando. 

C A ì> 1 T OL O Xll. 

/ nomi de' priiicip.Ui comòallcnli eh' erano con Carlo. 

Disti nguevansl fra i principali combattenti che accompagna- 
vano Carlo, Turpiuo che con degne ammonizioni incoraggiava i 
fedeli Cristiani a pugnar da forti , che gli assolveva da ogni pec- 
calo, e che spesso debellava i Saraceni colle proprie armij Ro- 
lando il Duce degli eserciti , Conte Genomano e Signore di Biava, 
nipote di Carlomagno , figlio del Duca JMllone d' Angleria nato 
da Berta sorella di Carlo ; ( vi fu un altro Rolando di cui per 
ora non si fa parola ); Oliverio Duce degli eserciti, intrepido 
ed esperto soldato, figlio del Conte Ralnero; Estulfo figlio dil 
Conte Odone; Araslagno Re de' Britanni; Englerlo Duca d' Aqui- 
lania : e questi erano espertissimi in ogni genere d"* armi , ma spe- 
cialmente nel maneggiar l'arco e le frecce. Eranvl Gaifero Re 
Burdegalense, Gelaro, Calino, Salomone socio d' Estulfo, Baldo- 
vino, fratello di Rolando per parte di madre, ed Aldebodo Rf? 
della Frisia, Arnaldo di Berlauda , Naoian Duca di Boaria, Ogerio 

(•) Piiie ad alcuni cbe sieno stati fatti cavalieri o militi. Di questa cerimo- 
nia fa mriiziotie anrhe l'antico autore della i'iti di Luigi Lc-D.bonairc all'annuì 
79'» il quale all'età d'anni i3 fu solennemente armato da Carlomagno nel ca- 
stfllo di Renshourgc. Anche di Carlomagno si kijge in questa nostra istoria clic 
da giovinetto: GaLiJius illiun adur/uwit hahilu militari in palalio TolLelac. 
te in questo vestimento dell'abito militare non vuoisi riconoscere una specie .!i 
ordine cavalleresco più antico dc'già conosciuti , non sembrerà strano che que- 
sta cerimonia abbia dato origine alle formalità praticate nella creazione dei ca- 
valieri ; come di consegnar loro le armi ec. ec. della quale materia ragioneremo 
nella seguente dissertazione. 



38 DlSSERXAriONE PRIMA 

Duca dì Dacia , Dello Conte della ciltà di Nantas , Lamberto Prln- 
rine Bituricense , Costantino prefetto Romano, Kainaldo d' Albo 
Spino, Galterio, Guglioltno , Carino Duca di Lorena, Rogo, 
Alberico di Borgogna , Berardo di Nnblis , Guinardo , Estunuto , 
Federico , Berengardo , Atto , Ganalone , che fu poscia traditore , 
Ivone , Sansone Duca di Burgondia; questi erano gli eroi, ì prodi , 
i più forti de' forti die propagarono la fede di Cristo, e coi quali 
Carlo Re de' Galli e Imperatore de' Romani conquistò la Spagna 
a onore e gloria del nome di Dio. Arnaldo di Berlanda passò 
pel primo il porto Cisereo (i), e si portò a Pamplona: lo segui- 
rono subitamente Estulfo , Arastagno , Englerlo , Galdebodo, Co- 
j-tantino e Carlomagno con tutti gli altri. In questo mezzo intimò 
Carlo ad Aigolando, il quale trovavasi nella città, che gliela ren- 
desse o che uscisse in guerra contro di luì. Aigolando , conosciuta 
l'impossibilità di poter conservarsi la città, elesse la guerra piut- 
tosto che morir vilmente nella medesima: quindi mandò a chiedere 
a Carlo una tregua, per aver tempo d'uscire colla sua truppa 
dalla città , e prepararsi alla battaglia e parlargli in persona ; 
poiché Aigolando desiderava di vedere Carlo. 

CAPITOLO XIll. 

La tregua con pigolando e la disputa di Carlo collo iiesso. 

Carlo gli concedette la tregua , ed Aigolando abbandonala la 
ciltà , si l'eco con sessanta dei suoi magnati al tribunale di Carlo, 
il quale si pose tosto a rimprocciarlo perchè gli avesse tolta con 
frode la Spagna e la Guascogna ch'egli avea conquistata coli' in- 
>incibile braccio della potenza di Dio , e lo consigliò a sotlomet- 
Torsi alle leggi di Cristo. Aigolando , udendo Carlo parlare in lin- 
t;ua Arabica , fece alte maraviglie , n' ebbe piacere e gli rispose 
pregandolo di dirgli il perchè egli avesse tolto alle sue genti 
lineile terre eh' ei non aveva ereditate né da suo padre, né dal 
suo avo, né dal suo bisavo. La ragione si è, soggiunse Carlo, 

(i) L'edizione Hello Scardio dà al Cap. XI. Jscreos. In Tolomeo si trova il 
jirnmotitovio Easo , con la città dello stesso nome non molto lungi da l*amp!ona. 
Sembra dunque che la lezione Asereos s'accosti al vero, e che perciò debba cor- 
j'ggersi E'isereos. Nelle carte moderne resterebbe tra Fontarabia e San Scba- 
slaiio, e forse il porto in qnistiniie fu l'oggidetto il Passaggio. 



DKGLI AMICHI IlOMA-NZl IJI CAVAI I.F.I.l \ 3y 

clie il creatore del ciclo e della terra avendo eletto fra Je na- 
zioni del mondo la Cristiana per dominare sopra tutte le altre, 
io feci ofjni possibile per convertire alla nostra legge i tuoi Sa- 
raceni. Parve ad Aigolando cosa affatto indegna che la sua gente 
soggiacer dovesse a (jnella di Carlo, mentre ei credeva che la 
legge INlaomeltana fosse assai migliore della Cristiana , e addnr 
ne volle le prove: Carlo però con molte ragioni tentò, ma inn- 
tilmente di persuaderlo essere migliore di tutte la religione di 
Cristo; quindi si conchiuse d'ambe le partì di combatter nuova- 
mente, promettendo Aigolando di ricevere il battesimo se Carlo 
ne fosse stato vincitoi-e. Per la qua! cosa vennero tosto scelti venti 
Cristiani centra venti Saraceni che battagliarono a tal patto; ma 
questi Saraceni essendo stati immediatamente uccisi siccome lo 
furono sempre anche dopo , mandandone cento contra altri cento 
Cristiani, e duecento contra duecento, e finalmente mille contra 
mille. Allora Aigolando , chiesta ed ottenuta nuova tregua , andò 
a parlare a Carlo, confessò che la legge Cristiana era migliore 
della Saracena , e gli promise eh' ei e la sua gente avrebbero nel 
domane ricevuto il battesimo. 

CAPITOLO XIV. 

Lit mensa di Carlo , i poveri, Ai^olundo ricusa il battesimo. 

Giunto il di, si recò Aigolando da Carlo che se ne stava a 
desinare circondato da molte mense bene imbandite, intorno alle 
quali sedevano alcuni in abito militare, altri coperti da nera ve- 
ste monacale, altri vestili di bianco abito canonicale, altri d'abito 
chericale. Desiderò Aigolando di sapere chi fossero costoro e a 
qual ordine appartenessero; e Carlo gli manifestò e il loro carat- 
tere e l'uffizio di ciascuno. Osservava intanto Aigolando ch'erano 
in un angolo dodici poveri seduti in terra , vestiti miseramente , 
che senza mensa e senza pannilini, nutrivansi di poco cibo e poco 
pane, e chiese a Carlo chi fossero; a cui egli rispose esser quella 
gente di Dio, i messaggeri di Cristo, che sotto il numero di do- 
dici apostoli del Signore vengono ogni giorno pasciuti. Come! ri- 
spose Aigolando: la tua gente che siede intorno a te è felice, è 
ben vestita e mangia e beve allegramente; e i messaggieri di Dio 
sono mal vestiti, muojou di fame, son da te gettati lontano e 



4o nT';:5FRT>7,!ONE PP.lMi 

tinttiti Inrpnmonlo? la Ina legge dunque è falsa: io non \ogllo 
vsscve battezzato, e domani li aspetto in battaglia. 

C A IM r O L O XV. 

La guarà di I'.:inplonu e lu morie d' Aigolitinlo. 

Trovai'onsì nel di seguente ambedue gli eserciti adunali nel 
campo pronti a venire alle mani ; quello di Carlo era di cento- 
trentaquattro mila soldati, e quello d' Aigolando di cento mila: il 
jirlmo era diviso in quattro corpi j il secondo in cinque, de'quali 
i primi due furono tosto scouGlti dai Cristiani. Aigolando, \ista 
la perdita de'suoi , adunò tutti gli altri e vi si pose nel mezzo; i 
Cristiani lo circondarono da ogni lato, e Arnaldo di Bcrlanda si 
lanciò con tanta violenza contro di essi che giunse a dividerli e 
a pervenire fino ad Aigolando, cui uccise con un terrlbil colpo 
della sua spada. Alto grido rintronò d'ogni parte j ed i Cristiani 
lanciandosi impetuosamente suU' uno e 1' altro lato diedero ai Sa- 
raceni una generale sconfitta , dalla quale si sottrassero colla fuga 
il Re di Sibilia e l'Altamajor Re di Cordova con pochi Saraceni; 
que'che trovavansi nella città furono tutti uccisi. Il sangue sparso 
iu quella giornata fu in si gran copia che glugneva fino alle 
gambe de' vincitori. 

C A PIT O L 9 XVI. 

Alcuni CvisLiani , per la loro cupidigia sono ucrin. 

Giunta la notte, alcuni Cristiani, avidi delle ricchezze degli 
uccisi soldati, rientrarono all'insaputa di Carlo nel campo di 
batiaglia ove giacevano i morti; e mentre carichi d'oro e d' ar- 
i^ento se ne ritornavano , il Re di Cordova che con alcuni Sara- 
ceni se ne slava nascosto fra i monti, gli uccise tutti, ed erano 
circa mille. 

CAPITOLO XVII. 

La guerra di Furra. 

Il gioinio dopo venne riferito a Carlo che in vicinanza del 
monte Garizim un certo Furra Principe di Navarra , voleva bai- 



DEGLI ANTICHI KOMAIS'21 DI CAVALLEIllX 4^ 

tersi seco lui. Carlo dunque recatosi al monte Garizim accellò la 
battaglia pel giorno seguente 5 ma desiderando egli alla sera di 
sapere quali fossero per morire nel futuro combaitimcQlo, pregò 
Dio a volerglieli manifestare. Nel di seguente , essendo di gih in 
armi gli eserciti di Carlo , apparvero delle croci rosse sulle co- 
razze (i) dietro le spalle di que' ch'erano per morire j ma Carlo, 
veduto appena si grande portento , li ricondusse nel suo oratorio 
affinchè non morissero in guerra. Indi terminata la battaglia , ed 
ucciso Furra con tre mila tra Navarresi e Saraceni, trovò morti 
tutti quelli cui avea procurato di salvare la vita: il numero di 
questi era circa di centocinquanta. Oh quanto sono incomprensi- 
bili i giudizi di Dio ! 

C A IM T O L O XVlll. 

// ,o:.,hiillii>/eiiln ili Rolando e di Fei-racuto. 

Appena avvenuto ciò , fu immediatamente nunziato a Carlo 
che dalla Siria era giunto a Nagera un gigante dì nome Ferra- 
cuto della razza di Golia , il quale con venti mila Turchi era 
stato mandato da Amiraldo Re di Babilonia per debellarlo. Era 
questo gigante alto circa venti cubiti, la faccia ne aveva uno di 
lunghezza, ed il naso era lungo un palmo, e tre palmi n'erano 
le dita, e quattro cubiti eran lunghe le braccia e le gambe: 
aveva la forza di quaranta de' più forti , né gli facean alcuno ti- 
more la lancia , la freccia e la spada (2). A tal annunzio Carlo 
si portò tosto a Nagera, e Ferracuto al di lui arrivo uscito dalla 
città , cercò chi volesse venir seco a singoiar tenzone. Allora Carlo 
gli mandò contra Ogerio di Dacia ; e Ferracuto appena che l'ebbe 
veduto, gli andò dolcemente vicino, e col braccio destro abbrac- 
ciatolo tutto armato , lo trasportò con placidezza nel suo castello , 

(1) Qui'l che si dice dell'apparizione delle croci corrisponde ad altre simili 
iipparizioni rifciile dagli scrittori del secolo XI. Vedi ciò che scris-icro Si^^eberLo 
all'anno 7^8 e Lamberto Schaffnaburgense all'anuo 78^. 

(2) Dalla descrizione di questo gigante, e dalla battaglia seguita in appresso 
con Rolando sembrano derivati i versi del Ricciardetto canto fi. si. iCt e carilo 
XIX' ove comincia: 

^ di' esercito moro un Saraceno 

Era sì grande e grosso e s nisur.iLo m. 



4^ DTSSETlTAtlONK PRIMA. 

come s'esso f<jssc mitisslmo agnellino. Carlo , veduto questo, giu- 
dicò di spedirgli contra Rainaldo d' Albospino; ma il gigante pre- 
solo con un solo braccio , lo chiuse immantinente nel carcere del 
suo castello. Carlo gli mandò poscia Costantino Re Romano ed 
il Conte Oliverio ; ma egli , presili ambidue , l' uno a destra e 
l'altro a sinistra , li rinserrò nel detto carcere. Veduto ciò, Carlo 
non ardì più mandargli contro altra persona. Ma Rolando , chie- 
stane al Re la permissione, si presentò al gigante, il quale car- 
pitolo colla sola mano destra e postolo davanti sul suo cavallo se 
lo portava verso il castello. Rolando allora , ripigliate le forze e 
confidando in Dio, l'aggrappò pel mento, e subito lo rovesciò 
in dietro sul cavallo, dal quale caddero ameudue stramazzoni in 
terra , ma alzatisi in un istante montò ciascuno sul suo proprio 
cavallo. Incontanente Rolando credendo con un solo colpo della 
spada d'uccidere il gigante, divise in vece per mezzo il cavallo 
di lui; per la qual cosa Ferracuto , trovandosi a piedi, e colla 
spada sguainata minacciando Rolando , questi gli die un terribile 
colpo sul destro braccio col quale il gigante teneva li spada , e 
gliela fece cader di mano. Ferracuto; perduta la spada, credendo 
percuotere Rolando con un orribil pugno , percosse invece la testa 
del di lui cavallo, che subitamente stramazzando morì. Essendo 
dunque amendue a piedi e senza spada combatterono a pugni e 
a sassi fino a nona j ma facendosi notte , Ferracuto impetrò tregua 
da Rolando fino al giorno vegnente ; quindi stabilito fra di loro 
di battersi nel seguente di senza cavalli e senza lancie, se ne tor- 
narono alla propria casa. Al dimane sul far del giorno trovaronsl 
ambedue a piedi sul campo di battaglia : Ferracuto però avea 
portato seco la spada che non valse per nulla, poiché Rolando 
teneva un bastone ritorto ed un legno col quale lo percosse tutto 
il giorno senza offenderlo , siccome pur fece fino al meriggio , 
lanciandogli contra grossi e rotondi sassi, di che Ferracuto se ne 
ridea , non potendo in alcun modo rimaner ferito. Ma essendo egli 
ormai aggravato dal sonno, chiesta tregua da Rolando si pose a 
dormire. Era Rolando un giovane assai allegro di umore, e per- 
ciò dato di piglio a un sasso , lo pose sotto al di lui capo , affin- 
chè potesse dormire più agiatamente : né Rolando , né alcun Cri- 
stiano avrebbe in allora osato di ucciderlo, essendo a que' tempi 
in vigore il costume che , se un Cristiano avesse dato tregua ad 



DEr.Ll ANTICHI ROMANZI DI CAVALLERIA 4^ 

un Saraceno od un Saraceno ad un Cristiano, nessuno potesse 
recargli la piti plcclola ingiuria j e se alcuno avesse mancato a 
tale instiluzione era immediatamente ucciso (i). 

Essendosi Ferracuto svegliato , dopo di aver bastantemente 
dormito, Rolando gli si pose vicino a sedere, e cominciò a do- 
mandargli il perchè fosse si forte e duro da non poter essere of- 
feso né da spada né da bastone. In ninna parte, gli rispose il 
gigante, io posso esser ferito, se non che nell'ombelico (2). Egli 
però parlava in lingua Spagnuola ^ ma Rolando la conosceva ba- 
stantemente. E tu, gli disse il gigante guardandolo fisamente, 
come ti chiami ? e di qual nazione sei tu che con tanto coraggio 
vieni a battagliar meco ? Io mi chiamo Rolando , gli rispose e 
sono Francese. Allora Ferracuto gli disse : E qual legge tu pro- 
fessi ? Io, soggiunse Rolando, per la grazia di Dio son Cristiano; 
e pronto sono a battermi per la fede di Cristo fino alF ultimo 
sangue. Allora il Pagano disse : E chi è mai questo Cristo nel 
quale hai tanta fede? e Rolando: Il figlio di Dio padre, che nac- 
que da una Vergine , che pati sulla croce , che fu sepolto nel 
sepolcro, che il terzo di resuscitò da morte, che sali al cielo e 
siede alla destra di Dio padre. E Ferracuto a lui; Noi crediamo 
che il creatore del cielo e della terra è un solo Dio , che non 
ha figliuolo , né padre. Qui Rolando con uno strano catechismo 
cercò di persuadere Ferracuto della verità del Cristianesimo , e 
adoperò alcune comparazioni onde fargli comprendere il mistero 
della Trinità. In una cetra, gli disse, sono tre cose, allorquando 
si suona, l'arte, le corde e la mano, e pure non ci ha che una 

(1) (^)uindi così cantò l'Ariosto nel Furioso cant. 1. st. a*. 

Oh gran bontà de' cavalieri antiqui! 
Eran riuaii , eran di fé dii>ersi , 
E si senlian degli aspri colpi iniqui 
Per tutta la persona anco dolersi; 
E pur per selve oscure e colli obliqui 
insieme van senza sospetto aversi. 

(a) TitW ottava 48 del canto XI 1. del Furioso cos'i dice T Ariosto di Fcrraù: 

eh' abbiale y signor mio, già inteso f stimo , 
Che Ferrali per lutto era fatalo, 
Fuor che là dove l' alimento priiro 
Piglia il bambin nel ventre ancor seri uLq. 



44 rnSSEUTAZIOTlF. PniMV 

sola cetra: ire cose in una mandorla, la scorzi, il cjuscio e il 
frutto, ed è una mandorla sola: tre cose nel sole, la luce, la 
splendore ed il calore, e non è che un sole: tre cose in una 
ruota, il mozzo, i raggi e il cerchio, e tutto questo insieme 
forma una sola ruota : in fine non hai tu forse in te stesso un 
corpo , membra ed anima ? Eppure tu non sei che im solo uomo. 
Dopo tali comparazioni dà Ferracuto a divedere a Rolando di 
comprendere chiaramente la Trinità ; ma non sa capire, soggiunge, 
come il padre generasse il figliuolo , e soprattutto come un colai 
figliuolo uscisse d' una vergine rimasta vergine. Rolando lo chia- 
risce , non più con paragoni , ma coli' onnipotenza di Dio , colla 
creazione d'Adamo, colla nascita spontanea del punteruolo nelle 
fave, del verme nel legno o in altre sostanze, delle api, di pa- 
recchi pesci, uccelli e serpenti ( la fisica di quel tempi non ne 
sapeva di più ). Altre spiegazioni cerca poscia Ferracuto , il quale 
non sa concepire come il figliuolo di Dio avesse potuto morire , 
come dopo morte ritornare in vita e come ascendere al cielo ; 
alle quali cose Rolando die varie risposte che uè valsero però a 
convincere Ferracuto , il quale die fine al catechismo collo sfidar 
nuovimente a battaglia Rolando, facendo unicamente dipendere 
dall'esito della medesima la verità della rispettiva loro religione: 
poiché se Ferracuto rimaneva vinto non ci era più da dubitare 
della verità della fede di Cristo, ma sarebbe poi stata giudicata 
falsa se Rolando fosse rimasto sconfitto. Ciò stabilito da ambe le 
parti, cominciò Rolando ad assalirlo^ ma Ferracuto lanciò uu 
colpo di spada oontra Rolando , che con un salto a sinistra se ne 
sottrasse, ricevendone 11 colpo sul suo bastone che rimase tagliato 
in due. Allora Ferracuto lo prese e leggermente lo chinò a terra 
sotto di se : conobbe In allora Rolando di non potersene sottrarre 
in alcun modo; quindi implorata l'assistenza della Vergine Ma- 
ria , cominciò coli' ajuto di Dio a dirizzarsi un tantino e poi a ri- 
volgersi sotto di sé , ed aggiugnendo la sua mano alla spada di 
lui lo punse un pochetto nell' ombelico , e se ne fuggi dalle sue 
mani. Allora Ferracuto cominciò con alto grido ad invocare 11 suo 
Dio Maometto, Maometto, Dio, Dio mio, soccorso che muojo: a 
tal voce accorsero i Saraceni, ghelo tolsero dalle mani e lo tra- 
sportarono verso 11 castello, e Rolando sano e salvo se ne ritornò 
fra' suol. Allora 1 Cristiani In un subito assalirono impetuosamente 



DEGLI AWTlCIll ROMANZI Ul CAVALLERIA. 4^ 

i Saraceni , uccisero il gigante , s' impadronirono della città e del 
castello , e liberarono dalle carceri i prodi loro guerrieri. 

CAPITOLO MX. 

Z,a guerra delle Larice. 

Bopo breve tempo venne riferito al nostro Imporntore che 
stavanlo aspettando a Cordova pronti a combattere Ebrncliim Re 
di Sibilia e Altumajor che già era fuggito dalla battaglia di Pam- 
plona. Carlo disposto il lutto per muover loro guerra, avvicina- 
vasi a Cordova co' suoi eserciti, quando uscirono armati contra 
lui i detti V\e colle loro truppe: erano i Sriraceni circa dieci mila, 
e circa sei mila i soldati di Carlo , e da esso luì disposti in tre 
compagnie, delle quali la prima era composta de'più prodi mi- 
liti, la seconda di fanti, e 1' ultima di militi, i Saraceni fecero 
lo stesso; e mentre che la prima tnrraa de' Cristiani, seguendo 
gli ordini di Cn-lo, approssìmavasi alla prima de'Pagani, questi 
mandarono avanti ad ogni loro cavallo altrettanti fanti masclicratl 
con folte barbe e lunghe corna che sembravan diavoli , aventi 
tulli un timballo cui percuotevan fortemente colle mani. Appena 
che i cav.illi de' soldall Cristiani ebbero udite le grida ed i suoni , 
e vedute le orribili loro figure, presi da grande spavento si mi- 
sero pazzamente a fuggire, e veloci al par delle freccie , non pò- 
tean per veruu modo esser rattenuti dai soldati ; le altre due 
compagnie vedendo fuggire la prima presero anch'esse la fug^. I 
Saraceni allegri del successo insegaivan lentamente i Cristiani che 
giunti alle falde di un monte , e raccoltisi tutti stavano ad aspet- 
tare il nemico, il quale, veduto ciò, stimò meglio retrocedere 
alquanto. I Cristiani stettero attendati fino al di seguente , ed al 
primo albeggiare adunatisi in consiglio , Carlo ordinò a tutti i 
soldati di coprire la testa de' loro cavalli con panni e pannilini , 
affinchè veder non potessero le maschere di quegli scellerati , e 
che con pezzetti di panno otturassero ben bene le orecchie ai 
medesimi, affitichò udir non potessero il suono de' timballi. Cosi 
ft:ciro, e pieni di coraggio s'avanzarono contra il nemico, com- 
batlercno tino a mezzodì , e ne uccisero non pochi. Eransi tutti i 
Saraceni raccolti insieme, e in mezzo di essi stava il carro tirato 
da otto buoi, sul quale s'inalzava il rosso loro vessillo j e nes- 



4^ DISSERTAZIONE PRIMA 

suno , secondo il loro costume, ardito avrebbe d' abbandoDarlo 
Cache vedeasi in alto sventolar la bandiera (i). Carlo, scorto ciò, 
ariìiossi di corazza, di celata e dell* invincibile spada, e colFajuto 
di Dio s'aperse la via fra le schiere di quegli infedeli rovcsciau- 
doli a destra e a sinistra finché giunse al carro. Allora colla pro- 
pria spada tagliò 1' antenna che sosteneva lo stendardo, e iu un 
batter d' occhio tutti i Saraceni qua e là dispersi si posero a fug- 
gire, ma in egual tempo i Cristiani gettando alte grida ed inse- 
guendoli con grand' impeto ne uccisero otto mila , fra i quali tro- 
\ossi pure estinto il Re di Sibilia. 

Il Re Altumajor ei'asi rifuggito e fortificato in città con due 
mila Saraceni 5 ma nel giorno seguente essendo stato sconQtto , 
consegnò all' Imperatore la città , il quale gliela restituì a condi- 
zione che ricevesse il battesimo , e si sottoponesse al suo comando. 
Dopo ciò Carlo divise la terra e le provincie della Spagna alle 
sue genti che desideravano rimanervi , e non vi fu più alcuno in 
Ispagna che ardisse di muover guerra a Carlo. 

CAPITOLO XX. 

IL Concilio di Carlo e la sua andata a S. Jacopo di Cornpostellu. 

Carlo , aiEdati i suoi eserciti ai capi, si recò al B. Jacopo di 
Coiijposlella , e posti nella loro sede in tutte le città i Vescovi 
ed i sacerdoti, ed adunato nella città di Compostella un concilio 

(i) Nel carro con lo stendardo vermìglio tirato da buoi si vede 1' uso del car- 
roccio adoperato in Milano 6no dal XI. secolo. Abbiamo da Gaìvauo Fiamma , 
dai Corio e da altri scrittori che l'inventore del carroccio fu Aribi-rlo Arcive- 
scovo di Milano, le cui armi portarono la vittoria oltre le Alpi, e che finì la 
gloriosa sua carriera nel io45. Alcuni scrittori ci rappresentarono questo car- 
roccio come una superstizione, ovvero come una barbara iasegna. 11 Verri nella 
sua Storia di Milano cap. IF. lo risguarda piuttosto come un'invenzione mili- 
tare assai giudiziosa, posta la maniera di combattere di quei tempi. Questo car- 
roccio con molta accortezza immaginato da Ariberto fji poscia adottato dalle al- 
tre città d'Italia , quando coli* esempio de' Milanesi acquistarono l'indipendenza , 
e si ressero col loro municipale governo. Cessò l'uso del carroccio in guerra sotto 
Ottone Visconti circa il 1280. L' otserfatore Fioì-tntino noi. ir. pag. loi dice 
ciiC il carroccio fu adoperato in Italia ed in ispecie dai Fiorentini fino dall'anno 
i23o: se ciò fosse i Fiorentini avrebbero inco;BÌnciato ad adoperarlo due secoli 
circa dopo i Milanesi. V. quanto abbiamo scritto nel Costume antico e moderno ec. 
Costume drilli Italiani ce. dove trovasi pur rappresentato in una layoU il detto 
carroccio. 



DEGLI ANTICHI ROMANZI DI CAVALLERIA 47 

di Vescovi e di Principi, ordinò per l'amore ch'ei portava al 
B. Jacopo , che tutti i Prelati , i Principi , i Re della Spagna e 
della Galizia presenti e futuri obbedissero al Vescovo del Beato 
Jacopo , e 1' Arcivescovo Turpino con sessanta Vescovi consacrò a 
richiesta di Carlo la Basìlica e l'altare del B. Jacopo, ed ordinò 
che chi possedesse una casa in Ispagna ed in Galizia , pagasse 
alla chiesa del B. Jacopo quattro nummi V anno , e che chi pa- 
gasse fosse dichiarato libero da ogni servitù. Stabili ben anche 
in tal giorno che la chiesa di quell'Apostolo fosse chiamala sede 
Apostolica perchò l'Apostolo Jacopo era stato ivi sepolto, e che 
nella medesima fossero spesse volte adunali i conci)) de' Vescovi 
di tutta la Spagna j che le verghe episcopali e le regali corone 
fossero conferite dal solo Vescovo di quella città ec. 

La dote di quattro nummi l'anno per ogni casa che in que- 
sta capitale si dice assegnata da Carlo alla chiesa di S. Jacopo , 
sembra un' imitazione del cosi detto danajo di S. Pietro , che 
si cominciò a pagare fino dall'ottavo secolo. Tutto quello che in 
questo capitolo è detto In proposito delle donazioni ed altre cose 
falle da Carlo per la chiesa di S. Jacopo in Compostella debbe 
riguardarsi non come un'invenzione maliziosa, ma piuttosto come 
una credenza invalsa per l' ignoranza del tempo , e per cui veniva 
di buona fede attribuito a Carlomagno molto di quel eh' era stato 
in varj tempi instiluilo dopo di lui. Quantunque fino dall' ottavo 
secolo, o, come pretende qualcuno, da poco dopo la morte, 
fosse trasportato e venerato in Compostella il corpo di S. Jacopo 
maggiore j non dimeno la sua celebrità e più grande venerazione 
ripetonsi dal nono secolo in poi. L' edificazione della prima chiesa 
ù attribuita dalla storia ad Alfonso il Casto verso 1' anno 800. Il 
Papa Callisto IL nel li 24 ^i trasferi i diritti della metropolitana 
di Merida, che a quel tempo era in mano de' Saraceni. 

CAPITOLO XXI. 

Della persona e d.llii foi za ili Carlo. 

Nel capitolo XXI. passa il supposto Turpino a descrivere la 
persona e la forza di Carlo. Era questo Re di color bruno , rosso 
di faccia, bello di corpo, ma fiero di viso; egli era alto otto 
piedi de' suoi che erano lunghissimi ; aveva ampie spalle, reni ac- 



48 • DISSERTAZIONE PUlMi 

concie, ventre conveniente, braccia e gambe grosse, bellissime 
^innlurc, era fortissimo in battaglia, e soldato fierìssimo. La sua 
faccia tra lunga un palmo e mezzo, ed uno la barba, e circa 
mezzo palmo era lungo il naso, un piede era la fronte, e gli 
occhi scintillavano come carbonchi, al par di quelli del leone, 
le sopracciglia avean mezzo palmo ; e tremava chiunque fosse stato 
da lui fissato cogli occhi spalancati quand' era mosso dall' ira. La 
sua cintola era lunga otto palmi senza le coregge che ne pende- 
vano. A pranzo mangiava poco pane , ma la quarta parie di un 
montone, o due galline, od vui'oca, o le coste di un porco, od 
mi pavone , od una grue , od un' Intera lepre ; beveva poco vino 
e misto con acqua. Era poi sì forte che con un colpo solo della 
sua spada tagliava in mezzo da capo ai piedi un soldato armato 
ed il cavallo su cui questi stava seduto ; distendeva agevolmente 
colle mani quattro ferri di cavallo^ e ratto inalzava da terra 
fino alla sua lesta un soldato armato ritto in piedi sul palmo della 
mano. Egli era munificentissimo, giustissimo, eloquente. Tenendo 
corte in Ispagna principalmente ne' giorni di Natale, di Pasqua , 
di Pentecoste e del S. Jacopo portava scettro e regal corona , e 
davanti al suo tribunale veniva portata , secondo II costume impe- 
riale , la nuda spada. Durante la notte stavan continuamente in- 
torno al suo letto per custodirlo centoventi prodi ortodossi : qua- 
ranta faceau di notte la prima guardia ; cioè dieci alla testa , dieci 
ai piedi , dieci a destra e dieci a sinistra tenendo nella mano de- 
stra la spada nuda, nella sinistra una candela accesa. Nello stessa 
modo facevan la seconda guardia gli altri quaranta , e slmilmente 
gli altri quaranta facevan la terza guardia di notte fino a glorilo, 
mentre gli altri dormivano. Ma troppo gran cosa sarebbe il nar- 
rare a chi ne fosse vago le gloriose sue imprese , siccome , per 
esempio , il modo con cui Galafro Almiraldo di Toledo ornò nel 
suo palazzo d'abito militare l'esiliato giovanetto Carlo; e come 
questi per amore del detto Galafro uccidesse in battaglia Bralmaro 
grande e superbo Re de' Saraceni e nemico di Galafro j e come 
acquistasse colla sua probità varie terre e città , e le assoggettasse 
alla fede di Cristo; e come instituisse nel mondo molte abazie; 
e come disotterrasse molte reliquie e corpi di Santi , e le collo- 
casse nell'oro e nell'argento, e come venisse inaugurato Impera- 
tore di Roma , ed andasse a visitare il sepolcro del Signore , e 



I 



DEGLI ANTICHI ROMANZI DI CWALtERIA ^Q 

seco portasse il legno della santa croce e dotasse poscia molte 
chiese. Racconteremo però in brevi parole la maniera con cui 
Carlo, dopo di avere liberata la Galizia , dalla Spagna se ne ri- 
tornasse in Francia. 

CAPITOLO XXII. 

Tradimento di Gunalone e la guerra di Roneisvalle. 

Dopo che l'Imperatore Carlomagno ebbe, ad onore del Si» 
gnore e di S. Jacopo, acquistata tutta la Spagna, nel ritornare 
in Francia s'accampò a Pamplona colle sue truppe. Dimoravano 
in quel tempo in Saragozza due Re Saraceni, cioè i due fratelli 
Marsirio (i), e Belvigando, i quali erano stati mandati dalla 
Persia in Ispagna dall' Almiraldo di Babilonia, ed erano soggetti 
all'impero dì Carlo, ma fingevano i traditori d' obbedire volen- 
tieri a tutti i suoi comandi. Carlo impose loro col mezzo dì Ga- 
nalone di ricevere il battesimo o di pagarli il tributo. Essi dun- 
que gli mandarono trenta cavalli colmi d' oro e d' argento, ed ai 
soldati sessanta cavalli carichi di puro e dolcissimo vino e mille 
bellissime donne Saracene perchè fossero stuprate. Presentarono 
poi frodolentemente a Ganalone venti cavalli carichi d'oro, d'ar- 
gento e di preziosi vesti affinchè desse loro nelle mani i soldati 
di Carlo. Ganalone condiscese alla loro domanda , ricevette il 
danaro, e stabilito fra essi il patto del nero tradimento, ritornò 
a Carlo, gli consegnò i ricchi doni mandatigli dai Re, dicendo- 
gli che Marsirio voleva farsi Cristiano , e che perciò si metteva 
in cammino verso la Francia onde recarsi da Carlo ed ivi rice- 
vere il battesimo, e rinunziare allo stesso tutta la Spagna. I capi 
della milizia ricevettero da Ganalone soltanto il vino j ma i sol- 
dati s'impadronirono delle donne. Credendo Carlo alle parole di 
Ganalone dispose il lutto per passare i porti Cisereì e ritornare 
in Francia j quindi appigliandosi al consiglio del traditore ordinò 
a' suoi più cari, cioè a Rolando e ad Oliverio che coi primarj 



1 1) Nel cor//ce invece di Mavsirius è scritto qualche volta AJarsiliuf; lezione 
che prevalse; perchè lo stesso nome si trova «critto e pronunziato dal popolo 
Marsilio. 

RoHtaHzi di Cabali. V, I. &. 



5o BISSERTAZIOHli PRIMA 

guerrieri e venti mila Cristiani formassero la retroguardia in Ron- 
cisvalle , Cncliò Carlo colle altre truppe avesse passato i suddetti 
porli ; così fu fatto. Ma alcuni poiché nelle precedenti notti eransi 
imbriacati col vino de' Saraceni e dati eransi alla fornicazione con 
donne Pagane e Cristiane e con altre femmine che condotte eransi 
dalla Francia, incontrarono la morte. Che di più dir si può? Men- 
tre Carlo con venti mila Cristiani e con Ganalone e Turpino pas- 
sava i porti, e che i predetti facean la retroguardia, Marsirio e 
Belvigando uscirono sullo» spuntar dell'alba con cinquanta mila 
Saraceni dai colli e dai boschi, dove per consiglio di Ganalone 
eran stati nascosti per ben due giorni e due notti ^ e si divisero 
in due compagnie , 1' una di venti mila e 1' altra di trenta; quella 
di venti mila comiaciò per la prima ad attaccare alle spalle i 
Cristiani , i quali rivoltatisi in un subito contra quelli , si batte- 
rono dalla mattina fino a terza , gli uccisero tutti , e neppur uno 
dei venti mila potò sottrarsi dalle loro mani. Ma i Cristiani dopo 
si fiera battaglia affaticati e stanchi, furono assaliti dagli altri 
trenta mila Saraceni , e tutti dal primo fino all' ultimo rimasero 
sterminati sul campo ; alcuni furono trafitti dalle lancie , o deca- 
pitati «olla spada , o tagliati colle scuri , o morti dalle frecce , 
altri uccisi a colpi di bastone, altri scorticati vivi, altri abbruciati 
dalle fiamme , altri appiccati agli alberi. Ivi rimasero estinti tutti 
i combattenti fuor di Rolando e Baldovino e Turpino e Tederico 
e Ganalone. Baldovino e Tederico eransi dispersi pe'boschi, e per- 
ciò nascosti se la camparono. Dopo tanta strage i Saraceni ritor- 
narono indietro una lega. 

C A P 1 T O L O XXIII. 

1 patimenti di Rolando , la morte di Marsirio e la fuga di Beli'igando. 

Mentre Rolando, terminata la battaglia, se ne andava, benché 
da lungi esplorando gli andamenti deTagani , s' abbattè in un Sa- 
raceno, che stanco dal combattere se ne stava nascosto nel bosco: 
ei lo prese, e legatolo strettamente ad una pianta con quattro ri- 
torte , ivi lo lasciò vivo : dopo ciò ascese su di un monte per 
ispiare le truppe dell'inimico; vedendo ch'erano molte, se ne 
tornò in dietro sulla via di Roacisvalle dove eòse s'iacammiaavauo 



DEGLI ANTICHI ROMANZI DI CAVALLERIA 5l 

per passare i porli. Allora egli sonò l'eburnea sua tromba, e a si 
gran \oce si radunarono intorno a lui circa cento Cristiani, coi quali 
ritornando jvi boschi verso i Saraceni, giunse a quello che Icg.ito 
aveva , e scioltolo dalle ritorte, alzò la spada sul di lui capo ini- 
iidcciando d'ucciderlo se ricusasse seguirlo, ed indicargli la per- 
sona di Marsirio eh' ci non conosceva. Il Saraceno si recò tosto 
con lui, e mostrògli da lungi Marsirio fra le truppe Saracene, 
montato su di un rosso cavallo, collo scudo rotondo. Rolando al- 
lora, lasciatolo in libertà, infiammato da guerriero coraggio si av- 
ventò con quei pochi che seco avea contra i Saraceni, e vedutone 
uno che superava gli altri in altezza , con un solo colpo della sua 
spada divise in mezzo lui ed il suo cavallo dalla cima al fondo; 
cosicché una metà del Saraceno e del di lui cavallo cadde a de- 
stra e l'altra a sinistra. Appena gli altri Saraceni videro si por- 
tentoso fatto, si misero qua e là a fuggire, abbandonando Mar- 
sirio con pochi nel campo. Allora Rolando, assistito da Dio, si 
lanciò fra le truppe Saracene , ed investendole a destra ed a si- 
nistra vide Marsirio che se ne fuggiva; lo inseguì, lo raggiunse e 
l'uccise. INIa i renio compagni di Rolando perirono tulti in (pi<;l 
combattimento, e lo stesso Rolando giunse a scampare ferito da 
quattro lancie, e da bastoni e da sassi gravemente percosso. Bel- 
>igando, avuta notizia dell.! morte di Marsirio, giudicò conve- 
niente di ritirarsi immantinente da quel paese. Gli anzidetti Fe- 
derico e Baldovino ed alcuni pochi Cristiani qua e là dispersi 
ne' boschi, se ne stavano nascosti per timore, altri passavano i 
porti, e Carlo colle sue truppe avea superate le creste de' monti, 
ed ignorava del tutto ciò eh' erasi fatto dietro le sue spalle. Al- 
lora Rolando affaticato da si grande combattimento , e dolente 
oltremodo per la morte de' Cristiani e di tanti valorosi eroi, si 
recò fuori di lena , carico di ferite e di percosse ricevute d^i Sa- 
raceni , fino al piede del porto Cisereo piss^ndo solo pei boschi, 
e colà sotto di un albero , scese da cavallo in vicinanza di un 
plilrone di marmo che alto levavasi in un bel prato di Ronci- 
svalle. Aveva ancora seco la sua spada chiamala Dui tenda (i) 



(i) Qufsla spada d'OrlauJo dilaniata Dtirvcndu da Tarpino uel codice Cram- 
pi , è della Diirundaidu nel co lice Luurcnziuno, lezione ciie si accosta piii alla 
Durindunu del bojardo e deli' Ariosto. 



Sa DISSERTAZIONE PRIMA 

helllssima pel lavoro, incomparabile per l'acutezza, inflessibile 
per fortezza , risplendente per somma chiarezza : Durrcnda vuol 
dire che con essa si dava un duro colpo (i), eh' essp non poteva 
spezzarsi in nessuna maniera , e che sarebbe pria venuto meno il 
braccio che la spada (2). Avendola egli dunque sfoderata, e stri- 
gnendola nella mano e tenendo gli occhi fissi in essa , proruppe 
con voci di pianto in queste parole: O bellissima spada, sempre 
Inciclissima , convenevole per lunghezza , di larghezza corrispon- 
dente, di salda fortezza; candidissima per l'elsa d'avorio, risplen- 
dentissima per la croce d'oro, decorata con pomo di berillo e 
con chiarissime lettere scolpite del gran nome di Dio A ed (3), 
convenevole per acutezza , circondata dalla \irtù di Dio , qual 
uso mai si farà della tua virtù ? Chi mai ti possederà ? In quali 
ninni tu mai cadrai? Chi ti avrà non sarà vinto, non rimarrà 
jitloiiilo , non ispaventato da' suoi nemici; ma sempre sarà difeso 
dalla divina virtù , sempre circondato dall' ajuto divino. Per te di- 
struggeransi i Saraceni , per te cadrà la perfida nazione ; per te 

(1) Il Bojardo nel lib. 1. cane, l'j ove descrive Orlando che per amore d'An- 
gelica si balle con Ranaldo coiì scrisse; 

Botta la lancia quella spada strinse , 
C'osi dicendo il Conte a due man prese 
Forte turbato Durindana dura , 
E percosse neli' timo ce. 
E poco dopo : 

Par eh' ogni cosa Durindana rada. 

(l) Perciò l'Ariosto cantò nel suo Furioso ( cani. IX- st. 70 ) della tanto 
prodigiosa spada d' Orlando. 

(Quella che mai non fu menata in fallo ,■ 
E ad ogni colpo, o taglio n punta, estinse 
Quando uomo a piedi, e quando uomo a cavallo: 
Douii toccò , sempre in vermiglio tinse te. 

(3) Il chiarissinoo Sebastiano Ciampi illustrò tin' antica spada die per molti 
lati è simile a questa di Rolando , come si può vedere nel disegno da lui ripor- 
tato nella piìi volte citata vita di Carlomagiio, e che noi vi presentiamo nella 
Tavola 2 nura. i. Fra le altre cose nel pomo della detta spada si vedono le let- 
tere A ed il. Vedi anche Feriae f^anafienscs pubblicate dal suddetto autore 
l'anno i8i9> 



DEGLI ANTICHI ROMANZI DI CAVALLERIA 53 

vena esaltata la legge di Cristo , e la lode e la gloria di Dìo 
sarà celebrata per tutto il mondo. Quante volte per te vendicai 
il sangue di Cristo; per te quanti Saraceni e Giudei distrussi (i)! 
Dopo queste ed altre slmili lamentazioni , temendo che la sua 
spada cader potesse nelle mani de'Saraceni, percosse colla mede- 
sima il pletrone di marmo, e cou tre colpi tentò inutilmente di 
spezzarla ; polchò divise bensì il pletrone in due parti dalla cima 
fino al fondo , ma la spada n' uscì sempre illesa (2). 

(1) Ecco come si espresse l'Ariosto a tale proposito, cant. XJI. st. 796 80 

Nuda avea in man quella fulmìnea spada , 
Che posti ha tanti Suracini a morte: 



Perchè né targa ne cappel difende 
La fatui Durindana ov>e discende; 
Né festa piena di cotone, o tele 

Che circondino il capo in mille volti. 
Non pur per l'aria gemili e querele; 
Ma folan braccia e spalle e capi sciolti. 
Pel campo errando l'a morte crudele, 
In molti, uarii e tutù orribil folti ; 
E tra se dice: In man d' Orlando vaici 
Durindana per cento di mie falci. 

Area già pria JtU' Ariosto cantato il Bojardo nel lib. II. cant. J.\ st. f»i. 

Cotal tru'Saracin il Sir d' Anglante 
Tagliando e dissipando ne veniva ; 
Ecco lungi cernito ha Origante , 
Ma noi volse ferir quando fuggiva , 
Anzi correndo gli passò davante , 
E poi se volta e nel scudo l'arriva 
E taglia il scudo e lui con Durindana 
Si che in doi pezzi il manda a terra piana. 

(2) Così il Bojardo Uh. I. cant. 28 ove parlando d'Orlando che dopo di aver 
ricevuto un terribile colpo da Ranaldo , riguardando la sua Durindana 

Dicea: qiiest' è il mio brando od io m' inganno ? 
Quest' è pur quel eh' io ebbi alla fontana 
Oh' ha fatto a' Saracin già tanto danno ce. 
Cosi dicea, ed intorno guardando 

yide un petron di marmoro in quel loco , 

Quasi per mezzo lo partì col brando 

Per sino al fondo e mancovvi ben poco ec. 



54 DISSERTAZIONE PnlMA 

CAPITOLO \KIV. 

Il suono della tromba e la confessione e la morte di Rolando. 

Poscia Rolando cominciò col proprio corno a tronare sonore 
voci onde riunire a sé que' pochi Cristiani che pel timore de' Sa- 
raceni se ne slavan celcti ne' boschi, o per richiamare quegli al- 
tri clie avean già ollrep issali i porti 5 affinchè fossero presenti al 
suo funerale , ricevessero la sua spada ed il suo cavallo, e conti- 
nuassero a perseguitare i Saraceni. Si racconta che tanta fosse la 
virtìi e la forza con cui Rolando suonò in quella circostanza l'e- 
burnea sua tromba che giugnesse col vento della sua bocca a 
spaccarla per mezzo ed a rompere ben anche le vene ed i nervi 
del suo collo : lo strillo di essa venne portato dall' Angelo fino 
alle orecchie di Carlo (i)^ che se ne stava accampato col prò- 

E in un altro antico poema intitolato la Rotta di Roncisi'alle così si descrive que- 
sto stesso fatto raccontato da Turpino: 

Dice V lìistorìa clic Orlando percosse 

In su un sasiO Vurindana bella 

Più e più volte con tutte sue posse , 

JVè romper, ne piegar non puote quella , 

E 'l sasso api-ì coni" una scheggia fosse , 

JS tutti i pcllegiin questa noi'clla 

Ripovtan di Galitia ancora espresso. 

D'aver fcduto il sasso e 7 corno fesso. 
Orlando disse , o Durindana forte , 

S'io t'avessi conosciuta prima, 

Coin' io t'ho conosciuta alla morte. 

Di tutt' el mondo facea poca stima, 

E non sarei condotto a questa sorte, 

lo t' ho più l'olle risparmiata in scrina , 

Per non saper quanta virtù in te regna. 

Spada mia tanto nobil forte e degna ec. 

(i) Così Dante Inferno canto XXXI. 

Dopo la dolorosa rotta , quando 

Carlo Magno perde la santa gesta 

Non sonò sì terribilmente Orlando. 
E nella citata Rotta di Roncisvulle 

0) landò, essendo spiralo il Marchese ( Oliviero ) 

Pureagli tanto solo esser rimaso , 



t«E 



DEr.LI ANTlCnl EOMANZl DI CAVALLERIA 55 

prio esercito nella valle di Carlo, luogo verso la Guascogna e di- 
stante quattro miglia da Rolando. Carlo voleva subito correre in 
ajuto di lui," ma Canalone, cui eran pur troppo noli i patimenti 
di Rolando, dissuase Carlo dal farlo dicendogli che Rolando so- 
leva per le piìi piccole cose suonar tutto il giorno la tromha , e 
che in allora non avea alcun bisogno d' ajuto, polche la suonava 
divertendosi a cacciar le fiere pei boschi. Oh tradimento da para- 
gonarsi a quello di Giuda (i) ! Giacca il misero Rolando sull'erba 
ansioso di un po' d' acqua che ristorar potesse l'ardente sua sete; 
ei ne fé' cenno a Baldovino che sopraggiunse in quel punto, e 
che postosi a cercar acqua in ogni lato senza trovarne una goccia 
e vedendo Rolando vicino a morire lo benedisse , ma temendo di 
cader nelle mani de' Saraceni , montò sul cavallo di lui, ed ab- 
bandonatolo recossi immantinente all'esercito di Carlo. Partito que- 
sto , giunse subito Tederico che si mise a piangere dirottamente 
su dì lui, esortandolo in egual tempo alla confessione di fede. 
Erasi Rolando in quello stesso giorno confessalo de' suoi peccati, 
e ricevuto avea l'Eucaristia, secondo l'uso di que' tempi , nei 
quali tutti i soldati confessavansi e munivansi dell' Eucaristia 
prima d' andare alla battaglia. Cominciò dunque Rolando la sua 
confessione col dire tutto ciò che fece e sofferse per propagare 
la fede di Cristo, e pregar Dio di liberare l'anima sua dalla 
morte eterna : ei confessò d'essere gran peccatore, ma conoscendo 
immensa la misericordia di Dio che perdonò al Nlnivitl, all'Adul- 
tera , a Pietro, al Ladrone, confidava d'ottenere anch' egli il per- 
dono , e di passare a miglior vita. Indi prendendo con ambe le 
mani la carne e la pelle tra le mammelle e'I cuore cominciò con 
gemili di lagrime a far alti di fede, e col segno della croce a 
segnar 11 petto e tutte le membra. Filialmente stendendo le sue 
mani al Signore e pregandolo di perdonare a tutti i Cristiani uc- 

Che dì sonar per partilo ha pur prese. 
Acciò che Carlo sentissi il suo Caso, 
Ji sonò tanto forte che V inlese , 
E 'Z sangue uscì per la bacca e pel naso , 
Dice Turpino che 'l corno si fesse , 
La terza uolta che a bocca sa 7 messe. 

(«) Coerentemente n quanto si racconta da Turpino, l'Ariosto nel canto Xf'lH 
st, IO cliiamò : 

Ganelon truditor , Turpin fedele. 



56 DISSERTAZIONE PRIMI 

clsi in guerra dal Saraceni, e di condurli nel regno de' cieli, 
spirò l'anima, e questa venne dagli Angeli portata nell'eterna 
gloria de' Santi martiri. Nella qui annessa Tavola i si rappresenta 
tutto ciò che venne raccontato iu questo cap. XXIV. 

CAPITOLO XXV. 

La l'isio/te di Tui-pino e la LainenLazione di Carlo sulla morte di lìolando. 

Mentre 1' anima del Beato Rolando usciva dal corpo, Turpioo 
che nella valle di Carlo celebrava nello stesso giorno , alla pre- 
senza del Re, la messa de' defunti (i), rapito in estasi udì can- 
tare i cori celesti, non sapendo ciò che si fosse, vide l'Arcangelo 
Michele condurre iu cielo l' anima di Rolando unitamente con 
quelle di molli altri Cristiani, e vide pure una falange d'orridi 
soldati portar Marsirio negli abissi infernali. Mentre Turpino, 
terminata la messa, raccontava a Carlo la s^ visione, giunse 
Baldovino sul cavallo di Rolando e narrò tutti^ l'accaduto, e di 
aver lasciato Rolando moribondo vicino al pielrone. Alte grida 
ed esclamazioni udironsi in tutto l'esercito a si trista nuova, e 
ritornando in dietro Carlo pel primo trovò giacente l' esanimato 
Rolando colle braccia incrocicchiate sul petto, e gettandosi su di 
lui cominciò con gemiti e singulti ed infiniti sospiri a piangere, 
a graffiarsi il volto, a strapparsi la barba e i capelli senza poter 
proferire un solo accento : finalmente proruppe in mille lamenti 
invocando benanche la morte per non esser disgiunto da lui. Dopo 
tanti inutili pianti, accampatosi in quel luogo col suo esercito, 
imbalsamò con mirra ed aloè il corpo di Rolando , e per tutta 
la notte celebraronsì magnifiche esequie fra il lutto, i canti, le 
preci ed un'infinità dì lumi e di fuochi acctsi ne' boschi. 

CAPITOLO XXVI. 

Il sole si fermò per tre giorni: l'esercito di Carlo trasporta i martiri 
da Roncisi'ulle per seppellirli : il traditor Ganulone è dannato. 

Nel giorno seguente di buon mattino si recarono armati sul 

(i) Se veramente l'Arcivescovo Turpiuo seguitasse l'Imperatore con le armate 
non possiamo affermarlo appoggiati alle sole lestimouiauze che se ne leggono in 
questo romanzo ; d' altronde la cosa era conforme al sistema del tempoj Carlo- 
mano nel 74^ ordinava che unum aut duos Episcopos cum capellanis pracshjr- 
teris Princcps secum hnbcat nul recarsi al campo. V. Capitolare i\'. u presso 
il Labbè nella RuccoUa da' Concilj' 



DEGLI ÀMTICHI BOMAKXl DI CAVÀLUaiU 5^ 

luogo della battaglia, ove in Roncisvalle giaceano estinti i com- 
battenti, e tutti trovarono i loro amici od interamente esanimali 
od ancora vivi, ma mortalmente feriti. Trovarono Oliverio morto, 
giacente sulla terra e disleso in forma di croce, legato strelta- 
mente con quattro ritorte a quattro pali ficcati nel suolo, e dal 
collo fino alle ugne de' piedi e delle mani scorticato con acutis- 
simi coltelli, e trafitto per ogni dove dalle lancie, dalle freccie 
e dalle spade, e tutto pesto da gran colpi di bastone. Il lutto, 
lo squallore, i lamenti, le voci del pianto empivano il bosco e la 
valle, poiché ognuno dolevasi e versava lacrime sull estinto co- 
mune amico. Giurò allora il Re pel Re Onnipossente d'inseguire 
i Pagani , e correndo immantinente sulle loro orme con tutta la 
sua truppa , il sole stette immobile , e prolungatosi quel di quasi 
di tre giorni, li trovò che mangiavano sdrajati sulle rive dell'Ebro 
in vicinanza di Saragozza. Carlo ne uccise quattromila e se ns 
ritornò colle sue truppe in Roncisvalle. Dopo ciò falli trasportare 
gli uccisi, i feriti e gli infermi in quello stesso luogo in cui gia- 
cca Rolando , si mise a fare esalle ricerche per sapere se fosse 
propriamente vero che Ganalone tradito avesse, siccome molli 
asserivano, i suoi commilitoni. Quindi senz'altro indugio mandò 
Carlo sul campo di battaglia due soldati armati , cioè Pinabello 
per Ganalone, e Tederico per sé, affinchè sì battessero al co- 
spetto di tulli per dichiarare o la falsità o la verità del fallo. 
Avendo Tederico ucciso immantinente Pinabello, ed essendosi per 
tal modo manifestato il tradimento di Ganalone, comandò Carlo 
che colui venisse legalo a quattro de' più ardenti cavalli , e che 
qua e là slrasciuato fosse e fatto in brani. Legato fu dunque ai 
quattro cavalli, e quelli che li montavano spinsero l'uno verso 
oriente, l'altro verso occidente, l'uno verso settentrione e l'altro 
verso mezzodì strascinando ognuno con su una parte del corpo di 
quel traditore che cosi dilacerato miseramente spirò. 

CAPITOLO XXVII. 

5' imbalsamano i corpi dtgli escinti. 

Non cessavano intanto i pli uffizj verso i defunti ed i feriti , 
e chi trasportava questi sulle loro spalle per curarli 3 chi imbalsa- 



58 DISSERTAZIONE PRIMA 

mava con mirra i corpi degli estinti amici, e clii mancando d'a- 
romi adoperava il sale, e lacrimando li seppelliva, o postili sui 
cavalli li trasportava in Francia. 

CAPITOLO XXVIII. 

Sono seppelliti in due sacri cimìterj. 

Ebbero i morti per la maggior parte sepoltura ne' due sacri 
cimiteri che esistevano in allora l'uno in vicinanza d'Arli e l'altro 
di Burdegala , cui Carlo avea fatto consacrare da sette Vescovi. 

CAPITOLO XXIX. 

Della sepoltura di Rolando ec. 

Il corpo poi del Beato Rolando portato da due mule su di 
un aureo tappeto e coperto dal manto, venne per ordine di Carlo 
trasportato fino a Blavio, ed onorevolmente seppellito nella Basi- 
lica del Beato Romano, e fugli sospesa al capo la sua spada ed ai 
piedi l'eburnea sua tromba ad onore e gloria di Cristo e della proba 
di lui milizia (i). La tromba però venne poscia da Carlo traspor- 
tata nell'altra Basilica del Beato Severino presso Burdegala. A Be- 
lino furono sepolti Oliverio e Galdibodo Re di Frisia , e Ogerio 
Re di Dacia , ed Arastagno Re della Bretagna e Carino Duca di 
Lorena ed altri molti tanto quivi che nel suddetto cimitero di S. 
Severino. Dopo ciò donò Carlomagno in suffragio delle anime dei 
morti in guerra dodici mila oncie d'argento ed altrettanti talenti 
d'oro, e vesti e viveri, donò molte terre alla Basilica di S. Ro- 
mano , ed ordinò altri suffragi che sembrano indicare un tempo 
molto più basso, ed in particolare il secolo XII. quantunque se 
ne trovino tracce anche nel secolo Vili. Quanto poi si dice in 
questo capitolo in proposito dell'uso d' infeudare le terre e le pro- 



(i) L' uso di seppellire i caria veri de' militari con la spula e con altre inse- 
gne analoghe fu comunissimo nei tempi del così dello medio ei'o : specialmente 
trattandosi di un cavaliere; e ciò facevano, come qui dicesi di Roltudo , ad 
dccus Christi , et probae tnilitiae ejiis. 



I 



DEGLI ASfTlCffl ROMANZI DI CAVALLERIA Sq 

■vlncie alle chiese, ai vescovadi ed alle abazie è tulio secondo 
r idea del secolo XI e XII. 

CAPITOLO XXX. 

Sepolti presso ad Àrli. 

Narra poi Turpino d'essersi recato con Carlo ad Arli, e d'a- 
ver data sepollura nei campi Ayli a molti altri prodi guerrieri, e 
che Carlo anche qui donò ai poveri in suffragio delle anime di 
que'morli dodici mila oncie d'argento ed altrettanti talenti d^oro(i). 

CAPITOLO xxxr. 

Concilio adunalo da Carlo nella Basilica di S- Dionigi. 

Dopo questi avvenimenti Tarpino se ne andò con Carlo fino 
a Vienna , ove rimase ridotto quasi agli estremi dalle ferite, dalle 
percosse, dalle guanciate che ricevuto avea in Ispagna ^ ed il Re 
anch' egli alquanto debilitato ritornò co' suoi eserciti in Parigi, 
ove, adunato un concilio di Vescovi e di Principi nella Basilica 
di S. Dionigi , ringraziò Dio della forza compartitagli per soggio- 
gare i Pagani , ed a quella chiesa diede la giurisdizione su tutta 
la Francia , ordinando che lutti i Re della medesima e lutti i 
Vescovi presenti e futuri dovessero obbedire in Cristo al j)astore 
della suddetta chiesa , e che nò i Re potessero essere coronati, nò 
i Vescovi ordinati senza il di lui consenso. Ordinò ancora , dopo 
di aver fatti molti doni alla stessa chiesa, che ogni possessore di una 
casi in tutta la Francia pagasse annualmente quattro denari per 
la fabbrica della delta chiesa, donando la libertà a tutti que'servi 

(i) Tra i molti luoghi che nell' Ariosto rispondono a questa romanzesca sto- 
ria leggcsi auche nel canto XXXIX- st. 71. 

De la gran moltitudine ch'uccisa 

Fu da ogni parte in questa ultima guerra 



Se ne uede ancor segno in quella terra ; 
Che presso ad Arli, ove il Badano stagna. 
Piena di sepolture è la campagna. 



Co DISSERTAZIONE PRIMA 

che pagassero volentieri quesli danari (i). Quindi stando tIcìuo 
al corpo di S. Dionigi lo pregò ad implorare da Dio la salute di 
coloro che li conferivano di buon grado, e di que' Cristiani che 
per amore di Dio avendo abbandonati i loro beni , ricevettero in 
Ispagna nella guerra conlra i Saraceni la corona del martirio. Nella 
seguente notte S. Dionigi apparve al Re che dormiva y e destan- 
dolo gli disse ; Ho impetralo da Dio il perdono di tutti i loro 
peccati a quelli che animati dal tuo esempio nel combattere con- 
tro i Saraceni o sono morti o saranno per morire (2); e la gua- 
rigione delle gravi loro ferite a tutti coloro che pagano o paghe- 
ranno danari per l'edificazione della chiesa. Divulgate queste cose 
dal Re , il popolo correva ad offerire divotamente i suoi danari , 
e chi donava più volentieri veniva da tutti chiamato Franco di 
S. Dionigi , perchè era per decreto del Re libero da ogni ser- 
vitù. Da questa usanza nacque che quella terra da prima appellata 
GaUia fosse poi chiamala Francia, cioè libera dalla servitù delle 
altre genti (3). Poscia il Re Carlo andò verso Acquisgrana, e nella 
villa di Leodio fece allestire bagni d'acqua calda temperata colla 
fredda, e adornò d' oro e d'argento e di tutti gli arredi ecclesiastici 
la Basilica della B. Vergine che aveva ivi eretta , ed ordinò che 
vi fossero dipinte le storie à.e\V antico e Nuovo Testamento, e 
cosi pure cbe venisse dipinto il palazzo che avea fatto edificare 
in vicinanza della medesima. E di fatto vi furono mirabilmente 

(i) Al capitolo XX- osservammo che l'uso «li far pagaie ì.i tassa per la chiesa 
di S. Jacopo in Compustella probabilmente derivò dal pagamcnlo del cosi detto 
danaio di S- Pietro. Lo stesso debbe credersi dei quattro nummi o denari per 
ogni casa che si fanno pagare alla fablirica della chiesa di S. Dionisio. Wel tempo 
successivo dicevaiisi pagamenti o doni fatti all' opera , cioè alla fabbrica ; ed 
ecco come in que' tempi si poterono tdificare anche da una sola città e da pic- 
ciole repubbliche tempj tiinto magnifici, che a'dì nostri fanbbero sgomentare i 
più ricchi Sovrani. 

(2) Dal vedersi specialmente in questo capitolo inculcata la guerra contro dei 
Saraceni viene sempre più a confermarsi che questa storia di Turjiino dovesse 
essere scritta avanti la prima crociata , quando la Spagna non solo, ma la Fran- 
cia e 1' Italia erano invase e molestate dai Mori o Saraceni , e non era pcranco 
introdotto lo zelo di combattere per la lilìerazioue di Terra-Santa. 

(3) Da questo capitolo principalmente si può dedurre che se non il primo 
autore, almeno il riformatore della storia del supposto Turpino sia stato un 
Francese. L'Origine che qui si dà al nome Franco o de' Franchi, d'onde Fran- 
cia e Francese, accresce il numero delle favole spacciate sull'origine di questo 
nome. V. quanto ho detto nella mia opira Costume antico e moderno ec. dove 
si è descritto il Costume de' Fvanc.si, 



DEGLI ANTICHI ROMANZI DI CAVALLERIA 6l 

dipinte fra le altre cose le battaglie da esso soslcnulo in Ispagiu 
e le sette arti liberali (i). 



CAPITOLO XXXI l. 



Della morta di Carlo. 



Dopo breve tempo venne manifestala a Turpino la morte di 
Carlo nel seguente modo. Essendo questo Arcivescovo in Vienna, 
e stando un giorno in cìiiesa innanzi ad un altare pregando e 
cantando il salmo in adjutorìum ìucum ec. rapilo in estasi vide 
innumerabili truppe di orridi soldati passare davanti di lui e di- 
rigersi verso la Lorena. Erano già tulli passati , allorché scorse 
uno di quelli , slmile ad un Etlopo die lentamente seguiva gli 
altri ; ed a questo Turpino domandò dove dirigesse i suoi passi. 

(i) Qui ci sembra di trovare il costume dei secoli XII. e XITI. E veramente 
cosi il chiarlss. Ciampi uella sua cil. disser. Non in tutti i codici è la descri- 
v.ione delle pitture che fece fare Carlomagno nei palazzo di Acquisgrana; la trovò 
il Vossio in un codice da lui confrontato con le edizioni a stampa, nelle quali 
manca , e da lui sappiamo che quelle pitture rappresentavano, fra le altre cose, 
le sette arti del Trivio e Quadrivio. Appunto sul principio spezialmente del se- 
colo XII. cominciavano a coprirsi di pitture le chiese, e le case ancora dei 
Principi non erano pri\e di tale ornamento. E noto quanto fecero, tra gli altri, 
i monaci di Monte C<issino , tra i quali si distinse 1' abate Desiderio poi Vit- 
tore 111. Papa. Kè da meno furono Callisto II., Adriano IV., Clemente III. 
Guglielmo Fie di Sicilia verso la metà del secolo XII., adornò di maravigliosi 
musaici la cappella di S. Pietro, che avea nel proprio p.ilazzo. L'immaginare 
dunque che Carlomagno adornasse di pitture il palazzo d' Acquisgiana era con- 
forme alle idee del secolo XII. e del XIII. , quan.Io avea incominciato a ride- 
.starsi il gusto per la pittura da molto tempo negletta. Ma quello che maggior- 
mente prova che o il compilatore delle antiche narrazioni e cantilene, o colui 
che vi fece delle giunte, visse in que'tempi, è il soggetto delle pitture, cioè 
oltre la guerra di Spagna , le cosi dette arti scientifiche personificate. Appunto 
in questa età tutto il sapere consisteva nelle sette arti del Trivio e del Quadri- 
vio : il Trivio comprendeva la grammatica, la relforica , la dialettica; il Qua- 
drivio abbracciava l'aritmetica, la geometria, la musica, l'astronomia. Kella 
continuazione della cronaca di Sigeberto all'anno 1140 leggesi « Ui^o Parisiensis 
S. l'ir.ioris cunonicus religione et liltcrarnin scicntia clartts, et in scptcm li- 
hcrulium arliiim perilia nulli sui temporix sccundua m. In qual maniera fossero 
rapjtresentate le sette arti suddette apparisce nella scultura, che ne fece Giovanni 
Pisano, fiorito sul fine del secolo XIII. e sul priucipio del XIV. , la quale scul- 
tura è stata dal cliiar. Ciampi pubblicata in Pisa con illustrazioni l'anno i8i4- 
Le medesime sette arti vedousi scolpite ancora nel campanile della chiesa catte- 
drale di Firenze per opera d'Andrea Pisano o de' suoi scolari. 



6a DISSERTAZIONE PRIMA 

In Acquisgrana , rispose, ci dirizziamo per trovarci presenti alla 
morte di Carlo, onde portare il di lui spirito negli infernali abi - 
si. Turplno allora lo scongiurò in nome di Gesù Cristo che ter- 
minato il suo viaggio , non isdegnasse di ritornare a lui. Passato 
poco tempo , e terminato appena il salmo, rivennero a lui nello 
stesso ordine di prima, e disse all'ultimo, cui aveva di già par- 
lato: e che faceste? E il demonio Galeziano rispose: Michele pose 
sulla bilancia tanti sassi e tanti legni delle sue basiliche in modo 
che pesarono più le buone che le cattive opere, e per tal ragione 
ci rapi la di lui anima : ciò detto , il demonio disparve. Seppe 
poi Turpino che Carlo mori in quello stesso giorno, e che per 
intercessione del Beato Jacopo , in onore del quale avea quel He 
innalzato molte chiese , fu portato nel regno de' cieli. Nò qui ta- 
cer si deve la vicendevole promessa che Car)o a Turpino e Tur- 
pino a Carlo fatto avea , allorché segui in Vienna la loro separa- 
zione, che il primo, cioè, che si trovasse agli estremi di sua vita 
mandasse all'altro la nuova della vicina sua morte. Per il che 
essendo Carlo gravemente ammalato, e memore della fatta pro- 
messa, ordinò prima di morire ad un suo soldato, che appena 
spirato, volasse a recarne la nuova a Turpino. Quindici giorni 
dopo la morte di Carlo seppe Turpino dal detto nunzio che il 
Pie, dal dì che abbandonato avea la Spagna fino a quello della 
sua morte, era sempre stato ammalato, che uell' anniversario del 
martirio de' tanti prodi suoi guerrieri aveva donato ai poveri e 
vesti e viveri, e dodici mila oncie d'argento ed altrettanti talenti 
d' oro , e fatto cantare molte messe , e che nello stesso giorno e 
nella stess'ora della visione di Turpino, cioè nel giorno quinto 
delle caleode di febbrajo dell' 8x4 Carlo mori (i), e che venne 
in Acquisgrana onorevolmente sepolto nella da lui edificala rotonda 
Basilica della Vergine Maria. Udi poi Turpino i prodigi che pel 
corso di tre anni precedettero la morte di Carlo. Imperocché il 
sole e la luna per lo spazio di sei giorni prima che morisse si 
cangiarono in cupo colore -, il nome di lui , cioè Carlo Principe , 

(i) L'anno della morte di Carlomagno qui indicato corrisponde a quanto ne 
dicono generalmente gli storici. Reginoue per altro la pone accaduta l'anno 8i3, 
seppure non è derivato ciò da qualctie confusione degli emanuensi , o dalla di- 
versità del computo. Gio. Trittemio (de origine Fruncoium) la riporta all'an- 
no 8 15 ciò che vedremo lu appresso. 



DEGLI ANTICHI ROMANZI DI CAVALLERIA 63 

che slava scritto nella parete della suddetta chiesa , si cancellò 
interamente da sé stesso prima della morte di lui; nel giorno del- 
V ascensione del Signore il portico che sussisteva fra la Basilica 
e la reggia diroccò interamente da sé stesso ; si dice che il ponte 
di legno cui egli pel corso di sei anni avea fatto con inOnito stu- 
dio edificare sul Heno avesse da sé medesimo preso fucco, e che 
si fosse totalmente consumato; andando egli in un di da un luogo 
all'altro , il giorno si fece in un istante oscuro, e la fiamma di 
un gran rogo passò velocemente dalla destra alla sinistra dinanzi, 
gli occhi di luij ond'egli spaventato ed attonito cadde da cavallo 
da una parte, mentre dall'altra cadde l'arco che portava in mano, 
ma accorsero in un subito i compagni di lui e lo sollevarono da 
terra (i). Ora dunque crediamo che quel Principe abbia ricevuta 
la corona de' detti martiri coi quali egli sostenne tante fatiche. 
Con questo esemplo si dà a divedere che chi edifica la chiesa si 
prepara la reggia di Dio, viene, come Carlo, strappato dalle mani 
del demonio, e, per l'intercessione de' Santi, in onore de' quali 
eresse le basiliche, collocato nel regno de' cieli (2). 



(i) Di questi prodigj e di altre cose straordinarie che precedettero la morte 
di Cailnmagno ne parlai'ono Eginardo , Reginone e Sigeberto. 

(2) È noto che nell'undecimo secolo, non meno che nel precedente, si riguar- 
dava quale una delle principali opere di pietà, l'edificazione delle chiusi', come 
è manifesto dagli innumerabili monumenti che tuttavia sussistono di questa opi- 
nione allora dominante, e che giovava non meno allo spirito religioso, che al 
progresso delie belle arti. 



CENNI 



SULLA 



VITA DI CARLOMAGNO 



SULLE 



IMPRESE D'ORLANDO 

E SULLE COSTUMANZE DI QUE' TEMPI 

SECONDO LA VERITÀ.' STORICA. 

PBR SERVIRE DI CONFRONTO COLLA FAVOLOSA CRONACA 

DEL SUPPOSTO TURPINO. 



\_Jarlo I. detto Carlomagno , Re di Francia ed Imperatore d'oc- 
cidente, fu figlio di Pipino il Breve e della Regina Bertranda. 
Senza diritti di nascita e pel solo diritto d'elezione regnò Pipino 
sulla Francia , e fu capo della dinastia Carlovlngla ; egli lasciò 
alla sua morte, avvenuta nel 768 (i) due figli che gli succedet- 
tero, cioè il predetto Carlo e Carlomagno; un terzo di nome 
Pipino era morto fanciullo, l'ultimo Gllio avea presa la tonaca: 
due figlie, Adelaide e Rotade , ebbero corta vitaj Gizella si fece 
monaca a Chelles 5 Berta fu maritata a Milone Conte d'Angers, 
padre del famoso Orlando, e Cliiltrude fu madre d'Uggiero il Da- 
nese. Nacque Cai'lo , secondo la comune credenza , in Ingellieim 
nell'anno 'j/^i. Ma i Francesi erano a quel tempo si ignoranti e 
privi di storici , che non fu giammai possibile di assegnare né 
l'epoca precisa, né il luogo della nascita del loro pili illustre 
Monarca, di quello la cui grandezza parve tanto inseparabile dalla 
persona , che la voce del suo secolo , confermata da quella della 
posterità , ha unito costantemente la parola di Carlo e Grande 

(() Spirò il 18, o secondo altri il «4 ^^ seltembrc. V. Fredegari contin. cap. 
i35, 137, ptìg. 8 e 9- 



CEHNI SULLA VITA DI CÀBLOMAGNO EC. 65 

per forma riie il solo nome , di Carlomagno. Si vanno ancora 
disputando l'onore di aver data ad esso la culla molte città delle 
due rive del Reno; Egiuardo suo segretario, amico, cancelliere, 
confessa di non aver potuto cosa alcuna scoprire intorno l'infanzia 
di Carlo, e vani sforzi sarebbero tutti quelli diretti ad investigarne 
le particolarità. 

Alla morte del padre , Carlo e Carlomano convocarono un 
Parlamento nel quale stipularono fra loro e coli' assenso della na- 
zione una nuova divisione della Francia. Non ò ben certo eoa 
quali norme allora la regolassero^ ma per la pronta morte di Car- 
lomano divien poco importante ogni certezza su di ciò , ed inu- 
tili aftatto le investigazioni. Fu Carlo incoronato a Noyon, e Car- 
lomano in Soisson. Sembra probabile (i) che Carlomano posse- 
desse V Austrasla e Carlo la Neustria colla Borgogna (a). Il primo 
raostrossi poco soddisfatto della porzione a lui toccata , e i dis- 
sapori fra i due fratelli fecero rinascere le speranze de' loro ne- 
mici. I Grandi dello Stato cbe già da lungo tempo aspiravano ad 
infievolire l'autorità reale, avrebbero certamente approfittato della 
discordia che regnava fra questi due Principi, se la morte di Car- 
lomano avvenuta nel yyi non avesse presentato a Carlomagno la 
favorevole occasione di divenir solo Re di Francia coli' impadro- 
nirsi dell'eredità de' suoi nipoti, ad onta delle proteste e delle 
lagnanze di Gilberga vedova di Carlomano, la quale volò co'suoi 
figli tra le braccia di Desiderio Re de' Longobardi, domandando 
protezione e vendetta. Essi caddero in appresso nelle mani di 
Carlomagno, allorché s'impadronì di Verona, e la storia non fece 
poscia alcuna menzione di questi Principi. 

Se Pipino ebbe bisogno di coraggio, d'attività e di un'estrema 
prudenza per fondare una nuova dinastia, Carlomagno trovossl 
nella ancor più grande necessità d' atterrire gli spirili e di catti- 
varsi l' ammirazione di tutti ; poiché i mezzi impiegati per com- 
piere l'usurpazione avevano affievolito il sovrano potere. Gli Aqui- 

(i) Cosi Segur, Storia di Francia, Dinastia Carolingia cap. II. 

(i) ( y, Capituluria Ixeg. Frane Tom. I. pag- 187 e 188 ) Si esteuJeva il 
regno del primo dalla Frisia lino ni Pirenei, attraverso porzione dell' Austrasia, 
della Neustria e della Aquitania ; quello del secondo dalla Svevia e dal Reno 
sino al mar di Marsiglia, coutcnctido l'Alsazia e l'Elvezia, la Borgogna e la 
Provenza. 

lioman-J di Cavali, y. 1. 5 



66 D16SEKTAZI01SK PIllMA 

talli che noQ potevano adattarsi a divenire Francesi , e ch'eran 
sempre Goti e Romani, furono i primi che tentarono d'acquistare 
la loro indipendenza. Carlo non lasciò al loro Principe Unoldo il 
tempo di ordinare l'esercito, e mosse rapidamente contra gli Aqui- 
tani senza scoraggirsi per l'abbandono del fratello Carlomano, 
cui apparteneva una parte dell' Aquitania , e che temendo l' am- 
bizione del fratello , non volle congiungersi a lui. I soldati di 
Unoldo, stupefatti all'improvvisa sua apparizione , quando suppo- 
nevano i Franchi in preda alle civili discordie , non opposero 
che una debole resistenza , si sottomisero , ed abbandonarono il 
loro capo che, consegnato dal suo nipote Lupo Duca di Guasco- 
gna , fu posto in ferri ( anno 770 ). Per tenere a freno i sedi- 
ziosi Aquilani , costrusse Carlo sulla Dordogna una fortezza chia- 
mata allora Castellum Franciciiìu , e poscia Fronsac. 

Quand' anche il carattere di Carlomagno non 1' avesse portato 
a far conquiste , la sola disposizione de' Grandi dello Stato sa- 
rebbe stata bastante a persuaderlo che l' unico mezzo di conser- 
vare la pace nel suo regno si era quello d'occuparli continuamente 
della grandezza del trono j a fine di non lasciar tempo ai mede- 
simi di collegarsi pei loro proprj interessi. x\llorchè divenne egli 
solo padrone della Francia , formò il progetto di sottomettere i 
Sassoni , ì più ostinati e terribili nemici suol, le cui selvagge tri- 
hh , bellicose ed inquiete, colla numerosa popolazione, coli' in- 
domabile coraggio, coir ostinata perseveranza e colla ferocia dei 
costumi minacciavano senza posa la Gallia di una nuova irruzio- 
ne, Carlomagno cominciò la guerra contra questi barbari nel 772 
e terminò di ridurli alla sommissione , all' umanità ed alla fede 
di Cristo neir 8o4' Essi opposero pel corso di 33 anni la più 
ostinata resistenza ad un vincitore che , qualche volta indulgente 
Cno all'imprudenza, sovente severo fino alla crudeltà, tanto pre- 
muroso di convertirli al Cristianesimo quanto di soggiogarli , non 
divenne realmente padrone del loro paese se non dopo di averlo 
cangiato in una solitudine. E che non avrebbero potuto fare i 
Sassoni per la loro indipendenza se avessero formato un solo po- 
polo, e se fossero stati guidati da un solo capo ! I due più ce- 
lebri loro condottieri furono Vitlchindo ed Alboino, i quali diedero 
fine alla sanguinosa lolla coli' abbracciare il Cristianesimo ( 783 ). 
Per touoicere lì motivo di quella lunga resistenza de' Sassoni j 



CliMNI SULLA VITA DI CARLOMAGNO EC. 67 

eyli à (l'uopo sapere che in allora gli eserciti venivano ogni anno com- 
posli durante un intervallo di riposo fra le ostilità} che Cailomagno 
combatteva in egual tempo centra i Lombardi, gli Unni, i Sara- 
ceni , i Brettoni , i Danesi , e che la grandezza de' suoi Stati ren- 
dendo facili le ribellioni, ei trovavasi per conseguenza iu necessità 
di fare non minori sforzi per conservare ch(i per conquistare: la 
sua crudeltà e la sua indulgenza verso i Sassoni provano ba^itan- 
temente che Carlo iucalzato da altri importanti alfari, trovava 
vantaggiosa qualunquesisia conciliazione che gli permettesse d' al- 
lontanarsi con onore. 

E di fatto mentre egli combatteva sulle rive del Veser, il 
Papa Adriano implorava il suo soccorso contra Desiderio Re dei 
Lombardi che ripreso si avea Faenza, Ferrara e Comacchio , 
ceduti alla Santa Sede da Pipino il Breve , e facea scorrerie e 
guasti nell'Esarcato, e sollecitava il Papa ad incoronare il figlio 
di Carlomano, a fine di mostrare Carlomagno qual usurpatore del 
regno de' suoi nipoti , e sollevare per tal modo una parte della 
Francia contro di Carlomagno. Il pericolo era imminente j egli 
scende in Italia, seguito sempre dalla vittoria, fa prigioniero 
Desiderio , lo condanna q terminare i tristi suoi giorni sotto le 
oscure volte del chiostro di Corbia, ed egli assume il titolo di 
Re di Lombardia ( 7^4 )• Questa fu la fine di tal regno che 
riprese poco tempo dopo il suo antico nome d'Italia, ma clic 
conservò le leggi che ricevute avea dai Longobardi. 

Era r Italia intieramente sottomessa, e Carlo colla stessa cele- 
rità ripassò prontamente le Alpi per volgersi di nuovo contra i 
Sassoni ribellati un' altra volta. L' inaspettala sua comparsa li sba- 
lordi , e dopo breve resistenza domandarono ed ottennero la pa- 
ce ( 776 ). Se questi fatti positivi non fossero attestali da tutti 
gli autori contemporanei sarebbe impossibile il credere che Carlo 
avesse potuto in si breve tempo cominciare e compiere gloriosa- 
mente due campagne in contrade si disparate. Probabilmente non 
erano gli stessi eserciti che Carlo trasportava con tanta rapidità 
dalle sponde del Tevere alla Germania ed alle rive del Reno. È 
da credersi che i Conti e i Duchi delle provincie vicine ai luo- 
ghi ne' quali voleva il Re portare le armi , raccogliessero sulle 
frontiere i soldati eletti a guerreggiare colà. Sappiamo che alla 
pubblicazione del Bando dì guerra , ciascua Leado o Signure 



68 DISSERTAZlONli PUIMA 

ora obbligato a marciare; gli uomini liberi dovevano somministrare 
un soldato per ogni tre casolari : si ordinava agli uni di presen- 
tarsi armati di corazza , di lancia , di spada j agli altri di portare 
un arco ed un certo numero di frecce : tutti i proprielarj spedi- 
vano al luogo d'unione , una certa quantità di cavalli, di carri 
e di grani. Ma tuttavia con tali sussi dj qualunque altro Principe 
non avrebbe potuto far raccogliere e marciare i suoi eserciti che 
lentamente: quelli di Carlo comparivano alla sua voce, volavano 
ad un suo comando, ed era la sua fama che lor prestava le ali. 

Conosceva troppo Carlomagno 1' animo turbolento dei Sassoni 
per ciecamente riposare sulla fede dei loro giuramenti. Avendo 
svernato nel palazzo d Heristal , convocò l'assemblea del campo 
di maggio in Paderborna nella Germania ; i nobili Sassoni tutti 
v'intervennero, tranne il solo Vitichindo, che, costante nel suo 
odio, fedele alla liberth , sdegnato per la vilth del suo popolo ri- 
tirato si era in Danimarca , nutrendo nei deserti della Scandina- 
via 1' ardente sua sete di vendetta. 

Ricevette Carlomagno in Paderborna gli omaggi di un Emiro 
iSaraceno ribellatosi centra Abderamo Emir el Moumenym di Spa- 
gna (i). Implorava quell'Emiro, chiamato Ibn-al-Arabi gover- 
nalor di Saragozza la protezione della Francia, ed offriva a Carlo 
di sottomettergli una parte dell'Aragona e della Catalogna. 

La monarchia de^ Saraceni, che cosi di fresco avea minacciato 
all' universo un conquisto universale, s'era colle divisioni inde- 
bolita. Due Caiifi uno a Bagdad, l'altro a Cordova si dividevano 
l' impero de' Credenti : il primo per altro della razza degli Abas- 
sidi, era assai più potente, e risguardava Abderamo il Califo 
Ommiadc di Cordova come ribelle. Siccome i grandi talenti, cosi 
le grandi virtù parevan essere ereditarie nella nuova famiglia, che 

(i) Nell'Oriente l'anno •jGn erano gli Abnssidi succeduti nella 'lignità del 
Califato agli Omniindi ; e tal epoca era a uu di presso quella dell' esaltazione 
delia casa Carlovingia. Guerre civili accese fra i Saraceni avean maturata quella 
rivoluzoine, che divise la loro minacciosa monarchia. Uno de' suoi primi elTetti 
fu l'abbandono che provarono i Snraceui della Spagna separati dall'impero dei 
Calili , e guerreggianti C)' loro padroni antichi. Abderamo figlio di Moaviah ul- 
timo discendente degli Ommiadi, approdato in Ispagna nel mese di agosto 755 
fece valere su quella provincia i suoi diritti ereditar] , cui il restante dei Mussul- 
mani non voleau più ricouoscerc , e nell'anno vegnente vi fondò la monarchia 
dei Re di Cordova, i quali si assumevano il titolo di Emiro el Moumenym (cora- 
meudatcre dei Credenti ) dal quale i Latini forraaroa quello di Miraraolino» 



CENNI SULLA. VITA DI CARLOMAGNO 6g 

saliva sul trono d' Oriente , e Mohammed Moliadi vigesimose- 
condo Califo si mostrava non inferiore d' Altuansor suo padre, o 
d' Haroun-al-Ptascliid suo figlio, che nel 786 gli succedette. Si 
dovea desiderare per la sicurezza dell' Europa , per 1' esistenza 
eziandio del Cristianesimo , che potesse Abderamo mantener in 
Ispagna la sua independenza contro i Sovrani della metà piià ricca 
del mondo noto. Avrebbero dovuto i Fx-anchi olFerire la loro al- 
leanza all'Emir di Coi'dova ; ma non era così preveggente in 
quell'epoca la politica loro, né quella del loro capo. Siccome 
era Abderamo il più vicino dei due rivali , perciò il risguarda- 
rono come il più pericoloso. Un vice-Re degli Abassidi , Giusif, 
aveva per alcun tempo rappresentato in Ispagna il Sovrano di 
Bagdad. Assediato in Granata l'anno jSy , sommesso e di nuovo 
ribelle nell' anno vegnente era finalmente stato decapitato in To- 
ledo; ma non avea la sua morte totalmente distrutta la fazione 
degli Abassidi , che volevan rinnovare l' unità dell' impero Mus- 
sulmano. Continue ribellioni contro Abderamo dimostravano ripu- 
gnare eziandio al popolo la separazione della Spagna dal corpo 
della monarchia. Sino dal <^5g Zuleiman Governatore Abassi da 
di Barcellona e di Girona s'era posto sotto la protezione di Pi- 
pino. Per un sentimento stesso nel yyy Ibn-al- Arabi invocò quella 
di Carlo contro gli Ompicati : condusse seco a Paderbona il suo 
genero Alaroes, figlio di Giusif con un altro figlio di quel vice- 
Rè degli Abassidi , e assai signori tutti pure partigiani del Califo 
di Bagdad e nemici di quello di Cordova (i). 

11 Monarca dei Franchi , o fosse per quel desiderio di con- 
quista , che fa troppo spesso tacere la voce della morale e della 
religione, o fosse pel divisamento d'affievolire , dividendoli , quei 
formidabili Saraceni , dei quali non avea potuto 1' Avo suo trion- 
fare che nel centro della Francia disastrata (2) , accolse le pro- 
posizioni d'alleanza coli' infedele, ed affidando a' suoi Generali la 
cura di tenere in rispetto i Saraceni, corse in Aquitanla, raccolse 



(1) Storia della Linguadoca lib. Vili. cap. 80, Tono. 1. pag. 4^9 — Petrus de 
Marca in Marca hispunica lib. 111. cap. 6. 11. 4 — ' Paci critica §. l\ pag. 352. 

(2) 1 Saraceni (7(4-720) s'impadronirono di Narbona e della Setlimauia : 
dal 720 al 7'25, loro spedizioni militari in Provenza ed in Borgogna sino ad 
Auluu ( 732 ), loro vilLoria su Eude Duca d' Aiiuitanla , e celebre vittoria di. 
Carlo Martello sui Saraceni a Poiliers. 



^0 DISSERTAZIONE PRIMA 

milizie, divise l'esercito in due colonne, e superò con una i 
Pirenei per la Navarra, e ordinò all'altra di penetrare nella Spa= 
ì^na per la strada del Rossiglione. Battuti in piìi incontri i Sara- 
ceni, tutti fuggirono in faccia a lui: quindi s'impadronì di Pam- 
ploua , di Saragozza, di Barcellona, di Girona , fece atterrare le 
mura di Pamplona , e dopo aver soggiogato tutto il paese tra 
1' Ebro ed i Pirenei , tornossene in Francia coperto di gloria con- 
ducendosi dietro numerosi ostaggi , e portando seco ricchissima 
preda. La fortuna , fino allora si propizia alle sue armi , sembrò 
che per qualche istante l'abbandonasse; egli soggiacque a gravis» 
sima sventura, non per l'audacia de' suoi nemici, ma pel tra- 
dimento de'proprj vassalli. Aveva Carlo sottomesso buona por- 
zione del paese situato tra i Pirenei e l' Ebro , ne aveva cam- 
biati molti governatori , rimesso i Conti Franchi nelle citth della 
Marca Spagnuola , e forse per tal modo disgustati i Saraceni, che 
gli avevano aperto l'adito del paese, senza cattivarsi i Cristiani. 
Inigo Gargias Re di Navarra e Fruela Re delle Asturie, ch'era- 
no stati astretti a mettersi sotto la protezione di Abderamo, e di 
contrarne d' alleanza , avean avuto di che accertarsi, che avrebbero 
a perder tutto ove cambiassero questa pi'otezione con quella di 
Carlo, il quale non tralascerebbe di porre i Franchi nei loro luoghi 
fortificati e nelle loro città. Quando questi due Principi seppero che 
di nuovo Carlo valicava le loro montagne per ritornare in Fran- 
cia , concertarono di assaltarlo uniti ai Saraceni Oramiadi, e spe- 
cialmente al governatore, che aveva Abderamo dato a Saragozza, 
nominato dai Romanzieri Marsilio. S' accertarono eziandio del 
favore di Lupo Duca de' Guasconi pronipote d' Eude , Duca d'A- 
quitania, nipote d'Unoldo e cugino di Guaifero, i quali tutti 
erano stati spogliati e perseguitati dalla famiglia Carlovingia. 

I Guasconi e Navarresi , la cui origine era comune, correndo 
le loro montagne con una celerità per cui ancor oggidì sono fa- 
mosi , e che non potrebbe esser pareggiata da verun altro mon- 
tanai'O, tesero imboscate a Carlo, che ritornava, nel mentre pas- 
sava attraverso la vallata di Roncisvalle, tanto celebre ne' roman~ 
zi. Nel punto in cui l' esercito sfilava in quella valle , che con- 
giugne la Navarra alla Francia , e camminava in una larga linea 
tortuosa , come il bisogno portava in quelle gole strette che do- 
v<^QSÌ attraversare, i Guasconi piombarono all'improvviso da quelle 



CENNI SULLA VITA Di CÀRtOMAGNO ÉC. 71 

eminenze nella valle soggetta , ossallarono la retroguardia del- 
l' esercito Francese, imbarazzata in quelle pianure, la quale, cir- 
condata ed assalita per ogni dove, scorge le montagne coperte 
di nemici che la sofl'ocano sotto ai dardi , e la schiacciano fa- 
cendo rotolare su di essa enormi massi. Invano opposero i Fran- 
cesi un imperterrito coraggio in un pericolo senza riparo: tutti 
furono tagliati a pezzi, nò alcuno volle rendersi prigione. L'eroe 
dei Francesi di quel tempo, secondo tutti i romonzi , ed il meno 
conosciuto nella storia , Orlando , nipote di Carlomagno e figlio 
di Mllone Conte d' Anglante , peri in quella terribile giornata. 
Per conservare la memoria di questo avvenimento fu sul luogo 
e sull'ossa ammonticchiate di tutti i guerrieri eretta una cappel- 
la, nella anale leggevasi un'iscrizione che conteneva i nomi di 
Teodorico delle Ardenne, di Riolo del Masso, di Guido di Bor- 
gogna , d" Oliviero e di Orlando. Soltanto nel 1707 una relazione 
della antichità di quel paese diede la descrizione della cappella 
collocata presso all' Abazia di Roncisvalle , ed aggiunse che vi 
si vedeva la dipintura a fresco di un combattimento, e che dopo 
dieci secoli si era conservato l'uso di non seppellire in quel 
luogo che soli Francesi. 

Non si sa comprendere per quale cieca vanità gli Spagnuolì , 
allora federati colla Francia e nemici dei Saraceni , abbiano vo- 
luto sempre attribuirsi a gloria il tradimento dei Guasconi , e 
darsi il vanto di aver trionfato tra le montagne dell'esercito di 
Carlomagno, e de'suoi dodici Pari, dei quali i poeti Spagnuolì 
cantarono per lungo tempo la sconfitta. Eginardo , il più degno 
di fede tra gli autori di quell' epoca , non ci racconta alcuna par 
ticolarita sulla battaglia di Roncisvalle: ei dice soltanto che Egar- 
te, prefetto della tavola del Re, Anselmo Conte del palazzo, e 
Orlando prefetto delle frontiere di Brettagna , perirono , non che 
molti altri, sul campo di battaglia. La vendetta, egli dice, non 
potè essere pronta , perche dopo la zuffa gli assalitori si di- 
spersero , temendo d' essere riconosciuti : egli attribuisce questa 
sconfitta alla difficoltà de' luoghi, alla ineguaglianza del terreno, 
alla foltezza dei boschi, al peso dell'armatura Francese, ed alla 
leggerezza di quella che indossavano i Guasconi (i). 

(i) Eginhardi Vita Caroli Magni cap. IX. pag. ga— Ejuadem An"aUs , 
pog. 2o3 — Poeta saio Uh. 1. v. 362-4oo, pag. i43. 



ni DISSERTAZIONE rr^TMà. 

Ecco tutto quello , che la storia ci ha trasmesso di Orlando 
Paladino (i) e di quella battaglia di Roncisvalle tanto celebrata 
dni romanzieri e dagli storici Spagnuoli de' tempi posteriori. Or- 
lando, che non vien nominato se non una volta da Eginardo , e 
del quale non si fa menzione veruna da nessun altro storico, si 
era per avventura segnalato nel tempo di Carlo Martello, e non 
di Carlomagno^ perchè non si dee forse negar ogni fede alle tra- 
dizioni popolari di due grandi nazioni benché mescolale di fa- 
vole. Suppongono tutti i romanzieri essersi Orlando immortalato 
col suo valore contro i Saraceni; ma i Saraceni invasero la Fran- 
cia sotto il regno di Carlo Martello e non di Carlomagno. L' e- 
roe de' romanzieri non era più giovine alla battaglia di Ronci- 
svalle. Un lungo intervallo di tempo, che neppure 4 riempiuto 
dalle favole, separa la grand'epoca delle sue gesta da quella della 
sua morte j si può quindi supporre essere lui nato ne'dieci primi 
anni del secolo ottavo. Avrebbe in quel caso potuto essere pre- 
sente in qualità di paggio alle prime sconfitte dei Franchi sotto 
Narbona nel 7^0, e nel yaS illustrarsi alla difesa di Nimes, Car- 
cassona e Aulun contro gli infedeli; alla guerra d'AquItania nel 
729; e nel 782 alla battaglia di Poitiers. Non cessarono già in 
quell' epoca le invasioni de' Saraceni nelle Gallie : ne avvennero 
ancora nel 741 dopo morto Carlo Martello; e potè Orlando con- 
tinuare a combattere i Saraceni sotto Pipino o Carlomano durante 
il conquisto della Setlimaiiia e quello della Marca di Spagna. Non 
ne rimane quasi alcun monumento di quella lunga lotta. Per ve- 
rità non vien Orlando mentovato da storico veruno, ma non lo 
è neppure niun capitano di Carlo Martello. Avrà la rassomiglianza 
di nome di quel Carlo e di Carlomano con Carlomagno originato 
da poi l'errore del popolo e dei romanzieri. Non saprebbero le 
tradizioni serbare ima cronologia esatta ; ma ella è cosa assai rara 
e stravagante che un nome divenga popolare, se la sua gloria non 
abbia qualche realtà. Poteva un ingegno come 1' Ariosto creare 
la celebrità di Orlando , ma le croniche dell' Arcivescovo Tur- 
pino non potevano tanto sulla fantasia del popolo: vennero esse 
raccolte nel secolo undecimo e tradotte nel tredicesimo per es- 
sere inserite nella gran cronica di San Dionigi. Vanno risguar- 

(i) Cosi Sismondi, Stov- dei Frane, sotto i Carloviiigi , Pari. II. 



CENNI SCLLA VITA DI CArLOMAGNO BC. ^3 

date come un deposito delle favole e leggende che circolavano 
allora fra il popolo , piuttosto che invenzioni di un romanziere. I 
romanzi popolari della Spagna , che ci segnano tante particola- 
rità della vita di quel Bernardo da Carpio , che si suppone abbia 
soffocato Ox-lando fra le sue braccia , contengono essi pure le 
tradizioni abbellite dall'immaginazione popolare, che correvano 
nel mezzodì de ' Pirenei. Teneri gli Spagnuoli della fama del 
più antico loro cavaliere si sono per altro appigliati a un cattivo 
partito supponendo una seconda battaglia di Roncis\alle e una 
seconda sconfitta del Paladino Francese nell'anno 812 o in quel 
torno. È sufficientemente conosciuta la fine del regno di Carlo- 
magno, e non si potrebbe quindi supporre esser in quell'epoca 
accaduti avvenimenti di cui non rimane traccia alcuna negli sto- 
rici di quel tempo (i). 

Tutte queste osservazioni sono tratte dalla Storia dei Frari' 
cesi di Sismondi , Parte II. cap. a. Avvertiremo che lo stesso 
autore nel capitolo IV. della Letteratura Italiana cosi si espri- 
me. •« Se assegnar si volesse un'epoca istorica agli avvenimenti 
narrati ( nel poema dell'Ariosto ) bisognerebbe collocarla prima 
dell'anno 778, in cui Orlando fu ucciso alla battaglia di Ronci- 
svalle , in una spedizione di Carlomagno. Ma io crederei piutto- 
sto che si tratti delle guerre di Carlo Martello centra Abdera- 
mo, che i romanzieri hanno confuse con quelle di Carlomagno, 
e che diedero origine alle tradizioni dell' invasione della Francia 
per parte de' Saraceni e degli inauditi pericoli onde il valor dei 
Paladini dovea salvare l' occidente ». 

Da tutte le predette osservazioni di Sismondi ognuno può 
rilevare che questo dotto scrittore si sforzò di render probabile 
la sua opinione sulle imprese d' Orlando ; cioè che questo eroe 
della Francia siasi immortalato col suo valore centra i Saraceni 
sotto il regno di Carlo Martello e non sotto quello di Carloma- 
gno j poiché i Saraceni invasero la Francia regnando il primo e 
non il secondo. Ma questo Orlando fu ucciso alla battaglia di 

(i) Le favole di Roncisvalle vengono ripetute da Roderico Toletano. Rer. 
Hispunicariim lib. IV. cap. io. Mariana De rebus Hispan. lib. VII. cap. il. 
Queste sono state discusse e confutate (ial Baronio, Annalcs iccles. 778. ^. I. 
pag. 33^; e 812, pag. 5Sa — Pagi critica 778, §. III. e seg. pag. 354- Storia 
generale della Linguudocu, lib. Vili. cap. 81, pag. 43o. 



74 DISSERTAZIONE PRIMA 

Roncisvfille : un lungo intervallo di tempo separerebbe la grnnde 
epoca delle sue gesta da quella della sua morte. Come ragionò 
dunque Sisraondi per fare che l'Orlando de'tompl di Carlo Mar^ 
fello fosse quello che morì in Roncisvalle ? Egli suppose che in 
eth di circa dieci anni fosse Orlando presente alle prime scon- 
fitte de' Franchi sotto Narbona , che di i5 anni si fosse distinto 
alla difesa di Nimes, Carcassona e Autun contra gli infedeli; di 
19 alla guerra d' Aqultania , di 22 alla battaglia di Poitiers, che 
di anni 3i continuasse Orlando a combattere i Saraceni sotto 
Pipino e Carlomano, e che in eth decrepita, ciò che non sembra 
probabile , si segnalasse con altre valorose imprese contra i Sara- 
ceni nella spedizione di Carlomagno in Ispagna avvenuta nel 778, 
e che finalmente morisse nella celebre rotta di Roncisvalle. Ma e 
perchè , domanderò io a Sismondi , tutte le vecchie cronache e 
tutti i romanzieri hanno cotanto celebrate le gloriose imprese del 
famoso Orlando figlio di Berta sorella di Carlomagno e maritata 
a Milone Conte d' Angers e padre del detto Orlando morto in 
Roncisvalle, e da nessuno storico venne mentovato l' Orlando dei 
tempi di Carlo Martello ? Perchè, risponde Si&mondi, da nessuno 
storico venne neppure mentovato alcun altro capitano di Carlo 
Martello , e la rassomiglianza di nome di quel Carlo e di Car- 
lomano con Carlomagno avrh da poi originato l'errore del popolo 
e dei romanzieri. 

Egli è verissimo che anche vivente Pipino la Francia fu as- 
solutamente senza storici; che a rischiarimento di quel periodo 
di tempo sonosi unite i5 o 16 cronache anonime tutte, e tanto 
laconiche da non impiegare più di due o tre linee per ciascun 
anno ; che i monaci , i quali sembrarono esserne stati gli scritto- 
ri, si sono, per quanto pare, copiati l'un l'altro con una ser- 
vile esattezza; che le leggende stesse ci somministrano minori sus- 
sidj per conoscere il regno di Pipino di quello che pel regno dei 
suoi predecessori : ma da questo silenzio della storia, come potrà 
il Sismondi trarre per giusta conseguenza che il famoso Orlando 
siasi appunto segnalato contra i Saraceni ne' tempi di Carlo Mar- 
tello^ Ma prosegue Sismondi. La somiglianza de' nomi di Carlo 
detto il Martello coir altro detto il Magno poteva benissimo in- 
durre il popolo ed i romanzieri in eriore, col far si ch'essi at- 
tribuissero ai tempi di Carlomagno le imprese d'Orlando avve- 
nute ai tempi di Carlo Martello. 



CENNI SULEi VITA DI C4RLOMAGWO EC. jS 

Egli è facilissimo che in qae' tempi d'ignoranza potessero 
nccadere questi ed altri ancor più gravi errori di cronologia tanto 
pia che troviamo nella storia non solo una somiglianza di nomi, 
ma anche di fatti che si raccontano come avvenuti e sotto l'uno 
e sotto r altro Carlo. 

I Saraceni guidati dal Califfo Abderamo impadronitisi di Bor- 
deaux movean già rapidamente alla volta di Tour, quando nelle 
pianure di Poitlers s'abbatterono nell'esercito di Carlo Martello: 
quivi accadde la celebre battaglia, in cui Carlo colla formidabile 
sua scure distrusse lutti i Saraceni che indarno s' accanivano a 
rompere le falangi Francesi. Lo stesso Abderamo cadde sotto i 
suoi colpi , e la caduta del capo scoraggiò i Mori che sopravan- 
zarono alla sua vendetta cui si sottrassero colla fuga. Carlo lor- 
nossene nella Neustria carico di gloria e di ricchissimo bottino. 

Se non troviamo in questa guerra di Carlo Martello contra i 
Saraceni un traditore di nome Ganalone (i)j qual si fu quello 
di Carlomagno , ne troviamo un altro appellato Eude Duca d'A- 
quitania che, geloso della fortuna, della potenza e del valore di 
Carlo Martello , e sedotto dalla folle speranza d* approGttare del 
perfido soccorso dei Saraceni per regnare sulla Francia^ s'ab- 
bandonò vilmente al nemico della sua credenza e della sua pa- 
tria , pensando abbattere un rivale ; e sottoscrisse un trattalo di 
alleanza con Manuza supremo comandante de' Mori. 

Fu Carlo Martello il più grande personaggio della sua età , 
siccome lo fu Carlomagno a' suoi tempi: il loro nome passò a 
traverso de' secoli , e celebrato fu dagli storici , cantato dal poeti 
e dai romanzieri , e venerato dai guerrieri di tutte le eth. Ma se 
l'ignoranza ed il silenzio de' contemporanei croniclsti , se la so- 
miglianza de' nomi e delle azioni, se le tradizioni del volgo po- 
terono in que' barbari tempi confondere le imprese di un Carlo 
con quelle di un altro , siccome suppone il Sismondi , perchè 
non potremo anche noi congetturare, e forse con maggiore pro- 
babilità , che esistessero pure due Rolaodi od Orlandi, l'uno fa- 
moso ai tempi di Carlo Martello, e P altro a quelli di Carloma- 
gno, e che per adulare sempre più la memoria di Caxlomagno siansi 
attribuite le imprese del primo al figlio di Berta e di Milono 

(0 V. don. Turp. cap. XXII. 



76 DISSERTAZIONE PRIMA 

morto in Roncisvallc ? Il supposto Turpino nel capo XII. della 
sua cronaca dopo di nvere annoveralo fra i principali condot- 
tieri degli eserciti di Carlomagno destinati all' impresa della Spa- 
gna contra i Saraceni, il celebre Rolando, Dax exercìtuurrif Co- 
mes Ceìioniauensis et Blavii dominus , iicpos Caroli re gis ma- 
gni, Jìlius ducìs Milonis de ^ngleris , natus Berthae sororis 
Caroli ; cum quatuor inìllibas virorum bellatonmi , ci dice a 
chiare note che Alius tamen Rolandus fuit , de quo nobis jiunc 
silendum est. E quest'altro Ptolando , di cui Turpino non voleva 
in allora far parola, non potrebbe esser quello, che secondo Si- 
smondi , si è segnalato o sotto Carlo Martello , o sotto Pipino o 
Carlomano durante il conquisto della Settimania e quello della 
Marca di Spagna ? Egli è vero che la cronaca del supposto Tur- 
pino è piena di favolosi racconti , ma sappiamo altresì eh" essa è 
una compilazione delle antiche narrazioni o canzoni che forse .si 
ascollavano dal popolo fin dal secolo IX. e che la suddetta as- 
serzione di Turpino , che pare affatto indifferente in questo pas- 
so , può esser benissimo appoggiata ad un' antica tradizione. Lo 
stesso Sismondi ci avverte che non saprebbero le tradizioni ser- 
bare una cronologia esatta j ma esser cosa assai rara e stravagante 
che un nome divenga popolare , se la sua gloria non ha avuto 
qualche realtà. E qual giusta ragione avremo noi dunque di con- 
trastare a Turpino l'esistenza di quest'altro Rolando? Se vi fu- 
rono in queir epoca due Carli , se fu probabile che gli storici 
confondessero le azioni dell'uno con quelle dell'altro, perchè si 
negherà l' esistenza di due Rolandi , e non si troverà possibile 
che le gloriose imprese dell'uno sieno state attribuite all' altro ? 
Aggiugneremo altresì esser cosa assai più verisimile il supporre 
l'esistenza di due Orlandi che di uno solo, il quale cominciasse la 
sua carriera sul principio del secolo Vili., proseguisse le sue ge- 
sta coutra i Saraceni per un lungo intervallo di tempo senz'esser 
neppur nominato nelle favole , e che morisse poi decrepito nella 
guerra di Spagna, dove poco tempo prima era stato pure ucciso 
il di lui padre Milone nella sanguinosissima battaglia contra Ai- 
golando (i). Tutti poi i romanzieri s" accordano nell' affermare 

(i) Diim vero illa agitur ulrorumqiic pugna, in qua occìsi sunt quudra- 
gì'iua (hristianorum inillia , et Dax Milo Rolandi geniior eie. Croii. Turp. 
cdp. Vili. 



CEKNl SULLA VITA DI CARLOMAGNO 77 

che 1' Orlando si famoso per le gloriose sue imprese fu il nipote 
di Carlomagno , benché a dir vero anche questi sia poco noto 
nella storia , la quale non fa menzione che della morte di lui 
nella rotta di Roncisvalle. Sarà dunque, a nostro giudizio, più 
ragionevole il supporre che due fossero gli Orlandi , l'uno dei 
tempi forse di (]arlo Martello, che si segnalò con valorose imprese 
contra i Saraceni , 1' altro il nipote di Carlomagno che mori in 
lloncisvalle , ed a cui attribuite furono le gloriose gesta dell' al- 
tro per accrescer forse gloria alla stirpe di si gran Monarca. 

C'incolperanno forse alcuni d'esserci noi dilungati di troppo 
sopra semplici congetture : osserveremo però che anche le con- 
getture divengono importanti quando si tratta di un punto di 
storia e di un eroe, che occupò le penne de' più celebri scritto- 
vi, e che empi del suo nome tutta l'Europa, Ripigliamo il filo 
della storia di Carlomagno. 

Carlomagno, rientrato ne' suoi Slati, e scoperto il tradimento 
del Duca di Guascogna , lo fece prendere , giudicare ed appic- 
care. Indotto egli poi dalle cattive disposizioni dei popoli d'Aqui- 
tania a dar loro un Re particolare , scelse Luigi il più giovine 
dei suoi figli , noto poscia sotto il nome di Luigi il Buono (778); 
e gli sforzi continui de' Lombardi e dei Greci per riconquistare 
l'Italia, e la poca fedeltà eh' ei trovava ne'Grandi cui afiidato 
avea il potere , lo determinarono a raccoglierli intorno al suo 
trono, e a dare agli Italiani Carlomano , il secondo de' suoi fi- 
gliuoli, battezzato in quell'incontro dal Papa, che gli cangiò il 
nome, chiamandolo Pipino. Carlo il maggiore de 'suoi figli, desti- 
natogli a successore, non ebbe alcun regno. 

Carlomagno , ritornato appena dalla Spagna , i^n nuovamente 
obbligato di portare le armi contra i sempre ribelli Sassoni: il 
suo nome sparse per ogni dove il terrore. Vitichindo, V eroe dei 
Sassoni non potè riunire abbastanza guerrieri per fargli fronte, e 
quindi irritato si ritrasse in Normandia. I capi delle tribù Sas- 
soni andarono umilmente a chiedere perdono a Carlo attribuendo 
al solo Vitichindo il loro delitto. Disprezzando Carlo slmili scuse 
ed inflessibile pel loro delitto , volle che gli si dessero in mano 
i più valorosi che avevano prese le armi. I capi Sassoni, a pro- 
pria sventura , obbedirono a tal comando , e condussero sulle 
rive del fiume Aller quattromila cinquecento guerrieri : lo spie- 



7 8 DISSERTAZIONE PRIMA 

t.ilo Carlo fece a lutti troncare la lesta. Questa Tcndotta di san- 
gue , iu vece di spargere il terrore , noa eccitò che la dispera- 
zione, e servì a moltiplicare le ribellioni. 

Dalla Sassonia passò Carlo a Roma per far incoronare dal 
Papa i suoi due figli Pipino e Luigi ( 780), confermando così 
i popoli nella loro credenza che il capo della religione poteva 
solo rendere legittimo e sacro il potere reale. Egli è impossibile 
di seguire questo Principe in tulle le sue militari spedizioni , iu 
tutte le torse ch'egl' intraprese per sedare le ribelhoni che rin- 
novavansi a ogni istante j basterà l'osservare che nel 790, il aa 
del suo regno , fu il primo anno eh' ei passò senza prendere le 
armi , e che questa pace non durò che fino alla primavera del- 
l'anno seguente. Quanto più estendevasi la sua potenza, tanto più 
pensar dovea o seguire il progetto del suo avo Carlo Martello 
di ristabilire, cioè, l'imperio d'Occidente. Per la qual cosa l'Im- 
peratrice Irene che regnava in Costantinopoli , fece proporre a 
Carlomagno, a fine di prevenire la divisione dell'imperio, d^unire 
in matrimonio i loro figliuoli i ciò che avrebbe posto nuovamente 
il mondo sotto di un solo dominio. La proposizione d'Irene veime 
iiccettata « ma allorché l'ambizione ebbe condotto Irene a privare 
del soglio il suo figliuolo e ad impadronirsi del potere, ella offrì 
la sua mano a Carlomagno, Il Papa Leone III., la incoraggiò, per 
quanto dicesi, a questo divisamento. Un autore Greco, Teofane, 
assicurava che fu Carlo il primo che immaginasse il pensiero di 
questo maritaggio. È possibile che un'occasione tanto favorevole 
per riunire l'Oriente e l'Occidente sotto al suo scettro, solleti- 
casse momentanciìmente l'orgoglio di Carlo; ma la storia di quei 
tempi ci offre a questo rispetto più probabilità che prove. Gli 
scrittori Francesi con più ragione l'attribuiscono ad Irene. E di 
fatto questa Principessa , sostenendosi a stento su di uu trono va- 
cillante e lordo di sangue , poieva desiderare la protezione di un 
Monarca valoroso e potente ; mentre una tale unione non offeriva 
a Carlomagno che chimerici diritti su di un paese , la corona del 
quale era elettiva. Che che ne sia , le speranze d'Irene, del Papa 
e di Carlo non tardarono a dileguarsi. L'Imparatrice fu tradita dai 
suoi ministri, che ne mandarono a voto i disegni col divulgarli. 
I Greci seppero con indignazione che il loro paese diver- 
rebbe ben presto nuli' altro che una pioviacia dell' imperio dei 



CENNI SULL^ VlTi DI CA-UtOMACNO EC. jg 

Franchi: ed i Grandi di Costaalinopoli, temendo la doniiaazloiie 
di un Principe che sapeva regnare, suscitarono Io sdegno dei po- 
poli, si ribellarono e balzarono Irene dal trono. 

Carlomagno si fece incoronare Imperatore d' Occidente nel- 
l'anno 800 dal Papa Leone III. e, benché il suo viaggio a Roma 
non avesse in allora uno scopo diveiso -, pure affettò una grande 
sorpresa nel vedersi colmalo di tanti onori. Ei venne dichiarato 
Cesare ed Augusto , e questa incoronazione ebbe luogo nel giorno 
di Natale alla presenza di un immenso concorso di popolo. Nel 
punto che stava ginocchioni il Re davanti l'altare, il Papa se gli 
avvicinò , e gli pose sul capo una ricca corona , ed allora tutto 
il popolo gridò ; Fiva Carlo sempre augusto , grande e paci- 
fico Imperatore dei Romani. Possa egli esser sempre vittorioso! 
Indi egli venne circondato, affollato e condotto sopra il trono gih 
preparatogli : colà il Sommo Pontefice versò sulla testa del IMo- 
narca l'olio santo, rendendogli quegli stessi omaggi che tutti gli 
altri Cesari ricevettero da' suoi predecessori , cioè, giusta Tespres- 
sione di lutti gli autori di quel tempo, eli' egli si prostrò avanti 
di lui, e V adorò : poiché i Romani ed i Greci erano già da 
lungo tempo diventati tanto servili che l' omaggio ai Principi 
aveva preso il nome di adorazione. Nello stesso momento il 
Papa dichiarò a Carlo che da indi in poi , invece del titolo di 
Patrizio de' Romani, avrebbe egli quello d'Imperatore e d' Angu- 
sto j finalmente gli presentò il paludamento imperiale, e Carlo pivi 
decorato dalla sua gloria che dalla porpora , tornossene dalla 
chiesa al palazzo, seguito da immenso popolo che faceva echeg- 
giar l'aria di festose acclamazioni. Nella stessa giornata fu espo- 
sta al pubblico un' immagine dell' Imperatore j questa ricevette le 
adorazioni ed il giuramento del popolo. In tal modo il trono di 
Occidente , trecento cinquanl'aani dopo la deposizione d'Augusto, 
fu rialzato da Carlomagno. 

Carlomagno dopo di aver fatto monaco uno de'suoi figli, ebbe 
la disgrazia di perdere nell'Sio Pipino cui egli avea creato Re 
d'Iialia, e nell'anno seguente Carlo, il primogenito segui suo 
fratello alla tomba , e fra i suoi figli legittimi gli rimase il solo 
Luigi Re d'Aquitanla. Nella primavera dell'anno 81 3 convocò 
V assemblea nazionale in Aquisgrana , vi chiamò Luigi , e quivi 
presentatolo al clero, ai Duchi, ai Conti, ai signori del popolo, 



8o DissEnxAzroi^E prima 

domandò, se, a perpetuare la sua gloria, ad assicurare la pub- 
blica prosperila , e a consolidare il trono imperiale da essi rial- 
zato , volevano da quell' istante associare Luigi all' imperio. Tale 
proposta fu accolla con generale soddisfazione , ed approvata con 
unanimi acclamazioni. Nella seguente domenica l'assemblea si 
convocò Hel tempio: Luigi, gridalo dal Franchi Imperatore d'Oc- 
cidente, giurò alla ^presenza dei Grandi e del popolo, di regnare 
a seconda delle leggi , e Carlo dopo avergli raccomandato so- 
lennemente la sorte de'suoi popoli e quella della sua famiglia , gli 
ordinò di prendere sull'altare, ov'era stata deposla , una corona 
d'oro, e di porsela in capo. 

LMndebolImento di forze che andava a grado a grado logo- 
rando il Monarca , gli faceva nascere un desiderio fin allora sco- 
nosciuto alla sua anima operosa , il desiderio della pace; e quindi 
nell'ultimo anno della sua vita non ad altro peusò che a rasso- 
darla. 

Vollero i contemporanei di Carlomagno che non pochi por- 
tenti precedessero la sua morte: alcuni, siccome abbiamo già 
detto , trovausl descritti nella cronaca del supposto Turpino (i). 
Poco prima di questo avvenimento , dicono essi , furon veduti 
eclissi di luna e di sole ; quando Carlo marciava contra i Da- 
nesi , una fiamma , lanciatasi dal cielo , passò rapidamente dalla 
sua destra alla sua sinistra , e nel momento medesimo si staccò 
la sua coi'azza , cadde morto il suo cavallo, ed il dardo che aveva 
in mano spezzessi. Fu da un improvviso incendio distrutto il 
ponte di Magonza ; i sotterranei del palazzo imperlale rimbom- 
barono lunga pezza d'un sordo rumore; la galleria che congiun- 
geva al palazzo la cappella riunò, il globo d* oro che splendeva 
al di sopra della sua chiesa fu colpito dal fulmine; e finalmente 
la folgore cancellò le parole Carlo Principe da una iscrizione 
posta nella chiesa medesima. 

Ma altri indizj ben più certi disponevano pur troppo gli animi 
a si funesto avvenimento : la debolezza di Carlo s' andava ogni 
giorno aumentando , e l'instancabile attività sua, distintivo carat- 
teristico di tutti gli uomini celebri , era la sola che lottasse an- 
cora coatra i colpi della morte, che s'avvicinava. Il primo di 

CO Gap. XXXll. 



OMKt 



CEPHI SULLA VITA DI CABLOMAGNO EC. 8l 

novembre dell'8i3 la natura, più forte di lui, ne domò il corag- 
gio , e più non usci del suo palazzo. 

Nessuna fede avea egli nella medicina, e quindi non volle 
alcun soccorso dall'arte. Dopo la metà di gennajo dell'anno 8i4 
fu colto nell' uscir del bagno da febbre; ne' sette giorni ch'essi 
continuò egli cessò dal mangiare e non inghiotti che un po'd'ac- 
qua per ristorarsi. Nel settimo giorno gli furono somministrati 
i sacramenti da Ildebaldo suo cappellano; nella mattina del dì 
seguente fece l'ultimo sforzo per sollevare la sua debole mano 
destra , e far sulla testa e sul petto il segno della croce; poscia 
accomodando le sue membra all'eterno riposo, chiuse gli occhi 
ripetendo sotto voce ; in mano tuas commendo spiritutn ìueum, 
e spirò (i). Era il giorno 28 di gennajo dell'anno 8i4 , e Carlo 
nato nel 'j^i era entrato nel suo ^2 anno: 47 avea regnato sui 
Franchi, ^ò sui Lombardi, i4 sull'imperio d'Occidente. 

Fu nella citt'» d' Aquisgrana sepolto in un sotterraneo della 
chiesa di Santa Mtria da lui fabbricata (2), che venne immedia- 
tamente murato. In questo fu collocato assiso su di un irono d'oro 
\estito cogli abiti imperiali , e cinto con cilicio di cui aveva avuto 
costante l'uso nel corso di sua vita; il manto r-^ale gli slava ap- 
peso sulle spalle, ed il suo brando pendevagli dal cinto; circon 
date n'erano le tempia dalla corona imperiale; una borsa da pel- 
legrino ed il libro degli Evangeli posava sui suoi ginocchi ; lo 
scettro e lo acudo gli stavano ai piedi. Si fece ardere in questa 
tomba una prodigiosa quantità di profumi; fu riempiuta di mo 
uete d'oro e suggellata. Al di sopra del sepolcro fu innalzato un 
magnifìco arco di trionfo , nel quale fu scolpila questa nobile e 
semplice iscrizione : Qui riposa il corpo di Carlo , grande ed 
ortodosso Imperatore i che estese gloriosamente il regno dei 
Franchi, e lo governò felicemente pel corso di 47 (tnni. 

Al valore e al grande ingegno degli eroi della storia congiun- 
geva Carlo la forza prodigiosa e la statura quasi colossale degli 
eroi della favola. Egli era allo, dicesi, più di sei piedi (3), la 
sua carnagione er<* di una candidezza inaravigliosd , il naso aqui- 



(i) l\ Crun. Turivi 11. cuj,. XXXll. 
(■j.) F. Clou. 'l"uri>iii. Ciif). /". 
(i) y. Crou. Tui'^iiu cup. XXI. 

Romanzi di Cavali. V- L 



Sa DISSERTAZIONE PRIMA 

lino, Cocchio pieno di fuoco, la fisonotnìa aperta, il portamento 
maestoso, il sorriso ijrazioso e dolce; sebbene si fosse un poco 
impingualo , e che la parte superiore della testa fosse alquanto 
piatta , pure la giusta proporzione che trovavasl in tutte le parti 
del corpo dava al lutto una maschia e nobile bellezza , che al 
primo vederla spirava sorpresa e venerazione. La sua voce manca- 
va di forza, sebben fosse chiara o dolce; e questo stesso difetto 
aveva il merito di temperare la severità del suo aspetto: i suoi 
lineamenti imponevano riverenza , e le sue parole si cattivavano 
amore. 

Alcuni dotti scrittori, troppo forse dimenlicaDdo I costumi del 
secolo nel quale viveva quel Principe, haiino con rigore rimpro- 
verala la sua memoria: essi dissaro che la troppa condiscendenza 
pel clero , la pronta morte del fratel suo , l' ignorato destino dei 
suoi nipoti, l'eccessivo amore per le donne (avendo avuto fln 
nove mogli in una volta ) , la violenta passione pel conquistare e 
pel couvertire, il rigore di sue leggi iutolleranli , l'imposizione 
della decima e la strage di tante migliaja di Sassoni , erano al- 
trettante nubi che oscuravano lo splendore della fama di Carlo. 
Ciò che ci ha di certo si è, che il suo regno, celebre eterna- 
mente, formò un'era novella per l'Europa moderna. A. lui do- 
vettero la chies« l'indipendenza, l'imperio d'Occidente il risor- 
gimento, le scienze e le arti una nuova vita, la Germania la ci- 
viltà, la Francia il riposo e la grandezza. 

Il racconto delle imprese militari di Carloraagno ci ha dato 
a conoscere il conquistatore. Eginardo ci ha fatto il ritratto del- 
l' uomo; i suoi regolamenti ed i suoi capitolari (titolo ch'egli 
dava a'suoi editli) ci faranno giudicare il legislatore, mentre che 
in C'inai tempo ci faranno conoscere esattamente i costumi di 

que' tempi. 

Capo di una nazione valorosa , facilmente poteva Carlomagno 
essere vincitore , la gloria della legislazione offriva ancora a que- 
sto celebre Principe palme più durevoli ed ostacoli più numerosi. 
Così , a malgrado di tutti 1 rimproveri fotti alla memoria di que- 
sto Monarca, perchè lasciava imperfette ed anche un po'buba- 
riche le sue instituzioni , dai saggi di tutti 1 tempi fa decentalo 
più grande per le leggi che pur 1' armi. La posterità ammira in 
esso piuttosto il Re iustruito, che, in un secolo di fanatismo, 



CERNI SULLA VITA DI CARLOMACNO EC 83 

OSÒ reprimere i vizj del clero j il capo di uiìd bellicosa e sfrena u 
nobihà , che si diede a proteggere contro di essa la liberth del 
popolo -f e la gran mente che seppe diiFondere nel seno della bar- 
barie i germi del vivere civile. 

Il clero era stato spogliato dei beni dall'avolo suo: Carloma- 
gno ne restimi ad esso nelle decime l'equivalente: coli' ammis- 
sione dei Vescovi nelle assemblee soddisfece al loro orgoglio , e 
adempiè pure alle mire di lui , ponendo nei parlamenti un con- 
trappeso all' ambizione dei nobili , ed introducendo in tal modo 
nelle deliberazioni uno spirito meno ardente e forme più re- 
golari (i). 

Sollevati i Papi dalla tema dei Longobardi , dalle concussioni 
degli Esarchi, e dal giogo tirannico dei despoti dell'Oriente, do- 
vettero a Carlo la propria indipendenza ed i primi fondamenti 
della loro autorità temporale; ma dopo di essersi in tal modo sde- 
bitato di quanto credeva dovere alla chiesa, P Imperatore pensò 
giustamente , e provò eh' egli aveva il diritto di non più mostrare 
debolezza col clero; e risolvette quindi di riprimere l'ambizione, 
di toglierne i vizj , di riformarne i costumi. 

Appena in que' tempi scorger potevasi qualehe leggier diffe- 
renza di costumi , di vita , di usi fra il sacerdote ed il laico ; i 
prelati, gli abati , dediti al par dei Grandi, al lusso, al vino, alle 
donne, si abbandonavano com'essi, appassionatamente agli eserci- 
zi del campo , ai disordini della guerra , ai piaceri della caccia , 
all'ambizione delle Corti ed alle pompe mondane. Vestivano abiti 
sontuosi, portavano speroni d'oro, larghe spade appese a magni- 
fiche cinture: la credenza loro s'era fatta superstizione; il loro 
culto quasi idolatria : ponendo da un lato le verità evangeliche , 
troppo incomode «He loro passioni, non avevano conservate che le 
pratiche superstiziose , colle quali nella credulità dei popoli fonda- 
vano la loro autorità e la loro ricchezza. Furono tanti e tali i di- 
sordini che eccitarono in fine il disgusto e forse l'invidia dei Grandi, 
i quali presentarono a Carlomagno una supplica per porvi riparo; 
siccome di fatto egli fece con alcuni suoi capitolari. 

Questo Principe però, altrettanto scaltro e furbo che ardito, 
sollecitava l'ambizione nel punto slesso ohe la reprimeva: sembra- 

(i) r. Cron. Tuq). cap. XX. e XXXL Si. dei Ron. e dellu Cax'ul. I^ol. I. 



84 DISSERTAZIONE PRIMA 

vagli opportuna l'autorità del clero per dirozzare ed ammollire i 
popoli conquistali ; « a questo fine fondò e dotò riccamente in 
Germania i vescovati di Minden , di Verden , di Osnabrucco, di 
Brema e di Pdderbona, 

Dalle severe disposizioni di un capitolare pubblicato nel 789 
era stata ordinata la degr.^d^zione di qualunque prete , il quale 
avesse più mogli, o concubine; e ciò che dà giusta iden dei co- 
stumi di que' temoi, è il non venire dalla stessa Ic^gge neppur fatta 
parola dei preti che avessero una sola moglie. 

