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Full text of "Il Decamerone nel quale si contengono cento novelle"

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http://www.archive.org/details/ildecameronenelqOObocc 



IL DECAMERONE 




Giovanni Boccaccio. 



Busto scolpito nel 1503, e collocato sul sepolcro del poeta 
nella chiesa di San Jacopo in Oertaldo, 



/-l J~ 



GIOVANNI BOCCACCIO 



IL DECAMEEONE 

NEL QUALE SI CONTENGONO CENTO NOVELLE, 
IN DIECI DÌ DETTE DA SETTE DONNE E DA 
TRE GIOVANI UOMINI: ESPOSTE E ILLUSTRATI-: 
PER LE PERSONE COLTE E PER LE SCUOLE 



DA 



MICHELE SCHERILLO 




Ulrico Hoepli 

UDITORE LIBRAIO DKM.A KEAI. CASA 

MILANO 




1UU 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Milano — Tipografia Umberto Allegretti — Via Orti 2. 



A PIO RAJNA 

NEL SUO GIUBILEO. 



« Tu timi' a, nostra? deeus patriae, 
/ibi perxuadeas nobis /ore caris- 
sitnutn... Plura denique supere- 
rcuit quae Johanni Boecaccii, 
praesentium latori et huius ope- 
ri» legalo carissimo, verbo terio- 
sius erpìicanda commisimus ». 

Il C'ohf» Fk>kK>T!v ai. Petrai. i, 






kl. 

~33 q, q y jS 



INDICE DEL VOLUME 



Pagina 
INTRODUZIONE di Michklk Schkbillo ... ix 

I. Tra Firenze e Parigi. — I mercanti fiorentini 
e i loro figliuoli. — Boccaccio di Chelliuo. — 

La partita a scacchi Xl-xv 

II. Notai, studenti, mercanti fiorentini a Parigi. 

— La nascita di Giovanni di Boccaccio di Chel- 

lino. — Salabaetto XV-XVlll 

III. Giovanni a Firenze e a Napoli. — Gli studi 
e i romanzi. — Michele Scalza. — Pampinea 

e Fiammetta XVIU-XXIV 

IV. La genesi del « Decameroue >. — Le < Que- 
stioni d'amore » nel « Filocolo > xxiv-xxix 

V. L* Italia nel . Decamerone ■ . — La costa 

d'Amalfi. — Napoli, Palermo. Messina . . . xxix-xxxni 

VI. Roma. — Bologna. — Raveuna. — Le donne 
bolognesi e le ravignane. — Masetto da Lampo- 
recchio. — Pisa e le donne pisane. — I Sanesi. 

— I Genovesi. — Milano. — Venezia . . . xxxiv-xu 

VII. L'Impero e il Papato, i Guelfi e i Ghibel- 
lini, nel « Decamerone *. — Johannes tran- 
quillitatum. — La religiosità del Boccaccio. — 
Siciliani e Napoletani, Tedeschi e Borgognoni, 

(ireci e Romani xli-xlvi 

VIII. I rotuauzi greci e hizantiui. — * Antheia 
e Habrocome ' di Senofonte d' Efeso. — I be- 
veraggi magici. — Le arti nigromautiche. — 

Lo spensierato scetticismo del Boccaccio . XLVi-Li 



Vili INDICE DEL VOLUME 

Pagina 

IX. Le uovelle di Gerbino e di Cintone. — Le 
lontane propaggini romantiche di esse, e del- 
l'altra di Ghino di Tacco. — Janfre Rudel. — 
L'eloquenza boccaccesca. — Hnon de Bordeaux. 

— Le novelle d'amore e morte. — Il giova- 
netto ingenuo del Monte Asinaio e le pàpere. 

— Un soffio di * Vita Nuova ■» . — Boccaccio 
filosofante LI-Lxn 

X. JL/ amore n ei romanzi, e nelle novelle boccac- 
cesche. — La novella di Restituta e un episodio 
del « Filocolo > . — La novella dell'usignuolo. 

— Alatiel. — Ghismonda, Lisabetta, Andreuola, 
Simona. — La Salvestra. — Madonna Beatrice 
e la Marchesana di Monferrato; Lidia e Cata- 
lina; Elena e Giovanna. — La Bartolomea, 
L'altezzosa siguora fiorentina, la Lisetta, la 
Ciesca, madonna Filippa, monna Belcolore. — 
Madama Beritola, Zinevra, Francesca de' Laz- 
zari, Dianora, monna Tessa. — Madonna Ada- 
lieta. — Griselda LXII-LXXI 

Bibliografia succinta lxxih-lxxv 

IL DECAMERONE 1-608 

In dio: dkl « Decameron k » (Ì09-617 



INTRODUZIONE 



DI 



MICHELE SCHERILLO. 






Tra Firenze e Parigi Boooaooio di Chellino. — I mercanti fiorentini 
e i loro figliuoli. , La partita b Boaoohi. 

Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è iiu 
caste] di N'iti d'Elsa posto nel nostro contado, il quale, 
quantunque piccini sia, già di nobili uomini e d'agiati fu 

aiutato ••. Ma non per onesto il suo nome godeva d'una 
retta notorietà nella Toscana di (pud tempo, cioè della 
metà del secolo dccimoquartn. Kssa gli proveniva dal fatto 

<• che quel terreno produce cipolle famose per tutta To- 
scana » '. 

In codesto castello — noi diremmo borgata — che «lista 
cina quarantadue chilometri da Firenze sulla via «li Siena, 
eia, verso il 1314 1315, tornato da Parigi, dove s'era 
trattenuto a lungo pei suoi traffici, un nativo od oriundo 
del luogo; un mercante non so di cosa, non pare tuttavia 
di cipolle, il (piale aveva un nome che pareva un nomi- 
gnolo, e spregiativo anzi che no, Boccaccio di Chellino. 
Con Parigi i Toscani d'allora avevano continui rapporti 
d'affari e di commercio, molto più frequenti che non im- 
magineremmo oggi, avvezzi come siamo alla rapidità e ai 
comodi dei viaggi in ferrovia, e insofferenti come siam 
divenuti pur dei più piccoli ritardi e dello scarso riscal- 
damento delle carrozze ". Di Parigi allora in Firenze si 
parlava come della capitale in una non lontana città di 
provincia. Leonardo Sighieri vi si era arricchito con la 
mercatura, ed era tornato in patria a godervi la sua agia- 



1 Decamerone, gioru. VI. nov. 10. 

- Vedi E. Monaci, Gli Italiani in Francia durante il medio ero, 
Roma, Lincei, 1895. 



Xll M. SdlERILLO 



rezza. Ma morì presto, lasciando un unico figliuolo. Il 
quale, come spesso avviene a codesti figliuoli di « gran- 
dissimi mercatanti e ricchi », s'innamorò pazzamente d'una 
giovanetto sua coetanea — essa aveva quattordici anni, 
l'età che in quel tempo era considerata la più acconcia al 
matrimonio l — figliuola d'un sarto della contrada. La ma- 
dre, e si spiega, se ne dispera, e non sa, consigliandosi eoi 
tutori del giovanetto, escogitare una cura meglio efficace d'un 
cambiamento d'aria. « Figliuol mio », gli dicono amorevol- 
mente, <• tu se' oggimai grandicello: egli è ben fatto che tu 
incominci tu medesimo a vedere de' fatti tuoi: per che noi 
ci contenteremmo molto che tu andassi a stare a Parigi 
alquanto, dove gran parte della tua ricchezza vedrai come 
si traffica ; senzachè », soggiungono, « tu diventerai molto 
migliore e più costumato e più dabbene là che qui non 
faresti, veggendo quei signori e quei baroni e qne'gentili 
uomini che vi sono assai, e de' loro costumi apprendendo: 
poi te ne potrai qui venire ». Al giovanetto importava 
assai meno dei baroni e de' gentiluomini parigini che della 
Salvestra sua vicina, e non vorrebbe muoversi: ma pur 
va, e rimane a Parigi due anni. Ne torna più innamorato 
che mai. Sennonché la fanciulla era già sposata ad altri, 
e risoluta a rimaner virtuosamente sorda alle sue preghiere. 
Povero Girolamo ! Finisce col morirne di sincope volonta- 
ria, « E raccolto », narra il novelliere, « in un pensiere 
il lungo amor portatole e la presente durezza di lei e la 
perduta speranza, diliberò di più non vivere; e ristretti in 
sé gli spiriti, senza alcun motto fare, chiuse le pugna, al- 
lato a lei si morì » ". 

Si direbbe che a Parigi quei giovani figli di mercanti 
fiorentini diventassero soprattutto romanzescamente amo- 
rosi. « Voi dovete sapere », narra tra l'altro una delle 
gentili fiorentine narratrici delle novelle del Decamerone, 
« che in Parigi fu già un gentile uomo fiorentino, il quale 
per povertà divenuto era mercatante; et eragli sì bene av- 



1 Cfr. Decamerone, II, 6; III, 10: IV, 3 e 8; V, ó e 7: IX, 6; X, 
6, 8 e 10. 

: Decamerone, IV, 8. 



Introduzione xiii 

«renato della rnercatnnzia, che egli n'era fatto ricchissii 

e avea « 1 « - 1 1 < t sua donna un Bgliuol senza più, il quale egli 
aveva nominato Lodovico. E perchè egli alla nobiltà del 

padri- e nini alla incrcatanzia -i traesse, non l'aveva il 

padre voluto mettere ad alcun fondaco, ma l'avea messo 

a essile con altri gentili nomini al servigio del re di 
Francia, là dove egli assai di be' costumi e di linone cose 
aveva appn-i ■. In bel giorno questo Lodovico SÌ trova 

in compagnia di alcuni cavalieri che toriiavan di Terra- 
Banta, da un pellegrinaggio al Sepolcro. Come soleva av- 
venire tra gentiluomini, e anche tra mercanti — la no- 
vella donde Shakespeare ha desunta la favola del Cintlie- 
lino comincia appunto: <• Frano in Parigi in uno albergo 
alquanti grandissimi mercatanti italiani, qua] per una In- 
sogna e (piai per un'altra, secondo la loro usanza; e avendo 
una sera fra l'altre tutti lietamente cenato, cominciarono 
di diverse cose a ragionare, <• d'un ragionamento in altro 
travalicando, pervennero a dire delle lor donne le quali 
alle lor case avevan lasciate » ' — ; eoiue dunque soleva 
accadere, il discorso cadde sulle « belle donne di Francia 
e d'Inghilterra e d'altre parti del mondo » ". Tutti s'ac- 
cordarono nel decretare la palma della bellezza a una ma- 
donna Beatrice, bolognese, moglie d'un messer Egano de' 
Galluzzi. Lodovico s'accende del desiderio di vederla, dà a 
credere ch'ei parta per la Terrasanta, e viene a Bologna. 
La vede, « e troppo più bella gli parve assai che stimato 
non avea », e se ne innamora follemente. Per poterle es- 
ser vicino, entra come famiglio nella casa di lei. e diventa 
coi suoi modi carissimo a messer Egano. Un giorno clic 
tostili era andato a uccellare, tra paggio e signora av- 
viene una scena che ne ricorda un'altra del vecchio poema 



' Decameron*, II, 9. 

Nella novella Vili, 9, quel malto ili Brano «là a intendere a 
quello scemo di maestro Simone : « Ma ira udì altri die meglio stanno. 
Beoondo il parer mio. siam Buffalmacco e io. per ciò clic Buffalmacco 

le più ilelle volle vi fa venir per sé la reina ili Francia e io per me 
quella d'Inghilterra, le quali son due pur le più belle donne del mondo ». 
E nella X. 10, a proposito della Griselda, il novelliere narra ohe « ftt- 
rou le nozze belle e grandi, e la festa non altranieiii i che se presa 
avesse la figliuola del re di Francia». 



XIV M. SCHBRILLO 



francese, assai ricco d'avventure e certamente non ignoto 
al Boccaccio l , Nuoti de Bordeaux. Madonna Beatrice, die 
dell'amor d'Anichino — così Lodovico si faceva chia- 
mare a Bologna — non s'èra accolta, si mise con lui a 
giocare agli scacchi. 

E Anichino — continua il novelliere — che di piacerle de- 
sidera sa, assai acconciamente faccendolo, si lasciava vincere : ili 
che la donna faceva maravigliosa festa. Et essendosi da vedergli 
giucare tutte le feniine della donna partite, è soli giucando la- 
sciatigli, Anichino gittò un grandissimo sospiro. La douna guar- 
datolo, disse : 

— Che avesti, Anichino? Duolti così che io ti vinco? 

— Madonna, rispose Anichino, troppo maggior cosa che 
questa non è fu cagion del mio sospiro ! 

Disse allora la donna : 

— Deh dilmi, per quanto ben tu mi vuogli! 

Quando Anichino si senti scongiurare per quanto ben in mi rito- 
gli, a colei la quale sopra ogn 'altra cosa amava, egli ne mandò 
fuori un troppo maggiore che non era stato il primo. Per che la 
donna ancor da capo il ripregò che gli piacesse di dirle qua! 
fosse la cagione de' suoi sospiri. Alla quale Anichin disse: 

— Madonna, io temo forte che egli non vi sia noia se io il 
vi dico; e appresso dubito che voi ad altra persona noi ri- 
diciate. 

A cui la donna disse : 

— Per certo egli non mi sarà grave ; e reuditi sicuro di 
questo, che cosa che tu mi dica, se non quando ti piaccia, io 
non dirò mai ad altrui. 

Allora disse Anichino: 

— Poi che voi mi promettete così, e io il vi dirò. 

E quasi colle lagrime in su gli occhi, le disse chi egli era, 
quel che di lei aveva udito, e dove e come di lei s'era inna- 
morato, e perchè per servidor del marito di lei postosi ; e ap- 
presso umilemente, se esser potesse, la pregò che le dovesse 
piacere d'aver pietà di lui, e in questo suo segreto e sì ferveute 



l fNe derivò un altro episodio, nella prima parte della novella VII, 
9; dove si conta dei tre pegni che il paggio Pirro, «giovinetto leggia- 
dro e adorno e bello della persona, e destro a qualunque cosa avesse 
voluto fare», richiese alla sua signora, Lidia, «non meno ardita che 
bella», prima d'affidarsi al suo infocato amore. 



Introduzione XV 

disidèro <li compiacergli; e ohe dove questo iar non rotasse, ohe 
ella, lasciandolo stai m'Ha forma nella qual si stava, fosse con- 
tenta ohe egli l'amasse '. 

Sicuro, è press 'a poco l'episodio della Partita « scacchi 
del nostro indimenticabile Già cosa. Ma chi non Io sa ?, alla 

ricca e rigogliosa fonie del / hia ini ■ronr hanno in Ogni tempo 

largamente attinto novellieri e drammaturghi, «la Chaucer 
a Shakespeare, da Molière a De Musset, da Rana Sachs a 
La Fontaine, da Machiavelli a Pietro Aretino. 



II. 



Notai, Btudenti, mercanti fiorentini a Parigi. — La nascita di Giovanili 
di Boccaccio <li chellino. — Salabaetto. 

Di Fiorentini a Parigi ne capitavano allora d'ogni ri- 
sma — allora come adesso : un notaio, poniamo, come ser 
Brunetto Latini, sbandito per ragioni di parte, del quale 
si narrava che della sua « facilità notària » facesse sì 
grande stima <> che avendo un contratto, fatto per lui, er- 
rati», e pei- quello essendo stato accusato di falsità, volle 
avanti esser condannato per falsario, che egli volesse con- 
fessare d'avere errato •• : e un notaio come ser Ciappe- 
rello da Prato, il quale « avea grandissima vergogna 
quando uno de' suoi strumenti, come che pochi ne facesse, 
fosse altro clic falso trovato» 3 . Codesto mariolo aveva 
trovato modo di esercitar Parte sua specialmente a Pa- 
rigi, protetto dal famigerato sfusciatto Franzesi, « di ric- 
chissimo e gran mercatante cavalier divenuto ». E (piando 
costui fu da papa Bonifazio richiesto d'accompagnare in 
Toscana Carlo Senzaterra, Ciappelletto ne ebbe il man- 
dato di recarsi <■ a riscuoter suoi crediti fatti a più Bor- 



1 Decamerone, VII, 7. 

l'omento del Boccaccio sopra Dante: lnf. XV. S2. K cfr. SflHB- 
RILLO, Alcuni capitoli della biografia ili Panie. 'l'orimi. Loesclur. 
1896, p. 117. 

' Decamerone, I, 1. 



XVI M. SuHERILLO 



gognoni, uomini riottosi e <li mala condizione e misleali ». 
Musciatto non aveva saputo trovare altri che « tanto mal- 
vagio noni fosse in cui egli potesse alcuna fidanza avere 
che opporre alla loro malvagità si potesse ». E il tristo 
pratese in Borgogna aveva potuto allogarsi « in casa di 
(ine fratelli fiorentini, li quali quivi a usura prestavano ». 
Falsarii e strozzini : non si può dire che non eravamo ben 
rappresentati ! E difatto quei Borgognoni ci chiamavano 
« lombardi cani », dacché pei Francesi ogn' Italiano eia 
un lombardo. Quando ser Ciappelletto s'ammala a morte, 
gli ospiti temono che la carogna ne sia « gittata a' fossi », 
e che il popolo si levi contro di essi a rumore gridando: 
« Questi Lombardi cani li quali a chiesa non sono voluti 
ricevere, non ci si vogliono più sostenere! ». Avviene in- 
vece il contrario, in grazia dell'ultima e più grossa mo- 
nelleria, in artieulo mortis, del terribile umorista. « Io ho 
vivendo tante ingiurie fatte a Domenedio », egli dice, « che 
per farnegli io una ora in su la mia morte, né più né 
meno ne farà ». E manda gli amici usurai al prossimo 
convento, a richiedere « un santo e valente frate, — il più 
che aver potete », soggiunge, « se alcun ce n'è », — il quale 
« udisse la confessione d'un Lombardo che in casa loro 
era infermo » l . 

Oltreché poi a Parigi i ricchi Fiorentini mandavano an- 
che i loro figliuoli ad apprender filosofia in quella celebre 
Università. Essa gareggiava nel mondo antico con Atene, 
nel moderno con Bologna ". Dicono che perfiuo Dante vi 
sia stato; ma la cosa è assai poco verosimile'. Vi fu bensì 
un nobile giovine fiorentino chiamato' Panieri; il quale 
avendovi lungamente studiato « non per vender poi la sua 



1 Si capisce che in bocca a Italiani la designazione lombardi ha 
un significato più preciso. Cfr. V, 5: «nella città di Fano due Lom- 
bardi abitarono, de' quali l'un fu chiamato Guidotto da Cremona e 
l'altro Giacomin da Pavia»; X, 9: «io sono lombardo, d'una città 
chiamata Pavia». In Francia i Lombardi erano appaiati agli Ebrei. 

• Decumerone, Conclus. : « per ciò che né ad Atene, nò a Bologna 
o a Parigi alcuna di voi non va a studiare ». 

3 Cfr. Scherillo, Rassegna di studi danteschi, nella Nuova An- 
tologia del 16 gennaio 1899. 



FNTROnrZIONK Wll 

gcienzin .1 minato come molti tanno, ma per sapere la ragion 
delle cose <• In cngion d'esse, il che ottimamente sta in gen- 
iale uomo, tornò da l'arici a Firenze, e quivi onorato molto 
vi per la sua nobiltà e sì per la scicnzia, cittadinesca- 
mente viveaai . Purtroppo, coloro ne' quali è più l'av- 
vedimento delle «ose profondo, pia tosto <la amore sono 
incapestrati •>; ond'è che codesto Rinieri fa preBQ al laccio 
«la una giovane vedova, anch'essa fiorentina, « del corpo 
bella e d'animo altiera». Ma «ahi cattivella cattivella!, 
ella non sapeva ben, donne mie. che cosa è il mettere in aia 
con gli scolari ! ■•. Credeva di potere « non altramenti con 
uno scolare frascheggiare ohe con un altro avrebbe fatto »; e 
non sapeva • che essi, non dico tutti ma la maggior, parte, 
sanno dove il diavolo tien la coda » '. 

Non so se anch'esso, il mercante certaldese Boccaccio di 
Chellino, conoscesse un tal segreto del diavolo ; né so preci- 
samente se rimpatriasse molto fornito d'oro. Certo ne tornò 
arricchito d'un figlino! maschio, ultimo capitolo d'un roman- 
zetto non abbastanza platonico ch'egli aveva composto in- 
sieme con una dama francese nella metropoli parigina. A 
sentire il figliuolo, parrebbe che essa appartenesse all'alta 
borghesia : e a giudicarne da lui, si dovrebbe argomentare 
che avesse vivido ingegno e una gran voglia di divertirsi. 
Si chiamava Jeanne o Jeannette, onde il nome Giovanni 
die in ricordo di lei rimasi' al figliuolo. 

Còlto Boccaccio di Chellino non era, e forse nemmeno, 
come si diceva, ben costumato. Ingegno sottile doveva 
avere, come di solito i contadini e i mercanti, e anche 
una certa propensione alle donne, come hanno un po' tutti 
i mercanti fiorentini rievocati sulla scena del Decamerune. 
Più accorto, forse, di Rinaldo d'Asti e meno di lui fi- 
dente nell'efficacia del paternostro di San Giuliano : ; meno 
ingenuo e credenzone di Andreuccio da Perugia '; ma an- 
che meno avventuroso di Landolfo Ruffolo amalfitano 4 , 



1 Decttmerone, Vili. 7. 

- Dccaniemttc. II, 2. 
J Decamerone, II, 5, 
' Decamerotir, II. I. 



XVJII M. SCHBRILLO 

e meno avventuroso e meno sugare di Martuccio Gomito, 
isolano di Lipari, quell'audace corsaro che fatto prigio- 

niero del re di Tunisi, ne divenne primo ministro in grazia 
dei consigli guerreschi che gli seppe tiare '. Avrà meglio 
somigliato a quel « giovane uostro fiorentino detto Nicolò 
da Cigliano, come che Salabaetto fosse chiamato », mer- 
cante di panni lani e all'occasione anche di olio; il quale 
capitato a Palermo, ed « essendo egli bianco e biondo e 
leggiadro molto, e standogli ben la vita », s'avvisò di 
aver della sua bellezza innamorata una gran donna, quando 
invece era in realtà caduto nei lacci d'una madonna Jan- 
cofìore. Questa cortigiana bellissima e furba gli dice tra 
le carezze, nella cadenza carezzosa del suo dialetto : « Tu 
m'hai miso lo foco all'arma, Toscano acanino! », e ama- 
bilmeute gli sottrae cinquecento fiorini. Ma il fiorentino, 
messo sull'avviso e consigliato da un concittadino che vi- 
veva in Napoli, « nostro compar Pietro dello Canigiano, 
trasorier di madama la 'mperatrice di Costantinopoli, uomo 
di grande intelletto e di sottile ingegno », riesce non solo 
a farsi rendere i cinquecento prestatile ma donare mille 
fiorini ancora. La povera Jancofiore, questa volta « tenen- 
dosi scornata », deve ripetere a se stessa il proverbio, 
che pare corresse in tutta Italia: « Chi ha a far con To- 
sco non vuole esser losco ! » ". 



III. 



Giovanni a Firenze e a Napoli. — Gli studi e i romanzi. — Michele 
Scalza. — Pampinea e Fiammetta. 

Giovanni Boccaccio non aveva nulla del mercante, e 
non apprezzava e non amava soverchiamente suo padre. 
L'economia domestica di costui gli sembi-ava tirchieria; la 
bramosia di guadagni, avarizia ; la prudenza amministia- 



1 Deeamerone, Y, 2. 

- Decameron) , Vili, 10. Il proverbio è ripetuto da alcuni Genovesi 
nella novella 144 ; ' del Sacchetti. 



Intrudi zionk xix 

liva. pusillanimità, l'.i risentiva dell'indole romanzesca, i 
forse mi isiiMi :iiir;i. della ignota sua madre; e non Bolo le 
avrà perdonato il peccato d'amore, ma ne avrà sentito il 
fascino. E tra padre e figlio il dissidio divenne insoppor- 
tabile, (|iiiiiiili> tra essi bì cacciò il viso sgradito d'nna 
matrigna. Al fondaco il giovanetto o non andava <> non 
badava. A sci Mimi aveva già cominciato ad allinear versi 
rimati; e leggeva romanzi francesi, <■ correva nd ascoltai 
novelle e facezie nelle brigate dei mercanti che rimpa- 
triavano. Era già avvenuto in parte a lui quel che. da 
vecchio, ci rimprovera alla vedovella del Cor boccio. <• Le 
Bue orazioni e paternostri Bono i romanzi franceBchi e le 
canzoni latine; ne* quali ella legge di Lancelotto e di Gi- 
nevra, e «li Tristano e d'Isotta, •• te loro prodezze e i loro 
amori, e le giostre e i tómiamenti e le assemblee ►. E 
forse pure a lui, come a codesta donnetta, accadeva al- 
lora di stritolarsi tutto « quando leggeva Lancelotto o Tri- 
stano o alcuno altro con le loro donne nelle camere 
gratamente e soli raunarsi •>: e di leggere •• la canzone 
dello Indovinello, e quella di l'Iorio e di Biancofiore, e 
>imili cose assai » ': quella canzone di Florio e di Bian- 
cofiore, ehe più tardi egli avrebbe rinarrata nella corte 
di Napoli, l'innovellandola e rinverdendola con hi storia 
degli amori suoi e di madonna Maria. 

Firenze non era Parigi, *• non ancora era Napoli ; ma 
anche li. nella •■ nostra città ». com'egli ama chiamarla, 
•• copiosa di tutti i beni », c'era modo di passare il tempo 
allegramente fuori del fondaco. La bella città era fiorente 
di <■ gentili donne di bellezza ornate e di costumi, d'al- 
tezza d'animo e di sottili avvedimenti dalla natura do- 
tate • \ e di uomini arguti e ben parlanti. Nessun altro 
di nessun'altra città avrebbe meglio di essi saputo dire 
un «motto»: da madonna Oretta, moglie di nuoci Gerì 



1 Corbaccio, nelle Opere minori del Boccaccio, ediz. Sonzogno, 
p, 305-06. Anche delle narratrici « 1»- 1 Decamerone è detto ehe nelle ore 
«Iella canicola - ehi a legger romanzi, ehi a giucare a scaccili... si diede - 
(III. introd.). Ed è notevole ehe «Ielle due figlinole del fiorentino Neri 
degli U berti 1* una ha nome Ginevra In bella, l'altra Isoliti labionda (X,6 . 
/'. < mucrone. III. 3. 



XX 



M. SCHBRILLO 



Spina, al fornaio Cisti 1 ; da Stecchi e Marchese e Mar- 
tellino, «nomini li quali le corti de' signori visitando, di 
contraffarsi, e con nuovi atti contraffacendo qualunque altro 
nonio, li veditori sollazzavano » \ a Ciacco, « nonio ghiot- 
tissimo » ma «assai costumato e tutto pieno di belli e di 
piacevoli motti », e a Biondello, « piccoletto della per- 
sona, leggiadro molto e più pulito che una mosca, con sua 
cuffia in capo, con una zazzerina bionda e per punto senza 
un capei torto avervi » '. E come quelle donne sapevano 
vendicarsi del sopruso sociale e domestico che le patteg- 
giava come spose senza chiederne l'assenso, anzi senza 
nemmeno interrogarle ! Chi più ingegnosa e accorta di 
quella nobil donna, il cui nome il novelliere non vuol pa- 
lesare « per ciò che ancora vivono di quegli che per questo 
si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe con risa 
da trapassare », la quale fastidendo il marito artefice la- 
naiuolo, riesce a conquistar l'amore d'un « valoroso uomo 
e di mezza età », col mettere a profitto la semplicità e 
l'avarizia d'un povero frate, « il quale quantunque fosse 
tondo e grosso uomo, nondimeno, per ciò che di santis- 
sima vita era, quasi da tutti avea di valentissimo frate 
fama»? 4 Ovvero di quella monna Isabetta, «giovane an- 
cora di ventotto in trenta anni, fresca e bella, e riton- 
detta che pareva una mela casolana », la quale, stanca 
del marito, « uomo idiota e di grossa pasta » e bizzoco di 
San Francesco, s'accorda con un frate « assai giovane e 
bello della persona, e d'arguto ingegno e di profonda 
scienzia », tornato pur allora da Parigi, e fanno a quel 
disgraziato far la penitenza ed essi conquistano il para- 
diso ? h E chi più eloquente e sfrontata di quella madonna 
Filippa da Prato, la quale, « trovata nella sua propria 
camera una notte da Rinaldo de' Pugliesi suo marito, nelle 
braccia di Lazzarino de' Guazzagliotri,~ nobile giovane e 
bello di quella terra, il quale ella quanto sé medesima 



1 Decamerone, VI, 1; VI, 2. 

2 Decamerone, II, 1. 

3 Decamerone, IX, 8. 

4 Decamerone, III, 3. 

5 Decamerone, III, 4. 



Introduzione 



amava -, >• menata avanti al potestà, seppe eoa) maravigliosa- 
mente difendere il diritto suo e delle altre mogli tapinelle 
trascurate dai mariti, che non solamente tu per acclama- 
zione di popolo assolta, ma ottenne ohe fosse modificato lo 
siaiutu biasimevole ed asino finallora vigente a Prato 

Cara città, Firenze! ■ Come d'ogni altra cosa copiosa 
così era d'esempli a ogni materia » \ Certo, essa era « più 
d'inganni piena che d'ainoie e di t'< ■ < I < • ■ : <• Dante aveva 
avuto tutte le ragioni di flagellarla. Ma altro è scrivere 
e predicare, altro è vivere. E tra quell'allegria, quella 
scioltezza <li costumi, quelle beffe, era pur tanto piacevole 
vivere; ed ira COSÌ attraenti' provarsi a ritrarre con la 
penna quelle gaie donne ingannatrici e quei mariti ingan- 
nati, quei fiatarci brodoloni e quegli abati domiamoli . quelle 
pronte popolane «■ quelle monachelle lascive, quei mercanti 
sagaci '■ quei dottori melensi, quei cavalieri magnifici anche 
Della loro povertà e quei « rettori marchigiani, li quali ge- 
neralmente sono uomini di povero cuore e di vita tanto 
strema e tanto misera, die altro non pare ogni lor fatto 
die mia pidocchieria » ', quegli artisti buontemponi, quei 
barattieri, quei ciurmatori ! Il padre e la matrigna strilla- 
vano: ma Giovanni li lasciava dire, e scappava pei trivii 
e pei Lung'Arno. 

I suoi parenti verniero nella stessa decisione ilei pa- 
renti <!i Girolamo Sighieri, l'innamorato «Iella Salvestra 
figlia ilei sarto : d'allontanarlo. E non a Parigi, ma lo man- 
darono a Napoli. Ma qui c'era il mare, la tómba di Vir- 
gilio e la corte Angioina, e mancava l'assidua sorveglianza 
paterna. Col desiderio d'amare e di godere crebbe in lui 
anche quello di diventai' dotto e poeta. « D'altissimo in- 
geguo dotato ». ambiva egli pure di « salire alla gloriosa 
alte/za della filosofia •> . Aveva letta la Dirimi Commedia 
e forse uià parecchie delle liriche del Petrarca; e sentiva 
di non poter tentar nulla che s'avvicinasse a quei fastigi 



1 Deeamerone, VI, 7. 

• Deeamerone. III. li. 
3 Deca memne. III. 3. 
1 Deeamerone. VIII. .">, 
5 Deeamerone, X. 8. 



XXII M. SCHBRILLO 



dell'arte, se non si fosse ringagliardito negli studi di Vir- 
gilio e ili Stazio, e non avesse approfondila la conoscenza 
di quell'antichità classica nella quale il Petrarca gli ap- 
pariva un portento. E poi, coinè tentale quell'ascensione 
senza che una Beatrice o una Laura lo sospingesse e sor- 

_ - i 

Alla corte del re Roberto erano Paolo Perugino, che 
ne curava la biblioteca, e il genovese Andalone del Negro, 
dottissimi rimo nella mitologia pagana, l'altro nell'astro- 
nomia. Giovanni cercò ed ottenne la loro amicizia, e BÌ 
dissetò alla fonte della loro dottrina. E leggeva, e si sfor- 
zava d'intendere, i poeti che più avevano sfoggiate imma- 
ginazioni mitologiche. Il 28 giugno del 1338 chiede a un 
condiscepolo in prestito la Tebaide con le glosse, perchè 
il nudo testo non riesce a pienamente comprenderlo. E 
intanto guardava e ammirava le belle donne. Anch'eglì 
era a mirare tutt' altro che spiacevole. Di statura alta e 
piuttosto pingue, aveva il viso rotondo, col naso sopra le 
nari alquanto depresso, con le labbra ini po' grosse ma 
belle e ben lineate, col mento forato che nel suo rideue, 
mostrava bellezza: giocondo e allegro aspetto in tutto il 
suo sermone, in tutto piacevole e umano, e del ragionare 

ii si dilettava '. Rassomigliava in questo a quell'altro 
giovane fiorentino, chiamato Michele Scalza e rievocato 
dalla Fiammetta in una delle giornate del Decameron». 
« Il quale era il più piacevole e il più sollazzevole unni 
del mondo, e le più nuove novelle aveva per le mani : 
per la qual cosa i giovani fiorentini avevan molto caro, 
quando in brigata si trovavano, di potere aver lui » -, 

A buon conto, « e come gli altri giovani le chiare bel- 
lezze delle donne di questa terra andavano riguardando, 
e io », egli narra; « tra le quali », soggiunge, « una gio- 
vane ninfa chiamata Pampinea, fattomi del suo amore 
degno, in quello mi tenne non poco di tempo ». Pampinea 
è un nomignolo: vorrà dire la rigogliosa, una esuberante 



1 Filippo Villani, Le vite degli uomini illustri fiorentini, colle 
annotazioni di G. M. MAZZTTCHBLLI, Firenze, 1826, p. 12. 
- Becamerone, VI, 6. 



[NTRODUZIONB XXIII 



bellezza meridionale. Bla fu la prima d'una serie. • A 
questa -. continua messer Giovanni oramai un po' l>«m 
Giovanni, •• ;i questa la rista <li un'altra, chiamata A.bro 
tònia, mi tolse, e fecemi suo. Ella certo avanzava «li bel- 
lezza Pampinea e «li nobiltà, e con atti piacevoli mi dava 
d'amarla cagione; ma poi {attorni de' suoi abbracciamenti 
contento, quelli mi concesse non braga stagione, però che 
io non so da che spirito mossa, verso di me turbata, del 
ludo a me negandosi, m'era materia ili pessima rita » '. 
Abrotònia è esso pure un nomignolo, e può voler dire, 
ohi sa mai.', o l'elegante oppure /" bruna. Ma ecco che 
spunta Fiammetta: « tutta ridente », « tutta lieta ». « con 
lieto riso •: •■ vezzosamente ». •• donnescamente ■•. pronta 
alla gioia \ 

La Fiammetta, • li cui capelli eran crespi, lunghi e 
d'oro, e sopra li candidi e dilicati omeri ricadenti, e il 
.viso ritondetto, con un colore vero «li bianchi gigli «• «li 
vermiglie n>se mescolati, tutto splendido, con due ocelli 
iu testa clic parevan d'un fai con pellegrino, e con una 
boccuccia piccolina le cui labbra parevan due rubinetti 
è la musa del Boccaccio. Tutto muove da lei e tutto mira 
a lei. Per lei inesser Giovanni diventa poeta, per lei ro- 
manziere e novelliere, per lei erudito e storico. Lei pal- 
pita nella frondosa e reboante prosa del Filooolo, e lei 
occhieggia maliziosa e civettuola tra le stanze della Teseide 
e del l-'ilostrato; lei signoreggia nell'idillio sensuale e nel* 
mistiche terzine delVAmeto', lei trionfa nell'-AmoroMi Pi- 
none. Ed è suo, tutto suo, anche il Decamerone, benché 
messo insieme nell'età matura del poeta, a Firenze, dopo 
che l'amor di lei per lui era già spento da un pezzo. Sì, 
essa era passata ad altri amori ; ma il ricordo della sua 
maravigliosa bellezza riviveva eterno, circonfuso delle iri- 
descenze d'un acceso tramonto autunnale, nella mente e 
nella fantasia del poeta, felice d'aver vissuto poi die una 



1 Ameto. narrazione di Caleone ; nelle Opere minor» del Boccaccio, 
ediz. Sonzogno, i>. 226. 

- Decamerone, I. 5; III, 6; IV, 1; V. 9; I\. •">. 
Decamerone, IV, 10. 



XXIV M. SCHERILLO 



volta aveva incontrata una donna di tanta bellezza, che 
gli era stato concesso d'adorarla e d'esserne riamato. Un 
attimo fugace, ma d'un bagliore inestiuguibile. 

Il Boccaccio artista ubbidisce alla moda ; adorna la sua 
Fiammetta coi veli evanescenti presi in prestito dalla Bea- 
trice, e la drappeggia nelle vesti matronali di Laura. Ma 
a traverso a quei veli e allo sparato di quegli abiti, lam- 
peggia la carne rosea della principessa procace, insoffe- 
rente dell'incesso processionale della fanciulla fiorentina e 
del portamento compassato della signora avignonese. Oli 
non troppe adorazioni ed estasi e iucenso; ma amore caldo 
e violento, senza malinconie e senza ritrosie, -con solo quel 
tanto di mistero che giovi ad accrescerne le attrattive ! 

Un bel caso : le vicende di Fiammetta somigliavano 
all'ingrosso a quelle del Boccaccio ! Anche lei era nata 
fuori del matrimonio, da padre francese e da madre na- 
poletana. È vero, il padre non era per l'appunto un mei-, 
caute di Certaldo, borgata famosa per le sue cipolle, ma 
un re; tuttavia non bisogna andar troppo pel sottile, quando 
s'ha voglia, come nelle cose d'amore, di sorprendere la 
mano del destino ! E su quelle circostanze romanzesche e 
misteriose il romanziere si compiace di tornare spesso, 
tingendo via via sempre un po' più d'azzurro l'ignoto 
sangue materno. A buon conto, in quella corte francese 
non aveva diritto di proclamarsi un po' francese egli pure ? 
Anche il suo ingegno risentiva del genio gallico. Il Pe- 
trarca disdegnava i romanzi di Artù; Dante li aveva giu- 
dicati bellissimi, ma metteva in guardia contro le seduzioni 
del romanzo di Lancilotto. Il Boccaccio riforbiva quella 
rozza materia, e narrava, con grazia e con brio finallora 
ignoti, nuove e più varie e più spigliate fole di romanzi. 

IV. 

La genesi del «Decainerone». — Le «Questioni d'amore» nel «Filocolo». 

Addio, romita tomba di Virgilio ! 

Filocolo — ch'è in certo senso esso pure il Boccaccio — 
s'era coi compagni avviato « con lento passo, di diverse cose 



Introduzione xxv 



parlando, verso quella parte ove le reverende ceneri del- 
l'altissimo poeta Man» si posano»; ma « pervenuti allato 
a un giardino, udirono in esso graziosa festa di giovani 
e di donne. Quivi l'aere di vari stormenti e (piasi d'an- 
geliche voci ripercosso, risonava tutto, entrando con dolce 
diletto ne' cuori di coloro alli cui orecchi così riverberato 
veniva •>. Furono invitati a entrare, e da uno sciame di 
belle donne gioiose ricevuti. Ma (piando vollero prender 
congedo, « una donna più che altra da riverire, piena ili 
maravigliosa bellezza e di virtù », li pregò di rimanere. 
« Filocolo rimirava costei parlante nel viso, e vedeva i 
suoi occhi pieni di focosi raggi scintillare come mattutina 
stilla, e la sua faccia piacevolissima e bellissima»; e ri- 
chiese a un suo vicino chi ella fosse. « Il suo nome », 
gli fu risposto, « è da noi qui chiamato Fiammetta, posto 
che la più parte delle genti il nome di colei la chiamino 
per cui quella piaga, che il prevaricamento della prima 
madre aperse, si richiuse». (Dante aveva detto: 

La piaga che Maria richiuse ed unse, 
Quella eh' è tanto bella da' suoi piedi 
È colei che l'aperse e che la pause). 

« Ella è figliuola dell'altissimo principe sotto lo cui scettro 
questi paesi quieti si reggono, e a noi tutti è donna; e 
brevemente, ninna virtù è che in un valoroso cuore debbia 
capere, che nel suo non sia ». 

Il sole montava al meriggio, « e quasi con diritto occhio 
riguardava la rivestita terra»; e le donne e i giovani, 
« lasciato il festeggiare, per diverse parti del giardino cer- 
cando dilettevoli ombre, diversi diletti per diverse schiere 
prendevano, fuggendo il caldo aere che li dilicati corpi 
offendeva ». Fiammetta prese per mano Filocolo e lo con- 
dusse in un prato « bellissimo molto d'erbe e di fiori, e 
pieno di dolce soavità di odori, d'intorno al quale belli e 
giovani arboscelli erano assai, con fronde verdi e folte, 
dalle quali il luogo era difeso da' raggi del gran pianeta, 
e nel mezzo di esso praticello una picciola fontana chiara 
e bella era. D'intorno alla quale tutti si posero a sedere, 



XXVI M. SCHERILLO 

e quivi di diverse cose, chi mirando l'acqua e chi cogliendo 

fiori, iu cominciarono a ragionare ». 

Ma perchè con più ordine potessero i ragionamenti pro- 
cedere, e continuare fino alle più fresche ore, quando si 
sarebbe potuto riprendere il festeggiare, la bella donna 
iliv.se: «Ordiniamo un di noi in luogo di nostro re, al 
quale ciascuno una question d'amore proponga, e da esso 
di quella debita risposta prenda ». Tutti acconsentirono, 
e rimisero l'elezione del re nel più attempato tra gli ospiti. 
Il quale, poi che « più ne' servigi di Marte che in que' 
di Venere aveva i suoi anni spesi », levossi, « e còlti al- 
cuni rami d'un verde alloro il quale quasi sopra la fon- 
tana gittava la sua ombra, di quelli una bella coronetta 
fece, e quella recata, in presenzia di tutti coloro così disse : 

— Da poi che io ne' miei più giovani anni cominciai ad 
aver conoscimento, giuro per quegl'iddii ch'io adoro, che 
non mi vieu nella memoria d'aver veduta o udita nominar 
donna di tanto valore di quanto è questa Fiammetta, nella 
cui presenzia Amore di sé tutti infiammati ci tiene, e da 
cui noi questo giorno siamo stati onorati in maniera di mai 
non doversi dimenticare. E per ciò che ella, sì come senza 
fallo conosco, è d'ogni grazia piena, e di bellezze e di co- 
stumi ornatissima, e di leggiadra eloquenzia dotata, io in 
nostra reìna l'eleggo. E certo meglio per la sua magnifi- 
cenzia la 'mperial corona si converrebbe a costei da reale 
stirpe discesa; cui l'occulte vie d'Amore essendo tutte 
aperte, sarà lieve cosa nelle nostre question contentarci. 

— E appresso a questo, davanti alla valorosa donna umil- 
mente s'inginocchiò ». Fiammetta molto graziosamente rin- 
graziò, e senza più insistere, « con le dilicate mani prese 
la offerta ghirlanda e la sua testa ne coronò ». La nuova 
regina invitò quindi il suo vicino, Filocolo, a proporre la 
prima questione. 

L'esposizione di essa prese subito l'aspetto d'una no- 
vella amorosa. E così le altre che seguirono; che furon 
dodici. Intanto l'aria all'appressarsi della sera si rinfre- 
scava. La regina allora si tolse di capo la corona del- 
l'alloro, e ponendola là ove sedeva, disse : — « Io lascio 
qui la corona del mio e del vostro onore, in tino a tanto 



Introduzioni ixvn 



che noi qui a simil ragionamento torneremo ■•. — E ri- 
preso per mano Filocolo, l<> ricondusse in mezzo alla fi 
sta. dove e l'aere pieno d'amorosi canti da tutte parti si 

.-cu ti va •> '. 

Non è possibile non accorgersene: qui è già abbozzato 
il Deoamerone. Questa gioiosa fornata «li Mergellina pre 
Inde alle dieci gioiose giornate presso Settignano; il i< 
gimento «Iella regina Fiammetta pronunzia l'effimero n 

gimento «Iella «lama fiorentina che ne prese in prestito il 

nome, e delle altre sei sue compagne, tra cui quella che 
prese il nome «Iella napoletana Pampinea, <■ «li quei tre 
compagni che assunsero ciascuno il nomignolo «lei poeta 
nei tre momenti diversi dell'amor suo: lo spensierato 
Dioneo, l'amabile Pamfilo, il triste Filostrato. Il Decame- 
rone fiorentino è un ampliamento e una splendida rievo- 
cazione fantastica del « decameronc ■> vissuto a Napoli. Tra 
«limilo e questo è corso >ì lungo tempo, circa quindici anni, 
pieno «li tante e sì diverse cose : il trionfo e l'abbandono 
d'amore, la morte di Boccaccio «li Chellino e il richiamo 
«li Giovanni a Firenze, la pestilenza che trasformò l'Italia 
in un cimitero, i truci drammi di sangue e d'adulterio che 
insozzarono la corte angioina. Via via al romanzo di Florio 
e Biancofiore avean tenuto «lieti»» la Teseide, ]' Amelo, 
V Amorosa Visione, e poi V Eletjia di madonna Fiammetta, 
e poi. ohimè, il Filostrato. Giovanni è prostrato, derelitto; 



1 Filocolo, libro V. — Il «prender per mano» era atto di raffinata 
cortesia. <»hino di Tacco poi oh' ebbe a modo suo curato l'aitate «li 
elioni, « per la man presolo, nella camera apparecchiatagli nel nieuò » 
X, 2); messer Gentile Carisendi, «levatosi in pie e preso nelle sue 
braccia il picciol fanciullino e la donna per la mano», riconsegna la 
moglie creduta morta a Niccoluccio Caccianimico (X. 4); il re Pietro 
«li Etaona, accostatosi al letto dove inferma giaceva la Lisa, «e lei per 
Ik natii prese, dicendo: Madonna, che vuol dir questo!» (X, 7); il 
romano Tito, poi ch'ebbe con tanto fiorita eloquenza parlato ai Greci 
suoi avversarli in hu tempio, «levatosi in pie tutto nel viso turbato. 
preso Gisippo per mano, di quello, crollando la testa e minacciando, 
s'uscì» (X. 8): l'abate zio di messer Torello, poi che l'ebbe raffigurato 
e si tu rassicurato, « il prese per la mano e disse...» (X. 9); e il mar- 
chese di Saluzzo. poi che Griselda rispose affermativamente alle Bue 
domande, * prestila per la mano, la menò fuori.... e disse: Signori. 00 
stei è colei la quale io intendo ohe mia moglie sia » (X, 10). 



XX Vili M. SCHERILLO 



ma l'amore non è morto. Obliato da Fiammetta, esso ri- 
sorge immortale nella fantasia dell'amante, meno tormen- 
toso e più seducente, vagheggiato nei cari ricordi come 
una magnifica visione. 

L'opera d'arte non germoglia e fiorisce nel calore degli 
avvenimenti: essa ha bisogno d'una gestazione lunga e pa- 
ziente. La Divina Commedia non ispirata dall'anima del 
poeta se non dieci anni dopo che Beatrice, in onor della 
quale essa è concepita, è scomparsa ; i\ Canzoniere ■petruv- 
chesco non è messo insieme, e per metà composto, se non 
parecchi anni dopo la morte di Laura. E il Decamerone, 
il vero monumento che messer Giovanni eleva alla me- 
moria dell'amor suo, non è costruito e finito se non più 
che un decennio dopo che quell'amore era spento. La pe- 
stilenza del 1348 non v'è richiamata e descritta se non 
per un motivo d'arte: alle novelle, spesso troppo allegre, 
il novelliere ha voluto dare con essa uno sfondo cupo, fe- 
condo di contrasti e di rilievo. Dalle ombre fosche della 
venerabile chiesa di Santa Maria Novella quelle sette gio- 
vani donne in abito lugubre, e quei loro tre compagni, 
escono « per dovere alcun diporto pigliare a sostentamento 
della loro sanità e della vita, cessando le malinconie e' 
dolori e l'angoscie » del pestilenzioso tempo: per bisogno 
d'aria e di sole, per riposare lo sguardo rattristato da 
tante miserie su colli e pianure verdeggianti, su' campi 
pieni di biade ondeggianti non altrimenti che il mare. 
Quei quindici giorni trascorrono come in un sogno, tra 
balli e canti e novelle, nell'oblio d'una sì brutta realtà. Ma 
essa risorge come a sera i nuvoloni d' un temporale che 
all'alba pareva dissipato; e la brigata, ridesta, si riavvia 
pensosa verso Firenze. « E i tre giovani, lasciate le sette 
donne in Santa Maria Novella donde con loro partiti s'erano, 
da esse accommiatatisi, a loro altri piaceri attesero; et esse 
quando tempo lor parve se ne tornarono alle lor case ». 
In quelle case, dove, come aveva detto Pampinea, « io, 
di molta famiglia, ninna altra persona se non la mia fante 
trovando, impaurisco, e quasi tutti i capelli addosso mi 
sento arricciale, e panni, dovunque io vado o dimoro per 
quelle, l'ombre di coloro che sono trapassati vedere, e 



Introduzione \.\i\ 



non con quegli visi che io soleva, ma con una rista orribile 
non sodomie in loro nuovamente venuta, spaventarmi ■> '. 
La descrizione della pestilenza fiorentina è dal Boccaccio 
fatta su relazioni altrui, giacché in quell'anno egli non era 
tornato ancora a Firenze : ed essa gli fornisce l'occasione 
d'inquadrare in un'unica novella te cento di cui il libro si 
compone. Ma le novelle singole erano già state, presso 
che tutte, narrale a Napoli, nei ritrovi galanti in «ni la vera 

Fiammetta regnava. Due di quelle già narrate nel Filatola, 
proponendovisi la Questione IV e la XIII, sono ora rinno- 
vate, riforbite, <• narrale nuovamente nella decima gior- 
nata del I >(■(■(( mcroiit', novella IV. «li dentile Carixnili e 
«Iella molta risuscitata, e novella V. ili ìnes.-er Ansaldo 

Gradonse e «lei giardino incantato. 

Il Deeamerone assonnila e corona l'opera artistica del 
Boccaccio. I romanzi, i poemi e i poemetti, i sonetti e le 
ballate, composti prima, han giovato a rendergli più agile e 

fianca la mano; sono i preludii dell'opera d'arte, non pro- 
prio essa. Prodotto il capolavoro, l'artista e rimasto esausto : 
come il Manzoni dopo i Promessi Sposi e Rossini dopo il 
(ìiu/liel m<> Teli. Il Coniento a Dante, il Corbaccio, i faticosi 
e ponderosi volumi d'erudizione «' «li storia, sono opera di 
vecchiezza, benché lo scrittore non fosse ancor vecchio. Egli 
si spense malinconicamente a Certaldo il 21 dicembre del 
1375, «piando appena aveva forse varcatoli sessantaduesimo 
anno della stia età. 

V. 

1/ Italia nel « Deoamerone ». — La Costa d'Amalfi. — Napoli, Palermo, 
Messina. 

Siena del Deeamerone è, «li preferenza, l'Italia: ritratta 
nei suoi giardini o nelle sue boscaglie, nelle sue marine, 



1 Deeamerone, Introduzione e Conclusione. 

'-' Nel Coininlo a Dante. Ini. VI. 75. il Boccaccio vien sii a dire: 
« K se io ho il vero inteso, per eiò «he io que' tempi io non c'era, io 
lido che in questa citta avvenne a molti, nell'anno pestifero del 1348, 
che essendo soprappresi gli uomini dalla pestilenzia. e vicini alla 
morte, ne furono più e più li quali dei loro amici chi uno e chi due 
e chi più ne chiamò...». 



XXX M. SCHERILLO 



aelle sue isole, nelle piazze delle sue città, Dell'affolla- 
mento de' suoi porti, e altresì negli usi caratteristici delle 
diverse regioni, nel diverso carattere degli abitanti, fino 
nelle varie cadenze dialettali. In nessun 1 altra opera ita- 
liana, nemmeno nella Divina Commedia, l'Italia è rappre- 
sentata tutta, dalle Alpi alla Sicilia e alla Sardegna, da 
Venezia a Genova a Pisa ad Amalfi a Palermo, da Milano 
e Pavia a Napoli e a Messina, da Ravenna a Salerno, da 
Bologna a Barletta, come in questo delizioso libro, schietto, 
arguto, vivacissimo, mirabilmente vario. 

Ecco la marina da Reggio di Calabria a Gaeta, « quasi 
la più dilettevole parte d'Italia; nella quale, assai presso 
a Salerno, è una costa sopra '1 mare riguardante, la quale 
gli abitauti chiamano la Costa d'Amalfi, piena di picciole 
città, di giardini e di fontane, e d'uomini ricchi e pro- 
caccianti in atto di mercatanzia sì come alcuni altri » '. 
Ed ecco Salerno stessa, celebrata per la sua fiera ". Qui 
visse quel « grandissimo medico in cinigia il cui nome fu 
maestro Mazzeo della Montagna » (patrono di Salerno era 
ed è san Matteo), il quale avendo nell'ultima vecchiezza 
« presa per moglie una bella e gentil giovane della sua 
città », ne fu ingegnosamente ingannato " ; e qui fu signore 
quel principe Tancredi, che inferocito contro l'audace val- 
letto che aveva osato riamare la sua figliuola, gli trasse il 
cuore dal petto e lo imbandì a lei in una coppa d'oro 4 . 

Ecco Castellammare di Stabia, con le sue ville bian- 
cheggianti « tra ulivi e nocciuoli e castagni », e i « dilet- 
tevoli giardini » nel mezzo dei quali sono ampi e chiari 
vivai popolati d'ogni sorta di pesci \ E « assai vicina di 
Napoli », ecco l'isola d'Ischia, dove « fu già tra l'altre 
una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Resti- 
tuta, la quale un giovanetto che d'una isoletta a Ischia 
vicina, chiamata Procida, era, e nominato Gianni, amava 
sopra la vita sua, et ella lui; il quale nonché il giorno 
di Procida a usare a Ischia per vederla venisse, ma già 



1 Decameròne, II. i. 
'-' Decameròne, Vili, lo. 
:i Decameròne, IV, 10. 
1 Decameròne, IV, I. 
c Decameròne, X, 6. 



Ini komzione xxxi 

ninllr volte «li noitc. non avendo trovata barca, "la l'i" 

ci da iiitino a Ischia Quotando era andato, per poter ve- 
dere, B6 altro non potesse, almeno le mitra della BUS 
Casa ••• Par «li sentire in queste parole l'eco d'un «auto 
del popolo napoletano! ' K piti presso Napoli, 6CC0 ■• l'i- 
sola «li Ponzo •• : «• •■ \iein «li Cicilia •■. risoletta chia- 
mata Lipari : e •• 'piasi a Trapani dirimpetto ■>. Ustica, 
•• piccioletta isola •» '. K<1 ecco finalmente Napoli, la ■• città 
antichissima, e forse cosi dilettevole, <> più. come ne -ia 
alcuna altra in Italia ■• : col suo mare e i BQOÌ giardini, 
e coi suoi crocicchi malfamati, «■ la limi catalana <• il vi- 
colo MalpertugtO : coi suoi animosi cavalieri che per amor 

«Ielle donne armeggiano «■ giostrano, e vanno, nel tempo 
caldo, in brigata «'«m esse « a diportarsi a' liti del mare 
e a desinarvi «• a cenarvi •>. per poi appartarsi e alle ri- 
trose siisurrare parole tenere <> misteriose, atte a suscitarne 
la gelosia ; coi < Leggiadri » che insidiano la virtù delle 
belle popolane, e per iscampare all'ira «lei mariti son co- 
stretti a nascondersi in un doglio e a comprarlo e a por- 
ta rselo in casa : con le « giovani ciciliane bellissime, ma 
disposte pei picciol predio a compiacere a qualunque 
uomo », e le vecchi'- similmente ciciliane loro « servi- 
giali », e le fanciulle da «■>><• ammaestrate a loschi ma- 
neggi; coi suoi scaraboni e i ladri, che la rendevano 
<> terra da non andarvi entro di notte, e massimamente UH 
forestiere ■•. e i gendarmi coi «lor tavolacci e loro armi e loro 
gonnelle » 9 ; coi suoi bagni caldi, o stufe come li chia- 



1 Decamerone, V. 6, L'episodio richiama a mente la cara leggenda 
«li Ero ' Leandro. Essa era ben nota al Boccaccio: non già per via 
del poemetto di .Museo Grammatico, che s'intende, bensì delle due 
epistole, XVIII e XIX. delle Heroides ovidiane. 

2 Decameron?. 11,6. 

3 Decamerone, 11. «i: V, 2, 
Decamerone, IV. I. 

5 Decamerone. III. 6. 

Decamerone, II, 5. 

' Decanti rum . 111. ti. 

» Decamerone. VII. 2. La. scena della novella, certamente derivata «la 
Apuleio, è messa nella «contraila ohe Avorio si chiama, molto solitaria». 
1 Decamerone. II, 5. 



XXXII M. SCHBRILLO 



mavano, tenuti da « buone femine », dove gli amanti si 
davan convegno, e dove a Ricciardo Minatolo riuscì con 
un'insidia ad attirare l'onestissima madonna Catella, e a 
insegnarle « quanto più saporiti fossero i basci dell'amante 
che quegli del marito » '. Indimenticabile città, che tra 
le piccinerie e le taccagnerie e le bizzocherie di Firenze, 
si riaffacciava ora con infinita nostalgia alla fantasia del- 
l'esule involontariamente rimpatriato ; e che per virtù sua 
rivive in parecchie tra le più caratteristiche novelle del 
Decamerone, messe quasi tutte, con un ultimo tocco di 
gentile rimpianto, sulla dolce bocca di colei che vi rin- 
nova il caro nomignolo di Fiammetta ! 

Veder Napoli e poi morire ; perchè dopo, ogni terra 
par deserta, ogni cielo par scialbo, ogni popolo poco gaio, 
ogni festa poco lieta. Sono le illusioni di chi v'ha pas- 
sati i migliori anni della giovinezza e vi ha amato. A chi 
vi aveva tanto e tanto giocondamente vissuto, Firenze 
sentiva ora di chiuso, di gretto, di borghese. Messer Gio- 
vanni riprovava in sé le impazienze del suo messer Rug- 
gieri de' Figiovanni, uno dei più « valorosi cavalieri, e 
forse il più da bene, che da gran tempo in qua sono stati 
nella nostra città». Il quale « essendo e ricco e di grande 
animo, e veggendo che, considerata la qualità del vivere 
e de' costumi di Toscana, egli in quella dimorando poco 
o niente potrebbe del suo valor dimostrare, prese per par- 
tito di volere un tempo essere appresso ad Anfonso re 
d' Ispagna, la fama del valore del quale quella di ciascun 
altro signor trapassava a que' tempi » 2 . 

E di contro a Napoli, ecco Palermo, la metropoli ri- 
vale : con la villa regale della Cuba, dove il re Federigo 
fece rinchiudere la bella Restituta d' Ischia, e dove il te- 
merario e appassionato Gianni di Procida venne roman- 
zescamente a rapirgliela 8 ; con la sua « dogana » o ma- 
gazzino di deposito delle mercatanzie straniere ' ; con le 



« Decamerone, III, 6. Cfr. II, 4; III, 2. 
• Decamerone, X, 1. 

3 Decamerone, V, 6. 

4 Decamerone, VIII, 10. 



Introduzione xxxiii 



sue - femine del corpo bellissime ma nimichi- della onestà, 
le (|u;ili da chi non le ((unisce sarebbono e son tenute 
grandi e onestissime donne ■-. Queste, ■• non a radere ma 

i scorticare uoiiiini date del tutto, eome un mercatante 
forestiere vi veggono, così dal lii>ro della dogana s'infor- 
mano «li ciò che egli v'ha e <H quanto può fare, e ap- 
presso con lor piacevoli e amorosi atti e con parole dol- 
cissime questi colali mercatanti s'ingegnano d'adescare e 
di trarre nel loro amore: e uià molti ve n'hanno tratti, 
a' quali buona parte della lor mercatanzia hanno delle 
mani tratta, e d'assai tutta: e di quelli vi sono statiche 
la mercatanzia e '1 uavilio, e le polpe e Tossa lasciate 
v'hanno, si ha soavemente la barbiere saputo menare il 
rasoio » '. — E presso a Palermo, ecco Messina: dove ger- 
mogliò l'amore tra la hella Lisabetta, figliuola d'un mer- 
cante nativo di San Gimignano, e il giovinetto pisano Lo- 
renzo, ch'ebbe una così lagrimevole fine. Chi non ricorda I 
La Lisabetta, dissepolto il corpo dell'assassinato giovane, 

con un coltello il meglio che potè gli spiccò dallo 'mbusto 
la testa, e quella in uno asciugatoio inviluppata, e la terra 
sopra l'altro corpo gittata, messala in grembo alla fante, 
senza essere stata da alcun veduta », tornossene a casa. 

Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra 
i lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta 
con le sue lagrime la lavò, mille hasci dandole in ogni 
parte. Poi prese un grande e un bel testo, di questi ne' 
quali si pianta la persa o il bassilico, e dentro la vi mise 
fasciata in un bel drappo, e poi messovi su. la terra, sii 
vi piantò parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, 
e quegli di ninna acqua che o rosata o di fior d'aranci o 
delle sue lagrime, non inaftìava giammai» 1 . — Ed ecco poi 
Cefta là e Calatabellotta, « due bonissime terre e di gran 
frutto •> ; e poi Trapani, dove nacque e passionatami-lite 
amò riamata la Violante, « hella e dilicata giovane » 4 . 



1 Decamerone. Vili, 10. 

- J)ecamerone, IV. .". 

3 Decamerone. X, 7. 

' Decamerone. V. 7: e cfr. IV. 4 e V. 2. 



XXXIV M. SCHERILLO 



VI. 



Roma. — Bologua. — Ravenna, — Le donne bolognesi e le raviguane. — 
Masetto da Lamporecchio. — Pisa e le donne pisane. — 1 Sanesi. — 

I Genovesi. — Milano. — Venezia. 



I Papi poltrivano ad Avignone; e i preti, diceva ma- 
lignando Pamtilo, « sopra le nostre mogli hanno bandii a 
la croce, e par loro non altramenti aver guadagnato il 
perdono di colpa e di pena », quando una n'han conqui- 
stata, « che se d'Alessandria avessero il Soldano menato 
a Yignone » '. E Roma, « la quale come è oggi coda, 
così già fu capo del mondo » ". non offriva più neanche 
quel disgustoso spettacolo di corruzione che tanto edifico 
il giudeo Abraaui, quando venne a visitarla col dubbio 
proponimento di farsi cristiano :i . Una vera spelonca, tutta 
circondata, a poche miglia, da selve aspre e forti, infe- 
state da orsi e da lupi, e peggio ancora, da masnadieri 
che spogliavano e impiccavano senza discernimento o pietà. 
Una rappresentazione viva e drammatica ce ne offre la no- 
vella dove son narrate le peripezie di Pietro Boccamazza 
e dell' Agnolella, nei boschi presso Alagna. Cri' innamorati 
fuggiaschi riescono finalmente a scampare, dopo una notte 
di terrori, nel « castello d'uno degli Orsini, il quale >i 
chiamava Liello di Campo di Fiore » *. 

Bologna noj questa « nobilissima citta di Lombardia» 5 
era ancora in fiore per la sua Università, donde « tutto il 
dì i nostri cittadini ci tornano qual giudice e guai medico 
e (piai notaio, co' panni lunghi e larghi, e con gli scar- 
latti e co' vai, e con altre assai apparenze grandissime, 
alle quali come gli effetti succedano anche veggiamo tutto 
giorno ». E ce lo fa vedere anche a noi il novelliere, 



1 Decameròne, Vili, 'J. 
- Decameròne, V, 3. 

3 Decameròne, I. 2. 

4 Decameròne, X . 3. 

Decameròne, X, i. Di qui forse il Chaucer imparo che Bologna - 
nella west Lombardye, dacché gli Appennini, egli dice rinarrando la 
novella di Griselda, sono «the houndes of al west Lombardye». 



Introduzionk XXXV 



ritraendo dal vero «pi«-l povero maestro Simone da Villa, 
cascato per bus sventura tra le inani dei «lue matricolati 
burloni, amici e tormentatori «li Calandrino, i «lue dipin- 
tori fiorentini Brano e Buffalmacco, che insegnaron senno 
a chi tanto non n'apparò a Bologna ••. Ma più che per 
l'Università, essa era torse cara al Boccaccio per l'arren- 
devolezza «Ielle Bue donne. « singular dolcezza del san 
gue bolognese! •■. culi esclama dopo aver descritta la Bcena 

della partita a scacchi da noi riferita dianzi : «quanto Be' 
tu sempre stata da commendare in cos'i fatti casi ! Mai di 
lagrime uè di sospir fosti vaga, e continuamente a'prieghi 
pieghevole e agli amorosi disiderì arrendevo! fosti. Se io 
avessi degne lodi «la commendarti, mai sazia non se ne 
vedrebbe la voce mia ! » '. 

Ravenna, •• antichissima città «li Romagna ». era sacra 
non solo perchè custodiva le ossa «li Dante e ne ospitava 
la figliuola Beatrice, ma perchè annoverava tante eh, 
«pianti som» i santi del calendario. Essa e la prossima 
pineta sono immortalate nella novella fantastica e ultra- 
mondana — una delle poche eccezioni in «pud lituo essen- 
zialmente umano e mondano — «li Nastagio degli Onesti. 
La paurosa e dantesca scena della pineta persuade la ri- 
ti-osa figliuola di Paolo Traversare a cedere all'amore «li 
Nastagio. « E non fu questa paura cagione solamente «li 
questo bene ». avverte il novelliere birichino; « anzi sì 
tutte le ravignane donne paurose ne divennero, «he sempre 
[»oi troppo più arrendevoli a' piaceri degli uomini furono 
che prima state non erano » '. 

Un'amabile beccatimi alle donni' rendeva il libro più 
accetto, soprattutto alle donne. Dante non sapeva scher- 
zare, neanche con esse, e dava ceffóni alle - sfacciate 
donne fiorentine »; eome pure chiamava Pisa « vituperio 
«Ielle genti » italiane, e « gente vana » la sanese. e « uo- 
mini diversi d'ogni costume e pien d'ogni magagna » i 



1 Decamermie, Vili. :«: VII. 7. Maestro Simone nana anche un 
aneddoto «Iella sua vita studentesca. «Se voi sapeste», dice, «quello 
ohe io ho già l'atto di notte a Bologna quando io andava talvolta co' 
miei compagni alle l'emine, voi vi maravigliereste... ». 

; Decamevone, V. 8; n, io. 



XXXVI M. SCHBRILLO 



genovesi. Questa è tragedia; e invece al Boccaccio non 
accomodava di far la voce grossa e di guastarsi il sangue. 
specialmente con le donne. A lui esse piacevano anche 
pei loro difetti ; e meglio se, in fatto di costumi, fossero 
di maniche un po' larghe, (ili s'attagliava a buon conio 
abbastanza bene la parte di bonario sornione, ch'egli stesso 
attribuisce a Masetto da Lamporecchio. Costui, struggen- 
dosi del desiderio d'aver che fare con le giovani mona- 
chelle del monastero non molto lontano, dice all'omicciuolo, 
« d'un loro bellissimo giardino ortolano », il quale non po- 
tendone più di esse che pareva ch'avessero « il diavolo in 
corpo », le aveva piantate : « Deh come ben facesti a 
venirtene! Che è un uomo a star con temine? Egli sa- 
rebbe meglio a star con diavoli! Elle non sanno delle 
sette volte le sei quello che elle si vogliono elleno stesse ». 
E intanto comincia subito « a pensare che modo dovesse 
tenere a dovere potere esser con loro » l . 

Della A'ituperevole Pisa, il Boccaccio si contenta di 
mortificar le donne; e dovendo nominare la Bartolomea 
di Lotto Gualandi, « una delle più belle e delle pili vaghe 
giovani di Pisa», soggiunge: «come che poche ve n'ab- 
biano che lucertole verminare non paiano » ". 

Un po' più mordace si mostra coi Sanesi, che rappre- 
senta tutti come sciocchi, e si compiace di canzonarli sin 
per la pronunzia 3 . Il focoso frate Rinaldo, che se la in- 
tende con la comare « sua vicina e assai bella donna », 
la quale « loica non sapeva e di .piccola levatura aveva bi- 
sogno », può facilmente dare a intendere al compare, « il 
bescio sanctio » o « santoccio », ch'egli stia lì in camera 
a incantar i vermini al figlioccio *. E ancora a proposito 
delle comari, quei due giovani popolani «de' quali l'uno 
ebbe nome Tingoccio Mini e l'altro fu chiamato Meticcio 
di Tura, e abitavano in porta Salaia », sono evocati an- 
ch'essi dal beffardo Dioneo a meglio mostrare « la bes- 



1 Decamerone, III, 1. 

2 Decamerone, II, 10. 

3 Decamerone, VII, 10; IX, 4. 

4 Decamerone, VII, 3. 



[NTBODUZIOHB XXXVII 



saggine «le' Sanesi • '. La quale è nuovamente berteggiata 
nella novella <li quegli altri •• due giovani assai agiati 
e «li buone famiglie popolane, de' quali L'uno ebbe nome 
Spinelloccio Tavene e l'altro ebbe Dome Zeppa «li Mino, 
e amenduni eran vicini ;i casa in Cammollìa ►. Per non 
guastarsi, non essendo tra loro due « oiun'altra cosa 
che le mogli divise ►, s'accordarono «li comunicare an- 
che queste; e <la indi innanzi ciascuna «li quelle «Ine 
donne ebbe «lue mariti, e ciascun «li loro ebbe due m<>- 
gli, senza alcuna quistione «» enfia mai per quello insieme 
averne 

« ;enie -i rainba la sanese, anche <|iian«lo non era sciocca : 
coni" e provato dall'altra novella sanese di altri due amici. 
« ciascuno chiamato Cecco, ma l'uno di messer Angiu- 
lieri e l'altro di messer Fortarrigo », già per età compiuti 
uomini. « Li «piali quantunque in molte altre cose male 
insieme di costumi si convenissero, in uno, cioè che amen- 
duni li lor padri odiavano, tanto si convenivano, che 
amici n'erano divenuti e spesso n'usavano insieme » ' . 

! Genovesi non son trattati gran che meglio. In generale, 
essi sono « uomini naturalmente vaghi di pecunia e ra- 
paci •• : perciò, al momento buono, di mercanti e naviga- 
tori si trasformavano in corsari '. Genovese era Ermino 
«le' Grimaldi, « il «piale, per quello che da tutti era cre- 
duto, di grandissime possessioni e «li denari «li gran lunga 
trapassava la ricchezza d'ogni altro ricchissimo cittadino 
che allora si sapesse in Italia; e sì come egli di ricchezza 
ogni altro avanzava che italico fosse, così d'avarizia e di 
miseria ogni altro misero e avaro che al mondo fosse so- 
perchiava oltre misura ». Tanto era gretto che « non so- 
lamente in onorare altrui teneva la borsa stretta, ma nelle 
«•ose opportune alla sua propria persona, contra il general 
costume <!<•' Genovesi che usi sono di nobilmente vestire, 
sosteneva egli, per non spendere, difetti grandissimi, e si- 



• Decantivi,,, . VII, in. 

- Deeatnerone, Vili, B. 

3 Decamerone, IX. t. 

4 Deeamerone, II. 1; II, «ì: V. 7. 



X X XVIII M. SCHBRILLO 



utilmente nel mangiare e nel bere ». Gli era perciò, e meri- 
tamente, « de' Grimaldi caduto il soprannome, e solamente 
inesser Ermino Avarizia era da tutti chiamato » '. Vani 
e avidi dnnque. In compenso le loro donne sono dette bel- 
lissime e valorosissime. Genovese era madonna Zinevra, 
<v la più compiuta di tutte quelle virtù che donna, o ancora 
cavaliere in gran parte o donzello, dèe avere, che forse in 
Italia ne fosse un'altra; per ciò che ella era bella del corpo 
e giovine ancora assai, e destra e atante della persona, ne 
alcuna cosa era che a donna appartenesse, sì come lavorar 
di lavorìi di seta e simili cose, che ella non facesse me-, 
glio che alcun 'altra ». E oltre a questo, ninno scudiere, o 
famigliar che dir vogliamo, si trovava, « il quale meglio 
né piìi accortamente servisse a una tavola d'un signore 
che serviva ella, sì come colei che era costumatissima, 
savia e discreta molto »; e sapeva « cavalcare un cavallo, 
tenere uno uccello, leggere e scrivere e fare una ragione » 
meglio «che se un mercatante fosse». E s'intende, « niun'al- 
tra più onesta uè più casta » si poteva trovar di lei. Guai 
a dubitarne ! Quello scioccherello di Ambrogiuolo da Pia- 
cenza che l'osò, finì molto male. Per ordine del Soldano 
fu in Alessandria legato a un palo e unto di miele, e 
« con sua grandissima angoscia dalle mosche e dalle vespe 
e da' tafani, de' quali quel paese è copioso molto, fu non 
solamente ucciso ma infino all'ossa divorato: le quali bian- 
che rimase e a' nervi appiccate, più lungo tempo, senza 
esser mosse, della sua malvagità fecero a chiunque le vide 
testimonianza ». Era divenuto un tristo quel mercantuccio 
piacentino, per la mattezza di non volere arrendersi, e 
confessare d'aver avuto gran torto nel giudicar di tutte 
le donne, nonché delle genovesi, che « colei sola è casta 
la quale o non fu mai da alcun pregata, o se pregò non 
fu esaudita » ". 

Genova, nel Decamerone, è già il più importante centro 
del commercio marittimo italiano. Di lì s'entrava in mare 
per il passaggio in Terrasanta, chi non volesse imbarcarsi 



1 Decamerone, I, 8. 
' Decamerone, II, 9. 



[ntrodi XXXIX 



nei porti stranieri; lì affluivano uomini «li corte del va- 
tore ili Guglielmo Borsiere; lì eran ricchi Bignori, quali 
firmino de 1 Grimaldi e Guasparrin d'Oria ' ; li avevan ne- 
aita d'andare pei loro traffici e quell'artefice lanaiuolo 
fiorentino che aveva .nulo la cattiva idra di menare in 
moglie l'altezzosa Bigoora fiorentina, e quel ricco merca- 
tante milanese chiamato Guasparruol Cagastraccio, marito 
della ingorda donna fieramente castigata dal tedesco <;ul 
tardo . l Genovesi nano i più esperti delle terre del Le 
vanif: <• da essi il novelliere confessa d'aver sentito par 
lare del Cattaio, e della estrema liberalità di Natan: 
fede si può dare •>. egli dice, non forse Senza una punta 

di malizia, •• alle parole d'alcuni Genovesi, e d'altri uomini 
che in quelle contrade stati sono » \ 

Milano non ha una gran parte in questa larga rappre- 
sentazione artistica dell'Italia a mezzo il Trecento, come 
pur non l'ha nella Divina Commedia. Vi s'accenna d'un 
oavalier pistoiese, della famiglia dei Vergellesi, che «leve 
• andar podestà di Melano >> ed è sossopra por rifornirsi 
onorevolmente; e del Saladino, die «in forma di mer- 
catante » visitando l'Italia per « volere personalmente ve- 
deri' gli apparecchiamenti de' signori cristiani » al general 
passaggio minacciato, viaggia pur «da Melano a Pavia » '. 
E a proposito dell'incantesimo dei vermini tatto da quel 
briccone di frate Rinaldo da Siena, e «Iella statua di cera 
«he per consiglio di lui quello sciocco del compare fa porre 
« a lamie di Dio dinanzi alla figura di messi r santo Am- 
brnogio, pei li meriti «lei quale T«l«lio n'ha fatta grazia . 
il novelliere soggiunge, con un'intenzione beffarda «Iella 
quale a noi sfugge il valore, che il santoccio « senza al- 
cuno indugio fatta fare la imagine di cera, la mandò ad 
appiccare coll'altre dinanzi alla figura di santo Ambruogio, 
ma non a quel di Melano » . 



i Decameron*, I. ": X. :•: [, 8; II. ><. 

- Dccumrvoni-, III, 3: Vili. 1. 

3 Deeamerone, X. 3. 

1 Deeamerone, III. ">: X. 9. 

'• Deeamerone, VII, .'>. Ricordo tuttavia olir m'Ha nov. VII. IO, ili 
• it.i san ese, si Domina « mio Ambruogio Anselimni, che stava in 
Campo Reggi». Ciò parrebbe confermare che a Siena isae uno 

speciale culto pel patrono di Milano. 



XL M. SCHBRILLO 



D'uua sola novella la scena è posta nella nostra città : 
di quella poco dianzi ricordata, di Guasparruol Cagastrac- 
cio, ricco mercatante, e della moglie madonua Ambruogia. 
Questa essendo, ed era da aspettarselo!, «assai bella», 
fu presa a corteggiare dal tedesco Gulfardo, « pio' della 
persona e assai leale a coloro ne' cui servigi si metteva, — 
il che », soggiunge il novelliere, « rade volte suole de' 
Tedeschi avvenire ». Gulfardo si trovava qui «al soldo», 
era cioè stipendiato da altri mercatanti. Pregata da lui 
« che le dovesse piacere d'essergli del suo amor cortese, e 
che egli era dalla sua parte presto a dover far ciò che ella 
gli comaudasse », la donna gli mandò a rispondere che ella 
altresì « era presta di far ciò che Gulfardo volesse, dove 
due cose ne dovesser seguire : l'ima, che questo non dovesse 
mai per lui esser manifestato ad alcuna persona; l'altra, 
che con ciò fosse cosa che ella avesse per alcuna sua cosa 
bisogno di fiorini dugento d'oro, voleva che egli che ricco 
uomo era, gliele donasse, e appresso sempre sarebbe al 
suo servigio » '. Il Boccaccio si guarda bene dall'asserire 
o dall'insinuare che tutte le donne milanesi somigliassero 
a questa « cattiva femina » ; ma neanche dichiara, come 
avrebbe dovuto, che essa era una brutta eccezione. E a 
ogni modo non si può dire ch'egli avesse molta simpatia 
per la città, che forse, quando scrisse il Decamerone, non 
ancora conosceva di veduta. Anche altrove, a proposito 
della ballata recitata dalla generosa Lauretta, desolata per 
la gelosia del nuovo amante, 

Laond'io, lassa!, quasi mi dispero, 
Cognoscendo per vero 
Per ben di molti al mondo 
Venuta, da uno essere occupata, 

egli narra che la canzone, « notata da tutti, diversamente 
da diversi fu intesa, et ebbevi di quegli che intender vol- 
lono alla melanese, che fosse meglio un buon porco che 
uua bella tosa » "~ . 



1 Decamerone, Vili, 1. 

- Decamerone, III, conclusione. E così il Boccaccio diede anche 
uno spunto del dialetto lombardo. Può esser curioso ricordare come 



Introduzione xli 



Tuttavia la città oh'è peggio trattata nel Decamerone, 
che \ •■»• ;m/.i vituperata, è Venezia. Kssa è « d'ogni brut- 
tura ricevitrice •■ ; [e donne vi bob presso die tutte ■■ bambe 
i sciocche •-. anzi in generale i Veneziani caos tutti bèr- 
goli ■• e bugiardi <• sleali. A proposito del - buono uomo ■ 
che smascherò troppo crudelmente quel frataccio Alberto 
da Imola eli 'era venuto a madonna Lisetta da ca' Quirino 
in forma dell'angelo Gabriello, mandando «imo al Rialto, 
che bandisse che chi volesse veder L'agnolo Gabriello an- 
dasse in su la piazza di San Marco », il novelliere, con 
amarezza a lui insolita, osserva: «e fu lealtà viniziana 
questa! ► '. Perfino l'arguto Chichibio, «il vinizian bu- 
giardo •• che faceva da cuoco in casa Gianfigliazzi a Fi- 
renze, pur colto maravigliosamente dal vero così da parere 
a noi quasi il prototipo delle più caratteristiche ligure del 
teatn» goldoniano; perfino lui, che con la sua pronta ri- 
sposta fa sbollire l'ira del suo manesco padrone, è dal- 
l'artista bollato « coinè nuovo bèrgolo » ! " E insomma — 
chi se lo sarebbe immaginato? — nella incantevole e glo- 
riosa città il Boccaccio novelliere non sa additar di bello 
altro che il letto del Doge! 3 



VII. 



L'Impero •« il Papato, i Guelfi e i Ghibellini, nel «Decamerone». — 
Johannes tranquillitalum. — La religiosità del Boccaccio. — Sici- 
liani e Napoletani, Tedeschi e Borgognoni, Greci e Romani. 

Souo, s'intende, fuggevoli impressioni d'artista, fugge- 
volmente espresse. Che il Boccaccio non ha né le profonde 



il Manzoni, nella prima edizione del Romanzo, profittasse dell'uso pu- 
ramente occasionale fatto qui dal Boccaccio della parola iosa, per 
chiamare una volta (cap. Ili) la sua eroina « una povera tosa». Dopo 
corresse : « una povera ragazza ». Cfr. D'Ovidio, Le correzioni ai Pro- 
messi Sposi, Napoli 1893, p. 51-2. 

1 Decamerone, IV, 2. 

: Decamcrone, VI, 4. 

3 Decamerone, Vili, 9: «E sappiate che quelle camere paiono un 
paradiso a veder, tanto son belle;... e havvi letti che vi parrebber più 
belli che quello del doge di Vinegia». 

d 



XL1I M. SCHBRILLO 



convinzioni né le preoccupazioni politiche e religiose, so- 
ciali e movali di Dante: e non ha neppure le velleità ret- 
toriche del Petrarca. Del resto, alla metà del secolo deci- 
moqnarto, era perfin troppo tardi perchè un pensatore e 
uno storico, un po' avventizio com'era lui, si dovesse e vo- 
lesse tuttavia impacciare d'Impero e di Papato, di Svcvi 
e d'Angioini, di Guelfi e di Ghibellini. Nel Decamerone 
all'Impero non s'accenna se non una volta sola, e di sbieco : 
« essendo lo 'inperio di Poma da' Franceschi ne' Tede- 
schi trasportato» 1 : e s'accenna a «Federigo impera- 
dore » o allo « iuiperadore Federigo primo », a proposito 
della presa di Faenza e del « general passaggio » fatto 
per li Cristiani « a racquietare la Terra Santa », e alla 
« morte di Federigo secondo iuiperadore », per dire che 
dopo « fu re di Cicilia coronato Manfredi » 2 . E dei papi 
non v'è nominato se non Bonifazio Vili, e lodato « sì come 
colui che di grande animo fu e vago de' valenti uomini » 3 : 
proprio quel Bonifazio che, per amor di Dante, ci saremmo 
aspettati che il Boccaccio volesse vilipendere ! 

Delle due fazioni poi che per parecchi decenni aveva n 
travagliata l'Italia e dilaniata Firenze, non rimaneva negli 
animi, quando il Boccaccio metteva insieme le sue novelle, 
se non quella macchia opaca che lascia la ruggine pur là 
donde è stata detersa; e non ne rimane nel Decamerone 
se non un lieve ricordo, che dà luogo a un grazioso episodio 
nella vita un po' monotona e scolorita delle narratrici. 
Quando la Fiammetta ha finito di narrare l'amabile storia 
del re Carlo vecchio, l'angioino, che reprimendo la sua 
senile passione, marita onorevolmente e magnificamente 
dota le due bellissime figliuole di inesser Neri degli Uberti, 
scacciato coi Ghibellini da Firenze dopo l'infausta giornata 
di Benevento; molto quella « virile magnificenzia » fu com- 
mendata dal resto della brigata, «quantunque», soggiunge 
malizioso il novelliere, « alcuna che quivi era ghibellina 
commendar noi volesse». Noi volesse, benché quella ma- 



1 Decamerone, II, 8. 

- Decamerone, V. ó: X, 9; li. (j, 

3 Decamerone, X, 2; e cfr. I, 1. 



Introduzioni-; kliu 



gnificenza guelfa tornasse a tatto prò d'un ghibellino, e <li 
qua! ghibellino! Meno male ohe di codesti sentimenti così 
ciecamente partigiani ora non si ha più esempio! K Pam- 
pinea, che tra le narratrici è la più matura d'anni e «li 
senno, la più moderata insomma, ripiglia : « Niun discreto, 
ragguardevoli donne, sarebbe, < • 1 1 « - non dicesse ciò che \<>i 
dite del buon re Carlo, se non costei che gli vuol mal per 
altro ». E quasi a togliere ogni colore politico a quell'am- 
mirazione, nana Bubito la storia gentile e romanzesca della 
Lisa, la bellissima (sono bellissime tutte le giovanetto del 
Deeameronel) figliuola dello speziale fiorentino Bernardo 

Puccini, accesa d'amore nientemeno che del cavalleresco re 

Pietro d'Aragona, l' «avversario» del re angioino. Com- 
menda pur questa volta ciascuno della brigata la regale 
generosità, e, soggiunge ancora malizioso il novelliere, 

■ ■ più la ghibellina che l'altre •>'. 

Messer ('Giovanni e troppo onesto e bonario, e ha L'ani- 
mo troppo aperto e schietto, e pronto ad accogliervi e ad 
ammirare ogni cosa bella e grande, per poter esser lui 
un partigiano. Egli non sa che sia invidia o ambizione j 
anzi dei sette peccati mortali non ne conosce che uno, e 
il piti innocente; e sodisfatto per questo, guarda con lieta in- 
differenza il mondo e l'affaccendar visi degli uomini. Niccolò 
Acciainoli, l'astuto e fortunato mercante fiorentino ohe con- 
seguì i più alti onori nella corte napoletana divenendovi in 
ultimo gran siniscalco della regina Giovanna, lo chiamava 
un po' canzonandolo, 4 risa quodam coacto », diorami) 
dille tranquillità, « Johannes tranquillitatum », che voleva 
significare, a quel che ne dice il Boccaccio medesimo che 
se n'aveva a male, «felicitatimi sectator ». Alla politica 
e alla religione egli antepone la morale; e a tutti i cri- 
stianissimi sovrani d'occidente, spesso avari e pusillanimi, 
preferisce il Soldano di Babilonia, il magnifico Saladino : 
e non nasconde le sue simpatie per un ebreo libéralissimo 



1 Decamerone, X. proemi alla 7 e all'8' novella. 
- Nella lettera a Ztinobi ila Strada; in Corazzisi. /.< lettere di 
a . />., Firenze, Sansoni. 1877. p. 33 e 39. 
;i Decamerone, I, 3; X, 9. 



XLIV M. SCHBRILLO 



come Natan, e perfino per un bandito magnanimo come 
Ghino di Tacco 1 . Chi in pieno secolo decimoquarto ha sa- 
puto rinarrale con tanto squisito sentimento umano la no- 
vella di Melchisedecb giudeo e dei tre anelli, e concludere 

circa la veridicità delle tre religioni, la giudaica o la 
saracina o la cristiana, le quali allora tenevano diviso il 
mondo, che ciascun popolo l'eredità di Dio padre si crede 
avere, e «la sua vera legge e i suoi comandamenti si 
crede avere a fare, ma chi se l'abbia ancora ne pende la 
quistione »; ha fornito la più bella prova di serenità filo- 
sofica, anzi di «sentir molto avanti nelle cose di Dio»'. 
Il Boccaccio è un sincero e tranquillo eredente; nulla 
è più remoto dall'animo suo che un pensiero o un atteg- 
giamento ereticale. Tuttavia egli è pronto a iusorgere con- 
tro chi sacrilegamente speculi sulla troppa fede dei sem- 
plici, e contro la « brodaiuola ipoeresia » dei religiosi che 
solo a fine di guadagno inquisiscono sulle pretese eresie 
della gente per bene. A Fireuze c'era appunto stato, pochi 
anni prima, « un frate Minore, inquisitore della eretica pra- 
vità, il quale come che molto s'ingegnasse di parere santo 
e tenero amatore della cristiana Fede, sì come tutti fanno, 
era non men buono investigatore di chi piena aveva la 
borsa che di chi di scemo nella Fede sentisse». E una 
delle sue vittime era stato « un buono uomo, assai più 
ricco di denari che di senno, al quale non già per difetto 
di Fede, ma semplicemente parlando, forse da vino o da 
soperchia letizia riscaldato, era venuto detto un dì a una 
sua brigata sé avere un vino sì buouo che ne benebbe 
Cristo ». L'inquisitore « sentendo che gli suoi poderi eran 
glandi e ben tirata la borsa, cum gladiis et fustibus im- 
petuosissimamente corse a formargli un processo gravis- 
simo addosso, avvisando non di ciò alleviamento di mi- 
scredenza nello inquisito, ma empimento di fiorini della 
sua mano ne dovesse procedere ». E il proposito gli riuscì 
pienamente; non senza però che da ultimo il novelliere 
non trafigga la sua volgare cupidigia, mettendo in bocca al 



1 Decamerone, X, 3; X, 2. 

2 Decamerone, I, 3. 



In TKonrzioNB xi.v 

buon nonni mi mollo arguto. Avendo nella messa udita 

quella parola* dello Evangelio la qual dice: voi ricevei 
per "'/ii'iin raihi ••. questi mostrò ;il buo aguzzino ili sentii 
gran compassione «li loro frati; dacché, disse, •• poi che i<> 
usui <|iii. Iio io ogni «li veduto dar qui di fuori a molta 
■povera gente quando una «• quando «lue grandissime cal- 
daie «li broda, la «inali' a" frati di questo convento e a voi 
si toglie, si coinè soperchia, «lavanti: per che Be ogn'una 
cento ve ni- fieno rendute «li la. voi n'avrete tanta, che 
voi dentro tutti vi dovrete affogare! 

E occorrendo, egli bistratta i laici non meno che i re- 
ligiosi, «■ i popoli a preferenza degl'individui. E se ac- 
cennando ai rivolgimenti del regno «li Napoli dopo la 
disfatta «li Benevento, trova modo «li «lare ima ceffata ai 
siciliani clic il governatore svevo teine parteggino subito 

pel re vittorioso: -avellilo poca sicurtà della corta tede 
«le' Ciciliani »: non risparmia per ciò i Napoletani, che si 
mostravano riottosi verso il nuovo sovrano: « tra naziou 
non conosciuta e piena d'inganni e di tradimenti 

Jl Boccaccio più è acconcio all'ammirazione personale 
che alla collettiva : è più pronto a riconoscere i vizi dei 
popoli, che non le loro virtù caratteristiche. E se s'imbatte 
in quel mercatante tedesco, Gulfardo, il quale esercitava 
il suo mestiere a Milano stipendiato «la altri, « al soldo », 
egli s'affretta a dirlo » prò" della persona e a-sai leale a 
coloro ne" cui servigi si mettea ». ma anche, come s'è vi- 
sto, a soggiungere : « il che rade volte suole de' Tedeschi 
avvenire» . E se con sfoggiata eloquenza esalta la ge- 
ncrosa amicizia di Gisippo greco, ei si dà insieme pre- 
mura d'avvertire .«costume esser de' Greci tanto innanzi 
sospignersi con romori e con le minacce, quanto penavano 
a trovar chi loro rispondesse, e allora non solamente 
umili ma vilissimi divenire » 4 . Dei Borgognoni gli abbiamo 
già sentito dire ch'erano •■ uomini riottosi e di mala con di - 



1 Decitili* ronr. I, 6. 

- Decamerone, II. (3: X. 6. 
• Decamerone, Vili, 1. 
4 Decamerone. X, 8. 



XLVI M. SCHBRILLO 



zione e misleali » '. E insomma fra lutti i popoli che furono 
e che sono, egli nou sa veramente ammirare se non il romano 
antico : ma la sua, e si capisce, in questo caso è un'ammira- 
zione tutta astratta, rettorica, di maniera, a parole. Il no- 
stro pensiero corre alle tragedie romane dell'Altieri. «È 
il vero ch'egli è Ateniese e io Romano», fa dire un po' 
fanfaronescamente dal suo Tito Quinzio Fulvo ai Greci 
concittadini dell'amico Gisippo; ma « se della gloria della 
città si disputerà, io dirò che io sia di città libera et egli 
di tributaria; io dirò che io sia di città donna di tutto '1 
mondo, et egli di città obbediente alla mia; io dirò che 
io sia di città florentissima d'arme, d'imperio e di studi, 
dove egli non potrà la sua se non di studi commendare. 
Oltre a questo », soggiunge, « quantunque voi qui scolar 
mi veggiate assai umile, io non son nato della feccia del 
popolazzo di Roma: le mie case e i luoghi publichi di 
Roma son pieni d'antiche imagini de' miei maggiori, e gli 
annali romani si troveranno pieni di molti triumtì menati 
da' Quinzi in sul romano Capitolio ». 



Vili. 

I romanzi greci e bizantini. — « Antheia e Habrocome » di Senofonte 
d'Efeso. — I beveraggi magici. — Le arti nigromantiebe. — Lo 
spensierato scetticismo del Boccaccio. 

A Napoli, dove i frequenti scambi col Levante e le af- 
finità e le tradizioni magnogreche delle Calabrie avevano 
mantenuto abbastanza vivace il ricordo e una talquale co- 
noscenza dell'antica letteratura ellenica e della bizantina, pai- 
certo che il Boccaccio imparasse a conoscere, è difficile 
precisare per qual tramite, i romanzi greci e i bizantini \ 



1 Decamerone, I, 1. 

- Narrando i suoi casi alle «nobili donne, nei cuori delle quali 
Amore più ebe nel suo forse felicemente dimora», la Fiammetta am- 
moniva: «Voi leggendo non troverete favole greche ornate di moltp 
bugie, né troiane battaglie sozze per molto sangue, ma amorose, sti- 
molate da molti disiri ». La Fiammetta, nel Prologo. Cfr. Scherillo, 
Arcadia di J. Sannazaro, Torino, Loescber, 1888. p. CI-CII ; Zdmbini,- 
77 Filocolo del Boccaccio, Firenze 1879, p. 5 ss.; Rajna, Una questione 
d'amore, nella Raccolta di studii critici dedicata ad A. d'Ancona, Fi- 
renze 1901, p. 553 ss. 



IxinonrzioNB xi.vit 

Se ii' sente l'ispirazione in quelle tante novelle d'avven- 
ture dall'intreccio insolitamente complicato e artifici* 
<>\t- accanto a teneri episodi d'amore idilliaco sono .-cene 
violenti di seduzione, <■ loschi drammacci «li sangue e d'a- 
dulterio, e assalti «li briganti <> «li pirati, <• rapimenti, «• 
separazioni forzate e riconoscimenti imprevisti : e non vi 
manca il Boprannaturale «• il fantastico. Ricordo le peri- 
pezie <li Landolfo Ruflblo ili Elavello, diesi svolgono nel 
mare tra la c'osta d'Amalfi e Cipro, e Dell'Arcipelago 
-reco, e mi .Ionio tra Celafonia e Corta, e Dell'Adriatico 
tra Brindisi e Trani (II, t)j e il rapimento <■ la conquista 
«Iella «giovane e fresca <• gagliarda - moglie dell'inetto 
mosci Ricciardo «li Chinzica, operato sulla marina «li Li- 
vorno da Paganin «la Mare. ■■ allora molto famoso corsale » 
di Monaco (li, 10); e i tristi amori e i tragici casi dell»' 
tre sorelle, fuggite ili Marsiglia e ricoveratesi a Creta, e 
da ultimo scampate, quella che scampo, a Rodi (IV, 3) ' ; 
e le singolari vicende a cui per amore corsero incontro 
il pirata Martuccio Gomito, isolano di Lipari, e Gostanza 
«la lui amata, sul mare tra la Sicilia e Tunisi e Susa in 
Barbarla (V, 2); e le brutte sorprese che toccarono, in- 
cappando nelle varie brigate di fanti, o meglio masna- 
dieri, che infestavano le boscaglie presso Anagni, a Pie- 
- taro Boccamazza, «di famiglia tra le romane assai onore- 
vole •>. e all'Agnolella sua (V, 3); e anche la fortunosa 
storia della faentina Agnese, amata da Giannole di Seve- 
rino e da Minghino «li Min-ole. che da ultimo si scopre 
sorella del primo (Y . 5) : e l'altra, cara al Boccaccio poi 
che l'aveva sotto altri nomi già narrata nel Filocolo, «li 
Gianni «li Procida e di Restituta d'Ischia (V. 6). 

Ma di quali «pici romanzi «he noi pure conosciamo cono- 



1 Dna delle sorelle, la Ninetta, per vendicarsi dell'amante infedele, 
«avuta una riedita greca gran maestra ili eompor veleni, con pro- 
messe e con doni a l'are un'acqua mortifera la coinlus.se: la quale essa. 
Bonza altramente consigliarsi, una aera a Reatagnon riscaldato e clic 
di ciò non si guardava, die bere. La potenzia di quella fu tale, che 
avanti clic il niattutin venisse L'ebbe ucciso.... Ma non dopo molti giorni 
avvenne clic per altra malvagia opera, fu presa la vecchia che alla 
Ninetta l'acqua avvelenata composta avea». 



xLvrn 



M. SCHBRILLO 



scesse precisamente il Boccaccio, o di quali altri ;i noi 
sconosciuti a lui fosse dato conoscere la tavola per rac- 
conti orali di mercanti levantini, non è possibile accer- 
tare. Con una quasi sicurezza si può solo dire ch'egli 
avesse sott 'occhi la Storili efesiaea di Antheia e Habrocomc 
di Senofonte d'Efeso ; e che su di essa modellasse, paro- 
diandola, la singolarissima novella di Alatiel, figliuola del 
soldano di Babilonia, «la più bella femina che si vedesse 
in que' tempi nel mondo», alla quale «in forse quattro 
anni avvenne per la sua bellezza di fare nuove nozze da 
nove volte» (II, 7). La fanciulla greca invece, dopo tante 
vicende, era tornata intatta al suo fidanzato. Una fortuna 
questa che le ascoltataci boccaccesche non pare trovas- 
sero gran che invidiabile; dacché quando Pamfilo ebbe 
chiuso il suo racconto con l'adagio già allora popolare : 
Bocca basciata non perde ventura, anzi rinnova come fa la 
luna, « sospirato fu molto dalle donne per li vari casi 
della bella donna: ma chi sa», commenta il novelliere, 
« che cagione moveva quei sospiri! Forse ne eran di quelle», 
soggiunge, « che non meno per vaghezza di così spesse 
nozze che per pietà di colei sospiravano! » (II, 8). 

Pur nel romanzo di Senofonte si narra di ladri che, 
per derubarvi le vesti e i gioielli, penetrano nella tomba 
dov'era stata deposta Antheia creduta morta; e s'è sup- 
posto che di qui il Boccaccio desumesse il motivo della 
seconda avventura di Andreuccio (II, 5). Come altresì s'è 
pensato che proprio da questa, o a ogni modo da una fonte 
greca affine (sono così monotoni quei romanzieri!), egli 
derivasse il comodo espediente dei beveraggi magici, che 
hanno la virtù di gettare temporaneamente in sopore le- 
targico chi ne beva. Chi non ricorda l'ampolla che padre 
Lorenzo consegna alla povera Giulietta perchè simuli per 
quarantadue ore la morte 1 ? 



P2ach part, deprived of supple government, 
Shall, stiff and Btark and cold, appear like death ; 
And in tuia borrow'd likeness of ehrnnk death 
Thou shalt continue two and forty hours, 
And then awake as from a pleasant sleep. ' 



1 Shakespeare, Romeo and Juliet, a. IV, se. l a . 



Introduzione xr.ix 

Ebbene, prima che a Giulietta, «pici Altro en giovato, 
con miglior fortuna, ad Àutheia ' ; e prima del buon padre 
Lorenzo, lo aveva adoperato, per tini ben diversi, un frate 
ben diverso, un aliate «li Toscana, ■• il quale in ogni cosa 
era santissimo, fuor che nelle opere delle femine, e questo 
Bapeva b! cautamente fare che quasi ninno, non che il sa 
pesse, ma ne auspicava, perchè santìssimo e ,uiu>t" era 
tenuto in ogni cosa ■•. A costui fa comodo <li togliersi <li 
tra' piedi Ferondo. ■• uomo materiale e grosso senza modo 
die aveva •• una bellissima donna per moglie ... E • ritro- 
vata una polvere di maravigliosa Virtù, la quale nelle 
parti di Levante avuta avea da un gran prìncipe, il (piale 

affermava quella solersi usare pei lo Veglio della Monta- 
gna «piando alcun voleva dormendo mandare nel suo pa- 
radiso o tràrlone, e clic ella, più e men data, senza al- 
cuna lesione*faceva per sì fatta maniera più e men dor- 
mire colui che la prendeva, che mentre la sua virtù du- 
rava alcuno non avrebbe mai detto colui in sé : aver vita : 
e di (piesta tanta prèsane che a fare dormir tre giorni 
sufticieiite fosse, e in un bicchier di vino, non l>en chiaro 
ancora nella sua cella, senza avvedersene Ferondo, gliele 
die bere... Il quale non durò guari che. lavorando la pol- 
vere, a costui venne un sonno subito e fiero nella testa, 
tale che stando ancora in pie s'addormentò, e addormen- 
tato cadde » \ 

L'officina di codeste stregonerie era sempre nel Levante. 
E «piando il Saladino impone « a un suo nigromante, la 
cui arte già espermentata avea >>, di veder via come inesser 
Torello < sopra un letto in una notte fosse portato a Pa- 
via», ecco che viene «un medico con un beveraggio: i 
fattogli vedere che per fortificamento di lui gliele dava. 
gliel fece bere, uè stette guarì che addormentato fu ». 
Eran cose maravigliose, ma non insolite; tanto è vero che 
inesser Torello presta subito fede alle parole del Saladino. 



1 Anche nel romanzo alessandrino di Achille Tazio, Gli antori di 
Clitofonte e Leucippc, l'eroina è addormentata con un narcotico e sep- 
pellita come morta, per sottrarla al sacrificio. Cfr. Schkrillo, Quat- 
tro saggi di critica letteraria. Napoli. Pieno, 1887, p. 22. 

- Decameronc, III, 8. 



I. M. SCHBRILLO 



avendo molte volle udito dire ohe ciò era possibile e 
fatto s'era assai volte» 1 . Anche quel maraviglioso' « giar- 
dino pieno di verdi erbe, di fiori e di fronzuti àlbori », 
che l'imprudente madonna Dianoia mostra di desiderare, 
di pieno gennaio «non altrimenti fatto che se di maggio 
fosse», nelle vicinanze di Udine; riesce all'innamorato 
messer Ansaldo di veder davvero sorgere, in grazia d'un 
negromante greco. Disposto a voler tutto tentare, « in più 
parti per lo mondo mandò cercando se in ciò alcun si tro- 
vasse che aiuto o consiglio gli desse; e vennegli uno alle 
mani il quale, dove ben salariato fosse, per arte nigro- 
mantica profere va di farlo ». E quest'uno, che nel Deca- 
merone è lasciato anonimo e d'ignota patria, è nel Filo- 
colo dichiarato un mago di Tessaglia, di nome Tebano \ 
Il Boccaccio era" troppo scettico per potere, per suo conto, 
aver fede nei portenti delle arti magiche. Ma* il novelliere 
non andava troppo per il sottile. Più che allo scrupoloso 
e rigido Manzoni, rassomigliava al disinvolto e imperti- 
nente Ariosto; e insomma anche lui avrebbe all'occor- 
renza scrollate le spalle e dichiarato: 

Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo! 

L'arte aveva le sue esigenze ; e l'essenziale era per lui 
di narrare novelle divertenti. Forse che la leggenda di 
Nastagio degli Onesti (V, 8), che il buon frate Jacopo 
Passavanti veniva, con intenti diversi, raccontando egli 
pure, a edificazione dei fedeli, aveva maggiore apparenza 
di verosimiglianza? Certo ch'ei si sente più a suo agio 
quando può intendere e praticare le arti negromantiche 
alla maniera dello studente burlato dalla sciocca vedovella 
fiorentina. Il quale richiesto da lei di riducere ad amarla 
l'amante scioperato con « alcuna nigromantica operazione », 
le spiffera: «Madonna, egli è il vero che tra l'altre cose 
che io apparai a Parigi si fu nigromanzia, delia quale per 
certo io so ciò che w'è ; ma per ciò che ella è di grandissimo 



1 Decamerone, X, 9. 

2 Decamerone, X, 5; Filocolo, V, quest. 4. 



Introduzione i i 



dispiacer di l>i<>. io avea giurato «li mai uè pei me uè 
per altrui d'adoperarla. È il vero che L'amore il quale io 

\i {nulo è <ii tanta forza, che i<> non su come io mi vi 
uiegbi cosa che voi vogliate che io faccia; e per ciò, 
io ne dovessi per questo Bolo andare a casa del diavolo, 
-on presto <li farlo, poi che vi piace». M a ciò che ve- 
ramente aveva in animo ili fare, e fece, ce lo dice il resto 
della novella! l — E non è nemmen Bicuro che il novelliere 
non canzonasse mi po' anche >•• medesimo, quando, nella 
novella appunto <li messei Ansaldo, fa dire «lai marito a 
madonna Dianoia, nel persuaderla a mantenere la diso- 
nesta e avventata promessa: •• Per Ciò che io conosco la 

purità dell'animo tuo. per solverti dal legame della pro- 
messa quello ti concederò che forse alcuno altro non fa- 
rebbe, inducendomi ancora Ut paura del nigr ornante, al 
(piai forse mes>er Ansaldo, se tu il beffassi, far ci fa- 
rebbe dolenti! ►. — A huon conto, nerumi maraviglia che 
il Boccaccio, fra tanto spensierato scetticismo, dovesse a un 
certo momento impuntare, e preoccupato delle sue allegre 
negazioni, chiedersi come L'Innominato: «E se c'è que- 
st'altra vita .'... ■-. 



IX. 



Li' novelle «li (Jerbino e di Cimone. — Le lontane propaggini roman- 
tiche «li 6886, e dell'altra di Ghino di Tacco. — Jaufre Kudel. — 
L'eloquenza boccaccesca — Huon de Bordeaux. — Le novelle 
d'amore e morte. — Il giovanetto ingenuo del .Monte Asinaio eie 
papere. — Un soffio di «Vita Nuova». — Boccaccio filosofante. 

Due novelle soprattutto, quelle del Gerbino (IV, 4) e 
di Cimone (V. t), par che meglio tradiscano la loro ori- 
gine greca. L'ima ha per teatro il mare tra la Sicilia e la 
Sardegna e la lìarberìa : l'altra le isole di Creta, di Rodi 
e di Cipro, e il mare che le bagna. Ma nulla di più pre- 
ciso si è riusciti ad appurare circa le loro fonti. Son veli 
romanzi, pervasi e animati da un violento ed eroico sen- 
timento d'amore, e tinti entrambi di sanguigno. Nell'uno 



1 Dccameroiie, Vili, 7. 



LII M. SCHERILLO 



la passione s'accende da lontano, non per veduta ma per 
ciò che la fama narrava della prodezza o della bellezza 
degli amanti : Dell'altro invece, essa scoppia dinanzi allo 
spettacolo d'una India forma femminile. L'eroe è l'uomo, 
reso magnanimo e fin temerario dall'amore. E nell'uno la 
donna prende pure una certa parie all'azione, eccitando e 
ricambiando quel grande amore: nell'alno essa rimane 
inerte e passiva, indifferente all'incendio d'amore destalo 
dalla sua bellezza, pronta solo alle lagrime, elegiaca, così 
da ricordare assai da vicino un'altra giovinetta greca del 
Decamerone, Sofronia, sposa promessa di Gisippo ma effet- 
tiva di Tito Quinzio (X, 8). 

A tanta distanza di tempo, codeste novelle preludono 
ai poemetti romantici del Byrou. E come in Ghino di 
Tacco — il bandito prode e generoso, il quale può asse- 
rire di sé medesimo « che l'esser gentile uomo e cacciato 
di casa sua e povero, e avere molti e possenti ni mici », 
l'hanno « per potere la sua vita difendere e la sna nobiltà, 
e non malvagità «l'animo, condotto a essere rubatore delle 
strade e nimico della corte di Roma » ' — non è possi- 
bile non riconoscere il lontano antenato del Goetz vou 
Berlichingen del Goethe, del Karl vou Moor dello Schil- 
ler, del Robin Hood e del Rob Roy di Walter Scott, e 
perfino dell'Innominato del Manzoni ; così nel Gerbino e 
in Cimone non si può non raffigurare i progenitori remoti 
del Corsaro, di Lara, del Giaurro, di Solini della Sposa 
di Abido. 

Gerbino, « bellissimo giovane, e famoso in prodezza e 
in cortesia », nipote del re Guglielmo II di Sicilia, inna- 



1 Decamerone. X, 2. — L'abate di Clignì, o di Cluny. che il Boc- 
caccio introduce in questa e nella novella I, 7, pare che l'osse un per- 
sonaggio tradizionale nella novellistica medievale. In <tì>bé de Chtgny 
era zio del cavaliere Huou de Bordeaux, molto affezionato al nipote 
e zelante custode di Clairette la figliuola di lui; e Huon, non appena 
sbarcato a Marsiglia, si rimette in via per andarlo a vedere, travestito 
da pellegrino. Fino il sagrestano della famosa badia (« Il avint jadiz en 
Bergoigne, A Cligni. la maistre abaie >) si trova celebrato, nel Uit dou 
Soucrelain. che ci rimane in diverse redazioni. Cfr. Mecueil general 
et compiei des Fabliau? des XIII et XIV siìcles, jnibliés par A. de 
Montatolo* et G. Raynaud ; Paris 1872-90, v. V, n. 123, 136; VI, 150. 



[NTftODUZK l in 

mora «li sé, pei fama, la figliuola «lei re «li Tunisi, ■■ la 
qual, secondo che ciascun che veduta l'avea ragionava, 
era una «Ielle più belle creature che mai dalla natura fo 
stata formata, e la più costumata, e con nobile e grande 
animo». Codesta Desdemona saracena •• volentieri <!<•' va- 
lorosi nomini ragionare udendo, con tanta affezione 1<- < 
valorosamente operate dal Gerbino, da nno e «la un altro 
raccontate, raccolse, e si le piacevano, che essa, seco &U 
invaginando come fatto esser dovesse, ferventemente <li lui 
s'innamorò, e più volentieri che «l'altro «li lui ragionava, 
e chi uè ragionava ascoltava». Ma aneli»' in Sicilia era 
pervenuta •• la grandissima fama della bellezza parimente 
e «lei valor «li lei, «• non senza gran diletto in- in vano 
gli orecchi del Gerbino aveva tocchi; anzi non meno che 
«li lui la giovane infiammata fosse, lui «li lei aveva infiam- 
mato ». 

Come si vede, la leggiadra istoria del trovatole Jaufre 
limici . principe «li Biada, il «male, come narra il suo bio- 
grafo, « enamorel sede la comtessa <1«- Tripol, ses vezer, 
per lo gran ben e per la gran cortezia qu'el anzi dir de 
lieis ala pelegrins que vengrpn «l'Antiochia», non era 
senza precedenti: e uè al Boccaccio né ai suoi ascoltatori 
essa doveva parere inverosimile. 

11 principe «ristiano e la principessa saracena trovami! 
fàcilmente il modo di comunicarsi i dubbiosi desiri. « A 
Ogni suo amico clie là andava», il Gerbino «imponeva 
che a suo potere il suo segreto «• grande amor facesse, 
per «pud modo che miglior gli paresse, sentire, «• di lei 
novelle gli recasse»; e l'ambasciadore e l'ambasciata ye- 
nivan ricevuti «con lieto viso». E si scrissero più voli»' 
e si scambiarono doni, e iniziarono < certi trattati, «la do- 
versi, se la fortuna conceduto lo avesse, vedere e toccare •. 
Al Boccaccio non bastava il vedere, come pare basta-M' 
a Jaufre, che si mise in mare solo per veder la contessa: 

per voluntat de lieis vezer, el se crozet e mes se en 
mar. per anar lieis vezer». V'ero è che poi la fortuna gli 
fu così amica che « el morie entrels braz de la comtessa •■: 
come proprio non accadde al bollente Gerbino! 

Come in questi romanzi d'amore suol troppo di tic- 



I.1V M. SCIIBRILLO 



qaente accadere, avvenne anche qui che il ve di Tunisi, 
Bensa nulla chiedere alla figliuola, la maritò per suo conto 
al figlinolo del re di Granala: e fece apprestare e fornire 
una bella nave nel porto di Cartagine per spedirgliela. 
Aveva fatto così anche il soldano di Babilonia quando aveva 
maritata la bellissima sua figliuola al re del Garbo (II, 7); 
e si vede che così usava. Ma la principessa saracena ri- 
mase di ciò molto male, e crucciosa ne informò il Ger- 
bino, soggiungendo « che ora si parrebbe se così fosse va- 
lente uomo come si diceva, e se cotanto l'amasse quanto 
più volte significato l'avea ». Queste parole gettarono nuova 
esca sull'incendio; e «da amor sospinto», quel temera- 
rio, non tenendo conto che il re suo avolo aveva concessa 
sicurtà alla nave del re di Tunisi, corse a Messina, vi fece 
segretamente e rapidamente armare due galee sottili, e 
s'andò ad appiattare sulle coste della Sardegna, in attesa. 
Non appéna la nave nuziale fu in vista, egli, rivolgendosi 
alla sua ciurma, l'arringò così (il Boccaccio non sa rinun- 
ziare, solo che sia possibile, a sfoggiare uno squarcio di 
eloquenza, di quella buona: di quella voglio dire ond'ha 
rinfronzolita la novella greco-romana di Tito e Gisippo, 
X, 8) : — « Signori, se voi così valorosi siete come io vi 
tegno, niuu di voi senza aver sentito o sentire amore 
credo che sia, senza il quale, sì come io meco medesimo 
estimo, niun mortai può alcuna virtù o bene in sé avere; 
e se innamorati stati siete o sete, leggier cosa vi fia com- 
prendere il mio disio. Io amo, e amor m'indusse a darvi 
la presente fatica; e ciò che io amo, nella nave che qui 
(lavanti ne vedete dimora. La quale», soggiunse a buon 
conto, « insieme con quella cosa che io più disidero, è 
piena di grandissime ricchezze, le quali, se valorosi uo- 
mini siete, con poca fatica, virilmente combattendo, ac- 
quistar possiamo ». 

Quest'ultima promessa valse più delle belle parole; che 
i Messinesi, «vaghi della rapina», suonaron le trombe, 
«e prese le armi, dierono de' remi in acqua e alla nave 
pervennero». Ma i Saraceni s'affrettarono a mostrar loro 
il guanto che il re Guglielmo aveva mandato al re di Tu- 
nisi in segno di sicurtà. Oh sì ! « Gerbino il qual sopra 



Introduzioni i.v 



la poppa della nave redata avea la donna, troppo più 
bella assai che egli Beco non estimava, infiammato più che 

prima. ;il mostrar del guanto rispose che quivi non avea 
falconi al presente perchè guanto v'avesse luogo; e pei 
ciò, ove dar non volesser la donna, a ricevere la battaglia 
s'apprestassero . E senza più, si cominciò dall'una parte 
e dall'altra a saettare <■ gettar pietre. La mischia andava 
troppo per le lunghe; così che, impaziente, il Gerbino, 
- preso un legnetto che «li Sardigna menato aveano, e in 
quel messo fuoco, con amen due le galee quello accostò alla 
nave -. 1 Saraceni, disperati, •• fatto sopra coverta la fi- 
glinola del re venire clic sotto coverta piagnea, e quella 

menata alla proda della nave, e chiamato il Gerbino; pre- 
sente agli occhi suoi, lei gridante mercè e aiuto svenarono, 
e in mai- girandola dissono: — Togli; noi la fi diamo 
(piai noi possiamo, e chente la tua fede l'ha meritata ! ». 
A una vista sì feroce, Gerbino, incurante di saette e di 
pietre, alla nave si t\rc accostare; e montatovi su. ■ non 
altramentr che un leon famelico nell'armento di giuvenchi 
venuto, or questo or quello svenando, prima co' denti e 
con l'unghie la sua ira sazia che la fame, con una spada 
in mano or questo or quel tagliando de' Saracini. crudel- 
mente molti n'uccise Gerbino ». Il fuoco e i Messinesi fe- 
cero il ri-sto. 

Sono bravure che anche i cavalieri di Carlomagno sa- 
pevano all'occorrenza compiere. Una volta, per dirne una, 
attirato con la nave al castello dell' Aymant. Euon de Bor- 
deaux si vide di notte venir sopra una galea con trenta 
Saraceni. Per sapere chi fossero e che volessero, « il ti t 
allumer une torcile, et la prit à son poing, il s'en alla 
au boui «le la nef, et leur cria: — Seigneurs, qui sur 
cotte galiotte ètes arrivés, soyez les bien venus! — Quand 
les sarrasins entendirent Huou, ils apperourent bien qu'il 
eioit chrétien, ils commeneèrent à se regarder l'un ci 
l'autre en riant tous. Il y en eut un qui lui dit: — Yas- 
sal, il vous faut dire qui nous sommes: nous sonnues sar- 
rasins, et vous ètes chré^iens ; pourquoi il faut que vous 
mcttiez tous bas. — Payens, dit Huou, si vous avez la nef, 
vous Pacheterez bien cher ! — Alors Huon cria à ses gens: 



1,VI M. SCHKRILLO 



— Armez-vous proinpteiueut pouv défendre vos corpa ! 

— Ils farent incontinent armés, et Huon ansai; mais ila 
ne farent pae Bitòt piéts, » jue les sarrasins étoient déjà 
eotréa dana leur nef. Huon fut au-devant d'eux l'épée à la 
niain. Le premier gu'i] rencontra, il lui donna tei coup 
qu'il lui abattit la téte jusqu' aux épaules; au secoud il 
en fit de inéme, et au troiaième autant, telleinent qu'il 
eoupoit et tranchoit ce qui se pi-ésentoit devant lui; tant 
vint le maitre des sarrasins, lequel voyant la perte que 
Huon faisoit de ses gens, il s'approcha de lui pour le frap- 
per. Huon qui étoit bieu adroit, lui donna un tei coup 

qu'il en mourut Des treute sarrasins qui avoieut assailli 

Huon, ils n'étoient plus que sept; ils craignoient tant 
Huon, qu'ils n'osoient se montrer ; ils pensoient s'enfuir 
dans leur galiotte ; mais Huon et ses gena les tinrent de 
si près, que dans ce lieu ils furent tous tués. Huon les 
lit jetter dans la mer; puia ils prirent les viandea qui 
étoient là-dedans, et les apportèrent dans leur nef» l . 

E il prode Huon non s'era vista così barbaramente scan- 
nare la sua donna sotto gli ocelli, come Gerbino ! Il quale, 
quando più non ebbe su ebe altro vendicarsi, « fatto il 
corpo della bella donna ricoglier di mare, lungamente e 
con molte lagrime il pianse, e in Cicilia tornandosi, in 
Ustica onorevolmente il fé' sepellire ». Ma non fini- 
rono lì le sue sciagure ; che quando il re Guglielmo seppe 
dal collega di Tunisi l'accaduto, « turbato forte, fece pren- 
dere il Gerbino, et egli medesimo, non essendo alcun de' 
baron suoi che con priegbi di ciò si sforzasse di rimuo- 
verlo, il condannò nella testa, e in sua preaenzia glielo 
fece tagliare; volendo avanti senza nepote rimanere, che 
esser tenuto re senza fede ». 

Morirono così « miseramente» i due amanti, «senza al- 
cun frutto del loro amore aver sentito; di mala morte mo- 
rirono », pur senza postumi rimpianti. Perfino più di loro 
avventurati furono quel giovane valletto, Guiscardo, e l'a- 
mata Ghismonda, fiera figliuola di Tancredi principe di Sa- 



1 Histoire de Huon de Bordeaux, pair de France, due de G trienne, 
nouvelle édition; à Kouen, chez Lecrcne-Labbey ; pt. I, p. 147-48. 



Introduzione i.vii 



Inno: * li quali Tancredi, dopo inulto pianto, e tardi Den- 
tato della -uà crudeltà, con general dolore <li tutti i Sali r- 
oetani, onorevolmente amendnni in un medesimo sepolcro 
gli tV sepellire » (IV, li. Ovvero quel cavaliere <li Pro- 
venza chiamato messer Guglielmo Guardastagno, e la mo- 
glie «li messer Guglielmo Rossiglione a lui «aia. poi che 
• da quegli <1«1 castello di messer Guglielmo Guardastagno 
e «la quegli aurora del castello della donna, con grandis- 
simo dolore e pianto furono i dite corpi ricolti, <• nella 
chiesa del castello medesimo della donna in una medesima 
sepoltura fui- posti, e sopr'essa scritti versi significanti 
chi fosser quegli che dentro sepolti v'erano, e il modo e 
la cagione della lor morte •> IV. 9). Gli è che code-te no- 
velle d'amore e morte provenivano da altra fonte: esse at- 
tingevano <> tutta o parte della favola a «piei romanzi d'ol- 
ti'Alpi. sempre così teneri e indulgenti verso l'amore 
adultero. 

Quanti dolci pensier, quanto disio 
Menò costoro al doloroso passo ! 

Benché abbia lieto principio e lieta fine, non è tuttavia 
meno truce negli episodi la novella di Cimoue. Essa è più 
>i Inettamente greca; tino nei nomi e nella qualità dei per- 
sonaggi. 

Il figliuolo d'un nobilissimo e ricchissimo uomo di Cipro, 
G aleso, che «di grandezza e di bellezza di corpo tutti gli 
altri giovani trapassava •>. era (piasi matto e di perduta 
speranza •> ', e « né per fatica di maestro, uè per lusinga 
o battitura del padre o ingeguo d'alcuno altro, gli s'era 
potuto mettere nel capo né lettera ne costume alcuno; 
anzi con la voce grossa e deforme, e con modi più conve- 
nienti a bestia che a uomo, «piasi pei ischerno da tutti era 
chiamato Cintone, il che nella lor lingua sonava «pianto nella 
nostra bestione ». Kelegato in villa. « perciò che i costumi e 
l'usanze degli uomini grossi gli eran più a grado che le cit- 
tadine », uu giorno di maggio, dopo il mezzodì, « iu un 



3 « et eooo venire un giovane, chiamato Publio Ambustt». 
di perduta speranza e a tutti i Romani notissimo ladrone -. 

e 



I.V1U M. SCHBRILT,0 



pratello d'altissimi alberi circuito ». alialo a una bellissima 
fontana e fredda, « vide sopra il verde piato dormire una 
bellissima giovane, con un vestimento in dosso tanto sottile 
che (piasi niente delle candide carni nascondea, et era so- 
lamente dalla cintura in giù coperta d'una coltre bian- 
chissima e sottile» 1 . Il folle Cimone, «non altramente che 
se mai più forma di femina veduta non avesse, fermatosi 
sopra il suo bastone, senza dire alcuna cosa, con ammira- 
zione grandissima la incominciò intentissimo a riguardare: 
e nel rozzo petto nel quale per mille ammaestramenti non 
era alcuna impressione di cittadinesco piacere potuto en- 
trare, sentì destarsi uu pensiero il quale nella materiale 
e grossa mente gli ragionava, costei essere la più bella 
cosa che giammai per alcuno vivente veduta fosse ». 

Anche quel rozzo giovanotto, cresciuto dal padre nella 
squallida solitudine del monte Asinaio, la prima volta 
che per avventura si scontrò « in una brigata di belle gio- 
vani donne e ornate», rimase a contemplarle pieno di stu- 
pore e a desiderarle. « Maravigliosa cosa a udire! Colui 
clie mai più alcuna veduta no n'avea, non curatosi de' 
palagi, non del bue, non del cavallo, non dell'asino, non 
de' denari, né d'altra cosa che veduta avesse, subitamente 
disse : — Padre mio, io vi priego che voi facciate che io 
abbia una di quelle pàpere!» (IV, introd.). Tali le vo- 
leva far credere il padre prudente, fiorentino, a quanto 
ne dice il Boccaccio. Ma in verità la narrazione orientale 
dalla quale senz'alcun dubbio la novelletta toscana deriva, 
d'intenti ascetici, le aveva chiamate rakehasas, cioè de- 
monii. E questo pel Boccaccio era troppo. Cimone anzi 
dubitava che la bella dormeute nel prato « non fosse al- 
cuna Dea »; quasi come il Petrarca che, estasiato allo spet- 
tacolo di Laura seduta tra' fiori, esclama: 

Costei per fermo nacque in paradiso! 
Cimone non osa destaiia. E quando essa, Efigenia, « si 



1 Cfr. X, 6: «et eran vestite d'un vestimento di lino sottilissimo e 
bianco come neve in su le carni, il quale dalla cintura in su era stret- 
tissimo e da indi giù largo a guisa d'un padiglione e lungo infino a' 
piedi ». 



Introduzionk u\ 



risentì, e levato il capo c aperti gli occhi ►, li I i richù 
impaurita, che facesse in quel luogo, l'idiota, senza nulla 
poter rispondere, la guardò fiso negli occhi, «seco sfa 
parendogli che «la quegli una soavità si moveste, la «piale 
il riempiesse <Ii piacere mai da lui non provato -. 

E par che ile la sua labbia si mova 
l n spirito soave pien d'amore, 
Che va dicendo a l'anima: sospira! 

l n improvviso soffio di Vita \ nani agita e increspa la 
superficie serena dell'idillio pagano «• sensuale. 

Da quel giorno Cimone fo un altro. Essendogli «nel 
cuore, nel (piale ninna dottrina era potuta entrale, entrala 
la saetta d'Amore per la bellezza d'Efigenia, in brevissimo 
tempii, d'uno in altro pensiero pervenendo, fece maravi- 
gliare il padre e tutti i suoi e ciascuno altro clic il co- 
noscea >>. Apprese subito « i modi i «piali a' gentili uomini 
si convenieno, e massimamente agl'innamorati », così che 
4 in assai lirieve spazio di tempo non solamente le prime 
lettere apparò, ma valorosissimo tra' filosofanti divenne ••. 

Al .Mannelli, nel trascrivere questo passo, l'affermazione 
parve un po' grossa; e postilli) : « Messer Giovanni, que- 
sto non cred'io, e né anche tu!». Ma gli è che messei 
Giovanni aveva anche qui in mente ciò che Dante aveva 
narrato di sé medesimo ; come cioè, dopo la morte della 
Beatrice, egli s'era riconfortato con lo studio della filo- 
sofia, cominciando ad andare « là dov'olia si dimostrava ve- 
racemente, cioè nelle scuole de' religiosi e alle disputa- 
tami de' filosofanti »'. E vero che Dante non era preci- 
samente un Cimone. cioè nella nostra lingua un bestione; 
ma al Boccaccio giovava di rendere ancora più stupefa- 
cente il miracolo d'amore. E oltre che filosofo lo fa di- 
venire parlatole melodioso; e «non solamente», dice, «la 
rozza voce e rustica in convenevole e cittadina ridusse, 
ma di canto divenne maestro e di suono, e nel cavalcare 
e nelle cose belliche, così marine come di terra, espertis- 



1 Convivio, II. 13. 



LX M. SCHER1LL0 



simo e feroce divenne». Tutta opera dell'amore! «Che 
dunque, piacevoli donne, diremo di Cimone?», si chiede 
il novelliere moralista e psicologo. «Certo ninna altra cosa », 
gli pare di poter concludere, « se non che l'alte virtù dal 
cielo infuse nella valorosa anima tossono da invidiosa for- 
tuna in picciolissima parte del suo cuore con legami for- 
tissimi legate e racchiuse, li quali tutti Amor ruppe e 
spezzò sì come più potente di lei; e come eccitatore degli 
addormentati ingegni, quelle, da crudele obumbrazione of- 
fuscate, con la sua forza sospinse in chiara luce, aperta- 
mente mostrando di che luogo tragga gli spiriti a lui sug- 
getti e in quale gli conduca co' raggi suoi ». Ecco come 
l'amor di Fiammetta aveva fatto del povero figliuol natu- 
rale d'un mercantuccio di Certaldo un dotto non solo ma 
un filosofante valorosissimo ! 

Passarono così quattro anni: e finalmente Cimone, «che 
d'esser chiamato Galeso rifiutava ricordandosi che così da 
Efigenia era stato chiamato », richiese costei per moglie. 
Giunse troppo tardi : il padre, naturalmente, l'aveva già 
promessa a un nobile giovane di Rodi. Ma Cimone non 
si rassegna. « Ora è tempo di dimostrare, o Efigenia », 
egli medita, « quanto tu sii da me amata! Io son per te 
divenuto uomo; e se io ti posso avere, io non dubito di 
non divenire più glorioso che alcuno Iddio. E per certo 
io t'avrò o io morrò! ». Armò una nave, e in compagnia 
di alcuni nobili amici si mise in mare, per sorprender 
quella che doveva condurre la donna a Rodi. Avvistatala, 
« d'in su la proda a quegli che sopra il legno d'Efigenia 
erano forte gridò: — Arrestatevi, calate le vele, o voi 
aspettate d'esser vinti e sommersi in mare! ». E «preso 
un rampicone di ferro, quello sopra la poppa de' Rodiani, 
che via andavano forte, gittò, e quello alla proda del suo 
legno per forza congiunse, e fiero come un leone, senza 
altro sèguito d'alcuno, sopra la nave de' Rodian saltò, 
quasi tutti per niente gli avesse; e spronandolo Amore, 
con maravigliosa forza fra' nimici con un coltello in mano 
si mise, e or questo or quello ferendo, quasi pecore gli 
abbattea. Il che vedendo i Rodiani, gittando in terra l'armi, 
quasi a una voce tutti si confessaron prigioni ». Ei non 



Introduzione LXJ 

richiese pei sé se non la cara preda - della bella donna, 
che. piangente, portò sulla sua nave; <• ai diresse a Creta, 
dove contava parenti ed amici. 

\la la Fortuna, la quale assai lietamente l'acquisto 
della donna aveva conceduto a Ciraone, non stabile, su- 
bitamente in tristo ti amaro pianto mino la inestimabile 
letizia dell'innamorato giovane». Al sopravvenir della 
Bera, « surse un tempo fiorissimo e tempestoso, il quale 

il cielo ili nuvoli e '1 male di pest deliziosi velili riempiè 

(In questi romanzi greci non c'è volta che il mare non 
si turbi! Esso è il vero deus ex machina di quelle a/ioni 
ingenuamente artificiose) '. Cimone •• i compagni si dole- 
vano; «ma sopra tutti si doleva Efigenia, folte piangendo 
e ogni percossa dell'onde temendo; e nel suo pianto aspra- 
mente maladiceva l'amor di Cimone e biasimava il suo 
ardire, attenuando per ninna altra C08a quella tempestosa 
fortuna esser nata se non perchè gl'Iddìi non volevano 
che colui, il (piale lei contra di lor piaceri voleva aver 
per isposa, polisse del suo presuntuoso disiderio godere. 
ma vedendo lei prima morire, egli appresso miseramente 
morisse ». Sbattuta dal vento, la nave riparò alla meglio 
in un piccolo seno di mare. Ma fatto giorno. Cimone 
dove accorgersi d'essere giunti all'isola di Rodi, proprio 
dove poco prima era approdata la nave dei Rodiani ch'egli 
aveva depredata. Non ci fu scampo, fu preso e coi suoi 
compagni menato in prigione; ed Efigenia, così inopina- 
tamente ricuperata, fu condotta al legittimo sposo. 

Sennonché il giorno fissato per le nozze sue e d'una sua 
cognata, ecco che Cimone, aiutato da Lisimaco, gran mae- 
stro dei Rodiani e rivale dell'altro sposo, irrompe coi suoi 
compagni armati « nella sala dove le nuove spose con 
molte altre donne già a tavola erano per mangiare asset- 
tate ordinatamente; e gittate le tavole in terra », Cimone 
prese Efigenia e Lisimaco l'amata sua, e affidatele agli 
amici, mandarono a imbarcarle sulla nave già presta. Ed 
e.-.>i, « tirate le spade fuori », sgombrarono la strada, fa- 



1 Cfr. Kv.in.y, Le fonti dell'Oriundo Furioso. Firenze, Sìuisouì. 
1900, i>. Iti.; -■ .SiiiKKiLLO, Quattro saggi, \>. 22. 



1.X1I M. SCHERILLO 



cendo Cimone cadere sotto i fieri suoi colpi i due sposi 
fratelli e qualunque altro osasse contrastargli. Così, « la- 
Boiata piena la casa di sangue, di romore, e di pianto e 
di tristizia, senza alcuno impedimento, stretti insieme, con 
la lor rapina alla nave pervennero ; sopra la quale messe 
le donne e saliti essi e tutti i loro compagni, essendo già 
il lito pien di gente armata che alla riscossa delle donne 
venia, dato de' remi in acqua, lieti andarono pe' fatti 
loro». Per lungo tempo «in Cipro e in Rodi furono i ro- 
ruori e' turbamenti grandi »; ma alla fine, « dopo alcuno 
esilio », Cimone con Efigenia potè lieto tornare a Cipro, 
e viver con lei contento, lungamente. 



X. 

L'amore nei romanzi, e nelle novelle boccaccesche. — La novella di 
Restituta e un episodio del « Filocolo ». — La novella dell'usignuolo. 
— Alatiel. — Ghismonda, Lisabetta, Andreuola, Simona. — La Sai- 
vestra. — Madonna Beatrice e la Marchesana di Monferrato ; Lidia 
e Catalina; Elena e Giovanna. — La Bartolomea, l'altezzosa si- 
gnora fiorentina, la Lisetta, la Ciesca, madonna Filippa, monna 
Belcolore. — Madonna Beritola, Zinevra, Francesca de' Lazzari. 
Dianoia, monna Tessa. — Madonna Adalieta. — Griselda. 

Il narratore delle avventure del Gelindo e di Cimone 
è ancora press'a poco quello dei macchinosi e minuziosi 
romanzi di Floiio e Biancofiore, di Troilo e Griseida, di 
Arcita e Palemone ed Emilia. Ci aggiriamo ancora nel 
mondo idillico ed elegiaco dell'amore, manierato e falso. 
Si direbbe che al novelliere siano tuttavia ignoti gli altri 
sentimenti umani fuori dell'amoroso. Non è che l'amore 
che sia degno di rappresentazione artistica. L'amore è esso 
solo l'anima del mondo, l'unica leva di tutti gli avveni- 
menti memorabili e interessanti. Chi non ama non conosce 
l'alto prezzo della vita. L'uomo non c'è a questo mondo 
che per amare; e le ispiratrici di codesto sentimento, tutto 
estetico, non hanuo altra missione che di farsi amare, non 
altro dovere che d'esser belle, d'aver «titol d'esser belle» 1 . 



1 Petrarca, Trionfo d'Amore, I, 135: «Poi ven colei ch'ha '1 titol 
d'esser bella»; e Ariosto, Ori. Fur. XIII, 1: «Donne, che nella lor 
più fresca etade Sien degne d'aver titol di beltade». 



Intkoihv.ionb Lxm 

Sennonché nella dipintura appassionata <li quelle follie e 
gelosi* e rivalità, ili quegli Bpasimi <• languori ed eroismi, 

> che già s'insinua qualche noia che non è «li con- 
senso, lampeggia un sorriso ohe à canzonatura, ■— t iì«i«* una 
dissonanza che accenna a una più sincera e immediata 
concezione della vita e dell'arte. Come 1" Btilista .-'<• ve- 
nuto ria via liberando <li quell'ingombrante ciarpame «li 
figure e ili richiami mitologici, e ba alleggerita la narra- 
zione «li tanti particolari superflui, ili tanti discorsi e mo- 
nologhi; cosi pure l'artista è venuti» sgombrando ila sé 
la dannosa Boma «li quelle manierate espressioni e rappre- 
sentazioni ili alleni esagerati e inverosimili. 

Si rilegga la deliziosa novelletta «li Gian «la Procida e 
«li Restituta (V, •>>. Niente «li più semplice «• «li più com- 
movente; <• il Tasso >icsmi l'ha alterata e guasta nell'e- 
piaodio «li Olindo e Sofronia. Ebbene, «i bì provi a leg- 
aci e il libro VI «lei FUooolo, «love quella scena «osi te- 
nera è sgretolata e diluita in una narrazione infinita e 
complicata, con discorsi prolissi <■ sazievolmente ripetuti. 
«oh incalzanti e ingenue traduzioni verbali di pensamenti 
che non rivelano nulla di profondo e di riposto, con de- 
scrizioni minuziose e inopportune di luoghi e di partico- 
lari superflui, e con l'epico intervento di Veuere e di 
Maite, che non vale a risparmiarci almeno l 1 intervento 
dell'opera magica d'un anello portentoso e d'una sorpren- 
dente agnizione. l'Iorio e Biancofiore devono esser arsi a 
due fuochi diversi; ma essi implorano che il fuoco sia 
unico. « Un volere, un amore ci ha sempre tenuti legati 
e congiunti, e un medesimo giorno ci diede al mondo », 
essi dicono; «piacciavi che poi che un'ora ci toglie, die 
similmente una medesima fiamma ci consumi! ». Sono 
esauditi, e <• fu adunque Filocolo insieme con Bianeofior 
legato a' duri pali e intorniato di legno; le quali cose 
mentre si facevano. Biancofiore piangendo guardava Filo- 
colo, e diceva con rotta voce e con vergogna ... ». Di- 
eeva tante parole, e tante ne diceva, rispondendole, Florio, 
aspettando la morte che non veniva ! Così Fazione si tra- 
scina languida e snervante, e con poco <> punto interesse. 
Il che non avviene nel Decamerone. Qui gii amanti, sor- 



LXIV M. SCHBRILLO 

presi, « così ignudi com'erano », sono subito legati a un 
unico palo ma « colle reni l'uno all'altro volte », e da- 
vanti ai loro occhi »• apparecchiata la stipa e il fuoco. I 
Palermitani, uomini e donne, corrono per vederli : « gli 
iiomini », osserva lo scaltrito novelliere, « tatti a riguar- 
dare la giovane si traevano, e così come lei bella esser 
per tutto e ben fatta lodavano, così le donne, che a guar- 
dare il giovane tutte correvano, lui d'altra parte esser 
bello e ben fatto sommamente commendavano ». Fra tanti 
sguardi indiscreti, « gli sventurati amanti, amenduni ver- 
gognandosi forte, stavano colle teste basse, e il loro in- 
fortunio piangevano, d' ora in ora la crudel morte del 
fuoco aspettando ». L'aspettavano piangendo in silenzio, 
alla buon'ora! E quando sopraggiunge Ruggier dell'Oria, 
e naturalmente « prima riguardò la giovane, e commen- 
dolla assai di bellezza », e domandò poscia al giovane se 
Gianni di Procida fosse, questi risponde breve e conciso, 
che pare un personaggio dantesco : « Signor mio, io fui 
ben già colui di cui voi domandate, ma io sono per non 
esser più ». E la cagione della sua condanna è subito detta: 
« Amore e l'ira del Re ». Parrebbe quasi che il Boccaccio 
abbia voluto rifarsi delle tante lungaggini del Filocolo ! 
E un tocco ancora, che completa la figura generosa e mon- 
dana del grande ammiraglio. Alla sua domanda, cosa desi- 
deri che faccia in suo prò, Gianni risponde con cara inge- 
nuità : che gli ottenga che invece che con le reni, essi siano 
« co' visi l'uno all'altro rivolti, acciò che morendo io », 
dice, « vedendo il viso suo, ne possa andar consolato ». 
E Ruggieri che spera di liberarli, ridendo con arguta bo- 
nomia : « Volentieri ; io farò sì che tu la vedrai ancor 
tanto che ti rincrescerà! ». 