Convien credere che le mon-che menassero alloT'i una vita, 
niente meno scandalosa di quella dei prelati ; giacché Carloma- 
gno con un capitolare emanato nel ^q4 proibisce alle abadesse 
di esercitare /' oj^cio del f^e5COK>o ; agii yihali di mutilare i 
inoliaci, o di contrattarne a prezzo la vestizione i ai Canonici 
di frequentare le bettole; Alle religiose di scrivere lettere ga~ 
lauti, ed alle une ed agli altri di non ammettere nelle loro 
case uè giocolieri , ne istrioni. Finalmente nell'anno 8i3 pub- 
blicò l'Imperadore una legge per proibire ai Preti di vendere 
i sacramenti e la j)redicazione ; ai f^escovi d' imporre contri- 
buzioui al loro clero , e di condannare i preti alle ammende. 

I pellegrinHg£;i erano la passione di quel secolo, V aurora delle 
crociale,- e venivano risguardati come una sufficiente espiazione di 
ogni peccato, ed etiche di ogni diritto, mentre diventavano il 
prelesto di numerosissimi abusi e degli eccessi i più grandi. Loda 
il saggio Eginardo a questo proposito la moderazione di Carlo* 
magno, il quale non a\^eva fatto , dice l'autore che quattro pel- 
legrinaggi a Honia , mentre il Califfo Aaron-Alraschild ne 
aveva fatti otto alla Mecca. Soorgevasi allora un immenso nu- 
mero di pellegrini fanatici, chiamati Mangous o Romei, che 
correvano le strade nnestre ignudi e carichi di catene. L' Impe- 
ratore tolse questi abusi (i). 

Elevandosi ^1 di sopra del suo secolo, e sdegnando imitare i 
Greci Imperatori , che popolavano di monaci i deserti , disertavano 
i Crimpi di soldati, e non formav«no che legioni di birbari, 
proibì nt'ir8o6 e neir8i3 di rice\)cre nessun monaco nei con- 
venti sanz'i la pcrniissio ic (l'ilT Inij'oratorc , di ordinare alcun 

(i) r. Clou, 'l'uip. tc/^. .'• 



CENNI SULLA VITA DI CARLOMAGNO EC. 85 

prete prima di treni' anni , e di dare il velo a nessuna fan- 
ciulla prima dei venticinque. 

Carlomagno fu sempre fermo contra le usurpazioni del clero: 
il suo zelo per la religione non gli impedì giammai di dare tulli 
i provvedimenli necessari per far rispellare la sua autorità, e, du- 
ranti i sei mesi ne'qtiali stinziò nella città di Roma, visse, parlò, 
giudicò, comandò, e vi regnò da Sovrano. Il potere temporale 
dei Papi, anzi che essere conosciuto, non esisteva allora che nella 
confidenza dei popoli e nell'autorità del santo ministero che essi 
esercitavano. L' Istorico Paolo Diacono, parlando delle conquiste 
dell'Italia, dice che Carlo aggiunse Roma al suo scettro. Con- 
viene aggiungere a questi fatti una prova incontestabile, ed è che 
anche prima che risorgesse P imperio d'Occidente, Pipino e Carlo 
avevano comandato in Roma come Esarchi e come Patrizj I Du- 
chi d' Italia usarono sempre con Carlomagno il titolo di Dominus 
come co' suoi predecessori j e Paolo Diacono offrendo un libro a 
questo Sovrano gli scriveva ; Koi vi troverete i nomi dei colli , 
delle porte, delle contrade e delle trihìi della vostra città di 
Roma. Portava il sigillo di Carlomagno da una parte la sua ef- 
figie, colle parole: Dominus noster ; dall' altra la città di Ro- 
ma contornata di questa iscrizione; Rinovatio Romani Imperii, 
Rendevasi in Roma la giustizia in suo nome : Leone III lo chia- 
mava signore ed Augusto j ed in un capitolare dell'anno 8i3 
Carlo noverò i Romani tra 1 suoi sudditi. 

Inpiegò il nuovo Cesare tutta la gloriosa sua vita a combat- 
tere al di fuori i nemici, al di dentro l'anarchia^ ma nella suj» lotta 
contra gli abusi del feudalismo incontrò un' opposizione ^iìi forte 
che quella degli ostinati Sassoni : troncò i rami dell'albero feudale, 
ma non potè svellerne le radici. Se avesse egli osato tentare di di- 
struggere del tutto quelle bizzarre istituzioni, non avendo altra forza 
da opporre ai Grandi ed ai Leudi, fuorché i soldati che dipendevano 
da essi, e cui essi potevano ricusargli, o ben anche rivolgere contro 
di lui, la sua spada ed il suo scettro si sarebbero spezzati ai piedi 
di un colosso cosi temerariamente assalito, e difeso allora dai co- 
stumi nazionali. Possono i soli eserciti assoldati trionfare di simili 
ostacoli; e nell'Europa a quei tempi nessuna autorità avea modi 
per mandare ad effetto , e neppure concepire l'idea di questa forza 
de' tempi moderni, cotanto utile ai Prìncipi ed alle nazioni. Pei 



86 DISSERTAZIONE PRIMA 

creare un esercito regolare e per uiaotenerlo si rendono indispen- 
sabili le imposizioni; i Franchi ed i Germani facevano consistere 
l'onore e la libertà a non pagarn»* veruna. I Re non viveano, 
come i privati , che colle rendite delle loro terre. Alcuni diritti 
dì pedaegio servivano al mantenimento delle strade, dei ponti e 
delle barche a tragetto: la sola gravezza pei proprietarj liberi 
consisteva nel sostenere le spese itinerarie dei Principi, ed a som- 
ministrare armi e vettovaglie agli uomini spediti all'esercito: in 
tal nio lo 11 saccheggio era la sola mercede dei soldati. Non ave- 
vano i Re che una sola strada per accrescere il numero dei guer- 
rieri attaccati alla loro persona j e questa consisteva nel menomare 
i demanj reali per convertirli in concessioni feudali. Con tali modi 
s ingrossava ad essi i! coraggio guerresco , ma s'impoverivano: la 
loro corte diventava più splendida, ma l'erario meno ricco: la 
forza reale quindi veniva meno, e ben presto l'ingratitudine can- 
giava in ribelli que' Leudi troppo arricchiti e troppo potenti. 

In tal guisa i Merovingi furono rovinati , assoggettati a depo- 
sti dai Leudi , i successori di Carlomagno ebbero a sperimentare 
un eguale destino ^ e tutto dimostra che , se questo Principe go- 
vernò e padroneggiò, per un si lungo regno, tanti popoli ancora 
barbari, noi dovette ad alcun' altra forza che a quella di un 
animo grande e prudente, scaltro ed ardimentoso qual era il suo. 

I suoi capitolari saranno un eterno monumento della vigilanza 
e della saggezza di Carlo j con essi pose ordine ben anche a ciò 
che non osava distruggere, e raddolcì que' costumi che non po- 
teva cangiare. Tali costumi avevano radicato di troppo tra i Fran- 
chi l' uso dei duelli perchè ei potesse toglierlo ; ed a questo ri- 
guardo operò ne' suoi capitolari quel plìi che fosse allora possi- 
bile, sostituendo in que' combattimenti il bastone alla spada. Le 
guerre private , che dopo lui scossero si sovente il trono , e fe- 
cero della Francia per più secoli , un teatro di discordia e di 
stragi, furono da esso interdette. Volendo far comprendere a'suoi 
nobili e a' fieri magistrati, che il ministero della giustizia richie- 
deva non minore purità di quello della religione, ordinò ai Conti 
di dover essere digiuni allorquando sedevano in tribunale. La 
barbara costumanza delle mutilazioni sembrava allora , se non 
giustificata , almeno scusabile , atteso il gran numero di delitti , 
1' audacia de' rei e la rozzezza dei costumi. Spesse volte le proibì, 



CENNI SULLA VII* DI CARLOMAGNO EC. 87 

e le rendette meno frequenti; tuttavia condannò sempre a questa 
pena i falsar] e i ladri recidivi. 

La dignità imperiale abbagliando tutti gli spiriti rende 1 Gran- 
di pili rispettosi e più subordinati. Da tempo immemorabile i Re 
non erano stati considerati dai Franchi e dai Germani che come 
capi scelti fra eguali per comandarli. Essi medesimi avevano creduto 
innalzarsi ornandosi della dignità dì Patrizio e di Console. Carlo 
seppe giovarsi di quella venerazione che il mondo serbava ancora 
pei nomi di Roma, di Cesare e d'Imperatore: gl'Italiani ed i 
Galli, avvezzi a lottare contro la potenza reale, si chinarono umili 
sotto l'autorità di un novello Augusto, e si strinsero e lui con 
un nuovo giuramento. L' uso eh' ei fece di questo aumento di 
possanza , non per imitare i despoti dell' Oriente , mia per riporre 
in seggio la giustizia, per rendere i popoli più felici, per far ri- 
sorgere le assemblee nazionali, gli meritò gli encomj di tutti (i). 

Anche dopo le più grandi investigazioni non si potrebbe gin- 
gnere a formarsi una giusta idea delle assemblee nazionali di quei 
tempi: nulla vi era classificalo con metodo e tutto mostrava una 
singolare mischianza di gradi, di costumi, di circostanze, di ca- 
ratteri che variavano all'infinito, I Grandi or vi sono indicati 
sotto il nome di Ottimati, di Magnati, ora di Principi, JVobi- 
liori. Seniori; il popolo, vale a dire i Franchi, gli uomini lì- 
beri, erano indifferentemente appellati, fedeli, juniori o molti- 
tudine. Ciò che soprattutto ferisce in questa bizzarra mescolan- 
za , è il tristo quadro di una aristocrazia militare : di qualche 
migliajo di persone che componevano la nazione libera , e di una 
folla immensa di tributar) , di servi e di schiavi. I Grandi furono 
da principio, ii nome del Re magistrati e giudici degli uomini 
liberi, ed in nome proprio il furono de' tributar] de' loro dominj. 
Ma 1' appello al Re era di diritto per tutti gli oppressi : i Mero- 
vingi lasciarono troppo spesso cadere in disuso si fatto diritto. 
Carlo pose gran cura nel richiamarlo a vita, e vigorosamente ser- 
bollo ; e con tal mezzo rinfrancò il trono. I deboli suoi successori 
non imitarono , e per questa rinunzia al primario diritto regio si 
fondò la mostruosa potenza del sistema feudale. 

Quando Carlo nell'801 proibì con una legge espressa le guerre 

(1) r. Crori. Turp. cup. XII'. e XXI. 



88 DISSERTAZIONE PRIMA 

pariìcol.iri , fu momentaneamente ubbidito ; ma i Re che gli sue 
cedettero si videro obbligìti a temperare la proibizione, ed a li- 
miiarsi a dichiarare ohe non sarfhhi; permesso ad alcuno 1' inco- 
minriar queste guerre , che dopo »ver intimata una formale di- 
sfida ai parenti ed ai vassalli dell'avversario; fissando a quaranta 
giorni la dilazione tra il cartello e 1' incomincia rnento delle osti- 
lità ,• e finalmente ordinarono che queste fossero sospese , tosto che 
\] Re si trovasse in guerra coi nemici della Francia . 

Ciò che il sublime ingegno di Carlo non potè né cangiare , 
nù raddolcire fu la trista condizione degli schiavi , sui quali con- 
servarono i padroni in realtà il diritto di vita e di morte, giac- 
ché una leggiera ammenda bastava per espiire 1' assassinio di 
uno di quegli infelici. Prima erano stati privati del diritto di 
prender moglie, e la loro unione chiamavasi non già matrimo- 
ìiiiitn , ma contuberniuni; dopo ottennero la libertà di stringere 
i legami nuziali, ma coli' assenso del pedrone , e sotto la pena 
(li gravissime punizioni , e perfino della morte. 

Fra le nubi che ascondono il metodo delle assemblee nazionali 
di que'tempi. ciò che non pochi autenlici testimoni ne accertano si 
(>, che il clero ed i nobili deliberavano ora in comune , ora separa- 
tamente. Carlo ne'suoi capitolari , per provare eh' ei favellava in 
nome dell' assemblea , si esprimeva con queste parole : Noi ordi- 
niamo, noi comandiamo, t, fatta nei capitolari spesse volle men- 
zione del popolo, e sarebbe difficile il definire ciò che questo 
vocabolo allora significasse. E probabile ch^ esso fosse sinonimo 
di quello di Arimani o uomini liberi ; ma quel che è certo si 
è, che, non potendo Carlo raccogliere tutto intero il popolo; 
egli convocava , per rappresentarlo nelle assemblee , dodici nota- 
bili di cinscuna città o circondario ; e formavano questi una ca- 
mera separata. 

Divise questo Monarca tutti i ducati del suo imperio in do- 
dici contee ', e per tener d' occhio 1' esecuzione delle leggi , non 
che l'amministrczione dei conti, creò molti commissari reali chia- 
mati Missi Dominici. Egli eleggevali tra i Grandi , o i Prelati 
più instruiti e più zelanti del pubblico bene. Questi vigili censori 
tenevano ogni anno, nelle varie contee del regno, assemblee, 
udienze, assise per conoscere lo Stato, i bisogni della provincia; 
l'andamento del commercio, delP agricoltura; per pubblicare le 



CENNI SULLA VITA DI CARLOMÀGNO EC. 89 

leggi , per curarne 1' esecuzione, per togliere gli abusi ; erano que- 
sti gli organi del Principe; col loro mezzo gli giungevano rtll'o- 
recchio i voti o le lagnanze dei popoli. 

Con questi modi l' Imperia tore faceva moralmente per la poli- 
tica e per V amministrazione ciò che materialmente avea fatto nei 
suo vastissimo palazzo d' Aquisgrana , nel niezzo del quale la sua 
camera era collocata in guisa, che con una sola occhiata poteva 
scorgere tutto ciò che accadesse in tutte le parli di quel grande 
edificio. 

Se Carlomagno non giunse come Licurgo e Numa a creare 
uno di que' codici immortali the sono ancora anìmirati , gettò i 
semi pei posteri, risuscitò le assemblee nazionali , riconobbe di- 
ritti nel popolo, fondò scuole, richiamò intorno di sé le scienze 
esiliate, fece raccogliere le leggi di tutti i paesi, e popolò in 
Francia e nella Germania tutti i suoi privati poteri di un si gran 
numero di fabbricatori, di artisti, di manifattori, di mercatanti, 
d' artigiani , che que' poderi slessi diventarono poscia cittadi , e 
sorgenti d'industria e di civiltà. 

Le nascenti corrispondenze di traffico sotto al suo regno pro- 
vano i pochi vantaggi che i Francesi sapevano trarre allora dalla 
fertilità del loro suolo. Dnlla Spagna erano loro somministrati i 
cavalli, dall'Inghilterra i gr^ni , dalla Frisia le pelliccierie e i 
tappeti; dall'Oriente i tessuti di seta, gli aromi e tutte le merci 
di lusso : i c^mb) e i trasporti dalia Francia consistevano presso 
che tutti in panni ed in cuoj, ^'ult^via Carlo concedette quilche 
prote7,ione anche ai primordj di questo traffico e di questa indu- 
stria; ordinò molte fiere e mercati, prescrisse P uniformità dei 
pesi e delle misure , munì le coste , e cercò di guarentire i navi- 
gatori , mercatanti, ponendo in mare un gran numero di legni 
armati. 

Nel tempo stesso animò 1' industria col lusso delle grandi so- 
lennità della corte, l^ cui pompa imponeva venerazione e rispetto 
allo straniero. P^re che tutti i grandi Monarchi considerassero lo 
splendore della Corte come inseparabile dal diadema. Abbiamo 
già accennato quanto nella vit' giornaliera amasse Carlomagno la 
semplicità; il suo lusso nelle feste era un sagrifizio de' suoi gusti 
fatto ai costumi ed ai bisogni del tempo. Un capitolare dell'anno 
8o8 prova evidentemente quanto Carlo si adoperasse per ricondurre 



go mSSERTAZlONt PRIMA 

la nazione alla sempliclth ; e per restringere ne' Grandi un lusso 
egualmente ruinoso per essi ed oppressivo pel popolo ; in questa 
legge sontuaria andò tant'oltre, che determinò la qualità e il valore 
delle stoffe che ciascuno dovea portar secondo la propria condizione. 
I Duchi particolarmente aspirando all'indipendenza, formavano allora 
una Corte eguale quasi a quella dei Re, Molti si erano di già ar- 
rogato il diritto reale di battere moneta^ ma sebbene queste mo- 
nete portassero l'impronta del Monarca, egli proibii che se ne co- 
niassero altrove fuorché nel suo palazzo. Fece più ancora : non po- 
tendo altramente reprimere la vanità di que^Grandi, egli non elesse 
ad amministrare le province quasi più che i soli Conti. 

Voleva Carlomagno che il nuovo suo impero fosse agli occhi 
di tutti rispettabile cjuanto l'antico; quindi imitando il pomposo 
cerimoniale della Corte Bizantina, compariva in pubblico circon- 
dato da dignitari e grandi uffiziali, fregiati quasi altrettanti So- 
vrani. Le lezioni dal passato gli insegnarono a non più nominare 
Prefetti di palazzo: il gran Ciambellano, il gran Siniscalco o 
Dapifero ed il Contestabile ne dividevano le principali incum- 
benze. L' Arcivescovo Incmaro , nel descrìvere con minutezza le 
particolarità della Corte di Carlomagno, fa menzione ancora di un 
Conte di palazzo e di un Bottigliere , di un gran Cameriere , 
d un Apocrisario o Cancelliere e di un Mansionario o Mare- 
sciallo d' alloggio , di quittro Cacciatori e di un Falconiere. 
L' Apocrisario assisteva sempre al consiglio del Principe , e gli 
altri grandi officiali allorquando v'erano chiamati. Questi grandi 
dignitari erano così riccamente vestiti e circondati da tanto se- 
guito, che gli ambasciatori di Costantinopoli al loro arrivo, at- 
traversando le quattro sale nelle quali ciascuno dei gran dignitari 
faceva gli onori del ricevimento, prestarono a quelli successiva- 
mente i rispettivi omiggi, credendo di prestarli air Imperatore ; 
finalmente la loro sorpresa giunse al colmo, quando videro in una 
quinta sala Carlo , più abbagliante ancora per la maestà personale 
che per splendore delle gemme che ne arricchivano 1' abito , il 
quale stava famigliarmente appoggiato sulla spada del Vescovo 
Attone , suo Ambasciatore a Costantinopoli, insultato da essi poco 
tempo avanti. 

Assistendo un giorno ad una gran festa, gli inviati del Califfo 
Aaron videro passare processionai mente sotto le finestre dell' Im- 



cenki scila vita di carlomAgho ec. yr 

peratore tutti i Vesco\i e tutto il clero , con una pompa e ma- 
gnificenza tale che ne rimasero storditi. Carlo fece poi sfilare 
avanti di essi il suo eroico esercito tutto risplendente per le su- 
perbe armi e per le ricche spoglie del mondo rinvenute nei te- 
sori di Attila. A quella vista i Mussulmani Ambasciatori esclama- 
rono , che fino a quel giorno nei loro viaggi non aveano in- 
contrato che uomini d^ argilla, e che là vedevano uomini d'oro. 
Tutti gli stranieri non mostravano una minore ammirazione alla 
vista della superba Basilica costruita ed arricchita da Carlo , non 
che girando il suo immenso palazzo, nel cui circuito avevano 
alloggio tutti i Gi'andi della Corte e tutto il loro seguito , e che 
conteneva vastissime sale atte a capire le assemblee nazionali. Gli 
stranieri vi erano alloggiati e spesati j vi si trovavano bagni caldi 
abbastanza grandi perchè 1' Imperatore potesse invitarvi piìi di 
cento persone della sua Corte a nuotare con lui. 

Ciò che sembrava però più atto ad eccitare maraviglia era il 
contrasto dell'abbagliante magnificenza del Monarca Francese colla 
semplicità della sua vita privata. « Questo lusso era , secondo 
lui, un omaggio alla gloria nazionale ed una necessità pubblica; 
mentre la semplicità nei coslumi famigliari era una ragione ed. 
una virtù domestica. " Fece egli sempre il possibile per insinuare 
ai Grandi questa verità; ma la vanità loro fu poco docile alle 
lezioni di Carlo. Un giorno vedendoli tutti vestiti con abiti di 
seta leggiera , con preziose pelliccierie e con bellissime pennac- 
chirre , mentre egli non avevfi , secondo il suo costume , che un 
semplice giubbone di pelle di lontra , una tonaca di lana , ed il 
suo mantello di panno azzurro , si prese spasso di condurli seco 
alla caccia : ivi furono ben tosto gli abiti lacerati e guasti dai 
rovi , ed essi assiderati dal vento e dalla neve , inondati dalla 
pioggia , ritornarono al palazzo in uno stato orribile di disordine, 
accresciuto ancora dai ridicoli effetti che producevano i brani 
della loro magnificenza. Carlo prontamente asciugatosi ad un vivo 
fuoco, e voltosi ai cortigiani molli di pioggia, m.alconci e sfigu- 
rati , disse loro sorridendo : « Giovani insensati ! vedete la diffe- 
renza del vostro lusso e della mia semplicità; i miei abiti mi 
coprono , mi difendono , e costumo poco , né temono le ingiurie 
^del tempo, e sono facilmente sostituiti, voi spendete tesori nei 
vostri, ed il più picciolo accidente basta a distruggerli. » 



9^ DISSERTAZIONE PRIMA 

Nato C;.rIo nel campo, cosi Malliot (i), e fedele al costumi 
della sua patria, preferiva sempre alla sua vita ordinaria l'abito 
semplice dei Francesi all'elegante e ricco vestimento dei Roma- 
ni; ordinariamente sopr;» una camicia e sopri mutande di lino 
portava calzoni di lana , ed una tonaca guernita di seta ; le gambe 
erano strette con benderelle che congiungevansi alla calzatura; 
nell'inverno le spalle ed il petto tenea coperte con una giubba 
di pelle di lontra e con un mantello di Venezia , nel qual tutto 
s'imbacuccava; la sua larga e famosa spada , più brillante per le 
imprese che per l'elsa d'oro di semplice lavoro, stava pendente 
da una tracolla ricamata ; solo nelle feste solenni e nel ricevi- 
mento degli ambasciatori portava una spada tempestata di dia- 
manti. Qualunque abito alla foggia straniera incomodavalo e gli 
spiaceva: due volte solamente, per far cosa grata ai Romani, e 
per deferenza al Romano Pontefice acconsentì di prendere la por- 
pora imperlale , la clamide e il coturno Romano. Nella Francia , 
allorquando interveniva alle processioni nelle grandi solennità , 
portava una tonaca tessuta d' oro , una calzatura ricca di pietre 
preziose, ed ornata la testa d'un magnifico diadema risplendente 
d'oro e di diamanti. 

Sempre fu egli sobrio e temperante, mostrando infino un certo 
ribrezzo per l'ebrietà , che, a detta sua , degradava l'uomo ; tol- 
lerava con pena il suo stomaco l'astinenza ed il digiuno; la sua 
tavola d'ordinario consisteva in quattro vivande; e preferiva a 
tutte la carne arrostita , e la salvagglna che i suoi cacciatori gli 
portavano sullo spiedo (a). Non beveva questo Principe a pranzo 
che tre o quattro volte : rarissimi erano i sontuosi banchetti ai 
quali ammetteva numerosissimi convitati (3). Ci erano in allora 
alla Corte cinque tavole consecutive; i Duchi servivano l'Impe- 
ratore , e mangiavano dopo di lui ; 1 Conti servivano quelli , e 
pranzavano plìi tardi; finalmente erano i Conti serviti dagli ufEziali 
inferiori, il cui pranzo incominciava colla notte. 

Due musaici di qua' tempi conservati In Roma fino a' di 
nostri consacrarono la memoria dell' incoronazione di Carlo , e ci 
presentarono l' abbigliamento usato dal medesimo. L' uno a San 

(i) Costumi Francesi. 

(9.) V. Cron. Turp. cap. XXI. 

(3) F. Cron. Turp. cap. XXI f^. 



I«£ >.^ , 



CENNI SULLA. VITA DI CAKLOMAGNO EC. gò 

Giovanili Laterano , venne eseguito al suo tempo per ordine di 
Papa Leone III, (i) e 1' altro in Santa Susanna. Niccolò Alemanni 
che gli aveva veduti e considerati mentre esistevano ancora in- 
tatti , ce li riportò nella sua opera con diligenza e fedeltà. Il 
musaico Lateranense rappresentava San Pietro assiso in trono che 
tiene in mano le chiavi della Chiesa ; alla sua dritta Leone riceve 
il pallio^ alla sinistra Carlo genuflesso accetta lo stendardo di 
Roma. Al di sopra del Pontefice leggevansi le seguenti parole; 
Sanciissimus Dominus noster Leo Papa ; e sopra la testa di 
Carlo : Domino nostro Carolo Regi. La figura di Carlomagno 
sì nel detto musaico come in quello di Santa Susanna è abbi- 
gliata alla stessa maniera. La sua corona imperiale è chiusa in 
alto come quella portata in allora dagl'Imperatori d'oriente: ha 
i mustacchi senz' altra barba : è coperto da una corta tunica so- 
pra di cui è posta la clamide attaccala alla spalla secondo l'uso 
degli antichi Romani , le sue gambe sono strette da benderelle. 
Vedi Tavola 3 num. i e 2. Queste sono le figure più autentiche 
che abbiamo di Carlomagno. 

Nella Tavola 4 rappresentate abbiamo sotto i numeri 4, 5, 6 e 'j, 
quattro corone di Carlomagno che generalmente sono giudicate ori- 
ginali : la prima è la corona di Patrizio cavata da un monumento 
riportalo da Paolo Petavio. Montfaucon, ove parla de'monumenti di 
Carlomagno, prova che il cerchio d'oro era la corona de'Patrizj. A 
questa aggiunger si può la corona di ferro, fatta, per quanto si dice, 
di un chiodo della croce di Nostro Signore; dessa ha la forma di un 
cerchio come quella de'Patrizj; e con quella, siccome prelesero al- 
cuni, venne incoi onato Carlomagno dopo di aver conquistato il re- 
gno di Lombardia. La II.'' è quella che vedesi in Roma in un si- 
gillo di Carlomagno presso Monsignor Bianchini : dessa è assai sem- 
plice ed è ornata soltanto di trifoglio. La IH.» corona di Carlomagno 
è r imperiale , cioè quella che prese dopo di essere stato dichia- 
rato Imperatore ', e non differisce per nulla da quella rappresen- 
tata ne'suddetti musaici eseguiti indubitatamente a'suoi tempi. An- 
che la IV.' è corona imperiale ed essa pure è ehiusa in alto, ma 
di fig ura assai diversa dalle antecedenti ; dessa è cavata, come si 
vedrà in seguito, da una statua di Carlomagno in Aquìsgrana. 

(t) V. la DisiCi tuzionc di Niccolò Alemanni De Latcranensibus paiictinìi' 



94 DlSSERtAZlOWE PRIMA 

Le altre figure di Carlomagno rappresentate nella suddetta 
Tavola 3 num, 3 e 4. ed appartenenti alla deitfi città d' Aqui- 
sgrana , furono riportate da Montfaucon nel primo volume dei 
Monumenti della Monarchia Francese. Quella al num. 3 rap- 
presenta Carlomagno che con un ginocchio a terra e co' piedi 
nudi regge sul braccio dritto e sostiene colla mano sinistra la 
chiesa di JYostra Signora eh' ei fece innalzare in Aquisgrana. 
L'altra figura al num. 4i Io rappresenta Imperatore, colla sud- 
detta corona imperiale , e sostenente ancora sul suo braccio la 
stessa chiesa, ma rivolta in altro senso: egli è inginocchiato, le 
sue gambe ed i suoi piedi sono coperti dal suo lungo e largo 
manto a grandi maniche , con un collare j ma ciò che ci ha in 
esso di singolare si è d' essere bottonaio ; la quale costumanza , 
siccome prova lo stesso Montfaucon , è mollo più antica di que- 
sl' epoca. Carlomagno Imperatore in età avanzata portava un tal 
abito per guarentirsi dal freddo ne* paesi settentrionali. Altre fi- 
gure di Carlomagno trovansi nelle tavole XXIV. e XXV. della 
suddetta opera di Montfaucon fatte eseguire dall'Abate Suger in 
una invetriala della chiesa di S. Dionigi : queste però furon fatte 
a capriccio , e Montfaucon le riprodusse soltanto per far vedere 
come si rappresentavano nel secolo XII. le corone e gli abiti dò- 
gi' Imperatori. La cos i detta spada di Carlomagno esistente in S. 
Dionigi , presentataci dal suddetto scrittore nella tavola XXIV. 
della sua opera citata, vedi Tavola 4 figura a, non ha d'antico 
che il pomo e l'elsa; l'impugnatura e tutto il rimanente appar- 
tiene ai bassitempi. Un' altra spada che dicesi di Carlomagno si 
fa vedere in Aquisgrana , e Montfaucon la riportò nella tavola 
XXIII. del suddetto voi. I. Vedi la figura num. 3 della Tavola 4- 

Le armi difensive di Carlomagno consistevano in un caschetto, 
in una corazza, in bracciali ed in cosciali: le persone del suo 
seguito erano armate come lui, ma non portavano i cosciali per 
poter più facilmente montar a cavallo. Ogni padrone di dodici po- 
deri doveva servire colla corazza e col giaco sotto pena di per- 
dere i suoi beni (i). Il Conte somministrava ad ogni soldato una 
lancia , uno scudo, un arco, due corde e dodici freccie. 

(i) Si chiamavano una volta in Francia Feudi di sciano , certi feudi che ob- 
hligavano quelli, che li possedevano, a servire il Re in guerra col diritto di por- 
lare il piastrone o giaco. Questa sorta di feudi sussisteva non ha guari iu Nor- 
mandia. 



CENNI SULLA VITA Di CARLOmAGKO EC, gS 

I valenti guerrieri, che venivano in allora distinti col nome 
di Preiix valorosi , erano armati di tutto punto , portavano sti- 
valetti a mezza gamba ed un gran manto: la loro barba, nelle 
grandi cerimonie, era seminata di bottoni d'oro, di pagliette e 
di polvere dello stesso metallo, o solamente coperta di polvere 
d'oro. Usavano portare ben anche la spatha che era una specie 
di scimitarra o di pesante spada j si conservò per molto tempo a 
San Farone di Meaux quella di Uggieri il Danese che vivea sotto 
questo regno ; essa pesava cinque libbre ed un quarto ; la lama 
era lunga un metro, larga verso la guardia otto centimetri e quat- 
tro verso la punta , e la guardia circa dieci centimetri. Si può 
giudicare della forma delle armi di que' tempi da quelle di Or- 
lando e d' Oliviero descritte dal Maffei nella sua p^erona Illu- 
strata allorché parla della porla principale del Duomo di quella 
città, ce Bizzarre sono le figure , così egli, lavorate a bassorilievo 
in dura pietra dai Iati , perchè le piij grandi rappresentano due 
Paladini di Carlomagno; Orlando che si riconosce dal nome scol- 
pito della sua jpada ( Durìndarda non Durlindana ), e Olivie- 
ro, che suole accompagnarsi con lui ( Vedi le figure 8 e 9 Ta- 
vola 4 )• Questi in vece di spada tiene una mazza ferrata con 
catena , in fondo alla quale non è veramente un pomo granato , 
com' altri ha scritto , ma una palla di ferro piena di punte , da 
che impariamo la forma dì quest'arme: quegli ha scudo cuneato, 
ed è vestito di maglia , della quale è coperta anche la sinistra 
gamba, ma non la dritta. Mirabil cosa è, come la stessissima 
armatura descrive Livio ( lib. IX. ) negli antichi Sanniti; scudo 
acuto in fondo, spugna per difendere il corpo, e armata di gam- 
biera la gamba sinistra ( sinistrum crus aerea tectum ) (i). Col 
nome di spongia usato quivi dall' istorie© , e non ancora spiega- 
lo, nò registrato in questo senso , ho per certo, non altro signi- 
ficarsi che maglia per la similitudine di spugna , che i cerchietti 
concatenati vengono a rappresentare: l'osservar questo marmo me 
n'ha risvegliata la congettura. Le figure di Orlando e d'Oliviero 
dovean essere anche alla chiesa de' Santi Apostoli in Firenze, per 
Io che fu poi chi credette essere stata consacrata dall'Arcivescovo 



(1) Vedi Oifiuo Fuiniliuu ctc. pag. afiS — Cosi i Pelasgi ec. — Vegct. lib. I. 
oercas iii tlectris laiiiunt crufibus. 



96 DISSERTAZIONE PRIMA. 

Tarpino (1) con la presenza di que' due P.ilidtnl. come si legge 
nel Vasari ( Pioein. p. yS ). Anche d'Aglncourt ne parlò tral- 
tiaido della scultura del secolo IX. , al quale crede appartenere 
questo basso rilievo , e per conseguenza, egli dice , poco lontano 
dall'epoca che divenne celebre per le azioni militari di que' due 
prodi guerrieri. S' inganna però d' Agincourt credendo che quelle 
sculture rappresentino Roland et Roger come egli scris'se alla 
pag. 20 della sua Storia della scultura. 

Sotto il regno della seconda dinastia gli antichi abitanti della 
Gtllia, che venivano tuttavia distinti dai Franchi, ma solamente 
pel nome di Romani, portavano tuniche rigate, la cui forma, dice 
Malliut, era presso a poco simile a quella delle casacche. 

Allorché Garlomagno nel ^85 fece venire nel suo campo di 
Paderbona il giovine Luigi Re d'Aquitania , dell'età di soli sette 
anni, egli , cosi fanciullo qual era , entrò a cavallo in mezzo ai 
guerrieri Francesi , guidando da sé il palafreno, e maneggiando 
il gi.ivellotto con moltt abilità: vestiva un abito alla foggia di 
Aquitania; portava una giubba stretta, calzoni larghi , un man- 
tello rotondo, un berrettone con piume e corti stivaletti : lutti i 
Conti del suo regno ed una grande quantità. di giovani Leudi gli 
facevano pomposo corteggio. 

Riferisce l'autore della Storia delle mode Francesi (2) « che 
al tempo delle conquiste di Garlomagno in Italia sussisteva la 
moda di ornare non solo gli abiti di pellicce, ma d'inviluppare 
ben anche la t^^sta in pelli guernite di pelo; usavansi sul princi- 
pio pelli d'agnello, alle quali vennero poscia sostituite quelle di 
ermellino ed altre preziose pellicce. L'ornamento di testa usato in 
que' tempi , e che si perpetuò fino a noi, è noto sotto il nome 
di mozzetta. Gli uni prelf'ndono che in origine essa consistesse 
in una berretta assai bassa , e che poco a poco scendesse fino al 
collo, finalmente sulle spalle ^ aliri vogliono che questa mozzetta 

(i) Su di questa tradizione si può vedere quanto scrisse l'erud. signor Sel)a- 
stiano Ciampi in un'annotazione al cap. V. De mta Curoli Magni et RoLaiidi eie. 
ove ne prova la falsità, e svela l'impostura di quell'iscrizione che ora leggesi 
scolpita in marmo con carattere moderno nella facciata esteriore di quella cliiesa, 
la quale iscrizione fa essere Carlo M. in Firenze nel mese d'aprile per la Pa- 
squa di Resurrezione, mentre la storia dice che vi celebrò il Natale dell* an- 
no 586. 

(3) Così MallioC. Costume dei Francesi ec. 



CENNI SULLA VITA DI CARLOMAGNO EC. gj 

furono comunemente in uso pel corso di molti secoli Verso il 
XIV, il popolo ne portava di stoffa (i): le pelli di lepre, di 
volpe ec. erano riservate per le persone pie e per i canonici re- 
golari. Se ne portaron da principio di forma rotonda, e si ter- 
minò con usarne di quadrate; si faceano ampie, e poi giunsero 
ben tosto a coprire la metà del corpo. Volendo i nobili distin- 
guersi dai borghesi, s' avvisarono di portar delle mozzette che 
srendessero fino a terra , e fu in tale circostanza che s' introdusse 
r usanza di alzarne 1' estremità per tirarla davanti e porla sul 
braccio sinistro ; tale espediente procurò due vantaggi in una 
rolla 5 quello di lasciar la mazzetta allorché riusciva d'impaccio, 
e l'altro d' affidarla ad un custode. Si perde P uso di portarla in 
testa e rimase quello di portarla piegata sul braccio; cessò final- 
mente quest'usanza : i canonici ed alcuni ecclesiastici furono i 
soli che conservarono quella di portarla sul braccio. 

Fin dalla prima dinastia usavansi cinture e foderi di spada 
guerniti d' oro e di pietre preziose , ed enormi speroni d' oro ed 
abili ricchissimi. Gli ecclesiastici , come abbiamo già detto , se- 
guiron quest'usanza solto Carlomagno, ma l'assemblea dWqui- 
sgrana , sotto Luigi il Buono nell'Siy proibì loro que' laicali ab- 
bigliamenti. L'abito luogo era portato dalle persone di alto gra- 
do, e quello corto dai soldati, dai contadini, dal popolo^ ma 
sulla fine dell' VIH. secolo volendo i Grandi distinguersi in un 
modo ancor piìi appariscènte , orlarono tutti i loro abiti di mar- 
tora , d' ermellino ec. 

Il popolo si lasciava crescere i capelli ; la storia ci fa sapere 
che ì complici di una congiura furon condannati a flagellarsi ed a 
radersi reciprocamente. Pare altresì che i servi non fossero total- 
mente privi di capellatura , poiché veniva interuneute raso colui 
che aveva disubbidito al suo padronej e davansi centoventi colpì 
di bacchetta , e si radeva metà della testa ad uu servo che avesse 
tenuto nascosto un ladro in casa sua. 

L'uso esigeva in allora che i signori i quali presentavansi al 
Pio dovessero abbracciare i suoi piedi 3 la Regina abbracciava le 
sue ginocchia. 



(i) Moutfaucou ptrò raccolse molli inoiiumoiili di que' tempi , die rappreseu- 
taiio Principi , Principesse e signori con cappucci di slolla. 

Romanzi di Cavali. V. I, 7 



a8 dissertasione prima 

Il primo orologio eh© si vedesse in Francia f\i un dono fatto 
nel]' 807 a Carlomagno dal celebre Califfo Aaron-Alraschlld , che 
in allora regnava sui Mussulmani : questo orologio avea dodici 
porte donde uscivano altrettante picciolo palle di metallo, che se- 
gnavano le ore cadendo in un ricco bacino. 



I 



DISSERTAZIONE SECONDA 

SULl' ORIGISE 

DE^ CAVALIERI 

B 8 ULl' ISTITUZIONE 

DELLA CAVALLERIA 

CBS &A MITIRIA SOMMIMSTBÒ AGLI ANTICHI ROMARZI 
EB all' EPOPBJA BOMaRZK^CA fi'lTALIA. 



Cerimonie, gradi, giuramenti ^ voti, distintigli, privilegi , ri' 
imlìtà , superstizioni , virtii , vizj e decadimento de' Cavalieri 
e dei Paladini. 



J? ra le antiche costumanze , quella che particolarmente era te- 
nuta in gran pregio, e che fa bella comparsa nella storia de Ro- 
mani, de' Goti , de' Franchi e de' Germani, si è l'istituzione po- 
litica de' Militi ora appellati Cavalieri. Sappiamo che , special- 
mente presso gl'Italiani il nome davasi di Militi ai soldati che 
nelle guerre militavano a cavallo , e che Pedites e da taluno 
Plebeii Milites erano appellati coloro che oggidì chiamati sono 
fanti o soldati a pie (i). Ma sotto altro signiGcato e di lunga 

(i) Osserva qui il Muratori a maggiore istruzione de'lettori poco periti del 
significalo di questa voce che dai Latini furono appellati Mililes tanto i pedoni 
che i cavalieri, e che lungo tempo durò tal uso. Nelle leggi Longobardiche 
Exercitales sono appellati gli uni e gli altri. Ma in un capitolare di Sicardo 
Principe di Benevento nel secolo IX al cap. XX' si legge: Ut non piaisumut 
altquis Tei tiaiorem Exercitalem uut MiLitein facere , e cup. XXI- Si Ttrtia- 
tor absconse Esercilulis fac.lus fiievU uut Miles. 11 Niles non può signihcar 
fassallo o Nobile, come ne' secoli susseguenti fu cotal voce usata, perchè Ter- 
tiuloies pare che non altro fossero che gente vile, come i famigli dell'armata o 
i servi. E però forse finallora colla parola Miles si cominciò a distinguere il 
soldato a cai^allo per differenziarlo dai fanti : il che divenne poi cosa famigliare 
presso gli storici de* secoli susseguenti , come apparisce da infiniti esempli. i>enza 
tale avvertenza si maravigliano alcuni , in leggere le storie, dello scarso numero 
de'soldati d'allora, perchè prendono Milita semplicemeute per uomo di guerra. 
V. Murai. Jiu. hai. disser. XXf^i. e LUI. 



100 DISSERTAZIONE SECONDA 

raaiio più nobile fu adoperato il vocabolo di Miles , cioè a di- 
segnare que' Nobili che con alcune particolari cerimonie venivano 
ornati del cingolo militare. L'origine di questa milizia detta Ca- 
valleria suol essere da' nostri scrittori ricercata ne' popoli setten- 
trionali che impadronitisi della Gallia , e dell' Italia e di altre 
vaste province vi stabilirono il loro dominio, i loro costumi e le 
loro leggi. Né a nostro giudizio , come inutili risguardar debbonsi 
queste loro ricerche , poiché se vuoisi unicamente considerare la 
Cavalleria come una cerimonia per la quale i giovani destinati 
alla professione militare ricevevano le prime armi che portar do- 
vevano, era certamente conosciuta da que' popoli in tempi da noi 
remotissima. Ma se riguardar si vuol la Cavalleria come una di- 
gnità che dava il primo grado nell'ordine militare, e che veniva 
conferita con una specie d' investitura accompagnata da certe ce- 
rimonie e da un solenne giuramento , la cavalleria in somma 
eh' ebbe grandissima voga nel medio evo , e che dee formare 
l'oggetto principale di questo ragionamento, non è una di quelle 
istituzioni che sia facile il trovarne l'origine prima dell'undecime 
secolo. 

Non ci ha dubbio alcuno che i popoli del nord , ì quali ama- 
van meglio conservare i loro abituri e le loro costumanze coll'ar- 
mi alla mano piuttosto che sottométtersi a straniere nazioni, non 
risguardassero il maneggio dell'armi come il mezzo più sicuro onde 
conseguire il loro intento , e che non procurassero in egual tempo 
di dare un'aria di nobilth e d'altura all'ornarsi delle medesi- 
me. L' antichissimo e diligeniissimo pittore de' costumi de' po- 
poli Tacito (i) ne riferisce le circostanze in questi termini. 
« Costume era che persona non potesse portar armi in fino a 
tanto che non era giudicato abile al farlo. Allora il popolo es- 
sendo in pubblico luogo adunato , qualche capo della nazione , o 
il padre o un parente dava al giovine lo scudo e la spada. Que- 
st' arme erano rispetto a loro ciò ch'era appo i Romani la toga; 
e questo era il primo grado d'onore, che si conferiva alla gio- 
ventù. Prima di questa funzione, non era considerata che come 
una parte di sua famiglia; ma dopo questa cerimonia, era ri- 
guardata come membro della Repubblica ». Ecco con quale so- 

(i) De Moiibus Germau. cap. 11. 



StJLL* ORIGINE de' CAVALIERI ec. lOl 

Icnnllà usavano una volta que' popoli d'essere per la prima volta 
ammessi all'onore della milizia, cioè all'esercizio che più deco- 
roso di tutti era tenuto fra loro. 

Questa costumanza de' popoli settentrionali fu la prima sor- 
gente, onde i Cavalieri si famosi poi nacquero, e però non senza 
riigione venne da Giusto Lipsio (i) chiamata un antico vestigio 
della maniera di conferire la dignità militare e di creare i Cava- 
lieri ; poiché aggiuntesi in seguito sempre nuove cerimonie se ne 
formarono quelle leggi , che nell' istituzione degli ordini di Caval- 
leria furono poi con autenticità stabilite. I Romani furono i pri- 
mi che con qualche maggior cerimonia rialzarono questa funzio 
ne : dovevano eglino (a) quella usanza aver conosciuta per lo 
meno dalla guerra contra i Cimbri , per la quale essendo tal na- 
zione uscita de' suol confini , era cosa connaturale che le sue pra- 
tiche avesse seco portate ne' luoghi dove si era diffusa. Quindi in- 
formatisi i Romani di quel modo di fare e de* vantaggi che po- 
teva loro produrre , dovettero utll cosa giudicare, non pur l'adot- 
tarlo traile loro proprie costumanze , ma il renderlo altresì più 
pregevole per nuovi titoli. Quindi essi cominciarono a non innal- 
zare al posto di Cavaliere che ingenue persone e di nobll lignag- 
gio uscite,' e poscia in un giorno all'adunanza di tali persone so- 
lennemente prescritto, si faceva lor dare, siccome attesta Poli- 
bio (3) , il giuramento di fedeltà, e per ultimo conferivasi alle 
medesime lo scudo e la spada e venivan messe a ruolo. In tanta 
reputazione e stima monlaron poscia i Cavalieri appo i Romani , 
che, al riferir di Bernardo Giustiniano (4), l'Imperator Marziano 
non credette di dover prender la porpora imperiale, se prima 
l' onor della Cavalleria non aveva ricevuto , e lo stesso Tiberio 
volle di questa dignità onorar Druso suo figliuolo , e Tito e Clau- 
dio Germanici suoi nipoti e molti altri dell'Imperiale famiglia. I 
giovani Cesari eh' eran fatti Cavalieri, prendevano il titolo di 
Principi della gioventìi, perciocché venivan armati Cavalieri nella 
loro giovinezza. Gajo, adottato da Augusto, fu il primo onorato 
di questo titolo , come osservò V erudito interprete delle Funebri 

(i) In Notis ad Tacit. 

(2) Così il Quadrio, Storia e Ragione d'ogni poesia voi. IV. lib. II. 

(3) Lib. ri. 

(4) Hist. Chron. Tom. I, cap. io. 



lOa DISSERTAZIONE SECONDA 

Iscrizioni trovale in Pisa. «« L'Ordine Equestre, dice egli (i), 
per piacere ad Augusto appellò G^jo Cesare Principe della gio- 
ventù, cioè de' Cavalieri : il qual titolo allora per la prima volta 
fu ritrovato, col quale era disegnato il secondo Principe dopo Au- 
gusto nel mondo ». Pare che quest' ordine di Cavalieri Eomani 
col loro capo debba considerarsi come il modello di ciò che fu 
praticato in progresso dì tempo , quando varj ordini di Cavalleria 
furono introdotti dai Principi. E qui riflette a proposito il signor 
di Sainte-Palaye il quale diffusamente scrisse su di questo argo- 
mento, che l'usanza introdottasi in seguito nella Cavalleria di 
donare catene d'oro a que' Cavalieri, ch'eransi maggiormente di- 
stinti pel loro valore, sia derivata anch'essa dalle costumanze dei 
Romani , la cui politica avea saputo variare i braccialetti , le co- 
rone, le collane ed altri militari distintivi , secondo le differenti 
spezie di servigj renduli alla patria , e secondo i varj gradi di 
coraggio e di valore. 

Questo ingegnoso ritrovamento de' Principi di convertir la Ca- 
valleria in un premio, onde ricompensare le belle azioni che le 
nobili persone rendevano loro, ed eccitare nel tempo stesso i loro 
sudditi ad intraprendere azioni eroiche per servigio degli Stati e 
di chi li governa, sulla speranza d'essere poi a quella dignità 
innalzati, fu conosciuto e praticato successivamente dai Germani 
in Italia, e fu portato da loro in Francia, in Inghilterra ed al- 
trove. Anzi per rendere la Cavalleria sempre piìi importante, ed 
accendere maggiormente gli animi al conseguimento della mede- 
sima , stabilirono i detti popoli che senza di essa non si potesse a 
certi più ragguardevoli onori arrivare; e giusta questa Idea ordi- 
narono i Principi , che ninno seder potesse alla loro mensa che 
Cavaliere non fosse. Un si fatto costume era già in uso al princi- 
pio del sesto secolo, poiché era legge osservata da' Longobardi, 
prima anche che in Italia entrassero, che i figliuoli de'Principi 
non fossero ammessi alla tavola de' loro padri , se prima non aves- 
sero ricevuto l'onore della Cavalleria. E di fatto racconta Paolo 
Diacono (2) che l'anno 626, dimorando ancora detti popoli 
nella Scandinavia, nella Pomerania , e nell'altre provincie anche 
più settentrionali, Audonio loro Re , dopo aver riportata una ce- 
fi) Disser. II. in Caenotaph. Plsan, 
{"}) Lib. .1. tap, 23. De Geitis Longobard. 



sull'origine db' cavalieri ec. io3 

lebre vittoria , non volle permettere che il suo 6glio Alboino man- 
giasse alla sua tavola ; ed avendogli i suoi cortigiani rappresenta- 
to , che il giovane principe meritava ben quest'onore, atteso che 
molte eroiche azioni fatte avea nel sanguinoso combattimento, ri- 
spose egli loro : « Non sapete voi , che non è questo 1' uso , che 
i figliuoli de' Re s'assidano alla tavola de* loro padri, quando non 
abbiano prima ricevuto 1' onor della Cavalleria da un Re d'altra 
nazione f » dalla quale risposta si deduce ben anche che i figli dei 
Re non dal padre ma da un Re d'altra tiarione esser doveaa 
promossi al grado della Cavalleria. Né pare i Franchi, di nazione 
anch' essi Germanica , cignevano la spada ai figli dei Re senza la 
pompa di alcuni riti , siccome rilevasi dalla vita di Lodovico Pio 
Augusto (i), E né anche in Francia i Principi che non erano Ca- 
valieri avevano l'onore di sedersi alla mensa de' Re, siccome af- 
ferma Andrea Favin (2), allóra almeno che nelle feste solenni 
tenevano questi le loro Corti. L' anonimo Palermitano ae* Parali' 
pomelli pubblicali dal Muratori (3) scrisse che Sicone fanciullo , 
figlio di Siconolfo Principe di Salerno, per alcuni anni dimorò 
nella Corte di Lodovico II. Augusto: Sed dam adolcsecns factus 
fidsset , ex more ipsi jam dictus Jìex arma donavit , atque cum 
honore Saleinnm misit. Osserva il Muratori che qui si dice ex 
moref perchè radicato era il costume, che i figli delle persone il- 
lustri ricevessero per la prima volta l'armi dalle mani dei Re e 
de' Principi che loro le donavano. Dare V armi lo stesso era che 
crear Milite o sia Cavaliere. Trovando noi menzione ne' vecchi 
tempi del cingolo militare, non altro dobbiamo intendere che la 
spada cinta ai fianchi delle persone ammesse all'onore della mi- 
lizia. Pili volte si trova fatta menzione di questo cingolo nel co- 
dice Teodosiann ; ma allora aveva un significato più largo, perchà 
abbracciava tutti i soldati tanto a cavallo quanto a piedi. Non 
cosi fu ne' secoli barbarici : nella vita di S. Authperto Abate del 

(i) Cosi scrisse l'autore della delta vita Patri Regi Rex Ludovicus Ingel- 
heìrn occurrit , indeque Renesbuvg cum ùo abiit ; ibique ense jam appetens ado- 
lescentiae tempora accincius est. Ciascuno può comprender* farsi dallo Storico 
menzione di tal fallo, perchè esso era una funzione cbo si eseguiva con molta 
solennità. 

(2) 'I licalr. d'honneur, lib. III. p'ig. 537. 

(3) Parte n. del Tom. 11 Rcr. , Hai. cap. 80. 



lo4 DISSERTAZIONE SECONDA 

Vulliinio a' tt^mpi di Carlomagna si logge che: plurimi ex Aula 
Regia Miliiiac ciiigututn dcnonantes in saiicto proposito i?e- 
lìgionis ci (idhaeserunt. Mi particolarmente ne' successivi tempi 
il nume e 1' onore del cingolo militare fu riserbato ai soli nobili , 
e la funzione di conferirlo divenne anche più speciosa per alcuni 
riti. 

Ma la Cavalleria era d' essa conosciuta ai tempi di Carioma- 
gno ? Ecco una quistione discussa da parecchi scrittori , e che 
sciolta avrebbero facilmente se considerata avessero la Cavalleria 
sotto quel doppio aspetto che abbiam di già accennato sul prin- 
cipio di questo ragionamento. Egli è certo che la Cavalleria con- 
siderata come una cerimonia per la quale i giovani destinati alla 
professione militare ricevevano le prime armi che doveano porta- 
re, era conosciuta fin dai tempi di Carlomagno. Di questa ceri- 
monia fa menzione l' antico autore della vita di Luigi il Buono 
all'anno 79 > , il quale all' età d' anni ]3 fu solennemente armato 
da Carlomagno nel castello di Rensbourge. Aggiugneremo por un 
di più che nella cronaca del supposto Turpino leggesi che Carlo- 
magno ornnes arniis doctos et scutijeros militari habitu hono- 
rifice ordinavit (i), le quali pirole pare debbano intendersi del- 
l' essere stala fatta una specie di Cavalieri o Militi, e che anche 
di Carlomagno vi si legge che; Qalqfru'i illum adornavit habitu 
militari in palatio Toletae. Se in questo vestimento dell'abito 
militare non vuoisi riconoscere una specie di ordine cavalleresco 
più antico de' già conosciuti non sembrerà strano che questa ce- 
rimonia abbia anch'essa dato 1' origine alle formalità praticale 
poscia nella creazione di Cavalieri. 

Se il Conte di Caylus nella sua Memoria sull' origine del- 
V antica Cavalleria e degli antichi romanzi (2) avesse cercato 
soltanto sotto il brillante regno di Carlomagno le prime idee della 
Cavalleria, e non quell'ordine di Cavalleria che nacque da poi, 
e che la sorgente divenne di lutti i romanzi dello stesso nome, 
non si sarebbe affaticato in vano a provare che nella storia di 
Carlomagno non si scorge, come ne' secoli seguenti l'ordine della 
Cavalleria; che nella cronaca del supposto Turpino non si fa 



(1) De vita CtioH M. et RolonJi. Ediz. di Sebastiano Ciampi, cip. XI- 

(2) V. Storia dell'Accademia R. delle li5crÌ8Ìoiii ec. Tom. XKV- 



sull'origine de' cavalieri ec. io5 

menzione alcuna né della Cavalleria nò de' Cavalieri , che non vi 
si parla <he di Geiitrali e di soldati, che la parola Miles di cui 
fa uso per indicare questi ultimi , non può significare Cavaliere, 
poiché ne mette trentasei mila da un lato e venti mila dall' altro; 
né avrebbe finaluierite questo scrittore tirata quella falsa conchiu- 
siune , che i Cavalieri , cioè , non erano conosciuti né di nome 
né di fatto prima del regno di Carlomagno, né durante il suo 
regno. Stabilisce però il Caylus nella citata Memoria che il va- 
lore di Carlomagno e i suoi gran fatti d'armi eguali a quelli 
de' pili rinomati Cavalieri , la forza e l' intrepidezza del suo ni- 
pote Rolando furon la sorgente di lutti i romanzi di C=»valleria, 
e della medesima Cavalleria che si è poscia introdotta dopo il suo 
regno , e che bisogna collocare nell' intervallo della vita di questo 
gran Monarca e di quella del supposto Turpino; ciò che è veris- 
simo se parlar vogliamo soltanto di que' piìi recenti Cavalieri che 
divennero un corpo distinto nello Stato e negli eserciti , di quelU 
Cavalltria che formò uni specie di giurisprudenza , la quale ne 
regolava i grndi , i diritti, le prerogative, l^età , la qualità e le 
altre condizioni richieste per giugnere al cavalierato. Se Caylus 
avesse consultato gli Annali dell' Ordine di S. Benedetto scritti 
dall' erudii » P. Mabillon avrebbe trovato ne' molti esempj ivi ri- 
feriti , che il tit ;lo di Cavaliere comincia a mostrarsi come una 
specie di dignità , ed è dato a qualche signore in certi Atti sulla 
fine della seconda dinastia de' Re Francesi. 

Olire 1' accennato privilegio accordato ai Cavalieri di sedere a 
mensa co' loro Principi , un altro ne avevano alcuni di essi , quello 
cioè di abitar nel palazzo del Re, onde Paladini furono nomi- 
nati dalla parola latina Palatini. Furono detti Paladini, dice il 
Pigna (i), perciò che erano del palagio reale. E scrivono alcuni, 
così il Quadro (2), che Carlomagno il primo fosse che eleggesse 
dodici valenti uomini (3) per combattere per la fede, ed egli 

(i) De' Romanzi , pag. 48. 

(2) Slor. Cit. Tom. IF. Uh. a. 

(3) « Quelli che prestano ai dodici Pari di Francia una grande anticbilà , 
siccome già da noi si scrisse nel Costume antico e moderno , m>n possono fon- 
dar questa opinione che sui sogni dell'Arcivescovo Turpino, autore non di una 
storia, ma di un assurdo romanzo. Parimente si dà senza fondamento ad Ugo 
Capeto l'onore della creazione de' dodici Pari , sebbene non ascenda più in là 
del regno di Luigi il Gioi'ane , e non se ne conosca ancora positivamente la 



Io6 DISSERTAZIONE SECONDA 

dichiarasse questi Conti, cioè Corniti o sia Compagni suoi di 
palazzo, e quindi lutti nel palazzo abitassero, onde Paladini fos- 
sero appellati. Altri però sono d' opinione , che cosi deili fossero 
dalla voce latina Palavi che significa Errare, perchè era costu- 
me fin dagli antichi romani di trasportare qua e Ih il palazzo o 
pretorio , quando si usciva a campeggiare centra nemici. L'opinione 
del Du Gange , che pare più vera, tira il detto nome dall'attivo 
Palare , che significa Guarnir di pali. Questa etimologia si confà 
meglio a ciò ch'erano ne' primi tempi i palazzi , i quali non erano 
più che una porzione d' ignudo terreno o campo , circondalo di 
pali, dove solto una tenda si teneva ricoverato co' principali del 
seguito suo il Generale o Principe dell' esercito. 

Che che ne sia dell'etimologia di questo nome , sembra , se- 
condo il Muratori (i), che l'origine Ae Conti del Palazzo , ossia 
del sacro Palazzo , s' abbia a prendere dai Re Franchi , nella 
Corte de' quali fino dal secolo VI. fu questa dignità in uso, e 
che di là poi sia passata in Italia , allorché Carlomagno si fu im- 
padronito di questo regno (2). In uno strumento di Pistoja ipet- 

vera epoca. È d' uopo avvertire che il vocabolo di Pari era per lo innanzi il 
sinonimo di eguali. I signori , i borghesi , i tributar] i soldati avevano i loro 
Pari. Ognuno, secondo la costutnauza dei Franchi , doveva, essere giudicato dai 
suoi Pari. 11 tribunale del Re era composto di Pari , cioè di tutti i Baroni 
immediatamente ligi della corona. Gli scrittori che pongono nel fitie della se- 
conda razza l'origine de' dodici Pari di Francia , sei de' quali erano ecclesia- 
stici, conrimettono un grave errore. Ciò che ci ha di più vero si è che Luigi il 
Giovane , o piuttosto Filippo Augusto volendo aggiugnere più soleunità ai giu- 
dizj delle grandi cause regie , e maggior pompa alle cerimonie, come quelle 
della consacrazione e dell'associazione dell'erede renle alla corona, senza annul- 
lare il dritto degli altri Pari , sei ne scelse fra i più gran vassalli , e a questi 
aggiunse sei Vescovi, tutti prescelti ad assisterlo particohirmente in quelle in- 
signi giornate. Tale fu la vera origine dei nuovi Pari che fecero andare in di- 
menticanza i primi ec. » 

(1) Aììl. Ital. Dissertazione VII. 

{"i) Qiial fosse il riguardevole impiego di tal ministero ce Io dice Hincmaro 
Arcivescovo di Remis , Tract. De Ordin. Palai., cap. XXI. Ampia era l'auto- 
rità di lui , perchè non solamente giudicava di tutte le cause del regno , che 
per appellazione fossero portate al tribunale del Re , ma conosceva anche tutte 
J' altre , che riguardavano i diritti del Re e la quiete del regno , uè alcuna 
causa era portata al Re, che prima non passasse per le sue roani, a Gn di os- 
servare se meritasse o non meritasse l'occupazione del Sovrano. E stilo creduto 
che nella Corte dei Re Franchi non si trovasse se non un Conte del sacro Pa- 
lazzo. Ma tempi furono ne' quali due se ne contavano, e ne somministra una 
prova r Epist. XI. di Egiuardo, nella quale ne sono mentovati due ; ed altri 



SULL ORIGINE DE* CAVALIERI eC. 1 O7 

tante all'anno 812 viene annunziato un richiamo, lungo tempo 
prima fatto tempora Domini Pippini Regis (d'Italia) ad Palili- 
miin Patriarcham , Arnonem yérchiepiscopum , Fardolfum Ah- 
hatein , e£ Echerigum. ComitehiP^l^tii vel reliqaos loco eorum, 
qui lune hic in Italia Missi fuerunt. Ecco il primo Conte del 
Palazzo che siasi trovato in Italia , se pur egli esercitava qui un 
tale uffizio. Sotto lo stesso Garlomagno la cronica di Farfa ci fa 
vedere Hebroardo Conte del Palazzo ^ e in un Placito tenuto 
nella città di Spoleti nell'anno 8i4 comparisce Suppone Conte 
del Palazzo , che precede Guinigiso ed Eccideo Duchi. 11 Mu- 
ratori con infinite citazioni di Placiti e Diplomi porta fino al 
principio del secolo XI. le sue ricerche sui Conti di Palazzo , 
l'autorità de' quali andò sempre scemando dopo il mille, e de'quali 
appena ci restò un'ombra ne' Conti Palatini de' nostri dì. 

Premesse queste brevi notizie suH' origine degli antichi Cava- 
lieri , passiamo ora a ragionare di ciò che forma lo scopo princi- 
pale di questa nostra dissertazione , di quella Cavalleria che fu la 
vera sorgente dell' epopèja romanzesca; di quella Cavalleria cioè 
che nacque dall'abuso delle favolose leggende; che dal carattere 
dello spirito umano, avido del maraviglioso , acquistò un alto 
grado d' importanza ; e che dai Re venne poscia autorizzata col 
sottoporre ad alcune formolo le usanze e le leggi de' nobili che , 
superbi della propria loro possanza', erigevansì in tiranni de' loro 
vassalli. 

Allorché il governo Francese , così il già citato Sainte-Palaye , 
usci del caos in cui 1' avevano gettato le turbolenze che vennero 
dietro all' estinzione della seconda dinastia , 1' autorità reale comin- 
ciò a farsi rispettare; ogni cosa prese un novello aspetto, si for- 
marono le leggi, i comuni, s'instituirono le cittadinanze, i feudi 
acquistarono una forma nuova ed una più regolare disciplina. Il 
carattere d'investitura che molli autori, de' cui termini ci servia- 
mo, hanno riconosciuto nelle formalità della Cavalleria, può, a 
nostro giudizio , farci congetturare che cercarsene possa 1' origine 
negli stessi feudi e nella politica de' Sovrani e de' grandi Baroni. 
Questi vollero senza dubbio ristrignere i legami della feudalità , 

esempli ha addotto di questo il P. Mabillon conira il Conringio nel lib. 11. cnp. 
XI. N.° 14 De Re Diplom. 11 bisogno de' popoli e le dÌTÌsioui dei regni cagiou 
furono d' introdurr» più Conti del Palano. 



108 DISSERTAZIONE SECONDA 

agglugnendo alle cerimonie dell'omaggio quella di d.re le armi 
nj giovani vassalli , clic per la prima volta venivano da essi con- 
dotti nelle loro spedizioni. Forse da poi nel conferire Io dette 
armi ad altre persone, le quali, senza avere da essi ottenuto al- 
cun feudo, si ofieriv^no nulladimeno al loro servizio per sola af- 
fezione o per solo desiderio di gloria, i Principi seppero appro- 
fittare di questo mezzo onde acquistarsi nuovi guerrieri sempre 
pronti a seguirli, non come feudatarj sotto certe riserve, ma ia 
ogni tempo ed in ogni occasione. Essi dovettero ricevere con gran 
piacere tali nuove reclute di prodi volontarj , i quali aumentando 
il numero delle loro truppe, rendevano sempre più forte e terri- 
bile il loro partito ; e siccome ogni Cavaliere aveva diritto di 
crearne degli filtri , così vedeasi senza gelosia il Signore di un 
feudo, da cui altri dipendevano, usare di un potere che alla fine 
dividevasi con lui medesimo. L'onore di essere stato armato nelle 
sontuose e magnifiche feste , le cui spese venivano ordinaria- 
mente fatte dal Signore che riceveva i Cavalieri ; la distribuzione 
che vi si faceva d'abiti o divìse, di preziose pelliccie , di ricche 
stoffe, di magnifici manti, d'armi, giojelli e doni d' ogni specie, 
senza annoverare l'oro e l'argento che vi si dispensava a profu- 
sione; il desiderio finalmente di comparir degni di un si distinto 
favore, furono per questi nuovi guerrieri ben più potenti motivi 
che l'obbligo di servire un feudo , e di adempiere a dei doveri vo- 
luti dalla qualità di feudatario (i). Nulla poscia si trascurò dai 
Principi onde inspirare a que"* guerrieri ambiziosi e feroci l'ono- 
re , la giustizia , la difesa delle vedove e degli orfani , ed il ri- 
spetto e l'amore delle Dame. La riunione di tutti questi punti 
produsse successivamente delle usanze e delle leggi che servirono 
di freno a quegli uomini che non ne avevano alcuno , e che la 
loro indipendenza congiunta ad una profonda ignoranza rendeva 
sempre più terribili. 

Se alcuni scrittori trovano della somiglianza fra le formalità 
della Cavalleria e quella dell'investitura, quasi tutti gli autori 
s uniscono nel riconoscere rapporti sensibili colle cerimonie usate 
dalla chiesa nell'amministrazione de' sacramenti. 1 più antichi pa- 

(i) Si chiamavano una volta in Francia Feudi di giaco , certi feudi che ob- 
bligavano quelli che li possedevano a servire il Re in guerra col diritto di por- 
tare il piastrone o iliaco. 



SULL ORIGINE DE CAY^LIEPa eC 1 OC) 

neglristi della Cavalleria parlarono di questi obblighi come di quelli 
deli' ordine monastico od anche sacerdotale , e pare eh' essi la vo- 
gliano porre a livello colla prelatura. Noi ci conteuieremo di dire 
più per loro scusa che per loro giustificazione , che trasportati essi 
dall'eccesso di un pio zelo credevano di non poter troppo esal- 
tare un ordine cui era affidata la conservazione della fede di Cri- 
sto ; un ordine il cui primo dovere consisteva nel difendersi con- 
tra tutti i suoi nemici; un ordine finalmente che doveva di sua 
natura procurare grandissimi vantaggi alla religione , allo stato ed 
alla società. Ma prima di passare all'esame di questi vantaggi, 
crediamo opportuno di rimontare fino all' infanzia di colui che 
veniva destinato al cavalierato, per passar quindi a far conoscere 
le cerimonie istituite per crearlo Cavaliere. 

Questi appena giunto all'età di sette anni veniva tolto dalle 
mani delle donne per essere affidato agli uomini. Un' educazione 
maschia e robusta lo disponeva per tempo alle fatiche della guer- 
ra , la quale era V ogg« tto della Cavalleria. In mancanza de^ pa- 
terni soccorsi , molte Corti di Principi e molti castelli erano scuole 
sempre aperte in cui la nobile gioventù riceveva le prime lezioni 
dell'arte che doveva esercitare, e sussistevano eziandio molli ospizi 
ne' quali la generosità de' signori somministrava abbondantemente 
lutto ciò che le poteva abbisognare. Quest'era la sola speranza di 
quo' tempi infelici in cui la potenza e la liberalità dei Sovrani 
ristrette fra angusti limiti , non avevano ancora aperta una via più 
nobile e più vantaggiosa a chi desiderava consacrare la sua per- 
sona alla gloria dello Stato e della Corona. Non era cosa in 
que' tempi che avvilir potesse o degradare chicchessia il dedicarsi 
ad un illustre Cavaliere: ciò era un far servigio per servigio, e 
non conoscevansi in allora 1 raffinamenti di una più sottile e ra- 
gionevole delicatezza, la quale ricusato avrebbe di rendere a quello 
che generosamente voleva tener luogo di padre , i servigj che un 
padre aspettar si deve da suo figlio. Se alcuno credesse d' aver 
noi fatto ai secoli di cui parliamo più onore che non meritano, 
coll'attribuire ai medesimi si virtuosi sentimenti , potrebbe rin- 
tracciare la sorgente di tale costumanza nella vanità de' medesimi 
secoli 5 ma sarà d'uopo almeno confessare che la vanità concor- 
reva in allora al bene pubblico, e ch'essa imitava la virtù. 

Quella specie d' indipendenza che sul principiare della terza 



I I o DISSERTÀZIOME SECOUDA 

dinastia avevano goduta in Francia i grandi Baroni , e Io sialo 
delle loro case composte , come quelle dei Re , di medesimi offi- 
ziali , servirono ai loro successori di prelesto per imitare col fasto 
delle loro Corti , lo splendore e la magniGcenza che a giusto ti 
tolo non competevano che alla reale dignità. Altri signori subai 
terni col cercare sempre più d* avvicinarsi a questi , sforzavansi 
parimente d' innalzare al piò allo grado lo stato delle loro case 
trovavansi ne' castelli e ne' chiostri of£z) simili a quelli della Corte 
di un Sovrano j e, nello stesso modo che un Re afEdava tali of- 
fizj ai Principi del suo sangue, i Signori distribuivano consìmili 
dignitk ai loro parenti , i quali solevano riguardare questi impie- 
ghi sotto gli stessi punti di vista e trovavano nell' accettarli di 
che pascere la loro vanità. Finalmente l' interesse personale, il più 
potente di tutti i molivi , obbligava i grandi Signori che agogna- 
vano ad una maggiore grandezza , od a manienersi almeno ne'loro 
legillimi possedimenti o nelle loro usurpazioni, ad affezionarsi coi 
benefìzi e colle ricompense i loro inferiori,* e questi trovavansi 
nell'indispensabile necessità d'appoggiarsi ai Grandi per innal- 
zarsi o per difendersi contra l'autorità e la tirannia di altri 
grandi Signori loro vicini, dai quali pel solo timore dipendevano. 
Le prime cariche che davansì ai giovanetti eh' uscivano del- 
l' infanzia erano quelle di Paggi, varlet o Domicelli , in Italiano 
Donzelli, nomi che al dire di Sainte-Palaye , erano alcune volte 
comuni agli scudieri. Anche il Muratori dice che gli scudieri fu- 
rono appellati Domicelli, Donzelli, e che la maggior parte di- 
scendevano da persone nobili e cavalieri (i). Le funzioni di que- 

(i) -ini. Jt'il. Diss. LUI. Cosi egli. Negli Annali Genovesi di CaiSaro aìV anno 
1225 , viene falba menzione di cinquanta Militi , cioè Cavalieri di Tommaso 
Conte di Savoja, ciascun de' quali marciava cuin Donzello et dttubus Scutlferis. 
Altri cinquanta Militi si trovavano sotto Loleringo da Martinengo , quorum 
quisque erut cum duobus equis et cuni tvibus Scutiferis et Donzellis bene ar- 
matis. In questi passi col nome di Scutiferis sou disegnati i Famigli ignobili , 
e sotto quel di Donzelli i nobili. Però Uguccione Grammatico scrisse: Domi- 
celli et D'imicellae diciintur , quando pulcri Jut^enes Magnalum sitnt sicut 
seri>ientrs. Lo stesso nome di Domicelli indica la loro nobiltà, perchè tal voca- 
bolo è diminutivo di Domnicellus , che corrisponde all' Italiano Signorotto o 
Signorello. Fra Giacopone da Todi circa 1' anno 1298 diceva : 

Che fui , corno a me pare, 
Doniello cn ben servire j 
E ornalo Cavaliere 
hello e costumulo- 



SULL ORIGinS DB CAVALIEM ec. Ili 

Sii Paggi erano ì serviijj ordinarj de' domestici presso la persona 
del loro padrone o della loro padrona ; essi gli accompagnavano 
alla caccia, ne' loro viaggi, nelle loro visite o passeggi; porta- 
vano le ambasciate e li servivano anche alle loro tavole. Le pri- 
me lezioni che ad essi si davano rìsguardavano principalmente 
V amore di Dìo e delle Dame; cioè della religione e della ga- 
lanteria. Se fede prestar devesi alla cronica di Giovanni di Sain- 
tré , spettava ordinariamente alle Dame l'insegnare ad essi in egual 
tempo il catechismo e l' arte d' amare. M» quanto la divozione 
che s'inspirava ai medesimi era accompagnata da puerilità e da 
superstizione , altrettanto era pieno di raffinamento 1* amore che 
per le Dame veniva loro raccomandalo. Sembra che in quei gros- 
solani secoli d' ignoranza non si potesse presentare agli uomini la 
religione sotto di una formi bastantemente materiale per metterla 
alla loro capacità ; né far loro pure concepire un' idea dell' amore 
che atta fosse a prevenire i disordini e gli eccessi de' quali era 
capace la nazione Francese, la quale conservava in ogni cosa 
quel carattere impetuoso che dimostrava ne' combattimenti. Affine 
di porre i giovani novizii in isiaio di praticare quelle bizzarre le- 
zioni di galanteria, si faceva loro scegliere per tempo una delle 
più nobili , delle più belle e delle più virtuose Dame delle Corti 
ch'essi frequentavano; ed a quella sola dovean essi dirigere co- 
me all'Essere Supremo tutti i loro sentimenti, tutti i loro pen- 
sieri e tutte le loro azioni. Un tal amore tanto indulgente quanto 
lo era la religione di que' tempi , si prestava e conformavasi ad 
altre m«no pure e meno oneste passioni. 

I precetti della religione lasciavano nel fondo del loro cuore 
una sorta di venerazione per le cose sante , che tosto o tardi 
riacquistava la superiorità; i precelti d'amore diffondevano nel 
conversar colle Dame quelle considerazioni e que' riguardi rispet- 
tosi, che non essendosi giammai cancellati dallo spirito dei Fran- 
cesi, hanno sempre formato uno de' più distinti caratteri della na- 
zione. Le istruzioni che ricevevano que' giovani relative alla de- 
cenza, ai costumi ed alla virtù, erano continuamente sostenute 
dagli esempj delle Dame e de' Cavalieri cui prestavano il loro 
servigio; e trovavano ne' medesimi veri modelli di grazie esterio- 
ri , si necessarj nel commercio del mondo , e de' quali il mondo 
solo può dare lesione. Le cure generose de' Signori per l' educa- 



I 1 2 DISSERTAZIONE SECONDA 

zione di quella moltitudine di giovani nati nell' indigenza ridon- 
dava a vantaggio di quei medesimi Signori ; poiché oltre l' impie- 
gare uiiloiente la giovane nobiltà al servizio delle loro persone , i 
loro proprj Ggliuoli trovavano in essa degli emuli per eccitarli al- 
l' amore de' loro doveri, o precettori che prestavano ai medesimi 
quell'educazione che avevano ricevuta. I legami che una lungi ed an- 
tica consuetudine di vivere insieme aveva formati fra gli uni e gli 
altri , essendo stretti dal doppio nodo della beneficenza e delia gra- 
titudine , divenivano indissolubili. I figliuoli trovavansi sempre 
nella disposizione di aggiugnere nuove beneficenze a quelle del 
loro padre j e gli altri, sempre pronti a dimostrare la loro rico- 
noscenza con più importanti servi gj , secondavano in tutte le loro 
imprese il loro benefattore o chi lo rappresentava; e non credevano 
di poter giammai far bastantemente , sacrificandosi per lui in lutto 
il corso della loro vita. Ma quello che importava maggiormente 
d'insegnare al giovane allievo e che gli era insegnato di fallo me- 
glio d' ogni altra cosa , era il rispetto al carattere augusto della 
Civalleria , e la venerazione di quelle virtù che lo avevano innal- 
zato a quel grado. Anche i giuochi che intertenevano gli allievi 
contribuivano alla loro istruzione. Il gusto naturale alla loro età 
li portava a lanciare pietre o dardi, a difendere un passo ch'.liri 
si sforzavano di superare, e facendo decloro cappucci elmi o ba 
cinelle si contrastavano 1' acquisto di qualche piazza ; si facevano 
;id imitare le varie spezie de' tornei , e cominciavano ad addesir;irsi 
ne' nobili esercizj di scudieri e di Cavalieri. Finalmente l'emula- 
zione t ;nto necessaria in tutte le età e in tutti gli stati s' aumen 
tiva continuamente, si per l'ambizione di passare al servigio di 
qualche altro più cospicuo Signore per dignità o per riputa- 
zione, si pel desiderio di giugnere al grado di scudiere nella cas^ 
della dama o del Signore cui servivano : questo era per lo più 
r ultimo grado che conduceva alLi Cavalleria. 

Ma prima di passare dallo stato di paggio a quello di scudie- 
re, la religione aveva introdotto una spezie di cerimonia, il cui 
scopo si era d'insegnare alla gioventù l'uso che doveva fare della 
spada, che per la prima volta veniva consegnat^ nelle loro mani. 
Il giovane gentiluomo appena uscito dai paggi era condotto all'al- 
iare da suo padre e da sua madre , i quali col cereo in mano 
presentavansi 1' offerta. Il sacerdote celebrante prendeva suH' altare 



m 



4t ikt ìlXììi'"** 



sull'origine de' cavalieri ec. ii3 

una spada ed un cingolo , li benediceva più volte , e IT metteva a 
fianco del giovane che da quel momento cominciava a portarli. 
Osserva qui il Sainte-Palaye che a questa cerimonia e non a quella 
della Cavalleria deve forse riferirsi quanto si legge negli storici 
della prima e seconda dinastia Francese, spettante alle prime armi 
che i Re solevano consegnare con solenniih ai Princìpi loro figli: 
alcuni autori hanno creduto dover applicare una tale cerimonia 
alla Cavalleria, e perciò ne hanno fatto ascendere l'instiluzione 
a' tempi più remoti che non avrebbero dovuto. 

Le corti ed i castelli erano eccellenti scuole di Cortesìa , di 
gentilezza e di altre virtù non solo pei paggi e per gli scudieri, 
ma ben anche per le damigelle; le quali venivano instruite per 
tempo ne' doveri più essenziali ch'esse dovevano adempiere. Ivi si 
coltivavano e vi si perfezionavano quelle ingenue grazie e que'sen- 
timenti teneri a cui le damigelle sembrano dalla natura formate. 
Esse prevenivano nella civiltà i Cavalieri che giugnevano nel ca- 
stello ; e secondo raccontano i nostri romanzieri , esse li disarma- 
vano allorché ritornavano dai tornei e da altre spedizioni guerre- 
sche , presentavan loro nuovi abiti e li servivano a mensa. Que- 
ste damigelle destinale a prendere per mariti quei medesimi Ca- 
v.tlieri che arrivavano nelle case in cui esse erano state allevate 
non mancavano di affezionarseli colle cortesi maniere , colle cure 
e coi servigj che loro prodigalizzavano. Quale unione non dove- 
vdu formare alleanze stabilite sopra tali fondamenti ! Le dami- 
gelle imparavano a rendere un giorno ai loro mariti tutti que'sei> 
vigj che un Cavaliere distinto pel suo valore può aspettare da una 
donna tenera e generosa, e preparavan loro la più sensibile ricom- 
pensa, ed il più dolce sollievo dalle fatiche. L'affezione inspirava 
alle stesse il desiderio d' essere le prime a lavare la polvere ed 
il sangue di cui eransi coperti per una gloria che apparteneva bea 
anche alle medesime. Presteremo dunque volentieri fede ai nostri 
romanzieri, allorché ci dicono che le damigelle e le Dame sape- 
vano dare anche ai feriti i soccorsi ordinar] ed assidui che un'e- 
sperta , compassionevole e tenera mano è capace di procurare ai 
medesimi. Nella Tavola 5 si sono rappresentati due Paladini ac- 
compagnali dallo scudiere, che sul punto d'intraprender un nuovo 
viajjgio in ceicd d' avvenluic , prendun commiato dalle loro da- 
migelle e rinnovano alle medesime i loro ringraziamenti pei geu- 

liomanzi di Cattali, f^ol. L 8 



1 i4 DISSERTAZIONE SECONDA 

tìli modi e pei servigj de' quali furono colmati. Il fondo della 
Tavola rappresenta la galleria del palazzo di Bourgtheroude in 
Normandia. Ma facciamo ritorno al giovane scudiere. 

Gli scudieri erano divisi in molte e varie classi secondo gli 
impieghi ai quali venivano destinati j cioè scudiere del corpo, os- 
sia della persona della Dama o del Signore : questo primo servi- 
zio era un grado per giugnere al secondo. Lo scudiere di ca- 
mera o ciambellano ; lo scudiere trinciante ; lo scudiere di scu- 
deria -f lo scudiere di bottiglieria ; lo scudiere di panatteria ec. Il 
più onorevole di tutti questi impieghi era quello di scudiere del 
corpo, appellato ben anche per tal ragione scudiere d'onore. Dif- 
Gcil cosa sarebbe il distinguerli esattamente , e determinare il 
grado d' ognuno : forse eran spesse volte confusi nelle Corti , e 
nelle case meno opulente e meno numerose uno scudiere poteva 
riunire in sé solo molti varj oflSzj. 

In questo nuovo stato di scudiere , cui giugnevasi ordinaria- 
mente all'età di quattordici anni, i giovani allievi che avvicina- 
vano sempre più la persona de' loro Signori e delle loro Dame, 
eh' erano ammessi con maggior confidenza e famigliarità alle loro 
conversazioni ed alle assemblee , potevan assai meglio imitare i 
modelli sui quali dovevano formarsi. Essi si sforzavano di pre- 
sentarsi con tutti quei vantaggi che somministrar possono le gra- 
zie della persona, garbata accoglienza, ricercatezza di lingua , mo- 
destia , saviezza e moderazione nelle conversazioni , Il lutto ac- 
compagnato da una nobile e piacevole libertà d' espressioni. Qual- 
che tempo prima aveva il giovane scudiere imparato nel silenzio 
quest'arte di ben parlare, allorché in qualità di scudiere trin- 
ciante se ne stava in piedi ne' banchetti sempre occupato a ta- 
gliare le vivande con proprietà , sveltezza ed eleganza , ed a farle 
distribuire ai nobili convitati dai quali egli era circondato Join- 
ville in sua gioventù aveva coperto nella Corte di S. Luigi nn 
tale impiego, che nelle Corti de'Sovrani veniva qualche volta 
esercitalo dai loro proprj figli. Il giovane Conte di Foix trinciava 
alla tavola di suo padre Gastone di Foix , secondo Froissart , che 
ci conservò la storia della fine tragica di questo giovane Principe, 
e che essendo slato più d'ogni altro storico esitto nel dipingere 
i costumi del suo secolo , ci lasciò nel terzo libro della sua sto- 
ria un quadro fedele della Corte del Conte di Foix. 



sull'origine de' cavalieri ec. ii5 

Dal dello servizio , che forse non era che l' inlroduzione ad 
un altro che richiedeva più forza^ abilìlà ed ingegno , passava lo 
scudiere a quello della scuderia , il quale consisteva nella cura 
de' cavalli, impiego decoroso nelle mani di una nobiltà guerriera 
che non combatteva che a cavallo. Questi veniva istruito da altri 
già abili scudieri ia tutti gli usi della guerra. Alcuni avevano cura 
di tener sempre pulite e lucide le armi de' loro signori : altri a 
mezza notte andavano in ronda in tutte le camere e le corti del 
castello: se il Signore montava a cavallo, altri scudieri s'affret- 
tavano ad ajutarlo col tenergli la staffa, altri portavano varj pezzi 
della sua armadura , i bracciali , le manopole , V elmo , lo scudo, 
la corazza; altri il pennone, la lancia, la spada; quando era sol- 
tanto in viaggio montava un cavallo d' andatura facile e comoda, 
cavallo intiero, cortaldo , cioè colla coda e colle orecchie moz- 
zate, cavallo portante, corsiere, palafreno, chinea ; giacché le 
cavalle erano una montura abietta , lasciata agli ignobili ed ai 
Cavalieri degradati (i). 

Cavalli di battaglia, cioè cavalli d'alta statura erano, durante 
il viaggio , condotti da scudieri che li tenevano alla loro dritta , 
e chiamati perciò destrieri , e li consegnavano al loro signore al- 
lorché si presentava il nemico , o che sembrava che il perìcolo 
lo chiamasse al combattimento : quest' era ciò che appellavasi 
montare su grandi cavalli; espressione che si conservò unita- 
mente all' altra di haut à la main , e che derivò dal contegno 
imperioso con cui uno scudiere, nell' accompagnare il suo signo- 
re, portava l'elmo sul pomo della sella. Quest'elmo e tutte le 
altre parti dell' armadura difensiva ed offensiva erano consegnate 
al Cavaliere dai varj scudieri che ne erano i depositar), e tutti 
avevano un'eguale premura d'armarlo. Per tal modo gli scudieri 
imparavano anch' essi ad armarsi in avvenire con tutte quelle 
precauzioni che necessarie sono alla sicurezza della persona. Que- 
st' arte richiedeva molta destrezza ed abilità , e consisteva nell'u- 
nire e nell' assicurare le giunture di una corazza e delle altre parti 



(i) Era forse per un uso prudente, che le cavalle venivano riservate per la 
collivazione delle terre e per moltiplicare la razza die s'ebbe cura d'imprimere 
lina specie di macchia ai nobili che avessero voluto servirsene; e che in allora 
la politica avesse immaginalo questo mezzo di mantenere un regolameulo, la cui 
osservanza era credula ai Francesi di non piccola importanza. 



Il6 DISSERTAZIONE SECONDA 

di un'arniìdura , nel porre e nell' allacciare es;»ttamente un elmo 
sulla testa, e nell' inchiodare e ribadir con tutta diligenza la vi- 
siera o la ventaglia. Il buon successo e la sicurezza de' combatti- 
menti dipendeva spesso dall'attenzione con cui venivano eseguite 
siffatte incumbenze. Gli offiziali incaricati di portare l'elmo, ia 
lancia e la spada custodivano queste armi allorché il Cavaliere le 
aveva deposte per entrare in una chiesa o nelle case de' nobili ed 
in alrro luogo rispettabile. 

Quando i Cavalieri erano montati sui loro grandi cavalli , e 
che venivano alle mani , ogni scudiere postosi di dietro del suo 
signore dopo di avergli consegnata la spada , se ne stava in certo 
modo , ozioso spettatore del combattimento , ed un tal uso poteva 
facilmente accomodarsi «Ha maniera con cui le truppe di caval- 
leria s'ordinavano in bittaglia su di una linea seguita da quella 
degli scudieri; l' una e l'altra erano ordinate in fila, Jiaie se- 
condo la maniera di parlare usata in allora. Con tutto ciò lo scu- 
diere spettatore ozioso in un senso non lo è in un altro ; e que- 
sto spettacolo , utile alla conservazione del padrone non lo era 
meno pel servo. Ogni scudiere se ne stava attento a tutti i movi- 
menti del suo signore , per dargli in qualunque accidente nuove 
armi, scansare i colpi che gli erano diretti, rialzarlo e presentar- 
gli un cavallo fresco ; mentre che lo scudière del vincitore secou' 
dava il suo padrone con tutti i mezzi che gli suggeriva la sua 
destrezza, il suo valore ed il suo zelo; e tenendosi sempre ne'strettl 
limiti della difesa, l'ajutava a profittare de' suoi vantaggi ed a 
riportare una compiuta vittoria. Agli scudieri altresì affidavano i 
Cavalieri nel calore del combattimento i prigionieri ch'essi face- 
vano. Questo spettacolo era una viva lezione di destrezza e di 
coraggio che mostrava continuamente al giovane guerriere nuovi 
mézzi di difendersi e di superare il suo nemico , e gli dava in 
egual tempo occasione d* esperimentare il proprio valore, e di co- 
noscere s' egli era capace di sostenere tante fatiche e tanti perigli. 
Ma lo scudiere non passava tanto prontamente da un pacifico ser- 
vigio a sì perigliose occasioni. Le Corti ed i castelli erano scuole, 
in cui non si cessava mai d'addestrare i giovani atleti destinati 
alla difesa dello Stato. Penosi giuochi ne' quali il corpo acquistava 
la pieghevolezza , l'agilità ed il vigore necessario ne' combattimenti, 
corse d'anelli , di cavalli e di lancio li disponevano ai tornei che 



SULL OBICINE DE CAVALIERI CC. 11^ 

erano soltanto deboli immagini della guerra. Le Dame la cui pre- 
senza inflammava l'ardore dì quelli che volevano distinguervisi , 
si facevano un nobile divertimento d'assistere a quei giuochi. 
Egli era d'uopo che l'aspirante alla Cavalleria riunisse in sé solo 
tutta la forza necessaria pei più ardui mestieri, e l'abilitk nelle arti 
più difficili colla maestria di un eccellente cavallerizzo. Noi dun- 
que non ci stupiremo nel vedere che il solo titolo di scudiere fosse 
tanto in onore da essere conferito perfino al primogenito di uà 
Re di Francia. 

Neiretà di 21 anni poteva la gioventù dopo tante prove es- 
sere ammessa alla Cavalleria j ma questa regola non fu sempre co- 
stantemente osservata, poiché la nascita dava ai Principi del san- 
gue e a tutti i Sovrani privilegi che dinotavano la loro superiorl-r 
ih } e gli altri aspiranti alla Cavalleria l'ottenevano prima dell'età 
prescritta dalle antiche leggi , allorquando il loro merito gli aveva 
renduti vecchi e maestri in quella , siccome Brantome si esprime 
parlando di Vidame di Chartres , che essendo ancora assai gio- 
vane ricevette 1' ordine dal Re. 

Austeri digiuni , notti passale in fervide preci con un sacer- 
dote e con patrini in una chiesa od in una cappella, sacramenti 
della penitenza e dell'eucaristia ricevuti con divozione, bagni che 
figuravano la purità necessaria nello stato della cavalleria , abiti 
bianchi presi ad imitazione de' neofiti qual simbolo di questa 
stessa purità , una sincera confessione di tutti i falli commessi , 
una seria attenzione ad alcuni sermoni ne' quali venivano spiegati 
i principali articoli della fede e della morale Cristiana , erano i 
preliminari della cerimonia colla quale il novizio stava per essere 
cinto della spada di Cavaliero. Dopo avere adempiuti tutti questi 
doveri egli entrava in una chiesa e s' inoltrava verso 1' altare con 
quella spada posta a ciarpa al suo collo, la presentava al sacer- 
dote celebrante che la benediva come si benedicono presentemente 
le bandiere de' nostri reggimenti: il sacerdote la rimetteva poscia 
al collo del novizio, il quale abbigliato con ogni semplicità s'in- 
camminava colle mani giunte per inginocchiarsi ai piedi di quello 
o di quella che doveva armarlo. Questa augusta scena veniva rap- 
presentata in una chiesa od in una cappella , e spesse volte an- 
cora in una sala od in una corte di un palazzo o di un castello 
ed ancora in mezzo ad una campagna. Il signore , cui il novizip 



1 1 8 DISSERTAZIONE SECONDA 

presentava la spada , gli chiedeva il motivo pel quale voleva en- 
trare nell'ordine, e se i suoi voti erano soltanto diretti alla con- 
servazione ed all'onore della religione e della Cavalleria. Il novi- 
zio dava risposte convenevoli , ed il Signore, dopo di aver rice- 
vuto il suo giuramento , acconsentiva alla sua domanda. Allora il 
novizio veniva rivestito da uno o da plìi Cavalieri , qualche volta 
da Dame o damigelle, di tutti i distintivi esterni della Cavalle- 
ria : gli si davano successivamente , e quasi collo stesso ordine 
con cui noi Io riferiamo , gli speroni , cominciando dal sinistro, il 
giaco di maglia , la corazza , i bracciali e le manopole , poscia gli 
si cingeva la spada. Dopo d'essere stato in tal modo addobbato 
( questo è il termine di cui servivansi ) egli se ne stava ginoc- 
chione col più modesto contegno; ed allora il signore che confe- 
rir gli doveva l'ordine, alzavasi dalla sua seggiola e davagli la 
colade o la colée , la quale consisteva ordinariamente in tre colpi 
dati di piatto colla spada nuda sulla spalla o sul collo di quello 
che si creava Cavaliero; e qualche voha consisteva in una go- 
lata ossia guanciata. Con ciò si pretendeva d' avvertirlo di tutti 
i patimenti che doveva aspettarsi e che doveva sopportare con 
pazienza e fermezza seppure voleva adempiere degnamente gli 
obblighi del suo stalo. Nel dare la colade , il signore pronunziava 
queste parole od altre simili : nel nome di Dio , di S- Michele 
e di S. Giorgio io ti faccio Cai^alicre , alle quali parole ag- 
gingnevansi alcune volte le seguenti: siate prode, coraggioso e 
leale. Non gli mancava che l'elmo od il caschetto , lo scudo o 
rotella e la lanciale queste gli venivano tosto consegnate. 

La cerimonia della creazione di un Cavaliere vedesl rappre- 
sentata nel bel Viaggio Pittorico ti' Inghilterra del signor Hul- 
mandel, e nuovamente pubblicata in una delle pregiate Litogra- 
fie dell' antica Normandia che si vanno pubblicando in Parigi (i) 
dai eh. Nodier, Taglor e DeCailleux. 

Eccone la spiegazione : Filippo Augusto , dopo di aver pro- 
messo in isposa la sua figlia Maria al giovane Arturo Re d'Inghil- 
terra ed erede de* possedimenti e de' diritti dei Plantageneti , ar- 
mò Cavaliere in Gournay di Normandia questo disgraziato Prin- 



(i) f^oya^es Pittoresques et Romantiques dans V ancienne Franca , Paris , 
Didot l' uiné , y^'xo- Ancienne JSormandie Tom. II. tav. 4'' 



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SULL ORIGINE DE CWALIERI CC. lig 

cipe che poco tempo dopo venne assassinato per ordine di Gio- 
vanni Sans Terre. In memoria di questo tragico avvenimento la 
citt'i di Gournay portò ne' suoi stemmi sul sinistro scudo nero de- 
gli antichi suoi castellani , un Cavaliere a cavallo ed armato di 
tutto punto, ed innalzò un monumento in cui venne scolpita la sud- 
detta cerimonia. Tale monumento però non sussiste più in Gour- 
nay , ma per una particolarità notabile , trovasene una copia in 
Iscozia dalla quale venne tratto il disegno che vedesi nel detto 
Viaggio di Hulmandel. Il fondo però di tale rappresentazione es- 
sendo stato delineato a capriccio nella suddetta Litografia del- 
l' antica Normandia, e contra ogni regola di giusta prospettiva, 
venne disegnato eccellentemente dal rinomato signor Alessandro 
Sanquirico , ed eseguito con ogni esattezza dal signor Giuseppe 
Bramati , cui devesi pur anche il disegno delle belle figure che 
compongono la Tavola 6. 

Alcune altre particolarità non accennate da Sainte Palaye nella 
creazione de' Cavalieri trovansi menzionate dal Muratori che noi 
crediamo di qui riferire affine di lasciar meno da desiderare su 
di questa materia. Questo esatto scrittore ci lasciò scritto nella 
sua dissertazione LUI. che il far de' nuovi Cavalieri appartener 
soleva a quei solamente ch'erano decorati prima del medesimo 
pregio^ ma che ciò non ostante alle volte accadeva , che il senato 
e popolo delle città libere si attribuivano la facoltà di crear Ca- 
valieri , siccome appire dalle storie de' Fiorentini , Sanesi ed Are- 
tini , che talora costituivano un sindaco o procuratore per crear 
Cavaliere qualche persona di merito distinto, ma che ciò molto 
più sì praticava da' Re e da' Principi. Il rito di dar la Cavalleria 
consisteva in questo, che il Principe od altro Cavaliere che con- 
feriva tal onore, percoteva il collo o la spalla del novizio ingi- 
nocchiato, colla spada presa dalle mani di lui , dicendo: sii va' 
loroso Cavaliere. Taluno gli dava anche il bacio. Poscia per or- 
dine del Principe, da uno o da due Cavalieri veterani si legavano 
gli speroni alle calcagna del Cavaliere novello. Erano questi in- 
dorati, o come si soleva dire, d^ oro : laonde invalse l'uso di 
appellarli Cavalieri a speron d'oro. Né solamente usavano que- 
sti tali di portar tali speroni a differenza di chi non era Cavalie- 
re , e le frange d' oro al cappuccio , ma anche portavano indorata 



120 DIS5EV*TA7.10(NE SKCONDA 

l'inipugn aura della spadn ; il che denotalo fu da Dante nel cap. 
XVI. del Purgatorio 

ed avea Galigao 

Dorata in casa sua già V elsa e H pome. 

Cioè era decorato della Cavalleria , come espone quel passo Ben- 
venuto da Imola. Solevano poi questi t^li chiamarsi Cavalieri o 
sia addobbati cioè solennemente ornati dell'armi. Il Muratori dopo 
di aver derise le etimologie della parola addobbare dateci dal 
Du Gange e dal Menagio ne farebbe derivare piuttosto l'origine 
dalla Gotica, dall'antica Sassonica e dall'Arabica lingua. Giorgio 
Hickesio nella Grammatica Franco Tedesca p<g. 91 osserva che 
presso i popoli d' Islanda , Scandia e Sassonia è adoperato il verbo 
at diibba , dabban, significanti crear Cavaliere od innalzare so- 
lennemente qualcheduno al grado di Cavaliere (i). Quel che è 
certo presso gli Italiani il verbo addobbare è di molta antichità. 
Presso gli Italiani furono anche quasi questi Militi appellati Ca- 
valieri di corredo perchè quando pigliavano il grado della Ca- 
valleria , facevano un convito pubblico. E veramente corredo per 
convito fu in uso nella lingua Italiana , o per dir meglio nel dia- 
letto nobile della Toscana. Sarebbe nulla di meno da vedere se 
piuttosto a' Cavalieri si fosse aggiunto questo nome , perchè erano 
st^ti ornati ossia addobbati della Cavalleria ; perciocché corredo 
significa ancora arredo, addobbamento ^ abbigliamento. Yedre- 
mo in seguito la spiegazione che ne dà Franco Sacchetti. Si usò 
ancora di dare uno schiaffo al nuovo Cavaliere o nel collo o nella 
guancia. Questo schiaffo militare (2) da altri si dava anche alla 
spilla del Cavaliere o pure colla spada si percoteva la spalla , es- 
sendo stati varj i costumi secondo la varietà de' paesi. 

Con altre maggiori cerimonie si cominciò altrove a celebrar 



(l) j4t Duhha , Dubban Equitem creare , vel ad honorem Equìtìs aliquem 
solemniter propellere. Inde qiiod Equitem creatnm ueslìmcntis et arniis spten- 
didis ornare solebant , Addobbare in speciali sensu Adornare dixerunt. 

(a) Vediamo osservalo questo rito anche nella Cresima , ut sciut Chrisliunus 
se jom Militcm esse. Pare difallo questo rito passato dalla profana Milinia nella 
spirituale , perchè non Iroviamo menzione di questa guanciata nella Cresima tu 
autore più aulico di Durando Vescovo Mimaleuse. 



SULL ORIGINB DE CAVALIERI eC 13 1 

questa funzione e particolarmenie con premettere il bagno , onde 
poi furono appellnti Cavalieri ha^nati. Tal rito sembri aver avuto 
origine in Inghilterra , e di là trasferito in Francia e poscia in 
Italia. La sera precedente «1 giorno destinato per conferire la Ca- 
valleria , il novizio veniva condotto con molta pompa ed accom- 
pagnamento ni bagno preparato. Quivi per qualche tempo trat- 
tenutosi e ben lavato , era poscia condotto a letto/ quindi sor- 
gendo , e abbigliato colle vesti ordinate dallo statuto e accompa- 
gnato da parecchi Cavalieri e scudieri andava allf» chiesa per ivi 
far la vigilia o sia la veglia nella notte. Passava ej^li tutta la 
notte senza dormire j e con far orazione a Dio, pret^andoio, che 
l'ordine Cavalleresco, ch'egli era per pigliare, servisse in onore 
di esso Dio, e della Chiesa. Se alcun chiedesse perchè entrasse 
il bagno in quella funzione, risponderemmo crederlo fatto, affin 
che il candidato , per quanto potesse , si procurasse la pulizia del 
corpo e dell'anima, prima di entrare nel ruolo de' Cavalieri, ed 
a questo fine si preparava egli ancora colla confessione de' peccali, 
con la santa comunione, vigilie ed orazioni. Si puliva poi il 
corpo con tosare la barba e la capellatura col bagno e colle ve- 
sti nuove. 

Chi bramasse più esempi di tal consuetudine e di tutti i riti 
una volta usati nella creazione dei Cavalieri , vegga le Annota- 
zioni di Edoardo Bisseo Inglese al libro di Nicola© Upton De 
studio militari stampato in Londra nel i654. Noi vi aggiugne 
remo un passo di Franco Sacchetti Fiorentino notissimo scrittor 
di Novelle, che così scrisse al cap. i53. « la quattro modi son 
fatti Cavalieri , cioè Cavalieri bagnati , Cavalieri di corredo , Ca- 
valieri di scudo e Cavalieri d'armi. I Cavalieri bagnati si fanno 
con grandissime cerimonie, e conviene che sieno lavati d'ogni vi- 
zio. Cavalieri di corredo sono quelli, che con la veste verdebru- 
na, e con la dorata ghirlanda prendono la Cavalleria ( dunque 
pare che non per cagion del convito fossero così chiamali). Ca- 
valieri di scudo sono quelli, che son fatti Cavalieri o da' popoli 
o da' Signori , e vanno a pigliare la Cavalleria armati , e con la 
barbuta in testa. Cavalieri d' arme son quelli , cbe nel principio 
delle battaglie o nelle battaglie si fanno Cavalieri »>. 

Né si dee omettere che chi riceveva la Cavalleria, contraeva 
una specie di obbligo di fedeltà verso chi gli compartiva quell'o- 



laa DISSERTAZIONE SECONDA 

nere; questa obbligazione era tacita o espressa. Presso il Redi, 
Eldebrando Giratasca nell'anno 1260 fu fatto Cavaliere a spese 
pubbliche della città d' Arezzo , ed in tale occasione ginrò fe- 
deltà ai Signori della Repubblica d' Arezzo. Con tutto che per lo 
più non si prestasse questo giuramento di fedeltà, pure quest'era 
una delle consuetudini cavalleresche , che non doveva giammai il 
creato Cavaliere impugnar l'armi contro di chi l'avea decorato di 
questa dignità. 

Tali cerimonie sono state soggette a molti accrescimenti , a 
molte restrizioni e variazioni^ ma lo spirito fu sempre lo slesso, 
e dimostra quale idea si attaccasse all' instituzione di un Gavalie^ 
re, quali mezzi s' impiegassero per fargli comprendere l'estensione 
e la santità delle sue obbligazioni , eh' ei non poteva giammai vio- 
lare senza rendersi colpevole di spergiuro e di sacrilegio (i). Dalla 
pietà de' nostri antichi Cavalieri si può presumere ch'essi rinnovas- 
sero tacitamente i loro voti nelle grandi feste, e forse ancora tutte 
le volte che assistevano alla messa , poiché stando essi in piedi in 
tempo che si leggeva o si cantava il p^angelo, mettevano la spada 
alla mano e la tenevano colla punta in alto per dimostrare la 
continua loro disposizione di difendere la fede. 

Indipendentemente dalla difesa della religione , dei ministri e 
de' templi, alla quale il nuovo Cavaliere si obbligava; le altre 
leggi della Cavalleria contenute nel giuramento, avrebbero potuto 
essere adottate dai più saggi legislatori e dai più virtuosi filosofi 
d'ogni nazione e d'ogni tempo. In virtù di queste leggi le vedo- 
ve , gli orfani e tutte quelle persone che per l'altrui ingiustizia 
gemevano nell' oppressione , erano in diritto di Invocare la prote- 
zione di un Cavaliere e d' esigere per loro difesa non solo il soc- 
corso del suo braccio, ma ben anche il sacrifizio del suo sangue 
e della sua vita : il sottrarsi a quest' obbligo era un mancare ad 
un sacro debito , ed avrebbe disonorato tutto il rimanente della 
sua vita. Le Dame e le donzelle godevano altresì di un più par- 

(i) Que'Cavalieri che commettevano cose aliene dalla dignità e decoro della 
Cavalleria, venivano in Inghilterra degradati dal Magistrato con tagliar loro gli 
speroni d'oro, cioè quel segno, che principalmente li faceva distinguere dal re- 
sto de' Nobili. Securi ad talos etus eadern amputabanlur calcarla, dice Tom- 
maso Waltingamo nella storia De Reb. Aa^licis. Di tale usanza non troviamo 
vestigio alcuno in Italia. 



SULl' ORiaiNE de' CAVALIERI eC. ìsS 

ticolare privilegio ; queste , senz* armi per mantenersi nel possedi- 
mento de' loro beni, prive de' mezzi di provare la loro oltraggiala 
innocenza , avrebbero veduto spesse volle U loro fortuna e le loro 
terre divenir preda di un ingiusto e potente vicino, o la loro ri- 
putazione soccombere sotto la calunnia , se i Cavalieri non si fos- 
sero sempre mostrati pronti ad armarsi in loro difesa. Uno de'do- 
verl principali del loro istituto si era quello di non sparlar delle 
donne e di non permettere che alcuno osasse dirne male alla loro 
presenza. I romanzieri e particolarmente fra' nostri il Boiardo e 
r Ariosto , tenendo sempre davanti agli occhi queste leggi , le 
hanno fatto valere per inventar curiose avventure dei loro finti 
eroi. 

Se la negligenza nell' adempiere ciò che dovevano agli op- 
pressi ad offesi privati era sola capace di renderli infami , di qual 
obbrobrio non sarebbesi coperto colui che in guerra avesse di- 
menticato ciò che doveva al suo Principe ed alla sua patria ? Giu- 
dice nato pel suo grado di tulli i suoi Pari, di tutti quelli, cioè 
che nell'ordine de' feudi erano suoi eguali; e giudice superiore 
de' suoi vassalli non sì sarebbe disonorato meno nel suo tribunale 
con sentenze profferite centra le leggi dell'equità, di quello che 
lo sarebbe stato in un campo di battaglia con azioni contrarie 
alle leggi della milizia. Ma la severità della giustizia ed il rigore 
della guerra dovevano tuttavia venir temperate nella sua persona 
da una dolcezza , da una modestia , da uua gentilezza , tutte qua- 
lità espresse perfettamente dal nome di cortesia , di cui non tro- 
vansi in alcuna altra legge precetti tanto precisi quanto in quelli 
della Cavalleria: nessun' altra insiste con tanta forza sulla neces- 
sità di mantenere inviolabilmente la parola, e nessun' altra ispira 
tanto orrore alla menzogna ed alla falsità. 

Luigi Alamanni nella sua lettera al Cristianissimo Re di Fran- 
cia Arrigo secondo, premessa al suo poema Girone il Cortese ^ 
perfetto modello del Cavaliere , ci lasciò esatta memoria degli 
articoli del loro giuramento , e noi non ometteremo di ripor- 
tarli colle stesse sue parole per que' lettori ai quali nuova venir 
potrebbe tale materia. 

« Il primo articolo era , che quando alcuno avesse promesso 
o fatto voto di seguire alcuna inchiesta , o disposto di cercar ma- 
ravigliose avventure, che durante il tempo esso non si spoglie- 



124 DISSERTAZIONE SKCOSDA 

rebbe d'arme fuor solamente che alcuna volta per necessario ri- 
poso della notte. Che in seguendo dette inchieste o avventure non 
schiferebbe alcun periglioso passaggio , né sì torcerebbe dal cam- 
miii diritto per non incontrarsi in Cavalieri forti , di che era ot- 
timamente fornito il regno di Logres , o per non trovarsi con 
mostri, bestie selvaggie, spiriti, o altro spaventoso impedimento, 
che un corpo d' un solo uomo potesse menar a fine. Ch' ei do- 
vesse sostenere il dritto sempre dei men forti , di vedove, di pu- 
pilli e di donzelle , avendo buona querela , e per loro esporsi , 
se il bisogno il richiedesse, a mortalissima battaglia, se ciò non 
fosse contro all' onor proprio , o contro al Re Artus. Che non 
dovesse offender persona alcuna, né usurpar l'altrui, anzi muover 
l'arme contro a chi il facesse. Ch'ei dovesse portar immacchiata 
fede e lealtà ai suoi compagni, servando l'onore e'I profitto di 
essi intero , non meno in lontananza che in presenza , né com- 
batter contro a quelli , se ciò per disconoscenza non avvenisse. 
Ch'egli esporrebbe beni e vita per l'onor del suo Signore e della 
sua patria. Che 1' util non movesse ad atto alcuno, ma sol la glo- 
ria e la virtude. Che diligentemente riverirebbe Dio, udendo una 
messa per giorno , o visitando la chiesa farebbe orazione , o per 
mancamento di essa davanti una croce , delle quali molte per tale 
ufficio affisse n' erano sopra tutti i cammini della gran Brettagna. 
Ch' ei non prenderebbe prezzo di servigio fatto , e nei suoi paesi 
proprj non farebbe danno a persona , quantunque a lui nemicis- 
sima , anzi con la sua vita la guarderebbe di ogni danno. Che 
prendendo la condotta di alcuna Dama, o morrebbe o la salve 
rebbe da tutte offese. Che sendo ricerco di battaglia pari , non 
la rifiuterebbe senza esser impiagato, o aver altro ragionevole im- 
pedimento. Che prendendo impresa, o la menerebbe a fine, o sta- 
rebbe in inchiesta un anno intero ed un giorno, in caso che il 
Re Artus per suoi affari qo'l richiamasse. Che non si ritirerebbe 
dal voto fatto di acquistar qualche onore , se non venutone al fi- 
ne , o condotto in quel mezzo da qualcun altro dispostosi al me- 
desimo, perchè in tal caso n'era disciolto. Che ritornando alla 
Corte dalle avventure e dall'inchieste, direbbe tutta la verità (e 
si fuss'ella a sua gran vergogna) a quei eh' eran ordinali per de- 
scriver le pruove dei compagni della tavola tonda , e ciò sotto 
pena di privazion di Cavalleria. Che essendo fatti al torneamento 



sull'origine de' cavalieri ec. laS 

prigionieri , olire al lassar liberamente al vincitor V arme e '1 ca- 
vallo , non ardirebbe di tornar in guerra , senza licenza di esso. 
Che non combatterebbe mai accompagnato contro ad un solo. 
Che non porterebbe due spade , se non avesse cuore e volontà di 
mettersi in pruova contro a due Cavalieri o maggior numero j e 
chi ardiva di portarle, lecito era che fosse da più d'uno com- 
battuto senza vergogna degli assalitori ; né si trovò chi con tali 
condizioni la portasse se non Balaam e Palamedes. Che in tornea- 
mento non ferirebbe di punta. Che non farebbe violenza a Dame 
o damigelle ( quantunque guadagnate per ragion d' arme ) senza 
piacer d' esse e consentimento. Che sopra tutte altre cose per ac- 
cidente che avvenir potesse, non faih'rebbe la sua parola sotto pe- 
na di mai più non esser Cavaliere appellato »j. 

Degno d' osservazione è quell' articolo del giuramento de' Ca- 
valieri che gli obbligava , ritornati dalle loro Imprese o spedizioni 
a rendere un conto esatto e fedele di tutte le loro avventure for- 
tunate , de' loro sinistri incontri, di tutte le loro onorevoli od 
umilianti imprese , le quali tutte dovevano essere registrate nelle 
relazioni degli araldi od ufEzlall d'armi. I racconti de' loro felici 
successi animavano il coraggio degli altri Cavalieri , quello delle 
loro disgrazie consolava anticipatamente quelli che potevano espe- 
rimentare una egual sorte , ed insegnare ai medesimi a non la- 
sciarsi giammai abbattere. Quest'era finalmente un mezzo di man- 
tenere ad ogni prova nel cuore e nello spirito de' Cavalieri l'a- 
more -del vero, l'unico sodo fondamento d'ogni virtù. Se questo 
amore del vero non passò fino a noi in tutta la purezza dell'età 
d' oro della Cavalleria , nulladimeno esso ha prodotto un disprezzo 
tale per quelli che l'alterano da far riguardare sempre una men- 
tila come il più sanguinoso e più irreparabile oltraggio che rice- 
ver si possa da on uomo d' onore. E questa non è forse la sola 
traccia di virtù che la Cavalleria abbia , senza che da noi si sap- 
pia lasciato ne'nostri costumi,- e felici noi, se dessa non avesse 
qualche volta portato ad un eccesso pernicioso di delicatezza que- 
ste medesime virtù , che nella loro origine nuli' altro scopo s'ave- 
vano che il bene del pubblico ed il servigio del Sovrano. I pre 
celti contenuti nel giuramento della Cavalleria sono la sorgente 
di tutta la morale sparsa nelle opere de' nostri poeti e de' nostri 
romanzieri, che, a dir vero, altro non fecero che ripetere quanto 
venne narrato dagli storici. 



ia6 DISSERTAZIONE SECONDA 

Le leggi della Cavalleria che proibivano di sparlare delle Da- 
me , le obbligavano a conservare tutta la decenza ne' loro costu- 
mi e nella loro condotta ; e ie Dame che nel rispettarsi vicende- 
volmente fra di esse , volevano essere rispettate , erano ben sicure 
che non si sarebbe mancato ai riguardi dovuti alle medesime. Ma 
se con un' opposta condotta esse porgevano qualche occasione ad 
una legittima censura , dovevano con giusta ragione temere di 
trovar de' Cavalieri sempre pronti ad esercitarla. Il Cavaliere De- 
la-Tour in una Istruzione diretta alle sue figliuole verso V anno 
iSti , fa menzione di un Cavaliere che passando vicino ad un 
castello abitato da alcune Dame , notava d' infamia , in termini 
che non oseremo riferire , il soggiorno di quelle che degne non 
erano di ricevere leali Cavalieri , perseguitando 1' onore e la vir- 
tù ; e dava giusti elogj a quelle che degne moslravansi della pub- 
blica estimazione. 

La Cavalleria eh' erasi sempre studiata di presentare ne' tornei 
un quadro fedele delle fatiche e de' perigli della guerra, avea tut- 
tavia conservato nella guerra stessa un' immagine della cortesia e 
della galanteria che regnava in que' giuochi. Il desiderio di pia- 
cere alla propria Dama , e di mostrarsi degno della medesima , 
era per un Cavaliere si ne' veri come ne' finti combattimenti, un 
altro motivo che lo stimolava ad intraprendere azioni eroiche ed 
a porre il colmo alla sua intrepidezza. Quante volte furon veduti in 
guerra de' Cavalieri assumere il nome di sollecitatore d' amore ed 
altri simili titoli, portare il ritratto, l'impresa, la divisa delle loro 
belle, andar con tutto l'impegno agli assedj, alle scaramuccie , 
alle battaglie, oflfrire la pugna al nemico per contrastargli la su- 
periorità di possedere una Dama più bella e più virtuosa della 
sua , e d'amarla con maggiore afietto. Il provare la superiorità 
del suo valore era in allora un provare l'eccellenza e la beltà 
della Dama che si amava e da cui si era corrisposto con pari ar- 
dore. Si supponeva in quell' epoca che la più bella di tulle le 
Dame non potesse amare che il più prode di tutti i Cavalieri, 
ed il partito del vincitore trovava sempre il suo vantaggio in que- 
sta felice supposizione. Ma potrebbesi creder ciò se non si aves- 
sero le testimonianze degli storici e de' romanzieri ? E come mai 
persuadersi senza di queste che gli assediami e gli assediati ab- 
biano nel bollore dell' azione sospese le loro ostilità per lasciare 



SULL ORIGIltE DB CAVALIERI eC. IHJ 

nn campo lìbero ad alcuni scudieri che volevano immortalare là 
bellezza delle loro Dame combattendo per esse ? Eppure ciò av- 
venne secondo la storia di Froissart nell'assedio di Touri in Beauce. 
Sarebbe mai agevol cosa 1' immaginarsi che in mezzo al fuoco di 
una vivissima guerra alcune schiere di Cavalieri e scudieri Fran- 
cesi ed Inglesi , che eransi incontrate nelle vicinanze di Gherbourg 
nel 13^9 avendo messo piedi a terra onde combattere con mag- 
giore accanimento, comprimessero i trasporti del loro furore per 
dare a quel solo che rimase a cavallo lutto 1' agio di sfidare quel 
nemico che fosse il piìi innamorato? Una simile disfida non ve- 
niva giammai ricusata ; le schiere rimasero spettatrici immobili 
del combattimento dei due amanti j né si ripresero le armi se 
non dopo di aver veduto l' uno di questi pagar colla sua vita il 
titolo di servidore eh' ei forse ottenuto avea dalla sua Dama. Que- 
sto singolare combattimento venne seguito da una delle più san- 
guinose battaglie ; e Froissart per dare maggior peso al suo rac- 
conto aggiugne : Cosi andò questa faccenda, siccome ne fui allora 
informato. 

Le imprese di Cavalleria e di guerra ed in ispecie quelle delle 
crociate venivano annunziate e pubhlicate con un apparecchio ca- 
pace d'inspirare a tutti i guerrieri un ardente desiderio di con- 
corrervi e di dividere la gloria che dovea esserne il premio. L'im- 
pegno che assumevasi un Cavaliere era confermato da alcuni atti 
che la religione , 1' onore e 1' amore , od uniti o separati , rende- 
vano egualmente irrevocabili. Sia che un Cavaliere si chiudesse in 
una fortezza per difenderla o che 1' investisse per l' assalto} o che 
in piena campagna si trovasse in faccia al nemico , voti e giura- 
menti inviolabili obbligavano parimente e i capitani ed i soldati 
cui comandavano , a spargere tutto il loro sangue piuttosto che 
tradire od abbandonare l' interesse dello Stato. Oltre i giuramenti 
generali, la pietà de' tempi aveano immaginati altri particolari, i 
quali consistevano nel visitare varj luoghi santi pei quali tenevano 
speciale divozione; nel depositare le loro armi o quelle dei vinti ne'tem- 
pli e nei monisteri; nel praticare molti digiuni e diversi altri esercizi 
di penitenza. Il valore suggeriva altresì alcuni voti singolari, sic- 
come quello di piantare pel primo la bandiera sulle mura o so- 
pra, la pili alta torre di una fortezza che voleasi conquistare, di 
gettarsi in mezzo ai nemici e di dar loro il primo colpo. I più 



I^.S DISSERTAZIdNE SECONDA 

prodi Cavalieri si gloriavano di superarsi l'uri l'altro in quella 
emulazione che avea sempre per iscopo il vantf^ggio della patria 
e la distruzione del nemico. 

Il più autentico di tutti i voti era quello che chiamavasi voto 
del Paone e del Faoiano. Questi nobili uccelli ^ così eran essi 
denominati t rappresentavano collo splendore e colla varietà de'loro 
colori , la maestri dei Re e gli splendidi abbigliamenti di cui 
que' Monarchi si ammantavano allorché teneaa corte bandita. La 
carne del paone o del fagiano era , se prestar fede si dee ai vec- 
chi romanzieri, il cibo particolare de' prodi e degli innamorati. 
Le loro penne venivano riguardate dalle Dame di Provenza qual 
più ricco ornamento di cui potessero decorare i Trovatori. Esse 
ne tessevano le corone che servir doveano di ricompensa ai poe- 
tici ingegni consacrati in que' tempi a celebrare il valore e la ga- 
lanteria. Finalmente, secondo Matteo Paris, una figura di paone 
serviva di bersaglio ai Cavalieri che esercitavaosi al maneggio delU 
lancia ed alla corsa de' cavalli. Il giorno, in cui doveasi eseguire 
la solenne promessa, un paone od un fagiano, qualche volta ar- 
rostito, ma sempre ornato delle sue belle piume, era portai) 
maestosamente dalle Dame e dalh? damigelle in un gran bacino 
d'oro o d'argento nel mezzo della numerosa adunanza de' Cava- 
lieri , e presentato ad ognuno, onde ognuno proferisse il suo voto 
sopra dì quel volatile; dopo di che era portato sopra una tavola 
e distribuito a tutti ^W astanti. L' abilità di chi trinciava consi- 
steva nel dividerlo in si fatta maniera che lutti potesseio averne 
una parte. L'autore dell'opera intitolata il f^oto del paone ben- 
ché sia romanziere , pure nulla dice su di questo soggetto che si 
discosti dalla verisimiglianza ; e ci fa sapere che le Dame e le 
damigelle sceglievano uno de' più prodi di quella adunanza per an- 
dare insieme a portare il paone a quel Cavaliere ch'egli giudi- 
cava il più valoroso. Questo Cavaliere prescelto dalle Dame met- 
teva il piatto dinanzi a colui ch'ei credeva meritare la preferen- 
za , e trinciato 1' uccello , lo distribuiva sotto i suoi occhi. Una 
sì gloriosa distinzione congiunta al più eminente valore non dovea 
essere accettata se non dopo una lunga e modesta resistenza ; 
ed il Cavaliere cui tribulavasi Palio onore d'essere considerato 
pel più prode , dava sempre a divedere d' essere minore d' o^ni 
«Uro, 



SULL ORIGINE DE CAVALIERI ec. I 2Q 

Se la politica sapeva porre in pratica e 1' amore della gloria 
e quello delle Dame per mantenere sentimenti d' onore e di va- 
lore nell'ordine de' Cavalieri , sapeva altresì che il legame dell'a- 
micizia si utile a lutti gli uomini era necessario a mantenere l'u-^ 
iilone fra tanti eroi , le cui rivalità potevano divenire una sor- 
gente perenne di dissensioni dannose al comune interesse. Que- 
sto inconveniente , troppo spesso fatale agli Stati , fu prevenuto 
dalle società o fraternità d'armi formate fra i figli della Caval- 
leria. Noi pensiamo d' avere scorto che quelli che 1' avevano con- 
ferita fossero riguardati come altrettanti padri di famiglia j i con- 
siglieri od assistenti come patrlni dei nuovi Cavalieri, e questi 
quali figliuoli di un medesimo padre. Ma veggonsi società ancor 
più distinte fra i Cavalieri che divenivano fratelli, o come si di- 
cea in que' tempi , compagni d'armi. La reciproca stima o con- 
fidenza dava origine a tali impegni ; i Cavalieri eh' eransi spesse 
volte trovati nelle medesime spedizioni , concepivano gli uni verso 
gli altri quella inclinazione, di cui è prevenuto un cuor virtuoso, 
allorché trova delle virtù simili alle sue. Desiderando essi di stri- 
gner sempre più si naturali legami , si associavano per qualche 
grande impresa che aver dovea un termine prefisso j od anche per 
tutte quelle che potessero mai fare j e si giuravano di dividerne 
le fatiche e la gloria , e i pericoli ed i vantaggi , e di non ab- 
bandonarsi finché avessero bisogno l'uno dell'altro. 

Non ci era paese in cui la Cavalleria non s'affaticasse util- 
mente pel pubblico e pel privato j né ci avea cosa alcuna che 
vile fosse o dispregevole agli occhi di un Cavaliere allorquando 
si trattava di ùv del bene. Se mai avveniva che nelle sue spedi- 
zioni e ne' suoi viaggi ricevesse ospizio ed altra qualunque siasi 
assistenza da un uomo della piìi vile condizione, la riconoscenza 
glielo faceva riguardare qual nobile e generoso benefattore; egli 
si dichiarava per sempre suo Cavaliere, e giurava di rinunziare a 
tutto ciò che la gloria potea presentargli di più brillante, per 
adempiere questo debito, per proteggerlo, difenderlo e soccor- 
rerlo in ogni bisogno. Tale giuramento era inviolabile, od almeno 
noi dobbiam crederlo che lo fosse , se prestar fede si dee ai ro- 
manzieri. Ma e perché questi non ne saranno degni , mentre sulla 
sola testimonianza de' poeti ci sembrano bastantemente provate 
tante costumanze dell'antichità ? 

Ro-ìnanzi di Cavali. J^ol, I. o 



I 3o IDISSERTAZIOME SECOnDÀ 

Nulladlmeno questi si puri motivi non erano di loro natura 
alti a fare bastevole impressione sul cuore della maggior parte di 
quegli stessi Cavalieri che gloriavansi di pensare diversamente dal 
volgo. La saggia politica che voleva moltiplicare i Cavalieri credè 
necessario d' attaccare alla loro professione non pochi esterni van- 
taggi , onde accrescerne sempre piìi lo splendore con prerogative 
onorevoli, e dare a quelli che l'esercitavano una distinta premi- 
nenza sopra tutti gli scudieri , e su tutto il rimanente della no- 
biltà. Noi qui accenneremo le principali particolarità che li di- 
stinguevano. Quei lettori che potessero riguardarle quali frivolezze, 
cesseranno forse dal considerarle come tali se rifletteranno che 
ogni distinzione diviene di grande importanza quand'essa serve 
di premio alla virtìi. 

Una lancia fortissima, un giaco o ghiazzerino, cioè un dop- 
pio giaco di maglia tessuto di ferro , alla prova della spada , 
erano le armi assegnate esclnsivamente ai Cavalieri. Il sorcotto di 
semplice stoffa coperto d' armi gentilizie era 1' insegna della loro 
preminenza sugli altri ordini dello Stalo. Non era permesso nep- 
pure agli stessi scudieri di venire alle mani con esslj e quand'an- 
che uno scudiere avesse ottenuto tale privilegio , come avrebbe 
egli potuto , coperto solo da una leggiere e debole corazza , e 
armato soltanto di spada e di scudo, difendersi da un avversario 
quasi invulnerabile ? 

Se le armi de' Cavalieri e degli scudieri erano ricche di pre- 
ziosi ornamenti, il più puro di tutti i metalli era riservato per 
le armi de' Cavalieri , pei loro sproni, per le gualdrappe e forni- 
menti de* loro cavalli: i Cavalieri piìi doviziosi ornavano la vi- 
siera del loro caschetto con bellissimi lavori di orificeria e con 
pietre preziose (i)j di stoffe d'oro erano le loro vesti, i loro 
manti, i loro equipaggi, e queste servivano a far distinguere 
nelle adunanze tanto le loro persone, quanto quelle delle loro mo- 
gli , siccome venlvan pure distinti ne'discorsi, negli atti od altri 
scritti con titoli di Don, Sire, Messire , Monseigneur (^Don, 
Sere, Messere, Monsignore), e le loro mogli con quelli di Da- 
me e Madame. L'argento era destinato per gli scudieri che ve- 
nlvan qualIGcati col titolo di Monsieur e di Damoiseau ( Don- 

(f) V. Malliot, Cosi, dts Frane, pag. gg. 



S^Ll' ORIGIMB Db'càTALIKRI CC. i3i 

zello ) , t le loro mogli con quello di Dcmoiselles (Damigelle), 
indicava altresì la differenza che passava fra essi e le persone di 
un grado inferiore , le quali non potean usare che sloffe di lana, 
od almeno senz'oro ed argento. 1 soli Cavalieri avevan diritto di 
portare , particolarmente per soppannare i loro mantelli , il ^ajo, 
l'armellino; altre fodere meno preziose erano destinale agli scu- 
dieri, e le inferiori al popolo. « Un Cavaliere, cosi Malliot (i), 
allorché non portava le sue armi, copriva la sua sottana con un 
lungo ed ampio mantello di scarlatto foderato d'armellino o di 
qualche altra rara pelliccia. 1 Re di Francia nelle promozioni do- 
navano uno di questi mantelli , oppure de' palafreni od almeno 
de' morsi di cavallo d' oro o dorati : in alcune cerimonie i Cava- 
lieri doravano pur anche la loro barba , o spargevano in essa pa- 
gliette d'oro; lusso si fatto era proibito ad ogni altra persona. I 
soli Cavalieri godeano pur anche del privilegio di sedere alla 
mensa dei Re e d'innalzar banderuole sulle loro case «. 

Era vietata la seta ai borghesi , ed era anche dispensala con 
saggia parsimonia fra i Cavalieri e gli scudieri. L' attenzione per 
nulla confondere era spinta a lai punto che quando nelle cerimo- 
nie si vedeva un Cavaliere vestilo di damasco, gli scudieri lo 
eran di raso; e se questi fossero stali vestiti di damasco, i primi 
sarebbero stali abbigliati di velluto. Ogni colore rosso era riser- 
valo ai Cavalieri , i quali per riguardo al loro abbigliamento ave- 
vano un altro privilegio tulio ad essi particolare. Veniva iti 
que' tempi consideralo qual chierico chiunque , avendo ricevuta la 
tonsura, erasi ammoglialo una sola volta, o non avesse sposato 
una vedova. Ora saper si deve che in generale ogni chierico am- 
moglialo perdeva il privilegio ordinario d' essere citalo davanti il 
giudice ecclesiastico, se fosse stalo arrestato sotto abiti secolari, 
ma se era Cavaliere, e se portava abiti di Cavaliere invece d'a- 
biti chiericali, ei godeva tulle le immunità del chiericato. 

Un'altra particolarità distintiva de' Cavalieri consisteva nel ra- 
dersi sul davanti della testa , o per timore d' essere presi pei ca- 
pelli se per avventura perduto avessero l'elmo nel combattere, o 
perchè lor fossero d' incomodo soito la cavalleria e sotto 1' elmo 
di cui erano continuamente armati. 

(i) Ivi e seg. 



l3l DISSERTAZlOME SEGOKD*. 

Questi regolamenti della Cavalleria non furono però sempre 
uniformi, anzi variarono infinilamenio a seconda de' tempi e delle 
circostanze , é spezialmente per rapporto alle armi ed altri abili. 

I Cavalieri poi distinguevansi fra di loro colle particolari armi 
gentilizie delle quali caricavano il loro scudo , il loro sorcotto , il 
pennone della loro lancia, e le banderuole che qu^ilclie volta por- 
tavano sulla sommitk dell'elmo. É siccome i primi Cavalieri rice- 
vevano ordinariamente il titolo e la spada di cui erano decorati 
dai Principi Sovrani o dai signori feudatarj ; cosi essi facevansi un 
dovere ed un onore di adottare nel loro ricevimento le armi gen- 
tilizie di quelli che gli avevano ricevuti nell' ordine della Caval- 
leria , o di prendere almeno qualche parte del loro blasone per 
aggiugnerla a quello della loro propria famiglia. Allorché poi 
questi Cavalieri, ciò che avvenne in seguilo, ne crearono degli al- 
tri, trasmisero a questi le armi gentilizie ch'essi avevano già adot- 
tate. Ma ci furon poscia non pochi altri Cavalieri , che spinti da 
una più delicata e nobile ambizione ricusarono di assumere il no- 
me di grido, di divisa o d'armi, prima di averle meritate colle 
loro proprie imprese : che se nel loro scudo era dipinto il blasone 
della loro famiglia , essi lo teneano nascosto sotto di una coperta, 
e non ne facean mostra che ne' tornei e nelle battaglie, ed allora 
soltanto che i colpi della spada o della lancia squarciandone o ta- 
gliandone il velo manifestavano di quale stirpe essi erano, e fa- 
cevano vedere in egual tempo di non essere indegni di portarne 
il nome e le armi. Spesse volte si contentavano di uno scudo 
bianco o di un solo colore , aspettando che le circostanze li de- 
terniinassero alla scelta delle parti del loro blasone , cui il nome 
ed il grido d' armi che servivano di segno per riconoscersi 
ne' combattimenti , dovevano per quanto era possibile, fare allu- 
sione. 

Queste distinzioni però altro non erano che un'esterna deco- 
razione: passiamo ad altri vantaggi più reali che furono il premio 
delle fatiche e de' pericoli continui ai quali i Cavalieri solevano 
consacrare la loro vita. 

Ne' primi tempi la più illustre nascita non da\a ai nobili al- 
cun grado personale, a meno che non vi fosse aggiunto il titolo 
od il grado di Cavaliere. Essi non venivan considerali come mem- 
bri dello Slato poiché non ne erano ancora il sostegno ed i di- 



sull'origine de' cavalieri ec. i33 

fensori. Gli scudieri appartenevano alla casa del loro Signore a 
cui servivano in tale qualità, quelli che non lo erano ancora ap- 
partenevano alla madre di famiglia dalla quale ricevuto avevano 
la nascita e la prima educazione. Gli uni e gli altri non osando 
inalberare le armi del loro padre , non avevano sigilli ; e se in- 
tervenivano in qualche atto , come parte contraente , erano obbli- 
gati per sigillarlo chiedere in prestito il sigillo delTa loro madre, 
del loro tutore, di un amico, di un parente, o dalla corte di 
giustìzia nella quale eseguivasi l'atto. I monumenti storici ce ne 
somministrano molte prove , che riguardano ben anche Signori di 
altissimo grado; ed è pure su tale principio che i reggenti del 
regno hanno altre volte sigillato coi loro proprj sigilli e non con 
quello del Re minore. E con qual diritto colui che non era am- 
messo alla Cavalleria si sarebbe fatto rappresentare nell' iuapronto 
di un sigillo coli' armadura di Cavaliere , coli' elmo in testa , mon- 
tato sopra un cavallo dì battaglia, collo scudo in una mano e colla 
spada innalzala nell'altra, in azione di combattere? Tale diritto 
era legittimamente acquistato dal Cavaliere in quello stesso istante 
che riceveva la spada e lo scudo destinati alla difesa della chiesa 
e della nazione. In questo guerriero abbigliamento ei prendeva 
posto fra gli uomini a cui erano afEdate la gloria e l' ammini- 
strazione dello Stato, e che erano il sostegno del trono. Per una 
ragionevole conseguenza egli veniva fin d'allora emancipato, ben- 
ché fosse in giovanile eth .• molti figli di Sovrani sono stati fatti 
anticamente Cavalieri fin dalla culla, molti d'infitua qualità lo 
furono in età dì quindici o di sedici anni. E siccome quegli che 
dovea pel suo grado difendere gli altri , giudicarli e governarli , 
era con più giusta ragione reputato capace di sostenere i suoi pro- 
prj diritti e di governarsi da sé medesimo; così l'emancipazione 
era riguardata come una conseguenza necessaria della Cavalleria. 
Secondo questi slessi principi un uomo i cui passi erano intera- 
mente diretti all'amore del ben pubblico, e che non cammi- 
nava che per affrancare gli altri, meritava d'essere affrancalo da 
ogni soggezione e da ogni spezie di servitù. Il Cavaliere , qual 
aulico soldato Pvomano , era esente dal pagare i diritti di vendita 
delle derrate e delle altre mercanzie comperate per suo uso par- 
ticolare , e pur anche da ogni spezie di pedaggio. La sua arma- 
dura ed il suo equipaggio lo facean conoscere da lungi : tutte le 



]34 DISSERTAZIOSE SCCONDiL 

barriere si spalancavano al suo avvicinarsi onde lasciargli libero il 
passaggio. Se la sempre varia sorte dell' armi lo facea cadere in 
mano del nemico, la sola sua dignità T affrancava dai ferri coi 
quali sarebbero stati incatenati prigionieri di un ordine inferiore; 
In sola sua parola era il più stretto legame per trattenervelo : 
sulla fede del suo giuramento gli si procuravano nella sua pri- 
gione appellata cortese , benché chiusa , tutte quelle oaitigazioni 
che sollevar potevano il rigore della sua situazione. 

Gli alti Baroni facevano pompa di una reale magniflcenza 
nella promozione de' Cavalieri , onde invitare un maggior numero 
di guerrieri ad arrolarsi sotto le loro bandiere; ma vedendo essi 
poscia che con tanta profusione esaurivano i loro tesori , non giu- 
dicarono pili conveniente di comperare a sì alto prezzo le nume- 
rose reclute che s'affollavano per servirli. Pare almeno che in se- 
guito quelli che andavano per essere ammessi alla Cavalleria fa- 
cessero pompa in quelle sontuose feste di una magnificenza pro- 
porzionata a quella de' più grandi Signori. E fu certamente per 
sì fatto motivo che i possessori delle terre nobili , allorché od essi 
od i loro figliuoli primogeniti dovevano ricevere la Cavalleria, eb- 
bero il diritto di levare sui loro vassalli o sudditi di quelle me- 
desime terre , per le spese del loro ricevimento una delle quat- 
tro spezie d' imposizioni che chiamavansi aides chevels , ajuti di 
Cavalleria. Le tre altre occasioni in cui il Cavaliere poteva le- 
varne una simile , erano il matrimonio delle sue figlie , il paga- 
mento del suo riscatto ed il viaggio d'oltremare. 

11 titolo di Cavaliere^ titolo rispettabile per tutti gli ordini 
dello Stato , trovava, particolarmente nei tribunali , giudici sempre 
disposti a difendere i suoi diritti. Oltre che i Cavalieri non po- 
tevano essere chiamati in giustizia se non con que' riguardi che 
doveansi alla loro dignità ; se essi ottenevano le spese dai loro 
accusatori, queste spese erano il doppio di quelle che venivano 
aggiudicate agli scudieri; ma allorquando meritavano d'essere con- 
dannati erano considerati tanto più colpevoli, in quanto che do- 
\ean agli altri l'esempio di tutte le virtù ed in ispecie dell'equi- 
tà; e quindi pagavano un' ammenda una volta più grave che 
quella degli scudieri. Per la qual cosa seguendo la medesima pro- 
porzione venne ordinato ai Cavalieri nel i^ii all'assedio di Dun- 



sull'origisk de' cavalibri ec. i35 

la Roy di portare otto fascine , mentre gli scudieri non ne porta- 
vano che quattro. 

Siccome i Cavalieri erano stati fin dalla loro origine i capi 
ed i consiglieri di giustizia , così conservarono per lungo tempo 
il privilegio esclusivo di possedere certe ragguardevoli magistra- 
ture. Anche l'antico consiglio dei Re era formato di Cavalieri, e 
quindi essi rimasero in possesso d' essere adoperati in tutte le ne- 
goziazioni. Se era necessario inviare ambasciatori per trattare im- 
portantissimi affari o di guerra o di pace , scegllevasl in ogni am- 
basceria un egual numero di Cavalieri e di ecclesiastici : in se- 
guito vi si aggiunsero altrettanti magistrati , e venne institulto il 
terzo ordine di Cavalleria allorché le funzioni di giudici furono 
smembrate dalla Cavalleria che le avea originariamente esercitate. 
« Fu istituito per le leggi e per le lettere (osservazione già da noi 
fatta nel Costume dei Francesi (i)) un terzo ordine di Cavalleria, 
la qual cosa irritò l'orgoglio de' Cavalieri militari. Sprezzando que- 
sti i Cavalieri legisti , estesero tal loro disprezzo sulle leggi e sulle 
lettere , ebbero a schifo le scienze, e apprezzando e coltivando solo 
quelle che alla guerra si riferivano , lasciarono deserti i parlamenti , 
si allontanarono dai tribunali ; e questo cieco pregiudizio e questo im- 
provvido disdegno portarono un colpo fatalissimo al poter feudale e 
ne accelerarono la rovina. Intanto che credevano far le vendette del 
loro orgoglio offeso , si spogliarono della possanza effettiva , e aper- 
sero il campo dell'amministrazione e della legislazione ai ple- 
bei n. 

Che che ne sia di ciò, noi passeremo a riferire altre preroga- 
tive de' Cavalieri che in certa qual maniera li rendeano partecipi 
del potere e dell' autorità Sovrana. Fra tutti i diritti che ad essi 
appartenevano il più cospicuo fu quello di creare altri Cavalieri 
nello stesso momento della loro promozione. Nelle assemblee e 
ne' solenni banchetti i Cavalieri avevano le loro mense particolari 
servile dagli scudieri , dalle quali venivano esclusi gli stessi figli 
de' Re se ricevuto non avevano la Cavalleria. I più potenti Mo- 
narchi non credevano di poter Inspirare ai loro figliuoli troppo 
rispetto per la Cavalleria , né di manifestare troppa stima per un 
ordine cui doveano il principale splendore del loro trono. Essi me 

(i) Europa Voi. VI. 



l36 DISSERTAZIONE SECONDA 

desimi non volevano essere incoronali se prima non avevano ri- 
cevuto tutte le loro armi, cloò se non erano stati creati Cavalieri. 
Finalmente , ciò che sembra porre il colmo alla gloria di questo 
ordine, quando si annunziava la morte di un semplice Cavaliere, 
dopo di aver riferito il numero degli anni di sua vita si esprime- 
vano anche gli anni di Cavalleria, come, parlando di un Sovra- 
no si annoverano gli anni del suo regno. Tante prerogative non 
sembravano bastanti ai primi institutori della Cavalleria per ricom- 
pensare degnamente coloro che doveano accrescerne lo splendore. 

Ad un Cavaliere che fosse abbastanza ricco e potente per som- 
ministrare allo Stalo un certo numero d'armigeri e per mante- 
nerli a proprie spese, si accordava la facoltà d'aggiugnere al 
semplice titolo di Cavaliere o di Cavaliere Baccelliere l'alto e 
più nobile titolo di Banneretto. 

Secondo alcuni antichi scrittori divider si possono i Cavalieri 
di que' tempi in due ed anche in tre ordini: il primo degli Alti 
Cavalieri, il secondo de' Basse Cavalieri: gli alti Cavalieri erano 
di due spezie, gli uni titolati, cioè che avevano il titolo di Duca, 
di Conte o di Barone j gli altri che non erano titolati , ma che 
avevano la qualità di Banneretti , qualità ch'era ad essi comune 
coi Cavalieri titolati , i quali ordinariamente dopo di essere giunti 
ad una certa età inalberavano bandiera. I Cavalieri di second' or- 
dine o di terzo, seppur assegnar se ne vuole uno particolare ai 
semplici Banneretli , erano i bassi Cavalieri che venivano appel- 
lali Baccellieri. Mìtico Paris chiama il Baccelliere minor mi" 
les } e nella storia di Guglielmo il Conquistatore scritta da Li- 
sieux , i Baccellieri sono chiamati milites mediae nobililatis. 
Questi Cavalieri o bassi Cavalieri erano quelli che non potevano 
innalzare bandiera per mancanza di un numero sufficiente di vas- 
salli ', o che, essendo ricchi, non avevano ottenuto ancora sì fatto 
privilegio. 

Gli storici del tempo di Filippo Augusto parlano dei Cava- 
lieri Banneretti come di cosa non affatto nuova. Noi troviamo 
nelle Raccolte di Duchesne i nomi di Cavalieri Banneretti ai 
tempi del detto Principe, distinti per provincie ; e forse erano 
quelli che trovavansi alla battaglia di Bouvines. Questi Cavalieri 
chiamavansi Banneretti perchè avevano innalzata bandiera , sic- 
come si parlava in allora. Era necessario per avere tale preroga- 



SULl' ORIGIMB de' CAYALIBEI eC» iSt 

llva l'essere non solo gentiluomo di nome e d'armi, ma ricco 
di terre ed avere per vassalli molli gentiluomini che seguissero 
]a bandiera nell' esercito sotto il comando del Banneretto. Que- 
sti dovea mantenere per lo meno cinquanta armigeri , ciascuno 
de' quali era scortato da due uomini a cavallo e accompagnato 
da molli valletti. Antichi monumenti provano però che non sem- 
pre venne richiesto lo stesso numero. Oliviero De-la-Marche dice 
che il pennone del Banneretto dovea essere accompagnato al- 
meno da venticinque armigeri , ciò che feceva ascendere il nu- 
mero a settantacinque Cavalieri , poiché ogni armigero avea seco 
due uomini a cavallo. Froissart dice che ventimila armigeri fa- 
cevano sessanta mila uomini. Un antico cerimoniale esige sola- 
mente , che un Cavaliere o uno scudiere che voglia essere fatto 
Banneretto , abbia almeno una compagnia di quattro o cinque 
nobili , e sempre di dodici o sedici cavalli. Ma ci avean àe^Ban- 
neretti potenti in terre che avevano un ben maggiore seguito. 
Tomaso di Saint-Vallois avea alla battaglia di Bouvines olire cin- 
quanta Cavalieri, due mila pedoni che condusse dalle sue terre. I 
Banneretti y dice il sopraccitato cerimoniale, debbono avere cin- 
quanta lancio e gli arcieri che vi appartengono, cioè venticinque 
per combattere e gli altri venticinque per servir di guardia alla 
di lui persona ed alla bandiera. Riquadrata era la bandiera che 
il Banneretto portava sulla somniiik della sua lancia ; e termi- 
nava in punta o dividessi in due punte quella del Baccelliere. 
Da ciò derivò il privilegio in alcuni Banneretti della Bretagna 
e del Paitou e di alcune altre provincie di portare le loro armi 
gentilizie in un quadrato. « Ogni Signore , dice il Costume del 
Poitou , che ha contea , vicecontea o baronia può in guerra o ne- 
gli stemmi portar le sue armi gentilizie in un qusdrato ; ciò che 
non pelea praticarsi da un castellano , cui era permesso soltanto 
portarle in uno scudo. Il Banneretto avea diritto di scegliere un 
grido d'armi particolare, a cagion d'esempio, Chatillon au 
noble Due, Fiandre au Lion : il gridj d'armi reale fu Mont- 
Joie , Saint-Denis: quello di molli Prin^Mpi del sangue Mont- 
Joie au blanc épervier. Le stesse case de' Cavalieri , considerate, 
secondo lo spirilo del secolo , quai templi dell' onore , dovevano 
avere de' segni particolari per faile lispellare. I merli e le torri 
che servivano alla difesa de' castelli tie manifestavano pure la no- 



l38 BlSSEIVTAZ10f«E SECOPBÀ 

biltà ; ma 1 «oli geniiluominl godevano del privilegio di far col- 
locare delle banderuole sul culmine de' loro palazzi, e la forma 
delle medesime indicava il grado di quelli cui appartenevano: se 
esse erano fatte in forma di pennone indicavano i Baccellieri, se 
in forma di bandiere quadrale i Banneretti. Meglio ancora di- 
stinguevasi il grado de' Cavalieri entrando nelle loro case, nell'os- 
servare le diverse maniere con cui erano ornale le suppellettili : 
tali particolarità ci furono riferite minutamente da una Dama della 
Corte di Borgogna in uà manoscritto intitolato: Gli onori della 
Corte «. 

Tutti questi onori che per qualche tempo furono personali , di- 
vennero presto ereditar]; e l'annessa distinzione, che non era 
quasi mai disgiunta dal merito , osservavasi allora in tutte le adu- 
nanze de* nobili colla più scrupolosa regolarità. 

I mezzi offerti alla gioventù indigente per innoltrarsi sul cam- 
mino dell' onore non le bastavano ; erano necessarj altri soccorsi 
onde poter avanzarsi in questa gloriosa ed ardua carriera. In 
ogni tempo il merito senza ricchezza trovò grandissimi ostacoli : 
la Cavalleria o la forma del governo militare forniva molti mezzi 
per superarli. La guerra arricchiva in que' tempi o col bottino o 
coi riscatti colui che la faceva con maggior valore, con maggiore 
■vigilanza ed attività. Il riscatto era ordinariamente un anno di 
rendita del prigioniero; ma un Cavaliere di grido vedevasi tosto 
prevenuto dai più grandi Signori e dalle più nobili Dame: i 
Principi, le Principesse, i Re e le Regine si affrettavano con 
ogni cura d' arrolarlo , per cosi dire, nelle loro case, d'inscri- 
verlo nell'elenco degli eroi che ne facevano T ornamento, sotto 
il titolo di Cavaliere d' onore. Il medesimo poteva in un tempo 
stesso appartenere a molte Corti , riceverne gli stipendj , aver parte 
nelle distribuzioni delle vesti, livree, pellìccie, borse d'oro e 
d' argento , che i signori donavano a profusione , spezialmente 
nelle grandi feste ed in altre occasioni per cui erano obbligati a 
manifestare sempre più la loro magnificenza. Non era né anche 
necessario l'appartener*? ad una Corte onde ottener prove della ge- 
nerosità di chi la teneva. Si legge in Perceforest che moltissimi 
signori e gentiluomini avevano fatto collocare degli elmi sulle 
porte de' loro castelli per servire come di fanale ai Cavalieri che 
passar dovessero ndle vicinjvjize , onde annunziar loro che avreb- 



SUI,l' ORIGIKE Dfc' ClVALlEhl CC. 1 39 

bero trovato sempre un ospizio sicuro e gradevole in una casp, il 
cui padrone credevasi onorato col riceverli. Veggonsi luitavia al- 
cuni di questi elmi posti sul colmo de' più antichi edifizj, e spe- 
zialmente nelle campagne. Allorché i Cavalieri e gli scudieri an- 
davano ai tornei , alla guerra o ad altre spedizioni , e passavano 
nelle corti e ne' castelli, venivano accolti con tutte le possibili 
dimostrazioni di premura e di considerazione. Spesati di lutto du- 
rante il loro soggiorno partivano colmati di doni. Si regalavaa 
loro armi, vesti piezlose , cavalli e danari. Anche in questa ge- 
nerosità trovasi la differenza stabilita fra i Cavalieri e gli scudieri; 
ai primi donavasi il doppio più che ai secondi , e parimente ai 
Banneretti una volta più che ai Baccellieri. Eguale proporzione 
serbavasi pure in simili circostanze fra gli Araldi , ufEziali di 
armi e Meneslrlerl. I più nobili Signori accettavano senza scru- 
polo tali liberalità senza escluder neppur quelle che facevansl ia 
danari. Ciò non era effettivamente fare un dono gratuito alla per- 
sona , ma associarsi alla sua impresa, e, come Cavaliere, contri- 
buire , prender parte alla gloria che doveva ridondare a tutta la 
Cavalleria. I Principi ed i Signori, il cui servizio era stato l'og- 
getto particolare di queste imprese ricompensavano 1 Cavalieri con 
assai splendida magnificenza. Terre, onori, pensioni in feudo e 
molte altre grazie che sono l'origine di molti diritti feudali, ar- 
ricchirono sovente i guerrieri che da uno stato oscuro venivano 
innalzati al colmo degli onori. Cllgnet di Brabante, secondo ciò 
che racconta II monaco di San Dionigi , fu fatto Ammiraglio, 
benché non avesse alcun diritto nò per la nobiltà né pel valore 
de' suol antenati; e sposò la Contessa di Blois , che da miserabile 
ch'egli era lo fece ricco signore. Questo esempio, tratto danna 
storia autentica , sembra giustificare fino ad un certo punto quel- 
1' uso del quale hanno spesse volte fatto menzione ^ nostri roman- 
zieri , e che conviene perfettamente a quei tempi ne' quali il ca- 
poluogo d'ogni patrimonio era quasi una piazza di guerra, espo- 
sta agli insulti, agli attacchi de' vicini sempre nemici e sempre 
armati. 

Se una damigella ricca erede, secondo 7e narrazioni de' nostri 
romanzieri , se una Dama rimasta vedova con molte terre da go- 
vernare aveva bisogno di un soccorso straordinario, chiamava qual- 
che Cavaliere d'alto grido, gli affidava col titolo di Visconte o 



l4o crSSERTAZlONE SBCOISDA. 

di castellano, la custodia del suo castello e de'suoi feudi. Il co- 
mando degli armigeri mantenuti per loro difesa , e qualche volta 
ancora ricompensava col dono della sua mano gli importanti ser- 
vigi che ne avea ricevuti. Si fatte alleanze erano ordinariamente 
stabilite col consiglio e sotto 1' autorità de' Sovrani protettori nati 
de' pupilli e delle vedove nobili. I Principi col procurare di con- 
ciliare gli interessi delle due parti ricompensavano in pari tempo 
il valore de' piìi prodi Cavalieri della loro Corte. 

Per dare qui una prova più evidente delle private inimicizie 
e de' combattimenti , che solevano Accadere fra potenti vicini feu- 
datari , noi vi presentiamo nella seguente Tavola num. 7. la ve- 
duta del castello di Tancarville, ed un combattimento fra il Si- 
gnore del detto castello ed il Signore di Harcourt. Se il castello 
di Tancarville non ci richiama alla memoria ioiporlanti fatti sto- 
rici, ci conserva almeno alcune tradizioni religiose e cavallere- 
sche. Le antiche cronache parlano spesse volte delle famose con- 
tese fra i Ciamberlani di Tancarville ed i Signori di Harcourt , 
i quali essendo egualmente valorosi in guerra , egualmente desi- 
derali dai loro Principi, e soprattutto troppo fra loro vicini, eransi 
giurala fiera inimicizia. Il vecchio annalista (i), le cui parole sono 
riportale nel già citato p^iaggio Pittorico e Romantico dell' an- 
tica Normandia , ci racconta le grandi dissensioni che ai tempi 
del Re Filippo il Bello ci ebbero fra i due grandi Baroni di Nor- 
mandia il Signore d' Harcourt ed il Ciamberlano di Tancarville, 
dissensioni che diedero luogo ad un Gero combattimento fra quei 
due Baroni, il quale per la mediazione del Re d'Inghilterra e 
del Re di Navarra presso il Re di Francia venne sospeso e ter- 
minato còlla pace verso l'anno i3oo. Questo combattimento fu 
eccellentemente disegnato da Orazio Vernet, e rappresentato in 
una vignetta della suddetta opera colla Litografìa di Enghelmann, 
e da noi qui riprodotto col disegno del signor Bramati per ri- 
gu'ardo alle figure, e del già lodato signor Alessandro Sanquirico 
per r architetlurs. 

Noi finora abblnnio veduto la Cavalleria risplendere ne' guer- 
rieri che ne sostenevano degnamente il titolo : ma se mai acca- 
deva che alcuno giugnesse a disonorarla con una viltà, con un 

(1) CIiroiii(Hio (le NorinaiiilK'. 



VìiJiV^r 



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A.J'„..,„,;;r„ ,„, .' ,/, 



//C(>//u //rr // /^ •/r'/'o/r/'/r/i' r/r C^a/'n//r /f 



sull'origine de' cavalieri ec. i4i 

deliuo o con qualche altra a/ione vergognosa , egli era ridotto allo 
stato più ignominioso coli' esserne degradalo. Il Cavaliere giuridi- 
camente condannato pe' suol delitti veniva condotto sul palco del- 
l'infamia, ove erano infrante e calpestate al cospetto di lui tutte 
le sue armi colle quali avca avvilito la nobiltà ; ei vedeva scan- 
cellar dallo scudo i suoi stemmi, e sospeso colla punta in alto 
alla coda di una cavalla ignominiosaraente trascinarsi nel fango. 
Gli Araldi lo caricavano d'ingiurie, divulgandolo traditore, slea- 
le, marrano» Alcuni sacerdoti dopo di aver recitato l'uffizio dei 
morti pronunziavano sul di lui capo il Salmo io8 che contiene 
molte imprecazioni e maledizioni cojatra i traditori. Tre volte l'A- 
raldo d'armi chiedeva il nome del colpevole, e tre volte rispon- 
deva a chi Io nominava , che quel nome non era di colui che 
aveva sotto gli occhi, giacché non vedeva che un traditore i un 
disleale, un mentitore: Indi prendendo un bacino pi-eno d'acqua 
caldi, la gettava con isdegtio sulla testa di quell'infame Cava- 
liere per iscaiicellare quel sacro carattere che gli verme conferito 
colla guanciata. Il delinquente degradato in questo modo veniva 
poscia calato dal palco con una corda passata sotto le braccia , e 
coperto da una cappa da morto, e posto sopra una barella vaniva 
trasportato in chiesa, ove colle slesse cerimonie recitavansi sul me- 
desimo le preci de' defunti. Chi desiderasse conoscere tutte le par- 
ticolarità di questa degradazione potrebbe consultare 11 secondo 
volume De-la-Colombière nel suo Teatro di' onore e di Cavalle- 
ria , nel quale però non si legge un articolo che avrebbe dovuto 
far fremere un Cavaliere ; per quanto poco sentimento gli fosse 
rimasto, 1' aspello certo d'una morie la pm terribile e l'idea di 
una slmile ignom.lnia era capace di tenere in dovere l'anima più 
debole, quando le leggi della Cavalleria non fossero stale suffi- 
cienti nd inspirargli la virtù. Errori meno gravi ma vergognosi 
escludevano colui, che commessi gli avea, dalla mensa degli altri 
Cavalieri, e se avesse ardilo di sedervisi , ciascuno d'essi avea 
diritto di tagliare quella parte di tovaglia che era stala da lui 
toccala. Obbligato per sì fatta maniera a ritirarsi dalla sua men- 
sa , ardito non avrebbe di presentarsi neppure a quella degli scu- 
dieri a (ine di non esporsi a ricevere un eguale affronto. 

Noi abbiamo osservalo il Cavaliere fin quasi al suo escir 
della culla j noi l'abbiamo seguilo in lutto il corso della sua 



Ì^'A DISSERTÀZIORB SECOflDA 

yila , ed ora noa ci rimane clie di considerarlo fra le braccia 
della morie, che sola pone termine ad ogni gloriosa impresa. Le 
particolarità de'suol funerali trovansl quasi tulle riferite nella de- 
scrizione lasciataci dal Monaco di San-Dionigi, di quelle del 
Contestabile Bertrando di Guesclino , e nell'opera De-la-Colom- 
blère che tratta a lungo delle pompe funebri che facevansl ai Ca- 
valieri , degli ornamenti di cui venivano arricchite le loro tombe, 
e delle varie posizioni che , nella loro effigie , davansi alle loro 
spade, ai loro scudi ed ai loro Cdschetti a seconda delle circo- 
stanze più o meno gloriose della loro morte,* sia che fossero 
morti in guerra, nei combattimenti, nelle crociate, od in seno 
della pace, o che fossero stati vincitori, o vinti, o prigionieri. 

Noi non ometteremo di qui brevemente riferire queste im- 
portanti notizie che sulle varie maniere di rappresentare i de- 
funti Cavalieri nelle loro tombe, ci furono riportate anche da 
Malliot (i). Veggonsi primieramente rappresentati i Principi ia 
tutti l loro monumenti sepolcrali cogli abili reali j ed allorché 
morti erano in guerra o durante qualche loro spedizione porta- 
vano la loro armadura al di sotto de' medesimi colla spada al 
fianco , col bastone del comando in mano e non mai collo scet- 
tro. 1 gentiluomini ed i Cavalieri non potevano essere rappresen- 
tsti col loro sorcotto se non quando erano morti in guerra o 
nelle loro Signorie; ed in questo caso non ci avea cintura sui 
loro sorcolti , erano senz'elmo e senza spada, ed i loro piedi sta- 
van appoggiati sul dorso di un levriere. Collocavasi una spada al- 
zata nella mano destra del vincitore morto in battaglia , lo scudo 
nella sinistra, l'elmo in testa: aveva stretto alle reni con un cinto 
o con una ciarpa il sorcotto sulle armi, e sotto i piedi stava un 
leone vivo. Alcuni sono d'opinione che l'elmo dovesse avere la 
visiera calata ; altri che fosse rappresentato cogli occhi aperti: 
forse lo era e in un modo e nell'altro. I vinti all'opposto morti 
anch'essi sul campo, erano figurati senza sorcotto, colla spada 
cinta al fianco e nel fodero, colla visiera alzata, colle mani 
giunte sul petto, e co'pledi appoggiati sul dorso di un morto leo- 
ne. Que'che morivano prigionieri o prima del loro riscatto, ve- 
nivano rappresentati senza speroni, senz'elmo, senza sorcotto e 

(i) Cost. des Frane. p,is;. <>-ì e scf;. 



SVLL'ORICmB de' CAVALIERI €C. 1^3 

senza spada ; non ne avevano che il fodero pendente dal loro 
fianco. Se il figlio di un Governatore o di un Generale era nato 
in una città assediata od all'esercito era rappresentato, in qua- 
lunque età ei fosse morto , armato di tutto punto colla testa sul- 
l'elmo a foggia di guanciale, e vestito di sorcotto. Se un gentil- 
uomo entrava sulla fine de' suoi giorni in qualche religione, era 
rappresentato armato di tutto punto , colla spada al fianco , col- 
i' abito dell'ordine sull'armadura , e colio scudo ai piedi. Ne'com- 
battimenti in campo chiuso per qualche contesa d'onore, la sta- 
tua del gentiluomo vittorioso portava nelle sue braccia le armi di 
cui erasi servito, e il braccio destro era incrocicchiato sul sinistro. 
Quello che vi era stato ucciso veniva armato di tutto punto colle 
sue armi offensive al fianco; ma il suo braccio sinistro era incro- 
cicchiato sul braccio destro. Molti monumenti però ci attesta- 
no che siffatte regole non furono sempre scrupolosamente osser- 
vate. 

Gli onorevoli distintivi che decoravano i loro catafulchi ed i 
loro mausolei erano, per parte della nazione che li decretava, 
una testimonianza di riconoscenza verso gli eroi che 1' avevano di- 
fesa ; pei medesimi eroi un'ira mortelle ricompensa delle loro fati- 
che, e per le loro famiglie una decorazione il cui splendore non 
dovea giammai essere dalle medesime offuscato. Era in fine per 
tutta la Cavalleria un esempio che l' infiammava di nobile emu- 
lazione a seguire nel sentiere della gloria i passi di quegli eroi 
che meritato avevano sì grandi onori. Le spade e le altre armi , 
che i Cavalieri portate avean ne' loro combattimenti, e eh' eran 
state molte volte gli stromenti delle loro vittorie , eccitavano l'am- 
bizione de' capitani e degli stessi Re, i quali desideravano di pos- 
sederle o per impiegarle in imprese degne di quegli eroi che le 
aveano nobilitate , o per deporle nei loro arsenali o nelle loro 
sale d'armi come singolari e venerabili monumenti. Qualche volta 
venivan donate alle chiese e consacrate a Dio, solo autore del 
coraggio e di tutte le altre virtìi. 

Dopo di avere esposto, e fors' anche esagerato sulla fede de'no- 
stri antichi scriitori i grandissimi vantaggi della Cavalleria mili' 
lare, noi dobbiamo, per non illudere i nostri leggitori, riferire 
gli abusi che li contrabilanciavano. Essi forse ci avranno più di 
una volta tacciati di cieca prevenzione nel leggere lutto quello che 



l44 DISSERTAZIONE SECONDA. 

fu da noi dello in onore delia Cavalleria, e si saranno rammen- 
tali che i secoli ne' quali essa era più in fiore fufon l'epoca del 
libertinaggio, del ladroneccio, della barbarie e degli orrori,* e che 
sovenle lultl i \Ì7-j e lulti i delilll trova vansi riuniti in que' me- 
desimi Cavalieri che venivan considerati quali eroi. 

ce Se in tutte le contrade d'Europa, così abbiamo gih esposto 
nella nostr' Opera del Costume antico e moderno ec. (i), si vide 
una folla d'emuli guerrieri sollecita di correr sulle orme de' ze- 
lanti Cavalieri , ve ne ebbero non pochi che imitarono più le 
prove di valore che di virtù. Troppo spesso trascinali dalla vi- 
ziosa corrente del secolo , cotesti protettori degli oppressi conti- 
nuarono a spogliare i IrafEcanti , a tiranneggiare i deboli, a se- 
durre, a rapire le stesse damigelle, ch'essi avevano fatto scopo 
di un'adorazione rispettosa, e ad abbruciare a nome della carità 
i miscredenti. Troppo spesso finalmente tralignò in superstizione 
la loro pielh , in libertinaggio la loro galanteria. Vi furono anche 
molte Dame , come osserva 1' Abate Vely , che per impulso di 
una stravagante cortesia verso i Cavalieri che le visitavano, ordi- 
narono alle loro damigelle d' onore di aver comune con essi il 
lettor al qual proposito il medesimo autore cita i versi di un 
poema ove gli usi di quei tempi irovansi dipinti con una singo- 
lare naturalezza. In un altro passo del Costume suddetto abbiamo 
riferito che i Principi e i Grandi della Francia verso la fine del 
secolo XI. si davano in braccio sfrontatamente ai vizj più vergo- 
gnosi. Un Duca di Borgogna assaltò il Vescovo di Contorbery che 
\iaggiava nella Francia. Fu coli' armi costretto Burcardo di Monl- 
morency a restituire ai monaci di S. Dionigi il frutto delle sue 
rapine dando loro in ostaggio varj Cavalieri. Ugo di Pamplona , 
Conte di Rochefort levava ai viandanti sulle strade maestre i de- 
nari e i cavalli. L'Abate Sugger parla così del Signore della Ro- 
che-Gnyon. Suo padre e l'avo erano famosi pe' lodronecci. Il gio- 
vine Guido, probo e leale s'asteneva dal rubare e dal saccheg- 
giare ; ma forse avrebbe ceduto agli esempj de' suoi maggiori se 
fosse vissuto più lungamente. Suo cognato Guglielmo assassinò lui 
e la propria moglie ; ma altri più barbari ancora di questi , gli 
slrnpparono le viscere e il cuore dal petto. Di tulli quei tirannelli 

(0 ^^ Cosliiinc de' Francesi. 



SULL*ORIOINB DE* CAVALIERI eC. ^45 

il più Aero era Burcardo, indicalo col soprannome di Superbissi- 
mo Conte ". 

Grande era la licenza de' pubblici costumi anche nell'epoca 
più Borente della Cavalleria ,• e non ostante che Luigi Vili, sul 
principio del secolo XIII. di concerto con una zelante e virtuosa 
moglie s' adoperasse di mettere un freno ai molti gravi disordini , 
la licenza ne era spinta a tale , che in uno dei suoi eserciti , i 
cui campioni pretendeano combattere per la religione , si conta- 
rono fino a mille e cinquecento concubine, le quali si mostravano 
ornate di ricchissimi arredi. La Regina Bianca incontrandosi in 
una di colali donne che sfoggiava una pomposa cintura , la credè 
moglie d'un Cavaliere e si fece ad abbracciarla: dal qual equi- 
voco occorso alla Sovrana derivò un'ordinanza che proibì d'allora 
in poi alle cortigiane il portar vesti con collari rinversati , ala' 
mari ai cappucci , preziose pelliccie e cinture dorate. Ma poi- 
ché assai di frequente le donne d'alto conto, che sole conservano 
il diritto di mostrarsi con tali ornamenti , diedero elleno pure 
co' loro costumi un appiglio alla censura, il popolo compose , né 
dimenticò più quel proverbio ; // buon nome vai più, della cin- 
tura dorata. Una severa legge prescrisse che ogni femmina con- 
vinta di adulterio fosse legata con una fune insieme col suo se- 
duttore, e trascinala in quell'aggiustamento per le pubbliche 
strade. La loro possanza ajutò i Grandi , la loro oscurità i plebei 
per sottrarsi facilmente a tal punizione. 

Ma e come mai alla vista di tanti disordini potersi persua- 
dere che le leggi della Cavalleria non respirassero che religione, 
virtù , onore ed umanità ? Eppure queste due verità si contrarie 
ìq apparenza sono egualmente provate. Nulla ci avea di più atto 
a stabilire 1' emulazione fra i guerrieri, quanto le leggi della Ca- 
valleria , i suoi precetti , la sua morale , benché in certi aspetti , 
imperfetta, tutto tendeva a far regnare l'ordine e la virtù. Egli 
è certo che molti Cavalieri fedeli agli impegni del loro stalo fu- 
rono veri modelli di virtù ^^uerriere e socievoli j ed è molto che 
in un' epoca sì rozza e corrotta la Cavalleria abbia potuto pro- 
durre sì falli esenipj. 

Per ciò che concerne ai Cavalieri erranti quai sono quelli 
della Tavola rotonda ed altri dalle romanzesche finzioni resi co- 
tanto famosi , noi diremo che le loro maravigliose avventure sono 
Romanzi di Cavali. Fol. l. io 



i46 disseutìzionB seconda 

verisimilmente fondate sulle vecchie tradizioni tratte dalle origi- 
ni ancor più favolose do' popoli venuti dal Settentrione. Questi 
eroi, ad imitazione degli Ercoli e dei Tesei della Grecia, visita- 
vano tutti i paesi per soccorrere e vendicare gli oppressi, e per 
eaterminare i masnadieri. La barbarie de* nostri primi secoli esi- 
geva forse il soccorso di questi difensori ; e la loro esistenza potea 
forse riuscir di non poco vantaggio anche ne' secoli posteriori 
turbati continuamente dall'oppressione e dalla tirannia. Ma per 
non dlsprezzare affatto le vetuste nostre tradizioni equivoche o 
sospette, noi ci prevarremo della testimonianza dei nostri anti- 
chi poeti e de* nostri cronicisti, i quali hanno qualche volta par- 
lato sul serio de' Cavalieri erranti. 

I giovani Cavalieri , fuggendo i legami del matrimonio pel ti- 
more d'essere sviati dalla loro professione, facevansi un dovere 
di consacrare i primi anni del loro stabilimento nell'Ordine , col 
visitare i remoti paesi e le straniere corti a fine di farsi Cava- 
lieri pcrjetd. Il color verde decloro abiti annunziava la freschez- 
za della loro età ed il vigore del loro coraggio. Essi studiavano 
le differenti maniere di giostrare delle varie nazioni, i piìi bei 
modi della scherma de^ Cavalieri che primeggiavano nell' arte dei 
tornei." essi ambivano l'onore di scontrarsi con si fatti maestri 
per provarsi ed istruirsi; prendevan più utili lezioni nelle guerre 
arrolandosi sotto gli stendardi di quelli , che secondo il loro av- 
viso , aveano impugnate le armi per la ragione e la giustizia. Stu- 
diavano altresì i principi d'onore, del cerimoniale, e della civiltà 
o cortesia osservate in ogni Corte. Ansiosi di distinguersi col loro 
valore , col loro ingegno e colle loro gentilezze , lo erano del pari 
di conoscere i Principi e le Principesse della più alla fama , i 
Cavalieri e le Dame piU celebri , di sapere le loro storie , ed in 
ispecie le più belle azioni della loro vita, onde farne una re- 
lazione istruttiva e piacevoli racconti quando ritornavano in 
patria. 

Né solo questi erranti Cavalieri trovarono ne' loro viaggi fre- 
quenti occasioni d'esercitarsi ne' tornei e nelle guerre j il caso 
presentava ben anche ai medesimi ne' remoti luoghi per cui pas- 
savano , delitti da punire, violenze da reprimere, e mezzi di ren- 
dersi utili colla pratica di quei sentimenti di giustizia e di ge- 
nerosità eh' erano loro stati inspirati. Sempre armati per 1' assi- 



sull'origine de' cavalieri ec. 147 

stenza ch'essi dovevano agli infelici , per la protezione e la difesa 
che promessa aveano agli uomini ed alle donne , volavano per 
ogni dove allorché trattavasi d'adempire il giuramento della loro 
Cavalleria. Ma chi potrà di leggieri persuadersi che uomini, i quali 
esercitavano il diritto di andare in ogni luogo con armi terribili 
e d'impiegarle a loro capriccio, non ne abbiamo sovente abusalo 
facendole servire al loro interesse personale ed alle loro partico- 
lari passioni ? Le varie avventure che si raccontano de' nostri Ca- 
valieri erranti ci danno pur troppo motivo di dubitare della con- 
dotta tenuta da molti di essi. 

Ma senza diffonderci maggiormente intorno a questi avventu- 
rieri che furono nella Cavalleria quel che i Girovaghi erano nel- 
l' ordine monastico, ci è forza confessare che né la religione né 
Io Slato erano meglio serviti dalla maggior parte degli altri Ca- 
valieri. Essi avevano fatto voto di difendere, di mantenere, d' in- 
nalzare sì 1' una che l' altro j essi aveano ricevuti dalle chiese i 
titoli di Visconti , di protettori dei loro diritti , ed altri simili j 
nulladimeno essi non intralasciaron quasi mai d'abusare della loro 
forza a pregiudizio di quegli stessi che si erano posti sotto la loro 
salvaguardia. Alcuni di essi proieitori di nome ed oppressori di 
fatto non trascurarono di far passare una gran parte di beni eccle- 
siastici nelle m*ni di chi armar non si dovea che per difenderli. 
I chierici ed i monaci spogliati de' loro patrimonj ebbero sovente 
occasione di piangere la loro sorte, e di applicarsi 1' apologo del 
corsiere , che cercando un aiuto che servir potesse alla sua ven- 
detta , trovò un padrone che lo privò della libertà. 

Avendo noi già recalo le prime lezioni che davansi fin dall'in- 
fanzia alle persone destinate alla Cavalleria, non ci maraviglie- 
remo nel vederne ben anche i frutti ch'esse produssero. Una re- 
ligione del tutto superficiale sembrava essere l'unica regola della 
loro condotta ; esse non conoscevano che le pratiche esterne rac- 
comandate dai preti quasi tanto ignoranti quanto eran quelli di 
cui essi regolavano le coscienze. Astretti scrupolosamente ad ob- 
blighi giornalieri da cui non avrebbero mai saputo dipartirsi , 
credevano con tale regolarità congiunta ad alcuni doni falli ai 
monaci ed alle chiese d' essere in diritto di violare nel rimanente 
le leggi del Cristianesimo che comandano la purità de' costumi , 
la buona fede e 1' umanità. Cavalieri macchiati d' ogni spezie di 



'48 DISSERTAZIONE SECONDi 

delitti , lusingavansi d' avere un mezzo sicuro d' espiarli alla prima 
occasione che piresentata loro sì fosse d' andare in pellegrinaggio 
in luoghi santi , o d' intraprendere qualche spedizione contra gli 
infedeli o contra gli eretici. Che se un tale rimedio fosse poi an- 
dato a voto , credevano senza dubbio alcuno di porsi al coperto 
della divina vendetta coli' abbandonar l'elmo sul finir de' loro 
giorni , ed imbacuccarsi nel mantello di qualche ordine mona- 
stico ; anzi spesse volte contentavansi solo d' ordinare , morendo , 
di vestirli dopo l'ultimo respiro di quegli abiti venerabili. Saint- 
Palaye , affine di farci conoscere la forma che la religione presa 
avea nello spirito de' guerrieri d'allora, riporta il seguente fatto 
del prode Stefano Vignoles, detto La-Hire. Andava questi col Conte 
di Dunois , per liberare dall' assedio Montargis, nel 1427,' allor- 
ché trovossi vicino al campo degli Inglesi che assediavano la città , 
trovò un cappellano il quale egli pregò che volesse dargli pron- 
tamente 1' assoluzione j ma il cappellano gli rispose di confessar 
prima i suoi peccati. La-Hire gli replicò che non aveva tempo , 
perchè bisognava scacciar subito il nemico. A tali parole il cap- 
pellano gli trinciò alle corte 1* assoluzione j ed allora La-Hire 
fece la sua orazione a Dio dicendo colle mani giunte; Dio, io 
ti prego di fare in oggi per La Hire quello che tu vorresti che 
La-Hire facesse per te , 5' egli fosse Dio , e che tu fosti La- 
Hire. Egli credeva , aggiugne lo storico , di fare un' ottima pre- 
ghiera. 

Ma la confessione del celebre La-Hìre non è che una lenuis- 
sima prova dell'ignoranza e superstizione religiosa di que' tempi 
in confronto degli infiniti esempi riportati dagli storici, che ci 
descrissero le triste conseguenze dello spirito religioso ed avven- 
turiere che signoreggiava in quell' epoca , spirito che conduceva i 
nostri prodi a sterminare in nome di Dìo non solo gli Africani e 
gli Asiatici , ma i Cristiani ancora che dissentivano in qualche 
punto di loro dottrina , e ne strascinava altri in remote peregri- 
nazioni, e altri col bordone in mano e colla croce sul petto cac- 
ciava nella Palestina in cerca d' indulgenze pei loro passali e no- 
velli amoreggiamenti. Peirols d'Alvernia che militava nelle cro- 
ciale (1) mal pago della piega , che preso aveano gli affari , escla- 

{\) V. Crescimbeni , Tom. 11. pag. 2o3, e Millut, tom. I. pag. Saa. 



sull'origine de' cavalieri ec. i49 

ma, Signore Iddio, se voi mi daste orecchio, voi vedreste me- 
glio , a cui si convenga dare gli imperj, i reami, le castella e le 
torri, ce Austau d'Orlach (i), disperato per la morte del buoa 
Re San Luigi , maledice le crociate e '1 clero promotore di quel-" 
la sacra guerra , e vorrebbe che i Cristiani si facessero Maomet- 
tani , poiché Dio sta per quegli Infedeli. Peguilaia propone ad 
Elia cotale quistione a sciogliere ; la sua donna gli concede di 
passare una notte con lei , si veramente eh' egli faccia solo quel- 
lo ch'ella vorrà; egli lo giura, e si crede in dovere di mante- 
nere il suo giuramento. Io per me preferirei di violarlo » risponde 
Elia , e ne andrei assoluto col recarmi ad implorare dei perdoni 
nella Siria (2). E questo un lampo , che dà a divedere quanta 
fede si avesse nell'efficacia delle peregrinazioni io Terra-Santa , 
delle indulgenze , dei perdoni e dì tutié le superstizioni di simil 
fatto. Taluni allorché si sentono liberi dal loro affetto per una 
donna maritata , si danno a credere di non poterla abbandonare, 
se non si fanno sciogliere dal loro giuramento di un prete , il 
quale viene seriamente a dispensari) dall'adulterio (3). Tali altri 
maltrattati dalle loro donne, a gratificarsele, fanno celebrar mes- 
se, ardere candele e lampade (4). Pietro Cardinale tiene una di- 
fesa apparecchiata nel caso che Iddio lo volesse dannare (5); ei 
gli dirà , che ha gran torto di perdere ciò che può guadagnare , 
e di non riempiere il Paradiso piii che può ; proverà a Dio con 
solidi argomenti , che non deve dannarlo pei peccati , che non 
avrebbe commessi, se non lo avesse creato: ma prega la Santa 
Vergine d'impetrare, che non abbia a venire a cotal punto con 
suo figliuolo. 

Mille esempj noi potremmo addurre dell'abuso che facevasi in 
allora delle cose piià sacre ; la religione non era più rispettata 
dai Cavalieri trovatori nei loro versi , e dagli altri poeti Proven- 
zali , di quel che lo fosse dai monaci nella loro condotta ; ed era 
per essi , anche nei carmi amorosi , siccome ogni altra cosa , un 

(i) Id. tom. II. pag. 43o. 

(2) Ibid. pag. 240. 

(3) Fra gli altri Pietro di Bargiacco , Millot , tom. 7. pag. 122. 

(4) Arnaldo Daniello, in Millot , tom. II. pag. 485. Nostradamo dice assai 
più, cioè che sente sei messe al giorno , pregando Dio che gli faccia acquistare 
la grazia della sua Dama pag. 4<2 

(5) Millot, tom. III. pag. 268. 



l5o DISSERTAZIONE SECONOJl 

subbietto di figure , d' apostrofi e di comparazioni , di cui face- 
vano uso liberamente. 

Questo mescuglio , o per dir meglio , questa confusione delle 
idee religiose e delle immagini dell'amore, è un carattere distin- 
tivo delle poesie de' Trovatori , carattere che prima di essi non 
trovasi in nessuno scrittore d' alcun' altra nazione. Essi servivano 
in egual tempo e a Dio ed alle loro belle , e rimanevan fedeli 
al culto della religione ed a quel dell' amore. Iddio , la Vergine, 
gli Angioli , il Paradiso trovansi mischiati ai loro cauti amorosi, 
perchè nell' amare e nel cantar le loro belle , pensavano di buona 
fede al Paradiso, agli Angioli, alla Vergine, a Dio. « Oh cara 
amica ! esclama Guglielmo di Cabestano , Oh la piij amabile delle 
donne! Posso io sperare d'ottenere da voi qualche premio d'amore 
dopo che di giorno e di notte io supplico ginocchione la Vergine Maria 
d'inspirarvi qualche tenero sentimento per me? " « Dio si stupì 
del certo , così Bernardo di Ventadore , quand' io mi sono deciso 
a separarmi dalla mia bella: sì, Dio dovrebbe sapermene buon 
grado d'averla per lui abbandonata: ei non può ignorare ch'io, 
perdendola, non avrei giammai potuto esser felice, e ch'egli 
stesso non avrebbe saputo recarmi veruna consolazione ». « Io 
amo una Dama , cosi il Visconte di Sant-Antonino , col più tene- 
ro e sviscerato amore j i miei più ardenti voti sono diretti a lei 
sola i e se mi si presentasse improvvisamente la morte , io non 
pregherei tanto Dio d'accogliermi nel suo Paradiso , quanto d'ac- 
cordarmi la grazia e l' occasione di passare una notte intera fra 
le sue braccia ». « Ella è sì saggia e si pura , dice Bonifazio 
Calvi , in tutte le sue azioni e in tutti i suoi discorsi che io cre- 
derei offenderla pregando Dio di riceverla nel suo santo Paradiso. 
Ah! se io sospiro, se io gemo, non è già ch'io tema che Dio 
non le abbia accordato il riposo della gloriosa felicità : io son 
d' avviso che senza di essa mancherebbe allo stesso Paradiso una 
certa qual perfezione di grazie ; e perciò io mi assicuro che Dio 
1' ha collocata nel mezzo della sua gloria } ed io non piango se 
non che per essere separato dalla medesima (i) » 

Tanta ignoranza e superstizione fu ben anche la cagione , sic- 
come vedremo in appresso , che gli autori del Buovo d' Antona, 

(i) V. Rayuouard , Choix Jes Poesia da Troubadours etc Tom. II. 



SULL* ORIGINE DE* CAVALIERI ec. I 5 I 

dell' Ancroja , della Spagna, del Morgante ec. dessero comin- 
ciamenlo e termine quasi a tutti i loro canti con sante preghiere 
nei luoghi meno opportuni a quelle pie invocazioni , e mescolas- 
sero per tal modo ingenuamente il sacro col profano , e la Bibbia, 
i Salmi e le preghiere della Chiesa con racconti stravaganti e 
talvolta osceni. Ma proseguiamo la storia della Cavalleria. 

Se il Cristianesimo era dunque un ammasso deplorabile dì 
superstizioni , e come mai potremmo noi formarci un' idea più 
vantaggiosa della pretesa innocenza degli intertenimenti de' Cava- 
lieri colle Dame e colle Damigelle , delle loro conversazioni ; 
de* continui racconti che alle medesime faceano delle loro pro- 
dezze in guerra, e ne' tornei ? Benché ordinariamente esse entras- 
sero a parte con loro ne' divertimenti della caccia , chi credere 
sì di leggieri eh' elleno ascoltassero sempre con egual piacere i 
discorsi di falconeria e di venagione , con cui essi le tenevano a 
bada, e ne'qu»li trattavano della natura degli uccelli, della loro 
qualità e proprietà , del modo di allevarli e di curarli nelle loro 
malattie? Il merito più grande di un Cavaliere consisteva in 
que' tempi nel mostrarsi valoroso, allegro, gentile ed amoroso; 
e quando si dicea di lui che sapeva parlare d' uccelli , di cani , 
d'armi e d'amore, quando erasi fatto tale elogio del suo spirito 
e de' suoi talenti, non poteasl aggiugnere nulla di più. 

Non si parlava d'amore, senza defluire l'essenza ed il carat- 
tere del perfetto e vero amore ; ed essi si perdevano in un labe- 
rlnto di questioni speculative sulle situazioni più disperate o più 
deliziose di un cuore tenero e sincero, sulle qualità più amabili 
o più spiacevoli di una bella. Le false sottigliezze, che venivano 
da ciascuno impiegate onde difendere la sua tesi , erano sostenute 
ora da declamazioni indecenti centra le Dame , ora da ampollose 
frasi cento volte ripetute in onore delle medesime. Un giudice 
della contesa era una carica corrispondente a quella che chiama- 
vasi Principe d^ amore o Principe di Puj nelle Corti d^ amore, 
giurisdizione stabilita in alcuni luoghi per giudicare di tali impor- 
tanti materie (i): questo giudice pronunziava sentenze quasi sem- 
pre equivoche , oscure e spesse volte enigmatiche j alle quali le 

(i) Queste Corti d' amore qui appena ;icceDtiate , e intorno alle quali pochi 
o quasi nessuno scrittore si occupò di proposito formeranno l' argomento della 
seguente Dissertazione. 



l52 DISSERTAZIONE SEC0I7DÀ 

parti si sottomettevano con rispettosa docilità. Questi amanti del- 
1 età d'oro della galanteria, che sembravano aver attinte le idee 
e le definizioni dell'amore più nella scuola degli Scotisti che in 
Platone ; questi entusiasti vantavansi di non amare che le virttt , 
i talenti e le grazie delle loro Dame, di trovarvi l'unica sorgente 
della loro felicità, e di non aspirare che a mantenere, esaltare e pub- 
blicare in ogni luogo la riputazione e la gloria ch'elleno eransi acqui- 
state. Prodighi sempre di esagerate lodi non avrebbero essi mai 
dichiarato che una Dama potesse essere piìi bella di colei a cui 
prestavano la loro servitù. Essi pubblicavano per ogni dove che le 
loro Dame erano le più belle che fossero al mondo , ed obbliga- 
vano quelli che ne dubitavano a confessarlo od a perdere la 
vita (i). Furonvi ben anche alcuni che vantavansi di sentire la 
più violenta passione delle Dame di gran fama , e senza averle 
giammai vedute. Nella sola espressione de' timori , delle sp eranze 
e di tutti i sentimenti, di cui erano agitati i loro spiriti, consi- 
stevano tutte le particolarità de' loro sempre puerili racconti. 
Questa metafisica d' amore , questo vasto campo in cui si eserci- 
tavano i più begli ingegni che brillavano fra i rispettosi servi 
delle Dame , non avea però bandite dalle loro conversazioni le 
immagini, le allusioni ed i freddi od osceni equivoci, che sono 
le produzioni ordinarie degli spiriti rozzi e licenziosi. L' indecen- 
za giunse a punto tale d'essere posta in iscritto, e specialmente 
nelle poesie di quel tempo, in cui gli uomini più qualificati si 
esercitavano nella pìacevol' arte di comporre rime e versi. 

E siccome non ci avea che un solo passo dalla superstizione 
de* nostri devoti Cavalieri alla irreligione, cosi non ci era che un 



(i) Ci raccontano i romau 2ieri che tale pazzia avesse principio nella Corte 
d' Arturo Re d' Inghilterra , il quale riceveva con somma gentilezza e bontà i 
Cavalieri del suo regno e quelli dei paesi stranieri , dopo che eransi acquistata 
colle loro disfide la riputazione di prodi e di galanti Cavalieri. Laucilollo es- 
sendo arrivato alla Corte di quel Principe s' innamorò della Regina Ginevra , e 
dichiarossi suo Cavaliere ; egli viaggiò per tutta l' isola , diede varj combatti- 
menti , da' quali n' esci sempre vittorioso , ed essendo divenuto famoso colle sue 
guerresche imprese , celebrò la bellezza della sua innamorata , e la fece conoscere 
per una beltà infinitamente superiore a tulte le altre della terra. Dall' altro 
canto Tristano innamoralo della Regina Isotta divulgò parimente la bellezza e 
le grazie della sua Dama con una disfida a tutti coloro che ricusassero di rico- 
noscerla per t«le. 



sull'origine de' cavalieri ec. i53 

passo dal loro fanatismo in amore ai più grandi eccessi del liber- 
tinaggio. Essi chieder solcano alle belle di cui erano schiavi , o 
per meglio dire, idolatri, la bocca e le mani (termini tratti 
dalla cerimonia degli omaggi ); cioè l'onore d'avere da esse, come 
in feudo, la loro esistenza; ma non c'inganneremo dicendo che 
spesse volte essi furono poco fedeli alle catene che avevano prese. 
Non si videro giammai costumi tanto corrotti quanto al tempo dei 
nostri Cavalieri, né mai fu tanto universale la dissolutezza, quanto 
quella di cui ne abbiamo già riportati alcuni eserapj. 

Guardiamoci dal prestar fede agli elogi che suol dare un se- 
colo all'altro che lo ha preceduto. L'amore antico si tenero, si 
costante , si puro e si vantato , che cotanto si loda ne' nostri pre- 
decessori , fu il modello che i censori proposero in tulle le eth 
a' lor contemporanei : due o tre cento anni prima di Marci si de- 
siderava e quasi colle medesime sue parole la maniera jd' amare 
che regnava ne^ bei tempi dell' antichità. 

Un altro piti grave inconveniente della Cavalleria fu la man- 
canza di rispetto all'autorità reale e di attaccamento alla sua pa- 
tria. Leggesi nella storia che un gran numero di signori fiancheg- 
giati e sostenuti da'loro vassalli , Cavalieri , scudieri e forse anche 
fratelli d' armi , si resero quasi indipendenti e qualche volta ri- 
belli. 

Essi, in balia de' loro capricci e delle loro passioni, spinti e 
guidati da un reo interesse vendettero i loro servigi ai nemici 
dello Stato. Gli abusi della Cavalleria non erano meno perniciosi 
né meno ingiusti ed Iniqui nel rimanente dello Stato politico. I 
Cavalieri che ne' loro feudi erano stati , per cosi dire , gli arbitri 
della giustizia e della guerra , abbandonarono verso i tempi di 
Filippo il Bello l'amministrazione della giustizia , onde occuparsi 
interamente nell' esercizio delle armi si nelle guerre che ne' tor- 
nei. Questo militare spettacolo quasi sempre proibito dai Papi , 
perchè vi si spargeva ben anche il sangue , vietato sovente dai 
Re a motivo delle enormi spese che vi si faceano , e del numero 
eccessivo de' Cavalieri che vi si creavano, rovinarono una gran 
parte di que' Nobili cui risparmiati aveano le crociate e le altre 
guerre. Essi degradarono sovente la Cavalleria facendola servir di 
premio alla destrezza , alla forza , agli intrighi , alla opulenza più 
che al coraggio ed alla virtù. Si falli Cavalieri , padroni assoluti , 



l54 DISSERTAZIONE SECOKDÌ 

in certa maniera della fortuna degli armigeri ai quali comanda- 
vano , li facevano servire alla loro vendetta nelle personali loro 
contese, ricompensandoli per tali servigi colla libertà che ad essi 
davano , di commettere a loro capriccio eguali violenze. Incapaci 
di riposo , cercavano nemici da abbattere ne'loro vicini e ne'loro 
concittadini, allorché era interrotta o terminata la guerra , eser- 
citando gli udì contra gli altri perpetue estorsioni ed assassinj , 
de' quali essi erano alternativamente le vittime, intanto che il po- 
polo veniva sacrificato alla loro avidità ed al loro furore. Le per- 
sone nelle cui mani i Cavalieri avevano abbandonata l'amministra- 
zione della giustizia , non potevano difenderla contra i trasgres- 
sori che non conoscevano altra ragione fuor che quella della forza ; 
e che nel mezzo delle turbolenze e delle guerre essendo reputati 
necessari, vivean , diremo quasi, sicuri dell'impunità. I Cavalieri, 
il cui numero era già grande per le frequenti promozioni che 
facevansi ne' tornei, crebbero all'infinito in quelle funeste guer- 
re ; ed il popolo che vedea ogni giorno aumentare il numero dei 
suol tiranni in quelle stesse persone che dovean essere suoi difen- 
sori e suoi giudici , si trovò qualche volta in necessità d' armarsi 
contro de' medesimi. 

Quanto più i Cavalieri perdevano la loro importanza , tanto 
più si sforzavano di riacquistarla usando con ogni violenza di 
quella autorità che stava per isfuggire dalle loro mani ^ e quanto 
più dlmostravansi gelosi del loro grado di cui erano indegni , 
tanto più esercitavano da conquistatori quello stesso potere, di cui 
i primi autori della Cavalleria non avevano usato se non che nella 
qualità di protettori e di benefattori. Malgrado però di tanti di- 
sordini, la Cavalleria si sosteneva sul favore di un'antica riputa- 
zione fondata sulla saviezza delle sue leggi e sulla gloria di al- 
cuni suol eroi; e forse in mezzo a tanti abusi che sembravano 
trascinarla alla sua distruzione , essa sarebbe durata lungo tempo 
ancora , se altre cagioni non ne avessero alla fine prodotto il suo 
discredito e la sua caduta. 

La Francia ebbe molti Re che furono ad un tempo veri mo- 
delli e protettori della Cavalleria , ma fra questi i più capaci , a 
nostro avviso, di farla fiorire furono Carlo VL, Carlo VIL e 
Francesco I. Eppure chi lo crederebbe ? Sotto questi tre regni 
che dovevano essere si favorevoli alla Cavalleria , questa dovette 



sull'origihb de' cavalieri ec. à55 

soltoporsi ad alcuni cangiamenti che accelerarono finalmente la sua 
rovina. Le divisioni avvenute fra i Principi del sangue reale, du- 
rante la malattia di Carlo VI. cagionarono in tutte le parti del 
governo un'infinità di disordini j e quelli che s'introdussero nella 
Cavalleria non furono i meno perniciosi. Que' Principi risguarda- 
vano l'autorità quasi sovrana che passava sovente nelle loro mani 
e che se la strappavano a vicenda , come un istromento atto a 
servire alla loro ambizione , alla loro cupidigia ed all' odio scam- 
bievole da cui erano divorati. Se lo sgraziato Monarca in qualche 
lucido intervallo riprendeva da essi V assoluto potere di cui si 
erano impadroniti, l'affidava poi ai suoi favoriti che non ne fa- 
cevano un uso migliore. 1 capi di que' diversi partiti innalzati 
alternativamente gli uni sulle rovine degli altri, credettero di non 
poter sostenersi che col soccorso della Cavalleria j e senza pen- 
sare che la forza dello Stato consisteva nella buona instiluzioae 
di quell'ordine e non nella moltitudine de' Cavalieri, cercarono 
di procurarsene un gran numero colle frequenti promozioni fatte 
senza discernimento. Più non richledevasi ne' candidati la forza e 
r esperienza , e si prodigalizzava la Cavalleria a de' giovanetti , 
senza punto aver mente né alla loro probità né a' loro costumi; e 
quindi essa essendo cotanto moltiplicata e profanata , dovea per 
necessità cadere in discredito e quasi nell'avvilimento. Nulladimeno 
essa venne sostenuta sull'orlo del suo precipizio dagli sforzi di 
Carlo VII. cui non rimanevan più altri mezzi per conservare la 
corona fuor che la Cavalleria, ed una sua bella in cui allignavano 
ancora i sentimenti di gloria che la Cavalleria avea anticamente 
inspirati alle Dame. Le frequenti promozioni eh' egli fece , servi- 
rono ad incoraggiare e ricompensare il valore de'suoi sudditi nelle 
continue occasioni che la guerra gli somministrava. 

Per quanto potente fosse il soccorso de' Cavalieri per soste- 
nere il trono vacillante di Carlo VII., questi giudicò d'accrescere 
le forze del suo Stato instituendo , o come altri vogliono, risto- 
rando un nuovo corpo di milizia noto sotto il nome di Gendar' 
merla. Il fervore fu sempre il carattere dei nuovi stabilimenti , 
essendo questo l' unico mezzo che in essi vedesi atto ad egua- 
gliare quelli che coi loro antichi servigi si sono acquistata una 
certa superiorità. Carlo VII. erasi forse proposto colla detta insti- 
tuzione d'accrescere l'emulazione de'suoi Cavalieri j ei vide escire 



l56 DISSERTAZIONE SECONDA. 

dal seno di quelle compagnie guerrieri più docili e più subordi- 
nati che i loro rivali , capaci di gareggiare , anzi di rapire un 
giorno alla Cavalleria quella gloria di cui era stata fin allora in 
possesso. Quanto maggior ardore mostrava questa novella leva , 
tanta maggior premura davasi la nobiltà Francese per inscriversi 
ne' suoi registri. Oltre il vantaggio ch'essa trovava in un servizio 
sempre continuato , avea altresì in quelle compagnie un diritto al 
comando delle truppe, in vece che la qualità di Banneretto e 
di Cavaliere , secondo 1' osservazione del Padre Daniel , non ne 
dava più alcuno. Quell' assiduo servizio dovea per necessità ren- 
dere i gendarmi assai più disciplinati ed agguerriti » e più abili 
ed esperimentati i loro capi, e per conseguenza sì gli uni che 
gli altri più utili negli eserciti. Che se non vedeansi qualche volta 
regnare tra siffatti guerrieri quelle virtù e quello spirito che ca- 
ratterizzava r antica Cavalleria , essi ne conservarono almeno 1' e- 
roico valore in tutta la sua purità, né l'hanno giammai perduto 
di vista ; anzi giunsero ben presto a superare , e poscia ad eclis- 
sare i loro competitori col buon ordine, colla disciplina e con una 
continua applicazione al mestiere dell'armi ed agli esercizj mili- 
tari, ch'erano già da lungo tempo trascurati dalla Cavalleria. 

Sembrava che Francesco I. nato fosse per ravvivare nello stato 
militare lo spirito della Cavalleria. Vincitore a Marignano ei volle 
che Baj^rdo l'armasse Cavaliere, dimostrando che coli' abbas- 
sarsi , per così dire , dinanzi ad un suo suddito col riceverne la 
guanciata , egli apprezzasse assai più i titoli dati dal valore che 
quelli ereditati da un'alta nascita. Ma per quanto grande fosse la 
sua stima pel valore , egli giudicò che un gran Re deve parimente 
proteggere ogni spezie di merito ed in qualunque siasi persona. 
Appoggialo a tale principio ei decorò della spada di Cava- 
liere molli uomini celebri per le loro cognizioni nelle leggi, nelle 
scienze e nelle lettere, senza avere considerazione alcuna al grado 
in cui la sorte gli avea fatti nascere. Con sì fatta condotta Fran- 
cesco I. ed il suo emulo Carlo quinto vollero far conoscere alla 
nobiltà, quasi tutta in allora guerriera, ch'essa dovea una parte 
della sua stima ad alcune qualità che , unitamente ai talenti mi- 
litari , concorrono alla felicità ed alla gloria di uno stato. Ma tali 
eserapj . divenuti fors'anche troppo frequenti, non produssero l' ef- 
fetto ch'eglino s' aveano proposto. 



SUtL ORlGl^E DE CAVALIERI GC. 1 57 

I Cavalieri creati pei servigj militari, o discesi dai primi di- 
fensori della patria , am:irono meglio lasciar decadere la dignità 
di Cavaliere che dividerne l'onore con quelli che chiamavansi 
Cavalieri di Leggi, Cavalieri letterati i e che consentire a ri- 
sguardarli come loro eguali. Una sì bizzarra gelosia, solo ispirala 
dall'ignoranza, li portò insensibilmente a trascurare di farsi 
armar Cavalieri in un attacco o sul campo di battaglia , perché 
la Cavalleria era stata conferita a magistrati o a letterati ; né de- 
gnaronsi considerare che i magistrati combattevan continuamente 
centra i più pericolosi nemici dello Stato. Non prevedevano essi 
che i loro successori , benché non avessero per armi che le leggi 
ed il loro proprio coraggio , dovean però un giorno , sotto i re- 
gni di Enrico III. e di Enrico IV. esporre le loro teste agli sforzi 
di una ammutinata plebaglia, ed aiutare l'erede legittimo della 
corona ad ascendere sul trono che si osava di contrastargli. Spetta 
alla nostra nobiltà il dividere fra di sé slessa la comune eredità 
de' nostri antichi Cavalieri ; mentre che una parte era impiegata 
a difendere la nazione colla forza dell'armi , 1' altra doveva ap- 
plicarsi continuamente a far regnare nel civile governo la pace ed 
il buon ordine colla saviezza delle sue sentenze. Se l'una, ad 
imitazione degli antichi Cavalieri sacrificavasi a servire il Re 
ne' suoi eserciti , 1' altra si consacrava a servirlo nelle sue Corti 
di giustizia e ne' suoi Consigli. Dopo Francesco I. non trovansi 
che rarissimi esempj di quelle creazioni di Cavalieri dalle quali 
V antica nobiltà riconosceva tulio il suo splendore : noi non tro- 
viamo quasi più alcun Cavaliere crealo sul campo di battaglia , 
se ecceiluar ne vogliamo il valoroso Montine che ricevette la 
guanciata dal Duca d' Enguien dopo la battaglia seguita a Ceri- 
solles nel i544' 

Il funesto accidente che fece perire Enrico II. (i) nel mezzo 

(i) Enrico II. in occasione di alcune feste per nozze nella sua reale famiglia 
volle fare un toraeameuto , in cui egli stesso col Duca di Guisa , col Duca di 
Nemours e col Principe di Ferrara erano i difendenti. Nel primo giorno egli si 
disimpegnò con grande applauso, siccome fece ancora nel secondo che fu il gior- 
no 3o di giugno del i557; ma la sera volle rompere una lancia col Conte di 
Montgomery 6gliuolo di Monsieur De Lorges , Capitano delle sue guardie , il 
quale era stimato uno de' più forti e de' piìi abili Cavalieri di Francia. Il Conte 
fece tutto il possibile per evitare un tale impegno, e la Regina pregò il Re a 
non volersi esporre a nuovo pericolo. Ma egli saldo persistè nella sua prima iu 
teu'Mone , sicché iu questo loro iucoulru , Moulgomeiy gli ruppe la lancia iu 



l58 DISSERTAZIONE SECONDA 

della sua Corte e sotto gli occhi di tutta una nazione che 1' ado- 
rava , produsse negli spiriti una nuova rivoluzione che fini d'abo- 
lire la Cavalleria. Il colpo mortale ricevuto da quel Principe 
estinse nel cuore dei Francesi 1' ardore eh' essi aveano dimostrato 
fin allora per le giostre e pei tornei : si temeva , alla vista di 
quegli spettacoli, di richiamare l'idea di una disgrazia che avea 
gettata la Francia nella costernazione, e fors'anche di vederne 
altre simili. I tornei , que' mezzi sì potenti ad incoraggiare i Ca- 
valieri , essendo qunsi intieramente cessati , trascinarono colla loro 
caduta quella delia Cavalleria (i). Il valore non essendo più oc- 
cupato negli esercizi de' lorneamenti , né contenuto ne'limiti del 
dovere dalle ssgge leggi dell^ antica Cavalleria, degenerò presto 
in un cieco furore pei duelli : i tornei di piacere e le giostre 
di cortesia convertironsi sgraziatamente in impegni di battaglia , 
e in combattimenti fino all' ultimo sangue , che non andando di- 
sgiunti dalle civili guerre , furono vicini a distruggere la nobiltà. 
Tali furono le sorgenti di tutti i disordini che malgrado della 
saviezza de' suoi regolamenti nacquero nel seno stesso della Ca- 
valleria, e specialmente dall' ignoranza e dalla barbarie in cui 
caddero i Cavalieri dopo di avere abbandonate le gloriose funzioni 
della giustizia. Se essi, che in tutti i preamboli di disfida pe'tor- 
nei non sembravano avere per iscopo che la fuga dell' ozio , si 
fossero occupati a coltivare il loro spirito e la loro ragione , 
avrebbero aperti gli occhi sopra sé medesimi, e si sarebbero per- 
suasi essere cosa tanto nobile e necessaria 1' avvezzare il corpo 
alle fatiche della guerra, quanto l'informare il cuore e lo spirito 
alle virili ed ai doveri verso la società. 

pezzi 6n dappresso alla mano , ed una delle scheggie di rjuella ( avendo il Re 
insistito a dover giostrare colle loro celate alzate ) saltògli con gran violenza 
nell' occhio destro ; di maniera tale che traboccando da cavallo fu preso ed alza- 
to dal Delfino , e da alcune altre persone di qualità. Alcuni dicono eh' egli 
perde tutti i sensi e la facoltà di parlare , e che non si ristabilì mai più; altri 
però affermano , che perdonò ni Conte di Montgomery , e proibì che il medesi- 
mo fosse intorno ad un tal punto esaminato. 1 suoi chirurghi , la seconda volta 
che lo medicarono, ebbero pochissima speranza del di lui ristabilimento , e di 
fatto ai IO di luglio, il Re passò di vita nell'anno 4^ di sua età e i3 del suo 
regno , sommamente compianto da* suoi sudditi. 

(i) Avvertiremo qui di fuga che l'invenzione delle armi a fuoco e la nuova 
maniera di far la guerra , che s' introdusse in tutta 1' Europa , contribuì non 
poco , siccome vedremo in appresso , alla decadenza dell' autica Cavalleria. 



sull' origxme de' cavalieri ec. iSq 

Ma ii loro gusto , siccome vedremo nella seguenle Disserta- 
zione , era coltivato soltanto dalla lettura delle opere de' loro 
Trovatori e Meneslrieri , persone per la maggior parte rozze , 
vagabonde e libertine che trovando nei costumi del loro secolo 
ampia materia alle loro poesie amatorie e licenziose , e nelle im- 
prese cavalleresche bastanti argomenti per adularli , andavano 
contìnuamente errando da città in città , da castello in castello , 
trovando così nelle costumanze del reggimento feudale mezzi da 
vivere negli agi e in grande onore , senza punto darsi la briga 
d' attignere alle pure fonti dell' antichità i principi ragionati del 
vero gusto e della buona morale. Se i nostri Cavalieri fossero 
stati instrutti da migliori maestri , e formati sopra modelli meno 
imperfetti , avrebbero senza dubbio appreso che ciò che rende 
un'opera degna veramente della stima delle persone colte e probe 
non è già qualche lampo di genio gettato alla ventura , ma la 
giustezza delle idee e 1' armonia del tutto colle sue parti. Avreb- 
bero poi potuto in appresso applicar facilmente alla morale que- 
sta regola costante ed universale ', avrebbero conosciuto che la 
pratica scrupolosa di alcuni doveri , ed alcune virtuose azioni 
portate al più alto grado, ma accompagnale da delitti e da scan- 
dali producono un insieme mostruoso; e che non ci ha solida 
virtù che nella pratica uniforme e costante di tutti i doveri della 
religione, della morale e dello stato che si è abbracciato; e si 
sarebbero alla fine convinti che con una vita innocente, od esente 
almeno da delitti, si può soltanto meritare il titolo d'uomo vir- 
tuoso e di vero Cavaliere. 



i6o 

DISSERTAZIONE TERZA 

DELLE CORTI D'AMORE 



autori che ne parlarono: esistenza-composizione delle medesi- 
mef ormale che vi furono stabilite-materie che vi si trat- 
tavano ec. ec. 



Oi strella è la relazione che ci ha Ira l' ìnstituzione della Ca- 
'valleria e le Corti d' amore, che noi crederemmo di non aver 
data che un'inìperfetta cognizione della medesima, se non pre- 
sentassimo in questa nuova dissertazione tutto quello che 'racco- 
glier da noi si poteva intorno a questi tribunali d' amore , onde 
giugnere a rischiarare un punto sì importante della storia de' co- 
stumi , delle usanze e dello spirito dominante dì que' secoli. Noi 
abbiamo di già veduto tutto ciò che spetta all'istituzione del 
Cavaliere , di già parlato abbiamo dei combattimenti e delle stra- 
ne avventure degli erranti Paladini; ed ora non ci rimane che 
di osservare più davvicino ciò che constituiva l'amabilità e la 
galanteria de' Cavalieri , e conóscere con maggiore evidenza i te- 
neri ed affettuosi sentimenti di quegli amanti sviscerati e timidi; 
i fervidi voti, i timori, la sommissione, le speranze e le ricom- 
pense d' amore ; le espressioni di una tenerezza viva , costante 
e sovente ingegnosa , di una franchezza delicata , di una rasse- 
gnazione commovente , e tutto quello finalmente che costituisce 
e distingue il carattere della passione cavalleresca di quell'epoca. 
Noi la troveremo vivamente espressa nelle Corti d' amore , in 
qua' tribunali piìi severi che terribili , in cui la bellezza eserci- 
tando un potere ch'era ad essa attribuito dalla cortesia e dall'opi- 
nione, profferiva sentenza suU' infedeltà od incostanza degli aman- 
ti, sui rigori o sui capricci delle loro belle, e con un' influenza 
tanto dolce quanto irresistibile , affinava ed annobiliva a vantaggio 
dell' incivilimento , de' costumi , dell' entusiasmo cavalleresco 
queir impetuoso e itinere seutimeuto che la natura couces&e 



DELLE COATI d' AMORE ]6l 

air uomo per la sua felicità , ma che fatalmente suol essere il 
tormento della sua gioventù , e spesse volte ancora la sventura 
dell' intiero corso di sua vita. 

Prima però d' inoltrare il passo iu siffatta materia, necessario 
ci sembra il conoscere quali ne siano le fonti , e quale autorità 
meritar possano gli scrittori d'onde desumere dobbiamo le prove 
dell' esistenza di sì bizzarra ìnstituzione. 

Pare che non ci sia alcun dubbio che le Corti d* amore deb- 
bano la loro origine agli amorosi componimenti de' Trovatori ed 
alla moltitudine indicibile delle romanzesche avventure che nel 
secolo XI. e ne* seguenti essi produssero e in prosa e In versi, e 
che sparse trovansi per ogni dove nelle vite che di questi poeti 
ci lasciarono gli storici della Provenzale letteratura. Essendo 
queste vite quasi l'unica sorgente di tutte le notizie che neces- 
sarie ci sono a trattare sì fatto argomento , ci gioverà a nostro 
avviso il far precedere qualche contezza degli scrittori delle me- 
desime , conoscere verisimilmente I' epoca in cui ebbe comincia- 
mento la poesia Provenzale , e sapere finalmente in qual ^conto 
debbansi tenere i racconti the vi si contengono. 

Fra i primi compilatori delle vite de' poeti Provenzali anno- 
verasi un buon religioso conosciuto sotto il nome di Monge o 
Monaco dell' isole d'oro ossia dell'isole d'Jeres , che fioriva verso 
la fine del XIV. secolo, e eh' era dell'amica e nobile famiglia 
Genovese dei Cibo. Messo a presedere ad una libreria , vi rin- 
venne un singolare manoscritto contenente una collezione che 
Alfonso II. Re d'Aragona e conte di Provenza, morto nel 1:96, 
avea fatta compilare da un altro Monaco chiamato Ermentere. 
L' amore di quel Re trovatore per la Poesia avea fatto unire nella 
seconda parte di quel libro le scritture dei migliori poeti Pro. 
venzall , con un compendio della loro vita. Il Monaco dell' isole 
d* Oro che sapeva scrivere , disegnare e colorire con gran magi- 
stero , si diede ad abbellire con tutti i pregi dell' arte sua le 
poesie e le vite dei detti poeti , che trovate avea nella collezione 
di Ermentere , ed a purgarne il testo. Ne mandò una copia a 
Luigi II. padre del celebre Renato, Re di Napoli, di Sicilia, 
e Conte di Provenza ; la Corte Provenzale fu presa da maravi- 
glia a cotale opera, e parecchi gentiluomini ottennero di farla 
copiare nella medesima forma e coi medesimi fregi. È verisi- 

Romanzi di Cavali, Voi. L 1 1 



l62 DISSEr.TAZlONE TERZ4 

mile che le copie eleganti che poi si diffussero in Napoli , in 
Sicilia e nel rimanente dell' Italia sieno le stesse che si fecero 
sul modello di quella del Monaco dell' isole d'Oro. Crescimbenì 
avvisa (i) che la copia trovata nella biblioteca Vaticana sotto il 
N." 32o4 , sia lo stesso originale scritto da quel Monaco. 

Un religioso del nionistero di S. Pietro di Montemaggiore 
d' Arli soprannominato il Jlagello de poeti Provenzali ne com- 
pilò egli pure le vite. Ma questo Monaco di Montemaggiore, cosi 
il Nostradarao (2), si è dilettato di maltrattare tutti i poeti buoni 
e famosi, e per lo contrario innalzare fino al cielo gl'ignoranti, 
parlare assai bene di quelli de' quali correva malvagia opinione : 
egli però s' industriava di cosi scrivere credendo d'acquistar lode. 
Un altro religioso del detto monistei-o , appellato Ugo di Sance 
sario , avendo acquistato una copia delle opere raccolte dai sud- 
detti due scrittori e trovatele grandemente difettose in molte 
parli, le corresse ottimamente, per quanto dicesi, e le indirizzò 
a Renato figlio del suddetto Luigi IL, nel qual tempo egli fio 
riva che fu 1' anno i435. Le quali »^ile il Re Renato fece tra- 
scrivere d'eccellente carattere ed accrescerne il volume con molle 
altre eh' aveva egli medesimo fatte raccogliere , le quali però , 
siccome afferma il Crescìmbeni, non sono per anco giunte a no- 
stra vista. Dell' autorità di questo Monaco si valse il Tassoni in 
più luoghi (3). 

Trovansi pure annoverati fra i compilatori delle vite de* Tro- 
vatori due religiosi del monistero di S. Vettore di Marsiglia, un 
Ilario ed un Rostagno di Brignola , ed altri ancora di minore 
importanza; ma il migliore di tutti, benché tutti di poca fede, 
fu ognora tenuto il Nostradamo che degli altri si valse, e che 
avrebbe potuto confrontare e scegliere le loro notizie con maggior 
discernimento , se avesse avuto miglior critica. Questo Giovanni 
Nostradamo fu Procuratore nel Parlamento di Provenza , fratello 
del celebre medico ed astrologo Michele Nostradamo , zio di 
Cesare Nostradamo , autore di una Storia di Provenza , nella 
quale rifuse tutto quello che esso zio aveva inserito nelle fite 

(1) Vite de' poeti Provenzali , voi. II. Nota 2 pag. 162 della Star- f'ol^- 
Poesìa. 

(■ì) Vita di Us^o di Lohricvi XXII. 

(3) Consid. Petr. a cait. 3o4 , 3o7 e altrove. 



DELLE CORTI d' AMORE GC, l63 

dei poeti Provenzali. Giovanni le scrisse in Francese, e le pub- 
blicò in Lione nel iSyS in piccolo 8." il secondo anno del regno 
di Enrico III. Neil' anno medesimo venne pure stampata in Lione 
presso d' Alessandro Marsilj la traduzione in lingua Italiana dì 
un certo Giovanni Giudici ; la quale essendo male scritta e scor- 
retta , stimò r erudito ed infaticabile Giovanni Mario Grescirabe- 
ni doverla rifare. Con questa nuova traduzione pubblicò egli ben 
ancbe le notizie di que' poeti, de'quall non aveva il Nostradamo 
parlato, cavate da' manoscritti della Vaticana e di altre bibliote- 
che ; e tal catalogo fu anche nell' ultima edizione di Venezia 
del i|73o notabilmente accresciuto di molte cognizioni ricavate 
dalla Tavola de' Poeti Provenzali dell' Età d' Oro pubblicata 
da Antonio Basterò nel volume primo della sua Crusca Proven- 
zale stampato in Roma nel 1724 i"^ f-" Dopo tante fatiche ben 
poco rimaneva al Quadrio da aggiugnere di nuovo intorno a que- 
sti Trovatori : egli ha per tanto compendiate nella sua Storia e 
ragione d'ogni poesia (i) le vite de'medeslmi poeti, scegliendone 
le azioni o memorie più curiose, anteponendo agli altri storici ciò 
che ne ha scritto il Nostradamo, come meno indegno di fede , 
quando altrimenti non ha potuto venire in cognizione del vero. 

In Francia , dopo il sedicesimo secolo , ninno piìi davasi 
pensiero dei Trovatori ; quando l'erudito Sainte-Pelage ne fece 
nel secolo passato 1' oggetto continuo delle sue investigazioni , 
de' suoi viaggi , delle sue fatiche. Tutto quello che rimaneva di 
essi , sparso nelle biblioteche di Francia e d' Italia , fu adunato 
in immense collezioni , illustrato con note , con dissertazioni sul 
loro idioma , con glossar) , tavole ragionate , e vite dei poeti 
Provenzali. Ma il tutto era sepolto in venticinque volumi in foglio 
di manoscritti che non avevano mai veduto la luce. Le sole scrit- 
ture Provenzali colle lore varianti empiono quindici volumi; otto 
altri contengono estratti , traduzioni ec. L' Abate Millot si è ren- 
duto benemerito verso le lettere col pubblicarne un estratto ; la 
sua Storia Letteraria de' Trovatori stampata in Parigi nel 1774 
in tre volumi in i3.° , comechè assai imperfetta, può nulladimeno 
dare un' idea di quella singolare letteratura. 

Colali sussidj non basterebbero a chi avesse in animo di dare 
una storia compiuta dei Trovatori ,• e sarebbegli d'uppo ingolfarsi 

(1) Voi. 11. Lib. 1. Diss. l cap. VII. 



1 64 DISSERTAZiOBÈ TERZA 

di nuovo nei codici origiiiali , e nella voluminosa collezione di 
Sainie-Pelage. Ma per lo scopo nostro, cioè per far conoscere le 
fonti che ci somministrano le notizie necessarie a provare l'esisten- 
za delle Corti (V amore , non che il modo con cui si componevano 
e le materie che vi si trattavano, basta , a nostro avviso l'avere 
sott' occhio le f^ite di Nostradamo , la traduzione o piuttosto le 
eruditissime note ed aggiunte del Crescimbeni e del Quadrio , e 
la più recente storia dell' Abate Millot. 

Ma e non ci furon già altri scrittori che approQttando dei 
suddetti materiali , raccogliessero tutte quelle notizie che valgono 
ad illustrare un si fatto argomento ? Non mancarono a dir vero 
alcuni che vi si accinsero , ma con qual successo il facessero noi 
passeremo ad esaminarlo. 

Il presidente Bolland aveva pubblicato nel '787 una disser- 
tazione intitolata; Ricerche òulle corti di' amore ec. in essa però 
nulla trovasi di preciso né sull' antica esistenza e composizione di 
que' tribunali , né sulle formole che vi si osservavano , né sulle 
materie che vi si trattavano. Saìnl-Palaye che fece bellissime os- 
servazioni sulle usanze, sul costumi del medio evo, che compose 
molte Memorie sulV antica Cavalleria, non ci lasciò sulle Corti 
d'amore che quelle sterili notizie già da noi riportate nella dis- 
sert=izione Sull'origine della Crti^a/Zena. L'abate Millot nella sua 
Storia letteraria de* Trovatori non rispettò le tradizioni, le quali 
attestano che i Francesi furono per lungo tempo soggetti alla giu- 
risdizione delle grafie e della bellezza. Sismondl nella sua Storia 
della Letteratura dell' Europa meridionale , e Gingueoé nella 
saa Storia della Letteratura Italiana hanno radunato sulle Corti 
d^ amore alcune nozioni che trovavansi sparse qua e là nelle opere 
di autori Francesi; ma a si dotti scrittori mancarono generalmente 
que' mezzi di cui ha potuto approfittare il signor d'Aréiin, bi- 
bliotecario in Monaco (i). Cosi il signor Raynouard Memoro del- 
l' Istituto Reale di Francia (2) si espresse nel suo articolo sulle 

(1) M. d'Arètin avea conosciuta l'opera di Andrea Cappellano, della quale 
siamo per parlare; e se n'era servito nella sua dissertazione intitolata : y^«5j/7ru- 
che r/er JHinne^erichie aus alien Handsohrijlen heraitsgegeben und mit einer 
historischeii Abhandlung uber die Minnc^ei ichle des Miilelalterr begleileC von 
ChriAoiiìi Frejherrn von Arelin , Miincheu , j8o3. 

(2) Choit des poesia orit^inales dcs Troubadoiirs, Paris, Didot, 1817 etc 
tol V 1. in 8.0 



DELLE CORTI d'aMORE EC. i65 

Corti d' amore (i), aggiiignendo che trovato anch' egli sarebbesl 
nella spiacevole necessità di non poter presentare che deboli con- 
getture su questo importante punto di storia, se nell'opera del 
maestro Andrea Cappellano della Real Corte di Francia, opera tra- 
scurata o dimenticata dai precedenti scrittori , rinvenute non si 
fossero evidenti prove dell'esistenza delle Corti d' amore durante 
il secolo XII., cioè dall'anno ii5o al 1200. 

Ci sia lecito però, a fine di non essere tacciati d' ingratitudine 
verso i nostri Italiani , di fare qui alcune osservazioni su quanto 
asserì gratuitamente e con tanta franchezza il signor Raynouard, 
onde farci credere di aver lui quasi pel primo dissotterrata un'o- 
pera di tanta importanza sopra siffatto argomento, e di aver anche 
saputo pel primo approfittare di quanto ci lasciò scritto Maestro 
Andrea per spargere tanta luce sulla materia che siamo per trat- 
tare. E in primo luogo domanderemo al signor Raynouard, per- 
chè fra i suddetti scrittori annoverati non abbia Giovanni Mario 
Crescimbeni e Saverio Quadrio, cui e dagli Italiani e dagli stra- 
nieri grandissima obbligazione aver si debbe per aver essi colle 
loro storie della Volpar Poesia aperta la via a rinvergare tante 
pellegrine cognizioni su questo argomento, le quali o non avevano 
ancora veduta la luce, od appena veduta erano state ricoperte 
dall'oblivione? Quante utilissime notizie non ci porgono questi 
infaticabili storici sulle Corti cV amore a preferenza ben anche dei 
suddetti scrittori che non seppero o non vollero approfittarne? Noi 
di già accennate abbiamo le tante eruditissime note delle quali 
il Crescimbeni arricchì la sua traduzione Italiana delle Vile dei 
poeti Provenzali di Nostradamo, e la giunta da lui fatta delle 
vite di molti altri Trovatori , ridondanti d' importanti notizie che 
in parte somministrate gli furono dal dotto Anton Maria Salvini, 
e da altri celebri letterati del suo tempo. E chi ignorar può le 
correzioni e le nuove ricerche aggiunte all'opera del Crescimbeni 
dal dotto Quadrio , che non poche volte parlò delle Corti d' a- 
more, e spezialmente nel volume secondo ove trattò degli Ero- 
tici componimenti de' Provenzali ? 

Falsa è poi l'asserzione del peraltro erudito Raynouard che 
r opera, cioè, del Maestro Andrea sia stata negletta o dimenticata 

(i) Des Cours d'amour. Op. cit. Tona. II. pag. 79. e seg. 



Ì66 DISSERTAZIONE TERZA. 

dai precedenti scrittori, poiché egli stesso si contradice poi in una 
annotazione ove fa parola della traduzione Italiana del trattato 
d' Andrea , siccome cosa già nota al Cresclmbeni j ed il signor 
Raynouard non dovea pure ignorare che questo nostro diligentis- 
simo storico della Poesia volgare, non solo avea consultato, o per 
dir meglio , per lui il dottissimo Salvini consultato avea l' antico 
codice a penna del suddetto trattato d'Andrea intitolato Libro 
d' amore , a fine di provare 1' esistenza delle Corti d' amore ; e 
che riportalo ben anche avea alcune sentenze od arresti delle 
dette corti , le quali dallo stesso Raynouard furono poi riferite 
nella sua lingua onde dare un saggio delle materie che in quelle 
Corti venivano discusse. « Degli Arresti della Corte d' amore , 
cosi il Crescimbeni (ij n' ha fatto un libro un Marziale d' AI- 
vernia in sua lingua: ed è stampato colle annotazioni di Curzio 
Legista^ e molle altre cose circa ciò si leggono in un codice, anti- 
co a penna che ora è in potere di Niccolò Barglacchi Fiorentino, 
studiosissimo d'ogni più rara erudizione e particolarmenie degli 
antichi libri sì Provenzali come Toscani, il qual codice che 
è intitolato: Libro d* amore, l'ha veduto per noi il dottissimo 
Abate Anton Maria Salvinì ; ed è questo appunto che vien citato 
dal Vocabolario della nostra Accademia della Crusca, e ap- 
parisce scritto per mano di Michele Arrigucci a di io di dicem- 
bre l'anno i4o8, dal quale ho cavato alcune sentenze o arresti; 
le quali per soddisfazione de' lettori qui trascriviamo colle stesse 
sue parole ». E qui notar si deve che nel Primo Arresto ripor- 
tato dal Crescimbeni si fa ben anche menzione del detto Maestro 
Andrea conchiudendo la sentenza con queste parole : Siccome 
manifestamente dimostra la dottrina d^ Andrea Chappellano 
del palagio reale. In seguito , ove si parlerà delle materie che 
nelle Corti d* amore si trattavano, riferiremo alcuni di quegli 
arresti come furon scritti nella pura favella Italiana d.l suddetto 
Arrigucci. 

Renduta quella giustizia che pur doveasi agli scrittori d' Ita- 
lia , noi confesseremo con eguale ingenuità che il signor Ray- 
nouard, approfittando più d' ogni altro dell' opera del detto Mae- 
stro Andrea, e di tjuanto trovò già scritto intorno allo stesso ar- 

(i) V. Vita di Percivalle Boria XXXVllI. annotaz. 3. 



DELLE CORTI o' AMORE ec. r6nf 

goiuento nelle migliori storie della letteratura, seppe comporre un 
articolo che, e per la quantità delle materie che "vi si contengoQO 
e per l'ordine con cui vennero distribuite, forma certamente un 
insieme che prima di lui non sussisteva, e che noi volentieri se- 
guiremo aggiugnendo alcune correzioni e non poche altre impor- 
tanti notizie, tanto da poterci coprire dalla taccia d'inutili. 

Incomincia Raynouard il suo ragionamento dall' asserire che 
secondo ogni verisimiglianza 1' autorità e la giurisdizione di que- 
sti tribunali non avean avuto cominciamento solo in dell'epoca. 
E chi crederà, egli dice, che una simile instituzione sia stala fon- 
data soltanto nel XII. secolo , quando si vedrà che prima del- 
l' anno 1200 essa sussisteva in egual tempo nella Francia meri- 
dionale e settentrionale, ed allorché si rifletterà che tale inslitu- 
zione non fu già opera di un legislatore , ma l'effelto bensì del- 
l' incivilimento de' costumi, dell'usanze e de' pregiudizi della Ca- 
valleria ? Potrebbesi dunque, senza timore di ragionevole opposi- 
zione , stabilire all' instituzione delle Corti d'amore una data più 
antica che quella del XI!. secolo ; ma volendo trattare storica- 
mente una tale mateì-ia ci limiteremo all'epoca, la cui certezza 
vieu guarentita da autentici monumenti, e ci lusinghiamo d'illu- 
strare bastantemente la storia del medio evo, col dimostrare 1' e- 
sistenza delle Corti d' amore durante il XII. secolo. 

Abbiamo già detto che le preziose notizie, onde scrivere con 
maggiore esattezza che pel passato, su tale argomento, ci vennero 
somministrate dall'opera di Maestro Andrea Cappellano della Real 
corte di Francia. Di questo autore parla Fabricio nella sua Bi- 
blioteca (i) latina del medio evo, ed egli è d'opinione che il 
detto scrittore vivesse verso il iiyo. L'opera è intitolata: Libro 
dell'arte d^amare e della riprovazione dell'amore (a) j ed è 

(i) Andreas Aiilae Regiae Francorum Capellanus circa. A. 1170 cu^us Ama- 
toria lucem viderunt Dortmundi , sive Tremoniae , in ociuvo ordine, exeinplis 
quibusdam Annum iGio, aliis , ut fit diuersum et i6i4> praeferentibus. Jo. Al- 
berti Fubricii Bibl. Latina Mediae et In/ìmae aetatii etc. Edit. Pat. 1754, tom. 
I. pag. 91. 

(2) La Biblioteca del Re possiede di questo autore un MSS. segnato 8758, che 
apparteneva una volta a Baiuzio; eccone il primo titolo: Hic incipiunt capitula 
libri de arte amatoria et reprobatione amoris. Questo titolo è seguito dalla ta- 
vola de' capitoli, ed appresso si legge il seguente secondo titolo: Incipet liber 
de arte amundi et de reprobatione amoris, editus et compilatus a magistro 
Andrea Francorum uulae regiae Capellano , ad Gullerium amicum suum , cu- 



26S DISSSBTAZJONE TERZA 

dall'autore indirizzata all'amico suo Gualtiero, Osserveremo che 
il Cappellauo Andrea non si propose di comporre un trattato 
sulle Corti cVamore, giacché egli solo per indicenza e per avva- 
lorare le proprie sue opinioni cita le sentenze di que' tribunali : 
lo scopo suo fu quello d'istruire le persone che vaghe sono di 
conoscere le regole di puro ed onesto amore, e d' insegnar loro a 
guarentirsi da un amore sregolato. Il modo poi con cui ragiona 
di queste corti c'indurrebbe a crederle d'antichissima instituzio- 
ne, se vero fosse , siccome egli afferma , che le Regole d' amore 
furono trovate da un Cavaliere Brettone durante il regno del Re 
Arturo, e ch'esse furono in allora adottate da una corte composta di 
Dame e di Cavalieri che ingiugneva a tutti gli amanti di soggettarvisi. 
Ma a fine di procedere con ordine nello scrivere di siffatta materia, 
passeremo a rintracciare l'origine delle Corti d'amore ed a pro- 
varne l'esistenza} in secondo luogo ad esaminare la loro compo- 
sizione e le forme che vi furono stabilite, e per ultime le materie 
che vi si trattavano. 

Il più antico Trovatore , del quale sieno fino a noi pervenute 
le opere, è secondo il Raynouard, Guglielmo IX. Conte di Poi- 
tiers e Duca d' Aquitania che vivea nel 1070, e che secondo ri- 
ferisce il Ginguené mori nel 11 '47. Le persone che sanno apprez- 



pìenlem in amori exercitu militare: in quo quidpm libero, ciijiisque ^ndwi et 
ordinis mulier ab homine ciijusque condilionis et status ad amorem sapientis- 
sime invitatur; et ultimo in fine ipsius libri de amoris reprohntione suhjun- 

Si pubblicarono varie edizioni dell'originale Lalino. Frid. Otto Menckenius 
nelle sue Miscellanea Lipsìensia not^a , Lipsiae , i^Si , tom. Vili. part. I. pag. 
545 e seg. indica un'antichissima edizione senza data e senza luogo, che, secondo 
egli giudica, appartiene al principio della stampa; Tructalus amoris et de amo- 
jis remedio Andreae Capelloni Papae Innocenlii quarti. Una seconda edizione 
del 1610 ha per titolo: Erotica seu Amatoria Andreae Capelloni Regii , uetu- 
siissimi scriptoris ad tfenerandum suum amicum Gualierum scripta, nunquam 
antehac edita , sed saepius a multis desiderata ; mine tandem fide diwersorum 
MSS. codicum in publicum emissa a Dethmaro Mulhero Dorpmundae typis 
Vesthovianis , anno Una Caste et f^erè amandu. Dna terza edizione porta: Tre- 
moniae , typis yesthouianis anno i6i4' Ne* passi che si citano si confrontò il 
testo del manoscritto della biblioteca del Re con un esemplare dell'edizione del 
1610, ed i frammenti riportati nell'opera del signor d'Aretin. 11 manoscritto 
della Biblioteca del Re decide la diificoltà propostasi da Menchenio, e ch'ei non 
seppe sciogliere. Egli domandò come Fabricio abbia potuto sapere che Andrea 
era Cappellano della Corte Reale di Francia: ora questo manoscritto dice chiara- 
mente: Magistro Andrea Francorum aulae Regiae Capellano. 



DELLE CORTI d' AMORE EC. 1 6q 

zare il merito della lingua, le grazie dello stile, il numero e l'ar- 
monia de' versi e le varie eombia'<zioni delle rime, non potranno 
negare nel leggere i versi del detto Conte, che nell'epoca in cui 
egli scriveva, la lingua e la poesia avessero dì già acquistato un 
certo grado di perfezione. Tale circostanza noa ci lascia dubitare 
che il Conte di Poitiers non avesse di già tratto profitto dalle 
lezioni e dagli esempi de' poeti che l'avevano preceduto, e ci 
prova per conseguenza che gli antichi Trovatori a noi noti erano 
successori e discepoli de' più antichi poeti. Rambaldo d' Grange, 
che vivea nella prima metà del duodecimo secolo e che mori nel 
1173, cosi parlava di una delle sue opere. « Non se ne videro 
mai delle simili composte o da uomo o da donna , né in questo 
secolo né in quello che passò ». 

Il Crescimbeni però ed il Quadrio sono d' opinione che il 
detto Guglielmo , cui essi dicono Vili, e non IX., fosse il primo 
che in lingua Provenzale componesse, e desse a quella poesia co- 
minciamento, avendo lasciato dopo di sé qualche poesia amorosa 
e il Viaggio di Gerusalemme descritto in rima. Almeno prima 
di lui, che fiori circa il iioo, non si trova memoria alcuna di 
Provenzal poesia (i). 

Gli storici riconoscono concordemente che il matrimonio del 
Re Roberto con Costanza, figlia di Guglielmo I. Conte di Pro- 
venza o d' Aquitania , verso l'anno looo, fu l'epoca del cangia- 
mento avvenuto ne' costumi della Corte di Francia. Ci ha ben 
anche alcuni scrittori i quali pretesero che questa Principessa 
conducesse seco Trovatori, Meneslrieri, istrioni ec. e comunemente 
si crede che in allora la scienza gaja (2), l'arte de' Trovatori, 
i cortesi costumi cominciassero a passare dalle Corti della Fran- 
cia meridionale a quelle della Francia settentrionale , o per me- 



(1) V. Crescimbeni Ist. Voi. Poes. lib. 1. pag. 6 e ne' Comentarj sopra di 
essa voi. 1. lib. V. cap. Ili. pag. 827. V. lo stesso Crescimbeni : Giunta alle 
Vite de' poeti Pro\>enz. voi. II. pag. 190, e Quadrio Stor. d'ogni poesia, voi. 
II. lib. 1. pag. log. 

(2) Gli Spagnuoli si avvezzarono a chiamare Gaya sciencia, la poesia, la 
rettorica , e l'eloquenza istessa, come ce lo attesta uno de' libri più pregevoli 
della loro antica letteratura , quello del Marchese di V illena. Questo gran-mae- 
stro dell'Orbine di Calatraua ec che mori nel 1434 coltivò le lettere con ar- 
dore, tradusse Dante, commentò Virgilio, e compose una specie di poetica e di 
rettorica col titolo di Gaya sciencia. 



170 DISSEBTAZIONE TERZA 

gìlo dire , dai paesi al mezzodì della Loira a quelli che trovansi 
al settentrione del detto Gume. 

Premetteremo qui a fine di dare una giusta idea di questi 
Menestrieri, Giullari, istrioni ec. che i Trovatori nel breve tempo 
di loro durata hanno avuto le medesime qualità, la medesima con- 
dizione nelle civili costumanze ed il medesimo successo. L' arte 
di far versi e quella di cantarli erano indivise , ed i poeti erano 
ad un tempo Trovatori e Cantori (jongleurs), e ne' primi tempi 
ebbero solo quest' ultimo nome, e la parola jonglerie, a cui dle- 
desi poscia lo spregevole slgniGcato di ciarlataneria , designava in 
allora la pii!i nobile delle attitudini, e la primiera delle arti, come 
scorgesi chiaramente in un brano prezioso d' un Trovatore del 
XIII. secolo (Giraldo Ricchleri di INarbona ) che compiange la 
corruzione e l'invilimento della GiuUeria. Chiede se abbiasi a 
dare il nome di Giullare a tali , il cui solo mestiere è di fare 
delle gherminelle, e di far ballare le sdraie ed altre bestie. « La 
GiuUeria, die' egli, è slata instituita da uomini di senno e di dot- 
trina per mettere i buoni nella via del piacere e dell' onore col 
mezzo del diletto che procaccia uno stromento tocco da maestra 
mano. Vennero di poi i trovatori per cantare le storie de' tempi 
andati, e per destar il coraggio nei valorosi in celebrando la bra- 
vura degli amichi. Insorse una razza di gente, che priva d'ingegno 
usurpa la condizione di cantore, di sonatore e di trovatore, a fine 
d'involare il frutto al merito, ch'essi si fanno a screditare: è un 
vitupero , che questi colali prevalgano ai buoni cantori , e che la 
GiuUeria cada per slfFalto modo nell' invllimento w. 

Costume era, così il Quadrio (i), di stimar sempre più quei 
poeti, che componevano e le parole e la musica, che non gli altri, 
che le sole parole dettavano. Imperciocché i medesimi poeti che 
tenzonavano, dllettavansi ancora quasi tutti di musica e di suono, 
con che i loro versi nelle ragunanze cantando accompagnavano ; 
onde i medesimi erano anche talvolta Masars chiamati , cioè Mu- 
sici, Violars, cioè Sonatori di viola, e alle volte anche Jugìars, 
cioè Sonatori di Jl auto. 

Il Trovatore Giraldo di Calanzon di Guascogna, noto sotto il 
nome di Jongleurs (2) dando in una delle sue composizioni con- 

(() Storia d'ogni poesia, toQi. II. lib. I. cap. 7. 
(2) V. Millol. tom. II. pag. 28. 



DELLE CORTI L) AMORE CC 1 7 i 

sigli ad un collega. « Impara, gli dice, a inventare, a rimare, a 
proporre un beli' accordo di suoni ; a percuotere i tamburi ed i 
cembali, a far rimbombare la sinfonia ... a suonar la cilola e la 
mandola, a toccare la manicarda (spezie di spinetta), e la ghitar- 
ra, a metter sette corde alla ruota (forse la ghironda ), a suonar 
r arpa ed incordare la giga per rendere più grato il suono del 
salterio. « La giga, secondo alcuni, era una spezie di cornamusa, 
piuttosto strumento da corda, che consonava assai bene coli' arpa, 
come scorgesi dai versi di Dante, citati dalla Crusca nel suo 
y^ocabolario alla parola Giga : 

E come giga ed arpa, in tempra tesa 
Di molte corde Jan dolce tintinno 
A tal, da cui la nota non è intesa. 

Farad, cap. XIV. 

M 

Prosegue Calanzon i suol consigli al collega dicendo « Giul- 
lare tu farai apparecchiare nove stroraenti di dieci corde : se tu 
ti addestri a suonarli maestrevolmente , satisfaranno ad ogni tuo 
bisogno. Fa'anche risuonare le lire e tintinnare il sonaglio (i)»>. 

Pietro Vidale a rincontro nel suo plìi lungo e miglior carme 
che abbiamo (2) confortando egli pure un collega , vorrebbe ri- 
condurre l'arte alla sua dignità, ed avvisa che la sola Giulleria 
possa emendare ì "vizj e la corruzione del secolo. « I \iz) , dice 
egli , passarono da' Re e dai Conti ai loro vassalli , ed il senno 
e la dottrina si dileguarono cosi dagli uni come dagli altri: i Ca- 
valieri già leali e valorosi sono diventati perfidi ed ingannatori. 
Io veggo un rimedio solo al disordine , ed ò la Giulleria : colale 
condizione vuole ilarità , schiettezza , dolcezza e prudenza . . . 
Non imitate dunque quegli insìpidi Giullari che fastidiscono coi 
loro canti sdolcinati e queruli : è forza variare le canzoni, ed ac- 



(i) Chi fosse vago di più ampie cognizioni relative a questi stromenti po- 
trebbe consultare il Du-Cange, il glossario della lingua romanza del signor 
Roquefort; La-Borde, Saggio sulla musica , ed il nuovo Dizionario di Musica 
poch'anzi pubblicato in Milano dall'erudito professore di quest'arte signor Lich- 
tenthal. 

(j) V. la sua Fita in Nostradarao e nel Crescimbeni yita 26, Millot. lom. 
II. png. 26G. 



17* DlSSERTA7/iONE TERZA 

comodarle alla malinconia ed ilarità degli uditori, ed evitar sola 
di farsi spregevole con racconti bassi ed ignobili «. Mi non per- 
venne a noi verun^ scrittura di que' primi tempi della poesia Pro- 
venzale, ne'quali il titolo di Giullare designava quello che venne 
espresso poi dopo col titolo di Trovatore ; e però si può solo 
incominciare la storia di cotal arte da questa seconda epoca. 

È una circostanza assai notabile di quell' era della letteratura 
Provenzale che in un secolo di rozzezza e d' ignoranza siasi tulio 
ad un tratto manifestata una specie d' epidemia poetica si univer- 
sale , che si appiccò anche ai più grandi signori ed agli stessi Re , 
ì quali trattavano in versi i loro affari politici non che i loro 
amori. Le Dame anch'esse (i), alle quali quell' epidemia fruttava 
piaceri e rinomanza , non ne andarono esenti , e fra i Trovatori 
rinviensi una Contessa di Dia , amante riamata di Rambaldo , 
Principe d' Grange, celebre Trovatore e valoroso Cavaliere, ma 
incostante e dissoluto , e che la riduceva sovente a lamentare nei 
suoi versi le infedeltà dell'amante; un'Adalasia di Porcaraga detta 
JYazalais dì Porcaragues , la quale, comechè presa d'amore per 
un altro Cavaliere che chiamavasi Guido Guenejat della casa di 
Mompellieri , lagnasi anche di una infedeltà di quel medesimo 
Principe d' Grange; una Contessa di Provenza; una nobile donna 
Chiara d' Anduse; una donna Castelloza perduta d'amore per l'in- 
grato Armando di Breon , al quale dichiara che , ove la lasci mo- 
rire , commetterà un gran peccato al cospetto di Dio e degli uo- 
mini , un'altra che i Francesi chiamano Tirbergn , gli Italiani, 
Tiburzia e i Provenzali , Natibor (2), che lasciò pochi versi , ma 
che l'amore ch'ebbe per lei un gran numero d'uomini, l'odio 
di un numero maggiore di femmine , e la f^ma della sua bellezza 
e del suo ingegno levarono in grido. 

Parecchi Cavalieri doviziosi, signori di terre e di castella, se- 
guirono l'esempio dei Principi e dei Re Trovatori, mentre che 
una folla quasi innumerevole di poeti, nati di basso stato, tro- 
vava nelle costumanze del reggimento feudale mezzi da vivere, 

(i) V. Ginguenè, Slor. d,il,i Leti. llal. tom I. cap. 5. 

(a) V. Crescimbeni e Quadrio File de Poeti Provenzali. In Lingua Proven- 
zale la silliiba Na, aggiunla a'nomi proprj di femmine, vale lo stesso che Donna; 
onde tanto è Aìre ]S<itibor.<; , Nasalais, Namuvia, quanto Donna Tiburzia, Donna 
Adelaide , Donna Maria ec. 



DELLE CO»TI d'amore ÈC. 173 

col proprio ingegno, negli agi e in grande onore. Tulli rinven- 
nero nei coslumi del loro secolo ampia maleria alle loro poesie 
amalorie e licenziose, e ne* pubblici avvenimenti poi una fonie 
inesauribile di argomenli pe' loro coraponinienti sierici e satirici. 

Eranvi altrettante grandi e picciole Corti , quante erano le ba- 
ronìe o contee, quante le castella e pressoché i casini di genti- 
luomini , ed in esse ciascuno si faceva a sfoggiare , come poteva 
e per quanto lo portavano i tempi, un gran lusso, e ad intrattenere 
i signori vicini ed i Cavalieri viaggiatori con divertimenti e feste. 
1 Trovatori scorrevano que' soggiorni di guerra e di delizia, ed 
i castellani piti ricchi facevano a chi piìi poteva per ritenerli 
presso di sé: e le loro mogli e figliuole, allorché erano leggiadre, 
non vi contribuivano meno delle loro ricchezze Ned essi se ne 
davano pensiero , purché fossero intrattenuti a tavola , e nelle 
lunghe sere d' inverno eoa canti guerrieri e con racconti maravi- 
gliosi ed anzi che no lascivi. 

« I nostri Trouvères , dice il Presidente Fauchet (i) , anda- 
vano per le Corti a ricreare i Principi, mescolando talvolta favole 
che erano racconti immaginar) , a novelle e satire in cui morde- 
vano i vizj , e canzoni e sonetti e ballate , cantando volentieri 
d' amore , ed alcuna volla in onore di Dio ; ottenendo grandi 
premj dai Signori, che talora davano loro perfino le proprie vesti, 
cui colali cantori non mancavano di portare indosso nelle altre 
Corti , a fine d' invitare i Signori a somiglianti liberalità » . 

Soventi volte questi Trovatori , dopo aver fallo ammirare e 
pagare i loro canti nel mezzogiorno della Francia, si conducevano 
neir Italia e nella Spagna , dove la loro rinomanza li precedeva 
e diventava maggiore. In Italia particolarmente le piccole signorie 
che s' innalzarono sulle ruìne delle repubbliche , offerivano loro 
le stesse condizioni che quelle di Francia , e per gustare mag- 
giormente i loro canti , ne imparavano la lingua ^ ed i nomi di 
parecchi poeti nati Italiani e Spagnuoli sono onorevolmente posti 
tra i nomi e nei versi dei Trovatori (2) . 

Sovente ancora lo spirito religioso ed avventuriere che do- 
minava in que' tempi , strascinavali in lontane peregrinazioni. 

(1) Di Un Un^iKi e della porsi a Francese , lib. 1. cap. 8. 

(■2) Coliili sono i farnesi SorUcilo da Mantoi^a , Buriolomeo Giorgi da f^e- 
ncziu , Bonifazio Calvo da Genova ce. V. i loro articoli nel Crescirabeai. 



'7't DISSERTAZIONE TERZA. 

Leggiamo nella vila della Contessa di Dia o di Digna (i) the 
questa Dama di gran bellezza ed assai dotta in rimar Provenzale 
erasi innamorata di Guglielmo Adimaro gentiluomo di Provenza, 
da cui era corrisposta con altrettanto amore, e che i due amanti 
per aver comodo di vedersi e visitarsi, avevano fatto voto di an- 
dare in pellegrinaggio alla chiesa di nostra Signora d' Osterello. 
Quanti Trovatori andarono ben anche in Palestina cantando in 
egual tempo i trionfi della croce , e le delizie e gli affanni dei 
loro amori. E qui riflette assai giudiziosamente il dotto Glngue- 
né (2) esser questa una particolarità di più nel quadro già per sé 
straordinario di quelle pie squadre , e che doler ci dobbiamo 
che il Tasso , quel pittore sì fedele de' costumi della Cavalleria 
Cristiana , non abbia aggiunto alle sue dipinture cotale tratto 
piacevole di somiglianza coli" Introdurre ad esemplo d' Omero e 
di Virgilio , tra i guerrieri di Goffredo qualche Femio o qualche 
Jupa Provenzale , del quale 1' alto suo intelletto avrebbe saputo 
illustrare i concetti e lo stile. 

Ma senza uscire della loro patria , la maggior parte de' Tro- 
vatori rinvenivano in Provenza e nelle vicine regioni alimento al- 
l' indole loro romanzesca , argomento ai loro romanzi ed abbon- 
dante materia alle amorose loro poesie. Tale era in allora l' im- 
pero dell' ingegno che il figliuolo di un semplice famiglio qual 
fu un Bernardo di Vantadore (3) potè col solo merito della poesia 
entrar nel cuore di una Regina j e tale pur era la trattabilità 
dei costumi di que' buoni nostri avi , che le gentili donne amate 
dai Trovatori , i quali univano all' ingegno di Bernardo II lustro 
della nazione , eh' egli non aveva , usavano loro si sottili malizie, 
che le femmine più licenziose ne' tempi piìi guasti non osereb- 
bono di fare. Nota è la scaltrezza della donna di Benanguòs (4), 
che sollecitata ad un tempo da tre rivali che domandavano amo- 
re, volse sì tenero lo sguardo all' uno , strinse sì affettuosamente 
la mano all' altro, compresse sì vivacemente il piede al terzo , 
che tulli si stettero contenti. In questa femminile scaltrezza non 

(i) V. Nostradamo , Vile de poeti Provenzali , Art. IX. 
(2^ Luogo sopraccitato. 

(3) V. Nostradamo e Crcscimbeiii , l^ite de poeti Provenz. XVU. 

(4) V. Nostradamo e Crescinibeni , Vile da' poeti Proi/enz. articolo XXIX. 
Salvarico di Mallconc, e Millot , tom. 11. artic. Sayaric de Maiileon, pag. to6. 



DELLE COUTI d' AMORE GC. 1 -J 5 

Irovansl strani nvvenimenii romanzeschi j altro qui non ci ha, al- 
lorché i delti rivali si palesano 1' un l'altro la cosa, che materia 
ad una quistione nella quale ciascuno sostiene la preferenza che 
debbe avere iu amore il pegno ricevuto; ma le quistioni di simll 
fatta che insorger solevano nelle amorose avventure de' Trovatori 
e negli usi galanti della Cavalleria furono per appunto quelle che 
origine diedero e fondamento a quelle Corti d'amore che l'argo- 
mento sono di questo nostro ragionamento. Molte se ne trovano 
nelle vile de' poeti Provenzali, e noi ne recheremo qualche 
esempio. 

Giuffredo Budello di Blaia in Provenza, buon poeta Proven- 
zale e facile nel romanzare, trovavasi al servigio del Conte Gof- 
fredo fratello di Riccardo Re d' Inghilterra. Avendo inteso favel- 
lare da diversi pellegrini , che tornavano di Terra-Santa , delle 
virtù della Contessa di Tripoli , e particolarmente della sua dot- 
trina, ne divenne oltre misura amante, e in lode di lei compose 
di molte belle canzoni. Essendosi poi acceso nel desiderio di 
vederla , prese commiato dal Conte Goffredo ; e benchò queali 
usasse ogni suo potere per frastornarlo da simil viaggio , nondi- 
meno in abito di pellegrino montò in nave. Ma nel viaggio fu 
assalito da si grave malattia , che i Governatori di quella , giu- 
dicandolo morto , il volevano gettar nel mare. In questo stalo fu 
egli condotto al porto di Tripoli , ove giunto , il suo compagno 
fece noto alla Conlessa l'arrivo del malato pellegrino; ed ella 
essendosi portata alla nave , prese il poeta per la mano , il quale 
conoscendo che quella era la conlessa, immantinente per le dolci 
e graziose accoglienze eh' ella gli fece , ricuperando gli spiriti , 
la ringraziò , che per mezzo di lei aveva rac(juistata la vita , e 
le disse : Illustrissima e virtuosa Principessa , io non mi dorrò 
della morte, ora che Ma non potè fornire il suo senti- 
mento , imperciocché aggravatosi, e aumentandosegli il male, gli 
fece esalar lo spirilo tra le braccia della Contessa , la quale il 
fece mettere in una ricca ed onorevol sepoltura di porfido, sopra 
la quale fece intagliare alcuni versi in lingua Arabica ; e ciò ad- 
divenne l'anno 1162 nel quale egli fioriva. Turbossi lalraente la 
Conlessa d'una morte cosi subitanea, che non fu m^i più veduta 
con viso lieto. Il suo compagno appellato Bertrando d'Alamanno- 
nc; che fu Canonico di Silvacana, narrò a lei le virtù del poeta, 



1^6 DlSSEATAZiONE TER2A. 

e la cagione della venuta di lui , e la regalò di tutte le poesie e 
romanzi , che quegli aveva coiuposti iu lode di lei , i quali ella 
lece trascrivere a lettere d' oro ec. 

Il Monaco dell' isole d' Oro nel suo catalogo de* poeti Pro- 
venzali fa menzione di un dialogo nel quale sono introdotti Ge- 
rardo e Peronetto , sulla quistione, » chi più ami la sua donna, 
o 1' assente o il presente , e chi più possente amore introduca , 
o il cuore , o gli occhi » ; e dopo essere state addotte molte 
buone ragioni ed esempli , e massimamente la pietosa storia del 
suddetto Giuffredo , si dicono in una delle strofe questi senti- 
menti. Tutti gli uomini di perfetto giudizio conoscono molto bene 
che il cuore ha signoria sopra gli occhi , e che gli occhi non 
servono punto nelle cose d' amore , se il cuore non acconsente ; 
e senza gli occhi il cuore può francamente amare una cosa, che 
giammai non abbia veduta , siccome fece Giuffredo Rudeilo : e 
vi si racconta anche un altro esempio d' Andrea di Francia , che 
parimente morì per troppo amare chi mai non aveva veduto 
a' suoi giorni. Il romanzo d' Andrea di Francia non è pervenuto 
nelle nostre mani , e in quanto alla detta quistione egli narra che 
fu riconosciuta per alta e difficile a scioglierai. 

Leggesi in un antico codice della Vaticana N." 820^ in cui 
ampiamente si parla di Raimondo di Miravalle Cavaliere di 
Carcassona , ed ove molto s' aggiugne a ciò che scrisse il Nostra- 
darao (i), la seguente curiosa avventura. Raimondo (2) venne in 
tal fama appo le donne ( per le quali compose e cantò assai 
belle canzoni ), 'che non pareva , che alcuna credesse d'esser 
pregiata, se non era amata da lui j ed egli conversò colle migliori 
Dame; ma non si trova che alcuna gli desse mai un diritto 
d' amore , anzi tutte 1' ingannarono ; quantunque egli non volesse 
mai ingannare alcuna. Alla fine s'innamorò d'una damigella AU 
bigese assai bella appellata Aimengarda di Castras , della qmie 
cantò : ma avendole richiesto qualche favore in amore, ella gli 
rispose, che, come a Drudo, non gliel' avrebbe mai fatto; e se 
pur voleva, dimettesse sua moglie, che ella l'avrebbe preso per 
marito. Raimondo tutto allegro tornò al suo castello ( di iMiia 
valle )j e cercando modo di torsi d'intorno sua moglie, la quale 

(1) rita XIII. 

(•ij Crescimbcni uiir.otazioiii 11. alla vila jUiilcUa. 



DELLE CORTI D AMORE PC. \n'j 

%\ chlamav» Taurlaircnga , bella e avvenente, e anche brava 
Trovalrice, alla fine s' accorse, che ella era servila da Guglielmo 
Breimon , il quale intendeva in essa , ed era Cavaliere gentile e 
leggiadro. Per lo che colta l'occasione, dis-;e alla moglie, che 
due Trovatori non istavano bene in una casa, e però che man- 
dasse per li suoi parenti , e se ne andasse con essi. Ella , ciò 
udendo , mandò per lo stesso Guglielmo Breimon, a cui Rai- 
mondo la consegnò, ed egli se la condusse via e sposolla. Intanto 
Aimengarda si maritò con un gentil Cavaliere di quella contrada 
appellalo Oliviero di Sairac j e quando Raimondo andò per aver- 
la , vedendola maritata , ebbe a morir di dolore, trovandosi sen- 
za sposa ; il che saputosi per la contrada , porse occasione di 
mollo riso a' Cavalieri e Dame, e particolarmente ad Ughetto di 
Martaplana o Mataplana, Baroa Catalano e buon Trovatore, ami- 
co di Raimondo , il quale sopra di ciò gli scrisse una servente- 
se (i). Abbiamo di Raimondo una tenzone fra di lui e Bertrando 
Alamanon , della quale parleremo in appresso. 

Guglielmo di Balaone, detto Guillen de Ballaon (2), gentil 
castellano del contado di Monpolieri , mollo destro , ingegnoso e 
buon Trovatore , s' innamorò di Guglielma di Jan viso, cui, olire 
misura amandola , serviva , cantando di lei; e la donna l'amavi 
tanto , che più non poteva amarsi. Aveva costui un compagno 
eppellato Pietro di Bariac o Bargiacco , valente e prode, e non 
meno dotato di bontà di costumi che di bellezza di corpo , il 
quale amava anch' esso una giovane assai venusta nello stesso ca- 
stello di Jauviac, appellata Viernetta, che moglie era d'un Val- 
vassore , o Signore di piccolo feudo, e dalla quale era fedelmen- 
te riamato. Ora avvenne che Pietro si corruccio colla sua Dama , 
che adirata di ciò , licenziollo con aspre maniere dalla sua pre- 
senza , del che 1' amante prese grandissimo cruccio ; ma riconci- 



(1) La Serwentese o Siruante era un carme che trattava per lo più argomenti 
politici o satirici. 11 Trovatore pigliava a celebrare o le sue proprie imprese t>e 
era Cavaliere , o quelle de' Cavalieri che lo ammettevano alla loro mensa "o i 
tratti di valore, di generosità, di virtù da lui creduti meritevoli delL sua mus.T 
ovvero mordeva i vizj in generale , o in particolare quelli de' suoi nemici , dei 
rivali ed anche dei Grandi , de* quali si avesse a dolere. Talora a produrre op- 
posizioni e contrasti l'amore univasi alla satira. 