Il novelliere s'è dunque persuaso che anche una sce- 
netta d'amore innocente, di due giovani cuori, può esser 
trattata con mano leggiera e col sorriso sulle labbra. In 
fondo anche la novelletta birichina della « bella e piace- 
vole » figliuola di Lizio da Valbona e del « giovane bello 
e fresco della persona, il quale era de' Manardi da Bret- 
tinoro, chiamato Ricciardo » (V, 4), rinuova Una parte del- 
l'episodio della torre dove Biancofioi'e fu rinchiusa e 



Introduzionk I.XV 



Florio riuscì ;; penetrare; ma ohe gaiezza e che brio, chi 
morbidezza <li torco, che grazia d'intonazione <• di dia- 
logo ! 

Il tragico e il comico nella realtà si toccano, s'intrec- 
ciano, si confondono, t '..-i | ( - peripezie a cui va incontro 
Alatici nel suo viaggio avventuroso da Alessandria al Ma- 
rocco sono per sé stesse tragiche ; ma l'esperto romanziere 
sa maravigliosamente cogliere e riprodurre l'ironia pro- 
tonda della situa/ione, e la tragedia degenera io com- 
media, in una delle più gustose commedie che sia stala 
mai scritta (n, 7). Alatiel è un' Elena saracena, dalla bel- 
lezza fatale. Essa e debole, e facilmente s'acconcerebbe ;i 
lasciarsi amare in pace, senza provocare tanti scompigli; 
ma il suo destino di bella donna la sospinge, non reni- 
tente, nelle braccia di sempre nuovi amanti. È un'Ange- 
lica, senza la scaltrezza e la virtuosità, non sempre sim- 
patica, di questa sua discendente. 

Il novelliere s'è venuto via via accorgendo che le donne 
possono anche avere un'anima e una personalità propria, 
ed esse pure ardentemente amare e odiare; che possono 
non acconciarsi a rimanere in quell'atmosfera artificiale 
di sogno o di stordimento creata loro da' romanzieri, ma 
voler discender nella vita, e ribellarsi alla tirannia di quel 
limbo scialbo dove un'arte di decadenza s'era baloccata a 
rinchiuderle, e contemplarcele quasi bambole imbellettate; 
che possono volere non attendere che altri le destini, ma 
scegliere esse, e dedicare al prescelto una foga di pas- 
sione che lo segua tino alla tomba e più in là. Nessuna 
donna innamorata aveva iin allora parlato come la fiera 
Ghismonda a suo padre principe di Salerno (IV, 1); e nes- 
suna aveva saputo ancora amare con l'intensità del senti- 
mento suo, o della Lisabetta di Messina (IV, 5), o dell'An- 
dreuola di Brescia (IV, 6), o della filatrice fiorentina Si- 
mona; la (piale, «quantunque le convenisse colle proprie 
braccia il pan che mangiar volea guadagnare, non fu per 
ciò di sì povero animo che ella non ardisse a ricevere 
Amore nella sua mente » (IV, 7). E che dramma singo- 
lare, maravigliosamente osservato e riprodotto, senza sman- 
cerie sentimentali o frange rettoriche, quello, quasi iguoto 



I-XV1 M. SCHBRILLO 



a sé medesima, che condusse la Salvestra, la buona sar- 
tina di Firenze, a resistere alle ardenti proteste d'amore 
dell'amato Girolamo, e a cadérgli poi morta sul corpo 
esanime! Una figurina gentile, appena sbozzata, come al- 
cune delle indimenticabili creature femminili di Shake- 
speare, che portano con sé nella tomba il pudico mistero 
della passione che ne logorò o infranse l'esistenza. I suoi 
concittadini, aggiunge il novelliere, vollero degnamente 
onorare quella pura eroina dell'amore caduta vittima del 
dovere; e fecero per lei ciò che la leggenda narrava di 
Tristano e Isotta, tanto meno meritevoli. E « presa adun- 
que la morta giovane, e lei così ornata come s'acconciano 
i corpi morti, sopra quel medesimo letto allato al giovane 
la posero a giacere, e quivi lungamente pianta, in una 
medesima sepoltura furono sepelliti ameuduni; e loro, 
li quali amor vivi non aveva potuto congiugnere, la morte 
congiunse con inseparabile compagnia » (IV, 8). 

Gli è che nella realtà la donna non è, come in quei 
romanzi, solo un frivolo oggetto d'amore, amata e amante, 
sempre pronta, al primo invito, a cedere e a tradire. Di 
fronte alla dolce e arrendevole madonna Beatrice bolognese, 
la facile vincitrice agli scacchi (VII, 7), il novelliere pone 
l'austera Marchesana di Monferrato, che al galante re di 
Francia, Filippo il Bornio, seppe baldanzosamente inse- 
gnare che « le femine, quantunque in vestimenti e in 
onori alquanto dall'altre variino, tutte perciò son fatte 
qui come altrove » (I, 5); di fronte alla perversa Lidia, 
la signora greca pazzamente innamorata del giovinetto 
Pirro (VII, 9), la mite bolognese madonna Catalina, così 
nobilmente amata da Geutil Carisendi (X, 4) ; di fronte 
alla fatua vedovella fiorentina Elena, che credette poter 
frascheggiare con lo scolare venuto da Parigi (Vili, 7), 
la buona monna Giovanna, anch'essa fiorentina, così ca- 
vallerescamente amata da Federigo Alberighi. Rimasta 
vedova con un unico garzoncello e questo infermatosi, « la 
madre dolorosa, come colei che più no n'avea e lui amava 
quanto più si poteva, tutto '1 dì standogli dintorno, non 
ristava di confortarlo, e spesse volte il domandava se al- 
cuna cosa era la quale egli disiderasse, pregandolo gliele 



Introdi/.i< I.WI1 



dicesse, ehe per certo, se possibile fosse ad avere, prò 
caccerebbe come l'avesse ► (V, 9). 

Il novelliere oramai non lia pregiudizi, lièi ali, clic 

era ed è tacile, ne artistici, ch'era ed è molto più diffi- 
oile. L'artista mediocre manifesta subito le Bue preferenze 

e crea la sua maniera. Ma il Boccaccio — il Boccaccio vero, 
s'intende, non quello ili maniera; dacché anche la crìtica 

mediocre crea presto la sua maniera! — non ha prefe- 
renze. La realtà lo interessa tutta, ila Ogni lato. Egli, 
per ritraila, non cerca la [tosa. E COSÌ passano avanti 
a lui i tipi più diversi, ch'egli ritrae con lo stesso 
amore e la stessa bravura. Ecco la madonna Jiartolomea 
di Pisa, la moglie troppo giovane e troppo bella pel giu- 
dice Ricciardo di Chinzica, che rapita da Paganino da 
Mare, giovane e gagliardo, non vuol più saperne di tor- 
nare a casa (IT, 10). E l'altera gentildonna fiorentina che 
non sa rassegnarsi a rimaner moglie d'un artefice lana- 
iuolo, e si giova del confessore per indurre « un assai 
valoroso uomo e di mezza età » a riamarla (III, 3). E la 
sciocca Lisetta da ea' Quirino, che si lascia amare dal- 
l'Agnolo Gabriello (IV, 2). E la Ciesca da Celatico, « la 
quale ancora che bella persona avesse e viso (non però 
di quegli angelici che già molte volte vedemo), sé da 
tanto e sì nobile reputava, che per costume aveva preso 
di biasimare e uomini e donne e ciascuna cosa che ella 
vedeva, senza avere alcun riguardo a sé medesima, la quale 
era tanto più spiacevole, sazievole e stizzosa che alcuna al- 
tra » (VI, 8). E la sfrontata madonna Filippa da Prato, che 
incurante del pericolo che la minacciava, d'esser arsa viva. 
giustifica la sua colpa dicendo del marito: « se egli ha sem- 
pre di me preso (niello che gli è bisognato e piaciuto, io che 
doveva fare o debbo di quel che gli avanza ? dèbbolo io 
gittate ai cani? » (VI, 7). E monna Belcolore da Varlungo, 
« una piacevole e fresca foresozza, brunazza e ben tar- 
chiata », saltanti' su dalla vita del contado, « cotal salva- 
tichetta » e « in contegno », col suo cembalo col sonagliuzzo 
e il « bel moccichino e gentile in mano » (Vili, -). 

E insieme con queste, ecco la sventurata madonna 
Beritola, che tra la tempesta di gravi mutamenti politici, 



i.xvm M. Scherillo 



^ni sua cosa lasciata, con un suo figliuolo d'età forse 
ili otto anni, e gravida e povera, montata sopra una bar- 
chetta, se ne fuggì a Lipari, e quivi partorì un altro ti- 
gliuol maschio, il quale nominò lo Scalciato » (II, 6). È 
una scena ili vita vissuta, di quelle che purtròppo avve- 
nivano così di frequente anche in Toscana, tra il continuo 
sormontare e decadere di Guelfi e di Ghibellini, di Bian- 
chi e di Neri. Ed ecco la fiera e virile Zinevra, che 
riesce a smascherare il suo vile calunniatore (li, 9) ; e le 
probe ma poco prudenti madonna Francesca de' Lazzari 
(IX. 1) e madonna Dianoia di Udine (X, 5) ; e la povera 
monna Tessa, « bella e valente donna » ma malcapitata 
moglie di quel gaglioffo di Calandrino (Vili, 3 e 6; IX, 
3 e 5). Ed ecco madonna Adalieta, la savissima e gentile 
e amorosa moglie di inesser Torello d'Istria, la più alta 
e la più pura delle gentildonne del Deca me rane: o che essa 
presenti sé medesima e i suoi figlioletti agli ospiti regali, 
e doni a costoro, con grazia squisitamente signorile, robe 
di drappo o giubbe di zendado o pannilini ; o che tene- 
ramente saluti il marito che parte per Terrasauta ' ; o che 
gli corra nelle braccia al suo inaspettato ritorno. Quando, 
assisa malvolentieri al nuovo banchetto nuziale cui i fra- 
telli l'avevan costretta, essa riconosce in fondo alla coppa 
pòrtale dal « barbassoro » l'anello da lei dato al marito 
nel momento della separazione, « prèsolo, e fiso guardato 
colui il qua! forestiere credeva, e già conoscendolo, quasi 
furiosa divenuta fosse, gittata in terra la tavola che da- 
vanti aveva, gridò: — Questi è il mio signore! Questi 
veramente è messer Torello ! — E corsa alla tavola alla 
quale esso sedeva, senza aver riguardo a' suoi drappi o 



1 Gli dice: « Se egli avvieue che io muoia prima che io vi rivegga, 
ricordivi di me quando il vedrete»; facendo, come si vede, un bel verso 
endecasillabo! Così Lucia, o il romanziere per lei, nel salutare, i suoi 
monti, dirà: «ville sparse e biancheggianti sul pendio, come bramili 
di pecore pascenti* (Promessi sposi, Vili). Tanto è vero, potrebbe 
osservare don Alessandro, che quando V animo è commosso, non sa 
più quel che si taccia! — Cfr. altresì III, 9: «Voi ne parete ancor* 
senza marito»; Vili, 7: «Il fante fece il suo comandamento»; X,7: 
«crescendo in lei amor contiquamenti 



[MTR0DUZ101 I.\i\ 



a cosa che sopra la tavola fosse, uc i 1 1 ; 1 1 ; 1 - i oltre quanto 
potò, l'abbracciò Btrettamente, né mai «lai suo collo fa 
potata, per «Ititi» .» per fatto d'alcuno che quivi foe 
levare, infino :i tanto che per messei Torello con 1«- fa 
delio che alquanto sopra bò stesse, per «io che tempo da 
abbracciarlo le sarebbe ancor prestato assai » (X, 9). K 
tra le scene più fresche e piò commoventi «li questo lii»n> 
cosi maravigliosamente vegeto e \ari<> <• complesso. 

Kd ecco finalmente Griselda, che mi suo eroismo di 
umiltà e ili rassegnazione riflette forse là perfezione leg- 
gendaria della Genoveffa, «Iella Crescenzia, «li Sant'Uliva 
(X, 10). Troppo ammirata un tempo, dacché il Petrarca 
la degnò «runa -uà versione in latino, questa novella ha 

peniate ora !«• simpatie «lei crìtici, «laeehè il De Sanili- 
additò in essa la pili cospicua prova «li quel vuoto «Iella 
coscienza e «li quel difetto «li senso inorale che gli pai- 
vero caratteristici del Boccaccio. La Griselda, «-gli disse, 
• per mostrarsi buona moglie, soffoca tutti i sentimenti 
«Iella natura e la sua personalità e il suo libero arbitrio. 
L'autore, volendo foggiare una virtù straordinaria che col- 
pisca d'ammirazione gli uditori, cade in quel misticismo 
contro di cui si ribella e che mette in gioco, collocando 
l'ideale della virtù femminile nell'abdicazione della perso- 
nalità, a quel modo che, secondo l'ideale teologico, la 
«arm «■ assorbita dallo spirito «■ lo spirito «• assorbito da 
Dio. si rinnova il sacrificio d' Abramo, e il Dio che metti- 
la natura a così crudel prova, è qui il marito» 1 . E l'ossei - 
razione è, al solito, acuta e anche giusta, a patto però 
«he non si pigli troppo alla lettera l'affermazione che il 
Boccaccio abbia voluto collocare l'ideale della virtù fem- 
minile nell'abdicazione della personalità. Chi può dire 
quale sia precisamente «(nell'ideale nel Decameroneì Po 



' Cfr. Prose scelte 'li F. de Smiriis, a cura ili M. Schkimi.i.o. Na- 
poli, Morano, 1914, voi. II, i>. 260.— Kiehiaiuo per curiosità «pi 
'i-uno delle Memorie: « Tua sera la scuola era molto animata. Io ero 
di buonissimo amore, e lessi la Griselda del Boccaccio. Feci parecchie 

ovazioni piccanti, e scelsi tre giovani perchè studiassero la no- 
vella e ne facessero la critica. Tra questi era De Meis ». Prose sedie. 
voi. I, p. 154. 



I.XX M. S( lll.KH.I.o 



che la morale predicata e praticata da madonna Filippa da 
Prato o da madonna Bartolomeo da Pisa vi suscita scan- 
dalo o disgusto ì 11 vero è che la troppa virtù, la singo- 
larissima rassegnazione di Griselda, desta essa scandalo : 
e quella buona lana di Dioneo, che ha proprio lui narrata 
la novella, ne trae questa edificante morale: « Chi avrebbe, 
altri che Griselda, potuto col viso, non solamente asciutto 
ma lieto, sofferh'e le rigide e mai più non udite prove da 
Gualtieri fatte? Al quale non sarebbe forse stato male 
investito d'essersi abbattuto a una, che quando fuor di 
casa l'avesse in camiscia cacciata, s'avesse sì a un altro 
fatto scuotere il pelliccione, che riuscita ne fosse una bella 
roba ! » ' . 

Singolare, maravigliosa per la sua virtù, ma non perciò 
insensibile o torpida. Nel fondo di quel cuore di donna, di 
sposa, di madre, non sono acque stagnanti, ma fremono 
tempeste di affetti e di sentimenti. La tragica calma con 
la quale essa si lascia portar via i figliuoli impensierisce 
perfino lo stravagante marito ; « e se non fosse che ear- 
nalissima de' figliuoli, mentre gli piacea, la vedea, lei 
avrebbe creduto ciò fare per più non curarsene ». E se 
udendo le insolenti e pazzesche parole di costui, il quale 
ella non può scordare eh' è il suo signore: «io intendo che 
tu più mia moglie non sia, ma che tu a casa Giannùcolo 
te ne torni con la dote che tu mi recasti, e io poi un'altra 
che trovata n'ho convenevole a me ce ne menerò », essa 
« non senza grandissima fatica, oltre alla natura delle te- 
mine, ritenne le lagrime »; ciò non è certo per imbecil- 
lità d'animo. All'offesa stupidamente crudele ella risponde 
con una dignità severa e tranquilla, che strappa le la- 
grime agli astanti e al suo carnefice. « Comandatemi », 
dice, « che io quella dote me ne porti che io ci recai ? 
Alla qual cosa fare, uè a voi pagator né a me borsa bi- 
sognerà ne somiere, perciò che uscito di mente non m'è 
che ignuda m'aveste. E se voi giudicate onesto che quel 



1 Cfr. Vili, 7: « Certo io confesso che essi con maggior forza scuo- 
tono i pilliccioni; mi gli attempati, sì come esperti, sanno meglio i 
luoghi dove stanno le pulci ». 



[» i RODI ZIO I.WI 



corpo !iol tinaie in iio portati figlinoli da voi generati sia 
da tutti velluto, io nir n'andrò ìgnnda. Ma io vi priego, 
in premio della mia verginità che i<> ci recai e non la 
porto, che almeno una sola camiscia Bopra la dote mia vi 
piaccia che i<> portai ne possa . E finalmente quando 
« in presenzia d'ogn'uomo • quel matto le < 1 ì « - « - sorridendo: 
Che li par della nostra sposa? •>, ella risponde con pa- 
role che illuminano d'improvviso le piaghe fruenti del suo 
straziato cuore. «Signor mio, risposi- Griselda, a me m 
par molto bene; e se così è savia come ella è bella, che 
M credo, io non dubito punto che voi non dobbiate con 
lei vivere il più consolato signore del mondo. Ma quanto 
posso vi priegO, che quelle punture le quali all'altra che 
vostra fu già deste, non diate a questa, ohe appena che 
io creda ohe ella !<■ potesse sostenere, si perchè più j;io- 
\ane è, e sì ancora perchè in dilicatezze è allevata, ove 
colei in continue fatiche da piccolina era stata »'. 

Forse m'inganno, ma per risentire parole di così pro- 
tonda amarezza bisogna rivolgersi a qualcuna delle addo- 
lorate donne del teatro shakespeariano. Giacché il vero e 
solo e degno erede e rivale di Giovanni Boccaccio nacque 
fuori d'Italia, e si chiamò Guglielmo Shakespeare. 



1 II Chauoei ha tolto etticacia a questa risposta facendo sì che 
Griselda poco dignitosamente scopra, inuanzi alla nuova sposa, esser 
proprio lei la prima sposa (l'altra che vostra fu), crudelmente punta e 
Data di povera gente. 

« One thing waru I you and biseke also, 
Ilnrte not ever witli no tormeutynge 
This tendre niayden, as yo bave done ino; 
For she is fostrid in hir norischinge 
tiore tendroly, ami to my supposynge 
She coude not adversitee endure, 
As coude a pore fostrid creature». 



IUULIOGKAFIA SUCCINTA 



l LA VITA I. LE OPERE DEL BOCCACCIO. 

kRCULKO Giorgio, G. Boccaccio, l'uomo e Paritela; conferenza. — 

Nella «Rassegna Contemporanea», Roma, L913. 
Baldelli <iio. Batista, Vita di G. Boccacci. Firenze, 1806. 
Bartoli Adolfo, fi Boccaccio, conferenza. Nel voi. «La vitaitar 

liana nel Trecento», II: Milano, Tri Sìi'J 

C\uin rei Giosi è, Ai parentali di G. Boccacci in Certaldo, discorso. 

— Bologna, Zanichelli, 187f>. (Riprodotto nel voi. delle Prosi, 
p. 77.S ss.). 

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inalzo 1S7.">. 

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Corazzimi Frani bsi • ■, Li lettere di G. Boccaccio, edite e inedite. — 

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Milla Torrh Aiutaldo, L<< giovinezza </i Q, Boccaccio (13131341). 

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Kokrting Gustav. Boccaccio's Leben "mi Werke. — Leipzig, ix.80. 

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Torraca Francesco, Per la biografia di G. Boccaccio, appunti. — 
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f 



I.XX1V DECAMKRONE 



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B - IL cDECAMERONE». 

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Bartb Bruno, Liete und Ehe im altfransosischen Fablel ami in der 

miltelhochdeutschen Novelle. Inaugural-Dissertation zur Erlangung 

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Bartoli Adolfo, I precursori dei Boccaccio e alcune delle sue fonti, 

studio. — Firenze. Sansoni, 1876. 

— Il « Deeamerone » nelle sue attinenze colla novellistica europea. 

Nella «Rivista Europea». 1879. 

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Di Francia Letterio, Alcune novelle del < Deeamerone* illustrate 
udir fonti. — Nel « Giornale Storico della Letteratura Italiana -. 
XLIV. 1904; XLIX, 1907. E auebe nella Miscellanea in onori di 
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GIGLI Giuseppe, Il disegno del « Decameron » di G. Boccaccio. — Li- 
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Grobbk Gustav, Ucber die Quellen voti Boccaccios Dekameron. — 
Strassburg, Heitz, 1913. 

Hrcker Oscar, Die Berlino- Decameron-handschrift'und ihr Ver- 
haUnie -»»< Codice Mannelli. Inangural-Diesertation zur Erlan- 
gung der Doctorwiirde. — Berlin, 1892. 

— Della parentela esistente fra il manoscritto berlinese del « Decame- 

ron » ed il codice Mannelli. Nel < Giornale Storico della Lettera- 
tura Italiana». XXVI. 1895. p. 162 ss. 

— Nuove osservazioni, nelle « Abbandlimgeu Ilerru prof. dr. A. To- 

Wer... dargebracht », Halle, 1895, p. 210. 









BLBLIOGR \i i \ mii ivi \ LJ 

K , ii i ih. i. E . Htudien ■'/■ '/. ichieh te der itallenischi » Vovelle in à\ r 9n 
glisehen Lilteralur del teck chnlenJahrhundert. Strasaburg, 1892. 
Lardai Marcus Die Quellen dei Dekameron. — Stuttgart, Soheìble, 

I-M. 

1,11 \. i //,, Decameron, iti Sourcei and dnalogues. London, 

Nuli. 1909. 
Mac Mi ii v n m.. The rilutimi of linux 8acht io the Decameron Eia 

lifax, 1889. 
Marni Domenico, Istoria del Deeamerone. Firenze, 1742. 
Mi.kmi. Carlo, Come veitivano gliuotnini del « Decameron -. Nei 

« Rendiconti della R. Aooademia «IH Lincei, olasse <V\ Boienze mo 

rali, Btoriohe >■ Biologiche •. 1897, 70I. VI, f, 9 e 10, 11 e 12. 
Mortbvbrdi \m.i.i.«>. eli esempi dello * Specchio di vera penitenea*. 
Nel e Giornale Storico della Letteratura italiana», LXI, 1913, 

1». 266 s^. : LXIII, 1914, p. 240 
Paris Gaston, Lee contee orientava dans In littératun francaise dii 

moyen dge. — Nel voi. - La poesie do moyen ftge», II. p. 75 
R \.in v l'io. Le fonti iteli' < Orlando Furioso -. — Firenze, Sansoni, 1900. 
— Per le origini della novella proemiale delle « Mille e min notte»- — 

Nel «Giornale della Società Laiatioa italiana», voi. XII. 1899, 

]>. 171 89. 

Toblbb Adolf, />/« Berlinér Hàndschrifl de* Decameron. — Nelle 
« SitzungBberiohte der Ir. Preussiaohen Akademie der Wissenaohaf- 

tni su Berlin .. XXV. 1887, p. 376 -. 
Trabalza Ciro, Studi su! Boccaccio, - ritta di Castello, Lapi, 1906. 

/.IMHIM BORAYBNTORA, Di nleiiìie mietile del BoCCOCCÌO ' I SUOÌ eri- 

terii d'urie. - Negli - Atti della K. Accademia della Crusca», Fi- 
renze, 1905. 



IL DECAMERON 



COMINCIA II- LIBRO CHIAMATO DECAMERON, COGNOMINATO 

PBENCIPE GALEOTTO, nel qualh 81 contengono 

NTO NOVELLE, IN LMECK DI DBTTB DA SETTE DO] 
B 1>A THE GIOVANI (OMINI. ' 



PRO E M I o. 

Umana cosa è aver compassione degli afflitti; e coinè 
che a ciascuna persona sica bene, a coloro è massimamente 
richiesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere, et 
hannol trovato in alcuni: fra' quali, se alcuno mai n'ebbe 
bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son 
uno di quegli. Per ciò che dalla mia prima giovanezza in- 
tìuo a questo tempo oltre modo essendo acceso stato d'altis- 
simo e nobile amore, forse più assai che alla mia bassa con- 
dizione non parrebbe, narrandolo, si richiedesse; quantunque 



' Il titolo Decameron vuol essere un composto «1<»1 1 * - due voci greche 
•r,[j.:;--/ = dieci giornate La strana desinenza ha fatto sospettare 
che il Boccaccio lo modellasse bu quei genitivi plurali Melamorphoseàn, 
Georgicón, Bucolicón, Oynegelieón, Salyrieón, che sonavano così rumo- 
rosamente in testa ai libri, non solo di Ovidio, ili Virgilio, >li Calpurnio, 
ili Nemesiano, ma di Petronio e, quel oh'è più, del suo Apuleio. Tut- 
tavia al Rajna pare fuor d'ogni dubbio oh'ei lo traesse «dai trattati 
ohe dissertavano intorno alla cica/ione del mondo»: dagli Bexameròn 
o E< a incrini, «come, dori zzando inconsapevolmente, il medioevo di- 
ceva in cambio di Exemeron*, ili sant'Ambrogio, ili san Basilio, di Beda. 

Giovanni da Genova insegnava nel Catholicon: *Hexameron <■ po- 

nitur ab hexa, quod est sex. et /neri,*, quod est ilies: inde ffexameron, 
iilest liber sex dierum». — Cfr. Koeting, Boccaccio'» Leben und Werke, 
Lipsia 1880, ]>. iH7: GaSpaky, nel Literaturblatt fùr germanisehe und 
romanische Philologie, 1881, p, 2i>: e nuovamente nella Storia della 
leti, iteti., II. 1, p. 326; E. Tbza, La parola Decameron, nel Propugna- 
tore, Invi. II. p. 311 ss.: P. U\.in\. L'episodio delle Questioni d'Amore 
nel Filocolo, nella Romania, XXXI, 1902 p. 80-81. — Nel cognome 
Prencipe Galeotto è evidente l'allusione al dantesco « Galeotto fu il 
libro» d' Inf. X. 137. - E così vuol intesta donna dire», chiosa il Boc- 
al verso di Francesca, «che quello libro il quali 

Vano Polo et ella, quello uficio adoperasse t la lOT due elle adopero 

Galeotto tra Lancillotto e la Reina ». 



PROEMIO 



appo coloro che discreti erano, et alla cui notizia pervenne, 
io ne fossi lodato, e da molto più reputato, nondimeno mi 
fu egli di grandissima fatica a sofferire, certo non per cru- 
deltà della donna amata, ma per soverchio fuoco nella mente 
concetto da poco regolato appetito: il quale per ciò che a 
ninno convenevol termine mi lasciava contento stare, più di 
noja che bisogno non m'era spesse volte sentir mi iacea. 
Nella qual noja tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoli 
ragionamenti d'alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni, 
che io porto fermissima opinione per quelle essere avvenuto 
che io non sia morto. Ma sì come a Colui piacque, il quale, 
essendo egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte 
le cose mondane aver fine, il mio amore, oltre ad ogni altro 
fervente, et il quale ninna forza di proponimento, o di con- 
siglio, o di vergogna evidente, o pericolo che seguir ne po- 
tesse, aveva potuto né rompere né piegare, per sé medesimo 
in processo di tempo si diminuì in guisa, che sol di sé nella 
mente m'ha al presente lasciato quel piacere, che egli è 
usato di porgere a chi troppo non si mette ne' suoi più cupi 
pelaghi navigando: per che, dove faticoso esser splea, ogni 
affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimase 

Ma quantunque cessata sia la pena, non per ciò è la me- 
moria fuggita de' benefici già ricevuti, datimi da coloro a' 
quali, per benevolenza da loro a me portata, erano gravi 
le mie fatiche; né passerà mai, sì come io credo, se non per 
morte. E per ciò che la gratitudine, secondo che io credo, 
tra l'altre virtù è sommamente da commendare et il con- 
trario ' da biasimare, per non parere ingrato, ho meco stesso 
proposto di volere, in quel poco che per me si può, in cam- 
bio di ciò che io ricevetti, ora che libero dir mi posso, e se 
non a coloro che me atarono ", alli quali per avventura, per 
lo lor senno o per la loro buona ventura, non abbisogna, a 
quegli almeno a' quali fa luogo 3 alcuno alleggiamene ' pre- 
stare. E quantunque il mio sostentamento, o conforto che 
vogliam dire, possa essere e sia a' bisognosi assai poco, non- 
dimeno panni, quello doversi più tosto porgere- dove il biso- 
gno apparisce maggiore, sì perchè più utilità vi farà, e sì 
ancora perchè più vi fia caro avuto. 

'L'ingratitudine.— aiutarono. — 'Bisogna. — 'Sollievo. 



PROl 



E chi negherà, questo, quantunque egli si sia . non molto 
più alle vaghe donni igli uomini convenirsi dona 

• ■ dentro a' diligati petti, temendo e i 
gouo l'amorose fiamme nasci quali quanto più di forza 

abbian che le pa oro il sanno che l'hanno provate: et 

oltre a ciò, ristrette da' voleri, da' piaceri, da' comandamenti 
de' padri, delle madri, de' fratelli e de' mariti, il più del 
tempo nel piccolo circuito delle, loro camere racchiuse dimo- 
rano, e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in 
una medesima ora, seco rivolgono diversi pensieri, li quali 
non è possibile che sempre .seno allegri. E se per quegli 
alcuna malinconia, mossa da focoso disio, sopravviene ni 
ior menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, 

La nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che elle sono 
molto men forti che gli uomini a sostenere'. Il che degli 
innamorati uomini non avviene, si come noi possiamo aper- 
tamente ' vedere. Essi, se alcuna malinconia o o TaV e zz;l di 
pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da 
passar quello*; per ciò che a loro, volendo essi, non manca 
l'andare attorno, udire e veder molte cose, uccellare, cac- 
ciare, pescare, cavalcare, giucare « o mercatare. De' quali 
modi ciascun,! ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l'a- 
nimo a sé, e dal nojoso pensiero rimuoverlo, almeno per 
alcuno spazio di tempo: appresso il quale, con un modo o 
con altro, o consolazion sopravviene, o diventa la noja mi- 
nore. 

Adunque, acciò che in parte per me s'ammendi il pec- 
cato della Fortuna, la quale dove meno era di forza, sì come 
noi nelle dilicate donne reggiamo, quivi più avara fu di so- 
stegno; in soccorso e rifugio di quelle che amano (per ciò 
all'altre è assai l'ago e '1 fuso e l'arcolajo), Stendo di 
raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie che 
dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta 
brigata di sette donne e di tre giovani, nel post delizioso 
tempo della passata mortalità fatta , et alcune canzonette 
dalle predette donne cantate a lor diletto. Nelle quali no- 






Per piccoli cUe 8Ìa. - *Sen*a dire ohe, oltre 1 che. - 'Soppor- 
tare, soffrire. - ■ Chiaramente. - RimuoT ere da - quella malinconia 
'' '!»" a. - «Giuoeare. - » Costituita (la brigata) 



ti PROEMIO 



velie, piacevoli et aspri casi d'amore, et altri fortunati ;iv 
lenimenti si vedranno, così ne' moderni tempi avvenuti come 
negli antichi. Delle quali le già dette donne che queste leg- 
geranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle 
mostrate, e utile consiglio potranno pigliare, in quanto po- 
tranno cognoscere quello che sia da fuggire, e che sia simil- 
mente da seguitare: le quali cose senza passamento di noja ' 
non credo che possano intervenire -. Il che se avviene (che 
voglia Iddio che cosi sia!), ad Amore ne rendano grazie, il 
quale liberandomi da' suoi legami, m'ha conceduto il potere 
attendere a' lor piaceri. 



Se non si evi!;; la noia dell'insegnamento pedantesco. — 2 Acca- 
dere. Vili. 10: « non poteva credere questo dovere a lui intervenire». 






COMINCIA i\ PRIMA GIORNATA iti. DECAMERON, KB-LLA 
QUAJLB, I>')|M) LA DIMOSTRAZIONB FATTA DAIìL'AUTORB 
l'KK CHK CAGIONE AWBNIS8D DI DOVERSI QUELLE PER- 
OHE APPRH880 SI MOSTRANO, RADUNARE A KAClo- 
NAKK INSIEME, BOTTO IL REGGIMENTO DI PAMPINEA 
Bl RAGIONA DI QUBLLO OHH PIÙ AGGRADA A CIASCHEDUNO. 



Quantunque volto, 1 , granosissime donne, meco pensando 
riguardo quanto voi naturalmente - ' tutte siete pietose, tante 
conosco che la presente opera, al vostro judicio, avrà grave 
e nojoso principio, sì come è la dolorosa ricordazionc della 
pestifera mortalità trapassata, universalmente a ciascuno che 
quella vide o altramenti conobbe, dannosa, la quale ' essa 
porta nella sua fronte. Ma non voglio per ciò che questo di 
più avanti ' leggere vi spaventi, quasi sempre tra' sospiri e 
tra le lagrime leggendo dobbiate trapassare. Questo orrido 
Cominciamento vi fia non altramenti che a' camminanti una 
montagna aspra et erta, presso alla quale un bellissimo piano 
e dilettevole sia riposto, il quale tanto più viene" lor piace- 
vole, quanto maggiore è stata del salire e dello smontare la 
gravezza. E sì come la estremità della allegrezza il dolore 
occupa , così le miserie da BOprawegnente letizia sono ter- 
minate. A questa brieve no.ja (dico brieve, in quanto in po- 
che lettere si contiene seguita prestamente la dolcezza et 
il piacere, il quale io v'ho davanti promesso, e che forse non 
sarebbe da così fatto inizio, se non si dicesse, aspettato. E 
nel vei*o, se io potuto avessi onestamente per altra parte 
menarvi a quello che io desidero, che per così aspro sen- 
tiero come fia questo, io l'avrei volentier fatto; ma per ciò 
che, qual fosse la cagione per che le cose che appresso si leg- 
geranno avvenissero, non si poteva senza questa rammemo- 
razion dimostrare, quasi da necessità costretto a scriverle mi 
co aduco. 

Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera In- 
carnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di mille 



l atte le volte che. — Per propria natura. — Rioordazione. — 
1 Più oltre. — 'Diventa, riesce. Proverbia XIV, 1S: « Risus dolore 

miscebitur, et estrema gaudii luetus oceupat ». 



ClOKNAT \ l»r.lM-\ 



trecento quarantotto, quando nella egregia città <li Fiorenza 
oltre ad ogni altra italica bellissima, pervenne la mortifera 
stllenza. La quale, per operazion de' corpi superiori ' o pel- 
le nostre inique opere; da giusta ira di Dio a nostra corre- 
zione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle 
parti orientali incominciata, quelle d' innumerabile quantità 
di viventi avendo private; senza ristare, d'un luogo in un 
altro continuandosi, verso l'Occidente miserabilmente s'era 
ampliata. Et in' quella non valendo alcuno senno né umano 
provvedimento, per lo quale fa da molte immondizie purgata 
la città da oficiali sopra ciò ordinati, e vietato l'entrarvi 
dentro a ciascuno infermo, e molti consigli dati a conserva- 
zion della sanità: uè ancora umili supplicazioni, non una volta 
ma molte, e in processioni ordinate, e in altre guise a Dio 
fatte dalle divote persone; quasi nel principio della prima- 
vera dell'anno predetto, orribilmente cominciò i suoi dolorosi 
effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come- 
in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue, del 
naso era manifesto segno d'inevitabile morte; ma nascevano 
nel cominciamento d'essa, a' maschi e alle temine parimente, 
o nell'anguinaja o sotto le ditella , certe enfiature, delle 
quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come 
uno uovo, et alcune più et alcun'altre meno, le quali i vol- 
gari ; nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo pre- 
dette, infra brieve spazio cominciò il già detto gavòcciolo 
mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere 
et a venire : e da questo appresso s' incominciò la qualità 
della predetta infermità a permutare in macchie nere o li- 
vide, le quali nelle braccia e per le coscie, et in ciascuna 
altra parte del corpo, apparivano a molti, a cui grandi e 
rade, et a cui minute e spesse. E come il gavòcciolo primie- 
ramente era stato, e ancora era, certissimo indizio di futura 
morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno. A cura 
delle quali infermità né consiglio di medico, né virtù di me- 
dicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o 
che natura del malore noi patisse' 3 , oche la ignoranza de' 



Le stelle. Petrarca, 128: «stella maligna». — 2 Contro quella pe- 
stilenza. Altri: in quella città, <li Fiorenza. — 3 Le ascelle. — ' Oli uomini 
noli della scienza. — Ad alcuni. — B Consentisse. 






i:i nM/.i' 3 

medicanti de' quali oltre .-il numero degli scienziati, eoa! di 
remine come d'uomini, senza avere alcuna dottrina di medi- 
cina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo 
inni conoscesse da che si m< e per conseguente, de- 

bito argomento 1 non vi prendesse; non solamente pochi ne 
guarivano, anzi quasi tutti infra '1 terzo giorno dalla appa- 
rizione de' Bopradetti segni, chi più tosto e chi meno, et i 
più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano. 

E fu questa pestilenza di maggior forza ; pei- ciò che ossa 
dagl'infermi ili quella, per lo comunicare insieme, s'avven- 
tava a' sani, non alti-amenti che faccia il fuoco alle C086 i 
che o unte, quando molto gli sono avvicinato. E ]»iù avanti 
ancora ebbe dì male*; che non solamente il parlare e l'usare 
con gl'infermi dava a' sani infermità o cagione «li comune 
morte, ma ancora il toccare i panni, o qualunque altra cosa 
da quegli infermi stata tocca o adoperata, pareva seco (niella 
cotale infermità nel toccator trasportare. Maravigliosa cosa è 
ad udire quello che io debbo dire: il che se dagli occhi di 
molti e da' miei non fosse stato veduto, appena che io ar 
dissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fede 
demio udito l'avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qua- 
lità della pestilenzia narrata, nello appiccarsi da uno ad altro, 
che, non solamente l'uomo all'uomo, ma questo che è molto 
più, assai volte visibilmente fece: cioè che la cosa dell'uomo 
infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro 
animale fuori della spezie dell'uomo, non solamente della 
infermità il contaminasse, ma quello infra brevissimo spazio 
uccidesse. Di che gli occhi miei (si come poco davanti è detto i 
presero, tra l'altre volte un dì, così fatta esperienza: che 
essendo gli stracci d'un povero uomo, da tale infermità morto, 
gittati nella via pnblica, e avvenendosi ad essi due porci, 
e quegli, secondo il lor costume, prima molto col grifo e 
poi co' denti presigli e scossiglisi alle guance, in piccola 
ora appresso, dopo alcuno avvolgimento 3 , come se veleno 
a\ esser preso, amenduni sopra li mal tirati stracci' morti 
caddero in terra. 



! Rimedio. — -11 male fu anche maggiore. — 'Giravolte. — ' (ìli 
stracci a lor danno presi e scossi ; in mal punto, Inf. XV. Ili: «li mal 

protesi nervi ». 



H» GIORNATA PRIMA 






Palle quali cose, e da assai altre a queste simigliatiti o 
maggiori, nacquero diverse paure et immaginazioni in quegli 

che rimanevano vivi: e tutti quasi, ad un fine tiravano assai 
crudele: ciò era di schifare e di fuggire gl'infermi e le lor 
cose; e così t'accendo, si credeva ciascuno a sé medesimo 
salute acquistare. Et erano alcuni, li quali avvisavano ' che 
il vivere moderatamente, et il guardarsi da ogni superfluità, 
avesse molto a cosi fatto accidente resistere: e fatta lor bri- 
gata, da ogni altro separati viveano; et in quelle case rico- 
gliendosi, e rinchiudendosi dove niuno infermo fosse e da 
viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissima- 
mente usando, et ogni lussuria - fuggendo, senza lasciarsi 
parlare ad alcuno, o volere di fuori, di morte o d'infermi, 
alcuna novella sentire, con 'suoni e con quelli piaceri che 
aver potevano, si dimoravano. Altri, in contraria opinion 
tratti, affermavano, il bere assai et il godere, e l'andar can- 
tando attorno e sollazzando, et il sodisfare d'ogni cosa allo 
appetito che si potesse 3 , e di ciò che avveniva ridersi e bef- 
farsi, esser medicina certissima a tanto male: e così come il 
dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la 
notte ora a quella taverna, ora a quell'altra andando, be- 
vendo senza modo e senza misura; e molto più ciò per l'al- 
trui case faccendo, solamente che cose vi sentissero che loro 
venissero a grado o in piacere. E ciò potevan fare di leg- 
giere, per ciò che ciascun quasi non più viver dovesse) 
aveva, sì come sé, le sue cose messe in abbandono: di che * 
le più delle case erano divenute comuni, e così l'usava lo 
straniere, pure che ad esse s'avvenisse, come l'avrebbe il 
proprio signore usate: e con tutto questo proponimento be- 
stiale, sempre gl'infermi fuggivano a lor potere . 

E in tanta afflizione e miseria della nostra città, era la 
reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi 
caduta e dissoluta tutta, per li ministri et esecutori di quelle, 
li quali, si come gli altri uomini, erano tutti o morti o in- 
fermi, o sì di famigli rimasi stremi ; , che uficio alcuno non 



1 Kiau d'avviso, reputavano. — : Stravizzo, eccesso. — : l>'o.uni 
i-In- >i potesse. l'i-]- ini. - Benché avessero questo proposito..., 

non però andavano dove fossero infermi. — ' Rimasti eosì scarsi, sprov- 
veduti, ili Bervi di ufficiali. Purg. XXIII. 25: «a buccia strema». 



IN'TKoMZIONK 1 I 

potean l'are: per la qual cosa era a ciascuno licito, quanti 
grado gli era, d'adoperare. Molti altri servavano, tra qui 

• lue di sopra detti, una mezzana via, non istrignendosi Di 
vivande quanto i primi, né nel bere e nell'altre dissoluzioni 
allargandosi quanto i secondi; ma a sofflcienza, secondo gli 
appetiti, le cose osavano; e senza rinchiudersi, andavano 

attorni», portando nelle mani ehi Bori, ehi erbe odorifere, e 
ehi diverse maniere di spezicrie, quelle al naso ponendo-i 

spesso, estimando essere ottima cosa il cèrebro < cotali 

odori confortare: con ciò t'osse, cosa che L'aere tutto pan 
dal puzzo de' morti corpi e delle infermità e delle medicine 
compreso e puzzolente. Alcuni erano di più crude! senti- 
mento come ehe per avventura più l'osse BÌCUrO . dicendo 
niun 'altra medicina essere contro alle pestilenze migliore uè 
così buona, come il fuggire loro davanti; e da questo argo- 
mento mossi, non curando d'alcuna cosa se non di sé, assai 
e uomini e donne, abbandonarono la propia città, le propie 
case, i lor luoghi ', e i lor parenti e le lor cose, e cerca- 
rono l'altrui o almeno il lor contado: quasi l'ira di Dio a 
punire la iniquità degli uomini con quella pestilenza, non 
dove lusserò, procedesse, ma solamente a coloro opprimere 
li quali dentro alle mura della lor città si trovassero, com- 
mossa intendesse; o quasi avvisando, ninna persona in quella 
dover rimanere, e la sua ultima ora esser venuta. 

E come che questi cosi variamente opinanti non moris- 
sero tutti, non perciò tutti campavano: anzi infermandone 
di ciascuna molti, et in ogni luogo; avendo essi stessi. 
quando sani erano, esemplo dato a coloro che sani rimane- 
vano; quasi abbandonati, per tutto languieno. E lasciamo 
stare che l'un cittadino l'altro schifasse, e quasi ninno vi- 
cino avesse dell'altro cura; et i parenti insieme rade volte, 
o non mai, si visitassero, e di lontano; era con sì fatto spa- 
vento questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini e 
delle donne, che l'un fratello l'altro abbandonava, et il zio 
il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il 
suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile li 
padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visi- 



1 Dissolute//.!'. — •' Infetto, impregnato. — :ì I ritrovi. — ' Dovunque. 
— 5 Di ciascuna opinione. 



12 GIORNATA PRIMA 

tare e 'li servire schifavano'. Per la qnal cosa a coloro, de 1 
quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e l'emine che 
infermavano, ninno altro sussidio rimase, che o la carità degli 
amici e di questi far pochi), o l'avarizia de' serventi, li quali 
da grossi salarj e scouvenevoli tratti servieno, quantunque 
per tutto ciò molti non fossero divenuti ; e quelli cotanti 
erano uomini e temine di grosso ingegno ', et i più di tali 
servigj non usati; li quali quasi di niuna altra cosa servieno, 
che di porgere alcune cose dagl'infermi addomandate, o di 
riguardare quando morìeno; e servendo in tal servigio, sé 
molte volte col guadagno perdevano. E da questo essere ab- 
bandonati gl'infermi da* vicini, da' parenti e dagli amici, et 
avere scarsità di serventi, discorse un uso \ quasi davanti 
mai non udito, che niuna, quantunque leggiadra o bella o 
gentil donna fosse, infermando, non curava * d'avere a' suoi 
servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane o altro, et a 
lui senza alcuna vergogna ogni parte del corpo aprire , non 
altrimenti che ad una femina avrebbe fatto, solo che la ne- 
cessità della sua infermità il richiedesse: il che, in quelle 
che ne guarirono, fu forse di minore onestà, nel tempo che 
succedette, cagione. Et oltre a questo ne seguio la morte di 
molti che per avventura, se stati fossero atati, campati sa- 
rleno : di che, tra per lo difetto degli opportuni servigj li 
quali gl'infermi aver non poteano, e per la forza della pe- 
stilenza, era tanta nella città la moltitudine di quelli che di 
di e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non 
che a riguardarlo. Per che, quasi di necessità, cose contrarie 
a primi costumi de' cittadini nacquero tra coloro li quali ri- 
manean vivi. 

Era usanza (sì come ancora oggi veggiamo usare) che le 
donne parenti e vicine, nella casa del morto si ragunavano, 
e quivi con quelle che più gli appartenevano, piangevano; 
e d'altra parte, dinanzi alla casa del morto co' suoi prossimi 



'Evitavano. VI, 10: «li quali tutti il disagio andavan per l'amor 
.li Dio schifando ». — • Inf. XXXIV, U2: * La acute grossa ».— ! 
jo, b' introdusse, un uso. — 'Non si peritava, non aveva riguardo. 

— 5 Mostrare. I, 3: «dispose d'aprirgli il suo bisogno»; lui'. X. 14: 

- Non gliel celai, ina tutti gliel' apersi ». — ' Alla latina: parenti. Inf. 
XXXIII, 146: * d'un suo prossimano ». 



[Ntroduzio 13 



inavano i suoi vicini et altri cittadini assai, e secondo 
la qualità del morto vi veniva 11 chericato ; et eg^i sopra gli 
omeri de' suoi pari, con fonerai pompa di cera e di canti. 
alla chiosa da lui prima eletta anzi la morte, n'era portato. 
Le quali cose, poiché a montar 1 cominciò la ferocità della 
pistolenza, o In tutto o in maggior parte quasi cessarono, 
altre nuove in loro luogo ne sopravvennero. Per ciò che, 
non solamente senza aver molte donne da torno morivan le 
genti, ma assai n'erano di quelli che di questa vita senza 
testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro a' quali 
i pietosi pianti e l'amare lagrime de' suoi congiunti fossero 
concedute; anzi in luogo di quelle s'usavano per li più risa 
e motti e festeggiar compagnevole: la quale usanza le donne, 
in gran parte, posposta la donnesca ' pietà, per salute di 
loro avevano ottimamente appresa. Et erano radi coloro, i 
corpi de' quali tosser più che da un diece o dodici de' suoi 
vicini alla chiesa accompagnati; de' quali, non gli orrevoli 
e cari 6 cittadini, ma una maniera di beccamorti sopravve- 
nuti di minuta gente . che chiamar si facevan becchini, la 
quale questi servigi prezzolata taceva, sottentravano alla 
bara ; e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa che 
o aveva anzi la morte disposto, ma alla più vicina le più 
volte il portavano, dietro a quattro o sei cherici con poco 
lume, e tal Hata senza alcuno: li quali con l'aiuto de' detti 
becchini, senza faticarsi in troppo lungo ofizio o solenne, in 
qualunque sepoltura disoccupata trovavano più tosto, il met- 
tevano. Della minuta gente, e forse in gran parte della mez- 
zana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno: : 
per ciò che essi il più, o da speranza o da povertà ritenuti 
nelle lor case, nelle lor vicinanze B standosi, a migliaia per 
giorno infermavano; e non essendo né serviti né atati d'al- 
cuna cosa, quasi senza alcuna redenzione tutti morivano. 



■ Crescere. — - Crudeltà. — 'Messa dietro le spalle. — ' IV. intr.: 
«la vostra donnesca onesti) -: V, 9: € con una donnesca piacevolezza ►; 
1. LO: « donnescamente cominciando a parlare * ; III. 5: *donnescamt 
la Reina ad Elisa impose ohe seguisse ►; IN', in.tr.: «la quale... dmi- 

amentc <.<>>ì cominciò». — Onorevoli ed insigni. — La pleb< 
Villani, IX. 214: * il popolo minuto-. — "A riguardare ei<> che av- 
veniva della genie- minuta, del popolino,... -i provava una tristezza 
ben mag ' Nel loro proprio rione. — > Senza che nulla poti 

redimerli da morte. 



M GIORNATA PK1MA 



E assai n'erano che nella strada publica o di dì o di notte 
finivano; e molti, ancora che nelle case finissero, prima col 
puzzo de' lor corpi corrotti che alzamenti, facevano a' vi- 
cini sentire sé esser morti: e di questi, e degli altri che per 
tutto morivano, tutto pieno 1 . 

Era il più da* vicini una medesima maniera servala, mossi 
non meno da tema che la corruzione de' morti non gli offen- 
desse, che da carità : la quale avessero a' trapassati. Essi e 
per sé medesimi e con lo ajuto d'alcuni portatori, quando 
aver ne potevano, traevano delle lor case li corpi de' già 
passati; e quegli davanti agli loro usci ponevano, dove, la 
mattina spezialmente, n'avrebbe potuti vedere senza numero 
chi fosse attorno andato, e quindi fatto venir bare; e tali 
furono che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavola ne 
ponìeno. Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò 
insiememente, né avvenne pure ima volta, ma se ne sarìeno 
assai potute annoverare di quelle che la moglie e '1 marito, 
li due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fatta- 
mente ne contenieno. E infinite volte avvenne che andando 
due preti con una croce per alcuno 4 , si misero tre o quattro 
bare da' portatori portate, di dietro a quella ; e dove un 
morto credevano avere i preti a seppellire, n'aveano sei o 
otto, e tal fiata più. Né erano per ciò questi da alcuna la- 
grima o lume o compagnia onorati ; anzi era la cosa perve- 
nuta a tanto, che non altramenti si curava degli uomini che 
morivano che ora si curerebbe di capre. Per che assai ma- 
nifestamente apparve che, quello che il naturai corso delle 
cose non aveva potuto con piccoli e radi danni a' savi mo- 
strare, doversi con pazienza passare; la grandezza de' mali, 
eziandio i semplici far di ciò scorti e non curanti B . Alla gran 



Tutti» era pieno. — - Per lo più. Dianzi: «essi il pia a ila spe- 
ranza o 'la povertà ritenuti ». — 3 Compassione amorevole. II, 5: «li 
quali gli pareva che ila carità mossi parlassero ». — ' Per prendere 
alcuno. — 5 Assai chiaramente apparve, la grandezza «lei mali l'are, 
anclic i semplici, conoscenti e uon curanti ili ciò, die il m. turai corso 
delle cose uon aveva potuto, eon piccoli e radi danni, a' savi mo- 
strare, doversi con pazienza passar* 3e quando le morti acca- 
devano Becondo il corso naturale delle cose, anche i savi non sapevano 
acconciarsi all'idea della minte: ora invece, la frequenza delle moni 
fece -i che anche la gente alla buona non si dolesse dell'umano destino. 



[NTR0D1 ZIO }■< 

moltitudine de' corpi mostrata, che ad ogni chiesa ogni «li e 
qua i ora concorreva portata, non bastando la terra 

sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare cun 

luogo propio, secondo L'antico costume -, si facevano per gli 

cimiteri delle cinese, poiché ogni parte era piena, fòsse gran- 
dissime, nelle quali a centinaia si mettevano i sopra vve- 
gnenti; e in quelle stivati come si mettono le mercatanzie 

nelle navi, a suolo a suolo, con poca terra si rìcoprleno, in 
lino a tanto che della t'ossa al sommo si pcrvenia. 

I •'. acciò che dietro ad ogni particolarità le nostre passate 

miserie per la città avvenute, più ricercando \ada.dico 

che così inimico tempo correndo per quella, non per ciò 
meno d'alcuna cosa' risparmiò il circustante contado; nel 
quale ! lasciando star le castella, che simili erano nella loro 
piccole/.za alla città per le sparte ville e per li campi i la- 
voratori miseri e poveri, e le loro famiglie, senza alcuna 
fatica di medico o a.juto di servidore, per le vie e per li loro 
cólti e per le case, di di e di notte indifferentemente, non 
come uomini ma quasi come bestie morleno. Per la qual 
cosa ossi così nelli loro costumi come i cittadini divenuti 
lascivi \ di ninna lor cosa o faccenda curavano; anzi tutti, 
quasi quei giorno uel quale si vedevano esser venuti la 
morte aspettassero, non d'aiutare i futuri frutti delle bestie 
e delle terre e delle loro passate fatiche, ma di consumare 
quelli che si trovavano presenti, si sforzavano con ogni in- 
gegno. Per che addivenne che i buoi, gli asini, le pecore, 
le capre, i porci, i polli, et i cani medesimi fedelissimi agli 
uomini, fuori delle propie case cacciati, per li campi (dove 
ancora le biade abbandonate erano, sanza essere, non che 
raccolte, ma pur segate come meglio piaceva loro se n'an- 
davano. E molti, quasi come razionali ', poiché pasciuti erano 
bene il giorno, la notte alle lor case, senza alcuno correg- 
gimento 1 di pastore, si tornavano satolli. Che più si può 
dire lasciando stare il contado, e alla città ritornando), se 
non che tanta e tal fu la crudeltà del Cielo, e forse in parte 
quella degli uomini, che infra ' marzo e il prossimo luglio 



'Non pertanto in alcuna cosa... — * Afflìtti. - 'Poderi. — ' Tra- 
sandati, indisciplinati. Cfr. Petrarca, 7V. 4 m. 1,82: *Ei nacque d'ozio 
e ili lascivia umana», Ragionevoli, torniti ili ragione. — "Guida. 



16 GIORNATA PRIMA 

vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per 
Tesser molti infermi mal serviti o abbandonati ne' lor biso- 
gni per la paura ch'aveano i sani, oltre a cento milia ' crea- 
ture umane si crede per certo dentro alle mura della città 
di Firenze essere stati di vita tolti; che forse anzi l'acci- 
dente mortifero non si saria estimato tanti averveue dentro 
avuti? Oh quanti gran palagi, quante belle case, quanti no- 
bili abituri . per addietro di famiglie pieni, di signori e di 
donne, infino al menomo fante rimaser vóti ! Oh quante me- 
morabili schiatte, quante amplissime eredità, quanto famose 
ricchezze si videro senza successor debito rimanere ! Quanti 
valorosi nomini, quante belle donne, quanti leggiadri gio- 
vani, li quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate, o Escu- 
lapio avrìeno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co' 
loro parenti, compagni et amici, che poi la sera vegnente 
appresso nell'altro mondo cenarono colli loro passati ! 3 

A me medesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie 
ravvolgendo. Per che. volendo ornai lasciare star quella parte 
di quelle che io acconciamente posso lasciare, dico che, stando 



Vili. 7: * cento india tue pari»; e Inf. XXVI, 112-13: «che j"-i 
cento milia Perigli... ». — '-' Abitazioni. — 3 Di questa memorabile pe- 
stilenza del 1348. ch'ebbe vittime numerosissime e variamente illustri 
(a Costantinopoli '. il tiglio dell' imperatore Andronico: in Francia, la 

a e tiv principi ilei sangue: a Roma, sette cardinali: a Firenze, 
il cronista Giovanni Villani : ad Avignone, la Laura del Petrarca), 
discorre, con accoramento e con intendimenti morali, anche un altro 
testimone fiorentino, Antonio Pucci, in un set-minte se, che La dato 
primo alla luce il MoRPCRGO (La pestile, 1348; rimi antiche; 

Firenze. Carnesecchi, 1881 . Nel passo che rifi la molto 

da vicino la descrizione bocca 

Solcasi vi citar chi avesse male 
Con forza e con amor, sì che- '1 totale 
I>i ciò campava • __ fratel carnale. 
F '1 padre il tiglio 

Abbandona, veggiendolo in periglio, 

Perchè (iuel male a lui non dia «li piglio, 
.Muoiono as-ai d'aiuto e eli consic 
Abbandonati. 

E' Saracin, Giudei o rinnegati 
Non dovi-eli esser del tutto lassati: 
I >> ii . nudili, per Dio. e preti e Irati. 
Con pìetate 



RODDZH I i 

in questi termini la oostra città, d'abll oasi vota, ad 

divenne b! come io poi «la persona degna di fede sentii che 

nella venerabile chiesa < i i Santa Maria Novella, un martedì 

mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, aditi gli 
divini uffici in abito lugubre, 'piale a si fati 
ricbiedea, bì ritrovarono sette giovani donne, tutte l'uria al- 
l'altra, o per amistà o per vicinanza o per parentado, con- 
giunte, delle quali ninna il venti et ottesimo anno pas 

;i. nò era minor di diciotto; savia eia-runa, e ili >an 
nobile, e bella di torma, et ornata ili costumi, e di 
dria ! onesta. Li nomi delle 'piali io in propia t'orma raccon 
terei, se giusl le da dirlo non mi togli . quale 

è questa: che i" non voglio Che per le raccontate cose da 
loro che seguono e per l'a- . nel tempo avvenire, al- 

cuna di loro possa prender -. ri alquanto 

le leggi ristrette al piacere, die allora, per lo cagioni di 
sopra mostrate, erano, non che alla loro età. ma a troppo 
più matura, larghissime; né ancora «lai- materia 1 agl'invi- 
diosi, presti a mordere ogni laudevole vita, di diminuire ' in 
ninno atto l'onestà delle valorose donne con isconci parlari. 



Color cbe vi riohieggion vicita 

Adoperando in rio vostra 1 tate 

Sol per l'anime vostre, e non guardate 
( Ira in guadagni ! 

E voi. parenti, vicini »- compagni, 
Quando vedete ch'alcuno si lagni, 
Per Dio, non dubitate, siate magni 
A confortarlo! 

Per avventura potrete camparlo; 
Caso che non potrete, consigliarlo 

Nel suo morir: ile' forse per non tarlo 
si dispera. 



Dubbiar che 'I mal s'appicchi è i icca, 

Se non come da Dio sentenza fiocca, 
E! se pur senza fiatargli in bocca 

Si può tare. 

iezza. i t'r. Vita Nuova, 7: «Deo, per qual dignitate, Così leg- 

Iro questi lo cor bave!»; e Petrarca, 112: «Or vestirsi onestate, 

or leggiadria». — - l'er le cose die seguono, raccontate ila loro. — 

'omento, pretesto. Nili. 7: - <■ darotti materia ili giammai più in 

tal follia non cadere - In/. XX..2; Purg. I\. 71: XII. s7 : 

12 e 27 tare, offendere. 



18 GIORNATA PRIMA 



E per ciò, acciò che quello che ciascuna dicesse, senza con- 
fusione si possa comprendere, appresso ', per nomi alle qua 
lità di ciascuna convenienti o in tutto o in parte, intendo 
di nominarle. Delle quali la prima, e quella che di più età 
era, Pampinea chiameremo; e la seconda, Fiammetta- Filo- 
mena, la terza; e la quarta, Emilia; et appresso. Lauretta 
diremo alla quinta; e alla sesta, Neifile; e l'ultima. Elisa 
non senza cagion nomeremo. Le quali, non già da alcuno 
proponimento tirate, ma per caso in una delle parti della 
chiesa adunatesi, quasi in cerchio a seder postesi, dopo più 
sospiri, lasciato stare il dir de' paternostri, seco della qualità 
del tempo molte e varie cose cominciarono a ragionare; e 
dopo alcuno spazio, tacendo l'altre, cosi Pampinea cominciò 
a parlare : 

— Donne mie care, voi potete, così come io, molte volte 
avere udito che a ninna persona fa ingiuria chi onestamente 
usa la sua ragione. Naturai ragione è di ciascuno che ci 
nasce", la sua vita, quanto può, ajutare e conservare e di- 
fendere. E concedesi questo, tanto, che alcuna volta è già 
addivenuto che, per guardar 3 quella, senza colpa alcuna si 
sono uccisi degli uomini. E se questo concedono le leggi, 
nelle sollecitudini delle quali è il hene vivere d'ogni mor- 
tale; quanto maggiormente, senza offesa d'alcuno, è, a noi 
e a qualunque altro, onesto ' alla conservazione della nostra 
vita prendere quegli rimedj che noi possiamo? Ogni ora che 
io vengo ben ragguardando alli nostri modi 5 di questa mat- 
tina, e ancora a quelli di più altre passate, e pensando 
chenti 6 e quali li nostri ragionamenti sieno; io comprendo, 
e voi similmente il potete comprendere, ciascuna di noi di 
sé medesima dubitare ' : né di ciò mi maraviglio niente ; ma 
maravigliomi forte (avvedendomi 8 ciascuna di noi aver sen- 
timento di donna) non prendersi per noi 3 a quello che cia- 
scuna di voi meritamente teine, alcun compenso. Noi dimo- 
riamo qui, al parer mio, non altramenti che se esser voles- 
simo o dovessimo testimone " di quanti corpi morti ci sieno 



1 Qui sotto, «l'ora innanzi. — - Nasce al mondo. Come: et sia ei 
s Difendere, conservare. — ' Lecito. — 5 Portamenti, abitudini. — ' I)i 
qual natura. — '■ Temere. — B Considerando. — ' Da noi. — '" Plurale 
dell'antico testimonia. Vili, 7: «e tu ora ne puoi per prnova ■ 
verissima testimonia ». 



INTRom/,1' 

alla sepoltura recati, o d'ascoltare .se. i (rati di qua entro, 
de' quali il numero è quasi venuto al niente, alle debite ore 
cantino il loro uficio ; e a dimostrare, a chiunque < - i appa 
risce, ne' nostri abiti la qualità e la quantità «Ielle nostre 
miserie. E se di quinci usciamo, o reggiamo corpi morti o 
infermi trasportarsi dattorno, o veggiamo coloro li quali per 
li loro diretti ' l'autorità delle publicbe leggi già condannò 
ad esilio, quasi quelle schernendo, per ciò che sentono gli 
esecutori di lineile, o morti o malati, con dispiacevoli impeti 
per la terra discorrere 2 ; o la feccia della nostra città, del 
nostro Bangue riscaldata , chiamarsi becchini, et in strazio 
di noi andar cavalcando e. discorrendo per tutto, con diso- 
neste, canzoni rimproverandoci i nostri danni. W altra cosa 
alcuna ci udiamo, se non: / cotali so» unirli, e. Gli ('/fret- 
tili/ smin per morire] e se ci fosse chi fargli 4 , per tutto do- 
lorosi puniti udiremmo. E se alle nostre case torniamo non 
so se a voi così come a me addiviene), io, di molta famiglia, 
ninna altra persona in quella, se non la mia fante, trovando, 
impaurisco, e quasi tutti i capelli addosso mi sento arric- 
ciare; e panni, dovunque io vado o dimoro per quella, l'om- 
bre ili coloro che sono trapassati vedere, e non con quegli 
visi che io soleva, ma con una vista orribile, non so donde 
in loro nuovamente ' venuta, spaventarmi. Per le quali cose, 
e qui e fuor di qui et iu casa mi sembra star male; e tanto 
più ancora, quanto egli mi pare che niuna persona la quale 
abbia alcun polso ; e dove possa andare, come noi abbiamo, 
ci sia rimasa, altri che noi. Et ho sentito e udito B più volte 
se pure alcune ce ne sono) quegli cotali, senza fare distin- 
zione alcuna dalle cose oneste a quelle che oneste non sono, 
solo che l'appetito le cheggia, e soli e accompagnati, e di 
dì e di notte, quelle fare che più di diletto lor porgono. E 
non che le solute persone ", ma ancora le racchiuse ne' mo- 
nisteri, faccendosi a credere che quello a lor si convenga e 
non si disdica che all'altre, rotte della obedienza le leggi, 
datesi a' diletti carnali, in tal guisa avvisando "' scampare, 



1 Delitti, mancamenti. ' Andare intorno per la <■ ì 1 1 :i . — Cupida : 
elio pì vorrebbe veder morte. — 'Chi potesse farli. — 'Aspetto. — 
Ora. Facoltà, ricchezza. — 'Conosciuto da ni' 1 . <■ sentito dire 'la 

alni. 'Sciolte ila voti, libere. — l0 Credendo. 






20 GIORNATA PRIMA 



son divenute lascive ' e dissolute. E se così è (che esser ma- 
nifestamente si vede), che facciam noi qui? che attendiamo? 
che sogliamo? perchè più pigre e lente alla nostra salute, 
che tutto il rimanente de' cittadini, siamo? Reputianci noi 
men care che tutte l'altre? crediam la nostra vita con più 
forte catena esser legata al nostro corpo che quella degli 
altri sia, e così' di niuna cosa curar dobbiamo la quale 
abbia forza d'offenderla? Noi erriamo, noi siamo ingannate: 
che bestialità 3 è la nostra se così crediamo? Quante volte 
noi ci vorrem ricordare chenti ' e quali sieno stati i giovani 
e le donne vinte da questa crudel pestilenzia, noi ne ve- 
dremo apertissimo argomento. E perciò, acciò che noi, per 
ischifiltà o per traccutaggine 5 , non cadessimo in quello, di 
che noi per avventura per alcuna maniera, volendo, po- 
tremmo scampare (non so se a voi quello se ne parrà che a 
me ne parrebbe); io giudicherei ottimamente fatto che noi, 
sì come noi siamo, sì come molti innanzi a noi hanno fatto 
e fanno, di questa terra uscissimo ; e fuggendo come la morte 
i disonesti esempli degli altri, onestamente a' nostri luoghi 
in contado, de' quali a ciascuna di noi è gran copia, ce ne 
andassimo a staile: e quivi quella festa, quell'allegrezza, 
quello piacere che noi potessimo, senza trapassare in alcuno 
atto il segno della ragione, prendessimo. Quivi s'odono gli 
uccelletti cantare, veggionvisi verdeggiare i colli e le pia- 
nure, e i campi pieni di biade non altramente ondeggiare 
che il mare 6 , e d'alberi ben mille maniere ', et il cielo più 
apertamente 9 , il quale ancora che crucciato ne sia, non 
perciò le sue bellezze eterne 9 ne nega ", le quali molto più 
belle sono a riguardare che le mura vote della nostra città. 
Et òvvi oltre a questo l'aere assai più fresco; e di quelle 
cose che alla vita bisognano in questi tempi, v'è la copia 
maggiore, e minore il numero delle noje. Per ciò che, quan- 
tunque quivi così muojano i lavoratori come qui fanno i cit- 
tadini, v'è tanto minore il dispiacere, quanto vi sono, più 



1 Indisciplinate. — - Per questo. — : Stoltezza. — J Chi. — Soverchia 
fiducia. Cfr. « La tracotata - o «oltracotata schiatta * di Parad. XVI, 
115. — c Onde Poliziano, Giosb-a I. 18: «E le biade ondeggiar coni 
il mare». — : Specie. Sott.: si vede. — "CiV. Parad. VII, 66. 

.\> già = sia verso di noi; ne nega = nega a noi. 



WTRODUZIO _'| 

che nella città, rade le gli abitanti. K qui d'altra 

pari i ben \ non abbandoniam pei inzi 

ne possiamo con verità dire molto più tosto abbandi nate : 
per ciò che i nostri, o morendo o «la morto ndo, quasi 

non fossimo loro, sole in tanta afflizione n'hanno [asciate. 
Ninna riprensione adunque può cadere in coiai consiglio 
fruire: dolore e noja, e forse morie, non seguendolo, pò 
trebbe avvenire. E3 per ciò, quando vi paja, prendendo le 
nostre tanti, e con le cose opportune faccendoci seguitare; 

ri in questo luogo e domane in quello, quella allegrezza 

^ta prendendo che questo tempo può porgere; credo che 
sia ben fatto a dover l'are: e tanto dimorare in tal gUÌ8a, 
che noi veggiamo se prima da morte non siamo Boprag- 
giunte) che line il cielo riserbi n queste cose. E ricòrdovi 
che egli non si disdice più a noi l' onestamente andare, che 
l'accia a gran parte dell'altre lo star disonestamente. 

L'altre donne, udita Pampinea, non solamente il suo con- 
siglio lodarono, ma disiderose • di seguitarlo, avien già più 
particularmente tra sé cominciato a trattar del modo; quasi, 
quindi levandosi da sedere, a mano a mano ' dovessono en- 
trare in cammino. Ma Filomena, la quale, discretissima era, 
disse : 

— Donne, quantunque ciò che ragiona Pampinea sia ot- 
timamente detto, non è per ciò così da correre, come mo- 
stra 3 che voi vogliate tare. Ricordivi che siano tutte l'emine; 
e non ce n'ha ninna sì fanciulla che non possa ben cono- 
scere come le femine sieno ragionate ' insieme, e senza la 
provedenza d'alcuno uomo si sappiano regolare. Noi siamo 
mobili, ritrose, sospettose, pusillanime e paurose: per le quali 
cose io dubito forte, se noi alcuna altra guida non pren 
diamo che la nostra, che questa compagnia non si dissolva 
troppo più tosto, e con meno onor di noi. che non ci biso- 
gnerebbe. E per ciò è buono a provvederci ' avanti che co- 
minciamo. 

Disse allora Elisa : 



1 Di subito. — «Sensata, savia. Cfr. Inf. XXXI. 54 — • Pare. — 
4 Prudenti, assennate: ma qui: òhe si lasciano poco guidare dalla ra- 
gione. — Cura, guida. — ' Panni. XVII, 109: «Per ohe «li prowe- 
deuza e buon ch'io m'armi ». 



22 GIORNATA PRIMA 



— Veramente gli nomini sono delle feniine capo; e senza 
l'ordine ' loro, rade volte riesce alcuna nostra opera a lau- 
devole fine; ma come possiam noi aver questi nomini? Cia- 
scuna di noi sa che de' suoi sono la maggior parte morti ; e 
gli altri che vivi rimasi sono, chi qua e chi là, in diverse 
brigate, senza saper noi dove, vanno fuggendo quello che 
noi cerchiamo di fuggire; e il pregare gli strani non saria 
convenevole. Per che, se alla nostra salute vogliamo andar 
dietro, trovare si convien modo di sì fattamente ordinarci 
che, dove * per diletto e per riposo andiamo, noja e scandalo ■ 
non ne segua. 

Mentre tra le donne erano così fatti ragionamenti, et ecco 
entrar nella chiesa tre giovani, non per ciò tanto che meno 
di venticinque anni fosse l'età di colui che più giovane era 
di loro; ne' quali né perversità di tempo, ne perdita d'amici 
o di parenti, né paura di sé medesimi, avea potuto amor, 
non che spegnere, ma raffreddare. De' quali, l'uno era chia- 
mato Pamfilo, e Filostrato il secondo, e l'ultimo Dioneo; 
assai piacevole e costumato 4 ciascuno; e andavano cercando, 
per loro somma consolazione in tanta turbazione di cose, di 
vedere le lor donne, le quali per ventura tutte e tre erano 
tra le predette sette; come che dell'altre alcune ne fossero 
congiunte 5 parenti d'alcuni di loro. Né prima esse agli occhi 
corsero di costoro, che costoro furono da esse veduti; per 
che Pampinea allor cominciò sorridendo : 

— Ecco che la Fortuna a' uostri cominciamenti è favore 
vole, e hacci davanti posti discreti giovani e valorosi, li 
quali volentieri e guida e servidor ne saranno, se di pren- 
dergli a questo oficio non schiferemo. 

Xeifile allora, tutta nel viso divenuta per vergogna ver- 
miglia, per ciò che alcuna era di quelle che dall'un de' gio- 
vani era amata, disse : 

— Pampinea, per Dio ', guarda ciò che tu dichi ! Io co- 
nosco assai apertamente, niun'altra cosa che tutta buona dir 
potersi di qualunque s'è l'uno di costoro; e credoli a troppo 
maggior cosa che questa non è, sofficienti ; e similmente av- 



i La guida. — ■-' Mentre. - -Discordia. Cfr. Inf. XXVIII.:;.". 
4 Di belle maniere e bene educato. — ò Strette. — '• Assennati. — ' Per 
amor di Dio. — - Molto. IV, 9: «ne fece uno manicaretto troppo buono ». 



OfTRODUZIO 23 

o, loro buona compagnia et onesta dovei tenere, non che 

a noi, ma a inolio più lidie e più rare clic noi non cimilo. 

Ma per ciò che assai manifesta cosa è, loro essere 'l'alcune 
qui no sono innamorati, temo die infamia e ripren 
siune. san/a nostra colpa o di loro, non ce ne segua, se gli 
meniamo. 

IMsse allora Filomena: 

— Questo non monta niente: là dov'io onestamente viva, 
né mi rimorda d'alcuna eu.^a la coscienza, parli chi vuole in 
contrario; Iddio e la verità per me l'arme prenderanno. Ora 
l'ossero J essi pur già disposti a venire! che veramente, come 
Pampinea disse, potremmo dire, la Fortuna essere alla nostra 
andata favoreggiante. 

L'altre udendo costei cosi fattamente parlare, non sola- 
mente si tacquero, ma con sentimento concorde tutte dissero 
che essi fosser chiamati, e lor si dicesse la loro intenzione, 
e pregassersi che dovesse loro piacere in cosi fatta andata 
lor tener compagnia. Per che, senza più parole, Pampinea, 
levatasi in piò, la quale ad alcuno di loro per sanguinila 
era congiunta, verso loro che fermi stavano a riguardarle, 
si fece -, e con lieto viso' salutatigli, loro la loro disposi- 
zione 7 fé' manifesta, e pregògli per parte di tutte, che con 
puro e fratellevole animo a tenere loro compagnia si doves- 
sero disporre. I giovani si credettero primieramente esser 
beffati; ma poiché videro che da dovero * parlava la donna, 
rìspnosero lietamente so essere apparecchiati. E senza dare 
alcuno indugio all'opera, anzi che quindi si partissono, die- 
dono ordine ' a ciò che fare avessono in sul partire. Et ordi- 
natamente fatta ogni cosa opportuna apparecchiare, e prima 
mandato là dove intendevan d'andare; la seguente mattina, 
cioè il mercoledì, in su lo schiarir del giorno, le donne con 
alquante delle lor fanti, e i tre giovani con tre lor fami- 
gliari, usciti della città, si misero in via; nò oltre a due pic- 
cole miglia ' si dilungarono da essa, che essi pervennero al 
luogo da loro primieramente ordinato ' . 



1 Stimabili. — - Non rileva. — '■ Utinam rsscnt....' — •Consangui- 
neità, parentela. Cfr. Vita Nuova, 23 e 32. — si mosse. — *• Cfr. V, 6: 
Pampinea, «levato il chiarii viso». — : Intenzione. — B Da, senno. — 
'Disposero. Ili, 3: «E dato ordine a' lor l'atti, sì fecero che...». — 
1 l>iu> miglia scarse. — " Preordinato, prestabilito. 






24 GIORNATA PRIM \ 

Era ii detto luogo Bopra una piccola montagnetta, 
ogni parte lontana alquanto alle nostre strade '. di vari al- 
(macelli e piante tutte di verdi fronde ripieno, piacevoli a 
riguardare. In sul culmo della quale era un palagio con bello 
e gran cortile nel mezzo, e con log'ge e con sale e con ca- 
mere, tutte, ciascuna : verso di se bellissima ', e di liete 
dipinture ragguardevole e ornata; con pratelli dattorno, 
e con giardini m aravi gliosi, e con pozzi d'acque freschis- 
sime, e con vòlto di preziosi vini: cose più atte a curiosi 
bevitori, che a sobrie et oneste donne. Il quale * tutto spaz- 
zato, e nelle camere i letti fatti, e ogni cosa di fiori, quali 
nella stagione si potevano avere, piena, e di giunchi giun- 
cata ", la vegnente brigata trovò con suo non poco piacere. 

E póstisi nella prima giunta a sclere ", disse Dioneo, il 
quale oltre ad ogni altro era piacevole giovane e pieno di 
motti : 

— Donne, il vostro senno, più che il nostro avvedimento, 
ci ha qui guidati. Io non so quello che de' vostri pensieri 
voi v'intendete di fare; li miei lasciai dentro dalla porta della 
città allora che io con voi, poco fa, me n'uscii fuori. E per- 
ciò, o voi a sollazzare e a ridere e a cantare con meco in- 
sieme vi disponete (tanto dico, quanto alla vostra dignità 
s'appartiene', o voi mi licenziate, che io per li miei pensier 
ini ritorni, e stèami nella città tribolata. 

A cui Pampinea, non d'altra maniera che se similmente 
tutti i suoi avesse da sé cacciati, lieta rispuose: 

— Dioneo, ottimamente parli : festevolmente viver si vuole; 
uè altra cagione dalle tristizie ci ha fatto fuggire. Ma per 
ciò che le cose che sono senza modo 11 , non possono lunga 
niente durare, io che cominciatrice fui de' ragionamenti, da' 
quali questa cosi bella compagnia è stata fatta, pensando al 
continuare della nostra letizia, estimo che di necessità sia, 
convenire esser '• tra noi alcuno principale, il quale noi e 
onoriamo e ubbidiamo come maggiore 13 , nel quale ogni pen- 



jregato dalle \i'' battute. — ' Arboscelli. — ' Cfr. Inf. I, 1 10-1 7. 
— ■ Per rispetto ;i sì\ nel suo genere, bellissima. — 5 Cfr. Georg. 1, 1: 
«lae -. - 6 Cantine. — ' Di gusto fine. — 'È oggetto di 

trini,. — 'Coperta, gremita. — 10 Cfr. Inf. XXIV, lo: « mi assisi nella 
prima giunta». — "Senz'ordine. — '-Accordarci che sia. — "Supe- 
riore, capo. 



tNTRODUZIO 

.sic: .li doverci a lietamente viver dispone, i 

che ciascun pruovi il peso della sollecitudine 'insieme col 
piacere, della maggioranza' . e per conseguente d'una parte 
e d'altra nani , non possa, chi noi pi-uova, invidia avere 
alcuna. : dico che a ciascun per un giorno s'attribuisca il 
peso e l'onore; e chi il primo di noi esser debba, nella cic- 
cioli «li noi tutti sia: di quelli che seguiranno, come, l'ora 
del \ espro s *a\ \ i ci nera, quegli o quella, che a colui o a colei 
piacerà che quel giorno avrà avuta la signoria: e questo 
cotale, secondo il suo arbitrio, del tempo ' che la sua signoria 
dee bastare 5 , del luogo e del modo nel quale a vivere ab- 
biamo, ordini e disponga. 

Queste parole sommamente piacquero; e ad una voce, lei 
prima del primo giorno elessero. E Filomena, corsa presta- 
mente ad uno alloro, per ciò che assai volte aveva udito ra- 
gionare di quanto onore le Erondi di quello eran degne . e 
(pianto degno d'onore facevano chi n'era meritamente inco- 
ronato; di quello alcuni rami colti, ne le fece una ghirlanda 
onorevole e apparente. . La quale méssale sopra la testa, fu 
poi, mentre durò la lor compagnia, manifesto segno a cia- 
scun altro della rea] signoria e maggioranza. 

Pampinea, fatta reina, comandò che ogni uom * tacesse, 
avendo già fatti i famigliari de' tre giovani, e le loro fanti 
che eran quattro, davanti chiamarsi; e tacendo ciascun, 
disse : 

— Acciò che io prima esemplo dèa a tutte voi, per lo 
quale, di bene in meglio procedendo, la nostra compagnia 
con ordine e con piacere e senza alcuna vergogna viva e 
duri quanto a grado ne fìa. io primieramente costituisco Par- 
ineuo, famigliar di Dioneo, mio siniscalco ; et a lui la cura 
e la sollecitudine, di tutta la nostra famiglia commetto, e ciò 
che al servigio della sala appartiene. Sirisco, famigliar di 
l'aiutilo, voglio che di noi sia spenditore e tesoriere, e di 
Parmeno séguiti i comandamenti. Tindaro, al servigio di 



■Briga, cura. - 'Del potere, della sovranità. — 'Partecipando 
dell'una cosa e dell'altra. Ufr. Purg. XXI. 115: « Or son io d'una parte 
<■ d'altra preso». — ' Durimi.' il tempo. — 6 Durare. — ('ir. Petrarca, 
263: «Onor d'imperadori e di poeti». — 'Appariscente, \istosa. — 
• i > Limino. 



GIORNATA PRIMA 

Filostrato e degli altri due, attenda nelle camere Ioni, qua 
lora gli altri, intorno a' loro uficj impediti, attendere non vi 
potessero. Misia mia fante, e Licisca di Filomena, nella cu- 
cina saranno continue ', e quelle vivande diligentemente ap- 
parecchieranno che per Parmeno loro saranno imposte. Chi- 
mera di Lauretta, e StraUlia di Fiammetta, al governo delle 
camere delle donne intente vogliamo che stieno, e alla net- 
tezza de' luoghi dove staremo. E ciascuno generalmente, per 
quanto egli avrà cara la nostra grazia, vogliamo e coman- 
diamo che si guardi, dove che egli vada, onde che egli torni, 
che che egli oda o vegga % niuna novella, altro che lieta, 
ci rechi di fuori. 

E questi ordini sommariamente dati, li quali da tutti com- 
mendati furono; lieta, drizzata in pie, disse: 

— Qui sono giardini, qui sono pratelli, qui altri luoghi 
dilettevoli assai, per li quali ciascuno a suo piacer sollaz- 
zando si vada ; e come terza 4 suona, ciascun qui sia, acciò 
che per lo fresco : si mangi. 

Licenziata adunque dalla nuova Reina la lieta brigata, li 
giovani insieme colle belle donne, ragionando dilettevoli cose, 
con lento passo si misono per uno giardino, belle ghirlande 
di varie frondi faccendosi, e amorosamente cantando. E poi 
che in quello tanto fur dimorati quanto di spazio dalla Reina 
avuto aveano, a casa tornati, trovarono Parmeno studiosa- 
mente aver dato principio al suo uficio. Per ciò che entrati 
in una sala terrena, quivi le tavole messe videro con tova- 
glie bianchissime e con bicchieri che d'ariento parevano, e 
ogni cosa di fiori di ginestra coperta: per che, data l'acqua 
alle mani, come piacque alla Reina, secondo il giudicio di 
Parmeno, tatti andarono a sedere. Le vivande dilicatamente 
fatte vennero, e finissimi vini fur presti; e senza più, cheta- 
mente li tre famigliari servirono le tavole. Dalle quali cose, 
per ciò che belle e ordinate erano, rallegrato ciascuno, con 
piacevoli motti e con festa mangiarono. E levate le tavole 
(con ciò fosse cosa che tutte le donne carolar ' sapessero e 



'Continuamente, assiduamente. — ''Da. — 3 Cfr. In/. VI. 5-6. — 
Tre ore dopo il nascer del sole. - ' Prima che il calilo diventi grave. 
— *La disposizione dei posti. — " Ballare a tondi». Cfr. Pormi. XXIV, 
1G: XXV. !i!<. 



[NTRODUZIO -'< 

similmente i giovani, e parte 'li loro ottimamente e sonare 
uitarc. comandò la Reina che gli strumenti venissero; e 
per comandamento <li lei, Dioneo preso un liuto e la Fiam- 
metta una vivòia, cominciarono soavemente una danza b 

Bonare. Per che la Reina coll'altre donne, insieme c<>' due 
giovani, presa una caròla con lento passo, mandati i fami- 
gliari a mangiare, a carolar cominciarono; e quella finita, 
canzoni vaghette e liete cominciarono a cantare,. E in qu< 
maniera stettero ' tanto che tempo parve alla Eteina d'andare 
a dormire. Per che (lata a tutti la licenzia, li tre giovani 
alle, lor camere, da quelle delle donne separate, se n'anda- 
rono. Le quali co' letti ben l'atti, e così di fiori piene come 
la sala trovarono, e simigliantemente le donne le loro: per 
che, spogliatesi, s'andarono a riposare. 

Non era di molto spazio sonata nona, che la Reina leva- 
tasi, tutte l'altre fece levare, e similmente i giovani, affer- 
mando esser nocivo il troppo dormire il giorno. E cosi se 
n'andarono in un pratello, nel quale l'erba era verde e 
grande, né vi poteva d'alcuna parte il sole; e quivi sentendo 
un soave venticello venire, si come volle la lor Reina, tutti 
sopra la verde erba si puosero in cerchio a sedere. A' quali 
ella disse così : 

— Come voi vedete, il sole è alto e il caldo è grande, 
né altro s'ode che le cicale su per gli ulivi ; per che l'andare 
al presente in alcun luogo, sarebbe senza dubbio sciocchezza. 
Qui è bello e fresco stare , e bacci, come voi vedete, e ta 
volieri e scacchieri, e può ciascuno, secondo che all'animo 
gli è più di piacere^ diletto pigliare. Ma se in questo il mio 
parer si seguitasse, non giucando, nel quale l'animo del- 
l'una delle parti convien che si turbi senza troppo piacere 
dell'altra o di chi sta a vedere; ma novellando iil che può 
porgere, dicendo uno, a tutta la compagnia che ascolta, di- 
letto) questa calda parte del giorno trapasseremo. Voi non 
avrete compiuta ciascuno di dire una sua novelletta, che il 
sole fia declinato e il caldo mancato, e potremo, dove più a 
grado vi fia, andare prendendo diletto. E per ciò, quando 
questo che io dico vi piaccia (che disposta sono in ciò di 



1 S'intrattennero. — - Lo stare, la dimora. — Nel miai giocare. 



GIORNATA PRIMA 

seguire il piacer vostro . faceiamlo; e dove non vi piacesse, 
ciascuno, intino all'ora del vespro, quello faccia che più gii 
piace. 

Le donne parimente e gli uomini tutti lodarono il no- 
vellare. 

— Adunque, disse la Reina, se questo vi piace, per questa 
prima giornata voglio che libero sia a ciascuno di quella 
materia ragionare che più gli sarà a grado. 

E rivolta a Parafilo, il quale alla sua destra sedea, pia- 
cevolmente gli disse che con una delle sue novelle all'altre 
desse principio. Laonde Parafilo, udito il comandamento, pre- 
stamente, essendo da tutti ascoltato, cominciò cosi. ' 

NOVELLA PRIMA. 

Ser Ciappelletto con una falsa confessione inganna uno santo frale, e 
muorsi; et essendo .--tato un pessimo nonio in vita, in morte è re- 
putato per Santo, e chiamato san Ciappelletto. 

Convenevole cosa è, carissime donne, che ciascheduna 
cosa la quale l'uomo fa, dallo ammirabile e santo nome di 
Colui il quale di tutte fu fattore, le dèa principio. Per che, 
dovendo io al nostro novellare, sì come primo, dare comin- 
ciamento, intendo da una delle sue maravigliose cose inco- 
minciare, acciò che, quella udita, la nostra speranza in lui, 
sì come in cosa impermutabile, si fermi, e sempre sia da noi 
il suo nome lodato. Manifesta cosa è che si come le cose 



1 Per questa Introduzione, cfr. Alberta zzi, / novellatori e le no- 
vellatrici del Decamerone. nel voi. Parvenze e sembianze, Bologna 1892; 
Gebhaut, Le prologue <ln Decameron ci la Renaissance, nel voi. i 
teurs fiori ntins du Moyen dge, Parigi 1901. p. (io ss. T. Morini, Il prologo 

del Deva mcronc, nella Rivista politica e letteraria. XVI, 1901, p. 103 ss. 
E quanto al luogo dov'è messa la scena, cl'r. ('. Mancini, Poggio Ghe- 
rardi, i>eiui<> ricetto alle novellatici del Boccaccio, Firenze 1858; C. 
Giannini, II ritrovo delle novellatici e dei novellatori del Decame- 
rone nelle ville Gheràrdi e Palmieri, Firenze 1893; YV. Still.man, The 
Decameron and its Villas, in The Xinetecntli Century, agos'o 1899; N. 
MA8ELLI8, / due palagi di rifugio e la Valle delle danne nel Deca- 
meron, nella Rassegna Nazionale, L904; Janex Ross, Fiorentine Villas. 
Londra 1903; EDWARD IIltton, Country Walks àbout Florence. Lon- 
dra 1908. 



trovsLtiA prima 29 

pondi tutte aono transitorie o mortali, cosi in gè e finn- 
ili b< re piene ili noia e d'angoscia e <li fatica, e ad in- 
finiti pericoli soggiacere; alle quali senza aiuno fallo né po- 
tremmo noi, che viviamo mescolati in esse e che siamo parte 
d'esse, durare né ripararci, se speziai grazia di l'io forza 
8 avvedimento non ci prestasse. La quale a noi e in noi 
non è da credere che per alcuno nostro merito discenda, ma 
dalla sua propia benignità mossa, e da' prieghi di coloro im- 
petrata che, si come noi siamo, furon mortali, e bene i suoi 
piaceri ', mentre furono in vita, seguendo, ora con lui eterni 
sono divenuti e beati; alli quali noi medesimi, si come a 
procuratori informati per esperienza della nostra fragilità 
•se non audaci di pòrgere i prieghi nostri nel cospetto di 
tanto giudice), delle cose le quali a noi reputiamo oppor- 
tune, gli porgiamo. E ancora più in lui, verso noi di pie- 
tosa liberalità pieno, discerniamo -, che non potendo l'acume 
dell'occhio mortale nel segreto della divina mente trapassare 
in alcun modo", avvien forse tal volta che da opinione in- 
gannati, tale dinanzi alla sua maestà facciamo procuratore, 
che da quella con eterno esilio è scacciato; e nondimeno Esso 
al quale ninna cosa è occulta ', più alla purità del pregator 
riguardando che alla sua ignoranza o allo esilio del pregato 5 , 
cosi come se quegli fosse nel suo cospetto beato, esaudisce 
coloro che '1 priegano. Il che manifestamente potrà apparire 
nella novella la quale di raccontare intendo: manifestamente 
dico, non il giudicio di Dio, ma quel degli nomini segui- 
tando. 

Ragionasi adunque, che essendo Musciatto Franzesi, di 
ricchissimo e gran mercatante, cavalier divenuto, e doven- 
done in Toscana venire con messer Carlo Senzaterra, fratello 
del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e al venir 
promosso 7 ; sentendo ' egli gli fatti suoi, si come le più volte 
son quegli de' mercatanti, molto intralciati in qua e iu là. 



i La volontà ili Dio. — : E questo ili più discerniamo nella sua li- 
beralità, che... — <'!V. Parad. XIII. HI: « Vederli dentro al consiglio 
divino ». — ' CtV. l'unni. XXI, 50; « Colui ohe tutto vede ». — Al fatto 
ohe il pregato non è salvo, auzi è dannato in inferno. Cfr. In/. XXIII, 
I2fi, e l'nr</. XXI, 18: i nell'eterno esilio». — 'Si narra. - ■'Solleci- 
tato. — B Sapendo, 



30 GIORNATA PRIMA 



e non potersi di leggiere né subitamente stralciare l ; pensò 
quegli commettere a più persone. E a tutti trovò modo: 
fuor solamente in dubbio gli rimase cui lasciar potesse suf- 
ficiente - a riscuoter suoi crediti fatti a più Borgognoni. E 
la cagion del dubbio era il sentire li Borgognoni uomini 
riottosi' e di mala condizione e misleali 4 ; et a lui non nu- 
dava per la memoria chi tanto malvagio non fosse, in cui 
egli potesse, alcuna fidanza avere che opporre alla loro mal- 
vagità si potesse. E sopra questa esaminazione pensando 
lungamente stato, gli venne a memoria un ser Ciapperello 
da Prato, il qual molto alla sua casa in Tarigi si riparava . 
Il quale, per ciò che piccolo di persona era e molto assetta- 
tuzzo ' ', non sappiendo li Franceschi che si volesse dire Ciap- 
perello, credendo che cappello, cioè ghirlanda 7 , secondo il 
loro volgare, a dir venisse, per ciò che piccolo era come 
dicemmo, non Ciappello ma Ciappelletto il chiamavano: e 
per Ciappelletto era conosciuto per tutto, là dove pochi per 
ser Ciapperello il conoscìeno. 

Era questo Ciappelletto di questa vita - : egli, essendo no- 
taio, avea grandissima vergogna quando uno de' suoi stru- 
menti icome che pochi ne facesse; fosse altro che falso tro- 
vato ; de' quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato ri- 
chiesto, e quelli più volentieri in dono che alcun altro gran- 
demente salariato '. Testimonianze false con sommo diletto 
diceva, richiesto e non richiesto ; e dandosi a que' tempi in 
Francia a' saramenti '" grandissima fede, non curandosi farli 
falsi, tante quistioni malvagiamente vincea a quante a giu- 
rare di dire il vero sopra la sua fede era chiamato. Aveva 
oltre modo piacere, e forte vi studiava, in commettere, tra 
amici e parenti e qualunque altra persona, mali et inimicizie 
e scandali "; de' quali quanto maggiori mali vedeva seguire, 
tanto più d'allegrezza prendea. Invitato ad un omicidio o a 
qualunque altra rea cosa, senza negarlo inai, volonterosa- 



1 Distrigare. — : Acconcio. — 3 Accattabrighe. — ' Sleali. — 5 S' iu- 
terteneva <■ faceva capo, si ricoverava. II. 8: «cominciò a ripararsi 
vicino alla casa di lei ». — 6 S'abbigliava con affettazione. — : Cfr. III. 
1: «cosi t latrava Cristo chi gli poneva le corna sopra 'I cappello»; 
/'firmi. XXV, 9: «prenderò il cappello »•.— f l>i questo tenore di vita. 
— "Ricompensato. I0 Giuramenti. l1 Cfr. Inf. XXVII.136: «scom- 
mettendo ». 



NOVELLA PRIMA 31 

mente v'andava; e i>iù volto a fedire e ad uccidere nomini 
colle propie mani si trovò volentieri. Bestemmiatore 'li i>h> 
e ili Santi era grandissimo; e per ogni piccola cosa, Bicorne 
colui che più che alcun altro ora iracundo. A chiesa non 
osava giammai ; e i sacramenti di quella tutti, come vii 
i. cmi abominevoli parole scherniva: e cosi in contrario 
le taverne e gli altri disonesti luoghi visitava volentieri e 
asavagli. Delle femine era cosi vago come souo i cani de' 
bastoni; del contrario più. che alcun altro tristo uomo si di- 
lettava. Imbolato avrebbe e rubato con quella conscienzia 
che un santo uomo offerirebbe : gulosissimoe bevitore grande, 
tanto che alcuna volta sconciamente gli Iacea noia: e/iuca- 
catore, e mettitor di malvagi dadi ' era solenne. Perchè mi 
distendo io in tante parole? Egli era il piggiore uomo che 
l'orse mai nascesse. La cui malizia lungo tempo sostenne 
la potenzia e lo stato di messer Musciatto, per cui molte 
volte, e dalle private persone, alle quali assai .sovente fa- 
ceva ingiuria, e dalla corte 3 , a cui tuttavia : la tacca, fu ri- 
guardato . 

Venuto adunque questo Ber Ciapperello nell'animo ' a n 
Ber Musciatto, il quale ottimamente la sua vita conosceva, si 
pensò il detto messer Musciatto, costui dovere essere t. 
quale la malvagità de' Borgognoni il richiedea. E perciò, 
t'attolsi chiamare, gli disse così: 

— Ser Ciappelletto, come tu sai, io sono per ri tramai del 
tutto di qui; e avendo tra gli altri a fare con Borgognoni, 
uomini pieni d'inganni, non so cui io mi possa lasciare a 
riscuotere il mio da loro, più convenevole di te. E perciò, 
con ciò sia cosa che tu niente l'acci al presente, ove a questo 
vogli intendere, io intendo di farti avere il fa\ ore della corte "', 
e di donarti quella parte di ciò che tu riscoterai, che conve- 
nevole sia. 

Ser Ciappelletto, che scioperato" si vedea e male agiato 



Indava. — Involato.— Offrirebbe. Farad. V, 19-50: - Però ne- 
sitato tu agli Ebrei Pur Pofferere>: XIII, 110: - un furare, altro 
offerère -. — ' Usava dadi falsi, barava. — Salvagnardò. — ' Hai pu- 
dici. ' Sempre. — B (ili fu usato rispetto. II. 1: « riguardati ila unti. 
<• quasi per unto gridandosi: fa luogo! fa luogo!... ►. — Nella me- 
moria, nel pensiero. — Qui, la corti- reale. — " Sfaccendato. 



32 GIORNATA PRIMA 

delle cose del mcmdo ', e lui no vedeva andare che suo so- 
stegno e ritegno- era lungamente stato, senza ninno indu- 
gio, e quasi da necessità costretto, si diliborò, e disse che 
volea volentieri. Per che convenutisi insieme, ricevuta ser 
Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re, parti- 
tosi messer Musciatto, n'andò in Borgogna dove quasi ninno 
il conoscea: e quivi, fuor di sua natura s , benignameli; 
mansuetamente cominciò a voler riscuotere, e fare quello per 
che andato v'era, quasi si riserbasse l'adirarsi al dassezzo '. 
E così faceeudo, riparandosi" in casa di due fratelli fioren- 
tini li quali quivi ad usura prestavano, e lui per amor di 
messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli in- 
fermò. Al quale i due fratelli fecero prestamente venire me- 
dici e fanti che il servissero, e ogmi cosa opportuna alla sua 
santa " racquistare. Ma ogni ajuto era nullo 7 , per ciò che '1 
buono uomo, il quale già era vecchio e disordinatamente 
vivuto, secondo che i medici dicevano, andava di giorno in 
giorno di male in peggio, come colui ch'aveva il male della 
morte; di che li due fratelli si dolevan forte. Et un giorno, 
assai vicini della camera nella quale ser Ciappelletto giaceva 
infermo, seco medesimi cominciarono a ragionare: 

— Che farem noi, diceva l'uno all'altro, di costui? Noi 
abbiamo dei fatti suoi pessimo partito alle mani R , per ciò 
che il mandarlo fuori di casa nostra così infermo, ne sarebbe 
gran biasimo e segno manifesto di poco senno ; veggendo 
la gente che noi l'avessimo ì-icevuto prima, e poi fatto ser- 
vire e medicare così sollecitamente, et ora, senza potere 
egli aver fatta cosa alcuna che dispiacere ci debba, cosi su- 
bitamente di casa nostra, et infermo a morte, vederlo man- 
dar fuori. D'altra parte, egli è stato si malvagio uomo, che 
egli non si vorrà confessare né prendere alcuno sacramento 
della Chiesa: e morendo senza confessione, ninna chiesa 
vorrà il suo corpo ricevere, anzi sarà gittato a' fossi a guisa 
d'un cane. E se egli si pur si confessa, i peccati suoi son 
tanti e sì orribili 9 , che il simigliante n'avverrà, per ciò che 



1 In cattive condizioni. ■— 2 Rifugio, protezione. Contrariamente 
alla sua indole. ' l>;i ultimo. Albergando. - "Sanità. — - Vano. 

L'averlo in casa è'per noi un pessimo affare. Purg. III. 121: 

« Orribil furon li peccati miei». 



ROVBIiliA PRIMA 

Irate nò prete ci sarà che '1 voglia né possa assolvere; por 
che, non assoluto, anche sarà pittato a tossi. K si- questo 
avviene, il popolo di questa terra, il quale si per lo mestier 
nostro, il quale loro pan- iniquissiino e tutto '1 giorno no 
dicon male, e si per volontà che hanno di rubarci, reggendo 
ciò, si leverà a roinore e griderà: Questi Lombardi ' cani, 
li quali a chiesa non sono voluti ricevere, non ci si vogliono 

più sostenere ; e correrannocl alle case, e per avventura 

non solamente l'avere ci ruberanno, ma torse ci torranno, 
oltre a ciò, le persone. Di che noi in ogni guisa stiano 
male, se costui muore. 

Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo, presso u iacea 
là dove costoro così ragionavano, avendo l'udire sottile, sì 
come le più volte vediamo avere gl'i riformi, udì ciò che 
costoro di lui dicevano. Li quali egli si fece chiamare, e 
disse loro: 

— Io non voglio che voi d'alcuna cosa di me dubitiate, ' 
né abbiate paura di ricevere per me alcuu danno. Io ho in 
teso ciò che di me ragionato avete, e son certissimo che 
così n'avverrebbe come voi dite, dove così andasse la bi- 
sogna' come avvisate; ma ella andrà al tram enti. Io ho, 
vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farne- li 
io una ora in su la mia morte ' , né più né meno ne farà . 
E per ciò procacciate di farmi venire un santo e valente 
frate, il più x che aver potete, se alcun ce n'è, e lasciate 
fare a me; che fermamente ' io acconcerò i fatti vostri e i 
miei in maniera che starà bene, e che dovrete esser con- 
tenti. 

I due fratelli, come che molta speranza non prendessono 
di questo, nondimeno se n'andarono ad una religione ' ' di 
frati, e domandarono alcuno santo e savio uomo che udisse 



1 Lombardi «caia chiamati in Francia tutti gì' Italiani. — -Noi non 
vogliamo più tollerarli in mezzo a noi. — Per la qua] cosa. — ' Du- 
bitare, dubbiare e dottare temere •■ sospettare. Cfr. Purg. XX. 135; 
Farad. XXVI. l. - La Eaccenda. Inf. XXIII. 140: - Mal contava la 
bisogna». — "In punto ili morti*.— "Non ne farà maggior caso, mi 
tratterà al modo stesso. — ~ Il i>iù santo e valente. — ' Senza dubbio. 
— '• Convento. Sacchetti, 101: < Andando... fuori ili Todi a una reli- 
gione di frati, presso a tre miglio ». Anche Ordine: Parad. XI. 92-3 : 
<■ e ila lui ebbe Primo aigilìo a sua religione -. 

3 



IH GIORNATA PRIMA 

la confessione d'un Lombardo che in casa loro era infermo. 
E fin lor dato un frate antico ', di santa e di buona vita, e 
gran maestro in Iscrittimi, e molto venerabile uomo, nel 
quale tutti i cittadini grandissima e speziai divozione aveano ; 
e lui menarono. 

Il qual giunto nella camera dove ser Ciappelletto giacca, 
et al lato pòstoglisi a sedere, prima benignamente il co- 
minciò a confortare, e appresso il domandò quanto tempo 
era che egli altra volta confessato si fosse. Al quale ser Ciap- 
pelletto, che mai confessato non s*era, rispose: 

— Padre mio, la mia usanza suole essere di confessarsi 
ogni settimana almeno una volta, senza che assai sono di 
quelle che io mi confesso più. E il vero che poi ch'io in- 
fermai, che son passati da otto dì, io non mi confessai, tanta 
è stata la noja che la infermità m'ha data. 

Disse allora il frate: 

— Figliuol mio, bene hai fatto, e così si vuol fare per 
innanzi; e veggio che poi'- sì spesso ti confessi, poca fa- 
tica avrò d'udire o di domandare. 

Disse ser Ciappelletto: 

— Messer lo frate, non dite così! Io non mi confessai 
mai tante volte né sì spesso, che io sempre non mi volessi 
confessare generalmente di tutti i miei peccati che io mi ri- 
cordassi dal dì eh i' nacqui infino a quello che confessato 
mi sono. E per ciò vi priego, padre mio buono, che così 
puntualmente d'ogni cosa, d'ogni cosa, mi domandiate, come 
se mai confessato non mi fossi ; e non mi riguardate ; per- 
eti' io sia infermo, che io amo molto meglio di dispiacere a 
queste mie carni, che faccendo agio loro ', io facessi cosa 
che potesse essere perdizione della anima mia, la quale il 
mio Salvatore ricomperò col suo prezioso sangue. 

Queste parole piacquero molto al santo uomo, e parvongli 
argomento di bene disposta mente. E poi che a ser Ciap- 
pelletto ebbe molto commendato questa usanza, il cominciò 
a domandare se egli mai in lussuria con alcuna feinina pec- 
cato avesse. Al qual ser Ciappelletto sospirando rispuose: 



: Vecchio, anziano. II. '■'•■■ - ;tl quale appresso veniano due cavalieri 
antichi < parenti «lei Re». — "- Poiché. — 'Non ini abbiate riguardo, 
non mi risparmiate. — * Badando al loro comodo. — : ' Indizio. 



NOVKI.LA PRIMA 

— Padre mio, di questa pani' mi no io «lì dirvene 
il vero, temendo di non peccare la vanagloria. 

Al qnale il santo (rate disse: 

— Di' sicuramente, che, il ver dicendo, né in confessione 

in'' in altro atto si peccò giammai 
Disse allora ser Ciappelletto: 

— Poiché voi di questo mi fate sicuro, et io ' il vi dirò. 
In som così vergine come i<> uscì' del corpo della mamma mia. 

— o benedetto sia tu da I>io!, disse il irate-, come bene 
hai tatto! E faccendolo, bai tanto più meritato, quanto, vo- 
lendo, avevi più d'arbitrio di tare il contrario che non abbiali) 
noi. e qualunque altri son quegli che sotto alcuna regola 
Sono costretti. 

E appresso questo, il domandò se nel peccato della gola 
aveva a Dio dispiaciuto. Al quale, sospirando torte, ser Ciap 
pelletto rispuose di sì, e. molte volte; perciò che, con ciò 
Tosse cosa che egli, oltre a' digiuni delle quaresime che nel- 
l'anno si l'anno dalle divoto persone, ogni settimana almeno 
tre di fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con quello 
diletto e con quello appetito l'acqua bevuta avea, e spezial- 
mente quando avesse alcuna fatica durata o adorando o an- 
dando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il viuo. 
E molte volte aveva desiderato d' avere cotali insalatuzze 
d'erbueee, come le donne fanno quando vanno in villa; e 
alcuna volta gli era partito migliore il mangiare che non 
pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione, 
come digiunava egli. Al quale il frate disse: 

— Figliuol mio, questi peccati sono naturali, e sono assai 
gieri; e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la 

conscienzia tua che bisogni . Ad ogni uomo addiviene, quan- 
tunque santissimo sia, il parergli, dopo lungo digiuno, buono 
il manicare 8 , e dopo la fatica il bere. 

— Oh, disse ser Ciappelletto, padre mio, non mi dite questo 
per confortarmi : ben sapete che io so che le cose che al 
servigio di Dio si fanno, si deouo fare tutte nettamente e 



1 Ecco ohe io. V, IO: - essendo noi zia posti a tavola ... t /"" sen- 
timmo presso ili noi starnutire ». — ■ Te ne faccia scrupolo pio ohe non 
bisogni. — 3 Mangiare, Vili. 7: «a ranni arrostire al solere unum 
alle illuseli,. . : e Inf. XXXIII. 60. 



36 GIORNATA PRIMA 

senza alcuna ruggine d'animo; e chiunque altrimenti fa, 
pecca. 

Il frate contentissimo disse: 

— Et io son contento che così ti cappia nell'animo ', e 
piacerai forte la tua pura e buona conscienzia in ciò. Ma 
dirami, in avarizia hai tu peccato, disiderando più che il 
convenevole, o tenendo quello che tu tener non dovesti? 

Al quale ser Ciappelletto disse : 

— Padre mio, io non vorrei che voi guardaste - perchè 
io sia in casa di questi usurieri. Io non ci ho a far nulla; 
anzi ci era venuto per doverli ammonire e gastigare, e tórgli 
da questo abbominevole guadagno. E credo mi sarebbe ve- 
nuto fatto, se Iddio non m'avesse così visitato. Ma voi do- 
vete sapere che mio padre mi lasciò ricco uomo, del cui 
avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio 3 ; 
e poi, per sostentare la vita mia e per potere aiutare i po- 
veri di Cristo, ho fatte mie picciole mercatanzie, e in quelle 
ho disiderato di guadagnare, e sempre co' poveri di Dio 
quello che ho guadagnato ho partito per mezzo, la mia metà 
convertendo ' ne' miei bisogni, l'altra metà dando loro. E 
di ciò m' ha si bene il mio Creatore ajutato, che io ho sem- 
pre di bene in meglio fatti i fatti miei. 

— Bene hai fatto, disse il frate. Ma come r ti se' tu spesso 
adirato ? 

— Oh, disse ser Ciappelletto, cotesto vi dico io bene che 
io ho molto spesso fatto. E chi se ne potrebbe tenere, ver- 
gendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare ' 
i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicj? Egli ' 
sono state assai volte il di che io vorrei più tosto essere stato 
morto che vivo, veggendo i giovani andare dietro alle va- 
nità, e vedendoli giurare e spergiurare, andare alle taverne, 
non visitare le chiese, e seguir più tosto le vie del mondo 
che quella di Dio. 

Disse allora il frate: 



1 Chi pensi ooaL VI, 6: «secondo die Dell'animo gli capea»; 9: 
- sapeva onorare cui nell'animo gli capeva ohe il valesse ►. — '• Sospet- 
taste. — : Per beneficenza ai poveri. IV, intr. : « data ogni sua cosa per 

Dio »: 1: « nella nostra iurte quasi come per Dio... allevato ». — ' Spen- 
dendo. - Porse che. — ' Osservare. — ' K" : ripieno. 



NOVBLLA PRIMA 61 

— Figlino) mio, cotesta è buona ira: oè io per me te ne 
saprei penitenzia imporre. Bla, per alcuno caso . avrèbbeti 

l'ira potuto [nducere a l'are alcuno omicidio. a dire villania 
a persona, <> a l'are alcun'altia ingiuria? 
A cui ser Ciappelletto rispOE 

— Oimè, messere, oh, voi mi parete uom di Dio, come 
dite voi cotesto parole? <>h b'ìo avessi avuto pure un pen 
sieruzzo di fare qualun<[ue s'è ['una delle cose che voi dite, 
credete voi che io creda che Iddio m'avesse tanto soste- 
nuto? Cotesto son cose da farle gli scherani et i rei uo- 
mini ; de' quali qualunque ora io n'ho mai veduto alcuno, 
sempre ho detto: Va, che Dio ti converta! 

Allora disse il frate: 

— Or ini di', rigliuol mio, che benedetto sia tu da I>i<>: 
hai tu mai testimonianza ninna falsa detta contro alcuno, o 
detto mal d'altrui, o tolte dell'altrui cose senza piacer di 
colui di cui sono? 

— Mai, messere, sì, * rispuose ser Ciappelletto, che io ho 
detto male d'altrui! Per ciò che io ebbi già un mio vicino 
che, al maggior torto del mondo, B non faceva altro che bat- 
tere la moglie; si che io dissi una volta mal di lui alli pa- 
renti della moglie, si gran pietà mi venne di quella catti 
velia, ' la quale egli, ogni volta che bevuto avea troppo, 
conciava come Dio vel dica. "' 

r 

Disse allora il frate : 

— Or bene, tu mi di' che se' auto ! mercatante: ingan- 
nasti tu mai persona cosi come fanno i mercatanti? 

— Gnaffe. ' disse ser Ciappelletto, messer si. Ma io non 
so chi egli si fu, se non che uno, avendomi recati danari 
che egli mi dovea dare di ' ' panno che io gli avea venduto, 
et io messoli in una cassa senza annoverare ", ivi bene ad 
un mese ' trovai ch'egli erano quattro piccioli : ; più che es- 



1 Per caso, per avventura. — - Tollerato. — <>uni volta che. — 
' Mai sì. messere = sissignore. — A gran tento. — 6 Infelice. IV. 7: 
«la cattivella... in quel medesimo accidente <-;i<Ule che...»: eia morte 
ili Pasquino cattivello > ; V. 7: «l'età del cattivello che frustato era»; 
Vili. 7: < lo acolare cattivello, quasi cicogna divenuto, si forte batteva 
i denti»; •dolorosétta fante». — "Come solo Dio vi potrebbe dire. 
CtV. Farad. 111. 108. - ' Stato. - i Per mia fede! ' Per. - » Con- 
tarli. — '-Dopo un mese e più. — ls Noi diremmo centesimi. l>i qui 
Spiccioli. 



GIORNATA PRIMA 

sere non doveano : per che, non rivedendo colui, e aven- 
doli serbati bene uno anno per renderglieli, io gli diedi per 
l'amor di Dio. l 
Disse il frate : 

— Cotesta fu piccola cosa ; e facesti bene a farne quello 
che ne facesti. 

E oltre a questo, il domandò il santo frate di molte altre 
cose, delle quali, di tutte, rispose a questo modo. E volendo 
egli già procedere all'assoluzione, disse ser Ciappelletto: 

.Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v'ho 
detto. 

Il frate domandò quale : et egli disse : 

— Io mi ricordo che io feci al fante mio, un sabato dopo 
nona, spazzare la casa, e non ebbi alla santa domenica quella 
reverenza che io dovea. 

— Oh, disse il frate, figliuol mio, cotesta è leggier cosa ! 

— No, disse ser Ciappelletto, non dite leggier cosa, che 
la domenica è troppo da onorare, però che in così fatto dì 
risuscitò da morte a vita il nostro Signore. 

Disse allora il frate : 

— 0, altro hai tu fatto ? 

— Messer sì, rispuose ser Ciappelletto; che io, non av- 
vedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio. 

11 frate cominciò a sorridere, e disse : 

— Figliuol mio, cotesta non è cosa da curarsene: noi, 
che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo. 

Disse allora ser Ciappelletto : 

— E voi - fate gran villania; per ciò che niuna cosa si 
convien tener netta come il santo tempio, nel quale si rende 
sacrificio a Dio ! 

Et in brieve de' così fatti ne gli disse molti, e ultima- 
mente 3 cominciò a sospirare, e appresso a pianger forte, 
come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea. Disse 
il santo frate : 

— Figliuol mio, che hai tu? 
Rispuose ser Ciappelletto : 

— Girne, messere, che un peccato m'è rimaso, del quale 
io non mi confessai mai, sì gran vergogna ho di doverlo 



Per elemosina. • E anche voi. — :: I);i ultimo. 



NOVELLA l'KlMA 

dire! K ogni volta ch'in me ne ricordo, piango come voi 
cedete, e panni essere molto certo che, iddio mai non avrà 
misericordia di me per questo peccato. 

Allora il santo Irate disse : 

— Va via, ' flgliuol, che è ciò che tu di' V Se tutti i pec 
cati c-h<» furori mal fatti da tutti gli nomini, o che si debbon 
fare da tutti gli uomini mentre che il mondo durerà, fosser 
nini in uno noni solo, et egli ne fosse pentnto e contrito 
come io veggio te, si è tanta la benignità e la misericordia 
di Dio che. confessandoli egli, gliele perdonerebbe libera 
mente. K perciò dillo sicuramente. 

Disse allora §er Ciappelletto, sempre piangendo forte: 

— Girne, padre mio, il mio è troppo gran peccato; e ap- 
pena posso crederi', se i vostri prieghi non ci si adoperano, 
che egli mi debba mai da Dio esser perdonato! 

A cui il frate disse: 

— Dillo sicuramente, che io ti prometto di pregare Iddio 
per te. 

Ser Ciappelletto pur piagne», e noi dicea; et il frate pul- 
ii confortava a dire. Ma poiché ser Ciappelletto piangendo 
ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate cosi sospeso, egli 
gittò un gran sospiro, e disse: 

— Padre mio, poscia che voi mi promettete di pregare 
Iddio per me, et io il vi dirò. Sappiate che, quando io era 
Piccolino, io bestemmiai una volta la mamma mia! 

E così detto, ricominciò a piagnere forte. Disse il frate: 

— Oh, flgliuol mio, or parti questo cosi grande peccato? 
Oh gli uomini bestemmiano tutto 1 giorno Iddio, e si ' per- 
dona egli volentieri a chi si pente d'averlo bestemmiato; e 
tu non credi che egli perdoni a te questo ? Non pianger, 
confortati, che fermamente, se tu fossi stato un di quegli 
che il posero iu croce, avendo la contrizione ch'io ti veggio, 
sì ti perdonerebbe egli. 

Disse allora ser Ciappelletto : 
• Oimè, padre mio, che dite voi V La mamma mia dolce, 
che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte, e portommi 
in collo più di cento volte, troppo feci male a bestemmiarla, 



' Oh via. - - ('IV. Inf. WV1I1. 7 sa. - Volentieri. Or. Inf. XIII. 
B6; Purg. XI, 134. - ' Eppure. 



IO ' I ORNATA PRIMA 

e troppo è gran peccato ; e se voi non pregate Iddio per 
me, egli non mi sarà perdonato. 

Veggendo il Irate non essere altro restato a dire a ser 
Ciappelletto, gli fece l'assoluzione, e diedegli la sua bene- 
dizione, avendolo per santissimo uomo, si come colui che 
pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappelletto avea 
detto. E chi sarebbe colui che noi credesse, veggendo uno 
uomo in caso ' di morte dir così ? E poi, dopo tutto questo, 
gli disse : 

— Ser Ciappelletto, coll'a.juto di Dio, voi sarete tosto 
sano ; ma se pure avvenisse che Iddio la vostra benedetta 
e ben disposta anima chiamasse a sé, piacev' egli" che '1 
vostro corpo sia seppellito al nostro luogo? 3 

Al quale ser Ciappelletto rispose: 

— Messer sì ; anzi non vorre' io essere altrove, poscia 
che voi mi avete promesso di pregare Iddio per me : senza 
che ' io ho avuta sempre speziai divozione al vostro Ordine. 
E per ciò vi priego che, come voi al vostro luogo sarete, 
facciate che a me vegna quel veracissimo Corpo di Cristo, 
il qual voi la mattina sopra l'altare cousecrate ; per ciò che 
(come che io degno non ne sia) io intendo, colla vostra li- 
cenzia, di prenderlo; e appresso la santa e ultima Unzione, 
acciò che io, se vivuto son come peccatore, almeno muoja 
come cristiano. 

Il santo uomo disse che molto gli piacea, e che egli dicea 
bene, e farebbe che di presente gli sarebbe apportato. E 
cosi fu. 

Li due fratelli, il quali dubitavan forte non ser Ciappel- 
letto gTinganasse, s'eran posti appresso ad un tavolato, il 
quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva divideva da 
un'altra, e ascoltando, leggiermente 7 udivano e intende- 
vano ciò che ser Ciappelletto al frate diceva. E aveano al- 
cuna volta si gran voglia di ridere, udendo le cose le quali 
egli confessava d'aver fatte, che quasi scoppiavano, e fra sé 
talora dicevano: — Che uomo è costui, il quale né vec- 
chiezza, né infermità, né paura di morte, alla qual si vede 



1 In pericolo. — 2 tSiete contento. — Nella chiesa, o nel cimitero, 
del nostro convento. — 'Senza «lire die. — "Senza indugio. — G Ac- 
costo. — : Facilmente. 



NOVELLA PRIMA M 

viuiio. aè ancora <li l>i<>. dinanzi al giudicio del qnale 'li 
qui a picciola ora s'aspetta 'li dovere essere, dalla bus mal- 
Iti l'hanno potuto rimuovere, aè far ch'egli così non vo 
glia morire come egli è vivuto? Ma pur vedendo che b! 
aveva detto che egli sarebbe a sepoltura ricevuto in chi- 
nienti' del rimaso ' si curarono. 

Ser Ciappelletto poco appresso si comunicò, e peggio- 
rando senza modo, ebbe L'ultima Unzione; e poco passato 

vespro, quel di slesso che la buona confessione t'alia avrà. 
si morì. Per la qua! cosa, li due fratelli, ordinato, di quello 
di lui medesimo. ' come egli fosse onorevolmente seppellito, 
e mandatolo a dire al luogo de 1 frati, e che essi vi venis- 
sero la sera a far la vigilia ; secondo l'usanza, e la mattina 
per lo corpo, ' ogni cosa a ciò opportuna dispuosero. 

Il santo frate che contessalo l'avea, udendo che egli era 
trapassato, fu insieme col priore del luogo, e fatto sonare 
a capitolo, alli frati radunati in quello mostrò, ser Ciappel- 
letto essere stato santo uomo, secondo che per la sua con- 
fessione conceputo avea. E sperando per lui Domenedio 
dover molti miracoli dimostrare, persuadette loro che con 
grandissima reverenzia e divozione quello corpo si dovesse 
ricevere. Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli 
s'accordarono. E la sera, andati tutti là dove il corpo di 
sev Ciappelletto giaceva, sopr' esso fecero una grande e so- 
lenne vigilia; e la mattina, tutti vestiti co' càmici e, co' pie- 
viali, con libri in mano e con le croci innanzi, cantando, 
audaron per questo corpo, e con grandissima festa e solen- 
nità il recarono alla lor chiesa, seguendo quasi tutto il po- 
polo della città, uomini e donne. E nella chiesa póstolo, il 
santo frate che confessato l'avea. salito in sul pergamo, di 
lui cominciò, e della sua vita, de' suoi digiuni, della sua 
verginità, della sua simplicità et innocenzia e santità, ma- 
ravigliose cose a predicare; tra l'altre cose narrando quello 
che ser Ciappelletto per lo suo maggior peccato piangendo 
gli avea confessato, e come esso appena gli avea potuto 
mettere nel capo che Iddio gliele dovesse perdonare, da 



1 Del rimanente. — Adoperando per le spese i danari ili lui. — 
\ vegliare il cadavere. — 'A trasportar via il cadavere. — v ; ■<< 
cordò. 



42 GIORNATA PRIMA 

questo volgendosi ' a riprendere il popolo che ascoltava, di- 
cendo: — E voi, maledetti da Dio. per ogni fuscello di pa- 
glia che vi si svolge tra' piedi, bestemmiate Iddio eia Ma- 
dre, e tutta la Corte di paradiso ! — E oltre a queste, molte 
altre cose disse della sua lealtà e della sua purità; et in 
brieve colle sue parole, alle quali era dalla gente della con- 
trada data intera fede, si il mise nel capo e nella divozion 
di tutti coloro che v'erano, che poi che fornito fu l'uficio, 
colla maggior calca del mondo da tutti fu andato 2 a ba- 
stargli i piedi e le mani, e tutti i panni gli furono in dosso 
stracciati, tenendosi beato chi pure un poco di quegli po- 
tesse avere. E convenne che tutto il giorno così fosse tenuto, 
acciò che da tutti potesse essere veduto e visitato. Poi, la 
vegnente notte, in una arca di marmo seppellito fu onore- 
volmente in una cappella, e a mano a mano il dì seguente 
vi cominciarono le genti ad andare e ad accender lumi e 
ad adorarlo, e per conseguente a botarsi, 3 e ad appiccarvi 
le imagini della cera, 4 secondo la promession fatta. 5 E in 
tanto crebbe'' la fama della sua santità e divozione a lui, 
che quasi niuuo era che in alcuna avversità fosse, che ad 
altro Santo che a lui si botasse, e chiàmaronlo e chiamano 
san Ciappelletto : e affermano molti miracoli Iddio aver 
mostrati per lui, ' e mostrare tutto giorno a chi divotamente 
si raccomanda a lui. 

Così adunque visse e morì ser Cepparello da Prato, e 
santo divenne come avete udito. Il quale negar non voglio 
esser possibile, lui essere beato nella presenza di Dio. per 
ciò che, come che la sua vita fosse scelerata e malvagia, 
egli potè in su l'estremo aver sì fatta contrizione, che per 
avventura Iddio ebbe misericordia di lui, e nel suo regno 
il ricevette. 8 Ma per ciò che questo n'è occulto, secondo 
quello che ne può apparire ragiono e dico, costui più tosto 
dovere essere nelle mani del diavolo in perdizione, che in 
paradiso. E se così è, grandissima si può la benignità di 
Dio cognoscere verso noi, la quale, non al nostro errore, 



'Prendendo occasione. — -Tutti andarono. — Fin voti a lui. — 
1 Le immagini fatte (-ori la cera. (IV. Purg. X, 80: « e l'aquile dell'oro»; 
l'anni. XVI, 110: «E le palle dell'oro*. — MI voto fatto. — ' Crebbe 
tanto. — ' Per mezzo di lui. — - ('ir. Purg. Ili, 121 sa. 



NOVBLLA PRIMA 13 

ma alla purità della fede riguardando, eoa) faccendo noi no- 
stro mezzano un suo nemico, amico credendolo, ci esau- 
disce, come se ad ano veramente santo, per mezzano della 
sua grazia, ricorressimo. K per ciò, acciò che noi per la sua 
grazia nelle presenti avversità, e in questa compagnia cosi 

lieta, siamo sani e salvi servati, lodando il BUO nome, nel 
quale cominciata l'abbiamo, lui in reverenza avendo, ne' no- 
stri bisogni gli ci raccomandiamo, sicurissimi d'essere uditi. 
E qui si tacque 



Mediatore, intercessore. Musciatto Pranzesi è personaggio sto- 
rico. Dice ili Ini Dino Compagui (II, li : - Passò messer Carlo in Corte 

ili Roma, sansa entrare in Firenze; e Ito in stimolato, e molti so- 

spi ni li furono messi nell'animo. Il signore min conosoea i Toscani m'- 
Ir malizie loro. Messer Musciatto Pranzesi, cavaliere ili gran malizia. 
picciolo della persona, ma ili grande animo, conoscea ben la malizia 
delle parole erano dette al signore: <• perchè anche Ini era corrotto, 
li confermava quello ohe pe' seminatori degli Beandoli a\ì era detto, 
clic u^ni ili gli ciano il' intorno ». Cfr. anche <ì. Villani, VII, 117. e 
Vili, 56. E Btorico è pure, quasi certamente, sei- Ciapperello, -e. 
come par dimostrato, egli è da identificare con (pici Cepperello o Ciap- 
perello Diotainti ila Prato, clic figura in documenti toscani ilei 1288 
1295 come ricevitore ili decime e d'altre taglie per conto ilei tesoro di 
Filippo il lidio re «lì Francia. Cfr. Cksarh Paoli, Documenti ili ser 
Ciappelletto, mi ffiornale Storico della Letteratura Italiana, V, 329-69; 
e iinchc A. Nbri, Una lettera di <•'. Bianchini, ibid., VI, 305. — La 
novella, benché appaia originalissima, ricorda un episodio della Bio- 
grafia di san Martino narrata da Sulpioio Severo (e. \' 1 1 I > : della tomba 
d'un ladro, giustiziato per gl'innumerevoli delitti commessi, venerata 
come quella d'un santo, nelle vicinanze di Tours. E ricorda ancora un 
altro episodio, narrato da Juan de .Mariana nella su a Storia di Spagna: 
della tomba d'un eretico di nome Arnaldo, ohe i Buoi compagni Bet- 
tarii. con miracoli l'rodoletiti. indueevano il popolino a venerare come 
quella d'un santo martire. Cfr. Landau, Pii Quellen des Dekameron, 
ediz. '_". Stuttgart ls s i. p. 250; e Lea, 'l'In- Decameron ils sources and 
analogues, London 1909, p. 1. — Il carattere di ser Ciappelletto servì 
di modello al Pulci pel suo Margutte (Morgante, o. XVIII, 112 se 
al Molière pel suo Tartufe. — La novella tu tradotta in latino da 
Olimpia Fulvia Morata Basilea, 1580), e da Antonio Loschi; einfran- 
. molto liberamente, dal Voltaire. Cfr. Silvio Pbllini, Una no- 
velia dr! Decamerone, Torino, Paravia, 1887 : ti. I>\ Schio, Sulla vita 
• sugli strini di .1. Loschi, Padova 1858. — Imi imitata da Anton Fran- 
cesco Doni, nella 1\ delle Bue Novelle. — Mgr. <;. Botta ri [Lezioni 
sopra il Decamerone, Firenze 1818, II. p. 118) si sforzo di difendere 
il Boccaocio dalla taccia d'irreligiosità, toccatagli soprattutto per que- 
sta novella. F. cfr. F. Tribolati, l>ii»>r/i letterari! sui Decamen 
Pisa is?7; (i. Finzi, La novella boccaccesca di ser Ciappelletto, nella 
Biblioteca delle Scuole italiane, III. 1891, p. 10E 



44 GIORNATA PRIMA 



NOVELLA SECONDA. 

A limai n giudeo, da Giannotto 'li <'i\ igni stimolato, va in corte <li Roma : 
e \ alenilo hi malvagità de' onerici, torna a Parigi, e l'assi cristiano. 

La novella di Pamfilo fa in parte risa, ' e tutta commen- 
data dalle donne. La quale diligentemente ascoltata, e al 
suo fine essendo venuta, sedendo appresso di lui Neifile, le 
comandò la Reina che, una dicendone, l'ordine dello inco- 
minciato sollazzo seguisse. La quale, si come colei che non 
meno era di cortesi costumi che di bellezza ornata, lieta- 
mente rispose che volentieri, e cominciò in questa guisa: 

— Mostrato n'ha Parafilo nel suo novellare la benignità di 
Dio non guardare a' nostri errori, quando da cosa che per 
noi veder non si possa procedano ; et io nel mio intendo di 
dimostrarvi quanto questa medesima benignità, sostenendo 
pazientemente i difetti di coloro li quali d'essa ne dèono 
dare, e colle opere e colle parole, vera testimonianza, il 
contrario operando, di sé argomento d'infallibile verità ne 
dimostri, acciò che quello che noi crediamo con più fermezza 
d'animo seguitiamo. 

Sì come io, graziose donne, già udii ragionare, in Parigi 
fu un gran mercatante e buono uomo, il quale fu chiamato 
Giannotto di Civignì, lealissimo e diritto, e di gran traffico 
d'opera di drapperia; et avea singulare 3 amistà con uno 
ricchissimo uomo giudeo chiamato Abraani. il qual simil- 
mente mercatante era, e diritto e leale uomo assai. La cui 
dirittura e la cui lealtà veggendo Giannotto, gl'incominciò 
forte ad increscere che l'anima d'un così valente e savio e 
buono uomo per difetto di Fede andasse a perdizione. E per 
ciò amichevolmente lo cominciò a pregare che egli lasciasse 
gli errori della Fede giudaica, e ritornasse 4 alla verità cri- 
stiana ; la quale egli poteva vedere, sì come santa e buona, 
sempre prosperare e aumentarsi, dove la sua, in contrario, 
diminuirsi e venire al niente r poteva discernere. Il Giudeo 



1 Le donne ogni tanto risero nell'ascoltarla. — "■ .Soli.: il farebbe. 
— 3 Grandissima. — ' Si convertisse. — 3 Disfarsi. 



NOVBLLJ DA 

rispondeva ebe ninna ne credeva né santa né buona, fuor 
che la giudaica; e che egli in quella era nato. e in quella 
intendeva e vivere e morire, né cosa sarebbe che mai da 

ciò il tacesse riinuuverc. Giannotto non stette' per quei 
che egli, passati alquanti dì, non gli rimovesse : simigliantl 
parole, mostrandogli, cosi grossamente come il più i mer 
calanti .-.inno tare, per quali ragioni la nostra era migliore 
che la giudaica. K come che il Giudeo fosse nella giudaica 
legge un gran maestro, tuttavia, o l'amicizia grande che 
con Gianotto avea che. il movesse o torse parole le quali 
lo Spirito Santo sopra la lingua dell'uomo idiota poneva, 
che sei tacessero, al Giudeo cominciarono forte a piacere le 
dimostrazioni di Giannotto. Ma pure, ostinato in su la sua 
credenza, volger non sì lasciava. Cosi come egli pertinace 
dimorava, cosi Giannotto di sollecitarlo non finava giam- 
mai; tanto che il Giudeo, da così continua instanzia vinto, 
disse: 

— Ecco, Giannotto, a te piace che io divenga cristiano, 
et io sono disposto a farlo, si veramente ' che io voglio in 
prima andare a Roma, e quivi vedere colui il quale tu di 1 
che è Vicario di Dio in terra, e considerare i suoi modi e 
i suoi costumi, e similmente de' suoi fratelli cardinali; e 
essi mi parranno tali che io possa, tra per le tue parole e 
per quelli, comprendere che la vostra Fede sia migliore che 
la mia, come tu ti se' ingegnato di dimostrarmi, io farò 
quello che detto t'ho. Ove così non tosse, io mi rimarrò 
giudeo come io mi sono. 

quando Giannotto intese questo, fu oltre modo dolente, 
tacitamente dicendo : — Perduta ho la fatica la quale otti- 
mamente mi parca avere impiegata, credendomi costui aver 
convertito; per ciò che se egli va in corte di Roma, e vede 
la vita scelerata e lorda' de' cherici, non che egli di giudeo 



1 Ristette, tralasciò. — - Ripetesse. — La più parte «l«-i mercatanti. 
— 'Religione. II. 7: -non fossi da lor cacciata sì come Demica «Iella 
lor legge»; V. 2: «intendeva seconda la nostra legge di sposarla». — 
Rifiniva. — ' insistenza. X. 8: - Bpesso e con inatanzia domandandolo 
della cagione «!«■' suoi pensieri e «Iella infermità ». — " A questo patto. 
X. 5: «liberamente vi potrete partire, ri oeramenU ehe voi al vostro 
marito «li tanta cortesia qnelle grazie renderete... ►. — ■ P»r</. VII, 
HO: - Sanno la vita Bua viziata e lorda ». 



1'' GIORNATA PIUMA 

si faccia cristiano, ma se egli fosse cristiano fatto, senza 
fallo ' giudeo si ritornerebbe ! — E ad Abraam rivolto, disse: 

— Deh, amico mio, perchè vuoi tu entrare in questa fa- 
tica, e così grande spesa, come a te sarà d'andare di qui 
a Roma? Senza che, ; e per mare e per terra, ad un ricco 
uomo come tu se', ci è tutto pien di pericoli. Non credi tu 
trovar qui chi il battesimo ti dèa? E se forse alcuni dubbj 
hai intorno alla Fede che io ti dimostro, dove ha maggiori 
maestri, e più savj uomini in quella, che son qui. da poterti 
di ciò che tu vorrai o domanderai, dichiarire.' ' Per le quali 
cose al mio parere questa tua andata è di soperchio. Pensa 
che tali sono là i prelati quali tu gli hai qui potuti vedere, 
e più tanto B ancor migliori quanto essi son più vicini al 
Pastor principale. E perciò questa fatica, per mio consiglio, 
ti serberai in altra volta ad alcuno perdono. ■ al quale io 
per avventura ti farò compagnia. 

A cui il Giudeo ì-ispose : 

— Io mi credo. Giannotto, che così sia come tu mi favelli ; 
ma recandoti le molte parole in una, 7 io son del tutto se tu 
vuogli che io faccia quello di che tu m'hai cotanto pregato 
disposto ad andarvi, e altramenti mai non ne farò nulla. 

Giannotto, vedendo il voler suo, disse : 

— E tu va' con buona ventura! 

E seco avvisò, lui mai non doversi far cristiano, come la 
corte di Roma veduta avesse; ma pur, niente perdendovi, 
si stette. 

Il Giudeo montò a cavallo, e come più tosto potè, se 
n'andò in corte di Roma; dove pervenuto, da' suoi Giudei 
fa onorevolmente ricevuto. E quivi dimorando, senza dire 
ad alcuno per che ito vi fosse, cautamente cominciò a ri- 
guardare alle maniere del Papa, e de' Cardinali, e degli 
altri prelati, e di tutti i cortigiani. E tra che egli s'accorse, 
sì come uomo che molto avveduto era, e che egli ancora da 
alcuno fa informato, egli trovò, dal maggiore infino al mi- 



1 111,5: «laqual senza alcun fallo trapassa quella...»; X.5: *senza 
fallo in mi reciterei ad amar lui». — 8 Intraprendere questo viaggio, 
e sostenere così grande spesa. — 8 Oltre che. — : Istruire, illuminare. 
— "Di tanto. — ' Pellegrinaggio per guadagnare le indulgenze. ''IV. 
Purg. XIII. 62. — ' Racchiudendo tutto ciucilo che potrei dirti in una 
.-ola parola. -- Cessò dall'ineistere. 



NnVKU.A SECONDA IT 



nore, generalmente tutti disonestissimamente peccare in 
suria, e non Bolo nella naturale ma ancora neUa Boddomi- 
tiea, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna, in 

tanto che la potenzia delle meretrici e de' garzoni in impe- 
trare qualunque gran cosa non v'era di picciol potere. Oltre 

a questo, universalmente' villosi, bevitori, ebriaehi. e più 
al ventre serventi, a guisa d'animali bruti, appresso alla 
lussuria, che ad altro, gli conobbe apertamente. E più avanti 
-nani. indo, in tanto tutti avari e cupidi di denari gli vide, 
che parimente l'uman Bangue, anzi il cristiano, e le divine 
cose, clienti' che elle si fossero, a' sacrilici o a' benefici 
appartenenti, a denari e vendevano e comperavano, maggior 
mercatanzie tacendone, e più sensali avendone, che a Parigi 
di drappi di alcun'altia cosa non erano, avendo alla ma 
nifesta simonia procurerìa posto nome, e alla gulosità 8U- 
stentazioni: quasi Iddio, lasciamo stare il significato de' vo- 
caboli, ina la 'ntenzione de' pessimi animi non conoscesse, 
e a guisa degli uomini, a' nomi delle cose si debba lasciare 
ingannare. 

Le quali, insieme con molte altre che da tacer sono, som- 
mamente spiacendo al Giudeo, sì come a colui che sobrio e mo- 
desto 1 " \iomo era, parendogli assai aver veduto, propose di tor- 
nare a Parigi. E così fece. Al quale, come Giannotto seppe 
che venuto se n'era, niuna cosa meno sperando che del suo 
farsi cristiano, se ne venne, e gran festa insieme si fecero. E 
poiché riposato si fu alcun giorno, Giannotto il domandò 
quello che del santo Padre e de' Cardinali e degli altri corti- 
giani gli parca. Al quale il Giudeo prestamente rispose : 

— Pàvmene male che Iddio dèa a quanti sono ! " E dicoti 
così, che se io ben seppi considerare, quivi niuna santità, 
niuna divozione, niuna buona opera o esemplo di vita o 
d'altro, in alcuno che cherico t'osse, veder mi parve ; ma 
lussuria, avarizia e gulosità. e simili cose e piggiori (se 
piggiori essere possono in alcuno i mi vi parve in tanta grazia 
di tutti vedere, che io ho più tosto quella per una fucina di 
diaboliche operazioni che di divine. E per quello che io 



< Tutti. — * Oltre. — ' Siffattamente. — '.Quali.— 5 Che ai tacciono. 
— Temperato. — 'Prelati della Corte papale. — " <tV. Int'. XXVII, 
70: «il man prete, a cui mal prenda!».— 'Petrarca, 138: «<> fucina 
il" Inganni ! » 



18 GIORNATA PRIMA 



estimi, con ogni sollicitudine ' e con ogni ingegno e con ogni 
arte, mi pare che il vostro Pastore, e per consequente tutti 
gli altri, si procaccino ' di riducere a nulla 3 e di cacciare 
del mondo la cristiana religione, là dove essi fondamento e 
sostegno esser dovrebber di quella. E per ciò che io veggio, 
non quello avvenire che essi procacciano, ma continuamente 
la vostra religione aumentarsi, e più lucida e più chiara di- 
venire, meritamente mi par discerner lo Spirito Santo esser 
d'essa, sì come di vera e di santa più che alcun'altra, fon- 
damento e sostegno. Per la qual cosa, dove io rigido e duro 
stava a' tuoi conforti, e non mi volea far cristiano, ora tutto 
aperto ' ti dico, che io per niuna cosa lascerei di Cristian 
farmi. Andiamo aduuque alia chiesa; e quivi, secondo il de- 
bito costume della vostra santa Fede, mi fa battezzare. 