(2) Cresciinbeni , Giunta alle Vite dei poeti Provenzali , tom. il. pui;. 190. 

Jìomanzi dì Cavali. Voi, I. la 



I^B DISSERTAZIONE TER/A 

lifttosi poi per mezzo dì Guglielmo , Pietro n' ebbe tanta alle- 
grezza, che giunse ad asseverare , esser maggiore il godimento di 
riacquistar la donna amata e perduta , che quello che si ha nel- 
1' acquistarla non posseduta. Maravigliato di simil proposizione 
Guglielmo volle farne pruova; e in occasione di disgusto, ch'egli 
procurò a bella posta dalla sua donna , se ne alienò, senza voler 
ammettere alcuna preghiera di lei : ma poi pentito , volendo 
rappacificarsi , né consentendo la donna , piiì anni stettero cosi 
disuniti , ora 1' uno ora 1' altra cercando invano la pace ; di ma- 
niera che giunsero ambedue all' ultimo segno dell' afflizione. Alla 
fine Guglielmo non potendo più sofferire , appigliossi al partito 
di scrivere a Guglielma una canzone , nella quale le fece nota 
la sua follìa , per la quale tanto tempo , senza proposito , era 
slato disgustato con esso lei, e gliela mandò per Bernardo d An- 
dusi gentilissimo Barone , il piìi onorato di quella contrada e 
grand' amico della donna. Questi seppe tanto dire che , unite le 
sue parole ai prieghi della canzone , ella gli promise il perdono. 
Ma volendo però ella in ogni modo prenderne qualche soddisfa 
zioue l'obbligò a tagliarsi l'unghia del dito più lungo e a por- 
la'gliela ; perchè essendo egli valente sonatore di strumenti da 
Corda, e servendo quelP unghia principalmente per tal mestiero, 
il volle cosi forse mortificare. Ubbidì egli , e tal allegrezza di 
quel riconciliamento provò , che venne anch' egli poi nel senti- 
mento dell' amico. 

Da sì fatte avventure si vede apertamente che la fama che i 
Trovatori ed i Cavalieri acquistavano col loro ingegno e col loro 
valore, levava in voce alcuni particolari avvenimenti , alcuni alti 
straordinarj di affetto, dei quali erano creduti più capaci degli 
altri uomini. Rechiamone per ultimo un altro esempio cui tratto 
abbiamo dall'antichissima collezione di Racconti che porta varj 
titoli siccome sono quelli di NoveUino , o Le cento novelle an- 
tiche, oppure Libro di novelle e di bel parlar gentile. La gra- 
zia , la semplicità e la primitiva naturalezza del dire che si ri- 
scontra nel seguente racconto che forma l'argomento della Novella 
6i (i) ci fa credere che dessa sia una di quelle che scritte fu- 

(i) Secondo V Ediz. Class, hai. 1804. IVoi/. 64 secoudo V Ediz. Michele Co- 
lombo , Milano, Tosi iSaS , e Nou. 5i secondo l'ultima ediz. di Modena i82(> 
per cura di Marc'Anlonio Parenti che cangiò in (jualche luogo il teito originaL-. 



DELLE CORTI D AMORE eC. inn 

reno sul declinar del duecento , e che secondo 1' osservazione di 
Monsignor Vincenzo Borghini , essa venga di Provenza, come si 
può far giudi ciò e dalli fatti e costumi, e dalle parole indi 
tratte assai frequenti ec. Per la qual cosa essa merita e per l'an- 
tichità ed autorità sua e per essere un eccellente modello di no- 
stra lingua d'essere qui riferita colle stesse parole del testo. 

Alla corte del Po di nostra Donna (i) in Provenza s' ordinò 
una nobile corte , quando il figliuolo del conte Raimondo (2) si 
fece Cavalier , et invilo tutta buona gente j e tanta ve ne venne 
per amore, che le robe e 1' argento fallìo, e convenne che disve- 
stisse de' Cavalieri di sua terra, e donasse a' Cavalieri di Corte. 
Tali rifiutaro , e tali consentirò. In quello giorno ordinar© la fe- 
sta, e poneasi uno sparviere di muda (3) in su un'asta. Or venia 
che chi si seniia si poderoso d' avere e di coraggio, e levavasi il 
detto sparviere in pugno. Gonvenla che quel cotale fornisse la 
Corte in quello anno. I Cavalieri e i donzelli, che erano giulivi e 
gai , si faceano di belle canzoni e '1 suono e '1 molto j e quattro 
approvatori erano stabiliti, che quelle che aveano valore faceano 
mettere in conto; e l'altre, a chi l^avea fatte, diceano che le mi- 
gliorasse. Or dimoraro , e diceano mollo bene di lor Signore, e 
che li loro figliuoli furo nobili Cavalieri e costumali. Or avvenne 
che uno di quelli Cavalieri ( pogniamli nome messer Alamanno ) 
uomo di gran prodezza e bontade, amava una molto bella donna 
di Provenza , la quale avea nome Grigia , et amavala si celata- 
mente, che ninno gli le pelea fare palesare. Avvenne che li don- 
zelli del Po si puosero (4) insieme d' ingannarlo e di farlo van- 
tare. Dissero cosi a certi Cavalieri e Baroni; noi vi pregamo (5), 
ch'ai primo torneare che si farà, che la gente si vanti. E pea- 
saro così : Messer cotale è prodissimo d' arme , e farà bene quel 



(i) Po di Nostra Donna; cioè Puy-Notre-Ddme nel paese d'Angiò. Podiunt 
jéndet^auense. 

(2) Raimondo Berlinghieri , suocero di Luigi Re di Francia. 

(3) Muda è il luogo, dove si tengouo gli uccelli a mudare (cioè a rinnovar 
le penncr) 

(4) Si posero insieme; cioè conveuuero tra loro, deliberarono. 

(5) Pregamo. Cosi poco appresso Speramo. Ora tutti scrivono Preghiamo , 
Speriamo anche nel dimostrativo, sebbene fossero voci proprie soltanto del de- 
siderativo e del soggiuntivo. Per egual ragione si tiova in questa medesima no- 
vella Avemo , e non Abbiamo. 



l8o DISSERTAZIONE TERZ4 

giorno del torneamento, e scalderassi d'allegrezza; li Cavalieri si 
vanteranno ; et elli non si polrà tenere , che non si vanti di sua 
Dama. Cosi ordinaro : il torneamento fedìo. Il Cavalier ebbe il 
pregio dell'arnie; scaldossi d' allegrezza. Nel riposare la sera, i Ca- 
valieri si incominciaro a vantare, chi di bella donna (i), chi di 
beila giostra, chi di bello castello, chi di bello astore, chi di bella 
ventura. E '1 Cavaliere non si potè tenere, che non si vantasse che 
avea così bella Dama. Or avvenne che ritornò per prender gìoja 
di lei, come era usato, e la Dama l'accomiatò II Cavaliere sbi- 
gottì tutto, e partissi da lei e dalla compagnia de' Cavalieri , et 
andonne in una foresta , e richiusesi in uno romitaggio sì celata- 
mente , che niuoo il seppe. Or chi avesse veduto il cruccio del 
Cavalieri e delle dame e donzelle, che si lamentavano sovente 
della perdita di cosi nobile Cavaliere, assai n' avrebbe avuto pie- 
tate. Un giorno avvenne che i donzelli del Po smarrirò una cac- 
cia, e capitaro al romitaggio detto. Domandolli, se fossero del Po; 
elli risposero di si ; ed elli domandò di novelle , e li donzelli lì 
presero a contare come v'avea laide novelle; che per picciolo mi- 
sfatto aveano perduto il fior de' Cavalieri , e che sua Dama li 
avea dato commiato, e niuno sapea che ne fosse addivenuto. Maproc- 
cìanamente (2) un torneamento era gridato, ove s«rla molta buona 
eenle* e noi (3) pensiamo ch'egli ha sì gentil cuore, che dovunque 
elli sarà, si verrà a torneare con noi. E noi avemo ordinate guar- 
die di gran podere e di gran conoscenza, che incontanente lo ri- 
terranno, e cosi speramo di riguadagnare la nostra gran perdita. 
Allora il romito scrisse a un suo amico secreXo, che '1 di del 
torneamento li trammettesse arme e cavallo secretamente , e rin- 
viò li donzelli. E l'amico forni la richiesta del cornilo, chè'l giorno 
del torneamento li mandò cavallo et arme; e fu il giorno della 
pressa de' Cavalieri, et ebbe il pregio del torneamento. Le guar- 
die 1' ebbero veduto; avvisarolo, et incontanente lo levaro in palma 

(i) Cosi il Gualteruzzi. Neil' edizione del Colombo, Milano i8'i5 , e nell' al- 
ira posteriore di Modena i8a6 è oramesso il chi di bella dolina^ obbietto prin- 
cipale della Novella. 

l'i) Proccianamente f prossimamente. Alla Provenzale. Dunt. Inf. XII* 

Ma ficca gli occhi a inaile che 3' approccia. 
(3) Divenendo qui diretto il ragionamento, sottintendasi diewam esti» 



DELLE CORTI D* AMORE CC. l8t 

di mano a gran festa. La gente rallegrandosi , abbatterli la venta' 
glia dinanzi dal viào , e pregarlo per amore che cantasse} et elli 
rispose: io non canterò mai, se io non ho pace da mia Dama. I 
nobili Cavalieri si lasciarono ire dalla Dama , e rlchieserle con 
gran preghiera, che li facesse perdono. La Dama rispose; diteli 
così, ch'io non li perdonerò giammai, se non mi fa gridare mercè 
a cento Baroni et a cento Cavalieri et a cento Dame et a cento 
donzelle , che tutti gridino a una boce mercè , e non sappiano a 
cui la si chiedere. Allora il Cavaliere, il quale era di grande sa- 
vere, si pensò che si appressava il tempo che si faceva una grao 
festa, alla quale molte buone genti veniano (i). E pensò: mia 
Dama vi sarà, e saravvi tanta buona gente, quanta ella addo 
manda che gridino mercè. Allora trovò una molto bella canzo- 
netta; e la mattina per tempo salio in sue uno luogo rilevalo, e 
cominciò questa sua canzonetta quanto seppe il meglio, che molto 
Io sapeva ben fare, e dicea in cotale maniera (2): 

« udissi co'l sers que cani a fait Ione cors 
« Torna mar ir als crii del chassadors, 
« Aissi torn eu, dompna, en vostra mersè (3). 

Allora tutta la gente, quella che era nella piazza, gridaro mercè; 
e perdonolli la donna ; e ritornò in sua grazia come era di pri- 
ma (4). 



(i) Secondo l'ultima ediz. di Modena che s' appressala la festa della CaK- 
CEtiA.nA, che si facea gran festa al Po e le buone genti venii'ano al monistero ce. 
Ediz. Colombo. 

(3) Altresì come il Leofante ec. V. Ediz. Class. Ital. pag. i65. V. la detta 
canzone Provenzale, coil'aggiunta della traduzione Italiana dell'abate Pia nella 
citata edizione di Colombo pag. gr e seg. Questa canzone si legge altresì con 
qualche varietà nel Iona. V. pag. 44^ e seg. dell'opera Choix des poesies origi- 
nales des Troubadours par Mous. Rayuouard. Anche il Conte Giulio Perticari 
nel suo trattato dell'Amor patrio di Dante l'ha riportata, emendandola col- 
1' aiuto di due codici Provenzali Vaticani. 

(3) E come il cervo, quando ha corso intorno. 
Viene a morir, de' cacciatori al grido. 
Così a vostra mercè , donna , ritorno. 

(4) Se questa novella dà nel caso particolare un esempio di debolezza s «er- 



l8a DISSERTAZIONE TEBZà 

Millot ci racconta un fatto (i) che non differisce mollo dal 
suddetto. Guglielmo De-la-Tour, colpevole d'una infedeltà, non 
potendo ottenerne il perdono, trae in un bosco, \i costruisce una 
capanna, e manifesta che non sortirà, se prima la sua Dama non 
lo riceve nella sua grazia. I Cavalieri della terra dolenti dell' as- 
senza di lui si conducono dopo due anni a pregarlo , a scongiu- 
rarlo che debba abbandonare quella solitudine. I Cavalieri e le 
Dame si volgono alla donna offesa ad implorarne il perdono ', ed 
essa dice che lo farà, sì veramente che cento Dame e cento Ca- 
valieri che si amino di cuore , vadlno a dimandarglielo a ginoc- 
chio, le mani giunte, e gridando perdono. Amar di cuore era in 
allora cosa si comune, che si compie il numero richiesto: anda- 
rono a coppia a coppia al castello della Dama, ed in mezzo a cotale 
solennità, unica per avventura nella sua spezie , ella proferisce la 
grazia del Trovatore. 

Ognuno comprende che siffatte amorose avventure e contese 
d'amore che insorger solevano dalle medesime, dovevano colpir 
fortemente gli animi del paese che n'era il teatro, e che spargen- 
dosene il grido, richiamavano sui Trovatori l'attenzione univer- 
sale. L' opinione in cui erano tenuti accresceva il maraviglloso 
de' loro carmi, la maggior parte d'invenzione Provenzale, e che 
nati tra i Trovatori, ebbero da loro il nome ed il diverso loro 
carattere. Nostro scopo qui non è d'indicarne le varie spezie, ma 
di parlare soltanto di quelle spiritose composizioni de' Trovatori 
in cui dislinguevasi l' ingegno di sostenere e difendere delicate e 
controverse quistioni , ordinariamente relative all'amore. L'opera 
in cui i Trovatori esercitavano la finezza e l'acume del loro spi- 
rito appellavasi 7e«^o?i ddl latino Contentio, disputa, dibattimento: 
dal nome Tenson gli Italiani derivarono senza dubbio quello di 
Tenzone. Era dunque la tenzone una specie di conflitto poetico, 
era un dialogo vivace ed incalzante tra due Trovatori che provo- 
cavansi e rispondevano in distici od in quadernari, su quistioni di 
amore o di Cavalleria. Le tenzoni , cosi il Quadrio («), contene- 

vilità poco degna d'un animo virile, serve per altro a far vedere in genernle 
come ne'secoli, che noi ci crediamo superare in gentilezza, i Cavalieri fossero 
diligenlissimì nell'osservanza d'ogni rispello, e le Dame sostener sapessero ge- 
losamente la dignità del costume. 

(i) V. Millot, tom. li. png. ì\?,. 

(a) Star, d'ogni Poesia, tora. 11. cap. 7 pag. Sgi. 



DELLE CORTI d' AMORE eC. I 83 

tana meramente alcuae dilicate e fine domande intorno all'amore 
e agli amanti j per esemplo; un amante è iì geloso che s'al- 
larma per ogni minima cosa : un altro è sì prevenuto della 
fedeltà della sua sposa, che neppur s' avvede d' aver giusti mo- 
tivi di gelosia: domandasi, qual dimostri piti amore etc. Que- 
ste dimande davano luogo a mille ingegnose risposte , che tutte 
erano in versi distese^ e perchè i sentimenti di coloro che rispon- 
devano erano ognora divisi, ne nascevano belle dispute, che si 
chiamavano giuochi partiti o hibartiti. Leggesi nell'opera del 
Conte di Poitiers. « E se voi mi proponete un giuoco d'amore, 
io non sono si pazzo da non scegliere la miglior qulstione. w 

Quelli che rintracciar sogliono l'origine d'ogni cosa negli usi 
e ne' costumi delle più antiche nazioni, sono d'opinione che i 
Trovatori togliessero dagli Arabi le tenzoni, che presso que' po- 
poli ingegnosi si aggiravano per lo piìi su punti dilicati d'amore 
e di filosofia, trattati con tutte le sottigliezze dell'arte e le gra- 
zie della favella. Noi però pensiamo che gli Europei dei secoli 
bassi avessero ingegno bastante da poter coltivare nei loro paesi 
simil genere di componimenti, senza trasportarne il gusto dall'A- 
rabia. Che che ne sia di ciò , noi diremo ingenuameule che se 
nelle tenzoni de' Trovatori si scorgon sovente la delicatezza e la 
spiritosa vivacità degli Arabi , vi si trova altresì una ingenuità ed 
una naturalezza veramente originale. 

SifF-itte tenzoni, che formavano uno de'primarj passatempi dei 
Principi e dei Grandi nelle loro foreste e nelle solenni loro adu- 
nanze, sarebbero state inutili composizioni, se una spezie di tri' 
bunale non avesse dovuto proferir sentenza sulle varie opinioni 
manifestate da' concorrenti. Riflette benissimo a tale proposito il 
Glnguené, che i poeti, i quali davano prova di maggiore inge- 
gno, i cui versi erano migliori e più spiritose le risposte, ottene- 
vano premj e riceveanli dalle mani delle Dame. Le quistioni so- 
vente sottilissime della metafisica d'amore cosi trattate al loro 
cospetto, e sulle quali esse aggiudicavano un premio era una spe- 
zie di giudizio. E noi aggiugneremo a ciò quanto abbiam già os- 
servato parlando de' voti de' Cavalieri , che le penne del paone e 
del fagiano essendo rlsguardate dalle Dame di Provenza qual più 
ricco ornamento di cui potessero decorare i Trovatori, esse ne 
tessevano le corone che servir dovevano di ricompensa ai poetici 



l84 DISSERTAZIONE lERZÀ 

ingegni consacrati in que' lempi a celebrare il valore e la galan- 
teria. 

Ciononoslanle , ci dice Raynou^rd , le tenzoni usate comune- 
mente dai Trovatori, e delle cjuaH trovasi indizio nelle opere del 
più antico di essi , non avrebbero certamente provato in modo 
irrevocabile U sussistenza de' galanti tribunali d'amore; ma allor- 
ché tale sussistenza è dimostrala dn altri documenti, non si può 
contrastare che la circostanza della composizione delle tenzoni ce 
ne presenti un notabile indizio. Noi avremo in appresso occasione 
di mostrare con molti esempi che le quistioni de' Trov^^tori erano 
alcune volte sottoposte al giudizio delle Dame , de' Cavalieri e 
delle Corti d' amore che venivano scelte da questi poeti negli 
ultimi versi delle loro tenzoni. 

Non dobbiamo dunque stupirci di trovar stabilite le Carli di 
amore in un' epoca non lontana da quelln ni cui il Conte di Poi- 
tiers parlava de' giuochi partiti nella guisa che abbiamo sovrac- 
cennata. Il Cappellano Andrea, indipendentemente dai molti de- 
creti riferiti nella sua opera nel nominare le Corti che gli hanno 
proferiti, ebbe occasione di parlare delle Coiti d'amore in gene- 
rale, e si espresse in termini che bastar dovrebbero a convincerci 
eh esse già sussistevano in quell'epoca nella quile scriveva. Egli 
propone la seguente quistione. « L' uno dei due amanti manca 
egli di fede allorché ricusa di cedere alla passione dell'altro? » 
Egli risponde : io non oso decidere che non sia permesso sottrarsi 
ai piaceri del secolo : io temerei che la mia dottrina non po- 
tesse sembrare troppo contraria al comandamenti di Dio j e noa 
sarebbe per verità prudente cosa il credere che alcuno obbedir 
non dovesse a questi comandamenti per cedere ai piaceri mon- 
dani. Ma se la persona che ricusò i favori del primo amante 
cede poscia ad un altro amore, io sono d'opinione, secondo il 
giudizio delle Dame, che essa sia obbligata d' accettare il primo 
amante in caso che esso la voglia »3. 

Questo solo passo bastar dovrebbe a provare in generale che 
le Dame proferivano sentenze su materie d'amore j ntilladlmeno 
noi riporteremo alcuni indizj particolari e precisi, che non lasciano 
luogo a dubbio alcuno. Andrea il Cappellano volendo giustificare 
le decisioni delle molte quistioni esaminate nella sua Arte d' a- 
morCf cita le Corti d'amore delle Dame di Guascogna, d'Erraea- 



DELLE CORTI D* AMORE eC. l85 

garda Viscontessa di Narbona, della Regina Eleonora, della Con- 
tessa di Sciamp^gn^ e della Contessa di Filandra. I Trovatori ed 
il loro storico Nostradamo parbino delle Corti stabilite in Pro- 
venza : esse tenevansi in Pierafuoco, in Signa, Romanino ed Avi- 
gnone: Nostradamo nomina le Dame che giudicavano nelle dette 
corti. Abbiamo già osservato che i Trovatori alla fine delle ten- 
zoni sceglievano spesse volte le Dame od i Grandi che doveano 
proferir sentenza sulla contesa. Passiamo ad osservare queste di- 
verse Corti e questi particolari tribunali. 

IjA Corte delle Dame di Guiscogna vlen citata una sola volta 
dal Cappellano Andrea, senza però indicare chi la presedessej ma 
ciò che più importa egli attesta che era numerosissima, ce La 
corte delle Dame adunale in Guascogna profferisce sentenze col- 
l'assenso di tutta la Corte etc « La Corte d'Ermengarda Viscon- 
tessa di Narbona è nominata cinque volle in occasione di cinque 
gludizj che questa Principessa aveva pronunziati sopra alcune 
quistioni che vennero in appresso trattate da Andrea il Cappel- 
lano. Ermengarda fu Viscontessa di Narbona nel ii43 e mori nel 
IT 94. Gli autori dell' ^/te di verificare le date hanno ripor- 
tato la tradizione che ci facea sapere che questa Principessa avea 
presedulo ad alcune Corti d' amore : la storia attesti ch'essa pro- 
tesse onorevolmente le lettere, e che accolse particolarmente i 
Trovatori, frni i quali accordò un'intima preferenza a Pietro Ro- 
giers: qnesti la celebrava sotto il misterioso nome tort n'avetz: 
un comentatore del Petrarca, parlando di questo Trovatore, voleva 
for^ie indicare che Ermengarda tenesse Corte d' amore (i)j oggi 
non sarebbe permesso il dubitarne. La regina Eleonora che pre- 
sedeva una Corte d'amore, era Eleonora d'Aquiianla, sposa di 
Luigi VIL detto il Giovane, Re di Francia, e poscia di Enrico 
II. Re d'Inghilterra. L'autore dell' ^/ie d'amare cita sei decreti 
pronunciati da questa Regina. Se il matrimonio del Re Roberto 
con Costanza figlia di Guglielmo I., verso l'anno 1000, aveva 

(1) Andrea Gesualdo si esprime cnsì nel suo commento sul Trionfo d'amore 
del Petrarca, cap. 14 1754, in 4-° « L'altro fu Pietro Negeri d'Avernia che es- 
sendo canonico di Cliiaramonte, per farsi dicitore et andare per corti, renunziò 
il canonicato. Amo Mu' Ermengarda valorosa, e nobil signora che tenea corte 
in ISarbona , e da lei, per io suo leggiadro dire, fu molto amalo et honorato; 
ben che al fine fu de la corle di lei licenziato, perchè si credeva haverne lui 
olteuuto r ultima speranza d'amore, v 



l86 DISSERTAZIONE TEHZA 

introdotto nella Corte di Francia le m^inicre piacevoli, i gentili 
costumi e le usanze galanti della Francia meridionale, è parimente 
certo che il matrimonio d'Eleonora d' Aquitania con Luigi VII. 
nel 1 1 3y ,. fu una nuova occasione di propagarli (i). Eleonora, 
nipote del celebre Conte di Poitiers, ricevea gli omaggi de' Tro- 
vatori, gli incoraggiava e gli onorava. Bernardo di Ventadore che 
fu uno de' più celebri Trovatori le consacrò i suoi versi ed i suoi 
sentimenti, e continuò a tributarle i suoi canti ed il suo amore 
anche dopo ch'ella divenne Regina d'Inghilterra. La Contessa di 
Sciampagna viene indicata dall' autore colla lettera iniziale M. Un 
giudizio da essa pronunziato porta la data del nj^. In quell'e- 
poca Maria di Francia, figlia di Luigi VII. e d'Eleonora d' Aqui- 
tania, era Contessa di Sciampagna ed avea per consorte il Conte 
Enrico I. Non ci raaraviglieremo dunque che la figlia di questa 
Regina abbia preseduto a Corti tV amore: il Conte di Sciampa- 
gna era forse debitore alla sua sposa di quel gusto per le lettere 
che cotanto lo distinse fra i Principi del suo secolo; egli protesse 
colla maggiore affezione i poeti ed i romanzieri, e li chiamò alla 
sua Corte : ei meritò il soprannome di Largo o Liberale. Questo 
Principe e questa sua sposa ebbero un degno successore nel loro 
nipote Thibaut, Conte di Sciampagna e Re di Navarra si nolo per 
le sue canzoni che hanno moltissima somiglianza con quelle dei 
Trovatori. L'autore riporta nove giudizj pronunziati dalla Con- 
tessa di Sciampagna e due dalla Contessa di Fiandra. Questa 
Principessa non è nominata né venne dall' autore distinta dalla 
lettera iniziale del suo nome, siccome indicato avea alla Contessa 
di Sciampagna. Fra le Contesse di Fiandra che poterono prese- 
dere alle Corti d'amore durante il duodecimo secolo , e prima 
dell'epoca nella quale fu compilati V Arte d amare dal Cappel- 
lano Andrea, noi non esiteremo a scegliere Sibilla, figlia di Folco 
d' Angiò nel ii34 sposata Thierry Conte di Fiandra: verisimil- 
mente ella recò dai paesi posti al di là della Loira le ìnstituzioni 
che colà vigevano, quali furono le Corti d'amure. 

Le particolarità concernenti le Coni slibilite in Provenza ci 
furono riferite da Giovanni di Nostradamo. « Le tenzoni , cosi 



(i) V. quanto fu già da noi scritto intorno le gentili costumanze di quel 
tempo nascente della Cavalleria nel Coslume antico e moderno ec. Europa. 



DELLA CORTE d' AMORE ec. 187 

egli, erano dispute d'amore che facevansi fra i Civalieri e le 
Dame poetesse , che tenevano de' dialoghi su qualche bella e sot- 
tile quistione d'amore; ed allorquando non potevano andar d'ac- 
cordo , le mandavano, per averne la definizione, alle illustri Dame 
presidenti, che tenevano Corti d' amore aperte e plenarie in Si- 
gna , Pierafuoco , Romanino ed in altri luoghi, e ne pronunzia- 
vano giudizi «ih'appellavansi in allora Lous arrets d'aniors (i) ». 
Ora noi troviamo in Nostradamo nella rita di GiufFredo Rudello, 
che il monaco delle isole d'Oro nel catalogo da lui steso dei poeti 
Provenzali parla della tenzone , già da noi riportata , tra Gerardo 
e Peronelto , e che aggiugne; " Finalmente vedendo ohe quella 
quistione era sublime ed ardua ne commisero il giudizio alle D^me 
illustri, che tenevano Corte d' amore in Pierafuoco ed in Signa j 
che era corte larga ed aperta , colma d' immortale lode , adorna 
di nobili Dame e di Cavalieri del paese, per avere un giudizio 
sopra tale quistione. Le Dame che ivi presedevano alla Corte di 
amore in quel tempo erano le seguenti : Stefanella Dama del 
Baulzio, figliuola del Conte di Provenza , Adalasia Viscontessa di 
Avignone, Alalete Dama d'Ongle, Ermissenda Dama di Posquie- 
res , Bertrana Dama d' Urgone , Mablle Dama d' Eres , la Contessi 
di Dia, Rostanga Dama di Pierafuoco, Bertrana Dama di Signa, 
Giusseranda di Claustrale ce. Ciò che da maggiore autorità alle asser- 
zioni del Monaco delle isole d' Oro , di cui Nostradamo copia le 
espressioni (2), si è che questa fenzone fra Gerardo e Peronetto 
trovasi ne' manoscritti che ci sono rimasti delle poesie de' Trova- 
tori, e che di fatto i due poeti vanno d'accordo nelT indicare le 
Corti di Pierafuoco e di Signa per decidere la quistione; Gerardo 
dice: « io vi vincerò se la Corte sarà leale .... io trasmetto la 
mia tenzone a Pierafuoco ove la bella tiene corte d' insegna- 
mento ». Peronetto risponde : « ed io dal mio canto ho scelto 

(1) Giovanni di Nostradamo, f'ite de' più celebri ed antichi poeti Pro- 
l'enzali. 

(1) In una nota alla Stoi'ia della Leti. ìtal. di Gingnenè si fa a tale propo- 
sito la seguente giudiziosa osservazione. Per quanto abbiasi a diffidare delle as- 
serzioni di Nostradamo, non gli si può negar fede, allorquando cita un libro, 
che esislcva al suo tempo , e che avea ietto , e dal quale avea raccolto alcuni 
fatti, ed è quello di Monge o Monaco dell' isole d' Oro , scritto nel quattordice- 
simo secolo, su di una ròccolta cr»nipilata fin dal dodicesimo secolo per comanda- 
mento del Re d'Aragona e Conte di Provenza Alfonso 11. 



l88 DI8SERTA7J0NP. TKRZ\ 

per giudice il nobile castello di Signa (i), «, Osservar qui dob- 
biamo che il primo Trovatore comincia dal parlare d'una Corte 
che deve giudicare, in termini che permettono di credere che le 
tenzoni erano ordinariamente sottoposte a simili tribunali « Io 
vi vincerò , gli dice, se la Corte sarà leale «. Ed è solamente 
alla fine della tenzone che i due poeti convengono nella scelta 
delle due Corti, che devono adunarsi per pronunziare il loro 
giudizio. 

Nella vita di Raimondo di Miravalle , Nostradamo fa menzione 
di un' altra tenzone fra questo Trovatore e Bertrando d'AlIamanoa 
anch'esso poeta Provenzale e di lui coetaneo, nella quale si di- 
sputa , quale delle due nazioni sia la plìi nobile ed eccellente , o 
la Provenzale o la Lombarda, cioè l'Italiana, come allora si di- 
ceva : Raimondo mantiene con vive ragioni le parti della Pro- 
venza , come di quel paese , in cui fornisce maggior copia di poeti 
Provenzali j il che non poteva dirsi della Lombardia. Questa qui- 
stione fu rimessa alle Dame della Corte d'amore di Pierafuoco 
e di Signa per averne la decisione^ e per loro arresto, fu attri- 
buita la gloria ai poeti Provenzali , come a quelli che tenevano 
il principal luogo tra tutte le lingue volgari. Lo stesso Nostradamo 
parla sovente nelle Vite de^ poeti Provenzali delle Corti d amore 
e delle Dame che le presedevano. Nella vita di Percivale Doria (•^) 
si fa menzione di un altro poeta della stessa sua famiglia ap- 
pellato Simone Doria , di cui ci è rimasta una tenzone nella quale 
parlano esso Simone e Lanfranco Cigala quistionando, chi fia piti 
degno d'essere amato, o colui che dona liberamente il suo, o 
colui che il dona contra voglia per essere tenuto liberale. Per aver 
la diffinizione di tal contesa, la trasmisero alle Dame della Corte 
d'amore di Pierafuoco e di Signaj ma [poi non soddisfatti del 
loro arresto ricorsero ambedue alla sovrana Corte d'amore delle 
Dame di Romanino , in cui presedeva un certo numero d' illustri 
Dame del paese, tra le quali distinguevansì le seguenti : Fanelta 
de' Gantelmi Dama di Romanino, la Marchesa di Malaspina , la 

(l) Questa Corte d'amore è chiamata La corte d'amore di Pierafuoco e di 
Sigia; ed è verisimile cb'essa s'adunasse ora nel castello di Pierafuoco ed ora 
in quello di Signa. Questi due p;iesi sono vicinissimi l'ano dell'altro, ed ia di- 
stanza poco presso eguale di Tolone e di Brignoles. Un altro Trovatore, Ram- 
baldo d'Orange , parla della distanza d'Aix a Signa. 

(a) V. Nostradamo , Tua XXXVIU- 



DELLE CORTI d' AMORE CC. 189 

Marchesa di Saluzzo, Chiarella Dama del Baulzio , Laureila di 
San Lorenzo, Cecilia Rascassa Dania di C;i rombo , Ugoua di Sa- 
brano , figliuola del Conia di Folcachiero , Elena Dama di Mon- 
tefaone , Isabella di Boriglione Dama d'Aiz, Ursina degli Ursieri 
Dama di Monpolieri , Alaelta di Meolon Dama di Corbano ed 
Elisa Dama di Merarques. Ma l'arresto o L sentenza di questa 
Corte non fu ritrovala né dal Nostradaino né da chi scrisse dap- 
poi sulle poesie de' Trovatori. E nella vita di Bertrando d' AUa- 
manon ci racconta Nostradamo che « questo Trovatore fu inna- 
morato di Fanetla o Stefanetla Dama di Romauino, della casa dei 
Ganlelmi, la quale teneva aperta in quel tempo Corte d'amore 
nel suo castello di Romanino , presso la citta di San Remigio , in 
Provenza , ed era zia di Lauretta d'Avignone della casa di Sado 
tanto celebrata dal poeta Petrarca ». Nella vita di Marchebruse o 
Marco Brusco ci assicura Nostradamo (i) che la madre di questo 
Trovatore la quale era dotta e molto versata nelle buone lettere, 
e poetessa non meno in lingua Provenzale che nelle altre volgari , 
tenne Corte d'amore aperU in Avignone, ove concorrevano lutti 
i poeti, e gentiluomini e Dame del paese, per udire le difìnizioni 
delle quistioni e delle tenzoni d'amore che vi si proponevano , e 
inviavansi dai Signori e dalle Dame di tutte le Marche e con- 
trade circonvicine j ed era giunta a tale altezza la fama di lei, 
che ben fortunato si riputava quel poeta che poteva avere un canto 
o un sonetto , che ella avesse composto. 

Finalmente all' articolo (a) di Lauretta e di Fanetta si legge 
che Lauretta dell'illustre famiglia di Sado, Gentildonna d'Avi- 
gnone fioriva in delta ciltà circa Panno i34i. Fu ella inslruita 
nelle buone lettere da Stefanetla o Fanetta de' Ganlelmi sua zia 
Dama di Romanino, la quale allora in Avignone si stava. Erano 
amendue queste D^me ornate d'ogni virtù e amendue di rara 
bellezza; romanzavano egregiamenie , prontissime erano in ogni 
metro Provenzale , e finalmente di si nobile indole, che non po- 
teva non innamorarsi di loro chiunque avea la fortuna di cono- 
scerle. Perlochè in que' tempi erano salite in tanta stima ia 
quanta pel loro sapere erano salite precedentemente Stefauettoi 



(1) f^ita LXII. 

(2) Nostr.idamo, ^ita LXV 



ago DISSERTAZIONE XER:aA 

Contessa di Provenza, Adelasia Viscontessa d'Avignone ed altre 
simili Diirae Provenzali. Né altro divario era fra Lauretta e Fa- 
netta, se non che quest' ulilma era dotata di un si segnalato fu- 
ror poetico e d'una sì forte ispirazióne divina, ch'era da tutti 
riputata un vero dono soprannaturale. Le Dame loro compagne 
erano Giovanna Dama del Baulzio o Balzo, Uyhetta di Folca- 
chiero Dama di Trects , Brianda d'Agulto Contessa della Luna , 
Mabile di Villanuova Dama di Venza , Beatrice d' Agulto Dama 
di Salto, Idoarda di Roccafoglia Dama d' Ansoys , Anna Viscou- 
tessa di Tagliardo, Bianca di Flassano soprannominata Biancajiore, 
Dolce di Mostiero Dama di Clumana , Anionetta di Cadenetto 
Dama di Lambesco , Maddalena Dama di Saglione e Rissenda di 
Poggioverde Dima di Trans, insieme con altre delle principali 
Dame di Avignone, le quali er^no grandemente applicate allo 
studio delle buone lettere, e tenevano quivi aperta Corte (V amore 
per diffinire le quislioni che vi si mandavano. Per lo che, e per 
Je belle opere che davano alla luce, era il loro nome glorioso, 
non pur per la Francia tutta, ma per l'Italia e per la Spagna j 
e Bertrando d'Allamanone, Bertrando di Bormia, Bertrando del 
Poggeito , Rostagno d'Enliocastello e un'infinità d'altri poeti Pro- 
venzali scrissero grossi volumi di canzoni e bei romanzi in loro 
lode ed onore. Ed essendo venuti Guglielmo e Pietro Baldi e 
Lodovico Lascari conti di Yeutimiglia , di Tenda e della Bcica , 
personaggi di gran nome , a visitare ia Avignone Papa Inno- 
cenzo VI., non mancarono d' andare ad udire le sentenze d'amore 
pronunziate dalle suddette Dame 5 e non meno rapiti della loro 
bellezza, che maravigliati dell'accortezza e del sapere, ne resta- 
rono fortemente innamorati. Ma queste Dame l'anno i348 se ne 
morirono per la gran pestilenza che tre anni afflisse la città d A- 
vignone. Il Monaco di Montemaggiore dice che tutte queste Dame 
erano le drude di quei Cortigiani (1). Ora è qui da osservare 

(i) Questa voce Drut in ling'ia antica Provenz-ile significa Putta cosi No- 
stradamo- Intorno a tal voce il dottissimo Salvini maestro di questa lingua , al 
par di qualunque nazionale di Provenza cosi scrisse: so die Drut significa 
Drudo, che voleva dire innamorato, ma non amante lascivo, come oggi; beusi 
leale e onesto. 11 Redi nelle annotazioni al Ditirambo ne parla a pieno; la voce 
Drudo, così egli, il cui femminile è Druda, vale lo stesso che Amadore, Vago, 
Aniante , Damo; né sempre si prende in signiQcato disoueito , come vollero 
scrivere quei Viilentuoraiui che compilarono il nostro Focuùolurio della Crusca 
della seconda edizione ec. 



DELLK CORTI D AMORE ec. I9I 

per riguardo a questa tanlo illustre Lauretta (ciò che faremo in 
brevi parole-) quello che scrissero Nostradamo ed altri molti : 
ch'essa cioè, fosse quella si altamente celebrata da Francesco Pe- 
trarca. Ma noi col Vellutello, col Crescimbeni e con altri siamo 
di contraria opinione, e stimiamo altresì, che la Lauretta dal 
Petrarca cantata, non avesse marito giammai, e per conseguenza 
non fosse pur una delle Dame del Parlamento o Corte d'amore, 
dove non entravano zitelle , per non essere loro materia ; oltre a 
che dee aversi in considerazione che se veramente Laura avesse 
avuto l'onore d'appartenere a quel tribunale, e fosse stata quella 
celebre poetessa , che esagera il Nostradamo , certamente il Pe- 
trarca non avrebbe taciute simili singolarissime prerogative (i). 

Tutte queste varie testimonianze da noi qui riferite non la' 
scieranno più il menomo dubbio sull'antica e continuata esistenza 
delle Corti cV amore che esercitarono la luro giurisdizione e nel 
settentrione e nel mezzogiorno della Francia dalla metà del duo- 
decimo Gn dopo il quattordicesimo secolo. Nulladimeno non vo- 
gliamo qui tralasciare di far cenno di un'usanza che ha una stretta 
relazione colla esistenza di questi tribunali, e che potrebbe ben 
anche confermarla se d' uopo fosse di nuove prove. Allorquando 
i Cavalieri non trovavansi in luogo opportuno da poter chiedere 
immediatamente il giudizio di una Corte cV amore , od allorché 
credevano di rendere un omaggio aggradevole alle Dame sce- 
gliendole per giudicare le quislioni galanti , essi alla fine delle 
tenzoni , nominavano le D.ime che doveano pronunziar semenza , 
e che formavano un tribunale arbitramentale , una corte speciale 
d'amore. I Trovatori Salvarico di Malleone ed un certo Propo- 
sto (2) in una tenzone insorta tra di loro nominarono tre Dame 
per giudicare la discussa questione j cioè Gugliel metta di Benaut, 
Maria di Ventadore e la Dama di Monferrato j e cosi in molte 
altre tenzoni leggonsi i nomi delle Dame arbitre che venivano 
prescelte dai Trovatori (3). Anche i Cavalieri erano spesse volle 

(i) V. Le erudite ma troppo prolisse annotazioni del Crescimbeni all'articolo 
Lauretta e Fanetla di Nostradamo. 

(2} Questa tenzone trovasi nel codice della Vaticana. 8208, car. 82. 

(3) Ecco i nomi di alcune altre Dame arbitre che trovatisi iudtciilc in dilTe- 
renti tenzoni. Azalais e la Dama Conja; tenzone di Guglielmo De la-'l'our con 
Sordello: Us Amici. Guglielmo di Tolone e Cecilia; tenzoni di Guionet con 
Rambaldo Eii liumbuut. Beatrice d'Este ed Emilia di Ravenna; Ltiizone d'Ai- 



IQS filSSERTÀZlOMB TERZA 

associali colle D^me per pronunziare sulle quisiioni discusse nelle 
tenzoni , e ne citeremo un esempio ia Anselmo Faidit con Ugo 
della Bacalarla ì quali soitoposero la decisione di una loro disputa 
a Maria di Ventadore ed al Delfino d'Alvernia (i). Troviamo fi- 
nalmente alcuni giudizi di tenzoni commesse soltanto ai Signori, 
ai Trovatori ed anche ad un solo. Estève ed il suo interlocutore 
scelgono i signori Ebles e Giovanni (2); Anselmo Faidit e Ptrdi- 
gnone si sottopongono al solo Delfino d'Alvernia (3); ed il Del- 
fino d'Alvernia e Perdignone eleggono per giudice Anselmo Fai- 
dit (4)- Noi abbiamo creduto per render sempre più completo 
questo lavoro di ùv m.enzione ben anche di queste arbitramentali 
giurisdizioni , di questi tribunali di convenzione che si collegavano 
strettamente coi tribunali supremi delle Corti d' amore. Passeremo 
ora ad esaminare la composizione delle dette Corti e le formole 
che vi si osservavano. 

Andrea il Cappellano non ci lasciò alcuna particolarità sulla 
composizione delle Corti della Regina Eleonora, della Contessa 
di Narbona e della Contessa di Fiandra } ma un decreto della 
Corte delle Dam.e di Guascogna porta. « La Corte delle Dame 
adunate in Guascogna ha stabilito col consenso di Tutta la Corte 
questa costituzione perpetua ec. » Tali espressioni ci mHuifestano 
che questa Corte era composta di un gran numero di Dame. E 
per riguardo alla Corte della Contessa di Sciampagna noi trovia- 
mo due preziosissime notizie. Nel dee età del 1174 siJa dice; 
« Questo giudizio che noi abbiamo profferito con estrema pru- 
denza , ed appoggiato al parere di un grandissimo numero di 
Ddme ce ed in un altro giudizio si legge «. Il Cavaliere, per la 
frode che gli fu fatta, denunziò tutto l'andamento dell'affare alla 
Contessa di Sciampagna; ed umilmente dimandò che questo de- 
litto fosse sottoposto al giudizio della Contessa di Sciampagna e 
delle altre Dame. La contessa avendo adunato un consiglio di 
sessanta Dame pronunciò questo giudizio. « Nostradtmo nomina 
un numero considerabile di Dame che sedevano nelle Corti di 

meri di PtqiiilHÌn e d' Albertel : .V. Albertriz. La Contessa di Savoja; teitzoiM 
di Guglielmo con Ain.ildo, Stnher Arnaui ec. 

(i) Tenzone: ^V. U^o Lu BacuLirìu. 

{1) Tenzone: Dui Cafnjer. 

(3) Tenzone : Perdigons uoslre sen. 

(4) Tenzone : PeriU£'jns ses f^ussu iatgc. 



DELLE CORTI D* AMORE EC. IO? 

Provenza , dieci in Signa ed in Pierafuoco , dodici in Romanino j 
quattordici in Avignone (i) n. Il Cappellano Andrea riferisce che 
il codice d' amore era stalo pubblicato da una Corte composta 
da un gr^n numero di Dame e di Cavalieri. Alcuni Cavalieri se- 
devano in quando in quando nelle Corti diamole stabilite in 
Pierafuoco , in Signa ed in Avignone. Un Signore al quale crasi 
diretto Guglielmo di Berguedam pronunciò col parere del suo 
consiglio. Un Principe consultato sopra una quistione contenuta 
io una tenzone pronuncia altresì col parere del suo consiglio. 

Sembra poi per quanto spetta alla maniera colla quale si 
procedeva davanti a questi tribunali , che i Cavalieri V uno dopo 
l'altro comparissero a difendere le proprie cause, e che sovente 
le Corti pronunciassero sulle quistioni esposte nelle suppliche o 
dibattute nelle tenzoni. Andrea il Cappellano ci conservò la sup- 
plica indirizzata alla Contessa di Sciampagna allorché essa decise 
la suddetta quistione. « Può sussistere vero amore fra sposi ? » 
Trovasi altresì nella sua opera che avendo un Cavaliere denun- 
ziato un colpevole a t^l Corte, questi si sottomise volentieri al 
giudizio del tribunale. Pare che in certe circostanze le Corti d'a- 
more facessero alcuni gener-ili regolamenti. Abbiamo veduto che 
la Corte di Guascogna ordinò , coli' assenso di tulle le Dame che 
vi sedeano , che il sub giudizio sarebbe osservato quale conslilu- 
zione perpetra ; e che le Dame che non vi avessero obbediio , sa- 
rebbero incorse nell'inimicizia di tulle le Dame oneste. 

Quando il codice amoroso dato dal Re d' amore venne adot 
tato e promulgato, la Corte composta di D«ine e di Cavalieri , 
ordinò a tutti gli amanti d'osservarlo esittimenle sotto le pene 
portate dal suo decreto. Noi possiam credere che i gìudizj prò- 

■P 

( t) Il Piissoni e l'oiilKtiini , (lell.,i Eloquenza Itnliana p i^. rao, hanno cre- 
dulo che ne' seguenti versi del 188. ° soin:ilo del Petrarca : 

Dodici donne onestamente lasse 

Anzi dodici stelle , e 'u mezzo un sole 

Vidi in una barchetta , ec, 

s'allutksse dal detto poeta alle Dame della Corte d' amore. d'Avignone. Questa 
congettura è fondata soltanto sul numero di dodici, che è quello delle Dame di 
detta corte nominala da Nostradamo; ma a queste dodici Dame aggiugnevausi 
Laura e la Dama di Rtimanìno zia della medesima. Nostradamo lo dice chiara- 
mente. Devesi dunque rigettare tale congettura fondata sopra questo numero di 
dodi:i. V. quanto abbiamo già detto sopra intorno a Laureila ec 

Iluiuauzi di Cuvuit. Vol.L i3 



,<j/{ DISSERTAZIONE TERZA. 

nunziaii dalle Corti d* amore formassero un codice di giurispru- 
denza al quale le altre Corti si conformavano allorché propone- 
v.insi nuovamente alcune quislioni di già dibattute e decise. La 
Regina fi^leonora proferisce un suo giudiz-o co' seguenti termini ; 
ce Noi non osiamo opporci al decreto della Contessa di Sciam- 
p^eua che ha di già pronunziato sopra una simile quistìone; noi 
approviamo dunque che ec. » Un esempio notabile ci dimostra 
che le pirti appellavansi dai giudizj delle Corti d' amore ad al- 
tri simili tribunali. L'antico biografo de' poeti Provenzali riferi- 
sce che i due Trovatori Simone e Doria e Lanfranco Cigala 
avendo agitata la quislione che abbi^m di già sovraccennata, e che 
avendola sottoposta al giudizio delle Dame della Corte d' amore 
di Pierafuoco e di Signa , poco contenti dell'arresto di quelle 
Dame ebbero ricorso alla Corte suprema d' amore delle Dame di 
Romaoino (i). Nel leggere i diversi giudiz] che riporteremo in 
appresso, rimarremo convinti che la loro compilazione è conforme 
a quella de' tribunali giudiziarj di quell'epoca, finalmente una 
circostanza notabile che non bisogna omettere nel parlare dei 
decreti pronunziati dalle differenti Corti d' amore , si è che 
quasi lutti ne contengono i motivi , alcuni de' quali sono fondati 
sulle regole del codice d'amore. 

Prima però di riferire gli esempj che indicar ci devono con 
maetiior chiarezza le quislioni che venivano sottoposte al giudizio 
delle Corti d' amore , crediamo necessario di riportare le princi- 
pali disposizioni del codice amoroso, che trovansl per intiero 
neir opera di Andrea il Cappellano , sembrandoci che questi tri- 
bunali siansi conformali al medesimo nelle loro decisioni. L'autore 
comincia dall' esporre il njodo col quale siffatto codice venne 
portato da un Cavaliere Bretone e pubblicato dalla Corte delle 
Dame e de' Cavalieri , affinchè potesse servire dì legge a tulli gli 

amanti. 

Un Cavalier Bretone erasi inoltrato solo in una foresta colla 
speranza di rinvenirvi Arturo, ed in vece s'abbattè in una da- 
tnigella che gli indirizzò queste parole, ce Io so chi voi cercate ; 
voi non lo troverete che col mio soccorso : voi avete chiesto 
amore ed una Dama Bretona , ed ella esige (Ja voi che le re^ 

(l) V. Noslradamo , pag. i3i. 



m 



DELLE CORTI D AMORE EC. Io5 

chUte il celebre falcunt* che riposa sopra uaa pertica nella Corte 
*ì' Arturo. Ma egli è necessario per ottenere quel falcone provare 
prima col buon successo di un combattimento che la vostra Di- 
ma è più bella di tutte le Dame amate d^i Cavalieri della detta 
Corte ». Dopo molte avventure romanzesche , egli trovò il falcone 
sopra una pertica d'oro all'ingresso del palazzo, e se lo pigliò: 
ad una catenella d' oro attaccata alla delta pertica stava sospesa 
una carta scritta: questa conteneva il codice d'amore che il Ca- 
valiere dovea prendere e divulgare in nome del Re d'amore, 
seppur voleva trasportar paciGcamente il falcone. Essendo questo 
codice stato presentato alla Corte , composta di un gran numero 
di Dame e di Cavalieri , essa unanimamente ne adottò le regole, 
ed ordinò sotto gravi pene che fossero fedelmente e perpelu»- 
mente osservate. Tutte le persone chiamate ad assistere a quella 
Corte presero il detto codice e lo fecero conoscere agli amanti 
in varie parti del mondo. 11 rinomato Pittore signor Pelagio Pa- 
lagi rappresentò egregiamente nella qui annessa Tavola 8 lo sco- 
primento del codice d' amore. Le figure indicano chiaramente il 
fdtto sovraccennato, e quindi non ci ha bisogno d'altra spiega- 
zione. 

Conteneva il detto codice 3i articoli, e noi ne referiremo i 
più importanti. « Il matrimonio non è una scusa legittima contra 
r amore. Chi non sa celare, non può amare. Nessuno può avere 
in egual tempo due amori. L'amore deve sempre od accrescere o 
diminuire. Non ci ha gusto ne' piaceri tolti ad un'amante contro 
il suo volere. In amore l'amante che sopravvive all'altro è ob- 
bligato a conservare la vedovanza pel corso di due anni. L'amore 
se ne fugge dalla casa dell' avaro. La facilità di godere diminui- 
sce la forza d'amore e la difficoltà l'accresce. Se l'amor diminui- 
sce, termina presto; ben di rado riprende le sue forze. II vero 
amante è sempre timidot Nulla osta che una donna sia amata da 
due uomÌDÌ , né che un uomo sia amato da due donne (i) ». 

(i) Chi fosse vago di conoscerli tutti, può leggerli qui in latino come stanno 
scritti nel detto codice. 7.» Causa conjugii ab amore non al excusatio reclu. 
11. Qui non celat amare non putest. 111° Nciuo duplici potest amore ligarù, 
iy.° Seinper amorem minili i>el crescere conslat. F° Non est sapidum q'tod 
amans ab imito sumit amante, ri.^ Mnsculus non solet nisi in piena pubcrtale 
amare. FIL° Bìennalis i^iduitas prò amante dffunao supersisti pracscribitUK-' 



igS blSSERTAilONE tÈB«\ 

Fra i giuJlzj , de' quali parlereoao appresso, sì veJrà clie ani 
delle parti cita l'articolo che prescrive all'amante 'superstite una 
vedovanza di due anni, e si vedrà ben anche 1' applicazione del 
principio, che il malfimonio non esclude l'amore: nei motivi di 
un giudizio la Contessa di Sciampagna cita 1' articolo secondo del 
vodice d'amore «e Chi non sa celare non sa amare ». I Trovatori 
parlano qualche Volta del Diritto (V amore : nel giudizio dato da 
un Signore e riferito da Guglielmo di Bergedam si trovano queste 
espressioni ; Secondo gli statuti d^ amore. 

Ma dopo di aver riportato gli articoli compónenti il codice 
d'amore, noi ignoriamo tuttavia le belle definizioni che dell'amore 
e delli vera maniera d'amare ci lasciarono i celebri Cavalieri -Tro 
\atori. Sarà dunque necessario a nostro avviso , onde conoscere 
con maggiore esattezza le materie che si irattavaao nelle Corti 
d^ amore , il premettere alle quistioni ed agli arresti delle mede- 
sime le definizioni che ce ne diedero , e conoscere in egual tempo 
se la loro condotta in amore era conforme ai loro insegnamenti. 

Il famoso Libro d' amore del Cappellano Andrea incomincia 
dai rispondere alla definizione d' amore data da un certo cotale , 
il quale asserito avea che amore non è ^e non carnale diletta- 
zióne d* alcuna persona, e vi si dice che per nessuna ragione 
fi può sostenere la detta definizione. Imperciocché quelli che 

énìnntL FÌIL^ T^emo , siiìe rattoiiis excessu , suo debet amore pr^ari. IX.^ 
Am ire nemo potest , itisi qui antoris suasione coinpcUìtur. X-^ Amor scmper 
art ai'tiriliae consuei>it domiciliis exulare. XI'^ Non decet amare quorum pudor 
€SC nuptiiis nffeetare XII° l^erus amans alterius nisi suae eoamanlis ex aff\tctu 
hoa cupit amplexHs. Xllf-^ Amor raro consueuit durare l'utgatus. XIV.^ Fa- 
vilik perceptio contempi ibilen reddit amorem, dijjflcilìs eum citrumfacit haberì. 
X^-^ Oittuis consuevit amans in coamantis aspeclu pallescere, XA^/.** In repen- 
tina eo:itnaniis visione , cor tremiscit amanlis. X(^I1.° Novus amor veterem 
jCompe/tit ahi re. X^ III fi Probitas sola quemcumque dii^num facit amure. XIX. 
Si amor minuatur , cito deficit et raro conixilescit. XX^ Amorosus semper est 
limorosi^^. XXI' Ex vera zeiotypià ajfectus semper cPescit amandi. XXI ì° De 
coaniante suspicione perceptd zelus intereaet ajffectils crescit amundi. XXIll° 
Jdinns dormii et edit quem amoris cogitazio veat. XXlf^° Quilib't amuntis 
actus in coamantis cogitatìone finitur. XXl^° Verus amans nihil beatum 
credit, nisi quod cogitat amanti piacere. XXVIfi Amor nihil potest amori 
denegare. XXl^ììfi Amans coamantis solatiis satiari non pò: est. XX f^'I 11 fi Mo- 
dica praesumptio cogit amantem de coamante suspicari sinistra. XXIX'° Non 
solel amare q'tem nimìa volupiatis abund intia Vcxat. XXX. Verus amans assi- 
dua, sine intermissioite , coamantis immagine detineiar. XXXI.^ Unam femi-^ 
nawi nihil prohihfit a t/uoim amari jet a duabuf mulieribus »*««»«• 



DELLE CORTI D AMORE EC. 1 9^ 

pure per dilcLlo carnale cercano amore, son ciechi senza mente, 
e da lunga dalla Corte d'amore debbono stare, siccome ma* 
nijestamente dimostra la doti' ina d^ Andrea Cappellano del 
palagio Reale. Da questo arresto d' Andrea di Francia sembrar 
potrebbe a taluno che i Trovatori avessero una nobile idea del- 
l' amore , e che per conseguenza le azioni loro corrispondessero 
almeno in qualche modo all' alta opinione che se n' erano for- 
mata. Noi riportiamo qualche loro avventura onde meglio conoscer 
si possa quai frutti di virtù producesse ordinariamente l' amore 
che nascer soleva ne' nobili loro cuori. 

E primieramente se parlar dobbiamo del mentovato Cappellino 
Andrea, diremo ch'ei morì per troppo amare, e che il trovatore 
Ponzio di Brucilo ci lasciò un trattato degli amori arrabbiati di 
Andrea di Francia (1). Guglielmo d' AguUo che fiori al tempo 
di Federigo I Imperatore, e che mori intorno all'anno 1181 te- 
neva l'amore in altissimo pregio , e nelle sue canzoni dolevasi , 
che nel suo tempo ^li uomini non amassero come si conveniva; 
egli pone per principio che ninno ne debbe esser preso, se non 
ha r onore sopra tutte le cose davanti agli occhi ; imperciocché 
il vero amore fa vivere l'uomo in gioja , e gli sgombra ogni tri- 
stezza dal cuore. Egli non stima vero e leale amante colui che 
ama per furberia, affermando che l'amante non dee cercare alcuna 
avventura , se la sm donna noi consente ; e quando ella il facesse, 
egli dee riguardar la fragilità del sesso, altramente non può acqui- 
stare il titolo di vero amante. Dice altresì che ne' tempi passati 
altro nell' amore non si cercava, fuorché l'onore; e che le Dame 
nelle quali allignava onore e bontà, non facevano mai cosa, che 
ripugnasse al loro onore; ma che ai giorni presenti il mondo tra- 
colla, perchè gl'innamorati fanno tutto l'opposto, talché ridonda 
in gran biasimo e svantaggio de' buoni e leali amanti. Questo 
poeta ha fatto un trattato su tal proposito, intitolato. La ma- 
niera d' amare del tempo passato. Con tutto ciò il Monaco di 
Moniemaggiore nella sua canzone afferma che costui tra le don- 
zelle era grandemente dissoluto in tutte le sue azioni. Fu amante 
di una certa Giusseranda di Lunello, che era una delle Dame 
più eccellenti in avvenenza e bellezza d) corpo, e delle piìi illii- 

(1) Y. NosUadamo , rile^ ^. }. e 91. 



198 DISSKRTAZIONE TFBZ4 

Stri in xiitù che vivessero in qne' tempi. Il celebre Folchetto di 
Marsiglio avea amato, vprspggi^to, vissuto una vita vagabonda e 
data ai piaceri , come gli altri Trovatori suoi colleghi ; amò Ade- 
lasia moglie di Beralo del Baulzio suo Signore e padrone , ma 
non potè mai avere da lei alcun dono d' amore , siccome dimo- 
stra egli medesimo nelle sue canzoni, nelle quali fortemente si 
duole del rigore di lei. Morta Adelasia , si fece Frate di Cestello 
con due suoi 6gli , e la moglie si fece Monaca (i). 

Guglielmo di San-Desiderio (2) ricco gentiluomo dal paese di 
Veilac o Vellai , persona onorevole e valente Cavaliere nell'armi, 
liberale /'cortese , ingegnoso Trovatore e stimato da tutti, fu amante 
della Marchesa di Polignac, sorella di Nasale di Claustrale, donna 
assai avvenente, in lode della quale produsse varie belle canzoni , 
nominandola però in esse ognora col 6nto nome di Mio Bertrando. 
Da principio entrò in mente alla Marchesa di non volere aderire 
alle sue dimande , se non ne fosse confortata dal proprio marito^ 
uomo di buona pasta, che piglìavasi gran piacere ne' versi e nella 
musica , citava e cantava volentieri le canzoni di San-Desiderio. 
Questi ne gli detta una , nella quale Introduce un marito che fa 
alla moglie la preghiera che la Marchesa pretendeva dal suo, e 
conGda al buon Signore suo amico , tenendogli nascosti i nomi , 
il caso in cui sì trova, l'artifizio al quale è costretto di ricor- 
rere , e '1 buon esito che ne spera. Polignac trova ingegnoso 1' e- 
spediente, leggiadrissima la canzone, la impara a memoria, come 
avea fatto delle altre, e va a cantarla alla moglie, ride con lei 
dello strattagemma , e dice che la donna per cui la canzone fa 
fatta , dopo averla intesa , non può nulla ricusare al Trovatore. 
Difatto ella tutto gli concedette senza verun rimorso. Ma non è 
questo che il primo atto della commedia. A meglio velare la sua 
pratica, il Trovatore fece sembiante di averne un'altra, e vi riuscì 



(i) 11 Ptfrarca nel quarto capitolo del suo Trionfo d'amore , ove fa naeozioae 
d'ni) buon numero di poeti Provenzali dice: 

Folchetto, che a Marsilia il nome ha dato , 
Et a Genova tutto , et all' estremo 
Cangiò per miglior gloria abito e stato. • 

(2) V. Nostradamo, f^ita f^I. e Millot e Ginguené opere o Morì Guglielmo 
ili servizio d' lidefonso Re d'Aragona e Conte di Provenza circa l'anno ii85. 



bELLB COBTl D AMOHE EC. lOtì 

&ì bene , che la Marchesa ne fu gelosa , e voile farne vendetta ; e 
cotale vendetta soprattutto può darci a divedere i costumi di quel 
buon tempo. L'amor suo con San-Desiderio aveva avuto bisogno 
di un conGdente , il quale era assai gentile: ella manda per lui, 
e gli dice che vuol farlo salire dal secondo grado al primo: che 
andranno in un certo pellegrinaggio ; perocché i pellegrinaggi , sic- 
come abbiam già veduto , si accomodavano a maraviglia cogli in- 
ganni tessuti ai mariti ed agli amanti, passeranno pel castello di 
San-Desiderio, che era assente, ed in quel castello, nel suo letto 
istesso ella coronerà il suo successore. Si ordini ogni cosa pel 
viaggio. Gran seguito di donne, di donzelle, di Cavalieri prece- 
duti dal nuovo amante. Nell'assenza del castellano, si rendono 
tutti gli onori alla donna, all'amico, al corteggio. Si prepara 
uno splendido convito: tutto spira gioia ed allegrezza. Gli ap- 
partamenti sono messi all'ordine; ciascuno si ritira, e la donna 
passa la notte a seconda de' suoi disegni. L' avventura si sparse 
per tutto il paese. San-Desiderio ne fu da principio desolato: ma 
si consolò dipoi da uomo di garbo , cioè scegliendo alla sua volta 
un'altra amante. Ma non tutti ì mariti furono tanto compiacenti 
quanto lo fu il Marchese di PoHgnac , e ne recheremo un tristis- 
simo esempio ne' funesti amori di Guglielmo di Cabestano. Con al- 
cune variazioni e giunte raccontati ci furono gli avvenimenti di 
questo Trovatore dal Boccaccio e dal Noslradamo j dal Vellutello, 
dal Gesualdo e da Fausto di Longiano nella sposìzione di un 
passo del Petrarca , che nel quarto capitolo del Trionfo d' amore 
fece menzione del detto Guglielmo (i) Ma siccome tutti concor' 
dano nella sostanza del fatto, cosi noi lo riferiremo' colle parole 
stesse del Boccaccio (s), tanto più che il Crescimbeni, avendo 

(0 Così il Petrarca nel luogo citato: 

e quel Guglielma 

Che per canlor ha 'l fior de' suoi di scemo. 

(2) II Trovatore Guglielmo di Gabestano e Raimondo di Seglians sigoofe di 
detto luogo, secondo narra il Nostradamo Articolo XII. sono chiamali dal Boc- 
caccio Guglielmo Guardastaguo e Guglielmo Rossiglione : la moglie di Raimondo , 
siccome racconta Nostradamo, era Dama di Rossiglione, ed era appellata Tri- 
dina Carbonella. U Vellutello chiama il detto Trovatore Cabestein della Con- 
trada di Rossiglione, che confina con Catalogna e con IN^rhona , e dice che 
amò Madonna Sorismonda (forse Torrismonda) moglie di Raimondo da Castel 
Rossiglione. Nelhi sostanza del fatto della morte di Cabestano concorda col Boc- 
caccio e col Nostradamo. 



«ÌOO DTSSEUTAZIONE TERZA 

vedute due vite di questo poeti manoscritte nella Biblioteca V;i - 
ticana, trovò ch'esse concordavano fuorché ne* nomi, con ciò 
che narra il Boccaccio nella Giornata IV. Novella IX. del suo 
Decamerone. 

« Dovete adunque sapere , cosi egli , che , secondo che rac- 
contano i Provenzali, in Provenza furon già due nobili Cavalieri, 
de' quiH ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di sé, et aveva 
r uno nome Messer Guiglielmo Rossiglione , e 1' altro Messer 
Guiglielmo Guardastagno ; e perciò che l' uno e 1' altro era 
prod'uorao molto nell' arme, s'armavano assai, et in costume (i) 
avean d' andar sempre ad ogni torniamento , o giostra , o altro 
fitto d'arme insieme, vestiti d'uni assisa (2). E come che ciascun 
dimorasse in un suo castello , e fosse 1' un dall'altro lontano ben 
dlece miglia , pure avvenne , che , avendo Messer Guiglielmo 
Rossiglione una bellissima e vaga donna per moglie, Messer Gui- 
glielmo Guardastagno fuor di misura , non ostante 1' ammistà e 
la compagnia che era tra loro , s' innamorò di lei , e lanto or 
con uno atto et or con uno altro fece , che la donna se n'accor- 
se , e conoscendolo per (3) valorosissimo Cavaliere , le piacque; 
e cominciò a porre amore a lui , in tanto , che ninna cosa più 
che lui , disiderava , o amava , né altro attendeva che da lui 
essere richesta : il che non guari stette che avvenne, et insieme 
furono et una volta et altra, amandosi forte. E men discretamen- 
te insieme usando , avvenne che il marito se n' accorse , e forte 
ne sdegnò , in tanto , che il grande amore che al Guardastagno 
portava , in mortale odio convertì ; ma meglio il seppe tener 
nascoso che^ i due amanti non avevan saputo tenere il loro amore, 
e seco diliberò del tutto d' ucciderlo. Per che , essendo il Rossi- 
glione in questa disposizione , sopravvenne, che un gran tornea- 
mento si bandi in Francia , il che il Rossiglione incontanente si- 
gnificò al Guardastagno , e mandogli a dire , che , se a lui pia- 
cesse , da lui venisse , et insieme diliberebbono , se andar vi 
volessono , e come. Il Guardastagno lietissimo rispose (4) , che 

(1} In costume , è più bello cliu per costume , che disse il Pelr. 

(2) /issisa , divisa , livrea. 

(3) Considera questi per , che ha in uso la lingua nostra , senza che importi- 
no cosa alcuna , che si possono con molli altri tali chiamar Atticismi. 

(4) Pose , rispose , compose ec. si pofi-riscc e scrive sempre. Puj^c^ ri^pu se 
ec. non è della lingua Toscana. 



DELLE CORTI D AMORE EC. 201 

senza fallo il di seguente andrebbe a cenar con lui. Il Rossiglione 
udendo questo pensò , il tempo esser venuto di poterlo uccidere; 
et armatosi il dì seguente , con alcuno suo fanìigliare montò a 
cavallo , e forse un miglio fuori del suo castello in un bosco si 
ripose in guato , donde doveva il Guardastagno passare. Et aven- 
dolo per un buono spazio atteso , venir lo vide disarmato coti 
due famigliari appresso disarmati , si come colui che di niente 
da lui si guardava ; e come in quella parte il vide giunto dove 
voleva, fellone e pieno di mal talento con una lancia sopra mano 
gli usci addosso gridando : Tu se' morto ; et il così dire et il 
dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa. 11 Guardastagno, 
senza potere alcuna difesa fare , o pur dire una parola , passato 
di quella lancia cadde , e poco appresso morì. I suoi famigliari, 
senza aver conosciuto chi ciò fatto s' avesse , voltate le teste 
de' cavalli , quanto più poterono si fuggirono verso il castello 
del lor Signore. Il Rossiglione smontato con un coltello il petto 
del Guardastagno apri , e colle proprie mani il cuor gli trasse , 
e quel fatto avviluppare in un pennoncello (i) di lancia, comandò 
ad un de' suoi famigliari che nel portasse ; et avendo a ciascun 
comandato, che niun fosse tanto ardito che di questo facesse pa- 
rola , rimontò a cavallo , et essendo gih notte, al suo castello se 
ne tornò. La donna , che udito aveva , il Guardastagno dovervi 
esser la sera a cena, e con disiderlo grandissimo l'aspettava, non 
vedendol venire, si maravigliò forte, et al marito disse: E come 
è cosi , Messere , che il Guardastagno non è venuto ? A cui il 
marito disse ; Donna , io ho avuto da lui , che egli non ci può 
essere di qui domane (2); di che la donna un poco turbata ri- 
mase. Il Rossiglione smontato si fece chiamare il cuoco e gli 
disse : Prenderai quel cuor di cinghiare (3) , e fa' che tu ne 
facci una vivandetta , la migliore e la più dilettevole a mangiar 
che tu sai ; e quando a tavola sarò , me la manda in una sco< 
della d' argento. Il cuoco presolo , e postavi tutta 1' arte e tutta 
la sollecitudine sua , minuzzatolo , e messevi di buone spezie 



(i) Pennoncello : quel poco di drappo , che si pone vicino alla punta della 
lancia a guisa di bandiera , che anche diciamo Banderuola. 

(2) R. Di qui a domane. G. porta la varia lezione; inflno a domani. Rolli. 
(3} Cinghiare , Cinghiale. 



aO'ì DlSSEnTAZlONE TtRZA 

assai, ne fece uno manicaretto (i) troppo buono. Mtìsser GuigFiel- 
ino , quando tempo fu , con la sua donna si mise a tavola. La 
vivanda venne , ma egli per lo malificio da lui commesso nel 
pensiero impedito poco mangiò. Il cuoco gli mandò il manicaretto 
il quile egli fece porre davanti alla donna , sé mostrando quella 
sera svogliato , e lodogliele molto. La donna , che svogliala non 
era, ne cominciò a mangiare , e parvele buono j per la qual 
cosa ella il mangiò tutto. Come il Cavaliere ebbe veduto, che la 
donna tutto 1* ebbe mangiato , disse : Donna , chente v' è paruta 
questa vivanda ? La donna rispose : Monsignore , in buona fé , 
ella m' é piaciuta molto. Se m'aiti Iddio , disse il Cavaliere , io 
il vi credo , né me ne maraviglio , se morto v' è piaciuto ciò , 
che vivo pili che altra cosa vi piacque. La donna , udito questo, 
alquanto stette. Poi disse ; Come ? che cosa é questa che voi 
m' avete fatta mangiare? Il Cavalier rispose; Quello che voi ave- 
te mangiato , è stato veramente il cuore di Messer Guiglielmo 
Guardastagno , il qual voi , come disleal femina , tanto amavate; 
sappiate di certo , eh' egli é stato desso , perciò che io con que- 
ste mani gliele strappai poco avanti che io tornassi , del petto. 
La donna udendo questo di colui , cui ella più che altra cosa 
amava , se dolorosa fu , non é da domandare ; e dopo alquanto 
disse : Voi faceste quello che disleale e malvagio Cavalier dee 
fare ; che se io , non sforzandomi egli , 1' avea del mio amor 
fatto signore , e voi in questo oltraggiato , non egli ma io ne 
doveva la pena portare. Ma unque (9.) a Dio non piaccia che 
sopra a cosi nobil vivanda , come é stala quella del cuore d'uà 
cosi valoroso e cosi cortese Cavaliere , come Messer Guiglielmo 
Guardastagno fa , mai altra vivanda vada. E levata in pie per 
una finestra , la quale dietro a lei era , indietro senza altra dili- 
berazione si lasciò cadere. La finestra era molto alta da terra, 
per che , come la donna cadde , non solaaienle mori, ma quasi 
tutta si disfece. Messer Guiglielmo vedendo questo , stordì forte, 
e parvegli aver mal fatto ; e temendo egli de' paesani e del 
Conte di Provenza , falli sellare i cavalli , andò via. La mattina 
seguente fu saputo per tutta la contrada , come questa cosa era 



(i) Manicaretto , vivanda composta di più cose appetitose. 
{1) Unque , cioè inai ; Unqiia disse sempre il Petrarca. 



DELLE CORTI d' AMORE EC. 2o3 

Stata: per che da quegli del castello di Messer Guiglielmo Guar- 
dastagao , e da quegli ancora del castello della donna eoa gran- 
dissimo dolore e pianto furono i due corpi ricolti, e nella chiesa 
del castello medesimo della donna in una medesima sepoltura fur 
posti , e sopr' essa scritti versi significanti chi fosser quegli che 
dentro sepolti v' erano , et il modo e la cagione della loro 
morte (i). 

Ma rivolgiamo lo sguardo da si orribili misfatti , cui a rife- 
rire ci trasse la curiosità di conoscere perfettamente la corrispon- 
denza delle belle imprese de' nostri Cavalieri Trovatori colle loro 
definizioni d'amore; di quell'amore, nel quale , secondo la loro 
dottrina , altro cercar non doveasì che /' onore ; del quale 
niuno dovea esser preso se non uvea V onore sopra tutte le 
cose davanti gli occhi ; che cercar non doveasi per carnale 
diletto ; eh' esser non dovea carnale dilettazione d'alcuna per- 
sona } di quel puro insomma ed onesto amore che solo esser 
dovea degno delle Corti d' amore (2) dinanzi le quali discuter 

(i) Dì un sì spaveutevole avveoimento di gelosia e di vendetta , il barbaro 
Fayel ci diede in quel torno il secondo esempio ; quando però filtri non voglia 
credere , per 1' onore dell' umanità , che nel raccontarlo siasi aggiunta , a ren- 
derlo più commovente , l' orribile circostanza del primo. L' abate Millot di 
fatto avvisa , che possa darsi che il signore di Coucy, ferito mortalmente all'as- 
sedio d' Acri , abbia veramente ordinato al suo scudiere che dovesse portare il 
suo cuore alla moglie di Fayel; la quale in ricevendo quel tristo pegno sia morta 
di dolore , e che un Romanziere abbia abbellito quel fatto di circostanze tolte 
all' avvenimento di Cabestano. V. Millot , tom. I. pag. i5i. Si fa Jtnche risalire 
a quel tempo il Lamento di fgnaurès, antico Fabliaux Francese, dove trovasi 
più volte ripetuto il medesimo fatto. Dodici femmine amano quel giovine e leg- 
giadro Cavaliere : i dodici mariti convengono di farne la medesima vendetta , e 
fanno mangiare a mensa alle loro dodici mogli il cuore dello sventurato Ignaurès 
"V. Fabliaux dal dodicesimo al tredicesimo secolo. ( Opera di d' Aussy , tom. 
111. pag. -265. e seg. ) 

(2) Ciò non ostante confesseremo che ci furono de' Cavalieri veramente degni 
di tal nome, i quali si fecero un dovere di seguire i precetti di un amore, puro 
onesto, virtuoso. Difficilmente però chi lesse le vere storie di que'tempi d'igno- 
ranza e di superstizione , convenir si potrà nell' opinione del Fentura « la Ca- 
valleria , cosi egli , di origine tutta francese , e frutto di un sentimento di no- 
biltà tutta Cristiana , produsse sentimenti ancora più nobili , ed in certo modo 
diede nna direzione novella , abbelli , perfezionò , mansuefece la più pericolosa 
e la più indocile di tutte le passioni umane , cioè 1' amore , e la elevò ad un 
grado di eccellenza che nell' abiezione dei moderni corrotti costumi crediamo 
romanzesca , e f u reale ». ( V. La Francia nel suo rapporto col Cristianesimo , 



204 DISSEKTA7.I0NE TF.RZA 

doveansi le quistioiil amorose che insorger solevano tra si prodi 
ed onorati Cavalieri , onde ottenere da' detti tribunali que'loro 
inappellabili arresti che qui siamo per riferire. 

Sarebbe grave mancanza la nostra se dovendo qui riportare 
alcuni di quegli arresti che trovansi nel Libro d'amore d'Andrea 
Cappellano , scritto per mano di Michele Arrigucci e citato dal 
F^ocabolario della nostra Accademia della Crusca , noi trala- 
sciassimo di qui trascriverli colle sue stesse parole. Kccone un 
saggio delle formole che usar solevansi nelle domande e nelle 
risposte ; 

Arresto. 

Nobile donna. Madonna M. di Champagnia Contessa, 

N. femmena , e uno Conte salute , e tutto quello 

che nel mondo più si può avere d' allegrezza. 

Antica usanza ne dimostra , che in quella parte si dee do- 
mandare giustizia , nella quale albergo di sapienza si truova ; e 
piuttosto prendere da piena fontana quello che bisogna , che men- 
dicarlo da piccioli rivi. Imperciocché povertà di cose non può dar 
copia di beni. 

Essendo un di sotto l'ombra d'un pino, e parlando d'amo- 
re , e cercando li comandamenti di quello , doppio dubbio nacque 
tra noi, cioè se tra congiugati amore può tenere luogo j e se tra 
gli amati è da comprovare gelosia. Sopra le quali dubitazioni di- 
sputando, e ciascuno difendendo con ragione la sua parte, etra 
noi lungamente durando , nessuno di noi volse all' altro consenti- 
re , ma di comune volere ordinammo di richiedere sopra ciò l'ai» 
bitro vostro. Onde conóscendovi di sapienza piena , e che nelle 
vostre mani nessuno può ricevere inganno, concordatamente per 
questa lettera domandiamo sopra le dette quisiioni vostro giudi- 
ciò j e vi mandiamo scritto le ragioni delle parti , con proponi- 
mento fermo di servare quella sentenzia che per voi sarà data » 
prezzando la vostra escellenzia , che'n sottilmente cercare la ve-- 
rità , la nostra quistione senza indugio per voi terminata sia. 



DELLE CORTI D* AMORE EC. 2o5 

Risposta. 

Nobile e savia Donna. N. e magnijico G. Conte. 
M. di Champagni a Contessa salute. 

Imperciocché tenuti siamo d' essaudire le petizioni giuste , e 
«legare non dovemo lo nostro aiutorio a quelli che '1 domandano 
degnamente, e massimamente a rivocare quelli che errassono nelli 
articoli dello amore; quello, che per le vostre lettere mandato 
m'avete studierò tosto di menare a debito fine. 

La vostra lettera conta tale dubitazione tra voi essere nata : 
se tra'congiugati amore può avere luogo, e se traili amanti può 
slare gelosia. E che da ciascuna parte coniastata la lite, vedute 
piT me ragioni , volete che per me difinito sia , quale delle par- 
ti ..bbia ragione; e perciò, veduta da ciascuno la ragione per 
yttvìia conosciuta, vostra quistione vedemo per tale sentenzia ter- 
minare. 

Diciamo e confermiamo che amore intra congiugati non duo 
Ubare le forze sue. Imperciocché li amanti intra loro tutte cose 
fanno di grazia , né da alcuna nicissitk sono sforzati. Ma » con- 
giugati per debito sono tenuti l'uno di rispondere all'altro- né 
1' uno all' altro se medesimo può negare ; né tra loro può essere 
gelosia; sanza la qunle non può essere amore; secondo che re- 
gola d'amore ne dimostra, che dice: Chi non è geloso non può 
amare. E imperciò questa nostra sentenzia con tanta deliberazione 
data, e afifermata per lo consiglio di più altre donne, volemo 
che legniate per ferma e per costante. Anno Domine MGLXIV 
Oalen di Maggio indizione settima. 

Altro arresto. 

Un altro a amore idoneamente congiunto , l'amore d'un'alira 
domanda, mostrando che altro amore non abbia, e conseguendo 
quello che domanda, li ... . della prima donna domanda e 
partesi dalla seconda. Quale dunque vendetta si farà di tale uo- 
mo ? Sopra ciò dalla Contessa di Fiandra data fu tal sentenzia 
Tdl,e uomo, lo quale di tauia fraude magagnato si truova dello 



U06 DISSERTAZIONE TERZA 

amore dell'una e dell'altra dee essere privato, e dello amore di 
nessuna prò femmina dee mai [godere ; imperciocché in lui si 
comprende volontà furiosa, la qual' è d'amore nimica; siccome 
nella Dottrina del Cappellano si dimostra. 

Altro arresto. 

Un Cavaliere lavorando sollecitamente per amore d'una don- 
na , e non avendo copia di poterle parlare , di volere della donna 
trovò uno segretario , per lo quale l' uno potesse manifestare lo 
suo volere all' altro chiusamente , e per Io quale , amore si possa 
tra loro perpetuamente governare. Lo qual segretario, preso l'uf- 
ficio di Messo , rotta poi la compagnevole fede , nome d' amore 
per sé prese, e per sé cominciò a studiare; agi' inganni del quale 
la detta donna cominciò a consentire e con lui compiè amore. Lo 
Cavaliere per lo ricevuto inganno sì mosse , e alla Contessa di 
Champagnia propose lo fatto, e domandò che per sentenzia di 
quella e dell'altre donne, la detta ingiuria vendicata fosse; et 
esso ingannatore disse di volere stare alla sentenzia della detta 
Contessa. La Contessa con numero di sessanta donne difinl la cosa 
per questa sentenzia: Questo amadore falso, lo quale ha trovato 
donna qual si conviene a lui , là quale non si vergognò di con- 
sentire a tanto fallo, tenga l'amanza acquistata, se li piace, e 
ella tenga tale amico; ma né l'uno né l'altro mai avere possa 
altro amore , e nessuno mai di loro a Corte né di Signori né 
di donne sia chiamato. Imperciocché per lui fu rotta fede di Ca- 
valleria , e essa in vergogna delle donne consenti a quelli eh' era 
messaggio. 

Altro arresto. 

La Contessa di Champagnia fu domandata , che cosa può l'a- 
manza dall'amante ricevere licitamente ; et ella rispose: L'amanza 
può ricevere licitamente discriminale (i), treccette, ghirlanda 



(i) Dirizzatolo : strumento d' acciajo , di ferro , o simile , lungo circa un 
fiiliiio, mn acuto da una bauda, per impartire e separare i capelli del capo ia due 
})Hrti eguali. 



J 



DELLE CORTI D AMORE ec. 20y 

^' oro o J* argento, affibbiature o cinture, ispecchi , borse, cor- 
delle, pettini, guanti, anella , spezie e belli vasselletti. E gene- 
ralmente parlando , tutti doni piccioli , e che valere possono ad 
adornezz^ di corpo e ad allegrezza d' aspetto , e che dfllo amante 
li rendan memoria. Ma nessuno dono traili amanti prendere si 
vuole , che sospeccione d' avarizia contenga. 

Veduti questi pochi arresti tratli dal libro d'Andrea Cappel- 
lano , passiamo a riportarne alcuni forse più curiosi, proferiti in 
\arie altre Corti d' amore. 

Qaislione: « La piìi grande afTezlone, il più vivo attacca- 
mento tsistono essi fra gli amanti, o fra marito e moglie? Er- 
mengarda Viscontessa di Narbona ne diede il seguente arresto. 
L'attaccamento de'mantati e il tenero affetto degli amanti sono 
sentimenti di natura e di costumi totalmente diversi. Non si può 
dunque stabilire un giusto paragone fra oggetti che non hanno 
fra di loro alcuna somiglianza o relazione ». 

Quistìone : « Una damigella attaccata ad un Cavaliere eoa 
amor convenevole, si è in appresso maritata con uà altro: è dessa 
obbligata a risosplgnerlo ed a neghigli le sue solite bontà? Il 
giudizio della suddetta Ermengarda fu il seguente. La sopr^v- 
vt'gnenza del legame nuziale non esclude di diritto il primo at- 
taccamento, a meno che la Dama uon voglia rinunziare intiera- 
mente all' amore e dichiarare di rinunziarvi per sempre », 

Quistìone: « Un Cavaliere erasi innamorato ardentemente di 
una Dama di già impegnata con un altro ; ciononostante la Dama 
gli promise di corrispondere all'amore di lui al caso ch'essa 
cessasse d'amare l'altro Cavaliere. Passato poco tempo, Fa Dama 
si marita col primo suo amante. Il Cavaliere chiede amore alla 
novella sposa, questa ricusa di compiacergli pretendendo di non 
aver perduto 1' amore al suo amante. Essendo un tanto affare stalo 
riferito alla Regina Eleonora , questa rispose. Noi non osiamo op- 
porci alla sentenza della Contessa di Sciampagna , la quale con so- 
lenne giudizio pronunziò che non può sussistere vero amore fra* 
coniugati. Noi dunque approviamo che la suddetta Dama accordi il 
promesso amore al Cavaliere ". 

Quistìone: « Una Dama ha fatto divorzio con suo marito : que- 
sti dopo qualche tempo le richiede con istanza amore. La Contessa 
di Narbona pronunziò : L' amore fra quelli che furono uniti eoa le- 



2o8 DISSEàlÀZIONE TERZA 

game coniugale, benché poscia siaasi in qualunque modo divisi, noti 
è giudicato colpevole, anzi esso è ben anche onesto ». 

Quistione : « Una Dama aveva imposto al suo anatnte la condi- 
zione espressa di non lodarla giammai in pubblico. Un giorno que- 
sti sì trovò in una compagnia di Dame e di Cavalieri , nella quale 
si sparlava della sua innamorata: sul principio egli si sforzò di con- 
tenersi , ma Gnalmente non potè piìi resistere al desiderio di vendi- 
care l'onore e difendere la reputazione della sua bella. Questa pre- 
tende che il Cavaliere abbia giustamente perduto il diritto a^ favori 
di lei per avere contravvenuto alla condizione impostagli. Eccone il 
giudizio della Contessa di Sciampagna. La Dama fu troppo severa 
ne^ suoi comandi; la condizione imposta era illecita; non si può rim- 
proverare un amante d'aver ceduto alla necessità di difenderei sua 
Dama calunniata ». 

Quistioìie: « Uà amante felice chiesto avea alla sua Dama la per- 
missione di rendere i suoi omaggi ad un' altra : egli ne fu autoriz- 
zato, e quindi cessò d'avere per l'antica sua amica quelle premure 
che le avea dimostrate in addietro. Dopo un mese ei fece ritorno 
alla medesima protestando di non aver né preso né voluto prendersi 
veruna libertà con l'altra, e che l'unico suo desiderio con tal modo 
di procedere seco lei , fu soltanto quello di porre alla prova la co- 
stanza della diletta sua amica. Questa lo privò per sempre dell'amor 
suo adducendo per motivo ch'ei se un'era renduto indegno col chie- 
dere ed accettare una lA permissione ». La Regina Eleonora così 
giudicò: ce Tale è la natura dell'amore ! Soventi volte gli amanti 
fìngono desiderare altri legami afHne d' assicurarsi sempre più della 
fedeltà e della costanza della persona amata. Il ricusare per un si- 
mile pretesto od i suoi abbracciamenti o la sua tenerezza sarebbe 
un offendere i diritti di un amante ; a meno che non si sappia 
di certo che l'amante ha mancato a' suoi doveri, e violata la sua 
fede ». 

Quistione: « Una Dama abbandonati già da lungo tempo dal 
suo amante che intrapreso avea una spedizione oltramare, né avendo 
alcuna lusinga di vederlo presto di ritorno , anche perchè ognuno 
perduta ne avea la speranza , venne in determinazione di procurarsi 
un nuovo amante. Il segretario dell'assente vi si oppose, ed accusò 
la Dama d' infedeltà. Questa che arrendersi non voleva al consiglio 
di lui addusse in sua difesa la seguente ragione: Poiché uaa donna 




N 






DELLE CORTI D AMORE GC- 20Q 

vedova da due anni dal suo amante è disimpegnata dal suo amore, 
e può stringere un nuovo legame , con più forte ragione ella può 
do):)o lunghi anni acquistare il diritto di surrogare un altro amante 
all'assente, che né con iscritti , nò con messi ha consolato oè ralle- 
grato la sua D'jma , mentre che le occasioni n'erano facili e fre- 
quenti ». 

Avendo questo affare dato luogo a molte e lunghe dispute dal- 
1 una e dall'altra parte, ne venne commessa la decisione alla Corte 
delli Conlessa di Sciampagna , e l'arresto ne fu il seguente. « Non 
ha diritto una Dama di lasciare il suo amante pel pretesto di lunga 
assenza , a meno che non abbia una prova certa d' aver lui violala 
la dnta f(^de e mancato ai suoi doveri: non può esser mai legittimo 
motivo l'assenza di un amante per una causa necessaria ed onorevole. 
Non ci ha cosa che lusingar debba tanto una Dama quanto l'udire 
che il suo emante in lontanissimi paesi si copre d: gloria , e che 
egli è tenuto in grande considerazione nelle assemblee de' Grandi. 
La circostanza di non aver egli mandato né lettere nò imbasciate 
può essere giudicata un efFelto di estrema prudenza; ei non a\rli 
voluto confidare il suo segreto ad uno straniero , od avrà temuto 
che , Affidando lettere ad un messo, cui si tenea nascosto il con- 
tenuto, potessero facilmente svelarsi i misteri d'amore, o per l'in- 
fedeltà del messo o per h morte che sopraggiugner gli potesse du- 
rante il viaggio w 

Qiiì.stione ; « Vn Cavaliere chiedeva amore ad una Dama che 
costantemente ricusava di corrispondergli. Egli le mandò cortesi e 
convenevoli regali ch'essa accettò di buon grado, senza però sce- 
mare per nulla la solita sua severità col Cavaliere, il quale la- 
gnavasi poi d'essere slato ingannato dalla falsa speranza che la 
Dama gli avea fatto nascere in cuore coli' accettarne i doni m. Ecco 
il giudizio della Regina Eleonora ; « Bisogna che una donna ri- 
cusi i doni che le si presenlano con viste d'amore, o ch'essa ne 
li compensi ; altrimenli le sarà forza sopportar con pazienza di 
essere Annoverala fra le cortigiane venali ». 

Questo arresto della Regina Eleonora venne egregiatneate rap- 
presentato nella qui annessa Tavola 9 dal signor Francesco Ilayez. 

Quistione: Un Cavalieie pubblica vergognosamente i più in- 
terni segreti d'amore: tutte le persone componenti la milizia d'a- 
more chiedono instantemente il gastlgo di simili delitti, per ti- 

Ronianzi di Cavali. FoL I. 1^ 



2 IO DiSSKRTAZlONE TEhZh. 

more ohe l'ioipunilà non renda contagioso un si pessimo esem- 
pio «. La concorde decisione di tutta la Corte delle Dame di Gua- 
scogna stabili per sempre la seguente costituzione. « U colpevole 
sarà d'ora in avanti frustrato d'ogni speranza d'amore, ei sarà 
disprezzato e verrà schernito in tutte le Corti dalle Dame e dai 
Cavalieri^ e se qualche Dama fosse sì sfrontata d'opporsi a tale ar- 
resto, incorrerà, per sempre nell'inimicizia d'ogni onesta donna ». 

Ci rimane ora a parlare de'giudizii proferiti dalie Corti d'amore 
stabilite in Provenza e dagli arbitri, coi giudizi! de' quali i Trova- 
tori convenivano nelle loro tenzoni. 

Noi già riferite abbiamo le tenzoni fra Gerardo e Peronetto , 
e fra Raimondo di Miravalle e Bertrando d'Allamanon, ambedue 
sottoposte alla decisione delle Corti d'amore di Pierafuoco e di 
Signa } e si parlò pure dell' altra fra Simone Doria e Lanfranco 
Cicala , i quali non avendo ottenuto dalle suddette Corti un arresto 
soddisfacente, ebbero ricorso alla Corte suprema di Romanino. 

Ne' manoscritti de' Trovatori trovasi un altro giudizio che me- 
rita d'essere citato. Un Signore, del cui nome non si fa menzione, 
è pregato dal Trovatore Guglielmo di Bergedamo di proferire li 
proprio giudizio sopra una quistione ch'egli ha colla sua bellaj 
poicViè anjbedue si sottopongono volentieri alla decisione del me- 
desimo. « 11 Trovatore amò una damigella fin da quando ella era 
nella sua pili tenera infanzia: appena giunta all'età più avanzata, 
egli le dichiarò il suo amore , ed ella gli promise un bacio alla 
prima visita che le avrebbe fatto. Essendone ella dopo pe"ntita , ri- 
cusò d'eseguire la promessa, adducendone per pretesto che nel- 
r età in cui la fece ella ne ignorava le conseguenze. Il Signore 
trovandosi impacciato nel decidere secondo il diritto d'amore, ri- 
capitolò le ragioni delle parli , e , dopo un maturo esame e 1' al- 
imi consiglio, decise che la Dama sarà in balia del Trovatore che 
ne riceverà un bacio, e le ne farà la restituzione (i) ». 

Anselmo o Gaucelmo Faydit propose la seguente quistione ad 
un altro Trovatore , chiamato Ugo (3). » Amo teneramente una 

(i) Guglielmo di Bergedamo, De far unjiUjamen. 

(2) Gaucelin Faydit ed Ugo della Bacalarla : vedi sul primo , Millot tom. I. 
]u.<g. 354: Doiniua apiitìua il secondo nel riferire colale teiizoue pag- i']\. Noslra- 
damo chiama Gauceini Ancelme Fuydil , buon i)octa Proveniale che fioriva 
circa il ii8(), yiia XIV. ma uun fa paiola di Ugo. CrescimLcni, suo iFadufclote, 



DELLE COKTl U AMORE CC. 311 

DdQia la quale ha un amico, cui non vuol abbandonare^ ella ri- 
cusa d'amarmi , se non acconsento, che conlinui a dargli in pub- 
blico testimonianze d'amore, mentre che in secreto io potrò fare 
di lei quello che più mi talenta: tale è la condizione, che mi 
venne da lei imposta w. Ugo risponde ;. « Prendete sempre quello, 
che vi offre la gentil Dama, e più ancora quando le andrà a grado: 
colla pazienza si viene a capo d'ogni cosa, e per essa molti po- 
veri sono diventati ricchi ". Gaucelmo non entra in quell' opinio- 
ne. « Voglio mille volte, die' egli, esser privo d'ogni diletto e 
rimaner senza amore, anziché dare alla mia Dama la strana li- 
bertà d' avere altro amante che la possegga : mi grava perfino che 
siavi il marito; pensate sMo potrei accomodar l' animo ad un altro: 
ne morrei di gelosia , ed a mio avviso non ci ha spezie di morte 
più crudele »». Ugo insiste : « ò bisogno che colui , che dispone a 
sua posta una Dama in segreto, abbia un gran desiderio di morire, 
s' egli muore. Amerei meglio di averla a cotale condizione , che di 
esserne affatto privo». La disputa continua ed i due Trovatori con- 
vengono di rimettere il giudizio a leggiadre Dame, delle quali igno- 
rasi la dicisione. 

Noi ci avvedremo di leggieri che queste galanti frivolezze sa- 
rebbero ora trattate con maggiore delicatezza ed ingegno, che al- 
lora noi furono : ma le donne più ardite d'oggigiorno non fareb- 
bero per avventura proposte sì franche quali sono quelle delle 
Dame di quell' epoca ; e vedesi che da sei o sette secoli l' arte dei 
versi appresso di noi fece progressi assai maggiori , che non la cor- 
ruzione dei costumi. 

Ci lusinghiamo di aver dimostrato in maniera incontrastabile 
la sussistenza delle Corti d' amore si nel mezzodì che nel setten- 
trione della Francia, dalla metà del secolo duodecimo fin dopo il 
decimoquarto. Ma quale era l'autorità di siffatti tribunali? Quali 
erano i loro mezzi obbligatorii ? L'opinione: quest'è l'autorità ter- 
ribile ovunque essa sussiste; l'opinione, che non permetteva ad un 
Cavaliere di viver felice nel suo castello, in seno alla sui famiglia , 
quindo gli allfi partivano per spedizioni d'oltremare; l'opinione, 
che sforzò poi a pagare, qual debito sagrosanto , le perdite fatte 

chiama aiich'egli Gaucelm , An.elmc , .■ìnsclmo Foydit , Fila XIV.: Ji inoltre 
una breve iioli/.ia di Ugo, alla lii,e delli sua Giunta alle Vile dei Provenzali , 
Sul nome U^o dalla Buculuiici. V. es.a Giurila, ji-ig. 220. 



212 DISSEr.TAZIONE TEnZA 

in giuoco, mentre 1 creditori i quali somministrali ateano gli ali- 
tnenli alla famiglia venivano impudentemente defraudati del conve- 
nuto pagamento; l'opinione, che non permette di ricusare un 
duello, che la legge minaccia di punire qual delitto; l'opinione 
finalmente che fa tremare gli stessi tiranni. La circostanza di non 
esercitare queste Corti d* amore che una semplice autorità d'opi- 
nione, era un altro carattere particolare delle medesime, e perciò 
noi abbiamo creduto necessario 1' accennarlo , tanto pivi ch'esso as- 
sicura a questa istituzione un grado distinto nella storia delle usanze 
e de' costumi del medio evo. 

Tutte quelle solennità però , tutti gli apparecchi per la galante- 
ria e per la poesia, que' dolci ozii , quelle feste, quelle ricreazioni 
dell'animo che nel secolo XII. ebbero in Provenza tanto lustro, 
cessarono interamente , dacché quelle Illustri Corti furono in preda 
a guerre a proscrizioni, a rivoluzioni sanguinose. Quelle belle con- 
trade , cosi il De-Sismondi ed il Ginguené(i), furono ingombre di 
stragi e di rovine , allorché un Sovrano Pontefice , Innocente III. , 
non pago di mandare , come i suoi predecessori, dei crociati Euro- 
pei a sterminare in nome di Dio gli Africani e gli Asiatici , armò i 
Cristiani di ferro e di fuoco contra alcuni sventurati Cristiani (gli 
Albigesi ) che dissentivano in qualche punto di dottrina; allorcht'i 
l'inquisizione, creata in quell'epoca ed a colai fine, ebbe dato alle 
fiamme tutti coloro che si sottraevano alla mannaia , e comande to 
anche alla mannaia di percuotere ali' uopo cosi gli Ortodossi come 
gli Eretici , lasciando a Dio il pensiero di riconoscere quelli che 
gli erano fedeli (2); allorché in ultimo affetti del tutto profani , e 
mire del tutto politiche ebbero dato al mondo questo spettacolo spa- 
ventoso e cotali orribili esempii che non erano i primi, e che sgra- 
ziatamente non furono gli ultimi. 

Ma non lasciamoci condurre dalla commiserazione, ch'ecci- 
tano in noi sì lugubri avvenimenti, a raccontarne le dolorose isto- 
ri) V. Letteratura di W Europa Meridionale , Iona. 1. e Storia della Leti. 
Jtiil. toro. 1. cap. V. 

(2) La storia attribuisce cotale molto feroce ad Arnaldo o Arnoldo, Abate 
di Cisteaux , 1' uno dei più accaniti predicatori della crociala contra gli Aibigcai. 
Ciò avvenne nell'assedio di Beziers, nel 1209. ^riraa di prendeie la delta citlà 
si dimandò all'Abate di Cisteaux come si potrebbe separare gli Eretici dai Cat- 
tolici : Uccideteli tutti, egli rispose; Dio saprà bene discernere quelli che gli si 
appartengono. 



DELLE COKTI d' AMORE eC. 2 1 i$ 

rie che non apparleagono al nostro soggello , se non perchè sbia- 
dirono da quelle terre coperte di sangue la pace, iMlarith , la gen- 
tilezza e con esse i Trovatori , i quali perduto il loro centro co- 
mune, che era quella gentil Corte di Provenza , rimasero qua e là 
sparsi , muti e scoraggiati ; e se sciolsero ancora il canto il fecero 
con suoni e con voci accomodale alla tristezza di quelle scene di 
fanatismo e d' orrore che fecero cotanto retrocedere lo spirito 
umano. 

Un'altra forte cagione contribuì pur anco a dileguare la fama 
e la galanteria de' Trovatori Provenzali. 11 feroce Conte Carlo di 
Angiò verso la metà del secolo lasciò desolata la Provenza per por- 
tare la desolazione del regno di Napoli , e da quel punto cessa- 
rono intieramente quelle Corti d' amore che per sì lungo tempo 
avevano eccitata l'emulazione de' poeti coll^ accordare ai talenti le 
più luminose ricompense, e contribuito cotanto all'incivilimento dei 
costumi, e col condannare in nome della pubblica opinione ad una 
pena quelli che mancato avessero alle leggi della delicatezza. Tutto 
terminò da the quel Sovrano fu assente ed ebbe adottato una 
lingua straniera , e condotto alla Corte di Napoli i Cavalieri e le 
Dame che avrebbero potuto combattere ne' tornei e sedere nelle 
Corti d' amore. I successori di Carlo I, che coltivarono più di lui 
le belle lettere divennero sempre più Italiani (i). Carlo II. ed in 
ispezie Roberto favorirono la letteratura Italiana ; quest' ultimo fu 
1' amico ed il protettore del Petrarca. Sembra che Giovanna I. di 
Napoli, nipote di Roberto, volesse rianimare durante la sua dì- 
mora in Provenza, l'antico ardore dei Trovatori, e dare novella 
vita alla poesia Provenzale. Giovanna I. , di cuor tenero ed appas- 
sionato, bella e gentile, sarebbe slata certamente più d'ogni altra 
Principessa d'Europa, degna di presedere alle Corti d'amore e 
discutervi quislioni di galanteria ; ma il di lei soggiorno in Pro- 
venza fu troppo breve : finché ella vi dimorò fu sventurata ed op- 
pressa; il suo ritorno a Napoli (i348) la separò nuovamente dai 
poeti ch'ella avea incoraggiali. Giovanna, cacciata dal trono tren 
l'anni dopo, adottò un Principe Francese, Luigi I. d' Angiò cui 
ella non potè assicurare che il possedimento della Provenza, men- 

(i) SI abborriva la lingua Provenzale (così Sismondì liiocjo cit. ) perchè non 
sembrava più fatta cbe per funesti lamenti , e fors'anclie gli Italiani temettero 
ch'essa potesse spargere il veleno dell'eresia Albigcse. 



ai4 blSSERTAZiONE TEUZK 

tre 11 regno di Napoli passava alla casa di Durazzo. Ma benché ìa 
Provenza dopo un secolo e mezzo, avesse nuovamente nel suo seno 
il proprio Sovrano , pure le leliere non trovarono in lui un prolet- 
tore. Luigi d'An{^iò parlava la lingua d' oui o del nord della Fran- 
cia j ei non avea gusle alcuno per la poesia della lingua (T oco (i); 
e fu anch' egli , come suo Gglio Luigi IL e suo nipote Luigi IIL 
strascinalo nelle infelici guerre d'Italia. Egli è vero che l'altro 
suo nipote Renato , il qu;)le nel secolo XV. assunse anch' egli il 
titolo di Re di Napoli e di Conte di Provenza, si occupò con lutto 
1' impegno onde far risorgere la poesia Provenzale : ma fu troppo 
tardi , poiché la razza de' Trovatori era di già estinta, e le guerre 
degli Inglesi che desolavano la Francia non potevano certamente 
disporre gli spiriti della Gaja Scienza. Nulladimeno noi siamo 
ora debitori al Re Ptenato delle Vite de' Trovatori che raccolte 
furono per lui dal Monaco delle isole d'Oro. 

Se lo stabilimento del Sovrano di Provenza in Italia portò un 
colpo funesto alla lingui Provenzale, lo stabilimento di un Sovrano 
Italiano in Provenza non le fu meno fatale. Sul principio del se- 
colo XIV. La Corte di Roma venne trasportata in Avignone; e ben- 
ché i Papi che per settantanni vi tennero la sede pontificale, fos- 
sero tulli dr ©rìgine Francese e della lingua d'oco; pure, come 
Sovrani di Roma e di una gran parte d'Italia popolavano la loro 
Corte d' Italiani , e la lingua Toscana era divenuta in uso si co- 
mune nella città dove abitavano , che il primo poeta del secolo , 
il celebre Petrarca, il quale viveva in Avignone innamoralo di una 
Dama Provenzale, usò sempre la lingua Italiana per cantare 1 suoi 
amori. 

Mentre che la poesìa e la lingua Provenzale andavano in di- 
menticanza nella Provenza propriamente delta , si facevano nella 
contea di Tolosa continui sforzi per ridestare questa antica fiamma. 
La casa di Saint Giles , o degli antichi Conti , era estinta. I Si- 
gnori Feudatariì erano per la più parte periti nelle crociate o vi 
erano slati rovinati. 1 castelli non erano più l'asilo de' piaceri e 

(i) Era costume de' nostri antichi, volendo essi denominare il linguag^gio di 
una nazione, prendere il suo dislinLivo dalla particella anfermativa del volgare 
di quella genie. Pertanto la lingua Italiana chiaraavasi la lingua del Sì , la Te- 
desca dell' 7o; la Francese dell'Oc , la l'roicnzale dell'/Zoe , e così si vada discor- 
rendo dell' altre lingue. 



DELLE CORTI d' AMORE ec. SI 5 

delle feste cavalleresche , solo alcune citlà eransl riavute dalle ca- 
lamità della guerra , e Tolosa in ispezie avea ricuperato una nu- 
merosa popolazione, ricchezze, eleganza e gusto per l'amena 
letteratura. 

I Capitoni di Tolosa, così erano nominali i primi magistrali di 
quella città, avrebbero voluto per l'onore della loro patria, con- 
servare lo splendore dì quella poesia clie aveva brillato nel loro paese, 
e che affatto stava per estinguersi. Una pubblica accademia venne 
dunque inslituita in quella città Cn dall'anno iSaS, nominala Del 
Gai Saher o Della Gaja Scienza , fondatori della quale furono 
alcuni più celebri riamatori d'allora, chiamati per eccellanza , / 
Sette Trovatori di Tolosa. Costume di questi accademici era quello 
di radunarsi la maggior parte delle Domeniche nel giardino delle 
Agostiniane di quella città , dove recitavano i loro componimenti. 
Ma volendo eglino promovere vieppiìi il loro lodevole instltuto , 
risolvettero di fare ogni anno nel primo di del mese di maggio 
una pubblica festa. Spedirono essi a tal fine una lettera in forma 
d'invilo generale a tulle le città della Linguadoca invitando I poeti 
a voler concorrere al suddetto luogo nel primo giorno di mag- 
gio i3'ì4i e promettendo, per animare a recarvisi colla speranza 
del premio un maggior numero di persone , di donare un gioiello 
d* oro , cioè un fiore d' una violetta d' oro a chi miglior componi- 
mento avrebbe fatto. Prodigioso ne fu il concorso : i magistrali , 
la nobiltà delle vicine contrade ed il popolo s* adunarono nel sud- 
detto giardino per ascoltare la lettura di tutte le canzoni presen- 
tate a fine di ottenere il premio, che venne poi aggiudicato a 
Maestro Arnaldo Vidale dì Castelnuovo d' Arri , che nel medesimo 
anno fu ben anche creato dottore nella Gaja Scienza , per ra- 
gione di una novella canzone , composta in lode dì Maria Vergine. 
Tale fu 11 prlclpio de' Giuochi Floreali. Se la celebre Cle- 
menza Isaura, il cui elogio è recitato ogni anno nella ragunanza 
de' suddetti giuochi, e la di cui statua, coronala di fiori, ne adorna 
le feste, non è un essere immaginario, essa era apparentemente 
l'anima di quelle picciole unioni, prima che i magistrati di To- 
losa ne entrassero a parte, e che il pubblico fosse invitato a con- 
corrervi. Ma né le circolari della Sobregaja Companhia , né i 
registri della magistratura parlarono di essa; e, malgrado dello 
zelo con cui ne' tempi posteriori si cercò d'attribuire alU mede- 



ai6 DISSERTAZIONE TERZA 

sima tutta la gloria della fondazione de* Giuochi Floreali, la sua 
esistenza è tuttavia problematica. 

L'accademia della Gaja Scienza non contenta del detto pre- 
mio, ordinò ad accrescimento di sé stessa, ch'oltre al gioiello della 
violetta fossero altri premi distribuiti. Pertanto nell'anno i355 i 
magistrati della città deliberarono, che oltre alla violetta d'oro 
fossero distribuiti un gioiello d' argento rappresentante un flor di 
Anglantlna, cioè un gelsomino di Catalogna, e un 6ore di gaggia 
pure d' argento, con questa regola, che la violetta si donerebbe al 
più eccellente compositore di canzoni nobili o pur di discorsi (i); 
la gaggia (2) a chi farebbe più bella danza con gaio suono, cioè a 
chi farebbe più bella canzone a ballo o ballata; e il gelsomino a 
chi farebbe la miglior Serventesè, o pure la più bella canzonetta 
pastorale (3). Queste regole ed altre erano chiamate Leggi d* a- 
more; intendendo con questo nome non già l'amor reo m» l'a- 
more onesto^ perciocché quanto al primo amore, era saviamente 
vietato il recare ia quell'accademia disonesti componimenti, come 



(1) Discorsi, Discari o Descors, cioè ( così il Quadrio uol. IL lib. 1. eap. 7 ) 
di canti con differenti suoni, e varie ariette. Questa sorte di componimento fu, 
secondo il Ginguenè { Leti. Ital. voi. I. cap. 5 ) mal definito da quanti scris- 
sero sulla poesia Provenzale: egli ne dà la seguente spiegazione. Tutte le stanze 
d'una canzone Provenzale avevano il più delle volte le medesime rime della 
prima : cotale norma era cosi universale, che fu bisogno di un titolo particolare 
ad indicare al principio di un carme, che le diverse stanze avevano diverse ri- 
me, che i versi di ciascuna stanza non consonavano tra loro , che discordavano 
in qualche modo dai versi corrispoudenti delle altre strofe, e questo , nou altro 
vuol significare la parola Descors. Alle volte la discordanza era maggiore ; in 
ciascuna strofa il metro era diverso così come le rime, ed allora solamente la 
musica voleva essere ad ogni strofa cambiata. 

(2) Fiore giallo ed odoroso dell' acacia spinosa. 

(3j Della Serventesè o Sirvante abbiamo già parlato alla psg. 175. Qui av- 
vertiremo che nelle canzoni Provenzali chiamate Aibas o Serenus un amante 
esprimeva o l'aspettazione dell'alba, o l'effetto che produceva in lui il ritorno 
della sera; e faceva entrare per intercalare in ciascuna stanza , nell' una la voce 
alba e nell'altra la sera. Alcuni Trovatori adoperavano la periodica ripetizione 
d'uu verso alla fine di ciascuna strofa d'una canzone; al che fu di poi dato il 
nume di ballata, perchè le canzoui che accompagnavano la danza, si appropria- 
rono cotale forma. 1 Provenzali chiamarono sonetti i carmi accompagnati dal 
suono di alcuno stromento; ed in tal voce non indicava veruna forma o combi- 
nazion» particolaie nelle strofe. La redondu era una dtlle forme di canzoni la 
piij contorta , una di quelle, in cui le rime si sconvolgono dell'una strofa al- 
l'altra nell'ordiue più dillicile e straordiiiairo ec. V. Crescimbeni e (^uuJrio 
Stor. cil. 



DELLE CORTI D AMOBE CC. 21 ^ 

si può comprendere dal seguente passo di un poema di versi 
a due a due rimali, che fu in lode della Gaja Scienza f<*iio dai 
medesimi Mantenitorì , e inserito tra gli altri nel processo delle 
Slesse Leggi d' amore. Questo passo ridono alla volgar nostra 
rima, cosi dice; 

yersi e Rime la Chiesa non ricusa, 

Perchè ad occhio vediam, eh* ella le usm. 
Inni cantando. Antifone e Versetti, 

Prose, Responsi, Preci e Rispofisetti. 
Il poetare è dunque opra assai buona ; 

Ma solo quegli il sa, cui Dio lo dona. 
Esso da' vizj e da malfar raffrena ^ 

Dottrina infonde, ed a virili ne mena. 
Sempre al Gajo Saver va pure a canto 

Compagno amor, ma V amor puro e santo. 
Però il Portier, ch'oggi Minaccia è detto^ 

La mazza in collo tien a due man stretto: 
Guarda il Palazzo, e chi il Saver là invita. 

Ove dà amor cansiglio, e porge aita; 
Dove Amor porge aita a' fdi Amanti; 

E largo è loro di sue gioje e canti. 
E tutto dì il Portier dice e protesta, 

Cli ei ferirà qualunque in su la testa 
Di quei eh' entrar vorranno entro la porta, 

Se d' inonesto amor Kersi alcun porta. 

Da quanto abbiam fin qui dello intorno all' accademia di To- 
losa ed ai suoi Giuochi Floreali dedurre da noi si può eh essi 
mantennero, a dir vero , qualche ricordanza della Scienza Gaja ', 
ma che era appena una lieve immagine dell'antico lustro del. e 
Corti d'amore. Lo stesso pure asserir possiamo dell'altra accade- 
mia che circa il i34o si teneva giornalmente nella Badia di Toro- 
netto , dove intervenivano i personaggi pivi illustri di que'contorni. 
Queste industrie o questo applauso onde conservare la Gfl/a ^c^ew^a 
furono quasi incentivi» che innumerabili persone non pur di Pro- 
venza, ma di Francia, di Spagna, d'Italia, e fin di Germania acce- 
sero a seguitare la Provenzal poesia. Il Re Giovanni I. d'Aragona, 



ai8 wsssptAzionk terza 

a persuasione di D. Enrico d' Aragona , Marchese di Vlllena , pro- 
curò, a fine di ravvivare l'ardore de'Trovatori , di stabilire ne'suoi 
Stali un'accadeoila simile a quella de^ Giuochi Floreali di Tolosa. 
A tale oggetto egli mandò in Francia una solenne ambasciala per 
domandare al Re alcuni poeti Provenzali. Se Carlo Vt. non fosse 
stato in allora privo di ragione, avrebbe potuto, a malgrado del so- 
verchio amore dei piaceri , che Isabella di Baviera manteneva nella 
sua Corte , trovare cotale ambasceria poco assennata. Si aderì al- 
l' inchiesta: i deputati si recarono a Tolosa; e quell'adunanza, 
superba di essere sollecitata a nome del Re mandò, nel 1390 due 
Dottori d'amore a Barcellona, e vi fondarono un'accademia che 
adottò i regolamenti , le leggi , gli arresti d' amore ed 1 Giuohi 
Floreali di quella di Tolosa. Enrico di Vlllena compose per la 
sua accademia un trattato di poetica intitolato De la Gaja Cìencia, 
nella quale espose con maggior erudizione che gusto , le leggi 
seguite dai Trovatori nella composizione de' loro versi. Malgrado 
però di tutti i suoi sforzi l' accademia non ebbe lunga vita , e 
terminò probabilmente alla sua morte , avvenuta nel i^34- Essendo 
egli stato accusato di migia , venne incendiata la sua biblioteca , 
e ne fu incaricato dell'esecuzione il Vescovo di Segovia , il quale, 
secondo la i-elazione d' alcuni , sottrasse in suo benefizio i libri 
migliori. 

Nelle Provincie settentrionali della Francia , e durante il quat- 
tordicesimo secolo, Lilla nella Fiandra, e Tournay avevano il 
loro Principe d'amore (i). Sotto il suddetto Carlo VI. sussisteva 
alla Corte di Francia una Corte d'amore, e ne abbiamo una 
prova evidente nel manoscritto N.° 626 del supplemento della Bi- 
blioteca del Re (2). 

Questo MSS." meriti l'attenzione de' curiosi per le particola- 
rità, che in esso contengonsi di una Corte d'amore, e dei Re 
deli' Epinette della quale non ci rimane quasi memoria, benché 
essa fosse tuttavia in tutto il suo splendore alla metà del secolo 
XV. Contiene questo libro i nomi e gli stemmi colorati di tutti 
quelli che componevano una tale società denominata Corte amo' 
rosa. Questa Corte avea varie classi d' Uffizi ali ; non si può dire 

(i) V. Hist. de l' Accade m. des Inserì' ptions rtc. tom. VII. pag. 290. 
(2) V. Ja già citata Storia dell* Accademia voi. suddetto pag. 287. Nolice di 
un iniiniiscrit de la Cuiir Aìiioutcusp et des Rais de l'Fpinclte. 



D£LL£ GOKTI d'amore &C. Hg 

precisamente quale fosse la classe de' primi, poiché il raanoscritto 
è mancante di molti fogli nel principio; ma siccome vi si trovano 
i nomi delle più ragguardevoli case di Francia , di Borgogna , di 
Fiandra e d' Arlois , si può credere che questa prima classe con- 
tenesse i principali Cavalieri di quelle Corti. Dopo questa classe 
seguono i due Cacciatori maggiori della Corte; e poscia i Te- 
sorieri dei diplomi e de' registri amorosi, in numero di ii8 che 
per la maggior parie hanno il titolo di Scudieri. Dopo i Tesorieri 
vengono in appresso gli auditori della Corte amorosa, fd in tale 
classe sono compresi un Professore di Teologia , alcuni Canonici 
di Parigi , di Tournay ec. ed alcuni Consiglieri del Parlamento. 
La classe seguente è composta di Cavalieri d^ onore , Consiglieri 
della Corte amorosa in numero di 69 lutti gentiluomini; dopo 
questi , tutti i Cavalieri Tesorieri della Corte amorosa in numero 
di 52, fra i quali trovavansi molti Scudieri , Sergenti ed Uscieri 
d' arme. Seguono i Referendarj della Corte amorosa in numerò 
di 67,1 Segretari della detta Corte in numero di 82; otto Sosti- 
tuti del Prociirator Generale; quattro Custodì de*Giardini amo- 
rosi e dieci Cacciatori della Corte amorosa. 

Sì vede da questa descrizione che la Corte d' amore era com- 
posta di UfEziali che non differivano da quelli che formavano ia 
allora la Corte de' Principi ; e quindi è facile il determinare l'e- 
poca di tale stabilimento, che senza dubbio sussisteva sotto il regno 
di Carlo VI., poiché fra gli Uffiziali trovasi nominato il Gran Fal- 
coniere Eustachio di Gaucourt che occupò tal carica dal i/\o6 al 
i4i5, e del Prevosto dei mercatanti di Parigi Carlo Culdoè che 
cessò d'esserlo nel i4ii. Altronde sappiamo che un tale stabili- 
mento era molto gradilo nella Corte di Carlo VI., e che Isabella 
di Baviera di lui moglie che vi aveva introdotto il lusso e la ma- 
gnificenza , avea altresì contribuito non poco ad introdurvi la ga- 
lanteria. Non ometteremo però d'osservare che nella detta Corte 
amorosa le donne non sedevano. 

L' opera di Marziale d' Alvernia composta nel secolo decimo- 
quinto ed intitolata Decreti d'amore è un libro di mera imma- 
ginazione, ma che ciononostante serve a provare che conserva- 
vasi tuttavia la tradizione delle Corti d' amore. Nel parlamento 
d'amore descritto dal suddetto Marziale sedevano ben anche le Dame, 
ma dopo il Presidente ed i Consiglieri. 



230 DISSEATAZIOHE TERZA. 

Apres y avait les deesses , 

En moult grand triumphe et honneur , 

Toutes législes et clergesses , 

Qui seavoyent le décret par cceur. 

Toutes estoyent vestues de verd , etc. 

Arresta Amorum pag. aa. 

Nella Francia meridionale , l' istituzione di un Principe d' a- 
more e del luogotenente di questo Principe pel Re Renato , nella 
famosa processione della festa del Corpus Domini in Aix , non ci 
manifesta chiaramente l'intenzione di richiamare le usanze e le 
tradizioni delle Corti d' amore? Questo Principe d'amore era 
eletto in ciascun anno, e preso dalla Nobiltà : egli sceglieva i suoi 
uffiziali; il Luogotenente veniva nominato dai Consoli d' Aix , e 
scelto dalla classe degli avvocati, o dall'alta cittadinanza. Il corpo 
della Nobiltà pagava la spesa ragguardevole che importava la mar- 
cia del Principe d'amore; tale carica verme soppressa da un editto 
del 28 gmgno 1668 a cagione della grave spesa. Dopo d'allora 
fino nel 1791 il Luogotenente del Principe d'amore marciò solo 
co' suoi Uffiziali, Il Principe d' amore e dopo lui il suo Luogote- 
nente soleva imporre un' ammenda chiamata Pelote a tutti quei 
Givalieri che avessero fatto l'affronto olle damigelle del paese di 
sposare una straniera, e a tutte quelle damigelle che maritandosi 
con un Cavaliere straniero sembravano manifestare che quelli del 
paese non erano degni di esse. Alcuni decreti del Parlamento di 
Aix avevano conservato il diritto della Pelote (i). 

(1) Gbkgoike: Explieation des eérémoni'et de la Féu Di n, pag. 5a. 



tHE'Un^.t 



DISSERTAZIONE QUARTA 

ARMADURE DE' PALADINI 



Castelli , Fortezze , Rocche , Assedii, Macchine militari ec. 



A, 



. vendo noi bastantemente ragionalo dei differenti gradi e de'sin- 
golari doveri non pure de' Cavalieri , ma degli Scudieri altresì e 
de' Donzelli , de' Banderai , de' Baccellieri , de' Valletti , del Paggi 
e delle altre persone tutte a' Cavalieri subordinate, delle quali 
ne^ Romanzi e ne' Poemi Romanzeschi si fa spesse volte men- 
zione , ragion vuole che per la più chiara intelligenza e dichia- 
razione di tali poemi , abbiansi ben anche a descrivere le loro 
proprie armadure. 

Crediamo opportuno però di premettere alcune notizie sulle 
antiche armi de' tempi di Carlomagno fino all'istituzione della 
CaxwlUria. Abbiamo già sopra riportate le figure d'Orlan-do e 
d'Oliviero, che diconsi appartenere al secolo IX. e ne abbiamo 
già descritte le loro armadure : ora agglugneremo che verso i' an- 
no 845 l'armi de' Francesi consistevano in mezze picche, forti 
e lunghe circa due metri, ed in ispade larghe, corte e senza 
punta , di cui servironsi nella battaglia di Ballon in Brettagna , 
accaduta nel suddetto anno. L'abito militare durante il regno di 
Roberto il Dinoto , cioè dal 997 al io3i, era ordinariamente corto 
e stretto al corpo : in vece del corsaletto di stoffa o di tela tra- 
puntata , erasi adottato dai Normanni una specie di tunica di ma- 
glia, e portaviisl un berrettino sotto il cappuccio. Osserva il Mil- 
liot (i) a tale proposito che un monumento di que'tempi rappre- 
senta un Cavaliere coperto da un giaco di maglia che termina 
sotto le ginocchia ; che il suo caschetto, in forma di profondo 
berretto è posto sopra il cappuccio del giaco stretto da un cinto 
alle reni, e che il suo scudo è quadrato in alto ed appuntato al 
basso. Vedi la 6^. i della Tavola io. 



'O' 



(1) Coslumes des Francnii , Tom. HI. pag. 63. 



aaa dìssertajsione quarta 

Un altro più autentico e prezioso monumento del secolo Xl. 
ci fa conoseere con assai maggiore evidenza le armadure di quel 
secolo. Quest'è la famosa tappezzeria che appartenne per lungo 
tempo alla chiesa di B.ieux e che fu ultimamente trasportata nel 
Museo di Parigi. Essa venne fatta ricamare, o fu ricamata, se- 
condo la comune opinione , dalle mani stesse della Regina Ma- 
tilde moglie di Guglielmo il Bastardo, Dnca di Normandia. Ciò 
che ci ha di certo si è che questo monumento è incontrastabil- 
mente di quel tempo, siccome non lasciano luogo a dubitare il 
gusto, la forma delle armi, delle navi, degli abiti e di tutto ciò 
che si osserva in questa specie di dipintura. Ne' varj suoi com- 
partimenti si rappresentarono i principali avvenimenti della con- 
quista d' Inghilterra fatta dal suddetto Guglielmo : in essa ravvi- 
sasi tutta la spedizione e la celebre battaglia di Haslings che 
nel 1066 gli assicurò la corona d^ Inghilterra. Noi ripoiteremo 
nella Tavola suddetta lutto ciò che questo monumento ci olire 
di più importante sul costume militare di quell'epoca. 

I Cavalieri portano una veste corta , brache ora larghe ora 
strette , ed hanno quasi sempre stoffe e speroni ; essi sono , per 
cosi dire, incastrati nelle grossolane loro selle. L'abito de' fanti 
non differisce da quello de' borghesi , e distinguonsi soltanto per Io 
scudo e per le armi offensive: essi invece dell'elmo portano un 
berretto: l'abito è stretto al corpo, s'allarga sui fianchi e ter- 
mina al ginocchio: alcun! però portano, come la cavalleria , elmi 
e giachi di maglia fatti ingegnosamente; e se ne vedono anche 
di quelli , su cui sono attaccate piastre di metallo disposte in 
scomparti meati : questi guerrieri ne sono coperti dalle spalle fino 
alle ginocchia, e spesse volte fino ai piedi: le maniche sono più 
o meno lunghe. Gli elmi sono aguzzi , ed hanno sul davanti una 
giunta per difendere il naso, cui poscia venne sostituito il nasale 
che copriva la parte superiore della faccia, e che si poteva alzare 
od abbassare a piacimento. Gli scudi sono per lo più oblunghi , 
qu.ìsi piatti, nella parte superiore rotondi, ed appuntati nell'in- 
feriore; alcuni sono concavi, e fra questi trovansene degli ovali, 
dei quadrati e de' rotondi : vi si vede qualche volta nel centro 
una punta di metallo che rende lo scudo un'arme offensiva: si 
nf'gli uni che negli altri veggonsi alcuni emblemi. Usavansi a 
que' tempi anche le larghe, ossiano grandissimi scudi che porla- 



m 

r 



ARMADURE Dt' PALADINI CC. 2^3 

vaosi davanti agli arcieri per coprirli durante un assedio. La spada 
ordinaria è larga e lunga , semplici sono le ascie e le lancie : ve- 
donsi però alcune lancié, la cui punta è simile a quella delle 
frecce ; ce ne ha di quelle cui sta aggiunta una curva lama ar- 
mata di acute punte: il giavellotto, l'arco, le freccie , la mazza 
ed il maglio o martello a due teste erano tutte armi affidate alle 
persone libere; i servi ed i contadini combattevano in allora con 
un bastone aguzzato e colla clava. Vedevansi però anche de'per- 
sonaggi distintissimi armarsi di clava , il cui uso si diffuse mol- 
tissimo in appresso. Vedi le figure tratte dalla della tappezzeria 
nella Tavola ii num. i. 

Per la maggiore cognizione del costume di que' tempi aggiu- 
gneremo qui brevemente le seguenti notizie. I Normanni per darsi 
un' aria marziale portavano corti mustacchi , che li dismisero al- 
lorché stabilironsi in Normandia. Quando s'impadronirono dell'In- 
gliilterra nel 1066, sotto Guglielmo il Conquistatore , gli Inglesi 
portavano mustacchi ed una ciocca di peli sul mento, ma Gu- 
glielmo volendo che di due popoli non se ne formasse che uno 
solo , ordinò a tutti di radersi. Gli Inglesi portavano i capelli corti; 
alcuni Grandi però li portavano lunghi, ed il loro Re Eduardo 
era di questo numero; le loro basette erano larghe e folte. Guy- 
de-Ponihieu rappresentato nella detta tappezzeria , allorché dh 
udienza al suo prigioniere , tiene una gran spada in guisi di scet- 
tro : Il Duca Guglielmo è rappresentato nello stesso modo allor- 
ché riceve gli inviati d'Aroldo: in altro luogo però tiene in mano 
un'azza, e porta sul suo giaco di maglia un manto affibbiato sulla 
spalla dritta. Anche Guy-de Ponihieu è rappresentato in altro 
luogo col manto sul suo giaco di maglia. Il calzare delle persone 
distinte è guernito di benderelle che ascendono qualche volta fino 
al ginocchio. I Re di Francia della seconda dinastia fi portavano 
in tale maniera , ma queste benderelle partivano dalla punta del 
piede come quella degli antichi calzari. Noi le abbiam già osser- 
vate nelle figure di Carlomagno. 

Antichissimo monumento di Cavalleria è pure una pittura di 
un MSS. della Biblioteca Gottoniana che sembra appartenere al 
Siculo XI. e che trovasi incisa nell'opera di Slrult (i). P^ssa rnp 

(,) Voi. I. T..V. XLIII. 



aa4 DISSERTAZIONE QUARTA 

presenta un combattimento di due persone ed lina terza che pro- 
cura di rappacificarle. Queste figure hanno moltissima relazione 
con quelle de' guerrieri rappresentali nella suddetta tappezzeria , 
siccome ognuno può convincersene col confronto. Vedi Cg. num. 2 
della Tavola 11. 

Catel ci conservò le immagini di tre Conti di Tolosa armati 
secondo il costume dell' XI. secolo: il primo del 1061 è Gu- 
glielmo IV. armato di tutto punto ad eccezione dell'elmo; tiene 
un'alabarda; il suo sorcoito poco ampio non ha che un'apertura 
da ciascun lato per passare il braccio, vedi la figura nuin, 2 
Tavola loj Raimondo di Saint-Gilles del 1088 porta un sor- 
cotto aperto dai lati : il suo cappuccio alzato forma un grosso 
nodo sulP orecchio sinistro, vedi la figura num. 3 Tavola 10; 
dal suo sigillo si vede eh' ei portava uno scudo rotondo in alto 
ed appuntato nel basso, ed un elmo aguzzo, come sono quelli 
rappresentali nella suddetta tappezzeria. Bertrando del iioo è 
anch' egli armato di tulio punto, ad eccezione dell'elmo; porta 
un berretto alla foggia de' Frigj , ha la barba rasa e corti i ca- 
pelli. Vedi fig. 4 Tavola io. Malliot è d'opinione che la croce 
di Tolosa ricamata sul sorcotto, di tutti e tre sia stala una licenza 
del pittore. 

Nell'anno 1094 Urbano II. predicò la prima crociata: i Cro- 
ciati ricevevano dalla mano di un prete o di qualche altro eccle- 
siastico una croce di stoffa rossa ch'essi collocavano sul cappuccio 
o sulla spalla sinistra. S'incontrano nelle invetriate dipinte verso 
il tempo di questa prima crociata, vedi la figura i. I Crociati 
portavano una croce sulle loro bandiere , sugli elmi e sui giachi 
di maglia con maniche e con cappucci ; i loro scudi erano senza 
blasone, e le armi loro consistevano nella lancia e nella spada. 
Vedi fig. 3 Tavola 11. 

Nel secolo XII. Filippo II. augusto institui i Sergenti d'ar- 
mi, Servientes armorum che componevano le sue guardie del 
corpo : essi erano tulli gentiluomini e persone di alto grado. Il 
detto Re, così trovasi scritto in un'antica cronaca, elesse i Ser- 
genti a mazze che stavano notte e giorno intorno a lui per la 
guardia del suo corpo. Questa guardia era una compagnia molto 
numerosa , siccome si ari^omenta da un monumento in Parigi po- 
sto all' ingresso della chiesa di SjnLa Caterina delle Canonichesse 



ARMADURE de' PALADINI eC. 2'^5 

Regolari di Santa GeoovefFa , il quale consiste in due pietre colla 
seguente inscrizione. « Ad istanza de' Sergenti d' armi S. Luigi 
fondò questa chiesa e vi pose la prima pietra , e ciò fu per l'al- 
legrezza della vittoria ottenuta al ponte di Bouvlnes l'anno 121 4, 
sotto Filippo Augusto. I Sergenti d* armi essendo alla guardia 
del detto ponte fecero voto che se Dio concedeva loro la vitto- 
ria , avrebbero fondato la chiesa di Santa Caterina , e cosi venne 
eseguito. 

Nella prima pietra è rappresentato S. Luigi con due Sergenti 
d' armi , e nella seconda un Domenicano confessore del detto Prin- 
cipe con due altri Sergenti d' armi. 

Le loro armi erano non solo la mazza d'armi, ma ancora 
l'arco e le freccie- Un editto dell'anno i388 ^concede ai mede- 
simi anche le lande. Quando erano di guardia all'appartamento 
del Re erano armati di tutto punto, almeno durante il giorao. 

In una pietra del detto monumento due sono armati nella sud- 
detta maniera ma senz'elmo, essendo la loro testa coperta da im 
morione o cascheito leggiere , sul quale l' uno dei due ha una 
specie di velo. Vedi Tavola io rium. 5 e 6. In siffatta guisa 
erano arroati in guerra , ma invece del detto morione portavano 
in allora un vero elmo. 

I due altri Sergenti d'armi rappresentati nell'altra pietra non 
sono coperti d' armadura come i due precedenti j ma l'uno ha 
una casacca a larghe maniche ed una collana, o catena che gli 
scende sul petto. L'altro è avviluppato In un gran manto soppan- 
nato di pelliccia a lunghi peli, ed ha la testa coperta d'un ber- 
retto, vedi la suddetta Tavola num. 7 e 8. Il primo rappresenta 
probabilmente i Sergenti d' armi allorché marciavano in gran ce- 
rimonia ; l'altro i Sergenti d'armi posti alla guardia dell' appar-* 
lamento del Re durante la notte, quando le porte del palazzo 
erano chiuse. Egli è certo che i Sergenti d'armi armati di tutto 
punto in guerra combattevano a cavallo. Questa guardia in 
qualità di corpo di milizia 'continuò fino al regno del Re Glo* 
vanni. 

Avendo Filippo II. determinalo d' intraprendere una crociata 
nel 1188, si recò in San-Dìonìgi a prendere V orifiamma (1), la 

(i) Di questo insigne slendardo p*r!c(eiTio iti -ippresso. 

Rj.tianzi di Cavali, rol. I. i5 



aaG DISSERTAZIONE QUARTA 

paìiattìera ed il bordone : i Crociali che lo seguirono mìsero in 
allora una croce di stoffa rossa dietro il loro abito. La principale 
loro forza consisteva nella cavalleria coperta di pesante armatura: 
la lancia e la spada erano le armi offensive, e l'elmo, la corazza 
e lo scudo le armi di difesa, che erano in allora si forti e si 
perfettamente unite insieme, che un cavaliere diveniva invulnera- 
bile, per cui al nemico non rimaneva altro scampo se non che 
quello d'uccidere il suo cavallo per gittarlo di sella ed accop- 
parlo o farlo prigioniere. Verso il principio di questo regno si ri- 
prese l'uso della balestra ch'era stalo proibito, siccome vedremo 
andando avanti, dal concilio Laterauo nel iiSg, ed alla cui de- 
cisione Luigi il Giovane erasi pienamente conformato. Sotto lo 
stesso regno si rimise in uso la maggior parte delle macchine da 
guerra impiegate dai Romani. Filippo L si era già servilo delle 
torri di legno durante la prima crociata, e vennero interamente 
abbandonate dopo il r-^gno di S. Luigi. 

Premesse queste brevi generali notizie sulle antiche armi dal 
secolo IX. fino al XII. passiamo ad esaminare partilaraenle le va- 
rie armi di cui servivansi i Cavalieri dopo la loro istituzione. 

E per cominciare dall' armadure che ad essi specialmente si 
convenivano, diremo primieramente ch'eglino dovevano essere ben 
montati a cavallo e di tutte arme forniti. 11 cavallo, dice Fau- 
chel , per uso ordinario de' Torneamenti e delle Giostre , siccome 
•vedremo in appresso , doveva esser magnificamente ammantato 
d'una coperta di seta col blasone o arme propria del Cavaliere; 
ma in guerra cotale bardatura doveva essere di cuoio bollito e di 
ferro guernita , o veramente era essa di maglia di ferro intera- 
inente contesta (i). Aggiungono alcuni che il cavallo aver doveva 
gli orecchi troncati e rasa la chioma Ik per lo meno dove a que- 
gli sovrasta. I Cavalieri, scrisse il Muratori (^) , si servivano di 
cavalli grossi e gagliardi , coperti anch' essi di qualche sorla di 
maglia: chiamavansi Destrieri ', ricchi e grossi cai' al li son chia- 
mati da Giovanni Villani .* cavalcavano gli scudieri sopra cavalli 
minori appellati Honcinix v'erano ancora i Palajredi o Pala-' 
freni , onde venne la voce Italiana Palafreno j e pare che di 



(i) Vedi la Tavola nnm. 7. 

(i) Ani. Itul. Dissertazione XXVI. 



ÀRMADURB OB'flLAOI»! eC. %%ij 

questi se ne lervibsero i Cavalieri soltanto fuori de' combatli- 
menii (i). Ai cavalli nobili e ammaestrati per le battaglie fu dato 
il nome di Dextrarii perchè venivan condotti , senza che portas- 
ser persona , dagli Scudieri alla lor mano destra , per dargli poi 
al Cavaliere, allorché s' avea a far battaglia; perciocché i Cava- 
lieri viaggiando si servivano di Palafredi o Roncini, per aver più 
freschi e non istanchi i cavalli da guerra. Nicolò di Jamsilla Io 
comprova dicendo che alcuni della comitiva del Principe Manfre- 
di, credendo che fosse giunto il tempo e il luogo di vendicarsi, 
discesero dai loro Rouclni e montarono sui Destrieri. E più sotto 
parlando del Marchese Oddone , scrisse che avendo questi udito 
che il principe Manfredi era entrato in Nocera, se ne maravigliò 
altamente, e disceso dal suo Roncino, e montato sul Destriero che 
gli veniva condotto alla destra se ne tornò verso Foggia. E questo 
ci fa strada ad intendere che volesse dire Federigo I. Augusto in 
formar le leggi militari , rapportate da Radevico (2) quando disse 
che ce sarebbe stato giudicato qual violatore di pace colui che 
avesse offeso un Cavaliere che, sedendo sul Palafredo, si recava 
pacificamente al campo ; e che non violava la pace colui che offeso 
avesse un Cavaliere montato sul destriero e collo scudo in mano ^> 
«i conserva tuttavia il costume nelle solenni comparse de' Principi 
di menarsi dietro uno o più destrieri bardati. 

L' armi , onde erano allora guerniti i Cavalieri in tempo di 
battaglia annoverate si trovano ben anche negli statuti MSS. Fer- 
raresi dell'anno 1268 e del 1279, ed in uno degli statuti MSS. 
della repubblica di Modena dell'anno iSaS. « Ciascun soldato, 
ivi si dice, sia tenuto e debba avere nelle cavalcate e nell'esercito 
panciera o cassettum , gambiere schinieri, collare , guanti di fer- 
ro, cappellina o cappello di ferro, elmo , lancia , scudo e 
spada e sponlone e coltello , e buona sella da cavallo eoa 
armi e cirvileria «. E nello statuto di Ferrara del layg abbiamo 
le seguenti parole: « Che ciascun custode deputato alla custodia di 
qualche castello. . . . sia tenuto e debba avere in tutto il tempo 

(i) Rolandino lib. II. Cap. 5. Chron. Descrivendo una zuffa tra l Padovani 
e i Tedeschi , cosi parla : De Theutonicis etiam aliqui pugnai>crunt prudenler , 
iitlquosdam de Paduanìs prosternerent , dura Dextrariia per campum erranti' 
bus *.Puduani quidam in Palafredos aicenderent tt aliqui in Roncinos. 

(>) Lib. I. cép. a6. 



w 



218 DISSERTAZIONE QUARTA 

della custodia ( o guardia ) ziponem ( cioè il giaco ), collare di 
ferro , cappello di ferro o hacinellum, o buona cervelliera, spada, 
lancia , taìlavacìwn , o buona targhetta , e coltello da ferire ». 
Quella che qui vien chiamata Cirviìeria o sia Cervelliera era un 
berretto di ferro sottilissimo che si portava sotto V elmo per di- 
fendere il capo o sia il cervello , e che chiamavasi anche cuffia. 
Dicesi che ne fosse inventore Michele Scolo a' tempi dell' Impe- 
radore Federigo II. Cosi continuarono per tutto il secolo XVI. 
1 Cavalieri a valersi delle dette armi. Ma passiamo ora ad esa- 
minare partìtamente le armi di offesa e di difesa delle quali era 
coperto un Cavaliere armato di tutto punto. 

Il Cavaliere aver doveva in primo luogo la testa da un buon 
elmo coperta, che da principio non consisteva che in due sem- 
plici piastre in giro rivolte e sopra il capo un poco rilevate ^ ma 
cosi poco comode, che un leggier colpo era bastevole a farle in 
testa ravvolgere, e girare innanzi e indietro. Perfezionatasi poi si 
fatta armadura, fu di più pezzi di ferro lavorata, rialzata in 
punta per modo che venisse non pur la testa a coprire e in un 
la collottola, ma la faccia altresi colla visiera « col ventaglio , 
nomi dati a due parti della medesima, perchè 1' una era fatta per 
coprire il viso , e l' altra per lasciar libera la respirazione. L' el- 
mo, soggiunge il Fauchet, era ornato talora di fiori incisivi dagli 
orefici con elegante artifizio, e talora risplendeva per le pietre pre- 
Tiose che ì Cavalieri vi facevano per grandezza annicchiare; e non 
di rado lo caricavano di fermaglietli e collane d'oro imbullettate 
di gioie , delle quali il nasale massimamente adornavano , quella 
parte cioè che serviva al naso di schermo. Qaest' arn>atura difen- 
siva , quando fu ridotta a ben rappresentare la testa d'un uomo fu 
dai Francesi chiamata Bourguignote, Borgonotta , forse perchè i 
Borgognoni ne furono gli inventori. Gli Italiani la chiamavano El- 
mo, Elmetto , Celata. Ma fu ancora la medesima arricchita di lar- 
ghe fettuccie o bende , appellate dai Francesi Lambreqains, Lam- 
briquini , le quali servivano a fermare il cappuccio su la celata , 
con ravvolgerle Intorno a pie del cimiero. Queste bende o nastri 
svolazzavano all'aria con bizzarri volteggiamenti, d'ond'è che fu- 
rono ancora Svolazzi appellati, Volets. Qn»nào il Cavaliere voleva 
prender fiato si levava l'elmo e coprivasi col cappuccio a maglie di 
ferro tessuto. Il cimiero poi fu da principio qualche gra» figuro o 



ARMAÓURE DB t>ALADl{II ec. 220 

Ai corna, o d'ale, o di mostri o d'altre cose terribili e sorpren- 
denti che si mettevano per ornamenti sulla cima dell'elmo. Da 
queste figure prendevano molti Cavalieri il loro nome; e quinci 
furono detti il Cavalier del Leone , il Cavaliere del Drago , il 
Cavaliere del Cigno, il Cavalier delV Amore ecc. Ma siccome le 
dette figure rendevano oltremodo pesante 1' elmo , così vennero ri- 
dotte a pili pìcciola forma ; finché poi trovandosi incomode anche 
in ciò, succedette a quella un mazzo di piume o pennacchio, che 
con pittoresca bizzarria disposto , e colla varietà del colorito ador- 
nava il cimiero, senza gravarlo. 

Alcuni degli accennati cimieri furooo descritti dai nostri poeti 
nei loro romanzeschi poemi. Orlando nel Bojardo avea per ci- 
miero il Dio d' Amore. Ranaldo che nel lib. /. canU XXFIL si 
batte per amore d'Angelica con Orlando. 

Menò un colpo terribil e fiero , 

Come colui ch'ha Jorza oltra misura: 

Il Dio d'Amor che il Conte ha per cimiero 

Volò con V ale rotte alla pianura ecc. 

L' elmo di Mandricardo vien cosi descritto dallo stesso Bojardo 
nel lib. III. cant. IL 

Guarda ogni arnese e V usbergo d* intorno 
Ma sopra tulio V elmo tanto adorno, 

Quest' avea d' oro a la cima un leone 

Con un breve d^ argento entro una zampa , 
Di sotto a quel pur d' oro era il torchione 
Con ventisei fermagli d'una stampa y 
Ma dritto ne la fronte avea il carbone 
Che riluceva a guisa d' una lampa ecc» 

E nel lib. I. cant. IL 

Costui portava il scudo divisato 

Dì bruno ed oro , e un drago per cimerò. 

L elmo d' Agrìcane Re di Tarlarla aveva la corona. Nella batta- 
glia fra Sacripante ed Agricane cosi il Bojardo scrisse lib. /. 
cant, XXI. 



*3d SrSSSRTAZIOKC QUARTA 

Or Sacripante al tutto s' abbandona , 
u4 due man mena un colpo dispietato ; 
Giunselo in testa e taglia la corona: 
L* elmo non può tagliar eh* era incantato eee. 

I due corni, che servivano di trombe ne' Tornei , posti sull' elmo 
per cimiero, furono contrassegni di chi era slato riconosciuto per 
nobile e blasonato due volle ne' Torneamenti , cioè, pubblicatoti 
a suon di tromba dagli Araldi. Molti scrittori li chiamarono im- 
propriamente Trombe d' Elefanti , ma sono senza dubbio corni o 
trombe de' Tornei , che sonavansi anche da que' Cavalieri che in 
essi si presentavano , a fine di far riconoscere dagli Araldi l'arme 
loro come simboli di nobiltà ; per la qual cosa 1' elmo che ha per 
cimiero due corna , dicesi elmo di Torneo. Nella Tavola 1:1 11 
presentiamo al num. 1 V elmo detto di Torneo , al a il cimiero 
cornuto del Conte di Dammartin , al 3 il cimiero alato del Conte- 
stabile di Clisson ; al 4 '^ cimiero Reale; al mim. 5 un berretto 
di maglia sotto il caschelto. Veggoiisi nella stessa Tavola varie al- 
tre forme di elmi cavate da'piìi autentici monumenii d'arte di 
queir epoca» 

Sotto il regno di Filippo II. (anno i23o) erasi adottato Tuso 
degli elmi colla sommità piatta , vedi la suddetta Tavola num. 
6 e 7 , il qual uso continuò fin verso la fine del secolo XIII. Sì 
trova nulladimeno in diversi monumenti di que' tempi che molti 
guerrieri preferivano, e con ragione, gli elmi colla sommità ro- 
tonda ed aguzza, vedi Tavola i3 fig. i e 2. Malliot riporta due 
sigilli degli anni i3o5 e i3o9 ne' quali si vede che alcuni guer- 
rieri usavano ancora elmi di un solo pezzo con un'apertura tra- 
sversale davanti agli occhi , ed altri con lastre al mento o sia men- 
toniera , vedi Tavola suddetta num. 3 e 4* Alcuni elmi eran 
graticolati , vedi la suddetta fig. 2 ; ed altri finalmente alla Greca 
ed alla Romana. Dorato era l'elmo dei Re, argentalo quello dei 
Duchi e dei Conti , d'acciaio pulito quello dei gentiluomini d'an- 
tica progenie, e di ferro quello degli altri guerrieri; ciò che ve- 
dremo più distintamente allorché si parlerà delle armi gentilizie. 

La principale armadura de' Cavalieri fin verso la fine del se- 
colo Xin. fu il giaco di maglia, cotte de mailles: era desso una 



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ARMADURB DE' PALADINI EC. l3( 

spezie di lorica contesta di più lamine od anella o maglie di 
ferro j e camicia appellavasì , perchè appunto a foggia di cami- 
cia era formata. Sopra il detto giaco portavano poi i Cavalieri 
tanto in guerra che ne' Tornei il sorcotto , cotte d' armes che 
si usa tuttavia dagli Araldi in Francia ed altrove. Era questo fatto 
a foggia di piccolo mantello, e da principio scendeva fino all'um- 
bilico, ed era aperto ne' fianchi , e colle maniche corte, formalo 
a maniera di tonicella, e foderalo talvolta d' armellini o di vaj. 
Verso la fine 4el secolo XIII. si allungò il sorcotto fino alle gi- 
nocchia e fin anche al basso della gamba, vedi le figure suddette 
e la fig. 5 Tavola io. Nel primo caso era aperto ai lati dalla 
cintura fino all'estremità, e quando scendeva fino a mezza gamba 
era aperto nel mezzo dal basso ventre fino al lembo. Nel secolo 
XIV. sotto il regno di Filippo VI. si cominciò a blasonare il 
sorcotto e le vesti , e tale usanza venne generalmente adottata 
sotto il regno di Carlo V. Erano dunque sul dello sorcotto ap- 
plicale le arme del Cavaliere col loro contorno d'oro e d'argento. 
L' arme erano falle d* uno stagno baliulo e smallato di rosso , di 
verde , di nero e di turchino : cosa che fece lor dare il nome di 
smalti; ed indi ancora la regola del blasone provenne di non 
metter colore sopra colore , né metallo sopra metallo. Que- 
sti sorcotli erano poi spesso da più strisele di differenti co- 
lori distinti , o alternatamente o in altro modo disposti , come gli 
screziati drappi son oggi o a rombi o a scacchi , o a onde o a 
liste tessuti , o in altro modo. Quindi si chiamavano esse ancora 
Divise, perchè appunto lavorale erano di più pezzi, divisali o 
cuciti insieme, onde son venute all'arte del blasone le parole di 
Capi t Fasci e , Bande, Pali, Sbarre, Croci, Caprioli, Rombi e 
simili che sono i pezzi onorevoli di detta arte (i). 

Lo scudo e la lancia erano le principali armi de' Cavalieri , 
siccome lo erano stale già a* tempi più antichi, de' Longobardi e 

(i) Quelli che sogliono rintracciar rorigine d'ogni usanza nella pii remota 
anticbità, dicono che questa d'usar differenti colori ne'comhattimenti d'onore 
trasse l'origine dai Giuochi Circensi, nei quali le quattro celebri fazioni latina- 
mente chiamate Feneta , Prasina , Alba e Rosea dal vario loro proprio colorasi 
distinguevano, portando la Veneta il ceruleo, la Prasina il verde, l'Alba il 
bianco, e la Rosea il rosso, alle quali due altre dall' Imperator Domiziano fu- 
rono aggiunto, siccome narra Svetonio {in. Damit. cap. "] ) , ad una un drappo 
d'oro asfiegiiando , e all'altrA un drappo di porpora. 



23» DISSBPTAZIONE QUARTA 

dfc' Franchi. La lancia, secondo il Fauchtìt , era da' Francesi chia- 
mala Bois Lpì^uo ; gli luliani la dissero Troncone , antenna , 
Asia , Tronco ecc. Assai lunghe e grosse erano le lancie de'Ca- 
valieri ; quindi il Boiardo nel descrivere il combattimento fra 
Sacripante ed Agricane così s'esprime, lib. I. cani. XI. 

V un V altro in fronte a V elmo s" e percosso 
Con quelle lancie grosse e smisurate , 
Né alcun per questo s'è dell' arci o?i mosso. 
Z' aste fino alla resta han fracassate 
Benché tre palmi ciascun tronco è grosso, 
T'olgonsi e già le spade hanno afferrate, 
E furiosi tornansi a ferire 
Che ciascun vuole vincere o morire. 

La lancia però sì lunga diveniva inutile allorché si combatteva 
davvicino ; era un segno di prossima sconfitta per una truppa che 
veniva costretta t tenerla alzata. I Cavalieri erano spesse volle 
sformati a scendere da cavallo per combattere : l' usarono p ù 
grossa e più corta sotto il regno di Filippo VI. cioè circa la metà 
del secolo XIV. Dessa era chiamnta bordone o hordonaccia , 
quand' era bucata. Nel tempo delle crociate venne ornata di una 
banderuola^ ma non vi si fece l'impugnatura che verso l'anno i3oo. 
Le lancie od aste non avevano da principio Resta , a cagione 
che il pettorale usato in allora dai Cavalieri essendo di maglie , 
non si sarebbe saputo dove in esse fermarle Non dovevano in 
ogni modo lasciar d'appoggiarne il grosso capo o la testa all'ar- 
cion della della de' loro cavalli, che a quesl' effetto altresì eran 
ben coperti di ferro. Il giaco essendo dunque di maglia, e la 
lancia nel porla in resta sdrucciolando sulla gambiera o cosciale, 
si prese l'espediente di far le corazze di piastre di ferro, in luogo 
di cuoio cotto, nel che consistevano da principio, e queste piastre 
avevano delle reste d'un grosso ferro formate attaccato al corpo 
della corazza per aiutare il Cavaliere a drizzarla, e ad arrestar 
fermo il colpo della lancia , la quale non avendo ancora in 
que' tempi impugnatura, ma eguale dalla cima al fondo serban- 
dosi , cadeva agevolmente dopo il colpo dalle mani di colóro che 
non erano a sufficienza nerboruti e forti per riteoerla dopo il gran- 



ARMADURE de' PALADINI EC • i33 

d' urlo, yirresto di Lancia si chiamava ancora quel piccolo fo- 
dero di cuoio che serviva altre volte a sostenere le lancie. 

Abbiamo glh veduto che il Bojardo nella suddetta ottava fa 
menzione della resta , che venne poscia più volte accennala dal- 
l'Ariosto nel suo Furioso, siccome per esempio n«lla seguente 
st 47 ^^^ cant. XXX. 

Posti lor furo et allacciati in testa. 
I lucidi elmi , e date lor le lance. 
Segue la tromba a dare il segno presta , 
Che fece a mille impallidir le guance. 
Posero V aste i Cavalieri in resta , 
E i corridori punsero a le pance ; 
E venner con tale impeto a Jerirsi , 
Che parve il del cader, la terra aprirsi. 

Osservar qui si deve, affinchè dagli artisti in ispezie non si prenda 
abbaglio nel rappresentare un Cavaliere di que'tempi colla lancia 
in resta , che Ja resta d'allora non era già quel suddetto grosso 
ferro annesso alla corazza ( vedi Tavola i3 fig. 6 tratta dallo 
studio del celebre Pittore signor Pelagio Palagi ) che venne posto 
in uso dopo il iSoo, allorché i Cavalieri cominciarono a portar 
corazza , bracciali , cosciali , gambiere e manopole j ma bensì l'ar- 
cion della sella, al quale, come abbiamo già osservato^ doveano 
certamente appoggiare il capo della lancia che sdrucciolata sarebbe 
fosse stata appoggiata al giaco di maglia. 

Abbiamo pure accennato ove si parlò del costume dei Fran- 
cesi del secolo IX. (i) che i valenti guerrieri , i quali venivano 
in allora distinti col nome di Preux prodi (2) , valorosi , usa- 

(i) V. Costume antico e moderno, ec. Europa Voi. FI. 

{"ì) Il Castflvetro, siccome fanno al dì d'oggi i Grecisti che rintracciar so- 
gliono l'eliniologia d' ogni parola nella lingua Greca, stimò derivata la voce Prò 
e Prode dal Greco Protos significante Primo, perchè tali guerrieri erano i pri- 
mi ad assalire i nemici. Il Muratori la fa venire da Probus , nel qual senso 
presso gli antichi sovente si legge Miles Probus , cioè coraggioso, vaiente Cava- 
liere; o pure dal Francese Preux e dall'Inglese Proud , voce forse antica della 
Germania. Per lo contrario Codardi si chiamarono i soldati timidi , o perchè 
stessero alla coda dell'esercito, o perchè imitavano i cani paurosi, che raccol- 
gono la coda fra le gambe. Ma potrebbe anche essere venuta dall'Inglese Cow , 
significante intimidire, da cui pare formato il loro Cowurd , usalo anche dai 
Francesi e dagli Spagnuolt che dicono Canard e Coi'ardo. 



a 34 DISSERTAZIONE QUARTA 

vano portare ben anche la spatha che era una specie di scimi- 
tarra o di pesante spada; e una simile ne fu conservata per molto 
tempo a San Faraone di Meaux quale è quella di Uggieri il 
Danese che viveva sotto il regno dì Carlomagno : essa pesava cin- 
que libbre ed un quarto; la lama era lunga un metro, larga verso 
la guardia otto centimetri e quattro verso la punta , e la guar- 
dia circa dieci centimetri. Abbiamo gik veduto nella Tavola 4 Ja 
spada d'Orlando ecc. 

Osserva il Muratori nella sua Dissertazione XXFI. là ove 
parla dell'uso antico delle spade trovarsi scritto nella storia di 
Fra Francesco Pipino che nell'anno 1266 gli Italiani seguendo 
l'usanza de^ Francesi avean poste in dimenticanza le spade per 
servirsi de' pugnali (i). E d'opinione il Muratori chequi si parli 
non de' Pugnali e Stiletti , ma bensì delle spade da punta, e 
che feriscono con essa punta. Dianzi Enses , Gladii , Spathae do- 
vevano essere quelle, che oggidì chiamiamo Spade da due tagli 
o da un solo come le Sciable. Vegezio parla d'ambe le spade 
da punta e da taglio, e preferisce l'uso della prima a quello del- 
l'altra (2). Da una lettera di Apollinare Sidonio (3) in cui si 
narra una vittoria riportata contra i Goti ricavasi che i Francesi 
combattevano colle spade taglienti, e che le armi de' Goti ferivano 
di punta e di taglio. Guglielmo Pugliese descrivendo gli Svevi 
condotti in Italia dal Pontefice Leone IX. nell'anno io53 racconta 
che coloro valevano più che colle lancie, colle spade, le quali erano 
lunghe, ben affilate, e solevan fendere un corpo da capo a 
piedi (4). Dovettero essere in ciò imitati dagl' Italiani lungo tem- 
po , finché i Francesi insegnarono loro ad usar quelle da punta 
come più commendale da Vegezio : il che fu conosciuto anche da 
Benvenuto da Imola nel suo Cemento sul Purgatorio di Dante (5), 

(1) V. lib. IH. cap. XLV, ove leggesi : Anno Domini MCCLK^l. Italici 
exemplo Francorum Puqionibus uti coepcrunt , Ensihus obsoletis. 

(2) Lib. I. cap. XII. 

(3) Lib. IH. Epist. IH. 

(4) Praeminet Ensis ; 

Sunt etcnim longi specialìLev et peraeuti 
Illorum Gladii. Percussum a l'ertice corpus 
Scindere snepe solerli eie. 
li Muratori prende quel peraeuti per ben afTilati , perchè apparisce, che le 
«pacle loro ernn da taglio. 
(b) V. cap. XXXI. 



ABMiDURB de' »AUD1«I EC. »35 

osservando esser assai meglio e sicuro il ferire di punta che di ta- 
glio j I.* perchè chi ferisce colla punta ha minor armadura da 
tagliare, a." perchè l'avversario non può evitar tanto bene il 
colpo, 3." perchè trova minor resistenza nel corpo, 4-" perchè 
chi ferisce si affatica meno , 5.^ finalmente perchè si copre meno. 
Perciò i Francesi con queste spade acute sapeano vantaggiosa- 
mente combattere con gli uomiui d' armi , tuttoché vestiti a ferro. 
Guglielmo Naogio ce lo insegna scrivendo , che i Franchi con 
sottili ed acute spade ferivano 1 nemici sotto gli omeri , ove ap- 
pariva l'adito inerme mentre alzavano le braccia ecc. (i). Però 
non pugnali, ma spade corte da punta erano quelle dei Francesi. 
Stocchi sono chiamate da Giovanni Villani ; e di fatto nella loro 
lingua frappar d' estoc è ferire di punta -, e di là è venuto l'Ita- 
liano Stoccata. Che anche nel secolo Vili, in Italia si conosces- 
sero le spade da punta lo prova il Muratori colle parole dell'Ano- 
nimo Salernitano, dove parla di Liutprando Duca di Benevento e 
del suo successore Arichis (2). Del resto gli antichi Franchi olire 
alla spada lunga usarono anche delle mezze spade; e Vegezio ne 
nomina una che pare il nostro pugnale, di cui si servivano, quando 
erano alle strette. 

Ne' cenni sulla vita di Carlomagno abbiamo di già parlato delle 
spade di quel Monarca 1' una esistente in San-Dionigi , e 1' altra in 
Aquisgrana (vedi Tavola i4fig. 2e3), e rappresentata pur 
venne nella medesima Tavola la tanto famosa Darlindana d'Or- 
lando. Noi rappresenteremo nella Tavola j4 le varie qualità di 
spade e di stocchi che già esistevano nel Gabinetto di ChantilH , 
ricco d' armi antiche appartenenti a diverse nazioni , e che furono 
già riportate dal P. Daniel nella sua Storia della Milizia Fran- 
cese. Al num. I vedesi un Braqiieniart o corta spada, al 3 una 
spada di riscontro , al 3 la lunga spada chiamata anticamente esto- 
cade , ai numeri 4 due grandi spade che adopéravansi con arabe 
le mani, al 5 una spada yi>ifrree messa in bastone , al 6 una spada 
alla Svizzera, al 7 una spada alla Spagnuola , all' 8 un pugnale, 
al 9 una baionetta, al 10 una sciabola, all'i i una scimitarra. Non 
ometteremo qui d'avvertire che verso il secolo XIII. i milit.Tri por- 



(t) Da Gest. Saneti Lud. 

(a) DiiiarUiione XXVI. Ani. Hai. 



^36 DÌSSISRTAZIONE QUARTA 

lavano generalmente la loro spada in maniera che l'elsa era sa! 
ventre e la lama passava diagonalmente sulla coscia sinistra. Vedi 
le varie figure in queste Tavole. 

Molte furono le specie degli scudi , e presso gli italiani si 
trovano, Scudo , Rotella, Brocchiere» Targa, Pavese, e ciò 
che li distingueva era la differenza della materia o della forma j 
perchè altri erano di ferro o rame o legno o cuojo , altri di for- 
ma rotonda , altri di bislunga o quadrala. Lo scudo fu da' Latini 
appellato anche Umbone , perchè era talvolta seminato a bolle 
terminanti in punta. Gli antichi scudi erano quadri in allo, dov'era 
d'uopo difendere il petto e le spalle, diminuendosi poi verso il 
basso finché finivano come in punta, e tagliati erano in arco per 
muoverli piìi agevolmente. Altri erano, di forma rotonda e chia- 
mavansi Rondacci , Rondelle, Rotelle, forse dalla loro figura 
rotonda come le ruote. Si gli uni che gli altri erano di legno 
coperti di cuoio bollito, o d'altre materie dure, con un cerchio 
di ferro tutto all' intorno , perchè non fossero facilmente troncali 
o fessi. Brocchiere, a giudizio del Muratori , fu chiamata quella 
specie di scudo , che nel mezzo teneva uno spontone o chiodo 
acuto di ferro ed eminente, con cui anche si poteva ferire il ne- 
mico se troppo sì avvicinava. ( Noi ne abbiamo già veduti nella 
tappezzeria della Regina Matilde. Vedi la Tavola ii.') Broccare, 
Tcce andata in disuso, significava pungere il cavallo colle Brocche^ 
cioè colle punte degli speron-i ; perchè Brocca volea dire un ferro 
acuto (i). Chiamansi Targoni e Targhe gli scudi quadrati e 
curvati , e ce n' erano di così grandi, che coprivano interamente 
non pur tutto l'uomo, ma ancora que' balestrieri arcieri che 
stavan dietro ai medesimi. Avevarl però questi una punta a basso 
per piantarli in terra , ed erano assai massicci , e chiamavansi 
Tallevas. Per conto del Pavese , lo Stigliani dal Latino Pavio e 
il Menaggio da Parma ne trassero il nome, ma ai dire del Mu- 
ratori , s'ingannarono , e pensa che vera sia l'opinione di Ottavio 
Ferrarini che lo fa derivare dal popolo di Pavia , e cita le pa- 
role dell' Aulico Ticinese (2) il quale dice a chiare note « che 
la fama della milizia Ticinese corre per tutta l'Italia, e che dal- 
la medesima vengon da per tutto chiamati Pavesi certi scudi 

(i) Noi appelliamo tuttavia brocchetta alcuni piccoli chiodi. 
(a) De Laud. Papìae. cap. l3. 



Jiur. Toi. Ji. 



Tf^i- J'I'. 




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Armìdtjre de* paladini iiSy 

grandi e quadri tanto nella parte superiore quanto nella inferio- 
re ». Altro dunque non furono i Pavesi che scudi fatti alla ma- 
niera di Pavia, e tal voce colla figura dì essi passò in Francia , 
Inghilterra e Spagna, come si può vedere presso il Du-Cange 
alla voce Pavisarii, Pavisatores ecc. Cosi il Muratori : noi però 
siamo d'opinione che prestar non si possa gran fede all' Aooni- 
mo Ticinese, scrittore che fiori sul cominciare del secolo XIV. 
Tutti i suoi panegirici intornp a Pavia sono cosi esagerali e cosi 
basati in falso, che persino i monumenti di quel paese tuttavia 
esistenti furon da lui nella più strana guisa svisati ; di «he n'ab- 
biamo assai prove per molti raffronti storici fatti dietro la scorta 
del succitato autore. I Cavalieri, al dire del citato Fauchet, por- 
tavano ancora talvolta uno scudo coperto di lamine di ferro o di 
scaglie d'avorio, pendente per mezzo di una correggia dal collo, 
e dopo aver rotta la lancia, imbracciavano questo scudo, tenendo 
il pugno coperto co' guanti di maglia. Nella Tavola i5 vi presen- 
tiamo al num. i, lo scudo detto Rondella o Rondacela, al a 
la Rondella ovale , al 3 la Targa o scudo del pedone , al 4 
alno scudo di pedone, al 5 lo scudo di Cavaliere. Il citato Daniel 
che ci rappreseniò in una tavola l'assedio di una città, ci diede 
la seguente figura del Pavese , vedi num. 6. 

La Mazza , Massue , fu altresì uno strumento di cui si va- 
levano i cavalieri, e del qual ne' Romanzi spesso è fatta menzio- 
ne. Quest'arma otTensiva , dice Daniel (i), è una delle più an- 
tiche che si adoperassero ad offendere , e ne produce altresì le 
figure delle differenti maniere , e le più famose dette altresì 
mazze d'armi , Masses d^ armes , quali erano quelle di Bertran- 
do di Guesclin, e di Orlando ed Olivieri adoperate ai tempi di 
Carlomagno. Nella Tavola i6 al num. i vedesl la mazza del 
suddetto Bertrando , al a e 3 antiche mazze nel Gabinetto d'ar- 
mi di Cantilli , ai numeri 4 > 5 e 6 altre mazze cavate dagli 
antichi monumenti, al num. j un'accetta d'armi del Contesta- 
bile di Clisson , al num. 8 un'altra mazza. Ne' fatti d'armi dif- 
fidi cosa era il ferire i Cavalieri tutti vestiti di ferro. Si costu- 
mava dunque di percuoterli con mazze di ferro, o pure di far 
guerra ai cavalli coperti anch'essi di ferro, perchè atterrati que- 
sti , il Cavaliere cadendo era preso , e poi peso dell' armi più # 

(i; Milic. Frunc. Tom. I. liy. VI. 



^Vv DliSEKTAlClOWE QUARTA 

non faceva grandi prodezze, «cceltochè uè' Romanci. Perciò »i 
studiavano con picche , spade e spumoni di sventrare i cavalli ; 
alle cinghie, alle cinghie gridavano i Capitani (i). Vedi le ar- 
madure de' cavalli nella Tavola suddetta nani. 12 tratte dallo 
studio del predetto signor Pelagio Palagi. 

1 Magli, i Maglietti y Martelli d'armi, vedi Tavola sud- 
detta niim. 9, IO e 11, non erano che diverse spezie di mazza, 
delle quali solevano i Cavalieri ancora servirsi, e d'onde il so- 
prannome talvolta traevano, come Rovenza del Martello. La 
Mazza, il Maglio, il Maglietto , il Martello furono le armi 
particolari de' Vescovi e degli Abati che si trovavano in persona 
nelle battaglie, secondo l'obbligazione annessa alle loro terre ed 
ai loro feudi. Osservano a tale proposilo il Galland ed il Tillet, 
che vietato fosse agli Ecclesiastici di portare spade e lancie , per 
porli fuor di pericolo di essere biasimati di crudeltà e di sangue, 
e che la mazza sola era lor conceduta per esser un' arma da 
difesa, e che non per ammazzare né per ferire fu introdotta , 
ma soltanto per gettare in terra e per abbattere. Tali ridicola 
osservazioni non meritano d'essere confutate j diremo solo che 
la stessa voce di ammazzare per toglier la vita, è dalla mazza 
formata , che a tale effetto anticamente era in uso. 

Dopo di aver descritte le armi usate generalmente da'Gava- 
lieri, crediamo opportuno per la maggior intelligenza de' nostri 
Romanzi il dire altresì qualche cosa intorno le armi delle quali 
valevansi spezidlmente i pedoni, e che consistevano in spade , 
saette , dardi , mannaresi , scuri , fionde, coltelli , pugnali ed 
in altre armi da offesa , e nello scudo per difesa. 

Molte furono le specie delle freccie ; Dardi e Giavellotti 
anticamente si usavano con iscagliarli centra de' nemici: non 
sapremmo dire con certezza se le Giavarine e Chiavarine fos- 
sero mezze picche da scagliarsi centra 1* avversario. Non ci 
ha alcuno che non sappia qual fosse una volta 1* usd degli 
archi e delle freccie o saette. Gran tempo esso durò , e suc- 

(1) Guglielmo Britouo Philipp, lib. XI. all'anno 1214 coJÌ »crÌT» : 

equorum viscera rumput , 

Demissis gladiis , dominorum corpora quando 
Non pulilur ferro conlingi ferrea uestis , 
Labuntur vedi lapsis vectoribus : et sic 
VineibiltB magis exisiunt in pulveve strati' 



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ARMADURE De' PALADINI sSq 

cederono poi le baliste da mano , che si chiamarono Bale- 
stre , cioè strumenti di legno con arco di ferro , che con 
pili forza scagliavano le freccie sia gli strali. Chiamavansi 
Arcarii, Arcatores e italianamente Arcieri coloro che si ser- 
vivano de' primi j e Balistarii o Balestrieri i pedoni che usa- 
vano le balestre; benché si trovino ancora Eqaites Balistarii. 
Vedi la Tavola 17 fig. i tratta dal Daniel e le fig. 2 e 3 
cavate dalle tavole di Slruit. Ci erano le Balestre grosse , 
macchine scagliami piìi freccie in un colpo : si chiamavano 
Moscìietie le freccie scagliate dalle balestre (i). La maniera 
di caricar col piede la balestra è mentovata da Guglielmo 
Britone (a): si sa che l'arco degli arcieri veniva teso colla 
mano. I Quadrelli furono una specie di saette , così appel- 
lati o dalla lor forma o da quattro ale. Poco diversi pare 
che fossero i Balzani, nome venuto dal Tedesco Boltze si- 
gnificante Saetta. Celebri in oltre compariscono i Verrettoni , 
«orta di freccie scagliate dalle balestre. Chi tenne tal parola 
originala da Verutum , Latino , non riflettè che i Veriiti erano 
dardi scagliati colla mano. Né pur viene , come pensò il P. 
Daniel nella sua Milizia Francese , dalla voce Francese Virer y 
cioè Girare ; poipliè si sarebbe detto lo stesso di ogni dardo 
e saetta. Potrebbe essere che venisse dalla lingua Tedesca , 
giacché troviamo TVerretones e Guerettoni. Vedi nella Tavola 
suddetta al num. 4 varie sorta di freccie , al num. 5 i Qua- 
drelli, al 6 i Verrettoni, al 7 un Matras, o dardo che si scocca 
colla balestra, il cui ferro non è acuto come quello della freccia. 
Avvertiremo che fra le varie spezie di freccie ce ne erano 
alcune, il cui manico era inserito nel ferro , ed altre il cui 
ferro era inserito nel manico ; che il ferro d' alcune era for- 
temente attaccato al fusto , e che il ferro di altre vi era 
appena annesso, afEnchè il detto ferro rimanesse nel corpo tra- 
fitto ; ciò che rendeva pericolosissima la ferita. 

Serve 9 rischiarare la storia dell' arco , delle saette e delle 

(i) Marino Sanuto il veccliio nella sua Storia scrisse: linee eadcm rtaUislaa 
tela possali trahcre , quae Muschettue i^ulgaiiler appellantur / e nella Cronica. 
Estense all' anno tSog si legge : propter magnani multitudincm MuschclCaruo:, 
quasi sagiltfibaiit. 

(1) Lib. VII. Philipp, in q'ic! verso : Bullislae duplici lensu pcde , missu 
sasilta. 



a4o DISSERTAZIONE QUARTA 

balestre quanto è riferito dal Muratori nell;i gih citala Dis' 
fiirtazione relativamente al Canone ^9 del Concilio Latera- 
nense li. tenuto sotto Innocenzo II. Papa nell'anno 11^9 nel 
quale viene fulminato un anatema contra 1' uso dell'arco « 
delle saette e delle balestre fra i Cristiani (i). Chi non sì. 
stupire di vedere questo fulmine contra un tal uso che tro- 
vasi in tutti i secoli precedenti ? Ci stupiremmo ancor noi se 
venisse ora vietato quel de' cannoni e degli archibugi fra i Cri- 
stiani. 11 Baluzio credette di aver trovato il perchè si for- 
masse il canone suddetto , cioè per essersi rimesso in uso a 
que' tempi 11 valersi Ballistis et Sagiuis nelle guerre fra i Cri- 
stiani ; il che dianzi non si praticava. Di fatto sappiamo che 
nelle prime crociale i Cristiani adoperavano solamente lancie e 
spade ; laddove i Turchi da lungi usavano archi e saette, e 
da vicino le spade. Avendo poi Francesi e Italiani portalo 
seco l'arte di saettare si perniciosa , perchè ammazza i lon- 
tani , e non distingue i forti dai deboli j perciò sembra veri- 
simile che fosse proibita ai Cristiani , che facean guerra ad 
altri Cristiani. Ma né pur questa sembra buona ragione ; poi- 
ché anche ne' secoli precedenti noi troviamo arcieri e saatte 
in guerra. E se si dicesse , che almeno erano nuove le ba- 
lestre , rispondiamo , che certamente in Francia molto ancora 
dopo Innocenzo II. ne fu ignoto l' uso , ciò che vien com- 
provato da quanto scrisse Guglielmo Britone all'anno 1184(2). 
Fu Riccardo Re d' Inghilterra che portò di Levante balestre, 
tinto tempo dopo il canone suddetto, e perciò polrebbesi so- 
spettare che in esso canone mancasse qualche parola , o che 
vi fossero solamente vietate le saette a\>velenate , le quali al 
riferir di Pandolfo Pisano nella vita di Papa Gelasio II. al- 
l'anno II 18 erano usate dagli Alemanni (3). Quello che è 

(1) Eccone le parole : Arlent autem ilLain inortiferam , et Beo odihilem Bal- 
li stariorum et SagitCariorum adt^efsus Chriìtianos tt CuihoUcos exercei i de ca- 
taro sub analhemate proliibemus. 
(2) Lib. il. Philipp. 

Fruncigenis nostiis illis ignota diebus 
8es erat oinnino , quid Bulislarius arcus , 
Quid Batista Joret ; me habebat in agihine tato 
Res aroiii quemquam , sciret qui talibus uli. 
(3) Cosi si esprime PaiiJolfo : Saei^a insuper jam per itpam Jlemunnoruin 
^"rhuiies tei e ntra nos niixta Toxico juciehat. 



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ABMADURE QE'pALA.DirTl 60. %^l 

certo si è che , sia che non fosse proibito in generale l'uso 
degli archi e delle balestre , sia che i Principi non volessero far 
conto di qael divieto , si continuò universalmente fra' Cristiani a 
tenere gli arcieri ed i balestrieri. Nelle guerre di Federico l, 
Inoperadore contra i Lombardi , Sire Raul e Ottone Morena affer- 
mano essere intervenuti gli arcieri ed i balestrieri. I Pisani pa- 
rimente e i Genovesi usarono archi e balestre nelle loro guerre; 
e lo stesso Papa Innocenzo III. , come s' ha dalla sua vita nell'an- 
no 1199 ceritum arcarios conduxit ad so/idos, cioè al suo soldo. 
La Tavola 18 inventata e disegnala dal celebre Architetto e 
Pittore scenico signor Paolo Landriani vi darà un'idea esniia di una 
sala d'armi di quell'epoca 

Dopo di aver descritte le armi di cui si valevano i Cavalieri 
ed i pedoni, ragion vuole che parlar si debba ben anche de' ca- 
stelli , delle fortezze e delle rocche che ad ogni istante trovansi 
rammentate o descritte ne'romanzi e ne' poemi romanzeschi. E 
chi non sa che il Bojardo e 1' Ariosto parlarono più volte delle 
rocche e de' castelli d'Albracca , d'Alcina, d'Atlante, di Trista- 
no ecc. ? Allorché davano la legge all' Italia i Romani e i Goti 
qui si contavano moltissime fortezze ; ma per le guerre poscia 
succedute , e per la lunga pace , andarono la maggior parte in 
rovina. Ma da che i Saraceni invasero la Calabria ed altre cotitì- 
nanti provincie , e da che si stabilirono in Frassineto tra I' Ita- 
lia e la Provenza mettendo a sicco i popoli circonvicini ; dac- 
ché i barbari e spietati Ungari che sul principio del secolo X. 
cominciarono a scorrere d^Ua Pannouia nell' Italia devastandola 
con incendj , stragi e rapine , si diedero i popoli a rifar le an- 
tiche fortezze , e fabbricarne delle nuove , per resistere ai nemi- 
ci , e per raiettere in salvo le loro vite ed i loro averi. Que- 
sto medesimo ripiego erasi già praticato in Francia nel secolo 
IX a cagione delle tante lagrimevoli scorrerie de'Normanni. Per- 
tanto chiunque, ottenuta licenza dai Re o dai Principi Longo- 
bardi , s' applicò a fabbricar rocche, fortezze e castelli , e a bea 
provvedere le città di mura, e a fortidcarsi anche ne' suoi feudi, 
e fino ne' beni allodiali. Il Muratori riferisce molti documenti del 
secolo IX e X che comprovano la facoltà d^ta anche alle perso- 
ne private da molti Principi ed Imperadori e in lialii e in Frati» 
c'ìì di fabbricar fortez-?e con torri, bertesche, merli , Jossati ed 
Jt /nunzi di Cavali. Fol. /. iG 



24» DISSERTAZIONE QUARTA 

alili buoni ripari ed asili niassimamente contro le lanio deplora- 
bili irruzioni degli Ungari (i). Per tal maniera a poco a poco e 
Vescovi e Abati , Conti , Vassi ed altri Potenti del secolo fabbri- 
carono tant3 copia di rocche , torri e fortezze , che nel secolo X 
e vie più neirXl se ne mirava per cosi dire, una selva, special- 
monte in Lombardia. Piantavansi tali fortezze nel piano, ma in- 
comparabilmente pili nelle collinee montagne, e nelle cime di esse, 
acciocché il sito stesso accrescesse forza a quelle fortificazioni. 

Ecco come il Bojardo nel lib. F. cant. V. ci descrive una 
rocca; 

Tanto che giunse ad una Rocca forte 
dia si chiamala il passo della morte ecc. 
Era la rocca in cima una collina 
Molto mirabilmente fabbricata 
Di un pezzo sol di pietra marmorina 
A forza di scarpello lavorata , 
Che riguardava sopra la marina 
Dove per una soia e piccol strato 
Chi vuol a suo piacer discende e sale. 
Per altro loco no , se non ha Vale. 

Avreste veduto , ci dice il Muratori parlando delle colline e mon- 
tagne del Modonese e Reggiano di que' tempi , una corona di roc- 
che e torri quasi tutte possedute dalla Contessa Matilde, non sap- 
piamo se con titolo di feudo o allodio , o perchè ella fosse co- 
m'è molto probabile , Governatrice ancora di quelle città. Altre 
fortezze in que' siti , anzi nel resto della Lombardia ed altrove 
apparteoevano ai Conti minori, cioè Rurali, ai Valvassori, Gapi- 
tanei , Castellani ( che così ne' secoli rozzi si chiamavano anche 
i Signori di un castello ) e altri Potenti. Eranvi ancora comunità 
forensi , che avendo presa la forma di repubblica, formavano roc- 
che e fortezze per loro difesa. Ciò che in un paese si faceva, tro- 

(i) V. fra gli altri il diploma di Berengario I. Re dato iti favore di Ri-sinda 
Badessa del Monistero Pavese di Santa Maria Teodora , oggidì della Pusterla 
all' anno Ql'^, iti cui dice il Re di concederle ae-li fica odi ctisieltt/ in opporlunis 
locis liccniiam , una cura Bcrliscis , Meruloium Propiii^naculis , /ii^geiibus , 
at/iiip Fossatis , nninif/ne ar^itmmio ad Pai^anuriim insìdias etc. Questo fu il 
primo monistero d'Italia che ebbe il privilegio di fortiQcarsi. Sussistono tutta- 
via alcuni avaiui di tali fortificazioni. 



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ARMADURE De' PALADINI eC. 2/|3 

vava tosto imitatori in altre parti , e tanta -ìbbondanz^ di luo^li 
forti cagionava discordie, guerre ed assedi!. Facilmente allora av 
veniva, che questi Signorotti insultassero i vicini, o si ribellasse 
ro alle città e agli stessi Regnanti. Fin dall'anno g/^6 Guido Ve 
scovo di Modena, gran faccendiere, fece testa ad Ugo Re d'Ila 
lia (i)j e così molto famosa riuscì la rocca dì Canossa, piantata 
in un sasso isolato del contado di Reggio , con avere sofferto un 
lungo ed inutile assedio da Berengario li. Re d'Italia dopo l'anno 
gSo (2); e del pari Montefeltro servi di ricovero al suddetto Be- 
rengario per gran tempo , finché vinto dalla fame venne in pote- 
re dell' esercito di Ottone il Grande Imperadore circa 1' anno 
963 (3). Rocche , torri e castelli senza numero trovavansi pare in 
Francia ed altrove, e consimili avventure vidersi pur anche acca- 
dere fra i prepotenti Principi e Cavalieri di que'secoli di barbarie. 
Ma e in che consistevano le fortificazioni di queste castella? 
Noi troviamo ch'esse erano guernite di Bastioni, Muro, ante- 
murale , Carbonarie , Fosse , Barbacani , Torri, Merli, Berte- 
sche (4), Porte e Porterelle, cioè piccole porte , e di Cateratte 
alle porte , composte di una ferrata , che potea alzarsi ed abbas' 
sarsi. Si può concepire una giusta idea delle fortificazioni di quei 
tempi dal l'osservare la qui annessa Tavola niim. 19, nella quale 
venne rappresentato dal signor Alessandro Sanquirico 1' interno 
del castello di Chandée nella Franca Contea innalzato da Hu- 
gonin Signore di Chandée nel 1270. Questo monumento d'archi- 
tettura che sussistè più di 5oo anni, era un tipo memorabile dei 
castelli forti del medio evo : le alte sue mura guernite di para- 
petti , di merli, di torrette eleganti,- i suoi fossati, i ponti levato] 
avevan fatto resistenza a lunghi assedii e ad immense macchine di 
guerra. Ma passiamo a ragionare delle singole parti componenti una 
di quelle fortificazioni. 

(i) V. Liutpraudo lib. V. cap. 12. della Storia. 

(2) Donizoiie la descrive nel ///;. 1. cap. 11. della vita di Matilde. 

(3) Ciò vieue attestato dal continuatore del suddetto Liutprando. 

(4) Cosi r Ariosto cant. XIV. st. iSa ecc. 

J nostri in questo tempo , perche mule 
Ai Sai'ucinì il folle ardir rie$cu , 
eh' erari nel fosso , e per diverse scale 
Credeun montar su l'ultima bertesca ; ecc. 

Ber tresca Ediz. Morali. 



^44 DISSEBTAZIOME QUARTA 

Seaibrj che gli Aìiteinurali o i Barbacani fossero mura più 
basse e che copiissero le mura maestre delle fortezze , af&achè 
non si potessero le torri, le scale, gli arieti , e l'altre macchine 
dei nemici accostare, se non dopo molta fatica, alle porte e mu 
ra superiori, antemurale era pure chiamalo quel muro tortuoso 
che copriva le porte talmente da non lasciar vedere Ja loro en- 
tratura. Ecco ciò che Giovanni Villani scrisse a tale proposito ; 
ce S'ordinò che si cominciassero i Barbacani, ovvero confossi, di 
costa alle mura da fossi, per piìi fortezza e bellezza dtlla città « e 
altrove « Le mura di qua dall' Arno grosse braccia tre e m.ezzo. 
Stanza i Baibacani, ed alte braccia venti co'merli etc. (i) ". Fra 
le fortilìcnzioni pare che s'abbiano a contare anche le Carbona- 
rìe delle quali parlò anche il Du-Cange senza determini re che 
cosa fossero. Nel ^Vocabolario della Crusca è detto ; Carbona- 
ria, fosso lungo le mura. Ma avvertiremo che in una carta della 
Contessa Matilde, rapportata dal Fiorentini, si legge cum fossi s et 
Carbonariis, muris et turre etc. il che ci fa conoscere essere state 
le Curbonarie cosa diversa dalle fosse. Il Muratori dopo di aver 
recato molti passi tolti dalle vecchie carte onde determinare che 
cosa fossero queste Carbonarie conchiude che furono luoghi pro- 
fondi e a guisa di fosse. Presso le mura di Napoli era la chiesa 
di S. Giovanni in Carbonaria, e per quella parte clandestinamen- 
te entrato il Re Alfonso I. s'impadronì della città. Le Bertesche 
e Baltresche che trovansi menzionate dagli antichi autori della 
lingua Italiana, erano come ci pare, casotti o torricelle di legno 
o di muro , ove stavano le sentinelle pronte a scagliar saette cen- 
tra i nemici. Fra le fortificazioni trovansi nominati i Meruli, Mi- 
naci, Pinnae murorum oggidì Merli, che sono quella parte supe- 
riore delle mura non continuata , ma interrotta ad ugual disianza, 
e dalle cui aperture si saettava e gittavansi sassi. Il Muratori ripor- 
tando la ridicola etimologia che della parola Meruli ha dato il Me- 
nagio , conchiude che forse da Mirare si formò Mirula, che de- 
generò in Merula e Merulus. Chi lo crederà ? Le torri si fabbri- 
cavano nel giro delle mura delie fortezze per maggior difesa e 
guardia delle medesime. Anche i nobili privati fabbricavano nelle 
loro case ed a loro spese delle torri ; ed indizio di chiara nobiltà 

(«; Lib. IX. cap. CXXXV. e cap. gCLYll. 



Armadure oe'pvladini ec. 245 

era tenuto in allora il poter elevarle , perchè essi soli godevano il 
privilegio e la facoltà di edificarle. Ascoltiamo il vecchio Ricorda- 
no Malaspina , che cosi parla all'anno ii54 (i) « di queste torri 
era grande numero nella città , alte quali cento e quali cento venti 
braccia. E tutti i nobili, o la maggior parte avevano in quello tem- 
po Torri » di questi forti edifizj spezialmente poi si servirono i no- 
bili mentre bollivano le diaboliche fazioni , e mentre nel cuore 
della slessa loro patria facevano fra loro guerra gli impazziti citta- 
dini. Si leggan le antiche croniche , e si vedrà qual uso si facesse 
delle torri in que' tempi si turbolenti. La gente infuriava l' una 
contra dell'altra; e chi poi prevaleva sfogava la sua rabbia addos- 
so alle torri e case e castella degli emuli cacciati o abbattuti. E di 
\ero ne' tempi di guerra veniva considerata una buona torre per 
una rocca e fortezza , e sappiamo che più e più giorni un esercito 
si perdeva dietro a una torre , purché questa fosse bea provveduta 
di combattenti , viveri ed armi } e perciò nelle terre e castella so- 
levano gli antichi alzare almeno una torre, atta a resistere per qual- 
che tempo ai nemici. 

Né si deve tralasciare di far menzione di un'altra sorta di for- 
tezza che irovavasi presso gli antichi chiamata Dongione , nome 
a noi venuto ddlla voce Francese Donjon colla quale vien chia- 
mato il luogo più forte e più elevalo di un castello, e che ordi- 
nariamente era in forma di torre (2). Trovansi ancora Cassara o 
Casserà, altra sorta di fortezza che sembra diversa da'dongioiti. 
Dagli Arabi presero gli Italiani il nome e la forma di tali rocche, 
e tuttoché u\ nome si desse ad ogni sorta di fortezze, pure sem- 
bra che passasse qualche differenza fra i Casseri e gli altri luo- 
ghi foriificati, trovandosi in alcune antiche carte distinta menzione 
di castelli, di torri e di casseri (3). 11 castello superiore nella 
poppa delle navi è chiamato tuttavia Cassero, Fu anche adope- 
rato il nome di Murata per significare una specie di fortezza : 

(1) V. la sua Storia cap. LXXX. 

(2) In uno strumento di concordia fra Guglielmo Vescovo di Lucca ed Ugo 
Conte di Lavagna deil'auoo 1279 si parla de summitate Castriueteris de Garja- 
gnana , quae Dongionem appellalur. 

(3) la una sentenza de'Giudicl imperiali ordinanti la restituzione della cìtlìk 
di Massa in Toscana a Martino Vescovo di essa , proferita nell'anno 1194 si fa 
menzione Castri et Turris et Caisari di quella città. Nell'isola di Maiorica 
posseduta dai Saraceni « trovarono i Pisani nel 1114 alcuat di tali Cutseri. 



24<3 DISSERTAZIONE QUARTA 

negli Annali di Cesena si fa menzione della Murata di quelU 
città, e questa negli Annali di Riminl è chiamata Cassaio. Il 
nome di Rocca per significar luogo forte è probabilmente venuto 
dalle Rii\)i chiamate Roccie. Anticamente le rocche venivan per 
lo più fabbricate ne' ciglioni de' monti , e ne' siti alti anche per 
situazione forti. Parimente nelle vecchie Memorie s' incontrano 
Motae: queste Mote altro non furono che alzate di terra fatte in 
pianura dalla mano degli uomini , poi cinte di fossa e bastioni 
eoa una torre o castello in cima, a guisa delle altre fortezze. 
Così vennero chiamate da terra mota, con cui s'era formato un 
picciolo colle. Veggonsi tuttavia molte di queste Mote , appellate 
Mote anche nella gran Bretagna, e ne sussistono anche io Fran 
eia (i). Eranvi ancora i Gironi o Zironi ne'caslelli e nelle roc- 
che, specialmente in quelle ch'erano sulle montagne, cioè un 
muro , che cingeva una parte interiore della stessa rocca o for- 
tezza per potersi ritirare colà , se la rocca era presa. Il castello 
di Santa Maria a Monte , come scrive Giovanni Villani (2) era 
molto forte di tre Gironi di mura con la Rocca. Espugnato il 
primo, si riduceva il presidio alla difesa del secondo ch'era più 
ristretto. Sovente ancora nelle vecchie storie s'incontrano Bitifredi 
appellati pure Belfredi , Berfredi , Biljradi, Bertejredi , Buti- 
fredi ec. Fu di parere il Du Gange , che fossero torri mobili di 
legno per combattere le mura delle città e fortezze; e di f^tto 
Rolandino scrisse (3) che il castello della Terra d' Este fu bat- 
tuto coi Bilfredi , colle Petrerie e coi Trabuclii. Contuttoeiò fu- 
rono ancora chiamati Bitifredi le torri stabili di legno che gli 
antichi fabbricavano per guardia di qualche silo, tenendovi sopra 
sentinelle, che all'accostarsi de' nemici davano il segno colla cim- 
panella (4). Né ommetter si deve di far menzione delle Bastie 
appellate Bastidae e Bastitae , delle quali s'incontra spesso 
nelle storie il nome derivato dalla voce Francese Bastir, fabbri- 
care, onde Bastiment , Basti, Bastita , Bastia e Bastilia. Tanto 
il Du-Gange che il Menagio scrissero essere state le Bastie Stec- 



(i) Negli zinnali di Padova pubblicati dai Munilori nel Tom. Vili. Rei 
llul, si Irova assai chiaramente spiegato quel che fossero le Moli'. 
(a) St. iib. X. cap. XXV HI. 
{i) Lib. VI. cap. VI. 
(4) V. (juaalo fu scritto dallo stesso Rolaadtuo Ub. i cap. Vili. 



m v 

OF 



ARMADURE DE.' PALADINI CC. 247 

cati , e prima di loro nel Vocabolario della Crusca fu detto es- 
sere la Bastia Steccato, riparo fatto intorno alla città o eserciti , 
composto di legname , sassi , terre , o simil materia. Poco av- 
vertitamente questo fu scritto ; poiché nuli' altro furono le bastie 
fuorché una sorta di castello, rocca o fortezza, formata nel piano 
con travi e tavole ben congegnate , per lo più intorno a qualche 
casa o case, o pure intorno ad una torre, che si cingeva di fos- 
sa , co' suoi bastioni di terra e baloardi. Si fabbricavano ivi an- 
cora case di legno, se mancavano quelle di mattoni, occorrenti 
per difendere i soldati , le vettovaglie e 1' armi dall' insulto delle 
stagioni. Ci fu alcuno che credette poter chiamare la bastia anche 
Steccato ; ma in fine Steccato altro non vuol dire che Palizzata, 
laddove le Bastie aveano veramente la forma di fortezze. Il Por- 
cellio fra gli altri ci dice che i Lombardi chiamavano bastie i ca- 
stelli fabbricati di bitume e di assi (i). I Battifolli che troviain 
menzionati dagli storici Toscani o erano Bastie o molto s'assomi- 
gliavano ad esse; siccome abbiamo da Giovanni Villani, che fa 
poca differenza tra gli uni e le altre scrivendo egli che fu fab- 
bricata dai Lombardi Alessandria quasi per una Bastita e Batti- 
folle incontro alla città di Pavia; ed in altro luogo: E per 
Batti/olle ovvero Bastita vi posero i Fiorentini il castello d^An- 
cisa (2). Si dice che dagli Arabi imparassero i nostri Puso delle 
ferrate dette poi Saracinesche , che appese ad una fune si met- 
tono alle porte delle fortezze o città , e che al bisogno si alzano 
o si calano : sappiamo però da Livio (3) che i Romani non igno- 
ravano questo segreto , e ne fece menzione anche Vegezio (4). 
Vedi la bellissima Tavola num. 20 disegnata dal celebre signor 
Giovanni Migliara , nella quale ci rappresentò l'assalto di una for- 
tezza di quei tempi, con porla in un lato della medesima difesi 
dalla delta ferrata o caterrata. 

La maniera di prendere le fortezze e le città consìsteva nella 
scalata, o nelP accostar torri mobili alle mura per saltarvi den- 
tro; ma per lo più se ne otteneva l'intento col mezzo di arieti, 

(1) Lib. IX. Conament. Castella ex bitumine et asseribus fabricata , quae 
Lombardi Bastitas vocunt. 

(2) Slor. lib. V. cap. II. e lib. "VI. cap. IV. e lib. X. cap. CLXXI. 

(3) Livio , lib. XXVII. cap. XXX. 

(4) Auche nelle auliche Gallie al tempo dei Druidi erano desse in uso rolla 
difiereuza però che in vece d'essere di ferro erano di aiQpli:>3Ìmel;isire di pietra. 



2/j8 DlSStKXAZlOHE QUAUTA 

testuggini , ed altre macchine diroccanti le muraglie , con aprir 
la breccia , e venir poscia all'assalto. Era antico l'uso di queste 
torri di legno poste sopra le ruote, ed alcuni le chiamavano 
Plialas. Da che era spianata e riempiuta la fossa , si accostavano 
alle muraglie delle fortezze, e dalla sommità di esse i soldati 
combj Ite vano con quei di dentro ,' e ae la vedevano bella , calato 
un ponte , saltavano sulle mura. 

L' assalto di una fortezza venne cosi descritto dall' Ariosto 
cant. XL. st. i6 ec. secondo l'edizione Morali. 

Astolfo dà l'assunto al Re de* Neri, 
Che faccia a merli tanto nocumento 
Con falariche , fonde e con arcieri , 
Che levi d' affacciarsi ogni ardimento ; 
Sì che passin pedoni e cavalieri 
Fin sotto la muraglia a salvamento ; 
Che vengon , chi di pietre e chi di travi , 
Chi d'asce e chi d'altra materia grai'i. 

Chi questa cosa e chi quelV altre getta 

Dentro alla fossa , e vien di mano in mano ; 
Di cui V acqua il dì innanzi fu intercetta 
Si , che in piìi parte si scopria il pantano. 
Ella fu piena ed otturata in fretta , 
E fatto uguale insin al muro il piano. 
Astolfo, Orlando et Olivier procura 
Di far salir i fanti in su le mura. 

I Nubii d' ogni indugio impazienti, 
Da la speranza del guadagno tratti ^ 
Non mirando a' pericoli imminenti ^ 
Coperti da testuggini e da gatti , 
Con arieti e loro altri instrumenti 
A forar torri , e porte rompere atti , 
Tosto SI fero alla città vicini j 
Ne trovare sprovisti i Sar acini : 

Che ferro e fuoco e merli e tetti gravi 
Cader facendo a guisa di tempeste , 
Per forza aprian le tavole e le travi 
De le macchine in lor danno conteste ec* 



ARMADURE de' PALADIRI CC. 3<f<) 

Dopo il mille e massimamente nel secolo XII. gran perfezione acqui- 
starono le macchine militari , ed in ispecie quelle , onde si gìtla- 
\ano sassi, chiamate Bricolae ^ Mangana , Petrariae , Pred^riae, 
Tortai ellae , Trabocchetti, Tra bocchelli , Trabuchi, Manganai- 
lae ec. I mangani, le manganelle, le petriere, erano macchine 
che lanciavano sassi. Par cosa incredibile il trovar nelle vecchie 
storie di quanto gran peso si gittassero pietre dalle dette mac- 
chine e quanto danno inferissero alle case ed ai nemici. Talvolta 
le stesse torri più forti cedevano sfondandosi i tetti e 1 tavolati, 
né restava luogo sicuro di quiete agli assediati. Né si deve tacere 
un ripiego e riparo inventato in que' tempi , cioè circa l'an- 
no iii4 per infiacchire o rendere vani i colpi de' sassi j esso con- 
sisteva nello stendere una rete di corda davanti al luogo infestato 
dalle petriere (i). Allorché i mangani lanciavano e spargevano una 
pioggia di sassi, ne restavano morti o feriti uomini e cavalli, per 
nulla dir della rovina delle case; perciò gli uomini o cavalli per- 
cossi dalle pietre de' mangani si dicevano Manganati e Manga- 
niati (2). Trovasi presso gli antichi Balea^ Baleare , Balearius 
per gittare pietre, piombo, saette; e di qua venne Balista e Ba- 
lestra. Tali ancora furono i Trabocchetti colla qual voce inten- 
diamo oggidì un luogo fabbricato con insidie, dentro al quale si 
precipita: ma una vulla Trabucheta o Trebucheta lo stesso erano 
che i Trabuchi , cioè macchine militari onde si scagliavano sassi. 
£ vero per altro che ne' secoli addietro, allorché dominavano i 
Tirannelti , si usò di forare il pavimento delle camere , e coprire 
il buco con tavola di legno chiamata Ribalta, sopra cui chi in- 
cautamente metteva il piede, precipitava al basso. 

(1) Questa invenzione venne posta iu pratica da'b'araceui di Erizza per iiu- 
pcdire il danno che avrebbero recato i Mangani de'Pisani nell'anno iii^. V. 
Lorenzo Veniese o Veronese lih. IV. Belli Balear. Anche il Caffaro nel lib. I. 
Annuii Gcnuen, lasciò scritto che i Genovesi fecer uso di queste reti nell' asse- 
dio di Tortosa dell'anno il 44 perchè i Saraceni lanciavano sopra il castello di 
leguo de' Cristiani pietre di 200 libbre di peso. 

(a) Nella vita di Lodovico Pio lugli sio scritta da Ermoldo Nigello lib. I. 
De Reb. gesl. Luclou. troviamo fatta menzione de' Mangani. Questi raccouta al- 
l'anno 808 l'assedio della città di Tortosa: Quo perueniens Ludoi'icus Rex , 
adeo illain arieiihus , mangonibus , vineis et ceteris instrumentis lacessii^it et 
protrifit niuralibus , ut cives illius a spe decidevent , infractosque suos adversi» 
JUarle cerncntes , claues Civitatis traderent. Probabilmente s'ha ivi da leggere 
eonfracio$ e Manganis iu vece di Mangonibus ; perciocché questa è la voce più 
usata i)€r denotar le macchine. Colle quali si gittaynno sassi nelle assediate città. 



Usaronsi anche allora nell' espugnazione delle fortezze Vineae 
et Crates di molte forme , alle quali la lingua volgare diede il 
nome di Gatti (i), sotto le quali gratlccìe i soldati si appressa- 
vano alle mura, le foravano, e formavano delle Crive al di sotto. 
Ed affinchè non cadesse il muro superiore, s' andavano niettemlo 
sotto puntelli di legno, finché fosse compiuta una grande apertura, 
per cui potesse crollare un'anopia porzione di muro. Ciò fatto, so- 
levano per lo più invitare gli assediati alla resa con far loro co- 
noscere l' imminente pericolo. Ricusando essi di arrendersi, dato 
fuoco ai puntelli , si lasciava precipitare il muro di cui si trovano 
frequenti gli esempi nelle storie d'allora. Erano in uso ancora le 
Mine o vie sotterranee appellate Cuniculi dai Latini. Dal Latino 
Minare , significante condurre , che noi tuttavia usiamo dicendo 
Menare , si crede derivato il nostro Mina, Minare e Minatore ^ 
per far intendere chi guida una strada sotterranea , siccome an- 
cora fu chiamata Miniera la Fodina degli Antichi , perchè con 
sotterranee vie si conducono gli uomini alle viscere della terra. 
Ottone Morena nella descrizione che lasciò di un Gatum ingentis 
molis , fabbricato per ordine di Federico L Augusto ci fa me- 
glio comprendere ciò che fossero i Gatti. Questi furono macchine 
composte di legnami e graticci sotto le quali si menava V Ariete 
per rompere le muraglie , e di esse si servivano i soldati per ri- 
pararsi dalle pietre e saette de' nemici. Alcuni antichi scrittori 
fanno menzione d'un altro ordigno militare chiamato Mantello» 
Anche in Ispagna per un esempio recato d;sl Du Gange si vede 
che Mantellets et Gates erano macchine da guerra, Qual cosa 
fossero i Mantelli noi sapremmo dire. Crediamo metaforicamente 
detto smantellare una rocca, cioè cavarle il mantello con atter- 
rare le mura. Forse furono ripari sicuri per istarvi al coperto. 
Dardi eziandio con fuoco si scagliavano nelle case per bruciarle : 
ocslume che gli Italiani appresero da' Greci , presso i quali cele- 
bre fu um sorta di fuoco terribile, che né pure coli' acqua si 
estingueva. Dal suddetto Ottone Morena troviamo menzionate fra 

(i) Nel f^ocabotario della Crusca il Gallo è definito così; Instrumento bel' 
lieo da percuoter muraglie , il quale ha il capo informa di GatLa. Latine 
Aries , Testudo. Gli accademici della Crusca non han colto nel segno. Lo stesso 
fierai citato da loro scrive; 

Gatti tessuti di ifinchi e di legno. 
Ecco le Graliccie , ciiiacnale Fincuc dai Latini. 



ARMADURE De' PALADINI eC. aSi 

le macchine militari anche le Scrimalie che , a giudizio del Mu- 
ratori, furono caselle di legno per istarvi »\ coperto dall'armi ne- 
miche sulle mura. Le Scrimalie lo stesso signiOcavf<no che difese 
dal Tedesco Schirm e Schirmen , onde il nostro Scherma, Scher- 
mirsi ec. Anche il Grajfio appellato da' Francesi Croc altro non 
era che uno strumento con più uncini di ferro, che si usava 
nella difesa delle piazze. Gli Harpagones de' Latini o furono lo 
slesso , o erano poco differenti. Si calavano dalle mura i Graffj 
centra coloro che volevano salire , o rompere esse mura , e se 
con gli uncini alcuno era colto , veniva tirato su per aria. Dion 
Cassio nella vit^ di Severo, e Tacito nel lib. IV. Histor. fanno 
vedere non ignoto a loro questo costume che si ritrova anche dopo 
il mille, come apparisce da varie storie (i). Antica era pure l'in- 
venzione di quegli ordigni appellati nella milizia Cavalli di Fri- 
sia che consistevano in triangoli di legno od anche di ferro sparsi 
per la campagna affin d'impedire l'accesso o la scorreria de' ca- 
ya\\'\ nemici (a). 

Non ometteremo qui d' àggiugnere qualche altra cosa rela- 
tiva agli usi della milizia di quei secoli. Il nome Italiano di sol- 
dato nacque dall'introduzione de' combattenti stranieri, a' quali si 
assegnava una quantità di soldi per ogni mese; Solidari i e Sol- 
danerii Sì trovano appellati. Nella Cronica di Orvieto si legger 
Furo intorno a Parrano pur solo cittadini d'Orvieto cento 
trenta Cavalieri , e tre mila Pedoni: che non ve ne fu nullo 
.soldato. Si conobbe però tornar il conto di stipendiar combattenti 
€ lasciare il popolo in pace , se pur non avvenivano estremi biso- 
gni. Oltre ai soldati che in militare ordinanza combattevano, an 
ticamente furono in uso anche i Ribaldi , ch'erano come gli Us- 
seri de' tempi nostri, perchè qua e là scorrendo spiavano gli an- 
damenti de' nemici , specialmente bottinavano, e intervenivano 
anche ai fatti d'armi. Giovanni Villani attesta; Che solo i Ri- 
baldi e Ragazzi dell' Oste avrcbbono vinto colle pietre il Rat- 

(i) Fra gli altri storici Galvano Fiamma cap. CXLIII. Manìp. Fior. , de- 
scrivendo l'assedio di Milano fatto da Corrado I. Jugusto .dice: Armis futge- 
bul icrru , Uncinis Jerrcis ailraliitur hosiis. 

(2) Niccolò da Jamsilla, nella sua cronica riportala dal Mura^. nel lom. Vili. 
Ber. hcilic. ne dà la descrizione , parlando delle guerre di MaulTredi , poscia P ' 
di bicilia. 



aSa DISSERTAZIOIfB QUARTA 

ti folle e 7 Ponte (i) I Ragazzi , aome che dura tuttavia per 
significare i figli del basso popolo, erano anche chiamati Fami- 
gli. Aggiunga nsi ì Saccomanni , che fanno sovente comparsa 
nelle siorie d'allora. Costoro col .sacco correvano a far bottino: 
il nome loro , secondo il Menagio , venne dall' Italiano Sacco e 
dal Tedesco Mann , che vale uomo , come si dicesse Uomo da 
Sacco. Ma doveva osservare che anche i Tedeschi usavano la voce 
Sacco , comune agli Ebrei , Greci , Latini , Francesi , Inglesi e ad 
altre nazioni. Di qui vennero Saccheggiare , dare il sacco, met- 
tere a sacco. Tolomeo da Lucca agli anni 1289 e 1298 e Gio- 
vanni Villani nelle sue storie fanno menzione de' Gialdonieri, 
dicendo quest'ultimo: (2) / Gialdonieri lasciarono cadere le 
loro Gialde sopra i nostri Cavalieri. Nel Vocabolario si legge 
alla voce Gialda , spezie d'arme antica , della quale s' è per- 
duto l^ uso e la cognizione. Sì crede però ch'esse fossero una 
sorla di lancie o picche; tanto più che in qualche MSS.° del 
Villani in vece di Gialde sì trova Lancie. Ma che razza d'uo- 
mini furono i Gialdonieri ? Forse non furon diversi da coloro 
che altri chiamarono Berroerios Berroarii e Zaffoni. Rolandino 
all'anno i258 (3) ci racconta che i Zaffoni, appellati dal volgo 
Waldana, (in Italiano Guatdana^ precorrevano senz'ordine le 
truppe de'soldati, e pieni di coraggio per la sola cupidità del 
bottino ecc. Nel f^ocabolario della Crusca Gualdana vien detta 
Schiera, truppa di gente armata con troppo largo significato; fu 
essa un aggregato di canaglia e gente vile , e probabilmente lo 
stesso che i sopr' accennati Ribaldi, il cui prlncipal mestiere era 
il bottinare, e che senz'ordine andavano alle battaglie, precor- 
iKudo le brigate de' veri soldati. Rolandino scrive che costoro an- 
davano a cavallo e usavano lancie. 

Ne' b^ssi secoli fu rimesso in uso il rito de' Romani , cioè di 
non muovere guerra ad alcuno , se non precedeva la sfida , cre- 
dendo allora gli Italiani, Tedeschi, Francesi ed altri popoli un' 
iniquità il muovere l'armi all'altrui offesa senza fargli sapere le 
i.igioni di questa nemlcizla. Vedesi ordinato questo rito fra le 
leggi militari di Federico I. e II. Augusti, anzi si praticò di far 

(1) Lib. II. cap. CXXXVIII, V. anche Saba M.ilaspiiia , lib- Uf. cnp. X. 

{■x) Lib. IX. cop. LXX. 

(3; Lib. XI. cap. HI., ciiu. V. e lib. Xll. 



armadure de' paladini ec. 253 

sapere al nemico , che si voleva venire a battaglia campale ac- 
ciocché si determinisse il dì e il campo, e prima che il sole si 
partisse, come poi si osservò ne' duelli. A questo Gne s" inviava 
uno sfidatore che faceva l'intimazione, e soleva peif segno gittare 
in terra il guanto sani^uiiioso della battaglia. Trovasi menzio- 
laia dagli antichi Guerra guerriata e Guerra guerreggiala: così 
fu chiamato il far guerra con badalucchi, scaramuccie , infestar 
Je vettovaglie , e f tr sim;li altri insulti al nemico dichiarato, sen- 
za arrischiar battaglia. Per li Sanesi , così Giovanni Villani (i), 
J'urono contrastati di Guerra guerriata , non assicurandosi 
di abboccarsi a battaglia, come a gente disperata. Se negli in- 
contri , nelle battaglie e prese di piazze si facevano de' prigioni , 
fossero pedoni o Cav.lieri , purchò non si volessero arruolare al- 
l'armata vincitrice, spogliati d'armi e cavallo, si lasciavano mi- 
dare in libertà: se non che nella resa delle fortezze talora i vin- 
ti erano obbligati con giuramento a non portare l'armi contra del 
vincitore, se non dopo un determinato tempo. Allorché si avea 
da combattere nelle giornale campali , si sceglievano r piià bravi 
Cavalieri, affinchè fossero i primi a ferire; perchè se riusciva 
loro di rompere la prima schiera , si accresceva il coraggio e la 
speranzt di vincere il resto dell'* esercito . Guerrieri tali erano 
chiamati Feritori, e Feditori \ex\nevo nomati di Giovanni e Mat- 
teo Villani, la qual parola presso i Toscani è la stessa cosa , di- 
cendo essi Ferire e Fedire. Allorché si dava il segno della bat- 
taglia , prorompeva l'esercito in altissime grida o per mettere 
terrore a' nemici , o per animarsi maggiormente l'im l'altro alla 
zuffa (a). Consta da Lampridio , da Tacito, da Ammiano e da 
altri che si alzava allora il grido di guerra. Paolo Diacono lo 
chiama Bellicum clamorem. Intorno a ciò è da vedere Du-Can- 
gè sulla Dissertazione XI. e Joinvilla, e il P. Daniello della 
milizia Francese. Dal suono dei tamburi e delle trombe erano 
incoraggiali i comb^itlenti. Quei eh' ora chiamiamio Tamburi , gli 

(i) Lib. IX. cap. CLXXXl. 

f-ì) Neil' anno 1268 prima di dar principio al lerribii fatto d'armi fra Carlo 
1. Re di Sicilia e il Re Corradirio, per tesiimoiiianza di Saba Malaspina lib. 
IV. cop. X. Hist. Cohoriibns ad bella disposili s , liihue l'icisurn sonitnm dant 
terribili m , concveparit cymbalci , cuelum remiii^il clnmoribus , lonitr{tts- E i 
Saraceni cluinant de more , et quasi cadcntcs hostcs coiiterercnt , l'ocibus cla- 
mori- ronliiiuo ini'ulescìini. 

Romanzi di Cavali, f^ol, I. ly 



254 DISSERTAZIONE QUAKTA 

abbinili presi dalla milizia degli Arabi , ed è Arabico questo no- 
me. Usarono anche i Romani certi tamburelli nelle feste de' loro 
Dii , ma non già de' grandi tamburi in guerra (i). 

Conservarono le aazioni settentrionali dominanti in Italia e 
nella Francia le loro antiche ordinanze nella milizia ; anch' essi 
avevano un Generale comandante , e sotto di lui vnrj Duci eoa 
suburdindzione de' minori a' maggiori. I Ce.ntenarj furono come 
i Centurioni ; i Mitlenarj come i nostri Colonnelli. I Conti Go- 
vernatori delle città menavano In campo il loro popolo; oppure 
tale impiego era raccomandato ai Castaldi. Era dunque anticamen- 
te compartito un esercito in varie sezioni , appellate Agmina , 
Scarae, ( onde il nostro Schiera ) Cunei, Coorli ed altre divi- 
sioni minori , ciascuna regolata dal suo UGziale. I maggiori nel- 
l'andar degli anni furono poi chiamati Capitanei, voce tratta dal- 
l'esser Cupi delle truppe. Tal voce s'incontra negli antichi An^ 
ìtali dei Franchi, e in altre memorie de' secoli barbarici. 

Per le stazioni di guerra si conducevano quei che i Latini 
chiamarono Tentoria e Tabernacula , e gli Italiani Trabacche, 
Tancle e Padiglioni abbattuti dal vento come ha Giovanni Vil- 
lani lib» FIL c:ip. 119 Pcipiliones, Paviliones e Paviones erano 
voci significanti lo stesso. Tendae e Tensae furono ancora chia- 
mali , siccome ancora Baracche. Si formavano di tela o di pan- 
no. Il suddetto Villani lib. Vili cap. ^g scrive « in tre setti- 
roane dopo la sconGtta detta ebbono rifatti Padiglioni e Tra- 
bacche , e chi non ebbe panno lino , si le fece di buona bianca 
di Prò ( d'Ipro ) e di Guanto «. Come è noto agli Eruditi, usa- 
vano gli antichi Romani di formare i loro Padiglioni di pelli . 
ISe' secoli barbarici tal costume non si trova. Vasti, magnifici e 
composti di pili camere er-.no quei de' gran Signori , e più quei 
dei Principi e Monarchi. 

Anche allora si contavano nell' oste Vexilliferi , o Signijh- 
li , cioè gli Alfieri. Agnello nelle Vite degli Arcivescovi di 
Ravenna trattando di Felice Arcivescovo , scrive che sul princi- 
pio del secolo Vili, fu scelto per suo generale dal popolo Ra- 

(i) Noi protesteremo sempre centra l'abuso de' moderui maestri di musica , 
de' compositori di balli e di altri simili artisti che ignorando o sacrificar vo- 
lendo sulle scene la verità storica per intronare le orecchie degli spettatori, iu- 
troducoiio enormi tinlniri fra le truppe Greche Romane. 



ARMADUBE DE PALADINI 60. 230 

veanate Giorgio figlio di Giovannìccio in una sedizione contro i 
Greci ; e questi divise il suo popolo in dodici turme o Legioni , 
Coorti appellate IVumeri o Bande. Come oggidì ogni Reggimento 
ha il suo titolo proprio, così anche allora ogni legione era chia- 
mata bando dal vessillo , che poi fu chiamato dai Tedeschi Fa- 
none, Standardo, Guntjanone , cioè italianamente Confalono, 
Gonfalone, Gonfalone , e dall' Ostiense Insigne, onde il nostro 
Insegna; come anche Pennone, voce Francese ed Inglese (i). Da 
Bando nacque 1' Italiano Bandiera; e Bande si chiamavano una 
volta le brigate di soldati j ed è ben antico il nome di Bando 
per insegna ; perciocché Procopio (2) rammenta il J^essillo che i 
Romani appellano Bando. In uno statuto MSS. della Piepubbll- 
ca di Modena dell'anno 1828. Lib. 1 Rub. XXIF abbiamo una 
terribile legge militare colla quale si proibisce a tutti i soldati di 
andar innanzi al vessillo della milizia od alle bandiere del Podesth 
e del Comune di Modena; ed al Confaloniere di fuggire durante 
la guerra od abbassare la bandiera; e stabilisce che chiunque aves- 
se trasgredito tal legge sarebbe stato decapitato , ed abbruciate sa- 
rebbero le di lui armi e il di lui cavallo, e che nessun erede o 
discendente di quel vii Confdloniere avrebbe giammai potuto oc- 
cupare alcuna carica ed ottenere qualche onore nel Comune. 

Negli stendardi degli antichi Franchi erano rappresentate le 
figure delle fiere comuni nelle loro selve. Ne' capitolari della se- 
conda dinastia de' re Francesi si trova che ogni Conte il quile 
conduceva all'esercito le truppe del suo cantone avea il suo pro- 
prio Gonfalone. Eravi ben anche uno stendardo Reale che iodi- 
cava il luogo in cui trovavasi il re in persona , poiché sappiamo 
da varie cronache (3) che alla battaglia di Soissons, in cui Car- 
lo il Semplice sconfisse Roberto il quale erasi impadronito della 
Corona , che un certo Fulberto portava lo stendardo di Carlo, e 
che Roberto portava il suo. Gli stendardi sotto la terza dinastia 

(0 F..0I0 Diacono lib. I. cap. 20 cosi scnve: Tato Rodulfi Vexillum , quod 
Bcindum appellane, ejusque galeam, quarti in bello gestore consuei^erat , ab- 
stulit. 

(2) De Bello bandai lib. II. cap. 2 Non si può dunque abbracciar l'opinio. 
ne del Du-Cange che deriva Bandum da Banno, voce introdotta in Italia molto 
più lardi; e non è certa l'altra del Salmas.o , che la trae da Panditm. 

(3; Chronicon Ademur; Chronicon Magdeburgensc i Chromcon Sancii Me- 
dardi et e. 



256 DISSERTAZIONE QUARTA 

furoQO appellate Bandiere e Pennoìii: ci erano due sorta di ban- 
diere, quelle cioè delle Parrocchie, sotto le quali gli abitanti del- 
le città e de' Comuni si recavano all'esercito, e quelle de' Cava- 
lieri chiamati Bannerettì. Queste bandiere erano attaccate e al- 
l'estremità e ad un lato della lancia ; erano quadrate , e tale 6gura 
le distingueva dai Pennoni che erano forcuti o più stretti sull' e- 
stremità che verso la lancia. I Pennoni distinguevano ordinaria- 
mente i Cavalieri Baccellieri che conducevano alla guerra i loro 
vassalli: schieravansi per lo pivi i Pennoni sotto le bandiere de'iJan- 
neretti } il numero delle truppe era comunemente indicato da quel- 
lo delle bandiere e de^Pennoni : dopo i Paggi venivano i Trom- 
bettieri , dopo questi i Pennoni de' Baccellieri , eh' erano poi 
seguiti dalle bandiere àeBanneretti. Tutte queste bandiere erano 
di seta ; la loro Ggura fu sottoposta in appresso a varj cangiamen- 
ti. Le bandiere, cosi il Malliot, che poriavansi alla testa dei Co- 
muni avevano la forma e la grandezza del Labanim dei Romani; 
le bandiere dell'Infanteria erano di tela dipinta, quelle della ca- 
valleria erano di velluto o di taffettà : si giudicava ordinariamente 
della qualità del vessillifero dalla ricchezza della bandiera della sua 
cotnpagnia. Oltre queste particolari bandiere si portava sempre 
Didl'esercito il pennone reale che era la bandiera della nazione. 
Fino al regno di Filippo I. quello stendardo che tante volte gui- 
dato avea alla vittoria i Francesi , fu la cappa od il mantello di 
San Martino Vescovo di Tours, portato dai Conti d' Angiò. Diverse 
sono le opinioni sulla cappa di questo Santo tanto venerato dai Re 
di Francia della prima e della seconda dinastia. Alcuni vogliono 
che fusse il mantello del detto Saato ; altri il velo che copriva la 
sua tomba; altri una spezie di rocchetto senza maniche eh' ei so- 
leva porrare: si vuole da alcuni che o di questo mantello, o di que- 
sto rocchetto,© di questo velo si fosse poscia formato uno stendardo 
che veniva portato sull' estremità di una lancia negli eserciti Fran- 
cesi. Su di che si può consultare quanto diffusamente ha scritto il 
P. D.miel nella Storia della milizia Francese (i). Voleva Luigi 
VI. detto il Grosso che regnò in Francia fino al nò"], sceglierne 
un altro che appartenesse alla signoria sua propria , e come primo 
vassallo di San Dionigi , nella qualità di Conte del Vessino, prese 
V Orijìamma , che era lo stendardo sacro di quella Badia, il quale 

(i; Tom. 1. lib. VI. cap. 8. 



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Armadube de' paladini ec. 267 

consìsteva secondo gli antichi cronicisli , in un pezzo di stoIFa li- 
scia e rossa, partita abbasso in tre code contornata di seta verde, e 
sospesa per traverso alla cima di una lancia dorata. 

Da questo bastone o lancia dorila e dal colore rosso o colore 
di fuoco della bandiera derivò verìsimilmente il suo nome d' O/'t- 
Jlamma. Il Du-Gange nella Dissertazione sopra questo soggetto 
crede più verisimile ch'essa fosse appellata Fiamma dalla parola 
Flammolam che negli autori della media Latinità significava sten* 
dardo. Alcuni autori ce ne lasciarono una diversa descrizione e dis- 
sero che YOrifiamrna fosse una bandiera partita in due code in pun- 
ta, di seta ar.zurra seminata di fiori di giglio d'oro, appesa ad uà 
bastone colle due estremità ornate da un fiordaliso, e posto per tra- 
verso in cima ad un altro lungo bastone dorato e terminato esso 
pure da un fiordaliso (i). Ma questi hanno certamente confuso lo 
stendardo reale coli' antico Orijiamnia. A\in scrittori fanno men- 
zione di un'altra bandiera appellata parimente 1' Or/^«r/jma, ap- 
partenente alla Gasa d' Harcourt: eccone la descrizione che ce ne 
lasciarono. Era dessa uno stendardo quadrato, nel mezzo del quale 
veniva rappresentata una corona di color rosso con otto rosoni 
terminati in cima e nei lati da pometti d'oro: un altro ve ne avea 
anche nel centro d'ogni rosone; questa corona era accompagnata 
da fiamme: lo stendardo era contornato ne' tre lati da frangio verdi 
e rosse. Ma il P. Daniel prova con ragioni evidenti che la detta 
bandiera non era 1' Orifiamina di San Dionigi che portavasi alla 
testa degli eserciti Francesi, cominciando da Luigi il Grosso fino 
ai tempi di Luigi XL Nella Tavola 21 vi presentiamo al num. 1 
y Orijiamma di San Dionigi, al 2 Y Orijìamma della Gasa d'Har- 
court. Negli eserciti Francesi si usò sempre lo stendardo reale, al- 
meno quando il Re vi si trovava in persona. Lo stendardo di Fi- 
lippo Augusto alla battaglia di Bouvines era di colore azzurro 
sparso di fiordalisi. Gli storici del regno di Garlo VL e di Garlo 
Vn. parlano in varii luoghi dello stendardo reale: sotto i regni 
di Enrico IIL e di Enrico IV. si fa più volte menzione della 
cornetta bianca , come di una reale insegna. Lungo tempo prima 
di Carlo VL lo stendardo reale avea la croce diritta bianca, ma 
non si sa il colore del fondo: è però probabile eh' esso fosse cre- 
misino, h' Orijìamma non era dunque lo stendardo del Re, cioè 

(i) V. Enciclopedia Arte Araldica Tav. 14. 



a58 DISSERTAZIONE QUARTA 

non irovavasi sempre né ordinariamenle nelle truppe comandate 
dal re in persona. Esso era lo stendardo di tutto l'esercito, e ve- 
niva portato alla testa di tutti gli altri stendardi. Nella suddetta 
Tavola vi presentiamo al nuni. 3 la Cornetta bianca Reale, che 
deve essere distinta dalla cornetta sparsa di fiordalisi che servi 
poscia di stendardo alla cavalleria leggiera , e della quale vi pre- 
sentiamo la figura al nunt. 4 (0* 

Verso il principio del XII. secolo si usava appendere lo sten- 
dardo reale ad una lunga pertica , o per meglio dire ad un al- 
bero posto su di un palco tirato da buoi coperti da gualdrappe di 
velluto, cariche di motti o di cifre del Principe: s'innalzava sul 
palco un altare in cui tutte le mattine si celebrava la messa: dieci 
cavalieri e dieci trombettivi facevan guardia giorno e notte: la villo- 
ria e la sconfitta non erano complete se non quando si era tolto al 
nemico il pennone reale, o quando sì era perduto il suo: in conse 
guenza facevansi intorno a questo nuovo pilladio i più grandi prodigi! 
di valore tanto per rapirlo quanto per conservarlo. Questa mac- 
china detta Carroccio venne introdotta prima della metà del se- 
colo XI. , e secondo abbiamo da Galvano-Fiamma , dal Corio , e 
da altri scrittori , ne fu inventore Ariberto Arcivescovo di Mila- 
no (2), le cui armi nel 1089 portarono la vittoria oltre le Alpi, 
e seppero fare insuperabile resistenza all'Imperatore Corrado. Il 
supposto Turpino però , siccome abbiamo di già accennato (3) , 
dà al carroccio un' origine orientale ; poiché , secondo lui , sino 
dall' ottavo secolo ne facevan uso ì Saraceni. Di data forse più an- 
tica dell' assegnata dal buon Turpino , ma Italiana ci rappresenta 
Rolandino (4) l'origine del Carroccio presso 1 Padovani, ai quali 
per suo avviso fu tolto dal Re Aitila , che lo fece in pezzi. Seb- 
bene altri autori faccianlo da altri paesi venire, l'opinione però 
più comune e ricavata dal Sigonio , dal Muratori, dal Du Gange, 
dal Sassi e da parecchi altri moderni si è che il Carroccio sia 
stato inventato dal suddetto Arcivescovo di Milano , il quale resse 
la nostra chiesa dall'anno 1018 fino al io45 in cui morì. Arnolfo, 

(i) V. un'ampia ed esatta descrizione degli stendardi ussti negli eserciti 
Francesi nella Storia della Milizia Francese del V. Daniel. Voi. 1. cap. 7. 
(a) Vedi sopra p. 46. 
(3) V. sopra l'aita di Carlomagno. 
(4J Lib. IX. cap. 2. 



ARMADURE De' PALADINI CC. aSg 

srritlor Milanese e contemporaneo di Ariberlo gran peso certa- 
mente aggiugne a questa opinione (i). 

Una macchina notissima è stata ne' bassi secoli il carroccio (2), 
e pochi sono gli storici di que' tempi che nel descrivere qualche 
spedizione guerresca non ne abbian fatta menzione. Benché in al- 
cune sue parli abbia esso variato di forma e di struttura secondo 
la diversità de'tempi e del genio di que'popoli che l'usarono; quanto 
però alla sostanza è stato quasi sempre eguale da per tutto. Consi- 
steva il carroccio, secondo le più esatte descrizioni de'suddetti storici, 
in un carro a quattro ruote pii!i alto , pili grande e piìi forte de- 
gli altri carri comuni. Goprivasi il medesimo di un gran tappeto, 
da alcuni di color bianco, da altri di rosso o di vermiglio o di 
due colori , vai a dire di quel colore che nelle sue insegne scelto 
si avea ciascheduna città , ed era lo stesso tirato da più paja di 
buoi, coperti da un'ampia gualdrappa di color uniforme a quello 
del carro. Nel mezzo di esso un' antenna alzavasi , a quella consi- 
mile delle navi , la quale andava a terminare in un globo dorato, 
sopra cui una croce s' ergeva , e dall' antenna pendenti svolazza- 
vano uno o due stendardi colle divise della città o del comune. 
I Milanesi alcune volte alla croce aggiunsero l'immagine del loro 
tutelare Sant' Ambrogio. Il nostro Carroccio venne rappresentato 
in un angolo della Carta Topografica dell' antico Milano nell'Ap- 
pendice alle Ficende di Milano. I Fiorentini però, invece d'una, 
due antenne piantavano nel carro, in su Le quali , sono parole di 
Ricordano Malaspina (3), stava e ventolava un grande sten- 
dardo dell'arme del comune di Firenze, che era dimezzata 
bianca e vermiglia. Ma i Pavesi, oltre il vessillo lunghissimo di 
color rosso segnato d'una bianca croce, solevano appendere al- 
l'antenna un padiglione dello stesso colore, e dalla cima di essa 
sporgeva un ramo d' ulivo. Era di più particolar loro costumanza 
l'adattar sul carro una casuccia di legno per collocarvi alcune 
persone (4). Nelle descritte in altre consimili guise era corre- 



do Hist. Med. lib. II. cap. 16. Tom. IV. Rer. hai. 

(2) V. Muratori, /jnt. Ital. Dissertazione XXVI. Le i>icende di Milano ecc 
Nota IX. e le Antichità Longobardico- Milanesi. Dissertazione XVIII. de' Mo- 
naci Cisterciensi di Lombardia. 

(3) Ist. cap. 166. Tom. Vili. Rer. Ital. Script. 

(4) Anonjm. De Laud. Pap. cap. i3. Tom. U. eoriind. 



26o DISSERTAZIONE QUART4 

(lato il Carroccio delle cilth ItHliche ne' trascorsi tempi. Il Campi 
descrisse questa macchina nella sua Storia di Cremona (i) Sin- 
golare però fra tutte è stnta la specie di carroccio usata da Fe- 
derico II. Imperadore, Principe che volle sempre distinguersi da- 
gli altri, ed innalzarsi sulle comuni idee. Eccone la descrizione 
come dalle antiche memorie è stata dal Sigonio ricavata (2). In 
vece del carro fece Federico allestire un elefante, sopra del quale 
collocò una macchina , ossia una specie di castello , ne* cui angoli 
furono poste le insegne, e nel mezzo fuwi innalzato il gran ves- 
sillo dell'esercito. Era guidato 1' elefante dal suo guardiano, e a 
difesa del castello vi stavano i Saraceni. Anche allorquando cadde 
nelle sue mani il carroccio dei Milanesi , collocar il fece suU' ele- 
fante, ed in tal guisa il condusse in solenne trionfo. 

Alleslivasi il carroccio e facevasene uso allorché il comune di 
una citth aveva ad uscire in campagna per guerreggiare centra al- 
cun suo nemico , e qualche volta ancora nell' accogliersi alcun 
Principe od altro rispettabile e distinto personaggio. 

Siccome era il carroccio dai nostri maggiori usato per trionfo 



(i) Ecco ciò che ne dice Antonio Campo Pittore e Cavalier Cremonese nel 
lib, 1. della sua Storia di Cremona. « Nel medesimo anno (1081) fu da' Cremo- 
nesi instituilo il carroccio, e perchè per mezzo di Berta Imperatrice, e l'uso 
d'esso e la libertà avevano ottenuto da Arrigo Imperatore, Berta o Bertacciola 
lo chiamavano. Fu ritrovato da' Lombardi: e primieramente posto iu uso , se- 
condo affermano alcuni , dai Milanesi. Coprivasi questo carro di panno da chi 
rosso, da chi bianco, e da chi rosso e bianco, come facevano i Cremonesi, ed 
in somma del colore che dalle città s'usava per iusegna : lo tiravano tre paja di 
buoi coperti di panno dell' istesso colore. Eravi nel mezzo un'antenna da cui 
pendeva uno stendardo o gonfalone bianco con la croce rossa e pen- 
devano da questa antenna alcune corde tenute d'alcuui giovani robusti, e nella 
sommità aveva una campana , la quale chiamavano Nola .... Vi stavano per 
guardia più di mille e cinquecento valorosi soldati, armati da capo a piedi , con 
alabarde benissimo guarnite. Vi stavano anche appresso tutti i capitani ed oHi- 
ciali maggiori dell'esercito; lo seguivano otto trombetti, e molti sacerdoti per 
celebrar messa ed amministrare i sanlissirai sacramenti. Era data la cura di que- 
sto carro a un uomo prode e di grande sperienza nelle cose militari , e nel luogo 
ove si fermava, s'amministrava la giustizia, e vi si facevano li consulti della 
guerra. Quivi si ricovravano anco i feriti , e vi riluggivano quei soldati , che o 
stanchi dal lungo combattere, o superati dalla moltitudine e valore de'nemic» 
erano sforzati a ritirarsi. Ho io voluto porre in disegno questo carroccio, e inse 
rirlo nel presente volume per compiacere anche in questa parte a chi se ne di- 
letta ». Noi ve lo presentiamo nella Tavola 22. 

(a) De Regno Rat. Lib. XYU- 



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ArmIdure de' paladini ec. -316 1 

e dignità, cosi veniva guardato gelosanfente qual allro Palladio, 
ed erane la custodia affidata ad un capitano prode e di sperimen- 
talo valore. Dovendo poi coli' esercito uscire il carroccio , era at- 
torniato e difeso da alcuni arditi uffiziali e da molti coraggiosi 
soldati. I Milanesi a tal fine una nuova società formarono nel i234, 
a cui il nome diedero di Società dei forti > costituendone capo 
Enrico da Monza (i). 

Il Verri nella sua Storia di Milano (2) parlando del valore 
d' Ariberto e dell' uso introdotto dal medesimo di condurre Del- 
l' esercito il carroccio dice essere conosciulissimo il nome di tal 
macchina, ma poco noto l'oggetto. I nostri scrittori, egli dice, 
ci rappresentano questo carroccio come una superstizione , ovvero 
come una barbara insegna. Io credo che piuttosto debba risguar- 
darsi come una invenzione militare assai giudiziosa , posta la ma- 
niera di combattere di que' tempi. Nel tempo in cui dura uà' a« 
zione , egli è sommamente importante il sapere dove si trovi il 
comandante , acciocché colla maggiore prestezza a lui si possa ri- 
ferire ogni avvenimento parziale; egli è parimente opportunissi- 
mo il sapere dove precisamente si trovino i chirurgi, per ivi tra- 
sportare i feriti; parimenti egli è necessario, che il sito in cui 
trovasi il comandante, e si radunano 1 feriti, sia conosciuto da 
ognuno acciocché si abbia una cura speciale di accorrere a difen- 
derlo. Questo sito deve essere mobile a misura degli avvenimenti, 
e a tutti questi oggetti serviva il carroccio. Non è punto inverisi - 
mlle il credere , che su di quel carro o carroccio si ponessero la 
cjssa militare, la spezieria , e quanto più importava di avere in 
salvo pel pronto uso. Nemmeno sarebbe inverisimile il dire, che 
con varj segnali da quell'altissimo stendardo si comunicassero gli or- 
dini in un modo prontissimo, come si costuma anche ora nella guerra 
di mare. Terminala la guerra si riponeva il carroccio nella chiesa 
maggiore, come cosa sacra e veneranda; e così anche l'opinione 
religiosa contribuiva a fare accorrere alla di lui preziosa custodia i 
combittenli. Pare dunque che il comandante o rimanesse vicino al 
carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito a cui si volgeva 
per subito rinvenirlo ; che vicino al carroccio si portassero i fe- 
riti , sicuri di trovare ivi ogni soccorso , lontani da ogni pericolo; 

(1} /Innal. Med. ibid. 
(2) Caf). IV* pag. 97. 



'■iGa DISSEHTA/IONE QUARTA 

elle dal carroccio si diramassero gli ordini per mezzo de' segaali 
eoo somma rapidità; che ivi si cuslodisse quello ch'eravi di pre- 
zioso; e che gli occhi de' combattenti di tempo in tempo rivolti 
a quel vessillo conoscessero quali azioni ad essi comandava il Gè 
nerale, e quale fosse il luogo piiì importante d'ogni altro da cu- 
stodirsi Nella maniera di guerreggiare dei tempi nostri riuscirebbe 
inutile una tal macchina che verrebbe ben presto rovesciata dall'ar- 
tiglieria , e che ridurrebbe quel contorno piiJ d' ogni altro perico- 
loso; ma prima dell' invenaione della polvere, è in vero da ammi- 
rarsi l'accortezza di Ariberto nell'immaginare il carroccio. 

A questa macchina oltre que' nomi fra loro affini che presso 
gli autori de' secoli bassi s'incontrano di Carrochiwn , Carro- 
cerum , Carozolum e Carrocenum furono non di rado imposti 
alcuni nomi specifici e particolari. Cosi i Padovani perchè crede- 
vano d' aver avuto il privilegio di farsi il carroccio dalla Regina 
Berta , moglie del Re Arrigo IV. Berta lo chiamarono ; e cosi 
pure Berta e Bertacciola lo denominarono i Cremonesi che dalla 
stessa Regina un egual privilegio riconoscevano , ma altrove col 
nome di Gajardo distinto si vede, od anche con quello di Bruirà 
o Buira. Il carroccio dì Parma, la moda del quale fu ai Par- 
megiani rec-ita da Negro Grasso Milanese, e loro Podestà nel 1179, 
Crevacore fu chiamalo dall'autor anonimo Parmense, il quale 
lo nomina eziandio Regelio (1). E perchè coperto forse di panno 
bianco , la denominazione di Blancardo o Biancardo data gli 
venne dall'altro ftutore della Cronaca Estense (2). Noi non sa- 
premmo combinare queste diverse denominazioni del carroccio di 
una medesima città , se non col supporre che ad ogni nuovo car- 
roccio fabbricatosi imposto fosse un nome distintivo, come si co- 
stuma colle navi e coi vascelli di mare. 

La moda del carroccio dal guerriero nostro Prelato introdotta 
andar dovette molto a genio non solamente degli altri Italiani , 
ma delle straniere unzioni ancora. Guglielmo Britone (3) ci de- 
scrive il carroccio condotto in battaglia da Ottone IV. Imperadore. 
Di quello del re d'Ungheria fanno una bella descrizione due Greci 



(0 Chron. Pariti. Tom. IX. Ber. hai. 

(2) Tom. XV. lòriin. script. 

(3) Lib. II. 



ARMADORE DB' PALADINI CC. 363 

autori, Nlceta (i) e Cinnamo (2)5 ed oltre varj altri, che per bre- 
vità si tralasciano, anche Egidio Monaco di Orvalle (3) il car- 
roccio rammenta del Duca di Loviano. L' uso però più frequente 
e comune di questa macchina è stato nelle città della Lom- 
bardia. 

La perdila del carroccio nelle battaglie era riputala la mag- 
giore che far si potesse dai vinti: imperciocché come diceva un 
cittadino Padovano ad un suo figliuolo presso il citato Rolandino: 
In hoc pendei honor , vigor et gioita Paduani communis. La 
stessa massima era universale a tulli gli altri llallani : gli sforzi 
quindi per sostener e difendere il carroccio erano i più risoluti e 
gagliardi. Per lo contrario l'acquisto del carroccio si aveva dai 
vincitori per il più glorioso trofeo che sovra i nemici riportar si 
potesse. L'Imperatore Federigo IL per aulenticare al popolo Ro 
mano allora suo allealo la pienezza di quella vittoria , che vanla- 
vasi d'aver sopra i Milanesi riportata nell'anno 1237, fra lune 
le spoglie del nemico scelse il carroccio da inviare ai Romani , 
come l'argomento più illustre e singolare del suo trionfo. L'accom- 
pagnò in oltre con un fastoso epigramma , il cui autore per adu- 
lare il Principe finse essere stato tolto agli sconfitti nemici quel 
carroccio; quando che, secondo l'attestazione comune degli storici 
contemporanei , fu ritrovato (juesto dagli Imperiali tra la massa 
delle altre carrette, sfasciato e sguernito, stante che nel ritirarsi i 
Milanesi dopo la battaglia , non poterono trasportarlo a cagione 
delle strade fangose. 

Se per una parte l'impegno di custodire e difendere il car- 
roccio eccitar doveva coraggio e fortezza nel petto dei guerrieri , 
animali vieppiù dalla vista del medesimo, per l'altra veniva a 
riuscire di molto incomodo ed impaccio nelle marcie e nelle evo- 
luzioni militari , non meno per la pesantezza della mole che per 
la lentezza degli aggiogati buoi. Ben se n'avvide Ottone Visconte, 
altro nostro Arcivescovo, al pari del nominato Ariberto , guerriero, 
il quale nella spedizione da lui comandata per assediare Castel 
Seprio, non volle far uso del carroccio, ma vi sostituì un grande 
stendardo coli' immagine di Sant'Ambrogio e coli' insegna della 

(0 7/1 Manuel. Lib. V. No 3. 

(2) Lib. VI. V. 7. 

(3^ la Alex, epifc LeoU, cap. XXIV. 



a64 dìssertaziome quarta 

clltà di Milano , avendo deputato a portarlo un prode e distinto 
personaggio collo stipendio di 20 soldi terzoli al giorno. Se da 
un Arcivescovo di Milano è stato introdotto il carroccio , un altro 
è stato il primo o dei primi almeno che lo abbia mandato in di- 
suso , sostituendovi un semplice stendardo. Nel secolo XIV. in cui 
una nuova maniera di guerreggiare fu introdotta , il medesimo fu 
poi lasciato universalmente in abbandono. 

Del resto quali fossero dopo il secolo X. negli Italiani, ne'Fran- 
cesi e io tante altre nazioni Europee la fortezza e la perizia negli 
affari di guerra , e quante azioni di prodezza facessero non è qui 
luogo di parlarne. 

Ma troppo poscia s'è mutato il sistema della milizia per l'in- 
venzione della Polve da Jìioco e delle bombarde grosse e minori 
e dei fucili e d'altri simili strumenti. Dopo il i3oo si crede acci- 
dentalmente trovata la polvere suddetta , contuttociò per buona 
parte del secolo XIV. poco cambiamento si fece nell' arte della 
guerra, perchè il susseguente trovato de' cannoni era lontano dalla 
perfezione , né si presto passò a tutte le nazioni Europee 

La macchina infernal (i) 

Prima portata Ju tra gli Alamanni ; 
Li quali uno ed un altro esperimento 
Facendone , e il Demonio a' nostri danni 
jissuttigliando lor via piìt la mente , 
Ne ritrovar o V uso finalmente. 

Italia e Francia , e tutte V altre bande 

Del mondo han poi la crudele arte appresa. 

jilcuno il bronzo in cave forme spande. 

Che liquefatto ha la fornace accesa} 

Bugia altri il ferro ', e chi picciol , chi grande 

Il vaso forma, che più. e meno pesa; 

E qual bombarda, e qual nomina scoppio 

Qual semplice cannon , qual cannon doppio. 

Qual sagra, qual falcon , qual colubrina 

Sento nomar, come al suo autor piti aggrada; 
Che 'l ferro spezza e i marmi apre e ruina , 
E ovunque passa si fa dar la strada, 

(i) Cosi l'Ariosto nel Furioso cani. XI. st. 23 e seg. 



ARMADURE De' PALADINI CC. 265 

Rendi , niiser soldato , alla Jiicina 

Pur tutte V arme e hai , Jin alla spada ; 

E in spalla un scoppio o un archibugio prendi, 

Che senza , io so , non toccherai stipendi. 

Fama è che Archidamo figlio di Agesilao avendo veduto un dardo 
che glttava fuoco, portato dalla Sicilia, esclamasse; Periit viro- 
rum yirtus. Non sapremmo dire se sia vero; ma certamente noi 
possiamo dirlo dopo l'invenzione di tal arte, da che ugualmente 
sono esposti e forti e dappoco alle pioggie delle micidiali palle.' 
ciò che venne maravigliosamente esposto dall' Ariosto nella susse« 
guente ottava ; 

' Come trovasti , o scellerata e brutta 

Tnvenzion , mai loco in uman core ? 
Per te la militar gloria è distrutta , 
Per te il mestier de l'arme è senza onore, 
Per te è il valore e la virtù ridutta , 
Che spesso par del buono il rio migliore : 
JVon pili la gagliardia , non piìi V ardire 
Por te può in campo al paragon venire. 



266 

DISSERTAZIONE QUINTA 



I TORNEI , LE GIOSTRE , I CAVALIERI 
DELLA TAVOLA ROTONDA ec. 



Il Muratori nell' eruditissima sua Dissertazione XXIX. su gli 
spettacoli e giuochi pubblici de' secoli di mezzo si studia d' inda- 
gare 1' origine di quelle finte battaglie che presero poi il primo 
luogo fra i pubblici giuochi , e che Tornei o Torneamenti e 
Giostre tuttavia si chiamano in Italia. Molti altri aveano già ra- 
gionato intorno a sì fatto argomento, e fra questi il P. Menestrier 
nel suo Trattato de' Tornei ec. (i) il dottissimo Du Gange nelle 
sue Dissertazioni a Joinvilla (2), M. de Foncemagne nella sua 
Memoria sui Tornei e sui Cavalieri della Tavola Rotonda (3); 
quindi noi qui non faremo che, giovandoci delle altrui ricerche, 
scegliere con quella più sana crìtica che per noi si possa, le eru- 
dite altrui osservazioni , e porre sotto di un solo punto di vista, e 
con quell'ordine che abbiamo creduto più acconcio al nostro sco- 
po , quanto di più giudizioso venne scrìtto intorno a tale materia 
senza omettere siccome si fece dai suddetti scrittori , d' appog- 
giare ogni cosa ai più autentici monumenti d'arte che tuttavia 
sussistono. 

Ma prima d'investigare l'origine àe Tornei crediamo oppor- 
tuno il vedere in che consistevano tali spettacoli. Ottone Frisiu- 
gense (4) nomina Tjrocinium , cioè della milizia , quod vulgo 

(\) Traile des Toiirnois , Joustres , Carrouscls eie. Lyou , i66g in 4.*' 

(2) V. Dissertazione Vii. sur Joinville. 

(3) yueì générales sur Its Tournois ete. Ins. nel voi. XVlll. della Storia 
dell' Accademia delle Inscrizioni. 

(4) De Gesl. Frid. lib. 1. cap. 17. 



I TORNEI , LE GIOSTRE , I CAVALIERI 267 

nunc Tarniamentum dicitur. Quello che facevano una volta \ 
soldati Romani in tempo di pace e ciò che fecero l'inclito Re dei 
Goti Teodorico (i), ed i Re Longobardi e Franchi da che s' im 
padronirono della maggior parte d'Italia, pare che fosse un ab- 
bozzo di questi militari giuochi , i quali si fanno da schiere di ca- 
valieri armati, che formano varj giri co'loro cavalli, e si feriscono 
con lancie e spade spuntate ed ottuse. Tuttavia sappiamo che si 
facevano tali giuochi anche con-armi alle volte aguzze, e a guisa 
in certa maniera di nemici, così che non finiva quasi mai la finta 
pugna, che '1 sollazzo convertivasi spesse volte in corrotto per la 
morte di qualche persona nobile; giacché solamente dai nobili si 
facevano questi giuochi. Sappiamo che i sacri canoni di molti 
concilj non valsero a proibire tutti i Tornei dai quali poteva 
provenire la morte degli uomini , poiché sempre indarno si oppo- 
sero a tale costume che avendo messe profonde radici non solo 
non potè giammai venir sradicato , ma fu ancora accolto dai po- 
poli circonvicini quasi mezzo proprio per esercitarsi nell'armi e 
dimostrare la destrezza loro ed il loro valore nei combattimenti 
sì a cavallo che a piedi. Quindi il Bojardo parlando delle Giostre 
e dei Tornei d^ti da Carlomagno in Parigi cosi si esprime nel 
Uh. V. cant. XIF. 

Ed ogni giorno Giostre e Torniamenti 
In piazza far facea giochi e bagordi 
Per compiacer a i suoi Baron possenti , 
Ch' eran d'acquistar lode e fama ingordi 
Acciò che dalle sue fiorite genti 
Di V arme oprar ciascuno non si scordi ecc. 

Pare che il Muratori dedur voglia 1' origine de' Tornei dal 
Duello, ch'era uno spettacolo favorito da' secoli barbarici. Que- 
sti facevansi in pubblico , né solo vi concorreva il popolo tutto per 
mirare quest'empia prova , ma anche gli stessi Re ed Imperadori, 
quando si trattava di nobili vegnenti a questa detestabil battaglia. 

(i) Sappiamo da Ennodio nel Pune^iiico del Re Teodorico , che questo Prin- 
cipe , «iJJDchè i soldati e la gioventù non s' avvezzassero all'ozio , istituì alcuni 
6uli combattimenti , co* quali si teneva in esercizio la loro bravura , e si dava 
al pojiolo un gradito spettacolo. 



268 DISSERTAZIONE QUINTA 

Sino al secolo XVI. durò l'uso de' duelli (i) e ne sono assai noli 
gli esempli. Noi qui, senza rintracciarne l'origine, siccome altri 
inutilmente hanno fatto, nelle costumanze de'Greci e de'Romani (2) 
diremo che il Du C'inge tanto nel Glossario Latino, quanto nella 
suddetta Dissertazione a Joinvilla cercando eruditamente l'ori- 
gine de' Tornei , l'attribuisce ai Francesi e con parlicolar titolo a 
Gloffredo II. signore di Pruli, il quale per attestato della Cronica 
Taroiiense all'anno 1066 gli inventò (3). 

Fonceraagne nella citata Memoria asserisce che potrobbesi ben 
anche far ascendere l'origine de' Tornei alla metk del IX. secolo, 
e attribuirne lo stabilimento al figlio di Luigi il Buono. Lo sto- 
rico Nithard parla cosi de' combattimenti e dei giuochi che si die- 
dero spesse volle dai due fratelli Luigi il Germanico e Carlo il 
Calvo verso l'anno 842. Freqaenta\>an spesso anche i combatti- 
menti per via d'esercizio con quest^ ordine .... stando quinci 
e quindi tutta la moltitudine primieramente in pari numero 
di Sassoni, Guasconi , lustrasi, Britanni, dall'una parte e 

(i) V. Marat. Ital. Dissertaz. XXXIX. del Duello. 

(a) Vollero alcuni , senza alcun fondamento , clie i Tornei avessero origine 
dai Giuochi Troiani instituiti da Ascanio , e che fossero detti Torneamenti 
quasi Troiamenli. V. Meaestrier e Marc' Antonio Ginanni , l' ^rte rfe/ Blasone 
Artic. Torneamenlo. 

(3) Anno 1066, dice questa cronica , Gaufridus de Pruliaco , qui Tovnea- 
menla inuenit, apud Andegavum occidilur. li citato Ginanni in prova della 
remota antichità de' Tornei e delle Giostre adduce il seguente passo. In tempo 
di Giovanni Cassiano , cosi egli, che fiori nel principio del quinto secolo, eran 
eglino in uso; poiché scrisse al cap. VII. del lib. V. degli Instituti dei SS. 
Padri, secondo un inedito volgarizzamento che , „ chi vuole e desidera diper- 
„ venire alla gloriosa corona et onore della i^ittoria , e dii^enCare valenti e 
„ coraggiosi : in prima se exercita et usa di ferire e percuotere ad certi se- 
„ gni et poste a ciò ordinali di giostrare et di correre ; e per questo modo et 
„ in questi esercizi li giovani che vogliono intendere ad battaglie , si conosco- 
fy no, et provano se sono atti e valenti, e se sono lodati o reprobati secondo 
,y la testimonianza di colui che è proposto, et elli commesso di vederli et farli 
f, per lo dicto modo, e diligentemenle esaminato , et è trovato non vile et in- 
y,fame, ma forte et industrioso e di buona testimonianza , e che giovani di 
„ stia età s'è ben provato, et ha mostrata la sua virtù: allora è ricevuto e 
„ messo fra le schiere de' privati e valenti Cavalieri, et è messo alle battaglie 
y, da vero , et a quelle proprie , alle quali nullo è messo , se non dopo molte 
y, vittorie e corone avute nelli predetti giuochi e giostre ,,. 

Che che ne sia di ciò , noi qui osserveremo che l'orìgine de'Tornei vien co- 
nianemente stabilita nel secolo XI. ma che si potrebbe farla ascendere fin ai 
tempi in cui le nazioni avendo cominciato a far la guerra con metodo, stabili- 
rono alcune regole ed alcuni principii e la ridussero in arte» 



I TORIEI , LB aiOSTaB , I CAVALIERI eC. ^69 

dall' alira come se volessero vicendevolmente essersi contrarj , 
Cun contro V altro si scagliava con veloce corso ... e più avanti , 
la cosa era degna di spettacolo. 

Benché sembri chiarameDte dc>l seguilo del testo di Nithard , 
che la Germania fosse il teatro di questi giuochi, pure i Tede- 
schi che attribuir voglionsi l'invenzione de' Tornei non osarono 
appoggiare ia loro pretensione a questo passo, forse perchè i due 
Principi erano Francesi. Dicono essi che l' imperadore Enrico I. 
dello ì'I/cceliatore che morì nel 986 ne fosse l'autore: altri con 
maggior fondamento ne danno il vanto ad un altro Enrico poste- 
riore di un secolo al primo : in questo caso i Tedeschi avrebbero 
poco vantaggio sui Francesi , presso i quali , siccome abbiam già 
veduto si stabilirono ì Tornei verso la mela dell' XI. secolo. I 
Fr<«ncesi poi acquisterebbero quasi un mezzo secolo se adottar 
volessero ciò che leggesi nella cronica di Lamberto d' Ardres 
citalo dal Du Gange , che Raoul, cioè il Conte di Guines essendo 
andato in Francia per frequentare i Tornei , venne ferito mortal- 
mente, poiché il Du Gange prova che Raoul viveva quaranta o cia- 
quant' anni prima del signore di Prull. 

Da queste poche osservazioni si deducono due cose; 1' una che 
a prendere la data meno antica , che è quella di GiofTredo di 
Fruii nel 1066, i Tornei erano conosciuti in Francia verso la metà 
del secolo XI.; 1' altra che i Francesi potrebbero a giusta ragione 
coutristare a' Tedeschi l'onore d'avere istituiti i Tornei. E per 
rapporto a quest'ultimo punto aggiugneremo che uno storico stra- 
nici o, cioè Matteo Paris all'anno 1179, parlando de' Tornei li 
chiama Combattimenti Francesi, covjlictus Gallici, tanto era 
egli persuaso che fossero instituiti in Francia (i). Non omette- 
remo di riferire ciò che altri hanno asserito , che la stessa pa- 
rola Torneamento tratta dal Francese tourner sia una conferma 
di tale opinione (2). 

In che tempo s' introducessero in Italia i Tornei , è cosa in- 
certa. Fors' anche furono in uso fra noi molto prima di quel che 
si credono gli scrittori Francesi. Lorenzo Vernense o Veronese, 

(1) Hcnricus Rex An^lorum junior , cosi il delio scrittore, mare transiens, 
in conjliciibus Gallicis et proj ustori bus expcnsis trieiiniui» peri gii , regiaque 
niajestate prorsus deposita, totus est de rege' iraustutus in m.Litcìn. 

(a) V. Menestrier op. cit. 

Romanzi di Cavali, Voi. I. 18 



jyO DISSERTAZIONE QUINTA 

che nell'anno iii5 scrisse il poema De Bello Ballearico loda 
colle seguenti parole Ugo Visconte Pisano (i); 

j4t vice qui Comitis Pisana praesidet urbe 
Hugo, miUtiae cui praebent singula laudem, 
j^gniine qui loto vitam servavit honestam , 
Hastarum ludis , et cursibus usus equorum , 
Ac proponendo vincenti praemia cursu. 

E benché questo sì possa interpretare solamente di que' giuochi , 
che noi chiamiamo Giostre, tuttavia non è inverisimile , che vi 
si parli anche di Tornei , al vedere unito insieme il giuoco delle 
Jancie e il corso de' cavalli. Nell'anno ii58, come racconta Ra- 
devico (2). c( I Cremonesi sOdarono la milizia dei Piacentini al 
certame , che ora volgarmente chiamano Turneìmento j ed ivi 
quinci e quindi alcuni furon feriti , alcuni presi , taluni uccisi ». 
Ma sopra lutto nel susseguente secolo si costumarono tali finte 
battaglie in Italia, da che Carlo I. Conte di Provenza nell'anno 
1266 conquistò Jl regno di Napoli e Sicilia. Incredibile era in 
questo Principe l'affetto a questi giuochi, e la perizia in essij e 
con tali spettacoli gran piacere non solo procurava al suo popolo , 
ma ben anche ai nobili Francesi , che a lui concorrevano da ogni 
parte per far pompa della loro prodezza in qué' sollazzi. Ma Lo- 
dovico Re di Francia il Santo , e fratello d'esso Carlo non vedeva 
di buon occhio questi gran movimenti d' animi e di armi ; e però 
allorché sì trattò di chiamare esso suo fratello all'acquisto delle 
Due Sicilie, riguardando ciò come proprio interesse, non sola- 
mente consenti alla di lui esaltazione , ma concorse anche volen- 
tieri a quella spesa. Di ciò parla Tolomeo da Lucca negli An- 
nali Ecclesiastici (3) con dire « Nel qual fatto certo ebbe parte 
il favore del Re dei Franchi per tre cagioni , come il detto Re 
una volta fece intendere ecc. La terza cagione fu la quiete del 
suo regno, cui Carlo turbava nei Torneamenti ed altri ». Sembra 
perciò cha specialmente in quei tempi fossero solennizzati in Italia 
somiglianti giuochi, e massimamente dai Principi. Dante nel 

(i) V. Muratori Tom. VI. Rei: hai. 