Giannotto, il quale aspettava dirittamente F contraria con- 
clusione a questa, come lui così udì dire, fu il più contento 
uomo che giammai fosse. E a Nostra Dama di Parigi con 
lui insieme andatosene, richiese i cherici di là entro che ad 
Abraam dovessero dare il battesimo. Li quali udendo che 
esso l'addomandava, prestamente il fecero. E Giannotto il 
levò dal sacro fonte, ' e nominollo Giovanni ; e appresso, a 
gran valenti uomini il fece compiutamente ammaestrare nella 
nostra Fede, la quale egli prestamente apprese, e fu poi 
buono e valente uomo, e di santa vita 7 . 



1 Diligenza, cura. III. 7: «li quali esso fece sì bene e con tanta 
sollicitudine...*. — -Procurino. V, 5: «ciascuno a doverla avere si 
diede a procacciare ». — '■> Di distruggere. — 4 Apertamente, chiara- 
mente. Cfr. Punj. XVII. 88. — 5 Giustamente, proprio. — ' Lo tenne a 
battesimo. — 7 Un'argomentazione simile a questa del giudeo Abraam 
circa la verità della Fede cristiana, è attribuita dal frate domenicano 
Etienne de Bourbon (morto nel 12tjl circa) _ all' imperatore Federico 
(non dice quale, ma probabilmente deve intendersi di Federico II); 
dal narratore o rimaneggiatore de\V Avventuroso Vicinano di Bosone 
da dubbio, al Saladino. C't'r. Du Mékil, Les sources du Decameron, 
Paris 1839, p. 344; Landau. Die Quellen. dea Del.-amcron, p. 188-89; P. 
Toldo, La, conversione di Abraam giudeo, nel Giorn. ti/or. d. leti. Hai. 
XLII, ]i. 355-59: L. l)i Francia, Alcune nocelle del Decameron illu- 
strale in Ih- fonti, nel d'ioni. Stor. d. leti. Hai., XLIV. p. 92-103. — La 
novella boccaccesca fu riassunta, rome se si trattasse d'una narrazione 
storica e senza, menzionarne la fonte, vagamente nella Stemma prae- 
dicantium di Giovanni Bromyard (che nel 1382 prese parte al Concilio 
di Londra), e nei Convivales sermones del tedesco Giovanni Gast. I!a 



novbi i i tbrza 19 



NOVELLA TERZA 



Helcuisedecli giudeo, t una novella «li tre anella, un gran 

pericolo dal Saladino apparecchiatogli. 

Poiché, commendata da tutti la novella di Neifilc, ella 
si tacque, come alla Reioa piacque, Filomena così cominciò 
a parlare : 

— La novella da Xeilile detta mi ritorna a memoria il 
dubbioso* caso già avvenuto ad un Giudeo. Perciò che già 
e di Dio e della verità della nostra Pede è assai bene stato 
detto, il discendere oggimai agli avvenimenti e agii atri 
degli uomini non si dovrà disdire, a narrarvi quella verrò, 
la quale udita, l'orse più caute diverrete nelle risposte alle 
quistioni che fatte vi t'ossero. Voi dovete, amorose compagne, 
sapere che si come la sciocchezza spesse volte trae altrui 
di t'elice stato e mette in grandissima miseria, cosi il senno 
di grandissimi pericoli trae il savio e ponlo in grande e in 
sicuro riposo. E che vero sia che la sciocchezza, di buono 
stato in miseria alcun conduca, per molti esempli si vede; 
li quali non fia al presente nostra cura di raccontare, avendo 
riguardo' che tutto '1 di mille esempli n'appaiono manifesti. 
Ma che il sonno ili consolazione sia cagione, come promisi, 
per 4 una novelletta mosterrò" brievemente. 

Il Saladino, il valore del qual fa tanto che non solamente 
di piccolo" uomo il fé di Babilonia Soldano, " ma ancora 



sii. a 1549, I. 137 88.; <■ in tutti i suoi particolari, «la Benvenuto da 
Imola, nel commento al e-. Il dell' Inferno I. p. 95-6 Fu poi tradotta 
in latino da Olimpia Fulvia Morata. Cfr. J. BoNNBT, V ipia 

Morata, Paria 1851, \>. 53. Per le imitazioni o derivazioni straniere, 
efir. I.kk. l'In- Decameron, ]>. 5-6; e per un confronto col Nathan der 

ìVt ise del Leasing, Zumbini, Studi di letterature straniere, Firenze 1907, 
p, 288-93. — ' Rimuove, scansa. V. 2: «e cominciò alquanto a cessare 
il disiderio della morte»; o cfr. Tnf. XVII. 3 tar la iena». — 

s Pauroso, pericoloso. — 'Considerando. — 'Con. — 5 Mostrerò. Cfr. 

Vita Nuova, 24: «si moaterrà». Più oltre, troverrò, crederrò, enterrò, 
griderrò, deliberrà, sofferreboe, laeerrannomi <■ Di piccolo stato 

«lì umile condizione. — " Il Sultano ili Egitto. Così anelo- Hauti'. Tnf. 
Y. 60 ecc., e il 1'. 'trai i a. n. 137. 

4 



50 



GIORNATA PRIMA 



molte vittorie sopra li re sai-acini e cristiani gli fece avere, 
avendo in diverse guerre e in grandissime sue magnificenze 
speso tutto il suo tesoro, e per alcuno accidente sopravve- 
nutogli bisognandogli una buona quantità di danari, né veg- 
gendo donde così prestamente come gli bisognavano aver 
gli potesse, gli venne a memoria un ricco Giudeo, il cui 
nome era Melchisedech, il quale prestava ad usura in Ales- 
sandria 1 ; e pensossi costili avere da poterlo servire, quando 
volesse. Ma si era avaro, che di sua voloutà non l'avrebbe 
mai fatto, e forza 2 non gli voleva fare. Per che, strignen- 
dolo il bisogno, rivoltosi tutto 3 a dover trovar modo come 
il Giudeo il servisse, s'avvisò di fargli una forza da alcuna 
ragion colorata. ■ E fattolsi chiamare, e familiarmente rice- 
vutolo, seco il fece sedere, e appresso r gli disse: 

— Valente uomo, io ho da più persone inteso che tu se' 
savissimo, e nelle cose di Dio senti molto avanti K ; e per ciò 
io saprei volentieri 7 da te, quale delle tre Leggi ' tu reputi 
la verace: o la giudaica o la saracina o la cristiana. 

Il Giudeo, il quale veramente era savio uomo, s'avvisò 
troppo bene che il Saladino guardava di pigliarlo nelle pa- 
role, ' per dovergli muovere alcuna questione; e pensò non 
potere alcuna di queste tre più l'una che l'altra lodare, che 
il Saladino non avesse la sita intenzione. ,0 Per che, come 
colui il qual pareva d'aver bisogno di risposta per la quale 
preso non potesse essere, aguzzato lo 'ngegno, gli venne 
prestamente avanti quello che dir dovesse; e disse: 

— Signor mio. la quistione la qual voi mi fate è bella, 
e a volervene dire ciò che io ne sento, mi vi convien dire 
una novelletta, qual voi udirete. — Se io non erro, " io mi ri- 
cordo aver molte volte udito dire che un grande uomo e 
ricco fu già, il quale, intra l'altre gio.je più care che nel suo 
tesoro avesse, era uno anello bellissimo e prezioso; al quale 



1 Alessandria d'Egitto, che ricorre spesso ne) Dream. : 11,6,7,9; X. H. 
— 2 Violenza. In/. XI. ::•_' >- 16. — Rivolto ogni suo pensiero. - * Che 
avesse qualche apparenza di ragione. — 'Quindi. — "Sei molto esperto 
in cose di religione. — ' Mi farebbe molto piacere sapere. — B RHi- 
gioni. I. 2: «fosse nella giudaica leggerai gr&a maestro».— 'Tentava 
di fargli un tiro, gli tramava un agguato, pigliando pretesto dalle sue 
parole. — 10 Conseguisse il suo intento. — "Se la memoria non mi 
inganna. Ini. II. ti: «la mente che non erra-: Purg. XX. 117. 



IVBL1 \ i i- u -"'I 

per lo sim valore e per la sua bellezza volendo fare onore. 
i perpetuo lasciarlo ne' suoi discendenti, ordinò che co 
lui de' suoi figliuoli appo il quale, sì come lasciatogli 
lui. fosse questo anello trovato, che colui s'intendesse 
il suo erede, e dovesse 'la tutti gli altri essere, comi' va 
gioro, onorato e reverito. Colui al quale da costui fu lasciato, 
tenne simigliante ordine in'' -noi discendenti. fece 

come fatto avea il suo predecessore, Kt in brieve andò questo 
anello di maini in mano a molti successori ; >• ultimamente 1 
pervenne alle inani ad uno il quale avea tre figliuoli belli 

e virtuosi, e molto al padre loro obedienti ; per la qual Ci 

tutti e tre parimente gli amava. Kt i giovani, li quali la 

consuetudine dello anello sapevano, si come vaghi ciascuno 

d'essere il più onorato tra' suoi, ciascuno per sé, come me- 

i sapeva, pregava il padre il quale era già vecchio, che 

quando a morte venisse, a lui quello anello La P va- 

lente uomo che parimente tutti gli amava, uè sapeva i 
medesimo eleggere a qual più tosto lasciar lo volesse, pen 
avendolo a ciascun promesso, di volerli tutti e tre sodisfare: 
e segretamente ad uno buono maestro ; ne fece fare due 
altri, li quali sì furono simigliatiti al primiero, che esso me- 
desimo che tatti gli avea fare, appena conosceva qual si 
tossi» il vero. K venendo a morte, segretamente diede il suo 
a ciascun de' figliuoli. Li quali, dopo la morte del padre, 
volendo ciascuno la eredità o l'onore occupare \ e l'uno ne- 
gandolo all'altro, in testimonianza di dover ciò ragionevol- 
mente fare, ciascuno produsse fuori il s\io anello. E trovatisi 
gli anelli si simili l'uno all'altro che qual fosse il vero non si 
èva conoscere, si rimase la quistio.ne. qual fosse il vero 
erede del padre, in pendente, e ancor pende. — E cosi vi 
dico, signor mio. delle tre Leggi alli tre popoli date da Dio 
Padre, delle quali la quistion proponeste: ciascuuo la sua 
eredità, la sua vera Legge, e i suoi comandamenti si crede 
avere a fare ; ma chi se l'abbia, come degli anelli, ancora 
ne pende la quistione. 



'Finalmente. — Purg. Ili, 13: € Lio intento l'allargò, s) come 
ValinU' artefice. Inf. XV, 12: XXXI, - 'III. IO: 

noi clic la corte i tieni stati del patire, -i come d'uomo senza erede 
morto, occupassi 



52 GIORNATA PRIMA 



Il Saladino conobbe costui ottimamente essere saputo 
uscire del laccio il quale davanti a' piedi teso gii aveva ; e 
perciò dispose d'aprirgli 1 il suo bisogno, e vedere se servire 
il volesse. E così fece, aprendogli ciò che in animo avesse 
avuto di fare, se così discretamente, '-' come fatto avea non 
gli avesse risposto. Il Giudeo liberamente 3 d'ogni quantità 1 
che il Saladino richiese il servi -, e il Saladino poi intera- 
mente il sodisfece: e oltre a ciò gli donò grandissimi doni, 
e sempre per suo amico l'ebbe, e in grande e onorevole 
stato appresso di sé il mantenne \ 

[La NOVELLA QUARTA è narrata da Dioneo. — Conta di 
un monaco che, « caduto in peccato degno di gravissima 
punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella 
medesima colpa, si libera dalla pena» '.] 



1 Manifestargli. Tnf. II. 81 : «aprirmi il tuo talento». — 2 Saviamente. 
— 3 Volentieri. Parad. XXXIII, 18. — 'Somma. — 5 Una novella del 
tutto identica è narrata tra Le renio novelle antiche, n. 73: «Come il 
Snidano, havendo bisogno di moneta, vuoile cogliere cagione a. un 
Giudeo»; un'altra, nell'Avventuroso Giciliano di Bosone da Gubbio, 
1. III. oss. .". dovi- al savio giudeo è messo nome Ansalon ; e un'altra, 
da Etienne de Bourbon, nel Tractatus de diversis materiis prcedicàbi- 
libus. Una narra/ione poi molto simile, ma l'atta eoli' intento di pro- 
vare la preminenza della fede cristiana, si trova nei Gesta Romanorum 
(ediz. Keller, e. Sii; e Swaii. I, ili: e nel Dia dou rrni tuiirl (cfr. A. 
Toblkr, Li din don vrai unir!: die Paràbel von dem achten Riiir/c 
fransosische Diehtung din dreizehnten Jdhrhunderls, Lipsia 1884). Ma 
pare che la ]iin antica e- autentica forma dalla novella sia quella ohe 
essa conserva nel libro ebraico del Schebet Jehuda, quantunque questo 
sia assai tardivo. Esso è stato tradotto in italiano dal Levi, Gristia/ni 
ni Ebrei, Firenze. Le Mounier, 1 Stili. j>. 111. Da questa novella il Lea- 
sing ha derivalo l'argomento del suo dramma Nathan der Weise. — 
Cfr. A. D'Ancona. Del XureUinn r tirile sur finiti, ora nel \ol. Shtdj 
di critica e storia letteraria, Bologna, Zanichelli. 1880, p. 331-Hl': A. 
Bartoli, T precursori del Boccaccio e alcune delle sue fonti, Firenze, 
Sansoni, 1876, p. '_'i>-2*: (!. Paris, La parabole dea fruì* anneaux, ora 
nel voi. /-" poesie d» moyen-dge, II, Paris 1903; B. Zumbini, 11 Nathan 
dei- Weise di (! . A'. Lrssiiii/. nel voi. Sliidi di liilrrnl nrr straniere, Fi- 
renze, s. Le Mounier. 1907, p. 283 ss. E anche: G. Tabgioni-Tozzetti, 
Novelletta del mago e delgiudeo, Ferrara isti'.»: G. Bbrtino, ha- diverse 
redazioni della Novella dei ire limili, nel voi. Spigolature letterarie, 
Sassari 1903; T. Gia^nonr, Una novella del Boccaccio <■ mi dramma 
di Lessing, Agitone 1901. — Fu tradotta da William Painter, e inserita 
nel .suo l'iiluee of /'h nsm-e, voi I (1566), q. :'><>. — ' Questa novella 



NOVELLA QUINTA 



La NOVELLA Ql l\l.\ è narrata dalla Fiammetta. — 
Conta delia Marchesana di Monferrato; la quale, quanto 

tra' cavalieri era d'ogni virtù il Marchese famoso, tanto Ira 
nati' le altre donne del mondo era bellissima e valorosa». 
Il re di Francia Filippo il Bornio, .sentendola lodare, se ne 
innamorò per lama: Bonza mai averla veduta, ili subito 
ferventemente la cominciò ad amare ». E prima di andare 
pure oltremare, in quel «general passaggio* dei Cri- 
stiani al quale partecipava il .Marchese, volle conoscerla di 
persona : e presa la via di Geuova, « et avvicinandosi alle 
terre del Marchese, un di davanti mandò a dire alla donna 
che la seguente mattina l'attendesse a desinare, ». La donna. 
savia e avveduta, « entrò in pensiero, che questo volesse 
dire, che un così fatto re, non essendovi il marito di lei, la 
venisse a visitare; nò la 'ngannò in questo l'avviso, cioè 
che la fama della sua bellezza il vi traesse». Diede perei ò le 
opportune disposizioni pel ricevimento; «ma il convito e le 
vivande ella sola volle ordinare». Fece lagunare quante 
galline erano nella contrada, e « di quelle sole, varie vivande 
divisò ' a' suoi cuochi per lo convito reale ». Giunto il Ke, e 
postisi a mensa, l'ospite « cominciò alquanto a maravigliarsi, 
conoscendo quivi che, quantunque le vivande diverse fos- 
sero, non per tanto di niuna cosa essere altro che di gal- 
line»; e «in altro non volle prender cagione di doverla 
mettere in parole, se non delle sue galline, e con lieto viso 
rivoltosi verso lei, disse: — Dama, nascono in q\iesto paese 
solamente galline, senza gallo alcuno'.- — La Marchesana, 
che ottimamente la dimanda intese, parendole che secondo 
il suo disidèro Domenedio l'avesse tempo mandato opportuno 
a poter la sua intenzion dimostrare, al Ke domandante, bal- 



ha notevole somiglianza con la LIV delle Genio novelle antiche, che 
«conta coinè il piovano Porcellino fu aoousato»; e col fabliau che il 
Bédier intitola D'évéque qui Inni/. Cfr. «D'Ancona, /.< fonti del No- 
vellino, •$. 232; 3 . Bédibb, Les fabliaux, Parie 1895, ]>. 162; I.. In 
Frani la, I." IV nov. del Decam. • /,■ sue fonti, nel voi. colL .1 P. 
('imi gli scolari dell'Università di Pisa, Pisa 1909. I! Bahtoli, / 
cursori del II., p. IO, sospetta che la novella abbia origini popolari. — 
La -nla imitazione degna ili ricordo i- quella del Bandello. II. 15. — 
1 indili!.. 



r»4 GIORNATA PR17UA 

danzosamente verso lui rivolta, rispose: - Monsignor no; 

ma le temine, quantunque in vestimenti e in onori alquanto 
dall'altre variino, tutte però son fatte qui come altrove 

NOVELLA SESTA. 

Confonde mi ralente uomo con un bel dolio la malvagia ipocresia de' 
religiosi. 

Emilia la quale appresso la Fiammetta sedea, essendo 
già stato da tutte commendato il valore e il leggiadro ga- 
stigamento s della Marchesana fatto al re di Francia, come 
alla sua Reina piacque, baldanzosamente" a dire cominciò: 

— Né io altresì tacerò un morso dato da un valente uomo 
secolare ad uno avaro religioso con un motto non meno da 
ridere che da commendare. 

Fa dunque, o care giovani, non è ancora gran tempo, 
nella nostra città un frate Minore, inquisitore della eretica 
pravità; il quale, come che 4 molto s'ingegnasse di parere 
santo e tenero amatore della cristiana Fede, sì come tutti 
fanno, era non men buono investigatore di .chi piena aveva 
la borsa, che di chi di scemo nella Fede sentisse. ■' Per la 



'L'ingegnosa maniera pensata e praticata dalla Marchesana «li 
Monferrato per correggere della sua follia il Re ili Francia, ha molta 
somiglianza con quella escogitata e attuata dalla moglie d'un Visir con 
mi giovane Sultano, in una dello novelle narrate nel Libro dei Sette 
Savi, secondo la versione araba. Pur qui la donna fa servire in tavola 
all'ospite novanta piatti d'oro, con entro la medesima pietanza', savia- 
mente mascherata da >al>e diverse. E alla domanda del signor.e ma- 
ravigliato, risponde: -Le novanta portate rappresentano le novanta 
femmine del vostro bareni: in apparenza esse bob diverse, ma in so- 
stanza -on tutte a un modo». Cfr. s. Prato, L'orma del leone, rac- 
conto orientale considerato nella tradizione popolare, Della Romania, 
1883, XII. p. 535 ss. — Tra le imitazioni della novella boccaccesca, ba- 
sterà ricordare il XI tra i Proverbi di Antonio Cornazzano, È tutta 
t'unì: e la X tra le Cent nouvelles nouvelles, che trae l'arg peg- 

gior sentenzia - clic la buona Marchesana uon tenne. — Fu tradotta 
da \V. Painter, e inserita nel suo Palace of Plcasure, voi. II (1? 
n. Hi. — La risposta arguta che aveva punita la prosunzionc de! Re. 
— ■■ Con bella disinvoltura. — ' Per quanto. — Fosse poco osservante 
delle pratiche. religiose. 



NOVELLA 

quale sollecitudine, per avventura gli renne trovato un buono 
uomo, assai più ricco di denari che «li senno, al quale, non 
per difetto di Fede, ma semplicemente 1 parlando, forse 
da vino o da soperchia Letizia riscaldato, era venuto de 
un ili ad una sua brigata, sé avere un vino sì buono che ne 
berrebbe Cristo. li che essendo allo inquisitore rapportato, 
ci egli sentendo «.'Ih- li suoi poderi eran grandi e ben tirata 
la borsa, cum gladiis et fustìbus Impetuosissimamente corse 
a formargli un processo gravissimo addosso, avvisando non 
di eia alleviamento ili miscredenza nello inquisito, ma em- 
pimento di fiorini della sua mano ne dovesse procedere; 
come fece. E fattolo richiedere, lui domandò se vero fosse 
ciò eh«#%nntro di lui era stato detto. Il buono uomo rispose 
del sì. e dissegli il mudo. A che lo 'nquisitore santissimo, 
e divoto di San Giovanni Barbadoro, disse : 

— Dunque hai tu tatto Cristo bevitore, e vago de' vini 
solenni, come se egli fosse Cinciglione, ! o alcuno altro di voi 
bevitori ebriachi e tavernieri ? Et ora. umilmente parlando, 
vuogli 1 mostrare questa cosa molto essere leggiera? Ella non 
è come ella ti pare: tu n'hai meritato il fuoco, quando noi 
vogliamo, come noi dobbiamo, verso te operare. 

E con queste e con altre parole assai, col viso dell'arme, 4 
quasi costui fosse stato Epicuro negante la eternità delle 
anime, gli parlava. Et in brieve tanto lo spaurì, che il buono 
uomo per certi mezzani gli fece con una buona quantità 
della grascia di San Giovanni Boccadoro ugner le mani' (la 
quale morto giova alla infermità delle pestilenziose avarizie 
de' elidici, g e spezialmente de' frati Minori, che denari non 
oson toccare ! , acciò ch'egli dovesse verso lui misericordio- 
samente operare. ' La quale unzione, sì come molto vir- 
tuosa, " avvegna che Galieno " non ne parli in alcuna parte 
delle sue medicine, 1 - si e tanto adoperò, che il fuoco minac- 
ciatogli di grazia " si permutò in una croce ; " e quasi al pas- 



1 Da semplicione, ingenuamente. — : Nome d'un proverbiale i>l-\ì- 
tore. Anche Della Conclusione del Decamerone: * Chi non s;t che è il 
vino ni t iuiu cosa ai viventi, secondo Cinoiglioni 3 i in....' -. — 'Vuoi. 
— ' Cera minacciosa. — t'ir. Inf. X. 13-5. — Mediatori. — ' Mono molti 
fiorini d'oro. — - Cfr. Inf. VII, 37 ss. — Comportarsi. — ' Efficace. — 
1 fu/'. IV, 143. — l: Dei suoi trattati circa le medicine. — l; Per grazia. 
Nella pena ili portar cucita sul petto una crocetta. 



•"><; GIORNATA PRIMA 



saggio d'oltremare 1 andar dovesse, per far più bella bandiera. 
gialla gliele puose in sul nero. E oltre a questo, già rice- 
vuti i denari, più giorni appresso di sé il sostenne,' per pe- 
nitenza dandogli che egli ogni mattina dovesse udire una 
Messa in Santa Croce, e all'ora del ; mangiare avanti a lui 
presentarsi, e poi il rimanente del giorno quel che più gli 
piacesse potesse fare. 

Il che costui diligentemente faccendo, avvenne una mat- 
tina tra l'altre, che egli udì alla Messa uno evangelio nel 
quale queste parole si cantavano : Voi riceverete per ogn' un 
cento, e possederete la vita eterna; 3 le quali esso nella me- 
moria fermamente ritenne, e secondo il comandamento fat- 
togli, ad ora di mangiare davanti allo inquisitore venendo, 
il trovò desinare. 4 Il quale lo 'nquisitore domandò, se egli 
avesse la Messa udita quella mattina. Al quale esso presta- 
mente rispose: 

— Messer sì. 

A cui lo 'nquisitore disse : 

— Udisti tu, in quella, cosa niuna della quale tu dubiti 
o vogline domandare? 

— Certo, rispose il buono uomo, di niuna cosa che io 
udissi dubito, anzi tutte per fermo le credo vere. Udi' ne 
io bene alcuna che m'ha fatto e fa avere di voi e degli altri 
vostri frati grandissima compassione, pensando al malvagio 
stato che voi di là nell'altra vita dovrete avere. 

Disse allora lo 'nquisitore: 

— E qual fu quella parola che t'ha mosso ad aver questa 
coinpassion di noi? 

Il buono uomo rispose: 

— Messere, ella fu quella parola dello evangelio, la qual 
dice: Voi riceverete per ogrìun cento. 

Lo inquisitore disse: 

— Questo è vero ; ma perchè t'ha per ciò questa parola 
commosso? 

— Messere, rispuose il buono uomo, io vel dirò. Poi che 
io usai qui." ho io ogni dì veduto dar qui di fuori a molta 



I rodata. I, 5: «in un general passaggio da' Cristiani fatto con 
armata mano ». — 2 Lo tenne. — '■'■ Centuplum accipiet, et vitam aeternam 
poxsidebit. — * Che desinava. — r - Da poi che io frequentai questo 
convento. 



NHVKLLA SKSi'A 

povera gente quando una é quando due grandissime caldaje 
di broda, la quale a' frati ili questo convento el a voi bì to 
glie, sì come soperchia, davanti; per che,' se per ogn 1 una 
cento ve ne Beno rendute ili là. voi n'avrete tanta che. voi 
dentro tutti vi dovrete affogare! 

Comi' clic gli altri che alla tavola dello inquisitore erano, 
tutti ridessono, lo 'nquisitore, sentendo trafiggere la lor bro 
dajuola ipocresia, tutto si turbò : e -e non rosse che biasimo 
portava di quello che fatto avea, un altro processo gli avrebbe 
addosso fatto, per ciò che con ridevo! motto lui e gli altri 
poltroni aveva morsi . K per bizzarria' gli comandò che. quello 
che più gli piacesse facesse, senza più davanti venirgli . 



NOVELLA SETTIMA. 

Bergamino, con una novella ili Primasso e dello abate <ii Clignì, one- 
stamente ululile una avarizia nuova venuta in messer Cab della 
Scala. » 

Mosse la piacevolezza d'Emilia, e la sua novella, la Reina 
e ciascun altro a ridere e a commendare il nuovo avviso 
del crociato. Ma poi che le risa rimase furono e racquetato 
ciascuno, Filostrato, al qual toccava il novellare, in cotal 
guisa cominciò a parlare: 

— Bella cosa è, valorose donne, il ferire un segno che 



1 IVr la qual cosa. Benché. — ; Perire. — ' s ( - non l'osse stato. 
— * Ripresi, biasimati. — Per istizza, adirato. Ini'. Vili, 62: «Spirito 
bizzarro - iracondo. — ' Par certo ohe codesto famigerato inquisi- 
tore fosse quel * frate Piero dall'Aquila de' frati Minori. Intorno su- 
perbo e pecunioso », delle cui baratterie narrano <;. Villani (XII, 57) 
e Mardiionnc ili Coppo Stefani [Delizie degli eruditi toscani, XIII, 
1. XIII, p. 118). Ter certe -ne angherie a danno ili messer Salvestro 
Baronoelli, il Comune s'appellò al Papa, nella primavera del 1345; e 
gli ambasciatori «ancora portarono per carte tutte quelle baratterie 
e rivenderle fatte per Io detto inquisitore: che più di settemila fiorini 
d'oro in due anni si disse si trovò fatto ricomperare più di nostri cit- 
tadini, gli più ingiusta nte sotto titolo di laccato di resìa. K non 

sia intenzione», continua il Villani, «di ohi questo processo leggerà 
per lo tempo avvenire, che a' nostri tempi avesse tanti eretichi in Fi- 
renze, per le tante condaiinagioni pecuniali cli'avca fatto lo 'nquisi- 



58 GIORNATA TRI MA 

inai non si uniti ; ' ma quella è quasi maravigiiosa, quando 
alcuna cosa non usata apparisce dì subito, se subitamente 
eia uno arciere è ferita. La viziosa e lorda vita de' onerici, 
in molte cose quasi di cattività ; fermo segno, senza troppa 
difficoltà dà di sé da parlare, da mordere e da riprendere a 
ciascuno che ciò disidera di fare. E per ciò, come che I 
facesse il valente uomo che lo inquisitore, della ' ipocrita 
carità de' frati, che quello danno a' poveri che converrebbe 
loro dare al -porco o gittar via. trafisse; assai estimo più da 
lodare colui del quale, tirandomi a ciò la precedente novella, 
parlar debbo. Il quale messer Cane della Scala, magnifico 
signore, d'una sùbita e disusata avarizia in lui apparita 
morse con una leggiadra novella, in altrui figurando quello 
che di sé e di lui intendeva di dire ; la quale è questa. 

Sì come chiarissima fama quasi per tutto il mondo suona, 
messer Cane della Scala, al quale in assai cose fu favore- 
vole la Fortuna, fu uno de' più notabili 5 e de' più magnifici 
signori che, dallo imperadore Federigo secondo in qua, si 
sapesse in Italia. ' Il quale avendo disposto di fare una 
notabile e maravigiiosa festa in Verona, e a quella molte 
genti e di varie parti fossero venute, e ma^.-iiinamente uo- 
mini di corte " d'ogni maniera, subito iqual che la cagion 



tore; che mai non ce n'ebbe meno, ma quasi ninno; ma per attignere 
danari, d'ogni piccola parola oziosa ch'alcuno dicesse per uiquità contro 
;ì Iddio, o dicesse ch'usura m>n fosse peccato inoliai. . o simili, con- 
dannava in grossa somma <li «lanari, secondo ch'era ricco ». — Un'av- 
ventura simili- a questa del buono »<■,,;., fiorentino capitò a un altro 
poveretto, 'li Castelsangiovanni, nel 1462; e a liberarlo dalle grinfe 
-ildlo inquisitore della heretica pravità ► pare giovasse non poco an- 
che il ricordo della novella boccaccesca. Cfr. V. Rossi, Una novella 
tea in asiane nel secolo XV, uelia miscellanea nuziale Da 
/inule ni Leopardi, Milano, Hoepli, l'.HU. p. 123-25. — > Il cogliere in 
un bersaglio immobile. - • Purg. VII. 110: • Sanno la vita Bua viziata 
i-da» —«Malizia. V, 10: «ammendamento della cattività -li! ma- 
rito ': * per la sua cattività ». — ' Circa la. — ' Nobili, insigni. — ' Co- 
— M'ir. Pur, u\. XVII, 76 ss. — ■ Eran quelli che frequenta- 
van le feste signorili; e alia mensa dei signori narravan novelle o <li- 
cevan motti arguti, ovvero nella piazza i n giuochi « cantavan 

canzoni. Nella Commedia, Ciacco, Guglielmo re, Marco Lom- 

bardo sono uomini ili corte; e tale era in parte l'ami- stesso. Cfr. Schb- 
rillo, // Ciacco della Divina Commedia; Dante uomo di corte, nella 
Nuota Antologia del 1 agosto •- 1' settembre 1901. 



NOVELLA SETTIMA 

e da ciò si ritrasse, al In pa r e prò irò ehe 

venuti \ 'erano, e licenziolli. Solo uno, chiamato Bergamino, 

oltre al credere di chi non lo udì presto parlatore et ornato, 

l'alcuna cosa provveduto, o licenzia' datagli, si 

rimase, sperando che non sanza sua futura utili! 

are stato tatto. Ma nel pensiero ili messer Cane era ca- 
duto . . .t che gli si donasse, vie i er perduta 
che se nel fuoco rosa gittata; né 'li ciò gli dicea n 
facea dh'e alcuna cosa. Bergamino dopo alquanti di, non 
veggendosi né chiamare né richiedere a cosa che a suo 

■<■ partenesse, e oltre a ciò consumarsi 
suoi cavalli e i - <>' suoi fanti, incominciò a prender malinco- 
nia: ma pure aspettava, non parendogli l>en far ili partirsi. 
Et avendo Beco portate tre belle e ricche robe, che donate 
gli erano state da altri signori, per comparire orrevole/ alla 
i; volendo il suo oste esser pagato, primieramente, gli 
diede l' una, e appresso, soprastando ancora molto più. 
convenne, se più volle col suo oste, tornare, gli desse la 

uida; e cominciò sopra la terza ' a mangiare, disposto di 
tanto stare a vedere quanto quella durasse, e poi partirsi. 

Ora. mentre che egli sopra la terza roba mangiava, av- 
venne che egli si trovò un giorno, desinando messer Cane. 
davanti da lui assai nella vista" inalinconoso. Il qual mes- 
ser Can veggendo, più per istradarlo ' che per diletto pi- 
gliare d'alcun suo detto, disse: 

— Bergamino, che hai tur Tu stai così inalinconoso; 
dinne alcuna cosa. 

Bergamino allora, senza punto pensare, quasi molto tempo 
pensato avesse, subitamente, in acconcio de' fatti suoi d 
(|tu sta novella. 

— « Signor mio, voi dovete sapere che Primasso fu un gran 
valente uomo in gramatica. ' e tu oltre ad ogn'altro grande 



Uiooinpensò, donò. — '•' (ili ero venuto in tèsta, s'era litio in capo. 
l'in giù: t gli ,..!-. nello animo un pensier cattivo ». — ' Molto peggio. 
Si riferisse. — 'Vesti. — Onorevolmente. — : Trattenendosi. — 
le contò dove tornasse e per che venuto 
«alio albergo dove Andreuccio loniava>. — 'Avendo dato in pegno 
la terza.— i*» Aspettare. — "Aspetto. Cfr. Vita Nuova, i. Tor- 

mentarlo. — ls Traendone profitto pei rasi suoi. — h Dotto in lingua 
hit ini. 



60 GIORNATA PRIMA 



e presto versificatore; le quali cose il renderono tanto rag- 
guardevole e sì famoso che, ancora che per vista in ogni 
parte conosciuto non fosse, per nome e per fama quasi ninno 
era che non sapesse chi fosse Primasso. Ora avvenne che 
trovandosi egli una volta a Parigi in povero stato, sì come 
egli il più del tempo dimorava, ' per la virtù che : poco 
era gradita da coloro che possono assai, udì ragionare dello 
abate di Clignì, * il quale si crede che sia il più ricco pre- 
lato di sue entrate che abbia la Chiesa di Dio, dal Papa in 
fuori. E di lui udì dire maravigliose e magnifiche cose, in 
tener sempre corte, e non esser mai ad alcuno che andasse 
là dove egli fosse, negato né mangiare né bere, solo che' 
quando l'abate mangiasse 6 il domandasse. La qual cosa Pri- 
masso udendo, sì come uomo che si dilettava di vedere i 
valenti uomini e signori, diliberò di volere andare a vedere 
la magnificenza di questo abate, e domandò quanto egli al- 
lora dimorasse presso a Parigi. A che gli fu risposto che 
forse a sei miglia, ad un suo luogo ; 6 al quale Primasso 
pensò di potervi essere, movendosi la mattina a buona ora, 
ad ora di mangiare. Fattasi adunque la via insegnare, non 
trovando alcun che v'andasse, temette non per isciagura gli 
venisse smarrita, e quinci potere andare in parte dove così 
tosto non troveria da mangiare : per che, se ciò avvenisse, 
acciò che di mangiare non patisse disagio, seco pensò di 
portare tre pani, avvisando che dell'acqua come che ella 
gli piacesse poco) troverebbe in ogni parte. E quegli mes- 
sisi in seno, prese il suo cammino; e vennegli sì ben fatto, 
che avanti ora di mangiare pervenne là dove l'abate era. 
Et entrato dentro, andò riguardando per tutto; e veduta la 
gran moltitudine delle tavole messe, e il grande apparec- 
chio della cucina, e l'altre cose per lo desinare apprestate, 
fra sé medesimo disse : — Veramente è questi così magnifico 
come uom dice ! 

E stando alquanto intorno a queste cose attento, il sini- 



; Viveva ijtuisi sempre iu miseria. — -Per il fatto clic le virtù... 
— (hniv. dov'era una celebre abbazia dell' Ordine di San Benedetto. 
L'abate ili Clignì è anche ricordato in X. 2. — 4 Purché. — "Durante 
il suo prauzo. — '■ Villa. Introd. : « a' nostri luoghi in contado ce ne an- 
dassimo a stare». — ' Come si dice. 



NOVKI.I.A BBTTIM \ 6] 



scak-i) ' dell" aliale (per ciò che ora era di mangiare) comandò 

che L'acqua si desse alle mani ; e daia l'acqua, mise Ogni uomo 

a tavola. E per avventura avvenne che Primasso (ti messo a 
sedere appunto dirimpetto all'uscio della camera dond< l'abate 
dovea uscire per venire nella sala a mangiare. 

Era In quella corto questa usanza, che In su lo tavole 
vino ne pane aè altre cose da mangiare o da bere sì ponea 
giammai, se prima l'aliate non veniva a sedere alla tavola. 
Avendo adunque il siniscalco le tavole messe, fece dire al- 
l'aliate che. qualora gli piacesse, il mangiare era presto. 
L aliate fece aprir la camera per venire nella sala, e venendo 
si guardò innanzi, e per ventura il primo uomo che agli 
occhi gli corse fu Primasso, il quale assai male era in ar- 
nese, e cui egli per veduta non conoscea. E come veduto 
L'ebbe, incontanente gli corse nello animo un pensier cattivo 
e mai più non statovi; e disse seco: — Vedi a cui io do 
mangiare il mio ! — E tornandosi addietro, comandò che la 
camera fosse serrata, e domandò coloro che appresso lui 
erano, se alcuno conoscesse quel ribaldo 3 che a rimpetto al- 
l'uscio della sua camera sedeva alle tavole. Ciascuno rispose 
del qo. Primasso il quale avea talento di mangiare, come 
colui che camminato avea e uso non era di digiunare, avendo 
alquanto aspettato, e veggeudo che lo aliate non veniva, bì 
trasse di seno l'un de' tre pani li quali portati avea, e co- 
minciò a mangiare. 

« L'aliate poiché alquanto fu stato, ' comandò ad uno 
de' suoi famigliari che riguardasse se partito si fosse questo 
Primasso. Il famigliare rispose: — Messer no, anzi mangia 
pane, il quale mostra che egli seco recasse. — Disse allora 
l'abate: — Or mangi del suo, se egli n'ha, che del nostro 
non mangerà egli oggi. 

« Avrebbe voluto l'abate che Primasso da sé stesso si 
fosse partito, per ciò che accomiatarlo non gli pareva far 



Maggiordomo. — -Mal vestito. VI, 10: «le disse clic rivestir la 
voleva e rimetterla in arnese». — Povero straccione. II. ti: «Non 
che mi di loro clic gentili uomini sono, ina un ribaldo, quando a voi 
piacesse, mi piacerebbe». ' Di do, o Che no. [V, 6: «tutti affer- 
marono del mi»; I. il: «il lumini uonm rispose del sì». s Desiderio. 
('ir. lui'. \. 55-6. s i in soffermato, indugiato. 



1.2 GIORNATA PRIMA 



bene. Primasso, avendo l'un pane mangiato, e l'abate non 

\ nendo, cominciò a mangiare il secondo : il che similmente 
all'abate fu detto, che. tatto avea guardare se partito si fosse. 
Ultimamente, : non venendo l'abate, Primasso, mangiato il 

melo, cominciò a mangiare il terzo: il che ancora fu allo 
abate detto. Il quale seco stesso cominciò a pensare e a dire: 
— Deh questa che novità è oggi che nell'anima m'è ve- 
nuta? che avarizia? cliente- sdegno? e per cui? Io ho dato 
mangiare il mio. già è molt'anui, a chiunque mangiare n'ha 
voluto, senza guardare se gentile uomo è o villano, povero 
o ricco, o mercatante o barattiere, stato sia, e ad infini ri ri- 
baldi con l'occhio me l'ho veduto straziare, uè mai nello 
animo m'entrò questo pensiero che per costui mi c'è entrato! 
Fermamente ' avarizia non mi dèe avere assalito per uomo 
di picciolo affare: qualche, gran fatto 5 dèe essere costui che 
ribaldo mi pare, poscia che cosi mi s'è rintuzzato l'animo 1 
d'onorarlo! — E cosi detto, volle sapere chi fosse; e trovato 
ch'era Primasso, quivi venuto a vedere della sua magni fi- 
cenzia quello che n'aveva udito -, il quale avendo labate per 
l'ama molto tempo davante per valente uom conosciuto, si 
vergognò, e vago di fare l'ammenda, in molte maniere s'in- 

\ nò d'onorarlo. E appresso mangiare, secondo che alla 
sufficienza" di Primasso si conveniva, il fé' nobilmente ve- 
stire, e donatigli denari e pallafreno, nel suo arbitrio rimise 
l'andare e lo stare. Di che Primasso contento, rendutegli 
quelle grazie le quali potè maggiori, a Parigi, donde a pie 
partito s'era, ritornò a cavallo •» . 

Messer Cane, il quale intendente signore era, senza altra 
dimostrazione alcuna, ottimamente intese ciò che dir volea 
Bergamino; e sorridendo gli disse: 

— Bergamino, assai acconciamente hai mostrati i danni 
tuoi, la tua virtù e la mia avarizia, e quel che da me disi- 
deri. E veramente mai più, che ora per te, da avarizia as 



1 Finalmente. — Quale. — ' Con questi miei occhi. — Senza dub- 
bio. — ' Gran cosa, qualche pezzo grosso. — ' Mi s'è fatto ottuso. Bin- 
■ il contrario «li Aguzzalo: cfr. Inf. XXVI, 121-2: « Li miei 
compagni Ire* io sì acuii... al cammini r», — 

■ Buono intenditore, acuto. Fuorché. 



N0VHJL1 ima 68 

to non fai; ma io la caccerò con quel bastone che tu 
medesimo 1 1 ; t ì <li\ ìsato '. 

atto pagare l'oste 'li Bergamino, e lui nobilissimamente 
d'una sua roba vestito, datigli denari e un pallafreno, nel 
.suo piacere per quella volta rimise l'andare e lo Btar 



NOVELLA OTTAVA. 



Gniglielmo Borsiere con leggiadi l'avarizia ili nu 

Eruiino de' < irimaldi. 

Sedeva appresso Filostrato Lauretta: la quale, poscia che 
udito ebbe lodare la ndustria di Bergamino, e sentend 
lei convenir dire alcuna cosa, senza alcun comandamento 
aspettare, piacevolmente cosi cominciò a parlare: 

— La precedente novella, caie compagne, m'indu< 
voler dire come un valente uomo di corte similemente, e non 
senza frutto, pugnesse d'un ricchissimo mercatante la cupi 
digia. La quale, ' perchè L'effetto della passata somigli, non 
vi dovrà perciò essere meli cara, pensando che bene n'ad- 
divenisse alla fine. 

Fu adunque in Genova, buon tempo è passato, un gen- 
tile uomo chiamato messere Ermino de'" Grimaldi ; il quale 
iper quello che da tutti era credutoì di grandissime posses- 
sioni e di denari di gran lunga trapassava la ricchezza d'ogni 
altro ricchissimo cittadino che allora si sapesse in Italia. 
E b! come egli di ricchezza ogni altro avanzava che ita- 
lico l'osse, così d'avarizia e di miseria ogni altro misero et 



■ Indicato, descritto. — ! Sul conto di Bergamino, oh'è sicuramente 
un pseudonimo, efr. Rajna, Intorno al cosiddetto Dialogus Oreatura- 
rum ed al suo autore, nel Giornale Storico il. itti. ital. X. p. 50 ss.; 
e intorno a Primasso, A. Straccali, / Goliardi ovvero i Clerici Va- 
gante* delle Università medievali, Firenze 1880. Fra Salimbene, nella 
sua Cronaca, all'anno 1233, dice «li Primasso: « Fui! hia temporibus 
Priinas canouiens coloniensis magnus trutannus el tnaximns versifi- 

ir et velox, qui bì dedissel cor suum ad diligendura Deum, magnila 
in literatura divina I utilis valde Eeclesiae Dei». — I-m no- 

vella In imitata dallo S traparola, l.< piacevoli notti, XII, 5. Lo 

stratagemma. — Novella.-— Benobè. — 6 Grettezza, spilorceria. 



64 GIORNATA PRIMA 



avaro che al mondo fosse soperchiava oltre misura : per ciò 
che, non solamente in onorare altrui teneva la borsa stretta, 
ma nelle cose opportune alla sua propria persona, contra il 
srenerai costume de' Genovesi che usi sono di nobilmente 
vestire, sosteneva 1 egli, per non spendere, difetti : grandis- 
simi, e similmente nel mangiare e nel bere. Per la qual 
cosa, e meritamente, gli era de' Grimaldi caduto il sopran- 
nome. 3 e solamente messer Ermino Avarizia era da tutti 
chiamato. 

Avvenne che in questi tempi che costui, non spendendo, 
il suo multiplicava, arrivò a Genova un valente uomo di 
corte e costumato e ben parlante, il quale fu chiamato Gui- 
glielmo Borsiere, 4 non miga simile a quelli li quali sono 
oggi, li quali, non senza gran vergogna de' corrotti e vi- 
tuperevoli costumi di coloro li quali al presente vogliono 
essere gentili uomini e signor chiamati e reputati, sono più 
tosto da dire asini nella bruttura di tutta la cattività 6 de' 
vilissimi uomini allevati che nelle corti. ° E là dove a que' 
tempi soleva essere il lor mestiere e consumarsi la lor fatica 
in trattar paci, dove guerre o sdegni tra gentili uomini fos- 
ser nati, o trattar matrimoni, parentadi e amistà, e con belli 
motti e leggiadri ricreare gli animi degli affaticati e sollaz- 
zar le corti, e con agre riprensioni, si come padri, mordere 
i difetti de' cattivi, : e questo con premj assai leggieri ; og- 
nidì rapportar" male dall'uno all'altro, in seminare zizzania, 
in dire cattività ' e tristizie, e che è peggio, in farle nella 
presenza degli uomini, e rimproverare i mali, le vergogne 
e le tristezze vere e non vere l'uno all'altro, e con false 
lusinghe gli uomini gentili alle cose vili e scelerate ritrarre, 
s'ingegnano il lor tempo di consumare. E colui è più caro 
avuto, e più da' miseri ' ' e scostumati signori onorato e con 
premj grandissimi esaltato, che più abominevoli parole dice, 



1 .Soffriva. — • Privazioni. — » Qui, cognome. — ' È un personaggio 
della Commedia: Tnf. XVI, 70.— 5 Miseria, cenceria. VI, 10: «e trarla 
di quella cattività ili star con altrui, e senza gran possession d'avere 
ridurla in isperanza di miglior fortuna ». — ' Più tosto nella bruttura... 
che nelle corti. — 'Malvagi. VI, 3: «il marito di lei era avarissimoe 
cattivo*. - In rapportar, riferire, — 'Infamie. — |0 Sordidi. X. 3: 
« il quale non ad ammassar denari come i miseri fanno, ma ad ispender 
gli ammassai i Be' dato >. 



NOVELLI ottava 66 

ii fa atti : gl'ali vergogna e biasimevoli' «lei mondo presenti' " 

argomento assai evidente eh6 le virtù, di qua giù dipartito 
hanno nella feccia de 1 vizi i miseri viventi abbandonati. 

Ma tornando a ciò dio cominciato avea, dacché giusto 
sdegno' un poro m'ha trasviata più che io non credetti, dico 

che il già dotto Gnigiielmo da tutti i gentili uomini di I 
nova fu onorato, e volentieri Veduto. Il «inalo essendo di 
morato alquanti giorni nella città, e avendo udite, molte 
cose, della miseria e della avarizia di messer lamino, il 
volle vedere. Messer Brinino aveva già sentito come questo 
Gnigiielmo Borsiere era valente uomo, e pure avendo in sé, 
quantunque avaro fosse, alcuna favillusza di gentilezza, con 
parole assai amichevoli e con lieto viso il ricevette, e con 
lui entrò in molti e varj ragionamenti; e ragionando il menò 
seco, insieme con altri Genovesi che con lui erano, in una 
sua casa nuova, la quale fatta avea fare assai bella. E dopo 
avergliele tutta mostrata, disse: 

— Deh, messer Gnigiielmo, voi che avete e vedute et 
udite molte cose, saprèstemi voi insegnare cosa alcuna che 
mai più non fosse stata veduta, la quale io potessi far di- 
pingere nella sala di questa mia casa? 

A cui Guiglielmo, udendo il suo mal conveniente parlare, 
rispose : 

— Messere, cosa che non fosse mai stata veduta non vi 
crederrei ' io sapere insegnare, se ciò non fosser già starnuti 
o cose a quegli somiglianti ; ma se vi piace, io ve ne inse- 
gnerò bene una che voi non credo che vedeste giammai. 

Messere Ermino disse: 

— Deh io ve ne priego, ditemi quale è dessa : non 
aspettando lui dover quello rispondere che rispose. 

A cui Gnigiielmo allora prestamente disse: 

— Fateci dipingere la Cortesia! ' 



1 V. il «dritto zelo» «li Pitry. Vili, Sì. E efr. 1' « alma sdegnosa» 
ili Int. Vili, 44. — -Ancora: spilorceria. — 'Così puri- in li. «ì e 9; 
V. _'. CrederreU in 111. 8': crederrà in 111. 0, e IV. 10. — 'Qui, la li- 
beralità. Cfr. <'"nnri<> II, il: «e perocché nelle corti anticamente le 
virinili e li belli costumi s'usavano (siccome oggi s'usa il contrario), 
si tolse questo vocabolo dalle corti, e fa tanto a dire cortesia quanto 
uso di coite ». 



GIORNATA PRIMA 



Come messere Ermino udì questa parola, così subitamente 
il prese una vergogna tale, che ella ebbe forza di fargli mu- 
tare animo quasi tutto in contrario a quello che infino a 
quella ora aveva avuto; e disse: 

— Messer Guiglielmo, io ce la farò dipignere in maniera 
che mai né voi né altri con ragione mi potrà più dire che 
io non l'abbia veduta né conosciuta. 

E da questo innanzi (di tanta virtù 1 fu la parola da Gui- 
glielmo detta) fa il più liberale e il più grazioso gentile 
uomo, e quello che più e forestieri e i cittadini onorò, che 
altro che in Genova fosse a' tempi suoi '-. 

NOVELLA NONA. 

Il re di Cipri, da una donna di Guascogna trafitto, di cattivo, 3 valo- 
roso diviene. 

Ad Elisa restava l'ultimo comandamento della Eeina. La 
quale ', senza aspettarlo, tutta festevole cominciò : 

— Giovani donne, spesse volte già addivenne che quello 
che varie riprensioni e molte pene date ad alcuno non hanno 
potuto in lui adoperare, una parola molte volte per acci- 
dente, non che ex proposito detta, l'ha operato. Il che assai 
bene appare nella novella raccontata dalla Lauretta; et io 
ancora con un'altra assai brieve ve lo intendo dimostrare. 
Per che, con ciò sia cosa che le buone sempre possan gio- 
vare, con attento animo son da ricogliere, chi che 5 d'esse 
sia il dicitore. 

Dico adunque che ne' tempi del primo re di Cipri", dopo 
il conquisto fatto della Terra Santa da Gotti fr^ di Buglione, 
avvenne che una gentil donna di Guascogna in pellegrinaggio 



'Efficacia. — z Questa novella fu rinarrata come storia da Ben- 
venuto da Imola nel suo Commento alla Commedia (Inf. XVI, 70 ss.; 
voi. I. p. 545-46] <• da parecchi altri chiosatori antichi di Dante. Cfr. 
Scherillo, II Ciacco lidia D. C. e J'ioiir nonni di coronella Nuova 
Antologia del 1° agosto <• del 1" sett. 1901. Fu imitata da Giovanni Sa- 
gredo Ginneaio Gavardo) nell'arcadia in Brenta; e fu tradotta da 
W. Painter, e inserita nel l'nhnc of Pleasure, voi. I (1566 . n. SI. — 
Dappoco. — ' Elisa. — 5 -Chiunque. — 'Così sempre: II, 1 e 7: III, 
7: V, 1; X, 9; e anche in lnf. XXVIII, 82. 



NOVELLA NONA 67 



andò al Sepolcro; donde tornando, in Cipri arrivata, da al- 
cuni scolorati nomini villanamente Po oltraggiata. Di che 
ella senza alcuna consolazion dolendosi, pensò d'andarsene 
a richiamare' al re; ma detto le fa per alcuno che la fatica 

si perderebbe, perciò che egli era di si rimessa vita e «la -i 
poco bene, che non ohe egli l'altrui onte con giustizia ven- 
dicasse, anzi infinite con vituperevole viltà a lui fattene 
steneva; in tanto che chiunque avea cruccio alcuno, quello 
col fargli alcuna onta o vergogna sfogava. La qual co 
udendo la donna, disperata della vendetta. ' ad alcuna eon- 
BOlazion della sua noa. propose di volere mordere la mi- 
seria del detto re : et andatasene piagnendo davanti a lui. 
disse : 

— Signor mio, io non vengo nella tua presenza per ven- 
detta che io attenda della ingiuria che m'è stata fatta; ma 
iu so disfacimento di quella ti prie.go che tu m'insegni come 
tu sofferi quelle le quali io intendo che ti son fatte, acciò 
che, da te apparando, io possa pazientemente la mia com- 
portare. La quale, sallo Iddio, se, io far lo potessi, volentièri 
ti donerei, poi cosi buon portatore" ne se'. 

Il re, intino allora stato tardo e pigro, quasi dal sonno si 
risvegliasse, cominciando dalla ingiuria fatta a questa donna, 
la quale agramente vendicò, rigidissimo persecutore divenne 
di ciascuno che contro all'onore della sua corona alcuna cosa 
commettesse da indi innanzi ' '. 



1 Sporger querela. — - D'indole sì remissiva, sì pusillanime, e cosi 
poco capace «li far «lei bene. — 'Sopportava. — 'Avendo perduta ogni 
Bperanza <li vendicarsi. — Per alleviare in qualche modo il suo 
cruccio. — ' Dappocaggine. — : In compenso. — ' Sopportatone — 
Ferocemente. II. 3: « agramente cominciarono a prestare ad usura». 
— |0 Questa, più diffusamente narrata, è la BtesBa novella LI delle 
Culo novelle antiche, ohe ionia ««l'ima C nasca come si richiamò a 
lo re «li Cipri». Fu imitala dal Sercambi, nov. 19, !><■ />i</riti<i : e fu 
tradotta in tutti i dialetti «l'Italia. Cfr. Papanti, / parlari italiani 
in Certaldo alla festa del V centenario di m. <•'. Boccacci Livorno, \i 



GIORNATA PRIMA 



NOVELLA DECIMA. 



Maestro Alberto da Bologna onestamente fa vergognare una donna, 
la quale lui d'esser ili lei innamorato voleva far vergognare. 

Restava, tacendo già Elisa, l'ultima fatica del novellare 
alla Reina. La quale donnescamente' cominciando a parlare, 
disse : 

— Valorose giovani, come ne' lucidi sereni sono le stelle 
ornamento del cielo, e nella primavera i fiori ne' verdi prati, 
cosi de' laudevoli costumi e de' ragionamenti piacevoli sono 
i leggiadri motti. Li quali, per ciò che brievi sono, molto 
meglio alle donne stanno- che agli uomini, in quanto più 
alle donne che agli uomini il molto parlare e lungo, quando 
senza esso si possa fare, si disdice ; come che ! oggi poche 
o ninna donna rimasa ci sia la quale o ne 'ntenda alcun leg- 
giadro, o a quello, se pur lo 'ntendesse, sappia rispondere: 
general vergogna e di noi e di tutte quelle che vivono. Per 
ciò che quella virtù che già fu nell'anime delle passate hanno 
le moderne rivolta in ornamenti del corpo ; e colei la quale 
si vede indosso li panni più screziati 4 e più vergati '- e con 
più fregi, si crede dovere essere da molto più tenuta, e più 
che l'altre onorata; non pensando che, se fosse chi addosso 
o in dosso gliele ponesse , uno asino ne porterebbe troppo 
più che alcuna di loro, nò perciò più da onorar sarebbe che 
uno asino. ' Io mi vergogno di dirlo, per ciò che contro al- 
l'altre non posso dire che io contro a me non dica: queste 
così fregiate, cosi dipinte, così screziate, o, come statue di 
marmo, mutole et insensibili stanno, o sì rispondono, se sono 
addomaudate, che molto sarebbe meglio l'avere taciuto. E 
rannosi' a credere che da purità d'animo procede il non 



'Con grazia tutta femminile. 111. .">: «quando donnescamente la 
Reina ad Elisa impose che seguisse»; IV. iutrod.: «la quale, senza 
più aspettare ette «letto le l'osse, donnescamente così cominciò»; e 
clr. l'nrij. XXXIII, 135. — S'addicono. — ;; Benché. — 4 Di colori di- 
versi. Listati, dipinti a strisce.— 6 Ne lo caricasse o ne lo vestisse. 

— "('ir. per questa intemerata contro il lusso delle donne contempo- 
ranee, Parud. XV, 100-02. — « S' inducono. 



\<>\KI.I.A DECIMA 69 

saper Èra le donne e co 1 valenti uomini favellare; et alla 
loro mllensaggine ' hanno posto aome onestà, quasi ninna 

donna onesta sia , B6 non colei che colla laute o colla 

lavandaja o colla sua fornaja favella: il che se la natura 

avesse voluto, come elle Si fanno a credere, por altro modo 
loro avrebbe limitato il cinguettare. È il vero che, così come 
nell'altre, cose, è in questa da riguardare e il tempo e il 
luogo e concili si t'avella; per ciò che talvolta avviene che, 
credendo alcuna donna o uomo con alcuna parolettì idra 

lare altrui arrossare, non avendo bene le sue forze con quelle 
di quel cotale misurate, quello rossore che in altrui ha creduto 
gittare, sopra sé l'ha sentito tornare. Per che, acciò che voi 
\i sappiate guardare, e oltre a questo, acciò che per voi non 
si possa in quello proverbio intendere che comunemente 
dice per tutto, cioè che le temine in ogni cosa sempre pi- 
gliano il peggio, questa ultima novella di quelle d'oggi, la 
quale a ine tocca di dover dire, voglio ve ne renda ammae 
strato; acciò che come per nobiltà d'animo dall'altre divise 
siete, ancora per eccellenza di costumi separate dall'altre vi 
dimostriate. 

Egli non sono ancora molti anni passati, che in Bologna 
fu un grandissimo medico, e di chiara l'ama quasi a tutto '1 
mondo, e forse ancora vive, il cui nome fu maestro Alberto. 
Il quale essendo già vecchio di presso a settanta anni, tanta 
fu la nobiltà del suo spirito, che essendo già del corpo quasi 
ogni naturai caldo partito, in sé non schifò ; di ricevere l'a- 
morose fiamme. Avendo veduta ad un festa una bellissima 
donna vedova, chiamata, secondo che alcuni dicono, madonna 
Malgherida de' Ghisolieri, e piaciutagli sommamente, non 
altrimenti che un giovinetto, quelle ' nel maturo petto rice- 
vette, in tanto che a lui non pareva quella notte ben ripo- 
sare che il precedente di veduto non avesse il vago e dili- 
cato viso della bella donna. E per questo incominciò a con- 
tinuare, quando a pie e quando a cavallo, secondo che più 



1 Melensaggine. V. 10: cohè non vorrei ohe tu credessi ohe i" foss 
>t-.it:t una milensa*. — e Diverse. — B Ricusò. I. introd. : «se «li pren- 
dergli a questo oficio /'"/< schiferemo». — 'Fiamme amorose. Pas- 
sare eontiuuaiueutp. 



.1) GIORNATA PRIMA 



il destro gli venia, davanti alla casa di questa donna. Per 
la qual cosa et ella e molte altre donne s'accorsero della ca- 
gione del suo passare, e più volte insieme ne motteggiarono 
di vedere uno uomo, cosi antico d'anni e di senno, innamo- 
rato : quasi credessero questa passione piacevolissima d'amore 
solamente nelle sciocche 1 anime de' giovani, e non in altra 
parte capere - e dimorare. Per che. continuando il passare 
del maestro Alberto, avvenne un giorno di festa, che essendo 
questa donna con molte altre donne a sedere davanti alla 
sua porta, et avendo di lontano veduto maestro Alberto verso 
loro venire, con lei insieme tutte si proposero di riceverlo e 
di fargli onore, et appresso di motteggiarlo di questo suo 
innamoramento : e così fecero. Per ciò che levatesi tutte, e 
lui invitato, in una fresca corte il menarono, dove di finis- 
simi vini e confetti' fecer venire; et al fine con assai belle 
e leggiadre parole come questo potesse essere, che egli di 
questa bella donna fosse innamorato, il domandarono, sen- 
tendo esso, lei da molti belli, gentili e leggiadri giovani es- 
sere amata. 4 Il maestro, sentendosi assai cortesemente pu- 
gnere, fece lieto viso, e rispose: 

— Madonna, che io> ami, questo non dèe esser maraviglia 
ad alcuno savio, e spezialmente a voi, però che voi il va- 
lete. 5 E come che agli antichi uomini sieno naturalmente 
tolte le forze le quali agli amorosi esercizj si richieggiono, 
non è per ciò lor tolta la buona volontà, nò lo intendere 
quello che sia da essere amato, ma tanto più dalla natura 7 
conosciuto, quanto essi hanno più di conoscimento che i 
giovani. B La speranza la quale mi muove, che io vecchio 
ami voi amata da molti giovani, è questa: io sono stato più 
volte già là dove io ho veduto merendarsi ' le donne, e mangiare 
lupini e porri ; e come che nel porro niuna cosa sia buona, 
pur men reo 1 " e più piacevole alla bocca è il capo di quello, 



1 Insipienti, ingenue. Petrarca, 366: cai cieco ardor oh'avampa Qui 

fra i mortali sciocchi». — - Entrare, trovar luogo. — 3 Paste dolci. — 
4 Tutta questa graziosa scenetta ricorda quella, così fresca e ingenua, 
della Vita Nuova, 18. — Meritate d'essere amate. — 'Maturi d'anni. 
— ' Corrisponde al naturalmente di poco più su. — Tanto meglio essi 
intendono ciò che merita d'esser amato, perchè hanno acquistato mag- 
gior discernimento. — 'Far merenda. — '" Di meo cattivo sapore. 



NOVELLA DECIMA .1 

il quale' voi generalmente, da torto appetito tirate, il capo 
vi tenete io mano, e manicate le f rondi, te quali non 
lamento non Bono da cosa alcuna, ma son «li malvag 
puri'. Che su ii». madonna, Be nello eleggere degli amanti 
voi vi faceste il simigliente ? E se voi il faceste, lo sarei 
colui che eletto sarei da voi, e gli altri cacciati via. 

La gentil donna. Insieme coll'altre alquanto vergognan- 
dosi, die 

— Maestro, a-^s.-ii bene e cortesemente gastigate n'avete 
della nostra presuntuosa impresa: Tuttavia il vostro amor 
in'ò caro, sì come di savio e valente uomo esser dèe: e per 
ciò, salva la mia onestà, coinè a vostra cosa ogni vostro pia 
cere imponete sicuramente. 

Il maestro, levatosi eo' suoi compagni, ringraziò la donna. 
e ridendo e con lesta da Lei preso commiato, si partì. 

Cosi la donna, non guardando cui motteggiasse, credendo 
vincere, tu vinta. Di che voi, se savie sarete, Ottimamente 
vi guarderete'. 

Già era il sole inchinato al vespro, et in gran parte il 
caldo diminuito, quando le novelle delle giovani donne e 
de' tre giovani si trovarono esser finite. Per la qual cosa la 
loro Reina piacevolmente disse: 

— Ornai, care, compagne, ninna cosa resta più a fare al 
mio reggimento per la presente giornata, se non darvi reina 
nuova, la quale di quella che è avvenire. Becondo il suo giu- 
dica), la sua vita e la nostra ad onesto diletto disponga. E 
quantunque il dì paia di qui alla notte durare, B perciò che 
chi alquanto non prende di tempo avanti, non pare che ben 
si possa provedere per l'avvenire; et acciò che quello che 
la Reina nuova deliberrà esser per domattina opportuno. 



l't-l quale. — - Mangiate. Fnf. XXXIII. 60. — 'Non son buone a 
nulla, non sanno di nulla. -11 Manni (Istoria del Decameron, Firenze. 
1742, ]>. 184) ba creduto di poter identificare questo maestro Alberto 
con un famoso medico bolognese, dal 1326 lettore in quella Università, 
chiamato Alberto Zancario, — Di questa novella non vedo citata se non 
la versione inglese del Painter, voi. I (1506), p. 32. — Paia ohe la 
giornata non possa dirsi finita se prima non annotti. — ' Delibererà. 
1 \ . 9: diliberrebbono. 



72 GIORNATA PRIMA 

si possa preparare; a questa ora giudico doversi le seguenti 
giornate incominciare. E perciò, a reverenza di Colui a cui 
tutte le cose vivono. ' e consolazione di noi, per questa se- 
guente giornata Filomena, discretissima giovane, reina gui- 
derà il nostro, regno. 

E così detto, in pie levatasi e trattasi la ghirlanda dello 
alloro : ', a lei reverente a la mise. La quale essa prima, e ap- 
presso tutte le altre et i giovani similmente, salutaron come 
reina. et alla sua signoria piacevolmente s'offersero. 

Filomena, alquanto per vergogna arrossata veggendosi 
coronata del regno, e ricordandosi delle parole poco avanti 
dette da Pampinea, acciò che milensa non paresse, riprese 
l'ardire ; e primieramente tutti gli uficj da Pampinea dati 
riconfermò, e dispose quello che per la seguente mattina, e 
per la futura cena fare si dovesse, quivi dimorando dove 
erano. Et appresso così cominciò a parlare: 

— Carissime compagne, quantunque Pampinea, per sua 
cortesia più che per mia virtù, m'abbia di voi tutte fatta 
reina, non sono io per ciò disposta nella forma del nostro 
vivere dovere solamente il mio giudicio seguire, ma col mio 
il vostro insieme. Et acciò che quello che a me par di fare 
conosciate, e per consequeute aggiugnere e menomar pos- 
siate a vostro piacere, con poche parole ve lo intendo di di- 
mostrare. Se io ho ben riguardato oggi alle maniere da Pam- 
pinea tenute, egli me le pare avere ' parimente laudevoli e 
dilettevoli conosciute ; e per ciò infino a tanto che elle, o 
per troppa continuanza o per altra cagione, non ci divenis- 
ser nojose, quelle non giudico da mutare. Dato adunque or- 
dine a quello che abbiamo già a fare cominciato, quinci le- 
vatici, alquanto n'andrem sollazzando ; e come il sole sarà 
per andar sotto, ceneremo per lo fresco ; e dopo alcune can- 
zonette et altri sollazzi, sarà ben fatto l'andarsi a dormire. 
Domattina, per lo fresco levatici, similmente in alcuna parte 
n'andremo sollazzando ; come a ciascuno sarà più a grado 
di fare, e come oggi avem fatto, cosi all'ora debita torne- 



1 Dalla Vita Nuova, 12: « Se piacere sarà di Colui a cui tutte le cose 
vivono». — l'ili su, I, 1: «le imagini della cera»; e più oltre. II. in- 
ti od. : « della sua ghirlanda dello alloro coronata ». — 3 Reverentemente. 
— i Mi pare averle. 



Novki.i.x DECIMA T.S 

remo :i mangiare, balleremo, e da dormire levatici, come 
oggi •'tate siamo, qui al novellar torneremo, nel quale mi 
par grandissima parte di piacere e d'utilità similmente con- 
sistere. E il vero che quello che Pampinea non potè fare 
per lo esser tardi eletta al reggimento, io il voglio comin- 
ciare a Care, cioè a ristrignere dentro ad alcun termine quello 
di che dobbiamo novellare, e davanti mostrai dovi, acciò che 
Ciascuno abbia spazio ' di poter pensare ad alcuna bella no- 
vella sopra la data proposta 1 contare. La quale, quando 
questo vi piaccia, sarà questa: che, con ciò sia cosa che dal 
principio del mondo gli nomini Steno stati da diversi casi 
della fortuna menati. e saranno infino alla line, ciascun 

debba «lire, sopra questo: citi, do diverse cose infestato,* 
sin, oltre n/lc speranza, riuscito a Urto /ine. 

Le donne e gli uomini parimente tutti questo ordine com- 
mendarono, e quello dissero di seguire. Dioneo solamente, 
tutti gli altri tacendo già, disse : 

— Madonna, come tutti questi altri hanno detto, cosi 
dico io sommamente esser piacevole e commendabile l'ordine 
dato da voi ; ma di speziai grazia vi chieggio un dono, il 
quale voglio che mi sia confermato per intino a tanto che 
la nostra compagnia durerà. Il quale è questo : che io a 
questa legge non sia costretto di dover dire novella secondo 
la proposta data, se io non vorrò, ma quale più di dire mi 
piacerà. Et aedo che alcun non creda che io questa grazia 
voglia sì come uomo che delle novelle non abbia alle mani, 
intino ad ora son contento d'esser sempre l'ultimo che ragioni. 

La Reina, la quale lui e sollazzevole uomo e festevole 
conoscea, et ottimamente si avvisò questo lui non chiedere 
se non per dovere la brigata, se stanca fosse del ragionare, 
rallegrare con alcuna novella da ridere, col consentimento 
degli altri lietamente la grazia gli lece. E da seder levatasi, 
verso un rivo d'acqua chiarissima, il quale d'una monta- 
gnetta discendeva in una valle ombrosa da molti arbori fra 
vive pietre e verdi erbette, con lento passo se n'andarono. 



L Tempo «• agio. Purg. XI. 1im;-7: «Ch'è \>\ì\ corti» Spazio ullVt.r 
do... • : XXI V. 81-2: «ch'ebbe spazio <;ià di bere a Porli». — -Il teina dato. 
— 3 Sospinti. — 4 Travagliato. — s Fatta ombrosa da molti allieri. 



;i 



GIORNATA PRIMA 



Quivi, scalze e colle braccia nude per l'acqua andando, 
cominciarono a premiere vari diletti fra sé medesime. E ap 
pressandosi l'ora della cena, verso il palagio tornatesi, con 
diletto cenarono. Popò la qual cena, l'atti venir gli strumenti, 
comandò la Reina che una danza t'osse presa, ' e quella me 
nando la Lauretta, Emilia cantasse ima cannone, dal leùto 
di Dioneo ajutata. ! Per lo qual comandamento Lauretta pre- 
stamente prese una danza, e lineila menò, cantando Emilia 
la seguente canzone amorosamente. 



lo sdii sì vaga (Iclhi mia bellezza, 
Glie d'altro amor giammai 
Non curerò, nò credo aver vaghezza. 

Io veggio in (niella, ogn' ora eh' io mi specchio, 
Quel ben che fa contento lo 'ntelletto '. 
Né accidente nuovo o pensier vecchio 
Mi può privar di sì caro diletto. 
< ,> ii ; 1 1 altro dunque piacevole oggetto 
Potrei veder giammai, 
Che mi mettesse in cuor nuova vaghezza? 

Non fugge questo ben, qual or disio 
Di rimirarlo in mia consolazione ; 
Anzi si fa incontro al piacer mio 
Tanto soave a sentir, che sermone 
Dir noi poria 5 , uè prendere intenzione 1 "' 
D'alcun mortai giammai 
Che non ardesse di cotal vaghezza. 

Et io che ciascun' ora più ni' accendo, 

Quanto più fiso tengo gli occhi in esso, 
Tutta mi dono a lui, tutta mi rendo, 
Gustando già di ciò eh' el m'ha, promesso. 
E maggior gioja spero più da pressò 
Sì l'atta, che giammai 
Simil non si sentì qui di vaghezza 7 . 



Questa ballatetta finita, alla qual tutti lietamente aveano 
risposto, ancor che alcuni molto alle parole di quella pensar 



'Iniziata. — "Guidando. — 'Accompagnata. — ' Iwf. III. 18: «il 

ben dello intelletto».— Tnf. XXVIII, 1-2: «Chi poria mai pur con parole 

sciolte Dicer... ». E cfr. Vita Nuova, 26, son. «Tanto gentile...». — 

Essere inteso. «Che 'stender no la può chi no la prova». — 'Per 



HA 



facesse, dopo alcune altre care essendo già una 

ne passata, piacque alla I. 
dar fine alla prie. ratti i torchi acco- 

mandò che ciascuno infino alla seguei. - andasse 

a riposare. Per e; - \ carriera tornat- 

ene! fece. 



questa, eoice per tatte le dieei ballate efae '.-hindono le dieci gjorr 

A lue stazzi. / Horellatari e le morellatriei del Dee» mer- 
li, i. - - dia mente e dal cuore di G. Boccaccio. Bologna. 1 

ri ballale del Decameron*, nella 
Miscellanea storica d 

Memorie della B. Cmirersilà di Pad* nt, 

ballane* dm D étamèr om. nel Jomrmal de* arra* — 

• 



rnviBOB i\ PRIMA GIORNATA DEL DECAMERON : INCOMINCIA 
LA BBOONDA, NKLLA QUALK, sono n, i: \ro DI 

FILOMENA, 81 RAGIONA DI un. DA DIVBRi 
STATO, SIA, oi/PRE ALLA BUA SPERANZA, RIUSCITO A 
LISTO UNE. 



Già per tutto avoa il sol recato colla sua luce il nuovo 
giorno, e gli uccelli, su per li verdi rami cantando piacevoli 
versi \ ne davano agli orecchi testimonianza, quando pari 

mente tutte le donne et i tre giovani levatisi, ne' giardini 
se n'entrarono, e le rugiadose erbe con lento passo scalpi- 
tando ', da una parie in un'altra, belle ghirlande faccendosi, 
per lungo spazio diportando s'andarono. E si come il tra- 
passato giorno avean tatto, così fecero il presente: per lo 
tresco avendo mangiato, dopo alcun ballo s'andarono a ri- 
posare, e da quello 1 appresso la nona levatisi, come alla 
loro Reina piacque, nel fresco pratello venuti, a lei dintorno 
si posero a sedere. Ella, la quale era formosa e di piacevole 
aspetto molto, della sua ghirlanda dello alloro coronata, al- 
quanto stata, e tutta la sua compagnia riguardata nel viso, 
a Neitìle comandò che alle future novelle con una desse 
principio. La quale, senza alcuna scusa fare, cosi lieta co- 
minciò a parlare. 



X< >VELLA PRIMA. 



Martellino, infingendosi d'essere attratto, sopra santo Arrigo fa vista 
ili inerire, e Conosciuto il suo inganno, è battuto, e poi, preso et 
in pericolo venuto d'esser impiccato per la gola, ultimamente 
seampa. 

Spesse volte, carissime donne, avvenne che chi altrui s'è 
di beffare ingegnato, e massimamente quelle cose che sono 



< t'r. lui. XVI, 19-20: «Ricominciar.... L'antico perso»; Petrarca, 
*E li augelletti incominciar lor rrrsi>. — "Calpestando. — ! I>al 
riposo. 






GIORNATA MX'IINDA 



da reverire. s'è colle beffe e talvolta col danno sé solo ri- 
trovato. 11 che, ' acciò cln v io al comandamento della Reina 
ubbidisca, e principio dèa con mia mia novella alla propo- 
sta, intendo di raccontarvi quello che, prima sventuratamente 
e poi, fuori di tutto il suo pensiero, assai felicemente, ad 
un nostro cittadino avvenisse. 

Era, non è ancora Lungo tempo passato, un tedesco a 
Trivigi, 3 chiamato Arrigo ; il quale povero uomo essendo, 
di portar pesi a prezzo serviva chi il richiedeva. E con 
questo, 5 uomo di santissima vita e di buona era tenuto da 
tutti. Per la qual cosa, o vero o non vero che si fosse, mo- 
rendo egli, addivenne, secondo che i trivi giani affermano, 
che nell'ora della sua morte le campane della maggior chiesa 
di Trivigi tutte, senza essere da alcuno tirate, cominciarono 
a sonare. Il che in luogo di miracolo avendo, questo Ar- 
rigo esser santo dicevano tutti. E concorso tutto il popolo 
della città alla casa nella quale il suo corpo giaceva, quello 
a guisa d'un corpo santo nella chiesa maggior ne portarono; 
menando quivi zoppi e attratti 7 e ciechi, e altri di qualun- 
que infermità o difetto impediti, quasi tutti dovessero dal 
toccamento di questo corpo divenir sani. 

In tanto 1 tumulto e discorrimento" di popolo, avvenne 
che in Trivigi giunsero tre nostri cittadini, 12 de' quali l'uno 
era chiamato Stecchi, l'altro Martellino, l3 e il terzo Marchese, 
uomini li quali, le corti de' signori visitando, 14 di contraf- 
farsi, '" e con nuovi atti l6 contraffacendo qualunque altro uomo, 
li veditori '" sollazzavano. Li quali quivi non essendo stati 
giammai, veggendo correre ogni uomo, si maravigliarono, 



1 Perchè. — - Al tema proposto. — : Treviso. — 4 Faceva il fac- 
chino. — 5 Con tutto questo, malgrado questo. — 6 Come, per miracolo. 
— ' Eattratti, rattrappiti. — B Che non potevano adoperare qualche 
membro, o infermo o difettoso. — '■' Pel. — "Mentre avveniva... — " An- 
dirivieni. — - '- Concittadini. Cfr. fui'. VI, 52. — 1:! Di codesti due narra 
un'altra Inula il Sacchetti, nov. 144, anche più grossolana. — M Essi 
erano uomini di corte dì bassa sfera, veri istrioni o giullari. Dice il 
Sacchetti, d'una festa data a Verona da Mastino della Scala: « Tra gli 
altri uomeni di corte che v'erano, £u uno che avea nome Martellino e 
uno che avea nome Stecchi, tanto piacevoli buffoni quanto la natura 
potesse fare». — '"Col contraffarsi, alterare cioè la propria figura in 
modo da renderla irricouoscihile. — i fl Strane smorfie. — l? Spettatori. 



NOVHLLA PRIMA T'.i 

dita la cagione por che ciò era, disiderosi vennero 
d'andare a rodere; e peste le loro cose ad uno albergo, 
diss.' Marchese ■ 

— Noi vogliamo andare a veder questo santo; ma io 
per me non veggio come noi vi ci possiam pervenire, per 

Ciò che. lo ho inteso che la piazza è piena di tedeschi . e 
d'altra gente annata, la (piale il Signor di questa terra, ac 
ciò che roinor inni si faccia, vi fa stare ; e oltre a questo la 
chiesa, per quello che si dica, è si piena di gente clic (piasi 
ninna persona più vi può entrare 

Martellino allora, che di \cder questa cosa disiderava. di- 

— Per (piesto non rimanga;' 4 dio di pervenire inlino al 
corpo santo troverrò io ben modo. 

Disse Marchese: 

— Come ? 
Rispose Martellino: 

— Dicolti. 6 Io mi contraffarò a guisa d'un attratto: e tn 
dall'ini lato e Stecchi dall'altro, come se io per me andar 
non potessi, mi verrete sostenendo, t'accendo seminanti' di 
volermi là menare acciò die questo santo mi guarisca; i 
non sarà alcuno che veggendoci non ci l'accia luogo, e la- 
scici andare. 

A Marchese e a Stecchi piacque il modo; e senza alcuno 
indugio, usciti fuori dell'albergo, tutti e tre in un .solitario 
luogo venuti. Martellino si storse in guisa le mani, le dita 
e le braccia e le gambe, e oltre a questo la bocca e gli occhi 
e tutto il viso, che fiera ' cosa pareva a vedere ; né sarebbe 
stato alcuno che veduto l'avesse, che non avesse detto lui 
veramente esser tutto della' persona perduto e rattratto. E 
preso così fatto da Marchese e da Stecchi, verso la chiesa si 
drizzarono, in vista tutti pieni di pietà, umilmente e per lo 
amor di Dio domandando a ciascuno che dinanzi lor si pa 
rava. che loro luogo tacesse. Il che agevolmente impetra- 
vano. Et iu brieve, riguardati" da tutti, e quasi per tutto 



'Divennero; renne loro desiderio. — ! Connazionali del morto Ar- 
rigo. — 'Tumulto. — 'Xnn cessi dall'avere effetto. — ('tv. III. 5; V. 
in. - ■ ■//)/•. III. i.k cDicerolti». — "Da me solo. — -'Vista. -- 

kventevole. — '9 Nella. — "Rispettati. 1. 1: «e dalla coite, a cui 
tuttavia la facea, fu riguardato*. 



80 



GIORNATA SECONDA 



gridandosi: fa' luogo!, fa' luogo!, là pervennero ove il corpo di 
santo Arrigo era posto ; e da certi gentili uomini ' che v'erano 
dattorno, tu Martellino prestamente preso, e sopra il corpo 
posto acciò che per quello il beneficio della santa acquistasse. 

Martellino, essendo tutta la gente attenta a vedere che 3 
di lui avvenisse, stato 4 alquanto, cominciò, come colui che 
ottimamente far lo sape\ a. a far sembiante di distendere 
l'uno de' diti, e appresso la mano, e poi il braccio, e cosi 
tutto a venirsi distendendo. Il che veggendo la gente, sì 
gran romore in lode di santo Arrigo facevano, che i tuoni 
non si sarieno potuti udire. '. 

Era per avventura un fiorentino vicino a questo luogo, 
il quale molto bene conoscea Martellino, ma per l'essere B 
così travolto 6 quando vi fu menato, non lo avea conosciuto. 
Il quale veggendolo ridirizzato, e riconosciutolo, subitamente 
cominciò a ridere e a dire : — Domine fallo tristo ! " chi non 
avrebbe creduto, veggendol venire, che egli fosse stato at- 
tratto daddovero! — Queste parole udirono alcuni trivigiani, 
li quali incontanente il domandarono: — Come! non era co- 
stui attratto? — A' quali il fiorentino rispose: 

— Non piaccia a Dio! Egli è sempre stato diritto come 
è qualunque di noi ; ma sa meglio che altro uomo, come voi 
avete potuto vedere, far queste ciance s di contraffarsi in 
qualunque forma vuole. 

Come costoro ebbero udito questo, non bisognò più avanti ; ' 
essi si fecero per forza innanzi, e cominciarono a gridare : 
— . Sia preso questo traditore e beffatore di Dio e de' santi, 
il quale non essendo attratto, per ischernire il nostro santo 
e noi, qui a guisa d'attratto è venuto ! — E così dicendo 
il pigliarono, e giù del luogo ove era il tirarono, e prèsolo 
per li capelli, e stracciatigli tutti i panni in dosso, gli co- 
minciarono a dare delle pugna e de' calci ; né parea a colui 
esser uomo, che a questo far non correa. 



1 Persone di riguardo. - ! Sanità. — 3 Che c<>^i Purg. Vili, 66: 
« Vieni a veder che Dio per grazia volse ». — ' Indugiato. — r ' Perchè 
era. — 'Storto, sfigurato. Inf. XX, 11 e 16-7: «Forse per forza già di 
parlaaìa Si travolse cosi alcun del tutto». — : Altrove: « Che Dio gli 
dèa il malanno! ». — 8 Beffe, ciurmerle < Ir. VI, !<•: tchi sapesse che 
voi vi cessaste da queste ciance ragionare»; e Farad. V. 64. — 9 Non 
ci volle altro; n'ebbero a bastanza. 



LA PRIMA 

Martellino gridava: mercè j» r Dio/, e quanto pi 

lava; 111:1 ciò era niente: la calca nulli i |ilica\ a Ogni «ira 

addosso maggiore. La qua] cosa reggendo Stecchi e Mar 
clicsc, cominciarono fra sé a dire che la c< iva male; e 

di sé medesimi dubitando , non ardivano ad aiutarlo; anzi 
c-iin gli altri insieme gridavano eh' ei fosse morlb, avendo 
nondimeno pensiero tuttavia come trarre il | -o delle 

mani del popolo, il quale fermamente' t'avrebbe ucciso 
un argomento non fosse stato, il qual Marchese subitamente 
prese. Che essendo ivi di fuori la famiglia 8 tutta della Signoria, 
Marchese, come più tosto potè, n'andò a colui che in lu< 
del podestà ' v'era, e disse: Mercé per Dio! ' Egli è qua un 
malvagio uomo che m'ha tagliata la borsa con ben cento fiorini 
d'oro. Io vi priego che voi il pigliate, sì che io riabbia il mio. 
Subitamente, udito questo, ben dodici de' sergenti " col- 
sero là dove il misero Martellino era senza pettine carmi- 
nato ! , et alle maggior fatiche, del mondo rotta la calca, loro 
tutto rotto e tutto pesto il trassero delle inani, e menàron- 
nelo a palagio. " Dove molti seguitolo che da lui si tenevano 
scherniti, avendo udito che per tagliaborse era stato preso, 
non parendo loro avere alcuno altro più giusto titolo a far- 
gli dare la mala ventura, similemente cominciarono a dire 
ciascuno da lui essergli stata tagliata la borsa. Le quali cose 
udendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido uomo, 
prestamente da parte menatolo, sopra ciò lo 'ncominciò ad 
esaminare. Ma Martellino rispondea motteggiando, quasi per 
niente avesse, quella presura. Di che il giudice turbato, 
fattolo legare alla colla, '" parecchie tratte delle buone gli fece 
dare, con animo di fargli confessare ciò che coloro dicevano, 
per farlo poi appiccare per la gola. Ma poi che egli fu in terra 



1 Era vano. — - Temendo. — Di. — ' Ucciso. — Sempre. — 
caramente. — 'Astuzia. — " Sbirraglia. — 'Tra quei birri rappresenta; a 
il podestà. — 11. 9: -Mirri per /•>/<<.' Anzi ohe tu mi uccida, dimmi 
«li ohe io t'ho offeso». — "Gendarmi. V, .">: cNè prima si partì la 
mischia, che i sergenti del capitan della terra \i sopraggiunsero ». — 

■ riiiiiuirc è pettinar la lana dove il pettine è più grosso e il movi- 
mento più affrettato. — : Colle. — "Al palagio del podestà. — Ar- 
resto. V, 1: • si del dolore avuto della sua presura e ai della fatica 

enuta del turbato mare». — " Coilare = calati- con fune. < 1 >ui 
mettere alla tintura. 

6 



82 GIORNATA SECONDA 



posto, domandandolo il giudice se ciò fosse vero che coloro 
incontro a lui dicevano, non valendogli il dire di no, disse: 

— Signor mio, io son presto a confessarvi il vero; ma fa- 
tevi, a ciascun che mi accusa, dire quando e dove io gii tagliai 
la borsa, et io vi dirò quello che io avrò fatto, e quel che no. 

Disse il giudice: — Questo mi piace! — E fattine alquanti 
chiamare, l'uno diceva che gliele avea tagliata otto dì eran 
passati; l'altro sei; l'altro quattro; e alcuni dicevano quel 
di stesso. Il che udendo Martellino, disse : 

— Signor mio, essi mentono tutti per la gola. E che io 
dica il vero, questa pruova ve ne posso dare, che, così non 
fossi io mai in questa terra venuto, come io mai non ci fui 
se non da poco fa in qua; e come io giunsi, per mia di- 
savventura andai a vedere questo corpo santo, dove io sono 
stato pettinato come voi potete vedere. E che questo che io 
dico sia vero, ve ne può far chiaro l'uflciale del Signore 
il quale sta alle presentagioni, ' et il suo libro, e ancora 
l'oste mio. Per che, se così trovate come io vi dico, non 
mi vogliate ad instanzia di questi malvagi uomini straziare 
et uccidere. 

Mentre le cose erano in questi termini, Marchese e Stecchi, 
li quali avevan sentito che il giudice del podestà fieramente 
contro a lui procedeva, e già l'aveva collato, temetter forte, 
seco dicendo: — Male abbiam procacciato;- noi abbiamo 
costui tratto dalla padella e gittàtolo nel fuoco ! — Per che, 
con ogni sollecitudine dandosi attorno 3 e l'oste loro ritro- 
vato, come il fatto era gli contarono. Di che esso ridendo, 
li menò ad un Sandro Agolanti, il quale in Trivigi abitava et 
appresso al Signore avea grande stato ; ' et ogni cosa per ordine 
dettagli, con loro itisieme il pregò che de' fatti di Martellino 
gli tenesse. 5 Sandro, dopo molte risa, andatosene al Signore, 
impetrò che per Martellino fosse mandato ; a e così fu. 

Il quale coloro che per lui andarono, trovarono ancora 



1 « Il forestiere dovea, giunto in città, presentarsi a un pubblico 
ufficiale, il quale ne scriveva il nome su un libro», annota il Forna- 
ciai!. — * Procurato. IN". 10: «Alla fante parendo aver ben procac- 
ciato». Cfr. Purg. XV. 79: XVII, 62. — 3 Ponendoai in moto. — «Alto 
grado. — 5 Quei fatti prendesse a cuore. — B Fosse mandato a chiamai 
Martellino. 



NOVELL v l'iti.M \ i; BBOOND I 

in oamlscia dinanzi al giudice, •■ tutto smarrito e pauroso 
forte, per ciò ohe il giudice aiuna cosa in sua scusa v'olerà 
udire; anzi, per avventura avendo alcuno odio ne 1 fioren 
tini, del tutto era disposto a volerlo fare impiccar per la 
gola, et in ninna guisa rendere il voleva al Signore, infino 
a tanto che costretto non tu di renderlo a suo dispetto. 
Al quale poiché egli fa davanti, e ogni cosa per ordine 

dettagli, porse prie-hi che in luogo di somma grazia via il 
lasciasse andare ; per ciò che, infino che in Firenze non fot 
sempre irli parrebbe il capestro aver nella' gola. Il Signore 
fece grandissime risa di cosi fatto accidente: e fatta donare 

una roba per uomo . olire alla speranza di tutti e tre di cosi 
gran pericolo usciti, sani e salvi se ne tornarono a casa 
loro ". 



XOVKLLA SECONDA. 



Rinaldo «l'Asti rubato, capita ;i Castel Guiglielmo, el è albergato da 

una donna vedova, e ile' suoi (Ianni ristorati', sano e salvo si torna 
a casa sua. 

Degli accidenti di Martellino da Neifile raccontati senza 
modo risero le donne, e massimamente tra' giovani Filo- 
strato. Al quale per ciò che appresso di Neifile sedea, co- 
mandò la Reina che novellando la seguitasse. Il quale, senza 
indugio alcuno, incominciò: 

— Belle donne, a raccontarsi mi tira una novella di cose 
cattoliche ", e di sciagure e d'amore in parte mescolata, la 
quale per avventura non fia altro che utile avere udita ; e 
spezialmente a coloro li quali per li dubbiosi ' paesi d'Amore 
sono camminanti, ne' quali, chi non ha detto il paternostro 



1 Camicia. * Così baseio per bacio, pisgiare per pigiare ecc., col 
qua! Desso <li se o sg si intese forse rappresentare i>iù fedelmente la 
pronuncia toscana «li <■ <• g palatali, preceduti da vocale»; annota il 
Fomaciari. — -.Ve» = contro: alla latina. — Per. — 'Alla. — In 
abito a ciascuno ilei tic — ■ Di là da quanto sperassero. — 7 Di questa 
novella non >i addìtan tonti. Può considerarsene una imitazione la IV 
del Novellino ili MasuCCÌO Salernitano, che conta le ciuiniei ie d'un 
Ira Girolamo da Spoleto. — *A tarsi raccontare.— 'Sacre. — Pieni 



- 1 



GIORNATA seconda 



di san Giuliano, ' spesse volte, ancora che abbia buon letto, 
alberga male. 

[E Filostrato nana d'un mercatante chiamato Rinaldo 
d'Asti, il quale, cavalcando verso Verona, s'abbattè in al- 
cuni masnadieri. Questi da prima, « acciò che ninna suspe- 
zion prendesse, come uomini modesti e «li buona condizione, 
pure d'oneste cose e di lealtà andavano con lui favellando»; 
ma sull'imbrunire, al valicare d'un fiume, « assalitolo, il ru- 
llarono, e lui a pie et in camiscia lasciato, partendosi dis- 
sero: — Va e sappi se il tuo san Giuliano questa notte ti 
darà buono albergo, che il nostro il darà bene a noi! ». — 
Rinaldo, «rìmaso in camiscia e scalzo», e «sospinto dalla 
freddura » , s'avviò verso Castel Guiglielmo. Vi giunse che 
le porte erano serrate e i ponti levati ; e si accovacciò alla 
meglio, piangendo, sotto il portichetto d'una casa sopra le 
mura, « spesse volte dolendosi a san Giuliano, dicendo questo 
non essere della fede che aveva in lui ». Ma fu udito da una 
vedova che colà abitava ; e amorevolmente raccolto, e rim- 
pannucciato e rifocillato. Onde Rinaldo « incominciò a rin- 
graziare Iddio e san Giuliano che di sì malvagia notte, come 
egli aspettava, l'avevano liberato, et a buono albergo, per 
quello che gli pareva, condotto ». La mattina dopo, quando 
«ad apparire cominciò l'aurora», uscì per la porticina da 
cui era entrato ; e « mostrando di venire di più lontano, 
aperte le porte, entrò nel castello 1 * . Dove ritrovò il suo fante 



d'incertezza, paurosi. Cfr. Inf. V. 120: XXXIII. 45. — i«Ad «more di 
questo Giuliano costumano molti dire un paternostro od altra pre- 
ghiera, acciò dia loro buono ospizio e li difenda be' pericoli di lunga 
via -. Bollandisti, t. II del gennaio, p. 974. Cfr. G. Galvani. Di 
S. Giuliano lo Spedaliere e del Paternoster irsuto dirgli dai viandanti, 
mi illustrazione ili un luogo del Decamerone, nelle Lezioni Accademi- 
che, Modena, 1810. II. p. 93 ss. Anche: A. Graf, Per la novella 12 a 
del Decamerone, nel «Giornale Storico d. lett. ital. », VII, 179 ss., e 
poi in Miti leggende e superstizioni del medio ero, Torino, 1893, v.-II; 
<;. Fogolari, La leggenda di S, Giuliano: affreschi della II metà 
del sec. XI V nel Duomo di Trento, in « Tridentum », V, f. 10, p. 433 ss.. 
e VI, f. 2 e 12; E. Baxjìann, Middleton's Lustpiel * The Widow» 
una Boccaccio' s Diramerò,,. II. 2, inni 111, •')'. Halle, 1903. Il « pater- 
nostro «li san Giuliano» ricorre altresì in Sacchetti, n. 33; e nel Pe- 
corone, III. 1. — '-' Borgo. I. introd. : «lasciando Btar le castella, che 
simili erano nella loro piccolezza alla città». 



NOVELLA TKRZA 

con la sua valigia. E qui pure quasi per divino miracolo 
addivenne che li tre masnadieri che la sera davanti rub 
reano, per altro maleficio da loro fatto, poco poi appr< 

presi . t'ossero inclini gli tu restituito il mio cavallo 

panni et i danari, né ne perde altro che un pajo dì cinto- 
lini, de' quali non sapevano i masnadieri che l'atto se n'ai 
sero. Per la qua] cosa Rinaldo, Iddio e san Giuliano rin- 
graziando, montò a eavallo, e sano e salvo ritornò a e 
>ua; e i tro masnadieri il dì seguente, andarono a dar de' 
ealei a rovaio ' »]. 



[La NOVELLA TERZA è raccontata da Pampinea. 

Narra di tre giovani fiorentini, non è sicuro se de' Lam- 
berti o degli Agolanti, i quali «male il loro avere spendendo, 
impoveriscono». Ripararono a Londra; dove «presa una ca- 
setta, faccendo sottilissime spese, agramente cominciarono a 
prestare ad usura». E ridivennero ricchi e tornarono in Fi- 
renze. A Londra lasciarono « ad attendere a' fatti loro, un 
giovane loro nepote che avea nome Alessandro». Ma «av- 
venne che, contro alla opinion d'ogni uomo, nacque in In- 
ghilterra una guerra tra il Re et un suo figliuolo, per la 
quale tutta l'isola si divise, e chi tenea con l'uno e chi col- 
l'altro». E gli affari d'Alessandro cominciarono ad andar 
male, e peggiorarono al punto, ch'ei « tutto soletto si mise 
in cammino» per tornare in Italia. A Bruggia s'uni a una 



Parano impiccati. Cfr. [1,5: «sì come ludici dovere essere appic- 
cato». — 11 Landau (Die Qtielltn des Dekamerón, Stuttgart, l s si ha 
preteso scorgere una grande somiglianza tra questa e la storia « 1 « - 1 
Predestinato nel Panlseluttantra, IV. l (trad. Benfet, Leipzig, 1859, 
II, p. 183); ma in verità il riscontro si riduce a ben poca cosa. L'hanno 
imitata, pia o meno fedelmente, il Sercambi [Novelle inedite pub- 
blicato da 1:. Rbnieh, Torino. 1889, p. l y '> : Nicholas de Troyes, 
nel (''rami Parangon des Nmvoelles Nouvelles (pubblicato «la E. Ma- 
billb, Paris, 1869, p. XXI); Hans Sachs (Nuraberg, 1558-59, t. 1. : 
La Pontaine, L'oraison de S. Julien : Lope de Vega, /■-'/ animai /'ro- 
titi/ o Llegar en ocasion ; William Painter, nel Palate of Pleasure, 
\ ol |. 1586, n. 33. — Sulla novella. V. Tkihoi. vn. Diporti liti, rari , 

.. Is77. — Ferocemente. I. '■*: «la quale agramente vendicò». — 
Bruges: cfr. Inf. XV, !: Purg. XX. 16. 



GIORNATA SECONDA 



comitiva diretta a Roma. V'era Mino abate bianco 1 , con molti 
monaci accompagnato e con molta famiglia e con esimerla 

avanti, al quale appresso venieno due cavalieri antichi 3 e 
parenti del Ke». Questo misterioso abate si scopre da ultimo 
che non è né uomo uè abate, bensì la figliuola del re d'In- 
ghilterra ; la quale, invaghitasi d'Alessandro, lo prende per 
marito. 11 Papa « fece solennemente le sponsalizie celebrare, 
e appresso le nozze belle e magnifiche fatte, colla sua bene- 
dizione li licenziò». Il Re d'Inghilterra finì col perdonare 
alla figlia, e nominò cavaliere Alessandro « e donògli la contea 
di Cornovaglia » . Alessandro valse anche a rifar la pace tra 
il Re e il tìglio, e a ricuperare tutto ciò che i suoi zii avevan 
perduto per la guerra; e «con la sua donna gloriosamente 
visse; e secondo che alcuni voglion dire, tra col suo senno 
e valore e l'aiuto del suocero, egli conquistò poi la Scozia, 
e funne re coronato ' »]. 



NOVELLA QUARTA. 

Landolfo Ruffolo, impoverito, divien corsale;' e da' Genovesi preso, 
rompe in mare: ,; e sopra ima cassetta, di gioje carissime piena, 
scampa: et in Gurfo : ricevuto da una femmina, ricco si torna a 

rasa Bua. 

La Lauretta appresso Pampinea sedea. La qual ' veggendo 
lei al glorioso fine della sua novella, senza altro aspettare, 
a parlar cominciò in cotal guisa : 

— Graziosissime donne, niuno atto della Fortuna, secondo 
il mio giudicio, si può veder maggiore, che vedere uno 
d'infima miseria a stato reale elevare, come la novella di 
Pampinea n'ha mostrato essere al suo Alessandro addivenuto. 



'Vestito di bianco. — -Con molti servi e bagagli. VII. introd.: <il 
siniscalco con una gran sai menu n'andò mila Valle delle donne». — 
Vecchi. I, 1 : «e fu lor dato un frate antico, ili santa e di buona vita». 
— pilota novella, della quale non si è riusciti a scovare procedenti, 
fu imitata ila ser Giovanni Fiorentino nel Pecorone, III, 1; e tradotta 
da Nicholas de Troyes, nel Grand Parangon dee NouveUes Nouvelles, 
n. 1.7; e dal Painter. nel Palacc of Pleasure, I (1566), n. 34. — ^Cor- 
saro. — ' Fa naufragio, — " Corfu. — 8 Lauretta. 



NOVELLA Ql \KI A B7 

E per ciò che a qualunque della proposta materia da quinci 
Innanzi novellerà, converrà clic infra questi termini dica, non 
mi vergognerò io di dire una novella, la quale ancora che 
miserie maggiori in sé contenga, non per ciò abbia cosi 
splendida riuscita. Ben so che, pure a quella avendo ri- 
guardo, con minor diligenzia Sa la mia adita; ma altro 
non potendo, sarò scusala 

Credesi che la marina da Beggio a Gaeta sia quasi la più 
dilettevole parte d'Italia; nella quale, assai presso a Salerno, 
è una costa sopra '1 mare riguardante, la «piale gli abitanti 
chiamano la Costa d'Amalfi . piena di picciole città, di giar- 
dini Q ili lontane, e d uomini ricchi e procaccianti in atto 
di mercanzia, si come alcuni altri. ' Tra le quali città dette 
né una chiamala Elavello, nella quale, come che oggi v'abbia 
di ricchi uomini, ve n'ebbe j^ià uno il (piale fa ricchissimo, 
chiamato Landolfo Uùftolo ; al quale non bastando la sua 
ricchezza, disiderando di raddoppiarla, venne presso che tatto ' 
di perder con tutta quella sé stesso. 

Costui adunque, sì come usanza suole essere de' mercatanti, 
fatti suoi avvisi, ' comperò un grandissimo legno, e quello, 
tutto di suoi denari, 7 caricò di varie mercatanzie, et an- 
donne con esse in Cipri. B Quivi, con quelle qualità medesime 
di mercatanzie, che egli aveva portate, trovò essere più altri 
Legni venuti ; per la qual cagione, non solamente gli con- 
venne far gran mercato di ciò che portato avea. ma quasi. 
se spacciar volle le cose sue, gliele convenne gittar via. 
Laonde egli fu vicino al disertarsi. " E portando egli di questa 
cosa seco grandissima no.ja ", non sappiendo che farsi, e veg- 
gendosi di ricchissimo uomo in brieve tempo quasi povero 
divenuto, pensò o morire, o rubando IS ristorare i danni suoi, 
acciò che là onde ricco partito s'era, povero non tornasse. 



mp.re ricordando la novella precedente. — * Cfr. IV, IO. — *Ope- 
rosi nell'esercizio della mercatura. <i. Villani, 111. L: «popolo aollicito 
e procacciante in arte e mercatanzìa ». — Come qualunque altro. — 
si ridusse quasi al punto. — e I suoi conti. — 1 A sue spese. — 8 (.'Ir. I. 
9. — 'Vendere a vii prezzo. — '"Al rovinarsi allatto, rimanere senza 
alcun mezzo per vivere. — "Sopportando molto dolore. — '*V, 2: 
«corseggiando cominciò a corseggiare la Barberìa, rubando ciascuno 
clic meno poteva «li luì ». 



GIORNATA SECONDA 



E trovato comperatola del suo gran legno, con quegli de- 
nari e con gli altri che della sua mercantazia avuti avea, 
comperò un legnetto sottile 1 da corseggiare, e quello d'ogni 
cosa opportuna a tal servigio armò e guernì - ottiinauiente, 
e diessi a far sua della ruba d'ogni uomo, 3 e massimamente 
sopra i Turchi. ' 

Al qual servigio gli fu molto più la Fortuna beni vola, 
che alla mercatanzia stata non era. Egli torse intra uno anno 
rubò e prese tanti legni di Turchi, che egli si trovò non 
solamente avere racquistato il suo che in mercatanzia avea 
perduto, ma di gran lunga quello avere raddoppiato. Per la 
qual cosa, gastigato 7 dal primo dolore della perdita, cono 
scendo che egli aveva assai, per non incappar nel secondo, 
a sé medesimo dimostrò, quello che aveva senza voler più, 
dovergli bastare ; e per ciò si dispose 8 di tornarsi con esso 
a casa sua : e pauroso della mercatanzia, non s'impacciò 
d'investire altramenti i suoi denari, ma con quello legnetto 
col quale guadagnati gli avea, dato de' remi in acqua, si 
mise al ritornare. 

E già nello Arcipelago venuto, levandosi la sera uno sci- 
locco, il quale non solamente era contrario al suo cammino, 
ma ancora faceva grossissimo il mare, il quale il suo picciol 
legno non avrebbe bene potuto comportare ; in uno seno di 
mare, il quale una piccola isoletta faceva, 9 da quello vento 
coperto, si raccolse, quivi proponendo d'aspettarlo migliore. 
Nel qual seno poco stante, due gran cocche "' di Geuovesi, le 
quali venivano di Costantinopoli, per fuggire quello che Lan- 
dolfo fuggito avea, con fatica pervennero. Le genti delle quali, 
veduto il legnetto e chiusagli la via da potersi partire, udendo 
di cui egli era, e già per fama conoscendol ricchissimo, si 
come uomini naturalmente vaghi di pecunia e rapaci, " a do- 
verlo avere'-' si disposero. E messa in terra parte della lor 



1 II. 7: « chetamente fece armare una barca sottile.... ». — 2 Arma- 
tomi. Cfr. Jnf. XXVIII. 55-8: € s'armi di vivanda». Guernì = munì, 
corredò. — s Ad appropriarsi la roba altrui. — 'A danno dei Tinelli. 

— Nello spazio di. — ' 'Predò. — ''"Emendai o, rifatto. — b Delibero. 

— 9 Cfr. Atn. I, 159-60: «insula portimi EHicit obiectu laterum». — 
'"Navi con la prora e la poppa molto rilevate, con un solo albero e la 
vela quadra. — " Cfr. Inf. XXX1I1, 151 ss. — l " Prenderlo per l'orza. 



NOVELLA QUARTA 

ite con balestra, <• bene armala. In parte ' la fecero an- 
dare che ilfl legnetto ninna persona, se saettato esser non 
voleva, poteva discender si, fattisi tirare a' paliscalmi, 

e ajutati «lai mar» istarono al picciol legno di Landolfo, 

e quello con piccìola fatica in picciolo spazio con tutta la 
ciurma, senza perderne uomo , ebbero a man salva. E tatto 

venire sopra L'nna «ielle lor cocche Landolfo, et ogni cosa 
del legnetto tolta, quello sfondarono, lui in un povero far- 
settino ritenendo. 

Il di seguente, mutatosi il vento, le cocche. v«'r ponente 
vegnendo, fèr vela, e tutto quel di prosperamente vennero 
al loro viaggio : ma nel fare, della sera, BÌ mise un vento 
tempestoso, il qua! faccendo i mari' altissimi, divise le due 
cocche l'una dall'altra. E pei- forza di questo vento a Idi venne 
che quella sopra la quale era il misero e povero Landolfo, 
con grandissimo impeto di sopra all'isola di Cifalonia per- 
cosse in una secca; e non altrainenti che un vetro percosso ad 
uu muro, tutta s'aperse e si stritolò. I >i che i miseri dolenti 
che sopra a quella erano; essendo già il mare tutto pieno 
di mercatanzie che notavano, e di casse e di tavole, come 
in cosi fatti casi suole avvenire; quantunque oscurissima 
notte fosse, et il mare grossissimo e gonfiato, untando quelli 
che notar .sapevano, s'incominciarono ad appiccare a quelle 
cose che per ventura loro si paravan davanti. Intra li quali 
il misero Landolfo, ancora che molte volte il di davanti la 
morte chiamata avesse, seco eleggendo di volerla più tosto 
che di tornare a casa sua povero come si vedea, vedendola 
presta, n'ebbe paura. E come gli altri, venutagli alle mani 
una tavola, a quella s'appiccò ; se forse Iddio, indugiando 8 
egli l'affogare, gli mandasse qualche ajuto allo scampo suo: 

i cavallo a quella, come meglio poteva, veggendosi so- 
spinto dal mare e dal vento ora in qua et ora in là, si so- 



■In i al parte. — Rimorchiare «la barrile a remi. II, 7: «in mare 

pittarono un paliscalmo.. . ». — 'Senza che nnn solo ne scampasse. — 

1 marosi, le onde. Georg. II. I7'.<: «qua vi maria alta tamescant». — 

Infelice, li. 9: «i<> sono la misera sventurata Zinevra». < t'r. 

Ini. XXI, 135: -li lessi dolenti». — "Nella speranza ehe... Cfr. Aen. 

II. 756: « Indi- domimi, tifarle pedem, si furti, tulisset». — 'Prolun- 

do, ritardando. 



90 



GIORNATA SECONDA 



steime infìno al chiaro giorno. Il quale venuto, guardandosi 
egli d'attorno, ninna cosa altro che. nuvoli e mare, vedea, et 
una cassa, la quale sopra l'onde del mare notando, talvolta 
con grandissima paura di lui gli s'appressava, temendo non 
quella cassa l'orse il percotesse per modo che gli nojasse ; ' 
e sempre che presso gli venia, quanto potea con mano, come 
che poca forza n'avesse, la lontanava. 

Ma come che il fatto s'andasse, avvenne che, soh'itosi "• 
subitamente nell'aere un groppo di vento e percosso nel 
mare, sì grande in questa cassa diede, ; e la cassa nella ta- 
vola sopra la quale Landolfo era, che riversata per forza, 
Landolfo andò sotto l'onde, e ritornò su notando, 4 più da 
paura che da forza ajutato, e vide da sé molto dilungata la 
tavola. Per che, temendo non potere ad essa pervenire, 
s'appressò alla cassa, la quale gli era assai vicina, e sopra 
il coperchio di quella posto il petto, come meglio poteva, 
colle braccia la reggeva diritta. E in questa maniera, get- 
tato dal mare ora in qua e ora in là, senza mangiare, si 
come colui che non aveva che, 5 e bevendo più che non 
avrebbe voluto, senza sapere ove si fosse o vedere altro che 
mare, dimorò' tutto quel giorno e la notte vegnente. 

Il dì seguente appresso, o piacer d'Iddio o forza di vento 
che '1 facesse, costui divenuto quasi una spugna, tenendo 
forte con amendue le mani gli orli della cassa, a quella 
guisa che far veggiamo a coloro che per affogar sono, quando 
prendono alcuna cosa, pervenne al lito dell'isola di Gurfo ; 
dove una povera feminetta, per ventura, suoi stovigli con 
la rena e con l'acqua salsa lavava e facea belli.' La quale 
come vide costui avvicinarsi, non conoscendo in lui alcuna 
forma, dubitando 3 e gridando si trasse indietro. Questi non 
potea favellare e poco vedea, e perciò niente le disse ; ma 
pure mandandolo verso la terra il mare, costei conobbe la 
forma della cassa, e più sottilmente guardando e vedendo, 
conobbe primieramente le braccia stese sopra la cassa, quindi 
appresso ravvisò la faccia, e quello essere che era s'imaginò. 



Ri casse danno. — 2 Scoppiato. — ! Con tanto impeto percosse. — 
'Jut'. XXI, iti: «Quei s'attuffò, <• tonni mi convolto ». — 5 Di che man- 
giare..— ' Si stette. — 7 Ripuliva, rendeva hicid*- ii sue stoviglie. — 
Temendo. 



NOVELLI "i \KTA -'1 

Pei che «la compassion mossa, fattasi alquanto per lo mare 1 
che già era tranquillo, e per li capelli prèsolo, con tutta la 
cassa il tirò in terra ; e quivi con fatica le mani dalla 
sviluppatogli, e quella posta In capo ad una sua figlioletta 
che con lei era, lui come un piccini fanciullo ne portò nella 

terra, et in una stufa méssolo, tanto lo Stropicciò e COD 
acqua calda lavò, che in lui ritornò ' lo smarrito calore e 
alquante «Ielle perdute forze. E quando tempo le parve, trai 
tondo, con alquanto di buon vino e di confetto * Il riconfortò; 
et alcun giorno, conio potè il meglio, il tenne, tanto che 
esso, le forze recuperate, conobbe là dove era. Perche alla 
buona l'emina parve di dovergli la sua cassa rendere, la 
quale salvata gli avea, e di dirgli che. ornai procacciasse 
.sua ventura; e cosi fece. Costui che ili cassa non si ricor- 
dava, pur la prese, presentandogliele la buona l'emina; av- 
visando quella non potere sì poco valere che alcun di non 
gli facesse le spese. E trovandola molto leggieri, assai mancò 
della sua speranza ; nondimeno, non essendo la buona fe- 
ndila in casa, la sconficcò per vedere che dentro vi fosse, e 
trovò in quella molte preziose pietre, e legate e sciolte, delle 
quali egli alquanto s'intendea. Le quali veggeudo, e di ginn 
valore conoscendole, lodando Iddio che ancora abbandonare 
non l'avea voluto, tutto si confortò. 

Ma sì come colui che in piceiol tempo fieramente era 
stato balestrato dalla Fortuna due volte, dubitando della 
terza, pensò convenirgli molta cautela avere a voler 7 quelle 
cose poter conducere a casa sua. Per che in alcuni stracci, 
come meglio potè, ravvoltole, disse alla buona femina che 
più di eas*a non avea bisogno; ma che, se le piacesse, un 
sacco gli donasse e avesse-d quella. La buona femina il 
fece volentieri ; e costui, rendùtele quelle grazie le quali 
poteva maggiori, del beneficio da lei ricevuto, recatosi suo 
sacco in collo, da lei si partì. E montato sopra una barca, 
passò a Brandizio ; ' e di quindi, marina marina, ' ' si con- 



1 Sportasi «in po' nel mare. — s Bagno caldo. III. '-': *e prima in 
una sinfii lavatosi bene». — 3 Fece ritornare, richiamò. — ' Biscotti. 
II. lo- e convenne che con. vernaccia e con confetti ristorativi e con 
altri argomenti Bel mondo si ritornasse». — 5 Conservata. — 'Ami. 
con Dio. — 7 Se volesse. — 8 E si tenesse pure. — ' Brindisi. Cfr. Puri/. 
111.27. — l0 Costeggiando sempre il lido. 



GIORNATA SECONDA 



dusse intino a Traili. Dove trovati de' suoi cittadini ' li quali 
eran drappieri, quasi per l'amor di Dio tu da loro rivestito. 
avendo 6880 <rià loro tutti li .suoi accidenti narrati, Inori che 
della cassa ; e oltre a questo, prestatogli cavallo e datogli 
compagnia, intino a Elavello, dove diceva di voler tornare, 
il rimandarono. Quivi parendogli essere sicuro, ringraziando 
Iddio che condotto ve l'avea, sciolse il suo sacchetto ; e con 
più diligeuzia cercata ogni cosa che prima l'atto non avea, 
trovò sé avere tante e si fatte pietre, che a convenevole 
pregio vendendole e ancor meno, egli era il doppio più ricco 
che quando partito s'era. E trovato modo di spacciare le sue 
pietre, infino a Gurfo mandò una buona quantità di denari, 
per merito del servigio ricevuto, alla buona l'emina che di 
mare l'avea tratto; et il simigliante fece a Trani, a coloro 
che rivestito l'aveano. E il rimanente, senza più volere mer- 
catare. si ritenne, e onorevolmente visse infino alla fine'. 



'Concittadini. — -Di questa novella ai ricercatori delle fonti del 
Decameron non è riuscito trovare precedenti. Lo storico Camera 
(Memorie storico-diplomatiche dell'antica città e ducato d'Amalfi, Sa- 
lerno. 1876-8Ì, II, 387 ss.) ha creduto potei identificare il Landolfo Ruf- 
folo della novella con Lorenzo Rufolo da Ravello; il quale, avendo 
perduta la grazia de! re Carlo II d'Angiò, divenne corsaro, predò per 
molti anni, e finalmente, caduto nelle mani della giustizia e condannato. 
lumi verso il 1291 in un castello di Calabria. Ma, osserva lo Zumbini 
(La novella ili Landolfo linffolo, nella « Biblioteca delle Scuole ita- 
liane ~. a. XI. 1905, n. ti. ]). 65-6), «chi consideri come le avventure 
narrati- siami sostanzialmente simili a quelle tutte proprie dei romanzi 
greci: avventure che s'intrecciano e si snodano direi vorticosamente: 
incontri di cristiani e di turchi, di mercanti e di pirati, combattimenti 
di terra e di mare, rapimenti, naufragi o arrivi sulle coste di paesi 
remoti, dove tutto un ordine di casi somiglianti compiisi per dar 
principio ail altri casi non meno strani e turbinosi»; supporrà che pur 
questo racconto «possa avere avuta uria più remota origine che non 
s'inferirebbe dagli stessi caratteri locali onde l'autore volle segnarlo». 
E lo Zumbini medesimo mette in rilievo i molti punti di contatto che 
la presente novella ha con l'altra di Man uccio e di Gostanza, V, '1. — 
La imito il Sercainbi. nov. 11. I>< restauro facto per Fori una: e la 
tradussero, in inglese, il Paintei (I, 35); in tedesco, Hans Sachs. 



NOVELLA \»i INTA 98 



NOVELLA '»ri\TA. 

Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli, in una 
notte da in- gravi aooidenti soprappreào, da tutti scampato, con 
ano rubino si torna a oaaa uua. 

— Le pietre da Landolfo trovate — cominciò la Fiam- 
metta, alla quale del novellare la volta toccava — m'hanno 
alla memoria tornata ona aovella non guari ' meno di peri- 
coli in sé contenente che la narrata da Lauretta: ma in 
lauto differente da essa, in quanto quegli forse in più anni. 
e questi nello spazio d'una sola notte, addivennero, come 
udirete. 

Fu, secondo che io già intesi, in Perugia un giovane il 
cui nome era Andreuccio di Pietro, cozzone di eavalli ; il 
quale avendo inteso che a Napoli era buon mercato di quelli. 
méssisi in borsa cinquecento fiorili d'oro, non essendo mai 
più fuor di casa stato, con altri mercatanti là se n'andò. 
Dove giunto una domenica sera in sul vespro, dall'oste suo 
informato, la seguente mattina fu in sul mercato ; e molti 
ne vide, e assai ne gli piacquero, e di pili e più mercato 
tenne, ' né di ninno potendosi accordare, per mostrare che 
per comperar fosse, sì come rozzo e poco cauto, più volte 
in presenza di ehi andava e di chi veniva trasse fuori questa 
sua borsa de' fiorini che aveva. E in questi trattati stando, 
avendo esso la sua borsa mostrata, avvenne che una giovane 
ciciliana ' bellissima, ma disposta per picciol pregio a com- 
piacere a qualunque uomo, senza vederla egli, passò ap- 
presso di lui e la sua borsa vide ; e subito seco disse : — Chi 
starebbe meglio di me se quegli denari fosser miei? — E 
passò oltre. Era con questa giovane una vecchia similmente 
ciciliana, la quale come vide Andreuccio, lasciata oltre la 
giovane andare, affettuosamente corse ad abbracciarlo. Il che 
la giovane reggendo, senza dire alcuna cosa, da una delle 



Non molto. — -Mai altra volta. — 3 Entrò in trattative. — 'Siri- 
liana. Cfr. Inf. XXVI I. 7. 



94 GIORNATA SECONDA 



parti la cominciò ad attendere. ' Andreuccio alla vecchia ri- 
voltosi e conosciutala, le fece gran festa ; e promettendogli 
essa di venire a lui allo albergo, senza quivi tenere troppo 
lungo sermone, si partì, e Andreuccio si tornò a mercatore, 
ma niente comperò la mattina. - 

La giovane che prima la borsa d'Andreuccio e poi la 
contezza della sua vecchia con lui aveva veduta; per ten- 
tare so modo alcuno trovar potesse a dovere avere quelli 
denari o tutti o parte, cautamente cominciò a domandare 
chi colui fosse e donde, e che quivi facesse, e come il co- 
noscesse. La quale ogni cosa così particularmente ' de' fatti 
d'Andreuccio le disse, come avrebbe per poco B detto egli 
stesso, sì come colei che lungamente in Cicilia col padre di 
lui, e poi a Perugia, dimorata era. E similmente le contò 
dove tornasse ' e per che venuto fosse. 

La giovane pienamente informata e del parentado di lui 
e de' nomi, al suo appetito fornire ' con una sottil malizia, 
sopra questo fondò la sua intenzione. 8 Et a casa tornata, 
mise la vecchia in faccenda per tatto il giorno, acciò che ad 
Andreuccio non potesse tornare ; e presa una sua fanciulla, 
la quale essa assai bene a così fatti servigi aveva ammae- 
strata, in sul vespro la mandò allo albergo dove Andreuccio 
tornava ". La qual quivi venuta, per ventura lui medesimo e 
solo trovò in su la porta, e di lui stesso il domandò. Alla 
quale dicendo egli che era desso, essa, tiratolo da parte, disse: 

— Messer, lina gentil donna di questa terra, ' ' quando vi 
piacesse, vi parlerìa volentieri. 

Il quale udendola, tutto postosi mente, u e parendogli 
essere un bel fante della persona, s'avvisò questa donna 
dover essere di lui innamorata, quasi altro bel giovane che 
egli non si trovasse allora in Napoli ; e prestamente rispose 
ch'era apparecchiato ; ''-' e domandolla dove e quando questa 
donna parlar gli volesse. A cui la fanticella rispose : 



'In disparte cominciò a osservarla. — 2 Quella mattina. — 'Cono- 
scenza, dimestichezza. — ' Minutamente. — 6 Quasi, press'a poco. — 
1 Albergasse; 1.7: «se più volle col suo oste tornare». — " Per ottenere 
il suo intento. — "Si fondò su questo, sul parentado e sui nomi. — 
Anclie qui, albergava. '"Città. — "Guardatosi da capo a piedi. 
— '- Pronto. 



NH\'KI.I..\ Ql INI A 

Messer, quando <li venir vi piaccia, olla v'attende in 
casa Mia. 

Andreuccio presto, senza alcuna cosa dire nell'albei 
dissi 

Or via. méttiti avanti: io ti verrò apprese 

Laonde la faoticella a casa 'li costei li condusse, la quale 

dimorava in una e naia chiamata Mal pertugio, la quale 

quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra. 
Mi esso, niente «li ciò sappiendo né suspicando, credeni 
in un onestissimo luo#o andari' «■ ad una cara donna, 1 i l >♦*- 
ramente , andata la fanticella avanti, se a' entrò india sua 
lalendo su per le scali . avendo la fanticella già 
la Mia donna chiamata, e detto: — Ecco Andreui : la 

vide in capo della scala farsi ad aspettarlo. Klla era ancora 

-i giovane, di persona grande, e con bellissimo viso, ve- 
stita et ornata assai orrevolmente. Alla quale come An- 
dreuccio fu presso, essa incòntrogli ' da tre gradi discese con 
le braccia aperte; e avvinghiatogli il collo, alquanto stette 
senza alcuna cosa dire, quasi da soperchia tenerezza impe- 
dita. Poi, lacrimando, gli baciò la fronte, e con voce al- 
quanto rotta disse : 

— Andreuccio mio, tu sii il benvenuto. 

Esso, maravigliandosi di così tenere carezze, tutto stupe- 
fatto rispoe 

— Madonna, voi siate la ben trovata. 

-a appresso, per la mano prèsolo, suso nella sua 
il menò ; e di quella, senza alcuna altra cosa parlare, con 
lui nella sua camera se n'entrò, la quale di rose, di fiori 
d'aranci e d'altri odori tutta oliva ; ' là dove e«li un bellis- 
simo letto incortinato, e molte robe su per le stanche. " se- 
condo il costume di là, e altri assai belli e ricchi arnesi vide. 
Ter le «piali cose, sì come nuovo, fermamente credette, lei 



//-' XV, 10: - Però \;« oltre: i«> ti verrò a' pauui». — : Ingenua- 
mente. III. 7: * liberamente ii ^^ >• • - « - ippareochiato»; ««•: 
liberamente, della sua le' sicurati, tennero lo 'nvito». — 'Nella « ;«-n 
«li lei. — 'Nobilmente, decorosamente. — In «.«nitro a lui. — ' Dalla 
finta commoaione. — ' « (dorava. < Tr. Purg. XXVIII, 6. — " Molte vesti 
posate su traverse «li legno. Vili, 10: «vide il letti» ricchissimo 
molte belle robe su per le stanghe». — 'Semplice. 



96 GIORNATA SBUONDA 

dovere essere non men che gran donna. E póstisi a sedere 
insieme sopra una cassa che a pie del suo letto era, così gli 
cominciò a parlare: 

— Andreuccio, io sono molto certa che tu ti maravigli e 
delle carezze le quali io ti io. e delle mie lagrime, si come 
colui elio non mi conos-i. e per avventura mai ricordar non 
mi udisti. Ma tu udirai tosto cosa la quale più ti farà forse 
maravigliare, si come è che io sia tua sorella. E dicoti che 
poi che Iddio m'ha fatta tanta grazia che io anzi la mia 
morte ho veduto alcuno de' miei fratelli (come io diskleri 
di vedervi tutti), io non morrò a quella ora che io conso- 
lata non muoja. ' E se tu forse questo mai più non udisti, 
io te '1 vo' dire. Pietro, mio padre e tuo, come io credo che 
tu abhi potuto sapere, dimorò lungamente in Palermo, e per 
la sua bontà e piacevolezza vi fu et è ancora da quegli che 
il conobbero amato assai. Ma tra gli altri che molto l'ama- 
rono, mia madre, che gentil donna fu e allora era vedova, 
fu quella che più l'amò ; tanto che, posta giù la paura del 
padre e de' fratelli et il suo onore, in tal guisa con lui si 
dimesticò, che io ne nacqui, e sonne 3 qual tu mi vedi. Poi, 
sopravvenuta cagione ' a Pietro di partirsi di Palermo e tor- 
nare in Perugia, me colla mia madre, piccola fanciulla la- 
sciò -, né mai, per quello che io sentissi, più di me né di lei 
si ricordò. Di che io, se mio padre stato non fosse, forte il 
riprenderei, avendo riguardo alla ingratitudine di lui verso 
mia madre mostrata (lasciamo stare allo amore che a me, 
come a sua figliuola, non nata d'una fante né di vii femina, 
dovea portare) : la quale le sue cose e sé parimente, senza 
sapere altrimenti 5 chi egli si fosse, da fedelissimo amore 
mossa, rimise nelle sue mani. Ma che? Le cose mal fatte e 
di gran tempo passate, sono troppo più agevoli a riprendere 
che ad emendare: la cosa andò pur così. Egli mi lasciò pic- 
cola fanciulla in Palermo, dove cresciuta quasi coni 'io mi 
sono, mia madre, che ricca donna era, mi diede per moglie 
ad uno da Gergenti, n gentile uomo e da bene, il quale per 
amor di mia madre' e di me tornò a stare in Palermo. E 



■Oramai, qualunque sia il tempo in cui morii), non potrò morire 
che consolata. — * Amabilità, gentilezza. — 8 Son viva. — 'Occasione, 

— In alcun modo. — ' Ginjenti. 



HOVBLL a QUINTA 97 

quivi, come colui che è molto guelfo, cominciò ad avere al 
cmio trattato col nostro Re Carlo; il quale sentito' dal re 
Federigo prima che 'lare gli si potesse effetto, fa cagione di 
l'arci (uggire <li Cicilia, quando io aspettava essere la mi 
gioì- cavalereesa che mai in quella isola fosse, l 'nude, prese 

quelle poche cose clic prender potemmo (poche dico, per ri- 

spetto alle molte le quali aravamo . lasciale le terre e. li 
palazzi, io questa terra 1 ne rifuggimmo; dove il Re Carlo 
verso di noi trovammo si grato, che, ristorati in parte li 
danni li quali per lui ricevuti aravamo, e possessioni e case 
ci ha date; e dà continuamente al mio marito e tuo cognato, 
che è buona provvisione, sì come tu potrai ancor vedere. E 
in questa maniera SOD qui, dove io, la buona mercè d'Iddio . 
e non tua, frate! mio dolce, ti veggio. 

E cosi detto, da capo il rabbracciò, e ancora teneramente 
lagrimando gli basciò la fronte. 

Andreuccio udendo questa favola così ordinatamente, cosi 
compostamente" detta da costei, alla quale in ninno atto e 
moriva la parola tra' denti, uè balbettava la lingua; e ricor- 
dandosi esser vero che il padre era stato in Palermo, e per 
sé medesimo de' giovani conoscendo i costumi, che volen- 
tieri amano nella giovanezza : e veg - gendo le tenere lagrime, 
gli abbracciali ' e gli onesti basci ; ebbe ciò che ella diceva 
più che per vero. E poscia che ella tacque, le rispose : 

— Madonna, egli non vi dèe parer gran cosa se io mi 
maraviglio ; per ciò che, nel vero, o che mio padre, per che 
che egli se '1 facesse, di vostra madre e di voi non ragio- 
nasse giammai; o che, se egli ne ragionò, amia notizia ve- 
nuto non sia; io per me niuua conoscenza aveva di voi, se 
non come se non foste. Et èiiimi tanto più caro l'avervi qui 
mia sorella trovata, quanto io ci sono più solo, e meno que- 
sto sperava. E nel vero, io non conosco uomo di sì alto af- 
fare, al quale voi non dovesti "' esser cara, non che a me che 



S "iiciio. ritento. — - Avevamo. — 3 Poderi. — 'Città. — K'i- 
Barciti. - ili, 3: «per ciò ohe, la mercè di Dio e «lei marito mio, io 
lio tante borse e tante cintole elie io ve l'affogherei entro». — 'Arti- 
ficiosamente. — 'Modo. — 'Abbracciamenti. Altrove: i baciari, i par- 
lari... - '• 1 >o\ este. 



98 GIORNATA SECONDA 



un piccol mercatante sono. Ma d'una cosa vi priego mi fac- 
ciate chiaro : come sapeste voi che io qui fossi ? 
Al quale ella rispose: 

— Questa mattina me'l fé' sapere una povera femina la 
quale meco molto si ritiene, ' per ciò che con nostro padre 

per quello che ella ini dica; lungamente e in Palermo et in 
Perugia stette; e se non fosse che più onesta cosa ini pare 
che tu a me venissi in casa tua. che io a te nell'altrui, egli 
è gran pezza che a te venuta sarei. 

Appresso queste parole, ella cominciò distintamente a 
domandare di tutti i suoi parenti nominatamente ; alla quale 
di tutti Andreuccio rispose, per questo ancora più credendo 
quello che meno di credere gli bisognava. 3 

Essendo stati i ragionamenti lunghi e il caldo grande, 
ella fece venir greco e confetti, 4 e fé' dar bere ad An- 
dreuccio ; il quale, dopo questo, partir volendosi, perciò che 
ora di cena era, in niuna guisa il sostenne, s ma sembiante 
fatto di forte turbarsi, abbrasciandoi disse : 

— Ahi lassa me, che assai chiaro conosco come io ti sia 
poco cara! Che è a pensare' 5 che tu sii con una tua sorella, 
mai più da te non veduta, e in casa sua, dove, qui venendo 
smontato esser dovresti, e vogli di quella uscire per andare 
a cenare all'albergo ! Di vero tu cenerai con esso meco. E 
perchè 7 mio marito non ci sia, di che forte mi grava, io ti 
saprò bene, secondo donna, B fare un poco d'onore. 

Alla quale Andreuccio non sappiendo altro che rispon- 
dersi, disse: 

— Io v'ho cara quanto sorella si dèe avere; ma se io non 
ne vado, io sarò tutta sera aspettato a cena, e farò villania. 

Et ella allora disse: 

— Lodato sia Iddio, se io non ho in casa per cui man- 
dare a dire che tu non sii aspettato ! Benché tu faresti assai 
maggior cortesia, e tuo dovere, mandare a dire a' tuoi com- 
pagni che qui venissero a cenare; e poi, se pure andar te 
ne volessi, ve ne potresti tutti andare di brigata. 



1 Frequenta molto la casa mia. — 2 Conveniente. — 3 Gli sarebbe 
giovato. — 'Vino bianco e biscotti. II, 4: «con alquanto di buon vino 
<■ di confetto il riconfortò». — "Lo permise. — (1 Cbe strana cosa, a 
pensarla, è... — 7 Benché. — 8 Per quanto a donna è concesso. — E 
commetterò una scortesia. — i0 Tutti insieme. 



NOVKI.I. \ '.'I INI A 99 



Andreuccio rispose che de' suoi compagni non volea '• 
quella Bera; ma poi che pine, a grado l'era, ili lui faci 
il piacer suo. I-Illa allora te' vista >li mandare a dire allo 
albergo che egli non l'osso, atteso a cena; o poi. dopo molti 
altri ragionamenti, póstisi a cena, e Bplendidamente 'li più 
vivando serviti, astutamente quella menò per Lunga : inlino 
alla notte oscura. Et essendo da tavola levati, e Andreuccio 
partir volendosi, ella disse che ciò in ninna guisa sofferrebbe,' 
perciò che Napoli non ora terra ila andarvi per entro di 
notte, e massimamente un forestiere; che come che egli a 
cena non tosse atteso aveva mandato a dire, cosi aveva dello 
albergo fatto il simigliamo Egli questo credendo, e dilettai! 

dogli, da falsa ere lenza ingannato, d'esser con costei, stette. 

Furono adunque dopo cena i ragionamenti molti e lun- 
ghi, non senza cagione, tenuti: et essendo della notte una 
parte passata, ella, lasciato Andreuccio a dormir' nella sua 
camera con un piccol fanciullo che gli mostrasse se egli vo- 
lesse nulla, con le sue temine in un'altra camera so n'andò. 

Era il caldo granilo : por la qua! cosa Andreuccio, ver- 
gendosi solo rimaso, subitamente si spogliò in farsetto, e 
trassesi i panni di gamba," et al capo del letto gli si pose. 
E richiedendo il naturale uso, di dover diporre il superfluo 
peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel fanciullo; 
il quale nell'uno de' canti della camera gli mostrò un uscio, 
e disse: — Andate là entro. 

Andreuccio, dentro sicuramente passato, gli venne per 
ventura posto il piò sopra una tavola, la quale dalla contrap- 
posta parte sconlìtta dal travicello, con lui insieme se n'andò 
quindi gmso ; e di tanto l'amò 1 " Iddio, che ninno male si 
fece nella caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma 
tutto della bruttura, della quale il luogo era pieno, s'im- 
brattò. Il qual luogo, acciò che meglio intendiate e quello 
che è detto e ciò che segue, come stesse " vi mosterrò. " 



1 Non volea saper nulla. — -' Ciò che le piacesse. — In lungo. — 
1 Sofferirebbe, permetterebbe. III. 5: *non sofferrete che in per tanto 
I- tale amore morte riceva per guiderdone >. — si trattenne. — '■ Per- 
ohè dormisse. — 'Sottoveste <> camiciuola. — ? Le calze che restivan 
tutta la gamba, i calzimi. — 'Senza timore. Cfr. Purg. XVI, 118: «Or 
può sicuramente indi passarsi». — •" I/aiutò. — "Fosse fatto. — K Cfr. 
I, 3; li. H»: III. I; IV. intimi.: VI. I. 6, 10..., 



100 GIORNATA SECONDA 



Egli era ' in un chiassetto stretto, come spesso tra due 
case vergiamo, sopra due travicelli tra l'una casa e l'altra 
posti, alcune tavole confitte, et il luogo da seder posto; 
delle (|iiali tavole quella che con lui cadde era l'una. Ritro- 
vandosi adunque là giù nel chiassetto Andreuccio, dolente 
del caso, cominciò a chiamare il fanciullo; ina il fanciullo, 
come sentito l'ebbe cadere, così corse a dirlo alla donna. La 
quale, corsa alla sua camera, prestamente cercò se i suoi 
panni v'erano; e trovati i panni, e con essi i denari li quali 
esso, non fidandosi, mattamente sempre portava addosso ; 
avendo n quello a che ella di Palermo, sirocchia d'un Perù- 
gin faccendosi, aveva teso il lacciuolo ; più di lui non cu- 
randosi, prestamente andò a chiuder l'uscio del quale egli 
era uscito quando cadde. 

Andreuccio, non rispondendogli il fanciullo, cominciò più 
forte a chiamare: ma ciò era niente. ' Per che egli, già so- 
spettando, e tardi dello inganno cominciandosi ad accorgere, 
salito sopra un muretto che quel chiassolino dalla strada 
chiudeva, e nella via disceso, all'uscio della casa, il quale 
egli molto ben conobbe, se n'andò; e quivi in vano lunga- 
mente chiamò, e molto il dimenò e percosse. Di che egli 
piagnendo, come colui che chiara vedea la sua disavventura, 
cominciò a dire : — Oimè lasso ! in come piccol tempo ho io 
perduti cinquecento fiorini, e una sorella! — E dopo molte 
altre parole, da capo cominciò a batter l'uscio e a gridare; 
e tanto fece cosi, che molti de' circustanti vicini desti, non 
potendo la noja sofferire, si levarono ; et una delle servi- 
giali 5 della donna, in vista '"' tutta sonnacchiosa, fattasi alla 
finestra, proverbiosamente 7 disse : 

— Chi picchia là giù? 

— Oh, disse Andreuccio, o non mi conosci tu? Io sono 
Andreuccio, fratello di madonna Fiordaliso. 

Al quale ella rispose : 

— Buon uomo, se tu hai troppo bevuto, va' dormi, e 



'Erano. Cfr. Tnf. XIlI, 13-4: «Così di quella scheggia lisciva in- 
sieme l'arnie e sangue». — z Sua e suoi = di Andreuccio. — 'Avendo 
conquistato, possedendo. — 'Era inutile. — -• Femmine addette al sei- 
vizio. IX. 5: «ohe io son suo servigiale, e se ella vuol nulla». — 'In 
apparenza. — 7 Canzonandolo, schernendolo. 



NOVBLLA '.MINTA 101 

uinif trai domattina! lo non ao che Andreuccio, né che fianco' 
soii quelle che tu di' ; va In buona ora. e lasciaci dormire, 
se ti piace. 

— Come!, disse Andreuccio; non sai clic Io mi dico?Certo 

si. sai. Ma se pur sou così l'atti i parentadi 'li Cicilia, che 
in sì piccol termine si dimentichino, rendimi almeno i panni 
miei, li quali lasciati v'ho, e io m'andrò volentieri con Dio. 
Al quale ella, quasi ridendo, disse; 

— Buon uomo, e' mi par che tu sogni. 

E il dir questo, e il tornarsi dentro e chiuder la finestra, 
tu una cosa. Di ohe Andreuccio, già certissimo de' suoi 
danni, quasi per doglia tii presso a convertire in rabbia la 
sua grande ira; e per ingiuria propose di rivoler quello che 
per parole riavere non potea. Per che da capo, presa una 
gran pietra, con troppi maggior colpi che 'n prima, fiera- 
mente cominciò a percuotere la porta. 

Per la qual cosa molti de 1 vicini, avanti destisi e levatisi, 
credendo lui essere alcuno spiacevole, il quale queste pa- 
role tingesse per nojare quella buona femina ; ' recatosi a 
noja il picchiare, il quale egli taceva, lattisi alle finestre, non 
altramenti che ad un cane forestiere tutti quelli della con- 
trada abbaiano addosso, cominciarono a dire: 

— Questa è una gran villanìa, a venire a quest'ora a 
casa le buone temine a dire queste c'ance: deh va' con Dio, 
buon uomo; lasciaci dormire se ti piace; e se tu hai nulla 
a far con lei. tornerai domane, e non ci dar questa seccag- 
gine stanotte. 

Dalle quali parole forse assicurato r uno che dentro dalla 
casa era. ruffiano della buona femina. il quale egli uè ve- 
duto uè sentito avea. si fece alla finestra, e con una boce 1 
grossa, orribile e fiera, disse: 

— Chi è laggiù? 