(2) Lib. 11. cap. Vili. De Gi:st. Frid. Àug. 

(3; V. Murat. Rcr. Hai Tom. Xl. 



I TORNEI y Lfi GIOSTRE, I CAVALltRl CC a^I 

cap. IL àèW Inferno gli addita come cosa famigliare nel princi- 
pio del «ecolo XIV. scrivendo. 

..,..£" vidi ^ir gualdane , 

Ferir Tomiamenti , e correr Giostra. 

Benvenuto da Imola scrittore del secolo medesimo nel Commento 
sopra questo passo di Dante , dice che questo poeta poteva aver 
veduto tali spettacoli in Firenze , in Bologna , in Ferrara ed al- 
trove ^ e Ferreto Vicentmo nel libro quarto del Poema dove 
espone le giovanili applicazioni di Can Grande della Scala , scrive 
che i medesimi si frequentavano anche in Verona (i). 

Così in Italia come altrove furono da lungo tempo in uso i 
finti combattimenti di due Cavalieri, vegnenti 1' uno contro l' al- 
tro eoo cavallo e lancia in resta, e da noi chiamati Giostre. Il 
citato Gioanni nel suo libro del Blasone, dimostra la differenza 
tra il Torneo e la Giostra colla seguente definizione. « Faceansi 
anticamente i Torueamenti convenendo i Cavalieri di varie nazioni 
a combattere dentro uno steccato per acquisto di gloria e d'onore, 
e io essi 1' uno feriva l* altro a fine di morte , se non si chiamava 
vinto. A differenza della Giostra , in cui V uno Cavaliere correva 
contra l'altro coli' aste broccato col ferro di tre punte, né si cer- 
cava vittoria, se non dello scavallare . . . Nei Tornei si combat- 
teva a riprese e giravolte, prima uomo contra uomo, poi truppa 
contra truppa ; e dopo la zuffa destinavasi dai giudici il premio al 
pili prode Cavaliere e miglior tiratore di spada ecc. «. L'origine 
della voce Giostra la deduce dal greco Tzostra il Salmasio nelle 
Note alla Storia jàagusta. Ma come osservò il Menagio nelle 
Origini della Lingua Italiana Niceforo scrittore Greco chiara- 
mente dichiarò che Giostra era parola latina , cioè Italiana j laonde 
il Ferrari, e poscia lo stesso Menigio da giusta pngn a la stim;»- 
rono formata. Io amo piuttosto, dice il Muratori (2) confessare la 
mia ignoranza, che di adottare etimologie si poco verisimili; e 
quando pur volessi dirne qualche cosa, dedurrei Giostra da 
Chiostro t che i Toscani chiamano Chiostra, e i Lombardi Gio- 



(1) V. Marat. Rcr. hai. Tom. IX. 

(2) Ant. lini. Diawr. XXIX. 



à^a DISSERTAZIONE QUINTA 

stra nome signlficaDle lo steccato io cui si facevano tali spettacoli, 
e che potè facilmenle essere mutato iu Giostra. 

Foucemagae nella citata Memoria passa ad investigare il tempo 
nel quale i monumenti storici cominciarono a parlare della Ta- 
vola Rotonda, e quale sia verisimilmente la data dell' istituzione 
di questa Cavalleria. Osserva da principio che il nome Hastila- 
dium che trovasi rammentato fra i pubblici giuochi di que' tempi , 
era generico , e che rinchiudeva molte specie d' esercizj o giuochi 
militari , e che la Tavola Rotonda era una di queste specie. Egli 
cita per prova il seguente passo di Matteo Paris: Milites , dice 
questo scrittore sotto l'anno laSa, I militi . . . stabilirono d'una- 
ìiime accordo , non come nell' esercizio dell' asta , in quello 
che comunemente ... è detto Torneamento , ma che piuttosto 
sperimentassero le lor forze in quel militare esercizio , che è 
detto Mensa rotonda: da questo passo si vede chiaramente che 
la Mensa rotonda ed il Torneamentum erano due specie di- 
stinte di giuochi , compresi sotto il nome più esteso d' HastiU- 
dium. Da alcune citazioni poi riferite dal Muratori sembra che 
gli Hastiludii fossero cose diverse dalle Giostre e dai Tornei, I 
Cortusi , egli dice , nel lib. IV. cap. VI. della loro Storia de- 
scrivendo uu pubblico giuoco, cosi scrivono: Ivi furono bellis- 
sime signore, combattimenti d' asta e Tornei, e in breve nulla 
mancò ad una perfetta allegria. In oltre nel lib.- V. cap. VII. 
Furonvi anche giochi d' asta , giostre e tutti i pensati diverti- 
menti ecc. Per la qual cosa noi non sapremmo , appoggiati a 
sillatle citazioni , spiegate chiaramente la particolarità dei giuochi 
detti Hastiludii e Mensa rotonda, e quindi la diversità che pas- 
sava fra questi e le Giostre ed 1 Tornei. 

Il P. Menestrier s' accontenta di dire che la Tavola rotonda 
era una specie di giuoco d'armi come le Giostre ed i Tornei (i). 
Egli è certo che la Tavola rotonda venne così appellata perchè 
la festa avea principio da un banchetto in cui i Cavalieri sede- 
vano intorno ad una tavola rotonda a Gne di prevenire ogni que- 
stione sul grado rispettivo; oppure perchè le lizze erano disposte 
in forma d' anfiteatro. Da questa supposizione Foucemagne deduce 
che U specie fosse d'egual data del genere; cioè che l'istituzione 

(«) Menesli ier, orig. des Arm. pag. 6i. 



1 TORNEI, LI «OSTRB, l CAVALIERI CO. 4^3 

della Tavola rotonda possa essere antica quanto quella de' Tor- 
nei. Alberico delle Trois-Fontaines ne parla scilo l'anno j235 
ftome di cosa nuova, ed era l'epoca in cui egli viveva; // Ra 
di N'avaria . . .ritornando nella Campania si fa crocesignato, 
e con lui molti Baroni ; i Baroni della Fiandra presso Esdinio, 
ove s^ esercitavano alla Tavola rotonda, si fanno crocesignaii. 
Questo passo altronde serve di maggiore appoggio alla conseguenza 
ch'egli ha cavata da quelle di Matteo Paris, e dimostra che la 
Tavola rotonda non era in origine un ordine di Cavalleria , n)a 
una specie di festa o di giuoco militare , e che poscia siasi dato 
ai Cavalieri che vi assistevano il nome di Cavalieri della Tavola 
rotonda. 

Ma non si potrebbe portare la cosa un po' pivi lontano, pro- 
segue Foncemagne , e dire , per esemplo , che la Tavola rotonda 
sia tPOto antica quanto il più antico ordine di Cavalleria? L'u- 
sanza maggiore intorno ad Una tavola di figura rotonda potè e 
dovette forse introdursi fin dal momento che vidersi stabilite le 
assemblee de' Cavalieri ; ora il plìi antico ordine che si conosca 
a giudizio del suddetto scrittore, si è quello del Bagno, od è 
quello almeno in favore del quale egli ebbe pliì antiche testimo- 
nianze. Il Monaco di Marmoutler nella vita di Gloffredo Conte 
d' Anglò che sposò Matilde figlia d'Enrico I. Re d'Inghilterra, 
riferisce che Gioffredo andò a trovare Enrico a Roven per esser 
fatto Cavaliere del Bagno. Questo avvenimento deve appartenere 
al principio del XII. secoloj poiché Enrico sali al trono nel iioo(i). 
Nel rimanente sembra che 1' ordine del Bagno abbia avuto ori- 
gine in Inghilterra, e nell'Inghilterra pure pretesero i Roman- 
tieri che sia stato istituito V Ordine della Tavola Rotonda dal 
favoloso Arturo. E perchè dunque dir non potrebbesi che questi 
due ordini non sieno in sostanza che un ordine solo nella loro 
orìgine , ora appellato 1' Ordine del Bagno , perchè il Bagno era 
una cerimonia prescritta a colui che dovea essere armato Cava- 
liere , ora chiamalo ordine della Tavola Rotonda per I* usanza 
di mangiare intorno di una tavola di figura rotonda ? E perchè 
non potrebbesi ancora opinare che né l'uno né l'altro sieno in 
origine veri ordini j e che sia ai Romanzieri venula l' idea di 

(1^ Chef. 4nc. p:ig. -xìo, 



aio 4 D>SSERTAZIOaE QtllWTi 

erigere in ordine di Cavalleria certe usinse proprie dei G« 
valieii? 

Abbiam veduto che le occasioni più comuni e piij favorevoli per 
la creazione de' Cavalieri , erano, senz» parlar di quelle che som- 
ministrava la guerra, le grandi feste si religiose che politiche, e 
che ne' tempi di pace l'apparato e le cerimonie della loro pro- 
mozione era più regolare e più pomposo. I Cavalieri allora in 
mancanza della guerra che aspettavano con somma impazienza , 
non avevano altri mezzi per manifestare la loro riconoscenza pel 
favore ricevuto, se non che quello di presentare ai Principi una 
viva immagine dei comb ìttìmenti collo spettacolo de' Tornei che 
seguiva quasi sempre nelle loro promozioni. Essi vi gareggiavano 
nella destrezza , nella forza e nel valore. Egli è facile 1' immagi- 
narsi la commozione eh' eccitar doveva in ogni cuore il bando di 
questi solenni Tornei annunziali molto tempo prima e sempre nei 
più ampollosi termini ; essi animavano in ogni provincia , in 
ogni distretto , in ogni corte tuiti i Cavalieri e tutti gli scudieri 
a dar opera ad altri Tornei , ne' quali con ogni sorta d' eser- 
cizj , si disponevano a far più magnifica comparsa sa di un più 
gran teatro. 

r gentiluomini ben lungi dal rimanere oziosi ne' loro castelli, 
ripetevano giornalmenle fra di loro gli stessi esercizj affine d"* ot- 
tenere le sempre gloriose ricompense promesse ne' particolari Tor- 
neamentl/ e con una lunga e contimi ua pratica nel maneggio delle 
armi, si preparavano gradatamente a giugnere un giorno a trlon- 
fire in que' solenni Tornei ove erano spettatori i più distinti per- 
sonaggi di tutte le Corti d'Europa. Possiamo richiamarci alla 
memoria à tale proposito ciò che leggesi in Erodoto rapporto ai 
giuochi Olimpici. Alcuni desertori d'Arcadia avendo fatto alla pre- 
senza di Serse il racconto di que' combattimenti che celebravansl 
mentre trecento Spartani arrestavano 1' armata de' Persi allo stretto 
delle Termoplli, pareva che un signore Persiano tremasse per la 
sorte dell» sua nazione. « Centra quali uomini, egli esclamava, 
andiamo noi • combattere ! Insensibili ali' interesse , essi non sono 
animati che dallo spirito di gloria ». 

Mentre che apparecchiavansi i luoghi destinati ai Tornei, espo- 
nevansi luogo i chiostri di qualche vicino monistero gli scudi 
rappreseataati le armi gentilizie di quelli che aspiravano ad ea- 



1 tOBNEI, LB GIOSTRE, I CAVALIERI eC. a^S 

Irate nelle lizze, e col?i rimanevano per molti giorni esposti alla 
curiositi ed air esame de' Signori , delle Dame e delle Damigelle. 
Un Araldo manifestava alle Dame il nome di que' Cavalieri ai 
quali appartenevano gli scudi j e se fra i concorrenti si fosse tro- 
vato alcuno che meritato avesse i rimproveri di una Dama o per- 
chè avesse sparlato della medesima, o perchè ne fosse stata in 
qualunque siasi maniera offesa ed ingiuriata, ella toccava lo scudo 
dell'arme di lui per chiedere giustizia ai giudici de' Tornei; e 
questi dopo d' aver prese le necessarie informazioni , doveano pro- 
nunziare la sentenza j e se il delitto era stato provato giuridica- 
mente f ne seguiva immediatamente il gastigo. Se il Cavaliere 
presentavasi a! Torneo malgrado degli ordini che ne lo esclude- 
vano , una grandine di colpi che tutti i Cavalieri e fora' anche le 
Dame stesse facevano cadere sa di lui, Io punivano della sua 
temerità , e gli insegnavano a rispettare l'onore delie Dame e le 
leggi della Cavalleria. Il perdono delle Dame eh' egli impetrar 
dovea ad alta voce era solo capace di porre un limite all' ira dei 
Cavalieri ed al gastigo del colpevole. 

Noi non entreremo a fare una minuta descrizione delle lizze 
pel torneo, né delle tende, né de' superbi padiglioni di cui la 
circonvicina campagna era coperta, né degli hours , ossiano palchi 
innalzati intorno alla carriera , ove tanti prodi e nobili personaggi 
dovevano dar segnalate prove del loro valore. Noi non distingue- 
remo per ora le diverse spezie di combattimenti che vi si davano; 
le giostre, 1 contrasti, i passi d'armi ecc. e ci basterà di osser- 
vare che quei palchi innalzati sovente in forma di torri erano 
divisi in loggie ed in giardini , decorati con tutta la possibile 
magnlGcenza di ricchi tappeti, di padiglioni, di bandiere, di 
banderuole e d'armi gentilizie, polche venivano destinati ai Ke , 
alle Regine, ai Principi e alle Principesse e a tutte quelle per- 
sone che componevano la loro Corte, Dame, Damigelle, ed in 
fine a que' vecchi Cavalieri che per una lunga esperienza nel 
maneggio dell' armi , ne erano divenuti giudici competenti. Questi 
rispettabili vecchi che per 1' avanzata loro età non si trovavano 
più in grado di poter visi distìnguere, tocchi da una tenerezza 
piena di stima per questa valorosa gioventìi che richiamava alla 
loro memoria le gloriose loro imprese , miravano con sommo pia- 
cere rinascere ne' giovani guerrieri 1' autico loro valore. La rie- 



a^Ó DISSENTA II ONR QUIKTA 

chezz<i delle stoiTe e delle pietre preziose aumenlava sempre pili 
la magnificenza dello spettacolo. Alcuni giudici nominati espressa- 
mente marescialli di campo , consiglieri od essistenli avevano in 
varj siti de' posti determinati , onde f^^ mantenere nel campo di 
battaglia le leggi della Cavalleria e de' Tornei , e profferire il loro 
giudizio e prestare soccorso a quelli che ne potevano abbisognare. 
Una moltitudine di Re, di Principi, di Araldi sparsi per ogni 
dove, tenevano gli occhi fisi sopra tutti i combattenti, onde 
fare una fedele relazione de' colpi che sarebbonsi dati e ricevuti. 
Essi avvertivano anticipatamente i giovani Cavalieri ch'erano per 
fare il loro primo ingresso ne'Tornei , di quanto andavano debi- 
tori alla nobiltà de'loro antenati « Ricordati, gridavano essi, di chi 
tu sei figlio, e guardati bene dal tralignare ». Una folla di mene- 
strieri con ogni sorta di strumenti di una musica bellicosa pronti 
stava a celebrare le prodezze che accader dovevano in quella 
grande giornata. Valletti e messi pronti e snelli avevano ordine 
di recrtrsi là ove il servizio delle lizze gli chiamerebbe , o per 
somministrare delle armi ai combattenti, o per contenere il popolo 
nel silenzio e nel rispetto. Il clangore delle trombe annunziava 
l'arrivo de'Cavalieri armati ed equipaggiali superbamente, e se- 
guiti dai loro scudieri a cavallo. Suonavasi parimente il corno 
dagli stessi Cavalieri per chiamare altri al combattimento : onde 
l'Ariosto cant. XXX. st. 44 6 seg. fa che Ruggiero sfidi Mandri- 
cardo alla battaglia sonando il corno : 

Z' animoso Ruggier , che mostrar vuole 
Che con ragion la bella aquila porta; 
Per non udir più d' atti e di parole 
Dilaz'ìon , ma far la lite corta ; 
Dove circonda il popol lo steccato , 
Sonando il corno s' appresenta ornato. 
Tosto che sente il Tartaro superbo , 

Ch' a la battaglia il suono aliier lo sjìda ecc. 

Avanzavansi a lenti passi, e con un grave e maestoso contegno 
le Dame e le Damigelle conducevano qualche volta alla fila que- 
sti altieri schiavi attaccati a catene eh' esse loro toglievano solo 
al momento che entrati nel recinto delle lizze, stavano pronti ad 



1 TORNEI, LE GIOSTRE , I CAVALIERI CC. 2^^ 

«Vventnrsl gli uni contro gli altri. Il titolo di schiavo o di servo 
della Dama clie ognuno nominavi ad alta voce entrando nel Tor- 
neo, er» un titolo d'onore che non"poteva acquistarsi se non con 
nobilissime imprese: esso era riguardalo da colui che lo portava 
come un sicuro pegno della villurla, coa:e un obbligo slretlissimo 
a Intraprendere ogni cosa che degna fosse di una si distinta qua- 
lità (i). Ad un tal titolo di Servo d'amore, siccome appellar 
solevasl dal poeti di que' tempi , le Dame degnavansi ordinaria- 
mente d* aggiugnere ciò che chlanuvasi favore , gioja , jiobillà , 
insegna, che consisteva in una ciarpa, in un velo, in una cuf- 
Ga , in una manica, in una mantelletta , in un braccialetto, ia 
una fìbbia, in somma in qualche pezzo stacoto dal loro abbi- 
gliamento; e alcuna volta ancora in un tessuto od altro lavoro 
delle loro mani, di cui il Cavaliere favorito ornava il suo ci- 
miero o la sua lancia, il suo scudo, il suo sorcotto , o qualche 
altra parte della sua armatura o del suo abito. Spesso accadeva 
che nel bollore dell'azione la sorte dell'armi facesse passare questi 
preziosi pegni nelle mani del nemico vincitore , ed in tal caso la 
Dama ne mandava tosto qualche altro al suo Cavaliere affine di 
incoraggiarlo, di animarlo alla vendetta ed a conquistare anche 
esso i favori de' quali andavano adorni i suoi avversar] , affine di 
offrirli alla sua Dama. Non vogliamo risguardar questi doni come 
puerili contrassegni dell'affezione delle Dame; quest'era un mezzo 
immaginato per supplire alle banderuole delle lande e de'caschetti 
ed alle armi gentilizie degli scudi , de' sorcottl e delle gualdrappe, 
pel quale gli spettatori distinguevano ciascun Cavaliere nella folla 
de' combittenti. Allorché tutti questi distìntivi, senza i quali 
scerner non poleansi quelli che segnalavansi , erano siali rolli o 
stracciati, ciò che spesso accadeva pei colpi che portavansi col- 
r urtarsi e coli' ammaccarsi e collo strapparsi a vicenda le armi e 
le vesti , i nuovi favori che venivan loro recati servivano d' inse- 

(i) Servi d' uiv.oi'i: cliinni^li sono fli imi an rilmo poeta Francese in una bai- 
luta da lui composta in occasione del Torneo fallo da San- Dionigi sotto Carlo 
VI., al principio di maggio iSSg. 

Seruants d'amour, regardes doueement. 
Àux échaffauts Anges de Paradis: 
Lnrs jouterez fort et joyeusement , 
Et ifous screz honoris et chéris. 



3']S OISSERTAZIO.XE Qin.'^TA 

gne «He Dame per riconoscere quegli che perder non volevan dì 
•vista, e il cui gloria dovea ricadere sulle medesime. Alcune delle 
delle circostanze sono tratte da' racconti de"* nostri Romanzieri; 
tn» raccordo di questi scrittori colle relazioni storiche de' Tornei 
giusliCca la sincerità delle loro descrizioni. Per la qual cosa du- 
bitar non si può che le Dame attente a si fatti combattimenti, 
non prendessero un sensibilissimo interesse agli avvenimenti de'loro 
campioni. 

Né meno capace d' incoraggiare i combattenti era 1* attenzione 
degli altri spettatori : ogni colpo singolare o straordinario di lancia 
o di spada , ogni vantaggio ragguardevole ottenuto da qualche Ca- 
valiere veniva celebrato dai suoni de' menestrelli e dalle voci degli 
Araldi. Mille grida facevano rimbombare a più riprese il nome 
del vincitore, uso dal quale nella nostra lingua derivò il dello di 
Cavaliere di alto grido , per significare un gentiluomo di somma 
reputazione. Sovente però gli Araldi non dinotavano i vincitori 
se non colP acclamazione di ; Onore al figlio de* Prodi ', volendo 
cosi richiamare alla loro memoria la gloria degli antenati , ed av- 
vertirli in egual tempo che il titolo di Prode non era loro do- 
vuto che al termine della ctrriera di una vin illustre e senza al- 
cuna macchia; e che se travialo avessero un istante dJ retto sen- 
tiero , quel solo istante poteva far loro perdere il frutto delle tante 
loro fatiche. Alle scherme od ai Tornei della vigilia , in cui il 
pericolo era meno gr^ve non si gridava che : L'amore alle Dame 
e la morte ai cavalli (i). 

Gli Araldi ed i menestrieri erano pagati d.t'cimpìonl a mi- 
sura delle grida e degli schiamazzi eh' essi avevano eccitali j i re- 
gali de' Cavalieri erano ricevuti con altrettante grida: le parole di 
liberalità o di nobiltà erano ripetute ad ogni distribuzione. Fra le 
virtù piij raccomandate ai Cavalieri distinguevansi uè' primi gradi 
la generosità, e questa è ben anche quella virili cotanto esaltata 
dai guillari , dai poeti e dai Romanzieri nelle loro canzoni e 
ne' loro scrìtti -, e tale virili segnalavasi ancora per la ricchezza 
delle armi e degli abbigliamenti. Ciò che cadeva nella carriera, 
le scheggie cioè delle armi , le pagliette d' oro e d' argento delle 
quali coprivasi il campo in battaglia erano divise fra gli Araldi 

(j) Per riguardo a dar moru ui cu<,'alU uè' Tornei vedi in appruiio. 



1 TORNEI, LB eiOfrnE, 1 CAVALIERI cc. a ^9 

ed i meneslrleri. Alla Corte di Luigi Xlll. videsl una specie di 
imitazione di quesla antica magnificenza cavalleresca in occasione 
che il Duca di Bukingham nel recarsi all'udienza della Regina, 
comparve con un abito carico di perle eh' erano state a bella posta 
attaccate malamente al medesimo : erasi il Duca immaginato tale 
onesto arti6cio fonde farle accettare a quelli che le raccoglievano 
per rendergliele. 

I principali regolamenti de' Tornei , appellati con giusta ra- 
gione , scuoia dì prodezza nel romanzo di Perceforest , consiste- 
vano nel battersi colla spada non a punta ma da taglio , a non 
combattere fuor di fila , a non ferire il cavallo dell'avversario (i); 
a non portar i colpi di lancia che alla faccia, ed al piastrone ^ a 
non battere an Cavaliere dopo d' avere alzata la visiera del suo 
caschelto , o di essersi levalo 1' elmo j a non riunirsi molti coii- 
tra ano colo in «rti combattimenti, siccome in quello appellato 
propriamente Giostra. Il giudice di pace, scelto dalle Dame coti 
iscrupolosa attenzione e col più curioso apparecchio , era sempre 
pronto ad interporre il suo pacifico ministero allorquando un Ca- 
valiere violando per inavvertenza le leggi del combattimento , 
erasi tratte conlra di sé solo le armi di molti combattenti. 11 
campione delle Dame , armato di lunga picca o di lancia sor- 
montata da una cuffia, abbassava sull'elmo di quel Cavaliere il 
segno della clemenza e della salvaguardia delle Dame , e dopo tal 
atto nessuno avrebbe ardito d' inveire centra il colpevole. Veniva 
perdonato 1' errore quand' era giudicato ia qualche maniera invo- 
lontario ; ma se creder poteasi eh' egli avesse avuto intenzione di 
commetterlo , ei dovea espiarlo col più rigoroso gastigo. Era al- 
tresì giusto che le Dame le quali erano state l'anima di que'com- 



(i) Cnsl l'Ariosto nella deacririone della pugna di Roggero e Mandrlcardo. 
caRt. XXX. ti. 5o. 

Ferirai alla uisiera al primo trullo; 
E non miraron , per mettersi in terra. 
Dare ai cavalli morte ; eh' è mal atto. 
Perch'essi non han colpa de la guerra. 
Chi pensa che tra lor fosse tal patto, 
Kon sa l' Usanza antiqua , e di molto erra : 
Senz' altro patto era vergogna e fallo 
B biaamo eterno a chi feria il cavallo. 



a8o DlSStRTAZIONE QUINTA 

bAttimenti , vi fossero celebrate in modo particolare; quindi i Ca- 
■v^ilieri non terminavano alcuna giostra di lancia senza fare in 
onore delle medesime un'ultimi giostra da essi chiamala il colpo 
o la Lancia delle Dame : tale omaggio o tributo ripetevasi com- 
battendo per esse o colla spada o colla azz^ ossia piccozza di 
puntai e taglio , o colla daga. Questa era fra tutte le giostre 
quella in cui i Cavalieri si animavano a fare i più nobili 
sforzi. 

Terminato il Torneo si passava a distribuire con tutta l' equità» 
e con tutta la possibile imparzialità il premio stabilito ai diversi 
generi di forza e destrezza ne' quali il Cavaliere erasi distinto a 
per aver rotto maggior numero di lancie , o per aver fallo il più 
bel colpo di lancia o di spada, o per esser rimasto maggior tempo 
a cavallo senza esser stato gettalo di sella j od in fine per aver 
tenuto più lungamente pie fermo nella folla del Torneo senza le- 
garsi l'elmo o senza alzar la visiera per riprender fiato o riposo. 
Gli uflSziali d'armi , i cui sguardi erano sempre stati rivolli verso 
questa moltitudine di combattenti , onde osservare attentamente 
lutto quel che avveniva, ne facevano la relazione ai giudici ed agli 
altri Cavalieri destinati a soprastare alle giostre ; né si trascurava 
ftltresì di girar per tutte le file per raccogliere i voti dogli spet- 
tatori. Finalmente 1 Re ed i Principi , i vecchi Cavalieri ed i giu- 
dici scelti espressamente prima che si desse principio al Torneo 
pronunciavano il nome del vincitore. Né tacer si deve d' essersi 
più volte portala la causa al piedi del tribunal delle Dame o 
delle Damigelle, e che sovente esse hanno aggiudicato il premia 
come sovrane del Torneo. Che se per sorte accadeva che non ve- 
nisse accordato a quell' eroe cui esse avevano giudicato il più de- 
gno , le Dame ne decretavano un secondo che non era meno glo- 
rioso del primo, e sovente forse più lusinghiero per colui che lo 
riceveva. 

Indicato il Caviliere cui dovessi il premio , gli ufEziali d'ar' 
mi andavano a prendere fra le Dame o le Damigelle quelle eh» 
dovevano recarlo e presentarlo al vincitore. II bacio eh' egli avea 
diritto di dare alle medesime nel ricevere 11 pegno della sua glo- 
ria sembrava l' ultimo termine del suo trionfo. Egli era poscia 
condotto dalle stesse nel palazzo in mezzo ad una folla di popo- 
lo, mentre ecchegglavano intorno di lui i più fastosi e sovente i 



1 TORNEI, LEGlOSTt*E, 1 CAVALIEHI CC. ^8 I 

più eccessivi elogi degli iVialdl e del giudici d'armi, i suoni de- 
gli Islromeiiil e le alle grida the pubblicavano la sua villoria. Se 
noi vogliamo richiamarci alla memoria la slim<i che la nostra na- 
zione e la Francese in ispecle ha profuso ai talenti ed alle virtù 
militari ed il numero prodigioso degli spettatori che accorrevano 
ai toineamenli da tutte le provincie e da tutti 1 regni, si cono- 
scerà di leggieri la forte impressione che dovevano fare sul cuore 
di uomini appassionali per la gloria e quella spezie di trionfo e 
la speranza di poterne in appresso ottenere de' simili. Né tacer si 
deve che la magnificenza di que' trionfi non avviliva i vinti j pol- 
che questi non arrossivano di esaltare le prodezze del vincitore, 
il quale poteva anch' egli in altra occasione cedere la palma a 
quei che prima furon vinti : il valore dei vincitori illustrava la 
certa qual guisa la loro sconfitta. 

ti vincitore condotto nel palazzo veniva disarmalo dalle Dame 
che lo vestivano d' abili magnifici , e dopo qualche breve ciposo, 
era dalle medesime comlotto nella Sila ove veniva accolto dal 
Principe che lo faceva sedere al convito nel più onorevole luogo. 
Esposto così agli sguardi ed all'ammirazione de' convitati e degli 
spettatori, e servilo spesse volte dalle Dame medesime, egli 
avrebbe avuto bisogno, in mezzo a tanta gloria, d'essere avver- 
tito, siccome lo furono gli antichi trionfatori , ch'egli era morta- 
le, se 1 precetti della Cavalleria non gli avessero insegnato che 
il contegno semplice e modesto dà maggiore risalto allo splendore 
della vittoria. Lo stesso principio di modestia suggeriva ai Cava- 
lieri vincitori alcune particolari officiosità per consolare i vinti e 
per raddolcire in qualche modo le loro pene « oggi solevano lor 
dire, la fortuna e la propizia sorte ci resero superiori, domani 
forse soccomberemo sotto i colpi di un nemico meno terribile di 
voi ». Si fatte lezioni di generosità, si fatti esempj d'umanità 
tante volle ripetuti ne' Tornei non potevano essere dimenticati 
neppure in mezzo alle stragi ed al furore delle battaglie. I nostri 
Cavalieri non perdean giammai di vista la massima generale di 
essere tanto compassionevoli dopo la vittoria quanto inflessibili pri- 
ma di ottenerla. 

Le gloriose gesta de' varj concorrenti al Torneo, le loro pro- 
dezze , la loro forza e destrezza , le avventure de' vecchi Cava- 
lieri e degli eroi che illustrato aveano il corpo della nazioae e 



9-8 a DISSERTAZIONE QUINTA 

della Cavalleria furoiavaao il soggetto delle conversazioni e de'di- 
scorsi ne'banchetti ; tutte queste imprese venivano inscritte ne'pub- 
blici ed autentici registri degli ufHziali d' armi : esse somministra' 
vano la materia alle cannoni ed ai poemi che cantar solevano le 
Dame, le Dimìgelle ed i menestrieri, i quali accordavano le loro 
voci al suono d'ogni spezie d'istromenti. Queste canzoni e que- 
sti poemi composti per celebrare i Tornei venendo sparsi in tutte 
le corti , dove portavano il nome e la gloria di quelli che ne 
avevano ottenuto il premio, infiammavano tutti i cuori ed ecci- 
tavano la più nobile emulazione. Quest'era altresì lo scopo dei 
doiti che scrivevano in allora storie e romanzi, siccome ravvisar 
si può ne' proeaij delle loro opere si in prosa che in versi, oe'quali 
si vede a chiare note questo lodevole motivo che avea fatto pren- 
der la penna ai loro autori : ciò deve pienamente convincerci che 
uiì eguale spirito regnava pure in tutti gli ordini dello Stato; Alaia 
Chartier nel suo poema fa parlare quattro Dame i cui amanti 
ebbero diversa sorte nella funesta battaglia d'Azincourt: l'uno di 
questi fu uccìso ; 1' altro venne fatto prigioniere ; il terzo si smar- 
rì, e non se ne seppe piìi nuova j il quarto fu sano e salvo , ma 
dovette la sua vit^ ad una fuga vergognosa. Si rappresenta la 
Dama di quest' ultimo come infinitamente più da compiangere 
the le sue compagne per aver essa portato affetto ad un vile Ca- 
valiere •* « Secondo le leggi d'amore, ella disse, io l'avrei desi- 
derato più tosto morto che vivo ». Il poeta non scriveva conira 
\n veriaiuiiglianza y poiché i sentimenti eh' ei supponeva in quelU 
Dame trova vansl allora scolpiti in ogni cuore. 

Tutti i discorsi delle Dama tendevano in allora ad infiammfire 
sempre più il coraggio de' loro rispettosi am^tnti cogli elogi de'Ca- 
valieri eh' eraosi maggiormente distinti nelle giostre, e colle te- 
stimonianze di stima e di riconoscenza ch'esse prodigavano ai loro 
servidori quando erano rimasti vincitori. Esse proponevan loro 
nuovi premj che meritar si poteano non solo ne'Torneameoii, ma 
ben anche in guerra fra sanguinose battaglie col togliere un po- 
sto al nemico, col far de' prigionieri , col dare una scalata o com- 
piere qualche altra militare impresa. Quest'era ciò che una Da- 
ma esigeva dal suo amante onde giudicare se egli era veramente 
degno di essa , e per assicurarsi dell' amore di lui. Sembrar forse 
potrebbe ad alcuno che quanto da noi si dice sia tratto dai rac^ 



Èk 



I TORNEI, LE GIOSTRE. I CAVALIERI CC. 4 83 

conti dì qualche romanziere j ma noi qui non riferiremo che la 
testimonianza di Froissard in prova di quanto abbiamo asserito. 
Un Cavahere del Borbonese chiamato Bonnelance , cosi egli, prode 
guerriero, grazioso ed amoroso essendosi trovalo a Monlferrand 
nell' Alvernla , in una gran conversazione di Dame e Damigelle, 
e stimolandolo queste a far qualche gloriosa impresa contra gli In- 
glesi, una di esse ch'era la sua prediletta , gli disse che avrebbe 
volentieri veduto un Inglese ; se , posso essere , le rispose , si for- 
tunato di farne alcuno prigioniere , io ve lo condurrò. Poco tempo 
dopo fece una scorrerìa che lo mise in istato di mantenere la sua 
parola. Egli condusse a Montferrand i prigionieri che fatto avea, 
con somma soddisfazione delle Dame e Damigelle che andarono 
spesse volte a fargli visita j ed ei rivolgendosi a quella che gli 
avea chiesto un Inglese « eccone molti, le disse j io li lascierò in 
questa città finché non trovino alcuno che paghi il loro riscatto. 
Le Dame si misero da principio a ridere, e poi a fargli mille 
ringraziamenti: Bonnelaoce se n'andò con esse, e rimase tre 
giorni in Montferrand sempre in compagnia delle Dame e delle 
Damigelle ». 

Una stima si universale pel coraggio, e l'ardore ch'essa in- 
spirò per la guerra errino i felici fruiti dell'antica militare Caval- 
leria , feconda sorgente d'eroi , e gloria ed appoggio delle nazioni 
di que' tempi. 

Dopo di aver qui esposte tutte quelle notizie che abbiamo cre- 
dute le pili opportune a stabilire verisimilmente 1' origine de'Tor- 
nei e delle Giostre, e a dare un'esatta cognizione degli istituti, 
delle cerimonie e di tutti i principali regolamenii di siffatti spet- 
tacoli, noi passeremo, per far cosa grata spezialmente agli arti- 
sti , a rappresentarne alcuni nelle seguenti Tavole, nelle quali fu- 
ron da noi raccolti 1 disegni di quegli antichi monumenti che ci 
dipingono pili fedelmente gli usi e le costumanze che seguir so- 
levansi da que' coraggiosi Cavalieri nel dar prove in que' finti 
combattimenti del loro valore e della loro galanteria. 

Allorché alle favolose leggende de' San ti succedettero i romanzi 
di Cavalleria, gli scultori ed i pittori occuparonsi benanche degli 
argomenti che ad essi somministrava la fervida immaginazione de- 
gli scrittori di quell'epoca. Fra i varj monumenti d'arte che 
hanno una stretta relazione con siffatti soggetti, e che tuttavia 



a84 DISSEKTAZIOMU Qd^Ti 

conservaasi nelle raccolte d'antichità, noi qui riporteremo prituie- 
ramente alcuni bissi-rilievi che adornano un cof. netto d'avorio, 
eseguiti secondo alcuni, nel XII. secolo e secondo altri sul pria- 
cipio del XIV. e die fra i varj soggetti che vi si vedono, cavati 
a quel che pare, da qualche romanzo di qué' tempi , trovasi rap- 
presentato un combait'iniento in campo chiuso , ossia un Torneo , 
o per dir meglio una giostra in presenza del popolo e di tutta la 
Corte. Ogni soggetto vi è trattato con molta intelligenza e chia- 
rezza , e soprattutto la delti giostra , non essendovisi dimenti- 
c»ta alcuni importante circostanza. Il costume de' tempi vi è per- 
fettamente conservato negli ediGzj , nelle armi è nella foggia di 
vestire . 

Questi bissi rilievi in avorio che appartenevano una volta ad 
un certo M. De-Boze , e che in numero di cinque formavano 
unitamente un cofanetto alto cinque pollici, e lungo undici, fu- 
rono attentamente esaminati dall' erudito M. Levesque De la-Ra- 
valiere, il quile ne presentò aXV Accademia delle Iscrizioni e 
Bdlle Lettere la desoriaione cui esso per la prima volta pubblicò 
nel tomo XVill. di quelle Memorie. Egli è d' avviso che il tutto 
insieme formisse un romanzo di Cavalleria , e che lo scultore 
tratto avesse il soggetto da qualche romanziere del suo tempo. 
Mi siccome tutte le finzioni de' romanzieri si rassomigliavano ^ 
siccome il maraviglioso di simili avventure è , per cosi dire, omo- 
geneo, ed esse non differiscono che nell'ordine delle cose, il 
quale per lo più anch' esso molto uniforme ; siccome l' immagi- 
nazione di questi autori è monotona ; quindi ne vien per conse- 
guenza che sia estremamente difficile , per non dire impossibile , 
l'aggiudicare all'uno di questi romanzi piuttosto che all'altro 
le avventure che lo scultore ha voluto rappresentare. 

Egli è vero che alcuni capitoli di Lancilotto dal Lago ce ne 
presentano poco presso de' simili ; ma in qnal romanzo non tro- 
vansi Cavalieri , Principesse , Incantatori , Giostre e Tornei ? Biso< 
gnerebbe avere la pazienza di leggerli e di confrontarli tutti, onde 
scoprire la sorgente dalla quale lo scultore ha tratto la sua sto- 
ria. Per la qual cosa il signor Levesque senza determinare il sog- 
getto che vi si rappresenta, senza indagare la fonte d'onde lo 
scultore derivò gli argomenti de' suoi bassi-rilievi , si limita a cer- 
care ne' particolari ch'essi presentano alcuni schiarimenti sugli usi 



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1 TORNEI, LE GIOSTRE, I CAVALIERI CC a85 

e sul genio del secolo al qu^le possono eisere riferiti. Quindi egli 
divise in due parli la sua Memoria; nella prima delle quali spiega 
i soggetti, o cavati da qualche romanzo o fors' anche immaginati 
dallo slesso scultore; nella seconda prende a determinare l'epoca 
in cui furono eseguili. 

Il primo basso rilievo, vedi Tavola 28, che chiudeva il lato 
sinistro del cofanetto, rappresenta un Cavaliere mezzo disarmato 
coli' elmo iu testa e la visiera alzata , colla spada nella mano 
dritta e collo scudo nella sinistra : sembra eh' egli giaccia su di 
una specie di letto a ruote in faccia alla porta di un castello, sulla 
cui sommità vedesi una Regina con alcune sue Damigelle. Spade 
e l^ncie escono dal seno di una nube , e tulle sono rivolte contro 
di lui che se ne sta immerso in profondo sonno: il letto trovasi 
all' ombra di un albero , sui rami del quf»le stanno a rovescio 
alcuni uccelli : veggonsi ai piedi del lotto due leoni ed un cavallo. 
Sembra che questo quadro voglia rappresentare un sogno di uà 
prode ed amante Cavaliere da romanzo, che preso dalla bellezza 
della figlia della Regina, cui oppriit-ne il castello, vede in sogno 
una parte dtl'e avventure di' ti de\e condurre a fine per otte- 
nerla in isposa. 1 leoni sono il simbolo del valore, e prire che il 
cavallo sia il dono the gli si debba fare dalla Regina , la quale 
col dito iodica il Cavaliere alle due donzelle che le stanno vicine: 
le altre tre sulla torre opposta hanno la testa cinta dalla benda 
delle Principesse. Pare che il teinpor.ile il quale minaccia il Ca- 
valiere dormiente cagioni alle medesime vive inquietudini ; esse 
s'interessano della sorte di lui e f.mno fervidi voti pel felice suc- 
cesso della sua impresa , il cui felice eòiio pare che debba essere 
seguito da una caccia a volo , rappresentata dagli uccelli fermi 
sopra rami di alberi. 

Uo sogno ne' romanzi è sempre il foriere di qualche verità ; 
il secondo basso rilievo, vedi la Tavola 24, che formava il co- 
perchio del cofanetto rappresenta un combattimento reale fra due 
Cavalieri alia presenza di un P\.e accompagnato da' suoi cortigiani 
fra i quali dislinguonsì il gran Capocaccia ed 11 gran Falconiere. 
I due combattenti colla lancia in resta spingono i loro cavalli l'uno 
contra l'altro. Due diverse nazioni uscite dalle loro città, le cui 
porle veggonsi nelle due eslremiià , prendon parte a questo -ivve- 
ninienio: osservansi alla sinistra alcune brutte figure che sembrano 

Jloiuuìizi. di Cu vali. /'o/. /. 19 



a 86 DISSERTAZIONE QUINTA. 

selvaggi o malefici incantatori. Non vedesi in questo basso-rilievo 
che il principio del combattimento : desso non è un duello al- 
l'ultimo sangue; poiché i Cavalieri s'attaccano colla lancia cor- 
tese che differisce dalla lancia offensiva, come il passetto dalla nuda 
spada. 

Ma il seguente basso rilievo, vedi Tavola 2 5 e 26, ci pre- 
senta vari combattimenti ; 1* azione è doppia ; la prima scena av- 
viene sulle mura di una città e la seconda a' piedi della medesima. 
Neil' estremità dell' una , sulla cima di una torre vedesi una Prin- 
cipessa fra due selvaggi coperti di una pelle d' orso , coi capelli 
in forma di criniera e col viso spaventevole .* nel quadro seguente 
il Cavaliere toglie la Principessa dalle mani del rapitore; più 
lungi ella sembra raccontare ad alcune persone le sue disgrazie e 
la sua liberazione: le mura terminano con un' altra torre sulla 
quale trovasi una Regina con un Falconiere. Passiamo ad osser* 
varo ciò che avviene ai piedi delle stesse mura. Vi si vede un 
combattimento tra un incantatore ed il Cavaliere che con un colpo 
di lancia passa il petto al suo rivale, e vincitore trasporta seco 
sul suo cavallo la ricuperata Principessa , difendendola dagli at' 
tentati di varj di que' mostri che alla fine carichi di catene sono 
dati nelle mani della sua Dama , che sta per rinchiuderli nella 
prigione della quale ella tiene la chiave. Qui terminano le av- 
venture del prode Cavaliere , e nella supposizione che le nozze 
colla Principessa sia la ricompensa de' perigli da lui superati , sue» 
cedono i piaceri e le feste , le quali formano 1' argomento dei due 
ultimi bassi rilievi. 

Il quinto basso rilievo rappresenta in fatti una caccia di cervi 
ed un apparecchio per una caccia di volatili ; vedi Tavola 27.' nel 
sesto Tavola 28 vedesi il Cavaliere seguito da' suoi Falconieri pre- 
sentare la testa di un cervo alla Principessa che la riceve con pia- 
cere dall' alto di una torre. Questo quinto pezzo formava il lato 
dritto del cofanetto. Pare che l' intenzione dello scultore sia stata 
di comporre una storia continuata fino al suo termine. 

Il signor Levesque si studia nella seconda parte dell' accen- 
nala sua Memoria di stabilire l'epoca cui appartiene questa pro- 
duzione dell'arte; e per giugnere al suo intento egli esamina con 
diligenza tutte le particolarità di questi bassi-rilievi, l'abito cioè 
delle persone, l'architettura degli edifizj , la forma de' parapetti ; 



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I TORMEI, LE GIOSTRE, 1 CAVALIERI CC. uS'J 

Bulla , in una parola sfugge alle sue osservazioni , ed ogni cosa 
gli somministra od indizj , o prove per giustificare la sua opi- 
nione. 

Tutte le persone rappresentate in questi bassi-rilievi portano 
l'abito lungo, come l'hanno usato i Francesi fino alla metà del 
XIV. secolo. Non ci ha differenza alcuna fra gli abiti in essi rap- 
presentati e quelli delle statue di Luigi VI. e VII., di Filippo 
Augusto , di Luigi il Grosso e di S. Luigi , che veggonsi nei 
Monumenti della Monarchia Francese del P. Montfaucon. Fi- 
lippo di Valois e i Pari del regno che nel i33o tennero un letto 
di giustizia contra Roberto d'Artois sono \estlti alla stessa fog- 
gia j e soltanto alcuni anni dopo si cominciò ad accorciare gli 
abiti : quelli de' Principi che stavano alla mensa del Re di Na- 
varra quando questi nel i356 fu fatto prigioniere dal Re Gio- 
vanni , non oltrepassano le ginocchia nel monumento che tuttavia 
ci rimane. Conchiudiamo dunque col signor Levesque che 1' epoca 
di questi bassi-rilievi è anteriore all'anno i35o. 

Egli deduce la medesima conseguenza dalla forma delle co- 
rone poste dallo scultore sulla testa dei Re, delle Regine e delle 
Principesse. Se confrontar le vogliamo con quelle dateci in dise- 
gno dal dotto Du-Gange nella XXIV. Dissertazione sopra Join- 
ville , noi le troveremo perfettamente eguali. Osservò il signor 
Levesque sulla testa di un Principe di Navarra , morto nel 1270 
e la cui figura sdrajata sulla sua tomba è nella chiesa di Provins, 
una corona affatto simile a quella della giovane Principessa su di 
questi bassi rilievi d' avorio. Le trombe , i corni da caccia non 
differiscono anch' essi nella forma degli strumenti dello stesso ge- 
nere che veggonsi disegnali in un manoscritto dell'anno i345 ap- 
partenente al Re di Francia. 

Malliot propende a credere che questo monumento appartenga 
ai tempi di Luigi il Grosso , cioè alla metà circa del secolo XII. 
Le figure, egli dice, sono vestite alla foggia usata in quell'epoca; 
VI si vede una Regina con una veste boltonata davanti ; anche le 
maniche sono bottonate dal cubito fino alla mano: il suo manto 
aperto dai lati per passarvi le braccia , è guernito di un gran col- 
lare che lascia alla scoperta l'alto del petto e termina in due 
lunghe punte. La veste delle altre donne differisce dalla suddetta 
solo perchè non è aperta sul davanti: alcune hanno una doppia 



2ÌBd blSSERtAtlONB QUINtA 

hianica j la superiore s' allarga scendendo e termina sopra il cu- 
bito. Altre haono un semplice nastro intorno alla testa; il nastro 
delle Dame di Corte è guernito di fiori: quelle che veggonsi fra 
la folla del popolo hanno un velo, altre un cappuccio, altre fi- 
nalmenie un semplice nastro intorno al capo. L'abito degli uomini 
tìòtt differisce da quello delle donne se non perchè giunge sol- 
tanto a mezza gamba : il cappuccio taglialo qualche volta a fe- 
stoni copre le loro spalle e la parte superiore del petto, e vi por 
lano sopra uri berretto, I Cavalieri che giostrano hanno un giaco 
di maglia che copre le braccia e le gambe, e sopra del medesimo 
Un surcotlo che scende fino alle ginocchia ; una piastra di roe- 
Ifillo copre il davanti delle loro gambe} l'elmo è guernito di vi- 
siera j lo scudo appuntato nel basso è quadrato in alto; la lancia 
terfcnina con una specie di trifoglio, ed è del genere di quelle 
appellate Cortesi. Veggonsi altresì negli stessi bassi rilievi de' gia- 
chi di maglia con un cappuccio della stessa materia , sul quale è 
J)Oslo Uh elmo rotondo simile ad un profondo berretto. I cavalli 
fcouo coperti da una gualdrappa che scende fino a terra. Aggiunge 
Mallioi alle ragiotii addotte da Levesque di crederlo un monu- 
tnenio de"" tempi di Luigi il Grosso, che i vecchi, i quali ordi- 
iiariamente sono più attaccali alle antiche mode , portano soli una 
lunga barba, colile costumav^si sotto i regni precedenti. 

Due di questi bassi rilievi ci presentano una quantità di sel- 
Yhggi coperti di pelli d' orso. Questa specie di mascherata era 
hiollo itì Uso nel secolo XIV. (t). Noi ci richiameremo alla me- 
moria parlando di questo soggello, la funesta avventura di Carlo VL 
tui tale travestimento costò qunsi la vita sì a lui che ai quattro 
Sigtiori dai quali era accompagnato (2). 

Verso la fine del secolo XIII. e sul principio del XIV. i poeti 
^d i rònidiisìeri tìon risparmiavano i sogni , le visioni, gli emblemi 
cavali dagli duimali ed in ispecie dal leone. Il Romanzo della 
Uosa altro non è che il racconto di uà sogno ', ed ecco la ragione 
per cui il celebre Pasquier sì versato nella cognizione de' romanzi 
dice noti potersi bastantemente lodare il sapere de' nostri antenati 
che rappresentar solevano coi sogni gli afietti dell' amore. Se noi 



(1) V. Froissart , 'rom. IV. cap. Sa. 

{%) Jut'iittal ilei Ursinsj ^Ini. d^e CkiSii-. t^l. )^^. gS eiìt. del LouV*e. 



itit 



l TOBWEI , LE GIOSTRE, 1 CAVAI IERI Ce. uf^Cf 

osserveremo il primo basso rilievo ci persuaderemo all' istante the 
rimmaginazlone dello scultore non differiva da quella de* pof^ii 
di que' tempi; e questo sarà un nuovo motivo di credere c\ì W 
fosse un loro contemporaneo. 

Finalmente si sa, per quanto poco studio siasi fatto sulle co- 
stumanze de' nostri antenati, qual fosse una volta il gusto della 
nobiltà e dogli stessi Re per la caccia del falcone. Noi non np(?- 
leremo qui ciò che abbiam già detto nell'opera nostra del Costuma 
antico e moderno ecc., e che trovavasi di gih scritto nel Gl'os- 
sario del Du Gange alla parola Falco, nella storia gener.ile (]oi 
grandi Offiziali della Corona t e nella Dissertazione di Loncelot 
sulle tappezzerie della chiesa di Bayeux; ci basti 1' osservare con 
Levesque , che questa sntici passione per la f.<lconeria divenne 
sempre piìi ardente sotto Filippo V Ardito, l Principi prima di 
questo Re, cosi Levesque, facevano spesse volte le funzioni di 
grandi Falconieri, e come tali portavano un uccello sulla mano; 
ma Filippo r Ardito creò pel primo un Gran-Falconiere e dei 
Falconieri subalterni ai quali assegnò uno stipendio . si dia un'oc 
chiata alle miniature de"* manoscritti di quel secolo, che si scor- 
rano i romanzi, e si troverà sempre uno o piìi Falconieri seguitare 
i Re ed i Principi. 

Ci pare però die il M^ntfaucon allorché parla di quest" usanza 
di porti re il falcone, voglia farci credere che il falco sulla mano 
non accenni sempre la funzione de' Falconieri , ma che una t^lt» 
usanza fosse seguita onde dare un sicuro indizio di nobiltà. 

Nella tappezzeria della Regina Matilde vedesi rappresentato Guy 
di Ponihieu che conduce prigioniere Araldo j questi è senza manto 
coli' uccello sul pugno che tiene la testa rivolta verso di lui > i| 
vincitore al contrario porta il manto rivolto sulla spalla , e coll'uc- 
cello che tiene la testa davanti. Osserva Malliot, Cosi, des Frane, 
pag. 67, che la nobiltà Francese ed Inglese viaggiava sempre ia 
equipaggio da guerra o da caccia coli' uccello sul pugno , e eoa 
cani che correvano innanzi ; 1' uccello sul pugno , cosi egli, era I4 
meno equivoca prova di nobiltà per le donne, e per quelli che 
non erano ancora creati Cavalieri. 

Da tutte queste osservazioni conchiude il signor Levesque che 
questi bassi-rilievi appartengono al secolo XIV., che non ()ossono 
oltrepassare l'anno i35o, e che il loro apiore yivea al più lar4i 
jBotto il regno di Filippo di Valois, 



2()0 DISSERIAZIOJXB QUINTA 

Anche nel Tesoro degli anilclii ditiici (i) di Francesco Gorio 
troviamo riportati questi bassi-rilievi di già illustrati da Levesque 
che ivi è nominato Episcopius da Giovanni Battisti Passeri nelle 
esposizioni sui detti monumenti. Questo erudito scrittore senza 
punto saper indicare da qual romanzo lo scultore abbia tratto il 
soggetto che gli piacque rappresentare de' detti bassi-rilievi , fa 
anch' egli diverse congetture; ed invertendo l'ordine della spiega- 
zione dataci da Levesque , dà principio alla spiegazione di questa 
favola col Torneo, spettacolo, secondo la di lui opinione , dato 
dal Re e dalla Regina in occasione delle nozze della loro figlia. Fra 
ì due concorrenti quello eh' è dal Re posposto all'altro, mal sof- 
frendo l'ingiuria, pensa a vendicarsene. Terminato il Torneo, 
segue la caccia, e lo sposo presenta alla sposa la lesta di un cervo. 
11 rivale vuol mandare ad eflfetlo l' ideata tramaj quindi corrotta 
con doni la primaria fantesca che n' era la custode , e coperto uni- 
tamente ai satelliti di un abito ferino, ne ordina il rapimento che 
venendo eseguito con felice successo , mette la sposa sul suo cavallo 
e seco via la trasporta. Accorre lo sposo , abbatte i satelliti , accor- 
rono in egual t^mpo le donzelle ed incatenato il traditore, ricon- 
duce la sposa nel castello. Tutte le vendette celesti ed umane piom- 
bano poi sul rapitore: le dense nubi scagliano i fulmini su di esso, 
«d ei quasi moribondo vien posto su di una carretta cui sono 
appese molte campanelle , al tintinnio delle quali egli è beffato 
e trascinato per la città onde poi servir di pascolo alle fiere. 

Ma anche questa spiegazione del Passeri non ci avvicina più 
dell'* altra a conoscere il vero soggetto del romanzo che sommi- 
nistrò l'argomento allo scultore di questi bassi-rilievi. Onde noi 
che nello scorrere gli antichi romanzi non abbiamo potuto fino ad 
ora trovare un'avventura che non differisca da quella rappresen- 
tata dallo scultore nel suo cofanetto, crediamo affatto inutile l'in- 
tertenerci in altre congetture diverse dalle anzidette, e contenti 
saremo di avere stabilita 1' epoca di tale monumento che ci avvi- 
cina a conoscer meglio il costume di que' tempi. 

Altri più antichi monumenti d'arte che illustrar possono viep- 
più siffatti militari spettacoli trovansi riportati nella Storia del- 

(i) Thesavìus Felertim Diptfcorum eie. Fli^rcmiae i-}5g yoì. IH. p;.g. 64 e 
scg. iiiter exposi'liones Jo- Bapl. Passeri in Man. sacra eburnea Frane. 
Gorj et e. 



m vt 



t TORNEI, LB GIOSTRE, I CAVALIERI 60. agi 

V Arte di d'Agincourt (i), là ove parla di alcune miaiature del' 
rXL, XII. e XIII. secolo rappresentanti Tornei, combattimenti, 
battaglie ed altri simili soggetti cavati da varj manoscritti Fran- 
cesi appartenenti alla Biblioteca Vaticana, Le figure num. x Ta- 
vola 29 sono tratte da un Romanzo o Poema storico ripieno di 
spedizioni militari fatte nelle provincie di Fiandra , d'Artois, di 
Picardla .* vi si fa menzione di molti guerrieri poco contemporanei 
gli unì agli altri: uno de' più famosi è Baldovino od il Conte di 
Fiandra Baldovino. L' ultimo ed il più celebre di questo nome è 
Baldovino IX., che era Conte di Fiandra nel 1194 e che divenne 
poscia primo Imperatore Francese di Costantinopoli. D'Agincourt 
è d'opinione che questo manoscritto possa appartenere al secolo XII. 
Le fjg. 2. Tavola suddetta sono cavate da un altro manoscritto 
della stessa Biblioteca Vaticana ^ il quale altro non è che una 
copia del romanzo à' Alessandro, fatta probabilmente verso la fine 
del secolo XIII. Le ultime fig. num. 3 Tavola suddetta sono tratte 
da un altro manoscritto della stessa Biblioteca , contenente una 
Storia universale sacra e profana in prosa Francese. Questo ma- 
noscritto non ha data positiva, ma la forma delle armi , i colori 
del blasone negli scudi, alcune menzioni relative alle crociate, e 
la grande somiglianza de' caratteri corsivi col millesimo del 1290 
che vi si vede inciso , ci determinano a fissarne 1' epoca verso la 
fine del secolo XIII. 

Quest'ultima miniatura ci richiama alla memoria l'avventura 
della bella Ullania e delle due di lei compagne mezze ignudo, 
descritteci dall' Ariosto , alle quali il tiranno Marganorre avea fatto 
il villano oltraggio di scorciar le gonne persino all' ombilico ; e 
l'aspra vendetta che ne fecero Ruggiero, Marfisa e Bradamante. 
E non potrebbesi sospettare che l'Ariosto^ il quale consultato avea 
le più vetuste cronache, e letti e tradotti molti antichi romanzi 
onde ritrovare più ampia materia alla fervida sua immaginazione, 
non avesse consultato ben anche il detto manoscritto, e che la qui 
annessa miniatura avesse somministrato al medesimo il principale 
argomento del canto trentesimosettimo del Furioso (2)? 

Una più distinta idea di un Torneo possiamo concepire dal- 
l' ispezione della seguente Tavola 3o che ci rappresenta la gio- 

(1) Ilist. de V Art per Ics Montimens : Peinture Pari* II. pi. 'ji. 
(i) V. Ori. Fiir. cant. XXXVII. »t. -26. « seg. 



5Qa DISSERTAZIONE QVINtA 

8lra , o per meglio dire il Torneo fatto in occasione del solenne 
ingresso in Parigi della Regina Isabell.i di Baviera. 

Benché le nozze di Carlo VI. con Isabella di Baviera sieno 
siale celebrate Gn dall'anno i385, pure la Regina non andò a 
Parigi che nel 1889; poiché il Re non volle ch'ella facesse il suo 
solenne ingresso che nel mese di giugno del detto anno iSSg , 
nel qunl tempo ella vi fu coronata colla più magnifica pompa. La 
fama de'grandi preparativi che vi si fecero per quella festa attrasse 
in Parigi un'infinità di persone fra le quali trovossì pure lo sto- 
rico Giovanni Froissarl , che ci lasciò una descrizione sorprendente 
dì lutto quanto egli vide in sifFaita occasione. Quelle magnifiche 
feste terminarono con alcune giostre che vennero eseguite in un 
luogo ove i combattenti polev^.no essere veduti da un gran nu- 
mero di Dame, chiamato il Campo di Santa Caterina. La Ta- 
vola suddetta rappresenta una di queste giostre tratte dal m.ano- 
scritto di Froissarl e riportata da Montfaucon nelle sue Antichità 
della Francia. Il primo che trovasi alla dritta del riguardante ha 
de' Cori di gìglio sulla sua gualdrappa; ciò che può far credere 
ch'egli sia qualche Principe della Casa di Francia; egli ha sul 
suo caschetto un mazzo di piume. Il secondo dallo stesso lato 
porla sull'elmo due ale unite; il terzo un gufo ; il quarto un vaso 
che ha quasi la forma di una cocoma. Dall'altro Iato il primo 
porta anch' egli sul caschetto un mazzo di piume; il secondo una 
berretta di forma ordinaria in que' tempi; il terzo un pellicano 
che si apre il petto ; il quarto una spezie di lanterna. Fra que'Ca- 
valieri veggonsi alcuni ragazzi per raccogliere probabilmente quanto 
poteva cadere ad alcuno de' combattenti. Il Re e la Regina coti 
molti Signori e Dame sono spettatori del combattimento in una 
specie di ricinto non mollo elevato. 

Uno de' più magnifici Tornei celebrati nell'Inghilterra fu cer- 
tamente quello bandito da Enrico II. nelle pianure di Beaucaire, 
al quale concorsero non meno di dieci mila Cavalieri oltre le 
Dame e gli altri spettatori (i). Smith nella sua Raccolta degli 
antichi costumi della Gran Bretagna, (2) ci rappresenta un 
Torneo celebrato verso il i45o. Vedi la Tavola 3i. Vedesi nel 

(\) V. AfLirrn , Storia d' Tnqhilierra , lib. HI. can. 8. 

(2) Sflectioni 0/ tìie Ancient Costume of Grcat Britutti and Irelaiid ee. Lon- 
dra i8l4f fig-** 






w 



l TORNEI , LE GIOSTRE , 1 CAVALIERI CC. UCjS 

mezzo un campione colla lancia in resta e fitti nello scudo del- 
l' avversario che trovasi nell' opposta parte della barriera colla lan- 
cia io pezzi. Ambedue sono accompagnati dagli scudieri pronti a 
porgere ai Cavalieri Imcie intere, e ad assisterli nel rimontare a 
cavallo quando aveano li disgrozit» di essere gettali dall'arcione. 
Nel fondo a sinistra si scorgono i pidiglioni rossi dei due cam- 
pioni , cui stanno appesi i loro scudi di guerra e di pace che ve- 
nivan toccai dai rispettivi oppositori, allorché provocavano il com- 
battimento secondo le leggi dell'armi. Una corda era lesa da- 
vanti ai cavalli onde impedire la loro entrala nella lizza prima 
d' incominciare il Torneo che ai medesimi spellasse. In un an- 
golo del campo alla porta orientale erano tre Araldi che lenevati 
le bandiere dei tre Cavalieri che facevaa fronte agli assalitori, e che 
decorati sono del blasone delle loro arme. Al lato destro della della 
Tavola siede il Sovrano ed il principale personaggio che dà tale 
^pettacolo, accompagni*to dalle Dame. Egli tiene una bacchetta bian- 
ca che lascia cadere allorché vuol che cessi il combattimento. Sotto 
a lui stanno da un canto i trombettieri, e dall'altro i giudici e gli 
Araldi per registrare le prodezze de'campionl : nel mezzo un Aral- 
do coi premj consistenti in un elmetto ed in una spada. 

Magnifica fu pure in Firenze la giostra In cui Giuliano di 
Piero de' Medici era uscito vincitore l'anno 1^68, e celebie sarà 
sempre per le elegantissime stanze colle quali il Poliziano inco- 
minciato avea a cantare la detta giostra. Ma in cento cinquanta 
stanze giunse soltiuto il poeta a descrivere i primi apparecchi 
della medesima , e gli rimaneva ancor mollo da fare onde ridurre 
a termine il suo poema. 

Fra i molti spettacoli di simil genere dati la Italia , magnifico 
fu pure il Torneo celebralo in Parma l'anno 1769 i» occasione 
delle feste per le auguste nozze di S. A. R. l'Infante Don Fer- 
dinando colla R. Arciduchessa Maria Amalia, descritte e rappre- 
sentate cou gran lusso d'incisioni e stampate in Parma nella R. 
Tipografia. Si cercò in quel solenne spettacolo di rinnovare la pompa 
degli antichi Torneamenti , ma non vennero seguite le regole de- 
gli antichi Tornei , col celebrarlo non solo di Dotte per accop- 
piare la pompa di una splendida illuminazione al detto spettaco- 
lo, ma ben anche coli 'allontanarsi dalla forma degli abiti e delle 
armadure. Par quasi che siasi voluto imitare il costume lappre- 



■^94 DISSERTAZIOME QUINTA 

sentalo nelle figurs ammanierate del libro intitolalo il Tornea 
di Bonaventura Pistofilo nobile Ferrarese stampato in Bologna 
nel iSyy. 

Celebre fu ben anche il Torneamento fatto in Bologna per or- 
dine di Giovaaj^i Bentivogìio l'anno 1470, e descritto in ottava 
rima da Cieco Francesco Fiorentino, e stampato senz'anno, luogo 
e stampatore, edizione antichissima che si crede eseguita poco dopo 
il 1470 (i). Descrive in questo poemetto [storico il Cieco Francesco 
il suddetto Torneamento fatto in Bologna con sorprendente ma- 
gnificenza l'anno 1470 ai 4 ottobre, giorno festivo di S. Petro- 
nio Vescovo e Protettore della detta città, commettendo il detto 
Giovanni ad Antonio Trotti di Alessandria, capitano dei Bologne- 
si , che allestisse dal suo canto Sessanta armigeri , ed altri Ses' 
santa per la sua parte ne scelse il detto Giovanni. Quindi narra 
il gran concorso , che da varie parti vi fu per vedere questa gio- 
stra , e nomina la maggior parte de' giostratori e de' loro capi, e 
sono Gristoffino Guasco, Alessandrino, condottiere della prima 
squadra dei Rossi , forestieri; Giuliano Taverna condottiere della 
seconda ec. Descrlvonsi poi la zuffa , il valore dei giostranti ; e 
primi furono i due fratelli Malvezzi con Giacomo Rossi Parmi- 
giano. Furono in gran pericolo Ludovico dalle Palle e Girolamo 
Zancharo. Segue a lungo I5 descrizione della giostra col raccon- 
tarsi chi rimanea vincitore, chi vinto, chi ajutato dagli altri , co- 
pie fu Alessandro Bargellini da Egano de' Lamberlini , il quale 
valorosamente levò lo stendardo alla parte Rossa. Fa menzione 
di questo Torneamento Pompeo Vizani al libro Vili, delle Isto 
rie di Bologna all'anno i47o e molti altri scrittori j ma sopra 
tutti più distintamente ne ha favellato Fra Cherubino Ghirardacci 
ni tomo terzo dell' Istoria di Bologna. In proposito di Egano 
de'Lambertini, scrive il CrescimBeni nel Tom. I. de' Commentar/ 
pag. 3iC) che un altro Egano de' Lambertini fu vincitore nella 
prima giostra fatta in Italia, e corsa in Bologna Tanno iì^y,ed 
ottenne un ricco premio in testimonianza del suo singoiar valore, 

(i) La forma Jel carattere è tonda: nella penultima ottava il poeta descrive 
se slesso e la sua condiiione e nomina la sua patria. V. la Sala di Malagìgi in 
ottava rima dello stesso autore, impressa colla descrizione della detta giostrarla 
qdale trovasi anche aggiunta al Bnofo d' Antonu nell'ediaione di Venezia 
del 1489. 



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I TORNEI , LE GIOSTRE , I CAVALIERI eC. agS 

come si riferisce dal Senatore Berlingiero Gessi nel Discorso «o- 
pra le giostre e i Tornei , impresso tra le prose degli Accade- 
mici Gelati di Bologna pag. iiì. 

Sussistevano anche in Germania alla fine del secolo XIV., e 
si mantennero in tutto il seguente alcune usanze che ancora si ri- 
sentivano dello spirito cavalleresco che formato avea uno dei ca- 
ratteri distintivi de* passati tempi, ne' quali pure una specie di 
Trovatori cantato avea le vicende amorose e le prodezze de' Ca- 
valieri (i). L' Imperatore Massimiliano I. studiossi di rianimarlo, 
e un esempio ne vediamo nella monomachia o nel duello corag* 
giosamente da lui sostenuto contra un semplice Cavaliere France- 
se , detto Claudio La Barre , che osato avea di sfidare pubblica- 
mente lutti i Tedeschi a singolare tenzone. Le Giostre ed i Tor* 
nei, che dopo l' invenzione delle artiglierie e massime delle plc- 
ciole armi da fuoco , ce&sati erano nella Germania , trasformati 
furono in semplici giuochi di destrezza e in pomposi esercizj di 
equitazione e di armeggio, e vi si mantennero per lunga età. Il 
diligente viaggiatore pittorico Alessandro La-Borde avvedutamente 
osservò che i Tornei cangiali eransi negli spettacoli delti dai Fran- 
cesi Carrousels , voce che fu dai Tedeschi stessi, non dagli Ita- 
liani , adottata. Luminosa prova di questo offrono le pitture falle 
eseguire da Massimiliano medesimo in una delle sale del castello 
di Laxemburgo , nelle quali si rappresenta tutta la solennità di 
uno di quegli spettacoli. Comincia il corteo con un drappello di 
fanti, poi seguono i suonatori di diversi stromenti , gli scudieri 
con parte dell'antica armatura, varj Cavalieri tutti vestiti di fer- 
ro, con elmo e visiera calata, alcuni con Iscudi ripiegati che co- 
prono tutta la persona, il Re de' Tornei che è lo stesso Massi- 
miliano, 11 quale volle pure esservi rappresentato, coperto dal- 
l' antica armatura della quale è guernito in parte anche il caval- 
lo. I soli che armati non sieno , né coperti dallo scudo , sono 
il sacerdote ed il chirurgo destinati nelle giostre e ne' Tornei a 
prestare soccorsi a chi per avventura fosse stato ferito o fosse 
moribondo. Queste pitture vennero da noi riprodotte nelle Ta- 

(i) Fu scoperto recentemente un poema epico intitolato Nihelungs , coniposto 
per quanto si crede nel Xill. secolo, nel quale campeggiano l'eroismo e la fe- 
deltà de' Cavalieri ; e i versi scritti con semplicità, sono assai piìi chiari che uso 
quelli che ora si fanno. 



^-9^ OISSRRTAIIONE QUINTA 

vole 3a e 33 tanto perchè un gran lume spargono su le diverse 
forme delle armi che a quel tempo si adoper.ivano , qu mio 
perchè servono in generale alla iliustra-^ione del co5ium(> <li 
quella età. 

L' Europa , prosegue La-Borde nel suo F'iag^ì'o Pitiorico in 
Austria, ha veduto de'Tornei pel corso di sei secoli cioè dal 
principio del X. secolo fino alla fine del XVI. Ruxuer ci diede 
l'elenco de' piìi memorabili che celebrati furono nella Germania, 
e che sono trentacinque. Egli è certo però che il loro numero fu 
maggiore, poiché si sa che se ne celebrava almeno uno solenne 
tutti gli anni , senzi annoverare i particolari Tornei che davansi 
dai gran Signori. Trovansene citati non pochi nelle antiche cro- 
nache , ma è difficile il sapere se dessi fossero generali o parti-» 
colari ; tali sono , per esemplo , quello dato a Spira dall' Impera- 
tore Ottone I. j e l'altro di Rotemburgo nel i348, in cui l'Im- 
peratore Carlo VI. combattè sotto il nome e le armi di Schilhari 
De Rechberg. 

Un Torneo de' più notabili si fu quello dato in Norihausen da 
Enrico l'Illustre Mj/gravio di Mlsnla e Langravio di Turinga ; 
l'arena rappresentava un giardino nel cui centro sorgeva una pianta 
con foglie d' oro e d' argento , le quali divenivano 11 premio dei 
campioni vincitori. Chi rompeva la lancia dell'avversario riceveva 
una foglia d'argento, e chi lo gettava dell'arcione una foglia 
d' oro. Verso la fine del XVI. secolo i Tornei non furono più 
che un oggetto di spettacolo e di divertimento, e ad essi succe- 
dettero i Carrousel i cui principali eserclzj consistevano nel com- 
battimento della lancia di Quinto o Quintana , nella corsa delle 
teste e dell' anello. 

Menestrler (i) fa ascendere a i6 il numero de' principali Tor- 
nei dati in Germania , cominciando dal solenne Torneo d.to in 
Magdeburgo circa 1' anno 934 da Enrico l' Uccellatore Duca di 
Sassonia e poscia Imperatore, fino a quello ddto in Vorms nel i^^J» 
Dopo questo, egli dice, ne fu interrotto l'uso daild dissolutezza 
della nobiltà che si pose a disprezzare sì lodevoli esercizj. 

Non solo ne' Tornei e nelle Giostre consistevano gli spettacoli 
favoriti di que' tempi, ma bensi in altri giuochi militari fra i quali 
annoverar si debbono i seguenti. 

(i) Traile des Touruois tic. 



I TOBiSEi, Le giostre, 1 càVAL'ERi ec. ^gj 

Le armi à autrancc , ossia all' ultimo sangue , erano un cotn- 
baltimeolo di sei conlra sei , e qualche volta più o meno , e di 
rrfdo da solo a solo : si faceva senza permissione con armi offen- 
sive fra persone di contrario partito o di diversa nazione, 
senza esser mosse da precedente quisiione , ma solamente per far 
mostra della loro forza e destrezza. Un Araldo d' armi ne portava 
il C'+rtello nel quale erano stabiliti il giorno ed il luogo del com- 
hatimento, i colpi che doveansi dare e le armi che dovevano 
usare. Le parli , accettata la disfida , eleggevano i giudici che de- 
cider dovcjno della vittoria , la quale ottener non potevasi se non 
Col ferire il suo antagonista nel ventre o nel petto: chi feriva le 
braccia o le coscie perdeva le sue arrni ed il suo cavallo, e veniva 
rimproverato dai giudici : la lancia , il sorcotio , la spada e l'elmo 
del vinto erano la ricompensa della vittoria. Questo genere di 
rouibittimento facevasi sì in tempo di pace che di guerra , e ve- 
niva risguardato come uu buono o c.utivo augurio prima di ve- 
nire alla pugna; cessò sotto il regno di Enrioo II. 

Il passo d'armi eseguivasi con maggiori cerimonie: un Re 
d'armi e gli Araldi ne recavano l'annunzio alla Corte, nelle 
^tandi città e ne' paesi esteri molto tempo prima che fosse aperto. 
Chi usciva onorevolmente da un sì periglioso passo, veniva ri- 
sguardato per tutto il corso della sua vita, come un prodigio di 
valore. Questo passo consisteva ordinariamente in un passaggio in 
aperta campagna , la cui difesa veniva intrapresa o da un solo 
Cavaliere o da due o da tre unitamente contra chiunque avesse 
tentato di superarlo j il passo era chiuso da una barricata alla tè- 
sta della quale erano gli scudi dei difensori , e da un lato sei al- 
tri scudi di diversi colori indicanti i varj combattimenti che da 
€ssi tostener si volevano o colla lancia, o colla spada, o col pu- 
gnale, o colla mezza picca, a piedi od a Cavallo. I Cavalieri o 
gli scudieri che agognavano di superare il passo toccav-ino uno di 
quegli scudi onde indicare le armi con cui volevano cou)battere : 
gli Araldi ne tenevano esatto registro affine che gli assalitori com- 
battessero l'ano dopo 1* altro secondo 1^ ordine progressivo del loro 
arrivo. 

Il Carosello era anch'esso una festa militare , il cui soggetto 
qualche volta allegorico , doveva servire d' istruzione ai Principi 
td essere relativo «Ile circostanze. Questo genere di spettacolo era 



^g8 DISSERXAZIOMB QUINTA 

ornato di decorazioai , di macelline, di carri, di numerose sin* 
fonie al di cui strepitoso suono molte quadriglie di Cavalieri ese- 
guivano varie ingegnose evoluzioni ed imitavano un combattimen- 
to, e gareggiavano per ottenerne il premio. 

Siccome i soggetti de'Carrousel erano o storici o favolosi od 
emblematici , cosi i campioni assumevano ordinariamente de' nomi 
conformi al soggetto che rappresentavano. Quindi allorché rappre- 
sentar volevano od illustri Romani , oppure eroi da Romanzo pren- 
devano i nomi di Cesare , di Trojano ec. o di Clarisello il For- 
tunato , Alberino il Cortese , Valdante il Fedele ec. Se ne com- 
ponevano altresì di diverse parole per esprimere il loro penslere , 
siccome quelli di Fidamore , Lindamore ecc. per significare un 
amor fedele o galante. Qualche volta alludevano al colore delle 
loro divise, siccome i nomi di Giglialbo o Canemiro , perchè 
avevan il giglio bianco , od il colore del fiore della canna d'In- 
dia per loro divisa. 

Le applicazioni che si fecero de'varj colori furono fondate e 
sulla ragione e sul capriccio. Il bianco significava la purità, la 
sinceritcì , l'innocenza ecc. il nero la tristezza, la disperazione, 
la costanza ecc. : il verde la speranza, la gioja, la giovinezza ecc. 
quindi Torquato Tasso cant. XIX. st. Sa Gerus. lib. disse: 

Verde e fior di speme. 

E l'Ariosto nel cant. VI. st. 72 volendo rappresentare la Corte 
d' Alclna tutta in festa fa comparir le Damigelle vestite di verde 
e coronale di foglie 

Tutte vestita eran di verdi gonne , 
E coronate di f rondi novelle. 

Dal mescuglio e dall'unione di queste assise o di questi colori 
furono cavate moltissime diverse espressioni , e si pubblicò il 
Blasone dei colori in livree di Sicile le Heraut, le cui applica- 
zioni trovansl per la maggior parte riportate dal P. Menestrier ove 
parla dei nomi e delle imprese , e dove pure vennero riferite al- 
cune significazioni misteriose date dagli Italiani ai colori , siccome 
per esempio ; Argenteo Passione, AfHmno , Tema , Gelosia , Oro 



I TORNEI, LE GIOSTRE, 1 CAVALIERI CC ^99 

Ricchezza, Onore, Amore, Giallo Dominio, Superbia, Incar- 
nato , Piacere amoroso , Mischio , Bizzarria , Inslabllilk , Confu- 
sione , Morello, Fermezza d'animo in amore, /?0550 , Vendetta, 
Crudeltà, Sdegno, Fierezza, Turchino » Alto pensiere. Magnani- 
mità, Amor buono e perfetto, Verdegiallo ^ Poca speranza e di- 
sperazione ecc. 

Si vuol che i Mori abbiano introdotto fra noi non solo i co- 
lori e le assise misteriose, ma ben anche le cifre e gli annoda- 
menti delle lettere, che essendo Arabe ed ignote agli Europei, 
sono stati sempre considerati come intrecciamenti di puro capric- 
cio detti Arabeschi e Moreschi. Siffatti Arabeschi furono poscia 
usali nelle gualdrappe de' cavalli , nelle quali si pongono tuttavia 
d^lle cifre coronate. Noi vediamo in varj luoghi delle K, H, F, 
L ecc. coronate e variamente intrecciate. La casa di Borbone ha 
per lungo tempo conservato per cifra un P. ed un A, intrecciati 
d'un cordone e legati ad un cardo, dopo il matrimonio di Pie- 
tro di Borbone con Anna di Francia Cglia di Luigi XI. i quali 
risguardando la loro unione come un dono del cielo , presero , se- 
condo il costume di quell'epoca, un cardo ( chardon ) per im- 
presa , affine d' esprimere il concetto ( en rebus ) Cher don , e 
strinsero le due cifre col laccio d' amore, come ve.devasi nella 
cappella di Borbone e sopra una vecchia tappezzeria del Louvre. 
Tutte le imprese de' Tornei esprimevano il coraggio, il valo- 
re, l'amore, la fedeltà; per esempio una freccia col mollo: 
Servo a Marte e ad Amore. Un sole coperto dalle nubi: Men- 
tre mi celo altrui, splendo a me stesso. Il monte Etna coperto 
di neve e che vomita fiamme col motto : Sotto gelide forme un 
cuor di fuoco : Un bottone di rosa .• Quanto si mostra men 
tanto è più bella. Una cifra in forma di nodo Non fia mai 
sciolto. 

Alle assise , alle cifre , alle imprese vennero in appresso gli 
stemmi i quali non furono in origine che la cognizione degli scudi 
ed i distintivi de' Cavalieri introdotti dai Tedeschi e dai Francesi 
nelle Giostre , ne' Tornei e nelle feste , e che poscia , passarono 
quai distintivi di nobiltà nelle famiglie, ciò che vedremo nella 
seguente Dissertazione. 

Qualche altra parola faremo intorno ai premj che davansi ai 



3oO D1SS£HTa2I0N£ QUINTA 

j)iù VAlorusi campioni che eransi roaggioriuente distìnti ne'Torneì, 
nelle Giostre e negli altri militari esercizj. 

La virtù benché sia bastantemente bella in sé stessa per invi- 
tare i prodi a seguirla , pure ha qualche volta bisogno di sensi- 
bili allettamenti onde animarli sempre più alle generose imprese ; 
e perciò ci ebbero in ogni tempo delle ricompense e de' vantaggi 
che proponevansi a chi le eseguiva. I Greci ne' loro giuochi coro- 
nar solevano i vincitori, i quali credevansi abbastanza ricompen- 
sati da una corona d^ ulivo , poiché preferivano 1' onore alle ric- 
chezze. Nulladimeno queste corone furono talvolta d'oro, se prc 
star devesi fede a Pindaro che nel tesser l'elogio a Cromio di 
Sicilia vincitore ne' giuochi Neinsi , lo loda per aver ottenuto 
ne' giuochi Olimpici la Corona d'oro colle foglie d'ulivo. Ci fu- 
ronu de' Principi che avendo delle figlie da mirilo , ed essendo 
molti i giovani che le cercavano, non volendo preferire gli uni 
agli altri per tema d' inimicarseli , le hanno proposte in premio 
a chi fosse rimasto vittorioso in siffatti esercizj. I nostri vecchi 
romanzi sono pieni di simili novelle nelle quali irovansi de'Prin- 
cipi e Cavalieri erranti esporsi a varie avventure per piacere alle 
Dame ch'essi desideravano d'ottenere. In quello di Perceforest 
veggonsi molte Dame chiedere ai loro Cavalieri varj presenti , 
cui toglier dovevano ai nemici o in campo aperto od in pariico- 
Idri combattimenti. 

Molti Cavalieri sostennero in diverse occasioni fiere pugne 
onde acquistare ciarpe; mnnichini , nastri, braccialetti od altri fa- 
vori dalle loro Dame. Un bell'esempio n'abbiamo nella storia 
del Civalier Bijardo che essendo stato Paggio nella Corte di Sd- 
voja con una Damigella che serviva la Duchessa , e trovandosi 
poscia a Carigoano nel Piemonte ove la detta Damigella era stata 
maritata col signore di Frusasque , questa lo piegò di fare qual- 
che Torneo in onore della Duchessa sua padrona. Il prode Cava- 
liere acconsenti di buon grado al desiderio di lei, rhiedendole 
però uno de' suoi manichini , eh' ei pose alla manica della sua 
L;iubba. Fece poi pubblicare in tutte le città circonvicine che 
nella domenica seguente celebrato sarebbesi un Torneo in Carl- 
^nanO) e che dato si sarebbe in premio il manichino della sua 
Djraa, dal quale penderebbe un rubino del valore di cento du- 
cati, a quel campione che distinto ai fosse con tre colpi di lancia 



I TORMEI, lE GIOSTRE, T CWALIERT eC. ÌOX 

seaza lizzai e con dodici colpi di spada Lo slesso Bajardo, a 
giudizio di tutti, ottenne il premio.* ma avendo detto graziosa- 
mente a quelli che glielo presentiirono , ch'egli andava debitore 
del buon successo al manichino di Madama di Frusasque, dal 
qual venne incoraggiato a combattere con valore, volle che lesi 
presentasse il premio. La Dama lo ricevette garbatamente, e, di- 
staccato il rubino dal m^inichino lo diede a Mondragon che dopo 
Bajardo erssi più d'ogni altro distinto nel Torneo, e ritenne per 
sé il manichino cui protestò di voler conservare per l' amere di 
un si prode Gsvaliere. 

I premj proposti dai Cavalieri consistevano ordinariamente in 
armi e cavalli, quelli delle Dame in abili o glojelli, que'de'Prln- 
clpi in pietre preziose, e specialmente quando delegavano le Dame 
alla distribuzione. Allorché nascevano de' dubhj sulla m^iggiore o 
minor prodezza di alcuni Cavalieri eh' eransi distinti nei Tornei 
e nelle Giostre, e che non si s^pea a chi aggiudicar doveasi il 
premio , lo si faceva qualche volta estrarre a sorte. 1 Cavalieri 
che ottenuto 1' avevano, lo distribuivano onlinarlamente alle Dame 
onde manifestare ch'essi erano tanto generosi e galanti quanto 
accorti e valorosi. Il Moro Ablndarraz avendo avuto in premio due 
braccialetti d'oro del valore di duecento ducati, li pose sulla cima 
della sua lancia e li presentò a XarifTa che li accettò con luti;» 
la gentilezza. Il gran Mastro di Calatrava avendo chiesto al Re la 
permissione d'entrare in lizza, ed ottenuto avendo il magnifico 
premio di una catena d'oro, la mise anch' egli sull'estremità 
della lancia, e recatosi al palco della Regina, le fece «n profondo 
inchino e gliela presentò. La Regina si alzò, la ricevette, e aven- 
dola baciata se la pose al collo garbatamente e ne lo ringraziò. 
Menesirier riferisce varj altri esempj di slmll fatta , cui noi cre- 
diamo superfluo di qui riportare essendo quasi tutti fra loro con- 
simili. Passeremo più -roleniieri a' dire qualche cosa intorno agli 
altri militari esercizj che hanno una stretta relazione con quelli 
di cui abbiamo Onora ragionato. 

Fra i giuochi militari annovereremo quello della Quintana 
che noto fu in quei tempi, trovandosene menzione presso Roberto 
dal Monte nel lib. IlL della Storia Gerosolimitana , e presso 
Mattto Paris all'anno i253, e nel Dittamondo di Fazio degli 
Uberei Fiorentino ; su di che può vedersi il Du-Cange nella 
Romanzi di Cavali. FoL /. a* 



3o2 DISSERTAZIONE QUINTA 

Dissertazione VII, a Joinvilla. Questo giuoco della Quintana , 
detto anche Saracino consisteva in una statua mobile di legno 
ficcala su di un perno, e disposta in guisa che se invece di es- 
sere colpita nella fronte, fra gli occhi o sul naso, veniva colpita 
in altro luogo , essa girava all' istante sul suo perno e percuoteva 
COQ una sciabola di legno il dorso del campione malavveduto, a 
meno che non fosse abbastanza destro per isfuggirla (i). 

La corsa deiranello fu inventala, come la Quintana , per lo 
stesso scopo , cioè per misurare i colpi di lancia. Essa consiste 
nel sospendere un anello verso il termine della lizza destinala 
alle corse e nel procurare correndo a briglia sciolta di traspor- 
tarlo sull'estremità della lancia. Essendo tal giuoco il meno peri- 
coloso ed il pili piacevole a vedersi di tutti gli altri esercizj a 
cavallo, esso divenne piiì comune specialmente dopo l'invenzione 
della polvere a fuoco; poiché bandita la lancia dai veri combat- 
timenti, si ritenne soltanto la Quintana e la corsa dell'anello, 
ne' quali giuochi si fa mostra di non ordinaria destrezza. 

La corsa delle teste era anticamente in uso specialmente la 
Germania , ove fu verisimllmeute introdotta dopo le guerre coi 
Turchi, il cui costume era di ricompensare i soldati che porta- 
vano le teste dei nemici uccisi j e siccome i Tedeschi procura- 
vano sovente di ricuperare le teste de' loro soldati per toglierle 
dalle mani di que'Barbari ; cosi essi, al dire di Menestrier, s'tser- 
cltarono alla corsa delle teste de'Turchl e de'Mori contra ie quali 
scoccavano la freccia , o tiravano un colpo di pistola, o traspor- 
tavano altre sulla punta della lancia o della spada. 



(i) La Quintaine (alnsi nommée de Quintus son inventeur ) u'est »utre cliose 
qu' un tronc d'arbre , ou un pilier coiitre leqiiel on va rompre la lauee , pour 
s'accoutumer à atteiodre l'ennemi par des coiips mésiirés. Nous i' appellous la 
Course uu Faquin , parce qu' on se sert souvent d'un laqiiin , ou d'un Porle- 
faix arme de toutes pièces , contre lequel on court. Les Italiena la nomment la 
Course à Vliomme arme et le Sarrasin, parce qu'lls trausGgurent ce Faquin ea 
Ture ea More, ou en Sarrasin , pour rendre ces courses plus mysterieuses. Ou 
se 8ert ordinairement d'une 6gure de bois en forme d'homme , planlée sur un 
pivot a6a qu'eile soit mobile. Elle deraeure ferme quand on la frappe au front, 
entre les yeux et sur le oez, qui sout les meiileurs coups, et quand on la frappe 
^illeurs elle tourne si rude^jijtnt que si le Cavalier n'est adroit poiir esquiver 
le coup, elle le frappe d'un sabre de bois , où d'un sac plein de terre, ce qui 
donne à rire aux spectateurs. 
■ jileucstricf. Traile des Toumoìs etc. 



1 TORNEI, LE GIOSTRE, I CAVALIERI èc. 3o3 

Un altro giuoco militare si praticava una volta dagli Italiani, 
(hi mato Bagordare ed Armeggiare , ed il suo principale isti- 
tuto consisteva in questo che i giovani , quasi sempre nobili , a 
cavallo con divisa simile ed armi eguali , magnificamente guer 
nili , o facevano mostra del loro valore per la città , fingendo 
battaglie fra loro; o andando all' incontro di qualche Principe, il 
precedevano poi nel camminò con far delle scappale di cavalli, 
e mostrando di combàttere fra loro con lancie e spade. Chi ne 
desiderasse una descrizione esatta potrebbe consultare il racconto 
che ci fa Saba Mnlaspina Ci) dell'inaspettato arrivo a Roma di 
Carlo Conte di Provenza, destinato Re di Sicilia nell'anno i265, 
e degli onori a lui fatti dal popolo Romano. Anche Giovanni Vil- 
lani ed altri storici fecero menzione di sì fatti Bagordi. 

Nello stesso secolo XIII. la Storia d'Italia, di Francia ec. ci 
descrive altri spettacoli, fra i quali il più familiare ed in maggior 
credito fu quello di Curiam haber'e, che noi diclamo Tener corte. 
S' incontra ancora Tener corte bandita, il che si faceva col man- 
dare un bando o pubblico invito per i vicini paesi , che serviva 
di tromba per trarre colà anche i Principi , non che la nobiltà 
stranièra. Questo spettacolo ci venne da Rolandino Padovano de- 
scritto sotto r?»nno 1206 (2), ove accenna una corte tenuta in 
Vicenza da Eccelino da Romano. Ciò che in quella Corte si fa- 
cesse, lo tralascia Rolandino. Kulladimeno si sa che Puso era di 
far giuochi militari, cioè Giostre, Tornei ed altre finte battaglie, 
magnifici conviti e balli , condurre schiere di Cavalieri ornati colla 
stessa divisa, far corse di cavalli, e simili altri pubblici diverti- 
menti con incredibile magnificenza ed apparato di addobbi. Al- 
lorché Bonifazio Marchese e Duca di Toscana celebrò le nozze 
con Beatrice figlia di Federico Duca di Lorena, cioè circa Panno 
io3c) splendida ben fu quella funzione, come narra Donizone 
nella vita di Matilde loro figlia (3). Particolarmente poi questi 
magnifici sollazzi ed allegrie si soleano praticare, allorché alcuno 
de' Principi menava moglie, o era ammesso al cingolo militare, 
ossia ere-ito Cavaliere (4). Né minore fu la magnificenza, con cui 

(r) V. Lih.' 11. cap. 17 nel tom. Viil. licr. Ual. del Muratori. 

(2) Lih. II. cap. 14. 

(3) V. Lib. 1. cap. 9. V. Cronica Estense Tom. XV. Rer. hai. all'anno i-ìj^. 
(4/ V. quanto narra l'Annalista Sasjone pubblicato dall' Eccardo intorno ad 



3o4 tiIS8BnTA£l01fE QUmt:A 

Can Grande della Scala nell'anno 1828 tenne in Verona Corte hatt' 
^ifa, nella quale congiuntura creò di sua mano molti Cavalieri (t). 

Né si deve tacere che a queste Corti bandite soleva interve- 
nire un'immensa copia di Cantambanchi, Buffoni , Ballerini da 
corda, Musici, Sonatori, Gluocatori , Istrioni ed altra simil gente 
che coi loro giuochi e canzoni di e notte divertivano grandi e 
e piccioli in quelle occasioni: Giullari e Giocolari erano costoro 
appellali in Toscana, Joculares e Joculatores venivano chiamali 
da chi scriveva in latino. Quello che può cagionar meraviglia si 
j> l'essere stata in tanta considerazione la razza di questi Giullari, 
che non partivano mai se non ben regalati ; anzi il costume era , 
che le vesti preziose chiamate Robe, donate a' medesimi Principi 
dai grandi Signori che solevano in que'tempi intervenire alle sud- 
dette nozze o feste, venivano poi distribuite a costoro. Si può leg- 
gere a tale proposito la descrizione lasciataci da Benvenuto Ali- 
prando, rozao, ma veridico poeta (3) , della Gran Corte tenuta 
in Mantova nel i34o in cui i Gonzaghi quivi dominanti cele- 
brarono alcuni loro maritaggi. Le varie preziose vesti ond'essi 
Gonzaghi furono regalati dai Principi e dai nobili d'Italia ven- 
nero date in dono ai Musici e ai Buffoni. Ecco le parole del 
detto Àliprando : 

Tutte le Robe sopra nominate 

Furon in tatto trent' otto e trecento , 

A Buffoni e Sonatori donate 
Scambievolmente anche i Gonzaghi esercitarono la loro munificenza 
verso molti di que' Nobili , come racconta lo stesso poeta coi se- 
guenti roz2Ì versi : 

Otto giorni la Corte si durare. 

Torneri, Giostre , Bagordi Jacia , 

Ballar f cantar e sonar facean fare* 

Quattrocento Sonator si dicia 

Con Buffoni alla Corte si trovoe. 

Roba e danari donar tur si Jacia^ 

Ciascun molto contento si chiamoe, 

ÀrHgo 11. fra gli Aagusti nell'anno 1043 in occasiuae che ave.i coiiiloU» moglie 
Agnese Gglia 41 Guglieimo Principe Pictaviense. 

(1; V. il Continuat. della Cronica di Paris da Cerata nel Tom, HI. Rer. Itul. 

(3) V. Cronica Mantovana di Bfovenuto AJiprandò, lib. H. cap. 53, pubbli- 
V«i« dvil Mutatoti. 



I TOItMEI , LK filOjrnE , 1 GAVALIEU CC Z(^Ì 

Con quai magniOcenza in quell'epoca e dai Visconti di Milano, 
e dai Marchesi d' Este in Ferrara, e dai nobili e potenti riit«dini 
della Repubblica Fiorentina, e dai Principi di Francia e di Ger- 
mania si tenessero Coni bandite alle occasioni, lo dimostra nella 
citala Disseriazione XXIX. il Muratori, appoggiato all'autorità 
delle più aulenliche cromache. Costume ancora fu ben osservalo in 
que' tempi , che non vi fu quasi alcuna Corle di Principi anche 
saggi, dove non si irattenesstt ben pagato qualche Bullone, e tal- 
volta più d' uno. Queste facele e lepide persone venivano chiamate 
Uomini di Corte , non perchè tulle abitassero nelle Corti de' Prin- 
cipi , ma perchè intervenivano a tulle le solenni Curie, chianinie 
Coiti in Iialiano. Furono anche appellali Menestrieri, quasi pic- 
cioli ministri de' Principi (i). Altre notizie raccolte dal Muratori 
ci guidano a conoscere, che non già nel secolo X-I. ma anche ne'pre- 
cedenti abbondava la razza di questi Giucolieri che lutti accorre- 
vano alle solenni funzioni dei Principi , e ne riportavano gran co-* 
pia di regali. Andò poscia all' eccesso questa usanza j perciocché , 
come narrano molti sierici, nell'anno i3oo furono celebrale in Mi- 
lano le nozze di Galeazzo Visconte e Beatrice Estense con tanta 
magniOcenza e prodigalità , che di stupore si riempì tutta la Lom- 
bardia (2;. 

Per uno de' principali pregi di quelle Corti bandite veniva con-» 
fitderata la grande abbondanza dei Giucolieri , talché se ne prendeva 
nota, e quanto maggiore ne era il numero, si riputava più solenne 
e più magnifico lo spettacolo (3). Il Muratori è d'opinione che noa 
mancassero a tali fesle anche que' poeti popolari che solevano can- 
lare|uelle piazze le favolose imprese d' Orlando e d' Oliviero. Pensa 
il Du Gange che la Cantilena Rolandi si usasse solamente avanti 
le battaglie per accendere gli animi de* soldati coli* esempio de-» 
gli aallchi eroi alla bravura; ma egli s'inganna, siccoaie prova 
il detto Muratori che cita un passo di una Cronica MSS. di Mi^ 
lano, compilata da un anonimo da altre croniche precedenti, nei!» 
quale è descritto l'antico Teatro de'Milanesi , sul quale qU Istria^ 

(1) V. quanto abbiamo già detto iutoruo ai Miiiistrierì o Meqeitrierì nva 
pArliito abbiamo delle Corti d' amore, 

(q) V- Guglielmo Ventura, autore conteinpor»neo , pella Cronica d* Asti itm. 
IX. Rer. hai. 

(3; V, Cronic* Ut Cescnu too». XIV, Jien Itai* iU'anu© iS*^ 



Jo5 DISSERTATONE QUINTA 

ni cantavano siecome ora si canta d'Orlando e d^Olivic 
ro ecc. (i). 

Chi fosse vago di più estese notizie intorno agli spettacoli e 
giuochi pubblici de' secoli dì mezzo, ma che non hanno una stretta 
relazione coi giuochi militari e cavallereschi che formano lo scopo 
principale di questo nostro ragionamento, potrebbe consultare spe- 
cialmente il Trattato de' Tornei e degli altri pubblici spettacoli 
del P. Menestrier , e la Dissertazione XXIX. dell' eruditissimo 
Muratori sopra Gli spettacoli ed i Giuochi pubblici de' secoli 
di mezzo. 

(i) Super quo Histriones contàbant , sicut modo cantatur de Rolando rt 
Oliverio* Finito eantu, Buffoni et Mimi in citharis pulsabant , et decenti ma 
tu corporis se circumvotvebant' V- quanto abbiam già riferito in quest'o^jer^ 
pa;;. 22. nota t. 



3o7 

DISSERTAZIONE SESTA 

INSEGNE, ARME, STEMMI GENTILIZI ec. 



A oncemagne promove la questione se assegnar debbasi ai Tornei 
oppure alle Crociale l'origine degli stemmi (i), e la decide in fa- 
vore dei primi , riportandosi in ciò anche all'opinione del P. Me- 
nestrier che s'appoggia principalmente alia relazione eh'' ebbero 
in origine gli stemmi colle usanze de'Torneamenti (a). Il nome 
stesso di Blasone , questi dice , è tolto dai Tornei , perchè trae 
verisimilmente 1' etimologia di questa parola dal Tedesco Blazen, 
sonare il corno, l Cavalieri che si recavano ad un Torneo sona- 
vano il corno, per avvertire gli Araldi d'andare e riconoscere e 
descrivere ì loro stemmi } ciò che venne poscia appellato blaso- 
nare. Ma un'altra riigione riportata dal Foncemagne ed omessa 
dal Menestrier , e che a lui sembra decisiva , si è quella di tro- 
vare l'uso degli slemmi stabilito, siccome egli crede, prima del- 
l'epoca delle Crociale. Il P. M;tbillon cita un sigillo di Roberto I. 
Conte di Fiandra, attaccalo ad un diploma dell'anno 1072, sul 
quale Roberto è rappresentato a cavallo colla spada in una mano 
e neir altra uno scudo su cui vedesi un leone : Et hic primus 
est , cosi Mabillon , Coiniluw Flamirensium , qui sjrnholimi gen- 
tilitium praejerat. Ora la prima Crociata , conchiude Foncema- 
gne, non fu pubblicata che nel logS. Altri, ben lungi dall' at- 
tribuire l'istituzione di tali distintivi ai tempi di cui parliamo, 
la fanno discendere dagli antichi Ebrei , Greci e Romani , e di- 
mostrano che le Insegne furono in uso presso le dette nazioni 
nelle bandiere spezialmente e negli scudi. Ci hanno eziandio al- 
cuni passi di antichi poeti , da' quali sembra che si possa dedur- 

(i) V. Hist. de l'Académie des Inscript. 

(a) V. Meuest. cap. IV* dei suo iruttato suv V Ondine iÌks Aitnoitia* 



3^8 DISSKUTAZIONE StSTA 

re, ch'esse passavano dai padri ne' Ggli e dai figli negli altri di> 
sceiidenli. Nessuno certamente potrà porre in dubbio ciò che si 
asserisce praticato relativamente alle Insegne dai detti popoli ; e 
perciò non senza ragione diremo essere stato creduto da molti 
che le Insegne Gentilizie de' nostri tempi tieno provenute per 
imitazione dei tempi più antichi. Tuttavia per ben conoscere e 
trattare una siffatta controversia crediamo necessario di qui ripe- 
tere quella distinzione che già fatta abbiamo parlando degli an- 
tichi Cavalieri e della instituzlone della Cavalleria nella mezzana 
età. Imperciocché, quantunque presso gli antichi Greci e Latini 
si trovino chiari vestigj delle Insegne od Armi gentilizie ; pure 
considerandole quali sono oggidì, cioè formale con detcrminati 
segni e colori, e passate per eredità ne' discendenti della stessa 
casa, e adoperale ne'sigilli , nelle monete, nelle bandiere, pitture 
ed altri luoghi per differenziar tra loro le famiglie , pare che so- 
lamente dopo il secolo X. anzi anche dopo l'undecimo, e parti- 
colarmente dopo la sacra spedizione de' Latini in Oriente , a po- 
co a poco s' introducessero. La quale sentenza fra gli Italiani 
M^rio Equicola , il Machiavelli ed altri, poscia Pietro Pilheo, 
Filippo Morello, i Sammartani , il Fochet, lo Spalmano, il Chi- 
flezio , il Menestrier , il Fureiler ed altri scrittori giudicarono es- 
sere la pili vera. Certamente avanti il secolo XI. non si moslreri 
autore alcuno contemporaneo , non verun monumento per cui ap- 
parisca che fossero in uso questi segni e simboli distintivi delle 
famiglie, né sigillo, né monete, né sepolcri, giacché non s'ha 
da badare a* favolosi racconti di alcuni, che senza prove attribui- 
scono all'antichità i costumi de' loro tempi. Le vecchie cronai;he 
e gli antichi romanzi ci danno bensì una cognizione generale de'co- 
«lumi , del genio e del gusto de'secoli ne'quali furono scrini, 
ma que' cronachisti e que' romanzieri non avevano bastante abi- 
lità , siccome avverte giudiziosamente M. De La-Curne de Saiale- 
Palaye (i) , per conoscere e seguire ciò che i pittori chiamano 
Cost.ume ; poiché essi applicavano quasi sempre ai tempi de^quali 
scrivevano la storia vera o favolosa , le usanze del tempo in cui 
essi vivevano, e quindi rappresentavano le cose non quali erano 
prima di loro , ma quali le vedevano ai loro giorni (ji). Servano 

fi) V. Hist. (le r Accafléiflie i\es Inscript. Tom. XV II. pag. 787. e seg. 
(9) £ssi «rvuo Mitaili iu ciò agii aalicbi pittori venuti dopo l'iurtnziòl* 



1NSE#ISE , ARME , iiTE^MMl 6£K|TIL1ZJ CC Bo^ 

di cstìtnpio coloro , che dagli aiillclilssimi Re Franchi deducono 
l'uso de' Gigli nelle Regali Insegne di Francia, ',i quali noudi- 
meno , come provarono il Chifleiio ed altri, solamente s'intro- 
dussero dopo il secolo XI. : né altro ci persuadono gli antichi 
danari dei Re Franchi raccolti dal Le-Blanc. 

Accordiamo che anche sotto i Longobardi, Francesi e Germani 
antichi 1« bandiere Regali fossero ornate di qualche segno per 
distinguersi dalle straniere, e per contrassegnare le diilerenti schiere 
della milizia. Ebbero anche i Romani ne' secoli barbari questo 
rito, probabilmente passato sempre in essi fin dagli antichi secoli. 
Riferisce Pietro Diacono nelle sua Cronica Cassinese nell'anno 1 1 1 1 
che andarono incontro ad Arrigo Y. Re dì Germania e d'Italia 
Staurophorì , ^quìlijeri , Leonijeri , Lupi/eri , Draconarj (i). 
Simili insegne usò l' antica Roma , ma furono insegne di Re , 
di Popoli e di Legioni e non già di famiglie private ed ereditarie 
in esse. Che se gli adulatori Genealogisti hanno inventato molte 
favole, non occorre fermarsi qui per confutarli. Né pur sappiamo 
se gli scudi adoperati prima del secolo XI. portassero determinati 
titgni e simboli indicanti la persona e famiglia di chi gli usava. 
Abbono Monaco di San Germano di Parigi nel lib. I. del suo 
Poema , dove descrive 1' assedio di quella cilt^ nell' anno 887 
rammenta gli scudi dipinti. Differenti non erano quei de' popoli 
della Bretagna minore nell'anno 818, allorché il Re loro Murmaano 
si scoprì ribelle a Lodovico Pio Imperadore. Ermoldo Nigello 
autore contemporaneo nel suo Poema (2) fa che Murmanno dica 
all'Inviato di Lodovico: Scuta mi chi fucata, tamen sunt candida 
vobis. 

Ma il tempo preciso in cui s' incominciò a mettere negli scudi 
r arme gentilizie, rimane tuttavia incerto. Sembra bensì verisimile 
che o da' pubblici duelli o dai Tornei istituiti in Francia prima 
dell'anno 1066 (3), o pure dalla suddetta guerra sacra fatta sul 
fine di esso secolo da* Latini per la conquista de' Luoghi Santi, e 
continuata per circa due secoli , prendesse origine il dipingere 

della polvere, che non hanno quasi mai rappresentato nelle loro mioiatare J'aa- 
«edio di Troja senza porvi dei pezzi della nostra artiglieria, 

(i) Lib. iV. cap. 39. 

fa) V. Murai, Rer. Ital. Tom. II. Parte H. 

(i) V. Marat. Aht. Jt«l, Diiitn, XXIX. 



3 10 DISS£RTAZiOHE SESTA 

negli scudi quel distintivo delle persone e delle case. Non ci ha, 
dubbio che nelle battaglie e ne' pubblici giuochi fosse introdoito 
qualche particolar contrassegno nello scudo , affinchè si distinguesse 
l'un Cavaliere dall'altro. Abbiamo da Guglielmo Malmesburiense(i) 
che Goffredo Martello I. Conte d' Angiò sfidò a singoiar battaglia 
Guglielmo il Bastardo Duca di Normandia , al quale eximia 
arroganlia colorem equi sui et armorum insignia quae habiturus 
sit , insinuai. Pare che ciò avvenisse verso la meih del seco- 
lo XI. (2). Da qui perciò possiamo inferire che i nobili andando 
ai combattimenti recassero qualche segno nell' armi , per cui fosse 
riconosciuta la loro persona, bencbè non passasse tal segno per 
eredità nelle famiglie, ma solamente ciascuno l'usasse a suo ca- 
priccio,* altrimenti non ci sarebbe stato bisogno, che il Conte di 
Angiò dichiarasse quali insegne egli porterebbe al cimento. Noi 
abbiamo gik sopra descritta la famosa tappezzerìa della Regina 
Matilde moglie del detto conquistatore. In uno scompartimento di 
essa vedesi Guido di Ponthieu seguito da quattro Cavalieri affrontar 
l'Araldo che da una nave scende a terra. Ivi veggonsi sugli scudi 
alcune figure, mostri, croci, fogliami ecc., ma, siccome avevamo 
di già avvertito « non sono armi gentilizie , poiché ognuno sa 
che non ce ne aveva in quei tempi, le quali passassero da padre 
in figlio. Anche gli Antichi ponevano sovente alcune figure ne''loro 
scudi ed armi 5 i Romani ne portavano o poste a capriccio o che 
indicavano le legioni, siccome erano i fulmini rappresentati negli 
scudi della legione Fulminante : non ci ebbero figure che passassero 
per successione nelle famiglie che nel XII. secolo ». 

Così della medesima diversità di bandiere si servirono nelle 
crociale le nazioni d' Occidente , Principi e Cavalieri per differen- 
ziarsi dagli altri , adoprando spezialmente la croce di varj colori 
e in vario campo. « In una guerra affatto singolare e nuova 
in cui l' esercito Cristiano era composto di guerrieri venuti da 
tutte le contrade dell' Occidente , quei prodi , chiusi nell'armi da 
capo a piedi , dovettero cercare qualche segnale , mediante il quale 
potessero nelle battaglie distinguersi e ravvisarsi in mezzo alla 



(i) D.!Gest. Jniit. !ih. IH. 

(a) Secoudo Guglielmo Geuiuieliceuse nel lib. VIJ. della Staiia de' Norma uni 
ciò avveuue ueli' «imo to4;. 



TfilSEftBB , ARME, STEMMI CEKllLIZJ GC. 3.ji I 

confusione della mischia. Quindi dulie Crociale piese origine l'uso 
degli stemmi o scudi gentilizj. Per lo innanzi ognuno portava e 
cangiava a piacimento come un fregio gli emblemi che andava 
scegliendo. Ma ciò che da prima non era che ornamento, divenne 
un distintivo di natali, di signoria, di famiglia, e talvolta un'iN 
lustre insegna della memoria d'un fatto guerriero e d'una nobile 
azione. Malliot , op. cit. è anch' egli d'opinione che i Crociali 
inventassero le arme a fine di conoscersi vicendevolmente nelle 
mischie. Dapprincipio non furono che particolari segni, cioè varj 
colori che posero sui loro scudi , sui sorcotti , sulle bandiere e 
sulle gualdrappe de' loro cavalli : le famiglie le adottarono poscia 
per far conosceie eh' esse appartenevano ai vincitori in quelle sa- 
cre guerre j ma que' segni non divennero ereditar} che sotto Luigi 
XI. verso l'anno 1280. Ella è cosa ornai certa che i monumenti 
che si pretendono anteriori ai secoli X. ed XI., in cui veggonsi 
armi gentilizie , sono stati rifatti , e che le arme vi furono ag- 
giunte. Se gli scudi de' guerrieri prima delle Crociate avevano al* 
cuni distintivi , essi altro non erano che emblemi , ed il più so- 
vente monogrammi o cifre; molti Crociati presero delle croci va- 
riandone la forma ed il colore: quelle de'Franctsi m generale 
erano bianche j quelle degli Spaguuoli rossej azzurre le croci degli 
Italiani j quelle de' Tedeschi nere o rancie 3 gialle o rosse quelle 
degli Inglesi , e verdi quelle de' Sassoni. Meyer (1) crede the i 
Signori de' Paesi*Bassi avessero In allora per distintivo leoni di dif- 
f«rentì colori. 

Oltre le arme delle quali decoravansi i sorcotti, gli scudi ecc. 
si portava , cosi Salute Foix , una ciarpa il cui colore faceva cono- 
scere la pruvincìa cui apparteneva ciascuno: il colore dei Conti delle 
Fiandre era il verde scuro; quello de' Conti d' Angiò , il verde na- 
scente; i Duchi di Borgogna avevano preso il rosso; i Conti di Bloìs 
e di Champagne, l'aurora e T azzurro; i Duchi di Lorena il 
giallo ; i Duchi di Bretagna il nero ed il bianco : i vassalli di 
questi diversi Principi portavano le ciarpe del loro colore, e quei 
vassalli eh' erano loro alleati , o che occupavano presso de' mede- 
simi qualche importante carica , aggiugnevano ai particolari loro 
colori una piccola lista o gallone più o meno largo della divisa 

(1) Annali lib. "VI. 



3i2 BiSSLRXAZiOJIC SESTA 

del loro Signore. La nobllth de' dintorni di Parigi che dipendeta 
immediatamente dal Re , portava generalmente nelle sue divise 
l' azzurro , che fu sempre il colore de' Re di Francia. Qui ci si 
chiederà il perchè trovasi altresì unito il bianco ed il rosso nella 
divisa reale: il bianco era da tempo immemorabile il colore ge- 
nerale e distintivo della nazione; ed il rosso perchè i Re di Fran- 
cia quando tenevano Corte Plenaria portavano una grande sottana 
rossa sotto un manto sparso di fiordalisi. Sotto il regno di S. Luigi 
divennero definitivamente ereditar) gli stemmi , e così cominciò 
il blasone ad essere considerato per una scienza utile alla storia. 
Armi ed Arme furono chiamati que' segni in Italia, Arnies 
o Armoiries in Francia perchè costume fu di dipignerli negli scudi. 
Abbiamo di già osservato nella precedente dissertazione che i 
Cavalieri distinguevansi fra di loro per le particolari armi genti» 
lizie colle quali ornavano i loro scudi. « La croce presa conlra 
gli Infedeli, cosi M. de Sainte Palaye, una lancia, una spada, o 
qualunque altr'arma tolta ed acquistata in un Torneo, in un com 
battimento; una torre, un castello ed anche i merli di un muro 
e le palizzate di qualche baluardo sforzato o difeso, un'infinità 
d'altre imprese d' egual natura hanno dato l'origine ai diversi 
compartimenti dello scudo, e questi segni vi furono ripetuti tutte 
le volte che dallo stesso Cavaliere venivan rinnovate le medesime 
imprese. Da ciò deriva che alcuni li h^nno presi senza numero , 
siccome negli stemmi di Francia, in cui i ferri della lancia, chia- 
mati poscia fiori di giglio, erano ordinariamente senza numero su 
tutti gli scudi. L'impossibilità di farne contenere più di tre nei 
piccioli sigilli , o sigillo secreto , fu la ragione che determinò pO' 
scia a ridurli a tal numero , allorché si cominciarono a perder 
di vista gli antichi principj della Cavalleria. Ma que'segni erano 
altresì cangiati , diminuiti , ed anche levati se il Cavaliere com- 
metteva in seguito qualche errore. La Cavalleria , prosegue il ci 
tato scrittore, avea di già dato l'idea di quella giudiziosa poli- 
tica di cui gli ultimi secoli ci lasciarono memorabili esempj. Avendo 
alcuni reggimenti di dragoni Francesi tolto alcuni timballi a più 
squadroni di cavalleria nemica , Luigi XIV. accordò ad essi il 
privilegio di portare de' timballi co' loro tamburi alla testa delle 
loro schiere. Così i Cavalieri per aver acquistato ne'Tornei e nelle 
pugne una o più spade od aluc armi avevano ricevuto il diritlQ 



ItUSICIfE , ARMK, STEMMI ftEMXILIiJ PC. 3l3 

dì decorarne i loro scudi ,f e di collocarveli quai monumenti del 
loro valore. Ma se , in altri incontri , disonorando le prime loro 
imprese, avessero perdute le stesse armi, queste venivano pari- 
mente tolte dal loro blasone. Una parte della gloria de' Cava- 
lieri non poteva essere eclissata senza far sparire quella porzione 
delle loro arme cui essi avevano presa per conservarne la me- 
moria M. 

Francesco Sansovino nel libro XIII. della Descrizione di Ve- 
nezia riferisce che lo scudo di Marino Morosini Doge di Venezia , 
nell'anno i25i, dopo la sua morte fu appeso colle sue Insegne in Sin 
Marco; il che venne imitato dai susseguenti Dogi. Inoltre costume 
fu di mettere al sepolcro de' Principi e de' nobili la loro imma- 
gine con lo scudo contenente l' arme d* essi. Clemente IV. morto 
nel 1262 e sepolto in Viterbo, è il primo Papa che abbia avuta 
la tomba decorata di armi gentilizie. I Prìncipi trasportaron poscia 
un tal distintivo non solo alle bandiere ed agli scudi , ma anche 
alle monete coniate col nome loro. Così negli stendardi , danari 
e sigilli dei Re di Francia solamente sotto Luigi VII. Re circa il 
I i5o furon vedute le figure dei Gigli, simbolo poscia adottato da 
tutti i Re susseguenti , come il Biondello , il Chiflezio e i danari 
raccolti dal Blanc ne fanno fede, restando perciò abbattuti i favo- 
losi racconti d' altri scrittori. Anche noi nel Costume de^ Francesi 
del secolo XII. parlando di Luigi VII. detto il Giovane abbiamo 
detto che egli fu il primo Re di Francia che facesse incidere un 
fior di giglio sul suo sigillo. « Gli steotmi, cosi si prosegue, dopo 
le crociate cominciaron a divenir ereditar) nelle famiglie. Questo 
uso fu generalmente seguito ai tempi di Luigi IX. S' introdusse 
in allora qualche cangiamento nel cerimoniale della consacrazione 
dei Re, e se ne possono vedere le particolarità nella Storia delle 
Inaugurazioni- Quando Luigi il Giovine fece incoronare Filippo 
suo figlio, questo fu vestirò di una dalmatica color d' azzurro 
sparsa di un grnn numero di fiori di giglio d' oro, che caralteriz- 
zavano lo stemma dei Re di Francia: Carlo V. ridusse soltanto 
a tre il numero di questi fiori ». L* insegna o arme avita de' mar- 
chesi I*^stensi Cu 1' Aquila Bianca: questa medesima sventolava nelle 
loro bandiere militari 1' anno 1289 (1): e nel decreto del popolo 

(1) V. RoIhuiÌìho lib. IV. c»p. 13 della Storia sotto il detto auao. 



3x4 DISSERTAZIONE SESTA 

eli Ferrara f-ilto nell'anno 1269 per onore eli Obizzo per grixia 
di Dio e della Apostolici Sede Marchese d'Este e di Ancona , 
suo perpetuo signore ecc. si legge che ognuno degli ottocento scelti 
f^nti sia obbligato ad avere nelle sue armi le insegne del predetto 
Marchese, cioè l'Aquila ecc.. (i) 

Abbiamo detto che l'armi de' Principi passarono nelle loro 
monete; e perciocché lo scudo, in cui principalmente una volta 
si usò di port-ir dipinti questi simboli distintivi delle famiglie, 
si scolpiva in esse monete, di là venne la denominazione di 
Scudi, ristretta oggidì a una specie delle medesime. Abbiamo 
g\ì\ di sopra accennato che dalle bandiere quadrate de' Cavalieri 
Banneretti derivò il privilegio in alcuni Banneretti della Breta- 
gna , del Poilou e di alcune altre provinole di portare in un qua- 
drato le loro armi gentilizie , mentre i Castellani non potevano 
portarle che in una forma di scudo. Varj altri ornamenti addita- 
vano il merito e le imprese de' Cavalieri Banneretti ; e chi fosse 
vago di conoscerne tutte le particolarità potrebbe consultare nei 
trattali del Blasone i differenti elmi, cimieri, graticolati, bende, 
svolazzi, lambelli, sostegni, cinture e corone che accompagnavano 
i loro scudi. La maggior parte di questi arredi portati in origine 
nelle cerimonie da quelli cui essi appartenevano, facean porzione 
della loro armatura di testa , della loro acconciatura e del loro 
vestimento. Da ciò si rileva il perchè i Cavalieri armati porta- 
vano tai segni non solo negli scudi , ma ancora nelle loro vrsti e 
ben anche nelle gualdrappe de' cavalli. L'abito reale di Luigi IX. 
canonizzato S- Luigi consisteva in un manto o clamide di color 
Azzurro e sparsa di fiori di giglio d'oro e foderata (d'ermellino: 
rosi vedesi rappresentato nell' antica chiesa delle monache di 
Poissì. Margherita di Provenza sposata da S. Luigi in Sphs 
nel 1234 e rappresentata in una statua della suddetta chiesa c.nn 
una tunica rossa ornata di fiori, col manto reale di Francia di co- 
lor azzurro , carico di fiorì di giglio d' oro. Roberto Conte di 
Clermont figlio di S. Luigi , stipite della real casa di Borbone 
nato nel 1266 è rappresentato sulla sua tomba nella chiesa dei 
Domenicani di Parigi , coperto di maglia dalla testa fino ai piedi 

(i) Quillb«t octingenlorum Peiiitum electonira , seti qui in posferum cIm.v i- 
t'ir, teneanlur et debeaul habere Insignia Domini Marcliioriis , Scilicet Aijuilatn 
iti suis arrniii, et cum ipsìs trahere, et non cuna aliis. 



INSEGNE, ARME, STEMMI GENTILIZI GC. 3l5 

con un soi'Coito che copre le maglie e non lascia vedere che le 
braccia, le gambe ed il cappuccio di maglia abbassato sulle spalle, 
e porta lo scudo di Francia colla brisura del bastone di Mare- 
sciallo. Beatrice di Borgogna, Dama di Borbone e moglie del sud- 
detto Roberto è ivi pure rappresentata con una veste che porta nella 
parte inferiore l'arme di Francia Borbone, divisa dall' antico Bor- 
bone d' oro col Leone rosso circondato da otto conchiglie az- 
zurre. In somma sotto Carlo V. tutti i nobili dell' uno e del- 
l' altro sesso blasonavano i loro abiti , e li coprivano dall' alto al 
basso di tutti gli stemmi del loro scudo : le donne portavano 
sulle loro vesti a dritta 1' arma dei loro mariti ed a sinistra la 
propria. Questa moda bizzarra durò circa un secolo. La statua 
sepolcrale di Margherita di Beaujeu , morta nel i336, e quella 
di Maria di Hainaut , moglie di Luigi I. di Borbone, morta nel- 
l'anno i344j piova che tale moda era cominciata sotto Filippo 
di Valois : essa però non fu generalwente adottata che sotto Carlo 
V. e cessò verso il i470- 

Alcuni credono invenzione moderna V jérmi parlanti, cioè 
esprimenti col simbolo il cognome di chi le usa, ma s'ingan- 
nano j poiché è cosa certissima che 1' armi corrispondenti al co- 
gnome sono ancor esse di una grande antichità. Le nobilissime 
famiglie Orsina e Colonna nelle loro armi posero un Orso e una 
Colonna; così l'illustre casa de^ To/riani o sia della Torre, si- 
gnora una volta di Milano , elesse per sua arme una Torre : pa- 
rimente la nobil famiglia Canossa di Reggio che trasse il suo 
cognome dalla Rocca di Canossa , di cui dopo la morte della 
Contessa Matilde divenne signora , usò per arme sua un Cane 
portante un Osso in bocca. Cosi ragiona il Muratori. Ma noa 
potrebbe essere invece che il cognome fosse dato a quelle nobili 
famiglie dalle insegne ch'esse già avevano adottate nelle loro 
armi? Non è egli assai verisimile che i Cavalieri, i quali già 
prescelto avevano per loro distintivo una Torre , un Orso , 
una Colonna, venissero poi denominati Torriani, Orsini, Co- 
lonna ere ? 

Per gran tempo ancora durò in Italia il costume di chiedere 
all' Imperadore od a gran Principi, l'arme stessa , oppure qualche 
oroamento di piti per la medesima. Ce ne ha più esempi j nuUa- 
(dimeno ne produrremo uno solo preso da un opuscolo di Galvano 



3l6 DISSERTAZIONE SESTA 

Fiamma pubblicalo dal Muratori (i). Mentre Bruzlo Visconte nel- 
r anno i336 militava in Germania sotto i Duchi d' Austria, chiese 
a' medesimi (i) la somma grazia di poter portare la corona d'oro 
sul capo della vipera , ciò che gli venne concesso dai Duchi d'Au- 
stria non senza grande difficoltà ; poiché una si fatta cosa era 
stata una volta conceduta come grandissimo dono ai »oli Duchi 
d'Austria. 

Presentemente s' è tanto esteso 1* uso dell* armi gentilizie , che 
nnche senza scudo si trovano dipiote > scolpite, ricamate e stam- 
pf»te. Oltre a ciò ne' vecchi tempi era riserbato ai soli Cavalieri 
e nobili il diritto e l'uso delle stesse; ma oggidì, spezialmente 
in Italia , anche il basso volgo degli artisti , purché alquanto da* 
naroso si usurpa questo pregio. Vediamo anche poco conto farsi 
fra noi dell'arte Araldica, la quale in altre contrade è in raolt» 
stima. Passiamo a darne qualche idea. 

La scienza del Blasone venne ben anche appellata y^rte jiral- 
dica, perchè essa era lo stadio degli Araldi che anticamente irò* 
Vivansi all'ingresso delle barriere del Torneo , e vi tenevano esatto 
registro dei nomi e delle armi de' Cavalieri che presentavansi per 
entrare nella lizza. Furono gli Araldi che fin dal principio dello 
stabilimento degli stemmi ne davano il nome » ne componevano 
e ne regolavano le varie parti ; ed in seguito poi , allorché i So- 
vrani ricompensavano col titolo di nobile le belle azioni di alcuni 
loro sudditi , lasciarono a questi Araldi la cura di ordinare !e 
pirti degli scudi de' novelli annobiliti. 

Prima però di passar* a dare un'idea di quest'arte, credi»* 
rao opportuno di riferire alcune particolarità intorno alla storia 
ed all'uffizio de' medesimi. Trovansi gli Araldi nominati nelle 
storie ad ogni tratto, siccome persone tenute in alta stima, im- 
piegati in varie cariche ed onorati di molti privilegi- Gli Araldi 
nell'arme, dtnomlnaronsi ancora Re dell'arme e Duchi all'ar- 
me i perchè in Inghilterra ana tal carica ai Duchi propria* 

fi) Rer. hai. Totn. Xll. 

(l) Fossa Coronarli auream super Caput 0rÌ7Ìae deferre ex maxima gratin. 
O.ioil ipsi Duc«9 Ausfriae q londam prò magno muiiere concesseniut. Tener Pri- 
vilegii talis est. Nos Albi-rtns et Otto Duces Austrìae etc. Bmzio Vicecomiti, 
viro, strenuo Militi conceJimu», totique pareiiteiae Vicecomilum etc. . . . quoi 
i:; >roiiam Aureatn possiat portare supev capai Biyerae in gale;», et bauderiis, et 
clypeìs , tlttilo Feudali eie. 



IKSEGJNE , AkME , STEMMI GENTILIZJ GC. Siy 

mente si apparteneva. Vlllaret nella sua Scoria di F/ancia ci 
lasciò alcune importanti notiiie relative ai medesimi, e noi non om- 
melteremo di qui riferirne le principali. La loro istituzione, egli 
dice, è tanto antica quanto lo è la monarchia: 1' impiego di questi 
ministri di un Principe e di un popolo guerriero corrisponde a 
quello dei Feciali de' Romani; gli Araldi erano distinti in tre 
classi, cavalcatori (^chewaucheurs^ aspiranti al grado d'Araldo 
(^poursuivants^ ed Araldi d'arme (i), sottopósti agli ordini di un 
capo denominato ^e (Vanne. I primi servivano d'ajutinti di cam- 
po ai Generali. 

Quando un clievaucheur era ammesso al grado di poursuivant 
veniva dall'Araldo presentato al Signore cui si chiedeva il nome 
ch'egli desiderava dargli. Dopo che il Signore gli aveva imposto 
un nome, P Araldo lo teneva colla mano sinistra, l'appellava col 
nuovo nome , e colla sua destra versava sulla testa di lui una 
coppa piena di vino e d'acqua. Terminala tale espressione, pren- 
deva la tuuica del Signore , la passava al collo del pou/siiivaiit, 
e, per una singolare bizzarria, aveva attenzione che la tunica 
fosse collocata per traverso in guisa che l' una delle due m^- 
niche cadesse sul petto e Taltra fra le due spalle: il poursiù- 
vcìit doveva portar sempre in siiFdtta guisa tal sorte d' abbiglia- 
mento fino a quando fosse giunto al grado di Araldi. Questi uf- 
Cziali dovevano portire altresì lo scudetto dell'arme del loro Si- 
gnore , a differenza dei semplici corritori (^coureurs^ che l'at- 
l; ccavano alla loro cintura ; gli chevaucheius lo portavano sul 
braccio dritto ; i poursuivants sul braccio sinistro e gli Araldi sul 
petto. 