Andreuccio, a quella boce levata la testa, vide uno il 
quale, per quel poco che comprender potè, mostrava di do- 



vi, in.- -clic voi \i cessaste da queste cianci ragionare». — 'Al- 
trove, Vili, '■': « fu tutto uno ». — ■'■ Noioso, import uno. VI, 8: « i'> non 
oredo ohe unii in questa terra fossero e uomini e femine tanto spia- 
cavoli e rincrescevo! i quanto sono oggi». — 'Cfr. III. 6: «una buona 
femina ohe quel bagno teneva». — i Incoraggiato. — Voce. 



102 GIORNATA SECONDA 

vere essere ad gran bacalare. ' con una barba nera e folta 
al volto, e come se del letto o da alto sonno si levasse, sba- 
digliava e stropicciavasi gli occhi. A cui egli, non senza 
paura, rispose: 

— Io sono un fratello della donna di là entro. 

Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la risposta: 
auzi più rigido assai che prima, disse: 

— Io non so a che io mi tegno 2 che io non vegna lag- 
giù, e dèati tante bastonate quante 3 io ti veggia muovere, 
asino fastidioso et ebriaco che tu dèi essere, che questa notte 
non ci lascerai dormire. 

E tornatosi dentro, serrò la finestra. 
Alcuni de' vicini, che meglio conoscevano la condizion 
di colui, umilmente' parlando, ad Andreuccio dissero: 

— Per Dio. buono uomo, vatti con Dio : non volere sta- 
notte 66ser ucciso costi : vattene per lo tuo migliore. B 

Laonde Andreuccio, spaventato dalla voce di colui e dalla 
vista, e sospinto da' conforti 6 di coloro, li quali gli pareva 
che da carità ' mossi parlassero; doloroso 4 quanto mai alcuno 
altro, e de' suoi denari disperato, 9 verso quella parte onde 
il dì aveva la fanticella seguita, senza sapere dove s'andasse, 
prese la via per tornarsi allo albergo. 

E a sé medesimo dispiacendo per lo puzzo che a lui di 
lui veniva, disideroso di volgersi al mare per lavarsi, si torse 
a man sinistra, e su per una via chiamata la Ruga Cata- 
lana " si mise: e verso l'alto della città andando, per ven- 
tura davanti si vide due che verso di lui con una lanterna 
in mano venìeno. Li quali temendo non fosser della famiglia 
della corte. " o altri uomini a mal far disposti, per fuggirli, 
in un casolare " il quale si vide vicino, pianamente ricoverò. 



'Altrove (X, 9;: «credendo costui essere un gran barbassoro». — 
2 A fine di die io mi contengo. Terenzio, Ehm. V. 2; - vis me contineo 
quin involein in Capiilnm ». — 3 Quante ce ne vuole, tincbè. — 4 V, 9: 
«Alla qual Federigo umilmente rispose». — : Pel tuo meglio, e sarà 
meglio per te. — 6 Consigli, istigazioni. Inf. XXVIII, 135: Purg. XXIII. 
124. — : I. introd. : «clic da carila la quale avessero a' trapassati». — 
Addolorato. X. 7: « Il padre di lei e la madre, dolorosi di questo acci- 
dente». — Senza pin speranza 'li riaverli. Ili, 6: «e cominciò a 
mostrarsi dello amor di Catella disperato». — Esiste tuttora. — 
11 Sbirri. — '-Casaccia diroccata e abbandonata. 



XOVKI.I.A QUINTA 103 

Bla costoro, quasi come a quello proprio luogo inviati au- 
Bero, in quello medesimo casolare se n'entrarono; e quivi 
l'un di loro, scaricati certi ferramenti 1 che in collo avea, 

coll'altro insieme gl'incominciò a guardare, vane cose sopra 
quegli ragionando. E mentre parlavano, disse l'uno: 

— Che vuol dir questo? Io sento il maggior puzzo che 
mai mi paresse sentire I 

E questo detto, alzata alquanto la lanterna, ebber veduto 
il cattive! d'Andreuccio ; e stupefatti, domandar: <'hi è là? 
Andreuccio taceva; ma essi awicinatigliai col lume, il do- 
mandarono che quivi così brutto' tacesse. Alli quali An- 
dreuccio ciò che avvenuto gli era narrò interamente. Costoro 
invaginando dove ciò gli potesse essere avvenuto, dissero 
ira sé: - Veramente in casa lo scarabone' 1 Buttafuoco lia 
stato questo. — E a lui rivolto, disse l'uno: 

— Buon uomo, come che 7 tu abbi perduti i tuoi denari, 
tu hai molto a lodare Iddio, che quel caso ti venne B che 
tu cadesti, né potesti poi in casa rientrare: per ciò che, se 
caduto non l'ossi, vivi sicuro che come prima addormentato 
ti fossi, saresti stato ammazzato, e co' denari avresti la per- 
sona perduta. Ma che giova oggimai di piagnere? Tu ne po- 
tresti cosi riavere un denajo. ' come avere delle stelle del 
cielo : ucciso ne potrai tu ben essere, se colui sente che tu 
mai ne facci parola. 

K detto questo, consigliatisi alquanto, gli dissero: 

— Vedi, a noi è presa compassion di te ; e perciò, dove 



ricusili di ferro. — II. l: «recatosi suo sacco in collo >; V. 1: 
« con un suo bastone in collo ». — 'Qnel poveretto. I. 1: «sì gran pietà 
mi venne ili lineila cattivi Ila - : 1 V. 7 : «la cattivella che ristretta sta\ ;i • : 
«la morte «li Pasquino cattivello»; V. 7: «l'età del cattivello che fru- 
stato era». — 'Lordo, sporco. /"''. Vili, 35: «Ma tu chi se', che sì sei 
fatto bruttoì». — "('erto. — 6 Gli scaraboni erano soldati irregolari, 
masnadieri; così ile ni dalla radice scara, donde scarani, scherani. Saba 
Malaspina, riferendo il biasimo ohe l'arcivescovo di Cosenza esprimeva 
conno le prepotenze francesi in Sicilia poco prima «le' Vespri, gli fa 
profetare prossimo il tempo «quod scarabone» ejicienl de Regno Gal- 
licos et in inultitudine cotidianis insultibus oonquassabuht domininm 
Gallorum». (Jfr. Amari, l.<< guerra del Vespro siciliano, Milano, Hoepli. 
1886, I. 183-81 'Benehè. - » Avvenne. - 11 corpo. Purg. III. 11»: 
in rotta la persona». — "'Vili, 3: «et avevasi un'oca a dena 



L04 GIORNATA SECONDA 

tu vogli con noi essere a tare alcuna cosa che a fare an- 
diamo, egli ci pare essere molto certi che in parte ti toc- 
cherà il valere 1 di troppo più che perduto non hai. 

Andreuccio, sì come disperato, rispuose ch'era presto. 

Era quel di sepellito nno arcivescovo di Napoli, chiamato 
inesser Filippo Minatolo; et era stato sepellito con ricchis 
simi ornamenti, e con uno rubino in dito, il quale valeva 
oltre a cinquecento fiorili d'oro : il quale costoro volevano 
andare a spogliare. E così ad Andreuccio fecer veduto l'av- 
viso loro. Laonde Andreuccio, più cupido che consigliato, 
con loro si mise in via; e andando verso la chiesa maggiore, 
e Andreuccio putendo forte, disse l'uno: 

— Non potremmo noi trovar modo che costui si lavasse 
un poco, dove che sia; che egli non putisse così fieramente? 

Disse l'altro: 

— Sì; noi siam qui presso ad un pozzo, al qual suole 
essere la carrucola e un gran secchione ; andiamne là. e 
laveremlo spacciatamente. 3 

Giunti a questo pozzo, trovarono che la fune v'era, ma 
il secchione n'era stato levato; per che insieme diliberarono 
di legarlo «alla fune, e di collarlo ' nel pozzo, et egli là giù 
si lavasse, '" e come lavato fosse, crollasse la fune, et essi il 
tirerebber suso. E così fecero. 

Avvenne che. avendol costor nel pozzo collato, alcuni 
della famiglia della Signoria, li quali e per lo caldo e perchè 
corsi erano dietro ad alcuno, avendo sete, a quel pozzo ve- 
nìeno a bere; li quali come color due videro, incontanente 
cominciarono a fuggire. Li famigliari' 3 che quivi venivano 
a bere, non avendoli veduti ; essendo già nel fondo del pozzo 
Andreuccio lavato, dimenò la fune. Costoro assetati, posti 
giù lor tavolacci 7 e loro armi e loro gonnelle. B cominciarono 
la fune a tirare, credendo a quella il secchion pien d'acqua 
essere appiccato. Come Andreuccio si vide alla sponda del 



' Ti toccherà «li bua parte il valere = il valore, il valsente. — '-' Pa- 
lesarono il loro disegno. — Presto presto. — ' Calarlo. Cfr. Gì, 2: «gli 
avrebbe voluti far collure. martoriare». — Cfr. Ini. XXY1I. 101: « Fi- 
nor t'assolvo, e in m'insegna fare». — 'Gli sbirri.— ■ Targhe o scudi. 
V. 3: - poste giù lor lance é lor ta\ olaoci ». — 8 Sopravvesti. < 'ir. Vili. 
2: -partitosi in t/onnella, che pareva cLe venisse da servire a nozze ». 



NOVELLA QUINTA 106 

pozzo ricino, cosi, lasciata la fune, con [emanisi pra 

quella. La qua! cosa costor vedendo, da subita paura pn 
Bensa altro dire, lasciarono la fune, e cominciarono quanto 
più poterono a fuggire. Di che Andreuccio bì maravigliò 
forte; e se egli non si fosse bene attenuto, egli sarebbe infia 
nei lomlo fallato, forse non senza suo gran 'lamio o morte 
Ma pure oscitone, e queste armi trovate, !<• quali eirli sapeva 
che i suoi compagai non avean portate ancora più B'inco 
niineiò a maravigliare. Ma dubitando e i sappiendo che. 

della sua Fortuna dolendosi, senza alcuna C0S8 toc-care, quindi 
diliberò di partirsi: et andava senza saper dove. 

Cosi andando, si venne scontrato in que' due suoi com- 
pagni, li quali a trarlo del pozzo venivano; e come il vi- 
dero, maravigliandosi torte, il domandarono chi del pozzo 
l'avesse tratto. Andreuccio rispose che non sapea; e loro or- 
dinatainente disse come era avvenuto, e quello che trovato 
avea fuori del pozzo. Di che costoro, avvisatisi come stato 
era. ridendo gli contarono perchè s'oran fuggiti, e chi stati 
eran coloro che su l'avean tirato. E sanzi più parole fare, 
essendo già mezza notte, n'andarono alla chiesa maggiore, 
et in quella assai leggermente entrarono, e furono all'arca. 
la quale era di marmo e molto grande; e con loro terrò il 
coperchio, il quale era gravissimo, sollevaron tanto, quanto 
uno uomo vi potesse entrare, e puntellarono. E tatto qiiesto, 
cominciò l'uno a dire: 

— Chi enterrà dentro ? 
A cui l'altro rispose: 

— Non io. 

— Né io, disse colui; ma entrivi Andreuccio. 

— Questo non farò io, disse Andreuccio. — Verso il quale 
amenduni costoro rivolti, dissero : 

— Come non v'enterrai ? In fé di Dio, se tu non v'entri, 
noi ti darem tante' d'un di questi pali di t'erro sopra la te- 
sta, che noi ti t'areni cader morto. 

Andreuccio, temendo, v'entrò; et entrandovi, pensò seco: 
— Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi ; per ciò che, 



'Alcuna parola. ; Agevolmente. — IV. •_': «et egli enterrà in 
un- ». — * Percosse. 



106 GIORNATA SECONDA 



come io avrò loro ogni cosa dato, mentre che io penerò ad 
uscir dell'arca, egli se n'andranno pe' fatti loro, et io ri- 
marrò sanza cosa alcuna. — E perciò s'avvisò di l'arsi in- 
nanzi tratto' la parte sua ; e ricordatosi del caro ' anello che 
aveva loro udito dire, come fu giù disceso, così di dito il 
trasse all'Arcivescovo, e rniselo a sé : e poi dato il pastorale 
e la mitra e' guanti, e spogliatolo infino alla camiscia, ogni 
cosa die loro, dicendo che più niente v'avea. : Costoro, affer- 
mando che esser vi dovea l'anello, gli dissero che cercasse 
per tutto ; ma esso rispondendo che noi trovava, e sembiante 
faccendo di cercarne, alquanto gli tenne in aspettare. Co- 
storo che d'altra parte erano, sì come lui, maliziosi, dicendo 
pur che ben cercasse, preso tempo, tiraron via il puntello 
che il coperchio dell'arca sostenea, e fuggendosi, lui dentro - 
dall'arca lasciaron racchiuso. 

La qual cosa sentendo Andreuccio, quale egli allora di- 
venisse, ciascun sei può pensare. " Egli tentò più volte, e 
col capo e colle spalle, se alzai'e potesse il coperchio, ma in 
vano si faticava ; per che da grave dolor vinto, 7 venendo 
meno, cadde sopra il morto corpo dell'Arcivescovo; e chi 
allora veduti gli avesse, malagevolmente avrebbe conosciuto 
chi più si fosse morto, o l'Arcivescovo o egli. Ma poi che 
in sé fu ritornato, dirottissimamente cominciò a piagnere, 
veggendosi quivi senza dubbio all'uno de' due fini dover 
pervenire : o in quella arca, non venendovi alcuni più ad 
aprirla, di fame e di puzzo tra' vermini del morto corpo 
convenirli morire; o vegnendovi alcuni, e trovandovi Ini 
dentro, sì come ladro dovere essere appiccato. 8 Et in così 
l'atti pensieri e doloroso molto stando, sentì per la chiesa 
andar genti, e parlar molte persone, le quali, sì come egli 
avvisava, quello andavano a fare che esso co' suoi compagni 
avea già fatto : di che la patirà gli crebbe forte. Ma poiché 
costoro ebbero l'arca aperta, e puntellato. 9 in quistion cad- 
dero, chi vi dovesse entrare, e ninno il voleva fare; pur 
dopo lunga tencione, ' ' un prete disse : 



1 Tarderò. — 2 Essi. — 3 Prima di tutto. — * Prezioso. III. 8: «iolio 
di belli -rioielli e di cari». — "Vi era. — «Cfr. Inf. XXX IV. 22 ss. - 
7 Oppresso. — ('Ir. II. 2. — rj Messo il puntello.— l0 Disputa, contesa. 
lui. vi. 64-5: * Dopo lunga tenzone Verranno al sangue». 






N'OVKI.I.A QUINTA 10*3 

— Clic paura avete \ oi? Credete <toì che egli vi mannelli ? 
LI morti non mangiano gli uomini: lov'enterrò dentro, lo. 

E cosi detto, posto il petto sopra l'orlo dell'arca, \ 
il capo In fuori, e dentro alando le gambe per doversi giù 
calare. Andreuccio, questo vedendo, in pie levatosi, prese 
il prete per luna delle gambe, e fé' sembiante <li volerlo 
gin tiraic. La «piai cosa sentendo colui, mise, uno strido 
grandissimo, e presto dell'arca si gittò fuori. Della qual cosa 
tutti #li altri spaventati, lasciata l'arca aperta, non altra- 
menti a fuggir cominciarono che se da cento milia ' diavoli 
fosser perseguitati. La qual cosa reggendo Andreuccio, lieto 
oltre a quello sperava, subito si gittò fuori; e per quella via 
onde era venuto, se n'asci della chiesa. 

E già avvicinandosi al giorno, con quello anello in dito 
andando alla ventura, pervenne alla marina, e quindi al suo 
albergo si rabbattè, dove gli suoi compagni e lo alberga- 
tore trovò tutta la notte stati in sollecitudine de' fatti suoi. 
A' quali ciò che avvenuto gli era. raccontato, parve, per lo 
consiglio dell'oste loro, che cosini incontanente si dovesse 
di Napoli partire. La qual cosa egli fece prestamente ; et a 
Perugia tornossi, avendo il suo" investito in uno anello, dove 
per comperare cavalli era andato. 



'Mangi. Cfr. Tuf. XXXIII. 60. — -vili. 7: cacciò dir. come io 
enterrà dentro....*. — Dovendosi.— ■ Così anche in Tnf. XXVI, 112. — 
8 ritrovò innanzi. — 6 In ansie per ciò che gli fosse occorso. — 'Da- 
naro. — ! Mentre. — ' Un'ottima illustrazione storica di questa novella 
ha fatta ili recente Bbnbdc i n> Cno< i . La novella ili Andreuccio da 
Perugia, Bari, Laterza, 1911. — La contrada Mqlpertugio era cosi chia- 
mata «la un foro aperto nel muro di cinta della città verso h> Bbocco 
di Rua Catalana, per maggior comodo «li quelli ohe dovendo recarsi 
al porto, volevano abbreviare il cammino. Ivi presso, circa il 1Mi»7. il 
iv Carlo li aveva fatto costruire il nuovo arsenale: Intorno al quale, 
com'è naturale, s'edificarono le logge dei mercanti foresi ieri : pisani, 
marsigliesi, catalani, siculi ; e gli alberghi. E com'è pnr naturale, quei 
luoghi divennero nido di gente equivoca. Purtroppo non era una «Ielle 
tante menzogne di madama Fiordaliso che - Napoli non era terra da 
andarvi per entro di notte I». Ce lo conferma una lettera del Petrarca, 
da Napoli, a Giovanni Colonna: dove deplorala e immedicabilis aegri- 
tndo buius urbis, quae mnltis in rebus praeclarissima, unum hoc 
obsouruin habet et obscoenum et inveteratimi malura. Nocturnum iter 
hic, non Bocue at^ue inter densissimas Bili as, anceps ac perioulis plenum 
est, obsidentibus \ iasnobilibus adolescentibus armatis. quorum lioeutiam 



108 GIORNATA SECONDA 






NOVELLA SESTA. 



Madonna Beritola, con due cavriuoli sopra una isola trovata, avendo 
due figlinoli perduti, ne va io Lunigiana. Quivi Pub de' figliuoli 
col signor di lei si pone, e della figliuola di lui s'innamora, et è 
messo in prigione. Cicilia ribellata al re Carlo, e il figliuolo ri- 
conosciuto dalla madre, sposa la figliuola del Signore: e il suo fra- 
tello ritrovato, è iu grande stato ritornato. 

Avevan le donne parimente et i giovani riso molto de' 
casi d'Andreuccio dalla Fiammetta narrati, quando Emilia, 
sentendo la novella finita, per comandamento della Reina 
così cominciò: 



nulla unquara vel patrum disciplina, vel magistratuum aUotoritas, vel 
regimi maiestas atque impernilo frenare «inivit. Quid auteni miri 
est si quid per umbra m noctis, nullo teste, petulantiua aUdeant, finn, 
luce inedia, inspectantibus regibus ac populo, infamie il 1 e gladiatorius 
ludus in urite itala eelebretur pluSquaro barbarica feritate (...». (Fu- 
miliar. Y. .">: voi. I. p. 271-2). — La tomba dell'arcivescovo Filippo 
Mininolo, morto il 24 ottobre 1301, esiste ancora oggi nel Duomo 
ili Napoli, nell'antica insigne cappella dilla famiglia Uapece-Minutolo. 
(Cfr. L. DE la Ville. La cappella dei Minulolo, nella -Napoli nobi- 
lissima», IV. p. 113-16: e s. Fraschettt, 11 monumento di Arrigo Mi- 
nulolo, ibid., XI. p. 49-52). In un documento Angioino del maggio 1336 
è cenno d'un Francesco Buttafuoco, morto da poco, siciliano, e proba- 
bilmente soldato, pensionato perebè rimasto fedele al ile. In un altro. 
del 1311. si nomina una dompna Flora staila, la (piale abitava al 
Malpertugio, e vi occupava una stanza con dietro vi un camerino: 
«pensionarla cniusdam camerae et unius mezzanini, siti retro ipsam 
cameram..., in platea Malipertusii ». E finalmente, in un terzo, del 1313, 
occorre il nome d'un Andrea de Perusìo, corriere di Adenolfo d'Aquino; 
il quale Adenolfo è uno dei due candidati alla paternità putativa della 
Fiammetta. (Cfr. 1>k Blasiis, Racconti ili Storia napoletana, Napoli, 
Perrella, 1908. p. 16S-71 1. — Il Iii.m.op (Ristori/ of Prose Fiction, London. 
1888 1. seguito dal Liebrecht [Zum Decamerone, nel Jahrbuch fiir 
rama niavhc iind englische Lìteraturgeschichte, XV, 1877, fase. 3) e da 
altri, suppone die l'avventura di Andreuccio in casa della Fiordaliso 
derivi dal fabliau di Courtois d'Arras intitolato Boivin tic Provins 
in Eecueil general ri campili dea Fabliaùx par Montaiglon et Ray- 
nald. Paris, 1877. voi. V. p, 52 --.); ed è forse troppo assoluto il 
Bédikk (Les fabliaùx, Paris, 1895, p. 149) nell'atferinare ebe «il n'\ 



Novki.i.a SESTA 109 


— Oravi cose e nojose -'ino i movimenti vari della For 
tutta: de' quali perchè quante volte, alcuna cosa si parla, 
tante è un destare delle nostre nienti, le quali leggiermente 
s'addormentano nelle .sue Lusinghe, giudico mai rincrescer 
non dover l'ascoltare o a' felici e agli sventurati, in quanto 
li primi remle avvisati e i secondi consola E per ciò quan 
tunque gran cose dette ne Bieno avanti, io intendo di rac- 
contarvene una novella non meno vera che pietosa: la quale, 
ancora che lieto fine avesse, fa tanta e si lunga l'amaritu- 
dine, che appena che io possa credere che mai da letizia 
seguita' si raddolcisse. 

Carissime donne, voi dovete sapere che. appresso la morte 
di Federigo secondo imperatore, fu re di Cicilia coronato 
Manfredi; appo il quale in grandissimo stato fu un gentile 
uomo di Napoli chiamato Arrighetto Capece. il (piale per 
moglie avea una bella e gentil donna similmente napole- 
tana, chiamata madonna Beritola Caràcciola. Il quale Arri 
ghetto, avendo il governo dell'isola nelle mani, sentendo che 
il re Carlo primo avea a Benevento vinto et ucciso Man 
frodi, e tutto il regno a lui si rivolgea; avendo poca sicurtà 
della corta 3 fede de' Ciciliani. e non volendo suddito dive- 
nire del nimico del suo signore, di fuggire s'apparecchiava. 
Ma questo da' Ciciliani conosciuto, subitamente egli e molti 



:i aucmi rapport entre 1<' jongleur Boivin, <pii est le dupeur, et le ina- 
quignon Andreuccio, <i ui est le <i u i >«'• ► . Il Landau (Die Quellen des 
Dekameron, p. 124) e il medesimo Libbrkcht \/Cm- Volkskunde, Heil- 
bronn, 1879, p. 154) banno anche messa in rilievo la somiglianza, forse 
solo apparente, che quella prima avventura presenta con la storia bud- 
distica del Re Pragiota. Della seconda avventura, quella del finto nella 
tomba, la fonte e stata additata nel romanzo di Senofonte di Efeso, 
Antheia <■ Habrocome, 1. ili. — Pietro Aretino riprodusse, con pochi 
mutamenti, la novella nella sua commedia // Filosofo, dove-, per sciocca 
bizzarria, al protagonista è messo nome Boccaccio. Il Pàbrizi la ridusse 
in versi, nel Libro della origine delti volgari proverbii, 1526. La imita- 
rono il Sercambi (Novelle inedite, edizione Renier, p. 39), Nicholas de 
rroyes, Martino Montano (1557). il Lesage (Gii Blas, II. 1), Hans 
Sachs. 11 Sacchetti, n. 120, nana d'un chierico fiorentino che entra in 
un iiimii minili per ispogliare un cavaliere morto di recente. La novella 
boccaccesca vive ancora nei racconti popolari, t'ir, per tutto ciò Lbe, 
l'In- Decameron, p. 30 !. — ' Per letizia «he ne seguisse. — I 
pure. - (t'r. V attender corto A'inf. XXVII, Ilo. 



lin GIORNATA SECONDA 

altri amici e servitori del re Manfredi furono per prigioni 
dati al re Carlo, e la possessione dell'isola appresso. Madonna 
Beritola, in tanto mutamento di cose, non sappiendo che 
d' Arri ghetto si t'osse, e sempre di quello che era avvenuto 
temendo, per tema di vergogna, ' ogni sua cosa lasciata ; 
con un suo figliuolo d'età forse d'otto anni, chiamato Gin 
st'redi, e gravida e povera, montata sopra una barchetta, se 
ne fuggi a Lipari, e quivi partorì un altro figliuolo maschio, 
il quale nominò lo Scacciato ; e presa una bàlia, con tutti 
sopra un legnetto montò per tornarsene a Napoli a' suoi 
parenti. Ma altramenti avvenne che il suo avviso; 2 perciò 
che. per forza di vento, il legno che a Napoli andar dovea, 
fu trasportato all'isola di Ponzo. l! dove entrati in un picciol 
seno di mare, cominciaron ad attender tempo ' al loro viag- 
gio. Madama Beritola, come gli altri, smontata in su l'isola, 
e sopra quella un luogo solitario e rimoto trovato, quivi a 
dolersi del suo Arrighetto si mise tutta sola. E questa ma- 
niera ciascun giorno tenendo, avvenne che, essendo ella al 
suo dolersi occupata, senza che alcuno o marinaro o altro 
se n' accorgesse, una galea di corsari sopravvenne, la quale 
tutti a man salva gli prese, et andò via. 

Madama Beritol'. finito il suo diurno lamento, tornata al 
lito per rivedere i figliuoli, come usata era di fare, niuna 
persona vi trovò. Di che prima si maravigliò, e poi subita- 
mente di quello che avvenuto era sospettando, gli occhi 
infra 5 '1 mare sospinse, e vide la galea, non molto ancora 
allungata, dietro tirarsi il legnetto: per la qual cosa otti 
inamente cognobbe. si come il marito, aver perduti i figliuoli; 
e povera e sola et abbandonata, senza saper dove mai al- 
cuno doversene ritrovare, quivi vedendosi, tramortita, il ma- 
rito e' figliuoli chiamando, cadde in su '1 lito. Quivi non era 
chi con acqua fredda o con altro argomento 7 le smarrite 
forze rivocasse; per che a bello agio poterono gli spiriti 
andar vagando dove lor piacque. Ma poi che nel misero corpo 
le perdute forze, insieme colle lagrime e col pianto tornate 



•Disonore, vituperio. — - Di quello che ella non immaginasse. — 
Ponza. — "Il tempo propizio. — Per entro, a traverso. — "Di- 
lungata. Pur//. VII, 61: «Poco allungati c'eravam di liei ». — 7 Mezzo, 
rimedio. Gir.' Inf. XXXI, 55; Purg, II, 31; XXX, 136. 






N'ivi..:. I. \ 9B8TA 111 

furono, lungamente chiamò i figliuoli, e molto per ogni ca 
verna gli andò cercando. Ma poi che la sua fatica conobbe 
vana. <■ vide la unite sopravvenire, sperando e non Bap- 
piendo che. di sé medesima divenne sollicita; 1 e dal lito 
partitasi, In quella caverna dove di piangere e di dol< 

era usa, SÌ ritornò. 

I'. poi che la notte con molta paura e con dolore inesti- 
mabile tu passata, e il di nuovo venuto, era già l'ora della 
terza valicata, essa che la sera davanti cenato non avea, da 
t'ame costretta, a pascer l'erbe .si diede; e pasciuta come potè, 
piangendo, a vari pensieri della sua futura vita si diede. Ne' 
quali mentre ella dimorava, vide venire una cavriuola, et 
entrare ivi vicino in una caverna, e dopo alquanto uscirne. 
e per lo bosco andarsene. Per che ella levatasi, là entrò 
donde uscita era la cavriuola. e vìdevi due cavriuoli, forse 
il di medesimo nati, li quali le parevano la più dolce cosa 
del mondo e la più vezzosa; e non essendolesi ancora del 
nuovo* parto rasciutto il latte del petto, quegli teneramente 
prese, e al petto gli si 5 pose. Li quali non rifiutando il ser- 
vigio, cosi lei poppavano come la madre avrebber fatto; e 
d'allora innanzi, dalla madre a lei niuna distinzion fecero. 
Per che. parendo alla gentil donna avere nel diserto luogo 
alcuna compagnia trovata, l'erbe pascendo e. bevendo l'ac- 
qua, e tante volte piagnendo quante del marito e de' figliuoli 
e della sua preterita vita si ricordava, quivi e a vivere e a 
morire s'era disposta, non meno dimestica" della cavriuola 
divenuta che de' figliuoli. 

E così dimorali io la gentil donna divenuta fiera." av- 
venne, dopo più mesi, che per fortuna" similmente quivi ar- 
rivò un legnetto di Pisani, dov' ella prima era arrivata, e 
più giorni vi dimorò. Era sopra quel legno un gentile uomo 
chiamato Currado de' marchesi Malespini. " con una sua donna 
valorosa' e santa; e venivano di pellegrinaggio da tutti i 



1 II, 5: t Dubitando e non sappiendo che »; IV, 2: «cominciò a spe- 
rare senza saper che». — : Cominciò a pensare ai casi snoi. — 'Passata 

Bua. — ' Pel recente. — 'Se gli. — • Affezionata. — ' Selvatica. — 
■ In seguito a una burrasca" di mare. Purg. XXXII. 116: «come nave 
in fortuna ►. -- 'Cfr. Purg. Vili, 118 ss. — "«Virtuosa. II. 7: eia più 
bella figliuola e la j»i fi onesta e la più valorosa...... 



Ili' GIORNATA SBCONDA 

santi luoghi li quali nel regno di Puglia sono, e a casa loro 
se ne tornavano. Il quale, per passare malinconia. ' insieme 
colla sua donna e con alcuni suoi famigliari e con suoi cani 
un di ad andare fra lisola' si mise. E non guari lontano al 
luogo dove era madama Beritola, cominciarono i cani di 
Currado a seguire i due cavriuoli, li quali già grandicelli 
pascendo andavano: li quali cavriuoli, da' cani cacciati, in 
nulla altra parte fuggirono che alla caverna dove era ma- 
dama Beritola. La quale questo vedendo, levata in pie e 
preso un bastone, li cani mandò indietro: e quivi Currado 
e la sua donna che i lor can seguitavano, sopravvenuti, ve- 
dendo costei che bruna e magra e pilosa divenuta era. si 
maravigliarono, et ella molto più di loro. 

Ma poi che a' prieghi di lei ebbe Currado i suoi cani ti- 
rati indietro, dopo molti prieghi la piegarono 3 a dire chi 
ella fosse, e che quivi facesse ; la quale pienamente ogni 
sua condizione et ogni suo accidente e il suo fiero proponi- 
mento loro aperse. 4 II che udendo Currado, che molto bene 
Arri ghetto Capece conosciuto avea. di compassion pianse, e 
con parole assai s'ingegnò di rivolgerla da proponimento sì 
fiero, offerendole di rimenarla a casa sua. o di seco tenerla 
in quello onore che sua sorella; e stesse tanto che Iddio più 
lieta fortuna le mandasse innanzi. Alle quali proferte non 
piegandosi la donna. Currado con lei lasciò la moglie, e le 
disse che da mangiare quivi facesse venire, e lei che tutta 
era stracciata, d'alcuna delle sue robe rivestisse, e del tutto 
facesse che seco la ne menasse. La gentil donna con lei 
rimasa. avendo prima molto con madama Beritola pianto de' 
suoi infortunj, fatti venire vestimenti e vivande, colla mag- 
gior fatica del mondo a prendergli e a mangiar la condusse; 
e ultimamente, dopo molti prieghi, affermando ella di mai 
non volere andare ove conosciuta l'osse, la 'ndusse a dover- 
sene seco andare in Luuigiana insieme co' due cavriuoli e 
con la cavriuola. la quale in quel mezzo del tempo 7 era tor- 
nata, e non senza gran maraviglia della gentil donna, l'avea 
fatta grandissima festa. 



Qui = noia. — 2 Nell'interno dell'isola. — '■' Indussero — ' Mani- 
festò. Ini. X, 44: «Non gliel celai, ma tutti g\ieY apersi». — "Facesse di 
tutto per menarli! cpn sé. — fi Finalmente. — 7 Nel frattempo, frattanto. 



NOVBLL \ BB8TA 1 13 

I ', cosi venuto il buon tempo, madama Beritola con Cor 
rado e colla sua donna sopra il lor legno montò, e con loro 
Insieme la cavriuola e i dne cavriuoli, da' quali, non sap 
piendosi per tutti il suo nome, ella fu Cavriuola dinomi- 
nata ; e con luton vcnlo, tosto infino nella loco della Magra 

n'andar >, dove smontati, alle lor castella ne salirono. 

filivi, appresso la donna di Currado, madama Beritola, in 

abito vedovile, come una sua damigella, onesta ec umile et 
obediente stette, sempre a 1 suoi cavriuoli avendo amore, e 
faCCendOglJ nutricare 

I corsari, li quali avevano a Ponzp preso il legno sopra 
il quale madama Beritola venuta era, lei lasciata, sì come 
da lor non veduta, con tutta l'altra gente a Genova n'an 
darono ; e quivi tra' padroni della galea divisa la preda, 
toccò per avventura tra l'altre cose in suite ad un messer 
Guasparrin d'Oria la bàlia di madama Beritola e i due fan- 
ciulli con lei. Il quale lei co" fanciulli insieme a casa sua 
ne mandò, per tenerli a guisa di servi, ne' servigi della 
casa. La bàlia, dolente oltre modo della perdita della sua 
donna, e della misera fortuna nella quale sé e i due fan 
ciullì caduti vedea, lungamente pianse. Ma poi che vide le 
lacrime aiente giovare, e sé esser serva con loro insieme, 
ancora che povera t'emina fosse, pure era savia et avveduta; 
per che prima, come potè il meglio, riconfortatasi, et ap- 
presso riguardando ' dove erano pervenuti, s'avvisò che se 
i due fanciulli conosciuti tossono, per avventura potrebbono 
di leggiere impedimento- ricevere. E oltre a questo, spe- 
rando che quando che sia 3 si potrebbe mutar la Fortuna, et 
essi potrebbero, se vivi fossero, nel perduto stato ' tornare ; 
pensò di non palesare ad alcuna persona chi fossero, se tempo 
di ciò non vedesse ; e a tutti diceva che di ciò domandata 
l'avessero, che suoi figliuoli erano. E il maggiore non Giu- 
sfredi, ma Giannotto di Procida nominava, al minore non 
curò di mutar nome : e con somma diligenzia mostrò a Giu- 
si redi perchè il nome cambiato gli avea, et a qual pericolo 



■Considerando- — 'Briga, impaccio. Cfr. l«t\ II. 94-5: « si com- 
piange I>i questo impedimento >. — l'uà volta, o prima o poi. — 

' (dudizione. 



114 GIORNATA SECONDA 

egli potesse essere' se conosciuto fosse. E questo non una 
volta, ma molte e molto spesso, gli ricordava : la qual cosa 
il fanciullo che intendente 2 era, secondo l'ammaestramento 
della savia balia ottimamente faceva. 

Stettero adunque, e mal vestiti e peggio calzati, ad ogni 
vii servigio adoperati, colla balia insieme pazientemente più 
anni i due garzimi in casa messe.r Guasparrino. Ma Gian I 
notto, già d'età di sedici anni, avendo più animo* che a 
servo non s'apparteneva', sdegnando la viltà della servii 
condizione, salito sopra galee che in Alessandria r andavano, 
dal servigio di messer Guasparrino si parti, e in più parti 
andò, in niente potendosi avanzare. 8 Alla fine, forse dopo 
tre o quattro anni appresso la partita fatta da messer Gua- 
sparrino, essendo bel giovane e grande della persona dive- 
nuto; et avendo sentito, il padre di lui, il qual morto cre- 
deva che fosse, essere ancora vivo, ma in prigione e in cat- 
tività 7 per lo re Carlo guardato;' quasi della Fortuna di- 
sperato, vagabundo andando, pervenne in Lunigiana. E quivi 
per ventura con Currado Malespina si mise per famigliare, 8 
lui assai acconciamente e a grado 1 " servendo. E come che 
rade volte la sua madre, la quale colla donna di Currado 
era, vedesse, ninna volta la conobbe, né ella lui : tanto la 
età l'uno e l'altro da quello che esser soleano quando ulti- 
mamente si videro, li avea trasformati. 

Essendo adunque Giannotto al servigio di Currado, av- 
venne che una figliuola di Currado, il cui nome era Spina, 
rimasa vedova d'uno Niccolò da Grignano, alla casa del 
padre tornò. La quale essendo assai bella e piacevole, e gio- 
vane di poco più di sedici anni. " per ventura pose gli occhi 
addosso a Giannotto, et egli a lei. e ferventissimamente l'uno 
dell'altro s'innamorò. Il quale amare non fu lungamente 



1 Essere esposto. — - Intelligente. IX. 5: « i- man di mi mi ire di diletto 
negl'intendenti.*. — :< Essendo di maggior animo, di più alto cuore. — 
'Non si coiifacesse. — 5 Cfr. [, 3; II, 7 e 9; X. 9. — "Migliorare la sua 
condizione. Petrarca, a. 32: «Per le cose dubbiose altri s'avanza». — 
7 Schiavitù. Più giù: «quale la vita loro in cattività e in lagrime si 
fosse....»; e VI, 10: «e trarla di quella eattività di star con altrui».— 
Custodito per conto del Re. — 'In qualità di servo. — l0 Con gradi- 
mento del signore. — " Più avanti. Guasparrino da in moglie ad Axri- 
ghetto «una sua tigliuoletta d'età d'undici anni»! 



NOVKI.I.A BB8TA 115 

sa effetto; e più mesi durò, aranti che 'li ciò ninna per- 
sona B'accorge88e. Per la qnal e ri troppo assi carati, 
cominciarono a tener maniera men discreta che a cosi fatte 
code non si richiedea; e andando nn giorno per un bosco 

bello e fnltn d'alberi la giovano insieme con Giannotto, la- 
sciata tutta l'altra compagnia, entrarono Innanzi. ' E parendo 
lori, molto di via aver gli altri avanzati, in un luogo dilet- 
tevole e pien d'erba e di fiori, e d'alberi chiuso, ripostisi, a 
prendere amoroso piacere l'un dell'altro incominciarono. E 
come lungo spazio stati -ià tessero insieme, avendo il gran 
diletto fattolo loro parere molto brieve. iti ci" dalla madre. 
della giovane prima, e appresso da Currado, soprappresi 
furono. Il quale, doloroso oltre modo, questo vedendo, senza 
alcuna cosa dire del perchè, amenduni li fece pigliare a 
tre suoi servidori, e ad un suo castello legati menargliene; 
e d'ira e di cruccio fremendo, andava disposto di fargli vi- 
tuperosamente morire. 

La madre della giovane, quantunque molto turbata fi 
e degna reputasse la figliuola per lo suo fallo d'ogni crudel 
penitouzia. ' avendo per alcuna parola di Currado compreso 
qual fosse l'animo suo verso i nocenti, r ' non potendo ciò 
comportare, avacciandosi sopraggiunse l'adirato mai-ito; e 
cominciollo a pregare che gli dovesse piacer di non correre 
furiosamente a volere, nella sua vecchiezza, della figliuola di- 
venir micidiale. 7 e a bruttarsi le mani di sangue d'un suo fante; 
e che egli altra maniera trovasse a sodisfare all'ira sua. sì 
come di faidi imprigionare, e in prigione stentare e pia 
gnere il peccato commesso. E tanto e queste e molte, altre, pa- 
role gli andò dicendo la santa donna, che essa da ucciderli l'a- 
nimo suo rivolse; e comandò che in diversi a luoghi ciascun 
di loro imprigionato fosse, e quivi guardati bene e con poco 
cibo e con molto disagio servati, infin a tanto che esso altro 
diliberasse di loro; e così fu fatto. Quale la vita loro in cat- 
tività e in continue lagrime, e in più lunghi digiuni che 
loro non sarien bisognati, si fosse, ciascuno sei può pensare. 



testo episodio no ricorda un altro della V, 7. — 2 Come ohe, 
benché. — Sorpresi. — ' Pena, castigo. — ' Colpevoli. — ' Affrel tandosi. 
Purg. VI, 27: *s'uvacci il lui- divenir s:nite>. — : Omicida. Cfr. Vili, 
7: «a' micidiali, daunati dalla Ragione...... — 'Separati. — 'Tenuti. 



116 GIORNATA SECONDA 

Stando adunque Giannotto e la Spina in vita cosi dolente, 
et essendovi già un anno, senza ricordarsi Currado di loro, 
dimorati: avvenne che il re Piero di Raona, ' per trattato- 
di messer Giau di Procida, ! l'isola di Cicilia ribellò e tolse 
al re Carlo: di che Currado, come ghibellino, fece gran fe- 
sta. La qual Giannotto sentendo da alcuno di quelli che a 
guardia L'aveano, gittò un gran sospiro, e disse: 

— Ahi lasso me! che passati sono anni quattordici che 
io sono andato tapinando ' per lo mondo, niun' altra cosa 
aspettando che questa, la quale ora che venuta è, acciò che 
io mai d'aver ben più non speri, m'ha trovato in prigione, 
della qual mai se non morto uscire non spero ! 

• — E come V, disse il prigioniere ; 5 che monta ' a te quello 
che i grandissimi re si facciano? Che avevi tu a fare in Ci- 
cilia? 

A cui Giannotto disse: 

— El pare 7 che '1 cuor mi si schianti,* 1 ricordandomi di 
ciò che già mio padre v'ebbe a fare. Il quale, ancora che 
picciol fanciul fossi quando me ne fuggii, pur mi ricorda 
che io nel vidi signore, vivendo il re Manfredi. 

Seguì il prigioniere: 

— E chi fu tuo padre? 

— Il mio padre, disse Giannotto, posso io ornai sicu- 
ramente manifestare, poi nel pericolo mi veggio, il quale 
io temeva scoprendolo. Egli fu chiamato et è ancora, s'el 
vive, Arri ghetto Capece; et io non Giannotto, ma Giu- 
sfredi ho nome. E non dubito punto, se io di qui fossi fuori, 
che tornando in Cicilia, io non v'avessi ancora grandis- 
simo luogo. 9 

Il valente uomo, senza più avanti andare, come prima 
ebbe tempo, questo raccontò a Currado. Il che Currado udendo, 
quantunque al prigiouier mostrasse di non curarsene, anda- 
tosene a madonna Beritola, piacevolmente'" la domandò se 
alcun figliuolo avesse d'Arrighetto avuto, che Giusfredi 
avesse nome. La donna, piangendo, rispose che se il mag- 



1 D'Aragona. — 2 Maneggio, congiura. — *Cfr. V, 6. — 'Vivendo 
stentatamente.— s Carceriere. — 6 Preme. — "Egli pare, pare. — 
Vita Nuova, 36: «Ch!io renio forte oo lo cor si schianti ». — 9 Grado. 
— |n Garbatamente. 



VKl.l.A 8B8TA 1 IT 

suoi due che avuti avea fosse vivo, cosisi chiame- 
rebbe, e sarebbe d'età ili venti due anni. Questo udendo Cui 
rado, avvisò lui dovere esser desso; e caddegll nell'animo, 1 
se rosi fosse, che egli ad un' ora poteva una gran miseri- 
cordia fare, e la sua vergogna e quella della figliuola tòt 

\ ia, dandola per moglie a COStui. 

K per ciò fattosi segretamente Giannotto venire, partite- 
mente d'ogni sua passata vita ['esaminò. E trovando per 
assai manifesti indiz.j. lui veramente esser Giusfredi figliuolo 
d'Arrighetto Capece, gli disse: 

— Giannotto, tu sai quanta e quale sia la 'ngiuria la 
(jiial tu m'hai latta nella mia propria figlinola; là dove, trat- 
tandoti io bene e aniichevolmente, secondo che servidor si 
dèe tare, tu dovevi il mio onore e delle mie cose sempre e 
cercare et operare; e molti sarebbero stati quegli, a 1 quali 
se tu quello avessi tatto che a me Incesti . che vituperosa- 
mente ti avrebber fatto morire: il die la mia pietà non sof- 
ferse. < ira. poi che così è come tu mi di', che tu figlino! se' 
ili gentile uomo e di gentil donna, io voglio alle tue ango- 
sce, quando tu medesimo vogli, porre fine, e trarti della 
miseria e della cattività nella qual tu dimori, e ad una ora 
il tuo onore e '1 mio nel suo debito luogo riducere. ' Come 
tu sai. la Spina, la quale tu con amorosa, avvegna che scon- 
venevole a te e a lei. amistà prendesti, è vedova, e la sua 
dote è grande e buona: quali sieno i suoi costumi, e il 
padre e la madre di lei. tu il sai: del tuo presente stato, 
niente dico. Ter che, quando tu vogli. io sono disposto, dove 
ella disonestamente amica ti tu. che ella onestamente tua 
moglie divenga; e che in guisa di mio figliuolo, qui con 
esso meco e con lei, quanto ti piacerà, dimori. 

Avea la prigione macerate le carni di Giannotto; ma il 
generoso animo dalla sua origine tratto, non aveva ella in 
cosa alcuna diminuito, 6 né ancora lo 'utero amore il quale 
egli alla sua donna portava E quantunque egli iervente- 



' I. 7: enei pensiero <ìi messei Cane era caduto. ..«>. — '-'In ogni 
particolare. — :; Procurare colle opere. — Reintegrare. Scemato. 

— Integro, perfetto. Cfr. 111,5: «m'aocorsi il tuo amore verso me 
grandissimo e perfetto»; e Purg. XVII. 30. 



118 GIORNATA SECONDA 



mente disiderasse quello che Currado gli oftereva, ' e sé ve- 
desse nelle sue forze, in niuna parte piegu" quello che la 
grandezza dell'animo suo gli mostrava di dover dire; e ri- 
spose : 

— Currado, uè cupidità di .signoria, né desiderio di de- 
nari, né altra cagione alcuna mi fece mai alla tua vita né 
alle tue cose insidie come traditor porre. Amai tua figliuola, 
et amo e amerò sempre, per ciò che degna la reputo del 
mio amore; e se io seco fai men che onestamente, secondo 
la opinion de' meccanici 3 , quel peccato commisi il quale 
sempre seco tiene la giovanezza congiunta, e che se via si 
volesse tórre, converrebbe che via si togliesse la giovanezza, 
et il quale, se i vecchi si volessero ricordare d'essere stati gio- 
vani, e gli altrui difetti colli loro misurare e gli loro cogli 
altrui, non saria grave come tu e molti altri fanno': e come 
amico e non come nemico il commisi B . Quello che tu offerì 
di voler fare, sempre il disiderai; e se io avessi creduto che 
conceduto mi dovesse esser suto , lungo tempo è che do- 
mandato l'avrei ; e tanto mi sarà ora più caro, quanto di ciò 
la speranza è minore. Se tu non hai quello animo che le 
parole tue dimostrano, non mi pascere di vana speranza : 
fammi ritornare alla prigione, e quivi quanto ti piace mi fa 
affliggere; che quanto io amerò la Spina, tanto sempre per 
amor di lei amerò te, che che tu mi ti facci, e avrotti in re- 
verenza. 

Currado avendo costui udito, si maravigliò, e di grande 
animo il tenne, et il suo amore fervente reputò, e più ne 
l'ebbe caro. E per ciò, levatosi in pie, l'abbracciò ebasciò; 
e senza dar più indugio alla cosa, comandò che quivi che- 
tamente ' fosse menata la Spina. 

Ella era, nella prigione, magra e pallida divenuta e de- 
bole; e quasi un'altra femina che esser non soleva, parea; 
e così Giannotto un altro uomo. I quali nella presenzia di 
Currado, di pari consentimento contrassero le sponsalizie, 
secondo la nostra usanza. 



1 Cfr. Parad. XIII. 140. — ; Mutò, scemò. — 3 Degli uomini gros- 
solani, la gente (/rossa di Inf. XX XIV, 92. — 'Giudicano. — °l«'i- 
corda l'aneddoto di Pisistrato, in Purg. XV, 97-105. — ' Stato. — ' Se- 
gretamente. 



NOVELLA monta 11' 1 



E pili che l'iù giorni, senza sentirsi : da alcuna persona 
di ciò che fatto era, alcuna cosa, gli ebbe di tutto ciò che. 
bisognò loro, e di piacere era, fatti adagiare : parendogli 
tempo di farne le lor madri liete . chiamate la sua donna 
e la Cavi-inula, così verso lor' disse: 

— Clio direste voi, madonna, se io vi facessi il vostro 
figliuolo maggior riavere, essendo egli marito d'una delle 
mie figliuole? 

A cui la Cavriuóla rispose: 

Io non vi potrei di ciò altro dire se non che, se io vi 
potessi più esser tenuta che io non sono, tanto più vi sarei, 
quanto voi più cara cosa che QOQ sono io medesima a me, 
mi rendereste; e rendendomela in quella guisa che voi dite, 
alquanto in me la mia perduta speranza rivocareste. 

E lacrimando si tacque. Allora disse Currado alla sua 
donna : 

— E a te che ne parrebbe, donna, se io cosi fatto ge- 
nero ti donassi? 

A cui la donna rispose: 

— Non die un di loro che gentili uomini sono, ma un 
ribaldo , quando a voi piacesse, mi piacerebbe. 

Allora disse Currado: 

— Io spero infra pochi di farvi di ciò liete feniine. 

E veggendo già nella prima forma i due giovani ritor- 
nati, onorevolmente vestitigli, domandò Giusfredi : 

— Che ti sarebbe caro sopra l'allegrezza la qual tu hai, 
se tu qui la tua madre vedessi? 

A cui Giusfredi rispose: 

— Egli non mi si lascia " credere che i dolori de' suoi 
sventurati accidenti l'abbian tanto lasciata viva; ma se pur 



'Trapelarsi. — -Forniti largamente. IV, 3: «pensò di potersi ne' 
buoi difetti adagiare per lo costoro amore». — 3 C'Ir. Purg. III. 142. — 
1 A loro, rivolto a loro. 11. '-': « l'un de' masnadieri disse verso Rinaldo». 

t'orno «li vile condizione, straccione. 1. 7: -se alcuno conoscesse 
quel ribaldo che a rimpettO all'uscio della SUH camera sedeva alle 

tavole». Figura, aspetto. — 7 Oltre. Cfr. Vita Nuova, 8 :< ciò che al 

mondo e da laudare In gentil donna sorrti de l'onore ». E II, 3 : « Gran 

parte delle lor possessioni ricomperarono, e molte dell'altre comperai 
topra quelle». — B Non posso, non mi ai permette. 



120 GIORNATA SECONDA 

fosse, sommamente mi saria caro, sì come colui che ancora 
per lo suo consiglio mi erederrei ' gran parte del mio stato 
ricoverare in Cicilia. 

Allora Currado l'uua e l'altra donna quivi fece venire. 
Elle fecero amendune maravigliosa testa alla nuova sposa; 
non poco maravigliandosi, quale spirazione - potesse essere 
stata, che Currado avesse a tanta benignità recato, che Gian 
notto con lei avesse congiunto. Al quale madama Beritola, 
per le parole da Currado udite, cominciò a riguardare; e da 
occulta virtù 3 desta in lei alcuna rammemorazione de' pue- 
rili lineamenti del viso del suo figliuolo, senza aspettare 
altro dimostramento 4 , con le braccia aperte gli corse al collo: 
uè la soprabondaute pietà 5 o allegrezza materna le permi- 
sero di potere alcuna parola dire; anzi sì ogni virtù ° sensi- 
tiva le chiusero 7 , che quasi morta nelle braccia del figli noi 
cadde. Il quale quantunque molto si maravigliasse, ricor- 
dandosi d'averla molte volte avanti in quel castello medesimo 
veduta e mai non riconosciutola, pur nondimeno conobbe 
incontanente l'odor materno, e sé medesimo della sua pre- 
terita •■ trascutaggine ' biasimando, lei nelle braccia ricevuta 
lagrimando teneramente basciò. Ma poi che madama Bela- 
tola, pietosamente dalla donna di Currado e dalla Spina 
ajutata con acqua fredda e con altre loro arti, in sé le smar- 
rite forze ebbe rivocate, rabbracciò da capo il figliuolo con 
molte lagrime e con molte parole dolci; e piena di materna 
pietà, mille volte o più il basciò, et egli lei reverentemente 
molto la vide e ricevette. 

Ma poi che l'accoglienze oneste e liete furo iterate tre e 
quattro volte ' ", non senza gran letizia e piacere de' circu- 
stanti, e l'uno all'altro ebbe ogni suo accidente narrato; 






iCosì sempre: I. 8; II, 9: III, 8 e 9: IV, 10: V, 2, ecc. - -'Ispi- 
razione. Cfr. Punì. XXX. 133. — 3 Purg. XXX, 38: « Per occulta virtù 
chi- ila lei mosse...»: e V, 5: «La giovane, da occulta virtù mossa, con 
lui teneramente cominciò a piagnere». — 4 Prova, indizio. — 5 Amor 
materno. Ini'. XXVI, 94-5: «la pietà Del vecchio padre». — 'Facoltà. 
vigore. - 'Vinsero. Cfr. Inf. VI. 1: Vili, 88. — «Passata. Parad. 
XXIII. 51. — B Trascurataggine, trascuraggine. I, introd. : «acciò che 
noi per ischifiltà o per trascutaggine non cadessimo in quello...... — 

11 Purg. VII, 1-2. 



I 






N<>\ KM A 8E8TA 121 

odo uià Currado a" suoi amici significato ' . con gran pia- 
ceri' ili tutti, il nuovo parentado (atto «la lui, e ordinando 
una beila e magnifica festa; gli disse Giusfredi: 

— Currado, voi avete tatto me lieto di molte cose, e lun- 
mente avete onorata mia madre: ora, acciò che ninna 

parte in quello che pei 70Ì si possa ci resti a fare, vi pri< 
che voi mia madre e la mia festa e me lacciaie lieti della 
presenza di mio fratello, il quale, in forma di servo, messer 
Quasparrin d'Oria tiene in casa, ii quale, come io vi dissi 
già, e lui e me prese in corso : et appresso, che voi alcuna 
persona mandiate in Cicilia, il qua! pienamente s' informi 
delle coudizioni e dello stato del paese, e méttasi a sentire ' 
quello che e d'Arrighetto mio padre, se egli è o vivo o 
morto; e se è vivo, in che stato; e d'ogni cosa pienamente 
informato, a noi ritorni. 

Piacque ■ Currado la domanda di Giusfredi; e senza al- 
cuno indugio, discretissime persone mandò e a Genova e 
in Cicilia. 

Colui che a Genova andò, trovato messer Goasparrlno, 
da parte di Currado diligentemente il pregò che lo Scacciato 
e la sua balia gli dovesse mandare, ordinatamente narran- 
dogli ciò che per Currado era stato fatto verso (xiusfredi e 
verso la madre. Messer Guaspaxrin si maravigliò forte, qtiesto 
udendo; e disse: 

— Egli è vero che io farei per Currado ogni cosa che io 
potessi, che gli piacesse ; et ho bene in casa avuti, già sono 
quattordici anni, il garzon che tu dimandi, e una sua madre 

li quali io gli manderò volentieri. Ma diràgli ' da mia parte 
che si guardi di non aver troppo creduto o di non credere 
alle favole di Giannotto, il qual di' che oggi si fa chiamar 



'Annunziato. V. 2: « piacque alla gentil donna «li volere esser colei 
ohe a Martuccio significasse quivi a lui esser venuta la bus Gostanza»; 
VII, '.'; «per quel iii>>< t< > che miglior ti parrà, il mio amore gli signifi- 
cherai ». — - In qualità, in condizione. II.!*. * io sono la misera Zinevra, 

anni andata tapinando in forma d'uom per lo inondo»; IV. 2: «e 
venendo iti forma d'agnolo voi noi potreste toccare».— 'Feci prigio- 
nieri corseggiando. Vili, 9: «E questa cosa chiamiamo noi vulgar- 
mente l'andare in eorso, per ciò ohe sì conio i corsari tolgono la roba 
d'ogn'uomo, e «osi facoiam noi». — 'Cerchi d'informarsi, — Molto 

•ito. — ' l'na corta tale clic si spacciava per sua madie. — "Diràiy;li. 



1-2-2 GIORNATA SECONDA 



Giusfredi ; per ciò che egli è troppo più malvagio che egli 
non s'avvisa. 

E così detto, fatto onorare ' il valente uomo, si fece in 
segreto chiamar la balia, e cautamente la esaminò di questo 
l'atto. La quale, avendo udita la rebellion di Cicilia, e sen- 
tendo Arrighetto esser vivo, cacciata via la paura che già 
avuta avea, ordinatamente ogni cosa gli disse, e le cagioni 
gli mostrò per che quella maniera che l'atta aveva, tenuta 
avesse. Messer Guasparrin veggendo li detti della balia con 
quegli dello ambasciador di Currado ottimamente convenirsi , 
cominciò a dar fede alle parole; e per un modo e per un 
altro, si come uomo che astutissimo era, fatta inquisizion 3 
di questa opera \ e più ogni ora trovando cose che più lede 
gli davano al fatto, vergognandosi del vii trattamento fatto 
del garzone, in ammenda di ciò, avendo una sua bella tìglio- 
letta d'età d'undici anni, conoscendo egli chi Arrighetto era 
stato e fosse, con una gran dote gli die per moglie. E dopo 
una gran festa di ciò fatta, col garzone e colla figliuola e 
collo ambasciadore di Currado e colla balia montato sopra 
una galeotta bene armata 5 , se ne venne a Lèrici; dove rice- 
vuto da Currado, con tutta la sua brigata n'andò a un Castel 
di Currado, non molto di quivi lontano, dove la festa grande 
era apparecchiata. 

Quale la festa della madre fosse rivedendo il suo figliuolo, 
qual quella de' due fratelli, qual quella di tutti e tre alla 
fedel balia, qual quella di tutti fatta a messer Guasparrino 
e alla sua figliuola, e di lui a tutti, e di tutti insieme con 
Currado e colla sua donna e co' figliuoli e co' suoi amici, 
non si potrebbe con parole spiegare; e per ciò a voi, donne, 
la lascio ad imaginare. 

Alla quale acciò che compiuta fosse, volle Domeneddio, 
abbondantissimo donatore quando comincia, sopraggiugnere : 
le liete novelle della vita e del buono stato d 'Arrighetto 



1 Onorevolmente ospitare. — -Esser conformi. — B Ricerca. — 1 Fac- 
cenda. II. 7: * l'opera potrà esaere andata in modo che noi ci trove- 
remo buon compenso». — 5 Fornita. II, 1: « comperò un legnetto sottile 

da corseggiare, e quello d'ogni cosa opportuna a tal .servigio armò e 
puerili ottimamente». — 6 Una gran lesta. — : Aggiungere di più. IX. 
4: «tanti prieghi sopraggiugnendo». 



NOVELLA SESTA 123 

Capere. iVr ciò die. essendo la festa grande, e i convitati. 

le donne e -li uomini, alle tavole ancora alla prima vi 

vaada; sopraggiunse colui il «piale andato era in Cicilia. E 
tra l'altre cose, raccontò d 'Arrighetto che. essendo egli in 

cattività per lo re Carlo guardato, «pianilo il romore ' contro 
al re si levò nella terra , il popolo a furore corse alla pri- 
gione; e uccise le guardie, lui n'avean tratto fuori, e si 
come capitale nemico del re Carlo, l'avevano tatto lor capi- 
tano, e seguitolo a cacciare e ad uccidere i Franceschi. Per 
la qual COSA egli sommamente era venuto nella grazia del 
re Pietro, il quale lui in tutti i suoi beni e in ogni suo onore 
rimesso aveva; laonde egli era in -rande e. in buono staio. 

grugnendo che egli aveva lui con sommo onore ricevuto, 
e inestimabile festa aveva fatta della sua «lonua e del fi- 
gliuoli-, de' quali mai, dopo la presura sua, niente aveva 
saputo; e oltre a ciò mandava per loro una saettia ' con al- 
quanti gentili uomini, li quali appresso venieno. 

Costui fu con grande allegrezza e festa ricevuto e ascoi 
tato; e prestamente Currado con alquanti dei suoi amici in- 
contro si fecero a' gentili uomini che per madama Beritola 
e per Giusfredi venieno: e loro lietamente ricevette, e al 
suo convito, il quale ancora al mezzo non era, gTintrodusse. 
Quivi e la donna e Giusfredi, e oltre a questi, tutti gli altri 
con tanta letizia gli videro, che mai simile non fu udita; et 
essi, avanti che a mangiar si ponessero, da parte d'Arrighetto 
e salutarono e ringraziarono, quanto il meglio seppero e più 
poterono, Currado e la sua donna dell'onore fatto e alla donna 
di lui e al figliuolo; e Arrighetto et ogni cosa che per lui 
si potesse, offersero al lor piacere. Quindi a messer Gua 
sparrin rivolti, il cui beneficio era inopinato ', dissero sé es- 
sere certissimi che qualora ciò che per lui verso lo Scac- 
ciato stato era fatto, da Arrighetto si sapesse, che grazie si- 
miglianti e maggiori rendute sarebbono. Appresso questo, 
lietissimamente nella festa delle due nuove spose, e con li 
novelli sposi, mangiarono. 

Ne s«>lo quel dì fece Currado festa al genero e agli altri 
suoi e parenti et amici; ma molti altri. La quale poi che ri- 



1 Tumulto, sollevazione. — J Città. — » Legno da i-orso, velocissimo. 
— ' Iuipreveiluto. inatteso. 



1:24 GIORNATA SECONDA 

posata tu', parendo a madama Beritola e a Giusfredi e ai: li 
altri da doversi partire \ con molte lagrime da Currado e 
dalla sua donna e da messer Guasparrino, sopra la saettìa 
montati, seco la Spina menandone, si partirono; et avendo 
prospero vento, tosto in Cicilia pervennero. Dove con tanta 
festa da Arrighetto tutti parimente, e' figiiuoli e le donne, 
furono in Palermo ricevuti, che dire non si potrebbe giam- 
mai. Dove poi molto tempo si crede che essi tutti felicemente 
vivessero, e, come conoscenti ; del ricevuto beneficio, amici 
di messer Domeneddio '. 



1 Fu finita, cessò. X. 3: «rijwsandoseue già il ragionar delle donne». 
— s Giunto il tempo di dover partire. — s Riconoscenti- Petrarca. 28: 
«Et or perchè non tìa Cortese no, ma conoscente <• pia?»; Convivio 
II, 7: «S'egli è beneficio, esso che lo riceve si mostri conoscente vèr 
lo benefattore ». — J Questa novella, dice lo Zumbini (Di alcune novelle 
del Boccaccio e dei suoi criteri d'arie, Firenze, 1905, p. 6 ss.), «per 
alcuni dei suoi precipui caratteri, appartiene al novero dei racconti 
boccacceschi che più tengono dell'avventuroso e che. per qualche ri- 
spetto, ci fanno rammentare dea romanzi greci». Di storico non c'è 
che la cornice ; che «niun documento o altra fonte autorevole assicura 
l'esistenza di un Arrighetto Capece >. attcsta lo Schipa; e « come alla 
ricerca storica si dileguano il governo di Sicilia, la prigione e la libe- 
razione, anzi la stessa persona di Arrighetto Capece, così dileguasi la 
persona di sua moglie». Inoltre, l'isola di Ponza non fu mai disabitata 
del tutto, e certamente non era al tempo dei Vespri. — 11 Manni ebbe 
già ad additare la somiglianza che con la novella ha la leggenda di 
sant'Eustachio. La quale lo Zumbini riassume così: «Placido, capitano 
dei cavalieri dell'imperatore Traiano, mentre inseguiva a caccia un 
cervo, ecco fra le corna di quello apparirgli l'immagine di Cristo in 
croce: e lo stesso cervo, anzi Cristo per il cervo, gridargli: Placido, 
perchè mi perseguiti; A cagione di queste ed altrettali parole, il ca- 
valiere insieme con la moglie e i due figliuoli si fa battezzare segre- 
tamente: da quella conversione il suo nuovo nome di Eustagio. Ma 
volendo Iddio sottoporlo a terribili i>rove, ei perde in breve tutti i 
suoi averi: e quindi da Roma si fugge coi suoi in Egitto. Se non che. 
per nuovi e strani accidenti, vede rapirglisi la consorte e i figli: e 
rimasto solo e misero, si acconcia ai servigi di alcuni ricchi signori, 
('creato poi per ordine dell'imperatore, e costretto a comandarne l'e- 
sercito in battaglia, sconfigge i nemici. .Militavano però nel suo eser- 
cito, non conosciuti da lui che gin li credeva morti, i suoi figliuoli. 
Questi, sempre per singolari accidenti, s'erano poco avanti incontrati 
e riconosciuti l'uno ceni l'altro, e immediatamente dopo, con la comune 
madre: ed ora e figli e madre si riconoscono coi rispettivo loro padre 
e marito. All'ultimo, sotto il nuovo imperatore Adriano, essi tutti, che 
già, come s'è visto, eransi l'atti cristiani fin dalla miracolosa appari- 



NOVBLLA SETTIMA 

La NOVELLA SETTIMA è narrata da Pamfilo. - l'n 
Boldano ili Babilonia, chiamato Beminedab, aveva, tra altri, 
una figliuola a numi' Alatiel, «la quale, per quello che 
ciascuno che la vedeva dicesse, era la più lidia femina 
che si vedesse in quo' tempi nel mondo La diede in mo- 
glie al Re del Garbo [Al garvio era chiamata la provincia più 
settentrionale del Marocco]; e gliela spedì per mare. Ma oltre- 
passata la Sardigna, la nave fu assalita ila una burrasca, e co 
lata a i'oihIo inni guari sopra Maiolica' [Majorca, nelle, Ba- 
leari ; efr. luf. XXVIII, 83j. I .a bella Saracina : fa gettata 
semiviva sulla spiaggia dell'isola, e raccolta, in compagnia 

di poche sue donno, ila l'eiicon da VisalgO, signore d'un 
castello li presso. Questi se ne invaghì furiosamente; ma 
un suo [rateilo. Marato. invaghitosene anche lui, lo uccise, 
e trafugò la donna su una nave mercantile diretta a Chia- 
renza in Romania (un porto della Morea]. Durante il viaggio, 
furono conquistati dalla singolare bellezza di lei i due giovani 
padroni della nave; che accordatisi, gettarono in acqua 
Marato. Sennonché, vennero alle mani tra loro; e l'uno 
cadde morto, l'altro gravemente ferito. Giunti, finalmente, 
a Chiarenza, la donna fu vista dal Prenze della Morea; che 
ne fu subito preso, e se ne impossessò. Ma, com'era natu- 
rale, al Duca d'Atene, amico del Principe, venne curiosità 
di conoscere una così decantata bellezza. Al vederla. « ap 
pena seco poteva credere lei essere cosa mortale: e non ac- 
corgendosi, riguardandola, dell'amoroso veleno che egli con 
gli occhi bevea, credendosi al suo piacere sodisfare miran- 
dola, sé stesso miseramente impacciò, di lei ardentissima- 
mente innamorandosi ». Calpestando ogni altro riguardo, da 
un sicario fece buttar dalla finestra il Prenze, e condurre la 
plonna • non in Atene, ma ad un suo bellissimo luogo, che 



zione del oervo, muoiono martiri della nuova fede». — Il Landau 
(Die Queìlen, p. 248) addita anohe mia certa somiglianza della novella 
con la sturili ili su n Clemente papa, che fu volgarizzata nelseooloXIV 
Bologna, 1863); e uia il Lami ebbe a segnalare la parentela di essa col 
poemetto intitolato Primo cantare di Car 'duino (cfr. Kv.inv. I Cantari 
ili Caratano, Bologna, Romagnoli, 1873). Fu imitata «la <;. B. Giraldi 
Cintiò, negli Eeatommili, V, 8; da Eans Sachs; da Nicholas de Troj es; 
e dal (irtene, nel Perimedes the Blacksmith, 1588. 



196 GIORNATA SECONDA 



poco di fuori dalla città sopra il maro aveva». Il fratello 
del trucidato Prenze gli mosse guerra ; ed egli si rivolse, 
per aiuto, all'Imperadore di Costantinopoli. Che mandò Con- 
statino suo figliuolo e Manovello suo nepote « con bella e 
con gran gente ». Constantino. non appena la vide, s'inna- 
morò della bellissima donna; e una notte, mentre il Duca 
era al campo, la trafugò in barca, prima pervenendo all'i- 
sola di Egina [cfr. Inf. XXIX, 59] e poi a quella di Chios. 
Qui fu assalito e depredato da Osbech re de' Turchi, che 
condusse la povera donna a Smirre [Smirne]. Sennonché 
l'Imperadore gli mosse contro il Re di Cappadocia; ed egli 
dovè lasciare la donna alla custodia d'un suo famigliare, 
maturo d'anni, chiamato Antioco, e andare al campo. Dove 
fu ucciso; e la donna e il suo guardiano fuggirono a Rodi. 
Colà Antioco morì, e affidò la sua compagna a un mercante 
Cipriano suo amico: che la condusse con sé a Cipri, alla 
città di Baffa. Per ventura capitò lag'giù « un gentile uomo, 
il cui nome era Antigono, la cui età era grande, ma il senno 
maggiore, e la ricchezza piccola»; il quale, vista un giorno 
alla finestra la donna, la conobbe, e ne fu riconosciuto. Con 
l'aiuto del Re di Famagosta, la liberò e accompagnò al Sol- 
dano, padre di lei, che già l'aveva pianta come morta. Il 
Soldano significò al Re del Garbo la lieta novella, « scriven- 
dogli oltre a ciò, che, se gli piacesse d'averla, per lei si man- 
dasse. Di ciò fece il Re del Garbo gran festa, e mandato 
onorevolmente per lei, lietamente la ricevette » . E perciò si 
disse: Bocca basciata non perde ventura, anzi rinnuova come 
fa la luna\ 1 



1 La novella presenta tutti i caratteri d'un romanzo greco: e so-, 
miglia molto a quello, u i : " dianzi ricordato (II, 5), di Senofonte Efesio, 
siorin ili Antheia e Habrocome. Fu imitata dall'Ariosto nell'episodio 
d'Isabella <■ Zerbino | Oriundi) ?" uri oso. c.XIIU,e in quello della burrasca 
che travolse Ruggiero •■ i sette re da lui liberati (e. XLI). Cfr. Rajna, 
Li- jouli dell'Orlando Furioso. Firenze, Sansoni. 1900, p. 233-4. 557 e 
566-7. E fu tradotta, riassunta o parafrasata da Nicholas de Troyes, 
dal Brantdme e «lai La Fontaine: e anche ridotta in commedia, da 
Scribe. — Per tutto il resto, cfr. E. Montégui Lafiancée iiu voi du 
(iini.i ri le Decameron, nella Revue dea deux mondes, 1 giugno 1863. 
Non ha importanza lo scritto di L. Ancona, Del Boccaccio e dello, sua 
novella di Alutici, in Classici e neolatini, V. 1909. p. 31 ss. 



NOVrei.LA OTTAVA 127 



NOVELLA OTTAVA. 

Il conte d'Anguersa, falsamente accusato, va in esilio e lasoia due suoi 
tifinoli in diversi luoghi in Inghilterra; et egli soonosciuto, tor- 
nando ili Scozia, lor truova in buono stato. Vac » ragazzo nello 

rcito del Re ili Francia; e riconosciuto innocente, •• nel primo 
■ 1 ritornato. 

Sospirato fu limito dallo donne per li vari casi «Iella bella 
donna: ma ehi sa che cagione moveva que' sospiri? Forse 
ne erari di quelle che non meno per vaghezza di cosi spe 

nozze, che per pietà 'li colei sospiravano'. Ma lasciando questo 
slare al presente, essendosi <la loro riso per l'ultime parole 
da PainHIo dette, e veggendo la Reina in quelle la novella 
di lui esser finita, ad Elisa rivolta, impose che con una delle 
sue l'ordine seguitasse. La quale, lietamente faccendolo, in- 
cominciò : 

Ampissimo campo è quello per lo quale noi oggi spa- 
ziando andiamo; uè ce n'è alcuno che, non che uno aringo, 
ma dìece non ci potes.se assai leggiermente correre : sì co- 
pioso l'ha fatto la Fortuna delle sue nuove ' e gravi cose. 
E per ciò vegnendo di quelle die infinite sono a raccontare 
alcuna, dico, che essendo lo 'mperìo di Fonia da' Franceschi 
ne' Tedeschi trasportato, nacque tra l'ima nazione e l'altra 
grandissima nimistà, et acerba e continua guerra; per la 
quale, sì per la difesa del suo paese e sì per l'offesa dell'altrui, 
il re di Francia e un suo figliuolo, con ogni sforzo- del lor 
regno, e appresso d'amici e di parenti, che far poterono, 
ordinarono un grandissimo esercito, per andare sopì - ' a' ni- 
mici. E avanti elio a ciò procedessero 3 , per non lasciare il 
regno senza governo, sentendo ' Gualtieri conte d'Anguersa . 
gentile e savio uomo, e molto lor fedele amico e servidore ; 
e ancora che assai ammaestrato tosse nell'arte della guerra. 



'Strane. — ! Apparecchiamento militare. Y. 2: «il re ili Tunisi 
'. a grandissimo sforzo a sua difesa ». — Ponessero mano, venissero. 
1. l: - K volendo egli ^ià procederi all'assoluzione». — 'Conoscendo, 
«invi rea, .1 nlircrp. 



128 GIORNATA SECONDA 

per ciò che loro più alle dilicatezze ' atto che a quelle fa- 
tiche parea; lui in luogo di loro sopra tutto i! governo del 
reame di Francia general vicario lasciarono, e andarono al 
loro cammino. 

Cominciò adunque Gualtieri e con senno e con ordine 
l'uticio commesso, sempre d'ogni cosa colla Reina e colla 
nuora di lei conferendo; e benché sotto la sua custodia e 
giurisdizione ~ lasciate fossero, nondimeno come sue donne 
e maggiori ' l'onorava. 

Era il detto Gualtieri del corpo bellissimo, e d'età forse 
di quaranta anni, e tanto piacevole e costumato quanto al- 
cuno altro gentile uomo il più esser potesse; e oltre a tutto 
questo, era il più leggiadro e il più dilicato cavaliere che a 
quegli tempi si conoscesse, e quegli che più della persona 
andava ornato. Ora avvenne che, essendo il re di Francia e 
il figliuolo nella guerra già detta, essendosi morta la donna 
di Gualtieri, e a lui un figliuol maschio e una femina piccoli 
fanciulli rimasi di lei, senza più ; che costumando f ' egli alla 
corte delle donne predette, e con loro spesso parlando delle 
bisogne del regno, che la donna del figliuol del re gli pose 
gli occhi addosso. E con grandissima affezione ' la persona 
di lui e i suoi costumi considerando, d'occulto amore fer- 
ventemente di lui s'accese; e sé giovane e fresca sentendo, 
e lui senza alcuna donna, si pensò leggiermente doverle il 
suo disidéro venir fatto, e pensando niuna cosa a ciò con- 
trastare se non vergogna, di manifestargliele si dispose del 
tutto, e quella cacciar via. Et essendo un giorno sola, e pa- 
rendole tempo, quasi d'altre cose con lui ragionar volesse, 
per lui mandò. 

Il conte, il cui pensiero era molto lontano da quel della 
donna, senza alcuno indugio a lei andò; e postosi come ella 
volle con lei sopra un letto B in una camera tutti soli a se- 



Agi, deliciae. Cfr. VI. 10: • ini- ciò clic ancora non erano le morbi- 
dezze d'Egitto trapassate in Toscana». — ^Potere. — 3 Signore, dominae. 

— * Superiori. — 5 Solamente. II. :!: «l'abate con li dui cavalieri <■ con 
Alessandro « /<:" piti entrarono al papa 4. — Usando, praticando. IV, 
3: « aj;li uomini co' quali a costumare abbiamo -. — '■ Commozione d'a- 
nimo. IV. i': «perla sua affezióne cognobbe l'animo delle compagne». 

— ■ Letruccio, sofà. 



ROVBLLA OTTAVA 1 -" • 



dere; avendola il conte già due volte domandata della ca- 
gione per che Patto l'avesse venire, et «'ila taciuto; ultima- 
mente da a • Bospinta, tutta «li vergogna divenuta vermi- 
glia, quasi piangendo e tutta tremante ; , con (.arnie rotte cosi 

cominciò a «lire: 

— Carissimo e dolce amici) e signor mio, voi potete, come 
savio uomo, agevolmente conoscere quanta sia La fragilità e 
degli uomini e. delle donne, e per diverse cagioni più in una 
che in altra: per che debitamente dinanzi a giusto giudice 
un medesimo peccato in diverse qualità di persone non dèe 
una medesima pena ricevere. E chi sarebbe colui che di- 
cesse che limi dovesse molto più essere da riprendere un pò 
vero uomo o una povera femiiia, a' quali colla loro fatica 
convenisse guadagnare quello che per la vita loro lor biso- 
gnasse, se da amore stimolati fossero, e quello seguissero, 
che una donna la quale sia ricca e oziosa, e a cui niuna 
cosa che a' suoi disiderj piacesse, mancasse V Certo io non 
credo niuno. Per la quale ragione io estimo che grandissima 
parto di scusa debbian fare le dette cose in servigio di colei 
che le possiede, se ella per ventura si lascia trascorrere ad 
amare; et il rimanente debbia fare l'avere eletto savio e va- 
loroso amadore, se quella l'ha fatto che ama 3 . Le quali cose 
con ciò sia cosa che amenduni ', secondo il mio parere, sieno 
in me; e oltre a queste, più altre le quali ad amare mi deb- 
bono indueere. sì come è la mia giovanezza e la lontananza 
del mio marito ; ora couvien che surgano in servigio di me, 
alla difesa del mio focoso amore, nel vostro cospetto. Le 
quali se quel vi potranno che nella presenza de' savj debbon 
potere, io vi priego che consiglio et ajuto in quello che io 
vi dimanderò mi porgiate. Egli è il vero che, per la lonta- 
nanza di mio marito, non potend' io agli stimoli della carne 
né alla forza d'amore contrastare; le quali sono di tanta po- 
tenzia che i fortissimi uomini, non che le tenere donne, 
hanno già molte volte vinti, e vincono tutto il giorno ; es- 
sendo io negli agj e negli ozj ne' quali voi mi vedete, a 



1 Rioorda il «tutto tremante» d'In/. V. 136. — : Secondo ragione. 
— a Se cimila che ama lo ba eletto tale. — 'Ambedue. — d'i. PareuL 
XVII, 51: « (itilo dì si merca». 



130 GIORNATA SECONDA 



secondare li piaceri d'amore e a divenire innamorata mi sono 
lasciata trascorrere. E come che tal cosa, se saputa t'osse, io 
conosca non essere onesta, nondimeno, essendo e stando na- 
scosa, quasi di niuna cosa esser disonesta la giudichi ; pur 
m' è di tanto Amore stato grazioso ', che egli non solamente 
non tu' ha il debito conoscimento tolto nello eleggei'e l'a- 
mante, ma me n'ha molto in ciò prestato, voi degno mo- 
strandomi da dovere da una donna, fatta come sono io -, es- 
sere amato. Il quale, se '1 mio avviso non m'inganna, io re- 
puto il più bello, il più piacevole e '1 più leggiadro e '1 più 
savio cavaliere che nel reame di Fi-ancia trovar si possa; e 
sì come io senza marito posso dire che io mi veggia, cosi 
voi ancora senza mogliere. Per che io vi priego, per cotanto 
amore quanto è quello che io vi porto, che voi non neghiate 
il vostro verso di me 3 , e che della mia giovinezza v'incresca, 
la qual veramente, come il ghiaccio al fuoco, si consuma 
per voi '. 

A queste parole sopravvennero in tanta abbondanza le 
lagrime, che essa che ancora più prieghi intendeva di por- 
gere, più avanti non ebbe poter di parlare ; ma bassato il 
viso 6 e quasi vinta 6 , piagnendo, sopra il seno del conte si 
lasciò colla testa cadere. 

Il conte, il quale lealissimo cavaliere era, con gravissime 
riprensioni cominciò a mordere 7 così folle amore et a sospi- 
gnerla indietro, che già al collo gli si voleva gittare; e con 
saramenti 8 ad affermare che egli prima sofferrebbe d'essere 
squartato, che tal cosa contro allo onore del suo signore né 
in sé né in altrui consentisse. Il che la donna. udendo, subi- 
tamente dimenticato l'amore, e in fiero furore accesa, disse: 

— Dunque sarò io, villan cavaliere, in questa guisa da 
voi del mio disidéro schernita? Unque a Dio non piaccia, "' 



1 Benigno, favorevole. Inf. V, 88: « O animai yrasioso e benigno ». 
— -Da mia mia pari. — 3 II, 6: «così verso lor disse». — 'Anche al- 
trove, X. 7: «come la neve al sole si consumava >. — B Inf. V, 110: 
«Chinai '1 viso, e tanto il tenni basso...».— B Sopì affatta dalla pas- 
sione, spossata. V, 10: «preso il già vinto giovane, fuori della casa il 
portarono»: Inf. III. 33: «die par nel duo! sì cinta»: XXIII. 60: «e 
nel sembiante stanca e vinta ». — ' Riprendere. — l Giuramenti. — 
< tì\ II. 5; III, 5. — 10 IV, 9: «ma unque a Dio non piaccia...»; X, ". 



NOVELLA OTTAVA 131 



poi che voi volete me far morire, che io voi morirò o cacciar 
del mondo ' non faccia ! 

E COSI <l''tto, ad una ora messosi le unni ne' c:i|M'lli, e 

rabbuffatigli è stracciatigli tutti, e appresso nel petto squar 
dandosi i vestimenti, cominciò a gridar torte: 

— Aiuto ajuto, che '1 conto d'Anguersa mi vuol far forza! 

Il conte veggendo questo, e dubitando forte più «iella in 
vidia cortigiana che della sua coscienza; e temendo, per 
quella non l'osse più lede data alla malvagità della donna, 
che alla sua innoceiizia ; levatosi, come più tosto potè della 
camera e del palagio 8* usci, e fuggissi a casa sua, dove, 
Senza altro consiglio prendere , pose i suoi figliuoli a ca 
vallo, et egli montatovi altresì, quanto più potè n" andò 
verso ( ìalese . 

Al romnr della donna corsero molti; li quali vedutola, e 
udita la cagione del suo gridare, non solamente per quello 
dieder lede, alle sue parole, ma aggiunsero la leggiadria e 
la ornata maniera del conte, per potere a quel venire , es- 
sere stata da lui lungamente usata. Corsesi adunque a furore 
alle case del conte per arrestarlo; ma non trovando lui, 
prima lo rubar tutte, et appresso infino a' fondamenti le 
mandar giuso. La novella, secondo che scenda si diceva . 
pervenne nell'oste al Re e al figliuolo; li quali turbati 
molto, a perpetuo esilio lui e i suoi discendenti dannarono, 
grandissimi doni promettendo a chi o vivo o morto loro il 
presentasse. 

Il conte, dolente che d'innocente, fuggendo, s'era tatto 
UOCente, pervenuto, senza farsi conoscere o esser conosciuto, 
co' suoi figliuoli a Calese. prestamente trapassò in Inghil- 
terra; e in povero abito n'andò verso Londra. Nella quale 
prima che entrasse, con molte parole ammaestrò i due pic- 
cioli figliuoli, e massimamente in due cose: prima, che essi 
pazientemente comportassero lo stato povero, nel quale, senza 
lor colpa, la Fortuna con lui insieme gli aveva recati: e 
appresso, che con ogni sagacità ' si guardassero di mai non 



1 Imprigionare. — * Cfr. Inf. XI II. 78ss. Senza pensarci altri- 

menti. Ricorda, per la cadenza, il e consiglio rendere» di Taf. XXIII. 
"A. — 'Culaia. - Baldanza. — n Conseguire l' intento. — 7 Vergognosa, 
come veniva raccontata. Inf. XVIII. 57. — B Campo. — Cautela. 



132 GIORNATA SECONDA 



manifestare ad alcuno onde si fossero né di cui figliuoli, se 
cava avevan la vita. Era il figliuolo, chiamato Luigi, di forse 
nove anni, e la figliuola, che nome avea Violante, n'avea 
forse sette: li quali, secondo che comportava la lor tenera 
età. assai ben compresero l'ammaestramento del padre loro, 
e per opera il mostrarono appresso. Il che acciò che meglio 
far si potesse, gli parve di dover loro i nomi mutare : e così 
fece; e nominò il maschio Perotto e Giannetta la f emina. E 
pervenuti poveramente vestiti in Londra, a guisa che far 
veggiamo a questi paltoni ' franceschi, si diedero ad andar 
la limosina addomandando. 

Et essendo per ventura in tal servigio 2 una mattina ad 
una chiesa, avvenne che una gran dama la quale era moglie 
dell'una de' maliscalchi 3 del re d'Inghilterra, uscendo della 
chiesa, vide questo conte e i due suoi figlioletti che limosina 
addomandavano; il quale ella domandò donde fosse, e se 
suoi erano quegli figliuoli. Alla quale egli rispose che era 
di Piccardìa, e che per misfatto d'un suo maggior figliuolo 
ribaldo 4 , con quegli due, che suoi erano, gli era convenuto 
partire. La dama che pietosa era, pose gli occhi sopra la 
fanciulla, e piacquele mplto per ciò che bella e gentilesca 
et avvenente era -, e disse : 

— Valente uomo, se tu ti contenti di lasciare appresso 
di me questa tua figlioletta, per ciò che buono aspetto ha, 
io la prenderò volentieri; e se valente femina sarà, io la 
mariterò a quel tempo che convenevole sarà, in maniera che 
starà bene. 

Al conte piacque molto questa domanda, e prestamente 
rispose di sì, e con lagrime gliele diede, e raccomandò molto. 
E così avendo la figliuola allogata, e sappiendo bene a cui, 
diliberò di più non dimorar quivi ; e limosinando traversò 
l'isola, e con Perotto pervenne in Gales ° t non senza gran 



1 Vagabondi, pitocchi. — -Faccenda. VI, 2: «lasciate questo servigio 
fare a ine ». — 3 Marescialli. Cfr. Pur;/. XXIV, !)9. — 4 Qui malvagio: 
come in Inf. XXII, ó<J: « Che m'avea generato d'un ribaldo, Distrug- 
gitor di sé e di sue cose». — 5 Di nobile portamento. Ili, 10: «tra 
alcuni alni suoi figliuoli aveva una figlioletta bella e gentilesca*] V, 
7: « tra i quali, quantunque tutti gli altri paressero pastori, n'era uno il 
(piale gentilesco t di migliore aspetto pareva». — 'Galles, Wales, il paese. 



N'OVKI.I.A "Il VVA 



fatica, si come colui che d'andare a pie non era uso. Quivi 
era un altro de' maliscalchi del re, il quale grande stai 
molta famiglia (enea; nella corte del quale il conte alcuna 
volta, et egli e 1 figliuolo, per aver da mangiare, molto si 
riparavano El essendo in essa alcun figliuolo del «letto ma- 
liscalco, e altri fanciulli «li gentili uomini, e faccende cotali 

pmove fanciullesche Si comedi correre e «li saltare. l'erotto 

s'incominciò coti loro a mescolare, e a fare cosi destramente, 
o più, come alcuno degli altri facesse, ciascuna pruova che 
tra lor si faceva. Il che il maliscalco alcuna volta reggendo, 
e piacendogli molto la maniera e' modi del fanciullo, do- 
mandò chi egli fosse. Fogli detto che egli era figliuolo d'un 
povero uomo il quale alcuna volta per limosina là entro ve- 
niva. A cui il maliscalco il fece addimandare : e il conte, .si 
come colui che d'altro Iddio non pregava, liberamente gliel 
concedette, quantunque noioso* gli fosse il da lui dipartirsi. 

Avendo adunque il conte il figliuolo e la figliuola ac- 
conci, pensò di più non voler dimorare in Inghilterra; ma 
come meglio potè, se ne passò in Irlanda. E pervenuto a 
Stanforda ' , con un cavaliere ' d'un conte paesano per fante 
si pose, tutte quelle cose faccendo che a fante o a ragazzo 
possono appartenere; e quivi, senza esser mai da alcuno co- 
nosciuto, con assai disagio e fatica dimorò lungo tempo. 

Violante, chiamata Giannetta, colla gentil donna in Londra 
venne crescendo e in anni e in persona e in bellezza, e iu 
tanta grazia ' e della donna e del marito di lei e di ciascun 
altro della casa e di chiunque la conoscea, che era a veder 
maravigliosa cosa; né alcuno era che a' suoi costumi e alle 
sue maniere riguardasse, che lei non dicesse dovere essere 
degna d'ogni grandissimo bene et onore. Per la qual cosa 
la gentil donna che lei dal padre ricevuta avea. senza aver 
mai potuto sapere chi egli si fosse altramente che da lui 
udito avesse, s'era proposta di doverla onorevolmente, se- 



Molte spea.so si rioovravano, la frequentavano. I. 1: triparandori 
in casa «li due fratelli fiorentini». — -C'erti giuochi.— 'Volentieri.— 
'Doloroso, increscioso. Vita Nuova, 33: «Nel seco] che t'è j;ià tanto 
noioso». — Messia posto. — ' Strangford. — 'Con ano che avea cura 
dei cavalli. — e Garzone «li stalla. luf. XXIX, 77. — »Cfr. Vita Nuova, 
donna venne in tanta grazia de le uenti... ». 



134 GIORNATA SECONDA 



condo la condizione della quale estimava che fosse, maritare. 
Ma Iddio, «riusto riguarda tore degli altrui inorili, lei nobile 
femina conoscendo, e senza colpa, penitenzia portar dello 
altrui peccato, altramente dispose : e acciò che a mano ' di 
vile uomo la gentil giovane non venisse, si dèe credere che 
quello che avvenne egli per sua benignità permettesse. 

Aveva la gentil donna colla quale la Giannetta dimorava. 
un solo figliuolo del suo marito: il quale et essa e '1 padre 
sommamente amavano, si perchè figliuolo era, e sì ancora 
perchè per virtù e per meriti il valeva : . come colui che, più 
che altro, e costumato e valoroso e prò' e bello della per- 
sona era. Il quale avendo forse sei anni più che la Gian- 
netta, e lei veggendo bellissima e graziosa, sì forte di lei 
s'innamorò, che più avanti di lei non vedeva . E per ciò 
che egli imaginava lei di bassa condizion dovere essere, non 
solamente non ardiva addomandarla al padre e alla madre 
per moglie : ma temendo non fosse ripreso che bassamente 
si fosse ad amar messo, quanto poteva il suo amore teneva 
nascoso: per la qual cosa troppo più che se palesato l'avesse 
lo stimolava 4 . Laonde avvenne che. per soverchio di noja , 
egli infermò e gravemente. Alla cura del quale essendo più 
medici richiesti 6 , e avendo un segno et altro guardato ' di 
lui, e non potendo la sua infermità tanto 8 conoscere, tutti 
comunemente ' si disperavano della sua salute ' ". Di che il padre 
e la madre del giovane portavano si gran dolore e malin- 
conia, che maggiore non si saria potuta portare ; e più volte 
con pietosi prieghi il domandavano della cagione del suo 
male, a' quali o sospiri per risposta dava, o che tutto si 
sentia consumare. 

Avvenne un giorno che sedendosi appresso di lui un me- 
dico assai giovine, ma in scienzia profondo molto, e lui per 
lo braccio tenendo in quella parte dove essi cercano ' ' il polso, 



'In possesso. Ini. XXII. 44-5: «chi è lo sciagurato Venuto a min, 
degli avversari suoi». — - Lo meriti! v;i. 3 Vili, 4: «di lei s'innamorò 
• ite.... che più qua ni' ]>iù là non poteva». — 'Lo accendeva. — 
Travaglio. — 6 Chiamati. — ' Esaminato questo e quel sintomo. — 
Punto. (Ir. Petrarca. Tr. Am. II, 128: « Costei non ì- ehi tanto o 
quanto stringa». — '• Generalmente, d'accordo. — 'Non unti ivano al- 
cuna speranza di salvarlo. — ;1 Tastano, interrogano. X. 4: «gli parve 
sentire battere il cuore a costei: il quale poi... con più sentimento 
cercando, trovò costei per certo non esser morta». 



NOVELLA OTTAVA 185 



la Giannetta, la quale, per rispetto «lolla madre, di lui, lui 

BOllicitamente serviva, per alcuna cagione entrò nella ca- 
mera cella quale il piovine giacca. La quale come il gio- 
vine vide, senza alcuna parola o atto tare, senti con più 
forza nel cuore l'amoroso ardore; per che il polso più forte 
cominciò a battergli che l'usato. Il che il modico senti in- 
contanente, e maravigliossi, e stette cheto per vedere quanto 
questo battimento dovesse durare. Come la Giannetta uscì 
della camera, e il battimento ristette: per che parte parve 
al medico avere della cagione della infermità del giovane. 
K stato alquanto, quasi d'alcuna cosa volesse la Giannetta 
addomandare, sempre tenendo per lo braccio lo 'nfermo, la 
si l'è' chiamare. Al quale ella venne incontanente; uè prima 
nella camera entrò, che '1 battimento del polso ritornò al 
giovine; e lei partita, cessò. Laonde parendo al medico 
avere assai piena certezza, levatosi, e tratti da parte il padre 
e la madre del giovane, disse loro: 

— La sanità del vostro figliuolo non è nello ajuto ' de' 
medici, ma nelle mani della Giannetta dimora, la quale, si 
comò io ho manifestamente per certi segni conosciuto, il gio- 
vane focosamente ama, come che ella non se ne accorge, 
per quello che io vegga. Sapete ornai che a fare v'avete, se 
la sua vita v'è cara. 

Il gentile uomo e la sua donna, questo udendo, furon 
contenti, in quanto pure alcun modo si trovava al suo 
scampo ; quantunque loro molto gravasse" che quello di che 
dubitavano fosse desso , cioè di dover dare la Giannetta al 
loro figliuolo per isposa. Essi adunque, partito il medico, se 
n'andarono allo infermo; e dissegli la donna così: 

— Figliuol mio, io non avrei mai creduto che da me d'al- 
cuno ; tuo desidero ti fossi guardato, e spezialmente veg- 
gendoti tu,' per non aver quello, venir meno; per ciò che 
tu dovevi esser certo, e dèi, che niuna cosa è che per con- 
tentamento di te far potessi, quantunque meno che onesta 
fosse, che io come per me medesima non la facessi. Ma poi 



'Con gran cura. I. 1: «e poi fatto servire e medicare così sollici- 
tamente». — 'Fosse per. Avere scoperta. — ' Rimedio. I. 1: «fe- 
oero venire medici... ; ma ogni aiuto era nullo». — Pesasse. — 1 Fosse 
appunto. — "Per alcuno. — 8 Non ile] tutto onorevole. 



136 GIORNATA SECONDA 



che pur fatta l'hai', è avvenuto che Domeneddio è stato 
misericordioso di te più che tu medesimo, et a ciò che tu di 
questa infermità non muoia, m'ha dimostrata la cagione del 
tuo male : la quale ninna altra cosa è che soverchio amore 
il quale tu porti ad alcuna giovane, qual che ella si sia. E 
nel vero, di manifestar questo non ti dovevi tu vergognare, 
per ciò che la tua età il richiede, e se innamorato non fossi, 
io ti riputerei da assai poco '. Adunque, figliuol mio. non ti 
guardare da me, ma sicuramente ogni tuo disidéro mi scuo- 
pri; e la malinconia e il pensiero il quale hai, e del quale 
questa infermità procede, gitta via, e confortati ; e renditi 
certo che niuna cosa sarà per sodisfacimento di te che tu 
m'imponghi, che io a mio potere non faccia, sì come colei 
che te più amo che la mia vita. Caccia via la vergogna e 
la paura, e dimmi se io posso intorno al tuo amore adope 
rare alcuna cosa; e se tu non truovi che io a ciò sia solli- 
cita, e ad effetto tei rechi, abbimi per la più crudel madre 
che mai partorisse figliuolo. 

Il giovane udendo le parole della madre, prima si ver 
gognò, poi, seco pensando che niuna persona meglio di lei 
potrebbe al suo piacere sodisfare, cacciata via la vergogna, 
così le disse: 

— Madonna, niun' altra cosa mi v'ha fatto tenere il mio 
amor nascoso, quanto l'essermi nelle più delle persone avve- 
duto che, poi che attempati sono, d'essere stati giovani ri- 
cordar non si vogliono 3 . Ma poi che in ciò discreta vi veg'gio, 
non solamente quello di che dite vi siete accorta, non ne- 
gherò esser vero, ma ancora di cui vi farò manifesto, con 
cotal patto che effetto seguirà alla vostra promessa ' a vostro 
potere; e così mi potrete aver sano. 

Al quale la donna, troppo fidandosi di ciò che non le do- 
veva venir fatto nella forma nella qual già seco pensava, 
liberamente rispose che sicuramente ogni suo disidéro l'a- 



1 Hai pur commessa questa colpa. — • Assai dappoco. — 8 Cfr. IV- 
renzio, Heaulont. II. 1. Dice il giovane Clitifonte: - Qnam iniqui sunt 
patres in omnea adolescentee judicesl Qui aequum esse censent aos 
jam a pueris illieo nasci senes. Ncque illarum aftìnes esse rerum, qua* 
l'i ir adolescenza! Ex sua libidine moderantur, mine quae est, non quae 
olim fuit ». — "Manterrete la promessa fattami. 



NOVÈLLA OTTAVA 137 



pi ■»(■; che ella senza alcuno indugio darebbe opera a fare 
che egli il suo piacere avreb 

Madama, disse allora H giovane, l'alta bellezza e le 
laudevoli maniere della nostra Giannetta, e il non poterla 
fare accorgere, non che pietosa, del mio amor.', e il non 
avere ardito mai di manifestarlo ad alcuno, m'hanno condotto 
dove voi mi vedete; e se quello che promesso m'avete ohi 
un modo o in un altro non segue, state sicura che la mia 
vita Sa brieve. 

La donna, a cui più tempo da conforto che da riprensioni 
parca, sorridendo disse : 

— Ahi, figliuol mio! Dunque per questo t'hai tu lasciato 
aver male? Confortati, e lascia fare a me. poi che guarito 
sarai. 

Il giovane, pieno di buona speranza, in brevissimo tempo 
di grandissimo miglioramento mostrò segni; di che la donna 
contenta molto, si dispose a voler tentare come quello po- 
tesse osservare, il che promesso avea. E chiamata un di la 
Giaunetta, per via di motti ' assai cortesemente la domandò 
se ella avesse alcuno amadore. La Giannetta divenuta tutta 
rossa, rispose : 

— Madama, a povera damigella e di casa sua cacciata, 
come io sono, e che all'altrui servigio dimori, come io fo, 
non si richiede né sta bene l'attendere ad amore. 

A cui la donna disse: 

— E se voi non l'avete, noi ve ne vogliamo donare uno, 
di che voi tutta giuliva viverete, e più della vostra biltà vi 
diletterete; per ciò che non è convenevole che così bella da- 
migella, come voi siete, senza amante dimori . 

A cui la Giannetta rispose: 

— Madama, voi dalla povertà di mio padre togliendomi, 
come figliuola cresciuta m'avete, e per questo ogni vostro 



'■ In vi;i di scherzo, celiando. — *Cfr. Vita Nuova, n>: «Le oscure 
qualità di' Amor mi <l<>n,i-; L9: « ciò ohe li dona saluti-». — II. hall.: 
« Che di hiìii'i. d'ardir, né di valore Non se ne troverehhe un maggior 
mai». Nella Vita Nuova, 12 ss., è bieltate. Qui, tra tanti gallicismi 
[madama, donare, giuliva, damigella, monsignore in re, m. . <■ un 
nitro \ i-z/o stilistico, e aggiunge annua una tinta esotica al discorso 
•li queste donne. Il francese antico diceva biauti e biaulteit, oltre 
beante. — ' Viva. 



138 GIORNATA SECONDA 



piacer far dovrei; ma in questo io non vi piacerò 1 già, cre- 
dendomi far bene. Se a voi piacerà di donarmi marito, colui 
intendo io d'amare, ma altro no; per ciò che della eredità 
de' miei passati àvoli niuna cosa rimasa m'è, se non l'onestà, 
quella intendo io di guardare e di servare quanto la vita mi 
durerà . 

Questa parola parve forte contraria, alla donna, a quello 
a che di venire intendea per dovere al figliuolo la promessa 
servare, quantunque, sì come savia donna, molto seco me- 
desima ne commendasse la damigella. E disse : 

— Come, Giannetta? Se monsignore lo re, il quale è gio- 
vane cavaliere e tu se' bellissima damigella, volesse del tuo 
amore alcun piacere, negherèstigliele tu? 

Alla quale essa subitamente rispose: 

— Forza mi potrebbe fare il re ; ma di mio consentimento 
mai da me, se non quanto onesto fosse, aver non potrebbe. 

La donna comprendendo qual fosse l'animo di lei, lasciò 
stare le parole, e peusossi di metterla alla pruova. E così al 
figliuol disse di fare, come guarito fosse, di metterla con lui 
in una camera, e ch'egli s'ingegnasse d'avere di lei il suo 
piacere, dicendo che disonesto le pareva che essa, a guisa 
d'una ruffiana, predicasse per lo figliuolo, e pregasse la sua 
damigella. Alla qual cosa il giovane non fu contento in al- 
cuna guisa, e di subito fieramente peggiorò. Il che la donna 
veggendo, aperse la sua intenzione alla Giannetta. Ma più 
costante che mai trovandola, raccontato ciò che fatto avea 
al marito, ancora che grave loro paresse, di pari consenti- 
mento diliberarono di dargliele per isposa, amando meglio 3 
il figliuol vivo con moglie non convenevole a lui, che morto 
senza alcuna. E così, dopo molte novelle ', fecero. Di che la 
Giannetta fu contenta molto, e con divoto cuore ringraziò 
Iddio che lei non avea dimenticata: né per tutto questo mai 
altro che figliuola d'un Piccardo si disse. Il giovine guerì, 
e fece le nozze più lieto che altro uomo, e cominciossi a 
dare buon tempo con lei. 



'Compiacerò. — 2 PeroraBae. — 3 Avendo più caro. — 'Dopo molti 
discorsi vani, traccheggiamenti. IV, 8: «senza entrare con la moglie 
in altre novelle*; X. 8: «e furori le novelle e le turbazioni molli- e 
grandi » : Inf. XXV. 38: «Per che nostra novella si ristette». 



M>\ OLLA 01 i AVA 139 



l'erotto, il quale io Galea col maliscalco del re d' Ingoi 1 
terra era rimaso, similmente crescendo, venne in grazia del 

signor suo. e divenne di persona bollissi e prò' quanto 

alcuno altro «-he nell'isola fosse, intanto che né in tornèi né 
in giostre nò in qualunque altro atto d'arme' ninno era nel 

paese Che lineilo valesse che eirli; perchè per tutto, chia 

maio da loro l'eroi io il Piccardo, era conosciuto e famoso. 
E come Iddio la sua sorella dimenticata non avea, coaì si- 
milmente d'aver lui a niente dimostrò. Per ciò che, venuta 

in quella contrada una postilenziosa mortalità, quasi la metà 
della -ente di quella se ne portò ; senza che grandissima 
parte del rimaso per paura in altre contrade se ne fuggi- 
rono: di che il paese tutto pareva abbandonato. Nella qual 
mortalità il maliscalco suo BÌgnore, e la donna di lui, e un 
suo figliuolo, e molti altri e fratelli e nepoti e parenti, tutti 
morirono, né altro che una damigella, già da marito, di lui 
rimase, e con alcuni altri famigliari, Perotto. Il quale, ces- 
sata alquanto la pestilenza, la damigella, per ciò che pro- 
d'uomo ' e valente era, con piacere e consiglio d'alquanti pochi 
paesani vivi rimasi, per marito prese; e di tutto ciò che a 
lei per eredità scaduto era. il fece signore. Xè guari di 
tempo passò che udendo il re d'Inghilterra il maliscalco 
esser morto, e conoscendo il valor di Perotto il Piccardo. in 
luogo di quello che morto era. il sustituì, e leccio suo ma- 
liscalco. E cosi brievemente avvenne de' due innocenti fi- 
gliuoli del conte d'Anguersa, da lui per perduti lasciati ". 

Kra già il deceottesimo anno passato poi che il conte 
d'Anguersa, fuggendo, di Parigi s'era partito; quando a lui 
dimorante in Irlanda, avendo in assai misera vita molte cose 
patite, già vecchio veggendosi, venne voglia di sentire, se 
egli potesse, quello che do' ligliuoli fosse addivenuto. Per 
che del tutto della t'orma, della quale esser solea, veggendosi 
trasmutalo, e sentendosi per lo lungo esercizio più della por- 
Bona atante . che quando giovane, in ozio dimorando, non 



'CiV. II. l: e procaccianti in atto ili mercatanzia>. — 'Portò via. 
i't'ci' morire.— 'Della rimanente. -t- 4 Brav'uomo, buon nonni. Gallicismo 
anche questo. L'antico francese diceva preudomt e prende faine. — 
'Pervenuto. — ' Per dirla in breve. — : Abbandonati facendo conto 
ili averli perduti. — 8 Aitante, gagliardo. 



140 GIORNATA SECONDA 



era ; partitosi assai povero e male in arnese da colui col 
quale lungamente era stato, sen venne in Inghilterra, e L'i 
se ne andò dove Perotto avea lasciato, e trovò lui esser ma- 
liscalco e gran signore, e videlo sano e atante e bello della 
persona. Il che gli aggradì forte, ma farglisi conoscere non 
volle, infino a tanto che saputo non avesse della Giannetta. 
Per che messosi in cammino, prima non ristette che in Londra 
pervenne: e quivi cautamente domandato della donna alla 
quale la figliuola lasciata avea, e del suo stato, trovò la Gian- 
netta moglie del figliuolo. Il che forte gli piacque, e ogni 
sua avversità pretèrita ' reputò piccola, poiché vivi aveva ri- 
trovati i figliuoli e in buono stato. E disideroso di poterla 
vedere, cominciò come povero uomo a ripararsi '' vicino alla 
casa di lei. Dove un giorno veggendol Giachetto Lamiens 
(che così era chiamato il marito della Giannetta), avendo di 
lui compassione per ciò che povero e vecchio il vide, co- 
mandò ad uno de' suoi famigliari che nella sua casa il me- 
nasse, e gli facesse dare da mangiar per Dio ; ; il che il fa- 
migliare volentier fece. 

Aveva la Giannetta avuti di Giachetto già più figliuoli, 
de' quali il maggiore non avea oltre ad otto anni; et erano 
i più belli e i più vezzosi fanciulli del mondo. Li quali come 
videro il conte mangiare, così tutti quanti gli fai dintorno, 
e cominciarongli a far festa, quasi, da occulta virtù 4 mossi, 
avesser sentito costui loro àvolo essere. Il quale suoi nepoti 
cognoscendoli, cominciò loro a mostrare amore e a far ca- 
rezze : per la qual cosa i fanciulli da lui non si volean par- 
tire, quantunque colui che al governo 5 di loro attendea, gli 
chiamasse. Per che la Giannetta, ciò sentendo, uscì d'una 
camera, e quivi venne là dove era il conte, e minacciòlli 
forte di batterli se quello che il lor maestro volea non fa- 
cessero. I fanciulli cominciarono a piagnere e a dire ch'essi 
volevano stare appresso a quel prod'uomo, il quale più che 
il lor maestro li amava : di che e la donna e '1 conte si 
rise. Erasi il conte levato, non miga a guisa di padre, ma 



1 IV, 2: «delle malvagie opere mi preterito fatte da lui ». — - 1. 1: 
«il qual molto alla sua casa in Parigi si riparava». — -Per amor di 
Dio, per limosina. — * Cfr. I, 6; e Purg. XXX, 38. — 5 Alla cura, all'e- 
ducazione. — 6 Non già. Vili, 9: «voi non apparaste miga l'abbiccì in 
su la mela». 



NOVBLL \ "li AVA 1 11 



di povero uomo, a fare onore alla figlinola, si come, a «Imma ' -, 
e maraviglioso piacere, reggendola, avea sentito Dell'animo. 

Ma ella ut'- allora nò poi il conobbe putito, per ciò die oltre 

modo era trasformato da quello clic esser Boleva, >i come 

colui che vecchio e canuto e barbuto era, e inauro e limito 
divenuto, e più tosto nn altr'uomo pareva che il conte. E 
reggendo la donna che i fanciulli da lui partir non si vo- 
leano, ma volendoli partire . piangevano; disse al maestro 
ehe alqiianto li lasciasse stare. 

Standosi adunque i fanciulli col prod'uomo, avvenne clic 
il padre di Giachetto tornò, e dal maestro loro senti questo 
l'atto; per che egli, i! quale a schifo' avea la Giannetta, disse: 

— Lasciali stare colla mala ventura che Iddio dèa loro: 
che essi fanno ritratto da quello onde nati sono *. Essi son 
per madre discesi di paltoniere, e per ciò non è da maravi- 
gliarsi se vòlentier dimorali con paltonieri. 

Queste parole udì il conte, e dòlsergli forte. Ma pure 
nelle spalle ristretto, così quella ingiura 5 sofferse, come molte 
altre sostenute avea. Giachetto che sentita aveva la festa 
che i figliuoli al prod'uomo, cioè al conte, facevano, quan- 
tunque gli dispiacesse, nondimeno tanto gli amava, che 
avanti che piagner gli vedesse, comandò che se '1 prod'uomo 
ad alcun servigio là entro dimorar volesse, che egli vi fosse 
ricevuto. Il quale rispose che vi rimanea volentieri; ma che 
altra cosa far non sapea che attendere a' cavalli, di che tutto 
il tempo della sua vita era usato. Assegnatogli adunque un 
cavallo, come quello governato avea, al trastullare i fanciulli 
intendea -. 

Mentre che la Fortuna, in questa guisa che divisata 7 è, 
il conte d'Anguersa e i figliuoli menava . avvenne che il re 
di Francia, molte triegué latte con gli Alamanni, morì, et 
in suo luogo fu coronato il figliuolo, del quale colei era 
moglie per cui il conte era stato cacciato. Costui, essendo 
l'ultima triegua finita co' Tedeschi, ricominciò asprissima 
guerra: in ajuto del quale, sì come nuovo parente, il re 



■ Signora. — 'Distaccare. — 'Petrarca, '-'17: «Non abbia " schifo 

il mio dir troppo umile». — 4 Sou quali devono esseri- Becondo la loro 

origine. — 5 Parai. VII. i:-.: - E così nulla fu di tanta ini/inni*. — 

Attendeva. — " Spiedata. — - Sospingeva, agitava. — 'Dopo aver fatte. 



H2 GIORNATA SECONDA 

d'Inghilterra mandò molta gente sotto il governo di Perotto 
suo maliscalco, e di Giachetto Lamiens figliuolo dell'altro 
mali scalco. Col quale il prod'uomo, cioè il conte, andò; e 
senza essere da alcuno riconosciuto, dimorò nell'oste per 
buono spazio a guisa d'un ragazzo '. E quivi, come valente 
uomo, e con consigli e con fatti, più che a lui non si ri- 
chiedea, assai di bene adoperò. 

Avvenne durante la guerra che la reina di Francia in- 
fermò gravemente. E conoscendo ella sé medesima venire 
alla morte, contrita d'ogni suo peccato, divotamente si con- 
fessò dallo Arcivescovo di Ruem -, il quale da tutti era te- 
nuto uno santissimo e buono 3 uomo ; e tra gli altri peccati 
gli narrò ciò che per lei a gran torto il conte d'Anguersa 
ricevuto avea. Né solamente fa a lui contenta di dirlo, ma 
davanti a molti altri valenti uomini, tutto, come era stato, 
raccontò ; pregandoli che col Re operassono che '1 conte, se 
vivo fosse, e se non, alcun de' suoi figliuoli, nel loro stato 
restituiti fossero. Né guari poi dimorò, che di questa vita 
passata, onorevolmente fu sepellita. La qual confessione al 
Re raccontata, dopo alcun doloroso sospiro delle ingiurie 
fatte al valente uomo a torto, il mosse a fare andare per^ 
tutto l'esercito, e oltre a ciò in molte altre parti, una grida: 
che chi il conte d'Anguersa, o alcuno de' figliuoli gli rinse- 
gnasse 4 , maravigliosamente da lui per ognuno guiderdonato 
sarebbe ; con ciò fosse che egli lui per innocente di ciò per 
che in esilio andato era, l'avesse, per la confessione fatta 
dalla Reina, e nel primo stato e in maggiore intendeva di ri- 
tornarlo. 

Le quali cose il conte in forma di ragazzo ' udendo, e 
sentendo 7 che cosi era il vero, subitamente fu a s Giachetto, 
e il pregò che con lui insieme fosse con Perotto, per ciò che 
eali voleva lor mostrare ciò che il Re andava cercando. 
Adunati adunque tutti e tre insieme, disse il conte a Perotto, 
che già era in pensiero di palesarsi : 



■ Addetto ai cavalli. Inf. XXIX, 76-7 : «non vidi mai menare streg- 
ghia Da ragazzo*. — z Reims. — s Valente. Convivio IV. 30: ««lai buono 
fra Tommaso d'Aquino». — 'Indicasse, palesasse. — Per ciascuno 

di loro che t'osse trovato. — 'Nella sua (inalila di garzone ili stalla. 
V, 10: «io non mi pongo con ragazzi né con tignosi»; II, <»: «il quale 
in forma di servo tiene in casa». — ' Avendo coscienza. — 8 Andò da. 



N'ciVKIXA OT I AVA 1 13 

— I'crotio. Giachetto che è qui, ha tua sorella per mo 
gllere, né mai n'ebbe alcuna dota; e per ciò, acciò che tua 
sorella Bonza dote non sia, io intendo che egli, e non altri, 
abbia questo beneficio che il Re promette così grande per 
te: e ti rinsegni coinè lì «ilinoio «lei conte d'Anguersa, e per 
la Violante tua sonila e -un moglie re, e per me che il conte 

d'Anguersa e VOStrO padre sono. 

Perotto udendo questo, <• fiso guardandolo, tantosto' il 
riconobbe; e piagnendo gli si gittò a' piedi, e abbracciollo 

dicendo : 

— Padre mio, voi siate il molto ben venuto. 
Giachetto prima udendo ciò che il «onte detto avea, e 

poi reggendo quello che Perotto taceva, fu ad un" ora da 
tanta maraviglia e da tanta allegrezza soprappreso, che ap- 
pena sapeva che far si dovesse. Ma pur dando alle parole 
tede, e vergognandosi torte di parole ingiuriose già da lui 
verso il come radazzo usate, piangendo gli si lasciò cadere 
a' piedi, e umilmente d'ogni oltraggio passato domandò per- 
donanza : la quale il conto assai benignamente, in pie vile 
vatolo, gli diede. I" poi che i varj casi di ciascuno tutti e 
tre ragionati ebbero, e molto piantosi e molto rallegratosi 
insieme, volendo Perotto e Giachetto rivestire il conte, per 
ninna maniera il sofferse; ma volle che avendo prima Gia- 
chetto certezza d'avere il guiderdon promesso, cosi fatto ', e 
in quello abito di ragazzo, per farlo più vergog-nare \ gliele 
presentasse. Giachetto adunque col conte e con Perotto ap- 
presso, venne davanti al Re, e offerse di presentargli il conte 
e i figliuoli, dove , secondo la grida fatta, guiderdonare il 
dovesse. Il Re prestamente per tutti 7 fece il guiderdon ve- 
nire, maraviglioso agli occhi di Giachetto; e comandò che 
via il portasse, dove 8 con verità il conte e i figliuoli dimo- 
strasse, come promcttea. Giachetto allora voltatosi indietro, 
e davanti messosi il conte suo ragazzo, e Perotto, disse: 



1 Subiti». III. 7: «il pellegrino tantosto n'andò a' (piatirò fratelli.. 
Nella Vita Nuova, 7: eie persone sarebbero accorte /"'" tosto delo mio 
nascondere ». — : II. 9: «a' piedi di lei si gittò piangendo e domandando 
perdonanza». — Narrati. In/. II. 115: «Poscia ohe m'ebbe ragionato 
questo». — '('oiiic si trovava, così conciato. — 11 Re, — ' A condi- 
zione che. - Per i tre ritrovati. — ' Purché. 



144 GIORNATA SECONDA 



— Monsignore, ecco qui il padre e '1 figliuolo; la figliuola, 
eh 'è mia mogliere, e non è qui, con l'ajuto di Dio tosto ve- 
drete. 

Il Re udendo questo, guardò il conte; e quantunque 
molto da quello che esser solea trasmutato fosse, pur, dopo 
l'averlo alquanto guardato, il riconobbe. E quasi con le la- 
grime in su gli occhi, lui che ginocchione stava, levò in 
piede, e il basciò e abbracciò ; e amichevolmente ricevette 
Perotto. E comandò che incontanente il conte di vestimenti, 
di famiglia' e di cavalli e d'arnesi- rimesso fosse in assetto, 
secondo che alla sua nobilita si richiedea: la qual cosa tan- 
tosto fu fatta. Oltre a questo, onorò il ite molto Giachetto, 
e volle ogni cosa sapere di tutti i suoi preteriti casi. E 
quando Giachetto prese gli alti guiderdoni per l'avere inse- 
gnati il conte e' figliuoli, gli disse il conte: 

— Prendi cotesti dalla magnificenza di monsignore lo Re; 
e ricordera'ti 3 di dire a tuo padre che i tuoi figliuoli, suoi e 
miei nepoti, non sono per madre 1 nati di paltoniere! 

Giachetto prese i doni, e fece a Parigi venir la moglie e 
la suocera, e vènnevi la moglie di Perotto : e quivi in gran- 
dissima festa furon col conte, il quale il Re avea in ogni suo 
ben rimesso, e maggior fattolo che fosse giammai. Poi cia- 
scuno, colla sua licenzia, tornò a casa sua; et esso infino 
alla morte visse in Parigi più gloriosamente che mai . 



'Di servi. — -II, 5: «e molte robe.... et altri assai belli e ricchi 
arnesi vide»; II, 7: «e lei con onorevole compagnia e d'uomini e di 
donne, e con molti nobili e ricchi arnesi...*. — 3 Inf. XXVIII, 106: 
« Picordera'ti anche del Mosca». — '■Dal lato materno. — "L'episodio 
fondamentale della novella, cioè la vendetta della donna per una pas- 
sione colpevole non corrisposta, è di antica origine: si ricordino le 
storie di Giuseppe e della moglie di Putifarre (cfr. Inf. XXX. 97: 
« L'una è la falsa che accusò Giuseppe >). di Bellorofonte (Iliade, VI. 
155 ss.), di Fedra. S'aggiungano: la storia che inquadra le novelle nar- 
rate' nel Libro dei Sette Savii, e una del Sindibad, e un'altra dei Sette 
Visir (cfr. Landau, Die Quelle». 28 ss.). I commentatori della Divina 
Commedia narrano qualcosa di assai simile di quel Pier dalla Broccia, 
che Dante rivide in Purgatorio (VI, 19 ss.). Ma tutta la novella ha una 
notevole affinità col romanzo provenzale di Arnaut Vidal di Castel- 
noudari. Ouillem de la Barra, scritto intorno al 1318 (cfr. P. Meter, 
<;. ile In Barre, notine, Paris, 1868 e 1895) ; e in parte anche col poema 
franco-veneto d' Ugo d' Al cerimi . ilei primi anni del trecento. — L'epi- 
sodio poi del medico che scopre l'amore dell'infermo toccandogli il 



N(>\ KM A NONA 145 



[La NOVELLA NONA è aurata dalla regina dj quel 

ni», Filomena, « la quale bella e grande era della persona, 

e nel viso più che altra piacevole e ridente». Si propone 

d'illustrare < un rotai proverbio» corrente tra 1 volgari», 

che «lo ingannatore rimane a pie dello incannato». 

Comincia: «Erano in Parigi in uno albergo alquanti 
grandissimi mercatanti italiani, qua! per una bisogna «• qua! 
per un'altra, secondo la loro usanza: et avendo una sera fra 
l'altre tutti lietamente cenato, cominciarono di diverse i 
a ragionare; e d'un ragionamento in altro travalicando, per 
vennero a dire delle lor donne, le quali alle lor case avevan 
Lasciate». Uno solo non s'abbandonò al motteggio, Bernabò 
Lomellin da Genova. Il quale affermò « sé, di speziai grazia 
da Dio, avere una donna per moglie la più compiuta di tutte 
quelle virtù che donna, o ancora cavaliere in gran parte o 
donzello, dre avere, che forse in Italia ne fosse un'altra: 
per ciò che ella era bella del corpo, e giovine ancora assai, 
e destra e atante della persona, né alcuna cosa era che a 
donna appartenesse, sì come lavorar di lavorìi di seta e si- 
mili cose, che ella non facesse meglio che alcun'altra. oltre 
a questo, ninno scudiere, o famigliar che dir vogliamo, di- 
ceva trovarsi, il quale meglio né più accortamente servisse 
ad una tavola d'un signore, che serviva olla, si come colei 
che era costumatisshna. savia e discreta molto. Appresso 
questo, la commendò meglio sapere cavalcare un cavallo, te- 
nere uno uccello, leggere e scrivere e fare una ragione ', che 
se un mercatante fosse; e da questo, dopo molte altre lode, 
pervenne a quello di che quivi si ragionava, affermando con 
saramento, niun' altra più onesta né più casta potersene 
trovar di lei » . Si mostrò incredulo « un giovane mercatante, 
chiamato Ambrogiuolo da Piacenza » ; il quale scommise mille 
fiorini contro cinquemila, ch'ei gli avrebbe fornito le prove 



-•>. trova riscontro nella Btoria <li Antioco e della matrigna Strato- 
nica, narrata da Plutarco Aita di Demetrio) e da Valerio Massimo 
V. 7 . ■• più tardi «la Lionardo d'Arezzo e «lai Bandello; «■ anobe nel 
r;ici initii XI. di i insili Romanorum. — La novella tu tradotta e intro- 
dotta dal Painter, nel Paiaee <>f Pleasure, I. 37. — 'Far conti. Vili, 
IO: «e fatto ogni cosa scrivere a sua ragione, quelle mise ne' magaz- 
zini»; te di quindi buona e intera ragione rimandò a Firenze a' suoi 
maestri ». 

10 



146 GIORNATA SECONDA 



della sua falsa credenza. Ma per vincer la scommessa, ri- 
corse, a un turpe inganno. Bernabò facilmente g-Ii credette; 
e tornato a Genova, commise a un suo servo di trucidare la 
moglie. Questa riuscì a intenerire il sicario, e faggi via. Dopo 
molte singolari avventure, Ginevra, camuffata da uomo, co- 
nobbe in Acri quel tristo d'Ambrogiuolo, e da lui si fece 
narrare la storia dell'inganno. Lo attirò ad Alessandria, e 
qui procurò che venisse anche Bernabò; e innanzi al Sol- 
dano, costrinse Ambrogiuolo a confessare il vero, e scoperse 
l'esser suo. Così l'ingannatore fu ferocemente punito, e Gi- 
nevra e Bernabò tornarono a Genova, « ricchissimi e con 
grande allegrezza ■ , e vi furono ricevuti «con sommo onore » .] ' 

[La NOVELLA DECIMA è narrata da Dioneo. — Messer 
Ricciardo di Chinzica, giudice in Pisa, riceve in moglie da 
messer Lotto Gualandi la figliuola Bartolomea, « una delle 
più belle e delle più vaghe giovani di Pisa, come che po- 
che ve n'abbiano che lucertole verminare non paiano». Le 
insegna uno strano calendario. « buono da fanciulli che stan- 
no a leggere, e forse già stato fatto a Ravenna ; per ciò che, 
secondo che egli le mostrava, niun dì era che non solamente 
una festa, ma molte non ne fossero » 2 . Essendo il caldo gran- 
de, andarono a diportarsi « ad un suo luogo molto bello, vi- 
cino a Monte Nero»; e quivi, un giorno, assistettero alla 
pesca sopra due barchette. « E mentre che essi più attenti 
stavano a riguardare, subito una galeotta di Paganin da 



1 Da questa novella Shakespeare trasse l'argomento «lei suo Cym- 
beline. Cfr. B. Leoniiakdt, Zu C'ymbelin, in Anglia, 18*4: S. Lbvt, 
ih., VII, 120 ss: lì. Ohi.e. Shakespeare' 8 Cymbeline uud seine romu- 
nischen Vorlaufer, Berlin, 1890. Per le fonti, è da vefiere G. Paris, Le 
colile de la Gageure dans Boceace, nella Miscellanea in nuore dì A. Gnu'. 
1903, p. 107 ss. « La nouvelle italienne», dice il Paris, «repoeail proba- 
blement sur une transmission orale. Elle avait sane doute été rapportée 
de France par de.- marchands italiens: il est earactéristique que les 
personnages du récit, roie, grande seigneurs ou chevaliers danstontee 
les autres versione anciennes, som devenus ici de simplex marchands 
de Ci"ni-s et il>- Florence». Il Ua.in.-v {Le fonti dell'Oriundo Furioso, 
p. ."sii, addita un riscontro tra L'episodio <lel sicario e la novella del 
giùdice Anselmo, nel e. XLIII, 121-5, del Furioso. — 2 Dicono che ;i 
Ravenna fossero tante chiese quanti i giorni dell'anno; onde in quel 
calendario ogni giorno saia slato notato con la festa d'un santo. 



NOVBLLA DECIMA I IT 

M;irr, allora molto famoso corsale, sopravvenne ; e vedatele 
barche, si drizzò a loro; le quali non poteron si tosto fag 
gire, che Pagania non giugnesse quella ove erari le donne: 
nella quale reggendo la bella donna, senza altro volerne, 
quella, veggente messer Ricciardo che già era io terra, 
pra la sua galeotta posta, andò via . La menò a Monaco [i 
cui corsari sono anche ricordati nella nov. l" della giorn. 
Villi; dove, quando lo seppe, andò subito messer Ricciardo, 
disposto a spendere per lo riscatto di lei ogni quantità di 
denari ». Ma la donna fa tinta di non riconoscerlo; e alle 
Bue tenerezze. Non vedi tu che io sono il tuo 

Ricciardo, venuto qui per pagare ciò che volesse questo 
gentile uomo, in casa cui noi siamo, per riaverti e. per me- 
nartene' . » —, risponde. un cotal pocolin sorridendo: — 
Messere, dite voi a me? Guardate che voi non m'abbiate 
colta in iscambio, che, quanto è io', non mi ricordo che io 
vi vedessi giammai»*. Ricciardo ottiene da Paganino di ri- 
maner solo con lei; e questa allora gli spiffera spietatamente 
le ragioni per cui assolutamente si rifiuta di tornare a Pisa 
in sua compagnia. Al povero giudice, per l'accoramento, die 
di volta il cervello; e dopo non molto tempo si mori. E la 
donna allora sposò Paganino. « Per la qual cosa > , conchiude 
Dioneo, e donne mie care, mi pare che ser Bernabò, dispu 
tando con Ambrogiuolo. cavalcasse la capra in verso il 
chino ».] 3 

Questa novella die tanto che ridere a tutta la compagnia, 
che niun v'era a cui non dolessero le mascelle ; e di pari 
consentimento tutte le donne dissono che Dioneo diceva ve- 
ro, e che Bernabò era stato una bestia. Ma poi che la no- 



icohetti, 177: -Kiii t'ali- ; ma quanto io per me vorrei vitigni ohe 
facesseno vino assai». — In/'. VI, 15: «Sì che non par ch'io ti ve- 
dessi mai-, — i Questa novella, sul vecchio tema di Gennaio e Maggio, 
olire qualche somiglianza con la Storia d'un earto e di ••>"" moglie 
nella Hialoire ili- in Sultani de Perse <' ses Visirs, contea tures com- 
pnsrs ,„ langue lurque par Chék Zade et traduils «» francois pai- 
ni. (; vii ano. Al solito, il La Fontaine l'ha parafrasata nel suo racconto 
/-- calendrier dea rieillarda, che ha dato luogo a moltissime riduzioni 
in commedie e operette. — Paganino "'" Mare richiama alla nostra mente 
Nicolas e Lanfranco» da Mar della tenzone di Raimbaùt de Vaqueiras. 



148 GIORNATA SECONDA 



velia fu finita e le risa ristato, avendo la Reina riguardato 
ohe l'ora era ornai tarda, e che tutti avean novellato, e la 
fine della sua signoria era venuta; secondo il cominciato 
ordine, trattasi la ghirlanda di capo, sopra la testa la pose 
di Neifile, con lieto viso dicendo: 

— Ornai, cara compagna, di questo piccol popolo il go- 
verno sia tuo. — E a seder si ripose. 

Neifile del ricevuto onore un poco arrossò, e tal nel viso 
divenne qual fresca rosa d'aprile o di maggio in su lo schia- 
rir del giorno si mostra, con gli occhi vaghi e scintillanti 
non altramenti che mattutina stella, ' un poco bassi. Ma poi 
che l'onesto romor de' circustanti, nel quale il favor loro 
verso la Reina lietamente mostravano, si fu riposato, et ella 
ebbe ripreso l'animo, alquanto più alta che usata non era 
sedendo, disse : 

— Poiché così è che io vostra reina sono, non dilungan- 
domi dalla maniera tenuta per quelle che davanti a me sono 
state, il cui reggimento voi, ubbidendo, commendato avete, 
il parer mio in poche pai-ole vi farò manifesto; il quale, se 
dal vostro consiglio sarà commendato, quel seguiremo. Co- 
me voi sapete, domane è venerdì, e il seguente dì sabato, 
giorni, per le vivande le quali s'usano in quegli, alquanto te- 
diosi alle più genti; senza che'l venerdì, avendo riguardo che in 
esso Colui che per la nostra vita morì sostenne passione, è 
degno di reverenza. Per che giusta cosa e molto onesta re- 
puterei, che ad onor d'Iddio, più tosto ad orazioni che a 
novelle vacassimo." E il sabato appresso usanza è delle don- 
ne di lavarsi la testa e di tòr via ogni polvere, ogni suci- 
dume, che per la fatica di tutta la passata settimana soprav- 
venuta fosse; e sogliono similmente assai, a reverenza della 
Vergine Madre del Figliuol di Dio, digiunare, e da indi in 
avanti per onor della sopravvegnente domenica da ciascuna 
opera riposarsi. Per che, non potendo così a pieno in quel 
dì l'ordine da noi preso nel vivere seguitare, similmente sti- 
mo sia ben fatto quel di dalle novelle ci posiamo. Appresso, 
per ciò che noi qui quattro dì dimorate saremo, se noi vo- 



//</'. II. 55: « Luceva!! gli occhi suoi piu che la stella»: furi/. 

XII. 89-90: «nella taccia quale Par tremolando mattutina stella». — 

tendessimo. Vitadi Dante: * solamente a' divini servigii incasserò*. 



NOVELLA DECIMA 1 19 

gliam t«'»r vìji che gente nuova non ci Boprawenga, reputo 
opportuno di mutarci «li qui e andarne altrove; e LI dovi 
ho già pensato e proveduto. Quivi quando noi saremo do- 
menica appresso dormire adunati, avendo noi oggi avuto 

ai lungo spazio da discorrere ragionando, sì perchè più 
tempo da pensare avrete e sì perchè sarà ancora più bello 
che un poco si Btringa del novellare la licenzia e che sopra 
uno de 1 molti fatti della Fortuna si dica, et ho pensato che 
questo sarà: di chi alcuna cosa molto disiderata con indu- 
stria acquistasse la perduta recuperasse. Sopra che cia- 
scun pensi di dire alcuna cosa che alla brigata esser possa 
utile o almeno dilettevole; salvo sempre il privilegio di 
I Moneo. 

Ciascun commendò il parlare e il diviso della Reina; e 
cosi statuiron che fosse. 

La quale, appresso questo, lattosi chiamare, il suo sini- 
scalco, dove metter dovesse la sera le tavole e quello ap- 
presso che far dovesse in tutto il tempo della sua signoria, 
pienamente gli divisò; ' e così fatto, in pie drizzata colla sua 
brigata, a far quello che più piacesse a ciascuno li licenzio. 
Presero adunque le donne e gli uomini in verso un giar- 
dinetto la via, e quivi, poi che alquanto diportati si furono, 
l'ora della cena venuta, con festa e con piacer cenarono. E 
da quella levati, come alla Reina piacque, menando Emilia 
la caròla, la seguente canzone da Pampinea, rispondendo 
l'altre, fu cantata: 

Qual donna canterà, si' non oant'io 7 , 

Che 8on contenta d'ogni mio disio I 
Vien dunque, Amor, cagiou d'ogni mìo bene, 

D'ogni speranza e d'ogni lieto effetto; 

(.'amiamo insieme un poco, 

Non de' Bospir uè delle amare pene 

Ch'or più dolce mi tanno il tuo diletto. 

Ma sol del chiaro foco, 

Nel quale ardendo in festa vivo e 'n gioco, 

Te adorando, come un mio Iddio. 



'Evitare, impedire.— -La libertà nella scelta degli argomenti. — 
8 Petrarca, 79: * L'industria d'alqnanti uomini B'avolse Per diversi 

paesi». E e tv. I. 8: «poscia che udito ebbe lodare la 'ndustria di Ber- 
gamino». — 'Il divisamento, il pensiero. — "Stabilì, dispose. — ' Gui- 
dando. — "Ci'r. Petrarca. 11»." : - Intendami ohi pub oh 1 i' »<' inti mi' in-. 



150 GIORNATA SECONDA 

Tu mi ponesti innanzi agli occhi. Amore, 

Il primo ili ch'io nel tuo foco entrai, 

On giovinetto tale, 

Che di bilta, d'ardii né 1 di valore 

Non se uè troverebbe un maggior mai, 

Ne pure a lui eguale : 

Di lui m'accesi tanto che aguale - 

Lieta ne canto teco, signor mio. 
E quel che 'n questo m'è sommo piacere, 

È ch'io gli piaccio quanto egli a me piace, 

\mor. la tua merzede : : 

Perchè in questo mondo il mio volere 

Posseggo, e spero nell'altro aver pace 

Per quella intera fede 

Che io gli porto. Iddio che questo vede, 

Del regno suo ancor ne sarà pio. ' 

Appresso questa, più altre se ne cantarono, e più danze 
si fecero e sonarono diversi suoni. Ma estimando la Eeina 
tempo esser di doversi andare a posare, co' torchi avanti 
ciascuno alla sua camera se n'andò. E li due dì seguenti a 
quelle cose vacando : che prima la Reina aveva ragionate, 
con disiderio aspettarono la domenica. 



•Petrarca, 325: «Leggiadria ne beltate Tanta non vide '1 sol». — 
-Adesso. — 3 Vita Nuova, 18: «lo mio segnore Amore, la sua merzede. 
ha posto tutta la mia beatitudine... ». — ' Ci sarà largo, concedendo- 
celo. — 5 Motivi. Ct'r. Vita Nuova, 12: «Uallata.... con dolze sono, (piando 
se' con lui, Comincia este parole». — 'Più su: «più tosto ad orazioni 
che a novelle vacassimo ». 






KINISCE LA .SECONDA UIOKNATA DEL DECAMERON : 1NC0.MIN 
\ LA TKKZA. NELLA gl'Ai. K si RAGIONA, BOTTO il- BJBG 
UBNTO i>i NEIFILE, DI (III Al. <ina COSA MOLTO DA LI i 
DI8IDBRATA C<»N INDUSTRIA ACQUISTASSE), LA PERDUTA 
R1COVBRAS8BI. 



L'aurora già di vermiglia cominciava, appressandosi il 
sole, a divenir rancia,' quando la domenica la Reina levata, 
e latta tutta la sua compagnia levare, e. avendo ^ià il sini- 
scalco gran pezzo davanti mandato al luogo dove andar do- 
veano assai delle cose 'opportune e chi quivi preparasse 

quello che bisognava, reggendo già la Reina in ea lino, 

prestamente latta ogn'altra cosa caricare, quasi quindi il cam- 
po levato, colla sahnerìa n'andò e colla famiglia rimasa 
appresso delle donne e de' signori. La Reina adunque, con 
lento passo, accompagnata e seguita dalle sue donne e da i 
tre giovani, alla guida ' del canto di forse venti usignuoli et 
altri uccelli, per una vietta non troppo usata ma piena di 
verdi erbette e di fiori, li quali per lo so prav vegnente sole 
tutti s'incominciavano ad aprire, preso il cammino verso l'oc- 
cidente, e cianciando e motteggiando e ridendo colla sua 
brigata, senza essere andata oltre a dumilia passi, assai 
avanti che mezza terza fosse, ad un bellissimo e ricco pa- 
lagio, il quale alquanto rilevato dal piano sopra un poggetto 
era posto, gli ebbe condotti. Nel quale entrati, e per tutto 
andati, e avendo le gran sale, le pulite e ornate camere 
compiutamente ripiene di ciò che a camera s'appartiene, 
sommamente il commendarono, e magnifico reputarono il 
signor di quello. Poi a basso discesi, e veduta l'ampissima 
e lieta corte di quello, le vòlte 7 piene d'ottimi vini, e la 
freddissima acqua e in gran copia che quivi surgea, più an- 



1 l'Ir. Pur;/. II. 7-9. — -Le easse, i bagagli. 11, 3: «con molta fa- 
miglia e con gran salmerìa avanti»; VII imi-.: -con una gran talmerìa 
n'andò nella Valle delle ilonue». — s Coì servitori Qhe ancor rimane- 
vano. 'Guidati. — Scherzando e chiacchierando. IV, '_': «e dopo 
molto cianciare la donna se ne tornò a casa » : Vili, 10: «essendo Sala- 
baetto da lei andato una sera, costei incominciò a cianciare e a ruz- 
zare con lui». — ' L n'ora e mezza dopo lo spuntar del sole. — " Cantine. 



152 GIORNATA TERZA 



cora il lodarono. Quindi, quasi di riposo vaghi, sopra una 
loggia che la corte tutta signoreggiava, essendo ogni cosa 
piena di quei fiori che concedeva il tempo e di frondi, po- 
stesi a sedere, venne il discreto siniscalco, e loro con pre- 
ziosissimi confetti e ottimi vini ricevette e riconfortò'. Ap- 
presso la qual cosa, fattosi aprire un giardino che di costa 
era al palagio, in quello, che tutto era dattorno murato, se 
n'entrarono; e parendo loro nella prima entrata di maravi- 
gliosa bellezza tutto insieme, più attentamente le parti di 
quello cominciarono a riguardare. Esso avea dintorno da sé 
e per lo mezzo in assai parti vie ampissime, tutte diritte 
come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevan 
gran vista 2 di dovere quello anno assai uve fare; e tutte 
allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano, che 
mescolato insieme con quello di molte altre cose che per lo 
giardino olivano, 3 pareva loro essere tra tutta la spezierìa 
che mai nacque in Oriente. Le làtora 4 delle quali vie tutte 
di rosaj bianchi e vermigli, e di gelsomini erano quasi chiu- 
se : per le quali cose, non che la mattina, ma qualora il sole 
era più alto, sotto odorifera e dilettevole ombra, senza esser 
toc^o da quello, vi si poteva per tutto andare. 

Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante 
che erano in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare; ma 
niuna n'è laudevole, la quale il nostro aere patisca", di che 
quivi non sia abondevolmente. Nel mezzo del quale i quello 
che è non men commendabile che altra cosa che vi fosse, 
ma molto più), era un prato di minutissima erba, e verde 
tanto che quasi nera parea, dipinto ' tutto forse di mille va- 
rietà di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e 
di cedri, li quali avendo i vecchi frutti e i nuovi e i fiori 
ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi, ma an- 
cora all'odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual prato 
era un fonte di marmo bianchissimo e con maravigiiosi inta- 



1 Cfr. Vili, 10: «tratte fuori scatole di confetti e preziosissimi vini, 
alquanto si confortarono..,; e un'altra volta bevendo e confettando si 
riconfortarono». — - Lasciavau chiaramente intendere. — :i Olezzavano. 
Purg. XXVIII, 6. — ' I lati. In Purg. XXXI!. 60: rinnova. Dicesi tut- 
tora: le quattro tempora. — 5 Che si confaccia al nostro clima. — 
' Cfr. Purg. VII, 79-80: « Non area pur natura ivi dipinto, Ma di 
soavità di mille odori... ». 



INTR0D1 ZIONB 153 

gli. [v'entro, aon bo se da naturai vena o da artificiosa, per 

una lisina la quale sopra una colonna clic nel mezzo di 
quella diritta era. pittava tanta acqua e sì alta verso il cielo, 
che poi non senza dilettavo! suono nella l'onte chiarissima 
ricadea, che di meno avrìa macinato un mulino. La qual 
poi quella dico che sopra abondaya al pieno della fonte '} per 

occulta via «lei pratello usciva, e per canaletti assai belli 
e artificiosamente tatti, fuori di quello, divenuta palese, 
tutto lo 'ntorniava; e quindi per canaletti simili, quasi per 
ogni parte del giardin disCorrea, raccogliendosi ultimainente 
in una parte, dalla quale del liei giardino avea l'uscita, e 
quindi verso il pian discendendo chiarissima, avanti che a 
quel divenisse*, con grandissima forza, e con non piccola uti- 
lità del signore, due mulina ' volgea. 

Il veder questo giardino, il suo bello ordine, le piante e 
la fontana co' ruscelletti procedenti da quella, tanto piac- 
que a ciascuna donna e a' tre giovani, che tutti comincia- 
rono ad affermare che, se Paradiso si potesse in terra fare, 
non sapevano conoscere che altra forma che quella di quel 
giardino gli si potesse dare, né pensare, oltre a questo, qual 
bellezza gli si potesse aggiugnere. 

Andando adunque contentissimi dintorno per quello, fac- 
cendosi di vari rami d'albori ghirlande bellissime, tuttavia 
udendo forse venti maniere di canti d'uccelli quasi a pruo- 
va l'un dell'altro cantari', s'accorsero d'una dilettevol bel- 
lezza, della quale, dall'altre soprappresi, non s'erano ancora 
accorti. Che essi videro il giardin pieno forse di cento va- 
rietà di belli animali, e l'uno all'altro mostrandolo, d'una 
parte uscir conigli, d'altra parte correr lepri, e dove giacer 
cavriuoli, e in alcuna cerbiatti giovani andar pascendo, e 
oltre a questi, altre più maniere di non nocivi animali, cia- 
scuno a suo diletto, quasi dimestichi, andarsi a sollazzo. Le 
quali cose, oltre agli altri piaceri, un vie maggior piacere 
aggiunsero. Ma poi che assai, or questa cosa or quella veg- 
gendo, andati furono, fatto dintorno alla bella fonte metter 
le tavole, e quivi prima sei canzonette cantate e alquanti 



i 



'•'he traboccava dalla fonte uiii piena. — • Era. — ! Pervenisse. — 
•IV, line: e parte per lo giardino..., e parte verso le mulina ohe Inol- 
ili cpiel giardino macinavano... ». — Sempre.- \ gara. lnf. Vili, 114. 



154 GIORNATA TERZA 



balli fatti, come alla Reina piacque, andarono a mangiare. 
E con grandissimo e bello e riposato ordine serviti, e di 
buone e dilicate vivande, divenuti più lieti, su si levarono, 
e a' suoni e a' canti e a" balli da capo si dierono; infino 
che alla Reina, per lo caldo sopravvegnente, parve ora che, 
a cui piacesse, s'andasse a dormire. De quali chi vi andò e 
chi, vinto dalla bellezza del luogo, andar non vi volle, ma 
quivi dimoratisi, chi a legger romanzi ', chi a giucare a 
scacchi e chi a tavole", mentre gli altri dormiron, si diede. 

Afa poi che passata la nona levato si fu', e il viso colla 
fresca acqua rinfrescato s'ebbero, nel prato, sì come alla 
Reina piacque, vicini alla fontana venutine, e in quello se- 
condo il modo usato postisi a sedere, ad aspettar comincia- 
rono di dover novellare sopra la materia dalla Reina proposta. 

De' quali il primo, a cui la Reina tal carico impose, fu 
Filostrato ; il quale cominciò in questa guisa. 

[La NOVELLA PRIMA, narrata da Filostrato, conta di 
un Masetto da Lamporecchio, presso Firenze, che si fìnge 
mutolo per essere ammesso come ortolano in « un munistero 
di donne assai famoso di santità», il quale era «in queste 
nostre contrade», e che, soggiunge il malizioso novelliere, 
« non nomerò, per non diminuire in parte alcuna la fama 
sua » . Da ultimo Masetto dà a credere di riacquistare la parola 
come per miracolo « del Santo in cui intitolato era il muni- 
stero », e di questo diviene castaido.] 4 



' Cfr. Purg. XXVI. 118; e Petrarca, Tr. d'Atti. IV, 66. - -A tavola 
reale: un giuoco che si fa pur colle pedine e coi dadi. .Sacchetti. 165: 
«quando giucava a scacchi e quando a tavole». — 3 È frase coniata 
sull'altra si fu cenato e sjm. — 'Questa novella ha una .sostanziale 
somiglianza con la LXI1 delle Cento novelle antiche, eb'e narra della 
Contessa d'Ariminimonte, delle sue cameriere e d'un loro «portiere 
niilcnso. molto grande della persona», che avea nome Baligante. So- 
miglia anche a una novelletta di Francesco da Barberino, nel Reggi- 
mento e costumi ili donne; e a un fabliau (Legrand, Fabliaux ou contes, 
V. 18). La imitarono il Sere-ambi e il Casti, Nicholas de Troyes e La 
Fontaiue. Per quest'ultimo, cfr. altresì P. Toldo, Rileggendo le Mille 
,. una Notte, nella Miscellanea in 'more di A. Oraf, 1903, p. 499. 



NOVELLA BEN |>NI>A 155 

l.;. NOVELLA SE< ONDA è narrata da Pampinea. 
i H palafreniere della regina Teudelinga, la quale, rima 
sta redova di Autari re de' Longobardi, aveva sposato a 
lulf similmente re de' Longobardi, s'innamora «senza misura» 
di lei. 1". una notte, «si come colui che malizioso era», 
inviluppato aneh'egli in un gran mantello, come al He aveva 
visto t'aro, con un torchietto acceso in una mano, taciturno, 
penetrò nella camera della Regina. Il Re se n'accorge; e 
«con un paio di forficette» | forbicette . a lui che, fingendo 
ili dormire, ancora battevano fortemente i polsi, tonde al- 
quanto dall'una delle parti i capelli, li quali essi a quel 
tempo portavano lunghissimi, acciò che a quel segnale la 
mattina seguente il riconoscesse-. .Ma il turbo palafreniere, 
il quale era « da troppo più che da cosi vii mestiere . cercò 
di sventare la mala intenzione del Re; e in quella >t> 
notte, pianamente andando a quanti in quella casa ne 
giacevano, a tutti in simil maniera sopra l'orecchie tagliò i 
capelli . t'osi al Re non fu possibile più riconoscerlo; ed 
egli ebbe salva la vita.] ' 

[La NOVELLA TERZA, narrata da Filomena, tratta di 
« una beffe che fu da dovero fatta da una bella donna ad 

uno solenne religioso ». 

Comincia: < Nella nostra città, più d'inganni piena che 



1 La prima porte ili questa novella ha molta somiglianza e > "i 
frammento secondo della (' tra le Cento novelle antiche; e con ima 
delle avventure ilei Trubert, romanzo francese del Beo. XIII; e con la 
novella del pittore < della moglie del mercante, una delle favole orientali 
elie costituiscono il libro, notissimo, di Calila e Dimna (ofr. Giov \nm 
i>i Capita, Directorium vitae /ninnimi,- alias Parabola unii'/. Sapien- 
imi,, versione del libro di Kalilah et Dimnah, ediz. Derenbourg 1887-89; 
e L. Hkkyiii \. /><»• fàbulisles latine, 1893-99, voi. V: Jean de Capotti 
et te» derive»; anche: L. <;. N. Keith-Falcokkr, Kalila and Dimna, 
ur the fallii* uf Bidpai, their history with trantlation of iati Syriac 

Hon unii notes. Canil>rid»c l s >r>>. La seconda, eoli una novella, nar- 
rata, oltre elie altrove, nel Dolopathos (Li Romane de Dolopathos 
publié pour la première foie m entier d'apre» le» deux manuscrits.... 
pur cu. Brunici .' A. db Montaiglon, Paris 1856), e intitolata // 
furti, del tesoro del Re. Cfr. per queste e altre tonti e parentele (Cent 
nouvelle» nouvelles, 30. « Les troia oordeliers»; Heptaméron, 23) e deri- 
vazioni (Bandelle, Bracciolini. La Foniaine. Batacchi), A. C. Lkk. 
Tlu Decameron, its soia-ceti and analoguea] London. 1909, p. 62-70. 



156 



GIORNATA TERZA 



d'amore o di fede, non sono ancora molti anni passati, fu 
una gentil donna di bellezze ornata e di costumi, d'altezza 
d'animo e sottili avvedimenti, quanto alcun'altra, dalla na- 
tura dotata; il cui nome, né ancora alcuno altro che alla 
presente novella appartenga, come che io gli sappia, non 
intendo di palesare, per ciò che ancora vivono di quegli che 
per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe 
con risa da trapassare. Costei adunque, d'alto legnaggio 
veggendosi nata e maritata ad uno artefice lauajuolo, per 
ciò che artefice era non potendo lo sdegno dell'animo porre 
in terra, ' per lo quale estimava niuno uomo di bassa condi- 
zione, quantunque ricchissimo fosse, esser di gentil donna 
degno ; e veggendo lui ancora con tutte le sue ricchezze da 
niuna altra cosa essere più avanti- che da saper divisare un 
mescolato, 3 o fare ordire una tela, o con una filatrice dispu- 
tare del filato; propose di volere..., a sodisfazione di sé 
medesima, trovare alcuno, il quale più di ciò che il lanaiuolo le 
paresse che fosse degno; et innamorossi d'uno assai A*alo- 
roso uomo e di mezza età, 4 tanto che qual dì noi vedeva, 
non poteva la seguente notte senza noja passare » . 

Perchè quel valente uomo, che di nulla sospettava, s'ac- 
corgesse del suo amore, ella si giovò della semplicità e 
bonarietà d'un religioso, « il quale, quantunque fosse tondo 
e grosso uomo, nondimeno, per ciò che di santissima vita 
era, quasi da tutti avea di valentissimo frate fama » . E riuscì 
pienamente nel suo intento.] : 



1 Deporre, rimuovere. Cfr. Ili, 9: «pose già la sua ostinata gra- 
vezza»; e Petrarca. 128: «Piacciavi porre giù l'odio e lo sdegno». — 
Non esser buono a nulla di più, a nuli' altro. — 3 Disporre l'ordito per 
far tessere un panno mischio. — «II, 2: «Egli era grande della per- 
sona..., e giovane di mezza eia*. — "Questa novella ha molta somi- 
glianza con un'altra, in vecchio tedesco, intitolata Lo studente a Parigi, 
che però ha una line tragica (F. H. vox der IIagkn, Oeeammtdbenteuer 
ecc., 1850, v. I, n. 14). Ebbe poi molte imitazioni italiane e straniere. 
Basterà ricordare una novella, la XXX'. di Masuccio Salernitano, e 
un'altra, Novelle inedite, n. 75, del Sci-cambi: la commedia La discreta 
enamorada di Lope de Vega ; La confidente sane le savoir del solito 
La Fontaine; e l'episodio dell'amore d'Isabella nell'atto II AeWÉcole 
des maris di Molière. Cfr. Lek, The Decameron . p.71-6; e anche: E. Bax- 
manx, Middleton's Lustpiel The Widoto und Boccaccio' 8 Decameron 
III. 3, und IT, 2, Halle 1903. 



NOVKl.I.A QUARTA 157 



La NOVELLA '»IARTA e narrata da Pamfilo. 
Comincia: «Secondo che io udii già dire, vicino di San 
Brancazio stette on buon nomo a ricco, il quale tu chia- 
mato l'uccio di Elinieri, che poi, essendo tutto dato allo spi 

rito, si lece bizzoco 1 di quegli ili S;m l'rancesco, e fu eliia 

mato irato l'uccio: e Beguendo questa Bua vita spiritale, poi- 
ciò che altra famiglia non uvea che una donna e una tanto 
nò por questo ad alcuna arto attender idi bisognava, usasa 
molto la chiosa E por ciò che uomo idiota era e di grossa 
pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava 
alle messe, nò mai falliva che alle laude che cantavano i 
secolari esso non l'osse, e digiunava e discipiinavasi, e buci- 
natasi che egli era degli scopatori ». La moglie, che « monna 
Isahetta avoa nome», era t giovane ancora di ventotto in trenta 
anni, fresca e bella e ri tonde tta, che pareva una mela caso- 
lana». Conobbero, e divennero intimi, d'un monaco chia- 
mato don Felice, conventuale di San Brancazio, tornato al- 
lora di Parigi, giovane, bello, e d'aguto ingegno e di pro- 
fonda scienza. Il quale maliziosamente insegnò al povero 
Irate Puccio la via più corta «di divenir santo».] 3 

[La N< >VELLA QUINTA è narrata da Elisa. « La quale, 
anzi acerbetta che no, non per malizia ma per antico co- 
stume, così cominciò a parlare.». — E racconta di un cavaliere 
pistoiese, della famiglia Vercellesi , messer Francesco, « uo- 
mo molto ricco e savio e avveduto per altro, ma avarissimo 
senza modo; il quale, dovendo andar podestà di Melano, ' 
d'ogni cosa opportuna a dovere onorevolmente andare, for- 
nito s'era, se non d'un pallafreno solamente che bello fosse 
per lui». Orbene, «un de' più belli pallafreni di Toscana» era 



Frate del terzo ordine, terziario. — '-' Dna compagnia die prati- 
cava gravi penitenze, i Disciplinati. Sacchetti, 113 : « ed ecco giugnere 
una compagnia ili Battuti, per inginocchiarsi all'altare e offerere.... 
Quando li Scopatori ehbono dinanzi a quello altare orato inginooehione 
quanto bollono, ranno a baciare l'altare». — 3 Di questa novella non 
sono state scoperte fonti. La imitarono il Bercambi tra noi. Novelle 
inedite, a. Tu e 11»!. e Nicholas de Troyea, nel Grami Parangon dee 
Nouvelles Nouvelles. — 'Cfr. Vili, 1; X. !»: e Ili line: «et ebbevi di 
quegli che intender rollano "//<< mtlaneae*. Anche Dante ha Melano 
v melanese: Purg. Vili, 80 e SVILI, 120: Con». IV. 20. 



158 GIORNATA TERZA 

posseduto da un giovane pistoiese, « il cui nome era Ricciar- 
do, di piccola nazione ' ma ricco molto, il quale sì ornato e 
si pulito della persona andava, che generalmente da tutti era 
chiamato il Zinia. '-' e avea lungo tempo amata e vagheg- 
giata infelicemente», armeggiando e facendo mattinate «e 
l'altre «rose simili a queste», la donna di messer Francesco, 
«la quale era bellissima e onesta multo». Costui offerse il 
bellissimo palafreno in dono al novello podestà, a condizione 
ch'ei gli permettesse di «parlare alquante parole» alla sua 
donna, alla sua presenza, ma «tanto da ogn'uom separato, 
ch'egli da altrui che da lei udito non fosse». L'avaro accon- 
sente, credendo di scongiurare ogni danno con l'imporre alia 
donna che «ben si guardasse che a ninna cosa che il Zima 
dicesse rispondesse né poco né molto». Ma il giovane inna- 
morato parlò per conto suo e per conto della donna, la quale 
l'aveva ascoltato come se fosse stata « una statua di marmo »; 
«e secondo la sua risposta poi l'effetto segui».] 8 

[La NOVELLA SESTA tocca da narrare alla Fiammetta. 
La quale, «tutta ridente», comincia: « Alquanto è da uscire 
della nostra città, la quale, come d'ogni altra cosa è copiosa, 
così è. d'esempli ad ogni materia ; e come Elisa ha fatto, al- 
quanto delle cose che per l'altro mondo ' avvenute son, rac- 
contare » . E trapassa a Napoli. 

« In Napoli, città antichissima, e forse così dilettevole, o 
più, come ne sia alcuna altra in Italia, fu già un giovane 
per nobiltà di sangue chiaro, e splendido per molte ricchezze, 
il cui nome fu Ricciardo Minutalo ». Questi s'innamorò d'una 
giovane, « la quale, secondo l'opinion di tutti, di gran lunga 



'IV. 1: «noni di nazione assai umile»: IN'. 3: «uomo di nazione 
infima, ma senza misura di possessioni e di denari ricco». — -Cioè 
l'Azzimato. — 3 Benché sieno parecchie le novelle orientali le quali 
mordono l'avarizia dei mariti (cfr., p. es., Hilopadesa ou l'instruelion 
utile, reeueil d'apologues ci de contee, traduit <lu sanscrìt par E. Lan- 
ckkbau, Paris 1882,1. I,n.8; e D'Ancona, Il Libro dei Selle Samidi 
Roma, Pisa 1864, p. 114), nessuna di esse può seriamente additarsi come 
una fonte di questa del Bocca ;cio. La quali-, come avvenne «li quasi 
tutte, fu poi spesso imitata, in Italia (Masuccio e fuori (La Fontaine, 
Houdard de la Biotte). Cfr. Lee, The Decameron, p. 76 ss.; e P. Toi.no, 
Quelques sources italiennes du Ihéàtre comiquede Houdard de la Molle, 
nel Bullelin llalien, 1 (1901), p. 200 ss. — ■ Pèrle altre parti del inondo. 






NkVKU.a sksta 

passava «li bellezza tutte l'altre donne napoletane, e fu eh la- 
ma! la . N'oii riuscendo a farsi riamare, ricorse al- 
l'inganno. Finse d'amarne un'altra, una donna dello schermo. 

«E cominciò a mostrarsi dello amor di Catella disperato, 1 e 
per ciò in un'altra gentil donna averlo posto; e per amor 
■ li lei cominciò a mostrar d'armeggiare e di giostrare e di 
far tutte quelle cose le quali per Catella .solca fare. Né guari 
di tempo ciò fece, che quasi a tutti i Napoletani, e a Catella 
altres . era nell'animo, che non più Catella, ma questa 
conda donna sommamente amasse: e tanto in questo perse- 
verò, che si per leiino da tutti si teneva, che, non ch'altri, 
ma Catella lasciò mia salvatichezza che con lui avea del- 
l'amor che portar le solea^e dimesticamente, come vicino, 
andando e vegnendo il salutava come faceva irli altri». Questa 
dimestichezza diede all'astuto innamorato il modo di condurla, 
con una falsa novella, lì dove egli voleva. Troppo tardi la 
Catella s'accorse del tranello; e oramai non le rimaneva di 
fare altro che perdonare a Ricciardo, il quale l'aveva tra- 
mato per eccesso d'amore.] ' 

[La NOVELLA SETTIMA è commessa ad Emilia. La 
quale comincia: «A me piace nella nostra città ritornare, 
donde alle due passate piacque di dipartirsi ». 

E narra la lunga e avventurosa istoria d'un nobile gio- 
vane fiorentino, il cui nome fu Tedaldo degli Elisei ; il quale 
amava, da prima corrisposto poscia respinto, una monna 



1 Fuor di speranza. 11..": - Andreuccio... ili-' suoi denari disperato -. 
— -III. .">: «La donna, la quale il lungo vagheggiare, l'armeggiare, le 
mattinate e l'altre uose simili a queste, per amor di lei l'aiti- dal Zima, 
muovere non avean potuto...». — -V.fi: «La giovane, parendole il suo 
onore a\ i-re mnai perduto, per la guardia ilei quale ella u, 1 i era alquanto 
nel passato stata talvatichetta ». — 'Questa novella ha notevole somi- 
glianza con un'altra ilei Libro dei St Ite Savii (edis. D'Ancona, p. LVI 1 1, 
e col fabliau di Engerrant d'Oisy intitolato L>- Meunier d'Ar 

'iiil geni par Mo^taiglo» <i Raynai i>. II. p. .:i ss. . Su 

quest'ultimo è ricalcata la novella 206 del Sacchetti, Farinello da 
Rieti mugnaio. La boccaccesca è stata larghissimamente imitata (Orni 
ìioucelles nouvelles, 9; Heplamérón,S;Qmtìo Giraldi; Parabosco, I. 5; 
Bandello; La' Fontaine, Houdard de la .Motte, ecc.:. Cfr. Li i . Tht 
Decameron, p. 79-91; BéDibr, Les fabliaux, p. 165-6; <• Tuldo, Quel- 
qurx s'urms italienne» ei 



1G0 GIORNATA TERZA 



Ermellina. Pensò « doversi dileguar del mondo, per non far 
lieta colei che del suo male era cagione, di vederlo consti 
mare». E pervenne ad Ancona, «Filippo di Saulodeccio fac- 
cendosi chiamare; e quivi con un ricco mercatante accon- 
tatosi, ' con lui si mise per servidore, e in su una sua nave 
con lui insieme n'andò in Cipri ».'-' Vi divien ricco. Ma in 
capo a sette anni, «udendo "egli un dì in Cipri cantare una 
canzone già da lui stata fatta, nella quale l'amore che alla 
sua donna portava et ella a lui, e il piacer che di lei aveva, 
si raccontava», s'accende di tanto desiderio di rivederla, 
che torna ad Ancona, e poi « colatamente, in forma di pere- 
grino che dal Sepolcro venisse » , a Firenze. Qui trova i suoi 
fratelli in gramaglie, e Aldobrandino, il marito di monna 
Ermellina, in prigione, perchè quindici giorni prima era stato 
assassinato un tale che s'assomigliava a lui, Tedaldo, e 
dell'omicidio era stato incolpato il povero Aldobrandino. Te- 
daldo riesce a chiarire il vero: che cioè l'ammazzato, il sup- 
posto Tebaldo, era invece un Faziuolo da Pontremoli, « ma- 
snadiere», vale a dire soldato, il quale era stato ucciso da 
due fratelli albergatori, per punirlo d'una sua prepotenza; 
e a far così tutti, cominciando da se medesimo e da monna 
Ermellina, felici.] 3 

[La NOVELLA OTTAVA spetta narrarla alla Lauretta. 
Ed essa s'accinge a « raccontare una verità che ha, troppo 
più che di quello che ella fu, di menzogna sembianza » ; 4 e 
dice « come un vivo per morto seppellito fosse, e come poi 
per risuscitato, e non per vivo, egli stesso e molti altri lui 



■Accompagnatosi. II, 10: « niesser Ricciardo reggendo Paganino, 
con lui s'accontò*. E efr. X, 2: «tra gli altri uomini valorosi e da molto 
che io accontai mai». — - Ci'r. I, 8; II, 4; II, 7; V, 1; X, 9. — 3 Questa 
novella non presenta nessuna conformità con nessuno dei racconti 
orientali e medievali a noi noti: e anche i più arrabbiati ricercatori 
e indicatori di fonti si son dovuti rassegnare ad ammettere per essa 
L'assoluta originalità del Boccaccio. La imitarono Nicholas de Troyes 
e Martin .Montano: e nella novelletta di Adonio, nell' Orlando Furiasi). 
XLI1I, 72 B8. , il Kajna (Le Fonti, p. 585-6) ne fiutò un certo seniori-. 
Si vuole riconoscere, ma non so con «pianta ragione, nei due prota- 
gonisti della novella boccaccesca, Gherardo Elisei e la vedova monna 
Ermellina divenuta sua moglie, della nov. 85 ilei Sacchetti. — * Inf. 
XVI, 1U4: «Sempre a ipiel ver c'ha faccia di menzogna. .. ». 



NOVELLA "il AVA ir,| 



(.•ridessero essere della sepoltura uscito, colui di ciò essendo 
per -auto adorato, die come colpevole ne dovea essere più 
tosto essere condannato «. Il vivo che fu seppellito era - un 

dissimo villano, il quale avoa nome Ferondo, uomo ma- 
teriale e grosso senza modo» ; e il santo uomo che, per suoi 
lini, gli diede ■ credere d'essere morto e rimasto dieci mesi 
in Purgatorio, era un monaco, aitate d'una badia di Toscana, 
t il quale in ogni cosa era santissimo *, fuor che in una. — 
L'abate addormenta con un farmaco il « semplice e dissì- 
pito » Ferondo. Avendolo invitato alla badia, «s'avvisò di 
mandarlo in Purgatòro; e ritrovata una polvere di maravi- 
gliosa virtù, la quale nelle parti di Levante avuta avea da 
un gran Principe, il quale affermava quella solersi usare per 
lo V r eglio della Montagna quando alcun voleva dormendo 
mandare nel suo paradiso o tràrlone, e che ella, più e men 
data, senza alcuna lesione ' faceva per sì fatta maniera più 
e men dormire colui che la prendeva, che mentre la sua virtù 
durava, alcuno non avrebbe mai detto colui in sé aver vita; 
e di questa tanta prèsane che a fare dormir tre giorni suffi- 
ciente fosse, e in un bicchier di vino non ben chiaro 2 an- 
cora nella sua cella, senza avvedersene Ferondo, gliele die 
bere, e lui appresso menò nel chiostro, e con più altri de' 
suoi monaci di lui cominciarono e delle sue sciocchezze a 
pigliar diletto. Il quale non durò guari che, lavorando la 
polvere, a costui venne un sonno subito e fiero nella testa, 
tale che stando ancora in pie s'addormentò, e addormentato 
cadde. L'abate mostrando di turbarsi dello accidente, fattolo 
scìgnere, 3 e fatta recare acqua fredda e girargliele nel viso, 
e molti suoi altri argomenti fatti fare, quasi da alcuna fu- 
mosità di stomaco, o d'altro che occupato l'avesse, gli vo- 
lesse la smarrita vita e '1 sentimento rivocare : veggendo 
l'abate e' monaci che per tutto questo egli non si risentiva, 
toccandogli il polso e niuu sentimento 4 trovandogli, tutti 
per costante 1 ' ebbero eh' e' fosse morto : per che, mandatolo 
a dire alla moglie e a' parenti di lui, tutti quivi prestamente 
vennero, e avendolo la moglie colle sue parenti alquanto 



uza l'are alcun danno mortale alla persona. — -Non ancora Un 
chiarito, il vino. — { Slacciare gli aititi. — ' Seguo di vita.,— 5 Fermo, in- 
dubitabile. \. !': «ebbe per costituir la donna dovesse essere rimaritata». 

11 



162 GIORNATA TERZA 

pianto, così vestito come era il fece l'abate mettere in uno 
avello». Di là, di notte, l'abate, con l'aiuto d'un monaco 
suo confidente e complice, venuto fresco fresco da Bologna} 
lo trassero, « e lui in una tomba nella qnale alcun lume non 
si vedea, e che per prigione de' monaci che fallissero era 
stata fatta, nel portarono ; e trattigli i suoi vestimenti, e a 
guisa di monaco vestitolo, sopra un fascio di paglia il po- 
sero, e lasciarono stare tanto eh' e' si risentisse». E risentito, 
essi, con paurose apparizioni notturne, gli danno a credere 
d'essere in Purgatorio, e gì 'infliggono, per pena del suo 
peccato di gelosia, due battiture per giorno. Finalmente 
quando all'abate par tempo, con lo stesso ai'tificio della pol- 
vere lo riaddormenta, e quindi lo fa tornare al mondo. 
Tutti gridano al miracolo, e la fama della santità dell'abate 
ne crebbe senza fine. « Ferondo tornò nella sua villa, ' dove 
chiunque il vedeva fuggiva, come far si suole delle orribili 
cose, '' ma egli, richiamandoli, affermava sé essere risuscitato. 
La moglie similmente aveva di lui paura. Ma poi che la 
gente alquanto si fu rassicurata con lui, e videro che egli 
era vivo, domandandolo di molte cose, quasi savio ritornato, 
a tutti rispondeva e diceva loro novelle 3 dell'anime de' pa- 
renti loro, e faceva da sé medesimo le più belle favole del 
mondo de' fatti del Purgatòro, e in pien popolo 4 raccontò la 
revelazione statagli fatta per la bocca del Ràgnolo Braghiello 6 
avanti che risuscitasse».]' 



1 Casa di campagna con podere. — - Pura- XIV, 27: « Pur com'uom 
fa delle orribili cose ». - 3 Inf. V, 52; XXVIII, 92 e 133; XXXII, 111: 
Pury. V, 50; Parità. X, 111. — 4 In mezzo a tutta la gente della sua 
pieve, della parrocchia. — 5 Goffa storpiatura di Agnolo Gabriello. 
Dacché nella prigione, «con una voce contraffatta», l'abate gli aveva 
gridato: «Ferondo, confortati, che a Dio piace che tu torni al mondo; 
dove tornato, tu avrai un figliuolo della tua donna, il quale farai che 
tu nomini Benedetto, per ciò che per gli prieghi del tuo santo abate 
e della tua donna, e per amor di san Benedetto, ti fa questa grazia». 
Difatto, al bambino che nacque fu dato il nome di Benedetto Ferondi. 
— 6 Secondo il Landau (Die Quellen des Dekameron, p. 156), la burla 
di persuadere un semplicione ch'egli è morto, occorre già nel Somu- 
deva; ma a ogni modo, la novella boccaccesca ha un pò più di rasso- 
miglianza col fabliau di Jean de Boves intitolato Le vilain de Baillevl 
(Montaiglon, IV, 212 ss.), e con una delle Plaisanleries de Nasr-Eddin 
Hodja traditila du Iure par J. A. Decoukdkmanciik, 1876, n.49e<>li. 
Essa fu imitata dal Scrcambi, da Poggio nelle Facetiae, A&\ Doni nelle 



HOVBLLA NO 163 



NOVELLA NONA. 

I<;ilctta (li Nevbona e Beltramo >li Rossiglione]. 

Resterai non volendo il suo privilegio rompere a Dioneo, 

solamente a dire alla Reina, con ciò fosse cosa che già fi- 
nita fosse la novella di Lauretta. Per la qual cosa essa, senza 
aspettar d'essere sollicitata da' suoi, cosi tutta vaga 1 co- 
minci" a parlare : 

— Chi dirà novella ornai che bella paja, avendo quella 
di Lauretta udita? Certo vanteggio ne fa .che ella non fu la 
primiera, che poche poi dell'altre ne sarebbon piaciute ; e 
così spero che avverrà di quelle che per questa giornate 
sono a raccontare. Ma pure, cliente che ella si sia, quella 
che alla proposta materia m'occorre vi conterò. 

Nel reame di Francia fu un gentile uomo, il quale chia- 
mato fu Isnardo, conte di Rossiglione. ' il quale, per ciò che 
poco sano era, sempre appresso di sé teneva un medico, chia- 
mato maestro Gerardo di Nerbona. Aveva il detto conte un 
suo tìgliuol piccolo senza più. ' chiamato Beltramo, il quale 
era bellissimo e piacevole ; e con lui altri fanciulli della sua 
età s'allevavano, tra' quali era una fanciulla del detto me- 
dico, chiamata Giletta. La quale infinito amore, e oltre al 
convenevole della tenera età fervente, B pose a questo Bel- 
tramo. Al quale, morto il conte e lui nelle mani del re la- 
sciato, ne convenne andare a Parigi ; di che la giovauetta 
fieramente rimase sconsolata. E non guari appresso, essen- 
dosi il padre di lei morto, se onesta'' cagione avesse potuta 



Lettere, dal Grazzini nelle Cene (II, 2 e III. 10), dal Baudello di. 17): 
nelle ('fui nouvelles nouvelles, 6; dal solito La Fon teine; <lal Casti. 
V. HiauKit. Lea Fdhlidii.r, p, !7.">ii; e P. Tor.nn. Lrs morte gui mangent, 
nel Bulletin Ualien, V. ino"), p, :*)i ss. — ' Graziosamente. II. 7: «trovò 
la gentil giovane... lutto timida star nascosa»: e Petrarca, 112: tQni 
luna umile e qni la villi altera». — : Quale. — ' Roussillon. Cfr. IV. it. 
— 4 Unioo, Bens'altri fratelli. II, 8: «et a lui un figlino] maschio e una 
l'emina piccoli fanciulli rimasi di lei senso piò ». — Fervente più che 
nou s'addica a fanciulli. — ' Plausibile. 



1 * i 1 GIORNATA TERZA 



avere, volentieri a Parigi, per veder Beltramo, sarebbe aa 
data ; ma essendo molto guardata, per ciò che ricca e sola 
era rimasa. onesta via non vedea. Et essendo ella già d'età 
da marito, non avendo mai potuto Beltramo dimenticare, 
molti, a' quali i suoi parenti l'avean 1 voluta maritare, rifiu- 
tati n'avea. senza la cagion dimostrare. 

Ora avvenne che, ardendo ella dello amor di Beltramo più 
che mai, per ciò che bellissimo giovane udiva ch'era dive- 
nuto, le venne sentita una novella, - come al re di Francia, 
per uua nascienza :> che avuta avea nel petto et era male 
stata curata, gli era rimasa una fistola, la quale di grandis 
sima noja e di grandissima angoscia gli era. né s'era ancor 
potuto trovar medico, come che molti se ne fossero esperi- 
mentati, che di ciò l'avesse potuto guerire, ma tutti l'avean 
peggiorato. ' Per la qual cosa il re. disperatosene, più d'al- 
cun non volea né consiglio nò ajuto. Di che la giovane fu 
oltre modo contenta, e pensossi non solamente per questo 
aver ligittima cagione d'andare a Parigi, ma se quella in- 
fermità fosse che ella credeva, leggiermente 6 poterle venir 
fatto d'aver Beltram per marito. Laonde sì come colei che 
già dal padre aveva assai cose apprese, fatta sua polvere 
di certe erbe utili a quella infermità che avvisava che fosse, 
montò a cavallo, et a Parigi n'andò. Né prima altro fece 
che ella s'ingegnò di veder Beltramo ; et appresso nel co- 
spetto del re venuta, di grazia chiese che la sua infermità 
gli mostrasse. Il re, veggendola bella giovane e avvenente, 7 
non gliele seppe disdire, s e mostrògliele. Come costei l'ebbe 
veduta, così incontanente si confortò di doverlo guerire, e 
disse: 

— Monsignore, quando vi piaccia, senza alcuna noja o 
fatica di voi, io ho speranza iti Dio d'avervi in otto giorni di 
questa infermità renduto sano. 

Il re si fece in sé medesimo beffe delle parole di costei, 
dicendo : — Quello che i maggiori medici del mondo non hanno 



1 L'avrebbero. — -('Ir. Purg. Vili, 115-6: «Se novella vera di A'al 
di Magra... Sai...». — 'Tumore. V. 5: «una margine a guisa d'una 
crocetta..., stata d'una naseema che fatta gli avea tagliare». — 4 Fatto 
star peggio. — 'Facilmente. — 8 Le. — ' Vii/i Nuova, 8: «la morta 
imagiue avenenle ». — * Negare. — '' Sperò. 



V>\ KM. A NONA 16S 

potato né saputo, una piovane feraina »-<>uic il potrebbe 
pere? Etingraziolla ad anqae della sua buona, volontà, e ri- 
spose che proposto avea seco «li più consiglio di medico 
non seguire. A cui la giovane disse: 

— Monsignore, voi schifate' la mia arte, perchè giovane 
e temimi sono ; ma io vi ricordo che io non medico colla mia 
Bciensis, anzi collo ajuto dlddio e colla scienzia di maestro 
Gerardo Nerbonese, il quale mio padre fu e famoso medico 
mentre visse. 

Il re allora disse seco: — Forse me costei mandata da 
Dio. Perchè non pruovo io ciò che ella sa fare, poi dice 
senza no.ja di me in picciol tempo guerirmi? — Et accorda- 
tosi ' di provarlo, disse. : 

— Damigella, e se voi non ci guerite, facceudoci rompere 
il nostro proponimento, che volete voi che ve ne segua V 

— Monsignore, rispose la giovane, fatemi guardare . e 
se io infra otto giorni non vi guerisco, fatemi brusciare. Ma 
se io vi guerisco, che merito me ne seguirà? 

A cui il re rispose: 

— Voi ne parete ancor senza marito ; se ciò farete, noi 
vi mariteremo bene e altamente. 

Al quale la giovane disse : 

— Monsignor, veramente mi piace che voi mi maritiate ; 
ma io voglio un marito tale quale io vi domanderò, senza 
dovervi domandare ' alcun de' vostri figliuoli o della casa reale. 

Il re tantosto ' le promise di farlo. 

La giovane cominciò la sua mediciua , et in brieve anzi 
il termine l'ebbe condotto a sanità. Di che il re, guerito sen- 
tendosi, disse : 

— Damigella, voi avete ben guadagnato il marito. 
A cui ella rispose : 

— Adunque, monsignore, ho io guadagnato Beltramo di 



'Ricusate. 1. intr.: «se <li prendergli a questo ofioio non schift- 
remo*. — Nel tempo che visse. Int. XV. 8fi: «mentr'io vivo». — 
Dacché. — Deliberato. III. 1 : «poi, mutato consiglio <• con loro accor- 
m'...-. — Monsignore, damigella eco. son qui, come in II. 8j gal- 
licismi elie giovano al colorito locale. — Custodire. — " Senza ohe io 
abbia in animo di domandare. Vili, 2: «Bene. Belcolore, de'mt tu far 
semine mai minile a questo modot». — (tr. II. 8. — 'Cura. 



lli(i GIORNATA TERZA 



Rossiglione, il quale ialino nella mia puerizia io cominciai 
ad amare ', e ho poi sempre sommamente amato. 

Gran cosa parve al re dovergliele dare; ma poi che 
promesso l'avea, non volendo della sua fé mancare, so '1 
fece chiamare e sì gli disse : 

— Beltramo, voi siete ornai grande e fornito ; : noi vo- 
gliamo che voi torniate a governare il vostro contado, e con 
voi ne meniate una damigella, la qual noi v'abbiamo per 
moglie data. ' 

Disse Beltramo : 

— E chi è la damigella, monsignore? 
A cui il re rispose: 

— Ella è colei la qual n'ha con le sue medicine sanità 
rondata. 

Beltramo, il quale la conosceva e veduta l'avea, quan- 
tunque molto bella gli paresse, conoscendo lei non esser di 
legnaggio che alla sua nobiltà bene stesse, tutto sdegnoso 
disse : 

— Monsignore, dunque mi volete voi dar medica ° per rao- 
gliere? Già a Dio non piaccia che io sì fatta femina prenda 
giammai ! 

A cui il re disse : 

— Dunque volete voi che noi vegniamo meno di nostra 
fede, la qual noi per riaver sanità donammo alla damigella, 
che voi in guiderdon di ciò domandò per marito? 

— Monsignore, disse Beltramo, voi mi potete tórre quant'io 
tengo, e donarmi, sì come vostro uomo r , a chi vi piace; ma 
di questo vi rendo sicuro, che mai io non sarò di tal mari- 
taggio contento. * 

— Si sarete, disse il re, per ciò che la damigella è bella 
e savia e amavi molto : per che speriamo che molto più lieta 
vita con lei avrete, che con una dama di più alto legnaggio 
non avreste. 

Beltramo si tacque; e il re fece fare l'apparecchio grande 



1 Vita Nuova, 12: «tu fosti suo tostamente da la tua puerizia». — 
Grave. — ' Siete giovaue e avete compiuta la vostra educazione. — 
4 Designata. — 5 Cfr. più su: «tutta vaga». — 6 IV, 10: «ella che me- 
dica non era, come che medico fosse il marito». — 'Suddito. — "Non 
lo farò mai. 



HOVBLLA nona I ♦ i T 

per la festa (ielle nozze. K tenuto il giorno a ciò determi- 
nato, quantunque Beltramo mal volentieri il tacesse, nella 
presenzia del re la damigella sposò che più che sé l'amava. 
I. questo tatto, come colui che seco già pensato avea quello 
che far dovesse, dicendo che al suo contado tornar si voleva 
e quivi consumare il matrimonio, chiese commiato al re; e 
montato a cavallo, non nel suo contado se n'andò, ma se ne 
venne in Toscana. E saputo che i Fiorentini guerreggiavano 
co' Sanesi, ad essere in lor favore si dispose: dove, lietamente 
ricevuto e con onore, tatto di certa quantità di gente capi 
tano, e da loro avendo buona provisionc, ' al loro servigio si 
rimase, e fu buon tempo. " 

La novella sposa, poco contenta di tal ventura, sperando 
di doverlo, per suo bene operare, rivocare al suo contado, 
se ne venne a Rossiglione, dove da tutti come lor donna 3 
fu ricevuta. Quivi trovando ella, per lo lungo tempo che 
senza conte stato v'era ', ogni cosa guasta e scapestrata ", 
sì come savia donna, con gran diligenzia e sollicitudine ogni 
cosa rimise in ordine: di che i suggetti si contentaron " molto, 
e lei ebbero molto cara e poserle grande amore, forte biasi- 
mando il conte di ciò ch'egli di lei non si contentava. Avendo 
la donna tutto racconcio il paese, per due cavalieri al conte 
il significò, pregandolo che, se per lei stesse T di non venire 
al suo contado, gliele significasse, et ella per compiacergli 
si partirebbe. Alli quali esso durissimo disse: 

— Di questo faccia ella il piacer suo; io per me vi tor- 
nerò allora ad esser con lei, che ella questo anello avrà in 
dito e in braccio figliuolo di me acquistato. 

Kg-li aveva l'anello assai caro, né mai da sé il partiva, 
per alcuna virtù che stato gli era dato ad intendere ch'egli 
avea. I cavalieri intesero la dura condizione posta nelle due 
quasi impossibili cose; e veggendo che per loro parole dal 
suo proponimento noi potevan muovere, si tornarono alla 



'Provvigione, stipendio. IX. 1: «parendo all'Angiulieri mal dimo- 
rare in Siena della protrinone che dal padre donata gli era». — '-' Per 
lungo tempo. V. 2: «egli è buon tempo che io intesi che tu perduta 
eri». — ^Signora: qui: contessa. — 'Quel luogo era stato. — ■'• lnf. 
XIV , 94: «un paese guasto» = devastato. Scapestrala = disordinata. 
Bossopra. — ' Si compiacquero. — ' Se tosse lei la cagione... 



16S GIORNATA TERZA 

dorma e la sua risposta le raccontarono. : La quale, dolorosa 
molto, dopo lungo pensiero diliberò di voler sapere se quelle 
due cose potesser venir fatt'e dove, acciò che per conseguente 
il marito suo riavesse. E avendo quello che far dovesse av- 
visato, raguuata una parte de' maggiori e de migliori uomini 
del suo contado, loro assai ordinatamente e con pietose pa- 
role raccontò ciò che già fatto avea per amor del conte, e 
mostrò quello che di ciò seguiva: e ultimamente 5 disse che 
sua intenzion non era che, per la sua dimora quivi, il conte 
stesse in perpetuo esilio, anzi intendeva di consumare il ri- 
manente della sua vita in peregrinaggi e in servigi miseri- 
cordiosi 3 per la salute dell'anima sua; e pregògli che la 
guardia e il governo del contado prendessero, e al conte si- 
gnificassero lei avergli vacua et espedita lasciata la posses- 
sione, e dileguatasi ' con intenzione di mai in Eossiglione 
non tornare. Quivi, mentre ella parlava, furon lagrime sparte 
assai dai buoni uomini, e a lei porti molti prieghi che le pia- 
cesse di mutar consiglio e di rimanere; ma niente montarono. 
Essa, accomandati loro a Dio, con un suo cugino e con una 
sua cameriera in abito di peregrini, ben forniti a denari e 
care" gioje, senza sapere alcuno ove ella s'andasse, entrò in 
cammino,' né mai ristette sì fu : in Firenze: e quivi per av- 
ventura arrivata, in uno alberghetto, il quale una buona 
donna vedova teneva, pianamente B a guisa di povera pere- 
grina si stava, disiderosa di sentire novelle del suo signore. 

Avvenne adunque che il seguente dì ella vide davanti 
allo albergo passare Beltramo a cavallo con sua compagnia; 
il quale quantunque ella molto ben conoscesse, nondimeno 
domandò la buona donna dello albergo chi egli fosse. A cui 
l'albergatrice rispose: 

— Questi è un gentile uom forestiere, il quale si chiama 
il conte Beltramo, piacevole e cortese e molto amato in questa 
città; et è il più innamorato uom del mondo d'una nostra 
vicina, la quale è gentil 9 femina ma è povera. Vero è che 



1 Riferirono. — -Da ultimo. — 3 In opere di pietà. — ^Essersene 
andata. — " -Preziose. — 'Si mise in via. Inf. II. 142: «Entrai per lo 
calumino alto e Silvestro». — ' Sino a che non giunse... — s Quieta- 
mente, umilmente, modestamente. Vita Nuova, L9: «giovane e piana». 
— Nobile, gentildonna. 



MiVKI.I.A NOVA IH!' 

onestissima giovane fe, e per povertà non si marita ancora, 
ma con una sua madre, savissima e buona donna, si sta : e 
forse se questa Bua madre non fosse, avrebbe ella già fatto 
di quello che a questo conte fosse piaciuto. 

La contessa, queste parole intendendo, raccolse bene; ' e 
più tritamente- esaminando vegnendo ogni particolarità e 
Itene ogni cosa compresa, fermò il suo consiglio ■'. Et appa- 
rata ' la casa e '1 nome della donna e della sua figliuola dal 
eonte amata, un giorno tacitamente in abito peregrino là 
se n'andò; e la donna e la sua figliuola trovate assai pove 
ramente, salutatele, disse alla donna, quando le piacesse, le 
VOlea parlare. La gentil donna levatasi, disse che apparec- 
chiata era d'udirla "; et entratesene sole in una sua camera 
e postesi a sedere, cominciòe la contessa: 

— Madonna, e' mi pare che voi siate delle nimiche della 
Fortuna, : come sono io ; ma, dove voi voleste, per avven- 
tura voi potreste voi e me consolare. 

La donna rispose che niuna cosa disiderava quanto di 
consolarsi onestamente. Seguì la contessa: 

— A me bisogna la vostra fede, nella quale se io mi ri- 
metto e voi m'ingannaste, voi guastereste i fatti vostri e 
i miei. 

— Sicuramente, disse la gentil donna, ogni cosa che vi 
piace mi dite, che mai da me non vi troverete ingannata. 

Allora la contessa, cominciatosi B dal suo primo innamora- 
mento, chi ell'era e ciò che intervenuto l'era infino a quel 
giorno le raccontò, per si fatta maniera che la gentil donna, 
dando fede alle sue parole, sì come quella che già in parte 
udite l'aveva da altrui, cominciò di lei ad aver compassione. 
E la contessa, i suoi casi raccontati, seguì : 

— Udite adunque avete tra l'altre mie noje ' quali sieuo 
quelle due cose che aver mi convien se io voglio avere il 
mio marito; le quali niuna altra persona conosco che far me 



'('Ir. Pwrg, XIV , 7"_': « Poi oh'ebbe la parola a so raccolta». — 
r. Farad. Nili, 34: «Quando l'unii paglia è trita*. — * Prese la 
sua determinazione. 'Appresa. — B Anche HI. 7: «pure in abito 
peregrino si uscì della casa della donna - = da pellegrino. -- " Cfr. 
Pur;/. XXVI, 137-8: «al suo nome il mio disire Apparecchiava gra- 
zioso loco-. ctv. fui. II. 61. — 'Rifacendosi. Disgrazie. 



170 GIORNATA TERZA 



le possa aver se non voi, se quello è vero che io intendo, 
ciò è che '1 conte mio marito sommamente ami vostra fi- 
gliuola. 

A cui la gentil donna disse: 

— Madonna, se il conte ama mia figliuola io noi so, ma 
egli ne fa gran sembianti : ' ma che poss'io per ciò in questo 
adoperare che voi disiderate ? 

— Madonna, rispose la contessa, io il vi dirò; ma pri- 
mieramente vi voglio mostrar quello che io voglio che ve 
ne segua, dove voi mi serviate. Io veggio vostra figliuola 
bella e grande da marito, e per quello che io abbia inteso 
e comprender mi paja, il non aver ben da maritarla ve la 
fa guardare 2 in casa. Io intendo che, in merito del servigio 
che mi farete, di darle prestamente de' miei denari quella 
dote che voi medesima a maritarla onorevolmente stimerete 
che sia convenevole. 

Alla donna, sì come bisognosa, piacque la profferta ; ma 
tuttavia, avendo l'animo gentile, disse: 

— Madonna, ditemi quello che io posso per voi operare, 
e se egli sarà onesto 3 a me, io il farò volentieri, e voi ap- 
presso farete quello che vi piacerà. 

Disse allora la contessa: 

— A me bisogna che voi, per alcuna persona di cui voi 
vi fidiate, facciate al conte mio marito dire che vostra fi- 
gliuola sia presta a fare ogni suo piacere, dove ella possa 
esser certa che egli cosi l'ami come dimostra; il che ella 
non crederrà + mai, se egli non le manda l'anello il quale 
egli porta in mano, 5 e che ella ha udito ch'egli ama co- 
tanto. ' Il quale se egli vi manda, voi mi donerete. E ap- 
presso gli manderete a dire, vostra figliuola essere apparec- 
chiata di fare il piacer suo ; e qui il farete occultamente ve- 
nire, e nascosamente me in iscambio di vostra figliuola gli 
metterete al lato. Forse mi farà Iddio grazia d'ingravidare : 



1 Lo dà molto a divedere. Cfr. Vita Nuora. 36: «di pietà sem- 
bianti»; Inf. IX. 101-2: -ma fé' sembiante D'uomo...». — -Custodite, 
rattenere. — '■ Panni. XVI, 15: « Pili è tacer, ebe ragionare, onesto». 
— * Cfr. II, 6 e 9: « crederrei » ; III, 8: « crederrete ». — 5 In un diro 
della mano. — 'Tanto, moltissimo. Cfr. II, 8: «io vi priego, per co- 
tanto amore quanto è quello che io vi porto...». 



NOVBLLA NONA ITI 

e cosi appresso, avendo il buo anello in dito e il figlinolo 
in braccio da Lai generato, io il racqnisterò, e con lui di- 
morerò come moglie dèe dimorar con marito, essendone voi 
stata cagione. 

• irati cosa parve questa alla gentil donna, temendo non 
forse biasimp ne seguisse alla figlinola. Ma pur pensando 
Che onesta cosa era il dare opera che la buona donna ria- 
vesse il suo marito, e che essa ad onesto fine a far ciò si 
mettea, nella sua buona e onesta affezion confidandosi, non 
solamente di tarlo promise alla contessa, ina intra pochi giorni 
con segreta cautela, ; secondo l'ordine dato da lei, et ebbe 
l'anello ^quantunque gravett > paresse l al conte) e lei in 
iscainbio della figliuola a giacer col conte maestrevolmente 
mise. Ne' quali primi congiugnimenti affettuosissimamente 
dal conte cercati, come fu piacer d'Iddio, la donna ingravidò 
in due figlinoli maschi, come il parto al suo tempo venuto 
fece manifesto. Nò solamente d'una volta contentò la gentil 
donna la contessa degli abbracciamenti del marito, ma molte, 
sì segretamente operando, che mai parola non se ne seppe-, 
credendosi sempre il conte non con la moglie, ma con colei 
la quale egli amava, essere stato. A cui, quaudo a partir si 
venia la mattina, avea parecchi' belle e care gioje donate, 
le quali tutte diligentemente la contessa guardava/ La quale, 
sentendosi gravida, non volle più la gentil donna gravare di 
tal servigio, ma le disse : 

— Madonna, la Dio mercè e la vostra, ' io ho ciò che io 
disiderava, e per ciò tempo è che per me si faccia quello 
che v'aggraderà, acciò che io poi me ne vada. 

La gentil donna le disse che se ella aveva cosa che l'ag 
gradisse,' ' che le piaceva; ma che ciò ella non avea fatto per 
alcuna speranza di guiderdone, ma perchè le pareva doverlo 
tare, a voler ben fare. 

A cui la contessa disse: 



1 Poi. — -Grave. Anche dianzi: «Gran cosa parve al re». — Ai- 
cortezza. III. 'J: «l'ardire e la cautela del pallafreniere era stata lodata -. 
— 'Rincrescesse non poco. — 'Abilmente. — ' Cfr. Taf. Nili. 15: e in 
'( s'incinse». — : VI. 10: «non ne verrei a oapo in parecchi miglia».— 
"Custodiva. — '('tV. Vita Nuova, 18: «Amore. In sua mercede, ha 
posto...». — ''Se aveva ragione d'esser lieta. 



172 GIORNATA TERZA 



— Madonna, questo mi piace bene, e così d'altra parto 
io non intendo di donarvi quello che voi mi domanderete 
per guiderdone, ma per far bene, che mi pare che si debba 
così fare. 

La gentil donna allora, da necessità costretta, con gran- 
dissima vergogna cento lire le domandò per maritar la lì- 
gliuola. La contessa, cognoscendo la sua vergogna e udendo 
la sua cortese ' domanda, le ne donò cinquecento, e tanti belli 
e cari giojelli, che valevano per avventura altrettanto: di che 
la gentil donna vie più che contenta, quelle grazie che mag- 
giori potè alla contessa rendè. La quale da lei partitasi, se 
ne tornò allo albergo. La gentil donna, per tórre materia 
a Beltramo di più né mandare né venire a casa sua, insieme 
con la figliuola se n'andò in contado, a casa di suoi parenti ; 
e Beltramo ivi a poco tempo, da' suoi uomini richiamato, a 
casa sua, udendo che la contessa s'era dileguata, se ne tornò. 

La contessa, sentendo lui di Firenze partito e tornato nel 
suo contado, fu contenta assai; e tanto in Firenze dimorò 
che '1 tempo del parto venne, e partorì due figliuoli maschi 
simigliantissimi al padre loro, e quegli fé' diligentemente 
nudrire. E quando tempo le parve, in cammino méssasi, senza 
essere da alcuna persona conosciuta, a Monpolier :ì se ne 
venne ; e quivi più giorni riposata, e del conte e dove fosse 
avendo spiato, ' e sentendo lui il dì d'Ognissanti in Rossi- 
glione dover fare una gran festa di donne e di cavalieri, 
pure in forma di peregrina, come usata n'era, là se n'andò. 
E sentendo le donne e' cavalieri nel palagio del conte adu- 
nati per dovere andare a tavola, senza mutare abito, con 
questi suoi figlioletti in braccio salita in su la sala, tra uomo 
e uomo ■ là se n'andò dove il conte vide, e gittatàglisi a' 
piedi disse piagnendo : 

— Signor mio, io sono la tua sventurata sposa, la quale, 
per lasciar te tornare e stare in casa tua. lungamente andata 
son tapinando, ' Io ti richieggo per Dio, che la condizion 



1 Discreta per cortesia. - '-' La maniera, l'occasione. - :i Montpel- 
lier. — 'Investigato. — Vita Nuova, 8: «Amor... in forum vera». 
Più su, II, 9: «sei anni andata tapinando informa il' noni porlo mondo». 
— ' Persona e persona. — "II, 9; e III. 7: « il mandarlo in esilio tapi- 
nando per lo mondo ». 



N < > V I : I . ! . A MINA IT:; 



postami per li due cavalieri clic io ti mandai, tu la mi os- 
servi: et creo nelle mie braccia ioii un sol Bgliuol di te. 
ma due: ci 6CC0 qui il tuo anello. Tempo è dunque che io 
debba ila te. si come moglie, esser ricevuta secondo la tua 
promessa. 

Il conte, adendo questo, tutto isvenne, ' e conobbe l'anello, 
e i figliuoli ancora, s simili erano «i lui: ma pur disse: 

— Come può questo essere intervenuto? 

La contessa, con gran meraviglia del conte e «li tutti gli 
altri che pi-esenti erano, ordinatamente ciò che stato era, e 
come, raccontò. Per la qua] cosa il conte, conoscendo lei dire 
il vero, e veggendo la sua perseverali /.a e il suo senno, e 
appresso due cosi be' figlioletti; e per servar quello che 
promesso avea. e per compiacere a tutti i suoi uomini e alle 
donne, che tutti pregavano che lei come sua li ui tt ima sposa 
dovesse ornai raccogliere : e onorare, pose giù ' la sua osti- 
nata gravezza, e in pie fece levar la contessa, e lei abbracciò 
e basciò e per sua ligittima moglie riconobbe, e quegli per 
suoi figliuoli. E fattala di vestimenti a lei convenevoli rive- 
stire, con grandissimo piacere di quanti ve n'erano, e di tutti 
gli altri suoi vassalli che ciò sentirono, fece, non solamente 
tutto quel di, ma più altri, grandissima festa; e da quel dì 
innanzi lei sempre come sua sposa e moglie onorando, l'amò 
e sommamente ebbe cara. 

[La NOVELLA DECIMA, com'è convenuto, vien narrata 
da Dioneo. 

Nella città di Capsa [Tunisi] in Barberia fu già un ric- 



1 si oominosse, si turbò assai. — * Per giunta. — 'Ricevere. — <iV. 
Petrarca, n. 128: t Piacciavi porre giù l'odio e lo sdegno». Severità. 
Cfr. Tnf. XIX. 108: e parole ancor più gravi -. — B Quale fonie di questa 
novella sono additati: il dramma indiano Sakùntala ovvero l'Anello, di 
Kalidasa; la oommedia di Terenzio. Hecyra; il romanzo in vecchio 
francese, in prosa, /.'• ohevalereux t'nmii i'Artois ri sa fetnme (edito 
da .1. Barrois nel 1837: ofr. Chefs d'oeuvres dee eonteurs francati avant 
ì.<< Foniaine par Charles Lio v\m:i . Paris, L884, pt. Ili i. Tra le 
infinite "imitazioni, basta menzionare, a titolo d'onore, quella di Sha- 
kespeare, nella commedia AU's well tinti ends well [Tutto è bene quel 
che finisce bene) ; e a queBto proposito, basta ricordare, a titolo d'onore. 
l'articolo di <;. Paris, !".■<, tersion orientale du thème de * All' 8 »•<•// 
liuti finis well», nella Romania, XVI iss? . p. 98 bs. - Fu introdotta 
dal Painter nel Palaee of P\eamre, I. 1§68, n. 38. 



li-I GIORNATA TER/. A 



chissimo nomo, il quale tra alcuni altri suoi figliuoli aveva 
una figlioletta bella e gentilesca,' il cui nome fu Alibech». La 
quale, non essendo cristiana e udendo da molti cristiani com- 
mendare la fede cristiana, pensò d'apprenderne i precetti-, e 
si mise a cercare « nelle solitudini de' diserti di Tebàida » 
chi glieli potesse insegnare. Un primo romito, « un santo 
uomo » . temendo le insWie del demonio, « dandole alquanto 
da mangiare radici d'erbe e pomi salvatichi e datteri, e bere 
acqua » , la manda a un secondo, un po' più lontano. Ma questo 
secondo «santo uomo» le fece il medesimo trattamento; ed 
essa «andata più avanti, pervenne alla cella d'uno romito 
giovane, assai divota persona e buona, il cui nome era Rù- 
stico i . Il quale finalmente le concede l'ospitalità.]" 

Mille fiate o più aveva la novella di Dioneo a rider mosse 
l'oneste donne, tali e sì fatte loro parevan le sue parole. Per 
che, venuto egli al conchiuder di quella, conoscendo la Reina 
che il termine della sua signorìa era venuto, levatasi la laurea ; 
di capo, quella assai piacevolmente pose sopra la testa a Fi- 
lostrato ; e disse : 

— Tosto ci avvedremo se il lupo saprà meglio guidare 
le pecore, che le pecore abbiano i lupi guidati ! 

Filostrato, udendo questo, disse ridendo : 

— Se mi fosse stato creduto, 1 i lupi avrebbono alle pecore 
insegnato rimettere il diavolo in inferno, non peggio che 
Rustico facesse ad Alibech ; e per ciò non ne chiamate lupi, 
dove voi state pecore non siete. Tuttavia, secondo che con- 
ceduto mi fia, io reggerò il regno commesso. 

A cui Neifile rispose : 

— Odi, Filostrato : voi avreste, volendo a noi insegnare, 
potuto apparar senno, come apparò Masetto da Lamporecchio 



•II. 8: «per ciò che bella e gentilesca et avvenente era»; V, 7: 
♦ n'era uno il quale gentilesco e di migliore aspetto pareva». — -Qualche 
somiglianza ha questa novella col poema in vecchio tedesco Die Teu- 
felsacht (v. Haobh, Gesatnmtabenteuer, II. n. 28), dove tuttavia non 
hanno alcuna parte i romiti «Iella Tebaide, ne giovani né vecchi. Ina 
sguaiata imitazione ne fu fatta dal Sacchetti, nella novella 101, traspor- 
tando la scena a Todi. Per le altre imitazioni italiane e straniere, 
v. Lek. The Decameron, p. 108-09. — 'Corona d'alloro. IV,concl.: «e 
della testa -i tolse la laurea». — 'Se, mi si l'osse dato retta. 



NOVELLA DECIMA 



dalle monache, e riavere la favella a tale ora che l'ossa senza 
maestro avrebbono apparato a snfolare. ' 

Filostrato, conoscendo che l'alci si trovavano non meno 
che egli avesse strali, lasciato stare il motteggiare, a darsi 
al governo del regno commesso cominciò. E fattosi il sini- 
scalco chiamare, a che punto le cose fossero tutte, volle sen- 
tire; e oltre a questo, secondo che avvisò che bene stesse e 
che dovesse sodisfare alla compagnia, per quanto la sua si- 
gnoria dovea durare, discretamente ordinò. E quindi rivolto 
alle donne, disse: 

— Amorose donue, per la mia disavventura, poscia che. 
io ben dal mal conobbi, sempre per la bellezza d'alcuna di 
voi stato sono ad Amor saggetto ; né l'essere umile, né l'es- 
sere ubbidiente, né il seguirlo in ciò che per me s'è cono- 
sciuto alla seconda in tutti i suoi costumi, m'è valuto, ch'io, 
prima per altro abbandonato, e poi non sia sempre di malo 
in peggio andato, e così credo che io andrò di qui alla morte. 
E per ciò non d'altra materia domane mi piace che si ra- 
gioni, se non di quella che a' miei fatti è più conforme, cioè 
di coloro li cui amori ebbero infelice fine, per ciò che io a 
lungo andar l'aspetto infelicissimo, né per altro il nome per 
lo quale voi mi chiamate, da tale che seppe ben che si dire 
mi fu imposto. - 

E così detto, in piò levatosi, per infino all'ora della cena 
licenziò ciascuno. 

Era sì bello il giardino e sì dilettevole, che alcuno non 
vi fu che eleggesse di quello uscire, per più piacere altrove 
dover sentire. Anzi, non faccendo il sol già tiepido alcuna 
noja a seguire i cavriuoli e i conigli e gli altri animali che 
erano per quello, e che, lor sedenti, forse cento volte per 
mezzo lor saltando eran venuti a dar noja, si dierono alcune 



'Quando, ischeletriti, le ossa vostre senza più midollo sarebbero 
parse zufoli. — -Qui par proprio che s'intenda ricalcare il passo famoso 
della Vita ZVtcoea, 2: «la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali 
non sapeano ohe si chiamare >. — Tare s'accenni al poemetto francese 
del sec. XIII. Da Chastelaine de Vert/i. pubblicato da (Jastox Rav- 
\ u i» nella Romania, XXI (1892), p. 165 ss., e poi a parte, l'ari-. 1910. 
Intorno ad esso. v. Ezio I,kyi, mila Rassegna bibliogr. ri. lett. Hai., 
XXI (1913), p. U-5. 



IT») GIORNATA TERZA 



a seguitare. Dioneo e la Fiammetta cominciarono a cantare 
di Messer Guiglielmo e della Dama del Vergiù; ! Filomena 
e Pamfilo si diedero a giucare a scacchi ; e così chi una cosa 
e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo, l'ora della cena 
appena aspettata ' sopravvenne. Per che, messe le tavole 
d'intorno alla bella fonte, quivi con grandissimo diletto ce- 
naron la sera. Filostrato, per non uscir del camin tenuto da 
quelle che reine avanti a lui erano state, come levate fu- 
rono le tavole, cosi comandò che la Lauretta una danza 
prendesse, e dicesse una canzone. La qual disse: 

— Signor mio, delle altrui canzoni io non so, né delle mie 
alcuna n'ho alla mente che sia assai convenevole a sì lieta 
brigata; se voi di quelle che io ho volete, io dirò volentieri. 

Alla quale il Re disse : 

— Niuna tua cosa potrebbe essere altro che bella e pia- 
cevole; e per ciò tale qual tu l'hai, cotale la dì. 

La Lauretta allora con voce assai soave, ma con maniera 
alquanto pietosa, rispondendo l'altre, cominciò cosi : 

Ninna sconsolata 

Da dolersi ha quant' io, 

Che 'n van sospiro, lassa!, innamorata. 

Colui che muove il cielo et ogni stella, 2 
Mi fece a suo diletto 
Vaga, leggiadra, graziosa e bella, 
Per dar qua giù ad ogn' alto intelletto 
Alcun seguo di quella 
Biltà, che sempre a lui sta nel cospetto: 
Et il mortai difetto, 3 
Come mal conosciuta, 
Non mi gradisce, anzi m' ha dispregiata. 

Già fu chi m'ebbe cara, e volentieri 
Giovinetta mi prese 

Nelle sue braccia, e dentro a' suoi pensieri. 
E de' miei occhi intatto ' s'accese. 
E '1 tempo, che leggieri 
Sen vola, tutto in vagheggiarmi spese; 
Et io, come cortese, 
Di me il feci degno; 
Ma or ne son, dolente a mei. privata. 



•Quasi inaspettata. — "Paracl. XXXIII, 145. — 3 L'imperfezione 
umana. — "Tutto quanto. IX. hall.; «l'anima mia TutuUa gli apro». 



NoVhi.i.A DECIMA 1 .7 



i .munsi innanzi poi presuntuoso 
l'u giovinetto Bevo, 
Sé Dobil reputando e valore 
E presa tienmi, e oon falso pensiero 
Divenuto è geloso; 
l iaonóV i<>, lassa '.. quasi mi dispai o, 

tnosoendo per \ ero, 
Per ben di moli i al mondo 
Venuta, ila uno essere occupata. 

Io maledico la mia Isventura, 

Quando, per mutar vesta. 

Sì dissi mai: si bella nella oscura 

Mi vidi già e lieta, dosi' in questa 

Io meno vita dura, 

Vie meo che prima reputata onesta. 

< > dolorosa lesta. 

Morta foss' io avanti 

Clio io t'avessi iu tal caso provata! 

() caro amante, del qual prima fui 
Più che altra contenta, 
Che or nel ciel se' davanti a colui 
Che ne creò, deh pietoso diventa 
Di me, che per altrui 
Te obliar non posso: fa ch'io senta 
Che (niella damma spenta 
Non sia, che per me t'arse, 
E costà su tu' impetra la tornata! 

• Qui fece fine Lauretta alla sua canzone, la quale no- 
tata da tutti, diversamente da diversi fu intesa \ Et ebbevi 
di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio 
un buon porco che una bella tosa ; l altri furono di più su- 
blime e migliore e più vero intelletto, del quale al presente 
recitare n non accade. 4 

Il Re, dopo questa, su l'erba e 'n su' fiori, avendo fatti 
molti doppieri accendere, ne fece più altre cantare, intìn che 
già ogni stella a cader cominciò che salia. " Per che, ora 
parendogli da dormire, comandò che con la buona notte 
ciascuno alla sua camera si tornasse. 



'Anche qui pare voglia contraffare la Vita Xt'i>>-n. ?,-. «A questo 
Bonetto tue risposto da molti e di diverse sentenzio...». — - Voce lom- 
barda : fanciulla. — 3 Riferire. Cfr. Vita Nuova, 25: «dicele quasi reci- 
tando lo modo del buono Omero»; Uonv. IV. 6: «siccome pare Tullio 
recitare nel primo di Fine de'beni ». — * Cfr. Vita Nuova, 1- e 14. — 

rij. VII. 82: «in sul verde e in su' rìori ». — ' lnf. VII. 96: - Già 
stella cade che saliva». 12 






FINISCE LA TERZA OIORNATA DEL DECAMERON, ET IN'" 
M1NCIA LA QUARTA, NBLL\ QUALE, BOTTO IL REGGIMENTO 

1)1 FILOSTRATO. si RAGIONA 1>I COLORO U 0U1 AMORI 
BBBBRO INFELICE FINI:. 

Carissime donno, si per le parole ile' savj uomini udite e 
sì per le cose molte volte da me vedute e lette, estimava io 
che lo 'mpetuoso vento e ardente della invidia non dovesse 
percuotere so non l'alto torri o le più levate cime degli al- 
beri '. Ma io mi truovo dalla mia estimazione ingannato; per 
ciò che fuggendo io, e sempre essendomi di fuggire inge 
guato, il fiero impeto di questo rabbioso spirito", non sola- 
mente pe' piani ma ancora per le profondissime valli mi sono 
ingegnato d' andare. TI che assai manifesto può apparire a 
chi le presenti novellette riguarda, le quali, non solamente in 
fioi'entin volgare e in prosa scritte per me sono e senza titolo, 3 



1 Paruri. XVII, 133-4: e come vento Che 1<' j » i ti alti- cime più per- 
ouote>. Levate = elevate. — - Soffio. — » //,/'. XXXIII, 23: « ha il 
Hiol della l'ama.: Pur//. XIX, 101-2: -Tua fiumana Leila, e del BUO 
nome Lo Htol ch'I mio sangue fa sua cima»: Cono. IV, 28: «Oli sven- 
turati e malnati, clic innanzi volete partirvi d'està vita sotto il titolo 
il' Ortensio clic ili Catone! Nel nomo ili cui e lìdio terminare...». I 
Deputati, Annotazione I. p. 41-3, segniti «lai Gaspary, Storia d. lei/. 
Uni. TI. 3'2fi. intendono qni -senza nome di autore»: il Salviati e il 
Landau, seguiti ila ,T. E. Shaw, // titolo del Decameron, nel t Giornale 
storico d. lett. ital.». LII, 289 ss., intendono «senza dedioa» o e senza 
iscrizione titolare»: il Dionisi, Blandimenti funebri, Padova 1794, p. 99. 
Bpiegò *8ema titolo, senza legarsi cioè a tenia alcuno particolare > ; il 
Witte argomentò ohe l'espressione venera titolo fosse un eufemismo per 
€ libro ili racconti d'amore»: e il Castelvetro, Opere varie critiche. 
Lione 1727. p. 114: «quella opera si domanda essere senza titolo, che 
non ha alcuno de' titoli pomposi de' quali parla Plinio nella prefazione 
e Aulo Gelilo nella conclusione de' suoi libri». Sennonché a me pare 
clic titolo abbia anche qui, proprio come nell'uso corrente, il valore 
à' intestazione dei libro. Cfr. ('omento «opra Dante: « e da vedere qual 
sia il titolo del presente libro: il quale, secondo alcuni, è questo: Tnco- 
mincia l'i Commedia di D. A. /'. : alcun altro ....dice il titolo essere 
questo: Incominciano le Cantiche della Commedia ili D.A. f. ...Appresso 
si dimostra nel titolo, questo libro essere appellato Commedia.. .. Vo- 
gliono alcuni mal convenirsi a questo libro questo titolo.... Credo l'au- 
tore non avere avuto riguardo alle parti che nelle commedie si con- 
tengono, ma al titolo, e da quello avere il suo libro dinominato, 
figurativamente parlando». Suggestivo è quanto, nel Commento mede 



180 GIORNATA QUARTA 

ma ancora in istilo umilissimo e rimosso ' quanto il più 
si possono. Né per tutto ciò l'essere da cotal vento fiera- 
mente scrollato, anzi presso che diradicato, e tutto da' morsi 
della invidia esser lacerato, non ho potuto cessare.- Per che 
assai manifestamente posso comprendere quello esser vero 
che sogliono i savi dire, che sola la miseria è senza invidia 
nelle cose presenti. 

Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste 
novellette leggendo, hanno detto che voi mi piacete troppo, 
e che onesta cosa non è che io tanto diletto prenda di pia- 
cervi e di consolarvi; e alcuni han detto peggio, di com- 
mendarvi; ' come io fo. Altri, più maturamente mostrando di 
voler dire, hanno detto che alla mia età non sta bene l'an- 
dare ornai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne o 
a compiacer loro. E molti, molto teneri della mia fama mo- 
strandosi, dicono che io farei più saviamente a starmi con 
le Muse in Parnaso, che con queste ciance mescolarmi tra 
voi. E son di quegli ancora che, più dispettosamente che sa- 
viamente parlando, hanno detto che io farei più discretamente" 
a pensare dond'io dovessi aver del pane, che dietro a queste 
frasche ° andarmi pascendo di vento. E certi altri in altra guisa 
essere state le cose da me raccontate che come io le vi porgo, 
s'ingegnano, in detrimento della mia fatica, di dimostrare. 
Adunque da cotanti e da così fatti soffiamenti, da così atroci 
denti, da così aguti, valorose donne, mentre io ne' vostri 
servigi milito, sono sospinto, molestato e infino nel vivo tra- 
fitto. Le quali cose io con piacevole ' animo, sallo Iddio, 
ascolto et intendo. E quantunque a voi in ciò tutta appar- 



tino, il Boccaccio dice di Ovidio: «compose un libro il quale alcuno 
chiama Liber Amorum. altri il chiama Sirie Ululo, e può l'un titolo e 
l'altro avere, perciocché d'alcuna altra cosa non parla che de' suoi 
innamoramenti e di sue lascivie.... E pnossi «lire similmente ritte Ululo. 
perciocché d'alcuna materia continuata, dalla quale si possa intitolare. 
favella». Da quel che il Boccaccio dira subito dopo, si capisce ohe le 
novelle venivan pubblicate via via, alla spicciolala. Il titolo di Deca- 
meron non poteva esser dato se non a opera compiuta. — * I, 9: «egli 
era di sì rimessa vita e da sì poco bene...». —-Evitare. Farad. XXV. 
133: «per cessar fatica o rischio». — -Nelle cose di quaggiù: ci'r. 
Purt/. XXXI. 31. Sola miseria carri invidia. — ' Lodarvi. Paraci. IV. 
7-9: «me non riprendo..., né commendo ». — 5 Qpererei più da savio. — 
IX. 5: «scrisse in su quella carta certe sue frasche». 7 Sereno. 



tNTSODUZIONfl 181 

tenga la mia difesa, nondimeno lo non intendo «li risparmiar 
le mìe forze; anzi, Bensa risponder»' quanto si converrebbe, 
con alcuna leggiera risposta tòrmegli dagl'i orecchi, <• questo 
t'ir senza indugio. Per eie che, Be già, non essendo io ancora 
al terzo della mia fatica venuto, essi sono molti e molto pre- 
sumono, io avviso che avanti che io pervenissi alla fine. 
DOtrebbonO in guisa esser multlplicati, non avendo prima 
avuta alcuna repulsa . che con ogni piccola lor fatica mi 
metterebbouo in fondo/ uè a ciò, quantunque elle sien grandi, 
resistere varrebbero le forze vostre. 

Ma avanti che io venga a far la risposta ad alcuno, mi 
piace in favor di me raccontare, non mia novella intera acciò 
che non pa.ja che io voglia le mie novelle con quelle di cosi 
laudevole compagnia, qua! fu quella che dimostrata v'ho, 
mescolare , ma parte d'una, acciò che il suo difetto stesso 
sé mostri non esser di quelle. 

kEt a' mici assalitori favellando, dico che nella nostra 
ditta, già è buon tempo passato, fu un cittadino il qual tu 
ìominato Filippo Baldueci, uomo di condizione assai leg- 
giere, * ma ricco e bene inviato et esperto nelle cose quauto 
o stato suo richiedea. Et aveva una sua donna la quale egli 
sommamente amava, et ella lui, et insieme in riposata vita : si 
stavano, a niun'altra cosa tanto studio ponendo quanto in pia- 
cere interamente l'uno all'altro. Ora avvenne, come di tutti 
avviene, che la buona donna passò di questa vita, né altro di 
sé a Filippo lasciò che un solo figliuolo di lui conceputo, il 
quale forse ' d'età di due anni era. Costui per la morte della sua 
donna tanto sconsolato rimase, quanto mai alcuno altro, amata 
cosa perdendo, rimanesse. E veggendosi di quella compagnia 
la quale egli più amava rimaso solo, del tutto si dispose di non 
volere più essere al mondo, ma di darsi al servigio di Dio, e 
il simigliante fare del suo piccol figliuolo. Per che, data ogni 
sua cosa per Dio,' senza indugio se n'andò sopra monte 
A-inajo, 1 " e quivi in una piccola celletta si mise col suo fi- 
gliuolo, col quale di limosiue in digiuni e in orazioni vi- 



ni quest'opera. — - Confutazione. — ■ M'atterrerebbero. — ' Accen- 
nata, messa sott'occhi. — L'esser monca. Ma non s'intende di ohe • 
inanelli. — 'Turile. — ' Ptmid. XV, 130-1: «riposato... viver». f Circa. 
In beneficenza. — t>ra, monte Senario, dov'è un santuario. 



182 GIORNATA QUARTA 



vendo, sommamente si guardava ili non ragionare là dove 
egli t'osse d'alcuna temporal cosa, ne di lasciamogli alcuna 
vedere, acciò che esse da così tatto servigio noi traessero, 
ma sempre della gloria di vita eterna e di Dio e de' Santi 
gli ragionava, nulla altro che sante orazioni insegnandogli. 
E in questa vita molti anni il tenne, mai della cella non la- 
sciandolo uscire, nò alcuna altra cosa che sé dimostrandogli. 
Era usato il valente uomo di venirne alcuna volta a Fi- 
renze, e quivi, secondo le sue opportunità, 1 dagli amici di 
Dio ' sovvenuto, alla sua cella tornava. Ora avvenne che, es- 
sendo già il garzone d'età di diciotto anni e Filippo vecchio, 
un dì il domandò ov'egli andava. Filippo gliele disse. Al 
quale il garzon disse : 

— Padre mio, voi siete oggimai vecchio, e potete male 
durare fatica ; perchè non mi menate voi una volta a Firenze, 
acciò che, faccendomi cognoscere gli amici e divoti di Dio 
e vostri, io che son giovane e posso meglio faticar di voi, 
possa poscia pe' nostri bisogni a Firenze andare quando vi 
piacerà, e voi rimanervi qui? 

Il valente uomo, pensando che già questo suo figliuolo 
era grande, et era sì abituato al servigio di Dio che mala- 
gevolmente le cose del mondo a se il dovrebbono ornai poter 
trarre, seco stesso disse: — Costui dice bene. — Per che, 
avendovi ad andare, seco il menò. Quivi il giovane veggendo 
i palagj. le case, le chiese, e tutte l'altre cose delle quali 
tutta la città piena si vede, si come colui che mai più per 
ricordanza 3 vedute no n'avea, si cominciò forte a maravi- 
gliare, e di molte domandava il padre che fossero e come si 
chiamassero. Il padre gliele diceva; et egli avendolo udito, 
rimaneva contento, e domandava d'un'altra. E così doman- 
dando il figliuolo e il padre rispondendo, per avventura si 
scontrarono in una brigata di belle giovani donne et ornate, 
che da un pajo di nozze ' venìeno : le quali come il giovane 
vide, così domandò il padre che cosa quelle fossero. A cui 
il padre disse: 

— Figliuol mio, bassa gli occhi in terra, non le guatare, 
ch'elle son mala cosa. 






1 Bisogni. IX, 6: «Adriano per alcuna opportunità naturai si levò». 
— 2 Dalla gente pia, benefica. — :i Per quanto egli ricordasse. Era stato 
allontanato dalla città all'età di due anni. — < Una festa di nozze. 



INTRODI 7.IONK 188 



Disse allora il figliuolo: 

— come si chiamano V 

Il padre, per non destare nel concupiscibile appetito del 
giovane alcuno inchinevole disiderio men che utile, non le 
volle nominare per lo proprio nome, cioè femine, ma disse : 

— Elle si chiamano pàpere. 

Maravigliosa cosa ad udire! Colui che mai più alcuna 
veduta no n'avea, non curatosi do' palagj, non del bue, non 
del cavallo, non dell'asino, non de' denari, né d'altra cosa 
che veduta avesse, subitamente disse: 

— Padre mio, io vi priego che voi facciate che io abbia 
una di quelle pàpere. 

— Oimè, figliuol mio, disse il padre, taci: elle son mala 
cosa. 

A cui il giovane domandando, disse: 

— son così fatte le male cose? 

— Sì, disse il padre. 
Et egli allora disse: 

— Io non so che voi vi dite, né perchè queste sien mala 
cosa: quanto è a me, no n'è ancora partita vedere alcuna 
così bella uè così piacevole, come queste sono. Elle son più 
belle che gli agnoli dipinti che voi m'avete più volte mo- 
strati. Deh se vi cai di me, fate che noi ce ne meniamo 
una colà su di queste pàpere, et io le darò beccare. 

Disse il padre : 

— Io non voglio; tu non sai donde elle s'imbeccano. 

E sentì incontanente più aver di forza la natura che il 
suo ingegno; e pentéssi 1 d'averlo menato a Firenze. " 



1 Pentissi. — "• Questa novelletta, circa l'incoercibile potere d'amore, 
è "l'origine orientale. Nel Ramayana si racconta qualcosa di molto 
simile d'un anacoreta e «li suo tìglio. Le donne son chiamate dal padre 
Bakehastu, cioè demonii. l'Ir. E. LévÉQtTB, Lea mythea et tea ligendea 
ile l'Inde et la Perse dans Boccace. Paris 1880, p. 519 ss.; e meglio, 
II. Kbsbakbb, La leggenda epica di Biehyaeringa. nella « Raccolta 
di studii critici dedicata ad A. D'Ancona», Firenze 1901, p. 465 ss. Una 
storia dello stesso genere è narrata nel celebre e notissimo romanzo 
Imddhistico-cristiano del secolo IX, attribuito a san Giovanni Dama- 
sceno, e intitolato Barlaame Josaphat, cap. XXX: nelle Narrationea 
«li Odo da l'eringtonia, dotto chierico inglese vissuto sullo scorcio del 
senio XII: negli Exempla' di Jaques de Vitry. n. LXXXII; e nelle 



184 GIORNATA QUARTA 



Ma avere infino a qui detto della presente novella voglio 
che mi basti, e a coloro rivolgermi alli quali l'ho raccontata. 

Dicono adunque alquanti de' miei riprensori che io fo male, 
o giovani donne, troppo ingegnandomi di piacervi, e che voi 
troppo piacete a me. Le quali cose io apertissimamente con- 
fesso, cioè che voi mi piacete, e che io m'ingegno di piacere 
a voi: e domandogli se di questo essi si maravigliano, riguar- 
dando, lasciamo stare l'aver conosciuti gli amorosi basciari 
e i piacevoli abbracciala e i congiugnimeli dilettevoli che 
di voi, dolcissime donne, sovente si prendono; ma solamente 
ad aver veduto e veder continuamente gli ornati costumi e 
la vaga bellezza e l'ornata leggiadria, e oltre a ciò la vostra 
donnesca ' onestà, quando colui che nudrito, allevato, accre- 
sciuto • sopra un monte salvatico e solitario, infra li termini 
di una piccola cella, senza altra compagnia che del padre, 
come vi vide, sole da lui disiderate foste, sole addomandate, 
sole con l'affezion seguitate. Riprenderannomi, morderan- 
nomi, lacerrannomi :t costoro, se io, il corpo del quale il Ciel 
produsse tutto atto ad amarvi, e io dalla mia puerizia l'anima 
vi disposi, 4 sentendo la virtù 5 della luce degli occhi vostri. 
la soavità delle parole melliflue fi e la fiamma accesa da' pie- 
tosi sospiri; se voi mi piacete, o se io di piacervi m'ingegno, 
e spezialmente guardando ' che voi prima che altro piaceste 
ad un romitello, ad un giovinetto senza sentimento, anzi ad 
uno animai salvatico? Per certo chi non v'ama e da voi non 
disidera d'essere amato, sì come persona che i piaceri né la 
virtù della naturale affezione né sente né conosce, così mi 
ripiglia. 8 e io poco me ne curo. 

E quegli che contro alla mia età parlando vanno, mostra 



Cento novelle antiche, nov. XIV: dove le donne son chiamate <» de- 
moni! | Barlaam, Novellino), ovvero, come nel Boccaccio, oche o papere. 
Le imitazioni della novella boccacesca sono innumerevoli. Cfr. Lee, 
The Decameron, p. 110-116. — 'Graziosa. X, 10: «come che i panni 
avesse poveri in dosso, con animo e con costume donnesco tutte le 
donne che vennero ricevette ». Altrove (1, 10; III, 5): donnescamente = 
graziosamente. Cfr. anche (III, 10): gentilesca. — - Cresciuto, allevato. 
— s Lacererannomi. Cfr. I, 10: deliherrà — 4 Vita Nuova, 12: «tu fosti 
suo tostamente da la tua puerizia»; e cfr. Ili, 9. — 5 La potènza. Cfr. 
Purg. XXX, 38. — 6 Ferondo (III, 8) chiama la moglie sua : «casciata, 
melata, dolciata ». — ' Considerando. — s Riprende, rimprovera. 






ìNTKonrzi' 

nuli che conoscano ' che, perchè il porro abbia il capo bianco, 
che La coda ^ia verde A' quali, lasciando stare il mur 
giare dall'un de' lati, rispondo che io mai a me vergogna 
non reputerò infino nello estremo «Iella mia vita di dover 
compiacere a quelle cose, alle quali Cuido Cavalcanti e Dante 
Alighieri già vecchi, e messer Gino da Pistoja vecchissimo, 
onor si tennono : e t'n lor caro il piacer loro '. E se non l'osse 
che uscir sarebbe del modo usato del ragionare, io produ- 
cerei le istorie in mezzo, e quelle tutte piene mosterrei 
d'antichi uomini e valorosi, ne' loro più maturi anni somma 
mente avere studiato di compiacere alle donne: il che se essi 
non sanno, vadino, e sì l'apparino. Che io con le Bluse in 
Parnaso mi debbia stare, affermo che è buon consiglio, ma 
tuttavia né noi possiam dimorare con Le Muse, né esse con 

i noi; se" quando avviene che l'uomo da lor si parte, di- 
lettarsi di veder cosa che le somigli, non è cosa da biasi- 
mare. Le Muse son donne, e benché le donne quello che le 
Muse vagliano non vagliano, pure esse hanno nel primo 
aspetto simigliane di quelle: sì che. quando per altro non 
mi piacessero, per quello mi dovrebber piacere. Senza che 
le donne già mi fur cagione di comporre mille versi, dove 
le Muse mai non mi furono di farne alcun cagione. A.juta- 
ronrai elle beue. e mostraronmi comporre que' mille; e torse 
a queste cose scrivere, quantunque sieno umilissime. ' si sono 
elle venute parecchi volte" a starsi meco, in servigio forse e 
in onore della simiglianza che le donne hanno ad esse: per 
che, queste cose tessendo. 1 uè dal monte Parnaso, né dallo. 
Muse non mi allontano, quanto molti per avventura s'av- 
visano. 

Ma che direni noi a coloro che della mia fame hanno co- 
tanta compassione, che mi consigliano che io procuri del 
pane? Certo io non so: se non che, volendo meco pensare 
qual sarebbe la loro risposta, se io per bisogno loro ne di- 
mandassi, m'avviso che direbbono: — Va, cercane tra le fa 



: l'are che mal conoscano. — : Cfr. I. 10. — 3 Dante, cz. Tre donni...: 
«L'esilio ohe m'è dato onor mi tegno». — 'Alle donne. — s Addurrei. 

— "Collie altrove (II, 4. 10...): tnoslrrrò. — 7 Continuamente. Ognora. 

— «Così che. — l>i pochissimo valore, le cose scritte. — '"III. 9: 
cavea parecchi belle e «'ave gioie donati-». — "Componendo. 



186 GIORNATA QUARTA 



vole ! — E già più uè trovarono tra le lor favole i poeti, che 
molti ricchi tra' lor tesori. E assai ' già, dietro alle lor favole 
andando, fecero la loro età fiorire, dove in contrario molti, 
nel cercar d'aver più pane che bisogno non era loro, peri- 
rono acerbi. Che più? Càccinmi via questi cotali qualora 
io ne domando loro. Non che. 3 la Dio mercè, ancora non mi 
bisogna; e quando pur sapravvenisse il bisogno, io so. se- 
condo l'Apostolo, abbondare e necessità sofferire ; * e per ciò 
a niun caglia più di me che a me. 

Quegli che queste cose cosi non essere state dicono, avrei 
molto caro che essi recassero gli originali, li quali, se a quel 
che io scrivo discordanti fossero, giusta direi la loro ripren- 
sione, e d'ameudar me stesso m'ingegnerei. Ma infìno che 
altro che parole non apparisce, io gli lascerò con la loro 
opinione, seguitando la mia. di loro dicendo quello che essi 
di me dicono. E volendo per questa volta assai aver risposto, 
dico che dallo ajuto e di Dio e dal vostro, gentilissime donne, 
nel quale io spero, armato, e di buona pazienza, con esso 
procederò avanti, dando le spalle a questo vento, e lasciandol 
soffiare. Per ciò che io non veggio che di me altro possa 
avvenire, che quello che della minuta polvere avviene, la 
quale, spirante turbo, 5 o egli di terra non la muove, o se 
la muove, la porta in alto, e spesse volte sopra le teste degli 
uomini, sopra le corone dei Re e degl'Imperadori, e talvolta 
sopra gli alti palagj e sopra le eccelse torri la lascia; delle 
quali se ella cade, più giù andar non può che il luogo onde 
levata fu. E se mai con tutta la mia forza a dovervi in cosa 
alcuna compiacere mi disposi, ora più che mai mi vi disporrò: 
per ciò che io conosco che altra cosa dir non potrà alcun con 
ragione, se non che gli altri e io che vi amiamo natural- 
mente 6 operiamo. Alle cui leggi, cioè della natura, voler 
contrastare, troppe gran forze bisognano, e spesse volte non 
solamente in vano ma con grandissimo danno del faticante 7 



1 Parecchi uomini. — - Imperfetti, immaturi. Gfr. Parad. XIX, 48: 
« Per non aspettar lume, cadde acerbo ». — 3 Se non che. — 4 Paolo, 
Ad Philipp. IV, 12: «Scio et huiniliari, scio et abundare: ubique, et 
in omnibus institutus sum : et satiari, et esurire, et abundare, et pecu- 
niani pati». — ■> Inf. Ili, 30: «Come la rena quando a turbo spira». 
— «Secondo l'ordine naturale delle cose. — : Di chi s'affatica. 



INTR0DU2I< 181 

doperano. Le quali forze io contesso che io non l'ho, aè 
d'averle disidero in questo: e se io 1 . più tosto ad 

alimi le prestare] che lo per me l'adoperassi. Perche 1 tac 

cimisi i morditori; e se essi riscaldar non si possono, assi- 
derati si vivano, e ne' lor diletti, anzi appetiti corrotti, stan- 
dosi, me nel mio. questa brieve vita che posta n'è, lascino 
stare. 

Ma da ritornare è, per ciò che assai vagati siamo. 3 o belle 
donne, là onde ci dipartimmo, e l'ordine cominciato seguire 

Cacciata aveva il sole ilei cielo già ogni stella, e dalla 
terra l'umida ombra della notte, quando Filostrato levatosi, 
tutta la sua brigata fece levare; e nel bel giardino andati- 
sene, quivi s'incominciarono a diportare: e l'ora del mangiar 
venuta, quivi desinarono dove la passata sera cenato aveano. 
K da dormire, essendo il sole nella sua maggior sommità, 
levati, nella maniera usata vicini alla bella fonte si posero 
a sedere. Là dove Filostrato alla Fiammetta comandò che 
principio desse alle novelle. La quale, senza più aspettare 
che detto le fosse, donnescamente ■ così cominciò. 



NOVELLA PIUMA. 

Tancredi preluse «li Salerno uccide l'amante della figliuola, e mandale 
il cuore in una coppa d'oro: la quale, messa aopr'eSSO acqua av- 
velenata, quella si beo, e così muore. 

Fiera materia di ragionare n'ha oggi il nostro Re data, 
pensando che, dove per rallegrarci venuti siamo, ci convenga 
raccontare l'altrui lagrime, le quali dir non si possono, che 
chi le dice e chi l'ode no n'abbia compassione. Forse per 
temperare alquanto la letizia avuta li giorni passati l'ha fatto. 
Ma, che che se l'abbi mosso, poi che a me non si conviene di 
mutare il suo piacere, un pietoso accidente, anzi sventurato 
e degno delle vostre lagrime, racconterò. 



Per la qual cosa. — -Che mi e. concessa, disposta. — 'Abbiano 
divagato. Cfr. X, i: « né mi pare ohe alcuna cosa restata sia a noi.... 
per la qua] novellando vagar possiamo». — 'Cfr. 1,10; III, 5. 



188 GIORNATA QUARTA 



Tarn-redi principe dì Salerno fu signore assai umano a 
di benigno ingegno ', se egli nello amoroso sangue nella 
sua vecchiezza non s'avesse le mani bruttate. Il quale in 
tutto lo spazio della sua vita non ebbe più che una figliuola, 
e più felice sarebbe stato se quella avuta non avesse. Costei 
fu dal padre tanto teneramente amata, quanto alcuna altra 
figliuola da padre fosse giammai : e per questo tenero amore, 
avendo ella di molti anni avanzato l'età del dovere avere 
avuto marito, non sappiendola da sé partire, non la mari- 
tava. Poi alla fine, a un figliuolo del Duca di Càpova 
datala, poco tempo dimorata con lui, rimase vedova e al 
padre tornossi. Era costei bellissima del corpo e del viso 
quanto alcun' altra femina fosse mai, e giovane e gagliarda ' 
e savia più che a donna per avventura non si richiedea 5 . 
E dimorando col tenero padre, sì come gran donna, in molte 
dilicatezze B , e veggendo che il padre, per l'amor che egli 
le portava, poca cura si dava di più maritarla, nò a lei 
onesta cosa pareva il richiedernelo, si pensò di volere avere, 
se esser potesse, occultamente un valoroso amante. E veg- 
gendo molti uomini nella corte del padre usare, gentili e 
altri, 7 si come noi veggiamo nelle corti; e considerate le 
maniere e i costumi di molti; tra gli altri un giovane val- 
letto del padre, il cui nome era Guiscardo, uom di nazione 
assai umile/ ma per virtù e per costumi nobile più che 
altro, le piacque, e di lui tacitamente, spesso vedendolo, fie- 
ramente s'accese, ogn'ora più lodando i modi suoi. E il gio- 
vane, il quale ancora 3 non era poco avveduto, essendosi di lei 
accorto, l'aveva per sì fatta maniera nel cuore ricevuta, '" che da 
ogni altra cosa quasi che da amar lei avea la mente rimossa. 

In cotal guisa adunque amando l'un l'altro segretamente, 
niuna altra cosa tanto disiderando la giovane quanto di ri- 
trovarsi con lui, né vogliendosi di questo amore in alcuna 
persona fidare, a dovergli significare il modo pensò una nuova 
malizia. Ella scrisse una lettera, e in quella ciò che a fare 
il di seguente avesse per esser con lei gli mostrò; e poi 



1 Indole, ingenium. — 2 Sangue di giovani innamorati. — Capila. 
— 4 II, 10: «voi dovavate rodere che io tra giovane e fresca e ga- 
gliarda». — Non era necessario. — 'II, 8: «più alle dilicatezze atto 
che a lincile fatiche parea». — 'Nobili e non nobili. — 8 IV, 3: «uomo 

di nazione infima». — Oltre il resto. — '"Se ne. invaghì tanto. 



NoVKi.r.A PUMA 189 

quella messa in un bucciuòl «li canna, sollazzando la diede 

a < iuiscardo, dicendo : 

— Fara'ne questa scia un soffione alla tua servente, col 

filale ella raccenda il fuoco. 

Guiscardo il prese, e avvisando costei non senza cagione 

dovergliele aver (lunato e oos: «letto, partitosi, con esso se 
ne tornò alla sua ca-a : e guardando la canna e quella tro- 
vando tessa, l'aperse, e dentro trovata la lettera di lei e 
lèttala, o ben compreso ciò chi- a fare avea. il più contonto 
uom fu che fosse giammai, e dledesi a dare opera di dovere 
a lei andare secondo il modo da lei dimostratogli. 

Era allato al palagio del prenze una -rotta cavata nel 
monte, di lunghissimi tempi (lavanti fatta; nella qual grotta 
dava alquanto lume uno spiraglio fatto per forza nel monte, 
il quale, per ciò che abbandonala era la irrotta, quasi «la 
pruni e da erbe di sopra nàtevi era riturato. E in questa 
grotta per una segreta scala la quale era in una delle ca- 
mere terrene del palagio, la quale la donna teneva, si po- 
teva andare, come che da un fortissimo uscio serrata fosse. 
Et era sì fuori delle menti di tutti questa scala, per ciò che 
di grandissimi tempi davanti usata non s'era, che quasi 
ninno che ella vi fosse si ricordava; ma Amore, agli occhi 
del quale ninna cosa è si segreta che non pervenga, l'aveva 
nella memoria tornata alla innamorata donna. La quale, acciò 
che niuno di ciò accorger si potesse, molti dì coti suoi in- 
gegni penato avea, anzi che venir fatto le. potesse d'aprir 
quell'uscio: il quale aperto, e sola nella grotta discesa e lo 
spiraglio veduto, per quello aveva a Guiscardo mandato a 
dire che di venire s'ingegnasse, avendogli disegnata l'altezza 
che da quello infino in terra esser potesse. Alla qual cosa 
fornire Guiscardo prestamente ordinata una fune con certi 
nodi e cappi da potere scendere e salire per essa, e sé ve- 
stito d'un cuojo che da' pruni il difendesse, senza farne al- 
cuna cosa sentire ad alcuno, la seguente notte allo spiraglio 
n'andò, e accomandato ben l'imo de' capi della fune a un 
torte bronco che nella bocca dello spiraglio era nato, per 
quello si collo : nella grotta ed attese la donna. 

La quale il seguente dì. t'accendo sembianti di voler dor- 

1 Principe. »'tY. II. 7. - Ordigni. II. !•: e con certi Buoi ingegni 
apertala ». - 'Si '-:il" con la fune. 



190 GIORNATA QUARTA 



mire, mandate via le sue damigelle e sola serratasi nella 
camera, aperto l'uscio, nella grotta discese, dove trovato 
Guiscardo, insieme maravigliosa festa si fecero ; e nella sua 
camera insieme venutine, con grandissimo piacere gran parte 
di quel giorno si dimorarono. E dato discreto ordine alli loro 
amori acciò che segreti fossero, tornatosi nella grotta Gui- 
scardo, et ella serrato l'uscio, alle, sue damigelle se ne venne 
fuori. Guiscardo poi, la notte vegnente su per la sua fune 
salendo, per lo spiraglio donde era entrato se n'uscì fuori e 
tornossi a casa. Et avendo questo cammino appreso, più 
volte poi in processo di tempo vi ritornò. 

Ma la Fortuna, invidiosa di così lungo e di così gran di- 
letto, con doloroso avvenimento la letizia de' due amanti 
rivolse in tristo pianto. 1 Era usato Tancredi di venirsene 
alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola, e quivi 
con lei dimorarsi e ragionare alquanto, e poi partirsi. Il 
quale un giorno dietro mangiare * laggiù venutone, essendo 
la donna, la quale Ghismonda aveva nome, in un suo giar- 
dino con tutte le sue damigelle, in quella, senza essere stato 
da alcuno veduto e sentito, entratosene, non volendo lei 
tórre dal suo diletto, trovando le finestre della camera chiuse 
e le cortine del letto abbattute, a pie di quello in un canto 
sopra un carello 3 si pose a sedere ; et appoggiato il capo al 
letto e tirata sopra sé la cortina, quasi come se studiosa- 
mente 4 si fosse nascoso quivi, s'addormentò. E così dor- 
mendo egli, Ghismonda, che per isventura quel dì fatto aveva 
venir Guiscardo, lasciate le sue damigelle nel giardino, pia- 
namente se n'entrò nella camera, e quella serrata, senza 
accorgersi che alcuna persona vi fosse, aperto l'uscio a Gui- 
scardo che l'attendeva, et insieme scherzando e sollazzan- 
dosi, avvenne che Tancredi si svegliò, e senti e vide ciò 
che Guiscardo e la figliuola facevano. E dolente di ciò oltre 
modo, prima gli volle sgridare, poi prese partito di tacersi 
e starsi nascoso, se egli potesse, per potere più cautamente 
fare, e con minore sua vergogna, quello che già gli era ca- 
duto nell'animo di dover fare. 



1 Cfr. Tu/. XXVI, 136. «Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto» 
'Dopo desinare. — 'Poltroncina. Lat. uie<l. cwnelltu, — * Apposta 



I 



NOVKIJ. A l'Kl.M \ 191 

i -lue amanti stettero per lungo spazio insieme, si come 
osati frano, senza accorgersi <li Tancredi; e quando tempo 
lor parve, Guiscardo se ne tornò nella grotta, et ella s'uscì 
della camera. Della quale Tancredi, ancora che vecchio fo- 
lla una finestra di quella si calò nel giardino, e Bensa essere 
da alcuno veduto, dolente a morte, alla sua camera si tornò. 
K per ordine da lui dato, all'uscir dello spiraglio la seguenti' 
notte in su '1 primo sonno, Guiscardo, cosi come era nel ve- 
stimento del cuoio '■ impacciato, fu preso da due, e segreta- 
mente a Tancredi menato. Il quale come il vide, quasi pian- 
gendo disse: 

— Guiscardo, la mia benignità verso te non avea meri- 
tato l'oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta 
m'hai, sì come io oggi vidi con gli occhi miei. 

Al quale Guiscardo ninna altra cosa disse se non questo : 

— Amor può troppo più che nò voi ne io possiamo. 

Comandò adunque Tancredi che egli chetamente in al- 
cuna camera di là entro guardato fosse, e così fu fatto. Ve- 
nuto il dì seguente, non sappiendo nulla Ghismonda di 
queste cose, avendo seco Tancredi varie e diverse novità 
pensate, appresso mangiare, secondo la sua usanza, nella 
camera n'andò della figliuola; dove fattalasi chiamare e ser- 
ratosi dentro con lei, piangendo le cominciò a dire: 

— Ghismonda, parendomi conoscere la tua virtù e la tua 
onestà, mai non mi sarebbe potuto cader nell'animo, quan- 
tunque mi fosse stato detto, se io co' miei occhi non lo 
avessi veduto, che tu di sottoporti ad alcuno uomo, se tuo 
marito stato non fosse, avessi, non che fatto, ma pur pen- 
sato. Di che io in questo poco di rimanente di vita che la 
mia vecchiezza mi serba, sempre, starò dolente, di ciò ricor- 
dandomi. Et or volesse Iddio che, poi che a tanta disonestà 
conducere ti dovevi, avessi preso uomo che alla tua nobiltà 
decevole ' fosse stato! Ma tra tanti che nella mia corte 
n'usano, eleggesti Guiscardo, giovane di vilissima condi- 
zione, nella nostra corte quasi come per Dio da picciol fan- 



1 Ct'r. 1,1: «le imagini «Iella cera»: I. 10: «la ghirlanda dello al- 
loro». — «Virgilio, Bue X. 69: «Omnia vinoit Amor; et noa oedamos 
Amori ». Cf'r. II. H. p. 118. — « Cfr. Inf. XVI. ll.>l'.: « convien ohe novità 
risponda... ;il nuovo cenno». — 4 Dicevole, conveniente.— Per limosina 



192 GIORNATA QUARTA 



ciullo infino a questo di allevato ; di che tu in grandissimo 
affanno d'animo messo m'hai, non sappiendo io che partito 
di te mi pigliare. Di Guiscardo, il quale io feci stanotte 
prendere quando dello spiraglio usciva, e hollo in prigione, 
ho io già preso partito che farne; ma di te sallo Iddio che 
io non so che farmi. Dall'una parte mi trae l'amore, il quale 
io t'ho sempre più portato che alcun padre portasse a fi- 
gliuola, e d'altra mi trae giustissimo sdegno, preso per la 
tua gran follia: quegli vuole che io ti perdoni, e questi vuole 
che contro a mia natura in te incrudelisca.'' Ma prima che 
io partito prenda, disidero d'udire quello che tu a questo 
dèi dire.- 

E questo detto, basso il viso, piangendo si forte come fa- 
rebbe un fanciul ben battuto. 3 Ghismonda, udendo il padre, 
e conoscendo non solamente il suo segreto amore esser di- 
scoperto, ma ancora esser preso Guiscardo, dolore inestima- 
bile sentì, e a mostrarlo con romore e con lagrime, come il 
più le ' femine fanno, fu assai vòlte vicina. Ma pur questa 
viltà vincendo il suo animo altiero, il viso suo con maravi- 
gliosa forza fermò, e seco, avanti che a dovere alcun priego 
per sé porgere, di più non stare in vita dispose, avvisando 
già esser morto il suo Guiscardo. Per che, non come do- 
lente femina o ripresa del suo fallo, ma come non curante 
e valorosa, con asciutto viso et aperto, e da niuna parte tur- 
bato, così al padre disse : 

— Tancredi, né a negare né a pregare son disposta, per 
ciò che ne l'un mi varrebbe né l'altro voglio che mi vaglia; 
e oltre a ciò, in niuno atto intendo di rendermi benivola la 
tua mansuetudine e '1 tuo amore. Ma il ver confessando, 
prima con vere ragioni difender la fama mia, e poi con fatti 
fortissimamente seguire la grandezza dello animo mio. Egli 
è il vero che io ho amato et amo Guiscardo, e quanto io vi- 
verò, che sarà poco, l'amerò; 5 e se appresso la morte s'ama, 
non mi rimarrò d'amarlo. Ma a questo non m'indusse tanto 
Ja mia feminile fragilità, quanto la tua poca sollecitudine 
del maritarmi e la virtù di lui. Esser ti dovea, Tancredi, 



(tr. Purg. XXI. 115-17. - ^Opporre. — *Vila Nuova, 12: «m'ad- 
dormentai come uno pargoletto battuto lagrimando». — * Delle. — 
M 6: «Amai tua figliuola, et amo e amerò sempre». 



NOVELLA PRIMA 



manifèsto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di 
carne, e non di pietra o di ferro; e ricordar ti dovevi e dèi, 
quantunque tu ora sia vecchio, chenti e quali ' e con che 
forza vengano le leggi della giovanezza . E come che tu 
uomo in parte ne' tuoi migliori anni nell'armi esercitato ti 
sii, non dovevi di meno 3 conoscere quello che gli ozj e le 
dilicatezze possano, ne' vecchi non che ne' giovani. Sono 
adunque, sì come da te generata, di carne, e sì poco vivuta 
che ancor son giovane; e per l'una cosa e per l'altra, piena 
di concupiscibile disidèro, al quale maravigliosissime forze 
hanno date l'aver già, per essere stata maritata, conosciuto 
qual piacer sia a cosi fatto disidèro dar compimento. Alle 
quali forze non potendo io resistere, a seguir quello a che 
elle mi tiravano, sì come giovane e femina, mi disposi, e 
innamora'mi. E certo in questo opposi ogni mia virtù di non 
volere uè a te nò a me di quello a che naturai peccato mi 
tirava, in quanto per me si potesse operare, vergogna fare. 
Alla qual cosa e pietoso Amore e benigna Fortuna assai oc- 
culta via m' avean trovata e mostrata, per la quale, senza 
sentirlo alcuno, io a' miei disiderj perveniva: e questo, chi 
che ti se l'abbi mostrato o come che tu il sappi, io noi nego. 
Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con 
diliberato consiglio elessi innanzi a ogn 'altro, e con avve- 
duto pensiero a me lo 'ntrodussi, e con savia perseveranza 
di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio. Di 
che egli pare, oltre allo amorosamente ' aver peccato, che 
tu, più la volgare r ' opinione che la verità seguitando, con 
piìi amaritudine mi riprenda, dicendo (quasi turbato esser 
non ti dovessi, se io nobile uomo avessi a questo eletto) che 
io con uom di bassa condizione mi son posta. In che non ti 
accorgi che non il mio peccato, ma quello della Fortuna ri- 
prendi; la quale assai sovente li non degni ad alto leva, a 
basso lasciando i dignissimi. Ma lasciamo or questo, e rag- 
guarda alquanto a' principi delle cose: tu vedrai noi d'una 
massa di carne tutti la carne avere, e da uno medesimo 



1 Quanti' e quali. — - Cfr. la discolpa di Giannotto, in II. 6: e quelle 
della principessa di Francia e. di Giachetto Laniiens, in II. 8. — 'Non- 
dimeno dovevi. — ' Per amore. — Colmine. 

13 



194 GIORNATA QUARTA 



Creatore tutte l'anime con iguali forze, con iguali potenzie, 
con iguali virtù create. La virtù primieramente noi, che tutti 
nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli che di 
lei maggior parte avevano e adoperavano, nobili furon detti, 
e il rimanente rimase non nobile. E benché contraria usanza 
poi abbia questa legge nascosa, ella non è ancor tolta via, 
aè guasta dalla natura, uè da' buon costumi; e per ciò 
colui che virtuosamente adopera, apertamente si mostra gen- 
tile, e chi altramenti il chiama, non colui che è chiamato, 
ma colui che chiama, commette difetto. Ragguarda tra tutti 
i tuoi nobili uomini, et esamina la lor virtù, i lor costumi e 
le loro maniere, e d'altra parte quelle di Guiscardo ragguarda: 
se tu vorrai senza animosità giudicare, tu dirai lui nobilis- 
simo, e questi tuoi nobili tutti esser villani. Delle virtù e 
del valore di Guiscardo io non credetti al giudicio d'alcuna 
altra persona, che a quello delle tue parole e de' miei occhi. 
Chi il commendò mai tanto, quanto tu '1 commendavi in tutte 
quelle cose laudevoli che ' valoroso uomo dee essere com- 
mendato V E certo non a torto; che s'è miei occhi non m'in- 
gannarono, niuna laude da te data gli fu, che io lui operarla, 
e più mirabilmente che le tue parole non potevano espri- 
mere, non vedessi: e se pure in ciò alcuno inganno ricevuto 
avessi, da te sarei stata ingannata. Dirai dunque che io con 
uomo di bassa condizione mi sia posta? Tu non dirai il vero! 
Ma per avventura se tu dicessi con povero, con tua ver- 
gogna si potrebbe concedere, che così hai saputo un valente 
uomo tuo servidore mettere in buono stato ; ma la povertà 
non toglie gentilezza ad alcuno, ma sì avere \ Moìti re, 
molti gran principi furon già poveri ; e molti di quegli che 
la terra zappano e guardan le pecore, già ricchissimi furono 
e sonne. L'ultimo dubbio che tu movevi, cioè che di me far 
ti dovessi, cacciai del tutto via, se tu nella tua estrema vec- 
chiezza a far quello che giovane non usasti, cioè a incru- 
delir, se' disposto : usa in me la tua crudeltà, la quale 3 ad 
alcun priego porgerti disposta non sono, sì come in prima ' 
cagion di questo peccato, se peccato è. Per ciò che io t'ac- 



1 Nelle quali. Cfr. I»f. I. 3. — - Ma toglie ricchezza. — 3 In me, la 

iiuale... — ' Poiché tu sei la prima. 



NOVBLLA PRIMA 195 



certo che quello che ili Guiscardo (atto avrai o farai, se 'li 
me una fai il aimigliante, le mie inani medesime il faranno. 
< >r via. va con le l'emine a spander lagrime, e incrudelendo, 

COn un medesimo colpo lui e ine, se cosi ti par clic meri' 
abbiamo, uccidi. 

Conobbe il prense la grandezza dell'animo della bus ti 
gliuola; ma non credette per ciò in tutto lei si fortemente 
disposta a quello che le parole sue sonavano, come, diceva. 
Per che, da lei partitosi, e da sé rimosso' di volere in al- 
cuna cosa nella persona di lei incrudelire, pensò con gli 
altrui danni raffreddare il SUO fervente amore, e comandò 
a' due che Guiscardo guardavano, che senza alcun romore 
lui la seguente notte strangolassono, e trattogli il cuore, a 
lui il recassero. Li quali così come loro era stato comandato, 
così operarono. Laonde, venuto il dì seguente, lattasi il 
pi - enze venire una grande e bella coppa d'oro, e messo in 
quella il cuor di Guiscardo, per un suo segretissimo fami- 
gliare il mandò alla figliuola, e imposegli che quando gliele 
desse, dicesse: « Il tuo padre ti manda questo, per conso- 
larti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui conso 
lato di ciò che egli più amava». 

Ghismonda, non smossa dal suo fiero proponimento, fat- 
tesi venire erbe e radici velenose, poi che partito fu il padre, 
quelle stillò e in acqua ridusse, per presta averla se quello 
di che ella temeva avvenisse. Alla quale venuto il famigliare 
e col presente e con le parole del prenze, con forte viso la 
coppa prese; e quella scoperchiata, come il cuor vide e le 
parole intese, così ebbe per certissimo quello essere il cuoi- 
di Guiscardo. Per che, levato il viso verso il famigliare, disse : 

— Non si conveniva sepoltura men degna che d'oro a 
cosi fatto cuore chente questo è: discretamente in ciò ha il 
mio padre adoperato. 

E così detto, appressatoselo alla bocca, il basciò, e poi 
disse : 

— In ogni cosa sempre e inrino a questo estremo della 
vita mia ho verso me trovato tenerissimo del uno padre 
l'amore, ma ora più che giammai; e per ciò l'ultime* grazie. 



1 Abbandonato il proposito. — - L'acqua venefica. 



L96 GIORNATA QUARTA 



le quali render gli debbo giammai, di cosi gran presente da 
mia parte gli renderai. 

Questo detto, rivolta sopra la coppa la quale stretta te- 
neva, il cuor riguardando disse: 

— Ahi dolcissimo albergo di tutti i miei piaceri, mala- 
detta sia la crudeltà di colui che con gli occhi della fronte 
or mi ti fa vedere ! Assai m'era con quegli della mente ri- 
guardarti a ciascuna ora ! Tu hai il tuo corso ' fornito, e di 
tale chente : ' la Fortuna tei concedette ti se' spacciato : ve- 
nuto se' alla fine alla qual ciascun corre: lasciate hai le mi- 
serie del mondo e le fatiche, e dal tuo nemico medesimo 
quella sepoltura hai che il tuo valore ha meritata. Niuna 
cosa ti mancava ad aver compiute 3 esequie, se non le la- 
grime di colei la qual tu vivendo cotanto amasti: le quali 
acciò che tu l'avessi, pose Iddio nell'animo al mio dispietato 
padre che a me ti mandasse. Et io le ti darò, come che di 
morire con gli occhi asciutti e con viso da niuna cosa spa- 
ventato proposto avessi; e dàteleti, senza alcuno indugio 
farò che la mia anima si congiugnerà con quella, adope- 
rando! tu, che tu già cotanto cara guardasti '. E con qual 
compagnia ne potre' io andar più contenta, o meglio sicura 
a' luoghi non conosciuti, che con lei? Io son certa che ella 
è ancora quicentro B , e riguarda i luoghi de' suoi diletti e 
de' miei ; e come colei che ancor son certa che m'ama, aspetta 
la mia, dalla quale sommamente è amata. 

E così detto, non altramenti che se una fonte d'acqua 
nella testa avuta avesse, senza fare alcun feminil romore, 
sopra la coppa chinatasi, piangendo cominciò a versare tante 
lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, basciando 
infinite volte il morto cuore. 

Le sue damigelle che dattorno le stavano, che cuore 
questo si fosse o che volesson dire le parole di lei non in- 
tendevano ; ma da compassion vinte, tutte piagnevano, e lei 
pietosamente della cagion del suo pianto domandavano in- 
vano, e molto più, come meglio sapevano e potevano, s'in- 



! La tua vita. Inf. XV, 88. — - Di (niello die. - : Perfette, degne. 
— ' Con quell'anima che tu. o cuore, custodisti sì caramente. - '■■ Qui 
dentro. Cfr. Inf. X,17: «quinc'entro»; e Purg. VII, 66: « sceman quid». 



NOVELLA PRIMA 19*3 

rnavano di confortarla. La qua! poi che quanto Le parve 
ebbe pianto, alzato il capo e rasciuttidi gli occhi, disse: 

— O molto amato cuore, ogni mio oficio verso te è for- 
nito; né più altro mi resta a tare, se non di venire con La 
mia anima a fare alla tua compagnia. 

K questo detto, si fé dare l'orcioletto nel quale era l'acqua 
che il dì davanti aveva fatta; la qual mise nella coppa ove 
il cuore era da molte delle sue lagrime lavato, e senza al- 
cuna paura póstavi la bocca, tutta la bevve; e bevutala, con 
la coppa in mano se ne sali sopra il suo letto, e quanto più 
onestamente seppe, compose il corpo suo sopra quello, e al 
suo cuore accostò quello del morto amante, e senza dire al- 
cuna cosa aspettava la morte. 

Le damigelle sue avendo queste cose e vedute e udite, 
come che esse non sapessero che acqua quella fosse la quale 
ella bevuta aveva, a Tancredi ogni cosa aveao mandata a 
dire. Il quale, temendo di quello che sopravvenne, presto 
nella camera scese della figliuola, nella qual giunse in quella 
ora che essa sopra il suo letto si pose; e tardi con dolci 
parole levatosi a suo conforto, veggendo i termini ne' quali 
era, cominciò dolorosamente a piagnere. Al quale la donna 
disse : 

— Tancredi, serba coteste lagrime a meno disiderata for- 
tuna che questa, né a me le dare che non le disidero. Chi 
vide mai alcuno, altro che te, piagnere di quello che egli 
ha voluto? Ma pure, se niente ' di quello amore che già mi 
portasti ancora in te vive, per ultimo dono mi concedi che. 
poi che a grado non ti fu che io tacitamente e di nascoso 
con Guiscardo vivessi, che '1 mio corpo col suo, dove che 
tu te l'abbi fatto gìttar morto, palese 1 stea. 

L'angoscia del pianto non lasciò rispondere al prenze. 
Laonde la giovane, ai suo fine esser venuta sentendosi, stri- 
gnendosi al petto il morto cuore, disse: 

— Rimanete con Dio, che io mi parto. 

E velati gli occhi, e ogni senso perduto, di questa do- 
lente vita si diparti. 

Così doloroso fine ebbe l'amor di Guiscardo e di Ghi 



: Alcun ohe. — - Palesemente, in luoeo a tutti visibile. 



198 GIORNATA QUARTA 



sinonda, conio udito avete. Li quali Tancredi dopo molto 
pianto, e tardi pentuto della sua crudeltà, con general do- 
lore di tutti i Salernetani, onorevolmente amenduni in un 
medesimo sepolcro gli fé' seppellire 1 . 

[La NOVELLA SECONDA è raccontata dalla Pampinea; 
la quale, anziché seguire il suggerimento di Filostrato, il re, 
che avrebbe voluto che < ne' fieri ragionamenti, ai suoi ac- 
cidenti in parte simili, ragionando seguisse », si dispose « a 
dire una novella, senza uscir del proposito, da ridere ». 

Comincia con un proverbio volgare: «Chi è reo e buono 
è tenuto. Può fare il male e non è creduto » ; e continua con 
una tirata contro «la ipocresia de' religiosi». I quali, dice, 
«co' panni larghi e lunghi e co' visi artificialmente pallidi, 
e con le voci, umili e mansuete nel domandar l'altrui, e al- 
tissime e rubeste 2 in mordere negli altri li loro medesimi vizj, 
e nel mostrare, sé per tórre e altri per lor donare, venire 
a salvazione; e oltre a ciò, non come uomini che il Paradiso 
abbiano a procacciare, come noi, ma quasi come possessori 
e signori di quello, danti a ciaschedun che muore, secondo 
la quantità de' danari loro lasciata da lui, più e meno eccel- 
lente luogo, con questo prima sé medesimi, se così credono, 
e poscia coloro che in ciò alle loro parole dan fede, sforzan- 
dosi d'ingannare ». — E narra di un Berto della Massa, imo- 



1 L'argomento di questa novella, eli' è tra le più tragiche del De- 
camerone, La una sostanziale somiglianza con quello della novella 
nona di questa medesima giornata. Ne esistono innumerevoli versioni, 
riduzioni, trasformazioni, in tutte le lingue. Cfr. Lke, The Decameron, 
p. 116-123. E più specialmente: G. CuciONl, La leggenda del cuore 
mangiato e tre auliche versioni in ottava rima di una novella del Boc- 
caccio, nella Rivista contemporanea, I (1888), f. il: J. Zuimtza, Die 
mittelenglischen Bearbeitnngen dir Wrzalung Boccaccios von Ghismonda 
inni fini scardi», in Vierteljahrsschrift fiir Kultur n. Liti, der Renais- 
sance, I (1885), f. 1; Shkkwood, Die ncuenglischen Bearbeitungen 
der Eh'zahlung Boccaccios von Ghismonda und Guiscardo, in Littera- 
turblatt fiir gè riunii, und roman. Philologie, XIII (1892), p. 412: J. 
W. CiXi.u i K. Giemondof Salem, in Publicalions of Modem Language 
Ass. of Amerika, XXI (1906), f. 2; B. Zombini, La novella di Ghi- 
smonda, nella Biblioteca degli studiosi, Napoli, I (1909), 5-7. — " Fiere, 
aspre. Cfr. Tnf. XXXI. lofi: «treinuoto rubesto>\ Purg. V, 125: «l'Ar- 
cliiiin rubesto ». 



M.VKU.A SKCONDA 199 



tese, nonio ili scolorata vita e ili coi rotta », il quale, non 
potendo più lare le sin- gherminelle »' In patria, « come di- 
sperato, a Vinegia, d'ogni bruttura ricevitrice si trasmutò » , 

e vi • si fece frate minore, e fecesi chiamare irate Alberto 
da [mola . K li Inganna, col racconto d'un certo suo sogno, 

«una giovane donna bamba* e sciocca, che chiamata fu ma- 

donna Lisetta da ca 1 Quirino» 3 . Si dà a credere l' Agnolo Ga- 
briello: ' ma scoperta la ciurmerla, ei Tiene alla sua volta bef- 
fato da un buono uomo » di Rialto, che « avendol già tutto 
unto di mèle et empiuto dì sopra di penna matta, e n 

i una catena in gola e una maschera in capo, e datogli 
dall'una mano un gran bastone e dall'altra due gran cani 
che- dal macello avea menati », lo espone, legato, su la piazza 
di San Marco: te fu lealtà viniziana questa». I curiosi di- 
ceano: « Che xe <jupI?, che xe quelf». E poi che il buono 
uomo « vide la piazza ben piena, t'accendo sembianti di vo- 
lere scatenare il suo uom salvatico, a frate Alberto trasse 
la maschera». Da tutti riconosciuto, «contro gli si levaron 
le grida di tutti, dicendogli le più vituperose parole e la 
maggior villania che inai ad alcun ghiottou ' si dicesse, e 
oltre a questo, per lo viso gettandogli chi una lordura e chi 
un'altra». Finalmente, avvertiti del brutto caso, i suoi frati, 
accorsi, lo menarono via. a casa loro, « dove, incarceratolo, 
dopo misera vita si crede che egli morisse. Cosi costui, tenuto 
buono e male adoperando non essendo creduto, ardì di farsi 
l'Agnolo Gabriello, e di questo in un uom salvatico conver- 
tito, a lungo andare, come meritato avea. vituperato, senza 
prò ' pianse i peccati commessi »] '. 



Prodi, inganni. — * Scempiata, imbecille. — 'Di-Ila famiglia <,>hì 
rino, dei Quirino. — ' Cfr. VI. lo. — ' Peluria. — Attorno alla nula. 
— " Furfante. — ' Invano. Inf. XI. 12: « senza prò si penta ». — ' Questa 
novella ha fondamentale somiglianza con la storia ili Nectanebo, re 
d'Egitto e maestro nelle arti magiche, e di Olimpiade, la regina <li 
.Macedonia, narrata nei Romanzi d'Alessandro; con l'altra, narrata da 
Giuseppe Flavio nelle Antichità Griudaiche, 1. XVIII, oap. 3. del ca- 
valiere romano Mundns »■ di Paolina ripresa poi dal Bandello, i>t. III. 
nov. 19); e anche con quella del Tessitore in forma di Vìsnit, d'origine 
buddistica, narrata nel Puìitschatantra (ripresa poi dal compilatore 
di quelle cosi dette « Novelle persiane » che vanno sotto il titolo di 
Le» milh et un joiu-s, nella Histoire ./< Male/. <■' ,}>■ hi princesse 8chi- 



200 



GIORNATA QUARTA 



[La NOVELLA TERZA Filostrato, scontento che iu quella 
precedente vi fosse stato « troppo da ridere > , invita a nar- 
rarla la Lauretta, raccomandandole: « Donna, seguite ap- 
presso con una migliore, se esser può » . La quale « ridendo 
disse : — Troppo siete contro a gli amanti crudele, se pure 1 
malvagio fine disiderate di loro; e io, per ubidirvi, ne con- 
terò una di tre li quali igualmente mal capitarono, poco di 
loro amore essendo goduti » . 

E narra di tre giovinette, figliuole d'un Narnald : Cluada, 
« uomo di nazione infima, ma di chiara fede e leal merca- 
tante \ senza misura di possessioni e di denari ricco » , na- 
tivo di Marsilia ', la quale « è in Provenza sopra la marina 
posta, antica e nobilissima città, e già fu di ricchi uomini e 
di gran mercatanti più copiosa che oggi non si vede ». La 
Ninetta e la Maddalena, « nate ad un corpo » 5 , erano d'età 
di quindici anni ; la Bertella ne « aveva quattordici » . Della 
Ninetta « era un giovane gentile uomo, avvegna che povero 
fosse, chiamato Restagnone, innamorato quanto più potea, 
e la giovane di lui»; delle altre due s'innamorarono «due 
giovani compagni, de' quali l'uno era chiamato Folco e l'altro 
Ughetto», ricchissimi ed orfani. Non «s'attendeva per li 
loro parenti a maritarle, che la tornata di Narnald, il quale 
con sua mercatanzia era andato in Ispagna » . Ma Restagnone 
seppe persuadere le giovanette e gl'innamorati di fuggire 
insieme, con quante maggiori ricchezze potessero ; e messisi 
in mare, su una saettìa 6 , giunsero prima a Genova, e poi, 
« d'un porto in uno altro, anzi che l'ottavo dì fosse, senza 



rìne ; Paris, 1816, p. 263 ss.). Qualche rapporto ha pure conia X delle 
Lettere attribuite a Èschine: cfr. Bédier, Les fabliaux, p. 118. Espone 
ed esanima codeste varie fonti già da altri additate, L. di Francia, 
Alcune novelle del Decameron, nel « Giorn. Stor. d. lett. ital. », XLIV, 
56 ss. Imitarono la novella boccaccesca, più o meno da vicino, Masuc- 
cio Salernitano, 2 a ; le Cent Nouvelles Nouvelles, 14* : La Fontaine, 
L'ermite; Marmontel, Le mari Sylphe; il Casti. — ' Soltanto. — 2 N 
Amald, alla provenzale, don Arnaldo, messer Arnaldo. — 3 Anche più 
su, IV, 1, del valletto Guiscardo: « uom di nazione assai umile, ma 
per virtù e per costumi nobile più che altro ». — ' Cfr. Purg. XVIII, 
102; Parad. IX, 91 ss. — 5 Gemelle. — 6 II, 6: « mandava per loro una 
saettiti con alquanti gentili uomini ». 



NOVKI.LA TBKZA 201 

alcuno impedimento giunsero in Creti ', dove grandissime e 
belle possessioni comperarono, alle quali assai vicini «li Candia 
fecero bellissimi abituri e dilettevoli». Qui * a guisa di i>a 
roni cominciarono a vivere . Sennonché Etestajrnone, inva 



i-> ■ 



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;hitosi d'una giovane del paese, « cominciò per lei a far ma 



ravigliose cortesie e feste: di che la Ninetta accorgendosi, 
entrò di lui in tanta gelosia, che egli non poteva andare un 
passo che ella noi risapesse, e appresso con parole e con 
crucci :1 lui e sé non ne tribolasse » . Dall'amore passò all'odio ; 
e con * un'acqua mortifera ». che una vecchia greca le pre- 
parò, lo uccise. Il Duca di Creti la condannò al fuoco; ma 
poi. per amore della Maddalena, fece sembiante di metter 
l'omicida in un sacco per farla in mare mazzerare '. e 
invece la donò alla sorella, a patto che la facesse subito pai- 
tire. Folco, il marito, sospettando il vero, « da dolor vinto 
et in furor montato », trafisse con una spada la Maddalena: 
e montati sopra una barca, fuggirono con la Ninetta, ignara 
del nuovo misfatto. « né mai si seppe dove arrivati si fossero » . 
Ughetto e la sua donna, se vollero campar da morte, dovet- 
tero fuggire anch'essi; e ripararono a Rodi, * dove in po- 
vertà e in miseria vissero non gran tempo 



NOVELLA QUARTA. 

Gerbino, contra la fede data dal re Guiglielmo suo avolo, combatte 
una nave del Re di Tunisi, per tórre una sua figliuola, la (piale 
accisa da quegli ohe bu v'erano, loro uccide, e a lui è poi tagliata 
la testa. 



La Lauretta, finita la sua novella, taceva, e fra la brigata 
chi con un, chi con un altro, della sciagura degli amanti si 
dolea, e chi l'ira della Ninetta biasimava, e chi una cosa e 



1 Creta : ct'r. II. 7 : V, 1 : X. 9. — * I, introd. : e quanti nobili abituri, 
per addietro di famiglie pieni, di signori e ili donne.... rimaser vóti • 

— * Corrucci. Inf. XXIV. 129. Più giù: «i crucci della Ninetta le 
fiamme del nuovo amore accrescevano ». — * Annegare. V, 2: «làmag 
gior parte da' Saraoini numerati»; e Inf. XXVIII, 80. — II. 7: Y. 1. 

— ° fc assai verosimile che questa novella sia stata dal Boccaccio ri- 
calcata, mutando i nomi delle persone e dei luoghi, su qualche romanzo 
greco bizantino; ma uon è possibile determinar quale. 






GIORNATA QUARTA 



chi altra diceva; quando il Re, quasi da profondo pensier 

tolto, alzò il viso e ad Elisa fé' segno che appresso dicesse. 
La quale umilmente 1 incominciò: 

— Piacevoli donne, assai son coloro che credono. Amor 
solamente dagli occhi acceso le sue saette mandare, coloro 
schernendo che tener vogliono che alcuno per udita si possa 
innamorare. Li quali essere ingannati assai manifestamente 
apparirà in una novella la qual dire intendo. Nella quale 
non solamente ciò la fama, senza aversi veduto giammai, 
avere operato vedrete, ma ciascuno a misera morte aver con 
dotto vi fia manifesto. 

Guiglielmo secondo re di Cicilia : . come i Ciciliani vo 
gliono \ ebbe due figliuoli, l'uno maschio e chiamato Rug- 
gieri, e l'altro femina, chiamata Gostanza. Il quale Ruggieri, 
anzi ' che il padre morendo, lasciò un figliuolo nominato Ger- 
bino ; il quale dal suo àvolo con diligenza allevato \ divenne 
bellissimo giovane, e famoso in prodezza e in cortesia ' . Né 
solamente dentro a' termini di Cicilia stette la sua fama rac- 
chiusa, ma in varie parti del mondo sonando, in Barberi a ' 
era chiarissima, la quale in que' tempi al re di Cicilia tri- 
butaria era. E tra gli altri alle cui orecchie la magnifica fama 
delle virtù e della cortesia del Gerbin venne, fu una figliuola 
del re di Tunisi 8 ; la qual, secondo che ciascun che veduta 
l'avea ragionava, era una delle più belle creature che mai 
dalla natura fosse stata formata, e la più costumata, e con 
nobile e grande animo. La qual volentieri de' valoi'osi uo- 
mini ragionare udendo, con tanta affezione B le cose valoro- 
samente operate dal Gerbino, da uno e da un altro raccon- 
tate, raccolse t0 , e si le piacevano, che essa, seco stessa ima- 
ginando come fatto esser dovesse, ferventemente di lui s'in- 
namorò, e più volentieri che d'altro di lui ragionava, e chi 



1 Altrove invece (III, 5), « anzi acerbetta che 110, non per malizia 
ma per antico costume», comincia a parlare. — *V, 2, 7: X, 9. — 
3 Dacché, storicamente, non ebbe figliuoli. — 4 Prima. — III. 9: «o 
quegli fé' diligentemente nudi-ire». — ,; Nelle arti cbe s'addicono a un 
principe. — : La costa settentrionale dell'Africa, a occidente dell' Egitto. 
Cfr. V. 2 - - (tv. V, 2. — " CtV. Fiif. XVI, 60. - <° Nell'orecchio e nel 
(■noie. III. 7: * Aveva il peregrino le sue parole iinite. quando la donna. 
che attentissimamente le raccoglieva...*. 



NOVKI.I.A '.MARTA 303 

ae ragionava ascoltava. D'altra parte era, bì come altrove, 
in Cicilia pervenuta la grandissima t'ama della bellezza pa- 
rimente e del valor di lei, e non senza gran diletto oè in 
vano 1 gli orecchi del Gerbino aveva tocchi; anzi oon meno 
che di lui la giovane Infiammata fosse, lui di lei aveva in- 
fiammato . Per la qual cosa, inlino a tanto che onesta 8 cagione 
dallo àvolo d'andare a Tunisi la licenzia impetrasse, deside- 
roso oltre modo di vederla, ad ogni suo amico che. là andava 
imponeva che a suo potere il suo segreto e grande amor 
facesse, per quel modo che miglior gli paresse, sentire, e di 
lei novelle gli recasse. De' quali alcuno sagacissimamente il 
fece, gioje da donna portandole, come i mercatanti fanno, a 
vedere; e interamente l'ardore del Gerbino apertole ', lui e 
le sue cose a' suoi comandamenti offerse apparecchiate. La 
quale con lieto viso e l'ambasciadore e l'ambasciata ricevette: 
e rispostogli che ella di pari amoro ardeva, una delle sue più 
care' gioje, in testimonianza di ciò. gli mandò. La quale il 
Gerbino con tanta allegrezza ricevette, con quanta qualunque 
cara 7 cosa ricever si possa ; e a lei per costui medesimo più 
volte scrisse, e mandò carissimi doni, con lei certi trattati 
tenendo \ da doversi ', se la fortuna conceduto lo avesse, 
vedere e toccare. 

Ma andando le cose in questa guisa, e un poco più lunghe 
che bisognato non sarebbe, ardendo d'una parte la giovane 
e d'altra il Gerbino, avvenne che il Re di Tunisi la maritò 
al Re di Granata. Di che ella fu crucciosa' " oltre modo, pen- 
sando che non solamente per lunga distanzia al suo " amante 
s'allontanava, ma che quasi del tutto tolta gli era; e se modo 
veduto avesse, volentieri, acciò che questo avvenuto non 
fosse, fuggita si sarebbe dal padre, e venutasene al Gerbino. 
Similmente il Gerbino, questo maritaggio sentendo, senza 
misura ne viveva dolente; e seco spesso pensava, se modo 
veder potesse, di volerla tórre per forza, se avvenisse che 
per mare a marito n'andasse. Il Re di Tunisi, sentendo alcuna 
cosa di questo amore e del proponimento del Gerbino, e del 



Non senza effetto. — -' Inf. XIII. 68: « E gì' infiammati infiammai 
sì Augusto». — :i Conveniente, acconcia. — ' Manifestale. — "Mostrò. 
— '■ Preziose. — " Amata. — ' Prendendo accorili. — ' Per doversi. — 
"' V. lì: «se ne tornò in Palermo a^s;ii erueeioso». — " Dal suo. 



204 GIORNATA QUARTA 



suo valore e della potenzia dubitando ' ; venendo il tempo 
che mandar ne la dovea, al re Guiglielmo mandò signifi- 
cando : ciò che fare intendeva, e che sicurato 3 da lui che 
uè dal Gerbino né da altri per lui in ciò impedito sarebbe, 
lo 'ntendeva di fai'e. Il re Guiglielmo, che vecchio signore 
era, né dello innamoramento del Gerbino aveva alcuna cosa 
sentita; non imaginandosi che per questo addomandata fosse 
tal sicurtà \ liberamente la concedette : e in segno di ciò 
mandò al Re di Tunisi un suo guanto ''. Il quale poi che la 
sicurtà ricevuta ebbe, fece una grandissima e bella nave nel 
porto di Cartagine apprestare, e fornirla di ciò che bisogno 
aveva ' a chi su vi doveva andare, e ornarla et acconciarla 
per su mandarvi la figliuola in Granata; né altro aspettava 
che tempo *. 

La giovane donna che tutto questo sapeva e vedeva, oc- 
cultamente un suo servidore mandò a Palermo, e imposegli 
che il bel Gerbino da sua parte salutasse, e gli dicesse che 
ella infra pochi dì era per andarne in Granata ; per che ora 
si parrebbe '' se così fosse valente uomo come si diceva, e 
se cotanto l'amasse quanto più volte significato le avea. Costui 
a cui imposta fu, ottimamente fé' l'ambasciata, e a Tunisi 
ritornossi. Gerbino questo udendo, e sappiendo che il re Gui- 
glielmo suo avolo data avea la sicurtà al Re di Tunisi, non 
sapeva che farsi. Ma pur da amor sospinto, avendo le parole 
della donna intese, e per non parer vile, andatosene a Mes- 
sina, quivi prestamente fece due galee sottili 10 armare, e 
messivi su di valenti uomini ", con esse sopra ,2 la Sardigna 
n'andò, avvisando quindi dovere la nave della donna passare. 

Né fu di lungi l'effetto al suo avviso 13 : per ciò che pochi 
dì quivi fu stato, che la nave, con poco vento, non guari 
lontana al luogo dove aspettandola riposto s'era, sopravvenne. 
La qual veggendo Gerbino, a' suoi compagni disse: 



1 Temendo. — 2 A significare. — ' Se fosse assicurato. — ■ Guaren- 
tigia. — 5 Volentieri. — ' Nella Tavola Ritonda: « Tristano disse : Sire, 
per più sicurtà di me, donatemi lo guanto ». — "• Che faceta duopo. 
— 8 II tempo favorevole al navigare. — '-' Si vedrebbe. — ,0 Leggiere, 
da corsa. II, 4: «comperò un legnetto sottile da corseggiare ». — " Al- 
i-uni valenti uomini. — '• Presso, verso. — ,3 II fatto non fu diverso da 
quello che aveva pensato. 