L'impiego degli Araldi nell'arme consisteva principalmente 
nel rappresentare la persona del Principe nelle diverse negozia- 
zioni di cui venivano incaricati, trattati di nozze fra i grandi, 
proposizioni di pace e disGde di battaglie : per questa ragione 
essi andavano vestili degli stessi abiti di que'Signori ddi quali di- 
fi) Poursnìv'ant est non seiilement celui qui poursiiit une personne, une .'ilTu- 
re etc. mais encore celui qui s'aplique à pos.si'der une cliose pour laquelli! on a 
une passioo extrérae etc. La colle d' armes était la marque essentielle de Clieva- 
lerie: les Hérauls et les Poursuivan? ia portaiut , mais différcinmaiit ; les l'oiir- 
suivans la portaient tournée sur le bras , dit le P. Méué^trier ; Ics Héraiits, de- 
vant et derrière ; et le Roi d' armes la poitait scmée de lyj, la couioune sjf 
l'Ecu. V. Dictiouu. de Riclielct, art. Poiirìuiwant. 

Romanzi di Cavali. J^ol, L 21 



3l8 DISSERTAZIONE SESTA 

pendevano. Eglino assistevano generalmente a tutte le azioni mi- 
litari , ai combattiménti in campo chiuso, ai Tornei, alle nozze, 
alle incoronazioni dei Re, alle feste pubbliche , e generalmente a 
tutte le solennità nelle quali ì nostri antenati solevano dare un 
apparato militare. 

Merita qui una speziale osservazione per la sua antichità quel- 
r u-sanza degli Araldi , della quale trovasi menzione nel cap. IX. 
della sovraesposta cronaca attribuita a Turpino. Ivi si narra che 
volendo Carlomagno presentai'si ad Aìgolando sotto mentite vesti 
per non essere dal medesimo conosciuto, egli vi si recò senza 
lancia e collo scudo sul dorso rivolto a rovescio , secondo l'usanza 
degli Araldi che intimavano la guerra , ed accompagnato da uà 
solo soldato, annunziò ad Aigolando che erano ambasciatori spe- 
diti da Carlomagno. 

Il primo Re delV arme si era quello che aveva l'onore di 
rappresentare lo stesso Re. Il Re dell'arme del Re di Francia era 
appellato Mont-Joie. Quegli che doveva essere ammesso a tale ca- 
rica recavasi , nel giorno stabilito per la sua accettazione , al pa- 
lazzo del Re ove i camerieri lo aspettavano nell'appartamento che 
gli era destinato, e veniva abbigliato degli abiti reali come se 
fosse la persona stessa del Re. Allorché il Monarca stava per re- 
carsi alla chiesa od alla cappella del suo palazzo per udire la 
messa, il Contestabile di Francia, od in di lui mancanza i Ma- 
rescialli conducevano l'eletto preceduto dagli Araldi e dai Re del- 
l' arme delle diverse provincie che trovavansi alla Corte , lo col- 
locavano dirimpetto all' altare maggiore su di una sedia coperta 
d'un tappeto di velluto indietro dell'Oratorio del Re, al di cui 
aspetto alzavasi dalla sua sedia, inginocchiavasl innanzi a lui e 
dava il giuramento che gli veniva dettato dal Contestabile o dal 
primo Magistrato. Profferito il giuramento, il contestabile gli to- 
glieva il manto reale, prendeva una spada dalle mani di un Ca- 
valiere , la presentava al Re che se ne serviva per conferirgli 
l'ordine della Cavalleria , se non era già Cavaliere. Il Contesta- 
bile prendeva poscia 11 sorcotto blasonato di Francia, portato da 
un altro Cavaliere sull' estremità di una lancia , lo porgeva al 
Principe che ne vestiva 1' eletto , gli metteva in testa la corona 
che gli era stata presentata con egual cerimonia , ed inOne lo no- 
minava Mont-Joie. Gli Araldi ed i poursuivants ripetevano allora 



INSEGNE, ARME, STEMMI GENXILIZJ ec. SlQ 

per tre volle Mont-Joie e S. Denis : il Monarca rientrava nel 
suo Oratorio, ed il Re dell'arme collocavasi sulla sua sedia, ove 
se ne stava seduto durante i divini uflizj , tnentie che gli Araldi 
ed i Re dell'arme tenevano il manto reale disteso sul muro dic-- 
tro di lui. 

i\ Re dell'arme dopo i divini uffizj seguiva il Re nel palazzo 
ove erano allestite le mense pel banchetto : collocavasi nell' altra 
estremità della seconda tavola , e in tempo del pranzo era servito 
da due scudieri ed aveva una coppa dorata. Alla fine del pranzo 
il Re ordinava che gli si recasse la detta coppa , nella quale met- 
teva in oro od in argento quella somma che gli voleva donare : 
si prendevano poscia i confetti ed il vino del congedo j ed il Re 
dell' arme prima di pigliar commiato presentava al Monarca quel- 
1' Araldo che scelto avea per suo Maresciallo d' arme. Mont-Joie 
coperto dal sorcotto e colla corona in testa se ne andava alla pro- 
pria abitazione accompagnato dal Contestabile o dai Marescialli, 
dagli Araldi e dai poursuivants : uu cameriere del Re lo stava 
attendendo nell' appartamento di lui e gli presentava in nome del 
medesimo una corona ed un abito di Cavaliere. 

Premesse queste brevi ma necessarie notizie intorno agli Aral- 
di , passiamo a parlare direttamente della scienza del Blasone, la 
quale è la cognizione di tutto ciò che spetta all'arme ed alle 
leggi e regolamenti di esse , lo che consiste nel campo dell' arme, 
nelle figure, negli smalti o colori loro, e negli ornamenti este- 
riori che accompagnano le arme. Da tutte queste cose, che sono 
fjgure araldiche , vien composto il Blasone. 

Troppo prolissi però noi saremmo e ci discosteremmo di 
troppo dal nostro instlluto se tutte volessimo qui annoverare le 
differenti qualità degli stemmi di dominio , di dignità , di con- 
cessione , di padronato, di società, di famiglia ecc.: quindi li- 
mitandoci soltanto ad indicare brevemente alcune particolarità de- 
gli scudi e degli elmi , che hanno maggiore relazione al nostro 
scopo , rimanderemo alle opere che trattano di quest' arte coloro 
che vaghi fossero d' esaminare a fondo sillrilta materia. 

Varie sono le forme degli scudi, e varj i metalli ed i colori 
che li compongono. Lo scudo antico è di forma ritonda ed ha 
una punta nel mezzo. Vedi Tavola 34 num. i ; lo scudo incli- 
nato nulla significa colla sua posizione ^ esso era cosi posto quando 



3aO , D'.SSER FAZIONE SEST4 

pendeva dalla sua correggia mim. 2 : lo scudo baudlerale od in- 
quartato era quello de' Signori che avevano diritto di far pren- 
dere le armi ai loro vassalli e di condurli in guerra sotto le loro 
bandiere. Questi Signori erano i Cavalieri Banneretti ^ num. 3: 
lo scudo incavato al canton destro del capo ed inclinato era quello 
the usavasi nelle Giostre e ne' Tornei , servendo l'incavatura per 
posarvi la lancia e porla in resta , num. 4* lo scudo accartocciato 
era usalo particolarmente dai Germani e dai popoli settentriona- 
li , num. 5; lo scudo Francese era quadrato e ritondato in punta 
nella parte inferiore, num. 6: lo scudo ovale serviva per gli Ita- 
liani, num. 7: Io scudo Spagnuolo e Portoghese era ritondato 
nella parte inferiore, qon incavatura in alto, ed accartoccialo 
d'ambi i lati, num. 8: gli scudi accollati ossia di armi accop- 
piate erano portati dalle donne maritale; nel primo scudo mette- 
vano gli stemmi de' loro mariti e nel secondo i proprj , num. 9; 
lo scudo a lozanga od a rombo era per le Damigelle, e dinotava 
la verginità , num. io. 

Il Blasone ha due metalli , cinque colori é due drappi o pel- 
liccie che danno nove campi o smalti sui quali possono collocarsi 
lutti i pezzi degli stemmi , che devono essere composti di questi 
metalli e di questi colori. I due metalli sono V oro e l' argento, e 
questi soli, che nell'arme si rappresentano col giallo e col bian- 
co , sono considerali dall' arte Araldica per metalli. Dal Borghini 
non sono ammessi questi nomi di metalli e di colori , pretendendo 
egli, che dir si debbano colori chiari e scuri , e che volendo di- 
stìnguere i metalli» debbano avere nell'arme il primo luogo il 
ferro e l'acciajo. Ma ciò è contrario al comune sentimento degli 
autori del Blasone. I cinque colori sono il bleu , il rosso, il nero, 
il verde, il paonazzo. Tali colori però nell'arte Araldica non sono 
conosciuti sotto i detti nomi, ma vengon chiamali, il bleu, az- 
zurro ; il rosso, gola; il nero , sabbia^ il verde, sinoppia ; il 
paonazzo, porpora. Questi metalli e colori rappresentano l'oro, 
il sole; l'argento, li luna; l'azzurro, il firmamento o l'aria; la 
gola, il fuoco; la sinoppia, la terra; e la porpora l'abbiglia- 
mento dei Re. Oltre a questi colori altri se ne annoverano da 
alcuni scrittori di quest'arte, siccome sono quelli che hanno gli 
Inglesi, il Cannellato , cioè, o Tane , V Ai'anciaio , il Sangui- 
gno ed il Lionato, e distinguono essi l colori dell'arme de' No- 



INSEGNE, \nvrE , STEMMI GENTlLIZJ CC. 321 

bill e de' Principi da quelli de' semplici gentiluomini. Benché le 
arme sleno composte di campo e di figure , nulladlmeno se ne 
trovano di soli smalti o colori, né lasciano d'essere legittime; 
perchè allora lo scudo , la bandiera o sorcotto tengon luogo di 
figure , e lo smalto o il colore le distinguono. Vollero alcuni che 
la diversità de' colori nell'arme derivasse dalle spedizioni militari, 
e particolirmente , siccome abbiam di già accennato, dalle Cro- 
ciate, nelle quali ogni Signore contrassegnava lo scudo proprio, 
e quelli del suo seguito con i colori della Dama , per cui erasi 
dichiarato. Ma il P. Meneslrier riferisce unicamente una tale va- 
rietà ai colori , de' quali si ornavano i Cavalieri nei Torneamenti ; 
pretendendo egli che i Tornei succedessero agli antichi giuochi del 
Circo nei quali erano quattro Fazioni o Squadriglie, cioè la Bian- 
ca, la Rossa, V Azziwra, e la Verde', alle quali Domiziano ne 
aggiungesse altre due, 1' una vestita di drappo d'oro , l'altra di 
porpora ; e che il colore nero fosse introdotto dai Cavalieri , che 
portavano il lutto. I giostratori ne' Torneamenti servivansì de' co- 
lori dell'arme per esprimere le varie loro passioni; onde scrisse 
r Ariosto: 

Chi con colai i accompagnati ad arte , 
Letizia o doglia alla sua donna mostra: 
Chi nel cimier , chi nel dipinto scudo 
Disegna amor, se V ha benigno o crudo. 

Affinchè gli artisti specialmente pel cui particolare vantaggio 
•viene quest'opera arricchita di tavole, possano agevolmente cono- 
scere i suddetti colori dai varj tratteggi coi quali , secondo le re- 
gole del Blasone , vengono intagliati i diversi stemmi, noi qui ag- 
glugneremo la descrizione dei tratteggi e de' varj loro ìncro- 
cianaenti coi quali potranno avere un'esatta cognizione de' suddetti 
colori. 

L'oro è rappresentato con punteggiature, num. ii; l'argento 
è tutto bianco e per conseguenza senza tratteggi, num. 12; la 
gola od il rosso vien indicalo da linee perpendicolari, num. i3; 
l'azzurro da linee orizzontali, num. i4; la sabbia od il nero da 
linee perpendicolari ed orizzontali incrociate le une sulle altre, 
I num, i 5; la sinoppia od il verde da linee diagonali dalla destra 



321 DÌSSmTAZIONE SESTA 

alla siolsti'a , num. ì6; la porpora da linee diagonali dalla sinistra 
alla dritta, num. 17. La pelliccia è l'ermellino: il fondo ne è 
bianco ossia argento ed i Oocchetti di sabbia, num. 18; le pellic- 
cie o drappi , il vajo , le pelli o campane snperlori sono bianche 

d'argento, le inferiori d'azzurro, num. 19. La varieth poi di 
questi scudi e spartiti , e spaccati e trinciati , e tagliati , interzati e 
inquartati ecc. è sì grande che nel Blasone oltrepassa il numero 
di 643. 

L'elmo de' Re e degli Imperatori è tutto d'oro ricamato e 
damaschinato, posto di fronte, colla visiera intieramente aperta e 
senza graticolato. Questa forma d' elmo è il simbolo del pieno 
potere, num. i. I Duchi ed 1 Principi portano sui loro scudi 
elmi d'oro damaschinati, posti di fronte, colia visiera quasi aperta 
e senza graticolato, num. 2. I Marchesi portano un elmo d'ar» 
gento damaschinato e posto di fronte, con undici graticolati d'oro 
e cogli orli parimente d'oro, num. 3. I Conti ed i Visconti por- 
tano un elmo d'argento cogli orli con nove graticolati d'oro, po- 
sti in terzo ; presentemente essi li pongono di fronte , num. 4- 
L'elmo de' Baroni è tutto d'argento, cogli orli d'oro con sette 
graticolati posti meth in profilo e metà di fronte, num. 5. Il Gen- 
tiluomo , antico Cavaliere porta un elmo d'acciajo liscio e rilu- 
cente j con cinque graticolati , cogli orli d'argento posti in profilo, 
ornati di un burletto o ghirlanda composta del Blasone delle sue 
armi, num. 6. Il gentiluomo di tre schiatte porta l'elmo d' acciajo 
liscio e rilucente, posto in profilo, colla visiera aperta, col nasale 
alzato e colla ventaglia calata mostrando tre graticolati alla sua vi- 
siera , num. 7 e 8. I novelli annobiliti portano un elmo d'acclajo 
posto in profilo, col nasale e colla ventaglia alquanto aperti, n^/m. 9. 

1 Bastardi lo portano rivoltato, ossia rivolto al lato sinistro dello 
scudo. 

I fogliami o lambrequlni sono larghi nastri o pezzi di drappi 
frastagliati a guisa di pennacchi, attaccati sull'elmo e svolazzanti 
io balla del vento ai suoi lati , o cadenti ai fianchi dello scu- 
do, affine d'impedire che l'elmo venisse riscaldato dal cocenti 
raggi del sole, e difendesse cosi la testa de' Cavalieri. Vedesene 
la figura ne' due Cavalieri della Tavola suddetta rappresentanti 
l'uno il Duca di Bretagna ninn. ro e l'altro il Duca di Borbone 
num. li: armati in tal guisa essi si presentarono nel Torneo dato 



INSEGNA, ARME, STEMMI GENTILIZI eC. i'iì 

dal Re Renato di Sicilia ; i loro cavalli sono bardati secondo 
r usanza di que' tempi , e sopra le loro teste e sopra quelle de' loro 
cavalli hanno i consueti cimieri. La terza figura «uf/z. 12 rappresenta 
un Cavaliere nel Torneo armato di lancia e di scudo Nella stessa Ta- 
vola vedesi la maniera di collocare ed acconciare i lambrequini 
pei Cavalieri di lettere, num. i3; pei nobili e Gentiluomini, 
num. i4i per gli annobiliti, num. i5. 



324 

DISSERTAZIONE SETTIMA 

I ROMANZI ED I POEMI ROMANZESCHI 
DI CAVALLERIA 

ch'ebbero vkr fondamento 

LE ORIGINI E LE IMPRESE DE' FRANCHI , 
DE' BRETONI E DE' GAULESI. 



Capo 1. 



Romanzi e Poemi Romanzeschi di' ebbero per fondamenta 
le Origini e le imprese de' Franchi. 



Nella 



la prima dissert^izìone di quest'opera noi abbiamo breve 
menle parlato dagli antichi romanzi di Cavalleria senza diffonderci 
di troppo nell' investigare l'origine di siffatti racconti, giudicando 
inutile e frivola la fatica di coloro che vi si accinsero e fabbri- 
carono de' sistemi secondo la diversa loro maniera di ragio- 
nare, o per meglio dire , secondo l' interesse che ogni scrittore 
avea d'accrescer gloria alla propria nazione coli' attribuirle il ri- 
trovamento dì queste raaravigliose finzioni. E di fatto chi penserà 
ch'esser possa oggetto d'importanza al nostro scopo l'indagare col 
Saumaise se l'invenzione de' romanzi debbjsi ai Persiani; se 
questi la trasmettessero agli Arabi, se dagli Arabi passasse agli 
Spagnuoli , e da questi a tutti gli altri popoli d'Europa. Quan- 
d'anche l'opinione del Saumaise e di altri dotti non ci sembrasse 
priva di fond^mento , Uezio vi opporrebbe le storie romanzesche 
di Telesino e di Melchino, eh' ei dice composte nella Gran Bre- 
tagna fin dal sesto secolo , mentre 1' entrata degli Arabi in Ispa- 
gni seguì solo nell'ottavo. Egli vi direbbe che Telesino , maestro 
del famoso Merlino e che fioriva circa l'anno 548, scrisse una 
storia delle imprese del Re Arturo, la quale è la fonie primaria 



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IJtv. 34^. 




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1 B0M4KZI ED 1 POEMI R0M*SZESCH1 ec. 32$ 

ù'i tutti I romanzi , di cui quel Re ed i suoi Cavalieri della Ta- 
vola ritonda sono gli eroi : vi proverebbe che Melchino compose 
alcun tempo dopo un romanzo della Tavola ritonda , e che per 
conseguenza gli Inglesi sono i primi inventori di silFatti romanzi 
cavallereschi. Ma questi due autori hanno veramente esistito e 
scritto le storie che sono loro attribuite ? Tommaso Warton in 
una sua storia della poesia Inglese non fa parola alcuna né di 
-loro nò delle loro storie, e creando un nuovo sistema che si op- 
pone in più punti alle opinioni del Giraldi , del Pigna , di Sau- 
maise, di Uezio, del Quadrio e di alcunlaltri scrittori intorno a tale 
subbietto , attribuisce anch' egli agli Arabi la gloria di un' inven- 
zione che quei due autori vollero involar loro per darla ai pro- 
prj nazionali. Al dire del dotto Warton pare che di tutte le 
parti della Francia , 1' antica Armorìca o la Bretagna fosse quella 
in cui siffatte invenzioni venissero meglio accolte, e ne adduce 
per prova la collezione degli antichi romanzi cavallereschi che 
conservasi nel museo Britannico. U Ginguené però dimostra a 
chiare note che tutti i romanzi dei quali Warton allega i fram- 
menti a provare che furono composti in Bretagna , sono scritti in 
vecchio Francese, e non in basso Bretone o Celtico, il quale 
non avea con esso veruna somiglianza. Ecco dunque una prova 
affatto contraria alla gloria letteraria che Warton vuole attribuire 
alla Bretagna. Ma ci ha una memoria della quale pare che i Bre- 
toni si possano a più buona ragione gloriare. L'anno iioo al- 
l' incirca Wallieri o Gualtieri dotto Arcidiacono d' Oxford, viag- 
giando in Francia, si procacciò in Bretagna un'antica cronaca 
scritta in Bretone o in idioma Armorico, intitolati Bruto di Bre- 
tagna. , e portatala seco in Inghilterra , la comunicò al celebre 
Galfredo di Monmouth versatissimo nella favella Bretona , che ad 
istanza del suddetto Gualtieri tradusse in Latino quella antica 
istoria, la quale comprende gli annali della gran Bretagna dal 
Trojano Bruto I. B.e de' Bretoni sino a Cftdwallader che dice es- 
sere morto nel 689. Confessa Galfredo di avere aggiunto alh 
detta storia le sole profezie di Merline , cui dice di aver tradotte 
dall'idioma Bretone in Latino. Gravi ragioni hanno indotto War- 
ton a credere che la suddetta cronaca sia stata composta di pa- 
recchi squarci fatti in tempi differenti , dettali però tutti dal set- 
limo al nono secolo. Ma se ciò fosse ne verrebbe una conseguenza 



329 DI5SERTA2IONB SETTIMA 

contraria all'opinione di Warlon , che i Bretoni, cioè non avean 
ricevute dagli Arabi le finzioni delle quali cotale istoria abbon- 
da, perciocché il loro conquisto in Ispagna accadde solo, come 
fu ben considerato da Uezio, nell'ottavo secolo. 

Un'altra origine ancora di siffatte finzioni crede Warton di 
avere scoperta nelle idee, nelle tradizioni, ne'dommi, nelle scienze 
e nelle arti recate dagli Sciti o Goti nel Settentrione delT Europa 
ove stabi lironsi sotto la condotta del loro capo Woden od Odino, 
e dalle poesie Runiche o Scandinave che dischiusero la via alle 
Arabe invenzioni , le quali unite insieme con esse divennero il 
fondamento e costituirono il maraviglioso di quelle narrazioni fa- 
volose cui venne dato il nome di romanzi. 

Che che ne sia di ciò, noi confesseremo che la suddetta fa- 
volosa storia di Galfredo di Monmouth fu per rispetto al Re Ar- 
turo ed alla sua Tavola ritonda una copiosa sorgente dei romanzi 
di Cavalleria. Ma un'altra ancor piiì feconda fu la storia non 
meno favolosa di Carlomagno e di Orlando attribuita a Turpino. 
In essa questo supposto autore è per la Francia quello eh' è Gal- 
fredo per l' Inghilterra ; ma varie anche per rispetto a questa sono 
le opinioni dei critici circa il tempo, il luogo e la favella in cui 
fu scrìtta. Alcuni vogliono che fosse scritta originalmente in La- 
tino, altri traslatata io questa favella dopo essere stata dettata in 
vecchio Francese, ed altri in fine che sia stata recata di Spagna 
in Francia. Ma un'altra più forte controversia nacque fra l'In- 
ghilterra e la Francia sull' anteriorità della favola d' Arturo e 
della Tavola ritonda, e quella di Carlomagno e de' suoi Pari, e 
sì r una che l'altra nazione volle attribuirsi la gloria di queste 
eroiche finzioni ; e s© gli Inglesi per una parte sostennero che la 
cronaca del supposto Turpino venne dai Francesi foggiata su 
quella d'Arturo, vollero i Francesi dall'altra che la favola di 
Cirlomagno non solo abbia preceduto quella d' Arturo, ma che le 
sia stato ben anche di perfetto esemplare. 

Sparse per ogni dove in Francia quelle due finzioni , passa- 
rono in Ispagna, o vi si erano per avventura introdotte prima. 
Comunque sia , queste favole non poterono mantenersi quali era- 
no , aggirandosi tra un popolo di fantasia romanzesca. I fatti 
d'armi dei dodici Pari e della Tavol^ rilonda furono ingranditi, 



1 R0MAM7,I ED 1 POEMI ROMANZESCHI CC. 32 J 

e vi si vide svilupparsi ed andare crescendo , come per gareggiare 
coll'Inghilterra e la Francia il terzo ramo del romanzi poetici, 
la vivace e commovente favola d' Amadigi di Gaula. Ma anche 
qui insorgono mille quistioni sul primo suo autore. Gli uni vol- 
lero che fosse stato originalmente dettato in vecchio idioma Spa- 
gnuolo da un Maomettano di Mauritania ; gli altri pretendono 
che sia nato in Inghilterra e di là passato in Ispagna ; alcuni ne 
fanno autore un Portoghese, ed altri avvisarono che fosse prima 
composto in Fiammingo e poscia traslatato in vecchio Spa- 
gnuolo. 

In un si grande guazzabuglio di cose , ed In mezzo a tante 
sì opposte opinioni e ad infinite dispute fra nazioni diverse che ar- 
rogar si vogliono a vicenda l'onore dell'invenzione de' romanzi 
cavallereschi , quale conseguenza potremo noi trarne che utile sia 
al nostro scopo , il quale consiste unicamente nel conoscere non 
glk la primitiva origine , ma la qualità della materia intorno a 
cui s'aggira 1' epopèia romanzesca d'Italia , e l'uso che ne fe- 
cero i più illustri nostri poeti ? E per verith chi non crederebbe 
che fosse per essere cosa frivola e ridicola il soffermarsi ad os- 
servare il più bello e sontuoso edifizio innalzato in Italia dai 
più valenti artefici, e che invece d'ammirarne le bene architet- 
tate volte , 1' eleganza , la venustà e la finezza degli ornamenti , 
i preziosi e ben lavorati marmi che lo compongono , e l' unità , 
la varietà e la semplicità del disegno, si facessero lunghissime 
indagini onde giugnere a scoprire se i rozzi sassi gettati per fon- 
damento a quel superbo edlGzio provengano dalla Scizia , dalla 
Persia o dall'Arabia \ se vi concorsero a portar le pietre gli Scaldi 
settentrionali , se quelle che servirono ad innalzarlo vi furono re- 
cate a vicenda dai Bretoni, dai Franchi e dagli Spagnuoli , o se 
gli uni abbian la gloria di aver preceduto gli altri nel preparare 
siffatti materiali? Lasciamo pure ch'altri si dicervellino in simili 
investigazioni, e che gli Inglesi, i Francesi, gli Spagnuoli si con- 
tendano a gara l'invenzione d'ogni romanzo di Cavalleria, noi ri- 
peteremo sempre che ciò che in essi per noi rileva non appartiene 
nò all'una né alP altra nazione, che tutte e tre, ed altre ancora 
se si vuole, somministrarono materia a ciò che hanno di storico 
e d'eroico, che tutte hanno per così dire stabilito i primi fonda- 
menti del maravigìloso 5 ma che l'Italia ha sopra tulle la gloria 



3 28 DISSERTAZIONE SkTTlMA 

di aver data la prima a que' romanzi una vita luminosa e dure- 
vole per le forme epiche di cui li vesii , per le nuove ricchezze 
dell' immaginativa che vi seppe spargere , e per tutte le dovizie 
della locuzione d' una lingua poetica e perfetta. 

Dobbiamo però convenire che fra i tre rami di romanzi de'quali 
abbiamo ragionalo, quello de' Francesi abbia avuto un più forte 
allettamento per le menti Italiane che non quelli de' Bretoni e de- 
gli Spagnuoli , perocché conoscendoli tutti per mezzo di antiche 
traduzioni , si esercitarono lungo tempo su Carlomagno e sul va- 
loroso Orlando , prima di volgersi direttamente a Lancillotto , a 
Girone il Cortese e ad alcuni altri Cavalieri della Tavola li- 
tonda. 

Ma Innanzi che per noi si possa vedere il genio epico Italiano 
svolgere tutte le sue ricchezze; innanzi di parlare del divino Ario- 
sto e degli altri romanzieri poeti che lo precedettero e che lo se- 
guirono , ed ai quali la già da noi esposta cronaca del snpposto 
Turpino somministrò, direm quasi, il principale argomento , egli 
è necessario il sapere che un altro romanzo scaturito in certa ma- 
niera dalla suddetta sorgente diede ad altri materia onde comporre 
poemi romanzeschi, la cui azione rimonta al di là del regno di 
Carlomagno, e che gli autori di tali poemi hanno di qualche 
tempo preceduto quelli che cantarono le imprese del detto Impe- 
ratore e de' suoi dodici Paladini. Questo è quel vecchio romanzo 
in prosa Italiana scritto ne' primi tempi della volgar nostra favel- 
la, intitolato i Reali di Francia, cioè i Principi della stirpe Reale 
di Francia che precedettero Carlomagno , siccome Fiovo , Fiora- 
vante , Rizierl , Buovo d' Antona ecc. 

Le istorie in tutto il libro contenute come si leggono nelle 
piij e men conosciute edizioni, abbracciano sei soli libri e, co- 
niinclando da Costantino, terminano col ritorno dall'Italia in 
Francia di Carlomagno, accompagnato da Berta sua sorella e da 
Orlando suo nipote. Vi restano troncate a mezzo le vicende di 
molti Paladini, né l'operasi mostra condotta sino al suo compi- 
mento. Essa venne per la prima volta stampata assai bene in Mo- 
dena nel i/|Oi col titolo di Real di Pranza. Cristofano Altissi- 
mo, o comuncfUe ei si nominasse che la recò in ottava rima, giu- 
dica, ma senza alcuna prnva , che fosse autore di tal romanzo il 
dotto Alcuino, E in vero che questo libro fosse in lingua Latina 



I ROMANZI ED I POEMI ROMANZESCHI CC. 32^ 

da alcuno composto, e poi alla volgare recalo, pare che dal ti- 
tolo stesso dell'opera si possa conghietturare , poiché è frase La- 
tina della bassa latinità, in cui i Reali y Regales si dissero i fi- 
gliuoli de' Re e i Regoli , come dimostra il DuCange nel suo 
Glossario. Ma per altra parte il Du-Chesne che tutte le opere 
d' Alenino accuratamente raccolse, de' Reali non fa motto veruno. 
Ignoti dunque sono il nome e la patria dell^ autore. « Si potrebbe 
però osservare, siccome riflette a tale proposito il eh. signor Bar- 
tolommeo Gamba (i), che nelle vecchie leggende solcano gli scrit- 
tori fermarsi con ispeziale minutezza a descrivere que' paesi ch'es- 
sendo i loro proprj assai conoscevano,- e siccome nei Reali di 
Francia si trovano aspre battiglie date in Lombardia , di cui non 
è o pirciola o grande città che non sia ricordata, e siccome an- 
che de' contorni di Roma si mostra l'autore istrutto a segno di 
darci sino il nome di qualche strada della piccola città di Sulri^ e d'al- 
tra parte delle città Toscane e di quelle del paese Veneziano poco 
si fa menzione , cosi io inclinerei a giudicare questo scrittore na- 
tivo degli Stali o Lombardi o Ponti ficj , piuttostochè dei Veneti 
o dei Toscani. 

Quel poco che si può ricavare dagli scrittori che più di pro- 
posito si occupsrono di questo ramo di letteratura, intorno all'epoca 
in cui i Reali di Francia furono composti , si è che il libro non 
poteva certamente essere scritto prima del secolo XIL né dopo la 
metà del secolo XIV. poiché Luigi VI. detto il Grosso fu il 
primo che fece portare in guerra quella sacra bmdiera detta 
Orifiamma , della quale spesse volte in esso si parla (2); e clie 
lo sierico Giovanni Villani che morì nel i348 rammenta nelle 
sue cronache i romanzi che narravano le gesta di Buovo d' An- 
lona (3), le quali appunto danno argomento a tutto il quarto libro 
dei Reali di Francia (4). Da ciò pare che tener debbasi per 
certo che quest'opera fosse dettata o nel XIII. o al più tardi nel 

(i) V. Pref. ai Reali dì rmticia ecc. Edizione per la prima volta purgata da 
infiniti errori {dai eh. signor Burioloinmeo Gamba). Venezia, Tip. Alvisopo- 
li, 1821 in 8.0 

(2) V. Reali di Francia lib. 1. cap. 9. e seg. 

(3) Lib. I cap. 55. 

(4) V. Reali di Francia lib. IV. cap. fiS. D-'li' errore del Villani di coiifon- 
«Icre Volterra coli* Antoua d'Irij^liilterra , e del romanzo di buovo d' Aulona si 
parlerà in appresso. 



33o DISSERTAZIONE SETTIMA 

principio del XIV. secolo. Un testo a penna che fu veduto dal 
Salviali , ch'era scritto, come ei dice, intorno all'anno i35o. Gli 
accademici della Crusca ne conobbero de' frammenti , che furono 
esaminati dal loro Infarinato, ma questi servirono ad apprestare 
qualche buona voce al loro J^ocabolario , e poi rimasero trascu- 
rati fra la polvere degli archivj. Dall'anno i^(^i in cui si fece in 
Modena la suddetta prima edizione sin all'anno i8i5 in cui in 
Venezia ultimamente questo libro s'impresse , non sì è fatto altro 
che interpolare , imbrattare , deturpare una dicitura , la quale pur 
scorgesi essere originalmente stata tutta facile e netta , e ognora 
plausibile per lo periodare breve, succoso, chiaro e vibrato. La 
nuova edizione di Venezia procurata dal chiar. signor Gamba, per 
mancanza di codici , fu tenuta a riscontro con due vecchie edi- 
zioni, 1' una e l'altra poco pregevoli ; quindi egli ha dovuto porre 
studio e diligenza somma onde render chiaro il senso, togliere le 
ripetizioni troppo soverchie e nojose , regolare la interpunzione 
senza far perdere al libro , per quanto potè , le native sue forme. 

Noi qui avvertiremo una volta per sempre che nel presente 
r-ìglonamento non si farà menzione che delle prime edizioni dei 
romanzi e de' poemi romanzeschi, le quali necessarie sono ad il- 
lustrarne la storia. Una più distinta descrizione si delle prime che 
delle susseguenti ristampe che perla loro importanza vie più servono 
al divisato nostro scopo, e che in egual tempo soddisfar possono 
\n dotta curiosità degli amatori di questa amena letteratura , se n'è 
fatta nel Catalogo Bibliografico de' Jìomanzi ecc., che, qual ap- 
pendice si aggiunge al presente volume. Noi siamo debitori di 
questo nuovo e si studiato lavoro alle estese cognizioni in sifTallo 
genere d'erudizione ed alP indefessa diligenza dell' illustre signor 
D. Gaetano de' Conti Melzi , espertissimo raccoglitore de' piìi pre- 
giati e rari libri spezialmente Italiani onde arricchisce sempre più 
\a sceltissima «uà Biblioteca. 

Abbiamo di già accennato che il romanzo de' Reali di Fran- 
cia venne recalo in ottava rima da un certo Crlstofano Altissimo j 
e di fatto tale poema diviso in canti novantotto fu poscia stam- 
pato in Venezia nel i534, col titolo di Reali di Francia di Cri- 
stofano AlLissimo. Ma quali notizie abbiamo noi mai di siffatto 
poeta? Altissimo soprannomossl dal dir di Grepcimbeni (i)e d'altri 

(i) Ist. della Volg. Porsia voi 111. p^g. 3ocj. 



I ROMANZI ED 1 PORMI ROMANZESCHI eC. 33 1 

Cristoforo Fiorentino poeta volgare, autore d'un romanzo in ot- 
tava rima de' fatti de' Paladini intitolato i Reali e di alcun' altra 
poesia, 11 Crescimbeni pone il suo fiorire nel secolo X.V. circa 
il i48o, aggiugnendo tuttavia che visse alcuni anni anche nel se- 
colo XVI. il che è verissiuioj perciocché visse pf;r lo meno fino 
al i5i4i nel qual anno Bernardo di Filippo di Giunta gli dedicò 
la sua edizione dell' Arcadia del Sannazaro. Egli fu tenuto in 
tanto pregio e riputato poeta di tale sublimità , che non solamente 
fu laureato , ma ebbe il suddetto titolo d'Aliisiimo. Con tutto 
ciò, aggiugne il Crescimbeni, le cose sue, quantunque facili, e 
alle volte di qualche gagliarda fantasia e buona invenzione sparse , 
non vagliono nulla , essendo tutte sporcate della più enorme b.ir- 
barie di quel secolo nel quale fiorì. Questo giudizio è appoggiato 
a quello del Varchi, il quale par che annoveri (i) V Altissimo 
fra i pili rei e meno comportevoli poeti del suo tempo. Altrove 
il Crescimbeni lo nomina fra que' pochissimi poeti che sul princi- 
pio del secolo XIV. conservarono il pessimo gusto nella poesia 
volgare. Crede il Crescimbeni che 1' Altissimo fosse un improvvi- 
satore assai chiaro ai suoi tempi , come si rileva dalla lettera 
premessa ai suoi Reali (2). Egli era solito cantar questi non so- 
lamente in privato , ma anche in pubblico. Non soleva per lo più 
scrivere i suol versi, e quelli che conservava, li teneva sotto una 
grandissima gelosia, laonde gli ascoltanti che li stimavano al sommo, 
si prendevano la briga di scriverli nel tempo stesso ch'ei li can- 
tava. Seguita la sua morte, furono 1 pezzi scritti in lA guisa in- 
sieme con alcuni capitoli ed altri frammenti trovati appresso l'au- 
tore, raccolti e per la maggior parte ordinati e divisi in XGVIII. 
cinti da Giovanni Antonio de'Nlccolinl da Sabbio, e dati alle 
stampe col seguente titolo: 

Primo libro de'Reali di M. Cristoforo Fiorentino detto Al- 
tissimo, poeta laureato, cantato da lui alVinipj'ovviso. In Vene- 
zia, per Giovanni Antonio de'Niccolini da Sabbio i534 in 4-'* 



(i) Ercolano paff. 26 dell' ediz. ultima di Firenze. 

(•ì) li Quadrio dopo di aver seguito l'opinione del Crescimbeni, quasi rav- 
vedutosi di poi si mostrò di parere nel voi. 3 a car. 216 che quel Cristcfaiio 
Improvvisatore non fosse già V Allissinw , ma un certo Cristofano Sordi Cieco 
da Forlì , die a guisa di cautimbauco andava tutto il di in giro con granJissiniOb 
grido improvvisando. 



332 DISSERTAZIONE SETTIMA 

Dal fine del romanzo si vede che aveva intenzione di com- 
porne un altro col titolo di Fiorawante. 

DI questo Altissimo niuna menzione troviamo farsi dal signor 
Gorgon de Percel nella sua Biblioléqae des lìomans ; e pure a 
lui è stalo ben anche attribuito; benché senza fondamento, un 
altro romanzo intitolalo La Spagna Istoriata ecc. più volte stam- 
pato , e del quale parleremo in appresso. Per ciò che spetta alla 
materia del suddetto romanzo e degli altri ancora che hanno per 
argomento le imprese de' Franchi, ragion vuole che dirsi debba 
alcuna cosa della genealogia de' Reati di Francia e della loro 
discendenza , non quale fu veramente, ma quale ci fu nel detto 
libro narrata, affinchè meglio pervenir si possa all'intendimento 
calla disposizione delle cose contenute ne' poemi romanzeschi che 
hanno per principale fondamento le origini de' Franchi. 

Leggesi ne' He ali di Trancia che dalT Imperatore Massimiano 
nascesse Giovanni detto il Cavalier del Leone. Questo Cavaliere 
è nominato ne' libri di Lancelotto del Lago Yvan cioè Giovanni, 
e in essi si dice che fu della magione del Re Artù , compagno 
della Tavola tonda, e che chiamavasi Cavalier del Leone, perchè 
un leone da pargoletto se lo aveva allevato. Da questo Cavaliere 
nacque Costanzo Coloro, il quale avendo preso in moglie Elena 
figliuola di Coel Re di Clocester generò in Inghilterra quel gran 
Costantino , che non essendo da principio che Imperator d'Occidente, 
divenne poi assoluto Principe d^ambedue gli imperj. Costantino il 
6r/fl«c?e avendo in moglie Fausta Lucia figliuola di Massimiliano 
Imperatore e sorella di Sansone Romito, generò di essa Costanzo II. , 
che detto fu per le sue qualità Fiordimonte, e da alcuni Fiorante» 
ma che al battesimo fu appellalo Fiovo. Questi ebbe dal detto 
Sansone per comandamento dell' Angelo la bandiera detta Ori- 
fiamma (i). 

Fiovo ebbe in moglie Brandorla figliuola del Duca di Sansogna, 
la quale nel primo anno il fece padre di Fiorello , onde usci la 
Casa di Francia; e poi padre il fece di Fiore, onde la Casa di 

(i) V. Beai, di Frane. Lib. I. cap. g. e seg. « Ora sappi, cosi Sansoue a 
Fiovo , che r Angelo di Dio mi ha dato questa bandiera , eli' io te la presenti ; 
e raandati a dire , che tu vada senza paura che acquisterai gran paese , e che si 
faranno Cristiani, e tienti a niente che quella gente che sotto questa iusegua si 
condiicerà non potrà esser vinta per battaglia L'Angelo mi disse e co- 
mandò .... che questa liaudiera si debba chiamare Orifiamma, 



GENEALOGIA DEGLI EROI DE' ROI\UNZI CH'EBBERO PER FONDAMENTO LE ORIGINI DE' FRANCHI E LA STORIA DI CARLOMAGNO, DE'SUOI PALADINI E LORO DISCENDENTI. CASA DI FRANCIA E DI DARDENA O DARBENA. 

{CRO!>iACA DEL SUPPOSTO TUliPÌNO — liEALl DI FRANCIA eccJ 
MASSIMIANO IMPERATORE. 

GIOVANNI 

delta il Civnlier i 

COSTANZO CLORO, 

COSTANTINO IL GRANDE. 

[ 

COSTANZO U. 



r dd Lc< 



CASA DI MONGRANA 

(GUEAiyO DETTO IL MESCHINO ice 




a da aa io- BERNARDO 
<o con Già di Balaolc o Rasi 
linangliadi ) 



OD AVVEDUTO. 


G 


galaFrone 

•.nC.ndilC.I.. od 


Ile Cina. 


MAKSILIOBÈ'ÓI SCAGNA. AUCALIA 

1 dello UBERTO 
FERRACUTO O FERRAD* dtì Linne ucciio 
Gigante uceitQ da Rolaodo dn Fcrraù. 
od OrlaodO' 




ctlobro per ]. ,m 
di Carlomagno, tni) 
lire. Costei pr/fcri 

H£'lì°i;'Jd''''" 


ANGELICA 
SUR bellezza : fu il martello d'ara 
principalmente d'Orlando elio p 

sao ferito, fu da eaaa raccolto e e 
i, fu da essa sposato e (otto conso 



1 ROMANZI ED I POEMI MOMANZESCHI CC. 333 

D^rdena ebbe principio ; perciocché Fiore venne dal padre coro- 
nato Re di Dardena j e questa corona portata gli fu in dote da 
Florinda figliuola di Asirano o Asyradon Re di Dardena , la quale 
esso Fiore sposò; e della quale tre figliuoli ebbe, che furono Lione, 
Lionello e Uliana. Quest'ultima giunta in eù da marito, fu data 
in moglie a Tebaldo di Liraan , onde nacque Uggiero 11 Fiero che 
fu un prode e franco Cavaliere. 

Fiorello ebbe in moglie la sorella carnale di Giliarao Duca di 
Baviera, nominala Biancadora, dalla quale generò Fioravante. 
Questi sposò Dusolina figliuola di Baiente Re di Scondia , dalla 
quale gli nacquero ad un parto stesso Ottaviano del Lione , e Gi- 
berto Fier-Fisaggio. 

Ottaviano del Lione fu lasciato da Balante, materno suo avolo, 
erede del regno di Scondia: sposò egli poi Angaria figliuola del 
Soldano di Babilonia , e da essa generò Boveto: questi sposò Ale- 
branda o Librantona figliuola di Giuliano di Baviera , e n' ebbe 
un figliuolo , che fu detto Guido d' Antona , e per soprannome 
il Meschino. Guido d' Antona sposò Brandolina o Brandoria figliuola 
del Re Ottone di Guascogna di Bordeos , che il fece padre del 
buon Buovo d'x\ntona. Questi avendo poi sposata Drusiana figliuola 
di Ermiuione Re d'Erminia, generò d'essa due figliuoli ad un par- 
lo , che furono Guidone e Sinibaldo , e poi un terzo, che fu no- 
minato Guglielmo, e fu poi Re d' Inghilterra, ma mori senza 
prole. 

Giberto Fier-yisaggio ebbe in moglie Sibilla Regina di Ar- 
ticano dalla quale nacque Michele; da questo nacque Costantino 
che per la bontà de' suoi costumi fu detto Angelo: dal Re Angelo 
nacque Pipino, che sposò Berta dei-gran pie , figliuola di Filippo 
Re d'Ungheria , che il lece padre di Garlomagno, e poi di Berta 
II. che fu madre di Orlando. 

Noi ci siamo sforzati con ogni diligenza dì porre sotto di un 
solo punto di vista nella seguente tavola A un ampio e ben cir- 
costanziato albero geneologico della Casa di Francia e di quella di 
Dardena sì celebrate per le imprese di Carlomagno ; di quella di 
Chiaramonte tanto famosa per 1' eroismo di un Orlando e di un 
Rinaldo, e la genealogia in fine della Casa di Mongrana nella quale 
eminentemente si distinse un Guerino detto il Meschino. La di- 
ligenza colla quale abbiamo compilato questi alberi genealogici ci 
Romanzi di Cavali. Voi. I- 22 



334 DISSERTAZIONE IBTTIMA 

fa sperare di essere giunti a rappresentarli per la prima volta eoa 
quella maggiore esattezza che ottenere si possa in mézzo ad uà 
tanto numero d' eroi romanzeschi , ed alla varietà e confusione , 
direm ben anche, delle avventure che ne' romanzi e ne' poemi ro- 
manzeschi si trovano afFastelIate. 

Cotale discendenza dei due rami della pretesa stirpe di Costan- 
tino , e i fatti e le avventure di ciascuno di quegli eroi, riem- 
piono i cinque primi libri dei Reali di Francia ', e la nascita 
romanzesca di Carlomagno , e le avventure di sua madre Berta- 
grosso-piede occupano i diciassette primi capi del sesto ed ultimo 
libro, nel 6ne del quale si legge come Carlo adottò Orlandino 
per figliuolo , come venne da lui fatto Conte d' yfnglante e Mai'' 
chese di Brava , e dal pastore della santa chiesa Gonfaloniere 
della Chiesa e campione di tutta la Cristianità e Senatore di 
Roma ecc. Cotal fine hanno nei Reali di Francia le avventure di 
Orlando: altri romanzi ne diedero la continuazione, e cosi pure 
la storia di Rinaldo Montalbano e di altri eroi, o tolti anch'essi 
dagli antichi romanzi Francesi , Spagnuoli ed Italiani , od intiera- 
mente immaginati. 

Nò qui tacer si deve, dopo d'aver detto intorno ai Reali di 
Francia tutto quello che si è potuto raccogliere dai più eruditi 
scrittori, che il più antico romanzo Francese, del quale la famiglia 
di Carlo sia stato l'argomento, é quello di Pipino suo padre e 
di sua madre Berta-gran piede (i), il cui autore fu un certo 
Adenés che fiorì dal 1270 al i285 sotto il regno di Filippo i'^r- 
dito. Fu questo romanziere soprannominato il Re , sia perchè era 
Re d'arme del Duca di Brabante, sia verisimilmente perchè era 
stato incoronato a Valenciennes in una Corte d'Amore. Oltre quello 
di Berta-gran-piede abbiamo di lui 1' altro famoso romanzo di 
Cleomades ; ed i Benedettini , autori della Storia Letteraria dì 
Francia, gli attribuiscono ancora Les quattre Fils-Ajrmon, che sono 

(r) A proposito di Pipino padre di Carlomagno cita il Quadrio due roman» 
iu versi che conservatisi manoscritti, l'uno in lingua Fraoceie nella R. Biblio- 
teca di Parigi col titolo Histoìre de Pepin. et de Berthe sa Jemme , en vers , e 
questo sarà probabilmente il detto romanzo d'Adenés, l'altro nelU Biblioteca 
di S. Lorenzo in Firenie cbe ba per titolo : il Padiglione del Re Pipino dett» 
il Padiglione di Cuccio. Questo poemetto eJ altri simili che ha la volgar poe- 
91? furono tatti composti , come asserisce il Quadrio, a imitaiione o ad cmuU- 
;sio»e d'Omero che lo sondo d'Achille doscrisse nella sua Iliade. 



I ROMANZI ED I POEMI ROMANZESCHI OC. 335 

Àlardo , Guiscardo, Rinaldo e Ricciardetto, e l'altro romanzo in- 
titolalo Ogì'er de Datinois od Uggieri il Danese , cui il Quadrio 
dice posto in versi da Adengo poeta Francese, dei quali parleremo 
a suo luogo (i). 

Un episodio de'^/?a/i di Francia dir si può il Buono d'An- 
ton a , il più antico degli epici romanzi che ci siano rimasti, la cui 
azione, è anteriore al regno di Carlomagno. Buovo d' Antona è un 
Eroe discendente come Carlomagno , dall'Imperatore Costantino, 
e bisavolo di Milone d'Anglante, padre d' Orlando. Questo poema 
fu stampato per la prima volta in Venezia per Hanibale Foxio 
da Parma nel MCCCCLXXXFII. in 4-° La seconda edizione data 
generalmente per la prima dai BibliograG porta il seguente titolo : 
Buovo d^ Antona canti XXII. in ottava rima. In (ine : Finisca 
Buovo d^ Antona impresso in Venezia per Bernardino di Chori 
da Cremona a dì a8 agosto i^^Q in ^.° Questa edizione è la 
migliore delle altre fatte in appresso (2); in fine di essa irovansi 
anche aggiunte alcune altre romanzesche storielle che sono ; Il 
pianto de' Paladini e il Pianto di Polisena. Annovera il Qua- 
drio altri Romanzi sullo stesso soggetto di Buovo d' Antona , e 
sono un romanzo in versi Provenzali , testo a penna in pergamena 
che conservasi tra' libri della Regina di Svezia nella Biblioteca 
Vaticana , alla fine del quale è scritto , come osservò il Crescira- 
beni, ch'esso fu composto nel i38o. Un altro romanzo ci ha pure 
in prosa Francese intitolato: Histoire du Chevalier Beuve de 
Hanthone , et de la belle Josienne , che fu stampato in Parigi 
in 4'° con caratteri gotici, che non sembra anteriore al quindice- 
simo secolo. Ci ha ancora, La morte di Buovo d^ Ancona con la 
T^endetta di Sinibaldo e Guidone suoi figliuoli. Questo è un 
picciol romanzo o poema in ottava rima , che ordinariamente va 
impresso dietro al predetto Buovo d' Antona. Nota il Quadrio 

(i) Alcuni traiti romanzeschi della giovinezza di Carlomagno si liovanoaa- 
cbe nel romanzo di Girardo d' Amiens che scriveva o nel medesimo tenjpo che 
Adenés, od alcuni anni prima sotto il regno di Luigi iX. Si può veder un 
eslratto del detto romanzo nella Biblioteca dei Bomanzi , primo volume d* ot- 
tobre 1977, dietro un manoscritto che non ci è noto. 

(3) Altre edizioni portano il seguente titolo: Buouo , nel quale se tratta 
delle bulta^ltc et gran falliche lui fece , con la sua morte, di niiot>a rislam' 
poto ; ed a^^iunlovi a ciascun canto le sue dichiarazioni. Ma quest'ultima 
criizione è scorrctiissima. 



336 DISSERTAZIONE SETTIMA 

che questi romanzi sono l' un rifatto e cavato dall'altro ; senza però 
indicare qual sia l'esemplare, che prima uscisse alla luce. Ma 
già un romanzo ci era di Buovo (VAntona , vivendo ancora Gio- 
v-iuni Villani, avendo questi scritto nella sua cronacaQib. I. cap, 55). 
« La città di Volterra fu chiamata Antonia , e fu mollo antica , 
fatta per li discendenti d' Italo j e però, secondochè si legge in 
Romanzi , quindi fu il buono Buovo d'Antona ». Ma qui il Villani 
cadde in errore, poiché gli antichi romanzi collocano Antona in 
Inghilterra nelle vicinanze di Londra. Il romanzo de' Reali di 
Francia la colloca ne' dintorni di Londra , e la dice fondata da 
Bovetto avo di Buovo ; che a tre miglia circa da quella città , al 
di là da una riviera , eravi un colle assai elevato , sul quale Bo- 
vetto avea fatto costruire una rocca, a cui diede il nome di castello 
San Simone ( Reali di Francia lib. III. cap. i ^ ). Si legge pure 
in altri antichi romanzi che Buovo era uscito d' Inghilterra, Ma e 
come dunque il Villani potè prendere questo abbaglio? Siffatto 
errore è verisimilmente una prova dell'antichità del Buovo d'An- 
tona , poiché in questo solo poema italiano non ci viene in tutto 
il corso de' suoi canti indicato di quale Antona si favelli. Bisogna 
quindi conchiudere che tale ommissione desse luogo all' equivoco 
preso dal Villani. Dunque è da credere che accennare ei volesse 
il detto poema romanzesco j e che desso per conseguenza sia stato 
il primo sii Buovo d' Antona composto. Né possiamo sospettare 
che il Villani nel suo ragionare avesse di mira quel già citato 
romanzo di Buovo in versi Provenzali, poiché morto egli essendo 
nel i348 non poteva certamente parlare di un'opera che al dire 
del Grescimbeni non è piti antica del i38o. Chi poi fosse l'autore 
di tal poema a noi è affatto ignoto: vedesi però da parecchie lo- 
cuzioni del dialetto Fiorentino di que^ tempi che era di Fiorenza 
o certamente di que'contorni, e che viver dovette determinatamente 
tra Dante e il Villani ; poiché 1' autore nella antipenultima ottava 
dell' ultimo canto cita Dante co' seguenti versi : 

.. Gante che scrisse , non come si sogna, 

'■■'■■ «ii (o non come bisogna^ 

Con gran reprension sì me percole ecc. 

Questo romanzo dunque dovea essere composto tra i tempi di 



I ROMANZI ED I POEMI ROMANZESCHI eC. 337 

Dante e quelli di Giovanni Villani, cioè nella prima parte del XIV. 
secolo. 

Dopo il Buovo d' Antonaf Carlomagno e ì dodici suoi Paladini 
formano l'argomento di quasi tutti gli altri poemi romanzeschi , ed 
i Reali di Francia non sono più la sorgente ad essi comune; 
ma bensì la supposta cronaca dell'Arcivescovo Turpino, della 
quale abbiamo bastantemente parlato in quest'opera. 

Fra i primi romanzi che trattano direttamente delle imprese 
di Carlomagno, o ne'quali egli figura pel primo, rammentasi 
quello in lingua Spagnuola che comprende la Storia dell' Impe* 
ratore Carlomagno ^ e de' dodici Pari di Francia per Nicolò di 
P i amante , composto in prosa e stampato in Siviglia nel iSaS, e 
diviso in tre libri, il primo de' quali è tratto dalla cronaca La- 
tina di Turpino , il secondo da un' antica poesia francese , ed il 
terzo da Vincenzo di Beauvais nel suo Specchio Istoriale. Cre- 
desi che il detto romanzo sia quasi intieramente copiato da un 
altro somigliante scritto in lingua Francese, ed appartenente alla 
Biblioteca del Re di Francia. A questo debb' esserne soggiunto un 
altro diviso in LXXIV. canti in ottava rima col titolo : Libro 
dello Innamoramento del Re Carlo ecc. stampato per la prima 
volta in Venezia nel i48i. 

Fu già da noi sovraccennato VUggieri il Danese, antichissimo 
romanzo Francese attribuito al poeta Adenés. Di Gualfedrano Re 
di Getulia , di Sarais ecc. nacque Uggieri il Danese , che con 
vincolo di stretta amicizia si avvinse con Carlomagno, quando 
questi ancor giovinetto sotto il finto nome di Mainetto serviva 
nella Corte di Galafrone Re della Spagna , e con esso Carlomagno 
corse varie vicende , finché detto Carlo ebbe conquistato il reame 
di Francia e ne fu coronato Monarca. Nel lib. VI. de' Reali di 
Francia se ne parla lungamente cominciando dal capitolo 34 e 
progredendo fino alla fine. Si crede che La Morte del Da- 
nese , poema di Casio da Narni stampato in Ferrara nel i52i, 
ed il Danese Uggieri di Girolamo Tromba da Nocera , in 
Venezia nel iSgg sieno poemi tratti dal suddetto romanzo Fran- 
cese. 

Un altro Cavaliere nominato Doolin di Magonza si è fatto pur 
\ivere ne' primi anni di Carlomagno come si trae da un romanzo 
Francese stampato in Parigi nel i5ii, in cui si narrano insieme 



338 BISSRRTAZIONÉ SETriM4 

alle aue prodezze gli alti fatti d'arme dì Carlomagno e d'altri 
^Cavalieri. Le prime imprese dello stesso Carlo conlra Antheo Gi- 
gante , ed i Trionfi del medesimo furono argomento di due poemi 
composti da Francesco Lodovici Veneziano j il primo in trenta 
canti in ottava rima stampato in Venezia nel i524> ^^ ^^ secondo 
parimente in Venezia nel i535 steso in duecento canti in terza 
rima. Più antico di questi ed assai raro libro è il poema roman- 
zesco intitolalo Altobelio e Re Trojano suo fratello , istoria nella 
quale si raccontano non solo i fatti di questi due eroi , ma quelli 
ben anche di Carlomagno , di Orlando suo nipote, di Rinaldo e 
di altri Paladini. Esso venne stampato per la prima volta in Ve- 
nezia nel 1476, e contiene trentacinque canti in ottava rima. Uà 
altro antico romanzo in lìngua Francese , e cavato anch' esso ia 
parte dalla cronaca di Turpino e tradotto poi in Italiano si è pur 
quello che ha per titolo La conquista del gran Re Carlomagno 
delle Spagne , e a* fatti e gesti de* dodici Pari di Francia e 
del gran Fierabrasso ecc. stampato in Parigi senz'anno. Di questo 
romanzo in lingua Francese sussistono due antiche edizioni l'una 
di Roano e l'altra di Parigi in /\° senza data; ed un'altra poste- 
riore di molto eseguita in Lione nel 1609 ^^ 4*° -^^ Roman de 
Fierabì as , stampato in Parigi in 4'*' senza data e in caratteri 
gotici , è intieramente cavato dal predetto romanzo » del quale il 
Fierabrasso non è che un episodio. 

Il medesimo suddetto romanzo della Conquista del gran Re 
Carlomagno delle Spagne che senza dubbio debb'essere stato uno 
de' pili antichi non pur in prosa Francese ma anche in prosa Ita- 
liana, è quello che recato alla volgar poesia col titolo di Spagna 
divenne più celebre degli anzidetti romanzi e poemi romanzeschi 
d'Italia. Esso comprende in quaranta canti l'ultima spedizione di 
Carlomagno in Ispagna, sino alla battaglia di Roncisvalle, e nel- 
l'ultimo canto la vendetta che fa l'Imperatore del tradimento che 
gli tolse il fiore dell'esercito. Eccone il suo titolo come sta in una 
delle più antiche edizioni della Biblioteca del predetto signor Don 
Gaetano Melzi : Incomincia il libro vulgare decto la Spagna in 
quaranta cantare diuiso doue se tracta le battaglie fé Carlo 
Magno in la pronincia de Spagna; ed in fine, finito il libro chia- 
mato la Spagna impresso in Venezia per Bartholomino de Zani 
de portisio dell'anno de la natività del nostro Signore Jesu Cri- 



1 ROMiszi ED 1 pojiMi ROMiiriz£scai ec. 33<) 

alo MCCGCLXXXVIII a dì III del mese di seplembrio «. L' edi- 
zione che per la prima \ien riportata dal Quadrio si è quella 
fatta in Milano dal Minuciaao ad istanza dei fratelli di Legnano 
nel 1619 In 4-° 

Alcuni scrittori hanno attribuito questo poema a Cristoforo 
Altissimo; ma si sono di gran lunga ingannati; essi non seppero 
che 1' autore non volendo che il suo nome venisse ignorato , lo 
espresse chiaramente nell' ultima stanza del suo poema dicendo : 

Ha Signori rimato tutto questo 
Sostegno di Zanobi da Fiorenza ecc. 

Ma di questo verseggiatore Fiorentino non si legge in verun luogo 
altra notizia; la sua maniera però di comporre non differisce da 
quella dell'autore del Buovo d'Antona: lutto ci mostra che erano 
contemporanei, ed il Quadrio lo conferma dicendo di avere veduto 
presso Girolamo BarufTaldi un esemplare della Spagna manoscritto 
in pergamena, con vaghi caratteri miniati, la cui scrittura è cer- 
tamente del secolo XIV. Esso però non comprendeva che 34 
cantari. 

Il Varchi ripose questo romanzo, come scempiato, fra le ma- 
ledizioni in un col Buovo d' Antona , e coW Ancroja e col Da- 
nese^ de' quali parleremo In appresso. Ma , siccome riflette il Qua- 
drio, tirò egli un colpo all'aria, senza averli per avventura mai 
letti: polche sebbene non trovisi in questi la pulitezza e lo spirito;, 
ad ogni modo molti bei lumi vi sono sparsi, i quali furono di non 
poco ajuto a' romanzieri posteriori per illustrare le loro poesie. 
Oltre che è da osservare , che la massima parte dei versi insi{)ìdi 
e sciocchi e molte altre storpiature che vi sono per entro , non 
degli autori son colpa, ma si degli amanuensi e degli stampatori 
ignoranti ed avari; come il Quadrio difatto ha scoperto, confron- 
tando le ultime edizioni di alcuni di questi romanzi colle più vec- 
chie e co' manoscritti. 

Il Ginguené iche diede al detto poeta gli epiteti di pessimo , 
scipito, detestabile ecc. confessa però che per aver il Zanobi te- 
nuto dietro al falso cronicista Turpioo, trovasi ne' suoi rozzi rac- 
eooti una commozione che non è possibile il non sentire; che l'au- 
tore della Gerusalemmi: liberata non aveva avuto a schifo di leg- 



34o DISSERTAZIONE SETTIMA 

gerlo , e non disdegnò di richiamarselo alla memoria e d' imi - 
tarlo più volte , e che in detto poema si scorgono con istupore 
evidenti imitazioni d'Omero: ciò che vedremo più chiaramente 
neir argomento di detto poema posto dopo la presente disserta- 
zione. 

Daremo fine a ciò che riguarda questo poema coli' osservare 
un grave errore del Ginguenè che tanti altri ne commise parlando 
di Tarpino e della sua cronaca, che, a nostro avviso, non lesse 
giammai. Egli dice che il Zanobi ad ogni tratto ha sott' occhio la 
cronaca attribuita a Turpino , e che sovente altro non fa se non 
se metterla in versi , senza nominarlo mai come autore della me- 
desima (i), dicendo: se il mio autore non m'inganna — così mi 
dice il libro — questo noi dice il libro ecc. nel che come ab- 
biamo di già osservato , venne imitato da tutti gli altri poeti 
romanzeschi , i quali però non tralasciarono di nominarlo. Da 
ciò vorrebbe il Giuguené inferire che nel quartodecimo secolo 
cotale cronaca non veniva per anco attribuita a Turpino. Da quanto 
abbiamo detto fin da principio intorno all' epoca di detta cronaca 
e del supposto suo autore si vede chiaramente quanto falso sia tale 
sospetto. 

Fra i primi informi saggi dell'epica romanzesca si unisce V^n- 
croja Regina al Buouo d'intona ed alla Spagna. Questo lungo 
e nojoso poema in cui si trattano le imprese di questa terribile 
guerriera che ridusse la Francia e Carlomagno agli estremi, e com- 
posto di XXX. canti in ottava rima. Esso col solo tìtolo di -^/zc/oya 
ftegina venne per la prima volta stampato in f^ene zìa per Filippo 
di Pietro i479» ^^ f°t edizione di prima rarità, col titolo di 
Libro de la Regina Ancroja, che narra li mirandi Facti d'arme 
de li Paladini di Franza , et maximamente contra Baldo di 
Fiore Iniperadore di tutta Pagania al Castello dell'Oro: In 
Venezia per Lorenzo de Loiro di Portes , i5i6 in ^.° Cotale 
poema pare a un di presso dettato ne' medesimi tempi del Buovo 
d' Antona e della Spagna j e fuor di dubbio era corso lungo 
tempo mainoscritto , ed e/a stato per avventura per più di un secolo 
cantato nelle strade prima che fosse onorato colle stampe. L' au- 
tore non si nominò , e niuna si die la briga di volerlo conoscere j 

{\) Star, della Leu. lied. Pari- II. cap. 4. 



ROMANZI ED I POEMI ROMANZESCHI CC 34l 

ma la locuzione è assai somigliante a quella del Buovo d'Antona , 
e tutto sembra indicare che gli autori fossero compatrlotti e poco 
meno che contemporanei. Questo poema è scritto in istile del 
tutto rozzo: ciascuno de' canti comincia con una preghiera, e que- 
ste per la maggior parte sono rivolte alla Vergine Maria, al sommo 
Dio, al Padre eterno, al Figliuolo ecc.,- il tutto perchè la Ver- 
gine e Dio ajulino il poeta acciò possa narrare le battaglie e le 
prodezze de' suoi Cavalieri , o altre cose ancora più mondane , tal- 
volta poco dicevoli e con soverchia naturalezza raccontate. A ca- 
gion d'esempio, la Regina Ancroja essendo presa d'amore di 
Guidone-Selvaggio , e tenendo prigione la più parte de' Paladini 
Francesi , gli offre di restituire loro la libertà , s' egli non si mo- 
strerà restio alle sue voglie. Guidone sdegna gioire di cotale for- 
tuna : l'incantatore Malaglgi più ardito mette in opera la magia 
onde prendere le sembianze di Guidone , inganna la Regina , la 
fa stupire colle galanti prove di sua prodezza e libera i cattivi. 
Avvisiamo di non dover né anco lasciar trapelare le oscenità delle 
sue espressioni nel canto XXVIII, j e si noti che questo canto in- 
comincia dall'wr^t^e Maria tutta distesa. 

I nomi di Carlomagno , di Orlando , di Rinaldo e degli altri 
Paladini di Francia, e '1 grido delle loro geste erano dunque 
universalmente sparsi in Italia alla fine del tredicesimo secolo , e 
le pubbliche piazze di Fiorenza avevano le cento volte risuonato 
delle rozze ottave di colali poeti della prima età, anzi che alcun 
vero poeta avesse preso a maneggiare cotali argomenti , i quali 
però uniscono quello che vi ha di più splendido nell' epop^ja , 
V eroico ed il maravlglioso. Fin circa la metà del XV. secolo 
1' epopèja non era ancor vestita di poesia italiana; perocché non 
si poteva dare un colai nome a quegli informi parti de' quali 
abbiamo or ora parlato. Quindi a ragione 1' Andrucci (i)" dove 
tratta dei romanzi poetici , decide che «e quel pregio , che il va- 
lente poeta (Conte Matteo Maria Bojardo ) a tal genere di poesia 
apportò, totalmente svanì e perdettesi nel Buovo di' Antona ^ 
nella Spagna, neW Ancroja ed altri che a gara uscirono in questi 
tempi; poemi quasi tutti si pieni di mondiglia , che a voler farne 
una vagliata, non se ne trarrebbe il pregio dell'opera ». 

(i) Poesia Italiana, pag. 370. 



^4' DlSSKRTAZIOflB SETTIMA 

Anieriore però al Bojardo , se non la merito almeno in età fu 
Luigi Pulci nato nel i43i, che Goriva circa il 1^60, e che com- 
pose il Moì gante Maggiore poema in oliava rima in canti XXVIII. 
il quale segna un' epoca nella storia della moderna poesia. Lorenzo 
de' Medici , ed anche, dicesi, Lucrezia Tornabuoni sua madre 
diedero a Luigi Pulci per argomento di un poema epico le im- 
prese di Carlomagno e d'Orlando. 

L' argomento di questo poema romanzesco si è che Orlando 
partito per collera conceputa contro Gano il traditore , se ne an- 
dasse in Pagania, e contraesse amicizia con Morgante famoso gigante 
convertito alla fede di Cristo. Rinaldo intanto, Ulivierì e Dodone, 
vedendo il Conte di Brava mancare , se ne partirono incontanente 
tuli' e tre con sollecitudine in cerca. Segui quindi 1' assedio di Pa- 
rigi, dove i Paladini fecero grandi prove del loro valore. Discen- 
desi poi a molle altre imprese, e quelle specialmente s'annoverano 
di Morgante e d'Orlando che presero Babilonia; e di Rinaldo 
che abbattè le Amazzoni j e fu conlra Marsilio in Spagna. Final- 
mente si chiude il poema colla battaglia di Roncisvalle (i), colla 
morte d'Orlando, e coU'attanagliamento di Gano, ch'era Conte 
di Maganza e di Pontieri , ma uomo perGdo e tristo. Ebbe egli 
in moglie Berta la madre del Conte Orlando, che rimasa vedova 
di Milone , si congiunse a lui in seconde nozze , e gli partorì 
Balduino , che fu ben dissomigliante dal padre, per lo singoiar 
suo valore e rara bontà. Ma Gano fu ognor nimicissimo de' vir- 
tuosi , ed ebbe in odio lo slesso figliastro Orlando. Aveva Gano 
un cavallo che si chiamava Martafellone. 

Si dice di certo che il Poliziano , amico del Pulci , gli desse 
mano nel comporre tale poema coli' indicargli alcune sorgenti, alle 
quali attinger potesse , singolarmente Arnaldo , antico trovatore 
Provenzale, che avea verisimilmenle composto alcune poesie in- 
torno a tale argomento , ed Alcuioo , lo storico più antico di Car- 
lomagno (2). È probabile che per questa ragione corresse il grido, 

(1) Il poemetto intitolato la Rotta dì Roncisfalle di cui citato abbiamo al- 
cune ottav»» noi» è che uno stralcio del poema del Pulci. 

(a) Ce lo maoifeita il Pulci stesso nella 169 oliava del XXV. canto del Mor- 
§anti'. 

Onore e gloria dì Monte Pulciano , 
Che mi dette d'Arnaldo e d'Alcuino 
JSoiizia , e lume del mìo Carlomano. \ 



1 ROMANZI ED 1 POBRn ROMÀNZKSCm 34^ 

rhe tulio il poema fosse opera del Poliziano ; e che fu un grido 
senza veruna verisìmigliatiza (i). Un'altra sorgente più nota al 
Pulci cui non era bisogno che alcuno gliela indicasse, era certa- 
mente la cronaca in allora aniversfiloiente attribuita a Tarpino. 
E di fatto egli lo allega in parecchj luoghi , e ne segue sovente 
gli scritti, soprattutto per rispetto alla battaglia di Roncisvalle ed 
allo scioglimento del poema; e pare anche evidente, che il Pulci 
unisse a quella falsa cronaca ed agli autori indicatigli dal Poli- 
ziano le pessime rapsodie, che erano state le prime a trattare 
siffatta materia poetica. Ma appunto 1' essersi per lui seguite cotali 
croniche fu cagione , che con un genio capace di aprirsi novelle 
strade, egli non facesse che calcare le già battute, e che, potendo 
essere originale, non fosse per piìi motivi se non se un copista 
superiore ai suoi modelli. Notar però qui si deve la differenza che 
passa tra il Pulci , scrittore fornito d' ingegno vivace , vasto , col- 
tissimo e i poeti romanzeschi che il precedettero: questi, così si 
♦esprime il Ginguené (a), raccontano le loro stravaganze il più 
seriosamente che dir si possa, e si ride di loro altrettanto e più 
ancora di quello che raccontano senza che diano a divedere di 
aver posto mente che vi sia o in essi o ne' loro racconti alcun 
che degno di riso. Il Pulci all' incontro fece pressoché di tutto il 
suo poema un tessuto di motteggi. Sia che la natura del suo 
ingegno lo volgesse al genere giocoso , del che farebbero fede ab- 
bastanza i suoi sonetti contra Matteo Franco; ovvero che portasse 
opinione non potersi fare seriamente dei versi su battaglie di gi- 
ganti , su beffe di negromanti e sulle spaventevoli ed incredibili 
avventure che gli si davano a raccontare (3), è chiaro non esservi 
canto, in cui non si faccia egli stesso giuoco di quello che dice; 

(i) V. Teofilo Folengo nel suo Orlandino cant. I. st. ai. il Crcscimbeni , 
voi li. pari. II lib. 3 uum. 38 del Commenlo sulla sua Storia diUei folgare 
Poesia. 

(a) Storia della Leti. Ita!, pari. II. cip. 5. 

(3) li Gravina così dice ( della Ragione Poetica , iib. il. num.XlX. pai;. io8) 
Ha il Falci, benché a qualche buona gente si f.iccia prendere per seno, voluto 
ridurre in beffa tulle le invenzioni roinaniesche , si Provenzali come Spagnuole , 
con applicare opere e maniere buffonesche a que' Pal;idini , e con sprezzare nelle 
imprese che finge, ogni ordine ragionevole e naturale si di tempo, come di 
luogo ... ed in ridicolo rivolgendo quanto di grande e di eroico gli viene al- 
l'incontro ; schernendo ancora i pubblici dicitori , le di cui affettate figure e colori 
reltoricì lepidamente saol contraffare ecc. 



*^44 DISSERTAZIONE SETTIMA 

o m CUI non mostri dì prendersi sollazzo a spese de' suoi eroi e 
del suo lettore; ed adopera in ciò non pure una grande finezza, 
ma una piacevole naturalezza ed originale, che somministrò senza 
dubbio al Derni il primo esemplare del genere, cui diede il suo 
nome. E cosa ridicola il volere , come altri ha fatto , disputai* 
gravemente per sapere se il Morgante sia un poema serio o bur- 
lesco : egli è certo che il Pulci ebbe in animo di fare un poema 
faceto, ed è non men certo, che ad eccezione di alcuni passi, 
segui fedelmente il suo disegno. Si studiò di tessere il suo stile di 
proverbi popolareschi , e di tutte le fogge famigliari, di cui la 
Irngua Toscana è copiosa , e di cui con gran piacere dei Fioren- 
tini , una gran parte che andò perduta , si rinviene in cotale scrit- 
tura , ma che all'intuito si oppongono al sublime ed all'epica 
gravità. II Morgante vuol esser dunque letto e per istudiare in 
una delle più pure fonti la bella lingua Toscana , e per iscorgere 
in cotale bizzarro poema , in cui 1' autore mostra che non abbia 
seguilo altra regola se non se l'impulso del suo genio, le tracce 
di un genere di poetico componimento già tentato prima di lui, e 
nel quale servi alla sua volta di esemplare a poeti , la cui origina- 
lità parve essere il merito principale. 

Inesaiiissimi furono gli scrittori delle storie letterarie e biblio- 
grafe nel citare le edizioni del Morgante. Il Tiraboschi ove parlar 
dovrebbe almeno delle prime edizioni di questo poema si riporta 
al Quadrio che ignorandone le più antiche riferisce per la prima 
quella di Venezia del i49Ì- H Ginguené s'ingannò grossolanamente 
nqir asserjre eh' esso fu solo stampato dopo la morte dell'autore 
avvenuta nel 1487, e grave errore commise pure il Gav. Venturi , 
il quale parlando della prima jedizione del Bojardo fatta in Ve- 
nezia l'anno i486' come nota a pochissimi bibliografi, decise pub- 
blicato V Orlando Innamorato prima del Morgante. Né minori 
(•, abbagli presero il Fontanini, il Zeno > l'Haym,,.il Panzer, il De 
Bure ed altri nel giudicare del merito e dell' importanza delle an- 
tiche edizioni di questo poema eseguite nel secolo XV. le quali 
sogliono essere di grande rarità, e tanto più ricercate e curiose 
quanto che in molti luoghi differiscono notabilmente dalle poste- 
riori ristampe. L'Audifredi ( Spec. Edit. Saecoli XF. , vag, SqS ) 
riporta un'edizione del Morgante intitolata Morgante Margiitie 
senza data in 4«° picciolo che contiene una sola parte del poema , 



I ROMABZI £0 1 POEMI ROMANZESCHI CC. 345 

cioè 345 Stanze in i6 fogli di stampa. Egli ne dà un'esatta de- 
scrizione e la crede un edizione Fiorentina , senza però indicarne 
verisimilmente l'anno, siccome fanno il Gamba ed il Brunet, che 
la dicono creduta di Firenze verso il i48o. Il chiar. Morelli nel 
catalogo deììsi Biblioteca Pinelliana toni. IV. pag. 291 ( N." 2001) 
registra uà altra edizione pure senza data, in f.'^ piccolo , in cui 
il poema è senza divisione di canti , stampato in bel carattere 
tondo • a due colonne , ognuna delle quali contiene quattro ot- 
lave: non vi si veggono numeri ne richiami, ma bene v^c il re- 
gistro. L'Audifredi (pag. 282) inclina a credere che la detta edi- 
zione sia di Firenze apud S. Jacobum de Ripolis del i48i. Né 
tale opinione è certamente da sprezzarsi , poiché una non leggier 
prova onde appoggiarla trar da noi si potrebbe dalle Notizie sto- 
riche sopra la stamperia di Ripoli del P. J^incenzio Fineschi 
Domenicano (Firenze 1781 ). Questi parlando delle edizioni ese- 
guile nella detta stamperia circa il i48i , cosi scrive. « Si stampò 
pure il Morgante di Luigi Pulci , poema tanto commendato dai 
nostri scrittori ecc. trovando tra 1' altre cose una partita , che dice 
così : Suor Manetta di casa ( che era una religiosa di questo mo- 
nastero di Ripoli ) ebbe fiorini uno per aver ajutato a comporre 
il Morgante : e in un' altra partita si legge adi 23 luglio Suor 
Marietta ebbe fiorini due larghi per parte della compositura del 
Morgante (alcune Suore di Ripoli erano salariate dalla stampe- 
ria perchè componevano i caratteri ). Quest'edizione la trovo igno- 
lata da tutti gli scrittori della Tipografia «. Ciò non per tanto 
abbiamo motivo di sospettare che la suddetta edizione citata dal 
chiar. Morelli non sia quella di Ripoli j siccome meglio si vedrà 
nell' annesso catalogo. 

E cosa singolare il vedere che questo poema pieno , al dir del 
Fontanini, di cose, vili, plebee ed empie, e per q uè st' ultime 
dannato dalla chiesa , e che nelle susseguenti edizioni per me- 
ritare r approvazione de' Superiori , venne ripurgato e corretto 
da quanto nelle precedenti si leggeva di poco religioso ed onc 
sto, sia stato stampato dalle monache di Ripoli. 

Quanto alle edizioni con data deesi qui fare special menzioDe 
di quella liferita da Brunet nel suo Manuel du Libraire da esso 
tenuta per la prima di questo poema — Il Morgante — stam- 
pato per Luca Venetiano . . . MCCCCLXXXI adì 16 del mese 



346 DISSERTAZIONE SETTIMA 

de Febniaro in foh" Essa contiene soli lò canti: il voi. è stam- 
pato a due colonne, ed incomincia al verso 

In principio era il verbo appresso adio. 

Questa medesima edizione è stata malamente indicata da alcuni 
bibliogratì sotto il titolo supposto Li fatti di Carlo Magno e dei 
suoi Paladini in ottava rima. V. Haym. Il Panzer la cofuse col- 
V Innamoramento di Carlo Magno , edizione già da noi soprac- 
cennata. 

Due altre antiche e rare edizioni dal Margarite Maggiore di 
Luigi Pulci, sono indicate nel Manuel di Brunetj 1' una di f^e- 
nezia , per Bartolomeo de Zanni ^ de Portesio, i488, in 4"'> 
l'altra pure di P^enezia , pel Manfredo di Bonello i494 ^^ 4'''* 
edizione rarissima citata dal Morelli e dal Panzer. 

Poco tempo dopo che il Pulci ebbe intrattenuto col suo Mor- 
gante i de' Medici , un altro poeta , privo della vista , pigliò a vo- 
ler ricreare con un nuovo poema i Gonzaghì , Sovrani di Mantova; 
e questi fu Francesco Cieco da Ferrara, più conosciuto pel sopran- 
nome di Cieco ch'egli ebbe per la sua cecitk che pel cognome 
proprio di famiglia qual fu quello di Bello, come ricavasi da* Di- 
scorsi del Quadrio citati di Francesco Buonamici in difesa d'Ari- 
stoiìre. Aggiugne il Quadrio (i) e dopo lui il Ginguenè ch'ei visse 
quasi sempre in Mantova in assai povero stato, e che ivi mòri circa 
il 1490* M^ io ciò egli commette certamente non pochi falli. Eli- 
seo Conosciuti Ferrarese, il quale l'anno 1609 pubblicò la prima 
volta il Mambriano del Cieco, nella lettera dedicatoria al Car- 
dinale Ippolito da Este lo prega che sotto il suo auspizio Mam- 
briano del servitore suo venga impresso , e per sua solita beni- 
gnitade non neghi alla memoria d' esso Francesco quel favore, 
de che vivendo lui quelle tante volte gli fa libéralissima. Sem- 
bra che tali espressioni non possano convenire né a un uomo che 
fosse quasi sempre vissuto fuor de' dominj de' Dachi di Ferrara , 
né ad uno che fosse vissuto e morto assai povero. E falso ancora, 
ch'ei morisse circa il i490 perciocché come osserva Apostolo Ze- 
no (2), egli scriveva il suo poema al tempo della venuta di Car- 
lo Vili, in Italia, cioè nel i49^' 

(1) Tom. VI. pag. 5G7. 

(lìj Note al roiitaijiui tom. I. fag. a5r;. 



I ROMAIIZl BD 1 POEMI ROMANZESCHI CC. 347 

Prima di parlare del Mambriano crediamo opportuno di at- 
\erlire , che per la maggior intelligenza sì di questo che di altri 
poemi romanzeschi, consultar si deve la suddetta Tavola Genea- 
logica in cui si dà un' esalta cognizione della Gasa di Chiaromonte , 
famosa principalmente per quel Rinaldo che solo andò del pari ad 
Orlando, e per altri personaggi, le cui gesta sono narrate e nel 
Mambriano e in altri romanzi che meritano una particolare men- 
zione, per aver verisimilmente somministrato qualche argomento 
al poema romanzesco del Cieco. Innanzi però di riportare si fatte 
notizie premetteremo che questo Mambriano era un Re d' Asia fra 
gli altri potentissimo , che di tutta la Bitinia aveva il dominio , e 
ia gran parte anche della Samotracia: era bello d' aspetto e giovine 
d'etày si che non passava gli anni venticinque: ma essendo nimico 
di Rinaldo, si mise in capo di voler distruggere Montalbano, per- 
ciocché essendo Mambriano nàto d'una sorella del Re Mambrino , 
ucciso già da Rinaldo , questa ognor 1' esortava a vendicare la morte 
del Zio. A quest'effetto venne contra i Cristiani con infiniti Sara- 
cini , i quali però in fine rimasero disfatti da'Paladini di Francia , e 

il mperbo Mambriano 

Fu fatto tributario a Carlo Mano. 

Ora il Quadrio riferisce che nella Biblioteca Laurenziana di Fi- 
renze esistono due copie di un antico romanzo In lingua Italiana , 
in una delle quali mancante del principio sta scritto in margine 
A dì /^ marzo i455 , e che l'altra ha per titolo: Le Storie di JRì- 
naldo de Montalbano et de' Fratelli , scritte per mano di me 
Istradino anno i5o6 a dì i^ aprile. Queste storie , asserisce il sud- 
detto scrittore, furono già in antica Francese favella composte, e 
nella cronica attribuita a Turpino , senza dubbio raccolte: dalla 
vecchia Francese furono poi all'Italiana, e indi alla Francese vol- 
gare portate. Esse sono divise in sei libri ; e questi sono che in 
altre lingue con altri titoli furono tradotti , e l'argomento sommi- 
nistrarono al Mnmbriano del Cieco ed a molti altri romanzi: ecco 
quanto si contiene in queste antiche storie in altre lingue coi se- 
guenti titoli tradotti: Istoria del nobile e valente Cavalier Jii- 
naldo di Montalbano , o Istoria dé'qaattro figliuoli d' Amonp. , 
presentati a Carlo Magno. — Istoria de quattro figliuoli di 



348 DISSERTAZIONE SETTIMA 

Amone , e del suo cugino il sottil Malagigi (il quale fu Papa 
di Roma ), e insieme di Mambriano Re di Gerusalemme , e 
delV India la Maggiore. — Cronica e Istoria del prode Ca- 
valier Mambriano Re di Gerusalemme , che comprende il re- 
stante de' fatti e gesti de' quattro figli d' Amone ecc. In 
queste tre parli dell' al leg.ito romanzo sono le azioni di molti per- 
sonaggi ammontate e insieme trattate, che sono Malagigi, Viviano, 
Mambriano, Rinaldo , Bradamante, Guiscardo, Araldo, Ricciardet- 
to, ecc. Il Quadrio passa in rivista le gesta di ciascuno in partico 
lari romanzi trattate ; e dopo di aver riportati varj romanzi intorno 
le imprese di Malagigi (i), passa a far menzione del Roman de 
Mambrien en vers, MSS. in ^.° appartenente alla Biblioteca Rea- 
le di Parigi. Noi qui per ora saremo paghi d' avere accennate le 
fonti dalle quali possiamo credere eoa fondamento che il Cieco ab- 
bia tratto il suo Mambriano da lui composto in ottava rima e di- 
viso in canti XLV. L'edizione originale di questo poema, stampato 
dopo la morte del Cieco e dedicalo al Cardinale Ippolito I. d'E- 
ste (2) da lui e dal Conosciuti suo parente è la seguente citata dal 
Zeno, con due epigrammi in fine, l'uno di Giammaria Tricaello, 
e l'altro di Guido Postumo medico Pesarese e buon poeta lati- 
no. — Libro d'' arme e d'amore cognominato Mambriano ^ di 
Francesco Cieco da Ferrara, Ferrar iae per Joannem Baciochum 
Mondenum -ìo Octobris 1609 in 4"- Questo poema romanzo^ dice 
Monsignor Fontanini (3), benché senza stile, avuto in qualche conto 
dall'Ariosto e dal Tasso, non è da paragonarsi con quello del Conte 
Bojardo. Di giudizio affatto diverso è il Tiraboschi (4) che lo pone 
al paro col Mor gante e coWOr landò Innamorato , seguendo In 
ciò l'opinione di Apostolo Zeno j il quale dice a chiare note (ò) 
et che se il Cieco da Ferrara avesse ritrovato un altro continuatore 
del suo poema , come lo ebbe il Conte Bojardo , ma che fosse stato 
del merito e della qualità dell'Ariosto , non andrebbe di esso meno 
illustre e famoso. Lo stile di lui , continua il Zeno, non è punto 
inferiore a quello del Conte j nell'invenzione e nella disposizione 

(1) V. le principali edizioni fatte in appresso nel seg. catalogo. 
(a) A quel medesimo prelato per cui 1' Ariosto componeva in allora il suo 
poema , e che ne proferì quel giudizio si severo iu cui proveremo a suo luogo. 

(3) Eloq. Ulti. tom. I. pag. aSy. 

(4) Slor. Leu- lib. 111. cap. 3. 

(5) Nota al Fantan. voi. cit- 



1 ROMANZI tv l l'O^MI ROMANZESCHI GC. 349 

della favola non è affalto spregevole, e però ha meritato che Teo- 
filo Folegno ne parlasse con lode nel primo capitolo ossia canto 
del suo Orlandino , e che il Patrizj e i due maggiori Epici Ita- 
liani ne facessero stima; ed è parimente sua lode che , al dire del 
Cavalier Salviati , il Tasso lo prendesse ad imitare in certa fin- 
zione: che se il Fonlanini si fosse degnato di abbassarsi a dare un' 
occhiata a quel libro , avendo qualche sapor di poesia , non lo 
avrebbe sentenziato cosi francamente per poema romanzo senza 
stile. Aggiugneremo a ciò che il Cieco ebbe a mala pena il tempo 
di finirlo , essendo egli stato sopraggiunto dalla morte prima che 
lo potesse correggere e dargli l'ultima mano. Il Cieco, che tal ve- 
ramente si dice nella st. 3. del cant. XVIII, scriveva il suo Mam- 
briano nel tempo medesimo, in cui il Bojardo lasciò di scrivere 
il suo Innamorato , che fu quando Carlo VIII. Re di Francia era 
sceso in Italia alla conquista del Regno di Napoli , e al dire del 
Cieco, nella prima e seconda stanza del canto XXXI., l'aveva 
felicemente incamminata , accennando l' istessa Gallica tempesta 
anche nel fine del suo ultimo canto , ove si fa forte o finge an- 
cor egli di farsi forte con l' autorità del gran padre de' romanzi 
Turpi no. 

Il giudizio che ne ha dato il Ginguenè s* accosta assai più a 
quello del Zeno e del Tiraboschi che all' altro del Fbntanini. Il 
Mamhriano y egli dice , assai men noto del Marcante , merita però 
di esserlo, tuttoché non possa valere per lo studio della iingui , 
che è ben lungi dall'essere cosi pura: parecchie parti della sua fa- 
vola non sono prive di un certo allettamento, ed è bisogno di a- 
vere almeno che sia una lieve idea del Mamhviano a dovere com- 
piutamente conoscere quella prima età dell'epopèja Italiana. 11 buon 
gusto però e la decenza vi sono mal conci; ma sarebbe soverchia- 
mente severo chi in esso poema , tra tutte le assurdità che com- 
prende , tra le stranezze e le triviali oscenità, ricusasse di ravvi- 
sare dell' estro , della piacevolezza , un' attitudine poco comune a 
dipingere le cose, e parecchie qualità proprie del genio poetico. 
Aggiugneremo a ciò che il Cieco maneggiò il suo argomento , 
cavalo, siccome abbiam veduto, da' vecchi romanzi di Carloma- 
gno, in maniera originale, e senza assoggettarsi, come il Puh;i , a 
tulle le forme stabilite dai romanzatori popolareschi delle età pre- 
cedenti. Seguì per verità 1' Uho di volgere il discorso agli uJitori, 

Romanzi di Cavali, f^ol. I. -/.ò 



35o DlSSERTAZlOIItP SETTIMA 

Jl rimandarli da un canto all'altro, di dar fine ad uno accennando 
loro quello che vedrebbero nel seguente,* ma in luogo di quelle 
pie invocazioni , delle orazioni e dei testi biblici che avea trovate 
già in uso, immaginò il primo di dare cominciamento ai canti con 
una invocazione poetica, o con una qualsivoglia digressione, ri- 
sguardante o l'azione del poema , o la sua persona o le cose che 
lo circondavano. Egli , in una parola , diede il primo esemplare 
di quelle piacevoli introduzioni , cui l'Ariosto recò dopo a perfe- 
zione non meno che tutte le altre parli del romanzo epico ,• ed 
ebbe la gloria di aver trasportato il primo tra' moderai l'esempio 
dato da Lucrezio tra'Romani di cotale forma poetica. 

Ma il più valente di tutti i suddetti scrittori che nella mede- 
sima epoca intrapreso abbia a comporre poemi romanzeschi fu 
il Conte di Scandiano Matteo Maria Bojardo col suo Orlando 
Innamorato. 

L^ famiglia Bojardl era d'origine Reggiana ed abitava antica- 
mente nel suo castello di Rubbiera, cui nel principio del secolo XV. 
cedette al Marchese Niccolò d'Eate che le diede in compenso beni 
nel Ferrarese^ ed investi Feltrino Bojardi dei feudi di Scandiano, 
Casalgrande ecc. Feltrino abitò in Reggio, in Scandiano, in Fer- 
rara, e lo stesso fecero pure i suoi discendenti; ebbe due figli, Gio- 
vanni e Giulio, dal primo de' quali nacque intorno al i434 '1 no- 
stro Conte Matteo Maria. La patria di questo illustre poeta 
diede occasione al celebre Dott. Giannandrea Barotti di una lunga 
dissertazione (i). Egli il vuol Ferrarese e non Reggiano; ma il 
Tiraboschi nella sua biblioteca Modenese (2) prese ad esaminare 
la quistione ed a provare che il Bojardo , non solo si deve dire 
Reggiano di origine, ma che ha tutto il diritto ad essere annove- 
rato nella detta Biblioteca perchè nacque, mentre la sua famiglia 
era signora di Scandiano, in quel ducato ,e vi abitava comunemente, 
e potè anche nascere nel luogo medesimo. Che che ne sia di ciò, 
avendo Matteo Maria perduto il padre nel i45i e l'avo Feltrino 
nel i4^^^> entrò al governo dei feudi in. comune col zio Giulio; 
morto il quale tutti i beni della famiglia furono divisi fra Matteo 
Mnia e Giovanni figlio del sopranomioato Giulio; e in questa di- 
visione toccò a Matteo , fra altri possedimenti , il castello di Scan- 

(i) Memorie flegli III. Ferrar. Tom. l. pag. 59 ecc. 

(i) Girol. Tiraniboichi btbl. Modenese. T. I. Ari, Bojartlo. 



I ROMAMI ed I POEMI ROMANZESCHI eC. 35 1 

diano. Era egli andato nel 1471 col Duca Borso Estense a Roma, 
e nel liy^ dal Duca Ercole succeduto a Borso fu spedilo còri 
altri a Napoli per ricevervi Eleonora figlia del Re Ferdinando e 
destinata sposa ad Ercole. Divenne Governatore di Modena nel i48i, 
passò nel 1487 ad essere capitanò di Reggio, nella qual carica 
prosegui fino ali' epoca di sua morte che avvenne in Reggio slesso 
il 20 decenibre i494' 

Egli fu uno de' più colti uomini e de' più leggiadri ingegni 
di quell'età; fra le molle opere da lui composte VOrlando Inna- 
morato si è quella che ne ha renduto più celebre il nome. Il 
Trampolini Scandianese intorno al i543 lasciò scritto che il Bojardo 
compose gran parte del suo poema a Scandiano, soprattutto riti- 
randosi l'estate nella vicina rocca di Tonlcella ; anzi il Castelve- 
tro (i) ed altri osservano ch'esso Conte abbia preso non pochi 
nomi proprj che in esso contengonsl dal nomi di famiglie di lavo- 
ratori sottoposti a Scandiano del quale egli era Conte. Ciò può ben 
essere, come può essere altresì al contrario che i contadini suoi 
sudditi abbiano adottato i nomi consacrati dal loro feudatario nel 
suo poema. Il Panciroli ebbe pensiero che il Bojardo recitasse suc- 
cessivamente il suo poema alla Corte dei Duchi di Ferrara j ma 
egli nel principio de' suoi canti, dove quasi sempre indirizza il di 
scorso agli uditori , non nomina mai il Duca , ma parla ad una 
compagnia di Signori e Dame, che a Ferrara od altrove si raduna- 
vano, forse in casa di lui, ad ascoltarlo. 

In ottava rima è scritto 1' Orlando del Bojardo ed è diviso in 
tre libri , de'quali il primo contiene canti XXIX. , il secondo XXXI. , 
il terzo IX. soli perchè l'autore cessò di vivere prima di aver con- 
dotto l'opera a compimento. Egli nel i484 avea già compiuto i 
due primi libri; e di questi ne fu fatta un' edizione in Venezia 
l'anno i486 la quale è nota a pochissimi bibliografi; un esem- 
plare di essa apparteneva già al signor Bartolommeo Marchini di 
Milano presso il quale la vide il Cav. Giambattista Venturi (2) e 
che ora passò nella preziosa Biblioteca dell'Ili, signor D. Gaetano 
de' Conti Melzi. In capo di essa leggesi: Libro primo de Orlando 
innamorato: nel quale se contiene le diverse avventile e la 

(1) Poetica d'Arisi. Basilea, i^^G pag, iin. 

(•j) "V. Poesie di Miltteo Maria Bojardo ecc. scelte ed illustrate dal Cav. Gium- 
battisla Veuluri , Modeua. Società Tijo^. iSao. 



35a DISSERTAZIO^E ShTTiMA 

cagione di esso innamoramento. Tf adatta da la verace chrO' 
nìca di Tarpino arcivescovo Remense per il magnifico Conte 
Matteo Maria Bojardo Conte de Scandiano ecc. impresso in 
Fenezia per Pietro de Piasi Chremonese ditto Veronese. A 
di XIX. de Febbraro MCCCCLXXXFI. Nella Bibliografia de 
Jìomanzi ecc. se ne fa un' esalta descrizione sì di questa che delle 
altre più importanti edizioni di questo poema. Necessario però cre- 
diamo per la storia del medesimo il non omettere di dare altresì 
contezza della seconda edizione. Era il Bojardo nel i494 giunco al 
canto IX del libro III. ; ma in quelP anno appunto ai 20 di de- 
cembre egli mancò di vita, essendo allora Governatore di Reggio, 
ed è probabile che avesse 1' anno medesimo invitato presso di se 
i due stampatori Dionigi Bertocchi e Pellegrino Pasquali , i quali 
erano stati un tempo associati insieme a Venezia. Certo è che il 
Bertocchi dopo quell' anno starnpò libri in Reggio, ed il Pasquali 
pubblicò nel 149^ a Scandiano il poema àeWOrlando, sin dove 
Jo aveva condotto il suo autore. In questa seconda edizione che 
contiene più della prima 1 nove canti aggiunti dal Bojardo dopo 
il i486 , non è la data dell'anno, ma vi si premette una lettera 
di Antonio Caraffi Reggiano del 16 maggio 149^ diretta al Conte 
Cammlllo , giovine figlio di Matteo Maria , nella qual lettera si ral- 
legra con Ini perchè « fa stampare gli amori d'Orlando del suo 
piissimo Genitore, da questo composti con tale ingegno , che nien- 
l'altro maggiormente desiderano le persone ». Nel fine del poema 
leggesi un epigramma dello stesso Caraffi , in cui s'introduce Or- 
lando che parla, e che termina col dire; 

Editus ante fui , verum imperfectus (^i) ad unguem 
Hic scriptam historiam gestaque nostra vides. 

Tenia Bojardus vix lustra cammillus agebat , 
Scandirmi impressa haec monumenta mea. 

Pare impossibile che il Conte MazzuchellI, il qmle riportò per 
intero il detto epigramma non abbia fatto alcuna riflessione a 
qiioir Editus ante fui , e che abbia per conseguenza asserito come 
cosa certa che la prima edizione àcW Orlando Innamorato fosse 

(i) Alludendo aWa precedente cjizioue del i486. 



1 ROMANZI ED I POEMI ROMANZESCIII eC. 353 

la sovraccennata del i^\gS. Noi qui ci asterremo dal descrivere le 
ristampe che dopo la detta edizione Scandianese si fecero dieci e 
più volte in Milano ed in Venezia , poiché le più importanti ver- 
ranno descritte nel seguente catalogo. Non ommetteremo piuttosto 
di far qui menzione del manoscritto di questo poema che nella 
medesima epoca del 1^9^ o poco dopo, venne eseguito con chiari 
caratteri in pergamena , prezioso codice che tuttavia arricchisce 
la doviziosa e sceltissima Biblioteca del signor Marchese Gian- 
Giacomo Trivulzio, illustre patrizio Milanese colto ed eruditissimo 
in ogni genere di letteratura e di antichità. Il Conte Mazzuchelli 
aveva creduto che due fossero i codici del detto poema, uno 
presso il Soliani di Modena, l'altro presso i signori Marchesi 
Trivulzi di Milano. Il Tiraboschi nella sua Biblioteca Modenese 
avea già sospettato che il MSS. appartenente al Soliani fosse lo 
stesso che ora è presso il suddetto Marchese Trivulzio, e tale so- 
spetto si è ora interamente dileguato, poiché nel detto codice 
Trivulzio trovasi notato di mano del Marchese Carlo di lui prozio 
che il MSS. Soliani fu venduto nel 1^36 al Signor De Aguirre 
Questore a Milano , e che dopo la morie di questi venne nel 174^ 
acquistato dal detto signor Marchese Carlo. Il testo ne è il mede- 
simo che nell'edizioni copiate da quella dì Scandiano, eccetto 
alcune parole , le quali nel MSS. sono più corrette che nelle 
stampe, soprattutto in quella del i486. 

Il Quadrio (i) che veduto lo avea in Modena nelle mani di 
Bartolommeo Soliani conghietturò dalla scrittura « essere assolu- 
tamente stato scritto al tempi dello stesso Bojardo per avventura 
da qualche suo Amanuense , fatto dal medesimo autore copiar per 
suo uso ; e confrontato cogli stampati vi si trovano a luogo a 
luogo alcune varietà forse ordinate da chi ebbe P incarico di ap- 
provarlo per le stampe ». Che che ne sia di ciò noi desideriamo 
che qualche diligente ammiratore del Bojardo intraprenda a pub 
bhcare nuovamente l' Orlando Innamorato sulle prime edizioni 
che ci esibiscono fedelmente questo poema tale quale fu composto 
dal suo autore, procurando di migliorarne lo stile tenendo a con- 
fronto il prezioso codice Trivulzi onde sceglierne le migliori le- 
zioni. 

(1) St. e Reg. d'ogni poesia, voi. IV. lib. II. pag. SS^. 



354 DISSERTAZIONE SETTIMA 

U Orlando Innamorato, imperfetto qual esso è ci scuopre 
abbastanza l'ingegno poetico e la fervida fantasia del Bojardo , 
che anche in uno stile non molto colto, e in versi spesse volte 
duri e stentati, piace nondimeno e diletta. Il Gravina giudica (i) 
che fra gli Italiani poemi i più degni e piìi utili ad informarci al 
buon gusto sieno quelli del Bojardo e dell' Ariosto ; e eh' essi 
sieno ce i più gravi maestri di quell' arte d' onore che chiaman 
Cavalleria ». E di fatto, dovendo noi ora parlare del solo Bojardo, 
diremo che trovasi egli in una corte galante , della quale egli pure 
faceva partej ed il suo argomento, quale l'aveva immaginato, del 
pari che i suoi uditori lo coaducevano al tono della galanteria. 
li chiaro che i modi, le idee, i costumi della Corte di Ferrara 
ebbero grande potere sulla composizione di questo poema. In quella 
Corte ed in tutte le piccole corti Italiane la galanteria informava 
i costumij ma l'antica Cavalleria conservava ancora le abitudini del 
coraggio. I doveri, e le leggi, gli usi Cavallereschi formavano una 
scienza, nella quale il Bojardo, e per la sua condizione, e per la 
sua nascita, era ammaestrato j ed era certo di dover piacere ai 
suoi Sovrani ed ai Signori degli altri piccoli Stati, mettendo in 
azione i principi di sì fatta scienza. Si potrebbe dire che nell'Ita- 
lia allora fossero soltanto delle Corti, e non esistesse verun popolo; 
e questa considerazione non vuol essere dimenticata in leggendo 
il poema del Bojardo e lutti gli altri romanzi epici di quell'epoca. 
Ma il Bojardo fu egli veramente , siccome asserì Monsignor 
Fontaninl (2) , alla nostra poesia romanza qual fu Pisandro con la 
sua Ercoleide all'epica Greca (3). Avvertì Zeno a tale proposito, 
non potersi il Bojardo propriamente chiamare il primo che cantasse 
le prodezze di Orlando, poiché omettendo anche certi sovraccennali 
poetastri di poco o niun valore che lo presero per soggetto de'loro 
componimenti , contemporaneo certamente al Bojardo fu il suddetto 
Pulci che di Orlando e degli altri Paladini della corte di Carlo- 
magno trattò nel suo Morgante. Aggiugneremo a ciò che il poe- 
ma del Pulci, già stampato, siccome abbiam di già dimostrato, 
da circa sei anni , era conosciuto ben anche prima che venisse 
stampato , da tutte le persone d'ingegnp che si trovavano in Firenze , 

(i) Ragion poetica pag. 101. 

(2) Eloq. Ital. colle note di Zeno tona. I. pag. 257. 

(3) Ger. Jo. Vossius de Poetis Graecis cap, 3 Olymp. 33. 



1 ROMAISÌI ED 1 POEMI ROMANZESCHI CC- 355 

ed crasi levalo in tanta fama per tutta l'Italia , che le copie mnno- 
scrilte si moltiplicavano e sì propagavano con rapidità , e per tutto 
ciò essere assai probabile che il Bojardo 1' avesse letto anche pri- 
ma che fosse stampato. Né ometter vogliamo di qui dare rela- 
tivamente all' invenzione della favola una curiosa notizia che da 
quel che ci pare non crediamo avvertita da altri, e che noi tratta 
abbiamo dalledizione dell'Ariosto stampata in Firenze nel i544 
da Benedetto Giunta, e dedicala da Pietro Ulivi a Benedetto Var- 
chi. Nella prefazione, là ove citansì i luoghi donde tolsero la ma- 
teria de' loro poemi il Conte Matteo Maria Bojardo e Messer Lo- 
dovico Ariosto troviamo scritto quanto segue. « Avvenga che ab- 
biamo detto che il Conte Matteo Maria Bojardo essere il padre 
della invenzione, devesi intendere quanto alle Muse Toscane, per- 
chè egli e r Ariosto poi hanno tolto non solamente le materie 
principali e particolari, le cortesie, gli amori , le giostre, gli in- 
canti, gli abbattimenti e simili , ma i nomi ancora da un libro Spa^ 
gnuolo , il quale si chiama Specchio di Cavalleria de' fatti di 
Don Rulando e di Don Rinaldo, (i) Ivi si leggono tutti i nomi 
che nelle Muse Toscane sono stati tanto commendat'. Nel secondo 
libro del medesimo Specchio si tratta dell' amore di Don Rolando 
e d' Angelica , e di Don Boscrlno figliuolo del Re Ruggiero e di 
Bradamonte, la quale istoria accennò solamente Messer Lodovico 
Ariosto (2) «. 

Non ci ha dubbio alcuno perciò che spetta ali* invenzione che 
l'uno abbia saputo approfittare dell'altro aggiugnendo sempre piiì 
o meno a seconda della maggiore o minore vastità ed acutezza di 
ingegno e d'immaginazione di cui ognuno era fornito. Quindi av- 

(i) Trovasi citato nel Quadrio Tom. 1^. lib. II. pag. 553 col seg. titolo: 
Espejo de Cauallcrias , en el qual se Irata de los Hechos del Conde Don 
Roldan , y de Don Reynaldos de Montalban. Siviglia i535 e i536, in f." An- 
tonio Guersin , così prosegue il detto Quadrio, non fece altro per avventura che 
trascrivere cosi fatto romanzo in quel suo che intitolò Histoire de Roland , de 
Regnaut et de Roger, impresso in Lione nel i5 . . . in fo.° Gli Italiani hanno 
tra loro poemi un non so che di equivalente al mentovato romanzo, ed è tale: 
Libro chiamato Antifior di Barosia , el qval tratta delle gran battaglie d' Or- 
lando et di Rinaldo, et Come Orlando prese Re Carlo , et tutti li Paladini 
ecc. Venezia, Marchio Sessa, i535, in 4-° sono canti XLII. in ottava rima. 

(2) Osserveremo qui che il Pigna nella vita dell'Ariosto parlando de' libri 
composti da Lodovico, dice che sarebbero da nominare alcuni roirmnzi Francesi 
e Spagnuoli da lui tradotti in Italiano, e fra gli altri Goltifredi Bajone con gran 
diligenza riportato in questa lingua. 



356 DISSERTAZIONE SETTIMA 

venne che i due Pulci nel loro Margarite e nel loro Ciriffo Gal- 
vaneo , benché valorosi, furono tuttavia di mollo lasciali addietro 
e nella bellezza dello stile e nella nobiltà dell' invenzione dal 
Conte Bojardo nel suo Orlando Innamorato ; che quel pregio che 
Cijli a tal genere di poesia apportò , totalmente svani o perdeltesi 
nel Mambriano del Cieco, noW Ancroja , nel Buovo (V Antona 
ed in altri poemi che quasi a gara uscirono in qne'tempi (i). Quindi 
alcuni non lemeliero d'asserire che « de'poeti nel nostro volgare, 
a tulli gli antichi Greci e Latini tolse il vanto Matteo Maria Bo- 
jardo , quanto è alla sola opera di varia e molta invenzione. Per- 
ciocché sebben egli trovò la Corte di Carlo cantata da molti altri 
poeti oscuri , non «llrimenii che Omero trovò la guerra di Troj* 
da molti poeti chiari cantata avanti a lui j non pertanto , e in que- 
gli stessi Paladini , fu trovatore di nuove cose , molte più che 
Omero ne' suoi Baroni (2). Quindi altri osarono dire che il Bo- 
jardo superò r Ariosto, perchè questi non fa per lo più che seguire 
le immaginazioni del primo ; né mancarono di recarne le prove 
siccome fecero e il Nisieli ne' suoi progimnasmi (3) e il Gaddi 
nelle notizie degli scrittori profani (4), i quali posero in vista più 
di trenta avventure, che l'Ariosto ha o imitate o dedotte dal suo 
protagonista. E già prima di essi lo Speroni in una lettera scritta 
a Bernardo Tasso, e citata dal Zeno nelle sue note al Fontanini 
(Tom. I. pag. 258) dichiarato avea fra l'altre cose di essere ri- 
masto scandalezzato, che l'Ariosto avendo tolto dal Bojardo l'in- 
venzione e la disposizione del suo poema e i nomi dei Cavalieri , 
si sdegnasse di nominarlo ^ o per dir meglio non osasse y te- 
mendo col nominaìlo di far accorgere il mondo eh' egli tal 
fosse verso il Bojardo, qual fa Martano verso Grfone. E in 
altro luogo lo stesso Speroni (Opere Tom. V. pag. 52o) detto 
avea che il poema dell' Ariosto è bello e piacevole , così a dotti 
come a indotti , mercè di tale ( del Boajrdo ) a cui il poeta tanto 
pili fu ingrato , guanto pia era tenuto , concludendo altrove 
che senza del Bojardo V Ariosto non sarebbe in cent' anni. Più 
modestamente parlò di questi due poemi Torquato Tasso nel suo 

(1) Audreocci , Poesia Italiana , p-^s,. Syo. 

(2) Patrizi , Poetica. Deca disputata pag. 3i. 

(3) Voi. III. Progimn. i52. 

(4) Pag. 70W 



I ROMABZl ED I POEMI ROMANZESCHI CC. 35^ 

Discorso del poema eroico (lib. III. pag. 6i ediz. di Napoli), 
mettendo l'uno al paragone dell'altro; «« V Orlando Innamorato 
e '1 Furioso non sono intieri , e sono difettosi nella cognizione di 
quel che loro appartiene. Manca al Furioso il principio ; manca 
tiW Innamorato il fine: ma nell'uno non fu difetto d'arte, ma 
colpa di morte, nell'altro non ignoranza, ma elezione di finire 
ciò che dal primo fu cominciato. Che {'Innamorato sia imperfetto, 
non vi fa mestieri prova alcuna: che non sia intiero il Furioso è 
parimente manifesto, perocché, se noi vorremo, che l'azione 
principale di quel poema sia l'amor di Ruggiero, vi manca il 
principio : se vorremo che sia la guerra di Carlo e di Agramante , 
parimente il principio è desiderato .... Ma si dee, come ho 
detto considerare 1' Orlando Innamorato e '1 Furioso , non come 
due libri di<>tinti , ma come un poema solo, cominciato dall'uno e 
con le medesime fila , benché meglio annodate e meglio colorite 
dall'altro poema condotto a fine; ed in questa maniera riguardan- 
dolo, sarà intiero poema, a cui nulla manchi per intelligenza delle 
sue favole ». 

Senza approvtre del tutto gli encomj dei quali ognuno scorge 
tosto l'esagerazione, vuoisi nondimeno confessare col Gravina (i) 
che il poema del Bojardo, che di tanti pregi riluce sarebbe da ra^olte 
nebbie libero, se fosse stato condotto a fine , ed avesse avuto il 
debito sesto nel corpo intero , e la meritata cultura in ciascuna 
sua parte, colla quale si fossero tolte l'espressioni troppo alle volte 
vili, e si fosse in qualche luogo più col numero invigorito. Non 
si può di fatto sapere precisamente quale potesse diventare l'opera 
condotta a termine, non se ne può anco presagire lo scioglimento. 
I caratteri sono ben delineati e variati con artej il disegno è vasto 
e ben condotto; gli avvenimenti sono naturalmente immaginati, 
accordando a siffatto mirabile opposto alla natura l'estensione che 
è convenuto che debba avere j le differenti parti dell' argomento 
s'intrecciano senza confusione: ma dove avevano esse a riuscire? 
Questo è appunto ciò che è impossibile di sapere. Nel fatto dello 
stile, pare che quello del Bojardo non avesse né l'elevatezza che 
bisognava al disegno, che si suppone essersi da lui avuto di dare 
all' Italia un poema , il quale potesse gareggiare coli' epopèja an- 

(i) Della ragion poetica lib. II. num. XV. pag. loi ecc. 



358 msSERTAZlOJME SETTIMA. 

tica, né la grazia e la vivacità necessaria al poema romanzesco^ 
Le sue locuzioni , le foggia de' suoi versi , la cadenza delle sue 
ottave non ci sembrano andare molto innanzi a quelle degli ultimi 
due poemi de' quali abbiamo ragionato. La sua dizione non ha né 
l'originalità sovente poetica del Mambriano , né soprattutto quella 
elegante naturalezza che tanto ci alletta nel Marcante; alla une era 
fuori di dubbio poeta per l' immaginativa j ma non si corre gran 
rischio a dire che lo era molto da meno per lo stile Avvertiremo 
però qui col Venturi che nella sua edizione delle poesie delBojardo 
espose, distribuite in varj articoli, alcune porzioni deìV Orlando 
Innamo/ato (i), che la dicitura vi scorre in molti pezzi con vena 
or così spontanea e gentile , or così forte e robusta da non cedere 
allo stile del Furioso, il quale, dopo di essere stato dal suo autore 
limato e ricorretto per sedici anni, dovea generalmente riuscire più 
nobile e più sublime di quello Ò-gW InnamoraLo. La gloria del 
Bojardo scapitò certo d'assai per non avere potuto condurre a ter- 
mine ciò che avea si felicemente incominciato ^ ma l'arte fuor di 
dubbio ne vantaggiò; perciocché l'Ariosto non avrebbe messo mano 
in un argomento già trattato compiutamente, e non si avrebbe l'O/- 
lando Furioso. 

Quello che fa tenere in minor conto V Orlando Innamorato , 
quale fu lasciato dal Bojardo, si è l'eccellenza del poema del- 
l'Ariosto , e la maestria colla quale fu rifatto dall'ingegnoso Derni j 
dopo che 1' Ariosto col proseguire e compiere il lavoro del Bo- 
jardo ebbe disegnato il modo con cui volevano essere trattati i 
romanzi epici, e finalmente la scipitezza del continuatore Niccolò 
degli Agostini Veneziano che lusingossl di poter dargli il bramato 
compimento aggiugnendo , prima il quarto libro, incoraggiato a ciò 
fare, per quanto si dice, dal Duca Francesco Sforza j poscia il 
quinto, eh' ei dedicò a Bartolommeo Liviano Capitano della Signo- 
ria di Venezia j e per ultimo il sesto libro di soli sei canti, com- 
posto , dice egli , in dieci dì ad istanza dello stampatore Niccolò 
Zoppino (2). L'Agostini empi i suoi canti di sì meschine invenzioni , 

(1) Sezione quinta della suddetta edizione della poesia del Bojardo illustrata 
dal Cav. Venturi pag. 288. 

(2) Si avverte per chi creder potesse col Fontanini che l'Agostini abbia com- 
posto i XXXlll. canti aggiunti al Bojardo nel breve spazio di dieci giorni, che 
essi non furono pubblicati unitamente , ma separatamente l'uno dopo 1' «Uro e 



1 ROMANZI ED I POEMI HOMANZESCHl eC. BSq 

e li scrisse con uno siile si rozzo, che l'animo non regge a leg- 
gerli, e insieme i^ien distolto dal leggere l'opera comunque imper- 
fetta , ma infinitamente migliore del Bojardo, alla quale vanno mai 
sempre uniti quei canti. 

E per riguardo al Berni che il primo fu a rifare V Orlando^ 
del Boiardo coli' apporre al principio d'ogni canto una diceria di 
tre o cinque ottave, col cambiare a suo capriccio più passi, per 
entro spargendovi barzellette ed osceni racconti , riporteremo ciò 
che ne disse il Varchi nelle sue lezioni (i), e l'Aretino nel pro- 
logo della sua commendia l' Ipocrita. Il primo non ricusa al- Berni 
la lode di poeta burlesco j ma soggiugne , che se trasformando il 
Bojardo ec credette di superare 1' Ariosto , egli mostrò di non avere 
né giudizio, né ingegno, né dottrina w; e l'Aretino cosi fa parlare 
l'attore nel prologo della detta commedia. « Io non ho pensato al 
castigo eh' io darei a quegli , che pongono il lor nome nei libri 
che essi guastano , nella foggia che uno non sa chi ha guasto il 
Bojardo; per non mi credere, che si potesse trovare cotanta teme- 
rità nella presunzione del mondo »3. Questo esempio di rifare le 
altrui poesie fu disapprovato ben anche dal Doni nella Prima Li- 
breria e nei Mondi e da altri. Ciononostante il Bojardo rifatto dal 
Berni venne accolto con grande applauso (2), ed è tuttavia repu- 
tato uno de' migliori tra' poemi epici romanzeschi. 

Egli é vero , che il poema del Bojardo rifatto dal Berni, cosi 
Ap. Zeno nelle sue note al Fontanìni, è di serio trasformato in ri- 
dicolo, e di onesto in scandaloso , e però giustamente dannato dalla 
Chiesa , ma tuttavia merita qualche lode per la purità e ricchezza 
della lingua con cui é scritto: laonde 1 signori accademici della 
Crusca l'hanno citato in tutte le impressioni del loro rocaholario. 
Altri critici avvisarono che il Berni abbia voluto colla piacevolezza 
del suo stile cangiare quel poema in facezia j il Gravina anch'egli 

in tempi molto diversi; poiché il primo chiamato quarto dedicato dall'Agostini 
a Francesco 11. Sforza, usci alla luce co'ire libri del Bojardo iu Venezia nel i5o6, 
e poscia in Milano nel i5i3: il secondo fu scritto dieci anni dopo il primo , e lo 
dice egli stesso nella prima stanza di questo libro: il terzo libro chiamato in or- 
dine sesto ed ultimo uscì dopo l'anno i5i5, della stamperia Zoppino: vedi le 
note del Zeno s\V ELoq. ItU. del Fontanìni. 

(0 4° 1590 pag. 5SG. 

(2) La prima edizione del Bo/arrfo rifatto dal Berni venne pubblicala in Ve- 
n«ia nel c54i, in 4-° 



36o DiSSEIlTAZiOSE SETTIMA 

entra in questa sentenza (i). Ma il Quadrio sente altrimenti ed in- 
clina piuttosto a credere che in rifacendo cosi quel poema , pro- 
tendesse d^inalzarlo a quel grado che potesse col Furioso dell'Ario- 
sto gareggiare, che qual Gume reale e gonfio trae seco il favore e 
l'applauso universale. Ma se un tale rifacimento , aggiugne lo stesso 
Quadrio , non ha fatto alla stessa gloria il Bojardo salire , almeno 
a non molto minore lo ha inalzato ; ond'è che oggi pure non me- 
no dell'Ariosto si legge, ed è caro tenuto (2). 

Quasi al tempo medesimo Messer Lodovico Domenichi si fece 
a ripulirlo e a correggerlo (3); ma piìi riserbato del Berni , egli 
si ristrinse a correggerne le parole che non li parvero di buon co- 
nio. Nel che fare , sebbene el riuscisse in generale piìi moderato 
del Derni , pure talvolta non seppe rimediare alla dicitura , se non 
allontanandosi , più che non occorreva, dall'originale. Ai suddetti 
due correttori allude il Doni, ove nella sua prima libreria dice 
che et è dilettato a molti il rassettare, ornare o veramente guastare 
e stroppiare Y Innamoramento d' Orlando del Conte di Scandiano, 
il quale libro è mirabile ». 

Non essendo dunque le fatiche del Berni e del Domenichi pia- 
ciute ad ognuno, altri presero a rifare quel poema , e questi furono 
Lodovico Dolce (4) e Teofilo Folengo (5)} ma né l'uno né l'al- 
tro ridusse a compimento cotale impresa, né le loro fatiche, per 
quinto sappiamo , pervennero a noi ; siccome nemmeno Pietro A- 
retlno pose ad effetto il suo pensiero di rifare il medesimo poema (6). 

Vollero alcuni condannare il Bojardo e 1' Ariosto non meno 
che gli altri romanzeschi poeti de' quali abbiamo già parlato, per 
non essersi contenuti entro ai ristretti limiti dell'epica rigorosa, 
avendo èssi dilatato invece i romanzi loro per maggior ampiezza 
di luogo e di tempo, e per maggior numero di personaggi e di 
avvenimenti. E di fatto, siccome avverte il Ginguenè ove parla 
àdW Orlando Innamorato , e siccome vedremo meglio nella espo- 
sizione del medesimo , le tre o quattro divèrse parli dell' azione 

(1) Ragion poetic. lib. II. , XV. 

(2) Storia e ragion d'ogni poesia, voi. VI. pag. i36. 

(3) L' Orlando Innamorato riformato dal Domeuichi. Vinegia appresso Gi- 
rolumo Scolto i545. in 4° Zeno, Nota al Font. 

(4) Lettere di Luigi Groto Cieco d'Adria, pag. 29. 

(5) V. la Prefazione a'versi Maccaronici del Folengo o sia di Merlin Coccajo. 

(6) Lettere di Pietro Aretino lib. 11. pag. 122. 



1 ROMANZI ED 1 PORMI HOMA^ZESCHI eC. 36l 

poetica , che il Bojardo pigliò a condurre di proposilo, non solo 
nel suo poema continuate; 1' una è interrotta le venti volte da in- 
cidenti che pertengono all' altra , e questa vien pure interrotta da 
un'altra che sottentra; talora esse si attraversano e s' intramischiano 
tutte in tale maniera. E questa una delle foggie particolari del ro- 
manzo epico che venne dalla sua origine introdotta , ed è assai 
comoda pel poeta, ma riesce sovente molesta al lettore. Gli amichi 
romanzi che difettavano d' arte , volendo abbracciare un gran nu- 
mero di avvenimenti, e condurre il loro eroe in tutte le parti della 
terra, rinvennero questo spediente per non intertenersi gran pezza 
sul medesimo subbietto, e per dover inserire di pari passo altret- 
tante azioni, quante ne potrebbero lor venir a talento. D^nno comin- 
ciamento ad una per passare ad una seconda, che abbandonano 
per una terza. Rinaldo è egli in isceua? Non parliamo piìi di Ri- 
naldo, dicono essi, e vediamo che cosa Orlando si stia facendo. 
Parlano essi di Orlando? Lo lasciano e corrono a Balugante o 
a Gradasso. Bradaraante è essa in pericolo ? Saprk ben uscirne ; 
ma andiamo in cerca di Astolfo e del magno Malagigi. Da un 
convito vi trasportano in una battaglia , dalla descrizione di un 
giardino a quella di un naufragio, e da un capo della terra al- 
l'altro. 

Dopo i primi ed informi saggi dell' epopèja romanzesca; la 
cosa procede in questi termini, Buovo d' jéntona, la Regina 
u4ncroja , La Spagna, il Mor gante esso pure, ed a più gran 
r.Tgione il Mambriano sono in questa guisa spezzati. Il Bojardo 
trovò una cotale maniera troppo favorevole per non doverla seguire ; 
e come l'intreccio del suo Orlando è piiì complicato che quello 
di verun altro poema , adopera più sovente cotale foggia , e non 
cambia soltanto gli attori e la scena da un canto all'altro, ma 
il fa assai sovente quattro o cinque volte nel medesimo canto. Si 
legga a caso un qualsivoglia di essi , e quando altri avrà letto 
una ventina d'ottave, troverà il racconto interrotto per esserlo an- 
cora dopo alcune altre, e procedere in siffatto modo di salto in 
salto senza riposo ed in apparenza senz'ordine; ma in questo an 
damento slegato ci ha un'ordine nascosto, in virtù del quale il 
poeta si trova sempre ove più li torna a grado, e conduce con 
egual passo tutto ad un tratto le diverse azioni. 

Un merito grande che ha il Bojardo su gli altri romanzitri di 



36a DISSERTAZIONE SETTIMA 

queir etk , si è in generale il suo rispetto per la decenza e pei 
costumi , i quali sono per avventura ofTesi due sole volte in tutto 
il poema: e tra tante avventure galanti non ve n'ha un maggior 
numero , almeno nel fatto dell' espressione , in cui possa venire 
incolpato di aver fatto oltraggio al pudore. L' una è 1' avventura 
della bella e tenera Fiordiligi col suo diletto Brandimarte: ella 
non 1' avea da gran tempo veduto, si abbatte in lui in un'amena 
e solinga valle, si getta nelle sue braccia, si mette ella stessa 
a spogliarlo delle armi , e si risarcisce , abbandonandosi a lui senza 
ritegno , del tempo che avea perduto , risarcimento del quale il 
poeta va narrando le più minute particolarità (i). Il secondo esem- 
pio è nel racconto che una leggiadra donna fa ad Orlando e 
Brandimarte della gelosia del vecchio suo marito, e della falsa 
idea da lui datale dagli ultimi diletti d'amore, e della dolce ma- 
niera colla quale venne tratta d'inganno da un giovane amante (2). 
Ma non bastano essi questi due tratti perchè sia difficile a com- 
prendere come la severità del Gravina non riprovasse siffatte di- 
pinture anzi che no licenziose , e come trovasse tanta somiglianza 
tra una spezie di epopèja , nella quale altri poteva attentarsi di 
iutrodurle, e la nobile e casta epopèja dei Greci e dei Romani? 
Ma entriamo finalmente a parlare di chi con assai più felice augurio 
inliJipic'se a proseguire e compiere il lavoro del Bojardo , parliamo 
àeWOrlando Furioso del grande Ariosto, che il genio, lo studio 
ed il più squisito sapore concorsero del pari a collocare tra i primi 
poeti di cui a ragione possa gloriarsi l'Italia, e che formerà sem- 
pre le delizie e l'amore dei più leggiadri ingegni. 

Nacque Lodovico Ariosto in Reggio afgli 8 di settembre del i^ji' 
Niccolò di Rindldo Ariosti Gentiluomo Ferrarese, che dal Mar- 
chese di Mantova Lodovico Gonzaga venne onorato col titolo di 
Conte, fu il padre di Lodovico, ed ei l'ebbe da Doria Maleguzzi 
Gentildonna Reggiana sua moglie, che il die alla luce nella detta 
città mentre ne era Governatore avanti il Bojardo. E^in da' primi 
anni diede Lodovico a conoscere quanto felice ingegno sortito 
avesse per la poesia e per l' ameni letteratura , scrivendo a foggia 
di drammi la favola di Tisbe , e insieme co' suoi fratelli e colle 
soselle rappresentandola in sua casa. Voleva il padre costringerlo 

(1) Lib. I. Ciliit. XIX., st. 61 e seg. 
(■ì) Caut. XXli. st. 25,, 2G 



1 ROMANZI ED 1 POEMI ROMANZESCHI CC. 363 

allo Studio legale, ma Lodovico mostrossene cosi svoglialo che 
dopo cinque anni gli fu conceduto di darsi a quello studio a cui 
la natura il chiamava. Tutto adunque si volse allo studio dei 
buoni scrittori Latini sotto la direzione del dotto Gregario da 
Spoleto ,* e coltivando in egual tempo l'Italiana favella , scrisse 
le due commedie , la Cassaiia ed i Suppositi. Il giovane Ariosto 
ebbe come una disgrazia la partenza del suo maestro Gregorio 
che nel i499 tenne dietro in Francia ad Isabella Duchessa di Mi- 
lano , quand'ella fu colk condotta prigione j né minor disturbo 
recò agli studj di Lodovico la morte di Niccolò suo padre avve- 
nuta nel i5oo. Nulladimeno egli scrisse in quel tempo la più gran 
parte delle sue poesie liriche , le quali lo fecero conoscere al Car- 
dinale Ippolito d'Este figliuolo del Duca Ercole, che il volle tra i 
Gentiluomini della sua Corte, e che avendo scoperto in lui altre qua- 
lità olire a quella di poeta, lo adoperò in diflScili negozj. Alfonso 
poi fratello d'Ippolito, succeduto al ducalo nel i5o5, non lo trat- 
tò meno familiarmente, e due volte lo spedì in suo nome al Pon- 
tefice Giulio II. nelle quali due missioni manifestò l'Ariosto un 
coraggio ed una saviezza che accrebbero la stima nella quale era 
tenuto alla Corte. Il Baroni dimostrò quanto accorto sia stato Lo- 
dovico ne' maneggi politici ; e si sforzò altresì di provare ch'egli 
si mostrò anche trainarmi d'animo valoroso e guerriero. Ma d'al- 
tro tenore era il benefizio che rendere dovea alla sua patria , al 
suo secolo ed ai secoli avvenire. Il desiderio dì rendersi altrettanto 
grato ai Principi d' Este ed al Cardinale Ippolito principalmente, 
quanto era loro utile , gli fece dar mano al suo poema , in cui 
avvisò di erigere un monumento durevole alla gloria di quella Casa. 
11 Dojardo avea avuto la medesima mira nel suo poema che lasciò 
imperfetto, il quale era nulladimeno in grido appresso di tutti. 
Quegli applausi chiamavano 1' ingegno creatore e libero dell'Ario- 
sto a trattare il romanzo epico , che vedeva non giunto al grado 
di perfezione, di cui era capace, ed a cui egli si sentiva la lena 
d' innalzarlo. Si accinse dunque a scrivere il suo Furioso che diede 
per la prima volta alla luce nel i5i6 assai diverso da quello che 
divenne dappoi, siccome vedremo in appresso, ma che avanzava 
gik di tanto quello che erasi fino allora in quel genere veduto, 
che la sua gloria poetica oscurò da quel punto ogni altra , e la 
fama lo collocò sul primo seggio. 