NOVKU.A ','1 AKTA 



— Signori, se voi cosi valorosi siete come i<> vi legno, 

niiiii di voi senza aver sentito o sentire amore credo che sia. 
senza il quale, si come io meco medesimo estimo, niun 
mortai può alcuna virtù o bene in sé avere; e se innamorati 
stati siete o sete, leggier cosa vi fi a comprendere il mio disio. 
Io amo, e amor m'indusse a darvi la presente fatica; e, ciò 
che io amo, nella nave che qui davanti ne vedete dimora. 
La quale, insieme con quella cosa che io più disidero, è 
piena di grandissime ricchezze, le quali, se valorosi uomini 
siete, con poca fatica, virilmente combattendo, acquistar pos- 
siamo. Della qual vittoria io non cerco che in parte mi venga 
se non una donna, per lo cui amore i' muovo l'arme : ogni 
altra cosa sia vostra liberamente :ì infìn da ora. Andiamo 
adunque, e bene avventurosamente ' assagliamo la nave ; Iddio 
alla nostra impresa favorevole, senza vento prestarle, la ci 
tien ferma. 

Non erano al bel Gerbino tante parole bisogno, per ciò 
che i Messinesi che con lui erano, vaghi della rapina, già 
con l'animo erano a far quello di che il Gerbino li confor- 
tava con le parole. Per che, fatto un grandissimo romore 
nella fine del suo parlare che cosi fosse B , le trombe sonarono; 
e prese l'armi, dierono de' remi in acqua e alla nave per- 
vennero. Coloro che sopra la nave erano, veggendo di lontan 
venir le galee, non potendosi partire , s'apprestarono alla 
difesa. Il bel Gerbino a quella pervenuto, fé' comandare che 
i padroni di quella sopra le galee mandati fossero, se la bat- 
taglia non voleano. I Saracini, certificati ' chi erano e che 
domandassero, dissero sé essere, contro alla fede lor data dal 
Re, da loro assaliti; e in segno di ciò, mostrarono il guanto 
del re Guiglielmo, e del tutto negaron di mai, se non per bat- 
taglia, arrendersi % o cosa che sopra la nave fosse lor dare. 
Gerbino il qual sopra la poppa della nave veduta aveva la 
donna troppo più bella assai che egli seco non estimava, 



1 .Mi sia data come mia parte del bottino di guerra. — : Sono ar- 
mato e mosso a combattere. — 'Volentieri. — 4 Con buona ventura. 
— Gridarono augurando che così avvenisse com'egli diceva. — • Per- 
one non c'era vento. — "Fatti eerti. Parad. IX, 17-8: «di caro as 
Benso Al mio disio certificato férmi ». — 8 Dichiararono ohe mai non si 
sarebbero arresi. 



206 GIORNATA QUARTA 



infiammato più che prima, al mostrar del guanto rispose che 
quivi non area falconi al presente', perchè guanto v'avesse 
luogo '-'; e per ciò, ove dar non volesser la donna, a ricevere 
la battaglia s'apprestassero. La qual senza più attendere . 
a saettare e a gittar pietre l'un verso l'altro fieramente in- 
cominciarono, e lungamente con danno di ciascuna delle 
parti in tal guisa combatterono. 

Ultimamente \ veggendosi il Gerbin poco util fare ', preso 
un legnetto che di Sardigna menato aveano, e in quel messo 
fuoco, con amendue le galee quello accostò alla nave. Il che 
vestendo i Saracini, e conoscendo se di necessità o doversi 
arrendere o morire; fatto sopra coverta la figliuola del Re 
venire che sotto coverta piagnea, e quella menata alla proda 
della nave, e chiamato il Gerbino; presente agli occhi suoi, 
lei gridante mercè e ajuto, svenarono, e in mar gittandola, 
dissono: — Togli ; noi la ti diamo qual noi possiamo, e 
chente 7 la tua fede l'ha meritata ! — Gerbino, veggendo la 
crudeltà 8 di costoro, quasi di morir vago, non curando di 
saetta né di pietra, alla nave si fece accostare; e quivi su, 
mal grado di quanti ve n'eran, montato, non altrimenti che 
un leon famelico nell'armento di giuvenchi venuto, or questo 
or quello svenando, prima co' denti e con l'unghie la sua 
ira sazia che la fame; con una spada in mano or questo or 
quel tagliando de' Saracini, crudelmente 9 molti n'uccise 
Gerbino. E già crescente il fuoco nella accesa nave, fattone 
a' marinari trarre quello che si potè per appagamento "' di 
loro, giù se ne scese, con poco lieta vittoria de' suoi avver- 
sari avere acquistata. Quindi, fatto il corpo della bella donna 
ricoglier di mare ", lungamente e con molte lagrime il pianse; 
e in Cicilia tornandosi ,J , in Ustica, piccioletta isola quasi a 
Trapani" dirimpetto, onorevolmente il fé' sepellire. E a casa 
più doloroso che altro uomo 14 si tornò. 

Il Re di Tunisi, saputa la novella, suoi ambasciadori di 



1 II falconiere aveva la mano difesa da un guanto, perchè il falcone 
non gliela ferisse col becco o con gli artigli. — - Cfr. Inf. XXI, 48: 

- Vili non ha luogo il Santo Volto! ». — 3 Differire. — 4 Finalmente. 

— Che guadagnava poco. — '' Prendi. Cfr. Inf. XXV, 3. — ' Come, 
quale! — * L'atto crudele. — ■' Ferocemente. — '"Compenso. — " Ri- 
pescare. — l2 Nel tornare. — l3 V, 2, 7. — «Nessun altro mai. 



NOVBLLA QUARTA 207 



nero beatiti al re Goiglielmo mandò, dogliendosl della fede 
che gli era stata male osservata; e raccontarono il come. 
I>i die il re Gruiglielmo turbato ione, uè vedendo via da 
poter la justizia negare die la dimandavano . fece prendere 
il Gerbino: et egli medesimo, non essendo alcun «le' baron 
suoi ehe con prìeghi di ciò si sforzasse, di rimuoverlo, il 
condannò nella testa, e in sua presenzia gliele fece tagliare; 
volendo avanti ' senza nepote rimanere, che esser tenuto re 
senza fede. 

Adunque cosi miseramente in pochi giorni i due amanti, 
senza alcun frutto del loro amore aver sentito, di inala morte 
morirono, com'io v'ho detto . 



NOVELLA QUINTA. 

I fratelli dell' [sabetta uooidon l'amante «li lei: egli l'apparisce in so- 
gno, e mostrale ove aia sotterrato. Ella oeoultamente disotterra la 
testa, «■ inettela in un teste <li bassilioo; e quivi su piagnendo 
ogni «li per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, et ella se ne 
in uor ili dolore poco appresso. 

Finita la novella d'Elisa, e alquanto dal Re commendata, 
a Filomena fu imposto che ragionasse. La quale, tutta piena 
di compassione del misero Gerbino e della sua donna, dopo 
un pietoso sospiro incominciò: 

— La mia novella, graziose donne, non sarà di genti di 
sì alta condizione come costoro furono de' quali Elisa ha 



1 Vienna maniera. — - Piuttosto. V, !': * io voglio urinili uomo che 
abbia bisogno «li ricchezza, che ricchezza che abbia bisogno d'uomo ». 
— 'Non riuscendo a trovare qualche più antica novella che avesse 
pur una lieve somiglianza con questa del Boccaccio, i ricercatori dello 
tonti «lei Decamerone si sono acconciati a ritenere che essa abbia un 
fondamento storico. Cfr. Mvnni. Istoria del Decamerone, p. 283; Lami. 
Novelle letterarie, a. 175."), v. KVI, p. 161-5; Landau, Die Quellen dee 
Dekameron, p. 327; G. Romano, l.u novella di Gerbino, in Napoli- 
Ischia, ti aprile issi; Cappelubtti, La novella di Gerbino, imitazioni 
e raffronti, nella Cronaca minima. Livorno, il agosto is,s7. Sta ditatto 
che nel 177!" o 1180, alcune galee del re Guglielmo II «li Sicilia cattu- 
rarono una nave su cui la figliuola del re del Marocco. « in ouius in- 
testate est tota Africa et etiain Saraceni qui sunt in Ilispania », an- 
dava a raggiungere lo sposo, «quidam rex Saracenorum » : e il re di 



208 



GIORNATA QUARTA 



raccontato, ma ella per avventura non sarà men pietosa: e 
a ricordarmi di quella mi tira Messina poco innanzi ricordata, 
dove l'accidente avvenne. 

Erano adunque in Messina tre giovani fratelli e merca- 
tanti, e assai ricchi uomini rimasi dopo la morte del padre 
loro, il qual fu da San Gimignano; e avevano una lor sorella 
chiamata l'Isabetta, giovane assai bella e costumata, la quale, 
che che se ne fosse cagione, ancora maritata non aveano. 
E avevano oltre a ciò questi tre fratelli in uno lor fondaco 
un giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti 
guidava e faceva ; il quale essendo assai bello della persona 
e leggiadro molto, avendolo più volte l'Isabetta guatato, av- 
venne che egli le 'ncominciò straniamente ' a piacere. Di 
che Lorenzo accortosi e una volta e altra, similmente, la- 
sciati suoi altri innamoramenti di fuori, incominciò a porre 
l'animo a lei : e sì andò la bisogna che, piacendo l'uno al- 
l'altro igualmente, non passò gran tempo che, assicuratisi, 2 
fecero di quello che più disiderava ciascuno. E in questo 
continuando, e avendo insieme assai di buon tempo e di 
piacere, non seppero sì segretamente fare, che una notte, 
andando l'Isabetta là dove Lorenzo dormiva, che il maggior 
de' fratelli, senza accorgersene ella, non se ne accorgesse. 
Il quale per ciò che savio giovane era, quantunque molto 
nojoso gli fosse a ciò sapere, pur mosso da più onesto con- 
siglio, senza far motto o dir cosa alcuna, varie cose fra sé 
rivolgendo intorno a questo fatto, infino alla mattina se- 
guente trapassò. Poi, venuto il giorno, a' suoi fratelli ciò 
che veduto avea la passata notte dell'Isabetta e di Lorenzo 
raccontò; e con loro insieme, dopo lungo consiglio, diliberò 
di questa cosa, acciò che né a loro né alla sirocchia alcuna 
infamia ne seguisse, di passarsene tacitamente, e infignersi 3 
del tutto d'averne alcuna cosa veduta o saputa, infino a tanto 
che tempo venisse nel quale essi, senza danno o sconcio di 



Sicilia fece poi restituire al padre la principessa, ricevendone in cam- 
bio le due città di Mh badia e Siviglia, che i Saraceni avevan già tolte 
ai Siciliani. Cfr. Muratori, Annali, a. 1180. — Tra le derivazioni dalla 
novella è degna di ricordo la storia d'Isabella e Zerbino, ned' Orlando 
Furioso, XIII, 4 ss. Cfr. Rajna, Le fonti, p. 229. — ' Smisuratamente. 
— 2 II, 6 : «troppo assicurali, cominciarono a tener maniera men di- 
screta». — "Dissimulare. 



NOVBLIiA QUINTA 209 



loro, questa vergogna, avanti clic più andasse innanzi, si 
potessero tórre dal viso. E in tal disposi/ion dimorando, cosi 
cianciando e ridendo con Lorenzo come usati erano, avvenne 
che, sembianti t'accendo d'andare fuori della città a diletto 
tutti e tre, seco menarono Lorenzo. E pervenuti in un luogo 
molto solitario e rimoto, veggendosi il destro ', Lorenzo, che 
di ciò ninna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in 
guisa che ninna persona se ne accorse; e in Messina tornati, 
dieder voce ■ d'averlo per lor bisogne, mandato in alcun luogo. 
Il che leggiermente s creduto fu. per ciò che spesse volte 
eran di mandarlo attorno usati. 

Non tornando Lorenzo, e l'Isabetta molto spesso e sol- 
licitameute ' i fratei domandandone, sì come colei a cui 
la dimora lunga gravava, avvenne un giorno che doman- 
dandone ella molto instantemente. che l'uno de' fratelli 
le disse: 

— Che vuol dir questo? Che hai tu a fare di Lorenzo, 
che tu ne domandi così spesso? Se tu ne domanderai più, 
noi ti faremo quella risposta che ti si conviene. 

• Per che la giovane dolente e trista, temendo e non sap- 
piendo che, senza più domandarne si stava; e assai volte 
la notte pietosamente il chiamava e pregava che ne venisse, 
e alcuna volta con molte lagrime della sua lunga dimora 
si doleva, e senza punto rallegrarsi, sempre aspettando si 
stava. 

Avvenne una notte, che avendo costei molto pianto Lo- 
renzo che non tornava, et essendosi alla fine piagnendo ad- 
dormentata, Lorenzo l'apparve nel sonno, pallido e tutto 
rabbuffato , e con panni tutti stracciati e fracidi ; e parvele 
che egli dicesse: 

— Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare, e della 
mia lunga dimora t'attristi, e me con le tue lagrime fiera - 



1 L'opportunità. I, 10: « secondo che più il destro gli venia »: V, 6: 
«dove sì per l'ombra e sì per Io destro d'una fontana... s'erano certi 
giovani raccolti»; VI, 10: «un picciol laghetto, quale talvolta... fanno 
ne' lor giardini i cittadini che di ciò hanno destro*. — - Fecero correr 
la voce. — ( Facilmente. — ' Con premura. — 5 Indugio, tardanza. Cfr. 
Ini'. X. 70-1: «alcuna dimòra Ch'io faceva dinanzi alla risposta». — 
'Coi capelli scompigliati. II, 8: «messosi le mani ne' capelli e rab- 
buffatigli e stiacciatigli tutti... ». 

lt 



210 GIORNATA QUARTA 

mente accusi; e per ciò sappi che io non posso più ritor- 
narci ', per ciò che l'ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi fra- 
telli m'uccisono. 

E disegnatole il luogo dove sotterrato l'aveano, le disse 
che più noi chiamasse né l'aspettasse; e disparve. 

La giovane destatasi, e dando fede alla visione, amara- 
mente pianse. Poi la mattina levata, non avendo ardire di 
dire alcuna cosa a' fratelli, propose di volere andare al mo- 
strato luogo, e di vedere se ciò fosse vero che nel sonno 
l'era parato. E avuta la licenzia d'andare alquanto fuor della 
detta terra " a diporto, in compagnia d'una che altra volta 
con loro a era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto più 
tosto potè là se n'andò; e tolte via foglie secche che nel 
luogo erano, dove men dura le parve la terra quivi cavò. 
Né ebbe guari cavato, che ella trovò il corpo del suo misero 
amante, in niuna cosa ancora guasto né corrotto; per che 
manifestamente conobbe essere stata vera la sua visione. 
Di che più che altra femina dolorosa, conoscendo che quivi 
non era da piagnere ', se avesse potuto, volentieri tutto il 
corpo n'avrebbe portato, per dargli più convenevole sepol- 
tura. Ma veggendo che ciò esser non poteva, con un col- 
tello, il meglio che potè, gli spiccò dallo 'mbusto la testa, 
e quella in uno asciugatoio inviluppata, e la terra sopra 
l'altro corpo r gittata, méssala in grembo alla fante, senza 
essere stata da alcun veduta, quindi si partì e tornossene a 
ca^a sua. 

Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra 
essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con 
le sue lagrime la lavò, mille basci dandole in ogni parte. 
Poi prese un grande e un bel testo 6 , di questi ne' quali si 
pianta la persa \ o il bassilico, e dentro la vi mise fasciata in 
un bel drappo, e poi messovi su la terra, su vi piantò pa- 
recchi piedi - di bellissimo bassilico salernetano, e quegli di 



1 Tornare costà, nel inondo. — '-' Città. — ; Al loro servigio. — ' Era 

da operare, da fare qualcosa, non da perdersi in lamenti inutili. — 

L'altra parte, il restante, del corpo. — ' Vaso da fiori, di terra eotta. 

(ir. J'urtiil. XXVII, 11X-19: «K come il tempo teglia in ental lesto Le 

radici ». — La raaiorana <> maggiorana. — Pianticelle. 



NOYKI.I.A QUIN 1 » -Il 



ninna altra acqua che o rosata' orli fior d'aranci o delle Bue 
lagrime, non mainava giammai. K per usanza avea preso 
di sedersi sempre a questo testo vicina. e quello con tutto 
il suo disidèro vagheggiare, sì come quello che il suo Lo- 
renzo teneva nascoso; e poi che molto vagheggiato l'avea, 
sopr'esso andatasene, cominciava a piagnere, e per lungo 
spazio, tanto che tutto il bassilico bagnava, piangea. 

Il bassilico. si per lo lungo e continuo stadio . si per la 
grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che 
dentro v'era, divenne, bellissimo e odorifero molto. E ser- 
vando la giovane questa maniera del continuo, più volte 
da' suoi vicini fu veduta. Li quali, maravigliandosi i fra- 
telli della sua guasta 3 bellezza, e di ciò che gli occhi le 
parevano della testa fuggiti ', il disser loro: — Noi ci siamo 
accorti che ella ogni dì tiene la cotal maniera. — Il che udendo 
i fratelli e accorgendosene, avendonela alcuna volta ripresa 
e non giovando, nascosamente da lei lecer portar via questo 
testo. Il quale, non ritrovandolo ella, con grandissina in- 
stanzia molte volte richiese; e non essendole renduto. non 
cessando il pianto e le lagrime, infermò, né altro che il testo 
suo nella infermità domandava. I giovani si maravigliavan 
forte di questo addimandare, e perciò vollero vedere che 
dentro vi fosse; e versata la^ terra, videro il drappo e in 
quello la testa, non ancor sì consumata che essi alla capel- 
latura crespa non conoscessero lei esser quella di Lorenzo. 
Di che essi si maravigliarou forte, e temettero non questa 
cosa si risapesse; e sotterrata quella, senza altro dire, cau- 
tamente di Messina uscitisi e ordinato come di quindi si ri- 
traessono. se n'andarono a Napoli. 

La giovane non restando di piagnere, e pure ° il suo testo 
addimandando. piagnendo si mori; e così il suo disavventu- 
rato amore ebbe termine. Ma poi a certo tempo divenuta 
questa cosa manifesta a molti, fu alcuno che compuose quella 
canzone la quale ancora oggi si canta ; cioè : 

eguale esso fu lo mal Cristiano. 
( 'he mi furò la grasta ' eoo. 



Distillata dalle rose. - ( ura. — 3 Sfiorita. — ' Tanto le si erano 
infossati.- Di nascosto a lei. a sua insaputa.— B Tuttavia, continua- 
mente. Grasla, ertala, gràslola, crastòlella sono amor oggi voci dia- 



212 GIORNATA QUARTA 



NOVELLA SESTA. 

[L'Andreuola e Gabriotto da Brescia]. 

Quella novella che Filomena aveva detta, fu alle donne 
carissima, per ciò che assai volte avevano quella canzone 
udita cantare, né mai avevan potuto, per domandarne, sa- 
pere qual si fosse la cagione per che fosse stata fatta. Ma 
avendo il Re la fine di quella udita, a Pamfilo impose che 
all'ordine andasse dietro. Pamfilo allora disse : 



lettali napoletane, e significano stoviglie fesse o in parte rotte, o anche 
cocci di terracotta. — Da un codice della Laurenziana, il Fanfaui pub- 
blicò, malconcia, la canzonetta che pare abbia ispirata questa novella. 
11 Carducci l'ha così restaurata: 

<,>ual esso fu lo malo cristiano 

Lo qual mi furò la grasta 

Del bassilico mio salernetano ? 

Cresciut'era in gran podestà, 

Ed io lo mi chiantai colla mia mano. 

Fu lo giorno della festa. 

Chi guasta l'altrui cose e villania. 
Chi guasta l'altrui cose è villania 

E grandissimo il peccato. 

Ed io, la meschinella, eh' i' m'avia 

Una grasta seminata ! 

Tant'era bella, all'ombra mi dormia. 

Dalla gente invidiata,. 

Filmini furata, e davanti alla porta. 
Furami furata, e davanti alla porta: 

Dolorosa ne fu' assai: 

Ed io, la meschinella, or fosse io morta, 

Che sì cara l'accattai ! 

È pur l'altr'ier eh' i' n'ebbi inala scorta 

Dal messer cui tanto amai. 

Tutto lo 'ntorniai di maggiorana. 
Tutto lo 'ntorniai di maggiorana: 

Fu di maggio lo bel mese; 

Tre volte lo 'nnaftìai la settimana, 

Che son dozi volte el mese, 

D'un'acqua cbiara di viva fontana. 

Signor mio. eom' ben s'apprese! 

Or è in palese che mi fu raputo. 



NOVELLA BBS1 A 213 

— Il sogno nella precedente novella raccontato, mi dà 

materia di dovervene raccontare una nella quale ili due si 
la menzione; li quali ' di cosa che a venire era. come quello 
di cosa intervenuta, furono. <• appena l'uron finiti di dire da 
coloro che veduti gli aveano, che l'effetto seguitò d'amenduni. 
E però, amorose donne, voi dovete sapere che general pas 



Or è in palese die mi tu rapato: 

N'oli lo posso più celine. 

Sed io (i;i\ alili l'a\ essi saputo 

Che mi do\ Bsae Incontrare, 
Davanti all'ascio mi Bare' iacinto 
Per la mia grasta guardare. 
Potrebbemene atare sol l'alto [ddio. 
Potrebbemene atar sul l'alto Lidio, 

Be russe BUO piacimento. 

Dell'u > ohe m'è stato tanto rio : 

Messo m'ha in pene e 'n tormento, 

Che m'ha furato il bassilioo mio 

Pieno di tanto alimento. 

Suo alimento tutta mi sanava. 
Suo alimento tutta mi sanava. 

Tant'avea freschi y;li olori ; 

K la mattina quando lo 'nnaffiava 

Alla levata del sole. 

Tutta la u.ntc si maravigliava: 

I inde vien cotanto aulore .' 

Ed io per lo suo amore morrò di doglia. 
Ed io per lo suo amor morrò «li doglia, 

l'r' amor della grafita mia. 

Fosse chi la mi rìnsegnare voglia, 

Volentier la raooattria: 

Cent'onoe d'oro ch'i' ho nella Fonda 

Volentier gli le donria; 

E doneriagli uu bascio in disianza. 

Dalla novella boccaccesca Hans Sachs derivò un poemetto e un 
dramma k ti. A. Hortis, Studi sulle òpere latine del Boccaccio, Trieste 
1879, p. 584 ss.); ha tolto il Keats Pargomento del suo poemetto Isabella 
and the poi <>/ Basii (cfr. I". Mbnoik, L' Italie des rotnantiques, Paria 
1902; e E. V.w.<n;i. nella Riv. d. bibl. e arci,.. XIX. 12); e ultima 
mente, tra noi, A. Orvieto, una delle sue Selle leggende, Milano, Treves, 
1912. — E sulla novella, si veda specialmente T. < lANNlZZARO, // lamento 
di Lisabetta da Messina e la leggenda dal vaso ili basilica. Messina e 
Catania 1902; la recensione del D'Ancona, in Rassegna bibliògr, d. 
leti. ita!. XI. 1903, p. 124-6 e 328; e B. Zimhim. La novella di Lisa- 
betta, nel voi. collettivo Messina e Reggio, Napoli 1909. — ■ Li quali 
due sogni. 



214 GIORNATA QUARTA 



sioiie ' è di ciascuno che vive, il veder varie cose nel sonno, 
le quali, quantunque a colui che dormo, dormendo, tutte 
paian verissime, e desto lui, alcune vere, alcune verisimili, 
e parte fuori d'ogni verità giudichi, nondimeno molte esserne 
avvenute si truova. Per la qual cosa molti a ciascun sogno 
tanta fede prestano, quanta presterieno a quelle cose le quali 
vegghiando vedessero ; e per li lor sogni stessi s'attristano 
e s'allegrano, secondo che per quegli o temono o sperano. 
E in contrario son di quegli che niuno ne credono, se non 
poi che nel premostrato pericolo caduti si veggono. De' quali 
né l'uno né l'altro commendo ', per ciò che né sempre son 
veri, né ogni volta falsi. Che essi non sien tutti veri, assai 
volte può ciascun di noi aver conosciuto ; e che essi tutti non 
sien falsi, già di sopra nella novella di Filomena s'è dimo- 
strato, e nella mia. come davanti dissi, intendo di dimostrarlo. 
Per che giudico che nel virtuosamente vivere e operare, di 
niuno contrario sogno a ciò si dee temere, né per quello la- 
sciare i buoni proponimenti : nelle cose perverse e malvagie, 
quantunque i sogni a quelle pajano favorevoli, e con se- 
conde ■' dimostrazioni chi gli vede confortino, niuno se ne 
vuol 4 credere ; e così nel contrario 6 a tutti dar piena fede. 

Ma vegniamo alla novella. 

[Andreuola, « giovane e bella assai e senza marito » , fi- 
gliuola d'un gentile uomo di Brescia chiamato messer Negro 
da Ponte Carraro. s'innamora d'un suo vicino, che aveva 
nome Gabriotto, « uomo di bassa condizione, ma di laudevoli 
costumi pieno, e della persona bello e piacevole». Una notte 
essa fece un brutto sogno, per cui le parve vedere che Ga- 
briotto le fosse strappato e trascinato sotterra. Lo narrò a 
lui;. che a sua volta, benché dicesse «che grande sciocchezza 
era porre ne' sogni alcuna fede, per ciò che per soverchio 
di cibo o per mancamento di quello avvenieno » , le raccontò 
un suo proprio sogno, anch'esso bruttissimo. Se l'Andreuola 
ne rimase assai spaventata, Gabriotto ne rise. Ma a un tratto, 



1 Sensazione, impressione, commozione. Cfr. Parad. XXXIII, 58-60: 

- <,»nal è colui che soniuhmdo vede, Che, dopo il sogno, la passione im- 
pressa Umiline, e l'altro alla mente non riede...». — s Approvo. Paracl. 
IV. 7-!»: «me non riprendo..., né commendo». — 3 Propizie. — ' Deve. 

— : - Nelle cose buone e virtuose. 



NOVELLA SESTA li 1 ."» 

mentre erano insieme nel giardino 'li stesser Negro, el ni 
.-enti un fiero male al cuore, e t ansando iurte e Badando 

tutto, dopo non guari spazio, passò della presente vita». La 

giovane lo pianse angosciosamente; e avvoltone il corpo in 

una pezza di drappo di seta, «e postagli La testa sopra uno 
origliere, e con molte lagrime chiusigli gli occhi e la bocca, 
e fattagli una ghirlanda di rose, e tutto delle rose rlie còlte 
avevano empiutolo», lo portò, aiutata da una sua fante, 
verso la casa di lui. Ma furono incontrate dalla famiglia del 
podestà, e condotto, insieme col morto, al palagio della Si- 
gnoria. Qui fa facilmente riconosciuta l'innocenza dell'An- 
dreuola ; e inesser N'erro suo padre, «che antico era oramai 
B uomo di natura benigno e amorevole', volle che a Ga- 
briotto s'apparecchiassero le esequie grandi ed onorevoli, 
come a suo genero. « Eranvi in questo mezzo concorsi i 
parenti e le parenti del giovane, che saputa avevano la no- 
vella, e quasi donne e uomini quanti nella città n'erano. Per 
che, posto nel mezzo della corte il corpo sopra il drappo 
della Andreuola e con tutte le sue rose, quivi non solamente 
da lei e dalle parenti di lui fu pianto, ma publicamente 
quasi da tutte le donne della città e da assai uomini ; e non 
a guisa di plebe.jo, ma di signore, tratto della corte pubblica, 
sopra gli omeri de' più nobili cittadini con grandissimo onore 
fu portato alla sepoltura». Il podestà, che se n'era pazza- 
mente invaghito, chiese al padre la mano dell' Andreuola; 
ma questa, da sdegno accesa, < niuna cosa ne volle udire». 
E «volendole in ciò compiacere il padre, in un monistero assai 
famoso di santità essa e la sua fante monache si renderono ', 
e onestamente poi in quello per molto tempo vissero »]. 2 



1 C'Ir. Conv. IV. 28: « «[iiesti nobili calaron le vele «Ielle mondane 
opera/ioni, che nella lon» lunga età a religione si renderò, ogni mondano 
diletto e opera diponendo». — -Il Maxxi ([storia del Decameron*, 
p. 298) reputa storico l'argomento di questa novella, dacché utile 
Istorie Bresciane «lì Elia Cavriuolo (Brescia 1585) legge narrato uu 
tatto identico, con gl'identici nomi di Andriola, «li Negro «la Ponoa- 
rale, «li Gabriotto. Le «lue narrazioni differiscono soltanto per oiò che 
riguarda il podestà. E il Bakhh.i [r precursori ilei "Boccaccio e alcune 
dilli- sue fonti, Firenze lsTti, p. Ili osservava: e Quando noi vediamo 
«erti racconti del Boccaccio concordare con tatti narrati «la cronisti, 
o polir essere «la questi spiegati, mentre abbiamo ragione «li credere 



216 GIORNATA QUARTA 

[Filostrato, « nulla compassi on mostrando all'Andreuola : 
accenna all'Emilia di continuare ; ed essa narra la 



NOVELLA SETTIMA. 

|La Simona e Pasquino]. 

[Una giovane fiorentina « assai bella e leggiadra secondo 
la sua condizione, e di povero padre figliuola, la quale ebbe 
nome Simona », filatrice di lana, s'innamorò « d'un giovinetto 
di non maggior peso ' di lei, che dando andava, per un suo 
maestro lanaiuolo, lana a filare, il cui nome era Pasquino » . 
Una volta ch'erano insieme in un giardino, presso « un gran- 
dissimo e bel cesto di salvia » , Pasquino « di quella colse 
una foglia, e con essa s'incominciò a stropicciare i denti e 
le gengìe, dicendo che la salvia molto bene gli nettava d'ogni 
cosa che sopr'essi rimasa fosse dopo l'aver mangiato». Non 
passò molto, « ch'egli s'incominciò tutto nel viso a cambiare; 
e appresso il cambiamento, non istette guari che egli perde 
la vista e la parola 2 , e in brieve egli si morì » . La Simona 
fu accusata d'averlo avvelenato. Condotta dal giudice sul 
posto dove Pasquino era morto, essa « per pienamente darli 
a intendere 3 il ca60 sopravvenuto, così fece come Pasquino 



alla loro storicità, dobbiamo ritenere per probabile che sieno arrivati 
al Boccaccio per mezzo della tradizione orale. Così, per esempio, la 
novella di Martellino e delle sue avventure a Treviso (II, 1), messa in 
relazione con quello che raccontano il Bonifacio ed altri, ci si mostra 
con tutti i caratteri di una storia popolare. Anche la novella di An- 
dreola e Gabriotto, io non saprei considerarla altrimenti, se la para- 
gono con quello che ne scrive Cavriuolo ». Sennonché giustamente il 
Landau (Die Quellen, p. 320) fa notare come il Cavriuolo non meriti 
molta fede, dacché egli accetta senza scrupoli pur la favola della ve- 
nuta di Ercole, e altre simili storielle ! E insomma, con molta proba- 
bilità, è da ritenere che il racconto dello storico bresciano, anzi che 
la fonte della novella, non ne sia se non una derivazione. — La no- 
vella fu tradotta al n. 180 del Gran Parangon des JYouvelles iVouvelles ; 
e non se ne conoscono altre imitazioni. — ' Grado, condizione. — 2 Pur- 
gat. V, 100-1 : « Quivi perdei la vista, e la parola... finii ». — 3 Cfr. Vita 
Nuova, 10: « voglio dare a intendere quello che lo suo salutare in me 
operava»; 26: « propuosi di dicere parole, ne le quali dessi ad inten- 
dere... ». 



NOVBLLA ski iima J1T 

avea fatto, una di quelle- Toglie di salvia fregatasi a' denti 
E « la cattivella 1 , che dal dolore del perduto amante e dalla 

paura della dimandata pena ristretta stava, e per l'aversi la 
salvia fregata a' denti, in quel medesimo accidente cadde che 
prima caduto era Pasquino, non senza gran maraviglia «li 
quanti eran presenti». — « O felici anime, alle, quali in un 
medesimo di addivenne il fervente amore e la mortai vita 
terminare! e più felici, se assieme ad un medesimo luogo 
n'andaste! e felicissime, so nell'altra vita s'ama, e voi v'amate 
come di qua faceste! » — Il giudice, stupefatto e pensoso, 
disse: «Mostra 3 che questa salvia sia velenosa, il che della 
salvia non suole avvenire » . E la fece tagliare. ♦ Era sotto 
il cesto di quella salvia una botta 4 di maravigliosa grandezza, 
dal cui venenifero (iato avvisarono esser quella salvia vele- 
nosa divenuta. Alla qual botta non avendo alcuno ardire 
d'appressarsi, fattale d'intorno una stipa grandissima, quivi 
insieme colla salvia l'arsero; e fu finito il processo di messer 
lo giudice sopra la morte di Pasquino cattivello. Il quale 
insieme cou la sua Simona, così enfiati com'erano, furono 
nella chiesa di San Paolo sepelliti, della quale per avventura 
eran popolani » °]. 



1 La poverina. Pila Nuova, 31: « questa cattivella canzone... ». — 
* Timida, rannicchiata. Cfr. Purg. Ili, 12: «La mente mia, ohe prima 
era ristretta >\ XVII, 22: «E qui fu la mia mente sì ristretta Dentro 
da aè»; Panni. VII. 52; XXIII. 89. — 'Pare. I, intr. : «come mostra 
che voi vogliate fare ». Cfr. Purg. XXIX, 136: «L'un si mas/rara alcun 
ili-' famigliari l>i quel sommo Ippocràte >. — 4 Rospo. — Catasta ili 
legne Becche. Cfr. Inf. XI, 3: «Venimmo sopra più crudele stipa • : 
XXIV. 82-3: «terribile stipa Di serpenti ». — ' Parrocchiani. Cfr. Sac- 
chetti, 218: «lo menerete al prete e alla chiesa del vostro populo>; 
SU: « essemlo ammalato a morte un suo [del prete «la Bfont' Ughi] 
populano..., tu mandato per lui acciò che portasse la comunione ». — 
Di questa novella non si son sapute additare possibili fonti. Il Maxni 
(Ist. del Decani., 290) riferisce dal 1. XX, e. 24 delle Opere di Ambrogio 
Pareo, medico del re Carlo IX di Francia, la storia dell'avveleni! 
mento di due mercanti di Tolosa, prodotto da alcune foglie di salvia, 
sotto cui si trovò appiattato un rospo. Questo giova solo a provare 
come anche più tardi si credesse al poterò velenoso dei rospi. (Ir. <i. 
M. Carusi, Pel raspo e della salvia del Boccaccio, nelle Memorie, Na- 
poli 1861. Circa le imitazioni, basterà ricordare il poemetto «li Alfred 
de Musaci. Sii, ione, conte imité de Boccace. 



218 GIORNATA QUARTA 



X< »VELLA OTTAVA. 
[Girolamo e la Sai vostra]. 

[E narrata da Xeifile. 

« Secondo che gli antichi raccontano ■> , visse a Firenze 
un ricco mercatante, il cui nome fa Leonardo Sighieri, che 
lasciò, morendo, un figliuolo chiamato Girolamo. Questi s'in- 
namorò di «una fanciulla del tempo suo ', figliuola d'un sarto » , 
che aveva nome la Salvestra. La madre, « come colei che si 
credeva, per la gran ricchezza del figliuolo, fare del pruno 
un mei rancio»-, lo manda, per dilungarlo dalla fanciulla, a 
Parigi, col pretesto che vi vedesse come la sua ricchezza si 
trafficava. Ne torna dopo due anni, più innamorato che mai; 
ma « trovò la sua Salvestra maritata ad un buon giovane 
che faceva le trabacche '" : di che egli fa oltre misura do- 
lente » . Non riuscì a darsene pace ; e una sera, « che a veg- 
ghiare erano ella e '1 marito andati con lor vicini», le si 
nascose in casa. Ma la donna si mostrò fieramente sorda 
alle sue preghiere. Perchè egli, « raccolto in un pensiere il 
lungo amor portatole, e la presente durezza di lei, e la per- 
duta speranza, diliberò di più non vivere; e ristretti in sé 
gli spiriti, senza alcun motto fare, chiuse le pugna, allato 
a lei si morì » . La Salvestra. di ciò « oltre modo dolente, 
stette gran pezza senza saper che farsi. Alla fine prese 
consiglio di volere in altrui persona tentar quello che il 
marito dicesse da farne; e destatolo, quello che presen- 
zialmente 4 a lui avvenuto era, disse essere ad un altro 
intervenuto, e poi il domandò, se a lei avvenisse, che con- 
siglio ■' ne prenderebbe. Il buono uomo rispose che a lui 
parrebbe che colui che morto fosse, si dovesse chetamente 
riportare a casa sua, e quivi lasciarlo, senza alcuna mala- 



1 Della sua età. IV, 3: «et erau di tempo maggiori che gli altri che 
maschi erano ». — • Melarancio. Nobilitarlo. — 3 Tende. V, 8: « <• quivi, 
latti venire padiglioni e. trabucchi-... ». — * Attualmente. — 5 Provve- 
dimento. 






NOVELLA OTTAVA 219 

lionza alla dolina portarne, la quale fallato non gli 

pareva eh 'avesse. Allora la giovane disse: — E così convien 
fare a noi! — E prèsagli la mano, gli fece toccare il morto 
giovane. Di che egli tutto Bmarrito ' si levò su, e acceso 
un lume, senza entrare colla moglie in altre novelle , il 
morto corpo de' suoi panni medesimi rivestito, <• senza al- 
cuno indugio, aiutandola la sua innocenzia, levatoselo in 
sa le spalle, alla porta della casa di lui nel portò, e quivi 
il pose e lasciollo stare. E venuto il giorno, e veduto costui 
(lavanti all'uscio suo morto, fa fatto il romor grande, e 
spezialmente dalla madre; e cerco per tutto e riguardato, 
e non trovàtoglisi né piaga Oè percossa alcuna, per li me- 
dici generalmente fu creduto lui di dolore esser morto, così 
come era. Fu adunque questo corpo portato in una chiesa. 
e quivi venne la dolorosa madre con molte altre donne pa- 
renti e vicine, e sopra lui cominciarono dirottamente, secondo 
l'usanza nostra, a piangere e a dolersi. E mentre il corrotto 3 
grandissimo si facea, il buono uomo, in casa cui morto era, 
disse alla Salvestra: — Deh ponti alcun mantello in capo, 
e va a quella chiesa dove Girolamo è stato recato, e méttiti 
tra le donne, e ascolterai quello che di questo fatto si ra- 
giona ; e io farò il simigliante tra gli uomini, acciò che noi 
sentiamo se alcuna cosa contro a noi si dicesse. — Alla gio- 
vane, che tardi era divenuta pietosa, piacque, sì come a colei 
che morto disiderava di veder colui a cui vivo non avea vo- 
luto d'un sol bascio piacere ', e andovvl. Maravigliosa cosa è 
a pensare quanto sieno difficili ad investigare le forze d'amore ! 
Quel cuore, il quale la lieta fortuna di Girolamo non aveva 
potuto aprire, la misera l'aperse, e l'antiche fiamme risusci- 
tatevi tutte, subitamente mutò in tanta pietà, come ella il 
viso morto vide, che sotto '1 mantel chiusa, tra donna e donna 
mettendosi, non ristette prima che al corpo fu pervenuta ; e 
quivi, mandato fuori uuo altissimo strido, sopra il morto gio- 
vane si gittò col suo viso, il quale non bagnò di molte la- 



1 Confuso. I, l: « la giovane, tutta smarrita, corninolo a piagnere ». 

— 2 Discorsi vani. IV. •_' : « cominciò a dirle ohe questa era vanagloria, 
e altre sue nocelle ». — 3 II pianto che si fa sopra i morti. — ' Com- 
piacere. 11. 8: ima in questo io non vi piacerò già, credendomi far 

l)elie ». 



220 GIORNATA QUARTA 



grime, perciò che prima noi toccò che, come al giovane il 
dolore la vita aveva tolta, così a costei tolse. Ma poi che, 
riconfortandola le donne e dicendole che su si levasse al- 
quanto, non conoscendola ancora, e poi che ella non si le- 
vava, levar volendola e immobile trovandola, pur sollevan- 
dola, ad una ora lei esser la Sai vostra e morta conobbero. 
Di che tutte le donne che quivi erano, vinte da doppia pietà, 
ricominciarono il pianto assai maggiore. Sparsesi fuor della 
chiesa tra gli uomini la novella ' ; la quale, pervenuta agli 
orecchi del marito di lei, che tra loro era, senza ascoltare o 
consolazione o conforto da alcuno, per lungo spazio pianse. 
E poi ad assai di quegli che v'erano raccontata la istoria 
stata la notte di questo giovane e della moglie, manifesta- 
mente per tutti si seppe la cagione della morte di ciascuno; 
il che a tutti dolse. Presa adunque la morta giovane, e lei 
così ornata come s'acconciano i corpi morti, sopra quel me- 
desimo letto allato al giovane la posero a giacere, e quivi 
lungamente pianta, in una medesima sepoltura furono se- 
pelliti amenduni: e loro, li quali amor vivi non aveva po- 
tuto congiugnere, la morte congiunse con inseparabile com- 
pagnia »]. - 



NOVELLA NONA. 



Mi-sser Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore 
di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei: 
il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e 
muore, e coi suo amante è sepellita. 



Essendo la novella di Neifìle finita, non senza aver gran 
compassion messa in tutte le sue compagne, il Re, il qual 
noii intendeva di guastare il privilegio di Dioneo, non essen- 
dovi altri a dire, incominciò : 



1 Notizia. Vita Nuova, 28: «non sai novella? ». — = Vi 6 un min- 
nesany, cbiamato Fraiten-treue da Jansen Enenkel (cfr. Hagen, Ge- 
satnmtabenteuer, v. I, p. 257), il quale narra una storia d'amore e morte 
molto simile a questa. Non è possibile che il Boccaccio lo conoscesse; 



NOVELLA NONA 221 



— Bramisi parata dinanzi, pietose donne, una novella. 
alla qual, poi che così degli infortunati casi d'amore vi 
duole, vi converrà non meno di compassione avere che alla 
passata, per ciò che da più furono ' coloro a' quali ciò che 
io dirò avvenne, e con più fiero accidente che quegli de' 
quali è parlato. 

Dovete adunque sapere che, secondo che raccontano i 
Provengali, in Provenza fnron già due nobili cavalieri, de' 
quali ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di sé; e aveva 
I uno nome messer Guiglielmo Rossiglione, e l'altro messer 
Guiglielmo Guardastagno. E per ciò che l'uno e l'altro era 
prod'uomo* molto nell'arme, s'amavano assai, e in costume 
avean d'andar sempre ad ogni torniamento o giostra o altro 
l'atto d'arme insieme, e vestiti d'una assisa. ' E come che 
ciascun dimorasse in un suo castello, e fosse l'un dall'altro 
lontanò ben diece miglia, pure avvenne che, avendo messer 
Guiglielmo Rossiglione una bellissima e vaga donna per 
moglie, messer Guiglielmo Guardastagno fuor di misura, 
non ostante l'amistà e la compagnia 6 che era tra loro, s'in- 
namorò di lei; e tanto or con uno atto e or con uno altro 
fece, che la donna se n'accorse, e conoscendolo per valoro- 
sissimo cavaliere, le piacque, e cominciò a porre amore a lui. 
in tanto che niuna cosa più che lui disiderava o amava, né 
altro attendeva che da lui esser richiesta °. Il che non guari 
stette che avvenne, e insieme furono e una volta e altra, 
amandosi forte. 

E men discretamente insieme usando, avvenne che il 
marito se n'accorse, e forte ne sdegnò, in tanto che il grande 
amore che al Guardastagno portava in mortale odio con- 
verti; ma meglio il seppe tener nascoso che i due amanti 
non avevano saputo tenere il loro amore, e seco diliberò 



ma forse l'ima e l'altra novella rimontano allo stesso fabliau, non giunto 
tino a iioi. Cfr. BÉDIBB, Les f obliava, p. 295-6; e B. Zumbini. La na- 
rrila della Salvestra. — Tra le molte imitazioni, anche qui è da segnalare 
il poemetto di Alfred de Musset. Sylvia, eh 'è della novella una tradu- 
zione in versi. — ' Furono di più alta condizione. — -Valente. II. 8: 
« per ciò che prod'uomo e valente era >. — 3 Cfr. Inf. XXII, 6: « Ferii 
torneamenti e correr giostra». — 'Con la divisa uguale. — Dime- 
Btiohezza, l'esser compagni. — ' VII, 7: «non si vergognò di richiedermi 
clic io dovessi a' suoi piaceri acconsentirmi ». 



222 GIORNATA QUARTA 

del tutto ' d'ucciderlo. Per che, essendo il Rossiglione in 
questa disposizione, sopravvenne che un gran torneamento si 
bandi in Francia; il che il Rossiglione incontanente significò 
al Guardastagno, e mandògli a dire che, se a lui piacesse, 
da lui venisse, e insieme diliberrebbono * se andar vi voles- 
sono, e come. Il Guardastagno, lietissimo, rispose che senza 
tallo il di seguente andrebbe a cenar con lui. Il Rossiglione 
udendo questo, pensò il tempo esser venuto di poterlo uc- 
cidere; e armatosi, il di seguente con alcuno suo famigliare 
montò a cavallo, e forse 3 un miglio fuori del suo castello in 
un bosco si ripose in guato 4 , donde doveva il Guardastagno 
passare. E avendolo per un buono spazio atteso, venir lo 
vide, disarmato, con due famigliari appresso, disarmati, sì 
come colui che di niente da lui si guardava 5 ; e come in 
quella parte il vide giunto dove voleva, fellone 6 e pieno di 
mal talento, con una lancia sopra mano 7 gli uscì addosso, 
gridando: — Tu se' morto! E il così dire e il dargli di questa 
lancia per lo petto", fu una cosa. Il Guardastagno, senza po- 
tere alcuna difesa fare o pur dire una parola, passato di 
quella lancia, cadde, e poco appresso morì. I suoi famigliari, 
senza aver conosciuto chi ciò fatto s'avesse, voltate le teste 
de' cavalli, quanto più poterono si fuggirono verso il ca- 
stello del lor signore. Il Rossiglione smontato, con un col- 
tello il petto del Guardastagno aprì, e colle proprie mani il 
cuor gli trasse, e quel fatto avviluppare in un pennoncello 9 
di lancia, comandò ad un de' suoi famigliari che nel portasse; 
e avendo a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito 
che di questo facesse parola, rimontò a cavallo, et essendo 
già notte, al suo castello se ne tornò. 

La donna che udito aveva il Guardastagno dovervi esser 
la sera a cena, e con disidèro grandissimo l'aspettava, non 
vedendol venire si maravigliò forte; e al marito disse: 



1 Assolutamente. — : Cfr. I, 10: deliberrà. — '■'■ Circa. — • Agguato. 
V, ■ '<: ♦ avvenne che un guato di ben venticinque fanti subitamente uscì 
addosso a costoro » ; Vili, 7: «e confortavalo che egli da guatò uscisse 
«• lei andasse a prendere». — '■• Non sospettava per nulla di lui. — 

Furibondo. Altrove (II, 9) : «con fellone animo». — ' Con la mano. 
che impugnava la lancia, alzata più su della spalla. — ~ Nel petto. — 

I laudici noia. 



NOVBLLA NONA 22 I 






— E come è cosi. messere, che il Gu&rdastagno non è 
venato? 

A cui il marito disse : 

— Donna, io ho avuto da lui ' che egli non ci può essere 
di <|ui a domane. 

Di che la donna un poni turbata rimase. 
Il Rossiglione, .smontalo, si fece chiamare il cuoco, e gli 
disse : 

— Prenderai quel cuor di cinghiare ", e fa che tu ne facci 
una vivandetta, la migliore, e la più dilettevole a mangiar 
che tu sai: e quando a tavola sarò, me la manda in una 
scodella d'argento. 

Il cuoco presolo, e postavi" tutta l'arte e tutta la sollici- 
tudine ' sua. minuzzatolo e messevi di buone spezie assai, 
ne fece uno manicaretto troppo ' buono. Messer Guglielmo, 
quando tempo fu, con la sua donna si mise a tavola. La 
vivanda venne, ma egli per lo malificio da lui commes-... 
nel pensiero impedito \ poco mangiò. Il cuoco gli mandò il 
manicaretto; il quale egli fece porre davanti alla donna, sé 
mostrando quella sera svogliato, e lodògliele molto. La donna, 
che svogliata non era, ne cominciò a mangiare, e pàr- 
vele buono; per la qual cosa ella il mangiò tutto. Come il 
cavaliere ebbe veduto che la donna tutto l'ebbe mangiato, 
disse : 

— Donna, cliente 7 v'è parata questa vivandar 
La donna rispose : 

— Monsignore, in buona fé ella m'è piaciuta molto. 

— Se m'aiti Iddio ', disse il cavaliere, io il vi credo, né 
me ne maraviglio, se morto v'è piaciuto ciò che vivo più che 
altra cosa vi piacque. 

La donna, udito questo, alquanto stette "; poi disse: 

— Come? Che cosa è questa che voi m'avete fatta man- 
giare? 



gli m' ha mandato a dire. - ' Cinghiale. — 8 Cura. Cfr. Ili, 7: «li 
quali esso fece sì bene e oon tanta sollioitndine ». — ' Molta, li. 6; per 
ciò clic egli e troppo piu malvagio clic egli non Ravvisa» — 1 ■ 
pietanze. — ' Preoccupato. Tnf. XXIX. 28-9: «Tu eriallorsl del tutto 

impedito Sopra colui... ». — "»' ■. % Sie ■"> Deus adjuvet. Cfr. 11,9: 

- Deh, 86 Iddio ti dea buona ventura»: e lui'. XX. 1!': -Se Dio ti 

.. ». — ■' Ki.-tettc. stette sospesa. 



224 GIORNATA QUARTA 



Il cavalier rispose: 

— Quello che voi avete mangiato, è stato veramente il 
cuore di messer Guiglielmo Guardastagno, il qual voi, come 
disleal l'emina ', tanto amavate. E sappiate di certo ch'egli è 
stato desso, per ciò che io con queste mani gliele strappai, 
poco avanti che io tornassi, del petto. 

La donna, udendo questo di colui cui ella più che altra 
cosa amava, se dolorosa fu non è, da domandare; e dopo 
alquanto, disse: 

— Voi faceste quello che disleale e malvagio cavalier 
dèe fare; che se io, non sforzandomi egli, l'avea del mio 
amor fatto signore e voi in questo oltraggiato, non egli, 
ma io ne doveva la pena portare. Ma unque 2 a Dio non 
piaccia che sopra a così nobil vivanda, com'è stata quella 
del cuore d'un così valoroso e così cortese cavaliere come 
messer Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada! 

E levata in pie, per una finestra la quale dietro a lei 
era, indietro, senza altra diliberazione 3 , si lasciò cadere. La 
finestra era molto alta da terra, per che, come la donna 
cadde, non solamente morì, ma quasi tutta si disfece '. Messer 
Guiglielmo, vedendo questo, stordì forte s , e parvegli aver 
mal fatto; e temendo egli de' paesani e del conte di Provenza, 
fatti sellare i cavalli, andò via. La mattina seguente fu sa- 
puto per tutta la contrada come questa cosa era stata. Per 
che da quegli del castello di messer Guiglielmo Guardasta- 
gno, e da quegli ancora del castello della donna, con gran- 
dissimo dolore e pianto furono i due corpi ricolti % e nella 
chiesa del castello medesimo della donna in una medesima 
sepoltura fur posti, e sopr'essa scritti versi significanti chi 
fosser quegli che dentro sepolti v'erano, e il modo e la ca- 
gione della lor morte 7 . 






1 III, 3: « disleale e spergiuro e traditor chiamandolo ». — 2 Giam- 
mai. II, 8: «Unque a Dio non piaccia, poi che voi volete me far mo- 
rire, che io voi morire non faccia». — 3 Senza pensarci più che tanto. 

— ' Si sfragellò. Cfr. Inf. XXII, 63: «prima ch'altri il disfaccia». — 

— 5 III, 1: «udendo costui parlare, il quale ella teneva mutolo, tutta 
slord) ». — fl IV, 4 : «fatto il corpo della bella donna riccxjlier di mare... ». 

— ' Il Boccaccio questa volta indica direttamente la fonte onde ha de- 
rivata la sua novella: «secondo che raccontano i Provenzali». Si tratta, 
a quel che pare, della leggendaria vita del trovatore Guglielmo di Ca- 



NOVELLA DECIMA 225 



NOVELLA DECIMA. 

La moglie d'un medioo pei morto mette un suo amante adoppiato 1 
in una aroa, la quale con tatto lai <lu<- asarai se ne portano in 
eaaa. Questi si sente ", è preso per ladro : la fante della donna rac- 
conta alla Signoria sé averlo messo nell'arca dagli usurieri imbo- 
lata ; . laond'egli scampa dalle l'oiiln', e i (.Testatori d'avere l'arca 
l'orata sono condennati in denari. 

Solamente a Dioneo, avendo già il Re fatto fine al suo 
dire, restava la sua fatica. 4 Il quale, ciò conoscendo, e già 
dal Re essendogli imposto, incominciò: 

— Le miserie 6 degl'infelici amori raccontate, non che a 
voi, donne, ma a me hanno già contristati gli occhi e '1 peti 
per che io sommamente disiderato ho che a capo ' se ne ve- 
nisse. Ora, lodato sia Iddio, che finite sono (salvo se io non 
volessi a questa malvagia derrata fare una mala giunta, di 
che Iddio mi guardi i, senza andar più dietro a cosi dolorosa 
materia, da alquanto più lieta e migliore incomincerò, forse 
buono inizio dando a ciò che nella seguente giornata si 
dèe raccontare. 

[E narra la novella del « grandissimo medico in cinigia 
che « ancora non è gran tempo » fu in Salerno, « il cui nome 
fu maestro Mazzeo della Montagna»; della «bella e gentil 
giovane della sua città, savia e di grande animo >, ch'egli 
prese per moglie quando già era «all'ultima vecchiezza ve- 



bestaing, paggio di Raimondo di Castel-Roossillon, narrata tra le Bio- 
grafie dei Trovatori. Cfr. V. 1 1 ii i 11-: ìi, Der Trobador Guillem de Cube- 

stank, min Leben und teine fTerke, Berlin 1869; (4. I\w;is. I.< roma» 
tìu Cimiciai» de Conci, mila Romania, Vili. 187% ]>. 343 88.; Hìsloìre 
UH. de In France, XXVIII, 1881. p 3S2 ss.; e !i<>, minia. XII. 188:?, 
p. 359 ss.; II. Hai vette, La 39 c nouvelle du Decameron et la le- 
gende du coeur mangi, nella Romania, XLI, 1912, ]>. 1*1 ss. Il mo- 
tivo degl' innamorati sepolti insieme, che ricorre in questo grappo di 
novelle (IV. 1, 7, 8 e 9), rimonta al romanzo di Tristano e Isotta, e fu 
comune a novelle e a ballate. — ' Che aveva bevuto dell'oppio. — - Ri- 
sente, ridesta. — s Involata, rubata. — 'L'opera: qui. la narrazione 
della sua novella. — 5 Infelicità, tristezze. Inf. V. 123. — '.Pur;/. I. 18. 
— : Al termine. 

ir. 



22ti GIORNATA QUARTA 



auto : e del giovane Ruggieri da Jeroli, « di nazion ' nobile, 
ma di cattiva vita e di biasimevole stato, in tanto che pa- 
rente né amico lasciato s'avea che ben gli volesse o che il 
volesse vedere», nel quale quell'incauta pose tutta la sua 
speranza, tutto il suo animo e tutto il ben suo»] 2 . 

Se le prime novelle li petti delle vaghe donne avevan 
contristati, questa ultima di Dioneo le fece ben tanto riderò, 
che essi si poterono dalla compassione avuta dell'altre risto- 
rare. Ma veggendo il Re che il sole cominciava a farsi giallo, 
e il termine della sua signoria era venuto, con assai piace- 
voli parole alle belle donne si scusò di ciò che fatto avea, 
cioè d'aver fatto ragionare di materia cosi fiera com'è quella 
della infelicità degli amanti. E fatta la scusa, in pie si levò, 
e della testa si tolse la laurea ', e aspettando le donne a cui 
porre la dovesse, piacevolmente sopra il capo biondissimo 
della Fiammetta la pose, dicendo: 

— Io pongo a te questa corona, sì come a colei la quale 
meglio, dell'aspra giornata d'oggi/che alcuna altra, con 
quella di domane queste nostre compagne racconsolar saprai. 

La Fiammetta, li cui capelli eran crespi, lunghi e d'oro, 
e sopra li candidi e dilicati omeri ricadenti, e il viso riton- 
detto, con un colore vero di bianchi gigli e di vermiglie 
rose mescolati, tutto splendido, con due occhi in testa che 
parevan d'un falcon pellegrino.' e con una boccuccia picco- 
lina, le cui labbra parevan due rubinetti, sorridendo rispose: 






1 Nascita. VII, 6: «assai piacevole e costumato, come che di gran 
nazion non fosse». — - Il motivo fondamentale di questa novella, «lei- 
ramante chiuso in una cassa, ha origini molto remote. Una storia bud- 
distica, desunta dalla Biografia di Sakyamuni tradotta dal tibetano 
dallo Sehiefner nel 1851. abbastanza simile a questa elaborata dal Boc- 
caccio, riferisce il Benfbt {Panlsehatanlra, I. 455) : e un'altra è nar- 
rata nella versione araba del libro dei Bette Visir icfr. Scott, Tales, 
anecdotes and lettere translaled from the Arabie and Persian; Shrews- 
bury 1800, ]>. 1311. Ricalcarono più o meno fedelmente il modello boc- 
caccesco lo Straparola {Notte IV, 2). il Paraboseo Diporti. I, il, il Gi- 
ragli Cintio (Ecatommiii, III. 3 e 10). — 3 Corona d'alloro. Ili, 10: «le- 
vataci la laurea di capo». — * Cfr. Brunetto Latini. Tresors, I. 150: 
« Faucou sout de vi.j ligniées... La seconde ligniée est faucons que ohi 
apele pélerins, pone «pie nus ne trueve Bon nif, ains est pris aussi 
comme en pelerinage; il est molt legiers a norrir et molt cortois et 
molt vaillanz et de bone manière ». 



N'OVKI.I.A DKCI.MA 227 



Filostrato, e io la prendo volentieri'. E acciò che meglio 
l'avvedi ili quello che fatto hai, infino ad ora voglio e co 
mando che ciascun s'apparecchi di dovere domane ragio- 
nare di ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o sven- 
turati accidenti, felicemente avvenisse. 

La qua] proposizione a tutti piacque. Et essa, fattosi il 
siniscalco venire, e delle cose opportune con lui insieme 
avendo disposto, tutta la brigata da seder levandosi, per in- 
lino all'ora della cena lietamente licenziò. 

Costoro adunque, parte per lo giardino, la cui bellezza 
non era da dover troppo tosto rincrescere', e parte verso 
le mulina 3 che fuor di quel macinavano, echi qua e chi là. 
a prender, secondo i diversi appetiti, diversi diletti si die- 
dono, infino all'ora della cena. La qual venuta, tutti rac- 
colti, come usati erano, appresso della bella fonte con gran- 
dissimo piacere e ben serviti cenarono. E da quella levati, 
come usati erano, al danzare e al cantar si diedono; e me- 
nando Filomena la danza, disse la Reina: 

— Filostrato, io non^intendo deviare da' miei passati '; 
ma si come essi hanno fatto, così intendo che per lo mio 
comandamento si cauti una canzone. E per ciò che io son 
certa che tali sono le tue canzoni clienti sono le tue novelle, 
acciò che più giorni che questo non sieno turbati da' tuoi 
infortuni, vogliamo che una ne^dichi qual più ti piace. 

Filostrato rispose, che volentieri ; e senza indugio, in cotal 
guisa cominciò a cantare: 

Lacrimando dimostro 

Quanto si dolga con ragione il core 

D'esser Tradito sotto fede Amore. s 
Amore, allora che primieramente 

Ponesti in lui colei per cui sospiro 

Seuza sperai salute. : 

Sì piena la mostrasti di virtute 

Che lieve reputai ogni ruartiro 



1 V. 10: « ... e noi sentimmo... ». — - Venire a noia. — ; III, intr. : 
« din- mulina volgea ». — ' Predecessori, in quel regno. — "■ Che Amore 
sia tradito dopo aver ricevuto sicurtà. — f Ponesti nel cuore, lo facesti 
innamorare... — '■ Salvezza: efr. Vita Nuova, 19: «li dona «afate »; 26: 
• vede mine striate » : '27 : « la donna mia. per darmi più salute». Qui. 
corrispondenza. 



GIORNATA QUARTA 



Che per te nella incuti'. 

Ch'è rimasti dolente, 

Posse venuto: ma il mio errore 

Ora conosco, e non Bonza dolore. 

Fatto m'ha conoscente dello 'nganno 
Vedermi abbandonato da colei 
In cui sola sperava : 
Ch'allora eh' i' più esser mi pensava 
Nella sua grazia e servidore a lei, l 
Senza mirare il danno 
Del mio futuro all'anno, 
Bl'accorsi lei aver l'altrui valore 
Dentro raccolto e me cacciato fore. 

<oin' io conobbi me di fuor cacciato. 
Nacque nel core un pianto doloroso 
Che ancora vi dimora: 
E spesso maladico il giorno e l'ora 3 
Che pria m'apparve il suo viso amoroso 
D'alta biltà ornato 
E più che mai "n fiammato. 3 
La tede mia. la speranza e l'ardore 
Va bestemmiando l'anima che more. 

Quanto '1 mio duol senza conforto sia, 

Signor, tu '1 puoi sentir, tanto ti chiamo 

Con dolorosa voce: 

E dìcoti che tanto e sì mi cuoce, 

Che per minor martìr la morte bramo. 

Venga dunque, e la mia 

Vita crudele e ria 

Termini col suo colpo e '1 mio furore; 4 

Ch'ove eh' io vada, il sentirò minore. 

N all'altra via. nì'un altro conforto 

Mi resta più, che morte, alla mia doglia. 

Dàllami dunque ornai: 

Pon fine, Amor, con essa alli miei guai, 

E '1 cor di vita sì misera spoglia. 

Deh fallo, poi eh' a torto 

M'è gioja tolta e diporto. 

Fa costei lieta, morend'io, signore, 

Come 1' hai fatta di nuovo amadore. 



'Suo fedele amatore, riamato. Ili, 6: «per soverchio amore che 
io vi porto e son disposto sempre a portarvi, e ad esser vostro umi- 
lissimo sii- ri dorè ». — - Cfr. Dante, son.: « Io maledico il dì eh' io vidi 
in prima...»; e Petrarca,, n. 61: «Benedetto sia '1 "ionio... ». — ' Qui 
■ evidente l'allusione a colei che meritò il nomignolo di Fumi invitti. 
— 4 Cfr. Vita mtova, 22, e. 2; 32, e. 3; 33, e. 4. — r Uccidendo me. 



NOVKU.A DECIMA 

Ballata mia, se alcun inni t'appai 

Io non ni'ii curo; per oiò clic nessuno 

( !om' in ti può oantare. 

I fna fatica sola ti \ o' dare : 

Che tu rinnovi Aiuoli', e :i lui sol ano 

Quanto mi ria discara 

La trista i ita amara 

IM stri a pien, pregando! ohe H miglia 

Porto ne ponga per lo buo \ aloi i 

Lagrimando dimostro eoo. ' 

» 

Dimostrarono le parole di questa canzone assai chiaro 
qua! fosse l'animo di Filostrato, e la cagione: e forse più 
dichiarato L'avrebbe l'aspetto di tal donna nella danza era f , 
so le tenebre della sopravvenuta notte il rossore nel viso di 
lei venuto non avesser nascoso. Ma poi che egli ebbe a 
quella posta line, molte altre cantate ne furono, inlino a tanto 
che l'ora d'andare a dormire Bopravvenne: per che, coman- 
dandolo la Reina, ciascuna alla sua camera si raccolse . 



i Impara a oantare. Cfr. Purg. XIII. 'J3. — lui. [1,3: «ed io sol 
ano ». — Con la Bua potenza; egli ohe lo imi». — ' Si ripete la ripresa. 
— s D'una certa tale donna che. eraoiella danza. Cfr. Tnf. VI, 69; Vili, 
105 V ocenna :i— ;ii verosimilmente alla Fiammetta. ' Ridusse, 

riti-;. 



FINISCE LA QUARTA GIORNATA DEL DECAMERON: INCOMIN- 
CIA LA QUINTA, NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO DI 

FIAMMETTA, sì ragiona di ciò che ad alcuno amante, 
dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felice- 
mente avvenisse. 

Era già l'oriente tutto bianco, e li surgenti raggi per 
tutto il nostro emisperio avevan fatto chiaro, quando Fiam- 
metta da' dolci canti degli uccelli, li quali la prima ora del 
giorno su per gli albuscelli tutti lieti cantavano ', incitata, su 
si levò, e tutte l'altre e i tre giovani fece chiamare; e con 
soave " passo a' campi discesa, per l'ampia pianura su per 
le rugiadose erbe, infino a tanto che alquanto il Sol fu al- 
zato, con la sua compagnia, d'una cosa e d'altra con lor 
ragionando, diportando 1 s'andò. Ma sentendo già che i solai- 
raggi si riscaldavano, verso la loro stanza 4 volse i passi. Alla 
qual pervenuti, con ottimi vini e con confetti 5 il leggiere 
affanno avuto fé' ristorare, e per lo dilettevole giardino in- 
fino all'ora del mangiare si diportarono. La qual venuta, 
essendo ogni cosa dal discretissimo siniscalco apparecchiata, 
poi che alcuna stampita tì e una ballatetta o due furon can- 
tate, lietamente, secondo che alla Reina piacque, si misero 
a mangiare. E quello ordinatamente e con letizia fatto, 
non dimenticato il preso ordine del danzare, e con gli stur- 
menti 7 e con le canzoni alquante danzette fecero. Appresso 
alle quali, infino a passata l'ora del dormire la Reina li- 
cenziò ciascheduno; de' quali alcuno a dormire andarono, e 
altri al lor sollazzo per lo bel giardino si rimasero. Ma tutti, 
un poco passata la nona e , quivi, come alla Reina piacque, vi- 
cini alla fonte, secondo l'usato modo, si ragunarono. Et es- 



1 Pare che qui il Boccaccio frantenda il dantesco (Piiry. XXVIII, 
14 ss.): «gli augelletti per le cime... con piena letizia l'Ore [le aure) 
prime, Cantando, rieeveano intra le foglie... ». — - Lento. Cfr. Inf. 
II, 56: « E cominciommi a dir soave e piana ». — s Sollazzando. II, IO: 
« poi che alquanto diportati si furono ». — 4 Dimora. — 5 Biscotti, pa- 
sticcini. II, 10: «convenne che con vernaccia e con confetti ristorativi 
nel mondo si ritornasse». — 6 Provenz. estampìda = canzonetta d'un 
ritmo speciale, di soggetto amoroso. Cfr. Las Leys d'Amors, I. 850, X, 7: 
« con una sua vivuola dolcemente sonò alcuna stampita e canto ap- 
presso alcuna canzone ». — " Strumenti. — 8 Mezzogiorno. 



NOVELLA PIUMA 231 



■iniiisi la Reina a seder posta prò tribunali 1 , verso Pamfllo 
riguardando, sorridendo a lui Impose clic principio di 
alle felici novelli'. 

Il quale a ciò volentier si dispose e cosi disse : 



NOVELLA l'KlMA. 



(Jimone amando divien savio, e- Efigenia sua «lumia rapisce in mare: 
e messo in Rodi in prigione, onde Lisimaco il trae, e daoapo oon 
lui rapisce Efigenia e Cassandra celle lor nozze, fuggendosi con 

e in ('reti; v (minili, divenute lor mogli, (un esse a casa lino 
suini richiamai i. 



— Molte novelle, dilettose donne, a dover dar principio 
a cosi lieta giornata come questa sarà, per dovere essere 
da me raccontate ini si parso davanti . Delle quali una 
più nell'animo me ne piace, per ciò che per quella po- 
trete comprendere, non solamente il felice fine per lo quale 
a ragionare incominciamo, ma quanto sieu sante, quanto 
poderose e di quanto ben piene le forze d'Amore; le quali 
molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a 
gran torto. Il che, se io non erro, per ciò che innamorate 
credo che siate, molto vi dovrò esser caro. 

[E narra la lunga novella di Galeso da Cipri, il quale, « per 
ciò che mai né per fatica di maestro uè per lusinga ' o battitura 
del padre, o ingegno d'alcuno altro, gli s'era potuto mettere 
nel capo né lettera uè costume' alcuno, anzi con la voce grossa 
e deforme, e con modi più convenienti a bestia che ad uomo, 
quasi per ischerno da tutti era chiamato Cimone, il che nella 
lor lingua sonava quanto nella nostra Bestione » ; . Essendo una 



1 Nel posto d'onore. — -Novelle a lieto fine. — 8 Cfr. IV, !>: - Èm- 
misi parata dinanzi una novella...». — 'Carezza. Il, 7: -li quali con 
lusinghe lattisi menare al matto laonde tratto l'avea... » — Vili, 3: 
« sentirono la tiera battitura la quale alla moglie dava». — ' Elementi 
ili coltura o d'educazione. — ' Donde il Boccaccio desumesse questa 
preziosità etimologica, è difficile dire. Qualcuno ha pensato a quanto 
circa il celebre Ciiuoue ateniese, tiglio di .Milziade, ha riferito Va- 
lerio Massimo, VI, ti: cCimonis vero incunabnla opinione Btultitiae 
fuerunt reierta ». 



232 GIORNATA QUINTA 



volta, del mese di maggio, entrato in un boschetto, « vide 
sopra il verde prato dormire una bellissima giovane »; e « non 
altramenti che se mai più forma di femina ' veduta non avesse, 
fermatosi sopra il suo bastone, senza dire alcuna cosa, con 
ammirazione grandissima la inco m inciò intentissimo a riguar- 
dale. E nel rozzo petto, nel quale per mille ammaestramenti 
non era alcuna impressione di cittadinesco piacere potuto 
entrare, sentì destarsi un pensiero il quale nella materiale e 
grossa mente • gli ragionava '■' costei essere la più bella cosa 
che giammai per alcuno vivente veduta fosse » . La giovane, 
il cui nome era Efigeuia, destatasi, chiese a Cimone che fa- 
cesse colà; ed egli non rispose, « ma come gli occhi di lei 
vide aperti, così in quegli fiso cominciò a riguardare, seco 
stesso parendogli che da quegli una soavità si movesse 4 , la 
quale il riempiesse di piacere mai più da lui non provato » . 
Da quel momento Cimone fu un altro ; e « in assai brieve 
spazio di tempo non solamente le prime lettere apparò, ma 
valorosissimo tra' filosofanti divenne», e «non solamente 
la rozza voce e rustica in convenevole e cittadina ridusse, 
ma di canto divenne maestro e di suono, e nel cavalcare e nelle 
cose belliche, cosi marine come di terra, espertissimo e fe- 
roce ' divenne ». Potenza dell'amore, che « di montone fatto 
tornare uomo » l'aveva! 7 — Efigenia era stata promessa a Pa- 
simunda, nobile giovane rodiano ; ma quando essa si mise in 
mare per raggiungere lo sposo, Cimone ne assalì fieramente 
la nave « in mezzo mare », e la rapì. Avrebbe voluto con- 
durla a Creti; sennonché un forte vento lo costrinse a ripa- 
rare in un porto di Rodi, dove, riconosciuto, fu imprigionato, 
e la donna consegnata al legittimo suo sposo. Alla vigilia 
di queste nozze, il governatore di Rodi, anch'esso innamo- 
rato, offrì a Cimone il modo di nuovamente rapirla durante 



1 VI, 5: « sotto turpissime forme d'uomini si truovano maravigliosi 
ingegni». —-'Più su aveva detto 1 *i costumi e l'usanze degli uomini 
grossi gli eran più a grado die le cittadine». — 3 Cfr. Convivio, III: 
«Amor che nella mente mi ragiona». — 4 Cfr. Vita Nuova, 26: «E par 
ilie de la sua labbia si mova l'n spirito soave...». — 5 X, 8: «credesi per 
molti filosofanti..: » ; X, conci.: «ne ancora nelle scuole de' filoso/unii 
dette sono»: Conv. II, 13: «alle amputazioni de' filosofanti». — «Va- 
lerne, llorat. Od. I, 32: « ferox bello». — ' Sacchetti, 205: «dicendo 
ohe si maravigliava che elli volea fare prete un montone» [uno zotico 
contadino]. 



NOVELLA ['RIMA 

il banchetto mudale. E questa volta egli pot finalmente 
condurla a Creti, donde, - dopo alcuno esilio . poteron lie- 
tamente tornare in Cipri, e vivervi lungamente contenti. — 
Il narratore afferma elici riferisce la novella BÌ come imi 
nelle antiche istorie de' Cipriani abbinili già Letto |. ' 

NOVELLA SECONDA. 

Gh '-i:4M/n ama Martuccio Qomito; la quale udendo che morto era, per 
disperata sola si mette in uhm barca, la quale dal vento fu traspor- 
tata a Susa: ritruòval vivo in Tunisi, palesaglisi, el egli, grande 
• ii<l<> cui Re per consigli dati, sposatala, ricco con lei in Lipari 

-.■ in- torna. 

La Reina, finita sentendo la novella di l 'aiutilo, poscia che 
molto commendata l'ebbe, ad Emilia impose che una dicen 
done seguitasse. La quale cosi cominciò: 

— Ciascun si dèe meritamente dilettare di quelle cose 
alle quali egli vede i guiderdoni secondo le affezioni segui- 
tare. E per ciò che amare merita più tosto diletto che affli 
zione, a lungo andare ; con molto mio maggior piacere, della 
presente materia parlando, ubbidirò la Reina, che della pre- 
cedente non feci il Re. 

Dovete adunque, dilicate - donne, sapere, che vichi di 
Cicilia ' è una isoletta chiamata Lipari '; nella quale, non è 



1 A tutti i staili questa novella si direbbe desunta «la un romanzo 
greco alessandrino. L'azione si svolge tra le isole ili Cipro, «lì Rodi e 
di Creta, ionie nelle novelle II. 7 ■■ IV. :ì: e anche qui awengon gi- 
ratene., rapimenti e uccisioni, e burrasche di mare eoe. Tuttavia la 
fonte non e. stata scoperta. Cfr. E. Rohde, Der grieehiaehe Roman 
und scine Vorlaufer, Leipzig llMi. p. "> s< . l'er gli etfetti maravìgliosi 
dell'amore su un animo semplice e incolto come questo ili Cimone, 
.-' e additato l'idillio di Teocrito II bifolcheito; e assai meglio, un epi- 
sodio della storia di Barlaam e Josafat, secondo la versione ebraica 
(efr. Barlaam aiul Jòsaphat : L'iif/lish lives of Buddha, edited and indueed 
byj. Jacohs, 1896, p. CXX). La novella boocaoesca è stata molto larga- 
mente imitata, tradotta e versificata. Ricorderò solo la - novella in 
versi» di Paul Heyse, Bratti wwj Cyprus, 1854. Si può vedere F. 
Tribolati, Diporto sulla n<>r. Ideila V giorn. del Decani., ned' Ir- 
chivio storico per le Marche <• per l'Umbria, Il (1885), f. 8-9. — 8 Gen- 
tili. II. 8: «era il più leggiadro e il più dilicato cavaliere che a quegli 
tempi si conoscesse»: X. !•: < considerando... clic i mercatanti son netti 
e attuati uomini». - -Cfc. II. 5; IV. 1: V. 7: X. 9. - Cfr. II. 6. 



234 GIORNATA QUINTA 



ancor gran tempo, fu una bellissima giovane chiamata Go- 
stanza, d'assai orrevoli genti ■ dell'isola nata. Della quale 
.un giovane che dell'isola era, chiamato Martuccio Gomito, 
assai leggiadro e costumato e nel suo mestiere valoroso, s'in- 
namorò. La qual si di lui similmente s'accese, che mai bene 
non sentiva se non quanto il vedeva-. E disiderando Mar- 
tuccio d'averla per moglie, al padre di lei la fece addiman- 
dare; il quale rispose, lui esser povero, e perciò non voler- 
gliele dare. Martuccio sdegnato di vedersi per povertà ritiu- 
tare, con certi suoi amici e parenti giurò di mai in Lipari 
non tornare, se non ricco. E quindi partitosi, corseggiando ', 
cominciò a costeggiare la Barberia ', rubando ciascuno che 
meno poteva di lui . Nella qual cosa assai gli fu favorevole 
la Fortuna, se egli avesse saputo por modo ' alle felicità sue. 
Ma non bastandogli d'essere egli e' suoi compagni in brieve 
tempo divenuti ricchissimi, mentre che di transricchire ' cer- 
cavano, avvenne che da certi legni di Saracini, dopo lunga 
difesa, co' suoi compagni fu preso e rubato, e di loro la 
maggior parte da' Saracini mazzerati 8 ; e isfondolato " il legno, 
esso, menato a Tunisi '", iu messo in prigione, e in lunga 
miseria guardato ". In Lipari tornò, non per uno o per due 
ma per molte e diverse persone, la novella che tutti quelli 
che con Martuccio erano sopra il legnetto erano stati annegati. 
La giovane la quale senza misura della partita '* di Mar 
tuccio era stata dolente, udendo lui con gli altri u esser 
morto, lungamente pianse, e seco dispose di non voler più 
vivere; e non sofferendole il cuore di sé medesima con al- 
cuna vfoleuza uccidere, pensò nuova" necessità dare alla 



1 .Nubile famiglia. Cfr. Tiif. IV, 72. — - Anche altrove (IV, 8): « l'u- 
sanza si convertì in amore tanto e sì riero, che Girolamo non sentiva 
ben se non tanto quanto costei vedeva». E di'. V, 7. — 3 Facendo il 
corsaro. Cfr. 11, 1. di Landolfo liuffolo, che « comperò un legnetto sot- 
tile da corseggiare» ecc. 1 due episodi somigliano. Cfr. anche II, 6 e 
10. — ' Cfr. IV. 4. — li. 4: « o rubando ristorare i danni suoi... ». — 
8 Misura. Altrove: senza modo = smisuratamente. — Divenire stra- 
ricchi. — ' Cfr. IV, 3; gettati in mare. — " Sfondato; come in II, 4: « ogni 
cosa del legnetto tolta, quello sfoudolarono ». — "Cfr. IV, 4. — "11, 
0: « essendo «^ lì i i in cattività per lo re Carlo guardato ». — 1; Par- 
tenza. Inf. X.V1I, 79: l'uri/. Il, 133. — '•' Come gli altri. Paracl. X, 
UH: «con la poverella» = come la p. — " Strana; di genere nuovo, 
inusitato. 



\'<>VKi.l,A SECONDA 



morte, l' oscita segretamente una notte 'li casa il padre, 
e al porto venutasene, trovò per ventura, alquanto separata 
dall'altre navi, una navicella di pescatori; la quale per ciò 
che pure allora' smontati n'erano i Bignori di quella) d'ai 
be.ro e «li vela e di remi la trovò fornita. Sopra la quale 
prestamente montata, e CO' remi alquanto in mar tiratasi, 
ammaestrata alquanto dell arte marinaresca, sì come gene 
r al mente tutte le remine in quella isola Bono, fece vela, e 
gittò via i remi e il timone, e al vento tutta si commise; 
avvisando dover di necessità avvenire, o che il vento barca 
senza carico e senza governator rivolgesse , ad alcuno 
scoglio la percotesse e rompesse: di che ella, eziandio 
campar volesse, non potesse, ina di necessità annegasse. E 
avviluppatasi la testa in un mantello, nel fondo della barca 
piagnendo si mise a giacere. 

Ma tutto altramenti addivenne che ella avvisato non avea. 
Per ciò che essendo quel vento che traeva, tramontana, e 
questo assai soave, e non essendo quasi mare : , e ben rea- 
gente la barca, il seguente dì alla notte che su montata 
v'era, in sul vespro, ben cento miglia sopra Tunisi, a una 
piaggia vicina a una città chiamata Susa, ne la portò. La 
giovane d'essere più in terra che in mare niente sentiva ', 
sì come colei che mai per alcuno accidente da giacere non 
avea il capo levato, uè di levare intendeva. Era allora per 
avventura, quando la barca ferì sopra il lito r , una povera 
feminetta alla marina, la quale levava dal sole reti di suoi 
pescatori. La quale vedendo la barca, si maravigliò come 
colla vela piena fosse lasciata percuotere in terra; e pen- 
sando che in quella i pescatori dormissono, andò alla barca, 
e niuna altra persona che questa giovane vi vide. La quale 
essa, lei che forte dormiva, chiamò molte volte; e alla fine 
fattala risentire, e all'abito conosciutala che cristiana era, 
parlando latino : la domandò come fosse che ella quivi in 



1 Allora allora. Pur = appunto: cfr. II, 5: « la cosa andò pur così ». 
— s Rovesciasse. — : Non essendo il mare (piasi punto agitato. Jfor- 
gante XX, 40: « K son tutti oondotti a salvamento, Perch'era poco mare 
i tVc-sco voiuo». — ' Non s'accorgeva per niente. — Percosse contro 

hi sponda. — ' Come in II. 1: - dove una povera feminetta per ven- 
tura... ». — ' Italiano, il linguaggio «lolla terra Ialina di Ini'. XXVII. 
»-7; XXVIII, 71. 



236 GIORNATA QUINTA 

quella barca così soletta' t'osse arrivata. La giovane udendola 
favella latina, dubitò non forse altro vento l'avesse a Lipari ri- 
tornata: e subitamente levatasi in pie, riguardò attorno, e non 
conoscendo le contrade e veggendosi in terra, domandò la 
buona l'emina dove ella t'osse. A cui la buona l'emina rispose: 

— Figliuola mia, tu se' vicina a Susa in Barberia. 

Il che udito la giovane, dolente che Iddio non l'aveva 
voluto la morte mandare, dubitando di vergogna e non sap- 
piendo che farsi, a pie della sua barca a seder postasi, co- 
minciò a piagnere. La buona femina. questo vedendo, ne le 3 
prese pietà; e tanto la pregò, che in una sua capannetta 
la menò, e quivi tanto la lusingò ' che ella le disse come quivi 
arrivata fosse. Per che sentendo la buona femina essere ancor 
digiuna, suo pan duro 5 e alcun pesce e acqua l'apparecchiò; 
e tanto la pregò, ch'ella mangiò un poco. La Gostanza ap- 
presso domandi chi fosse la buona femina che così latin 
parlava. A cui ella disse che da Trapani ' era, e aveva nome 
Carapresa 7 , e quivi serviva certi pescatori cristiani. La gio- 
vane udendo dire Carapresa, quantunque dolente fosse molto, 
e non sappiendo ella stessa che ragione a ciò la si movesse 8 , 
in sé stessa prese buono agùrio d'aver questo nome udito ', 
e cominciò a sperar senza saper che, e alquanto a cessare "' 
il disiderio della morte. E senza manifestar chi si fosse né 
donde, pregò caramente n la buona femina che per l'amor di 
Dio avesse misericordia della sua giovanezza, e che alcuno 
consiglio le desse perlo quale ella potesse fuggire u che vil- 
lania falta non le fosse. 

Carapresa udendo costei, a guisa di buona femina ' ; , lei 
nella sua capannetta lasciata, prestamente raccolte le sue 
reti, a lei ritornò, e tutta nel suo mantello stesso chiusola, 
in Susa con seco la menò. E quivi pervenuta, le disse: 



1 Cfr. Inf. XVIII. 94: « La.sciolla quivi gravida e soletta ». — 2 Te- 
mette che... — '■'■ Gliene. — J Carezzò. IV ', 10: « tanto mi lusingò eh' io 
meco il menai »: III. fi: * tu mi credi ora con tue carezze infinite lu- 
singare». — ? II, 4: *suoi Movigli... iacea belli». — 'Cfr. IV. 1: V, 7. — 

Cfr. IX, 10: «La donna [una pugliese] era più volte volutasene andare 
a dormire con una sua vicina che avea nome Zita Carapresa.... ». — 

La sospingesse. — Qua-i significasse gradila preda. — "Rimuovere. 
VI. 1: •cChichibiò cessola mala ventura». — u VI, 4: «pregò caro mente 
( Ihichibio che ne le desse una coscia»; Inf. XXXI, 28 :« Poi caramente 
mi prese per mano». — l Scansare. Inf. I, 132: «Accio ch'io fugga 
questo male». — w Coinè si convelli va a quella buona femina che essa era. 



NoVKU.A BBOONDA 

— Gostanza, io ti menerò In casa d'una bonissima donna 
saracina, alla qnale Io fo molto spesso servigio di sue bi- 
sogne . fi ella è donna antica e miaericordiosa. Io le ti rac- 
comanderò come io potrò il più, e certissima .sono che ella 
ti riceverà volentieri, e come figlinola ti tratterà : e tu con 
lei stando, t'ingegnerai a tuo poter, servendola, d'acqui- 
stare la grazia sua, inaino a tanto che Iddio ti mandi miglior 
ventura. 

E come ella disse, così fece. 

La donna la qual vecchia era oramai, udita costei, guard- 
ia giovane nel viso, e cominci' a lacrimare; e prèsala, le 
basciò la fronte, e poi per la mano india sua casa ne la 
menò, nella quale ella con alquante altre temine dimorava 
senza alcuno uomo, e tutte di diverse cose lavoravano di 
lor mano , di seta, di palma, di euojo diversi lavorìi ' faccendo. 
De' quali la giovane in pochi di apparò a fare alcuno, e con 
loro insieme cominci" a lavorare: e in tanta grazia e buono 
amore venne della donna e dell'altre, che fu meravigliosa 
cosa; e in poco spazio di tempo, mostrandogliele' esse, il 
lor linguaggio apparo. 

Dimorando adunque la giovane in Susa, essendo già stata 
a casa sua pianta per perduta e per morta, avvenne che, 
essendo re di Tunisi uno che si chiamava Mariabdela, un 
giovane di gran parentado e di molta potenza il quale era 
in Granata, dicendo che a lui il reame di Tunisi apparte- 
neva, fatta grandissima moltitudine di gente, sopra il re 
di Tunisi se ne venne per cacciarlo del regno. L^ quali 
cose venendo ad orecchie a Martuccio Gomito in prigione, 
il qual molto bene sapeva il barbaresco, e udendo che il 
re di Tonisi faceva grandissimo sforzo ' a sua difesa, disse 
ad un di quegli li quali lui e' suoi compagni guardavano ' : 

— Se io potessi parlare al Re, e' mi dà il cuore " che 



1 Attendo allo sul- l'accende. II. 2: un mercatante. .. per sue bisogne 
\ finito a Bologna ». — Attempata. I. 1 : < e f u lor dato un frate mi- 
tico*. — Colle lor proprie mani. — ' VII. 2: « si levasse per tempo 
per andare a lavorare o a trovar lavorìo». — Cfr. II. s : «e in tanta 

:ia <lella donna e del marito di lei... venne crescendo...». — Inse- 
gnandoglielo. — ' Raccolta. — ~ Contro, — ■ Radunava un 
cito. 11. 8: «il re di Francia e un suo figliuolo, oon ogni sforzo del lor 
'... ». — l0 Custodivano. — " J>on certo, mi basterebbe l'animo. 



GIORNATA QUINTA 



io gli darei un consiglio, per lo quale egli vincerebbe la 
guerra sua. 

La guardia disse quelle parole al suo signore, il quale al 
Ke il rapportò incontanente. Per la qual cosa il Re comandi 
che Martuccio gli fosse menato, e domandato da lui che con- 
siglio il suo fosse, gli rispose così: 

— Signor mio, se io ho bene, in altro tempo che io in 
queste vostre contrade usato sono ', alla maniera la qual 
tenete nelle vostre battaglie posto mente, mi pare che più 
con arcieri che con altro quelle facciate; e per ciò, ove si 
trovasse modo che agli arcieri del vostro avversario man- 
casse il saettamento -, e' vostri n'avessero abbondevolmente, 
io avviso che la vostra battaglia si vincerebbe. 

A cui il Re disse: 

— Senza dubbio, se cotesto si potesse fare, io mi cre- 
derrei 3 esser vincitore. 

Al quale Martuccio disse : 

— Signor mio, dove voi vogliate, egli si potrà ben fare ; 
e udite come. A voi convien far fare corde molto più sottili 

'agli archi de' vostri arcieri, che quelle che per tutti comu- 
nalmente s'usano; e appresso far fare saettamento, le cocche ' 
del quale non sieno buone se non a queste corde sottili; e 
questo convien che sia sì segretamente fatto, che il vostro 
avversario noi sappia, per ciò che egli ci troverebbe modo 5 . 
E la cagione per che io dico questo, è questa. Poi che gli 
arcieri del vostro nemico avranno il suo saettamento saet- 
tato, e i vostri il suo, sapete che di quello che i vostri saet- 
tato avranno converrà, durando la battaglia, che i vostri ni- 
mici ricolgano, e a' nostri converrà ricoglier del loro. Ma 
gli avversarj non potranno il saettamento saettato da' vostri 
adoperare, per le picciole cocche che non riceveranno le corde 
grosse; dove a' vostri avverrà il contrario del saettamento de' 
niinici, per ciò che la sottil corda riceverà ottimamente la 
saetta che avrà larga cocca. E così i vostri saranno di saet- 
tamento copiosi , dove gli altri n'avranno difetto. 

Al Re, il quale savio signore era, piacque il consiglio 



1 lld l>:izzicàto. — 2 Le armi da scagliare, le frecce. — 3 Cfr. I, 8; 
II, (i <■ il: III. 8 e 9; IV, 10. — * Le taccili- ch'eran nella parte poste- 
riore della freccia. — ■■ Un rimedio. — a Riccamente provveduti. 



NOVELLA SECONDA 23fl 



di Scartacelo; e Interamente seguitolo, per «niello trovò la 
sua guerra aver Tinta. Laonde sommamente Martuccio renne 
nella sua grazia, e per conseguente in grande e ricco Btato. 

Corse la fama di queste cose per la contrada; e agli 
orecchi della Gostanza pervenne, Martuccio Gomito esser 
vivo, il quale lungamente morto aveva creduto. Per che 
l'amor di lui già nel cuor di lei intiepidito, con sùbita fiamma 
si raccese e divenne maggiore, e la morta speranza suscitò. 
Per la qua! cosa alla buona donna con cui dimorava, inte- 
ramente Ogni suo accidente aperse: e le dÌ88€ sé desiderare 
d'andare a Tunisi, acci' che gli occhi saziasse di ciò che 
gli orecchi colle ricevute voci fatti gli aveao disiderosi. La 
quale il suo disiderio le lodò molto; e come sua madre stata 
fosse, entrata in una barca, con lei insieme a Tunisi and . 
dove con la Gostanza in casa d'una sua parente fu ricevuta 
onorevolmente. Et essendo con lei andata Carapresa, la mandò 
a sentire quello che di Martuccio trovar potesse; e trovato 
lui esser vivo e in graude stato, e rappòrtogliele, piacque 
alla gentil donna di voler esser colei che a Martuccio signi 
ficasse, quivi a lui esser venuta la sua Gostanza. E andata- 
sene un di là dove Martuccio era, gli disse: 

— Martuccio, in casa mia è capitato un tuo servidore che 
vien da Lipari, e quivi ti vorrebbe segretamente parlare; e 
per ciò, per non fidarmene 1 ad altri, si come egli ha voluto, 
io medesima tei sono venuta a significare. 

Martuccio la ringrazili, e appresso lei alla sua casa se 
n'andò. Quando la giovane il vide, presso fu- che di letizia 
non morì; e non potendosene tenere, subitamente con le 
braccia aperte gli corse al collo, e abbracciollo; e per com- 
passione de' passati infortuni, e per la presente letizia, senza 
potere alcuna cosa dire, teneramente cominciò a lagrimare. 
Martuccio veggendo la giovane, alquanto maravigliandosi, 
soprastette"; e poi sospirando disse: 

— Gostanza mia, or se' tu viva? Egli è buon tempo 1 
che io intesi che tu perduta eri, nò a casa nostra 5 di te al- 
cuna cosa si sapeva. 



1 Perchè non ini fidavo di dar questo incarico. — -' Poco mancò. — 
: Rimase sospeso : Vili, :>: «Per che sopntshatdo. Buffalmacco rincomin- 
oiò ». — i VI, 9: * al loio servigio si rimase, e fu buon tempo » = pa- 
recchio. — 5 Nel nostro paese. V, 5: «se io fossi a som mia,...». 



240 GIORNATA QUINTA 

E questo detto, teneramente lagrimando, l'abbracciò e 
basci <>. La Gostanza gli raccontò ogni suo accidente, e l'o- 
nore che ricevuto avoa dalla gentil donna con la quale di- 
morata era. Martuccio, dopo molti ragionamenti da lei par- 
titosi, al Re suo signore n'andò, e tutto gli contò, cioè i 
suoi casi e quegli della giovane; aggiugnendo che con sua 
licenzia intendeva secondo la nostra legge ' di sposarla. Il 
Re si maravigliò di queste cose; e fatta la giovane venire, 
e da lei udendo che così era come Martuccio aveva detto, 
disse : 

— Adunque l'hai tu per marito molto ben guadagnato! 

E fatti venire grandissimi e nobili doni, parte a lei ne 
diede e parte a Martuccio, dando loro licenza di fare intra 
sé quello che più fosse a grado a ciascheduno. Martuccio, 
onorata molto la gentil donna con la quale la Gostanza di- 
morata era. e ringraziatala di ciò che in servigio di lei aveva 
adoperato, e donatile doni quali a lei si con facevano, e ac- 
comandatala a Dio. non senza molte lagrime della Gostanza 
si partì. E appresso, con licenzia del Re. sopra un legnetto 
montati, e con loro Carapresa, con prospero vento a Lipari 
ritornarono; dove fu sì grande la festa, che dir non si po- 
trebbe giammai. Quivi Martuccio la sposò, e grandi e belle 
nozze fece; e poi appresso con lei insieme, in pace e in ri- 
poso, lungamente goderono del loro amore 2 . 



1 Fede religiosa. 1,2: « fosse nella giudaica legge un gran maestro » ; 
II. 7: * temendo non fossi da lor cacciata sì come nemica della lor 
legge ». — - Di questa novella non s'è riusciti a scovare alcun prece- 
dente. Dal Sansovino in poi tutti i commentatori del Becamcrone han 
ripetuto che l'accorgimento suggerito da Martuccio al Re, di far sottili 
le corde agli ardii e strette le cocche alle frecce così che i nemici non 
potessero adoperarle, era già stato messo felicemente in pratica da Cas- 
sano imperatore dei Tartari, in una guerra contro il Soldano d' Egitto, 
nel 1299. secondo che narra (ìiovanni Villani, Cronica, Vili, 35. Negli 
Ecatommiti, II, 6, si racconta una novella che ha molta somiglianza 
(•un la boccaccesca. 



NOVKU.A TKUZA l'I I 



NOVELLA TERZA. 

Pietro Boccaraazza sì faggi eoo l'Agnolella; truova ladroni: la gio- 
cane fugge per una selva, et è condotta a un castello: Pietro è 
preso, e della mani de' ladroni Fugge; e dopo alcuno accidente, 
capita :i quel oaatello dove l'Agnolella era; e sposatala, con lei se 
oe ionia a Roma. 

Ninno ne Cu tra tutti che la novella d'Emilia non com 
mondasse; la qua! conoscendo la Reina esser Unita, volta ad 
Elisa, che ella continuasse le 'mpose. La quale d'ubbidire di- 
siderosa \ incominciò: 

— A me. vezzose donne, si para dinanzi una malvagia 
notte da due giovanetti poco discinti - avuta; ma per ci" che 
ad essa seguitarono molti lieti giorni, sì come conforme al 
nostro proposito, mi piace di raccontarla. 

In Roma, la quale, come è oggi coda, così già fu capo 
del mondo 3 .- fu un giovane, poco tempo fa. chiamato Pietro 
Boccamazza. di famiglia tra le romane assai onorevole: il 
quale s'innamorò d'una bellissima e vaga giovane, chiamata 
Agnolella. figliuola d'uno ch'ebbe nome Gigliuozzo Saullo. 
uomo plebejo. ma assai caro a' Romani. E amandola, tanto 
seppe operare \ che la giovane cominci" non meno ad amar 
lui che egli amasse lei. Pietro, da fervente amor costretto 5 , 
e non parendogli più dover sofferire l'aspra pena che il di- 
siderio che aveva di costei gli dava, la domandò per moglie. 
La qual cosa come i suoi parenti seppero, tutti furono a lui. 
e biasimarongli forte ci" che egli voleva fare; e d'altra parte, 
fecero dire a Gigliuozzo Saullo che a niun partito atten- 
desse alle parole di Pietro, per ciò che se '1 facesse, mai per 
amico né per parente l'avrebbero. Pietro, veggendosi quella 
via impedita per la qual sola si credeva potere al suo disio 
pervenire, volle 7 morir di dolore; e se Gigliuozzo l'avesse 



1 C'tV. Taf. X. 43: «Io ch'era d'ubbidir desideroso». — - Savii. — 
Allora per maggiore iattura, anche la ('urte papale era stata tra- 
sferita ad Avignone! Cfir. Petrarca, n. 33: «il nostro capo Roma». — 
1 S'ingegnò Tanto. — Stretto, spronato. — A nessun patto. IX. 9; 
«ma il mulo ora da questa parte della via e ora da 'niella attraver- 
sandosi, per niun partito passar voles -. — 'Fu vicino a... IV, 8: «la 
giovane voile gridare, ma il giovane prestamente disse ». 

IH 



21.2 GIORNATA QUINTA 



consentito, contro al piacere di quanti parenti avea. per moglie 
la figliuola avrebbe presa. Ma pur si mise in cuore, se alla 
giovane piacesse, di far che. questa cosa avrebbe 1 effetto; 
e per interpòsita persona sentito che a gi-ado l'era, con lei si 
convenne di doversi con Ini di Roma ruggire. Alla qual cosa 
dato ordine, Pietro una mattina per tempissimo levatosi, 
con lei insieme morto a cavallo, e presero il cammin verso 
Alagna 2 , là dove Pietro aveva certi amici de' quali esso 
molto si confidava; e così cavalcando, non avendo spazio 3 
di far nozze, perciò che temevano d'esser seguitati 4 , del loro 
amore andando insieme ragionando, alcuna volta l'un l'altro 
basciava. 

Ora avvenne che non essendo a Pietro troppo noto il 
cammino, come, forse otto miglia da Roma dilungati furono, 
dovendo a man destra tenere, si misero per una via a sinistra. 
Né furono guari più di due miglia cavalcati B , che essi si 
videro vicini ad un castelletto, del quale, essendo stati ve- 
duti, subitamente uscirono da 6 dodici fanti. E- già essendo 
loro assai vicini, la giovane gli vide; per che gridando 
disse : 

— Pietro, campiamo 7 ; che noi siamo assaliti ! 

E come seppe ? , verso una selva grandissima volse il suo 
ronzino; e tenendogli gli sproni stretti al corpo, attenendosi 
all'arcione, il ronzino, sentendosi pungere, correndo, per 
quella selva ne la portava. 

Pietro che più al viso di lei andava guardando che al 
cammino, non essendosi tosto come lei de' fanti che venieno 
avveduto, mentre che egli senza vedergli ancora andava 
guardando donde venissero, fu da loro sopraggiunto, e preso, 
e fatto del ronzino smontare; e domandato 9 chi egli era, 
e avendol detto, costor cominciaron fra loro ad aver con- 
siglio, e a dire: 

— Questi è degli amici de' nimici nostri : che ne dob- 
biam fare altro, se non tórgli quei panni e quel ronzino. 



1 Dovesse avere. — * Anagni. Cfr. Purg. XX. 86: Parad. XXX, 148. 
— « Agio. Purg. XXIV, 31-2: « ch'ebbe spazio fìià di bere ». — 4 Inse- 
gniti. — T - Cfr. II, 3: «senza sapere alcuno dove la notte dormito si 
fosse ». — e Circa. — 7 Scampiamo, fuggiamo. — ■ Come meglio potè. — 
■' Essendo domandato. 



NOVELLA TKRZA 

e impiccarlo, por dispetto degli Orsini, a una di queste 
quercie ? 

Et essendosi tutti a questo consiglio accordati, avevano 
comandato a Pietro che si spogliasse. Il quale spogliandosi. 
già del suo mule indovino, avvenne che un guato ' di ben 
venticinque fanti subitamente usci addosso 1 ' a costoro, gri- 
dando: Alla morte alla morte! Li quali soprappresi da questo, 
lasciato star Pietro, si volsero alla lor difesa; ma xeg^vw- 
dosi molti meno che gli assalitori, cominciarono a fuggire. 
6 costoro a seguirli. La qual cosa Pietro veggendo. subi- 
tamente prese lo cose sue. e sali sopra il suo ronzino, e co- 
minciò quanto poteva a fuggire per quella via donde aveva 
veduto che la giovane era fuggita. Ma non vedendo per la 
selva né via né sentiero, né pedata di cavai conoscendovi \ 
poscia che a lui parve esser sicuro, e fuor delle mani di 
coloro che preso Paveano, e degli altri ancora da cui quegli 
erano stati assaliti; non ritrovando la sua giovane, più do- 
loroso che altro uomo, cominciò a piagnere e ad andarla 
or qua or là per la selva chiamando. Ma niuna persona gli 
rispondeva, et esso non ardiva tornare addietro; e andando 
innanzi, non conosceva dove arrivar si dovesse '. E d'altra 
parte, delle fiere che nelle selve sogliono abitare, aveva ad 
una ora di sé stesso paura e della sua giovane, la qual tut- 
tavia ' gli pareva vedere o da orso e da lupo strangolare. 

Andò adunque questo Pietro sventurato tutto il giorno 
per questa selva gridando e chiamando, a tal ora ■ tornando 
indietro, ch'egli si credeva innanzi andare; e già, tra per 
lo gridare e per lo piagnere e per la paura e per lo lungo 
digiuno, era sì vinto Vche più avanti non poteva \ E ve- 
dendo la notte sopravvenuta, non sappiendo che altro con- 
siglio pigliarsi, trovata una grandissima quercia, smontato 
del ronzino, a quella il legò; et appresso, per non essere 



1 Agguato. IV, 9: «in un bosco si ripose in guato*. — - t'Ir. Inf. 
XXI. H8: « Ch'escono i cani addosso al poverello». — 3 Discernendovi. — 
1 Dove Barebbe capitato. — s Contìnuamente. IX, 8: «presolo per li ca- 
pelli.... e dandogli tuttavia forte, «liceva...»; V. 7: «grandinando tut- 
tavia». — 'In tal momento... nel quale. Ili, 10: « « tal ora sentiva 
freddo, che un altro sarebbe sudato». — 7 Affranto. Vili, 7: «le fuggì 
l'animo, e vinta cadde sopra il battuto della torre»: Inf. 111,33: «nel 
duol sì vinta ». — * Non poteva più reggere. 



24-1 GIORNATA QUINTA 



dalle fiere divorato la notte, su vi montò. E poco appresso 
levatasi la luna, e '1 tempo essendo chiarissimo, non avendo 
Pietro ardir d'addormentarsi, per non cadere; come che, 
perchè pure ' agio avuto n'avesse, il dolore né i pensieri che 
della sua giovane avea non l'avrebbero lasciato '; per che 
egli, sospirando e piagnendo e seco la sua disavventura ma 
ladicendo, vegghiava. 

La giovane fuggendo, come davanti dicemmo, non sap- 
piendo dove andarsi, se non come il suo ronzino stesso dove 
più gli pareva ne la portava :! , si mise tanto fra la selva, 
che ella non poteva vedere il luogo donde in quella entrata 
era 4 : per che. non altramenti che avesse fatto Pietro, tutto '1 
di. ora aspettando e ora andando, e piangendo e chiamando, 
e della sua sciagura dolendosi, per lo salvatico luogo s'andò 
avvolgendo \ Alla fine, veggendo che Pietro non venia, es- 
sendo già vespro, s'abbattè ad un sentieruolo, per lo qual 
messasi e seguitandolo il ronzino, poi che più di due miglia 
fu cavalcata, di lontano si vide ' una casetta, alla quale 
essa, come più tosto potè, se n'andò; e quivi trovò un buono 
uomo attempato molto, con una sua moglie che similmente 
era vecchia. Li quali, quando la videro scia, dissero: 

— figliuola, che vai tu a quest'ora così sola t'accendo 
per questa contrada? 

La giovane piangendo rispose che aveva la sua compagnia 
nella selva smarrita, e domandò come presso fosse Alagna. 
A cui il buono uomo rispose : 

— Figliuola mia. questa non è la via d'andare ad Alagna; 
egli ci ha delle miglia più di dodici. 

Disse allora la giovane : 

— E come ci sono abitanze 7 presso, da potere albergare? 
A cui il buon uomo rispose: 

— Non ci sono in niun luogo sì presso, che tu di giorno' 
vi potessi andare. 



1 Sebbene, quando pure... — - Lasciato addormentarsi. - :! Gerusa- 
lemme liberata VII. 1: «infra le ombrose piante dal cavallo è sporta 
«Il corri dor clie 'n sua balìa la porrà ». — < Cfr. Purg. XXVIII, 22: 
«Già m'avean trasportato i lenti passi Dentro alla selva antica tanto, 
ch'in Non potoa riveder ond' io m'entrassi ». — 5 Errando qua e là. V, 
5: «che ti vai tu pure avvolgendo per casal». —'Vide spuntare avanti 
a sé. — 7 Abitazioni. — * Prima che annotti. 



NOVHLLA TERZA 245 



lo vane allora : 

— Piacerebbev'egii, poi che altrove andai- non |)osso, di 
qui ritenermi per l'amor di Dio istanotte? 

Il buon uomo rispose: 

— Giovane, che tu con noi ti rimanga per questa sera. 
caro. Ma tuttavia ti vogliano ricordare che per queste 

contrade e di di e di notte, e d'amici e di nimici vanno di 
male brigate assai, le quali molte volte ne tanno di gran 
dispiaceri' e di gran danni: e se per [sciagura, essendoci 
tu, ce n<' venisse alcuna . e veggendoti bella e giovane 
come tu se', e' ti farebbono dispiacere e vergogna, e noi 
non te ne potremmo ajutare. Vogliamtelo aver detto, acciò 
che tu poi. se questo avvenisse, non ti possi di noi ram 
mancare. 

La giovane reggendo che l'ora era tarda, ancora che 
le parole del vecchio la spaventassero, disse: 

— Se a Dio piacerà, egli ci guarderà ! voi e me di questa 
noja; la quale se pur m'avvenisse, è molto nien male essere 
dagli uomini straziata, che. sbranata per li boschi dalle fiere. 

I. cosi detto, discesa del suo ronzino, se n'entrò nella 
casa del povero uomo. E quivi con esso loro, di quello che 
avevano poveramente ceno; e appresso, tutta vestita '. insù 
un lor letticello con loro insieme a giacer si gittò, né in tutta 
la notte di sospirare nò di piagnere la sua sventura e quella 
di Pietro, del quale non sapea che si dovesse sperare altro 
che male, non rilin ò . 

Et essendo già vicino al mattutino, ella sentì un gran 
calpestìo di gente andare 7 . Per la qual cosa levatasi, se 
n'andò in una gran corte che la piccola casetta di dietro a 
sé avea; e vedendo dall'una delle parti di quella molto fieno, 
in quello s'andù a nascondere, acciò che se quella gente 
quivi venisse, non fosse così tosto trovata. E appena di na- 
sconder compiuta s'era, che coloro che una gran brigata di 
malvagi uomini era', furono alla porta della piccola casa-, 



1 Oltraggi, ingiurie. — - Alcuna delle dette brigate. — Preserverà. 
— 'Vestita com'era, senza svestirai punto. — Aspettare. — Non 

b. IX. !»: «Giosefo per tutto questo >">" rifinava ». "Sentì andar 
gente con grande calpestio. — -Cfr. Inf. Vili, 78: « Le mura mi parea 
ohe ferro fosse ». 



246 GIORNATA QUINTA 



e fattosi aprire e dentro entrati, e trovato il ronzino della 
giovane ancora con tutta la sella, domandarono chi vi fosse. 
Il buono uomo non vedendo la giovane, rispose: 

— Niuna persona ci è altro che noi ; ma questo ronzino, 
a cui che fuggito si sia, ci capitò iersera, e noi cel mettemmo 
in casa acciò che i lupi noi manicassero '. 

— Adunque, disse il maggiore della brigata, sarà egli 
buon per noi, poiché altro signor non ha. 

Sparti ° adunque costoro tutti per la piccola casa, parte 
n'andò nella corte; e poste giù lor lance e lor tavolacci ', 
avvenne che uno di loro, non sappiendo altro che farsi, gittò 
la sua lancia nel fieno, e assai vicin fu ad uccidere la na- 
scosa giovane, e ella a palesarsi, per ciò che la lancia le 
venne allato alla sinistra poppa, tanto che '1 ferro le stracciò 
de' vestimenti. Laonde ella fu per mettere un grande strido, 
temendo d'esser fedita; ma ricordandosi là dove era, tutta 
riscossasi, stette cheta. La brigata chi qua e chi là, cotti lor 
cavretti e loro altra carne, e mangiato e bevuto, s'andarono 
pe' fatti loro, e menàronsene il ronzino della giovane. Et 
essendo già dilungati alquanto, il buono uomo comincio a 
domandar la moglie: 

— Che fu della nostra giovane che iersera ci capitò, che 
io veduta non la ci ho poi che noi ci levammo? 

La buona femmina rispose che non sapea, e andonne 
guatando. La giovane sentendo coloro esser partiti, uscì 
del fieno; di che il buono uomo forte contento, poi che vide 
che alle mani di coloro non era venuta, e faccendosi già dì, 
le disse : 

— Ormai che il dì ne viene, se ti piace, noi t'accompa- 
gneremo infino ad un castello che è presso di qui cinque 
miglia, e sarai in luogo sicuro; ma converratti venire a pie, 
per ciò che questa mala gente che ora di qui si parte, se 
n'ha menato il ronzin tuo. 

La giovane datasi pace di ciò, gli prego per Dio che al 
castello la menassero : per che entrati in via, in su la mezza 
terza " 



1 Mangiassero, lnf. XXXIII, 60. — - Il capo. — ;ì Sparsi, disseminati. 
lnf. IX, 118: «tra gli avelli fiamme erano sparte»; XX, 88: «Gli 
uomini poi che intorno erano sparli».— 4 Cfr. II, 5: «posti giù loro 
tavolacci e loro armi ». — : Verso le sette e mezzo. C'Ir. lnf. XXXIV, 96. 






NoVKLI.A TKRZA 

Era il castello d'uno degli Orsini, il quale BÌ chiamava 

Lidio di Campi) di Fiore; e per ventura v era una sua donna, 
la qual bonittsima e Banta donna era; e reggendo la gio- 
vane, prestamente la riconobbe, e con lesta la ricevette, e 
ordinatamente volle sapere cane quivi arrivata tosse. La 
giovane gliele contò tutto. La donna che cognoscea similmente 
Pietro, si come amico del marito di lei, dolente fu del CB 
avvenuto; e udendo dove stato Tosse preso, s'avvisò che 
morto ' fosso stato. Disse adunque alla giovane: 

— Poi che cosi è che Pietro tu uou sai ; , tu dimorerai 
qui meco intino a tanto che l'atto mi verrà di potertene sicu- 
ramente mandare a Poma. 

Pietro, stando sopra la quercia quauto più doloroso esser 
potea, vide in su 1 primo sonno venir ben venti lupi, li 
quali tutti, come il ronzino videro gli l'uron d'intorno. Il 
ronzino sentendoli, tirata la testa, ruppe le cavezzale, e co- 
minciò a volerai t'uggire; ma essendo intorniato, e non po- 
tendo, gran pezza co' denti e co' calci si difese : alla fine da 
loro atterrato e strozzato l'u, e subitamente sventrato; e tutti 
pascendosi, senza altro lasciarvi che l'ossa, il divorarono, e 
andar via. Di che Pietro al qual pareva del ' ronzino avere 
una compagnia e un sostegno delle sue fatiche, forte sbigotti, 
e imaginossi di non dover mai di quella selva potere uscire. 
Et essendo già vicino al dì, morendos' egli sopra la quercia 
di freddo, sì come quegli che sempre dattorno guardava, si 
vide innanzi forse un miglio un grandissimo fuoco. Per che, 
come fatto fu il dì chiaro, non senza paura della quercia 
disceso, verso là si dirizzò, e tanto andò che a quello per- 
venne; dintorno al quale trovò pastori che mangiavano e 
davausi buon tempo 6 ; da' quali esso per pietà fu raccolto. 
E poi che egli mangiato ebbe e fu riscaldato, contata loro 
la sua disavventura, e come quivi solo arrivato fosse; li do- 
mandò se in quelle parti fosse villa o castello dove egli 
andar potesse. I pastori dissero che ivi forse a tre miglia 
era un castello di Liello di Campo di Fiore, nel quale al 
presente era la donna sua. Di che Pietro contentissimo, li 
pregò che alcuno di loro infino al castello l'accompagnasse; 



1 Ucciso! — - Di Pietro uou sai nulla. — > Quando era per addor- 
mentarsi. — ' Nel. — b Si baloccavano. 



GIORNATA QUINTA 



il che due di loro fecero volentieri. Al quale pervenuto Pietro, 
e quivi avendo trovato alcun suo conoscente, cercando di 
trovar modo che la giovane fosse per la selva cercata, fu da 
parte della donna fatto chiamare; il quale incontaneute andò 
a lei. e vedendo con lei l'Agnolella, mai pari letizia non fu 
alla sua. Egli si struggeva tutto d'andarla ad abbracciare, 
ma per vergogna la quale avea della donna, lasciava '. E se 
egli fa lieto assai, la letizia della giovane non fu minore. 

La gentil donna raccoltolo e fattagli festa, e avendo da 
lui ciò che intervenuto • gli era, udito, il riprese molto di ciò 
che contro al piacer de' parenti suoi far voleva. Ma veggendo 
che egli era pure 3 a questo disposto, e che alla giovane 
aggradiva 4 , disse: 

— In che m'affatico io? Costor s'amano, costor si cono- 
scono 6 , ciascuno è parimente amico del mio marito; e il 
lor desiderio è onesto, e credo che egli piaccia a Dio, poi 
che l'uno dalle forche ha campato e l'altro dalla lancia, e 
amenduni dalle fiere selvatiche: e però facciasi. 

E a loro rivolta, disse : 

— Se pure questo v'è all'animo ' di volere essere moglie 
e marito insieme, e a me 7 ; facciasi, e qui le nozze h s'ordi- 
nino alle spese di Liello. La pace poi tra voi e' vostri pa- 
renti farò io ben fare. 

Pietro lietissimo, e l'Agnolella più, quivi si sposarono; e 
come in montagna si potè, la gentil donna fé' loro onorevoli 
nozze, e quivi i primi frutti del loro amore dolcissimamente 
sentirono. Poi ivi a parecchi di la donna insieme con loro 
montata a cavallo, e bene accompagnati, se ne tornarono a 
Roma; dove trovati forte turbati ' i parenti di Pietro di ciò 
che fatto aveva, con loro in buona pace il ritornò. Et esso 
con molto riposo 10 e piacere, con la sua Agnolella infino alla 
lor vecchiezza si visse ". 



1 Lasciava di farlo, se n'asteneva. — - Accaduto. — 3 A ogni patto. 
— * Cfr. Inf. II, 79: «Tanto m'aggrada il tuo comandamento». — 
Hanno lunga famigliarità l'uno dell'altro. — ''Se tuttavia avete in 
animo, desiderate. IV, 10: « più e più giovani riguardati, nella line uno 
le fu all'animo...*. — "■ È all'animo anche a me. — * I conviti e le 
feste. II, 3: «e appresso le nozze belle e magnifiche fatte...». Purg. 
XXII, 142-43: «pensava Fosser le nozze orrevoli ed intere». — '■' Cor- 
rucciati. — llJ Tranquillità. — u Di questa novella non s' è riusciti 



NOVELLA QUARTA -'l!> 



[La NOVELLA QUARTA è narrata da Filostrato; ed è 

«a lieto fine», per volere egli alquanto ristorar la noia pro- 
dotta dalle novelle carrate sotto il suo regno, tutte da far 
piangere. — Ricciardo Maliardi da Brettinoro, «giovane bello 
e fresco della persona', .s'innamora della ('aterina figlinola 
unica di « un cavaliere assai da bene e costumato, il qua! fu 
chiamato messer Lizio da Valbona » . Un giorno, «preso tempo 
et ardire, le disse: — Caterina, io ti priego che tu non mi 
facci morire amando — La giovane rispose Bubito: — Vo- 
lesse Iddio che tu non facessi più morir me!» Cosi s'accor- 
darono, e fecero in modo di trovarsi snl verone che era sopra 
il giardino; dove la Caterina aveva dato a intendere alla 
madre che preferisse dormire, per godervi il fresco e sentir 
cantare l'usignuolo. Ma furono sorpresi da messer Lizio; che 
tuttavia, dopo una solenne paternale, li perdonò facilmente, 
e fece celebrarne onorevolmente le nozze] '. 



NOVELLA QUINTA. 

Quidotto da Cremona lascia a Giaconiiii da Pavia una sua fanciulla. 
e muorai; la quale Giannuo) di Severino e Minghino di Klfngole 
amano in Faenza Azziniatisi insieme ; riconoscesi la fanciulla esser 
sirooohia di Giannole, e daaai per moglie a Minghino. 

Aveva ciascuna donna, la novella dell'usignuolo ascoi 
tando, tanto riso, che ancora, quantunque Filostrato ristato 
fosse di novellare, non per ciò esse di ridere si potevan tenere. 
Ma pur poi che alquanto ebber riso, la Reina disse: 

— Sicuramente, se tu ieri ci affliggesti, tu ci hai oggi 



a rintracciare le fonti, uè pare tì siano state imitazioni. Nonostante 
il colorito romanesco, topografico e storico (Alagnà, gli Orsini, fiocca 
mazza, Ideilo di Campo di Fiore, Gigliuozzo. Agnolelln eoo.), l'argo- 
mento potrebbe esser desunto da qualche romanzo greco bizantino, 
dove sogliono aver luogo di codeste avventure brigantesche. Tn>\ o tut- 
tavia citato: 1). Boxgini. La nbv. XLI11 del 1). e i suoi precedenti 
nella Ietterai, e nella leggenda; Aosta, Albasia, ino?. — 'Quale fonte 
di questa «novelletta assai piccola» viene generalmente additato il 
Lai de Laaslic di Maria di Francia, una poetessa del XIII -ecedo 
ictV. Poésies de Marie de France, a cura di Boquefort, Parigi 1820, 



250 GIORNATA QUINTA 



lauto diliticate ', che uiuna meritamente di te si dèe ram- 
maricare. 

E avendo a Neitìle le parole rivolte, le 'mpose che no- 
vellasse. La quale lietamente così cominciò a parlare : 

— Poi che Filostrato ragionando in Romagna è iutrato, a 
me per quella similmente gioverà : d'andare alquanto spa- 
ziandomi col mio novellare. 

Dico ' adunque che già nella città di Fano due Lombardi 
abitarono, de' quali l'un fu chiamato Guidotto da Cremona 
e l'altro Giacomin da Pavia, uomini ornai attempati, e stati 
nella lor gioventudine b quasi sempre in fatti d'arme, e sol- 
dati. Dove venendo a morte Guidotto, e niun figliuolo avendo, 
né altro amico o parente di cui più si fidasse che di Giaco- 
min Iacea; una sua fanciulla d'età forse di dieci anni, e ciò 
che egli al mondo avea, molto de' suoi fatti ragionatogli, gli 
lasciò, e morissi. Avvenne in questi tempi che la città di 
Faenza, lungamente in guerra e in mala ventura stata, al- 
quanto in miglior disposizion ritornò, e fu a ciascun che ri- 
ritornar vi volesse, liberamente conceduto il potervi tornare. 
Per la qual cosa Giacomino che altra volta dimorato v'era, 
e piacendogli la stanza 9 , là con ogni sua cosa si tornò, e 
seco ne menò la fanciulla lasciatagli da Guidotto, la quale 
egli come propria figliuola amava e trattava. La quale cre- 



vol. I, p. 311); ma la somiglianza della novella con la canzonetta non 
è in verità molto grande. Viene altresì ricordato il poemetto in antico 
tedesco Die Nachligali (cfr. Hagen, Gesarnmtabenteuer,n. 25), e l'altro 
italiano, del sec. XV, Lu Lusignacca (edito da G. Romagnoli, Bologna 
1862): e il Landau (Die Quellen, p. 124-26) suppone che essi abbiano 
la stessa origine, sconosciuta, della novella boccaccesca. Della quale 
si contano parecchie imitazioni; tra cui mette conto di segnalare la 
commedia di Lope de Vega No son lodos ruisenores. I nomi dei suoi 
personaggi il Boccaccio li ha presi a prestito dal verso 97 di Purg. XIV: 
« Ov'e il buon Lizio ed Arrigo Maliardi;». Benvenuto (III, 388 89) 
chiosa: « Licius de Valbona fuit bonus et prudens miles... Neo minus 
eius prudeutia enituit in tìlia sua Catberina pulcerrima; quani cum 
ipse senex reperisaet coniunotam amorose cum Ricciardo nobili juveue 
de Mainardis de Bretenorio, ex astutia puellae et simplicitate materna, 
prudentissime fecit eam desponsari sine diminutione honoris, sicut 
jocunditer scribit Boccaccius de Certaldo». — * Solleticate. — " Kagio- 
uevolmente. — '■'■ Piacerà. — ' Per simili inizii, oSr^VUa Nuova, 6 e 29; 
////. V. 7: Vili, 1. — '- Cfr. Vita Nuova, 2: « a le passioni e atti di tanta 
gioventudine». — l II dimorarvi. 



NOVKI.I.A QUINTA 261 

scendo (ìiveuno bellissima piovane quanto alcuna altra che 
allora fosse nella città; e eoa) come era bella, era costumata 

nesta. Per la qual cosa da diversi tu cominciata a va 
gheggiare; ma sopra tutti due giovani, assai Leggiadri e da 
bene, Lguaimente Le posero grandissimo amore, in tanto che 
per gelosia insieme si cominciarono ad avere in odio fuor di 
modo. K chiamavasl L'un Qiannòle di Severino, e l'altro Min- 
ghino di Mingole. Ne era alcuno di loro, essemlo ella d'età di 
quindici anni ', die volentieri non l'avesse per moglie pn 
se da' suoi parenti t'osso stato sofferto : perche, reggendo 
Lasi per onesta cagione vietare, ciascuno a doverla, in quella 
guisa che meglio potesse, avere, si diede a procacciare. 

Aveva Giacomino in casa una fante attempata, e un tante 
che Crivello aveva nome, persona sollazzevole e amiche- 
vole assai; col quale Giannole dimesticatosi molto, quando 
tempo gli parve, ogni suo amore discoperse, pregandolo che 
a dovere il suo disidèro ottenere gli fosse favorevole, gran 
cose se ciò facesse promettendogli. Al quale Crivello disse: 

— Vedi, in questo io non potrei per te altro adoperare 
so non che, quando Giacomino andasse in alcuna parte a cena, 
metterti là dove ella fosse, per ciò che, volendole io dir parole 
per te, ella non ini starebbe mai ad ascoltare. Questo s'el ti 
piace, io il ti prometto, e larollo; fa tu poi, se tu sai, quello 
che tu creda che bene stea. 

Giannole disse che più non volea ', e in questa concordia 
rimase. Minghino d'altra parte aveva dimesticata la fante, e con 
lei tanto adoperato, che ella avea più volte ambasciate portate 



l Quindioi anni era l'età conveniente pei la giovanetto, allora, a 
prender marito. La Spina, figlinola di Currado Malaspina (11,6), ancor 
«giovane di poco più «li sedisi unni', è già vedova; <• Guasparrin 
d'Oria dà in moglie al tiglio di Arrighetto Capeoe «una Bua figlio- 
letta d'età A' malici anni ». ÀJibeoh, quando si mette a vagare pei « di- 
serti di Tebaida», era «d'età forse di quattordici unni - (III, 10). Delle 
tre figlinole del marsigliese Narnald Cluada, due bau quindici unni, 
la terza quattordici; «uè altro s'attendeva per li loro parenti a ma- 
ritarle» (IV, 3). La Salveatra contava quattordici anni quando i suoi 
parenti la maritarono; e altrettanti n'aveva Girolamo Sighieri, quando 
la madre, perchè dimenticarsi oolei, lo spedì a Parigi IV. 8). E l'uuo 

dei tisli dell'oste del pian di Afugnone «era una giovanotta bella e leg- 
giadra, d'età di quindici o di sedici unni, clic ancora marito non avea -. 
— sPermesso. acoonséntito. Inf. X, M.-2: «dove .sofferto Fu per ciascuno 
di tòr via Fiorenza». — 3 Affezionato. — 'Non desiderava di più. — 
Accordo. 



252 GIORNATA QUINTA 



alla fanciulla, e quasi del suo amore l'aveva accesa; e oltre a 
questo, gli aveva promesso di metterlo con lei. come avvenisse 
che Giacomino per alcuna cagione da sera fuori di casa andasse. 

Avvenne adunque, non molto tempo appresso queste pa- 
role, che. opera ' di Crivello. Giacomino andò con un suo 
amico a cenare; e fattolo sentire a Giannole, compose - con 
lui che, quando un certo cenno facesse, egli venisse e tro- 
verebbe l'uscio aperto. La fante d'altra parte, niente di questo 
sappiendo, fece sentire a Minghino che Giacomino non vi 
cenava; e gli disse che presso della casa dimorasse, sì che 
quando vedesse un segno ch'ella farebbe, egli venisse e en- 
trassene dentro. Venuta la sera, non sappiendo i due amanti 
alcuna cosa l'un dell'altro, ciascun sospettando dell'altro, con 
certi compagni armati a dovere entrare in tenuta ! andò. Min- 
ghino co' suoi, a dovere il segno aspettare, si ripose ' in casa 
d'un suo amico, vicino della giovine; Giannole co' suoi al- 
quanto dalla casa stette lontano. 

Crivello e la fante, non essendovi Giacomino, s'ingegna- 
vano di mandare l'un l'altro via. Crivello diceva alla fante: 

— Come non ti vai tu a dormire oramai? Che ti vai tu 
pure avvolgendo : per casa? 

E la fante diceva a lui: 

— Ma tu perchè non vai per signorto ° ? Che aspetti tu 
oramai qui, poi hai cenato? 

E cosi l'uno non poteva l'altro far mutare di luogo. Ma 
Crivello conoscendo l'ora posta 7 con Giannole esser venuta, 
disse seco : — Che curo io di costei ? Se ella non ne starà 
cheta, ella potrà aver delle sue ! s — E fatto il segno posto ' , 
andò ad aprir l'uscio; e Giannole prestamente venuto con 
due compagni, andò dentro; e trovata la giovane nella sala, 
la presono per menarla via. La giovane cominciò a resistere 
e a gridar forte, e la fante similmente. Il che sentendo Min- 
ghino, prestamente co' suoi compagni là corse; e veggendo 
la giovane già fuori dell'uscio tirare" 1 , tratte le spade fuori, 
gridarono tutti : 



1 Por opera. — - Combinò. — 3 A dover prender possesso del luogo 
conteso. — 4 Nascose. — 5 Girondolando. V. 3: «por Io salvatico luogo 
s'andò avvolgendo*. — 6 Non vai in cerca del tuo padrone? fu/'. XXIX, 
77: - Bignorso ». — ' Fi -su (a. Avere il fatto suo. quelle che le spetta. 
— !> Stabilito. — l0 Venir trascinata. 



NOVBLLA QUINTA • 



— Ahi traditori, voi siete morti : ' La cosa Don andrà eoa] : 
che forza è questa 

E questo detto, gl'incominciarono a ferire. E d'altra parte 
la vicinanza oscita inori al romore e con lumi e con arme, 
cominciarono quefi simare, e ad aiutar Minghino. 

Per che, «lopo lunga conti 8a, Minghino tolse la giovane 
Giannole, e rimisela In casa «li Giacomino. Né prima si parti la 
mischia \ che i sergenti del capitan «Iella terra vi sopì 
giunsero, e molti «li costoro presero; e fra gli altri furono presi 
Minghino e Giannole e Crivello, ciò prigione menatine. Ma 
poi racquetata la cosa, «• Giacomino essendo tornato; e «li que- 
sto accidente molto malinconoso, esaminando come .--tato fos 
e trovando che in ninna COSS la giovane .aveva culpa, alquanto 
si «lic più pace, proponendo seco, acci" che più simil caso 
non avvenisse, di doverla come più tosto potesse maritare. 

La mattina venuta, i parenti dell'una parte e dell'altra, 
avendo la verità del tatto sentita, e conoscendo il male che 
a' presi giovani ne poteva seguire, volendo Giacomino quello 
adoperare che ragionevolmente avrebbe potuto, furono a lui . 
e con dolci parole il pregarono che alla ingiuria ricevuta dal 
poco senno de' giovani non guardasse tanto, quanto all'amore 
e alla benivolenza la quale credevano che egli a loro che il 
pregavano portasse : offerendo appresso sé medesimi, e i gio- 
vani che. il male avevan l'atto, ad ogni ammenda che a lui pia- 
cesse di prendere. Giacomino il qual de' suoi di ' assai cose 
vedute avea et era «li buon sentimento' ', rispose brievemente: 

— Signori, se io t'ossi a casa mia " come io sono alla 
vostra, mi tengo ' io si vostro amico, che né di questo né 
d'altro io non farei se non quanto vi piacesse; e oltre a 
questo, più mi debbo a' vostri piaceri piegare, in quanto 



'•'t'r. hit'. XXII. 126: - Però >i un.-»- e gridò:Tn se' giunto!». — 
Violenza. — ; 11 vicinato, i vii-ini — I I contendenti non s'erano aio-oia 
divisi. — s Famigliari, ('t'r. Corvo. 1,2: « nel cominciamento d'ogni b 
ordinato convito, sogliono li sergenti prendere lo pane... » «('ni i gen- 
darmi, ('ir. V, 7: -li aergenti che il menavano [alla forca] > : «e lui 
tra tatti i sergenti corse ad abbracciare»; Vili, !': «Ben vanno per 
ciò ile' suoi sergenti spesso d'attorno». — ''Città. — 'Imprigionati. 

— "Andaron da lui. — "Durante la sua vita. — ' I>i buona indole.— 
Nella mia città. Y. 2: « ni' a casa nostra di te alcuna cosa >i sape! a - 

— '-' Reputo. 



•2f)4 GIORNATA QUINTA 



voi a voi medesimi avete offeso, pev ciò che questa giovane, 
forse come molti stimano, non è da Cremona né da Pavia, anzi 
è Faentina, come che io né ella né colui da cui io l'ebbi non 
sapessimo mai di cui si fosse figliuola. Per che. di quello che 
pregate, tanto sarà per me fatto quanto me ne imporrete. 
T valenti uomini udendo costei esser di Faenza, si mara- 
vigliarono; e rendute grazie a Giacomino della sua liberale 1 
risposta, il pregarono che gli piacesse di dover lor dire come 
costei alle mani pervenuta gli fosse, e come sapesse lei esser 
Faentina. A' quali Giacomin disse : 

— Guidotto da Cremona fu mio compagno et amico: e 
venendo a morte, mi disse che quando questa città da Fede- 
rigo Imperatore fu presa, andataci a ruba ogni cosa, egli 
entrò co' suoi compagni in una casa, e quella ti'ovò. di roba 
piena, essere dagli abitanti abbandonata, fuor solamente da 
questa fanciulla. la quale, d'età di due anni o in quel torno, 
lui saggiente su per le scale chiamò padre. Per la qual cosa, 
a lui venuta di lei compassione, insieme con tutte le cose 
della casa seco ne la portò a Fano: e quivi morendo, con 
ciò che egli avea. costei mi lasciò, imponendomi che quando 
tempo fosse, io la maritassi, e quello che stato fosse suo le dessi 
in dota. E venuta nell'età da maiito. non m'è venuto fatto di 
poterla dare a persona che mi piaccia : fai'e'l volentieri, anzi 2 
che altro caso simile a quel di ier sera me n'avvenisse. 

Era quivi intra gli altri un Guiglielmino da Medicina 3 , 
che con Guidotto era stato a questo fatto, e molto ben 
sapeva la cui casa stata fosse 4 quella che Guidotto avea 
rubata. E vedendolo ivi tra gli altri, gli s'accostò e disse : 

— Bernabuccio, odi tu ciò che Giacomin dice? 
Disse Bernabuccio: 

— Sì: e testé vi pensava più. per ciò ch'io mi ricordo 
che in quegli rimescolamenti io perdei una figlioletta di quella 
età che Giacomin dice. 

A cui Guiglielmino disse : 

— Per certo questa è dessa, per ciò ch'io mi trovai già 
in parte ove io udii a Guidotto divisare 6 dove la ruberia 
avesse fatta, e conobbi che la tua casa era stata; e per 



1 Generosa. — -Prima. — 3 « Rimembriti «li Pier da Medicina » : 
Inf. XXVIII, 78. — A Di chi fosse stata la casa. — 5 Indicare. ., 



NOVELLA QUINTA 

ciò rammemorati se ;i«l alctui segnale riconoscer la crede* 
e fanne cercare, che tu troverral : fermamente < - li«' ella è tua 
Figlinola. 

Per che pousnndo Bernabncdo, al ricordò lei dovere avere 
ima margine 1 a guisa d'una crocetta sopra t'orecchia si- 
nistra, stata d'una naseenaa' che fatta gli avea poco davanti 
a quello accidente tagliare Per che, senza alcuno indugio 
pigliare, accostatosi a Giacomino clic ancora era quivi, il 
pregò che in casa sua il menasse, e veder gli facesse qui 

giovane. Giacomino il vi menò volentieri, e lei fece venire 
dinanzi da lui. La quale, come Rernabuccio vide, così tutto 
il viso della madre di lei. che ancora bella donna era, gli 
parve vedere. Ma pur non stando a qxiesto ', disse a Già 
cornino che di grazia voleva da lui poterle un poco levare 
i capelli sopra la sinistra orecchia; di che Giacomino fu con- 
tento 5 . Bernabuccio accostatosi a lei che vergognosamente 
stava, levati colla man dritta i capelli, la croce vide. Laonde 
veramente conoscendo lei esser la sua figliuola, teneramente 
cominciò a piagnere e ad abbracciarla, come che ella si con- 
tendesse "; e vòlto a Giacomin, disse: 

— Fratel mio 7 , questa è mia figliuola La mia casa fu quella 
che fu da Guidotto rabata; e costei nel furor subito, vi.fu dentro 
dalla mia donna e sua madre dimenticata, e infino a qui 
creduto abbiamo che costei, nella casa che mi fu quel di 
stesso arsa, ardesse. 

La giovane udendo questo e vedendolo uomo attempato 
e dando alle parole fede, e da occulta virtx'i mossa \ soste- 
nendo ' li suoi abbracciamenti, con lui teneramente cominciò 
a piagnere. Bernabuccio di presente. ,0 mandò per la madre di 
lei e per altre sue parenti e per le sorelle e per li fratelli, e 
a tutti mostratala, e narrando il fatto, dopo mille abbraccia- 
menti, fatta la festa grande, essendone Giacomino forte con- 
tento, seco a casa sua ne la menò. 



'Cfr. TTT. 5: «troverro »; V. 4: «si troverrà ». — ^-Cicatrice. — 
'Tumore. ITI. 9: «per mia natteiema ohe avuta avea nel petto». — 
Non fermandosi a qnesto indino. — 5 Acconsentì. — 'Si schermii 

Can» come un fratello. Cfr. hit'. XXVI. Ili': P, „•<,. TV. T_>7 eoe. — 
'Cfr. II. fi: «e da occulta virtù «lesta in lei all'ima rammemorazione». 
— " Permettendo, consentendoli. — !1 Tosto. V, 1: «alla nave appre- 
stata le niellassero di presente * ; VI, !': «fatta di premute una bella 
panca venire ». 



GIORNATA QUINTA 



Saputo questo il capitano della città, che valoroso ' uomo 
era, e conoscendo che Giannole, cui preso tenea. figliuolo era 
di Bernabuccio e fratel carnale di costei, avvisò di volersi ' 
del fallo commesso da lui mansuetamente 8 passare ; e intra- 
messosi ' in queste cose con Bernabuccio e con Giacomino 
insieme, a Giannole e a Minghino fece far pace. E a Min- 
ghino, con gran piacer di tutti i suoi parenti, diede per 
moglie la giovane, il cui nome era Agnesa; e con loro in- 
sieme liberò Crivello e gli altri che impacciati v'erano per 
questa cagione. E Minghino appi-esso F lietissimo fece le nozze 
belle e grandi, e a casa menàtalasi, con lei in pace e in bene 
poscia più anni visse B . 

[La NOVELLA SESTA è narrata da Pampinea. — Re- 
stituta. «una giovinetta bella e lieta molto», figliuola d'un 
gentiluomo dell'isola d'Ischia chiamato Marin Bòlgaro, amava. 
riamata, un giovanetto di Procida, nominato Gianni. « Il 
quale non che il giorno di Procida ad usare ad Ischia per 
vederla venisse, ma già molte volte di notte, non avendo 
trovato barca, da Procida infino ad Ischia notando era an- 
dato, per poter vedere, se altro non potesse, almeno le mura 
della sua casa. E durante questo amore così fervente, av- 
venne che, essendo la giovane un giorno di state tutta so- 
letta alla marina, di scoglio in scoglio andando marine conche 7 
con un coltello dalle pietre spiccando, s'avvenne in un luogo 
fra gli scogli riposto, dove sì per l'ombra e sì per lo destro 
d'una fontana d'acqua freddissima che v'era, s'erano certi 
giovani ciciliani, che da Napoli venivano, con una lor fre- 



1 Probo. — - Doversi. — 3 Con molta indulgenza. — 4 Prese a trat- 
tarne. III. '.',: «dissi- di più non intromettersene per innanzi ». Cfr. Vita 
Nuova, l'i. 22. 41. — 5 Dopo. — 6 Nelle Historic di Faenza del Tonduzzi 
(1675. p. 134-35) si riferisce da una vecchia cronaca faentina un episodio 
della presa di Faenza compiuta dal re Liutprando nel 740, clie ha 
molta, forse troppa, somiglianza colla novella boccaccesca. La favola, 
a ogni modo, per il riconoscimento dei fratelli fin allora innamorati ha 
intime relazioni con VJSpidicus di Plauto e con più d'una delle commedie 
di Terenzio. La novella fu imitata dal Leasing, nel Nalhan der Weisc 
(cfr. ZrjMBlNt, Studi di letterature straniere, Firenze 1907, p. 293 ss.); 
e tra noi la imitò il Goldoni, nei Due (/enielli (cfr. CAPPELLETTI, Os- 
servazioni sulle fonti del Decani . 1,'occa San C'asciano. 1911, p. 110). — 
7 Conchiglie, 



NOVELLA SESTA 257 



•;i raccolti. Li quali avendo la giovane veduta bellissima, 
e che ancor lor non vedea, e vedendola sola, fra sé dilibe 
ramno ili doverla pigliare «■ portarla via. K alla diliberazione 
seguitò l'effetto. Kssi. quantunque ella gridasse molto, prè- 
sala, sopra la barca la misero, et andar via; e in Calavria 
pervenuti, furono a ragionamento di cui la -invano dovesse 
essere, e in brieve ciaschedun la volea. Ter che, non tro- 
vandosi concordia fra loro, temendo essi di non venire a 
peggio e per costei guastare i fatti loro, vennero a concor- 
dia ' di doverla donare a Federigo re di Cicilia, il quale, ora 
allora giovane e di cosi fatte cose si dilettava; e a Palermo 
venuti, cosi fecero ». Il Re la fece rinchiudere « in certe case 
bellissime d'un suo giardino, il quale chiamava la Cuba». 
Gianni fece armare anch'egli una fregata, « e quanto più 
tosto potè, discorsa tutta la marina dalla Minerva infino alla 
Scalea in Calavria, e per tutto della giovane investigando » , 
seppe che la giovinetta amata era stata portata a Palermo. 
Corse colà; e passando avanti alla Cuba, un giorno la vide 
a una finestra, « et ella vide lui ; di che ciascun fu contento 
assai » . La notte seguente, « aggrappatosi per parti che non 
vi si sarebbono appiccati i picchi » , Gianni riuscì a salire 
nella camera di lei. Ma vi fu sorpreso dal Re. Il quale fieramente 
turbato, ordinò che i due amanti « fosser presi e legati, e 
come giorno chiaro fosse, fosser menati a Palermo, e in su 
la piazza, legati ad un palo colle reni l'uno all'altro volte, 
e infino ad ora di terza tenuti, acciò che da tutti potessero 
esser veduti ; e appresso fossero arsi, si come avean meritato » . 
Così fu fatto, e preparato davanti agli occhi loro la stipa 
e '1 fuoco, « per dovergli ardere all'ora comandata dal Re. 
Quivi subitamente tutti i Palermitani, e uomini e donne, 
concorsero a vedere i due amanti : gli uomini tutti a riguar- 
dare la giovane si traevano, e così come lei bella esser per 
tutto e ben fatta lodavano, così le donne che a guardare il 
giovane tutte correvano, lui d'altra parte esser bello e ben 
fatto sommamente commendavano. Ma gli sventurati amanti, 
amenduni vergognandosi forte, stavano colle teste basse, e 
il loro infortunio piangevano, d'ora in ora la crudel morte 



1 s'accordarono. V, ó: « e in questa concordili rimase». 