364 DISSF.KTAZIOKE SKl-TIW\ 

È certo però che l'Ariosto non ebbe né quella tranquillità di 
vita, che a coltivare con più agio i suoi studi sarebbe slata op- 
portuna , né quella lieta sorte , che poteva da essi sperare. Ai di- 
spiaceri di famiglia eh' egli ebbe un altro forse non minore si ag- 
giunse , quando il Duca Alfonso gli conferì nel 1622 1' impiego 
di Commissario nella Garfagnana , impiego onorevole ed utile , ma 
poco gradito al poeta , che un più tranquillo soggiorno avrebbe 
bramato. Resse nondimeno quella provincia felicemente per tre annij 
e in questo frattempo scusossi dall' ambasciata al nuovo Pontefice 
Clemente VII. che il Duca Alfonso gli aveva fatta offerire. E che 
sarebbe egli andato a fare in Roma ? Ogni sua speranza erasi di- 
leguata , dacché Leone X. ch'era stato suo amico dopo averlo lu- 
singato con vane promesse, lo allontanò a poco a poco, e lo la- 
sciò in fine nella miseria, nel mentre che innalzava ed arricchiva 
tutti gli altri suoi amici. Egli non avrebbe potuto ragionevolmente 
sperare da Clemente quello che non avea avuto da Leone mede- 
simo , fuorché non voglia aversi in conto di una beueflcenza la bolla 
che gli concedè per la stampa del suo poema. Tornato dunque a Ferra- 
ra dove ve lo chiamava un tenero affetto, e ragionando di rimanervi 
tutta la vita, attese principalmente a perfezionare le sue Commec^/e, 
e a comporne altre, e a ritoccare il suo Furioso j la cui ultima 
edizione fatta nel i53a era appena uscita alla luce, ch'ei fu sorpreso 
dalla mortai malattia, che in età di 58 anni ai 6 di giugno deli 553 
il condusse al sepolcro. Dopo questi brevi cenni sulla vita di Lo- 
dovico passiamo a ragionare sulla storia del suo Furioso. 

La grazia e la naturalezza delle liriche poesie di Messer Lodo- 
vico avevan già levato in grido il nome di lui, e già fatto lo 
avevan nolo per le meritate lodi al Cardinale Ippolito d'Esle, che 
giudicando favorevolmente dei talenti dell'autore, lo volle tra i 
Gentiluomini della sua Corte. Sappiamo dalla satira a Pietro Bembo, 
che l'Ariosto era in Corte del Cardinale alla creazione di Papa 
Giulio IL, avvenuta il primo novembre i5o3 ma non già se allora 
appunto v'entrasse, o se per l'avanti vi fosse, coniandola ivi il 
porta, come il principio de' suoi molti viaggi per servigio del suo 
padrone, e non già come il tempo del primo suo ingresso in quella 
Corte. Dalla prima satira nondimeno, la quale verisimilmente fu 
scritta ne' primi mesi del i5i8 , sapendosi che avea a quel tempo 
servilo quindici anni quel Cardinale si ricava che incomiuciasse a 



I ROMANZI ED I POEMI ROMANZESCHI eC. 365 

servirlo ne' primi mesi del i5o3. Fu in Corte di questo Cardinale 
cui coli' opera e col consiglio rendè importantissimi servig] , dove 
pensando l'Ariosto di farselo maggiormente grato, ideò di com- 
porre un poema ove i tesori della feracissima sua mente raccogliendo, 
le lodi del suo Principe , e della nobilissima prosapia Estense esal- 
tasse. Ivi dunque pose mano al Furioso nel trentunesìm'anno della 
età sua cioè del i5o5, due anni, come si crede comunemente, 
dopo l'ingresso di lui ai servigi del Cardinal d' Este. Grossolano 
errore fu quello in cui tratti furono dal Fornari alcuni scrittori, 
benché più accorti e più accurati di lui , ai quali diede occasione 
di credere (JTita di Lod. Ariosto^ che Lodovico nel suo soggiorno 
in Reggio e nella villa di S. Maurizio appresso i signori Malaguzzi 
suoi cugini componesse la maggior parie del suo poema. Sicure prove 
in contrario ne addussero e il Dott. Barotti nelle sue riflessioni in- 
torno alla vita, alle avventure e agli studi dell'Ariosto, ed il Ba- 
ruft'aldi ancora il quale, sebbene non acconsenta in tulio a quanto 
il Barotti su di tale oggetto espose, e creda che la dimora dell'A- 
ricsto a Reggio fosse lunga, e dopo la morte di suo padre, pure 
la dice avvenuta prima che Lodovico entrasse al servigio del Car- 
dinale Ippolito. 

Non 6a però maraviglia , siccome avverte II già citato Cav. 
Venturi , che venisse ivi al giovine Lodovico 1' eccitamento e il 
pensiero di compire il poema del Bojardo, del quale sentivasi tutto 
intorno parlare con entusiasmo ed insieme con dolore perchè fosse 
rimasto imperfetto. 

Voleva l'Ariosto da principio il suo poema ordire a somiglianza 
di Dante, in terza rima, e ne fece quella prova che troviamo stam- 
pata colle sue rime e che comincia: 

Canterò V armi, canterò gli affanni 

D' amor , eh' un Cavalier sostenne gravi , 
Peregrinando in terra e'n mar molC anni , 

mettendo subito in iscena Obizzo d' Este , giovane animoso, forte, 
costumato e gentile sopra d'ogni altro, che nella guerra tra '1 R.e 
di Francia Filippo il Bello ed Odoardo Re d' Inghilterra , si esibì 
di venire a singolare battaglia con Aremon di Nerbolanda reputato 
un fulmine nel mestier dell'armi. Ma un simil metro posto alla 
Romanzi di Cavali. Voi. l. ^4 



366 D'SSEHTAZIONE SETTIMI 

pro^a pareTagìi poco adattato ftihi grandiUquenzn dell'epopèa] s f^^de 
con miglior consiglio appigllossi poi all'oliava rima, che- già pò 
leva vantarsi di aver ottenuta 1' universale approvazione; effetto della 
dolcezza di quella seduttrice cantilena , che previene il fastidio ed 
inganna la stanchezza de' lettori col suoi periodici riposi, non 
tanto affollati , che l'uniforniltà ne rincresca, né così fra loro di- 
stanti , che si perda l'idea del suo misurato armonico giro che li 
cagiona, né così gelosi, che costringano lo scrittore ad interrom- 
pere la serie de' suoi pensieri. Grave danno poi ed alla unzione ed 
alle Italiane lettere sarebbe stato , se , come sappiamo d^l Pigna 
Jìomanzi Uh. II. V Ariosto si fosse arreso al consiglio del Bembo 
che tentò di distoglierlo dal comporre 11 suo poema in volgare 
ed indurlo a scriverlo in lingua Iniina, uella quale pareva a lui, , 
che fosse più atto. « Io piuttosto , cosi per felice nostra avventura, 
rispose l'Ariosto all' amico, voglio esser uno de' primi tra gli scrit- 
tori Toscani , che appena tra' Ialini il secondo ». 

Né sarà fuori di proposito qui l'avvertire, circa ciò che rlsguarda 
i vocaboli e le proprietà dell'Italiana favella usata dall' Ariosto nel 
tessere il suo poema, alcune falsità proferite dal Fornari nella cì- 
tftta vita, e supposte pur anche dal Salviati nella Difesa del Fu- 
rioso con tra il Dialogo di Cammillo Pellegrino. Scrisse il pri- 
mo che l'Ariosto in Firenze si fermasse sei mesi in c-sa del suo 
amico Niccolò Vespuccij e che questi vel conducesse, perdi -^ ap- 
parasse più puramente la Toscafauellaja solo egli stesso che lo 
riferì come opinione d'alcuni: suppose il secondo che non sei mesi, 
ni!» parecchi anni sì stesse a Firenze per imparare i vocaboli 
e le proprietà del linguaggio. Il Barotti nelle sue già citate rifles- 
sioni trova inverisimile per molte sue ragioni , e specialmente pel 
continuo servigio, in cui si trovava l'Ariosto, del Cardinal d' Este , 
un cosi lungo soggiorno In Firenze, quand'anche non fosse stato 
che di sei mesi , né sa persuadersi come mai essendo bastata a 
mollisslmi, come l'Ariosto, non Toscani, la lettura e lo studio 
de' migliori autori per imparare le proprietà e la purezza della lin- 
gua, fosse poi necessaria la dimora d'i parecchi anni in Firenze 
a Lodovico, che versatisslmo era ne'primarj scrittori e poeti To 
semi, e principalmente in Dante e in Petrarca, de' qmli è evi- 
dmte il grand' uso che fece nelle sue poesie. 

Ma d'onde l'Ariosto trasse 1* argomento del suo Orlando fu- 



1 ROMANZI ED 1 POEMI ROMANZESCHI eC. 36^ 

rio^o"^ Le imprese di Carlomagno e de' Paladini clie ne seguivano 
l'escroito occupavano, siccome abbiara gih veduto, i poeti di 
queir epoca. L'Ariosto si rivolse anch' egli , siccome ci lasciò scritto 
il Pigna, ai nostri romanzi, tra' quali il Bojardo si propose, che 
nmlio famoso era; così fece , si perchè conosceva , che il suo In- 
namoranienlo una bellissima orditura avea ; sì anche per non in- 
trodurre nuovi nomi di persone, e nuovi cominciamenli di m.ì- 
li rie nell'orecchie degl'Italiani uomini,- essendo che i soggetti del 
Conte erano già nella loro mente impressi e stabiliti in tal guisa , 
che egli non continuandoli , ma diversa istoria iucominciando , cosa 
poco dilettevole composta avrebbe ». 

Se vuoisi credere al Fornari « incitato dai prieghi di molti si- 
gnori si accinse l'Ariosto a si lodevole impresa ». Altri, e senza 
fondamento asseriscono che gli fusse imposto di seguire 1' Orlando 
Innamorato del Bojardo dalla donna da lui amata , altri dal Du- 
ca Alfonso d'Este, ed altri, contra ogni verisimiglianza, d^l di lui 
frate-Io Ippolito j poiché si sa che questo Cardinale atto al governo 
dello Slato e prode eziandio nel trattare la spada , ma d' animo 
non eccelso, e per nulla mosso dall'amore di quella immort<il vita 
cui largiscon le Muse, più da cortigiano che da poeta servendosi 
di Lodovico, in continue spedizioni ed in viaggi lo teneva occupato. 
Anzi vuoisi ben anche da molti scrittori che quando l'Ariosto gli 
offri il suo Orlando, Ippolito, scorrendolo alquanto, l'interrogasse 
o per disprezzo o per giuoco, ove avesse trovate tante corbelle- 
rie. Un tal complimento non dovette certamente tr ppo garbare a 
un poeta che di si gran fatica sperava pur qualche non picciola 
ricompensi , e che pensava che ì lunghi suoi studj non meritassero 
poi di esser ricevuti come le scempiaggini de' buffoni. Per una 
nera imnnginazione del Ruscelli devesi pur tenere ciò eh' egli 
disse nelle sue Annotazioni soprai luoghi difficili del Furioso {i^ 
che movessero Lodovico a seguire il lavoro del Bojardo le troppe 
lodi che venivano date a Niccolò degli Agostini, il quale aggiunse 
quegli altri tre libri alle istorie ordite dal Bojardo, e rimiste im 
perfette. Vuoisi che avendo alcuni lodno assai l'Agostini , e ben 
anche affi rmato che il Bojardo stesso non avrebbe per avventura 
potuto finir tulle quelle cose sue proprie meglio di quello ohe fatto 

(i) Pag. 602, Ediz. Valgrisiana i5So. ' 



368 DISSERTAZIONE SETTIMA 

aveva il continuatore , Messer Lodovico entrasse in pensiero di far 
prova , quanto si potessero seguir meglio , e di quanto avanzare ia 
quello stesso soggetto e il Boj^rdo e l'Agostini. Ma e perchè a- 
vrebbero dovuto tenersi per cosi ignoranti gli uomini di quel tempo 
da riputar cosa meritevole di molti encomj quella poco stimabile 
continuazione ? E da chi mai crederassi l'Ariosto un uomo cosi 
debole da invidiare all'altrui estimazione, e da mettersi a tanta 
impresa per cagion cosi fiacca e ridicola? Ma, quand' altra ragion 
non ci fosse , il solo sapere che V Agostini stampò la prima volta 
nel i5o6 il primo libro della sua Continuazione, e dopo non 
poco, e in anni diversi gli altri due (i) , e che l'Ariosto all' in- 
contro avea cominciato il suo poema nel i5o5, ciò solo, ripetia- 
mo, basterebbe a provare falsissima l'asserzione del Ruscelli. Si 
può altresì tenere per un equivoco del Minturno nella sua poetica, 
ripetuto poi dal Pellegrino nel Dialogo deW Epica Poesia, che 
il Bembo procurasse dissuadere l'Ariosto da quel romanzo , e lo 
consigliasse a un epico poema; poiché come s'è detto poco prima, 
il Bembo tentò dissuaderlo non già dal romanzo, ma dal comporlo 
in Italiano. 

Avendo dunque il Bojardo , secondo il Gravina, ad esempio 
dei primi favoleggiatori prodotto a pubblica scena in opere di per- 
sonaggi maravlgliosi tutta la moral filosofia , ed essendosi 1' x\rlo- 
sto proposto di dare alla lingua nostra un poema , sorgendo dal 
medesimo nido spiegò l'ali a più lungo e più sublime volo, e con- 
duceodo alla sua meta la cominciata invenzione, seppe a quella 
intessere e maravigliosamente scolpire tutti gli umani affetti , e 
costumi e vicende sì pubbliche come private. Non volle però Lo- 
dovico dar nome al suo poema che espressamente lo facesse co- 
noscere o tenere per seguace, o Ptlaccato con quello del Bojardo 
si fattamente , che fosse parte o come coda dell' Orlando Inna- 
morato , siccome avea creduto di fare 1' Agostini, ma si ben volle 
che il suo poema fosse stimato diverso da quello, e come un 
altro o secondo. Né parendogli all' incontro, che si dovesse in tut- 
to mostrare di voler fuggire nel nome colui che veramente seguiva 
con gli effetti, trovò quel bellissimo modo che ha tenuto ; cioè di 
seguir le storie non finite del Bojardo senza che egli mostrasse di 

(i) JUno JnHtt. ali' Eloq. del Foul. lom. I. ci. 3 CBp. 4- 



I BOMAirei ED 1 POBMI ROMAIfZESCHI CC. Ì6g 

finirne l'orditura. Per questa ragione ei diede altro titolo al libro 
«uo. Il Bojardo cominciando dalla prima origine dell'amore d'Or- 
lando chiamò il suo poema Innamoramento , V Ariosto che aveva 
trovato Orlando già innamoratissimo e in disposizione atta a dive- 
nir forsennato, lo chiamò Furioso. Aggìngneremo a ciò che, per 
essere già il libro del Bojardo in grandissimo conto in tutta Italia, 
1' Ariosto si tenne sicurissimo che avendo il detto libro oscurato 
affatto il nome d'ogni altro scrittore di romanzi fino a' tempi suoi, 
non si sarebbe potuto equivocare intorno al conoscere quai guerre, 
quai fatti e da che autore descritti l' Ariosto seguitasse con que- 
sto suo poema. E pure tuttavia egli con bellissima maniera lo ven- 
ne come a spiegare cosi nella proposizione della prima stanza , co- 
me ancora nei primi versi della narrazione nella quinta- 

Dopo ciò che abbiamo ora detto non sarà fuori di proposito 
il ricordare a chi desidera di ben intendere le cose che nel Fu- 
rioso si trovano , di legger prima il detto libro àe\V Innamora- 
menlo d'Orlando seguito dall'Ariosto nel suo poema in quanto alle 
istorie delle cose incominciate. Anzi a nostro giudizio dovrebbe 
parimente servir non poco all'intendimento del Furioso l'aver letto 
i Reali di Francia ed altri romanzi che lo precèdettero, e che 
ebbero per fondamento di verità le origini de' Franchi, Fu scritto 
che l'Ariosto per addestrarsi all'invenzione del suo Furioso i&\ ap- 
plicasse alle traduzioni in Italiano di varj romanzi Spagnuoli e 
Frnncesi ; e 1' eruditissimo Apostolo Zeno nelle dotte sue Anno- 
tazioni aie Eloquenza Italiana del Fontanini (i), per provare 
il molto studio dell'Ariosto sopra i romanzi della Tavola rotonda^ 
accenna alquante favole, che levò da que' libri, e che introdusse 
nel suo gran poema, 

« L' Ariosto, cosi egli, facendo impazzire il suo Orlando per 
amore di Angelica, imitò la pazzia di Lancilotto, avvenutagli 
per amore della Regina Ginevra (2). L' invenzione del vaso posto 
fi Rinaldo (^cant. XLIII.') , affinchè con esso facesse prova , been- 
done , della onestà di sua moglie, è lolla di peso da quel corno 
incantato d'avorio, che nel Libro I di Tristano Qcap, 65 ) era 
portato da una donzella alla corte del Re Artù di Bretagna , ac- 

(1) CI. 6. e. 7. 

(2) Vedremo io appresso nel parlare del romanzo di Lancilotto se l'asserzione 
dello Zeno sia ben appoggiata. 



3^0 DISSERTAZIONE SETTIMA. 

ciocché le niaritnie beendoue anch' esse della loro castità e fed« 
facessero speiimeato. Ma '1 più considerabile dei furti dell' Ario- 
sto, {cani. KF, e XTIJ) è'I mirabile e lungo episodio di Gri- 
fone con Origlile e Martano corrispondente in quasi tutte le circo- 
stanze al racconto che fa Meliadusse ( Parte II. cap. y5. ) di 
una gran vergogna avvenutagli per la malizia di una falsa don- 
zella, qual fu Origille, e per lo tradimento di un vii Cavaliere e 
da poco qual fu Martano. 

Nel comporre un tale lavoro da dieci od uudici anni al più 
faticò l'Ariosto, benché le domestiche brighe e le pubbliche com- 
missioni troppo di frequente lo distraessero dal dolce e solitario 
raccoglimento del poetare. Non piccolo errore fece dunque Giovam- 
battista Girdldi ne' suoi Discorsi de' Romanzi , ove si lasciò sfug- 
gir dalla penna, che l'Ariosto più di trenta anni spendesse in 
comporre e correggere l'opera sua, sproposito cui stranamente 
peggiorò 1' autore in una copia di quel Discorso corretta e aorre- 
sciuta di propria mano del Giraldi , e posseduta gih dall'eruditis- 
simo Dott. Gianaandred Barotti , nella quale disse che più dì 
trenta anni spendesse l'Ariosto in comporre , e molti e molli 
in correggere L^ opera sua nel modo e nella forma che ora la 
leggiamo. Se ciò fosse, avrebbe l'Ariosto intrapreso il suo poema, 
non già nel i 5o5 , siccome abbiamo già detto, ma prima del i5o2. 
Quand\o Lodovico credette di aver condotto a tale stato il suo poe- 
ma da poterlo pubblicare colle stampe, affine di averne comoda- 
mente non solo il giudizio de' suoi amici, ma 1' universal senti- 
mento, lo lasciò venire alla luce di soli ^o cauti nel i5i6 in Fer- 
r;ìra per Giovanni Mazzocco. Che due edizioni si facessero del Fu- 
rioso ne' due anni i5i5 e i5i6, ed ambedue in Ferrara per lo 
stesso stampatore , più d' uno scrittore l'ha detto e tenuto per fermo, 
e ci sembra che lo stesso Barotti fosse in dubbio se 1' edizione 
del i5i6 potesse tenersi perla prima o per la seconda. Ma al tempo 
del Barotti avevaosi notizie poco esatte circa le principali edizioni 
di questo poem: ora sappiamo che l'edizione dell'anno i5i5 è 
stata supposta sul fondamento del Privilegio Veneto dell'anno i5i5; 
e che quella del i5i6 è indubitatamente la prima. 

Il Furioso fu con grandissima festa dall'Italia ricevuto: quindi 
Lodovico nel 1621 ne pubblicò la seconda edizione eseguita pari- 
mente ia Ferrara per Gio. Batt, della Pigna Milanese, adi XIII 



1 nOMAWZi F.o I PORMI romanzbschi ec. 3^1 

t^p'.ihrij't; sono istruttive e curioso le variazioni ed i caugiamenti 
(he r Ariosto vi fece , ma in queste due edizioni, e nell'altre un- 
dici dodici ( e non cinque , come scrisse il BarufFaldi , e come ve- 
dremo nel seguente catalogo delle edizioni ) snsseguenli fattesi in 
Milano ed In Venezia prima dell' anno i532 il poema è diviso in 
soli canti XL. Non si rimase però 1' Ariosto dal rivederlo e dal cor- 
rt-ggerlo , approfittando ben anche del consiglio degli amici , nelle 
nuove edizioni che con molle giunte e correzioni se ne fecero nci^li 
anni seguenti: ma non conlento Lodovico di quanto fatto avea in ad- 
di'^tro , raccolti nuovamente i pareri de' più eccellenti ingegni del 
suo tempo » dopo infinite altre mutazioni ed emendazioni , lo pose 
per l'ultima volta lui vivente alla luce in Ferrara nel i533 , accre- 
sciuto di sei canti , essendone Francesco Rosso da Valenza lo slam- 
palore. Ecco quanto riferisce il Girai di nelle aggiunte IVISS. alla ci- 
tata copia de' suoi Discorsi, posseduta dal Barotti. « Prima egli ( l'A- 
riosto ) vide e rivide il poema suo per lo spazio di sedici anni dopo 
la prima edizione, né p:ssò mai di per tutto quel tempo, ch'e^^li 
non vi fosse intorno e con la penna e col pensiero ; bisogna però 
da (jue' sedici anul levar per lo meno que' tre , che il poeta govir- 
nò la Garfagnana , per testimonianza di lui stesso nella Sati' a. If^. 
e F'I. Poscia ridottolo al termine e dell' accrescimento e della cor- 
rezione , «he a lui parve convenevole, lo portò a molti begli ed 
eccellenti ingegni d'Italia per averne il loro giudizio, come fu a 
Monsignore Bembo, al Molza, al Navagero ed altri molti , de'quali 
egli fa menzione nell ultimo canto , ed avutone il loro parere se 
ne ritornò a casa. E come solca f;tre Àpelle delle sue dipiniure , 
cosi fece dell'opera sua; perocch'egli due anni innanzi che desse 
l'opera alla slampa, la pose nella sala della sua casa, e la lasciò 
in btlla del giudizio di ciascuno. E finalmente «vuti tanti pareri 
nella citlh e fuori, a quegli si appigliò che migliori li parvero »>. 
Del savio consiglio dell' Ariosto di comunicare il suo poema a di- 
versi suoi a .liei dotti e fedeli per avere il loro giudizio . ne fece 
estlinonlanza il Toscanella nelle Bellezze del Furioso (i), e tra 
pie' diversi noverò M«rcantonIo Magno , al quale il poeta diede 
i rivedere l' ultimo canto. Né sarà fuor di luogo di qui ricordare 
l costume dell* Ariosto di non conteatarsi mai de' suoi versi: an- 

(i) C. 46 si. I. 



3'JI DISSERTAZIONE SETTIMI 

che il Pigna nel II. e III. libro de' suoi Romanzi ce ne fece intesi, 
e non ne tacque le prove. Corre opinione , che si trovino ancora 
(ma non si sa dove ) le moltissime maniere, nelle quali mulo la 
stanza ì^i del e. Xf^III. prima che si acquetasse su quella bel- 
sslma , che abbiamo nella prima edizione, e che non trovò mo- 
lo di alterarla nelle seguenti ristampe. 

Corretto così ed accresciuto il Furioso ne fu cominciala la stami- 
pa l'anno suddetto i532 del mese di maggio, e fu finita non nel 
mese di settembre, come per isbiglio disse il sopraccitato Giraldi , 
ma il primo d'ottobre del medesimo anno, come si legge in fine 
del poema di questa edizione, che ha nel titolo: dalV Ariosto pro- 
prio corretta e di altri canti nuovi ampliata. È da avvertire 
«he i sei nuovi canti che trovansi in essa aggiunti sono i canti 
XXXI II XXXni. XXXIX. XLII. XLIF. e XLr., e che oltre 
i questi vi sono cambiamenti di parole ed aggiunte di ottave. 

Qui noiorenio che l'ultima carti di questa edizione non porta 
^ik V impresa dello stampatore , come per errore trovasi general- 
mente acceanato nelle Bibliografie , ma bensì quella dello stesso A- 
fiosto, il quale volendo indicare la malignità de' suoi rivali e dei 
auoi detrattori , rappresentò in essa due vipere colle code in più 
jiri attortigliate insieme ( a esprimere forse la stretta lega de' suoi 
malevoli contro di lui ), e in atto di vibrarsi per mordere , con una 
mano d' uomo in alto, la quale con una forbice aperta, dopo di a- 
ver tagliata la lingua ad una di esse, minaccia all'altra lo stesso 
col motto. Dilexisti malitiam super beni gnìtatem. Affine poi di 
significare la poca gratitudine del Cardinal d' Este al lungo suo ser- 
vire, agli immortali suoi studj ed ai gr.ivissimi corsi pericoli, avea 
egli immaginata l'Impresa dell'Alveare , da cui l'ingrato villano, 
per trarne il mele, discaccia l'api col fumo e col fuoco, e animala 
Y avea col motto: Pro bono malum. Questa Impresa la donò al suo 
Rinaldo per una disgrazia simigliante alla sua nell' ultimo dei cin- 
que cauti st. 56", de'quali parleremo in appresso. In una delle meda- 
glie dell'Ariosto forma questa medesima Impresa il rovescio; e il 
motto d'essa, spiegativo da per sé solo della mente dell'autore, si 
trova riportato in fine a molte edizioni del Furioso , e specialmenK 
in questa del i532. 

Ma dopo tanto studio e tante fatiche dall'Ariosto sostenute ir 
questa ristampa, ha poi egli potuto riuscire a correggere ed abbellir 



I ROMANZI ED I POBMÌ ROMANZESCHI eC. 3^3 

il Furioso a sua voglia f E in qua! conio dovrà da noi tenersi la 
suddetta edizione? Vediamo primieramente ciò che ne pensasse lo 
slesso poeta. Ognuno sa che Lodovico sul 6ne della sua vita ebbe 
a dolersi , che il suo Furioso della compiuta correzione mancasse, 
parte per colpa delle sue domestiche occupazioni , essendo egli tra- 
vagliato da ostinati litigj , che il patrimonio gli minacciavano, 
e parte per voler de' suoi padroni , che distraendolo di continuo 
in viaggi, in legazioni e in governi , o nulla attese per molto tempo, 
o almcTi poco , e con poco genio alla revisione dei suo poema. Ce 
ne fa fede una lettera di M. Galasso Ariosto, fratello di Lodovico, 
indirizzala a Pietro Bembo li 8 di luglio i533 (i), dalla quale 
raccogliesi che Lodovico , malgrado della sua assistenza alle cor- 
rezioni di stampa dell'ultima edizione, se ne trovò cosi mal sod- 
disfatto, che ebbe in animo di ristampare il suo poema un'altra 
volta, parendoli y compera, d'esser stato mal servito in questa 
ultima stampa , e assassinato. Il Baroni pare che non presti in- 
tera fede al Giraldi per quanto egli dice relativamente all'assidua 
ed accurata correzione fnlla dall'Ariosto al Furioso. E benché il 
Giraldi fosse uomo di qualità e dottrina, e famii^liare di stretta 
conversazione di Lodovico, per quanto egli afferma nelle predette 
giunte manoscritte in que' suoi Discorsi ; «pure, cosi il Barotti, 
non mi basta, perchè io li creda tutte le cose che conta, le quali 
mirano a rendere rispettabile più del dovere l'edizione del i532, 
la quale ha per altro i suoi gran difetti^ e si fa grave torto all'A- 
riosto col voler che si passino per commessi e approvati da lui ». 
Anche il eh. Baruffildi parlando di questa edizione (2) ci f^ sa- 
P'M-e che « gli stampatori non corrisposero colla debita fedeltà ed 
esaltezza alle giudiziose correzioni dall' Ariosto suggerite^ ed egli 
ne rimase cosi mal soddisfatto, che terminata l'edizione, avrebbe 
voluto farae un' altra di nuovo , il che dalla morte ( seguita nel 
dì 6 giugno i533 ) gli fu impedito «. Ciò posto, noi potremmo 
senza timore asserire che maggiore autorità meritata sarcbbesi la 
prima edizione Falgrisiana dedicata al Duca Alfonso d'Este ese- 
guita nel ib56 per cura di Girolamo Ruscèlli, se vero fosse quel 
che ci fa egli stesso sapere nelle mutazioni che stanno al fine della. 



(i) Voi. I. delle Lett. di diversi al Bembo, 
(a) Vita dell' Ariosto, pag. 207. 



^^4 DlSS£nTSr-fOI»B SETTIMA 

m(<lesima , cioè, che Mesa. Galasso Ariosto fralello di Loflorfco 
gli tnosifò uà Furioso degli ullimi stampati in Ferrara, il quale 
era solamente legato in un cartone rozo , et non era tagliato ia 
torcolo o ugguaglijte le carte altramente per non restringere i! 
margine , da potervi scrivere sopra. Et questo libro era per tutto 
notato et postillato di m.no dell'autore stesso; dicendomi M. Ga- 
lasso ( come da me slesso io potei ancor riconoscere ) che M. Lo- 
dovico era in animo di farlo ristampare ultimamente cosi tutto 
ricorretto et migliordto da lui medesimo «. Prima di parlare del 
merito di questa edizione Jìuscelliana , crediamo necessario, il 
riferire l'avvertenza del detto Giovannandrea Barotti nelle Dichia- 
razioni aliO' laudo Furioso pag. 84 Ferrara 1773, che il Ru- 
sct'lli cioè ce si finse di proprio capriccio più mutamenti e corre- 
zioni , come trovo notate in alcune memorie di Giambattista Gi- 
raldi originali appresso di me ». Dopo un giudizio si autorevole 
difficilmente si potrebbe seguire alla cieca quanto asserì il Ruscelli 
di aver trovalo nelle correzioni di M. Lodovico. Ma supposta per 
un momento la verità del fatto riferito dal Ruscelli, qual uso mai 
poiea eyli fare delle preziose postille di quell'esemplare? Echi 
mai avrebbe potuto lusingai si che un uomo di poco nessun gusto 
e pedante come egli era , avesse saputo trarre quel profitto che 
se ne avrebbe oggidì , se veramente esistesse, come il Ruscelli as- 
serì, e se riuvenir si potesse un si pregialo libro? E a chi non è 
nota r insensata pedanteria di questo scrittore ? Il Castelvetro suo 
contemporaneo l'aveva già amaramente dileggiata (1) j e non ci 
ha critico the non sappia per prova , quanto sia poco da fidarsi 
di tutte le correzioni fatte dal Ruscelli agli Italiani Scrittori. Ma 
passiamo a vedere in che consistano e di qual peso sian le cor* 
rezioai o avvertenze dal Ruscelli attribuite a M. Lodovico. Nella 
prefazione all'edizione del Furioso de' Classici Italiani 1812 si 
disse che « se badiamo alle correzioni che il Ruscelli disse di a- 
ver trovato in quell'esemplare, noi vediamo, che tenui sono le 
cose cangiatevi o segnatevi dall'autore in quanto all' ortografia 
ed alla lingua , come ognuno potrà accorgersi per le osservazioni 
fu Ite dal Ruscelli su di alcune voci, ( ivi se ne riportano alcune ). 
la qudoto poi al soggetto , le mulaziooi indicate dal Ruscelli con- 

(1) O^ertt rarie critiche png. 106 « seg. MiUno fierat 1727. 



I ROMANZI ED 1 POt.MI ROMA»ZeSCIU 3^5 

sistono in alquante stanze cassate come dìsonesie , in linre tirate 
per luogo , in istelle poste nel margine a' luoghi troppo liberi , o 
forse da rivedersi , e nel cangiamento di alcuni versi «. A poche 
cose e di poca importanza ridurrebhonsi dunque le correzioni del 
Ruscelli attribuite all' Ariosto. Eppure l' edizione RasceUiaiia con- 
tiene moltissimi cangiamenti si di vocaboli o d'inflessione de'me- 
desimi, che di modi e di sintassi; cose tutte che il Ruscelli non 
asserì tampoco di aver trovalo fra le correzioni di Lodovico , e 
che capricciosamente poste in luogo delle sane lezioni dell'anno 
i532, fanno un manifesto oltraggio al bello del poema non (he 
al senso comune. Che se a quanto si è detto agglugner voj^liini) 
i griivi errori che vi lasciò sfuggire questo mal cauto editore, e 
che notati sono nel Giornale de* Letterati , anno 1710, oj^nuuo 
potrà da sé, decidere del pregio di si fatta edizione. Niente di me- 
no noteremo qui , che questa edizione per le figure che l'adurnano, 
è considerata fra le più pregiate. Sappiamo dal eh. signor Baiuf- 
faldi che l'Ariosto erasi servito dell'opera di Dosso Dossi celebre 
pittore Ferrarese per far disegnare le storie contenute in cijiscim 
canto del suo Furioso , e che queste tavole furono teiniinate »k1- 
taiito alcuni anni dopo la morte del poeta , e pubblic.ae per U 
prima volta in questa prima edizione F'algrisiana. Essendo dunque 
questa edizione del Ruscelli malamente riuscita per le molte sud- 
dette ragioni, né essendoci più alcuna speranza che il supposto 
preziosissimo esemplare ricorretto dal medesimo Aritsio possa 
giammai per l'avvenire cadere nelle mani di alcuno che Hve»se 
per avventura maggior gusto e più sano criterio di quello rhe non 
aveva il detto editore, ne viene per giusta conset^uenza che nes' 
sun' altra edizione , la quale si discosti dalla lezione del Furioso 
impresso nel i532 e corretto d^llo stesso autore, possa stare a 
fronte della medesima. Ne siamo «ssicunti ben anche dall'autorità 
di quell'eruditissimo uomo degno di somme lodi , e di memoria 
immortale, Apostolo Zeno nelle sue Annotazioni all'Eloquenza t 
taliana del Fontanini ^ il quale ci dice apertn mente che ir* le 
edizioni riconosciute migliori, la suddetta del i532 merita il pri- 
mo luogo. Ma e come polrebbesi ciò combinare con quelle Ugn^iize 
di Lodovico, le quali giunsero fino al punto di chiamarsi a.'isas" 
sinato^^à&Wo stampatore perchè mnlainente esei^uite ftvev» in (|uella 
ristampa le giudiziose sue correzioni ì A noi sembra che il dìs^u- 



iyÓ DISSEnXAZlOKE SETTIMA 

HO di lui riferir debbasi soltanto alla brutta carta , ai deformi ca- 
ratteri ed agli errori di stampa , dacché egli stesso ne fu il cor- 
rettore , siccome leggesi ben anche nel titolo della medesima e- 
dizione che fu dall' Ariosto proprio corretta e di altri canti 
nuovi ampliata. Pare dunque cosa affatto irragionevole il non at- 
tenerci a queste lezioni , ove non sì conosca un manifesto errore 
di stampa o d' ortografia. E siccome noi non giudicheremo mai me- 
ritevoli di scusa tutti quegli editori che dopo la rara e ricercatissima 
edizione Aldina del i545, l'ultima fra quelle che presentano il vero 
testo genuino dell'autore, quantunque imbrattato di non pochi er- 
rori t se ne discostarono con capricciosi cangiamenti ; e siccome né 
manco perdonare sapremo agli accademici della Crusca che nella 
compilazione del loro F^ocabolario invece di servirsi dell'edizione del 
i632, dicono di aver adoperate varie delle migliori e piìc corrette 
edizioni, e pììi frequentemente quella di Venezia i6o3, quantun- 
que non manchi di grossolani errori,* così noi non saremo mai per ap- 
provare la pedanteria di chi, tenendola quasi per vangelo, non solo non 
ardi fare il menomo , benché ragionevole, cangiamentOjma si sforzò 
e si dicervellò onde f^rci gustare e tenere per articoli di fede quelle 
lezioni eziandio che contrarie sono al senso comune. 

Nella succennata edizione Aldina del Furioso venne per la pri- 
ma volta pubblicata con nuova numerazione di carte e con nuovo 
frontispizio la Continuazione del Furioso col titolo Cinque canti 
d' un nuovo libro di M. Lodovico Ariosto , i quali seguono la 
materia del Furioso. Questa Continuazione fu da Virginio Ario- 
sto figliuolo di Lodovico data ad Antonio Manuzio, che la pubblicò 
in questa edizione , mancante però dì molte ottave nel secondo e 
nel terzo canto. La prima stanza del canto primo di questa Conti- 
nuazione fu omessa nelle posteriori ristampe. Neil' edizione di 
Venezia del i55i, eh' è la più bella di quante mai ne facesse il 
Giolito, trovansi i cinque canti aggiunti nella loro Intregrità. Cre- 
diamo però bene 1' avvertire che in una sua edizione anteriore del- 
l' anno i549 aveva egli detto che i canti erano corretti sopra l'o- 
riginale , e nell'edizione presente, i55i , gli stessi diconsi ricor- 
retti. Ma in qual tempo intraprese 1' Ariosto questo nuovo poema 
coir abbozzarne que' cinque canti , che dopo la sua morte furono 
col Furioso stampati ? Qual fine egli ebbe nel comporli , e qual 
merito essi hanno posti a confronto col medeslino Furioso ? Noi 



I ROMANZI ED I POEMI ROMANZESCHI CC. 'ò']'] 

qui non faremo che esporre brevemente le diverse congetture ar- 
recate dal Barotti , con aggiunte nelle Dichiarazioni a' medesimi 
neir edizione di Venezia , Pitteri, i'j^i,eà. ivi riprodotta dallo 
Slesso stampatore, 1766; edizione assai pregevole e per l'emendazione 
del testo e per le accennate Dichiarazioni. Le congetture del Ba- 
rotti si restringono dunque a questo, d'essere lui persuaso, che 
allora, o poco di poi li componesse, ch'ebbe dato fine al Furioso, 
e fattane la prima stampa. La poco esatta ortografia e la lingua non 
sempre pura ( difetti che non si trovano nella ristampa del i532 ) 
sono presso a poco le stesse e nel Fu/iosa di prima edizione , e 
ne' cinque canti; o per lo meno è da tenersi per fermo, che gli 
componesse prima che meditasse o complesse le giunte , colle quali 
accrebbe di sei canti il poema, come comparve nell'edizione del 
Irentaduej mercecchè in esse non pochi passi s'incontrano diversamen- 
te da quegli che spiegò nei cinque canti , per esempio: nel poema 
compito, Ruggiero è fatto Re de' Bulgari, e i Bulgari vi compa- 
riscono amici del Re Carlo, e nemici del Imperator Costantino, 
il quale si mostra con Carlo in buona lega e amicizia. Ne' cinque 
canti per 1' opposito Ruggiero vi fa figura di semplice Cavaliere di 
Carlo , e provvisionato da lui 5 e la moglie sua Bradamante tanto non 
è Regina , che anzi ha da Carlo in regalo il dominio d' Arli e di 
Mirsilii: Costantino ha in odio Carice gli arma contro; e fra le 
sue truppe si contano i Bulgari, come sudditi suoi. Ma ad altro pas- 
sando , dal Pigna nel libro IL de' Romanzi, fu scritto, che giudi- 
carono alcuni, cheque' cinque canti « sarebbono stali sparsi dal 
Poeta qua e là per varj luoghi del suo Orlando j il che egli non 
disse giammai: anzi per contrario lasciossi intendere che di fare 
un'altra opera intendea, che dovesse star da per sé ». Anche il Ba- 
rotti fu di quest'ultimo parere nelle suddette Dichiarazioni al e. I. 
st. i. u. I. 11 Giraldi nondimeno nel suo Discorso dei poemi Ro- 
manzi, e ne'cambiamenti che vi fece, e che il Barotti conservava ap- 
presso di sé originali , disse tutto il contrario, e le sue parole sono 
queste. « E questo dico , perchè so ( avendone parlato meco più volte 
l'Ariosto ), che i cinque canti, ch'egli aveva nelle mani, erano ri- 
serbati da lui da essere aggiunti all'opera sua, se altra volta egli 
1 avesse fatta ristampare , non per continuazione dell'opera , né per 
far nuovo poema , ma per trapporli ( se morte non vi si fosse trap- 
posta ) nell' opera , ove meglio a lui fosse paruto , come veggiamo, 



3^8 DlSSERTAZIOr^É SETT1M\ 

ci/ egli irappose molle cose e canti intieri nella seconda edizione, 
clic nella prima non erano; e ciò voleva egli fare perchè l'altra nova 
eilizione non solamente portasse seco novella stampa, ma anche qual- 
che nova materia , onde 1' opera divenisse pliì grata perla novità che 
ella aviebbe portato con essa lei ec. »Chi di questi due competitori 
ha ragione? Il Giraldi fece la giunta che abbiamo trascritta, dopo 
\( duto il Trattato del Pigna , e ben si conosce , che mirò a contrad- 
dirgli j e per ciò rton sappiamo dire qual fede si meriti. Qualunque 
essa sia , non possiamo persuaderci di quanto egli disse su questo 
punto ; poiché la materia de' cinque canti è una storia ben lunga 
tutta insitme connessa e continuata; e non poteva ( come accaduta 
dopo la guerra d'Agramante) trapporsi nel Furioso se non ponen- 
dola in bocca a un profeta: né persuaderci possiamo, che per questa 
\ia V opera fosse divenuta più. grata. Ognuno sa che questi cin- 
que centi aggiunti per continuazione del Furioso^ sono di molto ad 
esso inferiori. 

Ma se altro dell'Ariosto Oon avessimo che V Orlando Fun'o'^Oy 
b slerebbe quest'opera sola a renderne il nome immortale. Magnifico, 
ricco, mirabile ntU'inventare, nel disporre, nel dipingere; eccellente si 
nel sublime che nel festevole; signor del verso in tutte le sue differenti 
armonie, ed arbitro della lingua nelle sue infinite vaghezze ; ha mo- 
strato l'Ariosto a qnal estremo di altezza possa l'umana immigi- 
ntiva arrivare. Nel primo dei generi della poesia primo de' poeti 
moderni, plì» di tutti ha contribuito a diffondere per l'Europa il 
vero cullo degli studj gentili. Il Galilei da lui imparava la proprietà 
e la grazia dello scrivere; da lui il Milton coglieva eletti fiori pel suo 
Paradiso, e 11 Voltaire, dopo aver composto, imitandolo, il più 
poetico de* suoi lavori , disdiceva nel senno della maturità il mal _ 
pesato giudizio che nella leggerezza della gioventù ne avea proferito, i 
Grato a tutti 1 sessi, a tutte le condizioni, a tutte l'età , tradotto in 
tutte le lingue, e anche in più di^letti Italiani, stampato in tutte 
le forme , illustrato con comenti , lezioni , spiegazioni , allegorie ec. 
argomento di gloria all'Italia, d'invidia alle genti rivali, di lode 
e di maraviglia all'intero mondo civile, con gran ragione Lodovico 
Ariosto di Omero de' moderni, di pittore universale della natura, 
di poeia veramente divino ebbe soprannome ed onori (i). 

(i). V. anche V Elos^in di Lodovìro Ario«fo per Angelo Fabroui, celebre isto- 
rili" r.ifo losciiiio, morto ii) l*i>a il 23 seltetnhre i8o3. 



I ROMAWZl ED I POEMI «OMA«r-tSCHl CC. 3^9 

Bernardo Tasso in una lettera che nel i5Sg scrisse al Varchi 
cosi ci descrive l'altissima stima in cui a' suoi tempi era tenuto il 
Furioso. « Non è dotto , così egli , né artigiano , non è fanciullo , 
fanciulla, né vecchio, che d' averlo letto più d'una volta si contenti. 
Non sono elleno le sue stanze il ristoro, che ha lo stanco peregrino 
nella lunga via, il quale il fastidio del caldo e della lunga via can- 
tandole rende minori? Non sentite voi tutto di per le strade, per 
gli campi andarle cantando? Io non credo, che in tanto spzio di 
tempo quant'è corso dopo che quel dottissimo gentiluomo m.ndò 
in man degli uomini il suo poema , si sian stampati , né veduti tanti 
Omeri , né Virgili, quanti furiosi » (i). Tania però a' giorni no- 
stri è la slima pel Furioso ed in si grande onore e venerazione ò 
generalmente tenuto, che il Barelti con poetica baldanza disse che 
non dovrebbe esser letto se non da quegli i quali hanno fatto qualche 
cosa di grande a prò della patria per premio e ricompens i loro. Ma 
porgerebbero materia a molti volumi gli elogi che ne hanno sempre 
fatto tutti coloro che tengono qualche idea del buon gusto , se tutti 
riportare da noi si volessero. 

Egli è vero che non mancarono al Furioso riprensorl e nimici: 
alcuni tratti dallo spirito di parte si lasciarono condurre a scrivere 
in modo che da essi medesimi in altre circostanze sarebbe sl>lo ri- 
preso. Altri ne tacciarono l'orditura, rappresentandolo come un poe- 
ma a cui manca e unith di azione e intreccio di vicende ben ordi- 
nate; altri ne ripresero lo stile, additandovi errori di lingua, rime 
sforzate, espressioni volgari e plebee; altri pretesero che dell'opera 
di Annibale Bichi soldato Sanese eisi fosse giovato molto per miglio- 
rarlo e correggerlo quanto alla lingua; altri ne biasimarono i racconti 
ìnverisimili ed esagerati di troppo, altri, e con più ragione, ripre- 
sero le laidezze di cui aveva imbrattato il poema. Il catalogo di 
tutti coloro, che scrissero contra VOrlando Furioso, si può vedere 
presso il Conte Mazzucchelli , e ad essi dee aggiugnersi Ortensio 
Laudi che fu un de'primì a parlarne con biasimo (2), Noi rispon- 
deremo ad alcune delle principali imputazioni fatte all' Ariosto 
colle parole di un eh. moderno scrittore (3). 

Non si può negare che molti gr-ivi critici, dal Gaslelvitro sino 

(1) B. l'asso , Lettere, t. II. leti. i6j , ed Comin. 

(■1) Jsf ma Jegli Scrilt. pag. 21. 

(3; Davide Beifcoiotti acUa viU Ui L. Anuslo Pa lova Tip Bettuui «Sii ecc. 



380 DISSERTAZIOHE SETTIMA 

b1 Blair , hanno dinegato al poema del Furioso il titolo di epico. 
Tornerebbe qui veramente in acconcio esclamare: se non volete 
chiamarlo epico, chiamatelo adunque divino. Ma se, per consenso 
di tutti i maestri^ altro non è il poema epico che il racconto in 
versi di qualche nobile impresa», per qual ragione epico non chia- 
meremo il Furioso , ove si canta il disfacimento delia Lega dei 
Saracini contro a' Cristiani ? Al poema epico , avverte il Zanetti , 
non si ricerca l'unità né di tempo, né di luogo, ma l'azione 
vuol esser una. Ed appunto una è nel Furioso l'azione, come non 
difficile riesce a dimostrare. L'Ariosto, come Omero nell'Odissea, 
e come Virgilio, l'ordine delle cose per vaghezza turbando, apre 
il poema nel punto in che gì' infedeli hanno rotto la gente bat- 
tezzata , ai piedi de* Pirenei. Allo sbaraglio ed all' esterminio dei 
Mori , eh' è il certo fine della favola , s' indirizz<ino , qual più qual 
meno, tutte le parti di essa ; conseguito il quale, termina il poe- 
ma , chiudendosi con la morte di Rodomonte , il pivi formida- 
bile de'nemici del nome Cristiano. 

Singolarmente copiosi , a dir vero , sono gli episodj che nel 
Furioso s' incontrano. Al qual proposito calza bene il riferire ciò 
che l'Inglese Harrington ingegnosamente ha notato. « Piacevoli 
ed utili, ei dice, riescono le fermate al lettore. Ad uomo che per 
ameno e lungo viale passeggi , come porge diletto il rinvenir quinci 
e quindi un sedile ove con dolcezza posare. Ma se d' intorno a 
quel sedile sorgono piante che non solo gli sieno d'ombra cortesi, 
ma saporite gli offrano e salutevoli frutta , come in conto di pic- 
ciolo paradiso non terrassi egli quel loco ? Non altramente delle 
moralità e delle digressioni dell'Ariosto addiviene, le quali tratto 
tratto nella sua grand'opera bellamente emergendo, profitto e soa- 
vità ne recano a un tempo stesso ». 

Imputato pur venne 1' Ariosto di usar troppo spesso il riso , 
di fermirsi in leggerezze, e di talvolta perdere, vinto dalla ma- 
teria , la grandezza affatto e la nobiltà dello stile. Ma perchè al- 
l' epico , risponde il Crescimbeni , sia prescritto imitare illustre 
azione, non ne segue per necessaria conseguenza che l'idea signo- 
reggìaute della locuzione debba essere la sublime. E meglio assai 
11 Gravina: « Non potevano, dice, né l'Ariosto al suo fine, uè 
i posteri all' utile che si «spetta dalla poesia , pervenire , se questo 
poema non esprimea tanto i grandi particolarmente, quanto in 



I no>rA>zi ED 1 POiiMi noMANZEScHT ec. 38 I 

qualche luogo i mediocri e i vili , acciocché di ciascun genere la 
passione o il costume si producesse, ed apparisse quel che cia- 
scuno nella vita civile imitar debba secondo la bellezza o la defor- 
mità delle cose descritte ». E qui è d'uopo l'avvertire che con 
troppo grette norme misurata venne il più sovente la ragion poe- 
tica del Furioso. Omero nell'Iliade la vita pubblica dipinse, e 
nell'Odissea la privata. L'Ariosto volle in un solo poema il mondo 
civile interamente rappresentare. 

Conchiuderemo dunque coli' eruditissimo Girolamo Tirabo- 
schi (i) che dopo tutte le critiche 1' Orlando Furioso è sempre 
stato e sarà sempre considerato come il migliore tra i romanzeschi 
poemi , e io non temerò di chiamar felice e la negligenza dello 
stile, e il disordine de' racconti, e qualunque altro letterario di- 
fetto si voglia rimproverare sAVOrlando, poiché forse se l'Ariosto 
l'avesse più scrupolosamente purgato, esso non avrebbe que'tanti 
e si varj pregi che vi ammiriamo. 

Non termineremo quest'articolo senza dir qualche parola in- 
torno alle laidezze di cui imbrattò il suo poema; noi ben lontani 
dal giustificare un tale difetto, diremo soltanto che lo rendono 
almeno scusabile appresso il giudizio degli uomini. L'Ariosto « in 
molti luoghi delle sue poesie, così il Barotti (a), si manifesta 
inclinato agli amori donneschi ; ma quando ancora il fosse stato 
quanto egli dice , e non anzi ( come a me pare ) avesse detto 
più del vero per bizzarria , o per dar bellezza e risalto alle sue 
poetiche fantasie , 1' universal genio e libertà del suo secolo por- 
tava cosi. E proprio, dirò cosi, un peccato, che le sue poesie, e 
particolarmente il Furioso , non possano leggersi tutte da tutti 
senza pregiudizio dell'onestà. Se cosi fosse a' suoi tempi, credo 
di no, come non è scandalo a certi Indiani la nudità, che lo 
sirebbe agli Europei ", 

Ciò non pertanto noi non intendiamo d'assolver l'Ariosto da 
siffatta licenza. Ma pure più che l'Ariosto, se ne debbe condan- 
nare il cattivo costume, che allora correva, imperciocché chi 
risguarderà le scritture di que' tempi, sarà costretto confessare, 
che affatto sciolto era il freno del dire, e die forse l'Ariosto nel 



(i) Sloria delld LelUiulura Ita], voi. Xll. ])dg. 1826 Ediz. du' Classici llal. 
(2) Vita di Lod. Ariosto 

Romanzi di Cavali. Voi I. 20 



382 DISSEKTAZIONE SKTIIMA 

SUO Furioso h uno de' più modesti e moderati scrittori di quel 

tempo. 

Che poco scrupolo in qne'tempi si facesse di tante licenze, prove 

ne siauo i privilegi conceduti all' Ariosto dal Re di Francia , dal 
Veneziani, da' Fiorentini , da' Genovesi e da altre Potenze, e spe- 
cialmente il B/ei'e di Leon X. (i) messo nel principio delle 
prime edizioni di Ferrara scritte dal Bembo in nome del Papa 
a' ao di giugno del i5i5, e l'altro dì Papa Clemente VII. posto 
all'edizione Ferrarese del i532, e scritto da Palladio Blossio, 
Segretario allora di Brevi, con data del XXXI. di gennajo i532 
anno nono del PontiGcato di esso Clemente, il quale concede 
all'Ariosto la privativa della stampa e la facoltà di dar fuori il 
suo Oliando Furioso, acciocché , jamdiu editum , et impresso- 
rum \fltio mendosum , esso Messer Lodovico abbia facoltà di nuo- 
vamente imprimere, corrigere , e ciò che è più supplere , et in 
melius reformare. Egli è vero che Monsignor Fontaninì (2) crede 
necessario 1' avvertire « contra la malignità di qualche eretico, 
che il diploma di Leon X. non fu dato sopra tutti i canti XLVI., 
quali ora si trovano, e che l'Ariosto gli accrebbe sino a tal nu- 
mero dopo ottenuto il diploma , essendo le prime edizioni di 
soli canti XL. , e che gli altri sei canti , composti dappoi con 
poco scrupolo , furono da lui , come tanti episodj , destramente 
qua e là collocati per entro i medesimi canti XL. ecc. >j. II 
Fonlanini però vorrebbe qui darci ad intendere che l' Ariosto 
finché del suo Orlando non pubblicò che i primi quaranta canti 
muniti del diploma di Leon X. , la malignità di qualche eretico 
non aveva dove attaccarlo; ma dappoiché con poco scrupolo 
sparse qua e là certi episodj , la cosa mutò aspetto, e il diploma 
di Leon X, nulla può giovare all' Ariosto , né punto difenderlo 
dalla malignità di qualche eretico. \\ Fontanini vuol dunque farcì 
credere che soltanto in questi episodj aggiunti sia nascosto il mor- 
tale veleno , e che questi non abbiano Papale diploma che valer 
possa a loro difesa. Ma e perchè mai il Fontanini tanto diligente in 
mentovare i privilegi conceduti dalle altre Potenze all'edizione Fer- 

(1) Un'altra prova n* abbiamo nello stesso Leone X. che dilcttavasi non poco 
air udir poesie e scherzi non sempre onesti , e intervenire a commedie , utile 
«juali il buon <;ostume uou era molto rispetlalp. 

(a) Eloq. Ual t. I. pag, 262. 



T nOMAP'ZT ED I POEATT ROMANZESCHI PC. 3 '^3 

raroso del ìSii , non ved.e in essa il diploma di papa Clemente 
\fT. o vedendolo il dissimula e'I tace? Eccone la ragione. Il Fon- 
lanini volendo mettere in sospetto di mala fede e fors'anche di peg- 
gio, il poema del Furioso munito del diploma di Leon X., dice che 
quel privilegio non fu conceduto all'Ariosto se non per li soli canti 
XL., e non per li sei die posteriormente furono da lui composti 
con poco scrupolo, colle quali parole dà a credere che i canti sei 
posteriormente aggiunti, sien quegli appunto, che contengono a 
parer di lui , gli episodj più licenziosi , e le espressioni più libere 
e men gastigate e di mal esempio che nel poema destramente 
qua e là collocate s'incontrano. Ma perchè mai il Fontanini , 
prima di formar questa accusa, non si accertò se cotesti epi<^odj 
sleno veramente di quel brutto aspetto che vagliano a rendere il 
poeta colpevole di essersi abusato del diploma anteriormente 
ottenuto? Nel fine dell'edizione in quarto di tutti i canti XLVI. 
del Furioso, fatta in Torino per Martino Cravolo nel i536 si 
legge un Breve metodo di trovar tutti i luoghi aggiunti dal- 
l' Ariosto per annotazione di numero di canti e di carte con 
altre distinzioni , che facilitano il conoscimento di tali luoghi 
aggiunti o mutati. In altra edizione di Venezia anche Marco 
Guazzo praticò simile diligenza , onde si potesse da chi che sia, 
e potessi anche dal Fontanini ravvisar chiaramente tutto quello 
che all' Ariosto era piaciuto di accrescere e di variare nell' edi- 
zione Ferrarese del i532. Con tal riscontro ognuno, e '1 Fon- 
tanini ancora poteva rimaner persuaso e convinto che gli episodj 
e le cose aggiunte e mutate niente contengono di libero e d'im- 
modesto, ma sono tutte cose modestissime e nobilissime , come 
afferma e dimostra il Barotti nella sua mirabil difesa, ove àncora 
ce ne dà un esatto e fedele ristretto. 

La famosa controversia della preminenza fra il Furioso del- 
l' Ariosto e la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso ha dato 
origine a molte letterarie contese. \J Accademia della Crusca 
slette e pugnò pel Furioso, e il Galilei si crucciava alT udir solo 
che porre si volesse a confronto il Tasso col divino suo Ariosto. 
Non gioverebbe che ad annoiare i lettori una lunga enumerazione 
de' libri per quella quistione usciti alla luce; e chi la desidera, 
può leggerla presso il Quadrio (i). 'NuUadimcno non vogliamo 

(i) Tom. VI pog. 671 ecc. 



384 UlbStKlAZlOiNii iLTXlMA 

omettere di dire che il celebre Galileo aveva a mente poco meno 
che tutto il poema dell' Ariosto , il quale fu sempre il suo autor 
favorito e celebrato sopratlutti gli altri poeti , avendogli intorno 
fatte particolari osservazioni e paralleli col Tasso sopra a moltis 
simi luoghi, ch'egli quante volte lo rileggeva, sempre maggiori 
vi scopriva le maraviglie e le perfezioni confermando ciò con due 
versi di Dante , ridotti a suo senso : 

Jo non lo lessi tante volte ancora 

Cli io non trovassi in lui nuova bellezza. 

Ma le osservazioni fatte dal Galileo intorno al poema di Lodo- 
vico non si suno mai vedute alle stampe, e forse più non esisto- 
no (i). Ma di questo sovranissimo ingegno una lettera ci è rimasta 
stampata nella Raccolta del Bullson , scritta a Francesco Rinuc- 
cini allora Arciprete Fiorentino, poi Vescovo di Pistoja , concer- 
nente il merito dell' Ariosto e del Tasso , nella quale dimostra , 
che dove questi poeti si toccano, all'Ariosto, siccome ognuno 
può per sé facilmente scorgere , quasi sempre rimane il vantaggio. 

Il gran Metastasio però , al contrario dichiaravasi , benché cir- 
cospettamente , per la Gerusalemme. Ma assai giudizioso, circa 
tale quistione di preminenza e circa la propensione di Metastasio 
a favore del Tasso, è a nostro parere, il sentimento del chiaris- 
simo Tiraboschi , sentimento degno veramente di quel grande 
ingegno e di quello assennato criterio ch'egli sempre dimostrò 
nella sua Storia della Letteratura Italiana. Quindi noi crede- 
remo di fare grave mancanza se volessimo chiudere questo arti- 
colo , senza riportarlo per intero. « Non così è decisa la contro- 
versia (2) della precedenza tra '1 Tasso e l'Ariosto, controversia 
che ha sempre divisi , e forse dividerà sempre i migliori ingegni 
e i più valorosi poeti. Io non posso a meno di non entrare a 
parlarne j e benché io né speri, né abbia diritto ad esigere che 
altri adotti il mio sentimento, dirollo nondimeno quale esso è, 
lasciando che ognuno ne giudichi come a lui sembra meglio. A 
me sembra primieramente che tra questi due poeti non possa farsi 

(i) V. Vita del Galilei scritta dal Viviani ne Fusti Coiisol. dtlT .\ccuilLniia 
Fiorentina a car. 427. 

(a; V. voi. XII. Ed. Ci. It. pag. iSGi. 



I ROMANZI EU l rOEMl UOM\NZESCHt 385 

giusto ed adeguato confronto , e che il mettere a paragone la 
Gerusalemme del Tasso coli' Orlando dell' Ariosto , sia lo stesso 
che confrontare 1' Eneide di Virgilio colle Metamorfosi d' Ovidio. 
Perciocché la Gerusalemme è un poema epico, V Orlando è un 
poema romanzesco , cose troppo diverse d' indole e di natura , 
perchè soffrano di esser l'una all'altra paragonate. Ridicola perciò 
è l'accusa che da alcuni si dà all'Ariosto, perchè non ha ser- 
bata l'unità dell'azione, perchè non ha intrecciati a dovere gli 
episodj coli' azion principale , perchè ha narrate cose del tutto 
impossibili, perchè ha mischiato allo stil grave il burlesco, ed 
altri somiglianti difetti, dicono essi, da' quali il Tasso si è sag- 
giamente astenuto. Se 1' Ariosto ci avesse voluto dare un poema 
epico , ei sarebbe a ragion condannato. Ma qual diritto di rim- 
proverarlo , perchè ha amato meglio di scrivere un poema roman- 
zesco che un epico ? Non è egli ciò lo stesso che il rimproverare, 
a cagion di esempio , Tito Livio , perchè ha scritto una storia e 
non un poema? Quindi non parmi del lutto esatta la decisione 
di alcuni che affermano che miglior poema è quello del Tasso , 
ma maggior poeta è l'Ariosto, perciocché non può dirsi a rigore 
ohe l'un poema sia dell'altro migliore, essendo essi di genere 
troppo diverso. Poiché dunque non possono paragonarsi tra loro 
i due poemi, rimane solo che i due poeti si pongano a confronto 
l'imo dell'altro in ciò che è loro comune. E tre cose singolar- 
mente, a mio credere, posson chiamarsi ad esame: la fecondità 
dell'immaginazione, la vivacità del racconto, l'eleganza dello 
stile, E quanto alla prima, io mi lusingo che anche i più dichia- 
rati adoratori del Tasso non negheranno che essa non sia di gran 
lunga maggiore nell'Ariosto, il quale tante e si leggiadre inven- 
zioni ha inserite nel suo Orlando , che non senza ragione il Car- 
dinal Ippolito d' Esle gli chiese, come si narra, ove avesse trovate 
tante corbellerie. Appena vi ha canto , in cui qualche nuova ed 
impensata avventura non ci si offra che tiene attentamente sospeso 
e mirabilmente diletta l'animo de' lettori. Il Tasso al contrario, 
benché egli ancora sappia cambiare scena e variar gli oggetti, que- 
sti però non son tali comunemente , che sian parti di una fervida 
fantasia, ma per lo più son tratti da altri poeti, o immaginati 
secondo le loro idee. Vero è che appunto perchè 1' Ariosto scrive- 
va un poema romanzesco, ei poteva secondare più facilmente la 



386' DlSSfclvXAZlUiNli SliXilMA 

sua fantasia , e molle cose erano lecite a lui , non al Tasso, per- 
ciocché al primo non disdiceva il narrar cose e iuverisimllì , e 
anche rcttlmente impossibili , secondo 1' uso degli scrittori de' ro- 
manzi , ciò che al secondo non era lecito in alcun modo. L' ippo- 
grifo di Ruggieri, la salita di Astolfo alla luna, la pazzia di 
Orlando, ed altre somiglianti invenzioni di quel bizzarro cervello 
stanno ottimamente in un poema di quella natura , che prese a 
scrivere l' Ariosto j ma in un poema serio ed eroico, qual è quello 
del Tasso, sarebbero degne di biasimo. Ma ciò non ostante, mi 
sembra evidente che l' autor dell' Orlando abbia assai più viva e 
più feconda immaginazione che 1' autore della Gerusalemme. Per 
ciò che appartiene all'energia de' racconti e alla vivacità delle 
descrizioni, io non so qual effetto produca in altri la lettura di 
questi due poemi. Quanto a me , io confesso che i racconti del 
Tasso mi piacciono, mi allettano e, dirò cosi, mi seducono j cosi 
sono essi graziosi e per ogni parte contorniati e finiti. Ma quei 
dell' Ariosto mi rapiscono fuor di me stesso , e mi accendon nel 
seno queir entusiasmo di cui sou pieni , sicché a me non sembra 
di leggere , ma di vedere le cose narrate. Il Tasso mi pare un 
delicato vaghissimo miniatore in cui e il colorito e il disegno hanno 
tutta quella finezza che può bramarsi ; 1' Ariosto mi sembra un 
Giulio Romano, un Buonarroti, un Rubens che con forte ed ardito 
pennello mi sottopone all'occhio, e mi fa quasi toccar con mano 
i più grandi , i più terribili oggetti. Benché 1' Ariosto medesimo, 
ove prende ad usare più delicato pennello , il maneggia in modo 
che non cede ad alcuno. Angelica che fugge, Olimpia abbando- 
nata , e cento altri passi a lor somiglianti , che nell' 0/ landò 
s'incontrano, possono stare al confronto con quanto di più leg- 
giadro ci offrono le Muse Greche e Latine. Non dee però dissi- 
mularsi che le narrazioni dell' Ariosto non sono sempre ugual- 
mente piacevoli, e che talvolta languiscono e sembrano quasi ser- 
peggiare per terra , e che quelle del Tasso son più sostenute e 
più uguali. Ma oltreché fu questa forse un' arte dell' Ariosto , per 
dare assai maggior risalto a que' racconti ne' quali ei volea segna- 
larsi, ciò proverà solamente che l'Ariosto non è sempre uguale 
a sé stesso; ma non proverà eh' ei non sia, quando gli place di 
esserlo, superiore ad ogni altro. Rimane a dire dell'eleganza dello 
stile. E in questa parie noa può negarsi, s'io mal non avviso. 



1 ROMANZI ED 1 l>Of'.MI UO.MANZKSCIII CC. Ò^-J 

che il Tasso non sia superiore all' Ariosto , perciocché ogni parola 
e ogni espressione è nel primo studiala e scelta ; e ogni cosa da 
lui sì dice il più nobilmente eh' ei possa. Il secondo , più che alle 
parole, intento alle cose, non pone troppo studio nella sceltezza 
<leir espressione, ed anche usa talvolta voci basse e plebee. Ei sa 
però sollevarsi, quando gli piace, e sa usare a tempo i piij ac- 
conci vocaboli; sa introdurre ne' suoi fiori versi e vezzi, quanti 
egli vuole j e ci mostra con ciò che se avesse voluto limare con 
maggior attenzione il suo Orlando, anche nell'eleganza non cede- 
rebbe a qualunque altro poema. Ma questa sembra essere la sorte 
de' più rari e dei più fervidi ingegni, cioè che non sappiano sog- 
gettarsi alla noiosa fatica che seco porta il ripulire i lor parti. E 
forse di questo difetto medesimo dobbiamo saper loro buon grado, 
perciocché, se maggiore studio avèsser riposto nell'arte, men 
seguita avrebbcn la natura , che è finalmente il più bello fra tutti 
i pregi che proprj son di un poeta. Questo è il mio sentimento 
intorno all'Ariosto e al Tasso, e dalle cose dette fin qui ognun 
può vedere che se fra questi due poeti si può far paragone , io 
propendo a favore dell'Ariosto. Io so che in questa mia opinione 
ho alcuni illustri e valorosi avversar] , e fra essi l' immortai Meta- 
stasio, il quale in una sua lettera , che é alla stampa , al eh. signor 
Don Domenico Diodati giureconsulto Napoletano , dopo aver detto 
che ne' primi suoi anni era stato ammiratore passionatissimo del- 
l' Ariosto , aggiugne che avendo poi in età più matura e con più 
pesato giudizio letta la Gerusalemme , di cui vivamente descrive 
i pregi , si sentì riempiere di ammirazione pel Tasso , e d' uno 
sdegno implacabile contro coloro che credono oltraggioso all'Ariosto 
il solo paragon di Torquato. Il parere di un tant'uomo é si rispet- 
tabile , che se si trattasse di qualche teoria, cederei volentieri, e 
mi darei vinto. Ma qui si tratta di quel sentimento che uno prova 
in sé stesso , e che né per ragione , né per autorità non si può 
cambiare. E forse sarà ciò effetto di gusto men buono ch'io abbia 
sortito dalla natura, ma qual ch'esso sia, esso è il mio, né da 
me dipende il mutarlo. Lo stesso Metastasio però non dà senza 
qualche riserva la preferenza al Tasso, perciocché avendo detto 
dapprima che è troppo difficile il diffinir tal quistione , cosi con- 
chiude. Se per ostentazione della sua potenza venisse al nostro 
buon padre Apollo il capriccio di far di me un gran poeta , e 



38'S DlòSLIlTAZ OMi SLTXlAIA. 

in' imponesse a tal Gdc , di palesargli liberamente , quale de' due 
lodati poemi io bramerei somigliante quello ch'ei promettesse det- 
tarmi , molto certamente esiterei nella scelta , ma la mia forse 
soverchia propensione all'ordine, all'esattezza, al sistema sento 
clic pure alla fine m' inclinerebbe al Goffredo. Cosi egli con quella 
modestia che è propria de'più grand' uomini. Io perciò appunto, 
che gli sono inferiore di tanto , con più coraggio forse rispon- 
derei ad Apollo, e la mia risposta sarebbe alquanto diversa. Per- 
ciocché s'ei m'invitasse ascrivere un poema epico, il pregherei 
a somigliarmi al Tasso. Se mi persuadesse a intraprendere un poe- 
ma romanzesco, il pregherei a farmi un altro Ariosto. Che se in 
general mi chiedesse a qual de' due poeti bramassi di avere uguale 
il naturai talento per la poesia, io, chiesto prima perdono al 
Tasso , il pregherei ad essermi liberale di quello dell' Ariosto. * 
Dopo aver parlato dell' Oliando Furioso appena si ha corag- 
gio di rammentare altri poemi di tal natura che in questo mede- 
simo secolo inondarono P Italia. L'applauso con cui fu accolto 
il Furioso accese in molti il desiderio di rendersi somigliante- 
mente immortali, e la facilità dello stile con cui esso è disteso, fece 
che col desiderio nascesse ancor la speranza di pareggiarlo , e 
forse alcuni si persuasero che le loro fatiche fossero meritevoli 
di ugual sorte. La saggia ed imparziale posterità ha deciso contro 
di essi; ma pure lo scopo di questo nostro ragionamento si è di 
far menzione se non di tutti gli insipidi e mal tessuti romanzi , 
di quegli almeno che fra l' ignobil turba si sono alquanto distiuii 
o che devono essere ricordati almeno per compiere la storia di 
quegli eroi romanzeschi che appartengono alla favolosa genealogia 
di Carlomagno. 

Se annoverare da noi si vogliono altri romanzi la cui azione 
è anteriore a quella òeW'Orlando Innamorato , sì rinviene, oltre 
l'Altobello e Re Trojano ed altri già sovraccenna ti, quello iu 
ottava rima senza divisione di canti che ha per titolo: Innamo- 
ramento di Mellone d' Anglante , et di Berta sorella del He 
Carlomagno. Ancora il nascimento d' Orlando , e le Descese 
( cioè la genealogia ) de' Paladini di Franza ecc. Impresso in 
Milano per Jo. Antonio da Borgo, senz'anno. Per la migliore intel- 
ligenza si di questo che de' seguenti romanzi gioverà il premet- 
tere che Milone d' Anglante in occasione di un festino tenuto nel 



I BOMAKZr ED 1 POEan ROMANZESCHI GC. 889 

re«l palazzo nel di joniversario dell'Incoronazione di Carlomagno, 
avendo danzato eoa Berla sorella del dello Carlo , avvenne che 
amendue di scambievole amox'e forlemente s' accesero , per modo 
che Berta concepì di Milone e rimase gravida. Ciò inteso , mosse 
a grandissimo sdegno Ré Carlo che fece i miseri amanti subita- 
mente chiudere in separale prigioni. La destrezza però di Namo 
Duca di Baviera operò di lai guisa , che liberati dalla cattività 
poterono sposarsi^ sebben tostamente furono con capitalissime pene 
sbanditi dal Re. Questi infelici sposi obbligati a pellegrinare , 
giunsero finalmente ad una grotta di Sutri in Italia , dove ferma- 
tisi, poiché stimarono d'esser quivi sicuri, in capo a due mesi 
Berta partorì il celebre Orlando, Milone quivi stanziò , finché il 
suo Orlandino, già compiuti i cinque anni, poteva da sé accat- 
tarsi mendicando il pane j e poi fece dalla moglie e dal figliuolo 
partenza onde cercarsi altrove miglior ventura. Orlandino, rima- 
sto colla madre, cominciò nel suo esercizio di pitoccare a dar 
prove di spirilo e di raro valore , e cosi continuando fin verso i 
dodici anni di sua età avvenne che Carlomagno, ito a Roma e 
scoperta la loro casa, perdonò a Milone e a Berla, restituendo al 
medesimi le terre loro confiscate, cioè il Marchesato di Brava e 
la Contea d' Anglante, dichiarò II giovinetto Orlando suo figliuolo 
adottivo, che dal Papa poi venne fallo Gonfalonier della Chiesa 
e Senalor di Roma. Molte sono le imprese compiute poscia da 
questo eroe , onde ne sono pieni i romanzi. Dopo il dello poema 
romanzesco annoveransi V Orlandino per [jimerno Pitocco da 
Mantova composto} e le prime Imprese del Conte Orlando di 
Lodovico Dolce: ed il libro chiamato ^spramonte , nel qaal 
si contiene molte battaglie , massimamente de lo advenimento 
d' Orlando , et de molti altri Reali di Francia ecc. 

L'autore àeW Oiìandino è il "celebre TeoGlo Folengo nolo 
sotto il nome di Merlino Coccajo. El nacque lo Clpada villa presso 
il lago di Mantova nel 1491 > e al battesimo fu dello Girolamo, 
e dopo di aver dato ne' primi anni non pochi indizj di vivacissi- 
mo ingegno, sulla fine del iSo^ entrò vìeW ordine di S. Bene- 
detto prendendo il nome di Teofilo , ma dopo passati alcuni anni 
si perdette nell'amore di una tal Girolama Dieda, e talmente si 
lasciò da essa travolgere, che lasciando il chiostro andò per più 
anni ramingo, cioè dal i5i5 circa fino al 1626, nel qual tempo 



3C)0 DISSERTAZ1UJI£ SETlIJI.i 

prese a scrivere le sue Maccaroniche che ci fanno conoscere quinto 
felice fosse la disposizione cV egli avea sortilo al poetare. Le osce- 
nità e i tratti poco religiosi che vi sono sparsi per entro , furono 
effetto dello sfrenato libertinaggio a cui allora abbandonato si era 
il Folengo, il che pur dee dirsi deìV Orlandino poema roman- 
zesco in ottava rima da lui pubblicato sotto il nome di Limerno, 
il quale altro non è che l'anagramma di Merlino, del quale 
aggiunto piacque a lui di \alersi , perche conti a i suoi malevoli 
vi dà bastonate da cieco (i). Questo poema burlesco pieno a 
giudizio del Tiraboschl di piacevoli fantasie e di poetica vivacità 
ma degno di biasimo per le sozzure di cui l'ha imbrattato, è 
distìnto in Vili, canti detti dall' autore Capitoli. Non si aspettò 
a pubblicare 1' Orlandino del Folengo sei anni dopo la sua morte, 
come sarebbe avvenuto , se la prima edizione di esso fosse quella 
del i55o , siccome asserì il Fontanini : assai prima ne corsero 
almeno cinque o sei , la prima delle quali si è quella di Venezia 
per Gio. Antonio ( Niccolini ) e fratelli da Sabbio 1626, in 8.° 
Avvertiremo che l'edizione di Rimino del 1627 è mancante di 
alcune stanze in fine del capitolo VII. , e di quasi tutto il capi- 
tolo Vili. , cioè di tutto il racconto che fa il poeta del fìnto 
Abate Griffarosto dato plìi alla crapula che al breviario. Dai 
versi impressi in fronte alia prima edizione si ricava che questo 
poema non gli costò più che tre mesi di studio, benché a due il 
ristringa nel suo Chaos del Triperuno , opera oscura non meno 
che capricciosa , in cui parte in versi , parte in prosa , ora in Ita- 
liano, ora in Latino , ed. ora in grave, ora in maccaronico stile 
va descrivendo le vicende della sua vita, il suo traviamento e la 
sua conversione (2). 

L' autore delle Prime imprese d^ Orlando , ebbe un nome 
meno splendido del Bojardo e del Derni , ma pure fu uno scrit- 
tore ed un poeta non privo di merito: egli si provò in ogni 
genere di letteratura , ma non si segnalò in veruno. Lodovico 
Dolce nacque in Venezia circa l'anno i5o8 , e mor\ nel xU6g, 
secondo Apostolo Zeno e secondo il Tiraboschi nel i5(ì6. Fra le 

(0 V. Font, colle nuovo aggiunte. Ediz. di Parma , t. I p. 3^5 
(2) V. la vita premessa alla bella edizione delle Poesie Maccaroniche faUa ia 
Mantova nel 1768 e 177 r tessuta sulle esalte notizie raccolte dall' eruditiss. Mons 
Giacnagostino Giadeuigo Vescovo di Gliioggia e poi di Ctueda. 



1 ROMAiZI ED 1 POEMI ROMAlSiESCHI GC. SqI 

sue opere non si annoverano meno di sei romanzi epici, più rag- 
guardevoli pel numero e per la lunghezna che pel merito. L'au- 
tore fu più felice nel quinto poema in cui prese per eroe quel 
medesimo Orlando, che Io era stato di tanti altri; ma scelse 
un'epoca che per poco era ancora relegata nei romanzi in prosa, 
e che la poesia faceta avea sola fino allora fatto prova di trattare, 
ed è l'epoca della sua nascita, dell'infanzia e delle prime geste. 
Il poema è composto di XXV. canti in ottava rima , e la prima 
edizione venne alia luce in Venezia per il Giolito nel 1672 in 
4.° Invoca il Dolce l'autorità del supposto Turplno, che è ad un 
tempo uno de' suoi personaggi ed il preteso autore della sua isto- 
ria (i). La narrazione è chiara ed assai animata , la locuzione 
mediocre ma naturale , i caratteri bastantemente sostenuti. Alcuni 
episodj sparsi nell' azione , i quali non mancano d' interesse , e la 
varietà degli avvenimenti , fanno che non si legge senza diletto 
questo poema necessario a compiere le avventure e la vita del 
famoso Conte d' Anglante. Il Dolce lo scrisse per avventura con 
minor fretta e più accuratamente degli altri suoi poemi. 

S'ignora l'autore dell'altro romanzo epico intitolato Aspra- 
monte, pubblicato per la prima volta in Firenze nel i5o4, in 
4.° Questo poema che consiste in canti XXIII. in ottava rima è 
intitolato Aspromonte perchè tratta le imprese che fecero in detto 
luogo Carlomagno, Milon d' Anglante, Amone di Dordona, Gual- 
tiero di Molione , Re Salomone, Narao di Baviera, Amone di 
Bordella e Duodo suoi fratelli , Orlando ed altri Paladini centra 
i Saraceni , quando Guarnieri Ré di Cartagine, e poi Angolante, 
Almonte , Trojan© , Galicella ed altri vennero ad assalir Roma e 
poscia la Francia con un poderoso esercito per vendicare la morte 
di Braibante loro Re. Il poeta mostra a quando a quando dello 
spirito , lo stile , comecché molto al disotto di quello dell' Ariosto 
porta l'impronta del medesimo tempo, né si leggono senza in- 
teresse e diletto alcuni dei ventitré canti del suo poema. L'autore 
non sarebbe indegno d'essere conosciuto; Il Rldolfi 1' atlribi a 
GIo. Mario Verdizotti , ma gli anni dell' edizione di tal epico 
romanzo fanno vedere l' inganno del detto scrittore , quando due 
dì questo medesimo nome e cognome non si sleno in uno con- 
fusi, siccome ne dubitò il Quadrio appoggiato ad alcuni indlzj (2). 

(i) V. canto X. st. 48. 

(2) V. Quadrio toni. IV. pag. 55i. 



' ^Cfl DISSEKTAZIOJNE SETTIMA 

Il Quadrio rammenta altri poemi die alle Imprese d' Orlando 
principalmente s'aspettano, e fra questi indicheremo V O/orile 
Gigante, il Falconetto e V Antifior di Barosia. Il primo che 
ha per autore un certo Antonio Lenio Salentino contiene le bat- 
taglie del Re di Persia e del Re di Scizla fatte per amore della 
figliuola del Re di Troja , essendo Capitano de' Persi Rinaldo e 
degli Sciti Orlando. Tale poema stampato in Venezia nel i53i 
è diviso in tre libri, il primo de' quali contiene sedici canti in 
ottava rima^ il secondo dodici e il terzo sei. Il libro chiamato 
Falconetto delle Battaglie che lui fece coi Paladini in Fran- 
cia e della sua mo/Ve, stampato in Venezia per Giovanni Battista 
Sessa nel i5oo, in 4-° è composto di soli quattro canti in ottava 
rima ^ ed ha per soggetto la guerra mòssa dal Re di Barbarla 
centra i Crisilani ad istigazione di Gano il traditore, che voleva 
dare gli Stati di Carlomagno in mano a quel Re. Non bisogna 
confondere il predetto romanzo , come si fece da alcuni Biblio- 
grafi col seguente intitolato ; La vendetta di Falconetto ossia 
Libro de' mirandi fatti de' Paladini , stampato per la prima 
volta in Milano per Giovanni de' Castiglioni nel i5i2, in 4-° 
\J Antifior di Barosia che tratta delle grandi battaglie d'Orlando 
e di Rinaldo . e come Orlando prese Re Carlo e tutti i Paladini, 
fu stampato in Venezia per Marchio Sessa nel i535, in 4'° Esso 
è diviso in canti XLIl. in ottava rima. 

Altri poeti ancora , come se non ci fosse mai stato né un 
Bojardo né un Ariosto , vollero trattare a loro talento un quasi 
uguale subblelto j e battendo la stessa via li presero a continuare 
e ad imitare, e questi formano una specie di scuola, ne' cui di- 
scepoli si scorge talvolta la maniera ed i colori del maestro, ma 
di cui nluno può seguirlo da vicino. Sigismondo Paoluccio detto 
il Filogenio pretese continuare l'Ariosto collo scrivere un poema 
intitolato La Continuazione di Orlando Furioso colla morte di 
Ruggiero che pubblicò in Venezia nej i543. Esso è diviso in 
canti LXIII, in ottava rima e scritto con uno stile incolto e rozzo. 
Lo stesso dir si può dell' Orlando Bandito piccolo poema In 4-" 
senz' altra nota, e àeW Orlando Saggio di un certo Giambattista 
Filauro, poema in XV. canti, che non uscì alla luce, ma che si 
conosce, avendone data notizia il Massonlo nel suo Dialogo del- 
l'Origine dell' Agitila. A questi aggiugnerenio l'Oliando del 



I ROMAHZI ED I POEMI ROMANZEScriI GC. 3y3 

signor Prevosto Don Ercole Oldoino ; canti XXI. in ottava rima 
pubblicati in Venezia nel iSgS, ed il poema composto di canti 
Vili, in ottava rima , di Giulio Cornelio Graziano intitolato Di 
Orlando Santo , Vita e Morte con venti mila Cristiani uccisi 
in Roncisvalle ecc. e stampalo in Trivigl nel iSgy. 

Un fratello ebbe Orlando che diede argomento allo Strenuo 
Milite Marco di Guazzi Mantovano di comporre un poema col 
titolo di Belisardo Fratello del Conte Orlando che venne pub- 
blicato in Venezia nel i525. Esso è diviso in tre libri contenente 
XXIX. canti, ma il suo autore il lasciò imperfetto. Ma prima di 
procedere avanti a riferire i romanzi ch'ebbero per argomento le 
imprese di altri guerrieri , è d' uopo dar qui luogo alla celebre 
donna che fu il martello d'amore di tutti i Paladini di Carlo- 
magno, ma principalmente d'Orlando che per essa giunse a impaz- 
zire. Parliamo della famosa Angelica figliuola di Galafrone Gran 
Can del Catajo che esercitò anch'essa l'ingegno de' nostri roman- 
zieri, e sopra la quale abbiamo alcuni poemi, fra i quali distin- 
guesi V Angelica Innamorata di Vincenzo Brusantint. Di esso ci 
diede alcune notizie il C. Mazzuchelli (i) le quali essendo fon- 
dale sulla sola testimonianza di Alessandro Zilioli , non sappiamo 
se debban credersi bastantemente sicure. Brusanlinò e Brugiantino 
trovasi indistintamente nominato dagli scrittori questo poeta che 
pe'suoi tempi stimato e celebre fioriva nel i55o: il Libanori (2) 
lo chiama m Cavaliere proveduto dalla natura di bellissimo spirito 
d'un ingegno mirabile, e molto inclinato alla poesia ecc. ". Fu 
uno degli amici e adulatori del famoso Pietro Aretino; dopo di 
aver vagato per l' Italia si ritirò nella patria sua sotto la protezione 
di Ercole II. d'este Duca di Ferrara, dove morì circa il iS^o. 
Del suo epico romanzo in ottava rima distinto in XXXVII. canti 
e dedicato al suddetto Duca, si hanno diversi giudizj dagli autori. 
« Qualche cosa meglio, cosi il Zilioli (3), si portò questo poeta 
xieW Angelica Innamorata , poema di riputazione appresso il 
volgo, usando quivi stile più grave e più cauto, ma con un prin- 
cipio terribile e gonfio , vizio comune di tutto il poema , che ne 
ha anche molti altri che cosi facilmente non si possono escusare, 

(i) Tom. II. l'art. IV. pag. 2234- 

(2) Fciruru d'Oro part. 111. pag. -l'iS. 

(3} Isioria UeUc yiu de' Poeti lialiani a c.iit. 35(j. 



3<;4 DlSSF.iiTAZIONE SETTIMA 

e vi frappose qualche dotiiina che imitando l'Ariosto, portò con 
delicatezza noa disprezzabile. » Di sentimento non affatto diverso 
è il Baruffaldi (i)^ ma non così n* ha giudicato il Libanori nel 
citato luogo , scrivendo che il detto poema e« ripieno di nuove ed 
ingegnosissime invenzioni tanto aggiustamente descritte e con tanta 
dolcezza cantate che s' è mostrato grand' emulatore di Lodovico 
Areosti ecc. >». Il Tiraboschi si contentò distinguerlo fra l' ignobìl 
turba di tanti altri siffatti poemi , e ci lasciò scritto « che comun- 
que sia lungi dalla facilità ammirabile dell' Ariosto , ha nondi- 
meno gravità e vivacità maggiore degli altri poemi di tal natura». 

Al poema del Brusantino aggiugner possiamo Le Lacrime 
d* Angelica di M. Pietro Aretino che due canti d' uno stile uni- 
versalmente sforzato e duro ne pubblicò nel i538 senz'altra nota, 
Noi ci guarderemo dall' annoverare qui fra i poemi che s'aggi- 
rano intorno le prodezze di questa bella Eroina L* Angeìeida 
d'Erasmo di T^alvasone pubblicata in Venezia nel iSgo in 4'" uoa 
essendo già un poema che abbia per argomento la favola roman- 
zesca di Angelica Introdotta nei loro Orlandi dal Bojardo, dal- 
l'Ariosto ecc. siccome ha creduto il de Percel che nella sua Bi~ 
hlioteca de* Romanzi (a) reglstrollo nel catalogo dei romanzi di 
Cavalleria appartenenti ai tempi di Carlomagno e de' suoi Pala- 
dini , mentre altro non è che un sacro poema ove si descilvc ia 
Ire canti in ottava rima la battaglia degli Angeli contra Lucifero 
e I suoi seguaci. 

Ci convien piuttosto far qui menzione di un valoroso Saraceno 
che fu egli pure dalla mentovata Angelica molto per amor trava- 
gliato, del famoso Sacripante Re di Circassia , fratello d' Oli- 
brando che fece col suo valore strane prodezze spezialmente in 
Albracca contrà Agricane , e che in fine venne ucciso da Mandri- 
cardo. Questi fu l'eroe di un imperfetto poema in X. canti in 
ottava rima scritti nella sua giovinezza da Lodovico Dolce, che 
se non ebbe il coraggio di condurlo a termine, non ebbe neppur 
quello di reprimerne il principio cui mise in luce col titolo di 
Sacripante Paladino in Venezia nel i536. 

Passiamo ora ai romanzi che si in prosa che in versi composti 
furono sulla casa di Ghiaramonte famosa principalmente per quel 

{i) De Poetis Ferrar, a cart. ì\. 

(2J V. tonti. 11. pag. 190 AiustcìJ. 1734 la I2.° 



1 ROMANZI ED I POEMI nOM\MZESCHl CC. ?f)5 

Rinaldo di Montalbano, la cui spada, appellata Fusherta, fu il 
terrore degli Africani , ed il cui cavallo era nomalo Bajardo ; 
famoso Paladino che andò del pari con Orlando, e che confonder 
non si deve con Rinaldo d'Este, del[ quale favellò Torquato Tasso 
nel suo poema. Di glk ragionato abbiamo nel riportare i più anti- 
chi poemi romanzeschi del Mambrìaìio di Francesco Cieco da 
Ferrara, e già da noi si fece menzione dell'«ntico romanzo in lin- 
gua Italiana sul quattro Gglluoli d' Amone , e delle storie dì Ri- 
naldo di Montalbano e dei fratelli scritte dallo Istradino, e di 
quella di Malaglgi d' Agramonte , tutte istorie già in antica favella 
Francese composte, e dalla Francese recate poi all'Italiana, e 
dall'Italiana ancora alla Francese, e che rimpastate e rifatte ora 
in una lingna ora in un'altra somministrarono argomento a molti 
nostri poemi romanzeschi. 

L' innamoramento di Rinaldo e le fatiche da lui sostenute per 
aver in matrimonio Clarice, ed altre prime sue imprese furono 
cantate da Torquato Tasso, che in età di soli 18 anni avea già 
pubblicato questo primo frutto de' suol poetici studj dando alla 
luce il Binaldo poema romanzesco in ottava rima e in dodici 
canti, stampato in Venezia la prima volta 1 562 e da lui dedi- 
cato «1 Cardinale Luigi d'Este, opera giovanile e molto lontana 
dalla perfezione a cui egli poi giunse ; ma opera nondimeno tale, 
che attesa singolarmente l'età in cui la compose, fece conoscere 
quanto da lui si avesse a sperare. 

Ma sulle imprese di Rinaldo un piti antico romanzo millanta 
la Francia intitolato Hegnaut de Montauban composto da un 
certo Ugone di Villeneuve; poema per quanto dicesl dettato verso 
il 1200 e che conservasi MSS. nella Biblioteca del Re di Fran- 
cia. Si crede che questo romanzo Francese sia stata la fonte 
donde le loro fole derivarono gli altri romanzieri che scrissero 
« come l'Imperador Carlomagno s'innamorasse per udito della 
Principessa Belisandra figliuola del Re Trafiomero^ e come l'acqui- 
stasse per r industria e opera di Don Rinaldo — delle grandi di- 
scordie e inimicizie tra Esso e l'Imperador Carlo per malvagi e 
falsi consigli del Conte Ganalone — come Rinaldo giugnesse per 
le sue Cavallerie ad essere Imperadore di Trabisonda. Tutte sif- 
fatte prodezze di Rinaldo scritte e tradotte dall'Italiano in Spa- 
gnuolo e dallo Spagnuolo in Italiano furono ridotte a poema da 



3i)6 mSSRTìTAZIOlME SKTriìTA 

Francesco Tromba da Gualdo di Nocera che lo pubblicò per la 
prima volta in Venezia nel i5i8 col titolo, Trahisonda Histo- 
riada nella quale si contengono nobilissime battaglie, con la 
•vita e morte di Rinaldo. E quantunque questo Poema abbia avuto 
non meno che la maggior parte di cotali antichi romanzi , quat- 
tro o cinque edizioni , è oggigiorno sepolto nell'oscurità insieme 
col suo autore , il quale non ebbe migliore fortuna col comporre 
sullo slesso Eroe un Rinaldo Furioso che venne impresso in Ve- 
nezia nel i54^7 poema lavorato ad imitazione àoW Orlando Fu- 
rioso senza potergli toglier nulla delle sue qualità e del suo genio» 
Avvertiremo qui che un Rinaldo Furioso corre pur sotto il nome 
di Marco Cavallo Anconitano che fu buon poeta latino e Volgare 
ed amico dell'Ariosto, poema stampato in Venezia nel i526, 
edizione della quale parleremo più distintamente nella seguente 
bibliografia. Lo stesso dir si deve di un altro poem» in ottava 
rima diviso in cinque canti di Ettore Baldovinetti in Venezia nel 
1628 , per Niccolò d' Aristotile da Ferrara , e che ha per titolo 
Rinaldo Appassionato , nel quale si contiene Battaglie d' Armi 
e d' amore. 

Alcune particolari imprese che ebbero con Rinaldo particolar 
relazione furono il soggetto di altri poemi romanzeschi. Una certa 
Dama Rovenza o Rovanza terribile gigantessa Africana , armata 
d'una mazza di ferro fu lo spavento ed il flagello de' Paladini di 
Carlomagno e del suo esercito sotto Cordova. Rinaldo novo il modo 
di disfarsene, uccidendola con un colpo datole a tradimento alle 
spalle. Questa impresa fu il soggetto di un poema in XVI. canti in 
ottaira rima che ha per titolo: Libro chiamato Dama Rovenzo del 
Martello ecc. stampato in Venezia per Alessandro Viano circa la 
metà del secolo XVI. Ignoto ne è il , poeta che è pure autore di 
un altro poema lomanzesco intitolato; La ^ran Guerra e Rotta 
dello Scapigliato, pubblicalo in Firenze in 4-° s^"^' a»DO. Lo 
Scapigliato fu un Saracino che invaghito di Rosetta figliuola d'Al- 
mansoro Signor di tutta la Russia , la guadagnò in giostra sopra 
moltissimi concorrenti. Ma la bella Principessa prima di sposarlo 
domandò una grazia allo Scapigliato, e questa era eh' egii dovesse 
recarsi in Parigi , ùr prigionieri Orlando e Rinaldo e condurli 
incatenati ai suoi piedi. Il motivo che indusse Rosetta a far ule 
domanda viene indicato ne'seguenti versi. 



1 ROMANZI Cn ì rOEMl B0JIAN7BSCHI eC. 3i)J ' 

f^o'che cavalchi da fera a mattina j 
E troverai di Parigi la stanza j 
E piglierai Orlando , e quel Rinaldo ; 
E qui mi menerai qual gran ribaldo , 

CJie dio morte a Gradasso mio cugino , 
Ed a Movenza mia carnai sorella , 
L'uccise a tradimento il malandrino ; 
Che pih di lui era gagliarda in sella ecc. 

Lo Scapiglialo, per entrare nel cuore della sua bella ubbidì, e 
con venti mila Saraceni e tre fieri giganti avuti da Almanstiro 
s'inviò in Francia, dove avendo abbattuti moltissimi Paladini, 
finalmente restò morto da Rinaldo. 

Un antico romanzo Francese in versi intitolato Passamonte 
venne pure in lingua Italiana e in ottava rima recato da un ignoto 
poeta il quale compose altresì un altro poema in XI. canti pub- 
blicato in Venezia per Melchiore Sessa nel i5o8, e contiene le 
imprese di un cotal Fortunato figliuolo di Passamonte il quale 
fece vendetta di suo padre contra de' Maganzesi y e le battaglio 
di Rinaldo, Bradiamonte e Fortunato; ed un tradiménto di Gano ecc. 
Fra i poemi spettanti singolarmente alle imprese di Rinaldo si fa 
menzione di un altro intitolato: Ruhion d^ Anferna o Rubionc 
/i'/w/erno grande. Nimico dei Cristiani e di Bradamot, composto da 
un certo Jacopo di Piero di Jacopo di Simone Cavalcanti Fiorentino, 
poema che trovavasi originalmente presso il Bargiacchi in Firenze, 
nel fine del quale si leggeva ch'era stato terminato ai ay di gen- 
najo del iSai. 

Fra i gran fatti d' Arme e d' Amore di Rinaldo una bella 
Principessa chiamata Leandra , figliuola del gran Soldano di Ba- 
bilonia erasi perdutamente innamorata di PLinaldo, ma non po- 
tendo la misera esserne ricambiata , si precipitò giù da un' alta 
torre. Un si compassionevole avvenimento divenne soggetto di un 
lungo e nojoso poema composto in sesta rima dal Maestro Pier 
Durante da Gualdo che lo pubblicò in Venezia per Giacomo d.i 
Lecco nel i5o8 in 8." col titolo: Libro chiamato Leandra il 
qual tratta delle Battaglie e Gran Fatti delli Baroni di Francia. 
Un altro romanzo, fra quelli spettanti x Rinaldo rammenteremo 
Romanzi di Cavali, Voi. I. 2G 



3(j8 D'S'^tRTAZIONE «HTTIMA. 

ppr Tiìtimo che ha per argomento le strane avventure di un certo 
Costantino detto il Selvaggio figliuolo del Re Pantalasio che mori 
per mano d'Orlando in una battaglia di tre giorni. Non avea 
Selvaggio più di quindici anni quando perde il padre; onde, 
avendo altri Re invaso i quattro regni, de'qui^li era legittimo 
erede, sccompagnossi egli con Don Rinaldo che gli fece avere in 
moglie la figliuola del Gran Cane; e con esso e senza esso fece 
poi grandissime imprese e divenne finalmente Gran Cane. Sopra 
questo eroe per tanto Giambattista Cortese da Bagnacavallo , che 
fioriva intorno al i53o, scrisse un poema in ottava rima che inti- 
tolò Selvaggio e fu pubblicato in Venezia nel i535 in 4° 

Anche i fratelli di Rinaldo divennero il soggetto di altri poemi 
romanzeschi. Guiscardo che ne fu il primo, divenne l'eroe di un 
poema composto da Giulio Cortese Napolitano che l' intitolò Qui' 
scardo , e che fu veduto MSS. da Scipione Ammirato il quale ne 
diede notizia negli Alberi delle Famiglie Illustri d' Italia. Sopra 
Ricciardetto, altro fratello di Rinaldo, abbiamo quattro cauti 
composti da M. Gio. Pietro Civeri che lì pubblicò in Venezia 
nel iSgS in S.° col titolo di Ricciardetto innamorato; e l'altro 
celebre poema di Niccolò Forteguerri che col titolo di Ricciar- 
detto di Niccolò Carteroraaco venne alla luce colla data di Parigi 
nel 1788 in 4.° 

Sorella di Rinaldo fu Bradamante chiamata or La figliuola 
d' Amone , or La donna di Dordona o di Roccaforte. Era stata 
già nutrita da Calitrefia madre d' Ippalca , la quale Ippalca le servi 
poi di donzella e di messaggiera a Ruggiero. Pervenuta in età da 
marito, era stata domandata da Costantino Imperator Greco per 
moglie di Leone suo figliuolo , ma ella volle piuttosto in consorte 
Ruggier di Risa o d' Erìsa , del quale erasi invaghita e perciò le 
convenne sostener molte avventure. Questa valorosa Eroina si 
distinse in molti combattimenti coi più prodi Cavalieri erranti , e 
portava per sua insegna lo scudo bianco e un pennoncello bianco 
in testa : il suo scudiero chiamavasi Sinibaldo. M. Secondo Ta- 
rentino compose su dì essa cinque canti col titolo di Bradamante 
Gelosa, la cui prima edizione venne fatta in Venezia nel iSSa, in8.* 

Ruggiero fu il soggetto di altri poemi nei qu^li da oscuri poeti 
si cantarono le sue imprese , in suo pianto, la sua morte, la sua 
Vendetta , ed anche le avventure di Ruggieretto suo figliuolo e le 



1 B0MAN7T Fn T rOCATT TIOMANZBSCH; CC. ^Qf) 

bizzarrie dì sua sorella Marfisa. Prima però dì passare «Ila de- 
scrizione degli indicati poenari prOmeUeremo col Quadrio le se- 
guenti notizie die crediamo opportune per la miggiore intelligenza 
de' medesimi : ciò che facciamo tanto piili volentieri in quanto che 
furono omesse dal Ginguené, il quale trattando dell'epopèja (i) 
d' Italia affastellò insieme molti poemi romanzeschi senza quella 
precisa distinzione di materia eh' è tanto necessaria all'ordine ed 
alla chiorezza di qualsiasi istoria. 

Figliuoli di Ruggiero, secondo di questo nome, furono la ce- 
lebre Mavfisa e Huggiero il terzo , i quali fecero neir esercito di 
Garlomagno maravigliose prodezze. Galacella figliuola d'Agolante 
venuta col padre in Europa, e innamoratasi di Ruggiero secondo, 
risolvè di farsi Cristiana per unirsi con esso in matrimonio j per la 
qual cosa se ne fugg^ dal padre. Beltramo cognato della medesima 
essendosi poscia invaghito di lei e desiderando di averla in moglie, 
tradì, onde giugnere ad ottenerne l'intento, il proprio fratello 
Ruggiero coli* aprire ai nemici le porte di Risa. Entrato in questa 
ciltk Agolante e avuta in mano la fuggita figliuola, feccia porre 
sopra una barca senza governo, perchè in quella guisa l'infelice 
perisse. Ma la barca, portata dall'onde, andò ad appostarsi in 
Africa sopra le Sirti , dove dopo sei mesi Galacella partorì in un 
solo parto Marfisa e Ruggiero; parto però difEcile che la tolse di 
vita, Atlante del Monte di Carena, Negromante e Moro, sepolta 
la sventurata madre in quel monte alla meglio che potè , prese i 
due orfani pargoletti in sua cura e feceli da una Honessa allattare. 
Divenuti poi grandi , un giorno Marfisa gli fu rubata da alcuni 
Arabi , e fu venduta al Re di Persia , che volendole toglier la vir- 
ginità , fu dalla valorosa donzella ucciso. Ella s' impadronì poscia 
del Regno di Persia ; ma tsga di venture passò dai suoi paesi in 
Francia dove fece quelle infinite prodezze , che diedero argomento 
all' Aretino , al Cataueo ed al Dragoncino di comporre i seguenti 
romanzi. 

Pietro Aretino, il cui volubile ingegno si faceva a tentare ogni 
maniera di scritture die mano ad un poema sulle avventure di Mar- 
fisa , i di cui primi canti furono pubblicati per la prima volta in 4 " 
senza alcuna data col tìtolo : j^l gran Marchese del Vasto Dui 

(i) Storia della^^Letterat. Ilal. Part. II. eap. X» 



4oO UIS.SIil'.TAZIOZIi SITI IMA 

primi Carili di Mai fisa del Divino Pietro ^aretino. Usci in ap- 
presso quest'opera colle giunte di un altro canto in Venezia, nel 1 53y, 
e poscia più voltej e sotto il nome di Partenio Etiro, anagramma di 
Pietro Aretino nel i63o. Il Danese Cataneo Veneziano, l'autor della 
Teseide , del Pellegrinaggio di Rinaldo, e di molte altre poesie, 
compose pure un poema sull'amor di Marfisa che fu fatto stam- 
pare da Perseo suo figliuolo in Venezia nel 1662 in 4.° Questo 
poema ha XXIF. Canti, ma ne avea quaranta; l'autore trovan- 
dosi in Roma allorché fu messa a sacco dall' esercito del Contesta- 
bile di Bourbon vi perdette gli altri sedici. Mori in Padova nel iSyS. 
Torquato Tasso fé' 1' encomio del poema del Cataneo nella lettera 
premessa al suo Rinaldo dell'edizione di Aldo, e Io loda soprat- 
tutto per essersi da lui seguite le regole insegnate da Aristotile (i). 
Ma , come osserva il Quadrio (2), forse il Tasso in età più matura, 
ne avrebbe altrimenti giudicato. Un terzo poema di XIJ^, Canti la 
ottava rima sulla stessa donna fu composto da Giambattista Dragon- 
cino da Fano che 1' intitolò Marfisa Bizzarra pubblicato per la 
prima volta in Venezia nel i53i e poscia ivi ed altrove, ed ora se- 
polto neiroblivione. Ma proseguiamo la storia dei figliuoli di Rug- 
giero che somministrò altri argomenti ad altri poemi. 

Il ratto di Marfisa rendè più attento Atlante che si pose a custo- 
dire Ruggiero con più diligenza ; e prevedendo eh' esso dovea mo- 
rire per tradimento, fabbricò sul Pireneo un castello d'acciajo, ove 
il tratteneva fra le delizie. Ma Ruggiero fu tratto altrove dal suo 
destino. Egli ebbe per moglie la celebre Bradamante figlia d'Amone, 
e ambedue diedero singolarissime prove di valore. Ruggiero però, 
sette anni dopo la sua conversione alla Fede Cristiana, fu tradito ed 
ucciso da que'di Maganza che ne occultarono gelosamente la morte: 
onde Bradamante andando in giro per cercarne conto, venne a par- 
torire in Aceste, oggi Estej e quivi die fondamento a quella chiaris- 
sima casa che d' Este ora è dett^. La spada di Ruggiero, appellata 
Balisarda , era stata fabbricata dalla famosa Maga Fallerina nel 
giardino d' Organa , per dar morte ad Orlando. Il suo cavallo era 
chiamato i*/on;mo, e Frontalatte era già detto quando apparteneva 
a Sacripante. Portava Ruggiero per insegna un'Aquila d'argento 



(i) y. Opere (li Toiqitato Tasso , Firenze , VI. lol. m J.° lyi-i ^^"'- 1^' 
(i) Qutidrio Coni, lì^ . p. SjS. 



» «OMAW7.1 EU 1 POEMI KOM.VNZESCriI C'C. 4^ ' 

di due teste, che poi mutò in un Lioncorao, onJ' ora anche nomi 
nato // Cavalier del Lioncorno. 

M. PanGlo de'Rinaldini da Siruolo, Anconitano, compose 
in XLf^I canti ch'egli intitolò Ruggierclto Jigì'inolo di Ruggiero 
Re di Bulgaria , con ogni riuscimcnto di tutte le magnanime 
sue imprese , a con i generosi fatti di Oi landò , di Rinaldo e 
d'altri Paladini ecc. Venezia i554 in 4-° Prima del Panfilo, Bar- 
tolommeo Horivolo avea gik nel i543 pubblicalo in Venezia Di 
Ruggiero , Canti quattro di Battaglia , ed il celebre Tommaso 
(^osto di Cosenza, medico, filosofo, matematico e lettor pubblico 
nello studio di Napoli pubblicò poscia nella detta città, i582 in 4«*' 
// Pianto di Ruggiero. Una delle principali imprese di Ruggiero 
fu la morte ch'ei diede a Rodomonte Re d'Algeri e di Sarza, fi- 
j;liaolo d'Ulienoedil terror dell'esercito di Carlomagno. Aveva 
questi il brando del Gigante Nembrotie dal quale era disceso per 
diritta linea, ma ciò non ostante rimase infine ucciso da Ruggiero 
in singolare tenzone, come nel Furioso si scrive. Noi diamo perciò 
i]ui luogo al romanzo pubblicato col titolo di Due canti de'Successi 
e delle nozze di Rodomonte , dopo la repulsa eli egli ehbe da 
Doralice : questi due canti furon composti da Diniele Conlrarj Tre- 
vigiano morto circa l'anno i566, e vanno congiunti colle sue Rime 
Zù/'c/iC. Giambattista Pescatore ci lasciò due poemi sullo stesso sog- 
getto 1' uno intitolato La Morte e l'altro La Vendetta di Ruggiero 
continuata alla materia delV Ariosto : il primo è diviso In 
canti XXX. in ottava rima e vide la luce in Venezia nel i548 
in 4-° il secondo in canti XXf^. venne in seguito pubblicato nella 
stessa città nel i556 in z^." 

Altri Paladini fecero molte prove di valore ne' tempi di Carlo- 
magno o là intorno , e su loro abbiamo ancora i seguenti romanzi 
// Brandigi del Capitan Clemente Pucciarini , Aretino , Poema 
che continua la materia dell' Ariosto, canti Xf^II- in ottava rima, 
Venezia iSqG. Astolfo fece anch' egli due volte la sua comparsa nel 
mondo poetico sotto due differenti titoli di Astolfo Borioso e di 
Astolfo Innamorato. Questo Paladino di Fraiicia fu figliuolo di 
Olione Re d'Inghilterra , e si trovò assediato in Parigi insieme 
con Carlomagno. Astolfo era detto il Cavaliere di Llonpardo o il 
Barone del Pardo, ed il suo cavallo avea nome Rabicano. Marco 
Gu-ZKO, Mantovano d'origine e Padovano di nascita compose in 



4o2 OidS£Ri'AZlOSIE SUlXkMA 

Ottava rima 11 primo dei detti due poemi, e lo pubblicò per la 
prima volta in Venezia nel liaS, ed ivi di nuovo nel iSia tutto 
riformato ed accresciuto dallo stesso autore che lo divise ìnXXXII. 
canti più volte ristampati; ma con essi il poema non è per aaco 
terminato. Autore deW Astolfo Innamorato ^ Libro d'arme e 
d' Amore è un certo Antonio Legname, Padovano: sono canti XI. 
in ottava rima pubblicati in Venezia nel i532, in ^.^ Ai detti 
poemi si aggiungne il Fioretto e Vanto de' Paladini , in Siena, 
senz' altra nota in ^.^ col titolo;// Vanto delli Paladini, e del 
Padiglione di Cailomagno con due Barzellette bellissime: Ve- 
nezia i594 in 4'° sd ivi ancora nel iSgB col semplice titolo: Il 
'Vanto de li Paladini. E picciola cosa in ottava rima , e f u a 
principio composta da Giovanni de'Cignardi, trovandosi scritta a 
mano Ira altre sue poesie in un codice della Biblioteca Ambi o- 
siana. 

Vogliono qui aver luogo anche un Artemidoro preteso figliuolo 
di Carlomagno , che fu Gavalier di Mammilia e poi sposo d' Itu 
perla la Forte Regina, dalle cui mani ebbe morte, ed un Ar- 
gentino , Libro Nuovo di Battaglie nel quale in tre diverse parli 
non si comprende meno della Liberazione di Terra Santa , di 
Trebisonda, di Parigi e di Roma. Il primo fu composto da 
Mallo Teluccini soprannominato il Bernia, e in esso si conten- 
gono le grandezze degli Antipodi , e delle varie imprese che 
vi si contano d' Artemidoro si ragiona eziandio di Ródomouie , 
d'Astolfo, di Gradasso, di Orlando, di Mandrlcardo, di RinalJo 
e di altri eroi di que' tempi. Questo romanzo di poco valore è di- 
viso in canti XLIII. in ottava rima e venne pubblicato in Ve- 
nezia 1 566, in 4° ^^ Argentino fu composto da Michele Bonsi- 
gnorl, Perugino, ed è poema postumo, stampato io Perugia neliSai 
dal fratello dell'autore che morì in età di 22 anni, onde non gli 
diede l'ultima mano. 

Un altro romanzo vlen citato dal Quadrio Intorno ad un fi- 
gliuolo d'Uggieri Danese; ma che conservasi MSS. nella Bi- 
blioteca di S. Lorenzo in Firenze, ed ha il seguente titolo: // 
Libro del valentissimo Ar^^huto figliuolo del Danese Uggieri 
fidelissinio Cristiano , cavato dalla narrazione d' un Cittadino 
Anchonetano , el quale Ciriacho ebbe nome ; e composto per 
Lorenzo di Jitcho degli Obbizzi da LuJia ecc, ComincioUo a 



1 BOMAUZl ED I POEMI ROMAWZESCHl GC. /!\oS 

comporre adì a 2 di Novembre i^'](y, e finilLo adì a6 dì apri- 
le 1477. 

A maggior compimento di siffatta materia dh notizia ii Quadrio 
di due romanzi Francesi, nel primo de' quali intitolato Le Triom,- 
phe des neuf Preax si contengono lutti le imprese fatte nella loro 
vita; e nel secondo si raccontano le prodezze e i fatti maravi- 
gliosl del nobile Ugone di Bordeos , Pari di Francia e Duca di 
Cajenna: Era questo Ugone fratello di Clarice moglie di Rinaldo , 
e trovossi egli pure alla celebre festa fatta in onor di S. Giorgio 
dall' Imperator Carlomagno , dove questi s'innamorò di Belisandra 
per le lodi udite di lei dalla bocca di Lotiieri. A questi aggiugne- 
remo altri romanzi parimente Francesi, i quali, benché non ap- 
partengano alla nostra nazione , servono però non poco ad illu- 
strare la storia degli eroi romanzeschi» Tali sono V Istoria del 
prode Meurvin figliuolo d'flggieri il Danese, Variai, iSSq in 8.", 
y Istoria e antica cronica di Gerardo d'Euprates Duca di Bor- 
gogna figliuolo di Doolino di Magonza , Parigi, i545, in f." 
Istoria delle nobili prodezze e valentie di Galieno liislorato , 
figliuolo del nobile Oliviero il Mardiese , (di Borgogna, e Co- 
gnato d'Orlando) e della bellaGiachelina figliuola del Re Ugone 
Itnperator di Costantinopoli, Parigi, i5oo in f.° e poscia più 
volte altrove. 

Per la maggiore intelligenza delle storie tessute dai romanzieri 
sui discendenti di Carlomagno, e che furono argomento di altri 
poemi ripieni di maravigliose avventure de' quali siamo ora per 
ragionare premetteremo qui alcune notizie di quella Casa di Mon- 
grana che già fu da noi rappresentata nella Tavola (A) della fa- 
volosa genealogia di Carlomagno. Abbiamo veduto che Buovo d'An- 
tona discendeva da Costantino nel medesimo grado di Pipino, padre 
di Carlo. Buovo ebbe tre figliuoli , il secondo de" quali fu Sini- 
baldo, che avendo presa per moglie una stretta parente di Dru- 
siana sua madre, di essa generò Guerino di Borgogna sopranno- 
minato Aquilone, che fu nemico di Carlomagno. Di questo Aqui- 
lone nacquero tre figliuoli intra altri , che furono Gerardo delia 
Fratta, Bernardo di Dremondes e Milles Alemanno. Gerardo della 
Fratta ebbe tre figliuoli , 1' uno detto Riniero di Vienna , che fu 
padre del Marchese Olivieri e di Donn'Alda moglie d' Orlando^ il 
/secoadQ delio Guiscardo , che fu Re di Puglia e di Napoli j e il 



terzo detto Mllone di Taranto , che fu padre di Guerino di Du- 
raaao, Prlacipe di Taranto, detto il Meschino , sia per le avven- 
ture della sua giovinezza , sia perchè Fìoravanie , uno de' suoi 
maggiori, aveva avuto il medesimo soprannome. A Bernardo di 
Dremondes nacque Amerigo di Narbona , che fu padre di Buono, 
avo di Guidone , e bisavo del Povero Avveduto e di Riccardo. 
Di Milone o Milles'Alemanno nacquero i due figliuoli Don Chiaro 
e Don Buoso, il primo de'quali fu ucciso da Orlando nella bat- 
taglia dì Aspramonte, il secondo rimase morto da Alberto Conte 
di Fiandra. 

Sui detto Milles Alemanno cita il Quadrio un antico romanzo 
in lingua Francese , stampato in Parigi senz' anno , nel quale si 
raccontano le gesta e le alte imprese del Cavalier Milles e di 
Amis, che riportarono trionfali vittorie tanto in guerra che in Ca- 
valleria. Ma fra i più illustri campioni usciti dalla Casa di Mon- 
grana fu Guerino il iH/e^c^mo, l'eroe di antico romanzo o Italiano 
tradotto in antico Francese o Francese da tempo remotissimo recalo 
in Italiano col seguente titolo : Se tracia alcuna Ystoria breve de 
Re Karlo Imperatore ; poi del Nascimento et Opere di quello 
magnifico Cat'aliere nominato Guerino et prenominato Meschino, . 
Padova i^'^3, in f." e fu pili volte impresso altrove nello stesso ^ 
secolo, e poscia con altri titoli ne' secoli seguenti. Questo romanzo 
diviso in sette libri, fu già al dir del Quadrio, in volgar prosa 
composto da un certo maestro Andrea Fiorentino dappoiché la 
schiatta de' Re Francesi Angioini appresso ai Normanni e agli 
Svevi entrò in signoria della Sicilia e delle terre di qua dal Faro; 
da che per entro si parla non solo di Carlomagno, ma del reame 
di Puglia, e de' principati di Durazzo e di Taranto, donde si fa 
discendere il Meschino. La grata accoglienza ch'ebbe in prosa Ita- 
liana questo antico romanzo mosse gli stranieri a portarlo nelle loro 
favelle, ed i Francesi in ispezìe ne fecero una bizzarra e galante 
traduzione che pubblicarono in Lione nel 1 53o ed in Parigi nel 1 532 
in 4° avvertendo però che non ci ha di tradotto che il primo libro, 
e che tutto il rimanente è un'aggiunta d'immaginazioni capricciose 
e grottesche dello stesso traduttore. 

Il medesimo pregio in cui era tenuto il Guerino indusse Tullia 
d'Aragona poetessa in allora in gran fama a retarlo in oliava rima, 
ed a pubblicarlo col titolo : Il Meschino alttamenle detto il Gue- 



1 ROMAKll ED 1 POEMI ROMANZESCHI CC ^oB 

rino, Venezia» i56o, in 4-° Agglugneremo qui alcune notizie intorno 
a questo poema ed alla celebre sua autrice che fioriva nel t55o. 

Il Cardinale Tagliavia d'Aragona, Arcivescovo di Palerpio fu 
padre di Tullia, la quale ebbe per madre una leggiadra Fiorentina 
che il Cardinale conobbe in Roma, e che ci è nota soltanto sotto il 
nome di Giulia. Secondo il Zilioli nella sua Storia de^ Poeti Ita- 
liani ella nacque in Roma; il Crescimbeni però (i) con qualche 
diversità parla del luogo di sua nascita, mentre la suppone nata in 
Napoli, e che sia stata da fanciulla portata in Roma e qui al- 
levata. Il Cardinale le assicurò due grandi vantaggi, una coltissima 
educazione ed una condizione indipendente. La natura avea fatto 
ancora di più, concedendole quanto hanno di allettamento e potere 
l'ingegno, la grazia e la bellezza insieme unite. Ella compariva 
sempre in una pompa che dava ancor maggior risalto alle sue natu- 
rali qualità; la sua voce, il suo canto, il suo conversare, le sue rime 
compivano l'incanto, e l'assennato storico Tiraboschi non nega 
che , se questa celebre ri matrice fu fruito d'amore, ne accese, non 
senza qualche sua taccia , le fiamme di molti. In Roma , dove ri- 
mase parecchi anni , teneva una spezie di corte : nella quale si ve- 
devano letterati, poeti, prelati e Cardinali. Dell'erudita conversa- 
zione tenuta in Roma daTuUia e de'Ietterati che vi concorrevano in 
gran numero ci ha lasciata memoria Lodovico Domenichi nelle 
6ue Facezie. Le sue galanterie furono si pubbliche, che nel suo 
partire per Bologna il mordace Pasquino lanciò centra di lei i 
dardi più acuti (2). Il suo amico più intimo e più rinomato sem- 
bra essere stato Girolamo Muzio , che di lei parlò sovente nelle sue 
Egloghe (3) ove indica ancor chiaramente il ragguardevole perso- 
naggio che gli fu padre , e che vien anche nominato dal eh. Maz- 
zuchelll che ci diede di Tullia copiose notizie (4). In Bologna, in 
Ferrara, in Venezia la sua maniera di vita fu pressappoco la stessa.* 
avvertita dall'età ella seppe accortamente ritirarsi , ed andò a stan- 
ziare in Firenze sotto la protezione della Duchessa Eleonora di 



(i) roL ly. dell' ìslor. della Volg. Poesia a caiu 67. 

(2) y. Tiraboschi St. Leti. e. VII. pare. llJ. 

(3) L. ir. Egl. FI. 

(4) Scritt. hai. D. 1. P. II. p. 928 ecc. Il Mazzvchelli riferì un intero ar- 
ticolo tratto dalla Storia dei Poeti |ltaliaui che ci lasciò più d'ogni altro cu- 
piusii imliiic intorno ulta mcdesimu. 



4o6 DléSi,RTAllOSiL StlXiJlA 

Toledo moglie di Cosimo I. Duca di Firenze. Lh visse splenàlJa- 
mente , giunse ad ua'elà avanzata, e fu sottratta dalla morie allii 
sciagura della decrepitezza. Le sue rime , parecchie volte ristam- 
pate , la collocano tra i Lirici Italiani di quel secolo. Ella scrisse 
in prosa un dialogo sull'amore, e dopo che si ridusse ad altro 
tenor di vita detto il suo poema , il cui eroe è un esemplare di 
pietà e di coraggio, cioè buon Cristiano e valente guerriero. Ella 
mal soffriva di vedere che tutti ì libri che servivano di diletto alle 
donne [fossero pieni di cose voluttuose ed oscene. Così ella si 
esprime nell'avviso al lettore che precede il suo poema. Nulladi- 
meno ciò ch'ella narra nel canto X. di Pacifero innamorato di 
■Guerino , ci f* eonoicere non aver poi seguito il suo fine, ed una 
prova ancora più evidente degli antichi costumi di Tullia, si è 
quella a cui la vecchia Sibilla di Cuma sottomette Guerino nella 
sua dimora sotterranea. Ella , che per mezzo di fattucchierie si è 
conservata giovane e bella, accoglie il Cavaliero come l'avrebbe 
accolto Alcina , ( cani. XXP^. ) e la poetessa ci descrive colle più 
licenziose particolarità il rischio a cui era esposto il Meschino, 
se coir ajuto di Dio non se ne fosse sottratto j ciò che vedremo 
più distiutameute nell' aualisi che daremo ia appresso di questa 
poema. 

Tullia lo divise in XXXFL canti t e dice di averlo tratto da 
un vecchio romanzo Sp»gnuolo in prosa , Gordon de Percel (i) ne 
cita un'edizione, che è forse la prana fatta nel i48o, e ch'eì la 
dice rara ed assai stimata dai più dotti letterali d' Italia. Se cosi 
fosse ella si sarebbe servita di una traduzione in lingua Spagnuola 
è non già del testo originale, mentre si vuole (2) che il romanzo 
del Giierino fosse scritto in lingua antica Italiana. Crescimbeni fa 
grande elogio di questo poema (3) sì per lo stile che per la tes- 
situra nella quale egli può paragonarsi all' Odissea d' Omero , e 
che potrebbe appellarsi poema anzi eroico che romanzesco, se la 
favola fosse fondata in istoria. Ma più altre circostanze si ricercano, 
al dir del Quadrio, per esser poema eroico che esser fondato in 
istoria. Mazzuchelli poi lo trova pieno di fatti inverisimilì e con- 
trari sffalto «"Ila storia, alla cronologia e alla geografia, ciò che a 

(1) Bibliotb. des Romaiis, ioni. lì. p. igS. 

(2) Crescimbeni , St. della Volg. Poesia. i>ol. L n cari. 33i. 

(3) L'i, fjus- 341. 



1 ROMANZI ED I POEMI IKJMAHZESCfll GC. 4'^7 

nostro avyiso poco o nulla scemar potrebbe il merito dell'inven- 
zione e dell' immaginazione poetica si di questa celebre poetessa 
che del primo antico autore di siffatto romanzo che diede certa- 
mente argomento a Dante di comporre la divina sua Commedia» 
Dopo il Guerino s'annoverano dal Quadrio altri poemi di poco 
valore, e questi sono L' innamoramento di Guidon Seli>aggio fi- 
gliuol di Rinaldo di Montalbano di Giambattista Dragonclno da 
Fano, romanzo di soli sette canti io ottava rima, Milano i5i6, 
in 4'" Le Prodezze di Rodomontino figliuolo del terribile Saracino 
Rodomonte Re d'Algeri e di Sarza, canti quattro in ottava rima 
composti per Antonio Legname Padovano che l'intitolò Libro 
d' Arme 9 d^ Amore con le valorose battaglie fatte da Guidone 
Selvaggio e da altri della corte del Re Carlo ecc. Un altro 
poetai cantò Le Pazzie Amorose di Rodomonte Secondo , e que- 
sti si è un certo Mario Teluccini soprannominato il Bernia che ne 
fece un poema di XX. canti m ottava rima, pubblicato in Parma 
nel i568, in 4-° Le follie dì questo Rodomonte II. figliuolo di 
una sorella dì Rodomonte I. sono per la leggiadra Lucefiamma 
figliuola di Meandro , ricco signore di un bel castello posto sulla 
riviera di Genova j ma le imprese ed i prodigj di valore che fa per 
lei , gli tornano si male , che è morto da Fedelcaro , uno de' suoi 
rivali. Esiste un Sesto Libro delV Innamoramento d' Orlando in 
cui si descrivono le Prodezze fatte dal giovane Ruggiero figliuolo 
di Ruggiero da Risa e di Bradamante, e che si stampò in Milano 
nel i544 divìso in XF^. canti in ottava rima. Esso venne dal 
Quadrio attribuito a un certo Conte Scandio^ ma dì questo sesto 
libro e del suo autore parleremo nella seguente Bibliografia. Messer 
Cesare Galluzzo Ferrarese compose egli pure uo poema in cui si 
contengono le grandi imprese di Ruggiero (primo Marchese 
dell'antica città di Atesta^ fatte per amor della leggiadra 
Donna Luciana cantra i Maganzesi, Ferrara, i55^, in 4." Anche 
il KjiieleisQn entrò fra' Romanzi di Cavallerìa, allorché ne' vec- 
chi tempi d'ignoranza si credeva che Kyrieleison, Deuteronomion ecc. 
fossero nomi di Santi. Di esso fa menzione e con molta stima il 
Cervantes nel suo ZPo» Chisciotte. Crede il Quadrio che tal romanzo 
fosse composto sopra un qualche discendente dì Rinaldo, al quale 
fosse dato per qualche accidente il suddetto nome. Nella prima 
parte di Tirante il Bianco si fa menzione come Kjiieleijon 



4o8 Dl^LRTAZlOaE fitTTlilA 

venne per combattere eoa Tirante sopra la querela della morte 
del Re di Frisia e compagni, e come vedendo le sepolture dei due 
Re e compagni , di dolore se ne mori. Scriresi ancora nel citalo 
libro, ch'egli era favorito dal Re di Frisia, ,che T aveva fatto 
Viceré di tutti i suoi Stati ecc. 

Un romanzo in prosa Italiana composto nel i3o3 da un certo 
Maestro Girolamo , che esiste MSS. nella Biblioteca Mediceo- 
Laurenziana di Firenze, e che ha per titolo /^/f a del Vovero Nato 
del gentil sangue di Nerhona (^detto il Povero Avveduto^ 
insieme col Trattato di Calvaneo detto Ciriffo, fu preso da Luca 
Pulci a mettere in ottava rima. Ma o che non soddisfacesse, o per 
altro motivo fu esso seguitato dal suo fratello Luigi Pulci , come 
da varj luoghi del Margarite Maggiore si può vedere j quando 
non sia vero ciò che pretendano alcuni , che lutto lavoro sia del 
detto Luigi. L* edicione però di Milano del i5i8 in 4-'' porta 
questo titolo : Ciriffo Calvaneo et il Povero jidveduto composto 
per Luca de* Pulci , et parte per Luigi suo fratello. Ciò vien 
anche confermato da Bernardo Giambullari continuatore del detto 
roman