17 



GIORNATA QVIS 1 A 



del fuoco aspettando. E mentre così infino all'ora determi- 
nata eran tenuti, gridandosi per tutto il fallo da lor com- 
messo, e pervenendo agli orecchi di Ruggier dell'Oria, uomo 
di valore inestimabile e allora ammiraglio del Re, per ve- 
derli se n'andò verso il luogo dove erano legati. E quivi ve- 
nuto, prima riguardò la giovane e commcndolla assai di 
bellezza, e appresso venuto il giovane a riguardare, senza 
troppo penare il riconobbe, e più verso lui fattosi, il do- 
mandò se Gianni di Procida fosse. Gianni, alzato il viso e 
riconoscendo l'ammiraglio, rispose: 

— Signor mio, io fui ben già colui di cui voi domandate, 
ma io sono per non esser più. 

Domandollo allora l'ammiraglio che cosa a quello l'avesse 
condotto. A cui Gianni rispose: 

— Amore, e l'ira del Re. 

Fecesi l'ammiraglio più la novella distendere 1 ; e avendo 
ogni cosa udita da lui come stata era, e partir volendosi, il 
richiamò Gianni, e dissegli : 

— Deh signor mio, se esser può, impetratemi una grazia 
da chi così mi fa stare. 

Ruggieri domandò: — Quale? — A cui Gianni disse: 

— Io veggio che io debbo, e tostamente, morire: voglio 
adunque di grazia che, come io sona con questa giovane, la 
quale io ho più che la mia vita amata et ella me, con le reni 
a lei voltato et ella a me, che noi siamo co' visi l'uno al- 
all' altro rivolti, acciò che morendo io, vedendo il viso suo, 
ne possa andar consolato. 

Ruggieri ridendo disse: 

— Volentieri ; io farò sì che tu la vedrai ancor tanto che 
ti rincrescerà •. 

E partitosi da lui, comandò a coloro a' quali imposto era 
di dovere questa cosa mandare ad esecuzione, che senza 
altro comandamento del Re non dovessero più avanti fare 
che fatto fosse. E senza dimorare, al Re se n'andò. Al quale, 
quantunque turbato il vedesse, non lasciò di dire il parer suo ; 
e dissegli: 



'Raccontare minutamente. I. 1: cperchè mi distendo io in tante 
parole!»; II. 7: «non inolio più si sarebbe la novella distesa »; 11,9: 
«il qnistionar con parole potrebbe distendersi tropi») ». — ; Ti verrà 
a noia. 



NOVELLA SOSTA 

— I.v. di che t'hanno offeso i «lue giovani li quali laggiù 
nella piazza hai comandato che arsi aleno? 

Il Eie gliele disse. Seguitò Ruggieri: 

— Il fallo commesso da loro il inerii a bene, ma non 
da te; e come i talli meritati punizione. COSÌ i benelicj me 
ritan guiderdone, oltre alla grazia e alla misericordia. Co- 
nosci tu chi color sieno li qnal tu vuogli che s'ardano? 

Il Re rispose di no. Disse allora Ruggieri : 

— E io voglio che tu li conosca, acciò che tu v< 
quanto discretamente tu ti lasci agl'impeti dell'ira traspor- 
tare. Il giovane, è figliuolo di Landolfo di Procida, fratel 
carnale, di messor Gian di Procida, per l'opera del quale tu 

re e signor di questa isola '. La giovane, è figliuola di 
Mario Bòlgaro, la cui potenza fa oggi che la tua signoria 
non sia cacciata d'Ischia. Costoro, oltre a questo, son gio- 
vani che lungamente si sono amati insieme, e da amor 
costretti e non da volere alla tua signoria far dispetto, 
questo peccato | se peccato dir si dèe quel che per amor 
fanno i giovani > hanno fatto. Perchè dunque gli vuoi tu 
far morire, dove con grandissimi piaceri e doni gli dovresti 
onorare ? 

Il Re udendo questo, e rendendosi certo che Ruggieri il 
ver dicesse, non solamente che egli a peggio dovere ope- 
rare procedesse, ma di ciò che fatto avea gl'increbbe. Per 
che incontanente mandò ' che i due giovani fossero dal palo 
sciolti e menati davanti da lui; e così fu fatto. E avendo 
intera la lor condizion conosciuta, pensò che con onore e 
con doni fosse la ingiuria fatta da compensare. E fattigli 
onorevolmente rivestire, sentendo che di pari consentimento 
era, a Gianni fece la giovinetta sposare; e fatti loro magni- 
fici doni, contenti gli rimandò a casa loro. Dove con festa 
grandissima ricevuti, lungamente in piacere e in gioia poi 
vissero insieme »] . 



1 (jfe. II, (>: * il re Pietro ili Raòna, per trattato ili messer Gian 
•li Prooida, l'isola di Cicilia ribellò e tolse al re Carlo ». — * Il tuo go- 
verna. — ; Autorità regale. — ' Comandò. — « QueBta novella ». dice 
lo ZcMiusi (Di alcune novelli' dei Boccaccio, Firenze 1905, p. 19), «è, 
nella sua precipua sostanza, un episodio della leggenda ili Florio e 
Biancofiore, ohe non manca in nessuna delle più note redazioni ili essa 
leggenda, e che, ricco com'era di poetici elementi, fu dal Boccaccio 



260 GIORNATA QUINTA 



[La NOVELLA SETTIMA tocca narrarla alla Lauretta. — 
Essa comincia « lietamente » : 

— « Bellissime donne, al tempo che il buon re Guiglielmo 
la Cicilia reggeva, era nella isola un gentile uomo chiamato 
messere Amerigo Abate da Trapani; il quale, tra gli altri 
beni temporali, era di figliuoli assai ben fornito. Per che 
avendo di servidori bisogno, e venendo galee di corsari ge- 
novesi di Levante, li quali costeggiando l'Erminia ' molti 
fanciulli avevan presi, di quegli, credendogli Turchi, alcun 
comperò. Tra' quali, quantunque tutti gli altri paressero pa- 
stori, n'era uno il quale gentilesco '' e di migliore aspetto 
pareva, et era chiamato Teodoro. Il quale crescendo, come 
che egli a guisa di servo trattato fosse, nella casa pur co' 
figliuoli di messer Amerigo si crebbe; e traendo più alla 
natura di lui che all'accidente 3 , cominciò ad esser costumato 
e di bella maniera, intanto che ' egli piaceva sì a messere 
Amerigo, che egli il fece franco. E credendo che turchio 5 
fosse, il fé' battezzare e chiamar Pietro ; e sopra i suoi fatti 
il fece maggiore °. molto di lui confidandosi. Come gli altri 
figliuoli di messer Amerigo crebbono. così similmente crebbe 
una sua figliuola chiamata Violante, bella e dilicata ' giovane. 
La quale, soprattenendola 8 il padre a maritare, s' innamorò 
per avventura di Pietro; e amandolo e faccendo de' suoi 
costumi e delle sue opere grande stima, pur si vergognava 
di discovrirgliele. Ma Amore questa fatica le tolse, per 
ciò che avendo Pietro più volte cautamente guatatala, sì 
era di lei innamorato, che bene alcun non sentiva se non 



riprodotto cou singolare predilezione nel Filocolo ». Florio è diventato 
Gian di Proeida; Biancofiore, una Restituta: e l'ammiraglio di Ales- 
sandria, Federico re di Sicilia. Su questa novella, il Tasso ha esem- 
plato l'episodio di Sofronia e Olindo, ne-lla Gerusalemme Liberala, 
e. II. Cfr. anche Oriundo furo su, XXV, 8; e Rajna, Le fonti, 364 86. 
— «L'Armenia. Cfr. II, 7. — "III. 10: «aveva una figlioletta bella 
e gentilescu ». — 3 Mosso pia dalla sua indole gentile che dallo stato 
servile nel quali! il caso lo aveva posto. — ' Tanto che — -■ Dicevano 
così allora per turco. — ' Sopraintendente del suo patrimonio. — 7 Gen- 
tile. II. 8: «era il più leggiadro e il più dilicato cavaliere che a quegli 
tempi si conoscesse - : X, 9: «considerando che i mercatanti son netti 
e dilicati uomini >. — B Trattenendola oltre il dovere, indugiando. 



ROVBLLA BBTTIHA 261 

quanto la vedea'; ma forte temea, non torse, «li questo 
alcun b' accorgesse, parendogli far meo che bene. Di che 
la giovane che volentier lui vedeva, B'awide; e per dargli 
più siciui.'i. contentissima, si come era, se ne mostrava, 
li in questo dimorarono assai, non attentandosi di «lire 
l'uno all' altre alenila cosa, quantunque molto ciascuno il 

lei-asse ». 

Un giorno ch'erano andati a diporto a un "bel luogo ^ 
ili messer Amerigo fuor di Trapani, sorpresi da un tempo- 
rale, ripararono essi due soli In una casetta antica e quasi 
tutta caduta . resti'ìngendovisi « sotto un poco di tetto ». 
E col.-i presero coraggio ad aprire gli amorosi diali », gran- 
dinando tuttavia. Quando la madre di lei seppe la cosa, pur 
dicendolo grandi villanie, cercò d'aiutarla : ma (piando giunge, 
per caso, a conoscenza del padre, questi diviene «fieramente 
fellone . E fa dal capitano del re condannar Pietro ad esser 
« per la terra frustato e poi appiccato per la gola »; e manda 
alla Violante un nappo con veleno e un pugnale, perchè 
tra essi scegliesse la morte. Sennonché mentre Pietro era 
« menato alle forche » . fu riconosciuto per figliuolo, rapitogli 
già dai corsari «sopra la marina di Lajazzo», da uno dei 
« tre nobili uomini d'Erminia, li quali dal re d'Erminia a 
Roma ambasciadori eran inandati a trattar col Papa di gran- 
dissime cose per un passaggio ' che far si dovea» ; e fu quindi 
assolto della sua colpa, anzi potè, con grandissimo piacere 
e suntuose feste, sposare la sua Violante, e condursela sulla 
galea del padre a Lajazzo]. ' 



p. V, 2: «ohe mai bene non sentiva se non quanto il vedeva». 
— * Corrucciato. IV. 9: € fellone e pieno di mal talento, con una lancia 
Sopra mano sili uscì addosso». — -Spedizione armala in lei i asanta. 
I. 5: «Era il marohese «li Monferrato oltre mar passato in un general 
passaggio da' cristiani fatto con armata mano». — 'Delle origini di 
questa novella non si sa nulla. L'episodio del temporale, che dà modo 
ai due giovani innamorati di conoscere i-dubbiosi desiri, ha richiamato 
alla menie dei commentatori, come forse richiamò alla mente del novel- 
liere, la narrazione del libro IV dell' Eneide. Dna scenetta press'a poco 

simile il Boccaccio aveva già descritta nella novella ti della ".ionia t a II. 

Questa novella è stata, tra altri, imitata dal Giraldi Uintio negli Eea- 

Ioni miti. II. 3. 



262 GIORNATA QUINTA 



NOVELLA OTTAVA. 



Nastagio degli Onesti, amando una eie' Traversari. spende le sue ric- 
chezze Bonza essere amato. Vassene, pregato da' suoi, a Chiassi: 
quivi vede oacoiare ad un cavaliere una giovane, e ucciderla e di- 
vorarla da due cani. Invita i parenti suoi e quella donna amata 
da lui ad un desinare. La qual vede questa medesima giovane sbra- 
care; e temendo di simile avvenimento, prende per marito Na- 
-taino. 



Come Lauretta si tacque, cosi, per comandamento déìte 
Reina, cominciò Filomena: 

— Amabili donne, come in noi è la pietà commendata, 
così ancora in voi è dalla divina giustizia rigidamente la 
crudeltà vendicata. Il che acciò che io vi dimostri e ma- 
teria vi dèa del cacciarla del tutto da voi, mi piace di 
dirvi una novella non men di compassion piena che dilet- 
tevole. 

In Ravenna, antichissima città di Romagna, furono già 
assai nobili e gentili uomini; tra' quali un giovane chiamato 
Nastagio degli Onesti, per la morte del padre di lui e d'un 
suo zio, senza stima ' rimaso ricchissimo. Il quale, sì come 
de' giovani avviene, essendo senza moglie, s'innamorò d'una 
figliuola di messer Paolo Traversaro, giovane troppo più 
nobile che esso non era, prendendo speranza con le sue opere 
di doverla trarre ad amar lui. Le quali quantunque gran- 
dissime, belle e laudevoli fossero, non solamente non gli 
giovavano, anzi pareva che gli nocessero. tanto cruda e dura 
e salvatica gli si mostrava la giovinetta amata, forse per la 
sua singular bellezza o per la sua nobiltà sì altiera e disde- 
gnosa divenuta, che né egli nò cosa che gli piacesse le pia- 
ceva. La qual cosa era tanto a Nastagio gravosa a compor- 
tare, che per dolore più volte, dopo essersi doluto, gli venne 
in disidèro d'uccidersi. Poi, pur tenendosene", molte volte 
si mise in cuore di doverla del tutto lasciare stare, o se po- 
tesse, d'averla in odio come ella aveva lui. Ma invano tal 



[nestimabilmente. — - Rat lenendocene. 



NOVKM.A OTTAVA 



proponimento prendeva, per ciò ehe pareva che quanto più 
l.-i speranza mancava, tanto pin moltiplicasse il rao amore. 
Perseverando adnnqne il piovane e m'Ho amare e nello spen- 
dere smisuratamente, parve a eerti suoi amici e parenti, che 
egli sé e 'I suo avere parimente l'osse per Consumare l 'el- 
la qual cosa più volte il pregarono e consigliarono che .-i 

dovesse di Kavenna partire, e in alcuno altro luogo per al 
quanto tempo andare a dimorare: perciò che, COSÌ l'accendo, 

scemerebbe l'amore <• le speso. Di questo consiglio più volte 
beffe lece Xastagio: ma pure, essendo da loro Bollici tato, 
non potendo tanto dir di no, disse di farlo. E l'atto tare un 
grande apparecchiamento, come, se in Francia in [spagna 
o in alcuno altro Luogo lontano andar volesse, montato a ca 
vallo e da' suoi molti amici accompagnato, di Kavenna u 
e andossene ad un luogo fuor di Ravenna torse tre miglia, 
che si chiama Chiassi '; e quivi fatti venir padiglioni e tra- 
bacche 3 , disse a coloro che accompagnato l'aveano che stai- 
si volea. e che essi a Ravenna se ne tornassono. Atten- 
datosi adunque quivi Xastagio, cominciò a fare la più bella 
vita e la più magnifica che. mai si facesse, or questi e or 
quegli altri invitando a cena e a desinare, come usato s'era. 
Ora avvenne che venendo quasi all'entrata di maggio, 
essendo un bellissimo tempo, et egli entrato in pensierojlella 
sua crudel donna, comandato a tutta la sua famiglia che 
solo il lasciassero, per più potere pensare a suo piacere, 
piede innanzi pie sé medesimo trasportò, ' pensando, infino 
nella pigneta. Et essendo già passata presso che la quinta 
ora del giorno, et esso bene un mezzo miglio per la pigneta 
entrato, non ricordandosi di mangiare né d'altra cosa, subi- 
tamente gli parve udire un grandissimo pianto e guai " al- 
tissimi messi ' da una donna. Per che, rotto il suo dolce pen- 
siero, alzò il capo per veder che fosse, e maravigliossi nella 
pigneta veggendosi. E oltre a ciò, davanti guardandosi, vide 



'Cfr. Purg. XXVIII, 30. — 'Baracche. IV. 8: « dietro a teli di />•«- 

bacche che tesi v'erano, si nascose». — 3 I suoi domestici. - ' l'asso 
a passo. IX. in trod. : « Così adunque, piede in nini zi /licite venendosene»; 
e clV. Puri/. XXVIII, 51: «E piede innanzi piede a pena inette». 

— R Cfr. Purg. XXVIIIj --': e Già ni'avcan trasportalo i lenti passi... ». 

— ■ All' improvviso. — '"Gridi «li dolore Cfr. Ini. III. 22: «pianti ed 

alti L r nai ». — 8 Emessi. 



264 GIORNATA QUINTA 

venire per un boschetto assai folto d'albuscelli e di pruni, 
correndo verso il luogo dove egli era, una bellissima gio- 
vane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e da' 
pruni '. piagnendo e gridando forte mercè; e oltre a questo, 
le vide a' tianchi due grandissimi e fieri mastini, li quali 
duramente ■ appresso correndole, spesse volte crudelmente dove 
la giugnevano la mordevano ; e dietro a lei vide venire sopra 
un corsiere nero un cavalier bruno 3 , forte nel viso cruc- 
ciato, con uno stocco in mano, lei di morte con parole spa- 
ventevoli e villane minacciando. Questa cosa ad una ora 
maraviglia e spavento gli mise nell'animo, e ultimamente * 
compassione della sventurata donna; dalla qual nacque di- 
sidèro di liberarla da sì fatta angoscia e morte, se el potesse. 
Ma senza arme trovandosi, ricorse a prendere un ramo d'al- 
bero in luogo di bastone, e cominciò a farsi incontro a' cani 
e contro al cavaliere. Ma il cavalier che questo vide, gli 
gridò di lontano: 

— Nastagio, non t'impacciare r , lfscia fare a' cani e a me 
quello che questa malvagia femina ha meritato. 

E così dicendo, i cani, presa forte la giovane ne' fianchi, 
la fermarono, e il cavalier sopragiunto smontò da cavallo. Al 
quale Nastagio avvicinatosi, disse: 

— Io non so chi tu ti se' c che me cosi cognosci; ma tanto ' 
ti dico che gran viltà è d'un cavaliere armato volere ucci- 
dere una femina ignuda, e averle i cani alle coste messi, 
come se ella fosse una fiera salvatica. Io per certo la difen- 
derò, quant'io potrò. 

Il cavaliere allora disse: 

— Nastagio, io fui d'una medesima terra teco s ; et eri tu 
ancora piccol fanciullo quando io, il quale fui chiamato messer 
Guido degli Anastagi, era troppo più innamorato di costei, 
che tu ora non se' di quella de' Traversari. E per la sua 
fierezza e crudeltà andò si !l la mia sciagura, che io un di 



1 Cfr. Taf, XHI, ll r >: « Ed ecco due... Nudi e graffiati- fuggendo 
sì forte Che della selva rompieno ogni rosta». — ; Cfr. Inf. XXXII, 
86: «Che bestemmiava duramente ancora». — 3 Con bruna divisa. — 
4 Poscia. — 5 Darti briga. Cfr. Inf. XXIII, 151: «lasciammo lor così 
impacciati*. — c Cfr. Inf. XXXIII, 10: «Io non so chi tu sie... ». — 
7 Soltanto. Cfr. Parad. II, 67; XVIII, 13. — ° Nacqui nella medesima 
città della quale tu sei. — 9 Tanto oltre. 



BTOVBI I. \ OTTAVA 

con questo stocco il quale tu mi vedi in mano, comi' dispe 
rato m'uccisi, e sono alle pene eternai) dannato. Nfè Btette 
poi guari tempo ' che costei, la qua] della mia morte tu 
lieta oltre misura, mori, e per lo peccato della sua crudeltà 
e della lettala avuta de' miei tormenti, Don pentendosene, come 
colei che non credeva In ciò aver peccato ma meritato, si 
milmente fa et è dannata alle pene del ninferno . Nel quale 
come, ella discese, così ne fa et a lei et a me per pena dato, 
a lei di fuggirmi davanti, et a me, che già cotanto l'amai, 
di seguitarla come mortai nimica, non come amata donna. 
E quante volte io la giungo , tante con questo stocco, col 
quale io acciai me, uccido lei, et àprola por ischiena, e quel 
cuor duro e freddo nel qual mai né amor né pietà poterono 
entrare, coll'altre interiora insieme, sì come tu vedrai in 
contanente, le caccio di corpo, e dòlio mangiare a questi 
cani. Né sta poi grande spazio che ella, sì come la giustizia 
e la potenzia d'Iddio vuole, come so. morta non fosse stata. 
risurge, e da capo comincia la dolorosa fugga ', e i cani et 
io a seguitarla. E avviene che ogni venerdì in su questa 
ora io la giungo qui, e qui ne lo lo strazio che vedrai. E 
gli altri dì non creder che noi riposiamo, ma giùngola in 
altri luoghi, ne' quali ella crudelmente contro a me ponsò e 
operò. Et essendole d'amante divenuto nimico, come tu vedi, 
me la conviene in questa guisa tanti anni seguitare, quanti 
mesi ella fu contro a me crudele. Adunque lasciami la divina 
giustizia mandare ad esecuzione, né ti volere opporre a quello 
a che tu non potresti contrastare. 

Nastagio udendo queste parole, tutto timido divenuto, e 
quasi non avendo pelo addosso che arricciato non fosse , ti- 
randosi addietro e riguardando alla misera giovane, cominciò 
pauroso ad aspettare quello che facesse il cavaliere. Il quale, 
finito il suo ragionare, a guisa d'un cane rabbioso, collo 
stocco in mano corse addosso alla giovane, la quale ingi- 
nocchiata, e da' due mastini tenuta forte, gii gridava mercè ; 



i Non passii poi molto tempo. — - Interno. III. 7: « io n'andrei in 
boccu del diavolo nel profondo del ninferno ». — ; Raggiungo. Tnf. 
XXII. I2ii: «Tu Be' giuntol ». — 'Fuga. — II. 7: «sotto il becco 
della proda della nave tutta timida star nascosa - - Cfr. Inf. XXI 11. 

9: «Già mi sentia tutti arricciar li peli Della pania...». 



266 GIORNATA QUINTA 



et a quella con tutta sua forza diede ' per mezzo il petto, e 
passollà dall'altra parte. Il qual colpo come la giovane ebbe 
ricevuto, così cadde boccone, sempre piangendo e gridando; 
e il cavaliere, messo mano ad un coltello, quella aprì nelle 
reni, e fuori trattone il cuore et ogni altra cosa dattorno, 
a' due mastini il gittò; li quali affamatissimi, incontanente 
il mangiarono. Né stette guari che la giovane, quasi niuna 
di queste cose stata fosse, subitamente si levò in pie ! e co- 
minciò a fuggire verso il mare, e i cani appresso di lei, 
sempre lacerandola. E il cavaliere rimontato a cavallo e ri- 
preso il suo stocco, la cominciò a seguitare, e in picciola 
ora a si dileguarono, in maniera che più Nastagio non gli 
potè vedere. 

Il quale avendo queste cose vedute, gran pezza stette tra 
pietoso e pauroso; e dopo alquanto, gli venne nella mente que- 
sta cosa dovergli molto poter valere, poi che ogni venerdì 
avvenia. Per che, segnato il luogo, a' suoi famigli se ne 
tornò; e appresso, quando gli parve, mandato per più suoi 
parenti et amici, disse loro: 

— Voi m'avete lungo tempo stimolato che io d'amare 
questa mia nemica mi rimanga ' e ponga fine al mio spen- 
dere; et io son presto di farlo, dove voi una grazia m'im- 
petriate. La quale è questa: che venerdì che viene voi fac- 
ciate sì che messer Paolo Traversari e la moglie e la figliuola 
e tutte le donne lor parenti, e altre, chi vi piacerà, qui sieno 
a desinar meco. Quello per che io questo voglia, voi il ve- 
drete allora. 

A costor parve questa assai piccola cosa a dover fare; 
et a Ravenna tornati, quando tempo fu, coloro invitarono li 
quali Nastagio voleva. E come che dura cosa B fosse il potervi 
menare la giovane da Nastagio amata, pur v'andò con l'altre 
insieme. Nastagio fece magnificamente apprestare da man- 
giare, e fece le tavole mettere sotto i pini dintorno a quel 
luogo dove veduto aveva lo strazio della esudel donna; e fatti 
mettere gli uomini e le donne a tavola, sì ordinò che ap- 



1 Diede un colpo. IV, 2: «io mi vidi sopra un giovane..., il quale 
presomi per la cappa e tiratomisi a' pie, tante mi die die tutto mi 
ruppe». — '<IV. Inf. XXVIII. 10 ss. — ! In picciol tempo. — 'Tra- 
lasci. - Difficile. Inf. i. i: «a dir qual era è cosa dura». 



NnVKl I.A OTTAVA 2\ . . 

punto la giovane amata da lui fu posta a sedere dirimpetto 

al luogo dove doveva il tatto intervenire. 

I. --emlo adunque .u i à venata L'ultima vivanda, e 1 il ro 
mure disperato della cacciata giovane da tutti fa cominciato 
;kI udire. Di che maravigliandosi forte ciascuno, e domai] 

dando cdie ciò fÒ88e, e niun sappiendnl dire, levatisi tutti 

diritti e riguardando che ciò poti -ere, videro la dolente 

giovarie e l cavaliere e' cani; oè guari stette che essi furou 
quivi tra loro. Il rumore fu fatto grande e a cani e al ca 
valiere, e molti per ajutare la giovane si fecero innanzi. Ma 

il cavaliere parlando loro come a Nastagio aveva parlate 
ncii solamente gli fece Indietro tirare, ma tutti gli spaventò 
e riempio di maraviglia. E faccendo quello che altra volta 
aveva latto, quante donne v'avea che ve ne avea assai che 
parenti erano state, e della dolente "Movane e del cavaliere, 
e che si ricordavano e dell'amore e della morte di luii tutte 
così miseramente piagnevano, come se a sé medesime quello 
avesser veduto tare. La qual cosa al suo termine fornita, e 
andata via la donua e I cavaliere, mise costoro che ciò ve- 
duto aveano in molti e. varj ragionamenti. 

Ma tra gli altri che più di spavento ebbero, fu la crude! 
giovane da Nastagio amata. La quale ogni cosa distintamente 
veduta avea e udita, e conosciuto che a sé più che ad altra 
persona che vi fosse queste cose toccavano % ricordandosi 
della crudeltà sempre da lei usata verso Nastagio: per che 
già le parca fuggir dinanzi da lui adirato, e avere i mastini 
a' fianchi. E tanta fu la paura che di questo le nacque, che 
acciò che questo a lei non avvenisse, prima tempo non si 
vide 1 (il quale quella medesima sera prestato le fu che ella, 
avendo l'odio in amore tramutato, una sua fida cameriera 
segretamente a Nastagio mandò: la quale da parte di lei il 
pregò che gli dovesse, piacer d'andare a lei, per ciò ch'ella 
era presta di far tutto ciò che fosse piacer di lui. Alla qual 
Nastagio fece rispondere che questo gli era a grado molto, 
ma che, dove le piacesse, con onor di lei voleva il suo pia- 
cere ', e questo era sposandola per moglie. La giovane la qual 



1 D'un tratto; ecco che... — [nsegnita in caccia. — 'Spettavano. 
Puri/. VI, 1l ,s ì: « IH questa digreeaion che non ti tocca*. — 'Come 
prima vide il momento opportuno. — 5 Offèrto. — B Cfr. Inf. V, lei: 
- Mi prese del cosmi piacer si forte». 



GIORNATA QUINTA 



sapeva che da altrui che da lei rimaso nou era che moglie 
di Nastagio stata non fosse, gli fece risponder che gli piacea. 
Per che. essendo essa medesima la messaggiera, al padre o 
alla madre disse che era contenta d'essere sposa di Nastagio; 
di che essi furon contenti molto. E la domenica seguente 
Nastagio sposatala e fatte le sue nozze, con lei più tempo 
lietamente visse. E non fu questa paura cagione solamente 
di questo bene ; anzi sì tutte le ravignane donne paurose ne 
divennero, che sempre poi troppo più arrendevoli a' piaceri 
degli uomini furono, che prima state non erano 1 . 



NOVELLA NONA. 

Federigo degli Alberighi ama e non e amato; e in cortesia spendendo, 
si consuma, e rimangli un sul falcone, il quale, non avendo altro, 
ila a mangiare alla sua donna venutagli a casa: la qua! ciò aap- 
piendo, murata d'animo, il prende per marito e l'alio ricco. 

Era già di parlar ristata Filomena, quando la Reina, 
avendo veduto che più niuno a dover dire, se non Dioneo 
per lo suo privilegio, v'era rimaso, con lieto viso disse: 

— A me ornai appartiene di ragionare; e io, carissime 
donne, da una novella simile in parte alla precedente il farò 
volentieri, né acciò solamente che conosciate quanto la vo- 
stra vaghezza possa ne' cuor gentili, ma perchè apprendiate 
d'esser voi medesime, dove si conviene, donatrici de' vostri 
guiderdoni, senza lasciar sempre esser la Fortuna guidatrice. 
La quale non discretamente, ma, come s'avviene, smodera- 
tamente il più delle volte dona. 



1 I «Deputati alla correzione del Decamerone » s'accorsero della 
grande somiglianza clic questa novella presenta con un racconto del 
cronista francese del sec. XIII. Elinando; clic <• riferito nello S/ji- 
culum historiale [XXIX, e. 120j di Vincenzo di Beauvais, e anche, dal 
Passavanti, nello Specchio </i ceri penitenza (111,2). Il Boccaccio n'ha 
trasportata razione a Ravenna, e lia messi in isoena personaggi che 
coi loro nomi ci richiamano a mente famiglie e personaggi danteschi 
Purg. XIV. 98: -Pier Traversaro»; 107: «La casa Traversava e gli 
Anastagi »...). Può essere stato indotto a ciò dal fatto che a Ravenna 
davvero corresse una leggenda simile a quella narrata da Elinando. 
di cui fosse protagonista Teodorico, divenuto, dopo morto, cacciatore 



NOVKM.A NONA 

Dovete adunque sapere che Coppo di Borghese Dome 
nielli ' il qual fu nella nostra città, e torse ancora è , uomo 
di reverenda e di grande autorità ne' <li nostri, e per co- 
stumi e per virtù, molto più che per nobiltà (li Bangue, chia 

rissimo e «legno d'eterna fama; essendo uià d anni pieno 8 , 

demoniaco. (Cfr, W'i i-m, Novella della figlia <i<l /'• di Dacia, 

Pisa, 1868; Bartoli, l precursori del Boccaccio, p. 28-30; Qaspart, 
Storia d. Irli. Unì.. Il, 1,56-6; E&ajha, /.- fon Gli antichi chio- 

satori ili I > .- 1 1 1 1 < - si richiamano, anche in >| u< - ;il Decamerone 

rmiii- ii fonte storica Benvenuto, : t < 1 esempio, annota (III, : -'-' ■ - Fue- 
runl i't aliae familiae olarae in Ravenna, bìcuI t'umilia Bonestorum, 
de qua tu i t nobiltà adolesoens Anastasiua de Honestis, qui amoratua 
de Olia pulcerrima Pauli Traversarti, tandem illuni babuil in uxorein, 
aioul uoneste scribi! Boocaooius, ourtosue inquieitor omnium delecta 
biliuui hiatoriarum ». — Tra le imitazioni straniere, mette conto di 
menzionare il poemetto di Dryden, Theodore and tfonoria. —Cfr. Bob- 

noni, La X L V 1 1 1 uni-, diì Decatn., nella Domenica Letteraria, 

III. 1884, n. 13; W. \. Ni mm>\. The purgalory of cruci beautiee: « 

nuli mi the smirri 8 ni' I/ir S/h mirri ni llir ,~,lli day of the I >nu inrvnìi . 

Della Romania, XXIX. 1900, p. Flamini, Lu lirica toscana 

ih i Rinascimento, Pisa, 1891, p. 27 ss.; Colasamti, Due novelle nuziali 
del />. nella pittura del Quattrocento, nell' Bhnporium, XIX. 1904, 111 ss.; 
A i: i li. \m. Nella scia dantesca, Alba, 1905; Trabalza, Studisul Bac- 
io, Città ili Castello, 1906; I». Borsini, La XL Vili novella del 
Deeam. e i suoi precedenti nella letteratura e nella leggenda, Aosta, 1!h>7: 
X. s. irako, La nov. ili Naslagio i/rt/li Onesti, negli Studi letterarie 
linguistici dedicati a Pio.Rajna, Firenze, 1911, p. 423-52; A. M<i\ n \ bkdi, 
Gli esempi della Specchio ili vera penitenza, nel Giorn. star. d. leti. 
Hai.. LXI, 1913, p, 287 ss. — ' L'autorità ili cosi ni. « Beoondo ohe ragionar 
Bolea Coppo di Borghese Domeniohi », cita il Boccaccio nel C omento a 
Ini'. Vili, 61, a proposito ili FilippoArgenti ; e, «secondo che Bolea il 
venerabile uomo Coppo ili Borghese l 'un uni chi raccontare, al quale per 
certo furono le notabili cose della nostra città notissime», a proposito 
della buona Gualdrada [Inf. XVI, 37). Anche il Sacchetti parla di costui 
i-uiiic d'un famoso narrator di novelle. Nov. 66: « Fu un cittadino già in 
Firenze, e savio ed in iatato assai, il cui nome fu Coppo ili Borg] 
Domeniohi, e stava dirimpetto dovi- Btanno al presente i Leoni -. Ma 
• cuiiic ohe Bavio fosse», era anche «sdegnoso ed in parte bizzarro». Si 
dilettava di leggere le storie di Tito Livio. Cfr. nov. 157. Bicordo del buo 
nome è fatto pur nelle Delizie degli eruditi insinui del P. Ddefoneo, 
IX. L16; XII. 120, 1 13, 203. Fu dei priori nel 1330, 1336. 1341; gonfaloniere 
di oompagnia nel 1332 e 1839; dei buoniuomini nel 1338. Viveva ancora 
nel 1348, carico d'unni: e nel 1353 era già morto. Cfr. L. in Francia, 
/'e. Sacchetti novelliere, Pisa, 1902, p, 231 32. Coppo è una delle tante 
abbreviature toscane del comunissimo nume Jacopo, Jacoppo. — - V 
Cfr. Ini. XX. 108: ■ Fu quando Grecia fu de' maschi vota». — -X, 3: 
-■■mio egli già d'anni pieno». 



"2 4 dlMRNATA QllNTA 



spesse volte delle cose passate, co' suoi vicini e con altri, 
si dilettava dì ragionare. La qual cosa egli meglio, e con più 
ordine e con maggior memoria e ornato parlare ', che altro 
uora seppe fare. Era usato di dire tra l'altre sue belle cose, 
che in Firenze fu già un giovane chiamato Federigo di 
messer Filippo Alberighi \ in opera d'arme 3 e in cortesia ' 
pregiato sopra ogn' altro donzel 5 di Toscana. Il quale, si 
come il più' 1 de" gentili uomini avviene, d'una gentil donna 
chiamata monna Giovanna s'innamorò, ne' suoi tempi tenuta 
delle più belle e delle più leggiadre che in Firenze fossero; 
e acciò che egli l'amor di lei acquistar potesse, giostrava, 
armeggiava, faceva feste e donava, e il suo senza alcuno 
ritegno spendeva ' . Ma ella non meno onesta che bella, niente 
di quelle cose per lei fatte, né di colui si curava che le faceva. 

Spendendo adunque Federigo, oltre ad ogni suo potere, 
molto, e niente acquistando ", sì come di leggiere avviene, 
le ricchezze mancarono, et esso rimase povero, senza altra 
cosa che un suo poderetto piccolo essergli rimasa, delle ren- 
dite del quale strettissimamente vivea; e oltre a questo, un 
suo falcone, de' migliori del mondo. Per che, amando più 
che mai, né parendogli più potere esser cittadino 9 come 
disiderava, a Campi, là dove il suo poderetto era, se n'andò a 
stare. Quivi, quando poteva uccellando, e senza alcuna per- 
sona richiedere "', pazientemente la sua povertà comportava. 

Ora avvenne un dì che, essendo così Federigo divenuto 



1 La «parola ornata» di Virgilio, in Inf. II, 67. — - Cfr. Parafi. XVI. 
88 ss.: «Io vidi... Ormaimi ed Alberichi Già nel calare, illustri cit- 
tadini». — 3 Esercizi guerreschi. Cfr. II, 8: « in qualunque altro l'atto 
d'acme ». — 4 II Boccaccio stesso nel (,'oinento a Inf. XVI, (i7: « Cortesia 
par che consista negli atti civili, cioè nel vivere insieme liberalmente 
e lietamente, e fare onore a tutti, secondo la possibilità ». — 5 Giovane 
aspirante a divenir cavaliere, II. 0: «una donna la più compiuta di 
tutte- quelle virtù ohe donna, o ancora cavaliere in gran parte, o don- 
zella dee avere ». — ? Per lo più, ili solito. I. intr. : « Era il più da' vi- 
cini una medesima maniera servata». — * Cfr. 111,5: «La donna, la 
quale il lungo vagheggiare, l'armeggiare, le mattinate, e l'altre cose 
simili a queste, per amor di lei latte dal Zima... » ; III, 6: «e per amor 
di lei cominciò a mostrar d'armeggiare <■ ili giostrare e di far tutte 
quelle cose le quali per Catella solea fare». — 8 Guadagnando. ////'. 
I. .".": •> E quale è quei che volentieri acquista*. — 'Vivere agiata- 
mente in città. — 'Senza cercare alcuno per aiuto o servigio. Pure/. I, 
93: «Bastiti ben che per lei mi richiegge ». 



NOVKI.I.A NONA 21\ 

all'estremo 1 , che il marito di inulina Giovanna Infermò; e 
reggendosi alla morte venire, fece testamento; et essendo 
ricchissimo, In quello lasciò sn<> erede un suo figlinolo già 
grandicello, et appresso questo, avendo molto amata monna 
Giovanna, lei, so avvenisse che il figliuolo senza erede li- 
gittimo morisse, suo erede sostituì; e morissi. Kimasa adun- 
que vedova monna Giovanna, come usanza è delle a08tre 
donno, l'anno di state conquesto suo figliuolo se n'andava 
in contado a una sua possessione, assai vicina a quella di 
Federigo. Per che avvenne elio questo garzoncello s'inco- 
minciò a dimesticare con questo Federigo, e a dilettarsi d'uc- 
celli o di cani. E avendo veduto molte, volte il falcone di 
Federigo volare, istranamente ! piacendogli, forte disiderava 
d'averlo; ma pure non s'attentava ' di-d^unandarlo^vcggen 
dolo a lui esser cotanto caro. E cosi stando la cosa, avvenne 
che il garzoncello infermò. Di che la madre dolorosa molto, 
come colei che più no n'avea 5 , e lui amava quanto più si 
poteva, tutto '1 di standogli dintorno, non ristava * di con- 
fortarlo 7 , e spesse volte H domandava se alcuna cosa era 
la quale egli disiderasse, pregandol o gliele dicesse; che per 
certo, se possibile fosse ad avere, procaccerebbe come l'a- 
vesse. Il giovane, udite molte volte queste proferte, disse : 

— Madre mia, se voi fate che io abbia il falcone di Fe- 
derigo, io mi credo prestamente guerire. 

La donna udendo questo, alquanto sopra sé stette ", e 
cominciò a pensar quello che far dovesse. Ella sapeva che 
Federigo lungamente, l'aveva amata, né mai da lei una sola 
guatatura ' aveva avuta ; per che ella diceva: — Come man- 
derò io o andrò a domandargli questo falcone, che è, per quel 
che io oda, il migliore che mai volasse, e oltre a ciò il 
mantion nel mondo? E come sarò io sì sconoscente ' ", che a 
un gentile uomo, al quale niuno altro diletto è più rimaso, 
io questo gli voglia tórre? — Et in cosi fatto pensièro im- 



/ 



■ Ridottosi in estrema povertà. IX. !' : -<l<>]m alquanti «lì divenuti 
a>l Antioccia». — -Tutti gli anni in tempo d'estate. — 'Fuor «li mi- 
sura. — ' Non ardiva. — Non aveva altri figli. — 'Non cessava. — 
Fargli coraggio. Cfr. Purg. IX. •>.">: « E che muta in conforto sua 
paura». — 8 Rimase pensosa. X. 8: «alquanto prima sopra Bè stette». 
— "Sguardo, occhiata. — "> Indiscreta. Cfir. Taf. VII. 58: « La scono- 
scente vita c-lie i te' sozzi» = la vita smoderata. 



272 GIORNATA QUINTA 



pacciata ', come che ella fosse certissima d'averlo se '1 do- 
mandasse; senza saper che dovere dire, non rispondeva al 
figlinolo, ma si stava. Ultimamente tanto la vinse l'amor 
del figlinolo, che ella seco dispose, per contentarlo, che che 
esser ne dovesse : , di non mandare, ma d'andare ella me- 
desima per esso, e di recargliel. E risposegli : 

— Figlinol mio, confortati, e pensa di guerire di forza % 
che io ti prometto che la prima cosa che io farò domattina, 
io andrò per esso e sì il ti recherò. 

Di che il fanciullo lieto, il dì medesimo mostrò alcun mi- 
glioramento. 

La donna la mattina seguente, presa un'altra donna in 
compagnia, per modo di diporto ' se n'andò alla piccola ca- 
setta di Federigo, e fecelo addimandare 5 . Egli, per ciò che 
non era tempo, né era stato a quei dì, d'uccellare, era in 
un suo orto e faceva certi suoi lavorietti acconciare 6 . Il 
quale, udendo che monna Giovanna il domandava alla porta, 
maravigliandosi forte, lieto là corse. La quale vedendol ve- 
nire, con una donnesca piacevolezza " levataglisi incontro, 
avendola già Federigo reverentemente salutata, disse: 

— Bene stea, Federigo. 
E seguitò: 

— Io sono venuta a ristorarti de' danni li quali tu hai già 
avuti per me, amandomi più che stato non ti sarebbe bisogno; 
e il ristoro è cotale ", che io intendo, con questa mia com- 
pagna insieme, desinar teco dimesticamente ' stamane. 

Alla qual Federigo umilmente " rispose: 

— Madonna, niun danno mi ricorda mai aver ricevuto 
per voi ", ma tanto di bene che, se io mai alcuna cosa valsi 12 , 



1 Occupata. Vili, 5: « io ci pur verrò tante volte, ch'io non vi tro- 
\f rio così imimcrÀato ». — - Dovesse accaderne. — 3 Con tutte le tue 
forze. IX. ■">: «lavorate di forza». Inf. XIV, 61: «il duca mio parlò 
di forza ». — ' Come se andasse a diporto. Cfr. II, 7: « fece una sera, 
•per modo di solenne lesta ». — r ' Fece domandar di lui. II, 6: « il garzon 
clic tu dimandi ». — ' Mettere in punto certe opere cui egli attendeva. 
V. l': « diversi lavorìi facendo ». — ' Con una certa graziosa amabilità. 
IV. intr. : «la vostra donnesca onestà».— * Cosilfatto. — ■' Alla buona, 
in confidenza. Ili, 6: * dimenticamente, come vicino, andando e ve- 
gnendo, il salutava». — l0 Senza turbarsi, rimessamente. II, 5: «Al- 
cuni de' vicini,... umilmente parlando, ad Andreuccio dissero»; X, 2: 
«Al quale l'ambasciadore umilmente parlando disse». — "Per amor 
vostro. — '('IV. Inf. XXVI, 80: «S'io meritai di voi». 



NOVELLA NONA 273 



por lo vostro valore ' e per l'amore che portato v'ho, avvenne. E 
per certo questa vostra liberale venata m'è troppo più cara che 
non sarebbe se da capo mi fosse dato da spendere quanto per 
addietro ho già speso; come che a povero oste :| siate venuta 

E così detto, vergognosamente dentro alla sua casa la 
ricevette, e di quella nel suo giardino la condusse. E quivi 
non avendo a cui farle tener compagnia ad altrui ', disse: 

— Madonna, poi che altri non c'è, questa buona donna, 
moglie di questo lavoratore, vi terrà compagnia tanto che 
io vada a far metter La tavola . 

Egli, con tutto che la sua povertà foss'estrema, non s'era 
ancor tanto avveduto quanto bisogno gli iacea ", che egli 
avesse fuor d'ordine 7 spese le sue ricchezze. Ma questa 
mattina, niuna cosa trovandosi di che potere onorare la donna 
per amor della quale egli già infiniti uomini onorati avea, 
il fé' ravvedere. E oltre modo angoscioso, seco stesso male- 
dicendo la sua fortuna, come uomo che fuor di sé fosse, or 
qua e or là trascorrendo ', né denari né pegno '" trovandosi; 
essendo l'ora tarda e il desidero grande di pure onorare d'al- 
cuna cosa la gentil donna, e non volendo, non che altrui, 
ma il lavorator suo stesso richiedere; gli corse agli occhi il 
suo buon " falcone, il quale nella sua saletta vide sopra la 
stanga. Per che, non avendo a che altro ricorrere, prèsolo 
e trovatolo " grasso, pensò lui esser degna vivanda di cotal 
donna. E però senza più pensare tiratogli il collo, a una 
sua fanticella il fé' prestamente, pelato et acconcio, met- 
tere in uno schidone " e arrostir diligentemente; e messa la 
tavola con tovaglie bianchissime, delle quali alcuna ancora 
avea, con lieto viso ritornò alla donna nel suo giardino, e 
il desinare che per lui far si potea, disse essere apparec- 



1 Ct'r. Purg. XI, 4: «Laudato aia il tuo nome e il tuo valore». — 
-Cortese. — 3 Ospite. — 'Non avendo altri «la cui farle tenere compa- 
gnia. — Apparecchiare da mangiare. IX. !): «e spendo il mio in mettere 
tavola e onorare i miei cittadini».— 6 Quanto avrebbe dovuto. — 
7 Disordinatamente, fuor di misura Iitf. VII, 43; « Che con misura nullo 
spendio lerci». — 8 Accolti a buona mensa. II, 6: «fatto onorare il 
valente uomo». — »C£r. Inf. XXIV. 10-1: «Ritorna in casa, .■ qua e 
là si lagna, Come il tapin che non sa che si faccia ». — 10 Cose da dare 
in pegno. — " Valente. VII, 9: «ella uccida il suo buono sparviere». — 
'-Sentitolo. VI, 4: «avendo una gru ammazzata, trovandola grassa 
e giovane ». — l3 Spiedo. 

18 



-7 t GIORNATA QUINTA 



chiato. Laonde la donna colla sua compagna levatasi, anda- 
rono a tavola; e senza sapere che si mangiassero, insieme 
con Federigo che con somma fede ' le serviva, mangiarono 
il buon falcone. 

E levate da tavola, e alquanto con piacevoli ragionamenti 
con lui dimorate, parendo alla donna tempo di dire quello 
per che andata era, così benignamente verso Federigo co- 
minciò a parlare: 

— Federigo, ricordandoti tu della tua preterita vita e 
della mia onestà, la quale per avventura tu hai reputata 
durezza e crudeltà, io non dubito punto che tu non ti debbi 
maravigliare della mia presunzione, sentendo quello per che 
principalmente qui venuta sono; ma se figliuoli avessi, o 
avessi avuti, per li quali potessi conoscere di quanta forza 
sia l'amor che lor si porta, mi parrebbe esser certa che in 
parte m'avresti per iscusata. Ma come che tu no n'abbia, io 
che n'ho uno. non posso però le leggi comuni dell'altre 
madri fuggire. Le cui forze seguir convenendomi, mi con- 
viene, oltre - al piacer mio e oltre ad ogni convenevolezza 
e dovere, chiederti un dono il quale io so che sommamente 
t'è caro : et è ragione, per ciò che niun altro diletto, niun 
altro diporto, niuna consolazione lasciata t'ha la tua strema 
fortuna \ E questo dono è il falcon tuo, del quale il fanciul 
mio è sì forte invaghito, che se io non glielo porto, io temo 
che egli non aggravi tanto nella infermità la quale ha, che 
poi ne segua cosa per la quale io il perda. E per ciò io ti 
priego, non per lo amore che tu mi porti, al quale tu di 
niente se' tenuto 4 , ma per la tua nobiltà", la quale in usar 
cortesia s'è maggiore che in alcun altro mostrata, che ti 
debbia piacere di donàrlomi, acciò che io per questo dono 
possa dire d'avere ritenuto ' in vita il mio figliuolo, e per 
quello avèrloti sempre obligato. 

Federigo udendo ciò che la donna addomandava, e sen- 
tendo che servir non la potea, per ciò che mangiare gliele 
avea dato, cominciò in presenza di lei a piagnere, anzi che 



1 Ossequio. — - Contro, lnf. VII, 81: « Oltre la defension de' senni 
umani». — «Gli stremati tuoi beni di fortuna. Cfr. Vili, 5: «sono 
uomini di povero cuore e di vita tanto strema e tanto misera...». — 
■ Rispetto :il quale non sei obbligato a far nulla. — "Generosità. — 
• Uon-servato. Farad- XXXII, 81: "Tuie innocenza laggiù ri ritenne*, 



NOVELLA NONA 

alcuna paioli risponder potesse. Il qual pianto la donna 
prima credette che da dolore di dover da sé dipartire il buon 
falcone divenisse : . più che da altro; e quasi tu per dire che 
noi volesse. Ma pur sostenutasi , aspettò dopo il pianto la 
risposta ili Federigo. Il qual così disse: 

— Madonna, poscia elici a Dio piacque che io in voi po- 
nessi il mio amore, in assai cose m'ho reputata la Fortuna 
contraria, e solimi di lei doluto; ma tutte sono state leggieri 
a rispetto di quello che ella mi fa al presente. Di che io mai 
pace con lei aver non debbo, pensando che voi qui alla mia 
povera casa venuta siete, dove, mentre che ricca fu, venir 
non degnaste; e da me un picciol don vogliate, et ella abbia 
sì fatto che io donar noi vi possa. E perchè questo esser 
non possa, vi dirò brievemente. Come io udii che voi, la 
vostra mercè 3 , meco desinar volevate, avendo riguardo alla 
vostra eccellenza e al vostro valore, reputai degna e con- 
venevole cosa che con più cara vivanda, secondo la mia 
possibilità, io vi dovessi onorare, che con quelle che gene- 
ralmente per l'altre persone s'usano. Per che, ricordandomi 
del falcon che mi domandate e della sua bontà \ degno cibo 
da voi 5 il reputai; e questa mattina arrostito l'avete avuto 
in sul tagliere 9 , il quale io per ottimamente allogato avea 7 . 
Ma vedendo ora che in altra maniera il desideravate, m'è 
sì gran duolo che servir non ve ne posso, che mai pace non 
me ne credo dare. 

E questo detto, le penne e i piedi e '1 becco le fé', in 
testimonianza di ciò, gittare avanti. 

La qual cosa la donna vedendo e udendo, prima il bia- 
simò d'aver, per dar mangiare a una femina, ucciso un tal 
falcone; e poi la grandezza dell'animo suo, la quale la po- 
vertà nou avea potuto né potea rintuzzare 5 , molto seco mede- 
simo commendò. Poi, rimasa fuor della speranza d'avere il 
falcone, e per quello della salute del figliuolo entrata in 



' Procedesse. — ; Contenutasi. Inf. XXVI. 72: «Ma fa ohe la tua 
lingua si sostegno». — : Vita Nuova, 23: «Voi mi chiamaste allor. 
rostri/ mercede*. — 'Bravura. — Degno di voi. Petrarca. 337: «e 
eia (hi lui*; Inf. V, 10: «qual loco... è da essa*. — Piatto. — 
7 Credevo avere collocato nel miglior modo. — s Sminuire. V. 10, con- 
olns.: «molti liauno saputo con debito morso rintutmart gli altrui 
denti ». 



276 GIORNATA QUINTA 



forse 1 , tutta malinconosa si dipartì, e tornossi al figliuolo. 
Il quale, o per malinconia s che il falcone aver non potea, 
o per la 'nfermità che pure a ciò il dovesse aver condotto, 
non trapassar molti giorni che egli, con grandissimo dolor 
della madre, di questa vita passò. La quale, poi che piena 
di lagrime e d'amaritudine fu stata alquanto, essendo rimasa 
ricchissima e ancora giovane, più volte fu da' fratelli co- 
stretta 3 a rimaritarsi. La quale come che voluto non avesse, 
pur veggendosi infestare 4 , ricordatasi del valore di Federigo 
e della sua magnificenzia B ultima, cioè d'avere ucciso un così 
fatto falcone per onorarla, disse a' fratelli: 

— Io volentieri, quando vi piacesse, mi starei 6 ; ma se 
a voi pur piace che io marito prenda, per certo io non ne 
prenderò mai alcuno altro, se io non ho Federigo degli Al- 
berighi. 

Alla quale i fratelli, faccendosi beffe di lei, dissero: 

— Sciocca, che è ciò che tu di' ? Come vuoi tu lui che 
non ha cosa del mondo? 

A' quali ella rispose : 

— Fratelli miei, io so bene che così è come voi dite; ma 
io voglio avanti 7 uomo che abbia bisogno di ricchezza, che 
ricchezza che abbia bisogno d'uomo 8 . 

Li fratelli, udendo l'animo 9 di lei, e conoscendo Fede- 
rigo da molto 10 , quantunque povero fosse; sì come ella volle, 
lei con tutte le sue ricchezze gli donarono. Il quale cosi 
fatta donna, e cui egli cotanto amata avea, per moglie ve- 
dendosi, e oltre a ciò ricchissimo, in letizia con lei, miglior 
massaio 11 fatto, terminò gli anni suoi 12 . 



! In timore. — ! Pena d'animo. II. 10: «non senza grave malinconia 
della donna ». — 3 Stimolata. — ' Sollecitare importunamente. — ' Cfr. 
Paruri. XVII, 85: « Le sue magnificenze conosciute Saranno ». —"Aster- 
rei. III, 5: « Sì è egli meglio fare e pentere, ohe starsi e pen tersi ». — 
7 Piuttosto. IV, 4: * volendo avanti senza nepote rimanere che esser te- 
nuto re senza fede ». — s Cicerone, De O/ficiis. II, 20: « Themistocles... 
enm consuleretur, iitruin bono viro paupori an ìniiius probato diviti fi- 
liam collocaret : Ego vero, inquit, malo virum qui pecunia -egeat, quam 
pecunia quae viro ». E cfr. Valerio Massimo. VII, 2. — 9 La risoluzione. 
— '"Che valeva molto. V, 10: « e la maggior parte sono da molto /'in 
vecchi che giovani»; VI, 2: «e sempre poi per da malto l'ebbe e per 
amico». — " Economo. — '" Gli Alberighi erano di quegli « illustri citta- 
dini » fiorentini che ai tempi di Cacciaguida {Paracl. XVI, 89) si trova- 



NOVBLLA DECIMA L>77 



[La NOVELLA DECIMA •'•, come Bempre, narrata da 
IMuneo, «che mai comandamento non aspettava». 

Egli comincia : — «Io non so s'io mi dica che sia accidental 
vizio, e per malvagità di costumi ne' mortali sopravvenuto, 
o se puro è Della natura peccato, il rider più tosto delle cat- 
tive coso che dulie buone opere, e spezialmente quando quelle 
cotali a noi non perteugono. E per ciò che la fatica la quale 
altra volta ho impresa, e ora son per pigliare, a niuno altro 
fine riguarda so non a dovervi tórre malinconia, e riso e al- 
legrezza porgervi, quantunque la materia della mia seguente 
novella, innamorate giovani, sia in parte meno che onesta, 
però che diletto può porgere, ve la pur dirò; e voi, ascol- 
tandola, quello ne fate che usate siete di fare quando ne' 
giardini entrate, che distesa la dilicata mano, cogliete le 



Mino «già ne] calare»; uia è inulti) verosimile ohe il Boccaccio adattasse 
di suo arbitrio a uno ili essi questa novella ila Ini foggiata sa qualche 
esemplare orientale. Il Landau {Die Quellen, p. 24) richiama la leg- 
genda in ini Biulila si trasforma iu colomba per darsi in pasto a un 
affamato uccellatore e alla sua povera famiglia. Il LÉV&QUH (Les my- 
i hi» n les Ugendes de V ludi- et la Perse daits Boccace, Paris, 1880. 
p. 32(5) ricorda l'episodio ovidiano (Metani. Vili, 684 ss.) di Philemone 
e Bauoi; i quali offrono m Giove >■ a Mercurio, che visitano la loro 
capanna camuffati da viandanti, l'unica oca da essi posseduta: 

t imiis anser era/, minimae custodia villae, 
Quem Die hospiiibua domini mactart parabant. 

.Ma poiché l'oca, scappando, si rifugia presso gli Dei. •< Superi eetaere 
iitiuri>. Il D' HUKBULOT {Tht adeentures of /latini l'ai, a romance, 
translated (rum lite l'i mia n by DUHCAM FORBBB, 1830; prefazione, 
p. 1X< inette la uovella boccaccesca di fronte a un aneddoto narrato 
del famoso I latini 'l'ai, che visse nella seconda metà del secolo VI: 
llatim sacrifico il suo cavallo favorito per dar da mangiare all'amba- 
soiatore dell' Imperatore greco, mandato a lui proprio per domandargli 
quel cavallo. Questo confronto è fra tutti il più degno di considera- 
zione. — Il desiderio e il dono d'un falcone ha fatto pensate anche a 
uno dei tanti fabliaux: a quello a cui s'è dato il titolo di Guillaume 
mi faueen (Montaiglon e Ratnaud, Recueil general et compiei dea 
fabliaux, Paris, 1877, li. p. 9288.)- ' *" paggio ama perdutamente la sua 
castellana; ma essa lo respinge. Egli si lascia morire d'inedia. La 
dama, alla presenza del marito, lo scongiura di mangiare, altrimenti 
i'"ii dirà tutto. .Ma egli duro. « Siguore », comincia la dama, «quando 
voi eravate lontano. Guglielmo a enne nella mia camera». «E clic vi 
chiese;».... domanda il cavaliere. «Sire, io dirò tutto:... Guglielmo, 



278 GIORNATA QUINTA 



rose e lasciate le spine stare. Il che farete, lasciando il cat- 
tivo uomo con la inala ventura stare con la sua disonestà, e 
liete riderete degli amorosi inganni della sua donna, com- 
passione avendo dell'altrui sciagure, dove bisogna». 

In Perugia, « non è ancora molto tempo passato » , un ricco 
uomo chiamato Pietro di Vinciolo, « più per ingannare altrui 
e diminuire la generale opinion di lui avuta da tutti i Peru- 
gini che per vaghezza che egli n'avesse » , prese in moglie 
« una giovane compressa ', di pelo rosso e accesa, bella e 
fresca, gagliarda e poderosa » . Questa fu subito scontentis- 
sima di lui ; e per vendicarsene, « si dimesticò con una vec- 
chia, che pareva pur santa Verdiana che dà beccare alle 
serpi, la quale sempre co' paternostri - in mano andava ad 



volete mangiare }... ». « Nenil, par fai ; Jumais ne mangerai, ce eroi ! », 
quegli risponde. Il castellano s'impazienta, e minaccia d'alzare il ba- 
stone. La dama alla fine s'intenerisce, e per salvarlo, dàa credere ;il 
marito che il valletto non desiderasse che il suo falcone: 

Sire, Guillaume*, que vez ci, 
Si me requisì vostre faucon, 
Et gè ne l'en voil faire don. 

Il castellano lo manda a prendere e glielo dona. Il valletto, che ha 
interpretata la pietà della donna come una promessa d'amore, mancia 
e rifiorisce. — Come si vede, siamo molto lontani dal Boccaccio: e 
non pare si sia badato che il fabliau è tutto impostato su di un osceno 
gioco di parole, impossibile in italiano. — 11 falcone ha fatto anche 
additare uno dei racconti, 1' 84°, dei Gesta Bomanorum. Una gentil- 
donna, richiestane, fa dono a un cavaliere del suo falcone, a questa 
sola condizione: ch'ei non trascuri la compagnia di lei per la caccia. 
Invece, il cavaliere s'affeziona tanto al falcone, che rallenta molto le 
sue visite alla donatrice. La quale lo invita'a venir da lei col falcone; 
e quando riesce a riaverla, torce il collo all'innocente bestiola, perchè 
non sia più cagione di disunione tra due cuori innamorati. Tuttavia 
questo racconto richiama meglio un episodio della nov. 9, g. VII. — Da 
due sue lettere alla signora Von Stein si apprende che Goethe tentò que- 
sto soggetto in forma drammatica. Lo avevano intanto già fatto Lope 
de Vega, nella commedia El halcon de Federico: e parecchi altri, ira cui 
il Sedaine in Francia, e il Tennyson in Inghilterra. Degne di nota, 
tra le numerosissime imitazioni, sono la novella di La Foutaine Le 
faucon e il poemetto di Longfellow The Falco n of Ser Federigo, nelle 
Tales of a Wayside Inn, 1863. Cfr. K. Ansciiììtz, Boccaccio' s Novelle 
vom Falken und ihre Verbreitung in Aer Litteralur, 1892. V. pure I. 
Tosi, Longfellow e l'Italia, Bologna, 1906, p. 89 ss. Il Iìajna {Le fonti. 
585) fiuterebbe anche w&W Orlando Furioso (XLIII, 75-u) una remini- 
scenza della novella boccaccesca. — ' Corpulenta. — - Corona del rosario. 



NoVKI.l.A DECIMA 279 



perdonanza ', oé mai d'altro che della vita ile' Santi 
Padri ragionava o delle piaghe di san Francesco». La véc 
chia offro i suoi sconci offici alla giovane. Ina sera che 
Pietro va a cena presso un suo amico, il quale avea nome l.i 
colano, assiste a una comica scena: che, posti a tavola, seti 
tirono starnutire presso di essi, e ripetutamente. Frugando, 
Frodano trovò in «un chiuso di tavole >, sotto una scala, 

rannicchiato un povero giovane, già mozzo soffocato «lai forno 
del solfo, ch'era servito a imbiancare i veli della padrona di 
casa. La cena oe fa turbata, e Pietro rincasò subito, e narrò 
alla moglie l'accaduto. Questa biasimò aspramente la moglie 
d'Ercolano. Ma fa nella sua intemerata interrotta da un acuto 
strido; e Pietro, ricercando donde provenisse, scoperse, accoc- 
colato sotto una costa di polli, un giovinetto, a cui un asino 
aveva messo un piede sulle dita dell'una mano. Ritorce egli al- 
lora contro la moglie propria le ingiurie che questa aveva poco 
prima dette contro la moglie di Ercolano. Le cose però s'ap- 
pianano facilmente; e si pongono tutti e tre, di buon ac- 
cordo, a cenare] ". 

Kssendo adunque la novella di Dioneo finita, meno per 
vergogna dalle donne, risa che per poco diletto *, e la Reina 
conoscendo che il fine del suo ' ragionamento era venuto, 
levatasi in pie e trattasi la corona dello alloro, quella pia- 
cevolmente mise iu capo ad Elisa, dicendole: 

— A voi, madonna, sta ornai il comandare. 

Elisa ricevuto l'onore , sì come per addietro era stato 



'II, 10: «eie feste, o le perdonarne, e i digiuni serbarmi a far 
quando Barò rocchio»; IN'. 7: -andar voleva alla perdonanza a San 
Gallo ». — ; Benché il Bocoacoio dica di narrati' un avvenimento qnasi 
contemporaneo, e ne asserisca protagonista un personaggio storilo, e ae 
inetta la scena a Perugia, questa novella appare sicuramente derivata 
dall'asino d'oro di Apuleio [Metamorf. IX. e. 14-28). Ebbe già a rile- 
varlo il Castelvetro, nella Poetica d'Aristotele, Basilea, 1576, p. -Iti; e 
dopo di lui, quanti alni s'occuparono dille fonti del Deeamerone. De' 
più rei-enti. et'r. I'. de Maria. Dell'Asino d'oro di Apuleio e ili Baite 
sue imitazioni nello nostro letteratura, Roma, 1901; e L. i>i Fkakcia, 
Alcune novelle del Decameron illustrate nelle fonti, 1904, p. 12-23. — 
: Della ([itale le donne avevan riso poco, non già perchè ne avessero 
avuto poco diletto, ma perchè ai vergognavano di mostrar di dilet- 
tarsene. — 'IH Dioneo. — La corona d'alloro. Petrarca, 161: «<> 
fronde, onor de le famoso fronti»; 288: € Arbor vittoriosa, trjumphale, 
"/"ir d'imperadori e di poeti». 



280 GIORNATA QUINTA 



fatto, così fece ella; che dato col siniscalco primieramente 
ordine a ciò che bisogno facea per lo tempo della sua signoria, 
con contentamento della brigata disse: 

— Noi abbiamo già molte volte udito che con be' motti 
e con risposte pronte o con avvedimenti presti ', molti hanno 
già saputo con debito morso rintuzzare * gli altrui denti, o 
i sopravvegnenti pericoli cacciar via. E per ciò che la ma- 
teria è bella, e può essere utile, i' voglio che domane, con 
l'ajuto di Dio, infra questi termini si ragioni: cioè di chi, 
con alcuno leggiadro motto tentato 3 , si riscotesse 4 , o 
con pronta risposta o avvedimento fuggì b perdita, pericolo o 
scorno. 

Questo fu commendato molto da tutti. Per la qual cosa 
la Reina levatasi in pie, loro tutti infino all'ora della cena 
licenziò. L'onesta brigata, vedendo la Eeina levata, tutta si 
dirizzò, e secondo il modo usato, ciascuno a quello che più 
diletto gli era si diede. Ma essendo già di cantare le cicale 
ristate, fatto ogn'uom ° richiamare, a cena andarono: la quale 
con lieta festa fornita, a cantare e a sonare tutti si diedero. 
E avendo già, con volere della Reina, Emilia una danza 
presa, a Dioneo fu comandato che cantasse una canzone. Il 
quale prestamente cominciò : Monna Aldruda, levate la coda, 
che buone novelle vi reco. Di che tutte le donne cominciarono 
a ridere, e massimamente la Reina. La quale gli comandò 
che quella lasciasse e dicèssene un'altra. Disse Dioneo: 

— Madonna, se io avessi cèmbalo 7 , io direi : Alzatevi i 
panni, monna Lapa, o Sotto l'ulivello è l'erba; o voleste 
voi che io dicessi : L'onda del mare mi fa gran male; 8 ma 



'Solleciti. — " Spuntare, rimbeccare. V, 9: «la grandezza dello 
animo suo, la quale la povertà non avea potuto né potea rintuzzare ». 
— ? - Stimolato, provocato. — ' Si ricattasse. IX, 4: «onde egli, disideroso 
di riscuotersi...*. —'■ Evitò, scansò. — ° Tutti. — ' Tamburello. Vili, 2: 
monna Belcolore «era quella che meglio sapeva sonare il cembalo e 
cantare». — ^Codeste canzonette, chiosano i Deputati, « son di quelle 
che a quei tempi si cantavano in su le feste e veglie a ballo, come ancor 
oggi si usa per sollazzo». In una cronaca fiorentina del sec. XII s'è ritro- 
vato il verso : Mule de oeulis famuli maria, che è forse da leggere: Mute 
de ondi fami la muri : e »ià il Lami (Novelle letterarie, VIII, a. 1747, I, 3) 
lo accostava alla canzonetta qui accennata dal Boccaccio, L'onda del 
mure mi fa gran male. (Ci'r. Barigli, / precursori del Boccaccio, 
p. 45-0' n.j. Nel Canzoniere Portoghese Vaticano, il. 488, son trascritti 



NOVELLA DECIMA 281 



io non ho cembalo, e per ciò vedete voi qual voi volete ili 
queste altre. l'iacerebbevi : Escici fuor che aia tagliato, com'un 

maio in su la campagna'? 
Disse la Reina: 

— No, dinne un'altra. 

— Dunque, disse Dioneo, dirò io: Monna Simona im 
botta imbotta, e' non è del mese d'ottobre '. 

La Reina ridendo disse: 

— Deh in malora, dinne una bella, se tu vo»li: che. noi 
non vogliam cotesta. 

Disse Dioneo: 

— No, madonna, non ve ne fate male!' Pur* qual più 
vi piace? Io ne so più di mille. volete: Questo mio nicchio 
s'io noi picchio 1 , o Deh fa pian, marito mio, o Io mi com- 
perai un gallo delle lire cento? 

La Reina allora un poco turbata, quantunque tutte l'altre 
ridessero, disse : 

— Dioneo, lascia stare il motteggiare, e dinne una bolla ; 
e se non, tu potresti provare come io mi so adirare. 

Dioneo udendo questo, lasciate star le ciance, prestamente 
in cotal guisa cominciò a cantare: 



to' 



Amor, la vaga luce 

t'ho move da' begli occhi «li costei, 
Servo m'ha fatto di te e ili lei. 



questi altri versi: Maldito sca 'l mare Que mi faz tanto male. (C fi. G. 
Bustoni, Echi di poesia popoldn nell'antica lirica italiana, nella 
Nuova Antologia del 16 luglio 1912). — ' I Deputati, seguiti dal Co 
lombo e dal Carducci, ritengono che le parole E non è del mese d'ot- 
tobre siano come lina ripresa di Dioneo, quasi dicesse: Ma ohe parlo io 
d'imbottare, se non siamo del mese d'ottobre 1 Al Bartoli invece parve 
addirittura «evidente» che debbano attribuirsi alla Reina; e quindi 
propose di leggere: «E' non è del mese d'ottobre, la Reina udendo 
disse; deh in mal'ora... ». Ma non conoscendo noi la canzone, eredi» 
meglio attenermi alla lezione vulgata. — -Non v'inquietate. — Tut- 
tavia. — 'Questa canzonetta fu disseppellita dal Dbl l.i m.<>. nei ma- 
noscritti di storia letteraria del Magliabèchi, e pubblicata nella Scelta 
di curiosilo letterarie, disp. XLIX, Bologna 1804. Una varianti-, forse 
meno antica, additò poi A. Cappklli, nell'appendice alle Lettere di 
Lorenzo de' Medici ecc., Modena 1863, p. 313. 11 CARDUCCI, Cantilene 
e ballate, p. 67 ss., dà tutte e due le lezioni, riscontrandole sui mano- 
scritti che la conservano. 



282 GIORNATA QUINTA 



Mosse «la' .suoi Itegli occhi lo splendore 

Ohe pria la fiamma tua ' nel cor m'accese 

Per li miei t rapassando, 

E quanto fosse grande il tuo valore 

Il bel viso di lei uii fé' palese; 

Il liliale immaginando, 

Mi sentii gir legando 

Ogni virtù e sottoporla a lei. 

Fatta nuova oagion de' sospir miri, 
('osi de' tuoi" adunque divenuto 

Son, signor caro, et ubbidiente aspetto 

Dal tuo poter merzede; 

Ma non so ben se 'utero è conosciuto 

L'alto disio che messo m'hai nel petto, 

Né 3 la mia intera fede, 

Da costei che possiede 

Sì la mia mente ', clie io non torrei 

Pace fuor cbe da essa, né vorrei. 
Per cb'io ti priego, dolce signor mio, 

Che gliel dimostri, e faccile sentire 

Alquanto del tuo foco 

In servigio di me; che vedi eh' io 

Già mi consumo amando, e nel martire 

Mi sfaccio a poco a poco; 

E poi, quando tìa loco, 

Me raccomanda a lei, come tu dèi : 5 

Che teco a farlo volentier verrei. 

Da poi che Dioneo, tacendo, mostrò la sua canzone esser 
finita, fece la Reina assai dell'altre dire, avendo nondimeno 
commendata molto quella di Dioneo. Ma poi che alquanto 
della notte fu trapassata, e la Reina sentendo già il caldo 
del dì esser vinto dalla freschezza della notte, comandò 
che ciascuno infino al dì seguente a suo piacere s'andasse a 
riposare. 



1 II solito accenno alla Fiammetta \ — '-'De' tuoi familiari o servi- 
dori. Viln Smini, 23: «Vedi che si desideroso vigno D'esser de' tuoi». 
— 3 E. Alla maniera provenzale. — ■' Cuore. Viln Nuova, 2: «la gloriosa 
donna de la mia mente*. — 5 Cfr. Vita Nuòva, 19, canz. : «Raccoman- 
dami a lui come tu dèi». 



Kl MISCHI LA QUINTA giornata DEL DECAMERON : INCOMINCIA 
bA SESTA, NKLi.A Ql ALV, BOI PO IL BB)GG1MBNT0 D'ELISA, 
si BAOIONA DI CHI, CON ALCUNO LBQCMADBO MOTTO TKN- 

LTO, SI RISOOTflSSB, CON PRONTA RISPOSTA AVVE- 
DIMENTO rroui pkrdita o pbrioOLO scorno. 

Aveva la luna, essendo noi mezzo del cielo, perduti i 
raggi Buoi, e già, per la nuova Luce vegnente, o^-ni parte 
del nostro mondo ora chiara, quando La Reina Levatasi, fatta 
la sua compagnia chiamare, alquanto con lento passo dal 
bel poggio, su per la rugiada spaziandosi, s'allontanarono, 
d'una e d'altra cosa vari ragionamenti tegnendo, e della più 
bellezza e della meno delle raccontato novelle disputando. 
e ancora de' vai] casi recitati in quelle rinnovando le risa; 
inlino a tanto che, già più alzandosi il sole e comincian- 
dosi a riscaldare, a tutti parve di dover verso casa tornare. 
Per che, voltati i passi, là se ne vennero. E quivi essendo 
già le tavole messe, e ogni cosa d'erbucce odorose e di be' 
fiori seminata ', avanti che il caldo surgesse - più, per coman- 
damento della Reina si misero a mangiare. E questo con 
tosta fornito, avanti che altro facessero, alquante canzonette 
belle e leggiadre cantate, chi andò a dormire e chi a giu- 
care a scacchi, e chi a tavole '. E Dioneo insieme con Lau- 
retta di Trójolo e di Criseida cominciarono a cantare . E 
già l'ora venuta del dovere a concistoro tornare, fatti tutti 
dalla Eteina chiamare come usati erano, d'intorno alla tonte 

' Cosparsa. - 'Crescesse. — 3 11I, introd. : «ohi agiuoare a - 
clii e ahi a tavole, mentre gli altri donniron, bì diede»; VI, 10: «esaen 
dosi Dioneo con <>li altri giovani messo a giuoare a tavole». — ' Clio cosa 
cantarono) L'episodio amoroso ili Troilo e Briseida ora stato narrato, 
in francese, ila lionoii do Sainto-.Moro, nel poema della Guerre de 'Croie, 
o. in latino, da (iniilo delle Colonne, nella Bistorta Trojana. .Ma quel- 
l'episodio egli stesso, il Boccaccio, aveva rinarrato, mirabilmente am- 
pliandolo o trasformandolo e ricolorendolo, noi poema in Dove canti. 
olio dedico alla Fiammetta e intitolo Filostrato; ed culi appunto aveva. 
giustamente, mutato il nome dell'eroina in Criseida. Or. Jolt, /»'*- 
noti dr N. More et le Roman de Troie, Paris, lsTn; Bartoli, / pre- 
cursori del Boccaccio, p. 64 ss. — Al poema boccaccesco attinsero 
Shakespeare [Troilus <md Cressida) e Chauoer {Troylus and Criseyde). 
Cfr. YV. M. Ko88ktti, Chaucer's Troylus and Criseyde comparsa with 
/lordicelo' s Filostrato, London ls7."> e 1883; il. Flfl< ni-.i:. BoeeaeeWs 
Filostrato «mi Chaucer's Troylus unii Cryseide, nei il tener Beitrage 
:ur Bnglisehen Philologie, IX. 1898. — Adunanza. Purg. IX, 23-4: 
• Ganimede Quando fu rutto al sommo concistoro*. 



GIORNATA SESTA 



si posero a sedere. E volendo già la Reina comandare la 
prima novella, avvenne cosa che ancora avvenuta non v'era, 
cioè che per la Reina e per tutti fa un gran romore udito ', 
che per le fanti e famigliari si faceva in cucina. Laonde 
fatto chiamare il siniscalco, e domandato qual - gridasse e 
qual fosse del romore la cagione, rispose che il romore era 
tra Licisca e Tindaro; ma la cagione egli non sapea, sì come 
colui che pure allora giugaea per fargli star cheti, quando 
per parte di lei era stato chiamato. Al quale la Reina co- 
mandò che incontanente quivi facesse venire la Licisca e 
Tindaro; li quali venuti, domandò la Reina qual fosse la 
cagione del loro romore. 

[La Licisca, « che attempatetta era e anzi superba che no, 
e in sul gridar riscaldata », espose vivacemente la cagione 
del loro litigio, a proposito della moglie di Sicofante. Le 
donne, ascoltando, < facevan sì gran risa, che tutti i denti si 
sarebbero loro potuti trarre 3 ; e la Reina l'aveva ben sei volte 
imposto silenzio, ma niente valea : ella non ristette mai infino 
a tanto che ella ebbe detto ciò che ella volle » . La Reina, ri- 
dendo, deferi la sentenza a Dioneo; che s'affrettò a dar ra- 
gione a Licisca. La quale riprese, tutta contenta, a ciarlare]. 

E se non fosse che la Reina con un mal viso le 'mpose 
silenzio, e comandolle che più parola ne romor facesse, 
se esser non volesse scopata % e lei e Tindaro mandò via, 
niuna altra cosa avrebbero avuta a fare in tutto quel giorno 
che attendere a lei. Li quali poi che partiti furono, la Reina 
impose a Filomena che alle novelle desse principio. 
La quale lietamente così cominciò : 

NOVELLA PRIMA. 

l'n cavaliere dice a madonna Oretta di portarla con una novella a 
cavallo, e malcompostamente dicendola, è da lei pregato che a pie 
la ponga. 

— Giovani donne, come ne' lucidi sereni sono le stelle or- 
namento del cielo, e nella primavera i fiori de' verdi prati, 



1 C'ir. Inf. IV, 79: «Intanto voce fu per me udita». — 2 Chi. — 
3 Altrove, Vili, 10: «niuna ve n'era a cui per soperchio riso non t'ossero 
dodici volte le lagrime venute in su gli occhi». — ' Bastonata. Nov. 
Ani. 95: « Li altri discepoli l'uro intenti con le corregge, e lo scopavo 
per tutta la contrada ». 



NOVELLA PRIMA 2S 

e ile' colli i rivestiti albuscelli, cori de laudevoli costumi e 
de 1 ragionamenti belli sono i leggiadri motti. Li quali per 
ciò clic brievi sono, tanto stanno meglio alle donne che agli 

nomini, qnantO più alle doline clic agli uomini il molto 

parlar si disdico. È il vero clic, qua) si sia la cagione, o la 
malvagità del nostro Ingegno o inimicizia singolare clic a' 
nostri secoli sia portata da' cieli, oggi poche o non ninna 
donna riinasa ci è la qual ne sappi ne' tempi opportuni dire 
alcuno, o se detto l'è, intenderlo come si conviene: general 
vergogna di tutte noi. Ma per ciò che già sopra questa ma 
teria assai da Pampinea tu detto, più oltre non intendo di 
dirne '. Ma per Carvi vedere quanto abbiano in sé di liei 
lezza a' tempi detti \ un cortese impor di silenzio fatto da 
una gentil donna ad un cavaliere mi piace di raccontarvi. 

Sì come molte di voi o possono per veduta sapere o pos- 
sono avere udito, egli non è ancora guari che nella nostra 
città fu una gentile e costumata donna e ben parlante % il 
cui valore non meritò che il suo nome si taccia. Fu adunque 
chiamata madonna Oretta, e fu moglie di messer Geri Spina '. 
La quale per avventura essendo in contado, come noi siamo, 
e da un luogo ad un altro andando per via di diporto 5 in- 
sieme con donno e con cavalieri, li quali a casa sua il di 
avuti avea a desinare, et essendo forse la via lunghetta di 
là onde si partivano a colà dove tutti a pie d'andare inten- 
devano, disse uno de' cavalieri della brigata: 

— Madonna Oretta, quaudo voi vogliate, io vi porterò, 
gran parte della via che ad andare abbiamo, a cavallo ", 
con una delle belle novelle del mondo 7 . 



1 <^ui. Bensa dubbio, si rimanda al proemio della novella I0 a della 
giornata I. narrata dalia Pampinea. Sennonché è per lo meno ourioso 
die la Filomena ripeta così fedelmente, benché assai piìi brevemente, 
'..■ ose già dette dalla Pampinea. Vedi, per i motti, anche I, 8. — 
Detti a tempo, al momento opportuno. Cfr. IX. 1: € quantunque da 
lui non t'osse a luogo e a tempo lasciata impunita ». — 8 I, 8: « un valente 
uomo di corte e costumato e In n parlante - : [X, 5: «A veva costei bella 
persona et eia ben vestita, e se con ilo sua pari, assai costumata e ben par- 
Inule*. — ' Ori-ila = Lauretta; Qeri = Buggeri. — A oagion di di- 
porti). Cfr. Vili. 1: «acciò ohe'l compagno suo non s'accorgesse che 
egli a lei per eia dipresso uli desse» = per bramosia di guadagno. — 

Ina frase questa esemplata sul motto latino: Faoundtts in itinere 
come* prò vehieulo est. — : Che esistono, che si narrano. II, 8: « erano 



286 GIORNATA SESTA 



Al quale la donna rispose: 

— Messere, anzi ve ne priego io molto, e sarammi carissimo. 
Messer lo cavaliere, al quale forse non stava meglio la spada 

allato che '1 novellar nella lingua, udito questo, cominciò una 
sua novella. La quale, nel vero, da sé ' era bellissima; ma egli 
or tre e quattro e sci volte replicando una medesima parola, 
et ora indietro tornando, e talvolta dicendo Io non dissi bene, 
e spesso ne' nomi errando, un per un altro ponendone, fiera- 
mente la guastava: senza che egli pessimamente, secondo le 
qualità delle persone e gli atti che accadevano, proffereva 2 . 
Di che a madonna Oretta, udendolo, spesse volte veniva un 
sudore 3 e uno sfinimento di cuore, come se inferma fosse e 
fosse stata per terminare '. La qual cosa poi che sofferir non 
potè, conoscendo che il cavaliere era entrato nel pecoreccio 6 , 
né era per riuscirne, piacevolmente disse: 

— Messere, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto; 
per che io vi priego che vi piaccia di pormi a pie. 

Il cavaliere il qual per avventura era molto migliore 
intenditore che novellatore, intese il motto, e quello in festa e 
in gabbo preso, mise mano in altre novelle 7 , e quella che 
cominciata avea e mal seguita, senza finita s lasciò stare '. 



NOVELLA SECONDA. 

Cisti foraajo con una sua parola la ravvedere messer Gerì Spina d'una 
sua trascutata domanda. 

Molto fu da ciascuna delle donne e degli uomini il parlar 
di madonna Oretta lodato. Il qual comandò la Reina a Pam- 
pinea che seguitasse. Per che ella così cominciò: 

— Belle donne, io non so da me medesima vedere che 



i più belli e i più vezzosi fanciulli del mondo»; Vili, 7: «da poco in 
qua s'è messa la più folta neve del mondo». — ' In quanto a sé. — 
- Porgeva, esponeva. — 3 Un sudor freddo. — * Morire. IV, 7: «il fer- 
vente amore e la mortai vita terminare*. — r Era entrato nell'intrigo, 
s'era impappinato. — ' Scherzi). — ' Cominciò a raccontarne altre. 
X, l: «se noi ne' fatti d'amore .^ià non méttessimo mano». — 8 In- 
compiuta. — ° In un documento del 1332, il Manni ha trovato menzio- 
nata una nobilis domina Orietta filia quondam magnifici viri Opizonis 
quondam Marchionis Màlaspinae, uxor quondam nobilis mililis domini 



BOVBLL4 SBCOKDA 



più in questo si pecchi ' : o la natura apparecchiando ad una 
nobile anima un vii corpo, o la Fortuna apparecchiando ad 
un corpo ilot.ito d'anima nobile vii mestiere, sì come in Cisti 

nostro cittadino et in molti ancora abbiam potuto veder 
avvenire. Il qual Cisti, d'altissimo animo fornito, la Fortuna 
fece fornaio. K corto io maladieerei e la Natura parimeli- 
la Fortuna, se io non conoscessi la Natura esser discretis 
sima, e la Fortuna aver mille occhi, come che gli sciocchi 
lei cieca figurino. Le quali io avviso che, si come molto 
avvedute, fanno quello che i mortali spesse volte fanno; li 
quali, incerti de' futuri casi, per le loro opportunità * le loro 
più care cose ne' più vili luoghi delle lor case, sì come meno 
sospetti, seppelliscono, e quindi ne' maggiori bisogni le trao- 
dono, avendole il vii luogo più sicuramente servate che la 
bella camera non avrebbe. E così le due ministre ' del mondo 
spesso le lor cose più care nascondono sotto l'ombra dell'arti 6 
reputate più vili, acciò che di quelle alle necessità ' traendole, 
più chiaro appaia il loro splendore. Il che quanto in poca cosa 
Cisti fornajo il dichiarasse, gli occhi dello intelletto rimettendo 
a messer Gerì Spina (il quale la novella di madonna Oretta 
contata, che sua moglie fu, m'ha tornata nella memoria), 
mi piace in una novelletta assai piccola dimostrarvi. 

Dico dunque che, avendo Bonifazio papa, appo il quale 
messer Gerì Spina fu in grandissimo stato, mandati in Firenze 
certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran bisogne; 
essendo essi in casa di messer Gerì smontati, et egli con loro 
insieme i fatti del Papa trattando ; avvenne che, che ' se ne 
fosse la cagione, messer Gerì con questi ambasciadori del 
Papa, tutti a pie, quasi ogni mattina davanti a Santa Ma- 
ria Ughi " passavano, dove Cisti fornajo il suo forno aveva, 



Suggerii tive Gerii quondam domini Mainili de Spini» de Florenlia. 
Questa novella fu più che imitata, riprodotta, dal Ser cambi i . No 
velie inedite, ed. D'Akcon \. Firenze, ls8i>: nov. 10, De pulehra respon- 
linni \ e dal Sansovino [Cento novelle, V. I). — 'Qual maggior peccato 
commetta. — •' fisti = Benoivenisti. Cittadino = concittadino. II. 1: 
«in Trivigi giunsero tre nostri cittadini >\ II. 4: «trovati da' buoi 
cittadini*. — 'Bisogni. IV. introd.: « secondo le sue opportunità.... 
sovvenuto». — ' Cfr. hit'. VII, 78: «general ministra edace». — Me 
>iiiri. Al bisogno. -- • Qualunque. — B Era una chiesa plesso il 

palazzo Strozzi, così chiamata dalla famiglia che l'edifioò. 



GIORNATA SESTA 



o personalmente la sua arte eserceva. Al quale quantunque 
la Fortuna arte assai umile data avesse, tanto in quella gli 
ora stata benigna, che egli era ricchissimo divenuto-, e senza 
volerla mai per alcun 'al tra abbandonare, splendidissimamente 
vivea, avendo, tra l'altre sue buone cose, sempre i migliori 
\ ini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel 
contado. Il qual veggendo ogni mattina davanti all'uscio 
suo passar messer Gerì e gli ambasciadori del Papa, et es- 
sendo il caldo grande, s'avvisò che gran cortesia sarebbe il 
dar loro bere del suo buon vin bianco; ma avendo riguardo 
alla sua condizione e a quella di messer Geri, non gli pa- 
reva onesta cosa il presumere d'invitarlo, ma pensossi di 
tener modo il quale inducesse messer Geri medesimo ad in- 
vitarsi. E avendo un farsetto ' bianchissimo in dosso e un 
grembiule di bucato innanzi sempre, li quali più tosto mu- 
gnajo che fornajo il dimostravano ; ogni mattina, in su l'ora 
ch'egli avvisava che messer Geri con gli ambasciadori do- 
vesser passare, si faceva davanti all'uscio suo recare una 
secchia nuova e stagnata d'acqua fresca, e un picciolo or- 
cioletto bolognese nuovo del suo buon vin bianco, e due 
bicchieri che parevan d'ariento 2 sì eran chiari: e a seder 
postosi, come essi passavano, et egli, poi che una volta o 
due spurgato s'era, cominciava a ber sì saporitamente que- 
sto suo vino, ch'egli n'avrebbe fatto venir voglia a' morti. 
La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine ve- 
duta, disse la terza: 

— Chente 3 è, Cisti? È buono? 

Cisti, levato prestamente in pie, rispose: 

— Messer si ; ma quanto, non vi potre' io dare ad inten- 
dere se voi no n'assaggiaste. 

Messer Geri, al quale o la qualità del tempo, * o affanno 
più che l'usato avuto, o forse il saporito bere che a Cisti 
vedeva fare, sete avea generata, volto agli ambasciadori, 
sorridendo disse: 

— Signori, egli è buono 5 che noi assaggiamo del vino di 
questo valente uomo: forse che è egli tale che noi non ce 
ne penteremo ! 



1 Camiciuola. — 2 Argento. — 3 Come. — " Il caldo della stagione. 
— B Conviene. Tnf. XII, 27: «è buon che tu ti cale». 



NoVKi.i.A BBOONDA 

E con loro Insieme Be D'andò verso Cisti, il quale, (atta 
di presente ' una bella panca venire di fnor dal ionio, gli 
pregò che sedessero; e ■ li lor famigliari che già per la- 

\are i bicchieri SÌ facevano innanzi, die 

— Compagni, tiratevi Indietro e lasciate questo servi- 
gio fare a me, che io so non meno ben mescere che. Io 
sappia infornare ; e non aspettaste voi d'assaggiarne goc- 
ciola. 

E) così detto, esso stesso lavati quattro bicchieri belli e 
nuovi, e fatto venire un piccolo orcioletto del suo buon vi- 
no, diligentemente die bere a messer Geri e a' compagni. 
Alli quali il vino parve il migliore che essi avesser gran 
tempo davanti bevuto: per che, commendatol molto, mentre 
gli ambasciadori vi stettero ', quasi ogni mattina con loro in- 
sieme n'andò a ber messer Geri. A' quali, essendo espediti ° 
e partir dovendosi, messer Geri fece uno magnifico convito, 
al quale invitò una parte de' più onorevoli cittadini, e fe- 
cevi invitare Cisti; il quale per niuna condizione andar vi 
volle. Impose adunque messer Geri a uno de' suoi famigliari, 
per un liasco andasse del vin di Cisti, e di quello un mezzo 
bicchiere per uomo 7 desse alle prime mense. B II famigliare, 
forse sdegnato perchè niuna volta bere aveva potuto del 
vino, tolse un gran fiasco. Il quale come Cisti vide, disse: 

— Figliuolo, messer Geri non ti manda a me. 

Il che raffermando più volte il famigliare, nò potendo al- 
tra risposta avere, tornò a messer Geri, e sì gliele disse. A 
cui messer Geri disse: 

— Tornavi, e digli che sì fo ; ' e se egli più così ti ri- 
sponde, domandalo a cui io ti mando. 

Il famigliare tornato, disse : 

— Cisti, per certo messer Geri mi manda pure '" a te. 
Al qual Cisti rispose: 

— Per certo, iìgliuol, non fa. 

— Adunque, disse il famigliare, a cui mi manda '? 



1 Subito. V, 1: «alla.nave le menassero di presente »: ó: « Bi 1 
uabuooio di presente mando per la madre «li lei ». — - Servi. — :; Non vi 
venga in mente d'aspettare. — ' Rimasero in Firenze. — 5 Sbrigati. 

I '<<r<«{. XVII, 100-1: «tacendo, si mostrò spedi Ut L'anima santa di metter 
la trama». — 6 A nessun patto. — ' Per uno. — 8 Alla prima portata 
delle vivande. — " Che sì. ti mando a lui. — '« Proprio. 

1!' 



290 GIORNATA SESTA 



Rispose Cisti: 

— Ad Arno! 

Il che rapportando il famigliare a messer Gerì, subito gli 
occhi gli s'apersero dello intelletto; e disse al famigliare: 

— Lasciami vedere che fiasco tu vi porti. 
E vedutol, disse: 

— Cisti dice vero ! 

E dettogli villania, gli fece tórre un fiasco convenevole. 
11 qual Cisti vedendo, disse : 

— Ora so io bene che egli ti manda a me! 

E lietamente gliele empiè. E poi quel medesimo di fatto 
il botticelle riempire d'un simil vino, e fattolo soavemente ' 
portare a casa di messer Geri, andò appresso; e trovatolo, 
gli disse : 

— Messere, io non vorrei che voi credeste che il gran 
fiasco stamane m'avesse spaventato; ma parendomi che vi 
fosse uscito di mente ciò che io a questi dì co' miei piccioli 
orcioletti v'ho dimostrato, cioè che questo non sia vin da 
famiglia,- vel volli stamane raccordare. 3 Ora, per ciò che io 
non intendo d'esservene più guardiano, ' tutto ve l'ho fatto 
venire: fatene per innanzi 5 come vi piace. 

Messer Geri ebbe il don di Cisti carissimo, e quelle gra- 
zie gli rendè che a ciò credette si convenissero. E sempre 
poi per da molto l'ebbe e per amico. 7 



NOVELLA TERZA. 

Monna Nonna de' Pulci con una presta risposta al meuo clic onesto 
motteggiare del Vescovo di Firenze silenzio impone. 

Quando Pampinea la sua novella ebbe finita, poi che da 
tutti e la risposta e la liberalità di Cisti molto fu commen- 
data, piacque alla Reina che Lauretta dicesse appresso. La 
quale lietamente così a dire cominciò: 



1 Adagio, senza urti. — - Da darne anche ai servitori. — :: Ricor- 
dare. — 4 Di piii conservarlo per voi, e impedire clie altri se l'approprii. 
— 5 Di qui avanti. — '■ Per uomo che valesse molto. V, '.): « e conoscendo 
Federigo da mollo, quantunque povero l'osse ». — 7 A corto di meglio, 



NuVKI.LA TKKZA 291 



— Piacevoli donne, prima Pampinea e ora Filomena ai 

sai (IH vero toccarono della nostra poca virtù ' e della bel- 
lezza de' infitti. Alla quale per ciò che tornar non bisogna, 
oltre a quello che do' motti è stato detto, vi voglio ricor- 
dare essere la natura de' motti cotale, che assi come la pe 
cora morde dòono cosi mordere l'uditore, e uon come '1 ca- 
ne: per ciò che se come cane mordesse il motto, non sa 
rebbe motto, ma villania. La qual cosa ottimamente Cecero 
e le parole di madonna Oretta e la risposta di Cisti. E il vero 
che B6 per risposta si dice, e il risponditore morda come cane 
essendo come da cane prima stato morso, non par da ri- 
prendere, come, se ciò avvenuto non fosse, sarebbe; e per 
ciò è da guardare e come e quando e con cui, e similmente 
dove si motteggia. Alle quali cose poco guardando già un 
nostro prelato, non minor morso ricevette che '1 dosso. Il 
che io in una piccola novella vi voglio mostrare. 

[« Una giovane, la quale questa pestilenzia presente ci 
ha tolta, donna il cui nome fu monna Nonna de' Pulci, cu- 
gina di messere Alessio Rinucci, e cui voi tutte doveste co- 
noscere » ; « fresca e bella giovane, e parlante *, e di gran 
cuore » ; credendosi morsa da una parola del vescovo di Fi- 
renze, messer Antonio d'Orso, « valoroso e savio prelato », 
gli dà una pronta e mordace risposta, che trafigge il vescovo 
e « un gentile uom catalano chiamato messer Dego della 
Patta, maliscalco per lo Re Ruberto », grande vagheggia- 
tore di donne, che cavalcava allato a lui « per la via onde 
il palio si corre »]. 3 



i conii naturi si sfogano a narrarci particolari storici dell'amba- 
sceria mandata da papa Bonifazio ai Fiorentini I Giova solo sapere die 
gli Spina, «famiglia di Firenze ricca e potente», erano in relazione 
d'affari ool l'apa: «erano con lui sua mercatanti», come «lice Dino 
< iompagnì I. 21), erano cioè suoi tesorieri o banchieri. C'ir, anche G. Vil- 
lani, Vili, 13. — Valentia. — -Faconda. VI, 9: «sì fu egli leggia- 
drìsaimo e costumato, e parlatile uomo molto». — 3 II Landau {Die 
ihnlltii. p, 88) pretende clic ci sia una qualche relazione tra qm 
e la novella del Itibro dei Sette Savi intitolata La donna e il mereiaio. 
La imitarono il Seroambi, trasportandone la scena a Milano e mutando 
il vescovo in Lochino Visconti [Novelle. Bologua, 1871, nov. 7\ />< molti 
plausibili), e il t'intio (Ecatommiti. nov. il). Il vescovo Antonio d'Orso 
tu messo in novella anche dal Sacchetti (128), che lo dichiara « uomo 
molto venerabile e dabbene» e «un valente uomo», proprio mentre 
narra di lui un atto di avarizia, anzi di simonia! 



■2'.*'2 GIORNATA .SESTA 



NOVELLA QUARTA. 

Chichibio, cuoco ili Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua 
salute, l'ira ili Currado volge iu riso, e sé campa dalla malaven- 
tura minacciatagli da Currado. 

Tacevasi già la Lauretta, e da tutti era stata sommamente 
commendata la Nonna, quando la Reina a Neifile impose che 
seguitasse. La qual disse: 

— Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso 
parole presti e utili e belle, secondo gii accidenti, a' dici- 
tori, la Fortuna ancora, alcuna volta ajutatrice de' paurosi, 
sopra la lor lingua subitamente di quelle pone, che mai ad 
animo riposato per lo dicitor si sarebber sapute trovare. Il 
che io per ' la mia novella intendo di dimostrarvi. 

Currado Gianfigliazzi, sì come ciascuna di voi e udito e 
veduto puote avere, sempre della nostra città è stato nobile 
cittadino, liberale e magnifico; e vita cavalleresca tenendo, 
continuamente in cani et in uccelli - s'è dilettato, le sue ope- 
re maggiori al presente lasciando stare. Il quale con un suo 
falcone avendo un di, presso a Perètola, una gru ammaz- 
zata, trovandola :ì grassa e giovane, quella mandò a un suo 
buon' cuoco, il quale era chiamato Chichibio et era vini- 
ziano; e si gii mandò dicendo che a cena l'arrostisse, e go- 
vernassela 5 bene. Chichibio, il quale come nuovo bèrgolo ' 
era cosi pareva, acconcia la gru, la mise a fuoco, e con 
sollicitudine a cuocerla cominciò. La quale essendo già presso 
che cotta, e grandissimo odor venendone, avvenne che una 
feiiiiuetta della contrada, la qual Brunetta era chiamata e 
di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina. E 
sentendo l'odor della gru, e veggendola, pregò caramente ' 
Chichibio che ne le desse una coscia. Chichibio le rispose 
cantando, e disse: Voi non Vavrì da mi, donna Brunetta,* 



1 Con. — '-' Uccelli di rapina, per cacciare. -* '■'■ Sentendola. V, 9: « il 
suo buon falcone..., presolo e trovatolo grasso... ». — 4 Valente. — 5 Ac- 
conciassela, preparassela. — B Semplicione ridicolo. IV, 2: «sì come 
colei che viniziana era, et essi son tutti bergoli». — ' V, 2: «pregò 
caramente la buona fontina». — ' VI, 10: « donna Licisca » = la laute 
di Filomena. 



NOVKIXA QUARTA 



voi non l'avrì <ln mi. DI che donna Brunetta essendo tur- 
bata, ' gii disse: 

— In fé «li Dio, Se tu non la mi dai, tu non avrai mai 
da me cosa che ti piaccia. 

El in l 'lieve le parole, l'uron molte. Alla fine Chichihio. 
per non crucciar la sua donna, spiccata l'una delle cosce 
alla gru, gliele diede. 

Essendo poi davanti a ('un-ado e ad alcun suo forestiere 
messa la gru senza coscia, e Currado maravigliandosene. 
lece chiamare Chichihio, e domandollo che fosse divenuta 
L'altra coscia della gru. Al quale il Vinizian bugiardo subi- 
tamente rispose : 

— Signor, le gru non hanno se non una coscia e una 
gamba. 

Currado allora turbato disse: 

— Come diavol, non hanno che una coscia e una gamba? 
Non vid'ìo mai più gru che questa? 

Chichihio seguitò : 

— Egli è, messer, com'io vi dico; e quando vi piaccia, 
io il vi farò veder ne' vivi. 

Currado, per amor ' dei forestieri che seco aveva, non 
volle dietro allo parole andare;' ma disse: 

— Poi che tu di' di farmelo vedere ne' vivi, cosa che 
io mai più non vidi né udii dir che fosse, et io il voglio 
veder domattina, e sarò contento. Ma io ti giuro in sul corpo 
di Cristo, che se altramenti sarà, che io ti farò conciare in 
maniera che tu con tuo danno ti incorderai, sempre che tu 
ci viverai, del nome mio. 

Finite adtmque per quella sera le parole, la mattina se- 
guente, come il giorno apparve, Currado, a cui non era per 
lo dormire l'ira cessata, tutto ancor gonfiato ' si levò, e co- 
mandò che i cavalli gli fosser menati; e fatto montar Chi- 
chihio sopra un ronzino, verso una fiumana, alla riviera 



1 Stizzita. IV. 2: «la donna gli disse che egli era una bestia...: 
per che irate Alberti) non volendola troppo turbare...». — ; CtV. IV. 
2: e quello oh'el mio corpo si divenisse io non bo»; Vili, 7: «Io non 
la trovai,.., nò bo che si sia divenuta ». — : Negli uccelli vivi di questa 
specie, — ' Per riguardo. • Continuare altercando. — "Ebbene. — 
Qonno di rabbia. Cfr. Aen. VI, Wfl: «Tumida ex ira bum corda resi- 
dunt ». E Ini'. VII, 7: «enfiata labbia». 



294 GIORNATA SESTA 



della quale sempre soleva in sul far del di vedersi delle gru, 
nel menò, dicendo : 

— Tosto vedremo chi avrà iersera mentito, o tu o io. 
Chichibio, veggendo che ancora durava l'ira di Currado, 

e che far gli convenia pruova della sua bugia, non sappiendo 
come poterlasi fare, cavalcava appresso a Currado con la 
maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si 
sarebbe fuggito. Ma non potendo, ora innanzi e ora addie- 
tro e da lato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che 
gru fossero che stessero in due piedi. 

Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner, prima che 
ad alcun, vedute sopra la riva di quello ben dodici gru, le 
quali tutte in un pie dimoravano, ' sì come quando dormono 
soglion fare. Per che egli prestamente mostratele a Currado, 
disse : 

— Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi 
il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un pie, 
se voi riguardate a quelle che colà stanno. 

Currado vedendole, disse : 

— Aspettati, 2 che io ti mosterrò :! che elle n'hanno due! 
E fattosi alquanto più a quelle vicino, gridò : Oh oh ! Per 

lo qual grido le gru, mandato l'altro pie giù, tutte, dopo 
alquanti passi, cominciarono a fuggire. Laonde Currado ri- 
volto a Chichibio, disse: 

— Che ti par, ghiottone? ' Parti ch'elle n'abbin due? 
Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde 

si venisse, 6 rispose : 

— Messer sì, ma voi non gridaste oh oh a quella di 
iersera; che se così gridato aveste, ella avrebbe cosi l'al- 
tra coscia e l'altro pie fuor mandata come hanno fatto 
queste. 

A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la 
sua ira si convertì in festa e riso, e disse: 

— Chichibio, tu hai ragione; ben lo dovea fare! 



1 Stavano ritte sopra un pie solo. — " Indugiati. Vili, 7: « il fa stare 
sopra la neve ad aspettarsi »; IX, 4: « deli aspettati un poco ». — 3 Cfr. 
II, 5, 10; III, 4; IV intr. — ' Furfante. IV, 2: « dicendogli... la maggior 
villania che mai ail alcun ghiotton si dicesse»; Vili, 5: «non gli cre- 
dete, che egli è un ghiottoncello ». — B Come gli venisse quella risposta. 
— 6 Si mutò. Inf. XIII, 92: « Si convertì quel vento in cotal voce». 



NOVKLI.A QUARTA 295 



Cosi adunque, con la sua pronta e Bolazzevol rispa 

Chichibio cessò ' la mala ventura, e paeelienssi col suo si 



NOVELLA QUINTA. 

Messer Porose da Babatta e maestro Giotto dipintore, venendo ili 
Rfngello, l'ano la sparata apparenza dell'altro motteggiando, i "de. 

Come Neifile tacque, avendo molto le donne preso. di pia- 
cere «Iella risposta di Chichibio, così l'aiutilo per voler della 
Reina disse : 

— Carissime donne, egli avviene spesso che, si comò la 
Fortuna sotto vili arti : alcuna volta grandissimi tesori di 
virtù nasconde, come poco avanti per Pampinea fu mostrato, 
così ancora sotto turpissime ' forme d'uomini si traevano ma- 
ravigliosi ingegni dalla natura essere stati riposti. La qual 
cosa assai apparve in due nostri cittadini, B de' quali io in- 
tendo brievemente di ragionarvi. Per ciò che l'uno, il quale 
messer Forese da Babatta fu chiamato, essendo di persona 
piccolo e sformato, con viso piatto e ricagnato, '' che a qua- 
lunque de' Baronci più trasformato l'ebbe sarebbe stato 
sozzo, ' fu di tanto sentimento nelle leggi, che da molti va- 
lenti uomini uno armario 8 di ragione " civile fu reputato. E 
l'altro, il cui nome fu Giotto, ebbe uno ingegno di tauta ec- 



1 Schivò. IV, introd. : «Nò per tutto ciò l'essere da coiai vento fie- 
ramente scrollato... non ho potato cessare >. — -Tra le Plaisanteries 
de NàsrSddin Hodja, traduites du ture parJ. A. Di i "i bdemanchk, 
Paris 1876, n. 75, è narrata una storiella simile, solo mutando la grò in 
un'ora. Bla considerando il tempo in ohe visse Nasr-Eddin, oioè negli 
ultimi anni ilei sec. XIV. al Lano vi medesimo [Die Quellen, lì:'.!-."» non 
par prudente parlare <li fonte. Innumerevoli sono le imitazioni e con- 
traffazioni. Ricorderò solo la commedia Chrisis ili Enea Silvio l'icco- 
lomini, poi papa Pio II: la novella !• ' della giorn. IV del Sansovino; 
e The tale of a eoo/.- and why he sai in Purgatorie villi a crune' s leg 
in his monili, nelle News oui of Purgatorie del Tarlton. — 8 In persone 
ohe esercitano vili mestieri. — 'Bruttissime. Amilo: <f Qualunque è 
qui più bella «li tutte, posta allato ad essa, a rispetto di ([india.... tur- 
pissima saria giudicata». — Concittadini. — C A guisa di cagna. — 
" Questa frase è spiegata nella novella seguente, .So"" = brutto, laido. 
IX, 7: «dove prima era bella, non paresse poi sempre soeeissima e 
contraffatta ». — B Armadio, lat. armarius, — ' Diritto. 



296 GIORNATA SESTA 



cellenzia, che niuna cosa dà la natura, madre di tutte le 
cose e operatrice col continuo girar de' cieli, che egli con 
lo stile e con la penna o col pennello ' non dipignesse sì si- 
mile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse; 
in tanto che molte volte nelle cose da lui fatte si truova che 
il visivo senso degli uomini vi prese errore, quello credendo 
esser vero che era dipinto. - E per ciò, avendo egli quella 
arte ritornata in luce che molti secoli, sotto gli error d'al- 
cuni che più a dilettar gli occhi degl'ignoranti che a com- 
piacere allo 'ntelletto de' savj dipignendo, era stata sepulta, 
meritamente una delle luci della fiorentina gloria dir si 
puote; e tanto più, quanto, con maggiore umiltà maestro 
degli altri in ciò vivendo, 3 quella acquistò, sempre rifiutando 
d'esser chiamato maestro. Il quale titolo rifiutato da lui 
tanto più in lui risplendeva, quanto con maggior disidèro da 
quegli che men sapevano di lui, o da' suoi discepoli, era cu- 
pidamente usurpato. 1 Ma quantunque la sua arte fosse gran- 
dissima, non era egli per ciò né di persona né d'aspetto in 
niuna cosa più bello che fosse messer Forese. Ma alla no- 
vella venendo, dico. 

Avevano in Mugello messer Forese e Giotto lor posses- 
sioni ; et essendo messer Forese le sue andate a vedere, in 
quegli tempi di state che le ferie si celebran per le corti, r ' 
e per avventura in su un cattivo fi ronzino a vettura 7 venen- 
dosene, trovò il già detto Giotto, il qual similmente avendo 
le sue vedute, se ne tornava a Firenze. II quale né in ca- 
vallo né in arnese 8 essendo in cosa alcuna meglio di lui, sì 
come vecchi, a pian passo venendone, s'accompagnarono. 
Avvenne, come spesso di state veggiamo avvenire, che una 
sùbita piova '' gli soprapprese; 10 la quale essi, come più tosto 
poterono, fuggirono in casa d'un lavoratore amico e cono- 



1 Cfr. Purg. XII, 64: «Qual di pernici fu maestro o di stile...»; 
Petrarca, 78: «Quando giunse a Simon l'alto concetto Cb'a mio nome 
gli pose in man lo stile ». — - Cfr. Purg. X, 37 ss. — 3 Essendo. — ' La 
frase si direbbe ricalcata su quella famosa di Tacito, Annali, III, "76: 
« Sed praefulgebant Cassius atque Brutus eo ipso, quod efflgies eorum 
non visebantur ». — 5 Dai tribunali. — ° Mescbinello, gramo. — ~ Preso 
a nolo. IX, 6: «tolti una sera al tardi due ronzini a vettura»; e cfr. 
IX, 5: « la quale un tristo... prestava a vettura ». — s Vestito. I, 7: « il 
quale assai male era in arnese ». — 9 Pioggia. — 10 Sorprese. Il, 0: « da 
Currado soprappresi furono ». 



NMVKI.I.A (.TISI A 297 



■ li ciascheduno «li loro. Ma dopo alquanto, non fac 
cenilo l'acqua alcuna \ i - 1 ; i di dover ristare, e costoro vo- 
lendo essere il dì ' a Firenze, presi dal Lavoratore in pre 

stanza due mantelletti vecchi di rum a «'n no lo e due cappelli 
tutti rosi dalla vecchiezza, per eiò che migliori non v'erano, 
cominciarono a camminare. Ora, essendo essi alquanto an- 
dati, e tutti molli veggendosi, e per gli schizzi che i ron- 
zini tanno co' piedi in quantità, zaccherosi le quali cose non 
. liono altrui accrescer punto d'orrevolezza . rischiaran- 
dosi alquanto il tempo, essi che lungamente erano venuti 
taciti, cominciarono a ragionare. K messer Forese caval- 
cando e ascoltando Giotto, il (piale bellissimo favellatore era. 
cominciò a considerarlo e da lato e da capo e per tutto, e 
reggendo Ogni cosa cosi disorrevole e cosi disparuto, senza 
avere a sé ninna considerazione cominciò a ridere; e die 

— Giotto, a che ora venendo di qua allo 'ncontro di noi un 
forestiere che mai veduto non t'avesse, credi tu che egli cre- 
desse che tu fossi il miglior dipintor del mondo, come tu se'? 

A cui .Giotto prestamente rispose: 

— Messere, credo che egli il crederebbe allora che, guar- 
dando voi. egli crederebbe che voi sapeste Va hi ci'. 

Il che messer Forese udendo, il suo error riconobbe; e 
videsi di tal moneta pagato, quali erano state le derrate 
vendute. ' ' 

NOVELLA SESTA. 

l'mova Michele Scalza a certi giovani come i Baroncl Bono i più gen- 
tili uomini del mondo <> di maremma, o vince una cena. 

Ridevano ancora le donne della presta risposta di Oiotto, 
quando la Reina impose il seguitare alla Fiammetta. La qual 
così cominciò a parlare : 



i Quello stesso giorno, prima die annottasse. — Panno grosso di 
lana non tinta. Y 1 1 s : - venutici di contado.. . vestiti ili romagnuolo » ; 
X. 10: «entratasene co' suoi pannicelli romagnuoli e grossi in quella 
casa -. - Fradici, inzuppati d'acqua. — : Dignità. — Discorrere. 
— IH bratta apparenza. — 'Quando mai. — B Cfr. I»f. XIII. 25: 
«Io credo eli'ci oredet'te ch'io credesse». — 9 II suo Bbaglio nel ti- 
rare il colpo. — '"('ir. il son. 8e Dante piange... del Boccaccio! - Sfa 



298 GIORNATA SESTA 



— Giovani donne, l'essere stati ricordati i Baronci da 
l'aiutilo, li quali per avventura voi non conoscete come fa 
egli, m'ha nella memoria tornata una novella, nella quale 
quanta sia la lor nobiltà si dimostra, senza dal nostro pro- 
posito deviare; e per ciò mi piace di raccontarla. 

Egli non è ancora guari di tempo passato che nella no- 
stra città era un giovane chiamato Michele Scalza, il quale 
era il più piacevole e il più sollazzevole uom del mondo, e 
le più nuove novelle aveva per le mani : ' per la qual cosa 
i giovani fiorentini avevan molto caro, quando in brigata si 
trovavano, di poter aver lui. Ora avvenne un giorno, che 
essendo egli con alquanti a Mont'Ughi, s'incominciò tra loro 
una quistion così fatta: quali fossero li più gentili uomini di 
Firenze e i più antichi. De' quali alcuni dicevano gli Uberti 
e altri i Lamberti, e chi uno e chi un altro, secondo che 
nell'animo gli capèa. 2 Li quali udendo lo Scalza, cominciò 
a ghignare, e disse: 

— Andate via, andate, goccioloni 3 che voi siete; voi non 
sapete ciò che voi vi dite! I più gentili uomini e i più an- 
tichi, non che di Firenze, ma di tutto il mondo o di ma- 
remma, sono i Baronci; e a questo s'accordano tutti i fiso- 
foli e ogn'uomo che li conosce, come fo io. E acciò che voi 
non intendeste d'altri, io dico de' Bai-onci vostri vicini da 
Santa Maria Maggiore. 

Quando i giovani, che aspettavano che egli dovesse dire 
altro, udirò n questo, tutti si fecero beffe di lui; e dissero: 



non goderan guar di tal derrate Questi ingrati meccanici, nimici D'ogni 
leggiadro e caro adoperare ». — Pare che anche rnesser Forese da Ila- 
hatta fosse, come Giotto, un personaggio storico. Cfr. JVlAN>rr, Ist. d. 
Decani., ili. Il Sacchetti (nov. 63 e 75) riferisce altri motti arguti di 
Giotto: e un altro ne conta Benvenuto da Imola, nel commento al 
Purgatorio (III, p. 312-13), dove pur traduce alcune frasi di questa no- 
vella. Avrebbe Dante visitato l'amico che dipingeva una cappella in 
Padova; e ammirando molto quelle pitture e insieme vedendo alcuni 
suoi bruttissimi figliuoli, gli avrebbe detto: Donde viene che le altrui 
figure fate sì belle e le vostre sì brutte? E Giotto: Gli è che le une 
fo di giorno, e le altre di notte. Sennonché questo motto, avverte 
lo atesso Benvenuto, era già stato riferito da Macrobio {Saturni. 11,2) 
coinè detto da L. Mallio, «qui optimus pictor Romae habebatur». — 
1 Aveva pronte le più bizzarro invenzioni da raccontare. — - Reputava. 
VI. 9: «sapeva onorare cui nell'animo gli capeva che il valesse». — 
3 Sciocconi, fantoocioni. Sacchetti, 80: «per certo sono i maggiori yoc- 
cioloìii che io vedessi mai ». 



NOVKl.l.X SKSTA 299 

— Tu ci uccelli, (pia>i B6 come noi non cognoscessimo i 
Barone] coinè facci tu. 

Disse lo Scalza : 

— Allo guagnele, 1 non fo; anzi mi dico il vero! E se 
egli ce ll'è niuno che voglia metter su una cena, a doverla 
dare a chi vince con sei compagni (piali più gli piaceranno, 
io la metterò volontieri. E ancora vi t'arò più: che ÌO ne starò 
alla sentenzia di chiunque voi vorrete. 

Tra' (piali disse uno, che si chiamava Neri Mannini: 

— Io sono acconcio ' a voler vincer questa cena ! 

K accordatisi insiemi» d'aver per giudice Piero di Fioren- 
tino, in casa cui erano, e andatisene a lui, e tutti gli altri 
appresso, per vedere perdere lo Scalza e dargli noja, ogni 
cosa detta gli raccontarono. Piero, che discreto giovane era, 
udita primieramente la ragione di Neri, poi allo Scalza ri- 
volto, disse: 

— E tu come potrai mostrare questo che tu affermi? 
Disse lo Scalza: 

— Che? Il mosterrò ' per sì fatta ragiono, che non che tu, 
ma costui che il nega, dirà che io dica il vero. Voi sapete 
che, quanto gli uomini sono più antichi, più sono gentili; 
e così si diceva pur testé tra costoro. E i Baronci sono più 
antichi che niuno altro uomo, sì che son più gentili; e come 
essi sien più antichi mostrandovi, senza dubbio io avrò vinta 
la quistione. Voi dovete sapere che i Baronci furon tatti da 
Domenedio al tempo che egli avea cominciato d'apparare a 
dipiguere; ma gli altri uomini furon fatti poscia che Dome- 
nedio seppe dipiguere. E che io dica di questo il vero, po- 
nete mente a' Baronci e agli altri uomini. Dove voi tutti 
gli altri vedete co' visi ben composti e debitamente propor- 
zionati, potete vedere i Baronci qual col viso molto lungo 
e stretto, e quale averlo oltre a ogni convenevolezza largo ; e 
tal v'è col naso molto lungo, e tale l'ha corto; e alcuno col 
mento in fuori e in su rivolto, e con mascelloni che pajono 



1 Giuramento scherzoso, per Sul Vangelo.' Vili, !»: « Alle guagnele/, 
egli non lui in questa terra medico clic b' intenda d'orina d'asino a petto 
a costui »; Sacchetti, 'M : « Disse l'altro: Alle guagm U . che noi tiene 
stiamo!». — -Non vi uccello. — ■Scommettere mia cena.— : Tronto. 
- s Dargli la baia. - e. mi, I - ' ct'r. I. :<: [1,5 e IO; III. I; IV. intr.; 
VI. t. - • Nobili. 



300 GIORNATA SESTA 



d'asino; et evvi tale che ha l'uno occhio più grosso che 
l'altro, e ancora l'un più giù che l'altro: sì come sogliono 
essere i visi che fanno da prima i fanciulli che apparano a 
disegnare. Per che, come già dissi, assai bene appare che 
Domenedio li fece quando apparava a dipignere: sì che 
essi sono più antichi che gli altri, e così più gentili. 

Della qual cosa, e Piero che era il giudice, e Neri che 
aveva messa la cena, e ciascun altro ricordandosi, e avendo 
il piacevole argomento dello Scalza udito, tutti cominciarono 
a ridere et affermare che lo Scalza aveva la ragione, e che 
egli aveva vinta la cena ; e che per certo i Baronci erano 
i più gentili uomini e i più antichi che fossero, non che in 
Firenze, ma nel mondo o in maremma. 

E imperciò meritamente Parafilo, volendo la turpitudine ' 
del viso di messer Forese mostrare, disse che stato sarebbe 
sozzo ad un de' Baronci. ' 



[La NOVELLA SETTIMA è narrata da Filostrato. — Il 
quale comincia : « Valorose donne, bella cosa è in ogni parte 
saper ben parlare; ma io la reputo bellissima quivi saperlo 
fare dove la necessità il richiede. Il che ben seppe fare una 
gentil donna, della quale intendo di ragionarvi, che non so- 
lamente festa e riso porse agli uditori, ma sé de' lacci di 
vituperosa morte disviluppò, come voi udirete ». — E narra 
d'una madonna Filippa da Prato, gentile e bella e di gran 
cuore, la quale, chiamata dal marito, Rinaldo de' Pugliesi, 
avanti al podestà, seppe perorare la sua disperata causa con 
tanta animosa e audace eloquenza, che non solamente scansò 
la pena, ma ottenne che i Pratesi presenti al giudizio mo- 
dificassero il crudele statuto che fino allora imperava, circa 
l'infedeltà delle mogli]. 3 



1 Deformità, bruttezza. — ■ Di questa novella non s'additano né 
fonti né riscontri. — 3 Non si conoscono racconti precedenti che pos- 
sano esser considerati come fonti di questa novella. La quale è stata 
imitata in francese da Nicholas de Troyea nel Grand Parangon des 
Nouvelles Noucelles, n. 110; e in tedesco, da Dietrich Mahrold, Rold- 
marsch Kaslen, 1608, che pone la scena ad Augsburg. Uno statuto 
simile a quello di Prato l'Ariosto afferma che esistesse in Scozia: «l'aspra 
legge di Scozia» (Orlando Furioso. IV. 59); sulla quale cfr. Rajna, 
Le fonti, p. 154 ss. 



NOVELLA OTTAVA .IDI 



NOVELLA OTTAVA. 

Fresco conforta la nepote ohe non ri specchi, se ^li spiacevoli, come 
dioeva, l'erano a yeder nojoai. 

La novella da Filostrato raccontata, prima con un poco 
di vergogna punse li cuori delle donne ascoltanti, e con 
onesto rossore oe'lor visi apparito ne dieder segno: e poi 
luna l'altra guardando, appena del ridere potendosi aste- 
nere, sogghignando quella ascoltarono. Ma poi che esso alla 
line ne fu venuto, la Reina, ad Emilia voltatasi, che ella 
seguitasse le 'inpose. La quale non altrimenti che se da 
dormir si levasse, soffiando,' incominciò: 

— Vaghe giovani, per ciò che un lungo pensiero molto 
di qui in' ha tenuta gran pezza lontana, per ubbidire alla 
nostra Reina, l'orse con molto minor novella che fatto non 
avrei se qui l'animo avessi avuto, mi passerò,-' lo sciocco 
error d'una giovane raccontandovi, con un piacevol motto 
corretto da un suo zio, se ella da tanto stata fosse che in- 
teso l'avesse. 

Uno adunque che si chiamò Fresco ; da Celatico, aveva 
una sua nepote chiamata per vezzi Ciesca; la quale, ancora 
che bella persona avesse e viso mon però di quegli angelici 
che già ' molte volte vedeinoi, sé da tanto e si nobile repu- 
tava, che per costume aveva preso di biasimare e uomini e 
donne e ciascuna cosa che ella vedeva, senza avere alcun 
riguardo a sé medesima. La quale era tanto più spiacevole, 
sazievole B e stizzosa che alcuna altra, che a sua guisa ninna 
cosa si poteva fare ; e tanto, oltre a tutto questo, era al- 
tiera, che se stata fosse de' Reali di Francia sarebbe stato 
soperchio. E quando ella andava per via, sì forte le veniva 
del cencio." che altro che torcere il muso non faceva, quasi 



9 'affando. VII. .">: «il geloso con la sua mula ventura soffiando 
s'andò a spogliare i panni del prete». — - LV. 5: «diliberò ili questa 
cosa, acciò ohe né a loro... alcuna infamia no seguisse, di /inssarxi ne 
tacitamente». — 'Fresco e aoooroiativo «li Francesco, come Oiesea di 
Francesca. — ' Ct'r. X, ó: « Già Dio non voglia... ohe io similmente non 
sia liberale del mio guiderdone». Stucchevole, noiosa. — 'A suo modo, 
in modo che l'accontentasse. — : Le veniva disgusto (li ciò che vedeva. 



302 GIORNATA SESTA 



puzzo le venisse di chiunque vedesse o scontrasse. Ora, la- 
sciando stare molti altri suoi modi spiacevoli e rincrescevoli, 
avvenue un giorno che essendosi ella in casa tornata là 
dove Fresco era, e tutta piena di smancerie ' postaglisi presso 
a sedere, altro non faceva che soffiare." Laonde Fresco do- 
mandando le disse : 

— Ciesca, che vuol dir questo, che essendo oggi festa, 
tu te ne se' cosi tosto tornata in casa ? 

Al quale ella, tutta cascante di vezzi, rispose: 

— Egli è il vero che io me ne sono venuta tosto, per 
ciò che io non credo che mai in questa terra :! fossero e uo- 
mini e temine tanto spiacevoli e rincrescevoli quanto sono 
oggi; e nou ne passa per via uno che non mi spiaccia come 
la mala ventura. E io non credo che sia al mondo terni uà a 
cui più sia nojoso il vedere gli spiacevoli che è a me; e per 
non vedergli, così tosto me ne son venuta. 

Alla qual Fresco, a cui li modi fecciosi ' della nepote di- 
spiacevan fieramente, disse: 

— Figliuola, se così ti dispiaccion gli spiacevoli come 
tu di', se tu vuoi viver lieta, non ti specchiare giammai ! 

Ma ella, più che una canna vana e a cui di senno pa- 
reva pareggiar Salamone, non altramenti che un montone 
avrebbe fatto, intese il vero motto di Fresco; 5 anzi disse 
che ella si voleva specchiai 1 come 1' altre. E così nella sua 
grossezza' si rimase, e ancor vi si sta. 7 



NOVELLA NONA. 



Guido Cavalcanti dice con un motto onestamente villania a certi ca- 
villici- fiorentini, li quali soprappreso l'aveano. 

Sentendo la Reina che Emilia della sua novella s'era di 
liberata, e che ad altri non restav'a dir che a lei, se non a 



'Leziosaggini. — * Sbuffare da annoiata. Più sii: « soffiando inco- 
minoiò ». — :i Citta. — ' Disgustosi. — => Intese quel motto, che era ve- 
ritiero, al modo che avrebbe fatto un montone: non ci capì nulla. — 
Ignoranza, scempiaggine. — 'Nessun indizio di fonti; e non pare 
che questa novella sia nemmeno stata imitata da altri. Il Manni (Istoria 



HOT BLLA NONA 303 



colui ohe per privilegio aveva il dir da Bezzo, 1 cosi a dir 

cominciò: 

— Quantunque, leggiadre donne, oggi mi Bieno da voi Btate 
tolte da due in .su" (lolle novelle delle quali io m'avea pen 

saio di doverne una due, nondimeno me n'è pure una ri 

masa da raccontare, nella conclusione della quale BÌ contiene 
un si fatto motto, che forse nou ci se n'è alcuno di tanto 

sentimento contato. 

Dovete adunque sapere che ne' tempi passati furono nella 
nostra città assai belle e iaudevoli usanze, delle quali oggi 

ninna ve n'è rìmasa, mercè dell'avarizia che in quella con 
hi ricchezze è cresciuta, la quale tutte l'ha discacciate. ; Tra 
le quali n' era una cotale, che in diversi luoghi per Firenze 
si radunavano insieme i gentili uomini delie contrade e fa 
cevano lor brigate di certo numero, guardando di mettervi 
tali che comportar potessono acconciatamente le spese; e 
oggi l'uno, doman l'altro, e così per ordine tutti mettevao 
tavola, ' ciascuno il suo di, a tutta la brigata. E in quella 
spesso volte onoravano e gentili uomini forestieri, quando 
ve ne capitavano, e ancora de' cittadini. E similmente si ve- 
stivano insieme ' almeno una volta l'anno, e insieme i dì 
più notabili cavalcavano per la città; e talora armeggiavano , 
<■ massimamente per le feste principali, o quaudo alcuna lieta 
novella di vittoria o d'altro fosse venuta nella città. Tra le 
quali brigate n'era una di messer Betto Brunelleschi, nella 
quale messer Betto e' compagni s' eran molto ingegnati di 
tirare Guido di messer Cavalcante de' Cavalcanti. E non 
senza cagione: per ciò che, oltre a quello che 1 " egli fu un 



liei Decameron*, p. *M39) si dà, al solito, molto da fare per rinvenire il 
rostrato storico «li essa; e riesce a Biadare un Fresco di Lamberto di 
Fresoohaldo, il quale «si fu un nobile e possente cittadino di questa 
patria, addì man dato per avi entura allenii «la ( lelatdco dal luogo ov'egli 
il più del tempo si soleva Btare, prima ohe passasse alle Bue cospicue 
oariohe ed impieghi -. Anzi. Boovre anche ima domina Checca, in un 
documento del 123L figlia d'un Guido Freecohaldi fratello di Fresco! 
— i L'essere ultimo a narralo. — Più che due. — ;i Così espressivo, 
003Ì profondo. — ' Cfr. Ini. VI, 71: « Superbia, invidia ed avarizia sono 
Le in- faville o' hanno i cuori accesi». — 'Avendo cura. — "Comoda- 
mente. — ' Facevano un eouvito. IX, 8: « spendo il mio in metter tavola 
e onorare i miei cittadini ►.—''Andavano insieme tutti vestiti alla .-i. 
foggia. — ' Giocavan d'armi nelle giostre e nei tornei. — '* Oltreché. 



304 GIORNATA SESTA 



de' migliori lòici ' che avesse il mondo, e ottimo filosofo na- 
turale (delle quali cose poco la brigata curava i, si fu egli 
leggiadrissimo e costumato, e parlante : uomo molto, e ogni 
cosa che far volle : e a gentile uom pertenente seppe meglio 
che altro uom fare ; e con questo * era ricchissimo, e a chie- 
dere a lingua 6 sapeva onorare cui nell'animo gli capeva 6 
che il valesse. Ma a inesser Betto non era mai potuto venir 
fatto d'averlo; e credeva egli co' suoi compagni che ciò av- 
venisse per ciò che Guido alcuna volta, speculando, molto 
astratto dagli uomini ' diveniva. E per ciò che egli alquanto 
tenea della opinione degli Epicùrii, 8 si diceva tra la gente 
volgare che queste sue speculazioni eran solo in cercare se 
trovar si potesse che Iddio non fosse. 

Ora avvenne un giorno, che essendo Guido partito d'Orto 
San Michele, e venutosene per lo corso degli Adimari in- 
huo a San Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino; 
essendo arche ' grandi di marmo che oggi sono in Santa Re- 
parata, e molte altre, intorno a San Giovanni "', et egli es- 
sendo tra le colonne del porfido ' ! che vi sono, e quelle ar- 
che e la porta di San Giovanni, che serrata era; messer 
Betto con sua brigata a cavai venendo su per la piazza di 
Santa Reparata, veduto Guido là tra quelle sepolture, dis- 
sero : 

— Andiamo a dargli briga! u 

E spronati i cavalli, a guisa d'uno assalto sollazzevole 
gli furono, quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra, e 
cominciarongli a dire : 



1 Ragionatori. Inf. XXVII, 123: « Tu non pensavi eh' io laico fossi ». 
— 9 - Facondo. VI, 3: «essendo allora una fresca e bella giovane e par- 
lante e di gran cuore». — 3 Vili, 3: «in ciascuna cosa che far voleva 
astuto e avvenevole ». — 4 Oltre a questo. — ■'• Quanto si può desi- 
derate, in sommo grado. — ° Chi reputava. VI, 6: « De' quali alcuni 
dicevano j;li liberti, e altri i Lamberti, e chi uno e chi un altro, se- 
condo che nell'animo ali eapèa ». — 1 Incurante degli uomini, quasi 
fuori del mondo. — - Epicurèi: i seguaci d'Epicuro « Che l'anima col 
corpo morta fauno», lnf. X, 14-5; e cfr. 63. — 9 Sepolture, avelli. — 
1 Essendo d* intorno a San Giovanni arche grandi, quelle che oggi 
sono in Santa Separata e molti- altre. Santa Reparata era dove è ora 
Santa Maria del Fiore. — "Di porfido. Altrove: la ghirlanda del- 
l'alloro, il mortaio della pietra, il vestimento del cuoio-, e Pura. X, 80: 
l'aquile dell'oro (che altri legge: nell'oro). — 12 Molestia. 



NovKLLA NONA 



— Guido, tu rifiuti d'esser «li nostra brigata; ma ecco, 
quando tu arai trovato che Iddio non sia, che avrai fatto? 

à.' quali Guido, da lor reggendosi chioso, prestamente 

disse : 

— Signori, voi mi potete, dire a casa vostra ciò che vi 

piace I 

K posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi 

ciano, si come colui che leggerissimo 1 era. prese un salto, 

e lussi pittato dall'altra parte, e sviluppatosi da loro, se 
ne andò Costoro rimaser tutti guatando I' un l'altro, e co- 
minciarono a dire che egli era uno smemorato , e che <|Uollo 
che egli aveva risposto non veniva a dir nulla, con ciò fosse 
cosa che quivi dove erano non avevano essi a far più che 
tutti gli altri cittadini, uè Guido meno che alcun di loro. 
Alli quali messer Botto rivolto, disse : 

— Gli smemorati siete voi, se voi non l'avete inteso. Egli 
ci ha onestamente e iu poche parole detta la maggior vil- 
lania del mondo. Per ciò che se voi riguardate bene, que- 
ste arche sono le case de' morti, per ciò che in esse si poi! 
gono e dimorano i morti; le quali egli dice che sono nostra 
casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e non 
litterati, siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini 
scienziati, peggio che uomini morti ; " e por ciò, qui essendo, 
noi siamo a casa nostra. 

Allora ciascuno intese quello che Guido aveva voluto dire, 
e vergognossi ; nò mai più gli diedero briga, e tennero per 
innanzi messer Betto sottile e intendente " cavaliere 



1 Agilissimo. — - Siliceo. — » Si pittò. — ' Sbalordito. II, 10: « io non 
sono sì amemorata che io non conosca clic voi siete messer Ricciardo». 
— Con liei garbo. — 8 Cfr. /*<''. HI. 64: «Questi sciaurati clic mai 
non far vivi ». — "Acuto, intelligente. I. 7: « Riesser Cane il quale in- 
tendenti signore era ». — * Betto Brunellesdii. come (iuido Cavalcanti, 
e personaggio storico. E da vedere ciò clic il Boccaccio medesimo 
ilice di Guido nel commento al o. X dell' Inferno. Benvenuto ila Imola, 
nel commento a Purg. XI, 97 (III, p. 314), riassume, anzi quasi traduce, 
la novella, pur senza menzionare qui il suo maestro e autore, dandolo 
valore storico. Il Petrarca, Rerum memorandarum, II. :'». mura una 
novelletta molto simile a questa, tacendone tuttavia protagonista Dino 
«la Firenze. {< Dinas quidam oonoivis incus, lini aetate nostra gratis- 
simae dioaoitatia adolésoens fuit »>. die si crede sia da identificare col 
celebre medico Dino del Garbo. Tassando Dino per un luogo sparso di 

20 



306 GIORNATA BB8TA 



NOVELLA. DECIMA. 

Fiate Cipolla promette a certi contadini di mostrare loro la penna 
dello agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, 
quegli dice esser di «inculi ohe arrostirono san Lorenzo. 

Essendo ciascuno della brigata della sua novella riuscito, ' 
conobbe Dioneo che a lui toccava il dover dire. Per la qual 
cosa, senza troppo solenne comandamento aspettare, imposto 
silenzio a quegli che il sentito 2 motto di Guido lodavano, 
incominciò: 

— Vezzose donne, quantunque io abbia per privilegio di 
poter di quel che mi piace parlare, oggi io non intendo di 
volere da quella materia separarmi della qual voi tutte avete 
assai acconciamente parlato; ma seguitando le vostre pedate, 
intendo di mostrarvi quanto cautamente con sùbito riparo 
uno de' frati di santo Antonio fuggisse uno scorno ebe da 
due giovani apparecchiato gli era. Né vi dovrà esser grave 
perchè io, per ben dire la novella compiuta, 3 alquanto in 
parlar mi distenda, se al sole guarderete il quale è ancora 
a mezzo il cielo. 

Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un Castel 
di Val D'Elsa posto nel nostro contado; il quale quantunque 
picciol sia, già di nobili uomini e d'agiati fu abitato. Nel 
quale per ciò che buona pastura vi trovava, usò un lungo 
tempo d'andare, ogn'anno una volta, a ricogliere le limosine 
fatte loro dagli sciocchi, un de' frati di santo Antonio, il cui 
nome era frate Cipolla: forse non meno per lo nome che per 
altra divozione vedutovi volentieri, con ciò sia cosa che quel 
terreno produca cipolle famose per tutta Toscana. Era que 
sto frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel 
viso, e il miglior brigante ' del mondo; e oltre a questo, 
niuna scienzia avendo, si ottimo parlatore e pronto era, che 



sepolcri, alcuni vecchi che ivi si trovavano a confahulare, lo provo- 
carono coi loro scherzi. Ed egli risposo: « Iniquum hoc certamen, vos 
ante domos vestras animosioree estis! Senio», chiosa il Petrarca, «sci- 
licet eoriitn et vieinae morti alludane». — 1 Spedito. — - Arguto. — 
Compiutamente. — ' Faceto, compagnone. Da brigala. 



NOVHI.I.A DKCIMA '.\()ì 

ehi conosciuto non l'avesse, non solamente un gran retorico 
l'avrebbe stimato, ina avrebbe detto esser Tallo medesimo o 
forse Quintiliano: ' e quasi di tutti quegli della contrada ora 
comparo o amico o benivoglicnte. 

Il quale, secondo la sua usanza, del mese d'agosto tra 
l'altre v' andò una volta. E una domenica mattina, essendo 
tutti i buoni nomini e lo femine delle ville dattorno venuti 
alla messa nella calonica, J quando tempo gli parve, fattosi 
Innanzi disse : 

— Signori o donne, come voi sapete, vostra usanza è di 
mandare Ogn 1 anno a' poveri del baron messer santo Au- 
tonio ! del vostro grano e delle vostro biade, chi poco e chi 
assai, secondo il podere ' e la divozion sua, acciò che il beato 
santo Antonio vi sia guardia do' buoi e degli asini e de' porci 
e delle pecore vostre; e oltre a ciò, solete pagare, e spe- 
zialmente quegli che alla nostra compagnia scritti sono, quel 
poco debito che ogn' anno si paga una volta. Alle quali cose 
ricogliere " io sono dal mio maggiore, ciò è da messer l'abate, 
stato mandato. E per ciò, con la benedizion di Dio, dopo 
nona, quando udirete sonare le campanelle, verrete qui di 
fuor della chiesa, là dove io al modo usato vi farò la predi- 
cazione," e bascerete la croce-, e oltre a ciò (per ciò che di- 
votissimi tutti vi conosco del baron messer santo Antonio i 
di speziai grazia vimosterrò* una santissima e bella reliquia, 
la quale io medesimo già recai dalle sante terre d'oltre mare : 
e questa è una delle penne dello àgnolo Gabriello, ' la quale 
nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne 
ad annunziare in Xazzaret. 

E questo detto, si tacque e ritornossi alla messa. 

Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli 
altri molti nella chiesa due giovani astuti molto, chiamato 
l'uno Giovanni del Bragoniera e l'altro Biagio Pizzini. Li 
quali poi che alquanto tra sé ebbero riso della reliquia di 



1 Le fnsiìhiiioncs erano tornate allora allora, nel 1350, alla luce, in 
un esemplare monco pervenuto nelle mani del Petrarca. — -Cano- 
nica, chiesa parrocchiale. — 'Anche Dante, senza onihra d'ironia o 
d'irriverenza, ehiuina barone san Pietro (Farad. XXIV, 115) e san Ja- 
copo (XXV, 17). — 'Il potere, le facoltà. — * Confraternita. — "Ri- 
scuotere. — ' La predica, il sermone. — ■ Cfr. I, 3: II. 5. 10; III, 1; IV, 
intr. ; VI. 1. li. - Cfr. ÌV.'J. 



308 GIORNATA SESTA 



frate Cipolla, ancora che molto fossero suoi amici e di sua 
brigata, seco proposero di fargli di ' questa penna alcuna 
beffa. E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava 
nel castello ; con un suo amico, come a tavola il sentirono, 
così se ne scesero alla strada, e all'albergo dove il frate era 
smontato se n'andarono con questo proponimento, che Biagio 
dovesse tenere a parole ' il fante di frate Cipolla, e Giovanni 
dovesse tra le, cose del frate cercare di questa penna, cliente ' 
che ella si fosse, e torgliele, per vedere come egli di questo 
fatto poi dovesse al popolo dire. 

Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni chia- 
mavano Guccio Balena, e altri Guccio Imbratta, e chi gli 
diceva Guccio Porco; 5 il quale era tanto cattivo,' che egli 
non è vero che mai Lippo Topo 7 ne facesse alcun cotanto. 
Di cui spesse volte frate Cipolla era usato di motteggiare 
con la siia brigata e di dire : — Il fante mio ha in sé nove 
cose tali che, se qualunque è l'ima di quelle fosse in Sala- 
mone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare 
ogni lor virtù, ogni lor senno, ogni lor santità. Pensate 
adunque che uom dee essere egli, nel quale nò virtù, né 
senno, né santità alcuna è, avendone nove! — Et essendo 
alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose, et 
egli avendole in rima messe, rispondeva : — Diròlvi. Egli 
è tardo, sugliardo B e bugiardo : nigiigente, disubbidente e 
maldicente: trascutato, '■' smemorato e scostumato ; senza che 
egli ha alcune altre taccherelle 10 con queste, che si taccioii 
per lo migliore. " E quello che sommamente è da ridere de' 
fatti suoi, è che egli in ogni luogo vuol pigliar moglie e tór 
casa a pigione ; e avendo la barba grande e nera e unta, ls 
gli par sì forte esser bello e piacevole, che egli s'avvisa che 
quante femine il veggono tutte di lui s'innamorino; et es- 
sendo lasciato, 13 a tutte andrebbe dietro perdendo la coreg- 



1 Circa. — 'Nel eentro * 1 ì Certaldo. — :ì Trattenere con discorsi. — 
'Quale. — "Questo fìncrin TmbraUa è già menzionato, in eattiva com- 
pagnia, nella novella IV, 7. Chiedo è accorciativo di Arriguccio. — 
Poco di buono e dappoco. II, 2: * Il fante di Rinaldo, vedendolo as- 
salire, come cattivo, ninna cosa al suo aiuto adoperò ». — "• Imbratta- 
tele proverbiale. — "Sudicio. Frane, sotallé — sporco: lat. suillue. — 
9 Trascurato. — '• Difettucci. — " Clic il tacere è hello. — '-Come i 
Cerbero dantesco, che ha « la barba unta ed atra » ilnf. VI, 16). — ' '■'■ Se 
gli si lasciasse fare. 



NOVKLLA DBCIMA 809 



già.' È il vero die egli m'è d'un grande ajuto, perciò che 

inai ninno non mi vuol sì segreto parlare, che egli non voglia 
la sua parte udire; e. se avviene che io d'aldina cosa sia 

domandato, ha sì gran paura clic io non sappia rispondere, 
che prestamente risponde egli sì e no, come giudica b! con 
venga l 

A costui, lasciandolo allo albergo, aveva frate Cipolla 
comandato che ben guardasse che alcuna persona non toc- 
casse le coso sue, e spezialmente lo sue bisacce, per ciò che 
in quelle erano le cose sacre. Ma (luccio Imbratta il quale 
era più vago di stare in cucina che sopra i verdi rami l'u- 
signuolo, e massimamente se l'ante vi sentiva minia, ' aven- 
done in lineila dell'oste una veduta grassa e grossa e pic- 
cola e mal fatta o con un pajo di poppe che parevan due 
ceston da letame, e con un viso che parea de' Baronci,' tutta 
sudata, unta e affamata, non alti-amenti che si gitta ' l'avol- 
tojo alla carogna, lasciata la camera di frate Cipolla e tutte 
le sue cose in abbandono, là si calò. E3 ancora che d'agosto 
fosse, postosi presso al fuoco a sedere, cominciò con costei, 
che Nuta aveva nome, ad entrare in parole e dirle che 
egli era gentile uomo per procuratore. *- e cho egli aveva 
de' fiorini più di millantanove, 6 senza quegli che egli aveva 
a dare altrui, che erano anzi più che meno, e che egli sa- 
peva tante cose fare e dire che dòmine pure unquanche. E 
senza riguardare ad un suo cappuccio sopra il quale era 
tanto untume che avrebbe coudito il calderon d'Altopascio, " 
e ad un suo farsetto rotto e ripezzato, o intorno al collo e 
sotto le ditella ' ' smaltato di sucidume, con più macchie e di 
più colori cho mai drappi fossero tartareschi o indiani," et 
alle sue scarpette tutte rotte, et alle calze sdrucite, le disse, 
quasi stato fosse il Siri di Castiglione, 1 -' che rivestir la voleva 



'Farebbe il cascamorto con tutte; gli cascherebbero i panni ili 
dosso, senz'av vedersene. — • Se fiutava che ci fosse qualche servetta. 
— 3 Cfr. VI, 5: «con viso piatto e rioagnato, che a qualunque de' Ba- 
ronci i»iò trasformato l'ebbe sarebbe stato sozzo »-. e VI, t>. — ' S'av- 
venta. — '' Accorciativo di Benvenuta. — " Intavolare conversa/ione. — 
' Autentico. —* VIII, 3: - Haooene più di millanta ». - > I monaci della 
badia d'Altopascio davano la minestra a molti poveri, due volte per 
settimana. — ' ' Ascelle. — u C'Ir. Inf. XVII, Iti 17 : « Coli più color, som- 
messe e sovrapposte Non fcr mai 'n drappo Tartari né Turchi »... — 
'*Cfr. Villani, XI, 142: * il Siri di Vaigliela »; XII, 92: «il Siri dellaValle». 






310 GIORNATA SESTA 



e rimetterla in arnese, ' e trarla di quella cattività ' di star 
con altrui, e senza gran possession d'avere :1 ridurla in ispe- 
ranza di miglior fortuna; e altre cose assai, le quali quan- 
tunque molto affettuosamente le dicesse, tutte in vento con- 
vertite, come le più delle sue imprese facevano, tornarono 
in niente. 

Trovarono adunque i due giovani Guccio Porco intorno 
alla Nuta occupato. Della qual cosa contenti, per ciò che 
mezza la lor fatica era cessata, 4 non contradicendolo alcuno, 
nella camera di frate Cipolla la quale aperta trovarono en- 
trati, la prima cosa che venne lor presa per cercare fu la 
bisaccia nella quale era la penna. La quale aperta, trova- 
rono, in un gran viluppo di zendado fasciata, una piccola cas- 
settina ; la quale aperta, trovarono in essa una penna di 
quelle della coda d' un pappagallo, la quale avvisarono do- 
vere esser quella che egli promessa avea di mostrare a' Cer- 
taldesi. E certo egli il poteva a quei tempi leggermente far 
credere, per ciò che ancora non erano le morbidezze 6 d'Egitto, 
se non in piccola parte, trapassate in Toscana, come poi in 
grandissima copia, con disfacimento di tutta Italia, son tra- 
passate. E dove che elle poco conosciute fossero, 6 in quella 
contrada quasi in niente erano dagli abitanti sapute; anzi, 
durandovi ancoi*a la rozza onestà deg - li antichi, non che ve- 
duti avesser pappagalli, ma di gran lunga mai uditi non gli 
avean ricordare. 7 Contenti adunque i giovani d'aver la penna 
trovata, quella tolsero, e per non lasciare la cassetta vota, 
vedendo carboni in un canto della camera, di quegli la cas- 
setta empirono; e richiusala, e ogni cosa racconcia come 
trovata avevano, senza essere stati veduti, lieti se ne ven- 
nero con la penna, e cominciarono ad aspettare quello che 
frate Cipolla, in luogo della penna trovando carboni, dovesse 
dire. 

Gli uomini e le femine semplici B che nella chiesa erano, 
udendo che veder doveano la penna dello àgnolo Gabriello 



1 Rassettarla. — -Miseria, vile condizione. Altrove è malvagità: 
IV. 10; V, 10. — 3 Benché ella non possedesse nulla. — "Non aveva 
l>iu luogo, era scansata. — Mollezze, effeminatezze. — ° Se mai in 
qualche parte di Toscana fossero un po' conosciute. — ' Nominare. — 
"Ignoranti e smaliziati. VII, 1: «tenendo egli del semplice». 



NOVKI.LA DKCIMA 811 



dopo nona, detta la messa, si tornarono a casa ; e dettolo l'un 
vicino all'altro e l'una comare all'altra, come desinato eb- 
bero ogn' nomo, ' tanti nomini a tante femine concorsono 
nei castello che a pena vi capèano, con desiderio aspettando 
ili veder questa penna. Frate Cipolla, avendo ben desinato 

e poi alquanto dormito, un poco dopo nona levatosi, e sen 

tendo la moltitudine grande esser venuta di contadini par 

dovere, la penna vedere, mandò ' a Quccia Imbratta ohe lassù 

con le campanelle venisse, e recasse le sue bisacce, n qual 

poi che con fatica dalla cucina e dalla Nllta si fu divelto, 

con le cose addimandate lassù n'andò. Dove ansando giunto, 

per ciò che il ber dell'acqua gli avea molto fatto crescere 
il corpo, per comandamento di frate Cipolla andatosene in 
su la porta della chiesa, forte incominciò le campanelle a 
sonare. Dove poi che tutto il popolo fu radunato, frate Ci- 
polla, senza essersi avveduto che niuna suacosafos.se stata 
mossa, cominciò la sua predica, e in acconcio de' fatti suoi 
disse, molte parole. 4 E dovendo venire al mostrar della penna 
dell'agnolo Gabriello, fatta prima con gran solennità la con 
Cessione, 6 fece accender duo torchi, o soavemente ' svilup- 
pando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio, fuori 
la cassetta ne trasse. E dette primieramente alcune paro- 
lette a laude e a commendazione dell'agnolo Gabriello e 
della sua reliquia, la cassetta aperse. La quale come piena 
di carboni vide, non sospicò' che ciò Guccio Balena gli avesse 
fatto, per ciò che noi conosceva da tanto, uè il maladisse 
del male, aver guardato che altri ciò non facesse; ma be- 
stemmiò tacitamente sé, che a lui la guardia delle sue cose 
aveva commessa, conoscendol, come faceva, negligente, di- 
subbidente, trascutato e smemorato. Ma non per tanto, senza 
mutar colore, alzato il viso e le mani al ciclo, disse si che 
da tutti fu udito : 

— Iddio, lodata sia sempre la tua potenzia I 
Poi richiusa la cassetta, e al popolo rivolto, disse : 

— Signori e donne, voi dovete sapere che essendo io 



1 Ognuno. — -Nella piazza avanti la chiesa. — 'Mandò dicendo. 

— i Per accomodar bene i l'alti suoi, per riuscire uri suo intento. 1,7: 
« Bergamino allora... in acconcio de' fatti suoi disse questo novella - 

— • Recitato il confìteor. — '■ Delicatamente. — ~ Non sospettò. 



312 . GIORNATA SESTA 



ancora molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in 
quelle parti dove apparisce il sole, 1 e fammi commesso con 
espresso comandamento che io cercassi tanto che io trovassi 
i privilegi del Porcellana;- li quali ancora che a boliar 
niente costassero, molto più utili sono ad altrui che a noi. 
Per la qual cosa messom'io per cammino, di Vinegia par- 
tendomi e andandomene per lo Borgo de' Greci, e di quindi 
per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni 
in Partane, donde, non senza sete, dopo alquanto pervenni 
in Sardigna. a Ma perchè vi vo io tutti i paesi cerchi ' da 
me divisando? 5 Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, 
in Truffìa e in Buffia, paesi molto abitati e con gran po- 
poli ; e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti 
de'nostri frati e d'altre religioni 7 trovai assai, li quali tutti 
il disagio andavan per l'amor di Dio schifando, 8 poco del- 
l'altrui fatiche curandosi dove la loro utilità vedessero se- 
guitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per 
que' paesi.' E quindi passai in terra d'Abruzzi, 1 ' 1 dove gli uo- 
mini e le femine vanno in zòccoli su pe' monti, rivestendo 



'Voleva dire: dove sorge! E l'equivoco è deguo proemio dello 
scombussolamento geografico che segue. — - Il Manni (p. 458) sup- 
pone che Guccio Imbratta sia da identificare con « quel frate Guccio, 
o per vero suo nome Arriguccio Agbinetti appellato frate Porcellana, 
che nel 1325 fu spedalingo dello Spedale di san Filippo detto del Por- 
cellana ». A questo spedale, col quale dunque i frati di santo Antonio 
aveano che fare, si dovrebbero riferire i privilegi del Porcellana \ — 
3 Queste città e reami così solennemente ricordati, non sono in realtà 
che contrade e luoghi di Firenze che hanno quel nome: via Vinegia, 
Borgo de' Greci, via del Garbo, via Baldracca, via Parione, la Sardigna 
fuori Porta di San Frediano, via San Giorgio. — 4 Visitati. — 5 Men- 
zionando. — ,; Il Bosforo. — ' Ordini. I, 1: « n'andarono a una religione 
di frati ». — 8 I, introd. : « li padri e le madri i figliuoli... di visitare 
e di servire schifavano ». — ° Qui diventa più che mai evidente il ri- 
chiamo all'invettiva dantesca contro quei predicatori, proprio del- 
l'ordine di frate Cipolla, che sballavano «motti» ed « iscede » (cfr. la 
conclusione del Decani.) al popolino credenzone (Parad. XXIX, 124-26): 

Di questo ingrassa il porco sant'Antonio, 
Ed altri assai che son peggio che porci, 
Pagando ili moneta senza conio; 

dove moneta senza conio = false indulgenze. — "' Cfr. VIII, 3: « Dun- 
que dèe egli essere più \h che Abruzzi! ». 



NOVBLLA Din IMA 313 

i porel «Ielle lor bnseochie i lesime; ' e poco più là trovai 

genti che portavano il pan nelle mazze e '1 vin nelle Bacca: 
da' quali alle montagne de Bachi pervenni, «love tutte l'acque 
corrono alla 'ngiù. E in breve tanto andai a dentro, che io 
pervenni mei infino in [ndia Pastinaca, là dove io vi giuro 

per lo adito che io porto addosso, che i' vidi volare i peli 
nati, ' cosa incredibile a chi non gli avesse veduti Ma di 
ciò non ini lasci mentire. Maso del Saggio, il «piale gran 
mercatante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva gusci 
a ritaglio. ' Ma non potendo quello che io andava cercando 
trovare, per ciò che da indi in là s*i va per acqua, indietro 
tornandomene, arriva: in quelle sante terre dove l'anno di 
state vi vale il pan freddo quattro denari e il caldo 7 v'è 
per niente. E quivi trovai il venerabile padre messer Xon- 
miblasinete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Jerusalem. 
Il quale, per reverenzia dello abito che io ho sempre por- 
tato del baron messer santo Antonio, volle che io vedessi 
tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva; e 
furon tante che, se io ve le volessi tutte contare, io non ne 
verrei a capo in parecchi miglia.' Ma pure, per non lasciarvi 
sconsolate, ve ne dirò d'alquante. Egli primieramente mi 
mostrò il dito dello Spirito Santo, cosi intero e saldo come 
fu mai; e il ciuffetto del Serafino che apparve a san Fran- 
cesco; e una dell'unghie de' Cherubini; e una delle coste 
del Verbumcaro fatti alle finestre; ' e de' vestimenti della 
Santa Feccattolica: e alquanti de' raggi della stella che ap- 
parve a' tre Magi in oriente; e una ampolla del sudore di 
san Michele quando combattè col Diavolo ; e la mascella 
dalla morto di san Lazzaro ; et altre. E per ciò che io li- 
beramente gli feci copia ' " delle piagge di Monte Morello in 
volgare e d'alquanti capitoli del Caprezio, li quali egli lun- 
gamente era andato cercando, mi fece egli partefice " delle 



1 Fiucinlo salsicce. — ■ Il pane a ciambelle infilato Dei bastoni e il 
vino messo Degli otri. — : Nientemeno che iufino. Cfr. VII. 10: « K 
eoine Barei io in mei ohi, se io fossi perdnto .' ». Mei è mi riempitivo 
sonoro, enfatico. — ■ Gioca sull'equivoco tra pennati = coltellacci 
ailuuelii per potare, 6 pennuti = pennuti, uccelli. — Cfr. Vili, '■'>: e 
Sacchetti, 93. — Al minuto. — "Non il pan calila, ma il calilo del- 
l'cstnte'. — B III, 9: < www parecchi belle e caie gioie lionate -. — ' Stor- 
piatura (li factum est. — >' Equivoco: donai o copiai} — " Partecipe. 
Anche in III. 1: *partefici divennero «lei podere di Masetto». 



'U4 GIORNATA SESTA 



sue sante reliquie, e donommi uno de' denti della Santa 
Croce, e in una ampolletta alquanto del suono delle cani 
pane del tempio di Salamone, e la penna dell'agnolo Ga- 
briello della quale già detto v'ho, e l'un de' zòccoli di san 
Gherardo da Villamagua, 1 il quale io, non ha molto, a Fi- 
renze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha gran- 
dissima divozione; e diedemi de' carboni co' quali fu il bea- 
tissimo martire san Lorenzo arrostito. Le quali cose io tutte 
di qua con meco divotameute recai, e holle tutte. E il vero 
che il mio maggiore 2 non ha mai sofferto 1 che io l'abbia 
mostrate, infine a tanto c"he certificato non s'è se desse 4 sono 
(» no. Ma ora che per certi miracoli fatti da esse, e per let- 
tere ricevute dal Patriarca, fatto n'è certo, m'ha conceduta 
licenzia che io le mostri; ma io temendo di fidarle altrui, 
sempre le porto meco. Vera cosa è che io porto la penna 
dell'Agnolo Gabriello, acciò che non si guasti, in una cas- 
setta, e i carboni co' quali fu arrostito san Lorenzo in un'altra; 
le quali son sì smaglianti l'una all'altra, che spesse volte mi 
vien presa l'ima per l'altra; e al presente m'è avvenuto. Per 
ciò che credendomi io qui avere arrecata la cassetta dove 
era la penna, io ho arrecata quella dove sono i carboni. Il 
quale io non reputo che stato sia errore ; anzi mi pare esser 
certo che volontà sia stata di Dio, e che egli stesso la cas- 
setta de' carboni ponesse nelle mie mani, ricordandom'io pur 
testé 6 che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì. E 
per ciò volendo Iddio che io, col mostrarvi i carboni co' quali 
esso fu arrostito, raccenda nelle vostre anime la divozione 
che in lui aver dovete, non la penna che io doveva, ma i 
benedetti carboni spenti dallo omor " di quel santissimo corpo 
mi fé' pigliare. E per ciò, figliuoli benedetti, trarrètevi i cap- 
pucci e qua divotamente v'appresserete a vedergli. Ma prima 
voglio che voi sappiate che chiunque di questi carboni iu 
seguo di croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro 
che fuoco noi toccherà che non si senta. 

E poi che così detto ebbe, cantando una laude di san Lo- 



1 Sacchetti, 101: «diventò di fresco o colorito, quasi inagrissimo e 
pallido, o andava onesto, die parca san Gherardo da Villamagna, es- 
sendo tenuto santo >. -- -Superiore, l'abate. — 'Permesso. — 'Esse 
proprio. — r ' Soltanto ora. — c Umore, grasso liquefatto. 



NOVELLA UKCIMA 815 



ronzo, aperse la cassetta <• mostrò i carboni. Li quali poi che 
alquanto la stolta moltitudine ebbe con anuniraaione reve 
rentemente guardati, eoo grandissima calca tutti s'appressa 
vano a frate Cipolla, e migliori offerte «laudo che usati non 
erano, che con essi gli dovesse toccare il pregava ciascuno. 
Per la qua! cosa frate Cipolla recatisi questi carboni in mano, 
sopra li lor camisciottì bianchi é sopra i farsetti e sopra li 
veli delle donne cominciò a tare, le maggior croci che vi ca 
pèvano, affermando flit- tanto quanto essi scemavano a far 

(lucile croci, poi ricrescevano nella cassetta, si come egli 
molte, volte avea provato. E in cotal guisa, non senza BUS 
grandissima utilità, avendo tutti crociati i Certaldesi, per 
presto accorgimento fece coloro rimanere scherniti, che, lui, 
togliendogli la penna, avevan creduto schernire. LI quali 
stati alla sua predica, e avendo udito il nuovo riparo preso 
da lui ', e quanto da lungi fatto si l'osse e con che parole, 
avevan tanto riso che eran creduti smascellare. E poi chi- 
partito si fu il vulgo, a lui andatisene, colla maggior festa 
del mondo ciò che fatto avevan irli discoprirono, e appresso* 
gli renderono la sua penna; la quale l'anno seguente gli 
valse non meno che quel giorno gli fosser valuti i carboni . 

Questa novella porse igualmente a tutta la brigata gran 
dissimo piacere e sollazzo, e molto per tutto fu riso di fra Ci 
polla, e. massimamente del suo pellegrinaggio, e delle reliquie 
così da lui vedute comi' recate La quale la Reina sentendo 
esser finita, e similmente la sua signoria, levata in pie, la 
corona si trasse, e ridendo la mise in capo a Dioneo; e dis 



MI mugolar rimedio escogitato «la lui. — -Dopo. —'Anche di 
questa novella s'è affermato ehe abbia le suo origini remote, molto 
remoto, nel remoto Oriente. Il Bkni-kv (.Pantschalantra, I. 106 la 
metto in rapporto colla novella sanscrita Kalh&manjari n In pirla 
delle novelle', la quale <"'• anolie inserita, con alcune modificazioni, nel 
Qukasaptali (trad. da lì. Schmidt, Stuttgart, 1899), ."'2' notte. Ma la 
somiglianza si limita al « presto accorgimento » «li un ambasciatore 
nell'esoogitare una spiegazione accetta al Re cui era inviato, del rin- 
venimento d'un pizzico di cenerò, invece di gioielli, nel cofanetto che 
i;li presentava in nome del suo signore. Il Lahdao [p. 92) addita anche 
nel Talmud una storia dello stesso genere: l'ambasciatore degli Ebrei 
Naohum Gamsi, cui aon rullati per via i gioielli ohe recava all'im- 
peratore romano, gli dà a intendere ohe la tetra che ora e nel cofa- 
netto sia miracolosa e presa dalla tomba di Abramo. 



316 



GIORNATA SESTA 



— Tempo è, Dioneo, che tu alquanto pruovi che carico 
sia l'aver donne a reggere e a guidare. Sii dunque Re; e 
si fattamente ne reggi, che del tuo reggimento nella fine ci 
abbiamo a lodare. 

Dioneo, presa la corona, ridendo rispose: 

— Assai volte già ne potete aver veduti, io dico delli re 
di scacchi, troppo più cari che io non sono; e per certo, se 
voi m'ubbidiste come vero re si dèe ubbidire, io vi farei 
goder di quello senza il che per certo niuna festa compiu- 
tamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole : io reggerò 
come io saprò. 

E fattosi, secondo il costume usato, venire il siniscalco, 
ciò che a fare avesse quanto ' durasse la sua signoria ordi- 
natamente gì 'impose; e appresso disse: 

— Valorose donne, in diverse maniere ci s'è della umana 
industria" e de' casi varj ragionato; tanto che se donna Li- 
cisca 3 non fosse poco avanti qui venuta, la quale con le sue 
parole m'ha trovata materia a' futuri ragionamenti di domane, 
io dubito che io non avessi gran pezza penato a trovar tèma 
da ragionare. Ella, come voi udiste, disse che vicina non 
avea che pulcella ' ne fosse andata a marito ; e soggiunse che 
ben sapeva quante e quali beffe le maritate ancora facessero 
a' mariti. Ma lasciando stare la prima parte, che è opera fan- 
ciullesca, reputo che la seconda debbia essere piacevole a 
ragionarne. E per ciò voglio che domane si dica, poi che 
donna Licisca data ce n'ha cagione, delle beffe le quali o 
per amore o per salvamento di loro le donne hanno già fatte 
a' lor mariti, senza essersene essi avveduti o no. 

Il ragionare di sì fatta materia pareva ad alcuna delle 
donne che male a loro si convenisse, e pregavanlo che mu- 
tasse la proposta già detta. Alle quali il Re rispose: 

— Donne, io conosco 5 ciò che io ho imposto, non meno 
che facciate voi ; e da imporlo non mi potè istòrre 3 quello 
che voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale 



1 Per tutto il tempo che. — z II, 10: « di ehi alcuna cosa molto di- 
siderata con industria acquistasse ». — 3 Gir. VI, 4 : « donna Brunetta », 
che era «una feminetta della contrada». — 4 II, 3: «e pulcella parti- 
tami da casa mia, al Papa andina che mi maritasse » ; Pury. XX, 31-2: 
« della larghezza Che fece Niccolao &\la pulcelle ». — B Mi rendo conto. 
— 6 Distogliere. 






Novki.I.a DBOUCA .'117 

che, guardandosi e gli aomlni e le donne d'operai disunì' 
statuente, ogni ragionare è conceduto. Or non sapete voi 
(■tu- per la perversità di questa stagione, gli giudici hanno 

lasciati i tribunali; le leggi, cosi le, divine come le umane, 
tacciono; e ampia licenzia per conservarla vita è conceduta 
a ciascuno? Perche, se alquanto s'allarga 1 la vostra onestà 
nel favellare, non per dovere nelle opere mai alcuna cosa 
sconcia seguire, ma per dare diletto a voi e ad altrui, non 
veggo con che argomento da concedere* vi possa nello av 
venire riprendere alcuno. < >ltro a questo, la nostra brigata, 
dal primo dì infino a questa ora stata onestissima, per cosa 
che detta ci si sia. non mi pare che in atto alcuno si sia 
maculata, né si maculerà collo ajuto di Dio. Appresso, chi 
è colui che non conosca la vostra onestà? La quale, non eh 'e 
ragionamenti sollazzevoli, ma il terrore della morte non creilo 
che potesse smagare '. E a dirvi il vero, chi sapesse che voi 
vi cessaste 1 da questo ciance ragionare alcuna volta, forse 
auspicherebbe ' che voi In ciò foste colpevoli, e per ciò ra- 
gionare non ne voleste. Senza che voi mi fareste un bello 
onore, essendo io stato ubbidente a tutti, et ora avendomi 
vostro re fatto, mi voleste " la legge porre in mano ", e di 
quello non dire che io avessi imposto. Lasciate adunque 
intesta suspizione ° più atta a' cattivi animi che a' vostri, e 
con la buona ventura " pensi ciascuna di dirla bella. 

Quando le donne ebbero udito questo, dissero che così 
fosse come gli piacesse. Per che il Re per infino ad ora di 
cena di fare il suo piacere diede licenzia a ciascuno. Era 



1 Si lascia andare : allarga il treno. Cfr. Introd.: «ne nel bere e 
nell'altre dissolazidni allargandosi». — * Plausibile. — 3 Sgomentare. 
Pura. X. 106-7: «Non vo' però, lettor, clic tu li smaghi l>i buon uro- 
)>oiii iiiciit o » ; XXVII. 101-5: «Ma mia suora Rachel mai non si smaga 
l>al suo miraglio»; Parad. III. "ti: « Quasi oom'uom cui troppa voglia 
smaga ». — ' Vi asteneste. VI, 7: « pur non potendo a issare >li doman- 
darla ili quello che apposto l'era». — b Bazzecole, inezie. IX. ó: « fac 
cemlosi talvolta dare... quaudo un pettine d'avorio, e quando una 
borsa, e quando un coltellino, e ootali ciance...». — ' Sospetterebbe. 
II. !>: «vedendo! ridere, suspicò non costui... l'avesse raffigurato». — 

Se mi voleste. — - Dettar la legge. Questi del Decamerone eran re 
assolutil — "Sospetto sinistro. X. 8: «Chi avrebbe Tito senza alcuna 
suspicione fatto ferventiasimo a concedere la sorella a Gisippo...)» — 

Alla buon'ora. 



3 I - GIORNATA SESTA 



ancora il sol molto alto, per ciò che il ragionamento era stato 
brieve; per che, essendosi Dioneo con gii altri giovani messo 
a giucare a tavole,' Elisa, chiamate l'altre donne da una parte, 
disse : 

— Poi che : ' noi fummo qui, ho io disiderato di menarvi 
in parte assai vicina di questo luogo, dove io non credo che 
mai alcuna fosse di voi, e chiàmavisi La valle delle donne; ne 
ancora vidi tempo da potervi quivi menare, se non oggi, sì 
è alto ancora il sole. E per ciò se di venirvi vi piace, io non 
dubito punto che quando vi sarete non siate contentissime 
d'esservi state. 

Le donne risposono che erano apparecchiate. E chiamata 
una delle lor fanti, senza farne alcuna cosa sentire a' gio- 
vani, si misero in via; ne guari più d'un miglio furono an- 
date, che alla Valle delle donne pervennero. Dentro dalla 
quale per una via assai stretta, dall'una delle parti della 
quale un chiarissimo fiumicello correva, entrarono ; e vìderla 
tanto bella e tanto dilettevole, e spezialmente in quel tempo 
che era il caldo grande, quanto più si potesse divisare \ E 
secondo che alcuna di loro poi mi ridisse, il piano che nella 
valle era cosi era ritondo come se a sesta ' fosse stato fatto, 
quantunque artificio della natura e non manual paresse, et 
era di giro poco più che un mezzo miglio, intorniato di sff 
montagnette di non troppa altezza, e in su la sommità di 
ciascuna si vedeva un palagio quasi in forma fatto d'un bel 
castelletto. Le piagge 5 delle quali montagnette così digra- 
dando giù verso '1 piano discendevano, come ne' teatri veg- 
giamo dalla lor sommità i gradi infino all'infimo venire suc- 
cessivamente ordinati, sempre ristrignendo il cerchio loro/' 
Et erano queste piagge, quante ' alla plaga del mezzogiorno 



1 Cfr. III. introd. ; VI, introd. — 2 Dal giorno che. — 3 Immaginare. 
Fiammetta, V: « ed ili cotal guisa, con quante maniere di gioia si 
possono divisare, la calda parte del giorno trapassano ». — ' Colle seste, 
col compasso. Teseide, VII, 109: «Nel mezzo aveva un pian ritondo a 
sesta*. — "I pendii. Inf. I. 29: II, 62: VII, 108: Amelo: «dalle sue 
pianure si leva un fruttuoso monto. ... nelle piagge del quale... surgeva 
uno folto bosco ». — r ' Cfr. Teseide, VII, 108-10: « Poco era fuori della terra 
-itn Il teatro ritondo, eh» girava Un miglio... Nel qual scalee in cer- 
chio si movieno, E credo in più di cinquecento giri. Insiuo all'alto del 
muro salieno Con gradi larghi per pettina miri ». — 7 Tutte quelle che. 



NOVKI.I.A DKCI.MA 319 

ne. riguardavano, tutte 'li vigne, d'ulivi, di mandorli, «lì ci 
riegi, «li fichi e d'altre maniere assai d'alberi fruttiferi piene. 
sema spanna perdersene. Quelle le 'inali il carro di tra 
montana' guardava, tutte eran di boschetti di quereiuoli, di 
frassini e d'altri alberi verdissimi e ritti, quanto più esser pò 

teano. il piano appresso . senza aver più entrate clic quella 
donde le donne venute v'erano, era pieno d'abeti, di cipressi 
d'allori, e d'alcuni pini sì ben composti e si bene ordinati, 
come so qualunque è ili ciò il migliore artefice gli avesse 
piantati: e fra essi poco sole o niente, allora che egli era 
alto, entrava infino al suolo, il quale, era tutto un prato d'erba 
minutissima e piena di fiori porporini e d'altri. E oltre a 
questo, quel che non meno di diletto che altro porgeva, era 
un finmicello, il qual d'una delle valli che due di quelle 
montagnette dividoa, cadeva giù per balzi di pietra viva, e 
cadendo faceva un tumore ad udire assai dilettevole, e spriz- 
zando pareva da lungi ariento vivo che d'alcuna cosa pre 
muta minutamente sprizzasse; e come giù al piccol pian per- 
venia, così quivi in uu bel canaletto raccolto infino al mezzo 
del piano velocissimo discorreva, e ivi faceva un picciol la- 
ghetto, quale talvolta per modo di vivajo fanno ne' lor giar- 
dini i cittadini che di ciò hanno destro. 1 Et era questo laghetto 
non più profondo che sia una statura d'uomo infino al petto 
lunga; e senza avere in sé mistura alcuna', chiarissimo il 
suo fondo mostrava esser d'una minutissima ghiaia, la qual 
tutta, chi altro non avesse avnto a fare, avrebbe, volendo, 
potuta annoverare. Né solamente nell'acqua vi si vedeva il 
fondo riguardando, ma tanto pesce in qua e in là andar di- 
scorrendo, che oltre al diletto era una maraviglia. Né da altra 
ripa era chiuso che dal suolo del prato, tanto d'intorno a quel 
più bello, quanto più dell'umido sentiva di quello. L'acqua 
la quale alla sua capacità soprabbondava", un altro cana- 
letto riceveva % per lo qual fuori del valloncello uscendo, 
alle parti più basse se ne correva. 



1 La costellazione, l'Orsa maggiore. — -Clic seguiva. — : Comodità, 
opportunità. I. 1": «quando a pie e quando a cavallo, secondo che pia 
il destro fili venia»: IV. 5: «pervenuti in un Iuoìxo molto solitario e 
rimoto, veggendosì il decfro, Lorenzo uooiBono » ; V,6: « sì per l'ombra 
e sì per lo destro d'una fontana... ». — «Cfr. Puri/. XXVIII . 
«Tutte l'acque ohe son di qua più monde, Panieno avere in si mistura 
alcuna... ». — 5 Che traboccava. — ' Era ricevuta da uu altro canaletto. 



320 GIORNATA SESTA 



In questo adunque venute le giovani donne, poi che per 
tutto riguardato ebbero e molto commendato il luogo, essendo 
il caldo grande, e vedendosi il pelaghetto ' davanti e senza 
alcun sospetto d'esser vedute", diliberaron di volersi bagnare. 
K comandato alla lor fante che sopra la via per la quale quivi 
s'entrava dimorasse * e guardasse se alcun venisse e loro 
il facesse sentire, tutte e sette si spogliarono et entrarono in 
esso; il quale non altrimenti li lor corpi candidi nascondeva, 
che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro. Le quali 
essendo in quello, uè per ciò alcuna turbazion d'acqua na- 
scendone, cominciarono come potevano ad andare in qua in 
là di dietro a' pesci, i quali male avevan dove nascondersi, 
e a volerne con esse le mani ' pigliare. E poi che in così 
fatta festa, avendone presi alcuni, dimorate furono alquanto, 
uscite di quello, si rivestirono, e senza poter più commendare 
il luogo che commendato l'avessero, parendo lor tempo da 
dover tornar verso casa, con soave passo ', molto della bel- 
lezza del luogo parlando, in cammino si misero. E al pa- 
lagio giunte ad assai buona ora, ancora quivi trovarono i 
giovani giucando dove lasciati gli avieno. Alli quali Pam- 
pinea ridendo disse : 

— Oggi vi pure abbiam noi ° ingannati ! 

— E come?, disse Dioneo; cominciate voi prima a far 
de' fatti che a dir delle parole? 

Disse Pampinea : 

— Signor nostro, si! 

E distesamente gii narrò donde venivano, e come era fatto 
il luogo, e quanto di quivi distante, e ciò che fatto avevano. 
Il Re udendo contare 7 la bellezza del luogo, disideroso di 
vederlo, prestamente fece comandar la cena. La qual poi che 
con assai piacer di tutti fu fornita/ li tre giovani colli lor 



1 II « picciol laghetto» descritto dianzi. VII, 10: «e lungo al pela- 
ghetto a tavola postisi». — - IV, 3: «essa molto più di lui desiderava 
di poter con lui esser senza sospetto*; «potendola egli scn~a alcun so- 
spetto ad ogni suo piacere avere »; IV, 7: « acciò che quivi più ad agio 
r con men sospetto potessero essere insieme ». E ofr. JTnf. V, 129: « Soli 
eravamo e senza alcun sospetto ». — 3 Si fermasse. — 4 Con solo le mani. 
— "■ Pian piano. VI. 2: « e fattolo soavemente portare a casa ». — ° Vi 
abbiam pure oggi. — 7 Descrivere. — 8 Compiuta; come più giù, ■« for- 
nita la carola ». 



tgOVKIJ,A DECIMA 321 

famigliari, 1 lasciate le donne; se n'andarono a questa ralle; 
et ogni cosa considerata . non essendovene ale-uno di loro 
stato mai più : , quella per una delle belle cose, del mondo 
lodarono. E poi che bagnati si furono e rivestiti, per ciò che 

troppo tardi BJ faceva, tornarono a casa: dove, trovarono le 
donne che facevano una carola ad un verso che facea ' la 
Fiammetta; e con loro, fornita la carola, entrati in ragio- 
namenti della Valle delle donne, assai di bene e di lode ne 
dissero. Por la qual cosa il Re, fattosi venire, il siniscalco, 
»li comandò che la seguente mattina là facesse che fo 
apparecchiato, e portatovi alcun letto,' se. alcun volesse o 
dormire o giacersi di meriggiana °. Appresso questo, fatto 
venire do' lumi e vino e confetti, e alquanto riconfortatisi, 
comandò che ogn'uomo fosse in sul ballare 7 . E avendo per 
suo volere Panatilo una danza presa, il Ilo rivoltatosi verso 
Klisa, le disse piacevolmente: 

— Bella giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, 
et io il voglio questa sera a te fare della canzone; e per ciò 
una fa che ne dichi, qual più ti piace. 

A cui Elisa sorridendo rispose, che volentieri ; e con soave 
voce cominciò in cotal guisa : 

Amor, s'i' posso uscir de' tuoi artigli, 
A pena creder posso 
Che alcun altro oncia mai più mi pigli. 

Io entrai giovinetta en la 8 tua guerra, 
Quella credendo somma e dolce pace, 
E ciascuna mia arine posi in iena. 
Come sicuro ohi si fida face 
Tu, disleal tiranno, aspro e rapace 
Tosto mi fosti addosso 
Con le tue armi e co' crude' roncigli. ' 

Poi, Circondata delle tue catene, 

A quel che nacque per la morte mia. 
Piena d'amare lagrime e di pene 



1 Domestici. — : Osservata. — :ì Mai prima d'allora. I, 7: « e vera- 
mente mai pia clic ora per te da avarizia assalito non fui». — J Sul 
motivo di una canzonetta clic cantava. Verso Min le parole e il dolse 
sono della ballata. Gfr. Fila Nuova, 12. — Canapè, tettuccio. II, 8: «e 
postosi... con lei sopra un Iettò in una camera... a sedere ». — '"' Nell'ora 
del meriggio. — 7 S'apparecchiasse a ballare. — 8 In la, nella. — 9 Un- 
cini. Cfr. Tnf. XXI. 71 e 75 (arroncigliarmi); XXII, 71. 

.'1 



322 GIORNATA 8HSTA 

* 



Presa mi desti, et liaiumi in sua balìa; 
Et è sì l'i'inla la sua signoria, 
Chi- giammai nou I' ha mosso 
Sospir né pianto alcun che m'assottigli. 

Li prieghi miei tutti glieli porta il vento, 
Nullo n'ascolta, né ne vuole udire: 
Per che ogn'ora cresce '1 mio tormento, 
Onde '1 viver ru'e noja, uè so morire. ' 
Deh dolgati, signor, del mio languire, 
Fa tu quel ch'io non posso: 
Daluii legato dentro a' tuoi vincigli. - 

Se questo far non vuogli, almeno sciogli 
I legami aunodati da speranza. 
Deh io ti priego, signor, che tu vogli! 
Che se tu '1 fai, ancor porto fidanza 
Di tornar bella qual fu mia usanza, 3 
Et il dolor rimosso, 
Di bianchi fiori ornarmi e di vermigli. 

Poi che con un sospiro assai pietoso Elisa ebbe alla sua 
canzon fatto fine, ancor che tutti si maravigliasse! 1 di tali 
parole, niuuo per ciò ve n'ebbe che potesse avvisare ' che 
di così cantar le fosse cagione. Ma il Re che in buona tem- 
pera era B , fatto chiamar Tindaro, gli comandò che fuor traesse 
la sua cornamusa ; al suono della quale esso fece fare molte 
danze. Ma essendo già molta parte di notte passata, a ciascun 
disse ch'andasse a dormire. 



1 Cfr. l'altra ballata del Boccaccio: «Non so qual io mi voglia, O 
viver o morir, per minor doglia ». — - Legami, vincoli. — 3 Come so- 
levo essere. Purg. XXXIII, 128: «come tu se' usa». — 4 Avvedersi, 
indovinare. — '•• Di buon umore. Cfr. Purg. XV, 102-3: « E il signor 
mi parea, benigno e mite, Risponder lei con viso temperalo». 



FINISCE LA SESIA GIORNATA DSL DECAMERON: INCOMINCIA 
LA SBTTIMA, NELLA QUALE, SOTTO IL KEUUIMENTO DI 
DIONEO, Si RAGIONA DELLE BEPPI, LB QUALI, PER 
AMQBB <) PER SALVAMENTO OI LORO, LE DONNE BABBO 
GIÀ EATTE A' SUOI MARITI, SENZA ESSERSENE AVVEDUTI, 

o si. 



Ogni stella era già delle, parti d'oriente fuggita, se non 
quella sola la qual noi chiamiamo Lucifero, che ancor luceva 
nella biancheggiante aurora, quando il siniscalco levatosi, 
con una gran salmerìa ' n'andò nella Valle delle donne, per 
quivi disporre ogni cosa secondo l'ordine e il comandamento 
avuto dal suo signore. Appresso alla quale andata, non stette 
guari a levarsi il Re, il quale lo strepito de' caricanti e delle 
bestie aveva desto ; e levatosi, fece le donne e' giovani tutti 
parimente levare. Né ancora spuntavano li raggi del sole ben 
bene, quando tutti entrarono in cammino ; né era ancora lor 
paruto alcuna volta tanto gaj amente cantar gli usignuoli e 
gli altri uccelli quanto quella mattina pareva: da' canti de' 
quali accompagnati, infino nella Valle delle donne n'anda- 
rono, dove da molti più ricevuti, parve loro che essi della 
lor venuta si rallegrassero. Quivi intorniando quella, e ri- 
proveggendo tutta da capo ', tanto parve loro più bella che 
il di passato, quanto l'ora del di era più alla bellezza di 
quella conforme. E poi cho col buon vino e con confetti eb- 
bero il digiun rotto, acciò che di canto non fossero dagli uc- 
celli avanzati ', cominciarono a cantare, e la valle insieme 
con esso loro, sempre quelle medesime canzoni dicendo che 
essi dicevano: alle quali tutti gli uccelli, quasi non volessero 
esser vinti, dolci e nuove note aggiugnevauo. Ma poi che 
l'ora del mangiar fu venuta, messe le tavole sotto li vivaci 
allori e gli altri belli arbori, vicine al bel laghetto, come al 
Re piacque, così andarono a sedere ; e mangiando, i pesci 
notar vedean per lo lago a grandissime schiere : il che, come 



1 Cusso e bagagli. II. :ì: « eoa molta famiglia e con grau talmerìa*. 
— s Uccelli. — ' Nuovamente girandola e riguardandola in tutti i 
sensi. — * Superati, vinti. 



324 GIORNATA SETTIMA 



di riguardare, così talvolta dava cagione di ragionare. Ma 
poi che veunta fu la fine del desinare, e le vivande e le ta- 
vole furon rimosse, ancora più lieti che prima, cominciarono 
a cantare. Quindi, essendo in più luoghi per la piccola valle 
fatti letti, e tutti dal discreto siniscalco di sarge francesche ' 
e di capoletti - intorniati e chiusi, con licenza del Re, a cui 
piacque, si potè andare a dormire; e chi dormir non volle, 
degli altri lor diletti usati pigliar poteva a suo piacere. Ma 
venuta già l'ora che tutti levati erano, e tempo era da ri- 
ducersi ' a novellare; come il Re volle, non guari lontano al 
luogo dove mangiato aveano, fatti in su l'erba tappeti di- 
stendere, e vicini al lago a seder postisi, comandò il Re ad 
Emilia che cominciasse. 

La qual lietamente così cominciò a dir, sorridendo: 



NOVELLA PRIMA. 

Gianni Lotteringhi ode di notte toccar l'uscio suo: desta la moglie, 
et ella gli fa accredere che egli è la fantasima; vanno a incantare 
con una orazione, e il picchiar si rimane. 

— Signor mio, a me sarebbe stato carissimo, quando 
stato fosse piacere a voi, che altra persona che io avesse a 
cosi bella materia, com' è quella di che parlar dobbiamo, dato 
cominciamento ; ma poi che egli v'aggrada che io tutte l'altre 
assicuri 4 , et io il faro volentieri. E ingegnerommi, carissime 
donne, di dir cosa che vi possa essere utile nell'avvenire, 
per ciò che se così son l'altre come io paurose, e massima- 
mente della fantasima, la quale sallo Iddio che io non so 
che cosa sia né ancora alcuna trovai che '1 sapesse, come 
che tutte ne temiamo igualmente, a quella cacciar via, quando 
da voi venisse, notando bene la mia novella, potrete una 
santa e buona orazione e molto a ciò valevole apparare. 

Effli fu s'ià in Firenze nella contrada di San Brancazio 
uno stamaiuolo ", il qual fu chiamato Gianni Lotteringhi, 
uomo più avventurato nella sua arte che savio in altre cose, 



1 Stoffe leggiere dipinte, secondo la moda francese. — ' Cortine. — 
3 Raccogliersi. X, 6: «non si volle altrove che sotto le braccia del re 
Carlo riducere». — * Rassicuri, incoraggi. — 'Lanaiuolo. Vili, 2: «o 
vuogli un frenello, o vuogli una bella fetta di stame ». 



N"\ OLLA PRIMA .'J2"> 



per dò che tenendo egli del Bempllce ', era molto spesso fatto 
Capitano de' Landesi ili Santa Maria Novella, et aveva a 
ritenere la scuola loro :( , et altri eoo l'atti oficietti aveva as 
sai sovente; di che egli molto da più ' si teneva. E ciò gli 
avvenia per ciò clic egli molto spesso, sì crune agiato uomo. 
dava di buone pietanze a' (rati. Li quali, per ciò che qual 
calze e qnal cappa e quale scapolare ne traevano spesso, 
gì 'insegnavano di buone orazioni, e darangli il "paternostro 
in volgare, e la canzone di smito Alesso, e il lamento ili san 
Bernardo, e la landa di donna Matelda, e cotali altri cian- 
cioni . li quali egli aveva molto cari, e tutti per la salute 
dell'anima sua se gli serbava molto diligentemente. Ora a- 
vcva costui una bellissima donna e vaga per moglie, la quale 
ebbe nome monna Tessa ', e fu figliuola di Mannuccio da la 
Cuculia, savia e avveduta molto. 

[« La quale, conoscendo la semplicità del marito », ordinò 
con una sua fante che Federigo di Neri Pegolotti, « il quale 
bello e fresco giovane era, le venisse a parlare ad un luogo : 
molto bello che il detto Gianni aveva in Camerata % al quale 
ella si stava tutta la state». E poi ordinarono insieme] che 
egli ognindì ', quando andasse o tornasse da un suo luogo 
che alquanto più su era, tenesse mente in una vigna la quale 
allato alla casa di lei era, et egli vedrebbe un teschio d'a- 
sino in su un palo di quegli della vigna. Il quale quando 
col muso vòlto vedesse verso Firenze, sicuramente e senza 
alcun fallo so ne venisse a lei, e se non trovasse l'uscio a- 
perto, pianamente picchiasse tre volte, et ella gli aprirebbe; 
e quando vedesse il muso del teschio vòlto verso Fiesole, 



I Ingenuo, bonario. VI, 10: «gli uomini e le l'emine semplici ohe 
nella chiesa erano». — 'Superiore, priore della confraternita laica 
dei Laudesi, che cantavano laudi. — :ì Aveva L'ufficio d'attendere a 
elie la loro Scuola, i loro esercizi, procedessero con disciplina. — 
1 Di molto maggior valore, di maggiore importanza. Vili, 7: «che io 
lio trovata donna da molto piò die tu non se' ». — " Baie, scioccherie. 
Cfr. Panni. XXIX. 109-10: «Non disse Cristo al suo primo convento: 
Andate, e predicate al inondo rimici- ! ». — * Accorciativo <li Contesta. 
Cfr. Vili, 3. t>: IX, 3. — : Una villa. I. introd.: «a' nostri luoghi in 
contado... ce ne andassimo ;i stale »: I. 7: « forse a sei miglia ad un 
suo luogo»; II. 7: «ad un suo bellissimo /'/■«/". che poco «lì fuori 
della città... aveva ». — - cfr. IX. 5. — ' t'usi spesso anche in G. Vil- 
lani: VII, 13, 16 ecc. 



326 GIORNATA SETTIMA 



non vi venisse, per ciò che Gianni vi sarebbe. E in qu 
maniera faccende molte volte insieme si ritrovarono. Ma 
tra l'altre volte una avvenne, che dovendo Federigo cenar 
con monna Tessa, avendo ella fatti cuocere due grossi cap- 
poni, avvenne che Gianni, che venir non vi doveva, molto 
tardi vi venne. Di che la donna fu molto dolente, et egli et 
ella cenarono un poco di carne salata che da parte aveva 
fatta lessare. Et alla fante fece portare, in una tovagliuola 
bianca i due capponi lessi e molte uova fresche e un fiasco 
di buon vino, in un suo giardino, nel quale andar si potea 
senza andar per la casa, e dov'ella era usa di cenare con 
Federigo alcuna volta ; e dissele che a pie d'un pèsco che era 
allato ad un pratello, quelle cose ponesse. E tanto fu il cruccio 
che ella ebbe, che ella non si ricordò di dire alla fante che tanto 
aspettasse che Federigo venisse, e dicessegli che Gianni v'era 
e che egli quelle cose dell'orto prendesse. Per che andatisi 
ella e Gianni alletto, e similmente la fante, non stette guari 
che Federigo venne e toccò una volta pianamente la porta. 
La quale sì vicina alla camera era, che Gianni incontanente 
il senti, e la donna altressì ; ma acciò che Gianni nulla su- 
spicar ' potesse di lei, di dormire fece sembiante. E stando 
un poco, Federigo picchiò la seconda volta. Di che Gianni 
maravigliandosi, punzecchiò un poco la donna, e disse: 

— Tessa, odi tu quel ch'io? E' pare che l'uscio nostro 
sia tocco. 

La donna che molto meglio di lui udito l'avea. fece vista 
di svegliarsi, e disse : 

— Come di', eh? 

— Dico, disse Gianni, ch'e' pare che l'uscio nostro sia 
tocco. 

Disse la donna: 

— Tocco? Oimè. Gianni mio, or non sai tu quello ch'egli 
è? Egli è la fantasima, della quale io ho avuta a queste 
notti la maggior paura che mai s'avesse; tale, che come io 
sentita l'ho, ho messo il capo sotto, né mai ho avuto ardir 
di trarlo fuori si ! è stato di chiaro. 



1 II, 9: « vedendol ridere, sus2>icò non costui in alcuno atto l'avesse 
raffigurato »: VI, 10: « forse auspicherebbe die voi in ciò -foste colpe- 
voli ». — " Sino a che. 



NOYKU.A l'KIMA 



I Ksse allora Gianni : 

— Va. donna, non aver patirà se ciò è, che io dissi dianzi 
il Te luci* e la 'ntemerctta ' e tante altre bnone orazioni, 
quando al letto ci andammo, e anche segnai il letto di canto 
in canto al nome il<-l Padre del Figlio e dello Spirito Santo, 
che temere non ci bisogna, che ella non ci può. per potere 
ch'ella abbia, nuocere . 

La donna, acciò che Federigo per avventura altro so- 
spetto non prendesse e con lei si turbasse : , diliberò del tutto 
di dovorsi levare e di fargli sentire che Gianni v'era. K disse 
al marito: 

— Bene sta. tu di tue parole, tu '; io per ine non mi terrò 
mai salva né sicura se noi non la 'ncantiamo, poscia che 
tu ci se'. 

Disse Gianni : 

— come s'incanta ella? 
Disse la donna : 

— Ben la so io incantare; che l'altrìeri, quando io andai 
a Fiesole alla perdonatila 5 , una di quelle romite, che è, 
Gianni mio, pur la più santa cosa che Iddio tei dica per me, 
vedendomene cosi paurosa, m'iusegnò una santa e buona 
orazione, e disse che provata l'avea pili volte avanti che ro- 
mita fosse, e sempre l'era giovato. Masallo Iddio che io non 
avrei mai avuto ardire d'andare sola a provarla ; ma ora che 
tu ci se', io vo' che noi andiamo ad incantarla. 

Gianni disse che molto gli piacea. E levatisi, se ne ven- 
nero amenduni pianamente all'uscio; al quale ancor di fuori 
Federigo, già sospettando, aspettava. E giunti quivi, disse 
la donna a Gianni : 

— Ora sputerai, quando io il ti dirò. 



' Cfr. II, 2: « Bone è il vero che io U80... il Dirupisti la 'ntcme- 
rala <• il Deprofundi, che Bono... di grandissima virtù ». — - Cfr. Inf. 
VII, l-">: « Non ti miccia La tua paura, ohe, podei oh'egli abbia... ». — 
9 S'adirasse. II, 3: «sì si turbarono ohe, se in altra parte stati fossero, 
ayrebbono ad Alessandro l'atta villania ». — ' VI. introd.: «credi tn 
Baper i>in di me, tu?»: VII, 4: «egli dice appunto che io ho fatto ciò 
che io creilo clic egli abbia tatto egli»; VII, 8: «e poscia che io gli 
perdono io, gli perdonate voi altressì »: VII, 9: «ohe io il ti so dire 
io». — : IV, 7: «e dato a vedere al padre, una domenica dopo man- 
giare, ohe andar voleva nìlu perdonarne! a San Qallo ». — ' Efficace. 



GIORNATA SETTIMA 



Disse Gianni: 

— Bene. 

E la donna cominciò l'orazione, e disse: 

— Fautasima, fantasima che di notte vai. a coda ritta ci 
venisti, a coda ritta te n'andrai. Va nell'orto a pie del pèsco 
grosso, troverai unto bisunto e cento cacherelli della gallina 
mia ; pon bocca al fiasco e vatti via, e non far male né a 
me né a Gianni mio. 

E così detto, disse al marito: 

— Sputa, Gianni I 

E Gianni sputò. E Federigo che di fuori era e questo 
udiva, già di gelosia uscito, con tutta ' la malinconia, aveva 
si ìrran voglia di ridere che scoppiava, e pianamente, quando 
Gianni sputava, diceva: 

— I denti ! 

La donna poi che in questa guisa ebbe tre volte incan- 
tata la fantasima, al letto se ne tornò col marito. Federigo 
che con lei di cenar s'aspettava, non avendo cenato e a- 
vendo bene le parole della orazione intese, se n'andò nel- 
l'orto; e a pie del pèsco grosso trovati i due capponi e '1 
vino e l'uova, a casa se ne gli portò, e cenò a grande 
ag-io.... 

Vera cosa è che alcuni dicono che la donna aveva 
ben vòlto il teschio dello asino verso Fiesole, ma un lavo- 
ratore, per la vigna passando, v'aveva entro dato d'un ba- 
stone e fattoi girare intorno intorno, et era rimaso vòlto verso 
Firenze, e per ciò Federigo, credendo esser chiamato, v'era 
venuto, e chela donna aveva fatta l'orazione in questa guisa: 
— Fantasima, fantasima, vàtti con Dio % che la testa dell'a- 
sino non vols'io, ma altri fu, che tristo il faccia Iddio, et io 
son qui con Gianni mio; — per che, andatosene, senza al- 
bergo e senza cena era rimaso. Ma una mia vicina, la quale 
è una donna molto vecchia, mi dice che l'una e l'altra fu 
vera, secondo che ella aveva, essendo fanciulla, saputo ; ma 
che l'ultimo non a Gianni Lotteringhi era avvenuto, ma ad uno 
che si chiamò Gianni di Nello, che stava in porta San Piero, :ì 



1 Non ostante. IX, 1: «ma con tutta la maraviglia, rise assai del 
veder gittar giuso Alessandro». — 2 VI, introd.: «Ben lo diceva io: 
natii con Dio; credi tu saper più di me tu?». — - 1 Cfr. VI, 3. 



N'OVKI.I.A PRIMA 



imi no Bofftcente lavai L 1 che fosse Gianni Lotteringhi. 

E per ciò, donne mie care, nella vostra elezione sta «li tórre 
qua! più vi pince delle «lue. o volete amendnne. Elle hanno 
grandissima virtù a cosi fatte cose, come per esperienzia a 
veto udito: apparatele, e potrawi ancor giovare . 

[La NOVELLA SECONDA è narrata da Filostrato. - 
Che comincia: — Egli non è ancora guari che ili Napoli un 
povero uomo preso, per moglie una bella e vaga giovinetta 
chiamata Peronella; et esso con l'arte sua. che era mora 
tore, et ella Blando, guadagnando assai sottilmente ', la lor 
vita reggevano come potevano il meglio ». Abitavano nella 
contrada molto solitaria " che Avorio si chiama ». Della Pe- 
ronella s'invaghì « un giovane de' leggiadri » ', chiamato 
Giannello Strignario. 11 giorno che ricorreva * la festa di 
santo Galeone ». e non si lavorava, costui tu costretto, Be 
volle scampare, prima di nascondersi in un doglio, e poi di 
comperarlo per sette gigliati , e portarselo a casa] ' . 

[La NOVELLA TERZA è raccontata dall'Elisa. — La 
quale comincia: — «Voi dovete sapere che in Siena ' fa già 



1 SofficenU insigne. Vili, 9; «ai lasciò due Buoi toffieenti disce- 
poli», /.tiranti - dappoco. Bacchetti, 72: «questo vescovo lavaci 
— - Il Landau [Die Quellen, 323] vedrebbe una lontana somiglianza 
tra questa novella e un fabliau, a cni è stato dato il titolo Lt rem 
unni: ma in verità i due racconti appaiono affatto diversi. Anche 
scorgerebbe uhm somiglianza oon un antico canto svedese pubblicato 
dall' A i/ki.iis. Polkssagen tutti Volkelieder aus Schweden, Leipzig 1843, 
[1,279. — Scarsamente. — 'Galanti. Più giù: € ohe egli ci son de' ben 
leggiadri clic uraniano e voglionmi lune». IX. 8: «piccoletto della 
persona, leggiadro molto e più pulito ohe una mosca»; e Dante oanz. 
Pnscitt ch'Amor...'. « Per donneare a guisa ili leggiadro*. — 5 I fiorini 
d'oro con l'impronta del .niiilio. — ' Questa novella è meglio die imi- 
tata, tradotta, daAY Arino d'oro di Apuleio, IX, 5. Tra' primi Be ne 
accorse il Castblvj uhi, Putiteti d'Aristotele, Basilea 1576, p. 216. V. 
anche L. :>i Francia, Alcune novelle del Dietim., nel Qiorn. 8lor. ti. leti. 
iiti!.. XLIV. :ì bs.; e D. db Maria, Dell'Asino d'ero di Apuleio e tit 
i-urie une imita», nella nostra leder., Roma 1901. 17 ss. Qualcuno volle 
Boorgere una somiglianza pur tra essa il favolello Le evu>ier\ ma in 
verità la somiglianza va poco più oltre del titolo. Cfr. B&dire, Le» 
fabliaux, 158. Fu imitata dal La Fontaine, Le euvier, e dal Seroambi, 

elle inedite, n. 99. — " La semplicità e quasi goffaggine < ì < -i Saneai 
è anche vivacemente canzonata nella nov. 10* ili questa medesima 
a, irnata. 



330 GIORNATA SETTIMA 



un giovane assai leggiadro ' e d'orrevole famiglia, il quale 
ebbe nome Rinaldo » . Pel troppo amore che portava a una 
sua vicina e comare e « assai bella donna», chiamata ma- 
donna Agnesa, che non voleva saper di lui, o per altra ra- 
giono, addivenne che Rinaldo « si rendè frate, e chente che 
egli vi trovasse la pastura 2 , egli perseverò in quello. E av- 
venga che egli alquanto, di que' tempi che frate si fece, 
avesse dall'un de' lati posto l'amore che alla sua cornar por- 
tava, e certe altre sue vanità, pure in processo di tempo, 
senza lasciar l'abito, se le riprese, e cominciò a dilettarsi 
d'apparere ! , e di vestir di buon panni, e d'essere in tutte 
le sue cose leggiadretto e ornato, e a fare delle canzoni e 
de' sonetti e delle ballate, % a cantare, e tutto pieno d'altre 
cose a queste simili. Ma che dico io di frate Rinaldo nostro, 
di cui parliamo? Quali son quegli che così non facciano? 
Ahi vitupero del guasto mondo ! Essi non si vergognano d'ap- 
parir grassi, d'apparir coloriti nel viso, d'apparir morbidi 4 
ne' vestimenti e in tutte le cose loro; e non come colombi, 
ma come galli tronfj, colla cresta levata, pettoruti procedono. 
E ch'è peggio — lasciamo stare d'aver le lor celle piene 
d'alberelli 5 di lattovari ■ e d'unguenti colmi, di scatole di 
varj confetti ' piene, d'ampolle e di guastadette 8 con acque 
lavorate e con olj, di bottacci ■ di malvagia e di greco e 
d'altri vini preziosissimi traboccanti, in tanto che non celle 
di frati ma botteghe di speziali o d'unguentarj 10 appaiono più 
tosto a' riguardanti. — essi non si vergognano che altri 
sappia loro esser gottosi ; e credonsi che altri non conosca 
e sappia che i digiuni assai, le vivande grosse " e poche, e 
il viver sobriamente faccia gli uomini magri e sottili e il più 



1 II, 8: « era il più leggiadro e il più dilicato cavaliere che a que- 
gli tempi si conoscesse »; IV, 7: « una giovane assai bella e leggiadra 
secondo la sua condizione». — - VI. 10: «per ciò che buona pastura 
vi trovava, usò un lungo tempo d'andare a ricogliere le limosine ». — 
• Far bella figura. — ' Molli. III. 10: « quantunque Amore i lieti pa- 
lagi e le morbide camere più volentieri ebe le povere capanne abiti ». 
— '- Vasetti. — a Manteche. — " Pasticcini. — 8 Caraffe. IV, 10: « gli 
venne nella finestra veduta questa guastada d'acqua, la quale il mo- 
dico per lo 'nfernio aveva fatta». — ° Fiaschi. IX, 8: «datogli un bol- 
laccio di vetro». — l0 Profumieri. — "Grossolane. Vita di Dante: 
« li dilieati |cibi| lodava, e il più si pasceva de' grossi». 



NOVELLA TERZA 331 



■ pure Infermi ne fanno, non almeno di g 'in- 

fermano, alle quali si suole per medicina dare la castità e 
ogni altra cosa a \it;i di modesto frate appartenente. K • 
donsi che altri non conosca, oltr'a la sotti! vita . I<> vigilie 
lunghe e il disciplinarsi dover gli uomini pallidi e afflitti 
rendere ; e che né san Domenico uè san Francesco, senza 
aver quattro cappe per uno, non di tintillani né d'altri panni 
gentili, ma di lana grossa fatti e di naturai colore, a cac 
ciar il freddo e non ad apparerò, si vestissero. Allo quali 
cose Iddio provegga, come all'anime de' semplici che gli 
nutricano fa bisogno 

Ridiventato inondano e audace, frate Kinaldo, se volle 
scampare da una brutta avventura, dovè farsi credere in 
cantatore dei vèrmini nei bambini. E porgendo il fanciullo, 
suo figlioccio, al compare, gli dice: 

— « Tenete il vostro figliuolo per la grazia di Dio sano, 
dove io credetti, ora fu ', che, voi noi vedeste vivo a vespro; 
e farete di far porre una statua di cera della sua grandezza, 
a laude di Dio, dinanzi alla figura di messer santo Ambruo- 
gio, per li meriti del quale Iddio ve n'ha fatta grazia. 

Il fanciullo veggendo il padre, corse a lui e fecegli festa, 
come i fanciulli piccoli fanno. Il quale recatoselo in braccio, 
lagrimando, non altramenti che della fossa il traesse, il co- 
minciò a basciare. e a render grazie al suo compare che 
guerito gliele avea ». Inoltre, « fece venire di buon vini e 
di confetti ? , e fece onore al suo compare e al compagno. 
Poi con loro insieme uscito di casa, gli accomandò a Dio; 
e senza alcuno indugio fatta fare la imagine di cera, la mandò 
ad appiccare coll'altre dinanzi alla figura di santo Ambruogio, 
ma non a quel di Melano »]. s 



1 La maggior parte non gottosi. Introd. : «essi il più... inferma- 
vano». — -11 viver parcamente. — s III, 4: «digiunava e disciplina- 
rusi'. — ' Panni fini, la cui lana si tingeva prima ili tesserla.— II. 
ti: e sempre a' suoi cavriuoli avendo amore, e radendogli nutricare*. 
— ° Vi fu un momento ohe io credetti. — ' II, 4: « cou alquanto di 
buon vino e di confetto il riconfortò»; II. 10: «convenne ohe con 
vernaccia e con confetti ristorativi... nel mondo si ritornasse *: V, 
introd.: «con ottimi vini e con confetti il leggiere affanno avuto fé' 
ristorare ». — ' Di questa novella non si son saputi scovare prece- 
denti ne additare vere e proprie imitazioni. Sconfortato della inanità 



332 GIORNATA SETTIMA 



[La NOVELLA QUARTA è narrata dalla Lauretta. — 
La quale, dopo un piccolo preambolo sulle maravigliose forze 
dell'Amore (,« Amore, chenti'e quali sono le tue forze! 
chenti i consigli e clienti gli avvedimenti ! Qual filosofo, 
quale artista mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare quegli 
accorgimenti, quegli avvedimenti, quegli dimostramenti 
che fai tu subitamente a chi seguita le tue orme !... »), così 
comincia : 

— « Fu già in Arezzo un ricco uomo il quale fu Tofano 
nominato. A costui fu data per moglie una bellissima donna, 
il cui nome fu monna Ghita 1 , della quale egli, senza saper 
perchè, prestamente divenne geloso. Di che la donna avve- 
dendosi prese sdegno, e più volte avendolo della cagione 
della sua gelosia addomandato, né egli alcuna avendone sa- 
puta assegnare se non cotali generali e cattive, cadde nel- 
l'animo 2 alla donna di farlo morire del male del quale sanza 
cagione aveva paura » . Tra' « costumi cattivi » di Tofano 
era pur quello di bere « infino ali 'inebbri arsi »; e la moglie 
« non solamente gliele cominciò a commendare, ma artata- 
mente a a sollicitarlo a ciò molto spesso », e « quando bene 
ebbro il vedea, messolo a dormire » , usciva di casa. Tofano 
finì coli 'accorgersi dell'inganno; e una sera, senza avere il 
dì bevuto, « mostrandosi il più ebbro uomo e nel parlare e 
ne' modi che fosse mai » , si lasciò mettere a letto, in attesa]. 

E come la donna non vi sentì, così si levò, e andatosene 
alla sua porta, quella serrò dentro, e posesi alle finestre, 
acciò che tornare vedesse la donna e le facesse manifesto 
che egli si fosse accorto delle maniere sue. E tanto stette 
che la donna tornò. La quale tornando a casa e trovatasi 



pur delle sue curiose ricerche storiche, il Manni (p. 472 ss.) è costretto 
a concludere: « Chi verrà dopo di noi, a guisa di coloro che viaggiali 
di notte, appressandosi la luce del giorno, andrà di punto in punto 
meglio scoprendo e discerneudo le cose, che ora sono oscure ». Speria- 
molo! — ' Come altrove è monna JErmellina, 111,7; monna Giovanna, 
V, 9; monna Nonna, VI, 3; monna Sismonda, VII, 8; monna. Mita, 
VII. 10; monna Belcolore, Vili, 2... Ghita = Margherita. — 2 I, 7: 
«incontanente gli corse nello animo un pensier cattivo»; IX, 6: «e 
cadetegli ne l pensiero di trovar modo... »: « e come nell'animo </li venne, 
così sanza indugio mandò ad effetto ». — 3 Ad arte, astutamente. II, 
9: «et artatamente prese con costui una stretta dimestichezza». 



NOVKLLA QUARTA 






Berrai! «li fuori, fu oltre modo dolente, e cominciò a tentare 
se per forse potesse l'uscio aprile. Il che poi che Tofano 
alquanto ebbe sofferto, disse: 

— Donna, tu ti fatichi invano, per ciò che qua entro 
non potrai tu tornare. Va, tornati ' là dove infino ad ora 
se' stata; e abbi per certo che tu non ci tornerai inai, intìno 
a tanto che io di questa cosa, In presenza de' parenti tuoi 
e de' vicini, te n'avrò fatto quello onore che ti si conviene. 

La donna lo 'ncominciò a pregar per l'amor di Dio che 
piacer gii dovesse d'aprirle, per ciò che ella non veniva donde 
s'avvisava, ma da vegghiare con una sua vicina, per ciò 
che le notti eran grandi ' et ella non le poteva dormir tutte, 
né sola in casa vegghiare. 

Li prieghi non giovavano alcuna cosa, per ciò che quella 
bestia ' era pur disposto a volere che tutti gli Aretin sapes- 
sero la lor vergogna, laddove niuu la sapeva. La donna 
veggeudo che il pregar non le valeva, ricorse al minacciare; 
e disse : 

— Se tu non m'apri, io ti farò il più tristo uom che viva. 
A cui Tofano rispose: 

— E che mi puoi tu fare ? 

La donna, alla quale Amore aveva già aguzzato co' suoi 
consigli lo 'ngegno. rispose : 

— Innanzi che io voglia sofferire la vergogna che tu mi 
vuoi fare ricevere a torto, io mi gitterò in questo pozzo che 
qui è vicino; nel quale poi essendo trovata morta, ninna 
persona sarà che creda che altri che tu per ebbrezza mi 
v'abbia gittata. E così, o ti converrà fuggire e perder ciò 
che tu hai et essere in bando, o converrà che ti sia tagliata 
la testa, si come a micidial ' di me che tu veramente sarai 
stato. 

Per questo parole niente si mosse Tofano dalla sua sciocca 
opinione. Per la qual cosa la donna disse : 



1 Cfr. VII, 3: « aspettali, io voglio vedere se tu vi puoi andare». 
— - Lunghe. — 3 Cfr. IX, 6: « Egli mente bene per la gola;... e tu se' 
una bestia clie gli credi». — 'Uccisore. II, 6: «a volere nella sua 
vecchiezza della figliuola divenir micidiale»; II, 9: « non volere dive- 
nire micidiale di chi mai non t'offese »; III, 5: «e potrete e->ser detta 
di me micidiale >\ Vili. 7: «a' Micidiali dannati dalla ragione». 



334 GIORNATA SETTIMA 



— Or ecco, io non posso più sofferire questo tuo fastidio. 
Dio il ti perdoni! Farai riporre questa mia ròcca che io la- 
scio qui. 

E questo detto, essendo la notte tanto oscura che appena 
si sarebbe potuto veder l'un l'altro per la via, se n'andò la 
donna verso il pozzo, e presa una grandissima pietra che a 
pie del pozzo era, gridando Iddio perdonami, la lasciò ca- 
dere entro nel pozzo. La pietra giugnendo nell'acqua fece 
un grandissimo romore ; il quale come Tofano udì, credette 
fermamente che essa gittata vi si fosse. Per che presa la sec- 
chia colla fune, subitamente si gittò di casa per ajutarla, e 
corse al pozzo. La donna che presso all'uscio della sua casa 
nascosa s'era, come vide correre al pozzo, così ricoverò in 
casa e serrossi dentro, e andossene alle finestre e cominciò 
a dire: 

— Egli si vuole inacquare quando altri il bee, non po- 
scia la notte. 

Tofano udendo costei, si tenne scornato, e toi-nossi all'u- 
scio; e non potendovi entrare, le cominciò a dire che gli 
aprisse. Ella lasciato stare il parlar piano come infino allora 
aveva fatto, quasi gridando cominciò a dire : 

— Alla croce di Dio ', ubriaco fastidioso, tu non c'enterrai - 
stanotte ! Io non posso più sofferire questi tuoi modi : egli 
convion che io faccia vedere ad ogn'uomo chi tu se', e a 
che ora tu torni la notte a casa. 

Tofano d'altra parte, crucciato, le 'ncominciò a dir villa- 
nia e a gridare. Di che i vicini sentendo il romore, si le 
varono, e uomini e donne, e fecersi alle finestre e doman- 
darono che ciò fosse. La donna cominciò piangendo a dire : 

— Egli è questo reo uomo :i , il quale mi torna ebbro la sera 
a casa o s'addormenta per le taverne, e poscia torna a que- 
sta otta 4 . Di che io avendo lungamente sofferto e non 
giovandomi, non potendo più sofferire, negli ho voluta fare 
questa vergogna, di serrarlo fuor di casa, per vedere se egli 
se ne ammenderà. 



1 VII, 8: «che. alla croce di Dio, io ti sviserei»; «alla croce di 
Dio, cotesto non si vorrebbe fare »; VII, G e IX, 6: « al corpo di Dio ». 
— - Cl'r. II, 5: «Chi enterrà dentro?... Come non v'ènterraiì». — 
3 VII, 8: « Ove se' tu, rea feuiina! ». — * Vili, 8: « è egli otta di de- 
sinare? ». 



Noym.i.a QUARTA 



Tofano bestia ' il 'altra parte diceva come il fatto era stato. 
e minacciavala forte. La donna co' suol vicini diceva: 
— Or vedete che uomoegli èl Che direste voi ae lo fossi 

nella via corno è egli, ot egli fosse in casa come sono ioV 
In fé di Dio, che io dubito che voi non credeste che egli 
dicesse il vero! Ben potete a questo conoscere il senno suo. 
Egli dice appunto che io ho fatto ciò che io credo che egli 
abbia fatto egli • Egli mi credette spaventare col gittare non 
so che nel pozzo; ina or volesse Iddio che egli vi si 1< 
glttato da dovevo e affogato, si che egli il vino il quale egli 
di sopovchio ha bevuto si fosse molto bene inacquato. 

I vicini, e gli uomini e le donne, cominciato a riprender 
tututti Tofano, e a dar la colpa a lui, e a dirgli villania di 
ciò che contro alla donna diceva ; e in brieve tanto andò il 
vomove di vicino in vicino, che egli pevvenne indilo a' pa- 
renti della donna. Li quali venuti là, e udendo la cosa e da 
un vicino e da altvo, presero Tofano e diedergli tante busse 
che tutto il ruppono. Poi andati in casa, presero le cose 
della donna, e con lei si ritornarono a casa loro : , minac- 
ciando Tofano di peggio. Tofano veggendosi mal parato ' e 
che la sua gelosia l'aveva mal condotto, sì come quegli che 
tutto '1 suo ben voleva alla donna, ebbe alcuni amici mez- 
zani *, e tanto procacciò che egli con buona pace viebbe la 
donna a casa sua. Alla quale pvomise di mai più non esser 
geloso, e oltre a ciò le die licenza che ogni suo piacer fa- 
cesse, ma sì saviamente che egli non se ne avvedesse. E 
cosi, a modo del villan inatto, dopo danno fé' patto ; e viva 
Amore, e muoja Soldo e tutta la brigata! 



" ('ir. Inf. XXIV. 125-6: « Son Vanni Fucci Bestia». E VII, 9: «e 
di (iiu'ste o d'ogni altra cosa ti parlerò io..: ma tu sei una bestiai -: 
VI, introil.: « Vedi bestia d'uom ohe ardisce a parlare prima dime!»; 
« Ed è ben sì bestia costui... »; « e Tindaro b una bestia ». — '-' VI, in- 
trotl.: a creili tu saper più di me tu»; VII, 1: «Bene sta. tu dì tue 
parole tu ». — ! Ct'r. VII, 8. — * A mal partito. — '■ Mise di mezzo al- 
cuni amici; ricorse all'opera di alcuui amici. — ''Questa novella 
appare certamente desunta, e in molta parte tradotta, dalla Disci- 
plina oleriealia di Pietro Alfonso (nato nel 1062), n. 15 '; il qual libro 
ebbe subito tino libere traduzioni in francese, intitolate l'ima Disci- 
pline de elenjie e l'altra Ohastiemeni d'un pire à ffon fils. Rimonta, 
per codesta via, alla vecebia raccolta di novelle indiane, dianzi citata. 
{'ukasaptati o i Settanta racconti del pappai/allo, tradotta in greco, 



316 GIORNATA SETTIMA 



[La NOVELLA QUINTA è narrata dalla Fiammetta. — 
La quale, dopo alcune considerazioni contro i gelosi, rac- 
conta di un mercatante di Arìmino, « ricco e di possessioni e 
di denari assai, il quale avendo una bellissima donna per 
moglie, di lei divenne oltre misura geloso ; né altra cagione 
a questo avea se non che, come egli molto l'amava e molto 
bella la teneva ', e conosceva che ella con tutto il suo studio 
s'ingegnava di piacergli, così estimava che ogn' uomo l'a- 
masse e che ella a tutti paresse bella, e ancora che ella 
s'ingegnasse così di piacere altrui come a lui. E così inge- 
losito, tanta guardia ne prendeva e sì stretta la tenea, che 
forse assai son di quegli che a capital pena son dannati, che 
non sono da' pregionieri 2 con tanta guardia servati » 3 . Ap- 
pressandosi la festa del Natale, « la donna disse al marito che, 
se gli piacesse, ella voleva andar la mattina della pasqua * alla 
chiesa, e confessarsi e comunicarsi come fanno gli altri cristia- 
ni » . Il marito, insospettito, le chiede: — « E che peccati ha' tu 
fatti, che tu ti vuoi confessare? Disse la donna: — Come! credi 
tu che io sia santa, perchè tu mi tenghi rinchiusa ? Ben sai 
che io fo de' peccati come l'altre persone che ci vivono ; ma 
io non gli vo' dire a te, che tu non se' prete » . Il geloso « pen- 
sossi di voler sapere che peccati costei avesse fatti, e avvi- 



i primi 59 racconti, da Demetrio Galanos; dove, alla 16 a notte, si 
narra una storiella assai simile alla boccaccesca. La storiella ricorre 
altresì, più o meno variata, e fatta latina, nel YVkight, Latin Stories, 
1842, CI: nella Ristoria septcm sapientum, IV; nel Dolopathos; e nei 
Gesta Romanorum. Cfr. E. Teza, La tradizione dei Sette Savi nelle 
novelline magiare, Bologna 1864, p. 36-7; A. d'Ancona, Il libro dei 
Sette Savi di Roma, Pisa 1864, p. 33 ss.; L. di Francia, Alcune 
novelle del Decani., p. 23 ss.; Lee, The Decani., p. 191 ss. Tra gl'imi- 
tatori italiani della novella basti ricordare Sabadino degli Arieuti, 
n. 45, e il Sercambi, n. 8 (ediz. D'Ancona!; tra gli stranieri, Molière, 
nel George Dandin ou le mari cónfondu, a. Ili, se. 8 ss., e Kind Kit 
of Kingston, nella curiosa raccolta Westward for smells (Londra, 
1619-20). Cfr. G. MA.BOOCCHIA, Una novella indiana nel Boccaccio e nel 
Molière, Spalatro 19(6. — ' Keputava. ih/. Vili, 49: «Quanti si tengon 
or lassù gran regi ». — - Guardiani delle prigioni. — 3 Custoditi. — 
' Cfr. G. Villani, X, 198: «nel detto anno, per la pasqua della na- 
tività di Cristo, il re Filippo pubblicò...»: Sacclietti, 142: «il quale 
essendo per una pasqua di Natale a pasquale col conte Ruberto ». 



NOVELLA QUINTA 



9J del modo nel quale ciò gli verrebbe fatto >. Venuta la 
mattina della pasqua, corse anch'egli alla chiesa, e t'uvvi 
prima ili lei; « e avendo gii col prete di là entro compo- 
sto ' ciò che far voleva, messasi prestamente una delle robe 
del prete con un cappuccio grande a gote *, come noi veg- 
li iamo che i preti portano, avendosel tirato un poco innanzi. 
si mise a sedere in coro. La donna venuta alla chiesa, fece 
domandare il prete. Il prete venne, e udendo dalla donna 
che confessar si volea, disse che non potea udirla, ma che 
le manderebbe un suo compagno ; e andatosene, mandò il 
geloso nella sua mal'ora. Il quale molto contegnoso ve 
unendo, ancora che egli non fosse molto chiaro il dì e egli 
s'avesse molto messo il cappuccio innanzi agli occhi, non si 
seppe sì occultare che egli non fosse prestamente conosciuto 
dalla donna. La quale questo vedendo, disse seco medesimo : 

— Lodato sia Iddio, che costui di geloso è divenuto prete ! 
Ma pure lascia fare, che io gli darò quello che va cercando! 

— Fatto adunque sembiante di non conoscerlo, gli si pose 
a sedere a' piedi '. Messer lo geloso s'avea messe alcune pe- 
truzze in bocca, acciò che esse alquanto la favella gli Spe- 
dissero, sì che egli a quella dalla moglie riconosciuto non 
fosse, parendogli in ogn' al tra cosasi del tutto esser divisato 5 
che esser da lei riconosciuto a niun partito ° credeva » . Per 
beffarlo, la donna inventa e gli racconta la storiella d'un suo 
amore ; che vale a metter le smanie addosso al povero ge- 
loso. Il quale, «con la sua mala ventura, soffiando 7 , s'andò 
a spogliare i panni del prete, e tornossi a casa disideroso 
di trovar modo » da vendicarsi. In verità non riesce che a 
farsi peggio burlare dalla moglie. La quale da ultimo gli 
scopre d'averlo riconosciuto sotto gli abiti del prete. E il 
poveraccio, « il geloso cattivo »*, senza altro rispondere, « ebbe 
la donna per buona e per savia; e quando la gelosia gli bi- 



1 Stabilito. — : VII, !': « Quale altro troverrai tu che in armi-, in 
eavalli, in robe e in denari possa star come tu starai; ». — 3 Serrato 
alle gote. — ' Gli si pose davanti in ginocchio. — 'Trasfigurato. IX 
1: «era sì contraffatto e ili sì divisato viso... ». — • In nessun modo. — 
Vili, 3: « Calandrino sentendo il duolo, levò alto il pie e cominciò a 
soffiare». — * Cfr. Vili. 2: «il che i secolari cattivelli non possono a 
lor l'are ». 

22 



GIORNATA SETTIMA 



sognava, del tutto se la spogliò, così come quando bisogno 
non gli era se l'aveva vestita »] '. 



[La NOVELLA SESTA è narrata da Pampinea. — La quale 
comincia sentenziosamente: — «Molti sono li quali, sempli- 
cemente - parlando, dicono che Amore trae altrui del senno, 
e quasi chi ama fa divenire smemorato 3 . Sciocca opinione mi 
pare * . E seguita narrando : — « Nella nostra città, copiosa 
di tutti i beni 4 , fu una giovane donna e gentile e assai bella, 
la qual fa moglie d'un cavaliere assai valoroso e da bene » . 
Si chiamava madonna Isabetta 5 . La quale « essendosene 
andata, come nostro costume è di state, a stare a una sua 
bellissima possessione in contado » , vi ricevette un giorno 
« un giovane il quale Leonetto era chiamato, assai piacevole 
e costumato, come che di gran nazion " non fosse » . Ma so- 
pravvenne un cavalier chiamato messer Lambertuccio, « spia- 
cevole uomo e sazievole» 7 , al quale le convenne fare buon 
viso, pregando Leonetto di nascondersi. E mentre si tratte- 
neva con lui, ecco giungere anche il marito. Non perdendosi 



1 II motivo di questa novella, il mai'ito geloso che confessa la 
moglie, è molto diffuso; e non è possibile stabilire esattamente la 
parentela tra i diversi racconti che vi si sono ispirati. Vien ricor- 
dato il fabliau, a cui s' è dato il titolo Le chevalier qui fisi sa 
feme confesse (Moxtaiglon, I, 178); ma lo conobbe il Boccaccio, 
e se ne giovò? Non pare. Cfr. Landau, Die Qttellen, 125 ss.; 
Bartoli, I precursóri del B., 38-9. Si ricorda altresì il romanzo 
provenzale Flamenco, ; e poi, via via, Le mari confesseur nelle Cent 
nourelles nourelles. n. 78; la nov. del Bandello, I, 9, Un geloso ode la 
confessione della moglie per mezzo d'un frate e quella ammazza: 
una nov. del Doni, la 13 a ; una dell' Reptameron di Margherita di 
Navarra, la 35 a ; e il conte di La Pontaine, Le mari confesseur. Cfr. 
BÉDIER, Les fabliaux, p. 453; C. Trabalza. Sludi sul Boccaccio: Il 
tema del geloso confessore, Città di Castello 1906; e anche V. DB 
BarTHOLOMABIS, Un frammento bergamasco e una nov. del Decani., 
negli Scritti vari di filologia dedicati a Ernesto Monaci, Roma 1901. — 
2 Con semplicità, bonariamente. — 3 VI, 9: * cominciarono a dire che 
egli era uno smemorato.... Gli smemorati siete voi, se voi non l'avete 
inteso ». — 4 III, 6: « Alquanto è da uscire della nostra città, la quale, 
CMime- d'ogni altra cosa è copiosa, così f>, d'esempli ad ogni materia». 
— r Cfr, IV, 5; IX, 2. — ° IV, 10: « era costui di nazion nobile, ma di 
cattiva vita». — 1 VI, 8: «la quale era tanto più spiacevole, sazievole 
e stizzosa che alcuna altra ». 



NOVKU.A SKSTA 339 



d'attimo, essa gli dà a intendere che Leonello si sia ricoverato 
in casa loro, inseguito da Lambertuccio, per averlo « colto 
in (scambio » 1 '. 

NOVELLA SETTIMA 
[La partita a scacchi |. 

Questo avvedimento di madonna Isabella da Pampinea 
raccontato, fa da ciascun della brigata tenuto : maraviglioso. 
Ma Filomena alla quale il Re imposto aveva che secondasse, 
disse: 

— Amorose donne, se io non ne sono ingannata, io ve 
ne credo uno non men bello raccontare; e prestamente. 

Voi dovete sapere che in Parigi 3 fu già un gentile uomo 
fiorentino, il quale per povertà divenuto era mercatante, et 
eragli si bene avvenuto della mercatanzia, che egli n'era 
fatto ricchissimo; e avea della sua donna un figliuol senza 
più ', il quale egli aveva nominato Lodovico. E perchè egli 
alla nobiltà del padre e non alla mercatanzia si traesse B , non 
l'aveva il padre voluto mettere ad alcun fondaco, ma l'avea 
messo ad essere con altri gentili uomini al servigio del Re 
di Francia, là dove egli assai di be' costumi e di buone cose 



1 Questa novella tradisce la sua origine orientale. Si trova narrata, 
con poche varietà, nv\V Ifitopadesa (1. II, fav. 9), nel Qukaea piali, nel 
Ttiti-itfhneh di Naohsofcebi, Del Libro di Sindibàd, nella Disciplina 
chi-itali), di Pietro Alfonso (f, 12 ), noi fabliau detto De l'esperrier. 
Dei Gesta Bomanorum, Più tardi, ricompare nella favola IV in versi 
latini, pobblìoata dal Wrigiit in appendice alle Latin Slories, p. 177 
ss.; e in una novellina sanese del see. XIII, edita da L. Gentile e 
A. STRACCALI in Tre novelline antiche, Firenze 1887. Fu poi ripresa 
da Poggio fiorentino, nelle sue Faceliae; da Gast, nel Conviralinm 
.senno)! a in liber, Basilea 1542; dal Bandello, II, 2; dal Parabosco, 16 a ; 
da Tarlton, IVeices out nf Purgatoire, 1590, n. 7. Cfr. E. Tbza, I.n 
tradizione dei Sette Sari nelle novelline magiare, Bologna 18&t; G. 
Paris, Le Lai de Vépenier, nella Romania, 1*7*, v. VII: Bédiek, Les 
fabliaux, 228 ss.; L, di Francia, Alcune novelle del Ihcam., SO ss. — 

- Reputato. VII. 5: «egli molto l'amava e molto bella la tenera ». — 
i t'fr. 1. 1, 2, 7; II, 3, 8, 9; III, 4, 9; IV, 8; Vili, 7, 9. - * li, 8: « et 
a lui un figliuol maschio e una femioa piccoli fanciulli rimasi di lei 
Bonza più>; IX, 8: «e appresso del pesce d'Arno fritto, senza più ». 

— 5 Si desse, si dedicasse. 



340 GIORNATA SETTIMA 



aveva apprese. E quivi dimorando, avvenne che certi cava- 
lieri li quali tornati erano dal Sepolcro, sopravvegnendo ad 
un ragionaménto ' di giovani nel quale Lodovico era, e uden- 
dogli fra sé ragionare delle belle donne di Francia e d' In- 
ghilterra e d'altre parti del mondo, cominciò l'un di loro a 
dir che per certo di quanto mondo egli aveva cerco " e di 
quante donne vedute aveva mai, una simigliante alla mo- 
glie d'Egano de' Galluzzi di Bologna, madonna Beatrice 
chiamata, veduta non avea di bellezza '. A che tutti i com- 
pagni suoi che con lui insieme in Bologna l'avean veduta, 
s'accordarono '. La qual cosa ascoltando Lodovico che d'al- 
cuna ancora innamorato non s'era, s'accese in tanto disi- 
dèro di doverla vedere, che ad altro non poteva tenere il suo 
pensiere ; e del tutto disposto d'andare infino a Bologna a 
vederla, e quivi ancora dimorare se ella gli piacesse, fece 
veduta 6 al padre che al Sepolcro voleva andare. Il che con 
gran malagevolezza ottenne. Postosi adunque nome Anichi- 
no °, a Bologna pervenne; e come la Fortuna volle, il dì se- 
guente vide questa donna a una festa, e troppo più bella gli 
parve assai che stimato non avea. Per che innamoratosi ar- 
dentissimamente di lei, propose di mai di Bologna non par- 
tirsi se egli il suo amore non acquistasse. E seco divisando 
che via dovesse a ciò tenere, ogn'altro modo lasciando stare, 
avvisò che se divenir potesse famigliar 7 del marito di lei, il 
qual molti ne teneva 8 , per avventura gli potrebbe venir fatto 
quel che egli disiderava. Venduti adunque i suoi cavalli, e 
la sua famiglia s acconcia "' in guisa che stava bene, avendo 
lor comandato che sembiante facessero di non conoscerlo, 
essendosi accontato " coll'oste suo, gli disse che volentier per 
servidore d'un signore da bene, se alcun ne potesse trovare, 
starebbe. Al quale l'oste disse: 



■Conversazione. — 2 Visitato, conosciuto. — 3 Simigliante di bel- 
lezza. — ' Un simile soggetto di conversazione ila pur l'avviata alla 
novella II, 9. — r ' Diede a divedere. — G Altri mutamenti di nome av- 
vengono nella nov. II, 6, dove la balia di madama Beritola, in casa 
del corsaro, caugia il nome dei bambini a lei affidati; e nella nov. 
II, 8, dove il conte d'Anguersa, proscritto, muta nome ai suoi figliuoli. 
— ' Domestico, servo. — B Manteneva. — J I suoi servi. — ,0 Messa a 
posto, accomodata. — " Divenuto familiare. VII, 3: « et accontatosi col 
marito di lei, per quel modo cbe più onesto gli parve gliele disse ». 



ROVBLLA SKTTIMA 111 



— Tu se' dirittamente ' famiglio da dovere esser caro ad 
un gentile uomo ili questa terra che ha nome Egano, il quale 
molti ne tiene, e tutti li vuole appariscenti come tu se'. 
Io uè gli parlerò. 

E come disse, cosi lece; e avanti che da Egano si par 
tisse, ebbe con lui acconcio Anichino. Il che quanto più potè 
esser gli fu caro. E con Egano dimorando, e avendo copia ' 
di vedere assai spesso la sua donna, tanto bene e si a grado 
cominciò a servire Egano, che egli gli pose tanto amore che 
senza lui ninna cosa sapeva fare; e non solamente di se, 
ma di tutte le sue cose gli aveva commesso il governo. 

Avvenne un giorno, che essendo andato Egano ad uccel- 
lare e Anichino rimaso, madonna Beatrice che dello amor di 
lui accorta non s'era ancora, e quantunque seco % lui e' suoi 
costumi guardando più volte, molto commendato l'avesse e 
piacèssele, con lui si mise a giucare a' scacchi. E Anichino 
che di piacerle disiderava, assai acconciamente faccendolo, 
si lasciava vincere: di che la donna faceva maravigliosa fe- 
sta. Et essendosi da vedergli giucare tutte le femine della 
donna partite, e soli giucando lasciatigli, Anichino gittò un 
grandissimo sospiro. La donna guardatolo, disse: 

— Che avesti, Anichino? Duolti cosi che io ti vinco? 

— Madonna, rispose Anichino, troppo ' maggior cosa che 
questa non è fu cagiou del mio sospiro. 

Disse allora la donna: 

— Deh dilmi ', per quanto ben tu mi vuogli. 

Quando Anichino si sentì scongiurare per quanto ben tn 
mi vuogli, a' colei la quale sopra ogn'altra cosa amava, egli 
ne mandò fuori un troppo maggiore che non era stato il 
primo ; per che la donna ancor da capo il ripregò che gli 
piacesse di dirle qual fosse la cagione de' suoi sospiri. Alla 
quale Anichin disse: 

— Madonna, io temo forte che egli non vi sia noja ' , se 



1 Proprio, per l'appunto. — : Di bell'aspetto. III. 1: «temette «li 
non dovervi esser ricevuto, per ciò 6he troppo ira giovane e appari- 
scente ». — 'Messo al servizio. — 'Opportunità. — Seco medesima. 
— 'Le domestiche della signora. — "Molto. I. introd. : «eredogli a 
imppo maggior cosa che questa non è Boffioienti »; Vili. 9: - Troppo 
mi piace ciò che tu ragioni». — B IHllomi. — l>a. — 'Non vi di- 
spiaccia. 



342 GIORNATA SETTIMA 



io il vi dico ; e appresso ' dubito " che voi ad altra persona 
noi ridiciate. 

A cui la donna disse : 

— Per certo egli non mi sarà grave 3 ; e renditi sicuro 
di questo, che cosa che tu mi dica, se non quando ti piaccia, 
io non dirò mai ad altrui. 

Allora disse Anichino : 

— Poi che voi mi promettete così, e io il vi dirò. 

E quasi colle lagrime in sugli occhi, le disse chi egli era, 
quel che di lei aveva udito, e dove e come di lei s'era in- 
namorato, e perchè per servidor del marito di lei póstosi. E 
appresso umilemente, se esser potesse, la pregò che le do- 
vesse piacere d'aver pietà di lui, e in questo suo segreto e 
sì fervente disidèro di compiacergli; e che, dove questo far 
non volesse, che ella, lasciandolo star nella forma ' nella 
qual si stava, fosse contenta che egli l'amasse. 

singular dolcezza del sangue bolognese, quanto se' tu 
sempre stata da commendare in così fatti casi ! " Mai di la- 
grime né di sospir fosti vaga, e continuamente G a' prieghi 
pieghevole e agli amorosi disidèri arrendevol fosti. Se io 
avessi degne lode da commendarti, mai sazia non se ne ve- 
drebbe la voce mia! 

La gentil donna, parlando Anichino, il riguardava, e 
dando piena fede alle sue parole, con sì fatta forza rice- 
vette per li prieghi di lui il suo amore nella mente 7 , che 
essa altressì cominciò a sospirare. E dopo alcun sospiro, 
rispose : 

— Anichino mio dolce, sta' di buon cuore: né doni né 
promesse né vagheggiare di gentile uomo né di signore né 
d'alcuno altro (che sono stata e sono ancor vagheggiata da 
molti) mai mi potè muovere l'animo mio, tanto che io alcuno 
n'amassi; ma tu m'hai fatta, in così poco spazio come le tue 
parole durate sono, troppo più tua divenir che io non son 
mia. Io giudico che tu ottimamente abbi il mio amor gua- 
dagnato; e per ciò io il ti dono.... 

[Per poter essere insieme, la donna dà a intendere al 



1 Inoltre. — - Temo. — 3 Non mi spiacerà. — 4 Nella condizione di 
domestico. — B Cfr. I, 10; X, 4. — 6 Sempre, senza eccezione. — ' Nel 
cnore. Vita Nuova, 2: «donna de la mia mente» ecc. 



NOVKLLA SKTTIMA 343 



marito che Anichino lo tradisca, e che quella stessa notte 
attenda lei nel giardino a pie del pino. Egano se ne turba; 
e messosi indossi» una delle guaruacche ' della moglie, B in 
capo un velo ', va laggiù ad aspettare il servo infedele. Il 
quale, bene ammaestrato dalla donna, vi giunge « con un 
pezzo di saligastro in mano »]. 

Come fu presso al pino et Egano il vide venire, cosi leva 
tosi come con grandissima festa riceverlo volesse, gli si fa- 
ceva incontro. Al quale Auichin disse: 

— Ahi malvagia fomina ', dunque ci se' venuta, e hai 
creduto che io volessi o voglia al mio signor far questo 
fallo V Tu sii la mal venuta per le mille volte! 

E alzato il bastone, lo incominciò a sonare . Egano 
udendo questo e veggeudo il bastone, senza dir parola co- 
minciò a fuggire, e Anichino appresso sempre dicendo : 

— Via, che Dio vi metta in mal anno, rea femina, che 
io il dirò domattina ad Egano per certo ! 

Egano avendone avute parecchi 7 delle buone, come più 
tosto potè se ne tornò alla camera. Il quale la donna do- 
mandò se Auichin fosse al giardin venuto. Egano disse: 

— Cosi non fosse egli ! Per ciò che credendo esso che io 
fossi te, m'ha con un bastone tutto rotto, e dettami la mag- 
gior villania che mai si dicesse a ninna cattiva femina '. E 
per certo io mi maravigliava forte di lui, che egli con ani- 



1 Sopravveste, zimarra. II, 9: «una borsa e una guarnacca d'un 
suo forziere trasse»; III, 3: «si trasse ili sotto alla guarnacca una 
bellissima e ricca borsa *: Vili, 5: «e come che culi u,li vedesse... più 
lunga la gonnella che la giturnaccu, e assai altre cose tutte strane ». 

— - Cfr. VII, 8: « E levatisi suoi veli di testa, mostrò clic tagliati nou 
gli uvea » ; Vili, 8: «nou s'era compiuta di racconciare i veli in 
capo ♦ ; I\, '_': - e credendosi tòrcerti veli piegati, li quali in capo por- 
tano e chiamatili saltero... ». — 3 Salice selvatico. — ' Cfr. Vili, 1: « La 
donna, anzi cattiva femina, udendo questo fu contenta». — '- Torto. 

— ° Percuotere. Poco più sii. la donna gli aveva imposto: «dirai vil- 
lania ad Egano e sonerà' mei bene col bastone ». — "■ Cfr. II, 10: « pa- 
recchi miglia >; III, 9: « avea parecchi belle e care gioie». — * VII. 
8: - dicendole la maggior villania che mai a eattiva femina si dicesse -: 
«or con tniesta cattiva femina e or con quella ♦; «gli dissero la mag- 
gior villania che mai a niun cattivo noni si dicesse-; V 1 1 1 . ti - senti- 
rono alla donna dirgli la maggior villania ohe mai si dicesse a niun 
tristo-; IX. '_': « incominciò a dirle la maggior villania che mai a fe- 
mina fosse detta». 



344 GIORNATA SETTIMA 



mo di far cosa che mi fosse vergogna t'avesse quelle parole 
dette; ma per ciò che così lieta e festante ti vede, ti volle 
provare. 

Allora disse la donna : 

— Lodato sia Iddio, che egli ha me provata con parole 
e te con fatti ! E credo che egli possa dire che io porti ' con 
più pazienzia le parole che tu i fatti non fai. Ma poi che 
tanta fede ti porta, si vuole - aver caro e fargli onore. 

Egano disse : 

— Per certo tu di' il vero. 

E da questo prendendo argomento, era in opinione d'avere 
la più leal donna e il più fedel servidore che mai avesse al- 
cun gentile uomo... 3 



NOVELLA OTTAVA. 
[Il marito geloso e la moglie astuta]. 

[La novella è narrata da Neifile. — La quale, dopo un 
breve preambolo, così comincia a dire]: 

— Dovete dunque sapere che nella nostra città fu già 
un ricchissimo mercatante chiamato Arriguccio Berlinghieri, 
il quale scioccamente, sì come ancora oggi fanno tutto '1 
di i mercatanti, pensò di volere ingentilire per moglie 4 , e 



1 Sopporti. — 2 Conviene. — 3 La bella sceDa che costituisce la 
prima parte di questa novella, quella della partita a scacchi, ricorda 
un episodio del vecchio poema francese Huon de Bordeaux (v. 7381 ss.), 
donde il nostro Giacosa trasse il noto suo dramma. La seconda parte 
si riconnette a tutto quel gruppo di novelle e favolelli che fa capo al 
fabliau detto La bourgeoise d'Orléanx ou la femme qui fit batlre son 
mari. Cfr. Bédier, Les fabliaux, 449-50. Tra le imitazioni, notevoli 
quelle di ser Giovanni Fiorentino, nel Pecorone, III, 2; di Nicholas 
de Troyes, nel Grand Parangon des nouvelles nouvelles, 8; di La 
Fontaine, Le coeu battu et content; del Sieur d'Ouville, D'un homme 
qui fui coeu, balla et content. Cfr. W. H. Schofield, The source and 
Iti story of the seventh novel of the seventh day in the Decameron, negli 
ETavard Sludies and Notes in Philology and Literalure, II, Boston 
1898. E anche P. Meyer, Les mamiscrils francais de Cambridge, nella 
Romania, XXXII, 1903, dove, p. 59 ss., vien pubblicata una redazione 
francese della novella. — ' Divenir nobile sposando una donna nobile. 
Cfr. Ili, 3. 



NOVKU.A OTTAVA 346 



prese una giovane gentil donna male a lui eonvenientesi, il 
rui come tu monna Sismonda. La quale, per ciò che egli, 
sì come i mercatanti tanno, andava molto dattorno e poco 
con lei dimorava, s'innamorò d'un giovane chiamato Ru- 
berto, il quale lungamente vagheggiata l'avea. [Ma ■ av 
venne o che Arriguccio alcuna cosa no sentisse, o come 
che s' andasse, egli ne diventò il più geloso uomo del 
mondo, o lascionne stare l'andar dattorno e ogni altro suo 
(atto, e quasi tutta la sua sollicitudine aveva posta in 
guardar ben costei». La quale gli tese prima un certo in- 
gegnoso inganno. « Divisò di mandare uno spaghetto fuori 
della finestra della camera, il quale con l'un de' capi vicino 
alla terra aggiugnosse, e l'altro capo mandatol basso infili 
sopra '1 palco ' e conducendolo al letto suo, quello sotto i 
panni mettere, o quando essa nel letto fosse, legàrlos i al 
dito grosso del piede». Scoperto dal marito il tranello, per 
scansare le busse e la vergogna, la donna chiamò la sua 
fante, « e tanto la predicò -, che ella in persona di sé : nel 
suo letto la mise, pregandola che, senza farsi conoscere, 
quelle busse pazientemente ricevesse che Arriguccio le desse, 
per ciò che ella ne le renderebbe si fatto merito che ella 
non avrebbe cagione donde dolersi '. E spento il lume che 
nella camera ardeva, di quella s'uscì, e nascosa in una parto 
della casa, cominciò ad aspettare quello che dovesse avve- 
nire » . Quando Arriguccio rientrò in casa « adirato e di mal 
talento » . adiratamente egli cominciò a dire] : 

— Ove se' tu, rea femina? 5 Tu hai spento il lume per- 
chè io non ti truovi ; ma tu l'hai fallita . 

E andatosene al letto, credendosi la moglie pigliare, prese 
la fante, e quanto egli potè menare le mani e' piedi, tante 



1 Pavimento. III. 1: « parve a trarr Puccio sentire alcuno dimena- 
mento <li palco della casa». E ct'r. Vili, 2: - La Belcolore ch'era an- 
data in balco* = soffitto, granaio. — c La pregò con un largo giro «li 
parole. Vite de' SS. Padri, I, 253: «la quale tanto predicò una sua fi- 
glinola, che la indusse a»l amore di verginitade ». — 'In vece. Ili, 9: 
«iti persona di lei ». « e nascosamente me iti itcambioài vostra figlinola 
gli metterete al lato». — 'Ct'r. Para,!. XVI. 150: € Che DOS avrà 
cagione onde piangesse». — VII, 4: «egli e questo reo uomo, il 
quale mi torna èbbro a casa o s'addormenta per le taverne ». — 
6 L'hai sbagliata, Cfr. II, 2: tene se fallita non oi viene, per mio 
avviso tu albergherai pur male ». 



84*; GIORNATA SETTIMA 



pugna e tanti calci le diede, tanto che tutto il viso l'am- 
maccò ; e ultimamente ' le tagliò i capegli, sempre dicendole 
la maggior villania che mai a cattiva femina si dicesse ". La 
laute piagneva forte, come colei che aveva di che ; e ancora 
che ella alcuna volta dicesse Oìmèf, Mercè per dio!, non 
più!, era sì la voce dal pianto rotta 3 e Arriguccio impedito ' 
dal suo furore, che discerner non poteva più quella esser 
d' un' altra femina che della moglie. Battutala adunque 
di santa ragione 5 e tagliatile i capelli come dicemmo, 
disse : 

— Malvagia femina fi , io non intendo di toccarti altra- 
menti 7 ; ma io andrò per li tuoi fratelli, e dirò loro le tue 
buone opere, e appresso 8 , che essi vengan per te e fàc- 
cianne quello che essi credono che loro onor fia, e mè- 
nintene ' : che per certo in questa casa non starai tu 
mai più. 

E così detto, uscito della camera, la serrò di fuori e andò 
tutto sol "' via. Come monna Sismonda che ogni cosa udita 
nveva, sentì il marito essere andato via, così aperta la ca- 
mera e racceso il lume, trovò la fante sua tutta pesta che 
piangeva forte; la quale come potè il meglio racconsolò, e 
nella camera di lei la rimise. Dove poi chetamente fattala 
servire e governare", sì di quello d'Arriguccio medesimo '• 
la sovvenne che ella sì chiamò per contenta 13 . E come la 
fante nella sua camera rimessa ebbe, così prestamente il letto 



'Da ultimo. — 2 VII, 7: « e dettami la maggior villania che 
nini si dicesse a niuna cattiva femina». Anche più giù: «gli dis- 
sero la maggior villania che mai a niun cattivo uom si dicesse ». — 
s Vita Nuova, 23: «e con tutto che io chiamasse questo nome, la mia 
voce era sì rotta dal singulto del piangere, che queste donne non mi 
poterò intendere»; e canz.: «Era la voce mia sì dolorosa E rotta sì 
da l'angoscia del pianto...». — 4 Inf. XXIX, 28-9: «Tu eri allor sì 
del tutto impedito Sopra colui... ». — 5 Copiosamente. — 6 VII, 7: « Ahi 
malvagia femina, dunque ci se' venuta!». — 7 Di bastonarti ancora 
oltre. — "Inoltre. — ° Ti menino via di casa mia. — ,0 VII, 5: «e 
trovò che veramente il giovane in quella dormiva tutto solo»; VII, 
6: «madonna, messer Lambertuccio è qua giù tutto solo»; X, 3: «un 
boschetto, nel quale Natan quasi ogui mattina va tutto solo». — 
11 Curare. VI, 4: «e sì gli mandò dicendo che a cena l'arrostisse e yo- 
vernaS8ela bene». — K \, 1: «li due fratelli, ordinato di quello di lui 
medesimo com'egli fosse onorevolmente sepellito... ». — 13 Ci'r. X, 10: 
4 acciò che io mi possa della vostra promession chiamar contento ». 



NOVELLA OTTAVA I. 



della sua rifece, e quella tutta racconciò e rimise in online, 
come se quella notte ninna persona giaciuta vi l'i ac- 

cese la làmpana, e sé rivestì e racconciò, come se ancora al 
letto non si fosse andata. E accesa una lucerna e presi 
suoi panni, in capo della scala si pose a sedere, e comin- 
ciò a cucire e ad aspettare quello a che il fatto dovesse riu 
se ire. 

Arriguccio, uscito di casa Boa, quanto più tosto potè 
n'andò alla casa de' fratelli della moglie, e quivi tanto pic- 
chiò che tu sentito e lugli aperto. Li fratelli delia donna, 
che eran tre, e la madre di lei, sentendo che Arriguccio era, 
tutti si levarono; e fatto accendere de' lumi vennero a lui, 
e domandaronlo quello che egli a quella ora e così solo an- 
dasse cercando. A' quali Arriguccio, cominciandosi dallo 
spago che trovato aveva legato al dito del pie di monna Si- 
smonda, infino all'ultimo di ciò che trovato e fatto avea, 
narrò loro; e per fare loro intera testimonianza di ciò che 
fatto avesse, i capelli che alla moglie tagliati aver credeva 
lor pose in mano, aggiugnendo che per lei venissero, e quel 
ne facessero che essi credessero che al loro onore apparte- 
nesse, per ciò che egli non intendeva di mai più in casa te- 
nerla 1 . I fratelli della donna, crucciati forte di ciò che udito 
avevano e per fermo tenendolo, contro a lei inanimati , fatti 
accender de' torchj, con intenzione di farle un mal giuoco 3 , 
con Arriguccio si misero in via, e andaronne a casa sua. Il 
che veggendo la madre di loro, piagnendo gl'incoininciò a 
seguitare, or l'uno e or l'altro pregando che non dovessero 
queste cose così suhitamente credere, senza vederne altro o sa- 
perne: per ciò che il marito poteva per altra cagione esser 
crucciato con lei e averle fatto male, e ora apporle questo 
per iscusa di sé. Dicendo ancora che ella si maravigliava 
forte come ciò potesse essere avvenuto, per ciò che ella co- 
nosceva ben la sua figliuola, si come colei che intìno da pie- 
colina l'aveva allevata; e molte altre parole simiglianti. 
Pervenuti adunque a casa d'Arriguccio et entrati dentro, co- 



1 Cfr. la scena tinaie della nov. VII. I. — 'Sdegnati. G. Villani, 
Vili, <>'-': «il papa maggiormente inanimò contro al Ke «li Francia». 

— 3 VII, 5: «desideroso di trovar modo da dovere trovarli insieme, 
per fare mi mal </ìh<h-o e all'ano <■ all'altro -. 



348 GIORNATA SETTIMA 



rainciarouo a salir le scale. Li quali monna Sismonda sen- 
tendo venire, disse : 

— Chi è là? 

Alla quale l'un de' fratelli rispose: 

— Tu il saprai bene, rea femina, chi è l . 
Disse allora monna Sismonda: 

— Ora che vorrà dir questo ? Domine ajutaci ! • 
E levatasi in pie, disse : 

— Fratelli miei, voi siate i ben venuti. Che andate voi 
cercando a questa ora tutti e tre ? ? 

Costoro avendola veduta a sedere e cuscire, e senza al- 
cuna vista * nel viso d'essere stata battuta, dove Arriguccio 
aveva detto che tutta l'aveva pesta, alquanto nella prima 
giunta si maravigliarono e rifrenarono l'impeto della loro ira, 
e domandaronla come stato fosse quello di che Arriguccio 
di lei si doleva, minacciandola forte se ogni cosa non dicesse 
loro. La donna disse: 

— Io non so ciò che io mi vi debba dire, né di che Ar- 
riguccio di me vi si debba esser doluto. 

Arriguccio vedendola, la guatava come per smemorato B , 
ricordandosi che egli le aveva dati forse mille punzoni per lo 
viso, e graffiatogliele e fattole tutti i mali del mondo, e ora 
la vedeva come se di ciò niente fosse stato. In brieve i fra- 
telli le dissero ciò che Arriguccio loro aveva detto, e dello 
spago e delle battiture e di tutto. La donna rivolta ad Ar- 
riguccio, disse: 

— Oimè, marito mio, che è quel ch'i'odo? Perchè fai tu 
tener me rea femina con tua gran vergogna, dove io non 
sono, e te malvagio uomo e crudele di quello che tu non 
se' ? E quando fostù 7 questa notte più in questa casa, non 



1 VII, 9: «Ahi rea femina, che è quel che tu fai?». — -IX, 7: 
« né x>otè ella, poi che veduto l'ebbe, appena dire Domine ajutami ! '»; 
X. :•: « spaventati e gridando Domine aj tifaci, tutti fuggirono »; e cfr. 
Ili, 8: « Domine falla trista, che ella non diede al prete del vino 
della botte di lungo il muro »; e più giù: « Domine fallo tristo, ubriaco 
doloroso!». — 3 Cfr. Purg. XXIV, 133: «Che andate pensando sì voi 
sol tre!». — 'Traccia. — 5 VII, 9: «io credo che voi m'abbiate per 
smemoralo». — l; Cfr. Inf. Ili, 32: «Maestro, che e quel ch'io odo?». 
— : Cfr. Ili, 3: « ove foslh stamane poco avanti al giorno ì »; VII, 5: 
« non dicestù così e così al prete che ti confessò?»; e più giù: * me 
non batlestù mai ». 



NOVKL.LA OTTAVA 
che COI! meco? ' > quando mi battesti'.' Io per me non me Q6 

ricordo. 

Arriguccio cominciò b dire: 

— Come, rea l'emina, non ci andammo noi al letto in 

sieme? Non ci tornai io, avendo corso dietro all'amante tuo? 

Non ti diodi io di molte busse, e taglia' ti i capelli V 
I A donna rispose : 

— In questa casa non ti coricasti tu iersera. Ma. lasciamo 
stare di questo, che non ne posso altra testimonianza fare 
che le mio vere parole, e vegniamo a quello che tu di', che 
mi battesti e tagliasti i capelli. Me non battostù mai ; e 
quanti n'ha qui. e tu altreas), mi ponete mente se io ho se- 
gno alcuno per tutta la persona di battitura. Né ti consi- 
glierei che tu fossi tanto ardito che tu mano addosso mi po- 
nessi, che, alla croce di Dio 1 , io ti sviserei"! Né i capelli 
altressì mi tagliasti, che io sentissi o vedessi. Ma forse il fa- 
cesti che io non me n'avvidi: lasciami vedere se io gli ho 
tagliati o no. 

E levatisi suoi veli di testa, mostrò che tagliati, non 
gli avea, ma interi. Le quali cose e vedendo e udendo 
i fratelli e la madre, cominciarono verso d'Arriguccio a 
dire : 

— Che vuoi tu dire, Arriguccio? Questo non è già quello 
che tu ne venisti a dire che avevi fatto : e non sappiam noi 
come tu ti proverrai : il rimanente. 

Arriguccio stava come trasognato ', e voleva pur dire; ma 
veggendo che quello ch'egli credea poter mostrare non era 
così, non s'attentava di dir nulla. La donna, rivolta verso i 
fratelli, disse: 

— Fratei miei, io veggio che egli è andato cercando che 
io faccia quello che io non volli mai fare, cioè ch'io vi rac- 
conti le miserie e le cattività B sue; e io il farò. Io credo 
fermamente che ciò che egli v'ha detto gli sia intervenuto. 



1 VII, 4: «Alla croce di Dio, ubriaco fastidioso, tu non c'enterrai 
stanotte I». — 'Romperei la faccia. — 3 Come altrove: troverrai, 
erederrai, griderrai, interrai ecc. — 'VII, 9: «credo che voi m'ab- 
biate per smemorato o per trasognato*. — 5 I, 7: «La viziosa e lorda 
vita de' chierici, in molte cose quasi di cattività l'ermo segno»; IV, 
IO: ce per tutto Salerno di ladronecci o d'altre vilissime cattività era 
infamato ». 



350 



GIORNATA SETTIMA 



et abbial fatto; e udite come. Questo valente uomo al qual 
voi nella mia mala ora per moglie mi deste, che si chiama 
mercatante e che vuole esser creduto ', e che dovrebbe esser 
più temperato che uno religioso e più onesto che una don- 
zella, son poche sere : che egli non si vada inebbriando pel- 
le taverne, e or con questa cattiva femina 3 e or con quella ri- 
mescolando; e a me si fa infino a mezza notte, e talora infìno 
a matutino, aspettare, nella maniera che mi trovaste. Son 
certa che, essendo bene ebbro, si mise a stare con alcuna 
sua trista 4 , e a lei, destandosi, trovò lo spago al piede, e poi 
fece tutte quelle sue gagliardie s che egli dice, e ultimamente 
tornò a lei e battella e tagliolle i capelli; e non essendo an- 
cora ben tornato in sé, si credette, e son certa che egli crede 
ancora, queste cose aver fatte a me! E se voi il porrete ben 
mente nel viso, egli è ancora mezzo ebbro. Ma tuttavia, che 
che egli s'abbia di me detto, io non voglio che voi jj_ vi re- 
chiate se non come da uno ubriaco ; e poscia che io gli per- 
dono io 6 , gli perdonate voi altressì. 

La madre di lei udendo queste parole, cominciò a fare 
romore e a dire : 

— Alla croce di Dio 7 , figliuola mia, cotesto non si vor- 
rebbe fare; anzi, si vorrebbe uccidere questo can fastidioso e 
sconoscente s , che egli non ne fu degno d'avere una figliuola 
fatta come se' tu. Frate, bene sta " ! Basterebbe 10 se egli t'a- 
vesse ricolta del fango. Col mal anno possa egli essere og- 
gimai, se tu dèi stare al fracidume delle parole di un mer- 
cantantuzzo di feccia d'asino, che venutici di contado e 



1 Deve godere della pubblica stima, aver credito. — : Son poche 
<iut'lle sere. — 3 IX, 7: «dèe aver data posta a qualche cattiva*. — 
•Vili, 0: «et era una tristanzuola che non era alta un sommesso»; 
IX, 5: «et ella è tanto trista, che ella si va rinchiudendo assai 
spesso con esso lui». — 5 Prodezze. — ° Cfr. VII, 1: «Bene sta, tu dì 
tue parole tu »; IX, 6: « che mi potresti: fare tu ? ». — ~ IX, 5: « Alla 
(iute di Dio, ella non andrà così!». — 8 Inf. VII, 53: «La sconoscente 
\it;t che i fé' sozzi». — 9 Esclamazione equivalente a un Ma bravo!, 
càspita/ Cfr. III. 3: * che io ho molto più caro che egli riceva vil- 
lania, se ricevere ne la dèe, che io abbia biasimo per lui: frate, bene 
sia!»; VIII, 2: «Allora il prete disse: Io non so, chiedi pur tu: o 
vnogli un paio di scarpette, o vuogli un frenello, o vuogli una bella 
fetta di stame, o ciò che tu vuogli. Disse la Belcolore: Frate, bene 
sta! Io me n'ho di coteste cose». — 10 Non potrebbe far peggio. 



NOVKIXA OTTAVA .;">1 / 




asciti delle trojato ', vestiti <li romagnnolo , con le calze -i 
campanile e colla penna In culo ', come egli hanno tre soldi, 
vogliono le figliuole de' gentili uomini e delle buone donni'. 
per moglie, e fanno arme \ e dicono: I' son do' cotali, e quei 
di casa mia fecer così! Ben vorrei ch'e miei figlinoli n'avee 
ser seguito il mio consiglio: che ti potevano così orrevol- 
inente acconciare in casa i conti Guidi con un pezzo di 
pano ', et essi volimi poi darti a questa bella gioja'.... Ma alla 
tè di Dio", se me ne fosse creduto, e' se ne gli darebbe si 
fatta gastigatoja che gli putirebbe 9 . 
E! rivolta a' figliuoli, disse: 

— Figliuoli miei, io il v i dicea bene c he questo non do- 
veva potere essere. Avete voi udito come il buono vostro 
cognato tratta la sirocchia vostra? Mercatantuolo di quattro 
denari che egli è ! Che se io fossi come voi, avendo detto 
quello che egli ha di lei, e faccendo quello che egli fa, io 
non mi terrei mai né contenta né appagata se io noi levassi 
di terra '" ; e se io fossi uomo come io son femina, io non 
vorrei che altri ch'io se ne 'mpacciasse! Domine fallo tristo ", 
ubriaco doloroso 11 che non si vergogna! 

I giovani vedute e udite queste cose, rivoltisi ad Arri- 
guccio, gli dissero la maggior villania che mai a niun cat- 
tivo uom si dicesse; e ultimamente dissero: 

— Noi ti perdoniam questa si come ad ebbro ; ma guarda 



1 Tmjata = masnada, t servi che seguivano in guerra il loro si- 
gnore. — -VI, ">: «presi dal lavoratore in prestanza due mantelletti 
vecchi «li romagnuolo >; X, 10: «entratasene co' suoi pannicelli >•«<- 
itiar/ii noli o grossi in quella casa ». — 3 Calze sciolte e ricascanti, e col 
pennaiolo calamaio pendente dalla cintola. I notai e i mercatanti 
usavano portare cosi gli arnesi da scrivere. Vili, 5: «e come che 
.— li gli vedesse il vajo tutto affumicato iu capo e un pennaiuolo a 
cintola...». — 'Assumono l'arme gentilizia. — Con piccolissima dote 
ti potevano onorevolmente maritare in casa de' conti Guidi. — ' IX, 
5: «ella dèe ben sicuramente esser cattiva cosa, ad aver vaghezza di 
così beliti </>oj(i come tu se'». — " VI, introd.: « Alla fede di Cristo. 
cliè debbo sapere quello che io mi dico quando io giuro.... ». — 8 Ca- 
stigo. Sacchetti, 181: «ma che voi abbiate avuto una disciplina o una 
gasligaloiu ». — 9 Gli farebbe passare la voglia. — >" Non l'ammaz- 
zassi. — li II, 1: «e riconosciutolo, subitamente cominciò a ridere e 
a dire: Domine fallo tristo/». — 1; VII, 4: «avvenne che il doloróso 
marito si venne accorgendo che ella... non beveva ». 



GIORNATA SETTIMA 



che per la vita tua ' da quinci innanzi simili novelle '-' noi 
non sentiamo più, che. per certo, se più nulla ce ne viene 
agli orecchi, noi ti pagheremo di questa e di quella. 

E così detto, se n'andarono. Arriguccio rimaso come uno 
smemorato, seco stesso non sappiendo se quello che fatto 
avea era stato vero o s'egli aveva sognato, senza più farne 
parola, lasciò la moglie in pace. 

La qual non solamente con la sua sagacità fuggì il pe- 
ricol soprastante, ma s'aperse la via a poter fare nel tempo 
avvenire ogni suo piacere, senza paura alcuna più aver del 
marito ". 



NOVELLA NONA. 

[Lidia d'Acaia, le tre singolari prove d'amore che le son richieste, e 
il pero ìnaraviglioso]. 

Tanto era piaciuta la novella di Neifile, che né di ridere 
né di ragionar di quella si potevano le donne tenere, quan- 
tunque il Re più volte silenzio loro avesse imposto, avendo 



1 Se hai cara la vita. VII, 9: « io non farei a lui sì fatto oltraggio 
per la vita mia». — " VII, 2: « et io, perchè son buona e non attendo 
a così fatte novelle, ho male e mala ventura»; IX, 6: «l'oste udendo 
iiiicste novelle e non piacendogli troppo». — 3 Questa novella appar- 
tiene a una numerosa famiglia di racconti, il cui capostipite si vor- 
rebbe riconoscere nel Pantchatanlra (I, 4; Benfey, v. II, p. 38 ss.). 
Qui metterebbero capo VHilopadesa, II, 6: il Kalila e Dimmi, nelle 
sue varie versioni, specialmente in quella latina. Direetorium huma- 
nae vitae, di Giovanni di Capua ; le Mille e una notte, nella versione 
tedesca di Habicht, n. 55-1 e 555 (Breshiu. v. XIII, p. 57 ss.); il Touti- 
Namch. E qui pure, il fabliau di Guerin intitolato De la dame qui 
tisi entendant son mari quii sonjoit, e un altro, Des tresses. ano- 
nimo, edito nella raccolta Montaiglon, IV, 94. Il Bédibr, Les fabliaux, 
164 ss., solleva formidabili dubbi circa la legittimità di codesta sì larga 
parentela; e fa notare come l'episodio del taglio dei capelli potrebbe 
fare altresì pensare alla pena delle adultere, quale c'è descritta da 
Tacito (Germ., 19) presso gli antichi Germani: «abscisis crinibus nu- 
datala uxorem coram propiuquis expellit domo maritus»; Comunque, 
tra lo novelle posteriori alla boccaccesca che più o men da vicino han 
relazione con essa, ricordiamo: la 38' e la 61" delle Cent nouvelles 
nouvelles; il racconto di La Fontaine La r/af/eure des trois commcres; 
la 113 del Gra/n Parangon des nouvelles nouvelles; e una di quelle 
inserite nel The Oobler of Canterbury (1590), e un'altra del Westward 
for Smelts. 



NOYBLLA NONA 

comandato a Pamfilo che la sua dicesse. Ma pur ' poi che 
tacquero, cosi Pamfilo Incominciò: 

— Io unii creili), reverende donne, ehe ninna cosa sia, 
quantunque sia grave e dubbiosa . che a far non ardisca chi 
ferventemente ama. La qua! cosa quantunque ili assai do 

velie sia stato dimostrato, nondimeno io il mi creili; molto 

più con una che dirvi Intendo mostrare Dove udirete d'una 
donna alla quale nelle Mie opere fu troppo più favorevole la 
Fortuna che la ragione avveduta; e per ciò non consiglierei 

in alcuna che dietro alle pedate di colei di cui dire intendo 
s'arrischiasse d'andare, per ciò che non sempre è la Fortuna 
disposta, nò sono al mondo tutti gli uomini abbagliati igual- 

mente. 

In Argo, antichissima città d'Acaja. per li suoi passati re 
molto più famosa che grande, fu già uno nobile uomo il 
quale appellato fu Nicostrato, a cui già vicino alla v< 
chiezza la Fortuna concedette per moglie una gran donna, 
non meno ardita che bella, detta per nome Lidia. Teneva 
costui, sì come nobile uomo e ricco, molta famiglia ' e cani 
e uccelli, e grandissimo diletto prendea nelle cacce. E aveva 
tra gli altri suoi famigliari un giovinetto leggiadro e adorno 
e bello della persona . e destro a qualunque cosa avesse vo- 
luto fare, chiamato Pirro: il quale Nicostrato oltre ad ogni 
altro amava, e più di lui si fidava. 

[Di questo giovinetto la temeraria Lidia fieramente s'in- 
namora. Ma l'accorto Pirro dubita che la sua signora non lo 
tenti «con consiglio e voler di Nicostrato, uomo «molto 
savio e molto avveduto ». — «E per ciò », dice alla came- 
riera Lusca che le porta i messaggi di lei, « dove tre cose 
ch'io domanderò voglia fare a chiarezza di me 8 , per certo 
ninna cosa mi comanderà poi che io prestamente non faccia. 
E queste tre cose che io voglio son queste: primieramente 
che in presenzia di Nicostrato ella uccida il suo buono spar- 
viere ; appresso, ch'ella mi mandi una ciocchetta della barba 



'Finalmente. — 'Per quanto. — 'Paurosa, (t'r. Purg. XX. 135: 

- Non iitil>i>i'i r menti*' io ti guido I -. — ■ Molti servi. — VII. 8: « tu 
già un giovane assai leggiadro »; « cominciò a dilettarsi d'apparere o 
ili vestir ili linoni pausi, e «l'essere In tutte le sue cose leggiadretto e 
ornato...». — ' l'ir mio affidamento.— 7 V, 9: «il suo buon falcone». 

23 



354 GIORNATA SETTIMA 



di Nicostrato ; e ultimamente, un dente di quegli di lui me- 
desimo, de' migliori». Benché le strane richieste paressero 
« alla Lasca gravi e alla donna gravissime * , pure costei, vinta 
da Amore, « che è buono confortatore e gran maestro di con- 
sigli », deliberò di farlo; anzi di dargli per giunta una prova 
del suo affetto anche più arrischiata. Ivi a pochi di,] avendo 
Nicostrato dato un gran desinare, sì come usava spesse volte 
di fare, a certi gentili uomini, et essendo già levate le ta- 
vole 1 , vestita d'uno sciamìto ? verde e ornata molto, e uscita 
della sua camera, in quella sala venne dove costoro erano 3 , 
e veggente ' Pirro e ciascuno altro, se n'andò alla stanga 
sopra la quale lo sparviere era da Nicostrato cotanto tenuto 
caro, e scioltolo quasi in mano sei volesse levare, e presolo 
per li geti % al muro il percosse e ucciselo. E gridando verso 
lei Nicostrato : — Oimè, donna, che hai tu fatto? — , niente 
a lui rispose; ma rivolta a* gentili uomini che con lui ave- 
van mangiato, disse: 

— Signori, mal prenderei vendetta d'un re che mi facesse 
dispetto, se d'uno sparvier non avessi ardir di pigliarla. Voi 
dovete sapere che questo uccello tutto il tempo da dover 
esser prestato dagli uomini al piacer " delle donne lungamente 
m'ha tolto; per ciò che sì come l'aurora suole apparire, cosi 
Nicostrato s'è levato, e salito a cavallo col suo sparviere in 
mano, n'è andato alle pianure aperte a vederlo volare; e io, 
qual voi mi vedete, sola e mal contenta nel letto mi son ri- 
masa 7 . Per la qual cosa ho più volte avuta voglia di far ciò 
che io ora ho fatto ; né altra cagione m'ha di ciò ritenuta, 
se non l'aspettar di farlo in presenzia d'uomini che giusti giu- 
dici sieno alla mia querela, sì come io credo che voi sarete K . 



' X. 9: «finito il mangiare e le tavole levate...». — - Drappo di 
velluto. Nov. unt., 82: «e che fusse arredata una ricca navicella co- 
perta d'un vermiglio sciamilo*. — '■'■ La signora non partecipava alla 
mensa degli ospiti. Cfr. X, 9. — 4 Alla presenza, sotto gli occhi di. 
Vili, 1: «le mise in mano questi dugento fiorili d'oro, veggente il suo 
compagno, e sì le disse ». — Cappii di cuoio clic s'adattavano alle 
zampe degli uccelli di rapina per legarvi la catenella. — 6 Amore. 
Vili. 4»« disse a questa donna il piacer suo, e pregolla clic ella do- 
vesse esser contenta del sno amore ». — ' Cfr. Purad. XV, 119-20- « ed 
ancor nulla Era per Francia nel letto diserta». — 6 Quest'episodio 
del «buono sparviere » ucciso per vera o finta gelosia della donn;i 
amante, richiama molto da vicino il racconto 84° dei Gcsin Romano- 
rum, da noi riassunto a illustrazione della nov. 9 a , g. V, pag. 278. 



NOVBLLA NONA 






I -olitili uomini che l'udivano, credendo non altramente 

er fatta la sua affezione a Nicostrato che sonasser le pa 
role, ridendo ciascuno e verso Nicostrato rivolti che turhato 
era, cominciarono a dire : Deh come la donna ha ben tatti» 
a vendicare la sua ingiuria con la morte dello sparviere! — 
E i'oii diversi motti sopra cosi fatta materia, essendosi "ià 
la donna in camera ritornata, in riso rivolsero il cruccio di 
Nicostrato.... 

Ucciso adunque da Lidia lo sparviere, non trapassar 
molti giorni, che essendo ella nella sua camera insieme con 
Nicostrato, faccendogli careaae, con lui cominciò a ciancia- 
re ', et egli por sollazzo alquanto tirata per li capelli, le die 
cagione di mandare ad effetto la seconda cosa a lei doman- 
data da Pirro. E prestamente lui per un picciolo lucignoletto 
preso della sua barba, e ridendo, si forte il tirò che tutto del 
mento gliele divelse. Di che rammaricandosi Nicostrato, ella 
disse : 

— Or che avesti, che fai cotal viso'.-' Per ciò che io t'ho 
tratti forse sei peli della barba? Tu non sentivi quel ch'io 
quando tu mi tiravi testeso '•' i capelli.... 

Della terza cosa entrò la donna in più pensiero'. Ma pur, 
sì come quella che era d'alto ingegno e Amor la faceva vie 
più, s"ebbe pensato che modo tener dovesse a darle compi- 
mento. E avendo Nicostrato due fanciulli, datigli da' padri 
loro acciò che in casa sua, per ciò che gentili uomini era 
no, apparassono alcun costume ', dei quali, quando Nico- 
strato mangiava, l'uno gli tagliava innanzi e l'altro gli 
dava bere ; fattigli chiamare amenduni, fece lor vedere 
che la bocca putiva loro, e ammaestrògli che quando a Ni- 
costrato servissono, tirassono il capo indietro il più che po- 

ono : né questo mai dicessero a persona. I giovanetti 
credendole, cominciarono a tenere quella maniera che la 
donna aveva lor mostrata. Per che ella una volta domandò 
Nicostrato : 



1 Celiare, scherzare. Vili. 10: «essendo Salabaettd «la lei andato 
una scia, costei incominciò ;i cianciare i- a ruzzare con lui»; IX. in- 
tioil.: < cantando e ciattciando e motteggiando, pervennero al palagio -. 

— - Or ora. — ; ' Le diede più da pensare. — ' Imparassero le abitudini 
cavalleresche, il modo di comportarsi eoi gentiluomini, la <■<>;■/, 

— s L'uno gli faceva da scaleo, l'altro da coppiere. — ' Diede loro :i 
intendere. 



356 GIORNATA SETTIMA 



— Se' ti tu accorto ' di ciò che questi fanciulli fanno quando 
ti servono ? 

Disse Nicostrato: 

— Maisì . anzi gli ho io voluti 3 domandare perchè il fac- 
ciano. 

A cui la donna disse : 

— Non fare \ che io il ti so dire io % e hòlti buona pezza 
taciuto per non fartene no.ja ; ma ora io m'accorgo che 
altri comincia ad avvedersene, non è. più da celàrloti. Que- 
sto non ti avviene per altro se non che la bocca ti pute fie- 
ramente: e non so qual si sia la cagione, per ciò che ciò 
non soleva essere. E questa è bruttissima cosa, avendo tu 
ad usare con gentili uomini; e per ciò si vorrebbe veder 
modo di curarla. 

Disse allora Nicostrato: 

— Che potrebbe ciò essere? Avrei io in bocca dente niun 
guasto? 

A cui Lidia disse: 

— Forse che sì. 

E menatolo a una finestra, gli fece aprire la bocca ; e 
poscia che ella ebbe d'una parte e dall'altra riguardato, 
disse: 

' — Nicostrato, e come il puoi tu tanto aver patito? Tu 
n'hai uno da questa parte, il quale, per quel che mi pa.ja, 
non solamente è magagnato, ma egli è tutto fracido; e 
fermamente, se tu il terrai guari in bocca, egli ti gua- 
sterà quegli che son da lato. Per che io ti consiglierei 
che tu il ne cacciassi fuori, prima che l'opera ' andasse più 
innanzi. 

Disse allora Nicostrato : 



1 Cfr. Inf. XII, 80-1: * Siete voi accorti Che «juel «1 i retro move 
ciò ch'ei tocca!». — * I, 1: * Mai, messere, sì cbe io ho detto male 
d'altrui»; III, 3: * Maisì che io le conosco»; Vili, 1: * Maisì che io 
uli cl)l»i. né me n'era ancora ricordata «li dirloti». — 'Sono «tato sul 
punto di. — ' Purg. XXI, 13J 2: * Frate, Non far, ohe tu .-e' ombra». 
— 5 Cfr. VII. 8: «e poscia che in gli perdono io». — Ancora un po- 
co. — ' II. 3: «l'oste disse: 1/ opera sta pur così»; Vili, 3: «a ine 
pare che questa -in opera da dovei- l'are da mattina»; Vili. 9: • 
(Irete pure come l'opera andrà quando io vi saio stato». 



NOVKIJ.A NONA •>■'! 

Da poi che egli ti pare, et egli mi piace Mandisi 
senza più indugio per un maestro ' il qual mei tragga. 
Al quale la donna disse : 

— Non piaccia a i>i«> che qui per questo venga mae 

>! E' mi pare che egli Btea in maniera che senza alcun 

maestro io medesima tei trarrò ottimamente. E d'altra parte 

questi maestri BOI! SÌ crudeli a far questi Bervi gj, che, il 

cuore noi mi patirebbe per ninna maniera «li vederti o 'li 
sentirti tra le mani a ninno. E per ciò del tutto i<> voglio 
tare io medesima; che almeno se egli ti dorrà troppo, ti la- 
scerò io incontanente: quello ' che il maestro non farebbe 

Fattisi adunque venire i t'erri da tal servigio, e mandato 
fuori della camera Ogui persona, solamente seco la l.n 
ritenne. E dentro serratesi, fecer distender Nicostrato 

pra un desco, e messegli le tanaglie in bocca, e preso uno 
de' denti suoi, quantunque egli torte pei- dolor gridasse, 
tenuto {ermamente dall'una, fu dall'altra per vìva fona 
un dente tirato fuori. E quel serbatosi, e prèsone un altro 
il quale, sconciamente magagnato Lidia aveva in mano, a 
lui doloroso' 1 o quasi mezzo morto il mostrarono, dicendo: 

— Vedi quello che tu hai tenuto in bocca già è cotanto! ' 
Egli credendoselo, quantunque gravissima pena sostenuta 

avesse e molto se ne rammaricasse, pur poi che fuor n'era, 
eli parve esser guarito; e con una cosa e con altra ricon 
fortato, essendo la pena alleviata, s'uscì della camera. 

[Non ancora contenta, la donna volle dare, come aveva 
promesso, la più audace prova del suo affetto al giovinetto 
Pirro. E dà a credere a Nicostrato che nel loro giardino vi- 
va un pero incantato. * e che chi v'è su vegga le mara- 
viglie». Nicostrato rimane incannato, e Lidia si affretta a 
fare abbattere il poro innocente ma compiacente] \ 

Medico. I. le: - in Bologna fu un grandissimo medico, il